Le destre avanzano e la commissione Ursula scricchiola.

 

Le destre avanzano e la commissione Ursula scricchiola.

 

 

C’è un’altra Cupola.

Ed è cinese.

Lespresso.it – (20 novembre ,2025) – Gabriele Nunziati – ci dice:

A Prato, l’epicentro della mafia d’importazione.

Dopo i colpi inferti e la violenza per le strade una relativa pax.

Vitale per il controllo della logistica.

Necessaria alle frodi Iva.

A Prato è tornato il silenzio.

Dopo mesi di incendi e aggressioni, tanto violente quanto volutamente dimostrative, la mafia cinese sembra aver deposto le armi della platealità per rintanarsi dietro una più confortevole apparente discrezione.

La sua esistenza sul territorio, però, non è più oggetto di discussione, come è stato per lungo tempo.

 Fin da poco dopo il suo insediamento, nel luglio del 2024, il procuratore di Prato, “Luca Tescaroli”, ha lanciato l’allarme sulla pericolosità della criminalità organizzata cinese e sull’importanza di disporre degli adeguati strumenti per combatterla.

Tescaroli, che fa risalire lo scoppio del conflitto al giugno 2024, riconosce che negli ultimi mesi «c’è stata una rarefazione» dello scontro.

Tuttavia, descrive una realtà che rimane preoccupante:

a Prato la criminalità cinese fa ricorso alla violenza con modalità assimilabili ai fatti di sangue che hanno attraversato la Sicilia e la Campania negli scorsi decenni.

È «un segno distintivo rispetto a quanto avveniva nel passato», aggiunge con tono pacato.

 

Sulle indagini e i nomi di questa guerra di mafia vige il massimo riserbo, ma i suoi contorni sembrano avere dei lineamenti abbastanza nitidi.

 «Ci sono delle zone di Prato che sono proprio occupate militarmente, fisicamente dalla mafia (cinese)», spiega “Edoardo Michelotti,” deputato di Fratelli d’Italia e membro della Commissione parlamentare antimafia.

 «A Prato sembra che si sia radicata una sorta di cupola che poi si propaga a livello nazionale e internazionale», afferma il parlamentare.

Secondo lui, potrebbe aver contribuito a incrinare gli equilibri di potere l’inchiesta “China Truck”, che nel 2018 portò all’arresto di decine di cittadini cinesi e all’individuazione di “Zhang Naizhong” come il “capo dei capi” della mafia sinica in Italia.

“Salvatore Calleri”, consulente della “Commissione parlamentare antimafia”, restringe il quadro e parla di due fazioni contrapposte:

 è una guerra tra «un gruppo che era molto forte sul territorio e un altro gruppo che non si conosce».

Anche se nessuno si spinge a fare nomi il gruppo un tempo «molto forte», e ora sotto attacco, è quello guidato da “Naizhong”.

 

Dinamiche di potere che mostrano un mondo criminale molto diverso da quello di soli pochi anni fa.

«Oramai è superata la questione “China Truck”. Siamo bene al di là, c’è uno scenario che sta cambiando, è mutato ed è ancora peggio», sostiene “Calleri,” le cui parole sono corroborate dal procuratore di Prato, che parla di un «salto di qualità» compiuto dalla criminalità cinese.

I suoi gangli si estendono ora anche alla politica e agli enti pubblici.

I membri della mafia cinese, infatti, «hanno una vocazione ad aprirsi per cercare di allacciare legami con esponenti delle forze dell’ordine, con esponenti delle pubbliche amministrazioni, perché hanno capito che in questo modo possono raggiungere risultati qualitativamente più significativi», sostiene il procuratore, che poi rivela:

«Cercano di giocare un ruolo nelle campagne per le elezioni».

“Tescaroli”, però, non si sbottona oltre.

Non chiarisce a quali campagne elettorali si riferisca, se locali o nazionali o se faccia riferimento al comune pratese o ad altri territori.

Il solo dato certo è che Prato è il centro della criminalità organizzata sinica in Europa, non la periferia.

 E lo si evince chiaramente se si guarda a un settore chiave nel ventaglio degli interessi della mafia cinese: la logistica.

I numerosi incendi avvenuti a Prato ai danni di aziende del settore testimoniano quanto sia fondamentale controllare questo settore per imporre la propria supremazia sul gruppo rivale.

 Ma la portata è diventata ancor più chiara quando la magistratura ha collegato alcuni di questi atti violenti con incendi avvenuti nello stesso periodo a Parigi e Madrid.

«Le strutture imprenditoriali pratesi hanno filiali e dislocazioni a Roma, in Spagna, in Francia e gestiscono affari con diverse capitali dell’Europa» e «il centro è Prato», afferma Tescaroli.

 

La logistica suscita ancora di più i violenti appetiti dei gruppi criminali dal momento in cui esiste un vulnus nel sistema doganale europeo talmente profondo da permettere l’ingresso di merci nell’Ue in evasione dell’Iva per miliardi di euro:

 il regime doganale 42.

 Questo strumento prevede la possibilità di sospendere il pagamento dell’Iva su merci dichiarate come destinate a un Paese dell’Unione diverso da quello di importazione.

Il suo uso lecito consente di favorire e velocizzare gli scambi commerciali.

 Il suo uso illecito garantisce alla malavita l’opportunità di importare ingenti quantità di merci con destinatari fittizi e farne sparire le tracce, rendendone pressoché impossibile la riscossione delle imposte evase.

 «Il regime 42 fa saltare il punto di controllo», commenta “Davide Bellosi”, direttore territoriale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli per Toscana e Umbria.

 «Se il punto di controllo fosse effettivamente il punto in cui tu introduci la merce sul territorio comunitario – spiega il direttore – problemi non ce ne sarebbero, perché in quel punto lì tu dovresti assolvere integralmente la fiscalità per avere la disponibilità della merce.

 Il regime 42 fa saltare questo punto naturale di controllo e poi, una volta saltato, devi inseguire».

Immessa nel mercato unico, la merce circola liberamente all’interno dell’Ue ed è onere di chi la riceve contabilizzare e pagare l’Iva.

Questo impone alle autorità di mettere in piedi dei sistemi di verifica a posteriori e di conseguenza, in caso di frode, risalire la filiera criminale diventa molto più complicato.

La situazione è aggravata dall’assenza di una legislazione armonizzata fra i vari Stati membri, che non assicura uno stesso livello di controllo, e dalla mancanza di un obbligo di condivisione delle informazioni fra i vari enti nazionali competenti.

 

Questo aspetto potrebbe essere superato dalla proposta della Commissione europea di istituire un “centro dati doganali dell’Ue” (EU Customs Data Hub), ovvero una piattaforma digitale che dovrebbe centralizzare e integrare dati fiscali, doganali e logistici.

Tuttavia, se approvata, la sua piena implementazione è prevista al momento solo per il 2038.

 «Ciò significa che, per oltre un decennio, sarà necessario convivere con gli attuali rischi», affermano dalle Dogane.

Per le organizzazioni criminali si tratta quindi di un’attività economica dai rischi contenuti, ma dagli alti profitti.

«Se sei un truffatore e vuoi massimizzare la tua frode, il regime 42 è molto conveniente – dichiara a L’Espresso una fonte di Bruxelles – Ciò che il regime 42 rivela è l’imperfezione dell’unione doganale europea». A suo avviso, siamo di fronte a un mercato interno che è perfetto per i truffatori ma imperfetto per le autorità di vigilanza.

La stessa Corte dei conti europea nella sua ultima relazione speciale afferma che «le misure esistenti non sono adeguate né per prevenire o rilevare in modo efficace le frodi Iva sulle importazioni nell’ambito di dette procedure (regime doganale 42 e sportello unico per le importazioni), né per mantenere l’equilibrio tra agevolazione degli scambi e tutela degli interessi finanziari dell’Ue».

L’abuso di questa procedura non solo castra in maniera significativa il gettito fiscale, ma alimenta una concorrenza sleale che impatta negativamente sul tessuto industriale europeo sano.

È evidente che poter rivendere sul mercato merci a un prezzo estremamente più basso grazie all’evasione delle imposte dia un vantaggio schiacciante.

La conseguenza è una ferita profonda al bilancio dell’Ue e degli Stati membri, in un momento in cui si parla con tanta insistenza di reperire nuove risorse.

Per poter sfruttare i punti deboli del regime 42, il controllo della logistica assume un ruolo cruciale, perché permette di spostare le merci a proprio piacimento, falsificare i documenti di trasporto, disporre di autisti compiacenti.

Grazie anche alla stretta interconnessione tra le varie comunità cinesi presenti in Europa, i gruppi criminali sono riusciti a sviluppare una rete transnazionale di logistica via via più integrata.

«Le aziende di Paesi terzi, non voglio fare nomi di specifici Paesi, ma penso sia chiaro a chi mi riferisco – precisa sorridendo il funzionario – Si tratta di realtà che sono in grado di avere il pieno controllo sul trasporto, sullo stoccaggio e anche sulla documentazione».

In passato, sostiene la fonte, era difficile riscontrare da parte delle organizzazioni criminali un tale controllo della catena logistica ed era perciò più facile, analizzando i vari passaggi, scovare le irregolarità.

«Per il bene delle aziende che utilizzano legittimamente questo sistema, quanta frode siamo disposti a tollerare?», chiede il funzionario europeo, che poi si risponde:

 «Credo che i politici, i legislatori e gli operatori del settore fossero d’accordo su un margine piuttosto ampio.

Il problema è che la questione sta assumendo proporzioni sempre maggiori – avverte – raggiungendo livelli che forse non siamo pronti ad accettare».

 

 

 

 

Cambio di Paradigma.

Ascensore Sociale Rotto e…

Forse Non è Così Male.

Conoscenzealconfine.it – (20 Novembre 2025) - Claudio Risé – ci dice:

 

Ahi, ahi, ahi, c’è un nuovo rischio in Italia. Gli editorialisti più rinomati spiegano che per ragioni complesse l’ascensore sociale, mito sociologico di passato successo ormai si è bloccato e la gente per pregiudizi conservatori non crede più che il futuro possa essere meglio.

Le persone faticano a migliorare la propria posizione economica e sociale.

Anche i più coraggiosi che osano fare figli, comunque credono che ai figli andrà peggio che a loro.

L’attenzione e preoccupazione per l’ascensore sociale è interessante perché ripropone una delle immagini più fragili e usurate della società tardo-moderna, nella quale certamente ci troviamo, ma dalla quale – altrettanto certamente – moltissima gente vorrebbe anche uscire, e non soltanto i giovanissimi.

 

Chi l’ha detto infatti che il successo economico e quello simbolico, ma soprattutto il sentirsi bene, venga da quel trovarsi sopra la testa degli altri che ci viene assicurato nell’ormai oltre un secolo di società industriale e di consumo, soprattutto occidentale con i suoi luccicanti ascensori?

 

Perché il cittadino della tarda modernità deve rimanere a tutti costi uno scalatore sociale, come è diventato dopo essersi ripreso dai due massacri delle guerre mondiali?

 È vero che nelle aziende la carriera si accompagna al numero del piano dell’ufficio, ma forse è vero che l’essere umano non può restare inchiodato lì.

La dea Azienda non fa più miracoli e l’arma Denaro se vuole combinare qualcosa di significativo per gli esseri umani dovrà studiare un po’ di antropologia, come dimostra la condizione umanamente penosa della maggior parte dei miliardari.

Il fatto è che star bene dipende anche dal tuo far stare bene gli altri, come ogni visione religiosa richiede, e quella cristiana più di tutte le altre.

È naturale che la torre, il simbolo più eclatante della società industriale dei consumi, abbia gli ascensori in panne.

 Non puoi diventare felice rendendo gli altri dipendenti dai tuoi prodotti. Il tuo è un potere malsano, come quello dei mercanti di droga.

Ma sopra tutto, a un livello un po’ più profondo, è solo alla Pentecoste, dopo la discesa dello Spirito Santo fra gli uomini, che si comprendono le lingue degli altri in una dimensione di pace e collaborazione.

 

Se non c’è lo Spirito tutte le torri di Babele con la loro verticalità non hanno comunque mai guadagnato l’indiscutibile primato cui aspiravano.

È lo stesso Signore a distruggerle.

 

Per essere felici sulla terra è indispensabile rimanerci sopra, senza fantasie di grandezze artificiali che sono solo salti da circo, abitarla senza ansiogene manie di grandezza e superiorità, ancora oggi molto spinte dalla cultura dominante, ossessivamente materialistica ma poco realista.

 E da questo punto di vista il rifiuto dell’ascensore sociale di molti giovani oggi va sicuramente capito: le forme, i modi e i contenuti dell’affermazione umana nella società industriale dei consumi sono poverissime, non solo dal punto di vista economico e formale, ma contenutistico, culturale, fisico.

E purtroppo sono gli stessi giovani ad ammalarsi per le molteplici droghe artificiali in circolazione, e a morirne.

Come dimostra anche l’esperienza del lavoro psicologico con le persone, l’ossessione vanesia del venire promossi nella vita dai formalismi meccanici dell’attuale ascensore sociale non è più produttiva.

Mentre invece lo è l’entrare in contatto ed aprirsi ai fenomeni ed esperienze dove “entra in gioco l’energia libera, ossia quella frazione di energia che può essere trasformata in lavoro utile e che quindi alimenta tanto i processi vitali quanto i fenomeni naturali e le nostre tecnologie”. (Roberto Battiston, “Energia. Una storia di creazione e distruzione”. Raffaello Cortina Editore).

È una fase difficile ed emozionante, in cui si ha a che fare con le parti di energia non ancora “disperse in forme di calore uniforme” per farne forze costruttive: di società, personalità, città, boschi, culture.

Sono in molti, ora, che si trovano ad averci a che fare: fisici, psicoanalisti, neuroscienziati.

Politici per ora pochini.

L’importante è partire da energie libere e non da scenari costosi, ingombranti e inutilizzabili.

(Claudio Risé -“La verità”, 19 novembre 2025).

(claudio-rise.it/index.php/rise-su-la-verita/lo-sguardo-selvatico/765-cambio-di-paradigma-ascensore-rotto-e-forse-non-e-cosi-male-di-claudio-rise-pag-1-e-18-da-la-verita-19-novembre-2025).

Valditara Indietro Tutta

(e un Po’ a Sinistra…).

Conoscenzealconfine.it – (19 Novembre 2025) - Saura Plesio (Nessie) – ci dice;

 

E così pure Valditara, il ministro dell’Istruzione in quota Lega, è caduto nel trappolone della sinistra.

Bastava applicare il Vangelo («Semplicemente, dite “sì” quando è “sì” e “no” quando è “no”: tutto il resto viene dal diavolo») per rimanere indenni dalle trappole.

 E un po’ di zolfo, con l’emendamento del provvedimento in commissione Cultura che fa macchina indietro sull’educazione sessuale, in effetti c’è stato.

 

Perché fare entrare, “l’educazione affettiva”, abile camuffamento semantico della parola “sessuale”, nei programmi scolastici delle materie di studio?

Ma soprattutto, perché bisogna insegnarlo perfino alle medie inferiori ai ragazzini di 11-12 anni, a patto che ci sia il “consenso informato e preventivo” dei genitori?

Una vera e propria “finestra di Overton” per arrivare indottrinare financo i bambini delle elementari.

 E difatti si è già fatto avanti “Gino Cecchettin,”  padre della povera Giulia uccisa da Turetta, il quale avrebbe dichiarato che i corsi sulla cosiddetta affettività andrebbero fatti ad ogni età e per ogni ordine di scuola, allo scopo di sradicare il “patriarcato”.

Mi sembra già di vedere il film:

faide fra genitori progressisti e di sinistra favorevoli all’educazione sessuale precoce, contro faide fra genitori di destra più conservatori, e per questo, magari additati al pubblico ludibrio come “reazionari, parrucconi, fascisti”.

 

“Non bastava la pletora di insegnanti di sostegno che affollano le classi, le scissioni continue nella scolaresca per riconoscere diversità d’ogni tipo; ora dividiamo pure i ragazzini tra figli di bigotti e figli di permissivi “, sostiene Veneziani.

 

Già. Ne sa qualcosa chi, come la sottoscritta, ha lavorato nella scuola, sempre più ridotta a fare da vetrina e da collettore di tutto quanto di peggio già imperversa nella società.

 C’è la droga? Parliamone a scuola.

C’è la guerra? Parliamone a scuola.

C’è la violenza sulle donne, le baby gang, gli stupri?

Parliamone a scuola…

 

E allora ecco attivarsi le solite beghine della sagrestia rossa con l’Educazione alla Pace, l’educazione all’inclusione, l’educazione ai buoni sentimenti, l’educazione contro i discorsi d’Odio, l’educazione per questo, la contro-educazione per quello.

