Le destre avanzano e la commissione Ursula scricchiola.
Le
destre avanzano e la commissione Ursula scricchiola.
C’è
un’altra Cupola.
Ed è
cinese.
Lespresso.it
– (20 novembre ,2025) – Gabriele Nunziati – ci dice:
A
Prato, l’epicentro della mafia d’importazione.
Dopo i
colpi inferti e la violenza per le strade una relativa pax.
Vitale
per il controllo della logistica.
Necessaria
alle frodi Iva.
A
Prato è tornato il silenzio.
Dopo
mesi di incendi e aggressioni, tanto violente quanto volutamente dimostrative,
la mafia cinese sembra aver deposto le armi della platealità per rintanarsi
dietro una più confortevole apparente discrezione.
La sua
esistenza sul territorio, però, non è più oggetto di discussione, come è stato
per lungo tempo.
Fin da poco dopo il suo insediamento, nel
luglio del 2024, il procuratore di Prato, “Luca Tescaroli”, ha lanciato
l’allarme sulla pericolosità della criminalità organizzata cinese e
sull’importanza di disporre degli adeguati strumenti per combatterla.
Tescaroli,
che fa risalire lo scoppio del conflitto al giugno 2024, riconosce che negli
ultimi mesi «c’è stata una rarefazione» dello scontro.
Tuttavia,
descrive una realtà che rimane preoccupante:
a
Prato la criminalità cinese fa ricorso alla violenza con modalità assimilabili
ai fatti di sangue che hanno attraversato la Sicilia e la Campania negli scorsi
decenni.
È «un
segno distintivo rispetto a quanto avveniva nel passato», aggiunge con tono
pacato.
Sulle
indagini e i nomi di questa guerra di mafia vige il massimo riserbo, ma i suoi
contorni sembrano avere dei lineamenti abbastanza nitidi.
«Ci sono delle zone di Prato che sono proprio
occupate militarmente, fisicamente dalla mafia (cinese)», spiega “Edoardo
Michelotti,” deputato di Fratelli d’Italia e membro della Commissione
parlamentare antimafia.
«A Prato sembra che si sia radicata una sorta
di cupola che poi si propaga a livello nazionale e internazionale», afferma il
parlamentare.
Secondo
lui, potrebbe aver contribuito a incrinare gli equilibri di potere l’inchiesta
“China Truck”, che nel 2018 portò all’arresto di decine di cittadini cinesi e
all’individuazione di “Zhang Naizhong” come il “capo dei capi” della mafia
sinica in Italia.
“Salvatore
Calleri”, consulente della “Commissione parlamentare antimafia”, restringe il
quadro e parla di due fazioni contrapposte:
è una guerra tra «un gruppo che era molto
forte sul territorio e un altro gruppo che non si conosce».
Anche
se nessuno si spinge a fare nomi il gruppo un tempo «molto forte», e ora sotto
attacco, è quello guidato da “Naizhong”.
Dinamiche
di potere che mostrano un mondo criminale molto diverso da quello di soli pochi
anni fa.
«Oramai
è superata la questione “China Truck”. Siamo bene al di là, c’è uno scenario
che sta cambiando, è mutato ed è ancora peggio», sostiene “Calleri,” le cui parole
sono corroborate dal procuratore di Prato, che parla di un «salto di qualità»
compiuto dalla criminalità cinese.
I suoi
gangli si estendono ora anche alla politica e agli enti pubblici.
I
membri della mafia cinese, infatti, «hanno una vocazione ad aprirsi per cercare
di allacciare legami con esponenti delle forze dell’ordine, con esponenti delle
pubbliche amministrazioni, perché hanno capito che in questo modo possono
raggiungere risultati qualitativamente più significativi», sostiene il
procuratore, che poi rivela:
«Cercano
di giocare un ruolo nelle campagne per le elezioni».
“Tescaroli”,
però, non si sbottona oltre.
Non
chiarisce a quali campagne elettorali si riferisca, se locali o nazionali o se
faccia riferimento al comune pratese o ad altri territori.
Il
solo dato certo è che Prato è il centro della criminalità organizzata sinica in
Europa, non la periferia.
E lo si evince chiaramente se si guarda a un
settore chiave nel ventaglio degli interessi della mafia cinese: la logistica.
I
numerosi incendi avvenuti a Prato ai danni di aziende del settore testimoniano
quanto sia fondamentale controllare questo settore per imporre la propria
supremazia sul gruppo rivale.
Ma la portata è diventata ancor più chiara
quando la magistratura ha collegato alcuni di questi atti violenti con incendi
avvenuti nello stesso periodo a Parigi e Madrid.
«Le
strutture imprenditoriali pratesi hanno filiali e dislocazioni a Roma, in
Spagna, in Francia e gestiscono affari con diverse capitali dell’Europa» e «il
centro è Prato», afferma Tescaroli.
La
logistica suscita ancora di più i violenti appetiti dei gruppi criminali dal
momento in cui esiste un vulnus nel sistema doganale europeo talmente profondo
da permettere l’ingresso di merci nell’Ue in evasione dell’Iva per miliardi di
euro:
il regime doganale 42.
Questo strumento prevede la possibilità di sospendere
il pagamento dell’Iva su merci dichiarate come destinate a un Paese dell’Unione
diverso da quello di importazione.
Il suo
uso lecito consente di favorire e velocizzare gli scambi commerciali.
Il suo uso illecito garantisce alla malavita
l’opportunità di importare ingenti quantità di merci con destinatari fittizi e
farne sparire le tracce, rendendone pressoché impossibile la riscossione delle
imposte evase.
«Il regime 42 fa saltare il punto di
controllo», commenta “Davide Bellosi”, direttore territoriale dell’Agenzia
delle dogane e dei monopoli per Toscana e Umbria.
«Se il punto di controllo fosse effettivamente
il punto in cui tu introduci la merce sul territorio comunitario – spiega il
direttore – problemi non ce ne sarebbero, perché in quel punto lì tu dovresti
assolvere integralmente la fiscalità per avere la disponibilità della merce.
Il regime 42 fa saltare questo punto naturale
di controllo e poi, una volta saltato, devi inseguire».
Immessa
nel mercato unico, la merce circola liberamente all’interno dell’Ue ed è onere
di chi la riceve contabilizzare e pagare l’Iva.
Questo
impone alle autorità di mettere in piedi dei sistemi di verifica a posteriori e
di conseguenza, in caso di frode, risalire la filiera criminale diventa molto
più complicato.
La
situazione è aggravata dall’assenza di una legislazione armonizzata fra i vari
Stati membri, che non assicura uno stesso livello di controllo, e dalla
mancanza di un obbligo di condivisione delle informazioni fra i vari enti
nazionali competenti.
Questo
aspetto potrebbe essere superato dalla proposta della Commissione europea di
istituire un “centro dati doganali dell’Ue” (EU Customs Data Hub), ovvero una
piattaforma digitale che dovrebbe centralizzare e integrare dati fiscali,
doganali e logistici.
Tuttavia,
se approvata, la sua piena implementazione è prevista al momento solo per il
2038.
«Ciò significa che, per oltre un decennio,
sarà necessario convivere con gli attuali rischi», affermano dalle Dogane.
Per le
organizzazioni criminali si tratta quindi di un’attività economica dai rischi
contenuti, ma dagli alti profitti.
«Se
sei un truffatore e vuoi massimizzare la tua frode, il regime 42 è molto
conveniente – dichiara a L’Espresso una fonte di Bruxelles – Ciò che il regime
42 rivela è l’imperfezione dell’unione doganale europea». A suo avviso, siamo
di fronte a un mercato interno che è perfetto per i truffatori ma imperfetto
per le autorità di vigilanza.
La
stessa Corte dei conti europea nella sua ultima relazione speciale afferma che
«le misure esistenti non sono adeguate né per prevenire o rilevare in modo
efficace le frodi Iva sulle importazioni nell’ambito di dette procedure (regime
doganale 42 e sportello unico per le importazioni), né per mantenere
l’equilibrio tra agevolazione degli scambi e tutela degli interessi finanziari
dell’Ue».
L’abuso
di questa procedura non solo castra in maniera significativa il gettito
fiscale, ma alimenta una concorrenza sleale che impatta negativamente sul
tessuto industriale europeo sano.
È
evidente che poter rivendere sul mercato merci a un prezzo estremamente più
basso grazie all’evasione delle imposte dia un vantaggio schiacciante.
La
conseguenza è una ferita profonda al bilancio dell’Ue e degli Stati membri, in
un momento in cui si parla con tanta insistenza di reperire nuove risorse.
Per
poter sfruttare i punti deboli del regime 42, il controllo della logistica
assume un ruolo cruciale, perché permette di spostare le merci a proprio
piacimento, falsificare i documenti di trasporto, disporre di autisti
compiacenti.
Grazie
anche alla stretta interconnessione tra le varie comunità cinesi presenti in
Europa, i gruppi criminali sono riusciti a sviluppare una rete transnazionale
di logistica via via più integrata.
«Le
aziende di Paesi terzi, non voglio fare nomi di specifici Paesi, ma penso sia
chiaro a chi mi riferisco – precisa sorridendo il funzionario – Si tratta di
realtà che sono in grado di avere il pieno controllo sul trasporto, sullo
stoccaggio e anche sulla documentazione».
In
passato, sostiene la fonte, era difficile riscontrare da parte delle
organizzazioni criminali un tale controllo della catena logistica ed era perciò
più facile, analizzando i vari passaggi, scovare le irregolarità.
«Per
il bene delle aziende che utilizzano legittimamente questo sistema, quanta
frode siamo disposti a tollerare?», chiede il funzionario europeo, che poi si
risponde:
«Credo che i politici, i legislatori e gli
operatori del settore fossero d’accordo su un margine piuttosto ampio.
Il
problema è che la questione sta assumendo proporzioni sempre maggiori – avverte
– raggiungendo livelli che forse non siamo pronti ad accettare».
Cambio
di Paradigma.
Ascensore
Sociale Rotto e…
Forse
Non è Così Male.
Conoscenzealconfine.it
– (20 Novembre 2025) - Claudio Risé – ci dice:
Ahi,
ahi, ahi, c’è un nuovo rischio in Italia. Gli editorialisti più rinomati
spiegano che per ragioni complesse l’ascensore sociale, mito sociologico di
passato successo ormai si è bloccato e la gente per pregiudizi conservatori non
crede più che il futuro possa essere meglio.
Le
persone faticano a migliorare la propria posizione economica e sociale.
Anche
i più coraggiosi che osano fare figli, comunque credono che ai figli andrà
peggio che a loro.
L’attenzione
e preoccupazione per l’ascensore sociale è interessante perché ripropone una
delle immagini più fragili e usurate della società tardo-moderna, nella quale
certamente ci troviamo, ma dalla quale – altrettanto certamente – moltissima
gente vorrebbe anche uscire, e non soltanto i giovanissimi.
Chi
l’ha detto infatti che il successo economico e quello simbolico, ma soprattutto
il sentirsi bene, venga da quel trovarsi sopra la testa degli altri che ci
viene assicurato nell’ormai oltre un secolo di società industriale e di
consumo, soprattutto occidentale con i suoi luccicanti ascensori?
Perché
il cittadino della tarda modernità deve rimanere a tutti costi uno scalatore
sociale, come è diventato dopo essersi ripreso dai due massacri delle guerre
mondiali?
È vero che nelle aziende la carriera si
accompagna al numero del piano dell’ufficio, ma forse è vero che l’essere umano
non può restare inchiodato lì.
La dea
Azienda non fa più miracoli e l’arma Denaro se vuole combinare qualcosa di
significativo per gli esseri umani dovrà studiare un po’ di antropologia, come
dimostra la condizione umanamente penosa della maggior parte dei miliardari.
Il
fatto è che star bene dipende anche dal tuo far stare bene gli altri, come ogni
visione religiosa richiede, e quella cristiana più di tutte le altre.
È
naturale che la torre, il simbolo più eclatante della società industriale dei
consumi, abbia gli ascensori in panne.
Non puoi diventare felice rendendo gli altri
dipendenti dai tuoi prodotti. Il tuo è un potere malsano, come quello dei
mercanti di droga.
Ma
sopra tutto, a un livello un po’ più profondo, è solo alla Pentecoste, dopo la
discesa dello Spirito Santo fra gli uomini, che si comprendono le lingue degli
altri in una dimensione di pace e collaborazione.
Se non
c’è lo Spirito tutte le torri di Babele con la loro verticalità non hanno
comunque mai guadagnato l’indiscutibile primato cui aspiravano.
È lo
stesso Signore a distruggerle.
Per
essere felici sulla terra è indispensabile rimanerci sopra, senza fantasie di
grandezze artificiali che sono solo salti da circo, abitarla senza ansiogene
manie di grandezza e superiorità, ancora oggi molto spinte dalla cultura
dominante, ossessivamente materialistica ma poco realista.
E da questo punto di vista il rifiuto
dell’ascensore sociale di molti giovani oggi va sicuramente capito: le forme, i
modi e i contenuti dell’affermazione umana nella società industriale dei
consumi sono poverissime, non solo dal punto di vista economico e formale, ma
contenutistico, culturale, fisico.
E
purtroppo sono gli stessi giovani ad ammalarsi per le molteplici droghe
artificiali in circolazione, e a morirne.
Come
dimostra anche l’esperienza del lavoro psicologico con le persone, l’ossessione
vanesia del venire promossi nella vita dai formalismi meccanici dell’attuale
ascensore sociale non è più produttiva.
Mentre
invece lo è l’entrare in contatto ed aprirsi ai fenomeni ed esperienze dove
“entra in gioco l’energia libera, ossia quella frazione di energia che può
essere trasformata in lavoro utile e che quindi alimenta tanto i processi
vitali quanto i fenomeni naturali e le nostre tecnologie”. (Roberto Battiston, “Energia. Una
storia di creazione e distruzione”. Raffaello Cortina Editore).
È una
fase difficile ed emozionante, in cui si ha a che fare con le parti di energia
non ancora “disperse in forme di calore uniforme” per farne forze costruttive:
di società, personalità, città, boschi, culture.
Sono
in molti, ora, che si trovano ad averci a che fare: fisici, psicoanalisti,
neuroscienziati.
Politici
per ora pochini.
L’importante
è partire da energie libere e non da scenari costosi, ingombranti e
inutilizzabili.
(Claudio
Risé -“La verità”, 19 novembre 2025).
(claudio-rise.it/index.php/rise-su-la-verita/lo-sguardo-selvatico/765-cambio-di-paradigma-ascensore-rotto-e-forse-non-e-cosi-male-di-claudio-rise-pag-1-e-18-da-la-verita-19-novembre-2025).
Valditara
Indietro Tutta
(e un
Po’ a Sinistra…).
Conoscenzealconfine.it
– (19 Novembre 2025) - Saura Plesio (Nessie) – ci dice;
E così
pure Valditara, il ministro dell’Istruzione in quota Lega, è caduto nel
trappolone della sinistra.
Bastava
applicare il Vangelo («Semplicemente, dite “sì” quando è “sì” e “no” quando è
“no”: tutto il resto viene dal diavolo») per rimanere indenni dalle trappole.
E un po’ di zolfo, con l’emendamento del
provvedimento in commissione Cultura che fa macchina indietro sull’educazione
sessuale, in effetti c’è stato.
Perché
fare entrare, “l’educazione affettiva”, abile camuffamento semantico della
parola “sessuale”, nei programmi scolastici delle materie di studio?
Ma
soprattutto, perché bisogna insegnarlo perfino alle medie inferiori ai
ragazzini di 11-12 anni, a patto che ci sia il “consenso informato e
preventivo” dei genitori?
Una
vera e propria “finestra di Overton” per arrivare indottrinare financo i
bambini delle elementari.
E difatti si è già fatto avanti “Gino
Cecchettin,” padre della povera Giulia
uccisa da Turetta, il quale avrebbe dichiarato che i corsi sulla cosiddetta
affettività andrebbero fatti ad ogni età e per ogni ordine di scuola, allo
scopo di sradicare il “patriarcato”.
Mi
sembra già di vedere il film:
faide
fra genitori progressisti e di sinistra favorevoli all’educazione sessuale
precoce, contro faide fra genitori di destra più conservatori, e per questo,
magari additati al pubblico ludibrio come “reazionari, parrucconi, fascisti”.
“Non
bastava la pletora di insegnanti di sostegno che affollano le classi, le
scissioni continue nella scolaresca per riconoscere diversità d’ogni tipo; ora
dividiamo pure i ragazzini tra figli di bigotti e figli di permissivi “,
sostiene Veneziani.
Già.
Ne sa qualcosa chi, come la sottoscritta, ha lavorato nella scuola, sempre più
ridotta a fare da vetrina e da collettore di tutto quanto di peggio già
imperversa nella società.
C’è la droga? Parliamone a scuola.
C’è la
guerra? Parliamone a scuola.
C’è la
violenza sulle donne, le baby gang, gli stupri?
