Lo scontro tra Europa e Russia sarebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale.
Lo
scontro tra Europa e Russia sarebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale.
“CORE
5”: Gli USA Scelgono un
Mondo Multipolare e Declassano
l’Europa.
Conoscenzealconfine.it
– (14 Dicembre 2025) - Giuseppe Masala – ci dice:
La
prestigiosa testata americana “Defense One” , specializzata in sicurezza
globale e difesa nazionale, dichiara di aver preso visione di una versione
“segreta e più estesa” del “Documento di Sicurezza Strategica Nazionale USA”
(SSN) divulgato in questi giorni, e che già nella versione pubblica ha avuto
enorme eco soprattutto in Europa.
La
testata USA specializzata in sicurezza globale sostiene di aver visto una
versione “non censurata” del “Documento di Sicurezza Strategica USA” nella
quale vi sarebbe riportato che Washington sostiene la nascita di un nuovo
organismo, il “Core 5”, per gestire gli affari globali e che l’Europa ne
sarebbe esclusa, relegandola a area del mondo marginale.
“Defence
One” sostiene che nella versione “allargata” (e originaria) che ha potuto
leggere sono presenti due ulteriori capitoli di estrema rilevanza.
Il primo si intitola eloquentemente “Make Europe Great
Again”, mentre il secondo si intitola “Core 5”.
Il
primo,
come è facile intuire delinea le strategie per far rinascere una Europa,
ritenuta a Washington, in piena decadenza, mentre il secondo delinea la nascita di un nuovo
organismo informale – che di fatto sostituirebbe il G7 – e che avrebbe il
compito di gestire gli affari globali. “Core 5”, appunto perché sarebbe
composto da cinque paesi.
Make
Europe Great Again.
Rispetto
alla versione pubblica nella quale Washington per l’Europa sostiene la
necessità di rendersi autonoma dagli USA sul piano militare, in questa versione
segreta si sostiene anche la necessità di “sostenere i partiti, i movimenti e
le figure intellettuali e culturali che cercano la sovranità e la conservazione
dei tradizionali stili di vita europei… rimanendo filo-americani”, afferma il documento (parte estratta
direttamente dall’articolo di “Defence One”, Nda).
Quindi,
in sostanza, nella nuova strategia di sicurezza, si sostiene la necessità che
gli USA si ingeriscano in maniera pesante della politica dei paesi europei a
favore degli esponenti conservatori.
Ancora
più clamoroso è l’altro asse di intervento ipotizzato dall’amministrazione
Trump: lavorare
con alcuni partner europei al fine di riuscire ad allontanarli dall’UE. I paesi
prescelti sarebbero Austria, Polonia, Ungheria e soprattutto Italia.
Qualora
fosse confermata questa strategia saremmo di fronte ad uno scenario nel quale
gli USA hanno deciso di lavorare direttamente per mandare in frantumi l’UE e
ciò sarebbe davvero clamoroso;
non ci rimane che attendere, tenendo conto
però che in paesi come l’Italia il potentissimo blocco filo europeo farebbe
muro contro gli USA per difendere la costruzione europea ciò, ovviamente,
porterebbe potenti convulsioni politiche a Roma.
Core 5.
Non
meno clamorosa sarebbe la nascita – prospettata nella versione riservata del
piano strategico di sicurezza nazionale – del nuovo organismo che dovrebbe
sostituire il G7 ormai ritenuto da Washington disfunzionale e non più adatto a
gestire gli affari mondiali.
Il
nuovo organismo, il Core 5, comprenderebbe gli USA, la Cina, il Giappone,
l’India e la Russia.
Una
riforma che lascia senza fiato, per la magnitudo con la quale terremoterebbe le
attuali gerarchie mondiali.
Innanzitutto
l’Europa sarebbe fuori gioco, completamente.
Dopo
secoli di dominio mondiale il Vecchio Continente (fino al 1919 in solitaria,
mentre da lì in avanti da Junior Partner degli USA) sarebbe escluso dal ruolo
di dominus mondiale per finire relegato tra le aree geografiche non rilevanti
su scala planetaria.
Bisogna
essere onesti, l’ipotesi è plausibile e perfettamente coerente con ciò che gli
USA ritengono sia il reale status europeo:
quello
di un’area marginale, isolata, arretrata economicamente e tecnologicamente, e
soprattutto socialmente in grave pericolo, a causa di una immigrazione
incontrollata proveniente dal resto del mondo.
Inoltre,
sempre dal punto di vista USA, l’Europa è un’area irrilevante e non in grado di
difendere militarmente sé stessa in maniera autonoma.
Il
combinato di tutto questo non può che essere la “retrocessione” tra le aree del
mondo che non sono in grado di giocare un ruolo negli affari mondiali e che
dovrà accettare quanto disposto dalle nuove grandi potenze.
Non
sfugge peraltro che questa entità, il Core 5, non è fondata sulla ricchezza dei
suoi componenti, né sulla loro democraticità.
Piuttosto
si tiene conto della demografia, della forza militare e anche delle prospettive
di sviluppo.
Una
visione molto importante che viene dopo quella economicista che l’Europa ci ha
afflitto in questi trenta anni.
Una
visione sclerotizzata nella quale si viveva in ossequio al rispetto di meri
parametri contabili come quelli previsti nei vari “MES” e nei vari “patti di
stabilità”.
Una
follia che – a quanto pare – ci sta spedendo nella serie B del mondo, né più e
né meno che un Pakistan o un Cile.
L’altro
elemento a mio avviso importantissimo è quello che in questo nuovo consesso che
dovrebbe dirigere in mondo, gli USA non hanno la maggioranza visto che potranno
contare tra i componenti solo sul Giappone come fedele alleato.
Mentre, dall’altra parte del tavolo Cina,
Russia e India – ovvero il ben rodato asse asiatico antagonista al cosiddetto
“occidente collettivo” – in questo nuovo format, formerebbe un blocco di
maggioranza.
Qualora
il “Core 5 “vedesse realmente la luce sarebbe veramente il segno che è nato un
nuovo mondo multipolare e inoltre (data l’assenza) che l’Europa sarebbe
relegata ad un ruolo di area geografica di secondo ordine come il Sud America.
Lo
“Strano” Discorso del Governatore della Banca d’Italia, Panetta.
Che i
rapporti tra l’Europa e gli USA siano ormai tesissimi è evidente e ciò aumenta
in larga misura la credibilità dello scoop di “Defence One”.
A tale
proposito colpisce un discorso tenuto a Dublino il 9 Dicembre dal sempre
prudentissimo governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nel quale si
sostiene come nel prossimo futuro il mondo uscirà dal sistema dollaro-centrico
nato a Bretton Woods, per abbracciare un sistema nel quale una costellazione di
diverse monete avrà il ruolo di standard del commercio e degli investimenti
internazionali.
Fa
davvero impressione ascoltare un governatore dell’Euro-sistema anche solo
ipotizzare una uscita dal sistema fondato sul dollaro che, peraltro, è il vero”
punctum dolens” degli americani:
argomento davvero tabù, che manco paesi
antagonisti come la Cina possono affrontare apertamente, figuriamoci se possono
i paesi vassalli di Washington.
Per
certi versi, l’ipotesi di Panetta, sembra quasi una minaccia (certo nei toni
fatta con il guanto di velluto) visto che la perdita dello status del dollaro
da parte degli USA immediatamente si rifletterebbe sugli investimenti che
affluiscono copiosi in USA.
La
stessa testata americana “Politico.com” peraltro sostiene che la BCE si stia
segretamente preparando al collasso della “leader chip” degli USA e del Dollaro
a livello mondiale e dunque a consentire un maggior utilizzo dell’Euro fuori
dalla stessa area euro.
A
mettere in fila tutte queste informazioni appare evidente come il divorzio tra
gli USA e l’Europa sia probabilmente irreversibile.
(Giuseppe
Masala).
(defenseone.com/policy/2025/12/make-europe-great-again-and-more-longer-version-national-security-strategy/410038/).
(lantidiplomatico.it/dettnews-core_5_gli_usa_scelgono_un_mondo_multipolare_e_declassano_leuropa/29296_64191/).
«Tempi
molto pericolosi».
Verso
la terza guerra mondiale?
Francescotuccari.it – (03 – ottobre – 2025) - Francesco
Tuccari - Blog – Redazione – ci dice:
In una
intervista rilasciata il 21 settembre 2025 al quotidiano belga «Le Soir» e
pubblicata contemporaneamente su diversi altri giornali europei (tra cui «La
Repubblica»), la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha
affermato con grande enfasi che l’Europa e il mondo intero stanno attraversando
«tempi molto pericolosi».
Aveva
già usato la stessa espressione qualche mese prima a Bruxelles, in occasione
della presentazione del progetto «Re Arm Europe», e poi a Strasburgo, in un
discorso al Parlamento europeo.
Questa
volta, però, il riferimento ai «tempi pericolosi» era in risposta a una domanda
molto diretta e altrettanto inquietante dell’intervistatore: «Stiamo andando
verso la terza guerra mondiale»?
«No – ha risposto von der Leyen – ma viviamo
in tempi molto pericolosi».
Subito dopo ha aggiunto:
«Farò
tutto quello che è in mio potere per preservare la pace e la libertà in Europa.
È
proprio per questo che stiamo rafforzando le nostre capacità di difesa con così
tanta determinazione.
In un
mondo sempre più ostile, dobbiamo fare tutto il possibile per salvaguardare la
democrazia, la prosperità e la pace».
Pronunciate
in Europa, un «piccolo angolo di mondo» sostanzialmente in pace dal 1945,
queste parole sembrano semplicemente inconcepibili. È difficile metterne a fuoco la
portata.
È un fatto, però, che stanno dilagando ovunque
le retoriche e gli allarmi sulla possibilità di una nuova “major war”: una grande e distruttiva
guerra tra grandi potenze, la «terza guerra mondiale» appunto.
Non
semplicemente nel senso, per certi aspetti rassicurante, della «terza guerra
mondiale a pezzi», di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo.
Ma nel
senso di una vera e propria «guerra mondiale», in qualche modo assimilabile ai
due grandi conflitti che hanno sconvolto la prima metà Novecento.
Una
guerra, si deve aggiungere, che oggi si combatterebbe con le armi infinitamente
più distruttive messe a punto da allora:
bombe
atomiche e termonucleari, missili ipersonici, droni, «armi autonome» e molti
altri strumenti di morte – come ha detto Donald Trump in uno dei suoi tanti
discorsi pubblici – «che non vorreste nemmeno conoscere».
«Terza
guerra mondiale» o espressioni consimili circolano in effetti con frequenza
sempre maggiore.
Il
presidente Usa Donald Trump, a modo suo, ne ha evocato più volte il rischio,
attribuendone la responsabilità prima ai democratici e a Biden e poi
addirittura allo stesso leader ucraino Zelensky (così il 28 febbraio 2025 alla Casa
Bianca: «stai giocando con la terza guerra mondiale»).
Più
recentemente, il 18 settembre, in una conferenza stampa congiunta con il
premier britannico “Keir Starmer” al termine di una visita ufficiale nel Regno Unito, ha
tuonato contro la Russia affermando di non volere «una terza guerra mondiale»
tra potenze nucleari.
Anche
per Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov – per tacere
del suo portavoce “Dmitrij Peskov,” dell’ex presidente russo “Dmitrij Medvedev”
e più in generale dei media russi – la «terza guerra mondiale» si avvicina
molto pericolosamente.
Lo ha
ripetuto di recente, il 27 settembre, “Marija Zacharova”, portavoce del
ministro degli Esteri, alludendo a fantomatici piani ucraini di sabotaggio da
condursi – sotto «falsa bandiera», attribuendoli cioè alla Russia – ai danni di
Polonia e Romania per scatenare l’inferno: «mai in epoca moderna – ha detto –
l’Europa è stata così vicina all’inizio della terza guerra mondiale».
Meno
diretto, ma altrettanto chiaro il leader cinese” Xi Jinping”.
Il 3 settembre – il giorno in cui la Cina commemora la
vittoria cinese sul Giappone nella Seconda guerra mondiale – circondato da
Putin, dal leader coreano Kim Jong-un e da molti altri esponenti del cosiddetto
«Sud globale», tra i quali l’indiano Narendra Modi e il presidente iraniano
Masoud Pezeshkian, “Xi” ha affermato che «l’umanità (corsivo mio) oggi si trova
di fronte alla scelta tra pace e guerra, dialogo e confronto, cooperazione “win-win”
e giochi a somma zero».
Ha aggiunto, naturalmente, di non volere la
guerra, di mirare a un modello più giusto ed equo di ordine mondiale, facendo però seguire alle parole una
delle più colossali parate militari della storia della Cina comunista, con
l’esibizione di armi spaventose:
missili
con testate nucleari, navi e sottomarini, aerei di ultima generazione, droni e
sistemi anti-drone e quant’altro.
Uno
spettacolo davvero inquietante.
Insomma,
nessuno (forse) vuole una terza guerra mondiale.
Ma
tutti ne parlano sempre più spesso, talora con toni minacciosi, quasi sempre
con crescente preoccupazione.
E ciò
accade in un mondo che è divenuto palesemente instabile e che al tempo stesso è
profondamente interconnesso nei suoi tre quadranti di maggiore crisi:
l’Eurasia, il Medio Oriente e l’Indo-pacifico.
A che
punto siamo oggi? Ci stiamo davvero proiettando – consapevolmente o come
«sonnambuli» – verso un nuovo conflitto mondiale?
La
guerra ai confini dell’Europa.
Gli
occhi di molti sono oggi puntati sul tragico e disumano massacro che si sta
consumando nella Striscia di Gaza, di cui parleremo a breve.
Lo scenario più preoccupante, tuttavia, è
quello della guerra russo-ucraina, che minaccia di degenerare in un ben più
ampio e pericoloso confronto diretto tra la Federazione Russa e la NATO.
Un
confronto ormai aperto, ma per ora contenuto entro gli schemi già molto
allarmanti della «guerra ibrida».
Della
guerra russo-ucraina ci siamo già ampiamente occupati in altri due articoli.
Nel
primo, pubblicato poco dopo l’inizio del conflitto il 24 febbraio 2022, ne
abbiamo analizzato le cause e i primi sviluppi (Ucraina: la guerra di Putin).
Nel
secondo, pubblicato al principio del 2025, abbiamo continuato a seguirne lo
svolgimento per i successivi tre anni, provando a collocare quel conflitto
nella turbolenta serie di guerre di varia intensità che stanno affliggendo gran
parte del pianeta («Terza guerra mondiale a pezzi»?).
Abbiamo
poi almeno in parte aggiornato l’analisi al maggio 2025, parlando dei primi
cento giorni della presidenza Trump, che ha impresso una svolta profonda alla
guerra, da un lato prendendo inizialmente le distanze dall’Ucraina e dalla
stessa Europa e dall’altro cercando di seguire una linea di appeasement con la
Russia di Putin (The age of Chaos, I primi cento giorni di Trump).
Da
allora il conflitto si è andato ulteriormente incattivendo, senza tuttavia
produrre, almeno ad oggi, decisivi progressi sui campi di battaglia, con un
bilancio di centinaia di migliaia di perdite umane tra morti e feriti militari
e civili.
Proprio
a partire da maggio, infatti, la Russia ha intensificato i suoi attacchi,
riuscendo a conquistare diverse centinaia di km2 di territorio ucraino.
Al tempo stesso, ha ripetutamente martellato
dai cieli l’intero paese – con droni e missili balistici scagliati su obiettivi
militari e civili – colpendo più volte la capitale Kiev e, al principio di
settembre, lo stesso palazzo del governo.
Dal
canto loro, le forze militari ucraine sono riuscite in parte a contenere
l’offensiva russa in diversi settori del fronte.
In alcuni casi hanno ripreso il controllo di
villaggi e postazioni considerate strategiche.
Sono
riuscite poi a colpire o a sabotare dietro le linee, e cioè in territorio
russo, infrastrutture militari e logistiche del nemico.
Di
particolare impatto l’operazione «Spider web», all’inizio di giugno, che ha
preso di mira con sciami di droni diverse basi aeree del nemico a grande
distanza dal fronte, producendo danni ingenti alla flotta strategica russa di
bombardieri.
Ad
essa sono seguiti ulteriori attacchi con droni contro porti e diverse
raffinerie Gazprom.
Pur
nel quadro di una netta superiorità delle forze militari di Mosca, insomma, sul
campo gli esiti della guerra restano tuttora altamente incerti.
