Grande distacco tra politica e cittadini.

 

Grande distacco tra politica e cittadini.

 

 

La disaffezione per la politica.

I dati dell'Istat e qualche idea

per invertire la tendenza.

 Ilfoglio.it - Sabino Cassese – (04 ott. 2025) – Redazione – ci dice:

    

Sfiducia e disinteresse. In Italia non è in calo solo l’affluenza alle urne, è diminuita anche la partecipazione invisibile, fatta di informazione e discussione. Che cosa si può fare per aumentare il senso di appartenenza alla collettività?

Numeri e dati per capire com'è governata l'Italia.

Come funziona il governo.

 I grandi corpi dello stato. I ruoli del Consiglio di stato e della Corte dei conti (che oggi è in crisi).

Tra il 2003 e il 2024, si è osservato un calo generalizzato della partecipazione invisibile (informarsi e discutere di politica).

 Questo trend riguarda uomini e donne, ma con intensità diverse, contribuendo a ridurre le ampie differenze di genere.

 Nel 2003, a informarsi con regolarità di politica era il 66,7 per cento degli uomini a fronte del 48,2 per cento delle donne.

Nel 2024 questi valori calano di 12,6 punti percentuali per gli uomini e di 5,7 punti per le donne.

La differenza tra uomini e donne passa da 18,5 a 11,6 punti percentuali”.

Questa la sintesi della recentissima accurata analisi della partecipazione politica in Italia, svolta dall’”Istituto nazionale di statistica”.

Dunque, la distanza tra paese reale e paese legale non è misurata soltanto dalla decrescita della partecipazione al voto dei cittadini italiani, che dal 93 per cento è ora calata al 63 per cento, ma anche dalla disaffezione per la politica o dal disinteresse per essa mostrato da questi dati.

Essi misurano la distanza tra il paese e la sua classe dirigente.

 Ecco, dunque, una indagine che cultura e politica italiani dovrebbero studiare con molta attenzione perché da essa, piuttosto che dalle piccole liti quotidiane, dipende il futuro del paese.

Uomini e donne.

Prima di procedere, esaminiamo però più attentamente alcuni aspetti di questa indagine, in particolare quelli riguardanti i divari di genere, di età e territoriali, i motivi del disinteresse e i fattori che contribuiscono all’interesse per la politica, quali il titolo di studio e l’esperienza lavorativa, sempre valendoci dell’indagine Istat.

Secondo quest’ultima, “permangono evidenti differenze di genere che vedono gli uomini partecipare più numerosi alla vita politica del paese. Nel 2024, poco più di due donne su cinque (42,5 per cento), infatti, si informa settimanalmente di politica, contro il 54,1 per cento degli uomini.

 In particolare, è sull’informazione quotidiana che il gap di genere è più evidente (27,6 per cento degli uomini e 19,0 per cento delle donne)”.

I giovani.

Ancora più preoccupanti i livelli più bassi di partecipazione politica invisibile che riguardano i giovani fino a 24 anni e, in particolare, i giovanissimi:

“Si informa di politica almeno una volta a settimana il 16,3 per cento dei ragazzi di 14-17 anni e poco più di un terzo (34,6 per cento) dei 18-24enni. A non informarsi mai, invece, sono rispettivamente il 60,2 per cento e il 35,4 per cento”.

 

Il titolo di studio e la condizione lavorativa.

Influenzano la partecipazione il titolo di studio, cioè l’istruzione e la scuola, e la condizione lavorativa:

“La disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa in presenza di titoli di studio più bassi.

Non si informa mai di politica l’11,3 per cento dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4 per cento), e quasi quadrupla per quanti hanno al più la licenza media (41,2 per cento). Un trend analogo si osserva in merito al parlare di politica”.

Per quanto riguarda il lavoro, l’Istat rileva che gli occupati, insieme ai ritirati dal lavoro, si informano e parlano regolarmente di politica più degli altri segmenti di popolazione:

“Si informa regolarmente di politica il 52,3 per cento degli occupati e il 61,6 per cento dei ritirati dal lavoro a fronte di un valore medio del 48,6 per cento riferito alla popolazione di 15 anni e più”.

Nord e Sud.

La partecipazione politica è molto differenziata sul territorio.

 “Si informa di politica almeno una volta a settimana la maggioranza della popolazione del centro-nord (con valori compresi tra il 52 e il 54 per cento), contro il 40 per cento circa del Mezzogiorno.

Sempre nelle regioni del Mezzogiorno una quota analoga (37,3 per cento) non si informa mai a fronte del 25,0 per cento circa delle regioni del nord”.

Calabria, Sicilia e Campania sono i fanalini di coda della partecipazione.

 

Come si informano della politica i cittadini.

L’interesse dell’indagine Istat sta anche nella ricerca dei mezzi più diffusi di informazione sulla politica.

 La televisione è il mezzo informativo più utilizzato, ma con numerose variazioni nel ventennio considerato:

“Rispetto al 2003 l’uso della tv come fonte di informazione politica è diminuito di quasi 10 punti percentuali (dal 94 all’84,7 per cento).

Si è invece dimezzata, passando dal 50,3 al 25,4 per cento, la quota di cittadini che si informano tramite i quotidiani”.

“Emerge ora internet, soprattutto per gli adulti fino a 44 anni, tra i quali le percentuali superano il 60 per cento.

Considerando nell’insieme i canali tradizionali e quelli accessibili tramite internet, la radio e la tv restano i mezzi principali, utilizzati dall’89,5 per cento della popolazione.

Al secondo posto si collocano i quotidiani (cartacei oppure online): 41,7 per cento, utilizzati dal 45,2 per cento dei maschi e dal 38,0 per cento delle donne”.

 

 Le cause: disinteresse e sfiducia nella politica.

Quanto alle cause, “degli oltre 15 milioni di cittadini di 14 anni e più che non si informano mai di politica, poco meno dei due terzi (63,0 per cento) sono motivati dal disinteresse, più di un quinto (22,8 per cento) dalla sfiducia nella politica”.

La partecipazione per la democrazia.

Che la partecipazione sia elemento fondamentale della democrazia l’ha spiegato nel 1835 Alexis de Tocqueville nella prima parte della sua opera sulla democrazia in America, in particolare nei capitoli quinto, settimo e ottavo.

 Tocqueville collegava la partecipazione alla vita locale, alla giustizia e alla libertà di associazione con le seguenti frasi:

 “Nel comune, come ovunque altrove, il popolo è il vero potere. [...]

È la partecipazione costante e reale di tutti i cittadini agli affari della società che dà alla vita comunale la sua forza e la sua vitalità”.

 “Il giurì è anzitutto un’istituzione politica; è la partecipazione della società all’esercizio della giustizia. [...]

 Fa sentire a tutti i cittadini che essi hanno dei doveri verso la società e delle responsabilità nella sua conduzione”.

“La libertà di associazione è, per così dire, la madre di tutte le altre forme di partecipazione politica.

 È nelle associazioni che i cittadini imparano ad agire insieme e a far prevalere l’interesse comune.”

 

La conseguenza della diminuzione della partecipazione.

Se la partecipazione diminuisce, la conseguenza è chiara, vi sarà minore democrazia e aumenterà lo spazio tra paese reale e paese legale. Questa è una distinzione che risale alla Francia della Monarchia di Luglio (1830-1848) in riferimento al sistema elettorale censitario.

 Con paese legale si indicava l’insieme ristretto degli elettori ammessi a partecipare alla vita politica secondo la carta costituzionale francese (poco più di 200 mila persone su più di venti milioni di abitanti) e con paese reale la società nel suo complesso, cioè la grande maggioranza della popolazione esclusa dal diritto di voto (contadini, operai, piccola borghesia).

 François Guizot (1787-1874), storico e uomo politico della Monarchia di Luglio, ne sviluppò l’idea.

Per lui solo coloro che possedevano “capacità” (istruzione, ricchezza, indipendenza) dovevano partecipare al governo; donde la restrizione del suffragio.

 Fu poi ripresa in modo polemico da critici del regime (repubblicani, socialisti, cattolici come Louis de Bonald e poi Charles Maurras).

 

 Che fare?

Che si può fare per diminuire la disaffezione per la politica e aumentare il senso di appartenenza alla collettività?

 L’azione principale non può essere che quella dei partiti, che debbono riscoprire due aspetti della loro tradizione:

 il primo, quello che riguarda la struttura, cioè il partito associazione e non ristretta cerchia oligarchica;

il secondo, quello che riguarda la funzione, cioè il compito di fare un’offerta politica, consistente in programmi, che possano incontrare l’adesione dei cittadini, assicurando così un seguito ai partiti.

In secondo luogo, un rimedio alla scarsa partecipazione e al trend negativo potrebbe essere quello di abbassare l’età del voto, in modo spingere un maggior numero di persone, dai 16 anni in poi, a rendersi conto della propria appartenenza ad una collettività-nazione.

Un terzo rimedio sta nella scuola, che dovrebbe in qualche modo supplire a una assenza di cognizioni che riguardano, in generale, la politica.

 

 

 

 

Usa Intenzionati ad Attaccare l’Iran,

Delta Force Schierata al Confine con l’Iraq.

Conoscenzealconfine.it – (9 Gennaio 2026) - Redazione il Giornale d’Italia – ci dice:

 

La Delta Force sarebbe schierata ai confini con l’Iraq, in un chiaro segnale di preparazione operativa in vista di un possibile attacco per rovesciare il regime iraniano.

Intanto la Russia evacua ambasciata in Israele.

Gli Usa sarebbero pronti per un attacco all’Iran.

Secondo informazioni raccolte dal Giornale d’Italia, un attacco americano contro Teheran potrebbe avvenire a brevissimo per rovesciare il regime di Teheran, confermando quanto anticipato nelle scorse ore.

 

A conferma di ciò, 4 bombardieri stealth B-2 Spirit risulterebbero già schierati nell’area dell’Oceano Indiano, mentre circa 15 aerei cargo militari C-17 “Globe master III” sarebbero partiti dalla base di Fairford, nel Gloucestershire, affiancati da C-5 Galaxy decollati da basi statunitensi, con destinazione Medio Oriente.

 

La Delta Force sarebbe, infatti, schierata ai confini con l’Iraq, in un chiaro segnale di preparazione operativa in vista di un possibile attacco. L’azione americana contro l’Iran potrebbe avvenire ad ore, mentre sul terreno si registra un’intensificazione dei movimenti militari e delle attività di intelligence.

Intanto, parte di “Kata’ib Hezbollah” si starebbe trasferendo in Iran con il compito di reprimere le manifestazioni anti-regime che stanno scuotendo il Paese.

Circa 800 miliziani sciiti iracheni sarebbero stati inviati oltre confine per soffocare la rivolta popolare e impedire il rovesciamento della Repubblica islamica.

 

In questo scenario già altamente teso si inserisce anche un movimento significativo da parte della Russia, che sembra aver recepito informazioni considerate particolarmente allarmanti sull’evoluzione della crisi.

L’esercito russo, infatti, sta evacuando con urgenza il personale dell’ambasciata russa in Israele, insieme alle loro famiglie, e li sta riportando in Russia.

Non a caso, nelle ultime 24 ore sarebbero stati 3 i voli russi partiti dallo stato ebraico per riportare a casa i cittadini russi.

(Articolo della Redazione il Giornale d’Italia).

(ilgiornaleditalia.it/video/esteri/761318/-usa-attaccano-iran—delta-force-schierata-al-confine-con-iraq–russia-evacua-ambasciata-in-israele–confermate-anticipazioni-del-gdi—video.html).

 

 

 

 

La Storia del Venezuela Insegna

che i Contratti si Devono Rispettare.

Conoscenzealconfine.it – (8 Gennaio 2026) - Ruggiero Capone – Redazione – ci dice:

 

L’uomo di strada si domanda cosa abbia spinto Donald Trump a prendere possesso del Venezuela, e con una dinamica che storicamente viene definita “guerra di conquista”.

Ci rimanda al passato e forse turba la gente comune il modo in cui s’è consumata la conquista.

 E l’Italia conosce bene le “guerre di conquista”, meglio sarebbe dire guerre per la sua conquista, che hanno reso la nostra penisola per più di mezzo secolo (dal 1494 al 1559) il centro di dispute per varie “relazioni internazionali”:

 l’Italia assurgeva in quel periodo ad elemento determinante in quel gioco politico-diplomatico che aveva come obiettivo l’egemonia sull’Europa.

 Diciamo anche che, da allora, non ci siamo mai levati del tutto di dosso il problema.

 

Forse per questo un po’ ci caliamo nei panni del Venezuela:

Nazione che abbiamo italianizzato migrandoci, lavorando in quelle miniere e costruendo parte delle fortune di quel lembo di terra centramericano.

 Ma torniamo al problema principe, ovvero che necessita un pretesto per fare una guerra, per spodestare un governante o un regnante, come anche per invadere un territorio.

 

Il pretesto si conferma fin dalla notte dei tempi la violazione di un contratto, di un accordo, di un trattato.

“Pacta sunt servanda” è espressione che risale al “diritto canonico medievale”:

cardine su cui è stato edificato il nostro diritto civile e, soprattutto, il diritto internazionale.

 “I patti devono essere rispettati” è il principio fondamentale che sancisce l’obbligatorietà nei contratti e nei trattati:

accordi volontari, che creano un vincolo giuridico tra le parti, e vanno onorati ben consci delle penalizzazioni.

Questo principio implica che, gli impegni assunti dal Venezuela con gli Usa non potevano essere unilateralmente sciolti, che il mancato rispetto costituiva fin da 1974 una violazione di quanto stabilito dalla “Convenzione internazionale di Vienna sul Diritto dei Trattati”.

 

Ma facciamo un salto negli anni ’30 del Novecento:

 ai tempi della presidenza di “Juan Vincente Gomez” le compagnie petrolifere anglo-americane svolgevano ricerche sul suolo venezuelano, sudamericano e centramericano.

Erano anni in cui l’umanità doveva correre, spostarsi, ed il petrolio era ormai nevralgico.

Tra fine anni ’30 e primi ’40, durante la presidenza di “Eleazar Lopez Contreras”, la presenza di petrolio veniva certificata:

la contrattualistica con Exxon, Chevron e Texaco accelerava l’menzione dell’oro nero venezuelano.

La domanda internazionale cresceva durante la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto dopo.

 Intanto “Eleazar Lopez Contreras” veniva spodestato da un colpo di stato popolare (sottovalutato prima da Roosevelt e poi da Harry Truman) e riparava negli Usa, che subito promettevano sarebbe stato ristabilito lo stato di diritto.

 

Stavano maturando gli anni dei due blocchi contrapposti, poi della Guerra Fredda, e gli Usa volevano evitare nel “giardino di casa” eventuali conflitti armati con gruppi filosovietici.

 I dossier sulla situazione venezuelana erano sempre sui tavoli della Casa Bianca, anche perché le “Sette Sorelle” (termine coniato da Enrico Mattei) non erano solo le sette principali compagnie petrolifere che determinavano il mercato globale del petrolio, ma anche la principale lobby che decideva sia le politiche occidentali che le elezioni Usa.

Le americane Exxon (Standard Oil of New Jersey), Mobil (Standard Oil of New York), Texaco, Gulf Oil e Socal (Standard Oil of California), la britannica BP (Anglo-Iraniani Oil Co.) e l’anglo-olandese Royal Dutch Shell avevano innumerevoli volte denunciato le inadempienze contrattuali del Venezuela:

 ogni volta mettevano sul banco degli imputati i vari politici centramericani di turno.

La rottura definitiva e unilaterale del contratto, che per gli Usa aveva valore come di trattato internazionale, arrivava nel 1973:

 quando il referendum popolare venezuelano votava per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.