Parliamone
a scuola…
E
allora ecco attivarsi le solite beghine della sagrestia rossa con l’Educazione
alla Pace, l’educazione all’inclusione, l’educazione ai buoni sentimenti,
l’educazione contro i discorsi d’Odio, l’educazione per questo, la
contro-educazione per quello.
La
scuola non funziona da tempo perché rincorre affannosamente la società (“il
Sociale” – lo chiamano i compagnucci) invece di difendersi, dai suoi guasti e
dalle sue continue aggressioni, e di costituire tra le sue mura, un luogo di
pacata riflessione, di studio, di capacità di stare insieme, di rispetto dei
reciproci ruoli, di salvaguardia e di applicazione degli strumenti critici e
conoscitivi.
In
tutti questi anni non ha fatto che inzavorrare e assorbire nei propri programmi
sempre più bulimici (i curricula) la banalità malefica dei media, degli
organismi sovranazionali e delle loro subdole agende che s’insinuano magari
sotto forma di circolari ministeriali.
Per
non dire delle ideologie che tarpano le ali alla vera conoscenza.
Sì, ma
allora sorge spontanea una domanda: quando si studia per davvero?
Quand’
è che si fa astrazione dalle cattive sirene?
Quand’è
che si mettono i tappi alle orecchie come i compagni di Ulisse e magari si
rema, si naviga nel Mare Magno dei veri saperi?
È un’avventura esaltante che nessuno sa più
intraprendere da tempo.
Tra i
brutti incubi che affollano la mia mente, dopo questo cedimento del governo
all’educazione affettiva o sesso-affettiva come da eufemismi da rimpiattino,
c’è la nascita di un bel Collettivo (rosso) Genitori Democratici.
Me li
vedo già davanti, lì a pontificare occupando le casematte gramsciane;
gli unici auto-accreditati a difendere “il
diritto allo studio”, il diritto all’inclusione, la sessualità quale “diritto
umano”, il credere che basti fare un po’ di lezioncine sul sesso per illudersi
di contrastare la violenza sulle donne.
Dulcis in fundo, naturalmente, ad ergersi
quale baluardo granitico a difesa della Costituzione antifascista.
Valditara
ha avuto paura di differenziarsi troppo da quelle stesse forze politiche che lo
hanno aggredito nei giorni scorsi in un Parlamento fatto di urla, insulti e
voci accese come al mercato del pesce, nel timore di sembrare antiquato,
retrogrado, chiuso e antimoderno.
Sono
spiacente, ma non concordo con l’ottimismo di Massimo Gandolfini del Family Day
che trionfalmente sulla Verità parla di quasi svolta storica.
Non
trovo che sia una svolta storica, far togliere le castagne bollenti ai genitori
mediante un semplice “consenso informato” creando inevitabilmente altre
divisioni nelle divisioni.
Personalmente,
avrei voluto una maggior determinazione nel vietare derive ideologiche ed
eventuali genderismi in agguato.
Un’ultima
battuta-sberleffo l’ha detta un commentatore sul blog di “Gioia Locati” (Il
Giornale) a proposito della Sanità, ma si potrebbe estendere ed applicare
tranquillamente anche alla Scuola e ad altri settori ministeriali:
“Questo
governo si differenzia dai quelli ad istigazione PD, per 10 piccole differenze…
trovatele! Sulla Settimana enigmistica”.
Appunto!
Un
promemoria da tenere a mente: in politica chi non si distingue, si estingue.
(sauraplesio.blogspot.com/2025/11/valditara-indietro-tutta-e-un-po.html).
Venezuela
nel Mirino:
la
Narrazione che Assolve
gli
USA.
Conoscenzealconfine.it
– (18 Novembre 2025) - Fabrizio Verde – ci dice:
Quando
l’escalation militare non si chiama più aggressione…
C’è
una parola che improvvisamente è scomparsa dal lessico dei media occidentali:
aggressione.
Dal
2022 al 2024 la stampa e la diplomazia russofoba euro-atlantica hanno ripetuto
quotidianamente lo schema binario Ucraina aggredita, Russia aggressore.
Era la
visione unica, assoluta, obbligata.
Non
c’erano sfumature, esisteva solo un mantra ripetuto ossessivamente: ci sono un
aggressore e un aggredito.
E
tuttavia, quando gli Stati Uniti dispiegano nel Mar dei Caraibi bombardieri
B-1, portaerei nucleari, sottomarini d’attacco e flotte navali a pochi
chilometri dalle acque territoriali venezuelane, e quando – secondo le stesse
autorità statunitensi – conducono quasi venti attacchi contro piccole
imbarcazioni uccidendo più di settanta civili, allora lo schema morale
improvvisamente scompare.
Non
più aggressore e aggredito, ma un vago, rassicurante invito a “ridurre le
tensioni”, come se Caracas e Washington fossero due attori simmetrici, due metà
equivalenti di un conflitto costruito a tavolino, due soggetti entrambi
responsabili.
È
esattamente questa la denuncia lanciata dal Governo Bolivariano, nelle parole
dure e lucidissime del rappresentante venezuelano all’ONU, “Samuel Moncada”,
che ha definito le dichiarazioni della portavoce ONU “Stéphane Dujarric” una
“immorale equiparazione”.
Secondo
Moncada, la narrazione che mette sullo stesso piano un paese che difende la
propria sovranità e una superpotenza dotata del più grande complesso militare
del pianeta non è solo distorsione: è complicità diplomatica.
La
domanda che emerge è quindi inevitabile: perché quando l’esercito russo si
muove in Ucraina si parla ossessivamente di aggressione, mentre quando gli
Stati Uniti posizionano un arsenale offensivo alle porte del Venezuela si parla
di “equilibrio”, “contenimento”, “operazioni di sicurezza”?
Il
caso Venezuela non è un’eccezione: è il paradigma.
Il mainstream informativo occidentale applica
due pesi e due misure senza mai ammetterlo.
L’Occidente dice di difendere un “ordine
basato sulle regole”, ma quelle regole diventano flessibili a seconda
dell’angolatura geopolitica della questione.
Lo stesso “António Guterres”, come ricordato
da” Moncada”, avrebbe giustificato le dichiarazioni della sua portavoce
definendole una “risposta diplomatica standard”.
Ma se la standardizzazione consiste nel
de-responsabilizzare la superpotenza e nel rendere equivalente la vittima
all’aggressore, allora è il concetto stesso di diplomazia a svuotarsi.
Ad
oggi, non è il Venezuela a dispiegare bombardieri strategici nel Golfo del
Messico.
Non è
il Venezuela a condurre operazioni extraterritoriali con morti civili.
Non è il Venezuela a esercitare un blocco
economico unilaterale paralizzante contro Washington.
È, al
contrario, la tracotante potenza imperialista statunitense a militarizzare il
Mar dei Caraibi con mezzi offensivi, a dichiarare “obiettivi legittimi” anche
imbarcazioni civili e a mantenere un regime di sanzioni riconosciuto da varie
agenzie internazionali come economicamente devastante e indubbiamente contrario
al diritto umanitario.
La
sproporzione è evidente, e Moncada lo ricorda nella sua lettera consegnata a
Guterres quando afferma che non è la Repubblica Bolivariana di Venezuela a
dispiegare un sottomarino nucleare davanti alle coste degli Stati Uniti.
E tuttavia, la narrativa occidentale rifiuta
di nominare il fatto essenziale:
la
proiezione di potenza statunitense non viene mai classificata come aggressione.
Il
problema è più profondo della sola relazione tra USA e Venezuela.
La
geografia morale dei media occidentali è gerarchica:
le
azioni degli avversari geostrategici sono sempre aggressioni, mentre quelle
delle potenze occidentali diventano “operazioni”, “missioni”, “pressioni”,
“deterrenza”.
Il
linguaggio è un’arma strategica che seleziona la realtà, crea la cornice
narrativa e decide chi ha diritto alla legittimità e chi no.
E una
volta stabilita la cornice, la politica segue docilmente.
Così, mentre Mosca è “aggressore” per
definizione, Washington non può mai esserlo; al massimo può “esagerare”,
“rispondere”, “prevenire”.
Il
Venezuela, come molti altri paesi del Sud Globale, viene demonizzato a priori.
Mentre
nei confronti del presidente bolivariano Maduro viene applicata la classica “reductio
ad Hitlerum” per giustificare azioni di forza volte a disarcionare il brutale
“tiranno”.
L’episodio
tra ONU, USA e Venezuela non è solo una questione di diplomazia: è un sintomo
dell’agonia dell’ordine unipolare.
Oggi più che mai, i paesi del “Sud Globale”
rivendicano parità narrativa, non solo parità giuridica.
Il Venezuela riafferma la sua “Diplomacia Bolivariana
de Paz”, ma denuncia – a ragion veduta – che la pace è impossibile se i media e
le istituzioni internazionali operano come amplificatori automatici della
potenza dominante.
Il mondo multipolare che avanza chiede una
revisione radicale del paradigma: chi viola la sovranità altrui è aggressore,
indipendentemente dalla bandiera che sventola sul timone di una portaerei.
La
neutralità che l’ONU tenta di esibire non è neutralità: è normalizzazione della
forza nelle relazioni internazionali.
Mettere
sullo stesso piano Venezuela e Stati Uniti non significa essere imparziali:
significa occultare la realtà dei rapporti di potere.
Il
mainstream occidentale, lo stesso che gridava “aggredito vs aggressore” in
Ucraina, tace oggi di fronte a una grave minaccia militare oggettiva contro un
paese sovrano dell’America Latina.
(Fabrizio
Verde – Direttore de l’Anti Diplomatico)
(lantidiplomatico.it/dettnews-venezuela_nel_mirino_la_narrazione_che_assolve_gli_usa/52961_63669/).
Non
passa la sfiducia contro von der Leyen:
bocciate le due mozioni di destra e sinistra.
Lespresso.it
– (9 ottobre 2025) – Mondo – Redazione – Michelangelo Ostuni – ci dice:
“Apprezzo
profondamente il forte sostegno ricevuto oggi. Continueremo a lavorare a
stretto contatto con il Parlamento europeo per affrontare le sfide
dell'Europa”, ha scritto la presidente della Commissione su” X”.
Il
Parlamento europeo ha respinto le due mozioni di sfiducia, di destra e di
sinistra, sulla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.
Con
378 voti contrari, 178 voti favorevoli e 37 astenuti è stata bocciata la
mozione presentata dal gruppo dei Patrioti per l'Europa (PfE), al quale
appartengono la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement National di Marine Le
Pen. La cosiddetta "maggioranza Ursula" incassa dunque 378 voti,
rispetto ai 360 ottenuti durante lo scrutinio della mozione di censura votata
il 10 luglio.
Stesso
esito per la mozione di censura della Sinistra (Gue/Ngl). 383 i voti contrari,
133 i favorevoli, 78 gli astenuti.
La Commissione europea può essere rovesciata
attraverso una mozione di censura parlamentare, disciplinata dall’art. 234
Tfue.
Tuttavia,
approvare una mozione di censura è molto complicato, perché sono necessari
almeno i 2/3 dei voti espressi, che rappresentano la maggioranza di tutti gli
eurodeputati.
Quindi,
almeno 360 voti.
Una
soglia che, data l’attuale "coalizione centrista" tra Partito
popolare europeo (Ppe), Socialisti e Democratici (S&D) e Renew Europe che
sostiene la Commissione, era chiaro dall’inizio non si sarebbe raggiunta.
“Apprezzo profondamente il forte sostegno
ricevuto oggi.
La Commissione continuerà a lavorare a stretto
contatto con il Parlamento europeo per affrontare le sfide dell'Europa”, ha
dichiarato Von der Leyen su “X”.
“E
insieme otterremo risultati per tutti i cittadini europei. Uniti per i nostri
cittadini, i nostri valori e il nostro futuro".
Madani
incontra Trump a porte chiuse.
"Lo
aiuterò a realizzare i suoi
sogni per New York"
ilgiornale.it
– Francesca Salvatore – (21 novembre 2025) – ci dice:
L'incontro
con il presidente è stato "produttivo" e "lo ringrazio", ha
risposto il sindaco eletto di New York. La visita è stata chiusa alla stampa.
Zoran
Madani è finalmente stato alla Casa Bianca, anche se non è ancora chiaro per
quanto.
L'incontro con il presidente Trump è stato,
tuttavia, chiuso alla stampa. Madani non era stato, infatti, scorto dai
cronisti entrare nella West Wing, ma un post su “X” del capo della
Comunicazione della Casa Bianca, “Steven Cheung”, si è preso burla dei
giornalisti assiepati in giro. "Troppo tardi ragazzi! Siete troppo
lenti!", si legge nel post, dove compare una foto dei reporter in attesa
di Madani.
"Aiuterò
Madani a realizzare i suoi sogni per New York", ha detto il presidente nel
suo breve incontro con il sindaco.
Trump
aveva elogiato Madani, in vista dell'incontro di oggi pomeriggio: il sindaco
eletto di New York ha "una filosofia diversa", ha detto il presidente
in un'intervista a Fox Radio, aggiungendo che Madani ha "molto
merito" per come ha condotto la sua campagna.
"Penso che andremo d'accordo.
Stiamo cercando la stessa cosa. Vogliamo
rendere New York forte", aveva anticipato il presidente.
"Meglio farà e più sarò felice", ha
detto il presidente Usa parlando nello Studio Ovale dopo l'incontro.
L'incontro
con il presidente è stato "produttivo" e "lo ringrazio", ha
controrisposto laconico Madani.
"Mi
sono congratulato con lui e abbiamo parlato di alcuni argomenti molto comuni,
come l'edilizia abitativa e la costruzione di nuove case, il cibo e i
prezzi", ha commentato Trump.
"E
il prezzo del petrolio sta scendendo notevolmente, e qualsiasi cosa io faccia
sarà positiva per New York", ha aggiunto il presidente.
Madani,
ricordando le sue critiche passate a Trump — incluso averlo chiamato “despota”
— ha spiegato che l’incontro odierno si è concentrato non sulle divergenze,
“che sono molte”, ma sull’obiettivo comune di servire i cittadini di New York.
Trump
ha scherzato dicendo di essere stato definito ben peggio e che “despota” non lo
offende.
Ha poi
aggiunto che Madani potrebbe cambiare idea una volta iniziata la loro
collaborazione.
"Alcune
delle sue idee sono le stesse che ho io", ha annunciato Trump. Trump, alla
domanda se si sentirebbe a suo agio nella New York guidata da Madani, ha
risposto “Sì”.
Il
presidente ha affermato di essere in accordo con il sindaco eletto più di
quanto si aspettasse e ha promesso di aiutarlo a fare “un grande lavoro”,
definendolo un futuro “grande sindaco”.
Trump
si è detto sorpreso dal loro "fantastico" incontro e ha detto del
socialista democratico:
"Penso
che sorprenderà alcuni conservatori, in realtà".
Il presidente ha liquidato le critiche di
Madani sui raid di deportazione della sua amministrazione e le affermazioni
secondo cui Trump si stava comportando come un despota.
Trump ha invece affermato che la
responsabilità di ricoprire una posizione esecutiva nel governo porta una
persona a cambiare, affermando che era stato il suo caso.
A
volte è sembrato persino protettivo nei confronti di Madani, intervenendo in
suo favore in diversi momenti quando i giornalisti gli hanno posto domande
difficili.
Proprio
poco prima dell'incontro alla Casa Bianca, intanto, la Camera dei Rappresentanti
ha approvato con 285 voti a favore e 98 contrari una risoluzione simbolica per
denunciare gli "orrori del socialismo".
Tutti
i Repubblicani hanno votato a favore, a cui si sono uniti 86 Democratici.
"Strategia
Est Up": cosa c'è dietro
la nuova mossa militare Usa in Corea.
Ilgiornale.it
- Federico Giuliani – (21 novembre 2025) – ci dice:
Gli
Usa hanno introdotto la "Mappa East-Up", una nuova strategia militare
che riorienta il ruolo della Corea del Sud come centro di un asse difensivo
regionale.
Gli
Stati Uniti hanno concepito una nuova strategia militare per gestire lo spinoso
dossier coreano.
Negli ultimi giorni il generale “Xavier
Brunson”, comandante delle Forze statunitensi in Corea (USFK) ha parlato di un
concetto che potrebbe cambiare gli equilibri della regione: la ''Mappa
east-up''.
Non si
tratta semplicemente di uno strumento pensato dagli Usa per migliorare la
visualizzazione geografica dell'area, bensì di un inedito modo di concepire
l'area strategica per lavorare a un riposizionamento delle proprie truppe in
Corea del Sud.
La
sensazione è che Washington passerà da un modello di deterrenza incentrato su
Seoul a uno che includerà anche Cina e Russia.
La
nuova strategia Usa in Corea.
“Brunson”
ha recentemente descritto la Corea del Sud non come un avamposto avanzato alla
periferia del potere americano, ma come uno "spazio decisivo all'interno
del perimetro difensivo" statunitense in Asia.
Gli
analisti affermano che questa riformulazione altera il posizionamento della
penisola nel più ampio panorama strategico della regione.
La “East-up Map” non è solo una mappa ruotata
ma la chiara dimostrazione del fatto che gli Usa intendono ampliare l'USFK.
