Premierato – elezione diretta del Presidente della Repubblica.
Premierato
– elezione diretta del Presidente della Repubblica.
IL
PREMIERATO E IL MITO DELLE RIFORME CONDIVISE.
Opinione.it
- Natale D'Amico e Alberto Mingardi – (06 ottobre 2025) – ci dicono:
Il
premierato e il mito delle riforme condivise.
Sul
Corriere della Sera “Mario Monti” ha provato a sistematizzare la sorpresa di
molti italiani:
rispetto
alla Francia, siamo messi meglio.
È vero
per la dinamica del debito, per il sistema previdenziale, per la stabilità di
governo.
Giustamente,
Monti rivendica i propri meriti: a cominciare dalla riforma Fornero.
Oltralpe
non riescono a copiarla, neppure oggi, quattordici anni dopo. Perché?
Sulla
risposta offerta dall’ex premier, è lecito avere qualche dubbio. Anche prima
della “salita in campo”, Monti è sempre stato un sostenitore della formula
della coalizione ampia per fare le riforme.
Una sorta di disarmo bilaterale per fare le
cose che davvero servono.
Chiariamo
una cosa.
Alle
riforme istituzionali non si può chiedere una determinata agenda, che in
democrazia sta agli elettori definire: voteranno loro per chi vuole fare più o
meno spesa pubblica.
Tutti
i premier italiani lamentano, regolarmente, di avere a disposizione un arsenale
più ridotto di quello dei loro omologhi stranieri.
Non è un caso se lo stesso Presidente
Napolitano, che aveva scelto Monti per la guida di un governo “tecnico”, volle
avviare un processo di ripensamento della Costituzione nel quale era previsto
un aumento dei poteri dell’esecutivo, e segnatamente del presidente del
Consiglio.
In
qualsiasi funzione, il meccanismo di selezione non è estraneo ai poteri che
essa può esercitare.
L’investitura elettorale diretta dota il primo
ministro della legittimazione massima possibile in un sistema democratico, e lo
rende così meno esposto alle richieste (ai ricatti) della sua coalizione.
La
Francia di oggi ha molti problemi, ma è ingeneroso fissarsi su un fotogramma
dimenticando il film.
La
Quinta Repubblica è stata una delle poche “democrazie governanti” dell’Europa
continentale.
Le difficoltà di Macron sono il fallimento di
una “grande coalizione”, quella formatasi nelle due ultime elezioni
presidenziali per fermare l’avanzata della destra, che si è rivelata incapace
di affrontare le questioni che stavano alla base di quella avanzata.
Il fallimento riguarda la cultura politica egemone,
non la formula istituzionale.
Ci
piacerebbe molto che esistessero istituzioni che producono, in automatico,
governi che non fanno debito.
Ma
l’Italia, come ricorda anche Monti, durante il suo governo cambiò l’articolo 81
con l’obiettivo di vincolarsi al pareggio di bilancio.
Da allora, non abbiamo mai avuto un anno in
cui il Parlamento non abbia votato per autorizzare un bilancio in deficit, e
quello minore, è il caso di ricordarlo, lo fecero i “populisti” Lega e Cinque
stelle.
Furono
i mercati a esercitare pressione in tal senso, non meccanismi interni al quadro
politico.
In
realtà la formula della grande coalizione per fare le riforme non ha funzionato
neanche nel Paese che l’ha inventata: la Germania.
Angela
Merkel ha senz’altro garantito grande stabilità ma ha fatto zero riforme
pro-mercato, coi risultati che oggi possiamo osservare.
Da
ultimo, bisogna ammettere che l’equidistanza dei tecnici si è rivelata una
finzione e ha prodotto una forte risposta della classe politica.
Due premier tecnici hanno poi fondato un
partito, un altro è stato ministro del tesoro e poi Presidente della
Repubblica, l’ultimo è stato visto (a torto o a ragione) come un candidato al
Quirinale e respinto con perdite dal Parlamento.
I partiti rimasti fuori dalle grandi
coalizioni hanno sempre accresciuto il proprio consenso alle successive
elezioni:
vale
per Lega e Cinque stelle, ma anche per Giorgia Meloni (come oggi per l’Afd in
Germania).
È
sempre difficile interrogarsi sulle cause della disaffezione dalla politica,
che è una scelta come tante.
Una
però è senz’altro l’impressione dell’elettore di non poter scegliere chi lo
governi.
L’impressione si è rivelata più volte
corretta, nell’Italia degli ultimi trent’anni.
Parte della forza di Meloni è proprio la
linearità del percorso: si è candidata a governare e ora governa.
Quella
linearità beneficerebbe di una istituzionalizzazione, e così la stabilità
politica che essa produce.
Se il
“premierato” arriva nelle università.
M.ficgil.it
– Collettiva.it – Stefano Lucci – (7 -11- 2025)- Stefano Lucci – ci dice:
Con
una serie di provvedimenti si profila una catena verticistica negli atenei:
dal
ministero che entra nei cda, fino ai rettori in carica fino a 8 anni, e ai
direttori di dipartimento.
Un
decreto e un disegno di legge:
le mani del governo sulle università.
E, sullo sfondo, una vera e propria lotta di
potere all’interno della maggioranza per mettere mano all’autonomia negli
atenei.
Il
decreto è quello che riguarda la trasformazione dell’”Anvu”, di cui abbiamo già
parlato su Collettiva nelle scorse settimane.
In
sintesi, con le nuove norme l’agenzia di valutazione del sistema nazionale
universitario e della ricerca viene portata sotto stretto controllo
ministeriale, con la nomina diretta del presidente e il totale controllo sul
comitato di selezione del Consiglio direttivo.
Non
solo:
l’Anvu
sarà dotato di funzioni e strumenti che le permettono di entrare nel merito di
cosa e come si insegna nelle università.
Il
decreto dovrà esser emanato come Dpr dal Presidente della Repubblica, con il
Consiglio di Stato, la LC Cgil e le opposizioni che nelle audizioni hanno
sollevato il problema della legittimità del Dpr.
Staremo
a vedere.
Il
Ddl, invece, riguarda la composizione dei cda delle università.
È stato scritto da una commissione presieduta
da “Galli della Loggia” (vero braccio armato delle politiche governative in
materia d’istruzione) e per ora è solo un progetto di legge, non ancora
presentato, ma che circola in bozza.
“È il
secondo capitolo di un’offensiva molto chiara – spiega Luca Scacchi,
responsabile docenti universitari della LC Cgil – e che segna uno step
ulteriore: non solo un’università sempre più piccola e de finanziata, ma sempre
più sotto controllo governativo”.
La
bozza infatti prevede la presenza nei cda di un membro di nomina governativa a
cui se ne affiancano altri due indicati dagli enti locali.
Il
ministero, secondo quanto si legge, interverrebbe sulle politiche dell’Ateneo
indicando linee “linee generali”, di cui il rettore dovrebbe “tenere conto”.
L’aspetto interessante, chiosa Scacchi, “è che
questa novità non viene introdotta negli atenei profit e telematici, per
garantire un controllo pubblico, ma in quelli statali”.
Non
solo:
il
rettore durerebbe in carica ben 8 anni - più del presidente della Repubblica -
“e neanche con una rielezione a metà mandato - attacca Scacchi – ma con una
sorta di voto di conferma”.
Infine,
anche i direttori di dipartimento avrebbero la loro carica regolata sulla
durata di quella del rettore.
Insomma: assistiamo a una vera e propria
catena verticistica, dall’alto del ministero giù fino ai dipartimenti.
“Di
fatto – scherza ma non troppo il sindacalista - avremmo una sorta di
‘premierato’ all’interno delle università”.
E,
aggiunge Scacchi, "a breve la ministra Bernini presenterà un progetto di
revisione del Cuni che dovrebbe ridurre le rappresentanze della comunità
universitaria, rendendo anche questo organismo subordinato al ministero”.
Tutto
questo si inscrive in un ruolo sempre più filo governativo della Crui, la
Conferenza dei rettori delle università italiane che dovrebbe rappresentare, se
non la controparte, sicuramente il collettore degli interessi delle università
che in tutti questi anni hanno visto sempre più ridursi fondi e investimenti.
“Ebbene
– osserva amaramente il responsabile docenza universitaria della LC – appena
eletta lo scorso 25 settembre, la nuova presidente della Conferenza “Laura
Ramaciotti”, rettrice dell’università di Ferrara e di area Fi, ha detto che gli
atenei non hanno bisogno di nuove risorse, ma solo di spenderle meglio”.
Quando
poi, nella chat dei rettori delle università si sono cominciati a sentire
malumori cosa ha fatto Ramaciotti?
Ha chiuso la chat, aggiunge Scacchi,
“eliminando i partecipanti a uno a uno, senza alcun avviso. Come fanno gli
adolescenti nei loro gruppi whatsapp”.
Ci si
può chiedere perché tutto questo stia accadendo proprio ora. “Penso che questa
offensiva andrebbe collegata alle dichiarazioni del governo per bocca della “ministra
Roccella” sull’università che non sarebbe più un luogo di elaborazione di
pensiero - conclude il dirigente LC –.
Il
riferimento come si ricorderà era alle tante prese di posizioni critiche e alle
proteste negli atenei rispetto alle politiche genocidarie di Israele a Gaza.
Per
l’esecutivo Meloni questo non va bene: di qui l’offensiva per un controllo
politico e culturale delle università”.
Piccole,
sottofinanziate e controllate, in un universo in cui proliferano atenei profit
e telematici fuori controllo:
certamente nulla di buono per il nostro Paese.
Premierato,
Giani: “Un pericolo per
il
sistema di bilanciamento
dei
poteri dello Stato.”
Toscana-notizie.it
– Massimo Orlandi – (28 -3 – 2025) – ci dice:
L’intervento
del presidente al convegno “Costituzione, parlamento, democrazia: premierato,
pareri a confronto.”
“Un
pericolo per il sistema di bilanciamento dei poteri dello Stato”.
Così il presidente della Regione Toscana “Eugenio
Giani” si è espresso sul progetto di premierato intervenendo al convegno
Costituzione, parlamento, democrazia: premierato, pareri a confronto”
organizzato a Firenze, in Consiglio regionale, dall’Associazione dei
Consiglieri Onorari della Regione Toscana e dall’Associazione degli ex
Parlamentari della Toscana, col patrocinio dell’Università degli Studi di
Firenze.
“La
mia valutazione sul premierato – ha ribadito il presidente - è negativa sotto
vari profili.
Innanzitutto
perché porterebbe a un depotenziamento nel ruolo e nelle prerogative del
Presidente della Repubblica, organo fondamentale per la sua autorevolezza e per
la sua funzione di equilibrio tra i poteri.
Il
premierato poi, aumentando i poteri dell’esecutivo, favorirebbe la decretazione
d’urgenza, e al Parlamento, così, spetterebbe in molti casi solo una funzione
di ratifica.
Infine
con il premierato si attuerebbe una centralizzazione dei poteri con conseguente
perdita di ruolo e di poteri alle Regioni.
Quest’anno,
lo ricordo, sono 55 anni dall’istituzione delle Regioni a statuto ordinario,
che nacquero con il voto del 7 e 8 giugno 1970.
In
sostanza il premierato mina fortemente il sistema di pesi e contrappesi tra gli
organi dello Stato su cui si basa una costituzione lungimirante come la nostra,
che è sempre riuscita a creare un rapporto di fiducia tra cittadino e
istituzioni”.
Concludendo
il suo intervento il presidente ha sottolineato il valore dell’iniziativa dei
consiglieri regionali onorari e degli ex parlamentari che “su argomenti come questo possono
portare come contributo la loro esperienza diretta e concreta nelle
istituzioni”.
Il
premierato possibile e
il
coraggio di cambiare.
Brunoleoni.it
- Serena Sileoni - Argomenti / Diritto e Regolamentazione – (11 Febbraio 2024)
–
La
stampa.it – ci dice:
Aprire
un confronto vero, franco e aperto tra le forze politiche è un atto dovuto ai
cittadini.
Le
proposte di modifica al premierato che il governo ha presentato in Senato, dopo
due mesi di confronti e decantazione del disegno originario, tentano di ridurre
le distanze necessarie a un allargamento della maggioranza di voto in
Parlamento.
Al
Presidente del Consiglio viene ora riconosciuto il potere di proporre la revoca
dei ministri;
la
formula elettorale è più generica dell’originaria;
è data
possibilità al Presidente dimissionario non sfiduciato con mozione di sfiducia
di scegliere tra chiedere al Presidente della Repubblica di sciogliere le
Camere o consentire la nascita di un diverso governo.
Quest’ultimo
punto è ancora, nonostante le limature, foriero di problemi.
Soprattutto,
non risolve, anzi complica, la scelta tra una piena adesione a un modello
neoparlamentare, per cui le dimissioni del Presidente comportano in ogni caso
lo scioglimento delle Camere, e il mantenimento di forme di razionalizzazione
che consentono la continuità della legislatura e la formazione di esecutivi
diversi, nonostante le dimissioni del premier eletto.
Il
fatto è che la riforma, al di là di come è presentata, mantiene le ambiguità di
una forma parlamentare classica e di una immediata.
Dal
punto di vista teorico, la fiducia espressa iniziale dovrebbe essere superata
dall’investitura popolare, dal momento che la prima è una rappresentazione
della seconda.
Dal
punto di vista pratico, il mantenimento di entrambe le forme di legittimazione
potrebbe per ipotesi portare a vere e proprie contraddizioni tra la volontà
parlamentare e quella popolare, se non si accetta come non si vuole accettare
la regola generale per cui la fine del mandato del Presidente del Consiglio
comporta la fine della legislatura.
La
stessa ambiguità domina la gestione delle crisi di governo.
La
possibilità di “staffetta” tra il Presidente eletto dimissionario per motivi
diversi da un voto di sfiducia e il suo possibile successore, da una parte
consente di conservare una certa flessibilità nella formazione dell’esecutivo
non incoerente con un modello parlamentare, ma dall’altra introduce un
paradossale effetto di indebolimento proprio del Presidente eletto e, di
converso, di rafforzamento della posizione del secondo incaricato, il quale non
potrà essere mandato a casa senza che le Camere non siano sciolte.
La
riforma, in sostanza, cerca di tenere il piede in due staffe:
garantire
una maggiore stabilità dei governi, anche in termini di durata, ma mantenere
centrale il confronto per così dire tra e dentro i partiti, anche consentendo
ipotesi di vituperati ribaltoni (ad esempio, nel caso di secondo premier
nominato in seguito al voto negativo su una questione di fiducia, che possa
formare un governo politicamente diverso dal precedente.
Un’ipotesi
che potrebbe riguardare lo stesso premier eletto, rinominato per un secondo
mandato).
Rispetto
a queste ambiguità, e aldilà della necessità di limare ancora la gestione delle
crisi, una via d’uscita sarebbe quella di rivedere la regola dell’investitura
popolare diretta del Primo ministro.
Si
comprende bene che, per fare un passo simile, il governo deve uscire
coraggiosamente da una pregiudiziale politica.
Ma bisognerebbe ricordarsi che già ha avuto
modo di manifestare un simile coraggio.
Nel
programma di coalizione, l’attuale maggioranza esprimeva una preferenza per il
modello presidenziale.
Nelle dichiarazioni programmatiche, Giorgia Meloni
parlava indifferentemente di presidenzialismo e semipresidenzialismo.
La
proposta poi approvata dal governo riguarda invece una forma di premierato.
Il
disegno di legge costituzionale presentato dalla stessa Meloni e dal ministro “Alberti
Casellati” rappresenta quindi un primo, significativo ripensamento del governo,
dal momento che la legittimazione popolare, e il conseguente rafforzamento, si
spostano dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio dei
ministri.
Nondimeno,
il progetto resta coerente con l’idea di individuare per via elettorale il
vertice del potere esecutivo:
non
più, appunto, il Presidente della Repubblica, ma il Presidente del Consiglio.
Si
comprende quindi la difficoltà di mettere in discussione l’investitura popolare
diretta.
Eppure,
se si uscisse per una seconda volta dalla pregiudiziale politica, la riforma
potrebbe indirizzarsi verso una formula di premierato che le forze di
opposizione avrebbero difficoltà a rigettare.
L’esigenza,
cara alla maggioranza, di distinguere il ruolo del Presidente rispetto a quello
degli altri ministri, superando la formula del “Primus inter pares” e in tal
modo consentendo ai cittadini di individuare chiaramente in esso il
responsabile della funzione di governo, può ben essere raggiunta anche con la
designazione in scheda elettorale. Con due vantaggi.
A
livello costituzionale, consentirebbe di mantenere il rapporto di fiducia più
coerente di quanto non sia nell’attuale proposta e di evitare esiti
contraddittori delle crisi di governo rispetto alla volontà direttamente
espressa dal voto popolare.
A
livello politico, contribuirebbe a rendere infondati i timori di una deriva
plebiscitaria e/o autoritaria della forma di governo, spingendo le forze
politiche in Parlamento a una riflessione più ponderata e condivisa circa la
necessità di avere un Primo ministro chiaramente responsabile dell’operato di
governo di fronte agli elettori.
