Putin non può dialogare con i leader dell’Unione.
Putin non può dialogare con i leader dell’Unione.
Putin: da Kiev segnali di dialogo, non su territori. Ue: c'è intesa, 90 miliardi di prestito.
Rainews.it -La guerra Ucraina - (19 -dicembre -2025) - Redazione - ci dice:
Von der Leyen: "Rimborso prestito solo dopo riparazioni". Meloni: "Su fondi Kiev prevale buon senso”. Droni 'shahed' su Odessa: vasto incendio e interruzione di corrente in molte zone della città. Putin, da Kiev no concessioni territoriali
Ucraina: Putin, il nemico si sta ritirando da tutti i settori
"L'iniziativa strategica" in
Ucraina e' "passata completamente" nelle mani dei militari russi dopo
la liberazione della regione di Kursk. Lo ha dichiarato il presidente russo,
Vladimir Putin, che sta tenendo la sua 'Linea diretta' di fine anno, trasmessa
in diretta televisiva. Il leader del Cremlino ha riferito che "il nemico
si sta ritirando in tutti i settori".
Putin: "Da Kiev segnali di dialogo ma non sui territori"
19/12/2025
Putin, da Kiev no concessioni territoriali ma volontà di dialogo
Il presidente russo, Vladimir Putin, ha
iniziato la sua conferenza stampa di fine anno affrontando il tema della guerra
in Ucraina. Rispondendo alle domande dei conduttori del programma in diretta
'Risultati dell'anno', il leader del Cremlino ha ribadito che "Kiev non ha
mostrato alcuna volonta' di fare concessioni territoriali". "Nel
2022, quando tutto raggiunse il punto di rottura, quando il regime di Kiev
scateno' una guerra nel Donbass, la Russia sottolineo' che sarebbe stata
costretta a riconoscere la Repubblica di Lugansk e la Repubblica di
Donetsk", ha ricordato il leader del Cremlino.
"Le autorita' ucraine si sono
rifiutate di ritirare le loro truppe, hanno successivamente rifiutato di
attuare gli Accordi di Istanbul e ora si rifiutano di risolvere pacificamente
questo conflitto", ha aggiunto, "nonostante cio', Mosca vede alcuni
segnali che indicano che Kiev e' pronta a dialogare", ha sottolineato il
presidente.
19 Dicembre
Merz: fuori discussione riconoscere le annessioni. Zelensky: Putin sta
bluffando.
Vertice Von der Leyn-Merz: "Su asset russi stati condividano stesso
livello di rischio"
Ucraina: Merz, prestito Ue buona notizia per Kiev e brutta per Putin.
"Con le decisioni odierne,
l'Ucraina riceve finanziamenti per i prossimi due anni. E questa è una buona
notizia per l'Ucraina e una cattiva notizia per la Russia. Il pacchetto
finanziario per l'Ucraina è pronto: un prestito senza interessi di 90 miliardi
di euro, come da me richiesto. Un chiaro segnale a Putin dall'Europa: la guerra
non darà i suoi frutti. Terremo congelati i beni russi finché la Russia non
avrà risarcito l'Ucraina". Lo ha ha dichiarato il cancelliere tedesco,
Friedrich Merz, dopo la conclusione del vertice Ue nella notte a Bruxelles.
"Ci stiamo sostanzialmente assumendo un impegno. Tuttavia, questo non
graverà sui bilanci nazionali; tutto sarà gestito tramite l'Ue", ha
sottolineato Merz. Ma anche l'Ue alla fine non ne sarà gravata: "Questo
prestito è garantito da asset russi e sarà rimborsato con asset russi", ha
affermato il cancelliere, spiegando che la decisione ha semplicemente invertito
l'ordine dei finanziamenti. Ha ammesso che la sua proposta di utilizzare direttamente
i beni statali russi si era rivelata troppo complicata durante le sei ore di
negoziati a Bruxelles. Tuttavia, ha sostenuto che l'obiettivo di far pagare la
guerra alla Russia era stato raggiunto. Questo nuovo approccio è stato reso
possibile perché si è concordato di non perseguire questa strada con tutti i 27
Stati membri dell'UE, ma piuttosto nell'ambito della cosiddetta cooperazione
rafforzata con soli 24 paesi dell'UE. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca
hanno optato per l'esclusione. Merz ha sottolineato che l'Ue ha
dimostrato la sua determinazione, in particolare per quanto riguarda i colloqui
russo-americani in Florida di sabato. "È impossibile fare più diplomazia
di quella degli ultimi giorni", ha sottolineato, riferendosi ai colloqui
sull'Ucraina a Berlino. "Ma la diplomazia da sola non convincerà
chiaramente la Russia a fare marcia indietro o a portarla al tavolo dei
negoziati. Pertanto, la pressione deve essere mantenuta". L'Ue ha
mantenuto questa promessa al vertice. "Spero che anche gli americani
mantengano la pressione, che anche l'America mantenga le sanzioni".
L'obiettivo comune, ha affermato, è porre fine alla guerra in Ucraina il prima
possibile.
Attacco droni russi sulla città di Okhtyrka in Ucraina: video.
08/12/2025.
Mosca, su asset prevalsa legge, Von der Leyen e Merz dovrebbero dimettersi.
La decisione di non ricorrere all'uso
dei beni russi congelati per finanziare l'Ucraina è una sconfitta per Von der
Leyen, Merz "e gli altri guerrafondai europei". Lo scrive sui social
Kirill Dmitriev, capo del Fondo russo per gli investimenti diretti e
rappresentante speciale del Cremlino, definendo la scelta adottata dal
Consiglio "un colpo fatale per la presidente della Commissione e il
cancelliere tedesco" che a questo punto "dovrebbero dimettersi".
"Hanno speso capitale politico in azioni illegali contro le riserve russe
e hanno fallito" ha affermato aggiungendo che "è stata una vittoria
per la legge e il buon senso".
19 Dicembre.
Attacco di droni ucraini sulla raffineria Afipsky, nel territorio di
Krasnodar in Russia.
Ucraina: premier, stabilità economica è presupposto sicurezza.
"La stabilità economica è un
presupposto per la sicurezza, sia per l'Ucraina che per l'Europa". Lo
scrive su X la premier ucraina, Yulia Svyrydenko, commentando l'accordo
raggiunto nella notte dal Consiglio europeo a Bruxelles. "La decisione del
Consiglio europeo di stanziare 90 miliardi di euro per l'Ucraina nel periodo
2026-2027 costituisce un passo decisivo per la resilienza economica e la
stabilità fiscale in condizioni di guerra", scrive Svyrydenko in un post
su X. "Questo sostegno garantisce la prevedibilità delle finanze pubbliche
ucraine, sostiene la difesa e le funzioni statali essenziali e rafforza la
fiducia fra i partner internazionali", prosegue, sottolineando che
"l'aggressione della Russia comporta un costo finanziario". "I
beni sovrani russi rimangono immobilizzati e proseguono i lavori su un prestito
a titolo di risarcimento, in linea con il diritto dell'Ue e il diritto
internazionale", conclude.
19 Dicembre.
Ucraina, premier Belgio: bene decisione Ue di non usare asset russi.
La decisione dell'Unione europea di non
utilizzare direttamente gli asset russi congelati per finanziare l'Ucraina nel
prossimo biennio rappresenta una vittoria del diritto internazionale. Lo ha
affermato il primo ministro belga Bart de Wever al termine della lunga riunione
del Consiglio europeo a Bruxelles. Dopo oltre 16 ore di vertice, segnate da
forti divergenze tra gli Stati membri sull'ipotesi di un prestito basato sulla
confisca dei beni russi, i leader dell'Ue hanno concordato la concessione a Kiev
di un credito da 90 miliardi di euro per il periodo 2026-2027. Il finanziamento
avverrà tramite prestiti dell'Unione sui mercati dei capitali, garantiti dal
margine di bilancio del blocco.
"Credo che oggi abbia prevalso il diritto internazionale. Abbiamo evitato
la creazione di un precedente che avrebbe potuto minare la sicurezza giuridica
in tutto il mondo", ha dichiarato de Wever. "Abbiamo difeso il
principio secondo cui l'Europa rispetta la legge, anche quando è difficile,
anche quando siamo sotto pressione".
19 Dicembre.
Nei dintorni di Kharkiv vengono installati corridoi anti-droni: video.
Meloni: "Sulle risorse all'Ucraina ha prevalso il buon senso"
Attacco droni russi sulla città di Okhtyrka in Ucraina: video.
Ucraina, droni su Odessa: colpite infrastrutture critiche.
Nella notte del 19 dicembre, le
infrastrutture energetiche e di trasporto di Odessa sono state colpite da un
attacco di droni promosso dall'esercito russo. Secondo quanto riferiscono i
media ucraini, parte di una delle aree densamente popolate della città è
rimasta temporaneamente senza elettricità, acqua e riscaldamento.
Fuoco notturno divampa e il cielo diventa rosso: droni colpiscono
raffineria di Yaroslavl in Russia.
Raffica di proiettili della contraerea russa abbattono droni in volo su
Rostov.
Fiamme divampano ad Orel dopo l'esplosione di droni sulla centrale
termoelettrica russa.
Ucraina, Macron: dovremmo riprendere dialogo con Putin.
Il presidente francese Emmanuel Macron
ha affermato che per l'Europa sarebbe "utile" riprendere il dialogo
con il presidente russo Vladimir Putin, sottolineando la necessità di
individuare un quadro adeguato per riaprire il confronto.
"Credo che sia nel nostro interesse, come europei e come ucraini, trovare
il giusto quadro per tornare a impegnarci in questa discussione", ha
dichiarato Macron, citato dall'Agence France-Presse. Il capo dell'Eliseo ha
aggiunto che gli europei dovranno trovare una modalità per farlo "nelle
prossime settimane", lasciando intendere che l'iniziativa potrebbe
maturare in tempi relativamente brevi nel contesto del conflitto in Ucraina.
Fiamme divampano ad Orel dopo l'esplosione di droni sulla centrale
termoelettrica russa.
Ucraina: Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia escluse da prestito Ue.
L'Ungheria, la Repubblica Ceca e la
Slovacchia non parteciperanno al prestito europeo da 90 miliardi di euro a
favore dell'Ucraina. L'opt-out è scritto nero su bianco nelle conclusioni
adottate dal Consiglio europeo.
"A seguito delle recenti proposte della Commissione e dell'Alta
Rappresentante, il Consiglio europeo invita il Consiglio e il Parlamento
europeo a continuare a lavorare sugli aspetti tecnici e giuridici degli
strumenti che istituiscono un prestito di riparazione basato sui saldi di cassa
associati ai beni immobilizzati della Russia", si legge nel testo.
"Nel frattempo, al fine di garantire il necessario sostegno finanziario
all'Ucraina a partire dal secondo trimestre del 2026, comprese le sue esigenze
militari, il Consiglio europeo concorda di erogare all'Ucraina un prestito di
90 miliardi di euro per gli anni 2026-2027, basato sui prestiti contratti
dall'Ue sui mercati dei capitali e sostenuto dal margine di bilancio dell'Ue.
Attraverso la cooperazione rafforzata (articolo 20 TUE) in relazione allo
strumento basato sull'articolo 212 TFUE, qualsiasi mobilitazione di risorse del
bilancio dell'Unione a garanzia di tale prestito non avrà alcun impatto sugli
obblighi finanziari della Repubblica Ceca, dell'Ungheria e della
Slovacchia", hanno deciso i leader.
"Tale prestito sarà rimborsato dall'Ucraina solo una volta ricevute le
riparazioni. Fino ad allora, tali attività rimarranno immobilizzate e l'Unione
si riserva il diritto di utilizzarle per rimborsare il prestito, nel pieno
rispetto del diritto dell'UE e internazionale", recitano le conclusioni.
"Il Consiglio europeo sottolinea l'importanza dei seguenti elementi in
relazione al prestito da erogare all'Ucraina: a) rafforzamento delle industrie
della difesa europee e ucraine; b) il mantenimento da parte dell'Ucraina dello
Stato di diritto, compresa la lotta alla corruzione; c) il carattere specifico
della politica di sicurezza e di difesa di alcuni Stati membri e gli interessi
di sicurezza e di difesa di tutti gli Stati membri", si legge ancora nel
testo.
Regione di Rostov sotto attacco, i lampi delle esplosioni dei droni lontani
in Russia.
Orban, prestito ricadrà sui nipoti.
"Si è creata una situazione in cui
noi tre", Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, "eravamo decisivi,
perché sarebbe stata necessaria l'unanimità. Alla fine abbiamo scelto una
soluzione diversa: poiché non siamo riusciti a convincerli ad abbandonare
il piano, ed è molto difficile impedire contemporaneamente a tedeschi, italiani
e francesi di portare avanti qualcosa, abbiamo chiesto che, se loro vogliono
salire su questo treno e noi non vogliamo comprare il biglietto, non ci
venga imposto di salirci. Qui questo si chiama opt-out, esenzione. E cosi' ne
siamo rimasti fuori". Lo ha dichiarato il premier ungherese, Viktor Orban,
in un punto stampa al termine del Consiglio europeo. "Di fatto è nato un
prestito di guerra. L'Unione, con l'eccezione di Repubblica Ceca, Slovacchia e
Ungheria, mette insieme tutti gli altri Stati membri in una comunità di
creditori, utilizzando anche fondi europei, e concede un prestito di guerra
agli ucraini. Noi ne siamo rimasti fuori. Questo prestito di guerra non tornerà
mai indietro, e sia gli interessi sia il capitale dovranno essere pagati da
coloro che lo hanno concesso. Saranno loro a doverne sopportare il costo. In
questo modo abbiamo risparmiato all'Ungheria molte centinaia di miliardi di
fiorini", ha aggiunto. "E' vero che probabilmente questo prestito di
guerra verrà concesso sotto forma di un finanziamento a lungo termine. Il peso
di questo prestito destinato chiaramente a fallire non ricadrà sui decisori di
oggi, ma sui loro figli e nipoti, per molti, molti anni. Potrei quindi dire che
abbiamo salvato i nostri figli e nipoti dal dover rispondere in futuro di
denaro inviato sotto forma di prestito di guerra per una guerra
sbagliata", ha evidenziato.
19 Dicembre.
De Wever, situazione è cambiata quando l'Italia si è espressa.
"La situazione ha iniziato a
cambiare quando anche Italia, Bulgaria e Malta si sono espresse" contro le
posizioni prevalenti. Lo ha dichiarato il primo ministro del Belgio, Bart De
Wever, in conferenza stampa al termine del Consiglio europeo. "Penso
che Ursula von der Leyen abbia fatto un lavoro eccellente affermando di essere
tornata sulle due opzioni perché ha visto che c'erano delle divisioni. Ha fatto
esattamente quello che doveva fare, ha aggiunto. "La presidente della
Commissione deve intuire in quale direzione la maggioranza del Consiglio vuole
andare. E, in questo caso, un gran numero di Paesi si e' espresso a gran
voce nel voler approvare il prestito di riparazione. Un ampio gruppo di altri
Paesi è rimasto più o meno in silenzio. In questo caso, ovviamente, era una
falsa percezione", ha proseguito. "Ma se sei la presidente
della Commissione e Germania, Paesi Baltici, Paesi scandinavi e Polonia dicono
qual è la loro preferenza, e solo il povero Belgio pone domande, è normale che
lei insista sulla soluzione che, a suo avviso, è la più desiderata",
ha concluso.
Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia escluse da prestito.
L'Ungheria, la Repubblica Ceca e la
Slovacchia non aderiranno al prestito europeo da 90 miliardi di euro a favore
dell'Ucraina. "Al fine di garantire il necessario sostegno
finanziario all'Ucraina a partire dal secondo trimestre del 2026, comprese le
sue esigenze militari, il Consiglio europeo concorda di concedere all'Ucraina
un prestito di 90 miliardi di euro per gli anni 2026-2027, basato sui prestiti
dell'Ue sui mercati dei capitali, sostenuto dal margine di
bilancio dell'Ue", si legge nelle conclusioni del vertice Ue.
"Attraverso la cooperazione rafforzata (articolo 20 Tue) in relazione allo
strumento basato sull'articolo 212 Tfue, qualsiasi mobilitazione di
risorse del bilancio dell'Unione a garanzia di questo prestito non avrà alcun impatto
sulle obbligazioni finanziarie della Repubblica Ceca, dell'Ungheria e
della Slovacchia. Questo prestito sarà rimborsato dall'Ucraina solo una
volta ricevute le riparazioni. Fino ad allora, questi beni rimarranno
immobilizzati e l'Unione si riserva il diritto di utilizzarli per
rimborsare il prestito, nel pieno rispetto del diritto dell'Ue e
internazionale", si legge ancora.
Dmitriev vede Witkoff e Kushner.
Domani si terrà a Miami un incontro
Russia-Usa in cui Mosca sarà rappresentata dall'inviato del Cremlino Kirill
Dmitriev, consigliere del presidente russo Vladimir Putin, e gli Usa da Steve
Witkoff, inviato di Donald Trump, e Jared Kushner, genero del presidente
Usa. Lo riferisce un funzionario Usa. L'incontro giungerà dopo gli incontri
avuti lunedì da Witkoff e Kushner a Berlino con funzionari ucraini ed
europei, durante i quali hanno discusso delle garanzie di sicurezza
degli Stati Uniti per Kiev, di eventuali concessioni territoriali e di altri
aspetti del piano Usa per porre fine alla guerra in Ucraina.
Von der Leyen: "Rimborso prestito solo dopo riparazioni".
"Per i prossimi due anni, gli Stati
membri hanno concordato di finanziare l'Ucraina tramite l'indebitamento dell'Ue
sui mercati dei capitali per un importo di 90 miliardi di euro". Lo ha
dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der
Leyen, in conferenza stampa al termine del vertice Ue."Lo faremo
attraverso una cooperazione rafforzata sostenuta dal margine di manovra del
bilancio dell'Ue e basata su un accordo unanime per modificare il Qfp, in
modo simile al prestito per le riparazioni. E' molto importante sottolineare
che l'Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo una volta ricevute le
riparazioni. Fino ad allora, i beni russi immobilizzati resteranno
immobilizzati e l'Unione si riserva il diritto di utilizzare i saldi di cassa
per finanziare il prestito", ha aggiunto.
Meloni: "Su fondi Kiev e Mercosur prevale buon senso.”
Per la presidente del Consiglio, Giorgia
Meloni, sia per il sostegno finanziario all'Ucraina sia per il Mercosur
"sta prevalendo il buon senso e quindi sono soddisfatta dei risultati di
questa lunga giornata".
Lo ha dichiarato in un punto stampa al termine del vertice Ue.
De Wever, “Euro clear” rimane pilastro della stabilità finanziaria.
"Credo che la stabilità finanziaria
abbia vinto oggi. Con la decisione odierna, Euroclear rimane un pilastro
stabile, credibile e affidabile del sistema finanziario globale. Abbiamo
evitato di mettere a rischio la sua reputazione, la sua liquidità, il suo
rating e la sua capacità di adempiere alle proprie responsabilità sui mercati
globali". Lo ha dichiarato il primo ministro del Belgio, Bart De Wever,
nella conferenza stampa al termine del Consiglio europeo. "Questo è
importante per il Belgio, ma è importante anche per l'Europa e per la stabilità
finanziaria globale. Credo che anche il diritto internazionale abbia vinto
oggi. Abbiamo evitato di creare un precedente che rischia di minare la certezza
del diritto a livello mondiale. Abbiamo salvaguardato il principio secondo cui
l'Europa rispetta il diritto anche quando è difficile, anche quando siamo sotto
pressione, e abbiamo dato un forte segnale politico: l'Europa sostiene
l'Ucraina. L'Europa rimane unita. L'Europa agisce responsabilmente e l'Europa
continua a essere importante", ha aggiunto.