La visuale della regione da est pone infatti
la penisola al centro di un asse che attraversa Stati Uniti, Cina, Russia e
Corea del Nord, e si allinea con il triangolo della sicurezza emergente che
collega Filippine, Giappone e Corea del Sud.
Cambiando
il modo di vedere la mappa dell'area gli Usa ridanno importanza alla
flessibilità strategica delle loro forze armate in loco, così che l'USFK potrà
essere in grado di intervenire nel caso in cui dovesse emergere una minaccia
regionale.
“Kim
Yeoul Soo”, direttore della sicurezza nazionale presso il “Korea Institute for
Military Affairs”, ha spiegato al “Korea Times” che il concetto è in linea con
gli adeguamenti più ampi delle strategie di difesa degli Stati Uniti.
"Il
Segretario alla Difesa degli Usa, “Pete Hegseth”, ha già affermato durante la
riunione consultiva sulla sicurezza che l'USFK deve mantenere una flessibilità
strategica per rispondere alle minacce non solo nella penisola, ma anche in
tutta la regione", ha dichiarato “Kim”.
Il
ruolo dell'USFK.
La
nuova mappa partorita da “Brunson” mostra visivamente che la Corea del Sud si
trova al centro di un teatro che include anche la Cina, e riflette il modo in
cui gli Stati Uniti vedono ora la regione indo-pacifica. "Se si considera il raggio
operativo della Flotta del Nord russa o delle forze settentrionali cinesi, la
penisola coreana è un punto decisivo", ha aggiunto lo stesso “Kim”.
Nel
frattempo un funzionario militare sudcoreano ha riferito gli scenari che
prevedono uno scontro diretto tra Corea del Sud e Cina o Russia "non sono
realistici" e che Seoul non approva interpretazioni che implichino un
cambiamento di missione a livello regionale.
Nonostante
le divergenze di opinione, gli esperti concordano su un punto: la mappa con orientamento est ''verso
l'alto'' non modifica immediatamente la missione dell'USFK, ma riflette una
tendenza strategica più ampia.
Con la
crescente interconnessione dell'architettura di sicurezza indo-pacifica, che
collega l'Asia nord-orientale con Filippine, Guam e Giappone, si prevede un
aumento dell'importanza strategica della penisola.
Speciale
elezioni:
l’Europa
vira a destra.
Ispionline.it
– (9 giugno 2024) – Redazione- Antonio Villafranca -Ricerca ISPI – ci dice:
Secondo
le proiezioni le destre avanzano in quasi tutta Europa. La “maggioranza Ursula”
tiene, ma scricchiola.
Macron scioglie l’Assemblea Nazionale e
annuncia nuove elezioni.
Focus
Europa e governance globale.
Exit
poll e proiezioni certificano l’avanzata delle destre in Europa, ma anche un
Parlamento europeo sempre più frammentato e che faticherà a trovare equilibri
stabili nei prossimi cinque anni.
La
“grande coalizione” tra popolari (PPE), socialisti (S&D) e liberali (Renew),
che ha dominato il Parlamento negli ultimi trent’anni, ne esce ridimensionata
anche se mantiene la maggioranza.
Tengono
popolari e socialisti, scendono i liberali, crollano i verdi.
A
livello nazionale, la crescita delle destre ha già avuto la sua prima,
importante conseguenza:
il presidente francese Macron ha sciolto il
Parlamento e annunciato nuove elezioni per il 30 giugno.
Non è
ancora chiaro quanto l’arretramento della “grande coalizione” possa mettere in
discussione la ricandidatura di Ursula von der Leyen, Presidente della
Commissione uscente e “candidata di punta” scelta a marzo dal PPE, partito che
è uscito ancora una volta maggioranza relativa da queste elezioni.
Ma in
ogni caso i giochi si complicano e ora gli occhi sono puntati sulle prossime
tappe.
Iniziano da domani negoziati serrati che
dovrebbero portare prima il Consiglio europeo a giugno e poi il Parlamento
europeo a luglio scegliere il nuovo Presidente della Commissione e,
successivamente, i suoi Commissari.
Ma dati i risultati delle elezioni europee, la
tempistica potrebbe risultare diversa.
Cariche
Ue: le prossime tappe.
Il
Consiglio europeo, ovvero i leader dei 27 paesi dell’Ue, si riunirà
informalmente già il 17 giugno (appena terminato il G7 italiano) e poi
formalmente il 27-28 giugno, per decidere sul nome del Presidente della
Commissione.
In teoria, dunque, i negoziati dovrebbero
svolgersi nel corso delle tre settimane che ci separano da quella data.
Per la
nomina del Presidente della Commissione occorre che il Consiglio europeo
raggiunga una maggioranza qualificata, la stessa che usa il Consiglio dell’UE
(i ministri e non i leader di ciascun paese) nella procedura legislativa
ordinaria: serve cioè l’assenso di almeno il 55% dei paesi europei (dunque 15
su 27) i quali rappresentino anche almeno il 65% dei cittadini dell’Unione.
A
prima vista, i leader conservatori che afferiscono al PPE sembrano in netto
vantaggio:
12 capi di stato e di governo su 27 provengono
infatti da partiti che fanno parte del PPE, contro 5 dei socialisti di S&D
e altri 5 dei liberali di Renew Europe.
Il
partito della premier italiana Giorgia Meloni afferisce invece al gruppo ECR,
così come quello del primo ministro ceco Petr Fiala.
Tuttavia,
la doppia maggioranza necessaria complica questi calcoli. Malgrado socialisti e
liberali, insieme, contino solo 10 voti contro i 12 del PPE, rappresentano
infatti ben il 55% degli abitanti dell’Unione, contro il 27% del PPE.
Di nuovo, ci sarà dunque bisogno di strenue
trattative per trovare un nome che soddisfi tutti i leader che fanno parte
della tradizionale “grande coalizione”.
Malgrado
sia ancora troppo presto per apprezzarne appieno le conseguenze, infine, le
elezioni parlamentari anticipate in Francia potrebbero avere un effetto sui
tempi del negoziato.
Macron
resterà comunque presidente francese fino al 2027, ma nelle prossime settimane
sarà impegnato in una decisiva campagna elettorale, e il Consiglio europeo si
chiuderà a due giorni dal voto francese.
Che
farà il Parlamento?
In
qualunque modo dovesse andare al Consiglio europeo, la nomina del nuovo
Presidente della Commissione europea dovrà poi passare al vaglio del Parlamento
europeo.
Qui dovrà ottenere la maggioranza assoluta dei
voti (361 su 720).
Sulla base delle proiezioni disponibili
possiamo già riflettere sulle maggioranze che potrebbero emergere.
Nel
corso dell’ultimo trentennio, al PE ha sempre prevalso una “grande coalizione”
di centro.
Inizialmente
composta da socialisti (S&D) e popolari (PPE). Per quanto instabile e
frammentaria la grande coalizione di centro ha retto fino a cinque anni fa,
quando l’assottigliarsi del voto per S&D e PPE ha reso necessario
allargarla anche ai liberali (Renew Europe).
Oggi i
risultati certificano che questa maggioranza di centro si è assottigliata
ancora, e che i voti persi sono confluiti verso l’ala destra dello schieramento
(gli euroscettici moderati di ECR e la destra di ID) e verso una porzione
sempre più grande di “non iscritti”, ovvero parlamentari in attesa di trovare
una propria eventuale collocazione.
Malgrado
questi spostamenti, l’unica alleanza tra gruppi che sembra in grado di superare
la maggioranza assoluta di 361 voti rimane ancora una volta la grande
coalizione di centro (data al momento a 403 seggi). Una coalizione di
centro-sinistra che includa i socialisti, i verdi e la sinistra (GUE/NGL) si
ferma a 227 voti, mentre una coalizione di destra con PPE, ECR e ID arriverebbe
a 315.
Una
maggioranza solida?
Le
cose però si complicano, perché la grande coalizione “vincente” appare sempre
più litigiosa e traballante.
All’interno
di ciascun gruppo si registra un tasso di ‘ribellione’ sempre più alto, che di
recente ha anche portato – o fatto pensare – a delle espulsioni illustri.
I
liberali di Renew al loro interno ospitano ancora il VVD, il partito di
centrodestra olandese che ha deciso di entrare in coalizione con l’estrema
destra del Partito per la libertà di “Geert Wilders”, generando molti dissapori
e mettendo in dubbio la sua permanenza nel gruppo.
Socialisti
e popolari hanno invece deciso di agire.
Primo
in ordine di tempo, dopo anni di tentennamenti, il PPE che nel 2021 ha espulso “Fidesz”,
il partito del premier ungherese Viktor Orbán. Alla fine dell’anno scorso, poi,
anche i socialisti hanno sospeso due partiti slovacchi, e in particolare “SMER”,
la formazione del primo ministro “Robert Fico”, che predilige politiche sempre
più populiste e illiberali e che non ha espresso posizioni di condanna
dell’invasione russa dell’Ucraina.
A
rendere il quadro più complicato è il fatto che i deputati popolari, socialisti
e liberali dovranno dimostrarsi estremamente leali.
Nell’ultimo
decennio il tasso di ‘ribellione’ medio si è aggirato intorno al 15-20%.
Perdere
il 15-20% dei parlamentari della maggioranza significherebbe scendere da 403 a
320-340 voti, dunque al di sotto dei 361 necessari. Ecco perché chiunque sarà
nominato Presidente della Commissione dal Consiglio europeo avrà bisogno di
dialogare anche con altri gruppi politici del Parlamento, nella speranza di
racimolare altri voti e di non perderne troppi da parte dei deputati della
“grande coalizione”.
Al
momento, le strade aperte sembrano due: da un lato, aprire alla destra
euroscettica di ECR, in cui un terzo dei deputati proviene dal partito della
premier italiana Giorgia Meloni.
Il problema è che molti partiti nazionali che
afferiscono all’attuale grande coalizione hanno già dichiarato che uscirebbero
dalla maggioranza in caso di aperture a destra.
L’alternativa
sarebbe quella di allargare la grande coalizione di centro ai verdi, che con 52
deputati darebbero più spessore alla maggioranza creando probabilmente meno
attriti con i partiti centristi rispetto all’apertura a destra.
Tra
queste due opzioni se ne possono anche scorgere altre che prevedano
l’avvicinamento di singoli partiti nazionali che potrebbero anche cambiare
gruppo politico in Europa.
Il
commento
di
Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca, ISPI.
“La
destra avanza in Europa e travolge Macron in Francia e Scholz in Germania.
Nel
Parlamento europeo le tre tradizionali famiglie politiche europee continuano a
perdere voti ma mantengono la maggioranza.
Ma a
prescindere dalla maggioranza è difficile pensare che questa virata a destra
non abbia conseguenze sulle politiche comunitarie dalla sicurezza alle
transizioni verde e digitale, fino alle politiche commerciali e industriali.
A
farne di più le spese saranno probabilmente le politiche ambientali. Non
verranno di certo abbandonate, ma le ambizioni e le tempistiche della scorsa
legislatura saranno ritoccate.
In generale queste elezioni consegnano un
quadro politico europeo più complesso e frammentato.
Il ‘decision-making’ europeo ne risulterà
rallentato proprio mentre il mondo ci imporrebbe decisioni veloci ed efficaci.”
L’incertezza
sociale genera totalitarismo.
Fenomenologia
sociologica della crescita delle destre.
Lacapitalenews.it
– Redazione – (8 Novembre 2025) – Ernesto Mastroianni – ci dice:
Ogni
epoca di smarrimento collettivo conosce il ritorno, implacabile e insinuante,
di una promessa d’ordine: la voce suadente e, per certi versi tranquillizzante,
del totalitarismo delle destre, che si ergono a custodi del buon senso e
dell’identità, mentre sotto la patina del rigore morale e dell’efficienza
amministrativa celano il bisogno profondo, e pericoloso, dell’obbedienza.
È un
meccanismo antico quanto la paura stessa.
Laddove
vacilla la fiducia nel domani, laddove la complessità del mondo eccede la
capacità di comprensione dell’individuo, l’uomo si rifugia nella forma rigida,
nel principio autoritario, nella certezza di una gerarchia che lo sollevi
dall’angoscia della libertà.
La
crisi del 1929 rappresentò l’archetipo di tale dinamica:
un collasso economico che divenne collasso
morale, una crisi di pane e di spirito da cui germinarono, come funghi
velenosi, i totalitarismi del Novecento.
Il fascismo in Italia e il nazionalsocialismo
(Nazismo) in Germania si nutrirono di quella disperazione diffusa che chiedeva
non più giustizia, ma ordine;
non più pluralismo, ma unità;
non
più libertà, ma una parvenza di stabilità.
Le
masse, schiacciate dall’incertezza, scambiarono la disciplina per salvezza,
l’obbedienza per patria, la violenza per rigore.
Così
la paura generò consenso, e il consenso, a sua volta, legittimò la barbarie.
Eppure,
la storia — che pare sempre ammonire, e sempre invano — non cessa di ripetersi.
Dopo
il 2020, in un mondo smarrito tra pandemia, isolamento, crisi economica e
sfiducia generalizzata nelle istituzioni, l’Occidente ha conosciuto una nuova e
sottile tentazione autoritaria.
L’insicurezza
collettiva ha trovato, ancora una volta, la sua voce nei discorsi di chi
promette ordine e disciplina, nei programmi politici che invocano il ritorno
alle radici, la difesa delle “tradizioni”, la tutela di una supposta moralità
collettiva.
La
paura del futuro ha generato nostalgia del passato: e la nostalgia, si sa, è la
più pericolosa delle illusioni politiche.
Negli
ultimi anni, dunque, le destre hanno trovato terreno fertile per espandersi
globalmente.
In un clima di insicurezza generalizzato,
molti paesi si trovano ad essere governati dalle destre.
È il
caso dell’Ungheria, con il partito Fidesz guidato da Viktor Orbán:
nazional-conservatore, euroscettico e con accentuati richiami al popolo, alla nazione
e alla morale tradizionale.
La
Slovacchia, l’America di Trump, la Polonia, l’Italia.
Le
destre contemporanee si proclamano paladine della volontà popolare, ma in
realtà la interpretano come un mandato assoluto, una delega senza restituzione.
Dicono di voler “governare in nome del popolo”, ma in
realtà governano sul popolo, e non per esso.
È un
linguaggio mellifluo, rivestito di legalità e di religione civile, che promette
sicurezza e protezione ma, passo dopo passo, erode la sostanza stessa della
libertà.
La
gente, in fondo, non ama i disordini: preferisce la regola alla discussione, il
silenzio alla discordia, la calma piatta dell’obbedienza al rischio vertiginoso
del pensiero.
E così
accade che la libertà si spenga non con un colpo di Stato, ma con un applauso.
Ogni
legge, ogni conquista civile, ogni diritto che oggi consideriamo inviolabile è
in realtà fragile, esposto al vento delle mutazioni storiche e delle paure
collettive.
Il fatto che una norma esista non significa
che essa sia eterna;
che un
diritto sia sancito non implica che esso sia immune dalla revoca. La storia recente insegna che in un
clima totalitario la legge non è più scudo, ma arma; non più garanzia, ma
minaccia.
L’illusione
di vivere in una democrazia compiuta ci ha resi ciechi di fronte alla
reversibilità del progresso.
Ciò
che è stato conquistato può essere ritirato, e ciò che sembrava irreversibile
può divenire negoziabile.
Lo si
è visto nei tentativi di limitare il diritto all’aborto, di ridiscutere il
divorzio, di rimettere in questione i diritti delle minoranze o di piegare la
giustizia alla morale religiosa.
Dietro la retorica della protezione e della
“difesa dei valori” si nasconde l’antico desiderio di controllo, la pulsione a
normare la vita, il corpo, la parola.
Una
donna, oggi, dovrebbe sentirsi offesa.
Offesa non soltanto da chi vorrebbe negarle
l’autodeterminazione, ma da chi tenta di convincerla che la libertà sia una
concessione e non un diritto.
Dovrebbe
sentirsi oltraggiata da chi, in nome della tradizione, la ricondurrebbe al
ruolo di simbolo e non di individuo; da chi, parlando di “natura”, intende solo
giustificare la sottomissione.
Ogni
volta che l’incertezza si fa clima, il potere tende la mano, e l’uomo,
smarrito, la afferra.
Ma
quella mano, una volta stretta, non lascia più andare.
È così
che il totalitarismo si rigenera: non nei colpi di forza, ma nella
rassegnazione quotidiana; non nei proclami, ma nelle abitudini; non nella
violenza manifesta, ma nella progressiva anestesia della coscienza civile.
La
libertà, come la democrazia, non è un dato, ma un atto: un esercizio fragile,
faticoso, quotidiano.
E se la storia ha un insegnamento da offrirci, è che
ogni diritto, anche il più sacro, anche il più antico, esiste solo finché
qualcuno ha il coraggio di difenderlo.
Il silenzio dell’indifferenza è il suo peggior
nemico, e la paura del disordine il suo più sottile sepolcro.
Quando la libertà diventa scomoda, è allora
che inizia a morire.
