Trump sta mettendo alle strette l’Europa.

 

Trump sta mettendo alle strette l’Europa.

 

 

Ucraina, no di Mosca al piano di pace

 europeo: tra Usa e Kiev nuova bozza

 in 19 punti ma sparisce l’uso dei

beni russi congelati.

Msn.com - Storia di Redazione FIRST online – (25-11-2025) – ci dice:

 

Putin – Trump.

Gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno trovato un’intesa su un nuovo accordo di pace in 19 punti, lasciando però al presidente americano Donald Trump e al suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky le decisioni sui punti più sensibili dal punto di vista politico.

Lo riferisce il “Financial Times”, che cita il viceministro degli Esteri ucraino, “Sergiy Kyslytsya”.

In precedenza Washington aveva fatto pressioni su Kiev affinché accettasse una proposta in 28 punti elaborata da mediatori statunitensi e russi, che però non teneva conto di alcuni limiti imposti da Kiev. “Kyslytsya” ha detto al quotidiano finanziario che l’incontro è stato “intenso” ma “produttivo” e ha portato alla stesura di una bozza di documento completamente rivista che ha lasciato entrambe le parti con un senso di “ottimismo”.

 

Dopo ore di difficili trattative che hanno rischiato di fallire prima ancora di iniziare, le delegazioni statunitense e Ucraina hanno raggiunto un accordo su varie questioni, ma hanno per il momento soprasseduto sui punti più controversi, tra cui le questioni territoriali e le relazioni tra Nato, Russia e Stati Uniti.

 Gli ucraini hanno infatti comunicato di “non avere il mandato” per prendere decisioni sul territorio, in particolare sulla cessione di terre come suggerito nella bozza originale del piano (secondo la Costituzione Ucraina richiederebbe un referendum nazionale).

“Della versione originale è rimasto ben poco”, ha detto “Kyslytsya”, spiegando che “è stata fissata una solida base di convergenza e su alcuni punti c’è margine per un compromesso, il resto richiederà decisioni da parte dei leader”.

 

Ucraina, il No di Mosca al piano europeo.

Mosca ritiene che la bozza del piano europeo per una soluzione in Ucraina, apparsa sui media lunedì, non sia costruttiva.

 Lo ha affermato il consigliere presidenziale russo “Yuri Ushakov” citato da “Interfax”.

Per quanto riguarda i piani in circolazione, questa mattina abbiamo appreso del piano europeo, che a prima vista è del tutto poco costruttivo e non ci soddisfa”, ha detto “Ushakov” ai giornalisti.

Ushakov ha richiamato l’attenzione sulla dichiarazione del Segretario di Stato americano “Marco Rubio”, secondo cui i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina svoltisi a Ginevra nel fine settimana hanno soddisfatto Washington.

“Ma ha anche detto che ci sono 28 punti, e ce ne sono 26.

 Ci sono un sacco di cose, più un sacco di speculazioni diverse, e non è chiaro a chi credere, ma crediamo a ciò che abbiamo visto, a ciò che ci è stato trasmesso attraverso i canali appropriati”, ha aggiunto “Ushakov”.

 

Ucraina, sparito da piano Usa il punto sui beni russi congelati.

Tra le misure sparite dal piano americano dopo i negoziati di Ginevra con l’Ucraina, c’è l’uso dei beni russi congelati per la ricostruzione.

 Lo scrive “Bloomberg”, a quanto riportano media ucraini.

 Si tratta del punto numero 14 del testo originale, prima che i 28 capitoletti fossero ridotti a 19.

Prevedeva che 100 miliardi di dollari di “frozen assetts” fossero investiti in progetti a guida americana, con gli Usa che avrebbero ricevuto il 50 per cento dei profitti.

 Altre proposte per ora cancellate dalla lista potrebbero finire in documenti separati per ulteriori negoziati, spiega sempre l’agenzia americana.

 

Ucraina conferma modifiche al piano.

Il consigliere del capo del gabinetto della presidenza ucraina, “Oleksandr Bevz”, ha confermato lo scoop del “Financial Times”:

il piano di pace presentato dagli Stati Uniti è cambiato.

 “Come risultato dei negoziati tra funzionari ucraini e americani a Ginevra, il piano di pace è stato modificato”, ha scritto su Facebook, a quanto riferisce “Rbc-Ucraina”:

“Un piano di 28 punti nella forma in cui tutti l’hanno visto non esiste più. Alcuni punti stati tolti, alcuni cambiati. Nessun commento avanzato dalla parte ucraina è rimasto inascoltato”, ha assicurato.

 

Il primo viceministro “Kyslytsya” ha riferito infatti a “Ft “che i punti sono stati ridotti a 19 e che sulle questioni politicamente più controverse l’ultima parola spetterà a Trump e Zelensky.

E “Bevz” ha confermato: saranno loro, ha detto, “a decidere sulle questioni più problematiche”.

Ucraina,” Xi “a Trump: accordo di pace sia equo e duraturo.

I presidenti cinese “Xi Jinping” e americano Donald Trump “hanno anche discusso della crisi” in Ucraina nel colloquio telefonico avuto oggi.

“Xi”, nel resoconto del “network statale Cctv”, “ha sottolineato che la Cina sostiene tutti gli sforzi profusi per la pace e auspica che tutte le parti continuino a ridurre le loro divergenze e a raggiungere un accordo di pace equo, duraturo e vincolante il prima possibile per risolvere questa crisi alla radice”.

 

 

 

 

 

L’Europa e la sfida di Trump: una scossa

salutare o la conferma di una irrilevanza?

 Istitutoeuroarabo.it – (1° maggio 2025) - Comitato di Redazione - Giuseppe Savagnone – ci dice:

 

Un sogno incompiuto.

Non è stato Trump a mettere in crisi l’Europa.

Già prima del suo insediamento, il quadro che si poteva fare dell’Unione Europea era quello di un sogno incompiuto.

 Pur nella loro diversa ispirazione intellettuale, i suoi “padri” ideali – i cattolici De Gasperi, Adenauer, Schuman, gli autori del Manifesto di Ventotene (Altiero Spinelli, ex Pci; Ernesto Rossi, azionista; Eugenio Colorni, socialista) – convergevano nel concepirla come un nuovo soggetto internazionale, che avrebbe dovuto superare la logica dei vecchi nazionalismi integrando le identità nazionali in una unità politica.

 

Le cose non sono andate così. L’inizio era sembrato promettente.

Si era partiti con un’intesa economica, che istituiva la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), col Trattato di Parigi, del 1951 – sottoscritto da Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi –, e poi la CEE (Comunità Economica Europea), col Trattato di Roma, firmato dagli stessi sei Stati, nel 1957, a cui aderirono poi anche Danimarca, Grecia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna.

 

Col tempo l’integrazione si fece sempre più stretta, cominciando ad allargarsi alla sfera politica.

 Fu così che il 7 febbraio 1992 gli Stati facenti parte della CEE firmarono il Trattato di Maastricht che, a decorrere dal 1993, ha dato vita all’Unione Europea.

 Veniva istituita una cittadinanza europea e i Paesi membri si impegnavano a rispettare alcune regole vincolanti in politica economica e nel rispetto dei diritti. Nasceva la BCE (Banca centrale europea).

Questo salto di qualità veniva poi confermato dall’adozione, a partire dal 1° gennaio 1999, di una moneta unica, l’euro.

 

Poco dopo (1995) entravano a far parte dell’Unione anche Austria, Svezia, Finlandia, seguite, nel 2004, da Cipro, Ungheria, Polonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Malta, Slovacchia, Lettonia, Lituania, nel 2007, da Romania e Bulgaria, e nel 2013 dalla Croazia.

 

Ma, mentre aumentava il numero degli aderenti, trovava sempre più difficoltà la realizzazione del progetto finale di una piena unità politica.

 In questo senso nel 2000 veniva firmato il “Trattato di Nizza,” che allargava i poteri del Parlamento europeo, e istituiva la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.

 Ma si sentiva l’esigenza di “una Costituzione” e, al vertice di Laeken del 14 e 15 dicembre 2001, fu istituita una Convenzione col compito di redigere un testo, sottoscritto poi dagli Stati membri dell’Unione il 29 ottobre 2004 col Trattato di Roma.

 La sua entrata in vigore, però, era subordinata alla ratifica parlamentare o elettorale da parte di tutti gli Stati membri.

Perciò la sua bocciatura nei referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi l’anno successivo bloccò il processo di approvazione.

 Anche se in seguito diverse norme in essa contenute sono state incluse nel successivo “Trattato di Lisbona”, firmato nel 2007 ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009.

 

Ma lo scacco della mancata approvazione della prima stesura era in realtà solo la punta dell’iceberg di una situazione in cui gli Stati membri resistevano alla prospettiva di rinunciare alla propria sovranità nazionale e, su alcune materie, mantenevano gelosamente il diritto di veto con cui bloccare eventuali decisioni comuni contrarie ai loro interessi.

 

Così, malgrado i passi avanti, l’Europa è rimasta una aggregazione di Stati indipendenti politicamente l’uno dall’altro.

Questa frammentazione ha avuto anche una sua espressione ideale con il rifiuto, da parte della Convenzione incaricata di redigere il testo costituzionale (in particolare del suo presidente, il francese Valéry Giscard d’Estaing), di inserire un riferimento alle “radici cristiane” del continente, come insistentemente chiedeva il papa Giovanni Paolo II.

 Al suo posto c’era un generico richiamo «alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, e dello Stato di diritto», formula poi ripresa e confermata nel testo di Lisbona.

 

(La-riforma-dei-trattati-Ue. Un’ Europa senz’anima).

Il punto è che l’Europa attuale sembra incapace di trovare un’anima che l’accomuni e che possa giustificare la rinunzia da parte dei singoli Stati alla loro autonomia.

 La scristianizzazione dilagante rende poco plausibile che quest’anima possa venire dalla tradizione cristiana, ma questa era l’unica che veramente avesse contribuito in modo decisivo al passaggio, nel medio evo, dalla civiltà mediterranea di Roma ad una identità non solo geografica del continente europeo, integrando l’eredità del mondo classico e gli apporti dei popoli germanici e di quello islamico.

 

Venuto meno il rapporto con questa tradizione, l’unica filosofia che sembra attualmente imporsi, anche istituzionalmente, nella società europea sembra quella di un “individualismo possessivo”, che promuove un concetto di libertà incompatibile con la ricerca del bene comune.

 L’idea sottostante è che ognuno è proprietario del suo corpo e può fare di sé quello che vuole, senza doverne rispondere, finché non invade la sfera altrui.

 Ad essa si ispirano l’introduzione della libertà incondizionata di aborto nella Costituzione francese e la votazione del Parlamento europeo a favore del suo inserimento nella Carta dei diritti, nonché l’apertura alla maternità surrogata e all’eutanasia.

 

Fermo restando il rispetto per i drammi personali che spesso stanno dietro queste rivendicazioni, da questa prospettiva non può derivare altro che una visione insulare della vita associata, che esclude la possibilità di una vera comunità e conferma la sua riduzione a criteri puramente formali, senza un vero fine in cui tutti si possano ritrovare.

 Da qui il grande rischio del progetto di unità europeo di ridursi alla costruzione di un’entità più burocratica e tecnocratica che valoriale, con la conseguente difficoltà di arrivare all’unità politica, la cui base è la convergenza su un’idea di bene comune.

 

Di questo vuoto può essere un segno anche la genericità e l’ambiguità delle proposte con cui si cerca di riempirlo, come quella del ministro degli esteri italiano Tajani, che recentemente, nel ribadire il suo incrollabile europeismo, l’ha definito «il grande sogno di Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi», accomunando disinvoltamente due modelli opposti e incompatibili di umanità e di politica.

 

Si deve probabilmente anche a questa sclerosi se nel gennaio 2020 il Regno Unito, in seguito a un referendum, ha abbandonato l’Unione Europea, avvertita ormai più come una gabbia di regole soffocanti che non come una opportunità di crescita comune.

 

La mancanza di una reale sintonia è stata ulteriormente evidenziata dal fatto che l’apertura, negli ultimi anni, ai Paesi dell’Est, legati a una cultura molto diversa da quella delle nazioni inizialmente coinvolte nel progetto, ha determinato delle profonde divergenze nel modo stesso di concepire la democrazia.

Emblematico il caso dell’Ungheria, il cui modello è sicuramente democratico – la presidenza di Orbán ha un solido fondamento a livello elettorale –, ma non liberale, puntando sul primato indiscusso del premier ed escludendo una effettiva divisione dei poteri.

 

La mancanza di un orizzonte ideale ed etico condiviso, peraltro, fa sentire i suoi effetti anche nella delicata questione del confronto con altre culture, come quella islamica, che mantengono una connotazione identitaria ben più spiccata di quella degli europei.

Da qui il senso di una minaccia incombente, sottolineata ed enfatizzata dai partiti di destra, che agitano lo spettro dell’invasione islamica per invocare l’innalzamento di muri contro i migranti, senza rendersi conto di evidenziare, in questo modo, lo svuotamento della tradizione cristiana, centrata sulla fraternità e l’accoglienza, e di favorire, indirettamente, la penetrazione dell’islamismo.

 

Sta di fatto che, con l’avanzata delle destre, questa è diventata la linea di molti governi e della stessa Commissione europea, sensibili all’esempio del governo italiano.

 Così è accaduto che, progressivamente, la principale linea comune che si è andata sempre più affermando è stata quella difensiva nei confronti dei migranti.

 Incapaci di aprirsi gli uni agli altri, i Paesi europei si sono trovati uniti nel chiudersi verso l’esterno, istituendo barriere e campi di deportazione.

 

Più coerente con i valori europei è stato un altro fronte condiviso – con l’eccezione dell’Ungheria – e cioè il sostegno all’Ucraina nella sua resistenza all’invasione russa.

 Solo che anche questa occasione di convergenza, purtroppo, si è trasformata in una ulteriore svalutazione del sogno europeo, perché la rottura dei rapporti con la Russia ha portato l’economia europea ad una maggiore dipendenza dagli Stati Uniti e la politica dell’Europa ad una subordinazione alla Nato, che della guerra in Ucraina è diventata il soggetto fondamentale.

 Così, nel nuovo «ordine mondiale» di cui in quel momento parlavano sia Putin che Biden, per l’Europa non c’era più posto.

(F-elconfidencial-com_original_b38_df9_ab0_b38df9ab0985d03497920dbef3137cdcIl ciclone Trump).

Su questo quadro, già tutt’altro che entusiasmante, si è abbattuto, con le elezioni americane del novembre 2024, il ciclone Trump, i cui effetti dirompenti si sono progressivamente manifestati soprattutto dopo il suo insediamento, nel gennaio 2025.

 «Siamo sinceri», ha detto il presidente nella prima riunione del nuovo gabinetto, «l’Unione Europea è stata creata per fregare gli Stati Uniti.

 E hanno fatto un buon lavoro ma ora io sono il presidente».

È qui il nocciolo della sua posizione verso l’Europa.

Gli europei, secondo Trump – che ha ripreso la definizione di «parassiti» usata dal suo vice Vance – sarebbero vissuti finora alle spalle dell’America, sia scaricando su di essa le spese militari per la sua difesa, sia esportando i propri prodotti oltre l’Atlantico molto più che importandoli.

 

Da qui, innanzi tutto, la richiesta ai Paesi europei di elevare le spese militari al 5%, sottolineando che da ora in poi gli Stati Uniti non potranno più essere i garanti della loro sicurezza.

 Richiesta unita ad una drastica svalutazione del ruolo politico dell’Europa nella ricerca della pace in Ucraina e a un atteggiamento, al contrario, molto conciliante verso la Russia, al punto da escludere gli Stati europei dai negoziati avviati in Arabia Saudita a questo scopo.

 Giustificando l’impressione di molti che in realtà in questi negoziati si stesse preparando una spartizione di zone di influenza, in cui il continente europeo verrebbe abbandonato alle mire espansionistiche russe.

Secondo il detto: «Se non sei tra gli invitati a tavola, sei nel menù».

 

In realtà questa presa di distanze, che contraddice radicalmente la linea fino ad allora seguita sia da Biden sia dai suoi predecessori, paradossalmente potrebbe costituire per l’Europa un’opportunità, costringendola ad emanciparsi dal tutorato americano e a recuperare la propria soggettività politica e militare.

 

Tanto più che la presa di posizione di Trump è stata un’occasione per il Continente di ritrovare la propria unità politica, al di là dei confini giuridici della UE.

 Infatti il Regno Unito, abbandonato dagli Stati Uniti, il suo storico alleato di sempre, si è in questa situazione ritrovato in piena sintona con gli altri Paesi europei, anzi è diventato, insieme alla Francia, la punta di diamante di un’iniziativa, detta dei “volenterosi”, che mira a garantire la presenza di una forza miliare europea di interposizione tra Russia e Ucraina, a guerra finita.

