Trump sta mettendo alle strette l’Europa.
Trump
sta mettendo alle strette l’Europa.
Ucraina,
no di Mosca al piano di pace
europeo: tra Usa e Kiev nuova bozza
in 19 punti ma sparisce l’uso dei
beni
russi congelati.
Msn.com
- Storia di Redazione FIRST online – (25-11-2025) – ci dice:
Putin –
Trump.
Gli
Stati Uniti e l’Ucraina hanno trovato un’intesa su un nuovo accordo di pace in
19 punti, lasciando però al presidente americano Donald Trump e al suo omologo
ucraino Volodymyr Zelensky le decisioni sui punti più sensibili dal punto di
vista politico.
Lo
riferisce il “Financial Times”, che cita il viceministro degli Esteri ucraino, “Sergiy
Kyslytsya”.
In
precedenza Washington aveva fatto pressioni su Kiev affinché accettasse una
proposta in 28 punti elaborata da mediatori statunitensi e russi, che però non
teneva conto di alcuni limiti imposti da Kiev. “Kyslytsya” ha detto al
quotidiano finanziario che l’incontro è stato “intenso” ma “produttivo” e ha
portato alla stesura di una bozza di documento completamente rivista che ha
lasciato entrambe le parti con un senso di “ottimismo”.
Dopo
ore di difficili trattative che hanno rischiato di fallire prima ancora di
iniziare, le delegazioni statunitense e Ucraina hanno raggiunto un accordo su
varie questioni, ma hanno per il momento soprasseduto sui punti più
controversi, tra cui le questioni territoriali e le relazioni tra Nato, Russia
e Stati Uniti.
Gli ucraini hanno infatti comunicato di “non
avere il mandato” per prendere decisioni sul territorio, in particolare sulla
cessione di terre come suggerito nella bozza originale del piano (secondo la
Costituzione Ucraina richiederebbe un referendum nazionale).
“Della
versione originale è rimasto ben poco”, ha detto “Kyslytsya”, spiegando che “è
stata fissata una solida base di convergenza e su alcuni punti c’è margine per
un compromesso, il resto richiederà decisioni da parte dei leader”.
Ucraina,
il No di Mosca al piano europeo.
Mosca
ritiene che la bozza del piano europeo per una soluzione in Ucraina, apparsa
sui media lunedì, non sia costruttiva.
Lo ha affermato il consigliere presidenziale
russo “Yuri Ushakov” citato da “Interfax”.
“Per quanto riguarda i piani in
circolazione, questa mattina abbiamo appreso del piano europeo, che a prima
vista è del tutto poco costruttivo e non ci soddisfa”, ha detto “Ushakov” ai
giornalisti.
Ushakov
ha richiamato l’attenzione sulla dichiarazione del Segretario di Stato
americano “Marco Rubio”, secondo cui i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina
svoltisi a Ginevra nel fine settimana hanno soddisfatto Washington.
“Ma ha
anche detto che ci sono 28 punti, e ce ne sono 26.
Ci sono un sacco di cose, più un sacco di
speculazioni diverse, e non è chiaro a chi credere, ma crediamo a ciò che
abbiamo visto, a ciò che ci è stato trasmesso attraverso i canali appropriati”,
ha aggiunto “Ushakov”.
Ucraina,
sparito da piano Usa il punto sui beni russi congelati.
Tra le
misure sparite dal piano americano dopo i negoziati di Ginevra con l’Ucraina,
c’è l’uso dei beni russi congelati per la ricostruzione.
Lo scrive “Bloomberg”, a quanto riportano
media ucraini.
Si tratta del punto numero 14 del testo
originale, prima che i 28 capitoletti fossero ridotti a 19.
Prevedeva
che 100 miliardi di dollari di “frozen assetts” fossero investiti in progetti a
guida americana, con gli Usa che avrebbero ricevuto il 50 per cento dei
profitti.
Altre proposte per ora cancellate dalla lista
potrebbero finire in documenti separati per ulteriori negoziati, spiega sempre
l’agenzia americana.
Ucraina
conferma modifiche al piano.
Il
consigliere del capo del gabinetto della presidenza ucraina, “Oleksandr Bevz”,
ha confermato lo scoop del “Financial Times”:
il
piano di pace presentato dagli Stati Uniti è cambiato.
“Come risultato dei negoziati tra funzionari
ucraini e americani a Ginevra, il piano di pace è stato modificato”, ha scritto
su Facebook, a quanto riferisce “Rbc-Ucraina”:
“Un
piano di 28 punti nella forma in cui tutti l’hanno visto non esiste più. Alcuni
punti stati tolti, alcuni cambiati. Nessun commento avanzato dalla parte
ucraina è rimasto inascoltato”, ha assicurato.
Il
primo viceministro “Kyslytsya” ha riferito infatti a “Ft “che i punti sono
stati ridotti a 19 e che sulle questioni politicamente più controverse l’ultima
parola spetterà a Trump e Zelensky.
E “Bevz”
ha confermato: saranno loro, ha detto, “a decidere sulle questioni più
problematiche”.
Ucraina,”
Xi “a Trump: accordo di pace sia equo e duraturo.
I
presidenti cinese “Xi Jinping” e americano Donald Trump “hanno anche discusso
della crisi” in Ucraina nel colloquio telefonico avuto oggi.
“Xi”,
nel resoconto del “network statale Cctv”, “ha sottolineato che la Cina sostiene
tutti gli sforzi profusi per la pace e auspica che tutte le parti continuino a
ridurre le loro divergenze e a raggiungere un accordo di pace equo, duraturo e
vincolante il prima possibile per risolvere questa crisi alla radice”.
L’Europa
e la sfida di Trump: una scossa
salutare
o la conferma di una irrilevanza?
Istitutoeuroarabo.it – (1° maggio 2025) -
Comitato di Redazione - Giuseppe Savagnone – ci dice:
Un
sogno incompiuto.
Non è
stato Trump a mettere in crisi l’Europa.
Già
prima del suo insediamento, il quadro che si poteva fare dell’Unione Europea
era quello di un sogno incompiuto.
Pur nella loro diversa ispirazione
intellettuale, i suoi “padri” ideali – i cattolici De Gasperi, Adenauer,
Schuman, gli autori del Manifesto di Ventotene (Altiero Spinelli, ex Pci;
Ernesto Rossi, azionista; Eugenio Colorni, socialista) – convergevano nel
concepirla come un nuovo soggetto internazionale, che avrebbe dovuto superare
la logica dei vecchi nazionalismi integrando le identità nazionali in una unità
politica.
Le
cose non sono andate così. L’inizio era sembrato promettente.
Si era
partiti con un’intesa economica, che istituiva la CECA (Comunità Europea del
Carbone e dell’Acciaio), col Trattato di Parigi, del 1951 – sottoscritto da
Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi –, e
poi la CEE (Comunità Economica Europea), col Trattato di Roma, firmato dagli
stessi sei Stati, nel 1957, a cui aderirono poi anche Danimarca, Grecia,
Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna.
Col
tempo l’integrazione si fece sempre più stretta, cominciando ad allargarsi alla
sfera politica.
Fu così che il 7 febbraio 1992 gli Stati
facenti parte della CEE firmarono il Trattato di Maastricht che, a decorrere
dal 1993, ha dato vita all’Unione Europea.
Veniva istituita una cittadinanza europea e i
Paesi membri si impegnavano a rispettare alcune regole vincolanti in politica
economica e nel rispetto dei diritti. Nasceva la BCE (Banca centrale europea).
Questo
salto di qualità veniva poi confermato dall’adozione, a partire dal 1° gennaio
1999, di una moneta unica, l’euro.
Poco
dopo (1995) entravano a far parte dell’Unione anche Austria, Svezia, Finlandia,
seguite, nel 2004, da Cipro, Ungheria, Polonia, Estonia, Repubblica Ceca,
Slovenia, Malta, Slovacchia, Lettonia, Lituania, nel 2007, da Romania e
Bulgaria, e nel 2013 dalla Croazia.
Ma,
mentre aumentava il numero degli aderenti, trovava sempre più difficoltà la
realizzazione del progetto finale di una piena unità politica.
In questo senso nel 2000 veniva firmato il “Trattato
di Nizza,” che allargava i poteri del Parlamento europeo, e istituiva la “Carta
dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.
Ma si sentiva l’esigenza di “una Costituzione”
e, al vertice di Laeken del 14 e 15 dicembre 2001, fu istituita una Convenzione
col compito di redigere un testo, sottoscritto poi dagli Stati membri
dell’Unione il 29 ottobre 2004 col Trattato di Roma.
La sua entrata in vigore, però, era
subordinata alla ratifica parlamentare o elettorale da parte di tutti gli Stati
membri.
Perciò
la sua bocciatura nei referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi l’anno
successivo bloccò il processo di approvazione.
Anche se in seguito diverse norme in essa
contenute sono state incluse nel successivo “Trattato di Lisbona”, firmato nel
2007 ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009.
Ma lo
scacco della mancata approvazione della prima stesura era in realtà solo la
punta dell’iceberg di una situazione in cui gli Stati membri resistevano alla
prospettiva di rinunciare alla propria sovranità nazionale e, su alcune
materie, mantenevano gelosamente il diritto di veto con cui bloccare eventuali
decisioni comuni contrarie ai loro interessi.
Così,
malgrado i passi avanti, l’Europa è rimasta una aggregazione di Stati
indipendenti politicamente l’uno dall’altro.
Questa
frammentazione ha avuto anche una sua espressione ideale con il rifiuto, da
parte della Convenzione incaricata di redigere il testo costituzionale (in
particolare del suo presidente, il francese Valéry Giscard d’Estaing), di
inserire un riferimento alle “radici cristiane” del continente, come
insistentemente chiedeva il papa Giovanni Paolo II.
Al suo posto c’era un generico richiamo «alle
eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono
sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della
persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, e dello Stato di
diritto», formula poi ripresa e confermata nel testo di Lisbona.
(La-riforma-dei-trattati-Ue.
Un’ Europa senz’anima).
Il
punto è che l’Europa attuale sembra incapace di trovare un’anima che l’accomuni
e che possa giustificare la rinunzia da parte dei singoli Stati alla loro
autonomia.
La scristianizzazione dilagante rende poco plausibile
che quest’anima possa venire dalla tradizione cristiana, ma questa era l’unica
che veramente avesse contribuito in modo decisivo al passaggio, nel medio evo,
dalla civiltà mediterranea di Roma ad una identità non solo geografica del
continente europeo, integrando l’eredità del mondo classico e gli apporti dei
popoli germanici e di quello islamico.
Venuto
meno il rapporto con questa tradizione, l’unica filosofia che sembra
attualmente imporsi, anche istituzionalmente, nella società europea sembra
quella di un “individualismo possessivo”, che promuove un concetto di libertà
incompatibile con la ricerca del bene comune.
L’idea sottostante è che ognuno è proprietario
del suo corpo e può fare di sé quello che vuole, senza doverne rispondere,
finché non invade la sfera altrui.
Ad essa si ispirano l’introduzione della libertà
incondizionata di aborto nella Costituzione francese e la votazione del
Parlamento europeo a favore del suo inserimento nella Carta dei diritti, nonché
l’apertura alla maternità surrogata e all’eutanasia.
Fermo
restando il rispetto per i drammi personali che spesso stanno dietro queste
rivendicazioni, da questa prospettiva non può derivare altro che una visione
insulare della vita associata, che esclude la possibilità di una vera comunità
e conferma la sua riduzione a criteri puramente formali, senza un vero fine in
cui tutti si possano ritrovare.
Da qui il grande rischio del progetto di unità europeo
di ridursi alla costruzione di un’entità più burocratica e tecnocratica che
valoriale, con la conseguente difficoltà di arrivare all’unità politica, la cui
base è la convergenza su un’idea di bene comune.
Di
questo vuoto può essere un segno anche la genericità e l’ambiguità delle
proposte con cui si cerca di riempirlo, come quella del ministro degli esteri
italiano Tajani, che recentemente, nel ribadire il suo incrollabile europeismo,
l’ha definito «il grande sogno di Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi», accomunando
disinvoltamente due modelli opposti e incompatibili di umanità e di politica.
Si
deve probabilmente anche a questa sclerosi se nel gennaio 2020 il Regno Unito,
in seguito a un referendum, ha abbandonato l’Unione Europea, avvertita ormai
più come una gabbia di regole soffocanti che non come una opportunità di
crescita comune.
La
mancanza di una reale sintonia è stata ulteriormente evidenziata dal fatto che
l’apertura, negli ultimi anni, ai Paesi dell’Est, legati a una cultura molto
diversa da quella delle nazioni inizialmente coinvolte nel progetto, ha
determinato delle profonde divergenze nel modo stesso di concepire la
democrazia.
Emblematico
il caso dell’Ungheria, il cui modello è sicuramente democratico – la presidenza
di Orbán ha un solido fondamento a livello elettorale –, ma non liberale,
puntando sul primato indiscusso del premier ed escludendo una effettiva
divisione dei poteri.
La
mancanza di un orizzonte ideale ed etico condiviso, peraltro, fa sentire i suoi
effetti anche nella delicata questione del confronto con altre culture, come
quella islamica, che mantengono una connotazione identitaria ben più spiccata
di quella degli europei.
Da qui
il senso di una minaccia incombente, sottolineata ed enfatizzata dai partiti di
destra, che agitano lo spettro dell’invasione islamica per invocare
l’innalzamento di muri contro i migranti, senza rendersi conto di evidenziare,
in questo modo, lo svuotamento della tradizione cristiana, centrata sulla
fraternità e l’accoglienza, e di favorire, indirettamente, la penetrazione
dell’islamismo.
Sta di
fatto che, con l’avanzata delle destre, questa è diventata la linea di molti
governi e della stessa Commissione europea, sensibili all’esempio del governo
italiano.
Così è accaduto che, progressivamente, la
principale linea comune che si è andata sempre più affermando è stata quella
difensiva nei confronti dei migranti.
Incapaci di aprirsi gli uni agli altri, i
Paesi europei si sono trovati uniti nel chiudersi verso l’esterno, istituendo
barriere e campi di deportazione.
Più
coerente con i valori europei è stato un altro fronte condiviso – con
l’eccezione dell’Ungheria – e cioè il sostegno all’Ucraina nella sua resistenza
all’invasione russa.
Solo che anche questa occasione di
convergenza, purtroppo, si è trasformata in una ulteriore svalutazione del
sogno europeo, perché la rottura dei rapporti con la Russia ha portato
l’economia europea ad una maggiore dipendenza dagli Stati Uniti e la politica
dell’Europa ad una subordinazione alla Nato, che della guerra in Ucraina è
diventata il soggetto fondamentale.
Così, nel nuovo «ordine mondiale» di cui in
quel momento parlavano sia Putin che Biden, per l’Europa non c’era più posto.
(F-elconfidencial-com_original_b38_df9_ab0_b38df9ab0985d03497920dbef3137cdcIl
ciclone Trump).
Su
questo quadro, già tutt’altro che entusiasmante, si è abbattuto, con le
elezioni americane del novembre 2024, il ciclone Trump, i cui effetti
dirompenti si sono progressivamente manifestati soprattutto dopo il suo
insediamento, nel gennaio 2025.
«Siamo sinceri», ha detto il presidente nella
prima riunione del nuovo gabinetto, «l’Unione Europea è stata creata per
fregare gli Stati Uniti.
E hanno fatto un buon lavoro ma ora io sono il
presidente».
È qui
il nocciolo della sua posizione verso l’Europa.
Gli
europei, secondo Trump – che ha ripreso la definizione di «parassiti» usata dal
suo vice Vance – sarebbero vissuti finora alle spalle dell’America, sia
scaricando su di essa le spese militari per la sua difesa, sia esportando i
propri prodotti oltre l’Atlantico molto più che importandoli.
Da
qui, innanzi tutto, la richiesta ai Paesi europei di elevare le spese militari
al 5%, sottolineando che da ora in poi gli Stati Uniti non potranno più essere
i garanti della loro sicurezza.
Richiesta unita ad una drastica svalutazione
del ruolo politico dell’Europa nella ricerca della pace in Ucraina e a un
atteggiamento, al contrario, molto conciliante verso la Russia, al punto da
escludere gli Stati europei dai negoziati avviati in Arabia Saudita a questo
scopo.
Giustificando l’impressione di molti che in
realtà in questi negoziati si stesse preparando una spartizione di zone di
influenza, in cui il continente europeo verrebbe abbandonato alle mire
espansionistiche russe.
Secondo
il detto: «Se non sei tra gli invitati a tavola, sei nel menù».
In
realtà questa presa di distanze, che contraddice radicalmente la linea fino ad
allora seguita sia da Biden sia dai suoi predecessori, paradossalmente potrebbe
costituire per l’Europa un’opportunità, costringendola ad emanciparsi dal
tutorato americano e a recuperare la propria soggettività politica e militare.
Tanto
più che la presa di posizione di Trump è stata un’occasione per il Continente
di ritrovare la propria unità politica, al di là dei confini giuridici della
UE.
Infatti il Regno Unito, abbandonato dagli Stati Uniti,
il suo storico alleato di sempre, si è in questa situazione ritrovato in piena
sintona con gli altri Paesi europei, anzi è diventato, insieme alla Francia, la
punta di diamante di un’iniziativa, detta dei “volenterosi”, che mira a
garantire la presenza di una forza miliare europea di interposizione tra Russia
e Ucraina, a guerra finita.
