Putin non può dialogare con i leader dell’Unione.

 

Putin non può dialogare con i leader dell’Unione.

 

Putin: da Kiev segnali di dialogo, non su territori. Ue: c'è intesa, 90 miliardi di prestito.

Rainews.it -La guerra Ucraina - (19 -dicembre -2025) - Redazione -  ci dice:

Von der Leyen: "Rimborso prestito solo dopo riparazioni". Meloni: "Su fondi Kiev prevale buon senso”. Droni 'shahed' su Odessa: vasto incendio e interruzione di corrente in molte zone della città. Putin, da Kiev no concessioni territoriali

 

Ucraina: Putin, il nemico si sta ritirando da tutti i settori

"L'iniziativa strategica" in Ucraina e' "passata completamente" nelle mani dei militari russi dopo la liberazione della regione di Kursk. Lo ha dichiarato il presidente russo, Vladimir Putin, che sta tenendo la sua 'Linea diretta' di fine anno, trasmessa in diretta televisiva. Il leader del Cremlino ha riferito che "il nemico si sta ritirando in tutti i settori".  

 

 

Putin: "Da Kiev segnali di dialogo ma non sui territori"

19/12/2025

Putin, da Kiev no concessioni territoriali ma volontà di dialogo

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha iniziato la sua conferenza stampa di fine anno affrontando il tema della guerra in Ucraina. Rispondendo alle domande dei conduttori del programma in diretta 'Risultati dell'anno', il leader del Cremlino ha ribadito che "Kiev non ha mostrato alcuna volonta' di fare concessioni territoriali". "Nel 2022, quando tutto raggiunse il punto di rottura, quando il regime di Kiev scateno' una guerra nel Donbass, la Russia sottolineo' che sarebbe stata costretta a riconoscere la Repubblica di Lugansk e la Repubblica di Donetsk", ha ricordato il leader del Cremlino.

"Le autorita' ucraine si sono rifiutate di ritirare le loro truppe, hanno successivamente rifiutato di attuare gli Accordi di Istanbul e ora si rifiutano di risolvere pacificamente questo conflitto", ha aggiunto, "nonostante cio', Mosca vede alcuni segnali che indicano che Kiev e' pronta a dialogare", ha sottolineato il presidente. 

19 Dicembre

Merz: fuori discussione riconoscere le annessioni. Zelensky: Putin sta bluffando.

Vertice Von der Leyn-Merz: "Su asset russi stati condividano stesso livello di rischio"

 

 

Ucraina: Merz, prestito Ue buona notizia per Kiev e brutta per Putin.

"Con le decisioni odierne, l'Ucraina riceve finanziamenti per i prossimi due anni. E questa è una buona notizia per l'Ucraina e una cattiva notizia per la Russia. Il pacchetto finanziario per l'Ucraina è pronto: un prestito senza interessi di 90 miliardi di euro, come da me richiesto. Un chiaro segnale a Putin dall'Europa: la guerra non darà i suoi frutti. Terremo congelati i beni russi finché la Russia non avrà risarcito l'Ucraina". Lo ha ha dichiarato il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, dopo la conclusione del vertice Ue nella notte a Bruxelles. "Ci stiamo sostanzialmente assumendo un impegno. Tuttavia, questo non graverà sui bilanci nazionali; tutto sarà gestito tramite l'Ue", ha sottolineato Merz. Ma anche l'Ue alla fine non ne sarà gravata: "Questo prestito è garantito da asset russi e sarà rimborsato con asset russi", ha affermato il cancelliere, spiegando che la decisione ha semplicemente invertito l'ordine dei finanziamenti. Ha ammesso che la sua proposta di utilizzare direttamente i beni statali russi si era rivelata troppo complicata durante le sei ore di negoziati a Bruxelles. Tuttavia, ha sostenuto che l'obiettivo di far pagare la guerra alla Russia era stato raggiunto. Questo nuovo approccio è stato reso possibile perché si è concordato di non perseguire questa strada con tutti i 27 Stati membri dell'UE, ma piuttosto nell'ambito della cosiddetta cooperazione rafforzata con soli 24 paesi dell'UE. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno optato per l'esclusione.  Merz ha sottolineato che l'Ue ha dimostrato la sua determinazione, in particolare per quanto riguarda i colloqui russo-americani in Florida di sabato. "È impossibile fare più diplomazia di quella degli ultimi giorni", ha sottolineato, riferendosi ai colloqui sull'Ucraina a Berlino. "Ma la diplomazia da sola non convincerà chiaramente la Russia a fare marcia indietro o a portarla al tavolo dei negoziati. Pertanto, la pressione deve essere mantenuta". L'Ue ha mantenuto questa promessa al vertice. "Spero che anche gli americani mantengano la pressione, che anche l'America mantenga le sanzioni". L'obiettivo comune, ha affermato, è porre fine alla guerra in Ucraina il prima possibile.

 

Attacco droni russi sulla città di Okhtyrka in Ucraina: video.

08/12/2025.

 

Mosca, su asset prevalsa legge, Von der Leyen e Merz dovrebbero dimettersi.

La decisione di non ricorrere all'uso dei beni russi congelati per finanziare l'Ucraina è una sconfitta per Von der Leyen, Merz "e gli altri guerrafondai europei". Lo scrive sui social Kirill Dmitriev, capo del Fondo russo per gli investimenti diretti e rappresentante speciale del Cremlino, definendo la scelta adottata dal Consiglio "un colpo fatale per la presidente della Commissione e il cancelliere tedesco" che a questo punto "dovrebbero dimettersi". "Hanno speso capitale politico in azioni illegali contro le riserve russe e hanno fallito" ha affermato aggiungendo che "è stata una vittoria per la legge e il buon senso".  

 

19 Dicembre.

Attacco di droni ucraini sulla raffineria Afipsky, nel territorio di Krasnodar in Russia.

 

 

Ucraina: premier, stabilità economica è presupposto sicurezza.

"La stabilità economica è un presupposto per la sicurezza, sia per l'Ucraina che per l'Europa". Lo scrive su X la premier ucraina, Yulia Svyrydenko, commentando l'accordo raggiunto nella notte dal Consiglio europeo a Bruxelles. "La decisione del Consiglio europeo di stanziare 90 miliardi di euro per l'Ucraina nel periodo 2026-2027 costituisce un passo decisivo per la resilienza economica e la stabilità fiscale in condizioni di guerra", scrive Svyrydenko in un post su X. "Questo sostegno garantisce la prevedibilità delle finanze pubbliche ucraine, sostiene la difesa e le funzioni statali essenziali e rafforza la fiducia fra i partner internazionali", prosegue, sottolineando che "l'aggressione della Russia comporta un costo finanziario". "I beni sovrani russi rimangono immobilizzati e proseguono i lavori su un prestito a titolo di risarcimento, in linea con il diritto dell'Ue e il diritto internazionale", conclude.

19 Dicembre.

Ucraina, premier Belgio: bene decisione Ue di non usare asset russi.

La decisione dell'Unione europea di non utilizzare direttamente gli asset russi congelati per finanziare l'Ucraina nel prossimo biennio rappresenta una vittoria del diritto internazionale. Lo ha affermato il primo ministro belga Bart de Wever al termine della lunga riunione del Consiglio europeo a Bruxelles. Dopo oltre 16 ore di vertice, segnate da forti divergenze tra gli Stati membri sull'ipotesi di un prestito basato sulla confisca dei beni russi, i leader dell'Ue hanno concordato la concessione a Kiev di un credito da 90 miliardi di euro per il periodo 2026-2027. Il finanziamento avverrà tramite prestiti dell'Unione sui mercati dei capitali, garantiti dal margine di bilancio del blocco.
"Credo che oggi abbia prevalso il diritto internazionale. Abbiamo evitato la creazione di un precedente che avrebbe potuto minare la sicurezza giuridica in tutto il mondo", ha dichiarato de Wever. "Abbiamo difeso il principio secondo cui l'Europa rispetta la legge, anche quando è difficile, anche quando siamo sotto pressione".

 

19 Dicembre.

Nei dintorni di Kharkiv vengono installati corridoi anti-droni: video.

Meloni: "Sulle risorse all'Ucraina ha prevalso il buon senso"

Attacco droni russi sulla città di Okhtyrka in Ucraina: video.

 

Ucraina, droni su Odessa: colpite infrastrutture critiche.

Nella notte del 19 dicembre, le infrastrutture energetiche e di trasporto di Odessa sono state colpite da un attacco di droni promosso dall'esercito russo. Secondo quanto riferiscono i media ucraini, parte di una delle aree densamente popolate della città è rimasta temporaneamente senza elettricità, acqua e riscaldamento.

 

Fuoco notturno divampa e il cielo diventa rosso: droni colpiscono raffineria di Yaroslavl in Russia.

 

Raffica di proiettili della contraerea russa abbattono droni in volo su Rostov.

 

Fiamme divampano ad Orel dopo l'esplosione di droni sulla centrale termoelettrica russa.

 

Ucraina, Macron: dovremmo riprendere dialogo con Putin.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che per l'Europa sarebbe "utile" riprendere il dialogo con il presidente russo Vladimir Putin, sottolineando la necessità di individuare un quadro adeguato per riaprire il confronto.
"Credo che sia nel nostro interesse, come europei e come ucraini, trovare il giusto quadro per tornare a impegnarci in questa discussione", ha dichiarato Macron, citato dall'Agence France-Presse. Il capo dell'Eliseo ha aggiunto che gli europei dovranno trovare una modalità per farlo "nelle prossime settimane", lasciando intendere che l'iniziativa potrebbe maturare in tempi relativamente brevi nel contesto del conflitto in Ucraina.

 

Fiamme divampano ad Orel dopo l'esplosione di droni sulla centrale termoelettrica russa.

 

Ucraina: Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia escluse da prestito Ue.

L'Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia non parteciperanno al prestito europeo da 90 miliardi di euro a favore dell'Ucraina. L'opt-out è scritto nero su bianco nelle conclusioni adottate dal Consiglio europeo.
"A seguito delle recenti proposte della Commissione e dell'Alta Rappresentante, il Consiglio europeo invita il Consiglio e il Parlamento europeo a continuare a lavorare sugli aspetti tecnici e giuridici degli strumenti che istituiscono un prestito di riparazione basato sui saldi di cassa associati ai beni immobilizzati della Russia", si legge nel testo. "Nel frattempo, al fine di garantire il necessario sostegno finanziario all'Ucraina a partire dal secondo trimestre del 2026, comprese le sue esigenze militari, il Consiglio europeo concorda di erogare all'Ucraina un prestito di 90 miliardi di euro per gli anni 2026-2027, basato sui prestiti contratti dall'Ue sui mercati dei capitali e sostenuto dal margine di bilancio dell'Ue. Attraverso la cooperazione rafforzata (articolo 20 TUE) in relazione allo strumento basato sull'articolo 212 TFUE, qualsiasi mobilitazione di risorse del bilancio dell'Unione a garanzia di tale prestito non avrà alcun impatto sugli obblighi finanziari della Repubblica Ceca, dell'Ungheria e della Slovacchia", hanno deciso i leader.
"Tale prestito sarà rimborsato dall'Ucraina solo una volta ricevute le riparazioni. Fino ad allora, tali attività rimarranno immobilizzate e l'Unione si riserva il diritto di utilizzarle per rimborsare il prestito, nel pieno rispetto del diritto dell'UE e internazionale", recitano le conclusioni.
"Il Consiglio europeo sottolinea l'importanza dei seguenti elementi in relazione al prestito da erogare all'Ucraina: a) rafforzamento delle industrie della difesa europee e ucraine; b) il mantenimento da parte dell'Ucraina dello Stato di diritto, compresa la lotta alla corruzione; c) il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di alcuni Stati membri e gli interessi di sicurezza e di difesa di tutti gli Stati membri", si legge ancora nel testo.

 

Regione di Rostov sotto attacco, i lampi delle esplosioni dei droni lontani in Russia.

 

Orban, prestito ricadrà sui nipoti.

"Si è creata una situazione in cui noi tre", Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, "eravamo decisivi, perché sarebbe stata necessaria l'unanimità. Alla fine abbiamo scelto una soluzione diversa: poiché  non siamo riusciti a convincerli ad abbandonare il piano, ed è molto difficile impedire contemporaneamente a tedeschi, italiani e francesi di portare avanti qualcosa, abbiamo chiesto che, se loro vogliono   salire su questo treno e noi non vogliamo comprare il biglietto, non ci venga imposto di salirci. Qui questo si chiama opt-out, esenzione. E cosi' ne siamo rimasti fuori". Lo ha dichiarato il premier ungherese, Viktor Orban, in un punto stampa al termine del Consiglio europeo. "Di fatto è nato un prestito di guerra. L'Unione, con l'eccezione di Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, mette insieme tutti gli altri Stati membri in una comunità di creditori, utilizzando anche fondi europei, e concede un prestito di guerra agli ucraini. Noi ne siamo rimasti fuori. Questo prestito di guerra non tornerà mai indietro, e sia gli interessi sia il capitale dovranno essere pagati da coloro che lo hanno concesso. Saranno loro a doverne sopportare il costo. In questo modo abbiamo risparmiato all'Ungheria molte centinaia di miliardi di fiorini", ha aggiunto. "E' vero che probabilmente questo prestito di guerra verrà concesso sotto forma di un finanziamento a lungo termine. Il peso di questo prestito destinato chiaramente a fallire non ricadrà sui decisori di oggi, ma sui loro figli e nipoti, per molti, molti anni. Potrei quindi dire che abbiamo salvato i nostri figli e nipoti dal dover rispondere in futuro di denaro inviato sotto forma di prestito di guerra per una guerra sbagliata", ha evidenziato. 

 

19 Dicembre.

 

De Wever, situazione è cambiata quando l'Italia si è espressa.

"La situazione ha iniziato a cambiare quando anche Italia, Bulgaria e Malta si sono espresse" contro le posizioni prevalenti. Lo ha dichiarato il primo ministro del Belgio, Bart De Wever, in conferenza stampa  al termine del Consiglio europeo. "Penso che Ursula von der Leyen abbia fatto un lavoro eccellente affermando di essere tornata sulle due opzioni perché ha visto che c'erano delle divisioni. Ha fatto  esattamente quello che doveva fare, ha aggiunto. "La presidente della Commissione deve intuire in quale direzione la maggioranza del Consiglio vuole andare. E, in questo caso, un gran numero di Paesi si  e' espresso a gran voce nel voler approvare il prestito di riparazione. Un ampio gruppo di altri Paesi è rimasto più o meno in silenzio. In questo caso, ovviamente, era una falsa percezione", ha proseguito.   "Ma se sei la presidente della Commissione e Germania, Paesi Baltici, Paesi scandinavi e Polonia dicono qual è la loro preferenza, e solo il povero Belgio pone domande, è normale che lei insista sulla  soluzione che, a suo avviso, è la più desiderata", ha concluso. 

Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia escluse da prestito.

L'Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia non aderiranno al prestito europeo da 90 miliardi di euro a favore dell'Ucraina.  "Al fine di garantire il necessario sostegno finanziario all'Ucraina a partire dal secondo trimestre del 2026, comprese le sue esigenze militari, il Consiglio europeo concorda di concedere all'Ucraina un prestito di 90 miliardi di euro per gli anni 2026-2027, basato sui prestiti dell'Ue    sui mercati dei capitali,  sostenuto dal margine di bilancio dell'Ue", si legge nelle conclusioni del vertice Ue. "Attraverso la cooperazione rafforzata (articolo 20 Tue) in relazione allo strumento basato  sull'articolo 212 Tfue, qualsiasi mobilitazione di risorse del bilancio dell'Unione a garanzia di questo prestito non avrà alcun impatto sulle obbligazioni finanziarie della Repubblica Ceca, dell'Ungheria e     della Slovacchia. Questo prestito sarà rimborsato dall'Ucraina solo una volta ricevute le riparazioni. Fino ad allora, questi beni rimarranno immobilizzati e l'Unione si riserva il diritto di utilizzarli per  rimborsare il  prestito, nel pieno rispetto del diritto dell'Ue e internazionale", si legge ancora.

Dmitriev vede Witkoff e Kushner.

Domani si terrà a Miami un incontro Russia-Usa in cui Mosca sarà rappresentata dall'inviato del Cremlino Kirill Dmitriev, consigliere del presidente russo Vladimir Putin, e gli Usa da Steve Witkoff, inviato di  Donald Trump, e Jared Kushner, genero del presidente Usa. Lo riferisce un funzionario Usa. L'incontro giungerà dopo gli incontri avuti lunedì da Witkoff e Kushner a Berlino con funzionari ucraini ed  europei,  durante i quali hanno discusso delle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti per Kiev, di eventuali concessioni territoriali e di altri aspetti del piano Usa per porre fine alla guerra in Ucraina.

 

Von der Leyen: "Rimborso prestito solo dopo riparazioni".

"Per i prossimi due anni, gli Stati membri hanno concordato di finanziare l'Ucraina tramite l'indebitamento dell'Ue sui mercati dei capitali per un importo di 90 miliardi di euro". Lo ha dichiarato la  presidente  della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in conferenza stampa al termine del vertice Ue."Lo faremo attraverso una cooperazione rafforzata sostenuta dal margine di manovra del bilancio dell'Ue  e basata su un accordo unanime per modificare il Qfp, in modo simile al prestito per le riparazioni. E' molto importante sottolineare che l'Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo una volta ricevute le  riparazioni. Fino ad allora, i beni russi immobilizzati resteranno immobilizzati e l'Unione si riserva il diritto di utilizzare i saldi di cassa per finanziare il prestito", ha aggiunto. 

Meloni: "Su fondi Kiev e Mercosur prevale buon senso.”

Per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sia per il sostegno finanziario all'Ucraina sia per il Mercosur "sta prevalendo il buon senso e quindi sono soddisfatta dei risultati di questa lunga giornata".
Lo ha dichiarato in un punto stampa al termine del vertice Ue.

De Wever, “Euro clear” rimane pilastro della stabilità finanziaria.

"Credo che la stabilità finanziaria abbia vinto oggi. Con la decisione odierna, Euroclear rimane un pilastro stabile, credibile e affidabile del sistema finanziario globale. Abbiamo evitato di mettere a rischio la sua reputazione, la sua liquidità, il suo rating e la sua capacità di adempiere alle proprie responsabilità sui mercati globali". Lo ha dichiarato il primo ministro del Belgio, Bart De Wever, nella conferenza  stampa al termine del Consiglio europeo. "Questo è importante per il Belgio, ma è importante anche per l'Europa e per la stabilità finanziaria globale. Credo che anche il diritto internazionale abbia vinto oggi. Abbiamo evitato di creare un precedente che rischia di minare la certezza del diritto a livello mondiale. Abbiamo salvaguardato il principio secondo cui l'Europa rispetta il diritto anche quando è difficile, anche quando siamo sotto pressione, e abbiamo dato un forte segnale politico: l'Europa sostiene l'Ucraina. L'Europa rimane unita. L'Europa agisce responsabilmente e l'Europa continua a essere importante", ha aggiunto. 

