Premierato – elezione diretta del Presidente della Repubblica.

 

Premierato – elezione diretta del Presidente della Repubblica.

 

 

 

IL PREMIERATO E IL MITO DELLE RIFORME CONDIVISE.

Opinione.it - Natale D'Amico e Alberto Mingardi – (06 ottobre 2025) – ci dicono:

 

Il premierato e il mito delle riforme condivise.

Sul Corriere della Sera “Mario Monti” ha provato a sistematizzare la sorpresa di molti italiani:

rispetto alla Francia, siamo messi meglio.

È vero per la dinamica del debito, per il sistema previdenziale, per la stabilità di governo.

Giustamente, Monti rivendica i propri meriti: a cominciare dalla riforma Fornero.

Oltralpe non riescono a copiarla, neppure oggi, quattordici anni dopo. Perché?

Sulla risposta offerta dall’ex premier, è lecito avere qualche dubbio. Anche prima della “salita in campo”, Monti è sempre stato un sostenitore della formula della coalizione ampia per fare le riforme.

 Una sorta di disarmo bilaterale per fare le cose che davvero servono.

 

Chiariamo una cosa.

Alle riforme istituzionali non si può chiedere una determinata agenda, che in democrazia sta agli elettori definire: voteranno loro per chi vuole fare più o meno spesa pubblica.

Tutti i premier italiani lamentano, regolarmente, di avere a disposizione un arsenale più ridotto di quello dei loro omologhi stranieri.

 Non è un caso se lo stesso Presidente Napolitano, che aveva scelto Monti per la guida di un governo “tecnico”, volle avviare un processo di ripensamento della Costituzione nel quale era previsto un aumento dei poteri dell’esecutivo, e segnatamente del presidente del Consiglio.

In qualsiasi funzione, il meccanismo di selezione non è estraneo ai poteri che essa può esercitare.

 L’investitura elettorale diretta dota il primo ministro della legittimazione massima possibile in un sistema democratico, e lo rende così meno esposto alle richieste (ai ricatti) della sua coalizione.

 

La Francia di oggi ha molti problemi, ma è ingeneroso fissarsi su un fotogramma dimenticando il film.

La Quinta Repubblica è stata una delle poche “democrazie governanti” dell’Europa continentale.

 Le difficoltà di Macron sono il fallimento di una “grande coalizione”, quella formatasi nelle due ultime elezioni presidenziali per fermare l’avanzata della destra, che si è rivelata incapace di affrontare le questioni che stavano alla base di quella avanzata.

 Il fallimento riguarda la cultura politica egemone, non la formula istituzionale.

 

Ci piacerebbe molto che esistessero istituzioni che producono, in automatico, governi che non fanno debito.

Ma l’Italia, come ricorda anche Monti, durante il suo governo cambiò l’articolo 81 con l’obiettivo di vincolarsi al pareggio di bilancio.

 Da allora, non abbiamo mai avuto un anno in cui il Parlamento non abbia votato per autorizzare un bilancio in deficit, e quello minore, è il caso di ricordarlo, lo fecero i “populisti” Lega e Cinque stelle.

Furono i mercati a esercitare pressione in tal senso, non meccanismi interni al quadro politico.

 

In realtà la formula della grande coalizione per fare le riforme non ha funzionato neanche nel Paese che l’ha inventata: la Germania.

Angela Merkel ha senz’altro garantito grande stabilità ma ha fatto zero riforme pro-mercato, coi risultati che oggi possiamo osservare.

 

Da ultimo, bisogna ammettere che l’equidistanza dei tecnici si è rivelata una finzione e ha prodotto una forte risposta della classe politica.

 Due premier tecnici hanno poi fondato un partito, un altro è stato ministro del tesoro e poi Presidente della Repubblica, l’ultimo è stato visto (a torto o a ragione) come un candidato al Quirinale e respinto con perdite dal Parlamento.

 I partiti rimasti fuori dalle grandi coalizioni hanno sempre accresciuto il proprio consenso alle successive elezioni:

vale per Lega e Cinque stelle, ma anche per Giorgia Meloni (come oggi per l’Afd in Germania).

 

È sempre difficile interrogarsi sulle cause della disaffezione dalla politica, che è una scelta come tante.

Una però è senz’altro l’impressione dell’elettore di non poter scegliere chi lo governi.

 L’impressione si è rivelata più volte corretta, nell’Italia degli ultimi trent’anni.

 Parte della forza di Meloni è proprio la linearità del percorso: si è candidata a governare e ora governa.

Quella linearità beneficerebbe di una istituzionalizzazione, e così la stabilità politica che essa produce.

 

 

 

 

Se il “premierato” arriva nelle università.

M.ficgil.it – Collettiva.it – Stefano Lucci – (7 -11- 2025)- Stefano Lucci – ci dice: 

Con una serie di provvedimenti si profila una catena verticistica negli atenei:

dal ministero che entra nei cda, fino ai rettori in carica fino a 8 anni, e ai direttori di dipartimento.

Un decreto e un disegno di legge:

 le mani del governo sulle università.

 E, sullo sfondo, una vera e propria lotta di potere all’interno della maggioranza per mettere mano all’autonomia negli atenei.

Il decreto è quello che riguarda la trasformazione dell’”Anvu”, di cui abbiamo già parlato su Collettiva nelle scorse settimane.

 

In sintesi, con le nuove norme l’agenzia di valutazione del sistema nazionale universitario e della ricerca viene portata sotto stretto controllo ministeriale, con la nomina diretta del presidente e il totale controllo sul comitato di selezione del Consiglio direttivo.

Non solo:

l’Anvu sarà dotato di funzioni e strumenti che le permettono di entrare nel merito di cosa e come si insegna nelle università.

Il decreto dovrà esser emanato come Dpr dal Presidente della Repubblica, con il Consiglio di Stato, la LC Cgil e le opposizioni che nelle audizioni hanno sollevato il problema della legittimità del Dpr.

Staremo a vedere.

 

Il Ddl, invece, riguarda la composizione dei cda delle università.

 È stato scritto da una commissione presieduta da “Galli della Loggia” (vero braccio armato delle politiche governative in materia d’istruzione) e per ora è solo un progetto di legge, non ancora presentato, ma che circola in bozza.

“È il secondo capitolo di un’offensiva molto chiara – spiega Luca Scacchi, responsabile docenti universitari della LC Cgil – e che segna uno step ulteriore: non solo un’università sempre più piccola e de finanziata, ma sempre più sotto controllo governativo”.

La bozza infatti prevede la presenza nei cda di un membro di nomina governativa a cui se ne affiancano altri due indicati dagli enti locali.

Il ministero, secondo quanto si legge, interverrebbe sulle politiche dell’Ateneo indicando linee “linee generali”, di cui il rettore dovrebbe “tenere conto”.

 L’aspetto interessante, chiosa Scacchi, “è che questa novità non viene introdotta negli atenei profit e telematici, per garantire un controllo pubblico, ma in quelli statali”.

 

Non solo:

il rettore durerebbe in carica ben 8 anni - più del presidente della Repubblica - “e neanche con una rielezione a metà mandato - attacca Scacchi – ma con una sorta di voto di conferma”.

Infine, anche i direttori di dipartimento avrebbero la loro carica regolata sulla durata di quella del rettore.

 Insomma: assistiamo a una vera e propria catena verticistica, dall’alto del ministero giù fino ai dipartimenti.

“Di fatto – scherza ma non troppo il sindacalista - avremmo una sorta di ‘premierato’ all’interno delle università”.

 

E, aggiunge Scacchi, "a breve la ministra Bernini presenterà un progetto di revisione del Cuni che dovrebbe ridurre le rappresentanze della comunità universitaria, rendendo anche questo organismo subordinato al ministero”.

 

Tutto questo si inscrive in un ruolo sempre più filo governativo della Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane che dovrebbe rappresentare, se non la controparte, sicuramente il collettore degli interessi delle università che in tutti questi anni hanno visto sempre più ridursi fondi e investimenti.

“Ebbene – osserva amaramente il responsabile docenza universitaria della LC – appena eletta lo scorso 25 settembre, la nuova presidente della Conferenza “Laura Ramaciotti”, rettrice dell’università di Ferrara e di area Fi, ha detto che gli atenei non hanno bisogno di nuove risorse, ma solo di spenderle meglio”.

 

Quando poi, nella chat dei rettori delle università si sono cominciati a sentire malumori cosa ha fatto Ramaciotti?

 Ha chiuso la chat, aggiunge Scacchi, “eliminando i partecipanti a uno a uno, senza alcun avviso. Come fanno gli adolescenti nei loro gruppi whatsapp”.

Ci si può chiedere perché tutto questo stia accadendo proprio ora. “Penso che questa offensiva andrebbe collegata alle dichiarazioni del governo per bocca della “ministra Roccella” sull’università che non sarebbe più un luogo di elaborazione di pensiero - conclude il dirigente LC –.

Il riferimento come si ricorderà era alle tante prese di posizioni critiche e alle proteste negli atenei rispetto alle politiche genocidarie di Israele a Gaza.

Per l’esecutivo Meloni questo non va bene: di qui l’offensiva per un controllo politico e culturale delle università”.

Piccole, sottofinanziate e controllate, in un universo in cui proliferano atenei profit e telematici fuori controllo:

 certamente nulla di buono per il nostro Paese.

 

 

 

Premierato, Giani: “Un pericolo per

il sistema di bilanciamento

dei poteri dello Stato.”

Toscana-notizie.it – Massimo Orlandi – (28 -3 – 2025) – ci dice:

 

L’intervento del presidente al convegno “Costituzione, parlamento, democrazia: premierato, pareri a confronto.”

“Un pericolo per il sistema di bilanciamento dei poteri dello Stato”.

 Così il presidente della Regione Toscana “Eugenio Giani” si è espresso sul progetto di premierato intervenendo al convegno Costituzione, parlamento, democrazia: premierato, pareri a confronto” organizzato a Firenze, in Consiglio regionale, dall’Associazione dei Consiglieri Onorari della Regione Toscana e dall’Associazione degli ex Parlamentari della Toscana, col patrocinio dell’Università degli Studi di Firenze.

 

“La mia valutazione sul premierato – ha ribadito il presidente - è negativa sotto vari profili.

Innanzitutto perché porterebbe a un depotenziamento nel ruolo e nelle prerogative del Presidente della Repubblica, organo fondamentale per la sua autorevolezza e per la sua funzione di equilibrio tra i poteri.

 

Il premierato poi, aumentando i poteri dell’esecutivo, favorirebbe la decretazione d’urgenza, e al Parlamento, così, spetterebbe in molti casi solo una funzione di ratifica.

Infine con il premierato si attuerebbe una centralizzazione dei poteri con conseguente perdita di ruolo e di poteri alle Regioni.

Quest’anno, lo ricordo, sono 55 anni dall’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, che nacquero con il voto del 7 e 8 giugno 1970.

 

In sostanza il premierato mina fortemente il sistema di pesi e contrappesi tra gli organi dello Stato su cui si basa una costituzione lungimirante come la nostra, che è sempre riuscita a creare un rapporto di fiducia tra cittadino e istituzioni”.

 

Concludendo il suo intervento il presidente ha sottolineato il valore dell’iniziativa dei consiglieri regionali onorari e degli ex parlamentari che “su argomenti come questo possono portare come contributo la loro esperienza diretta e concreta nelle istituzioni”.

 

 

 

Il premierato possibile e

il coraggio di cambiare.

Brunoleoni.it - Serena Sileoni - Argomenti / Diritto e Regolamentazione – (11 Febbraio 2024) –                                          

La stampa.it – ci dice:

 

Aprire un confronto vero, franco e aperto tra le forze politiche è un atto dovuto ai cittadini.

Le proposte di modifica al premierato che il governo ha presentato in Senato, dopo due mesi di confronti e decantazione del disegno originario, tentano di ridurre le distanze necessarie a un allargamento della maggioranza di voto in Parlamento.

Al Presidente del Consiglio viene ora riconosciuto il potere di proporre la revoca dei ministri;

la formula elettorale è più generica dell’originaria;

è data possibilità al Presidente dimissionario non sfiduciato con mozione di sfiducia di scegliere tra chiedere al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere o consentire la nascita di un diverso governo.

Quest’ultimo punto è ancora, nonostante le limature, foriero di problemi.

Soprattutto, non risolve, anzi complica, la scelta tra una piena adesione a un modello neoparlamentare, per cui le dimissioni del Presidente comportano in ogni caso lo scioglimento delle Camere, e il mantenimento di forme di razionalizzazione che consentono la continuità della legislatura e la formazione di esecutivi diversi, nonostante le dimissioni del premier eletto.

Il fatto è che la riforma, al di là di come è presentata, mantiene le ambiguità di una forma parlamentare classica e di una immediata.

Dal punto di vista teorico, la fiducia espressa iniziale dovrebbe essere superata dall’investitura popolare, dal momento che la prima è una rappresentazione della seconda.

Dal punto di vista pratico, il mantenimento di entrambe le forme di legittimazione potrebbe per ipotesi portare a vere e proprie contraddizioni tra la volontà parlamentare e quella popolare, se non si accetta come non si vuole accettare la regola generale per cui la fine del mandato del Presidente del Consiglio comporta la fine della legislatura.

 

La stessa ambiguità domina la gestione delle crisi di governo.

La possibilità di “staffetta” tra il Presidente eletto dimissionario per motivi diversi da un voto di sfiducia e il suo possibile successore, da una parte consente di conservare una certa flessibilità nella formazione dell’esecutivo non incoerente con un modello parlamentare, ma dall’altra introduce un paradossale effetto di indebolimento proprio del Presidente eletto e, di converso, di rafforzamento della posizione del secondo incaricato, il quale non potrà essere mandato a casa senza che le Camere non siano sciolte.

 

La riforma, in sostanza, cerca di tenere il piede in due staffe:

garantire una maggiore stabilità dei governi, anche in termini di durata, ma mantenere centrale il confronto per così dire tra e dentro i partiti, anche consentendo ipotesi di vituperati ribaltoni (ad esempio, nel caso di secondo premier nominato in seguito al voto negativo su una questione di fiducia, che possa formare un governo politicamente diverso dal precedente.

Un’ipotesi che potrebbe riguardare lo stesso premier eletto, rinominato per un secondo mandato).

 

Rispetto a queste ambiguità, e aldilà della necessità di limare ancora la gestione delle crisi, una via d’uscita sarebbe quella di rivedere la regola dell’investitura popolare diretta del Primo ministro.

Si comprende bene che, per fare un passo simile, il governo deve uscire coraggiosamente da una pregiudiziale politica.

 Ma bisognerebbe ricordarsi che già ha avuto modo di manifestare un simile coraggio.

Nel programma di coalizione, l’attuale maggioranza esprimeva una preferenza per il modello presidenziale.

 Nelle dichiarazioni programmatiche, Giorgia Meloni parlava indifferentemente di presidenzialismo e semipresidenzialismo.

La proposta poi approvata dal governo riguarda invece una forma di premierato.

 

Il disegno di legge costituzionale presentato dalla stessa Meloni e dal ministro “Alberti Casellati” rappresenta quindi un primo, significativo ripensamento del governo, dal momento che la legittimazione popolare, e il conseguente rafforzamento, si spostano dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio dei ministri.

Nondimeno, il progetto resta coerente con l’idea di individuare per via elettorale il vertice del potere esecutivo:

non più, appunto, il Presidente della Repubblica, ma il Presidente del Consiglio.

 

Si comprende quindi la difficoltà di mettere in discussione l’investitura popolare diretta.

Eppure, se si uscisse per una seconda volta dalla pregiudiziale politica, la riforma potrebbe indirizzarsi verso una formula di premierato che le forze di opposizione avrebbero difficoltà a rigettare.

L’esigenza, cara alla maggioranza, di distinguere il ruolo del Presidente rispetto a quello degli altri ministri, superando la formula del “Primus inter pares” e in tal modo consentendo ai cittadini di individuare chiaramente in esso il responsabile della funzione di governo, può ben essere raggiunta anche con la designazione in scheda elettorale. Con due vantaggi.

 

A livello costituzionale, consentirebbe di mantenere il rapporto di fiducia più coerente di quanto non sia nell’attuale proposta e di evitare esiti contraddittori delle crisi di governo rispetto alla volontà direttamente espressa dal voto popolare.