Tale
convergenza potrebbe peraltro essere propiziata dal fatto che la designazione è
stata già negli anni ipotizzata: dal programma elettorale dell’Ulivo del 1996
all’ordine del giorno Elia del 16 gennaio 2001, dalla Bicamerale d’Alema alla
riforma del governo Berlusconi del 2005.
Parlare
di riforma del sistema di governo è opportuno non tanto e non solo per
adeguarlo alle necessità delle democrazie di oggi, in cui è richiesta una
solida e chiara responsabilità di indirizzo politico verso i cittadini e verso
gli Stati terzi.
È opportuno soprattutto per non mortificare il
valore delle norme costituzionali, con prassi che rendono la Costituzione
impropriamente (e pericolosamente) subordinata alle necessità politiche del
momento.
È
giusta opinione comune che uno dei punti di forza della nostra Costituzione sia
il fatto di essere espressione di un compromesso importante, come si conviene
per le regole fondamentali.
Aprire
un confronto vero, franco e aperto tra le forze politiche per scrivere
modifiche che possano funzionare non sarebbe una resa alle ragioni politiche
altrui o una sconfessione delle proprie, ma un atto dovuto ai cittadini.
(La
Stampa, 11 febbraio 2024).
L'industria
della difesa cinese
è in
difficoltà: la rivelazione
sulle
armi di Xi.
Msn.com
- Storia di Federico Giuliani – il giornale.it – (10-12 -2025) – ci dice:
"L'industria
della Difesa cinese è in difficoltà":
la
rivelazione sulle armi di Xi.
La
Cina continua da anni a rafforzare il proprio settore della Difesa. Pechino
sforna nuovi mezzi e armi a raffica: da droni a navi, da missili a tank.
Tutto
questo ha portato i rivali del Dragone, su tutti Giappone e Stati Uniti, a far
crescere le rispettive industrie nazionali di armamenti per contrastare la
potenziale minaccia del gigante asiatico.
Eppure,
nonostante i timori e le preoccupazioni, le fabbriche di armi di “Xi Jinping”
sarebbero in seria difficoltà.
Secondo
un rapporto dello “Stockholm International Peace Research Institute” (SIPRI),
l'anno scorso l'industria della difesa cinese si è ridotta del 10%.
Non
solo: negli ultimi 10 anni decine di persone sono state epurate nell'ambito
della “vasta campagna anti corruzione” di “Xi”, compresi alcuni membri della
sua cerchia ristretta.
Il
tallone d'Achille di “Xi”.
Come
ha spiegato il “Telegraph”, nonostante la Cina abbia l'esercito più grande del
mondo e stia sempre più rivaleggiando con gli Stati Uniti per il titolo di
esercito più forte del pianeta, il calo delle entrate della Difesa mette in
dubbio l'avanzamento (e la qualità) di questa tendenza.
Alcuni dei colossi dello Stato del Dragone,
come “Norinco” e “China Aerospace Science and Technology Corporation” (CASC) —
rispettivamente produttrice di armamenti terrestri e tecnologia
missilistica/aerospaziale — hanno registrato cali marcati (Norinco del – 31 %).
Come
ha evidenziato” Italpress”, il dato appare paradossale solo in apparenza: pur
con la spesa per la difesa della Cina cresciuta — per il 2025 è previsto un
aumento del budget militare del 7,2 % — la catena produttiva bellica soffre
per i contraccolpi delle purghe anticorruzione che dal 2012, e con impeto
crescente negli ultimi anni, hanno travolto vertici militari e parti centrali
del complesso industriale.
"Una
serie di accuse di corruzione nell'approvvigionamento di armi da parte della
Cina ha portato al rinvio o alla cancellazione di importanti contratti di
fornitura di armi nel 2024", ha spiegato “Nan Tian” direttore del programma di
spesa militare e produzione di armi del SIPRI.
"Ciò
accresce l'incertezza sullo stato degli sforzi di modernizzazione militare
della Cina e su quando si materializzeranno le nuove capacità", ha quindi aggiunto.
Il
problema della corruzione.
Negli
ultimi anni, l'industria militare cinese ha subito un'ondata di purghe senza
precedenti che ha colpito i vertici delle Forze armate e delle principali
aziende del settore.
Nel
2014 e nel 2015 furono epurati due ex vicepresidenti della Commissione militare
centrale, mentre all'inizio di quest’anno anche un vicepresidente in carica e
il secondo funzionario più alto dell’esercito cinese sono stati licenziati,
segnando un precedente storico per l’alto grado dei dirigenti coinvolti.
Decine
di altri ufficiali della marina, delle forze di terra, della forza missilistica
e dell’aeronautica, insieme a figure chiave dell’industria bellica, hanno
subito analoghi provvedimenti.
Nel
2023, tra i dirigenti epurati figuravano “Liu Shiquan”, presidente di Norinco, “Wu
Yansheng” della China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC) e “Wang
Changqing”, vicedirettore della China Aerospace Science and Industry
Corporation, provocando un forte rallentamento della produzione militare
nazionale.
Secondo
il rapporto SIPRI, nel 2024 “Norinco” ha registrato un calo del fatturato del
31%, il più significativo tra le aziende cinesi, mentre la CASC ha subito un
calo del 16%, in gran parte dovuto al rinvio di progetti militari sui satelliti
e sui veicoli di lancio.
Anche la CETC e l’Aviation Industry
Corporation of China hanno registrato perdite rispettivamente del 10% e poco
più dell’1%, mentre solo la “China State Shipbuilding Corporation” e la “Aero Engine
Corporation of China” hanno visto aumenti dei ricavi.
Questi
numeri rischiano di complicare gli ambiziosi piani di “Xi”, che punta
all’espansione militare e al rafforzamento del controllo nel Mar Cinese
Meridionale, mantenendo pressioni costanti su Taiwan.
Nel contesto regionale, Pechino deve anche
confrontarsi con la crescente militarizzazione del Giappone, accentuata dalle
dichiarazioni del primo ministro” Sanae Takaichi” su possibili risposte
militari a un’emergenza a Taiwan.
L’Infantilismo
delle Elites Occidentali e
le Sue
Possibili Conseguenze.
Conoscenzealconfine.it
– (8 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
L’Occidente
continua a dimostrare la sua netta volontà di non porre fine al conflitto
armato in Ucraina. Anzi…
Nei
Paesi NATO si sentono sempre più spesso ragionamenti sulla possibilità di un
confronto militare diretto proprio con la Federazione Russa.
Nascondendosi
dietro la presunta “minaccia di un’aggressione da parte di Mosca”, la
leadership dell’Alleanza sta conducendo una preparazione sistematica alla
guerra contro la Russia.
Parallelamente
a concrete misure operative, l’Alleanza sta portando avanti una vasta campagna
di informazione e propaganda.
Oggi
l’arroganza e l’infantilismo dei funzionari NATO li hanno spinti molto lontano:
il 30.11.25 l’ammiraglio Giuseppe Cavo
Dragone, capo del Comitato militare della NATO, ha dichiarato che, in risposta
alla cosiddetta “guerra ibrida da parte della Russia”, l’Alleanza sta valutando
la possibilità di lanciare un “attacco preventivo” (ovviamente presentato come
“misura difensiva”).
Per
farlo, ha spiegato, occorre aggiornare i “meccanismi giuridici obsoleti”
dell’Alleanza, formalizzando l’abbandono del carattere puramente “difensivo”
della NATO (del resto, nessuno ci credeva già da tempo).
Gli
esperti evidenziano il rafforzamento sistematico della presenza delle forze
NATO nell’Europa orientale e nei Paesi baltici.
Nella
regione si stanno ampliando le cosiddette “misure di contrasto”, e vengono
avviate sempre più missioni e programmi militari.
Particolare
attenzione viene rivolta al progetto dello “Schengen militare”.
Al suo finanziamento è già destinata una cifra
di circa 100 miliardi di euro nel bilancio dell’UE.
Il progetto dovrebbe garantire la capacità di
trasferire rapidamente truppe dall’Europa occidentale al “fianco orientale”.
In
questo contesto, le regioni di particolare interesse strategico per la NATO
sono l’oblast’ russa di Kaliningrad e la Repubblica di Bielorussia, entrambe
circondate da Paesi membri dell’Alleanza.
Negli
Stati maggiori NATO vengono considerate come obiettivi prioritari da
neutralizzare in caso di aggressione contro l’Unione di Stati (Unione
Russia-Bielorussia), come confermano gli scenari di numerose esercitazioni
dell’Alleanza.
Naturalmente,
nell’Unione Russia-Bielorussia si ha una visione del tutto diversa di queste
regioni.
Se per la Russia l’enclave di Kaliningrad
rappresenta uno “scudo baltico” sul mare, la Bielorussia, suo alleato
strategico, svolge un ruolo chiave nella difesa del fronte occidentale.
Minsk,
del resto, sta adottando sistematicamente tutte le misure necessarie per
rafforzare il confine occidentale dell’Unione.
Già
oggi, i sistemi S-400, i complessi operativo-tattici Iskander-M, i lanciarazzi
Polonez e molti altri sistemi d’arma moderni, integrati con il gruppo di forze
congiunte già dispiegato in Bielorussia, permettono di parlare della creazione
di una solida testa di ponte per contenere la NATO.
A loro
volta, politici russi e bielorussi, insieme ad analisti lucidi, mettono in
guardia:
qualsiasi
aggressione contro la Bielorussia avrà conseguenze catastrofiche per i Paesi
dell’Alleanza, in primo luogo per la Polonia e i Paesi baltici.
Un
attacco alla Bielorussia significherebbe l’inizio di una guerra su vasta scala
tra l’Unione Russia-Bielorussia e la NATO, che con elevata probabilità potrebbe
sfociare in un conflitto nucleare.
Fattore
non trascurabile è la presenza sul territorio bielorusso di armi nucleari
tattiche (TNYO).
Purtroppo,
le élites occidentali continuano a mostrare una pericolosa irrazionalità,
aumentando così il rischio di un’escalation.
(t.me/Belarus_VPO/80456)
(t.me/infodefITALY)
Il
Ministero Esteri Russo sulla
“Nuova
Strategia per la Sicurezza USA.”
Conoscenzealconfine.it
– (9 Dicembre 2025) – Redazione - Maurizio Blondet – ci dice:
Risposte
della portavoce del Ministero degli Esteri russo M.V. Zakharova alle domande
dei media sulla nuova “Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Domanda:
Il 4 dicembre, l’amministrazione Trump ha
pubblicato la sua ultima, e al tempo stesso in gran parte nuova, “Strategia per
la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. La prima e più importante domanda a
questo proposito è: in che modo le sue disposizioni influenzeranno le relazioni
degli Stati Uniti con la Russia?
M.V.
Zakharova:
“Nella nuova versione della ‘Strategia per la
sicurezza nazionale degli Stati Uniti’, notiamo una serie di disposizioni che
indicano un significativo ripensamento dei principi dottrinali della politica
estera statunitense, particolarmente evidente il contrasto con la precedente
versione del 2022.
Innanzitutto,
la revisione del precedente impegno di Washington per l’egemonia è
sorprendente: il documento afferma esplicitamente che in precedenza ‘le élite
americane hanno commesso gravi errori di calcolo puntando ‘su una scommessa molto sbagliata e
distruttiva sul globalismo’. <…>
Questo
quadro ideologico di base, così come lo intendiamo noi, definisce anche un
altro principio fondamentale della ‘Strategia’:
l’appello a ‘porre fine alla percezione della
NATO come un’alleanza in continua espansione’, unito all’obiettivo di
‘prevenire tale realtà’.
In altre parole, per la prima volta, gli Stati
Uniti mettono formalmente in discussione, se non addirittura si impegnano a non
espandere l’alleanza, la sua intrinseca dinamica espansionistica aggressiva.
<…>
È
anche significativo che la Russia sia menzionata nel documento nel contesto
della sicurezza paneuropea, mentre sono assenti gli appelli al contenimento
sistemico del nostro Stato o all’aumento della pressione economica su di noi.
Tuttavia,
senza nominare direttamente Mosca, nella nuova versione della ‘Strategia’,
Washington ha delineato a gran voce i piani per raggiungere il ‘dominio
energetico riducendo l’influenza degli avversari’.
Domanda:
Come valuta il Ministero degli Esteri russo
l’aspetto politico-militare della nuova ‘Strategia’ e, in particolare,
l’obiettivo dichiarato di raggiungere la stabilità strategica nelle relazioni
con noi?
M.V.
Zakharova:
“Nonostante
l’approccio complessivamente pragmatico all’argomento, osserviamo una serie di
punti contraddittori. Ad esempio, non abbiamo visto nel documento elementi che
ci permettessero di comprendere la visione americana di un’era “post-START”.
Ci riferiamo alla definizione di parità nei
limiti quantitativi centrali delle armi nucleari.
Riteniamo
inoltre vaghe le disposizioni relative al sistema di difesa missilistica
globale statunitense “Golden Dome”. Siamo ancora in attesa di dettagli da parte
americana in merito all’interdipendenza tra il potenziale strategico offensivo
e quello strategico difensivo. <…>”
Domanda:
Come
si dovrebbe valutare la tesi di ‘riconsiderare’ la necessità di una presenza
militare statunitense in regioni ‘la cui importanza relativa per la sicurezza
nazionale americana è diminuita negli ultimi anni e decenni’?
M.V.
Zakharova:
“Questa tesi riflette il concetto di ‘America
First’, ma difficilmente dovrebbe essere interpretata come un abbandono da
parte degli Stati Uniti della propria presenza militare all’estero, il che a
sua volta è coerente con un’altra idea americana: la cosiddetta ‘pace
attraverso la forza’.
Ad
esempio, i passaggi del documento Asia-Pacifico contengono un linguaggio
inquietante nei confronti della Cina, oltre a richiedere a tutti i principali
partner regionali di fornire al Pentagono un maggiore accesso ai loro porti e
ad ‘altre strutture’.”
Domanda:
La
‘Strategia’ sposta notevolmente l’attenzione della politica estera americana
verso l’emisfero occidentale. Questo è noto come ‘Emendamento Trump’ alla
famigerata ‘Dottrina Monroe’. Non suona minaccioso?
M.V.
Zakharova:
“I
passaggi rilevanti suonano più come un riferimento diretto al cosiddetto
‘Emendamento Roosevelt’, la dottrina del 26° Presidente degli Stati Uniti,
Theodore Roosevelt, che un tempo proclamò il diritto di Washington di
intervenire in America Latina con il pretesto di ‘stabilizzare la situazione
economica interna’ di un determinato Paese della regione.
Ciò è
particolarmente allarmante, date le attuali tensioni deliberatamente alimentate
dal Pentagono nei confronti del Venezuela.
Ci
auguriamo che la Casa Bianca riesca a evitare di scivolare ulteriormente in un
conflitto su vasta scala, che minaccia di avere conseguenze imprevedibili per
l’intero emisfero occidentale.”
(Maurizio
Blondet).
(t.me/MariaVladimirovnaZakharova/11834).
(maurizioblondet.it/il-ministero-esteri-russo-suulla-nuova-strategia-usa/).
Ungheria,
Kovacs: “La Crisi Migratoria
in UE
non è Stata un Incidente.
È
Stata Autoinflitta”
Conoscenzealconfine.it
– (10 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
Perché
gli ungheresi dovrebbero pagare per gli errori degli altri?
Zoltan
Kovacs, Segretario di Stato per le comunicazioni e le relazioni internazionali
dell’Ungheria, scrive su “X”:
“Bruxelles
ha quindi deciso di nuovo. L’Ungheria, l’unico Paese dell’UE ad aver fermato
l’immigrazione clandestina, sarà ora costretta a ‘mostrare solidarietà’ con gli
Stati che non sono riusciti a proteggere i propri confini.
Perché
gli ungheresi dovrebbero pagare per gli errori degli altri?
Dal 2015, oltre 6 milioni di migranti illegali
sono entrati in Europa. L’Ungheria li ha fermati alla frontiera.
Risultato?
NESSUN
migrante illegale in Ungheria oggi.
Eppure Bruxelles pretende che paghiamo il
conto del caos altrui.
Lo
chiamano ‘meccanismo di solidarietà’.
Noi lo
chiamiamo con il suo vero nome: una punizione per il successo. Chi ha aperto le
proprie frontiere viene ricompensato.
Chi ha difeso le proprie deve ora “mostrare
solidarietà” o incorrere in sanzioni.
Questa
non è solidarietà. È coercizione.
L’Ungheria ha detto NO nel 2015, ha detto NO
nel 2020 e continua a dire NO nel 2025.
Finché
il governo di Viktor Orban sarà al potere, questi piani migratori di Bruxelles
rimarranno solo questo: piani sulla carta.
La
crisi migratoria dell’UE non è stata un incidente.
È
stata autoinflitta.