Droni 'shaheed' su Odessa, incendio e interruzione di corrente.

Le forze armate russe hanno lanciato un attacco con droni ‘shahed’ sulla città di Odessa. I residenti hanno segnalato un grande incendio e la mancanza di elettricità in vari punti della città.
 

Costa: "Raggiunto accordo 90 miliardi di prestito a Kiev".

"Abbiamo un accordo: la decisione di fornire 90 miliardi di euro di supporto all'Ucraina per il 2026-27 è stata approvata. Abbiamo preso un impegno, l'abbiamo mantenuto". Lo scrive su X il presidente del
Consiglio europeo, Antoni.

Merz: "Se Russia non risarcisce, rimborso prestito con asset".

"Il pacchetto finanziario per l'Ucraina è stato finalizzato. Come avevo richiesto, all'Ucraina viene concesso un prestito a tasso zero di 90 miliardi di euro. Questi fondi sono sufficienti a coprire le esigenze  militari e di bilancio dell'Ucraina per i prossimi due anni". Lo afferma in una nota il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. "Si tratta di un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché Putin farà   concessioni solo quando si renderà conto che la sua guerra non porterà a nulla. I beni russi congelati rimarranno bloccati fino a quando la Russia non avrà pagato i risarcimenti all'Ucraina. Abbiamo già   preparato il terreno per questo la scorsa settimana. L'Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo dopo che la Russia avrà pagato i risarcimenti. E lo diciamo molto chiaramente: se la Russia non pagherà i   risarcimenti, ricorreremo, nel pieno rispetto del diritto internazionale, ai beni russi immobilizzati per rimborsare il prestito", aggiunge. "Sono lieto che oggi, dopo intense trattative, siamo riusciti a prendere   questa decisione all'unanimità. In questo modo potremo ricorrere a strumenti europei collaudati e comprovati e sostenere immediatamente l'Ucraina, senza ulteriori ritardi", conclude Merz. 

Ue lavora a prestito ponte per Kiev, più tempo per uso degli asset.

Dopo quattro ore di dibattito, a quanto si apprende, i leader europei si starebbero orientando per erogare un prestito ponte all'Ucraina visto che, per definire l'uso degli asset russi, serve maggior tempo, si tratterebbe, si apprende ancora, di un prestito congiunto per soddisfare le esigenze finanziarie immediate dell'Ucraina. Per erogarlo serve l'unanimità dei 27, quorum che al momento sembra percorribile.

"Si è discusso a lungo su come rispettare l'impegno di coprire il fabbisogno finanziario dell'Ucraina per il 2026-2027. Non si sta discutendo solo del prestito di riparazione, ma anche della possibilità di utilizzare il margine di manovra del bilancio dell'Ue, come alcuni leader hanno espressamente menzionato. Dopo lunghe discussioni, è chiaro che i prestiti di riparazione richiederanno più lavoro, poiché i leader hanno bisogno di più tempo per esaminarne i dettagli", ha spiegato una fonte Ue.

 

Lavrov in Egitto per il forum di partenariato Russia-Africa.

Il ministro degli esteri russo, Sergey Lavrov, è arrivato in Egitto, dove si prevede che partecipi alla seconda conferenza ministeriale del forum di partenariato Russia-Africa. L'aereo con a bordo il ministro di Mosca è atterrato all'aeroporto internazionale del Cairo.
 

Attacco russo causa un morto a Odessa.

Il governatore di Odessa, Oleh Kiper, ha dichiarato che una donna è morta nella sua auto e i suoi tre figli sono rimasti feriti in un attacco di un drone russo. Kiper ha affermato in un post su Telegram che anche le infrastrutture energetiche sono state danneggiate, chiedendo ai residenti di rimanere in casa mentre le autorità lavorano per risolvere i danni e le interruzioni di corrente. "A causa degli attacchi nemici, le infrastrutture energetiche nella regione di Odessa hanno subito ingenti danni", ha affermato Kiper. "Le squadre elettriche stanno lavorando 24 ore su 24 e facendo tutto il possibile per ripristinare l'elettricità in ogni casa il più rapidamente possibile".

18 Dicembre.

Trump: Kiev si muova "rapidamente" per accordo.

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha esortato l'Ucraina ad agire "rapidamente" su un accordo per porre fine all'invasione russa, in vista dei nuovi colloqui previsti a Miami nel fine settimana. "Beh, si stanno avvicinando a qualcosa, ma spero che l'Ucraina si muova rapidamente. “Spero che l'Ucraina si muova rapidamente perché la Russia è lì”, ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale. "E sai, ogni volta che impiegano troppo tempo, la Russia cambia idea".

 

 

Corruzione in Ucraina, Verso la Fine del Mito Zelensky.

 

conoscenzealconfine.it – (19 Dicembre 2025 ) - Mario Nawfal - Redazione :

 

Per quasi 4 anni, Zelensky è stato trattato dai media occidentali come un intoccabile, un’icona di guerra, un simbolo morale, un moderno Churchill. Quell’era sta finendo… E il segnale non arriva da Mosca o da critici marginali, ma dal New York Times stesso.

 

Quando il NYT riporta che il governo di Zelensky ha sabotato la supervisione, riempito i consigli di sorveglianza di fedelissimi, riscritto gli statuti per impedire la responsabilità e permesso che centinaia di milioni di dollari venissero spesi senza controllo, non si tratta di una critica di routine. È una rottura narrativa. Una rottura che suggerisce che i potenti attori occidentali non sono più disposti, o in grado, di proteggerlo.

Ciò è importante perché la corruzione è sempre stata il segreto di Pulcinella dell’Occidente sull’Ucraina. I leader europei l’hanno tollerata. Washington l’ha minimizzata.
La logica era semplice: sconfiggere la Russia veniva prima, tutto il resto poteva aspettare. Ma ora la guerra prosegue, la pazienza dell’opinione pubblica si sta assottigliando e il contesto politico negli Stati Uniti è radicalmente cambiato. Trump non è emotivamente o ideologicamente coinvolto in Zelensky. Solo questo trasforma l’equazione.

Se le indagini anticorruzione in Ucraina dovessero avvicinarsi al coinvolgimento personale di Zelensky, le conseguenze potrebbero essere gravi. Non solo a livello nazionale, dove la sua coalizione è già fragile, ma anche a livello internazionale, dove la fiducia è la vera moneta di scambio. Gli aiuti occidentali non sono automatici. Dipende dalla legittimità, dall’immagine e dalla copertura politica. Gli scandali di corruzione li annientano tutti e tre.

Per gli alleati degli Stati Uniti, soprattutto in Europa, questo crea un dilemmacontinuare a sostenere un leader ora pubblicamente associato alla corruzione sistemica, o prepararsi silenziosamente a una transizione. L’improvvisa franchezza del NYT suggerisce fortemente che alcune fazioni a Washington e nelle capitali alleate abbiano già scelto la seconda opzione.

L’immagine internazionale di Zelensky sta cambiando, da eroico difensore e uomo forte a leader compromesso. Una volta che questa percezione si sarà consolidata, sarà quasi impossibile invertire la rotta. Gli aiuti diventano condizionati. I negoziati diventano inevitabili. E il cambio di leadership diventa discutibile.

Sotto un’amministrazione Trump apertamente scettica nei confronti di un sostegno in bianco all’Ucraina, questo scandalo non solo indebolisce Kiev, ma accelera anche le pressioni per un accordo, concessioni territoriali o una transizione politica gestita. La corruzione non è più solo una questione morale. Ora è una responsabilità strategica.

L’ironia è brutale: gli stessi media e istituzioni che hanno costruito l’immagine globale di Zelensky potrebbero ora smantellarla, non per principio, ma per necessità.

Quando la narrazione cambia, di solito è perché è iniziata la strategia di uscita.

(Mario Nawfal).

 

(zerohedge.com/).

 

 

 

 

 

 

Putin: nessun dialogo con i leader europei,

porcellini accodati a Biden.

 

Giornaleradio.fm – (18 Dicembre 2025) -Redazione di Roma – News in diretta – Daniele Biacchessi - ci dice:

 

 

 

Guerra senza spiragli e sanzioni nel caos: negoziati bloccati, Europa divisa sugli asset russi e Putin alza il muro contro Bruxelles.

 

A meno di un miracolo di geopolitica, il prossimo Natale sarà ancora sotto l’insegna della guerra tra Russia e Ucraina. Fino ad oggi ogni tentativo più o meno sincero di giungere ad un accordo di pace è risultato vano.

 Le posizioni tra Putin e Zelensky restano identiche da tempo e le varie mediazioni di Trump, Witkoff e Kushner, i leader europei, gli ucraini e i russi si trovano oggi in un vicolo cieco.

 

Nessuno ha compiuto un impercettibile passo indietro: Kiev non intende cedere territori che considera suoi, Mosca pretende l’intero Donbass.

L’Ucraina conferma di non voler aderire alla Nato, la Russia non si fida e chiede una legge per impedire agli ucraini e agli europei qualsiasi ripensamento.

Ora Putin non intende dialogare con i leader europei che definisce porcellini accodati a Biden.

 

Europa divisa sugli asset russi.

Non c’è una visione comune sul tema centrale degli asset russi, il congelamento e la loro destinazione.

Alcuni esempi.

 La risoluzione di maggioranza approvata dalla Camera italiana, chiede di “agire nei confronti della Federazione Russa – anche sul piano sanzionatorio, senza prescindere dal coordinamento con gli altri Stati membri del G7 e alla luce di solide basi giuridiche e finanziarie”. Secondo il cancelliere tedesco Friedrich Merz, bisogna aumentare la pressione sulla Russia sugli asset.

 

La presidente della Bce Christine Lagarde sostiene che, se si usa la procedura di emergenza (articolo 122) per immobilizzare gli asset russi, allora sarebbe possibile procedere nello stesso modo anche nell’emissione del debito comune.

Gli Stati Uniti stanno preparando un nuovo ciclo di sanzioni contro il settore energetico russo”, nel tentativo di esercitare maggiore pressione sul Cremlino affinché si impegni nel processo di pace in Ucraina.

Grande confusione sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente, per molti, tra cui Putin.

 

Ruolo di mediatori internazionali.

Sebbene Putin rifiuti il dialogo con i leader europei e Zelensky abbia le sue condizioni di fondo, c’è un quadro più ampio di tentativi diplomatici internazionali che merita un approfondimento.

 

Fin dall’inizio della guerra nel febbraio 2022, vari attori internazionali e formati diplomatici hanno cercato di creare canali di dialogo tra Mosca e Kiev, spesso con risultati molto limitati o simbolici.

Uno dei primi tentativi significativi fu il “Normandy Format”, un tavolo di negoziazione che includeva Francia, Germania, Russia e Ucraina già prima dell’invasione su larga scala e che mediò gli accordi di Minsk nel 2014–2015 per cercare di fermare il conflitto nel Donbas.

 

Ma, quando la Russia ha invaso tutta l’Ucraina nel 2022, questi accordi sono stati dichiarati “non più esistenti” da Mosca, e il Normandy Format ha perso efficacia come meccanismo di pace formale. Parallelamente, esisteva la “Trilateral Contact Group”, un gruppo composto da Ucraina, Russia e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che già prima del 2022 aveva lavorato su “ceasefire” e questioni umanitarie nel Donbas.

Tuttavia, con il conflitto su scala più ampia, anche questo gruppo ha cessato di funzionare come canale efficace per un accordo politico duraturo.

 

Negli anni successivi all’invasione del 2022 si sono susseguite diverse iniziative di mediazione internazionale: la Turchia ha ospitato colloqui tecnici e ha cercato di mettere in piedi un formato di negoziazione, spesso con l’obiettivo di facilitare scambi di prigionieri e aperture umanitarie.

Ma negli ultimi mesi il ruolo di Ankara è stato ridimensionato dall’aumentato coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nei processi negoziali, trasformando la Turchia più in un supporto logistico che in un mediatore centrale.

 

Un altro elemento chiave è l’assenza di una piattaforma di negoziazione veramente inclusiva: molti dei formati di dialogo finora non sono riusciti a includere attori con leva reale su entrambe le parti, o non hanno avuto strumenti vincolanti per garantire che gli accordi raggiunti venissero rispettati.

Studi sulla mediazione suggeriscono che, senza attori in grado di far rispettare gli impegni o di offrire sicurezze ripetute su più livelli (bilaterale, multilaterale, economico), le trattative rischiano di rimanere su punti di principio senza tradursi in pace reale.

 

Un altro aspetto spesso trascurato è il ruolo delle organizzazioni internazionali e degli attori “terzi” come la Cina o paesi del Sud globale. Sebbene Pechino abbia mantenuto una posizione ufficiale di neutralità, essa è diventata un partner commerciale critico per Mosca, alimentando indirettamente la macchina bellica attraverso scambi di beni e tecnologie.

Altri stati, come Kazakhstan o paesi del Medio Oriente, sono stati citati come possibili facilitatori di dialoghi alternativi, ma finora nessuno è riuscito a creare un processo di pace credibile che vada oltre l’assistenza umanitaria o i singoli scambi di prigionieri.

 

(Daniele Biacchessi).

 

 

 

 

 

Putin: “Leader europei maiali

approfittatori al seguito di Biden.

Ilmanifesto.it - Sabato Angieri – (18 dicembre 2025) – ci dice:

 

Fuori Asset Il Cremlino torna a minacciare, la guerra può continuare a oltranza.

Un giorno ci fanno credere che l’accordo tra Russia e Ucraina è a un passo e quello dopo sembra di dover ricominciare da zero. Il Vladimir Putin che ieri ha parlato ieri al collegio allargato del ministero della Difesa, davanti a generali, funzionari e a molti dei protagonisti del settore industriale bellico non ha risparmiato nessuno. Nella consueta fusione di revanscismo storico e aggressività militaresca, il presidente russo ha chiarito che se non otterrà ciò che vuole la guerra continuerà, che è impossibile parlare con gli attuali leader europei – appellandoli «maialini al seguito di Joe Biden» – e che sono l’Ue e i suoi «leader isterici» a rappresentare una minaccia militare per la Russia e non il contrario come sostengono a Bruxelles.

 

Forse il fatto che oggi il Consiglio europeo dovrebbe decidere sull’utilizzo degli asset russi congelati da destinare all’Ucraina ha contribuito a far salire bile del capo del Cremlino. Del resto Volodymyr Zelensky l’ha detto chiaramente: «Il risultato che l’Europa otterrà, dovrà far capire alla Russia che il suo desiderio di continuare la guerra il prossimo anno è inutile perché l’Ucraina avrà il sostegno necessario». Il presidente ucraino poco prima aveva accusato Putin di «aver chiarito che intende combattere anche nel 2026». O più probabilmente siamo ancora nella trattativa: minacciare e alzare la posta è fondamentale perché altrimenti il nemico ti percepisce come più debole. Ma quest’atteggiamento tradisce anche una certa impazienza.

 

È innegabile che negli ultimi tempi Mosca si sia adagiata sull’idea che Donald Trump la favorisce a Kiev. Ora però le interferenze europee si stanno facendo più costanti e concrete. Zelensky nicchia sui territori da cedere, dice che a decidere dovrà essere il popolo ucraino, che nessuno – sottinteso «nemmeno io che sono il presidente» – ha il diritto di consegnarle alla Russia. Se Zelensky continua a rifiutarsi di soddisfare le richieste russe restano poche vie praticabili, ameno fino a quando Kiev non sarà costretta o esautorata (e con Trump non si sa mai).

 

Si può interpretare in questo senso la frase di Putin: «se l’Ucraina e i suoi sponsor occidentali rifiutano di impegnarsi in colloqui concreti, la Russia otterrà con mezzi militari la liberazione delle sue terre storiche». Quanto ci vorrà, ammesso che ciò sia possibile, non è chiaro, ma ai ritmi attuali parliamo di anni. Il presidente ha promesso che costi quel che costi «la Russia raggiungerà gli obiettivi dell’operazione militare speciale». Ma quali essi siano, oltre all’annessione di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia e al riconoscimento definitivo della Crimea, non è ancora chiaro. Sulla riduzione dell’esercito ucraino sembra che la Russia abbia desistito, non più 85mila come chiedeva nei negoziati di Istanbul nel 2022, ma 600mila. Nell’ultima versione dell’accordo, stando alle fonti del New York Times, sarebbe addirittura previsto «un significativo rafforzamento delle forze armate ucraine».

 

L’Ucraina non entrerà mai nella Nato e questa potrebbe essere sbandierata come una vittoria, ma se gli Stati uniti hanno davvero offerto garanzie di sicurezza «simil-Articolo 5» (ovvero intervento militare in caso di attacco dell’alleato) e i membri europei della coalizione dei Volenterosi continuano a insistere per la presenza di un contingente occidentale sul suolo ucraino dopo la firma dei trattati come reagirà Mosca? Finora sulle garanzie Usa i negoziatori russi si sono mostrati possibilisti, ma sulla presenza di militari europei è stato opposto un rifiuto inequivocabile. Tuttavia, secondo Bloomberg, per scongiurare un nuovo stallo nella trattativa e far sentire il peso della propria posizione gli Usa starebbero «preparando un nuovo ciclo di sanzioni contro il settore energetico russo». Il Cremlino ha già risposto che questa decisione «danneggerebbe la ripresa delle relazioni» con gli Usa.

 

«Subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica» ha raccontato Putin «ci sembrava che saremmo diventati membri della cosiddetta famiglia `civilizzata´ dei popoli europei». Ma è solo una piccola premessa per la stoccata, «Oggi risulta che lì non c’è alcuna civiltà, c’è solo degrado totale». Gli artefici di questo “degrado” sono presto individuabili: «I maiali europei si sono subito uniti all’amministrazione Biden nella speranza di trarre profitto dal crollo del nostro Paese».

 E ciononostante «la Russia spera in un dialogo con l’Europa, ma è improbabile che ciò avvenga con le attuali élite politiche».

 Data l’incomunicabilità, il presidente non ha dimenticato di elogiare il suo arsenale atomico (vero fattore di «equilibro tra le potenze mondiali») e di annunciare che «anche il sistema missilistico a medio raggio” Oreshnik” con missile ipersonico entrerà in servizio operativo entro la fine dell’anno».

 

 

 

 

Ucraina, perché Putin vuole parlare con Macron.

Open.online.it – (22 Dicembre 2025) - Alessandro D’Amato -ci dice:

L'apertura del Cremlino al dialogo con la Francia è tattica.

 E punta a dividere Parigi dalla Germania.

In poche ore, lo scenario dei negoziati sull'Ucraina da qui alle prossime settimane è cambiato.