La scuola non funziona da tempo perché rincorre affannosamente la società (“il Sociale” – lo chiamano i compagnucci) invece di difendersi, dai suoi guasti e dalle sue continue aggressioni, e di costituire tra le sue mura, un luogo di pacata riflessione, di studio, di capacità di stare insieme, di rispetto dei reciproci ruoli, di salvaguardia e di applicazione degli strumenti critici e conoscitivi.

 

In tutti questi anni non ha fatto che inzavorrare e assorbire nei propri programmi sempre più bulimici (i curricula) la banalità malefica dei media, degli organismi sovranazionali e delle loro subdole agende che s’insinuano magari sotto forma di circolari ministeriali.

Per non dire delle ideologie che tarpano le ali alla vera conoscenza.

 

Sì, ma allora sorge spontanea una domanda: quando si studia per davvero?

Quand’ è che si fa astrazione dalle cattive sirene?

Quand’è che si mettono i tappi alle orecchie come i compagni di Ulisse e magari si rema, si naviga nel Mare Magno dei veri saperi?

 È un’avventura esaltante che nessuno sa più intraprendere da tempo.

 

Tra i brutti incubi che affollano la mia mente, dopo questo cedimento del governo all’educazione affettiva o sesso-affettiva come da eufemismi da rimpiattino, c’è la nascita di un bel Collettivo (rosso) Genitori Democratici.

Me li vedo già davanti, lì a pontificare occupando le casematte gramsciane;

 gli unici auto-accreditati a difendere “il diritto allo studio”, il diritto all’inclusione, la sessualità quale “diritto umano”, il credere che basti fare un po’ di lezioncine sul sesso per illudersi di contrastare la violenza sulle donne.

 Dulcis in fundo, naturalmente, ad ergersi quale baluardo granitico a difesa della Costituzione antifascista.

Valditara ha avuto paura di differenziarsi troppo da quelle stesse forze politiche che lo hanno aggredito nei giorni scorsi in un Parlamento fatto di urla, insulti e voci accese come al mercato del pesce, nel timore di sembrare antiquato, retrogrado, chiuso e antimoderno.

Sono spiacente, ma non concordo con l’ottimismo di Massimo Gandolfini del Family Day che trionfalmente sulla Verità parla di quasi svolta storica.

Non trovo che sia una svolta storica, far togliere le castagne bollenti ai genitori mediante un semplice “consenso informato” creando inevitabilmente altre divisioni nelle divisioni.

Personalmente, avrei voluto una maggior determinazione nel vietare derive ideologiche ed eventuali genderismi in agguato.

Un’ultima battuta-sberleffo l’ha detta un commentatore sul blog di “Gioia Locati” (Il Giornale) a proposito della Sanità, ma si potrebbe estendere ed applicare tranquillamente anche alla Scuola e ad altri settori ministeriali:

“Questo governo si differenzia dai quelli ad istigazione PD, per 10 piccole differenze… trovatele! Sulla Settimana enigmistica”.

Appunto!

Un promemoria da tenere a mente: in politica chi non si distingue, si estingue.

(sauraplesio.blogspot.com/2025/11/valditara-indietro-tutta-e-un-po.html).

 

 

 

Venezuela nel Mirino:

la Narrazione che Assolve

gli USA.

Conoscenzealconfine.it – (18 Novembre 2025) - Fabrizio Verde – ci dice:

 

Quando l’escalation militare non si chiama più aggressione…

C’è una parola che improvvisamente è scomparsa dal lessico dei media occidentali: aggressione.

Dal 2022 al 2024 la stampa e la diplomazia russofoba euro-atlantica hanno ripetuto quotidianamente lo schema binario Ucraina aggredita, Russia aggressore.

Era la visione unica, assoluta, obbligata.

Non c’erano sfumature, esisteva solo un mantra ripetuto ossessivamente: ci sono un aggressore e un aggredito.

 

E tuttavia, quando gli Stati Uniti dispiegano nel Mar dei Caraibi bombardieri B-1, portaerei nucleari, sottomarini d’attacco e flotte navali a pochi chilometri dalle acque territoriali venezuelane, e quando – secondo le stesse autorità statunitensi – conducono quasi venti attacchi contro piccole imbarcazioni uccidendo più di settanta civili, allora lo schema morale improvvisamente scompare.

Non più aggressore e aggredito, ma un vago, rassicurante invito a “ridurre le tensioni”, come se Caracas e Washington fossero due attori simmetrici, due metà equivalenti di un conflitto costruito a tavolino, due soggetti entrambi responsabili.

 

È esattamente questa la denuncia lanciata dal Governo Bolivariano, nelle parole dure e lucidissime del rappresentante venezuelano all’ONU, “Samuel Moncada”, che ha definito le dichiarazioni della portavoce ONU “Stéphane Dujarric” una “immorale equiparazione”.

Secondo Moncada, la narrazione che mette sullo stesso piano un paese che difende la propria sovranità e una superpotenza dotata del più grande complesso militare del pianeta non è solo distorsione: è complicità diplomatica.

 

La domanda che emerge è quindi inevitabile: perché quando l’esercito russo si muove in Ucraina si parla ossessivamente di aggressione, mentre quando gli Stati Uniti posizionano un arsenale offensivo alle porte del Venezuela si parla di “equilibrio”, “contenimento”, “operazioni di sicurezza”?

 

Il caso Venezuela non è un’eccezione: è il paradigma.

 Il mainstream informativo occidentale applica due pesi e due misure senza mai ammetterlo.

 L’Occidente dice di difendere un “ordine basato sulle regole”, ma quelle regole diventano flessibili a seconda dell’angolatura geopolitica della questione.

 Lo stesso “António Guterres”, come ricordato da” Moncada”, avrebbe giustificato le dichiarazioni della sua portavoce definendole una “risposta diplomatica standard”.

 Ma se la standardizzazione consiste nel de-responsabilizzare la superpotenza e nel rendere equivalente la vittima all’aggressore, allora è il concetto stesso di diplomazia a svuotarsi.

 

Ad oggi, non è il Venezuela a dispiegare bombardieri strategici nel Golfo del Messico.

Non è il Venezuela a condurre operazioni extraterritoriali con morti civili.

 Non è il Venezuela a esercitare un blocco economico unilaterale paralizzante contro Washington.

È, al contrario, la tracotante potenza imperialista statunitense a militarizzare il Mar dei Caraibi con mezzi offensivi, a dichiarare “obiettivi legittimi” anche imbarcazioni civili e a mantenere un regime di sanzioni riconosciuto da varie agenzie internazionali come economicamente devastante e indubbiamente contrario al diritto umanitario.

 

La sproporzione è evidente, e Moncada lo ricorda nella sua lettera consegnata a Guterres quando afferma che non è la Repubblica Bolivariana di Venezuela a dispiegare un sottomarino nucleare davanti alle coste degli Stati Uniti.

 E tuttavia, la narrativa occidentale rifiuta di nominare il fatto essenziale:

la proiezione di potenza statunitense non viene mai classificata come aggressione.

 

Il problema è più profondo della sola relazione tra USA e Venezuela.

La geografia morale dei media occidentali è gerarchica:

le azioni degli avversari geostrategici sono sempre aggressioni, mentre quelle delle potenze occidentali diventano “operazioni”, “missioni”, “pressioni”, “deterrenza”.

 

Il linguaggio è un’arma strategica che seleziona la realtà, crea la cornice narrativa e decide chi ha diritto alla legittimità e chi no.

E una volta stabilita la cornice, la politica segue docilmente.

 Così, mentre Mosca è “aggressore” per definizione, Washington non può mai esserlo; al massimo può “esagerare”, “rispondere”, “prevenire”.

Il Venezuela, come molti altri paesi del Sud Globale, viene demonizzato a priori.

Mentre nei confronti del presidente bolivariano Maduro viene applicata la classica “reductio ad Hitlerum” per giustificare azioni di forza volte a disarcionare il brutale “tiranno”.

 

L’episodio tra ONU, USA e Venezuela non è solo una questione di diplomazia: è un sintomo dell’agonia dell’ordine unipolare.

 Oggi più che mai, i paesi del “Sud Globale” rivendicano parità narrativa, non solo parità giuridica.

 Il Venezuela riafferma la sua “Diplomacia Bolivariana de Paz”, ma denuncia – a ragion veduta – che la pace è impossibile se i media e le istituzioni internazionali operano come amplificatori automatici della potenza dominante.

 Il mondo multipolare che avanza chiede una revisione radicale del paradigma: chi viola la sovranità altrui è aggressore, indipendentemente dalla bandiera che sventola sul timone di una portaerei.

La neutralità che l’ONU tenta di esibire non è neutralità: è normalizzazione della forza nelle relazioni internazionali.

Mettere sullo stesso piano Venezuela e Stati Uniti non significa essere imparziali: significa occultare la realtà dei rapporti di potere.

Il mainstream occidentale, lo stesso che gridava “aggredito vs aggressore” in Ucraina, tace oggi di fronte a una grave minaccia militare oggettiva contro un paese sovrano dell’America Latina.

(Fabrizio Verde – Direttore de l’Anti Diplomatico)

(lantidiplomatico.it/dettnews-venezuela_nel_mirino_la_narrazione_che_assolve_gli_usa/52961_63669/).

 

 

 

Non passa la sfiducia contro von der Leyen:

 bocciate le due mozioni di destra e sinistra.

Lespresso.it – (9 ottobre 2025) – Mondo – Redazione – Michelangelo Ostuni – ci dice:

 

“Apprezzo profondamente il forte sostegno ricevuto oggi. Continueremo a lavorare a stretto contatto con il Parlamento europeo per affrontare le sfide dell'Europa”, ha scritto la presidente della Commissione su” X”.

 

Il Parlamento europeo ha respinto le due mozioni di sfiducia, di destra e di sinistra, sulla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

Con 378 voti contrari, 178 voti favorevoli e 37 astenuti è stata bocciata la mozione presentata dal gruppo dei Patrioti per l'Europa (PfE), al quale appartengono la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen. La cosiddetta "maggioranza Ursula" incassa dunque 378 voti, rispetto ai 360 ottenuti durante lo scrutinio della mozione di censura votata il 10 luglio.

Stesso esito per la mozione di censura della Sinistra (Gue/Ngl). 383 i voti contrari, 133 i favorevoli, 78 gli astenuti.

 

 La Commissione europea può essere rovesciata attraverso una mozione di censura parlamentare, disciplinata dall’art. 234 Tfue.

Tuttavia, approvare una mozione di censura è molto complicato, perché sono necessari almeno i 2/3 dei voti espressi, che rappresentano la maggioranza di tutti gli eurodeputati.

Quindi, almeno 360 voti.

Una soglia che, data l’attuale "coalizione centrista" tra Partito popolare europeo (Ppe), Socialisti e Democratici (S&D) e Renew Europe che sostiene la Commissione, era chiaro dall’inizio non si sarebbe raggiunta.

 

 “Apprezzo profondamente il forte sostegno ricevuto oggi.

 La Commissione continuerà a lavorare a stretto contatto con il Parlamento europeo per affrontare le sfide dell'Europa”, ha dichiarato Von der Leyen su “X”.

“E insieme otterremo risultati per tutti i cittadini europei. Uniti per i nostri cittadini, i nostri valori e il nostro futuro".

 

 

 

Madani incontra Trump a porte chiuse.

"Lo aiuterò a realizzare i suoi

 sogni per New York"

ilgiornale.it – Francesca Salvatore – (21 novembre 2025) – ci dice:

 

L'incontro con il presidente è stato "produttivo" e "lo ringrazio", ha risposto il sindaco eletto di New York. La visita è stata chiusa alla stampa.

 

Zoran Madani è finalmente stato alla Casa Bianca, anche se non è ancora chiaro per quanto.

 L'incontro con il presidente Trump è stato, tuttavia, chiuso alla stampa. Madani non era stato, infatti, scorto dai cronisti entrare nella West Wing, ma un post su “X” del capo della Comunicazione della Casa Bianca, “Steven Cheung”, si è preso burla dei giornalisti assiepati in giro. "Troppo tardi ragazzi! Siete troppo lenti!", si legge nel post, dove compare una foto dei reporter in attesa di Madani.

"Aiuterò Madani a realizzare i suoi sogni per New York", ha detto il presidente nel suo breve incontro con il sindaco.

Trump aveva elogiato Madani, in vista dell'incontro di oggi pomeriggio: il sindaco eletto di New York ha "una filosofia diversa", ha detto il presidente in un'intervista a Fox Radio, aggiungendo che Madani ha "molto merito" per come ha condotto la sua campagna.

 "Penso che andremo d'accordo.

 Stiamo cercando la stessa cosa. Vogliamo rendere New York forte", aveva anticipato il presidente.

 "Meglio farà e più sarò felice", ha detto il presidente Usa parlando nello Studio Ovale dopo l'incontro.

L'incontro con il presidente è stato "produttivo" e "lo ringrazio", ha controrisposto laconico Madani.

"Mi sono congratulato con lui e abbiamo parlato di alcuni argomenti molto comuni, come l'edilizia abitativa e la costruzione di nuove case, il cibo e i prezzi", ha commentato Trump.

"E il prezzo del petrolio sta scendendo notevolmente, e qualsiasi cosa io faccia sarà positiva per New York", ha aggiunto il presidente.

 

Madani, ricordando le sue critiche passate a Trump — incluso averlo chiamato “despota” — ha spiegato che l’incontro odierno si è concentrato non sulle divergenze, “che sono molte”, ma sull’obiettivo comune di servire i cittadini di New York.

Trump ha scherzato dicendo di essere stato definito ben peggio e che “despota” non lo offende.

Ha poi aggiunto che Madani potrebbe cambiare idea una volta iniziata la loro collaborazione.

"Alcune delle sue idee sono le stesse che ho io", ha annunciato Trump. Trump, alla domanda se si sentirebbe a suo agio nella New York guidata da Madani, ha risposto “Sì”.

Il presidente ha affermato di essere in accordo con il sindaco eletto più di quanto si aspettasse e ha promesso di aiutarlo a fare “un grande lavoro”, definendolo un futuro “grande sindaco”.

 

Trump si è detto sorpreso dal loro "fantastico" incontro e ha detto del socialista democratico:

"Penso che sorprenderà alcuni conservatori, in realtà".

 Il presidente ha liquidato le critiche di Madani sui raid di deportazione della sua amministrazione e le affermazioni secondo cui Trump si stava comportando come un despota.

 Trump ha invece affermato che la responsabilità di ricoprire una posizione esecutiva nel governo porta una persona a cambiare, affermando che era stato il suo caso.

A volte è sembrato persino protettivo nei confronti di Madani, intervenendo in suo favore in diversi momenti quando i giornalisti gli hanno posto domande difficili.

Proprio poco prima dell'incontro alla Casa Bianca, intanto, la Camera dei Rappresentanti ha approvato con 285 voti a favore e 98 contrari una risoluzione simbolica per denunciare gli "orrori del socialismo".

Tutti i Repubblicani hanno votato a favore, a cui si sono uniti 86 Democratici.

 

 

 

 

"Strategia Est Up": cosa c'è dietro

 la nuova mossa militare Usa in Corea.

 

Ilgiornale.it - Federico Giuliani – (21 novembre 2025) – ci dice:

Gli Usa hanno introdotto la "Mappa East-Up", una nuova strategia militare che riorienta il ruolo della Corea del Sud come centro di un asse difensivo regionale.

Gli Stati Uniti hanno concepito una nuova strategia militare per gestire lo spinoso dossier coreano.

 Negli ultimi giorni il generale “Xavier Brunson”, comandante delle Forze statunitensi in Corea (USFK) ha parlato di un concetto che potrebbe cambiare gli equilibri della regione: la ''Mappa east-up''.

Non si tratta semplicemente di uno strumento pensato dagli Usa per migliorare la visualizzazione geografica dell'area, bensì di un inedito modo di concepire l'area strategica per lavorare a un riposizionamento delle proprie truppe in Corea del Sud.

La sensazione è che Washington passerà da un modello di deterrenza incentrato su Seoul a uno che includerà anche Cina e Russia.

 

La nuova strategia Usa in Corea.

“Brunson” ha recentemente descritto la Corea del Sud non come un avamposto avanzato alla periferia del potere americano, ma come uno "spazio decisivo all'interno del perimetro difensivo" statunitense in Asia.

Gli analisti affermano che questa riformulazione altera il posizionamento della penisola nel più ampio panorama strategico della regione.