Hanno
invitato milioni di persone e ora vogliono che paghiamo per le loro decisioni.
L’Ungheria
non lo farà. Noi proteggiamo i nostri confini, il nostro popolo e la nostra
sovranità.”
(imolaoggi.it/2025/12/09/ungheria-kovacs-crisi-migratoria-ue-autoinflitta/).
Riforme,
il Governo tenta
con il
premierato.
Lavitadelpopolo.it
- Stefano De Martis – (08/11/2023) – ci dice:
Il
Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge costituzionale su
quello che tutti definiscono correntemente “premierato”.
Il
Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge costituzionale su
quello che tutti definiscono correntemente “premierato”.
Il
testo si compone di cinque articoli e modifica quattro articoli della
Costituzione: il 59, l’88, il 92 e il 94.
Un
intervento all’apparenza circoscritto, ma che va a incidere profondamente sulla
forma di governo e sugli equilibri complessivi del sistema.
La
stessa premier Meloni - che in precedenza aveva già dichiarato l’intento del
Governo di “cambiare l’architettura istituzionale della Nazione” - al termine
del Consiglio dei ministri l’ha definita “madre di tutte le riforme”.
Il
cuore del progetto è nell’articolo 3, laddove si afferma che “il Presidente del Consiglio è eletto
a suffragio universale e diretto per la durata di cinque anni”.
Una
legge ordinaria dovrà disciplinare il sistema elettorale delle Camere, “secondo
principi di rappresentatività e governabilità”, ma, intanto, il ddl punta a
costituzionalizzare il principio maggioritario:
un
“premio” dovrà garantire il 55% dei seggi alle liste e ai candidati del
presidente del Consiglio eletto.
Nel
testo si specifica anche che per il premier e per i due rami del Parlamento si
voterà “tramite un’unica scheda elettorale” e che il Presidente del Consiglio
“è eletto nella Camera nella quale ha presentato la sua candidatura”: quindi,
sarà necessariamente un parlamentare. Il presidente della Repubblica conferisce
inevitabilmente l’incarico di formare il Governo al premier eletto e “nomina,
su proposta del Presidente del Consiglio, i ministri”.
L’articolo
4 contiene le norme sul rapporto con il Parlamento e soprattutto quelle pensate
per impedire i cosiddetti “ribaltoni”, divise in due paragrafi.
Questo
è il primo:
“Entro dieci giorni dalla sua formazione il
Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.
Nel
caso in cui non venga approvata la mozione di fiducia al Governo, presieduto
dal presidente eletto, il presidente della Repubblica rinnova l’incarico al
presidente eletto di formare il Governo.
Qualora
anche quest’ultimo non ottenga la fiducia delle Camere, il presidente della
Repubblica procede allo scioglimento delle Camere”.
Nel
secondo paragrafo si regola il caso di “cessazione dalla carica” del premier;
per qualsiasi motivo, si può intendere, dato che il testo non ne indica alcuno
in particolare.
In questa circostanza non si torna
obbligatoriamente alle urne, ma “il presidente delle Repubblica può conferire
l’incarico di formare il Governo al presidente del Consiglio dimissionario o a
un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al presidente
eletto, per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli
impegni programmatici su cui il Governo del presidente eletto ha ottenuto la
fiducia”.
Dunque,
il premier eletto può essere sostituito da un altro parlamentare (non un
tecnico) che appartenga alla stessa coalizione e per attuare lo stesso
programma.
Questa
sostituzione può avvenire una sola volta nella legislatura perché se il
“presidente del Consiglio subentrante” non ottiene la fiducia o comunque cessa
dall’incarico, si torna obbligatoriamente al voto.
L’articolo
1 del ddl elimina la figura dei senatori a vita nominati dal Capo dello Stato.
Quelli
attualmente in carica restano tali.
Ma per
il futuro senatori a vita saranno soltanto gli ex-presidenti della Repubblica.
(Stefano De Martis).
Segre
boccia il premierato di Meloni:
Aspetti
allarmanti, non posso tacere.
Drastico
declassamento del capo dello Stato.”
Repubblica.it
- Lorenzo De Cicco – (14 -05-2024) – ci dice:
La
senatrice a vita in Aula al Senato difende il ruolo del presidente della
Repubblica e aggiunge:
“Cambiare la Costituzione non è la vera
necessità nel nostro Paese”. Elena Cattaneo: “Indebolisce il Parlamento”.
ROMA —
«Non posso e non voglio tacere».
Ore 17.30, nell’emiciclo di Palazzo Madama
chiede la parola Liliana Segre.
E
l’Aula si ferma.
Pure i
lavori delle commissioni vengono eccezionalmente sospesi, le bizze sul
Superbonus restano accantonate per una mezz’ora.
La
senatrice a vita decide di dire la sua sul premierato.
Per la
prima volta, la destra non l’applaude.
Gelo
polare dagli scranni di FdI che si sentono dire: «Anche le tribù della preistoria
avevano un capo. Non tutto può essere sacrificato in nome dello slogan:
“Scegliete voi il capo del governo”».
IL
DISCORSO INTEGRALE DI LILIANA SEGRE.
Il
discorso della decana del Senato, testimone degli orrori della Shoah, è uno
schiaffo alla “madre di tutte le riforme” sognata dai Fratelli.
I toni sono al solito cortesi («non dubito
delle buone intenzioni dell’amica Elisabetta Casellati»), ma il messaggio è
severissimo, a tratti ruvido.
Dall’inizio.
Segre
comincia così: la riforma della Costituzione «non è una necessità del Paese» e
quella sponsorizzata da Meloni contiene «aspetti allarmanti».
Toccherebbe
piuttosto attuarla e rispettarla, la Carta, visto «l’abuso della potestà
legislativa da parte dei governi».
Per
Segre non occorrono «prove di forza o sperimentazioni temerarie».
E nel disegno del centrodestra intravede due
rischi.
Il
primo:
«L’abnorme lesione della rappresentatività del
Parlamento», perché col premio di maggioranza, senza soglie minime, a vantaggio del
premier, sarebbero «stravolte al di là di ogni ragionevolezza le scelte del
corpo elettorale», col paradosso che perfino la legge Acerbo voluta da
Mussolini nel ‘23 risulterebbe «incostituzionale perché troppo democratica».
Secondo
pericolo:
le
Camere sarebbero ridotte a un organismo «riottoso», generando dunque una
stabilità meramente «fittizia» (come dire: la riforma non migliorerebbe le
cose, anzi).
Segre
ammonisce quindi i colleghi che vorrebbero «perseverare nell’errore», dopo il
Porcellum e l’Italicum.
Soprattutto,
appare preoccupata per «il drastico declassamento a danno del presidente della
Repubblica», che si ritroverebbe a guardare «dal basso in alto» un premier
forte dell’investitura popolare diretta.
Anche
il Quirinale poi rientrerebbe «in un colpo solo nel bottino del partito che
vince le elezioni», perché anche se espressione «di una porzione assai ridotta
dell’elettorato», col premio di maggioranza potrebbe accaparrarsi «il controllo
degli alti organismi di garanzia».
L’appello
quindi è tenere in piedi «gli argini per evitare di ricadere nelle autocrazie».
In
Senato le fa sponda un’altra senatrice a vita, la scienziata Elena Cattaneo.
Che
invita i colleghi a guardare «l’elefante nella stanza», cioè il Parlamento,
«grande malato delle istituzioni».
Un
«Parlamento al contrario, degradato a mero ratificatore» già oggi, a cui il
premierato darebbe il colpo di grazia, perché renderebbe le Camere «ostaggio di
una persona sola, una deriva plebiscitaria».
IL
DISCORSO INTEGRALE DI ELENA CATTANEO.
Mentre
il Pd con Francesco Boccia ringrazia Segre, Meloni in Aula non c’è.
Ma replica da Milano, ospite de La Verità.
La
leader di FdI da mesi è proiettata sul referendum, anche se il Parlamento deve
ancora dare il primo (di quattro) via libera alla riforma.
E pare
sfumata la possibilità che il Senato approvi il testo entro le Europee:
oggi
si chiuderà la discussione generale, ma con 3mila emendamenti consegnati
dall’opposizione, il voto finale slitterà a dopo le elezioni.
A meno
che il governo non decida di calare la famigerata “tagliola”. Meloni, in questa
fase, sembra attenta soprattutto a non trasformare il referendum in un test sul
suo governo.
Tanti,
dice, «sperano in un revival di Renzi.
Ma non sarà un referendum su di me, perché la
riforma entrerebbe in vigore la prossima legislatura.
E da
qui ad allora a Roma si dice “beato chi c’ha un occhio”».
Messaggio
chiaro, ripetuto in loop: anche in caso di bocciatura, non si dimetterà.
Bene-detto
Generale.
Corriere.it
– (1°maggio 2024) – Redazione – Il caffè di Massimo Gramellini – ci dice:
Meno
male che esiste Roberto Vannacci, «detto Generale» (così apparirà sulle schede:
i politici hanno una considerazione talmente alta dei loro elettori da
ritenerli incapaci di scrivere un cognome di tre sillabe).
Per la
sinistra «detta progressista», Vannacci è l’avversario ideale.
Le
permette di coltivare il suo senso di superiorità e di agitare l’ennesimo
spauracchio per compensare la sconsolante mancanza di idee forti sulla tutela
dei più deboli, che un tempo erano la ragione sociale della ditta.
Ma
anche per Giorgia Meloni «detta Giorgia» quell’uomo con più pregiudizi che
stellette è un’autentica manna del cielo.
Basta
sentirlo argomentare i suoi pensierini da bar perché al confronto Ignazio La
Russa appaia Umberto Eco.
Vannacci
scavalcherebbe a destra persino i frequentatori di Predappio: figuriamoci la
premier, che restando ferma si ritrova praticamente al centro.
Vannacci
fa molto comodo anche a Vannacci:
adesso
che la sua carriera di scrittore ha esaurito la spinta propulsiva, un seggio
sicuro in Europa è la migliore riforma pensionistica che potesse capitargli.
Ma
«detto Generale» non dispiace neanche agli oppositori di Salvini dentro la
Lega, che inorridendo in pubblico davanti alle sue dichiarazioni su gay e
disabili, hanno la possibilità di saggiare il terreno in attesa della resa dei
conti col segretario.
A ben
pensarci, c’è un solo politico a cui l’estremismo di Vannacci potrebbe non
convenire.
Ed è
proprio quel «detto Matteo» che lo ha messo in lista.
Europa:
il tempo delle scelte. Perché
la
politica estera e la difesa comune
non
sono più un’opzione.
Ladiscussione.com
– (9 Dicembre 2025) - Giovanni Iannotti – ci dice:
L’Ue
deve unirsi oppure sarà destinata a diventare irrilevante nello scenario
globale.
Nel
mese di agosto scorso (quotidiano la discussione del 27 agosto 2025),
commentammo l’intervento del Presidente Draghi al Meeting di Rimini affermando
che l’unità europea nella difesa e nella politica estera non è un sogno
federalista, ma una necessità per la prosperità la pace e la sicurezza dei
popoli europei.
A
distanza di pochi mesi dal nostro appello, gli eventi internazionali confermano
questa “evidente” preoccupata previsione, anzi la amplificano e la rendono
fruibile agli occhi di tutti.
Il
mondo ha accelerato, è alla ricerca di nuovi equilibri:
probabilmente
nascerà un mondo con potenze multipolari che dovranno competere (speriamo
pacificamente) tra loro.
La scienza, le conoscenze e le competenze
avranno un ruolo decisivo per definire la leadership tra popoli e nazioni.
Intanto le crisi si moltiplicano, le vecchie
certezze – dalla stabilità internazionale, alla garanzia americana – non sono
più scontate.
Dopo
la seconda guerra mondiale, nella definizione del nuovo ordine mondiale diviso
in due blocchi contrapposti (tra capitalismo e comunismo) la sicurezza europea
era stata “appaltata” agli americani: Essi in realtà avevano rilevanti
interessi geopolitici e culturali in Europa, Medio Oriente ed Africa, vi era
quindi coincidenza di esigenze.
Oggi,
come da tempo chiaramente espresso dagli stessi americani, le loro sfide da
affrontare sono verso la Cina, l’India, il sud America, per cui nella ricerca
degli equilibri internazionali conseguenti, l’Europa dovrebbe – nell’auspicio
statunitense – “saper badare a sé stessa”.
Un
mondo che cambia più velocemente della nostra politica.
Ma
l’Europa, stretto mosaico di Stati troppo spesso divisi, si scopre vulnerabile
proprio mentre dovrebbe mostrarsi più forte.
Oggi non possiamo più limitarci a osservare. È
arrivato il tempo delle scelte.
Negli
ultimi mesi, tre dinamiche globali hanno assunto un peso evidente:
la
competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, sempre più aperta,
l’instabilità
ai confini dell’Unione, tra Europa orientale, Mediterraneo e Medio Oriente,
l’aumento
delle minacce ibride, cibernetiche e infrastrutturali, che non conoscono
confini né tempi istituzionali.
In
questo contesto, continuare a fare politiche differenti tra i ventisette Paesi
è semplicemente impossibile.
L’Europa
non è minacciata da una guerra tradizionale, ma da una lenta erosione della sua
capacità di influire sul mondo.
E
quando non si influenza, si subisce.
Politica
estera e difesa: le due metà della stessa sovranità.
Spesso
si discute di difesa europea come se fosse una questione tecnica, fatta di
budget, sistemi d’arma, comandi e procedure.
Senza
dubbio esiste anche questo.
Ma
prima ancora di essere una questione militare, la difesa è una questione
politica.
Una
politica estera senza difesa è una mente senza braccio.
Una
difesa senza politica estera è un braccio senza mente.
Non
funziona.
Se
vogliamo contare nel mondo, se vogliamo proteggere i nostri cittadini, se
vogliamo affrontare da protagonisti le grandi crisi globali, dobbiamo fare ciò
che gli altri fanno da decenni: parlare con una voce sola.
Non
significa rinunciare alle identità nazionali.
Significa
decidere insieme quali obiettivi servono all’interesse comune europeo.
E
muoversi di conseguenza.
Perché
oggi è il momento giusto.
Paradossalmente,
questo è uno dei rari momenti storici in cui politica, opinione pubblica ed
economia convergono nella stessa direzione:
gli
Stati europei stanno aumentando la spesa per la sicurezza,
le
società europee capiscono che il mondo è cambiato e chiedono protezione,
le
istituzioni dell’Unione iniziano a discutere apertamente di un vero
coordinamento strategico.
Quello
che per anni è sembrato un “sogno da federalisti convinti” oggi appare per ciò
che realmente è: una necessità pratica, molto concreta.
Se non
si riuscisse nell’immediato a costruire una politica estera comune, l’Europa
dovrebbe comunque come primo passo concreto procedere sulla difesa:
Sarebbe
il minimo indispensabile per non rimanere indietro e perdere ancora terreno
rispetto alle grandi potenze multipolari.
Sarebbe
cioè una prima affermazione che l’Europa si affaccia sulla scena mondiale come
attore con la propria identità storica, culturale e, non dimentichiamo, forza
economica, industriale e finanziaria.
Limitarsi
alla semplice difesa comune (già De Gasperi nel 1954 l’aveva profetizzata come
primo passo indispensabile per non ricadere nelle guerre tra i popoli come era
già successo per due volte nel 1900)), non sarebbe la soluzione definitiva – anzi, sarebbe come camminare con una
gamba sola, perché una difesa senza una strategia politica condivisa rischia di
essere inefficace o incoerente – ma sarebbe comunque un passo importante nella giusta
direzione per non perdere più terreno rispetto ai massimi interlocutori
mondiali.
Una
difesa comune europea, infatti, creerebbe almeno le condizioni minime di
interoperabilità, responsabilità e coordinamento che oggi mancano.
E
proprio quel passo, anche se incompleto, potrebbe diventare il motore per far
maturare finalmente anche la politica estera comune, che oggi è bloccata più da
logiche di veti che da reali divergenze strategiche.
Gli
antichi romani affermavano il principio del “divide et impera”.
È
proprio questo che l’Europa sta subendo attraverso attacchi di ingerenza e di
influenza soprattutto da est già da prima che la Russia entrasse in guerra con
l’Ucraina.
Il tentativo (che rischia seriamente di andare
a buon fine) è di frammentare e disperdere le energie degli Stati europei
dietro ad interessi di parte.
Sfruttando
la libera espressione e circolazione del pensiero e delle idee – presupposto
delle democrazie ma al tempo stesso “vulnus” – disinformando, manipolando –
utilizzando la propaganda –, influenzando – anche attraverso attacchi cyber –
assistiamo a evidenti sforzi di intossicare, infiltrare e destabilizzare
l’Europa, ingerendo nelle dinamiche economiche sociali di convivenza e
politiche:
è la cosiddetta minaccia ibrida che è stata
portata a conoscenza dell’opinione pubblica italiana proprio dal nostro
eccellente Ministro della difesa ed alla Nato dall’”Ammiraglio Cavo Dragone”
che ha ipotizzato – non senza uno strascico di polemiche, a volte
strumentali-una difesa proattiva verso la neutralizzazione di queste minacce.