Ma perché Putin si fida improvvisamente di Macron?

Durante la mediazione sul debito comune e gli asset russi nella notte tra giovedì e venerdì scorsi Emmanuel Macron in conferenza stampa aveva detto che in caso di fallimento della proposta americana l’Europa avrebbe dovuto parlare con il Cremlino al posto degli Usa.

 Una frase passata in sordina in Occidente ma non in Russia.

Proprio ricordandola infatti il portavoce di Vladimir Putin “Dmitry Peskov” ha fatto sapere che Mosca è «pronta al dialogo».

E in poche ore, lo scenario dei negoziati sull’Ucraina da qui alle prossime settimane è cambiato.

Ma perché Putin si fida improvvisamente di Macron?

Per quanto successo nel caso “Euro clear”, è la risposta del “Financial Times”.

 

Putin e Macron.

Il quotidiano britannico ha spiegato che è stato proprio l’Eliseo a bloccare il piano del cancelliere tedesco Friedrich Merz di usare gli asset russi congelati nella Ue per finanziare Kiev.

E la rottura dell’asse storico tra Francia e Germania nell’Unione Europea è qualcosa che non dispiace al Cremlino.

Parigi ha già aperto all’incontro, auspicando che ci sia «una volontà politica reciproca» e l’eventuale colloquio sia un reale «tentativo di capirsi a vicenda» e non «una serie di moniti».

Mentre riecheggiavano le parole di Putin nella conferenza stampa prima di Natale a Mosca:

 «Siamo pronti a lavorare con l’Europa… ma su un piano di parità, nel rispetto reciproco.

Lavoreremo insieme e ci svilupperemo. Se ciò non accadrà, l’Europa scomparirà gradualmente».

Un modo anche per correggere quel «porcellini di Biden» che aveva scatenato nervosismo.

L’amicizia tra Russia ed Europa.

«Quindi che cosa sta succedendo?», si è chiesto ad esempio il “canale Telegram Mig4”1, vicino alla Difesa russa.

«Il francese Macron ha probabilmente capito dove stanno andando le cose tra Russia e Stati Uniti e ora sta cercando di essere il primo a salire sull’ultimo vagone del treno dell’amicizia tra Europa e Russia che sta per partire», ricorda oggi Repubblica.

Per questo l’Eliseo ci ha tenuto a far sapere che l’incontro eventuale deve avvenire «in piena trasparenza con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con i partner europei» e col solo obiettivo di «promuovere una pace solida e duratura».

Parigi non ha dato né una tempistica né una coreografia al futuribile dialogo col presidente russo.

Ma ha affermato che «nei prossimi giorni» saranno organizzati i termini del colloquio.

In teoria è quindi possibile che il confronto avvenga in presenza.

E, nella strategia europea sul fronte Ucraina, la novità in questo caso avrebbe una portata dirompente.

 

Miami, “Witkoff”: «Colloqui produttivi».

Mosca spegne gli entusiasmi sul vertice a tre.

 «Non c’è in preparazione alcun incontro con Usa e Ucraina».

«Putin vuole tutta l’Ucraina e potrebbe diventare una minaccia per i paesi baltici».

 L’analisi degli 007 Usa e del Regno Unito.

Si tratta a Miami, l’inviato di Putin:

«Costruttivi i colloqui con Witkoff e Kushner».

 Zelensky: «Gli Usa vogliono un vertice a tre con la Russia».

Le ragioni della svolta.

Di certo la mossa del presidente francese avviene nel solco della volontà dell’Ue – e della Coalizione dei Volenterosi – di avere un posto in prima fila nei negoziati.

Ma di fronte all’attivismo di Merz la posizione diventa più chiara. «Macron ha tradito Merz», ha spiegato un alto diplomatico presente nelle sale dell’Europa Building al Ft.

Ecco quindi che un ipotetico incontro con Putin riporterebbe Parigi al centro della diplomazia europea, a scapito proprio di Berlino.

Poi c’è il fattore Trump.

La chiusura totale di Bruxelles al dialogo con il Cremlino rischia di mettere in secondo piano gli interessi dei Paesi Ue in Ucraina proprio mentre Trump non perde occasione per attaccare Bruxelles.

Proprio Macron, nel luglio scorso, ebbe un colloquio telefonico con Putin, il primo dopo tre anni.

I risultati di quella conversazione, sul fronte della guerra in Ucraina, sono stati nulli.

 

Francia e Russia, le mediazioni.

La memoria però non può che tornare al 2017.

Durante il primo incontro con Macron, Putin si augurò che i rapporti tra i due si ispirassero proprio a quando all’Eliseo c’era Chirac.

Ma poi le attività di espansionismo della Russia in Libia e nell’Africa sub-sahariana non fanno che peggiorarli.

 Eppure, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, Macron è stato tra gli ultimi a chiudere il dialogo con Mosca.

Il 7 febbraio il presidente francese di reca al Cremlino, il bilaterale tra i due dura cinque ore.

 L’obiettivo di Parigi, fermare l’escalation militare ai confini dell’Ucraina, risulta fallita.

 Poco più di due settimane dopo la Russia bombarda Kiev.

 

In Florida.

Intanto l’inviato di Mosca Kirill Dmitriev è rimasto in Florida per proseguire il dialogo con gli Usa anche di domenica.

I nodi da sciogliere sono ormai noti, a partire dal destino delle ultime porzioni di Donetsk ancora sotto il controllo degli ucraini – che Mosca vorrebbe gli venissero concesse all’interno dell’accordo di pace – e le garanzie di sicurezza, compreso il possibile dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina una volta raggiunto il cessate il fuoco.

 Nel frattempo le forze russe rafforzano la loro posizione nel negoziato guadagnando terreno sul fronte.

E tentano di sfondare anche a Sumy, con una rinnovata offensiva nella regione settentrionale relativamente risparmiata dagli intensi combattimenti terrestri.

E il difensore civico ucraino ha denunciato che le truppe di Mosca hanno rapito e portato in Russia 50 civili dal villaggio, in quella che rappresenta «una grave violazione del diritto internazionale».

 

 

Ursula e Merz: una Sconfitta Disastrosa!

Conoscenzealconfine.it – (21 Dicembre 2025) - Luigi Tedeschi- ci dice:

 

La linea della Commissione e della Germania, che prevedeva l’utilizzo degli asset russi congelati in Europa per 210 miliardi, a sostegno dell’Ucraina, ha subito una clamorosa debacle.

È stato approvato un finanziamento di 90 miliardi costituito mediante il debito comune:

la UE emette eurobond per gli armamenti, ma si è sempre rifiutata di creare un debito comune a sostegno dell’economia e del welfare dei paesi europei. A determinare la sconfitta di Merz e della Von der Leyen è plausibile che sia stato l’avvertimento dell’agenzia di rating americana Fitch, che aveva minacciato” Euro clear” di declassamento.

La UE vuole proseguire ad libitum la guerra per interposta Ucraina. Ma sulla UE incombe lo spettro della pace, che ne provocherebbe la fine.

 

Il Consiglio europeo del 18 dicembre tuttavia si è concluso con una sconfitta devastante per i vertici della UE.

La linea della Commissione e della Germania, che prevedeva l’utilizzo degli asset russi congelati in Europa per 210 miliardi, a sostegno dell’Ucraina, ha subito una clamorosa debacle, dovuta all’opposizione, oltre che del Belgio (paese in cui ha sede “Euro clear”, depositaria di 185 miliardi di asset russi), di altri paesi, quali l’Italia, la Francia, l’Ungheria, la Bulgaria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, Malta.

 

Si è verificata una frattura interna alla UE, suscettibile di produrre conflittualità insanabili tra i paesi membri dagli effetti potenzialmente assai rilevanti nel prossimo futuro.

 

Si è optato, in sede di Consiglio europeo, per un finanziamento di 90 miliardi per il biennio 2026 – 2027, con le sole garanzie del bilancio pluriennale comunitario.

 Per ottenere il voto unanime dei paesi membri, si è raggiunto un compromesso consistente nell’esentare a prestare garanzie in futuro su tale prestito l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia.

Trattasi di un finanziamento costituito mediante il debito comune: una misura che si configura come una mortificante sconfitta per la Germania e i paesi frugali, da sempre avversi a qualsiasi ipotesi di emissione di eurobond.

 

Il ricorso al debito comune, seppur alternativo alla confisca degli asset russi, rappresenta una manovra varata dalla UE in spregio agli interessi dei popoli europei:

la UE emette eurobond per gli armamenti, ma si è sempre rifiutata di creare un debito comune a sostegno dell’economia e del welfare dei paesi europei.

 I 90 miliardi inoltre, si aggiungono a quelli previsti dal “Re Arm Europe” e dall’impegno assunto dai paesi UE di destinate il 5% del Pil al riarmo. L’industria degli armamenti made in USA (con i connessi titoli in borsa), viene ulteriormente finanziata a spese degli europei.

 

La rinuncia all’utilizzo degli asset russi, non ha però placato l’ostilità di Mosca nei confronti dell’Europa.

Gli asset russi restano infatti congelati a tempo indeterminato. Il cancelliere tedesco Merz ha dichiarato che l’Ucraina potrà rimborsare il prestito solo successivamente al risarcimento dei danni di guerra da parte della Russia.

 Nel caso in cui la Russia si rifiutasse, la UE si rivarrebbe sugli asset russi congelati a titolo di rimborso coattivo del prestito.

A parte l’assurda pretesa che siano gli sconfitti della UE – Nato ad imporre il risarcimento dei danni di guerra alla potenza vincitrice, da tale dichiarazione, emerge chiaramente la volontà della UE di proseguire ad libitum la guerra, per interposta Ucraina, si intende.

Nella assurda prospettiva di un futuribile crollo della Russia, del tutto irreale.

 

La Banca Centrale russa inoltre, ha intentato una causa contro “Euro clear”, con la pretesa di un risarcimento di 230 miliardi.

La Banca Centrale russa infatti accusa la UE di attività illecite, in quanto quest’ultima si sarebbe resa responsabile di “furto di beni sovrani”, deliberandone il sequestro a tempo indeterminato.

Una sentenza interna favorevole alla Russia, non sarebbe valida nel contesto internazionale, ma potrebbe essere usata come strumento di pressione, per suscitare l’avversità dei paesi alleati con la Russia (Cina, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan ecc…), nei confronti della UE ed inficiare la credibilità dell’euro nei mercati internazionali.

 

La decisione della Commissione di utilizzare gli asset russi per finanziare l’Ucraina, aveva peraltro riscosso l’ostilità degli stessi USA.

 Infatti, nei 28 punti del piano di pace proposto in novembre da Trump, era previsto che tali fondi dovessero essere utilizzati congiuntamente da USA e Russia per la ricostruzione dell’Ucraina stessa.

Gli USA pertanto non avrebbero tollerato la sottrazione ad opera della UE di tali asset, che avrebbero prodotto, nella prospettiva trumpiana, congrui profitti.

 

Ma soprattutto, è da ritenersi plausibile che a far venir meno in sede di Consiglio europeo il pressing congiunto di Merz e della Von der Leyen sia stato l’avvertimento dell’agenzia di rating americana Fitch, che aveva minacciato “Euro clear” (società controllata da J.P. Morgan), di declassamento “a causa di potenziali problemi di liquidità legati ai piani dell’Ue per un prestito all’Ucraina”.

 In un sistema neoliberista, solo minacce di stampo finanziario possono sortire effetti decisivi.

E per un uomo della finanza prestato alla politica quale è Merz, quello del ricatto finanziario è l’unico linguaggio comprensibile.

 

Gli aiuti europei all’Ucraina, sia in denaro che in armamenti, sono assai diluiti nel tempo.

 Ma l’andamento della guerra si rivela sempre più sfavorevole all’Ucraina.

Il tempo incalza ed indurre l’Ucraina ad una massacrante resistenza in vista di una impossibile vittoria, può solo provocare ulteriori migliaia di morti e distruzioni senza fine, con l’effetto di farla prima o poi collassare e far conseguire alla Russia una vittoria totale.

La UE si è resa responsabile morale del disastro umanitario ucraino, con la prospettiva di una definitiva disfatta che potrebbe compromettere la sua stessa indipendenza.

La UE, per esorcizzare i suoi fallimenti, si alimenta del prorogarsi della guerra, onde dilazionare nel tempo la sua stessa fine. La guerra costituisce quindi il farmaco salvavita per una UE ormai in coma profondo: siamo giunti ad una fase di accanimento terapeutico. Ed il paziente UE sopravvive mediante l’emergenza permanente, la censura, la repressione interna.

Sulla UE incombe lo spettro della pace. Evidentemente per una UE, dissociata dalla realtà e votata al suicidio, l’unica pace auspicabile potrebbe essere quella del cimitero della storia in cui verrà sepolta, senza viatico e rimpianto alcuno.

(Luigi Tedeschi).

(centroitalicum.com/ursula-e-merz-una-sconfitta-disastrosa/).

 

 

 

Putin è «pronto al dialogo»

con il leader di un importante Paese europeo.

 Money.it - Ilena D’Errico – (21 Dicembre 2025) – ci dice:

 

Putin è «pronto al dialogo» con il leader di un importante Paese europeo.

Come generare innovazione dal recupero sostenibile delle tradizioni.

L’importanza dei dati per raccontare e supportare la crescita delle imprese italiane.

Proseguono, seppur zoppicando, le trattative con la Russia e l’Ucraina per tentare di arrivare alla fine del conflitto.

Un obiettivo che a distanza di mesi e mesi non appare molto più vicino, nonostante gli sforzi diffusi di molti Paesi, dagli Stati Uniti all’Unione europea.

 Adesso, tuttavia, un nuovo vento di speranza apre le porte ai colloqui del Cremlino con l’Occidente.

 L’apertura verte su Mosca e Parigi, con una rinnovata possibilità di colloquio che fa tornare un po’ di ottimismo, anche se ormai sappiamo di non poter festeggiare prima del tempo.

 

L’appiglio è infatti una recente dichiarazione del presidente russo, in risposta alle parole di Emmanuel Macron ai margini di un vertice comunitario legato al sostegno dell’Ucraina.

 Visto che Putin si è detto pronto al dialogo con il leader di questo importante Paese europeo potrebbero esserci le basi per allargare spazio nella trattativa anche all’Europa.

Non resta che attendere lo sperato incontro e auspicare che la Francia getti le basi per un progetto comune di pace.

Putin pronto al dialogo con la Francia.

Il presidente francese Macron ha parlato delle trattative con “la Russa” a Bruxelles, evidenziando che qualcuno ha ripreso a parlare direttamente con l’omologo russo, facendo riferimento sostanzialmente agli Stati Uniti.

Donald Trump ha di fatto ricominciato a colloquiare direttamente con Mosca, perciò se l’Europa non vuole un confronto quasi monopolizzato da pochi attori dello scenario internazionale è il momento di farsi avanti.

 Come ricordato da Macron, infatti, non sarebbe “ottimale” lasciare che qualcuno conduca in solitudine le trattative con la Russia, essendo piuttosto opportuno che gli europei facciano la loro parte.

Noi, europei e ucraini, abbiamo interesse a trovare il quadro per riavviare questa discussione nella giusta forma.

 

Queste le parole del presidente francese, dopo aver dichiarato di ritenere utile parlare con Putin.

 La risposta del Cremlino non si è fatta attendere.

 Il giorno successivo, vale a dire ieri, si è espresso per mezzo del portavoce “Dmitry Peskov”.

 Quest’ultimo ha spiegato che il presidente Putin è disponibile e pronto al dialogo con la Francia, utilizzando lo spazio di un’importante conferenza stampa annuale.

Un approccio gradito all’Eliseo, che ha visto nella comunicazione pubblica della Russia l’assunzione di un impegno importante.

 

La presidenza francese, in particolare, è pronta a discutere di un incontro già in questi giorni, per non lasciarsi sfuggire l’apertura della Russia.

Nel frattempo, il lavoro degli Stati Uniti - che piaccia o meno nelle modalità e finalità - continua su un doppio binario.

Membri dell’amministrazione Trump stanno conducendo attivamente il dialogo sia in Russia che in Ucraina, mentre proseguono anche le discussioni con gli europei per trovare un punto d’incontro soddisfacente.

 

Lo spazio, almeno apparente, riservato a Parigi potrebbe rivelarsi determinante soprattutto alla luce del “niet” russo sul trilaterale con Usa e Ucraina.

Nonostante ciò, proseguono a Miami le trattative, guidate da “Steve Witkof”f e” Jared Kushner” per la Casa Bianca e “Kirill Dmitriev “per il Cremlino.

 Dmitriev, in particolare, ha fatto sapere che le discussioni si stanno svolgendo in modo costruttivo, ma la Russia giudica negativamente l’intervento europeo nelle modifiche del piano di pace.

 

Secondo Mosca, Kiev sta ostacolando le trattative in questo modo, l’ennesima giustificazione per rimandare un incontro dirimente per la possibile tregua.

 Nel frattempo l’Ucraina, peraltro, ritiene di aver già fatto abbastanza sacrifici per dover rendere ulteriori concessioni a Mosca, complicando involontariamente un negoziato già precario e sbilanciato.

 Che sia l’intervento francese a risolvere questi anni di guerra è improbabile, ma si può ancora sperare che sia questo il tanto atteso innesto per sbloccare davvero le trattative.

 

Guerra Ucraina Russia, Mosca frena

sul vertice a tre ma apre a colloqui con Macron.

Tg24.Sky.it – (22 dicembre 2025) – Live Mondo – Redazione Ansa – ci dice:

 

Il Cremlino esclude l'ipotesi di un trilaterale Usa-Ucraina-Russia, ma apre a colloqui con la Francia.

 "Putin è pronto al dialogo con Macron", secondo il portavoce di Mosca. L'Eliseo sottolinea che ora "con la prospettiva di una tregua è di nuovo utile parlare con Mosca".

 La Russia "resta pienamente impegnata a raggiungere la pace in Ucraina", ha detto “Witkoff “al termine degli incontri del weekend a Miami.

Non ci sarebbe alcun trilaterale all'orizzonte, ma una apertura per colloqui con la Francia.

 Mosca esclude l'ipotesi di un incontro Usa-Ucraina-Russia, eppure secondo il Cremlino "Putin è pronto al dialogo con Macron".

L'Eliseo sottolinea che ora "con la prospettiva di una tregua è di nuovo utile parlare con Mosca".

La Russia "resta pienamente impegnata a raggiungere la pace in Ucraina", ha detto “Witkof”f al termine degli incontri del weekend a Miami.

 

 

Cosa prevede il piano segreto Usa-Russia per la pace.

Cosa sappiamo dell'operazione "Sentilla dell'Est" della Nato".

Tomahawk, come funzionano i missili che potrebbero cambiare la guerra in Ucraina.