 

Certo, questa svolta pone all’Europa il duplice problema di un accresciuto sforzo economico e militare, sia per compensare il venir meno dell’appoggio americano all’Ucraina, sia per provvedere fin da ora a un autonomo sistema di difesa europeo, capace di scoraggiare eventuali iniziative ostili da parte della Russia.

Un’occasione storica per promuovere una vera e propria unità politica, facendo diventare l’Europa un soggetto in grado di far fronte allo strapotere di Stati Uniti e Russia e di sedere con loro, da pari a pari, non solo al tavolo dove si decidono le sorti dell’Ucraina, ma in tutti i consessi internazionali.

 

E a questo era finalizzato il piano” Re Arm Europe “(poi ribattezzato, per motivi di immagine, Readness 2030) proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che il Consiglio europeo ha approvato all’unanimità all’inizio di marzo 2025, anche se con la dissociazione dell’Ungheria per quanto riguarda l’appoggio all’Ucraina.

Piano. Un’occasione mancata.

Ma proprio questo documento rivela il riemergere delle antiche e mai superate resistenze dei singoli Stati – anche di quelli non dichiaratamente sovranisti – nel rinunziare alla propria sovranità nazionale.

 Esso, infatti, non fa altro che autorizzare gli Stati membri dell’Ue a sforare, per spese militari, fino a 650 miliardi di euro, il tetto previsto dal patto di stabilità e ad avere prestati fino a 150 miliardi di euro.

 Un progetto che in realtà non mira a creare le condizioni per una difesa comune europea, ma a stimolare un riarmo dei singoli Paesi dell’Unione confermando la linea sostanzialmente nazionalista/sovranista che finora ha impedito il passaggio dall’unità economica dell’Europa a quella politica.

Nessuno Stato vuole rinunziare al suo esercito.

 

Le conseguenze negative sono evidenti.

A fronte di un solo modello di aereo di combattimento oggetto sviluppato negli USA (JSF-F35), in Europa ce ne sono tre (Tempest, Gripen, e Rafale), con una duplicazione dei costi.

E in Europa si producono diciassette tipologie differenti di carro armato, rispetto agli Stati Uniti, muniti del solo M1 Abrams.

Per non parlare delle inevitabili disfunzioni derivanti dalla mancanza di un comando unificato.

L’Europa non spende poco per le armi, spende male.

 

Da qui anche le ragioni di chi sostiene che un piano per il riarmo è superfluo e costituisce una festa solo per le industrie e i mercanti di armi, le cui azioni in borsa infatti sono salite alle stelle.

E che il problema dell’Europa è di recuperare quella prospettiva unitaria che, mantenendo le spese al livello attuale, la renderebbe più competitiva.

 Certo, creare un esercito europeo non è compito che possa essere realizzato dall’oggi al domani.

Ma, allo stato attuale, non si vede neanche la volontà di muoversi in questa direzione.

 

C’è anche un secondo problema, ed è la mancanza in questo progetto di un piano che consenta di redistribuire i costi di questa operazione senza scaricarli, come sempre, sulle fasce più deboli, riducendo i finanziamenti ai servizi essenziali.

Perché è chiaro che le uscite aggiuntive, a cui si sta dando il via libera, saranno tutte a debito e, prima o poi, dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o tagliare la spesa sociale.

Si tratta di sacrificare, insomma, settori vitali come la sanità o l’istruzione, tanto più in un Paese come l’Italia dove si preferisce ridurre i servizi ai poveri che “mettere le mani” nelle tasche dei ricchi.

 

La svolta che la nuova realtà internazionale esigeva, dunque, non c’è stata veramente.

 L’opportunità offerta, paradossalmente, dalla rottura voluta da Trump, finora sembra essere stata sprecata, confermando piuttosto l’affermarsi di nazionalismi che, come quello rappresentato in Germania dal movimento neonazista in ascesa, aggravano la minaccia della frammentazione e il rischio di futuri conflitti armati. Non è detta però l’ultima parola.

 Saranno i fatti a dire se un sussulto di orgoglio e di istinto di conservazione potrà portare i governi europei a rispondere in modo più adeguato alla sfida in atto.

Il problema dei dazi e il viaggio della Meloni.

Il secondo ambito in cui la rivoluzione di Trump sta costringendo l’Europa a ritrovare sé stessa e a porsi come soggetto autonomo è quello dei dazi.

 Anche qui si tratta di una svolta che si presenta a prima vista catastrofica, ma che costringe suo malgrado l’Europa a trovare una propria linea comune.

 Fin dall’inizio si è insistito unanimemente sulla necessità di non disperdersi in scelte nazionali separate e di fronteggiare l’attacco che viene da oltreoceano in modo unitario.

La stessa relazione privilegiata della premier italiana col presidente americano – è stata l’unica leader europea invitata al suo insediamento – che prima sembrava destinata solo ad offrire privilegi, ha assunto il significato di una rappresentanza comunitaria con il viaggio della Meloni negli Stati Uniti.

 

In realtà, il quadro in cui questo viaggio è maturato è stato in anticipo delineato spregiativamente da Trump, col suo famoso riferimento a coloro che venivano a baciagli il cu… per fare accordi sui dazi.

Per di più, l’obiettivo dichiarato della mediazione – l’accordo sull’azzeramento dei dazi su entrambe le sponde dell’Atlantico – è stato vanificato proprio alla vigilia quando il governo americano ha decisamene respinto l’analoga richiesta espressa dal commissario europeo per il commercio “Sefovic.”

Se, tuttavia, la missione della Meloni è stata per lo più considerata un grande successo, sia in Italia che a livello internazionale, è stato per il clima di grande stima e cordialità che ha caratterizzato l’accoglienza da parte di Trump e della stampa degli Stati Uniti, evidenziando l’esistenza di un rapporto privilegiato fra la nostra premier e il presidente americano.

 

Se, però, si va oltre la spessa cortina fumogena dei media, il bilancio è assai meno roseo.

Da parte sua, Meloni ha offerto a Trump quello che chiedeva:

 la promessa di aumentare gli acquisti di gas liquido americano, la garanzia di grossi investimenti di aziende italiane negli Stati Uniti – si parla di dieci miliardi di euro – e l’aumento fino al 2% del Pil delle spese militari.

 

Se ci si chiede cosa abbia realmente ottenuto in cambio di questi impegni concreti, la risposta è assai deludente.

Trump ha colmato la Meloni di complimenti, rafforzando indubbiamente la sua immagine personale, ma non certo le prospettive italiane ed europee;

si è detto sicuro che un accordo sui dazi con l’Europa sarà possibile – senza però dire a quali condizioni –; infine ha promesso di venire in Italia a trattare col governo italiano e, senza però un preciso impegno per questo, con quelli europei.

 

Già dal punto di vista degli interessi italiani, questo sembra più configurare il tributo pagato unilateralmente da un vassallo al suo signore.

Se poi si passa ad un’ottica europea, è evidente che, come mediazione tra le due sponde dell’Atlantico il viaggio della premier italiana non ha avuto affatto quel significato storico che molti quotidiani – a dire il vero soprattutto quelli destra – gli hanno entusiasticamente attribuito.

Al di là dell’illusione ottica determinata dal suo successo personale, con la sua verve Meloni non ha realmente creato un ponte tra l’Europa e gli Stati Uniti.

È significativo che, nel rallegrarsi del successo del suo viaggio, la presidente della Commissione europea, “Ursula von der Leyen,” abbia sentito il bisogno di precisare che comunque il compito di rappresentare l’UE nel negoziato con Trump spetta a lei

. E sull’esito di questa trattativa continua a gravare un grande punto interrogativo.

 

Unione-europea. La vera posta in gioco.

Ma c’è un problema più radicale.

 Per il presidente americano i dazi sono uno strumento politico per dividere il mondo in due campi, quello dei Paesi che accettano di dipendere interamente dagli Stati Uniti e quello di coloro che si schiereranno con la Cina.

Per la Meloni, che condivide le logiche di Trump sul rispetto dei diritti umani, sul modo di trattare le differenze e le opposizioni, sulla divisione dei poteri, sull’atteggiamento verso i migranti, sul rapporto con Israele, questo non è un problema.

Il solo punto di frizione è il problema dell’Ucraina, ma il contesto è la sintonia in una visione autoritaria e sovranista della democrazia.

 Questo, per entrambi, è il progetto.

Così, per lei il tycoon sta lavorando a «rendere di nuovo grande l’Occidente» ed essere partner fidata di questo progetto la rende, come ha detto, orgogliosa.

 La sua mediazione mira ad avvicinare le due sponde dell’Atlantico facendole convergere su di esso.

Ma l’Europa ha una visione democratico-liberale che è incompatibile con questa prospettiva.

 Lo dimostrano le sue tensioni con l’Ungheria di Orbán, dove essa si è già pienamente attuata e che, per l’America di Trump e l’Italia di Meloni, è in sostanza un modello, sia pure ancora in via di realizzazione.

Potrà accettare l’Europa di condividere il rapporto privilegiato della nostra premier con un personaggio come Trump, emblema del totale stravolgimento della tradizione culturale e politica occidentale?

Potrà far suo il significato dello slogan di Meloni «rendere l’Occidente di nuovo grande» accettando il nuovo contenuto che esso assume alla luce della repressione della libertà di pensiero nelle Università, della cancellazione del diritto alla diversità sessuale, della occupazione indiscriminata di tutti i posti pubblici di potere, del misconoscimento delle sentenze dei giudici, delle deportazioni poliziesche degli immigrati

Purtroppo non sono interrogativi retorici.

Per resistere alla tentazione di seguire la Meloni nel suo viaggio a senso unico verso l’appiattimento su Trump l’Europa deve ritrovare l’anima di cui si parlava prima, o almeno sforzarsi di farlo.

 Per non trovarsi alla fine riassorbita in quel «grande Occidente» che sarebbe la negazione di tutti i suoi valori.

(Dialoghi Mediterranei, n. 73, 1°maggio 2025, Giuseppe Savagnone).

Trump, accordi bilaterali per

 spaccare l’Ue. Ma la

 Commissione resta timida.

  Ilmanifesto.it – (25 novembre 2025) - Anna Maria Merlo – ci dice:

 

Stati Uniti.

I nodi: guerra commerciale e fine del New Deal verde.

 Il tycoon annuncia un «External Revenue Service» per raccogliere i diritti doganali.

 

Per gli europei, un passaggio della dichiarazione di Donald Trump, annuncia un’offensiva, anche se la Commissione auspica «una collaborazione stretta» sulle «sfide mondiali»:

 il 47esimo presidente Usa ha confermato che ci saranno «dazi» per i «paesi stranieri», per «arricchire» gli statunitensi.

Un “External Revenue Service” sarà creato per raccogliere i diritti doganali, le tasse, il reddito» del commercio dall’estero.

È l’annuncio di una guerra anche contro l’Ue, che ha una bilancia ampiamente positiva (sui 150 miliardi).

 

Altre frasi di Trump inquietano parte degli europei, in un momento in cui anche la Ue sta vivendo un momento di confusione:

Trump vuole mettere fine «al new deal verde», che per la Ue è un programma, anche se tra i 27 stanno esplodendo le divisioni.

Mentre la Casa bianca comunica l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima. Trump ha citato l’industria automobilistica, confermando di voler riportare la produzione negli Usa.

 Un colpo per la Germania, che esporta negli Usa e che Trump aveva già individuato come un nemico:

«Troppe auto tedesche a Manhattan».

 

È la tattica di Trump: dividere il fronte Ue.

 La politica commerciale della Ue è di competenza della Commissione, ma la nuova amministrazione Usa giocherà la carta degli accordi bilaterali, per spaccare il blocco.

 Si è già visto con gli inviti all’inaugurazione della presidenza, solo Giorgia Meloni invitata tra i capi di governo Ue, con una manciata di esponenti del gruppo dei Patrioti del Parlamento europeo e altri di estrema destra tra gli ospiti non ufficiali ma del movimento Maga (cioè sono rimasti nel back stage), una “internazionale reazionaria” che mira a indebolire la Ue.

 

Trump non ha accennato all’Ucraina nel suo discorso di investitura e non ha neppure citato la Groenlandia che nelle scorse settimane aveva aggredito come una possibile preda Usa.

 Ma per la Ue gli elementi di preoccupazione si accumulano, anche se le istituzioni europee restano prudenti in queste prime ore.

 

La Commissione non ha reagito a nessuna dichiarazione preliminare di Trump e la portavoce della presidente Ursula von der Leyen ha affermato che non era stato affidato nessun messaggio della Ue a Giorgia Meloni per la cerimonia.

 Ma gli europei già si dividono.

La Polonia, che ha la presidenza semestrale del Consiglio Ue, ha un’opinione pubblica molto filo-Trump, anche se il primo ministro Donald Tusk resta discreto.

L’ungherese Viktor Orbán afferma che da oggi «il sole brillerà in modo diverso a Bruxelles».

 L’ex primo ministro della Repubblica ceca, “Andrej Babis”, tra i fondatori del gruppo dei Patrioti, è sicuro che Trump «metterà fine alla guerra» in Ucraina.

 

Ieri c’è stata a Bruxelles la decisione di integrare nel “Dsa” (Digital Services Act, il regolamento europeo sui servizi digitali) il codice di condotta sulla lotta contro i contenuti di odio online.

Una norma che i tycoon tech vecchi e nuovi alleati di Trump contestano con forza.

Ma la Commissione, che già ha un dossier sul non rispetto delle norme Ue da parte di Apple, Meta e X (ex Twitter), ha messo una pausa alla procedura e rilanciato una nuova inchiesta, mentre l’infrazione potrebbe comportare una multa per le multinazionali Usa fino al 6% del loro giro d’affari.

 

La Commissione, del resto, finora non ha reagito all’ingerenza sempre più manifesta di Elon Musk nelle elezioni europee, in Germania c’è stata la lunga intervista su “X” della leader del partito di estrema destra “Afd”, “Alice Weidel”, per influenzare il voto del 23 febbraio.

 

Ieri, il commissario all’Industria, il francese “Stéphane Séjourné”, ha sottolineato che una guerra commerciale contro la Ue sarà un ostacolo all’aumento delle spese militari dei partner Nato, pretesa da Trump (che ormai parla del 5% del pil).

Per la Ue c’è inoltre la preoccupazione per l’avventurismo finanziario mostrato da Trump, con la scommessa sui bitcoin, mentre si cerca una regolazione con gli accordi di Basel III, sulla regolazione della finanza internazionale.

 

 

 

Mezzogiorno di gelo,

per Meloni suona l’allarme.

Ilmanifesto.it - Andrea Colombo – (25 -11- 2025) – ci dice:

La sconfitta Giorgia Meloni ha perso.

Non servono analisi minuziose per cogliere il senso di questo voto.

 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Alberto Stefani al Teatro Geox di Padova durante il comizio per la chiusura della campagna elettorale a sostegno di Stefani, candidato centrodestra alla presidenza del Veneto per le Regionali 2025, 18 novembre 2025. (ANSA).

 Filippo Attili - ufficio stampa Palazzo Chigi -Giorgia Meloni e Alberto Stefani a Padova – (Ansa).

Giorgia Meloni ha perso.

Non servono analisi minuziose per cogliere il senso di questo voto:

 è la prima vera sconfitta politica della premier dal trionfo del 2022.

 Da Johannesburg la leader se la cava con commenti ai confini del burocratico.

 La vittoria nel Veneto «è frutto del lavoro, della credibilità e serietà della nostra coalizione».

Complimenti a Stefani, congratulazioni a Fico e Decaro e passiamo oltre. Ma passare oltre stavolta non sarà facile.

 

LA SCONFITTA DI FDI si è consumata prima di tutto nell’unica piazza conquistata senza nessunissima sorpresa dalla destra, nel Veneto bianco.

 La vittoria schiacciante, Stefani al 64% contro il 29% di “Manildo” era scontata.

 La partita era tra il partito della premier, forte degli strepitosi successi delle politiche e delle europee, e la Lega all’inseguimento nel nome del doge Luca Zaia.

Non solo il Carroccio ha riagguantato i tricolori: li ha doppiati con il 36 contro il 18%.

 È un trionfo non di Salvini ma di Zaia, che intende passare all’incasso imponendo alla Lega il modello “Cdu-Csu”, con sé stesso nella parte del capo dei “bavaresi” d’Italia.

 

Ma questo per la premier fa poca differenza:

con una Lega che si è ripresa lo scettro dovrà trattare e non da posizioni di forza su tutto.

Sugli assessorati che nella regione intendeva affidare tutti ai suoi Fratelli, sull’autonomia differenziata che Zaia, nelle materie non soggette ai “Lep”, reclamerà seduta stante, sulla candidatura per la Lombardia, quando sarà il momento.

