Lo scontro tra Europa e Russia sarebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale.

 

Lo scontro tra Europa e Russia sarebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale.

 

 

 

“CORE 5”: Gli USA Scelgono un

 Mondo Multipolare e Declassano

 l’Europa.

Conoscenzealconfine.it – (14 Dicembre 2025) - Giuseppe Masala – ci dice:

 

La prestigiosa testata americana “Defense One” , specializzata in sicurezza globale e difesa nazionale, dichiara di aver preso visione di una versione “segreta e più estesa” del “Documento di Sicurezza Strategica Nazionale USA” (SSN) divulgato in questi giorni, e che già nella versione pubblica ha avuto enorme eco soprattutto in Europa.

 

La testata USA specializzata in sicurezza globale sostiene di aver visto una versione “non censurata” del “Documento di Sicurezza Strategica USA” nella quale vi sarebbe riportato che Washington sostiene la nascita di un nuovo organismo, il “Core 5”, per gestire gli affari globali e che l’Europa ne sarebbe esclusa, relegandola a area del mondo marginale.

“Defence One” sostiene che nella versione “allargata” (e originaria) che ha potuto leggere sono presenti due ulteriori capitoli di estrema rilevanza.

 Il primo si intitola eloquentemente “Make Europe Great Again”, mentre il secondo si intitola “Core 5”.

Il primo, come è facile intuire delinea le strategie per far rinascere una Europa, ritenuta a Washington, in piena decadenza, mentre il secondo delinea la nascita di un nuovo organismo informale – che di fatto sostituirebbe il G7 – e che avrebbe il compito di gestire gli affari globali. “Core 5”, appunto perché sarebbe composto da cinque paesi.

Make Europe Great Again.

Rispetto alla versione pubblica nella quale Washington per l’Europa sostiene la necessità di rendersi autonoma dagli USA sul piano militare, in questa versione segreta si sostiene anche la necessità di “sostenere i partiti, i movimenti e le figure intellettuali e culturali che cercano la sovranità e la conservazione dei tradizionali stili di vita europei… rimanendo filo-americani”, afferma il documento (parte estratta direttamente dall’articolo di “Defence One”, Nda).

 

Quindi, in sostanza, nella nuova strategia di sicurezza, si sostiene la necessità che gli USA si ingeriscano in maniera pesante della politica dei paesi europei a favore degli esponenti conservatori.

Ancora più clamoroso è l’altro asse di intervento ipotizzato dall’amministrazione Trump: lavorare con alcuni partner europei al fine di riuscire ad allontanarli dall’UE. I paesi prescelti sarebbero Austria, Polonia, Ungheria e soprattutto Italia.

Qualora fosse confermata questa strategia saremmo di fronte ad uno scenario nel quale gli USA hanno deciso di lavorare direttamente per mandare in frantumi l’UE e ciò sarebbe davvero clamoroso;

 non ci rimane che attendere, tenendo conto però che in paesi come l’Italia il potentissimo blocco filo europeo farebbe muro contro gli USA per difendere la costruzione europea ciò, ovviamente, porterebbe potenti convulsioni politiche a Roma.

Core 5.

Non meno clamorosa sarebbe la nascita – prospettata nella versione riservata del piano strategico di sicurezza nazionale – del nuovo organismo che dovrebbe sostituire il G7 ormai ritenuto da Washington disfunzionale e non più adatto a gestire gli affari mondiali.

Il nuovo organismo, il Core 5, comprenderebbe gli USA, la Cina, il Giappone, l’India e la Russia.

 

Una riforma che lascia senza fiato, per la magnitudo con la quale terremoterebbe le attuali gerarchie mondiali.

Innanzitutto l’Europa sarebbe fuori gioco, completamente.

Dopo secoli di dominio mondiale il Vecchio Continente (fino al 1919 in solitaria, mentre da lì in avanti da Junior Partner degli USA) sarebbe escluso dal ruolo di dominus mondiale per finire relegato tra le aree geografiche non rilevanti su scala planetaria.

Bisogna essere onesti, l’ipotesi è plausibile e perfettamente coerente con ciò che gli USA ritengono sia il reale status europeo:

quello di un’area marginale, isolata, arretrata economicamente e tecnologicamente, e soprattutto socialmente in grave pericolo, a causa di una immigrazione incontrollata proveniente dal resto del mondo.

 

Inoltre, sempre dal punto di vista USA, l’Europa è un’area irrilevante e non in grado di difendere militarmente sé stessa in maniera autonoma.

Il combinato di tutto questo non può che essere la “retrocessione” tra le aree del mondo che non sono in grado di giocare un ruolo negli affari mondiali e che dovrà accettare quanto disposto dalle nuove grandi potenze.

 

Non sfugge peraltro che questa entità, il Core 5, non è fondata sulla ricchezza dei suoi componenti, né sulla loro democraticità.

Piuttosto si tiene conto della demografia, della forza militare e anche delle prospettive di sviluppo.

Una visione molto importante che viene dopo quella economicista che l’Europa ci ha afflitto in questi trenta anni.

Una visione sclerotizzata nella quale si viveva in ossequio al rispetto di meri parametri contabili come quelli previsti nei vari “MES” e nei vari “patti di stabilità”.

Una follia che – a quanto pare – ci sta spedendo nella serie B del mondo, né più e né meno che un Pakistan o un Cile.

 

L’altro elemento a mio avviso importantissimo è quello che in questo nuovo consesso che dovrebbe dirigere in mondo, gli USA non hanno la maggioranza visto che potranno contare tra i componenti solo sul Giappone come fedele alleato.

 Mentre, dall’altra parte del tavolo Cina, Russia e India – ovvero il ben rodato asse asiatico antagonista al cosiddetto “occidente collettivo” – in questo nuovo format, formerebbe un blocco di maggioranza.

 

Qualora il “Core 5 “vedesse realmente la luce sarebbe veramente il segno che è nato un nuovo mondo multipolare e inoltre (data l’assenza) che l’Europa sarebbe relegata ad un ruolo di area geografica di secondo ordine come il Sud America.

 

Lo “Strano” Discorso del Governatore della Banca d’Italia, Panetta.

Che i rapporti tra l’Europa e gli USA siano ormai tesissimi è evidente e ciò aumenta in larga misura la credibilità dello scoop di “Defence One”.

A tale proposito colpisce un discorso tenuto a Dublino il 9 Dicembre dal sempre prudentissimo governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nel quale si sostiene come nel prossimo futuro il mondo uscirà dal sistema dollaro-centrico nato a Bretton Woods, per abbracciare un sistema nel quale una costellazione di diverse monete avrà il ruolo di standard del commercio e degli investimenti internazionali.

Fa davvero impressione ascoltare un governatore dell’Euro-sistema anche solo ipotizzare una uscita dal sistema fondato sul dollaro che, peraltro, è il vero” punctum dolens” degli americani:

 argomento davvero tabù, che manco paesi antagonisti come la Cina possono affrontare apertamente, figuriamoci se possono i paesi vassalli di Washington.

Per certi versi, l’ipotesi di Panetta, sembra quasi una minaccia (certo nei toni fatta con il guanto di velluto) visto che la perdita dello status del dollaro da parte degli USA immediatamente si rifletterebbe sugli investimenti che affluiscono copiosi in USA.

La stessa testata americana “Politico.com” peraltro sostiene che la BCE si stia segretamente preparando al collasso della “leader chip” degli USA e del Dollaro a livello mondiale e dunque a consentire un maggior utilizzo dell’Euro fuori dalla stessa area euro.

A mettere in fila tutte queste informazioni appare evidente come il divorzio tra gli USA e l’Europa sia probabilmente irreversibile.

(Giuseppe Masala).

(defenseone.com/policy/2025/12/make-europe-great-again-and-more-longer-version-national-security-strategy/410038/).

(lantidiplomatico.it/dettnews-core_5_gli_usa_scelgono_un_mondo_multipolare_e_declassano_leuropa/29296_64191/).

«Tempi molto pericolosi».

Verso la terza guerra mondiale?

 Francescotuccari.it – (03 – ottobre – 2025) - Francesco Tuccari - Blog – Redazione – ci dice:

 

In una intervista rilasciata il 21 settembre 2025 al quotidiano belga «Le Soir» e pubblicata contemporaneamente su diversi altri giornali europei (tra cui «La Repubblica»), la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato con grande enfasi che l’Europa e il mondo intero stanno attraversando «tempi molto pericolosi».

Aveva già usato la stessa espressione qualche mese prima a Bruxelles, in occasione della presentazione del progetto «Re Arm Europe», e poi a Strasburgo, in un discorso al Parlamento europeo.

Questa volta, però, il riferimento ai «tempi pericolosi» era in risposta a una domanda molto diretta e altrettanto inquietante dell’intervistatore: «Stiamo andando verso la terza guerra mondiale»?

 «No – ha risposto von der Leyen – ma viviamo in tempi molto pericolosi».

 Subito dopo ha aggiunto:

«Farò tutto quello che è in mio potere per preservare la pace e la libertà in Europa.

È proprio per questo che stiamo rafforzando le nostre capacità di difesa con così tanta determinazione.

In un mondo sempre più ostile, dobbiamo fare tutto il possibile per salvaguardare la democrazia, la prosperità e la pace».

 

Pronunciate in Europa, un «piccolo angolo di mondo» sostanzialmente in pace dal 1945, queste parole sembrano semplicemente inconcepibili. È difficile metterne a fuoco la portata.

 È un fatto, però, che stanno dilagando ovunque le retoriche e gli allarmi sulla possibilità di una nuova “major war”: una grande e distruttiva guerra tra grandi potenze, la «terza guerra mondiale» appunto.

Non semplicemente nel senso, per certi aspetti rassicurante, della «terza guerra mondiale a pezzi», di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo.

Ma nel senso di una vera e propria «guerra mondiale», in qualche modo assimilabile ai due grandi conflitti che hanno sconvolto la prima metà Novecento.

Una guerra, si deve aggiungere, che oggi si combatterebbe con le armi infinitamente più distruttive messe a punto da allora:

bombe atomiche e termonucleari, missili ipersonici, droni, «armi autonome» e molti altri strumenti di morte – come ha detto Donald Trump in uno dei suoi tanti discorsi pubblici – «che non vorreste nemmeno conoscere».

 

«Terza guerra mondiale» o espressioni consimili circolano in effetti con frequenza sempre maggiore.

Il presidente Usa Donald Trump, a modo suo, ne ha evocato più volte il rischio, attribuendone la responsabilità prima ai democratici e a Biden e poi addirittura allo stesso leader ucraino Zelensky (così il 28 febbraio 2025 alla Casa Bianca: «stai giocando con la terza guerra mondiale»).

Più recentemente, il 18 settembre, in una conferenza stampa congiunta con il premier britannico “Keir Starmer” al termine di una visita ufficiale nel Regno Unito, ha tuonato contro la Russia affermando di non volere «una terza guerra mondiale» tra potenze nucleari.

 

Anche per Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov – per tacere del suo portavoce “Dmitrij Peskov,” dell’ex presidente russo “Dmitrij Medvedev” e più in generale dei media russi – la «terza guerra mondiale» si avvicina molto pericolosamente.

Lo ha ripetuto di recente, il 27 settembre, “Marija Zacharova”, portavoce del ministro degli Esteri, alludendo a fantomatici piani ucraini di sabotaggio da condursi – sotto «falsa bandiera», attribuendoli cioè alla Russia – ai danni di Polonia e Romania per scatenare l’inferno: «mai in epoca moderna – ha detto – l’Europa è stata così vicina all’inizio della terza guerra mondiale».

 

Meno diretto, ma altrettanto chiaro il leader cinese” Xi Jinping”.

 Il 3 settembre – il giorno in cui la Cina commemora la vittoria cinese sul Giappone nella Seconda guerra mondiale – circondato da Putin, dal leader coreano Kim Jong-un e da molti altri esponenti del cosiddetto «Sud globale», tra i quali l’indiano Narendra Modi e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, “Xi” ha affermato che «l’umanità (corsivo mio) oggi si trova di fronte alla scelta tra pace e guerra, dialogo e confronto, cooperazione “win-win” e giochi a somma zero».

 Ha aggiunto, naturalmente, di non volere la guerra, di mirare a un modello più giusto ed equo di ordine mondiale, facendo però seguire alle parole una delle più colossali parate militari della storia della Cina comunista, con l’esibizione di armi spaventose:

missili con testate nucleari, navi e sottomarini, aerei di ultima generazione, droni e sistemi anti-drone e quant’altro.

Uno spettacolo davvero inquietante.

 

Insomma, nessuno (forse) vuole una terza guerra mondiale.

Ma tutti ne parlano sempre più spesso, talora con toni minacciosi, quasi sempre con crescente preoccupazione.

E ciò accade in un mondo che è divenuto palesemente instabile e che al tempo stesso è profondamente interconnesso nei suoi tre quadranti di maggiore crisi: l’Eurasia, il Medio Oriente e l’Indo-pacifico.

 

A che punto siamo oggi? Ci stiamo davvero proiettando – consapevolmente o come «sonnambuli» – verso un nuovo conflitto mondiale?

 

La guerra ai confini dell’Europa.

Gli occhi di molti sono oggi puntati sul tragico e disumano massacro che si sta consumando nella Striscia di Gaza, di cui parleremo a breve.

 Lo scenario più preoccupante, tuttavia, è quello della guerra russo-ucraina, che minaccia di degenerare in un ben più ampio e pericoloso confronto diretto tra la Federazione Russa e la NATO.

Un confronto ormai aperto, ma per ora contenuto entro gli schemi già molto allarmanti della «guerra ibrida».

 

Della guerra russo-ucraina ci siamo già ampiamente occupati in altri due articoli.

Nel primo, pubblicato poco dopo l’inizio del conflitto il 24 febbraio 2022, ne abbiamo analizzato le cause e i primi sviluppi (Ucraina: la guerra di Putin).

Nel secondo, pubblicato al principio del 2025, abbiamo continuato a seguirne lo svolgimento per i successivi tre anni, provando a collocare quel conflitto nella turbolenta serie di guerre di varia intensità che stanno affliggendo gran parte del pianeta («Terza guerra mondiale a pezzi»?).

Abbiamo poi almeno in parte aggiornato l’analisi al maggio 2025, parlando dei primi cento giorni della presidenza Trump, che ha impresso una svolta profonda alla guerra, da un lato prendendo inizialmente le distanze dall’Ucraina e dalla stessa Europa e dall’altro cercando di seguire una linea di appeasement con la Russia di Putin (The age of Chaos, I primi cento giorni di Trump).

 

Da allora il conflitto si è andato ulteriormente incattivendo, senza tuttavia produrre, almeno ad oggi, decisivi progressi sui campi di battaglia, con un bilancio di centinaia di migliaia di perdite umane tra morti e feriti militari e civili.

Proprio a partire da maggio, infatti, la Russia ha intensificato i suoi attacchi, riuscendo a conquistare diverse centinaia di km2 di territorio ucraino.

 Al tempo stesso, ha ripetutamente martellato dai cieli l’intero paese – con droni e missili balistici scagliati su obiettivi militari e civili – colpendo più volte la capitale Kiev e, al principio di settembre, lo stesso palazzo del governo.

Dal canto loro, le forze militari ucraine sono riuscite in parte a contenere l’offensiva russa in diversi settori del fronte.

 In alcuni casi hanno ripreso il controllo di villaggi e postazioni considerate strategiche.

Sono riuscite poi a colpire o a sabotare dietro le linee, e cioè in territorio russo, infrastrutture militari e logistiche del nemico.

Di particolare impatto l’operazione «Spider web», all’inizio di giugno, che ha preso di mira con sciami di droni diverse basi aeree del nemico a grande distanza dal fronte, producendo danni ingenti alla flotta strategica russa di bombardieri.

Ad essa sono seguiti ulteriori attacchi con droni contro porti e diverse raffinerie Gazprom.

Pur nel quadro di una netta superiorità delle forze militari di Mosca, insomma, sul campo gli esiti della guerra restano tuttora altamente incerti.