Mentre
l’opinione pubblica Europea dibatte liberamente e fa anche autocritica nel
perfetto stile democratico, nulla o poco si sa o si dibatte, per corrispondenza
e reciprocità, su quanto accade nei regimi oligarchici e autocratici, che tali
libertà comprimono e controllano con il pugno di ferro.
In
sintesi è lecito pensare che se la NATO non si fosse allargata ad EST (con il
consenso democratico delle nazioni interessate – ultima l’Ucraina –) sarebbe
stato l’EST a sfruttare l’inerzia americana ed europea per allargarsi ad OVEST.
Ciò è
testimoniato dalla conclamata guerra ibrida posta in essere da tempo e che solo
adesso si manifesta nella sua insidiosa evidenza.
Lo
scopo sarebbe quello di spingere l’Europa a dipendere e sottostare ad un
rapporto che i regimi oligarchici e autocratici “per definizione” non
considerano mai paritetico – ma di sottomissione – anche utilizzando le necessità
connesse all’approvvigionamento delle risorse energetiche, vitali per l’Europa
e possedute in grande quantità ad Est.
Il
triangolo fondamentale: Francia, Germania, Italia.
C’è
però un dato che nessun realismo politico può ignorare:
una
politica estera comune e una difesa europea comune non nasceranno senza
un’intesa chiara e stabile tra Francia, Germania e Italia.
Ognuno
porta punti di forza e limiti:
la
Francia ha capacità militari avanzate e visione strategica,
la
Germania ha peso economico ma una cultura strategica più prudente,
l’Italia
può essere ponte diplomatico tra Nord, Sud ed Est europeo.
Se
questi tre Paesi iniziano a vedersi come parti complementari della stessa
sicurezza, l’Europa potrà finalmente fare un salto in avanti.
Se non
accade, continueremo a muoverci a zig-zag, tra iniziative isolate e paesi che
remano in direzioni opposte.
L’Europa
non deve diventare una somma di paure, ma un progetto di responsabilità.
Non è
dunque il momento dell’allarmismo.
È il
momento della responsabilità.
L’Europa
non è mai nata da una spinta tecnocratica, ma da una scelta politica
coraggiosa, come la storia ci ricorda attraverso l’operato di De Gasperi,
Adenauer e Shumann.
Oggi
si chiede lo stesso coraggio: capire che la sovranità non si perde
condividendola, ma si perde quando la si difende da soli contro un mondo che
non aspetta.
Ad
agosto abbiamo detto che serviva una presa di coscienza.
Oggi
diciamo che serve una scelta.
L’Europa
non può più essere solo un’idea: deve diventare un soggetto.
La
politica estera e la difesa comune non sono il punto d’arrivo:
sono
il punto di partenza per costruire l’Europa del futuro come interlocutore
mondiale politico, l’economia, la cultura, lo sviluppo dei diritti umani e
della libertà, uno straordinario welfare che tutela i deboli… RICORDIAMOCELO…
già lo abbiamo.
Mi
sembra che si sia davanti ad un buon punto di partenza.
Unione
europea, bisogna avere il coraggio di cambiare, la Tradizione che vogliono
cancellare, il sogno dell’economia sopra la cultura – Editoriale.
Agenparl.eu
- Luigi Camilloni – (6 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
Unione
europea.
Logo
(AGENPARL) - Roma, 6 Dicembre 2025.
Negli
ultimi anni l’Europa sembra attraversare una stagione di profonde crisi
politiche e culturali.
I
continui cambiamenti nei governi, le dimissioni di massa, e le difficoltà
nell’affrontare questioni economiche e strategiche delicate, come quelle
derivanti dal conflitto in Ucraina, rivelano una realtà inquietante:
spesso la politica appare miope, incapace di
guardare oltre la gestione emergenziale e il breve termine.
Questa
instabilità politica si accompagna a un problema culturale altrettanto grave.
La tradizione, la memoria storica e l’identità
dei popoli europei sembrano essere messe in secondo piano rispetto alle logiche
economiche e finanziarie.
L’Europa,
nella sua forma istituzionale attuale, rischia di diventare una macchina
burocratica e mercantile, dove l’economia prevale sulla cultura, e il profitto
a breve termine supera il valore di lungo periodo che deriva dalla
conservazione e dalla valorizzazione del patrimonio storico e artistico.
Il
rischio non è solo teorico.
Le
recenti posizioni di figure come Elon Musk — che ha apertamente chiesto
l’abolizione dell’Unione Europea e il ritorno alla sovranità nazionale dopo
sanzioni e multe alla sua piattaforma “X” — sono sintomatiche di una
frustrazione diffusa.
La
critica di Musk non va letta solo come provocazione:
rappresenta il sentimento di cittadini e
imprenditori che avvertono una distanza crescente tra le istituzioni europee e
le esigenze concrete delle nazioni.
Cancellare
la tradizione in nome del progresso economico o della globalizzazione è un
errore che l’Europa non può permettersi.
Cultura, storia e identità non sono pesi del
passato, ma pilastri sui quali costruire un futuro più solido.
La
vera innovazione non consiste nel distruggere ciò che ci ha preceduto, ma nel
reinterpretarlo e valorizzarlo, armonizzando modernità e memoria.
Per
fare questo, serve coraggio.
Coraggio di cambiare, certo, ma anche coraggio
di dire “no” a politiche che ignorano l’essenza dei popoli europei.
Occorre
una visione che integri economia e cultura, mercato e tradizione, tecnologia e
valori umani.
Senza
questo equilibrio, ogni riforma rischia di essere sterile, ogni progresso
economico di diventare un danno culturale.
Inoltre,
il tema della sovranità nazionale non è secondario.
La
concentrazione di potere nelle istituzioni sovranazionali spesso porta a
decisioni distanti dalle reali esigenze dei cittadini.
Riconciliare
autonomia nazionale e cooperazione europea non significa rinunciare ai valori
condivisi, ma piuttosto costruire un’Europa che rispetti la diversità dei suoi
membri e valorizzi la responsabilità dei singoli stati.
Il
sogno di un’Europa unita e prospera non può prescindere dalla cultura e dalla
tradizione.
Senza
radici, la crescita economica diventa vuota e priva di identità.
Il
rischio è di creare un continente ricco di beni materiali ma povero di spirito,
dove l’uomo diventa subordinato alle leggi del mercato.
Al contrario, valorizzare la cultura significa
investire in un capitale umano e civile che produce innovazione sostenibile,
coesione sociale e benessere autentico.
In
definitiva, il momento attuale richiede un cambiamento coraggioso. Non un
cambiamento superficiale, ma un vero ripensamento delle priorità:
un
equilibrio tra economia e cultura, tra innovazione e tradizione, tra
integrazione europea e sovranità nazionale.
Solo
così l’Europa potrà non solo sopravvivere alle crisi politiche e finanziarie,
ma prosperare come comunità di popoli che rispettano la propria storia e
costruiscono insieme un futuro consapevole e sostenibile.
La
sfida è aperta: o si ha il coraggio di cambiare nel senso più profondo, oppure
il sogno europeo rischia di trasformarsi in un incubo di conformismo economico
e svuotamento culturale.
E
questa non è una questione astratta:
riguarda
la vita quotidiana, l’identità, il futuro dei cittadini e delle generazioni che
verranno.
Ostaggio
di sé stessa e incapace di
cambiare:
come
l’Europa può
rilanciare
il processo federalista.
Leclettico.com
- Daniele Curci – (Marzo 17, 2025) – Redazione – ci dice:
Prima
d’ora l’Unione Europea non si era mai trovata di fronte a sfide esistenziali
come quelle che le si presentano in queste settimane. Rispondono piazze come
quella di sabato 15 marzo a Roma, dove in 50mila si sono radunati per esprimere
il proprio sostegno all’Unione.
Risposte
necessarie, queste, perché servono a compattare e a rafforzare nei suoi intenti
quel pezzo di opinione pubblica che nell’UE ci crede, forse stuzzicando anche
gli indecisi ma che rischiano anche di rimanere fini a loro stesse.
Ciò
anche per il permanere di alcune problematiche, non da ultimo, di cosa parliamo
quando parliamo di Europa, di Unione, di federalizzazione.
Una
domanda, questa esistenziale, perché intreccia l’aspetto idealistico con quello
programmatico, d’azione.
E il fatto che non vi sia una risposta netta
rende la cifra della crisi profonda in cui si trova l’Europa dove tutto si
cambia per tutto lasciare, dove a vincere non siamo noi cittadini d’Europa ma i
nazionalismi.
Chiamale,
se vuoi, contraddizioni.
La
situazione emergenziale in cui si trova l’Europa è frutto, per l’appunto, di un
insieme di contraddizioni che ne hanno accompagnato la nascita e l’azione,
soprattutto negli ultimi anni.
Già il
fallimento della Costituzione europea nel 2005, per effetto dei referendum di
Olanda e Francia, avrebbe dovuto lanciare un allarme riguardo la persistenza
dei nazionalismi in Europa.
L’Unione
avrebbe dovuto rispondere con piani di sviluppo che favorissero la creazione di
un’identità europea – scambi culturali per ogni fascia di età, scambi
lavorativi e di formazione pratica per ogni tipologia di impiego, per fare
alcuni esempi – la rivendicazione dei propri successi – la legislazione che ci
protegge dai trust e dai poteri di big tech, i diversi piani di investimento i
cui meriti sono stati, invece, attribuiti ai governi nazionali – soprattutto la
creazione di agenzie e centri di ricerca transdisciplinari per lo sviluppo di
una narrazione e di un’identità europea da cui poi creare una forma di soft
power e di propaganda basata sui fatti interna ed esterna ai confini
dell’Europa, così da depotenziare le minacce – in primis la diffusione di false
notizie e di propaganda – provenienti dall’esterno.
Niente
di tutto questo è stato fatto:
l’Europa
ha continuato a veleggiare a vista, accontentandosi di una facile situazione di
stallo.
Il
2005 fu un avvertimento rispetto a ciò che sarebbe scoppiato con la crisi
economica del 2008-2009, le cui conseguenze minarono la legittimità delle
istituzioni europee, acuendo il divario tra paesi del Nord e del Sud anche a
causa di provvedimenti draconiani e punitivi come accaduto alla Grecia,
sottolineando i limiti di un processo di integrazione che riguardava solamente
parte delle politiche monetarie e di un sistema economico che intrinsecamente
aumenta le sperequazioni perché incapace di arrestare il processo
inflazionistico iniziato, come ben dimostrato dallo studioso Thomas Piketty,
dopo la Prima guerra mondiale.
Un
senso di insicurezza e vulnerabilità avvertito da molti cittadini europei a cui
le istituzioni comunitarie non hanno dato risposte né rassicurazioni, così che
il senso di disorientamento e paura si è acuito anche per la presenza del
terrorismo internazionale e dei fenomeni migratori.
L’assenza di un piano per l’immigrazione,
capace di costruire una narrazione identitaria inclusiva, ha fatto sì che i
semi identitari dei nazionalismi europei, fondati sull’idea di popolo
corrispondente a “una di lingua, d’altare e di sangue”, parafrasando “Marzo
1821” di “Alessandro Manzoni”, riprendessero il sopravvento.
Detto in altri termini, la persistenza
profonda dell’idea di una nazione e di un popolo che sono tali perché della
stessa religione (non necessariamente intesa come fede e pratica religiosa, ma
come fattore cultural-identitario), dello stesso colore della pelle, della
stessa lingua ha fornito una risposta a un senso di disorientamento provato da
molti europei, un senso di vulnerabilità a fenomeni internazionali complessi
che, come nel caso della crisi economica, erodevano il benessere sociale.
L’Unione
non ha fornito né antidoti, né risposte, né rassicurazioni, né strategie di
gestione e risoluzione di tali problematiche.
In
questo modo la fiducia nelle sue istituzioni si è erosa in un momento cruciale,
quello in cui siamo anche ora, cioè in cui è fondamentale la cessione di
sovranità all’Europa.
La
Brexit è frutto anche di tutto questo ed era stata un campanello d’allarme.
Il
vuoto lasciato dall’UE è stato colmato dal riemergere dei nazionalismi e da
partiti più o meno euroscettici, ma sicuramente contrari al processo di
integrazione.
Una spirale di sfiducia nelle istituzioni
comunitarie, ma anche dei paesi membri, che corrisponde alla crisi di identità
dei cittadini la quale, a sua volta, si riverbera nell’instabilità governativa
presente in molti paesi e che porta i governi ad aggirare i parlamenti
ricorrendo sempre più spesso a decreti e ordini esecutivi, accentuando con
letture estensive delle Costituzioni i poteri dell’esecutivo.
Le
democrazie europee stanno, infatti, rischiando di diventare democrazie
ristrette per le limitazioni all’attività giornalistica, di ricerca, al diritto
di manifestazione, per la militarizzazione delle forze di polizia, come
peraltro sottolineato nell’ultimo report del Segretario Generale del Consiglio
d’Europa, per la diminuzione della redistribuzione dei redditi anche in forme
di servizi essenziali come la sanità in favore delle privatizzazioni.
Un
rischio concreto anche per le continuità presenti, nei vari paesi europei, con
i passati regimi dittatoriali:
persistenze
che a seconda dei casi sono istituzionali, giurisprudenziali, ma anche di
mentalità, stereotipi e pregiudizi razzisti e antisemiti.
Quanto
abbiamo descritto è stato alimentato dalla propaganda russa e dalla diffusione
di false notizie, volte a limitare il processo di integrazione per una
questione che è anche ideologica.
Contrariamente
all’opinione spesso diffusa, la NATO e l’Europa non hanno accerchiato la Russia
– è sufficiente guardare ai confini – cercando anzi negli anni di includerla in
una nuova architettura di difesa e di integrazione.
Il
rifiuto di Vladimir Putin di procedere in tal senso è frutto di una precisa
scelta ideologica sottovalutata dall’Europa sin dall’arrivo al potere del
presidente russo nel 1999:
da allora, nei suoi discorsi e nelle dottrine
militari, Putin ha identificato nell’Europa una minaccia per ciò che
rappresenta, vale a dire diritti, libertà di pensiero e di parola, illuminismo,
difesa delle minoranze, della comunità LGBTQIA+ e delle donne.
La
saldatura con ampi margini della destra europea è, in tal senso, ideologica e
in questo momento trova una convergenza con gli Stati Uniti di Donald Trump che
è anche di interessi economici.
La
legislazione europea in materia di trust e big tech, infatti, svantaggia i big
della Silicon Valley – quell’oligarchia di cui ha parlato Joe Biden – che
sostengono l’attuale inquilino della Casa Bianca, anche qui spesso con una
convergenza valoriale come nel caso di Elon Musk.
L’Europa
non sta rispondendo adeguatamente.
Innanzitutto,
mancano ancora investimenti in un piano che favorisca l’identità europea a
discapito di quelle nazionali e che garantisca così sostegno al processo di
federalizzazione;
mancano,
inoltre, piani di propaganda e soft power che avrebbero, peraltro, il merito di
mantenere i conflitti freddi, inducendo gradualmente i nemici a cedere.
Il processo di riarmo non è, sotto questi
punti di vista, sostenuto da una vera mobilitazione delle idee.
In
maniera molto semplice, perché se per molti anni si è detto che non vi erano
finanziamenti per far fronte al cambiamento climatico o per la sanità adesso si
trova, invece, la volontà politica per sorpassare i vincoli di bilancio per
investire nel riarmo?
Il
piano presentato da Ursula von der Leyen è un piano che parte dal fondo.
Un piano, cioè, che non prevede una stima
reale degli investimenti necessari all’ammodernamento dei servizi di
intelligence e spionaggio – peraltro carenti a livello federale – così come di
quelli militari.
La cifra decisa è una cifra che sotto questo
punto di vista può essere bassa come alta, non certamente frutto di un reale
studio che avrebbe dovuto riguardare delle tematiche esistenziali quali la
creazione di un esercito europeo e, quindi, una spesa comune, non legata ai
singoli Stati. In caso di conflitto quasi tutti gli eserciti avrebbero
munizioni diverse, dunque catene logistiche divergenti.
L’efficacia
della deterrenza si basa sulla credibilità della forza militare, una forza che
sotto questo punto di vista non è coordinata, dipendente dagli Stati Uniti –
per fare un esempio, gli F-35 hanno un sistema operativo il cui accesso dipende
da Washington – dispendiosa e, quindi, inefficiente, basti pensare che gli
Stati Uniti dispongono di 32 sistemi d’arma, mentre l’Europa 172.
L’inefficacia di una difesa non europea, ma
delegata ai singoli Stati e spesso a guida francese, la si è vista nella
gestione del Sahel, regione dell’Africa
per lo più priva di copertura giornalistica per la presenza di miliziani
dell’ex gruppo Wagner e per i conflitti che li contrappongono alle locali forze
jihadiste affiliate ad al-Qaeda e ISIS che dal 2022 hanno reso la regione la
“settima provincia dello Stato islamico in Africa”, portando lo Stato islamico
a rivendicare più della metà dei suoi attacchi non più in Medio Oriente ma in
Africa.