A livello politico, contribuirebbe a rendere infondati i timori di una deriva plebiscitaria e/o autoritaria della forma di governo, spingendo le forze politiche in Parlamento a una riflessione più ponderata e condivisa circa la necessità di avere un Primo ministro chiaramente responsabile dell’operato di governo di fronte agli elettori.

 

Tale convergenza potrebbe peraltro essere propiziata dal fatto che la designazione è stata già negli anni ipotizzata: dal programma elettorale dell’Ulivo del 1996 all’ordine del giorno Elia del 16 gennaio 2001, dalla Bicamerale d’Alema alla riforma del governo Berlusconi del 2005.

Parlare di riforma del sistema di governo è opportuno non tanto e non solo per adeguarlo alle necessità delle democrazie di oggi, in cui è richiesta una solida e chiara responsabilità di indirizzo politico verso i cittadini e verso gli Stati terzi.

 È opportuno soprattutto per non mortificare il valore delle norme costituzionali, con prassi che rendono la Costituzione impropriamente (e pericolosamente) subordinata alle necessità politiche del momento.

 

È giusta opinione comune che uno dei punti di forza della nostra Costituzione sia il fatto di essere espressione di un compromesso importante, come si conviene per le regole fondamentali.

Aprire un confronto vero, franco e aperto tra le forze politiche per scrivere modifiche che possano funzionare non sarebbe una resa alle ragioni politiche altrui o una sconfessione delle proprie, ma un atto dovuto ai cittadini.

(La Stampa, 11 febbraio 2024).

 

 

 

L'industria della difesa cinese

è in difficoltà: la rivelazione

sulle armi di Xi.

Msn.com - Storia di Federico Giuliani – il giornale.it – (10-12 -2025) – ci dice:

"L'industria della Difesa cinese è in difficoltà":

la rivelazione sulle armi di Xi.

La Cina continua da anni a rafforzare il proprio settore della Difesa. Pechino sforna nuovi mezzi e armi a raffica: da droni a navi, da missili a tank.

Tutto questo ha portato i rivali del Dragone, su tutti Giappone e Stati Uniti, a far crescere le rispettive industrie nazionali di armamenti per contrastare la potenziale minaccia del gigante asiatico.

Eppure, nonostante i timori e le preoccupazioni, le fabbriche di armi di “Xi Jinping” sarebbero in seria difficoltà.

Secondo un rapporto dello “Stockholm International Peace Research Institute” (SIPRI), l'anno scorso l'industria della difesa cinese si è ridotta del 10%.

Non solo: negli ultimi 10 anni decine di persone sono state epurate nell'ambito della “vasta campagna anti corruzione” di “Xi”, compresi alcuni membri della sua cerchia ristretta.

 

Il tallone d'Achille di “Xi”.

Come ha spiegato il “Telegraph”, nonostante la Cina abbia l'esercito più grande del mondo e stia sempre più rivaleggiando con gli Stati Uniti per il titolo di esercito più forte del pianeta, il calo delle entrate della Difesa mette in dubbio l'avanzamento (e la qualità) di questa tendenza.

 Alcuni dei colossi dello Stato del Dragone, come “Norinco” e “China Aerospace Science and Technology Corporation” (CASC) — rispettivamente produttrice di armamenti terrestri e tecnologia missilistica/aerospaziale — hanno registrato cali marcati (Norinco del – 31 %).

 

Come ha evidenziato” Italpress”, il dato appare paradossale solo in apparenza: pur con la spesa per la difesa della Cina cresciuta — per il 2025 è previsto un aumento del budget militare del 7,2 % — la catena produttiva bellica soffre per i contraccolpi delle purghe anticorruzione che dal 2012, e con impeto crescente negli ultimi anni, hanno travolto vertici militari e parti centrali del complesso industriale.

 

"Una serie di accuse di corruzione nell'approvvigionamento di armi da parte della Cina ha portato al rinvio o alla cancellazione di importanti contratti di fornitura di armi nel 2024", ha spiegato “Nan Tian” direttore del programma di spesa militare e produzione di armi del SIPRI.

"Ciò accresce l'incertezza sullo stato degli sforzi di modernizzazione militare della Cina e su quando si materializzeranno le nuove capacità", ha quindi aggiunto.

 

Il problema della corruzione.

Negli ultimi anni, l'industria militare cinese ha subito un'ondata di purghe senza precedenti che ha colpito i vertici delle Forze armate e delle principali aziende del settore.

Nel 2014 e nel 2015 furono epurati due ex vicepresidenti della Commissione militare centrale, mentre all'inizio di quest’anno anche un vicepresidente in carica e il secondo funzionario più alto dell’esercito cinese sono stati licenziati, segnando un precedente storico per l’alto grado dei dirigenti coinvolti.

Decine di altri ufficiali della marina, delle forze di terra, della forza missilistica e dell’aeronautica, insieme a figure chiave dell’industria bellica, hanno subito analoghi provvedimenti.

Nel 2023, tra i dirigenti epurati figuravano “Liu Shiquan”, presidente di Norinco, “Wu Yansheng” della China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC) e “Wang Changqing”, vicedirettore della China Aerospace Science and Industry Corporation, provocando un forte rallentamento della produzione militare nazionale.

 

Secondo il rapporto SIPRI, nel 2024 “Norinco” ha registrato un calo del fatturato del 31%, il più significativo tra le aziende cinesi, mentre la CASC ha subito un calo del 16%, in gran parte dovuto al rinvio di progetti militari sui satelliti e sui veicoli di lancio.

 Anche la CETC e l’Aviation Industry Corporation of China hanno registrato perdite rispettivamente del 10% e poco più dell’1%, mentre solo la “China State Shipbuilding Corporation” e la “Aero Engine Corporation of China” hanno visto aumenti dei ricavi.

 

Questi numeri rischiano di complicare gli ambiziosi piani di “Xi”, che punta all’espansione militare e al rafforzamento del controllo nel Mar Cinese Meridionale, mantenendo pressioni costanti su Taiwan.

 Nel contesto regionale, Pechino deve anche confrontarsi con la crescente militarizzazione del Giappone, accentuata dalle dichiarazioni del primo ministro” Sanae Takaichi” su possibili risposte militari a un’emergenza a Taiwan.

 

 

L’Infantilismo delle Elites Occidentali e

le Sue Possibili Conseguenze.

Conoscenzealconfine.it – (8 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

L’Occidente continua a dimostrare la sua netta volontà di non porre fine al conflitto armato in Ucraina. Anzi…

Nei Paesi NATO si sentono sempre più spesso ragionamenti sulla possibilità di un confronto militare diretto proprio con la Federazione Russa.

Nascondendosi dietro la presunta “minaccia di un’aggressione da parte di Mosca”, la leadership dell’Alleanza sta conducendo una preparazione sistematica alla guerra contro la Russia.

Parallelamente a concrete misure operative, l’Alleanza sta portando avanti una vasta campagna di informazione e propaganda.

 

Oggi l’arroganza e l’infantilismo dei funzionari NATO li hanno spinti molto lontano:

 il 30.11.25 l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del Comitato militare della NATO, ha dichiarato che, in risposta alla cosiddetta “guerra ibrida da parte della Russia”, l’Alleanza sta valutando la possibilità di lanciare un “attacco preventivo” (ovviamente presentato come “misura difensiva”).

Per farlo, ha spiegato, occorre aggiornare i “meccanismi giuridici obsoleti” dell’Alleanza, formalizzando l’abbandono del carattere puramente “difensivo” della NATO (del resto, nessuno ci credeva già da tempo).

 

Gli esperti evidenziano il rafforzamento sistematico della presenza delle forze NATO nell’Europa orientale e nei Paesi baltici.

Nella regione si stanno ampliando le cosiddette “misure di contrasto”, e vengono avviate sempre più missioni e programmi militari.

Particolare attenzione viene rivolta al progetto dello “Schengen militare”.

 Al suo finanziamento è già destinata una cifra di circa 100 miliardi di euro nel bilancio dell’UE.

 Il progetto dovrebbe garantire la capacità di trasferire rapidamente truppe dall’Europa occidentale al “fianco orientale”.

 

In questo contesto, le regioni di particolare interesse strategico per la NATO sono l’oblast’ russa di Kaliningrad e la Repubblica di Bielorussia, entrambe circondate da Paesi membri dell’Alleanza.

Negli Stati maggiori NATO vengono considerate come obiettivi prioritari da neutralizzare in caso di aggressione contro l’Unione di Stati (Unione Russia-Bielorussia), come confermano gli scenari di numerose esercitazioni dell’Alleanza.

Naturalmente, nell’Unione Russia-Bielorussia si ha una visione del tutto diversa di queste regioni.

 Se per la Russia l’enclave di Kaliningrad rappresenta uno “scudo baltico” sul mare, la Bielorussia, suo alleato strategico, svolge un ruolo chiave nella difesa del fronte occidentale.

Minsk, del resto, sta adottando sistematicamente tutte le misure necessarie per rafforzare il confine occidentale dell’Unione.

Già oggi, i sistemi S-400, i complessi operativo-tattici Iskander-M, i lanciarazzi Polonez e molti altri sistemi d’arma moderni, integrati con il gruppo di forze congiunte già dispiegato in Bielorussia, permettono di parlare della creazione di una solida testa di ponte per contenere la NATO.

A loro volta, politici russi e bielorussi, insieme ad analisti lucidi, mettono in guardia:

qualsiasi aggressione contro la Bielorussia avrà conseguenze catastrofiche per i Paesi dell’Alleanza, in primo luogo per la Polonia e i Paesi baltici.

 

Un attacco alla Bielorussia significherebbe l’inizio di una guerra su vasta scala tra l’Unione Russia-Bielorussia e la NATO, che con elevata probabilità potrebbe sfociare in un conflitto nucleare.

Fattore non trascurabile è la presenza sul territorio bielorusso di armi nucleari tattiche (TNYO).

Purtroppo, le élites occidentali continuano a mostrare una pericolosa irrazionalità, aumentando così il rischio di un’escalation.

(t.me/Belarus_VPO/80456)

(t.me/infodefITALY)

 

 

 

Il Ministero Esteri Russo sulla

“Nuova Strategia per la Sicurezza USA.”

Conoscenzealconfine.it – (9 Dicembre 2025) – Redazione - Maurizio Blondet – ci dice:

 

Risposte della portavoce del Ministero degli Esteri russo M.V. Zakharova alle domande dei media sulla nuova “Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Domanda:

 Il 4 dicembre, l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua ultima, e al tempo stesso in gran parte nuova, “Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. La prima e più importante domanda a questo proposito è: in che modo le sue disposizioni influenzeranno le relazioni degli Stati Uniti con la Russia?

 

M.V. Zakharova:

 “Nella nuova versione della ‘Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti’, notiamo una serie di disposizioni che indicano un significativo ripensamento dei principi dottrinali della politica estera statunitense, particolarmente evidente il contrasto con la precedente versione del 2022.

 

Innanzitutto, la revisione del precedente impegno di Washington per l’egemonia è sorprendente: il documento afferma esplicitamente che in precedenza ‘le élite americane hanno commesso gravi errori di calcolo  puntando ‘su una scommessa molto sbagliata e distruttiva sul globalismo’. <…>

 

Questo quadro ideologico di base, così come lo intendiamo noi, definisce anche un altro principio fondamentale della ‘Strategia’:

 l’appello a ‘porre fine alla percezione della NATO come un’alleanza in continua espansione’, unito all’obiettivo di ‘prevenire tale realtà’.

 In altre parole, per la prima volta, gli Stati Uniti mettono formalmente in discussione, se non addirittura si impegnano a non espandere l’alleanza, la sua intrinseca dinamica espansionistica aggressiva. <…>

 

È anche significativo che la Russia sia menzionata nel documento nel contesto della sicurezza paneuropea, mentre sono assenti gli appelli al contenimento sistemico del nostro Stato o all’aumento della pressione economica su di noi.

Tuttavia, senza nominare direttamente Mosca, nella nuova versione della ‘Strategia’, Washington ha delineato a gran voce i piani per raggiungere il ‘dominio energetico riducendo l’influenza degli avversari’.

 

Domanda:

 Come valuta il Ministero degli Esteri russo l’aspetto politico-militare della nuova ‘Strategia’ e, in particolare, l’obiettivo dichiarato di raggiungere la stabilità strategica nelle relazioni con noi?

M.V. Zakharova:

“Nonostante l’approccio complessivamente pragmatico all’argomento, osserviamo una serie di punti contraddittori. Ad esempio, non abbiamo visto nel documento elementi che ci permettessero di comprendere la visione americana di un’era “post-START”.

 Ci riferiamo alla definizione di parità nei limiti quantitativi centrali delle armi nucleari.

 

Riteniamo inoltre vaghe le disposizioni relative al sistema di difesa missilistica globale statunitense “Golden Dome”. Siamo ancora in attesa di dettagli da parte americana in merito all’interdipendenza tra il potenziale strategico offensivo e quello strategico difensivo. <…>”

 

Domanda:

Come si dovrebbe valutare la tesi di ‘riconsiderare’ la necessità di una presenza militare statunitense in regioni ‘la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni e decenni’?

M.V. Zakharova:

 “Questa tesi riflette il concetto di ‘America First’, ma difficilmente dovrebbe essere interpretata come un abbandono da parte degli Stati Uniti della propria presenza militare all’estero, il che a sua volta è coerente con un’altra idea americana: la cosiddetta ‘pace attraverso la forza’.

Ad esempio, i passaggi del documento Asia-Pacifico contengono un linguaggio inquietante nei confronti della Cina, oltre a richiedere a tutti i principali partner regionali di fornire al Pentagono un maggiore accesso ai loro porti e ad ‘altre strutture’.”

Domanda:

La ‘Strategia’ sposta notevolmente l’attenzione della politica estera americana verso l’emisfero occidentale. Questo è noto come ‘Emendamento Trump’ alla famigerata ‘Dottrina Monroe’. Non suona minaccioso?

M.V. Zakharova:

“I passaggi rilevanti suonano più come un riferimento diretto al cosiddetto ‘Emendamento Roosevelt’, la dottrina del 26° Presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, che un tempo proclamò il diritto di Washington di intervenire in America Latina con il pretesto di ‘stabilizzare la situazione economica interna’ di un determinato Paese della regione.

Ciò è particolarmente allarmante, date le attuali tensioni deliberatamente alimentate dal Pentagono nei confronti del Venezuela.

 

Ci auguriamo che la Casa Bianca riesca a evitare di scivolare ulteriormente in un conflitto su vasta scala, che minaccia di avere conseguenze imprevedibili per l’intero emisfero occidentale.”

(Maurizio Blondet).

(t.me/MariaVladimirovnaZakharova/11834).

(maurizioblondet.it/il-ministero-esteri-russo-suulla-nuova-strategia-usa/).

 

 

 

 

Ungheria, Kovacs: “La Crisi Migratoria

in UE non è Stata un Incidente.

È Stata Autoinflitta

Conoscenzealconfine.it – (10 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Perché gli ungheresi dovrebbero pagare per gli errori degli altri?

Zoltan Kovacs, Segretario di Stato per le comunicazioni e le relazioni internazionali dell’Ungheria, scrive su “X”:

“Bruxelles ha quindi deciso di nuovo. L’Ungheria, l’unico Paese dell’UE ad aver fermato l’immigrazione clandestina, sarà ora costretta a ‘mostrare solidarietà’ con gli Stati che non sono riusciti a proteggere i propri confini.

 

Perché gli ungheresi dovrebbero pagare per gli errori degli altri?

 Dal 2015, oltre 6 milioni di migranti illegali sono entrati in Europa. L’Ungheria li ha fermati alla frontiera.

Risultato?

NESSUN migrante illegale in Ungheria oggi.

 Eppure Bruxelles pretende che paghiamo il conto del caos altrui.

 

Lo chiamano ‘meccanismo di solidarietà’.

Noi lo chiamiamo con il suo vero nome: una punizione per il successo. Chi ha aperto le proprie frontiere viene ricompensato.

 Chi ha difeso le proprie deve ora “mostrare solidarietà” o incorrere in sanzioni.

 

Questa non è solidarietà. È coercizione.

 L’Ungheria ha detto NO nel 2015, ha detto NO nel 2020 e continua a dire NO nel 2025.

Finché il governo di Viktor Orban sarà al potere, questi piani migratori di Bruxelles rimarranno solo questo: piani sulla carta.

La crisi migratoria dell’UE non è stata un incidente.

È stata autoinflitta.

Hanno invitato milioni di persone e ora vogliono che paghiamo per le loro decisioni.