Certo,
questa svolta pone all’Europa il duplice problema di un accresciuto sforzo
economico e militare, sia per compensare il venir meno dell’appoggio americano
all’Ucraina, sia per provvedere fin da ora a un autonomo sistema di difesa
europeo, capace di scoraggiare eventuali iniziative ostili da parte della
Russia.
Un’occasione
storica per promuovere una vera e propria unità politica, facendo diventare
l’Europa un soggetto in grado di far fronte allo strapotere di Stati Uniti e
Russia e di sedere con loro, da pari a pari, non solo al tavolo dove si
decidono le sorti dell’Ucraina, ma in tutti i consessi internazionali.
E a
questo era finalizzato il piano” Re Arm Europe “(poi ribattezzato, per motivi
di immagine, Readness 2030) proposto dalla presidente della Commissione europea
Ursula von der Leyen, che il Consiglio europeo ha approvato all’unanimità
all’inizio di marzo 2025, anche se con la dissociazione dell’Ungheria per
quanto riguarda l’appoggio all’Ucraina.
Piano.
Un’occasione mancata.
Ma
proprio questo documento rivela il riemergere delle antiche e mai superate
resistenze dei singoli Stati – anche di quelli non dichiaratamente sovranisti –
nel rinunziare alla propria sovranità nazionale.
Esso, infatti, non fa altro che autorizzare
gli Stati membri dell’Ue a sforare, per spese militari, fino a 650 miliardi di
euro, il tetto previsto dal patto di stabilità e ad avere prestati fino a 150
miliardi di euro.
Un progetto che in realtà non mira a creare le
condizioni per una difesa comune europea, ma a stimolare un riarmo dei singoli
Paesi dell’Unione confermando la linea sostanzialmente nazionalista/sovranista
che finora ha impedito il passaggio dall’unità economica dell’Europa a quella
politica.
Nessuno
Stato vuole rinunziare al suo esercito.
Le
conseguenze negative sono evidenti.
A
fronte di un solo modello di aereo di combattimento oggetto sviluppato negli
USA (JSF-F35), in Europa ce ne sono tre (Tempest, Gripen, e Rafale), con una
duplicazione dei costi.
E in
Europa si producono diciassette tipologie differenti di carro armato, rispetto
agli Stati Uniti, muniti del solo M1 Abrams.
Per
non parlare delle inevitabili disfunzioni derivanti dalla mancanza di un
comando unificato.
L’Europa
non spende poco per le armi, spende male.
Da qui
anche le ragioni di chi sostiene che un piano per il riarmo è superfluo e
costituisce una festa solo per le industrie e i mercanti di armi, le cui azioni
in borsa infatti sono salite alle stelle.
E che
il problema dell’Europa è di recuperare quella prospettiva unitaria che,
mantenendo le spese al livello attuale, la renderebbe più competitiva.
Certo, creare un esercito europeo non è
compito che possa essere realizzato dall’oggi al domani.
Ma,
allo stato attuale, non si vede neanche la volontà di muoversi in questa
direzione.
C’è
anche un secondo problema, ed è la mancanza in questo progetto di un piano che
consenta di redistribuire i costi di questa operazione senza scaricarli, come
sempre, sulle fasce più deboli, riducendo i finanziamenti ai servizi
essenziali.
Perché
è chiaro che le uscite aggiuntive, a cui si sta dando il via libera, saranno
tutte a debito e, prima o poi, dovranno essere compensate nei bilanci nazionali
aumentando le tasse o tagliare la spesa sociale.
Si
tratta di sacrificare, insomma, settori vitali come la sanità o l’istruzione,
tanto più in un Paese come l’Italia dove si preferisce ridurre i servizi ai
poveri che “mettere le mani” nelle tasche dei ricchi.
La
svolta che la nuova realtà internazionale esigeva, dunque, non c’è stata
veramente.
L’opportunità offerta, paradossalmente, dalla
rottura voluta da Trump, finora sembra essere stata sprecata, confermando
piuttosto l’affermarsi di nazionalismi che, come quello rappresentato in
Germania dal movimento neonazista in ascesa, aggravano la minaccia della
frammentazione e il rischio di futuri conflitti armati. Non è detta però
l’ultima parola.
Saranno i fatti a dire se un sussulto di
orgoglio e di istinto di conservazione potrà portare i governi europei a
rispondere in modo più adeguato alla sfida in atto.
Il
problema dei dazi e il viaggio della Meloni.
Il
secondo ambito in cui la rivoluzione di Trump sta costringendo l’Europa a
ritrovare sé stessa e a porsi come soggetto autonomo è quello dei dazi.
Anche qui si tratta di una svolta che si
presenta a prima vista catastrofica, ma che costringe suo malgrado l’Europa a
trovare una propria linea comune.
Fin dall’inizio si è insistito unanimemente
sulla necessità di non disperdersi in scelte nazionali separate e di
fronteggiare l’attacco che viene da oltreoceano in modo unitario.
La
stessa relazione privilegiata della premier italiana col presidente americano –
è stata l’unica leader europea invitata al suo insediamento – che prima
sembrava destinata solo ad offrire privilegi, ha assunto il significato di una
rappresentanza comunitaria con il viaggio della Meloni negli Stati Uniti.
In
realtà, il quadro in cui questo viaggio è maturato è stato in anticipo
delineato spregiativamente da Trump, col suo famoso riferimento a coloro che
venivano a baciagli il cu… per fare accordi sui dazi.
Per di
più, l’obiettivo dichiarato della mediazione – l’accordo sull’azzeramento dei
dazi su entrambe le sponde dell’Atlantico – è stato vanificato proprio alla
vigilia quando il governo americano ha decisamene respinto l’analoga richiesta
espressa dal commissario europeo per il commercio “Sefovic.”
Se,
tuttavia, la missione della Meloni è stata per lo più considerata un grande
successo, sia in Italia che a livello internazionale, è stato per il clima di
grande stima e cordialità che ha caratterizzato l’accoglienza da parte di Trump
e della stampa degli Stati Uniti, evidenziando l’esistenza di un rapporto
privilegiato fra la nostra premier e il presidente americano.
Se,
però, si va oltre la spessa cortina fumogena dei media, il bilancio è assai
meno roseo.
Da
parte sua, Meloni ha offerto a Trump quello che chiedeva:
la promessa di aumentare gli acquisti di gas
liquido americano, la garanzia di grossi investimenti di aziende italiane negli
Stati Uniti – si parla di dieci miliardi di euro – e l’aumento fino al 2% del
Pil delle spese militari.
Se ci
si chiede cosa abbia realmente ottenuto in cambio di questi impegni concreti,
la risposta è assai deludente.
Trump
ha colmato la Meloni di complimenti, rafforzando indubbiamente la sua immagine
personale, ma non certo le prospettive italiane ed europee;
si è
detto sicuro che un accordo sui dazi con l’Europa sarà possibile – senza però
dire a quali condizioni –; infine ha promesso di venire in Italia a trattare
col governo italiano e, senza però un preciso impegno per questo, con quelli
europei.
Già
dal punto di vista degli interessi italiani, questo sembra più configurare il
tributo pagato unilateralmente da un vassallo al suo signore.
Se poi
si passa ad un’ottica europea, è evidente che, come mediazione tra le due
sponde dell’Atlantico il viaggio della premier italiana non ha avuto affatto
quel significato storico che molti quotidiani – a dire il vero soprattutto
quelli destra – gli hanno entusiasticamente attribuito.
Al di
là dell’illusione ottica determinata dal suo successo personale, con la sua
verve Meloni non ha realmente creato un ponte tra l’Europa e gli Stati Uniti.
È
significativo che, nel rallegrarsi del successo del suo viaggio, la presidente
della Commissione europea, “Ursula von der Leyen,” abbia sentito il bisogno di
precisare che comunque il compito di rappresentare l’UE nel negoziato con Trump
spetta a lei
. E
sull’esito di questa trattativa continua a gravare un grande punto
interrogativo.
Unione-europea.
La vera posta in gioco.
Ma c’è
un problema più radicale.
Per il presidente americano i dazi sono uno
strumento politico per dividere il mondo in due campi, quello dei Paesi che
accettano di dipendere interamente dagli Stati Uniti e quello di coloro che si
schiereranno con la Cina.
Per la
Meloni, che condivide le logiche di Trump sul rispetto dei diritti umani, sul
modo di trattare le differenze e le opposizioni, sulla divisione dei poteri,
sull’atteggiamento verso i migranti, sul rapporto con Israele, questo non è un
problema.
Il
solo punto di frizione è il problema dell’Ucraina, ma il contesto è la sintonia
in una visione autoritaria e sovranista della democrazia.
Questo, per entrambi, è il progetto.
Così,
per lei il tycoon sta lavorando a «rendere di nuovo grande l’Occidente» ed
essere partner fidata di questo progetto la rende, come ha detto, orgogliosa.
La sua mediazione mira ad avvicinare le due
sponde dell’Atlantico facendole convergere su di esso.
Ma
l’Europa ha una visione democratico-liberale che è incompatibile con questa
prospettiva.
Lo dimostrano le sue tensioni con l’Ungheria
di Orbán, dove essa si è già pienamente attuata e che, per l’America di Trump e
l’Italia di Meloni, è in sostanza un modello, sia pure ancora in via di
realizzazione.
Potrà
accettare l’Europa di condividere il rapporto privilegiato della nostra premier
con un personaggio come Trump, emblema del totale stravolgimento della
tradizione culturale e politica occidentale?
Potrà
far suo il significato dello slogan di Meloni «rendere l’Occidente di nuovo
grande» accettando il nuovo contenuto che esso assume alla luce della
repressione della libertà di pensiero nelle Università, della cancellazione del
diritto alla diversità sessuale, della occupazione indiscriminata di tutti i
posti pubblici di potere, del misconoscimento delle sentenze dei giudici, delle
deportazioni poliziesche degli immigrati
Purtroppo
non sono interrogativi retorici.
Per
resistere alla tentazione di seguire la Meloni nel suo viaggio a senso unico
verso l’appiattimento su Trump l’Europa deve ritrovare l’anima di cui si
parlava prima, o almeno sforzarsi di farlo.
Per non trovarsi alla fine riassorbita in quel
«grande Occidente» che sarebbe la negazione di tutti i suoi valori.
(Dialoghi
Mediterranei, n. 73, 1°maggio 2025, Giuseppe Savagnone).
Trump,
accordi bilaterali per
spaccare l’Ue. Ma la
Commissione resta timida.
Ilmanifesto.it – (25 novembre 2025) - Anna
Maria Merlo – ci dice:
Stati
Uniti.
I
nodi: guerra commerciale e fine del New Deal verde.
Il tycoon annuncia un «External Revenue
Service» per raccogliere i diritti doganali.
Per
gli europei, un passaggio della dichiarazione di Donald Trump, annuncia
un’offensiva, anche se la Commissione auspica «una collaborazione stretta»
sulle «sfide mondiali»:
il 47esimo presidente Usa ha confermato che ci
saranno «dazi» per i «paesi stranieri», per «arricchire» gli statunitensi.
Un “External
Revenue Service” sarà creato per raccogliere i diritti doganali, le tasse, il
reddito» del commercio dall’estero.
È
l’annuncio di una guerra anche contro l’Ue, che ha una bilancia ampiamente
positiva (sui 150 miliardi).
Altre
frasi di Trump inquietano parte degli europei, in un momento in cui anche la Ue
sta vivendo un momento di confusione:
Trump
vuole mettere fine «al new deal verde», che per la Ue è un programma, anche se
tra i 27 stanno esplodendo le divisioni.
Mentre
la Casa bianca comunica l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima. Trump ha
citato l’industria automobilistica, confermando di voler riportare la
produzione negli Usa.
Un colpo per la Germania, che esporta negli Usa e che
Trump aveva già individuato come un nemico:
«Troppe
auto tedesche a Manhattan».
È la
tattica di Trump: dividere il fronte Ue.
La politica commerciale della Ue è di
competenza della Commissione, ma la nuova amministrazione Usa giocherà la carta
degli accordi bilaterali, per spaccare il blocco.
Si è già visto con gli inviti
all’inaugurazione della presidenza, solo Giorgia Meloni invitata tra i capi di
governo Ue, con una manciata di esponenti del gruppo dei Patrioti del
Parlamento europeo e altri di estrema destra tra gli ospiti non ufficiali ma
del movimento Maga (cioè sono rimasti nel back stage), una “internazionale
reazionaria” che mira a indebolire la Ue.
Trump
non ha accennato all’Ucraina nel suo discorso di investitura e non ha neppure
citato la Groenlandia che nelle scorse settimane aveva aggredito come una
possibile preda Usa.
Ma per la Ue gli elementi di preoccupazione si
accumulano, anche se le istituzioni europee restano prudenti in queste prime
ore.
La
Commissione non ha reagito a nessuna dichiarazione preliminare di Trump e la
portavoce della presidente Ursula von der Leyen ha affermato che non era stato
affidato nessun messaggio della Ue a Giorgia Meloni per la cerimonia.
Ma gli europei già si dividono.
La
Polonia, che ha la presidenza semestrale del Consiglio Ue, ha un’opinione
pubblica molto filo-Trump, anche se il primo ministro Donald Tusk resta
discreto.
L’ungherese
Viktor Orbán afferma che da oggi «il sole brillerà in modo diverso a
Bruxelles».
L’ex primo ministro della Repubblica ceca,
“Andrej Babis”, tra i fondatori del gruppo dei Patrioti, è sicuro che Trump
«metterà fine alla guerra» in Ucraina.
Ieri
c’è stata a Bruxelles la decisione di integrare nel “Dsa” (Digital Services
Act, il regolamento europeo sui servizi digitali) il codice di condotta sulla
lotta contro i contenuti di odio online.
Una
norma che i tycoon tech vecchi e nuovi alleati di Trump contestano con forza.
Ma la
Commissione, che già ha un dossier sul non rispetto delle norme Ue da parte di
Apple, Meta e X (ex Twitter), ha messo una pausa alla procedura e rilanciato
una nuova inchiesta, mentre l’infrazione potrebbe comportare una multa per le
multinazionali Usa fino al 6% del loro giro d’affari.
La
Commissione, del resto, finora non ha reagito all’ingerenza sempre più
manifesta di Elon Musk nelle elezioni europee, in Germania c’è stata la lunga
intervista su “X” della leader del partito di estrema destra “Afd”, “Alice
Weidel”, per influenzare il voto del 23 febbraio.
Ieri,
il commissario all’Industria, il francese “Stéphane Séjourné”, ha sottolineato
che una guerra commerciale contro la Ue sarà un ostacolo all’aumento delle
spese militari dei partner Nato, pretesa da Trump (che ormai parla del 5% del
pil).
Per la
Ue c’è inoltre la preoccupazione per l’avventurismo finanziario mostrato da
Trump, con la scommessa sui bitcoin, mentre si cerca una regolazione con gli
accordi di Basel III, sulla regolazione della finanza internazionale.
Mezzogiorno
di gelo,
per
Meloni suona l’allarme.
Ilmanifesto.it
- Andrea Colombo – (25 -11- 2025) – ci dice:
La
sconfitta Giorgia Meloni ha perso.
Non
servono analisi minuziose per cogliere il senso di questo voto.
La
presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Alberto Stefani al Teatro Geox di
Padova durante il comizio per la chiusura della campagna elettorale a sostegno
di Stefani,
candidato centrodestra alla presidenza del Veneto per le Regionali 2025, 18
novembre 2025. (ANSA).
Filippo Attili - ufficio stampa Palazzo Chigi
-Giorgia Meloni e Alberto Stefani a Padova – (Ansa).
Giorgia
Meloni ha perso.
Non
servono analisi minuziose per cogliere il senso di questo voto:
è la prima vera sconfitta politica della
premier dal trionfo del 2022.
Da Johannesburg la leader se la cava con
commenti ai confini del burocratico.
La vittoria nel Veneto «è frutto del lavoro,
della credibilità e serietà della nostra coalizione».
Complimenti
a Stefani, congratulazioni a Fico e Decaro e passiamo oltre. Ma passare oltre
stavolta non sarà facile.
LA
SCONFITTA DI FDI si è consumata prima di tutto nell’unica piazza conquistata
senza nessunissima sorpresa dalla destra, nel Veneto bianco.
La vittoria schiacciante, Stefani al 64%
contro il 29% di “Manildo” era scontata.
La partita era tra il partito della premier,
forte degli strepitosi successi delle politiche e delle europee, e la Lega
all’inseguimento nel nome del doge Luca Zaia.
Non
solo il Carroccio ha riagguantato i tricolori: li ha doppiati con il 36 contro
il 18%.
È un trionfo non di Salvini ma di Zaia, che
intende passare all’incasso imponendo alla Lega il modello “Cdu-Csu”, con sé
stesso nella parte del capo dei “bavaresi” d’Italia.
Ma
questo per la premier fa poca differenza:
con
una Lega che si è ripresa lo scettro dovrà trattare e non da posizioni di forza
su tutto.