 

Tra Stati Uniti e Venezuela iniziava un periodo di gelo, poi la rottura contrattuale diventava definitiva nel 1976 con la nascita della “Petróleos de Venezuela” (PDVSA):

società di stato che di fatto metteva alla porta le multinazionali occidentali.

Attualmente il Venezuela vanta ancora la più vasta riserva petrolifera del mondo, ben oltre i 300 miliardi di barili.

 

Non è un mistero gli Stati Uniti abbiano sempre cercato di orientare la politica venezuelana, favorendo più o meno fazioni filo Usa.

 La Casa Bianca da decenni subiva le pressioni delle multinazionali petrolifere, e i vari dossier sul non rispetto dei contratti passavano da un presidente all’altro.

Ogni presidente sviava il discorso, accontentando le Sette Sorelle con le varie guerre del Golfo, con la conquista dell’Iraq, con la cacciata di Gheddafi dalla Libia.

Ma il problema Venezuela rimaneva sul tavolo.

Donald Trump non ci ha pensato su due volte, e ha sistemato militarmente la questione;

conscio anche del fatto che negli Usa c’è sempre bisogno di petrolio, soprattutto se il futuro ci parla di una Guerra Mondiale.

 

Ovviamente c’è anche la questione della droga, e secondo certi beninformati l’amministrazione Usa si sarebbe stancata di mandare dollari alle varie fazioni paramilitari del narcotraffico che operano nel Centro e Sud America:

una politica di elemosina iniziata negli anni ’60, e che Trump ha bruscamente interrotto.

 Anche perché foraggiare vari eserciti mercenari e rivoluzionari pare non garantisse la sicurezza dei cittadini statunitensi in vacanza tra Colombia e Venezuela:

 venivano spesso rapiti, e non pochi i casi delle persone inghiottite dalla giungla.

 Così Trump ha deciso di prendere due piccioni con una fava: probabilmente, oltre ad insediare la gestione diretta delle multinazionali del petrolio, metterà in Venezuela il centro delle operazioni per piegare militarmente tutti i gruppi armati sudamericani: dalle ex Farc-Ep (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) all’Eln (Ejército de Liberación Nacional), passando per gli ex seguaci di Sendero Luminoso per finire alle varie bande di “contadini armati” che sequestrano i ricchi pensionati di New York in vacanza nella giungla, o convinti ad acquistare una fantomatica fazenda colombiana.

La domanda è:

Trump ha inteso tutto questo solo per prendere il petrolio?

 Va detto che nel programma dei Repubblicani c’è la guerra alla droga ed ai suoi eserciti;

quindi, mettere ordine nell’orto di casa è tra le priorità dell’America First.

 

Ma questa vicenda ci insegna anche altro, ovvero che i contratti internazionali vanno siglati con molta attenzione;

 perché poi peseranno sulle future generazioni, sulle vicende di una nazione.

 A noi italiani basterebbe solo pensare ai trattati internazionali fondativi dell’Unione Europea, come il Trattato di Roma e soprattutto di Maastricht.

 E che dire del trattato di pace che abbiamo accettato a Versailles nel 1947?

 La nostra economia ed industria ancora sottostanno al Trattato di Parigi del ’47.

 E non parliamo degli accordi bilaterali Italia-Francia, la cui ombra s’è allungata sull’Unione Europea in danno dell’agricoltura italiana.

Il diritto internazionale è cosa troppo seria, spesso sottovalutata dai delegati dei popoli più poveri.

Il diritto internazionale è un corpus di norme vincolanti, che i veri stati sovrani sanno far valere, e fino alle estreme misure. Il contratto o il trattato non è una semplice convenzione, ovvero un mero accordo poco rilevante e privo di sanzioni pesanti per eventuali inottemperanze.

 Ecco perché dobbiamo iniziare a chiederci cosa sarà dell’Italia, soprattutto dopo il fallimento di Francia e Germania, quando probabilmente salterà l’euro.

Chi verrà a battere cassa? Si potranno saldare “saldo e stralcio” certi debiti? Si rinegozieranno i trattati?

 

A quanto pare, le ultime parole benevole potrebbero spettare a Trump e a Putin, a patto che noi si sappia defilarci dalle responsabilità europee.

(Articolo di Ruggiero Capone).

(opinione.it/esteri/2026/01/05/ruggiero-capone-la-storia-del-venezuela-insegna-che-i-contratti-si-rispettano/).

 

 

 

 

 

La Piattaforma in fiamme-

L'ultimo rodeo dei Democratici.

 

 Thrburingplatform.com - Post ospite di Jim Kunstler – Redazione – (9 gennaio 2026) – ci dice:

 

". . . le proteste del Minnesota sembrano meno un'eruzione locale e più l'ultimo dispiegamento di una macchina rivoluzionaria internazionale." —Barbie dell'insurrezione su "X".

La guerra” ICE” in Minnesota si intensifica.

Brontolone, brontolone Brontolone...

È arrivato a occupare la mente della sinistra come un'infestazione di punteruoli che strappano via i legamenti della società civile.

Ma, ovviamente, tutta questa malvagia sfarzosa insurrezionista del “Cluster B”, guidata dall'anomia è una produzione realizzata per video acquistata e finanziata da una piccola cerchia di megalomani super-ricchi intatti dalle conseguenze — George e Alex Soros (The Open Society Foundations), l'americano di Shanghai Neville Roy Singham (Codepink e altri), Reid Hoffman (finanziatore delle accuse contro Trump e altri), Lauren Powell Jobs (The Atlantic e The Emerson Collective), Hansjorg Wyss (Berger Action Fund), Bill Gates (ovviamente...).

 

Il loro principale cliente in tutto questo disastro è il Partito Democratico, e la motivazione principale del Partito Democratico, la cui ragion d'essere dura da almeno dieci anni, è stata nascondere i suoi molteplici crimini, le sue vaste operazioni di racket ora in modo sgargiante nello stato del Minnesota, dove la truffa è andata troppo oltre ed è stata fatta proprio in faccia all'America.

 

Chi potrebbe non vedere come funziona?

 Importare un gruppo di persone da una terra straniera... permettere loro di creare una vasta rete di frodi nei servizi sociali... organizzarli per la raccolta delle schede elettorali e le frodi elettorali... e riportare fondi ai politici del Partito Democratico.

Se qualcuno se ne accorge, urli "razzista!"

Suonate la sirena per far uscire mille manifestanti LARP a paga dei Soros.

Fornisci loro cartelli, striscioni, abiti black-bloc, costumi da cartone animato, bandiere dell'orgoglio, ombrelli, snack, megafoni, pallet di mattoni e spera che qualcuno si faccia male così potrai creare il prossimo martire.

 

Il culmine di questo tradimento sedizioso di lunga data fu il confine aperto durante la presidenza quadriennale finta di "Joe Biden", inclusa la colossale truffa coordinata di finanziare chissà quante ONG con ulteriori soldi dei contribuenti statunitensi, convogliati attraverso l'ONU, per processare, trasportare e equipaggiare con numeri di previdenza sociale e carte di debito X-milioni di strani stranieri e terroristi professionisti, membri di gang, pazienti mentali e veri soldati provenienti da terre lontane, e li sparge in ogni angolo della repubblica per curare  le prossime elezioni e causare il maggior disturbo possibile nella vita quotidiana dei veri cittadini statunitensi.

 

Hanno inondato il paese di milioni dipendenti dalla generosità del Partito Democratico — i vostri soldi delle tasse — e ora stanno facendo tutto il possibile per impedire la rimozione di questa feccia nei loro paesi d'origine.

 Scatenando una guerra civile per questo, anzi, perché è a questo che si è arrivati.

Gli agenti federali incaricati dell'operazione di rimozione apparentemente non possono difendersi quando i quadri di strada che fanno il LARP li attaccano.

 Da gennaio 2025 ci sono stati 66 attacchi con auto contro agenti dell'ICE.

Le autorità statali e locali di Minneapolis si sono comportate in modo così disonesto che gli investigatori federali li hanno espulsi da quello che ora è un caso federale nel caso della "localizzatore ICE" Renee Nicole Good, uccisa sulla scena con la sua auto.

 Al Minnesota non sarà permesso di trasformare l'agente ICE Jonathan Ross in un altro Derek Thauvin.

Quel tipo di affari è finito.

 

Quello che ora si può discernere nell'oscurità invernale attraverso la nebbia dei gas lacrimogeni è che il Partito Democratico sceglierà di distruggere il paese piuttosto che affrontare le conseguenze dei suoi crimini di lunga data.

 Ora tutti sanno che il tipo di truffe sui servizi sociali scoperte in Minnesota, con le tangenti ai politici democratici, stanno avvenendo in tutta l'America.

Il presidente ha ordinato uno sforzo "di tutto il governo" per individuare la frode e perseguirla, e si può presumere che lo sforzo tenderà a concentrarsi proprio sugli stati e le città in cui il Partito Democratico domina.

 Aspettatevi che la frode elettorale emerga in questo calderone.

 Le prove di un'elezione rubata nel 2020 stanno finalmente emergendo e convergendo con la più ampia storia degli immigrati illegali.

 

È anche chiaro ora che il racket delle ONG associato a tutto ciò sarà smantellato — il flusso di denaro di persone come Soros e amici. Verranno “RICO,” i loro beni potrebbero essere sequestrati e il pubblico scoprirà molto di più sui danni che hanno causato al paese.

 Le ONG della sinistra non solo sostengono l'azione di strada sul campo, ma forniscono anche migliaia di lavori e stipendi "esecutivi" ai maoisti che fanno il naso e ai ragazzi trans prodotti dalle fabbriche di diplomi di istruzione superiore che altrimenti sarebbero non occupabili in qualsiasi economia reale con i loro diplomi di studi su razza e genere.

 

Il Partito Democratico apparentemente si rende conto che l'ultimo ciclo di scandali e crimini potrebbe essere il suo ultimo rodeo.

 Dopo una giornata di audizioni questa settimana, con diversi politici del Minnesota che hanno testimoniato su eventi loschi nello stato, la deputata “Anna Paulina Luna” (R-FLA) ha avviato segnalazioni penali contro il governatore del Minnesota “Tim Walz” e il procuratore generale del Minnesota” Keith Ellison”.

 Questo a parte ciò su cui il DOJ ha già lavorato, e probabilmente è l'inizio di una rete nazionale di procedimenti penali che si avvicina alle elezioni di metà mandato e che attirerà molti altri grandi nomi del partito, incluso il favorito del 2028 “Gavin New Som”.

 Il suicidio del Partito Democratico è diventato attivo, con l'aiuto di Donald Trump.

 

L'ambientalismo è anti umanesimo.

Shtfplan.com - Joshua Mawhorter – (9 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

(Joshua Mawhorter presso il Mises Institute).

 

 

Dopo i fallimenti del socialismo – economici, storici ed etici – gli intellettuali liberali di sinistra, non volendo abbandonarlo, impiegarono diverse nuove strategie.

È stato suggerito che queste diverse manifestazioni possano essere riassunte in un'unica categoria generale: il postmodernismo.

 Dopo una revisione della filosofia postmoderna e delle influenze filosofiche,” Stephen Hicks” spiega la sua argomentazione centrale in  “Explaining Postmodernism” :

 " Il postmodernismo è la strategia epistemologica dell'estrema sinistra accademica per rispondere alla crisi causata dai fallimenti del socialismo nella teoria e nella pratica ".

In altre parole, una volta che il socialismo fu screditato teoricamente,  economicamente (in  diversi  modi),  storicamente ed eticamente, coloro che erano ancora ideologicamente impegnati nel socialismo nonostante i suoi fallimenti dovettero cercare di raggiungere il socialismo e la pianificazione centralizzata facendo appello ad altri obiettivi.

Una di queste strategie fu il perseguimento dell'egualitarismo (cioè "uguaglianza") tra ogni gruppo disparato, persino tra gli esseri umani e l'ambiente.

Nacque così il movimento ambientalista moderno, influenzato da precedenti correnti di pensiero.

 

Descrivendo ulteriormente la sua analisi su come i fallimenti pubblici del socialismo, più il postmodernismo e l'ambientalismo moderno si siano fusi, “Hicks” scrive:

La seconda variazione si è manifestata nella svolta a sinistra che ha preso il sopravvento la crescente preoccupazione per le questioni ambientali.

Mentre il movimento marxista si frammentava e assumeva nuove forme, intellettuali e attivisti di sinistra iniziarono a cercare nuovi modi per attaccare il capitalismo.

 Le questioni ambientali, insieme a quelle delle donne e delle minoranze, iniziarono a essere viste come una nuova arma nell'arsenale contro il capitalismo.

 

La filosofia ambientale tradizionale non era in linea di principio in conflitto con il capitalismo.

Sosteneva che un ambiente pulito, sostenibile e bello fosse positivo perché vivere in un ambiente del genere rendeva la vita umana più sana, più ricca e più piacevole.

 Gli esseri umani, agendo a proprio vantaggio, modificano i loro ambienti per renderli più produttivi, più puliti e più attraenti…

 

Il nuovo impulso al pensiero ambientalista, tuttavia, portò i concetti marxisti di sfruttamento e alienazione a influenzare le questioni ambientali.

 In quanto parte più forte, gli esseri umani sfruttano necessariamente in modo dannoso le parti più deboli:

 le altre specie e l'ambiente non organico stesso.

Di conseguenza, con lo sviluppo della società capitalista, il risultato dello sfruttamento è una forma biologica di alienazione:

gli esseri umani si alienano dall'ambiente depredandolo e rendendolo invivibile, e le specie non umane vengono alienate perché spinte all'estinzione.

 

Secondo questa analisi, il conflitto tra produzione economica e salute ambientale non è solo di breve periodo; è fondamentale e inevitabile.

La produzione di ricchezza stessa è in conflitto mortale con la salute ambientale.

E il capitalismo, essendo così bravo a produrre ricchezza, deve quindi essere il nemico numero uno dell'ambiente.

 La ricchezza, quindi, non era più un bene.

 Vivere in modo semplice, evitando di produrre e consumare il più possibile, era il nuovo ideale.

 

L'impulso di questa nuova strategia, perfettamente colto in  "Red to Green" di “Rudolf Bahro” , si integrava con la nuova enfasi sull'uguaglianza rispetto al bisogno.

 Nel marxismo, il dominio tecnologico della natura da parte dell'umanità era un presupposto del socialismo.

 Il marxismo era un umanesimo nel senso che poneva i valori umani al centro del suo quadro di valori e dava per scontato che l'ambiente esistesse perché gli esseri umani lo usassero e ne godessero per i propri fini.

Ma i critici egualitari iniziarono a sostenere con più forza che, proprio come i maschi che mettevano al primo posto i propri interessi li portavano a sottomettere le donne, e proprio come i bianchi che mettevano al primo posto i propri interessi li portavano a sottomettere tutte le altre razze, la messa al primo posto dei propri interessi da parte degli umani aveva portato alla sottomissione delle altre specie e dell'ambiente nel suo complesso.

 

La soluzione proposta allora era la radicale uguaglianza morale di tutte le specie.

Dobbiamo riconoscere che non solo la produttività e la ricchezza sono un male, ma anche che tutte le specie, dai batteri agli onischi, dagli oritteropi agli esseri umani, hanno pari valore morale.

L'"ecologia profonda", come venne chiamata l'egualitarismo radicale applicato alla filosofia ambientale, rifiutò quindi gli elementi umanistici del marxismo e li sostituì con il quadro valoriale anti umanista di Heidegger.