La
stabilizzazione del Sahel è fondamentale anche per dare una risposta alla crisi
migratoria.
Qui
erano presenti missioni con contingenti europei, sotto la supervisione francese
ma non sotto l’egida dell’Unione, come “Barkhane” e “Takuba” che sono però
fallite anche per una mancata strategia di propaganda e contropropaganda capace
di contrastare l’attivismo russo nella regione.
Il
piano von der Leyen è un piano ostaggio dei nazionalismi e degli interessi
corporativi delle industrie.
Il piano di spesa previsto – oltre,
probabilmente, a continuare a comprare dagli Stati Uniti – non prevedendo
fusioni, nazionalizzazioni delle industrie della difesa, o quantomeno incentivi
per le industrie a creare un consorzio europeo, avvantaggia le commesse per le
industrie nazionali, garantendo così guadagni agli imprenditori ma non un vero
strumento di difesa europeo.
Del
resto, la presidente della Commissione e la sua compagine governativa sono
espressione di un’Europa estremamente legata agli interessi delle industrie e
dei capitali per cui è sufficiente questo grado di integrazione per garantire
profitti e protezione, ma che non auspica una reale federalizzazione.
Il fatto che von der Leyen parli e concretizzi
un maggiore accentramento esecutivo nelle mani della Commissione, a discapito e
sorpassando (o riducendo a mere formalità) le prerogative del Parlamento,
rispecchia a sua volta quel processo di limitazione delle democrazie e di
aumento delle prerogative dell’esecutivo di cui si diceva e, al contempo, il
potere dei nazionalismi europei.
A
differenza del Parlamento, unico organismo eletto direttamente dai cittadini e
organizzato in gruppi politici paneuropei, la Commissione viene composta con
una forte influenza del Consiglio Europeo che riunisce i capi di Stato e di
governo ed è pertanto più vicina alle istanze nazionali rispetto al Parlamento.
Vi è
un ultimo rischio in questo processo.
Puntare
sugli eserciti nazionali è sempre rischioso perché sin dalla nascita degli
Stati-Nazione sono stati un luogo di creazione delle identità nazionali e di
diffusione del nazionalismo, anche perché la retorica che spesso li accompagna
è quella della mobilitazione dei cittadini in armi in difesa della patria.
Sotto
questo punto di vista non è proteggere l’Europa, ma proteggere l’Italia o la
Francia o tale Stato e solo secondariamente (e forse) l’Europa.
Il
rischio è quindi quello di alimentare ulteriormente i nazionalismi, anche
perché la retorica di guerra compatta intorno al governo in nome di una
situazione emergenziale – che esiste realmente ma che anche per questo
necessita di cautele in difesa della democrazia e dell’Europa – che giustifica
il ricorso ad un ampliamento dei poteri dell’esecutivo.
L’Europa
oggi è minacciata non solo dall’esterno, ma anche dal suo interno.
Abbiamo
bisogno di scelte radicali e di un europeismo radicale perché solamente
abbattendo gli Stati-Nazione e creando gli Stati Uniti d’Europa saremo in grado
non solo di garantire la difesa dei diritti, ma anche di dare una risposta al
processo di disgregazione delle istituzioni e dei trattati sovranazionali che
hanno evitato sino ad ora il ricorso ad ordigni atomici e il deflagrare di
conflitti mondiali.
Nonostante
i nazionalismi dicano il contrario, siamo tutti cittadini europei.
Il
problema è nell’UE e nella
sua
arroganza coloniale.
Rifondazione.it
– (10 lug. 2025) - Soumalia Diawara – ci dice:
Ci
denuncia la rabbia, ci ferisce la tristezza, ma il silenzio sarebbe complicità.
Dopo
le battute sul respingimento “in stile Piantedosi”, è arrivato il momento di
parlare sul serio.
Quello
che abbiamo visto non è solo l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza di un
ministro dell’Interno italiano, è qualcosa di molto più profondo:
il
riflesso strutturale dell’ipocrisia, dell’arroganza, e della totale mancanza di
rispetto che l’Unione Europea continua a riservare al continente africano.
Parliamo
di una delegazione europea inviata a Tripoli, con un mandato diretto della
presidente Ursula von der Leyen, ma chi ha autorizzato quella delegazione a
spostarsi senza permessi ufficiali fino a Bengasi? Nessuno.
Ed è proprio qui che riemerge con forza
brutale l’arroganza coloniale che ancora permea le istituzioni europee, e la
domanda è inevitabile: perché non hanno chiesto il permesso?
Perché
agire con tanta disinvoltura, sapendo che nessuno, davvero nessuno, lo avrebbe
negato se fosse stato chiesto?
È
questo che rivela la verità più scomoda:
non è
stato un errore diplomatico, ma una scelta consapevole, frutto di una mentalità
radicata nel dominio e nel disprezzo, una mentalità che dà per scontato che
l’Africa non meriti nemmeno l’atto formale del rispetto.
L’Europa
non ha mai veramente fatto i conti con la propria eredità coloniale, ha solo
cambiato forma al dominio.
Oggi
lo chiama “partenariato strategico”, “cooperazione allo sviluppo”, “gestione
dei flussi migratori”, ma la sostanza è rimasta la stessa: trattare l’Africa come un cortile di
casa, come uno spazio da sorvegliare, sfruttare, manipolare a proprio
piacimento.
Mi
chiedo: l’Unione Africana potrebbe mai mandare una delegazione non autorizzata
a Roma, a Berlino, a Parigi, o a Bruxelles?
No,
sarebbe considerato un affronto, un atto ostile, un’invasione diplomatica.
E
allora, perché l’Europa si arroga il diritto di fare ciò che agli altri nega?
Perché persiste questa mentalità tossica di superiorità?
Perché si continua a dare per scontato che
l’Africa non abbia voce, né dignità sovrana?
L’Europa
si scandalizza quando alcuni Paesi africani stringono alleanze con altri attori
geopolitici, Cina, Russia, Turchia.
Ma di
cosa si stupisce, esattamente?
Dopo
cinque secoli di razzie, schiavitù, occupazioni militari, sfruttamento
economico e culturale, imposizioni politiche, davvero pensano che l’Africa non
abbia il diritto di cercare alternative?
Il
vero problema è che in Europa manca la volontà, e forse anche il coraggio, di
fare autocritica.
Non si
vuole guardare allo specchio, si preferisce continuare a raccontare una
narrativa tossica e funzionale:
l’Africa
come continente caotico, corrotto, fragile, da “salvare”.
Una
narrazione che giustifica l’intervento e protegge lo status quo.
Ma
l’epoca in cui l’Africa poteva essere trattata come oggetto è finita.
È tempo di dire le cose con chiarezza: non si tratta
di un incidente diplomatico, si tratta di un atteggiamento sistemico.
È l’Europa intera che deve cambiare mentalità,
deve liberarsi della sua postura coloniale, deve imparare una volta per tutte a
costruire relazioni basate sul rispetto reciproco, non sull’arroganza imperiale
mascherata da “cooperazione”.
Finché
questo non accadrà, l’Africa continuerà a guardare altrove.
Non per dispetto, non per ideologia, ma per affermare
un diritto sacrosanto: quello all’autodeterminazione e alla dignità.
E a
chi continua a gridare all’“anti-occidentalismo” ogni volta che queste verità
vengono dette, diciamo: interrogatevi prima sulle vostre responsabilità
storiche e morali.
Chi
guida l’Europa oggi sta minando non solo il presente, ma anche il futuro del
continente, e delle sue nuove generazioni.
Abbiate il coraggio, se ve ne è rimasto, di
guardare in faccia la realtà, di dire le cose come stanno, di smetterla con
questa mentalità da padroni del mondo.
Altrimenti,
i veri nemici dell’Europa non sono altrove, sono già nelle sue capitali, a
partire da Bruxelles, dove una leadership arrogante e incapace sta portando
l’Europa verso il disastro morale.
Evitare
le trappole di una
Europa
Peter Pan.
Huffingtonpost.it
- Antonio Calabrò – (3 novembre 2025) – ci dice:
Una
vera e propria crisi politica e strategica dell’Europa, che sembra afona,
impaurita, malcerta, divisa.
Un
disastro da evitare, con umiltà, conoscenza, intelligenza, capacità di farsi
carico degli interessi e dei valori dell’“altro”.
Un
mondo da difendere, correggere, ricostruire e riformare.
“Un’Europa
Peter Pan, immobile nella sua adolescenza politica, oscillante tra nostalgia e
distrazione, mentre il mondo riscrive la geopolitica alla velocità della luce”,
scrive “Gabriele Segre” su “La Stampa”.
È
“immobile”, l’Europa, anche per “Agnese Pini”, direttrice di “QN” mentre “i
giganti” e cioè la Cina e gli Usa siglano “una pace gelida” e precaria in un
“nuovo mondo bipolare in cui manca la voce del Vecchio Continente”, incapace di
“fare scelte politiche e non contabili” (come dimostrano le discussioni sui
bilanci striminziti della Ue e dei singoli Stati).
Un’Europa
in difficoltà, “nell’era dei nuovi imperi” secondo “Lucrezia Reichlin” sul
”Corriere della Sera”, con assetti tali per cui “a livello politico sta
nascendo un sistema ibrido, dominato da Stati nazionali con connotati
imperiali” mentre a livello economico “il sistema continua a essere
caratterizzato da una globalizzazione che ignora le frontiere” e dove - va
aggiunto - dominato,
molto più che in passato, poche “Big Tech” potenti, spregiudicate, determinate
a immaginare un mondo in cui la democrazia si separa dai sistemi di libertà e
le nuove tecnologie ridisegnano radicalmente poteri, interessi, valori.
Quelle
di Segre, Pini e Reichlin sono tre voci, documentate e autorevoli, tra le
tante che oramai da gran tempo insistono sull’aggravarsi di una vera e propria
crisi politica e strategica dell’Europa, colosso economico ma nano politico,
incapace di fare valere il peso dei propri interessi e dei propri valori, d’una
pur nobile tradizione su cui si basa l’originale sintesi tra democrazia
liberale, economia di mercato e sistemi di welfare.
Un’Europa che adesso sembra afona, impaurita,
malcerta, divisa.
Eppure,
proprio adesso, si può intravvedere una via di ripresa europea, una scelta politica
di valore storico che, nonostante tutto, rimetta l’Europa, con autorevolezza e
incisività, sul palcoscenico di un mondo in rapido, travolgente e drammatico
cambiamento?
Una
ricetta facile non c’è.
Ma
sulle soluzioni alla crisi c’è comunque una sterminata letteratura, politica,
economica, sociale.
Compresi
quei due documenti essenziali che sono i Rapporti commissionati da Bruxelles e
firmati da “Mario Draghi” ed “Enrico Letta”, sulle scelte per la competitività
e sulla formazione, finalmente, del “Mercato Unico europeo” (con attenzione per
le transizioni ambientali e digitali e il mondo delle banche e della finanza).
Rapporti
sapienti e lungimiranti, lucidi e ricchi di analisi complesse e proposte
responsabili.
Lodati da tutti, ai vertici della Ue.
Eppur
lasciati a dormire, da oltre in anno, nei cassetti della Commissione e dei
governi dei paesi europei.
Il
nostro destino, dunque, è la paralisi?
Un’Europa colta e sofisticata ma impotente,
buona a fare solo da Grand Hotel per i nuovi potenti “imperatori del mondo”.
Il rischio è reale.
Eppure,
la strada delle cose da fare à tutt’altro che lastricata di idee e proposte
improbabili.
Sfogliando
i quotidiani delle ultime settimane (utilissimi, ancora una volta, i buoni
giornali) ci si imbatte in idee che meritano attenzione e impegno politico.
Come
quella di “Giulio Tremonti”, presidente della Commissione Esteri del Senato, ex
ministro dell’Economia e soprattutto presidente dell’”Aspen Institute Italia”
(autorevole think tank, capace di analisi ben informate e politicamente
trasversali):
“Unirsi per un commercio globale”, scrive Tremonti sul
“Corriere della Sera”, documentando come sia necessario “tornare allo spirito
di Bretton Woods, con un accordo tra Cina, Usa ed Europa” (quell’intesa, nel
1944, a guerra mondiale ancora in corso, regolava, nell’interesse comune, le
relazioni tra le monete) e seguire oggi una strada analoga per il commercio
mondiale.
E il commercio internazionale, come tutti
sanno, è competenza della Ue, non dei singoli Stati.
Ecco
il punto: il rilancio della Ue.
Fuori
dalla trappola dell’unanimità delle decisioni e dall’illusione di un
federalismo ai minimi termini in cui i singoli Stati siano la colonna portante
dell’Europa, i detentori dell’ultima parola.
Serve
più Europa, nonostante tutto.
E
un’Europa migliore, finendola di pagare oramai intollerabili prezzi alle
burocrazie di Bruxelles e ai miopi sovranismi.
Il voto olandese della scorsa settimana, a
favore delle forze politiche europeiste, per quanto sia un piccolo, debole
segnale, può fare riflettere.
Già
adesso, d’altronde, l’Europa si muove con maggioranze qualificate e prova ad
aggirare veti e unanimismi paralizzanti. Una strada da seguire e rafforzare.
Una strada “politica”.
In
attesa che maritino i tempi per una profonda riforma istituzionale.
I temi
su cui muoversi sono chiari: la sicurezza e la difesa (“La Ue deve ridiscutere
il contratto con gli Usa, coinvolgendo anche Regno Unito, Norvegia, Turchia e
Canada“, sostiene Mircea Genoana, ex vicesegretario della Nato), l’energia,
l’ambiente, le nuove tecnologie, la ricerca scientifica, la formazione e tutto
ciò che riguarda potenzialità, costi sociali e governance dell’Artificial
Intelligence, per la quale va costruita rapidamente una “via europea” che ci
sottragga al dominio di Usa e Cina.
Agenda
impegnativa. Politicamente ardua. Ma essenziale.
Ancora “Agnese Pini”:
“Oggi più che mai servirono scelte politiche,
non contabili.
Capacità
militare credibile in tempi rapidi con acquisti davvero congiunti.
Leve economiche comuni su energia e tecnologie
critiche per non restare in ostaggio della prossima ‘tregua’ tra Washington e
Pechino. Una linea negoziale europea sull’Ucraina che affianchi - o addirittura
bilanci - quella americana”.
Altrimenti, “se l’Europa continuerà a parlare
solo la lingua dei bilanci, non quella del potere, la pace - quando arriverà -
non avrà la nostra firma”.
Uno
dei grandi padri dell’Europa, “Jean Monnet”, ha sempre sostenuto che l’Europa
fa passi avanti e si costruisce nelle difficoltà.
Mai
come adesso il suo monito va ascoltato e tradotto in scelte politiche,
tempestive e lungimiranti.
C’è
una indicazione politica strategica, su cui fare leva per lasciare un’Europa
migliore alle nuove generazioni:
il vincolo di quell’impegnativo documento di
politica economica, culturale e sociale che è “Next Generation Ue”, il piano da
oltre 750 miliardi di investimenti (in buona parte con risorse raccolte sul
mercato finanziario internazionale, “debito buono”, dunque, per usare
un’espressione cara a Mario Draghi) varato con intelligenza progettuale per
fare fronte alle drammatiche conseguenze della pandemia Covid (e prima o poi
sarà necessario discutere che uso ne abbiamo fatto noi italiani con il Pnrr e
cioè se davvero, come e quanto ne abbiamo rispettato le indicazioni per lo
sviluppo).
Responsabilità
dei governanti europei, se davvero vogliono essere statisti, è occuparsi
appunto delle prossime generazioni e non solo dei prossimi bilanci e delle
prossime elezioni.
Ed è responsabilità anche di noi anziani, che
camminiamo sul viale di una stagione del tramonto che speriamo duri il più a
lungo possibile. Una responsabilità da spendere bene, forti anche d’una robusta
memoria storica, per intrecciare passato e futuro e dare finalmente forma
compiuta a quella “Europa come destino” in cui siamo vissuti, in una lunga
stagione di prosperità e di pace ma su cui oggi si allungano cupe ombre di
crisi.
Europa
fragile? Sì.
Politicamente,
economicamente, socialmente.
Nelle
relazioni interne ai singoli stati e allo spazio comune di Bruxelles.
E nelle relazioni internazionali.
Eppure,
proprio l’assunzione della fragilità come elemento fondante è un punto di forza
nella politica, nella democrazia, nell’impresa, nelle tecnologie, nei rapporti
personali e sociali.
Nei progetti per il futuro.
La forza, con coscienza critica e autocritica,
sta “oltre la fragilità”.