L’Ungheria non lo farà. Noi proteggiamo i nostri confini, il nostro popolo e la nostra sovranità.”

(imolaoggi.it/2025/12/09/ungheria-kovacs-crisi-migratoria-ue-autoinflitta/).

 

 

 

 

Riforme, il Governo tenta

con il premierato.

Lavitadelpopolo.it - Stefano De Martis – (08/11/2023) – ci dice:

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge costituzionale su quello che tutti definiscono correntemente “premierato”.

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge costituzionale su quello che tutti definiscono correntemente “premierato”.

Il testo si compone di cinque articoli e modifica quattro articoli della Costituzione: il 59, l’88, il 92 e il 94.

Un intervento all’apparenza circoscritto, ma che va a incidere profondamente sulla forma di governo e sugli equilibri complessivi del sistema.

La stessa premier Meloni - che in precedenza aveva già dichiarato l’intento del Governo di “cambiare l’architettura istituzionale della Nazione” - al termine del Consiglio dei ministri l’ha definita “madre di tutte le riforme”.

 

Il cuore del progetto è nell’articolo 3, laddove si afferma che “il Presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per la durata di cinque anni”.

Una legge ordinaria dovrà disciplinare il sistema elettorale delle Camere, “secondo principi di rappresentatività e governabilità”, ma, intanto, il ddl punta a costituzionalizzare il principio maggioritario:

un “premio” dovrà garantire il 55% dei seggi alle liste e ai candidati del presidente del Consiglio eletto.

Nel testo si specifica anche che per il premier e per i due rami del Parlamento si voterà “tramite un’unica scheda elettorale” e che il Presidente del Consiglio “è eletto nella Camera nella quale ha presentato la sua candidatura”: quindi, sarà necessariamente un parlamentare. Il presidente della Repubblica conferisce inevitabilmente l’incarico di formare il Governo al premier eletto e “nomina, su proposta del Presidente del Consiglio, i ministri”.

 

L’articolo 4 contiene le norme sul rapporto con il Parlamento e soprattutto quelle pensate per impedire i cosiddetti “ribaltoni”, divise in due paragrafi.

Questo è il primo:

 “Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Nel caso in cui non venga approvata la mozione di fiducia al Governo, presieduto dal presidente eletto, il presidente della Repubblica rinnova l’incarico al presidente eletto di formare il Governo.

Qualora anche quest’ultimo non ottenga la fiducia delle Camere, il presidente della Repubblica procede allo scioglimento delle Camere”.

Nel secondo paragrafo si regola il caso di “cessazione dalla carica” del premier; per qualsiasi motivo, si può intendere, dato che il testo non ne indica alcuno in particolare.

 In questa circostanza non si torna obbligatoriamente alle urne, ma “il presidente delle Repubblica può conferire l’incarico di formare il Governo al presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al presidente eletto, per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il Governo del presidente eletto ha ottenuto la fiducia”.

Dunque, il premier eletto può essere sostituito da un altro parlamentare (non un tecnico) che appartenga alla stessa coalizione e per attuare lo stesso programma.

Questa sostituzione può avvenire una sola volta nella legislatura perché se il “presidente del Consiglio subentrante” non ottiene la fiducia o comunque cessa dall’incarico, si torna obbligatoriamente al voto.

L’articolo 1 del ddl elimina la figura dei senatori a vita nominati dal Capo dello Stato.

Quelli attualmente in carica restano tali.

Ma per il futuro senatori a vita saranno soltanto gli ex-presidenti della Repubblica.

 (Stefano De Martis).

 

 

 

 

Segre boccia il premierato di Meloni:

Aspetti allarmanti, non posso tacere.

Drastico declassamento del capo dello Stato.”

Repubblica.it - Lorenzo De Cicco – (14 -05-2024) – ci dice:

 

La senatrice a vita in Aula al Senato difende il ruolo del presidente della Repubblica e aggiunge:

 “Cambiare la Costituzione non è la vera necessità nel nostro Paese”. Elena Cattaneo: “Indebolisce il Parlamento”.

ROMA — «Non posso e non voglio tacere».

 Ore 17.30, nell’emiciclo di Palazzo Madama chiede la parola Liliana Segre.

E l’Aula si ferma.

Pure i lavori delle commissioni vengono eccezionalmente sospesi, le bizze sul Superbonus restano accantonate per una mezz’ora.

La senatrice a vita decide di dire la sua sul premierato.

Per la prima volta, la destra non l’applaude.

Gelo polare dagli scranni di FdI che si sentono dire: «Anche le tribù della preistoria avevano un capo. Non tutto può essere sacrificato in nome dello slogan: “Scegliete voi il capo del governo”».

 

IL DISCORSO INTEGRALE DI LILIANA SEGRE.

 

Il discorso della decana del Senato, testimone degli orrori della Shoah, è uno schiaffo alla “madre di tutte le riforme” sognata dai Fratelli.

 I toni sono al solito cortesi («non dubito delle buone intenzioni dell’amica Elisabetta Casellati»), ma il messaggio è severissimo, a tratti ruvido.

Dall’inizio.

Segre comincia così: la riforma della Costituzione «non è una necessità del Paese» e quella sponsorizzata da Meloni contiene «aspetti allarmanti».

Toccherebbe piuttosto attuarla e rispettarla, la Carta, visto «l’abuso della potestà legislativa da parte dei governi».

 

Per Segre non occorrono «prove di forza o sperimentazioni temerarie».

 E nel disegno del centrodestra intravede due rischi.

Il primo:

 «L’abnorme lesione della rappresentatività del Parlamento», perché col premio di maggioranza, senza soglie minime, a vantaggio del premier, sarebbero «stravolte al di là di ogni ragionevolezza le scelte del corpo elettorale», col paradosso che perfino la legge Acerbo voluta da Mussolini nel ‘23 risulterebbe «incostituzionale perché troppo democratica».

Secondo pericolo:

le Camere sarebbero ridotte a un organismo «riottoso», generando dunque una stabilità meramente «fittizia» (come dire: la riforma non migliorerebbe le cose, anzi).

Segre ammonisce quindi i colleghi che vorrebbero «perseverare nell’errore», dopo il Porcellum e l’Italicum.

Soprattutto, appare preoccupata per «il drastico declassamento a danno del presidente della Repubblica», che si ritroverebbe a guardare «dal basso in alto» un premier forte dell’investitura popolare diretta.

Anche il Quirinale poi rientrerebbe «in un colpo solo nel bottino del partito che vince le elezioni», perché anche se espressione «di una porzione assai ridotta dell’elettorato», col premio di maggioranza potrebbe accaparrarsi «il controllo degli alti organismi di garanzia».

L’appello quindi è tenere in piedi «gli argini per evitare di ricadere nelle autocrazie».

In Senato le fa sponda un’altra senatrice a vita, la scienziata Elena Cattaneo.

Che invita i colleghi a guardare «l’elefante nella stanza», cioè il Parlamento, «grande malato delle istituzioni».

Un «Parlamento al contrario, degradato a mero ratificatore» già oggi, a cui il premierato darebbe il colpo di grazia, perché renderebbe le Camere «ostaggio di una persona sola, una deriva plebiscitaria».

 

IL DISCORSO INTEGRALE DI ELENA CATTANEO.

 

Mentre il Pd con Francesco Boccia ringrazia Segre, Meloni in Aula non c’è.

 Ma replica da Milano, ospite de La Verità.

La leader di FdI da mesi è proiettata sul referendum, anche se il Parlamento deve ancora dare il primo (di quattro) via libera alla riforma.

E pare sfumata la possibilità che il Senato approvi il testo entro le Europee:

oggi si chiuderà la discussione generale, ma con 3mila emendamenti consegnati dall’opposizione, il voto finale slitterà a dopo le elezioni.

A meno che il governo non decida di calare la famigerata “tagliola”. Meloni, in questa fase, sembra attenta soprattutto a non trasformare il referendum in un test sul suo governo.

Tanti, dice, «sperano in un revival di Renzi.

 Ma non sarà un referendum su di me, perché la riforma entrerebbe in vigore la prossima legislatura.

E da qui ad allora a Roma si dice “beato chi c’ha un occhio”».

Messaggio chiaro, ripetuto in loop: anche in caso di bocciatura, non si dimetterà.

 

 

 

Bene-detto Generale.

Corriere.it – (1°maggio 2024) – Redazione – Il caffè di Massimo Gramellini – ci dice:

 

Meno male che esiste Roberto Vannacci, «detto Generale» (così apparirà sulle schede: i politici hanno una considerazione talmente alta dei loro elettori da ritenerli incapaci di scrivere un cognome di tre sillabe).

Per la sinistra «detta progressista», Vannacci è l’avversario ideale.

Le permette di coltivare il suo senso di superiorità e di agitare l’ennesimo spauracchio per compensare la sconsolante mancanza di idee forti sulla tutela dei più deboli, che un tempo erano la ragione sociale della ditta.

Ma anche per Giorgia Meloni «detta Giorgia» quell’uomo con più pregiudizi che stellette è un’autentica manna del cielo.

Basta sentirlo argomentare i suoi pensierini da bar perché al confronto Ignazio La Russa appaia Umberto Eco.

Vannacci scavalcherebbe a destra persino i frequentatori di Predappio: figuriamoci la premier, che restando ferma si ritrova praticamente al centro.

Vannacci fa molto comodo anche a Vannacci:

adesso che la sua carriera di scrittore ha esaurito la spinta propulsiva, un seggio sicuro in Europa è la migliore riforma pensionistica che potesse capitargli.

Ma «detto Generale» non dispiace neanche agli oppositori di Salvini dentro la Lega, che inorridendo in pubblico davanti alle sue dichiarazioni su gay e disabili, hanno la possibilità di saggiare il terreno in attesa della resa dei conti col segretario.

A ben pensarci, c’è un solo politico a cui l’estremismo di Vannacci potrebbe non convenire.

Ed è proprio quel «detto Matteo» che lo ha messo in lista.

 

 

 

Europa: il tempo delle scelte. Perché

la politica estera e la difesa comune

non sono più un’opzione.

Ladiscussione.com – (9 Dicembre 2025) - Giovanni Iannotti – ci dice:

 

L’Ue deve unirsi oppure sarà destinata a diventare irrilevante nello scenario globale.

Nel mese di agosto scorso (quotidiano la discussione del 27 agosto 2025), commentammo l’intervento del Presidente Draghi al Meeting di Rimini affermando che l’unità europea nella difesa e nella politica estera non è un sogno federalista, ma una necessità per la prosperità la pace e la sicurezza dei popoli europei.

A distanza di pochi mesi dal nostro appello, gli eventi internazionali confermano questa “evidente” preoccupata previsione, anzi la amplificano e la rendono fruibile agli occhi di tutti.

 

Il mondo ha accelerato, è alla ricerca di nuovi equilibri:

probabilmente nascerà un mondo con potenze multipolari che dovranno competere (speriamo pacificamente) tra loro.

 La scienza, le conoscenze e le competenze avranno un ruolo decisivo per definire la leadership tra popoli e nazioni.

 Intanto le crisi si moltiplicano, le vecchie certezze – dalla stabilità internazionale, alla garanzia americana – non sono più scontate.

 

Dopo la seconda guerra mondiale, nella definizione del nuovo ordine mondiale diviso in due blocchi contrapposti (tra capitalismo e comunismo) la sicurezza europea era stata “appaltata” agli americani: Essi in realtà avevano rilevanti interessi geopolitici e culturali in Europa, Medio Oriente ed Africa, vi era quindi coincidenza di esigenze.

Oggi, come da tempo chiaramente espresso dagli stessi americani, le loro sfide da affrontare sono verso la Cina, l’India, il sud America, per cui nella ricerca degli equilibri internazionali conseguenti, l’Europa dovrebbe – nell’auspicio statunitense – “saper badare a sé stessa”.

 

Un mondo che cambia più velocemente della nostra politica.

Ma l’Europa, stretto mosaico di Stati troppo spesso divisi, si scopre vulnerabile proprio mentre dovrebbe mostrarsi più forte.

 Oggi non possiamo più limitarci a osservare. È arrivato il tempo delle scelte.

Negli ultimi mesi, tre dinamiche globali hanno assunto un peso evidente:

la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, sempre più aperta,

l’instabilità ai confini dell’Unione, tra Europa orientale, Mediterraneo e Medio Oriente,

l’aumento delle minacce ibride, cibernetiche e infrastrutturali, che non conoscono confini né tempi istituzionali.

In questo contesto, continuare a fare politiche differenti tra i ventisette Paesi è semplicemente impossibile.

L’Europa non è minacciata da una guerra tradizionale, ma da una lenta erosione della sua capacità di influire sul mondo.

E quando non si influenza, si subisce.

 

Politica estera e difesa: le due metà della stessa sovranità.

Spesso si discute di difesa europea come se fosse una questione tecnica, fatta di budget, sistemi d’arma, comandi e procedure.

Senza dubbio esiste anche questo.

Ma prima ancora di essere una questione militare, la difesa è una questione politica.

 

Una politica estera senza difesa è una mente senza braccio.

Una difesa senza politica estera è un braccio senza mente.

Non funziona.

 

Se vogliamo contare nel mondo, se vogliamo proteggere i nostri cittadini, se vogliamo affrontare da protagonisti le grandi crisi globali, dobbiamo fare ciò che gli altri fanno da decenni: parlare con una voce sola.

Non significa rinunciare alle identità nazionali.

Significa decidere insieme quali obiettivi servono all’interesse comune europeo.

E muoversi di conseguenza.

 

Perché oggi è il momento giusto.

Paradossalmente, questo è uno dei rari momenti storici in cui politica, opinione pubblica ed economia convergono nella stessa direzione:

gli Stati europei stanno aumentando la spesa per la sicurezza,

le società europee capiscono che il mondo è cambiato e chiedono protezione,

le istituzioni dell’Unione iniziano a discutere apertamente di un vero coordinamento strategico.

Quello che per anni è sembrato un “sogno da federalisti convinti” oggi appare per ciò che realmente è: una necessità pratica, molto concreta.

Se non si riuscisse nell’immediato a costruire una politica estera comune, l’Europa dovrebbe comunque come primo passo concreto procedere sulla difesa:

Sarebbe il minimo indispensabile per non rimanere indietro e perdere ancora terreno rispetto alle grandi potenze multipolari.

Sarebbe cioè una prima affermazione che l’Europa si affaccia sulla scena mondiale come attore con la propria identità storica, culturale e, non dimentichiamo, forza economica, industriale e finanziaria.

Limitarsi alla semplice difesa comune (già De Gasperi nel 1954 l’aveva profetizzata come primo passo indispensabile per non ricadere nelle guerre tra i popoli come era già successo per due volte nel 1900)), non sarebbe la soluzione definitiva – anzi, sarebbe come camminare con una gamba sola, perché una difesa senza una strategia politica condivisa rischia di essere inefficace o incoerente – ma sarebbe comunque un passo importante nella giusta direzione per non perdere più terreno rispetto ai massimi interlocutori mondiali.

Una difesa comune europea, infatti, creerebbe almeno le condizioni minime di interoperabilità, responsabilità e coordinamento che oggi mancano.

 

E proprio quel passo, anche se incompleto, potrebbe diventare il motore per far maturare finalmente anche la politica estera comune, che oggi è bloccata più da logiche di veti che da reali divergenze strategiche.

Gli antichi romani affermavano il principio del “divide et impera”.

È proprio questo che l’Europa sta subendo attraverso attacchi di ingerenza e di influenza soprattutto da est già da prima che la Russia entrasse in guerra con l’Ucraina.

 Il tentativo (che rischia seriamente di andare a buon fine) è di frammentare e disperdere le energie degli Stati europei dietro ad interessi di parte.

Sfruttando la libera espressione e circolazione del pensiero e delle idee – presupposto delle democrazie ma al tempo stesso “vulnus” – disinformando, manipolando – utilizzando la propaganda –, influenzando – anche attraverso attacchi cyber – assistiamo a evidenti sforzi di intossicare, infiltrare e destabilizzare l’Europa, ingerendo nelle dinamiche economiche sociali di convivenza e politiche:

 è la cosiddetta minaccia ibrida che è stata portata a conoscenza dell’opinione pubblica italiana proprio dal nostro eccellente Ministro della difesa ed alla Nato dall’”Ammiraglio Cavo Dragone” che ha ipotizzato – non senza uno strascico di polemiche, a volte strumentali-una difesa proattiva verso la neutralizzazione di queste minacce.