Sugli
assessorati che nella regione intendeva affidare tutti ai suoi Fratelli,
sull’autonomia differenziata che Zaia, nelle materie non soggette ai “Lep”,
reclamerà seduta stante, sulla candidatura per la Lombardia, quando sarà il
momento.
Un
Salvini che così giulivo non lo si vedeva da anni spara razzi e mortaretti per
la «vittoria con proporzioni notevolissime», confessa di sentirsi schiacciato
dal peso della storica responsabilità, assicura che «i patti saranno onorati».
Poi
però butta là come se niente fosse che «in Lombardia la Lega può raggiungere lo
stesso risultato» e se non è una richiesta di ridiscutere l’accordo che
assegnerebbe la Lombardia a “FdI” poco ci manca.
PER
MELONI TUTTO CIÒ non sarebbe gravissimo se la campagna della Campania non si
fosse conclusa con una rotta totale.
Nonostante
la scelta azzardata di introdurre un esponente di primo piano del partito e del
governo come il “viceministro degli Esteri Cirielli” e quella di inventarsi un
condono edilizio sul pronto, il centrodestra è stato travolto con un risultato
da Ko, 61,3% contro il 35% del viceministro, appena meglio della Puglia, dove
Decaro ha steso l’avversario Lobuono con oltre 30 punti di scarto.
Ma in Puglia la destra non ci aveva neppure
provato, la aveva subito data per persa.
In Campania invece si è battuta, pur se tardi
e male.
La sconfitta qui brucia molto di più.
Brucia
soprattutto perché se l’esito di queste regionali venisse replicato nelle
politiche, anzi se anche si limitasse a uno scarto di 10 punti percentuali a
favore del “Campo largo”, in quelle regioni l’attuale maggioranza non
porterebbe a casa neppure un seggio nella quota maggioritaria.
Con
ogni probabilità perderebbe quindi le elezioni.
Per la
premier cambiare legge elettorale, adesso, non è più un’opzione ma un obbligo.
IN
NOME DELLA “stabilità”, Donzelli già si è lanciato:
«C’è
una riflessione che viene fatta sulla legge elettorale».
Traduzione:
qui tocca eliminare di corsa la quota maggioritaria.
Tajani spalleggia: «Sempre stato favorevole al
proporzionale».
Ma
anche nel Pd alla fine hanno imparato a far di conto e Taruffi si barrica
:
«Questa non è la legge elettorale migliore del mondo. Ma funziona e non si
capisce perché cambiarla».
In
realtà gli sherpa di “FdI” e del “Pd” avevano già intavolato conciliaboli per
definire una legge vantaggiosamente reciproca.
Ma le
cose sono cambiate e sono cambiate grazie al voto dei pugliesi e dei campani.
Certo, nulla impedisce alla maggioranza di
farsi la propria legge elettorale e imporla col voto di fiducia.
Ma
perdere i collegi, per una Lega ringalluzzita come mai prima, è un sacrificio.
Salvini
cercherà, nella migliore delle ipotesi, di farselo pagare con gli interessi.
L’ultimo
tassello che completa la giornata nera della premier è che la tornata delle
regionali d’autunno si è conclusa con un pareggio di nome, tre a tre, ma con
una sconfitta di fatto.
È il
peggior viatico per il referendum di primavera.
L'attacco
di Trump alla Ue.
Corriere.it – Prima Ora -Elena Tebano
– (27-02- 2025) – ci dice:
Trump:
«Dazi all’Ue, nata per fregarci».
Poi
avverte Zelensky: si scordi la Nato.
Buongiorno.
Le
accuse (e i dazi) di Trump all'Unione europea;
la
stretta sull'accordo degli Stati Uniti con l'Ucraina per l'estrazione di ricche
materie prime;
le tensioni in Europa sul peace keeping dopo
un eventuale cessate il fuoco tra Mosca e Kiev.
E
ancora: le stoccate dell'uomo di Musk a Fdi su Starlink;
il nuovo lieve miglioramento del Papa;
il crollo dei profitti per Stellantis;
la
denuncia delle aziende sui costi abnormi dell'energia in Italia.
Sono
queste le principali notizie sul Corriere di oggi.
Vediamo.
L'attacco
di Trump alla Ue.
Nella
sua prima riunione di gabinetto alla Casa Bianca il presidente americano Donald
Trump ha annunciato che i prodotti europei saranno soggetti «a breve» a dazi
doganali del 25%.
«Abbiamo
preso la decisione, e li annunceremo presto, saranno del 25%», ha dichiarato
. Sono
dazi uguali a quelli imposti, a partire da aprile, sui prodotti canadesi e
messicani.
Nella
stessa occasione Trump ha descritto l'integrazione europea, un progetto
incoraggiato da Washington per decenni, come un tentativo di contrastare gli
Stati Uniti.
«Ascoltate,
siamo onesti, l'Unione Europea è stata concepita per fregare gli Stati Uniti»,
ha dichiarato durante la riunione del governo.
«L’Ue
reagirà con fermezza e immediatezza contro le barriere ingiustificate al
commercio libero ed equo», ha replicato ieri sera un portavoce della
Commissione europea, aggiungendo che l’Ue è «pronta a collaborare» se gli Stati
Uniti «rispettano le regole» ma proteggerà «i nostri consumatori e le nostre
imprese in ogni occasione».
«L’Unione
europea è il più grande mercato libero del mondo.
Ed è
stata una manna per gli Stati Uniti.
Creando
un mercato unico ampio e integrato, l’Ue ha facilitato il commercio, ridotto i
costi per gli esportatori statunitensi e armonizzato standard e regolamenti in
27 Paesi.
Di conseguenza, gli investimenti statunitensi
in Europa sono altamente redditizi» ha aggiunto, ricordando che gli scambi
transatlantici di beni e servizi ammontano a «oltre 1,5 trilioni di dollari
all’anno» e si tratta della «più grande relazione commerciale e di investimento
bilaterale al mondo».
«Dovremmo
lavorare insieme per preservare queste opportunità per i nostri cittadini e le
nostre imprese.
Non
gli uni contro gli altri» ha concluso.
Oltre
ad annunciare i dazi Trump ha dato, come fa spesso, cifre false.
«Il nostro deficit commerciale con loro è pari
a 300 miliardi di dollari» ha dichiarato riferendosi alla Ue.
Spiega
“Giuseppe
Sarcina”:
Il
numero corretto è 157 miliardi di dollari (anno 2023, ultimo dato ufficiale
disponibile) che diventano 50 miliardi di dollari se si prende in
considerazione il settore dei servizi, nel quale sono gli Stati Uniti a
beneficiare di un surplus, pari a 107 miliardi, nei confronti della Ue.
Ancora
Sarcina:
Trump
ha fatto un riferimento esplicito alle auto europee e quindi il primo bersaglio
potrebbe essere la Germania, ma anche i Paesi fornitori dell’industria tedesca,
come l’Italia.
Ma l’ondata del protezionismo americano si infrangerà
contro tutti i settori:
dal farmaceutico all’agroindustria.
Gli
Stati più esposti, naturalmente, sono i maggiori esportatori come Germania e
Italia (surplus di 43 miliardi). (...)
Nessuno
dei ministri presenti alla riunione con Trump ha sollevato obiezioni. Tuttavia
a Washington circolano due preoccupazioni.
La
prima è da tempo oggetto di dibattito:
l’importo dei dazi è a carico delle aziende
acquirenti americane che lo trasferiranno sui consumatori, aumentando i prezzi
e quindi l’inflazione.
Il
secondo tema è più complessivo:
il 62% delle importazioni Usa si concentra su
soli tre Paesi più l’Unione europea. Legittimo chiedersi se gli Stati
Uniti possano reggere una guerra commerciale simultanea con la Ue (19% di
import Usa), il Messico (15%), la Cina (14%), il Canada (14%).
L'«accordo»
con l'Ucraina sulle risorse.
A
proposito di imposizioni, Trump sembra essere riuscito a forzare l'Ucraina ad
accettare l'intesa sulle ricche materie prime (titanio, manganese, zinco,
grafite, caolino, uranio e litio, ma anche gas e petrolio) che Kiev
inizialmente aveva rifiutato.
Ieri Trump ha detto che il presidente ucraino
Volodymyr Zelensky visiterà la Casa Bianca venerdì per firmare «un accordo
molto grande» che legherà strettamente i due Paesi per gli anni a venire.
Darebbe
agli Stati Uniti l'accesso ai depositi ucraini dei cosiddetti minerali di terre
rare utilizzati nell'industria aerospaziale, della difesa e nucleare.
Il
presidente americano lo considera come un modo per ripagare gli Stati Uniti
degli aiuti già inviati all'Ucraina sotto il presidente democratico Joe Biden (l'Unione europea giudica le
condizioni imposte a Kiev poco meno che un ricatto).
Ieri
Zelensky in conferenza stampa ha detto invece che è stato raggiunto un accordo
economico, ma che questo non include ancora le garanzie di sicurezza degli
Stati Uniti che il suo Paese considera fondamentali.
E che
l'intesa finale potrebbe dipendere dai prossimi colloqui a Washington.
Spiega
“Lorenzo Cremonesi”:
Trump
esige che l’Ucraina ripaghi ciò che gli Stati Uniti hanno già stanziato per la
sua difesa contro l’invasione russa da tre anni a questa parte.
Zelensky invece concepisce qualsiasi impegno
di cooperazione economica come una garanzia americana di aiuto militare per il
futuro.
Qui
sta il cuore dello scontro tra il governo ucraino e la nuova amministrazione a
Washington sull’accordo relativo allo sfruttamento dei suoi giacimenti minerari
e altre risorse naturali come petrolio e gas.
Trump
guarda al passato e intanto apre a Putin.
Zelensky
spera nel futuro per fare barriera contro Putin.
Occorre dunque capirsi per il presente e ciò
che verrà dopo.
Funzionari
dalle due amministrazioni sostengono che l’intesa è stata raggiunta. Ma mancano
ancora dettagli importanti, che dovrebbero venire definiti nei prossimi giorni.
(...)
Ieri circolava una nuova bozza, dopo le
numerose diffuse dalla stampa americana e ucraina negli ultimi giorni, nella
quale si sostiene che gli Stati Uniti «sostengono gli sforzi ucraini per
ottenere garanzie di sicurezza necessarie a stabilire una pace permanente»:
le bozze precedenti non avevano alcun accenno
a questo tema.
Tra le
altre cose ieri Trump ha anche postato un video osceno in cui Gaza appariva
trasformata (grazie all'intelligenza artificiale) in una sorta di resort di
lusso, mentre nella realtà è ancora in gran parte un cimitero:
dal 7
ottobre ci sono morti 48 mila palestinesi e solo nelle ultime due settimane
cinque neonati sono morti di freddo.
Del video si occupa Massimo Gramellini nel suo Caffè.
Quanto
a Trump e alla sua prima riunione di governo, scrive “Aldo Cazzullo”:
La
vittoria gli ha dato alla testa.
In
pochi minuti, ha rivendicato di aver licenziato migliaia di dipendenti pubblici
e ammanettato migliaia di migranti.
Ha
promesso meno vaccini e più trivelle.
Si è vantato di aver chiuso “UsAid”, l’agenzia
con cui gli Stati Uniti aiutavano i Paesi in via di sviluppo, e di aver
stracciato gli accordi di Parigi contro il cambio climatico.
Ha spiegato che deprederà l’Ucraina per farsi
ripagare gli aiuti di Joe Biden.
Ha
insultato il suo predecessore, la sfidante che ha battuto alle presidenziali, i
giornalisti, che tanto sono antipatici a tutti.
Infine
ha chiesto e ottenuto un applauso, che dico, un’ovazione per i golpisti che
assalirono il Campidoglio, facendo quattro morti tra le forze dell’ordine.
Leggo che Trump viene proposto per il Nobel
per la pace.
Spero davvero di sbagliarmi, ma da un figuro
simile non mi attendo nulla di buono.
E il video che ha postato ieri, in cui Gaza
viene trasformata dall’intelligenza artificiale in un resort dove lui e
Netanyahu prendono un drink a torso nudo, è una profanazione di un luogo di
dolore, una mancanza di rispetto verso tutte le vittime, palestinesi e
israeliane.
Le
divisioni nella Ue sull'Ucraina.
L'Europa
intanto resta divisa sulle prospettive per l'Ucraina, dopo che il presidente
francese “Emmanuel Macron” e il premier britannico “Keir Starmer” hanno
prospettato a Trump un piano per dispiegare un «contingente europeo» da 30 mila
peacekeeper nel Paese a garanzia della sicurezza dopo il cessate il fuoco, a
condizione che gli Usa facciano da scudo in caso che si riaccenda il conflitto.
«Noto
che ormai chiunque, anche al bar, parla di Difesa.
Spesso
senza conoscere a fondo i temi di cui si parla...» ha replicato via post sui
social il ministro della Difesa italiano, “Guido Crosetto”.
«I
contingenti non si inviano come si invia un fax. Soprattutto quelli delle altre
nazioni.
Se si
parla a nome dell’Europa bisognerebbe avere la creanza di confrontarsi con le
altre nazioni» ha aggiunto Crosetto.
«Per quanto riguarda l’Italia, come ogni
impegno internazionale, dovrebbe avere dei passaggi parlamentari, molteplici e
complessi, per autorizzare e finanziare».
“Macron”
ieri ha descritto il piano in videocollegamento ai colleghi europei, ma la
questione sarà al centro del “Consiglio straordinario del 6 marzo a Bruxelles”,
e prima ancora in un vertice a Londra tra i principali leader Ue.
La
premier italiana Giorgia Meloni al momento non sembra entusiasta:
«Io ho sempre detto — ha affermato ieri — che
queste garanzie debbano essere realizzate nel contesto dell’Alleanza atlantica
perché penso che questa sia la cornice migliore».
Più
caustico il leader della Lega” Matteo Salvini”: «Se mettessimo una von der
Leyen a capo di un esercito europeo, dura venti minuti e poi si arrende...
Quindi
assolutamente sono contrario a un’ipotesi di questo tipo» ha detto ieri. ««Per
avere una missione di pace, bisogna capire le regole di ingaggio, chi manda
chi: se ci sono gli Usa o no, è fondamentale» ha aggiunto.
Spiega
“Marco Galluzzo”:
Alla
fine a Palazzo Chigi si è sedimentata una linea che appare come quella del
Piave, «saremo coinvolti soltanto a patto che tutto avvenga sotto l’egida
dell’Onu».
Una sorta di parola magica capace di essere
condivisa da tutto o quasi il governo italiano, paradossale per un’istituzione
che negli ultimi anni non potrebbe essere stata più screditata, e che oggi,
altro paradosso, con Trump, ancorché foro multilaterale per antonomasia,
ritorna centrale.
Dire Onu infatti significa allargare in modo
massiccio un progetto di intervento, significa avere il beneplacito della
Russia, «sarebbe perfetto se anche la Cina decidesse di dare il suo contributo,
quella sarebbe una garanzia molto grossa dal punto di vista geopolitico», è una
delle convinzioni della nostra premier.
Intanto
Meloni ha protestato con Macron, come racconta ancora Galluzzo:
Meloni
ha incalzato Emmanuel Macron nel collegamento con altri leader organizzato dopo
la visita del presidente francese alla Casa Bianca, dove ha perorato l’inizio
di discussione su una «forza europea».
La
premier italiana non ha usato mezzi termini:
«Io
vorrei sapere a che titolo sei andato a Washington».
Macron
ha assicurato di aver «rappresentato soltanto la Francia» ma è apparsa evidente
a tutti la tensione per «iniziative che dovrebbero essere condivise
preventivamente con tutti gli Stati Ue».
L'ipotesi
di costruire una forza di sicurezza europea invece sembra piacere di più al
leader cristiano-democratico e probabile futuro cancelliere tedesco “Friedrich
Merz”, che ieri sera ha incontrato il presidente francese Macron per una cena
informale a Parigi.
La
stoccata dell'uomo di Musk su Starlink.
«Intesa
Pd-FdI.
Bene,
si vuole far passare Starlink e SpaceX (che, tra l’altro, ha lanciato missioni
per l’Italia accelerando le tempistiche per dare una mano) per i cattivi».
Poi l'avvertimento: «Agli amici di FdI:
evitate di chiamarci per conferenze o altro».
“Andrea
Stroppa”, collaboratore in Italia di “Elon Musk” (il padrone di Starlink e di
SpaceX), ha commentato così la discussione del disegno di legge italiano
sull’economia dello Spazio, il cui primo relatore è “Andrea Mascaretti “(FdI),
in cui il governo ha votato su alcuni punti insieme all'opposizione.
Spiega
“Andreina Baccaro”:
Il
governo, forse nel tentativo di rintuzzare le accusa di favorire Musk, ha fatto
passare l’”emendamento di Azione”, poi sottoscritto dagli altri partiti di
opposizione, che subordina la fornitura di servizi di comunicazione satellitare
per fini governativi a due principi.
Primo:
la
compatibilità con gli impegni e i programmi cui l’Italia partecipa in sede Ue
(e ce ne sono di già avviati).
Secondo: avere la proprietà e il controllo
esclusivo della crittografia e delle componenti software e hardware utilizzate
da parte del committente del servizio (regola non negoziabile per la sicurezza
di uno Stato).