Ciò
che è cambiato e sta tuttora cambiando ad alta velocità è il contesto più
generale del conflitto.
L’iniziale
tentativo del presidente Trump di porre fine alle ostilità attraverso la
ricerca di un accordo diretto con Putin da realizzarsi in ampia misura senza (o
addirittura contro) la volontà degli ucraini e della stessa Unione europea ha
infatti prodotto una serie di effetti di grande rilievo.
Ha
anzitutto consolidato la decisione degli ucraini di resistere a ogni costo e
senza compromessi all’aggressione russa e la loro volontà di recuperare tutti i
territori perduti con la guerra, Crimea compresa (annessa dai russi già nel
2014).
Ha poi
spinto, già in marzo, l’Ue a introdurre, su impulso della Commissione, un piano
molto consistente di riarmo, il cosiddetto “Re Arm Europe”, poi ribattezzato “European
Defence – Readiness 2030:” un piano reso urgentissimo dalla percezione dei
partner europei del disimpegno americano.
Ha
quindi reso sempre più aggressivo e arrogante lo stesso Putin, soprattutto dopo
gli onori che gli sono stati tributati da Trump nell’incontro bilaterale
svoltosi ad Anchorage, in Alaska, il 15 agosto.
Si è trattato di un meeting del tutto
inconcludente sul piano pratico, da cui – secondo tutti gli analisti – Putin è
uscito vincitore:
riabilitato
come un grande leader mondiale dal presidente americano e al tempo stesso
indisponibile a qualsiasi reale trattativa sulla questione ucraina.
La sua presenza, pochi giorni dopo, alla
spettacolare parata militare cinese del 3 settembre, a fianco di Xi Jinping e
di decine di influenti leader del Sud Globale e di nemici giurati
dell’«Occidente», ha infine coronato il suo successo.
Mostrando,
al tempo stesso, il “carattere del tutto illusorio” della strategia trumpiana
di sottrarre la Federazione Russa all’abbraccio con la Cina, il vero e grande
nemico degli Stati Uniti.
A quel
punto, anche di fronte alla crescente virulenza delle offensive e dei
bombardamenti russi, l’atteggiamento di Trump è cambiato.
«Putin mi ha davvero deluso» ha detto il 18
settembre, nella conferenza stampa congiunta con il premier “Keir Starmer” che
ha chiuso la sua visita ufficiale nel Regno Unito, La stessa in cui egli aveva
evocato lo spettro della «terza guerra mondiale».
Non
era certo la prima volta che Trump esprimeva questa «delusione». Lo aveva già
fatto in altre precedenti occasioni, anche prima dell’incontro di Anchorage.
Adesso,
però, quella delusione lo ha riavvicinato in qualche modo a Zelensky e agli
stessi alleati europei, che per tutta l’estate avevano fatto forti pressioni
per ottenere il suo sostegno a Kiev.
Ha
rappresentato una svolta di grande rilievo – ma da prendere con le pinze data
l’imprevedibilità di Trump – l’incontro tra il presidente Usa e Zelensky il 24
settembre, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu.
In
quell’occasione e sui social, Trump è arrivato a definire la Russia una «tigre
di carta» e ad affermare che, con il sostegno dell’Ue e della Nato, l’Ucraina
potrebbe riconquistare i territori perduti con la guerra.
A
questo scopo – ha aggiunto – sarebbe fondamentale che l’Ue cessasse del tutto
di acquistare petrolio russo e che venissero posti dazi elevatissimi contro il
principale sostenitore di Putin, la Cina.
Per
bocca del suo inviato speciale in Ucraina “Keith Kellogg”, Trump ha poi
autorizzato attacchi a lungo raggio contro la Russia.
E,
come se non bastasse, sta attualmente valutando la possibilità di fornire
all’Ucraina” missili Tomahawk”, missili da crociera in grado di colpire con
precisione obiettivi a grande distanza con testate convenzionali o nucleari.
Da
ultimo, il 30 settembre, in un discorso infuocato di fronte a 800 generali
americani giunti da tutto il mondo nella base di Quantico, in Virginia, ha
detto di essere pronto anche a un confronto nucleare, anche se non è certo il
suo auspicio.
La
situazione, insomma, è in piena evoluzione.
Se
tutto questo porti alla pace oppure a una escalation nella guerra è tutto da
vedersi.
L’affermazione del portavoce del Cremlino Peskov – «la
Russia non è una tigre di carta, ma un vero orso» – non promette niente di
buono.
Nel
frattempo, sia pure «solo» in forma ibrida, il conflitto ha cominciato a
estendersi pericolosamente oltre i confini ucraini.
Da diverse settimane, infatti, si registrano continui
attacchi informatici contro strutture civili strategiche europee e soprattutto
continue violazioni dello spazio aereo Ue e Nato da parte di droni e anche di
aerei da guerra russi.
Non si
tratta, beninteso, di una novità assoluta.
Il
fenomeno ha raggiunto però un’intensità davvero allarmante tra la fine di
agosto e nel corso del mese di settembre.
Dopo
che lo stesso aereo su cui viaggiava Ursula von der Leyen è stato costretto, il
31 agosto, a un atterraggio di emergenza per sospette interferenze russe sul
segnale GPS dell’aeroporto bulgaro di Plovdiv – un fatto gravissimo – il primo
paese a farne le spese è stata la Polonia, nel cui spazio aereo sono penetrati
una ventina di droni russi nella notte tra il 9 e il 10 settembre.
Pochi
giorni dopo, il 14 settembre, sia pure in misura decisamente minore, è toccato
alla Romania.
Il 19
settembre tre Mig russi hanno violato per ben 12 minuti lo spazio aereo
dell’Estonia, facendo immediatamente alzare in volo aerei da guerra della Nato.
Il
giorno dopo, il 20 settembre, mentre un attacco informatico mandava in tilt gli
aeroporti di Bruxelles, Londra e Berlino, altri jet russi hanno sorvolato a
bassa quota una piattaforma petrolifera nel Baltico, in acque territoriali
polacche.
Negli
ultimi giorni di settembre, in uno stillicidio quotidiano, droni russi hanno
sorvolato (e in alcuni casi paralizzato) diversi aeroporti e anche una base
militare nella penisola scandinava: in Danimarca, Norvegia e Finlandia.
Zelensky
ha affermato che la stessa Italia potrebbe trovarsi a breve nella stessa
situazione. Mosca nega, naturalmente, ogni coinvolgimento.
Accusa
anzi l’Ucraina di operazioni «false flag», dirette ad accendere la miccia di
una guerra aperta tra la Nato e la Russia.
È più probabile, secondo molti analisti, che azioni
del genere siano in realtà finalizzate a testare le capacità di reazione dei
paesi Nato e a terrorizzare le opinioni pubbliche europee.
Come
che sia, la situazione è esplosiva.
Il
rischio di incidenti dalle conseguenze imprevedibili è elevatissimo.
La Polonia e l’Estonia hanno già invocato
l’art. 4 della Nato, che prevede appunto consultazioni urgenti tra i paesi
dell’Alleanza in risposta a una minaccia di guerra.
Allo
stesso tempo, l’Ue sta valutando il progetto di costruire un «muro anti-droni»
sul suo confine orientale.
Siamo
insomma a un passo dal richiamo all’art. 5, e cioè da una possibile guerra tra
la Russia e la Nato. «Tempi molto pericolosi», appunto.
Il
Medio Oriente e la guerra di Gaza.
Anche
della drammatica guerra in corso in Medio Oriente ci siamo occupati a più
riprese:
prima, ricostruendo brevemente la storia
del conflitto israelo-palestinese e l’imponente accelerazione che esso ha
subito nei mesi successivi ai mostruosi attentati del 7 ottobre 2023;
poi, seguendo lo sviluppo e l’estensione
del conflitto a tutto il Medio Oriente fino all’estate del 2024 e quindi al
principio del 2025;
da
ultimo,
aggiornandone i principali svolgimenti durante i primi cento giorni della
presidenza Trump, fino al maggio 2025.
Da
allora – grosso modo dalla primavera-estate 2025 – il conflitto si è dapprima
pericolosamente esteso su scala regionale, sia pure per pochi giorni, e poi è
andato concentrandosi nella Striscia di Gaza (con importanti riflessi anche in
Cisgiordania), aggravando una catastrofe umanitaria di enormi proporzioni ai
danni dei civili palestinesi.
Una
catastrofe – si deve aggiungere – che il 16 settembre una commissione
indipendente delle Nazioni Unite, presieduta dalla giurista sudafricana “Navi
Pillay”, ha classificato come un vero e proprio «genocidio» e che come tale è
considerato da ampi segmenti dell’opinione pubblica internazionale.
La definizione è contestata.
Si
calcola però – così almeno riferisce il “Ministero della Salute di Gaza” – che
a oggi le vittime della guerra siano ormai quasi 70.000, in gran parte civili,
molti dei quali bambini, donne e anziani.
E questo senza contare i decessi dovuti alla
fame e al tracollo delle infrastrutture sanitarie palestinesi.
Un bilancio spaventoso, insomma, che già nel
novembre 2024, aveva spinto la “Corte penale internazionale” a emettere un
mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità nei
confronti di “Netanyahu” e del suo ex ministro della Difesa “Yoav Gallant”,
insieme a “Mohammed Deif”, uno dei leader militari di “Hamas”.
Per
ricostruire questi sviluppi, conviene ripartire dalla tregua che tra il 19
gennaio e il 18 marzo 2025 – tra la fine dell’amministrazione Biden e gli inizi
della presidenza Trump – aveva almeno in parte alleggerito la tragedia di Gaza
e portato alla liberazione di diversi ostaggi del 7 ottobre e di moltissimi
palestinesi prigionieri in Israele.
Da
quel 18 marzo, tuttavia, grazie al sostegno incondizionato di Trump a Israele e
a seguito di ripetute violazioni del cessate il fuoco e dell’umiliante
spettacolarità che Hamas aveva voluto imprimere alla liberazione degli ostaggi,
la guerra di Gaza è ripresa in grande stile, con attacchi aerei e di terra,
blocco degli aiuti umanitari, esodi e controesodi dei palestinesi lungo la
Striscia.
Nonostante
qualche timido e infruttuoso tentativo diplomatico che a maggio aveva messo in
dialogo Usa, Ue, Giordania, Qatar ed Egitto, la situazione si è ulteriormente
complicata con l’operazione «Rising Lion»: il bombardamento israeliano delle
infrastrutture militari e nucleari dell’Iran (il principale e più potente
sostenitore di Hamas e di altri gruppi terroristici della regione come
Hezbollah e gli Houti) il 13 giugno 2025.
La
risposta iraniana non si è fatta attendere:
decine
di droni e di missili balistici furono lanciate contro Tel Aviv, Gerusalemme e
altre aree residenziali del paese.
Da qui
l’ulteriore rappresaglia di Israele, che nelle successive 48 ore continuò a
colpire depositi missilistici e centri di comando iraniani, con un bilancio
complessivo di 400 morti (tra questi scienziati e militari) e severe
distruzioni materiali a fronte di una decina di vittime civili in Israele.
Per le
pressioni internazionali, il rischio di un’ulteriore escalation a livello
regionale venne allora scongiurato.
Il
conflitto israelo-palestinese tornò, tuttavia, a concentrarsi drammaticamente
sulla Striscia di Gaza e in parte, per i continui sconfinamenti dei coloni, in
Cisgiordania.
È
pressoché impossibile seguire nel dettaglio lo sviluppo della colossale
offensiva di terra scatenata dal governo Netanyahu e dall’”Israeli Defence
Force” nell’estate 2025.
Le
operazioni militari – condotte con mezzi corazzati, bulldozer, forze speciali,
bombardamenti a tappeto – hanno subito una brusca e massiccia accelerazione
negli ultimi giorni di luglio con l’attacco a “Deir al-Balah”, una città di
circa 100.000 abitanti collocata al centro della Striscia.
Sono poi proseguite, con il richiamo in
servizio di decine di migliaia di riservisti, tra agosto e settembre contro la
stessa Gaza City, dove secondo i vertici politici e militari israeliani sono
nascosti, vivi o morti, gli ultimi ostaggi del 7 ottobre e il grosso delle
milizie di Hamas.
I risultati di questa operazione tuttora in
corso – denominata «Carri di Gedeone» – sono stati e continuano a essere
drammatici.
Migliaia
le vittime palestinesi, soprattutto civili.
Catastrofiche le distruzioni materiali ai
danni di edifici, scuole e ospedali.
Terribili
le condizioni della popolazione:
ridotta
alla fame, senza possibilità di ottenere un’adeguata assistenza sanitaria,
costretta a continui e sempre più massicci esodi forzati, stipata in campi
profughi ormai invivibili, priva o quasi di qualsiasi possibilità di accedere
agli aiuti umanitari, la cui distribuzione si è più volte rivelata una caotica
trappola mortale per responsabilità ancora da accertare.
Lo
sconcerto dell’opinione pubblica internazionale di fronte a queste stragi e
distruzioni è andato dilagando in tutto il mondo.
Centinaia
e forse migliaia di manifestazioni per far cessare i combattimenti e contro
Israele si sono ripetute ovunque, per lo più in modo pacifico, in un contesto
segnato però da fiammate talora violente di antisionismo e talora di
antisemitismo.
Paesi
influenti come la Francia, la Gran Bretagna, il Canada e l’Australia si sono
recentemente aggiunti al già lungo elenco di Stati (147 prima del 2025) che
riconoscono lo Stato di Palestina.
L’isolamento di Israele è andato in scena in
modo assai plastico il 26 settembre, quando Netanyahu è intervenuto
all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con un discorso dai toni durissimi
in cui ha tuonato contro Hamas e negato che nella Striscia di Gaza siano in
corso un «genocidio» e la «carestia», affermando che «permettere la creazione
di uno stato palestinese sarebbe un suicidio per Israele».
Al suo ingresso nell’aula del Palazzo di Vetro, prima
ancora che iniziasse a parlare, decine e decine di delegazioni hanno
abbandonato l’assemblea per unirsi a coloro che manifestavano contro Israele
per strada.
L’opposizione
alle politiche ritenute «genocidarie» di Netanyahu e dello Stato di Israele si
è infine incarnata, sotto i riflettori del mondo intero, nella missione
umanitaria e al tempo stesso simbolico-politica della «Global Sumud Flotilla»:
una
flotta di una cinquantina di imbarcazioni di piccola e media grandezza su cui
navigano diverse centinaia di attivisti provenienti da ben 44 paesi (circa 50
dall’Italia), tra cui Greta Thunberg e alcuni parlamentari italiani.
La missione è partita agli inizi di settembre
dai porti di Barcellona, Genova, Catania e Tunisi con il duplice scopo –
fattosi nel tempo sempre più chiaro – di portare aiuti umanitari nella Striscia
di Gaza e soprattutto di forzare il blocco navale israeliano di fronte alla
Striscia, in atto dal 2007, secondo molti in violazione del diritto
internazionale.
Si è trattato di una missione estremamente
pericolosa, che all’inizio di ottobre ha lambito le acque internazionali di
fronte a Gaza avvicinandosi così a un pericolosissimo teatro di guerra.
In
queste stesse acque, nel 2010, un analogo tentativo era stato bloccato con la
forza da Israele, con un bilancio di 10 attivisti uccisi.
Solo
pochi mesi fa, nel giugno scorso, un altro tentativo di forzare il blocco
navale israeliano da parte di un’altra imbarcazione della Flotilla (su cui
erano presenti la stessa Greta Thunberg e altri attivisti ora di nuovo
imbarcati) era stato bloccato dalla marina israeliana, questa volta senza
conseguenze nefaste.
Tra il
1° e il 2 ottobre le imbarcazioni della Flotilla sono state abbordate dalla
Marina israeliana e, senza violenze, gli attivisti sono stati arrestati e
portati in Israele in attesa del loro rimpatrio.
Nel
frattempo, è intervenuto un fatto nuovo di enorme importanza, che secondo molti
analisti potrebbe imporre una svolta alla guerra e forse agli equilibri più
generali del martoriato Medio Oriente.
Il 29
settembre la Casa Bianca ha infatti reso noto un piano per Gaza in 20 punti,
che, al netto di alcuni dettagli e con qualche riserva, è stato sostanzialmente
accettato da Netanyahu e dall’Autorità palestinese.