Droni 'shaheed' su Odessa, incendio e interruzione di corrente.
Le forze armate russe hanno lanciato un
attacco con droni ‘shahed’ sulla città di Odessa. I residenti hanno segnalato
un grande incendio e la mancanza di elettricità in vari punti della città.
Costa: "Raggiunto accordo 90 miliardi di prestito a Kiev".
"Abbiamo un accordo: la decisione
di fornire 90 miliardi di euro di supporto all'Ucraina per il 2026-27 è stata
approvata. Abbiamo preso un impegno, l'abbiamo mantenuto". Lo scrive su X
il presidente del
Consiglio europeo, Antoni.
Merz: "Se Russia non risarcisce, rimborso prestito con asset".
"Il pacchetto finanziario per
l'Ucraina è stato finalizzato. Come avevo richiesto, all'Ucraina viene concesso
un prestito a tasso zero di 90 miliardi di euro. Questi fondi sono sufficienti
a coprire le esigenze militari e di bilancio dell'Ucraina per i prossimi
due anni". Lo afferma in una nota il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
"Si tratta di un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché
Putin farà concessioni solo quando si renderà conto che la sua guerra
non porterà a nulla. I beni russi congelati rimarranno bloccati fino a quando
la Russia non avrà pagato i risarcimenti all'Ucraina. Abbiamo già
preparato il terreno per questo la scorsa settimana. L'Ucraina dovrà rimborsare
il prestito solo dopo che la Russia avrà pagato i risarcimenti. E lo diciamo
molto chiaramente: se la Russia non pagherà i risarcimenti, ricorreremo,
nel pieno rispetto del diritto internazionale, ai beni russi immobilizzati per
rimborsare il prestito", aggiunge. "Sono lieto che oggi, dopo intense
trattative, siamo riusciti a prendere questa decisione all'unanimità. In
questo modo potremo ricorrere a strumenti europei collaudati e comprovati e
sostenere immediatamente l'Ucraina, senza ulteriori ritardi", conclude
Merz.
Ue lavora a prestito ponte per Kiev, più tempo per uso degli asset.
Dopo quattro ore di dibattito, a quanto
si apprende, i leader europei si starebbero orientando per erogare un prestito
ponte all'Ucraina visto che, per definire l'uso degli asset russi, serve
maggior tempo, si tratterebbe, si apprende ancora, di un prestito congiunto per
soddisfare le esigenze finanziarie immediate dell'Ucraina. Per erogarlo serve
l'unanimità dei 27, quorum che al momento sembra percorribile.
"Si è discusso a lungo su come
rispettare l'impegno di coprire il fabbisogno finanziario dell'Ucraina per il
2026-2027. Non si sta discutendo solo del prestito di riparazione, ma anche
della possibilità di utilizzare il margine di manovra del bilancio dell'Ue,
come alcuni leader hanno espressamente menzionato. Dopo lunghe discussioni, è
chiaro che i prestiti di riparazione richiederanno più lavoro, poiché i leader
hanno bisogno di più tempo per esaminarne i dettagli", ha spiegato una
fonte Ue.
Lavrov in Egitto per il forum di partenariato Russia-Africa.
Il ministro degli esteri russo, Sergey
Lavrov, è arrivato in Egitto, dove si prevede che partecipi alla seconda
conferenza ministeriale del forum di partenariato Russia-Africa. L'aereo con a
bordo il ministro di Mosca è atterrato all'aeroporto internazionale del Cairo.
Attacco russo causa un morto a Odessa.
Il governatore di Odessa, Oleh Kiper, ha
dichiarato che una donna è morta nella sua auto e i suoi tre figli sono rimasti
feriti in un attacco di un drone russo. Kiper ha affermato in un post su
Telegram che anche le infrastrutture energetiche sono state danneggiate,
chiedendo ai residenti di rimanere in casa mentre le autorità lavorano per
risolvere i danni e le interruzioni di corrente. "A causa degli attacchi
nemici, le infrastrutture energetiche nella regione di Odessa hanno subito
ingenti danni", ha affermato Kiper. "Le squadre elettriche stanno
lavorando 24 ore su 24 e facendo tutto il possibile per ripristinare
l'elettricità in ogni casa il più rapidamente possibile".
18 Dicembre.
Trump: Kiev si muova "rapidamente" per accordo.
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald
Trump, ha esortato l'Ucraina ad agire "rapidamente" su un accordo per
porre fine all'invasione russa, in vista dei nuovi colloqui previsti a Miami
nel fine settimana. "Beh, si stanno avvicinando a qualcosa, ma spero che
l'Ucraina si muova rapidamente. “Spero che l'Ucraina si muova rapidamente
perché la Russia è lì”, ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale.
"E sai, ogni volta che impiegano troppo tempo, la Russia cambia
idea".
Corruzione in Ucraina, Verso
la Fine del Mito Zelensky.
conoscenzealconfine.it – (19 Dicembre 2025 ) - Mario Nawfal - Redazione :
Per quasi 4 anni, Zelensky è stato trattato dai media
occidentali come un intoccabile, un’icona di guerra, un simbolo morale, un
moderno Churchill. Quell’era sta finendo… E il segnale non arriva da Mosca o da
critici marginali, ma dal New York Times stesso.
Quando il NYT riporta
che il governo di Zelensky ha sabotato la supervisione, riempito i consigli di
sorveglianza di fedelissimi, riscritto gli statuti per impedire la
responsabilità e permesso che centinaia di milioni di dollari venissero spesi
senza controllo, non si tratta di una critica di routine. È una rottura
narrativa. Una rottura che suggerisce che i potenti attori occidentali non sono
più disposti, o in grado, di proteggerlo.
Ciò è importante
perché la corruzione è sempre stata il segreto di Pulcinella
dell’Occidente sull’Ucraina. I leader europei l’hanno tollerata.
Washington l’ha minimizzata.
La logica era semplice: sconfiggere la Russia veniva prima, tutto
il resto poteva aspettare. Ma ora la guerra prosegue, la pazienza dell’opinione
pubblica si sta assottigliando e il contesto politico negli
Stati Uniti è radicalmente cambiato. Trump non è emotivamente o ideologicamente
coinvolto in Zelensky. Solo questo trasforma l’equazione.
Se le indagini
anticorruzione in Ucraina dovessero avvicinarsi al coinvolgimento personale di
Zelensky, le conseguenze potrebbero essere gravi. Non solo a livello
nazionale, dove la sua coalizione è già fragile, ma anche a livello
internazionale, dove la fiducia è la vera moneta di scambio. Gli aiuti occidentali non sono automatici. Dipende dalla
legittimità, dall’immagine e dalla copertura politica. Gli scandali di
corruzione li annientano tutti e tre.
Per gli alleati degli
Stati Uniti, soprattutto in Europa, questo crea un dilemma: continuare a sostenere un leader ora pubblicamente associato alla
corruzione sistemica, o prepararsi silenziosamente a una transizione. L’improvvisa
franchezza del NYT suggerisce fortemente che alcune fazioni a Washington e
nelle capitali alleate abbiano già scelto la seconda opzione.
L’immagine
internazionale di Zelensky sta cambiando, da eroico difensore
e uomo forte a leader compromesso. Una volta che questa percezione si sarà
consolidata, sarà quasi impossibile invertire la rotta. Gli aiuti diventano condizionati. I negoziati diventano
inevitabili. E il cambio di leadership diventa discutibile.
Sotto
un’amministrazione Trump apertamente scettica nei confronti di un sostegno in
bianco all’Ucraina, questo scandalo non solo indebolisce Kiev, ma
accelera anche le pressioni per un accordo, concessioni territoriali o una
transizione politica gestita. La corruzione non è più solo una
questione morale. Ora è una responsabilità strategica.
L’ironia è
brutale: gli stessi media e istituzioni che hanno costruito l’immagine
globale di Zelensky potrebbero ora smantellarla, non per principio, ma per necessità.
Quando la narrazione
cambia, di solito è perché è iniziata la strategia di
uscita.
(Mario Nawfal).
(zerohedge.com/).
Putin: nessun dialogo
con i leader europei,
porcellini accodati a
Biden.
Giornaleradio.fm – (18 Dicembre 2025) -Redazione di Roma –
News in diretta – Daniele Biacchessi - ci dice:
Guerra senza spiragli
e sanzioni nel caos: negoziati bloccati, Europa divisa sugli asset russi e
Putin alza il muro contro Bruxelles.
A meno di un miracolo
di geopolitica, il prossimo Natale sarà ancora sotto l’insegna della guerra tra
Russia e Ucraina. Fino ad oggi ogni tentativo più o meno sincero di giungere ad
un accordo di pace è risultato vano.
Le posizioni tra Putin e Zelensky restano
identiche da tempo e le varie mediazioni di Trump, Witkoff e Kushner, i leader
europei, gli ucraini e i russi si trovano oggi in un vicolo cieco.
Nessuno ha compiuto un
impercettibile passo indietro: Kiev non intende cedere territori che considera
suoi, Mosca pretende l’intero Donbass.
L’Ucraina conferma di
non voler aderire alla Nato, la Russia non si fida e chiede una legge per
impedire agli ucraini e agli europei qualsiasi ripensamento.
Ora Putin non intende
dialogare con i leader europei che definisce porcellini accodati a Biden.
Europa divisa sugli
asset russi.
Non c’è una visione
comune sul tema centrale degli asset russi, il congelamento e la loro
destinazione.
Alcuni esempi.
La risoluzione di maggioranza approvata dalla
Camera italiana, chiede di “agire nei confronti della Federazione Russa – anche
sul piano sanzionatorio, senza prescindere dal coordinamento con gli altri
Stati membri del G7 e alla luce di solide basi giuridiche e finanziarie”.
Secondo il cancelliere tedesco Friedrich Merz, bisogna aumentare la pressione
sulla Russia sugli asset.
La presidente della
Bce Christine Lagarde sostiene che, se si usa la procedura di emergenza
(articolo 122) per immobilizzare gli asset russi, allora sarebbe possibile
procedere nello stesso modo anche nell’emissione del debito comune.
Gli Stati Uniti stanno
preparando un nuovo ciclo di sanzioni contro il settore energetico russo”, nel
tentativo di esercitare maggiore pressione sul Cremlino affinché si impegni nel
processo di pace in Ucraina.
Grande confusione
sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente, per molti, tra cui Putin.
Ruolo di mediatori
internazionali.
Sebbene Putin rifiuti
il dialogo con i leader europei e Zelensky abbia le sue condizioni di fondo,
c’è un quadro più ampio di tentativi diplomatici internazionali che merita un
approfondimento.
Fin dall’inizio della
guerra nel febbraio 2022, vari attori internazionali e formati diplomatici
hanno cercato di creare canali di dialogo tra Mosca e Kiev, spesso con
risultati molto limitati o simbolici.
Uno dei primi
tentativi significativi fu il “Normandy Format”, un tavolo di negoziazione che
includeva Francia, Germania, Russia e Ucraina già prima dell’invasione su larga
scala e che mediò gli accordi di Minsk nel 2014–2015 per cercare di fermare il
conflitto nel Donbas.
Ma, quando la Russia
ha invaso tutta l’Ucraina nel 2022, questi accordi sono stati dichiarati “non
più esistenti” da Mosca, e il Normandy Format ha perso efficacia come
meccanismo di pace formale. Parallelamente, esisteva la “Trilateral Contact
Group”, un gruppo composto da Ucraina, Russia e l’Organizzazione per la
Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che già prima del 2022 aveva
lavorato su “ceasefire” e questioni umanitarie nel Donbas.
Tuttavia, con il
conflitto su scala più ampia, anche questo gruppo ha cessato di funzionare come
canale efficace per un accordo politico duraturo.
Negli anni successivi
all’invasione del 2022 si sono susseguite diverse iniziative di mediazione
internazionale: la Turchia ha ospitato colloqui tecnici e ha cercato di mettere
in piedi un formato di negoziazione, spesso con l’obiettivo di facilitare scambi
di prigionieri e aperture umanitarie.
Ma negli ultimi mesi
il ruolo di Ankara è stato ridimensionato dall’aumentato coinvolgimento diretto
degli Stati Uniti nei processi negoziali, trasformando la Turchia più in un
supporto logistico che in un mediatore centrale.
Un altro elemento
chiave è l’assenza di una piattaforma di negoziazione veramente inclusiva:
molti dei formati di dialogo finora non sono riusciti a includere attori con
leva reale su entrambe le parti, o non hanno avuto strumenti vincolanti per
garantire che gli accordi raggiunti venissero rispettati.
Studi sulla mediazione
suggeriscono che, senza attori in grado di far rispettare gli impegni o di
offrire sicurezze ripetute su più livelli (bilaterale, multilaterale,
economico), le trattative rischiano di rimanere su punti di principio senza
tradursi in pace reale.
Un altro aspetto
spesso trascurato è il ruolo delle organizzazioni internazionali e degli attori
“terzi” come la Cina o paesi del Sud globale. Sebbene Pechino abbia mantenuto
una posizione ufficiale di neutralità, essa è diventata un partner commerciale critico
per Mosca, alimentando indirettamente la macchina bellica attraverso scambi di
beni e tecnologie.
Altri stati, come
Kazakhstan o paesi del Medio Oriente, sono stati citati come possibili
facilitatori di dialoghi alternativi, ma finora nessuno è riuscito a creare un
processo di pace credibile che vada oltre l’assistenza umanitaria o i singoli
scambi di prigionieri.
(Daniele Biacchessi).
Putin:
“Leader europei maiali
approfittatori
al seguito di Biden.
Ilmanifesto.it
- Sabato Angieri – (18 dicembre 2025) – ci dice:
Fuori
Asset Il Cremlino torna a minacciare, la guerra può continuare a oltranza.
Un
giorno ci fanno credere che l’accordo tra Russia e Ucraina è a un passo e
quello dopo sembra di dover ricominciare da zero. Il Vladimir Putin che ieri ha
parlato ieri al collegio allargato del ministero della Difesa, davanti a
generali, funzionari e a molti dei protagonisti del settore industriale bellico
non ha risparmiato nessuno. Nella consueta fusione di revanscismo storico e
aggressività militaresca, il presidente russo ha chiarito che se non otterrà
ciò che vuole la guerra continuerà, che è impossibile parlare con gli attuali
leader europei – appellandoli «maialini al seguito di Joe Biden» – e che sono
l’Ue e i suoi «leader isterici» a rappresentare una minaccia militare per la
Russia e non il contrario come sostengono a Bruxelles.
Forse
il fatto che oggi il Consiglio europeo dovrebbe decidere sull’utilizzo degli
asset russi congelati da destinare all’Ucraina ha contribuito a far salire bile
del capo del Cremlino. Del resto Volodymyr Zelensky l’ha detto chiaramente: «Il
risultato che l’Europa otterrà, dovrà far capire alla Russia che il suo
desiderio di continuare la guerra il prossimo anno è inutile perché l’Ucraina
avrà il sostegno necessario». Il presidente ucraino poco prima aveva accusato
Putin di «aver chiarito che intende combattere anche nel 2026». O più
probabilmente siamo ancora nella trattativa: minacciare e alzare la posta è
fondamentale perché altrimenti il nemico ti percepisce come più debole. Ma
quest’atteggiamento tradisce anche una certa impazienza.
È
innegabile che negli ultimi tempi Mosca si sia adagiata sull’idea che Donald
Trump la favorisce a Kiev. Ora però le interferenze europee si stanno facendo
più costanti e concrete. Zelensky nicchia sui territori da cedere, dice che a
decidere dovrà essere il popolo ucraino, che nessuno – sottinteso «nemmeno io
che sono il presidente» – ha il diritto di consegnarle alla Russia. Se Zelensky
continua a rifiutarsi di soddisfare le richieste russe restano poche vie
praticabili, ameno fino a quando Kiev non sarà costretta o esautorata (e con
Trump non si sa mai).
Si può
interpretare in questo senso la frase di Putin: «se l’Ucraina e i suoi sponsor
occidentali rifiutano di impegnarsi in colloqui concreti, la Russia otterrà con
mezzi militari la liberazione delle sue terre storiche». Quanto ci vorrà,
ammesso che ciò sia possibile, non è chiaro, ma ai ritmi attuali parliamo di
anni. Il presidente ha promesso che costi quel che costi «la Russia raggiungerà
gli obiettivi dell’operazione militare speciale». Ma quali essi siano, oltre
all’annessione di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia e al riconoscimento
definitivo della Crimea, non è ancora chiaro. Sulla riduzione dell’esercito
ucraino sembra che la Russia abbia desistito, non più 85mila come chiedeva nei
negoziati di Istanbul nel 2022, ma 600mila. Nell’ultima versione dell’accordo,
stando alle fonti del New York Times, sarebbe addirittura previsto «un
significativo rafforzamento delle forze armate ucraine».
L’Ucraina
non entrerà mai nella Nato e questa potrebbe essere sbandierata come una
vittoria, ma se gli Stati uniti hanno davvero offerto garanzie di sicurezza
«simil-Articolo 5» (ovvero intervento militare in caso di attacco dell’alleato)
e i membri europei della coalizione dei Volenterosi continuano a insistere per
la presenza di un contingente occidentale sul suolo ucraino dopo la firma dei
trattati come reagirà Mosca? Finora sulle garanzie Usa i negoziatori russi si
sono mostrati possibilisti, ma sulla presenza di militari europei è stato
opposto un rifiuto inequivocabile. Tuttavia, secondo Bloomberg, per scongiurare
un nuovo stallo nella trattativa e far sentire il peso della propria posizione
gli Usa starebbero «preparando un nuovo ciclo di sanzioni contro il settore
energetico russo». Il Cremlino ha già risposto che questa decisione
«danneggerebbe la ripresa delle relazioni» con gli Usa.
«Subito
dopo il crollo dell’Unione Sovietica» ha raccontato Putin «ci sembrava che
saremmo diventati membri della cosiddetta famiglia `civilizzata´ dei popoli
europei». Ma è solo una piccola premessa per la stoccata, «Oggi risulta che lì
non c’è alcuna civiltà, c’è solo degrado totale». Gli artefici di questo
“degrado” sono presto individuabili: «I maiali europei si sono subito uniti
all’amministrazione Biden nella speranza di trarre profitto dal crollo del
nostro Paese».
E ciononostante «la Russia spera in un dialogo
con l’Europa, ma è improbabile che ciò avvenga con le attuali élite politiche».
Data l’incomunicabilità, il presidente non ha
dimenticato di elogiare il suo arsenale atomico (vero fattore di «equilibro tra
le potenze mondiali») e di annunciare che «anche il sistema missilistico a
medio raggio” Oreshnik” con missile ipersonico entrerà in servizio operativo
entro la fine dell’anno».
Ucraina,
perché Putin vuole parlare con Macron.
Open.online.it
– (22 Dicembre 2025) - Alessandro D’Amato -ci dice:
L'apertura
del Cremlino al dialogo con la Francia è tattica.
