Grande distacco tra politica e cittadini.
Grande
distacco tra politica e cittadini.
La
disaffezione per la politica.
I dati
dell'Istat e qualche idea
per
invertire la tendenza.
Ilfoglio.it - Sabino Cassese – (04 ott. 2025)
– Redazione – ci dice:
Sfiducia
e disinteresse. In Italia non è in calo solo l’affluenza alle urne, è diminuita
anche la partecipazione invisibile, fatta di informazione e discussione. Che
cosa si può fare per aumentare il senso di appartenenza alla collettività?
Numeri
e dati per capire com'è governata l'Italia.
Come
funziona il governo.
I grandi corpi dello stato. I ruoli del
Consiglio di stato e della Corte dei conti (che oggi è in crisi).
Tra il
2003 e il 2024, si è osservato un calo generalizzato della partecipazione
invisibile (informarsi e discutere di politica).
Questo trend riguarda uomini e donne, ma con
intensità diverse, contribuendo a ridurre le ampie differenze di genere.
Nel 2003, a informarsi con regolarità di
politica era il 66,7 per cento degli uomini a fronte del 48,2 per cento delle
donne.
Nel
2024 questi valori calano di 12,6 punti percentuali per gli uomini e di 5,7
punti per le donne.
La
differenza tra uomini e donne passa da 18,5 a 11,6 punti percentuali”.
Questa
la sintesi della recentissima accurata analisi della partecipazione politica in
Italia, svolta dall’”Istituto nazionale di statistica”.
Dunque,
la distanza tra paese reale e paese legale non è misurata soltanto dalla
decrescita della partecipazione al voto dei cittadini italiani, che dal 93 per
cento è ora calata al 63 per cento, ma anche dalla disaffezione per la politica
o dal disinteresse per essa mostrato da questi dati.
Essi
misurano la distanza tra il paese e la sua classe dirigente.
Ecco, dunque, una indagine che cultura e
politica italiani dovrebbero studiare con molta attenzione perché da essa,
piuttosto che dalle piccole liti quotidiane, dipende il futuro del paese.
Uomini
e donne.
Prima
di procedere, esaminiamo però più attentamente alcuni aspetti di questa
indagine, in particolare quelli riguardanti i divari di genere, di età e
territoriali, i motivi del disinteresse e i fattori che contribuiscono
all’interesse per la politica, quali il titolo di studio e l’esperienza
lavorativa, sempre valendoci dell’indagine Istat.
Secondo
quest’ultima, “permangono evidenti differenze di genere che vedono gli uomini
partecipare più numerosi alla vita politica del paese. Nel 2024, poco più di
due donne su cinque (42,5 per cento), infatti, si informa settimanalmente di
politica, contro il 54,1 per cento degli uomini.
In particolare, è sull’informazione quotidiana
che il gap di genere è più evidente (27,6 per cento degli uomini e 19,0 per
cento delle donne)”.
I
giovani.
Ancora
più preoccupanti i livelli più bassi di partecipazione politica invisibile che
riguardano i giovani fino a 24 anni e, in particolare, i giovanissimi:
“Si
informa di politica almeno una volta a settimana il 16,3 per cento dei ragazzi
di 14-17 anni e poco più di un terzo (34,6 per cento) dei 18-24enni. A non
informarsi mai, invece, sono rispettivamente il 60,2 per cento e il 35,4 per
cento”.
Il
titolo di studio e la condizione lavorativa.
Influenzano
la partecipazione il titolo di studio, cioè l’istruzione e la scuola, e la
condizione lavorativa:
“La
disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa
in presenza di titoli di studio più bassi.
Non si
informa mai di politica l’11,3 per cento dei laureati, una percentuale più che
doppia di diplomati (24,4 per cento), e quasi quadrupla per quanti hanno al più
la licenza media (41,2 per cento). Un trend analogo si osserva in merito al
parlare di politica”.
Per
quanto riguarda il lavoro, l’Istat rileva che gli occupati, insieme ai ritirati
dal lavoro, si informano e parlano regolarmente di politica più degli altri
segmenti di popolazione:
“Si
informa regolarmente di politica il 52,3 per cento degli occupati e il 61,6 per
cento dei ritirati dal lavoro a fronte di un valore medio del 48,6 per cento
riferito alla popolazione di 15 anni e più”.
Nord e
Sud.
La
partecipazione politica è molto differenziata sul territorio.
“Si informa di politica almeno una volta a
settimana la maggioranza della popolazione del centro-nord (con valori compresi
tra il 52 e il 54 per cento), contro il 40 per cento circa del Mezzogiorno.
Sempre
nelle regioni del Mezzogiorno una quota analoga (37,3 per cento) non si informa
mai a fronte del 25,0 per cento circa delle regioni del nord”.
Calabria,
Sicilia e Campania sono i fanalini di coda della partecipazione.
Come
si informano della politica i cittadini.
L’interesse
dell’indagine Istat sta anche nella ricerca dei mezzi più diffusi di
informazione sulla politica.
La televisione è il mezzo informativo più
utilizzato, ma con numerose variazioni nel ventennio considerato:
“Rispetto
al 2003 l’uso della tv come fonte di informazione politica è diminuito di quasi
10 punti percentuali (dal 94 all’84,7 per cento).
Si è
invece dimezzata, passando dal 50,3 al 25,4 per cento, la quota di cittadini
che si informano tramite i quotidiani”.
“Emerge
ora internet, soprattutto per gli adulti fino a 44 anni, tra i quali le
percentuali superano il 60 per cento.
Considerando
nell’insieme i canali tradizionali e quelli accessibili tramite internet, la
radio e la tv restano i mezzi principali, utilizzati dall’89,5 per cento della
popolazione.
Al
secondo posto si collocano i quotidiani (cartacei oppure online): 41,7 per
cento, utilizzati dal 45,2 per cento dei maschi e dal 38,0 per cento delle
donne”.
Le cause: disinteresse e sfiducia nella
politica.
Quanto
alle cause, “degli oltre 15 milioni di cittadini di 14 anni e più che non si
informano mai di politica, poco meno dei due terzi (63,0 per cento) sono
motivati dal disinteresse, più di un quinto (22,8 per cento) dalla sfiducia
nella politica”.
La
partecipazione per la democrazia.
Che la
partecipazione sia elemento fondamentale della democrazia l’ha spiegato nel
1835 Alexis de Tocqueville nella prima parte della sua opera sulla democrazia
in America, in particolare nei capitoli quinto, settimo e ottavo.
Tocqueville collegava la partecipazione alla
vita locale, alla giustizia e alla libertà di associazione con le seguenti
frasi:
“Nel comune, come ovunque altrove, il popolo è
il vero potere. [...]
È la
partecipazione costante e reale di tutti i cittadini agli affari della società
che dà alla vita comunale la sua forza e la sua vitalità”.
“Il giurì è anzitutto un’istituzione politica;
è la partecipazione della società all’esercizio della giustizia. [...]
Fa sentire a tutti i cittadini che essi hanno
dei doveri verso la società e delle responsabilità nella sua conduzione”.
“La
libertà di associazione è, per così dire, la madre di tutte le altre forme di
partecipazione politica.
È nelle associazioni che i cittadini imparano
ad agire insieme e a far prevalere l’interesse comune.”
La
conseguenza della diminuzione della partecipazione.
Se la
partecipazione diminuisce, la conseguenza è chiara, vi sarà minore democrazia e
aumenterà lo spazio tra paese reale e paese legale. Questa è una distinzione
che risale alla Francia della Monarchia di Luglio (1830-1848) in riferimento al
sistema elettorale censitario.
Con paese legale si indicava l’insieme ristretto degli
elettori ammessi a partecipare alla vita politica secondo la carta
costituzionale francese (poco più di 200 mila persone su più di venti milioni
di abitanti) e con paese reale la società nel suo complesso, cioè la grande maggioranza
della popolazione esclusa dal diritto di voto (contadini, operai, piccola
borghesia).
François Guizot (1787-1874), storico e uomo
politico della Monarchia di Luglio, ne sviluppò l’idea.
Per
lui solo coloro che possedevano “capacità” (istruzione, ricchezza,
indipendenza) dovevano partecipare al governo; donde la restrizione del
suffragio.
Fu poi ripresa in modo polemico da critici del
regime (repubblicani, socialisti, cattolici come Louis de Bonald e poi Charles
Maurras).
Che fare?
Che si
può fare per diminuire la disaffezione per la politica e aumentare il senso di
appartenenza alla collettività?
L’azione principale non può essere che quella
dei partiti, che debbono riscoprire due aspetti della loro tradizione:
il primo, quello che riguarda la struttura,
cioè il partito associazione e non ristretta cerchia oligarchica;
il
secondo,
quello che riguarda la funzione, cioè il compito di fare un’offerta politica,
consistente in programmi, che possano incontrare l’adesione dei cittadini,
assicurando così un seguito ai partiti.
In
secondo luogo, un rimedio alla scarsa partecipazione e al trend negativo
potrebbe essere quello di abbassare l’età del voto, in modo spingere un maggior
numero di persone, dai 16 anni in poi, a rendersi conto della propria
appartenenza ad una collettività-nazione.
Un
terzo rimedio sta nella scuola, che dovrebbe in qualche modo supplire a una assenza di
cognizioni che riguardano, in generale, la politica.
Usa
Intenzionati ad Attaccare l’Iran,
Delta
Force Schierata al Confine con l’Iraq.
Conoscenzealconfine.it
– (9 Gennaio 2026) - Redazione il Giornale d’Italia – ci dice:
La
Delta Force sarebbe schierata ai confini con l’Iraq, in un chiaro segnale di
preparazione operativa in vista di un possibile attacco per rovesciare il
regime iraniano.
Intanto
la Russia evacua ambasciata in Israele.
Gli
Usa sarebbero pronti per un attacco all’Iran.
Secondo
informazioni raccolte dal Giornale d’Italia, un attacco americano contro
Teheran potrebbe avvenire a brevissimo per rovesciare il regime di Teheran,
confermando quanto anticipato nelle scorse ore.
A
conferma di ciò, 4 bombardieri stealth B-2 Spirit risulterebbero già schierati
nell’area dell’Oceano Indiano, mentre circa 15 aerei cargo militari C-17 “Globe
master III” sarebbero partiti dalla base di Fairford, nel Gloucestershire,
affiancati da C-5 Galaxy decollati da basi statunitensi, con destinazione Medio
Oriente.
La
Delta Force sarebbe, infatti, schierata ai confini con l’Iraq, in un chiaro
segnale di preparazione operativa in vista di un possibile attacco. L’azione
americana contro l’Iran potrebbe avvenire ad ore, mentre sul terreno si
registra un’intensificazione dei movimenti militari e delle attività di
intelligence.
Intanto,
parte di “Kata’ib Hezbollah” si starebbe trasferendo in Iran con il compito di
reprimere le manifestazioni anti-regime che stanno scuotendo il Paese.
Circa
800 miliziani sciiti iracheni sarebbero stati inviati oltre confine per
soffocare la rivolta popolare e impedire il rovesciamento della Repubblica
islamica.
In
questo scenario già altamente teso si inserisce anche un movimento
significativo da parte della Russia, che sembra aver recepito informazioni
considerate particolarmente allarmanti sull’evoluzione della crisi.
L’esercito
russo, infatti, sta evacuando con urgenza il personale dell’ambasciata russa in
Israele, insieme alle loro famiglie, e li sta riportando in Russia.
Non a
caso, nelle ultime 24 ore sarebbero stati 3 i voli russi partiti dallo stato
ebraico per riportare a casa i cittadini russi.
(Articolo
della Redazione il Giornale d’Italia).
(ilgiornaleditalia.it/video/esteri/761318/-usa-attaccano-iran—delta-force-schierata-al-confine-con-iraq–russia-evacua-ambasciata-in-israele–confermate-anticipazioni-del-gdi—video.html).
La
Storia del Venezuela Insegna
che i
Contratti si Devono Rispettare.
Conoscenzealconfine.it
– (8 Gennaio 2026) - Ruggiero Capone – Redazione – ci dice:
L’uomo
di strada si domanda cosa abbia spinto Donald Trump a prendere possesso del
Venezuela, e con una dinamica che storicamente viene definita “guerra di conquista”.
Ci
rimanda al passato e forse turba la gente comune il modo in cui s’è consumata
la conquista.
E l’Italia conosce bene le “guerre di
conquista”, meglio sarebbe dire guerre per la sua conquista, che hanno reso la
nostra penisola per più di mezzo secolo (dal 1494 al 1559) il centro di dispute
per varie “relazioni internazionali”:
l’Italia assurgeva in quel periodo ad elemento
determinante in quel gioco politico-diplomatico che aveva come obiettivo
l’egemonia sull’Europa.
Diciamo anche che, da allora, non ci siamo mai
levati del tutto di dosso il problema.
Forse
per questo un po’ ci caliamo nei panni del Venezuela:
Nazione
che abbiamo italianizzato migrandoci, lavorando in quelle miniere e costruendo
parte delle fortune di quel lembo di terra centramericano.
Ma torniamo al problema principe, ovvero che necessita
un pretesto per fare una guerra, per spodestare un governante o un regnante,
come anche per invadere un territorio.
Il
pretesto si conferma fin dalla notte dei tempi la violazione di un contratto,
di un accordo, di un trattato.
“Pacta
sunt servanda” è espressione che risale al “diritto canonico medievale”:
cardine
su cui è stato edificato il nostro diritto civile e, soprattutto, il diritto
internazionale.
“I patti devono essere rispettati” è il
principio fondamentale che sancisce l’obbligatorietà nei contratti e nei
trattati:
accordi
volontari, che creano un vincolo giuridico tra le parti, e vanno onorati ben
consci delle penalizzazioni.
Questo
principio implica che, gli impegni assunti dal Venezuela con gli Usa non
potevano essere unilateralmente sciolti, che il mancato rispetto costituiva fin
da 1974 una violazione di quanto stabilito dalla “Convenzione internazionale di
Vienna sul Diritto dei Trattati”.
Ma
facciamo un salto negli anni ’30 del Novecento:
ai tempi della presidenza di “Juan Vincente
Gomez” le compagnie petrolifere anglo-americane svolgevano ricerche sul suolo
venezuelano, sudamericano e centramericano.
Erano
anni in cui l’umanità doveva correre, spostarsi, ed il petrolio era ormai
nevralgico.
Tra
fine anni ’30 e primi ’40, durante la presidenza di “Eleazar Lopez Contreras”,
la presenza di petrolio veniva certificata:
la
contrattualistica con Exxon, Chevron e Texaco accelerava l’menzione dell’oro
nero venezuelano.
La
domanda internazionale cresceva durante la Seconda Guerra Mondiale, e
soprattutto dopo.
Intanto “Eleazar Lopez Contreras” veniva
spodestato da un colpo di stato popolare (sottovalutato prima da Roosevelt e
poi da Harry Truman) e riparava negli Usa, che subito promettevano sarebbe
stato ristabilito lo stato di diritto.
Stavano
maturando gli anni dei due blocchi contrapposti, poi della Guerra Fredda, e gli
Usa volevano evitare nel “giardino di casa” eventuali conflitti armati con
gruppi filosovietici.
I dossier sulla situazione venezuelana erano
sempre sui tavoli della Casa Bianca, anche perché le “Sette Sorelle” (termine
coniato da Enrico Mattei) non erano solo le sette principali compagnie
petrolifere che determinavano il mercato globale del petrolio, ma anche la
principale lobby che decideva sia le politiche occidentali che le elezioni Usa.
Le
americane Exxon (Standard Oil of New Jersey), Mobil (Standard Oil of New York),
Texaco, Gulf Oil e Socal (Standard Oil of California), la britannica BP (Anglo-Iraniani
Oil Co.) e l’anglo-olandese Royal Dutch Shell avevano innumerevoli volte
denunciato le inadempienze contrattuali del Venezuela:
ogni volta mettevano sul banco degli imputati
i vari politici centramericani di turno.
La
rottura definitiva e unilaterale del contratto, che per gli Usa aveva valore
come di trattato internazionale, arrivava nel 1973:
quando il referendum popolare venezuelano
votava per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.
Tra
Stati Uniti e Venezuela iniziava un periodo di gelo, poi la rottura
contrattuale diventava definitiva nel 1976 con la nascita della “Petróleos de
Venezuela” (PDVSA):
società
di stato che di fatto metteva alla porta le multinazionali occidentali.
Attualmente
il Venezuela vanta ancora la più vasta riserva petrolifera del mondo, ben oltre
i 300 miliardi di barili.
Non è
un mistero gli Stati Uniti abbiano sempre cercato di orientare la politica
venezuelana, favorendo più o meno fazioni filo Usa.
La Casa Bianca da decenni subiva le pressioni
delle multinazionali petrolifere, e i vari dossier sul non rispetto dei
contratti passavano da un presidente all’altro.