 

Mentre l’opinione pubblica Europea dibatte liberamente e fa anche autocritica nel perfetto stile democratico, nulla o poco si sa o si dibatte, per corrispondenza e reciprocità, su quanto accade nei regimi oligarchici e autocratici, che tali libertà comprimono e controllano con il pugno di ferro.

In sintesi è lecito pensare che se la NATO non si fosse allargata ad EST (con il consenso democratico delle nazioni interessate – ultima l’Ucraina –) sarebbe stato l’EST a sfruttare l’inerzia americana ed europea per allargarsi ad OVEST.

Ciò è testimoniato dalla conclamata guerra ibrida posta in essere da tempo e che solo adesso si manifesta nella sua insidiosa evidenza.

Lo scopo sarebbe quello di spingere l’Europa a dipendere e sottostare ad un rapporto che i regimi oligarchici e autocratici “per definizione” non considerano mai paritetico – ma di sottomissione – anche utilizzando le necessità connesse all’approvvigionamento delle risorse energetiche, vitali per l’Europa e possedute in grande quantità ad Est.

 

Il triangolo fondamentale: Francia, Germania, Italia.

C’è però un dato che nessun realismo politico può ignorare:

una politica estera comune e una difesa europea comune non nasceranno senza un’intesa chiara e stabile tra Francia, Germania e Italia.

Ognuno porta punti di forza e limiti:

la Francia ha capacità militari avanzate e visione strategica,

la Germania ha peso economico ma una cultura strategica più prudente,

l’Italia può essere ponte diplomatico tra Nord, Sud ed Est europeo.

Se questi tre Paesi iniziano a vedersi come parti complementari della stessa sicurezza, l’Europa potrà finalmente fare un salto in avanti.

 

Se non accade, continueremo a muoverci a zig-zag, tra iniziative isolate e paesi che remano in direzioni opposte.

L’Europa non deve diventare una somma di paure, ma un progetto di responsabilità.

Non è dunque il momento dell’allarmismo.

È il momento della responsabilità.

 

L’Europa non è mai nata da una spinta tecnocratica, ma da una scelta politica coraggiosa, come la storia ci ricorda attraverso l’operato di De Gasperi, Adenauer e Shumann.

Oggi si chiede lo stesso coraggio: capire che la sovranità non si perde condividendola, ma si perde quando la si difende da soli contro un mondo che non aspetta.

 

Ad agosto abbiamo detto che serviva una presa di coscienza.

Oggi diciamo che serve una scelta.

L’Europa non può più essere solo un’idea: deve diventare un soggetto.

La politica estera e la difesa comune non sono il punto d’arrivo:

sono il punto di partenza per costruire l’Europa del futuro come interlocutore mondiale politico, l’economia, la cultura, lo sviluppo dei diritti umani e della libertà, uno straordinario welfare che tutela i deboli… RICORDIAMOCELO… già lo abbiamo.

Mi sembra che si sia davanti ad un buon punto di partenza.

 

 

 

Unione europea, bisogna avere il coraggio di cambiare, la Tradizione che vogliono cancellare, il sogno dell’economia sopra la cultura – Editoriale.

Agenparl.eu - Luigi Camilloni – (6 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

Unione europea.

Logo (AGENPARL) - Roma, 6 Dicembre 2025.

Negli ultimi anni l’Europa sembra attraversare una stagione di profonde crisi politiche e culturali.

I continui cambiamenti nei governi, le dimissioni di massa, e le difficoltà nell’affrontare questioni economiche e strategiche delicate, come quelle derivanti dal conflitto in Ucraina, rivelano una realtà inquietante:

 spesso la politica appare miope, incapace di guardare oltre la gestione emergenziale e il breve termine.

 

Questa instabilità politica si accompagna a un problema culturale altrettanto grave.

 La tradizione, la memoria storica e l’identità dei popoli europei sembrano essere messe in secondo piano rispetto alle logiche economiche e finanziarie.

L’Europa, nella sua forma istituzionale attuale, rischia di diventare una macchina burocratica e mercantile, dove l’economia prevale sulla cultura, e il profitto a breve termine supera il valore di lungo periodo che deriva dalla conservazione e dalla valorizzazione del patrimonio storico e artistico.

Il rischio non è solo teorico.

Le recenti posizioni di figure come Elon Musk — che ha apertamente chiesto l’abolizione dell’Unione Europea e il ritorno alla sovranità nazionale dopo sanzioni e multe alla sua piattaforma “X” — sono sintomatiche di una frustrazione diffusa.

La critica di Musk non va letta solo come provocazione:

 rappresenta il sentimento di cittadini e imprenditori che avvertono una distanza crescente tra le istituzioni europee e le esigenze concrete delle nazioni.

 

Cancellare la tradizione in nome del progresso economico o della globalizzazione è un errore che l’Europa non può permettersi.

 Cultura, storia e identità non sono pesi del passato, ma pilastri sui quali costruire un futuro più solido.

La vera innovazione non consiste nel distruggere ciò che ci ha preceduto, ma nel reinterpretarlo e valorizzarlo, armonizzando modernità e memoria.

 

Per fare questo, serve coraggio.

 Coraggio di cambiare, certo, ma anche coraggio di dire “no” a politiche che ignorano l’essenza dei popoli europei.

Occorre una visione che integri economia e cultura, mercato e tradizione, tecnologia e valori umani.

Senza questo equilibrio, ogni riforma rischia di essere sterile, ogni progresso economico di diventare un danno culturale.

Inoltre, il tema della sovranità nazionale non è secondario.

La concentrazione di potere nelle istituzioni sovranazionali spesso porta a decisioni distanti dalle reali esigenze dei cittadini.

Riconciliare autonomia nazionale e cooperazione europea non significa rinunciare ai valori condivisi, ma piuttosto costruire un’Europa che rispetti la diversità dei suoi membri e valorizzi la responsabilità dei singoli stati.

Il sogno di un’Europa unita e prospera non può prescindere dalla cultura e dalla tradizione.

Senza radici, la crescita economica diventa vuota e priva di identità.

Il rischio è di creare un continente ricco di beni materiali ma povero di spirito, dove l’uomo diventa subordinato alle leggi del mercato.

 Al contrario, valorizzare la cultura significa investire in un capitale umano e civile che produce innovazione sostenibile, coesione sociale e benessere autentico.

 

In definitiva, il momento attuale richiede un cambiamento coraggioso. Non un cambiamento superficiale, ma un vero ripensamento delle priorità:

un equilibrio tra economia e cultura, tra innovazione e tradizione, tra integrazione europea e sovranità nazionale.

Solo così l’Europa potrà non solo sopravvivere alle crisi politiche e finanziarie, ma prosperare come comunità di popoli che rispettano la propria storia e costruiscono insieme un futuro consapevole e sostenibile.

La sfida è aperta: o si ha il coraggio di cambiare nel senso più profondo, oppure il sogno europeo rischia di trasformarsi in un incubo di conformismo economico e svuotamento culturale.

E questa non è una questione astratta:

riguarda la vita quotidiana, l’identità, il futuro dei cittadini e delle generazioni che verranno.

Ostaggio di sé stessa e incapace di

cambiare: come l’Europa può

rilanciare il processo federalista.

Leclettico.com - Daniele Curci – (Marzo 17, 2025) – Redazione – ci dice:

 

Prima d’ora l’Unione Europea non si era mai trovata di fronte a sfide esistenziali come quelle che le si presentano in queste settimane. Rispondono piazze come quella di sabato 15 marzo a Roma, dove in 50mila si sono radunati per esprimere il proprio sostegno all’Unione.

Risposte necessarie, queste, perché servono a compattare e a rafforzare nei suoi intenti quel pezzo di opinione pubblica che nell’UE ci crede, forse stuzzicando anche gli indecisi ma che rischiano anche di rimanere fini a loro stesse.

Ciò anche per il permanere di alcune problematiche, non da ultimo, di cosa parliamo quando parliamo di Europa, di Unione, di federalizzazione.

Una domanda, questa esistenziale, perché intreccia l’aspetto idealistico con quello programmatico, d’azione.

 E il fatto che non vi sia una risposta netta rende la cifra della crisi profonda in cui si trova l’Europa dove tutto si cambia per tutto lasciare, dove a vincere non siamo noi cittadini d’Europa ma i nazionalismi.

 

Chiamale, se vuoi, contraddizioni.

La situazione emergenziale in cui si trova l’Europa è frutto, per l’appunto, di un insieme di contraddizioni che ne hanno accompagnato la nascita e l’azione, soprattutto negli ultimi anni.

Già il fallimento della Costituzione europea nel 2005, per effetto dei referendum di Olanda e Francia, avrebbe dovuto lanciare un allarme riguardo la persistenza dei nazionalismi in Europa.

L’Unione avrebbe dovuto rispondere con piani di sviluppo che favorissero la creazione di un’identità europea – scambi culturali per ogni fascia di età, scambi lavorativi e di formazione pratica per ogni tipologia di impiego, per fare alcuni esempi – la rivendicazione dei propri successi – la legislazione che ci protegge dai trust e dai poteri di big tech, i diversi piani di investimento i cui meriti sono stati, invece, attribuiti ai governi nazionali – soprattutto la creazione di agenzie e centri di ricerca transdisciplinari per lo sviluppo di una narrazione e di un’identità europea da cui poi creare una forma di soft power e di propaganda basata sui fatti interna ed esterna ai confini dell’Europa, così da depotenziare le minacce – in primis la diffusione di false notizie e di propaganda – provenienti dall’esterno.

Niente di tutto questo è stato fatto:

l’Europa ha continuato a veleggiare a vista, accontentandosi di una facile situazione di stallo.

 

Il 2005 fu un avvertimento rispetto a ciò che sarebbe scoppiato con la crisi economica del 2008-2009, le cui conseguenze minarono la legittimità delle istituzioni europee, acuendo il divario tra paesi del Nord e del Sud anche a causa di provvedimenti draconiani e punitivi come accaduto alla Grecia, sottolineando i limiti di un processo di integrazione che riguardava solamente parte delle politiche monetarie e di un sistema economico che intrinsecamente aumenta le sperequazioni perché incapace di arrestare il processo inflazionistico iniziato, come ben dimostrato dallo studioso Thomas Piketty, dopo la Prima guerra mondiale.

Un senso di insicurezza e vulnerabilità avvertito da molti cittadini europei a cui le istituzioni comunitarie non hanno dato risposte né rassicurazioni, così che il senso di disorientamento e paura si è acuito anche per la presenza del terrorismo internazionale e dei fenomeni migratori.

 L’assenza di un piano per l’immigrazione, capace di costruire una narrazione identitaria inclusiva, ha fatto sì che i semi identitari dei nazionalismi europei, fondati sull’idea di popolo corrispondente a “una di lingua, d’altare e di sangue”, parafrasando “Marzo 1821” di “Alessandro Manzoni”, riprendessero il sopravvento.

 Detto in altri termini, la persistenza profonda dell’idea di una nazione e di un popolo che sono tali perché della stessa religione (non necessariamente intesa come fede e pratica religiosa, ma come fattore cultural-identitario), dello stesso colore della pelle, della stessa lingua ha fornito una risposta a un senso di disorientamento provato da molti europei, un senso di vulnerabilità a fenomeni internazionali complessi che, come nel caso della crisi economica, erodevano il benessere sociale.

L’Unione non ha fornito né antidoti, né risposte, né rassicurazioni, né strategie di gestione e risoluzione di tali problematiche.

In questo modo la fiducia nelle sue istituzioni si è erosa in un momento cruciale, quello in cui siamo anche ora, cioè in cui è fondamentale la cessione di sovranità all’Europa.

La Brexit è frutto anche di tutto questo ed era stata un campanello d’allarme.

Il vuoto lasciato dall’UE è stato colmato dal riemergere dei nazionalismi e da partiti più o meno euroscettici, ma sicuramente contrari al processo di integrazione.

 Una spirale di sfiducia nelle istituzioni comunitarie, ma anche dei paesi membri, che corrisponde alla crisi di identità dei cittadini la quale, a sua volta, si riverbera nell’instabilità governativa presente in molti paesi e che porta i governi ad aggirare i parlamenti ricorrendo sempre più spesso a decreti e ordini esecutivi, accentuando con letture estensive delle Costituzioni i poteri dell’esecutivo.

Le democrazie europee stanno, infatti, rischiando di diventare democrazie ristrette per le limitazioni all’attività giornalistica, di ricerca, al diritto di manifestazione, per la militarizzazione delle forze di polizia, come peraltro sottolineato nell’ultimo report del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, per la diminuzione della redistribuzione dei redditi anche in forme di servizi essenziali come la sanità in favore delle privatizzazioni.

Un rischio concreto anche per le continuità presenti, nei vari paesi europei, con i passati regimi dittatoriali:

persistenze che a seconda dei casi sono istituzionali, giurisprudenziali, ma anche di mentalità, stereotipi e pregiudizi razzisti e antisemiti.

 

Quanto abbiamo descritto è stato alimentato dalla propaganda russa e dalla diffusione di false notizie, volte a limitare il processo di integrazione per una questione che è anche ideologica.

Contrariamente all’opinione spesso diffusa, la NATO e l’Europa non hanno accerchiato la Russia – è sufficiente guardare ai confini – cercando anzi negli anni di includerla in una nuova architettura di difesa e di integrazione.

Il rifiuto di Vladimir Putin di procedere in tal senso è frutto di una precisa scelta ideologica sottovalutata dall’Europa sin dall’arrivo al potere del presidente russo nel 1999:

 da allora, nei suoi discorsi e nelle dottrine militari, Putin ha identificato nell’Europa una minaccia per ciò che rappresenta, vale a dire diritti, libertà di pensiero e di parola, illuminismo, difesa delle minoranze, della comunità LGBTQIA+ e delle donne.

La saldatura con ampi margini della destra europea è, in tal senso, ideologica e in questo momento trova una convergenza con gli Stati Uniti di Donald Trump che è anche di interessi economici.

La legislazione europea in materia di trust e big tech, infatti, svantaggia i big della Silicon Valley – quell’oligarchia di cui ha parlato Joe Biden – che sostengono l’attuale inquilino della Casa Bianca, anche qui spesso con una convergenza valoriale come nel caso di Elon Musk.

 

L’Europa non sta rispondendo adeguatamente.

Innanzitutto, mancano ancora investimenti in un piano che favorisca l’identità europea a discapito di quelle nazionali e che garantisca così sostegno al processo di federalizzazione;

mancano, inoltre, piani di propaganda e soft power che avrebbero, peraltro, il merito di mantenere i conflitti freddi, inducendo gradualmente i nemici a cedere.

 Il processo di riarmo non è, sotto questi punti di vista, sostenuto da una vera mobilitazione delle idee.

In maniera molto semplice, perché se per molti anni si è detto che non vi erano finanziamenti per far fronte al cambiamento climatico o per la sanità adesso si trova, invece, la volontà politica per sorpassare i vincoli di bilancio per investire nel riarmo?

 

Il piano presentato da Ursula von der Leyen è un piano che parte dal fondo.

 Un piano, cioè, che non prevede una stima reale degli investimenti necessari all’ammodernamento dei servizi di intelligence e spionaggio – peraltro carenti a livello federale – così come di quelli militari.

 La cifra decisa è una cifra che sotto questo punto di vista può essere bassa come alta, non certamente frutto di un reale studio che avrebbe dovuto riguardare delle tematiche esistenziali quali la creazione di un esercito europeo e, quindi, una spesa comune, non legata ai singoli Stati. In caso di conflitto quasi tutti gli eserciti avrebbero munizioni diverse, dunque catene logistiche divergenti.

L’efficacia della deterrenza si basa sulla credibilità della forza militare, una forza che sotto questo punto di vista non è coordinata, dipendente dagli Stati Uniti – per fare un esempio, gli F-35 hanno un sistema operativo il cui accesso dipende da Washington – dispendiosa e, quindi, inefficiente, basti pensare che gli Stati Uniti dispongono di 32 sistemi d’arma, mentre l’Europa 172.

 L’inefficacia di una difesa non europea, ma delegata ai singoli Stati e spesso a guida francese, la si è vista nella gestione del Sahel,  regione dell’Africa per lo più priva di copertura giornalistica per la presenza di miliziani dell’ex gruppo Wagner e per i conflitti che li contrappongono alle locali forze jihadiste affiliate ad al-Qaeda e ISIS che dal 2022 hanno reso la regione la “settima provincia dello Stato islamico in Africa”, portando lo Stato islamico a rivendicare più della metà dei suoi attacchi non più in Medio Oriente ma in Africa.