Ce lo
ricorda anche un “grande vecchio” della letteratura, “Jan McEwan”, britannico,
classe 1948, nel suo ultimo libro, “Quello che possiamo sapere”, Einaudi, un romanzo inquietante su
come potremmo essere visti nel prossimo futuro, nel ventunesimo secolo, in una
terra stravolta dal disastro climatico e dalla stupidità politica e
intellettuale (ne scrive acutamente “Caterina Soffici” su “La Stampa”: “Cosa
resterà di quello che siamo”).
Un
disastro da evitare, con umiltà, conoscenza, intelligenza, capacità di farsi
carico degli interessi e dei valori dell’“altro”.
Un
mondo da difendere e, contemporaneamente, correggere, ricostruire.
Riformare.
Le
parole sapienti, come quelle di McEwan, sono dunque adatte, benvenute.
E
tutti sappiamo bene quanto anche e soprattutto oggi la politica (e l’economia,
e la scienza) abbiano un fondamentale bisogno di buona letteratura.
La
postura difensiva
di
un’Europa a pezzi.
Comune-info.net
- Pasquale Liguori – (24 Marzo 2025) – ci dice:
La
retorica del riarmo europeo può essere letta anche come un tentativo disperato
di tenere insieme un sistema in frantumi.
Tuttavia
qualsiasi crisi, vista dal basso, non è solo pericolo, ma anche occasione per
cominciare a reinventare ciò che sembra immodificabile.
Rifiutare
l’Europa dei carri armati può essere oggi un primo passaggio con il quale
favorire una profonda metamorfosi dell’immaginario.
Esiste
un vasto pensiero critico da cui attingere.
(Unsplash.com)
L’Europa
vive una crisi di irrilevanza geopolitica.
Per
decenni si è concentrata sul godimento di una sorta di “dividendo di pace”,
dopo il 1989.
Ma con
lo spostamento degli interessi Usa verso altrove e il conseguente, progressivo
disimpegno statunitense dalle questioni europee, il Vecchio Continente si
scopre “sorpassato” dalla storia: incapace di sostenere il passo delle nuove
potenze, politicamente frammentato, strategicamente dipendente dagli Usa e, al
tempo stesso, attraversato da micidiali crisi interne (mediocrità politica,
fascismo redivivo, scenari produttivi e culturali al ribasso, depressione
energetica e del welfare, polarizzazione e disuguaglianza sociale).
L’iniziativa
russa in Ucraina ha agito da detonatore, facendo esplodere il senso di
insicurezza e di perdita di controllo degli europei.
Sentendosi
messi da parte dagli eventi globali, i leader UE invece di interrogarsi sul
ruolo dell’Europa in un mondo multipolare, hanno adottato una postura difensiva
e regressiva, tornando a vestire la vecchia armatura militare.
È un
riflesso tanto pericoloso quanto gretto: di fronte alla fine della propria
centralità, l’Occidente si ripiega su un immaginario di dominio perduto,
cercando di riaffermarsi con la forza anziché ripensarsi con creatività e
adattamento.
È di
“Norbert Trenkle”, del gruppo “Krisis”, il concetto di “esternalizzazione
dell’autoritarismo”:
proiettando tutta la violenza e
l’irrazionalità fuori di sé (nel nemico), l’Occidente adotta risposte
autoritarie e militariste al proprio interno.
E così, in nome della sicurezza, si invocano
politiche che limitano le libertà civili, si richiama un’unità nazionale
acritica (chi dissente è accusato di disfattismo o di “fare il gioco del
nemico”), si deviano fondi pubblici dai bisogni sociali al complesso militare.
Il risultato è che i Paesi UE assumono
dimensioni autoritarie, nazionalistiche o militaristiche per isolarsi dalla
minaccia percepita.
Questo
è un chiaro passo indietro rispetto ai tanto declamati valori europei di pace e
pluralismo che rischiano la decomposizione se consegnati a borghesi adunatine
di piazza richiamate dal pifferaio mainstream.
Come
appunto accaduto di recente a Roma, dove non sono mancati fervidi proclami
suprematisti, razzisti anche a dispetto dei genuini ideali di quei manifestanti
mossi da un’immagine europea totalmente differente.
Dunque,
invece di innovare il proprio ruolo nel mondo, l’Europa cerca di conservare un
potere in declino ricorrendo a strumenti di forza bruta e chiusura che
appartengono a un’epoca passata.
In tal
senso, come non far riferimento a Israele, emblema del fronte egemonico
occidentale in crisi?
Per decenni avamposto dell’Occidente in Medio
Oriente, Israele è sostenuto politicamente e militarmente da Usa ed Europa.
Oggi vediamo come il genocidio in atto dei
palestinesi – spesso giustificato in nome della sicurezza e di presunti “valori
occidentali” contro il terrorismo – testimoni il livello spaventoso di
corruzione etica e politica raggiunto da Israele e dai suoi sponsor
euroatlantici.
L’oppressione
a Gaza e in Cisgiordania mostra al mondo immagini di devastazione e crimini
coloniali che annientano la credibilità morale dell’Occidente.
Il sostegno acritico a Israele è l’ennesima
prova dell’ipocrisia occidentale:
proclami
universali di diritti umani da una parte, ma complicità con l’oppressione
coloniale dall’altra.
“Frantz
Fanon”, il grande pensatore anticolonialista, ci allertava contro i miti
umanisti europei che sottendono la violenza:
«Lasciamo
questa Europa che non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo
dovunque lo incontra, a tutti gli angoli del mondo».
Oggi,
queste parole risuonano ancora:
nelle
guerre per procura, nel razzismo sistemico, nelle disuguaglianze globali,
riconosciamo la coda avvelenata dell’ideologia di dominio occidentale.
L’Europa,
incapace di fare davvero i conti con il proprio passato coloniale, rischia di
replicarne gli schemi:
quando
estende la sua influenza militare ad Est (allargamento Nato) o quando sostiene
l’occupazione israeliana ripropone dinamiche di espansione ed esclusione
tipiche dell’imperialismo storico.
Come
siamo arrivati a questa situazione?
Come
l’Europa – che si fa vanto della custodia di princìpi democratici e cosmopoliti
– ricade nella trappola di un pensiero così tecnocratico e regressivo?
Questa involuzione può esser messa a fuoco
dall’analisi di “Cornelius Castoriadis” sull’immaginario capitalistico
occidentale.
Secondo l’intellettuale greco-francese, tanto
le società capitaliste liberali quanto quelle burocratiche di stampo sovietico
condividevano un medesimo immaginario centrale:
la
volontà di padronanza razionale illimitata sulla natura e sulla società.
L’Occidente
moderno ha coltivato il mito che grazie alla tecnica, all’economia e alla
scienza si possa ottenere un controllo totale sul corso della storia e sul
mondo naturale.
Questo
“desiderio di dominio razionale” è divenuto una sorta di religione laica:
si è
assunto che lo sviluppo economico e tecnologico siano valori in sé, che il
calcolo razionale (del profitto, dell’efficienza) possa risolvere ogni problema
umano.
“Castoriadis”
critica ferocemente questa prospettiva, definendola un immaginario eteronomo
che asservisce la società a entità astratte (il mercato, lo Stato
pianificatore, la tecnica) e soffoca la vera autonomia collettiva.
Nel
contesto attuale, vediamo all’opera proprio la razionalità tecnocratica priva
di immaginazione che Castoriadis disapprovava.
Di
fronte a sfide complesse – crisi geopolitica, crisi ecologica, crisi sociale –
le élite occidentali reagiscono come ingegneri sociali dall’occhio freddo:
spostano bilanci, progettano alleanze militari, innalzano muri burocratici, il
tutto trattando la società come un meccanismo da registrare e correggere.
Ma questa razionalità strumentale manca
totalmente di visione d’insieme e di senso.
È, in
effetti, un immaginario sterile che non sa offrire significati condivisi né
prospettive di emancipazione.
Secondo”
Anselm Jappe”, uno dei teorici della “Wertkritik” (critica del valore) e del
gruppo “Krisis”, il capitalismo può anche aver migliorato il benessere
materiale in parte del mondo, ma ha creato un’immensa sensazione di vuoto,
colonizzando ogni sfera della vita e trasformando tutte le attività dotate di
senso in semplice consumo di merci.
Questa
analisi coglie nel segno la crisi di significato che attanaglia l’Occidente.
Da
tempo le nostre società sperimentano un malessere profondo, un’insignificanza
crescente: il benessere materiale non ha portato felicità né coesione, la
crescita illimitata ha distrutto legami sociali e ambiente, l’individualismo
consumista ha lasciato macerie morali.
Eppure,
di fronte a questa crisi, i governanti non sanno far altro che accelerare sulla
stessa strada fallimentare, ora con la scorciatoia bellica. È come se di fronte al senso di
vuoto, l’Europa cercasse rifugio in un ritorno del rimosso: il nazionalismo e
il militarismo, appunto, che dovrebbero restituire un’identità e una direzione
storica.
Ma è
un tragico autoinganno.
“Gilles
Deleuze” stesso notava con lucidità che “tutto è razionale nel capitalismo,
tranne il capitalismo stesso”.
L’economista può spiegare razionalmente i
meccanismi del mercato, il generale può pianificare razionalmente una guerra, e
tuttavia il risultato complessivo è delirante, folle.
In altre parole, la ragione tecnocratica
occidentale è solo la facciata di un’irrazionalità profonda.
“Deleuze”
osserva che ogni società è attraversata da desideri e spinte inconsce:
“Sotto ogni ragione c’è delirio” e il capitalismo
moderno non fa eccezione.
Anzi,
in esso i fattori deliranti (brama di potere, di profitto, volontà di
sopraffazione) si combinano in modo particolarmente perverso con la razionalità
strumentale.
Ad
esempio, ciò spiega perché intere popolazioni possano arrivare a desiderare la
propria repressione:
c’è, dice “Deleuze”, una sorta di “amore
disinteressato per l’apparato oppressivo” che porta la gente ad accettare –
persino volere – misure di controllo che sviliscono e impoveriscono.
Pensiamo
a un certo orgoglio bellicista che può pervadere l’opinione pubblica all’inizio
di una guerra, o al consenso per leggi speciali di sicurezza che restringono
libertà:
è la
dimensione desiderante e irrazionale che entra in gioco, travestita da
necessità razionale (“dobbiamo difenderci, dobbiamo sacrificarci per la patria”
ecc.).
Questa diagnosi alla Deleuze sembra descrivere
perfettamente la psicologia collettiva occidentale odierna:
per
paura del nemico o per risentimento, molti finiscono per abbracciare proprio
quel meccanismo oppressivo che li danneggerà – ad esempio accettando i tagli al
welfare e l’economia di guerra come prezzo da pagare per sentirsi al sicuro.
Il
dominio tecnocratico, insomma, regge non solo grazie alla forza ma perché fa
leva su un immaginario impoverito, su desideri manipolati.
Il
capitalismo globale è entrato da decenni in una fase di crisi fondamentale e
irreversibile.
La caduta della redditività, i limiti interni del
sistema (automazione, saturazione dei mercati) e le crisi ecologiche ed
energetiche segnano la fine della possibilità di uno sviluppo illimitato.
Di
fronte a questi limiti, l’unica risposta del capitale è la “fuga in avanti”:
finanza
fittizia, debito, e – implicitamente – distruzione e conflitto.
In
effetti, quando la valorizzazione economica arranca, la tentazione della via
d’uscita militarista riemerge storicamente:
le
guerre possono distruggere il capitale in eccesso, aprire nuovi mercati
(ricostruzione), compattare le popolazioni attorno a un progetto quando non ci
sono più progetti di prosperità credibili.
Non a
caso due guerre mondiali scoppiarono dopo periodi di globalizzazione e crisi
economica (la
Belle Époque prima del 1914, e la Grande Depressione prima del 1939).
Oggi,
con la poli-crisi che affligge l’Occidente, tornano i tamburi di guerra.
La retorica del riarmo europeo può essere letta anche
come un tentativo disperato di tenere insieme un sistema in frantumi.
Invece
di riconoscere che il modello neoliberista-finanziario è finito, le classi
dirigenti preferiscono militarizzare i problemi, creando un nemico esterno per
deviare il malcontento interno.
Ma in
ultima analisi, questa è una non-soluzione che aggrava tutti i problemi: non
elimina la stagnazione economica (anzi distoglie risorse da investimenti
produttivi sostenibili), aggrava la frattura sociale interna, e aumenta
l’insicurezza globale.
Di
fronte a questa fosca diagnosi, sorge spontanea la domanda:
esiste
una via d’uscita?
Come
sfuggire a questo immaginario di dominio occidentale morente, che però ancora
miete vittime e rischia di trascinarci in nuovi conflitti?
La buona notizia è che il pensiero critico evocato in
queste considerazioni converge sull’idea che sia necessario un immaginario
radicalmente nuovo per costruire pace e convivenza in una società complessa.
Pur
provenendo da esperienze diverse, tutti denunciano l’insufficienza
dell’immaginario esistente e indicano la necessità di inventare concetti e
orizzonti alternativi.
Già “Fanon”, al termine de “I dannati della
terra”, lancia un appello accorato:
«Per
l’Europa, per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna rinnovarsi,
sviluppare un pensiero nuovo, tentare di metter su un uomo nuovo».
L’uomo
nuovo di “Fanon” rappresenta proprio il superamento dell’umanesimo ipocrita
dell’Europa coloniale, in favore di un’umanità diversa, riconciliata, liberata
tanto dall’oppressione coloniale quanto dall’alienazione capitalistica.
In
modo analogo, “Castoriadis” insisteva sulla necessità di rompere l’immaginario
istituito e aprire spazi all’immaginario radicale: cioè, alla capacità creativa
della società di darsi altri fini, altri significati, altre forme di
organizzazione.
Egli sosteneva il progetto di autonomia:
le
società devono poter deliberare sui propri obiettivi ultimi, invece di
lasciarsi trascinare da pseudo-leggi economiche o tecnocratiche.
Ciò
implica anche recuperare dimensioni qualitative:
la
cura dell’ambiente, la solidarietà, la partecipazione diretta, la pluralità
culturale, tutti elementi che cozzano con la fredda razionalità strumentale
dominante.
Immaginare
la pace, in questa prospettiva, significa prima di tutto immaginare un altro
modo di vivere.
Non si
può costruire una pace duratura semplicemente bilanciando potenze militari o
firmando trattati dall’alto, se sotto persiste la logica competitiva e
predatoria.
Occorre un’altra visione del mondo, dove la
sicurezza non derivi dalla minaccia e dalla deterrenza, ma dalla giustizia e
dalla cooperazione.
Lotte
sociali, movimenti all’insegna di “Welfare, non warfare”, dell’insegnamento
resistente che proviene da donne e uomini della Palestina liberata e libera,
delle rivendicazioni giovanili per un futuro senza odi né muri, spingono a riflettere su come
spezzare l’incantesimo della violenza astratta del capitale e ricostruire un
rapporto diverso tra gli esseri umani, con la terra (“t” minuscola e maiuscola).
L’Europa,
dopo l’orrore di due guerre mondiali, seppe immaginare la riconciliazione, il “welfare
state”.
Quei
progetti oggi mostrano la corda, non è più sufficiente “pace interna” europea,
ma pace globale, fondata su un ordine multipolare cooperativo.
Significa innanzitutto fare autocritica:
riconoscere i crimini coloniali, le
ingiustizie del passato e del presente, e porvi rimedio con atti concreti
(dalla decolonizzazione dei rapporti economici alla risoluzione diplomatica dei
conflitti regionali in cui l’Occidente è coinvolto).
Significa
ridurre drasticamente le spese militari per investire in un vero “dividendo di
pace”:
sanità,
istruzione, conversione ecologica delle economie, solidarietà internazionale.
Non è
utopia ingenua – utopistico è piuttosto credere che aumentando gli armamenti si
otterrà la sicurezza.
La
vera sicurezza ontologica per le persone non può venire da muri militarizzati,
ma da una società che garantisca dignità e senso a tutti.
Smontare
la narrazione dominante del riarmo è un primo passo necessario per evitare che
l’Europa sprofondi in un futuro di conflitto e declino civile.
Questa narrativa si rivela, alla luce della
critica, per quello che è:
una
risposta regressiva e dettata dalla paura, che tenta di esorcizzare la crisi
dell’Occidente riproponendo vecchi miti (il nemico barbaro alle porte, la
salvezza nelle armi, l’unità forzata contro l’altro).
Le
testimonianze che raccolgo sono un invito a voltare pagina.
Sta a
noi raccogliere queste intuizioni e tradurle in pratica politica. Invece di un’Europa armata e
impaurita, possiamo lottare per un’Europa disarmata e solidale, capace di
contribuire a un mondo multipolare equilibrato.
Questo richiede coraggio intellettuale e
morale, ma la posta in gioco è altissima: riscattare l’Occidente da sé stesso,
liberandolo dal suo immaginario di dominio, e aprire finalmente lo spazio per
un’era nuova di pace, autonomia e coevoluzione tra i popoli.
Le crisi non sono solo pericoli, ma anche
occasioni per reinventare ciò che sembrava immodificabile.