 

(Va notato che, prima di questo, la grammatica morale dell'ambientalismo moderno era stata  preparata  dal Romanticismo [fine XVIII - metà XIX secolo], in particolare da “Rousseau”,  con  la sua "rivolta contro la ragione, così come contro la condizione in cui la natura lo ha costretto a vivere", il suo " rancore  contro la realtà", la sua avversione per l'industrializzazione e la società borghese, la sua enfasi sulla natura come moralmente superiore alla civiltà, il suo sospetto sul dominio umano sulla natura, la sua enfasi sull'autenticità rispetto al progresso, sull'emozione, l'intuizione e il sentimento morale rispetto alla ragione, e l'idealizzazione pastorale della vita preindustriale).

 

Il quadro anti-impatto.

In "Difendere l'indifendibile" , “Walter Block”  solleva un'osservazione semplice ma profonda sulla natura dell'esistenza umana nel suo capitolo sull'abbandono dei rifiuti:

"...la creazione di rifiuti è un concomitante processo di produzione e consumo".

Estrapolando da questo principio, la continua esistenza umana e il suo sviluppo dipendono dalla produzione e dal consumo, ovvero dall'azione umana che manipola e trasforma l'ambiente fisico in cui tutti viviamo. Questo fu riconosciuto da “John Locke” nella “sua teoria della proprietà basata sull'autosufficienza, in cui l'uomo possiede il proprio corpo, usa il suo corpo per manipolare il mondo fisico che lo circonda e arriva a possedere anche proprietà esterne.

Pertanto, inibire la libera e volontaria trasformazione della natura da parte dell'umanità in produzione e consumo – purché non violi i diritti di proprietà altrui – è antiumano e malvagio.

 

Nell'Occidente moderno e nelle aree influenzate dall'Occidente, molti – soprattutto le élite – hanno adottato e presupposto una filosofia ambientale anti-impatto.

Invece di considerare i diritti di proprietà e la libertà al servizio del benessere umano come standard di valore ideale in base al quale giudicare qualsiasi manipolazione dell'ambiente, molti hanno invece stabilito

 l'impatto umano minimo o nullo sull'ambiente come standard morale ultimo. In altre parole, gli esseri umani non dovrebbero avere alcun impatto sull'ambiente;

 pertanto, mentre un impatto umano minimo è meglio, nessun impatto umano è l'ideale.

Naturalmente, questo è impossibile per gli esseri umani viventi esistenti nel tempo e nello spazio.

 Sostenuto coerentemente, gli esseri umani sono il problema, il che inculca sensi di colpa e/o porta a una conclusione fatale:

 gli esseri umani devono essere eliminati.

“Alex Epstein “scrive nel suo “Moral Case for Fossil Fuels” :

"L'essenza del 'diventare verdi', il denominatore comune in tutte le varie iterazioni, è la convinzione che gli esseri umani dovrebbero ridurre al minimo il loro impatto sulla natura non umana".

Se qualcuno pensa che questo sia esagerato o melodrammatico, consideri questo:

se l'impatto umano è negativo, e se l'anti-impatto è l'ideale morale, allora anche la minimizzazione dell'impatto umano sull'ambiente è insufficiente e incompleta.

È impossibile per gli esseri umani non avere un impatto sull'ambiente. Inoltre, la conclusione coerente è che non dovrebbero esserci esseri umani, non solo meno esseri umani.

Ora, ciò significa che deve verificarsi una o più delle seguenti cose:

molti esseri umani non devono nascere e/o molti esseri umani esistenti devono morire.

“Epstein scrive” ancora:

"Associando l'impatto a qualcosa di negativo, si ammette che tutto l'impatto umano sia in qualche modo negativo per l'ambiente”.

 

Questa è la logica conclusione del considerare la non-influenza umana come standard di valore;

 il modo migliore per ottenerla è non fare nulla, non esistere.

Certo, pochi mantengono questo standard di valore in modo coerente, e persino questi uomini non spopolano il mondo di sé stessi.

Ma nella misura in cui consideriamo la non-influenza umana come nostro standard di valore, stiamo andando contro ciò che la nostra sopravvivenza richiede.

Fortunatamente, la maggior parte delle persone non segue il modello anti-impatto in modo coerente (e molti potrebbero non essere epistemologicamente consapevoli dei propri presupposti), ma l'esistenza di questo standard rende le persone vulnerabili alla manipolazione del senso di colpa.

Quando ci si sente in colpa per esistere, si è disposti a sottomettersi a una gamma di politiche e misure offerte dalle élite politiche per minimizzare almeno il proprio impatto.

Se si vuole continuare a esistere e avere un impatto sull'ambiente, allora bisogna almeno sottomettersi a qualsiasi schema di pianificazione centralizzata proposto da "esperti" saggi e altruisti.

 Ad esempio, si considerino le parole dell'ambientalista” Bill Mc Kibben” su come si suppone che le persone vivrebbero se l'uso di combustibili fossili fosse più che dimezzato e si capisca perché socialismo, pianificazione centralizzata e ambientalismo siano così coerenti tra loro.

 

Ogni essere umano produrrebbe 1,69 tonnellate di anidride carbonica all'anno, il che permetterebbe di guidare un'auto americana media per 14 chilometri al giorno.

Quando la popolazione raggiungerà gli 8,5 miliardi, intorno al 2025, si scenderebbe a 10 chilometri al giorno.

Se condivideste l'auto, avreste circa tre punti di CO2 nella vostra razione giornaliera, sufficienti per far funzionare un frigorifero ad alta efficienza.

Dimenticate il computer, la TV, lo stereo, i fornelli, la lavastoviglie, lo scaldabagno, il microonde, la pompa dell'acqua, l'orologio.

Dimenticate le lampadine, fluorescenti compatte o meno.

 

Come osservato nella citazione di Mc Kibben sopra riportata, se le persone si sentono in colpa per il fatto di esistere e sono quindi aperte a qualsiasi cosa debbano fare per minimizzare il loro impatto, allora la pianificazione centralizzata, in cui le élite determinano ogni aspetto di ciò che è consentito fare – fino all'accensione o meno di una lampadina – diventa ovvia.

In  “Bourgeois Dignity: Why Economics Can't Explain the Modern World” , “Deirdre McCloskey” scrive: "La nuova alternativa al socialismo a pianificazione centralizzata è l'ambientalismo" .

 

Gli ambientalisti sono spesso considerati idealisti.

 Può darsi che sia così, ma il loro ideale – se si tratta di non avere alcun impatto sull'umanità anziché di prosperare – è antiumano e malvagio. Forse non si suicidano per raggiungere i loro obiettivi, ma propongono politiche suicide e antiumane.

 

Umanizzare la natura e disumanizzare gli esseri umani.

Milioni di persone sono state uccise dai governi nel tentativo di realizzare progetti di pianificazione centralizzata.

 Il tipo di " Holodomor energetico " proposto dagli ambientalisti anti-impatto significherebbe la morte di  miliardi  di persone.

Se fosse vero, ciò richiederebbe sia di elevare la natura non umana a un livello di importanza morale pari o superiore a quello umano, sia di svalutare simultaneamente la vita umana al di sotto della natura .

 Nel caso in cui il lettore pensi che io esageri, il moderno movimento ambientalista  fa entrambe le cose .

 

Cosa significa l'obiettivo di "salvare il pianeta" o "proteggere l'ambiente"?

Gli ambientalisti intendono in definitiva che il pianeta deve essere  salvato dagli esseri umani .

Proteggere l'ambiente da cosa o da chi?

 Proteggere l'ambiente per cosa?

Proteggere l'ambiente per chi?

Il pianeta deve essere protetto da te.

Senza dubbio molti sosterranno che gli ambientalisti vogliono solo "salvare il pianeta"  per gli esseri umani , ma - con l'anti-impatto che rimane l'ideale - questo comporta comunque una pianificazione centralizzata completa, al punto che l'esistenza umana deve drasticamente ridimensionarsi se non può essere eliminata.

 

Inoltre, molti ambientalisti ci dicono, con parole loro, di essere anti-umani.

Il gruppo “Earth First”  piange, si lamenta e urla  letteralmente per i "crimini" contro gli alberi .

 (Questo è probabilmente anche il motivo per cui film come “WALL-E  e  Lorax” - Il  guardiano della foresta sono ideologicamente carichi di presupposti anti-impatto, anti-umani e anti-libertà).

 Un

 articolo del Washington Post del 2019  era intitolato

"Studenti di seminario progressisti hanno offerto una confessione alle piante.

Come pensiamo ai peccati contro la natura?".

Si leggeva:

"Penso che ci sia una domanda urgente con cui molti cristiani e persone senza fede si stanno confrontando:

qual è la nostra responsabilità morale nei confronti delle forme di vita non umane?

 Se possiamo peccare contro il mondo naturale, come possiamo dare un nome ed espiare quel peccato?".

È stato twittato  da una cappella dell'”Union Seminary”.

 

Oggi, in cappella, ci siamo confessati alle piante.

 Insieme, abbiamo racchiuso in preghiera il nostro dolore, la nostra gioia, il nostro rimpianto, la nostra speranza, il nostro senso di colpa e la nostra sofferenza, offrendoli agli esseri che ci sostengono, ma il cui dono troppo spesso non riusciamo a onorare.

Cosa confessi alle piante nella tua vita?

 

Mantenendo il tema religioso-spirituale, siamo tutti ora “ Peccatori nelle mani di una “Greta Thunberg” arrabbiata ”.

“Alan Gregg”  scrisse  in “ Mankind at the Turning Point”  (1974): "Il mondo ha il cancro, e il cancro è l'uomo".

Nel 1994, Jacques Cousteau  affermò: "Per stabilizzare la popolazione mondiale dobbiamo eliminare 350.000 persone al giorno".

Il principe Filippo d'Inghilterra scrisse una volta nella prefazione a un  libro del 1987 :

"Devo confessare che sono tentato di chiedere la reincarnazione come un virus particolarmente mortale, ma forse sto esagerando".

 Io sostengo che un simile pensiero anti-umano sia un cancro.

David M. Graber  scrisse  nel 1989 riguardo alle opinioni di Bill McKibben e sue:

 

Ciò rende ciò che sta accadendo non meno tragico per coloro tra noi che apprezzano la natura selvaggia in sé, non per il valore che conferisce all'umanità.

 Io, per esempio, non posso augurare né ai miei figli né al resto della biosfera terrestre un pianeta addomesticato, un pianeta gestito dall'uomo, mostruoso o – per quanto improbabile – benigno.

Mc Kibben è un bio centrista, e lo sono anch'io.

 Non ci interessa l'utilità di una particolare specie, di un fiume che scorre liberamente, di un ecosistema, per l'umanità.

Hanno un valore intrinseco, più valore – per me – di un altro corpo umano, o di un miliardo di essi.

 

La felicità umana, e certamente la fecondità umana, non sono importanti quanto un pianeta selvaggio e sano.

Conosco scienziati sociali che mi ricordano che le persone fanno parte della natura, ma non è vero.

Da qualche parte lungo il percorso – circa un miliardo di anni fa, forse la metà – abbiamo rescisso il contratto e siamo diventati un cancro.

 Siamo diventati una piaga per noi stessi e per la Terra.

 

È cosmicamente improbabile che il mondo sviluppato scelga di porre fine alla sua orgia di consumo di energia fossile, e il Terzo Mondo al suo consumo suicida di paesaggio.

Finché l'Homo sapiens non deciderà di ricongiungersi alla natura, alcuni di noi possono solo sperare che arrivi il virus giusto.

 

Queste persone, e chiunque operi secondo il modello anti-impatto, non meritano l'egemonia morale  che affermano.

Sono anti-umani, spesso apertamente.

“ Alex Epstein” afferma verso la fine del suo libro:

 "Non ci viene insegnato che alcune persone credono veramente che la vita umana non conti e che il loro obiettivo non sia aiutarci a trionfare sugli ostacoli della natura, ma rimuoverci come ostacolo al resto della natura" .

Avverte inoltre: "Non fraintendete: ci sono persone che cercano di usarvi per promuovere azioni che danneggerebbero tutto ciò a cui tenete. Non perché tengano a voi – danno priorità alla natura rispetto a voi – ma perché vi vedono come uno strumento".

 

Non dovremmo sorprenderci della sovrapposizione tra socialismo e ambientalismo.

 Non dovremmo sorprenderci nemmeno che i sostenitori di entrambi siano disposti a uccidere milioni, o addirittura miliardi, di persone per raggiungere i loro obiettivi impossibili e antiumani.

Entrambi implicano il controllo politico degli altri.

Mises una volta scrisse:

"Ogni socialista è un dittatore mascherato".

Potremmo aggiungere che ogni ambientalista contrario all'impatto ambientale (che in genere è anche socialista) è un aspirante dittatore.

 

Gli ambientalisti, almeno i veri credenti che sostengono costantemente l'obiettivo di contrastare l'impatto ambientale, ti vogliono morto;

si accontenteranno, nel breve termine, di farti sentire in colpa per il fatto di esistere, produrre e consumare, e di essere disposto ad accettare qualsiasi grado di pianificazione centralizzata e di limitazione della libertà per "salvare il pianeta" da te.

 

 

 

 

Gli Stati Uniti si ritirano da

diversi organismi internazionali

Shtfplan.com - Mac Slavo – (8 gennaio 2026) -Redazione – ci dice:

 

Gli Stati Uniti hanno annunciato il loro ritiro da decine di organismi internazionali che non servono più gli interessi americani.

Tra questi organismi di governo figurano importanti forum delle Nazioni Unite e non, incentrati su clima, migrazioni, politiche sociali, pace e democrazia.

 

Il presidente Donald Trump ha firmato un memorandum che sospende il sostegno a un totale di 66 organizzazioni, agenzie e commissioni "che operano in contrasto con gli interessi nazionali, la sicurezza, la prosperità economica o la sovranità degli Stati Uniti", ha affermato giovedì la Casa Bianca, secondo un rapporto di RT.

 

"Questi prelievi mettono fine al sostegno dei contribuenti a entità che promuovono programmi globalisti a discapito delle priorità degli Stati Uniti o affrontano questioni chiave in modo inefficiente", si legge nella dichiarazione, aggiungendo che molte di esse hanno preso di mira "politiche climatiche radicali, governance globale e programmi ideologici in conflitto con la sovranità e la forza economica degli Stati Uniti".

 

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha commentato la decisione su “X”, affermando:

"Trump è chiaro: basta inviare all'estero i soldi dei contribuenti americani senza ottenere grandi risultati", ha affermato Rubio in una dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato americano, sottolineando che Washington continuerà a rivedere i propri impegni in altri forum internazionali.

 

I ritiri seguono le precedenti uscite di Trump dall'accordo di Parigi sul clima, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO).

L'amministrazione Trump ha inoltre apportato ingenti tagli ai finanziamenti alle agenzie delle Nazioni Unite, tra cui l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA).

 

I critici di questa politica l'hanno definita un "nuovo minimo".

“Rachel Cleto”, direttrice politica senior dell'”Union of Concerned Scientists”, ha affermato che si tratta di un ulteriore segnale della determinazione dell'amministrazione "autoritaria" e "antiscientifica" di Trump a destabilizzare la cooperazione globale.

“Gina McCarthy”, ex consulente della Casa Bianca per il clima, ha affermato che è "miope, imbarazzante e sciocco" abbandonare specificamente i processi climatici delle Nazioni Unite.

 

Ricordiamo che i critici erano preoccupati anche dopo che Trump aveva ritirato gli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima.

Tuttavia, altri sostengono che questo non sia sufficiente.

Alcuni repubblicani insistono sulla necessità che gli Stati Uniti si ritirino completamente dall'ONU.

 

 

 

Trump rinnova gli appelli per la

 presa della Groenlandia dopo

 l'attacco al Venezuela.