(Ernesto
Mastroianni).
"Totalitarismo",
triste storia di un non-concetto.
Marxismo-oggi – (9 novembre 2025) - Vladimiro
Giacché – ci dice:
Come le guerre di Bush, anche il lessico
ideologico contemporaneo è animato dalla lotta tra il Bene e il Male.
Una
lotta sanguinosa che vede contrapposti ai nostri alleati, "Mercato",
"Democrazia" e "Sicurezza", due nemici mortali:
"Terrorismo" e "Totalitarismo" - tra loro complici, e
sempre meno distinguibili l'uno dall'altro.
Come è
logico, l'esecrazione generale circonda questi due tristi figuri.
L'appellativo di "Totalitario", in
particolare, è decisamente tra gli insulti più in voga.
Di
"atteggiamento totalitario" è stato recentemente accusato il ministro
brasiliano per la cultura “Gilberto Gil” da Caetano Veloso, nel corso di una
polemica sulla distribuzione di fondi pubblici.
"Tipica
di uno stato totalitario" è secondo Vittorio Feltri la (sacrosanta)
decisione del Prc di espellere un consigliere comunale che prima ha difeso il
diritto di “Di Canio” di fare il saluto fascista, poi lo ha imitato a beneficio
del fotografo di un giornale locale.
E "totalitario" è stato ovviamente
anche ogni oppositore di Berlusconi che venga sorpreso a pronunciare con tono
di rimprovero le tre parole "conflitto di interessi".
Si
tratta di usi grotteschi del termine, ma a loro modo significativi.
Ancora
più significativo è l'uso del termine da parte dell'ex direttore della Cia “James
Woolsey”:
il quale ha recentemente affermato che
"una stessa guerra" contrappone oggi gli Usa a "tre movimenti
totalitari, un po' come avveniva nel secondo conflitto mondiale".
I tre "movimenti totalitari"
sarebbero stati rappresentati dal baathismo (sunniti iracheni e Siria), dagli
"sciti islamisti jihadisti" (appoggiati dall'Iran e legati agli
hezbollah libanesi) e dagli "islamisti jihadisti di matrice sunnita"
(ossia "i gruppi terroristici come al Qaida") [intervista a Borsa
& Finanza, 5.11.2005].
Un dubbio sorge spontaneo: che cosa diavolo
hanno in comune oggi un nazionalista arabo laico, un fondamentalista islamico
sciita e uno sunnita? Praticamente nulla.
Eccetto
una cosa: il
fatto di opporsi agli Stati Uniti.
"Totalitario",
insomma, è chi si oppone all'Occidente, e più precisamente agli Usa.
Niente
di nuovo, in verità: le cose stanno così da più di 50 anni.
La
fortuna del concetto di "totalitarismo" nasce infatti nell'immediato
dopoguerra, e si spiega con la necessità politica di accomunare i regimi
comunisti, che rappresentavano adesso il nuovo Nemico dell'Occidente, al regime
nazista appena sconfitto.
A
posteriori, non possiamo che constatare il pieno successo di questa operazione.
Che però ha conosciuto diverse fasi.
Fase
1: "nazismo = stalinismo" (H. Arendt).
La
fortuna di questa identificazione si deve in buona parte a Le origini del
totalitarismo [Einaudi, Torino 2004] di Hannah Arendt.
In
questo libro, uscito in prima edizione nel 1951, la Arendt identifica i
"sistemi nazista e staliniano" come due "variazioni dello stesso
modello" politico:
un
modello che tende al "dominio totale" sulle persone, ed al
"dominio globale" a livello planetario [pp. LXIV e LXI, 539, 569].
Gli
elementi essenziali del totalitarismo sono l'"ideologia", intesa come
una chiave assoluta di comprensione della storia (razzista nel primo caso,
"classista" nel secondo), il "terrore" (vera "essenza
del potere totalitario", che colpisce non soltanto gli oppositori, ma
anche gli "innocenti") ed il "partito unico" (curiosamente,
la Arendt non cita invece il potere personale assoluto di un capo).
Il
testo della Arendt ha molti lati deboli.
È prolisso, ma anche squilibrato nella sua
struttura. La documentazione è molto ricca a proposito della Germania nazista,
e viceversa estremamente scarna per quanto riguarda l'URSS.
Già questo dimostra che l'archetipo del concetto della
Arendt di "totalitarismo" è la
Germania nazista, a cui si tenta di assimilare l'URSS.
Stabilendo
paralleli a dir poco forzati, come l'attribuzione alla Russia di Stalin della
medesima tendenza al "dominio globale" della Germania hitleriana:
sorvolando sul dato di fatto che durante l'intera durata del periodo staliniano
l'Unione Sovietica fu aggredita e minacciata (da ultimo dal riarmo dei paesi
Occidentali e dal monopolio dell'arma atomica da parte degli Usa) [ivi, pp.
539, 569].
Connessa
a questa bizzarra tesi è la vera e propria assurdità secondo cui il
"bolscevismo" dovrebbe "più al panslavismo che a qualsiasi altra
ideologia o movimento" [pp. 310, 326].
Più in
generale, i critici della Arendt hanno avuto gioco facile nel notare come
l'"ideologia" nazista (sempre che si voglia nobilitare con il termine
di "ideologia" il delirante patchwork antisemita del Mein Kampf
hitleriano) sia distante anni luce da quella comunista: reazionario e
tradizionalista il nazismo, rivoluzionario e "erede dell'illuminismo e
della rivoluzione francese" il comunismo; irrazionalista il primo,
razionalista il secondo; razzista il primo, internazionalista e universalista
il secondo; assertore dell'esistenza di una gerarchia naturale (tra razze e
individui) il primo, egualitario e "livellatore" il secondo;
esplicitamente antidemocratico il primo, assertore di una "democrazia
reale" che andasse oltre quella "soltanto formale" il secondo.
Si
dirà che una cosa sono i princìpi, un'altra la loro traduzione pratica.
Ma il
punto è proprio questo: si può ridurre ad un unico concetto una ideologia e
pratica di governo esplicitamente basate sul terrore e sulla violenza ed una
teoria (e prassi) di emancipazione che si rovescia in una prassi contraria ai
suoi stessi princìpi?
Perché una cosa è certa: nel nazismo la
corrispondenza tra teoria e prassi è perfetta, anche e soprattutto sotto il
profilo del terrore e del "dominio totale". L'accorata constatazione
della "spudorata franchezza del Mein Kampf" è obbligata per chiunque
esamini il fenomeno nazista.
Il
nazismo esalta esplicitamente i concetti di "organicità", di
"organizzazione totale", il "principio totalitario".
E li
mette scientificamente in pratica.
La
prova più eloquente di ciò è rappresentata dalla lingua tedesca, che fu - a
differenza di quella russa - completamente riplasmata e piegata al fine di
legittimare e rendere per l'appunto "totale" il dominio nazista.
Anche
alla luce di questo, è quantomeno singolare che la Arendt si dimostri incerta
nel determinare in quali anni si abbia in Germania un "vero" regime
totalitario: a volte sostiene che la Germania di Hitler divenne un regime
"scopertamente totalitario" soltanto allo scoppio della seconda
guerra mondiale (quindi nel 1939); altrove afferma che "fu soltanto
durante la guerra", e precisamente "dopo le conquiste nell'est
europeo" (quindi dal 1941 in poi), che "la Germania fu in grado di
instaurare un regime veramente totalitario"; ma si spinge anche a
sostenere che "solo se la Germania avesse vinto la guerra avrebbe
conosciuto un dominio totalitario completo" [H. Arendt, La banalità del
male, Feltrinelli, Milano 1964, 2005, p. 76; Le origini..., cit., p. 430].
Se si
portano alle estreme conseguenze queste parole, si può concludere che un vero
regime totalitario nel-la Germania nazista non c'è mai stato!
Bel risultato: la Arendt crea la categoria di
una forma di governo specifica e irriducibile ad ogni altra, la applica a due
regimi, per poi scoprire che in quello che ne rappresenta l'archetipo tale
categoria non sarebbe in verità mai stata pienamente applicabile!
La
scomparsa dell'economia nel "totalitarismo" della Arendt.
"Tanto
rumore per nulla", verrebbe da dire.
Ma
quella della Arendt non fu fatica sprecata.
Almeno
in un senso: con tutte le sue manchevolezze e incongruenze, Le origini del
totalitarismo fu un potente strumento di propaganda anticomunista nei primi
anni cinquanta (non a caso la Cia ne sovvenzionò generosamente la traduzione in
diverse lingue).
La
categoria di "totalitarismo", infatti, consentiva - e consente - di
conseguire diversi importanti obiettivi ideologici.
Nell'accomunare
nazismo a stalinismo si perde la specificità della barbarie nazista, la si
relativizza e la si "controbilancia" con una barbarie per così dire
eguale e contraria (nei casi più estremi, come il revisionismo storico di Ernst
Nolte, si è addirittura tentato di fare del "totalitarismo comunista"
il colpevole del sorgere di quello nazista - giustificando quest'ultimo in
quanto reazione fisiologica al primo).
Non è
questo, però, il più importante servigio reso dal concetto di
"totalitarismo". Che è invece rappresentato dal considerare e
classificare il regime nazista in base alla sua forma politica anziché nel suo
contenuto economico.
In tal modo si "dimentica" che il
nazismo condivide con "democrazie liberali" (pre e post-naziste) il
fatto di essere un'economia capitalistica.
Questa
"dimenticanza" rende quasi inspiegabile un fenomeno imbarazzante
quale la assoluta continuità delle classi dirigenti economiche (e in casi non
marginali anche politiche) tra la Germania "totalitaria" e la
"democratica" Germania occidentale.
Cosa
che sarebbe facile spiegare, se si ammettesse che la dittatura nazista era
funzionale al mantenimento dell'ordine economico vigente (allora e oggi) contro
il pericolo rivoluzionario.
Anche se la Arendt cerca di esorcizzarlo, il
rapporto organico tra il grande capitale tedesco ed il nazismo rappresenta il
vero filo rosso della parabola storica della Germania hitleriana, dai suoi
albori sino ai campi di sterminio: come dimostrano tra l'altro le decine di
migliaia di prigionieri che lavorarono a morte per la I.G. Farben, per la
Krupp, la Siemens, ecc.
Il tema è tornato agli onori delle cronache
ancora di recente, in relazione alle cause intentate alla Bmw da alcuni
superstiti dei campi di concentramento.
Né si
tratta di casi isolati. Quando, qualche anno fa, si impedì alla “Degussa” di
partecipare ai lavori di costruzione del monumento eretto a Berlino in memoria
dello sterminio degli ebrei a motivo della sua compromissione con il nazismo,
vi fu chi osservò che, se questo criterio fosse stato applicato in maniera
stringente, avrebbero dovuto essere escluse tutte le imprese tedesche.
Anche
insistere sulla novità radicale del "totalitarismo" come forma di
governo consente di dimenticare - o comunque di porre decisamente in secondo
piano - la continuità economica tra il regime nazista e le precedenti
"democrazie liberali".
Ma queste linee di continuità non sono soltanto
economiche.
La
stessa Arendt individua nell'"età dell'imperialismo" un importante
fattore di incubazione del totalitarismo.
E documenta come già i governi
"democratici" dei Paesi imperialisti giustificassero con il razzismo
le proprie conquiste coloniali ed operassero massacri di massa delle
popolazioni indigene.
Ricorda
che un funzionario britannico propose di far uso di "massacri
amministrativi" per la soluzione del problema indiano, e che in Africa
altri diligenti funzionari (diligenti come Eichmann) dichiaravano che "non
si permetterà che considerazioni etiche come i diritti umani ostacolino"
il dominio bianco.
E
conclude: "sotto il naso di ognuno c'erano già molti degli elementi che,
messi assieme, avrebbero potuto creare un governo totalitario su base razzista".
Ma
c'erano anche i suoi strumenti più efferati: "neppure i campi di
concentramento sono un'invenzione totalitaria.
Essi apparvero per la prima volta durante la
guerra boera, all'inizio del secolo, e continuarono ad essere usati in
Sudafrica come in India per gli "elementi indesiderabili";
qui
troviamo per la prima volta anche il termine "custodia protettiva"
che venne in seguito adottato dal Terzo Reich".
Se
questo è vero, qual è la novità radicale del totalitarismo? Ad avviso della
Arendt, nell'utilizzo dei campi di concentramento essa consisterebbe
nell'abbandono dei "motivi utilitari" e degli "interessi dei
governanti" per entrare nel campo del "tutto è possibile".
Assenza
di misura, assolutezza: secondo questa impostazione il totalitarismo è un novum
proprio in quanto è il "male radicale", il "male assoluto,
impunibile e imperdonabile".
In
questo modo, ovviamente, ogni ricerca delle cause, ogni elemento di continuità
storica con le "democrazie liberali" passa in secondo piano:
il totalitarismo nazista è confrontabile solo
con sé stesso - o con il suo presunto "doppio" rappresentato dalla
Russia staliniana.
In
questo modo va semplicemente perduta la possibilità di mettere il naso in
quella che è stata definita la fabbrica europea dell'Olocausto.
"Assoluto",
"mistero", "follia": nel momento stesso in cui facciamo uso
di queste categorie, rinunciamo a capire.
Quando
Ratzinger ha definito lo sterminio nazista degli ebrei "mysterium
iniquitatis", con ciò stesso ha escluso la possibilità di comprendere
quanto accadde, e di nominare tanto i complici quanto i moventi dello
sterminio.
Allo
stesso risultato si approda quando - come fa la Arendt - si adopera la
categoria di "follia" come chiave di lettura di quanto accadde.
Fase
2: "nazismo = comunismo" (Friedrich/Brzezinsky e altri).
Nonostante
i suoi "meriti" ideologici, il "totalitarismo" arendtiano
divenne presto inservibile.
Dopo
la morte di Stalin, infatti, in Unione Sovietica si attenuò e presto venne meno
quel "terrore" che per la Arendt era "l'essenza del potere
totalitario".
E infatti la stessa Arendt affermò senza mezzi
termini:
dopo
la morte di Stalin "non si può più definire l'Urss totalitaria".
C'era
pur sempre l'"ideologia", ma l'idea di un "dominio totale"
fondato soltanto su di essa era piuttosto implausibile.
Inoltre, nel testo della Arendt c'erano altri
elementi che mal si conciliavano con un anticomunismo assoluto:
a
cominciare dalla contrapposizione di Lenin a Stalin e dall'affermazione secondo
cui una possibile alternativa a Stalin sarebbe stata la prosecuzione della
Nuova politica economica (Nep) lanciata da Lenin [ivi, pp. LXXIII e 441-3].
Serviva
qualcosa di più forte.
E arrivò: nel 1956 Carl J. Friedrich e
Zbigniew Brzezinski (sì, proprio lui) diedero alle stampe un nuovo libro sul
tema, dal
titolo Dittatura totalitaria e autocrazia.
In
questo volume veniva aggiunto, tra i tratti caratterizzanti del totalitarismo,
anche il controllo e la direzione centralizzata dell'economia.
Si
conseguiva così l'obiettivo di includere nell'ambito dei regimi totalitari
anche la Russia post-staliniana, la Cina comunista e tutti i paesi comunisti dell'est
europeo.
(Questo d'altra parte complicava le cose per
quanto riguarda l'identificazione del regime nazista come totalitario, ma
ovviamente non era questa la principale preoccupa-zione degli autori.).
Anche
così, il problema della oggettiva scomparsa del "terrore totalitario"
dalla stessa Unione Sovietica non era un problema di poco conto.
Ad
esso si pose rimedio in un modo molto semplice: attenuando l'importanza del
"terrore" per il concetto di totalitarismo - ossia cambiando le carte
in tavola.
Così,
nella seconda edizione del volume citato, curata nel 1965 dal solo Friedrich,
si può leggere che nel "totalitarismo maturo" il terrore - che prima
era stato definito come il "nervo vitale del totalitarismo" – è
presente unicamente nella forma di un "terrore psichico" e di un
"consenso generale" [sic!].
E
Brzezinski, che prima riteneva il terrore "la caratteristica più
universale del totalitarismo", in un nuovo libro del 1962 giunge a parlare
di un "totalitarismo volontario" [sic!] (Ideologia e potere in Unione
Sovietica).
Contemporaneamente,
altri autori si incaricano di spingere l'acceleratore sul concetto di
"ideologia totalitaria", ampliandone la portata.
Così “Talmon”,
nel suo “Le origini della democrazia totalitaria”, denuncia come
"totalitaria" la "stessa idea di un sistema autonomo dal quale
sia stato eliminato ogni male e ogni infelicità";
detto
in parole povere: l'idea stessa di una società senza classi è un'aspirazione
totalitaria.
Già la
Arendt, del resto, aveva affermato che "il male radicale nasce quando si
spera un bene radicale".
Un
altro politologo americano, W.H. Morris Jones, nel 1954 scrive un saggio In
difesa dell'apatia, in cui sostiene che l'apatia esercita un "effetto
benefico sul tono della vita politica";
per
contro, "molte delle idee connesse con il tema generale del dovere del
voto appartengono propriamente al campo totalitario [!] e sono fuori luogo nel
vocabolario di una democrazia liberale".