Da “Bucha a Kramatorsk”, fino all'ospedale pediatrico di Kiev: le peggiori stragi di civili.

Armi nucleari tattiche: cosa sono, le differenze con le strategiche, gli effetti.

Ricevere le notizie di Sky TG24.

 

Africa, Mosca accusa Occidente di "azioni irresponsabili."

Durante un briefing con gli addetti militari delle ambasciate straniere a Mosca, il capo di stato maggiore delle forze armate russe, generale Valerij Gerasimov, ha accusato nuovamente l'Europa e "l'Occidente collettivo" di "azioni irresponsabili".

Secondo la teoria-Gerasimov, che non e' la prima volta che pronuncia queste accuse, quasi tutte le regioni dell'Africa stanno affrontando conflitti e crisi interne e la ragione principale di cio' sono proprio le azioni irresponsabili dell'Occidente collettivo.

 

Cremlino: Dmitriev informerà Putin su colloqui Miami.

L'inviato del Cremlino, Kirill Dmitriev, informera' oggi il presidente russo Vladimir Putin, al suo ritorno dagli Stati Uniti, sui risultati dei negoziati per una soluzione pacifica in Ucraina, svoltisi nel fine settimana a Miami, lo annuncia il Cremlino. "Dovrebbe arrivare a Mosca. E' ancora in viaggio. E' un lungo viaggio. Non appena arrivera', informera' il presidente", ha dichiarato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov durante la sua conferenza stampa telefonica quotidiana. Ieri Peskov aveva commentato che Dmitriev si era recato negli Stati Uniti per conoscere i risultati delle consultazioni tra americani, ucraini ed europei a Berlino.

 

Cremlino: Putin immediatamente informato della morte del generale.

Il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato che i servizi segreti hanno immediatamente segnalato al presidente Vladimir Putin l'attentato in cui ha perso la vita il generale Fanil Sarvarov. "I servizi segreti riferiscono immediatamente", ha affermato il portavoce del Cremlino, citato dall'agenzia di stampa Interfax. Peskov ha risposto alla domanda se il presidente russo fosse stato informato dell'omicidio del capo del Dipartimento di addestramento operativo dello Stato maggiore. Oggi il presidente russo si trova a San Pietroburgo per prendere parte ai tradizionali incontri di fine anno dei leader dei Paesi della Csi, Comunità di stati indipendenti e dell'Unione economica eurasiatica che quest'anno si tengono tra il 21 e 22 dicembre.

 

 

10:02.

Sarvarov, il generale promosso da Putin dalla Cecenia all'Ucraina.

Fanil Sarvarov, classe 1969, era nato nella regione di Perm (Urali) e si era formato nelle accademie militari delle forze corazzate e dello Stato maggiore. Ora era a capo della Direzione per l'Addestramento operativo del ministero della Difesa. Nel 2024, aveva ricevuto dal presidente russo Vladimir Putin il grado di generale luogotenente. Tra il 1992 e il 2003 Sarvarov ha partecipato alle operazioni di combattimento durante il conflitto osseto-inguscio e all'operazione antiterrorismo in Cecenia. Nel periodo 2015-2016 ha preso parte all'intervento delle forze armate russe in Siria. In seguito alla partecipazione all'Operazione militare speciale Ucraina è stato inserito nell'elenco dei presunti "criminali di guerra", del portale web ucraino "Mirotvorets" (Peacemaker). Nel corso della carriera, è stato insignito dell'Ordine del Coraggio, dell'Ordine "Al Merito della Patria" e dell'Ordine "Al Merito Militare".

 

09:28

Kiev: "Distrutti in un'operazione due caccia russi a Lipetsk."

Nella notte tra il 20 e il 21 dicembre, è scoppiato un incendio in un aeroporto militare russo vicino a Lipetsk, dove due caccia russi, un Sukhoi Su-30 e un Su-27, sono stati incendiati, secondo quanto riferisce l'Intelligence militare ucraina (Gur), citata da Rbc-Ukraine. "A seguito di un'operazione dell'Intelligence della Difesa ucraina, condotta direttamente da un rappresentante del movimento di resistenza contro il regime criminale russo, entrambi i velivoli militari dell'aggressore sono stati distrutti", ha dichiarato il Gur in un comunicato. Il valore complessivo stimato dei due caccia utilizzati dalla Russia nella sua guerra contro l'Ucraina potrebbe raggiungere i 100 milioni di dollari. "Lo studio dei percorsi di pattugliamento e dei turni di guardia ha reso possibile penetrare di nascosto nella struttura militare dello Stato aggressore, colpire i Sukhoi direttamente all'interno di un hangar protettivo per aerei e poi lasciare l'aeroporto senza ostacoli", ha aggiunto il Gur.

 

08:39

Mosca: assassinato generale stato maggiore, sospettiamo Kiev.

 "Un ordigno piazzato sotto il telaio di una automobile è stato fatto esplodere la mattina del 22 dicembre (...) a Mosca e il gen. Fanil Sarvarov, capo del Dipartimemto di addestramento operativo dello Stato maggiore russo, è morto a causa delle ferite riportate". Lo scrive l'agenzia russa Tass,  che cita la portavoce del comitato investigativo russo, Svetlata Petrenko, aggiungendo che le autorità sospettano la mano dei servizi ucraini nell'attentato. Poco prima si era saputo dell'esplosione di un'auto nel cortile di un palazzo nella zona sud di Mosca.

 

Mosca, morto in attentato il generale russo Sarvarov. Accuse a Kiev.

08:34

Tajani: "La comunicazione con Putin coinvolga tutta l'Europa, non solo un Paese."

"Va certamente bene riaprire un canale di comunicazione, ma il canale deve essere europeo: non può essere solo di un solo Paese. La cosa rilevante è che Putin torni a parlare con l'intera Europa". Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in un'intervista al Resto del Carlino, commentando l'apertura di Putin a un possibile incontro con il presidente francese Emmanuel Macron da parte di Mosca.

 

07:57

A Mosca esplode un'auto, un ferito.

Un'automobile è esplosa nel cortile di di un edificio nella zona sud di Mosca e almeno una persona è rimasta ferita, secondo quanto scrive la Tass e l'emittente Tv Ren. L'esplosione è avvenuta intorno alle 7.00 locali in via Yasenevaya. Il quotidiano Moskoovsky Komosomolets riferisce che la vittima è un uomo di 56 anni.

 

07:56

Russia: "Imbarcazioni danneggiate in attacco droni a Krasnodar."

Un attacco con droni attribuito all'Ucraina ha danneggiato due moli e due imbarcazioni nella zona di Volna, nella regione russa di Krasnodar. E' quanto affermano le autorità locali, come riporta l'agenzia russa Tass. "Due moli e due imbarcazioni risultano danneggiati nella località di Volna a causa di un attacco di droni. Tutte le persone che erano a bordo sono state trasferite", fanno sapere, precisando che "non ci sono vittime tra l'equipaggio e il personale a terra" e che prosegue l'intervento per domare le fiamme. Stando alle notizie della Tass, l'area interessata dall'incendio è di circa 1.000 - 1.500 metri quadrati.

 

07:45.

Odessa al buio per raid russi, danni nel Dnipropetrovsk.

Attacchi notturni delle forze russe hanno colpito un'infrastruttura critica a Odessa, lasciando parte dei quartieri cittadini senza elettricità. Lo ha riferito su Telegram il capo dell'amministrazione militare di Odessa, Serhii Lysak, secondo quanto riportato da Ukrinform. Secondo le informazioni diffuse da fonti locali, un'infrastruttura critica della città è stata danneggiata durante due attacchi nemici durante la notte. Di conseguenza, parte di uno dei quartieri cittadini è rimasta temporaneamente senza elettricità. Un uomo di 30 anni è rimasto ferito edè stato portato in ospedale con ferite da schegge in condizioni moderate. Sempre nella regione di Odessa, il traffico sull'autostrada M-15 Odessa-Reni è stato ripristinato dopo che era stata temporaneamente chiusa per un attacco russo su un ponte vicino al villaggio di Maiaky. Nelle ultime ore, le forze russe hanno bombardato anche quattro aree della regione di Dnipropetrovsk, innescando incendi e causando distruzione. Lo ha riferito su Telegram il capo ad interim dell'amministrazione militare regionale di Dnipropetrovsk, Vladyslav Haivanenko. "Durante la notte, il nemico ha diretto i droni verso Pavlohrad. Un'auto e un edificio non operativo hanno preso fuoco. L'incendioè stato spento. A Kryvyj Rih, un incendio e' scoppiato a seguito di un attacco con un drone ed è stato spento. Edifici amministrativi, due condomini e autovetture sono stati danneggiati", ha dichiarato la fonte. I droni russi hanno colpito inoltre la comunita' di Vasylkivka, nel distretto di Synelnykove, danneggiando alcune case private. "Nel distretto di Nikopol, l'aggressore ha attaccato con droni Fpv e ha bombardato con l'artiglieria. Gli attacchi hanno colpito le comunità di Nikopol e Pokrovske", ha aggiunto Haivanenko. Le forze di difesa aerea hanno distrutto tre droni nella regione di Dnipropetrovsk, secondo il comando aereo. Su Facebook, lo stato maggiore delle Forze armate ucraine ha riferito inoltre che le perdite totali in combattimento delle forze russe dal 24 febbraio 2022 al 22 dicembre 2025 hanno raggiunto circa 1.197.860 unità, di cui 1.120 eliminate nell'ultimo giorno. Secondo la stessa fonte, nelle ultime 24 ore si sono verificati 200 scontri lungo la linea del fronte, più di 70 dei quali nei settori di Pokrovsk e Kostiantynivka.

 

07:31.

Ucraina, telefonata Trump-Starmer: "Impegno pace giusta e duratura."

La guerra Russia-Ucraina e gli sforzi per raggiungere una pace giusta e duratura sono stati gli argomenti affrontati dal premier britannico Keir Starmer in una conversazione telefonica con il presidente Usa Donald Trump. Lo ha riportato l'ufficio stampa del governo britannico, secondo quanto riferito dal sito Ukrinform. "I due leader hanno iniziato riflettendo sulla guerra in Ucraina. Il primo ministro ha aggiornato il presidente Trump sul lavoro della Coalizione dei Volenterosi per sostenere il raggiungimento di un accordo di pace e garantire una fine giusta e duratura delle ostilità", si legge nella dichiarazione. Inoltre, i due leader hanno discusso della situazione nella Striscia di Gaza. Starmer ha anche informato il presidente Usa della nomina del nuovo Ambasciatore britannico a Washington, Christian Turner.

 

07:17.

Mosca, 41 droni ucraini abbattuti da ieri sera sulle regioni russe.

Mosca afferma che da ieri sera le difese aeree hanno intercettato e distrutto 41 droni ucraini sulle regioni russe. Lo riporta l'agenzia di stampa Tass, citando il Ministero della Difesa.

 

07:17.

Dmitriev lascia Miami: "Grazie, la prossima volta a Mosca."

L'inviato speciale del presidente russo Vladimir Putin e ceo del Fondo russo per gli investimenti diretti (Rdif), Kirill Dmitriev, ha lasciato intendere che il prossimo incontro tra le delegazioni russa e statunitense sull'Ucraina potrebbe svolgersi a Mosca. "Grazie, Miami. La prossima volta: Mosca", ha scritto Dmitriev sulla sua pagina X accompagnando il post con una sua foto con una maglietta con la scritta 'La prossima volta a Mosca' e la firma di Putin. Il 15 agosto in Alaska il leader russo aveva suggerito in inglese al suo omologo statunitense Donald Trump che il prossimo incontro si sarebbe tenuto a Mosca: in una conferenza stampa congiunta per riassumere i risultati del vertice di Anchorage il presidente Usa aveva dichiarato di non vedere l'ora di rivedere presto il leader russo; "la prossima volta a Mosca?", aveva risposto Putin con un sorriso. Dmitriev ha concluso ieri sera due giorni di colloqui con gli Stati Uniti sull'Ucraina ed è ripartito da Miami.

 

07:08.

Ucraina, colloqui a Miami definiti "costruttivi."

“Witkoff”: "La Russia resta impegnata a raggiungere la pace in Ucraina"

"La Russia resta pienamente impegnata a raggiungere la pace in Ucraina". Lo ha detto l'inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, al termine degli incontri del weekend a Miami. "La Russia apprezza molto gli sforzi e il sostegno degli Stati Uniti per risolvere il conflitto ucraino e ristabilire la sicurezza globale", ha aggiunto il funzionario senza tuttavia precisare se ci siano stati dei progressi nei colloqui.

 

06:58.

Guerra in Ucraina e aiuti a Kiev, ecco quanto ha speso l’Italia e cosa chiede l’Ue.

Si è riacceso il dibattito riguardo agli aiuti militari da inviare a Kiev. Il nostro Paese, dall’inizio della guerra russa, ha dato all’Ucraina in armi un paio di miliardi scarsi: si tratta di 28 euro pro capite di aiuti militari, contro ad esempio i 1.526 euro pro capite della Danimarca. La richiesta dell’Ue per il 2026 è molto più alta e dove trovare i fondi resta un rebus che accomuna tutta l’Europa. Anche di questo si è parlato a Numeri, l’approfondimento di Sky TG24, nella puntata del 2 dicembre.

 

Guerra in Ucraina, ecco quanto ha speso l’Italia e cosa chiede l’Ue

06:52.

Ucraina, la vittoria della Russia non è scontata. Cosa dicono le mappe.

I negoziati per arrivare alla fine della guerra in Ucraina proseguono. Faticosamente, ma proseguono. La Russia sta cercando di spingere Kiev ad accettare le proprie condizioni – dall’annessione dei territori come Donbass e Kherson alla rinuncia ai piani per entrare nella Nato – facendo leva sul fatto che comunque non riuscirebbe mai a vincere. La realtà sul campo di battaglia, tuttavia, sembra indicare uno scenario diverso, anche se per proseguire, va detto, l'Ucraina ha bisogno di costante supporto esterno.

 

 

 

Cosa sono gli asset russi congelati,

quanto valgono e la reazione dell’UE.

Geopop.it – (23 Dicembre 2025) – Andrea Gaspardo - ci dice:

 

Gli asset russi sono risorse economiche e beni materiali sia dello Stato russo sia di soggetti privati che sono stati congelati nel 2022, allo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Con il prestito di 90 miliardi a tasso zero, Kiev potrebbe andare avanti per circa due anni.

 

Negli ultimi giorni si sta parlando molto di “asset russi” congelati, in relazione all’idea di utilizzare questi asset come garanzia o base di un prestito da circa 90 miliardi di euro all’Ucraina:

un’ipotesi che al momento non è stata realizzata a causa della mancanza di consenso politico e dei rischi legali percepiti dagli Stati membri.

Ma quando parliamo di asset russi, di che cosa stiamo parlando esattamente?

Si tratta principalmente di beni finanziari dello Stato russo, soprattutto di riserve della Banca centrale detenute all’estero e (in parte) di beni di individui e aziende russe sanzionati.

Questi asset sono stati congelati nei paesi occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina (24 febbraio 2022), ma non confiscati in via definitiva, e si trovano nei territori sotto la giurisdizione dei paesi dell'Unione Europea, degli Stati Uniti, del Canada, del Giappone e di altri Stati che partecipano allo sforzo congiunto contro le proprietà russe all’estero.

 

Ad ogni modo, va tenuto a mente che le prime sanzioni occidentali contro la Russia non risalgono al 2022, bensì al 2014, ossia all’indomani dell’annessione forzata della Crimea e dell’inizio della guerra nel Donbass. In quella fase l’Unione Europea e i paesi occidentali avviarono le prime tornate di sanzioni, soprattutto contro figure politiche e militari della Federazione Russa.

 

Non solo beni dello Stato: le sanzioni colpiscono anche gli individui.

Le sanzioni non riguardano solo lo Stato russo, ma si applicano anche a individui collegati alla Russia — cittadini russi ma non solo — riconosciuti colpevoli o coinvolti in attività di sabotaggio, interferenza elettorale, disinformazione e altre azioni volte a destabilizzare l’UE e l’Occidente in generale.

Esiste inoltre un livello ulteriore di sanzioni dirette contro asset di natura personale appartenenti a individui responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, in particolare membri della nomenclatura putiniana.

Per queste persone è previsto anche il divieto di viaggio o di transito nei paesi occidentali.

 

Dove si trovano gli asset congelati e a quanto ammontano.

La quantificazione complessiva degli asset congelati è complessa.

I dati disponibili si riferiscono principalmente agli asset dello Stato russo e ai conti detenuti all’estero dalla banca centrale russa.

La maggior parte di questi beni si trova sotto la giurisdizione dell’Unione Europea, ma asset rilevanti sono presenti anche in Nord America, in Giappone e in altri paesi.

 

All’interno dell’UE, il Belgio è il paese che detiene la quota maggiore, con circa 210 miliardi di dollari di asset russi sequestrati.

 Seguono la Francia con 22,3 miliardi di dollari e il Lussemburgo con 11,7 miliardi.

Al di fuori dell’Unione Europea, il Regno Unito ha congelato asset per 31,6 miliardi di dollari, mentre la Svizzera ne detiene circa 7,3 miliardi.

Fuori dal continente europeo spicca il Giappone, che con 31,8 miliardi di dollari di asset sequestrati risulta il secondo paese al mondo dopo il Belgio.

Completano il quadro Canada e Stati Uniti, che hanno congelato rispettivamente 17,7 e 5,5 miliardi di dollari.

Nel complesso, si tratta di circa 340 miliardi di dollari, riferiti esclusivamente ad asset dello Stato russo e non a beni di proprietà di individui.

Ad ogni modo, va detto che il valore di questi asset congelati varia nel tempo a causa dell'inflazione e per la presenza di strumenti finanziari fruttiferi che producono interessi.

 

Asset russi: non bastano per la ricostruzione dell’Ucraina.

La confisca vera e propria e il riutilizzo di questi asset è un'ipotesi che apre un vero e proprio vaso di Pandora sul piano giuridico:

 una confisca definitiva, infatti, equivarrebbe, dal punto di vista del diritto internazionale, a un’espropriazione forzata di beni di uno Stato sovrano.

Qualsiasi futura leadership russa potrebbe rivendicare la restituzione di questi beni, anche ricorrendo a pressioni politiche o azioni legali.

 

L’idea di utilizzare questi fondi per la ricostruzione dell’Ucraina presenta ulteriori problemi.

 In primo luogo, la quantificazione dei danni:

 alcune stime parlano di circa 400 miliardi di dollari, altre arrivano fino a un trilione.

 Poiché il conflitto è ancora in corso, è estremamente difficile stabilire una cifra definitiva.

In ogni caso, appare ormai assodato che i danni subiti dall’Ucraina superino ampiamente il valore complessivo dei beni russi congelati all’estero, sia quelli statali sia quelli appartenenti agli oligarchi sanzionati.