 

Ciò che è cambiato e sta tuttora cambiando ad alta velocità è il contesto più generale del conflitto.

L’iniziale tentativo del presidente Trump di porre fine alle ostilità attraverso la ricerca di un accordo diretto con Putin da realizzarsi in ampia misura senza (o addirittura contro) la volontà degli ucraini e della stessa Unione europea ha infatti prodotto una serie di effetti di grande rilievo.

Ha anzitutto consolidato la decisione degli ucraini di resistere a ogni costo e senza compromessi all’aggressione russa e la loro volontà di recuperare tutti i territori perduti con la guerra, Crimea compresa (annessa dai russi già nel 2014).

Ha poi spinto, già in marzo, l’Ue a introdurre, su impulso della Commissione, un piano molto consistente di riarmo, il cosiddetto “Re Arm Europe”, poi ribattezzato “European Defence – Readiness 2030:” un piano reso urgentissimo dalla percezione dei partner europei del disimpegno americano.

Ha quindi reso sempre più aggressivo e arrogante lo stesso Putin, soprattutto dopo gli onori che gli sono stati tributati da Trump nell’incontro bilaterale svoltosi ad Anchorage, in Alaska, il 15 agosto.

 Si è trattato di un meeting del tutto inconcludente sul piano pratico, da cui – secondo tutti gli analisti – Putin è uscito vincitore:

riabilitato come un grande leader mondiale dal presidente americano e al tempo stesso indisponibile a qualsiasi reale trattativa sulla questione ucraina.

 La sua presenza, pochi giorni dopo, alla spettacolare parata militare cinese del 3 settembre, a fianco di Xi Jinping e di decine di influenti leader del Sud Globale e di nemici giurati dell’«Occidente», ha infine coronato il suo successo.

Mostrando, al tempo stesso, il “carattere del tutto illusorio” della strategia trumpiana di sottrarre la Federazione Russa all’abbraccio con la Cina, il vero e grande nemico degli Stati Uniti.

 

A quel punto, anche di fronte alla crescente virulenza delle offensive e dei bombardamenti russi, l’atteggiamento di Trump è cambiato.

 «Putin mi ha davvero deluso» ha detto il 18 settembre, nella conferenza stampa congiunta con il premier “Keir Starmer” che ha chiuso la sua visita ufficiale nel Regno Unito, La stessa in cui egli aveva evocato lo spettro della «terza guerra mondiale».

Non era certo la prima volta che Trump esprimeva questa «delusione». Lo aveva già fatto in altre precedenti occasioni, anche prima dell’incontro di Anchorage.

Adesso, però, quella delusione lo ha riavvicinato in qualche modo a Zelensky e agli stessi alleati europei, che per tutta l’estate avevano fatto forti pressioni per ottenere il suo sostegno a Kiev.

 

Ha rappresentato una svolta di grande rilievo – ma da prendere con le pinze data l’imprevedibilità di Trump – l’incontro tra il presidente Usa e Zelensky il 24 settembre, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu.

In quell’occasione e sui social, Trump è arrivato a definire la Russia una «tigre di carta» e ad affermare che, con il sostegno dell’Ue e della Nato, l’Ucraina potrebbe riconquistare i territori perduti con la guerra.

A questo scopo – ha aggiunto – sarebbe fondamentale che l’Ue cessasse del tutto di acquistare petrolio russo e che venissero posti dazi elevatissimi contro il principale sostenitore di Putin, la Cina.

Per bocca del suo inviato speciale in Ucraina “Keith Kellogg”, Trump ha poi autorizzato attacchi a lungo raggio contro la Russia.

E, come se non bastasse, sta attualmente valutando la possibilità di fornire all’Ucraina” missili Tomahawk”, missili da crociera in grado di colpire con precisione obiettivi a grande distanza con testate convenzionali o nucleari.

Da ultimo, il 30 settembre, in un discorso infuocato di fronte a 800 generali americani giunti da tutto il mondo nella base di Quantico, in Virginia, ha detto di essere pronto anche a un confronto nucleare, anche se non è certo il suo auspicio.

La situazione, insomma, è in piena evoluzione.

Se tutto questo porti alla pace oppure a una escalation nella guerra è tutto da vedersi.

 L’affermazione del portavoce del Cremlino Peskov – «la Russia non è una tigre di carta, ma un vero orso» – non promette niente di buono.

Nel frattempo, sia pure «solo» in forma ibrida, il conflitto ha cominciato a estendersi pericolosamente oltre i confini ucraini.

 Da diverse settimane, infatti, si registrano continui attacchi informatici contro strutture civili strategiche europee e soprattutto continue violazioni dello spazio aereo Ue e Nato da parte di droni e anche di aerei da guerra russi.

Non si tratta, beninteso, di una novità assoluta.

Il fenomeno ha raggiunto però un’intensità davvero allarmante tra la fine di agosto e nel corso del mese di settembre.

Dopo che lo stesso aereo su cui viaggiava Ursula von der Leyen è stato costretto, il 31 agosto, a un atterraggio di emergenza per sospette interferenze russe sul segnale GPS dell’aeroporto bulgaro di Plovdiv – un fatto gravissimo – il primo paese a farne le spese è stata la Polonia, nel cui spazio aereo sono penetrati una ventina di droni russi nella notte tra il 9 e il 10 settembre.

Pochi giorni dopo, il 14 settembre, sia pure in misura decisamente minore, è toccato alla Romania.

Il 19 settembre tre Mig russi hanno violato per ben 12 minuti lo spazio aereo dell’Estonia, facendo immediatamente alzare in volo aerei da guerra della Nato.

Il giorno dopo, il 20 settembre, mentre un attacco informatico mandava in tilt gli aeroporti di Bruxelles, Londra e Berlino, altri jet russi hanno sorvolato a bassa quota una piattaforma petrolifera nel Baltico, in acque territoriali polacche.

Negli ultimi giorni di settembre, in uno stillicidio quotidiano, droni russi hanno sorvolato (e in alcuni casi paralizzato) diversi aeroporti e anche una base militare nella penisola scandinava: in Danimarca, Norvegia e Finlandia.

Zelensky ha affermato che la stessa Italia potrebbe trovarsi a breve nella stessa situazione. Mosca nega, naturalmente, ogni coinvolgimento.

Accusa anzi l’Ucraina di operazioni «false flag», dirette ad accendere la miccia di una guerra aperta tra la Nato e la Russia.

 È più probabile, secondo molti analisti, che azioni del genere siano in realtà finalizzate a testare le capacità di reazione dei paesi Nato e a terrorizzare le opinioni pubbliche europee.

 

Come che sia, la situazione è esplosiva.

Il rischio di incidenti dalle conseguenze imprevedibili è elevatissimo.

 La Polonia e l’Estonia hanno già invocato l’art. 4 della Nato, che prevede appunto consultazioni urgenti tra i paesi dell’Alleanza in risposta a una minaccia di guerra.

Allo stesso tempo, l’Ue sta valutando il progetto di costruire un «muro anti-droni» sul suo confine orientale.

Siamo insomma a un passo dal richiamo all’art. 5, e cioè da una possibile guerra tra la Russia e la Nato. «Tempi molto pericolosi», appunto.

 

Il Medio Oriente e la guerra di Gaza.

Anche della drammatica guerra in corso in Medio Oriente ci siamo occupati a più riprese:

prima, ricostruendo brevemente la storia del conflitto israelo-palestinese e l’imponente accelerazione che esso ha subito nei mesi successivi ai mostruosi attentati del 7 ottobre 2023;

poi, seguendo lo sviluppo e l’estensione del conflitto a tutto il Medio Oriente fino all’estate del 2024 e quindi al principio del 2025;

da ultimo, aggiornandone i principali svolgimenti durante i primi cento giorni della presidenza Trump, fino al maggio 2025.

 

Da allora – grosso modo dalla primavera-estate 2025 – il conflitto si è dapprima pericolosamente esteso su scala regionale, sia pure per pochi giorni, e poi è andato concentrandosi nella Striscia di Gaza (con importanti riflessi anche in Cisgiordania), aggravando una catastrofe umanitaria di enormi proporzioni ai danni dei civili palestinesi.

Una catastrofe – si deve aggiungere – che il 16 settembre una commissione indipendente delle Nazioni Unite, presieduta dalla giurista sudafricana “Navi Pillay”, ha classificato come un vero e proprio «genocidio» e che come tale è considerato da ampi segmenti dell’opinione pubblica internazionale.

 La definizione è contestata.

Si calcola però – così almeno riferisce il “Ministero della Salute di Gaza” – che a oggi le vittime della guerra siano ormai quasi 70.000, in gran parte civili, molti dei quali bambini, donne e anziani.

 E questo senza contare i decessi dovuti alla fame e al tracollo delle infrastrutture sanitarie palestinesi.

 Un bilancio spaventoso, insomma, che già nel novembre 2024, aveva spinto la “Corte penale internazionale” a emettere un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità nei confronti di “Netanyahu” e del suo ex ministro della Difesa “Yoav Gallant”, insieme a “Mohammed Deif”, uno dei leader militari di “Hamas”.

 

Per ricostruire questi sviluppi, conviene ripartire dalla tregua che tra il 19 gennaio e il 18 marzo 2025 – tra la fine dell’amministrazione Biden e gli inizi della presidenza Trump – aveva almeno in parte alleggerito la tragedia di Gaza e portato alla liberazione di diversi ostaggi del 7 ottobre e di moltissimi palestinesi prigionieri in Israele.

Da quel 18 marzo, tuttavia, grazie al sostegno incondizionato di Trump a Israele e a seguito di ripetute violazioni del cessate il fuoco e dell’umiliante spettacolarità che Hamas aveva voluto imprimere alla liberazione degli ostaggi, la guerra di Gaza è ripresa in grande stile, con attacchi aerei e di terra, blocco degli aiuti umanitari, esodi e controesodi dei palestinesi lungo la Striscia.

 

Nonostante qualche timido e infruttuoso tentativo diplomatico che a maggio aveva messo in dialogo Usa, Ue, Giordania, Qatar ed Egitto, la situazione si è ulteriormente complicata con l’operazione «Rising Lion»: il bombardamento israeliano delle infrastrutture militari e nucleari dell’Iran (il principale e più potente sostenitore di Hamas e di altri gruppi terroristici della regione come Hezbollah e gli Houti) il 13 giugno 2025.

La risposta iraniana non si è fatta attendere:

decine di droni e di missili balistici furono lanciate contro Tel Aviv, Gerusalemme e altre aree residenziali del paese.

Da qui l’ulteriore rappresaglia di Israele, che nelle successive 48 ore continuò a colpire depositi missilistici e centri di comando iraniani, con un bilancio complessivo di 400 morti (tra questi scienziati e militari) e severe distruzioni materiali a fronte di una decina di vittime civili in Israele.

Per le pressioni internazionali, il rischio di un’ulteriore escalation a livello regionale venne allora scongiurato.

Il conflitto israelo-palestinese tornò, tuttavia, a concentrarsi drammaticamente sulla Striscia di Gaza e in parte, per i continui sconfinamenti dei coloni, in Cisgiordania.

 

È pressoché impossibile seguire nel dettaglio lo sviluppo della colossale offensiva di terra scatenata dal governo Netanyahu e dall’”Israeli Defence Force” nell’estate 2025.

Le operazioni militari – condotte con mezzi corazzati, bulldozer, forze speciali, bombardamenti a tappeto – hanno subito una brusca e massiccia accelerazione negli ultimi giorni di luglio con l’attacco a “Deir al-Balah”, una città di circa 100.000 abitanti collocata al centro della Striscia.

 Sono poi proseguite, con il richiamo in servizio di decine di migliaia di riservisti, tra agosto e settembre contro la stessa Gaza City, dove secondo i vertici politici e militari israeliani sono nascosti, vivi o morti, gli ultimi ostaggi del 7 ottobre e il grosso delle milizie di Hamas.

 I risultati di questa operazione tuttora in corso – denominata «Carri di Gedeone» – sono stati e continuano a essere drammatici.

Migliaia le vittime palestinesi, soprattutto civili.

 Catastrofiche le distruzioni materiali ai danni di edifici, scuole e ospedali.

Terribili le condizioni della popolazione:

ridotta alla fame, senza possibilità di ottenere un’adeguata assistenza sanitaria, costretta a continui e sempre più massicci esodi forzati, stipata in campi profughi ormai invivibili, priva o quasi di qualsiasi possibilità di accedere agli aiuti umanitari, la cui distribuzione si è più volte rivelata una caotica trappola mortale per responsabilità ancora da accertare.

 

Lo sconcerto dell’opinione pubblica internazionale di fronte a queste stragi e distruzioni è andato dilagando in tutto il mondo.

Centinaia e forse migliaia di manifestazioni per far cessare i combattimenti e contro Israele si sono ripetute ovunque, per lo più in modo pacifico, in un contesto segnato però da fiammate talora violente di antisionismo e talora di antisemitismo.

Paesi influenti come la Francia, la Gran Bretagna, il Canada e l’Australia si sono recentemente aggiunti al già lungo elenco di Stati (147 prima del 2025) che riconoscono lo Stato di Palestina.

 L’isolamento di Israele è andato in scena in modo assai plastico il 26 settembre, quando Netanyahu è intervenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con un discorso dai toni durissimi in cui ha tuonato contro Hamas e negato che nella Striscia di Gaza siano in corso un «genocidio» e la «carestia», affermando che «permettere la creazione di uno stato palestinese sarebbe un suicidio per Israele».

 Al suo ingresso nell’aula del Palazzo di Vetro, prima ancora che iniziasse a parlare, decine e decine di delegazioni hanno abbandonato l’assemblea per unirsi a coloro che manifestavano contro Israele per strada.

 

L’opposizione alle politiche ritenute «genocidarie» di Netanyahu e dello Stato di Israele si è infine incarnata, sotto i riflettori del mondo intero, nella missione umanitaria e al tempo stesso simbolico-politica della «Global Sumud Flotilla»:

una flotta di una cinquantina di imbarcazioni di piccola e media grandezza su cui navigano diverse centinaia di attivisti provenienti da ben 44 paesi (circa 50 dall’Italia), tra cui Greta Thunberg e alcuni parlamentari italiani.

 La missione è partita agli inizi di settembre dai porti di Barcellona, Genova, Catania e Tunisi con il duplice scopo – fattosi nel tempo sempre più chiaro – di portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e soprattutto di forzare il blocco navale israeliano di fronte alla Striscia, in atto dal 2007, secondo molti in violazione del diritto internazionale.

 Si è trattato di una missione estremamente pericolosa, che all’inizio di ottobre ha lambito le acque internazionali di fronte a Gaza avvicinandosi così a un pericolosissimo teatro di guerra.

In queste stesse acque, nel 2010, un analogo tentativo era stato bloccato con la forza da Israele, con un bilancio di 10 attivisti uccisi.

Solo pochi mesi fa, nel giugno scorso, un altro tentativo di forzare il blocco navale israeliano da parte di un’altra imbarcazione della Flotilla (su cui erano presenti la stessa Greta Thunberg e altri attivisti ora di nuovo imbarcati) era stato bloccato dalla marina israeliana, questa volta senza conseguenze nefaste.

Tra il 1° e il 2 ottobre le imbarcazioni della Flotilla sono state abbordate dalla Marina israeliana e, senza violenze, gli attivisti sono stati arrestati e portati in Israele in attesa del loro rimpatrio.

 

Nel frattempo, è intervenuto un fatto nuovo di enorme importanza, che secondo molti analisti potrebbe imporre una svolta alla guerra e forse agli equilibri più generali del martoriato Medio Oriente.

Il 29 settembre la Casa Bianca ha infatti reso noto un piano per Gaza in 20 punti, che, al netto di alcuni dettagli e con qualche riserva, è stato sostanzialmente accettato da Netanyahu e dall’Autorità palestinese.

Il piano è supportato da 8 paesi arabi e/o musulmani (Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Qatar, Turchia, Indonesia e Pakistan) ed è attualmente al vaglio della leadership di Hamas, le cui intenzioni non sono ancora chiare.