Se
queste posizioni appaiono esplicitamente ispirate da posizioni politiche di
destra, lo stesso non si può dire di un diverso e successivo filone di
"cacciatori di totalitarismi": si tratta dei teorici del
post-moderno. I quali, a partire da Jean-François Lyotard, hanno posto sotto
tiro le "grandi narrazioni", ossia le teorie della storia, ed in
particolare della storia come emancipazione progressiva dell'umanità. In questo
caso il "sogno totalitario" sarebbe rappresentato dall'idea stessa di
poter dare una lettura razionale e complessiva degli eventi storici: la qual
cosa sarebbe sfociata in un "modello totalizzante" e nei suoi
"effetti totalitari, sotto il nome stesso del marxismo, nei paesi
comunisti".
Fase 3: "totalitarismo = comunismo”
Con il
crollo dell'Urss e la caduta del Muro di Berlino avviene l'incredibile: il
"Totalitarismo" sovietico, questo orribile Leviatano del XX secolo,
implode senza il minimo spargimento di sangue (ben più cruenti sarebbero stati
di lì a poco i conflitti "etnici" esplosi in tutto l'est europeo in
disgregazione).
La presunta terribilità demoniaca del
"totalitarismo comunista" si muta in una patetica farsa, ben
simboleggiata dal "colpo di stato"-burletta dell'estate del 1991 in
Russia (il "democratico" Eltsin, invece, di lì a non molto non
esiterà a prendere a cannonate il parlamento).
Ci si
aspetterebbe riflessioni equilibrate sull'argomento.
Accade
il contrario. Adesso non soltanto l'intera storia dei paesi comunisti viene ricompresa
sotto la categoria di "totalitarismo", ma il campo semantico di
questo concetto si amplia senza alcun rispetto non diremo del senso storico, ma
neppure di quello del ridicolo.
Sino ad includere letteralmente di tutto:
dall'intero movimento comunista alla stessa rivoluzione francese (il Terrore,
perbacco!); dagli stati superstiti del defunto "blocco socialista" ai movimenti di liberazione del Terzo
Mondo che si battono contro la privatizzazione delle risorse di base dei
rispettivi paesi, e così via.
Secondo
questa concezione "allargata" del concetto, tendenze
"totalitarie" nutre - magari inconsapevolmente - chiunque si batta
per forme di regolazione dell'economia diverse dal modello liberista della
"libera volpe in libero pollaio"; lo stesso modello europeo di
welfare (a partire dalla cosiddetta "economia sociale di mercato"
inventata dalla Cdu tedesca) diviene sospetto: niente da fare, la puzza di
zolfo bolscevico alligna anche lì.
Ma
"sogni totalitari" coltiva anche chiunque ritenga possibile
comprendere le dinamiche storiche con l'ausilio della ragione, chi studia le
filosofie sistematiche senza aborrirle, chi difende i progressi della scienza e
della ragione (già il fatto di adoperare quest'ultimo termine al singolare, del resto,
denuncia senza equivoco la mentalità intollerante e poliziesca di chi ne fa
uso).
Con un singolare rovesciamento di prospettiva,
quell'irrazionalismo che aveva rappresentato il fertile humus del nazismo, e
che oggi si ama ridipingere come "denuncia dei limiti della ragione",
è invece considera-to espressione di una mentalità (post-)moderna, aperta e
tollerante. Con lui tornano a trovarci, malamente imbellettati, tutti gli
elementi dell'"ideologia" nazista: razzismo ("consapevolezza
della propria identità etnica"), xenofobia ("orgoglio" e
"autodifesa dell'Occidente"), miti di sangue e suolo
("attaccamento alle proprie radici"); e, su tutti, l'anticomunismo
viscerale: che oggi assume appunto il volto "democratico" della
"ferma denuncia dell'ideologia totalitaria".
Siamo
alla terza fase della poco edificante storia del concetto di totalitarismo:
ormai esso designa in primo luogo, se non esclusivamente, il comunismo.
Si tenta di far prendere al
"comunismo" il posto occupato nell'immaginario collettivo dal nazismo
quale archetipo del potere totalitario.
La
stessa denuncia, apparentemente salomonica, dei "totalitarismi" del
novecento, serve in realtà per colpire il comunismo, laddove l'esecrazione che
circonda il nazismo si fa sempre più generica e rituale. E per distinguere
nettamente da entrambi il fascismo italiano [oltreché quelli ungherese, romeno,
estone, lettone, lituano, portoghese, spagnolo, greco], benevolmente
considerato come un "banale" autoritarismo, non si sa se più bonario
o pasticcione.
Singolare
ironia della storia, se si pensa che Mussolini vedeva la novità storica del
fascismo nella capacità di "guidare totalitariamente la nazione" e
adoperava volentieri l'espressione di "stato totalitario" - oltreché
i gas in Africa, e il tribunale speciale e le leggi razziali in Italia ... [cfr. G. Gentile, B. Mussolini,
Fascismo, in Enciclopedia Italiana (1932)].
Il
documento più significativo di questa fase è il progetto di risoluzione sulla
"Necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo"
presentato nel 2005 al Consiglio d'Europa. In questo singolare documento il
termine "comunista" è accompagnato regolarmente dall'appellativo di
"totalitario" (la formulazione preferita è "regimi totalitari
comunisti", che nella mozione compare 24 volte); il nazismo è presentato,
en passant, come "un altro regime totalitario del 20° secolo". In
questo testo - a dir poco confuso - si afferma, a proposito dello stesso
Consiglio d'Europa, che "la tutela dei diritti dell'uomo e lo Stato di
diritto sono i valori fondamentali che esso difende"; e a conferma di ciò
.si deplora che i partiti comunisti siano "legali ed ancora attivi in
alcuni paesi". Si spera che la propria posizione incoraggi "gli
storici del mondo intero" a "stabilire e verificare obiettivamente lo
svolgimento dei fatti"; poi, per incoraggiare la libertà di ricerca e di
insegnamento, si chiede. "la revisione dei manuali scolastici".
Ma
cosa motiva la necessità di questo pronunciamento? Al di là dei motivi
dichiarati (decisamente paradossale quello di "favorire la
riconciliazione"), qua e là trapelano quelli veri: "sembrerebbe che
un tipo di nostalgia del comunismo sia ancora presente in alcuni paesi, di qui
il pericolo che i comunisti riprendano il potere nell'uno o nell'altro di
questi paesi"; e soprattutto: "elementi dell'ideologia comunista,
come l'uguaglianza o la giustizia sociale, continuano a sedurre numerosi membri
della classe politica". Eccoci al punto: insoddisfazione per lo stato di
cose presente e aspirazione all'eguaglianza e alla giustizia sociale. I veri
nemici dei "cacciatori di comunisti totalitari" sono questi. Oggi
come ieri.
Ieri
con la scusa dei regimi comunisti esistenti, oggi con la scusa dei regimi
comunisti che non ci sono più.
Un concetto senza oggetto e il "Nemico tra noi."
Ma
ovviamente il fatto che il sistema dei regimi comunisti non esista più non è irrilevante
neppure ai fini della sorte del concetto di "totalitarismo".
Il fatto di aver perduto il proprio oggetto
non è cosa da poco: ormai al concetto di "totalitarismo" manca un
referente.
Per un
concetto senza oggetto la vita non è facile.
Per non restare disoccupato è costretto a
cercarselo. È pur vero che l'ampliamento semantico del termine, a suo tempo
operato in funzione anticomunista, facilita la ricerca di oggetti sostitutivi.
Ormai "totalitario" è tutto e il
contrario di tutto: viviamo sotto il giogo del "totalitarismo
pubblicitario", ma è totalitaria anche la proibizione della pubblicità
delle sigarette.
È totalitaria la repressione sessuale degli
islamici wahabiti, ma non è meno insidioso il "totalitarismo del
godimento" imposto dalle società capitalistiche occidentali agli individui
atomizzati.
Qui
però sorge un problema: quando un concetto significa tutto, non significa più
niente.
La
perdita di qualsivoglia ancoraggio semantico significa la morte di un concetto.
E questa è probabilmente la sorte che presto o tardi spetterà al
"totalitarismo".
Per il
momento, però, un residuo di significato gli resta appiccicato, ed è l'incubo
del "dominio totale".
L'incubo del potere inostacolato, della
violenza selvaggia ma organizzata, del linguaggio asservito al potere che
stravolge e ro-vescia la realtà, cancellando ogni distinzione tra vero e falso.
Qui
risiede la perdurante efficacia propagandistica del concetto.
Ma
qui, ironicamente, il "totalitarismo" può renderci un estremo
servigio: quello di aiutarci a dare un nome ai sintomi del "dominio
totale" nel nostro mondo.
Vediamo.
La
violenza selvaggia ma organizzata tipica del potere totalitario lascia le sue
tracce inconfondibili nell'odierno linguaggio dei Signori della Guerra
statunitensi.
Che trova un'espressione emblematica nelle
parole di quel neoconservatore Usa che - alla vigilia dell'attacco sferrato
dalle truppe statunitensi contro Fallujah - collocava l'obiettivo di
"Sbriciolare Fallujah" al primo posto di un programma politico;
il
fatto che lo facesse in un articolo intitolato "Valori per tutto il
mondo" non è soltanto un tributo all'humour nero, ma una spia:
che
segnala l'adozione di una lingua che, come già quella dei nazisti, inverte
sistematicamente il significato dei termini [cfr. F. Gaffney, articolo sulla
National Review, novembre 2004].
Quando
poi - a cose fatte - il generale dei marines “John Sattler” ha affermato che
l'offensiva contro Fallujah "ha spezzato le reni agli insorti", non
per caso ha utilizzato esattamente le stesse parole adoperate da Mussolini a
proposito della Grecia: ecco un bell'esempio di invariante totalitaria (oltretutto di buon
auspicio.).
Ma
veniamo al linguaggio asservito al potere.
Il
testo classico a questo proposito è il violento pamphlet anticomunista 1984
[Mondadori, Milano 2005] scritto dal giornalista inglese George Orwell e
pubblicato nel 1949 (anche in questo caso, con cospicui finanziamenti della
Cia; del resto, lo stesso Orwell era una spia inglese). Come ha messo in
rilievo Maria Turchetto, riletto oggi è un romanzo di sorprendente attualità.
Certo,
oggi non esiste un "Ministero della Verità" come quello dell'Oceania
di Orwell.
Possiamo
però sempre consolarci con il "Sottosegretariato per la democrazia e gli
affari globali" del Dipartimento di stato Usa. In Oceania "il nemico
contingente incarnava sempre il male assoluto: ne conseguiva che qualsiasi
intesa con lui era impossibile, tanto nel passato che nel futuro".
E così è stato per bin Laden, poi per Saddam:
entrambi prima ottimi alleati, poi Nemici assoluti dell'Occidente.
Ma
questa circostanza fa sì che le passate alleanze con essi vengano occultate,
negate e smentite. Da questo punto di vista, anche "la mutabilità del
passato" di Orwell è già tra noi.
Non
meno presente è il "bipensiero": lo slogan orwelliano secondo cui
"la guerra è pace" è a ben vedere uno degli slogan fondamentali di
Bush a proposito dell'aggressione all'Irak;
nel
suo piccolo, anche Fini, allorché ha affermato che i soldati italiani in Irak
sono "morti per la pace", ha dato mostra di averlo ben assimilato.
Ancora:
in
Orwell lo slogan del partito recita testualmente: "chi controlla il passato
controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato".
Chi
nutrisse dubbi circa l'applicabilità di questo slogan al nostro presente è caldamente
rinviato alle polemiche revisionistiche sulla resistenza.
Certo,
va pur detto che le masse nel libro di Orwell erano tenute a bada con strumenti
lontanissimi da quelli oggi in uso. Basti pensare che nel Ministero della
Verità "un'intera catena di dipartimenti autonomi si occupava di
letteratura, musica, teatro, e divertimenti in genere per il proletariato. Vi
si producevano giornali-spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca
nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette
sentimentali" - tutte uguali - "composte da una specie di caleidoscopio
detto "versificatore". Non mancava un'intera sottosezione. impegnata
nella produzione di materiale pornografico della specie più infima". In
generale, i proletari descritti da Orwell se la passavano molto peggio dei
nostri: infatti "il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le
futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le
scommesse, limitavano il loro orizzonte". Inoltre "i proletari ai
quali la politica non interessava granché, cadevano periodicamente in balia di
attacchi di patriottismo", ingenerati da bombe che cadevano sulle città;
anche se non mancava chi riteneva - ma si trattava di un'ovvia assurdità - che
fosse lo stesso governo a lanciare queste bombe, "per mantenere la gente
nella paura" [pp. 29, 37, 46-7, 76, 156, 160].
Il
tema della menzogna del nemico esterno è un classico della letteratura
antitotalitaria, da Orwell in poi.
Il
biografo di Hitler, Joachim Fest, ha recentemente affermato (a proposito della
Russia di Stalin) che "un regime totalitario ha sempre bisogno di un nemico".
Sull'uso
di "immaginarie congiure mondiali" come strumento di mobilitazione e
di consenso per i regimi totalitari aveva insistito anche Hannah Arendt.
Più in
generale, il tema della menzogna in politica continuò ad interessarla anche
dopo la sua opera sul totalitarismo.
E la spinse ad un ulteriore passo, di cui
forse non intese le implicazioni. Nelle “Origini del totalitarismo” aveva
esaminato come i regimi totalitari riescano a sostituire, attraverso la
menzogna sistematica, un vero e proprio mondo fittizio a quello reale.
In
opere successive esaminò il ruolo della "politica d'immagine", con
riferimento in particolare a quella degli Stati Uniti in relazione alla guerra
del Vietnam:
l'immagine",
costruita artatamente attraverso i mass media, è rivolta all'opinione pubblica
di un paese e opera come un sostituto della realtà; grazie alla potenza dei
mezzi di comunicazione di massa, essa può ricevere una tale evidenza da
risultare molto più in vista (cioè più "reale") della realtà che
intende sostituire [cfr. Le origini..., cit., pp. 519-520, 597ss.; Politica e
menzogna, Sugarco, Milano 1985, p. 98].
Ora, è
evidente che tra questa sostituzione della realtà e quella che viene operata
nei "regimi totalitari" non sussiste alcuna differenza strutturale
(vi è al massimo una differenza di grado: se il controllo dei mezzi di
comunicazione non è completo l'operazione di sostituzione può fallire, o non
riuscire completamente).
Anche
per questa via, quindi, salta lo schema della irriducibilità dei fenomeni
totalitari.
A
questo punto, chiunque ponga mente alla cortina fumogena di bugie e depistaggi
posti in essere - con l'attiva complicità dei media - dagli Stati Uniti e dai
loro "volenterosi" alleati prima e durante l'aggressione all'Irak, difficilmente potrà rifiutare con
sdegno la tagliente definizione che il sociologo americano “Sheldon Wolin” ha
dato degli Usa: "Inverted Totalitarianism" - un totalitarismo di
fatto, coperto da un linguaggio democratico.
A
questa definizione si potrebbe semmai eccepire che proprio il linguaggio di
copertura "democratico" rappresenta un'ulteriore caratteristica
totalitaria.
Con
tutto ciò, sarebbe fuori strada chi individuasse in uno stato - e sia pure un
super-stato in piena deriva autoritaria come gli Stati Uniti - il nuovo
soggetto del "dominio totale".
Il
potere inostacolato oggi risiede altrove. Su questo è tempo di rompere
decisamente con le elaborazioni novecentesche sul potere (inclusa quella
foucaultiana), tutte ipnotizzate dallo stato.
Il
potere inostacolato, almeno tendenzialmente, e sempre più spesso ormai de
facto, è oggi quello delle grandi imprese monopolistiche transnazionali: le
corporations. Sono loro a rappresentare oggi l'"istituzione totalitaria"
per eccellenza. Sia verso l'interno che verso l'esterno.
All'interno la tendenza al "dominio
totale" si esprime nell'autoritarismo, nel controllo sempre più totale su
tempi e processi di lavoro.
All'esterno
si traduce ormai non soltanto nella persuasione pubblicitaria, ma direttamente
nella costruzione dell'individuo-consumatore (nei negozi di una catena di
supermercati Usa che vendono giocattoli i bambini spingono minuscoli carrelli
con su scritto: "Cliente di "Toys 'R Us" in
addestramento"); e anche nella più completa subordinazione di ogni istanza
sociale, culturale ed ambientale al profitto dell'impresa.
Ci
sono singole imprese transnazionali che evidenziano con chiarezza tutte assieme
queste caratteristiche "totalitarie".
Prendiamo
Wal-Mart, la catena mondiale di supermercati basata negli Usa.