  Shtfplan.com - Mac Slavo – (5 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il leader degli Stati Uniti Donald Trump ha rinnovato le sue richieste di occupazione della Groenlandia, mentre una grande operazione militare statunitense ha detronizzato il presidente venezuelano Nicolás Maduro su suo ordine.

 Gli Stati Uniti hanno di fatto preso il controllo del Venezuela a partire dal fine settimana.

La classe dirigente non si è fermata qui.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha inoltre avvertito che il governo comunista di Cuba è "in grossi guai".

 

Trump vuole conquistare la Groenlandia per “sicurezza nazionale.”

 

Dopo aver ammesso che l'operazione militare statunitense in Venezuela era incentrata principalmente sul petrolio e altre risorse, Trump afferma che l'acquisizione della Groenlandia è una questione di strategia bellica. "È così strategico in questo momento. La Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque", ha detto Trump ai giornalisti a bordo dell'Air Force One mentre tornava a Washington dalla sua tenuta di Mar-a-Lago in Florida.

 

Un altro indizio che gli Stati Uniti tenteranno di conquistare la Groenlandia arriva da un'ex funzionaria dell'amministrazione Trump, moglie di un alto collaboratore del presidente.

In un criptico post sui social media, ha lasciato intendere che Washington avrebbe "presto" conquistato la Groenlandia.

 

In un post su “X” di sabato, “Katie Miller” ha condiviso una mappa della Groenlandia con la bandiera americana sovrapposta e la didascalia semplicemente con la parola "presto".

Il post non ha fornito alcuna spiegazione e non è stato accompagnato da alcun annuncio politico ufficiale da parte di Washington, secondo quanto riportato da “RT”.

 

La Danimarca ha risposto rafforzando le difese artiche e ampliando il monitoraggio militare e civile, considerando la pressione come una minaccia diretta alla propria sovranità.

Trump insulta l'esercito danese mentre gli Stati Uniti cercano di "prendere il controllo" della Groenlandia.

 

Miller ha ricoperto ruoli di alto livello nelle comunicazioni durante il primo mandato di Trump e, all'inizio del 2025, ha ricoperto brevemente il ruolo di consulente e portavoce del “Dipartimento per l'Efficienza Governativa” di Elon Musk, prima di dedicarsi al privato e lanciare un podcast conservatore.

Sebbene non faccia più parte del governo, rimane strettamente legata all'amministrazione attraverso il marito, “Stephen Miller”, Vice Capo di Gabinetto per le Politiche di Trump e uno dei suoi collaboratori più longevi e influenti.

Le sue dichiarazioni pubbliche sono spesso considerate il riflesso delle opinioni della cerchia ristretta di Trump. “RT”.

 

Il post di Miller ha subito attirato l'attenzione dell'ambasciatore danese negli Stati Uniti, “Jesper Moller Sorensen”, il quale ha sottolineato su” X “che, sebbene Copenaghen consideri Washington uno "stretto alleato", si aspetta "pieno rispetto per l'integrità territoriale del Regno di Danimarca".

 

 

 

Italiani e politica: interesse in calo

da 20 anni ma la cittadinanza resta attiva.

Thegoodlobby.it – (29 settembre 2025) – Redazione – Bianca Dominante – ci dice:

Negli ultimi 20 anni il legame tra italiani e politica si è indebolito:

 meno persone si informano, discutono o partecipano attivamente. Secondo l’Istat, quasi un terzo dei cittadini non si occupa mai di politica, e tra i giovani il distacco è ancora più evidente.

 Ma non tutto è perduto:

le mobilitazioni recenti dimostrano che, quando la situazione lo richiede, la società civile italiana è pronta a far sentire la propria voce.

Secondo il rapporto Istat “La partecipazione politica in Italia”, negli ultimi vent’anni il legame tra cittadini e politica è cambiato profondamente. Non si parla solo di voto e astensionismo, ma di quella che viene definita partecipazione invisibile, ovvero la tendenza a informarsi e discutere di politica.

 

Se nel 2003 oltre la metà della popolazione si informava di politica almeno una volta a settimana, nel 2024 la quota è scesa al 48,2%, mentre cresce chi dichiara di non occuparsene mai:

 il 29,4% dei cittadini italiani, ovvero oltre 15 milioni.

Anche le occasioni di confronto diminuiscono: sempre più persone non parlano mai di politica (36,9%), segno di quanto molti cittadini si sentano ormai lontani dalla politica di tutti i giorni.

 

I giovani fino ai 24 anni, e in particolare i giovanissimi tra i 14 e i 17 anni, sono il gruppo più lontano dalla politica: solo il 16,3% dei 14-17enni e il 34,6% dei 18-24enni si informa almeno una volta a settimana, mentre la maggioranza non segue mai l’attualità politica.

La ragione principale è il disinteresse, seguito dalla sfiducia nella politica, che tende a crescere con l’età e diventa un ostacolo anche per i giovani adulti.

 

Anche fattori sociali e territoriali influenzano la partecipazione: chi ha un titolo di studio più alto e appartiene a famiglie agiate tende a informarsi di più, così come chi vive nelle regioni del Centro-Nord.

La disaffezione aumenta invece tra chi ha un basso livello di istruzione, proviene da contesti meno favoriti o vive nel Mezzogiorno.

C’è però un segnale positivo:

nonostante il generale disinteresse per la politica, le nuove tecnologie e la diffusione dei social media hanno contribuito a cambiare non solo il modo di informarsi, ma anche le forme attive di partecipazione.

Nel 2024, per esempio, oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media, cioè una persona ogni quattro utenti di Internet.

 Inoltre tra gli adulti fino a 44 anni, e in particolare tra i giovani, più del 60% usa Internet per informarsi.

 

Ma sono soprattutto le mobilitazioni degli ultimi mesi, culminate nello sciopero generale del 22 settembre, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in oltre 80 città italiane per chiedere la fine del genocidio a Gaza e lo stop alla collaborazione militare, politica ed economica con il Governo israeliano, a dimostrare chiaramente che, quando la situazione si fa insostenibile, la società civile italiana è pronta a ribellarsi e a far sentire la propria voce.

Anche noi di “The Good Lobby” crediamo che la democrazia sia viva solo se tutti hanno la possibilità di prenderne parte.

Per questo, con le nostre campagne, gli eventi e le attività di formazione, lavoriamo ogni giorno per riavvicinare le persone alla politica, ridurre le disuguaglianze e costruire strumenti che permettano a chiunque di partecipare davvero alla vita democratica.

 

Disinteresse e distanza: perché

gli italiani si allontanano

dalla politica.

Ilcefalino.it - Don Giuseppe Amato – (Settembre 26, 2025) – Redazione – ci dice:

 

Qualche giorno fa ho letto il rapporto Istat sui dati della partecipazione alla vita politica emersi dalle rilevazioni fatte nel 2024 e si nota che negli ultimi vent’anni la partecipazione politica in Italia ha imboccato una parabola discendente.

Ora, premetto di non essere un tecnico, ma sulla base di quanto fornito vorrei fare alcune considerazioni personali basate sulla mia esperienza personale e pastorale.

– Nel 2024 meno della metà degli italiani (48,2%) si informa di politica almeno una volta a settimana; tra i giovanissimi 14-17 anni scende al 16,3% e sei su dieci non si informano mai.

– Nel 2024 ha partecipato a comizi il 2,5% e a cortei il 3,3% della popolazione, valori quasi dimezzati rispetto al 2003.

 

Le motivazioni dichiarate da chi non si informa mai di politica parlano chiaro: disinteresse (63%) e sfiducia (22,8%).

 Il quadro è più critico nel Mezzogiorno, dove circa il 40% si informa settimanalmente (contro oltre il 52% nel Centro-Nord) e il 37,3% non si informa mai.

Credo che i motivi principali di questo disincanto si possono raggruppare in tre grandi emergenze:

1) L’abbandono dei territori.

Il calo di partecipazione non è uniforme:

 Calabria, Sicilia e Campania sono “zone rosse” della disaffezione.

 In queste regioni, più che in altre, i servizi languono e la presenza politica è intermittente, diminuisce la fiducia nell’utilità del coinvolgimento civico.

 Spesso si segnala un deficit di presidio istituzionale e di responsabilità locale:

 se non vedi il rappresentante sul tuo territorio (e non vedi i servizi arrivare), ti allontani dalle urne e dall’informazione.

Ci sono poi quelle presenze che, più che essere apportatrici di progresso o soluzione di problemi, sono semplice controllo di un feudo elettorale foraggiato a passerelle “istituzionali” e contributi a pioggia per iniziative, eventi, sagre, manifestazioni religiose fini a sé stesse.

 

2) Ideologia lontana dai bisogni reali.

I dati raccontano anche di un pubblico che trae la propria informazione non dalla partecipazione attiva o quella che una volta era la militanza dei partiti, ma dalla TV (ancora usata dall’84,7%, ma in calo) e abbandona i quotidiani, mentre cresce l’uso della rete tra gli under40.

La politica che resta chiusa nei salotti, nelle proprie liturgie, non sempre necessarie e nella mediazione di una informazione sempre meno critica e più accondiscendente alla linea di governo del momento, intanto, perde presa su cittadini che chiedono risposte pratiche:

 trasporti funzionanti, sanità territoriale, scuola, lavoro, casa, tempi della burocrazia.

Quando l’offerta si concentra sullo scontro simbolico, ideologico e tralascia l’offerta dei servizi, prevalgono disinteresse e sfiducia, proprio le ragioni più citate dai non informati.

 

3) Capitale umano sprecato.

Il distacco è massimo tra i giovani:

il sistema politico non intercetta chi studia, lavora, fa impresa sociale o culturale nei quartieri, nelle città, meno ancora nei piccoli paesi soprattutto delle aree interne di cui ormai si è decretata l’eutanasia.

 È un paradosso:

 eppure esiste una gioventù che investe sul proprio territorio (cooperative, rigenerazione urbana, start-up, associazionismo), ma raramente viene coinvolta nei processi decisionali.

Il risultato è un circuito vizioso: meno ascolto → meno fiducia → meno partecipazione.

Rimane solo la parvenza di una democrazia partecipata affidata a Pro Loco e Forum Giovani e Associazioni per lo più del Terzo Settore, ma su iniziative e progetti concordati preventivamente col potere governativo e di poche migliaia di euro, insomma, palliativi, per non dire contentini.

 

Io credo che occorra una seria agenda per ricucire il rapporto tra la politica e i cittadini che potrebbe partire da alcune scelte semplici: rinnovare classe politica, mettere i giovani al centro, spostare la spesa sui servizi.

 

L’apatia fotografata non è “genetica”, l’uomo, come diceva Aristotele è “per sua natura un animale politico”, egli si allontana per razionale conseguenza di distanza, servizi carenti e assenza di risultati tangibili.

 

In un suo intervento su “Avvenire” il Presidente Nazionale di Azione Cattolica mette in guardia da un serio rischio:

“La Democrazia vive o muore non nei palazzi, ma nella case e nelle piazze, nelle relazioni e nelle scelte quotidiane, domani altri riempiranno quel vuoto”

 

La cura è nota:

 occorre una politica che abiti i territori, che misuri costantemente e pubblicamente ciò che promette e porta dentro i giovani che già costruiscono pezzi di presente e di futuro nelle città e nei paesi. Inoltre, occorre spostare la spesa dai totem ideologici ai servizi essenziali.

Disinteresse e sfiducia — oggi le prime ragioni dell’allontanamento — possono diventare attenzione e co-progettazione con e a favore di chi nelle comunità ci rimane e non in funzione di possibili avventori.

 I dati citati ci danno la diagnosi; tocca alla classe dirigente trasformarli in terapia.

Per i dati tecnici e per il rimando a queste considerazioni potete consultare: ISTAT, “La partecipazione politica in Italia – Anno 2024” (comunicato e focus statistico, pubblicati il 17 settembre 2025, dati 2024).

(Don Giuseppe Amato).

La strage del Crans-Montana: l’esplosione

confermata dalla polizia e il ruolo di Chabod.

  Lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti – Redazione – (10/01/2026) – ci dice:

 

Una luce si deposita sul feretro del giovane ragazzo “Giovanni Tamburi”, attorno al quale si sono stretti i suoi amici e la sua famiglia, spezzati dal dolore della perdita di una giovane vita.

Al Crans-Montana, c’erano speranza, sogni, soprattutto la spensieratezza di giovani adolescenti che volevano passare l’ultimo dell’anno in un locale nel cuore di una località esclusiva, nella Svizzera del “cantone di Valais”, posto esclusivo, dove le élite si recano nella stagione invernale per sciare e trascorrere le loro vacanze circondati dalle montagne delle Alpi Pennine.

 

La notte del 1° gennaio 2026 nel bar “La Constellation,” c’erano ragazzi che non avevano probabilmente la minima idea di quello che sarebbe accaduto di lì a poche ore.

C’erano ragazzi come “Benjamin Johnson”, giovane promessa del pugilato svizzero, che quella sera si era recato lì per festeggiare come molti suoi coetanei l’anno che stava per arrivare, ma che purtroppo portava con sé non gioie e speranze, ma un inferno di morte e di paura.

 

C’era anche il giovane ragazzo genovese “Emanuele Galeppini”, promessa del golf italiano e mondiale, che si era trasferito a Dubai, da tempo una sorta di Las Vegas del Medio Oriente, per praticare meglio la sua carriera, che forse, se non fosse stata spezzata, quella notte avrebbe potuto portare lustro al golf e al suo Paese.

Emanuele Galeppini.

Al Crans-Montana, i ragazzi si sono trovati di fronte a qualcosa che non avrebbero mai immaginato.

 

Verso l’una e mezza del mattino, accade l’impensabile.

C’è una esplosione nel bar- discoteca dove i giovani si erano radunati per festeggiare, e da lì in poi è esploso l’inferno.

La versione della polizia svizzera sull’esplosione.

 

Sul posto, da lì a breve giungono i soccorsi e i residenti, allarmati, confermano di aver sentito chiaramente il rumore di una esplosione.

Le dichiarazioni ufficiali delle prime ore lasciano pochissimo spazio ai dubbi.

Secondo quanto dichiarato dal portavoce della polizia svizzera, “Gaetan Lathion”, nel bar “La Constellationc’è stata una esplosione di natura non identificata che ha provocato la strage.

 

Nelle prime ore, gli organi di stampa mainstream come la” Reuters” sono categorici nell’affermare che non è stato l’incendio a provocare l’esplosione ma piuttosto la dinamica opposta, ovvero le fiamme che sono divampate dopo la deflagrazione.

Le autorità svizzere avevano già iniziato a fare i loro rilievi.

La polizia si era messa all’opera per capire cosa aveva portato a quella esplosione, quando ad un tratto, è stata prontamente cambiata versione, e ogni menzione della deflagrazione è sparita dalle cronache degli organi di stampa.

 

Si è dato la colpa, incredibilmente e assurdamente, alle candeline che fanno degli zampilli di luce e che si attaccano alle bottiglie di spumante o champagne nelle varie feste di compleanno.

La fiera dell’assurdo, e della vergogna, ha avuto inizio.

 

Sedicenti esperti si sono affacciati sulle pagine degli organi di stampa per dare a bere questa indecente balla al pubblico italiano, quando quelle candeline a malapena sono in grado di bruciare un cartoncino, come si può vedere in diverse dimostrazioni, e non possono essere certo queste le responsabili di quella mattanza.

Le candeline delle bottiglie non riescono a bruciare nemmeno un cartoncino.

 

Il mistero delle autopsie non eseguite.