Un Salvini che così giulivo non lo si vedeva da anni spara razzi e mortaretti per la «vittoria con proporzioni notevolissime», confessa di sentirsi schiacciato dal peso della storica responsabilità, assicura che «i patti saranno onorati».

Poi però butta là come se niente fosse che «in Lombardia la Lega può raggiungere lo stesso risultato» e se non è una richiesta di ridiscutere l’accordo che assegnerebbe la Lombardia a “FdI” poco ci manca.

 

PER MELONI TUTTO CIÒ non sarebbe gravissimo se la campagna della Campania non si fosse conclusa con una rotta totale.

Nonostante la scelta azzardata di introdurre un esponente di primo piano del partito e del governo come il “viceministro degli Esteri Cirielli” e quella di inventarsi un condono edilizio sul pronto, il centrodestra è stato travolto con un risultato da Ko, 61,3% contro il 35% del viceministro, appena meglio della Puglia, dove Decaro ha steso l’avversario Lobuono con oltre 30 punti di scarto.

 Ma in Puglia la destra non ci aveva neppure provato, la aveva subito data per persa.

 In Campania invece si è battuta, pur se tardi e male.

 La sconfitta qui brucia molto di più.

Brucia soprattutto perché se l’esito di queste regionali venisse replicato nelle politiche, anzi se anche si limitasse a uno scarto di 10 punti percentuali a favore del “Campo largo”, in quelle regioni l’attuale maggioranza non porterebbe a casa neppure un seggio nella quota maggioritaria.

Con ogni probabilità perderebbe quindi le elezioni.

Per la premier cambiare legge elettorale, adesso, non è più un’opzione ma un obbligo.

 

IN NOME DELLA “stabilità”, Donzelli già si è lanciato:

«C’è una riflessione che viene fatta sulla legge elettorale».

Traduzione: qui tocca eliminare di corsa la quota maggioritaria.

 Tajani spalleggia: «Sempre stato favorevole al proporzionale».

Ma anche nel Pd alla fine hanno imparato a far di conto e Taruffi si barrica

: «Questa non è la legge elettorale migliore del mondo. Ma funziona e non si capisce perché cambiarla».

In realtà gli sherpa di “FdI” e del “Pd” avevano già intavolato conciliaboli per definire una legge vantaggiosamente reciproca.

Ma le cose sono cambiate e sono cambiate grazie al voto dei pugliesi e dei campani.

 Certo, nulla impedisce alla maggioranza di farsi la propria legge elettorale e imporla col voto di fiducia.

Ma perdere i collegi, per una Lega ringalluzzita come mai prima, è un sacrificio.

Salvini cercherà, nella migliore delle ipotesi, di farselo pagare con gli interessi.

 

L’ultimo tassello che completa la giornata nera della premier è che la tornata delle regionali d’autunno si è conclusa con un pareggio di nome, tre a tre, ma con una sconfitta di fatto.

È il peggior viatico per il referendum di primavera.

 

 

 

L'attacco di Trump alla Ue.

Corriere.it – Prima Ora -Elena Tebano – (27-02- 2025) – ci dice:

Trump: «Dazi all’Ue, nata per fregarci».

Poi avverte Zelensky: si scordi la Nato.

Buongiorno.

Le accuse (e i dazi) di Trump all'Unione europea;

la stretta sull'accordo degli Stati Uniti con l'Ucraina per l'estrazione di ricche materie prime;

 le tensioni in Europa sul peace keeping dopo un eventuale cessate il fuoco tra Mosca e Kiev.

E ancora: le stoccate dell'uomo di Musk a Fdi su Starlink;

 il nuovo lieve miglioramento del Papa;

 il crollo dei profitti per Stellantis;

la denuncia delle aziende sui costi abnormi dell'energia in Italia.

Sono queste le principali notizie sul Corriere di oggi.

Vediamo.  

 

L'attacco di Trump alla Ue.

Nella sua prima riunione di gabinetto alla Casa Bianca il presidente americano Donald Trump ha annunciato che i prodotti europei saranno soggetti «a breve» a dazi doganali del 25%.

«Abbiamo preso la decisione, e li annunceremo presto, saranno del 25%», ha dichiarato

. Sono dazi uguali a quelli imposti, a partire da aprile, sui prodotti canadesi e messicani.

Nella stessa occasione Trump ha descritto l'integrazione europea, un progetto incoraggiato da Washington per decenni, come un tentativo di contrastare gli Stati Uniti.

«Ascoltate, siamo onesti, l'Unione Europea è stata concepita per fregare gli Stati Uniti», ha dichiarato durante la riunione del governo.

 

«L’Ue reagirà con fermezza e immediatezza contro le barriere ingiustificate al commercio libero ed equo», ha replicato ieri sera un portavoce della Commissione europea, aggiungendo che l’Ue è «pronta a collaborare» se gli Stati Uniti «rispettano le regole» ma proteggerà «i nostri consumatori e le nostre imprese in ogni occasione».

 

«L’Unione europea è il più grande mercato libero del mondo.

Ed è stata una manna per gli Stati Uniti.

Creando un mercato unico ampio e integrato, l’Ue ha facilitato il commercio, ridotto i costi per gli esportatori statunitensi e armonizzato standard e regolamenti in 27 Paesi.

 Di conseguenza, gli investimenti statunitensi in Europa sono altamente redditizi» ha aggiunto, ricordando che gli scambi transatlantici di beni e servizi ammontano a «oltre 1,5 trilioni di dollari all’anno» e si tratta della «più grande relazione commerciale e di investimento bilaterale al mondo».

«Dovremmo lavorare insieme per preservare queste opportunità per i nostri cittadini e le nostre imprese.

Non gli uni contro gli altri» ha concluso.

 

Oltre ad annunciare i dazi Trump ha dato, come fa spesso, cifre false.

 «Il nostro deficit commerciale con loro è pari a 300 miliardi di dollari» ha dichiarato riferendosi alla Ue.

Spiega “Giuseppe Sarcina”:

Il numero corretto è 157 miliardi di dollari (anno 2023, ultimo dato ufficiale disponibile) che diventano 50 miliardi di dollari se si prende in considerazione il settore dei servizi, nel quale sono gli Stati Uniti a beneficiare di un surplus, pari a 107 miliardi, nei confronti della Ue.

 

Ancora Sarcina:

Trump ha fatto un riferimento esplicito alle auto europee e quindi il primo bersaglio potrebbe essere la Germania, ma anche i Paesi fornitori dell’industria tedesca, come l’Italia.

 Ma l’ondata del protezionismo americano si infrangerà contro tutti i settori:

 dal farmaceutico all’agroindustria.

Gli Stati più esposti, naturalmente, sono i maggiori esportatori come Germania e Italia (surplus di 43 miliardi). (...)

Nessuno dei ministri presenti alla riunione con Trump ha sollevato obiezioni. Tuttavia a Washington circolano due preoccupazioni.

La prima è da tempo oggetto di dibattito:

 l’importo dei dazi è a carico delle aziende acquirenti americane che lo trasferiranno sui consumatori, aumentando i prezzi e quindi l’inflazione.

Il secondo tema è più complessivo:

 il 62% delle importazioni Usa si concentra su soli tre Paesi più l’Unione europea. Legittimo chiedersi se gli Stati Uniti possano reggere una guerra commerciale simultanea con la Ue (19% di import Usa), il Messico (15%), la Cina (14%), il Canada (14%).

 

L'«accordo» con l'Ucraina sulle risorse.

A proposito di imposizioni, Trump sembra essere riuscito a forzare l'Ucraina ad accettare l'intesa sulle ricche materie prime (titanio, manganese, zinco, grafite, caolino, uranio e litio, ma anche gas e petrolio) che Kiev inizialmente aveva rifiutato.

 Ieri Trump ha detto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky visiterà la Casa Bianca venerdì per firmare «un accordo molto grande» che legherà strettamente i due Paesi per gli anni a venire.

Darebbe agli Stati Uniti l'accesso ai depositi ucraini dei cosiddetti minerali di terre rare utilizzati nell'industria aerospaziale, della difesa e nucleare.

Il presidente americano lo considera come un modo per ripagare gli Stati Uniti degli aiuti già inviati all'Ucraina sotto il presidente democratico Joe Biden (l'Unione europea giudica le condizioni imposte a Kiev poco meno che un ricatto).

 

Ieri Zelensky in conferenza stampa ha detto invece che è stato raggiunto un accordo economico, ma che questo non include ancora le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti che il suo Paese considera fondamentali.

E che l'intesa finale potrebbe dipendere dai prossimi colloqui a Washington.

 

Spiega “Lorenzo Cremonesi”:

Trump esige che l’Ucraina ripaghi ciò che gli Stati Uniti hanno già stanziato per la sua difesa contro l’invasione russa da tre anni a questa parte.

 Zelensky invece concepisce qualsiasi impegno di cooperazione economica come una garanzia americana di aiuto militare per il futuro.

Qui sta il cuore dello scontro tra il governo ucraino e la nuova amministrazione a Washington sull’accordo relativo allo sfruttamento dei suoi giacimenti minerari e altre risorse naturali come petrolio e gas.

Trump guarda al passato e intanto apre a Putin.

Zelensky spera nel futuro per fare barriera contro Putin.

 Occorre dunque capirsi per il presente e ciò che verrà dopo.

 

Funzionari dalle due amministrazioni sostengono che l’intesa è stata raggiunta. Ma mancano ancora dettagli importanti, che dovrebbero venire definiti nei prossimi giorni. (...)

 Ieri circolava una nuova bozza, dopo le numerose diffuse dalla stampa americana e ucraina negli ultimi giorni, nella quale si sostiene che gli Stati Uniti «sostengono gli sforzi ucraini per ottenere garanzie di sicurezza necessarie a stabilire una pace permanente»:

 le bozze precedenti non avevano alcun accenno a questo tema.

 

Tra le altre cose ieri Trump ha anche postato un video osceno in cui Gaza appariva trasformata (grazie all'intelligenza artificiale) in una sorta di resort di lusso, mentre nella realtà è ancora in gran parte un cimitero:

dal 7 ottobre ci sono morti 48 mila palestinesi e solo nelle ultime due settimane cinque neonati sono morti di freddo.

 Del video si occupa Massimo Gramellini nel suo Caffè.

 

Quanto a Trump e alla sua prima riunione di governo, scrive “Aldo Cazzullo”:

La vittoria gli ha dato alla testa.

In pochi minuti, ha rivendicato di aver licenziato migliaia di dipendenti pubblici e ammanettato migliaia di migranti.

Ha promesso meno vaccini e più trivelle.

 Si è vantato di aver chiuso “UsAid”, l’agenzia con cui gli Stati Uniti aiutavano i Paesi in via di sviluppo, e di aver stracciato gli accordi di Parigi contro il cambio climatico.

 Ha spiegato che deprederà l’Ucraina per farsi ripagare gli aiuti di Joe Biden.

Ha insultato il suo predecessore, la sfidante che ha battuto alle presidenziali, i giornalisti, che tanto sono antipatici a tutti.

Infine ha chiesto e ottenuto un applauso, che dico, un’ovazione per i golpisti che assalirono il Campidoglio, facendo quattro morti tra le forze dell’ordine.

 Leggo che Trump viene proposto per il Nobel per la pace.

 Spero davvero di sbagliarmi, ma da un figuro simile non mi attendo nulla di buono.

 E il video che ha postato ieri, in cui Gaza viene trasformata dall’intelligenza artificiale in un resort dove lui e Netanyahu prendono un drink a torso nudo, è una profanazione di un luogo di dolore, una mancanza di rispetto verso tutte le vittime, palestinesi e israeliane.

 

Le divisioni nella Ue sull'Ucraina.

L'Europa intanto resta divisa sulle prospettive per l'Ucraina, dopo che il presidente francese “Emmanuel Macron” e il premier britannico “Keir Starmer” hanno prospettato a Trump un piano per dispiegare un «contingente europeo» da 30 mila peacekeeper nel Paese a garanzia della sicurezza dopo il cessate il fuoco, a condizione che gli Usa facciano da scudo in caso che si riaccenda il conflitto.

 

«Noto che ormai chiunque, anche al bar, parla di Difesa.

Spesso senza conoscere a fondo i temi di cui si parla...» ha replicato via post sui social il ministro della Difesa italiano, “Guido Crosetto”.

«I contingenti non si inviano come si invia un fax. Soprattutto quelli delle altre nazioni.

Se si parla a nome dell’Europa bisognerebbe avere la creanza di confrontarsi con le altre nazioni» ha aggiunto Crosetto.

  «Per quanto riguarda l’Italia, come ogni impegno internazionale, dovrebbe avere dei passaggi parlamentari, molteplici e complessi, per autorizzare e finanziare».

 

“Macron” ieri ha descritto il piano in videocollegamento ai colleghi europei, ma la questione sarà al centro del “Consiglio straordinario del 6 marzo a Bruxelles”, e prima ancora in un vertice a Londra tra i principali leader Ue.

La premier italiana Giorgia Meloni al momento non sembra entusiasta:

 «Io ho sempre detto — ha affermato ieri — che queste garanzie debbano essere realizzate nel contesto dell’Alleanza atlantica perché penso che questa sia la cornice migliore».

 

 

Più caustico il leader della Lega” Matteo Salvini”: «Se mettessimo una von der Leyen a capo di un esercito europeo, dura venti minuti e poi si arrende...

Quindi assolutamente sono contrario a un’ipotesi di questo tipo» ha detto ieri. ««Per avere una missione di pace, bisogna capire le regole di ingaggio, chi manda chi: se ci sono gli Usa o no, è fondamentale» ha aggiunto.

 

Spiega “Marco Galluzzo”:

Alla fine a Palazzo Chigi si è sedimentata una linea che appare come quella del Piave, «saremo coinvolti soltanto a patto che tutto avvenga sotto l’egida dell’Onu».

 Una sorta di parola magica capace di essere condivisa da tutto o quasi il governo italiano, paradossale per un’istituzione che negli ultimi anni non potrebbe essere stata più screditata, e che oggi, altro paradosso, con Trump, ancorché foro multilaterale per antonomasia, ritorna centrale.

 Dire Onu infatti significa allargare in modo massiccio un progetto di intervento, significa avere il beneplacito della Russia, «sarebbe perfetto se anche la Cina decidesse di dare il suo contributo, quella sarebbe una garanzia molto grossa dal punto di vista geopolitico», è una delle convinzioni della nostra premier.

 

Intanto Meloni ha protestato con Macron, come racconta ancora Galluzzo:

Meloni ha incalzato Emmanuel Macron nel collegamento con altri leader organizzato dopo la visita del presidente francese alla Casa Bianca, dove ha perorato l’inizio di discussione su una «forza europea».

La premier italiana non ha usato mezzi termini:

«Io vorrei sapere a che titolo sei andato a Washington».

Macron ha assicurato di aver «rappresentato soltanto la Francia» ma è apparsa evidente a tutti la tensione per «iniziative che dovrebbero essere condivise preventivamente con tutti gli Stati Ue».

 

L'ipotesi di costruire una forza di sicurezza europea invece sembra piacere di più al leader cristiano-democratico e probabile futuro cancelliere tedesco “Friedrich Merz”, che ieri sera ha incontrato il presidente francese Macron per una cena informale a Parigi.

 

La stoccata dell'uomo di Musk su Starlink.

«Intesa Pd-FdI.

Bene, si vuole far passare Starlink e SpaceX (che, tra l’altro, ha lanciato missioni per l’Italia accelerando le tempistiche per dare una mano) per i cattivi».

 Poi l'avvertimento: «Agli amici di FdI: evitate di chiamarci per conferenze o altro».

 

“Andrea Stroppa”, collaboratore in Italia di “Elon Musk” (il padrone di Starlink e di SpaceX), ha commentato così la discussione del disegno di legge italiano sull’economia dello Spazio, il cui primo relatore è “Andrea Mascaretti “(FdI), in cui il governo ha votato su alcuni punti insieme all'opposizione.

 

Spiega “Andreina Baccaro”:

Il governo, forse nel tentativo di rintuzzare le accusa di favorire Musk, ha fatto passare l’”emendamento di Azione”, poi sottoscritto dagli altri partiti di opposizione, che subordina la fornitura di servizi di comunicazione satellitare per fini governativi a due principi.

Primo: la compatibilità con gli impegni e i programmi cui l’Italia partecipa in sede Ue (e ce ne sono di già avviati).

Secondo: avere la proprietà e il controllo esclusivo della crittografia e delle componenti software e hardware utilizzate da parte del committente del servizio (regola non negoziabile per la sicurezza di uno Stato).

 Inoltre sono passati anche due emendamenti del Pd che introducono un riferimento generico alla necessità di diversificare le forniture e a quella di salvaguardare la sicurezza nazionale, oltre che al principio di un «adeguato ritorno» per il sistema industriale del Paese.