L’Europa
può ritrovare un ruolo nel mondo, ma non con i carri armati: soltanto con una
profonda metamorfosi del proprio immaginario.
È
tempo di scegliere se continuare a camminare verso il baratro con lo sguardo
fisso negli specchietti retrovisori della storia, oppure se immaginare e
costruire collettivamente un futuro diverso.
La
seconda opzione è senza dubbio la più difficile, ma è l’unica che meriti
davvero le nostre energie.
Come
disse” Fanon”, “l’ultima grande battaglia dell’uomo” è quella di recuperare la
propria umanità – ed è una battaglia che non si vince con le armi, ma con
l’immaginazione, la creatività e la solidarietà.
L'Europa
può ancora sognare.
Corriere.it
- Goffredo Buccini - (3 gennaio 2025) – ci dice:
Stretta
fra la tecnocrazia autocratica salita al potere in America e le dittature
imperialiste dell’Asse del caos, l’Unione europea rischia di pagare pegno alla
propria incompiutezza.
Vaso
di coccio tra vasi di ferro, la nostra Europa affronterà nei prossimi mesi uno
dei periodi più delicati della sua vicenda comunitaria.
In una
situazione che, in fondo, somiglia un po’ a quella della “Lega Italica”,
incapace coi suoi staterelli di opporsi agli appetiti dei potenti sovrani
stranieri del tempo, già proiettati nella modernità quattrocentesca dello Stato
assoluto.
Spesso la storia è spietatamente darwiniana e
bisogna lavorare per non essere i prossimi a soccombere nella selezione
naturale.
Stretta
fra la tecnocrazia autocratica salita al potere in America e le dittature
imperialiste dell’”Asse del caos”, l’Unione europea rischia di pagare pegno
alla propria incompiutezza, non più compatibile coi modi voraci di questo tempo
disordinato.
Certo,
ci unisce agli Stati Uniti la fedeltà atlantista, ma non è ben chiaro quali ne
saranno i confini nella nuova interpretazione di Donald Trump, di sicuro più
restrittiva e costosa di quella adottata dall’amministrazione Biden.
Certo,
il blocco antioccidentale saldatosi negli anni attorno a Russia e Cina mostra
crepe, a cominciare dal mutato scenario siriano che ha privato Mosca della sua
base d’appoggio mediorientale e l’Iran del suo corridoio sciita fino al Libano
degli Hezbollah.
E
tuttavia non v’è dubbio che le nostre lentezze nell’adeguare la casa comune
alle nuove urgenze geopolitiche (i nostri troppi «particolarismi»)
costituiscono un punto di fragilità con cui fare i conti, come ha ricordato su
queste colonne” Lucrezia Reichlin”.
C’è
uno iato molto vistoso fra l’impeto declaratorio dei vertici dell’Unione e la
loro capacità di azione concreta.
La nostra politica verso l’Ucraina ne è
l’esempio più evidente («con Kiev fino alla vittoria», proclamava ancora Ursula von
der Leyen mentre membri della Ue vicini a Putin come l’Ungheria di Orbán o la
Slovacchia di Fico remavano in senso opposto):
e non è certo questo l’unico caso.
Siamo di continuo condannati alla vaghezza in
politica estera — e in altre materie essenziali all’esistenza di qualsiasi
forma effettiva di statualità, come difesa e fiscalità — dal principio di
unanimità che ci trasciniamo dietro da decenni ed equivale a un diritto di veto
in capo a ciascuno dei 27 Stati della Ue, per piccolo che sia.
Ci
spelliamo le mani plaudendo al rapporto Draghi che richiede debito comune per
comune sviluppo nell’innovazione e nella sicurezza ma continuiamo a
cincischiare sul tema, senza così riuscire a chiudere la ferita aperta nelle
coscienze dei cittadini europei dalla crisi che tra il 2009 e il 2012 travolse
la Grecia e impattò pesantemente sul destino politico di Paesi dal bilancio
fragile, Italia in primis.
Siamo
zavorrati dal senso complessivo del “Trattato di Lisbona”, che nel 2007 riempì
il vuoto lasciato dalla “Costituzione europea bocciata due anni prima” e che,
tuttavia, ha tracciato per l’Europa contorni da organizzazione intergovernativa
intenta a regolamentare le dimensioni di mele e zucchine e non da federazione
capace di progettare e proteggere l’avvenire degli europei di domani.
Ciò
nonostante, c’è chi ci fa credito.
“Martin
Wolf”, stilando sul “Financial Times” il lungo elenco di enormi sfide che ci
attendono (aggravate dal disordine politico della Germania e della Francia) non
manca di enumerare i grandi «successi storici» della Ue, ricordando la sua
capacità di crescere, passo dopo passo, crisi dopo crisi.
Nel suo bel saggio “Patrie”, “Timothy Garton
Ash” osserva che l’Europa, pur con tutti i suoi passi falsi, è oggi di gran
lunga migliore di quella di mezzo secolo fa, per non parlare del mattatoio
ch’era stata nei decenni precedenti.
Perché
non dovrebbe continuare a progredire?
Immaginare
una” silver line” al di là delle nubi è solo sciocco ottimismo?
L’Europa
è oggi, nonostante i suoi gravi difetti o forse proprio grazie ad essi,
l’ultimo spazio ancora aperto alla politica, intesa come discussione complessa
volta alla composizione di interessi contrapposti.
In
America il linguaggio politico è stato destrutturato fino all’annullamento
dalla campagna di “bufale pop” di Trump e dall’”invadenza situazionista “di
Elon Musk, una specie di “Joker 4.0” emerso dal brodo postdemocratico dei
tycoon della West Coast.
Nella
Russia dei “gulag polari per dissidenti” o nella Cina dei campi di internamento
di “Xinjang” un linguaggio politico come noi lo intendiamo è semplicemente
escluso alla radice.
Insomma,
resta intatta la nostra vera cifra di seduzione.
Quella che vent’anni fa fece preconizzare (con
parecchio ottimismo) a “Jeremy Rifkin” la prevalenza di un «sogno europeo».
Certo,
il “soft power europeo”, da unica potenza «vegetariana», non basta più da solo.
Ma tagliare la burocrazia per decidere prima e meglio
significa politicizzare e dunque «federalizzare» almeno alcuni settori
strategici, magari con forme di cooperazione rafforzata e strappi necessari
nella tela dell’unanimismo:
questo
passaggio per essere compiuto va metabolizzato almeno dalla destra più
razionale, incarnata in Europa dalla premier italiana Meloni.
La coscienza delle proprie fragilità e i
timori che ne conseguono possono essere in definitiva stimoli preziosi.
Così è
accaduto davanti alla pandemia, col grande sforzo comune che ci ha salvato.
Ora non è il caso di attendere impreparati
un’emergenza che potrebbe precipitare sui nostri mercati o alle nostre
frontiere.
Ciò
che non ha potuto la visione dei padri fondatori potrà la paura dei tiranni
alle porte?
Sperarlo non è solo lecito, è doveroso.
Poiché
la speranza non è stolido ottimismo:
è,
come disse “Vaclav Havel” uscendo da un carcere della Cecoslovacchia comunista,
la capacità di lavorare per qualcosa «perché è buono».
Che fine
ha fatto Syriza?
Jacobinitalia.it - Panagiotis Sotiris – (8
Gennaio 2025) - Redazione – ci dice:
Il
partito di Tsipras era una speranza per la sinistra europea.
Oggi si dibatte in una crisi interna che
sembra non finire mai.
La
causa è l’assenza di un’analisi seria sulla strategia e sull’incapacità di fare
davvero i conti con l’Ue.
Prima
come tragedia, poi come farsa e infine come quel finale di stagione di una
sit-com mediocre in cui ogni possibile espediente, anche se palesemente
ridicolo, viene utilizzato per attirare un po’ di interesse da parte del
pubblico.
Ecco
un modo per descrivere la completa implosione di Syriza, il partito che a un
certo punto ha rappresentato una grande speranza della sinistra europea.
Anatomia
di una crisi.
Syriza
ha subito un’altra scissione e ora è un partito molto più piccolo. “Stefanos
Kasselakis”, il successore di “Alexis Tsipra”s alla presidenza, non solo è
stato estromesso da una nuova maggioranza del Comitato centrale, ma gli è stato
anche impedito di partecipare alle elezioni per la leadership interna.
Dopo
aver mobilitato i suoi sostenitori per imporre la propria candidatura, anche
organizzando una protesta di massa all’esterno della sede in cui si è svolto il
Congresso tra l’8 e il 10 novembre, “Kasselakis” ha lasciato il partito insieme
ad alcuni parlamentari ed è passato a fondarne uno proprio, il “Movimento della
Democrazia”, che conta cinque parlamentari.
Come
risultato della “scissione di Kasselakis” o semplicemente dell’abbandono di
Syriza da parte di alcuni parlamentari, il” Pasok” [il partito della
socialdemocrazia greca, ndt] ha ormai sostituito Syriza come principale partito
di opposizione in Parlamento.
Allo
stesso tempo, il partito sta crollando nei sondaggi e – dopo aver eletto nel
frattempo un nuovo leader, “Sokratis Famellos” – si attesta attualmente intorno
al 6-7%.
Per
rendere le cose ancora più complesse, all’interno dell’attuale «base» di
Syriza, notevolmente ridotta, è sembrata emergere una corrente a favore di “Kasselakis”,
nonostante egli non abbia mai avuto alcun retroterra all’interno della sinistra
e che, nonostante la sua retorica populista, non sia riuscito ad aumentare la
popolarità di Syriza.
Questa
crisi segna la fine del percorso politico di Syriza.
Ha
perso quasi tutto il proprio capitale politico ed è diventato un partito molto
più piccolo, tormentato da lotte interne.
E non
a caso il “Pasok” sta andando molto meglio nei sondaggi, essendosi già
assicurato il secondo posto, anche se a notevole distanza dal partito di destra
al governo “Nuova Democrazia”.
Come
ha fatto un partito che quasi un decennio fa aveva vinto le elezioni ad arrivare
così vicino all’irrilevanza politica?
Questo risultato si può spiegare osservando la
sua traiettoria.
Syriza
è stata catapultata in una posizione centrale sulla scena politica greca non
perché avesse un’ampia base all’interno della società – era un partito
relativamente piccolo – ma a causa dell’acuta crisi sociale e politica che si è
verificata nel 2012.
I «memorandum» imposti dalla famigerata “Troika”,
composta da Unione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea – i tre soggetti responsabili della
gestione dei salvataggi della Grecia, di Cipro, dell’Irlanda e del Portogallo –
hanno
portato a dure misure di austerità che hanno causato una crisi economica e
sociale all’interno della Grecia.
È
stato in quel momento, quando i rapporti di rappresentanza politica ed
elettorale stavano collassando in modo accelerato, che Syriza è riuscita a riempire il
vuoto suggerendo che l’unica alternativa alla violenza economica dettata dalla
Troika fosse quella di formare un «governo di sinistra».
Quel
momento è arrivato nel 2015, quando Syriza ha vinto le elezioni.
Tuttavia,
nonostante abbia ottenuto un significativo consenso elettorale, è rimasto un
partito con un grande seguito elettorale ma con una scarsa presenza organizzativa.
Non ha mai goduto dei legami con la classe
lavoratrice, la piccola borghesia, i movimenti sindacali e le amministrazioni
locali che aveva il Pasok.
Per la maggior parte del suo elettorato,
Syriza ha rappresentato un voto, non una coalizione sociale e politica
«organica».
Inoltre,
non ha mai elaborato una vera e propria strategia per affrontare l’Ue.
In
particolare, il persistente attaccamento alla «via europea» ha impedito di
elaborare un piano per l’uscita dall’Eurozona.
E questo perché, nonostante una retorica
spesso radicale, la sua linea politica fondamentale è sempre stata quella
riformista con forti elementi di «europeismo di sinistra».
La
forza dell’Europa.
Di
conseguenza, quando l’Ue ha usato l’Eurozona per fare pressione sul governo
greco, Syriza, non volendo mettere in conto una rottura con l’Ue, non ha potuto
far altro che capitolare, anche dopo aver ottenuto il sostegno al referendum
del 2015 contro il memorandum.
Ha poi
rivinto le elezioni nel 2015, nonostante la sua capitolazione e il fatto che
l’ala sinistra del partito fosse uscita formando un nuovo partito chiamato “Unità
Popolare”.
Tuttavia,
il fatto che Syriza abbia trattato il «no» del referendum ai diktat dell’Ue
come un «sì» e abbia negoziato un terzo memorandum ha portato solo a un trauma
più profondo all’interno delle classi sociali e dei gruppi che hanno aiutato
Syriza a raggiungere il potere.
Per
molti, le sue azioni hanno minato la fiducia che il partito – e Tsipras in
prima persona – fosse in grado di mantenere saldamente le proprie promesse e
impegni politici.
Al
potere, Syriza ha attuato un programma pienamente neoliberale di austerità e
privatizzazione.
Per
certi aspetti ha dimostrato di avere più successo dei suoi predecessori
nell’assicurare che le richieste della Troika fossero debitamente soddisfatte.
Sebbene
abbia cercato di mantenere l’apparenza prendendosi cura delle fasce più povere
della società, il suo programma non ha fatto nulla per alleviare la povertà o
rafforzare la condizione della working class.
Ciò ha
creato un forte senso di disillusione e delusione nell’elettorato. Syriza ha
quindi perso le elezioni del 2019, riportando al potere “Nuova Democrazia”.
Tra il
2019 e il 2023 Syriza si è mostrata incapace di opporsi seriamente a Nuova
Democrazia, nonostante i vari problemi di quest’ultima, e nonostante la Grecia
abbia avuto uno dei peggiori tassi di mortalità durante la pandemia.
La
strategia di Syriza in quel periodo è stata quella che potrebbe essere
descritta come una strategia di attesa del «frutto maturo»:
il malcontento per la politica del governo
avrebbe portato, naturalmente, al ritorno di Syriza al potere.
Durante
questo periodo, Syriza non ha fatto una vera e propria valutazione o
autocritica del periodo tra il 2015 e il 2019, e non si è domandata quale
programma politico e quale strategia avrebbero potuto indicare un’alternativa.
Il
governo di “Nuova Democrazia” ha approfittato delle spese statali durante la
pandemia per solidificare la propria base sociale, ottenendo così una vittoria
molto netta alle elezioni del 2023 e rimanendo al potere.
Syriza, invece, ha perso una parte
significativa dei suoi voti.
Nel
2023 ha ottenuto solo il 17,83%, rispetto al 31,53% del 2019.
L’anno
successivo è poi quello della crisi politica e organizzativa nel mezzo della
quale Tsipras, leader indiscusso del partito fino a quel momento, ha deciso di
dimettersi e di indire nuove elezioni per la presidenza.
“Kasselakis”
proveniva dal mondo degli affari, aveva un passato nel settore navale negli
Stati uniti e non aveva alcun legame con la sinistra.
Anzi,
a un certo punto si era registrato come repubblicano [per le primarie degli
Stati Uniti, ndt].
Senza
un vero programma si è promosso interamente attraverso i social media.
Ma era
anche giovane, fotogenico e usava liberamente la retorica populista.
Al
momento delle elezioni per la leadership, la base di Syriza, politicamente
ormai disorientata, era più che disposta a eleggere un perfetto sconosciuto
come Kasselakis.
Dopo
la sua vittoria, però, un settore importante ha scelto di andarsene, formando “Nuova
Sinistra”, un partito che, nonostante il numero impressionante di ex ministri
tra le sue fila, ha faticato a superare nei sondaggi la soglia del 3% (non
riuscendo a eleggere un deputato europeo alle elezioni europee del 2024).
Tsipras
è rimasto per lo più in silenzio sulla situazione interna.
L’ex leader ha fondato una propria fondazione
politica e ha fatto interventi pubblici su questioni politiche generali senza
essere coinvolto nella politica del partito.
Ciò ha
indotto gli osservatori a ipotizzare un suo ritorno.
“Kasselakis”
ha preferito la retorica populista semplicistica alla sostanza.
Come dirigente del partito ha promosso persone
a lui amiche in posizioni di potere all’interno dell’apparato.
Ha
inoltre indebolito i media del partito non adottando misure che ne garantissero
il finanziamento.
Questo
ha portato a scioperi costanti da parte dei dipendenti, preoccupati per la loro
sicurezza lavorativa.
Alle elezioni europee del maggio 2024, Syriza
ha ottenuto un risultato negativo e ha conquistato solo il 14,92% dei voti, un
risultato che ha portato a contestare la leadership di Kasselakis e la sua
mancanza di strategia o di sostanza politica.
Si è
così formata, all’interno del Comitato centrale, una maggioranza contraria alla
sua leadership che, oltre a estrometterlo dalla presidenza, gli ha impedito di
candidarsi alle successive primarie.
“Kasselakis”
ha reagito minacciando le vie legali, provocando così una crisi che ha
raggiunto l’apice al congresso.