Il
piano è supportato da 8 paesi arabi e/o musulmani (Arabia Saudita, Giordania,
Emirati Arabi Uniti, Egitto, Qatar, Turchia, Indonesia e Pakistan) ed è
attualmente al vaglio della leadership di Hamas, le cui intenzioni non sono
ancora chiare.
Il
piano prevede le seguenti misure:
1. la
«deradicalizzazione» di Gaza e la sua liberazione dal terrorismo;
2. la
ricostruzione di Gaza a beneficio della sua popolazione;
3. la
fine immediata della guerra e il ritiro progressivo delle forze israeliane
dalla Striscia;
4. la
liberazione entro 72 ore dall’accettazione del piano di tutti gli ostaggi vivi
o morti;
5. il
rilascio da parte di Israele di 250 detenuti condannati all’ergastolo e di 1700
gazawi arrestati dopo il 7 ottobre 2023;
6. lo
smantellamento e il disarmo di Hamas, ai cui membri che vorranno lasciare Gaza
è garantito un salvacondotto;
7-8.
l’invio immediato di aiuti nella Striscia con il ripristino delle
infrastrutture civili e sanitarie, di cui dovranno farsi carico le Nazioni
Unite, la Mezzaluna Rossa e altre organizzazioni internazionali terze;
9. il
governo di Gaza da parte di un comitato palestinese «tecnocratico e apolitico»,
supervisionato da un organismo internazionale di transizione (il «Consiglio di
pace») presieduto dallo stesso presidente Trump e composto da altri capi di
Stato e dall’ex premier britannico Tony Blair; tale organismo opererà sino a
quando l’Autorità palestinese avrà fatto tutte le riforme necessarie per
«riprendere in modo sicuro ed efficace il controllo di Gaza»;
10.
l’elaborazione di un piano di sviluppo economico per ricostruire e rilanciare
Gaza secondo gli standard delle più fiorenti e moderne città del Medio Oriente;
11.
l’istituzione di una zona economica speciale con tariffe preferenziali.
Il
piano prevede inoltre:
12.
che nessuno sarà costretto a lasciare Gaza;
13.
che Hamas non potrà svolgere alcun ruolo diretto o indiretto nella governance
della Striscia;
14.
che i partner regionali garantiranno che Hamas rispetti i suoi obblighi e che
la nuova Gaza non rappresenti una minaccia per i suoi vicini e per gli stessi
gazawi;
15.
che gli Usa con i partner arabi e internazionali costituiranno una Forza
Internazionale di Stabilizzazione ((ISF) temporanea da dispiegare
immediatamente nella Striscia;
16.
che Israele non occuperà né annetterà Gaza e che le Forze di Difesa Israeliane
cederanno progressivamente il controllo della Striscia all’ISF, mantenendo però
un perimetro di sicurezza che rimarrà sin quando Gaza non sarà adeguatamente
protetta da qualsiasi minaccia terroristica;
17.
che il piano verrà attuato, qualora Hamas respinga o ritardi il proprio
smantellamento, nelle zone liberate dai terroristi, che saranno consegnate
dall’esercito israeliano all’ISF;
18.
che sarà avviato «un processo di dialogo interreligioso» ispirato ai valori
della tolleranza e della coesistenza pacifica per cambiare «la mentalità e la
narrativa dei palestinesi e degli israeliani, sottolineando i benefici che
possono derivare della pace».
Gli
ultimi due punti del piano, infine, fanno riferimento:
19. a
un «percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese»
(corsivo mio), riconosciuta come aspirazione del popolo palestinese e
20. al
ruolo che gli Stati Uniti avranno nel dialogo tra Israele e i palestinesi per
una «coesistenza pacifica e prospera».
Sono
naturalmente molti – come sottolineato da più parti – gli elementi che questo
piano lascia indefiniti, in primo luogo relativamente ai tempi del ritiro delle
forze israeliane da Gaza.
L’adesione di Netanyahu e di molti paesi arabi
e/o musulmani lascia ben sperare quanto meno in una fine – almeno temporanea –
delle ostilità e dei massacri.
I
dubbi e le esitazioni di Hamas, invece, non promettono nulla di buono.
Qualora
infatti il piano dovesse essere respinto, tutto continuerà come e probabilmente
peggio di prima.
Lo
stesso presidente Trump ha promesso di scatenare le forze dell’inferno a
sostegno di Israele.
Il che incendierebbe forse in modo ancora più
aspro l’intero Medio Oriente, con effetti catastrofici sulla stabilità
mondiale.
Ancora
una volta, dunque, «tempi molto pericolosi».
Il
convitato di pietra: la Cina.
Il
conflitto russo-ucraino e quello che sta incendiando il Medio Oriente non sono
slegati l’uno dall’altro.
Al
contrario.
Il più
grande e potente nemico di Israele è – come si è ripetuto più volte – l’Iran,
che è a sua volta saldamente legato alla Russia di Putin.
Sono
di produzione iraniana – per citare un solo dato – gran parte dei droni e dei
missili balistici che la Russia ha utilizzato e continua oggi a utilizzare, sia
pure in misura minore, in Ucraina.
Nel corso del 2025 i due paesi hanno siglato
un importante “Trattato di Partnership Strategica Comprensiva” di durata
ventennale, che riguarda la cooperazione militare, tecnologica, energetica e
commerciale.
L’Iran
e la Russia, a loro volta, insieme a molti altri paesi del Sud globale, hanno
rapporti sempre più stretti e in molti casi strategici con la Cina, che è il
più potente competitor degli Stati Uniti, vale a dire del più forte alleato di
Israele.
Unendo tutti i punti delle crisi per ora solo
regionali che stanno affliggendo l’Europa e il Medio Oriente, si giunge quindi
al nocciolo duro del grande scontro mondiale che si profila in modo sempre più
chiaro all’orizzonte:
quello
tra Stati Uniti e Cina o, se si preferisce, tra il Nord e il Sud globale. Il
primo a trazione Usa, il secondo a trazione cinese.
Le due
grandi superpotenze del XXI secolo sono in effetti in aperto contrasto non
soltanto sul terreno commerciale e finanziario e su quello della competizione
economica e tecnologica, come ha dimostrato e continua a dimostrare con
plastica evidenza la turbolenta e altalenante vicenda dei dazi che Trump ha
portato al parossismo.
Esse
si confrontano apertamente e aspramente anche sul terreno geopolitico, in
particolare nel quadrante dell’Indo-Pacifico, di enorme interesse strategico
per entrambe.
Il Mar Cinese meridionale e soprattutto Taiwan
costituiscono il punto maggiormente critico di questo confronto-scontro (ne
parleremo in uno dei prossimi articoli).
Ed è
proprio a partire da qui che potrebbe scattare la cosiddetta «trappola di
Tucidide»:
lo
scontro tra una potenza egemone che viene sfidata da un’altra potenza in
strepitosa ascesa che aspira a sostituire o almeno a contenere la prima.
Tra
una novella Sparta (gli Usa) e una novella Atene (la Cina).
I
presupposti ci sono tutti.
Ma nulla, ovviamente, è determinato.
Rimane vero quanto ha detto “Xi”:
che il
mondo (l’«umanità») può ancora scegliere tra la pace e la guerra, tra una
strategia di cooperazione in cui vincono tutti (win-win) e un gioco a somma
zero, in cui invece perdono tutti.
E tuttavia le «armi che nessuno vorrebbe
conoscere» di cui ha parlato Trump e quelle che “” ha mostrato nella muscolare
parata del 3 settembre sono pronte a scatenare l’inferno.
Basta
un incidente perché la situazione precipiti.
Ha
provato a immaginarlo l’ex generale Nato “Richard Shirreff”, intervistato dal
britannico «Daily Mail» il 19 settembre, con un inquietante «esperimento
mentale».
La
terza guerra mondiale potrebbe scoppiare – ha detto il generale – il prossimo 3
novembre, con un cyberattacco contro Vilnius, la capitale della Lituania, tale
da creare il panico nei paesi baltici.
Di fronte al terrore e ai disordini – una
minaccia diretta per l’enclave russa di Kaliningrad, situata tra la Lituania e
la Polonia – la Russia, sostenuta dalla Cina impegnata intanto ad alzare la
temperatura nel Mar Cinese Meridionale, potrebbe schierare le proprie truppe
nella stessa Kaliningrad, in Russia e Bielorussia.
Potrebbero quindi iniziare i primi scontri con
le truppe lituane. A quel punto scatterebbe il meccanismo previsto
dall’articolo 5 della Nato, che prevede – sia pure non obbligatoriamente –
l’intervento dell’Alleanza in soccorso di uno dei suoi membri aggredito da una
potenza straniera.
Trump
si rifiuterebbe di intervenire e così, dopo qualche esitazione, la stessa Gran
Bretagna.
Il che segnerebbe la fine dell’Alleanza
atlantica.
Nel
giro di 5 giorni – 100 ore – la Nato «europea» sarebbe messa fuori gioco dai
russi.
Nel
frattempo, approfittando della situazione, la Cina potrebbe invadere Taiwan,
scatenando questa volta la reazione Usa e dunque la «terza guerra mondiale».
Mancano
dunque poche settimane all’inizio della fine?
Speriamo
di no, naturalmente.
La
data immaginata da Shirreff – il 3 novembre – non rappresenta in alcun modo una
«previsione».
Serve
soltanto a rendere più vivido «l’esperimento mentale». Che tuttavia, a ben
vedere, rimane in ampia misura plausibile.
Terza
Guerra Mondiale in arrivo,
la data è imminente: la profezia
dell'ex
generale Nato scatena i social.
Virgilio.it
– (28-09 – 2025) – Mirko Vitali – Redazione – ci dice:
Social
scatenati nel commentare le previsioni dell’ex generale americano del Comando
supremo Nato sulla Terza Guerra Mondiale.
Sta
facendo parecchio discutere la dettagliata previsione fatta dall’ex generale
americano del Comando supremo Nato in Europa” Richard Shirreff”, il quale ha
pronosticato l’imminente scoppio della Terza Guerra Mondiale, arrivando anche a
tracciare ipoteticamente in che modo Russia e Cina potrebbero scatenare il
conflitto.
Quanto
scritto da “Shirreff” è diventato virale sui social dove sono proliferate una
miriade di discussioni tra utenti e dove diversi ‘complottisti’ hanno
cominciato a ricamare a più non posso.
Social
scatenati nel commentare le previsioni sulla Terza Guerra Mondiale.
"L'esercizio
mentale" di “Richard Shirreff” e le teorie complottiste.
Tajani:
"Non credo che Putin voglia scatenare la Guerra Mondiale."
Social
scatenati nel commentare le previsioni sulla Terza Guerra Mondiale.
“Richard
Shirreff”, attraverso le colonne del “Daily Mail”, ha riferito che cosa,
secondo la sua esperienza, potrebbe succedere nelle prossime settimane.
L’ex
generale ha addirittura descritto minuziosamente in che modo Russia e Cina
potrebbero innescare il conflitto, arricchendo le sue teorie con date
specifiche.
Come
data ipotetica dell’inizio della guerra globale ha indicato il 3 novembre.
Tutto
comincerebbe con un cyberattacco russo contro Vilnius, capitale della Lituania.
La
città rimarrebbe senza elettricità.
Mosca
provocherebbe poi altri blackout nei Paesi Baltici, dando il via a una
situazione di caos e paura.
Vladimir
Putin.
Il
giorno successivo, il 4 novembre, la Russia e la Bielorussia, sempre secondo “Shirreff”,
schiererebbero le loro truppe e i loro corazzati sul confine dell’enclave di
Kaliningrad, adiacente alla Polonia e alla Lituania.
Sarebbe
l’inizio della guerra militare contro la Nato.
Il
segretario generale della Nato dovrebbe appellarsi all’articolo 5
dell’Alleanza, quello inerente al mutuo soccorso degli Stati membri.
Ma
Trump non risponderebbe presente, affermando che sistemerà la situazione
chiamando Putin.
Nel
frattempo la Cina invaderebbe Taiwan, sfruttando il caos interno alla Nato.
Zelensky
avvisa l’Italia che “potrebbe essere la prossima”: cosa intende, c’entrano i
droni sull’Ucraina.
Il
monito di Volodymyr Zelensky all'Europa e all'Italia: secondo il presidente
ucraino, Vladimir Putin punta a coinvolgere altre nazioni nel conflitto.
“Shirreff” ha concluso affermando che
l’Alleanza si sgretolerebbe, mentre Russia e la Cina allargherebbero il proprio
potere e la propria influenza.
“L’esercizio
mentale” di “Richard Shirreff” e le teorie complottiste.
Va
sottolineato che quanto scritto da Shirreff altro non è che un “esercizio
mentale” e una ricostruzione fantasiosa.
Naturalmente gli sviluppi geopolitici e delle
guerre in corso sono imprevedibili, ma sostenere che senza dubbio tra un mese
il mondo sarà investito da un conflitto globale è, per usare un eufemismo, un
pronostico alquanto azzardato.
Il
punto è che la teoria dell’ex generale Nato è diventata virale e i complottisti
sono andati a nozze sulla questione, rilanciando in alcuni casi la
ricostruzione di Shirreff, spacciandola come se fosse verità assoluta.
Naturalmente
c’è anche chi ha aggiunto ulteriori riflessioni apocalittiche sul tema.
Droni
su basi militari in Danimarca e sulla Germania, Copenaghen parla di “attacco
ibrido.”
Droni
su basi militari in Danimarca e sulla Germania, Copenaghen parla di “attacco
ibrido.”
Avvistamenti
su siti militari e scali:
indagini in Danimarca e Norvegia, oggetti
volanti avvistati anche in Germania.
Mosca
nega il coinvolgimento.
Tajani:
“Non credo che Putin voglia scatenare la Guerra Mondiale.”
“Non
credo che Putin voglia scatenare la terza guerra mondiale e non credo che
l’Italia sia un obiettivo militare, in ogni caso la nostra difesa aerea è in
grado di abbattere droni con intenzioni minacciose e anche la Nato è in grado
di farlo”.
Così
il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in diretta a 4 di sera su Rete4.
Tajani
ha replicato alle esternazioni di Zelensky, dopo che il presidente ucraino
aveva avvertito l’Italia, sostenendo che La Penisola potrebbe diventare nelle
prossime ore oggetto delle incursioni di droni russi.
“Credo
che Putin stia testando le reazioni dell’Occidente – ha aggiunto Tajani – ma
dobbiamo avere i nervi saldi non avere reazioni sproporzionate, non commettere
errori, dobbiamo lavorare per la pace, proteggendo il nostro spazio aereo,
siamo in grado di farlo, perciò diciamo che servono più soldi per la
sicurezza”.
“Io
sono convinto che non ci sarà nessuna guerra però dobbiamo impedire che la
situazione degeneri”, ha concluso.
«Quante
previsioni sbagliate».
Il
Wall Street Journal chiude
l'anno
con un'autocritica.
Msn.com
- Storia di Federico Rampini - Corriere
della Sera – (15-12-2025) - Redazione –
ci dice:
«Quante
previsioni sbagliate». Il Wall Street Journal chiude l'anno con un'autocritica
Il più
importante quotidiano economico americano, “The Wall Street Journal”
(appartenente al gruppo Murdoch, ma con un’indipendenza editoriale comprovata),
non ha mai fatto sconti a Donald Trump sui due punti decisivi della sua
politica economica:
i dazi e l’immigrazione.
Il “WSJ”
rimane fedele a un’altra tradizione del partito repubblicano, il liberismo del
presidente Ronald Reagan negli anni Ottanta (che però fece vistose eccezioni
alzando barriere contro il Giappone); sull’immigrazione il quotidiano è in
sintonia con gli interessi del capitalismo americano che l’ha sempre
considerata una risorsa.
In
questo contesto è degna di nota l’autocritica in prima pagina con cui il
giornale si avvia alla chiusura del 2025:
un elenco di previsioni che aveva fatto, e che
si sono rivelate errate.
La
categoria che ne esce più intaccata nella sua credibilità è quella degli
economisti.
Ci
sono pure delle previsioni sbagliate da parte di Trump.
Il
bilancio è imparziale da tutti i punti di vista, non risparmia nessuno.
Il bilancio è interessante perché lascia
intuire che il 2025 si chiuderà con un’economia americana in buona salute, a
differenza della sua principale rivale: è la Cina che sta frenando, anche per
un calo dei suoi investimenti.