Inoltre sono passati anche due emendamenti del
Pd che introducono un riferimento generico alla necessità di diversificare le
forniture e a quella di salvaguardare la sicurezza nazionale, oltre che al
principio di un «adeguato ritorno» per il sistema industriale del Paese.
Per “Stroppa”
— indagato a Roma nell’inchiesta sugli “appalti Sogei” — evidentemente è
intollerabile, perché vorrebbe che l'Italia adottasse senza condizioni “Starlink”,
la rete di satelliti ad alta velocità per la comunicazione internet sviluppata
da” SpaceX.
Sulla
sua adozione è stata aperta una trattativa con il governo, ma a dicembre scorso
l’Unione europea ha previsto un investimento da 10,6 miliardi di euro per
sviluppare una rete satellitare in grado di battersela proprio con il sistema
di satelliti di Musk.
E la
partita è ancora aperta.
Lieve
miglioramento per Papa Francesco.
C'è
stato un ulteriore «lieve» miglioramento delle condizioni cliniche di papa
Francesco. I medici dell’ospedale Gemelli comunicano che l’insufficienza
renale, riscontrata nei giorni scorsi, «è rientrata» e la tac al torace ha
«evidenziato una normale evoluzione del quadro fisiologico polmonare».
Bergoglio continua le terapie «in poltrona» e prosegue nelle attività
lavorative.
«Il
quadro clinico sembra far ipotizzare un consolidamento della condizione. Ma non
si può affermare che sia significativo. Se lo fosse, il Papa non avrebbe ancora
bisogno di essere aiutato con alti flussi di ossigenazione. Il problema
respiratorio non è stato risolto, la prognosi resta riservata. Per una persona
di 88 anni che già prima della polmonite soffriva di una malattia cronica
respiratoria il periodo resta critico almeno fino a quando il miglioramento non
è definito stabile. Non siamo ancora arrivati a questo punto. Occorrono altri
giorni di attesa» spiegano Francesco Blasi, direttore di Medicina interna e
Pneumologia al Policlinico di Milano, e Stefania Vaglio, direttore dell’unità
immuno- trasfusionale al Policlinico Sant’Andrea di Roma, a Margherita De Bac.
Le
altre notizie importanti.
Migliaia
di israeliani hanno assistito con bandiere, palloncini arancioni e cartelli con
la scritta «perdonateci» in segno di lutto il corteo funebre, lungo 100
chilometri, che ha portato i corpi di Shiri, Ariel e Kfir Bibas uccisi durante la prigionia nella
Striscia di Gaza, da Tel Aviv fino al kibbutz Nir Oz, dove sono stati sepolti.
“Calin
Georgescu”, il populista filorusso che ha vinto a sorpresa le elezioni in
Romania, poi annullate per sospette interferenze di Mosca, è stato incriminato
per «aver istigato azioni contro l’ordine costituzionale».
Nella casa di un suo stretto collaboratore, “Horatiu
Potra”, ex capo dei mercenari della Wagner in Africa e sua guardia del corpo,
gli investigatori hanno rinvenuto ieri dieci milioni di dollari in contanti,
diversi biglietti per Mosca e un arsenale: pistole, mitragliatrici, granate e
molte munizioni.
«Hanno
arrestato una persona che ha ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni
presidenziali romene.
Tutto
ciò è assurdo», ha protestato “Elon Musk” su “X”.
«Assicurare
la irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario» e «contribuire alla
serenità della vita istituzionale»:
è la
richiesta fatta dal” presidente della Repubblica Sergio Mattarella” in chiusura
del suo breve intervento al Consiglio superiore della magistratura, ieri.
Scrive Giovanni Bianconi:
«Alla
vigilia dello sciopero indetto dall’Associazione nazionale magistrati contro la
riforma costituzionale voluta dal governo e quasi a metà del guado in
Parlamento, le sue parole si trasformano inevitabilmente in una speranza e un
invito più generali, indirizzati a entrambi i fronti contrapposti: potere
giudiziario da un lato, potere esecutivo e legislativo dall’altro.
La posta in gioco è alta:
la
separazione delle carriere dei magistrati tra giudici e pubblici ministeri, con
conseguente sdoppiamento del Csm a cui verrebbe sottratto il giudizio
disciplinare affidato a un’Alta corte esterna all’autogoverno.
Per le toghe di tutte le correnti, salvo rare
eccezioni, significa gettare le basi per condizionare, se non ridurre (e alla
fine abolire) l’autonomia e l’indipendenza del PM, e quindi di una parte
dell’ordine giudiziario; che invece il presidente della Repubblica continua a
ritenere indispensabile».
Crollo
per Stellantis:
la
multinazionale dell'auto ha chiuso il 2024 con profitti in calo del 70% a 5,5
miliardi.
Il gruppo ha perso il 4,1% in Borsa.
Le
grandi imprese e le Pmi dei settori «energivori» denunciano il caro energia in
Italia, che rischia di mettere le aziende tricolori fuori mercato:
pagano l’energia fino a tre volte il prezzo
dei concorrenti europei.
Il
Comune di Salò, guidato da una lista civica dopo 20 anni di centrodestra, ha
tolto la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.
Salò
dal 1943 al 1945 fu la sede della Repubblica sociale degli irriducibili
fascisti, che si opposero all'armistizio con gli americani e rimasero al fianco
dei nazisti.
La
Procura di Pavia ha cambiato l'accusa nei confronti di “Massimo Adriatici”,
l’ex assessore leghista di Voghera che il 20 luglio 2021 sparò a “Youns El
Boussetaoui” e lo uccise: non più «eccesso di legittima difesa», ma omicidio
volontario, con l’aggravante dell’abuso di potere.
L'ospedale
Niguarda di Milano è il migliore d'Italia e il 37esimo al mondo, secondo la
classifica annuale «Worlds Best Hospitals» del settimanale “Newsweek” che
prende in esame più di 2.400 ospedali di 30 Paesi.
Fra le
strutture sanitarie italiane, secondo posto per il “Policlinico Gemelli”, in
44esima posizione mondiale, seguito dal “San Raffaele” alla 54esima e
dall'Humanitas (61esima), entrambi a Milano.
“Sofia
Borri” è nata a Buenos Aires nel 1976.
Due
anni dopo lei e sua madre “Silvia Susana Roncoroni”, figlia di immigrati
comaschi, architetta, oppositrice del regime e all’epoca trentacinquenne,
furono sequestrate dall’esercito argentino al servizio del generale golpista di
Jorge Rafael Videla.
Pochi
giorni dopo Sofia venne restituita alla nonna paterna.
Di
Silvia non si saprà più niente.
Venerdì
scorso Sofia ha testimoniato al processo a Mar del Plata, in Argentina, contro
venti uomini ai vertici dei comandi militari, già condannati per altre
sparizioni e ora accusati di aver ucciso Silvia Roncoroni e altre tre amiche
che si trovavano con lei.
A
Pompei è stato scoperto un grande e molto raro ciclo di affreschi monumentali
che rappresenta il corteo di Bacco, dio del vino.
Era in una sala riservata ai banchetti.
La
Juventus è stata sconfitta dall'Empoli (ai rigori) in Coppa Italia. Qui le
pagelle della partita.
Da
ascoltare:
Nel
podcast «Giorno per giorno», Lorenzo Cremonesi parla delle trattative tra Usa e
Ucraina per lo sfruttamento delle terre rare. Francesco Battistini descrive e
analizza il video (creato con l’intelligenza artificiale) su Gaza modello
resort di lusso postato da The Donald.
Gimmo
Cuomo racconta la presentazione di uno spettacolare grande affresco a Pompei,
finalmente visibile al pubblico.
Il
Caffè di Massimo Gramellini.
Trump,
Gaza Resort.
Quando
dicevano di voler fare della striscia di Gaza un lungomare, noi ingenui
pensavamo a una Riviera con spiagge e alberghi per quasi tutte le tasche.
Invece il video postato da Trump e realizzato
dall’Intelligenza (ma in questo caso sarebbe più giusto chiamarla Insolenza)
Artificiale ci svela che cos’hanno in testa: un resort esclusivo per
ultraricchi, con i palestinesi padroni di casa ammessi solo in veste di
camerieri e graziosamente foraggiati con mance in dollari che un allegro “Elon
Musk” fa volteggiare sopra le loro teste.
Sorvolando sulla mancanza di buon gusto (che
«uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare») mi voglio illudere di trovare
tracce di ironia nell’immagine di Trump e Netanyahu che sorseggiano cocktail a
bordo piscina, così come nei due guerriglieri barbuti di Hamas trasformati in
danzatrici del ventre e nel monumento d’oro massiccio che ritrae il presidente
americano in modalità colosso di Rodi o statua abbattuta di Saddam.
Però
sta proprio qui il problema, con questa gente:
che
non capisci mai quando scherzano e soprattutto se lo scherzo che agli altri
sembra un incubo per loro non sia invece la realtà.
Il
messaggio del video?
Là dove voi avete lasciato solo macerie, noi
porteremo la nostra idea di benessere, che sotto sotto è anche la vostra,
perché tutti (Santanchè dixit) invidiano la ricchezza…
Non
saprei, ma di sicuro non la sua ostentazione e concentrazione nelle mani di
pochi, alla faccia dei tanti poveri cristi che hanno votato per Trump.
(“Prima
Ora”, e buon giovedì).
(Le
mail della Redazione Digital: gmercuri@rcs.it, langelini@rcs.it,
etebano@rcs.it, atrocino@rcs.it).
Ucraina:
Trump tira dritto,
l’Europa
si riarma.
Ispionline.it
– (4 Mar. 2025) – Alessia De Luca – ci dice:
Trump
sospende gli aiuti militari a Kiev, mentre Zelensky esprime “rammarico” per lo
scontro alla Casa Bianca e von der Leyen presenta il piano ‘Re-arm Europe’.
“Daily
Focus Europa e governance globale” · Relazioni Transatlantiche.
L’Ucraina
ha mezzi e fondi per resistere fino all’estate.
Lo ha
dichiarato il premier “Denys Shmyhal “interrogato dai giornalisti poche ore
dopo la notizia – divulgata da “Bloomberg” e altre fonti di stampa ma ancora
non confermata dalla Casa Bianca – che gli Stati Uniti avrebbero sospeso tutti
gli aiuti verso Kiev.
“Continueremo a lavorare con gli Stati Uniti
attraverso tutti i canali disponibili, in modo calmo” ha aggiunto “Shmyhal”, in
un chiaro riferimento alla lite nello studio Ovale tra Donald Trump e Volodymyr
Zelensky, che in un post su” X” ha espresso “rammarico” per quanto accaduto
nello Studio Ovale.
Il
Capo dello Stato ha dichiarato che “che l’Ucraina è pronta a sedersi al tavolo
dei negoziati per raggiungere una pace duratura”, proponendo un cessate il
fuoco immediato nei cieli e in mare.
Ma il tentativo da parte di Kiev di stemperare
i toni non nasconde il senso di tradimento avvertito in Ucraina, mentre gli
Stati Uniti passano dall’essere un alleato cruciale al riavvicinamento a Mosca,
senza lesinare pressioni per un accordo di pace, qualunque esso sia.
Secondo
Politico, non esiste ancora un ordine esecutivo che ponga fine agli aiuti, ma
la Casa Bianca sta “sospendendo e riesaminando i nostri aiuti per garantire che
contribuiscano a una soluzione”.
Europa
tra dazi e cannoni?
Mentre
assiste all’ennesima mossa diplomatica brutale nei confronti di un paese che
dovrebbe essere un alleato e mentre oltreoceano stanno per entrano in vigore i
dazi Usa contro Messico e Canada, l’Europa stretta tra la guerra armata e
quella commerciale, si interroga sul da farsi.
Da
Parigi a Londra a Bruxelles i vertici si susseguono frenetici in vista di un
divorzio con gli Stati Uniti che appare imminente.
La
questione non riguarda solo l’Ucraina, ma la stessa architettura di sicurezza
del continente:
Trump vuole un accordo di pace con la Russia e
una normalizzazione dei rapporti con Mosca, anche a discapito dell’interesse
strategico europeo. I segnali sono troppi per non coglierli:
dalla
sospensione degli attacchi cyber contro gli hacker russi, allo scioglimento dei
servizi responsabili del monitoraggio della disinformazione del Cremlino, alle
pressioni per il ripristino di Nord Stream 2.
“Viviamo
in tempi pericolosi, la sicurezza dell’Europa è minacciata in modo serio – ha
ammesso la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen – la
questione è se saremo in grado di reagire con la rapidità necessaria”.
Re-arm
Europe?
E per
reagire, appunto, agli sconvolgimenti geopolitici in atto, la presidente della Commissione
ha presentando oggi il piano “Re- arm Europe”.
Tra le
nuove misure per consentire il riarmo dell’Europa, prevede l’attivazione di una
clausola di salvaguardia per permettere ai paesi membri di fare debito per le
spese militari senza violare “il Patto di stabilità e crescita” che regola gli
eccessi di spesa.
Inoltre,
von der Leyen ha proposto la creazione di un nuovo strumento per investimenti
nella difesa.
Non è
ancora chiaro dove intenda prendere i 150 miliardi per la costituzione del
fondo, ma i media ipotizzano il ricorso ai circa 100 miliardi rimasti
inutilizzati del” Next Generation Eu”.
Mentre
il “Financial Times” avanza la possibilità che venga fatto ricorso ai fondi per
la coesione o a parte dei 500 miliardi di euro del “Meccanismo di stabilità”,
il fondo con cui l’Unione sostiene i paesi in difficoltà finanziaria.
“Siamo
pronti ad aumentare la spesa per la difesa, per sostenere l’Ucraina e per il
bisogno a lungo termine di assumerci maggiori responsabilità per la sicurezza
europea – ha detto von der Leyen – Continueremo a lavorare con i nostri partner
nella Nato.
Questo
è un momento chiave per l’Europa e siamo pronti a fare di più”. Il piano sarà
discusso giovedì a Bruxelles dai leader europei.
Puntare
all’unità?
Se
l’accoglienza riservata dai leader europei a Zelensky a Londra, lo scorso fine
settimana, ha attutito la sensazione di solitudine dell’Ucraina, la decisione
di Trump di sospendere gli aiuti militari, non potrà non avere effetti sulle
sue capacità di difesa.
Oltre
che per armi e finanziamenti, l’esercito ucraino fa molto affidamento sul s”istema
satellitare Starlink” della “SpaceX” di Elon Musk anche per quanto riguarda gli
attacchi mirati con i droni.
Per sostenere la posizione di Kiev i leader
europei devono esercitare una pressione concertata sul governo degli Stati
Uniti affinché fornisca garanzie di sicurezza credibili e a lungo termine.
Putin
– se solo volesse – potrebbe fermare la guerra oggi stesso.
Il fatto che si rifiuti di farlo è la prova,
se ce ne fosse bisogno, dell’affermazione di Zelensky secondo cui “non ci si
può fidare di nulla di ciò che dice”.
Una
resa mascherata da pace, incoraggiata dalla discordia occidentale, potrebbe
incoraggiarlo a riprovarci presto o tardi.
Per
scongiurare tali scenari, i leader europei che si incontreranno di nuovo a
Bruxelles giovedì devono necessariamente seppellire le loro divergenze e
tracciare una linea.
Il
commento di “Eleonora Tafuro Ambrosetti”,
Senior
Research Fellow ISPI.
“La
notizia della sospensione degli aiuti militari statunitensi a Kyiv non poteva
che essere accolta con enorme gioia al Cremlino, la cui propaganda ha
presentato per anni la guerra come uno scontro indiretto tra Russia e
“Occidente collettivo” – essenzialmente, gli USA.
Il Cremlino ha descritto la decisione di Trump
come il “miglior contributo alla causa della pace” in grado di incoraggiare
Kiev a “cercare la pace”.
In realtà, è chiaro che la mossa statunitense
eserciterà pressione su Kiev perché accetti termini ad essa sfavorevoli.
Allo
stesso tempo, è difficile che l’ipotesi che i paesi europei possano veramente
sostituirsi agli USA sul piano degli aiuti militari venga presa sul serio dal
governo russo, che continua a considerare l’UE come debole, divisa e troppo
lenta”.
Ucraina
al collasso: perché
Trump
ora detta le condizioni
della
pace.
Persemprenews.it
– (24 novembre 2025) – Alessandro Cilione – ci dice:
Il
2025, che ci stiamo per lasciare alle spalle, ha avuto come evento centrale il
ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, dopo la vittoria elettorale dello
scorso novembre contro la candidata democratica Kamala Harris.
In
questo primo anno di governo, il tycoon ha provato a rispettare la promessa più
impegnativa della sua campagna:
mettere
fine ai due grandi conflitti che hanno insanguinato intere regioni e diviso il
mondo in blocchi contrapposti — la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente.
Abbiamo
raccontato bilaterali senza precedenti, come quello con il presidente ucraino
Volodymyr Zelensky in Vaticano nel giorno dei funerali di Papa Francesco, o
l’incontro di Ferragosto in Alaska con Vladimir Putin.
E
abbiamo assistito, inoltre, al fragile cessate il fuoco di Gaza del 10 ottobre,
subito disatteso sia dall’esercito israeliano sia dalle milizie di Hamas. Il
futuro resta incerto, ma un dato è incontestabile.