L’utilizzo diretto di questi asset per finanziare la ricostruzione o sostenere lo sforzo bellico di Kiev aprirebbe scenari di contenzioso legale difficilmente gestibili.

Proprio per questo, fino a oggi, i paesi occidentali hanno evitato di intaccare il nucleo principale degli asset sequestrati nel 2022, il più rilevante in termini di valore.

Sanzioni anche oltre la Russia: Bielorussia, Moldavia e Ucraina.

Il regime sanzionatorio dell’Unione Europea non si applica solo alla Russia, ma anche alla Bielorussia, alla Moldavia e alla stessa Ucraina. Nel caso della Bielorussia, sono colpite le realtà coinvolte nella produzione di tecnologie a duplice uso e nel sostegno logistico, finanziario e commerciale alla Federazione Russa.

Per quanto riguarda la Moldavia, le sanzioni si applicano ai soggetti che, in collaborazione con Mosca, minacciano la sovranità e la sicurezza del paese.

 Infine, nel caso dell’Ucraina, il regime sanzionatorio colpisce individui che, dal 2014 a oggi, hanno sostenuto le operazioni russe o hanno minato la sicurezza e la dignità dello Stato ucraino, includendo anche figure interne al paese ritenute responsabili di violazioni dei diritti umani o di appropriazioni indebite di fondi pubblici o occidentali.

(geopop.it/cosa-sono-gli-asset-russi-congelati-quanto-valgono-e-la-reazione-dellue/).

(geopop.it/).


Gaza: Come si Pianifica un Genocidio

Conoscenzealconfine.it – (22 Dicembre 2025) - Jonathan Cook e Davide Malacaria – ci dicono:

 

 “La più efficace manipolazione che Israele ha messo in atto negli ultimi due anni è stata quella di imporre dei parametri del tutto infondati al ‘dibattito’ che si è svolto in Occidente riguardo la credibilità del bilancio delle vittime di Gaza, che ora ufficialmente ammonta a poco più di 70.000”.

 

“Non è solo che siamo rimasti impantanati in controversie senza fine sull’affidabilità delle autorità sanitarie di Gaza o su quanti di quei morti siano combattenti di Hamas (nonostante le campagne di disinformazione israeliane, l’esercito israeliano stesso ritiene che oltre l’80% dei morti siano civili);

 o che questi ‘dibattiti’ ignorino sempre il fatto che, fin dall’inizio, Israele ha distrutto la capacità di Gaza di contare i propri morti, distruggendo gli uffici governativi e gli ospedali dell’enclave, da cui discende che la cifra di 70.000 morti è probabilmente una drastica sottostima.

No, il trucco più grande è che Israele è riuscito a trascinarci tutti in un ‘dibattito’ completamente scollegato dalla realtà, che riguarda solo quelli che sono stati uccisi direttamente dalle sue bombe e dai colpi d’arma da fuoco.

La verità è che un numero molto, molto più grande di persone di Gaza è stato ucciso volutamente da Israele non attraverso mezzi diretti, ma attraverso quelli che gli statistici chiamano mezzi ‘indiretti’.

Tutte queste persone sono state uccise da Israele, che ha distrutto le loro case e le ha lasciate senza riparo.

Da Israele, che ha distrutto le loro risorse idriche, le infrastrutture elettriche e i sistemi igienico-sanitari.

Da Israele, che ha raso al suolo i loro ospedali.

Da Israele, che li ha fatti morire di fame.

Da Israele, che ha creato le condizioni perfette per la diffusione delle malattie.

L’elenco dei modi in cui Israele sta uccidendo le persone a Gaza è infinito.

 

Immaginate le vostre società devastate come Gaza.

Per quanto tempo sopravviverebbero i vostri genitori anziani in questo inferno?

 Come se la caverebbe il tuo bambino diabetico o tua sorella con l’asma o tuo fratello con il cancro?

Quanto facilmente ti ammaleresti di polmonite o di raffreddore se avessi consumato solo un pasto frugale al giorno per mesi e mesi?

 Come affronterebbe tua moglie un parto difficile se non ci fossero anestetici né un ospedale nelle vicinanze, o vi fosse un ospedale a malapena funzionante e sovraffollato dalle vittime dell’ultimo bombardamento israeliano?

E quali sarebbero le probabilità che il tuo bambino sopravviva se sua madre non riuscisse a produrre latte a causa delle restrizioni alimentari che l’hanno ridotta alla fame?

E se non potessi dargli il latte artificiale perché Israele ne blocca l’ingresso nell’enclave?

E se anche arrivasse, l’acqua inquinata non potesse essere mescolata al latte artificiale?

 

Nessuna di queste tipologie di decessi è compresa nella cifra di 70.000.

 E tutti i precedenti riguardo le guerre, dimostrano che sono molte più le persone che vengono uccise attraverso questi mezzi indiretti rispetto a quelle uccise da ferite mortali causate direttamente da bombe e proiettili.

Secondo una lettera inviata a “The Lancet” da esperti del settore, studi su altre guerre – la maggior parte delle quali molto meno distruttive di quella condotta da Israele nella piccola enclave – indicano che le vittime indirette delle guerre superano tra le tre e le quindici volte le vittime dirette.

 

Secondo gli autori dello studio, un calcolo prudenziale medio indica che le vittime indirette sono quattro volte superiori alle vittime dirette.

 Ciò significherebbe che, come minimo, 280.000 palestinesi sono stati uccisi a Gaza a causa delle azioni di Israele.

 Ma la realtà è probabilmente ancora peggiore.

E questo evitando di menzionare le centinaia di migliaia di palestinesi che hanno riportato ferite orribili e traumi psicologici.

Gli strateghi israeliani che hanno pianificato questa guerra sanno perfettamente come funziona questo rapporto diretto-indiretto.

Ecco perché hanno scelto di distruggere quasi tutte le case di Gaza, di bombardare le infrastrutture elettriche e idriche, i servizi igienici, di radere al suolo gli ospedali e di bloccare gli aiuti mese dopo mese.

 

Sapevano perfettamente che questa sarebbe stata la modalità con cui Israele avrebbe potuto compiere un genocidio, potendo offrire ai suoi alleati – i governi occidentali e il loro esercito di lobbisti – ‘un salvacondotto’ in cambio della loro attiva complicità.

 

Il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è solo un ulteriore inganno in questo infinito gioco di specchi e di fumo.

L’agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell’infanzia, l’”Unicef”, ha riferito che meno di un quarto dei camion di aiuti umanitari sta entrando a Gaza superando il persistente blocco israeliano, nonostante gli impegni israeliani concordati nell’ambito del ‘cessate il fuoco’.

 A quanto pare, ciò non viene registrato come una grave violazione del cessate il fuoco.

Passa inosservato.

L’”Unicef” ​​ha aggiunto che, solo nel mese di ottobre, cioè all’inizio del ‘cessate il fuoco’, circa 18.000 neomamme e neonati hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere a causa della malnutrizione acuta.

Il genocidio non è finito.

Israele potrebbe aver rallentato il ritmo delle uccisioni dirette causate dal bombardamento di Gaza, ma le uccisioni indirette continuano incessanti.

E così anche il ‘dibattito’ orchestrato da Israele in Occidente, concepito per oscurare e giustificare l’omicidio di massa della popolazione di Gaza”.

Peraltro, le uccisioni dirette continuano (circa 360 i morti, 922 i feriti, di cui, al solito, tanti sono bambini).

E alle morti indirette vanno aggiunti i decessi causati dall’alluvione che si è scatenata su Gaza la scorsa settimana, dal freddo e dai crolli delle case lesionate.

 Certo, non è Israele che ha causato la pioggia (beh, la geoingegneria ormai è un fatto acclamato – nota di conoscenze al confine), ma le restrizioni imposte ai palestinesi rendono la tempesta un flagello.

(Jonathan Cook e Davide Malacaria).

(consortiumnews.com/2025/12/12/jonathan-cook-israels-biggest-con/).

(piccolenote.it/mondo/gaza-come-si-pianifica-un-genocidio).

 

 

 

 

Beni russi congelati e crediti

all’Ucraina: ha davvero

«prevalso il buon senso»?

Analisidifesa.it – (21 Dicembre 2025) - Giacomo Gabellini - Analisi Mondo – ci dice:

 

Nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 dicembre, il Consiglio Europeo ha stabilito che il finanziamento dell’Ucraina verrà espletato attraverso l’erogazione di un prestito a tasso zero a favore di Kiev garantito dal bilancio europeo.

 

La nuova linea di credito viene a configurarsi come una rete di sicurezza fondamentale per scongiurare la bancarotta dell’Ucraina, alla disperata ricerca di fondi per erogare stipendi e pensioni, riparare infrastrutture danneggiate dagli attacchi russi e acquistare armi e munizioni.

 

L’intesa, raggiunta con l’astensione di Slovacchia e Ungheria che non parteciperanno allo sforzo al pari della Repubblica Ceca (che ha votato però a favore), sancisce la marginalizzazione della linea oltranzista sposata dai vertici della Commissione Europea (Ursula Von der Leyen e Kaja Kallas) e dal cancelliere Friedrich Merz che puntava al reimpiego dei fondi russi congelati a favore dell’Ucraina, come previsto dal piano d’azione predisposto dalla Commissione Europea.

 

Nel dettaglio, la proposta prevedeva l’attivazione di una procedura di conversione dei beni russi sottoposti a congelamento in garanzie per la concessione di un “prestito di riparazione” volto a coprire parte sostanziale dei costi di difesa e ricostruzione dell’Ucraina per il biennio 2026-2027 – periodo in cui, stima il Fondo Monetario Internazionale, il Paese necessiterà di non meno di 137 miliardi di euro.

 Lo stesso meccanismo subordinava l’estinzione del debito contratto da Kiev con l’Unione Europea alla disponibilità della Russia a risarcire l’Ucraina per i danni subiti.

 

Questa opzione sembrava scontare il consenso maggioritario dell’Unione Europea, specialmente alla luce del precedente pronunciamento del Consiglio d’Europa che aveva aperto il varco alla soluzione preferita dai “falchi”.

 

Lo scorso 12 dicembre, i rappresentanti di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea ad eccezione di quelli ungheresi e slovacchi avevano infatti votato a favore del congelamento a tempo indeterminato di circa 210 miliardi di dollari di asset riconducibili alla Bank of Russia, di cui 185 depositati presso “Euro clear”.

 

Il provvedimento di immobilizzazione è attivo dal marzo 2022, ma fino al 12 dicembre scorso è stato rinnovato ogni sei mesi con l’approvazione unanime del Consiglio d’Europa.

 

La nuova misura ha di fatto accantonato i requisiti di unanimità e rinnovabilità a cadenza semestrale previsti dai trattati europei per rendere la proposta di congelamento dei beni russi approvabile a maggioranza qualificata (15 Paesi su 27 a condizione che rappresentino il 65% della popolazione dell’Unione Europea) e applicabile a tempo indeterminato, in forza della clausola dell’articolo 122 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea che ne vincola l’invocazione alla sussistenza di «circostanze eccezionali».

 

L’articolo stabilisce esplicitamente che, «fatte salve eventuali altre procedure previste dai trattati, il Consiglio, su proposta della Commissione, può decidere, in uno spirito di solidarietà tra Stati membri, le misure adeguate alla situazione economica, in particolare qualora sorgano gravi difficoltà nell’approvvigionamento di determinati prodotti, in particolare nel settore dell’energia. Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere, a determinate condizioni, un’assistenza finanziaria dell’Unione allo Stato membro interessato. Il presidente del Consiglio informa il Parlamento Europeo della decisione adottata».

 

Nella fattispecie, si trattava di evitare che Paesi sempre più recalcitranti ad allinearsi alla politica del sostegno incondizionato all’Ucraina come Ungheria e Slovacchia ponessero il veto sul rinnovo del regime sanzionatorio mesi dopo che i fondi russi fossero stati riciclati come garanzia per l’apertura di una linea di credito a favore dell’Ucraina, come previsto dal piano d’azione predisposto dalla Commissione Europea.

Nel qual caso, il Belgio in primis, sede di “Euro clear”, si sarebbe ritrovato nell’impossibilità di restituire alla Russia i beni di sua spettanza in conformità al decadimento delle sanzioni.

 

Alla luce di siffatte “circostanze eccezionali” ravvisate dagli ideatori dell’iniziativa, l’Unione Europea ha aperto il varco al congelamento a tempo indeterminato degli asset russi nonostante l’opposizione di Ungheria e Slovacchia e senza consultare il Parlamento Europeo.

 

Concepito per fornire una risposta rapida a eventi eccezionali quali catastrofi naturali e interruzioni improvvise negli approvvigionamenti energetici, l’articolo 122 è stato quindi invocato per aggirare il principio dell’unanimità rispetto a una questione di tutt’altra natura come l’immobilizzazione a tempo indeterminato degli asset russi, alla luce delle crescenti difficoltà riscontrate dall’Unione Europea e sottolineate dal Kiel Institute nel garantire regolare assistenza all’Ucraina.

L’alto rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea “Kaja Kallas” aveva accolto con favore il pronunciamento, affermando che «l’Unione Europea ha appena deciso di congelare a tempo indeterminato i beni russi. Questo garantisce che fino a 210 miliardi di euro di fondi russi rimangano sul territorio dell’Unione Europea, a meno che la Russia non paghi integralmente i risarcimenti all’Ucraina per i danni causati. Continueremo ad aumentare la pressione sulla Russia affinché prenda sul serio i negoziati».

 

Negoziati che rischiavano verosimilmente di naufragare proprio per effetto dell’iniziativa dell’Unione Europea, palesemente inconciliabile con il piano di pace predisposto dall’amministrazione Trump.

 

Il punto 13 del piano statunitense prevede che «la revoca delle sanzioni sarà discussa e concordata in più fasi e caso per caso».

 Il punto 14 stabilisce invece che «i fondi congelati saranno utilizzati come segue:

100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti negli sforzi guidati dagli Stati Uniti per ricostruire l’Ucraina e investire nel Paese.

 Gli Stati Uniti riceveranno il 50% dei profitti derivanti da questa iniziativa.

L’Europa aggiungerà 100 miliardi di dollari per incrementare gli investimenti disponibili finalizzati alla ricostruzione dell’Ucraina.

I fondi europei sottoposti a congelamento saranno sbloccati.

La parte rimanente dei fondi russi congelati sarà investita in un veicolo di investimento separato tra Stati Uniti e Russia che implementerà progetti congiunti in aree specifiche.

Questo fondo sarà finalizzato a rafforzare le relazioni e ad accrescere gli interessi comuni per creare un forte incentivo a non tornare al conflitto».

 

 La reazione di “Orban” e “De Wever”.

 

Il primo ministro magiaro Viktor Orban, dal canto suo, aveva reagito al voto del 12 dicembre formulando un implacabile atto d’accusa nei confronti dell’Unione Europea:

 «oggi – ha tuonato Orban – i cittadini di Bruxelles attraversano il Rubicone.

A mezzogiorno si terrà una votazione scritta che causerà danni irreparabili all’Unione.

L’oggetto del voto sono i beni russi congelati, su cui gli Stati membri dell’Unione Europea hanno finora votato ogni 6 mesi e adottato una decisione unanime.

Con la procedura odierna, i brussellesi aboliscono il requisito dell’unanimità con un solo colpo di penna, il che è chiaramente illegale».

 

Con la decisione del 12 dicembre, ha proseguito Orban, «lo Stato di diritto nell’Unione Europea giunge al termine e i leader europei si pongono al di sopra delle regole.

Anziché garantire il rispetto dei trattati dell’Unione Europea, la Commissione Europea sta sistematicamente violando il diritto europeo. Lo fa per continuare la guerra in Ucraina, una guerra che chiaramente non è possibile vincere.

 Tutto questo accade in pieno giorno, a meno di una settimana dalla riunione del Consiglio d’Europa, il più importante organo decisionale dell’Unione, che riunisce i capi di Stato e di governo.

 Con questo, lo Stato di diritto nell’Unione Europea viene sostituito dal governo dei burocrati.

 In altre parole, si è affermata una dittatura di Bruxelles.

L’Ungheria protesta contro questa decisione e farà tutto il possibile per ripristinare un ordine legale».

 

Belgio, Bulgaria, Italia e Malta avevano sottoscritto una dichiarazione che invitava a esplorare opzioni meno gravide di rischi rispetto a quella messa a punto dalla Commissione Europea.

 

Il Belgio, che in quanto sede di “Euro clear” rappresenta a tutt’oggi di gran lunga il Paese più esposto, ha continuato a invocare l’elaborazione di un meccanismo di condivisione di rischi e responsabilità che spalmasse i relativi oneri sui 27 Stati membri dell’Unione Europea.

 

Ha quindi posto come condizione vincolante l’estensione del provvedimento di immobilizzazione sine die dei beni russi all’intera area giurisdizionale dell’Unione Europea, così da ricomprendervi – con grande disappunto del presidente Macron – anche le banche commerciali francesi (Crédit Agricole, Société Générale e Bpce) in cui giacciono circa 18 miliardi di euro di beni russi congelai.

 

«Se gli altri Paesi dell’Unione Europea accettano di condividere pienamente i rischi e proteggere il Belgio da potenziali ritorsioni russe, allora ci getteremo tutti insieme da quella scogliera… e spereremo che il paracadute ci sostenga», aveva dichiarato il primo ministro belga De Wever.

 «Lo faremo perché l’alternativa – nessuna soluzione, nessun finanziamento per l’Ucraina, il collasso del Paese – rappresenta la massima vergogna geopolitica per l’Europa, che proveremo per decenni a venire», aveva aggiunto.

Tuttavia, «ad oggi, non ho visto un solo testo che soddisfi tali condizioni», ha chiarito De Wever la mattina del 18 dicembre, alla vigilia della riunione indetta dal Consiglio d’Europa per stabilire definitivamente quali modalità operative adottare per garantire la prosecuzione del sostegno all’Ucraina.

 

La proposta consistente nel riciclo dei beni russi come garanzia per l’erogazione del “prestito di riparazione” all’Ucraina, ha affermato De Wever, è «discutibile ai sensi del diritto internazionale» e suscettibile per di più di minare sia la fiducia dei mercati finanziari, sia la credibilità di “Euro clear”.

 

La posizione del premier belga, sottoposto per sua stessa ammissione a forti pressioni dal «blocco ampio e potente» formato da Germania, Polonia, Paesi baltici e scandinavi con il supporto della Commissione Europea, è andata irrigidendosi a fronte del pronunciamento di Fitch.

 

La nota agenzia di rating ha infatti collocato “Euro clear” in credit watch negativo proprio in virtù  del «potenziale aumento dei rischi legali e di liquidità» che sarebbero derivati dall’approvazione della proposta concepita dalla Commissione Europea.