E punta a dividere Parigi dalla Germania.
In
poche ore, lo scenario dei negoziati sull'Ucraina da qui alle prossime
settimane è cambiato.
Ma
perché Putin si fida improvvisamente di Macron?
Durante
la mediazione sul debito comune e gli asset russi nella notte tra giovedì e
venerdì scorsi Emmanuel Macron in conferenza stampa aveva detto che in caso di
fallimento della proposta americana l’Europa avrebbe dovuto parlare con il
Cremlino al posto degli Usa.
Una frase passata in sordina in Occidente ma
non in Russia.
Proprio
ricordandola infatti il portavoce di Vladimir Putin “Dmitry Peskov” ha fatto
sapere che Mosca è «pronta al dialogo».
E in
poche ore, lo scenario dei negoziati sull’Ucraina da qui alle prossime
settimane è cambiato.
Ma
perché Putin si fida improvvisamente di Macron?
Per
quanto successo nel caso “Euro clear”, è la risposta del “Financial Times”.
Putin
e Macron.
Il
quotidiano britannico ha spiegato che è stato proprio l’Eliseo a bloccare il
piano del cancelliere tedesco Friedrich Merz di usare gli asset russi congelati
nella Ue per finanziare Kiev.
E la
rottura dell’asse storico tra Francia e Germania nell’Unione Europea è qualcosa
che non dispiace al Cremlino.
Parigi
ha già aperto all’incontro, auspicando che ci sia «una volontà politica
reciproca» e l’eventuale colloquio sia un reale «tentativo di capirsi a
vicenda» e non «una serie di moniti».
Mentre
riecheggiavano le parole di Putin nella conferenza stampa prima di Natale a
Mosca:
«Siamo pronti a lavorare con l’Europa… ma su
un piano di parità, nel rispetto reciproco.
Lavoreremo
insieme e ci svilupperemo. Se ciò non accadrà, l’Europa scomparirà
gradualmente».
Un
modo anche per correggere quel «porcellini di Biden» che aveva scatenato
nervosismo.
L’amicizia
tra Russia ed Europa.
«Quindi
che cosa sta succedendo?», si è chiesto ad esempio il “canale Telegram Mig4”1,
vicino alla Difesa russa.
«Il
francese Macron ha probabilmente capito dove stanno andando le cose tra Russia
e Stati Uniti e ora sta cercando di essere il primo a salire sull’ultimo vagone
del treno dell’amicizia tra Europa e Russia che sta per partire», ricorda oggi
Repubblica.
Per
questo l’Eliseo ci ha tenuto a far sapere che l’incontro eventuale deve
avvenire «in piena trasparenza con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e
con i partner europei» e col solo obiettivo di «promuovere una pace solida e
duratura».
Parigi
non ha dato né una tempistica né una coreografia al futuribile dialogo col
presidente russo.
Ma ha
affermato che «nei prossimi giorni» saranno organizzati i termini del
colloquio.
In
teoria è quindi possibile che il confronto avvenga in presenza.
E,
nella strategia europea sul fronte Ucraina, la novità in questo caso avrebbe
una portata dirompente.
Miami,
“Witkoff”: «Colloqui produttivi».
Mosca
spegne gli entusiasmi sul vertice a tre.
«Non c’è in preparazione alcun incontro con
Usa e Ucraina».
«Putin
vuole tutta l’Ucraina e potrebbe diventare una minaccia per i paesi baltici».
L’analisi degli 007 Usa e del Regno Unito.
Si
tratta a Miami, l’inviato di Putin:
«Costruttivi
i colloqui con Witkoff e Kushner».
Zelensky: «Gli Usa vogliono un vertice a tre con la
Russia».
Le
ragioni della svolta.
Di
certo la mossa del presidente francese avviene nel solco della volontà dell’Ue
– e della Coalizione dei Volenterosi – di avere un posto in prima fila nei
negoziati.
Ma di
fronte all’attivismo di Merz la posizione diventa più chiara. «Macron ha
tradito Merz», ha spiegato un alto diplomatico presente nelle sale dell’Europa
Building al Ft.
Ecco
quindi che un ipotetico incontro con Putin riporterebbe Parigi al centro della
diplomazia europea, a scapito proprio di Berlino.
Poi
c’è il fattore Trump.
La
chiusura totale di Bruxelles al dialogo con il Cremlino rischia di mettere in
secondo piano gli interessi dei Paesi Ue in Ucraina proprio mentre Trump non
perde occasione per attaccare Bruxelles.
Proprio
Macron, nel luglio scorso, ebbe un colloquio telefonico con Putin, il primo
dopo tre anni.
I
risultati di quella conversazione, sul fronte della guerra in Ucraina, sono
stati nulli.
Francia
e Russia, le mediazioni.
La
memoria però non può che tornare al 2017.
Durante
il primo incontro con Macron, Putin si augurò che i rapporti tra i due si
ispirassero proprio a quando all’Eliseo c’era Chirac.
Ma poi
le attività di espansionismo della Russia in Libia e nell’Africa sub-sahariana
non fanno che peggiorarli.
Eppure, prima dell’invasione russa
dell’Ucraina, Macron è stato tra gli ultimi a chiudere il dialogo con Mosca.
Il 7
febbraio il presidente francese di reca al Cremlino, il bilaterale tra i due
dura cinque ore.
L’obiettivo di Parigi, fermare l’escalation
militare ai confini dell’Ucraina, risulta fallita.
Poco più di due settimane dopo la Russia
bombarda Kiev.
In
Florida.
Intanto
l’inviato di Mosca Kirill Dmitriev è rimasto in Florida per proseguire il
dialogo con gli Usa anche di domenica.
I nodi
da sciogliere sono ormai noti, a partire dal destino delle ultime porzioni di
Donetsk ancora sotto il controllo degli ucraini – che Mosca vorrebbe gli
venissero concesse all’interno dell’accordo di pace – e le garanzie di
sicurezza, compreso il possibile dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina
una volta raggiunto il cessate il fuoco.
Nel frattempo le forze russe rafforzano la
loro posizione nel negoziato guadagnando terreno sul fronte.
E
tentano di sfondare anche a Sumy, con una rinnovata offensiva nella regione
settentrionale relativamente risparmiata dagli intensi combattimenti terrestri.
E il
difensore civico ucraino ha denunciato che le truppe di Mosca hanno rapito e
portato in Russia 50 civili dal villaggio, in quella che rappresenta «una grave
violazione del diritto internazionale».
Ursula
e Merz: una Sconfitta Disastrosa!
Conoscenzealconfine.it
– (21 Dicembre 2025) - Luigi Tedeschi- ci dice:
La
linea della Commissione e della Germania, che prevedeva l’utilizzo degli asset
russi congelati in Europa per 210 miliardi, a sostegno dell’Ucraina, ha subito
una clamorosa debacle.
È
stato approvato un finanziamento di 90 miliardi costituito mediante il debito
comune:
la UE
emette eurobond per gli armamenti, ma si è sempre rifiutata di creare un debito
comune a sostegno dell’economia e del welfare dei paesi europei. A determinare
la sconfitta di Merz e della Von der Leyen è plausibile che sia stato
l’avvertimento dell’agenzia di rating americana Fitch, che aveva minacciato”
Euro clear” di declassamento.
La UE
vuole proseguire ad libitum la guerra per interposta Ucraina. Ma sulla UE
incombe lo spettro della pace, che ne provocherebbe la fine.
Il
Consiglio europeo del 18 dicembre tuttavia si è concluso con una sconfitta
devastante per i vertici della UE.
La
linea della Commissione e della Germania, che prevedeva l’utilizzo degli asset
russi congelati in Europa per 210 miliardi, a sostegno dell’Ucraina, ha subito
una clamorosa debacle, dovuta all’opposizione, oltre che del Belgio (paese in
cui ha sede “Euro clear”, depositaria di 185 miliardi di asset russi), di altri
paesi, quali l’Italia, la Francia, l’Ungheria, la Bulgaria, la Repubblica Ceca,
la Slovacchia, Malta.
Si è
verificata una frattura interna alla UE, suscettibile di produrre
conflittualità insanabili tra i paesi membri dagli effetti potenzialmente assai
rilevanti nel prossimo futuro.
Si è
optato, in sede di Consiglio europeo, per un finanziamento di 90 miliardi per
il biennio 2026 – 2027, con le sole garanzie del bilancio pluriennale
comunitario.
Per ottenere il voto unanime dei paesi membri,
si è raggiunto un compromesso consistente nell’esentare a prestare garanzie in
futuro su tale prestito l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia.
Trattasi
di un finanziamento costituito mediante il debito comune: una misura che si
configura come una mortificante sconfitta per la Germania e i paesi frugali, da
sempre avversi a qualsiasi ipotesi di emissione di eurobond.
Il
ricorso al debito comune, seppur alternativo alla confisca degli asset russi,
rappresenta una manovra varata dalla UE in spregio agli interessi dei popoli
europei:
la UE
emette eurobond per gli armamenti, ma si è sempre rifiutata di creare un debito
comune a sostegno dell’economia e del welfare dei paesi europei.
I 90 miliardi inoltre, si aggiungono a quelli
previsti dal “Re Arm Europe” e dall’impegno assunto dai paesi UE di destinate
il 5% del Pil al riarmo. L’industria degli armamenti made in USA (con i
connessi titoli in borsa), viene ulteriormente finanziata a spese degli
europei.
La
rinuncia all’utilizzo degli asset russi, non ha però placato l’ostilità di
Mosca nei confronti dell’Europa.
Gli
asset russi restano infatti congelati a tempo indeterminato. Il cancelliere
tedesco Merz ha dichiarato che l’Ucraina potrà rimborsare il prestito solo
successivamente al risarcimento dei danni di guerra da parte della Russia.
Nel caso in cui la Russia si rifiutasse, la UE
si rivarrebbe sugli asset russi congelati a titolo di rimborso coattivo del
prestito.
A
parte l’assurda pretesa che siano gli sconfitti della UE – Nato ad imporre il
risarcimento dei danni di guerra alla potenza vincitrice, da tale
dichiarazione, emerge chiaramente la volontà della UE di proseguire ad libitum
la guerra, per interposta Ucraina, si intende.
Nella
assurda prospettiva di un futuribile crollo della Russia, del tutto irreale.
La
Banca Centrale russa inoltre, ha intentato una causa contro “Euro clear”, con
la pretesa di un risarcimento di 230 miliardi.
La
Banca Centrale russa infatti accusa la UE di attività illecite, in quanto
quest’ultima si sarebbe resa responsabile di “furto di beni sovrani”,
deliberandone il sequestro a tempo indeterminato.
Una
sentenza interna favorevole alla Russia, non sarebbe valida nel contesto
internazionale, ma potrebbe essere usata come strumento di pressione, per
suscitare l’avversità dei paesi alleati con la Russia (Cina, Emirati Arabi
Uniti, Kazakistan ecc…), nei confronti della UE ed inficiare la credibilità
dell’euro nei mercati internazionali.
La
decisione della Commissione di utilizzare gli asset russi per finanziare
l’Ucraina, aveva peraltro riscosso l’ostilità degli stessi USA.
Infatti, nei 28 punti del piano di pace
proposto in novembre da Trump, era previsto che tali fondi dovessero essere
utilizzati congiuntamente da USA e Russia per la ricostruzione dell’Ucraina
stessa.
Gli
USA pertanto non avrebbero tollerato la sottrazione ad opera della UE di tali
asset, che avrebbero prodotto, nella prospettiva trumpiana, congrui profitti.
Ma
soprattutto, è da ritenersi plausibile che a far venir meno in sede di
Consiglio europeo il pressing congiunto di Merz e della Von der Leyen sia stato
l’avvertimento dell’agenzia di rating americana Fitch, che aveva minacciato “Euro
clear” (società controllata da J.P. Morgan), di declassamento “a causa di
potenziali problemi di liquidità legati ai piani dell’Ue per un prestito
all’Ucraina”.
In un sistema neoliberista, solo minacce di
stampo finanziario possono sortire effetti decisivi.
E per
un uomo della finanza prestato alla politica quale è Merz, quello del ricatto
finanziario è l’unico linguaggio comprensibile.
Gli
aiuti europei all’Ucraina, sia in denaro che in armamenti, sono assai diluiti
nel tempo.
Ma l’andamento della guerra si rivela sempre
più sfavorevole all’Ucraina.
Il
tempo incalza ed indurre l’Ucraina ad una massacrante resistenza in vista di
una impossibile vittoria, può solo provocare ulteriori migliaia di morti e
distruzioni senza fine, con l’effetto di farla prima o poi collassare e far
conseguire alla Russia una vittoria totale.
La UE
si è resa responsabile morale del disastro umanitario ucraino, con la
prospettiva di una definitiva disfatta che potrebbe compromettere la sua stessa
indipendenza.
La UE,
per esorcizzare i suoi fallimenti, si alimenta del prorogarsi della guerra,
onde dilazionare nel tempo la sua stessa fine. La guerra costituisce quindi il
farmaco salvavita per una UE ormai in coma profondo: siamo giunti ad una fase
di accanimento terapeutico. Ed il paziente UE sopravvive mediante l’emergenza
permanente, la censura, la repressione interna.
Sulla
UE incombe lo spettro della pace. Evidentemente per una UE, dissociata dalla
realtà e votata al suicidio, l’unica pace auspicabile potrebbe essere quella
del cimitero della storia in cui verrà sepolta, senza viatico e rimpianto
alcuno.
(Luigi
Tedeschi).
(centroitalicum.com/ursula-e-merz-una-sconfitta-disastrosa/).
Putin
è «pronto al dialogo»
con il
leader di un importante Paese europeo.
Money.it - Ilena D’Errico – (21 Dicembre 2025)
– ci dice:
Putin
è «pronto al dialogo» con il leader di un importante Paese europeo.
Come
generare innovazione dal recupero sostenibile delle tradizioni.
L’importanza
dei dati per raccontare e supportare la crescita delle imprese italiane.
Proseguono,
seppur zoppicando, le trattative con la Russia e l’Ucraina per tentare di
arrivare alla fine del conflitto.
Un
obiettivo che a distanza di mesi e mesi non appare molto più vicino, nonostante
gli sforzi diffusi di molti Paesi, dagli Stati Uniti all’Unione europea.
Adesso, tuttavia, un nuovo vento di speranza
apre le porte ai colloqui del Cremlino con l’Occidente.
L’apertura verte su Mosca e Parigi, con una rinnovata
possibilità di colloquio che fa tornare un po’ di ottimismo, anche se ormai
sappiamo di non poter festeggiare prima del tempo.
L’appiglio
è infatti una recente dichiarazione del presidente russo, in risposta alle
parole di Emmanuel Macron ai margini di un vertice comunitario legato al
sostegno dell’Ucraina.
Visto che Putin si è detto pronto al dialogo
con il leader di questo importante Paese europeo potrebbero esserci le basi per
allargare spazio nella trattativa anche all’Europa.
Non
resta che attendere lo sperato incontro e auspicare che la Francia getti le
basi per un progetto comune di pace.
Putin
pronto al dialogo con la Francia.
Il
presidente francese Macron ha parlato delle trattative con “la Russa” a
Bruxelles, evidenziando che qualcuno ha ripreso a parlare direttamente con
l’omologo russo, facendo riferimento sostanzialmente agli Stati Uniti.
Donald
Trump ha di fatto ricominciato a colloquiare direttamente con Mosca, perciò se
l’Europa non vuole un confronto quasi monopolizzato da pochi attori dello
scenario internazionale è il momento di farsi avanti.
Come ricordato da Macron, infatti, non sarebbe
“ottimale” lasciare che qualcuno conduca in solitudine le trattative con la
Russia, essendo piuttosto opportuno che gli europei facciano la loro parte.
Noi,
europei e ucraini, abbiamo interesse a trovare il quadro per riavviare questa
discussione nella giusta forma.
Queste
le parole del presidente francese, dopo aver dichiarato di ritenere utile
parlare con Putin.
La risposta del Cremlino non si è fatta
attendere.
Il giorno successivo, vale a dire ieri, si è
espresso per mezzo del portavoce “Dmitry Peskov”.
Quest’ultimo ha spiegato che il presidente
Putin è disponibile e pronto al dialogo con la Francia, utilizzando lo spazio
di un’importante conferenza stampa annuale.
Un
approccio gradito all’Eliseo, che ha visto nella comunicazione pubblica della
Russia l’assunzione di un impegno importante.
La
presidenza francese, in particolare, è pronta a discutere di un incontro già in
questi giorni, per non lasciarsi sfuggire l’apertura della Russia.
Nel
frattempo, il lavoro degli Stati Uniti - che piaccia o meno nelle modalità e
finalità - continua su un doppio binario.
Membri
dell’amministrazione Trump stanno conducendo attivamente il dialogo sia in
Russia che in Ucraina, mentre proseguono anche le discussioni con gli europei
per trovare un punto d’incontro soddisfacente.
Lo
spazio, almeno apparente, riservato a Parigi potrebbe rivelarsi determinante
soprattutto alla luce del “niet” russo sul trilaterale con Usa e Ucraina.
Nonostante
ciò, proseguono a Miami le trattative, guidate da “Steve Witkof”f e” Jared
Kushner” per la Casa Bianca e “Kirill Dmitriev “per il Cremlino.
Dmitriev, in particolare, ha fatto sapere che
le discussioni si stanno svolgendo in modo costruttivo, ma la Russia giudica negativamente
l’intervento europeo nelle modifiche del piano di pace.
Secondo
Mosca, Kiev sta ostacolando le trattative in questo modo, l’ennesima
giustificazione per rimandare un incontro dirimente per la possibile tregua.
Nel frattempo l’Ucraina, peraltro, ritiene di
aver già fatto abbastanza sacrifici per dover rendere ulteriori concessioni a
Mosca, complicando involontariamente un negoziato già precario e sbilanciato.
Che sia l’intervento francese a risolvere questi anni
di guerra è improbabile, ma si può ancora sperare che sia questo il tanto
atteso innesto per sbloccare davvero le trattative.
Guerra
Ucraina Russia, Mosca frena
sul
vertice a tre ma apre a colloqui con Macron.
Tg24.Sky.it
– (22 dicembre 2025) – Live Mondo – Redazione Ansa – ci dice:
Il
Cremlino esclude l'ipotesi di un trilaterale Usa-Ucraina-Russia, ma apre a
colloqui con la Francia.
"Putin è pronto al dialogo con
Macron", secondo il portavoce di Mosca. L'Eliseo sottolinea che ora
"con la prospettiva di una tregua è di nuovo utile parlare con
Mosca".
La Russia "resta pienamente impegnata a
raggiungere la pace in Ucraina", ha detto “Witkoff “al termine degli
incontri del weekend a Miami.
Non ci
sarebbe alcun trilaterale all'orizzonte, ma una apertura per colloqui con la
Francia.
Mosca esclude l'ipotesi di un incontro
Usa-Ucraina-Russia, eppure secondo il Cremlino "Putin è pronto al dialogo
con Macron".
L'Eliseo
sottolinea che ora "con la prospettiva di una tregua è di nuovo utile
parlare con Mosca".
La
Russia "resta pienamente impegnata a raggiungere la pace in Ucraina",
ha detto “Witkof”f al termine degli incontri del weekend a Miami.
Cosa
prevede il piano segreto Usa-Russia per la pace.