 

Per “Stroppa” — indagato a Roma nell’inchiesta sugli “appalti Sogei” — evidentemente è intollerabile, perché vorrebbe che l'Italia adottasse senza condizioni “Starlink”, la rete di satelliti ad alta velocità per la comunicazione internet sviluppata da” SpaceX.

Sulla sua adozione è stata aperta una trattativa con il governo, ma a dicembre scorso l’Unione europea ha previsto un investimento da 10,6 miliardi di euro per sviluppare una rete satellitare in grado di battersela proprio con il sistema di satelliti di Musk.

E la partita è ancora aperta.

 

Lieve miglioramento per Papa Francesco.

C'è stato un ulteriore «lieve» miglioramento delle condizioni cliniche di papa Francesco. I medici dell’ospedale Gemelli comunicano che l’insufficienza renale, riscontrata nei giorni scorsi, «è rientrata» e la tac al torace ha «evidenziato una normale evoluzione del quadro fisiologico polmonare». Bergoglio continua le terapie «in poltrona» e prosegue nelle attività lavorative.

 

«Il quadro clinico sembra far ipotizzare un consolidamento della condizione. Ma non si può affermare che sia significativo. Se lo fosse, il Papa non avrebbe ancora bisogno di essere aiutato con alti flussi di ossigenazione. Il problema respiratorio non è stato risolto, la prognosi resta riservata. Per una persona di 88 anni che già prima della polmonite soffriva di una malattia cronica respiratoria il periodo resta critico almeno fino a quando il miglioramento non è definito stabile. Non siamo ancora arrivati a questo punto. Occorrono altri giorni di attesa» spiegano Francesco Blasi, direttore di Medicina interna e Pneumologia al Policlinico di Milano, e Stefania Vaglio, direttore dell’unità immuno- trasfusionale al Policlinico Sant’Andrea di Roma, a Margherita De Bac.

 

Le altre notizie importanti.

Migliaia di israeliani hanno assistito con bandiere, palloncini arancioni e cartelli con la scritta «perdonateci» in segno di lutto il corteo funebre, lungo 100 chilometri, che ha portato i corpi di Shiri, Ariel e Kfir  Bibas uccisi durante la prigionia nella Striscia di Gaza, da Tel Aviv fino al kibbutz Nir Oz, dove sono stati sepolti.

“Calin Georgescu”, il populista filorusso che ha vinto a sorpresa le elezioni in Romania, poi annullate per sospette interferenze di Mosca, è stato incriminato per «aver istigato azioni contro l’ordine costituzionale».

 Nella casa di un suo stretto collaboratore, “Horatiu Potra”, ex capo dei mercenari della Wagner in Africa e sua guardia del corpo, gli investigatori hanno rinvenuto ieri dieci milioni di dollari in contanti, diversi biglietti per Mosca e un arsenale: pistole, mitragliatrici, granate e molte munizioni.

«Hanno arrestato una persona che ha ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni presidenziali romene.

Tutto ciò è assurdo», ha protestato “Elon Musk” su “X”.

«Assicurare la irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario» e «contribuire alla serenità della vita istituzionale»:

è la richiesta fatta dal” presidente della Repubblica Sergio Mattarella” in chiusura del suo breve intervento al Consiglio superiore della magistratura, ieri.

 Scrive Giovanni Bianconi:

«Alla vigilia dello sciopero indetto dall’Associazione nazionale magistrati contro la riforma costituzionale voluta dal governo e quasi a metà del guado in Parlamento, le sue parole si trasformano inevitabilmente in una speranza e un invito più generali, indirizzati a entrambi i fronti contrapposti: potere giudiziario da un lato, potere esecutivo e legislativo dall’altro.

 La posta in gioco è alta:

la separazione delle carriere dei magistrati tra giudici e pubblici ministeri, con conseguente sdoppiamento del Csm a cui verrebbe sottratto il giudizio disciplinare affidato a un’Alta corte esterna all’autogoverno.

 Per le toghe di tutte le correnti, salvo rare eccezioni, significa gettare le basi per condizionare, se non ridurre (e alla fine abolire) l’autonomia e l’indipendenza del PM, e quindi di una parte dell’ordine giudiziario; che invece il presidente della Repubblica continua a ritenere indispensabile».

Crollo per Stellantis:

la multinazionale dell'auto ha chiuso il 2024 con profitti in calo del 70% a 5,5 miliardi.

 Il gruppo ha perso il 4,1% in Borsa.

Le grandi imprese e le Pmi dei settori «energivori» denunciano il caro energia in Italia, che rischia di mettere le aziende tricolori fuori mercato:

 pagano l’energia fino a tre volte il prezzo dei concorrenti europei.

Il Comune di Salò, guidato da una lista civica dopo 20 anni di centrodestra, ha tolto la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.

Salò dal 1943 al 1945 fu la sede della Repubblica sociale degli irriducibili fascisti, che si opposero all'armistizio con gli americani e rimasero al fianco dei nazisti.

La Procura di Pavia ha cambiato l'accusa nei confronti di “Massimo Adriatici”, l’ex assessore leghista di Voghera che il 20 luglio 2021 sparò a “Youns El Boussetaoui” e lo uccise: non più «eccesso di legittima difesa», ma omicidio volontario, con l’aggravante dell’abuso di potere.

L'ospedale Niguarda di Milano è il migliore d'Italia e il 37esimo al mondo, secondo la classifica annuale «Worlds Best Hospitals» del settimanale “Newsweek” che prende in esame più di 2.400 ospedali di 30 Paesi.

Fra le strutture sanitarie italiane, secondo posto per il “Policlinico Gemelli”, in 44esima posizione mondiale, seguito dal “San Raffaele” alla 54esima e dall'Humanitas (61esima), entrambi a Milano.

“Sofia Borri” è nata a Buenos Aires nel 1976.

Due anni dopo lei e sua madre “Silvia Susana Roncoroni”, figlia di immigrati comaschi, architetta, oppositrice del regime e all’epoca trentacinquenne, furono sequestrate dall’esercito argentino al servizio del generale golpista di Jorge Rafael Videla.

Pochi giorni dopo Sofia venne restituita alla nonna paterna.

Di Silvia non si saprà più niente.

Venerdì scorso Sofia ha testimoniato al processo a Mar del Plata, in Argentina, contro venti uomini ai vertici dei comandi militari, già condannati per altre sparizioni e ora accusati di aver ucciso Silvia Roncoroni e altre tre amiche che si trovavano con lei.

A Pompei è stato scoperto un grande e molto raro ciclo di affreschi monumentali che rappresenta il corteo di Bacco, dio del vino.

 Era in una sala riservata ai banchetti.

La Juventus è stata sconfitta dall'Empoli (ai rigori) in Coppa Italia. Qui le pagelle della partita.

Da ascoltare:

Nel podcast «Giorno per giorno», Lorenzo Cremonesi parla delle trattative tra Usa e Ucraina per lo sfruttamento delle terre rare. Francesco Battistini descrive e analizza il video (creato con l’intelligenza artificiale) su Gaza modello resort di lusso postato da The Donald.

Gimmo Cuomo racconta la presentazione di uno spettacolare grande affresco a Pompei, finalmente visibile al pubblico.

 

Il Caffè di Massimo Gramellini.

Trump, Gaza Resort.

Quando dicevano di voler fare della striscia di Gaza un lungomare, noi ingenui pensavamo a una Riviera con spiagge e alberghi per quasi tutte le tasche.

 Invece il video postato da Trump e realizzato dall’Intelligenza (ma in questo caso sarebbe più giusto chiamarla Insolenza) Artificiale ci svela che cos’hanno in testa: un resort esclusivo per ultraricchi, con i palestinesi padroni di casa ammessi solo in veste di camerieri e graziosamente foraggiati con mance in dollari che un allegro “Elon Musk” fa volteggiare sopra le loro teste.

 Sorvolando sulla mancanza di buon gusto (che «uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare») mi voglio illudere di trovare tracce di ironia nell’immagine di Trump e Netanyahu che sorseggiano cocktail a bordo piscina, così come nei due guerriglieri barbuti di Hamas trasformati in danzatrici del ventre e nel monumento d’oro massiccio che ritrae il presidente americano in modalità colosso di Rodi o statua abbattuta di Saddam.

Però sta proprio qui il problema, con questa gente:

che non capisci mai quando scherzano e soprattutto se lo scherzo che agli altri sembra un incubo per loro non sia invece la realtà.

Il messaggio del video?

 Là dove voi avete lasciato solo macerie, noi porteremo la nostra idea di benessere, che sotto sotto è anche la vostra, perché tutti (Santanchè dixit) invidiano la ricchezza…

Non saprei, ma di sicuro non la sua ostentazione e concentrazione nelle mani di pochi, alla faccia dei tanti poveri cristi che hanno votato per Trump.

(“Prima Ora”, e buon giovedì).

(Le mail della Redazione Digital: gmercuri@rcs.it, langelini@rcs.it, etebano@rcs.it, atrocino@rcs.it).

 

 

 

 

 

Ucraina: Trump tira dritto,

l’Europa si riarma.

Ispionline.it – (4 Mar. 2025) – Alessia De Luca – ci dice:

 

Trump sospende gli aiuti militari a Kiev, mentre Zelensky esprime “rammarico” per lo scontro alla Casa Bianca e von der Leyen presenta il piano ‘Re-arm Europe’.

“Daily Focus Europa e governance globale” · Relazioni Transatlantiche.

L’Ucraina ha mezzi e fondi per resistere fino all’estate.

Lo ha dichiarato il premier “Denys Shmyhal “interrogato dai giornalisti poche ore dopo la notizia – divulgata da “Bloomberg” e altre fonti di stampa ma ancora non confermata dalla Casa Bianca – che gli Stati Uniti avrebbero sospeso tutti gli aiuti verso Kiev.

 “Continueremo a lavorare con gli Stati Uniti attraverso tutti i canali disponibili, in modo calmo” ha aggiunto “Shmyhal”, in un chiaro riferimento alla lite nello studio Ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, che in un post su” X” ha espresso “rammarico” per quanto accaduto nello Studio Ovale.

Il Capo dello Stato ha dichiarato che “che l’Ucraina è pronta a sedersi al tavolo dei negoziati per raggiungere una pace duratura”, proponendo un cessate il fuoco immediato nei cieli e in mare.

 Ma il tentativo da parte di Kiev di stemperare i toni non nasconde il senso di tradimento avvertito in Ucraina, mentre gli Stati Uniti passano dall’essere un alleato cruciale al riavvicinamento a Mosca, senza lesinare pressioni per un accordo di pace, qualunque esso sia.

Secondo Politico, non esiste ancora un ordine esecutivo che ponga fine agli aiuti, ma la Casa Bianca sta “sospendendo e riesaminando i nostri aiuti per garantire che contribuiscano a una soluzione”.

 

Europa tra dazi e cannoni?

Mentre assiste all’ennesima mossa diplomatica brutale nei confronti di un paese che dovrebbe essere un alleato e mentre oltreoceano stanno per entrano in vigore i dazi Usa contro Messico e Canada, l’Europa stretta tra la guerra armata e quella commerciale, si interroga sul da farsi.

Da Parigi a Londra a Bruxelles i vertici si susseguono frenetici in vista di un divorzio con gli Stati Uniti che appare imminente.

La questione non riguarda solo l’Ucraina, ma la stessa architettura di sicurezza del continente:

 Trump vuole un accordo di pace con la Russia e una normalizzazione dei rapporti con Mosca, anche a discapito dell’interesse strategico europeo. I segnali sono troppi per non coglierli:

dalla sospensione degli attacchi cyber contro gli hacker russi, allo scioglimento dei servizi responsabili del monitoraggio della disinformazione del Cremlino, alle pressioni per il ripristino di Nord Stream 2.

“Viviamo in tempi pericolosi, la sicurezza dell’Europa è minacciata in modo serio – ha ammesso la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen – la questione è se saremo in grado di reagire con la rapidità necessaria”.

 

Re-arm Europe?

E per reagire, appunto, agli sconvolgimenti geopolitici in atto, la presidente della Commissione ha presentando oggi il piano “Re- arm Europe”.

Tra le nuove misure per consentire il riarmo dell’Europa, prevede l’attivazione di una clausola di salvaguardia per permettere ai paesi membri di fare debito per le spese militari senza violare “il Patto di stabilità e crescita” che regola gli eccessi di spesa.

Inoltre, von der Leyen ha proposto la creazione di un nuovo strumento per investimenti nella difesa.

Non è ancora chiaro dove intenda prendere i 150 miliardi per la costituzione del fondo, ma i media ipotizzano il ricorso ai circa 100 miliardi rimasti inutilizzati del” Next Generation Eu”.

Mentre il “Financial Times” avanza la possibilità che venga fatto ricorso ai fondi per la coesione o a parte dei 500 miliardi di euro del “Meccanismo di stabilità”, il fondo con cui l’Unione sostiene i paesi in difficoltà finanziaria.

“Siamo pronti ad aumentare la spesa per la difesa, per sostenere l’Ucraina e per il bisogno a lungo termine di assumerci maggiori responsabilità per la sicurezza europea – ha detto von der Leyen – Continueremo a lavorare con i nostri partner nella Nato.

Questo è un momento chiave per l’Europa e siamo pronti a fare di più”. Il piano sarà discusso giovedì a Bruxelles dai leader europei.

 

Puntare all’unità?

Se l’accoglienza riservata dai leader europei a Zelensky a Londra, lo scorso fine settimana, ha attutito la sensazione di solitudine dell’Ucraina, la decisione di Trump di sospendere gli aiuti militari, non potrà non avere effetti sulle sue capacità di difesa.

Oltre che per armi e finanziamenti, l’esercito ucraino fa molto affidamento sul s”istema satellitare Starlink” della “SpaceX” di Elon Musk anche per quanto riguarda gli attacchi mirati con i droni.

 Per sostenere la posizione di Kiev i leader europei devono esercitare una pressione concertata sul governo degli Stati Uniti affinché fornisca garanzie di sicurezza credibili e a lungo termine.

Putin – se solo volesse – potrebbe fermare la guerra oggi stesso.

 Il fatto che si rifiuti di farlo è la prova, se ce ne fosse bisogno, dell’affermazione di Zelensky secondo cui “non ci si può fidare di nulla di ciò che dice”.

Una resa mascherata da pace, incoraggiata dalla discordia occidentale, potrebbe incoraggiarlo a riprovarci presto o tardi.

Per scongiurare tali scenari, i leader europei che si incontreranno di nuovo a Bruxelles giovedì devono necessariamente seppellire le loro divergenze e tracciare una linea.

 

Il commento di “Eleonora Tafuro Ambrosetti”,

Senior Research Fellow ISPI.

“La notizia della sospensione degli aiuti militari statunitensi a Kyiv non poteva che essere accolta con enorme gioia al Cremlino, la cui propaganda ha presentato per anni la guerra come uno scontro indiretto tra Russia e “Occidente collettivo” – essenzialmente, gli USA.

 Il Cremlino ha descritto la decisione di Trump come il “miglior contributo alla causa della pace” in grado di incoraggiare Kiev a “cercare la pace”.

 In realtà, è chiaro che la mossa statunitense eserciterà pressione su Kiev perché accetti termini ad essa sfavorevoli.

Allo stesso tempo, è difficile che l’ipotesi che i paesi europei possano veramente sostituirsi agli USA sul piano degli aiuti militari venga presa sul serio dal governo russo, che continua a considerare l’UE come debole, divisa e troppo lenta”.

 

 

 

Ucraina al collasso: perché

Trump ora detta le condizioni

della pace.

Persemprenews.it – (24 novembre 2025) – Alessandro Cilione – ci dice:

 

Il 2025, che ci stiamo per lasciare alle spalle, ha avuto come evento centrale il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, dopo la vittoria elettorale dello scorso novembre contro la candidata democratica Kamala Harris.

In questo primo anno di governo, il tycoon ha provato a rispettare la promessa più impegnativa della sua campagna:

mettere fine ai due grandi conflitti che hanno insanguinato intere regioni e diviso il mondo in blocchi contrapposti — la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente.

 

Abbiamo raccontato bilaterali senza precedenti, come quello con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Vaticano nel giorno dei funerali di Papa Francesco, o l’incontro di Ferragosto in Alaska con Vladimir Putin.

E abbiamo assistito, inoltre, al fragile cessate il fuoco di Gaza del 10 ottobre, subito disatteso sia dall’esercito israeliano sia dalle milizie di Hamas. Il futuro resta incerto, ma un dato è incontestabile.

 

Dopo tre anni di guerra e un bilancio umano ormai insostenibile, Trump sta spingendo per la pace in Ucraina perché conosce perfettamente la realtà del campo di battaglia — e quella politica interna.