La stabilizzazione del Sahel è fondamentale anche per dare una risposta alla crisi migratoria.

Qui erano presenti missioni con contingenti europei, sotto la supervisione francese ma non sotto l’egida dell’Unione, come “Barkhane” e “Takuba” che sono però fallite anche per una mancata strategia di propaganda e contropropaganda capace di contrastare l’attivismo russo nella regione. 

 

Il piano von der Leyen è un piano ostaggio dei nazionalismi e degli interessi corporativi delle industrie.

 Il piano di spesa previsto – oltre, probabilmente, a continuare a comprare dagli Stati Uniti – non prevedendo fusioni, nazionalizzazioni delle industrie della difesa, o quantomeno incentivi per le industrie a creare un consorzio europeo, avvantaggia le commesse per le industrie nazionali, garantendo così guadagni agli imprenditori ma non un vero strumento di difesa europeo.

Del resto, la presidente della Commissione e la sua compagine governativa sono espressione di un’Europa estremamente legata agli interessi delle industrie e dei capitali per cui è sufficiente questo grado di integrazione per garantire profitti e protezione, ma che non auspica una reale federalizzazione.

 Il fatto che von der Leyen parli e concretizzi un maggiore accentramento esecutivo nelle mani della Commissione, a discapito e sorpassando (o riducendo a mere formalità) le prerogative del Parlamento, rispecchia a sua volta quel processo di limitazione delle democrazie e di aumento delle prerogative dell’esecutivo di cui si diceva e, al contempo, il potere dei nazionalismi europei.

A differenza del Parlamento, unico organismo eletto direttamente dai cittadini e organizzato in gruppi politici paneuropei, la Commissione viene composta con una forte influenza del Consiglio Europeo che riunisce i capi di Stato e di governo ed è pertanto più vicina alle istanze nazionali rispetto al Parlamento.

 

Vi è un ultimo rischio in questo processo.

Puntare sugli eserciti nazionali è sempre rischioso perché sin dalla nascita degli Stati-Nazione sono stati un luogo di creazione delle identità nazionali e di diffusione del nazionalismo, anche perché la retorica che spesso li accompagna è quella della mobilitazione dei cittadini in armi in difesa della patria.

Sotto questo punto di vista non è proteggere l’Europa, ma proteggere l’Italia o la Francia o tale Stato e solo secondariamente (e forse) l’Europa.

Il rischio è quindi quello di alimentare ulteriormente i nazionalismi, anche perché la retorica di guerra compatta intorno al governo in nome di una situazione emergenziale – che esiste realmente ma che anche per questo necessita di cautele in difesa della democrazia e dell’Europa – che giustifica il ricorso ad un ampliamento dei poteri dell’esecutivo.

 

L’Europa oggi è minacciata non solo dall’esterno, ma anche dal suo interno.

Abbiamo bisogno di scelte radicali e di un europeismo radicale perché solamente abbattendo gli Stati-Nazione e creando gli Stati Uniti d’Europa saremo in grado non solo di garantire la difesa dei diritti, ma anche di dare una risposta al processo di disgregazione delle istituzioni e dei trattati sovranazionali che hanno evitato sino ad ora il ricorso ad ordigni atomici e il deflagrare di conflitti mondiali.

Nonostante i nazionalismi dicano il contrario, siamo tutti cittadini europei.

 

 

 

Il problema è nell’UE e nella

sua arroganza coloniale.

Rifondazione.it – (10 lug. 2025) - Soumalia Diawara – ci dice:

 

Ci denuncia la rabbia, ci ferisce la tristezza, ma il silenzio sarebbe complicità.

 

Dopo le battute sul respingimento “in stile Piantedosi”, è arrivato il momento di parlare sul serio.

Quello che abbiamo visto non è solo l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza di un ministro dell’Interno italiano, è qualcosa di molto più profondo:

il riflesso strutturale dell’ipocrisia, dell’arroganza, e della totale mancanza di rispetto che l’Unione Europea continua a riservare al continente africano.

 

Parliamo di una delegazione europea inviata a Tripoli, con un mandato diretto della presidente Ursula von der Leyen, ma chi ha autorizzato quella delegazione a spostarsi senza permessi ufficiali fino a Bengasi? Nessuno.

 Ed è proprio qui che riemerge con forza brutale l’arroganza coloniale che ancora permea le istituzioni europee, e la domanda è inevitabile: perché non hanno chiesto il permesso?

 

Perché agire con tanta disinvoltura, sapendo che nessuno, davvero nessuno, lo avrebbe negato se fosse stato chiesto?

È questo che rivela la verità più scomoda:

non è stato un errore diplomatico, ma una scelta consapevole, frutto di una mentalità radicata nel dominio e nel disprezzo, una mentalità che dà per scontato che l’Africa non meriti nemmeno l’atto formale del rispetto.

L’Europa non ha mai veramente fatto i conti con la propria eredità coloniale, ha solo cambiato forma al dominio.

Oggi lo chiama “partenariato strategico”, “cooperazione allo sviluppo”, “gestione dei flussi migratori”, ma la sostanza è rimasta la stessa: trattare l’Africa come un cortile di casa, come uno spazio da sorvegliare, sfruttare, manipolare a proprio piacimento.

 

Mi chiedo: l’Unione Africana potrebbe mai mandare una delegazione non autorizzata a Roma, a Berlino, a Parigi, o a Bruxelles?

No, sarebbe considerato un affronto, un atto ostile, un’invasione diplomatica.

E allora, perché l’Europa si arroga il diritto di fare ciò che agli altri nega? Perché persiste questa mentalità tossica di superiorità?

 Perché si continua a dare per scontato che l’Africa non abbia voce, né dignità sovrana?

 

L’Europa si scandalizza quando alcuni Paesi africani stringono alleanze con altri attori geopolitici, Cina, Russia, Turchia.

Ma di cosa si stupisce, esattamente?

Dopo cinque secoli di razzie, schiavitù, occupazioni militari, sfruttamento economico e culturale, imposizioni politiche, davvero pensano che l’Africa non abbia il diritto di cercare alternative?

 

Il vero problema è che in Europa manca la volontà, e forse anche il coraggio, di fare autocritica.

Non si vuole guardare allo specchio, si preferisce continuare a raccontare una narrativa tossica e funzionale:

l’Africa come continente caotico, corrotto, fragile, da “salvare”.

Una narrazione che giustifica l’intervento e protegge lo status quo.

Ma l’epoca in cui l’Africa poteva essere trattata come oggetto è finita.

 È tempo di dire le cose con chiarezza: non si tratta di un incidente diplomatico, si tratta di un atteggiamento sistemico.

 È l’Europa intera che deve cambiare mentalità, deve liberarsi della sua postura coloniale, deve imparare una volta per tutte a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco, non sull’arroganza imperiale mascherata da “cooperazione”.

Finché questo non accadrà, l’Africa continuerà a guardare altrove.

 Non per dispetto, non per ideologia, ma per affermare un diritto sacrosanto: quello all’autodeterminazione e alla dignità.

 

E a chi continua a gridare all’“anti-occidentalismo” ogni volta che queste verità vengono dette, diciamo: interrogatevi prima sulle vostre responsabilità storiche e morali.

 

Chi guida l’Europa oggi sta minando non solo il presente, ma anche il futuro del continente, e delle sue nuove generazioni.

 Abbiate il coraggio, se ve ne è rimasto, di guardare in faccia la realtà, di dire le cose come stanno, di smetterla con questa mentalità da padroni del mondo.

 

Altrimenti, i veri nemici dell’Europa non sono altrove, sono già nelle sue capitali, a partire da Bruxelles, dove una leadership arrogante e incapace sta portando l’Europa verso il disastro morale.

 

 

 

 

 

Evitare le trappole di una

Europa Peter Pan.

Huffingtonpost.it - Antonio Calabrò – (3 novembre 2025) – ci dice:

Una vera e propria crisi politica e strategica dell’Europa, che sembra afona, impaurita, malcerta, divisa.

Un disastro da evitare, con umiltà, conoscenza, intelligenza, capacità di farsi carico degli interessi e dei valori dell’“altro”.

Un mondo da difendere, correggere, ricostruire e riformare.

 

“Un’Europa Peter Pan, immobile nella sua adolescenza politica, oscillante tra nostalgia e distrazione, mentre il mondo riscrive la geopolitica alla velocità della luce”, scrive “Gabriele Segre” su “La Stampa”.

È “immobile”, l’Europa, anche per “Agnese Pini”, direttrice di “QN” mentre “i giganti” e cioè la Cina e gli Usa siglano “una pace gelida” e precaria in un “nuovo mondo bipolare in cui manca la voce del Vecchio Continente”, incapace di “fare scelte politiche e non contabili” (come dimostrano le discussioni sui bilanci striminziti della Ue e dei singoli Stati).

 

Un’Europa in difficoltà, “nell’era dei nuovi imperi” secondo “Lucrezia Reichlin” sul ”Corriere della Sera”, con assetti tali per cui “a livello politico sta nascendo un sistema ibrido, dominato da Stati nazionali con connotati imperiali” mentre a livello economico “il sistema continua a essere caratterizzato da una globalizzazione che ignora le frontiere” e dove - va aggiunto - dominato, molto più che in passato, poche “Big Tech” potenti, spregiudicate, determinate a immaginare un mondo in cui la democrazia si separa dai sistemi di libertà e le nuove tecnologie ridisegnano radicalmente poteri, interessi, valori.

Quelle di Segre, Pini e Reichlin sono tre voci, documentate e autorevoli, tra le tante che oramai da gran tempo insistono sull’aggravarsi di una vera e propria crisi politica e strategica dell’Europa, colosso economico ma nano politico, incapace di fare valere il peso dei propri interessi e dei propri valori, d’una pur nobile tradizione su cui si basa l’originale sintesi tra democrazia liberale, economia di mercato e sistemi di welfare.

 Un’Europa che adesso sembra afona, impaurita, malcerta, divisa.

Eppure, proprio adesso, si può intravvedere una via di ripresa europea, una scelta politica di valore storico che, nonostante tutto, rimetta l’Europa, con autorevolezza e incisività, sul palcoscenico di un mondo in rapido, travolgente e drammatico cambiamento?

 

Una ricetta facile non c’è.

Ma sulle soluzioni alla crisi c’è comunque una sterminata letteratura, politica, economica, sociale.

Compresi quei due documenti essenziali che sono i Rapporti commissionati da Bruxelles e firmati da “Mario Draghi” ed “Enrico Letta”, sulle scelte per la competitività e sulla formazione, finalmente, del “Mercato Unico europeo” (con attenzione per le transizioni ambientali e digitali e il mondo delle banche e della finanza).

Rapporti sapienti e lungimiranti, lucidi e ricchi di analisi complesse e proposte responsabili.

 Lodati da tutti, ai vertici della Ue.

Eppur lasciati a dormire, da oltre in anno, nei cassetti della Commissione e dei governi dei paesi europei.

 

Il nostro destino, dunque, è la paralisi?

 Un’Europa colta e sofisticata ma impotente, buona a fare solo da Grand Hotel per i nuovi potenti “imperatori del mondo”.

 Il rischio è reale.

 

Eppure, la strada delle cose da fare à tutt’altro che lastricata di idee e proposte improbabili.

Sfogliando i quotidiani delle ultime settimane (utilissimi, ancora una volta, i buoni giornali) ci si imbatte in idee che meritano attenzione e impegno politico.

Come quella di “Giulio Tremonti”, presidente della Commissione Esteri del Senato, ex ministro dell’Economia e soprattutto presidente dell’”Aspen Institute Italia” (autorevole think tank, capace di analisi ben informate e politicamente trasversali):

 Unirsi per un commercio globale”, scrive Tremonti sul “Corriere della Sera”, documentando come sia necessario “tornare allo spirito di Bretton Woods, con un accordo tra Cina, Usa ed Europa” (quell’intesa, nel 1944, a guerra mondiale ancora in corso, regolava, nell’interesse comune, le relazioni tra le monete) e seguire oggi una strada analoga per il commercio mondiale.

 E il commercio internazionale, come tutti sanno, è competenza della Ue, non dei singoli Stati.

 

Ecco il punto: il rilancio della Ue.

Fuori dalla trappola dell’unanimità delle decisioni e dall’illusione di un federalismo ai minimi termini in cui i singoli Stati siano la colonna portante dell’Europa, i detentori dell’ultima parola.

Serve più Europa, nonostante tutto.

E un’Europa migliore, finendola di pagare oramai intollerabili prezzi alle burocrazie di Bruxelles e ai miopi sovranismi.

 Il voto olandese della scorsa settimana, a favore delle forze politiche europeiste, per quanto sia un piccolo, debole segnale, può fare riflettere.

 

Già adesso, d’altronde, l’Europa si muove con maggioranze qualificate e prova ad aggirare veti e unanimismi paralizzanti. Una strada da seguire e rafforzare. Una strada “politica”.

In attesa che maritino i tempi per una profonda riforma istituzionale.

 

I temi su cui muoversi sono chiari: la sicurezza e la difesa (“La Ue deve ridiscutere il contratto con gli Usa, coinvolgendo anche Regno Unito, Norvegia, Turchia e Canada“, sostiene Mircea Genoana, ex vicesegretario della Nato), l’energia, l’ambiente, le nuove tecnologie, la ricerca scientifica, la formazione e tutto ciò che riguarda potenzialità, costi sociali e governance dell’Artificial Intelligence, per la quale va costruita rapidamente una “via europea” che ci sottragga al dominio di Usa e Cina.

 

Agenda impegnativa. Politicamente ardua. Ma essenziale.

 Ancora “Agnese Pini”:

 “Oggi più che mai servirono scelte politiche, non contabili.

Capacità militare credibile in tempi rapidi con acquisti davvero congiunti.

 Leve economiche comuni su energia e tecnologie critiche per non restare in ostaggio della prossima ‘tregua’ tra Washington e Pechino. Una linea negoziale europea sull’Ucraina che affianchi - o addirittura bilanci - quella americana”.

 Altrimenti, “se l’Europa continuerà a parlare solo la lingua dei bilanci, non quella del potere, la pace - quando arriverà - non avrà la nostra firma”.

 

Uno dei grandi padri dell’Europa, “Jean Monnet”, ha sempre sostenuto che l’Europa fa passi avanti e si costruisce nelle difficoltà.

Mai come adesso il suo monito va ascoltato e tradotto in scelte politiche, tempestive e lungimiranti.

 

C’è una indicazione politica strategica, su cui fare leva per lasciare un’Europa migliore alle nuove generazioni:

 il vincolo di quell’impegnativo documento di politica economica, culturale e sociale che è “Next Generation Ue”, il piano da oltre 750 miliardi di investimenti (in buona parte con risorse raccolte sul mercato finanziario internazionale, “debito buono”, dunque, per usare un’espressione cara a Mario Draghi) varato con intelligenza progettuale per fare fronte alle drammatiche conseguenze della pandemia Covid (e prima o poi sarà necessario discutere che uso ne abbiamo fatto noi italiani con il Pnrr e cioè se davvero, come e quanto ne abbiamo rispettato le indicazioni per lo sviluppo).

 

Responsabilità dei governanti europei, se davvero vogliono essere statisti, è occuparsi appunto delle prossime generazioni e non solo dei prossimi bilanci e delle prossime elezioni.

 Ed è responsabilità anche di noi anziani, che camminiamo sul viale di una stagione del tramonto che speriamo duri il più a lungo possibile. Una responsabilità da spendere bene, forti anche d’una robusta memoria storica, per intrecciare passato e futuro e dare finalmente forma compiuta a quella “Europa come destino” in cui siamo vissuti, in una lunga stagione di prosperità e di pace ma su cui oggi si allungano cupe ombre di crisi.

 

Europa fragile? Sì.

Politicamente, economicamente, socialmente.

Nelle relazioni interne ai singoli stati e allo spazio comune di Bruxelles.

 E nelle relazioni internazionali.

Eppure, proprio l’assunzione della fragilità come elemento fondante è un punto di forza nella politica, nella democrazia, nell’impresa, nelle tecnologie, nei rapporti personali e sociali.

 Nei progetti per il futuro.

 La forza, con coscienza critica e autocritica, sta “oltre la fragilità”.