Cosa
sappiamo dell'operazione "Sentilla dell'Est" della Nato".
Tomahawk,
come funzionano i missili che potrebbero cambiare la guerra in Ucraina.
Da “Bucha
a Kramatorsk”, fino all'ospedale pediatrico di Kiev: le peggiori stragi di
civili.
Armi
nucleari tattiche: cosa sono, le differenze con le strategiche, gli effetti.
Ricevere
le notizie di Sky TG24.
Africa,
Mosca accusa Occidente di "azioni irresponsabili."
Durante
un briefing con gli addetti militari delle ambasciate straniere a Mosca, il
capo di stato maggiore delle forze armate russe, generale Valerij Gerasimov, ha
accusato nuovamente l'Europa e "l'Occidente collettivo" di
"azioni irresponsabili".
Secondo
la teoria-Gerasimov, che non e' la prima volta che pronuncia queste accuse,
quasi tutte le regioni dell'Africa stanno affrontando conflitti e crisi interne
e la ragione principale di cio' sono proprio le azioni irresponsabili
dell'Occidente collettivo.
Cremlino:
Dmitriev informerà Putin su colloqui Miami.
L'inviato
del Cremlino, Kirill Dmitriev, informera' oggi il presidente russo Vladimir
Putin, al suo ritorno dagli Stati Uniti, sui risultati dei negoziati per una
soluzione pacifica in Ucraina, svoltisi nel fine settimana a Miami, lo annuncia
il Cremlino. "Dovrebbe arrivare a Mosca. E' ancora in viaggio. E' un lungo
viaggio. Non appena arrivera', informera' il presidente", ha dichiarato il
portavoce presidenziale Dmitry Peskov durante la sua conferenza stampa
telefonica quotidiana. Ieri Peskov aveva commentato che Dmitriev si era recato
negli Stati Uniti per conoscere i risultati delle consultazioni tra americani,
ucraini ed europei a Berlino.
Cremlino:
Putin immediatamente informato della morte del generale.
Il
portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato che i servizi
segreti hanno immediatamente segnalato al presidente Vladimir Putin l'attentato
in cui ha perso la vita il generale Fanil Sarvarov. "I servizi segreti
riferiscono immediatamente", ha affermato il portavoce del Cremlino,
citato dall'agenzia di stampa Interfax. Peskov ha risposto alla domanda se il
presidente russo fosse stato informato dell'omicidio del capo del Dipartimento
di addestramento operativo dello Stato maggiore. Oggi il presidente russo si
trova a San Pietroburgo per prendere parte ai tradizionali incontri di fine
anno dei leader dei Paesi della Csi, Comunità di stati indipendenti e
dell'Unione economica eurasiatica che quest'anno si tengono tra il 21 e 22
dicembre.
10:02.
Sarvarov,
il generale promosso da Putin dalla Cecenia all'Ucraina.
Fanil
Sarvarov, classe 1969, era nato nella regione di Perm (Urali) e si era formato
nelle accademie militari delle forze corazzate e dello Stato maggiore. Ora era
a capo della Direzione per l'Addestramento operativo del ministero della
Difesa. Nel 2024, aveva ricevuto dal presidente russo Vladimir Putin il grado
di generale luogotenente. Tra il 1992 e il 2003 Sarvarov ha partecipato alle
operazioni di combattimento durante il conflitto osseto-inguscio e
all'operazione antiterrorismo in Cecenia. Nel periodo 2015-2016 ha preso parte
all'intervento delle forze armate russe in Siria. In seguito alla
partecipazione all'Operazione militare speciale Ucraina è stato inserito
nell'elenco dei presunti "criminali di guerra", del portale web
ucraino "Mirotvorets" (Peacemaker). Nel corso della carriera, è stato
insignito dell'Ordine del Coraggio, dell'Ordine "Al Merito della
Patria" e dell'Ordine "Al Merito Militare".
09:28
Kiev:
"Distrutti in un'operazione due caccia russi a Lipetsk."
Nella
notte tra il 20 e il 21 dicembre, è scoppiato un incendio in un aeroporto
militare russo vicino a Lipetsk, dove due caccia russi, un Sukhoi Su-30 e un
Su-27, sono stati incendiati, secondo quanto riferisce l'Intelligence militare
ucraina (Gur), citata da Rbc-Ukraine. "A seguito di un'operazione
dell'Intelligence della Difesa ucraina, condotta direttamente da un
rappresentante del movimento di resistenza contro il regime criminale russo,
entrambi i velivoli militari dell'aggressore sono stati distrutti", ha
dichiarato il Gur in un comunicato. Il valore complessivo stimato dei due
caccia utilizzati dalla Russia nella sua guerra contro l'Ucraina potrebbe
raggiungere i 100 milioni di dollari. "Lo studio dei percorsi di
pattugliamento e dei turni di guardia ha reso possibile penetrare di nascosto
nella struttura militare dello Stato aggressore, colpire i Sukhoi direttamente
all'interno di un hangar protettivo per aerei e poi lasciare l'aeroporto senza
ostacoli", ha aggiunto il Gur.
08:39
Mosca:
assassinato generale stato maggiore, sospettiamo Kiev.
"Un ordigno piazzato sotto il telaio di
una automobile è stato fatto esplodere la mattina del 22 dicembre (...) a Mosca
e il gen. Fanil Sarvarov, capo del Dipartimemto di addestramento operativo
dello Stato maggiore russo, è morto a causa delle ferite riportate". Lo
scrive l'agenzia russa Tass, che cita la
portavoce del comitato investigativo russo, Svetlata Petrenko, aggiungendo che
le autorità sospettano la mano dei servizi ucraini nell'attentato. Poco prima
si era saputo dell'esplosione di un'auto nel cortile di un palazzo nella zona
sud di Mosca.
Mosca,
morto in attentato il generale russo Sarvarov. Accuse a Kiev.
08:34
Tajani:
"La comunicazione con Putin coinvolga tutta l'Europa, non solo un Paese."
"Va
certamente bene riaprire un canale di comunicazione, ma il canale deve essere
europeo: non può essere solo di un solo Paese. La cosa rilevante è che Putin
torni a parlare con l'intera Europa". Così il ministro degli Esteri
Antonio Tajani, in un'intervista al Resto del Carlino, commentando l'apertura
di Putin a un possibile incontro con il presidente francese Emmanuel Macron da
parte di Mosca.
07:57
A
Mosca esplode un'auto, un ferito.
Un'automobile
è esplosa nel cortile di di un edificio nella zona sud di Mosca e almeno una
persona è rimasta ferita, secondo quanto scrive la Tass e l'emittente Tv Ren.
L'esplosione è avvenuta intorno alle 7.00 locali in via Yasenevaya. Il
quotidiano Moskoovsky Komosomolets riferisce che la vittima è un uomo di 56
anni.
07:56
Russia:
"Imbarcazioni danneggiate in attacco droni a Krasnodar."
Un
attacco con droni attribuito all'Ucraina ha danneggiato due moli e due
imbarcazioni nella zona di Volna, nella regione russa di Krasnodar. E' quanto
affermano le autorità locali, come riporta l'agenzia russa Tass. "Due moli
e due imbarcazioni risultano danneggiati nella località di Volna a causa di un
attacco di droni. Tutte le persone che erano a bordo sono state
trasferite", fanno sapere, precisando che "non ci sono vittime tra
l'equipaggio e il personale a terra" e che prosegue l'intervento per
domare le fiamme. Stando alle notizie della Tass, l'area interessata
dall'incendio è di circa 1.000 - 1.500 metri quadrati.
07:45.
Odessa
al buio per raid russi, danni nel Dnipropetrovsk.
Attacchi
notturni delle forze russe hanno colpito un'infrastruttura critica a Odessa,
lasciando parte dei quartieri cittadini senza elettricità. Lo ha riferito su
Telegram il capo dell'amministrazione militare di Odessa, Serhii Lysak, secondo
quanto riportato da Ukrinform. Secondo le informazioni diffuse da fonti locali,
un'infrastruttura critica della città è stata danneggiata durante due attacchi
nemici durante la notte. Di conseguenza, parte di uno dei quartieri cittadini è
rimasta temporaneamente senza elettricità. Un uomo di 30 anni è rimasto ferito
edè stato portato in ospedale con ferite da schegge in condizioni moderate.
Sempre nella regione di Odessa, il traffico sull'autostrada M-15 Odessa-Reni è
stato ripristinato dopo che era stata temporaneamente chiusa per un attacco
russo su un ponte vicino al villaggio di Maiaky. Nelle ultime ore, le forze
russe hanno bombardato anche quattro aree della regione di Dnipropetrovsk,
innescando incendi e causando distruzione. Lo ha riferito su Telegram il capo
ad interim dell'amministrazione militare regionale di Dnipropetrovsk, Vladyslav
Haivanenko. "Durante la notte, il nemico ha diretto i droni verso
Pavlohrad. Un'auto e un edificio non operativo hanno preso fuoco. L'incendioè
stato spento. A Kryvyj Rih, un incendio e' scoppiato a seguito di un attacco
con un drone ed è stato spento. Edifici amministrativi, due condomini e
autovetture sono stati danneggiati", ha dichiarato la fonte. I droni russi
hanno colpito inoltre la comunita' di Vasylkivka, nel distretto di Synelnykove,
danneggiando alcune case private. "Nel distretto di Nikopol, l'aggressore
ha attaccato con droni Fpv e ha bombardato con l'artiglieria. Gli attacchi
hanno colpito le comunità di Nikopol e Pokrovske", ha aggiunto Haivanenko.
Le forze di difesa aerea hanno distrutto tre droni nella regione di
Dnipropetrovsk, secondo il comando aereo. Su Facebook, lo stato maggiore delle
Forze armate ucraine ha riferito inoltre che le perdite totali in combattimento
delle forze russe dal 24 febbraio 2022 al 22 dicembre 2025 hanno raggiunto
circa 1.197.860 unità, di cui 1.120 eliminate nell'ultimo giorno. Secondo la
stessa fonte, nelle ultime 24 ore si sono verificati 200 scontri lungo la linea
del fronte, più di 70 dei quali nei settori di Pokrovsk e Kostiantynivka.
07:31.
Ucraina,
telefonata Trump-Starmer: "Impegno pace giusta e duratura."
La
guerra Russia-Ucraina e gli sforzi per raggiungere una pace giusta e duratura
sono stati gli argomenti affrontati dal premier britannico Keir Starmer in una
conversazione telefonica con il presidente Usa Donald Trump. Lo ha riportato
l'ufficio stampa del governo britannico, secondo quanto riferito dal sito
Ukrinform. "I due leader hanno iniziato riflettendo sulla guerra in
Ucraina. Il primo ministro ha aggiornato il presidente Trump sul lavoro della
Coalizione dei Volenterosi per sostenere il raggiungimento di un accordo di
pace e garantire una fine giusta e duratura delle ostilità", si legge
nella dichiarazione. Inoltre, i due leader hanno discusso della situazione
nella Striscia di Gaza. Starmer ha anche informato il presidente Usa della
nomina del nuovo Ambasciatore britannico a Washington, Christian Turner.
07:17.
Mosca,
41 droni ucraini abbattuti da ieri sera sulle regioni russe.
Mosca
afferma che da ieri sera le difese aeree hanno intercettato e distrutto 41
droni ucraini sulle regioni russe. Lo riporta l'agenzia di stampa Tass, citando
il Ministero della Difesa.
07:17.
Dmitriev
lascia Miami: "Grazie, la prossima volta a Mosca."
L'inviato
speciale del presidente russo Vladimir Putin e ceo del Fondo russo per gli investimenti
diretti (Rdif), Kirill Dmitriev, ha lasciato intendere che il prossimo incontro
tra le delegazioni russa e statunitense sull'Ucraina potrebbe svolgersi a
Mosca. "Grazie, Miami. La prossima volta: Mosca", ha scritto Dmitriev
sulla sua pagina X accompagnando il post con una sua foto con una maglietta con
la scritta 'La prossima volta a Mosca' e la firma di Putin. Il 15 agosto in
Alaska il leader russo aveva suggerito in inglese al suo omologo statunitense
Donald Trump che il prossimo incontro si sarebbe tenuto a Mosca: in una
conferenza stampa congiunta per riassumere i risultati del vertice di Anchorage
il presidente Usa aveva dichiarato di non vedere l'ora di rivedere presto il
leader russo; "la prossima volta a Mosca?", aveva risposto Putin con
un sorriso. Dmitriev ha concluso ieri sera due giorni di colloqui con gli Stati
Uniti sull'Ucraina ed è ripartito da Miami.
07:08.
Ucraina,
colloqui a Miami definiti "costruttivi."
“Witkoff”:
"La
Russia resta impegnata a raggiungere la pace in Ucraina"
"La
Russia resta pienamente impegnata a raggiungere la pace in Ucraina". Lo ha
detto l'inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, al termine degli
incontri del weekend a Miami. "La Russia apprezza molto gli sforzi e il
sostegno degli Stati Uniti per risolvere il conflitto ucraino e ristabilire la
sicurezza globale", ha aggiunto il funzionario senza tuttavia precisare se
ci siano stati dei progressi nei colloqui.
06:58.
Guerra
in Ucraina e aiuti a Kiev, ecco quanto ha speso l’Italia e cosa chiede l’Ue.
Si è
riacceso il dibattito riguardo agli aiuti militari da inviare a Kiev. Il nostro
Paese, dall’inizio della guerra russa, ha dato all’Ucraina in armi un paio di
miliardi scarsi: si tratta di 28 euro pro capite di aiuti militari, contro ad
esempio i 1.526 euro pro capite della Danimarca. La richiesta dell’Ue per il
2026 è molto più alta e dove trovare i fondi resta un rebus che accomuna tutta
l’Europa. Anche di questo si è parlato a Numeri, l’approfondimento di Sky TG24,
nella puntata del 2 dicembre.
Guerra
in Ucraina, ecco quanto ha speso l’Italia e cosa chiede l’Ue
06:52.
Ucraina,
la vittoria della Russia non è scontata. Cosa dicono le mappe.
I
negoziati per arrivare alla fine della guerra in Ucraina proseguono.
Faticosamente, ma proseguono. La Russia sta cercando di spingere Kiev ad
accettare le proprie condizioni – dall’annessione dei territori come Donbass e
Kherson alla rinuncia ai piani per entrare nella Nato – facendo leva sul fatto
che comunque non riuscirebbe mai a vincere. La realtà sul campo di battaglia,
tuttavia, sembra indicare uno scenario diverso, anche se per proseguire, va
detto, l'Ucraina ha bisogno di costante supporto esterno.
Cosa
sono gli asset russi congelati,
quanto
valgono e la reazione dell’UE.
Geopop.it
– (23 Dicembre 2025) – Andrea Gaspardo - ci dice:
Gli
asset russi sono risorse economiche e beni materiali sia dello Stato russo sia
di soggetti privati che sono stati congelati nel 2022, allo scoppio della
guerra tra Russia e Ucraina.
Con il
prestito di 90 miliardi a tasso zero, Kiev potrebbe andare avanti per circa due
anni.
Negli
ultimi giorni si sta parlando molto di “asset russi” congelati, in relazione
all’idea di utilizzare questi asset come garanzia o base di un prestito da
circa 90 miliardi di euro all’Ucraina:
un’ipotesi
che al momento non è stata realizzata a causa della mancanza di consenso
politico e dei rischi legali percepiti dagli Stati membri.
Ma
quando parliamo di asset russi, di che cosa stiamo parlando esattamente?
Si
tratta principalmente di beni finanziari dello Stato russo, soprattutto di
riserve della Banca centrale detenute all’estero e (in parte) di beni di
individui e aziende russe sanzionati.
Questi
asset sono stati congelati nei paesi occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina
(24 febbraio 2022), ma non confiscati in via definitiva, e si trovano nei
territori sotto la giurisdizione dei paesi dell'Unione Europea, degli Stati
Uniti, del Canada, del Giappone e di altri Stati che partecipano allo sforzo
congiunto contro le proprietà russe all’estero.
Ad
ogni modo, va tenuto a mente che le prime sanzioni occidentali contro la Russia
non risalgono al 2022, bensì al 2014, ossia all’indomani dell’annessione
forzata della Crimea e dell’inizio della guerra nel Donbass. In quella fase
l’Unione Europea e i paesi occidentali avviarono le prime tornate di sanzioni,
soprattutto contro figure politiche e militari della Federazione Russa.
Non
solo beni dello Stato: le sanzioni colpiscono anche gli individui.
Le
sanzioni non riguardano solo lo Stato russo, ma si applicano anche a individui
collegati alla Russia — cittadini russi ma non solo — riconosciuti colpevoli o
coinvolti in attività di sabotaggio, interferenza elettorale, disinformazione e
altre azioni volte a destabilizzare l’UE e l’Occidente in generale.
Esiste
inoltre un livello ulteriore di sanzioni dirette contro asset di natura
personale appartenenti a individui responsabili di gravi violazioni dei diritti
umani, in particolare membri della nomenclatura putiniana.
Per
queste persone è previsto anche il divieto di viaggio o di transito nei paesi
occidentali.
Dove
si trovano gli asset congelati e a quanto ammontano.
La
quantificazione complessiva degli asset congelati è complessa.
I dati
disponibili si riferiscono principalmente agli asset dello Stato russo e ai
conti detenuti all’estero dalla banca centrale russa.
La
maggior parte di questi beni si trova sotto la giurisdizione dell’Unione
Europea, ma asset rilevanti sono presenti anche in Nord America, in Giappone e
in altri paesi.
All’interno
dell’UE, il Belgio è il paese che detiene la quota maggiore, con circa 210
miliardi di dollari di asset russi sequestrati.
Seguono la Francia con 22,3 miliardi di
dollari e il Lussemburgo con 11,7 miliardi.
Al di
fuori dell’Unione Europea, il Regno Unito ha congelato asset per 31,6 miliardi
di dollari, mentre la Svizzera ne detiene circa 7,3 miliardi.
Fuori
dal continente europeo spicca il Giappone, che con 31,8 miliardi di dollari di
asset sequestrati risulta il secondo paese al mondo dopo il Belgio.
Completano
il quadro Canada e Stati Uniti, che hanno congelato rispettivamente 17,7 e 5,5
miliardi di dollari.
Nel
complesso, si tratta di circa 340 miliardi di dollari, riferiti esclusivamente
ad asset dello Stato russo e non a beni di proprietà di individui.
Ad
ogni modo, va detto che il valore di questi asset congelati varia nel tempo a
causa dell'inflazione e per la presenza di strumenti finanziari fruttiferi che
producono interessi.
Asset
russi: non bastano per la ricostruzione dell’Ucraina.
La
confisca vera e propria e il riutilizzo di questi asset è un'ipotesi che apre
un vero e proprio vaso di Pandora sul piano giuridico:
una confisca definitiva, infatti,
equivarrebbe, dal punto di vista del diritto internazionale, a
un’espropriazione forzata di beni di uno Stato sovrano.
Qualsiasi
futura leadership russa potrebbe rivendicare la restituzione di questi beni,
anche ricorrendo a pressioni politiche o azioni legali.
L’idea
di utilizzare questi fondi per la ricostruzione dell’Ucraina presenta ulteriori
problemi.
In primo luogo, la quantificazione dei danni:
alcune stime parlano di circa 400 miliardi di
dollari, altre arrivano fino a un trilione.