 La “East-up Map” non è solo una mappa ruotata ma la chiara dimostrazione del fatto che gli Usa intendono ampliare l'USFK.

 La visuale della regione da est pone infatti la penisola al centro di un asse che attraversa Stati Uniti, Cina, Russia e Corea del Nord, e si allinea con il triangolo della sicurezza emergente che collega Filippine, Giappone e Corea del Sud.

 

Cambiando il modo di vedere la mappa dell'area gli Usa ridanno importanza alla flessibilità strategica delle loro forze armate in loco, così che l'USFK potrà essere in grado di intervenire nel caso in cui dovesse emergere una minaccia regionale.

“Kim Yeoul Soo”, direttore della sicurezza nazionale presso il “Korea Institute for Military Affairs”, ha spiegato al “Korea Times” che il concetto è in linea con gli adeguamenti più ampi delle strategie di difesa degli Stati Uniti.

"Il Segretario alla Difesa degli Usa, “Pete Hegseth”, ha già affermato durante la riunione consultiva sulla sicurezza che l'USFK deve mantenere una flessibilità strategica per rispondere alle minacce non solo nella penisola, ma anche in tutta la regione", ha dichiarato “Kim”.

 

Il ruolo dell'USFK.

La nuova mappa partorita da “Brunson” mostra visivamente che la Corea del Sud si trova al centro di un teatro che include anche la Cina, e riflette il modo in cui gli Stati Uniti vedono ora la regione indo-pacifica. "Se si considera il raggio operativo della Flotta del Nord russa o delle forze settentrionali cinesi, la penisola coreana è un punto decisivo", ha aggiunto lo stesso “Kim”.

 

Nel frattempo un funzionario militare sudcoreano ha riferito gli scenari che prevedono uno scontro diretto tra Corea del Sud e Cina o Russia "non sono realistici" e che Seoul non approva interpretazioni che implichino un cambiamento di missione a livello regionale.

Nonostante le divergenze di opinione, gli esperti concordano su un punto: la mappa con orientamento est ''verso l'alto'' non modifica immediatamente la missione dell'USFK, ma riflette una tendenza strategica più ampia.

Con la crescente interconnessione dell'architettura di sicurezza indo-pacifica, che collega l'Asia nord-orientale con Filippine, Guam e Giappone, si prevede un aumento dell'importanza strategica della penisola.

 

 

 

Speciale elezioni:

l’Europa vira a destra.

Ispionline.it – (9 giugno 2024) – Redazione- Antonio Villafranca -Ricerca ISPI – ci dice:

Secondo le proiezioni le destre avanzano in quasi tutta Europa. La “maggioranza Ursula” tiene, ma scricchiola.

 Macron scioglie l’Assemblea Nazionale e annuncia nuove elezioni.

Focus Europa e governance globale.

 

Exit poll e proiezioni certificano l’avanzata delle destre in Europa, ma anche un Parlamento europeo sempre più frammentato e che faticherà a trovare equilibri stabili nei prossimi cinque anni.

La “grande coalizione” tra popolari (PPE), socialisti (S&D) e liberali (Renew), che ha dominato il Parlamento negli ultimi trent’anni, ne esce ridimensionata anche se mantiene la maggioranza.

Tengono popolari e socialisti, scendono i liberali, crollano i verdi.

 

A livello nazionale, la crescita delle destre ha già avuto la sua prima, importante conseguenza:

 il presidente francese Macron ha sciolto il Parlamento e annunciato nuove elezioni per il 30 giugno. 

Non è ancora chiaro quanto l’arretramento della “grande coalizione” possa mettere in discussione la ricandidatura di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione uscente e “candidata di punta” scelta a marzo dal PPE, partito che è uscito ancora una volta maggioranza relativa da queste elezioni.

Ma in ogni caso i giochi si complicano e ora gli occhi sono puntati sulle prossime tappe.

 Iniziano da domani negoziati serrati che dovrebbero portare prima il Consiglio europeo a giugno e poi il Parlamento europeo a luglio scegliere il nuovo Presidente della Commissione e, successivamente, i suoi Commissari.

 Ma dati i risultati delle elezioni europee, la tempistica potrebbe risultare diversa.

 

Cariche Ue: le prossime tappe.

Il Consiglio europeo, ovvero i leader dei 27 paesi dell’Ue, si riunirà informalmente già il 17 giugno (appena terminato il G7 italiano) e poi formalmente il 27-28 giugno, per decidere sul nome del Presidente della Commissione.

 In teoria, dunque, i negoziati dovrebbero svolgersi nel corso delle tre settimane che ci separano da quella data.

 

Per la nomina del Presidente della Commissione occorre che il Consiglio europeo raggiunga una maggioranza qualificata, la stessa che usa il Consiglio dell’UE (i ministri e non i leader di ciascun paese) nella procedura legislativa ordinaria: serve cioè l’assenso di almeno il 55% dei paesi europei (dunque 15 su 27) i quali rappresentino anche almeno il 65% dei cittadini dell’Unione.

 

A prima vista, i leader conservatori che afferiscono al PPE sembrano in netto vantaggio:

 12 capi di stato e di governo su 27 provengono infatti da partiti che fanno parte del PPE, contro 5 dei socialisti di S&D e altri 5 dei liberali di Renew Europe.

Il partito della premier italiana Giorgia Meloni afferisce invece al gruppo ECR, così come quello del primo ministro ceco Petr Fiala.

 

Tuttavia, la doppia maggioranza necessaria complica questi calcoli. Malgrado socialisti e liberali, insieme, contino solo 10 voti contro i 12 del PPE, rappresentano infatti ben il 55% degli abitanti dell’Unione, contro il 27% del PPE.

 Di nuovo, ci sarà dunque bisogno di strenue trattative per trovare un nome che soddisfi tutti i leader che fanno parte della tradizionale “grande coalizione”.

 

Malgrado sia ancora troppo presto per apprezzarne appieno le conseguenze, infine, le elezioni parlamentari anticipate in Francia potrebbero avere un effetto sui tempi del negoziato.

Macron resterà comunque presidente francese fino al 2027, ma nelle prossime settimane sarà impegnato in una decisiva campagna elettorale, e il Consiglio europeo si chiuderà a due giorni dal voto francese.

Che farà il Parlamento?

In qualunque modo dovesse andare al Consiglio europeo, la nomina del nuovo Presidente della Commissione europea dovrà poi passare al vaglio del Parlamento europeo.

 Qui dovrà ottenere la maggioranza assoluta dei voti (361 su 720).

 Sulla base delle proiezioni disponibili possiamo già riflettere sulle maggioranze che potrebbero emergere.

 

Nel corso dell’ultimo trentennio, al PE ha sempre prevalso una “grande coalizione” di centro.

Inizialmente composta da socialisti (S&D) e popolari (PPE). Per quanto instabile e frammentaria la grande coalizione di centro ha retto fino a cinque anni fa, quando l’assottigliarsi del voto per S&D e PPE ha reso necessario allargarla anche ai liberali (Renew Europe).

 

Oggi i risultati certificano che questa maggioranza di centro si è assottigliata ancora, e che i voti persi sono confluiti verso l’ala destra dello schieramento (gli euroscettici moderati di ECR e la destra di ID) e verso una porzione sempre più grande di “non iscritti”, ovvero parlamentari in attesa di trovare una propria eventuale collocazione.

Malgrado questi spostamenti, l’unica alleanza tra gruppi che sembra in grado di superare la maggioranza assoluta di 361 voti rimane ancora una volta la grande coalizione di centro (data al momento a 403 seggi). Una coalizione di centro-sinistra che includa i socialisti, i verdi e la sinistra (GUE/NGL) si ferma a 227 voti, mentre una coalizione di destra con PPE, ECR e ID arriverebbe a 315.

 

Una maggioranza solida?

Le cose però si complicano, perché la grande coalizione “vincente” appare sempre più litigiosa e traballante.

All’interno di ciascun gruppo si registra un tasso di ‘ribellione’ sempre più alto, che di recente ha anche portato – o fatto pensare – a delle espulsioni illustri.

I liberali di Renew al loro interno ospitano ancora il VVD, il partito di centrodestra olandese che ha deciso di entrare in coalizione con l’estrema destra del Partito per la libertà di “Geert Wilders”, generando molti dissapori e mettendo in dubbio la sua permanenza nel gruppo.

 

Socialisti e popolari hanno invece deciso di agire.

Primo in ordine di tempo, dopo anni di tentennamenti, il PPE che nel 2021 ha espulso “Fidesz”, il partito del premier ungherese Viktor Orbán. Alla fine dell’anno scorso, poi, anche i socialisti hanno sospeso due partiti slovacchi, e in particolare “SMER”, la formazione del primo ministro “Robert Fico”, che predilige politiche sempre più populiste e illiberali e che non ha espresso posizioni di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina.

 

A rendere il quadro più complicato è il fatto che i deputati popolari, socialisti e liberali dovranno dimostrarsi estremamente leali.

Nell’ultimo decennio il tasso di ‘ribellione’ medio si è aggirato intorno al 15-20%.

Perdere il 15-20% dei parlamentari della maggioranza significherebbe scendere da 403 a 320-340 voti, dunque al di sotto dei 361 necessari. Ecco perché chiunque sarà nominato Presidente della Commissione dal Consiglio europeo avrà bisogno di dialogare anche con altri gruppi politici del Parlamento, nella speranza di racimolare altri voti e di non perderne troppi da parte dei deputati della “grande coalizione”.

 

Al momento, le strade aperte sembrano due: da un lato, aprire alla destra euroscettica di ECR, in cui un terzo dei deputati proviene dal partito della premier italiana Giorgia Meloni.

 Il problema è che molti partiti nazionali che afferiscono all’attuale grande coalizione hanno già dichiarato che uscirebbero dalla maggioranza in caso di aperture a destra.

 

L’alternativa sarebbe quella di allargare la grande coalizione di centro ai verdi, che con 52 deputati darebbero più spessore alla maggioranza creando probabilmente meno attriti con i partiti centristi rispetto all’apertura a destra.

Tra queste due opzioni se ne possono anche scorgere altre che prevedano l’avvicinamento di singoli partiti nazionali che potrebbero anche cambiare gruppo politico in Europa.

Il commento

di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca, ISPI.

 

“La destra avanza in Europa e travolge Macron in Francia e Scholz in Germania.

Nel Parlamento europeo le tre tradizionali famiglie politiche europee continuano a perdere voti ma mantengono la maggioranza.

Ma a prescindere dalla maggioranza è difficile pensare che questa virata a destra non abbia conseguenze sulle politiche comunitarie dalla sicurezza alle transizioni verde e digitale, fino alle politiche commerciali e industriali.

A farne di più le spese saranno probabilmente le politiche ambientali. Non verranno di certo abbandonate, ma le ambizioni e le tempistiche della scorsa legislatura saranno ritoccate.

 In generale queste elezioni consegnano un quadro politico europeo più complesso e frammentato.

 Il ‘decision-making’ europeo ne risulterà rallentato proprio mentre il mondo ci imporrebbe decisioni veloci ed efficaci.”

 

 

 

L’incertezza sociale genera totalitarismo.

Fenomenologia sociologica della crescita delle destre.

Lacapitalenews.it – Redazione – (8 Novembre 2025) Ernesto Mastroianni ci dice:

 

Ogni epoca di smarrimento collettivo conosce il ritorno, implacabile e insinuante, di una promessa d’ordine: la voce suadente e, per certi versi tranquillizzante, del totalitarismo delle destre, che si ergono a custodi del buon senso e dell’identità, mentre sotto la patina del rigore morale e dell’efficienza amministrativa celano il bisogno profondo, e pericoloso, dell’obbedienza.

È un meccanismo antico quanto la paura stessa.

Laddove vacilla la fiducia nel domani, laddove la complessità del mondo eccede la capacità di comprensione dell’individuo, l’uomo si rifugia nella forma rigida, nel principio autoritario, nella certezza di una gerarchia che lo sollevi dall’angoscia della libertà.

 

La crisi del 1929 rappresentò l’archetipo di tale dinamica:

 un collasso economico che divenne collasso morale, una crisi di pane e di spirito da cui germinarono, come funghi velenosi, i totalitarismi del Novecento.

 Il fascismo in Italia e il nazionalsocialismo (Nazismo) in Germania si nutrirono di quella disperazione diffusa che chiedeva non più giustizia, ma ordine;

 non più pluralismo, ma unità;

non più libertà, ma una parvenza di stabilità.

Le masse, schiacciate dall’incertezza, scambiarono la disciplina per salvezza, l’obbedienza per patria, la violenza per rigore.

Così la paura generò consenso, e il consenso, a sua volta, legittimò la barbarie.

 

Eppure, la storia — che pare sempre ammonire, e sempre invano — non cessa di ripetersi.

Dopo il 2020, in un mondo smarrito tra pandemia, isolamento, crisi economica e sfiducia generalizzata nelle istituzioni, l’Occidente ha conosciuto una nuova e sottile tentazione autoritaria.

L’insicurezza collettiva ha trovato, ancora una volta, la sua voce nei discorsi di chi promette ordine e disciplina, nei programmi politici che invocano il ritorno alle radici, la difesa delle “tradizioni”, la tutela di una supposta moralità collettiva.

La paura del futuro ha generato nostalgia del passato: e la nostalgia, si sa, è la più pericolosa delle illusioni politiche.

 

Negli ultimi anni, dunque, le destre hanno trovato terreno fertile per espandersi globalmente.

 In un clima di insicurezza generalizzato, molti paesi si trovano ad essere governati dalle destre.

È il caso dell’Ungheria, con il partito Fidesz guidato da Viktor Orbán: nazional-conservatore, euroscettico e con accentuati richiami al popolo, alla nazione e alla morale tradizionale.

La Slovacchia, l’America di Trump, la Polonia, l’Italia.

 

Le destre contemporanee si proclamano paladine della volontà popolare, ma in realtà la interpretano come un mandato assoluto, una delega senza restituzione.

 Dicono di voler “governare in nome del popolo”, ma in realtà governano sul popolo, e non per esso.

È un linguaggio mellifluo, rivestito di legalità e di religione civile, che promette sicurezza e protezione ma, passo dopo passo, erode la sostanza stessa della libertà.

La gente, in fondo, non ama i disordini: preferisce la regola alla discussione, il silenzio alla discordia, la calma piatta dell’obbedienza al rischio vertiginoso del pensiero.

 

E così accade che la libertà si spenga non con un colpo di Stato, ma con un applauso.

 

Ogni legge, ogni conquista civile, ogni diritto che oggi consideriamo inviolabile è in realtà fragile, esposto al vento delle mutazioni storiche e delle paure collettive.

 Il fatto che una norma esista non significa che essa sia eterna;

che un diritto sia sancito non implica che esso sia immune dalla revoca. La storia recente insegna che in un clima totalitario la legge non è più scudo, ma arma; non più garanzia, ma minaccia.

 

L’illusione di vivere in una democrazia compiuta ci ha resi ciechi di fronte alla reversibilità del progresso.

Ciò che è stato conquistato può essere ritirato, e ciò che sembrava irreversibile può divenire negoziabile.

Lo si è visto nei tentativi di limitare il diritto all’aborto, di ridiscutere il divorzio, di rimettere in questione i diritti delle minoranze o di piegare la giustizia alla morale religiosa.

 Dietro la retorica della protezione e della “difesa dei valori” si nasconde l’antico desiderio di controllo, la pulsione a normare la vita, il corpo, la parola.

 

Una donna, oggi, dovrebbe sentirsi offesa.

 Offesa non soltanto da chi vorrebbe negarle l’autodeterminazione, ma da chi tenta di convincerla che la libertà sia una concessione e non un diritto.

Dovrebbe sentirsi oltraggiata da chi, in nome della tradizione, la ricondurrebbe al ruolo di simbolo e non di individuo; da chi, parlando di “natura”, intende solo giustificare la sottomissione.

 

Ogni volta che l’incertezza si fa clima, il potere tende la mano, e l’uomo, smarrito, la afferra.

Ma quella mano, una volta stretta, non lascia più andare.

È così che il totalitarismo si rigenera: non nei colpi di forza, ma nella rassegnazione quotidiana; non nei proclami, ma nelle abitudini; non nella violenza manifesta, ma nella progressiva anestesia della coscienza civile.

 

La libertà, come la democrazia, non è un dato, ma un atto: un esercizio fragile, faticoso, quotidiano.

 E se la storia ha un insegnamento da offrirci, è che ogni diritto, anche il più sacro, anche il più antico, esiste solo finché qualcuno ha il coraggio di difenderlo.

 Il silenzio dell’indifferenza è il suo peggior nemico, e la paura del disordine il suo più sottile sepolcro.