Mentre a Bruxelles si continua a recitare il copione della “resistenza fino alla vittoria” o della “pace giusta”, il fronte ucraino si sgretola: Pokrovsk, Kupyansk e Yampol sono cadute, Mirnograd è circondata, e i russi avanzano su tre direttrici — Zaporozhye, Dnepropetrovsk e Kharkiv.

Non è più un arretramento: è un collasso strutturale.

 

In tutti questi anni, mentre si mandavano armi all’Ucraina, al Cremlino è bastato “gettare l’ancora” nei territori occupati e restare fermo sulle proprie posizioni per mettere alle strette una nazione che senza gli aiuti occidentali sarebbe crollata molto prima.

E nel frattempo Zelensky e Putin hanno continuato a combattere ignorando il prezzo umano del conflitto, sacrificando i loro soldati come fossero materiale di consumo.

È questa la verità più dura:

due leader incapaci di fermarsi, ma perfettamente disposti a bruciare un’intera generazione pur di non perdere la partita.

 

E insieme ai soldati, stanno finendo anche le narrazioni occidentali.

 A Kiev, il fronte interno è devastato dagli scandali di corruzione che lambiscono Volodymyr Zelensky.

L’immagine dell’eroe in mimetica è evaporata, il consenso reale è sceso sotto il 20% e in Ucraina lo sanno tutti, anche se fuori nessuno osa dirlo. L’attuale presidente ucraino è politicamente un uomo finito, e l’Occidente fatica ad ammetterlo perché — come i Troiani nell’Odissea, ignari del destino che li attendeva — ha puntato tutto sul cavallo sbagliato.

 

È in questo contesto che assumono un peso particolare le parole del presidente uscente della Campania, “Vincenzo De Luca”:

 «Anziché tenere la Russia incatenata all’Europa, l’abbiamo spinta tra le braccia della Cina popolare».

Una verità scomoda:

Mosca, pur con le sue contraddizioni, resta un serbatoio di risorse e un attore geopolitico decisivo.

Invece di mantenere un equilibrio, l’Europa ha scelto l’isolamento totale, finendo per aggravare la propria fragilità energetica e strategica.

 

Oggi, con l’Ucraina ormai in una posizione irrimediabilmente compromessa, Trump ha deciso di forzare la mano con un piano di pace in 28 punti che è, più che un ultimatum, un salvagente:

 fermare l’agonia prima che diventi una disfatta totale.

Non è una resa a Mosca, come sostengono in molti:

è la presa d’atto di una realtà che non si può più negare.

L’inquilino della Casa Bianca vuole “salvare il salvabile”, non consegnare Kiev ai russi.

 

E se gli europei non aderiranno al piano, saranno loro — non Trump, non Zelensky — i veri sconfitti di questa guerra.

 Perché hanno puntato tutto sulla vittoria ucraina senza avere né la forza né una strategia credibile per ottenerla.

Il risultato?

 Hanno solo prolungato l’agonia di un esercito e di un popolo che, davanti a una potenza come la Russia — sostenuta da Cina, Iran e Corea del Nord — aveva ben poche possibilità sin dall’inizio.

(Alessandro Cilione).

 

 

 

 

Chi ha scritto il piano per l’Ucraina?

Ilpost.it – (24 novembre 2025) – Mondo – Redazione – ci dice:

 

Capirlo potrebbe cambiare i negoziati: l’amministrazione Trump l’ha presentato come proprio, ma in privato dice altro.

Il segretario di Stato americano “Marco Rubio” è presente  dopo un incontro con la delegazione ucraina a Ginevra, 23 novembre 2025.

All’incontro di domenica a Ginevra sul “piano Trump” sulla fine della guerra in Ucraina, sia i rappresentanti statunitensi sia quelli ucraini avevano detto che erano stati fatti progressi.

Il piano è completamente sbilanciato dalla parte della Russia:

lunedì il vice ministro degli Esteri ucraino ha detto al Financial Times che è stato modificato, riducendolo da 28 a 19 punti (ma non ha detto quali punti sono stati eliminati o modificati);

nei prossimi giorni ci saranno altri incontri tra statunitensi e ucraini, e martedì si incontreranno anche i leader europei.

Nel frattempo, uno degli elementi più rilevanti dei negoziati è diventato capire se la versione iniziale del “piano Trump” sia davvero un piano scritto dagli Stati Uniti.

 

La questione si è posta fin da quando il piano è stato anticipato la settimana scorsa da alcuni media, perché le sue condizioni sono così sbilanciate a favore della Russia da costituire di fatto una resa totale per l’Ucraina.

Alcune di queste condizioni, peraltro, erano state rigettate come inaccettabili dallo stesso “Rubio” in precedenti tentativi di negoziato.

 

Sabato un gruppo bipartisan di senatori statunitensi che hanno partecipato a una riunione con Rubio hanno riferito che il segretario di Stato avrebbe detto loro che il piano «non è il piano dell’amministrazione» Trump, ma una «lista dei desideri dei russi», come ha detto il senatore indipendente “Angus King”.

Secondo i senatori Rubio avrebbe detto loro che il piano è di fatto un insieme delle richieste della Russia, che gli Stati Uniti stanno usando come base per trattare con gli ucraini.

 Rubio ha smentito sui social media, e ha ribadito che il piano «è stato scritto dagli Stati Uniti» usando spunti sia da parte russa sia da parte ucraina.

 

La questione potrebbe sembrare banale, ma è rilevante:

 se davvero il piano è nato come una «lista dei desideri dei russi» che gli Stati Uniti stanno portando avanti come base di negoziato, significa che i margini per modificarlo potrebbero essere abbastanza ampi.

Se invece il piano rappresenta davvero la posizione degli Stati Uniti e dell’amministrazione Trump, rigettarlo anche soltanto in parte sarebbe più difficile per l’Ucraina.

 

Domenica il primo ministro della Polonia “Donald Tusk” ha espresso proprio questo concetto, dicendo che «prima di iniziare a lavorare [sul piano], sarebbe bene sapere per certo chi l’ha scritto e dove è stato creato».

Negoziare su una lista dei desideri di Putin è molto diverso da negoziare su una lista dei desideri di Trump.

Per ora tutte le ricostruzioni puntano alla prima ipotesi.

Il piano sarebbe nato a fine ottobre da un incontro a Miami tra “Steve Witkoff,” il capo dei negoziatori di Trump;

“Jared Kushner”, genero di Trump attivo nella diplomazia dell’amministrazione;

e “Kirill Dmitriev”, capo del fondo sovrano russo e rappresentante del regime di Vladimir Putin.

Witkoff già in passato è stato sensibile alle istanze della Russia, e il piano rispecchia in gran parte le posizioni del governo russo e di Dmitriev.

 

Secondo le ricostruzioni “Rubio”, sebbene sia il capo della diplomazia statunitense, sarebbe stato avvisato dell’esistenza del piano soltanto in seguito, quando ormai era stato scritto.

Anche Trump ne avrebbe ricevuto notizia all’ultimo, ma ha deciso di appoggiarlo perché l’ha ritenuto una buona occasione per ottenere un accordo rapido mettendo alle strette gli ucraini.

 

Ora tendenzialmente i negoziati sul piano possono andare in due direzioni.

 L’amministrazione Trump potrebbe insistere che il piano non può essere modificato più di tanto, e che gli ucraini devono accettarlo così com’è: questo sarebbe un problema enorme non soltanto per l’Ucraina, ma anche per l’Europa.

 Altrimenti ucraini ed europei potrebbero riuscire a modificare il piano abbastanza da renderlo accettabile per l’Ucraina.

A quel punto però potrebbe essere la Russia a non voler più andare avanti nei negoziati.

 

 

 

 

Ucraina, svolta nei negoziati:

"Kiev accetta la bozza concordata

con gli Usa". Gelo da Mosca.

 Le esche con cui Putin vuole.

 bloccare i fondi.

Msn.com – Corriere della  Sera – (25-11-2025) - Storia di Mara Gergolet, inviata a Ginevra, e Federico Fubini – ci dicono:

 

Ucraina, svolta nei negoziati: "Kiev accetta la bozza concordata con gli Usa". Gelo da Mosca .Le esche con cui Putin vuole bloccare i fondi.

DALLA NOSTRA INVIATA.

 

GINEVRA - Forte accelerazione della crisi ucraina e dei negoziati di pace. Secondo quanto riferiscono diversi media americani, gli ucraini avrebbero accettato la proposta dell’ultima bozza, così come uscita da Ginevra e contenuta nei 19 punti finali.

In quella formulazione, le questioni più importanti — i territori e le garanzie di sicurezza — devono essere decise da Trump e Zelensky in un successivo incontro di persona.

Su tutto il resto, però, l’Ucraina fa propria la proposta di Ginevra, incluso il tetto alle proprie forze armate, che sarà di 800 mila unità.

 

Sono giorni frenetici, in cui la diplomazia ha preso un passo molto veloce.

E infatti, subito dopo Ginevra, parte delle delegazioni è volata ad Abu Dhabi, dove sono arrivati anche i russi.

 A guidare la delegazione americana, il segretario dell’esercito “Dan Driscoll” (un uomo vicino al presidente “JD Vance”), mentre per la parte ucraina ci sono sia “Rustem Umerov”, consigliere per la sicurezza nazionale - l’ufficiale di contatto ucraino mentre veniva preparato il «patto Witkoff-Dmitriev», da cui è partito tutto —, e “Kyrylo Budanov”, l’uomo dei servizi militari e ideatore delle più audaci azioni militari ucraine: sono le punte di diamante del team dei 9 negoziatori nominati da Zelensky.

 

A questo punto, se le notizie saranno confermate, la palla passa ai russi. Che sono rimasti a loro volta spiazzati dalla velocità occidentale e che sembrano dare una prima risposta negativa.

 

Zelensky è pronto a partire per gli Usa per concludere l'accordo. Trump ottimista, Mosca verso il "no" (RaiNews multimedia).

 

Mosca ha segnalato, attraverso il suo ministro degli Esteri “Sergej Lavrov”, che potrebbe respingere un piano di pace statunitense modificato per porre fine alla guerra in Ucraina qualora non soddisfacesse le sue richieste di lunga data.

 In sostanza, nel caso in cui la proposta differisse dal «piano Dmitriev-Witkoff», che non è accettato dagli ucraini e che è stato ora già abbandonato anche dagli americani.

Sebbene tutte le proposte successive — ossia quella uscita da Ginevra e ora ulteriormente discussa ad Abu Dhabi — si basino su quel testo, concordato dagli americani insieme ai russi.

 

“Lavrov” ha dichiarato martedì che, se il piano «cancellasse […] le intese chiave» che il presidente russo Vladimir Putin riteneva di aver raggiunto con il presidente americano Donald Trump nel vertice in Alaska, la «situazione sarebbe radicalmente diversa».

La prima versione del piano (Witkoff-Dmitriev), secondo Lavrov, è stata «accolta favorevolmente» da Mosca.

 

«Dopo Anchorage (il vertice Trump-Putin in Alaska, ndr), quando ritenevamo che tali intese fossero già state formalizzate, c’è stata una lunga pausa.

 E ora la pausa è stata interrotta dall’introduzione di questo documento […] Un’intera serie di questioni, ovviamente, richiede chiarimenti», ha detto “Lavrov”.

 

La Russia è parte di questi nuovi negoziati ad Abu Dhabi.

Non è chiaro in che formazione si siano presentati i russi, e non è neppure chiaro come si tengano le trattative.

 Presumibilmente — se sarà ripetuto il modello Ginevra — sono incontri bilaterali tra gli americani guidati da “Driscoll “e, di volta in volta, le due delegazioni russe e ucraina.

 

L’altro punto chiave da capire è quando si potranno incontrare Trump e Zelensky.

Ancora ieri sera, il portavoce di Trump ha risposto a una domanda che nessun incontro è previsto.

Oggi però gli ucraini hanno richiesto l’incontro e “Umerov” ha detto che spera si possa tenere nei prossimi giorni, «prima della fine di novembre».

 

Un grande osservatore, e parte in gioco, come il presidente finlandese “Aleksander Stubb”, ha scritto poche ore fa:

 «Ho avuto una telefonata con Zelensky e il segretario della Nato questa mattina. [...]

 Il futuro dell’Ucraina deve deciderlo l’Ucraina, e la sicurezza europea la deve decidere l’Europa.

Il lavoro tra Ucraina e Stati Uniti continua.

 I prossimi giorni saranno decisivi nei nostri sforzi per raggiungere una pace giusta e duratura».

 

Sono notizie frammentate,

 tanti chiedono cautela, a partire dal premier britannico” Keir Starmer”. Ma sembra che Ginevra abbia portato una svolta, che gli ucraini abbiano acconsentito a un piano Usa di massima (lasciando a Trump e Zelensky negoziare il resto, le questioni decisive).

La mossa compete ora a Mosca, che dalle prime reazioni non è soddisfatta.

Ma anche così, spetta a lei rigettare i primi, veri tentativi — e proposte scritte — di pace.

Le ultime notizie sulla guerra in Ucraina.

Riproponiamo l’esito dei colloqui di Ginevra e i punti che sono stati discussi.

DALLA NOSTRA INVIATA.

GINEVRA - Come sono andati i colloqui di Ginevra, lo dice un post, uscito ieri nella tarda mattinata europea, di Donald Trump: «È possibile che si stiano facendo grandi progressi nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina? Non credeteci finché non lo vedete, ma potrebbe davvero star accadendo qualcosa di buono. DIO BENEDICA L’AMERICA».

 

Non è stato fumo negli occhi, non è stato un naufragio.

Ma il primo passo della diplomazia, in un percorso che può bloccarsi a ogni istante, ma che potrebbe anche portare verso la pace in Ucraina dopo quasi quattro anni di guerra.

 I russi hanno già fatto sapere di non gradire.

 «Non c’è nulla di costruttivo» nel piano europeo, ha commentato ieri il consigliere per la politica estera di Putin, “Yuri Ushakov”.

 

Le delegazioni — quella americana, quella ucraina e le varie rappresentanze europee — hanno lasciato Ginevra di mattina.

 È tornato a Roma l’inviato italiano, l’ambasciatore “Fabrizio Saggio”. «Attendo un briefing completo entro sera», ha fatto sapere Zelensky. Dalla stanza sono usciti solo due fogli di carta:

uno ce l’ha “Marco Rubio”, il segretario di Stato Usa, l’altro” Andriy Yermak”, il braccio destro di Zelensky, lambito dallo scandalo corruzione.

E già questo dimostra sotto quale costrizione negozi l’Ucraina.

 

Qualcosa, però, di come sia andata — tra la missione Usa in collina e il sottostante” hotel Intercontinental”, sede di storici negoziati dove alloggiavano tutti — sta filtrando.

 I piani non sono più due, ma è un’unica bozza.

Sono state recepite alcune varianti europee ed è a questo «framework» (quadro) che poggia sulle «fondamenta» dei 28 punti, per usare le parole di Rubio, che ora lavoreranno i negoziatori da casa.

 

Ne è nato un nuovo documento in 19 punti, molto emendato rispetto all’originale, come ha raccontato il viceministro degli Esteri ucraino, “Sergiy Kyslytsya” al “Financial Times”.

 Non c’è più un limite alle forze dell’esercito ucraino, per esempio.

Alcuni capitoli sono stati stralciati.

Altri messi tra parentesi quadre, come si definisce nel linguaggio diplomatico il testo che non è ancora concordato.

 

Si tratta dei punti più controversi, a partire dalle concessioni territoriali. Non c’è traccia neanche della questione dei fondi russi congelati, i 300 miliardi depositati nelle banche Ue che oppongono l’America all’Europa. È su questo punto, soprattutto, che vanno intese le parole del cancelliere tedesco” Friedrich Merz” che ritiene che l’accordo «non si chiuderà questa settimana».

 

L’inizio dell’incontro alla missione Usa è stato molto teso.

Gli americani hanno accusato gli ucraini di essere la fonte del leak dei «28 punti».

 Il piano Witkoff-Dmitriev, infatti, era stato comunicato a Zelensky 48 ore prima.

Ed è buona regola della diplomazia, che la parte che vuol sabotare un progetto lo faccia trapelare alla stampa.

 «Le prime ore sono state totalmente… — ha detto” Kyslitsya” — appese a un filo», ci sono volute due ore a “Yermak” per placare gli animi.

 

Il Corriere può confermare che era presente nella delegazione americana — non ripreso nelle fotografie — il genero di Trump, “Jared Kushner”.

Gli ucraini erano sorpresi.

Ma è proprio lui, sta emergendo in queste ore, l’altro coautore del piano dei 28 punti, il “Witkoff-Dmitriev”.

Ha incontrato l’uomo d’affari russo più volte a Miami nell’ultimo mese, dalla fine di ottobre.