Ce lo ricorda anche un “grande vecchio” della letteratura, “Jan McEwan”, britannico, classe 1948, nel suo ultimo libro, “Quello che possiamo sapere”, Einaudi, un romanzo inquietante su come potremmo essere visti nel prossimo futuro, nel ventunesimo secolo, in una terra stravolta dal disastro climatico e dalla stupidità politica e intellettuale (ne scrive acutamente “Caterina Soffici” su “La Stampa”: “Cosa resterà di quello che siamo”).

 

Un disastro da evitare, con umiltà, conoscenza, intelligenza, capacità di farsi carico degli interessi e dei valori dell’“altro”.

Un mondo da difendere e, contemporaneamente, correggere, ricostruire.

Riformare.

 

Le parole sapienti, come quelle di McEwan, sono dunque adatte, benvenute.

E tutti sappiamo bene quanto anche e soprattutto oggi la politica (e l’economia, e la scienza) abbiano un fondamentale bisogno di buona letteratura.

 

 

 

La postura difensiva

di un’Europa a pezzi.

Comune-info.net - Pasquale Liguori – (24 Marzo 2025) – ci dice:

La retorica del riarmo europeo può essere letta anche come un tentativo disperato di tenere insieme un sistema in frantumi.

Tuttavia qualsiasi crisi, vista dal basso, non è solo pericolo, ma anche occasione per cominciare a reinventare ciò che sembra immodificabile.

Rifiutare l’Europa dei carri armati può essere oggi un primo passaggio con il quale favorire una profonda metamorfosi dell’immaginario.

Esiste un vasto pensiero critico da cui attingere.

(Unsplash.com)

 

L’Europa vive una crisi di irrilevanza geopolitica.

Per decenni si è concentrata sul godimento di una sorta di “dividendo di pace”, dopo il 1989.

Ma con lo spostamento degli interessi Usa verso altrove e il conseguente, progressivo disimpegno statunitense dalle questioni europee, il Vecchio Continente si scopre “sorpassato” dalla storia: incapace di sostenere il passo delle nuove potenze, politicamente frammentato, strategicamente dipendente dagli Usa e, al tempo stesso, attraversato da micidiali crisi interne (mediocrità politica, fascismo redivivo, scenari produttivi e culturali al ribasso, depressione energetica e del welfare, polarizzazione e disuguaglianza sociale).

L’iniziativa russa in Ucraina ha agito da detonatore, facendo esplodere il senso di insicurezza e di perdita di controllo degli europei.

Sentendosi messi da parte dagli eventi globali, i leader UE invece di interrogarsi sul ruolo dell’Europa in un mondo multipolare, hanno adottato una postura difensiva e regressiva, tornando a vestire la vecchia armatura militare.

È un riflesso tanto pericoloso quanto gretto: di fronte alla fine della propria centralità, l’Occidente si ripiega su un immaginario di dominio perduto, cercando di riaffermarsi con la forza anziché ripensarsi con creatività e adattamento.

 

È di “Norbert Trenkle”, del gruppo “Krisis”, il concetto di “esternalizzazione dell’autoritarismo”:

 proiettando tutta la violenza e l’irrazionalità fuori di sé (nel nemico), l’Occidente adotta risposte autoritarie e militariste al proprio interno.

 E così, in nome della sicurezza, si invocano politiche che limitano le libertà civili, si richiama un’unità nazionale acritica (chi dissente è accusato di disfattismo o di “fare il gioco del nemico”), si deviano fondi pubblici dai bisogni sociali al complesso militare.

 Il risultato è che i Paesi UE assumono dimensioni autoritarie, nazionalistiche o militaristiche per isolarsi dalla minaccia percepita.

Questo è un chiaro passo indietro rispetto ai tanto declamati valori europei di pace e pluralismo che rischiano la decomposizione se consegnati a borghesi adunatine di piazza richiamate dal pifferaio mainstream.

Come appunto accaduto di recente a Roma, dove non sono mancati fervidi proclami suprematisti, razzisti anche a dispetto dei genuini ideali di quei manifestanti mossi da un’immagine europea totalmente differente.

Dunque, invece di innovare il proprio ruolo nel mondo, l’Europa cerca di conservare un potere in declino ricorrendo a strumenti di forza bruta e chiusura che appartengono a un’epoca passata.

 

In tal senso, come non far riferimento a Israele, emblema del fronte egemonico occidentale in crisi?

 Per decenni avamposto dell’Occidente in Medio Oriente, Israele è sostenuto politicamente e militarmente da Usa ed Europa.

 Oggi vediamo come il genocidio in atto dei palestinesi – spesso giustificato in nome della sicurezza e di presunti “valori occidentali” contro il terrorismo – testimoni il livello spaventoso di corruzione etica e politica raggiunto da Israele e dai suoi sponsor euroatlantici.

L’oppressione a Gaza e in Cisgiordania mostra al mondo immagini di devastazione e crimini coloniali che annientano la credibilità morale dell’Occidente.

 Il sostegno acritico a Israele è l’ennesima prova dell’ipocrisia occidentale:

proclami universali di diritti umani da una parte, ma complicità con l’oppressione coloniale dall’altra.

“Frantz Fanon”, il grande pensatore anticolonialista, ci allertava contro i miti umanisti europei che sottendono la violenza:

«Lasciamo questa Europa che non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, a tutti gli angoli del mondo».

Oggi, queste parole risuonano ancora:

nelle guerre per procura, nel razzismo sistemico, nelle disuguaglianze globali, riconosciamo la coda avvelenata dell’ideologia di dominio occidentale.

L’Europa, incapace di fare davvero i conti con il proprio passato coloniale, rischia di replicarne gli schemi:

quando estende la sua influenza militare ad Est (allargamento Nato) o quando sostiene l’occupazione israeliana ripropone dinamiche di espansione ed esclusione tipiche dell’imperialismo storico.

 

Come siamo arrivati a questa situazione?

Come l’Europa – che si fa vanto della custodia di princìpi democratici e cosmopoliti – ricade nella trappola di un pensiero così tecnocratico e regressivo?

 Questa involuzione può esser messa a fuoco dall’analisi di “Cornelius Castoriadis” sull’immaginario capitalistico occidentale.

 Secondo l’intellettuale greco-francese, tanto le società capitaliste liberali quanto quelle burocratiche di stampo sovietico condividevano un medesimo immaginario centrale:

la volontà di padronanza razionale illimitata sulla natura e sulla società.

L’Occidente moderno ha coltivato il mito che grazie alla tecnica, all’economia e alla scienza si possa ottenere un controllo totale sul corso della storia e sul mondo naturale.

Questo “desiderio di dominio razionale” è divenuto una sorta di religione laica:

si è assunto che lo sviluppo economico e tecnologico siano valori in sé, che il calcolo razionale (del profitto, dell’efficienza) possa risolvere ogni problema umano.

“Castoriadis” critica ferocemente questa prospettiva, definendola un immaginario eteronomo che asservisce la società a entità astratte (il mercato, lo Stato pianificatore, la tecnica) e soffoca la vera autonomia collettiva.

Nel contesto attuale, vediamo all’opera proprio la razionalità tecnocratica priva di immaginazione che Castoriadis disapprovava.

Di fronte a sfide complesse – crisi geopolitica, crisi ecologica, crisi sociale – le élite occidentali reagiscono come ingegneri sociali dall’occhio freddo: spostano bilanci, progettano alleanze militari, innalzano muri burocratici, il tutto trattando la società come un meccanismo da registrare e correggere.

 Ma questa razionalità strumentale manca totalmente di visione d’insieme e di senso.

È, in effetti, un immaginario sterile che non sa offrire significati condivisi né prospettive di emancipazione.

Secondo” Anselm Jappe”, uno dei teorici della “Wertkritik” (critica del valore) e del gruppo “Krisis”, il capitalismo può anche aver migliorato il benessere materiale in parte del mondo, ma ha creato un’immensa sensazione di vuoto, colonizzando ogni sfera della vita e trasformando tutte le attività dotate di senso in semplice consumo di merci.

Questa analisi coglie nel segno la crisi di significato che attanaglia l’Occidente.

Da tempo le nostre società sperimentano un malessere profondo, un’insignificanza crescente: il benessere materiale non ha portato felicità né coesione, la crescita illimitata ha distrutto legami sociali e ambiente, l’individualismo consumista ha lasciato macerie morali.

Eppure, di fronte a questa crisi, i governanti non sanno far altro che accelerare sulla stessa strada fallimentare, ora con la scorciatoia bellica. È come se di fronte al senso di vuoto, l’Europa cercasse rifugio in un ritorno del rimosso: il nazionalismo e il militarismo, appunto, che dovrebbero restituire un’identità e una direzione storica.

Ma è un tragico autoinganno.

 

“Gilles Deleuze” stesso notava con lucidità che “tutto è razionale nel capitalismo, tranne il capitalismo stesso”.

 L’economista può spiegare razionalmente i meccanismi del mercato, il generale può pianificare razionalmente una guerra, e tuttavia il risultato complessivo è delirante, folle.

 In altre parole, la ragione tecnocratica occidentale è solo la facciata di un’irrazionalità profonda.

“Deleuze” osserva che ogni società è attraversata da desideri e spinte inconsce:

 “Sotto ogni ragione c’è delirio” e il capitalismo moderno non fa eccezione.

Anzi, in esso i fattori deliranti (brama di potere, di profitto, volontà di sopraffazione) si combinano in modo particolarmente perverso con la razionalità strumentale.

Ad esempio, ciò spiega perché intere popolazioni possano arrivare a desiderare la propria repressione:

 c’è, dice “Deleuze”, una sorta di “amore disinteressato per l’apparato oppressivo” che porta la gente ad accettare – persino volere – misure di controllo che sviliscono e impoveriscono.

Pensiamo a un certo orgoglio bellicista che può pervadere l’opinione pubblica all’inizio di una guerra, o al consenso per leggi speciali di sicurezza che restringono libertà:

è la dimensione desiderante e irrazionale che entra in gioco, travestita da necessità razionale (“dobbiamo difenderci, dobbiamo sacrificarci per la patria” ecc.).

 Questa diagnosi alla Deleuze sembra descrivere perfettamente la psicologia collettiva occidentale odierna:

per paura del nemico o per risentimento, molti finiscono per abbracciare proprio quel meccanismo oppressivo che li danneggerà – ad esempio accettando i tagli al welfare e l’economia di guerra come prezzo da pagare per sentirsi al sicuro.

Il dominio tecnocratico, insomma, regge non solo grazie alla forza ma perché fa leva su un immaginario impoverito, su desideri manipolati.

Il capitalismo globale è entrato da decenni in una fase di crisi fondamentale e irreversibile.

 La caduta della redditività, i limiti interni del sistema (automazione, saturazione dei mercati) e le crisi ecologiche ed energetiche segnano la fine della possibilità di uno sviluppo illimitato.

Di fronte a questi limiti, l’unica risposta del capitale è la “fuga in avanti”:

finanza fittizia, debito, e – implicitamente – distruzione e conflitto.

In effetti, quando la valorizzazione economica arranca, la tentazione della via d’uscita militarista riemerge storicamente:

le guerre possono distruggere il capitale in eccesso, aprire nuovi mercati (ricostruzione), compattare le popolazioni attorno a un progetto quando non ci sono più progetti di prosperità credibili.

Non a caso due guerre mondiali scoppiarono dopo periodi di globalizzazione e crisi economica (la Belle Époque prima del 1914, e la Grande Depressione prima del 1939).

Oggi, con la poli-crisi che affligge l’Occidente, tornano i tamburi di guerra.

 La retorica del riarmo europeo può essere letta anche come un tentativo disperato di tenere insieme un sistema in frantumi.

Invece di riconoscere che il modello neoliberista-finanziario è finito, le classi dirigenti preferiscono militarizzare i problemi, creando un nemico esterno per deviare il malcontento interno.

Ma in ultima analisi, questa è una non-soluzione che aggrava tutti i problemi: non elimina la stagnazione economica (anzi distoglie risorse da investimenti produttivi sostenibili), aggrava la frattura sociale interna, e aumenta l’insicurezza globale.

 

Di fronte a questa fosca diagnosi, sorge spontanea la domanda:

esiste una via d’uscita?

Come sfuggire a questo immaginario di dominio occidentale morente, che però ancora miete vittime e rischia di trascinarci in nuovi conflitti?

 La buona notizia è che il pensiero critico evocato in queste considerazioni converge sull’idea che sia necessario un immaginario radicalmente nuovo per costruire pace e convivenza in una società complessa.

Pur provenendo da esperienze diverse, tutti denunciano l’insufficienza dell’immaginario esistente e indicano la necessità di inventare concetti e orizzonti alternativi.

 Già “Fanon”, al termine de “I dannati della terra”, lancia un appello accorato:

«Per l’Europa, per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna rinnovarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di metter su un uomo nuovo».

L’uomo nuovo di “Fanon” rappresenta proprio il superamento dell’umanesimo ipocrita dell’Europa coloniale, in favore di un’umanità diversa, riconciliata, liberata tanto dall’oppressione coloniale quanto dall’alienazione capitalistica.

 

In modo analogo, “Castoriadis” insisteva sulla necessità di rompere l’immaginario istituito e aprire spazi all’immaginario radicale: cioè, alla capacità creativa della società di darsi altri fini, altri significati, altre forme di organizzazione.

 Egli sosteneva il progetto di autonomia:

le società devono poter deliberare sui propri obiettivi ultimi, invece di lasciarsi trascinare da pseudo-leggi economiche o tecnocratiche.

Ciò implica anche recuperare dimensioni qualitative:

la cura dell’ambiente, la solidarietà, la partecipazione diretta, la pluralità culturale, tutti elementi che cozzano con la fredda razionalità strumentale dominante.

Immaginare la pace, in questa prospettiva, significa prima di tutto immaginare un altro modo di vivere.

Non si può costruire una pace duratura semplicemente bilanciando potenze militari o firmando trattati dall’alto, se sotto persiste la logica competitiva e predatoria.

 Occorre un’altra visione del mondo, dove la sicurezza non derivi dalla minaccia e dalla deterrenza, ma dalla giustizia e dalla cooperazione.

 

Lotte sociali, movimenti all’insegna di “Welfare, non warfare”, dell’insegnamento resistente che proviene da donne e uomini della Palestina liberata e libera, delle rivendicazioni giovanili per un futuro senza odi né muri, spingono a riflettere su come spezzare l’incantesimo della violenza astratta del capitale e ricostruire un rapporto diverso tra gli esseri umani, con la terra (“t” minuscola e maiuscola).

 

L’Europa, dopo l’orrore di due guerre mondiali, seppe immaginare la riconciliazione, il “welfare state”.

Quei progetti oggi mostrano la corda, non è più sufficiente “pace interna” europea, ma pace globale, fondata su un ordine multipolare cooperativo.

 Significa innanzitutto fare autocritica:

 riconoscere i crimini coloniali, le ingiustizie del passato e del presente, e porvi rimedio con atti concreti (dalla decolonizzazione dei rapporti economici alla risoluzione diplomatica dei conflitti regionali in cui l’Occidente è coinvolto).

Significa ridurre drasticamente le spese militari per investire in un vero “dividendo di pace”:

sanità, istruzione, conversione ecologica delle economie, solidarietà internazionale.

Non è utopia ingenua – utopistico è piuttosto credere che aumentando gli armamenti si otterrà la sicurezza.

La vera sicurezza ontologica per le persone non può venire da muri militarizzati, ma da una società che garantisca dignità e senso a tutti.

 

Smontare la narrazione dominante del riarmo è un primo passo necessario per evitare che l’Europa sprofondi in un futuro di conflitto e declino civile.

 Questa narrativa si rivela, alla luce della critica, per quello che è:

una risposta regressiva e dettata dalla paura, che tenta di esorcizzare la crisi dell’Occidente riproponendo vecchi miti (il nemico barbaro alle porte, la salvezza nelle armi, l’unità forzata contro l’altro).

Le testimonianze che raccolgo sono un invito a voltare pagina.

Sta a noi raccogliere queste intuizioni e tradurle in pratica politica. Invece di un’Europa armata e impaurita, possiamo lottare per un’Europa disarmata e solidale, capace di contribuire a un mondo multipolare equilibrato.

 Questo richiede coraggio intellettuale e morale, ma la posta in gioco è altissima: riscattare l’Occidente da sé stesso, liberandolo dal suo immaginario di dominio, e aprire finalmente lo spazio per un’era nuova di pace, autonomia e coevoluzione tra i popoli.