Ogni
presidente sviava il discorso, accontentando le Sette Sorelle con le varie
guerre del Golfo, con la conquista dell’Iraq, con la cacciata di Gheddafi dalla
Libia.
Ma il
problema Venezuela rimaneva sul tavolo.
Donald
Trump non ci ha pensato su due volte, e ha sistemato militarmente la questione;
conscio
anche del fatto che negli Usa c’è sempre bisogno di petrolio, soprattutto se il
futuro ci parla di una Guerra Mondiale.
Ovviamente
c’è anche la questione della droga, e secondo certi beninformati
l’amministrazione Usa si sarebbe stancata di mandare dollari alle varie fazioni
paramilitari del narcotraffico che operano nel Centro e Sud America:
una
politica di elemosina iniziata negli anni ’60, e che Trump ha bruscamente
interrotto.
Anche perché foraggiare vari eserciti
mercenari e rivoluzionari pare non garantisse la sicurezza dei cittadini
statunitensi in vacanza tra Colombia e Venezuela:
venivano spesso rapiti, e non pochi i casi
delle persone inghiottite dalla giungla.
Così Trump ha deciso di prendere due piccioni con una
fava: probabilmente, oltre ad insediare la gestione diretta delle
multinazionali del petrolio, metterà in Venezuela il centro delle operazioni
per piegare militarmente tutti i gruppi armati sudamericani: dalle ex Farc-Ep
(Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) all’Eln (Ejército de Liberación
Nacional), passando per gli ex seguaci di Sendero Luminoso per finire alle
varie bande di “contadini armati” che sequestrano i ricchi pensionati di New
York in vacanza nella giungla, o convinti ad acquistare una fantomatica fazenda
colombiana.
La
domanda è:
Trump
ha inteso tutto questo solo per prendere il petrolio?
Va detto che nel programma dei Repubblicani
c’è la guerra alla droga ed ai suoi eserciti;
quindi,
mettere ordine nell’orto di casa è tra le priorità dell’America First.
Ma
questa vicenda ci insegna anche altro, ovvero che i contratti internazionali
vanno siglati con molta attenzione;
perché poi peseranno sulle future generazioni,
sulle vicende di una nazione.
A noi italiani basterebbe solo pensare ai trattati
internazionali fondativi dell’Unione Europea, come il Trattato di Roma e
soprattutto di Maastricht.
E che dire del trattato di pace che abbiamo
accettato a Versailles nel 1947?
La nostra economia ed industria ancora
sottostanno al Trattato di Parigi del ’47.
E non parliamo degli accordi bilaterali
Italia-Francia, la cui ombra s’è allungata sull’Unione Europea in danno
dell’agricoltura italiana.
Il
diritto internazionale è cosa troppo seria, spesso sottovalutata dai delegati
dei popoli più poveri.
Il
diritto internazionale è un corpus di norme vincolanti, che i veri stati
sovrani sanno far valere, e fino alle estreme misure. Il contratto o il
trattato non è una semplice convenzione, ovvero un mero accordo poco rilevante
e privo di sanzioni pesanti per eventuali inottemperanze.
Ecco perché dobbiamo iniziare a chiederci cosa
sarà dell’Italia, soprattutto dopo il fallimento di Francia e Germania, quando
probabilmente salterà l’euro.
Chi
verrà a battere cassa? Si potranno saldare “saldo e stralcio” certi debiti? Si
rinegozieranno i trattati?
A
quanto pare, le ultime parole benevole potrebbero spettare a Trump e a Putin, a
patto che noi si sappia defilarci dalle responsabilità europee.
(Articolo
di Ruggiero Capone).
(opinione.it/esteri/2026/01/05/ruggiero-capone-la-storia-del-venezuela-insegna-che-i-contratti-si-rispettano/).
La
Piattaforma in fiamme-
L'ultimo
rodeo dei Democratici.
Thrburingplatform.com - Post ospite di Jim
Kunstler – Redazione – (9 gennaio 2026) – ci dice:
".
. . le proteste del Minnesota sembrano meno un'eruzione locale e più l'ultimo
dispiegamento di una macchina rivoluzionaria internazionale." —Barbie
dell'insurrezione su "X".
La
guerra” ICE” in Minnesota si intensifica.
Brontolone,
brontolone Brontolone...
È
arrivato a occupare la mente della sinistra come un'infestazione di punteruoli
che strappano via i legamenti della società civile.
Ma,
ovviamente, tutta questa malvagia sfarzosa insurrezionista del “Cluster B”,
guidata dall'anomia è una produzione realizzata per video acquistata e
finanziata da una piccola cerchia di megalomani super-ricchi intatti dalle
conseguenze — George e Alex Soros (The Open Society Foundations), l'americano
di Shanghai Neville Roy Singham (Codepink e altri), Reid Hoffman (finanziatore
delle accuse contro Trump e altri), Lauren Powell Jobs (The Atlantic e The
Emerson Collective), Hansjorg Wyss (Berger Action Fund), Bill Gates (ovviamente...).
Il
loro principale cliente in tutto questo disastro è il Partito Democratico, e la
motivazione principale del Partito Democratico, la cui ragion d'essere dura da
almeno dieci anni, è stata nascondere i suoi molteplici crimini, le sue vaste
operazioni di racket ora in modo sgargiante nello stato del Minnesota, dove la truffa è andata troppo oltre
ed è stata fatta proprio in faccia all'America.
Chi
potrebbe non vedere come funziona?
Importare un gruppo di persone da una terra
straniera... permettere loro di creare una vasta rete di frodi nei servizi
sociali... organizzarli per la raccolta delle schede elettorali e le frodi
elettorali... e riportare fondi ai politici del Partito Democratico.
Se
qualcuno se ne accorge, urli "razzista!"
Suonate
la sirena per far uscire mille manifestanti LARP a paga dei Soros.
Fornisci
loro cartelli, striscioni, abiti black-bloc, costumi da cartone animato,
bandiere dell'orgoglio, ombrelli, snack, megafoni, pallet di mattoni e spera
che qualcuno si faccia male così potrai creare il prossimo martire.
Il
culmine di questo tradimento sedizioso di lunga data fu il confine aperto
durante la presidenza quadriennale finta di "Joe Biden", inclusa la
colossale truffa coordinata di finanziare chissà quante ONG con ulteriori soldi
dei contribuenti statunitensi, convogliati attraverso l'ONU, per processare,
trasportare e equipaggiare con numeri di previdenza sociale e carte di debito
X-milioni di strani stranieri e terroristi professionisti, membri di gang,
pazienti mentali e veri soldati provenienti da terre lontane, e li sparge in
ogni angolo della repubblica per curare le prossime elezioni e causare il maggior
disturbo possibile nella vita quotidiana dei veri cittadini statunitensi.
Hanno
inondato il paese di milioni dipendenti dalla generosità del Partito
Democratico — i vostri soldi delle tasse — e ora stanno facendo tutto il
possibile per impedire la rimozione di questa feccia nei loro paesi d'origine.
Scatenando una guerra civile per questo, anzi,
perché è a questo che si è arrivati.
Gli
agenti federali incaricati dell'operazione di rimozione apparentemente non
possono difendersi quando i quadri di strada che fanno il LARP li attaccano.
Da gennaio 2025 ci sono stati 66 attacchi con
auto contro agenti dell'ICE.
Le
autorità statali e locali di Minneapolis si sono comportate in modo così
disonesto che gli investigatori federali li hanno espulsi da quello che ora è
un caso federale nel caso della "localizzatore ICE" Renee Nicole
Good, uccisa sulla scena con la sua auto.
Al Minnesota non sarà permesso di trasformare
l'agente ICE Jonathan Ross in un altro Derek Thauvin.
Quel
tipo di affari è finito.
Quello
che ora si può discernere nell'oscurità invernale attraverso la nebbia dei gas
lacrimogeni è che il Partito Democratico sceglierà di distruggere il paese
piuttosto che affrontare le conseguenze dei suoi crimini di lunga data.
Ora tutti sanno che il tipo di truffe sui
servizi sociali scoperte in Minnesota, con le tangenti ai politici democratici,
stanno avvenendo in tutta l'America.
Il
presidente ha ordinato uno sforzo "di tutto il governo" per
individuare la frode e perseguirla, e si può presumere che lo sforzo tenderà a
concentrarsi proprio sugli stati e le città in cui il Partito Democratico
domina.
Aspettatevi che la frode elettorale emerga in
questo calderone.
Le prove di un'elezione rubata nel 2020 stanno
finalmente emergendo e convergendo con la più ampia storia degli immigrati
illegali.
È
anche chiaro ora che il racket delle ONG associato a tutto ciò sarà smantellato
— il flusso di denaro di persone come Soros e amici. Verranno “RICO,” i loro
beni potrebbero essere sequestrati e il pubblico scoprirà molto di più sui
danni che hanno causato al paese.
Le ONG della sinistra non solo sostengono
l'azione di strada sul campo, ma forniscono anche migliaia di lavori e stipendi
"esecutivi" ai maoisti che fanno il naso e ai ragazzi trans prodotti
dalle fabbriche di diplomi di istruzione superiore che altrimenti sarebbero non
occupabili in qualsiasi economia reale con i loro diplomi di studi su razza e
genere.
Il
Partito Democratico apparentemente si rende conto che l'ultimo ciclo di
scandali e crimini potrebbe essere il suo ultimo rodeo.
Dopo una giornata di audizioni questa
settimana, con diversi politici del Minnesota che hanno testimoniato su eventi
loschi nello stato, la deputata “Anna Paulina Luna” (R-FLA) ha avviato
segnalazioni penali contro il governatore del Minnesota “Tim Walz” e il
procuratore generale del Minnesota” Keith Ellison”.
Questo a parte ciò su cui il DOJ ha già lavorato, e
probabilmente è l'inizio di una rete nazionale di procedimenti penali che si
avvicina alle elezioni di metà mandato e che attirerà molti altri grandi nomi
del partito, incluso il favorito del 2028 “Gavin New Som”.
Il suicidio del Partito Democratico è
diventato attivo, con l'aiuto di Donald Trump.
L'ambientalismo
è anti umanesimo.
Shtfplan.com
- Joshua Mawhorter – (9 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
(Joshua
Mawhorter presso il Mises Institute).
Dopo i
fallimenti del socialismo – economici, storici ed etici – gli intellettuali
liberali di sinistra, non volendo abbandonarlo, impiegarono diverse nuove
strategie.
È
stato suggerito che queste diverse manifestazioni possano essere riassunte in
un'unica categoria generale: il postmodernismo.
Dopo una revisione della filosofia postmoderna
e delle influenze filosofiche,” Stephen Hicks” spiega la sua argomentazione
centrale in “Explaining Postmodernism” :
" Il postmodernismo è la strategia
epistemologica dell'estrema sinistra accademica per rispondere alla crisi
causata dai fallimenti del socialismo nella teoria e nella pratica ".
In
altre parole, una volta che il socialismo fu screditato teoricamente, economicamente (in diversi
modi), storicamente ed
eticamente, coloro che erano ancora ideologicamente impegnati nel socialismo
nonostante i suoi fallimenti dovettero cercare di raggiungere il socialismo e
la pianificazione centralizzata facendo appello ad altri obiettivi.
Una di
queste strategie fu il perseguimento dell'egualitarismo (cioè
"uguaglianza") tra ogni gruppo disparato, persino tra gli esseri
umani e l'ambiente.
Nacque
così il movimento ambientalista moderno, influenzato da precedenti correnti di
pensiero.
Descrivendo
ulteriormente la sua analisi su come i fallimenti pubblici del socialismo, più
il postmodernismo e l'ambientalismo moderno si siano fusi, “Hicks” scrive:
La
seconda variazione si è manifestata nella svolta a sinistra che ha preso il
sopravvento la crescente preoccupazione per le questioni ambientali.
Mentre
il movimento marxista si frammentava e assumeva nuove forme, intellettuali e
attivisti di sinistra iniziarono a cercare nuovi modi per attaccare il
capitalismo.
Le questioni ambientali, insieme a quelle
delle donne e delle minoranze, iniziarono a essere viste come una nuova arma
nell'arsenale contro il capitalismo.
La
filosofia ambientale tradizionale non era in linea di principio in conflitto
con il capitalismo.
Sosteneva
che un ambiente pulito, sostenibile e bello fosse positivo perché vivere in un
ambiente del genere rendeva la vita umana più sana, più ricca e più piacevole.
Gli esseri umani, agendo a proprio vantaggio,
modificano i loro ambienti per renderli più produttivi, più puliti e più
attraenti…
Il
nuovo impulso al pensiero ambientalista, tuttavia, portò i concetti marxisti di
sfruttamento e alienazione a influenzare le questioni ambientali.
In quanto parte più forte, gli esseri umani
sfruttano necessariamente in modo dannoso le parti più deboli:
le altre specie e l'ambiente non organico
stesso.
Di
conseguenza, con lo sviluppo della società capitalista, il risultato dello
sfruttamento è una forma biologica di alienazione:
gli
esseri umani si alienano dall'ambiente depredandolo e rendendolo invivibile, e
le specie non umane vengono alienate perché spinte all'estinzione.
Secondo
questa analisi, il conflitto tra produzione economica e salute ambientale non è
solo di breve periodo; è fondamentale e inevitabile.
La
produzione di ricchezza stessa è in conflitto mortale con la salute ambientale.
E il
capitalismo, essendo così bravo a produrre ricchezza, deve quindi essere il
nemico numero uno dell'ambiente.
La ricchezza, quindi, non era più un bene.
Vivere in modo semplice, evitando di produrre
e consumare il più possibile, era il nuovo ideale.
L'impulso
di questa nuova strategia, perfettamente colto in "Red to Green" di “Rudolf Bahro” ,
si integrava con la nuova enfasi sull'uguaglianza rispetto al bisogno.
Nel marxismo, il dominio tecnologico della natura da
parte dell'umanità era un presupposto del socialismo.
Il marxismo era un umanesimo nel senso che
poneva i valori umani al centro del suo quadro di valori e dava per scontato
che l'ambiente esistesse perché gli esseri umani lo usassero e ne godessero per
i propri fini.
Ma i
critici egualitari iniziarono a sostenere con più forza che, proprio come i
maschi che mettevano al primo posto i propri interessi li portavano a
sottomettere le donne, e proprio come i bianchi che mettevano al primo posto i
propri interessi li portavano a sottomettere tutte le altre razze, la messa al primo posto dei propri
interessi da parte degli umani aveva portato alla sottomissione delle altre
specie e dell'ambiente nel suo complesso.
La
soluzione proposta allora era la radicale uguaglianza morale di tutte le
specie.
Dobbiamo
riconoscere che non solo la produttività e la ricchezza sono un male, ma anche
che tutte le specie, dai batteri agli onischi, dagli oritteropi agli esseri
umani, hanno pari valore morale.
L'"ecologia
profonda", come venne chiamata l'egualitarismo radicale applicato alla
filosofia ambientale, rifiutò quindi gli elementi umanistici del marxismo e li
sostituì con il quadro valoriale anti umanista di Heidegger.
(Va
notato che, prima di questo, la grammatica morale dell'ambientalismo moderno
era stata preparata dal Romanticismo [fine XVIII - metà XIX
secolo], in particolare da “Rousseau”,
con la sua "rivolta contro la ragione, così come
contro la condizione in cui la natura lo ha costretto a vivere", il suo
" rancore contro la realtà",
la sua avversione per l'industrializzazione e la società borghese, la sua
enfasi sulla natura come moralmente superiore alla civiltà, il suo sospetto sul
dominio umano sulla natura, la sua enfasi sull'autenticità rispetto al
progresso, sull'emozione, l'intuizione e il sentimento morale rispetto alla
ragione, e l'idealizzazione pastorale della vita preindustriale).
Il
quadro anti-impatto.
In
"Difendere l'indifendibile" , “Walter Block” solleva un'osservazione semplice ma profonda
sulla natura dell'esistenza umana nel suo capitolo sull'abbandono dei rifiuti:
"...la
creazione di rifiuti è un concomitante processo di produzione e consumo".
Estrapolando
da questo principio, la continua esistenza umana e il suo sviluppo dipendono
dalla produzione e dal consumo, ovvero dall'azione umana che manipola e
trasforma l'ambiente fisico in cui tutti viviamo. Questo fu riconosciuto da “John
Locke” nella “sua teoria della proprietà basata sull'autosufficienza, in cui
l'uomo possiede il proprio corpo, usa il suo corpo per manipolare il mondo
fisico che lo circonda e arriva a possedere anche proprietà esterne.
Pertanto,
inibire la libera e volontaria trasformazione della natura da parte
dell'umanità in produzione e consumo – purché non violi i diritti di proprietà
altrui – è antiumano e malvagio.
Nell'Occidente
moderno e nelle aree influenzate dall'Occidente, molti – soprattutto le élite –
hanno adottato e presupposto una filosofia ambientale anti-impatto.