Secondo Fitch, «il rischio di contenzioso potrebbe aumentare significativamente qualora non adeguatamente compensato dalle tutele legali comprese nella struttura del “prestito di riparazione”».

L’allarme lanciato da Fitch ha avvalorato i timori espressi dalla “fronda” interna all’Unione Europea guidata dall’Italia, che assieme ad Austria e Germania figura nel novero dei Paesi europei detentori del volume più consistente di asset in Russia e, di conseguenza, maggiormente esposti alle ritorsioni del Cremlino.

 

 La risposta di Mosca.

La Bank of Russia, dal canto suo, ha già citato “Euro clear” in giudizio presso il Tribunale arbitrale di Mosca richiedendo un risarcimento di 18,2 trilioni di rubli (circa 200 miliardi di euro) in conseguenza del «furto di proprietà» consumato con il voto del Consiglio d’Europa del 12 dicembre, in linea con le dichiarazioni formulate sul punto.

 

Nel comunicato stampa diffuso dalla Bank of Russia a margine del voto del 12 dicembre si legge che «le soluzioni proposte, che prevedono l’utilizzo diretto o indiretto degli asset della Banca di Russia o qualsiasi altra forma di utilizzo non autorizzato degli asset della Banca di Russia, sono illegali e contraddicono il diritto internazionale, anche per quanto riguarda l’immunità degli asset sovrani».

 

Inoltre, «la pubblicazione e l’attuazione delle proposte annunciate sul sito web della Commissione Europea spingeranno sicuramente la Bank of Russia a contestare qualsiasi attività diretta o indiretta che possa comportare l’utilizzo non autorizzato degli asset, a intentare azioni legali presso tutti gli organi competenti disponibili, inclusi tribunali nazionali, autorità giudiziarie di Stati esteri e organizzazioni internazionali, tribunali commerciali e altre autorità giudiziarie internazionali, e a richiedere l’esecuzione delle decisioni giudiziarie negli Stati membri delle Nazioni Unite».

La Bank of Russia «si riserva il diritto, senza ulteriore preavviso, di applicare tutti i rimedi e le tutele disponibili qualora le iniziative proposte dall’Unione Europea vengano accolte o attuate».

 

L’iniziativa legale della Banca Centrale si configura tuttavia soltanto come la prima di una lunga serie di cause che sarebbero scattate pressoché in automatico qualora il Consiglio d’Europa avesse approvato il piano della Commissione Europea, aggiungendosi a quelle già aperte da aziende e privati cittadini russi presso i tribunali preposti alla risoluzione delle controversie tra investitori e Stati.

 

Quello legale non è tuttavia l’unico ambito in cui si sarebbe dispiegata la rappresaglia di Mosca.

 Secondo i calcoli del” Kyiv School of Economics Institute” (Ksei), le aziende occidentali detenevano in Russia almeno 127 miliardi di dollari di asset, parte dei quali è già stato sottoposto a sequestro dal Cremlino causando perdite stimate dall’istituto in almeno 57 miliardi di dollari.

 

Sebbene 1.903 aziende straniere si siano ritirate dalla Russia o abbiano ridimensionato significativamente le loro attività nel Paese dal febbraio 2022, ben 2.315 vi operano ancora.

Tra cui i complessi produttivi di Volkswagen e Siemens, i supermercati di Auchan e le filiali di Raiffeisen e UniCredit, che hanno generato ingenti profitti non rimpatriabili per effetto del divieto di distribuzione dei dividendi. Stando ai calcoli del Ksei, nel solo 2024 le aziende straniere hanno generato profitti in Russia per 19,5 miliardi di dollari.

 

Mosca può ancora procedere al sequestro di filiali, dividendi e investimenti occidentali attualmente sottoposti a congelamento, ai sensi di un decreto firmato dal presidente Putin lo scorso settembre che istituisce una corsia preferenziale per espletare con la dovuta rapidità i procedimenti di nazionalizzazione in risposta ad atti ostili come quelli che erano stati messi in cantiere dall’Unione Europea.

Le reazioni in Europa.

«Come si può pensare che rubare di fatto il denaro di un altro Paese non porterà a un ulteriore disastro?

 La prima conseguenza è che la Russia si sentirà libera di confiscare tutti i beni esteri», ha dichiarato il senatore della Lega “Claudio Borghi” al “Financial Times”.

 

Lo stesso presidente Putin ha ventilato «conseguenze davvero dure. Non importa cosa rubino, prima o poi dovranno restituirlo e, cosa più importante, andremo in Tribunale per proteggere i nostri interessi. Faremo del nostro meglio per trovare una giurisdizione indipendente dal contesto politico».

 

I Paesi membri dell’Unione Europea, ha aggiunto il leader del Cremlino, si sarebbero esposti a conseguenze ancor più gravi:

 «non soltanto un duro colpo alla loro immagine, ma anche una perdita di fiducia nell’eurozona.

Oltre alla Russia, molti altri Paesi conservano le proprie riserve auree e valutarie in Europa, così come quelli che dispongono di risorse libere».

 

Questo genere di prospettive ha indubbiamente contribuito a spostare massa critica a favore della posizione disallineata assunta dalla “fronda” interna all’Unione Europea, al pari delle forti pressioni esercitate dall’amministrazione Trump, perfettamente consapevole che l’utilizzo dei beni russi avrebbe affossato irrimediabilmente le trattative tuttora in corso.

Secondo la premier Giorgia Meloni, «ha prevalso il buon senso».

Per Orban, invece l’intesa sul credito da 90 miliardi di euro rappresenta un passo avanti verso il baratro.

Il primo ministro ungherese sottolinea che «il rimborso non è legato alla crescita economica o alla stabilizzazione, ma alla vittoria militare. Per recuperare questo denaro, la Russia dovrebbe essere sconfitta».

 

Questa «non è la logica della pace, ma quella della guerra. Un prestito di guerra rende inevitabilmente i suoi finanziatori interessati alla continuazione e all’escalation del conflitto, perché una sconfitta significherebbe anche una perdita finanziaria.

 D’ora in poi, non si parla più solo di decisioni politiche o morali, ma di rigidi vincoli finanziari che spingono l’Europa in una sola direzione: verso la guerra.

 La logica bellica di Bruxelles si sta quindi intensificando.

 Non sta rallentando, ma si sta istituzionalizzando.

 Il rischio oggi è maggiore che mai, perché la continuazione della guerra è ora associata a un interesse finanziario».

 

L’Ungheria «sceglie consapevolmente di non intraprendere questa pericolosa strada. Non prendiamo parte a iniziative che suscitino l’interesse dei partecipanti a prolungare la guerra. Non cerchiamo una scorciatoia verso la guerra, ma un’uscita verso la pace.

Non si tratta di «isolazionismo, ma di sobrietà strategica. Di agire nell’interesse dell’Ungheria e, a lungo termine, anche dell’Europa».

La riflessione formulata da Orban ha trovato istantaneamente riscontro nella presa di posizione del presidente Zelensky, secondo cui lo stanziamento di 90 miliardi di euro da parte dell’Europa rappresenta «una decisione senza precedenti che produrrà un impatto anche sui negoziati di pace.

L’Ucraina si troverà in una posizione più forte».

I fondi «sono destinati al periodo 2026-2027 e contiamo di utilizzare tutti i 210 miliardi dei beni russi.

Ci rendiamo conto che il prestito senza interessi sarà rimborsato dall’Ucraina soltanto a condizione che la Russia paghi le riparazioni all’Ucraina.

 Si tratta quindi di una vittoria importante, tangibile e significativa, e non solo dal punto di vista finanziario».

Sotto il profilo «geopolitico e politico, i leader europei hanno dimostrato la loro forza e hanno avuto l’integrità necessaria per prendere una decisione del genere» ha aggiunto Zelensky.

 


Asset russi, Merz il grande sconfitto

 nel Consiglio Ue. A ‘tradirlo’

anche l’alleato Macron.

Ilfattoquotidiano.it - Gianni Rosini – (21 – 12 – 2025) – ci dice:

 

Era stato lui il capo di governo che più di tutti gli altri si era esposto per l'utilizzo dei 210 miliardi di asset russi congelati, cercando di alzare la pressione sul Belgio.

 Ma il gruppo dei 27 ha deciso di optare per quest'ultima opzione

Asset russi, Merz il grande sconfitto nel Consiglio Ue. A ‘tradirlo’ anche l’alleato Macron.

C’è un grande sconfitto a chiusura dell’ultimo Consiglio europeo nel quale gli Stati membri hanno deciso in che modo finanziare la riparazione dell’Ucraina.

 Un Paese che proprio nel panorama europeo è poco abituato alle sconfitte: la Germania.

Friedrich Merz era stato il capo di governo che più di tutti gli altri si era esposto per l’utilizzo dei 210 miliardi di asset russi congelati, cercando di alzare la pressione sul Belgio, Stato che ne detiene ben 185 e che quindi era maggiormente esposto a possibili contenziosi legali da parte dei titolari dei beni immobilizzati, e opponendosi invece a un nuovo debito comune.

Ma il gruppo dei 27 ha deciso di optare per quest’ultima opzione.

Alla vigilia del summit, Berlino, insieme ai vertici della Commissione Ue, ostentava sicurezza: “Un accordo è vicino”, “esiste una larga maggioranza a favore dell’uso degli asset”, erano le dichiarazioni.

 Ma poche ore prima dell’inizio del vertice il clima stava cambiando: mentre Merz escludeva la creazione di nuovo debito comune, l’opzione tornava a circolare tra le fonti locali e la stampa, per poi tornare ufficialmente sul tavolo con le parole di Ursula von der Leyen.

Così quella maggioranza sbandierata poche ore prima si è presto dissolta, con Ungheria e Slovacchia contrarie all’uso degli asset e altri Paesi, tra cui anche l’Italia, non disposte a condividere i rischi legali dell’operazione.

 

Ma tra i Paesi che si sono opposti alla soluzione tedesca ce n’è uno che pesa più di tutti, non solo per la sua importanza nel panorama europeo, ma soprattutto per lo stretto legame con la Repubblica Federale: la Francia.

A incrinare il consolidato asse franco-tedesco sono prima di tutto gli interessi contrastanti.

Proprio Parigi aveva fatto sapere di non essere disposto a concedere l’uso dei circa 19 miliardi di asset russi immobilizzati nel suo Paese.

 Ma Merz non ci ha sentito, un po’ come di fronte alle rimostranze del Belgio, e ha tirato dritto, convinto di riuscire nel suo intento di ottenere una maggioranza sufficiente ad autorizzare l’uso dei beni.

Calcolo sbagliato che lo ha visto tornare da sconfitto sul volo Bruxelles-Berlino.

(Gianni Rosini).

 


L’UE si è impantanata sugli asset

russi congelati. Ma per l’Ucraina

il tempo stringe.

Eunews.it – Simone De La Fed – (17 dicembre 2025) – ci dice:

 

Stallo totale alla vigilia del vertice dei capi di Stato e di governo.

Due le certezze: va trovata una soluzione per il finanziamento all'Ucraina, ma sugli asset non si procederà senza il Belgio.

 Qui il cortocircuito: se il Belgio sale a bordo alle sue condizioni, altri si sfileranno.

Tra cui l'Italia.

 

Bruxelles – Mancano poche ore al vertice dei capi di Stato e di governo dell’UE, l’ultimo dell’anno, il più enigmatico da diverso tempo.

 “C’è una sola decisione da prendere “, ripetono da giorni a Bruxelles. Quella sul finanziamento da 90 miliardi all’Ucraina per i prossimi due anni.

Tutti i leader sono d’accordo:

senza quei soldi, Kiev sarà costretta a capitolare.

Ma la Commissione europea, insistendo sull’utilizzo degli asset russi congelati, ha infilato tutti in un vicolo cieco. E ora lo stallo sembra totale.

Per sbloccarlo, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa “è pronto a utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione”, garantisce un alto funzionario. Il che significa, da un punto di vista logistico, prolungare a oltranza, almeno fino a venerdì o addirittura a sabato, il vertice. Su come sarà scardinata l’impasse però, nessuno riesce a fare previsioni.

 

Il fatto è che la proposta giuridica a cui stanno lavorando da giorni le diplomazie dei 27 è solo una, l’unica messa sul tavolo dalla Commissione lo scorso 3 dicembre, che prevede l’utilizzo degli asset russi congelati presso la società belga” Euro clea”r e – in misura molto minore – in diverse banche commerciali in alcuni Paesi UE per finanziare il maxi prestito all’Ucraina.

Kiev dovrebbe restituire questo prestito di riparazione, come l’ha definito Ursula von der Leyen, solo una volta che (e nell’ipotesi in cui) Mosca ripagherà le riparazioni della guerra (cosa che nella storia d’Europa sarebbe eccezionale).

 

Costa – Zelensky-  von der Leyen.

il presidente del Consiglio europeo António Costa, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (foto: Consiglio europeo).

La Commissione ha scelto di insistere su questa strada – inizialmente le opzioni erano tre e includevano anche sovvenzioni bilaterali e un prestito finanziato dal bilancio dell’UE – per diverse ragioni.

Per fare la voce grossa con Mosca, perché l’assistenza a Kiev non gravasse sulle casse dei Paesi membri, ma soprattutto perché ritenuta, alla conta dei voti, l’unica praticabile.

Mentre per uno strumento di debito comune servirebbe una modifica del bilancio e dunque un sì unanime dei Paesi membri, per l’utilizzo degli asset russi Bruxelles è pronta a procedere a maggioranza qualificata.

 

“Fin dall’inizio è stato chiaro che non sarebbe stato possibile raggiungere l’unanimità, quindi il lavoro è proseguito solo sul prestito di riparazione.

 Non è un segreto che questa sia la soluzione preferita da una maggioranza rilevante degli Stati membri”, ha ammesso una fonte diplomatica.

Il problema è che, insieme alla strenua opposizione del Belgio – i 185 miliardi di euro detenuti da “Euro clear” sono pari a quasi un terzo del PIL del Paese, e dunque il rischio finanziario è enorme -, hanno fatto capolino dubbi e perplessità di altri Paesi membri.

Quando la settimana scorsa si è deciso – utilizzando l’articolo 122 del Trattato che scavalca le decisioni all’unanimità – di predisporre il congelamento a tempo indeterminato degli asset russi, Italia, Bulgaria e Malta, insieme al Belgio, hanno firmato una dichiarazione in cui chiedevano nuovamente di esplorare alternative.

 

Secondo un’altra fonte diplomatica, la vera contrapposizione non è tra il Belgio e gli altri, ma “tra chi è contrario a modelli basati sul debito comune e chi sarebbe favorevole “.

E in effetti – incalza ancora – “non è un caso che i maggiori sostenitori del prestito con gli asset russi sono la Germania e i Paesi bassi, e a seguire naturalmente tutti i frugali”.

 C’è chi mette in dubbio l’interpretazione data dalla Commissione europea su unanimità e maggioranza qualificata:

la stessa Christine Lagarde, presidente della BCE, avrebbe suggerito ai ministri dei 27 che se si può ricorrere all’articolo 122 per una decisione sugli asset, allora lo si può invocare anche per modificare lo spazio di manovra del budget comunitario.

Una fonte ha ipotizzato che proprio l’applicabilità dell’articolo 122 finirà per essere “una delle discussioni principali di domani”.

Anche perché si sta materializzando un cortocircuito:

nessuno vuole procedere senza il Belgio sul prestito di riparazione, ma se il Belgio salisse a bordo con tutte le garanzie richieste dal premier Bart de Wever, allora potrebbero sfilarsi molti altri Paesi.

E a quel punto, crollerebbe il sistema di garanzie ipotizzato dalla Commissione. Il Belgio chiede garanzie a tempo indeterminato, “open-ended” anche dal punto di vista della cifra.

“Se le ottenesse, sarebbero difficilmente accettabili da molti Paesi”, ammette una fonte diplomatica.

Eppure, se il cerino fosse in mano a qualsiasi altra capitale, “probabilmente faremo la stessa cosa”.

 

Visto lo scenario, poco aggiungono le indiscrezioni su pressioni statunitensi (negate però dai più) sui Paesi più ‘allineati’ (Italia e Ungheria in testa) per mettersi di traverso sugli asset. L’Unione europea si è ingarbugliata da sola, e sciogliere la matassa domani non sarà semplice.

 “L’unica certezza è che tutti quanti vogliamo trovare una soluzione”, assicura un alto funzionario.

Il rischio è che i leader debbano fare tabula rasa e metterci della “creatività”.

A quel punto, le certezze sarebbero due: quello che inizia domani, sarà un lunghissimo vertice di fine anno.

 

 

 

 

I 210 miliardi di Putin:

perché l’Europa ha “rinunciato”

agli asset russi congelati.

Economymagazine.it - Cristina Giua – (19/12/2025) – ci dice:

 

I Paesi hanno approvato all'unanimità un sostegno finanziario all'Ucraina di 90 miliardi di euro di debito comune.

Dietro l’espressione tecnica “asset russi congelati” si nasconde uno dei dossier più delicati – e politicamente infiammabili – sul tavolo dell’Unione europea.

In gioco, prima dell’accordo tra Paesi Ue, ci sono circa 210 miliardi di euro appartenenti alla Federazione Russa, immobilizzati nei Paesi occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina.

Un’enorme massa di risorse che oggi Bruxelles terrà congelati fino alla fine della guerra, scegliendo di approvare all’unanimità un sostegno finanziario all’Ucraina di 90 miliardi di euro di debito comune per i prossimi due anni, rinunciando all’uso diretto degli asset russi congelati per finanziare Kiev.

 

Cosa sono davvero le riserve russe congelate.

Le riserve congelate non sono contanti, ma attività finanziarie accumulate negli anni dalla Banca centrale russa.

 Come molte economie esportatrici di materie prime, Mosca ha reinvestito i surplus derivanti da petrolio e gas in valute forti – euro, dollari, sterline e yen – acquistando soprattutto titoli di Stato dei Paesi emittenti.

Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, la Russia aveva già ridotto drasticamente l’esposizione in dollari detenuti negli Stati Uniti.

Ma allo scoppio della guerra totale contro l’Ucraina, nel 2022, circa 210 miliardi di euro di riserve russe si trovavano ancora nell’Unione europea, a cui si aggiungevano una quarantina di miliardi tra Giappone e Regno Unito.

Con una decisione coordinata tra G7 e UE – in cui l’Italia ebbe un ruolo centrale sotto il governo Draghi – quelle riserve non furono confiscate, ma congelate:

 restano formalmente di proprietà russa, ma Mosca non può più usarle. L’obiettivo era chiaro:

ridurre la capacità finanziaria della Russia di sostenere lo sforzo bellico.

 

Perché “Euro clear” è al centro della partita.

Il cuore tecnico – e politico – della questione si chiama Euro clear.