La
revisione autocritica sulle previsioni sbagliate da parte del WSJ ha un
interesse specifico per l’Italia, in quanto il “made in Italy” non ha subito la
temuta débâcle, l’anno si chiuderà con risultati soddisfacenti anche grazie
alla tenuta dell’export verso gli Usa, che si confermano (post-dazi) il
principale mercato di sbocco per le nostre merci dopo l’Unione europea.
Ecco
alcuni estratti significativi dal Wall Street Journal.
«Nei
giorni successivi al “Liberation Day” (l’annuncio della prima ondata di dazi,
ndr), il contrasto tra l’ottimismo di Trump e le previsioni ben più cupe di
esperti di commercio ed economisti è apparso evidente.
Mentre
imprese e consumatori cercavano di orientarsi tra messaggi contraddittori, il
presidente ha rilanciato con forza le promesse fatte durante la campagna
presidenziale del 2024.
“I
mercati esploderanno, la Borsa esploderà”, ha dichiarato il 3 aprile.
Economisti e leader d’impresa, invece, hanno
intensificato gli allarmi. “Larry Fink”, amministratore delegato di “BlackRock”,
ha affermato: “La maggior parte degli amministratori delegati con cui parlo direbbe che
probabilmente siamo già in recessione”.
JPMorgan
Chase ha sostenuto che una recessione globale era probabile.
Un
collasso economico non si è materializzato.
Ma non
si è vista neppure una rinascita economica.
L’economia
statunitense ha retto.
Le
probabilità di una recessione nel prossimo anno sono scese sotto il 25 per
cento.
La
promessa di Trump sul gettito dei suoi dazi si è in parte avverata. Altre si
sono rivelate infondate.
Negli
Stati Uniti si sono visti pochi segnali di un rimpatrio su larga scala delle
produzioni.
Il costo del lavoro più basso all’estero
continua a dare un vantaggio ai produttori stranieri, mentre l’incertezza
interna sui dazi ha frenato molti investimenti rilevanti e il ritorno delle
attività manifatturiere in patria…
A
settembre gli Stati Uniti hanno creato 119.000 posti di lavoro, molti più di
quanto si aspettassero gli economisti. Ma il dato rappresenta un’eccezione
rispetto ai mesi precedenti, in cui la crescita occupazionale era stata debole.
A
settembre il tasso di disoccupazione è salito al 4,4 per cento, il livello più
alto degli ultimi quattro anni. Gli economisti ora non escludono che i dazi
possano portare a più assunzioni in futuro…
Le
paure peggiori sull’inflazione non si sono avverate.
Da mesi l’inflazione si aggira intorno al 3
per cento, sopra l’obiettivo del 2 per cento fissato dalla “Federal Reserve”,
ma comunque inferiore a quanto molti economisti temevano.
I dazi incidono su una fascia relativamente
ristretta di prezzi al consumo;
il costo delle abitazioni e della benzina ha
contribuito a mantenere sotto controllo l’inflazione complessiva.
Un
altro fattore è rappresentato dai continui cambi di rotta di Trump sulla
politica tariffaria.
Molte aziende hanno dichiarato di voler
attendere di capire quale sarà l’assetto finale dei dazi prima di introdurre
aumenti di prezzo.
Il ricorso ancora pendente alla Corte Suprema
sull’autorità di Trump di imporre dazi fornisce un ulteriore motivo per
aspettare.
Se non
verranno annunciati nuovi dazi, la “Fed” stima che quelli attuali impiegheranno
nove mesi per propagarsi pienamente nell’economia.
Ciò
potrebbe far scendere l’inflazione dei beni nella seconda metà del 2026.
Ma,
come ha ammesso il presidente della Fed “Jerome Powell,” “non siamo stati in grado di
prevederlo con precisione. Nessuno lo è” ...
Su
questo punto l’Amministrazione può rivendicare un successo:
i dazi hanno effettivamente prodotto entrate
significative.
Tra
aprile e settembre le casse federali hanno ricevuto in media 25 miliardi di
dollari al mese in dazi doganali.
Nel 2024, la media mensile era stata di 6,6
miliardi di dollari.
Trump si è però dimostrato meno lungimirante su
un’altra previsione ambiziosa.
“Potrebbero
sostituire l’imposta sul reddito”, ha detto ad aprile. Nell’anno fiscale 2025 il totale dei
diritti doganali raccolti ha raggiunto circa 195 miliardi di dollari, più del
doppio dei 77 miliardi dell’anno precedente.
Nel
2024, le imposte sul reddito delle persone fisiche hanno invece generato 2.400
miliardi di dollari, circa la metà delle entrate federali complessive.
Crescita
economica:
i dazi non hanno affossato l’economia.
Anzi,
nel secondo trimestre il Pil ha registrato la crescita trimestrale più forte
degli ultimi due anni, con un tasso annualizzato del 3,8 per cento corretto per
l’inflazione e la stagionalità.
Il terzo trimestre è sulla stessa traiettoria,
intorno al 3,5 per cento. All’inizio del 2025 pochi economisti hanno previsto che il
boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale avrebbe spinto l’economia
oltre qualsiasi effetto negativo dei dazi.
Il
conseguente rialzo dei mercati azionari ha a sua volta sostenuto la spesa dei
consumatori, un motore fondamentale dell’economia. …
Gli
importatori statunitensi stanno pagando meno del dazio dichiarato su molti
prodotti, poiché hanno sostituito beni soggetti a dazi più elevati con altri
meno tassati, talvolta cambiando paese di approvvigionamento.
Il
tasso effettivo è aumentato solo all’11,2 per cento. Nel 2024 il tasso
effettivo era intorno al 2,5 per cento. …
Il
deficit commerciale americano è aumentato bruscamente a marzo, quando le
imprese si sono affrettate a fare scorte prima dell’entrata in vigore dei dazi
del “Liberation
Day”.
È poi
crollato ad aprile, dopo l’introduzione del dazio globale di base del 10 per
cento.
A
settembre il deficit dei beni si è ridotto a 79 miliardi di dollari, in calo
rispetto agli 86,1 miliardi di agosto. È stato il livello più basso da circa
cinque anni...».
Terza
guerra mondiale?
L’Italia
non sarebbe pronta.
Eurobull.it
– (23 settembre 2025) – Camilla Scaglione – Redazione -ci dice:
Terza
guerra mondiale? L'Italia non sarebbe pronta.
Guido
Crosetto, Ministro della Difesa, è lapidario a riguardo:
il Bel
Paese non è pronto a un eventuale terzo conflitto mondiale. L’Italia a livello
militare sembra un vecchio scarpone, soprattutto se messa a confronto con le
altre potenze europee.
Ma questo riarmo è davvero così essenziale?
“Non
siamo pronti né a un attacco russo né ad un attacco di qualsiasi altra
nazione”:
così il Ministro della Difesa italiano Guido
Crosetto parla ai giornalisti che lo interrogano sull’incertezza dei tempi
attuali, allarmante segnale di debolezza dei confini del Vecchio Continente
contro il gigante russo.
Non
siamo pronti, dice netto il ministro.
Non
lascia spazi all’interpretazione, anzi rincara la dose:
“non
lo siamo perché non abbiamo investito più nella difesa negli ultimi vent’anni”.
E un
ventennio non è qualcosa di recuperabile con una corsa al riarmo rapida e
veloce, che sarebbe, vista la nomea dell’Italia, quasi sicuramente
raffazzonata.
Il Paese di fatto non era preparato, a dirla
tutta, nemmeno per l’ultimo grande conflitto mondiale, quando vi entrò spavaldo
ma sparuto nel ‘39.
Ci si
potrebbe chiedere dove siano finiti tutti i milioni di soldi sborsati in
tassazione dagli italiani, visto che quasi tutte le infrastrutture e i settori
statali sono in crisi e mal finanziati.
Ma a essere sinceri, il mancato investimento
nell’armamento dello Stato dovrebbe essere in qualche modo rincuorante,
soprattutto se controbilanciato da un’ascesa negli investimenti per salute,
ricerca e istruzione.
Questo perché il tutto dovrebbe simboleggiare
un momento di pace per la nazione e forse per l’intero continente.
Ma in
realtà nella ridente ma sdentata Penisola la sanità è claudicante tanto quanto
gli altri settori.
Sembrerebbe
quasi che lo Stivale sia un vecchio scarpone, retrò, per non dire démodé, un
occhiale miope, ma volontariamente tale, nello sguardo al futuro.
Nel corso del primo ventennio del XXI secolo
l’Italia si è ampiamente seduta sulle sue terga e, in posizione supina, è
rimasta ad arrugginire in pressoché tutti gli ambiti.
Risultato?
Gli
unici italiani che vogliono rimanere in Italia sono gli amanti del ventennio
fascista, inebriati dai paroloni del generale Vannacci e dall’elusività della
Premier, Giorgia Meloni, nei colloqui con la stampa, cosa, la mancanza di
trasparenza con le testate giornalistiche, tipica di ben altri regimi rispetto
a quello democratico.
Quindi,
non siamo pronti a una guerra:
è
vero, ma altrettanto vero è che nessuno dovrebbe esserlo, almeno in questa
fetta di mondo che si è sempre beata del fatto di vivere nel periodo di pace
più longevo della storia europea - dimentica delle guerre balcaniche.
Il
problema di fondo, in ogni caso, sta nel fatto che altri Stati siano armati
fino ai denti, pronti a esacerbare ed estendere il conflitto in cui si stanno
confrontando Russia e Ucraina dal febbraio 2021.
La
questione non è “perché noi italiani non ci siamo preparati a livello militare
per un emergente guerra?”,
ma
“perché avremmo dovuto spendere soldi nel settore difesa, a fronte di patti e
accordi di non belligeranza reciproca e difesa dei diritti umani?”.
L’Italia
non ha sborsato quello, che Crosetto auspica, molto probabilmente per pigrizia
e stasi comatosa, ma in tutta franchezza non avrebbe dovuto impiegarlo in quel
settore specifico a priori.
Eppure
lo scenario di un prossimo conflitto su scala mondiale si staglia sempre più
netto sullo sfondo delle vite di chi vive in Europa.
Da considerare, infatti, perlomeno allarmanti
gli sconfinamenti di droni russi nelle vicine Polonia e Romania.
Fatti
che hanno destato polemiche e innalzato nelle teste dell’Unione la parola
guerra “mondiale”.
La confederazione di stati ha messo subito
mano alla propria riserva di armi - purtroppo sempre troppo pingue - e si è per
una volta schierata apertamente a fianco della ferita Ucraina.
D’altronde
non avrebbe potuto fare altrimenti di fronte al colosso statunitense che si
afferma deluso dalla controparte russa e deciso a sostenere gli ucraini.
Bisogna
infatti ricordare il progetto, varato il “4 marzo 2025,” “Re arm Europe”, che la commissione capeggiata
da Von der Layen sta promuovendo con l’obiettivo di portare l’Unione Europea ad
avere una difesa più forte e più rapida contro eventuali minacce esterne entro
il 2030.
Il
piano è pensato, quindi per portare il Continente a essere militarmente pronto
entro 5 anni.
Si chiama, non a caso, anche “Readiness” 2030.
A
livello europeo poi l’Italia sul piano militare è molto indietro nella
classifica delle potenze, la prima delle quali, per il suo arsenale atomico, è
la Francia, seguita a ruota dalla Germania.
Il
partner tedesco sta infatti investendo miliardi con l’obiettivo di diventare
l’esercito convenzionale più potente d’Europa.
La
Polonia, inoltre, non scherza per quanto riguarda il numero di carri armati e
riservisti.
E una
piccola menzione, anche se non più parte dell’Ue, va alla Gran Bretagna, che
molti annoverano tra le potenze principali non a livello dell’unione, ma
direttamente europeo.
Si
corra alle armi, quindi, ma solo per non sfigurare davanti alla compagine
mondiale.
Ma
forse noi Italiani, oggetti di scherno condiviso su mafia pizza e mandolino,
arretrati lo siamo davvero.
Tuttavia
il problema non è, come strepita Crosetto, la mancanza di armi, ma il dilagante
degrado che sta portando ignoranza e violenza gratuita sui piatti di tutti gli
italiani, grandi o piccini che siano.
(Camilla
Scaglione).
Geopolitica.
Ecco
quando, e come, potrebbe
scoppiare una guerra tra Russia ed Europa.
Glistatigenerali.com - Gabriele Catania – (18
Marzo 2024) – ci dice:
È la
domanda che turba il sonno di milioni di europei: potrebbe scoppiare una guerra
tra la Russia e uno o più stati membri dell’Unione Europea? Sì.
È
improbabile, ma purtroppo non è più quasi impossibile come nei due decenni
successivi alla fine della Guerra Fredda.
In ogni caso non prima del 2027 o del 2028.
E tra
gli obiettivi di Mosca non ci sarebbero ovviamente l’Italia, la Francia o la
Germania, ma i piccoli stati un tempo sovietici dove risiedono cospicue
minoranze russe, e già da molti anni oggetto di azioni di guerra ibrida russa
(attacchi hacker, intimidazione, disinformazione ecc.) come l’Estonia e la
Lettonia.
Il
neoimperialismo revanscista del regime putiniano, del resto, si è sempre
rivolto primariamente a paesi un tempo parte dell’URSS:
è il caso della Georgia, attaccata nel 2008, e
dell’Ucraina, aggredita per la prima volta nel 2014.
Per la
Russia né l’Ucraina né la Georgia sarebbero veri stati sovrani, e quindi
attaccarli non rappresenterebbe una violazione del diritto internazionale.
Idem i
paesi baltici: per fare un solo esempio, nel 2023 il presidente della Duma
“Vyacheslav Volodin” ha accusato la Lettonia e l’Estonia di essere solo due
stati-fantoccio in crisi demografica agli ordini di Washington e Bruxelles.
Comunque
perché una guerra euro-russa scoppi è necessario che si verifichino almeno due
condizioni, entrambe per ora improbabili.
La prima è che il regime putiniano vinca la
guerra in Ucraina.
Vincere non significa necessariamente
conquistare Kyiv, come pure Mosca tentò di fare – fallendo in modo clamoroso –
nelle prime settimane dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina.
Ad
esempio qualora Trump vincesse le presidenziali statunitensi, le elezioni
europee fossero un grande successo per l’estrema destra filorussa, e si dovesse
ridurre significativamente il sostegno occidentale a Kyiv (prima di tutto a
livello di aiuti militari), non si può escludere un collasso della volontà
resistenziale ucraina, specie di fronte a nuove, massicce offensive russe, e al
verificarsi di ammutinamenti o massicce diserzioni nelle file ucraine.
La
grande scommessa del regime russo, del resto, è duplice:
da un
canto sconfiggere Kyiv sul piano strettamente militare, e dall’altro portare
l’Occidente dalla sua parte, attraverso azioni lecite e illecite
(disinformazione, corruzione, ricatto, minacce) e alimentando tendenze presenti
sia in Europa che in Nordamerica quali il tribalismo xenofobo, la fascinazione
neo patriarcale e soprattutto l’anti-ambientalismo, che a una potenza
idrocarburica come quella russa piace ben poco.
Per questo da anni il Cremlino sostiene con energia
molti dei principali partiti di estrema destra occidentali.
Questi ultimi, dal canto loro, tendono a
leggere (e soprattutto a dipingere) i successi militari russi come
dimostrazione della superiorità del modello politico russo, la cosiddetta
“democrazia illiberale” che ha già attecchito in Ungheria, e seduce molti
demagoghi sulle due sponde dell’Atlantico.
Una
vittoria russa in Ucraina potrebbe persino contribuire alla vittoria
dell’estrema destra tedesca alle legislative del 2025.
E
immaginiamo, anche solo per un istante, cosa significherebbe per la UE un
cancelliere dell’AfD…
Un’Ucraina
“normalizzata” (cioè demilitarizzata e neutralizzata), amputata di un’ampia
fetta del suo territorio, o peggio ancora ridotta a stato satellite di Mosca (o
direttamente annessa alla Russia) sarebbe un’immensa perdita per la sicurezza
della UE, non in ultimo perché l’esercito ucraino è al momento l’unico con
reali esperienze di combattimento contro forze armate regolari moderne.
Certo,
anche in caso di vittoria Mosca avrebbe bisogno di tempo per ricostituire il
suo strumento militare:
si
stima che nella guerra contro l’Ucraina siano caduti almeno 45mila soldati
russi, più che in tutta la sanguinosa guerra afgano-sovietica;
è questa una delle ragioni per cui ritengo
altamente improbabile una guerra tra la Russia e uno o più stati membri
dell’Unione Europea (e della NATO) prima del 2027-2028.