Avrebbero dovuto essere le autopsie a parlare, a fare luce sulle cause di morte di quei poveri ragazzi rimasti intrappolati dentro quel locale, eppure la polizia svizzera, nonostante le richieste delle famiglie, non ne esegue nemmeno una.

Berna sembra che abbia voglia di togliersi di dosso il prima possibile questa patata bollente tra le mani.

C’è poca o nessuna voglia in Svizzera di approfondire cosa ha provocato l’esplosione a “La Constellation”, perché forse c’è qualcosa di più grande e opaco in questa storia che si vuole tenere ben nascosto, seppellito da una versione successiva che contrasta con ogni logica.

 

Le famiglie non sembrano intenzionate ad accettare queste bugie.

Secondo quanto dichiarato dalla famiglia di “Emanuele Galeppini”, il corpo del giovane non presentava nessuna bruciatura o ustione, e addosso il 16enne aveva ancora il portafoglio con i suoi documenti che avrebbero potuto portare facilmente alla sua identificazione, senza ricorrere ad un esame del DNA, necessario soltanto quando il corpo è ormai talmente irriconoscibile che è richiesto un esame del genere per risalire alla sua identità.

 

La polizia svizzera non ha voluto eseguire l’autopsia sul corpo di Emanuele e degli altri ragazzi, quasi timorosi forse che gli esiti autoptici possano far uscire delle conclusioni che non si vogliono far uscire come quelle che magari potrebbero dimostrare che molti ragazzi non sono morti bruciati, ma per le conseguenze di una esplosione, forse persino di natura dolosa.

 

A “La Constellation”, si addensano diversi misteri e zone d’ombra, a partire dal fatto che il “celebre servizio di Google Maps” si sia premurato di oscurare immagini della strada al civico 35, comprese quelle che risalgono anche a diversi anni fa.

 

Le macchine escono da Rue Centrale a Crans-Montana, ma Google non mostra il civico 35 di quella strada.

D’un tratto questa mappatura da parte della multinazionale americana che spesso viola la privacy di diverse persone, riprese senza il loro consenso, si interrompe, non tanto per la comparsa di qualche improvviso pudore sulla riservatezza delle persone, ma perché ci sono luoghi e situazioni che Google non vuole mostrare, come, ad esempio, alcuni siti in Israele colpiti dagli attacchi iraniani.

 

La sinagoga di Crans-Montana.

 

Al civico 35 di Rue Centrale non c’è soltanto il bar nel quale i giovani hanno perso la vita, ma c’è la “sinagoga Beit Yossef”, nello stesso complesso nel quale si trovava appunto il locale della tragedia.

 

Crans-Montana è la casa di una delle comunità ebraiche in Svizzera più note, e gli ebrei praticanti della zona si danno appuntamento nella sinagoga per praticare i vari riti e cerimonie della religione talmudica.

 

Ad essere stati intervistati dai vari media sono stati anche loro, gli ebrei che si recavano in quel luogo di culto, e in particolare il rabbino capo “Yitzchak Levi Pevzner”, che racconta di aver sentito “una massiccia esplosione nel cuore della notte” e di aver subito compreso che qualcosa di “terribile era caduto”.

 

Yitzchak Levi Pevzner.

 

“Pevzner” è un altro testimone d’eccezione che racconta di aver sentito a sua volta un tremendo boato, una circostanza confermata praticamente da tutti quelli che si trovavano nelle vicinanze, e che fa pensare seriamente che nel bar dove i giovani stavano festeggiando possa essere stato posto un ordigno di qualche tipo che ha causato la deflagrazione e il successivo incendio.

 

Il rabbino però è un personaggio interessante, trascurato dagli organi di stampa troppo impegnati a parlare delle candeline sulle bottiglie di Capodanno.

Secondo quanto si legge nelle cronache di diversi quotidiani francesi, anni addietro un membro della sua famiglia, “Yossef Itshak Pevzner”, era finito al centro di un caso di estorsione.

 

Nel 2014, una giovane donna ebrea di 28 anni, residente a Parigi, voleva divorziare dal marito e si era recata dal rabbino capo francese, “Michel Gugenheim “, che aveva da poco preso il posto di “Gilles Bernheim” , dimessosi in seguito alle accuse di plagio per un suo libro.

 

Nella tradizione ebraica, la donna per poter divorziare dal marito, deve avere il benestare di quest’ultimo e deve ricevere da lui un “orologio”, ovvero un documento scritto che libera appunto la donna da ogni obbligazione matrimoniale nei riguardi del suo sposo.

 

Ci sono però donne che si ritrovano ad aspettare anni prima di ricevere tale dichiarazione, perché nel “talmudismo”, l’uomo esercita un potere notevole sulla donna, ma questo aspetto “stranamente” non riscuote molto l’interesse di strepitanti femministe sempre pronto a scagliarsi contro il patriarcato.

 

Sta di fatto che la donna si era recata al cospetto di Gugenheim e del Beth Din, una sorta di consiglio ebraico di Parigi, nella speranza di sbloccare la sua pratica, ma si è trovata di fronte alla richiesta di versare 90mila euro in contanti per avere finalmente il tanto agognato divorzio ed essere di nuovo ammessa nella comunità ebraica.

 

Nel “Beth Din”, c’era proprio lui.

C’era il rabbino “Pevzner”, che tra l’altro era parente del marito della donna, e quindi aveva un chiaro caso di conflitto di interessi nella vicenda, dalla quale sperava di ricavare una grossa somma.

La 28enne non si fece però cogliere impreparata all’appuntamento.

Riprese l’incontro e il tentativo di estorsione ai suoi danni, e si recò alla vicina stazione di polizia del 19° arrondissement di Parigi per sporgere la sua denuncia contro gli uomini del “Beth Din”.

 

La rete sionista di Chabod.

Si ignora che fine abbia fatto quella denuncia, e se abbia avuto conseguenze sui vari rabbini protagonisti della tentata estorsione, ma si direbbe di no, a giudicare dalla parabola di Pevzner, ancora oggi eminente membro della famosa, o famigerata, organizzazione sionista Chabod.

 

A Chabod appartiene anche il suo parente svizzero “Yitzchak Levi Pevzner”, al quale le autorità hanno dato un ruolo di rilievo nella gestione della crisi subito dopo la strage.

A guidare le fasi successive all’esplosione del bar La Constellation è stato quindi lui, Levi Pevzner, un altro leader di Chabod che fa riferimento alla sede centrale di Ginevra.

 

“Chabod” è più che una semplice organizzazione.

È una potentissima lobby e setta radicata in molti Paesi del mondo e che ha sempre esercitato un fortissimo ascendente sui vari presidenti degli Stati Uniti, sul Congresso americano, e sui vari primi ministri europei, che non mancano mai di porgere gli ossequi ai vari rabbini di questa organizzazione.

 

Chabod insegue un sogno di dominio, quello del tanto atteso “mochica”, che nelle loro parole, dovrebbe un giorno diventare il re d’Israele e del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”, ovvero l’idea di costruire un governo mondiale.

 

La setta per anni è stata associata all’immagine di uno dei suoi rabbini più famosi e controversi, “Menachem Schneerson,” intimissimo di “Benjamin Netanyahu” e vero padre “spirituale” del “Likud”, il partito politico israeliano che vuole la costruzione della” Grande Israele” e la ricostruzione del Terzo Tempio, il luogo nel quale un giorno dovrebbe fare ingresso il cosiddetto “mochica”.

Menachem Schneerson.

 

Chabod vuol dire però anche Mossad.

 

Le sinagoghe di questa setta sono dotate di un servizio di sicurezza fornito direttamente dalla intelligence israeliana, ed è virtualmente impossibile che qualche attentato o scritta “antisemita” possa essere fatta presso questi luoghi senza che tali agenti se ne accorgano, una circostanza che dovrebbe far riflettere molto sulla comparsa periodica di tali scritte vicino a questi luoghi.

La setta di Chabod ha il proprio quartier generale a New York, in quella sinagoga dove fu scoperto un dedalo di famigerati tunnel usati dai membri di questa setta, che ancora oggi non hanno saputo fornire una spiegazione convincente di quei passaggi segreti nei quali furono trovati dei materassi sporchi, e dei seggioloni da bambino, una immagine ancora più inquietante che riporta alle mente le famigerate Pasque di Sangue di Ariel Toaff, il libro “proibito” censurato da molti storici italiani per le sue scomode verità.

 

“La Constellation” era proprio lì, nello stesso edificio di Chabod, e se si arriva ad aprire un locale in quei luoghi è pressoché impossibile farlo senza essere stati attentamente scrutinati e vagliati prima dall’organizzazione che si assicura di non avere vicino potenziali minacce contro di essa.

I coniugi Moretti: prestanome di una potente organizzazione?

I proprietari risultavano essere una coppia di coniugi francesi, Jacques e Jessica Moretti, che, secondo l’avvocato di molte vittime della strage, “Sebastian Fanti,” hanno accumulato rapidamente milioni di franchi svizzeri, senza aver avuto degli incarichi o dei lavori tali da dover giustificare l’improvvisa notevole ricchezza, e senza aver ricevuto prestiti bancari per iniziare la loro attività.

 

Sembra che un giorno i due Moretti, finiti agli arresti in questi giorni, che hanno un passato di fallimenti e condanne penali per sfruttamento della prostituzione in Corsica, si siano svegliati e dall’alto gli siano piovuti tutti quei franchi svizzeri, forse da loro consegnati da qualche generosa mano che aveva bisogno di due teste di legno, due prestanome per aprire un’attività probabilmente voluta da altri.

 

La strettissima vicinanza con una sinagoga di Chabod, all’interno dello stesso edificio, una lobby che di fondi ne ha molti forse avrebbe suggerito una indagine più approfondita, ma le autorità svizzere non hanno mai cercato di capire da dove venisse la ricchezza dei Moretti, e si sono affrettate, come visto, a rimandare subito indietro i corpi della strage di Crans-Montana senza nemmeno aver eseguito le autopsie di rito.

 

Nelle vallate svizzere, c’è un fiume di soldi sporchi.

 

Sotto l’immagine da “paradiso” neutrale e quieto, ci sono enormi interessi che hanno a che vedere con il riciclaggio di capitali illeciti, depositati nelle famose banche svizzere che non hanno problemi di sorta a custodire il denaro frutto di tangenti e delle attività della criminalità organizzata.

Tra quelle vallate, c’è anche una potente lobby sionista che nel corso degli anni ha accumulato un enorme potere.

 

Nei tempi più recenti, si è visto come si sia risvegliato il cosiddetto “terrorismo islamico”, un fenomeno in realtà costruito e alimentato dai servizi di intelligence Occidentali e dalla stessa Israele,

 che se n’è servita come arma da scatenare contro i Paesi giudicati come “nemici” da Tel Aviv, e la storia dell’ISIS è lì a dimostrare come tali tagliagole, spesso agenti del Mossad, siano stati tutti sciolti contro Siria, Libia e Iraq.

 

Il mostro islamista ora si è risvegliato dopo molto tempo, una volta che Israele si è vista negata la possibilità di continuare la sua genocida campagna in Palestina, e subito dopo il fallimento della Grande Israele, il miraggio inseguito dal sionismo mondiale.

 

C’è da capire ora se la strage del Crans-Montana sia stata concepita da tali ambienti.

C’è da capire se le vite di questi giovani siano state spezzate per una fatalità di qualche tipo, oppure se c’è stata intenzionalmente di colpire le famiglie di questi giovani, come ritorsione o punizione per motivazioni ancora ignote, ma potenzialmente legate sempre alla strategia del terrore perseguita da un potere che sta seminando molti false flag e stragi in giro per il mondo.

 

Le famiglie delle vittime meritano di conoscere tale verità, così come meritano di conoscerla tutti gli italiani.

 

 

 

Trump, geopolitica e libertà:

 Il conflitto tra forza e principi.

It.gariwo.net - Giovanni Cominelli – (28-02 – 2025) – Redazione - ci dice:

 

La brutalità e la violenza dell’approccio di Donald Trump alle questioni internazionali – Ucraina, Gaza, Canada, Groenlandia, Golfo del Messico… - così platealmente e compiaciutamente esibite davanti al mondo intero - hanno prodotto uno straniamento nell’opinione pubblica.

L’ultima performance verbale riguarda l’Unione europea, che sarebbe stata messa in piedi per “truffare gli USA.”

 Non si può che restare straniti e sbigottiti.

 

Le interpretazioni di tali mosse, così lontane dalle posture tradizionali dell’ "homo diplomaticus” sperimentate da millenni, sono molteplici.

 È una tecnica di comunicazione quella dell’abbagliare amici e nemici come fa l’autista con la volpe che attraversa di notte all’improvviso la strada nella foresta?

È una tecnica di contrattazione dell’immobiliarista, per la quale si spara una cifra molto alta e poi scende a più miti consigli?

Oppure l’uomo è davvero quello che si vede, con nessun altro principio tra le mani che quello della forza?

Molti commentatori si sono inoltrati, inevitabilmente, nella geopolitica per individuare le ragioni di parole e gesti così irrituali.

L’ossessione di molta opinione pubblica americana, al di sotto degli schieramenti interni, è diventata in questi anni la Cina.

 Con la sua potenza demografica, produttiva, commerciale, tecnologica essa punta consapevolmente a riscattare “il secolo delle umiliazioni” 1849-1949 e a giocarsi il primato mondiale.

 

Pertanto, l’Oceano pacifico, dalla Costa occidentale in avanti verso lo sterminato Ovest liquido che arriva fino al Giappone e alla Cina, è, non da oggi, al centro delle strategie americane.

D’altronde, Pearl Harbour si trova da quelle parti.

Se la Cina è il competitor fondamentale, pronto a trasformarsi in nemico, la posizione su tutti gli altri scacchieri ne consegue.

 Così, se si tratta di staccare la Russia dall’ “amicizia senza limiti” con la Cina, occorre concedere a Putin tutto ciò che desidera in Europa, a partire dall’Ucraina.

Quanto all’Europa, si è già detto: Putin ha via libera per farne “ciò che vuole”.

 

L’approccio multilaterale che ha funzionato dal 1945 ad oggi, tra alti e bassi, tra deterrenza e trattati di disarmo bilanciato, non è bastato a mantenere l’ordine mondiale di Yalta.

 Perché sia andato in malora sarebbe troppo lungo documentarlo qui.

 È saltato.

Né qui ci compete di inoltrarci nei meandri della geopolitica.

Essa tratta il mondo come se fosse quello del Risiko o come una scacchiera, attorno alla quale stanno seduti tre/quattro leader, che spostano i pezzi.

 Ma, supposto che la geopolitica sia una scienza, essa non è affatto neutra.

Ha alle spalle una filosofia politica, che demolisce la teoria del Diritto internazionale, quale si era incominciato a costruire dalla Pace di Westfalia nel 1648, sostituendovi semplicemente la minaccia e/o l’esercizio della Forza.

 Aveva incominciato il domenicano “Francisco de Vitoria “nella prima metà del ‘500, affrontando la questione delle conquiste spagnole del Nuovo mondo: come trattare gli Indios?

“Vitoria” sosteneva che gli Indios avevano i diritti di ogni altro popolo civile: la libertà, la dignità umana, la capacità giuridica.

 

Ne conseguiva, ai fini del diritto internazionale, poi elaborato da “Grozio” e “Gentili”, che gli Stati dovevano regolare i rapporti tra di loro, in base a convenzioni, trattati, norme, e non in base ai rapporti di forza, perché “sotto” di loro stava/sta la comunità universale del genere umano, composta da individui, ciascuno dei quali – quali che siano la fede o il colore – è titolare di diritti soggettivi naturali.

Il diritto degli Stati riflette quello degli individui.

Sotto la rete delle potenze sta l’umanità varia dei singoli, ciascuno dei quali è naturalmente dotato di diritti.