 

Il piano prevede le seguenti misure:

1. la «deradicalizzazione» di Gaza e la sua liberazione dal terrorismo;

2. la ricostruzione di Gaza a beneficio della sua popolazione;

3. la fine immediata della guerra e il ritiro progressivo delle forze israeliane dalla Striscia;

4. la liberazione entro 72 ore dall’accettazione del piano di tutti gli ostaggi vivi o morti;

5. il rilascio da parte di Israele di 250 detenuti condannati all’ergastolo e di 1700 gazawi arrestati dopo il 7 ottobre 2023;

6. lo smantellamento e il disarmo di Hamas, ai cui membri che vorranno lasciare Gaza è garantito un salvacondotto;

7-8. l’invio immediato di aiuti nella Striscia con il ripristino delle infrastrutture civili e sanitarie, di cui dovranno farsi carico le Nazioni Unite, la Mezzaluna Rossa e altre organizzazioni internazionali terze;

9. il governo di Gaza da parte di un comitato palestinese «tecnocratico e apolitico», supervisionato da un organismo internazionale di transizione (il «Consiglio di pace») presieduto dallo stesso presidente Trump e composto da altri capi di Stato e dall’ex premier britannico Tony Blair; tale organismo opererà sino a quando l’Autorità palestinese avrà fatto tutte le riforme necessarie per «riprendere in modo sicuro ed efficace il controllo di Gaza»;

10. l’elaborazione di un piano di sviluppo economico per ricostruire e rilanciare Gaza secondo gli standard delle più fiorenti e moderne città del Medio Oriente;

11. l’istituzione di una zona economica speciale con tariffe preferenziali.

 

Il piano prevede inoltre:

12. che nessuno sarà costretto a lasciare Gaza;

13. che Hamas non potrà svolgere alcun ruolo diretto o indiretto nella governance della Striscia;

14. che i partner regionali garantiranno che Hamas rispetti i suoi obblighi e che la nuova Gaza non rappresenti una minaccia per i suoi vicini e per gli stessi gazawi;

15. che gli Usa con i partner arabi e internazionali costituiranno una Forza Internazionale di Stabilizzazione ((ISF) temporanea da dispiegare immediatamente nella Striscia;

16. che Israele non occuperà né annetterà Gaza e che le Forze di Difesa Israeliane cederanno progressivamente il controllo della Striscia all’ISF, mantenendo però un perimetro di sicurezza che rimarrà sin quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica;

17. che il piano verrà attuato, qualora Hamas respinga o ritardi il proprio smantellamento, nelle zone liberate dai terroristi, che saranno consegnate dall’esercito israeliano all’ISF;

18. che sarà avviato «un processo di dialogo interreligioso» ispirato ai valori della tolleranza e della coesistenza pacifica per cambiare «la mentalità e la narrativa dei palestinesi e degli israeliani, sottolineando i benefici che possono derivare della pace».

Gli ultimi due punti del piano, infine, fanno riferimento:

19. a un «percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese» (corsivo mio), riconosciuta come aspirazione del popolo palestinese e

20. al ruolo che gli Stati Uniti avranno nel dialogo tra Israele e i palestinesi per una «coesistenza pacifica e prospera».

 

Sono naturalmente molti – come sottolineato da più parti – gli elementi che questo piano lascia indefiniti, in primo luogo relativamente ai tempi del ritiro delle forze israeliane da Gaza.

 L’adesione di Netanyahu e di molti paesi arabi e/o musulmani lascia ben sperare quanto meno in una fine – almeno temporanea – delle ostilità e dei massacri.

I dubbi e le esitazioni di Hamas, invece, non promettono nulla di buono.

Qualora infatti il piano dovesse essere respinto, tutto continuerà come e probabilmente peggio di prima.

Lo stesso presidente Trump ha promesso di scatenare le forze dell’inferno a sostegno di Israele.

 Il che incendierebbe forse in modo ancora più aspro l’intero Medio Oriente, con effetti catastrofici sulla stabilità mondiale.

Ancora una volta, dunque, «tempi molto pericolosi».

 

Il convitato di pietra: la Cina.

Il conflitto russo-ucraino e quello che sta incendiando il Medio Oriente non sono slegati l’uno dall’altro.

Al contrario.

Il più grande e potente nemico di Israele è – come si è ripetuto più volte – l’Iran, che è a sua volta saldamente legato alla Russia di Putin.

Sono di produzione iraniana – per citare un solo dato – gran parte dei droni e dei missili balistici che la Russia ha utilizzato e continua oggi a utilizzare, sia pure in misura minore, in Ucraina.

 Nel corso del 2025 i due paesi hanno siglato un importante “Trattato di Partnership Strategica Comprensiva” di durata ventennale, che riguarda la cooperazione militare, tecnologica, energetica e commerciale.

L’Iran e la Russia, a loro volta, insieme a molti altri paesi del Sud globale, hanno rapporti sempre più stretti e in molti casi strategici con la Cina, che è il più potente competitor degli Stati Uniti, vale a dire del più forte alleato di Israele.

 Unendo tutti i punti delle crisi per ora solo regionali che stanno affliggendo l’Europa e il Medio Oriente, si giunge quindi al nocciolo duro del grande scontro mondiale che si profila in modo sempre più chiaro all’orizzonte:

quello tra Stati Uniti e Cina o, se si preferisce, tra il Nord e il Sud globale. Il primo a trazione Usa, il secondo a trazione cinese.

 

Le due grandi superpotenze del XXI secolo sono in effetti in aperto contrasto non soltanto sul terreno commerciale e finanziario e su quello della competizione economica e tecnologica, come ha dimostrato e continua a dimostrare con plastica evidenza la turbolenta e altalenante vicenda dei dazi che Trump ha portato al parossismo.

Esse si confrontano apertamente e aspramente anche sul terreno geopolitico, in particolare nel quadrante dell’Indo-Pacifico, di enorme interesse strategico per entrambe.

 Il Mar Cinese meridionale e soprattutto Taiwan costituiscono il punto maggiormente critico di questo confronto-scontro (ne parleremo in uno dei prossimi articoli).

Ed è proprio a partire da qui che potrebbe scattare la cosiddetta «trappola di Tucidide»:

lo scontro tra una potenza egemone che viene sfidata da un’altra potenza in strepitosa ascesa che aspira a sostituire o almeno a contenere la prima.

Tra una novella Sparta (gli Usa) e una novella Atene (la Cina).

 

I presupposti ci sono tutti.

 Ma nulla, ovviamente, è determinato.

 Rimane vero quanto ha detto “Xi”:

che il mondo (l’«umanità») può ancora scegliere tra la pace e la guerra, tra una strategia di cooperazione in cui vincono tutti (win-win) e un gioco a somma zero, in cui invece perdono tutti.

 E tuttavia le «armi che nessuno vorrebbe conoscere» di cui ha parlato Trump e quelle che “” ha mostrato nella muscolare parata del 3 settembre sono pronte a scatenare l’inferno.

Basta un incidente perché la situazione precipiti.

 

Ha provato a immaginarlo l’ex generale Nato “Richard Shirreff”, intervistato dal britannico «Daily Mail» il 19 settembre, con un inquietante «esperimento mentale».

La terza guerra mondiale potrebbe scoppiare – ha detto il generale – il prossimo 3 novembre, con un cyberattacco contro Vilnius, la capitale della Lituania, tale da creare il panico nei paesi baltici.

 Di fronte al terrore e ai disordini – una minaccia diretta per l’enclave russa di Kaliningrad, situata tra la Lituania e la Polonia – la Russia, sostenuta dalla Cina impegnata intanto ad alzare la temperatura nel Mar Cinese Meridionale, potrebbe schierare le proprie truppe nella stessa Kaliningrad, in Russia e Bielorussia.

 Potrebbero quindi iniziare i primi scontri con le truppe lituane. A quel punto scatterebbe il meccanismo previsto dall’articolo 5 della Nato, che prevede – sia pure non obbligatoriamente – l’intervento dell’Alleanza in soccorso di uno dei suoi membri aggredito da una potenza straniera.

Trump si rifiuterebbe di intervenire e così, dopo qualche esitazione, la stessa Gran Bretagna.

 Il che segnerebbe la fine dell’Alleanza atlantica.

Nel giro di 5 giorni – 100 ore – la Nato «europea» sarebbe messa fuori gioco dai russi.

Nel frattempo, approfittando della situazione, la Cina potrebbe invadere Taiwan, scatenando questa volta la reazione Usa e dunque la «terza guerra mondiale».

 

Mancano dunque poche settimane all’inizio della fine?

Speriamo di no, naturalmente.

La data immaginata da Shirreff – il 3 novembre – non rappresenta in alcun modo una «previsione».

Serve soltanto a rendere più vivido «l’esperimento mentale». Che tuttavia, a ben vedere, rimane in ampia misura plausibile.

 

 

 

Terza Guerra Mondiale in arrivo,

 la data è imminente: la profezia

dell'ex generale Nato scatena i social.

Virgilio.it – (28-09 – 2025) – Mirko Vitali – Redazione – ci dice:

 

Social scatenati nel commentare le previsioni dell’ex generale americano del Comando supremo Nato sulla Terza Guerra Mondiale.

Sta facendo parecchio discutere la dettagliata previsione fatta dall’ex generale americano del Comando supremo Nato in Europa” Richard Shirreff”, il quale ha pronosticato l’imminente scoppio della Terza Guerra Mondiale, arrivando anche a tracciare ipoteticamente in che modo Russia e Cina potrebbero scatenare il conflitto.

Quanto scritto da “Shirreff” è diventato virale sui social dove sono proliferate una miriade di discussioni tra utenti e dove diversi ‘complottisti’ hanno cominciato a ricamare a più non posso.

 

Social scatenati nel commentare le previsioni sulla Terza Guerra Mondiale.

"L'esercizio mentale" di “Richard Shirreff” e le teorie complottiste.

Tajani: "Non credo che Putin voglia scatenare la Guerra Mondiale."

Social scatenati nel commentare le previsioni sulla Terza Guerra Mondiale.

“Richard Shirreff”, attraverso le colonne del “Daily Mail”, ha riferito che cosa, secondo la sua esperienza, potrebbe succedere nelle prossime settimane.

L’ex generale ha addirittura descritto minuziosamente in che modo Russia e Cina potrebbero innescare il conflitto, arricchendo le sue teorie con date specifiche.

 

Come data ipotetica dell’inizio della guerra globale ha indicato il 3 novembre.

Tutto comincerebbe con un cyberattacco russo contro Vilnius, capitale della Lituania.

La città rimarrebbe senza elettricità.

Mosca provocherebbe poi altri blackout nei Paesi Baltici, dando il via a una situazione di caos e paura.

Vladimir Putin.

Il giorno successivo, il 4 novembre, la Russia e la Bielorussia, sempre secondo “Shirreff”, schiererebbero le loro truppe e i loro corazzati sul confine dell’enclave di Kaliningrad, adiacente alla Polonia e alla Lituania.

Sarebbe l’inizio della guerra militare contro la Nato.

 

Il segretario generale della Nato dovrebbe appellarsi all’articolo 5 dell’Alleanza, quello inerente al mutuo soccorso degli Stati membri.

Ma Trump non risponderebbe presente, affermando che sistemerà la situazione chiamando Putin.

Nel frattempo la Cina invaderebbe Taiwan, sfruttando il caos interno alla Nato.

 

Zelensky avvisa l’Italia che “potrebbe essere la prossima”: cosa intende, c’entrano i droni sull’Ucraina.

Il monito di Volodymyr Zelensky all'Europa e all'Italia: secondo il presidente ucraino, Vladimir Putin punta a coinvolgere altre nazioni nel conflitto.

 

Shirreff” ha concluso affermando che l’Alleanza si sgretolerebbe, mentre Russia e la Cina allargherebbero il proprio potere e la propria influenza.

 

“L’esercizio mentale” di “Richard Shirreff” e le teorie complottiste.

Va sottolineato che quanto scritto da Shirreff altro non è che un “esercizio mentale” e una ricostruzione fantasiosa.

 Naturalmente gli sviluppi geopolitici e delle guerre in corso sono imprevedibili, ma sostenere che senza dubbio tra un mese il mondo sarà investito da un conflitto globale è, per usare un eufemismo, un pronostico alquanto azzardato.

 

Il punto è che la teoria dell’ex generale Nato è diventata virale e i complottisti sono andati a nozze sulla questione, rilanciando in alcuni casi la ricostruzione di Shirreff, spacciandola come se fosse verità assoluta.

Naturalmente c’è anche chi ha aggiunto ulteriori riflessioni apocalittiche sul tema.

Droni su basi militari in Danimarca e sulla Germania, Copenaghen parla di “attacco ibrido.”

Droni su basi militari in Danimarca e sulla Germania, Copenaghen parla di “attacco ibrido.”

Avvistamenti su siti militari e scali:

 indagini in Danimarca e Norvegia, oggetti volanti avvistati anche in Germania.

Mosca nega il coinvolgimento.

 

Tajani: “Non credo che Putin voglia scatenare la Guerra Mondiale.”

“Non credo che Putin voglia scatenare la terza guerra mondiale e non credo che l’Italia sia un obiettivo militare, in ogni caso la nostra difesa aerea è in grado di abbattere droni con intenzioni minacciose e anche la Nato è in grado di farlo”.

Così il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in diretta a 4 di sera su Rete4.

 

Tajani ha replicato alle esternazioni di Zelensky, dopo che il presidente ucraino aveva avvertito l’Italia, sostenendo che La Penisola potrebbe diventare nelle prossime ore oggetto delle incursioni di droni russi.

 

“Credo che Putin stia testando le reazioni dell’Occidente – ha aggiunto Tajani – ma dobbiamo avere i nervi saldi non avere reazioni sproporzionate, non commettere errori, dobbiamo lavorare per la pace, proteggendo il nostro spazio aereo, siamo in grado di farlo, perciò diciamo che servono più soldi per la sicurezza”.

“Io sono convinto che non ci sarà nessuna guerra però dobbiamo impedire che la situazione degeneri”, ha concluso.

 

 

 

«Quante previsioni sbagliate».

Il Wall Street Journal chiude

l'anno con un'autocritica.

Msn.com - Storia di Federico Rampini  - Corriere della Sera – (15-12-2025)  - Redazione – ci dice:

 

«Quante previsioni sbagliate». Il Wall Street Journal chiude l'anno con un'autocritica

Il più importante quotidiano economico americano, “The Wall Street Journal” (appartenente al gruppo Murdoch, ma con un’indipendenza editoriale comprovata), non ha mai fatto sconti a Donald Trump sui due punti decisivi della sua politica economica:

 i dazi e l’immigrazione.

Il “WSJ” rimane fedele a un’altra tradizione del partito repubblicano, il liberismo del presidente Ronald Reagan negli anni Ottanta (che però fece vistose eccezioni alzando barriere contro il Giappone); sull’immigrazione il quotidiano è in sintonia con gli interessi del capitalismo americano che l’ha sempre considerata una risorsa.

 

In questo contesto è degna di nota l’autocritica in prima pagina con cui il giornale si avvia alla chiusura del 2025:

 un elenco di previsioni che aveva fatto, e che si sono rivelate errate.

La categoria che ne esce più intaccata nella sua credibilità è quella degli economisti.

Ci sono pure delle previsioni sbagliate da parte di Trump.

Il bilancio è imparziale da tutti i punti di vista, non risparmia nessuno.

 Il bilancio è interessante perché lascia intuire che il 2025 si chiuderà con un’economia americana in buona salute, a differenza della sua principale rivale: è la Cina che sta frenando, anche per un calo dei suoi investimenti.

 

La revisione autocritica sulle previsioni sbagliate da parte del WSJ ha un interesse specifico per l’Italia, in quanto il “made in Italy” non ha subito la temuta débâcle, l’anno si chiuderà con risultati soddisfacenti anche grazie alla tenuta dell’export verso gli Usa, che si confermano (post-dazi) il principale mercato di sbocco per le nostre merci dopo l’Unione europea.