 Quando la libertà diventa scomoda, è allora che inizia a morire.

(Ernesto Mastroianni).

 

 

 

 

 

"Totalitarismo", triste storia di un non-concetto.

 Marxismo-oggi – (9 novembre 2025) - Vladimiro Giacché – ci dice:

 

 Come le guerre di Bush, anche il lessico ideologico contemporaneo è animato dalla lotta tra il Bene e il Male.

Una lotta sanguinosa che vede contrapposti ai nostri alleati, "Mercato", "Democrazia" e "Sicurezza", due nemici mortali: "Terrorismo" e "Totalitarismo" - tra loro complici, e sempre meno distinguibili l'uno dall'altro.

Come è logico, l'esecrazione generale circonda questi due tristi figuri.

 L'appellativo di "Totalitario", in particolare, è decisamente tra gli insulti più in voga.

Di "atteggiamento totalitario" è stato recentemente accusato il ministro brasiliano per la cultura “Gilberto Gil” da Caetano Veloso, nel corso di una polemica sulla distribuzione di fondi pubblici.

 

"Tipica di uno stato totalitario" è secondo Vittorio Feltri la (sacrosanta) decisione del Prc di espellere un consigliere comunale che prima ha difeso il diritto di “Di Canio” di fare il saluto fascista, poi lo ha imitato a beneficio del fotografo di un giornale locale.

 E "totalitario" è stato ovviamente anche ogni oppositore di Berlusconi che venga sorpreso a pronunciare con tono di rimprovero le tre parole "conflitto di interessi".

 

Si tratta di usi grotteschi del termine, ma a loro modo significativi.

Ancora più significativo è l'uso del termine da parte dell'ex direttore della Cia “James Woolsey”:

 il quale ha recentemente affermato che "una stessa guerra" contrappone oggi gli Usa a "tre movimenti totalitari, un po' come avveniva nel secondo conflitto mondiale".

 I tre "movimenti totalitari" sarebbero stati rappresentati dal baathismo (sunniti iracheni e Siria), dagli "sciti islamisti jihadisti" (appoggiati dall'Iran e legati agli hezbollah libanesi) e dagli "islamisti jihadisti di matrice sunnita" (ossia "i gruppi terroristici come al Qaida") [intervista a Borsa & Finanza, 5.11.2005].

 Un dubbio sorge spontaneo: che cosa diavolo hanno in comune oggi un nazionalista arabo laico, un fondamentalista islamico sciita e uno sunnita? Praticamente nulla.

Eccetto una cosa: il fatto di opporsi agli Stati Uniti.

 

"Totalitario", insomma, è chi si oppone all'Occidente, e più precisamente agli Usa.

Niente di nuovo, in verità: le cose stanno così da più di 50 anni.

La fortuna del concetto di "totalitarismo" nasce infatti nell'immediato dopoguerra, e si spiega con la necessità politica di accomunare i regimi comunisti, che rappresentavano adesso il nuovo Nemico dell'Occidente, al regime nazista appena sconfitto.

A posteriori, non possiamo che constatare il pieno successo di questa operazione. Che però ha conosciuto diverse fasi.

 

Fase 1: "nazismo = stalinismo" (H. Arendt).

 

La fortuna di questa identificazione si deve in buona parte a Le origini del totalitarismo [Einaudi, Torino 2004] di Hannah Arendt.

In questo libro, uscito in prima edizione nel 1951, la Arendt identifica i "sistemi nazista e staliniano" come due "variazioni dello stesso modello" politico:

un modello che tende al "dominio totale" sulle persone, ed al "dominio globale" a livello planetario [pp. LXIV e LXI, 539, 569].

Gli elementi essenziali del totalitarismo sono l'"ideologia", intesa come una chiave assoluta di comprensione della storia (razzista nel primo caso, "classista" nel secondo), il "terrore" (vera "essenza del potere totalitario", che colpisce non soltanto gli oppositori, ma anche gli "innocenti") ed il "partito unico" (curiosamente, la Arendt non cita invece il potere personale assoluto di un capo).

 

Il testo della Arendt ha molti lati deboli.

 È prolisso, ma anche squilibrato nella sua struttura. La documentazione è molto ricca a proposito della Germania nazista, e viceversa estremamente scarna per quanto riguarda l'URSS.

 Già questo dimostra che l'archetipo del concetto della  Arendt di "totalitarismo" è la Germania nazista, a cui si tenta di assimilare l'URSS.

 

Stabilendo paralleli a dir poco forzati, come l'attribuzione alla Russia di Stalin della medesima tendenza al "dominio globale" della Germania hitleriana: sorvolando sul dato di fatto che durante l'intera durata del periodo staliniano l'Unione Sovietica fu aggredita e minacciata (da ultimo dal riarmo dei paesi Occidentali e dal monopolio dell'arma atomica da parte degli Usa) [ivi, pp. 539, 569].

Connessa a questa bizzarra tesi è la vera e propria assurdità secondo cui il "bolscevismo" dovrebbe "più al panslavismo che a qualsiasi altra ideologia o movimento" [pp. 310, 326].

 

Più in generale, i critici della Arendt hanno avuto gioco facile nel notare come l'"ideologia" nazista (sempre che si voglia nobilitare con il termine di "ideologia" il delirante patchwork antisemita del Mein Kampf hitleriano) sia distante anni luce da quella comunista: reazionario e tradizionalista il nazismo, rivoluzionario e "erede dell'illuminismo e della rivoluzione francese" il comunismo; irrazionalista il primo, razionalista il secondo; razzista il primo, internazionalista e universalista il secondo; assertore dell'esistenza di una gerarchia naturale (tra razze e individui) il primo, egualitario e "livellatore" il secondo; esplicitamente antidemocratico il primo, assertore di una "democrazia reale" che andasse oltre quella "soltanto formale" il secondo.

Si dirà che una cosa sono i princìpi, un'altra la loro traduzione pratica.

Ma il punto è proprio questo: si può ridurre ad un unico concetto una ideologia e pratica di governo esplicitamente basate sul terrore e sulla violenza ed una teoria (e prassi) di emancipazione che si rovescia in una prassi contraria ai suoi stessi princìpi?

 Perché una cosa è certa: nel nazismo la corrispondenza tra teoria e prassi è perfetta, anche e soprattutto sotto il profilo del terrore e del "dominio totale". L'accorata constatazione della "spudorata franchezza del Mein Kampf" è obbligata per chiunque esamini il fenomeno nazista.

Il nazismo esalta esplicitamente i concetti di "organicità", di "organizzazione totale", il "principio totalitario".

E li mette scientificamente in pratica.

La prova più eloquente di ciò è rappresentata dalla lingua tedesca, che fu - a differenza di quella russa - completamente riplasmata e piegata al fine di legittimare e rendere per l'appunto "totale" il dominio nazista.

 

Anche alla luce di questo, è quantomeno singolare che la Arendt si dimostri incerta nel determinare in quali anni si abbia in Germania un "vero" regime totalitario: a volte sostiene che la Germania di Hitler divenne un regime "scopertamente totalitario" soltanto allo scoppio della seconda guerra mondiale (quindi nel 1939); altrove afferma che "fu soltanto durante la guerra", e precisamente "dopo le conquiste nell'est europeo" (quindi dal 1941 in poi), che "la Germania fu in grado di instaurare un regime veramente totalitario"; ma si spinge anche a sostenere che "solo se la Germania avesse vinto la guerra avrebbe conosciuto un dominio totalitario completo" [H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 1964, 2005, p. 76; Le origini..., cit., p. 430].

Se si portano alle estreme conseguenze queste parole, si può concludere che un vero regime totalitario nel-la Germania nazista non c'è mai stato!

 Bel risultato: la Arendt crea la categoria di una forma di governo specifica e irriducibile ad ogni altra, la applica a due regimi, per poi scoprire che in quello che ne rappresenta l'archetipo tale categoria non sarebbe in verità mai stata pienamente applicabile!

 

La scomparsa dell'economia nel "totalitarismo" della Arendt.

 

"Tanto rumore per nulla", verrebbe da dire.

Ma quella della Arendt non fu fatica sprecata.

Almeno in un senso: con tutte le sue manchevolezze e incongruenze, Le origini del totalitarismo fu un potente strumento di propaganda anticomunista nei primi anni cinquanta (non a caso la Cia ne sovvenzionò generosamente la traduzione in diverse lingue).

La categoria di "totalitarismo", infatti, consentiva - e consente - di conseguire diversi importanti obiettivi ideologici.

 

Nell'accomunare nazismo a stalinismo si perde la specificità della barbarie nazista, la si relativizza e la si "controbilancia" con una barbarie per così dire eguale e contraria (nei casi più estremi, come il revisionismo storico di Ernst Nolte, si è addirittura tentato di fare del "totalitarismo comunista" il colpevole del sorgere di quello nazista - giustificando quest'ultimo in quanto reazione fisiologica al primo).

Non è questo, però, il più importante servigio reso dal concetto di "totalitarismo". Che è invece rappresentato dal considerare e classificare il regime nazista in base alla sua forma politica anziché nel suo contenuto economico.

 In tal modo si "dimentica" che il nazismo condivide con "democrazie liberali" (pre e post-naziste) il fatto di essere un'economia capitalistica.

Questa "dimenticanza" rende quasi inspiegabile un fenomeno imbarazzante quale la assoluta continuità delle classi dirigenti economiche (e in casi non marginali anche politiche) tra la Germania "totalitaria" e la "democratica" Germania occidentale.

Cosa che sarebbe facile spiegare, se si ammettesse che la dittatura nazista era funzionale al mantenimento dell'ordine economico vigente (allora e oggi) contro il pericolo rivoluzionario.

 Anche se la Arendt cerca di esorcizzarlo, il rapporto organico tra il grande capitale tedesco ed il nazismo rappresenta il vero filo rosso della parabola storica della Germania hitleriana, dai suoi albori sino ai campi di sterminio: come dimostrano tra l'altro le decine di migliaia di prigionieri che lavorarono a morte per la I.G. Farben, per la Krupp, la Siemens, ecc.

 Il tema è tornato agli onori delle cronache ancora di recente, in relazione alle cause intentate alla Bmw da alcuni superstiti dei campi di concentramento.

Né si tratta di casi isolati. Quando, qualche anno fa, si impedì alla “Degussa” di partecipare ai lavori di costruzione del monumento eretto a Berlino in memoria dello sterminio degli ebrei a motivo della sua compromissione con il nazismo, vi fu chi osservò che, se questo criterio fosse stato applicato in maniera stringente, avrebbero dovuto essere escluse tutte le imprese tedesche.

 

Anche insistere sulla novità radicale del "totalitarismo" come forma di governo consente di dimenticare - o comunque di porre decisamente in secondo piano - la continuità economica tra il regime nazista e le precedenti "democrazie liberali".

 Ma queste linee di continuità non sono soltanto economiche.

La stessa Arendt individua nell'"età dell'imperialismo" un importante fattore di incubazione del totalitarismo.

 E documenta come già i governi "democratici" dei Paesi imperialisti giustificassero con il razzismo le proprie conquiste coloniali ed operassero massacri di massa delle popolazioni indigene.

Ricorda che un funzionario britannico propose di far uso di "massacri amministrativi" per la soluzione del problema indiano, e che in Africa altri diligenti funzionari (diligenti come Eichmann) dichiaravano che "non si permetterà che considerazioni etiche come i diritti umani ostacolino" il dominio bianco.

E conclude: "sotto il naso di ognuno c'erano già molti degli elementi che, messi assieme, avrebbero potuto creare un governo totalitario su base razzista".

 

Ma c'erano anche i suoi strumenti più efferati: "neppure i campi di concentramento sono un'invenzione totalitaria.

 Essi apparvero per la prima volta durante la guerra boera, all'inizio del secolo, e continuarono ad essere usati in Sudafrica come in India per gli "elementi indesiderabili";

qui troviamo per la prima volta anche il termine "custodia protettiva" che venne in seguito adottato dal Terzo Reich".

Se questo è vero, qual è la novità radicale del totalitarismo? Ad avviso della Arendt, nell'utilizzo dei campi di concentramento essa consisterebbe nell'abbandono dei "motivi utilitari" e degli "interessi dei governanti" per entrare nel campo del "tutto è possibile".

Assenza di misura, assolutezza: secondo questa impostazione il totalitarismo è un novum proprio in quanto è il "male radicale", il "male assoluto, impunibile e imperdonabile".

In questo modo, ovviamente, ogni ricerca delle cause, ogni elemento di continuità storica con le "democrazie liberali" passa in secondo piano:

 il totalitarismo nazista è confrontabile solo con sé stesso - o con il suo presunto "doppio" rappresentato dalla Russia staliniana.

In questo modo va semplicemente perduta la possibilità di mettere il naso in quella che è stata definita la fabbrica europea dell'Olocausto.

"Assoluto", "mistero", "follia": nel momento stesso in cui facciamo uso di queste categorie, rinunciamo a capire.

Quando Ratzinger ha definito lo sterminio nazista degli ebrei "mysterium iniquitatis", con ciò stesso ha escluso la possibilità di comprendere quanto accadde, e di nominare tanto i complici quanto i moventi dello sterminio.

Allo stesso risultato si approda quando - come fa la Arendt - si adopera la categoria di "follia" come chiave di lettura di quanto accadde.

 

Fase 2: "nazismo = comunismo" (Friedrich/Brzezinsky e altri).

 

Nonostante i suoi "meriti" ideologici, il "totalitarismo" arendtiano divenne presto inservibile.

Dopo la morte di Stalin, infatti, in Unione Sovietica si attenuò e presto venne meno quel "terrore" che per la Arendt era "l'essenza del potere totalitario".

 E infatti la stessa Arendt affermò senza mezzi termini:

dopo la morte di Stalin "non si può più definire l'Urss totalitaria".

C'era pur sempre l'"ideologia", ma l'idea di un "dominio totale" fondato soltanto su di essa era piuttosto implausibile.

 Inoltre, nel testo della Arendt c'erano altri elementi che mal si conciliavano con un anticomunismo assoluto:

a cominciare dalla contrapposizione di Lenin a Stalin e dall'affermazione secondo cui una possibile alternativa a Stalin sarebbe stata la prosecuzione della Nuova politica economica (Nep) lanciata da Lenin [ivi, pp. LXXIII e 441-3].

Serviva qualcosa di più forte.

 E arrivò: nel 1956 Carl J. Friedrich e Zbigniew Brzezinski (sì, proprio lui) diedero alle stampe un nuovo libro sul tema, dal titolo Dittatura totalitaria e autocrazia.

In questo volume veniva aggiunto, tra i tratti caratterizzanti del totalitarismo, anche il controllo e la direzione centralizzata dell'economia.

Si conseguiva così l'obiettivo di includere nell'ambito dei regimi totalitari anche la Russia post-staliniana, la Cina comunista e tutti i paesi comunisti dell'est europeo.

 (Questo d'altra parte complicava le cose per quanto riguarda l'identificazione del regime nazista come totalitario, ma ovviamente non era questa la principale preoccupa-zione degli autori.).

 

Anche così, il problema della oggettiva scomparsa del "terrore totalitario" dalla stessa Unione Sovietica non era un problema di poco conto.

Ad esso si pose rimedio in un modo molto semplice: attenuando l'importanza del "terrore" per il concetto di totalitarismo - ossia cambiando le carte in tavola.

Così, nella seconda edizione del volume citato, curata nel 1965 dal solo Friedrich, si può leggere che nel "totalitarismo maturo" il terrore - che prima era stato definito come il "nervo vitale del totalitarismo" – è presente unicamente nella forma di un "terrore psichico" e di un "consenso generale" [sic!].

E Brzezinski, che prima riteneva il terrore "la caratteristica più universale del totalitarismo", in un nuovo libro del 1962 giunge a parlare di un "totalitarismo volontario" [sic!] (Ideologia e potere in Unione Sovietica).

 

Contemporaneamente, altri autori si incaricano di spingere l'acceleratore sul concetto di "ideologia totalitaria", ampliandone la portata.

Così “Talmon”, nel suo “Le origini della democrazia totalitaria”, denuncia come "totalitaria" la "stessa idea di un sistema autonomo dal quale sia stato eliminato ogni male e ogni infelicità";

detto in parole povere: l'idea stessa di una società senza classi è un'aspirazione totalitaria.

Già la Arendt, del resto, aveva affermato che "il male radicale nasce quando si spera un bene radicale".

Un altro politologo americano, W.H. Morris Jones, nel 1954 scrive un saggio In difesa dell'apatia, in cui sostiene che l'apatia esercita un "effetto benefico sul tono della vita politica";

per contro, "molte delle idee connesse con il tema generale del dovere del voto appartengono propriamente al campo totalitario [!] e sono fuori luogo nel vocabolario di una democrazia liberale".