 Le crisi non sono solo pericoli, ma anche occasioni per reinventare ciò che sembrava immodificabile.

L’Europa può ritrovare un ruolo nel mondo, ma non con i carri armati: soltanto con una profonda metamorfosi del proprio immaginario.

È tempo di scegliere se continuare a camminare verso il baratro con lo sguardo fisso negli specchietti retrovisori della storia, oppure se immaginare e costruire collettivamente un futuro diverso.

La seconda opzione è senza dubbio la più difficile, ma è l’unica che meriti davvero le nostre energie.

Come disse” Fanon”, “l’ultima grande battaglia dell’uomo” è quella di recuperare la propria umanità – ed è una battaglia che non si vince con le armi, ma con l’immaginazione, la creatività e la solidarietà.

L'Europa può ancora sognare.

Corriere.it - Goffredo Buccini - (3 gennaio 2025) – ci dice:

Stretta fra la tecnocrazia autocratica salita al potere in America e le dittature imperialiste dell’Asse del caos, l’Unione europea rischia di pagare pegno alla propria incompiutezza.

 

Vaso di coccio tra vasi di ferro, la nostra Europa affronterà nei prossimi mesi uno dei periodi più delicati della sua vicenda comunitaria.

In una situazione che, in fondo, somiglia un po’ a quella della “Lega Italica”, incapace coi suoi staterelli di opporsi agli appetiti dei potenti sovrani stranieri del tempo, già proiettati nella modernità quattrocentesca dello Stato assoluto.

 Spesso la storia è spietatamente darwiniana e bisogna lavorare per non essere i prossimi a soccombere nella selezione naturale.

 

Stretta fra la tecnocrazia autocratica salita al potere in America e le dittature imperialiste dell’”Asse del caos”, l’Unione europea rischia di pagare pegno alla propria incompiutezza, non più compatibile coi modi voraci di questo tempo disordinato.

Certo, ci unisce agli Stati Uniti la fedeltà atlantista, ma non è ben chiaro quali ne saranno i confini nella nuova interpretazione di Donald Trump, di sicuro più restrittiva e costosa di quella adottata dall’amministrazione Biden.

Certo, il blocco antioccidentale saldatosi negli anni attorno a Russia e Cina mostra crepe, a cominciare dal mutato scenario siriano che ha privato Mosca della sua base d’appoggio mediorientale e l’Iran del suo corridoio sciita fino al Libano degli Hezbollah.

E tuttavia non v’è dubbio che le nostre lentezze nell’adeguare la casa comune alle nuove urgenze geopolitiche (i nostri troppi «particolarismi») costituiscono un punto di fragilità con cui fare i conti, come ha ricordato su queste colonne” Lucrezia Reichlin”.

 

C’è uno iato molto vistoso fra l’impeto declaratorio dei vertici dell’Unione e la loro capacità di azione concreta.

 La nostra politica verso l’Ucraina ne è l’esempio più evidente («con Kiev fino alla vittoria», proclamava ancora Ursula von der Leyen mentre membri della Ue vicini a Putin come l’Ungheria di Orbán o la Slovacchia di Fico remavano in senso opposto):

 e non è certo questo l’unico caso.

 Siamo di continuo condannati alla vaghezza in politica estera — e in altre materie essenziali all’esistenza di qualsiasi forma effettiva di statualità, come difesa e fiscalità — dal principio di unanimità che ci trasciniamo dietro da decenni ed equivale a un diritto di veto in capo a ciascuno dei 27 Stati della Ue, per piccolo che sia.

Ci spelliamo le mani plaudendo al rapporto Draghi che richiede debito comune per comune sviluppo nell’innovazione e nella sicurezza ma continuiamo a cincischiare sul tema, senza così riuscire a chiudere la ferita aperta nelle coscienze dei cittadini europei dalla crisi che tra il 2009 e il 2012 travolse la Grecia e impattò pesantemente sul destino politico di Paesi dal bilancio fragile, Italia in primis.

Siamo zavorrati dal senso complessivo del “Trattato di Lisbona”, che nel 2007 riempì il vuoto lasciato dalla “Costituzione europea bocciata due anni prima” e che, tuttavia, ha tracciato per l’Europa contorni da organizzazione intergovernativa intenta a regolamentare le dimensioni di mele e zucchine e non da federazione capace di progettare e proteggere l’avvenire degli europei di domani.

Ciò nonostante, c’è chi ci fa credito.

“Martin Wolf”, stilando sul “Financial Times” il lungo elenco di enormi sfide che ci attendono (aggravate dal disordine politico della Germania e della Francia) non manca di enumerare i grandi «successi storici» della Ue, ricordando la sua capacità di crescere, passo dopo passo, crisi dopo crisi.

 Nel suo bel saggio “Patrie”, “Timothy Garton Ash” osserva che l’Europa, pur con tutti i suoi passi falsi, è oggi di gran lunga migliore di quella di mezzo secolo fa, per non parlare del mattatoio ch’era stata nei decenni precedenti.

Perché non dovrebbe continuare a progredire?

Immaginare una” silver line” al di là delle nubi è solo sciocco ottimismo?

L’Europa è oggi, nonostante i suoi gravi difetti o forse proprio grazie ad essi, l’ultimo spazio ancora aperto alla politica, intesa come discussione complessa volta alla composizione di interessi contrapposti.

In America il linguaggio politico è stato destrutturato fino all’annullamento dalla campagna di “bufale pop” di Trump e dall’”invadenza situazionista “di Elon Musk, una specie di “Joker 4.0” emerso dal brodo postdemocratico dei tycoon della West Coast.

Nella Russia dei “gulag polari per dissidenti” o nella Cina dei campi di internamento di “Xinjang” un linguaggio politico come noi lo intendiamo è semplicemente escluso alla radice.

 

Insomma, resta intatta la nostra vera cifra di seduzione.

 Quella che vent’anni fa fece preconizzare (con parecchio ottimismo) a “Jeremy Rifkin” la prevalenza di un «sogno europeo».

Certo, il “soft power europeo”, da unica potenza «vegetariana», non basta più da solo.

 Ma tagliare la burocrazia per decidere prima e meglio significa politicizzare e dunque «federalizzare» almeno alcuni settori strategici, magari con forme di cooperazione rafforzata e strappi necessari nella tela dell’unanimismo:

questo passaggio per essere compiuto va metabolizzato almeno dalla destra più razionale, incarnata in Europa dalla premier italiana Meloni.

 La coscienza delle proprie fragilità e i timori che ne conseguono possono essere in definitiva stimoli preziosi.

Così è accaduto davanti alla pandemia, col grande sforzo comune che ci ha salvato.

 Ora non è il caso di attendere impreparati un’emergenza che potrebbe precipitare sui nostri mercati o alle nostre frontiere.

Ciò che non ha potuto la visione dei padri fondatori potrà la paura dei tiranni alle porte?

 Sperarlo non è solo lecito, è doveroso.

Poiché la speranza non è stolido ottimismo:

è, come disse “Vaclav Havel” uscendo da un carcere della Cecoslovacchia comunista, la capacità di lavorare per qualcosa «perché è buono».

 

 

 

 

 

Che fine ha fatto Syriza?

 Jacobinitalia.it - Panagiotis Sotiris – (8 Gennaio 2025) - Redazione – ci dice:

Il partito di Tsipras era una speranza per la sinistra europea.

 Oggi si dibatte in una crisi interna che sembra non finire mai.

La causa è l’assenza di un’analisi seria sulla strategia e sull’incapacità di fare davvero i conti con l’Ue.

Prima come tragedia, poi come farsa e infine come quel finale di stagione di una sit-com mediocre in cui ogni possibile espediente, anche se palesemente ridicolo, viene utilizzato per attirare un po’ di interesse da parte del pubblico.

Ecco un modo per descrivere la completa implosione di Syriza, il partito che a un certo punto ha rappresentato una grande speranza della sinistra europea.

 

Anatomia di una crisi.

Syriza ha subito un’altra scissione e ora è un partito molto più piccolo. “Stefanos Kasselakis”, il successore di “Alexis Tsipra”s alla presidenza, non solo è stato estromesso da una nuova maggioranza del Comitato centrale, ma gli è stato anche impedito di partecipare alle elezioni per la leadership interna.

Dopo aver mobilitato i suoi sostenitori per imporre la propria candidatura, anche organizzando una protesta di massa all’esterno della sede in cui si è svolto il Congresso tra l’8 e il 10 novembre, “Kasselakis” ha lasciato il partito insieme ad alcuni parlamentari ed è passato a fondarne uno proprio, il “Movimento della Democrazia”, che conta cinque parlamentari.

 

Come risultato della “scissione di Kasselakis” o semplicemente dell’abbandono di Syriza da parte di alcuni parlamentari, il” Pasok” [il partito della socialdemocrazia greca, ndt] ha ormai sostituito Syriza come principale partito di opposizione in Parlamento.

Allo stesso tempo, il partito sta crollando nei sondaggi e – dopo aver eletto nel frattempo un nuovo leader, “Sokratis Famellos” – si attesta attualmente intorno al 6-7%.

Per rendere le cose ancora più complesse, all’interno dell’attuale «base» di Syriza, notevolmente ridotta, è sembrata emergere una corrente a favore di “Kasselakis”, nonostante egli non abbia mai avuto alcun retroterra all’interno della sinistra e che, nonostante la sua retorica populista, non sia riuscito ad aumentare la popolarità di Syriza.

 

Questa crisi segna la fine del percorso politico di Syriza.

Ha perso quasi tutto il proprio capitale politico ed è diventato un partito molto più piccolo, tormentato da lotte interne.

E non a caso il “Pasok” sta andando molto meglio nei sondaggi, essendosi già assicurato il secondo posto, anche se a notevole distanza dal partito di destra al governo “Nuova Democrazia”.

 

Come ha fatto un partito che quasi un decennio fa aveva vinto le elezioni ad arrivare così vicino all’irrilevanza politica?

 Questo risultato si può spiegare osservando la sua traiettoria.

Syriza è stata catapultata in una posizione centrale sulla scena politica greca non perché avesse un’ampia base all’interno della società – era un partito relativamente piccolo – ma a causa dell’acuta crisi sociale e politica che si è verificata nel 2012.

 I «memorandum» imposti dalla famigerata “Troika”, composta da Unione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea – i tre soggetti responsabili della gestione dei salvataggi della Grecia, di Cipro, dell’Irlanda e del Portogallo – hanno portato a dure misure di austerità che hanno causato una crisi economica e sociale all’interno della Grecia.

È stato in quel momento, quando i rapporti di rappresentanza politica ed elettorale stavano collassando in modo accelerato, che Syriza è riuscita a riempire il vuoto suggerendo che l’unica alternativa alla violenza economica dettata dalla Troika fosse quella di formare un «governo di sinistra».

 

Quel momento è arrivato nel 2015, quando Syriza ha vinto le elezioni.

Tuttavia, nonostante abbia ottenuto un significativo consenso elettorale, è rimasto un partito con un grande seguito elettorale ma con una scarsa presenza organizzativa.

 Non ha mai goduto dei legami con la classe lavoratrice, la piccola borghesia, i movimenti sindacali e le amministrazioni locali che aveva il Pasok.

 Per la maggior parte del suo elettorato, Syriza ha rappresentato un voto, non una coalizione sociale e politica «organica».

Inoltre, non ha mai elaborato una vera e propria strategia per affrontare l’Ue.

In particolare, il persistente attaccamento alla «via europea» ha impedito di elaborare un piano per l’uscita dall’Eurozona.

 E questo perché, nonostante una retorica spesso radicale, la sua linea politica fondamentale è sempre stata quella riformista con forti elementi di «europeismo di sinistra».

 

La forza dell’Europa.

Di conseguenza, quando l’Ue ha usato l’Eurozona per fare pressione sul governo greco, Syriza, non volendo mettere in conto una rottura con l’Ue, non ha potuto far altro che capitolare, anche dopo aver ottenuto il sostegno al referendum del 2015 contro il memorandum.

Ha poi rivinto le elezioni nel 2015, nonostante la sua capitolazione e il fatto che l’ala sinistra del partito fosse uscita formando un nuovo partito chiamato “Unità Popolare”.

Tuttavia, il fatto che Syriza abbia trattato il «no» del referendum ai diktat dell’Ue come un «sì» e abbia negoziato un terzo memorandum ha portato solo a un trauma più profondo all’interno delle classi sociali e dei gruppi che hanno aiutato Syriza a raggiungere il potere.

Per molti, le sue azioni hanno minato la fiducia che il partito – e Tsipras in prima persona – fosse in grado di mantenere saldamente le proprie promesse e impegni politici.

 

Al potere, Syriza ha attuato un programma pienamente neoliberale di austerità e privatizzazione.

Per certi aspetti ha dimostrato di avere più successo dei suoi predecessori nell’assicurare che le richieste della Troika fossero debitamente soddisfatte.

Sebbene abbia cercato di mantenere l’apparenza prendendosi cura delle fasce più povere della società, il suo programma non ha fatto nulla per alleviare la povertà o rafforzare la condizione della working class.

Ciò ha creato un forte senso di disillusione e delusione nell’elettorato. Syriza ha quindi perso le elezioni del 2019, riportando al potere “Nuova Democrazia”.

 

Tra il 2019 e il 2023 Syriza si è mostrata incapace di opporsi seriamente a Nuova Democrazia, nonostante i vari problemi di quest’ultima, e nonostante la Grecia abbia avuto uno dei peggiori tassi di mortalità durante la pandemia.

La strategia di Syriza in quel periodo è stata quella che potrebbe essere descritta come una strategia di attesa del «frutto maturo»:

 il malcontento per la politica del governo avrebbe portato, naturalmente, al ritorno di Syriza al potere.

Durante questo periodo, Syriza non ha fatto una vera e propria valutazione o autocritica del periodo tra il 2015 e il 2019, e non si è domandata quale programma politico e quale strategia avrebbero potuto indicare un’alternativa.

Il governo di “Nuova Democrazia” ha approfittato delle spese statali durante la pandemia per solidificare la propria base sociale, ottenendo così una vittoria molto netta alle elezioni del 2023 e rimanendo al potere.

 Syriza, invece, ha perso una parte significativa dei suoi voti.

Nel 2023 ha ottenuto solo il 17,83%, rispetto al 31,53% del 2019.

L’anno successivo è poi quello della crisi politica e organizzativa nel mezzo della quale Tsipras, leader indiscusso del partito fino a quel momento, ha deciso di dimettersi e di indire nuove elezioni per la presidenza.

“Kasselakis” proveniva dal mondo degli affari, aveva un passato nel settore navale negli Stati uniti e non aveva alcun legame con la sinistra.

Anzi, a un certo punto si era registrato come repubblicano [per le primarie degli Stati Uniti, ndt].

Senza un vero programma si è promosso interamente attraverso i social media.

Ma era anche giovane, fotogenico e usava liberamente la retorica populista.

Al momento delle elezioni per la leadership, la base di Syriza, politicamente ormai disorientata, era più che disposta a eleggere un perfetto sconosciuto come Kasselakis.

 

Dopo la sua vittoria, però, un settore importante ha scelto di andarsene, formando “Nuova Sinistra”, un partito che, nonostante il numero impressionante di ex ministri tra le sue fila, ha faticato a superare nei sondaggi la soglia del 3% (non riuscendo a eleggere un deputato europeo alle elezioni europee del 2024).

Tsipras è rimasto per lo più in silenzio sulla situazione interna.

 L’ex leader ha fondato una propria fondazione politica e ha fatto interventi pubblici su questioni politiche generali senza essere coinvolto nella politica del partito.

Ciò ha indotto gli osservatori a ipotizzare un suo ritorno.

 

“Kasselakis” ha preferito la retorica populista semplicistica alla sostanza.

 Come dirigente del partito ha promosso persone a lui amiche in posizioni di potere all’interno dell’apparato.

Ha inoltre indebolito i media del partito non adottando misure che ne garantissero il finanziamento.

Questo ha portato a scioperi costanti da parte dei dipendenti, preoccupati per la loro sicurezza lavorativa.

 Alle elezioni europee del maggio 2024, Syriza ha ottenuto un risultato negativo e ha conquistato solo il 14,92% dei voti, un risultato che ha portato a contestare la leadership di Kasselakis e la sua mancanza di strategia o di sostanza politica.

Si è così formata, all’interno del Comitato centrale, una maggioranza contraria alla sua leadership che, oltre a estrometterlo dalla presidenza, gli ha impedito di candidarsi alle successive primarie.