Dopo
tre anni di guerra e un bilancio umano ormai insostenibile, Trump sta spingendo
per la pace in Ucraina perché conosce perfettamente la realtà del campo di
battaglia — e quella politica interna.
Mentre
a Bruxelles si continua a recitare il copione della “resistenza fino alla
vittoria” o della “pace giusta”, il fronte ucraino si sgretola: Pokrovsk,
Kupyansk e Yampol sono cadute, Mirnograd è circondata, e i russi avanzano su
tre direttrici — Zaporozhye, Dnepropetrovsk e Kharkiv.
Non è
più un arretramento: è un collasso strutturale.
In
tutti questi anni, mentre si mandavano armi all’Ucraina, al Cremlino è bastato
“gettare l’ancora” nei territori occupati e restare fermo sulle proprie
posizioni per mettere alle strette una nazione che senza gli aiuti occidentali
sarebbe crollata molto prima.
E nel
frattempo Zelensky e Putin hanno continuato a combattere ignorando il prezzo
umano del conflitto, sacrificando i loro soldati come fossero materiale di
consumo.
È
questa la verità più dura:
due
leader incapaci di fermarsi, ma perfettamente disposti a bruciare un’intera
generazione pur di non perdere la partita.
E
insieme ai soldati, stanno finendo anche le narrazioni occidentali.
A Kiev, il fronte interno è devastato dagli
scandali di corruzione che lambiscono Volodymyr Zelensky.
L’immagine
dell’eroe in mimetica è evaporata, il consenso reale è sceso sotto il 20% e in
Ucraina lo sanno tutti, anche se fuori nessuno osa dirlo. L’attuale presidente
ucraino è politicamente un uomo finito, e l’Occidente fatica ad ammetterlo
perché — come i Troiani nell’Odissea, ignari del destino che li attendeva — ha
puntato tutto sul cavallo sbagliato.
È in
questo contesto che assumono un peso particolare le parole del presidente
uscente della Campania, “Vincenzo De Luca”:
«Anziché tenere la Russia incatenata
all’Europa, l’abbiamo spinta tra le braccia della Cina popolare».
Una
verità scomoda:
Mosca,
pur con le sue contraddizioni, resta un serbatoio di risorse e un attore
geopolitico decisivo.
Invece
di mantenere un equilibrio, l’Europa ha scelto l’isolamento totale, finendo per
aggravare la propria fragilità energetica e strategica.
Oggi,
con l’Ucraina ormai in una posizione irrimediabilmente compromessa, Trump ha
deciso di forzare la mano con un piano di pace in 28 punti che è, più che un
ultimatum, un salvagente:
fermare l’agonia prima che diventi una
disfatta totale.
Non è
una resa a Mosca, come sostengono in molti:
è la
presa d’atto di una realtà che non si può più negare.
L’inquilino
della Casa Bianca vuole “salvare il salvabile”, non consegnare Kiev ai russi.
E se
gli europei non aderiranno al piano, saranno loro — non Trump, non Zelensky — i
veri sconfitti di questa guerra.
Perché hanno puntato tutto sulla vittoria
ucraina senza avere né la forza né una strategia credibile per ottenerla.
Il risultato?
Hanno solo prolungato l’agonia di un esercito
e di un popolo che, davanti a una potenza come la Russia — sostenuta da Cina,
Iran e Corea del Nord — aveva ben poche possibilità sin dall’inizio.
(Alessandro
Cilione).
Chi ha
scritto il piano per l’Ucraina?
Ilpost.it
– (24 novembre 2025) – Mondo – Redazione – ci dice:
Capirlo
potrebbe cambiare i negoziati: l’amministrazione Trump l’ha presentato come
proprio, ma in privato dice altro.
Il
segretario di Stato americano “Marco Rubio” è presente dopo un incontro con la delegazione ucraina a
Ginevra, 23 novembre 2025.
All’incontro
di domenica a Ginevra sul “piano Trump” sulla fine della guerra in Ucraina, sia
i rappresentanti statunitensi sia quelli ucraini avevano detto che erano stati
fatti progressi.
Il
piano è completamente sbilanciato dalla parte della Russia:
lunedì
il vice ministro degli Esteri ucraino ha detto al Financial Times che è stato
modificato, riducendolo da 28 a 19 punti (ma non ha detto quali punti sono
stati eliminati o modificati);
nei
prossimi giorni ci saranno altri incontri tra statunitensi e ucraini, e martedì
si incontreranno anche i leader europei.
Nel
frattempo, uno degli elementi più rilevanti dei negoziati è diventato capire se
la versione iniziale del “piano Trump” sia davvero un piano scritto dagli Stati
Uniti.
La
questione si è posta fin da quando il piano è stato anticipato la settimana
scorsa da alcuni media, perché le sue condizioni sono così sbilanciate a favore
della Russia da costituire di fatto una resa totale per l’Ucraina.
Alcune
di queste condizioni, peraltro, erano state rigettate come inaccettabili dallo
stesso “Rubio” in precedenti tentativi di negoziato.
Sabato
un gruppo bipartisan di senatori statunitensi che hanno partecipato a una
riunione con Rubio hanno riferito che il segretario di Stato avrebbe detto loro
che il piano «non è il piano dell’amministrazione» Trump, ma una «lista dei
desideri dei russi», come ha detto il senatore indipendente “Angus King”.
Secondo
i senatori Rubio avrebbe detto loro che il piano è di fatto un insieme delle
richieste della Russia, che gli Stati Uniti stanno usando come base per
trattare con gli ucraini.
Rubio ha smentito sui social media, e ha
ribadito che il piano «è stato scritto dagli Stati Uniti» usando spunti sia da
parte russa sia da parte ucraina.
La
questione potrebbe sembrare banale, ma è rilevante:
se davvero il piano è nato come una «lista dei
desideri dei russi» che gli Stati Uniti stanno portando avanti come base di
negoziato, significa che i margini per modificarlo potrebbero essere abbastanza
ampi.
Se
invece il piano rappresenta davvero la posizione degli Stati Uniti e
dell’amministrazione Trump, rigettarlo anche soltanto in parte sarebbe più
difficile per l’Ucraina.
Domenica
il primo ministro della Polonia “Donald Tusk” ha espresso proprio questo
concetto, dicendo che «prima di iniziare a lavorare [sul piano], sarebbe bene
sapere per certo chi l’ha scritto e dove è stato creato».
Negoziare
su una lista dei desideri di Putin è molto diverso da negoziare su una lista
dei desideri di Trump.
Per
ora tutte le ricostruzioni puntano alla prima ipotesi.
Il
piano sarebbe nato a fine ottobre da un incontro a Miami tra “Steve Witkoff,”
il capo dei negoziatori di Trump;
“Jared
Kushner”, genero di Trump attivo nella diplomazia dell’amministrazione;
e
“Kirill Dmitriev”, capo del fondo sovrano russo e rappresentante del regime di
Vladimir Putin.
Witkoff
già in passato è stato sensibile alle istanze della Russia, e il piano
rispecchia in gran parte le posizioni del governo russo e di Dmitriev.
Secondo
le ricostruzioni “Rubio”, sebbene sia il capo della diplomazia statunitense,
sarebbe stato avvisato dell’esistenza del piano soltanto in seguito, quando
ormai era stato scritto.
Anche
Trump ne avrebbe ricevuto notizia all’ultimo, ma ha deciso di appoggiarlo
perché l’ha ritenuto una buona occasione per ottenere un accordo rapido
mettendo alle strette gli ucraini.
Ora
tendenzialmente i negoziati sul piano possono andare in due direzioni.
L’amministrazione Trump potrebbe insistere che
il piano non può essere modificato più di tanto, e che gli ucraini devono
accettarlo così com’è: questo sarebbe un problema enorme non soltanto per
l’Ucraina, ma anche per l’Europa.
Altrimenti ucraini ed europei potrebbero
riuscire a modificare il piano abbastanza da renderlo accettabile per
l’Ucraina.
A quel
punto però potrebbe essere la Russia a non voler più andare avanti nei
negoziati.
Ucraina,
svolta nei negoziati:
"Kiev
accetta la bozza concordata
con
gli Usa". Gelo da Mosca.
Le esche con cui Putin vuole.
bloccare i fondi.
Msn.com
– Corriere della Sera – (25-11-2025) - Storia
di Mara Gergolet, inviata a Ginevra, e Federico Fubini – ci dicono:
Ucraina,
svolta nei negoziati: "Kiev accetta la bozza concordata con gli Usa".
Gelo da Mosca .Le esche con cui Putin vuole bloccare i fondi.
DALLA
NOSTRA INVIATA.
GINEVRA
- Forte accelerazione della crisi ucraina e dei negoziati di pace. Secondo
quanto riferiscono diversi media americani, gli ucraini avrebbero accettato la
proposta dell’ultima bozza, così come uscita da Ginevra e contenuta nei 19
punti finali.
In
quella formulazione, le questioni più importanti — i territori e le garanzie di
sicurezza — devono essere decise da Trump e Zelensky in un successivo incontro
di persona.
Su
tutto il resto, però, l’Ucraina fa propria la proposta di Ginevra, incluso il
tetto alle proprie forze armate, che sarà di 800 mila unità.
Sono
giorni frenetici, in cui la diplomazia ha preso un passo molto veloce.
E
infatti, subito dopo Ginevra, parte delle delegazioni è volata ad Abu Dhabi,
dove sono arrivati anche i russi.
A guidare la delegazione americana, il
segretario dell’esercito “Dan Driscoll” (un uomo vicino al presidente “JD Vance”),
mentre per la parte ucraina ci sono sia “Rustem Umerov”, consigliere per la
sicurezza nazionale - l’ufficiale di contatto ucraino mentre veniva preparato
il «patto
Witkoff-Dmitriev», da cui è partito tutto —, e “Kyrylo Budanov”, l’uomo dei servizi
militari e ideatore delle più audaci azioni militari ucraine: sono le punte di
diamante del team dei 9 negoziatori nominati da Zelensky.
A
questo punto, se le notizie saranno confermate, la palla passa ai russi. Che
sono rimasti a loro volta spiazzati dalla velocità occidentale e che sembrano
dare una prima risposta negativa.
Zelensky
è pronto a partire per gli Usa per concludere l'accordo. Trump ottimista, Mosca
verso il "no" (RaiNews multimedia).
Mosca
ha segnalato, attraverso il suo ministro degli Esteri “Sergej Lavrov”, che
potrebbe respingere un piano di pace statunitense modificato per porre fine
alla guerra in Ucraina qualora non soddisfacesse le sue richieste di lunga
data.
In sostanza, nel caso in cui la proposta
differisse dal «piano Dmitriev-Witkoff», che non è accettato dagli ucraini e che è stato ora
già abbandonato anche dagli americani.
Sebbene
tutte le proposte successive — ossia quella uscita da Ginevra e ora
ulteriormente discussa ad Abu Dhabi — si basino su quel testo, concordato dagli
americani insieme ai russi.
“Lavrov”
ha dichiarato martedì che, se il piano «cancellasse […] le intese chiave» che il
presidente russo Vladimir Putin riteneva di aver raggiunto con il presidente
americano Donald Trump nel vertice in Alaska, la «situazione sarebbe
radicalmente diversa».
La
prima versione del piano (Witkoff-Dmitriev), secondo Lavrov, è stata «accolta
favorevolmente» da Mosca.
«Dopo
Anchorage (il vertice Trump-Putin in Alaska, ndr), quando ritenevamo che tali
intese fossero già state formalizzate, c’è stata una lunga pausa.
E ora la pausa è stata interrotta
dall’introduzione di questo documento […] Un’intera serie di questioni,
ovviamente, richiede chiarimenti», ha detto “Lavrov”.
La
Russia è parte di questi nuovi negoziati ad Abu Dhabi.
Non è
chiaro in che formazione si siano presentati i russi, e non è neppure chiaro
come si tengano le trattative.
Presumibilmente — se sarà ripetuto il modello
Ginevra — sono incontri bilaterali tra gli americani guidati da “Driscoll “e,
di volta in volta, le due delegazioni russe e ucraina.
L’altro
punto chiave da capire è quando si potranno incontrare Trump e Zelensky.
Ancora
ieri sera, il portavoce di Trump ha risposto a una domanda che nessun incontro
è previsto.
Oggi
però gli ucraini hanno richiesto l’incontro e “Umerov” ha detto che spera si
possa tenere nei prossimi giorni, «prima della fine di novembre».
Un
grande osservatore, e parte in gioco, come il presidente finlandese “Aleksander
Stubb”, ha scritto poche ore fa:
«Ho avuto una telefonata con Zelensky e il segretario
della Nato questa mattina. [...]
Il futuro dell’Ucraina deve deciderlo
l’Ucraina, e la sicurezza europea la deve decidere l’Europa.
Il
lavoro tra Ucraina e Stati Uniti continua.
I prossimi giorni saranno decisivi nei nostri
sforzi per raggiungere una pace giusta e duratura».
Sono
notizie frammentate,
tanti chiedono cautela, a partire dal premier
britannico” Keir Starmer”. Ma sembra che Ginevra abbia portato una svolta, che
gli ucraini abbiano acconsentito a un piano Usa di massima (lasciando a Trump e
Zelensky negoziare il resto, le questioni decisive).
La
mossa compete ora a Mosca, che dalle prime reazioni non è soddisfatta.
Ma
anche così, spetta a lei rigettare i primi, veri tentativi — e proposte scritte
— di pace.
Le
ultime notizie sulla guerra in Ucraina.
Riproponiamo
l’esito dei colloqui di Ginevra e i punti che sono stati discussi.
DALLA NOSTRA INVIATA.
GINEVRA
- Come sono andati i colloqui di Ginevra, lo dice un post, uscito ieri nella
tarda mattinata europea, di Donald Trump: «È possibile che si stiano facendo
grandi progressi nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina? Non credeteci
finché non lo vedete, ma potrebbe davvero star accadendo qualcosa di buono. DIO
BENEDICA L’AMERICA».
Non è
stato fumo negli occhi, non è stato un naufragio.
Ma il
primo passo della diplomazia, in un percorso che può bloccarsi a ogni istante,
ma che potrebbe anche portare verso la pace in Ucraina dopo quasi quattro anni
di guerra.
I russi hanno già fatto sapere di non gradire.
«Non c’è nulla di costruttivo» nel piano
europeo, ha commentato ieri il consigliere per la politica estera di Putin, “Yuri
Ushakov”.
Le
delegazioni — quella americana, quella ucraina e le varie rappresentanze
europee — hanno lasciato Ginevra di mattina.
È tornato a Roma l’inviato italiano,
l’ambasciatore “Fabrizio Saggio”. «Attendo un briefing completo entro sera», ha
fatto sapere Zelensky. Dalla stanza sono usciti solo due fogli di carta:
uno ce
l’ha “Marco Rubio”, il segretario di Stato Usa, l’altro” Andriy Yermak”, il braccio
destro di Zelensky, lambito dallo scandalo corruzione.
E già
questo dimostra sotto quale costrizione negozi l’Ucraina.
Qualcosa,
però, di come sia andata — tra la missione Usa in collina e il sottostante”
hotel Intercontinental”, sede di storici negoziati dove alloggiavano tutti —
sta filtrando.
I piani non sono più due, ma è un’unica bozza.
Sono
state recepite alcune varianti europee ed è a questo «framework» (quadro) che
poggia sulle «fondamenta» dei 28 punti, per usare le parole di Rubio, che ora
lavoreranno i negoziatori da casa.
Ne è
nato un nuovo documento in 19 punti, molto emendato rispetto all’originale,
come ha raccontato il viceministro degli Esteri ucraino, “Sergiy Kyslytsya” al “Financial
Times”.
Non c’è più un limite alle forze dell’esercito
ucraino, per esempio.
Alcuni
capitoli sono stati stralciati.
Altri
messi tra parentesi quadre, come si definisce nel linguaggio diplomatico il
testo che non è ancora concordato.
Si
tratta dei punti più controversi, a partire dalle concessioni territoriali. Non
c’è traccia neanche della questione dei fondi russi congelati, i 300 miliardi
depositati nelle banche Ue che oppongono l’America all’Europa. È su questo punto, soprattutto, che
vanno intese le parole del cancelliere tedesco” Friedrich Merz” che ritiene che
l’accordo «non si chiuderà questa settimana».
L’inizio
dell’incontro alla missione Usa è stato molto teso.
Gli
americani hanno accusato gli ucraini di essere la fonte del leak dei «28 punti».
Il piano Witkoff-Dmitriev, infatti, era stato
comunicato a Zelensky 48 ore prima.
Ed è
buona regola della diplomazia, che la parte che vuol sabotare un progetto lo
faccia trapelare alla stampa.
«Le prime ore sono state totalmente… — ha
detto” Kyslitsya” — appese a un filo», ci sono volute due ore a “Yermak” per
placare gli animi.
Il
Corriere può confermare che era presente nella delegazione americana — non
ripreso nelle fotografie — il genero di Trump, “Jared Kushner”.
Gli
ucraini erano sorpresi.
Ma è
proprio lui, sta emergendo in queste ore, l’altro coautore del piano dei 28
punti, il “Witkoff-Dmitriev”.
Ha
incontrato l’uomo d’affari russo più volte a Miami nell’ultimo mese, dalla fine
di ottobre.