Ecco alcuni estratti significativi dal Wall Street Journal.

 

«Nei giorni successivi al “Liberation Day” (l’annuncio della prima ondata di dazi, ndr), il contrasto tra l’ottimismo di Trump e le previsioni ben più cupe di esperti di commercio ed economisti è apparso evidente.

Mentre imprese e consumatori cercavano di orientarsi tra messaggi contraddittori, il presidente ha rilanciato con forza le promesse fatte durante la campagna presidenziale del 2024.

“I mercati esploderanno, la Borsa esploderà”, ha dichiarato il 3 aprile.

 Economisti e leader d’impresa, invece, hanno intensificato gli allarmi. “Larry Fink”, amministratore delegato di “BlackRock”, ha affermato: “La maggior parte degli amministratori delegati con cui parlo direbbe che probabilmente siamo già in recessione”.

JPMorgan Chase ha sostenuto che una recessione globale era probabile.

 

Un collasso economico non si è materializzato.

Ma non si è vista neppure una rinascita economica.

L’economia statunitense ha retto.

Le probabilità di una recessione nel prossimo anno sono scese sotto il 25 per cento.

La promessa di Trump sul gettito dei suoi dazi si è in parte avverata. Altre si sono rivelate infondate.

Negli Stati Uniti si sono visti pochi segnali di un rimpatrio su larga scala delle produzioni.

 Il costo del lavoro più basso all’estero continua a dare un vantaggio ai produttori stranieri, mentre l’incertezza interna sui dazi ha frenato molti investimenti rilevanti e il ritorno delle attività manifatturiere in patria…

A settembre gli Stati Uniti hanno creato 119.000 posti di lavoro, molti più di quanto si aspettassero gli economisti. Ma il dato rappresenta un’eccezione rispetto ai mesi precedenti, in cui la crescita occupazionale era stata debole.

A settembre il tasso di disoccupazione è salito al 4,4 per cento, il livello più alto degli ultimi quattro anni. Gli economisti ora non escludono che i dazi possano portare a più assunzioni in futuro…

 

Le paure peggiori sull’inflazione non si sono avverate.

 Da mesi l’inflazione si aggira intorno al 3 per cento, sopra l’obiettivo del 2 per cento fissato dalla “Federal Reserve”, ma comunque inferiore a quanto molti economisti temevano.

 I dazi incidono su una fascia relativamente ristretta di prezzi al consumo;

 il costo delle abitazioni e della benzina ha contribuito a mantenere sotto controllo l’inflazione complessiva.

Un altro fattore è rappresentato dai continui cambi di rotta di Trump sulla politica tariffaria.

 Molte aziende hanno dichiarato di voler attendere di capire quale sarà l’assetto finale dei dazi prima di introdurre aumenti di prezzo.

 Il ricorso ancora pendente alla Corte Suprema sull’autorità di Trump di imporre dazi fornisce un ulteriore motivo per aspettare.

Se non verranno annunciati nuovi dazi, la “Fed” stima che quelli attuali impiegheranno nove mesi per propagarsi pienamente nell’economia.

Ciò potrebbe far scendere l’inflazione dei beni nella seconda metà del 2026.

Ma, come ha ammesso il presidente della Fed “Jerome Powell,” “non siamo stati in grado di prevederlo con precisione. Nessuno lo è” ...

 

Su questo punto l’Amministrazione può rivendicare un successo:

 i dazi hanno effettivamente prodotto entrate significative.

Tra aprile e settembre le casse federali hanno ricevuto in media 25 miliardi di dollari al mese in dazi doganali.

 Nel 2024, la media mensile era stata di 6,6 miliardi di dollari.

 Trump si è però dimostrato meno lungimirante su un’altra previsione ambiziosa.

“Potrebbero sostituire l’imposta sul reddito”, ha detto ad aprile. Nell’anno fiscale 2025 il totale dei diritti doganali raccolti ha raggiunto circa 195 miliardi di dollari, più del doppio dei 77 miliardi dell’anno precedente.

Nel 2024, le imposte sul reddito delle persone fisiche hanno invece generato 2.400 miliardi di dollari, circa la metà delle entrate federali complessive.

 

Crescita economica: i dazi non hanno affossato l’economia.

Anzi, nel secondo trimestre il Pil ha registrato la crescita trimestrale più forte degli ultimi due anni, con un tasso annualizzato del 3,8 per cento corretto per l’inflazione e la stagionalità.

 Il terzo trimestre è sulla stessa traiettoria, intorno al 3,5 per cento. All’inizio del 2025 pochi economisti hanno previsto che il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale avrebbe spinto l’economia oltre qualsiasi effetto negativo dei dazi.

Il conseguente rialzo dei mercati azionari ha a sua volta sostenuto la spesa dei consumatori, un motore fondamentale dell’economia. …

 

Gli importatori statunitensi stanno pagando meno del dazio dichiarato su molti prodotti, poiché hanno sostituito beni soggetti a dazi più elevati con altri meno tassati, talvolta cambiando paese di approvvigionamento.

Il tasso effettivo è aumentato solo all’11,2 per cento. Nel 2024 il tasso effettivo era intorno al 2,5 per cento. …

 

Il deficit commerciale americano è aumentato bruscamente a marzo, quando le imprese si sono affrettate a fare scorte prima dell’entrata in vigore dei dazi del “Liberation Day”.

È poi crollato ad aprile, dopo l’introduzione del dazio globale di base del 10 per cento.

A settembre il deficit dei beni si è ridotto a 79 miliardi di dollari, in calo rispetto agli 86,1 miliardi di agosto. È stato il livello più basso da circa cinque anni...».

 

 

 

 

Terza guerra mondiale?

L’Italia non sarebbe pronta.

Eurobull.it – (23 settembre 2025) – Camilla Scaglione – Redazione -ci dice:

 

Terza guerra mondiale? L'Italia non sarebbe pronta.

Guido Crosetto, Ministro della Difesa, è lapidario a riguardo:

il Bel Paese non è pronto a un eventuale terzo conflitto mondiale. L’Italia a livello militare sembra un vecchio scarpone, soprattutto se messa a confronto con le altre potenze europee.

 Ma questo riarmo è davvero così essenziale?

 

“Non siamo pronti né a un attacco russo né ad un attacco di qualsiasi altra nazione”:

 così il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto parla ai giornalisti che lo interrogano sull’incertezza dei tempi attuali, allarmante segnale di debolezza dei confini del Vecchio Continente contro il gigante russo.

 

Non siamo pronti, dice netto il ministro.

Non lascia spazi all’interpretazione, anzi rincara la dose:

“non lo siamo perché non abbiamo investito più nella difesa negli ultimi vent’anni”.

E un ventennio non è qualcosa di recuperabile con una corsa al riarmo rapida e veloce, che sarebbe, vista la nomea dell’Italia, quasi sicuramente raffazzonata.

 Il Paese di fatto non era preparato, a dirla tutta, nemmeno per l’ultimo grande conflitto mondiale, quando vi entrò spavaldo ma sparuto nel ‘39.

 

Ci si potrebbe chiedere dove siano finiti tutti i milioni di soldi sborsati in tassazione dagli italiani, visto che quasi tutte le infrastrutture e i settori statali sono in crisi e mal finanziati.

 Ma a essere sinceri, il mancato investimento nell’armamento dello Stato dovrebbe essere in qualche modo rincuorante, soprattutto se controbilanciato da un’ascesa negli investimenti per salute, ricerca e istruzione.

 Questo perché il tutto dovrebbe simboleggiare un momento di pace per la nazione e forse per l’intero continente.

Ma in realtà nella ridente ma sdentata Penisola la sanità è claudicante tanto quanto gli altri settori.

Sembrerebbe quasi che lo Stivale sia un vecchio scarpone, retrò, per non dire démodé, un occhiale miope, ma volontariamente tale, nello sguardo al futuro.

 Nel corso del primo ventennio del XXI secolo l’Italia si è ampiamente seduta sulle sue terga e, in posizione supina, è rimasta ad arrugginire in pressoché tutti gli ambiti.

 Risultato?

Gli unici italiani che vogliono rimanere in Italia sono gli amanti del ventennio fascista, inebriati dai paroloni del generale Vannacci e dall’elusività della Premier, Giorgia Meloni, nei colloqui con la stampa, cosa, la mancanza di trasparenza con le testate giornalistiche, tipica di ben altri regimi rispetto a quello democratico.

 

Quindi, non siamo pronti a una guerra:

è vero, ma altrettanto vero è che nessuno dovrebbe esserlo, almeno in questa fetta di mondo che si è sempre beata del fatto di vivere nel periodo di pace più longevo della storia europea - dimentica delle guerre balcaniche.

Il problema di fondo, in ogni caso, sta nel fatto che altri Stati siano armati fino ai denti, pronti a esacerbare ed estendere il conflitto in cui si stanno confrontando Russia e Ucraina dal febbraio 2021.

La questione non è “perché noi italiani non ci siamo preparati a livello militare per un emergente guerra?”,

ma “perché avremmo dovuto spendere soldi nel settore difesa, a fronte di patti e accordi di non belligeranza reciproca e difesa dei diritti umani?”.

L’Italia non ha sborsato quello, che Crosetto auspica, molto probabilmente per pigrizia e stasi comatosa, ma in tutta franchezza non avrebbe dovuto impiegarlo in quel settore specifico a priori.

Eppure lo scenario di un prossimo conflitto su scala mondiale si staglia sempre più netto sullo sfondo delle vite di chi vive in Europa.

 Da considerare, infatti, perlomeno allarmanti gli sconfinamenti di droni russi nelle vicine Polonia e Romania.

Fatti che hanno destato polemiche e innalzato nelle teste dell’Unione la parola guerra “mondiale”.

 La confederazione di stati ha messo subito mano alla propria riserva di armi - purtroppo sempre troppo pingue - e si è per una volta schierata apertamente a fianco della ferita Ucraina.

D’altronde non avrebbe potuto fare altrimenti di fronte al colosso statunitense che si afferma deluso dalla controparte russa e deciso a sostenere gli ucraini.

 

Bisogna infatti ricordare il progetto, varato il “4 marzo 2025,”                       “Re arm Europe”, che la commissione capeggiata da Von der Layen sta promuovendo con l’obiettivo di portare l’Unione Europea ad avere una difesa più forte e più rapida contro eventuali minacce esterne entro il 2030.

Il piano è pensato, quindi per portare il Continente a essere militarmente pronto entro 5 anni.

 Si chiama, non a caso, anche “Readiness” 2030.

A livello europeo poi l’Italia sul piano militare è molto indietro nella classifica delle potenze, la prima delle quali, per il suo arsenale atomico, è la Francia, seguita a ruota dalla Germania.

Il partner tedesco sta infatti investendo miliardi con l’obiettivo di diventare l’esercito convenzionale più potente d’Europa.

La Polonia, inoltre, non scherza per quanto riguarda il numero di carri armati e riservisti.

E una piccola menzione, anche se non più parte dell’Ue, va alla Gran Bretagna, che molti annoverano tra le potenze principali non a livello dell’unione, ma direttamente europeo.

 

Si corra alle armi, quindi, ma solo per non sfigurare davanti alla compagine mondiale.

Ma forse noi Italiani, oggetti di scherno condiviso su mafia pizza e mandolino, arretrati lo siamo davvero.

Tuttavia il problema non è, come strepita Crosetto, la mancanza di armi, ma il dilagante degrado che sta portando ignoranza e violenza gratuita sui piatti di tutti gli italiani, grandi o piccini che siano.

(Camilla Scaglione).

 

 

 

Geopolitica.

Ecco quando, e come, potrebbe

 scoppiare una guerra tra Russia ed Europa.

 Glistatigenerali.com - Gabriele Catania – (18 Marzo 2024) – ci dice:

 

È la domanda che turba il sonno di milioni di europei: potrebbe scoppiare una guerra tra la Russia e uno o più stati membri dell’Unione Europea? Sì.

È improbabile, ma purtroppo non è più quasi impossibile come nei due decenni successivi alla fine della Guerra Fredda.

 In ogni caso non prima del 2027 o del 2028.

E tra gli obiettivi di Mosca non ci sarebbero ovviamente l’Italia, la Francia o la Germania, ma i piccoli stati un tempo sovietici dove risiedono cospicue minoranze russe, e già da molti anni oggetto di azioni di guerra ibrida russa (attacchi hacker, intimidazione, disinformazione ecc.) come l’Estonia e la Lettonia.

Il neoimperialismo revanscista del regime putiniano, del resto, si è sempre rivolto primariamente a paesi un tempo parte dell’URSS:

 è il caso della Georgia, attaccata nel 2008, e dell’Ucraina, aggredita per la prima volta nel 2014.

 

Per la Russia né l’Ucraina né la Georgia sarebbero veri stati sovrani, e quindi attaccarli non rappresenterebbe una violazione del diritto internazionale.

Idem i paesi baltici: per fare un solo esempio, nel 2023 il presidente della Duma “Vyacheslav Volodin” ha accusato la Lettonia e l’Estonia di essere solo due stati-fantoccio in crisi demografica agli ordini di Washington e Bruxelles.

 

Comunque perché una guerra euro-russa scoppi è necessario che si verifichino almeno due condizioni, entrambe per ora improbabili.

 La prima è che il regime putiniano vinca la guerra in Ucraina.

 Vincere non significa necessariamente conquistare Kyiv, come pure Mosca tentò di fare – fallendo in modo clamoroso – nelle prime settimane dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina.

Ad esempio qualora Trump vincesse le presidenziali statunitensi, le elezioni europee fossero un grande successo per l’estrema destra filorussa, e si dovesse ridurre significativamente il sostegno occidentale a Kyiv (prima di tutto a livello di aiuti militari), non si può escludere un collasso della volontà resistenziale ucraina, specie di fronte a nuove, massicce offensive russe, e al verificarsi di ammutinamenti o massicce diserzioni nelle file ucraine.

 

La grande scommessa del regime russo, del resto, è duplice:

da un canto sconfiggere Kyiv sul piano strettamente militare, e dall’altro portare l’Occidente dalla sua parte, attraverso azioni lecite e illecite (disinformazione, corruzione, ricatto, minacce) e alimentando tendenze presenti sia in Europa che in Nordamerica quali il tribalismo xenofobo, la fascinazione neo patriarcale e soprattutto l’anti-ambientalismo, che a una potenza idrocarburica come quella russa piace ben poco.

 Per questo da anni il Cremlino sostiene con energia molti dei principali partiti di estrema destra occidentali.

 Questi ultimi, dal canto loro, tendono a leggere (e soprattutto a dipingere) i successi militari russi come dimostrazione della superiorità del modello politico russo, la cosiddetta “democrazia illiberale” che ha già attecchito in Ungheria, e seduce molti demagoghi sulle due sponde dell’Atlantico.

Una vittoria russa in Ucraina potrebbe persino contribuire alla vittoria dell’estrema destra tedesca alle legislative del 2025.

E immaginiamo, anche solo per un istante, cosa significherebbe per la UE un cancelliere dell’AfD…

 

 

Un’Ucraina “normalizzata” (cioè demilitarizzata e neutralizzata), amputata di un’ampia fetta del suo territorio, o peggio ancora ridotta a stato satellite di Mosca (o direttamente annessa alla Russia) sarebbe un’immensa perdita per la sicurezza della UE, non in ultimo perché l’esercito ucraino è al momento l’unico con reali esperienze di combattimento contro forze armate regolari moderne.

Certo, anche in caso di vittoria Mosca avrebbe bisogno di tempo per ricostituire il suo strumento militare:

si stima che nella guerra contro l’Ucraina siano caduti almeno 45mila soldati russi, più che in tutta la sanguinosa guerra afgano-sovietica;

 è questa una delle ragioni per cui ritengo altamente improbabile una guerra tra la Russia e uno o più stati membri dell’Unione Europea (e della NATO) prima del 2027-2028.