Dopo
la rottura con Kasselakis, “Syriza” ha proceduto con l’elezione di un nuovo
leader.
La corsa è stata tra “Famellos”, per qualche
tempo leader del gruppo parlamentare, e “Pavlos Polakis”, un deputato popolare
tra la base del partito per la sua retorica dura.
Alla
fine è stato eletto “Famellos”, che ha ottenuto quasi il 50%, mentre Polakis ha
rinunciato al ballottaggio in nome dell’unità.
Le
fonti di questa crisi risiedono negli eventi dell’estate 2015, culminati nel
referendum sui memorandum della Troika e nella successiva accettazione delle
sue imposizioni.
All’indomani
di questi eventi, è emersa una frattura insanabile tra Syriza e importanti
segmenti della società greca, una frattura che non è mai stata affrontata a
causa dell’assenza di una seria autocritica e di una spiegazione, nonché di una
visione strategica che non fosse la ripetizione dell’orientamento tradizionale
da centro-sinistra.
Syriza
non ha mai elaborato una strategia o una posizione radicale e non è mai andata
oltre i limiti di un riformismo post-eurocomunista – una prospettiva che l’ha
resa incapace di concepire una seria alternativa a Nuova Democrazia.
Il
rifiuto di prendere in considerazione una probabile rottura con l’Europa ha
fatto sì che, anche mentre la Grecia soffriva le misure dell’Eurozona, Tsipras
fosse incapace di avanzare una critica alle cause della crisi.
L’esperienza
di governo e la decisione di un posizionamento socialdemocratico e di
centro-sinistra non hanno fatto altro che peggiorare le cose, mentre
l’incapacità di un reale radicamento nei movimenti e nelle amministrazioni
locali ha fatto sì che il rapporto di Syriza con la “working class” e altri
strati sociali subalterni non si sia mai sviluppato.
Anzi,
è diventato ancora più fragile, culminando con l’abbandono da parte di questi
gruppi sociali.
Il declino di Syriza ha anche spostato
l’equilibrio politico delle forze a destra.
Tre
partiti di estrema destra hanno superato la soglia del 3% alle elezioni europee
dello scorso anno e hanno inviato loro rappresentanti al Parlamento europeo.
Ci
sono molte lezioni da imparare da questa esperienza.
Dire
semplicemente che l’intera sequenza di eventi fosse fin dall’inizio destinata a
concludersi con una sconfitta significa sottovalutare enormemente il potenziale
politico scatenato nella prima metà degli anni Dieci in Grecia.
La
crisi dell’Eurozona e l’opposizione di massa alla Troika hanno indicato
seriamente alla sinistra un percorso per conquistare il potere e utilizzarlo
nell’interesse delle classi popolari.
Ma
senza una strategia di confronto o di rottura con l’Eurozona, sostenuta dalla
mobilitazione dei movimenti, non era possibile un percorso di sinistra per la
Grecia che non culminasse in fallimenti spettacolari e tragedie politiche.
(Panagiotis
Sotiris è un giornalista e insegna alla “Hellenic Open University”).
Una
nuova legge per motivare gli elettori.
Repubblica.it
- Michele Ainis – (17 ottobre 2025) – ci dice:
È
necessaria per combattere l’astensionismo.
Dal
premierato al premierino.
Per il primo obiettivo occorre cambiare la
Costituzione, con tutte le insidie del caso, a partire da un referendum che
chissà come va a finire. Per il secondo basta cambiare la legge elettorale.
Facile,
se hai una maggioranza blindata in Parlamento.
E poi la riforma della riforma elettorale è il
nostro sport nazionale.
I
tedeschi mantengono lo stesso sistema dal 1956, i francesi dal 1958, gli
inglesi da tre secoli e passa.
Invece lo Stato italiano ha esordito con un
maggioritario, sostituito nel 1882 da un proporzionale, sostituito nel 1891 da
un maggioritario, sostituito nel 1919 da un proporzionale, sostituito nel 1923
da un maggioritario, sostituito nel 1946 da un proporzionale.
Dopo
di che ci siamo inventati un «maggiorzionale» (un sistema che è un po’ donna,
ma anche un poco uomo) declinato in varia guisa, e appellato con i latinetti
del liceo:
Mattarellum,
Porcellum, Italicum, Rosatellum.
Risultato:
altre 6 leggi elettorali dal dopoguerra in poi.
Riforme,
il presidenzialismo senza dirlo.
di Michele
Ainis- 30 Gennaio 2025.
Sicché
adesso ci risiamo.
Il
lieto annuncio proviene dalla massima autorità politica del Paese (Giorgia
Meloni) sul massimo altare della Rai (Porta a porta, 7 ottobre). Dunque gli operai s’industriano
attorno a una nuova legge elettorale; ma quale, come, perché?
Qui
bisogna distinguere fra pensiero e retropensiero.
Il pensiero espresso dalla presidente del
Consiglio è questo:
siccome la riforma del premierato langue,
intanto ci portiamo avanti col lavoro, fabbricando una legge che imporrà
l’indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale.
Così incassiamo il nostro bottino
costituzionale, senza esporci ai rischi del referendum.
Quanto
al retropensiero, non è troppo difficile intuirlo:
noi
abbiamo una coalizione salda, stabile, coesa; loro invece s’azzuffano come
galli in un pollaio.
Se li costringiamo a decidere la leadership
prima del voto, magari misurandosi con elezioni primarie che li metterebbero
l’uno contro l’altro, la baruffa diventerà una rissa.
Però
non si sa mai, forse hanno imparato la lezione.
Nel
2022, grazie alla strategia di “Enrico Letta” che rifiutò ogni alleanza con i 5
Stelle, la sinistra si è presentata divisa nei collegi uninominali, dove
s’assegna il 37 per cento dei seggi.
Conclusione:
ne guadagnò appena 7 al Senato, 14 alla Camera;
mentre
la destra né ottenne, in tutto, 180.
E
allora, per evitare che stavolta la sinistra si compatti, con la prossima legge
elettorale togliamo anche i collegi, non se ne parli più.
Se il
piano è questo, ai musicisti sarà utile qualche osservazione. Lasciamo perdere
le lezioni del passato, dato che finora chi ha ordito nuove leggi elettorali
per tirare uno sgambetto all’avversario è poi finito gambe all’aria:
per
dirne una, nel 2006 avrebbe rivinto Berlusconi, se lui si fosse tenuto il
Mattarellum.
Lasciamo
stare pure le regole europee, che tanto da noi valgono poco: secondo la
Commissione di Venezia — organo consultivo del Consiglio d’Europa — non si può
cambiare la legge elettorale nell’ultimo anno della legislatura, e ormai quasi
ci siamo.
Ma il
problema sono le aporie, le contraddizioni logiche di questo colpo d’ingegno.
Primo: la riforma costituzionale rende
obbligatorio «un premio su base nazionale che garantisca una maggioranza» al
premier (articolo 92).
Il loro progetto non può garantirla.
E dunque, se la riforma approda in porto ma
nel frattempo è già stata timbrata una nuova legge elettorale, che fai, la
cambi daccapo? Secondo: se quest’ultima serve a introdurre surrettiziamente il premierato, senza
correggere la Costituzione d’una virgola, la legge è incostituzionale.
Altrimenti
è inutile.
Terzo: se l’innovazione costringe la
sinistra alle primarie, a destra come si decide?
Fin
qui loro hanno osservato una regola precisa:
governa
il leader del partito più votato.
Però
questo lo sai dopo, non prima delle elezioni.
Quindi
come fai? Ti basi sui sondaggi, sostituendoli al responso delle urne?
Scegli
in base ai successi precedenti?
Ma una
volta il partito più votato era Forza Italia, poi fu il turno della Lega di
Salvini, poi ancora dei Fratelli di Giorgia Meloni.
I
viaggi nel tempo sono sempre una gimkana.
E
allora non resta che una soluzione: primarie (e zizzania) pure a destra.
L’eterogenesi dei fini.
Ma in
ultimo la domanda è un’altra: serve davvero una nuova legge elettorale?
Sì, ma non per le ragioni illustrate (o nascoste)
dalla premier. Serve per motivare gli elettori (nelle due consultazioni più
recenti, in Calabria ha votato il 43%, in Toscana meno del 48%: minimo storico,
in entrambi i casi).
E per
motivarli, per contrastare l’astensionismo che sta intossicando la democrazia
italiana, bisogna sconfiggere il monopolio dei partiti sugli eletti, la
decisione su chi potrà sfoggiare i galloni da parlamentare.
Un
doppio scandalo che si perpetua dalla legge n. 270 del 2005, approvata durante
l’agonia del secondo governo Berlusconi.
In primo luogo, pluri-candidature: cinque
nella parte proporzionale, oltre alla candidatura di collegio.
Una
truffa, quando Tony Blair fu sempre eletto nel collegio di “Sedgefield”, senza
paracadute.
In
secondo luogo, liste bloccate, su cui l’elettore non può mettere becco.
E
allora sbarazziamocene: è questa l’urgenza, è questa l’emergenza.
Meloni
rilancia il premierato:
“Fondamentale
per un’Italia
più
stabile e forte”.
Repubblica.it
– (27 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:
La
premier interviene in un video sui social nel giorno in cui il suo esecutivo
"entra nella lista dei cinque più duraturi" della storia repubblicana.
"La
riforma del premierato che intanto procede in Parlamento io la considero
fondamentale per l'Italia perché fa due cose essenziali: restituisce ai
cittadini il pieno potere di scegliere da chi vogliono essere governati e
garantisce che chi viene scelto abbia il tempo per realizzare il mandato che ha
ricevuto".
A dirlo sui social la presidente del Consiglio
Giorgia Meloni.
"Così
- sottolinea - sarà finalmente possibile dare continuità alle strategie di
lungo periodo e costruire un'Italia più forte, più autorevole, più
competitiva". "Non è - ribadisce - una riforma che stiamo facendo per
questo governo ma per i governi che verranno".
Nel
giorno in cui il suo esecutivo "entra nella lista dei cinque più
duraturi" della storia repubblicana, la premier spiega:
"La
sala dove mi trovo qui a Palazzo Chigi è quella che raccoglie le immagini di
tutti i presidenti del Consiglio d'Italia, pochissimi di questi uomini sono
rimasti al governo per più di due anni, nessuno di loro è arrivato alla fine
della legislatura con lo stesso governo".
"Significa
- aggiunge la premier - che in Italia i governi si sono succeduti senza avere
nella maggior parte dei casi il tempo di portare avanti una qualsiasi strategia
definita o concreta e l'Italia l'ha pagato perché la stabilità è fondamentale
per dare a una nazione una visione, una autorevolezza, una centralità
internazionale, una politica che costruisca per il futuro invece che limitarsi
ad accaparrarsi consenso facile per il presente".
"Un'Italia
più solida - aggiunge Meloni - ha bisogno di istituzioni stabili e di governi
che possano lavorare con il tempo e la forza necessari a dare risposte concrete
alla nazione. Noi intanto andremo avanti con serietà e determinazione perché è
quello che gli italiani ci chiedono e soprattutto che gli italiani
meritano".
Assalto
contro La Stampa, oltre 30
identificati.
Polemica per
le
parole di Albanese.
Tg24-sky.it
- Cronaca – (30 nov. 2025) – Redazione – ci dice:
Sono
36 le persone identificate dalla Digos, a Torino per l'irruzione nella sede del
quotidiano.
La
loro posizione è al vaglio degli investigatori.
Intanto, da tutto il mondo politico arrivano
parole di condanna per l’accaduto.
Ma si è scatenata anche la polemica, dopo le
affermazioni di “Francesca Albanese”, relatrice speciale delle Nazioni Unite
per i Territori palestinesi occupati:
"Sia
monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro".
Tajani:
"Inaccettabile".
Odg:
"Affermazioni irresponsabili."
Sono
36 le persone identificate dalla Digos, a Torino, per l'irruzione del 28
novembre nella sede del quotidiano” La Stampa”.
La
loro posizione è al vaglio degli investigatori in vista dell'inoltro di
un'informativa completa in Procura.
Intanto,
da tutto il mondo politico - a iniziare dal presidente della Repubblica e dalla
presidente del Consiglio, per proseguire con i leader di maggioranza e
opposizione - sono arrivate parole di condanna per l’accaduto.
Ma si
è scatenata anche la polemica, dopo le affermazioni di “Francesca Albanese”,
relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati,
arrivate ieri dal palco di “Rebuild Justice”, l'evento organizzato dal “Global
Movement to Gaza”, a Roma.
Albanese
ha condannato l'irruzione, ma, al tempo stesso, ha avvertito: "Che questo sia anche un monito alla
stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro
del nuovo lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi
e contestualizzazione".
Le
reazioni del mondo politico alle parole di Albanese.
Sulla
questione si è espressa anche la premier, “Giorgia Meloni”, che pur senza
nominare la relatrice Onu, ha sottolineato come sia "molto grave che, di fronte a un
episodio di violenza contro una redazione giornalistica, qualcuno arrivi a
suggerire che la responsabilità sia - anche solo in parte - della stampa
stessa".
Le parole di Albanese sono state bollate come
“inaccettabili”, dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che oggi chiede:
"Ma quale avvertimento? La stampa non
è libera di scrivere? La libertà di stampa è un fondamento della democrazia,
mettere il tappo alla bocca dei giornalisti è veramente inaccettabile".
Mentre
il ministro della Difesa, “Guido Crosetto”, ha sottolineato: "Non condannare queste cose
innesca meccanismi che poi nessuno controlla, se non rinneghi
quell’atteggiamento, se non gli dai alcuna giustificazione (Albenese), poi
qualcuno pensa che la violenza sia legittima".
Dalla
Lega parlano di dichiarazioni "inquietanti".
Diretto
anche il senatore del Pd, “Filippo Sensi”: "Mi fanno orrore le parole di
Albanese".
Per il
leader di Azione, Carlo Calenda, la relatrice Onu, "è un'altra di quelle figure, come”
Ilaria Salis”, di cui la sinistra si dovrà a un certo punto vergognare".
Sulle
parole di Albanese è arrivato anche il commento di” Carlo Bartol”i, presidente
nazionale dell'Ordine dei giornalisti:
"Sono
irresponsabili e pericolose. Nessuna giustificazione, nemmeno indiretta o con
una condanna di facciata, può essere concessa a chi mette i giornalisti nel
mirino".
"Una
cosa è la critica, altro sono minacce, aggressioni e intimidazioni. Ricordo
alla Albanese che i giornalisti italiani sono ancora oggi i più bersagliati in
Europa sia dalla violenza che dalle azioni giudiziarie intimidatorie e che
hanno alle spalle un pesante tributo di sangue.
Nessuna
concessione a chi giustifica tali comportamenti. La libertà di stampa non è uno
slogan", ha aggiunto.
E,
sulla questione, si schiera anche la segretaria della Fnsi (Federazione
nazionale stampa italiana), “Alessandra Costante”:
affermazioni
"pericolose e penose.
Fanno
pensare più ad una minaccia che alla solidarietà ai colleghi della Stampa.
I
giornalisti italiani hanno bisogno di rispetto, non hanno bisogno di lezioni,
né dai “ProPal” né dai lobbisti filo israeliani.
Le parole usate come pietre producono rischi enormi,
in un momento in cui l'informazione italiana è sotto pressione, e le minacce ai
giornalisti sono all'ordine del giorno".
Albanese:
"Vogliono affossarmi."
Dal
canto suo, Albanese è però tornata a ribadire la sua condanna al blitz e alla
violenza:
"Pare
che stiano provando ad affossarmi. Non c'è stato nessuno scivolone,
vergognatevi. Tutto quello che ho detto e che continuo a dire è che condanno la
violenza e condanno l'attacco di ieri a “La Stampa", ha spiegato ieri dal
palco del corteo pro-Pal a Roma, precisando poi che "la violenza, anche
dentro a un sistema violento, finisce per rafforzare il sistema che ci
opprime".
Approfondimento.
Roma,
murale di Greta Thunberg e Francesca Albanese con Hamas.
John
Elkann: “Attacco brutale e vile”
Intanto
John Elkann, ad di Exor, ha fatto visita alla redazione della Stampa per
esprimere solidarietà e "ferma condanna di quanto è accaduto".
"L'attacco
che questa redazione ha subito è stato brutale e vile.
Un
tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la
realtà con rigore, serietà e indipendenza", ha detto Elkann, accompagnato
da Paolo Ceretti, presidente di Gedi.
"Gedi
prende estremamente sul serio ciò che è accaduto. Violare questo giornale,
questa redazione, è inaccettabile.
Per
questo l'azienda, domani, incontrerà il Cdr per condividere protocolli di
sicurezza ulteriormente rafforzati" ha aggiunto Elkann.
Le
misure, ha detto ancora, saranno prese perché "ogni giornalista e ogni
dipendente che lavora qui si senta sicuro e libero di esercitare al meglio il
proprio mestiere" e "verrà fatto in stretto coordinamento con le
autorità e con le forze dell'ordine".
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