E così
Gaza e l’Ucraina si saldano: hanno gli stessi «mediatori» e broker, entrambi
vicini (in particolare Kushner, marito di Ivanka) al cuore di Trump.
La
parte più dura è tutta da scrivere, ma ieri il sollievo è stato unanime.
Meloni, Merz, il segretario della Nato “Mark Rutte”, hanno tutti espresso una
cauta speranza.
Però è da prendere molto seriamente il
commento di “Alexander Stubb”, il presidente finlandese che a dispetto della
grandezza del suo Paese (cinque milioni di abitanti) è uno dei pesi massimi
quando si tratta dei rapporti con i russi.
«Ho sentito Zelensky. I negoziati sono un
passo avanti, ma ci sono ancora questioni maggiori che devono essere risolte.
Qualsiasi decisione che rientra nell’ambito Ue o Nato sarà discussa dai membri
Ue e Nato in discussioni separate».
Tutto
quel che riguarda l’Europa — a meno di non delegare a Trump la sua dismissione
e subalternità alle bizze imperiali della Russia — va ancora negoziato.
Ed è
Putin, ovviamente, il convitato di pietra al tavolo.
Il
piano è ufficialmente americano, sebbene scritto in collaborazione con i russi:
ma che
succede se Putin, invece di firmarlo, lo ritenesse solo un testo «di parte» e
presentasse una sua controproposta?
Formalmente
è libero. E le risorse e la creatività della diplomazia russa sono infinite.
Trump
ritorna, e il Parlamento europeo si divide.
Eunews.it
– (21-1-2025) – Francesco Bortoletto – ci dice:
Durante
la plenaria a Strasburgo, i vari gruppi dell'Eurocamera hanno esplicitato le
proprie posizioni rispetto al ritorno del tycoon alla Casa Bianca.
Gli
approcci sono variegati, ma tutti (o quasi) sottolineano la necessità di
difendere gli interessi dell'Ue dalle "minacce" di Washington.
Donald
Trump.
Il
candidato repubblicano Donald Trump festeggia il risultato delle elezioni a
Palm Beach, in Florida, nelle prime ore del 6 novembre 2024.
Dall’inviato
a Strasburgo – Come prevedibile, l’insediamento ufficiale di Donald Trump come
47esimo presidente degli Stati Uniti ha travolto la politica europea.
Che si
è letteralmente spaccata in tre campi: chi celebra il ritorno alla Casa Bianca
di un patriota, chi critica l’arrivo al potere della “destra radicale” e chi
prova a ridimensionare le preoccupazioni e a guardare al bicchiere mezzo pieno.
Alleanza
strategica (ma senza compromessi).
Questo
approccio è quello scelto dalle due principali formazioni politiche
dell’Eurocamera.
A margine dei lavori della plenaria in corso a
Strasburgo, il capogruppo del Partito popolare europeo (Ppe) “Manfred Weber” ha
sottolineato oggi (21 gennaio) che il compito di Bruxelles nell’era del “Trump
bis” sarà quello di “cooperare e trovare soluzioni comuni” con Washington sulle
questioni che interessano entrambe le sponde dell’Atlantico, ad esempio “come limitare le
ambizioni globali della Cina”.
“Lavoriamo
insieme,“ ha scandito il presidente-padrone dei Popolari, “ma mostriamo anche
la nostra forza“, implementando senza paura le nostre regole come quelle sui
servizi digitali – raccolte nel Dsa, oggetto di un altro acceso dibattito in
Aula, connesso al ruolo chiave che svolgerà il proprietario di “X”, Elon Musk,
nella nuova amministrazione statunitense.
Soprattutto,
ha sottolineato, “serve forza e unità anche di fronte ai possibili dazi
doganali” che Trump ha millantato di imporre sugli import europei.
Manfred
Weber.
Il
presidente e capogruppo del Ppe Manfred Weber.
Un
approccio condiviso anche dalla presidenza polacca del Consiglio, rappresentata
in Aula dal ministro agli Affari europei di Varsavia” Adam Szłapka”:
“Vogliamo lanciare un confronto costruttivo
con la nuova amministrazione”, ha dichiarato, sostenendo che serve “una
riflessione collettiva su come sostenere questo partenariato in tutte le
circostanze che sicuramente richiede unità da entrambe le parti”.
Per la
Commissione europea ha parlato “Maroš Šefčovič”, vicepresidente esecutivo per
il “Green deal”:
“L’Ue crede più che mai in questa amicizia”
(da cui, dice, dipende oltre il 42 per cento del Pil globale), ma l’esecutivo
comunitario “non cederà di un millimetro nel difendere gli interessi europei“.
Attenzione
ai valori.
Sulla
stessa linea anche i Socialisti (S&D), i quali mostrano tuttavia maggiore
cautela.
Per la
capogruppo “Iratxe García Pérez” “l’arrivo di Trump ci pone delle sfide
importanti” e “gli auspici non sono positivi ma anzi sono preoccupanti “, a cominciare dalle prime misure
adottate ieri dal nuovo presidente, tra cui spiccano il ritiro degli Stati
Uniti dagli accordi di Parigi sul clima e dall’Organizzazione mondiale della
sanità (Oms) nonché un inasprimento delle politiche migratorie.
“Serve
unità da parte europea”, ha scandito la spagnola, “per rafforzare la nostra
leadership a livello globale e la nostra autonomia strategica “, mettendo al
sicuro dalle “minacce” del tycoon newyorkese l’economia e l’industria del
Vecchio continente.
“Gli
Usa sono un alleato strategico dell’Ue e viceversa”, ha continuato, “ma le
nostre relazioni vanno chiarite e basate sul rispetto reciproco e la difesa del
multilateralismo “.
García
Pérez.
La
capogruppo di S&D é Iratxe García Pérez.
Per
l’eurodeputato Pd “Brando Benifei”, capo della delegazione dell’emiciclo per i
rapporti con gli Stati Uniti, “dobbiamo pretendere rispetto” da Washington, un
messaggio che “dev’essere mandato con chiarezza” poiché costituisce “la base
per un rapporto costruttivo” tra le due sponde dell’Atlantico.
“L’Europa
dev’essere aperta al dialogo con la nuova amministrazione ma sempre consapevole
di sé stessa e dei propri valori “, ha aggiunto intervenendo durante il
dibattito in plenaria.
Gli ha
fatto eco la compagna di partito e vice-capogruppo dei socialdemocratici in
Aula, “Camilla Laureti”:
“Saremo
determinati nel difendere i valori e i princìpi fondanti dell’Ue “, ha
dichiarato, perché contro il discorso di Trump che “riflette la logica della
chiusura e dei muri” i Ventisette devono “costruire un argine politico ad una
deriva che rischia di inghiottire gli equilibri mondiali “.
Tenere
testa a Trump.
Ancora
più critici i commenti arrivati da liberali, ambientalisti e sinistra radicale.
“Donald Trump è tornato e vuole già ribaltare
il mondo“, ha sentenziato la capogruppo di “Renew” “Valérie Hayer”, lamentando
che durante il discorso d’insediamento di ieri “abbiamo sentito parlare di “America
first” ma nessuna parola sull’Europa, nessuna sull’Ucraina”.
Le
relazioni transatlantiche dovrebbero essere forti nell’interesse tanto degli
Usa quanto dell’Ue, ha ragionato, ma ci troviamo di fronte ad “una nuova era di
politiche reazionarie” che spaziano dal negazionismo climatico alla stretta sui
diritti riproduttivi e sessuali.
Passando per “il protezionismo e la guerra
commerciale” con cui il nuovo inquilino della Casa Bianca minaccia i
Ventisette, davanti alla quale Bruxelles deve “alzare la voce”:
“Trump
gioca al braccio di ferro e noi dovremo stare al gioco “, ha annunciato.
Per la
co-capogruppo dei Verdi (Greens/Efa) “Terry Reintke”, “la seconda presidenza
Trump farà ancora più danni rispetto alla precedente” e il nuovo leader statunitense “vuole
attaccare l’ordine mondiale, lo Stato di diritto, la democrazia, i diritti
umani “.
E si
spinge a sostenere che tanto il tycoon quanto il presidente russo Vladimir
Putin “attaccano le nostre democrazie e la nostra integrità elettorale “,
riferendosi alle ingerenze di Musk nelle imminenti elezioni tedesche a favore
dell’ultradestra di Alternative für Deutschland.
Per il
suo omologo “Bas Eickhout”, sotto la nuova amministrazione quello a stelle e
strisce “non è più l’alleato classico con cui possiamo dialogare “.
Ecco I
co-capigruppo dei Verdi, “Bas Eickhout e Terry Reintke.”
L’insediamento
di Trump è “una minaccia che pesa su tutta l’Ue” secondo la co-capogruppo della
Sinistra (The Left) Manon Aubry.
Un’Ue che, dice, “si sta ridicolizzando” e
corre il rischio di diventare il “burattino” del nuovo presidente: anziché la
richiesta di un approfondimento delle relazioni transatlantiche, sostiene, “ci
voleva una ferma condanna da parte dei leader europei” di fronte alle sparate
di Trump sull’annessione della Groenlandia e all’insofferenza di Musk sulle
regole che Bruxelles ha elaborato per i giganti del digitale.
“L’Ue deve riguadagnare la sua indipendenza”
da Washington, ha concluso, “e affrontare le minacce poste dagli Stati Uniti
all’equilibrio internazionale” poiché il Vecchio continente “non è un far West
senza regole “.
Internazionale
reazionaria?
Oltre
alla necessità di difendere l’economia e l’industria europee, un altro punto
ricorrente nelle reazioni dei gruppi politici dell’Aula – almeno quelli che
vanno dal Ppe verso sinistra – è stato il filo rosso (o meglio nero) che si
dipana dalla Casa Bianca ai quartieri generali dell’estrema destra nostrana.
Per “García
Pérez”, “non è certo positivo che Trump non abbia invitato alcun leader delle
istituzioni Ue” alla cerimonia d’insediamento ma abbia invece accolto in gran
numero “singoli esponenti dell’estrema destra europea “, un chiaro segnale
della traiettoria politica della nuova amministrazione.
Per
inciso, l’unico capo di governo europeo era la premier italiana Giorgia Meloni,
a riprova della relazione personale forgiata col tycoon e col suo braccio
destro Musk.
“Eickhout”
ha messo in guardia da quella che ha definito “l’estrema destra che ignora la
scienza“, mentre “Hayer” ha sottolineato come durante il discorso
d’insediamento “abbiamo sentito un presidente reazionario, autoritario, radicale” e
addirittura “imperialista”.
Secondo
“Aubry”, “sarà un anno di resistenza” contro un’amministrazione – i cui membri
si esibiscono in “saluti nazisti” (Musk è sembrato fare un saluto romano
durante la cerimonia d’insediamento di ieri) – che, dato lo sbilanciamento a destra
avvenuto anche in Europa, rischia di trasformare le relazioni transatlantiche
in “un’internazionale reazionaria“.
Manon
Aubry.
La
co-capogruppo della Sinistra è Manon Aubry.
Anche
dai Popolari, infine, è arrivato un monito al nuovo presidente Usa tramite il
capogruppo Weber, secondo cui “i Patrioti non sono davvero amici e partner dell’America “,
trattandosi in realtà di “amici stretti di Putin “.
L’affondo
del politico bavarese – membro di quell’Unione cristiano-democratica (Cdu/Csu)
che, secondo tutti i sondaggi, esprimerà nella persona del leader Friedrich
Merz il prossimo cancelliere federale a Berlino – si è concentrato soprattutto
contro l’AfD (l’ultradestra post-nazista e filorussa tedesca che, però, non fa
parte dei Patrioti ma dell’Europa delle nazioni sovrane), definendola “l’altoparlante di Putin “.
Chi
sta con Trump.
Non
tutti però sono ostili a Trump.
Per il co-capogruppo dei Conservatori e
riformisti (Ecr) Nicola Procaccini, “il nuovo presidente è un leader
conservatore, noi siamo un gruppo conservatore, quindi abbiamo tanti punti in
comune” nei rispettivi programmi politici.
Anche
secondo il suo omologo “Patryk Jaki” “l’Ecr condivide diverse priorità con
l’amministrazione Trump, tra cui la sicurezza, la crescita economica e la
migrazione che dev’essere legale “.
Patryk
Jaki e Nicola Procaccini.
I
nuovi co-capigruppo di Ecr sono Patryk
Jaki e Nicola Procaccini.
Il
capodelegazione di Fratelli d’Italia a Strasburgo “Carlo Fidanza” ha salutato
la rielezione di Trump come “uno schiaffone fortissimo” alla sinistra che “pone
fine all’egemonia woke, demolisce l’ideologia gender e ripristina la libertà di
espressione sui social media“.
Inoltre,
per il capopattuglia di Meloni “la presidenza Trump ci offre l’occasione per
riallineare le nostre scelte industriali verso l’Atlantico anziché consegnarci
mani e piedi alla Cina con le follie ideologiche che hanno inquinato il Green
deal con buona pace della tanto declamata autonomia strategica”. “Ieri è nata
una nuova America, ora è tempo che nasca una nuova Europa“, ha concluso.
In
linea coi Conservatori anche gli interventi dei Patrioti.
Secondo l’eurodeputata leghista “Isabella
Tovaglieri” dovremmo adottare “anche noi la ricetta di Trump” e rendere
l’Europa di nuovo grande.
I propositi di Trump sarebbero “frasi di buon
senso che credo ogni europeo vorrebbe venissero pronunciate anche qua”.
Perché
Trump sospende gli aiuti all'Ucraina.
Vaticannews.va
- Guglielmo Gallone - Città del Vaticano – (4 marzo 2025) – ci dice:
Washington
mette alle strette Kyiv.
L'Ue
corre ai ripari: von der Leyen annuncia un piano per la difesa europea da 800
miliardi di euro.
Ma le
faglie europee restano aperte.
Il
messaggio della Comece.
La
sospensione degli aiuti militari all’Ucraina, decisa ieri dal presidente Usa
Donald Trump, è un messaggio rivolto innanzitutto a ucraini ed europei.
Agli
ucraini Trump vuole far capire di essere disposto a tutto per arrivare a un
accordo di pace.
Anche
a sospendere quegli aiuti che, finora, hanno permesso a Kyiv di andare avanti e
senza i quali, secondo le prime stime, gli ucraini potrebbero resistere per
altri sei mesi.
Un
messaggio agli ucraini.
Non si
tratta solo degli oltre 120 miliardi di dollari, di cui 67,3 erano in aiuti
militari, ma anche dei sistemi di intelligence e di comunicazione satellitare
tra cui, in primis, Starlink, descritto spesso dagli ufficiali ucraini come
“linfa vitale” del proprio esercito.
Già la scorsa settimana Elon Musk, fondatore
di Starlink e ora stretto collaboratore di Trump, aveva minacciato di revocare
l’accesso ai suoi satelliti per la comunicazione militare degli ucraini se
questi non avessero firmato l’accordo sulle materie prime.
Così
facendo, l’amministrazione di Washington vuole dare un’ulteriore testimonianza
della potenza americana al presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, come
ribadito dal vicepresidente Usa J.D. Vance, non può "venire nello Studio
Ovale o in qualsiasi altro posto e rifiutarsi di discutere anche solo i
dettagli di un accordo di pace".
"Buttare
soldi e munizioni in un conflitto terribile, questa non è una strategia",
ha sottolineato Vance aggiungendo che "la porta è aperta finché
Zelensky è disposto a parlare seriamente di pace".
La
risposta europea.
Di
riflesso, Washington ha lanciato un messaggio pure agli europei, cui Trump — in
nome del principio “America first” — vuole far capire che dovranno essere loro
a occuparsi della sicurezza dell’Ucraina e, quindi, della difesa del Vecchio
Continente.
Proprio
questa mattina gli europei hanno battuto un colpo:
la presidente della Commissione europea Ursula
von der Leyen ha annunciato di voler destinare 800 miliardi di euro a favore
della difesa, prevedendo aiuti all’Ucraina, perché "la difesa del nostro
continente è a rischio" ed "è iniziata l’era del riarmo".
Eppure,
anche questa decisione rischia di essere divisiva perché sembra essere
l’ennesima calata dall’alto senza alcuna capacità strategica né visione
diplomatica.
Esiste
una strategia comune ai 27 Paesi per orientare gli investimenti in materia di
difesa?
Se sì, chi definisce le priorità e in base a quali
interessi?
Come
verranno redistribuite e impiegate le risorse, in assenza di una politica
estera e di un esercito comune?
È
possibile far convergere le esigenze tattiche degli italiani con quelle di francesi, tedeschi, polacchi e
ungheresi?
Ammesso
che gli ucraini hanno detto di voler rimpiazzare le armi americane con quelle
europee, l’Ue ha la tecnologia adatta per garantire gli stessi servizi e la
stessa quantità di munizioni? Gli americani la prenderanno come una presa di responsabilità
o come un motivo per avviare il tanto annunciato disimpegno militare?
La
mancanza di una strategia comunitaria.
Più di
ogni altra cosa, agli europei sembra dunque mancare una vera visione d’insieme
e una strategia comunitaria condivisa.
Lo si
vede soprattutto nell’incapacità diplomatica, da ormai tre anni a questa parte,
di proporre una soluzione al conflitto nel cuore dell’Europa.