Ma in caso di vittoria di Mosca, è realistico pensare che nel giro di tre-cinque anni il regime russo rivolga le sue mire neoimperialiste, in primis per motivi economici e di stabilità interna, contro un nuovo, piccolo stato.

 

La seconda condizione perché una guerra euro-russa scoppi è il disimpegno statunitense totale dall’Europa.

 Anche questo è improbabile, ma possibile.

A chi cita lo “scudo NATO” ricordo che l’articolo 5 sulla difesa collettiva contenuto nel Trattato del Nord Atlantico non comporta automatismi bellici;

difatti nella sua prima parte recita:

“Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale”.

 

Nell’articolo si parla di azione che [ciascuna parte] giudicherà necessaria, incluso l’uso della forza armata, ma non necessariamente esso.

Nel caso degli Stati Uniti, il Pentagono potrebbe intervenire contro Mosca (ad esempio dopo un attacco russo all’Estonia nel 2028) solo sulla base di una chiara volontà politica in tal senso, compresa l’approvazione dell’intervento da parte del Congresso.

 Cosa potrebbe con un Congresso dominato dai repubblicani?

O con un presidente Trump ancora più ostile verso l’Europa?

O ancora, con un presidente democratico ma impegnato a sedare insurrezioni di estrema destra, o focalizzato su un’imminente guerra tra Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese? (ricordiamo che nel 2028 l’isola dovrà eleggere un nuovo presidente)

 

C’è però una condizione (anch’essa improbabile) che potrebbe scongiurare la guerra.

 Essa è legata alla capacità deterrente della UE, e dei suoi stati membri più importanti (la Germania, la Francia, la Polonia, l’Italia e la Spagna). Come ammetteva nel marzo 2022 “Josep Borrell”, Alto rappresentante della UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, è chiaro che al momento la capacità deterrente europea è scarsa.

La UE ha scarsissimo potere coercitivo, e non esiste un “esercito europeo”.

Anche la capacità deterrente dei singoli stati membri è bassa, non in ultimo perché l’opinione pubblica europea è storicamente ostile all’impiego delle forze armate, a parte contingenti di dimensioni esigue in teatri remoti, o percepiti nell’immaginario collettivo come “di pertinenza” del proprio paese (ad esempio l’Africa per pezzi di elettorato francese).

Già oggi vediamo che l’opinione pubblica francese è ostile alle dichiarazioni di Macron in merito a un possibile invio di truppe in Ucraina;

figuriamoci se si dovesse passare dalle parole ai fatti.

Il regime putiniano è ben consapevole di tutto ciò, ed è per questo che in caso di sua vittoria in Ucraina, e di un ritorno dell’isolazionismo statunitense (o di una grave crisi politica interna nel paese nordamericano, o ancora di forti tensioni nel Pacifico), ossia al verificarsi di due condizioni che ho già chiarito essere improbabili, un’aggressione di Mosca contro un altro paese ex sovietico diventerebbe molto probabile.

Salvo appunto che la UE e i suoi più importanti stati membri non aumentino la loro capacità di deterrenza.

Che significa riarmarsi, ed essere pronti a combattere.

 

Qualora l’Estonia (per rimanere al già citato esempio) venisse invasa da truppe russe con il pretesto della difesa dei diritti umani della minoranza russofona, magari dopo mesi di intense aggressioni cibernetiche, ondate di disinformazione e disordini fomentati da Mosca, e appunto gli Stati Uniti non volessero o non potessero intervenire, quale sarebbe la reazione di Berlino? Di Parigi? Di Varsavia? Di Bruxelles?

 

 

A determinate condizioni la Polonia potrebbe soccorrere il vicino (non a caso è impegnata in un poderoso riarmo), ma la Germania e la Francia la seguirebbero? E come reagirebbero la Svezia e la Finlandia?

E cosa farebbero Roma e Madrid, specie considerando che in caso di vittoria russa in Ucraina l’influenza di Mosca su Medio Oriente e Nordafrica si amplierebbe?

L’opinione pubblica europea sarebbe disponibile a lottare per l’Estonia? Parafrasando il titolo di un celebre articolo di “Marcel Déat”, milioni di europei non si chiederebbero forse che senso avrebbe morire per Tallinn, o per luoghi ancora più ignoti come “Narva” e “Kohtla-Järve”?

 

È evidente qual è ormai il calcolo di Mosca.

Sostenere l’estrema destra europea in modo da indebolire e dividere la UE, avere Trump alla Casa Bianca (o almeno gli Stati Uniti fuori dai giochi), soggiogare l’Ucraina, e tra qualche anno aggredire l’Estonia e/o la Lettonia (o la Moldavia, candidata all’ingresso nella UE), contando sulla ritrosia a combattere degli europei dell’ovest (anche per il timore, peraltro infondato, di diventare facilmente il bersaglio di un attacco nucleare russo).

 È inutile sottolineare che un’aggressione russa a uno stato membro della UE sarebbe un colpo durissimo per la tenuta dell’intera Unione, specie se tale attacco restasse impunito.

 

Proprio per questo è necessario che tutti gli stati membri, a cominciare dalla Germania, dalla Francia, dall’Italia e dalla Spagna, sostengano con assoluto impegno l’Ucraina.

 Bisogna mandare a Kyiv più munizioni e più carri armati, proprio come occorre lanciare una grande “offensiva diplomatica” per far sedere gli ucraini e i russi attorno a un tavolo, e arrivare a una pace che ricompensi l’Ucraina per i suoi immani sacrifici, e non mortifichi la Russia.

Si deve poi sostenere un riarmo intelligente e guidato dalle aziende manifatturiere continentali.

Perché un’Europa ben armata è più credibile, meno vulnerabile alle pressioni di potenze neoimperialiste come la Russia, finalmente dotata di quella capacità deterrente che non causa le guerre, ma le scongiura, se scevra da obiettivi neoimperialisti.

 

 

 

 

“Alea Iacta Est”, il Dado è Tratto.

Conoscenzealconfine.it – (15 Dicembre 2025) - Massimo Viglione – ci dice:

 

Alea iacta est”. Non è più tempo dei finti convinti.

Orban ha detto che la UE, con la confisca dei beni russi, ha passato il Rubicone.

Il “dado è tratto” comporta la guerra.

Ungheria, Slovacchia e Austria hanno detto no alla UE.

Sono governi che non si macchiano dell’infamità dinanzi alla storia.

 

L’Italia, “serva di dolore ostello”, dirà di sì.

Perché questa Repubblica è una povera colonia senza dignità e libertà alcuna, con tre padroni, anziché uno come nei decenni della prima Repubblica.

E ciò potrebbe con ogni probabilità significare la guerra.

Come del resto essi stessi dicono in continuazione.

 

Fermo restando che un governo del PD o roba similare avrebbe fatto esattamente la stessa cosa, pure peggio, resta il fatto che la responsabilità è del governo di centro-destra, ovvero della Meloni e dei suoi alleati, a partire dalla Lega complice, il cui gioco di dire A e poi fare Z non può più reggere, dopo anni di continui tradimenti in quasi ogni settore della politica.

 

È la stessa Meloni che ha dato i nostri miliardi – e continua a darli pure oggi – a Zelenski anziché alla Sanità, ai terremotati, ai bisognosi, ai pensionati in difficoltà.

 

È la stessa Meloni che ha votato la “legge Boldrini” contro lo “stupro” immaginario, legge che nemmeno la “Schlein” avrebbe, con ogni probabilità, avuto il coraggio di varare in questa forma.

Questa classe politica è infame, schiava e corrotta quanto i suoi padroni. Chi ancora la sostiene è complice ed è come la classe politica che sostiene.

 

Questo cosiddetto Occidente è un’escrescenza infetta e mortale che deve essere distrutto, se vogliamo recuperare la nostra libertà, dignità, giustizia, umanità.

La Russia potrebbe essere lo strumento della Divina Provvidenza per riportare un poco di Grazia e Giustizia (non il ministero, ma le virtù divine e umane) in questo mondo.

O forse no. Ma, certamente, non è nel cosiddetto Occidente che troveremo mai la salvezza.

Questa verrà dal ritorno a Cristo e da una nuova civiltà veramente cristiana.

Ovvero, da ciò che questo Occidente più odia e più combatte e distrugge ogni giorno.

 

La via per arrivarci, la conosce solo Dio.

Ma appare sempre più che questa via è ormai imboccata: come per il passaggio nelle “miniere di Moria”, accada quello che deve accadere. Ma nessuno può fingere di non capire cosa sia questo governo.

Così come nessuno può fingere di non capire cosa sia questo clero odierno.

 

Si può fingere con gli altri, ma non con Dio e con la propria coscienza. Ma i finti, i bugiardi, gli ingannatori, non fanno mai una buona fine.

Prima riscuotono certo, ma poi pagano un prezzo infinito. Gli onesti e veritieri, pagano prima, ma poi riscuotono.

Per sempre.

(Prof. Massimo Viglione).

(t.me/Massimo Viglione).

 

 

 

 

 

Una “guerra di 100 ore” tra Russia

 e NATO è improbabile: nessuna

“terza guerra mondiale” alle porte.

 

Geopop.it – (25 settembre 2025) – Andrea Gaspardo – ci dice:

 

Nonostante da anni negli alti comandi della NATO si stiano valutando scenari ipotetici di un attacco russo contro i paesi dell'Alleanza Atlantica, ad oggi non vi è alcun elemento concreto per affermare che tale blitz sia imminente.

 

Ha fatto molto discutere una recente intervista al “Daly Mail “del generale britannico Richard Shire”, alto ufficiale delle Forze Armate di Sua Maestà Britannica ed ex Vice Comandante Alleato Supremo in Europa (la seconda carica più importante all'interno delle strutture militari della NATO), secondo cui esiste il rischio di uno «scenario estremo, ma non impossibile» in cui, a fronte di un attacco a sorpresa su vasta scala della Russia ai danni dell'Europa, le difese orientali della NATO possano cedere in appena 100 ore.

Lo scenario “apocalittico” ha fatto anche paventare ipotesi di “Terza Guerra Mondiale alle porte”.

Ma è davvero così?

 

 

Questa non è una tesi nuova da parte di “Shire”:

già nel 2016 con il suo libro 2017: War with Russia: An Urgent Warning from Senior Military Command sferzare tanto il mondo militare quanto quello della politica in merito a quello il generale ammoniva che la NATO si trova in uno stato di completa impreparazione che la renderebbe incapace di organizzare una difesa sufficiente nel caso in cui si concretizzasse lo scenario peggiore nel fianco est della NATO. Che le valutazioni espresse da Shire nel corso degli anni siano realistiche o meno è argomento di dibattito: quello che possiamo dire è che al momento non vi sono segnali credibili di un'offensiva russa a sorpresa in preparazione.

Il generale britannico Sir “Richard Shire “che già nel 2017 aveva ipotizzato una possibile vittoria russa contro la NATO nello scenario di una “Guerra delle 100 ore”.

Perché al momento è improbabile un attacco a sorpresa da parte della Russia.

Il motivo principale per cui appare improbabile che al momento Mosca si stia preparando a un'offensiva a sorpresa su larga scala lungo i confini est della NATO è l'assenza di preparativi da parte della Marina Militare Russa.  

Questo asset ricoprire una posizione di fondamentale importanza nelle strategie militari del Cremlino, come ampiamente confermato nel corso dell'intervento russo nella “Guerra Civile Siriana” e durante “la guerra russo-ucraina”.

Prima dell'inizio delle ostilità, tra ottobre 2021 e febbraio 2022, si assistette infatti a una concentrazione abnorme di forze navali russe nelle acque del Mar Nero (alcune provenienti dalla Flotta del Nord o addirittura da quella del Pacifico), in particolare navi da sbarco per appoggiare le operazioni anfibie lungo le coste ucraine.

 

La mobilitazione su larga scala della Marina Militare fu un segnale inequivocabile del fatto che il Cremlino si stava preparando a un attacco.

A oggi però non si è notato alcun preparativo analogo che farebbe ipotizzare che la Marina Russia sia prossima a uscire in mare in massa in assetto da guerra.

Questo è un indizio molto significativo, perché un ipotetico attacco russo a sorpresa ai danni della NATO non potrebbe in alcun modo prescindere dall'utilizzo della Marina, sulle cui spalle ricadrebbe la responsabilità di attaccare i fianchi della NATO e colpire obiettivi strategici situati in profondità con una pioggia di missili da crociera a testata convenzionale o addirittura nucleare.

 

 

Il Missile ipersonico 3M22 Zirkon è stato fotografato al momento del lancio da una nave della Marina Militare Russa.

 Nel caso di un conflitto contro la NATO, la Russia si affiderebbe al lancio di ondate di missili di questo tipo da parte delle sue unità navali per distruggere le infrastrutture sensibili dei paesi NATO ed ottenere da subito un vantaggio tattico–strategico.

L'assenza di qualsivoglia “movimento sospetto” da parte dei “vascelli con la Croce di Sant'Andrea” basta di per sé a fugare gli scenari più foschi:

la Russia non è a un passo dall'attaccarci.

 

Le crescenti tensioni Russia e NATO.

La mancanza di segnali che ci portano ad affermare che lo scoppio della “Terza Guerra Mondiale conclamata” non sia dietro l'angolo non ci deve però far pensare che “tutto stia andando bene”.

 Nell'ultimo decennio le relazioni tra la Russia e la NATO siano progressivamente peggiorate fino a lasciare il campo ad una aperta ostilità e, conseguentemente, gli alti comandi ed i think tank delle opposte fazioni si sono interrogati a più riprese riguardo agli ipotetici scenari di guerra.

 

L'aumento della tensione è sfociato nei recenti incidenti di frontiera che stanno crescendo di numero in maniera preoccupante, dai presunti casi di GPS jamming alle presunte incursioni di droni negli spazi aerei dell'Est Europa.

Da questo punto di vista è lecito chiedersi se i due contendenti si stiano effettivamente preparando ad una guerra su vasta scala, anche se non è facile distinguere tra realtà e retorica, specialmente quando i contendenti fanno ricorso a dichiarazioni di natura incendiaria come quelle alle quali ci ha abituato da anni l'ex-presidente russo Dmitry Medvedev.

 

Senza dubbio la Russia, nel tentativo di portare la guerra russo-ucraina a una soluzione per lei vittoriosa, ha investito risorse ingentissime nell'ampliamento delle sue Forze Armate e nella ricostruzione del complesso militare-industriale necessario a sostenerle, anche in un'ottica di confronto-scontro con l'Occidente allargato.

La NATO, da parte sua, si è schierata apertamente a favore dell'Ucraina e ha quasi unanimemente appoggiato Kiev nella sua lotta contro Mosca, ma il programma di riarmo generale dell'Alleanza ha sino ad ora prodotto risultati contrastanti.

 

Sebbene al momento non sembra imminente uno scontro diretto, vi è l'interrogativo niente affatto secondario dell'aggiornamento delle dottrine operative dei contendenti.

Mentre la Russia sta letteralmente riformando i concetti operativi delle sue Forze Armate anche alla luce delle esperienze reali apprese sui campi di battaglia della prima guerra convenzionale su larga scala vera e propria del XXI secolo (impiego massivo di droni, utilizzo di sistemi di disturbo elettronico e via dicendo), la NATO pare a oggi refrattaria ad abbracciare la rivoluzione in campo militare che questa guerra sta portando.

(geopop.it/una-guerra-di-100-ore-tra-russia-e-nato-e-improbabile-nessuna-terza-guerra-mondiale-alle-porte/).

 

 

 

 

 

Terza guerra mondiale, ecco quando

 la Russia attaccherà l’Europa

secondo l’esperto.

Money.it - Ilena D’Errico – (12 Dicembre 2025) - Redazione – ci dice:

 

Più proseguono le trattative, più il negoziato diventa delicato.

È fondamentale trovare una soluzione, impedendo alla Russia di attaccare l’Europa nel primo momento utile.

Terza guerra mondiale, ecco quando la Russia attaccherà l’Europa secondo l’esperto.  