Ma in
caso di vittoria di Mosca, è realistico pensare che nel giro di tre-cinque anni
il regime russo rivolga le sue mire neoimperialiste, in primis per motivi
economici e di stabilità interna, contro un nuovo, piccolo stato.
La
seconda condizione perché una guerra euro-russa scoppi è il disimpegno
statunitense totale dall’Europa.
Anche questo è improbabile, ma possibile.
A chi
cita lo “scudo NATO” ricordo che l’articolo 5 sulla difesa collettiva contenuto
nel Trattato del Nord Atlantico non comporta automatismi bellici;
difatti
nella sua prima parte recita:
“Le
parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o
nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro
tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si
producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa,
individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni
Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo
immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che
giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e
mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale”.
Nell’articolo
si parla di azione che [ciascuna parte] giudicherà necessaria, incluso l’uso
della forza armata, ma non necessariamente esso.
Nel
caso degli Stati Uniti, il Pentagono potrebbe intervenire contro Mosca (ad
esempio dopo un attacco russo all’Estonia nel 2028) solo sulla base di una
chiara volontà politica in tal senso, compresa l’approvazione dell’intervento
da parte del Congresso.
Cosa potrebbe con un Congresso dominato dai
repubblicani?
O con
un presidente Trump ancora più ostile verso l’Europa?
O
ancora, con un presidente democratico ma impegnato a sedare insurrezioni di
estrema destra, o focalizzato su un’imminente guerra tra Taiwan e la Repubblica
Popolare Cinese? (ricordiamo che nel 2028 l’isola dovrà eleggere un nuovo presidente)
C’è
però una condizione (anch’essa improbabile) che potrebbe scongiurare la guerra.
Essa è legata alla capacità deterrente della
UE, e dei suoi stati membri più importanti (la Germania, la Francia, la
Polonia, l’Italia e la Spagna). Come ammetteva nel marzo 2022 “Josep Borrell”,
Alto rappresentante della UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza,
è chiaro che al momento la capacità deterrente europea è scarsa.
La UE
ha scarsissimo potere coercitivo, e non esiste un “esercito europeo”.
Anche
la capacità deterrente dei singoli stati membri è bassa, non in ultimo perché
l’opinione pubblica europea è storicamente ostile all’impiego delle forze
armate, a parte contingenti di dimensioni esigue in teatri remoti, o percepiti
nell’immaginario collettivo come “di pertinenza” del proprio paese (ad esempio
l’Africa per pezzi di elettorato francese).
Già
oggi vediamo che l’opinione pubblica francese è ostile alle dichiarazioni di
Macron in merito a un possibile invio di truppe in Ucraina;
figuriamoci
se si dovesse passare dalle parole ai fatti.
Il
regime putiniano è ben consapevole di tutto ciò, ed è per questo che in caso di
sua vittoria in Ucraina, e di un ritorno dell’isolazionismo statunitense (o di
una grave crisi politica interna nel paese nordamericano, o ancora di forti
tensioni nel Pacifico), ossia al verificarsi di due condizioni che ho già
chiarito essere improbabili, un’aggressione di Mosca contro un altro paese ex
sovietico diventerebbe molto probabile.
Salvo
appunto che la UE e i suoi più importanti stati membri non aumentino la loro
capacità di deterrenza.
Che
significa riarmarsi, ed essere pronti a combattere.
Qualora
l’Estonia (per rimanere al già citato esempio) venisse invasa da truppe russe
con il pretesto della difesa dei diritti umani della minoranza russofona,
magari dopo mesi di intense aggressioni cibernetiche, ondate di disinformazione
e disordini fomentati da Mosca, e appunto gli Stati Uniti non volessero o non
potessero intervenire, quale sarebbe la reazione di Berlino? Di Parigi? Di
Varsavia? Di Bruxelles?
A
determinate condizioni la Polonia potrebbe soccorrere il vicino (non a caso è
impegnata in un poderoso riarmo), ma la Germania e la Francia la seguirebbero?
E come reagirebbero la Svezia e la Finlandia?
E cosa
farebbero Roma e Madrid, specie considerando che in caso di vittoria russa in
Ucraina l’influenza di Mosca su Medio Oriente e Nordafrica si amplierebbe?
L’opinione
pubblica europea sarebbe disponibile a lottare per l’Estonia? Parafrasando il
titolo di un celebre articolo di “Marcel Déat”, milioni di europei non si
chiederebbero forse che senso avrebbe morire per Tallinn, o per luoghi ancora
più ignoti come “Narva” e “Kohtla-Järve”?
È
evidente qual è ormai il calcolo di Mosca.
Sostenere
l’estrema destra europea in modo da indebolire e dividere la UE, avere Trump
alla Casa Bianca (o almeno gli Stati Uniti fuori dai giochi), soggiogare
l’Ucraina, e tra qualche anno aggredire l’Estonia e/o la Lettonia (o la
Moldavia, candidata all’ingresso nella UE), contando sulla ritrosia a
combattere degli europei dell’ovest (anche per il timore, peraltro infondato,
di diventare facilmente il bersaglio di un attacco nucleare russo).
È inutile sottolineare che un’aggressione russa a uno
stato membro della UE sarebbe un colpo durissimo per la tenuta dell’intera
Unione, specie se tale attacco restasse impunito.
Proprio
per questo è necessario che tutti gli stati membri, a cominciare dalla
Germania, dalla Francia, dall’Italia e dalla Spagna, sostengano con assoluto
impegno l’Ucraina.
Bisogna mandare a Kyiv più munizioni e più carri
armati, proprio come occorre lanciare una grande “offensiva diplomatica” per
far sedere gli ucraini e i russi attorno a un tavolo, e arrivare a una pace che
ricompensi l’Ucraina per i suoi immani sacrifici, e non mortifichi la Russia.
Si
deve poi sostenere un riarmo intelligente e guidato dalle aziende
manifatturiere continentali.
Perché
un’Europa ben armata è più credibile, meno vulnerabile alle pressioni di
potenze neoimperialiste come la Russia, finalmente dotata di quella capacità
deterrente che non causa le guerre, ma le scongiura, se scevra da obiettivi
neoimperialisti.
“Alea
Iacta Est”, il Dado è Tratto.
Conoscenzealconfine.it
– (15 Dicembre 2025) - Massimo Viglione – ci dice:
“Alea iacta est”. Non è più tempo dei
finti convinti.
Orban
ha detto che la UE, con la confisca dei beni russi, ha passato il Rubicone.
Il
“dado è tratto” comporta la guerra.
Ungheria,
Slovacchia e Austria hanno detto no alla UE.
Sono
governi che non si macchiano dell’infamità dinanzi alla storia.
L’Italia,
“serva di dolore ostello”, dirà di sì.
Perché
questa Repubblica è una povera colonia senza dignità e libertà alcuna, con tre
padroni, anziché uno come nei decenni della prima Repubblica.
E ciò
potrebbe con ogni probabilità significare la guerra.
Come
del resto essi stessi dicono in continuazione.
Fermo
restando che un governo del PD o roba similare avrebbe fatto esattamente la
stessa cosa, pure peggio, resta il fatto che la responsabilità è del governo di
centro-destra, ovvero della Meloni e dei suoi alleati, a partire dalla Lega
complice, il cui gioco di dire A e poi fare Z non può più reggere, dopo anni di
continui tradimenti in quasi ogni settore della politica.
È la
stessa Meloni che ha dato i nostri miliardi – e continua a darli pure oggi – a
Zelenski anziché alla Sanità, ai terremotati, ai bisognosi, ai pensionati in
difficoltà.
È la
stessa Meloni che ha votato la “legge Boldrini” contro lo “stupro” immaginario,
legge che nemmeno la “Schlein” avrebbe, con ogni probabilità, avuto il coraggio
di varare in questa forma.
Questa
classe politica è infame, schiava e corrotta quanto i suoi padroni. Chi ancora
la sostiene è complice ed è come la classe politica che sostiene.
Questo
cosiddetto Occidente è un’escrescenza infetta e mortale che deve essere
distrutto, se vogliamo recuperare la nostra libertà, dignità, giustizia,
umanità.
La
Russia potrebbe essere lo strumento della Divina Provvidenza per riportare un
poco di Grazia e Giustizia (non il ministero, ma le virtù divine e umane) in
questo mondo.
O
forse no. Ma,
certamente, non è nel cosiddetto Occidente che troveremo mai la salvezza.
Questa
verrà dal ritorno a Cristo e da una nuova civiltà veramente cristiana.
Ovvero,
da ciò che questo Occidente più odia e più combatte e distrugge ogni giorno.
La via
per arrivarci, la conosce solo Dio.
Ma
appare sempre più che questa via è ormai imboccata: come per il passaggio nelle
“miniere di Moria”, accada quello che deve accadere. Ma nessuno può fingere di non capire
cosa sia questo governo.
Così
come nessuno può fingere di non capire cosa sia questo clero odierno.
Si può
fingere con gli altri, ma non con Dio e con la propria coscienza. Ma i finti, i bugiardi, gli
ingannatori, non fanno mai una buona fine.
Prima
riscuotono certo, ma poi pagano un prezzo infinito. Gli onesti e veritieri,
pagano prima, ma poi riscuotono.
Per
sempre.
(Prof.
Massimo Viglione).
(t.me/Massimo
Viglione).
Una
“guerra di 100 ore” tra Russia
e NATO è improbabile: nessuna
“terza
guerra mondiale” alle porte.
Geopop.it
– (25 settembre 2025) – Andrea Gaspardo – ci dice:
Nonostante
da anni negli alti comandi della NATO si stiano valutando scenari ipotetici di
un attacco russo contro i paesi dell'Alleanza Atlantica, ad oggi non vi è alcun
elemento concreto per affermare che tale blitz sia imminente.
Ha
fatto molto discutere una recente intervista al “Daly Mail “del generale
britannico Richard Shire”, alto ufficiale delle Forze Armate di Sua Maestà
Britannica ed ex Vice Comandante Alleato Supremo in Europa (la seconda carica
più importante all'interno delle strutture militari della NATO), secondo cui
esiste il rischio di uno «scenario estremo, ma non impossibile» in cui, a
fronte di un attacco a sorpresa su vasta scala della Russia ai danni
dell'Europa, le difese orientali della NATO possano cedere in appena 100 ore.
Lo
scenario “apocalittico” ha fatto anche paventare ipotesi di “Terza Guerra
Mondiale alle porte”.
Ma è
davvero così?
Questa
non è una tesi nuova da parte di “Shire”:
già
nel 2016 con il suo libro 2017: War with Russia: An Urgent Warning from Senior
Military Command sferzare tanto il mondo militare quanto quello della politica in merito a
quello il generale ammoniva che la NATO si trova in uno stato di completa
impreparazione che la renderebbe incapace di organizzare una difesa sufficiente
nel caso in cui si concretizzasse lo scenario peggiore nel fianco est della
NATO. Che le valutazioni espresse da Shire nel corso degli anni siano
realistiche o meno è argomento di dibattito: quello che possiamo dire è che al
momento non vi sono segnali credibili di un'offensiva russa a sorpresa in
preparazione.
Il
generale britannico Sir “Richard Shire “che già nel 2017 aveva ipotizzato una
possibile vittoria russa contro la NATO nello scenario di una “Guerra delle 100
ore”.
Perché
al momento è improbabile un attacco a sorpresa da parte della Russia.
Il
motivo principale per cui appare improbabile che al momento Mosca si stia
preparando a un'offensiva a sorpresa su larga scala lungo i confini est della
NATO è l'assenza di preparativi da parte della Marina Militare Russa.
Questo
asset ricoprire una posizione di fondamentale importanza nelle strategie
militari del Cremlino, come ampiamente confermato nel corso dell'intervento
russo nella “Guerra Civile Siriana” e durante “la guerra russo-ucraina”.
Prima
dell'inizio delle ostilità, tra ottobre 2021 e febbraio 2022, si assistette
infatti a una concentrazione abnorme di forze navali russe nelle acque del Mar
Nero (alcune provenienti dalla Flotta del Nord o addirittura da quella del
Pacifico), in particolare navi da sbarco per appoggiare le operazioni anfibie
lungo le coste ucraine.
La
mobilitazione su larga scala della Marina Militare fu un segnale inequivocabile
del fatto che il Cremlino si stava preparando a un attacco.
A oggi
però non si è notato alcun preparativo analogo che farebbe ipotizzare che la
Marina Russia sia prossima a uscire in mare in massa in assetto da guerra.
Questo
è un indizio molto significativo, perché un ipotetico attacco russo a sorpresa
ai danni della NATO non potrebbe in alcun modo prescindere dall'utilizzo della
Marina, sulle cui spalle ricadrebbe la responsabilità di attaccare i fianchi
della NATO e colpire obiettivi strategici situati in profondità con una pioggia
di missili da crociera a testata convenzionale o addirittura nucleare.
Il Missile
ipersonico 3M22 Zirkon è stato fotografato al momento del lancio da una nave
della Marina Militare Russa.
Nel caso di un conflitto contro la NATO, la
Russia si affiderebbe al lancio di ondate di missili di questo tipo da parte
delle sue unità navali per distruggere le infrastrutture sensibili dei paesi
NATO ed ottenere da subito un vantaggio tattico–strategico.
L'assenza
di qualsivoglia “movimento sospetto” da parte dei “vascelli con la Croce di
Sant'Andrea” basta di per sé a fugare gli scenari più foschi:
la
Russia non è a un passo dall'attaccarci.
Le
crescenti tensioni Russia e NATO.
La
mancanza di segnali che ci portano ad affermare che lo scoppio della “Terza
Guerra Mondiale conclamata” non sia dietro l'angolo non ci deve però far
pensare che “tutto stia andando bene”.
Nell'ultimo decennio le relazioni tra la
Russia e la NATO siano progressivamente peggiorate fino a lasciare il campo ad
una aperta ostilità e, conseguentemente, gli alti comandi ed i think tank delle
opposte fazioni si sono interrogati a più riprese riguardo agli ipotetici
scenari di guerra.
L'aumento
della tensione è sfociato nei recenti incidenti di frontiera che stanno
crescendo di numero in maniera preoccupante, dai presunti casi di GPS jamming
alle presunte incursioni di droni negli spazi aerei dell'Est Europa.
Da
questo punto di vista è lecito chiedersi se i due contendenti si stiano
effettivamente preparando ad una guerra su vasta scala, anche se non è facile
distinguere tra realtà e retorica, specialmente quando i contendenti fanno
ricorso a dichiarazioni di natura incendiaria come quelle alle quali ci ha
abituato da anni l'ex-presidente russo Dmitry Medvedev.
Senza
dubbio la Russia, nel tentativo di portare la guerra russo-ucraina a una
soluzione per lei vittoriosa, ha investito risorse ingentissime
nell'ampliamento delle sue Forze Armate e nella ricostruzione del complesso
militare-industriale necessario a sostenerle, anche in un'ottica di
confronto-scontro con l'Occidente allargato.
La
NATO, da parte sua, si è schierata apertamente a favore dell'Ucraina e ha quasi
unanimemente appoggiato Kiev nella sua lotta contro Mosca, ma il programma di
riarmo generale dell'Alleanza ha sino ad ora prodotto risultati contrastanti.
Sebbene
al momento non sembra imminente uno scontro diretto, vi è l'interrogativo
niente affatto secondario dell'aggiornamento delle dottrine operative dei
contendenti.
Mentre
la Russia sta letteralmente riformando i concetti operativi delle sue Forze
Armate anche alla luce delle esperienze reali apprese sui campi di battaglia
della prima guerra convenzionale su larga scala vera e propria del XXI secolo
(impiego massivo di droni, utilizzo di sistemi di disturbo elettronico e via
dicendo), la NATO pare a oggi refrattaria ad abbracciare la rivoluzione in
campo militare che questa guerra sta portando.
(geopop.it/una-guerra-di-100-ore-tra-russia-e-nato-e-improbabile-nessuna-terza-guerra-mondiale-alle-porte/).
Terza
guerra mondiale, ecco quando
la Russia attaccherà l’Europa
secondo
l’esperto.
Money.it
- Ilena D’Errico – (12 Dicembre 2025) - Redazione – ci dice:
Più
proseguono le trattative, più il negoziato diventa delicato.
È
fondamentale trovare una soluzione, impedendo alla Russia di attaccare l’Europa
nel primo momento utile.
Terza
guerra mondiale, ecco quando la Russia attaccherà l’Europa secondo l’esperto.