 

Se queste posizioni appaiono esplicitamente ispirate da posizioni politiche di destra, lo stesso non si può dire di un diverso e successivo filone di "cacciatori di totalitarismi": si tratta dei teorici del post-moderno. I quali, a partire da Jean-François Lyotard, hanno posto sotto tiro le "grandi narrazioni", ossia le teorie della storia, ed in particolare della storia come emancipazione progressiva dell'umanità. In questo caso il "sogno totalitario" sarebbe rappresentato dall'idea stessa di poter dare una lettura razionale e complessiva degli eventi storici: la qual cosa sarebbe sfociata in un "modello totalizzante" e nei suoi "effetti totalitari, sotto il nome stesso del marxismo, nei paesi comunisti".

 

 Fase 3: "totalitarismo = comunismo”

Con il crollo dell'Urss e la caduta del Muro di Berlino avviene l'incredibile: il "Totalitarismo" sovietico, questo orribile Leviatano del XX secolo, implode senza il minimo spargimento di sangue (ben più cruenti sarebbero stati di lì a poco i conflitti "etnici" esplosi in tutto l'est europeo in disgregazione).

 La presunta terribilità demoniaca del "totalitarismo comunista" si muta in una patetica farsa, ben simboleggiata dal "colpo di stato"-burletta dell'estate del 1991 in Russia (il "democratico" Eltsin, invece, di lì a non molto non esiterà a prendere a cannonate il parlamento).

Ci si aspetterebbe riflessioni equilibrate sull'argomento.

Accade il contrario. Adesso non soltanto l'intera storia dei paesi comunisti viene ricompresa sotto la categoria di "totalitarismo", ma il campo semantico di questo concetto si amplia senza alcun rispetto non diremo del senso storico, ma neppure di quello del ridicolo.

 Sino ad includere letteralmente di tutto: dall'intero movimento comunista alla stessa rivoluzione francese (il Terrore, perbacco!); dagli stati superstiti del defunto "blocco socialista" ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo che si battono contro la privatizzazione delle risorse di base dei rispettivi paesi, e così via.

 

Secondo questa concezione "allargata" del concetto, tendenze "totalitarie" nutre - magari inconsapevolmente - chiunque si batta per forme di regolazione dell'economia diverse dal modello liberista della "libera volpe in libero pollaio"; lo stesso modello europeo di welfare (a partire dalla cosiddetta "economia sociale di mercato" inventata dalla Cdu tedesca) diviene sospetto: niente da fare, la puzza di zolfo bolscevico alligna anche lì.

Ma "sogni totalitari" coltiva anche chiunque ritenga possibile comprendere le dinamiche storiche con l'ausilio della ragione, chi studia le filosofie sistematiche senza aborrirle, chi difende i progressi della scienza e della ragione (già il fatto di adoperare quest'ultimo termine al singolare, del resto, denuncia senza equivoco la mentalità intollerante e poliziesca di chi ne fa uso).

 Con un singolare rovesciamento di prospettiva, quell'irrazionalismo che aveva rappresentato il fertile humus del nazismo, e che oggi si ama ridipingere come "denuncia dei limiti della ragione", è invece considera-to espressione di una mentalità (post-)moderna, aperta e tollerante. Con lui tornano a trovarci, malamente imbellettati, tutti gli elementi dell'"ideologia" nazista: razzismo ("consapevolezza della propria identità etnica"), xenofobia ("orgoglio" e "autodifesa dell'Occidente"), miti di sangue e suolo ("attaccamento alle proprie radici"); e, su tutti, l'anticomunismo viscerale: che oggi assume appunto il volto "democratico" della "ferma denuncia dell'ideologia totalitaria".

 

Siamo alla terza fase della poco edificante storia del concetto di totalitarismo: ormai esso designa in primo luogo, se non esclusivamente, il comunismo.

 Si tenta di far prendere al "comunismo" il posto occupato nell'immaginario collettivo dal nazismo quale archetipo del potere totalitario.

La stessa denuncia, apparentemente salomonica, dei "totalitarismi" del novecento, serve in realtà per colpire il comunismo, laddove l'esecrazione che circonda il nazismo si fa sempre più generica e rituale. E per distinguere nettamente da entrambi il fascismo italiano [oltreché quelli ungherese, romeno, estone, lettone, lituano, portoghese, spagnolo, greco], benevolmente considerato come un "banale" autoritarismo, non si sa se più bonario o pasticcione.

Singolare ironia della storia, se si pensa che Mussolini vedeva la novità storica del fascismo nella capacità di "guidare totalitariamente la nazione" e adoperava volentieri l'espressione di "stato totalitario" - oltreché i gas in Africa, e il tribunale speciale e le leggi razziali in Italia ... [cfr. G. Gentile, B. Mussolini, Fascismo, in Enciclopedia Italiana (1932)].

 

Il documento più significativo di questa fase è il progetto di risoluzione sulla "Necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo" presentato nel 2005 al Consiglio d'Europa. In questo singolare documento il termine "comunista" è accompagnato regolarmente dall'appellativo di "totalitario" (la formulazione preferita è "regimi totalitari comunisti", che nella mozione compare 24 volte); il nazismo è presentato, en passant, come "un altro regime totalitario del 20° secolo". In questo testo - a dir poco confuso - si afferma, a proposito dello stesso Consiglio d'Europa, che "la tutela dei diritti dell'uomo e lo Stato di diritto sono i valori fondamentali che esso difende"; e a conferma di ciò .si deplora che i partiti comunisti siano "legali ed ancora attivi in alcuni paesi". Si spera che la propria posizione incoraggi "gli storici del mondo intero" a "stabilire e verificare obiettivamente lo svolgimento dei fatti"; poi, per incoraggiare la libertà di ricerca e di insegnamento, si chiede. "la revisione dei manuali scolastici".

 

Ma cosa motiva la necessità di questo pronunciamento? Al di là dei motivi dichiarati (decisamente paradossale quello di "favorire la riconciliazione"), qua e là trapelano quelli veri: "sembrerebbe che un tipo di nostalgia del comunismo sia ancora presente in alcuni paesi, di qui il pericolo che i comunisti riprendano il potere nell'uno o nell'altro di questi paesi"; e soprattutto: "elementi dell'ideologia comunista, come l'uguaglianza o la giustizia sociale, continuano a sedurre numerosi membri della classe politica". Eccoci al punto: insoddisfazione per lo stato di cose presente e aspirazione all'eguaglianza e alla giustizia sociale. I veri nemici dei "cacciatori di comunisti totalitari" sono questi. Oggi come ieri.

 

Ieri con la scusa dei regimi comunisti esistenti, oggi con la scusa dei regimi comunisti che non ci sono più.

 

 Un concetto senza oggetto e il "Nemico tra noi."

 

Ma ovviamente il fatto che il sistema dei regimi comunisti non esista più non è irrilevante neppure ai fini della sorte del concetto di "totalitarismo".

 Il fatto di aver perduto il proprio oggetto non è cosa da poco: ormai al concetto di "totalitarismo" manca un referente.

Per un concetto senza oggetto la vita non è facile.

 Per non restare disoccupato è costretto a cercarselo. È pur vero che l'ampliamento semantico del termine, a suo tempo operato in funzione anticomunista, facilita la ricerca di oggetti sostitutivi.

 Ormai "totalitario" è tutto e il contrario di tutto: viviamo sotto il giogo del "totalitarismo pubblicitario", ma è totalitaria anche la proibizione della pubblicità delle sigarette.

 È totalitaria la repressione sessuale degli islamici wahabiti, ma non è meno insidioso il "totalitarismo del godimento" imposto dalle società capitalistiche occidentali agli individui atomizzati.

Qui però sorge un problema: quando un concetto significa tutto, non significa più niente.

La perdita di qualsivoglia ancoraggio semantico significa la morte di un concetto. E questa è probabilmente la sorte che presto o tardi spetterà al "totalitarismo".

 

Per il momento, però, un residuo di significato gli resta appiccicato, ed è l'incubo del "dominio totale".

 L'incubo del potere inostacolato, della violenza selvaggia ma organizzata, del linguaggio asservito al potere che stravolge e ro-vescia la realtà, cancellando ogni distinzione tra vero e falso.

Qui risiede la perdurante efficacia propagandistica del concetto.

Ma qui, ironicamente, il "totalitarismo" può renderci un estremo servigio: quello di aiutarci a dare un nome ai sintomi del "dominio totale" nel nostro mondo.

 Vediamo.

La violenza selvaggia ma organizzata tipica del potere totalitario lascia le sue tracce inconfondibili nell'odierno linguaggio dei Signori della Guerra statunitensi.

 Che trova un'espressione emblematica nelle parole di quel neoconservatore Usa che - alla vigilia dell'attacco sferrato dalle truppe statunitensi contro Fallujah - collocava l'obiettivo di "Sbriciolare Fallujah" al primo posto di un programma politico;

il fatto che lo facesse in un articolo intitolato "Valori per tutto il mondo" non è soltanto un tributo all'humour nero, ma una spia:

che segnala l'adozione di una lingua che, come già quella dei nazisti, inverte sistematicamente il significato dei termini [cfr. F. Gaffney, articolo sulla National Review, novembre 2004].

Quando poi - a cose fatte - il generale dei marines “John Sattler” ha affermato che l'offensiva contro Fallujah "ha spezzato le reni agli insorti", non per caso ha utilizzato esattamente le stesse parole adoperate da Mussolini a proposito della Grecia: ecco un bell'esempio di invariante totalitaria (oltretutto di buon auspicio.).

 

Ma veniamo al linguaggio asservito al potere.

Il testo classico a questo proposito è il violento pamphlet anticomunista 1984 [Mondadori, Milano 2005] scritto dal giornalista inglese George Orwell e pubblicato nel 1949 (anche in questo caso, con cospicui finanziamenti della Cia; del resto, lo stesso Orwell era una spia inglese). Come ha messo in rilievo Maria Turchetto, riletto oggi è un romanzo di sorprendente attualità.

Certo, oggi non esiste un "Ministero della Verità" come quello dell'Oceania di Orwell.

Possiamo però sempre consolarci con il "Sottosegretariato per la democrazia e gli affari globali" del Dipartimento di stato Usa. In Oceania "il nemico contingente incarnava sempre il male assoluto: ne conseguiva che qualsiasi intesa con lui era impossibile, tanto nel passato che nel futuro".

 E così è stato per bin Laden, poi per Saddam: entrambi prima ottimi alleati, poi Nemici assoluti dell'Occidente.

Ma questa circostanza fa sì che le passate alleanze con essi vengano occultate, negate e smentite. Da questo punto di vista, anche "la mutabilità del passato" di Orwell è già tra noi.

Non meno presente è il "bipensiero": lo slogan orwelliano secondo cui "la guerra è pace" è a ben vedere uno degli slogan fondamentali di Bush a proposito dell'aggressione all'Irak;

nel suo piccolo, anche Fini, allorché ha affermato che i soldati italiani in Irak sono "morti per la pace", ha dato mostra di averlo ben assimilato. Ancora:

in Orwell lo slogan del partito recita testualmente: "chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato".

Chi nutrisse dubbi circa l'applicabilità di questo slogan al nostro presente è caldamente rinviato alle polemiche revisionistiche sulla resistenza.

 

Certo, va pur detto che le masse nel libro di Orwell erano tenute a bada con strumenti lontanissimi da quelli oggi in uso. Basti pensare che nel Ministero della Verità "un'intera catena di dipartimenti autonomi si occupava di letteratura, musica, teatro, e divertimenti in genere per il proletariato. Vi si producevano giornali-spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette sentimentali" - tutte uguali - "composte da una specie di caleidoscopio detto "versificatore". Non mancava un'intera sottosezione. impegnata nella produzione di materiale pornografico della specie più infima". In generale, i proletari descritti da Orwell se la passavano molto peggio dei nostri: infatti "il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le scommesse, limitavano il loro orizzonte". Inoltre "i proletari ai quali la politica non interessava granché, cadevano periodicamente in balia di attacchi di patriottismo", ingenerati da bombe che cadevano sulle città; anche se non mancava chi riteneva - ma si trattava di un'ovvia assurdità - che fosse lo stesso governo a lanciare queste bombe, "per mantenere la gente nella paura" [pp. 29, 37, 46-7, 76, 156, 160].

 

Il tema della menzogna del nemico esterno è un classico della letteratura antitotalitaria, da Orwell in poi.

Il biografo di Hitler, Joachim Fest, ha recentemente affermato (a proposito della Russia di Stalin) che "un regime totalitario ha sempre bisogno di un nemico".

Sull'uso di "immaginarie congiure mondiali" come strumento di mobilitazione e di consenso per i regimi totalitari aveva insistito anche Hannah Arendt.

Più in generale, il tema della menzogna in politica continuò ad interessarla anche dopo la sua opera sul totalitarismo.

 E la spinse ad un ulteriore passo, di cui forse non intese le implicazioni. Nelle “Origini del totalitarismo” aveva esaminato come i regimi totalitari riescano a sostituire, attraverso la menzogna sistematica, un vero e proprio mondo fittizio a quello reale.

In opere successive esaminò il ruolo della "politica d'immagine", con riferimento in particolare a quella degli Stati Uniti in relazione alla guerra del Vietnam:

l'immagine", costruita artatamente attraverso i mass media, è rivolta all'opinione pubblica di un paese e opera come un sostituto della realtà; grazie alla potenza dei mezzi di comunicazione di massa, essa può ricevere una tale evidenza da risultare molto più in vista (cioè più "reale") della realtà che intende sostituire [cfr. Le origini..., cit., pp. 519-520, 597ss.; Politica e menzogna, Sugarco, Milano 1985, p. 98].

Ora, è evidente che tra questa sostituzione della realtà e quella che viene operata nei "regimi totalitari" non sussiste alcuna differenza strutturale (vi è al massimo una differenza di grado: se il controllo dei mezzi di comunicazione non è completo l'operazione di sostituzione può fallire, o non riuscire completamente).

Anche per questa via, quindi, salta lo schema della irriducibilità dei fenomeni totalitari.

 

A questo punto, chiunque ponga mente alla cortina fumogena di bugie e depistaggi posti in essere - con l'attiva complicità dei media - dagli Stati Uniti e dai loro "volenterosi" alleati prima e durante l'aggressione all'Irak, difficilmente potrà rifiutare con sdegno la tagliente definizione che il sociologo americano “Sheldon Wolin” ha dato degli Usa: "Inverted Totalitarianism" - un totalitarismo di fatto, coperto da un linguaggio democratico.

A questa definizione si potrebbe semmai eccepire che proprio il linguaggio di copertura "democratico" rappresenta un'ulteriore caratteristica totalitaria.

 

Con tutto ciò, sarebbe fuori strada chi individuasse in uno stato - e sia pure un super-stato in piena deriva autoritaria come gli Stati Uniti - il nuovo soggetto del "dominio totale".

Il potere inostacolato oggi risiede altrove. Su questo è tempo di rompere decisamente con le elaborazioni novecentesche sul potere (inclusa quella foucaultiana), tutte ipnotizzate dallo stato.

Il potere inostacolato, almeno tendenzialmente, e sempre più spesso ormai de facto, è oggi quello delle grandi imprese monopolistiche transnazionali: le corporations. Sono loro a rappresentare oggi l'"istituzione totalitaria" per eccellenza. Sia verso l'interno che verso l'esterno.

 All'interno la tendenza al "dominio totale" si esprime nell'autoritarismo, nel controllo sempre più totale su tempi e processi di lavoro.

All'esterno si traduce ormai non soltanto nella persuasione pubblicitaria, ma direttamente nella costruzione dell'individuo-consumatore (nei negozi di una catena di supermercati Usa che vendono giocattoli i bambini spingono minuscoli carrelli con su scritto: "Cliente di "Toys 'R Us" in addestramento"); e anche nella più completa subordinazione di ogni istanza sociale, culturale ed ambientale al profitto dell'impresa.

Ci sono singole imprese transnazionali che evidenziano con chiarezza tutte assieme queste caratteristiche "totalitarie".

Prendiamo Wal-Mart, la catena mondiale di supermercati basata negli Usa.