Invece
di considerare i diritti di proprietà e la libertà al servizio del benessere
umano come standard di valore ideale in base al quale giudicare qualsiasi
manipolazione dell'ambiente, molti hanno invece stabilito
l'impatto umano minimo o nullo sull'ambiente
come standard morale ultimo. In altre parole, gli esseri umani non dovrebbero
avere alcun impatto sull'ambiente;
pertanto, mentre un impatto umano minimo è meglio,
nessun impatto umano è l'ideale.
Naturalmente,
questo è impossibile per gli esseri umani viventi esistenti nel tempo e nello
spazio.
Sostenuto coerentemente, gli esseri umani sono
il problema, il che inculca sensi di colpa e/o porta a una conclusione fatale:
gli esseri umani devono essere eliminati.
“Alex
Epstein “scrive nel suo “Moral Case for Fossil Fuels” :
"L'essenza
del 'diventare verdi', il denominatore comune in tutte le varie iterazioni, è
la convinzione che gli esseri umani dovrebbero ridurre al minimo il loro
impatto sulla natura non umana".
Se
qualcuno pensa che questo sia esagerato o melodrammatico, consideri questo:
se
l'impatto umano è negativo, e se l'anti-impatto è l'ideale morale, allora anche
la minimizzazione dell'impatto umano sull'ambiente è insufficiente e incompleta.
È
impossibile per gli esseri umani non avere un impatto sull'ambiente. Inoltre,
la conclusione coerente è che non dovrebbero esserci esseri umani, non solo
meno esseri umani.
Ora,
ciò significa che deve verificarsi una o più delle seguenti cose:
molti
esseri umani non devono nascere e/o molti esseri umani esistenti devono morire.
“Epstein
scrive” ancora:
"Associando
l'impatto a qualcosa di negativo, si ammette che tutto l'impatto umano sia in
qualche modo negativo per l'ambiente”.
Questa
è la logica conclusione del considerare la non-influenza umana come standard di
valore;
il modo migliore per ottenerla è non fare
nulla, non esistere.
Certo,
pochi mantengono questo standard di valore in modo coerente, e persino questi
uomini non spopolano il mondo di sé stessi.
Ma
nella misura in cui consideriamo la non-influenza umana come nostro standard di
valore, stiamo andando contro ciò che la nostra sopravvivenza richiede.
Fortunatamente,
la maggior parte delle persone non segue il modello anti-impatto in modo
coerente (e molti potrebbero non essere epistemologicamente consapevoli dei
propri presupposti), ma l'esistenza di questo standard rende le persone
vulnerabili alla manipolazione del senso di colpa.
Quando
ci si sente in colpa per esistere, si è disposti a sottomettersi a una gamma di
politiche e misure offerte dalle élite politiche per minimizzare almeno il
proprio impatto.
Se si
vuole continuare a esistere e avere un impatto sull'ambiente, allora bisogna
almeno sottomettersi a qualsiasi schema di pianificazione centralizzata
proposto da "esperti" saggi e altruisti.
Ad esempio, si considerino le parole
dell'ambientalista” Bill Mc Kibben” su come si suppone che le persone
vivrebbero se l'uso di combustibili fossili fosse più che dimezzato e si
capisca perché socialismo, pianificazione centralizzata e ambientalismo siano
così coerenti tra loro.
Ogni
essere umano produrrebbe 1,69 tonnellate di anidride carbonica all'anno, il che
permetterebbe di guidare un'auto americana media per 14 chilometri al giorno.
Quando
la popolazione raggiungerà gli 8,5 miliardi, intorno al 2025, si scenderebbe a
10 chilometri al giorno.
Se
condivideste l'auto, avreste circa tre punti di CO2 nella vostra razione
giornaliera, sufficienti per far funzionare un frigorifero ad alta efficienza.
Dimenticate
il computer, la TV, lo stereo, i fornelli, la lavastoviglie, lo scaldabagno, il
microonde, la pompa dell'acqua, l'orologio.
Dimenticate
le lampadine, fluorescenti compatte o meno.
Come
osservato nella citazione di Mc Kibben sopra riportata, se le persone si
sentono in colpa per il fatto di esistere e sono quindi aperte a qualsiasi cosa
debbano fare per minimizzare il loro impatto, allora la pianificazione
centralizzata, in cui le élite determinano ogni aspetto di ciò che è consentito
fare – fino all'accensione o meno di una lampadina – diventa ovvia.
In “Bourgeois Dignity: Why Economics Can't
Explain the Modern World” , “Deirdre McCloskey” scrive: "La nuova
alternativa al socialismo a pianificazione centralizzata è
l'ambientalismo" .
Gli
ambientalisti sono spesso considerati idealisti.
Può darsi che sia così, ma il loro ideale – se
si tratta di non avere alcun impatto sull'umanità anziché di prosperare – è
antiumano e malvagio. Forse non si suicidano per raggiungere i loro obiettivi,
ma propongono politiche suicide e antiumane.
Umanizzare
la natura e disumanizzare gli esseri umani.
Milioni
di persone sono state uccise dai governi nel tentativo di realizzare progetti
di pianificazione centralizzata.
Il tipo di " Holodomor energetico " proposto
dagli ambientalisti anti-impatto significherebbe la morte di miliardi
di persone.
Se
fosse vero, ciò richiederebbe sia di elevare la natura non umana a un livello
di importanza morale pari o superiore a quello umano, sia di svalutare
simultaneamente la vita umana al di sotto della natura .
Nel caso in cui il lettore pensi che io
esageri, il moderno movimento ambientalista
fa entrambe le cose .
Cosa
significa l'obiettivo di "salvare il pianeta" o "proteggere
l'ambiente"?
Gli
ambientalisti intendono in definitiva che il pianeta deve essere salvato dagli esseri umani .
Proteggere
l'ambiente da cosa o da chi?
Proteggere l'ambiente per cosa?
Proteggere
l'ambiente per chi?
Il
pianeta deve essere protetto da te.
Senza
dubbio molti sosterranno che gli ambientalisti vogliono solo "salvare il
pianeta" per gli esseri umani , ma
- con l'anti-impatto che rimane l'ideale - questo comporta comunque una
pianificazione centralizzata completa, al punto che l'esistenza umana deve
drasticamente ridimensionarsi se non può essere eliminata.
Inoltre,
molti ambientalisti ci dicono, con parole loro, di essere anti-umani.
Il
gruppo “Earth First” piange, si lamenta
e urla letteralmente per i
"crimini" contro gli alberi .
(Questo è probabilmente anche il motivo per
cui film come “WALL-E e Lorax” - Il
guardiano della foresta sono ideologicamente carichi di presupposti
anti-impatto, anti-umani e anti-libertà).
Un
articolo del Washington Post del 2019 era intitolato
"Studenti
di seminario progressisti hanno offerto una confessione alle piante.
Come
pensiamo ai peccati contro la natura?".
Si
leggeva:
"Penso
che ci sia una domanda urgente con cui molti cristiani e persone senza fede si
stanno confrontando:
qual è
la nostra responsabilità morale nei confronti delle forme di vita non umane?
Se possiamo peccare contro il mondo naturale,
come possiamo dare un nome ed espiare quel peccato?".
È
stato twittato da una cappella dell'”Union
Seminary”.
Oggi,
in cappella, ci siamo confessati alle piante.
Insieme, abbiamo racchiuso in preghiera il
nostro dolore, la nostra gioia, il nostro rimpianto, la nostra speranza, il
nostro senso di colpa e la nostra sofferenza, offrendoli agli esseri che ci
sostengono, ma il cui dono troppo spesso non riusciamo a onorare.
Cosa
confessi alle piante nella tua vita?
Mantenendo
il tema religioso-spirituale, siamo tutti ora “ Peccatori nelle mani di una “Greta
Thunberg” arrabbiata ”.
“Alan
Gregg” scrisse in “ Mankind at the Turning Point” (1974): "Il mondo ha il cancro, e il
cancro è l'uomo".
Nel
1994, Jacques Cousteau affermò:
"Per stabilizzare la popolazione mondiale dobbiamo eliminare 350.000
persone al giorno".
Il
principe Filippo d'Inghilterra scrisse una volta nella prefazione a un libro del 1987 :
"Devo
confessare che sono tentato di chiedere la reincarnazione come un virus
particolarmente mortale, ma forse sto esagerando".
Io sostengo che un simile pensiero anti-umano
sia un cancro.
David
M. Graber scrisse nel 1989 riguardo alle opinioni di Bill
McKibben e sue:
Ciò
rende ciò che sta accadendo non meno tragico per coloro tra noi che apprezzano
la natura selvaggia in sé, non per il valore che conferisce all'umanità.
Io, per esempio, non posso augurare né ai miei
figli né al resto della biosfera terrestre un pianeta addomesticato, un pianeta
gestito dall'uomo, mostruoso o – per quanto improbabile – benigno.
Mc Kibben
è un bio centrista, e lo sono anch'io.
Non ci interessa l'utilità di una particolare
specie, di un fiume che scorre liberamente, di un ecosistema, per l'umanità.
Hanno
un valore intrinseco, più valore – per me – di un altro corpo umano, o di un
miliardo di essi.
La
felicità umana, e certamente la fecondità umana, non sono importanti quanto un
pianeta selvaggio e sano.
Conosco
scienziati sociali che mi ricordano che le persone fanno parte della natura, ma
non è vero.
Da
qualche parte lungo il percorso – circa un miliardo di anni fa, forse la metà –
abbiamo rescisso il contratto e siamo diventati un cancro.
Siamo diventati una piaga per noi stessi e per
la Terra.
È
cosmicamente improbabile che il mondo sviluppato scelga di porre fine alla sua
orgia di consumo di energia fossile, e il Terzo Mondo al suo consumo suicida di
paesaggio.
Finché
l'Homo sapiens non deciderà di ricongiungersi alla natura, alcuni di noi
possono solo sperare che arrivi il virus giusto.
Queste
persone, e chiunque operi secondo il modello anti-impatto, non meritano
l'egemonia morale che affermano.
Sono
anti-umani, spesso apertamente.
“ Alex
Epstein” afferma verso la fine del suo libro:
"Non ci viene insegnato che alcune
persone credono veramente che la vita umana non conti e che il loro obiettivo
non sia aiutarci a trionfare sugli ostacoli della natura, ma rimuoverci come
ostacolo al resto della natura" .
Avverte
inoltre: "Non fraintendete: ci sono persone che cercano di usarvi per
promuovere azioni che danneggerebbero tutto ciò a cui tenete. Non perché
tengano a voi – danno priorità alla natura rispetto a voi – ma perché vi vedono
come uno strumento".
Non
dovremmo sorprenderci della sovrapposizione tra socialismo e ambientalismo.
Non dovremmo sorprenderci nemmeno che i
sostenitori di entrambi siano disposti a uccidere milioni, o addirittura
miliardi, di persone per raggiungere i loro obiettivi impossibili e antiumani.
Entrambi
implicano il controllo politico degli altri.
Mises
una volta scrisse:
"Ogni
socialista è un dittatore mascherato".
Potremmo
aggiungere che ogni ambientalista contrario all'impatto ambientale (che in genere è
anche socialista) è un aspirante dittatore.
Gli
ambientalisti, almeno i veri credenti che sostengono costantemente l'obiettivo
di contrastare l'impatto ambientale, ti vogliono morto;
si
accontenteranno, nel breve termine, di farti sentire in colpa per il fatto di
esistere, produrre e consumare, e di essere disposto ad accettare qualsiasi
grado di pianificazione centralizzata e di limitazione della libertà per
"salvare il pianeta" da te.
Gli
Stati Uniti si ritirano da
diversi
organismi internazionali
Shtfplan.com
- Mac Slavo – (8 gennaio 2026) -Redazione – ci dice:
Gli
Stati Uniti hanno annunciato il loro ritiro da decine di organismi
internazionali che non servono più gli interessi americani.
Tra
questi organismi di governo figurano importanti forum delle Nazioni Unite e
non, incentrati su clima, migrazioni, politiche sociali, pace e democrazia.
Il
presidente Donald Trump ha firmato un memorandum che sospende il sostegno a un
totale di 66 organizzazioni, agenzie e commissioni "che operano in
contrasto con gli interessi nazionali, la sicurezza, la prosperità economica o
la sovranità degli Stati Uniti", ha affermato giovedì la Casa Bianca,
secondo un rapporto di RT.
"Questi
prelievi mettono fine al sostegno dei contribuenti a entità che promuovono
programmi globalisti a discapito delle priorità degli Stati Uniti o affrontano
questioni chiave in modo inefficiente", si legge nella dichiarazione,
aggiungendo che molte di esse hanno preso di mira "politiche climatiche
radicali, governance globale e programmi ideologici in conflitto con la
sovranità e la forza economica degli Stati Uniti".
Il
Segretario di Stato Marco Rubio ha commentato la decisione su “X”, affermando:
"Trump
è chiaro: basta inviare all'estero i soldi dei contribuenti americani senza
ottenere grandi risultati", ha affermato Rubio in una dichiarazione rilasciata dal
Dipartimento di Stato americano, sottolineando che Washington continuerà a
rivedere i propri impegni in altri forum internazionali.
I
ritiri seguono le precedenti uscite di Trump dall'accordo di Parigi sul clima,
dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall'Organizzazione delle
Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO).
L'amministrazione
Trump ha inoltre apportato ingenti tagli ai finanziamenti alle agenzie delle
Nazioni Unite, tra cui l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione
dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA).
I
critici di questa politica l'hanno definita un "nuovo minimo".
“Rachel
Cleto”, direttrice politica senior dell'”Union of Concerned Scientists”, ha
affermato che si tratta di un ulteriore segnale della determinazione
dell'amministrazione "autoritaria" e "antiscientifica" di
Trump a destabilizzare la cooperazione globale.
“Gina
McCarthy”, ex consulente della Casa Bianca per il clima, ha affermato che è
"miope, imbarazzante e sciocco" abbandonare specificamente i processi
climatici delle Nazioni Unite.
Ricordiamo
che i critici erano preoccupati anche dopo che Trump aveva ritirato gli Stati
Uniti dall'accordo di Parigi sul clima.
Tuttavia,
altri sostengono che questo non sia sufficiente.
Alcuni
repubblicani insistono sulla necessità che gli Stati Uniti si ritirino
completamente dall'ONU.
Trump
rinnova gli appelli per la
presa della Groenlandia dopo
l'attacco al Venezuela.
Shtfplan.com - Mac Slavo – (5 gennaio 2026) –
Redazione – ci dice:
Il
leader degli Stati Uniti Donald Trump ha rinnovato le sue richieste di
occupazione della Groenlandia, mentre una grande operazione militare
statunitense ha detronizzato il presidente venezuelano Nicolás Maduro su suo
ordine.
Gli Stati Uniti hanno di fatto preso il
controllo del Venezuela a partire dal fine settimana.
La
classe dirigente non si è fermata qui.
Il
Segretario di Stato Marco Rubio ha inoltre avvertito che il governo comunista
di Cuba è "in grossi guai".
Trump
vuole conquistare la Groenlandia per “sicurezza nazionale.”
Dopo
aver ammesso che l'operazione militare statunitense in Venezuela era incentrata
principalmente sul petrolio e altre risorse, Trump afferma che l'acquisizione
della Groenlandia è una questione di strategia bellica. "È così strategico in questo
momento. La Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque", ha
detto Trump ai giornalisti a bordo dell'Air Force One mentre tornava a
Washington dalla sua tenuta di Mar-a-Lago in Florida.
Un
altro indizio che gli Stati Uniti tenteranno di conquistare la Groenlandia
arriva da un'ex funzionaria dell'amministrazione Trump, moglie di un alto
collaboratore del presidente.
In un
criptico post sui social media, ha lasciato intendere che Washington avrebbe
"presto" conquistato la Groenlandia.
In un
post su “X” di sabato, “Katie Miller” ha condiviso una mappa della Groenlandia
con la bandiera americana sovrapposta e la didascalia semplicemente con la
parola "presto".
Il
post non ha fornito alcuna spiegazione e non è stato accompagnato da alcun
annuncio politico ufficiale da parte di Washington, secondo quanto riportato da
“RT”.
La
Danimarca ha risposto rafforzando le difese artiche e ampliando il monitoraggio
militare e civile, considerando la pressione come una minaccia diretta alla
propria sovranità.
Trump
insulta l'esercito danese mentre gli Stati Uniti cercano di "prendere il
controllo" della Groenlandia.
Miller
ha ricoperto ruoli di alto livello nelle comunicazioni durante il primo mandato
di Trump e, all'inizio del 2025, ha ricoperto brevemente il ruolo di consulente
e portavoce del “Dipartimento per l'Efficienza Governativa” di Elon Musk, prima
di dedicarsi al privato e lanciare un podcast conservatore.
Sebbene
non faccia più parte del governo, rimane strettamente legata
all'amministrazione attraverso il marito, “Stephen Miller”, Vice Capo di
Gabinetto per le Politiche di Trump e uno dei suoi collaboratori più longevi e
influenti.