L’invasione dell’Ucraina ha aperto un nuovo, buio capitolo nella storia del mondo, togliendo improvvisamente le basi di tutti gli equilibri esistiti fino a quel giorno.

Non che prima ci fossero solo pace e rosei rapporti diplomatici, ma non era scoppiato nessun conflitto con le potenzialità di innescare un’escalation globale.

Di fatto, da quando la Russia è in guerra con l’Ucraina si parla di Terza guerra mondiale, uno scenario che prima del 24 febbraio 2022 non sembrava davvero concreto, per quanto il mondo intero abbia avuto i suoi momenti di forte tensione.

 

Il coinvolgimento della Nato, e più nello specifico degli Stati Uniti e dell’Ue, come pure quello della Cina non può che obbligare a mosse prudenti.

Chi pensa non sia più necessario, ormai nel pieno della fase di trattativa, ha un ottimismo invidiabile ma spera in un’utopia.

Gli esperti, di fatto, concordano su un punto:

ci troviamo in un momento delicato, capace di scrivere non soltanto il futuro di Kiev bensì quello dell’intero pianeta.

Ecco perché non basta soltanto raggiungere un accordo il prima possibile, ma serve farlo senza cedere sui pilastri rimasti in difesa dell’ordine mondiale.

 

Il sostegno all’Ucraina contro la Terza guerra mondiale.

Il dialogo tra Stati Uniti, Ue, Ucraina e Russia è arrivato a un momento cruciale.

Più l’accordo è vicino, più bisogna essere sicuri delle priorità da difendere (e dei sacrifici su cui cedere).

Il lavoro diplomatico in corso è delicatissimo, vede portare all’estremo tutte le criticità emerse per arrivare a negoziare, dalle apparentemente irremovibili pretese russe alla necessità occidentale di mandare un messaggio.

Per quanto sembri spiacevole e lo sia nei fatti, parte di questo tiro alla fune consiste anche in una gara in cui le potenze si mostrano i muscoli, abbastanza da rafforzare la propria posizione, ma non così tanto da scatenare una risposta insostenibile. In caso di insuccesso, sarà servito a poco tutto lo sforzo fatto finora dall’Ucraina e da tutti i Paesi che l’hanno sostenuta.

Kiev non è mai stato solamente un Paese amico attaccato che ha bisogno di supporto, rappresentando piuttosto un esempio per restituire l’immagine di un’alleanza compatta, solida, forte e capace.

 

In altre parole, un’alleanza che è meglio non attaccare, non perché lo pretenda con la minaccia diretta - che invece provocherebbe il risultato inverso - ma poiché sconveniente da inimicarsi.

Rafforzare l’Ucraina è un mezzo di deterrenza, parte di una strategia che può culminare o infrangersi rovinosamente durante il negoziato.

 

Terza Guerra mondiale: quanto manca? Gli scenari per cui potrebbe essere vicina o persino già iniziata.

Quando la Russia potrebbe attaccare l’Europa secondo l’esperto.

“Ben Hodges”, ex generale Usa, ha messo a disposizione le proprie competenze e l’esperienza accumulata negli anni fin dallo scoppio del conflitto.

 La sua analisi sull’andamento della guerra ha da sempre preventivato la possibile estensione ad altri Paesi, mettendo in guardia l’Europa (ma anche gli Stati Uniti) sulla necessità di reagire alle richieste russe con fermezza.

L’esperto si è ora pronunciato anche sulle trattative in corso, ricordando che è prematuro festeggiare, in quanto ogni passo falso può rivelarsi fatale.

 

Se si raggiungerà un accordo troppo favorevole nei confronti di Putin, riconoscendo al Cremlino territori e sconti sulle sanzioni, si otterrà l’opposto della pace.

 È anzi assai probabile, secondo le previsioni di “Hodges”, che un accordo di pace inadeguato porti la Russia ad attaccare l’Europa o comunque la Nato, nel caso in cui mostrino appunto segnali di debolezza, timori e in generale un’eccessiva accondiscendenza.

 

A tal proposito, l’esperto contesta proprio il piano di pace in 28 punti presentato dagli Stati Uniti, giudicandolo eccessivamente vantaggioso per Mosca, a dispetto di tutti gli altri Stati coinvolti in un modo o nell’altro.

“Hodges”, peraltro, invita anche l’Alleanza atlantica a essere più proattiva, adottando delle misure utili a prevenire possibili attacchi e non solo a risponderne.

 

 

 

L’Europa di fronte alla convergenza

strategica e militare tra Russia e Cina.

Starmag.it – Carlo Felicioli – (14 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

La guerra in Ucraina, il sostegno decisivo di Pechino a Mosca e il dilemma strategico europeo tra riarmo, autonomia e dialogo con la Cina.

 L’intervento di Carlo Felicioli, ex direttore centrale in Mediocredito e consulente di finanza aziendale per le imprese.

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L’Europa di fronte alla convergenza strategica e militare tra Russia e Cina.

“Come fa Putin a continuare la sua guerra contro l’Ucraina? La risposta è la Cina».

Così possono essere sintetizzate le parole pronunciate ieri dal segretario generale della NATO, “Mark Rutte”, che segnano un passaggio di grande rilevanza politica.

 Secondo “Rutte”, la Cina è oggi la vera linea di vita della Russia:

senza il suo sostegno economico, tecnologico e industriale, Mosca non sarebbe in grado di sostenere lo sforzo bellico.

Circa l’80% dei componenti elettronici critici impiegati nei droni e in altri sistemi d’arma russi risulta essere di origine cinese.

Quando civili muoiono a Kyiv o Kharkiv, dice in sostanza Rutte, la tecnologia che li ha colpiti proviene quasi sempre dalla Cina.

 

Nello stesso intervento, c’è un secondo avvertimento di “Rutte”, ancora più inquietante:

con un’economia ormai interamente dedicata alla guerra, la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare un Paese della NATO entro cinque anni.

 Nel frattempo, conduce già una campagna occulta contro le società europee:

 sabotaggi digitali contro infrastrutture civili e altre azioni clandestine.

Queste parole impongono una riflessione che va oltre l’emergenza ucraina.

 La Cina non è più un attore lontano o ambiguo:

è già parte integrante delle dinamiche che minacciano direttamente la sicurezza europea.

Ed è proprio per questo che l’Europa deve porsi una domanda scomoda, ma inevitabile:

è ancora possibile – e in quali condizioni – recuperare un rapporto con la Cina non solo di cooperazione economica, ma anche di natura strategica?

 Oppure la stagione di una potenziale cooperazione strategica è definitivamente chiusa?

 

LA PROPOSTA CINESE DELLA “BELT AND ROAD INITIATIVE” E L’EUROPA CHE NON SEPPE DECIDERE:

Per comprendere il dilemma strategico attuale, occorre tornare indietro di almeno un decennio.

Quando nel 2013 Pechino lanciò la “Belt and Road Initiative”, l’Europa si trovò di fronte a una proposta inedita: una cooperazione euroasiatica su vasta scala, fondata – almeno sul piano dichiarato – su principi come il “win-win”, il rispetto dei sistemi politici, la non interferenza negli affari interni, lo sviluppo come fattore di sicurezza e la connettività al posto delle alleanze.

 

La BRI non proponeva un’unione politica né una convergenza ideologica. L’Eurasia veniva concepita come uno spazio funzionale di interconnessione, e l’Europa come il suo naturale terminale occidentale. In questo senso, la proposta cinese appariva formalmente rispettosa della sovranità europea.

 

La risposta dell’Europa, tuttavia, fu frammentata.

 Alcuni Stati membri aderirono con convinzione, altri con prudenza, altri ancora si opposero.

Le istituzioni europee non riuscirono a elaborare una strategia comune. Il risultato fu un’apertura disordinata, gestita su base nazionale, che lasciò l’Unione priva di una posizione negoziale forte.

 

In questa fase, un elemento giocò un ruolo cruciale:

la garanzia di sicurezza offerta dagli Stati Uniti.

Finché l’ombrello americano appariva solido e affidabile, l’Europa poteva permettersi di guardare con sospetto alla Cina, allineandosi progressivamente alle preoccupazioni di Washington.

Non a caso, durante l’amministrazione Biden, la Belt and Road venne sempre più letta come una sfida da contenere, e l’Unione cominciò a parlare della Cina come “rivale sistemico” (definizione formalizzata per la prima volta nel Consiglio europeo del 21–22 marzo 2019).

Questa postura europea verso la Cina si fondava su un presupposto implicito:

che il legame transatlantico fosse un dato strutturale, non negoziabile.

 

Il ritorno di Donald Trump ha incrinato radicalmente questa certezza.

 Le sue posizioni hanno reso evidente che il sostegno americano all’Europa non è più incondizionato né scontato.

 Ma il punto non è Trump in sé.

La questione più profonda è se il suo atteggiamento rappresenti un’eccezione o piuttosto il sintomo di una trasformazione strutturale della politica americana, sempre più concentrata su priorità interne e sempre meno disposta a sostenere costi globali.

 

È in questo contesto che cambia anche il significato della NATO.

 Trump ha introdotto nell’Alleanza Atlantica un contenuto nuovo, esplicitamente negoziale:

 se vuoi essere difeso dagli Stati Uniti, devi dimostrare di saper difendere te stesso.

 L’aumento massiccio delle spese militari non è più una raccomandazione, ma una condizione.

 

Questa impostazione trasforma la NATO da comunità di sicurezza a meccanismo contrattuale.

La deterrenza non è più un bene condiviso, ma una prestazione condizionata.

E questo ha un effetto geopolitico rilevante:

un’Europa che si riarma senza una propria dottrina strategica è destinata ad aumentare la conflittualità con la Russia e, in prospettiva, anche con la Cina.

 

IL RAPPORTO TRA RUSSIA E CINA.

Il rapporto tra Russia e Cina si è sviluppato in modo progressivo nel corso degli ultimi due decenni.

 Nel 2001, con la firma del “Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole”, poi rinnovato fino al 2027, i due Paesi avviarono una relazione fondata su consultazioni politiche e cooperazione pragmatica. Tali relazioni, ben lungi dal configurare una vera e propria alleanza strategica, hanno per anni coesistito con relazioni strutturate della Russia sia con la NATO sia con l’Unione europea.

 

Un passaggio significativo si è avuto il 4 febbraio 2022, quando Mosca e Pechino, pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, hanno sottoscritto una dichiarazione di “amicizia senza limiti”, che ha rafforzato il coordinamento politico e la convergenza di posizioni sull’ordine internazionale.

 Negli anni successivi, il rapporto si è ulteriormente consolidato attraverso accordi economici ed energetici e, più recentemente, con forme di coordinamento militare operativo ed esercitazioni congiunte, che testimoniano un livello di cooperazione più avanzato anche in ambito di sicurezza.

 

QUALE RAPPORTO DELL’EUROPA CON LA CINA DOPO IL CONSOLIDAMENTO DELL’ALLEANZA SINO-RUSSA.

Il consolidamento dell’alleanza tra Cina e Russia non significa certo che la Cina sia diventata un nemico dell’Europa.

Come, del resto, la definizione europea della Cina come “rivale sistemico” non ha mai implicato la fine della cooperazione economica, cooperazione che coinvolge la Cina e tutti i Paesi dell’Unione europea.

 

Il nuovo contesto geopolitico comporta tuttavia la necessità di riconsiderare in modo sostanziale le condizioni strategiche in cui tale cooperazione economica tra UE e Cina possa proseguire e svilupparsi, alla luce delle nuove vulnerabilità emerse e dell’uso geopolitico delle interdipendenze.

Resta però un punto cruciale:

 se tale revisione strategica sia concretamente praticabile nelle condizioni attuali e se, alla luce delle scelte compiute da Pechino nel contesto internazionale, la Cina possa ancora essere considerata un interlocutore disponibile a un confronto negoziale strutturato con l’Europa.

 

Da qui il nodo centrale del dibattito:

non se l’Europa voglia o meno “tornare” alla “Belt and Road”, ma se possa permettersi di escludere a priori un dialogo strategico tra potenze con la Cina, tanto più dopo aver già avviato i processi necessari per creare una capacità di difesa autonoma europea.

 

Del resto, l’Europa ha già sperimentato nei primi anni 2000 un simile dialogo con la stessa Russia di Putin.

Con Romano Prodi alla Presidenza della Commissione, i rapporti tra Unione europea e Russia conobbero una fase di rafforzamento senza precedenti. 

Nel Vertice UE–Russia di San Pietroburgo (maggio 2003) fu formalizzato il Partenariato UE–Russia, articolato nei quattro spazi comuni – economico; libertà, sicurezza e giustizia; sicurezza esterna; ricerca, istruzione e cultura – concepiti come architettura di lungo periodo della cooperazione.

 

Sul piano della sicurezza euro-atlantica, questo approccio trovò il suo punto più avanzato nel 2002, con la creazione del “NATO–Russia “Council al Summit di Pratica di Mare”, promosso dal governo italiano, che sancì il massimo livello di integrazione istituzionale tra Mosca e l’Occidente in materia di sicurezza.

Quella strategia, fondata sull’idea che l’inclusione negoziata e la cooperazione regolata potessero stabilizzare i rapporti con la Russia, fallì negli anni successivi, quando le scelte politiche e strategiche di Vladimir Putin ne rovesciarono progressivamente i presupposti.

 La riaffermazione di una politica di potenza e il ricorso all’uso della forza segnarono la fine di quel tentativo di integrazione, aprendo una fase di crescente contrapposizione con l’Unione europea e con l’Occidente nel suo complesso.

 

RIARMO E PARADOSSO EUROPEO.

L’idea che più armi significhino automaticamente più sicurezza è fuorviante.

Un riarmo europeo accelerato, inserito in una logica di contenimento permanente, viene inevitabilmente percepito da Mosca e, di conseguenza, da Pechino come una minaccia diretta.

Il rischio è quello di una spirale: più deterrenza produce più contro-deterrenza e, quindi, più instabilità.

 

Da qui emerge un’alternativa strategica radicale, raramente discussa apertamente ma sempre meno teorica. In forma schematica, l’alternativa potrebbe essere la seguente:

l’Europa investe seriamente nella propria difesa, ma non come semplice complemento degli Stati Uniti;

valorizza il nucleare francese come deterrente europeo;

costruisce, in un orizzonte temporale da definire, una reale autonomia strategica e di difesa.

Su questo presupposto, può tentare di negoziare con Russia e Cina accordi di non belligeranza, intesi come presupposto per un ampliamento degli spazi di cooperazione economica regolata.

 

Non si tratterebbe di appeasement, né di rinuncia ai valori europei, ma di un tentativo di stabilizzare lo spazio eurasiatico attraverso un equilibrio tra deterrenza autonoma e de-escalation strategica.

 

CONCLUSIONE.

Le parole di “Mark Rutte” segnano un momento di verità.

 La Cina è già parte delle dinamiche che minacciano la sicurezza europea.

Ma proprio per questo l’Europa non può limitarsi a una postura esclusivamente difensiva o morale.

 

Il vero errore del passato non è stato diffidare della “Belt and Road”, ma non aver saputo governare politicamente quella proposta.

Oggi, in un mondo più duro e con un’America meno prevedibile, l’Europa deve scegliere se restare spettatrice o diventare finalmente un attore strategico.

Non solo cercando di difendersi in un contesto di crescente minaccia russa o russo-cinese, ma anche recuperando nei confronti della Cina una postura negoziale autonoma e credibile.

Una postura capace di porre Pechino di fronte a una proposta europea esplicita di nuovo ordine internazionale, fondato su sicurezza, cooperazione regolata e responsabilità condivise.

Perché rinunciare al confronto strategico non riduce i rischi: li lascia semplicemente nelle mani altrui.

 

Non vi è alcuna illusione che una simile strategia sia semplice da attuare o che l’Europa possa, da sola, indurre Pechino a modificare rapidamente il proprio atteggiamento nei confronti della Russia e a stabilire una più organica alleanza con l’Europa.