 

Soltanto negli ultimi mesi, sul fronte interno, è emerso quanto segue:

proibizione dell'attività sindacale nei supermercati del gruppo, (migliaia di) infrazioni alla normativa sul lavoro, discriminazioni nei confronti dei dipendenti donne, sfruttamento degli immigrati clandestini, sfruttamento dei minori (e colpo di spugna sulla cosa grazie ad un accordo segreto con il ministero del lavoro Usa), straordinari non pagati, proposta di introdurre mansioni fisiche anche per i cassieri (per selezionare gli impiegati in buona salute), proibizione di flirt sul luogo di lavoro. Sul fronte esterno, il potere di monopolio di Wal-Mart, che perciò può fissare i prezzi pagati per i fornitori, è tra le cause del fallimento di numerosissime imprese fornitrici, ma anche dei bassi salari in Cina (il 10% delle importazioni cinesi in Usa, pari a 12 miliardi di dollari, è diretto ai suoi supermercati); per quanto riguarda il rispetto delle tradizioni culturali, ha destato scandalo la costruzione di un supermercato nel bel mezzo della zona archeologica di Teotihuacan in Messico (dove Wal Mart ha già 657 supermercati).

Le grandi corporations sono oggi il vero luogo d'origine e il vero soggetto del "dominio totale".

In attesa che i "cacciatori di totalitarismi" se ne accorgano, molti scrittori lo hanno già fatto.

Negli ultimi anni sono usciti diversi romanzi su questo argomento:

 tra gli altri 99 Francs di F. Beigbeder, Profit di R. Morgan, Globalia di J. C. Rufin, Logoland di M. Barry, Il capitale di S. Osmont.

 In una recensione collettiva di alcuni di questi libri, comparsa sull'insospettabile “Handelsblatt”, si legge fra l'altro:

"Questi libri sono accomunati da una visione terrificante della realtà. La politica ha abdicato.

Al posto dello stato è subentrato il potere delle grandi multinazionali, tanto inesorabile quanto totalitario".

 

È nelle grandi corporations che oggi si incarna quel "potere totale del capitale" di cui Horkheimer e Adorno parlavano in una famosa pagina della “Dialettica dell'illuminismo” [Einaudi, Torino 1966, p. 126].

La criminalizzazione, con l'accusa di "totalitarismo", delle posizioni di critica sociale e dei rapporti di proprietà serve per l'appunto a rafforzare e perpetuare questo potere.

 

 

 

Un nuovo totalitarismo.

Cronachedi.it - Vincenzo D'Anna – (11 Febbraio 2023) – ci dice:

 

Non credo siano stati molti a credere che nel mondo possano sorgere nuove dittature, men che meno nella progredita e democratica Europa.

Viviamo in società cosmopolite, anche in conseguenza delle migrazioni: nell’era della cosiddetta “globalizzazione”, milioni di persone commerciano e viaggiano a basso costo e senza limitazioni di sorta.

 Le informazioni scorrono come fiumi in piena sulle reti social e sono centinaia di migliaia quelli che, dietro una tastiera, pensano di aver diritto a poter discutere di tutto solo perché sommariamente “informati” sui più disparati argomenti.

È questa presuntuosa opinione che induce la gente a ritenersi capace di saper distinguere e giudicare i governi della cosa pubblica, di poterne cogliere anticipatamente i rischi di attentati alla libertà.

Tuttavia così non è sia perché la libertà è una conquista di tutti i giorni (e mai definitiva), sia perché calando il grado culturale della popolazione ed aumentando quello del benessere, si tende a minimizzare i pericoli immateriali non cogliendone le reali avvisaglie.

Oggi ci si fotografa dieci volte al giorno finanche innanzi alle pietanze servite in tavola, il foto shop ci rende belli e perfetti, la cura esasperata del corpo ci conduce all’edonismo ed al narcisismo, più che a prestare attenzione ai saperi ed alla riflessione.

Siamo convinti che certe tragedie non potranno più ripetersi e che le dittature e, peggio ancora, i totalitarismi siano consegnati ai libri di storia.

 Eppure basterebbe leggere “Hannah Arendt” per comprendere quanto quelle immani tragedie ed i crimini orrendi che le hanno accompagnate, siano stati edificati con il consenso della gente comune e da uomini anche banali nel loro essere quotidiano, diventati padroni di una società terrorizzata dalla sistematica cancellazione degli individui e delle loro prerogative civili ed umane.

 “Il guaio del caso Eichmann (l’aguzzino nazista catturato dagli israeliani nel dopo guerra) era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tutt’ora, terribilmente normali” diceva la scrittrice.

 Un altro fattore decisivo per la diffusione dei totalitarismi consiste nell’impoverimento della cultura e nella scomparsa dei veri intellettuali, uomini e donne, cioè, in grado di illuminare filosoficamente le coscienze.

Persone, insomma, che non temono il potere né quando questo li minaccia né quando li lusinga per comprarne il silenzio.

 All’opposto, nei disastri delle dittature anche gli uomini di cultura hanno le mani sporche, perché si illudono di poter essere testimoni di verità “condivise” con il potere costituito ed i privilegi dei pochi che lo gestiscono.

 Se tutti scelgono il quieto vivere assopendo le proprie esistenze e tirando a campare per non inciampare in fastidiosi contrasti, ecco che la coscienza collettiva diventa una mera parvenza.

Come sono nate le dittature se non organizzando e mobilitando masse di individui indifferenti all’idealità ed alla conoscenza, oppure da gente provata da congiunture economiche, sociali e politiche tremendamente difficili, che sceglie di vivere in sicurezza ed agiatezza all’ombra di un “uomo della provvidenza” che li riscatti dal bisogno?

 Il fascismo, il nazismo, il comunismo nacquero per gli esiti della prima guerra mondiale, la crisi economica post bellica, il senso di solitudine e di scoramento, la lacerazione dei legami politici e dei valori tradizionali.

I regimi totalitari riescono ad illudere le masse di essere capaci di offrire risposte ai bisogni materiali e di appartenenza (ad un ceto o ad una razza superiore).

 Di sedurle e di mobilitarle per i loro scopi.

Se l’uomo è privo di pensiero e di sensibilità civica, si limita a mettere in pratica gli ordini ricevuti.

Le efferatezze dei regimi totalitari, dunque, sono state originate dall’assenza di conoscenza e scrupoli, dal meccanicismo dell’eseguire acriticamente gli ordini. In tali condizioni, allora, l’uomo diventa capace delle più disumane atrocità.

E se il sonno delle coscienze, in questo secolo, non fosse più originato dagli stenti e dagli stravolgimenti economici e sociali di una guerra, ma dall’opulenza e dall’edonismo narcisistico, di una vita priva di essenza ed imbottita di apparenza, dagli agi sempre maggiori che offre la tecnologia, dal culto di apparire belli ed immortali, avremmo sufficienti difese contro i fermenti di una dittatura?

 Saremmo pronti a ribellarci in nome della sovranità nazionale, degli interessi diffusi, dell’amor di Patria, della difesa dei nostri diritti e delle nostre libertà e di quelle altrui?

Esiste ancora la capacità di sacrificarsi e di rinunciare per l’idealità, un tessuto politico, culturale e civile che ci renda immuni dal sorgere un nuovo totalitarismo?

 

 

 

Europa.

Ppe guarda a destra: maggioranza

Ursula rischia di scricchiolare

Conquistedellavoro.it – Rodolfo Ricci – (18 ottobre 2024) – ci dice:

Acque agitate a Bruxelles tra i partiti della maggioranza Ursula.

"La famiglia socialista non permetterà che la lettera della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen della settimana scorsa affossi il Patto per la migrazione, accordo che va applicato nel 2025.

L'unica carta che dobbiamo rispettare è quella dei diritti dell'Ue, che garantisce il diritto di asilo e vieta deportazioni collettive e indiscriminate".

 La capogruppo socialista” Iratxe Garcia Peres” durante il dibattito sui migranti non lascia dubbi in merito:

"Ora che la giustizia italiana ha bloccato il progetto di Meloni in Albania, la Presidente von der Leyen - aggiunge - deve abbandonare la sua proposta illegale e disumana di creare centri di deportazione nei paesi terzi.

È inaccettabile genuflettersi alla estrema destra".

 

Viene da chiedersi se la maggioranza europeista ci sia ancora ma l’alleanza tradizionale Popolari-socialisti-liberali con l’appoggio esterno dei Verdi scricchiola.

Lo strapotere del Ppe dà indubbiamente una forza tutta nuova al centro-destra europeo, che però vira troppo a destra per i malumori crescenti di socialisti.

Sono soprattutto dalle fila dei gruppi S&D e Greens a levarsi le critiche per orientamenti sempre più difficili da digerire.

"Noi sappiamo cosa vuol dire stare con l’estrema destra", attacca “Iratxe Garcia Perez”, al Parlamento europeo, decisa a provare a tenere la barra a dritta.

"Tendiamo la mano al Ppe per evitare un doppio gioco, e una politica di doppie alleanze", ha ribadito in conferenza stampa:

 "Ma dobbiamo chiedere a Manfred Weber (capogruppo del Ppe) che intenzioni abbia".

 

L’immediato passato della nuova legislatura europea è già troppo costellato, a detta dei socialisti, di avvenimenti che preoccupano.

Un voto sul Venezuela del Ppe con sovranisti e conservatori, un calendario di audizione frutto dell’accordo tra popolari ed estrema destra, precedenti che inducono riflessioni interne ai gruppi.

Potrebbero anche non votare la fiducia alla prossima Commissione von der Leyen.

 Un’ipotesi non esclusa apertamente.

 "Faremo le nostre valutazioni, anche alla luce delle audizioni", dice la capogruppo socialista.

 

Che attacca ancora il Ppe sul capitolo immigrazione:

 "La direttiva sui rimpatri è stata insabbiata dal Ppe, che adesso torna a metterla al centro dell’agenda perché lo vogliono le forze di estrema destra".

 Sull’immigrazione si consuma anche lo strappo con Commissione e Consiglio Ue, e quell’impostazione tanto cara al governo Meloni di "nuovi modi" per fermare i flussi.

"Non siamo a favore di nessuna iniziativa che viola il diritto internazionale", continua “Garcia Perez” in riferimenti al protocollo Italia-Albania.

Anche tra i Verdi gli attacchi frontali al capogruppo Ppe non mancano.

 

"Weber sa perfettamente quali sono le maggioranze possibili", sottolinea Bas Eickut”, co-presidente dei “Greens”.

 "Partiamo dalla maggioranza che ha sostenuto von der Leyen per un secondo mandato", aggiunge per ricordare la convergenza popolari-socialisti-liberali-verdi.

Gli fa eco “Terry Reintke,” co-presidente dei Verdi in Parlamento.

 I liberali affrontano il tema immigrazione per mettere in discussione le scelte compiute dal Ppe e dal suo leader Weber.

Ai popolari che tessono le lodi dell’accordo tra Roma e Tirana per la gestione dei flussi dei richiedenti asilo” Valerie Hayer” (Renew) fa notare che "questo protocollo non risolve il problema, è solo una misura populista di Giorgia Meloni".

I liberali europei, scandisce, "si oppongono totalmente alle soluzioni innovative come quella Italia-Albania", e nel farlo consumano lo strappo con i popolari e il loro modo di affrontare e gestire il dossier, nella pratica e nelle alleanze.

(Rodolfo Ricci).

 

 

Ora von der Leyen rischia di saltare:

cosa c'è dietro la lite tra destra e sinistra in Ue.

Europa.today.it - Alessia Capasso – (14 novembre 2024) – ci dice:

 

Socialisti e popolari litigano su Green Deal e i rapporti con l'estrema destra.

Ma al centro della contesa c'è anche la nomina di Fitto.

Il voto sulla deforestazione sancisce la frattura.

 

Il dramma europeo è vicino.

 La Commissione voluta da Ursula von der Leyen rischia seriamente di saltare a causa di veti incrociati, dissidi interni ai partiti e votazioni dall'esito sorprendente.

L'ultima prova l'ha fornita il voto sulla deforestazione, che ha visto i popolari votare compatti insieme con i gruppi di estrema destra, nonostante non facciano parte della maggioranza "ufficiale".

Questo significa che dopo le elezioni di giugno, l'Unione europea potrebbe continuare a non avere un governo operativo, in un contesto precario in cui non è chiaro cosa accadrà con la guerra in Ucraina dopo l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, quali conseguenze potrebbe avere un'ulteriore escalation in Medio Oriente e dove condurrà una situazione economica traballante.

 

Proviamo a capire chi sono i protagonisti di questa crisi.

Senza dubbio la tedesca Von der Leyen e il suo inflessibile collega di partito Manfred Weber, leader del Partito popolare europeo all'Eurocamera.

Nell'alveo dei socialisti è centrale la figura di “Teresa Ribera”, designata come prima vicepresidente del nuovo esecutivo, ma che rischia di essere travolta dalle accuse legate alle inondazioni di Valencia.

L'italiano Raffaele Fitto, nominato da Giorgia Meloni e designato alla vicepresidenza esecutiva in materia di Coesione, che include varie deleghe chiave come quelle all'agricoltura e ai trasporti.

Se il team di von der Leyen dovesse saltare, si aprirebbe una grave crisi e potrebbero volerci altri lunghi mesi per arrivare a un compromesso, che non è detto arrivi.

 

Perché socialisti e popolari stanno litigando, in poche parole.

Sulla carta la nuova Commissione europea dovrebbe essere sostenuta da un'alleanza tra popolari (Ppe, la prima forza dell'Aula), socialisti e liberali.

Grazie ai tanti eurodeputati di destra il Ppe sta però provando a smantellare alcune leggi ispirate al “Green deal” e ha già ottenuto in varie occasioni il “sostegno dei Conservatori e riformisti” (Ecr) di Giorgia Meloni, dimostrando di poter stringere accordi anche con la destra più radicale (il gruppo di Viktor Orban e quello guidato dall'AfD, accusato di simpatie filonaziste).

I socialisti contestano poi la nomina a commissario dell'esponente di FdI Raffaele Fitto:

un incarico di prestigio, dicono, non può essere affidato ad un politico che non aderisce a nessuno dei partiti della maggioranza "ufficiale".

 

Il voto sulla deforestazione.

L'ultimo segno manifesto della difficile convivenza nella maggioranza europea è arrivato dal voto del 14 novembre al Parlamento europeo, che ha approvato la proposta di rinviare l'attuazione della legge sulla deforestazione.

Diversi emendamenti proposti dalla destra permetteranno di riaprire il file legislativo e negoziarlo nuovamente con gli Stati Membri.

Il rinvio di un anno era stato proposto dalla Commissione, i popolari e l'estrema destra ne hanno approfittato per inserire nuove modifiche volte ad indebolire la legge, nonostante molte aziende dei settori coinvolti si fossero opposte, per evitare ulteriori incertezze giuridiche. Il regolamento contro l'importazione di prodotti legati alla deforestazione, al di là della sua portata, è stato solo l'ennesimo banco di prova per un assetto politico troppo fragile per poter proseguire nel suo cammino così come lo ha delineato von der Leyen.

 

Quando l'Europa avrà di nuovo un 'governo' potrebbe essere diverso da quello che si pensava.

Il Ppe in extremis ha ritirato alcuni emendamenti, in segno di "conciliazione" nei confronti degli alleati ufficiali: socialisti e liberali.

 Il voto sulle foreste apre comunque scenari "inquietanti", nonostante le rassicurazioni fornite alla stampa da “Roberta Metsola”, presidente del Parlamento europeo.

 "Il 27 novembre il Parlamento europeo voterà sulla prossima Commissione.

 C'è ancora tempo.

 L'Assemblea è pienamente impegnata a far insediare la nuova Commissione.

È una nostra responsabilità e la prendiamo molto sul serio. Soprattutto se guardiamo a ciò che sta accadendo nel mondo", ha detto l'esponente del Ppe alla stampa.

 "I primi mesi di ogni nuova legislatura sono sempre difficili, ma l'importante è lavorare insieme. Abbiamo bisogno di stabilità in tempi di cambiamento", ha sottolineato. Eppure tutte le certezze che per decenni hanno tenuto insieme l'Eurocamera rischiano di saltare.

 

Le difficili audizioni di Teresa Ribera e Raffaele Fitto.

Nelle ultime due settimane gli europarlamentari sono stati impegnati nelle audizioni dei candidati a diventare commissari.

 La stragrande maggioranza ha passato l'esame senza intoppi, grazie all'accordo in vigore tra popolari, socialisti e liberali.

Ma il patto di maggioranza è imploso quando il Ppe, che conta sul maggior numero di deputati, ha deciso di attaccare in maniera aggressiva la spagnola Teresa Ribera durante la sua audizione.

 La vicepremier del governo di Pedro Sanchez ha subito una scarica di accuse, anche personali, per le sue responsabilità nel dramma di Valencia.

A condurre gli attacchi è stato il Partito popolare spagnolo, con l'ausilio dell'estrema destra di Vox.