Poiché il conflitto è ancora in corso, è
estremamente difficile stabilire una cifra definitiva.
In
ogni caso, appare ormai assodato che i danni subiti dall’Ucraina superino
ampiamente il valore complessivo dei beni russi congelati all’estero, sia
quelli statali sia quelli appartenenti agli oligarchi sanzionati.
L’utilizzo
diretto di questi asset per finanziare la ricostruzione o sostenere lo sforzo
bellico di Kiev aprirebbe scenari di contenzioso legale difficilmente
gestibili.
Proprio
per questo, fino a oggi, i paesi occidentali hanno evitato di intaccare il
nucleo principale degli asset sequestrati nel 2022, il più rilevante in termini
di valore.
Sanzioni
anche oltre la Russia: Bielorussia, Moldavia e Ucraina.
Il
regime sanzionatorio dell’Unione Europea non si applica solo alla Russia, ma
anche alla Bielorussia, alla Moldavia e alla stessa Ucraina. Nel caso della Bielorussia, sono
colpite le realtà coinvolte nella produzione di tecnologie a duplice uso e nel
sostegno logistico, finanziario e commerciale alla Federazione Russa.
Per
quanto riguarda la Moldavia, le sanzioni si applicano ai soggetti che, in collaborazione
con Mosca, minacciano la sovranità e la sicurezza del paese.
Infine, nel caso dell’Ucraina, il regime sanzionatorio colpisce
individui che, dal 2014 a oggi, hanno sostenuto le operazioni russe o hanno
minato la sicurezza e la dignità dello Stato ucraino, includendo anche figure
interne al paese ritenute responsabili di violazioni dei diritti umani o di
appropriazioni indebite di fondi pubblici o occidentali.
(geopop.it/cosa-sono-gli-asset-russi-congelati-quanto-valgono-e-la-reazione-dellue/).
(geopop.it/).
Gaza:
Come si Pianifica un Genocidio
Conoscenzealconfine.it
– (22 Dicembre 2025) - Jonathan Cook e Davide Malacaria – ci dicono:
“Non è
solo che siamo rimasti impantanati in controversie senza fine sull’affidabilità
delle autorità sanitarie di Gaza o su quanti di quei morti siano combattenti di
Hamas (nonostante le campagne di disinformazione israeliane, l’esercito
israeliano stesso ritiene che oltre l’80% dei morti siano civili);
o che questi ‘dibattiti’ ignorino sempre il
fatto che, fin dall’inizio, Israele ha distrutto la capacità di Gaza di contare
i propri morti, distruggendo gli uffici governativi e gli ospedali
dell’enclave, da cui discende che la cifra di 70.000 morti è probabilmente una
drastica sottostima.
No, il
trucco più grande è che Israele è riuscito a trascinarci tutti in un
‘dibattito’ completamente scollegato dalla realtà, che riguarda solo quelli che
sono stati uccisi direttamente dalle sue bombe e dai colpi d’arma da fuoco.
La
verità è che un numero molto, molto più grande di persone di Gaza è stato
ucciso volutamente da Israele non attraverso mezzi diretti, ma attraverso
quelli che gli statistici chiamano mezzi ‘indiretti’.
Tutte
queste persone sono state uccise da Israele, che ha distrutto le loro case e le
ha lasciate senza riparo.
Da
Israele, che ha distrutto le loro risorse idriche, le infrastrutture elettriche
e i sistemi igienico-sanitari.
Da
Israele, che ha raso al suolo i loro ospedali.
Da
Israele, che li ha fatti morire di fame.
Da
Israele, che ha creato le condizioni perfette per la diffusione delle malattie.
L’elenco
dei modi in cui Israele sta uccidendo le persone a Gaza è infinito.
Immaginate
le vostre società devastate come Gaza.
Per
quanto tempo sopravviverebbero i vostri genitori anziani in questo inferno?
Come se la caverebbe il tuo bambino diabetico
o tua sorella con l’asma o tuo fratello con il cancro?
Quanto
facilmente ti ammaleresti di polmonite o di raffreddore se avessi consumato
solo un pasto frugale al giorno per mesi e mesi?
Come affronterebbe tua moglie un parto
difficile se non ci fossero anestetici né un ospedale nelle vicinanze, o vi
fosse un ospedale a malapena funzionante e sovraffollato dalle vittime
dell’ultimo bombardamento israeliano?
E
quali sarebbero le probabilità che il tuo bambino sopravviva se sua madre non
riuscisse a produrre latte a causa delle restrizioni alimentari che l’hanno
ridotta alla fame?
E se
non potessi dargli il latte artificiale perché Israele ne blocca l’ingresso
nell’enclave?
E se
anche arrivasse, l’acqua inquinata non potesse essere mescolata al latte
artificiale?
Nessuna
di queste tipologie di decessi è compresa nella cifra di 70.000.
E tutti i precedenti riguardo le guerre,
dimostrano che sono molte più le persone che vengono uccise attraverso questi
mezzi indiretti rispetto a quelle uccise da ferite mortali causate direttamente
da bombe e proiettili.
Secondo
una lettera inviata a “The Lancet” da esperti del settore, studi su altre
guerre – la maggior parte delle quali molto meno distruttive di quella condotta
da Israele nella piccola enclave – indicano che le vittime indirette delle
guerre superano tra le tre e le quindici volte le vittime dirette.
Secondo
gli autori dello studio, un calcolo prudenziale medio indica che le vittime
indirette sono quattro volte superiori alle vittime dirette.
Ciò significherebbe che, come minimo, 280.000
palestinesi sono stati uccisi a Gaza a causa delle azioni di Israele.
Ma la realtà è probabilmente ancora peggiore.
E
questo evitando di menzionare le centinaia di migliaia di palestinesi che hanno
riportato ferite orribili e traumi psicologici.
Gli
strateghi israeliani che hanno pianificato questa guerra sanno perfettamente
come funziona questo rapporto diretto-indiretto.
Ecco
perché hanno scelto di distruggere quasi tutte le case di Gaza, di bombardare
le infrastrutture elettriche e idriche, i servizi igienici, di radere al suolo
gli ospedali e di bloccare gli aiuti mese dopo mese.
Sapevano
perfettamente che questa sarebbe stata la modalità con cui Israele avrebbe
potuto compiere un genocidio, potendo offrire ai suoi alleati – i governi
occidentali e il loro esercito di lobbisti – ‘un salvacondotto’ in cambio della
loro attiva complicità.
Il
cosiddetto ‘cessate il fuoco’ del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è
solo un ulteriore inganno in questo infinito gioco di specchi e di fumo.
L’agenzia
delle Nazioni Unite per la protezione dell’infanzia, l’”Unicef”, ha riferito
che meno di un quarto dei camion di aiuti umanitari sta entrando a Gaza
superando il persistente blocco israeliano, nonostante gli impegni israeliani
concordati nell’ambito del ‘cessate il fuoco’.
A quanto pare, ciò non viene registrato come
una grave violazione del cessate il fuoco.
Passa
inosservato.
L’”Unicef”
ha aggiunto che, solo nel mese di ottobre, cioè all’inizio del ‘cessate il
fuoco’, circa 18.000 neomamme e neonati hanno dovuto ricorrere alle cure
ospedaliere a causa della malnutrizione acuta.
Il
genocidio non è finito.
Israele
potrebbe aver rallentato il ritmo delle uccisioni dirette causate dal
bombardamento di Gaza, ma le uccisioni indirette continuano incessanti.
E così
anche il ‘dibattito’ orchestrato da Israele in Occidente, concepito per
oscurare e giustificare l’omicidio di massa della popolazione di Gaza”.
Peraltro,
le uccisioni dirette continuano (circa 360 i morti, 922 i feriti, di cui, al
solito, tanti sono bambini).
E alle
morti indirette vanno aggiunti i decessi causati dall’alluvione che si è
scatenata su Gaza la scorsa settimana, dal freddo e dai crolli delle case
lesionate.
Certo, non è Israele che ha causato la pioggia
(beh, la geoingegneria ormai è un fatto acclamato – nota di conoscenze al confine), ma le restrizioni imposte ai
palestinesi rendono la tempesta un flagello.
(Jonathan
Cook e Davide Malacaria).
(consortiumnews.com/2025/12/12/jonathan-cook-israels-biggest-con/).
(piccolenote.it/mondo/gaza-come-si-pianifica-un-genocidio).
Beni
russi congelati e crediti
all’Ucraina:
ha davvero
«prevalso
il buon senso»?
Analisidifesa.it
– (21 Dicembre 2025) - Giacomo Gabellini - Analisi Mondo – ci dice:
Nella
notte tra giovedì 18 e venerdì 19 dicembre, il Consiglio Europeo ha stabilito
che il finanziamento dell’Ucraina verrà espletato attraverso l’erogazione di un
prestito a tasso zero a favore di Kiev garantito dal bilancio europeo.
La
nuova linea di credito viene a configurarsi come una rete di sicurezza
fondamentale per scongiurare la bancarotta dell’Ucraina, alla disperata ricerca
di fondi per erogare stipendi e pensioni, riparare infrastrutture danneggiate
dagli attacchi russi e acquistare armi e munizioni.
L’intesa,
raggiunta con l’astensione di Slovacchia e Ungheria che non parteciperanno allo
sforzo al pari della Repubblica Ceca (che ha votato però a favore), sancisce la
marginalizzazione della linea oltranzista sposata dai vertici della Commissione
Europea (Ursula Von der Leyen e Kaja Kallas) e dal cancelliere Friedrich Merz
che puntava al reimpiego dei fondi russi congelati a favore dell’Ucraina, come
previsto dal piano d’azione predisposto dalla Commissione Europea.
Nel
dettaglio, la proposta prevedeva l’attivazione di una procedura di conversione
dei beni russi sottoposti a congelamento in garanzie per la concessione di un
“prestito di riparazione” volto a coprire parte sostanziale dei costi di difesa
e ricostruzione dell’Ucraina per il biennio 2026-2027 – periodo in cui, stima
il Fondo Monetario Internazionale, il Paese necessiterà di non meno di 137
miliardi di euro.
Lo stesso meccanismo subordinava l’estinzione
del debito contratto da Kiev con l’Unione Europea alla disponibilità della
Russia a risarcire l’Ucraina per i danni subiti.
Questa
opzione sembrava scontare il consenso maggioritario dell’Unione Europea,
specialmente alla luce del precedente pronunciamento del Consiglio d’Europa che
aveva aperto il varco alla soluzione preferita dai “falchi”.
Lo
scorso 12 dicembre, i rappresentanti di tutti i Paesi membri dell’Unione
Europea ad eccezione di quelli ungheresi e slovacchi avevano infatti votato a
favore del congelamento a tempo indeterminato di circa 210 miliardi di dollari
di asset riconducibili alla Bank of Russia, di cui 185 depositati presso “Euro clear”.
Il
provvedimento di immobilizzazione è attivo dal marzo 2022, ma fino al 12
dicembre scorso è stato rinnovato ogni sei mesi con l’approvazione unanime del
Consiglio d’Europa.
La
nuova misura ha di fatto accantonato i requisiti di unanimità e rinnovabilità a
cadenza semestrale previsti dai trattati europei per rendere la proposta di
congelamento dei beni russi approvabile a maggioranza qualificata (15 Paesi su
27 a condizione che rappresentino il 65% della popolazione dell’Unione Europea)
e applicabile a tempo indeterminato, in forza della clausola dell’articolo 122
del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea che ne vincola l’invocazione
alla sussistenza di «circostanze eccezionali».
L’articolo
stabilisce esplicitamente che, «fatte salve eventuali altre procedure previste
dai trattati, il Consiglio, su proposta della Commissione, può decidere, in uno
spirito di solidarietà tra Stati membri, le misure adeguate alla situazione
economica, in particolare qualora sorgano gravi difficoltà
nell’approvvigionamento di determinati prodotti, in particolare nel settore
dell’energia. Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente
minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze
eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della
Commissione, può concedere, a determinate condizioni, un’assistenza finanziaria
dell’Unione allo Stato membro interessato. Il presidente del Consiglio informa
il Parlamento Europeo della decisione adottata».
Nella
fattispecie, si trattava di evitare che Paesi sempre più recalcitranti ad
allinearsi alla politica del sostegno incondizionato all’Ucraina come Ungheria
e Slovacchia ponessero il veto sul rinnovo del regime sanzionatorio mesi dopo
che i fondi russi fossero stati riciclati come garanzia per l’apertura di una
linea di credito a favore dell’Ucraina, come previsto dal piano d’azione
predisposto dalla Commissione Europea.
Nel
qual caso, il Belgio in primis, sede di “Euro clear”, si sarebbe ritrovato
nell’impossibilità di restituire alla Russia i beni di sua spettanza in
conformità al decadimento delle sanzioni.
Alla
luce di siffatte “circostanze eccezionali” ravvisate dagli ideatori
dell’iniziativa, l’Unione Europea ha aperto il varco al congelamento a tempo
indeterminato degli asset russi nonostante l’opposizione di Ungheria e
Slovacchia e senza consultare il Parlamento Europeo.
Concepito
per fornire una risposta rapida a eventi eccezionali quali catastrofi naturali
e interruzioni improvvise negli approvvigionamenti energetici, l’articolo 122 è
stato quindi invocato per aggirare il principio dell’unanimità rispetto a una
questione di tutt’altra natura come l’immobilizzazione a tempo indeterminato
degli asset russi, alla luce delle crescenti difficoltà riscontrate dall’Unione
Europea e sottolineate dal Kiel Institute nel garantire regolare assistenza
all’Ucraina.
L’alto
rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea “Kaja Kallas” aveva
accolto con favore il pronunciamento, affermando che «l’Unione Europea ha
appena deciso di congelare a tempo indeterminato i beni russi. Questo
garantisce che fino a 210 miliardi di euro di fondi russi rimangano sul
territorio dell’Unione Europea, a meno che la Russia non paghi integralmente i
risarcimenti all’Ucraina per i danni causati. Continueremo ad aumentare la
pressione sulla Russia affinché prenda sul serio i negoziati».
Negoziati
che rischiavano verosimilmente di naufragare proprio per effetto dell’iniziativa
dell’Unione Europea, palesemente inconciliabile con il piano di pace
predisposto dall’amministrazione Trump.
Il
punto 13 del piano statunitense prevede che «la revoca delle sanzioni sarà
discussa e concordata in più fasi e caso per caso».
Il punto 14 stabilisce invece che «i fondi
congelati saranno utilizzati come segue:
100
miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti negli sforzi
guidati dagli Stati Uniti per ricostruire l’Ucraina e investire nel Paese.
Gli Stati Uniti riceveranno il 50% dei
profitti derivanti da questa iniziativa.
L’Europa
aggiungerà 100 miliardi di dollari per incrementare gli investimenti
disponibili finalizzati alla ricostruzione dell’Ucraina.
I
fondi europei sottoposti a congelamento saranno sbloccati.
La
parte rimanente dei fondi russi congelati sarà investita in un veicolo di
investimento separato tra Stati Uniti e Russia che implementerà progetti
congiunti in aree specifiche.
Questo
fondo sarà finalizzato a rafforzare le relazioni e ad accrescere gli interessi
comuni per creare un forte incentivo a non tornare al conflitto».
La reazione di “Orban” e “De Wever”.
Il
primo ministro magiaro Viktor Orban, dal canto suo, aveva reagito al voto del
12 dicembre formulando un implacabile atto d’accusa nei confronti dell’Unione
Europea:
«oggi – ha tuonato Orban – i cittadini di
Bruxelles attraversano il Rubicone.
A
mezzogiorno si terrà una votazione scritta che causerà danni irreparabili
all’Unione.
L’oggetto
del voto sono i beni russi congelati, su cui gli Stati membri dell’Unione
Europea hanno finora votato ogni 6 mesi e adottato una decisione unanime.
Con la
procedura odierna, i brussellesi aboliscono il requisito dell’unanimità con un
solo colpo di penna, il che è chiaramente illegale».
Con la
decisione del 12 dicembre, ha proseguito Orban, «lo Stato di diritto
nell’Unione Europea giunge al termine e i leader europei si pongono al di sopra
delle regole.
Anziché
garantire il rispetto dei trattati dell’Unione Europea, la Commissione Europea
sta sistematicamente violando il diritto europeo. Lo fa per continuare la guerra in
Ucraina, una guerra che chiaramente non è possibile vincere.
Tutto questo accade in pieno giorno, a meno di
una settimana dalla riunione del Consiglio d’Europa, il più importante organo
decisionale dell’Unione, che riunisce i capi di Stato e di governo.
Con questo, lo Stato di diritto nell’Unione
Europea viene sostituito dal governo dei burocrati.
In altre parole, si è affermata una dittatura
di Bruxelles.
L’Ungheria
protesta contro questa decisione e farà tutto il possibile per ripristinare un
ordine legale».
Belgio,
Bulgaria, Italia e Malta avevano sottoscritto una dichiarazione che invitava a
esplorare opzioni meno gravide di rischi rispetto a quella messa a punto dalla
Commissione Europea.
Il
Belgio, che in quanto sede di “Euro clear” rappresenta a tutt’oggi di gran
lunga il Paese più esposto, ha continuato a invocare l’elaborazione di un
meccanismo di condivisione di rischi e responsabilità che spalmasse i relativi
oneri sui 27 Stati membri dell’Unione Europea.
Ha
quindi posto come condizione vincolante l’estensione del provvedimento di
immobilizzazione sine die dei beni russi all’intera area giurisdizionale
dell’Unione Europea, così da ricomprendervi – con grande disappunto del
presidente Macron – anche le banche commerciali francesi (Crédit Agricole,
Société Générale e Bpce) in cui giacciono circa 18 miliardi di euro di beni
russi congelai.
«Se
gli altri Paesi dell’Unione Europea accettano di condividere pienamente i
rischi e proteggere il Belgio da potenziali ritorsioni russe, allora ci
getteremo tutti insieme da quella scogliera… e spereremo che il paracadute ci
sostenga», aveva dichiarato il primo ministro belga De Wever.
«Lo faremo perché l’alternativa – nessuna
soluzione, nessun finanziamento per l’Ucraina, il collasso del Paese –
rappresenta la massima vergogna geopolitica per l’Europa, che proveremo per
decenni a venire», aveva aggiunto.
Tuttavia,
«ad oggi, non ho visto un solo testo che soddisfi tali condizioni», ha chiarito
De Wever la mattina del 18 dicembre, alla vigilia della riunione indetta dal
Consiglio d’Europa per stabilire definitivamente quali modalità operative
adottare per garantire la prosecuzione del sostegno all’Ucraina.
La
proposta consistente nel riciclo dei beni russi come garanzia per l’erogazione
del “prestito di riparazione” all’Ucraina, ha affermato De Wever, è
«discutibile ai sensi del diritto internazionale» e suscettibile per di più di
minare sia la fiducia dei mercati finanziari, sia la credibilità di “Euro clear”.
La
posizione del premier belga, sottoposto per sua stessa ammissione a forti
pressioni dal «blocco ampio e potente» formato da Germania, Polonia, Paesi
baltici e scandinavi con il supporto della Commissione Europea, è andata
irrigidendosi a fronte del pronunciamento di Fitch.
La
nota agenzia di rating ha infatti collocato “Euro clear” in credit watch
negativo proprio in virtù del
«potenziale aumento dei rischi legali e di liquidità» che sarebbero derivati
dall’approvazione della proposta concepita dalla Commissione Europea.