Tuttavia, rinunciare in partenza a un’iniziativa politica europea autonoma significherebbe accettare una posizione di subalternità strategica, limitandosi a reagire a scelte altrui.

 Nell’attuale contesto di instabilità, non esente da rischi di escalation e di polarizzazione sistemica, la difficoltà del confronto non può essere un alibi per evitarlo:

è piuttosto la ragione per cui esso diventa necessario.

 

 

 

Chi difenderà l’Ucraina?

L’articolo 5, la paura della defezione

Usa e le richieste di Kiev all’Europa.

Open.online.it – (15 Dicembre 2025) - Alessandro D’Amato – Redazione – ci dice:

 

I negoziati di pace prevedono l'intervento in caso di nuovo attacco.

Ma Zelensky teme che Trump possa scegliere una reazione blanda.

E allora punta sull'Unione Europea.

E sull'Italia.

L’Ucraina non chiederà di essere ammessa alla Nato.

Volodymyr Zelensky ci ha provato fino all’ultimo, offrendo anche le sue dimissioni in cambio.

Ma l’ipotesi dal giorno del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump non è mai stata sul tavolo.

Ma i negoziati di pace con la Russia prevedono la difesa di Kiev.

Come?

L’ombrello dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica rimane sul tavolo della trattativa.

Ma in un allegato al piano russo-americano si legge che sarà il presidente degli Stati Uniti a decidere come reagire a un eventuale nuovo attacco.

 E, scrive il Corriere della Sera, Zelensky e i partner europei temono che, alla prova dei fatti, Trump possa scegliere una reazione blanda, per esempio adottare leggere sanzioni economiche.

 

L’Ucraina e l’articolo 5.

Si è parlato di un impegno a intervenire da parte degli Usa suggellato da un voto del Congresso.

Ma Kiev vuole anche capire quali paesi sarebbero pronti a correre in soccorso dell’Ucraina.

Nel testo del piano Trump sono citati esplicitamente Francia, Regno Unito, Germania, Polonia e Finlandia.

Sono 26 gli stati che hanno dichiarato di essere disponibili alle garanzie in una riunione della “Coalizione dei Volenterosi” che risale al 5 settembre scorso.

E Kiev vorrebbe un ruolo anche per l’Italia.

 Giorgia Meloni oggi prenderà parte al summit di Berlino con Zelensky e altri leader europei.

È stata lei ad avanzare per prima la proposta di introdurre una clausola di sicurezza simile all’articolo 5 della Nato.

 

La deterrenza.

Sembra già intanto già caduta l’ipotesi di una zona di interposizione e quella della forza multinazionale da schierare sul territorio.

Mentre Trump vuole imporre un taglio alle forze armate.

Eppure è chiaro che tanto più l’esercito ucraino è forte, tanto meno è probabile che si debba intervenire in un eventuale conflitto.

Intanto la Commissione europea ha inserito l’Ucraina tra i paesi che possono essere coinvolti dai partner Ue in progetti finanziati dai 150 miliardi di euro, messi a disposizione dal “Safe” (Security Action for Europe).

 

I servizi segreti.

Nel frattempo il capo del “Secret Intelligence Service britannico”, il servizio di spionaggio estero noto come MI6, avvertirà che la Russia rappresenta una minaccia «aggressiva, espansionista e revisionista», nel suo primo discorso dall’insediamento.

“Blaise Metreweli” ha preso il posto di “Richard Moore a ottobre, diventando la prima donna a capo dell’MI6 – un ruolo pubblicamente noto con il nome in codice “C” – nei suoi 116 anni di storia.

«Putin non dovrebbe avere dubbi, il nostro sostegno è duraturo.

 La pressione che esercitiamo a favore dell’Ucraina sarà sostenuta», dirà Metreweli lunedì, secondo estratti del suo intervento anticipati dall’agenzia di stampa “Reuters”.

 

Il cessate-il-fuoco.

«L’esportazione del caos è una caratteristica, non un difetto, dell’approccio russo all’impegno internazionale, e dovremmo essere pronti a far sì che ciò continui finché Putin non sarà costretto a cambiare i suoi calcoli».

La Gran Bretagna ha sanzionato diverse figure imprenditoriali, leader politici, aziende, navi ed entità russe, tra cui l’intera agenzia di intelligence militare GRU, dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Nel fine settimana, la Germania ha ospitato delegazioni statunitensi e ucraine per i colloqui su un accordo di cessate il fuoco, prima di un vertice a Berlino più tardi lunedì che includerà i leader europei.

 

La tecnologia.

Metreweli sottolineerà anche la necessità di intensificare l’uso della tecnologia per affrontare le minacce alla sicurezza del Regno Unito, tra cui il terrorismo e la guerra dell’informazione.

«La padronanza della tecnologia deve permeare tutto ciò che facciamo. Non solo nei nostri laboratori, ma sul campo, nella nostra abilità professionale e, cosa ancora più importante, nella mentalità di ogni ufficiale.

Dobbiamo essere a nostro agio con le righe di codice tanto quanto lo siamo con le fonti umane, fluenti in Python quanto in più linguaggi», dirà.

Anche “Richard Knighton”, capo delle forze armate britanniche, lunedì invocherà un approccio di difesa che coinvolga «l’intera società» di fronte alla crescente incertezza e alle minacce, e sottolineerà la probabilità che la Russia invada un paese della Nato.

 

 

 

 

La minaccia russa, la difesa

europea e la sfida per la sinistra.

 Valigiablu.it – (10 Settembre 2025) - Hanna Perekhoda - bsky.social – ci dice:

 

La minaccia russa, la difesa europea e la sfida per la sinistra.

Una recente discussione sul riarmo e la militarizzazione mi ha aiutato a chiarirmi le idee.

Sono consapevole che la mia posizione non è condivisa da molti esponenti della sinistra, e va bene così.

Spero di poter aprire uno spazio di riflessione onesta, sia per me che per gli altri.

 

Ma prima ancora di iniziare a parlare di difesa, dobbiamo porci una domanda fondamentale:

esiste una minaccia reale per noi?

E per rispondere, dobbiamo definire cosa intendiamo con “noi”.

A livello nazionale, per la maggior parte dei paesi dell'Europa centrale e occidentale, non esiste effettivamente alcun rischio di invasione militare diretta.

E molti populisti di destra e di sinistra parlano solo in questi termini nazionali:

“Non c'è alcuna minaccia militare per la nostra nazione, quindi perché dovremmo spendere soldi per la difesa?”

 

Ma questa posizione è controproducente.

Fomentando sentimenti isolazionisti, la sinistra sta alimentando l'estrema destra.

L'estrema destra è più coerente e promuove l'egoismo in tutti gli ambiti, quindi la sinistra perde sempre in questo gioco.

Se guardiamo invece da una prospettiva europea, allora dobbiamo ammettere che sì, l'Europa come entità è minacciata.

Ma la forma di questa minaccia varia a seconda della posizione geografica.

Se includiamo l'Ucraina nella nostra idea di Europa, allora la guerra è già qui, ed è enorme.

Nel frattempo, la produzione europea di armi è lungi dall'essere sufficiente a coprire anche solo le esigenze immediate dell'Ucraina.

Ciò significa che la produzione deve aumentare e che le armi vanno inviate dove sono necessarie.

 

Per i paesi a ovest dell'Ucraina, il pericolo non sono i carri armati che corrono verso Berlino.

Uno scenario plausibile è una provocazione nei Paesi Baltici, progettata per testare la capacità di deterrenza.

 Ciò che è considerato invasione oppure no è sempre una questione di interpretazione.

 Ricordate: gli aerei da guerra russi stanno già violando lo spazio aereo di altri paesi.

Passo dopo passo, testano fino a dove possono spingersi.

 

La sinistra che si oppone al riarmo rischia di condannarsi all’irrilevanza e di consegnare l’Unione Europea ai regimi autoritari.

Dal punto di vista di Putin, questo è allettante.

 Perché crede che l'Europa occidentale non combatterà per pochi milioni di estoni, lituani, moldavi, ecc.

E ha motivo di crederlo. Se i grandi Stati decidono che non ne vale la pena, allora la deterrenza crolla.

Per decenni, gli europei hanno fatto affidamento sulla potenza militare americana.

Ma questo meccanismo di sicurezza sta crollando.

I settori strategici necessari al funzionamento degli eserciti europei dipendono quasi interamente dagli Stati Uniti:

 trasporto aereo, intelligence satellitare, missili balistici, difesa aerea e così via.

Se gli Stati Uniti si ritirassero, i sistemi di difesa dei paesi europei diventerebbero completamente inoperativi.

 La realtà odierna è che l'esistenza dei paesi europei dipende dal regime di estrema destra di Trump, che probabilmente non reagirebbe in caso di invasione.

 Sono anche vulnerabili al regime di estrema destra di Putin, che si sta riarmando, mobilitando e cercando attivamente lo scontro.

 

Quindi i Paesi baltici, la Polonia e la Finlandia devono ricostituire le loro scorte e rafforzare le infrastrutture.

 Quando il tuo vicino è la seconda potenza militare mondiale, bombarda quotidianamente le città, spende un terzo del suo bilancio per la guerra e definisce il tuo paese un “errore storico”, la capacità di difendersi non è una corsa agli armamenti.

È sopravvivenza.

Ma questa sopravvivenza è possibile solo con l'aiuto degli alleati dell'Europa occidentale, poiché nessun paese dell'Europa orientale è in grado di produrre le armi necessarie e affrontare da solo l'esercito russo.

 

In Europa occidentale la minaccia è diversa.

 Non si tratta tanto di un'invasione, quanto piuttosto dell'ascesa dell'estrema destra.

 Per Putin, per Trump, per J. D. Vance, lo scenario ideale è chiaro: l'Europa orientale sotto il dominio russo, l'Europa occidentale guidata da governi di estrema destra che accettano la loro visione di un mondo diviso in zone di influenza autoritarie.

 

Quindi qui la difesa significa qualcos'altro:

contrastare la disinformazione, proteggere le infrastrutture, bloccare i finanziamenti stranieri in politica, difendersi dagli attacchi informatici, dai sabotaggi e dai ricatti energetici.

Significa aiutare chi ha bisogno di armi immediatamente per la propria sopravvivenza.

In breve: dobbiamo adeguare gli strumenti alle minacce.

E soprattutto, dobbiamo smettere di pensare solo in termini nazionali ristretti.

 Perché è stata proprio quella logica nazionale ad alimentare secoli di guerra, distruzione e divisione nel continente europeo.

 

Quindi, a che punto siamo? Penso che dobbiamo distinguere tra militarismo e difesa.

 

Il militarismo è la guerra come opportunità di business, guidata dal profitto capitalista.

È anche mettere la guerra al centro e subordinare a essa l'intera società. La difesa è la capacità della società di proteggersi dall'aggressione.

 E oggi, quando le tre maggiori potenze militari minacciano apertamente invasioni – la Cina contro Taiwan, gli Stati Uniti che parlano addirittura della Groenlandia e la Russia che sta già facendo guerra in Ucraina – non si può fingere che il problema della difesa non esista.

Il problema non è la produzione in sé.

 Il problema è lasciare che sia il mercato a decidere cosa produrre, per chi e secondo quali regole.

Questo è il vero campo di battaglia.

 Chi decide? A quale scopo? A quali condizioni?

 E qui la sinistra ha un ruolo cruciale da svolgere: imporre regole severe sulle esportazioni, trasparenza sui contratti, controllo democratico.

 

Ora, anche nella mia organizzazione, sento dire: “Non abbiamo la capacità di imporre tali regole”.

E io chiedo: abbiamo più capacità di abolire la guerra e bandire le armi in tutto il mondo?

A questo punto, dovremmo essere onesti. Gli slogan sull'abolizione della guerra non sono più politica.

Sono molto più vicini alla religione, lontani dalle esigenze della realtà. Quando solleviamo richieste apparentemente radicali senza alcun mezzo per realizzarle e senza alcuna organizzazione di massa in vista, il risultato pratico è semplice: abbandoniamo il campo a chi è già al potere.

Questi ultimi potranno così organizzare la difesa interamente secondo le proprie regole e i propri interessi.

E noi avremmo ottenuto esattamente il militarismo che sostenevamo di opporre.

 

Naturalmente, possiamo sostenere che mantenere posizioni massimaliste acuirà le contraddizioni, approfondirà le divisioni sociali e accelererà il crollo dello Stato borghese.

E che questo crollo porterà alla rivoluzione, alla lotta finale.

Anche se la destra radicale è forte.

Anche se una dittatura militarizzata è alle porte.

Perché scommettiamo che quando il nostro Stato crollerà, il popolo della vicina dittatura militarizzata si ribellerà e nel nostro paese saremo noi, e non l'estrema destra, a prendere il potere.

 

Va bene. Ma siamo seri per un momento.

 Qual è la probabilità che la popolazione si ribelli in Stati militarizzati, di estrema destra, illiberali e con una sorveglianza di massa?

E in un mondo di violenza palese, dove il potere è deciso dalla forza delle armi, che possibilità ha realmente la sinistra di oggi contro l'estrema destra?

La politica non è fantasia. Si tratta di analizzare il reale equilibrio di potere e di portare avanti i propri obiettivi al suo interno.

Quindi la domanda per noi è semplice: qual è la posizione realistica della sinistra europea nelle condizioni attuali?

 

Per me, deve partire da due requisiti contemporaneamente: In primo luogo, garantire la sopravvivenza strutturale di uno spazio democratico. In secondo luogo, lottare dall'interno di quello spazio per ridefinirne il contenuto politico e sociale.

Ciò significa combattere le politiche neoliberiste con il doppio dell'impegno, ma senza rinunciare al quadro democratico in cui questa lotta è ancora possibile.

In effetti, il progetto europeo – la democrazia liberale in generale – è una contraddizione totale.

Protegge dal potere politico arbitrario, ma lascia le persone indifese contro l'arbitrarietà del capitale (nei cosiddetti Stati socialisti era il contrario: una certa protezione dall'arbitrarietà economica, nessuna protezione dal potere politico).

Ma coloro che oggi hanno la capacità e la volontà dichiarata di smantellare questo progetto sono i regimi in cui i cittadini non sono protetti né dall'oppressione politica né da quella economica.

 

Ricordiamo che abbiamo iniziato chiedendoci cosa intendiamo per “noi”. Naturalmente, dal punto di vista della sinistra, non si tratta di uno Stato-nazione o di una comunità europea, ma di una classe operaia globale.

Penso che dovremmo tenere presente che né la vita umana, né i diritti dei lavoratori, né l'ambiente possono essere protetti in uno Stato che rientra nella “zona di influenza” di potenze imperialiste autocratiche ed estrattive come la Russia di Putin, gli Stati Uniti di Trump o la Cina.

In un mondo dominato da una politica delle grandi potenze senza controlli, le organizzazioni progressiste e i loro valori vengono sempre annientati, prima politicamente, poi fisicamente.

 

La democrazia liberale è piena di contraddizioni.

Ma sono contraddizioni che possiamo combattere dall'interno.

La libertà di organizzare sindacati, i diritti delle donne, le politiche sociali, la solidarietà internazionale:

tutte queste cose non sono astrazioni, ma infrastrutture materiali che dipendono dalla nostra capacità di difendere il piccolo spazio di libertà che è stato aperto con grandi sacrifici.

Ora qualche parola sulle misure concrete che si possono adottare nel contesto svizzero, dove vivo.

 

La Svizzera non è un'isola.

 L'instabilità nell'UE influisce immediatamente sulla sicurezza svizzera. Eppure, ancora una volta, la Svizzera sembra scegliere il vecchio ruolo: un rifugio sicuro per i criminali di guerra e il loro denaro.

Ecco perché dovremmo agire:

Contro la strategia della Svizzera di nascondersi dietro la “neutralità” mentre commercia con i criminali di guerra.

Contro il segreto bancario e i paradisi fiscali che rendono la Svizzera un paradiso per i corrotti e i criminali.

Per sanzioni più severe e misure diplomatiche massime contro gli Stati che commettono crimini di guerra e violano il diritto internazionale.