Soltanto
negli ultimi mesi, sul fronte interno, è emerso quanto segue:
proibizione
dell'attività sindacale nei supermercati del gruppo, (migliaia di) infrazioni alla normativa sul lavoro, discriminazioni nei confronti dei
dipendenti donne, sfruttamento degli immigrati clandestini, sfruttamento dei
minori (e colpo di spugna sulla cosa grazie ad un accordo segreto con il
ministero del lavoro Usa), straordinari non pagati, proposta di introdurre
mansioni fisiche anche per i cassieri (per selezionare gli impiegati in buona
salute), proibizione di flirt sul luogo di lavoro. Sul fronte esterno, il
potere di monopolio di Wal-Mart, che perciò può fissare i prezzi pagati per i
fornitori, è tra le cause del fallimento di numerosissime imprese fornitrici,
ma anche dei bassi salari in Cina (il 10% delle importazioni cinesi in Usa,
pari a 12 miliardi di dollari, è diretto ai suoi supermercati); per quanto
riguarda il rispetto delle tradizioni culturali, ha destato scandalo la
costruzione di un supermercato nel bel mezzo della zona archeologica di
Teotihuacan in Messico (dove Wal Mart ha già 657 supermercati).
Le
grandi corporations sono oggi il vero luogo d'origine e il vero soggetto del
"dominio totale".
In
attesa che i "cacciatori di totalitarismi" se ne accorgano, molti
scrittori lo hanno già fatto.
Negli
ultimi anni sono usciti diversi romanzi su questo argomento:
tra gli altri 99 Francs di F. Beigbeder,
Profit di R. Morgan, Globalia di J. C. Rufin, Logoland di M. Barry, Il capitale
di S. Osmont.
In una recensione collettiva di alcuni di
questi libri, comparsa sull'insospettabile “Handelsblatt”, si legge fra
l'altro:
"Questi
libri sono accomunati da una visione terrificante della realtà. La politica ha
abdicato.
Al
posto dello stato è subentrato il potere delle grandi multinazionali, tanto
inesorabile quanto totalitario".
È
nelle grandi corporations che oggi si incarna quel "potere totale del
capitale" di cui Horkheimer e Adorno parlavano in una famosa pagina della “Dialettica
dell'illuminismo” [Einaudi, Torino 1966, p. 126].
La
criminalizzazione, con l'accusa di "totalitarismo", delle posizioni
di critica sociale e dei rapporti di proprietà serve per l'appunto a rafforzare
e perpetuare questo potere.
Un
nuovo totalitarismo.
Cronachedi.it
- Vincenzo D'Anna – (11 Febbraio 2023) – ci dice:
Non
credo siano stati molti a credere che nel mondo possano sorgere nuove
dittature, men che meno nella progredita e democratica Europa.
Viviamo
in società cosmopolite, anche in conseguenza delle migrazioni: nell’era della
cosiddetta “globalizzazione”, milioni di persone commerciano e viaggiano a
basso costo e senza limitazioni di sorta.
Le informazioni scorrono come fiumi in piena
sulle reti social e sono centinaia di migliaia quelli che, dietro una tastiera,
pensano di aver diritto a poter discutere di tutto solo perché sommariamente
“informati” sui più disparati argomenti.
È
questa presuntuosa opinione che induce la gente a ritenersi capace di saper
distinguere e giudicare i governi della cosa pubblica, di poterne cogliere
anticipatamente i rischi di attentati alla libertà.
Tuttavia
così non è sia perché la libertà è una conquista di tutti i giorni (e mai
definitiva), sia perché calando il grado culturale della popolazione ed
aumentando quello del benessere, si tende a minimizzare i pericoli immateriali
non cogliendone le reali avvisaglie.
Oggi
ci si fotografa dieci volte al giorno finanche innanzi alle pietanze servite in
tavola, il foto shop ci rende belli e perfetti, la cura esasperata del corpo ci
conduce all’edonismo ed al narcisismo, più che a prestare attenzione ai saperi
ed alla riflessione.
Siamo
convinti che certe tragedie non potranno più ripetersi e che le dittature e,
peggio ancora, i totalitarismi siano consegnati ai libri di storia.
Eppure basterebbe leggere “Hannah Arendt” per
comprendere quanto quelle immani tragedie ed i crimini orrendi che le hanno
accompagnate, siano stati edificati con il consenso della gente comune e da
uomini anche banali nel loro essere quotidiano, diventati padroni di una
società terrorizzata dalla sistematica cancellazione degli individui e delle
loro prerogative civili ed umane.
“Il guaio del caso Eichmann (l’aguzzino
nazista catturato dagli israeliani nel dopo guerra) era che di uomini come lui
ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì
erano, e sono tutt’ora, terribilmente normali” diceva la scrittrice.
Un altro fattore decisivo per la diffusione
dei totalitarismi consiste nell’impoverimento della cultura e nella scomparsa
dei veri intellettuali, uomini e donne, cioè, in grado di illuminare
filosoficamente le coscienze.
Persone,
insomma, che non temono il potere né quando questo li minaccia né quando li
lusinga per comprarne il silenzio.
All’opposto, nei disastri delle dittature
anche gli uomini di cultura hanno le mani sporche, perché si illudono di poter
essere testimoni di verità “condivise” con il potere costituito ed i privilegi
dei pochi che lo gestiscono.
Se tutti scelgono il quieto vivere assopendo le
proprie esistenze e tirando a campare per non inciampare in fastidiosi
contrasti, ecco che la coscienza collettiva diventa una mera parvenza.
Come
sono nate le dittature se non organizzando e mobilitando masse di individui
indifferenti all’idealità ed alla conoscenza, oppure da gente provata da
congiunture economiche, sociali e politiche tremendamente difficili, che
sceglie di vivere in sicurezza ed agiatezza all’ombra di un “uomo della
provvidenza” che li riscatti dal bisogno?
Il fascismo, il nazismo, il comunismo nacquero per gli
esiti della prima guerra mondiale, la crisi economica post bellica, il senso di
solitudine e di scoramento, la lacerazione dei legami politici e dei valori
tradizionali.
I
regimi totalitari riescono ad illudere le masse di essere capaci di offrire
risposte ai bisogni materiali e di appartenenza (ad un ceto o ad una razza
superiore).
Di sedurle e di mobilitarle per i loro scopi.
Se
l’uomo è privo di pensiero e di sensibilità civica, si limita a mettere in
pratica gli ordini ricevuti.
Le
efferatezze dei regimi totalitari, dunque, sono state originate dall’assenza di
conoscenza e scrupoli, dal meccanicismo dell’eseguire acriticamente gli ordini.
In tali condizioni, allora, l’uomo diventa capace delle più disumane atrocità.
E se
il sonno delle coscienze, in questo secolo, non fosse più originato dagli
stenti e dagli stravolgimenti economici e sociali di una guerra, ma
dall’opulenza e dall’edonismo narcisistico, di una vita priva di essenza ed
imbottita di apparenza, dagli agi sempre maggiori che offre la tecnologia, dal
culto di apparire belli ed immortali, avremmo sufficienti difese contro i
fermenti di una dittatura?
Saremmo pronti a ribellarci in nome della sovranità
nazionale, degli interessi diffusi, dell’amor di Patria, della difesa dei
nostri diritti e delle nostre libertà e di quelle altrui?
Esiste
ancora la capacità di sacrificarsi e di rinunciare per l’idealità, un tessuto
politico, culturale e civile che ci renda immuni dal sorgere un nuovo
totalitarismo?
Europa.
Ppe
guarda a destra: maggioranza
Ursula
rischia di scricchiolare
Conquistedellavoro.it
– Rodolfo Ricci – (18 ottobre 2024) – ci dice:
Acque
agitate a Bruxelles tra i partiti della maggioranza Ursula.
"La
famiglia socialista non permetterà che la lettera della Presidente della
Commissione Ursula von der Leyen della settimana scorsa affossi il Patto per la
migrazione, accordo che va applicato nel 2025.
L'unica
carta che dobbiamo rispettare è quella dei diritti dell'Ue, che garantisce il
diritto di asilo e vieta deportazioni collettive e indiscriminate".
La capogruppo socialista” Iratxe Garcia Peres”
durante il dibattito sui migranti non lascia dubbi in merito:
"Ora
che la giustizia italiana ha bloccato il progetto di Meloni in Albania, la
Presidente von der Leyen - aggiunge - deve abbandonare la sua proposta illegale
e disumana di creare centri di deportazione nei paesi terzi.
È
inaccettabile genuflettersi alla estrema destra".
Viene
da chiedersi se la maggioranza europeista ci sia ancora ma l’alleanza
tradizionale Popolari-socialisti-liberali con l’appoggio esterno dei Verdi
scricchiola.
Lo
strapotere del Ppe dà indubbiamente una forza tutta nuova al centro-destra
europeo, che però vira troppo a destra per i malumori crescenti di socialisti.
Sono
soprattutto dalle fila dei gruppi S&D e Greens a levarsi le critiche per
orientamenti sempre più difficili da digerire.
"Noi
sappiamo cosa vuol dire stare con l’estrema destra", attacca “Iratxe
Garcia Perez”, al Parlamento europeo, decisa a provare a tenere la barra a
dritta.
"Tendiamo
la mano al Ppe per evitare un doppio gioco, e una politica di doppie
alleanze", ha ribadito in conferenza stampa:
"Ma dobbiamo chiedere a Manfred Weber
(capogruppo del Ppe) che intenzioni abbia".
L’immediato
passato della nuova legislatura europea è già troppo costellato, a detta dei
socialisti, di avvenimenti che preoccupano.
Un
voto sul Venezuela del Ppe con sovranisti e conservatori, un calendario di
audizione frutto dell’accordo tra popolari ed estrema destra, precedenti che
inducono riflessioni interne ai gruppi.
Potrebbero
anche non votare la fiducia alla prossima Commissione von der Leyen.
Un’ipotesi non esclusa apertamente.
"Faremo le nostre valutazioni, anche alla
luce delle audizioni", dice la capogruppo socialista.
Che
attacca ancora il Ppe sul capitolo immigrazione:
"La direttiva sui rimpatri è stata insabbiata dal
Ppe, che adesso torna a metterla al centro dell’agenda perché lo vogliono le
forze di estrema destra".
Sull’immigrazione si consuma anche lo strappo
con Commissione e Consiglio Ue, e quell’impostazione tanto cara al governo
Meloni di "nuovi modi" per fermare i flussi.
"Non siamo a favore di nessuna
iniziativa che viola il diritto internazionale", continua “Garcia Perez”
in riferimenti al protocollo Italia-Albania.
Anche
tra i Verdi gli attacchi frontali al capogruppo Ppe non mancano.
"Weber
sa perfettamente quali sono le maggioranze possibili", sottolinea Bas
Eickut”, co-presidente dei “Greens”.
"Partiamo dalla maggioranza che ha sostenuto von
der Leyen per un secondo mandato", aggiunge per ricordare la convergenza
popolari-socialisti-liberali-verdi.
Gli fa
eco “Terry Reintke,” co-presidente dei Verdi in Parlamento.
I liberali affrontano il tema immigrazione per
mettere in discussione le scelte compiute dal Ppe e dal suo leader Weber.
Ai
popolari che tessono le lodi dell’accordo tra Roma e Tirana per la gestione dei
flussi dei richiedenti asilo” Valerie Hayer” (Renew) fa notare che "questo
protocollo non risolve il problema, è solo una misura populista di Giorgia
Meloni".
I
liberali europei, scandisce, "si oppongono totalmente alle soluzioni
innovative come quella Italia-Albania", e nel farlo consumano lo strappo
con i popolari e il loro modo di affrontare e gestire il dossier, nella pratica
e nelle alleanze.
(Rodolfo
Ricci).
Ora
von der Leyen rischia di saltare:
cosa
c'è dietro la lite tra destra e sinistra in Ue.
Europa.today.it
- Alessia Capasso – (14 novembre 2024) – ci dice:
Socialisti
e popolari litigano su Green Deal e i rapporti con l'estrema destra.
Ma al
centro della contesa c'è anche la nomina di Fitto.
Il
voto sulla deforestazione sancisce la frattura.
Il
dramma europeo è vicino.
La Commissione voluta da Ursula von der Leyen
rischia seriamente di saltare a causa di veti incrociati, dissidi interni ai
partiti e votazioni dall'esito sorprendente.
L'ultima
prova l'ha fornita il voto sulla deforestazione, che ha visto i popolari votare
compatti insieme con i gruppi di estrema destra, nonostante non facciano parte
della maggioranza "ufficiale".
Questo
significa che dopo le elezioni di giugno, l'Unione europea potrebbe continuare
a non avere un governo operativo, in un contesto precario in cui non è chiaro
cosa accadrà con la guerra in Ucraina dopo l'elezione di Donald Trump alla Casa
Bianca, quali conseguenze potrebbe avere un'ulteriore escalation in Medio
Oriente e dove condurrà una situazione economica traballante.
Proviamo
a capire chi sono i protagonisti di questa crisi.
Senza
dubbio la tedesca Von der Leyen e il suo inflessibile collega di partito
Manfred Weber, leader del Partito popolare europeo all'Eurocamera.
Nell'alveo
dei socialisti è centrale la figura di “Teresa Ribera”, designata come prima
vicepresidente del nuovo esecutivo, ma che rischia di essere travolta dalle
accuse legate alle inondazioni di Valencia.
L'italiano
Raffaele Fitto, nominato da Giorgia Meloni e designato alla vicepresidenza
esecutiva in materia di Coesione, che include varie deleghe chiave come quelle
all'agricoltura e ai trasporti.
Se il
team di von der Leyen dovesse saltare, si aprirebbe una grave crisi e
potrebbero volerci altri lunghi mesi per arrivare a un compromesso, che non è
detto arrivi.
Perché
socialisti e popolari stanno litigando, in poche parole.
Sulla
carta la nuova Commissione europea dovrebbe essere sostenuta da un'alleanza tra
popolari (Ppe, la prima forza dell'Aula), socialisti e liberali.
Grazie
ai tanti eurodeputati di destra il Ppe sta però provando a smantellare alcune
leggi ispirate al “Green deal” e ha già ottenuto in varie occasioni il “sostegno
dei Conservatori e riformisti” (Ecr) di Giorgia Meloni, dimostrando di poter
stringere accordi anche con la destra più radicale (il gruppo di Viktor Orban e
quello guidato dall'AfD, accusato di simpatie filonaziste).
I
socialisti contestano poi la nomina a commissario dell'esponente di FdI
Raffaele Fitto:
un
incarico di prestigio, dicono, non può essere affidato ad un politico che non
aderisce a nessuno dei partiti della maggioranza "ufficiale".
Il
voto sulla deforestazione.
L'ultimo
segno manifesto della difficile convivenza nella maggioranza europea è arrivato
dal voto del 14 novembre al Parlamento europeo, che ha approvato la proposta di
rinviare l'attuazione della legge sulla deforestazione.
Diversi
emendamenti proposti dalla destra permetteranno di riaprire il file legislativo
e negoziarlo nuovamente con gli Stati Membri.
Il
rinvio di un anno era stato proposto dalla Commissione, i popolari e l'estrema
destra ne hanno approfittato per inserire nuove modifiche volte ad indebolire
la legge, nonostante molte aziende dei settori coinvolti si fossero opposte,
per evitare ulteriori incertezze giuridiche. Il regolamento contro
l'importazione di prodotti legati alla deforestazione, al di là della sua
portata, è stato solo l'ennesimo banco di prova per un assetto politico troppo
fragile per poter proseguire nel suo cammino così come lo ha delineato von der
Leyen.
Quando
l'Europa avrà di nuovo un 'governo' potrebbe essere diverso da quello che si
pensava.
Il Ppe
in extremis ha ritirato alcuni emendamenti, in segno di
"conciliazione" nei confronti degli alleati ufficiali: socialisti e
liberali.
Il voto sulle foreste apre comunque scenari
"inquietanti", nonostante le rassicurazioni fornite alla stampa da “Roberta
Metsola”, presidente del Parlamento europeo.
"Il 27 novembre il Parlamento europeo
voterà sulla prossima Commissione.
C'è ancora tempo.
L'Assemblea è pienamente impegnata a far
insediare la nuova Commissione.
È una
nostra responsabilità e la prendiamo molto sul serio. Soprattutto se guardiamo
a ciò che sta accadendo nel mondo", ha detto l'esponente del Ppe alla
stampa.
"I primi mesi di ogni nuova legislatura
sono sempre difficili, ma l'importante è lavorare insieme. Abbiamo bisogno di
stabilità in tempi di cambiamento", ha sottolineato. Eppure tutte le
certezze che per decenni hanno tenuto insieme l'Eurocamera rischiano di
saltare.
Le
difficili audizioni di Teresa Ribera e Raffaele Fitto.
Nelle
ultime due settimane gli europarlamentari sono stati impegnati nelle audizioni
dei candidati a diventare commissari.
La stragrande maggioranza ha passato l'esame
senza intoppi, grazie all'accordo in vigore tra popolari, socialisti e
liberali.
Ma il
patto di maggioranza è imploso quando il Ppe, che conta sul maggior numero di
deputati, ha deciso di attaccare in maniera aggressiva la spagnola Teresa
Ribera durante la sua audizione.