L’invasione
dell’Ucraina ha aperto un nuovo, buio capitolo nella storia del mondo,
togliendo improvvisamente le basi di tutti gli equilibri esistiti fino a quel
giorno.
Non
che prima ci fossero solo pace e rosei rapporti diplomatici, ma non era
scoppiato nessun conflitto con le potenzialità di innescare un’escalation
globale.
Di
fatto, da quando la Russia è in guerra con l’Ucraina si parla di Terza guerra
mondiale, uno scenario che prima del 24 febbraio 2022 non sembrava davvero
concreto, per quanto il mondo intero abbia avuto i suoi momenti di forte
tensione.
Il
coinvolgimento della Nato, e più nello specifico degli Stati Uniti e dell’Ue,
come pure quello della Cina non può che obbligare a mosse prudenti.
Chi
pensa non sia più necessario, ormai nel pieno della fase di trattativa, ha un
ottimismo invidiabile ma spera in un’utopia.
Gli
esperti, di fatto, concordano su un punto:
ci
troviamo in un momento delicato, capace di scrivere non soltanto il futuro di
Kiev bensì quello dell’intero pianeta.
Ecco
perché non basta soltanto raggiungere un accordo il prima possibile, ma serve
farlo senza cedere sui pilastri rimasti in difesa dell’ordine mondiale.
Il
sostegno all’Ucraina contro la Terza guerra mondiale.
Il
dialogo tra Stati Uniti, Ue, Ucraina e Russia è arrivato a un momento cruciale.
Più
l’accordo è vicino, più bisogna essere sicuri delle priorità da difendere (e
dei sacrifici su cui cedere).
Il
lavoro diplomatico in corso è delicatissimo, vede portare all’estremo tutte le
criticità emerse per arrivare a negoziare, dalle apparentemente irremovibili
pretese russe alla necessità occidentale di mandare un messaggio.
Per
quanto sembri spiacevole e lo sia nei fatti, parte di questo tiro alla fune
consiste anche in una gara in cui le potenze si mostrano i muscoli, abbastanza
da rafforzare la propria posizione, ma non così tanto da scatenare una risposta
insostenibile. In caso di insuccesso, sarà servito a poco tutto lo sforzo fatto
finora dall’Ucraina e da tutti i Paesi che l’hanno sostenuta.
Kiev
non è mai stato solamente un Paese amico attaccato che ha bisogno di supporto,
rappresentando piuttosto un esempio per restituire l’immagine di un’alleanza
compatta, solida, forte e capace.
In
altre parole, un’alleanza che è meglio non attaccare, non perché lo pretenda
con la minaccia diretta - che invece provocherebbe il risultato inverso - ma
poiché sconveniente da inimicarsi.
Rafforzare
l’Ucraina è un mezzo di deterrenza, parte di una strategia che può culminare o
infrangersi rovinosamente durante il negoziato.
Terza
Guerra mondiale: quanto manca? Gli scenari per cui potrebbe essere vicina o
persino già iniziata.
Quando
la Russia potrebbe attaccare l’Europa secondo l’esperto.
“Ben
Hodges”, ex generale Usa, ha messo a disposizione le proprie competenze e
l’esperienza accumulata negli anni fin dallo scoppio del conflitto.
La sua analisi sull’andamento della guerra ha da
sempre preventivato la possibile estensione ad altri Paesi, mettendo in guardia
l’Europa (ma anche gli Stati Uniti) sulla necessità di reagire alle richieste
russe con fermezza.
L’esperto
si è ora pronunciato anche sulle trattative in corso, ricordando che è
prematuro festeggiare, in quanto ogni passo falso può rivelarsi fatale.
Se si
raggiungerà un accordo troppo favorevole nei confronti di Putin, riconoscendo
al Cremlino territori e sconti sulle sanzioni, si otterrà l’opposto della pace.
È anzi assai probabile, secondo le previsioni
di “Hodges”, che un accordo di pace inadeguato porti la Russia ad attaccare
l’Europa o comunque la Nato, nel caso in cui mostrino appunto segnali di
debolezza, timori e in generale un’eccessiva accondiscendenza.
A tal
proposito, l’esperto contesta proprio il piano di pace in 28 punti presentato
dagli Stati Uniti, giudicandolo eccessivamente vantaggioso per Mosca, a
dispetto di tutti gli altri Stati coinvolti in un modo o nell’altro.
“Hodges”,
peraltro, invita anche l’Alleanza atlantica a essere più proattiva, adottando
delle misure utili a prevenire possibili attacchi e non solo a risponderne.
L’Europa
di fronte alla convergenza
strategica
e militare tra Russia e Cina.
Starmag.it
– Carlo Felicioli – (14 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
La
guerra in Ucraina, il sostegno decisivo di Pechino a Mosca e il dilemma
strategico europeo tra riarmo, autonomia e dialogo con la Cina.
L’intervento di Carlo Felicioli, ex direttore
centrale in Mediocredito e consulente di finanza aziendale per le imprese.
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L’Europa
di fronte alla convergenza strategica e militare tra Russia e Cina.
“Come
fa Putin a continuare la sua guerra contro l’Ucraina? La risposta è la Cina».
Così
possono essere sintetizzate le parole pronunciate ieri dal segretario generale
della NATO, “Mark Rutte”, che segnano un passaggio di grande rilevanza
politica.
Secondo “Rutte”, la Cina è oggi la vera linea
di vita della Russia:
senza
il suo sostegno economico, tecnologico e industriale, Mosca non sarebbe in
grado di sostenere lo sforzo bellico.
Circa
l’80% dei componenti elettronici critici impiegati nei droni e in altri sistemi
d’arma russi risulta essere di origine cinese.
Quando
civili muoiono a Kyiv o Kharkiv, dice in sostanza Rutte, la tecnologia che li
ha colpiti proviene quasi sempre dalla Cina.
Nello
stesso intervento, c’è un secondo avvertimento di “Rutte”, ancora più
inquietante:
con
un’economia ormai interamente dedicata alla guerra, la Russia potrebbe essere
pronta ad attaccare un Paese della NATO entro cinque anni.
Nel frattempo, conduce già una campagna
occulta contro le società europee:
sabotaggi digitali contro infrastrutture
civili e altre azioni clandestine.
Queste
parole impongono una riflessione che va oltre l’emergenza ucraina.
La Cina non è più un attore lontano o ambiguo:
è già
parte integrante delle dinamiche che minacciano direttamente la sicurezza
europea.
Ed è
proprio per questo che l’Europa deve porsi una domanda scomoda, ma inevitabile:
è
ancora possibile – e in quali condizioni – recuperare un rapporto con la Cina
non solo di cooperazione economica, ma anche di natura strategica?
Oppure la stagione di una potenziale
cooperazione strategica è definitivamente chiusa?
LA
PROPOSTA CINESE DELLA “BELT AND ROAD INITIATIVE” E L’EUROPA CHE NON SEPPE
DECIDERE:
Per
comprendere il dilemma strategico attuale, occorre tornare indietro di almeno
un decennio.
Quando
nel 2013 Pechino lanciò la “Belt and Road Initiative”, l’Europa si trovò di
fronte a una proposta inedita: una cooperazione euroasiatica su vasta scala,
fondata – almeno sul piano dichiarato – su principi come il “win-win”, il
rispetto dei sistemi politici, la non interferenza negli affari interni, lo
sviluppo come fattore di sicurezza e la connettività al posto delle alleanze.
La BRI
non proponeva un’unione politica né una convergenza ideologica. L’Eurasia
veniva concepita come uno spazio funzionale di interconnessione, e l’Europa
come il suo naturale terminale occidentale. In questo senso, la proposta cinese
appariva formalmente rispettosa della sovranità europea.
La
risposta dell’Europa, tuttavia, fu frammentata.
Alcuni Stati membri aderirono con convinzione,
altri con prudenza, altri ancora si opposero.
Le
istituzioni europee non riuscirono a elaborare una strategia comune. Il
risultato fu un’apertura disordinata, gestita su base nazionale, che lasciò
l’Unione priva di una posizione negoziale forte.
In
questa fase, un elemento giocò un ruolo cruciale:
la
garanzia di sicurezza offerta dagli Stati Uniti.
Finché
l’ombrello americano appariva solido e affidabile, l’Europa poteva permettersi
di guardare con sospetto alla Cina, allineandosi progressivamente alle
preoccupazioni di Washington.
Non a
caso, durante l’amministrazione Biden, la Belt and Road venne sempre più letta
come una sfida da contenere, e l’Unione cominciò a parlare della Cina come
“rivale sistemico” (definizione formalizzata per la prima volta nel Consiglio
europeo del 21–22 marzo 2019).
Questa
postura europea verso la Cina si fondava su un presupposto implicito:
che il
legame transatlantico fosse un dato strutturale, non negoziabile.
Il
ritorno di Donald Trump ha incrinato radicalmente questa certezza.
Le sue posizioni hanno reso evidente che il
sostegno americano all’Europa non è più incondizionato né scontato.
Ma il punto non è Trump in sé.
La
questione più profonda è se il suo atteggiamento rappresenti un’eccezione o
piuttosto il sintomo di una trasformazione strutturale della politica
americana, sempre più concentrata su priorità interne e sempre meno disposta a
sostenere costi globali.
È in
questo contesto che cambia anche il significato della NATO.
Trump ha introdotto nell’Alleanza Atlantica un
contenuto nuovo, esplicitamente negoziale:
se vuoi essere difeso dagli Stati Uniti, devi
dimostrare di saper difendere te stesso.
L’aumento massiccio delle spese militari non è
più una raccomandazione, ma una condizione.
Questa
impostazione trasforma la NATO da comunità di sicurezza a meccanismo
contrattuale.
La
deterrenza non è più un bene condiviso, ma una prestazione condizionata.
E
questo ha un effetto geopolitico rilevante:
un’Europa
che si riarma senza una propria dottrina strategica è destinata ad aumentare la
conflittualità con la Russia e, in prospettiva, anche con la Cina.
IL
RAPPORTO TRA RUSSIA E CINA.
Il
rapporto tra Russia e Cina si è sviluppato in modo progressivo nel corso degli
ultimi due decenni.
Nel 2001, con la firma del “Trattato di buon
vicinato e cooperazione amichevole”, poi rinnovato fino al 2027, i due Paesi
avviarono una relazione fondata su consultazioni politiche e cooperazione
pragmatica. Tali relazioni, ben lungi dal configurare una vera e propria alleanza
strategica, hanno per anni coesistito con relazioni strutturate della Russia
sia con la NATO sia con l’Unione europea.
Un
passaggio significativo si è avuto il 4 febbraio 2022, quando Mosca e Pechino,
pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, hanno sottoscritto una
dichiarazione di “amicizia senza limiti”, che ha rafforzato il coordinamento
politico e la convergenza di posizioni sull’ordine internazionale.
Negli anni successivi, il rapporto si è ulteriormente
consolidato attraverso accordi economici ed energetici e, più recentemente, con
forme di coordinamento militare operativo ed esercitazioni congiunte, che
testimoniano un livello di cooperazione più avanzato anche in ambito di
sicurezza.
QUALE
RAPPORTO DELL’EUROPA CON LA CINA DOPO IL CONSOLIDAMENTO DELL’ALLEANZA
SINO-RUSSA.
Il
consolidamento dell’alleanza tra Cina e Russia non significa certo che la Cina
sia diventata un nemico dell’Europa.
Come,
del resto, la definizione europea della Cina come “rivale sistemico” non ha mai
implicato la fine della cooperazione economica, cooperazione che coinvolge la
Cina e tutti i Paesi dell’Unione europea.
Il
nuovo contesto geopolitico comporta tuttavia la necessità di riconsiderare in
modo sostanziale le condizioni strategiche in cui tale cooperazione economica
tra UE e Cina possa proseguire e svilupparsi, alla luce delle nuove
vulnerabilità emerse e dell’uso geopolitico delle interdipendenze.
Resta
però un punto cruciale:
se tale revisione strategica sia concretamente
praticabile nelle condizioni attuali e se, alla luce delle scelte compiute da
Pechino nel contesto internazionale, la Cina possa ancora essere considerata un
interlocutore disponibile a un confronto negoziale strutturato con l’Europa.
Da qui
il nodo centrale del dibattito:
non se
l’Europa voglia o meno “tornare” alla “Belt and Road”, ma se possa permettersi
di escludere a priori un dialogo strategico tra potenze con la Cina, tanto più
dopo aver già avviato i processi necessari per creare una capacità di difesa
autonoma europea.
Del
resto, l’Europa ha già sperimentato nei primi anni 2000 un simile dialogo con
la stessa Russia di Putin.
Con
Romano Prodi alla Presidenza della Commissione, i rapporti tra Unione europea e
Russia conobbero una fase di rafforzamento senza precedenti.
Nel
Vertice UE–Russia di San Pietroburgo (maggio 2003) fu formalizzato il
Partenariato UE–Russia, articolato nei quattro spazi comuni – economico;
libertà, sicurezza e giustizia; sicurezza esterna; ricerca, istruzione e
cultura – concepiti come architettura di lungo periodo della cooperazione.
Sul
piano della sicurezza euro-atlantica, questo approccio trovò il suo punto più
avanzato nel 2002, con la creazione del “NATO–Russia “Council al Summit di
Pratica di Mare”, promosso dal governo italiano, che sancì il massimo livello
di integrazione istituzionale tra Mosca e l’Occidente in materia di sicurezza.
Quella
strategia, fondata sull’idea che l’inclusione negoziata e la cooperazione
regolata potessero stabilizzare i rapporti con la Russia, fallì negli anni
successivi, quando le scelte politiche e strategiche di Vladimir Putin ne
rovesciarono progressivamente i presupposti.
La riaffermazione di una politica di potenza e
il ricorso all’uso della forza segnarono la fine di quel tentativo di
integrazione, aprendo una fase di crescente contrapposizione con l’Unione
europea e con l’Occidente nel suo complesso.
RIARMO
E PARADOSSO EUROPEO.
L’idea
che più armi significhino automaticamente più sicurezza è fuorviante.
Un
riarmo europeo accelerato, inserito in una logica di contenimento permanente,
viene inevitabilmente percepito da Mosca e, di conseguenza, da Pechino come una
minaccia diretta.
Il
rischio è quello di una spirale: più deterrenza produce più contro-deterrenza
e, quindi, più instabilità.
Da qui
emerge un’alternativa strategica radicale, raramente discussa apertamente ma
sempre meno teorica. In forma schematica, l’alternativa potrebbe essere la
seguente:
l’Europa
investe seriamente nella propria difesa, ma non come semplice complemento degli
Stati Uniti;
valorizza
il nucleare francese come deterrente europeo;
costruisce,
in un orizzonte temporale da definire, una reale autonomia strategica e di
difesa.
Su
questo presupposto, può tentare di negoziare con Russia e Cina accordi di non
belligeranza, intesi come presupposto per un ampliamento degli spazi di
cooperazione economica regolata.
Non si
tratterebbe di appeasement, né di rinuncia ai valori europei, ma di un
tentativo di stabilizzare lo spazio eurasiatico attraverso un equilibrio tra
deterrenza autonoma e de-escalation strategica.
CONCLUSIONE.
Le
parole di “Mark Rutte” segnano un momento di verità.
La Cina è già parte delle dinamiche che
minacciano la sicurezza europea.
Ma
proprio per questo l’Europa non può limitarsi a una postura esclusivamente
difensiva o morale.
Il
vero errore del passato non è stato diffidare della “Belt and Road”, ma non
aver saputo governare politicamente quella proposta.
Oggi,
in un mondo più duro e con un’America meno prevedibile, l’Europa deve scegliere
se restare spettatrice o diventare finalmente un attore strategico.
Non
solo cercando di difendersi in un contesto di crescente minaccia russa o
russo-cinese, ma anche recuperando nei confronti della Cina una postura
negoziale autonoma e credibile.
Una
postura capace di porre Pechino di fronte a una proposta europea esplicita di
nuovo ordine internazionale, fondato su sicurezza, cooperazione regolata e
responsabilità condivise.
Perché
rinunciare al confronto strategico non riduce i rischi: li lascia semplicemente
nelle mani altrui.
Non vi
è alcuna illusione che una simile strategia sia semplice da attuare o che
l’Europa possa, da sola, indurre Pechino a modificare rapidamente il proprio
atteggiamento nei confronti della Russia e a stabilire una più organica
alleanza con l’Europa.