Alla fine dell'audizione, i popolari hanno fatto sapere che non l'avrebbero approvata.

 E da lì si è aperto un precipizio.

 

Teresa-Ribera-Commissione europea.

Ecco la vicepremier del governo spagnolo Teresa Ribera nel corso delle audizioni al Parlamento europeo per l'incarico di vicepresidente della Commissione europea.

Ribera è una pedina fondamentale per i socialisti, l'unica figura che come vicepresidente alla Transizione verde può bilanciare lo strapotere dei popolari, che possono contare su ben 14 commissari. Il patto di non belligeranza era stato invece rispettato dai socialisti nei confronti di Raffaele Fitto.

La nomina dell'italiano era stata molto contestata, dato che l'esponente di Fratelli d'Italia viene dal gruppo dei “Riformisti e conservatori”, che ufficialmente non fa parte della "maggioranza Ursula 2.0".

Von der Leyen aveva accettato il commissario nominato da Giorgia Meloni, considerando la presidente del Consiglio un'alleata che è meglio avere al suo fianco.

Ma se con Fitto i patti sono stati rispettati, perché lo stesso non è avvenuto con Ribera?

A quel punto i socialisti hanno deciso di mettere in stand-by sia l'approvazione del commissario italiano che di quello ungherese, “Oliver Varhelyi”, designato alla Salute e al benessere animale ed espressione del gruppo dei Patrioti di Viktor Orban.

 

Il ruolo di Manfred Weber nella crisi dell'Ue.

Di mezzo c'è una questione interna alla Spagna, dove i popolari iberici provano a scaricare sulla vicepremier Ribera le responsabilità della tragedia valenciana, per non farsi carico di quelle del presidente della Generalitat “Carlos Mazon”, del quale hanno chiesto le dimissioni 130mila persone scese in piazza la scorsa settimana.

Dall'altro lato c'è una figura centrale della politica tedesca:

Manfred Weber.

 Il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo "mette a repentaglio in modo sconsiderato la Commissione e rompe la maggioranza pro-europea, schierandosi con l'estrema destra", ha detto apertamente “Iratxe Garcia Perez”, la capogruppo dei socialisti, dopo il voto su Ribera. I

l gruppo S&D ha fatto capire che senza Ribera rischia di saltare tutta la Commissione.

Perché arrivare a questo punto?

 

Weber sin dalla parte finale della scorsa legislatura ha iniziato a tessere le fila per annacquare o affossare alcune leggi care a socialisti e verdi (come il regolamento sui pesticidi e la legge sul ripristino della natura). Al contempo ha cominciato a stringere una serie di patti coi gruppi di ultradestra, come l'”Ecr “di Giorgia Meloni e i “sovranisti” di Marine Le Pen e Matteo Salvini.

Anche in questa legislatura le larghe intese a destra si sono rinnovate.

Il "cordone sanitario", che escludeva i partiti di estrema destra dalle principali cariche istituzionali e dal governo dell'Europa, si è progressivamente dissolto.

Weber ha mal digerito la scorsa legislatura, dove sono passate tante proposte di legge orientate dal Green Deal.

 I compromessi col centrosinistra e coi verdi sono risultati indigesti all'uomo che era convinto avrebbe governato lui la Commissione europea, ma che è stato scalzato a sorpresa da von der Leyen nel 2019.

Col suo ostruzionismo Weber sta mettendo in difficoltà innanzitutto la sua collega di partito.

 

Il ruolo dell'Italia.

Raffaele Fitto nella sua audizione ha dato prova di saper resuscitare la sua anima democristiana, più che di esponente di estrema destra. Conciliante, attento ai bisogni delle campagne come a quelli delle città, ha risposto a tutte le domande degli eurodeputati senza scomporsi, anche quando un'eurodeputata spagnola della Sinistra europea gli ha dato del fascista.

Fitto è il cavallo di Troia di Giorgia Meloni in un governo di cui ufficialmente non dovrebbe fare parte.

In riferimento al voto contrario dei socialisti e quindi del Partito democratico su di lui, il capogruppo dell'Ecr “Nicola Procaccini” ha detto di aspettarsi che gli eurodeputati del Pd "non danneggino il nostro Paese".

 

Ecco il commissario designato alla Coesione, Raffaele Fitto, durante l'audizione al Parlamento europeo.

Se dovesse ottenere la nomina di vicepresidente esecutivo, Fitto potrebbe influenzare le scelte in materia di pesca, agricoltura, trasporti, infrastrutture, turismo e housing sociale, ha ricordato Procaccini in un'intervista al Corriere.

  "Conviene o no all'Italia?" ha aggiunto.

 E questa è la domanda che molti dovrebbero farsi.

Conviene o no all'Europa far saltare il banco di questa Commissione Ue? Meloni e il gruppo dei conservatori sono davvero disposti a rinunciare alla certezza di un commissario di peso per aprire una crisi gigantesca nel governo dell'Europa?  

 

La crisi tedesca influisce sul governo europeo.

Con la strategia di spostamento a destra voluta da Weber, si rischia di mettere in pericolo tutti gli equilibri storici del governo europeo. Un'onda d'urto che potrebbe impattare il funzionamento di tutte le istituzioni a Bruxelles.

Non è detto che l'alleanza sui singoli voti che finora ha funzionato coi gruppi dei conservatori di Meloni, dei Patrioti di Orban e dei sovranisti dell'Afd possa davvero funzionare.

 Gli anti-europeisti al potere potrebbero far saltare tutto il banco.

Secondo socialisti e liberali tocca a Von der Leyen rimettere al suo posto Weber e riportarlo a più saggi consigli, affinché la Commissione Ue possa procedere e iniziare a governare.

Ma la crisi politica tedesca, con la Germania al voto anticipato il 23 febbraio, potrebbe spingere il capogruppo dei popolari ad insistere su questa linea oppositiva.

 Il voto del 27 novembre sulla Commissione potrebbe dare inizio al secondo mandato (precarissimo) di von der Leyen o aprire un vaso di Pandora difficile da richiudere.

 

 

 

 

La Commissione von der Leyen

sotto assedio: quando sinistra e

destra si uniscono contro Bruxelles.

 

Amfamilyoffice.ch – (26 settembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Per la prima volta nella storia dell'Eurocamera, stiamo assistendo a un fenomeno politico senza precedenti:

due mozioni di sfiducia contemporanee contro la Commissione europea di Ursula von der Leyen, presentate da schieramenti politici diametralmente opposti.

La Sinistra Europea ha depositato una mozione di censura alla Commissione, parallelamente a quella presentata dal gruppo radicale di destra Patriots for Europe.

 

Le ragioni della sinistra europea, che include partiti come Sinistra Italiana e il Movimento 5 Stelle, ha articolato le sue critiche su quattro pilastri fondamentali:

Gestione del conflitto Israele-Palestina: L'inazione della Commissione di fronte alla crisi umanitaria a Gaza è vista come un fallimento morale e politico dell'Unione Europea.

 

Accordi commerciali con gli USA: prende di mira l'accordo con gli Usa, considerato svantaggioso per l'Europa e lesivo della sovranità commerciale europea.

 

Politiche abitative e sociali: L'assenza di misure concrete per affrontare la crisi abitativa e le crescenti disuguaglianze sociali in Europa.

 

Esclusione dei parlamenti nazionali: La tendenza della Commissione a bypassare i parlamenti nazionali nelle decisioni strategiche, minando la democrazia rappresentativa.

Le critiche della destra europea, guidati dalla destra radicale europea, hanno invece concentrato i loro attacchi su cinque aree:

 

Minacce alla libertà di parola: Le politiche di regolamentazione dei contenuti digitali sono viste come censura e limitazione delle libertà fondamentali.

 

Fallimento sulla gestione dell'immigrazione: L'assenza di soluzioni efficaci ai flussi migratori continua a essere un cavallo di battaglia della destra europea.

 

Politiche green dannose per la competitività: Il Green Deal europeo è accusato di aver indebolito l'economia europea rispetto ai competitor globali.

 

Scandali finanziari: Le controversie legate alla gestione dei fondi europei hanno minato la fiducia nelle istituzioni.

 

Accordi commerciali svantaggiosi: Sia l'accordo con gli USA che quello con il Mercosur sono considerati lesivi degli interessi europei.

 

La risposta della Commissione: difesa su tutti i fronti

 

Di fronte alle critiche bipartisan, la Commissione von der Leyen ha reagito con fermezza istituzionale.

"Rientra nelle prerogative del Parlamento e non abbiamo commenti", è stata la posizione ufficiale iniziale, mantenendo un approccio tecnico e diplomatico.

 Sul fronte della gestione della crisi Gaza-Israele, la Commissione ha ribadito il suo impegno per una soluzione diplomatica, mentre sui controversi accordi commerciali con gli USA, Bruxelles ha difeso la strategia come necessaria per la competitività europea in un mondo multipolare.

 

Il Partito Popolare Europeo (EPP), principale sostenitore di von der Leyen, ha respinto le accuse sottolineando che von der Leyen dovrebbe far valere il fatto che pochi mesi fa ha ricevuto l'approvazione del parlamento europeo per la continuazione del suo mandato.

 

Questa mozione rappresenta un paradosso politico rivelatore.

 

È significativo che due mozioni provenienti da estremi opposti dello spettro politico convergano su alcuni temi chiave, in particolare la critica agli accordi commerciali con gli Stati Uniti.

Questa convergenza trasversale rivela un crescente malcontento verso la governance europea, che ha dimostrato negli ultimi mesi di avere un ruolo sempre meno importante al tavolo delle super potenze globali.

Una mozione di sfiducia per il caso Pfizer era già stata respinta in luglio 2025 con 360 voti contrari, 175 a favore e 18 astensioni, le possibilità matematiche di successo anche questa volta rimangono quasi nulle visto che richiede una maggioranza dei due terzi dei votanti. Le mozioni di settembre, ancora da dibattere in ottobre, potrebbero seguire un copione simile, ma il loro carattere trasversale amplifica il segnale politico.

 L'Europa è divisa e la leadership di von der Leyen affronta sfide crescenti, anche a causa della percezione di un'influenza sproporzionata di interessi organizzati e Lobby.

 

 

Rapporto tra Lobby e politica europea.

Un fattore interessante da notare riguardo alla struttura politica europea, e che forse non tutti conoscono, è il ruolo delle lobby nell'ecosistema decisionale.

Oltre alle divisioni ideologiche, il dibattito parlamentare è alimentato e influenzato da un ecosistema di lobbying strutturato e regolato:

dal 2019, la Commissione von der Leyen ha tenuto oltre 14'000  incontri con rappresentanti di interessi (dati cumulativi al 26 settembre 2025). Secondo le stime, circa il 75% di questi proviene da grandi imprese (settori come tech, energia e finanza), e il 25% da ONG e sindacati.

 Il ruolo delle lobby è fornire expertise e influenzare politiche favorevoli ai loro interessi, agendo sia sulla Commissione (che propone le leggi) che sul Parlamento (che le approva e modifica).

 

Europa: tra tensioni politiche interne e vulnerabilità globale.

 

Queste mozioni, nate da unioni improbabili tra sinistra (critica su Gaza e disuguaglianze) e destra (su immigrazione e Green Deal), rivelano crepe nella governance UE: divisioni ideologiche che si sovrappongono a malcontento trasversale su sovranità e lobbying. Non passeranno, ma amplificano un "segnale di scricchiolio". L'Europa appare fragile in un mondo multipolare.

 

A livello globale, l’instabilità interna espone l’UE a squilibri con potenze come USA, Russia e Cina. L’Europa rischia pressioni sia a causa degli accordi commerciali con gli USA giudicati “svantaggiosi”, sia sulla NATO da cui Bruxelles dipende per la sicurezza.

Le promesse di investimenti in armi americane in concomitanza all'obbligo dell'aumento della spesa militare, unito ai dazi e all'instabilità politica anche a livello dei singoli stati (Francia, Germania e l'Inghilterra) rendono la situazione dell'Europa estremamente delicata.

 

Dall'altro lato, la Russia si è avvicinata alla Cina e resiste imperterrita sia militarmente che economicamente, grazie a partnership "senza limiti" che hanno siglato accordi per energia e tech nel 2025.

 Mentre l'Europa, con grande stupore di Trump che all'ONU ha accusato l'UE di: "tenere in vita la guerra russa", continua a comprare gas dalla Russia (calo dal 40% al ~15% del fabbisogno, soprattutto LNG - Liquefied Natural Gas), alimentandone l'economia nonostante le sanzioni.

Queste si rivelano insufficienti e un'arma a doppio taglio:

 oltre a non aver stroncato Mosca, hanno costretto paesi europei, Germania in primis, ad acquistare energia più cara, in gran parte americana (LNG USA al 45% delle import UE).

 

La Cina è probabilmente il Paese a uscire più rafforzato dalla situazione geopolitica attuale.

Oltre a continuare a commerciare intensamente con l'intero blocco orientale (inclusi Russia, Iran e Corea del Nord), è diventata leader mondiale nei veicoli elettrici (con oltre il 60% del mercato globale nel 2025) e nelle rinnovabili (controllando l'80% della produzione solare), erodendo la competitività europea:

 il Green Deal UE deve confrontarsi con i massicci sussidi statali cinesi, che hanno portato a un dumping di prezzi e a indagini anti-dumping da parte di Bruxelles.

Inoltre, nel maggio 2025, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno siglato accordi per oltre 100 miliardi di euro in energia (tra cui l'espansione del gasdotto Power of Siberia 2) e tecnologia, con la Cina che rappresenta circa il 40% dei ricavi totali dalle esportazioni russe di combustibili fossili, fornendo a Mosca un'ancora di salvezza economica nonostante le sanzioni occidentali.

In questo triangolo geopolitico, un’Europa divisa perde leva: l’euro rischia pressioni al ribasso, a vantaggio del dollaro come valuta dominante.

(Qual è la vostra opinione su questa crisi istituzionale europea?

Come pensate che possa evolvere il rapporto euro-dollaro nei prossimi mesi?)

 

 

 

 

La “proposta di pace” trapelata nasconde intrighi

Putin in mimetica è un segnale di sfida.

Comedonchiscotte.org – CptHook – (23 Novembre 2025) - Simplicius the Thinker – ci dice:

 

In Ucraina sono in atto grandi cambiamenti.

È stata resa nota la probabile motivazione dello scandalo di corruzione che coinvolge Zelensky.

 Sembra che gli Stati Uniti stiano facendo pressione su Zelensky affinché conceda importanti concessioni, in modo che Trump possa concludere la sua nona guerra e ottenere un necessario impulso in termini di pubbliche relazioni, in un momento in cui la facciata imbiancata del MAGA si sta sgretolando come stucco scadente.

 

“Kirill Dmitriev”, ad esempio, ha rivelato che l’FBI americano ha un ufficio di collegamento presso l’agenzia anticorruzione ucraina “NABU”, il che consente agli Stati Uniti di tirare teoricamente tutte i fili necessari per fare pressione sui collaboratori di Zelensky al fine di costringere il leader ucraino a cedere.

 

 Ora il piano è stato concretizzato con l’annuncio di una nuova importante formula di pace sviluppata in segreto per porre fine alla guerra.

Il problema è che i dettagli sono estremamente frammentari e incongruenti, il che porta a percepire il procedimento più come il risultato di una fumosa riunione mafiosa che come un processo politico professionale e trasparente.

 

 Questo perché, come è diventato di rigore sotto la guida di Trump, i dettagli sono pieni di vaghe ambiguità e contraddizioni.

 

La più grande è che la parte russa ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna proposta di pace, ma anche questo potrebbe benissimo far parte del gioco delle ombre:

“Kirill Dmitriev”, in particolare, è stato utilizzato come una sorta di corriere non ufficiale, il cui lavoro di trasmissione di messaggi segreti opera al di sotto della modalità narrativa ufficialmente “registrata”.

 

L’indizio è emerso quando “Witkoff” ha apparentemente commesso un errore twittando quello che doveva essere un messaggio privato in risposta alla fuga di notizie sulla proposta di pace;

Witkoff ha immediatamente cancellato il messaggio, che diceva semplicemente:

 “Deve averlo ricevuto da K.”, presumibilmente riferendosi a Kirill Dmitriev.

 

 Altri osservatori accorti hanno anch’essi intuito che dietro questi canali obliqui si nasconde qualcosa di più di quanto sembri.

“Will Schryver” riflette:

Ho già espresso in precedenza le mie opinioni sul ruolo di Kirill Dmitriev in questi “negoziati” in corso tra Russia e Stati Uniti. Ne riporto qui due:

credo che Dmitriev stia svolgendo un ruolo calcolato di proposito.