E così Gaza e l’Ucraina si saldano: hanno gli stessi «mediatori» e broker, entrambi vicini (in particolare Kushner, marito di Ivanka) al cuore di Trump.

 

La parte più dura è tutta da scrivere, ma ieri il sollievo è stato unanime. Meloni, Merz, il segretario della Nato “Mark Rutte”, hanno tutti espresso una cauta speranza.

 Però è da prendere molto seriamente il commento di “Alexander Stubb”, il presidente finlandese che a dispetto della grandezza del suo Paese (cinque milioni di abitanti) è uno dei pesi massimi quando si tratta dei rapporti con i russi.

 «Ho sentito Zelensky. I negoziati sono un passo avanti, ma ci sono ancora questioni maggiori che devono essere risolte. Qualsiasi decisione che rientra nell’ambito Ue o Nato sarà discussa dai membri Ue e Nato in discussioni separate».

 

Tutto quel che riguarda l’Europa — a meno di non delegare a Trump la sua dismissione e subalternità alle bizze imperiali della Russia — va ancora negoziato.

Ed è Putin, ovviamente, il convitato di pietra al tavolo.

Il piano è ufficialmente americano, sebbene scritto in collaborazione con i russi:

ma che succede se Putin, invece di firmarlo, lo ritenesse solo un testo «di parte» e presentasse una sua controproposta?

Formalmente è libero. E le risorse e la creatività della diplomazia russa sono infinite.

 

 

 

 

Trump ritorna, e il Parlamento europeo si divide.

Eunews.it – (21-1-2025) – Francesco Bortoletto – ci dice:

Durante la plenaria a Strasburgo, i vari gruppi dell'Eurocamera hanno esplicitato le proprie posizioni rispetto al ritorno del tycoon alla Casa Bianca.

Gli approcci sono variegati, ma tutti (o quasi) sottolineano la necessità di difendere gli interessi dell'Ue dalle "minacce" di Washington.

Donald Trump.

Il candidato repubblicano Donald Trump festeggia il risultato delle elezioni a Palm Beach, in Florida, nelle prime ore del 6 novembre 2024.

Dall’inviato a Strasburgo – Come prevedibile, l’insediamento ufficiale di Donald Trump come 47esimo presidente degli Stati Uniti ha travolto la politica europea.

Che si è letteralmente spaccata in tre campi: chi celebra il ritorno alla Casa Bianca di un patriota, chi critica l’arrivo al potere della “destra radicale” e chi prova a ridimensionare le preoccupazioni e a guardare al bicchiere mezzo pieno.

 

Alleanza strategica (ma senza compromessi).

Questo approccio è quello scelto dalle due principali formazioni politiche dell’Eurocamera.

 A margine dei lavori della plenaria in corso a Strasburgo, il capogruppo del Partito popolare europeo (Ppe) “Manfred Weber” ha sottolineato oggi (21 gennaio) che il compito di Bruxelles nell’era del “Trump bis” sarà quello di “cooperare e trovare soluzioni comuni” con Washington sulle questioni che interessano entrambe le sponde dell’Atlantico, ad esempio “come limitare le ambizioni globali della Cina”.

 

“Lavoriamo insieme,“ ha scandito il presidente-padrone dei Popolari, “ma mostriamo anche la nostra forza“, implementando senza paura le nostre regole come quelle sui servizi digitali – raccolte nel Dsa, oggetto di un altro acceso dibattito in Aula, connesso al ruolo chiave che svolgerà il proprietario di “X”, Elon Musk, nella nuova amministrazione statunitense.

Soprattutto, ha sottolineato, “serve forza e unità anche di fronte ai possibili dazi doganali” che Trump ha millantato di imporre sugli import europei.

 

Manfred Weber.

Il presidente e capogruppo del Ppe Manfred Weber.

Un approccio condiviso anche dalla presidenza polacca del Consiglio, rappresentata in Aula dal ministro agli Affari europei di Varsavia” Adam Szłapka”:

 “Vogliamo lanciare un confronto costruttivo con la nuova amministrazione”, ha dichiarato, sostenendo che serve “una riflessione collettiva su come sostenere questo partenariato in tutte le circostanze che sicuramente richiede unità da entrambe le parti”.

Per la Commissione europea ha parlato “Maroš Šefčovič”, vicepresidente esecutivo per il “Green deal”:

 “L’Ue crede più che mai in questa amicizia” (da cui, dice, dipende oltre il 42 per cento del Pil globale), ma l’esecutivo comunitario “non cederà di un millimetro nel difendere gli interessi europei“.

 

Attenzione ai valori.

Sulla stessa linea anche i Socialisti (S&D), i quali mostrano tuttavia maggiore cautela.

Per la capogruppo “Iratxe García Pérez” “l’arrivo di Trump ci pone delle sfide importanti” e “gli auspici non sono positivi ma anzi sono preoccupanti “, a cominciare dalle prime misure adottate ieri dal nuovo presidente, tra cui spiccano il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nonché un inasprimento delle politiche migratorie.

 

“Serve unità da parte europea”, ha scandito la spagnola, “per rafforzare la nostra leadership a livello globale e la nostra autonomia strategica “, mettendo al sicuro dalle “minacce” del tycoon newyorkese l’economia e l’industria del Vecchio continente.

“Gli Usa sono un alleato strategico dell’Ue e viceversa”, ha continuato, “ma le nostre relazioni vanno chiarite e basate sul rispetto reciproco e la difesa del multilateralismo “.

 

García Pérez.

La capogruppo di S&D é Iratxe García Pérez.

Per l’eurodeputato Pd “Brando Benifei”, capo della delegazione dell’emiciclo per i rapporti con gli Stati Uniti, “dobbiamo pretendere rispetto” da Washington, un messaggio che “dev’essere mandato con chiarezza” poiché costituisce “la base per un rapporto costruttivo” tra le due sponde dell’Atlantico.

“L’Europa dev’essere aperta al dialogo con la nuova amministrazione ma sempre consapevole di sé stessa e dei propri valori “, ha aggiunto intervenendo durante il dibattito in plenaria.

 

Gli ha fatto eco la compagna di partito e vice-capogruppo dei socialdemocratici in Aula, “Camilla Laureti”:

“Saremo determinati nel difendere i valori e i princìpi fondanti dell’Ue “, ha dichiarato, perché contro il discorso di Trump che “riflette la logica della chiusura e dei muri” i Ventisette devono “costruire un argine politico ad una deriva che rischia di inghiottire gli equilibri mondiali “.

 

Tenere testa a Trump.

Ancora più critici i commenti arrivati da liberali, ambientalisti e sinistra radicale.

 “Donald Trump è tornato e vuole già ribaltare il mondo“, ha sentenziato la capogruppo di “Renew” “Valérie Hayer”, lamentando che durante il discorso d’insediamento di ieri “abbiamo sentito parlare di “America first” ma nessuna parola sull’Europa, nessuna sull’Ucraina”.

 

Le relazioni transatlantiche dovrebbero essere forti nell’interesse tanto degli Usa quanto dell’Ue, ha ragionato, ma ci troviamo di fronte ad “una nuova era di politiche reazionarie” che spaziano dal negazionismo climatico alla stretta sui diritti riproduttivi e sessuali.

 Passando per “il protezionismo e la guerra commerciale” con cui il nuovo inquilino della Casa Bianca minaccia i Ventisette, davanti alla quale Bruxelles deve “alzare la voce”:

“Trump gioca al braccio di ferro e noi dovremo stare al gioco “, ha annunciato.

Per la co-capogruppo dei Verdi (Greens/Efa) “Terry Reintke”, “la seconda presidenza Trump farà ancora più danni rispetto alla precedente” e il nuovo leader statunitense “vuole attaccare l’ordine mondiale, lo Stato di diritto, la democrazia, i diritti umani “.

E si spinge a sostenere che tanto il tycoon quanto il presidente russo Vladimir Putin “attaccano le nostre democrazie e la nostra integrità elettorale “, riferendosi alle ingerenze di Musk nelle imminenti elezioni tedesche a favore dell’ultradestra di Alternative für Deutschland.

Per il suo omologo “Bas Eickhout”, sotto la nuova amministrazione quello a stelle e strisce “non è più l’alleato classico con cui possiamo dialogare “.

 

Ecco I co-capigruppo dei Verdi, “Bas Eickhout e Terry Reintke.”

L’insediamento di Trump è “una minaccia che pesa su tutta l’Ue” secondo la co-capogruppo della Sinistra (The Left) Manon Aubry.

 Un’Ue che, dice, “si sta ridicolizzando” e corre il rischio di diventare il “burattino” del nuovo presidente: anziché la richiesta di un approfondimento delle relazioni transatlantiche, sostiene, “ci voleva una ferma condanna da parte dei leader europei” di fronte alle sparate di Trump sull’annessione della Groenlandia e all’insofferenza di Musk sulle regole che Bruxelles ha elaborato per i giganti del digitale.

 “L’Ue deve riguadagnare la sua indipendenza” da Washington, ha concluso, “e affrontare le minacce poste dagli Stati Uniti all’equilibrio internazionale” poiché il Vecchio continente “non è un far West senza regole “.

 

Internazionale reazionaria?

Oltre alla necessità di difendere l’economia e l’industria europee, un altro punto ricorrente nelle reazioni dei gruppi politici dell’Aula – almeno quelli che vanno dal Ppe verso sinistra – è stato il filo rosso (o meglio nero) che si dipana dalla Casa Bianca ai quartieri generali dell’estrema destra nostrana.

Per “García Pérez”, “non è certo positivo che Trump non abbia invitato alcun leader delle istituzioni Ue” alla cerimonia d’insediamento ma abbia invece accolto in gran numero “singoli esponenti dell’estrema destra europea “, un chiaro segnale della traiettoria politica della nuova amministrazione.

Per inciso, l’unico capo di governo europeo era la premier italiana Giorgia Meloni, a riprova della relazione personale forgiata col tycoon e col suo braccio destro Musk.

 

“Eickhout” ha messo in guardia da quella che ha definito “l’estrema destra che ignora la scienza“, mentre “Hayer” ha sottolineato come durante il discorso d’insediamento “abbiamo sentito un presidente reazionario, autoritario, radicale” e addirittura “imperialista”.

Secondo “Aubry”, “sarà un anno di resistenza” contro un’amministrazione – i cui membri si esibiscono in “saluti nazisti” (Musk è sembrato fare un saluto romano durante la cerimonia d’insediamento di ieri) – che, dato lo sbilanciamento a destra avvenuto anche in Europa, rischia di trasformare le relazioni transatlantiche in “un’internazionale reazionaria“.

 

Manon Aubry.

La co-capogruppo della Sinistra è Manon Aubry.

Anche dai Popolari, infine, è arrivato un monito al nuovo presidente Usa tramite il capogruppo Weber, secondo cui “i Patrioti non sono davvero amici e partner dell’America “, trattandosi in realtà di “amici stretti di Putin “.

L’affondo del politico bavarese – membro di quell’Unione cristiano-democratica (Cdu/Csu) che, secondo tutti i sondaggi, esprimerà nella persona del leader Friedrich Merz il prossimo cancelliere federale a Berlino – si è concentrato soprattutto contro l’AfD (l’ultradestra post-nazista e filorussa tedesca che, però, non fa parte dei Patrioti ma dell’Europa delle nazioni sovrane), definendola “l’altoparlante di Putin “.

 

Chi sta con Trump.

Non tutti però sono ostili a Trump.

 Per il co-capogruppo dei Conservatori e riformisti (Ecr) Nicola Procaccini, “il nuovo presidente è un leader conservatore, noi siamo un gruppo conservatore, quindi abbiamo tanti punti in comune” nei rispettivi programmi politici.

Anche secondo il suo omologo “Patryk Jaki” “l’Ecr condivide diverse priorità con l’amministrazione Trump, tra cui la sicurezza, la crescita economica e la migrazione che dev’essere legale “.

 

Patryk Jaki e Nicola Procaccini.

I nuovi co-capigruppo di Ecr sono  Patryk Jaki  e Nicola Procaccini.

Il capodelegazione di Fratelli d’Italia a Strasburgo “Carlo Fidanza” ha salutato la rielezione di Trump come “uno schiaffone fortissimo” alla sinistra che “pone fine all’egemonia woke, demolisce l’ideologia gender e ripristina la libertà di espressione sui social media“.

Inoltre, per il capopattuglia di Meloni “la presidenza Trump ci offre l’occasione per riallineare le nostre scelte industriali verso l’Atlantico anziché consegnarci mani e piedi alla Cina con le follie ideologiche che hanno inquinato il Green deal con buona pace della tanto declamata autonomia strategica”. “Ieri è nata una nuova America, ora è tempo che nasca una nuova Europa“, ha concluso.

 

In linea coi Conservatori anche gli interventi dei Patrioti.

 Secondo l’eurodeputata leghista “Isabella Tovaglieri” dovremmo adottare “anche noi la ricetta di Trump” e rendere l’Europa di nuovo grande.

 I propositi di Trump sarebbero “frasi di buon senso che credo ogni europeo vorrebbe venissero pronunciate anche qua”.

 

 

Perché Trump sospende gli aiuti all'Ucraina.

Vaticannews.va - Guglielmo Gallone - Città del Vaticano – (4 marzo 2025) – ci dice:

 

Washington mette alle strette Kyiv.

L'Ue corre ai ripari: von der Leyen annuncia un piano per la difesa europea da 800 miliardi di euro.

Ma le faglie europee restano aperte.

Il messaggio della Comece.

La sospensione degli aiuti militari all’Ucraina, decisa ieri dal presidente Usa Donald Trump, è un messaggio rivolto innanzitutto a ucraini ed europei.

Agli ucraini Trump vuole far capire di essere disposto a tutto per arrivare a un accordo di pace.

Anche a sospendere quegli aiuti che, finora, hanno permesso a Kyiv di andare avanti e senza i quali, secondo le prime stime, gli ucraini potrebbero resistere per altri sei mesi.

 

Un messaggio agli ucraini.

Non si tratta solo degli oltre 120 miliardi di dollari, di cui 67,3 erano in aiuti militari, ma anche dei sistemi di intelligence e di comunicazione satellitare tra cui, in primis, Starlink, descritto spesso dagli ufficiali ucraini come “linfa vitale” del proprio esercito.

 Già la scorsa settimana Elon Musk, fondatore di Starlink e ora stretto collaboratore di Trump, aveva minacciato di revocare l’accesso ai suoi satelliti per la comunicazione militare degli ucraini se questi non avessero firmato l’accordo sulle materie prime.

Così facendo, l’amministrazione di Washington vuole dare un’ulteriore testimonianza della potenza americana al presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, come ribadito dal vicepresidente Usa J.D. Vance, non può "venire nello Studio Ovale o in qualsiasi altro posto e rifiutarsi di discutere anche solo i dettagli di un accordo di pace".

"Buttare soldi e munizioni in un conflitto terribile, questa non è una strategia", ha sottolineato Vance aggiungendo che "la porta è aperta finché Zelensky è disposto a parlare seriamente di pace".

 

La risposta europea.

Di riflesso, Washington ha lanciato un messaggio pure agli europei, cui Trump — in nome del principio “America first” — vuole far capire che dovranno essere loro a occuparsi della sicurezza dell’Ucraina e, quindi, della difesa del Vecchio Continente.

Proprio questa mattina gli europei hanno battuto un colpo:

 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato di voler destinare 800 miliardi di euro a favore della difesa, prevedendo aiuti all’Ucraina, perché "la difesa del nostro continente è a rischio" ed "è iniziata l’era del riarmo".

Eppure, anche questa decisione rischia di essere divisiva perché sembra essere l’ennesima calata dall’alto senza alcuna capacità strategica né visione diplomatica.

Esiste una strategia comune ai 27 Paesi per orientare gli investimenti in materia di difesa?

 Se sì, chi definisce le priorità e in base a quali interessi?

Come verranno redistribuite e impiegate le risorse, in assenza di una politica estera e di un esercito comune?

È possibile far convergere le esigenze tattiche degli italiani con quelle di francesi, tedeschi, polacchi e ungheresi?

Ammesso che gli ucraini hanno detto di voler rimpiazzare le armi americane con quelle europee, l’Ue ha la tecnologia adatta per garantire gli stessi servizi e la stessa quantità di munizioni? Gli americani la prenderanno come una presa di responsabilità o come un motivo per avviare il tanto annunciato disimpegno militare?

 

La mancanza di una strategia comunitaria.

Più di ogni altra cosa, agli europei sembra dunque mancare una vera visione d’insieme e una strategia comunitaria condivisa.

Lo si vede soprattutto nell’incapacità diplomatica, da ormai tre anni a questa parte, di proporre una soluzione al conflitto nel cuore dell’Europa.