Insomma, alla base della geopolitica sta la politica e alla base della politica stanno i popoli e alla base dei popoli stanno gli esseri umani in carne e ossa.

E l’essenza degli esseri umani è la libertà. La lingua inglese dispone di due vocaboli per dirla: “freedom” e “liberty”.

 

“Freedom” significa libertà dal bisogno, dalla costrizione.

È quella che “Isaiah Berlin “chiama: “libertà da”.

 “Liberty” significa libertà di opinione, di religione, di scelta.

È quella che Isaiah Berlin chiama “libertà di”.

 “La libertà di” è ciò che distingue le società liberal-democratiche da tutte le altre forme di organizzazione della politica: dittature, democrature, autocrazie…

Si dà un nesso, si intende, tra i due tipi di libertà.

 Se non hai “freedom” è difficile esercitare concretamente la “liberty”. Lo aveva già fatto notare K. Marx.

 

Ma se non hai “liberty”, non avrai mai “freedom”.

Nella sinistra italiana si è distinto spesso tra “libertà sostanziale” (freedom) e “libertà formale” (liberty) e si è sempre optato per il primato della libertà sostanziale.

Eppure le due libertà non stanno sullo stesso piano, sono gerarchicamente ordinate:

la “liberty” è condizione e scopo della conquista della “freedom”.

Ora, se la geopolitica comprime la “liberty”, significa che la politica perde ogni legittimità etica.

 

Pare ingenuo e decisamente rétro, oggi, di fronte alla violenza verbale di Trump, rivendicare il fondamento etico della politica, il cui nocciolo è appunto la promozione della “liberty” di ogni popolo e di ogni essere umano.

 Ma l’abbandono dell’Ucraina nelle mani di Putin, almeno secondo l’intenzione di Trump, l’irrisione della resistenza ucraina e dei suoi leader non portano verso la pace.

 “L’appeasement” si è dimostrato un’illusione geopolitica, come la storia del ‘900 ha tragicamente mostrato.

 Giacché ogni oppressione produce resistenza, perché la libertà degli uomini è, alla lunga, incomprimibile.

 

Che questa convinzione sia l’essenza dell’Occidente, l’Unione europea lo ha capito, nonostante incertezze, debolezze storiche, egoismi nazionali. L’universalismo elaborato tra Atene, Gerusalemme, Roma è la sostanza della nostra storia, che nessuna politica/geopolitica può perdere, se non al prezzo di infilarsi in un conflitto globale catastrofico.

Universalismo già ben sintetizzato da Paolo nella “Lettera ai Galati”, scritta negli anni ‘60 del I secolo dopo Cristo:

Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero…non c’è maschio e femmina”.

È questa la “Magna Charta” dell’Occidente, cui restare fedeli, sempre.

(Giovanni Cominelli, giornalista).

 

 

 

Abbiamo superato il punto di non ritorno?

Parliamo di Cina, guerra Iran, Italia, Russia, Stati Uniti, Unione Europea.

Ilcaffégeopolitico.net - 4 Luglio 2025 - Pietro Costanzo Marco Giulio Barone ci dicono:

Siamo entrati in un’era in cui le potenze più forti plasmano l’ordine globale attraverso la forza militare e in cui le nazioni più deboli devono allinearsi con un protettore o rischiare di diventare vittime dei mutamenti geopolitici.

Il sogno postbellico di un mondo governato dalla legge piuttosto che dalla forza è definitivamente finito, sostituito da una realtà più dura in cui conta solo la forza militare.

 

VERSO UN NUOVO PARADIGMA GEOPOLITICO?

 

Rilanciamo il contributo di “Marco Giulio Barone”, pubblicato originariamente su “Future Warfare Magazine” (in italiano su RID), che avanza una tesi sempre più difficile da ignorare:

 la soglia di non ritorno è stata superata e il diritto internazionale ha ceduto il passo alla logica della forza come strumento dominante nelle relazioni tra Stati.

 

LE IPOTESI CHIAVE DELL’ANALISI.

Questo articolo parte dalla constatazione di un evento spartiacque: l’attacco statunitense del 21 giugno contro siti iraniani, considerato non solo come un atto militare rilevante, ma come il segnale definitivo della dissoluzione dell’ordine internazionale post-1945 fondato su norme condivise e sulla centralità della Carta delle Nazioni Unite.

 

Da questa premessa si articolano quattro osservazioni principali:

L’attacco USA all’Iran rappresenta la rottura definitiva dell’ordine post-1945, in quanto avvenuto senza copertura giuridica multilaterale né legittima difesa immediata.

Si sta affermando una nuova dottrina operativa basata sull’uso unilaterale e preventivo della forza, che scavalca i meccanismi tradizionali di risoluzione delle controversie.

Attori di primo piano – Russia, India, Israele, Stati Uniti – agiscono già secondo una logica sistematicamente contraria alle regole internazionali, elaborando giustificazioni ex post basate su esigenze di sicurezza retrospettive.

L’Unione Europea appare strutturalmente incapace di incidere, relegata a un ruolo marginale e reattivo in assenza di strumenti politici, militari e strategici adeguati alla nuova realtà internazionale.

E ORA CHE SI FA?

L’analisi di “Marco Barone,” che noi de “Il Caffè Geopolitico” condividiamo, solleva una questione strategica cruciale per noi Italiani ed Europei:

quale ruolo può e deve assumere l’Unione Europea in un contesto internazionale segnato dal crescente ricorso unilaterale alla forza?

L’articolo rappresenta un’opportunità per riflettere su scenari di medio-lungo termine, tenuto conto del divario già esistente in termini di capacità militari, economiche e decisionali: un divario che rende improbabile, nel breve periodo, un’azione incisiva, ma che impone fin d’ora una pianificazione orientata alla resilienza e alla proiezione di potere europeo nel futuro.

(Pietro Costanzo).

(Marco Giulio Barone – rid.it/shownews/7386/il-punto-di-non-ritorno).

 

Il mondo ha assistito a una profonda trasformazione nella notte del 21 giugno 2025, quando i bombardieri americani B-2 hanno colpito 3 impianti nucleari iraniani a “Fordow”, “Natanz” e “Isfahan”.

La decisione senza precedenti del Presidente Donald Trump di partecipare direttamente alla campagna militare di Israele contro l’Iran rappresenta molto più di un semplice conflitto mediorientale.

Segna piuttosto il crollo definitivo dell’ordine internazionale post-Seconda Guerra Mondiale e l’emergere di un nuovo paradigma in cui la forza fa da padrona.

Lo scoppio simultaneo di conflitti di grande portata su più fronti ha messo in luce la fondamentale debolezza del diritto internazionale nel limitare i comportamenti degli Stati.

L’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, iniziata nel 2022 e che continua a violare i principi fondamentali dell’integrità territoriale e della sovranità, ha già dimostrato come gli Stati potenti possano agire impunemente.

La guerra in corso rappresenta una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite e ha messo fondamentalmente in discussione il quadro giuridico internazionale.

Il conflitto tra India e Pakistan del maggio 2025, innescato dall’attacco terroristico di “Pahalgam” che ha causato la morte di 26 civili, ha ulteriormente illustrato questo crollo.

L’operazione SINDOOR dell’India ha comportato attacchi missilistici oltre i confini internazionali, mentre il Pakistan ha risposto con le proprie operazioni militari, segnando l’uso più intenso della forza tra India e Pakistan dalla guerra del 1971.

 I 2 vicini dotati di armi nucleari si sono impegnati in una guerra senza precedenti con droni e hanno preso di mira le reciproche installazioni militari con evidente disprezzo per i meccanismi consolidati di risoluzione dei conflitti.

Ora, con gli Stati Uniti che attaccano direttamente gli impianti nucleari iraniani, la violazione del diritto internazionale ha raggiunto nuovi livelli.

Ciò rappresenta una violazione diretta dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite.

 Il modello è inequivocabile:

i quadri giuridici internazionali sono diventati semplici suggerimenti piuttosto che obblighi vincolanti per i comportamenti degli Stati.

È stato spesso così in passato, ma negli ultimi 2 anni è diventata la norma.

Stiamo assistendo alla nascita di una dottrina secondo cui gli Stati semplicemente rimodellano la geopolitica regionale attraverso la forza militare quando le soluzioni diplomatiche si rivelano insufficienti o scomode.

Ciò rappresenta un cambiamento fondamentale rispetto al consenso post-1945 che cercava di risolvere le controversie attraverso istituzioni internazionali e meccanismi giuridici.

 I conflitti attuali dimostrano che le nazioni potenti non si sentono più vincolate dai tradizionali processi diplomatici.

 L’approccio della Russia all’Ucraina, la campagna di Israele contro l’Iran, gli attacchi dell’India al Pakistan e l’intervento degli Stati Uniti in Medio Oriente seguono tutti la stessa logica:

quando uno Stato percepisce minacce ai propri interessi, o semplicemente non gradisce l’equilibrio regionale esistente, ricorre all’azione militare per imporre il risultato che preferisce.

Questo cambiamento di paradigma è particolarmente evidente nel modo in cui questi conflitti sono stati giustificati.

 Ogni aggressore ha inquadrato le proprie azioni in termini di necessità esistenziale.

La Russia sostiene di difendere le etnie russe, Israele sostiene di intraprendere un’azione preventiva contro le minacce nucleari, l’India risponde al terrorismo e gli Stati Uniti affermano la necessità di impedire lo sviluppo di armi iraniane.

 Le giustificazioni variano, ma il principio di fondo rimane coerente: l’azione militare unilaterale è ora lo strumento preferito per rimodellare realtà geopolitiche sgradite.

Questo nuovo paradigma crea un pericoloso precedente in cui ogni nazione può rivendicare il diritto di usare la forza per alterare le dinamiche regionali.

Se gli Stati Uniti possono bombardare gli impianti nucleari iraniani, se la Russia può annettere il territorio ucraino, se l’India può attaccare il Pakistan e se Israele può intraprendere una guerra preventiva, allora la conclusione logica è che qualsiasi Stato con una capacità militare sufficiente può giustificare azioni simili.

 Le implicazioni sono profondamente destabilizzanti.

 Viviamo ora in un mondo meno cooperativo e più difensivo, in cui la crisi della cooperazione multilaterale potrebbe persino raggiungere il culmine.

L’erosione del diritto internazionale crea un dilemma di sicurezza in cui gli sforzi di ogni Stato per migliorare la propria sicurezza attraverso l’azione militare minacciano inevitabilmente gli altri, portando a una spirale di escalation.

Questa dinamica è già visibile in diverse regioni.

Il fallimento degli accordi di cessate il fuoco, il fallimento delle iniziative diplomatiche e il crescente ricorso a soluzioni militari indicano un mondo in cui la stabilità dipende interamente dall’equilibrio del potere militare piuttosto che da quadri giuridici condivisi.

Quando il diritto internazionale diventa privo di significato, l’unico vincolo al comportamento degli Stati è la minaccia di ritorsioni.

Forse l’aspetto più preoccupante è come gli eventi recenti abbiano legittimato il concetto di azione militare preventiva da parte delle grandi potenze.

In ogni caso, l’aggressore ha affermato di agire in modo difensivo o preventivo, ma l’effetto cumulativo è stato quello di normalizzare il primo uso della forza da parte delle grandi potenze.

Ciò crea un precedente particolarmente pericoloso per la Cina, che si è notevolmente astenuta da interventi militari simili nonostante le crescenti tensioni su Taiwan.

La crudele ironia è che la Cina, nonostante sia considerata una minaccia dalle potenze occidentali, rimane l’unica grande potenza che non ha avviato un intervento militare significativo nell’ultimo decennio.

 La dottrina dell’ascesa pacifica della Cina, sebbene talvolta vista con scetticismo, è in netto contrasto con le azioni militari effettive di Russia, Stati Uniti, India e Israele.

 In questo contesto, diventa sempre più difficile mantenere l’autorità morale nello scoraggiare l’azione militare cinese quando tutte le altre grandi potenze hanno dimostrato che la forza è uno strumento accettabile per raggiungere obiettivi strategici.

 

L’irrilevanza dell’Europa nel nuovo ordine.

Durante queste crisi a cascata, le nazioni europee sono state ridotte al ruolo di spettatori inefficaci.

Nonostante abbiano ospitato colloqui diplomatici e rilasciato innumerevoli dichiarazioni, le potenze europee hanno dimostrato una totale incapacità di influenzare gli eventi o di limitare le azioni degli attori più decisivi.

Il recente tentativo di Germania, Francia e Regno Unito di mediare tra Iran e Israele illustra perfettamente il declino dello status dell’Europa.

I colloqui di Ginevra con il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Araghchi” non hanno prodotto risultati concreti, con il presidente Trump che ha liquidato gli sforzi diplomatici europei come irrilevanti.

 Trump ha affermato senza mezzi termini che l’Iran non vuole parlare con lui, ma con l’Europa, che però non sarà in grado di aiutare in questo caso.

Questa emarginazione riflette problemi strutturali più profondi della politica estera europea.

 Nonostante abbiano un prodotto interno lordo complessivo di circa 17.000 miliardi di euro, le potenze europee si sono dimostrate incapaci di tradurre la loro forza economica in influenza geopolitica.

 La loro enfasi sul soft power, sulle soluzioni legali e sulla diplomazia multilaterale appare sempre più anacronistica in un mondo governato dalla forza militare.

Se i singoli Paesi sono irrilevanti, lo è anche l’Unione Europea.

 La sua risposta a queste crisi è stata caratterizzata da divisioni interne, politiche contraddittorie e incapacità di andare oltre i gesti simbolici. Mentre i leader europei continuano a chiedere cessate il fuoco e dialogo, i combattenti ignorano questi appelli e perseguono i loro obiettivi militari senza conseguenze. L’Europa è diventata ciò che un osservatore ha definito una ONG ben intenzionata, i cui contributi umanitari sono ben accetti ma per il resto ignorati.

I Paesi europei hanno anche dimostrato fondamentali incoerenze nel loro approccio al diritto internazionale.

Pur sostenendo con forza l’Ucraina sulla base di principi giuridici, molti governi europei hanno mostrato riluttanza ad applicare gli stessi standard ad altri conflitti, rivelando che il loro impegno nei confronti del diritto internazionale è selettivo piuttosto che universale.

 

Follia o cinico calcolo?

Sono tutti pazzi i leader mondiali?

 In realtà, da alcuni anni il mondo è diventato un groviglio di variabili che la maggior parte dei leader politici con posizioni moderate non è stata in grado di affrontare, specialmente quelli amati dal popolo perché si prendono cura della loro vita quotidiana piuttosto che “sprecare denaro” nella politica estera.

Invece, la nuda verità è che in un mondo caratterizzato da un aumento esponenziale delle variabili geopolitiche, che vanno dalle rivoluzioni tecnologiche e dai cambiamenti climatici ai mutamenti demografici e alla scarsità di risorse, gli approcci reattivi tradizionali alle relazioni internazionali sono diventati sempre più inadeguati.

 La complessità dei moderni contesti decisionali, in cui i decisori devono destreggiarsi tra un numero enorme di variabili e parametri sconosciuti in condizioni di profonda incertezza, favorisce fondamentalmente coloro che prendono e mantengono l’iniziativa piuttosto che coloro che si limitano a rispondere agli stimoli esterni.

Questa realtà spiega perché i comportamenti assertivi sono diventati non solo vantaggiosi, ma essenziali per la sopravvivenza e la prosperità degli Stati nel sistema internazionale contemporaneo.

E questo spiega anche, almeno in parte, perché i Paesi europei faticano a ritrovare la crescita e la prosperità.