Ciò non avviene perché gli europei non vedono
il mondo nello stesso modo, come emerso pure al vertice di Londra della scorsa
domenica dove, all’appello della “coalizione di volenterosi”, mancavano ben 18
Paesi dell’Unione europea (Ue), i padroni di casa erano gli inglesi — unico
Paese ad essere uscito dall’Ue — e gli ospiti di rilievo erano ucraini,
canadesi, turchi e norvegesi.
In un comunicato sulla guerra in Ucraina, la “Commissione delle conferenze
episcopali della Comunità Europea” (Comece) ha voluto evidenziare proprio questa
necessità:
"Qualsiasi
sforzo di dialogo credibile e sincero deve essere sostenuto da una forte e
continua solidarietà transatlantica" perché "una pace integrale,
giusta e duratura in Ucraina può essere raggiunta solo attraverso i
negoziati".
Il
futuro dell'alleanza transatlantica.
Il
modo americano di vedere il mondo sotto Trump sta così svelando le innumerevoli
faglie interne all’Europa.
Ma
questo non è un bene per Washington.
Che,
nel Vecchio Continente, ha sempre visto uno storico alleato, un partner
commerciale e un attore cui poter affidare aree fondamentali quanto instabili
come il Mediterraneo.
Tra
impegno militare e dazi commerciali, l’incrinatura atlantica sembra vicina.
E ciò non è ben visto neanche da diversi
repubblicani che, come riportato dal "Wall Street Journal", temono di
mettere a repentaglio la credibilità dei Paesi occidentali, proprio mentre
nuove, grandi potenze mettono gli occhi sul mondo.
Ucraina:
Trump vuole la pace
prima
del nuovo Papa.
Rainews.it
– (28 -4 -2025) - Pierluigi Mele – ci dice:
Intervista
a “Giuseppe Sabella”, direttore di “Oikonova”:
“Il
presidente americano è molto attivo per convincere Putin alla fine delle
ostilità, sa che il successore di Francesco potrebbe fargli ombra.”
Ucraina:
Trump vuole la pace prima del nuovo Papa “afp”.
Donald
Trump e Volodymyr Zelensky sono presenti al funerale di Papa Francesco, 26
aprile 2025.
Che
gli USA si stiano molto spendendo per la pace in Ucraina si è visto non solo in
occasione delle esequie di Francesco ma lo si percepisce anche in queste ore.
Su tutti gli organi di informazione, in
particolare della stampa internazionale, continuano a susseguirsi aggiornamenti
circa i rapporti tra Washington e Mosca, sempre più intensi.
Cosa potrebbe portare alla mediazione e alla
soluzione della crisi ucraina?
Ne
abbiamo parlato con “Giuseppe Sabella”, autore de! La guerra delle materie
prime” (Rubbettino 2022).
Sabella,
cosa rende le trattative così vive in queste ore?
Da una
parte vi sono aspetti evidenziati la scorsa settimana da “Marco Rubio”:
il Segretario di Stato USA, non senza
animosità, ha rimarcato quanto gli USA siano impegnati in un negoziato che li
riguarda fino a un certo punto, perché non si tratta di una loro guerra.
Nel
frattempo, l’ambasciatore “Witkoff” ha avuto tre incontri con il Presidente
Putin.
Gli
USA stanno mettendo alle strette le parti – Russia e Ucraina – ma i
bombardamenti russi proseguono ad alta intensità, come si è visto nelle ultime
ore su Kiev, e Trump si sente preso in giro da Putin, come lui stesso
riconosce.
Sempre “Rubio” ha aggiunto che è venuto il
momento di stabilire se è possibile porre fine a questa guerra e che gli USA
non insisteranno ancora con questo impegno:
“Non
continueremo a volare in giro per il mondo, meeting dopo meeting senza
progressi fatti.
Dunque, se c'è serietà, noi ci siamo,
altrimenti andremo avanti, concentrandoci su questioni ugualmente se non
addirittura più importanti per gli Stati Uniti”.
Le
parole di “Rubio” sono molto eloquenti, soprattutto quando parla di altre
priorità.
Ma
credo vi siano, anche, altre ragioni per cui soprattutto Trump ha fretta di
chiudere.
Quali
sarebbero queste altre ragioni?
Siamo
alle soglie di un nuovo pontificato.
Trump
teme che il successore di Francesco possa fargli ombra.
E se
fosse un papa gradito a Putin?
E se,
per caso, andasse in missione di pace a Mosca?
Se c’è andato “Witkoff,” perché non potrebbe
andarci il nuovo papa? Naturalmente, per Trump è questione scivolosa.
Non sarà certamente il papa a trattare con
Putin ma potrebbe chiaramente inserirsi in questa vicenda e creare qualche
problema a Trump sul piano dell’opinione pubblica.
Il presidente USA ha bisogno di una limpida
affermazione della sua linea politica perché a oggi ha confezionato risultati
tutt’altro che positivi:
la
crisi ucraina non sembra trovare soluzione, il suo protezionismo radicale ha
fatto crollare i mercati e ha bruciato il risparmio americano, sul fronte
mediorientale anche lì niente di concreto...
Trump
sa che a Putin farebbe comodo chiudere ma sa anche che Ucraina ed Europa non
possono accettare le condizioni di Putin.
Non è semplice, vediamo cosa succede.
Le
prossime ore saranno rivelatrici.
Gli
incontri di Roma, in occasione del funerale di Francesco, paiono trasmettere
una certa intesa con i partner europei. È così?
Credo
che sia così in buona parte, anche se Trump è imprevedibile e di lui non ci si
può fidare fino in fondo.
Ma
sono convinto che in questa fase convulsa anche lui sa che dell’Europa ha
bisogno.
Ne ha
bisogno soprattutto per fermare la Cina, suo grande obiettivo. Del resto, la
sua retorica sull’Europa è del tutto strumentale.
In che
senso? E, soprattutto, cosa significa che gli USA hanno bisogno dell’Europa per
fermare la Cina?
Intanto,
la sua retorica è strumentale nel senso che lui preferisce dialogare con le
cancellerie europee – in particolare Roma, Parigi, Berlino – piuttosto che con
Bruxelles.
Questo
per più ragioni.
Primo perché questo indebolisce la UE, facendo
emergere interessi diversi, anche se sulla questione ucraina gli stati europei
sono molto allineati.
In
secondo luogo, lui vuole avere rapporti bilaterali con Italia, Francia e
Germania anche perché ha interesse a dialogare in questo modo.
Pensa
di ottenere di più, in particolare sul terreno dell’economia. Venendo alla Cina, è chiaro il
disegno di Trump di isolare Pechino.
Sta cercando di recuperare la Russia anche in
quest’ottica.
E
vuole che l’Europa lo segua.
Perché
Trump ha interesse a dialogare in modo bilaterale con gli stati membri
piuttosto che con Bruxelles?
Andiamo
con ordine, così si capisce meglio anche cosa chiede Trump all’Europa in
funzione anticinese.
La vicenda dei dazi, in questo senso ci spiega
molte cose.
Gli
USA vogliono colpire l’economia cinese ma perché Trump mette i dazi sull’Europa
(anche se poi li sospende in gran parte)?
Trump
vuole costringere l’Europa a isolare la Cina.
Il
senso è questo: “fate anche voi i dazi alla Cina e io ve li tolgo”. Chiaramente, i paesi europei in Cina
hanno interessi diversi, ecco perché è più funzionale il dialogo con le
cancellerie che con Bruxelles.
Inoltre,
Trump vuole che i paesi europei si attivino per sostenere il debito americano.
Nel
lungo periodo, sono convinto che la ristrutturazione del debito emergerà come
la vera missione di Trump.
Anche
in questo caso il messaggio è per le banche centrali nazionali: “comprate un
po’ di debito USA e io vi tolgo i dazi”.
Certo,
il messaggio è anche per la BCE.
Ma è
chiaro che ha più speranza di raccogliere se parla agli stati membri.
Nella politica dei dazi, vi è anche un aspetto
di “reshoring”:
Trump
spera che qualche produzione si sposti negli USA. Anche in questo caso, lo
vedremo nel medio-lungo termine.
Non
che prima la diplomazia non facesse il suo lavoro, ma perché, come diceva in
apertura, Putin ha accolto l’invito di Trump a dialogare a così alto livello?
Putin
sa molto bene che Trump può riportare la Russia e le sue commodities in due
grandi mercati:
quello
americano e quello europeo.
Per
quanto, oggi, gli scenari energetici previsti dalle istituzioni più autorevoli
delineino la contrazione della domanda di combustibili fossili e la progressiva
crescita di fonti alternative, di gas e petrolio c’è sempre bisogno e USA e UE
sono due grandi mercati.
La
Russia è uno stato fallito e questa possibilità costituirebbe – mi si perdoni
il gioco di parole – una grande boccata di ossigeno.
Le
sanzioni e la chiusura dei mercati americano ed europeo credo che per la Russia
siano costate almeno il 20/25% in meno del pil.
E le
terre rare ucraine saranno tutte per gli USA?
Non
credo proprio.
Ne
abbiamo parlato anche tempo fa, l’UE ha un accordo con l’Ucraina per le terre
rare.
E
l’Europa si è spesa tanto quanto gli USA a sostegno di Kiev.
Queste
cose per cui Trump fa l’accordo con Putin e gli altri lo subiscono, Trump si
prende le miniere ucraine e gli altri zitti, sono caricature. Trump parla da
presidente americano come parla da venditore di immobili, con grandi spot.
È vero
che la pubblicità è l’anima del commercio, ma le Istituzioni non sono semplici
palazzi.
E la realtà sta ora emergendo in modo
piuttosto evidente.
La
guerra.
Ucraina,
il discorso integrale di Zelensky.
Ilsole24ore.com
– (21 novembre 2025) – Zelensky – ci dice:
«Non
faremo dichiarazioni forti o emotive.
Continueremo
a lavorare con gli Stati Uniti e con tutti i nostri partner, in modo calmo.
Cercheremo soluzioni costruttive con il nostro
principale alleato».
Cari
ucraini!
Nella
vita di ogni nazione arriva un momento in cui dobbiamo sederci e parlare
apertamente.
In modo onesto. Calmo.
Senza speculazioni, senza voci, senza
pettegolezzi. Solo la verità.
Come
ho sempre cercato di fare con voi.
Oggi
viviamo uno dei momenti più difficili della nostra storia.
La pressione sull’Ucraina è enorme.
E il
nostro Paese potrebbe trovarsi presto davanti a una scelta durissima:
sacrificare la nostra dignità, oppure rischiare di perdere un partner
fondamentale.
Accettare una lista complicata di 28
richieste, oppure affrontare un inverno che potrebbe essere il più duro, con
tutti i pericoli che comporta. Una vita senza libertà, senza dignità, senza
giustizia.
Una
vita in cui ci si chiede di fidarsi di chi ci ha già attaccati due volte.
Si
aspettano una risposta da noi. Ma, in realtà, io l’ho già data.
L’ho data il 20 maggio 2019, quando ho
pronunciato il giuramento da presidente:
«Io,
Volodymyr Zelensky, eletto Presidente dell’Ucraina dalla volontà del popolo, mi
impegno con tutte le mie azioni a difendere la sovranità e l’indipendenza
dell’Ucraina, a tutelare i diritti e le libertà dei suoi cittadini, a
rispettare la Costituzione e le leggi dell’Ucraina, a servire gli interessi di
tutti i miei compatrioti e a rafforzare la posizione dell’Ucraina nel mondo».
Per me
quel giuramento non era una formalità. Era un voto.
E ogni giorno resto fedele a ogni parola. Non
le tradirò mai.
L’interesse
nazionale dell’Ucraina deve venire prima di tutto.
Non
faremo dichiarazioni forti o emotive. Continueremo a lavorare con gli Stati
Uniti e con tutti i nostri partner, in modo calmo.
Cercheremo
soluzioni costruttive con il nostro principale alleato.
Discuterò,
cercherò di convincere, proporrò alternative.
Ma non
daremo al nemico nessun pretesto per dire che l’Ucraina non vuole la pace o che
sta sabotando la diplomazia.
Questo
non succederà.
L’Ucraina
agirà rapidamente.
Oggi,
domani, per tutta la settimana e per tutto il tempo necessario. Senza sosta,
farò di tutto per assicurare che tra tutti i punti in discussione ce ne siano
almeno due non negoziabili: la dignità e la libertà del popolo ucraino.
Perché
tutto il resto — la nostra sovranità, la nostra indipendenza, la nostra terra,
il nostro popolo, il nostro futuro — si regge su questi due fondamenti.
Dobbiamo
fare tutto il possibile per finire questa guerra, senza permettere la fine
dell’Ucraina, dell’Europa, o il crollo della pace globale.
Ho
appena parlato con i nostri partner europei.
Contiamo
sui nostri amici in Europa, che sanno perfettamente che la Russia non è una
minaccia lontana: è alle porte dell’Unione Europea.
E oggi
l’Ucraina è l’unico scudo che protegge lo stile di vita europeo dalle ambizioni
di Putin.
Ricordiamo
che l’Europa ci ha sostenuti. E crediamo che continuerà a farlo.
L’Ucraina
non deve rivivere ciò che abbiamo vissuto il 24 febbraio, quando ci siamo
sentiti soli.
Quando
nessuno poteva fermare la Russia tranne il nostro popolo eroico, che si è messo
davanti all’esercito di Putin come un muro.
È
stato toccante sentire il mondo dire:
«Gli
ucraini sono incredibili; che popolo, come combattono, come resistono; sono
titani».
È
vero.
Ma
l’Europa — e il mondo — devono capire anche un’altra verità:
gli ucraini sono esseri umani.
Da
quasi quattro anni resistiamo contro uno degli eserciti più grandi del mondo.
Sosteniamo
un fronte lungo migliaia di chilometri.
Subiamo
bombardamenti ogni notte, missili, droni, attacchi balistici. Ogni giorno le
famiglie perdono una persona cara.
E il
nostro popolo vuole disperatamente che questa guerra finisca.
Siamo
forti. Forti come l’acciaio. Ma anche l’acciaio ha i suoi limiti.
Ricordatelo.
Restate con l’Ucraina. Con il nostro popolo. Con la dignità e la libertà.
Cari
ucraini,
Tornate
con la memoria al primo giorno della guerra.
La maggior parte di noi ha fatto una scelta:
ha scelto l’Ucraina. Ricordate cosa avete sentito.
Era
buio, rumoroso, pesante, doloroso, terrificante per molti.
Ma il
nemico non ha visto la nostra schiena mentre scappavamo.
Ha
visto i nostri occhi: occhi pronti a difendere ciò che è nostro.
Quella
è dignità. Quella è libertà.
Ed è
ciò che la Russia teme di più: la nostra unità.
Allora,
la nostra unità era concentrata sul difendere la nostra casa.
Oggi
ci serve con la stessa urgenza — perché la nostra casa abbia una pace degna.
Chiedo
a tutti gli ucraini: cittadini, popolo, leader politici. Dobbiamo ritrovarci.
Concentrarci.
Smettere
di litigare tra noi. Basta giochi politici.
Lo
Stato deve funzionare.
Il
parlamento di un Paese in guerra deve lavorare unito.
Il
governo deve essere efficiente. E soprattutto, non dobbiamo dimenticare chi è
il vero nemico.
Ricordo
quel primo giorno, quando emissari diversi venivano da me con piani, liste,
ultimatum.
Dicevano:
«O questo, o niente. O firmi, o sarai eliminato e un “presidente ad interim”
firmerà al posto tuo».
Sappiamo
com’è finita. Molti di quegli emissari sono finiti nelle liste dei prigionieri
da scambiare e sono tornati a casa loro.
Non ho
tradito l’Ucraina allora.
Sentivo
il vostro sostegno. Ogni uomo e ogni donna del nostro Paese. Soldati,
volontari, medici, diplomatici, giornalisti — tutta la nazione.
Non
abbiamo tradito allora. E non tradiremo adesso.
E so che in questo momento difficilissimo non
sono solo.
Gli
ucraini credono nel loro Stato.
Siamo
uniti.
E in
ogni incontro, discussione, negoziato con i partner sarà più facile lottare per
una pace giusta, perché so con assoluta certezza che alle mie spalle c’è il
popolo ucraino.
Milioni
di persone con dignità, che lottano per la libertà, che hanno guadagnato il
diritto alla pace.
E
tutti i nostri eroi caduti, che hanno dato la vita per l’Ucraina, guardano
dall’alto. Meritano di vedere che i loro figli e nipoti vivranno una pace degna
del loro sacrificio. E quella pace arriverà: dignitosa, efficace, duratura.
Cari
ucraini,
La
settimana che sta arrivando sarà difficile, piena di eventi importanti.
Siete
una nazione matura, intelligente, consapevole.
Lo
avete dimostrato tante volte.
Sapete
che nei prossimi giorni ci sarà una pressione enorme — politica, informativa,
psicologica — pensata per indebolirci e dividerci.
Il nemico non dorme e proverà tutto per
fermarci.
Lo
permetteremo? Non possiamo. E non lo faremo. Noi prevarremo. Perché chi vuole
distruggerci non capisce chi siamo, da cosa siamo fatti, cosa difendiamo.