Le sue
dichiarazioni pubbliche sono spesso considerate il riflesso delle opinioni
della cerchia ristretta di Trump. “RT”.
Il
post di Miller ha subito attirato l'attenzione dell'ambasciatore danese negli
Stati Uniti, “Jesper Moller Sorensen”, il quale ha sottolineato su” X “che,
sebbene Copenaghen consideri Washington uno "stretto alleato", si
aspetta "pieno rispetto per l'integrità territoriale del Regno di
Danimarca".
Italiani
e politica: interesse in calo
da 20
anni ma la cittadinanza resta attiva.
Thegoodlobby.it
– (29 settembre 2025) – Redazione – Bianca Dominante – ci dice:
Negli
ultimi 20 anni il legame tra italiani e politica si è indebolito:
meno persone si informano, discutono o
partecipano attivamente. Secondo l’Istat, quasi un terzo dei cittadini non si
occupa mai di politica, e tra i giovani il distacco è ancora più evidente.
Ma non tutto è perduto:
le
mobilitazioni recenti dimostrano che, quando la situazione lo richiede, la
società civile italiana è pronta a far sentire la propria voce.
Secondo
il rapporto Istat “La partecipazione politica in Italia”, negli ultimi
vent’anni il legame tra cittadini e politica è cambiato profondamente. Non si
parla solo di voto e astensionismo, ma di quella che viene definita
partecipazione invisibile, ovvero la tendenza a informarsi e discutere di
politica.
Se nel
2003 oltre la metà della popolazione si informava di politica almeno una volta
a settimana, nel 2024 la quota è scesa al 48,2%, mentre cresce chi dichiara di
non occuparsene mai:
il 29,4% dei cittadini italiani, ovvero oltre
15 milioni.
Anche
le occasioni di confronto diminuiscono: sempre più persone non parlano mai di
politica (36,9%), segno di quanto molti cittadini si sentano ormai lontani
dalla politica di tutti i giorni.
I
giovani fino ai 24 anni, e in particolare i giovanissimi tra i 14 e i 17 anni,
sono il gruppo più lontano dalla politica: solo il 16,3% dei 14-17enni e il
34,6% dei 18-24enni si informa almeno una volta a settimana, mentre la
maggioranza non segue mai l’attualità politica.
La
ragione principale è il disinteresse, seguito dalla sfiducia nella politica,
che tende a crescere con l’età e diventa un ostacolo anche per i giovani
adulti.
Anche
fattori sociali e territoriali influenzano la partecipazione: chi ha un titolo
di studio più alto e appartiene a famiglie agiate tende a informarsi di più,
così come chi vive nelle regioni del Centro-Nord.
La
disaffezione aumenta invece tra chi ha un basso livello di istruzione, proviene
da contesti meno favoriti o vive nel Mezzogiorno.
C’è
però un segnale positivo:
nonostante
il generale disinteresse per la politica, le nuove tecnologie e la diffusione
dei social media hanno contribuito a cambiare non solo il modo di informarsi,
ma anche le forme attive di partecipazione.
Nel
2024, per esempio, oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso
opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media, cioè
una persona ogni quattro utenti di Internet.
Inoltre tra gli adulti fino a 44 anni, e in
particolare tra i giovani, più del 60% usa Internet per informarsi.
Ma
sono soprattutto le mobilitazioni degli ultimi mesi, culminate nello sciopero
generale del 22 settembre, quando centinaia di migliaia di persone sono scese
in piazza in oltre 80 città italiane per chiedere la fine del genocidio a Gaza
e lo stop alla collaborazione militare, politica ed economica con il Governo
israeliano, a dimostrare chiaramente che, quando la situazione si fa
insostenibile, la società civile italiana è pronta a ribellarsi e a far sentire
la propria voce.
Anche
noi di “The Good Lobby” crediamo che la democrazia sia viva solo se tutti hanno
la possibilità di prenderne parte.
Per
questo, con le nostre campagne, gli eventi e le attività di formazione,
lavoriamo ogni giorno per riavvicinare le persone alla politica, ridurre le
disuguaglianze e costruire strumenti che permettano a chiunque di partecipare
davvero alla vita democratica.
Disinteresse
e distanza: perché
gli
italiani si allontanano
dalla
politica.
Ilcefalino.it
- Don Giuseppe Amato – (Settembre 26, 2025) – Redazione – ci dice:
Qualche
giorno fa ho letto il rapporto Istat sui dati della partecipazione alla vita
politica emersi dalle rilevazioni fatte nel 2024 e si nota che negli ultimi
vent’anni la partecipazione politica in Italia ha imboccato una parabola
discendente.
Ora,
premetto di non essere un tecnico, ma sulla base di quanto fornito vorrei fare
alcune considerazioni personali basate sulla mia esperienza personale e
pastorale.
– Nel
2024 meno della metà degli italiani (48,2%) si informa di politica almeno una
volta a settimana; tra i giovanissimi 14-17 anni scende al 16,3% e sei su dieci
non si informano mai.
– Nel
2024 ha partecipato a comizi il 2,5% e a cortei il 3,3% della popolazione,
valori quasi dimezzati rispetto al 2003.
Le
motivazioni dichiarate da chi non si informa mai di politica parlano chiaro:
disinteresse (63%) e sfiducia (22,8%).
Il quadro è più critico nel Mezzogiorno, dove
circa il 40% si informa settimanalmente (contro oltre il 52% nel Centro-Nord) e
il 37,3% non si informa mai.
Credo
che i motivi principali di questo disincanto si possono raggruppare in tre
grandi emergenze:
1)
L’abbandono dei territori.
Il
calo di partecipazione non è uniforme:
Calabria, Sicilia e Campania sono “zone rosse”
della disaffezione.
In queste regioni, più che in altre, i servizi
languono e la presenza politica è intermittente, diminuisce la fiducia
nell’utilità del coinvolgimento civico.
Spesso si segnala un deficit di presidio
istituzionale e di responsabilità locale:
se non vedi il rappresentante sul tuo
territorio (e non vedi i servizi arrivare), ti allontani dalle urne e
dall’informazione.
Ci
sono poi quelle presenze che, più che essere apportatrici di progresso o
soluzione di problemi, sono semplice controllo di un feudo elettorale
foraggiato a passerelle “istituzionali” e contributi a pioggia per iniziative,
eventi, sagre, manifestazioni religiose fini a sé stesse.
2)
Ideologia lontana dai bisogni reali.
I dati
raccontano anche di un pubblico che trae la propria informazione non dalla
partecipazione attiva o quella che una volta era la militanza dei partiti, ma
dalla TV (ancora usata dall’84,7%, ma in calo) e abbandona i quotidiani, mentre
cresce l’uso della rete tra gli under40.
La
politica che resta chiusa nei salotti, nelle proprie liturgie, non sempre
necessarie e nella mediazione di una informazione sempre meno critica e più
accondiscendente alla linea di governo del momento, intanto, perde presa su
cittadini che chiedono risposte pratiche:
trasporti funzionanti, sanità territoriale,
scuola, lavoro, casa, tempi della burocrazia.
Quando
l’offerta si concentra sullo scontro simbolico, ideologico e tralascia
l’offerta dei servizi, prevalgono disinteresse e sfiducia, proprio le ragioni
più citate dai non informati.
3)
Capitale umano sprecato.
Il
distacco è massimo tra i giovani:
il
sistema politico non intercetta chi studia, lavora, fa impresa sociale o
culturale nei quartieri, nelle città, meno ancora nei piccoli paesi soprattutto
delle aree interne di cui ormai si è decretata l’eutanasia.
È un paradosso:
eppure esiste una gioventù che investe sul
proprio territorio (cooperative, rigenerazione urbana, start-up,
associazionismo), ma raramente viene coinvolta nei processi decisionali.
Il
risultato è un circuito vizioso: meno ascolto → meno fiducia → meno
partecipazione.
Rimane
solo la parvenza di una democrazia partecipata affidata a Pro Loco e Forum
Giovani e Associazioni per lo più del Terzo Settore, ma su iniziative e
progetti concordati preventivamente col potere governativo e di poche migliaia
di euro, insomma, palliativi, per non dire contentini.
Io
credo che occorra una seria agenda per ricucire il rapporto tra la politica e i
cittadini che potrebbe partire da alcune scelte semplici: rinnovare classe
politica, mettere i giovani al centro, spostare la spesa sui servizi.
L’apatia
fotografata non è “genetica”, l’uomo, come diceva Aristotele è “per sua natura
un animale politico”, egli si allontana per razionale conseguenza di distanza,
servizi carenti e assenza di risultati tangibili.
In un
suo intervento su “Avvenire” il Presidente Nazionale di Azione Cattolica mette
in guardia da un serio rischio:
“La
Democrazia vive o muore non nei palazzi, ma nella case e nelle piazze, nelle
relazioni e nelle scelte quotidiane, domani altri riempiranno quel vuoto”
La
cura è nota:
occorre una politica che abiti i territori,
che misuri costantemente e pubblicamente ciò che promette e porta dentro i
giovani che già costruiscono pezzi di presente e di futuro nelle città e nei
paesi. Inoltre, occorre spostare la spesa dai totem ideologici ai servizi
essenziali.
Disinteresse
e sfiducia — oggi le prime ragioni dell’allontanamento — possono diventare
attenzione e co-progettazione con e a favore di chi nelle comunità ci rimane e
non in funzione di possibili avventori.
I dati citati ci danno la diagnosi; tocca alla
classe dirigente trasformarli in terapia.
Per i
dati tecnici e per il rimando a queste considerazioni potete consultare: ISTAT,
“La partecipazione politica in Italia – Anno 2024” (comunicato e focus
statistico, pubblicati il 17 settembre 2025, dati 2024).
(Don
Giuseppe Amato).
La
strage del Crans-Montana: l’esplosione
confermata
dalla polizia e il ruolo di Chabod.
Lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti –
Redazione – (10/01/2026) – ci dice:
Una
luce si deposita sul feretro del giovane ragazzo “Giovanni Tamburi”, attorno al
quale si sono stretti i suoi amici e la sua famiglia, spezzati dal dolore della
perdita di una giovane vita.
Al
Crans-Montana, c’erano speranza, sogni, soprattutto la spensieratezza di
giovani adolescenti che volevano passare l’ultimo dell’anno in un locale nel
cuore di una località esclusiva, nella Svizzera del “cantone di Valais”, posto
esclusivo, dove le élite si recano nella stagione invernale per sciare e
trascorrere le loro vacanze circondati dalle montagne delle Alpi Pennine.
La
notte del 1° gennaio 2026 nel bar “La Constellation,” c’erano ragazzi che non
avevano probabilmente la minima idea di quello che sarebbe accaduto di lì a
poche ore.
C’erano
ragazzi come “Benjamin Johnson”, giovane promessa del pugilato svizzero, che
quella sera si era recato lì per festeggiare come molti suoi coetanei l’anno
che stava per arrivare, ma che purtroppo portava con sé non gioie e speranze,
ma un inferno di morte e di paura.
C’era
anche il giovane ragazzo genovese “Emanuele Galeppini”, promessa del golf
italiano e mondiale, che si era trasferito a Dubai, da tempo una sorta di Las
Vegas del Medio Oriente, per praticare meglio la sua carriera, che forse, se
non fosse stata spezzata, quella notte avrebbe potuto portare lustro al golf e
al suo Paese.
Emanuele
Galeppini.
Al
Crans-Montana, i ragazzi si sono trovati di fronte a qualcosa che non avrebbero
mai immaginato.
Verso
l’una e mezza del mattino, accade l’impensabile.
C’è
una esplosione nel bar- discoteca dove i giovani si erano radunati per
festeggiare, e da lì in poi è esploso l’inferno.
La
versione della polizia svizzera sull’esplosione.
Sul
posto, da lì a breve giungono i soccorsi e i residenti, allarmati, confermano
di aver sentito chiaramente il rumore di una esplosione.
Le
dichiarazioni ufficiali delle prime ore lasciano pochissimo spazio ai dubbi.
Secondo
quanto dichiarato dal portavoce della polizia svizzera, “Gaetan Lathion”, nel
bar “La Constellationc’è stata una esplosione di natura non identificata che ha
provocato la strage.
Nelle
prime ore, gli organi di stampa mainstream come la” Reuters” sono categorici
nell’affermare che non è stato l’incendio a provocare l’esplosione ma piuttosto
la dinamica opposta, ovvero le fiamme che sono divampate dopo la deflagrazione.
Le
autorità svizzere avevano già iniziato a fare i loro rilievi.
La
polizia si era messa all’opera per capire cosa aveva portato a quella
esplosione, quando ad un tratto, è stata prontamente cambiata versione, e ogni menzione della deflagrazione è
sparita dalle cronache degli organi di stampa.
Si è
dato la colpa, incredibilmente e assurdamente, alle candeline che fanno degli
zampilli di luce e che si attaccano alle bottiglie di spumante o champagne
nelle varie feste di compleanno.
La
fiera dell’assurdo, e della vergogna, ha avuto inizio.
Sedicenti
esperti si sono affacciati sulle pagine degli organi di stampa per dare a bere
questa indecente balla al pubblico italiano, quando quelle candeline a malapena
sono in grado di bruciare un cartoncino, come si può vedere in diverse
dimostrazioni, e non possono essere certo queste le responsabili di quella
mattanza.
Le
candeline delle bottiglie non riescono a bruciare nemmeno un cartoncino.
Il
mistero delle autopsie non eseguite.
Avrebbero
dovuto essere le autopsie a parlare, a fare luce sulle cause di morte di quei
poveri ragazzi rimasti intrappolati dentro quel locale, eppure la polizia
svizzera, nonostante le richieste delle famiglie, non ne esegue nemmeno una.
Berna
sembra che abbia voglia di togliersi di dosso il prima possibile questa patata
bollente tra le mani.
C’è
poca o nessuna voglia in Svizzera di approfondire cosa ha provocato
l’esplosione a “La Constellation”, perché forse c’è qualcosa di più grande e
opaco in questa storia che si vuole tenere ben nascosto, seppellito da una
versione successiva che contrasta con ogni logica.
Le
famiglie non sembrano intenzionate ad accettare queste bugie.
Secondo
quanto dichiarato dalla famiglia di “Emanuele Galeppini”, il corpo del giovane
non presentava nessuna bruciatura o ustione, e addosso il 16enne aveva ancora
il portafoglio con i suoi documenti che avrebbero potuto portare facilmente
alla sua identificazione, senza ricorrere ad un esame del DNA, necessario soltanto
quando il corpo è ormai talmente irriconoscibile che è richiesto un esame del
genere per risalire alla sua identità.
La
polizia svizzera non ha voluto eseguire l’autopsia sul corpo di Emanuele e
degli altri ragazzi, quasi timorosi forse che gli esiti autoptici possano far
uscire delle conclusioni che non si vogliono far uscire come quelle che magari
potrebbero dimostrare che molti ragazzi non sono morti bruciati, ma per le
conseguenze di una esplosione, forse persino di natura dolosa.
A “La
Constellation”, si addensano diversi misteri e zone d’ombra, a partire dal
fatto che il “celebre servizio di Google Maps” si sia premurato di oscurare
immagini della strada al civico 35, comprese quelle che risalgono anche a
diversi anni fa.
Le
macchine escono da Rue Centrale a Crans-Montana, ma Google non mostra il civico
35 di quella strada.
D’un
tratto questa mappatura da parte della multinazionale americana che spesso
viola la privacy di diverse persone, riprese senza il loro consenso, si
interrompe, non tanto per la comparsa di qualche improvviso pudore sulla
riservatezza delle persone, ma perché ci sono luoghi e situazioni che Google
non vuole mostrare, come, ad esempio, alcuni siti in Israele colpiti dagli
attacchi iraniani.
La sinagoga
di Crans-Montana.
Al
civico 35 di Rue Centrale non c’è soltanto il bar nel quale i giovani hanno
perso la vita, ma c’è la “sinagoga Beit Yossef”, nello stesso complesso nel
quale si trovava appunto il locale della tragedia.
Crans-Montana
è la casa di una delle comunità ebraiche in Svizzera più note, e gli ebrei
praticanti della zona si danno appuntamento nella sinagoga per praticare i vari
riti e cerimonie della religione talmudica.
Ad
essere stati intervistati dai vari media sono stati anche loro, gli ebrei che
si recavano in quel luogo di culto, e in particolare il rabbino capo “Yitzchak
Levi Pevzner”, che racconta di aver sentito “una massiccia esplosione nel cuore
della notte” e di aver subito compreso che qualcosa di “terribile era caduto”.
Yitzchak
Levi Pevzner.
“Pevzner”
è un altro testimone d’eccezione che racconta di aver sentito a sua volta un
tremendo boato, una circostanza confermata praticamente da tutti quelli che si
trovavano nelle vicinanze, e che fa pensare seriamente che nel bar dove i
giovani stavano festeggiando possa essere stato posto un ordigno di qualche
tipo che ha causato la deflagrazione e il successivo incendio.