 Ciò non avviene perché gli europei non vedono il mondo nello stesso modo, come emerso pure al vertice di Londra della scorsa domenica dove, all’appello della “coalizione di volenterosi”, mancavano ben 18 Paesi dell’Unione europea (Ue), i padroni di casa erano gli inglesi — unico Paese ad essere uscito dall’Ue — e gli ospiti di rilievo erano ucraini, canadesi, turchi e norvegesi.

 In un comunicato sulla guerra in Ucraina, la “Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea” (Comece) ha voluto evidenziare proprio questa necessità:

"Qualsiasi sforzo di dialogo credibile e sincero deve essere sostenuto da una forte e continua solidarietà transatlantica" perché "una pace integrale, giusta e duratura in Ucraina può essere raggiunta solo attraverso i negoziati".

 

Il futuro dell'alleanza transatlantica.

Il modo americano di vedere il mondo sotto Trump sta così svelando le innumerevoli faglie interne all’Europa.

Ma questo non è un bene per Washington.

Che, nel Vecchio Continente, ha sempre visto uno storico alleato, un partner commerciale e un attore cui poter affidare aree fondamentali quanto instabili come il Mediterraneo.

Tra impegno militare e dazi commerciali, l’incrinatura atlantica sembra vicina.

 E ciò non è ben visto neanche da diversi repubblicani che, come riportato dal "Wall Street Journal", temono di mettere a repentaglio la credibilità dei Paesi occidentali, proprio mentre nuove, grandi potenze mettono gli occhi sul mondo.

 

 

 

Ucraina: Trump vuole la pace

prima del nuovo Papa.

Rainews.it – (28 -4 -2025) - Pierluigi Mele – ci dice:

 

Intervista a “Giuseppe Sabella”, direttore di “Oikonova”:

“Il presidente americano è molto attivo per convincere Putin alla fine delle ostilità, sa che il successore di Francesco potrebbe fargli ombra.”

Ucraina: Trump vuole la pace prima del nuovo Papa “afp”.

Donald Trump e Volodymyr Zelensky sono presenti al funerale di Papa Francesco, 26 aprile 2025.

 

Che gli USA si stiano molto spendendo per la pace in Ucraina si è visto non solo in occasione delle esequie di Francesco ma lo si percepisce anche in queste ore.

 Su tutti gli organi di informazione, in particolare della stampa internazionale, continuano a susseguirsi aggiornamenti circa i rapporti tra Washington e Mosca, sempre più intensi.

 Cosa potrebbe portare alla mediazione e alla soluzione della crisi ucraina?

Ne abbiamo parlato con “Giuseppe Sabella”, autore de! La guerra delle materie prime” (Rubbettino 2022).

 

Sabella, cosa rende le trattative così vive in queste ore?

 

Da una parte vi sono aspetti evidenziati la scorsa settimana da “Marco Rubio”:

 il Segretario di Stato USA, non senza animosità, ha rimarcato quanto gli USA siano impegnati in un negoziato che li riguarda fino a un certo punto, perché non si tratta di una loro guerra.

Nel frattempo, l’ambasciatore “Witkoff” ha avuto tre incontri con il Presidente Putin.

Gli USA stanno mettendo alle strette le parti – Russia e Ucraina – ma i bombardamenti russi proseguono ad alta intensità, come si è visto nelle ultime ore su Kiev, e Trump si sente preso in giro da Putin, come lui stesso riconosce.

 Sempre “Rubio” ha aggiunto che è venuto il momento di stabilire se è possibile porre fine a questa guerra e che gli USA non insisteranno ancora con questo impegno:

“Non continueremo a volare in giro per il mondo, meeting dopo meeting senza progressi fatti.

 Dunque, se c'è serietà, noi ci siamo, altrimenti andremo avanti, concentrandoci su questioni ugualmente se non addirittura più importanti per gli Stati Uniti”.

Le parole di “Rubio” sono molto eloquenti, soprattutto quando parla di altre priorità.

Ma credo vi siano, anche, altre ragioni per cui soprattutto Trump ha fretta di chiudere.

 

Quali sarebbero queste altre ragioni?

 

Siamo alle soglie di un nuovo pontificato.

Trump teme che il successore di Francesco possa fargli ombra.

E se fosse un papa gradito a Putin?

E se, per caso, andasse in missione di pace a Mosca?

 Se c’è andato “Witkoff,” perché non potrebbe andarci il nuovo papa? Naturalmente, per Trump è questione scivolosa.

 Non sarà certamente il papa a trattare con Putin ma potrebbe chiaramente inserirsi in questa vicenda e creare qualche problema a Trump sul piano dell’opinione pubblica.

 Il presidente USA ha bisogno di una limpida affermazione della sua linea politica perché a oggi ha confezionato risultati tutt’altro che positivi:

la crisi ucraina non sembra trovare soluzione, il suo protezionismo radicale ha fatto crollare i mercati e ha bruciato il risparmio americano, sul fronte mediorientale anche lì niente di concreto...

Trump sa che a Putin farebbe comodo chiudere ma sa anche che Ucraina ed Europa non possono accettare le condizioni di Putin.

 Non è semplice, vediamo cosa succede.

Le prossime ore saranno rivelatrici.

 

Gli incontri di Roma, in occasione del funerale di Francesco, paiono trasmettere una certa intesa con i partner europei. È così?

 

Credo che sia così in buona parte, anche se Trump è imprevedibile e di lui non ci si può fidare fino in fondo.

Ma sono convinto che in questa fase convulsa anche lui sa che dell’Europa ha bisogno.

Ne ha bisogno soprattutto per fermare la Cina, suo grande obiettivo. Del resto, la sua retorica sull’Europa è del tutto strumentale.

 

In che senso? E, soprattutto, cosa significa che gli USA hanno bisogno dell’Europa per fermare la Cina?

 

Intanto, la sua retorica è strumentale nel senso che lui preferisce dialogare con le cancellerie europee – in particolare Roma, Parigi, Berlino – piuttosto che con Bruxelles.

Questo per più ragioni.

 Primo perché questo indebolisce la UE, facendo emergere interessi diversi, anche se sulla questione ucraina gli stati europei sono molto allineati.

In secondo luogo, lui vuole avere rapporti bilaterali con Italia, Francia e Germania anche perché ha interesse a dialogare in questo modo.

Pensa di ottenere di più, in particolare sul terreno dell’economia. Venendo alla Cina, è chiaro il disegno di Trump di isolare Pechino.

 Sta cercando di recuperare la Russia anche in quest’ottica.

E vuole che l’Europa lo segua.

 

Perché Trump ha interesse a dialogare in modo bilaterale con gli stati membri piuttosto che con Bruxelles?

 

Andiamo con ordine, così si capisce meglio anche cosa chiede Trump all’Europa in funzione anticinese.

 La vicenda dei dazi, in questo senso ci spiega molte cose.

Gli USA vogliono colpire l’economia cinese ma perché Trump mette i dazi sull’Europa (anche se poi li sospende in gran parte)?

Trump vuole costringere l’Europa a isolare la Cina.

Il senso è questo: “fate anche voi i dazi alla Cina e io ve li tolgo”. Chiaramente, i paesi europei in Cina hanno interessi diversi, ecco perché è più funzionale il dialogo con le cancellerie che con Bruxelles.

Inoltre, Trump vuole che i paesi europei si attivino per sostenere il debito americano.

Nel lungo periodo, sono convinto che la ristrutturazione del debito emergerà come la vera missione di Trump.

Anche in questo caso il messaggio è per le banche centrali nazionali: “comprate un po’ di debito USA e io vi tolgo i dazi”.

Certo, il messaggio è anche per la BCE.

Ma è chiaro che ha più speranza di raccogliere se parla agli stati membri.

 Nella politica dei dazi, vi è anche un aspetto di “reshoring”:

Trump spera che qualche produzione si sposti negli USA. Anche in questo caso, lo vedremo nel medio-lungo termine.

 

Non che prima la diplomazia non facesse il suo lavoro, ma perché, come diceva in apertura, Putin ha accolto l’invito di Trump a dialogare a così alto livello?

 

Putin sa molto bene che Trump può riportare la Russia e le sue commodities in due grandi mercati:

quello americano e quello europeo.

Per quanto, oggi, gli scenari energetici previsti dalle istituzioni più autorevoli delineino la contrazione della domanda di combustibili fossili e la progressiva crescita di fonti alternative, di gas e petrolio c’è sempre bisogno e USA e UE sono due grandi mercati.

La Russia è uno stato fallito e questa possibilità costituirebbe – mi si perdoni il gioco di parole – una grande boccata di ossigeno.

Le sanzioni e la chiusura dei mercati americano ed europeo credo che per la Russia siano costate almeno il 20/25% in meno del pil.

 

E le terre rare ucraine saranno tutte per gli USA?

 

Non credo proprio.

Ne abbiamo parlato anche tempo fa, l’UE ha un accordo con l’Ucraina per le terre rare.

E l’Europa si è spesa tanto quanto gli USA a sostegno di Kiev.

Queste cose per cui Trump fa l’accordo con Putin e gli altri lo subiscono, Trump si prende le miniere ucraine e gli altri zitti, sono caricature. Trump parla da presidente americano come parla da venditore di immobili, con grandi spot.

È vero che la pubblicità è l’anima del commercio, ma le Istituzioni non sono semplici palazzi.

 E la realtà sta ora emergendo in modo piuttosto evidente.

 

 

 

 

La guerra.

Ucraina, il discorso integrale di Zelensky.

Ilsole24ore.com – (21 novembre 2025) – Zelensky – ci dice:

«Non faremo dichiarazioni forti o emotive.

Continueremo a lavorare con gli Stati Uniti e con tutti i nostri partner, in modo calmo.

 Cercheremo soluzioni costruttive con il nostro principale alleato».

 

Cari ucraini!

Nella vita di ogni nazione arriva un momento in cui dobbiamo sederci e parlare apertamente.

 In modo onesto. Calmo.

 Senza speculazioni, senza voci, senza pettegolezzi. Solo la verità.

Come ho sempre cercato di fare con voi.

 

Oggi viviamo uno dei momenti più difficili della nostra storia.

 La pressione sull’Ucraina è enorme.

E il nostro Paese potrebbe trovarsi presto davanti a una scelta durissima: sacrificare la nostra dignità, oppure rischiare di perdere un partner fondamentale.

 Accettare una lista complicata di 28 richieste, oppure affrontare un inverno che potrebbe essere il più duro, con tutti i pericoli che comporta. Una vita senza libertà, senza dignità, senza giustizia.

Una vita in cui ci si chiede di fidarsi di chi ci ha già attaccati due volte.

Si aspettano una risposta da noi. Ma, in realtà, io l’ho già data.

 L’ho data il 20 maggio 2019, quando ho pronunciato il giuramento da presidente:

 

«Io, Volodymyr Zelensky, eletto Presidente dell’Ucraina dalla volontà del popolo, mi impegno con tutte le mie azioni a difendere la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, a tutelare i diritti e le libertà dei suoi cittadini, a rispettare la Costituzione e le leggi dell’Ucraina, a servire gli interessi di tutti i miei compatrioti e a rafforzare la posizione dell’Ucraina nel mondo».

Per me quel giuramento non era una formalità. Era un voto.

 E ogni giorno resto fedele a ogni parola. Non le tradirò mai.

L’interesse nazionale dell’Ucraina deve venire prima di tutto.

 

Non faremo dichiarazioni forti o emotive. Continueremo a lavorare con gli Stati Uniti e con tutti i nostri partner, in modo calmo.

Cercheremo soluzioni costruttive con il nostro principale alleato.

Discuterò, cercherò di convincere, proporrò alternative.

Ma non daremo al nemico nessun pretesto per dire che l’Ucraina non vuole la pace o che sta sabotando la diplomazia.

Questo non succederà.

L’Ucraina agirà rapidamente.

Oggi, domani, per tutta la settimana e per tutto il tempo necessario. Senza sosta, farò di tutto per assicurare che tra tutti i punti in discussione ce ne siano almeno due non negoziabili: la dignità e la libertà del popolo ucraino.

Perché tutto il resto — la nostra sovranità, la nostra indipendenza, la nostra terra, il nostro popolo, il nostro futuro — si regge su questi due fondamenti.

 

Dobbiamo fare tutto il possibile per finire questa guerra, senza permettere la fine dell’Ucraina, dell’Europa, o il crollo della pace globale.

Ho appena parlato con i nostri partner europei.

Contiamo sui nostri amici in Europa, che sanno perfettamente che la Russia non è una minaccia lontana: è alle porte dell’Unione Europea.

E oggi l’Ucraina è l’unico scudo che protegge lo stile di vita europeo dalle ambizioni di Putin.

Ricordiamo che l’Europa ci ha sostenuti. E crediamo che continuerà a farlo.

L’Ucraina non deve rivivere ciò che abbiamo vissuto il 24 febbraio, quando ci siamo sentiti soli.

Quando nessuno poteva fermare la Russia tranne il nostro popolo eroico, che si è messo davanti all’esercito di Putin come un muro.

 

È stato toccante sentire il mondo dire:

«Gli ucraini sono incredibili; che popolo, come combattono, come resistono; sono titani».

È vero.

Ma l’Europa — e il mondo — devono capire anche un’altra verità:

 gli ucraini sono esseri umani.

Da quasi quattro anni resistiamo contro uno degli eserciti più grandi del mondo.

Sosteniamo un fronte lungo migliaia di chilometri.

Subiamo bombardamenti ogni notte, missili, droni, attacchi balistici. Ogni giorno le famiglie perdono una persona cara.

E il nostro popolo vuole disperatamente che questa guerra finisca.

Siamo forti. Forti come l’acciaio. Ma anche l’acciaio ha i suoi limiti.

Ricordatelo. Restate con l’Ucraina. Con il nostro popolo. Con la dignità e la libertà.

Cari ucraini,

Tornate con la memoria al primo giorno della guerra.

 La maggior parte di noi ha fatto una scelta: ha scelto l’Ucraina. Ricordate cosa avete sentito.

Era buio, rumoroso, pesante, doloroso, terrificante per molti.

Ma il nemico non ha visto la nostra schiena mentre scappavamo.

Ha visto i nostri occhi: occhi pronti a difendere ciò che è nostro.

Quella è dignità. Quella è libertà.

Ed è ciò che la Russia teme di più: la nostra unità.

Allora, la nostra unità era concentrata sul difendere la nostra casa.

Oggi ci serve con la stessa urgenza — perché la nostra casa abbia una pace degna.

Chiedo a tutti gli ucraini: cittadini, popolo, leader politici. Dobbiamo ritrovarci.

Concentrarci.

Smettere di litigare tra noi. Basta giochi politici.

Lo Stato deve funzionare.

Il parlamento di un Paese in guerra deve lavorare unito.

Il governo deve essere efficiente. E soprattutto, non dobbiamo dimenticare chi è il vero nemico.

Ricordo quel primo giorno, quando emissari diversi venivano da me con piani, liste, ultimatum.

Dicevano: «O questo, o niente. O firmi, o sarai eliminato e un “presidente ad interim” firmerà al posto tuo».

Sappiamo com’è finita. Molti di quegli emissari sono finiti nelle liste dei prigionieri da scambiare e sono tornati a casa loro.

Non ho tradito l’Ucraina allora.

Sentivo il vostro sostegno. Ogni uomo e ogni donna del nostro Paese. Soldati, volontari, medici, diplomatici, giornalisti — tutta la nazione.

 

Non abbiamo tradito allora. E non tradiremo adesso.

 E so che in questo momento difficilissimo non sono solo.

Gli ucraini credono nel loro Stato.

Siamo uniti.

E in ogni incontro, discussione, negoziato con i partner sarà più facile lottare per una pace giusta, perché so con assoluta certezza che alle mie spalle c’è il popolo ucraino.

Milioni di persone con dignità, che lottano per la libertà, che hanno guadagnato il diritto alla pace.

E tutti i nostri eroi caduti, che hanno dato la vita per l’Ucraina, guardano dall’alto. Meritano di vedere che i loro figli e nipoti vivranno una pace degna del loro sacrificio. E quella pace arriverà: dignitosa, efficace, duratura.

Cari ucraini,

La settimana che sta arrivando sarà difficile, piena di eventi importanti.

Siete una nazione matura, intelligente, consapevole.

Lo avete dimostrato tante volte.

Sapete che nei prossimi giorni ci sarà una pressione enorme — politica, informativa, psicologica — pensata per indebolirci e dividerci.

 Il nemico non dorme e proverà tutto per fermarci.

Lo permetteremo? Non possiamo. E non lo faremo. Noi prevarremo. Perché chi vuole distruggerci non capisce chi siamo, da cosa siamo fatti, cosa difendiamo.

 Non è un caso che celebriamo la Giornata della Dignità e della Libertà come festività nazionale.