La vicepremier del governo di Pedro
Sanchez ha subito una scarica di accuse, anche personali, per le sue
responsabilità nel dramma di Valencia.
A
condurre gli attacchi è stato il Partito popolare spagnolo, con l'ausilio
dell'estrema destra di Vox.
Alla
fine dell'audizione, i popolari hanno fatto sapere che non l'avrebbero
approvata.
E da lì si è aperto un precipizio.
Teresa-Ribera-Commissione europea.
Ecco la
vicepremier del governo spagnolo Teresa Ribera nel corso delle audizioni al
Parlamento europeo per l'incarico di vicepresidente della Commissione europea.
Ribera
è una pedina fondamentale per i socialisti, l'unica figura che come
vicepresidente alla Transizione verde può bilanciare lo strapotere dei
popolari, che possono contare su ben 14 commissari. Il patto di non
belligeranza era stato invece rispettato dai socialisti nei confronti di
Raffaele Fitto.
La
nomina dell'italiano era stata molto contestata, dato che l'esponente di
Fratelli d'Italia viene dal gruppo dei “Riformisti e conservatori”, che
ufficialmente non fa parte della "maggioranza Ursula 2.0".
Von
der Leyen aveva accettato il commissario nominato da Giorgia Meloni,
considerando la presidente del Consiglio un'alleata che è meglio avere al suo
fianco.
Ma se
con Fitto i patti sono stati rispettati, perché lo stesso non è avvenuto con
Ribera?
A quel
punto i socialisti hanno deciso di mettere in stand-by sia l'approvazione del
commissario italiano che di quello ungherese, “Oliver Varhelyi”, designato alla
Salute e al benessere animale ed espressione del gruppo dei Patrioti di Viktor
Orban.
Il
ruolo di Manfred Weber nella crisi dell'Ue.
Di
mezzo c'è una questione interna alla Spagna, dove i popolari iberici provano a
scaricare sulla vicepremier Ribera le responsabilità della tragedia valenciana,
per non farsi carico di quelle del presidente della Generalitat “Carlos Mazon”,
del quale hanno chiesto le dimissioni 130mila persone scese in piazza la scorsa
settimana.
Dall'altro
lato c'è una figura centrale della politica tedesca:
Manfred
Weber.
Il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo
"mette a repentaglio in modo sconsiderato la Commissione e rompe la
maggioranza pro-europea, schierandosi con l'estrema destra", ha detto
apertamente “Iratxe Garcia Perez”, la capogruppo dei socialisti, dopo il voto
su Ribera. I
l
gruppo S&D ha fatto capire che senza Ribera rischia di saltare tutta la
Commissione.
Perché
arrivare a questo punto?
Weber
sin dalla parte finale della scorsa legislatura ha iniziato a tessere le fila
per annacquare o affossare alcune leggi care a socialisti e verdi (come il
regolamento sui pesticidi e la legge sul ripristino della natura). Al contempo
ha cominciato a stringere una serie di patti coi gruppi di ultradestra, come l'”Ecr
“di Giorgia Meloni e i “sovranisti” di Marine Le Pen e Matteo Salvini.
Anche
in questa legislatura le larghe intese a destra si sono rinnovate.
Il
"cordone sanitario", che escludeva i partiti di estrema destra dalle
principali cariche istituzionali e dal governo dell'Europa, si è
progressivamente dissolto.
Weber
ha mal digerito la scorsa legislatura, dove sono passate tante proposte di
legge orientate dal Green Deal.
I compromessi col centrosinistra e coi verdi
sono risultati indigesti all'uomo che era convinto avrebbe governato lui la
Commissione europea, ma che è stato scalzato a sorpresa da von der Leyen nel
2019.
Col
suo ostruzionismo Weber sta mettendo in difficoltà innanzitutto la sua collega
di partito.
Il
ruolo dell'Italia.
Raffaele
Fitto nella sua audizione ha dato prova di saper resuscitare la sua anima
democristiana, più che di esponente di estrema destra. Conciliante, attento ai
bisogni delle campagne come a quelli delle città, ha risposto a tutte le
domande degli eurodeputati senza scomporsi, anche quando un'eurodeputata
spagnola della Sinistra europea gli ha dato del fascista.
Fitto
è il cavallo di Troia di Giorgia Meloni in un governo di cui ufficialmente non
dovrebbe fare parte.
In
riferimento al voto contrario dei socialisti e quindi del Partito democratico
su di lui, il capogruppo dell'Ecr “Nicola Procaccini” ha detto di aspettarsi
che gli eurodeputati del Pd "non danneggino il nostro Paese".
Ecco il
commissario designato alla Coesione, Raffaele Fitto, durante l'audizione al
Parlamento europeo.
Se
dovesse ottenere la nomina di vicepresidente esecutivo, Fitto potrebbe
influenzare le scelte in materia di pesca, agricoltura, trasporti,
infrastrutture, turismo e housing sociale, ha ricordato Procaccini in
un'intervista al Corriere.
"Conviene o no all'Italia?" ha
aggiunto.
E questa è la domanda che molti dovrebbero
farsi.
Conviene
o no all'Europa far saltare il banco di questa Commissione Ue? Meloni e il
gruppo dei conservatori sono davvero disposti a rinunciare alla certezza di un
commissario di peso per aprire una crisi gigantesca nel governo dell'Europa?
La
crisi tedesca influisce sul governo europeo.
Con la
strategia di spostamento a destra voluta da Weber, si rischia di mettere in
pericolo tutti gli equilibri storici del governo europeo. Un'onda d'urto che
potrebbe impattare il funzionamento di tutte le istituzioni a Bruxelles.
Non è
detto che l'alleanza sui singoli voti che finora ha funzionato coi gruppi dei
conservatori di Meloni, dei Patrioti di Orban e dei sovranisti dell'Afd possa
davvero funzionare.
Gli anti-europeisti al potere potrebbero far
saltare tutto il banco.
Secondo
socialisti e liberali tocca a Von der Leyen rimettere al suo posto Weber e
riportarlo a più saggi consigli, affinché la Commissione Ue possa procedere e
iniziare a governare.
Ma la
crisi politica tedesca, con la Germania al voto anticipato il 23 febbraio,
potrebbe spingere il capogruppo dei popolari ad insistere su questa linea
oppositiva.
Il voto del 27 novembre sulla Commissione
potrebbe dare inizio al secondo mandato (precarissimo) di von der Leyen o
aprire un vaso di Pandora difficile da richiudere.
La
Commissione von der Leyen
sotto
assedio: quando sinistra e
destra
si uniscono contro Bruxelles.
Amfamilyoffice.ch
– (26 settembre 2025) – Redazione – ci dice:
Per la
prima volta nella storia dell'Eurocamera, stiamo assistendo a un fenomeno
politico senza precedenti:
due
mozioni di sfiducia contemporanee contro la Commissione europea di Ursula von
der Leyen, presentate da schieramenti politici diametralmente opposti.
La
Sinistra Europea ha depositato una mozione di censura alla Commissione,
parallelamente a quella presentata dal gruppo radicale di destra Patriots for
Europe.
Le
ragioni della sinistra europea, che include partiti come Sinistra Italiana e il
Movimento 5 Stelle, ha articolato le sue critiche su quattro pilastri
fondamentali:
Gestione
del conflitto Israele-Palestina: L'inazione della Commissione di fronte alla crisi
umanitaria a Gaza è vista come un fallimento morale e politico dell'Unione
Europea.
Accordi
commerciali con gli USA: prende di mira l'accordo con gli Usa, considerato
svantaggioso per l'Europa e lesivo della sovranità commerciale europea.
Politiche
abitative e sociali: L'assenza di misure concrete per affrontare la crisi
abitativa e le crescenti disuguaglianze sociali in Europa.
Esclusione
dei parlamenti nazionali: La tendenza della Commissione a bypassare i parlamenti
nazionali nelle decisioni strategiche, minando la democrazia rappresentativa.
Le
critiche della destra europea, guidati dalla destra radicale europea, hanno
invece concentrato i loro attacchi su cinque aree:
Minacce
alla libertà di parola: Le politiche di regolamentazione dei contenuti digitali
sono viste come censura e limitazione delle libertà fondamentali.
Fallimento
sulla gestione dell'immigrazione: L'assenza di soluzioni efficaci ai flussi migratori
continua a essere un cavallo di battaglia della destra europea.
Politiche
green dannose per la competitività: Il Green Deal europeo è accusato di aver indebolito
l'economia europea rispetto ai competitor globali.
Scandali
finanziari:
Le controversie legate alla gestione dei fondi europei hanno minato la fiducia
nelle istituzioni.
Accordi
commerciali svantaggiosi: Sia l'accordo con gli USA che quello con il Mercosur sono
considerati lesivi degli interessi europei.
La
risposta della Commissione: difesa su tutti i fronti
Di
fronte alle critiche bipartisan, la Commissione von der Leyen ha reagito con
fermezza istituzionale.
"Rientra
nelle prerogative del Parlamento e non abbiamo commenti", è stata la
posizione ufficiale iniziale, mantenendo un approccio tecnico e diplomatico.
Sul fronte della gestione della crisi Gaza-Israele, la
Commissione ha ribadito il suo impegno per una soluzione diplomatica, mentre
sui controversi accordi commerciali con gli USA, Bruxelles ha difeso la
strategia come necessaria per la competitività europea in un mondo multipolare.
Il
Partito Popolare Europeo (EPP), principale sostenitore di von der Leyen, ha
respinto le accuse sottolineando che von der Leyen dovrebbe far valere il fatto
che pochi mesi fa ha ricevuto l'approvazione del parlamento europeo per la
continuazione del suo mandato.
Questa
mozione rappresenta un paradosso politico rivelatore.
È
significativo che due mozioni provenienti da estremi opposti dello spettro
politico convergano su alcuni temi chiave, in particolare la critica agli
accordi commerciali con gli Stati Uniti.
Questa
convergenza trasversale rivela un crescente malcontento verso la governance
europea, che ha dimostrato negli ultimi mesi di avere un ruolo sempre meno
importante al tavolo delle super potenze globali.
Una
mozione di sfiducia per il caso Pfizer era già stata respinta in luglio 2025
con 360 voti contrari, 175 a favore e 18 astensioni, le possibilità matematiche
di successo anche questa volta rimangono quasi nulle visto che richiede una
maggioranza dei due terzi dei votanti. Le mozioni di settembre, ancora da
dibattere in ottobre, potrebbero seguire un copione simile, ma il loro
carattere trasversale amplifica il segnale politico.
L'Europa è divisa e la leadership di von der
Leyen affronta sfide crescenti, anche a causa della percezione di un'influenza
sproporzionata di interessi organizzati e Lobby.
Rapporto
tra Lobby e politica europea.
Un
fattore interessante da notare riguardo alla struttura politica europea, e che
forse non tutti conoscono, è il ruolo delle lobby nell'ecosistema decisionale.
Oltre
alle divisioni ideologiche, il dibattito parlamentare è alimentato e
influenzato da un ecosistema di lobbying strutturato e regolato:
dal
2019, la Commissione von der Leyen ha tenuto oltre 14'000 incontri con rappresentanti di interessi
(dati cumulativi al 26 settembre 2025). Secondo le stime, circa il 75% di
questi proviene da grandi imprese (settori come tech, energia e finanza), e il
25% da ONG e sindacati.
Il ruolo delle lobby è fornire expertise e
influenzare politiche favorevoli ai loro interessi, agendo sia sulla
Commissione (che propone le leggi) che sul Parlamento (che le approva e
modifica).
Europa:
tra tensioni politiche interne e vulnerabilità globale.
Queste
mozioni, nate da unioni improbabili tra sinistra (critica su Gaza e
disuguaglianze) e destra (su immigrazione e Green Deal), rivelano crepe nella
governance UE: divisioni ideologiche che si sovrappongono a malcontento
trasversale su sovranità e lobbying. Non passeranno, ma amplificano un
"segnale di scricchiolio". L'Europa appare fragile in un mondo
multipolare.
A
livello globale, l’instabilità interna espone l’UE a squilibri con potenze come
USA, Russia e Cina. L’Europa rischia pressioni sia a causa degli accordi
commerciali con gli USA giudicati “svantaggiosi”, sia sulla NATO da cui
Bruxelles dipende per la sicurezza.
Le
promesse di investimenti in armi americane in concomitanza all'obbligo
dell'aumento della spesa militare, unito ai dazi e all'instabilità politica
anche a livello dei singoli stati (Francia, Germania e l'Inghilterra) rendono
la situazione dell'Europa estremamente delicata.
Dall'altro
lato, la Russia si è avvicinata alla Cina e resiste imperterrita sia
militarmente che economicamente, grazie a partnership "senza limiti"
che hanno siglato accordi per energia e tech nel 2025.
Mentre l'Europa, con grande stupore di Trump
che all'ONU ha accusato l'UE di: "tenere in vita la guerra russa",
continua a comprare gas dalla Russia (calo dal 40% al ~15% del fabbisogno,
soprattutto LNG - Liquefied Natural Gas), alimentandone l'economia nonostante
le sanzioni.
Queste
si rivelano insufficienti e un'arma a doppio taglio:
oltre a non aver stroncato Mosca, hanno
costretto paesi europei, Germania in primis, ad acquistare energia più cara, in
gran parte americana (LNG USA al 45% delle import UE).
La
Cina è probabilmente il Paese a uscire più rafforzato dalla situazione
geopolitica attuale.
Oltre
a continuare a commerciare intensamente con l'intero blocco orientale (inclusi
Russia, Iran e Corea del Nord), è diventata leader mondiale nei veicoli
elettrici (con oltre il 60% del mercato globale nel 2025) e nelle rinnovabili
(controllando l'80% della produzione solare), erodendo la competitività
europea:
il Green Deal UE deve confrontarsi con i massicci
sussidi statali cinesi, che hanno portato a un dumping di prezzi e a indagini
anti-dumping da parte di Bruxelles.
Inoltre,
nel maggio 2025, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno siglato accordi per oltre
100 miliardi di euro in energia (tra cui l'espansione del gasdotto Power of
Siberia 2) e tecnologia, con la Cina che rappresenta circa il 40% dei ricavi
totali dalle esportazioni russe di combustibili fossili, fornendo a Mosca
un'ancora di salvezza economica nonostante le sanzioni occidentali.
In
questo triangolo geopolitico, un’Europa divisa perde leva: l’euro rischia
pressioni al ribasso, a vantaggio del dollaro come valuta dominante.
(Qual
è la vostra opinione su questa crisi istituzionale europea?
Come
pensate che possa evolvere il rapporto euro-dollaro nei prossimi mesi?)
La
“proposta di pace” trapelata nasconde intrighi
Putin
in mimetica è un segnale di sfida.
Comedonchiscotte.org
– CptHook – (23 Novembre 2025) - Simplicius the Thinker – ci dice:
In
Ucraina sono in atto grandi cambiamenti.
È
stata resa nota la probabile motivazione dello scandalo di corruzione che
coinvolge Zelensky.
Sembra che gli Stati Uniti stiano facendo
pressione su Zelensky affinché conceda importanti concessioni, in modo che Trump possa concludere la
sua nona guerra e ottenere un necessario impulso in termini di pubbliche
relazioni, in un momento in cui la facciata imbiancata del MAGA si sta
sgretolando come stucco scadente.
“Kirill
Dmitriev”, ad esempio, ha rivelato che l’FBI americano ha un ufficio di
collegamento presso l’agenzia anticorruzione ucraina “NABU”, il che consente
agli Stati Uniti di tirare teoricamente tutte i fili necessari per fare
pressione sui collaboratori di Zelensky al fine di costringere il leader
ucraino a cedere.
Ora il piano è stato concretizzato con
l’annuncio di una nuova importante formula di pace sviluppata in segreto per
porre fine alla guerra.
Il
problema è che i dettagli sono estremamente frammentari e incongruenti, il che
porta a percepire il procedimento più come il risultato di una fumosa riunione
mafiosa che come un processo politico professionale e trasparente.
Questo perché, come è diventato di rigore sotto la
guida di Trump, i dettagli sono pieni di vaghe ambiguità e contraddizioni.
La più
grande è che la parte russa ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna proposta
di pace, ma anche questo potrebbe benissimo far parte del gioco delle ombre:
“Kirill
Dmitriev”, in particolare, è stato utilizzato come una sorta di corriere non
ufficiale, il cui lavoro di trasmissione di messaggi segreti opera al di sotto
della modalità narrativa ufficialmente “registrata”.
L’indizio
è emerso quando “Witkoff” ha apparentemente commesso un errore twittando quello
che doveva essere un messaggio privato in risposta alla fuga di notizie sulla
proposta di pace;
Witkoff
ha immediatamente cancellato il messaggio, che diceva semplicemente:
“Deve averlo ricevuto da K.”, presumibilmente
riferendosi a Kirill Dmitriev.
Altri osservatori accorti hanno anch’essi
intuito che dietro questi canali obliqui si nasconde qualcosa di più di quanto
sembri.
“Will
Schryver” riflette:
Ho già
espresso in precedenza le mie opinioni sul ruolo di Kirill Dmitriev in questi
“negoziati” in corso tra Russia e Stati Uniti. Ne riporto qui due:
credo
che Dmitriev stia svolgendo un ruolo calcolato di proposito.