Il
rabbino però è un personaggio interessante, trascurato dagli organi di stampa
troppo impegnati a parlare delle candeline sulle bottiglie di Capodanno.
Secondo
quanto si legge nelle cronache di diversi quotidiani francesi, anni addietro un
membro della sua famiglia, “Yossef Itshak Pevzner”, era finito al centro di un
caso di estorsione.
Nel
2014, una giovane donna ebrea di 28 anni, residente a Parigi, voleva divorziare
dal marito e si era recata dal rabbino capo francese, “Michel Gugenheim “, che
aveva da poco preso il posto di “Gilles Bernheim” , dimessosi in seguito alle
accuse di plagio per un suo libro.
Nella
tradizione ebraica, la donna per poter divorziare dal marito, deve avere il
benestare di quest’ultimo e deve ricevere da lui un “orologio”, ovvero un
documento scritto che libera appunto la donna da ogni obbligazione matrimoniale
nei riguardi del suo sposo.
Ci
sono però donne che si ritrovano ad aspettare anni prima di ricevere tale
dichiarazione, perché nel “talmudismo”, l’uomo esercita un potere notevole
sulla donna, ma questo aspetto “stranamente” non riscuote molto l’interesse di
strepitanti femministe sempre pronto a scagliarsi contro il patriarcato.
Sta di
fatto che la donna si era recata al cospetto di Gugenheim e del Beth Din, una
sorta di consiglio ebraico di Parigi, nella speranza di sbloccare la sua
pratica, ma si è trovata di fronte alla richiesta di versare 90mila euro in
contanti per avere finalmente il tanto agognato divorzio ed essere di nuovo
ammessa nella comunità ebraica.
Nel “Beth
Din”, c’era proprio lui.
C’era
il rabbino “Pevzner”, che tra l’altro era parente del marito della donna, e
quindi aveva un chiaro caso di conflitto di interessi nella vicenda, dalla
quale sperava di ricavare una grossa somma.
La
28enne non si fece però cogliere impreparata all’appuntamento.
Riprese
l’incontro e il tentativo di estorsione ai suoi danni, e si recò alla vicina
stazione di polizia del 19° arrondissement di Parigi per sporgere la sua
denuncia contro gli uomini del “Beth Din”.
La
rete sionista di Chabod.
Si
ignora che fine abbia fatto quella denuncia, e se abbia avuto conseguenze sui
vari rabbini protagonisti della tentata estorsione, ma si direbbe di no, a
giudicare dalla parabola di Pevzner, ancora oggi eminente membro della famosa,
o famigerata, organizzazione sionista Chabod.
A Chabod
appartiene anche il suo parente svizzero “Yitzchak Levi Pevzner”, al quale le
autorità hanno dato un ruolo di rilievo nella gestione della crisi subito dopo
la strage.
A
guidare le fasi successive all’esplosione del bar La Constellation è stato
quindi lui, Levi Pevzner, un altro leader di Chabod che fa riferimento alla
sede centrale di Ginevra.
“Chabod”
è più che una semplice organizzazione.
È una
potentissima lobby e setta radicata in molti Paesi del mondo e che ha sempre
esercitato un fortissimo ascendente sui vari presidenti degli Stati Uniti, sul
Congresso americano, e sui vari primi ministri europei, che non mancano mai di
porgere gli ossequi ai vari rabbini di questa organizzazione.
Chabod
insegue un sogno di dominio, quello del tanto atteso “mochica”, che nelle loro
parole, dovrebbe un giorno diventare il re d’Israele e del cosiddetto “Nuovo
Ordine Mondiale”, ovvero l’idea di costruire un governo mondiale.
La
setta per anni è stata associata all’immagine di uno dei suoi rabbini più
famosi e controversi, “Menachem Schneerson,” intimissimo di “Benjamin Netanyahu”
e vero padre “spirituale” del “Likud”, il partito politico israeliano che vuole
la costruzione della” Grande Israele” e la ricostruzione del Terzo Tempio, il
luogo nel quale un giorno dovrebbe fare ingresso il cosiddetto “mochica”.
Menachem
Schneerson.
Chabod
vuol dire però anche Mossad.
Le
sinagoghe di questa setta sono dotate di un servizio di sicurezza fornito
direttamente dalla intelligence israeliana, ed è virtualmente impossibile che
qualche attentato o scritta “antisemita” possa essere fatta presso questi
luoghi senza che tali agenti se ne accorgano, una circostanza che dovrebbe far
riflettere molto sulla comparsa periodica di tali scritte vicino a questi
luoghi.
La
setta di Chabod ha il proprio quartier generale a New York, in quella sinagoga
dove fu scoperto un dedalo di famigerati tunnel usati dai membri di questa
setta, che ancora oggi non hanno saputo fornire una spiegazione convincente di
quei passaggi segreti nei quali furono trovati dei materassi sporchi, e dei
seggioloni da bambino, una immagine ancora più inquietante che riporta alle
mente le famigerate Pasque di Sangue di Ariel Toaff, il libro “proibito”
censurato da molti storici italiani per le sue scomode verità.
“La
Constellation” era proprio lì, nello stesso edificio di Chabod, e se si arriva
ad aprire un locale in quei luoghi è pressoché impossibile farlo senza essere
stati attentamente scrutinati e vagliati prima dall’organizzazione che si
assicura di non avere vicino potenziali minacce contro di essa.
I
coniugi Moretti: prestanome di una potente organizzazione?
I
proprietari risultavano essere una coppia di coniugi francesi, Jacques e
Jessica Moretti, che, secondo l’avvocato di molte vittime della strage, “Sebastian
Fanti,” hanno accumulato rapidamente milioni di franchi svizzeri, senza aver
avuto degli incarichi o dei lavori tali da dover giustificare l’improvvisa
notevole ricchezza, e senza aver ricevuto prestiti bancari per iniziare la loro
attività.
Sembra
che un giorno i due Moretti, finiti agli arresti in questi giorni, che hanno un
passato di fallimenti e condanne penali per sfruttamento della prostituzione in
Corsica, si siano svegliati e dall’alto gli siano piovuti tutti quei franchi
svizzeri, forse da loro consegnati da qualche generosa mano che aveva bisogno
di due teste di legno, due prestanome per aprire un’attività probabilmente
voluta da altri.
La
strettissima vicinanza con una sinagoga di Chabod, all’interno dello stesso
edificio, una lobby che di fondi ne ha molti forse avrebbe suggerito una
indagine più approfondita, ma le autorità svizzere non hanno mai cercato di
capire da dove venisse la ricchezza dei Moretti, e si sono affrettate, come visto,
a rimandare subito indietro i corpi della strage di Crans-Montana senza nemmeno
aver eseguito le autopsie di rito.
Nelle
vallate svizzere, c’è un fiume di soldi sporchi.
Sotto l’immagine
da “paradiso” neutrale e quieto, ci sono enormi interessi che hanno a che
vedere con il riciclaggio di capitali illeciti, depositati nelle famose banche
svizzere che non hanno problemi di sorta a custodire il denaro frutto di
tangenti e delle attività della criminalità organizzata.
Tra
quelle vallate, c’è anche una potente lobby sionista che nel corso degli anni
ha accumulato un enorme potere.
Nei
tempi più recenti, si è visto come si sia risvegliato il cosiddetto “terrorismo
islamico”, un fenomeno in realtà costruito e alimentato dai servizi di
intelligence Occidentali e dalla stessa Israele,
che se n’è servita come arma da scatenare
contro i Paesi giudicati come “nemici” da Tel Aviv, e la storia dell’ISIS è lì
a dimostrare come tali tagliagole, spesso agenti del Mossad, siano stati tutti
sciolti contro Siria, Libia e Iraq.
Il
mostro islamista ora si è risvegliato dopo molto tempo, una volta che Israele
si è vista negata la possibilità di continuare la sua genocida campagna in
Palestina, e subito dopo il fallimento della Grande Israele, il miraggio
inseguito dal sionismo mondiale.
C’è da
capire ora se la strage del Crans-Montana sia stata concepita da tali ambienti.
C’è da
capire se le vite di questi giovani siano state spezzate per una fatalità di
qualche tipo, oppure se c’è stata intenzionalmente di colpire le famiglie di
questi giovani, come ritorsione o punizione per motivazioni ancora ignote, ma
potenzialmente legate sempre alla strategia del terrore perseguita da un potere
che sta seminando molti false flag e stragi in giro per il mondo.
Le
famiglie delle vittime meritano di conoscere tale verità, così come meritano di
conoscerla tutti gli italiani.
Trump,
geopolitica e libertà:
Il conflitto tra forza e principi.
It.gariwo.net
- Giovanni Cominelli – (28-02 – 2025) – Redazione - ci dice:
La
brutalità e la violenza dell’approccio di Donald Trump alle questioni
internazionali – Ucraina, Gaza, Canada, Groenlandia, Golfo del Messico… - così
platealmente e compiaciutamente esibite davanti al mondo intero - hanno
prodotto uno straniamento nell’opinione pubblica.
L’ultima
performance verbale riguarda l’Unione europea, che sarebbe stata messa in piedi
per “truffare gli USA.”
Non si può che restare straniti e sbigottiti.
Le
interpretazioni di tali mosse, così lontane dalle posture tradizionali dell’
"homo diplomaticus” sperimentate da millenni, sono molteplici.
È una tecnica di comunicazione quella
dell’abbagliare amici e nemici come fa l’autista con la volpe che attraversa di
notte all’improvviso la strada nella foresta?
È una
tecnica di contrattazione dell’immobiliarista, per la quale si spara una cifra
molto alta e poi scende a più miti consigli?
Oppure
l’uomo è davvero quello che si vede, con nessun altro principio tra le mani che
quello della forza?
Molti
commentatori si sono inoltrati, inevitabilmente, nella geopolitica per
individuare le ragioni di parole e gesti così irrituali.
L’ossessione
di molta opinione pubblica americana, al di sotto degli schieramenti interni, è
diventata in questi anni la Cina.
Con la sua potenza demografica, produttiva,
commerciale, tecnologica essa punta consapevolmente a riscattare “il secolo
delle umiliazioni” 1849-1949 e a giocarsi il primato mondiale.
Pertanto,
l’Oceano pacifico, dalla Costa occidentale in avanti verso lo sterminato Ovest
liquido che arriva fino al Giappone e alla Cina, è, non da oggi, al centro
delle strategie americane.
D’altronde,
Pearl Harbour si trova da quelle parti.
Se la
Cina è il competitor fondamentale, pronto a trasformarsi in nemico, la
posizione su tutti gli altri scacchieri ne consegue.
Così, se si tratta di staccare la Russia dall’
“amicizia senza limiti” con la Cina, occorre concedere a Putin tutto ciò che
desidera in Europa, a partire dall’Ucraina.
Quanto
all’Europa, si è già detto: Putin ha via libera per farne “ciò che vuole”.
L’approccio
multilaterale che ha funzionato dal 1945 ad oggi, tra alti e bassi, tra
deterrenza e trattati di disarmo bilanciato, non è bastato a mantenere l’ordine
mondiale di Yalta.
Perché sia andato in malora sarebbe troppo
lungo documentarlo qui.
È saltato.
Né qui
ci compete di inoltrarci nei meandri della geopolitica.
Essa
tratta il mondo come se fosse quello del Risiko o come una scacchiera, attorno
alla quale stanno seduti tre/quattro leader, che spostano i pezzi.
Ma, supposto che la geopolitica sia una
scienza, essa non è affatto neutra.
Ha
alle spalle una filosofia politica, che demolisce la teoria del Diritto
internazionale, quale si era incominciato a costruire dalla Pace di Westfalia
nel 1648, sostituendovi semplicemente la minaccia e/o l’esercizio della Forza.
Aveva incominciato il domenicano “Francisco de
Vitoria “nella prima metà del ‘500, affrontando la questione delle conquiste
spagnole del Nuovo mondo: come trattare gli Indios?
“Vitoria”
sosteneva che gli Indios avevano i diritti di ogni altro popolo civile: la
libertà, la dignità umana, la capacità giuridica.
Ne
conseguiva, ai fini del diritto internazionale, poi elaborato da “Grozio” e “Gentili”,
che gli Stati dovevano regolare i rapporti tra di loro, in base a convenzioni,
trattati, norme, e non in base ai rapporti di forza, perché “sotto” di loro
stava/sta la comunità universale del genere umano, composta da individui,
ciascuno dei quali – quali che siano la fede o il colore – è titolare di
diritti soggettivi naturali.
Il
diritto degli Stati riflette quello degli individui.
Sotto
la rete delle potenze sta l’umanità varia dei singoli, ciascuno dei quali è
naturalmente dotato di diritti.
Insomma,
alla base della geopolitica sta la politica e alla base della politica stanno i
popoli e alla base dei popoli stanno gli esseri umani in carne e ossa.
E
l’essenza degli esseri umani è la libertà. La lingua inglese dispone di due
vocaboli per dirla: “freedom” e “liberty”.
“Freedom”
significa libertà dal bisogno, dalla costrizione.
È
quella che “Isaiah Berlin “chiama: “libertà da”.
“Liberty” significa libertà di opinione, di
religione, di scelta.
È
quella che Isaiah Berlin chiama “libertà di”.
“La libertà di” è ciò che distingue le società
liberal-democratiche da tutte le altre forme di organizzazione della politica:
dittature, democrature, autocrazie…
Si dà
un nesso, si intende, tra i due tipi di libertà.
Se non hai “freedom” è difficile esercitare
concretamente la “liberty”. Lo aveva già fatto notare K. Marx.
Ma se
non hai “liberty”, non avrai mai “freedom”.
Nella
sinistra italiana si è distinto spesso tra “libertà sostanziale” (freedom) e
“libertà formale” (liberty) e si è sempre optato per il primato della libertà
sostanziale.
Eppure
le due libertà non stanno sullo stesso piano, sono gerarchicamente ordinate:
la
“liberty” è condizione e scopo della conquista della “freedom”.
Ora,
se la geopolitica comprime la “liberty”, significa che la politica perde ogni
legittimità etica.
Pare
ingenuo e decisamente rétro, oggi, di fronte alla violenza verbale di Trump,
rivendicare il fondamento etico della politica, il cui nocciolo è appunto la
promozione della “liberty” di ogni popolo e di ogni essere umano.
Ma l’abbandono dell’Ucraina nelle mani di
Putin, almeno secondo l’intenzione di Trump, l’irrisione della resistenza
ucraina e dei suoi leader non portano verso la pace.
“L’appeasement” si è dimostrato un’illusione
geopolitica, come la storia del ‘900 ha tragicamente mostrato.
Giacché ogni oppressione produce resistenza,
perché la libertà degli uomini è, alla lunga, incomprimibile.
Che
questa convinzione sia l’essenza dell’Occidente, l’Unione europea lo ha capito,
nonostante incertezze, debolezze storiche, egoismi nazionali. L’universalismo elaborato tra Atene,
Gerusalemme, Roma è la sostanza della nostra storia, che nessuna
politica/geopolitica può perdere, se non al prezzo di infilarsi in un conflitto
globale catastrofico.
Universalismo
già ben sintetizzato da Paolo nella “Lettera ai Galati”, scritta negli anni ‘60
del I secolo dopo Cristo:
“Non c’è Giudeo né Greco; non c’è
schiavo né libero…non c’è maschio e femmina”.
È
questa la “Magna Charta” dell’Occidente, cui restare fedeli, sempre.
(Giovanni
Cominelli, giornalista).
Abbiamo
superato il punto di non ritorno?
Parliamo
di Cina, guerra Iran, Italia, Russia, Stati Uniti, Unione Europea.
Ilcaffégeopolitico.net
- 4 Luglio 2025 - Pietro Costanzo – Marco Giulio Barone – ci dicono:
Siamo
entrati in un’era in cui le potenze più forti plasmano l’ordine globale
attraverso la forza militare e in cui le nazioni più deboli devono allinearsi
con un protettore o rischiare di diventare vittime dei mutamenti geopolitici.
Il
sogno postbellico di un mondo governato dalla legge piuttosto che dalla forza è
definitivamente finito, sostituito da una realtà più dura in cui conta solo la
forza militare.
VERSO
UN NUOVO PARADIGMA GEOPOLITICO?
Rilanciamo
il contributo di “Marco Giulio Barone”, pubblicato originariamente su “Future
Warfare Magazine” (in italiano su RID), che avanza una tesi sempre più
difficile da ignorare:
la soglia di non ritorno è stata superata e il
diritto internazionale ha ceduto il passo alla logica della forza come
strumento dominante nelle relazioni tra Stati.
LE
IPOTESI CHIAVE DELL’ANALISI.
Questo
articolo parte dalla constatazione di un evento spartiacque: l’attacco
statunitense del 21 giugno contro siti iraniani, considerato non solo come un
atto militare rilevante, ma come il segnale definitivo della dissoluzione
dell’ordine internazionale post-1945 fondato su norme condivise e sulla
centralità della Carta delle Nazioni Unite.