Tuttavia,
rinunciare in partenza a un’iniziativa politica europea autonoma
significherebbe accettare una posizione di subalternità strategica, limitandosi
a reagire a scelte altrui.
Nell’attuale contesto di instabilità, non
esente da rischi di escalation e di polarizzazione sistemica, la difficoltà del
confronto non può essere un alibi per evitarlo:
è
piuttosto la ragione per cui esso diventa necessario.
Chi
difenderà l’Ucraina?
L’articolo
5, la paura della defezione
Usa e
le richieste di Kiev all’Europa.
Open.online.it
– (15 Dicembre 2025) - Alessandro D’Amato – Redazione – ci dice:
I
negoziati di pace prevedono l'intervento in caso di nuovo attacco.
Ma
Zelensky teme che Trump possa scegliere una reazione blanda.
E
allora punta sull'Unione Europea.
E
sull'Italia.
L’Ucraina
non chiederà di essere ammessa alla Nato.
Volodymyr
Zelensky ci ha provato fino all’ultimo, offrendo anche le sue dimissioni in
cambio.
Ma
l’ipotesi dal giorno del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump non è mai
stata sul tavolo.
Ma i
negoziati di pace con la Russia prevedono la difesa di Kiev.
Come?
L’ombrello
dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica rimane sul tavolo della trattativa.
Ma in
un allegato al piano russo-americano si legge che sarà il presidente degli
Stati Uniti a decidere come reagire a un eventuale nuovo attacco.
E, scrive il Corriere della Sera, Zelensky e i
partner europei temono che, alla prova dei fatti, Trump possa scegliere una
reazione blanda, per esempio adottare leggere sanzioni economiche.
L’Ucraina
e l’articolo 5.
Si è
parlato di un impegno a intervenire da parte degli Usa suggellato da un voto
del Congresso.
Ma
Kiev vuole anche capire quali paesi sarebbero pronti a correre in soccorso
dell’Ucraina.
Nel
testo del piano Trump sono citati esplicitamente Francia, Regno Unito,
Germania, Polonia e Finlandia.
Sono
26 gli stati che hanno dichiarato di essere disponibili alle garanzie in una
riunione della “Coalizione dei Volenterosi” che risale al 5 settembre scorso.
E Kiev
vorrebbe un ruolo anche per l’Italia.
Giorgia Meloni oggi prenderà parte al summit
di Berlino con Zelensky e altri leader europei.
È
stata lei ad avanzare per prima la proposta di introdurre una clausola di
sicurezza simile all’articolo 5 della Nato.
La
deterrenza.
Sembra
già intanto già caduta l’ipotesi di una zona di interposizione e quella della
forza multinazionale da schierare sul territorio.
Mentre
Trump vuole imporre un taglio alle forze armate.
Eppure
è chiaro che tanto più l’esercito ucraino è forte, tanto meno è probabile che
si debba intervenire in un eventuale conflitto.
Intanto
la Commissione europea ha inserito l’Ucraina tra i paesi che possono essere
coinvolti dai partner Ue in progetti finanziati dai 150 miliardi di euro, messi
a disposizione dal “Safe” (Security Action for Europe).
I
servizi segreti.
Nel
frattempo il capo del “Secret Intelligence Service britannico”, il servizio di
spionaggio estero noto come MI6, avvertirà che la Russia rappresenta una
minaccia «aggressiva, espansionista e revisionista», nel suo primo discorso
dall’insediamento.
“Blaise
Metreweli” ha preso il posto di “Richard Moore a ottobre, diventando la prima
donna a capo dell’MI6 – un ruolo pubblicamente noto con il nome in codice “C” –
nei suoi 116 anni di storia.
«Putin
non dovrebbe avere dubbi, il nostro sostegno è duraturo.
La pressione che esercitiamo a favore
dell’Ucraina sarà sostenuta», dirà Metreweli lunedì, secondo estratti del suo
intervento anticipati dall’agenzia di stampa “Reuters”.
Il
cessate-il-fuoco.
«L’esportazione
del caos è una caratteristica, non un difetto, dell’approccio russo all’impegno
internazionale, e dovremmo essere pronti a far sì che ciò continui finché Putin
non sarà costretto a cambiare i suoi calcoli».
La
Gran Bretagna ha sanzionato diverse figure imprenditoriali, leader politici,
aziende, navi ed entità russe, tra cui l’intera agenzia di intelligence
militare GRU, dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Nel
fine settimana, la Germania ha ospitato delegazioni statunitensi e ucraine per
i colloqui su un accordo di cessate il fuoco, prima di un vertice a Berlino più
tardi lunedì che includerà i leader europei.
La
tecnologia.
Metreweli
sottolineerà anche la necessità di intensificare l’uso della tecnologia per
affrontare le minacce alla sicurezza del Regno Unito, tra cui il terrorismo e
la guerra dell’informazione.
«La
padronanza della tecnologia deve permeare tutto ciò che facciamo. Non solo nei
nostri laboratori, ma sul campo, nella nostra abilità professionale e, cosa
ancora più importante, nella mentalità di ogni ufficiale.
Dobbiamo
essere a nostro agio con le righe di codice tanto quanto lo siamo con le fonti
umane, fluenti in Python quanto in più linguaggi», dirà.
Anche
“Richard Knighton”, capo delle forze armate britanniche, lunedì invocherà un
approccio di difesa che coinvolga «l’intera società» di fronte alla crescente
incertezza e alle minacce, e sottolineerà la probabilità che la Russia invada
un paese della Nato.
La
minaccia russa, la difesa
europea
e la sfida per la sinistra.
Valigiablu.it – (10 Settembre 2025) - Hanna
Perekhoda - bsky.social – ci dice:
La
minaccia russa, la difesa europea e la sfida per la sinistra.
Una
recente discussione sul riarmo e la militarizzazione mi ha aiutato a chiarirmi
le idee.
Sono
consapevole che la mia posizione non è condivisa da molti esponenti della
sinistra, e va bene così.
Spero
di poter aprire uno spazio di riflessione onesta, sia per me che per gli altri.
Ma
prima ancora di iniziare a parlare di difesa, dobbiamo porci una domanda
fondamentale:
esiste
una minaccia reale per noi?
E per
rispondere, dobbiamo definire cosa intendiamo con “noi”.
A
livello nazionale, per la maggior parte dei paesi dell'Europa centrale e
occidentale, non esiste effettivamente alcun rischio di invasione militare
diretta.
E
molti populisti di destra e di sinistra parlano solo in questi termini
nazionali:
“Non
c'è alcuna minaccia militare per la nostra nazione, quindi perché dovremmo
spendere soldi per la difesa?”
Ma
questa posizione è controproducente.
Fomentando
sentimenti isolazionisti, la sinistra sta alimentando l'estrema destra.
L'estrema
destra è più coerente e promuove l'egoismo in tutti gli ambiti, quindi la
sinistra perde sempre in questo gioco.
Se
guardiamo invece da una prospettiva europea, allora dobbiamo ammettere che sì,
l'Europa come entità è minacciata.
Ma la
forma di questa minaccia varia a seconda della posizione geografica.
Se
includiamo l'Ucraina nella nostra idea di Europa, allora la guerra è già qui,
ed è enorme.
Nel
frattempo, la produzione europea di armi è lungi dall'essere sufficiente a
coprire anche solo le esigenze immediate dell'Ucraina.
Ciò
significa che la produzione deve aumentare e che le armi vanno inviate dove
sono necessarie.
Per i
paesi a ovest dell'Ucraina, il pericolo non sono i carri armati che corrono
verso Berlino.
Uno
scenario plausibile è una provocazione nei Paesi Baltici, progettata per
testare la capacità di deterrenza.
Ciò che è considerato invasione oppure no è
sempre una questione di interpretazione.
Ricordate: gli aerei da guerra russi stanno
già violando lo spazio aereo di altri paesi.
Passo
dopo passo, testano fino a dove possono spingersi.
La
sinistra che si oppone al riarmo rischia di condannarsi all’irrilevanza e di
consegnare l’Unione Europea ai regimi autoritari.
Dal
punto di vista di Putin, questo è allettante.
Perché crede che l'Europa occidentale non
combatterà per pochi milioni di estoni, lituani, moldavi, ecc.
E ha
motivo di crederlo. Se i grandi Stati decidono che non ne vale la pena, allora
la deterrenza crolla.
Per
decenni, gli europei hanno fatto affidamento sulla potenza militare americana.
Ma
questo meccanismo di sicurezza sta crollando.
I
settori strategici necessari al funzionamento degli eserciti europei dipendono
quasi interamente dagli Stati Uniti:
trasporto aereo, intelligence satellitare,
missili balistici, difesa aerea e così via.
Se gli
Stati Uniti si ritirassero, i sistemi di difesa dei paesi europei
diventerebbero completamente inoperativi.
La realtà odierna è che l'esistenza dei paesi
europei dipende dal regime di estrema destra di Trump, che probabilmente non
reagirebbe in caso di invasione.
Sono anche vulnerabili al regime di estrema
destra di Putin, che si sta riarmando, mobilitando e cercando attivamente lo
scontro.
Quindi
i Paesi baltici, la Polonia e la Finlandia devono ricostituire le loro scorte e
rafforzare le infrastrutture.
Quando il tuo vicino è la seconda potenza
militare mondiale, bombarda quotidianamente le città, spende un terzo del suo
bilancio per la guerra e definisce il tuo paese un “errore storico”, la
capacità di difendersi non è una corsa agli armamenti.
È
sopravvivenza.
Ma
questa sopravvivenza è possibile solo con l'aiuto degli alleati dell'Europa
occidentale, poiché nessun paese dell'Europa orientale è in grado di produrre
le armi necessarie e affrontare da solo l'esercito russo.
In
Europa occidentale la minaccia è diversa.
Non si tratta tanto di un'invasione, quanto
piuttosto dell'ascesa dell'estrema destra.
Per Putin, per Trump, per J. D. Vance, lo scenario
ideale è chiaro: l'Europa orientale sotto il dominio russo, l'Europa
occidentale guidata da governi di estrema destra che accettano la loro visione
di un mondo diviso in zone di influenza autoritarie.
Quindi
qui la difesa significa qualcos'altro:
contrastare
la disinformazione, proteggere le infrastrutture, bloccare i finanziamenti
stranieri in politica, difendersi dagli attacchi informatici, dai sabotaggi e
dai ricatti energetici.
Significa
aiutare chi ha bisogno di armi immediatamente per la propria sopravvivenza.
In
breve: dobbiamo adeguare gli strumenti alle minacce.
E
soprattutto, dobbiamo smettere di pensare solo in termini nazionali ristretti.
Perché è stata proprio quella logica nazionale ad
alimentare secoli di guerra, distruzione e divisione nel continente europeo.
Quindi,
a che punto siamo? Penso che dobbiamo distinguere tra militarismo e difesa.
Il
militarismo è la guerra come opportunità di business, guidata dal profitto
capitalista.
È
anche mettere la guerra al centro e subordinare a essa l'intera società. La
difesa è la capacità della società di proteggersi dall'aggressione.
E oggi, quando le tre maggiori potenze
militari minacciano apertamente invasioni – la Cina contro Taiwan, gli Stati
Uniti che parlano addirittura della Groenlandia e la Russia che sta già facendo
guerra in Ucraina – non si può fingere che il problema della difesa non esista.
Il
problema non è la produzione in sé.
Il problema è lasciare che sia il mercato a
decidere cosa produrre, per chi e secondo quali regole.
Questo
è il vero campo di battaglia.
Chi decide? A quale scopo? A quali condizioni?
E qui la sinistra ha un ruolo cruciale da svolgere:
imporre regole severe sulle esportazioni, trasparenza sui contratti, controllo
democratico.
Ora,
anche nella mia organizzazione, sento dire: “Non abbiamo la capacità di imporre
tali regole”.
E io
chiedo: abbiamo più capacità di abolire la guerra e bandire le armi in tutto il
mondo?
A
questo punto, dovremmo essere onesti. Gli slogan sull'abolizione della guerra
non sono più politica.
Sono
molto più vicini alla religione, lontani dalle esigenze della realtà. Quando
solleviamo richieste apparentemente radicali senza alcun mezzo per realizzarle
e senza alcuna organizzazione di massa in vista, il risultato pratico è
semplice: abbandoniamo il campo a chi è già al potere.
Questi
ultimi potranno così organizzare la difesa interamente secondo le proprie
regole e i propri interessi.
E noi
avremmo ottenuto esattamente il militarismo che sostenevamo di opporre.
Naturalmente,
possiamo sostenere che mantenere posizioni massimaliste acuirà le
contraddizioni, approfondirà le divisioni sociali e accelererà il crollo dello
Stato borghese.
E che
questo crollo porterà alla rivoluzione, alla lotta finale.
Anche
se la destra radicale è forte.
Anche
se una dittatura militarizzata è alle porte.
Perché
scommettiamo che quando il nostro Stato crollerà, il popolo della vicina
dittatura militarizzata si ribellerà e nel nostro paese saremo noi, e non
l'estrema destra, a prendere il potere.
Va
bene. Ma siamo seri per un momento.
Qual è la probabilità che la popolazione si
ribelli in Stati militarizzati, di estrema destra, illiberali e con una
sorveglianza di massa?
E in
un mondo di violenza palese, dove il potere è deciso dalla forza delle armi,
che possibilità ha realmente la sinistra di oggi contro l'estrema destra?
La
politica non è fantasia. Si tratta di analizzare il reale equilibrio di potere
e di portare avanti i propri obiettivi al suo interno.
Quindi
la domanda per noi è semplice: qual è la posizione realistica della sinistra
europea nelle condizioni attuali?
Per
me, deve partire da due requisiti contemporaneamente: In primo luogo, garantire
la sopravvivenza strutturale di uno spazio democratico. In secondo luogo,
lottare dall'interno di quello spazio per ridefinirne il contenuto politico e
sociale.
Ciò
significa combattere le politiche neoliberiste con il doppio dell'impegno, ma
senza rinunciare al quadro democratico in cui questa lotta è ancora possibile.
In
effetti, il progetto europeo – la democrazia liberale in generale – è una
contraddizione totale.
Protegge
dal potere politico arbitrario, ma lascia le persone indifese contro
l'arbitrarietà del capitale (nei cosiddetti Stati socialisti era il contrario:
una certa protezione dall'arbitrarietà economica, nessuna protezione dal potere
politico).
Ma
coloro che oggi hanno la capacità e la volontà dichiarata di smantellare questo
progetto sono i regimi in cui i cittadini non sono protetti né dall'oppressione
politica né da quella economica.
Ricordiamo
che abbiamo iniziato chiedendoci cosa intendiamo per “noi”. Naturalmente, dal
punto di vista della sinistra, non si tratta di uno Stato-nazione o di una
comunità europea, ma di una classe operaia globale.
Penso
che dovremmo tenere presente che né la vita umana, né i diritti dei lavoratori,
né l'ambiente possono essere protetti in uno Stato che rientra nella “zona di
influenza” di potenze imperialiste autocratiche ed estrattive come la Russia di
Putin, gli Stati Uniti di Trump o la Cina.
In un
mondo dominato da una politica delle grandi potenze senza controlli, le
organizzazioni progressiste e i loro valori vengono sempre annientati, prima
politicamente, poi fisicamente.
La
democrazia liberale è piena di contraddizioni.
Ma
sono contraddizioni che possiamo combattere dall'interno.
La
libertà di organizzare sindacati, i diritti delle donne, le politiche sociali,
la solidarietà internazionale:
tutte
queste cose non sono astrazioni, ma infrastrutture materiali che dipendono
dalla nostra capacità di difendere il piccolo spazio di libertà che è stato
aperto con grandi sacrifici.
Ora
qualche parola sulle misure concrete che si possono adottare nel contesto
svizzero, dove vivo.
La
Svizzera non è un'isola.
L'instabilità nell'UE influisce immediatamente
sulla sicurezza svizzera. Eppure, ancora una volta, la Svizzera sembra
scegliere il vecchio ruolo: un rifugio sicuro per i criminali di guerra e il
loro denaro.
Ecco
perché dovremmo agire:
Contro
la strategia della Svizzera di nascondersi dietro la “neutralità” mentre
commercia con i criminali di guerra.
Contro
il segreto bancario e i paradisi fiscali che rendono la Svizzera un paradiso
per i corrotti e i criminali.
Per
sanzioni più severe e misure diplomatiche massime contro gli Stati che
commettono crimini di guerra e violano il diritto internazionale.