“Kasselakis” ha reagito minacciando le vie legali, provocando così una crisi che ha raggiunto l’apice al congresso.

Dopo la rottura con Kasselakis, “Syriza” ha proceduto con l’elezione di un nuovo leader.

 La corsa è stata tra “Famellos”, per qualche tempo leader del gruppo parlamentare, e “Pavlos Polakis”, un deputato popolare tra la base del partito per la sua retorica dura.

Alla fine è stato eletto “Famellos”, che ha ottenuto quasi il 50%, mentre Polakis ha rinunciato al ballottaggio in nome dell’unità. 

 

Le fonti di questa crisi risiedono negli eventi dell’estate 2015, culminati nel referendum sui memorandum della Troika e nella successiva accettazione delle sue imposizioni.

All’indomani di questi eventi, è emersa una frattura insanabile tra Syriza e importanti segmenti della società greca, una frattura che non è mai stata affrontata a causa dell’assenza di una seria autocritica e di una spiegazione, nonché di una visione strategica che non fosse la ripetizione dell’orientamento tradizionale da centro-sinistra.

Syriza non ha mai elaborato una strategia o una posizione radicale e non è mai andata oltre i limiti di un riformismo post-eurocomunista – una prospettiva che l’ha resa incapace di concepire una seria alternativa a Nuova Democrazia.

 

Il rifiuto di prendere in considerazione una probabile rottura con l’Europa ha fatto sì che, anche mentre la Grecia soffriva le misure dell’Eurozona, Tsipras fosse incapace di avanzare una critica alle cause della crisi.

L’esperienza di governo e la decisione di un posizionamento socialdemocratico e di centro-sinistra non hanno fatto altro che peggiorare le cose, mentre l’incapacità di un reale radicamento nei movimenti e nelle amministrazioni locali ha fatto sì che il rapporto di Syriza con la “working class” e altri strati sociali subalterni non si sia mai sviluppato.

Anzi, è diventato ancora più fragile, culminando con l’abbandono da parte di questi gruppi sociali.

 Il declino di Syriza ha anche spostato l’equilibrio politico delle forze a destra.

Tre partiti di estrema destra hanno superato la soglia del 3% alle elezioni europee dello scorso anno e hanno inviato loro rappresentanti al Parlamento europeo.

Ci sono molte lezioni da imparare da questa esperienza.

Dire semplicemente che l’intera sequenza di eventi fosse fin dall’inizio destinata a concludersi con una sconfitta significa sottovalutare enormemente il potenziale politico scatenato nella prima metà degli anni Dieci in Grecia.

La crisi dell’Eurozona e l’opposizione di massa alla Troika hanno indicato seriamente alla sinistra un percorso per conquistare il potere e utilizzarlo nell’interesse delle classi popolari.

Ma senza una strategia di confronto o di rottura con l’Eurozona, sostenuta dalla mobilitazione dei movimenti, non era possibile un percorso di sinistra per la Grecia che non culminasse in fallimenti spettacolari e tragedie politiche.

(Panagiotis Sotiris è un giornalista e insegna alla “Hellenic Open University”).

 

 

 

 

Una nuova legge per motivare gli elettori.

Repubblica.it - Michele Ainis – (17 ottobre 2025) – ci dice:

 

È necessaria per combattere l’astensionismo.

 

Dal premierato al premierino.

 Per il primo obiettivo occorre cambiare la Costituzione, con tutte le insidie del caso, a partire da un referendum che chissà come va a finire. Per il secondo basta cambiare la legge elettorale.

Facile, se hai una maggioranza blindata in Parlamento.

 E poi la riforma della riforma elettorale è il nostro sport nazionale.

I tedeschi mantengono lo stesso sistema dal 1956, i francesi dal 1958, gli inglesi da tre secoli e passa.

 Invece lo Stato italiano ha esordito con un maggioritario, sostituito nel 1882 da un proporzionale, sostituito nel 1891 da un maggioritario, sostituito nel 1919 da un proporzionale, sostituito nel 1923 da un maggioritario, sostituito nel 1946 da un proporzionale.

Dopo di che ci siamo inventati un «maggiorzionale» (un sistema che è un po’ donna, ma anche un poco uomo) declinato in varia guisa, e appellato con i latinetti del liceo:

Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum.

Risultato: altre 6 leggi elettorali dal dopoguerra in poi.

 

Riforme, il presidenzialismo senza dirlo.

di Michele Ainis- 30 Gennaio 2025.

 

Sicché adesso ci risiamo.

Il lieto annuncio proviene dalla massima autorità politica del Paese (Giorgia Meloni) sul massimo altare della Rai (Porta a porta, 7 ottobre). Dunque gli operai s’industriano attorno a una nuova legge elettorale; ma quale, come, perché?

Qui bisogna distinguere fra pensiero e retropensiero.

 Il pensiero espresso dalla presidente del Consiglio è questo:

 siccome la riforma del premierato langue, intanto ci portiamo avanti col lavoro, fabbricando una legge che imporrà l’indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale.

 Così incassiamo il nostro bottino costituzionale, senza esporci ai rischi del referendum.

 

Quanto al retropensiero, non è troppo difficile intuirlo:

noi abbiamo una coalizione salda, stabile, coesa; loro invece s’azzuffano come galli in un pollaio.

 Se li costringiamo a decidere la leadership prima del voto, magari misurandosi con elezioni primarie che li metterebbero l’uno contro l’altro, la baruffa diventerà una rissa.

Però non si sa mai, forse hanno imparato la lezione.

Nel 2022, grazie alla strategia di “Enrico Letta” che rifiutò ogni alleanza con i 5 Stelle, la sinistra si è presentata divisa nei collegi uninominali, dove s’assegna il 37 per cento dei seggi.

Conclusione: ne guadagnò appena 7 al Senato, 14 alla Camera;

mentre la destra né ottenne, in tutto, 180.

E allora, per evitare che stavolta la sinistra si compatti, con la prossima legge elettorale togliamo anche i collegi, non se ne parli più.

 

Se il piano è questo, ai musicisti sarà utile qualche osservazione. Lasciamo perdere le lezioni del passato, dato che finora chi ha ordito nuove leggi elettorali per tirare uno sgambetto all’avversario è poi finito gambe all’aria:

per dirne una, nel 2006 avrebbe rivinto Berlusconi, se lui si fosse tenuto il Mattarellum.

Lasciamo stare pure le regole europee, che tanto da noi valgono poco: secondo la Commissione di Venezia — organo consultivo del Consiglio d’Europa — non si può cambiare la legge elettorale nell’ultimo anno della legislatura, e ormai quasi ci siamo.

Ma il problema sono le aporie, le contraddizioni logiche di questo colpo d’ingegno.

 

Primo: la riforma costituzionale rende obbligatorio «un premio su base nazionale che garantisca una maggioranza» al premier (articolo 92).

 Il loro progetto non può garantirla.

 E dunque, se la riforma approda in porto ma nel frattempo è già stata timbrata una nuova legge elettorale, che fai, la cambi daccapo? Secondo: se quest’ultima serve a introdurre surrettiziamente il premierato, senza correggere la Costituzione d’una virgola, la legge è incostituzionale.

Altrimenti è inutile.

Terzo: se l’innovazione costringe la sinistra alle primarie, a destra come si decide?

Fin qui loro hanno osservato una regola precisa:

governa il leader del partito più votato.

Però questo lo sai dopo, non prima delle elezioni.

Quindi come fai? Ti basi sui sondaggi, sostituendoli al responso delle urne?

Scegli in base ai successi precedenti?

Ma una volta il partito più votato era Forza Italia, poi fu il turno della Lega di Salvini, poi ancora dei Fratelli di Giorgia Meloni.

I viaggi nel tempo sono sempre una gimkana.

E allora non resta che una soluzione: primarie (e zizzania) pure a destra. L’eterogenesi dei fini.

 

Ma in ultimo la domanda è un’altra: serve davvero una nuova legge elettorale?

 Sì, ma non per le ragioni illustrate (o nascoste) dalla premier. Serve per motivare gli elettori (nelle due consultazioni più recenti, in Calabria ha votato il 43%, in Toscana meno del 48%: minimo storico, in entrambi i casi).

E per motivarli, per contrastare l’astensionismo che sta intossicando la democrazia italiana, bisogna sconfiggere il monopolio dei partiti sugli eletti, la decisione su chi potrà sfoggiare i galloni da parlamentare.

Un doppio scandalo che si perpetua dalla legge n. 270 del 2005, approvata durante l’agonia del secondo governo Berlusconi.

 In primo luogo, pluri-candidature: cinque nella parte proporzionale, oltre alla candidatura di collegio.

Una truffa, quando Tony Blair fu sempre eletto nel collegio di “Sedgefield”, senza paracadute.

In secondo luogo, liste bloccate, su cui l’elettore non può mettere becco.

E allora sbarazziamocene: è questa l’urgenza, è questa l’emergenza.

 

 

 

Meloni rilancia il premierato:

“Fondamentale per un’Italia

più stabile e forte”.

Repubblica.it – (27 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:

 

La premier interviene in un video sui social nel giorno in cui il suo esecutivo "entra nella lista dei cinque più duraturi" della storia repubblicana.

"La riforma del premierato che intanto procede in Parlamento io la considero fondamentale per l'Italia perché fa due cose essenziali: restituisce ai cittadini il pieno potere di scegliere da chi vogliono essere governati e garantisce che chi viene scelto abbia il tempo per realizzare il mandato che ha ricevuto".

 A dirlo sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

"Così - sottolinea - sarà finalmente possibile dare continuità alle strategie di lungo periodo e costruire un'Italia più forte, più autorevole, più competitiva". "Non è - ribadisce - una riforma che stiamo facendo per questo governo ma per i governi che verranno".

 

Nel giorno in cui il suo esecutivo "entra nella lista dei cinque più duraturi" della storia repubblicana, la premier spiega:

"La sala dove mi trovo qui a Palazzo Chigi è quella che raccoglie le immagini di tutti i presidenti del Consiglio d'Italia, pochissimi di questi uomini sono rimasti al governo per più di due anni, nessuno di loro è arrivato alla fine della legislatura con lo stesso governo".

 

"Significa - aggiunge la premier - che in Italia i governi si sono succeduti senza avere nella maggior parte dei casi il tempo di portare avanti una qualsiasi strategia definita o concreta e l'Italia l'ha pagato perché la stabilità è fondamentale per dare a una nazione una visione, una autorevolezza, una centralità internazionale, una politica che costruisca per il futuro invece che limitarsi ad accaparrarsi consenso facile per il presente".

 

"Un'Italia più solida - aggiunge Meloni - ha bisogno di istituzioni stabili e di governi che possano lavorare con il tempo e la forza necessari a dare risposte concrete alla nazione. Noi intanto andremo avanti con serietà e determinazione perché è quello che gli italiani ci chiedono e soprattutto che gli italiani meritano".

 

 

Assalto contro La Stampa, oltre 30

identificati. Polemica per

le parole di Albanese.

Tg24-sky.it - Cronaca – (30 nov. 2025) – Redazione – ci dice:

Sono 36 le persone identificate dalla Digos, a Torino per l'irruzione nella sede del quotidiano.

La loro posizione è al vaglio degli investigatori.

 Intanto, da tutto il mondo politico arrivano parole di condanna per l’accaduto.

 Ma si è scatenata anche la polemica, dopo le affermazioni di “Francesca Albanese”, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati:

"Sia monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro".

Tajani: "Inaccettabile".

Odg: "Affermazioni irresponsabili."

 

Sono 36 le persone identificate dalla Digos, a Torino, per l'irruzione del 28 novembre nella sede del quotidiano” La Stampa”.

La loro posizione è al vaglio degli investigatori in vista dell'inoltro di un'informativa completa in Procura.

Intanto, da tutto il mondo politico - a iniziare dal presidente della Repubblica e dalla presidente del Consiglio, per proseguire con i leader di maggioranza e opposizione - sono arrivate parole di condanna per l’accaduto.

Ma si è scatenata anche la polemica, dopo le affermazioni di “Francesca Albanese”, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, arrivate ieri dal palco di “Rebuild Justice”, l'evento organizzato dal “Global Movement to Gaza”, a Roma.

Albanese ha condannato l'irruzione, ma, al tempo stesso, ha avvertito: "Che questo sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro del nuovo lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi e contestualizzazione".

 

Le reazioni del mondo politico alle parole di Albanese.

Sulla questione si è espressa anche la premier, “Giorgia Meloni”, che pur senza nominare la relatrice Onu, ha sottolineato come sia "molto grave che, di fronte a un episodio di violenza contro una redazione giornalistica, qualcuno arrivi a suggerire che la responsabilità sia - anche solo in parte - della stampa stessa".

 Le parole di Albanese sono state bollate come “inaccettabili”, dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che oggi chiede:

"Ma quale avvertimento? La stampa non è libera di scrivere? La libertà di stampa è un fondamento della democrazia, mettere il tappo alla bocca dei giornalisti è veramente inaccettabile".

Mentre il ministro della Difesa, “Guido Crosetto”, ha sottolineato: "Non condannare queste cose innesca meccanismi che poi nessuno controlla, se non rinneghi quell’atteggiamento, se non gli dai alcuna giustificazione (Albenese), poi qualcuno pensa che la violenza sia legittima".

Dalla Lega parlano di dichiarazioni "inquietanti".

Diretto anche il senatore del Pd, “Filippo Sensi”: "Mi fanno orrore le parole di Albanese".

Per il leader di Azione, Carlo Calenda, la relatrice Onu, "è un'altra di quelle figure, come” Ilaria Salis”, di cui la sinistra si dovrà a un certo punto vergognare".

Sulle parole di Albanese è arrivato anche il commento di” Carlo Bartol”i, presidente nazionale dell'Ordine dei giornalisti:

"Sono irresponsabili e pericolose. Nessuna giustificazione, nemmeno indiretta o con una condanna di facciata, può essere concessa a chi mette i giornalisti nel mirino".

"Una cosa è la critica, altro sono minacce, aggressioni e intimidazioni. Ricordo alla Albanese che i giornalisti italiani sono ancora oggi i più bersagliati in Europa sia dalla violenza che dalle azioni giudiziarie intimidatorie e che hanno alle spalle un pesante tributo di sangue.

Nessuna concessione a chi giustifica tali comportamenti. La libertà di stampa non è uno slogan", ha aggiunto.

E, sulla questione, si schiera anche la segretaria della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), “Alessandra Costante”:

affermazioni "pericolose e penose.

Fanno pensare più ad una minaccia che alla solidarietà ai colleghi della Stampa.

I giornalisti italiani hanno bisogno di rispetto, non hanno bisogno di lezioni, né dai “ProPal” né dai lobbisti filo israeliani.

 Le parole usate come pietre producono rischi enormi, in un momento in cui l'informazione italiana è sotto pressione, e le minacce ai giornalisti sono all'ordine del giorno".

 

Albanese: "Vogliono affossarmi."

Dal canto suo, Albanese è però tornata a ribadire la sua condanna al blitz e alla violenza:

"Pare che stiano provando ad affossarmi. Non c'è stato nessuno scivolone, vergognatevi. Tutto quello che ho detto e che continuo a dire è che condanno la violenza e condanno l'attacco di ieri a “La Stampa", ha spiegato ieri dal palco del corteo pro-Pal a Roma, precisando poi che "la violenza, anche dentro a un sistema violento, finisce per rafforzare il sistema che ci opprime".

Approfondimento.

Roma, murale di Greta Thunberg e Francesca Albanese con Hamas.

John Elkann: “Attacco brutale e vile”

Intanto John Elkann, ad di Exor, ha fatto visita alla redazione della Stampa per esprimere solidarietà e "ferma condanna di quanto è accaduto".

"L'attacco che questa redazione ha subito è stato brutale e vile.

Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza", ha detto Elkann, accompagnato da Paolo Ceretti, presidente di Gedi.

"Gedi prende estremamente sul serio ciò che è accaduto. Violare questo giornale, questa redazione, è inaccettabile.

Per questo l'azienda, domani, incontrerà il Cdr per condividere protocolli di sicurezza ulteriormente rafforzati" ha aggiunto Elkann.

Le misure, ha detto ancora, saranno prese perché "ogni giornalista e ogni dipendente che lavora qui si senta sicuro e libero di esercitare al meglio il proprio mestiere" e "verrà fatto in stretto coordinamento con le autorità e con le forze dell'ordine".

 

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