Da
questa premessa si articolano quattro osservazioni principali:
L’attacco
USA all’Iran rappresenta la rottura definitiva dell’ordine post-1945, in quanto
avvenuto senza copertura giuridica multilaterale né legittima difesa immediata.
Si sta
affermando una nuova dottrina operativa basata sull’uso unilaterale e
preventivo della forza, che scavalca i meccanismi tradizionali di risoluzione
delle controversie.
Attori
di primo piano – Russia, India, Israele, Stati Uniti – agiscono già secondo una
logica sistematicamente contraria alle regole internazionali, elaborando
giustificazioni ex post basate su esigenze di sicurezza retrospettive.
L’Unione
Europea appare strutturalmente incapace di incidere, relegata a un ruolo
marginale e reattivo in assenza di strumenti politici, militari e strategici
adeguati alla nuova realtà internazionale.
E ORA
CHE SI FA?
L’analisi
di “Marco Barone,” che noi de “Il Caffè Geopolitico” condividiamo, solleva una
questione strategica cruciale per noi Italiani ed Europei:
quale
ruolo può e deve assumere l’Unione Europea in un contesto internazionale
segnato dal crescente ricorso unilaterale alla forza?
L’articolo
rappresenta un’opportunità per riflettere su scenari di medio-lungo termine,
tenuto conto del divario già esistente in termini di capacità militari,
economiche e decisionali: un divario che rende improbabile, nel breve periodo,
un’azione incisiva, ma che impone fin d’ora una pianificazione orientata alla
resilienza e alla proiezione di potere europeo nel futuro.
(Pietro
Costanzo).
(Marco
Giulio Barone – rid.it/shownews/7386/il-punto-di-non-ritorno).
Il
mondo ha assistito a una profonda trasformazione nella notte del 21 giugno
2025, quando i bombardieri americani B-2 hanno colpito 3 impianti nucleari
iraniani a “Fordow”, “Natanz” e “Isfahan”.
La
decisione senza precedenti del Presidente Donald Trump di partecipare
direttamente alla campagna militare di Israele contro l’Iran rappresenta molto
più di un semplice conflitto mediorientale.
Segna
piuttosto il crollo definitivo dell’ordine internazionale post-Seconda Guerra
Mondiale e l’emergere di un nuovo paradigma in cui la forza fa da padrona.
Lo
scoppio simultaneo di conflitti di grande portata su più fronti ha messo in
luce la fondamentale debolezza del diritto internazionale nel limitare i
comportamenti degli Stati.
L’invasione
su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, iniziata nel 2022 e che
continua a violare i principi fondamentali dell’integrità territoriale e della
sovranità, ha già dimostrato come gli Stati potenti possano agire impunemente.
La
guerra in corso rappresenta una manifesta violazione della Carta delle Nazioni
Unite e ha messo fondamentalmente in discussione il quadro giuridico
internazionale.
Il
conflitto tra India e Pakistan del maggio 2025, innescato dall’attacco
terroristico di “Pahalgam” che ha causato la morte di 26 civili, ha
ulteriormente illustrato questo crollo.
L’operazione
SINDOOR dell’India ha comportato attacchi missilistici oltre i confini
internazionali, mentre il Pakistan ha risposto con le proprie operazioni militari,
segnando l’uso più intenso della forza tra India e Pakistan dalla guerra del
1971.
I 2 vicini dotati di armi nucleari si sono
impegnati in una guerra senza precedenti con droni e hanno preso di mira le
reciproche installazioni militari con evidente disprezzo per i meccanismi
consolidati di risoluzione dei conflitti.
Ora,
con gli Stati Uniti che attaccano direttamente gli impianti nucleari iraniani,
la violazione del diritto internazionale ha raggiunto nuovi livelli.
Ciò
rappresenta una violazione diretta dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni
Unite.
Il modello è inequivocabile:
i
quadri giuridici internazionali sono diventati semplici suggerimenti piuttosto
che obblighi vincolanti per i comportamenti degli Stati.
È
stato spesso così in passato, ma negli ultimi 2 anni è diventata la norma.
Stiamo
assistendo alla nascita di una dottrina secondo cui gli Stati semplicemente
rimodellano la geopolitica regionale attraverso la forza militare quando le
soluzioni diplomatiche si rivelano insufficienti o scomode.
Ciò
rappresenta un cambiamento fondamentale rispetto al consenso post-1945 che
cercava di risolvere le controversie attraverso istituzioni internazionali e
meccanismi giuridici.
I conflitti attuali dimostrano che le nazioni potenti
non si sentono più vincolate dai tradizionali processi diplomatici.
L’approccio della Russia all’Ucraina, la
campagna di Israele contro l’Iran, gli attacchi dell’India al Pakistan e
l’intervento degli Stati Uniti in Medio Oriente seguono tutti la stessa logica:
quando
uno Stato percepisce minacce ai propri interessi, o semplicemente non gradisce
l’equilibrio regionale esistente, ricorre all’azione militare per imporre il
risultato che preferisce.
Questo
cambiamento di paradigma è particolarmente evidente nel modo in cui questi
conflitti sono stati giustificati.
Ogni aggressore ha inquadrato le proprie
azioni in termini di necessità esistenziale.
La
Russia sostiene di difendere le etnie russe, Israele sostiene di intraprendere
un’azione preventiva contro le minacce nucleari, l’India risponde al terrorismo
e gli Stati Uniti affermano la necessità di impedire lo sviluppo di armi
iraniane.
Le giustificazioni variano, ma il principio di
fondo rimane coerente: l’azione militare unilaterale è ora lo strumento
preferito per rimodellare realtà geopolitiche sgradite.
Questo
nuovo paradigma crea un pericoloso precedente in cui ogni nazione può
rivendicare il diritto di usare la forza per alterare le dinamiche regionali.
Se gli
Stati Uniti possono bombardare gli impianti nucleari iraniani, se la Russia può
annettere il territorio ucraino, se l’India può attaccare il Pakistan e se
Israele può intraprendere una guerra preventiva, allora la conclusione logica è
che qualsiasi Stato con una capacità militare sufficiente può giustificare
azioni simili.
Le implicazioni sono profondamente
destabilizzanti.
Viviamo ora in un mondo meno cooperativo e più
difensivo, in cui la crisi della cooperazione multilaterale potrebbe persino
raggiungere il culmine.
L’erosione
del diritto internazionale crea un dilemma di sicurezza in cui gli sforzi di
ogni Stato per migliorare la propria sicurezza attraverso l’azione militare
minacciano inevitabilmente gli altri, portando a una spirale di escalation.
Questa
dinamica è già visibile in diverse regioni.
Il
fallimento degli accordi di cessate il fuoco, il fallimento delle iniziative
diplomatiche e il crescente ricorso a soluzioni militari indicano un mondo in
cui la stabilità dipende interamente dall’equilibrio del potere militare
piuttosto che da quadri giuridici condivisi.
Quando
il diritto internazionale diventa privo di significato, l’unico vincolo al
comportamento degli Stati è la minaccia di ritorsioni.
Forse
l’aspetto più preoccupante è come gli eventi recenti abbiano legittimato il
concetto di azione militare preventiva da parte delle grandi potenze.
In
ogni caso, l’aggressore ha affermato di agire in modo difensivo o preventivo,
ma l’effetto cumulativo è stato quello di normalizzare il primo uso della forza
da parte delle grandi potenze.
Ciò
crea un precedente particolarmente pericoloso per la Cina, che si è
notevolmente astenuta da interventi militari simili nonostante le crescenti
tensioni su Taiwan.
La
crudele ironia è che la Cina, nonostante sia considerata una minaccia dalle
potenze occidentali, rimane l’unica grande potenza che non ha avviato un
intervento militare significativo nell’ultimo decennio.
La dottrina dell’ascesa pacifica della Cina,
sebbene talvolta vista con scetticismo, è in netto contrasto con le azioni
militari effettive di Russia, Stati Uniti, India e Israele.
In questo contesto, diventa sempre più difficile
mantenere l’autorità morale nello scoraggiare l’azione militare cinese quando
tutte le altre grandi potenze hanno dimostrato che la forza è uno strumento
accettabile per raggiungere obiettivi strategici.
L’irrilevanza
dell’Europa nel nuovo ordine.
Durante
queste crisi a cascata, le nazioni europee sono state ridotte al ruolo di
spettatori inefficaci.
Nonostante
abbiano ospitato colloqui diplomatici e rilasciato innumerevoli dichiarazioni,
le potenze europee hanno dimostrato una totale incapacità di influenzare gli
eventi o di limitare le azioni degli attori più decisivi.
Il
recente tentativo di Germania, Francia e Regno Unito di mediare tra Iran e
Israele illustra perfettamente il declino dello status dell’Europa.
I
colloqui di Ginevra con il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Araghchi” non
hanno prodotto risultati concreti, con il presidente Trump che ha liquidato gli
sforzi diplomatici europei come irrilevanti.
Trump ha affermato senza mezzi termini che
l’Iran non vuole parlare con lui, ma con l’Europa, che però non sarà in grado
di aiutare in questo caso.
Questa
emarginazione riflette problemi strutturali più profondi della politica estera
europea.
Nonostante abbiano un prodotto interno lordo
complessivo di circa 17.000 miliardi di euro, le potenze europee si sono
dimostrate incapaci di tradurre la loro forza economica in influenza
geopolitica.
La loro enfasi sul soft power, sulle soluzioni
legali e sulla diplomazia multilaterale appare sempre più anacronistica in un
mondo governato dalla forza militare.
Se i
singoli Paesi sono irrilevanti, lo è anche l’Unione Europea.
La sua risposta a queste crisi è stata
caratterizzata da divisioni interne, politiche contraddittorie e incapacità di
andare oltre i gesti simbolici. Mentre i leader europei continuano a chiedere cessate
il fuoco e dialogo, i combattenti ignorano questi appelli e perseguono i loro
obiettivi militari senza conseguenze. L’Europa è diventata ciò che un
osservatore ha definito una ONG ben intenzionata, i cui contributi umanitari
sono ben accetti ma per il resto ignorati.
I
Paesi europei hanno anche dimostrato fondamentali incoerenze nel loro approccio
al diritto internazionale.
Pur
sostenendo con forza l’Ucraina sulla base di principi giuridici, molti governi
europei hanno mostrato riluttanza ad applicare gli stessi standard ad altri
conflitti, rivelando che il loro impegno nei confronti del diritto
internazionale è selettivo piuttosto che universale.
Follia
o cinico calcolo?
Sono
tutti pazzi i leader mondiali?
In realtà, da alcuni anni il mondo è diventato
un groviglio di variabili che la maggior parte dei leader politici con
posizioni moderate non è stata in grado di affrontare, specialmente quelli
amati dal popolo perché si prendono cura della loro vita quotidiana piuttosto
che “sprecare denaro” nella politica estera.
Invece,
la nuda verità è che in un mondo caratterizzato da un aumento esponenziale
delle variabili geopolitiche, che vanno dalle rivoluzioni tecnologiche e dai
cambiamenti climatici ai mutamenti demografici e alla scarsità di risorse, gli
approcci reattivi tradizionali alle relazioni internazionali sono diventati
sempre più inadeguati.
La complessità dei moderni contesti
decisionali, in cui i decisori devono destreggiarsi tra un numero enorme di
variabili e parametri sconosciuti in condizioni di profonda incertezza,
favorisce fondamentalmente coloro che prendono e mantengono l’iniziativa
piuttosto che coloro che si limitano a rispondere agli stimoli esterni.
Questa
realtà spiega perché i comportamenti assertivi sono diventati non solo
vantaggiosi, ma essenziali per la sopravvivenza e la prosperità degli Stati nel
sistema internazionale contemporaneo.
E
questo spiega anche, almeno in parte, perché i Paesi europei faticano a
ritrovare la crescita e la prosperità.
Le
loro politiche attendiste sono in totale contrasto con le dinamiche che
governano il mondo di oggi.
Da un
punto di vista puramente analitico, i principi matematici alla base dei sistemi
complessi dimostrano che gli attori proattivi ottengono ciò che gli strateghi
definiscono “vantaggio del primo arrivato” (il vantaggio competitivo ottenuto
dall’essere il primo attore significativo a plasmare un particolare ambiente
strategico).
Nelle
relazioni internazionali, ciò si traduce nella capacità di stabilire i termini
dell’impegno, definire i parametri del conflitto o della cooperazione e
costringere i concorrenti in posizioni reattive in cui devono rispondere alle
iniziative piuttosto che perseguire i propri obiettivi strategici.
Gli
Stati che mantengono l’iniziativa possono sfruttare il ciclo decisionale dei
loro avversari, compiendo la loro mossa successiva prima che questi abbiano il
tempo di digerire e reagire alle azioni precedenti.
Il valore strategico dell’assertività diventa
ancora più evidente se si considerano i limiti degli approcci reattivi in
ambienti complessi.
I Paesi che adottano strategie puramente
reattive si trovano a doversi adattare costantemente alle politiche e alle
iniziative esterne, perdendo la capacità di concentrarsi sui propri fini
strategici e rimanendo intrappolati in quella che gli studiosi descrivono come
una “modalità reattiva” dalla quale è difficile uscire.
Questa
dinamica è particolarmente pericolosa nei sistemi multipolari in cui più Paesi
perseguono contemporaneamente programmi concorrenti, poiché gli Stati reattivi
diventano vulnerabili al rischio di essere superati da attori più decisi in
grado di coordinare le loro mosse su più teatri e tempistiche.
Le
prove empiriche dei recenti sviluppi geopolitici sostengono fortemente questo
quadro teorico, come dimostrato dalla proattiva” Belt and Road Initiative”
della Cina, che ha permesso a Pechino di definire l’agenda per lo sviluppo
delle infrastrutture e la cooperazione economica in più continenti,
costringendo le altre potenze a rispondere alle iniziative cinesi piuttosto che
perseguire le proprie strategie globali.
Allo
stesso modo, i conflitti attuali dimostrano come gli Stati che agiscono per
primi – che si tratti della Russia in Ucraina, di Israele contro l’Iran o
dell’India contro il Pakistan – siano stati in grado di plasmare il panorama
strategico e costringere i loro avversari in posizioni reattive,
indipendentemente dall’esito finale di questi conflitti.
Gli
atteggiamenti assertivi sono quindi sempre l’opzione migliore?
Non
proprio. Dipende dal periodo di tempo considerato nel calcolo politico.
Purtroppo, un’altra tendenza chiave a cui
stiamo assistendo è l’abitudine di pensare al breve e medio termine, senza
preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine.
Forse,
un messaggio ai giovani:
diffidate
di chi vi dice che tutto questo è fatto per garantirvi un futuro migliore!
Infatti,
mentre questo calcolo di iniziativa assertiva può offrire vantaggi tattici nel
breve e medio termine, mina fondamentalmente le basi necessarie per una pace e
una prosperità sostenibili nel lungo periodo.
La proliferazione di comportamenti assertivi
crea una dinamica di escalation in cui la ricerca del vantaggio del primo
arrivato da parte di ogni Stato genera dilemmi di sicurezza che costringono i
concorrenti ad adottare posizioni sempre più aggressive, producendo in ultima
analisi un mondo in cui i costi per mantenere l’iniziativa strategica superano
i benefici che ne derivano.
Inoltre,
le complesse sfide globali che caratterizzano il XXI secolo (che vanno dal
cambiamento climatico e dalla risposta alle pandemie alla disuguaglianza
economica e alla governance tecnologica) richiedono livelli senza precedenti di
cooperazione internazionale che diventano impossibili quando gli Stati danno la
priorità al vantaggio unilaterale rispetto alla risoluzione collettiva dei
problemi.
Il paradigma assertivo può garantire vantaggi
strategici temporanei, ma erode sistematicamente la fiducia, la prevedibilità e
i quadri istituzionali essenziali per affrontare minacce esistenziali che
trascendono i confini nazionali e possono essere risolte solo attraverso una
collaborazione multilaterale sostenuta.
Il
punto di non ritorno.
Gli
eventi del giugno 2025 rappresentano una svolta epocale nelle relazioni
internazionali.
Il confronto militare diretto tra le grandi
potenze, il crollo dei meccanismi diplomatici e la normalizzazione della guerra
preventiva ha creato una nuova realtà che non può essere facilmente invertita. Abbiamo superato una soglia in cui il
diritto internazionale è stato così profondamente compromesso da non costituire
più un vincolo significativo per i comportamenti degli Stati. L’architettura
istituzionale creata dopo la Seconda Guerra Mondiale – le Nazioni Unite, i
tribunali internazionali, i trattati multilaterali – si è rivelata inadeguata a
prevenire o risolvere i conflitti tra avversari determinati.
Il
paradigma attuale crea un ciclo che si autoalimenta, in cui l’azione militare
genera altra azione militare.
Ogni
uso efficace della forza convalida l’approccio e incoraggia altre potenze a
perseguire strategie simili.