Le loro politiche attendiste sono in totale contrasto con le dinamiche che governano il mondo di oggi.

Da un punto di vista puramente analitico, i principi matematici alla base dei sistemi complessi dimostrano che gli attori proattivi ottengono ciò che gli strateghi definiscono “vantaggio del primo arrivato” (il vantaggio competitivo ottenuto dall’essere il primo attore significativo a plasmare un particolare ambiente strategico).

Nelle relazioni internazionali, ciò si traduce nella capacità di stabilire i termini dell’impegno, definire i parametri del conflitto o della cooperazione e costringere i concorrenti in posizioni reattive in cui devono rispondere alle iniziative piuttosto che perseguire i propri obiettivi strategici.

Gli Stati che mantengono l’iniziativa possono sfruttare il ciclo decisionale dei loro avversari, compiendo la loro mossa successiva prima che questi abbiano il tempo di digerire e reagire alle azioni precedenti.

 Il valore strategico dell’assertività diventa ancora più evidente se si considerano i limiti degli approcci reattivi in ambienti complessi.

 I Paesi che adottano strategie puramente reattive si trovano a doversi adattare costantemente alle politiche e alle iniziative esterne, perdendo la capacità di concentrarsi sui propri fini strategici e rimanendo intrappolati in quella che gli studiosi descrivono come una “modalità reattiva” dalla quale è difficile uscire.

Questa dinamica è particolarmente pericolosa nei sistemi multipolari in cui più Paesi perseguono contemporaneamente programmi concorrenti, poiché gli Stati reattivi diventano vulnerabili al rischio di essere superati da attori più decisi in grado di coordinare le loro mosse su più teatri e tempistiche.

Le prove empiriche dei recenti sviluppi geopolitici sostengono fortemente questo quadro teorico, come dimostrato dalla proattiva” Belt and Road Initiative” della Cina, che ha permesso a Pechino di definire l’agenda per lo sviluppo delle infrastrutture e la cooperazione economica in più continenti, costringendo le altre potenze a rispondere alle iniziative cinesi piuttosto che perseguire le proprie strategie globali.

Allo stesso modo, i conflitti attuali dimostrano come gli Stati che agiscono per primi – che si tratti della Russia in Ucraina, di Israele contro l’Iran o dell’India contro il Pakistan – siano stati in grado di plasmare il panorama strategico e costringere i loro avversari in posizioni reattive, indipendentemente dall’esito finale di questi conflitti.

Gli atteggiamenti assertivi sono quindi sempre l’opzione migliore?

Non proprio. Dipende dal periodo di tempo considerato nel calcolo politico.

 Purtroppo, un’altra tendenza chiave a cui stiamo assistendo è l’abitudine di pensare al breve e medio termine, senza preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine.

Forse, un messaggio ai giovani:

diffidate di chi vi dice che tutto questo è fatto per garantirvi un futuro migliore!

Infatti, mentre questo calcolo di iniziativa assertiva può offrire vantaggi tattici nel breve e medio termine, mina fondamentalmente le basi necessarie per una pace e una prosperità sostenibili nel lungo periodo.

 La proliferazione di comportamenti assertivi crea una dinamica di escalation in cui la ricerca del vantaggio del primo arrivato da parte di ogni Stato genera dilemmi di sicurezza che costringono i concorrenti ad adottare posizioni sempre più aggressive, producendo in ultima analisi un mondo in cui i costi per mantenere l’iniziativa strategica superano i benefici che ne derivano.

Inoltre, le complesse sfide globali che caratterizzano il XXI secolo (che vanno dal cambiamento climatico e dalla risposta alle pandemie alla disuguaglianza economica e alla governance tecnologica) richiedono livelli senza precedenti di cooperazione internazionale che diventano impossibili quando gli Stati danno la priorità al vantaggio unilaterale rispetto alla risoluzione collettiva dei problemi.

 Il paradigma assertivo può garantire vantaggi strategici temporanei, ma erode sistematicamente la fiducia, la prevedibilità e i quadri istituzionali essenziali per affrontare minacce esistenziali che trascendono i confini nazionali e possono essere risolte solo attraverso una collaborazione multilaterale sostenuta.

 

Il punto di non ritorno.

Gli eventi del giugno 2025 rappresentano una svolta epocale nelle relazioni internazionali.

 Il confronto militare diretto tra le grandi potenze, il crollo dei meccanismi diplomatici e la normalizzazione della guerra preventiva ha creato una nuova realtà che non può essere facilmente invertita. Abbiamo superato una soglia in cui il diritto internazionale è stato così profondamente compromesso da non costituire più un vincolo significativo per i comportamenti degli Stati. L’architettura istituzionale creata dopo la Seconda Guerra Mondiale – le Nazioni Unite, i tribunali internazionali, i trattati multilaterali – si è rivelata inadeguata a prevenire o risolvere i conflitti tra avversari determinati.

Il paradigma attuale crea un ciclo che si autoalimenta, in cui l’azione militare genera altra azione militare.

Ogni uso efficace della forza convalida l’approccio e incoraggia altre potenze a perseguire strategie simili.

Il risultato è un mondo in cui la stabilità dipende interamente dall’equilibrio militare tra potenze concorrenti piuttosto che dall’adesione condivisa alle norme giuridiche.

Questa trasformazione ha profonde implicazioni per la governance globale, la cooperazione economica e la sicurezza umana.

In un mondo in cui qualsiasi controversia può degenerare in un conflitto militare, in cui il diritto internazionale non offre alcuna protezione e in cui le grandi potenze ricorrono abitualmente alla forza, le prospettive di affrontare le sfide comuni diventano sempre più remote.

Il cambiamento di paradigma è ormai completo.

Siamo entrati in un’era in cui le potenze più forti plasmano l’ordine globale attraverso la forza militare e in cui le nazioni più deboli devono allinearsi con un protettore o rischiare di diventare vittime dei mutamenti geopolitici.

 Il sogno postbellico di un mondo governato dalla legge piuttosto che dalla forza è definitivamente finito, sostituito da una realtà più dura in cui conta solo la forza militare.

La questione ora non è se questo nuovo paradigma persisterà, ma per quanto tempo l’umanità potrà sopravvivere in un mondo in cui ogni controversia internazionale comporta il rischio di degenerare in una guerra su vasta scala.

Il punto di non ritorno è stato raggiunto e sembra non esserci più alcuna possibilità di tornare alla stabilità e alla prevedibilità che l’ordine internazionale basato sul diritto un tempo prometteva di garantire.

Perché è importante.

L’attacco USA del 21 giugno all’Iran segna un punto di svolta: la forza unilaterale sta soppiantando il diritto internazionale come regola del gioco.

L’Europa osserva ma non reagisce.

 Senza strategia e capacità autonoma, rischia di restare irrilevante nel nuovo disordine globale.

(Pietro Costanzo).

(Co-fondatore del Caffè e membro del direttivo)..

(L’autore. Marco Giulio Barone è Editor-in-Chief di Future Warfare Magazine).

(linkedin.com/in/fw-magazine/).

 

 

 

 

Geopolitica, etica e rapporti di forza: la risposta di un lettore all’editoriale della direttrice di “OK Mugello”.

Okmugello.it – Redazione – Magazine – Massimo C. – (6 Gennaio 2026) – ci dice:

 

Massimo replica alle riflessioni di “Nadia Fondelli” sul Venezuela e sul ruolo delle grandi potenze: una lettera che alimenta il confronto.

La lettera che pubblichiamo è firmata da Massimo, lettore di “ok mugello”, e nasce come replica diretta all’editoriale della direttrice “Nadia Fondelli” dedicato alla crisi venezuelana e agli equilibri geopolitici internazionali.

 La redazione sceglie di pubblicarla volontariamente, nello spirito che da sempre contraddistingue “ok mugello”:

favorire il confronto, dare spazio a posizioni critiche e diverse, e alimentare una sana dialettica anche — e soprattutto — quando si affrontano temi complessi e controversi di politica internazionale.

In un tempo segnato da conflitti, narrazioni semplificate e schieramenti rigidi, il contributo dei lettori rappresenta un valore editoriale e uno strumento essenziale per tenere aperto il dibattito pubblico, senza rinunciare al pluralismo delle idee.

 

Le posizioni espresse da “Nadia Fondelli”, ovviamente legittime, meritano una risposta.

Sgombriamo il campo.

Maduro è (stato) un dittatore criminale.

 Bene la sua scomparsa dalla piazza politica.

 Se questo si tradurrà in recupero della democrazia in Venezuela è tutto da vedere.

I primi segnali sono scoraggianti.

Il potere rimane nelle mani della vicepresidente, non è rientrata Machado, leader dell’opposizione scaricata da Trump senza esitazione. Quindi continuità del regime.

 Le prime parole di Trump (guarda caso) hanno fatto rifermento alle rendite petrolifere, “rubate agli americani” e che debbono loro tornare. Forse vi era già un accordo per una “transizione” di questo genere: ridotta pressione americana in cambio di ripresa del controllo USA sulle fonti energetiche.

Vi sembra nuovo?

Non ci sarà una guerra civile? Speriamo.

I precedenti di Iraq, Afghanistan, Libia etc., tutti creati dagli interventi USA non depongono bene.

 

L’altro corno del problema è sottrarre il Venezuela alla influenza cinese.

Ovviamente la Cina è un stato autoritario, da condannare, ma, al di là della oppressione interna e dei problemi della minoranza uigura e del Tibet (che comunque vivono entro confini nazionali) sinora la Cina ha fatto uso (astuto e spregiudicato ma legale) del suo potere economico per legare a sé altri stati.

Non ha invaso nessuno (finora).

 

Quanto al fatto che le reazioni politiche internazionali sono caute, non stupisce.

 E’ ovvio che i singoli attori, dai potenti (Cina, Russia) ai minori agli insignificanti (Ue) aspettino prima di prendere posizioni che potrebbero risultare controproducenti (tanto più che nessuno è al momento toccato direttamente (fisicamente) da quanto avvenuto e chi se ne frega dei poveri venezuelani (…)

 

Per quanto riguarda l’ ”invasione “del Venezuela da parte dell’”Iran”, strano che non se ne sia mai parlato nella stampa internazionale in questi anni (e di tempo ce n’è stato, strano che Trump in genere così assertivo non abbia minimamente accennato a questo problema. Probabilmente verranno fuori.

 Però attenzione: qualunque “prova” sia presentata dagli USA è destinata a puzzare.

Ricordiamo l’invasione dell’Iraq giustificata con la menzogna delle “armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein”.

 

Molto grave è l’affermazione della giornalista Nadia Fondelli:

“Ciò che divide non è il giudizio su Maduro, ma il metodo.

E tuttavia, nel sistema internazionale reale, il metodo non si misura solo in astratto, ma nei rapporti di forza.

Trump può aver forzato il diritto, ma non ha forzato la geopolitica.”

Il realismo viene portato alle sue conseguenze estreme:

 i rapporti fra gli stati che dovrebbero essere sempre diplomatici sono ormai basati solo sulla forza.

In nome della geopolitica tutto è giustificato e permesso. L’etica non esiste più.

Quindi smettiamola per favore di aiutare l’Ucraina contro la Russia:

che Putin se la prenda tutta o a pezzi come preferisce.

Invitiamo la Cina a prendersi Taiwan: tanto è solo questione di tempo. 

In Africa lasciamo che i vari dittatori e dittatoriali brutali massacrino i loro stessi popoli o le etnie loro estranee.

 

Quanto all’Europa possiamo applicarle pari questo paragrafo dell’articolo:

”Le aziende cinesi hanno messo radici profonde nelle infrastrutture strategiche venezuelane: telecomunicazioni, sistemi di sorveglianza, reti digitali, controllo dei dati.

Tecnologie importate che non servono solo allo sviluppo, ma anche – e soprattutto al controllo sociale e politico.

Il modello è noto: sviluppo senza diritti, stabilità senza libertà”.

Basta sostituire l’aggettivo “cinesi” con “USA” e la situazione è la stessa.

L’Ue ha abdicato ufficialmente (non più in modo sotterraneo) alla sua sovranità accettando supinamente i dazi imposti da Trump, l’impegno a investire nelle armi e comunque nella industria made in USA (incredibile: invece di difendere la nostra ricchezza accettiamo di aumentare quella altrui (già prima potenza economica), in cambio di una promessa di difesa ormai scolorita.

 

Siamo in una situazione in cui, paradossalmente, se forze speciali USA si calassero su Napoli o in Aspromonte per catturare le cupole camorriste o ‘ndranghetiste da tutti conosciute ma contro cui lo stato è impotente in mancanza di prove, dovremmo applaudire, sputando sullo stravolgimento del principio di sovranità nazionale.

Si abbia il coraggio di riconoscere che il secolo americano è stato un secolo di esportazione di violenza a puro scopo mercantilistico, segnato da guerre inutili, fortunatamente perdute (Vietnam), da colpi di stato (Grecia, Cile, Argentina etc.) e interferenze (eufemismo!) anche nella nostra politica interna: dal tentato golpe di Junio Valerio Borghese allo stragismo di destra o camuffato di sinistra -caso Moro docet- etc.

 

Chi scrive è nato e cresciuto nel secolo americano, è imbevuto di cultura americana, ma sente il bisogno di mantenere un atteggiamento critico, proprio per amore dell’oggetto.

 Certo siamo una piccola nazione:

dovendo scegliere a chi inchinarsi meglio gli Usa, che hanno avuto l’intelligenza sino ad ora di utilizzare il soft power, che la Russia sempre brutale, meglio il capitalismo che ti concede un minimo di benessere e qualche opportunità che il comunismo (così come lo abbiamo conosciuto).

Ma per favore, si abbia la onestà intellettuale di riconoscere che, con Trump, le distanze fra USA, Russia e Cina non esistono più.

(Massimo C.)

 

 

 

 

 

Geopolitica, economia e globalizzazione.

Area-guridicoeconomica-SS2 g. hubscuola.it - Avvocato, Donatella Cesarini – (28 -10 -2025) – ci dice:

(L'autrice: avvocato del Foro di Piacenza e docente di scienze giuridico-economiche. È esperta sia di attività didattica tradizionale sia di potenziamento con utilizzo della metodologia CLIL.).

 

 

Globalizzazione -Geopolitica.

Una riflessione sulle strategie degli attori globali.

Di che cosa vive una collettività?

Di desiderio egemonico su altri popoli o di economia?

Obiettivo della geopolitica è fornire una risposta a questa domanda.

 

Introduzione alla geopolitica.

La geopolitica viene definita dagli analisti talvolta come una corrente di pensiero, un approccio politico-ideologico o uno studio dei conflitti di potere in spazi e tempi determinati.

 Si avvale dell’apporto di altre discipline quali la storia, la geografia, la psicologia dei popoli, la politologia, l’economia, il diritto.

I primi studiosi di geopolitica sono stati i geografi.

Lo svedese “Rudolf Kjellén” (1864 - 1922) ha coniato il termine nel 1899. La paternità di questa disciplina viene attribuita al tedesco” Friederich Ratzel” (1844 - 1904) e all’inglese sir “Halford Mackinder” (1861 - 1947).

Questi geografi hanno offerto un’analisi degli obiettivi di ciascun player internazionale, attraverso la percezione del senso dello spazio propria di ciascuna collettività e la conseguente necessità o possibilità di reperimento delle risorse naturali.

Proprio a causa dell’elaborazione del concetto di “spazio”, la geopolitica è stata considerata una disciplina sostenitrice delle teorie alla base dei totalitarismi novecenteschi, soprattutto per l’idea sostenuta dal tedesco “Karl Ernst Haushofer” (1869 - 1946) di dotare la Germania di un proprio “spazio vitale”.