Per confiscare le centinaia di miliardi di beni russi congelati e utilizzarli per finanziare la difesa dell'Ucraina e la sicurezza europea.

Alcuni temono che ciò costituirebbe un pericoloso precedente.

Hanno ragione:

la giustizia è sempre un precedente pericoloso in un sistema costruito per proteggere i ricchi.

Ma è l'unico precedente che vale la pena di creare.

Per la riesportazione di armi in Ucraina e contro la vendita di armi a dittature e Stati che violano il diritto internazionale.

Contro la spesa di miliardi per la «difesa nazionale». La Svizzera non è minacciata dalla Germania, dalla Francia o dall'Italia. Per contribuire invece alla sicurezza collettiva europea.

Per l'abbandono dei combustibili fossili russi e per investire massicciamente nelle energie rinnovabili.

L'autonomia energetica è sicurezza.

Ogni franco speso per il gas russo è un franco speso per la guerra di Putin.

 

 

Europa sotto schiaffo tra

Trump e Putin: doppio

attacco alla Ue.

Italia-informa.it - Vittorio Massi – (07/12/2025) – Redazione – ci dice:

 

L’Europa non è al tavolo: è la pietanza principale della grande spartizione del mondo.

L’immagine è brutale, ma è quella giusta:

mentre Washington e Mosca si parlano da potenze, l’Europa è la pietanza servita al centro del tavolo.

Donald Trump firma una nuova strategia di sicurezza nazionale che descrive il Vecchio continente come una civiltà in declino, a rischio di “sparire”.

Il Cremlino applaude, definendo il cambio di rotta americano “coerente” con la visione russa.

È il segnale plastico di un doppio attacco coordinato:

Trump vuole un’Europa impaurita e dipendente, che paga il conto;

Putin punta a un’Europa divisa, fragile, facilmente soggiogabile.

 

Nel mezzo, i governi europei balbettano.

 L’ex premier Paolo Gentiloni parla apertamente di «epitaffio sulle relazioni transatlantiche e sentenza di divorzio dall’Europa».

Carlo Calenda giudica questo «il periodo più drammatico dal 1945» e avverte che «il rischio di una guerra dentro l’Europa è concreto».

Angelo Bonelli denuncia un asse Trump-Putin con la complicità della destra europea che mira a smantellare l’Unione, a colpi di gas, Gnl, disinformazione e assalto alle regole democratiche.

E la premio Nobel per la Pace “Oleksandra Matvijchuk” avverte:

Putin non vi darà tempo, «la guerra è già arrivata in Europa».

 

È un momento nero.

E l’Europa, tra calcoli di bottega, divisioni, piccoli opportunismi, rischia di fare la cosa più irresponsabile possibile: continuare come se nulla fosse.

 

L’Europa quale pietanza sul tavolo del nuovo ordine mondiale.

La nuova National Security Strategy 2025, 33 pagine firmate da Trump, cambia i paesi del mondo.

L’Europa viene descritta come un’area in “declino”, incapace di difendere la propria identità e minacciata da una sorta di “erosione della sua civiltà”.

 Non è solo un giudizio duro: è una delegittimazione politica.

Il messaggio di Washington è chiaro:

l’Europa non è più alleato strategico, ma problema da correggere, spazio da riportare all’ordine, mercato che conta solo se compra armi, energia e tecnologie americane.

 

Questa visione è perfettamente allineata alla cultura politica del movimento “Maga”:

nel documento-manifesto della “Heritage Foundation”, il famoso “Project 2025”, l’Unione europea è indicata come il principale baluardo contro i nazionalismi, dunque come ostacolo da indebolire.

Gentiloni lo dice senza giri di parole: il nuovo corso Usa è costruito per colpire l’Unione nel suo ruolo di argine democratico.

 

Se l’Europa è dipinta come un corpo malato, la cura proposta da Washington è brutale:

o riallineamento totale alle priorità americane (difesa, energia, regole digitali, Cina) o marginalizzazione.

 E intanto, sul fronte esterno, la stessa strategia cerca un’intesa con Mosca sulla guerra in Ucraina, nel nome di una “stabilità strategica” che rischia di passare direttamente sopra la testa degli europei.

 

Mosca applaude: «La strategia Usa è coerente con la nostra visione».

A chi ancora si illude che Trump e Putin siano avversari strutturali, il Cremlino ha fornito una smentita secca.

 Il portavoce “Dmitrij Peskov” ha salutato gli “aggiustamenti” della strategia Usa affermando che sono «in gran parte coerenti con la nostra visione» e che potrebbero consentire «un lavoro congiunto costruttivo» per una soluzione della guerra in Ucraina.

 

Tradotto:

Mosca vede nella nuova postura americana una conferma del proprio obiettivo politico, non un ostacolo.

 Il documento non definisce più la Russia come “minaccia esistenziale”, ma come attore con cui si può tornare a trattare.

In più, critica frontalmente l’Unione europea, accusandola di eccessi regolatori, di frenare l’innovazione, di censura digitale, di crisi demografica e culturale.

 

È precisamente il mondo capovolto che Putin sogna:

 i Paesi europei ridotti a periferia litigiosa, senza voce propria sulla sicurezza, sulla guerra e sulla pace, mentre gli equilibri si decidono tra Washington e Mosca, magari con Pechino sullo sfondo.

 In questa logica, non serve annientare militarmente l’Europa: basta svuotarne il peso politico e spezzarne l’unità.

 

Gas, Gnl, clima: perché a Trump e Putin conviene un’Europa debole.

Il cuore del problema lo mette in fila, con lucidità brutale, Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra).

Commentando le parole di Peskov, il deputato parla di «prova provata» che Trump e Putin vogliono «demolire politicamente l’Europa».

Secondo Bonelli, l’asse tra i due non punta a cancellare la Ue con i carri armati, ma a eroderne le regole democratiche e le politiche che danno fastidio ai grandi interessi fossili: transizione ecologica, Green Deal, norme sulle emissioni, Digital Services Act contro l’odio e le fake news online.

 

Da un lato, Trump è il grande promotore del Gnl americano, che vuole vendere a un’Europa energivora ma divisa.

Dall’altro, la Russia dispone di enormi riserve di gas che restano la principale arma geopolitica di Mosca.

Insieme, questi due poli hanno tutto l’interesse a rallentare o sabotare la transizione verde europea:

meno rinnovabili, più dipendenza da gas e petrolio, più leva di ricatto sui governi nazionali.

 

Bonelli ricorda anche che la destra globale, compresa quella di Giorgia Meloni, è parte di questo disegno:

dai trumpiani negli Usa agli ultraconservatori europei, fino ai leader apertamente filorussi come Viktor Orbán, si costruisce una rete politica che ha un obiettivo chiaro:

disgregare l’Unione per trasformare i singoli Stati in satelliti, chi di Washington, chi di Mosca.

 

Gentiloni: «È un epitaffio sull’Alleanza atlantica».

Paolo Gentiloni, ex premier ed ex commissario Ue, non usa giri di parole. La nuova strategia Usa, spiega in un’intervista, è «un epitaffio sulle relazioni transatlantiche e una sentenza di divorzio dall’Europa».

Le ragioni?

Prima di tutto l’ideologia Maga, alimentata da think tank come la “Heritage Foundation”, che in Project 2025 teorizzano apertamente il ridimensionamento dell’Unione europea.

Poi un elemento più personale e politico:

Trump vede nell’Europa la proiezione dei suoi “nemici interni” liberal-progressisti e scarica sul Vecchio continente tutto ciò che detesta sul fronte dei diritti, dell’ambiente, del pluralismo.

 

Gentiloni avverte anche la premier italiana Giorgia Meloni:

minimizzare questa svolta, scegliere l’inerzia, potrebbe significare ritrovarsi «in mezzo al mare mentre avviene la deriva dei continenti», con Europa e America che si allontanano proprio mentre si riaccendono i venti di guerra.

 È un richiamo diretto:

il tempo dell’adulazione automatica del presidente Usa è finito.

O l’Europa alza la testa, o scivola in un ruolo subalterno definitivo.

 

Calenda: «Periodo più drammatico dal 1945, rischio guerra in Europa».

Se Gentiloni sottolinea la rottura politica, Carlo Calenda mette il faro sul rischio militare.

In un’intervista al Corriere della Sera del 7 dicembre, il leader di Azione definisce l’attuale fase «il periodo più drammatico dal 1945» e spiega che «il rischio di una guerra dentro l’Europa è concreto».

 

Secondo Calenda, con la nuova strategia americana «l’Alleanza atlantica è stata di fatto rotta», mentre contemporaneamente a Europa viene chiesto di prendersi in carico la componente convenzionale della Nato dal 2027, proprio mentre la Russia intensifica attacchi e pressioni.

Putin, avverte, potrebbe puntare a un attacco dimostrativo per provare che la Nato non esiste più e che i Paesi europei non hanno la volontà di difendersi.

Da qui la sua proposta: anticipare il passaggio di consegne della Nato all’Europa, costruire una vera difesa comune e adottare uno “scudo democratico” contro la guerra ibrida: trasparenza sui finanziamenti esteri, controllo sulle campagne di disinformazione, regole più dure per chi usa i media come megafono della propaganda del Cremlino.

 

Calenda arriva a dire di essere «convinto che in Italia ci sia chi riceve finanziamenti dalla Russia di Putin», riferendosi a figure politiche che in televisione ripetono la linea russa sulla guerra.

Non fa nomi, ma indica due forze che si oppongono allo scudo democratico: Movimento 5 Stelle e Lega.

Parole pesanti, che fotografano una realtà:

le quinte colonne di Mosca e dell’asse Trump-Putin non sono un’ipotesi astratta, ma un problema politico interno.

 

“Matvijchuk”: «La guerra è già qui. Putin non vi darà tempo».

Mentre le capitali europee discutono e si dividono, chi vive la guerra sulla propria pelle non ha dubbi.

“Oleksandra Matvijchuk,” giurista ucraina e premio Nobel per la Pace 2022, al summit “Grand Continent” in Valle d’Aosta avverte che la guerra è già arrivata in Europa, ma molti europei non se ne sono ancora accorti.

 

Per Matvijchuk, la Ue e gli Usa finora hanno soprattutto aiutato Kiev a non crollare, non a vincere.

Troppo lenti sui carri armati, sugli aerei, sulle armi a lungo raggio. Troppo prudenti sulle sanzioni e sull’uso degli asset russi congelati.

La sua lettura è glaciale:

«C’è una differenza enorme tra aiutare l’Ucraina a non fallire e aiutarla a vincere».

E se l’Europa continua a temere più l’“escalation” che la sconfitta di Kiev, il conto arriverà a casa nostra.

 

“Matvijchuk” insiste su un punto ignorato nel dibattito occidentale: Putin non vuole la pace, vuole tempo.

 Tempo per riorganizzare l’esercito, riarmarsi, provare a spezzare il fronte occidentale, infiltrare politica e media europei.

E lancia un avvertimento diretto:

se non riuscirete a fermarlo in Ucraina, «i prossimi sarete voi».

Georgia, paesi baltici, Moldova, perfino membri della Nato: gli scenari sono noti agli analisti da anni.

Ora sono sulla soglia.

 

Europa sotto schiaffo: tra vassallaggio e rischio di nuovi attacchi.

Il quadro che emerge è limpido, anche se molti fanno finta di non vederlo:

Trump punta a un’Europa che non sia più soggetto politico, ma mercato subordinato, acquirente obbligato di energia, armi, tecnologia Usa.

Putin lavora da anni per un’Europa spezzata in sfere di influenza, con Paesi trasformati in vassalli, spaventati dal gas, dai droni, dalle minacce militari.

La destra radicale europea, dal trumpismo di importazione agli amici di Mosca, agisce da quinta colonna interna, mettendo in discussione sanzioni, sostegno a Kiev, integrazione europea, regole sul digitale e sul clima.

Nel mezzo, l’Unione europea rischia di diventare ciò che i due poli vogliono: una somma di Stati fragili, ricattabili, pronti a scambiarsi piccole protezioni in cambio di grandi rinunce strategiche. Mentre si discute di percentuali di bilancio, nessuno affronta a viso aperto le domande centrali:

siamo disposti a costruire una vera difesa europea o preferiamo illuderci che la Nato esista ancora come prima?

vogliamo difendere il modello sociale europeo o accettiamo un lento impoverimento in cambio di gas a poco prezzo e accordi bilaterali?

lasceremo che le nostre democrazie siano erose da campagne di odio, menzogne online, finanziamenti opachi, oppure istituiremo finalmente uno scudo democratico comune?

La crisi del Vecchio continente: paura, sottomissione e impoverimento.

Il rischio non è teorico.

Se l’Europa continua a farsi mettere all’angolo, lo scenario per i prossimi anni è scritto:

 

sottomissione strategica: Paesi costretti a scegliere se essere “protettorati” Usa o “clienti” di Mosca e Pechino;

paura permanente: allarmi droni, cyberattacchi, minacce ibride, esercitazioni militari ai confini, tensioni nei cieli e nei mari europei;

impoverimento sociale ed economico: più spesa militare senza coordinamento, meno investimenti comuni, rincari energetici, fuga di capitale umano e innovazione verso Usa e Asia.

Gli europei assistono spesso attoniti al disfacimento politico dell’Unione: veti incrociati, governi che cercano la sponda di Trump o di Putin contro Bruxelles, forze politiche che fanno campagna interna sul cavallo di Troia del “no alle armi” e del “pace subito” mentre Mosca continua a bombardare Kiev.

 La narrazione è seducente: basta smettere di aiutare l’Ucraina e tornerà la pace.

La realtà è l’opposto: basta smettere di aiutare l’Ucraina e la guerra arriverà in casa nostra.

 

Quinte colonne e piccoli calcoli: così l’Europa si consegna.

In questo quadro, il fattore più inquietante non è né Trump né Putin. Siamo noi.

Sono le nostre piccole furbizie.

I governi che tacciono per non disturbare l’alleato di turno.

I partiti che giocano con il fuoco della propaganda filorussa pur di racimolare consenso interno.

 I leader che fingono di non vedere Project 2025 o gli applausi del Cremlino alla strategia Usa, e continuano con le foto di rito nelle capitali.

Le quinte colonne non sono solo i nostalgici di Mosca o gli urlatori complottisti.

 Ci sono anche i rispettabili professionisti del “business as usual”, i tecnici che invitano a «non esagerare», i commentatori che minimizzano la portata degli attacchi alla Ue.

 È questa rete di autoindulgenza che rende il Vecchio continente vulnerabile.

O reagiamo ora, o perdiamo tutto: democrazia, pace, benessere.

Questo è il punto: non ci stiamo giocando un dettaglio di politica estera, ma il pacchetto completo.

Democrazia, pace, benessere. Tutto insieme.

Se l’Europa accetta di continuare in questo sonno ipnotico, il risveglio sarà durissimo.

Possibili scenari nei prossimi anni:

un’Europa con difesa spezzettata, incapace di reagire a un incidente o a un attacco dimostrativo ai confini;

una Ue dove i governi filo-Trump e filo-Putin bloccano ogni decisione comune su Ucraina, sanzioni, energia, difesa;

una società più povera e più arrabbiata, terreno ideale per populismi e leader autoritari che promettono ordine in cambio di libertà.

L’alternativa esiste, ma non è indolore: costruire davvero un pilastro europeo della sicurezza, finanziare in modo serio difesa comune e transizione energetica, colpire duramente la guerra ibrida e la corruzione politica, uscire dalla dipendenza da gas e combustibili fossili russi e mediorientali, difendere senza complessi le regole su digitale, diritti, clima.

L’Europa deve smettere di essere la pietanza sul tavolo e tornare a essere almeno uno dei commensali.

Non ci sarà una seconda occasione.

Chi continua a fingere che tutto questo sia esagerato, che «non succederà davvero», sta facendo esattamente ciò che l’asse Trump-Putin si aspetta:

sta preparando il terreno perché il Vecchio continente venga servito, caldo, sul piatto principale della storia.

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