Il
risultato è un mondo in cui la stabilità dipende interamente dall’equilibrio
militare tra potenze concorrenti piuttosto che dall’adesione condivisa alle
norme giuridiche.
Questa
trasformazione ha profonde implicazioni per la governance globale, la
cooperazione economica e la sicurezza umana.
In un
mondo in cui qualsiasi controversia può degenerare in un conflitto militare, in
cui il diritto internazionale non offre alcuna protezione e in cui le grandi
potenze ricorrono abitualmente alla forza, le prospettive di affrontare le
sfide comuni diventano sempre più remote.
Il
cambiamento di paradigma è ormai completo.
Siamo
entrati in un’era in cui le potenze più forti plasmano l’ordine globale
attraverso la forza militare e in cui le nazioni più deboli devono allinearsi
con un protettore o rischiare di diventare vittime dei mutamenti geopolitici.
Il sogno postbellico di un mondo governato dalla legge
piuttosto che dalla forza è definitivamente finito, sostituito da una realtà
più dura in cui conta solo la forza militare.
La
questione ora non è se questo nuovo paradigma persisterà, ma per quanto tempo
l’umanità potrà sopravvivere in un mondo in cui ogni controversia
internazionale comporta il rischio di degenerare in una guerra su vasta scala.
Il
punto di non ritorno è stato raggiunto e sembra non esserci più alcuna
possibilità di tornare alla stabilità e alla prevedibilità che l’ordine
internazionale basato sul diritto un tempo prometteva di garantire.
Perché
è importante.
L’attacco
USA del 21 giugno all’Iran segna un punto di svolta: la forza unilaterale sta
soppiantando il diritto internazionale come regola del gioco.
L’Europa
osserva ma non reagisce.
Senza strategia e capacità autonoma, rischia
di restare irrilevante nel nuovo disordine globale.
(Pietro
Costanzo).
(Co-fondatore
del Caffè e membro del direttivo)..
(L’autore.
Marco Giulio Barone è Editor-in-Chief di Future Warfare Magazine).
(linkedin.com/in/fw-magazine/).
Geopolitica,
etica e rapporti di forza: la risposta di un lettore all’editoriale della
direttrice di “OK Mugello”.
Okmugello.it
– Redazione – Magazine – Massimo C. – (6 Gennaio 2026) – ci dice:
Massimo
replica alle riflessioni di “Nadia Fondelli” sul Venezuela e sul ruolo delle
grandi potenze: una lettera che alimenta il confronto.
La
lettera che pubblichiamo è firmata da Massimo, lettore di “ok mugello”, e nasce
come replica diretta all’editoriale della direttrice “Nadia Fondelli” dedicato
alla crisi venezuelana e agli equilibri geopolitici internazionali.
La redazione sceglie di pubblicarla
volontariamente, nello spirito che da sempre contraddistingue “ok mugello”:
favorire
il confronto, dare spazio a posizioni critiche e diverse, e alimentare una sana
dialettica anche — e soprattutto — quando si affrontano temi complessi e
controversi di politica internazionale.
In un
tempo segnato da conflitti, narrazioni semplificate e schieramenti rigidi, il
contributo dei lettori rappresenta un valore editoriale e uno strumento
essenziale per tenere aperto il dibattito pubblico, senza rinunciare al
pluralismo delle idee.
Le
posizioni espresse da “Nadia Fondelli”, ovviamente legittime, meritano una
risposta.
Sgombriamo
il campo.
Maduro
è (stato) un dittatore criminale.
Bene la sua scomparsa dalla piazza politica.
Se questo si tradurrà in recupero della
democrazia in Venezuela è tutto da vedere.
I
primi segnali sono scoraggianti.
Il
potere rimane nelle mani della vicepresidente, non è rientrata Machado, leader
dell’opposizione scaricata da Trump senza esitazione. Quindi continuità del
regime.
Le prime parole di Trump (guarda caso) hanno
fatto rifermento alle rendite petrolifere, “rubate agli americani” e che
debbono loro tornare. Forse vi era già un accordo per una “transizione” di
questo genere: ridotta pressione americana in cambio di ripresa del controllo
USA sulle fonti energetiche.
Vi
sembra nuovo?
Non ci
sarà una guerra civile? Speriamo.
I
precedenti di Iraq, Afghanistan, Libia etc., tutti creati dagli interventi USA
non depongono bene.
L’altro
corno del problema è sottrarre il Venezuela alla influenza cinese.
Ovviamente
la Cina è un stato autoritario, da condannare, ma, al di là della oppressione
interna e dei problemi della minoranza uigura e del Tibet (che comunque vivono
entro confini nazionali) sinora la Cina ha fatto uso (astuto e spregiudicato ma
legale) del suo potere economico per legare a sé altri stati.
Non ha
invaso nessuno (finora).
Quanto
al fatto che le reazioni politiche internazionali sono caute, non stupisce.
E’ ovvio che i singoli attori, dai potenti
(Cina, Russia) ai minori agli insignificanti (Ue) aspettino prima di prendere
posizioni che potrebbero risultare controproducenti (tanto più che nessuno è al
momento toccato direttamente (fisicamente) da quanto avvenuto e chi se ne frega
dei poveri venezuelani (…)
Per
quanto riguarda l’ ”invasione “del Venezuela da parte dell’”Iran”, strano che
non se ne sia mai parlato nella stampa internazionale in questi anni (e di
tempo ce n’è stato, strano che Trump in genere così assertivo non abbia
minimamente accennato a questo problema. Probabilmente verranno fuori.
Però attenzione: qualunque “prova” sia
presentata dagli USA è destinata a puzzare.
Ricordiamo
l’invasione dell’Iraq giustificata con la menzogna delle “armi di distruzione
di massa in possesso di Saddam Hussein”.
Molto
grave è l’affermazione della giornalista Nadia Fondelli:
“Ciò
che divide non è il giudizio su Maduro, ma il metodo.
E
tuttavia, nel sistema internazionale reale, il metodo non si misura solo in
astratto, ma nei rapporti di forza.
Trump
può aver forzato il diritto, ma non ha forzato la geopolitica.”
Il
realismo viene portato alle sue conseguenze estreme:
i rapporti fra gli stati che dovrebbero essere
sempre diplomatici sono ormai basati solo sulla forza.
In
nome della geopolitica tutto è giustificato e permesso. L’etica non esiste più.
Quindi
smettiamola per favore di aiutare l’Ucraina contro la Russia:
che
Putin se la prenda tutta o a pezzi come preferisce.
Invitiamo
la Cina a prendersi Taiwan: tanto è solo questione di tempo.
In
Africa lasciamo che i vari dittatori e dittatoriali brutali massacrino i loro
stessi popoli o le etnie loro estranee.
Quanto
all’Europa possiamo applicarle pari questo paragrafo dell’articolo:
”Le
aziende cinesi hanno messo radici profonde nelle infrastrutture strategiche
venezuelane: telecomunicazioni, sistemi di sorveglianza, reti digitali,
controllo dei dati.
Tecnologie
importate che non servono solo allo sviluppo, ma anche – e soprattutto al
controllo sociale e politico.
Il
modello è noto: sviluppo senza diritti, stabilità senza libertà”.
Basta
sostituire l’aggettivo “cinesi” con “USA” e la situazione è la stessa.
L’Ue
ha abdicato ufficialmente (non più in modo sotterraneo) alla sua sovranità
accettando supinamente i dazi imposti da Trump, l’impegno a investire nelle
armi e comunque nella industria made in USA (incredibile: invece di difendere
la nostra ricchezza accettiamo di aumentare quella altrui (già prima potenza
economica), in cambio di una promessa di difesa ormai scolorita.
Siamo
in una situazione in cui, paradossalmente, se forze speciali USA si calassero
su Napoli o in Aspromonte per catturare le cupole camorriste o ‘ndranghetiste
da tutti conosciute ma contro cui lo stato è impotente in mancanza di prove,
dovremmo applaudire, sputando sullo stravolgimento del principio di sovranità
nazionale.
Si
abbia il coraggio di riconoscere che il secolo americano è stato un secolo di
esportazione di violenza a puro scopo mercantilistico, segnato da guerre
inutili, fortunatamente perdute (Vietnam), da colpi di stato (Grecia, Cile,
Argentina etc.) e interferenze (eufemismo!) anche nella nostra politica
interna: dal tentato golpe di Junio Valerio Borghese allo stragismo di destra o
camuffato di sinistra -caso Moro docet- etc.
Chi
scrive è nato e cresciuto nel secolo americano, è imbevuto di cultura
americana, ma sente il bisogno di mantenere un atteggiamento critico, proprio
per amore dell’oggetto.
Certo siamo una piccola nazione:
dovendo
scegliere a chi inchinarsi meglio gli Usa, che hanno avuto l’intelligenza sino
ad ora di utilizzare il soft power, che la Russia sempre brutale, meglio il
capitalismo che ti concede un minimo di benessere e qualche opportunità che il
comunismo (così come lo abbiamo conosciuto).
Ma per
favore, si abbia la onestà intellettuale di riconoscere che, con Trump, le
distanze fra USA, Russia e Cina non esistono più.
(Massimo
C.)
Geopolitica,
economia e globalizzazione.
Area-guridicoeconomica-SS2
g. hubscuola.it - Avvocato, Donatella Cesarini – (28 -10 -2025) – ci dice:
(L'autrice:
avvocato del Foro di Piacenza e docente di scienze giuridico-economiche. È
esperta sia di attività didattica tradizionale sia di potenziamento con
utilizzo della metodologia CLIL.).
Globalizzazione
-Geopolitica.
Una
riflessione sulle strategie degli attori globali.
Di che
cosa vive una collettività?
Di
desiderio egemonico su altri popoli o di economia?
Obiettivo
della geopolitica è fornire una risposta a questa domanda.
Introduzione
alla geopolitica.
La
geopolitica viene definita dagli analisti talvolta come una corrente di
pensiero, un approccio politico-ideologico o uno studio dei conflitti di potere
in spazi e tempi determinati.
Si avvale dell’apporto di altre discipline
quali la storia, la geografia, la psicologia dei popoli, la politologia,
l’economia, il diritto.
I
primi studiosi di geopolitica sono stati i geografi.
Lo
svedese “Rudolf Kjellén” (1864 - 1922) ha coniato il termine nel 1899. La
paternità di questa disciplina viene attribuita al tedesco” Friederich Ratzel”
(1844 - 1904) e all’inglese sir “Halford Mackinder” (1861 - 1947).
Questi
geografi hanno offerto un’analisi degli obiettivi di ciascun player
internazionale, attraverso la percezione del senso dello spazio propria di
ciascuna collettività e la conseguente necessità o possibilità di reperimento
delle risorse naturali.
Proprio
a causa dell’elaborazione del concetto di “spazio”, la geopolitica è stata
considerata una disciplina sostenitrice delle teorie alla base dei
totalitarismi novecenteschi, soprattutto per l’idea sostenuta dal tedesco “Karl
Ernst Haushofer” (1869 - 1946) di dotare la Germania di un proprio “spazio
vitale”.
Questo
pensiero prese una deriva nazionalista, giustificatrice delle teorie
espansionistiche hitleriane.
La
geopolitica venne riabilitata negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino.
Il recente interesse per questa disciplina
deriva dalla sua capacità di enunciare i possibili scenari dell’azione di
attori politici tramite l’analisi del contesto spaziale, inteso in senso non
meramente geografico, ma anche economico-finanziario, tecnologico, climatico,
culturale e sociale. Gli analisti studiano i fenomeni in grado di mutare i
rapporti di forza tra diversi paesi.
Geopolitica
ed economia.
Obiettivo
principale della geopolitica è stabilire di cosa viva una comunità:
se di
potere e prestigio o di economia.
Nella
prima categoria gli analisti geopolitici inseriscono gli imperi e i loro
antagonisti, nella seconda gli stati satellite.
Le
azioni dei primi sono influenzate dall’orgoglio nazionale, dal desiderio
egemonico su altri popoli: sono collettività che vivono in modo antieconomico,
prediligendo il sacrificio e la conflittualità.
Per
converso, le azioni dei paesi satellite, o “clientes”, sono dirette al
perseguimento dell’utile economico.
Queste
comunità giudicano i propri governanti in base alla capacità di produrre
benessere attraverso lo stato sociale, l’accrescimento della qualità della
vita.
Per
questo motivo vengono definiti “stati economicisti”.
Vi
rientrano i Paesi dell’Europa occidentale, il Canada, l’Australia, la Nuova
Zelanda, il Giappone e la Corea del Sud.
Si
tratta di sistemi economici capitalistici, che promuovono la libera concorrenza
e la ricerca tecnico-scientifica, entrambe volte a favorire la crescita
economica.
Sono
altresì collettività pacifiste e individualiste.
Durante
gli anni della Guerra Fredda il mondo viveva in assetto geopolitico bipolare.
Emergeva
al tempo un confronto dicotomico tra gli USA caratterizzati da un’economia di
mercato di matrice capitalistica e l’URSS, contraddistinta da un’economia
pianificata di stampo socialista.
Teatro degli scontri delle due superpotenze
sono stati i paesi del Sud globale.
A
seguito della caduta del muro di Berlino, gli USA si sono affermati come
l’unica potenza egemone a livello mondiale.
La collettività americana, come le sue attuali
antagoniste russa, cinese, turca e iraniana, persegue l’obiettivo di esercitare
la propria influenza sugli alleati e sui paesi rivali, sia con strumenti di
soft power sia di hard power, compiendo finanche azioni antieconomiche che
impongono alle industrie di anteporre l’interesse nazionale al proprio.
Grazie
anche alla primazia militare e all’egemone controllo delle rotte marittime, gli
USA godono di una centralità e di una solidità monetaria sancita dalla
conferenza di Bretton Woods del 1944, che ha riconosciuto la moneta americana
quale riserva globale.
In un
sistema in cui la moneta fiduciaria viene ricevuta in cambio di beni e servizi
dagli operatori economici di tutto il mondo, che confidano nella stabilità del
suo valore nel tempo, la piazza finanziaria di New York è divenuta la più
prestigiosa al mondo.
Tuttavia,
gli Stati Uniti sopportano un alto deficit commerciale, con la conseguenza di
un elevato indebitamento pubblico e privato. Attualmente le importazioni
statunitensi superano le esportazioni, determinando una bilancia commerciale
negativa.
Incurante
delle regole economiche è anche la “Federazione Russa”: estranea alla filosofia
del benessere, soprattutto nell’entroterra rurale, essa si nutre di orgoglio
nazionale attingendo alle gloriose narrazioni del passato, autodefinendosi la
Terza Roma.
Attualmente
si tratta di una potenza regionale.
La sua capacità industriale è marginale, ma
esporta grandi quantità di risorse naturali grazie alle quali finanzia
soprattutto il settore bellico.
È
estranea alla dinamica del profitto ed è capace di privarsi delle risorse
finanziarie o di vedere diminuito il proprio reddito pro capite per fini
strategico-militari.
Difatti
le sanzioni economiche applicate in questi ultimi anni dall’Unione Europea per
l’invasione in Ucraina non hanno sortito l’efficacia sperata.
Analogamente
alla Federazione Russa, Turchia e Iran, ex potenze imperiali, assurgono al
ruolo di player internazionali.
Questi due attori vorrebbero imporre la
propria cultura, sunnita la prima, sciita la seconda, entrambi seguendo
un’ideologia finalizzata a riformare le società del Vicino Oriente su base
monoetnica.
Ricchi
di risorse naturali, entrambi i paesi devono, tuttavia, fronteggiare un’elevata
inflazione e il deprezzamento delle proprie valute nazionali, causato dalla
scelta di concentrarsi sul primato regionale a scapito dell’interesse
economico.
Per la
Repubblica Popolare Cinese l’espansione economica e l’innovazione tecnologica
hanno un ruolo strategico.
Il
governo cinese utilizza il surplus commerciale sia per finanziare la spesa
militare (finalizzata all’espansione territoriale) sia per ridistribuire la
ricchezza dalle megalopoli industrializzate verso la campagna povera, riducendo
uno squilibrio che ha nutrito rivolte e disordini sociali nel corso della
storia.
L’economia
rappresenta per la Cina uno strumento della potenza.
Gli
analisti geopolitici ritengono che la Repubblica Popolare sia il massimo
sfidante della primazia americana.
Tra i due attori internazionali esiste una
differenza strutturale che li vede contrapporsi soprattutto nel processo di
globalizzazione.
Gli USA sono una potenza talassocratica e come
tutti i popoli che nel corso della storia hanno raggiunto la superiorità
marittima controllano la globalizzazione, ovvero l’integrazione su scala
planetaria delle relazioni politiche, economiche e culturali.
Per
converso, la Cina è una potenza terrestre sostenitrice dell’idea di sviluppare
una contro globalizzazione prevalentemente via terra.
Geopolitica
e globalizzazione.
La
globalizzazione è caratterizzata da due dimensioni, quella ideologica e quella
strutturale.