Secondo
Fitch, «il rischio di contenzioso potrebbe aumentare significativamente qualora
non adeguatamente compensato dalle tutele legali comprese nella struttura del
“prestito di riparazione”».
L’allarme
lanciato da Fitch ha avvalorato i timori espressi dalla “fronda” interna
all’Unione Europea guidata dall’Italia, che assieme ad Austria e Germania
figura nel novero dei Paesi europei detentori del volume più consistente di
asset in Russia e, di conseguenza, maggiormente esposti alle ritorsioni del
Cremlino.
La risposta di Mosca.
La
Bank of Russia, dal canto suo, ha già citato “Euro clear” in giudizio presso il
Tribunale arbitrale di Mosca richiedendo un risarcimento di 18,2 trilioni di
rubli (circa 200 miliardi di euro) in conseguenza del «furto di proprietà»
consumato con il voto del Consiglio d’Europa del 12 dicembre, in linea con le dichiarazioni
formulate sul punto.
Nel
comunicato stampa diffuso dalla Bank of Russia a margine del voto del 12
dicembre si legge che «le soluzioni proposte, che prevedono l’utilizzo diretto
o indiretto degli asset della Banca di Russia o qualsiasi altra forma di
utilizzo non autorizzato degli asset della Banca di Russia, sono illegali e
contraddicono il diritto internazionale, anche per quanto riguarda l’immunità
degli asset sovrani».
Inoltre,
«la pubblicazione e l’attuazione delle proposte annunciate sul sito web della
Commissione Europea spingeranno sicuramente la Bank of Russia a contestare
qualsiasi attività diretta o indiretta che possa comportare l’utilizzo non
autorizzato degli asset, a intentare azioni legali presso tutti gli organi
competenti disponibili, inclusi tribunali nazionali, autorità giudiziarie di
Stati esteri e organizzazioni internazionali, tribunali commerciali e altre
autorità giudiziarie internazionali, e a richiedere l’esecuzione delle
decisioni giudiziarie negli Stati membri delle Nazioni Unite».
La
Bank of Russia «si riserva il diritto, senza ulteriore preavviso, di applicare
tutti i rimedi e le tutele disponibili qualora le iniziative proposte
dall’Unione Europea vengano accolte o attuate».
L’iniziativa
legale della Banca Centrale si configura tuttavia soltanto come la prima di una
lunga serie di cause che sarebbero scattate pressoché in automatico qualora il
Consiglio d’Europa avesse approvato il piano della Commissione Europea,
aggiungendosi a quelle già aperte da aziende e privati cittadini russi presso i
tribunali preposti alla risoluzione delle controversie tra investitori e Stati.
Quello
legale non è tuttavia l’unico ambito in cui si sarebbe dispiegata la
rappresaglia di Mosca.
Secondo i calcoli del” Kyiv School of
Economics Institute” (Ksei), le aziende occidentali detenevano in Russia almeno
127 miliardi di dollari di asset, parte dei quali è già stato sottoposto a
sequestro dal Cremlino causando perdite stimate dall’istituto in almeno 57
miliardi di dollari.
Sebbene
1.903 aziende straniere si siano ritirate dalla Russia o abbiano ridimensionato
significativamente le loro attività nel Paese dal febbraio 2022, ben 2.315 vi
operano ancora.
Tra
cui i complessi produttivi di Volkswagen e Siemens, i supermercati di Auchan e
le filiali di Raiffeisen e UniCredit, che hanno generato ingenti profitti non
rimpatriabili per effetto del divieto di distribuzione dei dividendi. Stando ai
calcoli del Ksei, nel solo 2024 le aziende straniere hanno generato profitti in
Russia per 19,5 miliardi di dollari.
Mosca
può ancora procedere al sequestro di filiali, dividendi e investimenti
occidentali attualmente sottoposti a congelamento, ai sensi di un decreto
firmato dal presidente Putin lo scorso settembre che istituisce una corsia
preferenziale per espletare con la dovuta rapidità i procedimenti di
nazionalizzazione in risposta ad atti ostili come quelli che erano stati messi
in cantiere dall’Unione Europea.
Le
reazioni in Europa.
«Come
si può pensare che rubare di fatto il denaro di un altro Paese non porterà a un
ulteriore disastro?
La prima conseguenza è che la Russia si
sentirà libera di confiscare tutti i beni esteri», ha dichiarato il senatore
della Lega “Claudio Borghi” al “Financial Times”.
Lo
stesso presidente Putin ha ventilato «conseguenze davvero dure. Non importa
cosa rubino, prima o poi dovranno restituirlo e, cosa più importante, andremo
in Tribunale per proteggere i nostri interessi. Faremo del nostro meglio per
trovare una giurisdizione indipendente dal contesto politico».
I
Paesi membri dell’Unione Europea, ha aggiunto il leader del Cremlino, si
sarebbero esposti a conseguenze ancor più gravi:
«non soltanto un duro colpo alla loro
immagine, ma anche una perdita di fiducia nell’eurozona.
Oltre
alla Russia, molti altri Paesi conservano le proprie riserve auree e valutarie
in Europa, così come quelli che dispongono di risorse libere».
Questo
genere di prospettive ha indubbiamente contribuito a spostare massa critica a
favore della posizione disallineata assunta dalla “fronda” interna all’Unione
Europea, al pari delle forti pressioni esercitate dall’amministrazione Trump,
perfettamente consapevole che l’utilizzo dei beni russi avrebbe affossato
irrimediabilmente le trattative tuttora in corso.
Secondo
la premier Giorgia Meloni, «ha prevalso il buon senso».
Per
Orban, invece l’intesa sul credito da 90 miliardi di euro rappresenta un passo
avanti verso il baratro.
Il
primo ministro ungherese sottolinea che «il rimborso non è legato alla crescita
economica o alla stabilizzazione, ma alla vittoria militare. Per recuperare
questo denaro, la Russia dovrebbe essere sconfitta».
Questa
«non è la logica della pace, ma quella della guerra. Un prestito di guerra
rende inevitabilmente i suoi finanziatori interessati alla continuazione e
all’escalation del conflitto, perché una sconfitta significherebbe anche una
perdita finanziaria.
D’ora in poi, non si parla più solo di decisioni
politiche o morali, ma di rigidi vincoli finanziari che spingono l’Europa in
una sola direzione: verso la guerra.
La logica bellica di Bruxelles si sta quindi
intensificando.
Non sta rallentando, ma si sta
istituzionalizzando.
Il rischio oggi è maggiore che mai, perché la
continuazione della guerra è ora associata a un interesse finanziario».
L’Ungheria
«sceglie consapevolmente di non intraprendere questa pericolosa strada. Non
prendiamo parte a iniziative che suscitino l’interesse dei partecipanti a
prolungare la guerra. Non cerchiamo una scorciatoia verso la guerra, ma
un’uscita verso la pace.
Non si
tratta di «isolazionismo, ma di sobrietà strategica. Di agire nell’interesse
dell’Ungheria e, a lungo termine, anche dell’Europa».
La
riflessione formulata da Orban ha trovato istantaneamente riscontro nella presa
di posizione del presidente Zelensky, secondo cui lo stanziamento di 90
miliardi di euro da parte dell’Europa rappresenta «una decisione senza
precedenti che produrrà un impatto anche sui negoziati di pace.
L’Ucraina
si troverà in una posizione più forte».
I
fondi «sono destinati al periodo 2026-2027 e contiamo di utilizzare tutti i 210
miliardi dei beni russi.
Ci
rendiamo conto che il prestito senza interessi sarà rimborsato dall’Ucraina
soltanto a condizione che la Russia paghi le riparazioni all’Ucraina.
Si tratta quindi di una vittoria importante, tangibile
e significativa, e non solo dal punto di vista finanziario».
Sotto
il profilo «geopolitico e politico, i leader europei hanno dimostrato la loro
forza e hanno avuto l’integrità necessaria per prendere una decisione del
genere» ha aggiunto Zelensky.
Asset
russi, Merz il grande sconfitto
nel Consiglio Ue. A ‘tradirlo’
anche
l’alleato Macron.
Ilfattoquotidiano.it
- Gianni Rosini – (21 – 12 – 2025) – ci dice:
Era
stato lui il capo di governo che più di tutti gli altri si era esposto per
l'utilizzo dei 210 miliardi di asset russi congelati, cercando di alzare la
pressione sul Belgio.
Ma il gruppo dei 27 ha deciso di optare per
quest'ultima opzione
Asset
russi, Merz il grande sconfitto nel Consiglio Ue. A ‘tradirlo’ anche l’alleato
Macron.
C’è un
grande sconfitto a chiusura dell’ultimo Consiglio europeo nel quale gli Stati
membri hanno deciso in che modo finanziare la riparazione dell’Ucraina.
Un Paese che proprio nel panorama europeo è
poco abituato alle sconfitte: la Germania.
Friedrich
Merz era stato il capo di governo che più di tutti gli altri si era esposto per
l’utilizzo dei 210 miliardi di asset russi congelati, cercando di alzare la
pressione sul Belgio, Stato che ne detiene ben 185 e che quindi era
maggiormente esposto a possibili contenziosi legali da parte dei titolari dei
beni immobilizzati, e opponendosi invece a un nuovo debito comune.
Ma il
gruppo dei 27 ha deciso di optare per quest’ultima opzione.
Alla
vigilia del summit, Berlino, insieme ai vertici della Commissione Ue, ostentava
sicurezza: “Un accordo è vicino”, “esiste una larga maggioranza a favore
dell’uso degli asset”, erano le dichiarazioni.
Ma poche ore prima dell’inizio del vertice il
clima stava cambiando: mentre Merz escludeva la creazione di nuovo debito
comune, l’opzione tornava a circolare tra le fonti locali e la stampa, per poi
tornare ufficialmente sul tavolo con le parole di Ursula von der Leyen.
Così
quella maggioranza sbandierata poche ore prima si è presto dissolta, con
Ungheria e Slovacchia contrarie all’uso degli asset e altri Paesi, tra cui
anche l’Italia, non disposte a condividere i rischi legali dell’operazione.
Ma tra
i Paesi che si sono opposti alla soluzione tedesca ce n’è uno che pesa più di
tutti, non solo per la sua importanza nel panorama europeo, ma soprattutto per
lo stretto legame con la Repubblica Federale: la Francia.
A
incrinare il consolidato asse franco-tedesco sono prima di tutto gli interessi
contrastanti.
Proprio
Parigi aveva fatto sapere di non essere disposto a concedere l’uso dei circa 19
miliardi di asset russi immobilizzati nel suo Paese.
Ma Merz non ci ha sentito, un po’ come di
fronte alle rimostranze del Belgio, e ha tirato dritto, convinto di riuscire
nel suo intento di ottenere una maggioranza sufficiente ad autorizzare l’uso
dei beni.
Calcolo
sbagliato che lo ha visto tornare da sconfitto sul volo Bruxelles-Berlino.
(Gianni
Rosini).
L’UE
si è impantanata sugli asset
russi
congelati. Ma per l’Ucraina
il
tempo stringe.
Eunews.it
– Simone De La Fed – (17 dicembre 2025) – ci dice:
Stallo
totale alla vigilia del vertice dei capi di Stato e di governo.
Due le
certezze: va trovata una soluzione per il finanziamento all'Ucraina, ma sugli
asset non si procederà senza il Belgio.
Qui il cortocircuito: se il Belgio sale a
bordo alle sue condizioni, altri si sfileranno.
Tra
cui l'Italia.
Bruxelles
– Mancano poche ore al vertice dei capi di Stato e di governo dell’UE, l’ultimo
dell’anno, il più enigmatico da diverso tempo.
“C’è una sola decisione da prendere “,
ripetono da giorni a Bruxelles. Quella sul finanziamento da 90 miliardi
all’Ucraina per i prossimi due anni.
Tutti
i leader sono d’accordo:
senza
quei soldi, Kiev sarà costretta a capitolare.
Ma la
Commissione europea, insistendo sull’utilizzo degli asset russi congelati, ha
infilato tutti in un vicolo cieco. E ora lo stallo sembra totale.
Per
sbloccarlo, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa “è pronto a
utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione”, garantisce un alto funzionario.
Il che significa, da un punto di vista logistico, prolungare a oltranza, almeno
fino a venerdì o addirittura a sabato, il vertice. Su come sarà scardinata
l’impasse però, nessuno riesce a fare previsioni.
Il
fatto è che la proposta giuridica a cui stanno lavorando da giorni le
diplomazie dei 27 è solo una, l’unica messa sul tavolo dalla Commissione lo
scorso 3 dicembre, che prevede l’utilizzo degli asset russi congelati presso la
società belga” Euro clea”r e – in misura molto minore – in diverse banche
commerciali in alcuni Paesi UE per finanziare il maxi prestito all’Ucraina.
Kiev
dovrebbe restituire questo prestito di riparazione, come l’ha definito Ursula
von der Leyen, solo una volta che (e nell’ipotesi in cui) Mosca ripagherà le
riparazioni della guerra (cosa che nella storia d’Europa sarebbe eccezionale).
Costa –
Zelensky- von der Leyen.
il
presidente del Consiglio europeo António Costa, il presidente ucraino Volodymyr
Zelensky e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (foto:
Consiglio europeo).
La
Commissione ha scelto di insistere su questa strada – inizialmente le opzioni
erano tre e includevano anche sovvenzioni bilaterali e un prestito finanziato
dal bilancio dell’UE – per diverse ragioni.
Per
fare la voce grossa con Mosca, perché l’assistenza a Kiev non gravasse sulle
casse dei Paesi membri, ma soprattutto perché ritenuta, alla conta dei voti,
l’unica praticabile.
Mentre
per uno strumento di debito comune servirebbe una modifica del bilancio e
dunque un sì unanime dei Paesi membri, per l’utilizzo degli asset russi
Bruxelles è pronta a procedere a maggioranza qualificata.
“Fin
dall’inizio è stato chiaro che non sarebbe stato possibile raggiungere
l’unanimità, quindi il lavoro è proseguito solo sul prestito di riparazione.
Non è un segreto che questa sia la soluzione
preferita da una maggioranza rilevante degli Stati membri”, ha ammesso una
fonte diplomatica.
Il
problema è che, insieme alla strenua opposizione del Belgio – i 185 miliardi di
euro detenuti da “Euro clear” sono pari a quasi un terzo del PIL del Paese, e
dunque il rischio finanziario è enorme -, hanno fatto capolino dubbi e
perplessità di altri Paesi membri.
Quando
la settimana scorsa si è deciso – utilizzando l’articolo 122 del Trattato che
scavalca le decisioni all’unanimità – di predisporre il congelamento a tempo
indeterminato degli asset russi, Italia, Bulgaria e Malta, insieme al Belgio,
hanno firmato una dichiarazione in cui chiedevano nuovamente di esplorare
alternative.
Secondo
un’altra fonte diplomatica, la vera contrapposizione non è tra il Belgio e gli
altri, ma “tra chi è contrario a modelli basati sul debito comune e chi sarebbe
favorevole “.
E in
effetti – incalza ancora – “non è un caso che i maggiori sostenitori del
prestito con gli asset russi sono la Germania e i Paesi bassi, e a seguire
naturalmente tutti i frugali”.
C’è chi mette in dubbio l’interpretazione data
dalla Commissione europea su unanimità e maggioranza qualificata:
la
stessa Christine Lagarde, presidente della BCE, avrebbe suggerito ai ministri
dei 27 che se si può ricorrere all’articolo 122 per una decisione sugli asset,
allora lo si può invocare anche per modificare lo spazio di manovra del budget
comunitario.
Una
fonte ha ipotizzato che proprio l’applicabilità dell’articolo 122 finirà per
essere “una delle discussioni principali di domani”.
Anche
perché si sta materializzando un cortocircuito:
nessuno
vuole procedere senza il Belgio sul prestito di riparazione, ma se il Belgio
salisse a bordo con tutte le garanzie richieste dal premier Bart de Wever,
allora potrebbero sfilarsi molti altri Paesi.
E a
quel punto, crollerebbe il sistema di garanzie ipotizzato dalla Commissione. Il
Belgio chiede garanzie a tempo indeterminato, “open-ended” anche dal punto di
vista della cifra.
“Se le
ottenesse, sarebbero difficilmente accettabili da molti Paesi”, ammette una
fonte diplomatica.
Eppure,
se il cerino fosse in mano a qualsiasi altra capitale, “probabilmente faremo la
stessa cosa”.
Visto
lo scenario, poco aggiungono le indiscrezioni su pressioni statunitensi (negate
però dai più) sui Paesi più ‘allineati’ (Italia e Ungheria in testa) per
mettersi di traverso sugli asset. L’Unione europea si è ingarbugliata da sola,
e sciogliere la matassa domani non sarà semplice.
“L’unica certezza è che tutti quanti vogliamo
trovare una soluzione”, assicura un alto funzionario.
Il
rischio è che i leader debbano fare tabula rasa e metterci della “creatività”.
A quel
punto, le certezze sarebbero due: quello che inizia domani, sarà un lunghissimo
vertice di fine anno.
I 210
miliardi di Putin:
perché
l’Europa ha “rinunciato”
agli
asset russi congelati.
Economymagazine.it
- Cristina Giua – (19/12/2025) – ci dice:
I
Paesi hanno approvato all'unanimità un sostegno finanziario all'Ucraina di 90
miliardi di euro di debito comune.
Dietro
l’espressione tecnica “asset russi congelati” si nasconde uno dei dossier più
delicati – e politicamente infiammabili – sul tavolo dell’Unione europea.
In
gioco, prima dell’accordo tra Paesi Ue, ci sono circa 210 miliardi di euro
appartenenti alla Federazione Russa, immobilizzati nei Paesi occidentali dopo
l’invasione dell’Ucraina.
Un’enorme
massa di risorse che oggi Bruxelles terrà congelati fino alla fine della
guerra, scegliendo di approvare all’unanimità un sostegno finanziario
all’Ucraina di 90 miliardi di euro di debito comune per i prossimi due anni,
rinunciando all’uso diretto degli asset russi congelati per finanziare Kiev.
Cosa
sono davvero le riserve russe congelate.
Le
riserve congelate non sono contanti, ma attività finanziarie accumulate negli
anni dalla Banca centrale russa.
Come molte economie esportatrici di materie
prime, Mosca ha reinvestito i surplus derivanti da petrolio e gas in valute
forti – euro, dollari, sterline e yen – acquistando soprattutto titoli di Stato
dei Paesi emittenti.
Dopo
l’annessione della Crimea nel 2014, la Russia aveva già ridotto drasticamente
l’esposizione in dollari detenuti negli Stati Uniti.
Ma
allo scoppio della guerra totale contro l’Ucraina, nel 2022, circa 210 miliardi
di euro di riserve russe si trovavano ancora nell’Unione europea, a cui si
aggiungevano una quarantina di miliardi tra Giappone e Regno Unito.
Con
una decisione coordinata tra G7 e UE – in cui l’Italia ebbe un ruolo centrale
sotto il governo Draghi – quelle riserve non furono confiscate, ma congelate:
restano formalmente di proprietà russa, ma
Mosca non può più usarle. L’obiettivo era chiaro:
ridurre
la capacità finanziaria della Russia di sostenere lo sforzo bellico.
Perché
“Euro clear” è al centro della partita.
Il
cuore tecnico – e politico – della questione si chiama Euro clear.