Non è un caso che celebriamo la Giornata della
Dignità e della Libertà come festività nazionale.
Questo
dimostra chi siamo. Dice quali sono i nostri valori.
Lavoreremo
sul fronte diplomatico per la pace. E dobbiamo lavorare insieme, dentro il
Paese, per la pace. Per la nostra dignità.
Per la
nostra libertà.
E so
che non sono solo. Con me ci sono il nostro popolo, la nostra società, i nostri
soldati, i nostri partner e alleati. Tutto il nostro popolo. Dignitosi. Liberi.
Uniti.
Buona
Giornata della Dignità e della Libertà.
Gloria
all’Ucraina!
Trump
è impegnato in una guerra
culturale
contro l’Europa attraverso
i suoi
alleati nell’estrema destra.
Valigiablu.it
– (30 Settembre 2025) – Redazione - Valigia Blu – ci dice:
Trump
è impegnato in una guerra culturale contro l’Europa attraverso i suoi alleati
nell’estrema destra.
L’Europa
è coinvolta in una battaglia che va oltre le dispute commerciali o le tensioni
diplomatiche:
una vera e propria guerra culturale con
l’America di Donald Trump.
A
sostenerlo è l’”European Council on Foreign Relations” (ECFR), in uno studio
pubblicato il 23 settembre dal titolo “Reality show”: “perché l’Europa non deve
piegarsi alla guerra culturale di Trump”.
Lo
studio descrive come la Casa Bianca e il movimento MAGA stanno cercando di
spostare l’asse ideologico del continente, promuovendo attivamente i loro
alleati di estrema destra.
Di
cosa parliamo in questo articolo:
La
facciata del reality show: valori e alleanze con la nuova destra.
Dietro
le quinte del reality: umiliazioni e perdita di autonomia.
La
rete MAGA in Europa.
La
retorica della libertà di espressione.
L’Europa
tra resistenza e complicità.
La
facciata del reality show: valori e alleanze con la nuova destra.
Il
conflitto si gioca su due piani.
Il
primo, visibile e spettacolare, è ideologico: tocca temi come politiche
migratorie, libertà di espressione, diritti delle minoranze e il cambiamento
climatico.
Il secondo, più sottile, riguarda l’identità stessa
dell’Unione Europea, costantemente presentata da Trump come un attore debole,
privo di autonomia.
Le due
dimensioni si intrecciano, alimentando un’unica narrazione dove l’Europa si
muove passivamente in un reality show scritto e diretto da Washington:
“L'Europa
è bloccata in un Truman Show, e l'America di Trump è sulla sedia del regista”.
Il
momento in cui la guerra culturale è stata dichiarata apertamente risale a
febbraio 2025, durante la “Conferenza di Sicurezza di Monaco”. In
quell’occasione, il vicepresidente “J.D. Vance” tiene un discorso con cui
accusa i leader dell’UE di “tradire i valori condivisi con gli Stati Uniti”, denunciando la presunta erosione
della libertà di espressione e l’incapacità di gestire l’immigrazione.
Pochi
giorni dopo, Vance ha incontrato “Alice Weidel”, leader dell’estrema destra
tedesca “AfD”, legittimandola sulla scena internazionale a pochi giorni dalle
elezioni.
“ Elon
Musk”, allora stretto alleato di Trump, ha rincarato la dose, promuovendo
pubblicamente il partito tedesco durante la campagna elettorale.
L’AfD, pur senza vincere, ha ottenuto il
miglior risultato di sempre.
La
fine di un’era. Trump e Putin alleati contro l’Europa.
Episodi
simili si sono moltiplicati in vari paesi: dall’endorsement a candidati
nazionalisti in Polonia fino al sostegno a figure come l’ex campione di arti
marziali “Conor McGregor”, che stava valutando di candidarsi alle presidenziali
irlandesi.
Il messaggio di questi episodi è chiaro:
Washington interviene direttamente nelle
dinamiche politiche europee, fornendo visibilità, strumenti e legittimazione a
chi si oppone alla società aperta e promette di destabilizzare l’Unione Europea.
Dietro
le quinte del reality: umiliazioni e perdita di autonomia.
Se la
ribalta mediatica mostra uno scontro giocato sui valori, dietro le quinte il
conflitto riguarda la dignità stessa e l’autonomia dell’Unione Europea.
Lo
studio dell’”ECFR” descrive una serie di vere e proprie “scene di umiliazione”:
trattative commerciali in cui Bruxelles ha
ceduto di fronte alla minaccia di dazi del 30%, il summit NATO in cui il
segretario generale “Mark Rutte” è stato costretto a blandire Trump, fino a
chiamarlo ironicamente “daddy”, o i negoziati di pace sull’Ucraina dai quali i leader
europei sono stati esclusi a favore di un canale diretto tra Washington e
Mosca.
Questi
episodi non sono semplici incidenti diplomatici.
Contribuiscono
a consolidare l’immagine di un’Europa subordinata, un attore minore costretto a
reagire agli umori americani.
Il rischio più grande è che cittadini e governi
europei finiscano per interiorizzare questa narrazione, accettando la natura di
“vassalli
felici” evocata
dal presidente italiano Sergio Mattarella nel suo discorso dopo aver ricevuto
la laurea honoris causa all'Università di Aix-Marseille.
“La pace non è un dono gratuito della storia”,
disse Mattarella in quell’occasione.
La
rete MAGA in Europa.
Intorno
a Trump si è consolidata una vera e propria infrastruttura transnazionale:
conferenze,
piattaforme mediatiche, network di finanziatori e think tank.
Dalla “Conservative
Political Action Conference” (CPAC), che ha organizzato una prima edizione in
Polonia, fino al ruolo di Elon Musk nel garantire megafoni digitali, la
“Internazionale MAGA” fornisce strumenti organizzativi e ideologici alla nuova
destra europea.
Un
tassello cruciale di questa rete è la “Heritage Foundation”, il think tank
conservatore che ha contribuito a elaborare il “Project 2025”, programma
politico di riferimento per la nuova amministrazione Trump.
Secondo
un’inchiesta di “VSquare”, la “Heritage Foundation” ha rafforzato i legami con
organizzazioni illiberali dell’Europa centrale, come il “Mathias Corvinus
Collegium” (MCC) ungherese e l’”Ordo Iuris” polacco.
L'agenda è chiara:
smantellare
la Commissione europea, svuotare di potere la Corte di giustizia e ribattezzare
l’UE come “Comunità Europea delle Nazioni”.
Si
tratterebbe di un ritorno a un’Europa di soli Stati-nazione, sul modello della
Comunità degli Stati Indipendenti dominata da Mosca.
Queste
organizzazioni non solo riflettono le posizioni di governi come quello di “Viktor
Orbán”, ma intrattengono anche rapporti opachi con reti legate al Cremlino.
L’MCC,
ad esempio, è finanziato in larga parte dai dividendi del petrolio russo,
mentre “Ordo Iuris” è da tempo associato a circuiti di disinformazione di area
ultraconservatrice.
Bisogna
poi considerare anche i cospicui finanziamenti verso movimenti contro l’aborto
e i diritti LGBTQIA+.
Chi
finanzia i movimenti contro l’aborto e i diritti LGBTQ+ in Europa.
La
retorica della libertà di espressione.
Tra i
cavalli di battaglia della guerra culturale c’è la libertà di parola. Trump e i
suoi alleati accusano i governi europei e i democratici americani di censurare
il dissenso, indicando come prove leggi contro l’incitamento all’odio o la
disinformazione.
Sempre
nel suo discorso a Monaco, Vance aveva menzionato la Scozia, dove sarebbe
addirittura vietato “pregare in casa”.
Una falsità, ma utile per sostenere i
movimenti antiabortisti che importunano pazienti o personale dietro il
paravento della libertà religiosa, e contro cui una recente legge ha eretto una
“buffer zone” che impedisce manifestazioni politiche entro 200 metri dalle
cliniche.
Il
tema della libertà di espressione è diventato il collante perfetto per unire
movimenti diversi di estrema destra. Tutti rilanciano la narrativa di un’Europa
“censoria” contrapposta all’America “libera” di Trump.
Questa
retorica si inserisce in un contesto contraddittorio: la stessa amministrazione
Trump sta reprimendo giornalisti e voci critiche, mentre i colossi digitali
come X (ex Twitter) e Meta hanno stretto alleanza con lui attraverso i loro
proprietari.
Ma, a
livello politico, la strategia funziona:
trasformare
un dibattito tecnico sulla regolamentazione online in uno scontro esistenziale
sui valori occidentali permette alla destra radicale di presentarsi come
difensore della “vera libertà”.
L’Europa
tra resistenza e complicità.
Il
quadro tracciato dal rapporto ECFR non è del tutto pessimistico. Nonostante la
crescita della nuova destra, la maggioranza dei governi europei resta guidata
da partiti pro-UE, e il sentimento europeo tra i cittadini è in aumento.
I sondaggi dell’Eurobarometro mostrano un livello di
fiducia nell’Unione ai massimi dal 2007, con picchi in paesi come Svezia,
Francia e Portogallo.
Il
problema è nella leadership: troppi governi preferiscono strategie compiacenti verso
Washington, sperando di limitare i danni, invece di sfruttare questa base
sociale per affermare un’Europa più autonoma.
Secondo
lo studio, solo alcuni leader, come Emmanuel Macron, Mette Frederiksen o Sergio
Mattarella, hanno parlato apertamente di “autonomia strategica” e della
necessità di non accettare passivamente il copione scritto a Washington.
Come “Truman
Burbank”, il protagonista del film “The Truman Show”, l’Europa rischia di
vivere in una realtà artificiale, progettata e controllata da altri.
Per
aprire la porta d’uscita, i leader europei devono smettere di iniziare a
scrivere il proprio copione.
Difendere
i valori liberali, investire in difesa e tecnologia, rafforzare i legami con
altre regioni del mondo:
solo
così l’Unione può trasformarsi da comparsa a protagonista.
Se
invece continuerà a recitare nel reality americano, l’Europa rischia di uscire
da questa stagione con un ruolo sempre più marginale.
Non
solo sul piano geopolitico, ma anche su quello culturale e identitario, laddove
Trump e i suoi alleati vogliono ridefinire cosa significhi “Occidente”.
Come i
dazi di Trump mettono
a
rischio l’Unione europea.
Valori.it
– Alessandro Volpi – (15 – 07 – 2025) – ci dice:
Trump
punta a usare i dazi per dividere l’Unione europea e rafforzare la dipendenza
economica e politica degli Stati europei dagli Stati Uniti.
Esiste
nel mondo una chiara volontà di distruggere l’Europa e di farne una colonia.
E
questa volontà parte dall’altra sponda dell’Atlantico.
È
sempre più evidente, infatti, che gli Stati Uniti intendono smembrare l’Unione
europea e sostituirla con la Nato.
O con qualcosa di simile.
I dazi
al 30% (conservando peraltro quelli già esistenti al 50%) sono lo strumento che
Trump intende utilizzare per convincere i singoli Paesi europei a trattare, uno
a uno, con il governo americano nella speranza di strappare condizioni di
favore.
Ecco
la strategia trumpiana.
Le
imposizioni dei dazi si basano sull’idea, tutt’altro che peregrina, che le
economie dei vari Paesi europei non possano fare a meno della loro quota di
esportazioni verso il mercato statunitense.
A cui
va aggiunta la pervicace chiusura verso la Cina da parte dei gruppi dirigenti
dei diversi Stati del vecchio continente.
Per questo diventa molto probabile che ogni
singolo Paese arriverà a mettere in discussione la tenuta complessiva
dell’Unione, e dell’Eurozona, provando ad ottenere deroghe solo per le proprie
produzioni.
In
estrema sintesi, Trump ha capito la profonda dipendenza degli europei dagli
Stati Uniti, e il loro servilismo.
E vuole utilizzare i dazi per porre fine a
qualsiasi esperienza di Europa condivisa.
I dazi
come strumento per demolire lo Stato sociale europeo.
In tal
modo, non ci sarebbero più veri concorrenti per l’economia produttiva
statunitense, con il conseguente afflusso di intere filiere entro i confini
americani.
Non ci
sarebbe più alcun dubbio in merito alla destinazione della grande massa di
risparmi europei verso i listini americani e, soprattutto, verso il pericolante
debito americano.
Allo
stesso modo il dollaro, dopo la dissoluzione dell’euro generata dalla fine
dell’eurozona, tornerebbe a rafforzarsi in maniera evidente.
Potendo,
peraltro, definire con le singole valute nazionali delle politiche monetarie
più o meno accondiscendenti, a seconda della subordinazione politica ed
economica agli Stati Uniti. Come del resto è avvenuto per decenni.
Se
l’Europa si trasforma nell’insieme sempre più conflittuale di Stati che
riconoscono nell’impero americano il loro principale elemento di sopravvivenza
economica, si aprirà una ulteriore nuova fase della globalizzazione neoliberale.
Questa
volta contraddistinta in toto da una accettazione del modello a stelle e
strisce che imporrà lo smantellamento totale degli Stati sociali e
l’affermazione di un’ulteriore, gigantesca ondata di privatizzazioni affidate
ai grandi fondi, a cui Trump affiancherà la propria finanza.
Con la
guerra dei dazi, infatti, gli Stati Uniti renderanno impossibile qualsiasi idea
di debito pubblico comune europeo, che individueranno come “penalità” da punire
appunto con i dazi nei confronti dei Paesi che dovessero sostenerlo.
Così
come proibiranno qualsiasi idea di tassazione sulle Big Tech e sulle
piattaforme digitali.
Dazi e
riarmo: come gli Stati Uniti spingono l’Europa ad aumentare la spesa militare.
I
singoli Stati europei che vorranno trattare condizioni più miti di asservimento
doganale dovranno votare contro ogni ipotesi di tal genere.
E
difendere quei paradisi fiscali interni indispensabili per le major
tecnologiche americane.
L’Europa
delle micro patrie, dove Trump sosterrà apertamente le forze di destra
neofascista,
saranno dunque dollarizzate e svuotate di capacità economiche e sociali, con i
cittadini trasformati, attraverso il risparmio, in soggetti dipendenti dalle
decisioni delle “Big Three”.
Naturalmente
resterà saldamente in piedi la Nato.
Per
mantenere l’occupazione di vaste aree dell’Europa attraverso le basi militari
americane, per consolidare la totale dipendenza dagli Stati Uniti nella
prospettiva di un sistema di relazioni internazionali solo militari.
E per
finanziare alcuni settori, molto costosi, dell’economia a stelle e strisce.
Gli
Stati Uniti, con un costo degli interessi sul debito federale che ha superato
ampiamente la spesa militare, hanno bisogno di finanziatori esterni del loro
apparato strategico.
“Re Arm
Europe” servirà proprio a questo.
Del
resto, tale piano è costruito sui debiti nazionali e non sul debito comune.
I
singoli Stati europei si indebiteranno per portare al 5% una spesa militare
destinata a una Nato sotto rigoroso comando statunitense, come dimostra
l’inenarrabile “Rutte”.
Una
spesa indirizzata alle grandi industrie americane di armi e non solo, facendo
così impennare costantemente il valore dei loro titoli, insieme a quelli delle
società dei singoli Stati europei, naturalmente ampiamente partecipate dalle
Big Three.
Il
costo di quei debiti pubblici, parallelamente, sarà lo strumento di
accelerazione dello smantellamento dello Stato sociale.
L’Europa
tace sui dazi: un racconto complice e fuorviante.
Di
fronte a tutto questo stiamo assistendo all’osceno e complice racconto di
Ursula von der Leyen, della Commissione, dei governi volenterosi e non, della
«amicissima di Trump» Giorgia Meloni, dei cantori di un surreale realismo della
schiavitù à la “Gentiloni”, à la “Letta” e via dicendo.
Un
racconto per cui occorre continuare a trattare, per evitare pericolosi strappi
con Trump.
Ma la
verità è un’altra:
il capitalismo statunitense è in profonda
crisi, ha bisogno dei dazi, del recupero della credibilità del proprio debito e
del dollaro.
E
l’Europa deve immolarsi in tale direzione.
La
classe dirigente europea neoliberale è disposta a farlo, perché teme il crollo
di quel sistema di cui è coerente espressione.
Mentre
i presunti sovranisti immaginano di essere i vassalli prediletti
dell’imperatore.
Puntando
a salvare quei gruppi sociali che hanno accettato di vivere in un mondo
dominato dalle disuguaglianze, dove l’egoismo della singola condizione, del
tutto temporanea e precaria, prevale su ogni considerazione collettiva.
Secondo
una logica che vale per i super ricchi come, purtroppo, per i più poveri, che
dalla narrazione dominante sono stati privati della coscienza di sé.
Ma
questo capitalismo, nonostante il suicidio europeo, non è più credibile proprio
per la stessa debolezza americana.
La cui crisi profonda è colta dai “padroni del mondo”,
solerti a sostituire i dollari con i bitcoin e a operare una gigantesca rapina
del risparmio in ogni parte del Pianeta. E, soprattutto, dal nuovo mondo
produttivo.
A
cominciare dalla Cina, che sta aspettando, senza fretta, il definitivo declino
dell’Occidente.
A cui
è mancata qualsiasi volontà di affrancarsi realmente dal dominio imperiale
degli Stati Uniti.
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