La
dimensione ideologica indica l’insieme delle strategie del liberismo, che
enfatizzano il libero commercio, la deregolazione dei mercati, la
delocalizzazione delle imprese, la circolazione dei capitali.
Le
politiche di liberalizzazione dell’economia sono state sostenute attraverso la
creazione di istituzioni economiche come il Fondo Monetario Internazionale e la
Banca Mondiale, e con la creazione nel 1947 di un sistema volto alla riduzione
delle barriere doganali tramite il GATT (Accordo generale sulle tariffe
doganali e sul commercio).
Questa
internazionalizzazione sostenuta dagli Stati Uniti ha inizialmente contribuito
a rendere gli scambi mondiali accessibili quasi esclusivamente ai paesi del
Nord del Mondo.
Con la fine della Guerra Fredda e l’emergere delle
economie dei c.d. BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, a cui si sono
aggiunti Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran nel 2024 e Indonesia nel
2025) sono state create nuove aree a vocazione industriale in grado di
competere con l’Occidente.
Lo
sviluppo tecnologico e delle comunicazioni ha esteso il concetto di
globalizzazione a tutti i settori della vita, anche a quello sociale. L’universalizzazione di consumi,
valori e modelli culturali ha omologato le condotte umane da una parte
all’altra del Pianeta.
Il
sociologo americano George Ritzer (1940) ha coniato lo specifico termine di “macdonaldizzazione”,
avendo ravvisato un parallelismo tra il descritto processo di uniformazione
sociale e i principi di funzionamento della catena multinazionale di fast food
McDonald’s.
La
dimensione strutturale della globalizzazione consiste invece nella capacità
della marina americana di controllare stretti, canali e istmi.
Da
Panama a Suez, da Bab al-Mandab a Malacca, la flotta statunitense puntella i
mari sui quali passa circa il 93% delle merci mondiali. Condizione della
globalizzazione è l’impegno da parte dei paesi ad esportare i beni attraverso
gli oceani sotto la stretta sorveglianza della marina americana.
La
Cina, sebbene sia legata agli Stati Uniti da un’interdipendenza commerciale e
finanziaria (la Repubblica Popolare Cinese possiede un terzo del debito
pubblico americano ed esporta in massa merci verso gli Stati Uniti), si pone
come alternativa economica rispetto ad essi.
Essa
ha promosso la” Belt and Road Initiative”, o Nuova Via della Seta: un ambizioso
progetto che prevede la costruzione di ferrovie, porti, strade, ponti e piani
energetici coinvolgendo numerosi paesi in Eurasia, Africa e America latina.
Questa
contro- globalizzazione vede la Cina come motore di un possibile cambiamento di
primazia.
Cronache
USA.
Trump
vuole prendersi la Groenlandia,
Maduro
in tribunale.
Thewatcherpost.it
– (05 Gennaio 2026) - Giampiero Gramaglia – ci dice:
Gli
Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la loro sicurezza:
il presidente statunitense Donald Trump lo
dice in un’intervista a “The Atlantic” e lo ripete ai giornalisti sul volo che
lo riporta a Washington da Mar-a-lago, in Florida, dove ha trascorso le feste
giocando a golf, ospitando gala in smoking per il Nuovo Anno e ordinando, tra una buca e un
ricevimento, attacchi alla Nigeria e al Venezuela.
“Abbiamo
bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale: è
strategica…
L’Ue
ha bisogno che la Groenlandia sia nostra…
La
Danimarca – che esercita la sovranità sull’enorme isola, ndr. – non è in grado
di occuparsene”, ha affermato Trump, in una conversazione con i giornalisti a
bordo dell’Air Force One durata circa 40′ minuti.
Il
magnate presidente USA ha così proseguito:
“In
questo momento la Groenlandia è piena di navi russe e cinesi ovunque…”.
E ha
ironizzato sul fatto che Copenaghen avrebbe migliorato la sicurezza dell’isola
con “una slitta trainata dai cani”.
Dal
profluvio di parole di Trump, la “CNN” ricava questo titolo:
“Un presidente galvanizzato – dall’esito
dell’operazione in Venezuela, ndr. – fa drastiche minacce ad altri Paesi.
E “Politico”
scrive:
“Trump,
di ritorno a Washington, preannuncia la fine di Cuba, mette in guardia Colombia
e Messico e minaccia la Groenlandia”, oltre ad avvertire l’Iran che potrebbe
subire un duro colpo, se continuerà a uccidere i partecipanti alle proteste in
corso nel Paese.
Dopo
la vicenda venezuelana, il magnate presidente conta che la paura induca i suoi
interlocutori, alleati o nemici che essi siano, a fargli concessioni.
Ma
proprio la vicenda venezuelana dovrebbe convincere i Paesi dell’Ue e della
Nato, partner ed alleati degli Stati Uniti, che la condiscendenza con Trump non
porta risultati – a meno che non ci si accontenti di fargli da paggetti – e
che, invece, la fermezza lo frena.
Per
una conferma, basta vedere come gestiscono i rapporti con lui i presidenti
cinese Xi Jinping e russo Vladimir Putin, che non hanno ceduto d’un pollice sui
dazi e l’Ucraina.
E
comincia a diffondersi la sensazione che il sequestro del presidente
venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores sia un’operazione
‘gattopardiana’, cambiare tutto per non cambiare nulla, perché il regime resta
al potere con la presidente ad interim Delcy Rodriguez e gli apparati
burocratici e militari apparentemente intatti.
Del
resto, è chiaro che a Trump del ripristino della democrazia non importa nulla –
ha già ‘scaricato’ la leader dell’opposizione e Nobel per la Pace “Maria Corina
Machado” -; e che usa la guerra contro il narcotraffico come un pretesto per
incriminare Maduro e la moglie, che oggi compariranno davanti a un tribunale di
New York per essere formalmente incriminati e rinviati a giudizio.
Trump
insiste nel sostenere che Washington è “al comando” in Venezuela,
un’affermazione corretta dal segretario di Stato Usa “Marco Rubio”.
Rodriguez
replica chiedendo la liberazione di Maduro e offrendo “collaborazione”,
nell’ambito di “relazioni equilibrate e rispettose fra Stati Uniti e
Venezuela”.
Trump
tiene sulla corda anche la presidente ad interim: se non farà “la cosa giusta”,
cioè quel che vuole lui, ne subirà le conseguenze.
Quel
che conta è il petrolio:
“Rodriguez”,
che ne è stata ministro, ha contatti con l’industria statunitense, che possono
ora tornare utili;
e
“Rubio” ipotizza un blocco navale dell’export venezuelano, destinato
soprattutto a Cina e Iran, di cui s’era già avuto un ‘assaggio’ con i sequestri
in acque internazionali di petroliere provenienti da porti venezuelani.
Il
bilancio della cattura di Maduro e della moglie s’è aggravato:
le vittime, fra ‘pretoriani’ e civili, sono
oltre cento, secondo fonti venezuelane, fra cui 32 cittadini cubani – il dato
viene dall’Avana-.
Sui
media Usa, molte analisi leggono gli sviluppi venezuelani in chiave elettorale
– spostare l’attenzione sui ‘successi’ internazionali del magnate presidente –
o in chiave caratteriale: Trump sarebbe stato contrario all’intervento, fin
quando non è subentrata la frustrazione perché Maduro non accettava i suoi
inviti a farsi da parte, magari con un “esilio sicuro” e dorato garantito in
Turchia.
Un
sondaggio della “CBS “suggerisce che la scommessa elettorale sia azzardata, a
parte la lontananza del voto (gli americani andranno alle urne il 4 novembre,
fra dieci mesi):
il 70%
degli intervistati è contrario all’intervento militare.
È
invece chiaro, per gli esperti, che le iniziative di Trump precipitano tutto il
pianeta “in un Far-West geo-politico”, dove vince chi estrae la Colt per primo
e ha la mira migliore.
Il
diritto internazionale a geometria variabile.
Notiziegeopolitiche.net
– (8 Gennaio 2026)- Gianluca Celentano – ci dice:
C’è un
filo logico che lega la crisi venezuelana di questi giorni, il ricorso
selettivo al diritto internazionale e una lunga serie di precedenti storici
spesso rimossi dalla memoria collettiva.
È un
filo scomodo, perché conduce a una conclusione difficile da accettare, ovvero,
quello che le regole che dovrebbero governare la comunità internazionale non
vengono applicate in modo neutrale e uniforme, ma piegate di volta in volta
alla convenienza politica, economica e strategica.
Ed è
anche per questo che non sorprende l’allontanamento di una parte crescente di
cittadini dalla cosa pubblica, sempre più percepita come distante, incoerente e
talvolta apertamente ipocrita.
Che
cos’è (davvero) il diritto internazionale.
Il
diritto internazionale nasce per limitare l’uso della forza, tutelare la
sovranità degli Stati e risolvere i conflitti attraverso strumenti
multilaterali.
Il suo
cardine è il divieto di aggressione, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite,
salvo due eccezioni:
la legittima difesa e l’autorizzazione del
Consiglio di sicurezza dell’ONU. In teoria, un sistema chiaro;
in
pratica, un equilibrio precario, spesso condizionato dai rapporti di forza.
Il
diritto internazionale può essere violato perché non esiste un’autorità
superiore che lo imponga automaticamente, per cui gli Stati più forti possono
aggirarlo o reinterpretarlo quando entra in conflitto con interessi strategici,
mentre le conseguenze dipendono proprio dall’equilibrio di potere.
Questa
applicazione selettiva (rigida per i deboli, flessibile per i potenti) mina la
credibilità delle regole e alimenta la sfiducia.
Il
caso Venezuela.
L’operazione
statunitense in Venezuela, culminata con la cattura del presidente Nicolás
Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti, è stata giustificata
dall’amministrazione di Donald Trump come un atto necessario nella lotta al
narcotraffico e al terrorismo.
Tuttavia,
l’assenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU solleva
interrogativi giuridici difficili da eludere.
Qui
emerge il primo punto critico sulle accuse che possono anche essere fondate, ma
il metodo scelto, cioè l’intervento armato, si scontra con le regole che lo
stesso Occidente dichiara di difendere.
La
questione si complica ulteriormente se si considera che il Venezuela possiede
immense riserve petrolifere e risorse strategiche, mentre i principali flussi
di droga che colpiscono gli Stati Uniti provengono in larga parte da altre
rotte e da altri Paesi.
Da
principio difensivo a strumento politico.
Il
richiamo alla dottrina Monroe non è semplice retorica storica.
Nata nel 1823 per tenere fuori le potenze
europee dalle Americhe, è stata nel tempo reinterpretata come giustificazione
di un diritto di intervento.
Oggi,
nella sua versione aggiornata, riafferma una visione dell’America Latina come
area di influenza esclusiva, più politica che giuridica.
Precedenti
istruttivi: la Tunisia del 1987.
Per
comprendere quanto il diritto internazionale, e persino quello costituzionale,
venga spesso adattato alle circostanze, basta guardare alla Tunisia.
Nel 1987 il presidente” Habib Bourguiba” fu
destituito attraverso un “colpo di Stato medico”, formalmente giustificato
dall’articolo 57 della Costituzione.
Al suo
posto salì “Zine El Abidine Ben Ali”.
A
posteriori emersero testimonianze sul coinvolgimento di apparati di
intelligence stranieri, compresi quelli italiani.
Nessuna
invasione, nessuna guerra, ma una manipolazione istituzionale accettata in nome
della stabilità.
All’epoca le proteste internazionali furono
limitate.
Oggi quel passaggio è spesso ricordato come
“ordinato”, nonostante abbia aperto la strada a decenni di autoritarismo.
Anche
in questo caso la legalità ha seguito l’utilità politica.
Regole
uguali, applicazione diversa.
Dalla
Tunisia del 1987 all’Iraq del 2003, passando per i bombardamenti della Serbia
nel 1999, fino al Venezuela e ad altri scenari più recenti, il messaggio
percepito dai cittadini è sempre lo stesso, quello che il diritto
internazionale non è uguale per tutti.
Nel caso della Jugoslavia, la NATO intervenne senza un
mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, giustificando l’azione
come necessaria per fermare una crisi umanitaria, creando uno strappo giuridico
mai realmente ricomposto.
In
tutti questi casi, alcuni Stati hanno potuto violare, reinterpretare o
sospendere le regole, mentre altri ne hanno subito il peso integrale. Questo
doppio standard mina la credibilità delle istituzioni multilaterali e rafforza
l’idea che la politica globale sia un gioco per pochi, dove le regole sono
flessibili per i forti e rigide per i deboli.
L’effetto
sui cittadini.
Quando
le norme vengono applicate “a geometria variabile”, la conseguenza non è solo
geopolitica, ma anche civile.
Crescono il cinismo, l’astensionismo, la
violenza e la sfiducia nella democrazia rappresentativa.
Se le
regole possono essere aggirate dai potenti, perché dovrebbero essere rispettate
dai cittadini comuni?
Resta così una domanda centrale e non tanto su chi
difendere o assolvere, quanto se un ordine internazionale basato sulle regole
possa sopravvivere senza coerenza.
Perché
quando il diritto diventa uno strumento di convenienza, smette di essere
diritto e si trasforma in un linguaggio del potere, anche in società che si
definiscono democratiche e civili.
Ed è
in quel momento che la distanza tra istituzioni e cittadini diventa un vuoto
difficile da colmare.
Iran.
La linea dura del potere e la crepa sociale.
Notiziegeopolitiche.net – (11 Gennaio 2026) - Giuseppe
Gagliano – ci dice:
Ali
Khamenei.
La
promessa della Guida suprema di “non arretrare” davanti alle proteste segna un
nuovo irrigidimento del sistema iraniano in una fase già carica di tensioni.
Le manifestazioni, iniziate come reazione al
crollo del valore del “rial” e al peggioramento delle condizioni di vita, si
sono rapidamente trasformate in una contestazione più ampia del potere
teocratico.
La lettura ufficiale è netta: non disagio
sociale, ma sabotaggio politico, alimentato dall’esterno e finalizzato a
destabilizzare lo Stato.
Il
discorso pronunciato da “Ali Khamenei” si inserisce in una strategia ormai
collaudata:
delegittimare la protesta assimilando i
dimostranti a vandali e agenti di potenze ostili.
Il
messaggio è duplice.
All’interno, serve a compattare l’apparato di
sicurezza e a giustificare una repressione senza concessioni.
All’esterno,
segnala che Teheran non intende mostrare segni di debolezza proprio mentre le
pressioni internazionali restano elevate.
Il
cuore della crisi resta economico.
La svalutazione della moneta, che in un solo
anno ha perso circa metà del suo valore, ha colpito in modo diretto
commercianti, famiglie urbane e studenti.
Le
sanzioni occidentali, sommate agli effetti delle tensioni regionali e del
confronto con Israele, hanno ridotto lo spazio di manovra finanziaria del
governo.
Le
chiusure dei mercati e le proteste nei campus indicano che il malessere non è
più confinato alle periferie sociali, ma investe segmenti tradizionalmente
prudenti.
Il
blackout di Internet e le minacce di “nessuna clemenza” rivelano la centralità
dell’apparato di sicurezza nella gestione della crisi.
La repressione, con decine di morti secondo
organizzazioni per i diritti umani, non è solo una risposta contingente, ma
parte di una dottrina di controllo che mira a spezzare sul nascere qualsiasi
saldatura tra protesta economica e rivendicazione politica.
Il
rischio, tuttavia, è l’effetto opposto:
radicalizzare
una mobilitazione che già oggi prende di mira il vertice del sistema.
Le
parole di Donald Trump, oscillanti tra minaccia e prudenza, contribuiscono a un
clima di incertezza strategica.
Da un lato, Washington evoca l’uso della forza come
deterrente contro una repressione sanguinosa;
dall’altro
evita di impegnarsi apertamente su un cambio di regime. Teheran risponde
avvertendo che qualsiasi interferenza potrebbe tradursi in ritorsioni contro
interessi statunitensi nella regione, rialzando il livello dello scontro
potenziale.
In
questo quadro si inserisce il ricorso a canali finanziari non convenzionali.
Le rivelazioni sull’uso delle criptovalute da
parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica mostrano una capacità
di adattamento che riduce l’impatto delle sanzioni.
È una risposta tipica di una “economia sotto
assedio”:
aggirare
i vincoli per mantenere in funzione l’apparato di potere, anche a costo di
accentuare l’opacità del sistema.
L’Iran
si trova così stretto tra una società esausta e un potere che non concede spazi
di mediazione.
Il
presidente ha riconosciuto l’esistenza di lamentele legittime, ma la linea
dominante resta quella della fermezza.
Nel
breve periodo, la repressione può ristabilire l’ordine.
Nel
medio, però, la combinazione di crisi economica, isolamento internazionale e
sfiducia sociale rischia di trasformare ogni nuova protesta in una sfida
diretta alla sopravvivenza del sistema.
In questo equilibrio precario, la promessa di
“non arretrare” suona meno come una scelta e più come un vincolo imposto dalla
paura di cedere terreno.
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