È una piattaforma finanziaria con sede a
Bruxelles che svolge una funzione cruciale e poco visibile:
gestisce i depositi, i regolamenti e i flussi
di pagamento del mercato obbligazionario europeo, un sistema che vale circa 400
mila miliardi di euro l’anno.
Quando
i titoli europei di proprietà russa sono arrivati a scadenza, gli Stati
debitori hanno versato il rimborso come sempre.
Ma Euro clear non ha potuto trasferire il
denaro a Mosca, proprio perché le riserve erano congelate.
Il
risultato è che circa 185 miliardi di euro sono oggi “parcheggiati” nei conti
di Euro clear.
Altri
20 miliardi circa, in bond non ancora scaduti, sono custoditi presso grandi
banche francesi.
Una
concentrazione che spiega perché il Belgio, Paese ospitante della piattaforma,
sia oggi il più esposto – e il più prudente.
Che
cosa ha fatto finora “Euro clear” con quei fondi.
Euro clear
ha gestito le riserve russe con un profilo ultra-prudente.
Una parte – circa 50 miliardi – è stata
investita in modo leggermente più attivo per generare rendimenti destinati a
coprire, nel tempo, il prestito da 50 miliardi di dollari che UE e G7 hanno
anticipato all’Ucraina nel 2024.
Il
resto dei fondi è in larga parte depositato presso la Banca centrale europea,
con un rendimento attorno al 2% annuo.
I
profitti generati non appartengono legalmente alla Russia, ma a Euro clear.
Dal
2022 la piattaforma ha versato 1,2 miliardi di euro in tasse al governo belga,
che si era impegnato a destinare quel gettito straordinario all’Ucraina,
suscitando però tensioni tra i partner europei.
Perché
ora l’Europa vuole usarli.
La
svolta arriva da Washington.
La decisione dell’amministrazione Trump di
ridurre drasticamente il sostegno finanziario e militare a Kiev ha cambiato i
conti.
Fino a
fine 2024, Stati Uniti ed Europa contribuivano più o meno in parti uguali;
senza gli Usa, l’UE dovrebbe raddoppiare lo sforzo.
Ma i
governi europei sanno che le opinioni pubbliche difficilmente accetteranno
nuovi sacrifici fiscali.
Da qui
l’idea – finora tabù – di utilizzare almeno 140 miliardi di euro delle riserve
russe, tenendo conto che circa 50 miliardi sono già impegnati per il prestito
del 2024.
L’accelerazione
decisiva è arrivata dalla Germania, quando il cancelliere Friedrich Merz ha
messo il tema apertamente sul tavolo.
Lo
schema europeo: niente sequestro (almeno sulla carta).
La
Commissione europea prova a muoversi dentro i confini del diritto
internazionale.
Il
piano non prevede una confisca diretta, ma un anticipo sulle future riparazioni
di guerra che un tribunale internazionale – in via di costituzione – potrebbe
imporre alla Russia, per un ammontare stimato di oltre 600 miliardi di euro.
In
concreto, lo schema funzionerebbe così:
la
Commissione europea si indebita con Euro clear per 140 miliardi, ricevendo
liquidità che oggi appartiene alla Russia.
Con
quei fondi, Bruxelles concede un prestito pluriennale all’Ucraina.
Se un domani Mosca accettasse di pagare le
riparazioni, Kiev rimborserebbe l’UE, che a sua volta rimborserebbe Euro clear.
Se
invece la Russia rifiutasse – lo scenario ritenuto più probabile – le riserve
verrebbero definitivamente convertite in indennizzi.
Perché
il piano divide l’Europa.
I
favorevoli sostengono che garantire a Kiev risorse per altri due anni sarebbe
decisivo:
rafforzerebbe
la resistenza ucraina e manderebbe a Putin il segnale che la strategia di
logoramento economico è destinata a fallire.
I
contrari temono invece un boomerang.
Se un tribunale internazionale giudicasse
l’operazione un esproprio illegittimo, Euro clear potrebbe essere condannata a
risarcire Mosca, senza però disporre della liquidità necessaria.
Il
rischio sistemico è reale.
Inoltre,
Francia e Italia temono ritorsioni russe sugli asset delle proprie imprese
ancora presenti nel Paese.
Chi
sta con chi.
Il
Belgio è il più nettamente contrario, perché teme di pagare il conto per tutti.
Italia
e Francia restano fredde.
Ungheria
e Slovacchia mantengono posizioni filorusse.
A
spingere invece per l’utilizzo delle riserve sono Germania, Paesi Baltici,
Polonia, Paesi nordici, Olanda e Romania, con il sostegno anche di Spagna,
Portogallo e diversi Paesi dell’Est.
I
leader europei a Trump:
I confini dell’Ucraina li può
discutere solo l’Ucraina.
Eunews.it
– Redazione -Politica Estera – (13 agosto 2025) – ci dice:
Il
presidente Usa "condivide largamente la posizione degli europei",
assicura il cancelliere Merz dopo un'ora di “call” di gruppo.
Bruxelles
– Donald Trump “condivide largamente la posizione degli europei”. Il
cancelliere tedesco Friedrich Merz diffonde ottimismo dopo la call tra un
gruppo di leader dell’Unione europea e il presidente degli Stati Uniti in vista
del suo bilaterale con Vladimir Putin il 15 agosto, alla quale ha partecipato
anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
La riunione è durata meno di un’ora, e secondo
il cancelliere ora “c’è speranza che qualcosa si stia muovendo.
C’è
speranza che possa esserci pace in Ucraina”.
Nella call, ha aggiunto, si è ribadito che “i
confini non devono essere modificati con la violenza, e il riconoscimento
giuridico dell’occupazione russa non è oggetto di discussione”.
Dopo
l’annuncio dei giorni scorsi di Trump su non meglio definiti “scambi di
territori”, la prima preoccupazione di ucraini ed europei è proprio che in
Alaska si possa arrivare a decidere cose che invece non dovrebbero essere
decise a quel tavolo.
Ma sulle quali, pian pano, sembra affermarsi
la convinta rassegnazione che per avere la pace qualcosa, in qualche modo,
potrebbe dover essere ceduto a Mosca.
I partner europei vogliono spingere per
“solide garanzie di sicurezza per l‘Ucraina”, e la strategia, ha spiegato Merz,
“si basa sul sostegno all’Ucraina e sulla pressione alla Russia.
Quindi, se in Alaska non ci saranno movimenti
da parte russa, gli Stati Uniti e gli europei dovranno aumentare la pressione”.
Anche
Trump è soddisfatto dell’incontro:
“Abbiamo
avuto un’ottima conversazione”, ha detto ai cronisti, spingendosi a dichiarare
che “si, ci saranno” conseguenza se Putin non farà dei passi avanti verso la
pace.
Se
invece le cose andassero bene, ha spiegato il presidente Usa, è possibile “un
secondo incontro veloce tra il presidente Putin, il presidente Zelenskyy e me,
se vorranno che io sia presente, e quello sarebbe un incontro in cui forse si
potrebbe davvero trovare una soluzione, ma…
già
nel primo incontro si potrebbero ottenere grandi risultati, sarà un incontro
molto importante, ma servirà a preparare il terreno per il secondo incontro”.
Ma ha
anche aggiunto che “potrebbe non esserci un secondo incontro, perché se ritengo
che non sia opportuno farlo, non avendo ottenuto le risposte che ci servono,
allora non ci sarà un secondo incontro”.
Zelensky,
intanto aveva chiesto ai partner di aumentare la pressione su Mosca,
incontrando la stampa con Merz dopo la call, ribadendo che “qualsiasi questione
riguardante l’integrità territoriale del nostro Paese non può essere discussa
senza tener conto del nostro popolo, della volontà del nostro popolo e della
Costituzione ucraina”.
Comunque
ha anche lui sottolineato che “il nostro stato d’animo attuale è di unità, ed è
stato molto positivo che tutti i partner abbiano parlato all’unisono, con un
unico desiderio, gli stessi principi e la stessa visione: questo è un
importante passo avanti”.
Ma ha poi messo i suoi paletti all’ottimismo
dilagante:
“Il
successo di ogni negoziato – ha detto – dipende dai risultati”, esprimendo così
la sua prudenza estrema su quanto nascerà dall’incontro in Alaska.
Della
posizione di Trump ha parlato il presidente francese Emmanuel Macron,
annunciando che il presidente Usa ha dichiarato di “voler ottenere un cessate
il fuoco in Ucraina durante l’incontro con Putin”.
Anche
il premier britannico Keir Starmer era presente, ed il suo portavoce ha
spiegato che “il primo ministro è stato chiaro: il nostro sostegno all’Ucraina
è incondizionato – i confini internazionali non devono essere modificati con la
forza e l’Ucraina deve disporre di garanzie di sicurezza solide e credibili per
difendere la propria integrità territoriale nell’ambito di qualsiasi accordo”.
Starmer
ha sottolineato che “l‘Europa è pronta a sostenere questo e continuerà a
collaborare con il presidente Trump e il presidente Zelenskyy per una pace
giusta e duratura in Ucraina”.
Non ha
incontrato i giornalisti ma ha scritto un post su “X” la presidente della
Commissione europea Ursula von der Leyen, che non è scesa nei dettagli dei
contenuti, ma ha anche lei apprezzato la telefonata di gruppo:
“Abbiamo
avuto una conversazione molto positiva. L’Europa, gli Stati Uniti e la Nato
hanno rafforzato la posizione comune sull’Ucraina”. Annuncia poi che anche in
futuro “continueremo a coordinarci strettamente” e che “nessuno desidera la
pace più di noi, una pace giusta e duratura”.
Il
presidente del Consiglio europeo “Antonio Costa” ha provato a sintetizzare
l’esito della riunione, spiegando ai giornalisti, al fianco di Macron, che
Trump “ha condiviso con noi tre obiettivi molto importanti: prima di tutto il
cessate il fuoco, poi che nessuno oltre all’Ucraina può negoziare ciò che riguarda
l’Ucraina, e terzo elemento la disponibilità degli Stati Uniti di condividere
con l’Europa gli sforzi per rafforzare le condizioni di sicurezza quando avremo
ottenuto una pace duratura e giusta per l’Ucraina”.
Alla
riunione ha partecipato anche la presidente del Consiglio “Giorgia Meloni”, che
in una nota ha sottolineato che “dalla discussione è emersa una forte unità di
vedute nel ribadire che una pace giusta e duratura non può prescindere da un
cessate il fuoco, dal continuo sostegno all’Ucraina, dal mantenimento della
pressione collettiva sulla Russia, anche attraverso lo strumento delle
sanzioni, e da solide e credibili garanzie di sicurezza ancorate al contesto
euroatlantico”.
Meloni
si è detta “molto soddisfatta dall’unità di intenti e dalla capacità di dialogo
che l’Occidente sta dimostrando di fronte a una sfida fondamentale per la
sicurezza e la difesa del diritto internazionale”. Secondo la premier però “è
ora il momento di vedere quale sarà, in Alaska, l’atteggiamento della Russia
che finora non ha inteso fare alcun significativo passo in avanti “.
Generali
contro: la
guerra (nascosta)
che
spaccò l’esercito italiano.
Circolodellastoria.it
– Antonio Carioti intervista Jacopo Lorenzini – (27 settembre 2025) – ci dice:
Lo
storico Jacopo Lorenzini ricostruisce nel suo ultimo libro il difficile
passaggio delle forze armate dalla monarchia alla Repubblica, tra fedeltà
incerte, ambizioni atlantiche e tentazioni eversive.
Antonio
Carioti intervista Jacopo Lorenzini.
Cosa
succede quando un esercito monarchico si ritrova all’improvviso a servire una
Repubblica democratica?
Quali
tensioni nascono quando i generali devono scegliere se difendere i confini
dall’invasione sovietica o trasformarsi in un baluardo ideologico contro il
comunismo interno?
E
quanto fu reale il pericolo di golpe in Italia negli anni Sessanta e Settanta?
A
queste domande prova a rispondere “Jacopo Lorenzini” nel suo ultimo libro,” I
colonnelli della Repubblica”.
Esercito, eversione e democrazia in Italia
1945-1974, appena uscito per Laterza.
Un
volume che racconta, attraverso fonti inedite, il difficile passaggio
dell’esercito italiano da istituzione monarchica e fascista a corpo
repubblicano e atlantista.
Sullo
sfondo, c’è lo scontro tra due visioni inconciliabili della missione delle
forze armate:
da un
lato l’esercito “regolare” e apolitico, dall’altro quello “ideologico”,
chiamato non solo a fronteggiare un’eventuale invasione sovietica, ma anche a
combattere la guerra rivoluzionaria contro un presunto o reale “nemico
interno”.
“Antonio
Carioti” ne ha parlato con l’autore, in questa intervista per il “Circolo della
Storia”.
Lorenzini,
partiamo dalla Resistenza.
Molti
ufficiali che poi avranno un ruolo importante nella Repubblica scelsero, dopo
l’8 settembre, di combattere contro i tedeschi e la Repubblica Sociale.
In che modo questa scelta influì sul futuro
delle forze armate?
È una
domanda cruciale.
Nel
libro mi occupo soprattutto del dopoguerra, ma il biennio 1943-45 è decisivo.
Già
prima del luglio 1943 i legami di fedeltà tra il corpo ufficiali, la monarchia
e il fascismo erano incrinati:
le
sconfitte in Africa, in Grecia e in Russia, l’invasione della Sicilia e la
dipendenza dalla Germania avevano minato profondamente la loro fiducia nel
regime e nella monarchia.
Dopo
l’armistizio dell’8 settembre, molti ufficiali mantennero formalmente il
giuramento al re, ma più che per fedeltà lo fecero perché vedevano nella
prosecuzione della guerra al fianco degli Alleati l’unica via di salvezza per
lo Stato italiano.
In
pratica, la monarchia diventava un pretesto per difendere la sopravvivenza
dell’istituzione militare e dello Stato.
Il confronto tra le direttive prudenti dello
Stato Maggiore e l’impegno concreto di molti ufficiali nella Resistenza
testimonia bene questo scarto:
sul campo, vari comandanti combatterono con
determinazione al fianco delle formazioni partigiane, anche quelle
politicamente lontane dalla tradizione monarchica.
Lei
sottolinea che la fine della monarchia lasciò un vuoto di riferimento per
l’esercito.
L’adesione
alla Nato diventò una sorta di surrogato?
Sì. In
Italia la transizione non fu solo dalla monarchia alla Repubblica, ma da un
esercito concepito come strumento imperiale a un ruolo decisamente più
limitato.
Negli
anni Cinquanta i Carabinieri, ad esempio, erano numericamente più consistenti e
più presenti dell’esercito vero e proprio.
Per
molti ufficiali questo significava il rischio di marginalizzazione e persino di
scomparsa dell’istituzione militare.
In
questo contesto l’integrazione sovranazionale offrì una prospettiva: prima con
il “progetto della Comunità Europea di Difesa”, poi tramontato per
l’opposizione francese.
E
dunque con la Nato, che divenne un punto di riferimento imprescindibile.
Per
gli ufficiali più giovani significava poter immaginare una carriera, vedere un
futuro per l’esercito non solo come forza di ordine pubblico, ma come presidio
a difesa dei confini.
Sul piano simbolico, la Nato assunse quel ruolo di
“garante esterno” alle logiche parlamentari che prima era stato interpretato
dalla monarchia.
Rodolfo
Pacciardi.
In
questo quadro emerge la figura del ministro Randolfo Pacciardi.
Perché
è così importante?
Pacciardi
segna una svolta.
Si fa
garante del primo piano di riarmo del Dopoguerra, tra fine anni Quaranta e
inizio Cinquanta, culminato con la mobilitazione per la crisi di Trieste nel
1953-54, percepita come un successo dagli stessi militari. Inoltre, conduce una parziale
epurazione dei vertici, tagliando le ali più estreme, e aprendo spazi di
carriera a ufficiali repubblicani o comunque in sintonia con la linea
atlantista.
Il suo
intervento non eliminò del tutto le eredità del passato, ma rese evidente che,
per aspirare ai vertici, era necessario allinearsi a una visione repubblicana e
filo-occidentale.
Da
quel momento l’adesione alla Nato divenne una scelta non solo obbligata, ma
anche convinta, almeno per chi ambiva a ruoli di rilievo.
Nel
1959 si dimisero contemporaneamente il capo di Stato Maggiore della Difesa,
Giuseppe Mancinelli, e quello dell’Esercito, Giorgio Liuzzi.
Perché?
Le
interpretazioni sono diverse, ma io credo che le dimissioni vadano collegate
all’”installazione dei missili nucleari Jupiter”, americani, in Puglia.
Dal
punto di vista tecnico, molti militari ritenevano quella scelta rischiosa e
inutile:
faceva dell’Italia un bersaglio immediato in
caso di conflitto nucleare, senza aumentarne realmente la capacità di difesa.
Alcuni
militari italiani ritenevano che la tenuta politica e sociale del paese fosse
in grave pericolo, in caso di attacco nucleare sovietico.
Sul
piano politico, invece, lo schieramento dei missili veniva vissuto da alcuni
ufficiali come un riconoscimento del ruolo dell’Italia all’interno della Nato.
Una
sorta di ricostruzione di una dignità, dopo la fine della guerra. Questo contrasto tra valutazione
tecnica e considerazione politica spiega, secondo me, il gesto dei due vertici
militari.
Giuseppe
Mancinelli.
Arriviamo
a Gladio. Lei
la descrive come un progetto che aveva un senso dal punto di vista
tecnico-militare, ma che nel contesto italiano divenne un elemento
problematico. Perché?
La
logica delle” reti stay behind” era comune a tutti i paesi europei: predisporre
una struttura clandestina capace di organizzare una resistenza in caso di
invasione sovietica.
Poteva
avvenire da est, ma da un certo punto in poi anche da nord, attraverso
l’Austria neutralizzata.
Ora ci può sembrare una prospettiva poco concreta, ma
non lo era allora.
In
Italia, però, il contesto politico e sociale era altamente polarizzato. Nel
nord est, dove la minaccia jugoslava e poi quella sovietica erano percepite
come più concrete, Gladio divenne facilmente strumentalizzabile.
Inoltre,
la sua collocazione al di fuori della catena di comando militare ordinaria,
necessaria per mantenerne la segretezza, la rese di fatto incontrollabile.
All’inizio
degli anni settanta alcune sue diramazioni furono sciolte e ricostituite perché
ritenute inaffidabili dalle stesse istituzioni militari: segno che il rischio
di deviazioni era reale.
Negli
anni Sessanta prende corpo il dibattito sulla “guerra rivoluzionaria”. Perché
questo tema divise così profondamente l’esercito?
Perché
rifletteva due diverse concezioni della missione delle forze armate.
Da un
lato c’era chi riteneva l’esercito italiano troppo debole per affrontare una
guerra convenzionale e proponeva di concentrarsi sull’ordine interno, in ottica
preventiva, avendo ben presente le idee e le teorie espresse nel contesto della
lotta per l’emancipazione del terzo mondo.
Dall’altro
lato c’era chi puntava sulla ricostruzione di un esercito regolare, in grado di
difendere i confini da una possibile offensiva sovietica.