Per
confiscare le centinaia di miliardi di beni russi congelati e utilizzarli per
finanziare la difesa dell'Ucraina e la sicurezza europea.
Alcuni
temono che ciò costituirebbe un pericoloso precedente.
Hanno
ragione:
la
giustizia è sempre un precedente pericoloso in un sistema costruito per
proteggere i ricchi.
Ma è
l'unico precedente che vale la pena di creare.
Per la
riesportazione di armi in Ucraina e contro la vendita di armi a dittature e
Stati che violano il diritto internazionale.
Contro
la spesa di miliardi per la «difesa nazionale». La Svizzera non è minacciata
dalla Germania, dalla Francia o dall'Italia. Per contribuire invece alla
sicurezza collettiva europea.
Per
l'abbandono dei combustibili fossili russi e per investire massicciamente nelle
energie rinnovabili.
L'autonomia
energetica è sicurezza.
Ogni
franco speso per il gas russo è un franco speso per la guerra di Putin.
Europa
sotto schiaffo tra
Trump
e Putin: doppio
attacco
alla Ue.
Italia-informa.it
- Vittorio Massi – (07/12/2025) – Redazione – ci dice:
L’Europa
non è al tavolo: è la pietanza principale della grande spartizione del mondo.
L’immagine
è brutale, ma è quella giusta:
mentre
Washington e Mosca si parlano da potenze, l’Europa è la pietanza servita al
centro del tavolo.
Donald
Trump firma una nuova strategia di sicurezza nazionale che descrive il Vecchio
continente come una civiltà in declino, a rischio di “sparire”.
Il
Cremlino applaude, definendo il cambio di rotta americano “coerente” con la
visione russa.
È il
segnale plastico di un doppio attacco coordinato:
Trump
vuole un’Europa impaurita e dipendente, che paga il conto;
Putin
punta a un’Europa divisa, fragile, facilmente soggiogabile.
Nel
mezzo, i governi europei balbettano.
L’ex premier Paolo Gentiloni parla apertamente
di «epitaffio sulle relazioni transatlantiche e sentenza di divorzio
dall’Europa».
Carlo
Calenda giudica questo «il periodo più drammatico dal 1945» e avverte che «il
rischio di una guerra dentro l’Europa è concreto».
Angelo
Bonelli denuncia un asse Trump-Putin con la complicità della destra europea che
mira a smantellare l’Unione, a colpi di gas, Gnl, disinformazione e assalto
alle regole democratiche.
E la
premio Nobel per la Pace “Oleksandra Matvijchuk” avverte:
Putin
non vi darà tempo, «la guerra è già arrivata in Europa».
È un
momento nero.
E
l’Europa, tra calcoli di bottega, divisioni, piccoli opportunismi, rischia di
fare la cosa più irresponsabile possibile: continuare come se nulla fosse.
L’Europa
quale pietanza sul tavolo del nuovo ordine mondiale.
La
nuova National Security Strategy 2025, 33 pagine firmate da Trump, cambia i paesi
del mondo.
L’Europa
viene descritta come un’area in “declino”, incapace di difendere la propria
identità e minacciata da una sorta di “erosione della sua civiltà”.
Non è solo un giudizio duro: è una
delegittimazione politica.
Il
messaggio di Washington è chiaro:
l’Europa
non è più alleato strategico, ma problema da correggere, spazio da riportare
all’ordine, mercato che conta solo se compra armi, energia e tecnologie
americane.
Questa
visione è perfettamente allineata alla cultura politica del movimento “Maga”:
nel
documento-manifesto della “Heritage Foundation”, il famoso “Project 2025”,
l’Unione europea è indicata come il principale baluardo contro i nazionalismi,
dunque come ostacolo da indebolire.
Gentiloni
lo dice senza giri di parole: il nuovo corso Usa è costruito per colpire
l’Unione nel suo ruolo di argine democratico.
Se
l’Europa è dipinta come un corpo malato, la cura proposta da Washington è
brutale:
o
riallineamento totale alle priorità americane (difesa, energia, regole
digitali, Cina) o marginalizzazione.
E intanto, sul fronte esterno, la stessa
strategia cerca un’intesa con Mosca sulla guerra in Ucraina, nel nome di una
“stabilità strategica” che rischia di passare direttamente sopra la testa degli
europei.
Mosca
applaude: «La strategia Usa è coerente con la nostra visione».
A chi
ancora si illude che Trump e Putin siano avversari strutturali, il Cremlino ha
fornito una smentita secca.
Il portavoce “Dmitrij Peskov” ha salutato gli
“aggiustamenti” della strategia Usa affermando che sono «in gran parte coerenti
con la nostra visione» e che potrebbero consentire «un lavoro congiunto
costruttivo» per una soluzione della guerra in Ucraina.
Tradotto:
Mosca
vede nella nuova postura americana una conferma del proprio obiettivo politico,
non un ostacolo.
Il documento non definisce più la Russia come
“minaccia esistenziale”, ma come attore con cui si può tornare a trattare.
In
più, critica frontalmente l’Unione europea, accusandola di eccessi regolatori,
di frenare l’innovazione, di censura digitale, di crisi demografica e
culturale.
È
precisamente il mondo capovolto che Putin sogna:
i Paesi europei ridotti a periferia litigiosa,
senza voce propria sulla sicurezza, sulla guerra e sulla pace, mentre gli
equilibri si decidono tra Washington e Mosca, magari con Pechino sullo sfondo.
In questa logica, non serve annientare
militarmente l’Europa: basta svuotarne il peso politico e spezzarne l’unità.
Gas,
Gnl, clima: perché a Trump e Putin conviene un’Europa debole.
Il
cuore del problema lo mette in fila, con lucidità brutale, Angelo Bonelli
(Alleanza Verdi e Sinistra).
Commentando
le parole di Peskov, il deputato parla di «prova provata» che Trump e Putin
vogliono «demolire politicamente l’Europa».
Secondo
Bonelli, l’asse tra i due non punta a cancellare la Ue con i carri armati, ma a
eroderne le regole democratiche e le politiche che danno fastidio ai grandi
interessi fossili: transizione ecologica, Green Deal, norme sulle emissioni,
Digital Services Act contro l’odio e le fake news online.
Da un
lato, Trump è il grande promotore del Gnl americano, che vuole vendere a
un’Europa energivora ma divisa.
Dall’altro,
la Russia dispone di enormi riserve di gas che restano la principale arma
geopolitica di Mosca.
Insieme,
questi due poli hanno tutto l’interesse a rallentare o sabotare la transizione
verde europea:
meno
rinnovabili, più dipendenza da gas e petrolio, più leva di ricatto sui governi
nazionali.
Bonelli
ricorda anche che la destra globale, compresa quella di Giorgia Meloni, è parte
di questo disegno:
dai
trumpiani negli Usa agli ultraconservatori europei, fino ai leader apertamente
filorussi come Viktor Orbán, si costruisce una rete politica che ha un
obiettivo chiaro:
disgregare
l’Unione per trasformare i singoli Stati in satelliti, chi di Washington, chi
di Mosca.
Gentiloni:
«È un epitaffio sull’Alleanza atlantica».
Paolo
Gentiloni, ex premier ed ex commissario Ue, non usa giri di parole. La nuova
strategia Usa, spiega in un’intervista, è «un epitaffio sulle relazioni
transatlantiche e una sentenza di divorzio dall’Europa».
Le
ragioni?
Prima
di tutto l’ideologia Maga, alimentata da think tank come la “Heritage
Foundation”, che in Project 2025 teorizzano apertamente il ridimensionamento
dell’Unione europea.
Poi un
elemento più personale e politico:
Trump
vede nell’Europa la proiezione dei suoi “nemici interni” liberal-progressisti e
scarica sul Vecchio continente tutto ciò che detesta sul fronte dei diritti,
dell’ambiente, del pluralismo.
Gentiloni
avverte anche la premier italiana Giorgia Meloni:
minimizzare
questa svolta, scegliere l’inerzia, potrebbe significare ritrovarsi «in mezzo
al mare mentre avviene la deriva dei continenti», con Europa e America che si
allontanano proprio mentre si riaccendono i venti di guerra.
È un richiamo diretto:
il
tempo dell’adulazione automatica del presidente Usa è finito.
O
l’Europa alza la testa, o scivola in un ruolo subalterno definitivo.
Calenda:
«Periodo più drammatico dal 1945, rischio guerra in Europa».
Se
Gentiloni sottolinea la rottura politica, Carlo Calenda mette il faro sul
rischio militare.
In
un’intervista al Corriere della Sera del 7 dicembre, il leader di Azione
definisce l’attuale fase «il periodo più drammatico dal 1945» e spiega che «il
rischio di una guerra dentro l’Europa è concreto».
Secondo
Calenda, con la nuova strategia americana «l’Alleanza atlantica è stata di
fatto rotta», mentre contemporaneamente a Europa viene chiesto di prendersi in
carico la componente convenzionale della Nato dal 2027, proprio mentre la
Russia intensifica attacchi e pressioni.
Putin,
avverte, potrebbe puntare a un attacco dimostrativo per provare che la Nato non
esiste più e che i Paesi europei non hanno la volontà di difendersi.
Da qui
la sua proposta: anticipare il passaggio di consegne della Nato all’Europa,
costruire una vera difesa comune e adottare uno “scudo democratico” contro la
guerra ibrida: trasparenza sui finanziamenti esteri, controllo sulle campagne
di disinformazione, regole più dure per chi usa i media come megafono della
propaganda del Cremlino.
Calenda
arriva a dire di essere «convinto che in Italia ci sia chi riceve finanziamenti
dalla Russia di Putin», riferendosi a figure politiche che in televisione
ripetono la linea russa sulla guerra.
Non fa
nomi, ma indica due forze che si oppongono allo scudo democratico: Movimento 5
Stelle e Lega.
Parole
pesanti, che fotografano una realtà:
le
quinte colonne di Mosca e dell’asse Trump-Putin non sono un’ipotesi astratta,
ma un problema politico interno.
“Matvijchuk”:
«La guerra è già qui. Putin non vi darà tempo».
Mentre
le capitali europee discutono e si dividono, chi vive la guerra sulla propria
pelle non ha dubbi.
“Oleksandra
Matvijchuk,” giurista ucraina e premio Nobel per la Pace 2022, al summit “Grand
Continent” in Valle d’Aosta avverte che la guerra è già arrivata in Europa, ma
molti europei non se ne sono ancora accorti.
Per
Matvijchuk, la Ue e gli Usa finora hanno soprattutto aiutato Kiev a non
crollare, non a vincere.
Troppo
lenti sui carri armati, sugli aerei, sulle armi a lungo raggio. Troppo prudenti
sulle sanzioni e sull’uso degli asset russi congelati.
La sua
lettura è glaciale:
«C’è
una differenza enorme tra aiutare l’Ucraina a non fallire e aiutarla a
vincere».
E se
l’Europa continua a temere più l’“escalation” che la sconfitta di Kiev, il
conto arriverà a casa nostra.
“Matvijchuk”
insiste su un punto ignorato nel dibattito occidentale: Putin non vuole la pace, vuole tempo.
Tempo per riorganizzare l’esercito, riarmarsi,
provare a spezzare il fronte occidentale, infiltrare politica e media europei.
E
lancia un avvertimento diretto:
se non
riuscirete a fermarlo in Ucraina, «i prossimi sarete voi».
Georgia,
paesi baltici, Moldova, perfino membri della Nato: gli scenari sono noti agli
analisti da anni.
Ora
sono sulla soglia.
Europa
sotto schiaffo: tra vassallaggio e rischio di nuovi attacchi.
Il
quadro che emerge è limpido, anche se molti fanno finta di non vederlo:
Trump
punta a un’Europa che non sia più soggetto politico, ma mercato subordinato,
acquirente obbligato di energia, armi, tecnologia Usa.
Putin
lavora da anni per un’Europa spezzata in sfere di influenza, con Paesi
trasformati in vassalli, spaventati dal gas, dai droni, dalle minacce militari.
La
destra radicale europea, dal trumpismo di importazione agli amici di Mosca,
agisce da quinta colonna interna, mettendo in discussione sanzioni, sostegno a
Kiev, integrazione europea, regole sul digitale e sul clima.
Nel
mezzo, l’Unione europea rischia di diventare ciò che i due poli vogliono: una
somma di Stati fragili, ricattabili, pronti a scambiarsi piccole protezioni in
cambio di grandi rinunce strategiche. Mentre si discute di percentuali di
bilancio, nessuno affronta a viso aperto le domande centrali:
siamo
disposti a costruire una vera difesa europea o preferiamo illuderci che la Nato
esista ancora come prima?
vogliamo
difendere il modello sociale europeo o accettiamo un lento impoverimento in
cambio di gas a poco prezzo e accordi bilaterali?
lasceremo
che le nostre democrazie siano erose da campagne di odio, menzogne online,
finanziamenti opachi, oppure istituiremo finalmente uno scudo democratico
comune?
La
crisi del Vecchio continente: paura, sottomissione e impoverimento.
Il
rischio non è teorico.
Se
l’Europa continua a farsi mettere all’angolo, lo scenario per i prossimi anni è
scritto:
sottomissione
strategica: Paesi costretti a scegliere se essere “protettorati” Usa o
“clienti” di Mosca e Pechino;
paura
permanente: allarmi droni, cyberattacchi, minacce ibride, esercitazioni
militari ai confini, tensioni nei cieli e nei mari europei;
impoverimento
sociale ed economico: più spesa militare senza coordinamento, meno investimenti
comuni, rincari energetici, fuga di capitale umano e innovazione verso Usa e
Asia.
Gli
europei assistono spesso attoniti al disfacimento politico dell’Unione: veti
incrociati, governi che cercano la sponda di Trump o di Putin contro Bruxelles,
forze politiche che fanno campagna interna sul cavallo di Troia del “no alle
armi” e del “pace subito” mentre Mosca continua a bombardare Kiev.
La narrazione è seducente: basta smettere di
aiutare l’Ucraina e tornerà la pace.
La
realtà è l’opposto: basta smettere di aiutare l’Ucraina e la guerra arriverà in
casa nostra.
Quinte
colonne e piccoli calcoli: così l’Europa si consegna.
In
questo quadro, il fattore più inquietante non è né Trump né Putin. Siamo noi.
Sono
le nostre piccole furbizie.
I
governi che tacciono per non disturbare l’alleato di turno.
I
partiti che giocano con il fuoco della propaganda filorussa pur di racimolare
consenso interno.
I leader che fingono di non vedere Project
2025 o gli applausi del Cremlino alla strategia Usa, e continuano con le foto
di rito nelle capitali.
Le
quinte colonne non sono solo i nostalgici di Mosca o gli urlatori complottisti.
Ci sono anche i rispettabili professionisti
del “business as usual”, i tecnici che invitano a «non esagerare», i
commentatori che minimizzano la portata degli attacchi alla Ue.
È questa rete di autoindulgenza che rende il
Vecchio continente vulnerabile.
O
reagiamo ora, o perdiamo tutto: democrazia, pace, benessere.
Questo
è il punto: non ci stiamo giocando un dettaglio di politica estera, ma il
pacchetto completo.
Democrazia,
pace, benessere. Tutto insieme.
Se
l’Europa accetta di continuare in questo sonno ipnotico, il risveglio sarà
durissimo.
Possibili
scenari nei prossimi anni:
un’Europa
con difesa spezzettata, incapace di reagire a un incidente o a un attacco
dimostrativo ai confini;
una Ue
dove i governi filo-Trump e filo-Putin bloccano ogni decisione comune su
Ucraina, sanzioni, energia, difesa;
una
società più povera e più arrabbiata, terreno ideale per populismi e leader
autoritari che promettono ordine in cambio di libertà.
L’alternativa
esiste, ma non è indolore: costruire davvero un pilastro europeo della sicurezza,
finanziare in modo serio difesa comune e transizione energetica, colpire
duramente la guerra ibrida e la corruzione politica, uscire dalla dipendenza da
gas e combustibili fossili russi e mediorientali, difendere senza complessi le
regole su digitale, diritti, clima.
L’Europa
deve smettere di essere la pietanza sul tavolo e tornare a essere almeno uno
dei commensali.
Non ci
sarà una seconda occasione.
Chi
continua a fingere che tutto questo sia esagerato, che «non succederà davvero»,
sta facendo esattamente ciò che l’asse Trump-Putin si aspetta:
sta
preparando il terreno perché il Vecchio continente venga servito, caldo, sul
piatto principale della storia.
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