Questo dimostra chi siamo. Dice quali sono i nostri valori.

Lavoreremo sul fronte diplomatico per la pace. E dobbiamo lavorare insieme, dentro il Paese, per la pace. Per la nostra dignità.

Per la nostra libertà.

E so che non sono solo. Con me ci sono il nostro popolo, la nostra società, i nostri soldati, i nostri partner e alleati. Tutto il nostro popolo. Dignitosi. Liberi. Uniti.

Buona Giornata della Dignità e della Libertà.

Gloria all’Ucraina!

 

 

 

 

Trump è impegnato in una guerra

culturale contro l’Europa attraverso

i suoi alleati nell’estrema destra.

 

Valigiablu.it – (30 Settembre 2025) – Redazione - Valigia Blu – ci dice:

 

Trump è impegnato in una guerra culturale contro l’Europa attraverso i suoi alleati nell’estrema destra.

L’Europa è coinvolta in una battaglia che va oltre le dispute commerciali o le tensioni diplomatiche:

 una vera e propria guerra culturale con l’America di Donald Trump.

A sostenerlo è l’”European Council on Foreign Relations” (ECFR), in uno studio pubblicato il 23 settembre dal titolo “Reality show”: “perché l’Europa non deve piegarsi alla guerra culturale di Trump”.

Lo studio descrive come la Casa Bianca e il movimento MAGA stanno cercando di spostare l’asse ideologico del continente, promuovendo attivamente i loro alleati di estrema destra.

Di cosa parliamo in questo articolo:

La facciata del reality show: valori e alleanze con la nuova destra.

Dietro le quinte del reality: umiliazioni e perdita di autonomia.

La rete MAGA in Europa.

La retorica della libertà di espressione.

L’Europa tra resistenza e complicità.

 

La facciata del reality show: valori e alleanze con la nuova destra.

Il conflitto si gioca su due piani.

Il primo, visibile e spettacolare, è ideologico: tocca temi come politiche migratorie, libertà di espressione, diritti delle minoranze e il cambiamento climatico.

 Il secondo, più sottile, riguarda l’identità stessa dell’Unione Europea, costantemente presentata da Trump come un attore debole, privo di autonomia.

Le due dimensioni si intrecciano, alimentando un’unica narrazione dove l’Europa si muove passivamente in un reality show scritto e diretto da Washington:

“L'Europa è bloccata in un Truman Show, e l'America di Trump è sulla sedia del regista”.

 

Il momento in cui la guerra culturale è stata dichiarata apertamente risale a febbraio 2025, durante la “Conferenza di Sicurezza di Monaco”. In quell’occasione, il vicepresidente “J.D. Vance” tiene un discorso con cui accusa i leader dell’UE di “tradire i valori condivisi con gli Stati Uniti”, denunciando la presunta erosione della libertà di espressione e l’incapacità di gestire l’immigrazione.

Pochi giorni dopo, Vance ha incontrato “Alice Weidel”, leader dell’estrema destra tedesca “AfD”, legittimandola sulla scena internazionale a pochi giorni dalle elezioni.

“ Elon Musk”, allora stretto alleato di Trump, ha rincarato la dose, promuovendo pubblicamente il partito tedesco durante la campagna elettorale.

 L’AfD, pur senza vincere, ha ottenuto il miglior risultato di sempre.

 

La fine di un’era. Trump e Putin alleati contro l’Europa.

Episodi simili si sono moltiplicati in vari paesi: dall’endorsement a candidati nazionalisti in Polonia fino al sostegno a figure come l’ex campione di arti marziali “Conor McGregor”, che stava valutando di candidarsi alle presidenziali irlandesi.

 Il messaggio di questi episodi è chiaro:

 Washington interviene direttamente nelle dinamiche politiche europee, fornendo visibilità, strumenti e legittimazione a chi si oppone alla società aperta e promette di destabilizzare l’Unione Europea.

 

Dietro le quinte del reality: umiliazioni e perdita di autonomia.

Se la ribalta mediatica mostra uno scontro giocato sui valori, dietro le quinte il conflitto riguarda la dignità stessa e l’autonomia dell’Unione Europea.

Lo studio dell’”ECFR” descrive una serie di vere e proprie “scene di umiliazione”:

 trattative commerciali in cui Bruxelles ha ceduto di fronte alla minaccia di dazi del 30%, il summit NATO in cui il segretario generale “Mark Rutte” è stato costretto a blandire Trump, fino a chiamarlo ironicamente “daddy”, o i negoziati di pace sull’Ucraina dai quali i leader europei sono stati esclusi a favore di un canale diretto tra Washington e Mosca.

 

Questi episodi non sono semplici incidenti diplomatici.

Contribuiscono a consolidare l’immagine di un’Europa subordinata, un attore minore costretto a reagire agli umori americani.

 Il rischio più grande è che cittadini e governi europei finiscano per interiorizzare questa narrazione, accettando la natura di “vassalli felici” evocata dal presidente italiano Sergio Mattarella nel suo discorso dopo aver ricevuto la laurea honoris causa all'Università di Aix-Marseille.

 “La pace non è un dono gratuito della storia”, disse Mattarella in quell’occasione.

 

La rete MAGA in Europa.

Intorno a Trump si è consolidata una vera e propria infrastruttura transnazionale:

conferenze, piattaforme mediatiche, network di finanziatori e think tank.

Dalla “Conservative Political Action Conference” (CPAC), che ha organizzato una prima edizione in Polonia, fino al ruolo di Elon Musk nel garantire megafoni digitali, la “Internazionale MAGA” fornisce strumenti organizzativi e ideologici alla nuova destra europea.

 

Un tassello cruciale di questa rete è la “Heritage Foundation”, il think tank conservatore che ha contribuito a elaborare il “Project 2025”, programma politico di riferimento per la nuova amministrazione Trump.

Secondo un’inchiesta di “VSquare”, la “Heritage Foundation” ha rafforzato i legami con organizzazioni illiberali dell’Europa centrale, come il “Mathias Corvinus Collegium” (MCC) ungherese e l’”Ordo Iuris” polacco.

 L'agenda è chiara:

smantellare la Commissione europea, svuotare di potere la Corte di giustizia e ribattezzare l’UE come “Comunità Europea delle Nazioni”.

Si tratterebbe di un ritorno a un’Europa di soli Stati-nazione, sul modello della Comunità degli Stati Indipendenti dominata da Mosca.

 

Queste organizzazioni non solo riflettono le posizioni di governi come quello di “Viktor Orbán”, ma intrattengono anche rapporti opachi con reti legate al Cremlino.

L’MCC, ad esempio, è finanziato in larga parte dai dividendi del petrolio russo, mentre “Ordo Iuris” è da tempo associato a circuiti di disinformazione di area ultraconservatrice.

Bisogna poi considerare anche i cospicui finanziamenti verso movimenti contro l’aborto e i diritti LGBTQIA+.

 

Chi finanzia i movimenti contro l’aborto e i diritti LGBTQ+ in Europa.

La retorica della libertà di espressione.

Tra i cavalli di battaglia della guerra culturale c’è la libertà di parola. Trump e i suoi alleati accusano i governi europei e i democratici americani di censurare il dissenso, indicando come prove leggi contro l’incitamento all’odio o la disinformazione.

Sempre nel suo discorso a Monaco, Vance aveva menzionato la Scozia, dove sarebbe addirittura vietato “pregare in casa”.

 Una falsità, ma utile per sostenere i movimenti antiabortisti che importunano pazienti o personale dietro il paravento della libertà religiosa, e contro cui una recente legge ha eretto una “buffer zone” che impedisce manifestazioni politiche entro 200 metri dalle cliniche.

Il tema della libertà di espressione è diventato il collante perfetto per unire movimenti diversi di estrema destra. Tutti rilanciano la narrativa di un’Europa “censoria” contrapposta all’America “libera” di Trump.

 

Questa retorica si inserisce in un contesto contraddittorio: la stessa amministrazione Trump sta reprimendo giornalisti e voci critiche, mentre i colossi digitali come X (ex Twitter) e Meta hanno stretto alleanza con lui attraverso i loro proprietari.

Ma, a livello politico, la strategia funziona:

trasformare un dibattito tecnico sulla regolamentazione online in uno scontro esistenziale sui valori occidentali permette alla destra radicale di presentarsi come difensore della “vera libertà”.

 

L’Europa tra resistenza e complicità.

Il quadro tracciato dal rapporto ECFR non è del tutto pessimistico. Nonostante la crescita della nuova destra, la maggioranza dei governi europei resta guidata da partiti pro-UE, e il sentimento europeo tra i cittadini è in aumento.

 I sondaggi dell’Eurobarometro mostrano un livello di fiducia nell’Unione ai massimi dal 2007, con picchi in paesi come Svezia, Francia e Portogallo.

 

Il problema è nella leadership: troppi governi preferiscono strategie compiacenti verso Washington, sperando di limitare i danni, invece di sfruttare questa base sociale per affermare un’Europa più autonoma.

Secondo lo studio, solo alcuni leader, come Emmanuel Macron, Mette Frederiksen o Sergio Mattarella, hanno parlato apertamente di “autonomia strategica” e della necessità di non accettare passivamente il copione scritto a Washington.

 

Come “Truman Burbank”, il protagonista del film “The Truman Show”, l’Europa rischia di vivere in una realtà artificiale, progettata e controllata da altri.

Per aprire la porta d’uscita, i leader europei devono smettere di iniziare a scrivere il proprio copione.

Difendere i valori liberali, investire in difesa e tecnologia, rafforzare i legami con altre regioni del mondo:

solo così l’Unione può trasformarsi da comparsa a protagonista.

 

Se invece continuerà a recitare nel reality americano, l’Europa rischia di uscire da questa stagione con un ruolo sempre più marginale.

Non solo sul piano geopolitico, ma anche su quello culturale e identitario, laddove Trump e i suoi alleati vogliono ridefinire cosa significhi “Occidente”.

 

 

 

Come i dazi di Trump mettono

a rischio l’Unione europea.

Valori.it – Alessandro Volpi – (15 – 07 – 2025) – ci dice:

 

Trump punta a usare i dazi per dividere l’Unione europea e rafforzare la dipendenza economica e politica degli Stati europei dagli Stati Uniti.

Esiste nel mondo una chiara volontà di distruggere l’Europa e di farne una colonia.

E questa volontà parte dall’altra sponda dell’Atlantico.

È sempre più evidente, infatti, che gli Stati Uniti intendono smembrare l’Unione europea e sostituirla con la Nato.

 O con qualcosa di simile.

I dazi al 30% (conservando peraltro quelli già esistenti al 50%) sono lo strumento che Trump intende utilizzare per convincere i singoli Paesi europei a trattare, uno a uno, con il governo americano nella speranza di strappare condizioni di favore.

 

Ecco la strategia trumpiana.

Le imposizioni dei dazi si basano sull’idea, tutt’altro che peregrina, che le economie dei vari Paesi europei non possano fare a meno della loro quota di esportazioni verso il mercato statunitense.

A cui va aggiunta la pervicace chiusura verso la Cina da parte dei gruppi dirigenti dei diversi Stati del vecchio continente.

 Per questo diventa molto probabile che ogni singolo Paese arriverà a mettere in discussione la tenuta complessiva dell’Unione, e dell’Eurozona, provando ad ottenere deroghe solo per le proprie produzioni.

In estrema sintesi, Trump ha capito la profonda dipendenza degli europei dagli Stati Uniti, e il loro servilismo.

 E vuole utilizzare i dazi per porre fine a qualsiasi esperienza di Europa condivisa.

 

I dazi come strumento per demolire lo Stato sociale europeo.

In tal modo, non ci sarebbero più veri concorrenti per l’economia produttiva statunitense, con il conseguente afflusso di intere filiere entro i confini americani.

Non ci sarebbe più alcun dubbio in merito alla destinazione della grande massa di risparmi europei verso i listini americani e, soprattutto, verso il pericolante debito americano.

Allo stesso modo il dollaro, dopo la dissoluzione dell’euro generata dalla fine dell’eurozona, tornerebbe a rafforzarsi in maniera evidente.

Potendo, peraltro, definire con le singole valute nazionali delle politiche monetarie più o meno accondiscendenti, a seconda della subordinazione politica ed economica agli Stati Uniti. Come del resto è avvenuto per decenni.

 

Se l’Europa si trasforma nell’insieme sempre più conflittuale di Stati che riconoscono nell’impero americano il loro principale elemento di sopravvivenza economica, si aprirà una ulteriore nuova fase della globalizzazione neoliberale.

Questa volta contraddistinta in toto da una accettazione del modello a stelle e strisce che imporrà lo smantellamento totale degli Stati sociali e l’affermazione di un’ulteriore, gigantesca ondata di privatizzazioni affidate ai grandi fondi, a cui Trump affiancherà la propria finanza.

 

Con la guerra dei dazi, infatti, gli Stati Uniti renderanno impossibile qualsiasi idea di debito pubblico comune europeo, che individueranno come “penalità” da punire appunto con i dazi nei confronti dei Paesi che dovessero sostenerlo.

Così come proibiranno qualsiasi idea di tassazione sulle Big Tech e sulle piattaforme digitali.

Dazi e riarmo: come gli Stati Uniti spingono l’Europa ad aumentare la spesa militare.

I singoli Stati europei che vorranno trattare condizioni più miti di asservimento doganale dovranno votare contro ogni ipotesi di tal genere.

E difendere quei paradisi fiscali interni indispensabili per le major tecnologiche americane.

L’Europa delle micro patrie, dove Trump sosterrà apertamente le forze di destra neofascista, saranno dunque dollarizzate e svuotate di capacità economiche e sociali, con i cittadini trasformati, attraverso il risparmio, in soggetti dipendenti dalle decisioni delle “Big Three”.

 

Naturalmente resterà saldamente in piedi la Nato.

Per mantenere l’occupazione di vaste aree dell’Europa attraverso le basi militari americane, per consolidare la totale dipendenza dagli Stati Uniti nella prospettiva di un sistema di relazioni internazionali solo militari.

E per finanziare alcuni settori, molto costosi, dell’economia a stelle e strisce.

Gli Stati Uniti, con un costo degli interessi sul debito federale che ha superato ampiamente la spesa militare, hanno bisogno di finanziatori esterni del loro apparato strategico.

“Re Arm Europe” servirà proprio a questo.

Del resto, tale piano è costruito sui debiti nazionali e non sul debito comune.

 

I singoli Stati europei si indebiteranno per portare al 5% una spesa militare destinata a una Nato sotto rigoroso comando statunitense, come dimostra l’inenarrabile “Rutte”.

Una spesa indirizzata alle grandi industrie americane di armi e non solo, facendo così impennare costantemente il valore dei loro titoli, insieme a quelli delle società dei singoli Stati europei, naturalmente ampiamente partecipate dalle Big Three.

Il costo di quei debiti pubblici, parallelamente, sarà lo strumento di accelerazione dello smantellamento dello Stato sociale.

 

L’Europa tace sui dazi: un racconto complice e fuorviante.

Di fronte a tutto questo stiamo assistendo all’osceno e complice racconto di Ursula von der Leyen, della Commissione, dei governi volenterosi e non, della «amicissima di Trump» Giorgia Meloni, dei cantori di un surreale realismo della schiavitù à la “Gentiloni”, à la “Letta” e via dicendo.

Un racconto per cui occorre continuare a trattare, per evitare pericolosi strappi con Trump.

Ma la verità è un’altra:

 il capitalismo statunitense è in profonda crisi, ha bisogno dei dazi, del recupero della credibilità del proprio debito e del dollaro.

E l’Europa deve immolarsi in tale direzione.

 

La classe dirigente europea neoliberale è disposta a farlo, perché teme il crollo di quel sistema di cui è coerente espressione.

Mentre i presunti sovranisti immaginano di essere i vassalli prediletti dell’imperatore.

Puntando a salvare quei gruppi sociali che hanno accettato di vivere in un mondo dominato dalle disuguaglianze, dove l’egoismo della singola condizione, del tutto temporanea e precaria, prevale su ogni considerazione collettiva.

Secondo una logica che vale per i super ricchi come, purtroppo, per i più poveri, che dalla narrazione dominante sono stati privati della coscienza di sé.

 

Ma questo capitalismo, nonostante il suicidio europeo, non è più credibile proprio per la stessa debolezza americana.

 La cui crisi profonda è colta dai “padroni del mondo”, solerti a sostituire i dollari con i bitcoin e a operare una gigantesca rapina del risparmio in ogni parte del Pianeta. E, soprattutto, dal nuovo mondo produttivo.

A cominciare dalla Cina, che sta aspettando, senza fretta, il definitivo declino dell’Occidente.

A cui è mancata qualsiasi volontà di affrancarsi realmente dal dominio imperiale degli Stati Uniti.

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