 È una piattaforma finanziaria con sede a Bruxelles che svolge una funzione cruciale e poco visibile:

 gestisce i depositi, i regolamenti e i flussi di pagamento del mercato obbligazionario europeo, un sistema che vale circa 400 mila miliardi di euro l’anno.

 

Quando i titoli europei di proprietà russa sono arrivati a scadenza, gli Stati debitori hanno versato il rimborso come sempre.

 Ma Euro clear non ha potuto trasferire il denaro a Mosca, proprio perché le riserve erano congelate.

Il risultato è che circa 185 miliardi di euro sono oggi “parcheggiati” nei conti di Euro clear.

Altri 20 miliardi circa, in bond non ancora scaduti, sono custoditi presso grandi banche francesi.

 

Una concentrazione che spiega perché il Belgio, Paese ospitante della piattaforma, sia oggi il più esposto – e il più prudente.

 

Che cosa ha fatto finora “Euro clear” con quei fondi.

Euro clear ha gestito le riserve russe con un profilo ultra-prudente.

 Una parte – circa 50 miliardi – è stata investita in modo leggermente più attivo per generare rendimenti destinati a coprire, nel tempo, il prestito da 50 miliardi di dollari che UE e G7 hanno anticipato all’Ucraina nel 2024.

 

Il resto dei fondi è in larga parte depositato presso la Banca centrale europea, con un rendimento attorno al 2% annuo.

I profitti generati non appartengono legalmente alla Russia, ma a Euro clear.

Dal 2022 la piattaforma ha versato 1,2 miliardi di euro in tasse al governo belga, che si era impegnato a destinare quel gettito straordinario all’Ucraina, suscitando però tensioni tra i partner europei.

 

Perché ora l’Europa vuole usarli.

La svolta arriva da Washington.

 La decisione dell’amministrazione Trump di ridurre drasticamente il sostegno finanziario e militare a Kiev ha cambiato i conti.

Fino a fine 2024, Stati Uniti ed Europa contribuivano più o meno in parti uguali; senza gli Usa, l’UE dovrebbe raddoppiare lo sforzo.

 

Ma i governi europei sanno che le opinioni pubbliche difficilmente accetteranno nuovi sacrifici fiscali.

Da qui l’idea – finora tabù – di utilizzare almeno 140 miliardi di euro delle riserve russe, tenendo conto che circa 50 miliardi sono già impegnati per il prestito del 2024.

L’accelerazione decisiva è arrivata dalla Germania, quando il cancelliere Friedrich Merz ha messo il tema apertamente sul tavolo.

 

Lo schema europeo: niente sequestro (almeno sulla carta).

La Commissione europea prova a muoversi dentro i confini del diritto internazionale.

Il piano non prevede una confisca diretta, ma un anticipo sulle future riparazioni di guerra che un tribunale internazionale – in via di costituzione – potrebbe imporre alla Russia, per un ammontare stimato di oltre 600 miliardi di euro.

 

In concreto, lo schema funzionerebbe così:

la Commissione europea si indebita con Euro clear per 140 miliardi, ricevendo liquidità che oggi appartiene alla Russia.

Con quei fondi, Bruxelles concede un prestito pluriennale all’Ucraina.

 Se un domani Mosca accettasse di pagare le riparazioni, Kiev rimborserebbe l’UE, che a sua volta rimborserebbe Euro clear.

Se invece la Russia rifiutasse – lo scenario ritenuto più probabile – le riserve verrebbero definitivamente convertite in indennizzi.

 

Perché il piano divide l’Europa.

I favorevoli sostengono che garantire a Kiev risorse per altri due anni sarebbe decisivo:

rafforzerebbe la resistenza ucraina e manderebbe a Putin il segnale che la strategia di logoramento economico è destinata a fallire.

 

I contrari temono invece un boomerang.

 Se un tribunale internazionale giudicasse l’operazione un esproprio illegittimo, Euro clear potrebbe essere condannata a risarcire Mosca, senza però disporre della liquidità necessaria.

Il rischio sistemico è reale.

Inoltre, Francia e Italia temono ritorsioni russe sugli asset delle proprie imprese ancora presenti nel Paese.

 

Chi sta con chi.

Il Belgio è il più nettamente contrario, perché teme di pagare il conto per tutti.

Italia e Francia restano fredde.

Ungheria e Slovacchia mantengono posizioni filorusse.

A spingere invece per l’utilizzo delle riserve sono Germania, Paesi Baltici, Polonia, Paesi nordici, Olanda e Romania, con il sostegno anche di Spagna, Portogallo e diversi Paesi dell’Est.

 

 

 

I leader europei a Trump:

 I confini dell’Ucraina li può

 discutere solo l’Ucraina.

Eunews.it – Redazione -Politica Estera – (13 agosto 2025) – ci dice:

 

Il presidente Usa "condivide largamente la posizione degli europei", assicura il cancelliere Merz dopo un'ora di “call” di gruppo.

Bruxelles – Donald Trump “condivide largamente la posizione degli europei”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz diffonde ottimismo dopo la call tra un gruppo di leader dell’Unione europea e il presidente degli Stati Uniti in vista del suo bilaterale con Vladimir Putin il 15 agosto, alla quale ha partecipato anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

 La riunione è durata meno di un’ora, e secondo il cancelliere ora “c’è speranza che qualcosa si stia muovendo.

C’è speranza che possa esserci pace in Ucraina”.

 Nella call, ha aggiunto, si è ribadito che “i confini non devono essere modificati con la violenza, e il riconoscimento giuridico dell’occupazione russa non è oggetto di discussione”.

Dopo l’annuncio dei giorni scorsi di Trump su non meglio definiti “scambi di territori”, la prima preoccupazione di ucraini ed europei è proprio che in Alaska si possa arrivare a decidere cose che invece non dovrebbero essere decise a quel tavolo.

 Ma sulle quali, pian pano, sembra affermarsi la convinta rassegnazione che per avere la pace qualcosa, in qualche modo, potrebbe dover essere ceduto a Mosca.

 I partner europei vogliono spingere per “solide garanzie di sicurezza per l‘Ucraina”, e la strategia, ha spiegato Merz, “si basa sul sostegno all’Ucraina e sulla pressione alla Russia.

 Quindi, se in Alaska non ci saranno movimenti da parte russa, gli Stati Uniti e gli europei dovranno aumentare la pressione”.

Anche Trump è soddisfatto dell’incontro:

“Abbiamo avuto un’ottima conversazione”, ha detto ai cronisti, spingendosi a dichiarare che “si, ci saranno” conseguenza se Putin non farà dei passi avanti verso la pace.

Se invece le cose andassero bene, ha spiegato il presidente Usa, è possibile “un secondo incontro veloce tra il presidente Putin, il presidente Zelenskyy e me, se vorranno che io sia presente, e quello sarebbe un incontro in cui forse si potrebbe davvero trovare una soluzione, ma…

già nel primo incontro si potrebbero ottenere grandi risultati, sarà un incontro molto importante, ma servirà a preparare il terreno per il secondo incontro”.

Ma ha anche aggiunto che “potrebbe non esserci un secondo incontro, perché se ritengo che non sia opportuno farlo, non avendo ottenuto le risposte che ci servono, allora non ci sarà un secondo incontro”.

Zelensky, intanto aveva chiesto ai partner di aumentare la pressione su Mosca, incontrando la stampa con Merz dopo la call, ribadendo che “qualsiasi questione riguardante l’integrità territoriale del nostro Paese non può essere discussa senza tener conto del nostro popolo, della volontà del nostro popolo e della Costituzione ucraina”.

Comunque ha anche lui sottolineato che “il nostro stato d’animo attuale è di unità, ed è stato molto positivo che tutti i partner abbiano parlato all’unisono, con un unico desiderio, gli stessi principi e la stessa visione: questo è un importante passo avanti”.

 Ma ha poi messo i suoi paletti all’ottimismo dilagante:

“Il successo di ogni negoziato – ha detto – dipende dai risultati”, esprimendo così la sua prudenza estrema su quanto nascerà dall’incontro in Alaska.

Della posizione di Trump ha parlato il presidente francese Emmanuel Macron, annunciando che il presidente Usa ha dichiarato di “voler ottenere un cessate il fuoco in Ucraina durante l’incontro con Putin”.

Anche il premier britannico Keir Starmer era presente, ed il suo portavoce ha spiegato che “il primo ministro è stato chiaro: il nostro sostegno all’Ucraina è incondizionato – i confini internazionali non devono essere modificati con la forza e l’Ucraina deve disporre di garanzie di sicurezza solide e credibili per difendere la propria integrità territoriale nell’ambito di qualsiasi accordo”.

Starmer ha sottolineato che “l‘Europa è pronta a sostenere questo e continuerà a collaborare con il presidente Trump e il presidente Zelenskyy per una pace giusta e duratura in Ucraina”.

Non ha incontrato i giornalisti ma ha scritto un post su “X” la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che non è scesa nei dettagli dei contenuti, ma ha anche lei apprezzato la telefonata di gruppo:

“Abbiamo avuto una conversazione molto positiva. L’Europa, gli Stati Uniti e la Nato hanno rafforzato la posizione comune sull’Ucraina”. Annuncia poi che anche in futuro “continueremo a coordinarci strettamente” e che “nessuno desidera la pace più di noi, una pace giusta e duratura”.

Il presidente del Consiglio europeo “Antonio Costa” ha provato a sintetizzare l’esito della riunione, spiegando ai giornalisti, al fianco di Macron, che Trump “ha condiviso con noi tre obiettivi molto importanti: prima di tutto il cessate il fuoco, poi che nessuno oltre all’Ucraina può negoziare ciò che riguarda l’Ucraina, e terzo elemento la disponibilità degli Stati Uniti di condividere con l’Europa gli sforzi per rafforzare le condizioni di sicurezza quando avremo ottenuto una pace duratura e giusta per l’Ucraina”.

 

Alla riunione ha partecipato anche la presidente del Consiglio “Giorgia Meloni”, che in una nota ha sottolineato che “dalla discussione è emersa una forte unità di vedute nel ribadire che una pace giusta e duratura non può prescindere da un cessate il fuoco, dal continuo sostegno all’Ucraina, dal mantenimento della pressione collettiva sulla Russia, anche attraverso lo strumento delle sanzioni, e da solide e credibili garanzie di sicurezza ancorate al contesto euroatlantico”.

Meloni si è detta “molto soddisfatta dall’unità di intenti e dalla capacità di dialogo che l’Occidente sta dimostrando di fronte a una sfida fondamentale per la sicurezza e la difesa del diritto internazionale”. Secondo la premier però “è ora il momento di vedere quale sarà, in Alaska, l’atteggiamento della Russia che finora non ha inteso fare alcun significativo passo in avanti “.

 

 

 

Generali contro: la guerra (nascosta)

che spaccò l’esercito italiano.

Circolodellastoria.it – Antonio Carioti intervista Jacopo Lorenzini – (27 settembre 2025) – ci dice:

 

Lo storico Jacopo Lorenzini ricostruisce nel suo ultimo libro il difficile passaggio delle forze armate dalla monarchia alla Repubblica, tra fedeltà incerte, ambizioni atlantiche e tentazioni eversive.

 

Antonio Carioti intervista Jacopo Lorenzini.

 

Cosa succede quando un esercito monarchico si ritrova all’improvviso a servire una Repubblica democratica?

Quali tensioni nascono quando i generali devono scegliere se difendere i confini dall’invasione sovietica o trasformarsi in un baluardo ideologico contro il comunismo interno?

E quanto fu reale il pericolo di golpe in Italia negli anni Sessanta e Settanta?

A queste domande prova a rispondere “Jacopo Lorenzini” nel suo ultimo libro,” I colonnelli della Repubblica”.

 Esercito, eversione e democrazia in Italia 1945-1974, appena uscito per Laterza.

Un volume che racconta, attraverso fonti inedite, il difficile passaggio dell’esercito italiano da istituzione monarchica e fascista a corpo repubblicano e atlantista.

 

Sullo sfondo, c’è lo scontro tra due visioni inconciliabili della missione delle forze armate:

da un lato l’esercito “regolare” e apolitico, dall’altro quello “ideologico”, chiamato non solo a fronteggiare un’eventuale invasione sovietica, ma anche a combattere la guerra rivoluzionaria contro un presunto o reale “nemico interno”.

 

“Antonio Carioti” ne ha parlato con l’autore, in questa intervista per il “Circolo della Storia”.

 

Lorenzini, partiamo dalla Resistenza.

Molti ufficiali che poi avranno un ruolo importante nella Repubblica scelsero, dopo l’8 settembre, di combattere contro i tedeschi e la Repubblica Sociale.

 In che modo questa scelta influì sul futuro delle forze armate?

 

È una domanda cruciale.

Nel libro mi occupo soprattutto del dopoguerra, ma il biennio 1943-45 è decisivo.

Già prima del luglio 1943 i legami di fedeltà tra il corpo ufficiali, la monarchia e il fascismo erano incrinati:

le sconfitte in Africa, in Grecia e in Russia, l’invasione della Sicilia e la dipendenza dalla Germania avevano minato profondamente la loro fiducia nel regime e nella monarchia.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre, molti ufficiali mantennero formalmente il giuramento al re, ma più che per fedeltà lo fecero perché vedevano nella prosecuzione della guerra al fianco degli Alleati l’unica via di salvezza per lo Stato italiano.

 

In pratica, la monarchia diventava un pretesto per difendere la sopravvivenza dell’istituzione militare e dello Stato.

 Il confronto tra le direttive prudenti dello Stato Maggiore e l’impegno concreto di molti ufficiali nella Resistenza testimonia bene questo scarto:

 sul campo, vari comandanti combatterono con determinazione al fianco delle formazioni partigiane, anche quelle politicamente lontane dalla tradizione monarchica.

 

Lei sottolinea che la fine della monarchia lasciò un vuoto di riferimento per l’esercito.

L’adesione alla Nato diventò una sorta di surrogato?

 

Sì. In Italia la transizione non fu solo dalla monarchia alla Repubblica, ma da un esercito concepito come strumento imperiale a un ruolo decisamente più limitato.

Negli anni Cinquanta i Carabinieri, ad esempio, erano numericamente più consistenti e più presenti dell’esercito vero e proprio.

Per molti ufficiali questo significava il rischio di marginalizzazione e persino di scomparsa dell’istituzione militare.

In questo contesto l’integrazione sovranazionale offrì una prospettiva: prima con il “progetto della Comunità Europea di Difesa”, poi tramontato per l’opposizione francese.

E dunque con la Nato, che divenne un punto di riferimento imprescindibile.

 

Per gli ufficiali più giovani significava poter immaginare una carriera, vedere un futuro per l’esercito non solo come forza di ordine pubblico, ma come presidio a difesa dei confini.

 Sul piano simbolico, la Nato assunse quel ruolo di “garante esterno” alle logiche parlamentari che prima era stato interpretato dalla monarchia.

 

Rodolfo Pacciardi.

In questo quadro emerge la figura del ministro Randolfo Pacciardi.

Perché è così importante?

 

Pacciardi segna una svolta.

Si fa garante del primo piano di riarmo del Dopoguerra, tra fine anni Quaranta e inizio Cinquanta, culminato con la mobilitazione per la crisi di Trieste nel 1953-54, percepita come un successo dagli stessi militari. Inoltre, conduce una parziale epurazione dei vertici, tagliando le ali più estreme, e aprendo spazi di carriera a ufficiali repubblicani o comunque in sintonia con la linea atlantista.

Il suo intervento non eliminò del tutto le eredità del passato, ma rese evidente che, per aspirare ai vertici, era necessario allinearsi a una visione repubblicana e filo-occidentale.

Da quel momento l’adesione alla Nato divenne una scelta non solo obbligata, ma anche convinta, almeno per chi ambiva a ruoli di rilievo.

 

Nel 1959 si dimisero contemporaneamente il capo di Stato Maggiore della Difesa, Giuseppe Mancinelli, e quello dell’Esercito, Giorgio Liuzzi.

Perché?

 

Le interpretazioni sono diverse, ma io credo che le dimissioni vadano collegate all’”installazione dei missili nucleari Jupiter”, americani, in Puglia.

Dal punto di vista tecnico, molti militari ritenevano quella scelta rischiosa e inutile:

 faceva dell’Italia un bersaglio immediato in caso di conflitto nucleare, senza aumentarne realmente la capacità di difesa.

Alcuni militari italiani ritenevano che la tenuta politica e sociale del paese fosse in grave pericolo, in caso di attacco nucleare sovietico.

 

Sul piano politico, invece, lo schieramento dei missili veniva vissuto da alcuni ufficiali come un riconoscimento del ruolo dell’Italia all’interno della Nato.

Una sorta di ricostruzione di una dignità, dopo la fine della guerra. Questo contrasto tra valutazione tecnica e considerazione politica spiega, secondo me, il gesto dei due vertici militari.

 

Giuseppe Mancinelli.

Arriviamo a Gladio. Lei la descrive come un progetto che aveva un senso dal punto di vista tecnico-militare, ma che nel contesto italiano divenne un elemento problematico. Perché?

 

La logica delle” reti stay behind” era comune a tutti i paesi europei: predisporre una struttura clandestina capace di organizzare una resistenza in caso di invasione sovietica.

Poteva avvenire da est, ma da un certo punto in poi anche da nord, attraverso l’Austria neutralizzata.

 Ora ci può sembrare una prospettiva poco concreta, ma non lo era allora.

In Italia, però, il contesto politico e sociale era altamente polarizzato. Nel nord est, dove la minaccia jugoslava e poi quella sovietica erano percepite come più concrete, Gladio divenne facilmente strumentalizzabile.

 

Inoltre, la sua collocazione al di fuori della catena di comando militare ordinaria, necessaria per mantenerne la segretezza, la rese di fatto incontrollabile.

All’inizio degli anni settanta alcune sue diramazioni furono sciolte e ricostituite perché ritenute inaffidabili dalle stesse istituzioni militari: segno che il rischio di deviazioni era reale.

 

Negli anni Sessanta prende corpo il dibattito sulla “guerra rivoluzionaria”. Perché questo tema divise così profondamente l’esercito?

 

Perché rifletteva due diverse concezioni della missione delle forze armate.

Da un lato c’era chi riteneva l’esercito italiano troppo debole per affrontare una guerra convenzionale e proponeva di concentrarsi sull’ordine interno, in ottica preventiva, avendo ben presente le idee e le teorie espresse nel contesto della lotta per l’emancipazione del terzo mondo.

Dall’altro lato c’era chi puntava sulla ricostruzione di un esercito regolare, in grado di difendere i confini da una possibile offensiva sovietica.

 

Queste due scuole si confrontavano sulle riviste militari e in tutti i luoghi dell’istituzione, dall’Accademia fino al Centro Alti Studi Militari. Entrambe le correnti dialogavano con le amministrazioni statunitensi, che erano divise anche al proprio interno tra posizioni differenti, ad esempio fra Casa Bianca, Pentagono e Cia.