Le
cose che dice hanno lo scopo di sedurre gli sciocchi a Washington e Londra con
il sogno di rivivere l’era di saccheggi e razzie degli anni ’90.
Non
metto in dubbio che “Witkoff” e “Dmitriev “stiano avendo amichevoli
conversazioni su questi argomenti.
Ciò
che metto seriamente in dubbio è che Witkoff e Dmitriev siano attori
significativi in questo dramma.
A mio
avviso, sono entrambi attori marginali, spesso al limite del ridicolo.
Sono
strumenti retorici.
È
difficile capire con certezza la natura della messinscena e perché Putin e
Trump abbiano entrambi dato il loro forte imprimatur a questi “messaggeri” non
ufficiali per confezionare tali proposte a loro nome.
In
ogni caso, il presunto piano completo, ora trapelato dal deputato ucraino”
Goncharenko”, è il seguente:
È
stato pubblicato il piano per il cessate il fuoco nel conflitto tra Ucraina e
Russia.
Questioni
territoriali:
La Crimea,
Donetsk e Luhansk sono riconosciute de facto come russe.
Kherson
e Zaporizhzhia sono “congelate” sulla linea di contatto.
Alcuni
territori diventano una zona cuscinetto smilitarizzata sotto il controllo de
facto della Russia.
Entrambe
le parti si impegnano a non modificare i confini con la forza.
Accordi
militari:
La
NATO non schiererà truppe in Ucraina.
I
caccia della NATO saranno di stanza in Polonia.
Dialogo
sulla sicurezza tra USA-NATO-Russia, creazione di un gruppo di lavoro
USA-Russia.
La
Russia si impegna legalmente a seguire una politica di non aggressione nei
confronti dell’Ucraina e dell’Europa.
Blocco
economico e ripresa dell’Ucraina
Gli
Stati Uniti e l’Europa lanciano un ampio pacchetto di investimenti per la
ripresa dell’Ucraina.
100
miliardi di dollari di beni russi congelati saranno destinati alla ripresa
dell’Ucraina; gli Stati Uniti riceveranno il 50% dei profitti.
L’Europa
aggiunge altri 100 miliardi di dollari.
Altri
beni russi congelati saranno utilizzati per progetti congiunti USA-Russia.
Creazione
di un Fondo per lo sviluppo dell’Ucraina, investimenti in infrastrutture,
risorse e tecnologia.
La
Russia nel sistema mondiale
Graduale
revoca delle sanzioni.
Ritorno
della Russia nel G8.
Cooperazione
economica a lungo termine tra Stati Uniti e Russia.
Energia
e strutture speciali.
La
centrale nucleare di Zaporizhzhia (ZNPP) opererà sotto la supervisione
dell’AIEA, con una ripartizione dell’energia elettrica al 50% tra Ucraina e
Russia.
Gli
Stati Uniti aiutano a ripristinare le infrastrutture del gas ucraine.
Attuazione
e controllo:
L’accordo
è giuridicamente vincolante.
Il
controllo è esercitato dal “Consiglio di pace” guidato da Donald Trump.
Le
violazioni comportano sanzioni.
Dopo
la firma: cessate il fuoco immediato e ritiro alle posizioni concordate.
La parte più importante è che l’accordo è
“legalmente vincolante”.
Legalmente
vincolante per chi, esattamente?
Chi è
il garante in questo caso, Trump?
L’autarca
fallito che rischia l’impeachment dopo il 2026?
Cosa
succederà allora?
Chiaramente,
dal punto di vista della Russia, ci sono pochi vantaggi.
“Armchair
Warlord” osserva giustamente:
I
punti critici dell’accordo sono:
– I
russi non accetteranno ambiguità territoriali o zone smilitarizzate sul proprio
territorio.
– I
russi non accetteranno il riconoscimento “condizionato” dei confini della
propria nazione.
– I
russi non consegneranno i bambini russi.
– La
ZNPP è una centrale nucleare russa che deve essere gestita da Rosatom; l’AIEA è
una barzelletta.
– I
russi non concederanno l’amnistia alla sfilata di nazisti e criminali di guerra
ucraini.
– Un
AFU di 600.000 uomini è ridicolo.
Se
l’accordo fosse “Donetsk, Lugansk e ‘uti possidetis’, tutti legalmente
riconosciuti dalla NATO come confine internazionale”, un AFU di 60.000 uomini
senza armi a lungo raggio, diritti linguistici e religiosi russi e divieto dei
nazisti, allora potremmo arrivare a qualcosa.
Per
non parlare di questo dettaglio, secondo il “The Telegraph”:
Secondo
il piano degli Stati Uniti la Russia pagherà un canone di locazione all’Ucraina
per il controllo de facto sul Donbass — “The Telegraph”.
Il
piano costringerebbe l’Ucraina a cedere in locazione alla Russia la regione
orientale del Donbass, e il relativo controllo operativo pur mantenendo la
proprietà legale.
In quale mondo potrebbe mai accadere una cosa
del genere?
In
quella che potrebbe essere la risposta più chiara possibile a questa “proposta”
della Russia, Putin è apparso al quartier generale del “gruppo Zapad”, o
occidentale, sul campo di battaglia, vestito in abiti militari per un incontro
con Gerasimov e i comandanti di alto livello del settore:
Come se ciò non bastasse a comunicare il
“completamento” della campagna militare, Putin lo ha ribadito chiaramente
affinché non ci fossero malintesi:
“Gli
obiettivi dell’operazione militare speciale devono essere raggiunti senza
compromessi”. – Putin.
Inoltre, Putin ha definito in modo piuttosto
esplicito le
persone al potere in Ucraina una “banda di criminali”, il che sembra essere stato un altro
doppio messaggio volto a ricordare all’Occidente che la Russia non può
assolutamente firmare alcuna garanzia su questioni esistenziali per lo Stato
con persone delegittimate le cui firme non valgono l’inchiostro con cui sono
scritte.
L’unico
aspetto positivo evidente in tutto questo è il fatto che gli Stati Uniti
sembrano avvicinarsi sempre più alla comprensione della posizione della Russia,
anche se non ci sono ancora arrivati del tutto;
ma le
richieste degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina sono molto più vicine di
quanto non fossero prima, in particolare al “vertice” dell’Alaska:
ad esempio, la richiesta di
“smilitarizzazione” è stata finalmente ascoltata, con il risultato di una
proposta di riduzione di 2,5 volte delle dimensioni dell’esercito ucraino.
Detto
questo, ci sono chiaramente ancora abbastanza punti di stallo sia dal punto di
vista ucraino che da quello russo, tanto che è difficile immaginare che si
tratti di qualcosa di più di un altro atto di questa coreografia tra Stati
Uniti e Russia.
Inoltre,
Zelensky non sembra disposto ad accettare passivamente le manovre di potere del
NABU.
Anziché cedere, sembra aver deciso di
raddoppiare la posta in gioco e “andare ai materassi”, almeno secondo alcune
fonti ucraine.
Ad
esempio, il deputato della Rada “Yaroslav Zheleznyak”
ci
dice:
Zelensky non licenzierà “Yermak”, ma lancerà
un contrattacco contro il NABU e tutti coloro che sono coinvolti nelle indagini
sul caso Mandich, accusandoli di lavorare per la Russia per forzare l’adozione
del piano di pace Trump-Putin, – ha dichiarato alla Rada.
“Il
presidente ha deciso di non licenziare “Yermak”.
Rimarrà
al suo posto e verrà lanciato un contrattacco contro tutti coloro che sono
coinvolti nel ‘Mandich Gate’.
Questo sarà annunciato ora e l’attacco con la
‘traccia russa’ ricomincerà.
Innanzitutto,
dal punto di vista mediatico, qualcosa di simile a ieri, quando l’Ufficio ha
già iniziato a diffondere qualcosa sul ‘piano Whitkoff’ e sul fatto che
l’operazione speciale ‘Mida’ è una coercizione ad esso.
E poi
ci aspettiamo un potente contrattacco contro tutti coloro che sono in qualche
modo coinvolti nelle indagini”, ha detto il deputato Zheleznyak.
Da
settembre, l’ufficio di Zelensky sta preparando un attacco dello “SBU” contro
il “NABU” e il “SAP”, accusando di tradimento i loro leader e i detective
chiave sulla base della testimonianza del deputato arrestato “Khristenko”.
Tuttavia,
dopo l’inizio dello scandalo di corruzione, questo piano è stato rinviato ma
non cancellato, secondo quanto riportato dai media.
Altre
voci:
Volodymyr Zelensky terrà una riunione cruciale
con la sua fazione di governo, ‘Servitore del Popolo’, intorno alle 20:00, ora
di Kiev.
La riunione arriva nel mezzo di uno scandalo
di corruzione sempre più ampio che ha coinvolto diversi alleati del presidente
e che chiede le dimissioni o il licenziamento del suo potente capo di gabinetto
“Andriy Yermak”.
Ai
parlamentari del partito di Zelensky è stato chiesto di astenersi dal porre
domande ‘politiche’ durante la riunione. Decine di persone sostengono la
destituzione di Yermak e cambiamenti più profondi nel personale.
Quale che sia la decisione del presidente,
avrà grandi implicazioni per Kiev, il suo governo e l’amministrazione
presidenziale, e potenzialmente per qualsiasi processo di pace futuro.
Continuate
a seguire gli sviluppi.
Come da copione, anche i pezzi grossi del
complesso militare-mediatico-industriale sono passati alla modalità di
controllo dei danni:
(economist.com/leaders/2025/11/19/dont-let-a-scandal-undermine-the-defence-of-ukraine).
Le
squadre di “pulizia” sono state dispiegate per sostenere l’Ucraina e garantire
che le ultime operazioni di “sabotaggio” legate alla corruzione non riescano a
far deragliare la guerra di estinzione della cricca europea contro la Russia.
Nel
ridicolo articolo del The Economist sopra citato, la tattica impiegata è quella
del “tu quoque”:
L’indignazione
è giustificata ma è fondamentale capire cosa questo scandalo significa e cosa
non significa.
Innanzitutto,
la corruzione che rivela non è una novità.
L’Ucraina,
sebbene molto meno corrotta della Russia di Vladimir Putin, ha una lunga storia
di scandali pre e post-sovietici.
La
missione occidentale di incoraggiare le riforme era destinata a essere lenta.
Lo
sforzo è antecedente a Zelensky e gli sopravviverà.
Osservate
quanto velocemente cambia la musica:
Da un
punto di vista geopolitico, questo scandalo non cambia nulla.
L’Ucraina non è, e non è mai stata, un modello
di governance pulita.
Non è
per questo che l’Occidente ha speso circa 400 miliardi di dollari, e continua a
farlo, per aiutare a difenderla.
Quanto
tempo passerà prima che l’argomento si trasformi in: “Sappiamo che l’Ucraina non è una
democrazia, ma non è per questo che abbiamo sostenuto l’Ucraina con i sudati
miliardi dei vostri contribuenti!”.
Notate
con quanta sottigliezza la china scivolosa scende dall’atrio degli alti ideali
come la “democrazia” e la lotta alla corruzione, verso la fogna delle vere
cause primordiali dell’intera crisi esistenziale.
Di
questo passo, presto la macchina mediatica corporativa sosterrà che dovremmo
semplicemente dimenticare tutte le pretese surrogate di “ideali” rosei e
combattere la Russia fino all’ultimo, perché non è altro che l’odiato ‘Altro’
brulicante di una “sotto razza” di barbari mongolici.
O
forse andranno ancora oltre e cominceranno ad ammettere apertamente che la
Russia deve essere distrutta a tutti i costi perché possiede l’arma più
pericolosa di tutte:
un’alternativa valida al sistema unico del
[cosiddetto] “ordine occidentale” che, come il partito unico che governa gli
Stati Uniti, può sopravvivere e preservare il suo dominio globale solo se non
viene mai consentita l’esistenza di alternative valide.
Quanto
tempo passerà prima che il fragile guscio di queste pretese si sgretoli
completamente e l’Occidente sia costretto a esprimere il suo brutto odio nella
sua chiarezza più nuda e immediata?
In
ogni caso, la guerra probabilmente continuerà, ma la continua erosione
dell’ostinazione degli Stati Uniti nei confronti delle richieste russe è un
segnale positivo e sembra portare a una sorta di guerra civile tra le
controparti ucraine e americane, il che non può che essere una cosa positiva.
(Simplicius76,
approfondite analisi di geopolitica e dei conflitti, con un pizzico di ironia.)
(simplicius76.substack.com/p/leaked-peace-proposal-carries-hidden).
Assassini
che si spaccano
come
cocci d’ovo
comedonchisciotte.org
– Redazione CDC - kelebeklerblog.com – (23 Novembre 2025) – ci dice:
Quando
sentiamo che gli affitti – che vengono stabiliti dai padroni di casa – sono
diventati inaccessibili, sbadigliamo.
Quando
un miserabile fruga tra i nostri cassetti per rubarci cinque euro, e distrugge
l’unica foto del bisnonno, che non ha prezzo, ci prende – giustamente – un
colpo al cuore.
Ne
consegue che per la maggior parte dell’umanità, i proprietari immobiliari
sembrano avere molto meno impatto sulla nostra vita, dei miserabili.
Da cui
deriva l’idea, se riuscissimo a liberarci dai miserabili, vivremmo tranquilli.
Spesso,
i miserabili provengono da paesi lontani.
O
meglio, quando succede, almeno riusciamo a dare un volto ai miserabili, e
riusciamo quindi a fantasticare una soluzione, la “remigrazione” dei
miserabili.
Ieri,
verso le ore sedici, ero alla Stazione Santa Maria Novella.
Tra
mille persone, ne noto tre.
Una
giovane donna dalla pelle nera.
Un
italianissimo (anzi, toscano come capirò poi), altissimo, bei capelli neri, ma
sguardo da allucinato.
Una
donna penso italiana, ben vestita, dall’aria normale.
La
giovane donna nera si fruga nella borsa, e le cascano degli spiccioli – credo
due monete da due euro.
Veloce,
l’italianissimo si china e glieli ruba.
Lei
protesta, ma lui è alto e grosso, e se ne frega.
Io in
quel momento mi sento spaccare il cuore in quattro.
So che
la ragazza nera ha ragione e il maschio italico ha torto; vedo che la ragazza è
chiaramente normale e quindi per luoghi comuni, penso che se perde quattro euro
non muore;
e poi
mi chiedo, se io affronto il maschio bianco che ruba quattro euro alla ragazza
nera, e lui mi accoltella?
Intanto
la terza persona, la donna dall’aria normale, ci guarda affascinati, a me, alla
donna nera e al ladro bianco.
La
ragazza nera sussurra qualcosa come “no!” ma non ho il coraggio di schierarmi
con lei.
In
quel momento mi rendo conto della vera questione della Identità, di cui tanto
si parla.
Lei –
donna nera internazionale – è sola in quel momento.
Io –
che sono messicano, ma anche fiorentino – sono altrettanto solo.
Non è
questione di razze, è questione di solitudini, di isolamenti nell’enorme
macchina che ci isola tutti.
Che è
poi la definizione ultima di ciò che chiamano “Civiltà Occidentale”:
noi
dovremmo difendere proprio questa solitudine dagli squilibrati che ci vivono
dentro.
Lo
sfigato alto e robusto e maschio e bianco, afferra i quattro euri… poi corre
fuori.
Sui
gradini della stazione, si gira verso di me, e mi urla, toscanissimo…
“C…
guardi, fatti i c… tuoi!”
Per un
attimo, mi fa simpatia, perché nella sua violenta rabbia e minaccia, ha notato
che io l’ho notato, che lo stavo pensando.
Ma
dietro, vedo la donna italiana, normale, che mi sorride, e improvvisamente, mi
rendo conto che lei segue lui, corrono insieme…
Li
inseguo da lontano, per capire cosa faranno loro dei quattro euri rubati alla donna
nera di cui non saprò mai più nulla.
Li vedo scomparire, ridendo insieme, verso un
qualche luogo in cui quattro euro contano qualcosa, contro qualcosa.
È come
una violenta illuminazione.
Tra la
mia vergogna per non aver fatto nulla, quello che deve aver vissuto la ragazza
nera che non vedrò mai più, la mia viltà nel non aver affrontato lì per lì il
ladro, la compassione per lui, la piccolezza di tutta la vicenda rispetto agli
orrori immensi e reali, la curiosità di capire il ruolo della donna normale, la
scoperta della complessità delle cose, la facilità con cui attribuiamo tutto a
qualche etnia, e l’eterno mistero degli sfigati…
Della
gente che ti trovi ovunque, piccole fragili violente umanità, assassini crudeli
che si spaccano come cocci d’uovo.
Eppure
capisco come queste piccole cose ci sconvolgano più di quelle grandi, nella
loro immensa, invincibile lontananza.
(kelebeklerblog.com).
(kelebeklerblog.com/2025/11/19/assassini-che-si-spaccano-come-cocci-dovo/).
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