Queste
due scuole si confrontavano sulle riviste militari e in tutti i luoghi
dell’istituzione, dall’Accademia fino al Centro Alti Studi Militari. Entrambe le correnti dialogavano con
le amministrazioni statunitensi, che erano divise anche al proprio interno tra
posizioni differenti, ad esempio fra Casa Bianca, Pentagono e Cia.
Questo
dibattito attraversa tutti gli anni Cinquanta. Poi però, con gli anni Sessanta,
alcuni degli esponenti di queste due fazioni arrivano a occupare i vertici
militari.
E lo
scontro diventa allora decisamente più serio.
Giovanni
De Lorenzo.
I due
generali simboli di questo scontro sono “Giovanni De Lorenzo” e “Giuseppe Aloia”.
Perché
la loro contrapposizione è così emblematica?
De
Lorenzo, ex partigiano, rappresentava una visione ortodossa: voleva un esercito
regolare, separato dalla politica, con la guerra non convenzionale lasciata ai
servizi segreti e ai Carabinieri.
Aloia, invece, incarnava la corrente favorevole a un
esercito completamente ideologizzato, pronto a contaminarsi anche sul terreno
politico, per essere in grado di combattere la guerra rivoluzionaria ad armi
pari contro i propri avversari.
Che erano identificati in tutto l’apparato
comunista: non solo il partito, ma anche i sindacati, le formazioni giovanili e
i circoli culturali.
La
contrapposizione non fu solo personale: dietro di loro c’erano gruppi di
ufficiali con concezioni opposte.
I
delorenziani contro gli aloiani, potremmo dire.
Alla
fine, però, entrambi uscirono di scena:
“De Lorenzo” travolto dallo “scandalo Sifar”,
per via delle schedature di personaggi pubblici effettuate dal servizio segreto
militare;
“Aloia”
mandato in pensione senza le proroghe che erano sempre state concesse ai suoi
predecessori.
Con
gli occhi di oggi si fa fatica a mettersi nei loro panni.
Però, se immaginiamo la responsabilità di un
ufficiale di quel tempo, convinto di operare nel contesto di una lotta contro
il comunismo globale che stava avanzano in tutto il mondo e che sembrava pronto
a invadere l’Europa occidentale… la domanda su cosa fare è naturale che se la
fossero posta.
Lo
scontro fra generali nasceva appunto da risposte diverse a questa stessa
domanda.
All’inizio
degli anni Settanta si affacciano i tentativi di golpe, come quello di “Junio
Valerio Borghese”, ex comandante della “Decima Mas”, nel dicembre 1970.
L’Italia
corse davvero il rischio di una svolta autoritaria?
Credo
di no.
Quei
tentativi rivelano piuttosto la sconfitta di quell’opzione.
Un
colpo di Stato fallito delegittima chi lo ha tentato, come scrisse già allora “Guido
Giannetti”, uno dei teorici del golpe come strumento di intervento politico.
I
vertici militari di inizio anni settanta erano in gran parte contrari alla
soluzione golpista e lavorarono per impedirla;
la
maggioranza degli ufficiali e soprattutto i militari di leva non avrebbero mai
seguito una simile avventura.
Certo,
c’erano ambienti politici, militari e industriali che guardavano con simpatia a
soluzioni di forza, ma la possibilità che in Italia si verificassero scenari
come quello greco, cileno o turco mi sembra a volte sopravvalutata.
Non ce n’era bisogno, del resto, e i più
avvertiti tra i vertici politici e militari se ne rendevano conto.
Lei è
molto critico verso il potere politico, accusato di non aver fatto il proprio
dovere nei confronti delle forze armate. Scrive che è stato “molto carente”. In
che senso?
Non è
un discorso antipolitico, ma di responsabilità.
Le
scelte di politica estera e di sicurezza hanno conseguenze dirette sulla
pianificazione militare.
Non si
può fingere che non sia così.
Alcuni
leader politici hanno tollerato interpretazioni radicali o ambigue della scelta
atlantista, salvo poi scandalizzarsi quando ne sono emerse le conseguenze.
I
militari si muovono dentro un sistema interconnesso, ma la responsabilità
ultima resta politica: del governo, del ministro della Difesa, del capo dello
Stato.
In più di un’occasione, a mio avviso, questa
responsabilità non è stata esercitata con la necessaria attenzione al fragile
equilibrio della giovane Repubblica.
(JACOPO
LORENZINI – è ricercatore all’Università di Bologna, dove si occupa di storia
delle istituzioni militari in ottica globale. Ha studiato l’evoluzione dei
corpi ufficiali sette-ottocenteschi nell’area italiana e francese e la
mentalità militare italiana nell’età della guerra fredda. Ha pubblicato anche
Uomini e generali. L’élite militare nell’Italia liberale (1882-1915)
(FrancoAngeli 2017) e L’elmo di Scipio. Storie del Risorgimento in uniforme
(Salerno Editrice 2020, Premio Friuli Storia).
Perché
generali e ammiragli vanno all’attacco?
Lacuradelvero.it – (2 Dicembre 2025) - Stefano
Lamorgese – ci dice:
Il 29
Novembre scorso il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate italiane, il
generale Carmine Masiello, ha accusato l’università di Bologna di discriminare
l’Italia in divisa, avendo rifiutato l’avvio di un corso di studi filosofici
destinato, in esclusiva, a quindici ufficiali (bolognatoday.it/cronaca/masiello-unibo-rifiuta-corso-per-l-esercito-il-generale-deluso.html).
Accuse
rumorose, subito sfruttate dal governo tutto “patria e onore” e dal
caravanserraglio della stampa reazionaria, ma del tutto infondate, come ha
spiegato bene, con pacatezza e la dovuta attenzione, l’”Ateneo felsineo” stesso
in un comunicato chiarissimo, dai toni molto moderati.
L’ammiraglio.
Subito
dopo è venuto il turno dell’ammiraglio “Giuseppe Cavo Dragone”, presidente del
comitato militare della NATO (en.wikipedia.org/wiki/NATO_Military_Committee), che – in
un’intervista rilasciata al “Financial Times”
(ft.com/content/dbd93caa-3c62-48bb-9eba-08c25f31ab02) – ha detto che la Nato dovrebbe
rispondere “in modo più aggressivo” alle minacce ibride della Russia, eseguite
con droni e sabotaggi.
Sono
seguite polemiche su tutti i fronti:
i
russi hanno definito irresponsabile l’alto ufficiale della NATO, ma persino dal
governo italiano s’è levata qualche voce critica.
Le
armi, una merce di successo.
Come
se non bastasse, proprio ieri – 1° dicembre 2025 – il “SIPRI “(istituto
internazionale indipendente con sede a Stoccolma), ha pubblicato il rapporto
sull’industria globale degli armamenti, relativo ai dati del 2024 (sipri.org/media/press-release/2025/sipri-top-100-arms-producers-see-combined-revenues-surge-states-rush-modernize-and-expand-arsenals).
Vi si
legge che “i ricavi derivanti dalla vendita di armi e servizi militari da parte
delle 100 maggiori aziende produttrici di armi sono aumentati del 5,9% nel
2024, raggiungendo la cifra record di 679 miliardi di dollari”.
Informazioni
che si aggiungono a quelle fornite due settimane fa dall’”Agenzia europea per
la difesa”, secondo la quale la spesa per ricerca e sviluppo nella difesa
nell’Unione Europea è quasi raddoppiata negli ultimi cinque anni, passando da 9
miliardi di euro nel 2020 a 17 miliardi nel 2025.
La
protesta degli studenti tedeschi.
Un’altra
notizia collegata a questo contesto bellicista proviene dalla Germania.
Là gli
studenti si stanno organizzando per contrastare la “voglia di guerra” che ha
invaso l’Europa e che ha portato il governo Merz a proporre la reintroduzione
del servizio militare di leva.
Così
venerdì 5 Dicembre, in occasione della discussione parlamentare promossa in
merito, è stato organizzato uno “sciopero della scuola” nelle principali città
tedesche (ilmanifesto.it/sciopero-degli-studenti-tedeschi-contro-la-leva): chi non vuole vestire la divisa sa
dove andare.
De
nobis fabula narratur.
Che
cosa c’insegna questa sincronia di asserzioni, dati, informazioni?
Che il
mondo in divisa (e in armi) è sempre più pieno di soldi:
è un fatto.
E poi
che i soldi funzionano come un super-stimolante, una potente sostanza
psicotropa: non rendono più lucidi, ma solo più aggressivi.
E poi ci dimostra, una volta di più, che i
generali non sono contenti quando qualcuno gli risponde con un “No”.
Se
amano tanto il “sissignore” è perché le stellette frequentemente mascherano
l’insensatezza della gerarchia militare che simboleggiano.
(Stefano
Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal
1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa
parte della redazione di Report/Rai3.)
Cosa
ha detto l’ammiraglio Cavo
Dragone
su Nato e Russia e
perché
molti politici l’hanno criticato.
Fanpage.it
– Luca Pons – Guerra Ucraina -Russia – (2 dicembre 2025) – ci dice:
Un’intervista
dell’ammiraglio” Giuseppe Cavo Dragone”, presidente del comitato militare della
Nato, ha scatenato reazioni politiche in tutto il mondo:
criticata
duramente da Mosca, e in Italia dalla Lega e dal Movimento 5 stelle – oltre che
da altre forze dell’opposizione;
il
governo Meloni ha cercato di sminuire.
Cavo Dragone ha parlato della possibilità di
effettuare “attacchi preventivi” nei confronti della Russia, e in generale di
essere più “aggressivi”.
(A
cura di Luca Pons).
La
Nato valuta di essere "più aggressiva", per contrastare la guerra
ibrida della Russia.
Questo è il titolo dell'intervista
dell'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone che ha fatto discutere non solo la
politica italiana, ma quella mondiale. Le parole del militare al “Financial
Times “hanno portato alla reazione di Mosca, e anche del Movimento 5 stelle e
della Lega in Italia:
anche “Avs”
e “Pd” hanno poi criticato l'intervento, mentre nel governo Meloni Forza Italia
ha cercato di abbassare i toni e i vertici (la presidente Meloni e il ministro
della Difesa Crosetto) hanno preferito non esporsi.
“Cavo
Dragone”, che dall'inizio di quest'anno è il presidente del comitato militare
della Nato, e fino al 2024 era capo di Stato maggiore della Difesa in Italia,
ha detto che l'Alleanza atlantica starebbe prendendo in considerazione l'idea
di essere "più proattiva", persino con "attacchi
preventivi" contro la Russia, anche se si resterebbe sul piano della
cosiddetta guerra ibrida: ad esempio, offensive informatiche.
Le
parole di Cavo Dragone sulla Russia e la Nato.
"Stiamo
studiando tutto…Sulla cybersicurezza, siamo un po' reattivi. Essere più
aggressivi, o essere proattivi invece che reattivi, è una cosa a cui stiamo
pensando", ha detto Cavo Dragone.
Il
riferimento è ai numerosi attacchi informatici che i Paesi Nato (specialmente
europei) hanno subito negli ultimi anni, spesso riconducibili proprio alla
Russia, anche se in modo indiretto. Naturalmente, la questione di fondo è
il sostegno atlantico all'Ucraina, che nette la Nato in contrapposizione con la
Russia.
(Guerra
Ucraina-Russia, massiccio attacco russo a Kiev. Zelensky: "Putin attacca
prima di Natale, più pressione per la pace", news in diretta).
L'ammiraglio
ha parlato anche di "attacchi preventivi", dicendo che potrebbero
essere considerati "un'azione difensiva", sempre in riferimento alle
azioni di guerra ibrida.
E
tuttavia ha dovuto ammettere questa linea "è più lontana dal nostro solito
modo di pensare e agire".
Uno dei problemi della Nato, ha aggiunto, è
"abbiamo molti più limiti delle nostre contro parti, per ragioni etiche,
legali e di giurisdizione.
È un problema. Non voglio dire che è una
posizione perdente, ma è una posizione più difficile di quella delle nostre
controparti".
Sempre
sul tema dell'atteggiamento dell'Alleanza atlantica, Cavo Dragone ha detto che
"essere più aggressivi, in confronto all'aggressività della nostra
controparte, potrebbe essere un'opzione". Ma i problemi sarebbero "la
cornice legale e di giurisdizione, chi se ne occupa?".
Il
punto, ha sottolineato, è che la posizione della Nato è troppo passiva. O
meglio, "reattiva": si limita a rispondere a ciò che fa la Russia.
Servirebbe invece più deterrenza, per evitare che Mosca attacchi.
"Come
si ottiene la deterrenza – con la rappresaglia, con un attacco preventivo – è
qualcosa che dobbiamo analizzare in profondità, perché in futuro ci potrebbe
essere ancora più pressione su questo".
Russia:
"Dimostrazione che la Nato è pronta all'escalation". Putin: "
La
reazione più immediata è stata quella della Russia, che ha definito le parole
dell'ammiraglio "un passo estremamente irresponsabile", che indicano
"la prontezza dell'Alleanza ad avviare una nuova escalation".
A dirlo è stata la portavoce del ministero
degli Esteri “Maria Zakharova”.
"La
consideriamo un tentativo deliberato di minare gli sforzi volti a risolvere la
crisi ucraina.
Chi fa
affermazioni di questo tipo deve essere consapevole dei rischi e delle
possibili conseguenze che ne derivano, anche per gli stessi membri
dell'Alleanza", ha aggiunto, parlando di "isteria anti-russa".
Oggi,
il presidente russo Putin ha anche dichiarato in conferenza stampa: "La Russia non ha intenzione di
combattere con l'Europa, ma se l'Europa inizierà, saremo subito pronti".
Non ha fatto riferimenti alle parole dell'ammiraglio.
La
risposta indiretta dell'Unione europea era arrivata ieri tramite l'Alta
rappresentante per la politica estera “Kaja Kallas”, che ha parlato della
guerra ibrida portata avanti dalla Russia:
"Stiamo discutendo di cosa possiamo fare
ancora a riguardo, perché è vero che stanno diventando più aggressivi in
diverse parti. Abbiamo gli strumenti per le sanzioni ibride contro la Russia,
ma tutte queste azioni vanno coordinate con gli Stati membri.
Spetta
agli Stati utilizzare davvero questi strumenti per contrastare gli attacchi
ibridi".
In
Italia Lega e M5s attaccano per primi, Pd e Avs chiedono informativa.
Il
dibattito è stato particolarmente acceso in Italia, anche perché Cavo Dragone è
stato fino allo scorso anno capo di Stato maggiore della Difesa.
La
prima replica è arrivata dal Movimento 5 stelle, e in particolare
dall'eurodeputato “Danilo Della Valle”:
"Sono
anni che mettiamo in guardia sulla miccia che potrebbe portare a una guerra
aperta fra blocco occidentale e Russia e non vorremmo che qualcuno abbia decisa
di accenderla proprio adesso, per far saltare i negoziati che faticosamente
vanno avanti".
Particolarmente
dura anche la reazione della Lega, che tra le forze di governo è stata quella
che ha attaccato l'ammiraglio con più decisione: "Mentre Usa, Ucraina e Russia
cercano una mediazione, gettare benzina sul fuoco con toni bellici o evocando
‘attacchi preventivi' significa alimentare l'escalation. Non avvicina la fine
del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non provocazioni", ha
scritto in una nota il Carroccio.
Oggi
il dibattito si è allargato.
Laura Boldrini, deputata del Pd, ha detto ai
cronisti che la interpellavano che "la legittima difesa preventiva non esiste nel
diritto internazionale, quindi noi siamo sempre per il rispetto del diritto
internazionale. È una dimensione che non si sa dove ci può portare, quindi
invito tutti a molta, molta cautela e molta prudenza".
Il segretario di Sinistra italiana e deputato
di “Avs” “Nicola Fratoianni” ha parlato di un "uso poco sorvegliato delle
parole, per non dire di più" da parte di Cavo Dragone.
"Tutti
dovrebbero concentrarsi su un altro lessico: quello della diplomazia, della
ricerca della pace, del cessate il fuoco, della fine della carneficina".
In
Aula, Marco Grimaldi (Avs) ha chiesto un'informativa del ministro della Difesa
Crosetto.
Alla
richiesta si è unito anche Stefano Graziano (Pd).
E lo
stesso ha fatto Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera del M5s, che ha
chiamato in causa tutto il governo:
"Vogliamo che venga in Aula il ministro
Crosetto, ma anche Meloni e tutto il governo. E questo perché pensiamo che in
Parlamento non si dovrebbe parlare di altro se non di come il governo Meloni ci
sta portando in guerra. Vogliamo dire che, senza essere tacciati di
filo-putinismo, noi non vogliamo essere in guerra con la Russia e contro
nessuno?".
Salvini
insiste, il M5s attacca i "leghisti pacifinti".
Oggi i
parlamentari pentastellati che siedono nelle commissioni Difesa di Camera e
Senato hanno criticato le parole "provocatorie, folli e
irresponsabili" dell'ammiraglio:
"Evocare
la guerra non aiuta la pace, lo capiscono tutti, a partire da chi lo fa".
Non è
mancato un attacco anche alla Lega, e in particolare ai "pacifinti
leghisti che hanno sempre sostenuto al linea bellicista del governo e oggi
criticano l'ammiraglio Cavo Dragone indossando la maschera pacifista", ma
"dovranno presto gettarla, quando il Parlamento dovrà autorizzare un altro
anno di invio armi".
E se
la Lega si era già espressa, è stato Matteo Salvini stesso a rincarare la dose.
"Io parteggio per l'Italia, non parteggio per Tizio o per Caio", ha
detto.
"Mettere
fine al conflitto in Ucraina è un bene per i ragazzi che questa mattina stanno
morendo al fronte, è un bene per l'economia italiana ed europea e chi si mette
di mezzo per impedire un accordo tra Russia, Ucraina e Stati Uniti non fa il
bene dell'Italia e dell'Europa. Spero che nessuno a Parigi, Londra o Berlino
abbia più interesse a proseguire con il conflitto che non a farlo
cessare".
Tajani
parla di un problema di "traduzione" e abbassa i toni.
Salvini
è stato anche il più alto esponente del governo Meloni a prendere posizione.
Il suo pari grado, l'altro vicepremier Antonio
Tajani, ha usato parole molto più caute: "Noi dobbiamo tutelare i nostri
interessi, proteggere la nostra sicurezza e prepararci anche a difenderci da
una guerra ibrida. Ma non farei una polemica su questo". E, sulla nota
della Lega: "Bisogna sempre essere prudenti e cauti".
Poi ha
ribadito: "Cavo
Dragone ha detto che dobbiamo avere una posizione attiva nel proteggere la
Nato, l'Europa e l'Occidente da eventuali attacchi. Mi sembra che sia una
tempesta in un bicchier d'acqua. Bisogna riflettere sulle parole esatte che
l'ammiraglio Cavo Dragone ha detto in inglese, e non sulla traduzione
italiana".
È
stato poi “Maurizio Gasparri”, capogruppo di Forza Italia al Senato, a
raccogliere la posizione del partito parlando a L'Aria che tira: "L'ammiraglio Cavo Dragone ha
parlato di una azione preventiva tecnologica.
C'è anche un conflitto tecnologico e dobbiamo
attrezzarci e difenderci, anche con dei tecnici in “campo cyber”, che lo Stato
possa avere a disposizione solo in caso di necessità".
(fanpage.it/politica/cosa-ha-detto-lammiraglio-cavo-dragone-su-nato-e-russia-e-perche-molti-politici-lhanno-criticato/).
(fanpage.it/).
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