Le cose che dice hanno lo scopo di sedurre gli sciocchi a Washington e Londra con il sogno di rivivere l’era di saccheggi e razzie degli anni ’90.

Non metto in dubbio che “Witkoff” e “Dmitriev “stiano avendo amichevoli conversazioni su questi argomenti.

Ciò che metto seriamente in dubbio è che Witkoff e Dmitriev siano attori significativi in questo dramma.

A mio avviso, sono entrambi attori marginali, spesso al limite del ridicolo.

Sono strumenti retorici.

 

È difficile capire con certezza la natura della messinscena e perché Putin e Trump abbiano entrambi dato il loro forte imprimatur a questi “messaggeri” non ufficiali per confezionare tali proposte a loro nome.

In ogni caso, il presunto piano completo, ora trapelato dal deputato ucraino” Goncharenko”, è il seguente:

 

È stato pubblicato il piano per il cessate il fuoco nel conflitto tra Ucraina e Russia.

 

Questioni territoriali:

La Crimea, Donetsk e Luhansk sono riconosciute de facto come russe.

Kherson e Zaporizhzhia sono “congelate” sulla linea di contatto.

Alcuni territori diventano una zona cuscinetto smilitarizzata sotto il controllo de facto della Russia.

Entrambe le parti si impegnano a non modificare i confini con la forza.

Accordi militari:

La NATO non schiererà truppe in Ucraina.

I caccia della NATO saranno di stanza in Polonia.

Dialogo sulla sicurezza tra USA-NATO-Russia, creazione di un gruppo di lavoro USA-Russia.

La Russia si impegna legalmente a seguire una politica di non aggressione nei confronti dell’Ucraina e dell’Europa.

 

Blocco economico e ripresa dell’Ucraina

 

Gli Stati Uniti e l’Europa lanciano un ampio pacchetto di investimenti per la ripresa dell’Ucraina.

100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno destinati alla ripresa dell’Ucraina; gli Stati Uniti riceveranno il 50% dei profitti.

L’Europa aggiunge altri 100 miliardi di dollari.

Altri beni russi congelati saranno utilizzati per progetti congiunti USA-Russia.

Creazione di un Fondo per lo sviluppo dell’Ucraina, investimenti in infrastrutture, risorse e tecnologia.

 

La Russia nel sistema mondiale

Graduale revoca delle sanzioni.

Ritorno della Russia nel G8.

Cooperazione economica a lungo termine tra Stati Uniti e Russia.

Energia e strutture speciali.

La centrale nucleare di Zaporizhzhia (ZNPP) opererà sotto la supervisione dell’AIEA, con una ripartizione dell’energia elettrica al 50% tra Ucraina e Russia.

Gli Stati Uniti aiutano a ripristinare le infrastrutture del gas ucraine.

Attuazione e controllo:

 

L’accordo è giuridicamente vincolante.

Il controllo è esercitato dal “Consiglio di pace” guidato da Donald Trump.

Le violazioni comportano sanzioni.

Dopo la firma: cessate il fuoco immediato e ritiro alle posizioni concordate.

 La parte più importante è che l’accordo è “legalmente vincolante”.

Legalmente vincolante per chi, esattamente?

Chi è il garante in questo caso, Trump?

L’autarca fallito che rischia l’impeachment dopo il 2026?

Cosa succederà allora?

Chiaramente, dal punto di vista della Russia, ci sono pochi vantaggi.

 

“Armchair Warlord” osserva giustamente:

I punti critici dell’accordo sono:

– I russi non accetteranno ambiguità territoriali o zone smilitarizzate sul proprio territorio.

– I russi non accetteranno il riconoscimento “condizionato” dei confini della propria nazione.

– I russi non consegneranno i bambini russi.

 

– La ZNPP è una centrale nucleare russa che deve essere gestita da Rosatom; l’AIEA è una barzelletta.

– I russi non concederanno l’amnistia alla sfilata di nazisti e criminali di guerra ucraini.

 

– Un AFU di 600.000 uomini è ridicolo.

 

Se l’accordo fosse “Donetsk, Lugansk e ‘uti possidetis’, tutti legalmente riconosciuti dalla NATO come confine internazionale”, un AFU di 60.000 uomini senza armi a lungo raggio, diritti linguistici e religiosi russi e divieto dei nazisti, allora potremmo arrivare a qualcosa.

 

Per non parlare di questo dettaglio, secondo il “The Telegraph”:

Secondo il piano degli Stati Uniti la Russia pagherà un canone di locazione all’Ucraina per il controllo de facto sul Donbass — “The Telegraph”.

 

Il piano costringerebbe l’Ucraina a cedere in locazione alla Russia la regione orientale del Donbass, e il relativo controllo operativo pur mantenendo la proprietà legale.

 

 In quale mondo potrebbe mai accadere una cosa del genere?

In quella che potrebbe essere la risposta più chiara possibile a questa “proposta” della Russia, Putin è apparso al quartier generale del “gruppo Zapad”, o occidentale, sul campo di battaglia, vestito in abiti militari per un incontro con Gerasimov e i comandanti di alto livello del settore:

 

 Come se ciò non bastasse a comunicare il “completamento” della campagna militare, Putin lo ha ribadito chiaramente affinché non ci fossero malintesi:

“Gli obiettivi dell’operazione militare speciale devono essere raggiunti senza compromessi”. – Putin.

 

 Inoltre, Putin ha definito in modo piuttosto esplicito le persone al potere in Ucraina una “banda di criminali”, il che sembra essere stato un altro doppio messaggio volto a ricordare all’Occidente che la Russia non può assolutamente firmare alcuna garanzia su questioni esistenziali per lo Stato con persone delegittimate le cui firme non valgono l’inchiostro con cui sono scritte.

 

L’unico aspetto positivo evidente in tutto questo è il fatto che gli Stati Uniti sembrano avvicinarsi sempre più alla comprensione della posizione della Russia, anche se non ci sono ancora arrivati del tutto;

ma le richieste degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina sono molto più vicine di quanto non fossero prima, in particolare al “vertice” dell’Alaska:

 ad esempio, la richiesta di “smilitarizzazione” è stata finalmente ascoltata, con il risultato di una proposta di riduzione di 2,5 volte delle dimensioni dell’esercito ucraino.

 

Detto questo, ci sono chiaramente ancora abbastanza punti di stallo sia dal punto di vista ucraino che da quello russo, tanto che è difficile immaginare che si tratti di qualcosa di più di un altro atto di questa coreografia tra Stati Uniti e Russia.

Inoltre, Zelensky non sembra disposto ad accettare passivamente le manovre di potere del NABU.

 Anziché cedere, sembra aver deciso di raddoppiare la posta in gioco e “andare ai materassi”, almeno secondo alcune fonti ucraine.

Ad esempio, il deputato della Rada “Yaroslav Zheleznyak”

ci dice:

 

 Zelensky non licenzierà “Yermak”, ma lancerà un contrattacco contro il NABU e tutti coloro che sono coinvolti nelle indagini sul caso Mandich, accusandoli di lavorare per la Russia per forzare l’adozione del piano di pace Trump-Putin, – ha dichiarato alla Rada.

 

“Il presidente ha deciso di non licenziare “Yermak”.

Rimarrà al suo posto e verrà lanciato un contrattacco contro tutti coloro che sono coinvolti nel ‘Mandich Gate’.

 Questo sarà annunciato ora e l’attacco con la ‘traccia russa’ ricomincerà.

Innanzitutto, dal punto di vista mediatico, qualcosa di simile a ieri, quando l’Ufficio ha già iniziato a diffondere qualcosa sul ‘piano Whitkoff’ e sul fatto che l’operazione speciale ‘Mida’ è una coercizione ad esso.

E poi ci aspettiamo un potente contrattacco contro tutti coloro che sono in qualche modo coinvolti nelle indagini”, ha detto il deputato Zheleznyak.

 

Da settembre, l’ufficio di Zelensky sta preparando un attacco dello “SBU” contro il “NABU” e il “SAP”, accusando di tradimento i loro leader e i detective chiave sulla base della testimonianza del deputato arrestato “Khristenko”.

Tuttavia, dopo l’inizio dello scandalo di corruzione, questo piano è stato rinviato ma non cancellato, secondo quanto riportato dai media.

 

Altre voci:

 Volodymyr Zelensky terrà una riunione cruciale con la sua fazione di governo, ‘Servitore del Popolo’, intorno alle 20:00, ora di Kiev.

 La riunione arriva nel mezzo di uno scandalo di corruzione sempre più ampio che ha coinvolto diversi alleati del presidente e che chiede le dimissioni o il licenziamento del suo potente capo di gabinetto “Andriy Yermak”.

Ai parlamentari del partito di Zelensky è stato chiesto di astenersi dal porre domande ‘politiche’ durante la riunione. Decine di persone sostengono la destituzione di Yermak e cambiamenti più profondi nel personale.

 Quale che sia la decisione del presidente, avrà grandi implicazioni per Kiev, il suo governo e l’amministrazione presidenziale, e potenzialmente per qualsiasi processo di pace futuro.

Continuate a seguire gli sviluppi.

 

 Come da copione, anche i pezzi grossi del complesso militare-mediatico-industriale sono passati alla modalità di controllo dei danni:

(economist.com/leaders/2025/11/19/dont-let-a-scandal-undermine-the-defence-of-ukraine).

 

Le squadre di “pulizia” sono state dispiegate per sostenere l’Ucraina e garantire che le ultime operazioni di “sabotaggio” legate alla corruzione non riescano a far deragliare la guerra di estinzione della cricca europea contro la Russia.

Nel ridicolo articolo del The Economist sopra citato, la tattica impiegata è quella del “tu quoque”:

 

L’indignazione è giustificata ma è fondamentale capire cosa questo scandalo significa e cosa non significa.

Innanzitutto, la corruzione che rivela non è una novità.

L’Ucraina, sebbene molto meno corrotta della Russia di Vladimir Putin, ha una lunga storia di scandali pre e post-sovietici.

La missione occidentale di incoraggiare le riforme era destinata a essere lenta.

Lo sforzo è antecedente a Zelensky e gli sopravviverà.

 

Osservate quanto velocemente cambia la musica:

Da un punto di vista geopolitico, questo scandalo non cambia nulla.

 L’Ucraina non è, e non è mai stata, un modello di governance pulita.

Non è per questo che l’Occidente ha speso circa 400 miliardi di dollari, e continua a farlo, per aiutare a difenderla.

Quanto tempo passerà prima che l’argomento si trasformi in: “Sappiamo che l’Ucraina non è una democrazia, ma non è per questo che abbiamo sostenuto l’Ucraina con i sudati miliardi dei vostri contribuenti!”.

 

Notate con quanta sottigliezza la china scivolosa scende dall’atrio degli alti ideali come la “democrazia” e la lotta alla corruzione, verso la fogna delle vere cause primordiali dell’intera crisi esistenziale.

Di questo passo, presto la macchina mediatica corporativa sosterrà che dovremmo semplicemente dimenticare tutte le pretese surrogate di “ideali” rosei e combattere la Russia fino all’ultimo, perché non è altro che l’odiato ‘Altro’ brulicante di una “sotto razza” di barbari mongolici.

 

O forse andranno ancora oltre e cominceranno ad ammettere apertamente che la Russia deve essere distrutta a tutti i costi perché possiede l’arma più pericolosa di tutte:

 un’alternativa valida al sistema unico del [cosiddetto] “ordine occidentale” che, come il partito unico che governa gli Stati Uniti, può sopravvivere e preservare il suo dominio globale solo se non viene mai consentita l’esistenza di alternative valide.

 

Quanto tempo passerà prima che il fragile guscio di queste pretese si sgretoli completamente e l’Occidente sia costretto a esprimere il suo brutto odio nella sua chiarezza più nuda e immediata?

 

In ogni caso, la guerra probabilmente continuerà, ma la continua erosione dell’ostinazione degli Stati Uniti nei confronti delle richieste russe è un segnale positivo e sembra portare a una sorta di guerra civile tra le controparti ucraine e americane, il che non può che essere una cosa positiva.

 

(Simplicius76, approfondite analisi di geopolitica e dei conflitti, con un pizzico di ironia.)

(simplicius76.substack.com/p/leaked-peace-proposal-carries-hidden).

 

 

 

 

Assassini che si spaccano

come cocci d’ovo

comedonchisciotte.org – Redazione CDC - kelebeklerblog.com – (23 Novembre 2025) – ci dice:

 

Quando sentiamo che gli affitti – che vengono stabiliti dai padroni di casa – sono diventati inaccessibili, sbadigliamo.

 

Quando un miserabile fruga tra i nostri cassetti per rubarci cinque euro, e distrugge l’unica foto del bisnonno, che non ha prezzo, ci prende – giustamente – un colpo al cuore.

Ne consegue che per la maggior parte dell’umanità, i proprietari immobiliari sembrano avere molto meno impatto sulla nostra vita, dei miserabili.

Da cui deriva l’idea, se riuscissimo a liberarci dai miserabili, vivremmo tranquilli.

 

Spesso, i miserabili provengono da paesi lontani.

O meglio, quando succede, almeno riusciamo a dare un volto ai miserabili, e riusciamo quindi a fantasticare una soluzione, la “remigrazione” dei miserabili.

 

Ieri, verso le ore sedici, ero alla Stazione Santa Maria Novella.

Tra mille persone, ne noto tre.

Una giovane donna dalla pelle nera.

Un italianissimo (anzi, toscano come capirò poi), altissimo, bei capelli neri, ma sguardo da allucinato.

 

Una donna penso italiana, ben vestita, dall’aria normale.

La giovane donna nera si fruga nella borsa, e le cascano degli spiccioli – credo due monete da due euro.

Veloce, l’italianissimo si china e glieli ruba.

Lei protesta, ma lui è alto e grosso, e se ne frega.

 

Io in quel momento mi sento spaccare il cuore in quattro.

So che la ragazza nera ha ragione e il maschio italico ha torto; vedo che la ragazza è chiaramente normale e quindi per luoghi comuni, penso che se perde quattro euro non muore;

e poi mi chiedo, se io affronto il maschio bianco che ruba quattro euro alla ragazza nera, e lui mi accoltella?

 

Intanto la terza persona, la donna dall’aria normale, ci guarda affascinati, a me, alla donna nera e al ladro bianco.

La ragazza nera sussurra qualcosa come “no!” ma non ho il coraggio di schierarmi con lei.

 

In quel momento mi rendo conto della vera questione della Identità, di cui tanto si parla.

Lei – donna nera internazionale – è sola in quel momento.

Io – che sono messicano, ma anche fiorentino – sono altrettanto solo.

 

Non è questione di razze, è questione di solitudini, di isolamenti nell’enorme macchina che ci isola tutti.

Che è poi la definizione ultima di ciò che chiamano “Civiltà Occidentale”:

noi dovremmo difendere proprio questa solitudine dagli squilibrati che ci vivono dentro.

 

Lo sfigato alto e robusto e maschio e bianco, afferra i quattro euri… poi corre fuori.

Sui gradini della stazione, si gira verso di me, e mi urla, toscanissimo…

“C… guardi, fatti i c… tuoi!”

 

Per un attimo, mi fa simpatia, perché nella sua violenta rabbia e minaccia, ha notato che io l’ho notato, che lo stavo pensando.

 

Ma dietro, vedo la donna italiana, normale, che mi sorride, e improvvisamente, mi rendo conto che lei segue lui, corrono insieme…

 

Li inseguo da lontano, per capire cosa faranno loro dei quattro euri rubati alla donna nera di cui non saprò mai più nulla.

 Li vedo scomparire, ridendo insieme, verso un qualche luogo in cui quattro euro contano qualcosa, contro qualcosa.

 

È come una violenta illuminazione.

 

Tra la mia vergogna per non aver fatto nulla, quello che deve aver vissuto la ragazza nera che non vedrò mai più, la mia viltà nel non aver affrontato lì per lì il ladro, la compassione per lui, la piccolezza di tutta la vicenda rispetto agli orrori immensi e reali, la curiosità di capire il ruolo della donna normale, la scoperta della complessità delle cose, la facilità con cui attribuiamo tutto a qualche etnia, e l’eterno mistero degli sfigati…

 

Della gente che ti trovi ovunque, piccole fragili violente umanità, assassini crudeli che si spaccano come cocci d’uovo.

Eppure capisco come queste piccole cose ci sconvolgano più di quelle grandi, nella loro immensa, invincibile lontananza.

(kelebeklerblog.com).

(kelebeklerblog.com/2025/11/19/assassini-che-si-spaccano-come-cocci-dovo/).

 

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