Questo dibattito attraversa tutti gli anni Cinquanta. Poi però, con gli anni Sessanta, alcuni degli esponenti di queste due fazioni arrivano a occupare i vertici militari.

E lo scontro diventa allora decisamente più serio.

Giovanni De Lorenzo.

I due generali simboli di questo scontro sono “Giovanni De Lorenzo” e “Giuseppe Aloia”.

Perché la loro contrapposizione è così emblematica?

 

De Lorenzo, ex partigiano, rappresentava una visione ortodossa: voleva un esercito regolare, separato dalla politica, con la guerra non convenzionale lasciata ai servizi segreti e ai Carabinieri.

 Aloia, invece, incarnava la corrente favorevole a un esercito completamente ideologizzato, pronto a contaminarsi anche sul terreno politico, per essere in grado di combattere la guerra rivoluzionaria ad armi pari contro i propri avversari.

 Che erano identificati in tutto l’apparato comunista: non solo il partito, ma anche i sindacati, le formazioni giovanili e i circoli culturali.

 

La contrapposizione non fu solo personale: dietro di loro c’erano gruppi di ufficiali con concezioni opposte.

I delorenziani contro gli aloiani, potremmo dire.

 

Alla fine, però, entrambi uscirono di scena:

 “De Lorenzo” travolto dallo “scandalo Sifar”, per via delle schedature di personaggi pubblici effettuate dal servizio segreto militare;

“Aloia” mandato in pensione senza le proroghe che erano sempre state concesse ai suoi predecessori.

Con gli occhi di oggi si fa fatica a mettersi nei loro panni.

 Però, se immaginiamo la responsabilità di un ufficiale di quel tempo, convinto di operare nel contesto di una lotta contro il comunismo globale che stava avanzano in tutto il mondo e che sembrava pronto a invadere l’Europa occidentale… la domanda su cosa fare è naturale che se la fossero posta.

Lo scontro fra generali nasceva appunto da risposte diverse a questa stessa domanda.

 

All’inizio degli anni Settanta si affacciano i tentativi di golpe, come quello di “Junio Valerio Borghese”, ex comandante della “Decima Mas”, nel dicembre 1970.

L’Italia corse davvero il rischio di una svolta autoritaria?

 

Credo di no.

Quei tentativi rivelano piuttosto la sconfitta di quell’opzione.

Un colpo di Stato fallito delegittima chi lo ha tentato, come scrisse già allora “Guido Giannetti”, uno dei teorici del golpe come strumento di intervento politico.

I vertici militari di inizio anni settanta erano in gran parte contrari alla soluzione golpista e lavorarono per impedirla;

la maggioranza degli ufficiali e soprattutto i militari di leva non avrebbero mai seguito una simile avventura.

 

Certo, c’erano ambienti politici, militari e industriali che guardavano con simpatia a soluzioni di forza, ma la possibilità che in Italia si verificassero scenari come quello greco, cileno o turco mi sembra a volte sopravvalutata.

 Non ce n’era bisogno, del resto, e i più avvertiti tra i vertici politici e militari se ne rendevano conto.

 

Lei è molto critico verso il potere politico, accusato di non aver fatto il proprio dovere nei confronti delle forze armate. Scrive che è stato “molto carente”. In che senso?

 

Non è un discorso antipolitico, ma di responsabilità.

Le scelte di politica estera e di sicurezza hanno conseguenze dirette sulla pianificazione militare.

Non si può fingere che non sia così.

Alcuni leader politici hanno tollerato interpretazioni radicali o ambigue della scelta atlantista, salvo poi scandalizzarsi quando ne sono emerse le conseguenze.

 

I militari si muovono dentro un sistema interconnesso, ma la responsabilità ultima resta politica: del governo, del ministro della Difesa, del capo dello Stato.

 In più di un’occasione, a mio avviso, questa responsabilità non è stata esercitata con la necessaria attenzione al fragile equilibrio della giovane Repubblica.

(JACOPO LORENZINI – è ricercatore all’Università di Bologna, dove si occupa di storia delle istituzioni militari in ottica globale. Ha studiato l’evoluzione dei corpi ufficiali sette-ottocenteschi nell’area italiana e francese e la mentalità militare italiana nell’età della guerra fredda. Ha pubblicato anche Uomini e generali. L’élite militare nell’Italia liberale (1882-1915) (FrancoAngeli 2017) e L’elmo di Scipio. Storie del Risorgimento in uniforme (Salerno Editrice 2020, Premio Friuli Storia).

 

 

 

 

 

Perché generali e ammiragli vanno all’attacco?

 Lacuradelvero.it – (2 Dicembre 2025) - Stefano Lamorgese – ci dice:

 

Il 29 Novembre scorso il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate italiane, il generale Carmine Masiello, ha accusato l’università di Bologna di discriminare l’Italia in divisa, avendo rifiutato l’avvio di un corso di studi filosofici destinato, in esclusiva, a quindici ufficiali (bolognatoday.it/cronaca/masiello-unibo-rifiuta-corso-per-l-esercito-il-generale-deluso.html).

 

Accuse rumorose, subito sfruttate dal governo tutto “patria e onore” e dal caravanserraglio della stampa reazionaria, ma del tutto infondate, come ha spiegato bene, con pacatezza e la dovuta attenzione, l’”Ateneo felsineo” stesso in un comunicato chiarissimo, dai toni molto moderati.

 

L’ammiraglio.

Subito dopo è venuto il turno dell’ammiraglio “Giuseppe Cavo Dragone”, presidente del comitato militare della NATO (en.wikipedia.org/wiki/NATO_Military_Committee), che – in un’intervista rilasciata al “Financial Times” (ft.com/content/dbd93caa-3c62-48bb-9eba-08c25f31ab02) – ha detto che la Nato dovrebbe rispondere “in modo più aggressivo” alle minacce ibride della Russia, eseguite con droni e sabotaggi.

Sono seguite polemiche su tutti i fronti:

i russi hanno definito irresponsabile l’alto ufficiale della NATO, ma persino dal governo italiano s’è levata qualche voce critica.

 

Le armi, una merce di successo.

Come se non bastasse, proprio ieri – 1° dicembre 2025 – il “SIPRI “(istituto internazionale indipendente con sede a Stoccolma), ha pubblicato il rapporto sull’industria globale degli armamenti, relativo ai dati del 2024 (sipri.org/media/press-release/2025/sipri-top-100-arms-producers-see-combined-revenues-surge-states-rush-modernize-and-expand-arsenals).

Vi si legge che “i ricavi derivanti dalla vendita di armi e servizi militari da parte delle 100 maggiori aziende produttrici di armi sono aumentati del 5,9% nel 2024, raggiungendo la cifra record di 679 miliardi di dollari”.

Informazioni che si aggiungono a quelle fornite due settimane fa dall’”Agenzia europea per la difesa”, secondo la quale la spesa per ricerca e sviluppo nella difesa nell’Unione Europea è quasi raddoppiata negli ultimi cinque anni, passando da 9 miliardi di euro nel 2020 a 17 miliardi nel 2025.

 

La protesta degli studenti tedeschi.

Un’altra notizia collegata a questo contesto bellicista proviene dalla Germania.

Là gli studenti si stanno organizzando per contrastare la “voglia di guerra” che ha invaso l’Europa e che ha portato il governo Merz a proporre la reintroduzione del servizio militare di leva.

Così venerdì 5 Dicembre, in occasione della discussione parlamentare promossa in merito, è stato organizzato uno “sciopero della scuola” nelle principali città tedesche (ilmanifesto.it/sciopero-degli-studenti-tedeschi-contro-la-leva): chi non vuole vestire la divisa sa dove andare.

 

De nobis fabula narratur.

Che cosa c’insegna questa sincronia di asserzioni, dati, informazioni?

Che il mondo in divisa (e in armi) è sempre più pieno di soldi:

 è un fatto.

E poi che i soldi funzionano come un super-stimolante, una potente sostanza psicotropa: non rendono più lucidi, ma solo più aggressivi.

 E poi ci dimostra, una volta di più, che i generali non sono contenti quando qualcuno gli risponde con un “No”.

Se amano tanto il “sissignore” è perché le stellette frequentemente mascherano l’insensatezza della gerarchia militare che simboleggiano.

(Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3.)

 

 

 

Cosa ha detto l’ammiraglio Cavo

Dragone su Nato e Russia e

perché molti politici l’hanno criticato.

Fanpage.it – Luca Pons – Guerra Ucraina -Russia – (2 dicembre 2025) – ci dice:

 

Un’intervista dell’ammiraglio” Giuseppe Cavo Dragone”, presidente del comitato militare della Nato, ha scatenato reazioni politiche in tutto il mondo:

criticata duramente da Mosca, e in Italia dalla Lega e dal Movimento 5 stelle – oltre che da altre forze dell’opposizione;

il governo Meloni ha cercato di sminuire.

 Cavo Dragone ha parlato della possibilità di effettuare “attacchi preventivi” nei confronti della Russia, e in generale di essere più “aggressivi”.

(A cura di Luca Pons).

 

La Nato valuta di essere "più aggressiva", per contrastare la guerra ibrida della Russia.

 Questo è il titolo dell'intervista dell'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone che ha fatto discutere non solo la politica italiana, ma quella mondiale. Le parole del militare al “Financial Times “hanno portato alla reazione di Mosca, e anche del Movimento 5 stelle e della Lega in Italia:

anche “Avs” e “Pd” hanno poi criticato l'intervento, mentre nel governo Meloni Forza Italia ha cercato di abbassare i toni e i vertici (la presidente Meloni e il ministro della Difesa Crosetto) hanno preferito non esporsi.

“Cavo Dragone”, che dall'inizio di quest'anno è il presidente del comitato militare della Nato, e fino al 2024 era capo di Stato maggiore della Difesa in Italia, ha detto che l'Alleanza atlantica starebbe prendendo in considerazione l'idea di essere "più proattiva", persino con "attacchi preventivi" contro la Russia, anche se si resterebbe sul piano della cosiddetta guerra ibrida: ad esempio, offensive informatiche.

 

Le parole di Cavo Dragone sulla Russia e la Nato.

"Stiamo studiando tutto…Sulla cybersicurezza, siamo un po' reattivi. Essere più aggressivi, o essere proattivi invece che reattivi, è una cosa a cui stiamo pensando", ha detto Cavo Dragone.

Il riferimento è ai numerosi attacchi informatici che i Paesi Nato (specialmente europei) hanno subito negli ultimi anni, spesso riconducibili proprio alla Russia, anche se in modo indiretto. Naturalmente, la questione di fondo è il sostegno atlantico all'Ucraina, che nette la Nato in contrapposizione con la Russia.

 

(Guerra Ucraina-Russia, massiccio attacco russo a Kiev. Zelensky: "Putin attacca prima di Natale, più pressione per la pace", news in diretta).

L'ammiraglio ha parlato anche di "attacchi preventivi", dicendo che potrebbero essere considerati "un'azione difensiva", sempre in riferimento alle azioni di guerra ibrida.

E tuttavia ha dovuto ammettere questa linea "è più lontana dal nostro solito modo di pensare e agire".

 Uno dei problemi della Nato, ha aggiunto, è "abbiamo molti più limiti delle nostre contro parti, per ragioni etiche, legali e di giurisdizione.

 È un problema. Non voglio dire che è una posizione perdente, ma è una posizione più difficile di quella delle nostre controparti".

 

Sempre sul tema dell'atteggiamento dell'Alleanza atlantica, Cavo Dragone ha detto che "essere più aggressivi, in confronto all'aggressività della nostra controparte, potrebbe essere un'opzione". Ma i problemi sarebbero "la cornice legale e di giurisdizione, chi se ne occupa?".

 

Il punto, ha sottolineato, è che la posizione della Nato è troppo passiva. O meglio, "reattiva": si limita a rispondere a ciò che fa la Russia. Servirebbe invece più deterrenza, per evitare che Mosca attacchi.

"Come si ottiene la deterrenza – con la rappresaglia, con un attacco preventivo – è qualcosa che dobbiamo analizzare in profondità, perché in futuro ci potrebbe essere ancora più pressione su questo".

 

Russia: "Dimostrazione che la Nato è pronta all'escalation". Putin: "

La reazione più immediata è stata quella della Russia, che ha definito le parole dell'ammiraglio "un passo estremamente irresponsabile", che indicano "la prontezza dell'Alleanza ad avviare una nuova escalation".

 A dirlo è stata la portavoce del ministero degli Esteri “Maria Zakharova”.

"La consideriamo un tentativo deliberato di minare gli sforzi volti a risolvere la crisi ucraina.

Chi fa affermazioni di questo tipo deve essere consapevole dei rischi e delle possibili conseguenze che ne derivano, anche per gli stessi membri dell'Alleanza", ha aggiunto, parlando di "isteria anti-russa".

 

Oggi, il presidente russo Putin ha anche dichiarato in conferenza stampa: "La Russia non ha intenzione di combattere con l'Europa, ma se l'Europa inizierà, saremo subito pronti". Non ha fatto riferimenti alle parole dell'ammiraglio.

 

La risposta indiretta dell'Unione europea era arrivata ieri tramite l'Alta rappresentante per la politica estera “Kaja Kallas”, che ha parlato della guerra ibrida portata avanti dalla Russia:

 "Stiamo discutendo di cosa possiamo fare ancora a riguardo, perché è vero che stanno diventando più aggressivi in diverse parti. Abbiamo gli strumenti per le sanzioni ibride contro la Russia, ma tutte queste azioni vanno coordinate con gli Stati membri.

Spetta agli Stati utilizzare davvero questi strumenti per contrastare gli attacchi ibridi".

In Italia Lega e M5s attaccano per primi, Pd e Avs chiedono informativa.

Il dibattito è stato particolarmente acceso in Italia, anche perché Cavo Dragone è stato fino allo scorso anno capo di Stato maggiore della Difesa.

La prima replica è arrivata dal Movimento 5 stelle, e in particolare dall'eurodeputato “Danilo Della Valle”:

"Sono anni che mettiamo in guardia sulla miccia che potrebbe portare a una guerra aperta fra blocco occidentale e Russia e non vorremmo che qualcuno abbia decisa di accenderla proprio adesso, per far saltare i negoziati che faticosamente vanno avanti".

 

Particolarmente dura anche la reazione della Lega, che tra le forze di governo è stata quella che ha attaccato l'ammiraglio con più decisione: "Mentre Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione, gettare benzina sul fuoco con toni bellici o evocando ‘attacchi preventivi' significa alimentare l'escalation. Non avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non provocazioni", ha scritto in una nota il Carroccio.

 

Oggi il dibattito si è allargato.

 Laura Boldrini, deputata del Pd, ha detto ai cronisti che la interpellavano che "la legittima difesa preventiva non esiste nel diritto internazionale, quindi noi siamo sempre per il rispetto del diritto internazionale. È una dimensione che non si sa dove ci può portare, quindi invito tutti a molta, molta cautela e molta prudenza".

 Il segretario di Sinistra italiana e deputato di “Avs” “Nicola Fratoianni” ha parlato di un "uso poco sorvegliato delle parole, per non dire di più" da parte di Cavo Dragone.

"Tutti dovrebbero concentrarsi su un altro lessico: quello della diplomazia, della ricerca della pace, del cessate il fuoco, della fine della carneficina".

 

In Aula, Marco Grimaldi (Avs) ha chiesto un'informativa del ministro della Difesa Crosetto.

Alla richiesta si è unito anche Stefano Graziano (Pd).

E lo stesso ha fatto Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera del M5s, che ha chiamato in causa tutto il governo:

 "Vogliamo che venga in Aula il ministro Crosetto, ma anche Meloni e tutto il governo. E questo perché pensiamo che in Parlamento non si dovrebbe parlare di altro se non di come il governo Meloni ci sta portando in guerra. Vogliamo dire che, senza essere tacciati di filo-putinismo, noi non vogliamo essere in guerra con la Russia e contro nessuno?".

 

Salvini insiste, il M5s attacca i "leghisti pacifinti".

Oggi i parlamentari pentastellati che siedono nelle commissioni Difesa di Camera e Senato hanno criticato le parole "provocatorie, folli e irresponsabili" dell'ammiraglio:

"Evocare la guerra non aiuta la pace, lo capiscono tutti, a partire da chi lo fa".

Non è mancato un attacco anche alla Lega, e in particolare ai "pacifinti leghisti che hanno sempre sostenuto al linea bellicista del governo e oggi criticano l'ammiraglio Cavo Dragone indossando la maschera pacifista", ma "dovranno presto gettarla, quando il Parlamento dovrà autorizzare un altro anno di invio armi".

 

E se la Lega si era già espressa, è stato Matteo Salvini stesso a rincarare la dose. "Io parteggio per l'Italia, non parteggio per Tizio o per Caio", ha detto.

"Mettere fine al conflitto in Ucraina è un bene per i ragazzi che questa mattina stanno morendo al fronte, è un bene per l'economia italiana ed europea e chi si mette di mezzo per impedire un accordo tra Russia, Ucraina e Stati Uniti non fa il bene dell'Italia e dell'Europa. Spero che nessuno a Parigi, Londra o Berlino abbia più interesse a proseguire con il conflitto che non a farlo cessare".

 

Tajani parla di un problema di "traduzione" e abbassa i toni.

Salvini è stato anche il più alto esponente del governo Meloni a prendere posizione.

 Il suo pari grado, l'altro vicepremier Antonio Tajani, ha usato parole molto più caute: "Noi dobbiamo tutelare i nostri interessi, proteggere la nostra sicurezza e prepararci anche a difenderci da una guerra ibrida. Ma non farei una polemica su questo". E, sulla nota della Lega: "Bisogna sempre essere prudenti e cauti".

 

Poi ha ribadito: "Cavo Dragone ha detto che dobbiamo avere una posizione attiva nel proteggere la Nato, l'Europa e l'Occidente da eventuali attacchi. Mi sembra che sia una tempesta in un bicchier d'acqua. Bisogna riflettere sulle parole esatte che l'ammiraglio Cavo Dragone ha detto in inglese, e non sulla traduzione italiana".

 

È stato poi “Maurizio Gasparri”, capogruppo di Forza Italia al Senato, a raccogliere la posizione del partito parlando a L'Aria che tira: "L'ammiraglio Cavo Dragone ha parlato di una azione preventiva tecnologica.

 C'è anche un conflitto tecnologico e dobbiamo attrezzarci e difenderci, anche con dei tecnici in “campo cyber”, che lo Stato possa avere a disposizione solo in caso di necessità".

(fanpage.it/politica/cosa-ha-detto-lammiraglio-cavo-dragone-su-nato-e-russia-e-perche-molti-politici-lhanno-criticato/).

(fanpage.it/).

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