Questo pensiero prese una deriva nazionalista, giustificatrice delle teorie espansionistiche hitleriane.

La geopolitica venne riabilitata negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino.

 Il recente interesse per questa disciplina deriva dalla sua capacità di enunciare i possibili scenari dell’azione di attori politici tramite l’analisi del contesto spaziale, inteso in senso non meramente geografico, ma anche economico-finanziario, tecnologico, climatico, culturale e sociale. Gli analisti studiano i fenomeni in grado di mutare i rapporti di forza tra diversi paesi.

 

Geopolitica ed economia.

Obiettivo principale della geopolitica è stabilire di cosa viva una comunità:

se di potere e prestigio o di economia.

Nella prima categoria gli analisti geopolitici inseriscono gli imperi e i loro antagonisti, nella seconda gli stati satellite.

Le azioni dei primi sono influenzate dall’orgoglio nazionale, dal desiderio egemonico su altri popoli: sono collettività che vivono in modo antieconomico, prediligendo il sacrificio e la conflittualità.

Per converso, le azioni dei paesi satellite, o “clientes”, sono dirette al perseguimento dell’utile economico.

Queste comunità giudicano i propri governanti in base alla capacità di produrre benessere attraverso lo stato sociale, l’accrescimento della qualità della vita.

Per questo motivo vengono definiti “stati economicisti”.

Vi rientrano i Paesi dell’Europa occidentale, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone e la Corea del Sud.

Si tratta di sistemi economici capitalistici, che promuovono la libera concorrenza e la ricerca tecnico-scientifica, entrambe volte a favorire la crescita economica.

Sono altresì collettività pacifiste e individualiste.

Durante gli anni della Guerra Fredda il mondo viveva in assetto geopolitico bipolare.

Emergeva al tempo un confronto dicotomico tra gli USA caratterizzati da un’economia di mercato di matrice capitalistica e l’URSS, contraddistinta da un’economia pianificata di stampo socialista.

 Teatro degli scontri delle due superpotenze sono stati i paesi del Sud globale.

A seguito della caduta del muro di Berlino, gli USA si sono affermati come l’unica potenza egemone a livello mondiale.

 La collettività americana, come le sue attuali antagoniste russa, cinese, turca e iraniana, persegue l’obiettivo di esercitare la propria influenza sugli alleati e sui paesi rivali, sia con strumenti di soft power sia di hard power, compiendo finanche azioni antieconomiche che impongono alle industrie di anteporre l’interesse nazionale al proprio.

Grazie anche alla primazia militare e all’egemone controllo delle rotte marittime, gli USA godono di una centralità e di una solidità monetaria sancita dalla conferenza di Bretton Woods del 1944, che ha riconosciuto la moneta americana quale riserva globale.

In un sistema in cui la moneta fiduciaria viene ricevuta in cambio di beni e servizi dagli operatori economici di tutto il mondo, che confidano nella stabilità del suo valore nel tempo, la piazza finanziaria di New York è divenuta la più prestigiosa al mondo.

Tuttavia, gli Stati Uniti sopportano un alto deficit commerciale, con la conseguenza di un elevato indebitamento pubblico e privato. Attualmente le importazioni statunitensi superano le esportazioni, determinando una bilancia commerciale negativa.

Incurante delle regole economiche è anche la “Federazione Russa”: estranea alla filosofia del benessere, soprattutto nell’entroterra rurale, essa si nutre di orgoglio nazionale attingendo alle gloriose narrazioni del passato, autodefinendosi la Terza Roma.

Attualmente si tratta di una potenza regionale.

 La sua capacità industriale è marginale, ma esporta grandi quantità di risorse naturali grazie alle quali finanzia soprattutto il settore bellico.

È estranea alla dinamica del profitto ed è capace di privarsi delle risorse finanziarie o di vedere diminuito il proprio reddito pro capite per fini strategico-militari.

Difatti le sanzioni economiche applicate in questi ultimi anni dall’Unione Europea per l’invasione in Ucraina non hanno sortito l’efficacia sperata.

Analogamente alla Federazione Russa, Turchia e Iran, ex potenze imperiali, assurgono al ruolo di player internazionali.

 Questi due attori vorrebbero imporre la propria cultura, sunnita la prima, sciita la seconda, entrambi seguendo un’ideologia finalizzata a riformare le società del Vicino Oriente su base monoetnica.

Ricchi di risorse naturali, entrambi i paesi devono, tuttavia, fronteggiare un’elevata inflazione e il deprezzamento delle proprie valute nazionali, causato dalla scelta di concentrarsi sul primato regionale a scapito dell’interesse economico.

Per la Repubblica Popolare Cinese l’espansione economica e l’innovazione tecnologica hanno un ruolo strategico.

Il governo cinese utilizza il surplus commerciale sia per finanziare la spesa militare (finalizzata all’espansione territoriale) sia per ridistribuire la ricchezza dalle megalopoli industrializzate verso la campagna povera, riducendo uno squilibrio che ha nutrito rivolte e disordini sociali nel corso della storia.

L’economia rappresenta per la Cina uno strumento della potenza.

Gli analisti geopolitici ritengono che la Repubblica Popolare sia il massimo sfidante della primazia americana.

 Tra i due attori internazionali esiste una differenza strutturale che li vede contrapporsi soprattutto nel processo di globalizzazione.

 Gli USA sono una potenza talassocratica e come tutti i popoli che nel corso della storia hanno raggiunto la superiorità marittima controllano la globalizzazione, ovvero l’integrazione su scala planetaria delle relazioni politiche, economiche e culturali.

Per converso, la Cina è una potenza terrestre sostenitrice dell’idea di sviluppare una contro globalizzazione prevalentemente via terra.

 

Geopolitica e globalizzazione.

 

La globalizzazione è caratterizzata da due dimensioni, quella ideologica e quella strutturale.

La dimensione ideologica indica l’insieme delle strategie del liberismo, che enfatizzano il libero commercio, la deregolazione dei mercati, la delocalizzazione delle imprese, la circolazione dei capitali.

Le politiche di liberalizzazione dell’economia sono state sostenute attraverso la creazione di istituzioni economiche come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, e con la creazione nel 1947 di un sistema volto alla riduzione delle barriere doganali tramite il GATT (Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio).

Questa internazionalizzazione sostenuta dagli Stati Uniti ha inizialmente contribuito a rendere gli scambi mondiali accessibili quasi esclusivamente ai paesi del Nord del Mondo.

 Con la fine della Guerra Fredda e l’emergere delle economie dei c.d. BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, a cui si sono aggiunti Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran nel 2024 e Indonesia nel 2025) sono state create nuove aree a vocazione industriale in grado di competere con l’Occidente.

Lo sviluppo tecnologico e delle comunicazioni ha esteso il concetto di globalizzazione a tutti i settori della vita, anche a quello sociale. L’universalizzazione di consumi, valori e modelli culturali ha omologato le condotte umane da una parte all’altra del Pianeta.

Il sociologo americano George Ritzer (1940) ha coniato lo specifico termine di “macdonaldizzazione”, avendo ravvisato un parallelismo tra il descritto processo di uniformazione sociale e i principi di funzionamento della catena multinazionale di fast food McDonald’s.

La dimensione strutturale della globalizzazione consiste invece nella capacità della marina americana di controllare stretti, canali e istmi.

Da Panama a Suez, da Bab al-Mandab a Malacca, la flotta statunitense puntella i mari sui quali passa circa il 93% delle merci mondiali. Condizione della globalizzazione è l’impegno da parte dei paesi ad esportare i beni attraverso gli oceani sotto la stretta sorveglianza della marina americana.

La Cina, sebbene sia legata agli Stati Uniti da un’interdipendenza commerciale e finanziaria (la Repubblica Popolare Cinese possiede un terzo del debito pubblico americano ed esporta in massa merci verso gli Stati Uniti), si pone come alternativa economica rispetto ad essi.

Essa ha promosso la” Belt and Road Initiative”, o Nuova Via della Seta: un ambizioso progetto che prevede la costruzione di ferrovie, porti, strade, ponti e piani energetici coinvolgendo numerosi paesi in Eurasia, Africa e America latina.

Questa contro- globalizzazione vede la Cina come motore di un possibile cambiamento di primazia.

 

 

 

 

Cronache USA.

Trump vuole prendersi la Groenlandia,

Maduro in tribunale.

Thewatcherpost.it – (05 Gennaio 2026) - Giampiero Gramaglia – ci dice:

 

Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la loro sicurezza:

 il presidente statunitense Donald Trump lo dice in un’intervista a “The Atlantic” e lo ripete ai giornalisti sul volo che lo riporta a Washington da Mar-a-lago, in Florida, dove ha trascorso le feste giocando a golf, ospitando gala in smoking per il Nuovo Anno e ordinando, tra una buca e un ricevimento, attacchi alla Nigeria e al Venezuela.

“Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale: è strategica…

L’Ue ha bisogno che la Groenlandia sia nostra…

La Danimarca – che esercita la sovranità sull’enorme isola, ndr. – non è in grado di occuparsene”, ha affermato Trump, in una conversazione con i giornalisti a bordo dell’Air Force One durata circa 40′ minuti.

 

Il magnate presidente USA ha così proseguito:

“In questo momento la Groenlandia è piena di navi russe e cinesi ovunque…”.

E ha ironizzato sul fatto che Copenaghen avrebbe migliorato la sicurezza dell’isola con “una slitta trainata dai cani”.

 

Dal profluvio di parole di Trump, la “CNN” ricava questo titolo:

 “Un presidente galvanizzato – dall’esito dell’operazione in Venezuela, ndr. – fa drastiche minacce ad altri Paesi.

E “Politico” scrive:

“Trump, di ritorno a Washington, preannuncia la fine di Cuba, mette in guardia Colombia e Messico e minaccia la Groenlandia”, oltre ad avvertire l’Iran che potrebbe subire un duro colpo, se continuerà a uccidere i partecipanti alle proteste in corso nel Paese.

 

Dopo la vicenda venezuelana, il magnate presidente conta che la paura induca i suoi interlocutori, alleati o nemici che essi siano, a fargli concessioni.

Ma proprio la vicenda venezuelana dovrebbe convincere i Paesi dell’Ue e della Nato, partner ed alleati degli Stati Uniti, che la condiscendenza con Trump non porta risultati – a meno che non ci si accontenti di fargli da paggetti – e che, invece, la fermezza lo frena.

Per una conferma, basta vedere come gestiscono i rapporti con lui i presidenti cinese Xi Jinping e russo Vladimir Putin, che non hanno ceduto d’un pollice sui dazi e l’Ucraina.

 

E comincia a diffondersi la sensazione che il sequestro del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores sia un’operazione ‘gattopardiana’, cambiare tutto per non cambiare nulla, perché il regime resta al potere con la presidente ad interim Delcy Rodriguez e gli apparati burocratici e militari apparentemente intatti.

 

Del resto, è chiaro che a Trump del ripristino della democrazia non importa nulla – ha già ‘scaricato’ la leader dell’opposizione e Nobel per la Pace “Maria Corina Machado” -; e che usa la guerra contro il narcotraffico come un pretesto per incriminare Maduro e la moglie, che oggi compariranno davanti a un tribunale di New York per essere formalmente incriminati e rinviati a giudizio.

 

Trump insiste nel sostenere che Washington è “al comando” in Venezuela, un’affermazione corretta dal segretario di Stato Usa “Marco Rubio”.

Rodriguez replica chiedendo la liberazione di Maduro e offrendo “collaborazione”, nell’ambito di “relazioni equilibrate e rispettose fra Stati Uniti e Venezuela”.

Trump tiene sulla corda anche la presidente ad interim: se non farà “la cosa giusta”, cioè quel che vuole lui, ne subirà le conseguenze.

Quel che conta è il petrolio:

“Rodriguez”, che ne è stata ministro, ha contatti con l’industria statunitense, che possono ora tornare utili;

e “Rubio” ipotizza un blocco navale dell’export venezuelano, destinato soprattutto a Cina e Iran, di cui s’era già avuto un ‘assaggio’ con i sequestri in acque internazionali di petroliere provenienti da porti venezuelani.

 

Il bilancio della cattura di Maduro e della moglie s’è aggravato:

 le vittime, fra ‘pretoriani’ e civili, sono oltre cento, secondo fonti venezuelane, fra cui 32 cittadini cubani – il dato viene dall’Avana-.

 

Sui media Usa, molte analisi leggono gli sviluppi venezuelani in chiave elettorale – spostare l’attenzione sui ‘successi’ internazionali del magnate presidente – o in chiave caratteriale: Trump sarebbe stato contrario all’intervento, fin quando non è subentrata la frustrazione perché Maduro non accettava i suoi inviti a farsi da parte, magari con un “esilio sicuro” e dorato garantito in Turchia. 

Un sondaggio della “CBS “suggerisce che la scommessa elettorale sia azzardata, a parte la lontananza del voto (gli americani andranno alle urne il 4 novembre, fra dieci mesi):

il 70% degli intervistati è contrario all’intervento militare.

È invece chiaro, per gli esperti, che le iniziative di Trump precipitano tutto il pianeta “in un Far-West geo-politico”, dove vince chi estrae la Colt per primo e ha la mira migliore.

 

 

 

 

Il diritto internazionale a geometria variabile.

Notiziegeopolitiche.net – (8 Gennaio 2026)- Gianluca Celentano – ci dice:

 

C’è un filo logico che lega la crisi venezuelana di questi giorni, il ricorso selettivo al diritto internazionale e una lunga serie di precedenti storici spesso rimossi dalla memoria collettiva.

È un filo scomodo, perché conduce a una conclusione difficile da accettare, ovvero, quello che le regole che dovrebbero governare la comunità internazionale non vengono applicate in modo neutrale e uniforme, ma piegate di volta in volta alla convenienza politica, economica e strategica.

Ed è anche per questo che non sorprende l’allontanamento di una parte crescente di cittadini dalla cosa pubblica, sempre più percepita come distante, incoerente e talvolta apertamente ipocrita.

 

Che cos’è (davvero) il diritto internazionale.

Il diritto internazionale nasce per limitare l’uso della forza, tutelare la sovranità degli Stati e risolvere i conflitti attraverso strumenti multilaterali.

Il suo cardine è il divieto di aggressione, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, salvo due eccezioni:

 la legittima difesa e l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. In teoria, un sistema chiaro;

in pratica, un equilibrio precario, spesso condizionato dai rapporti di forza.

Il diritto internazionale può essere violato perché non esiste un’autorità superiore che lo imponga automaticamente, per cui gli Stati più forti possono aggirarlo o reinterpretarlo quando entra in conflitto con interessi strategici, mentre le conseguenze dipendono proprio dall’equilibrio di potere.

Questa applicazione selettiva (rigida per i deboli, flessibile per i potenti) mina la credibilità delle regole e alimenta la sfiducia.

 

Il caso Venezuela.

L’operazione statunitense in Venezuela, culminata con la cattura del presidente Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti, è stata giustificata dall’amministrazione di Donald Trump come un atto necessario nella lotta al narcotraffico e al terrorismo.

Tuttavia, l’assenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU solleva interrogativi giuridici difficili da eludere.

Qui emerge il primo punto critico sulle accuse che possono anche essere fondate, ma il metodo scelto, cioè l’intervento armato, si scontra con le regole che lo stesso Occidente dichiara di difendere.

La questione si complica ulteriormente se si considera che il Venezuela possiede immense riserve petrolifere e risorse strategiche, mentre i principali flussi di droga che colpiscono gli Stati Uniti provengono in larga parte da altre rotte e da altri Paesi.

 

Da principio difensivo a strumento politico.

Il richiamo alla dottrina Monroe non è semplice retorica storica.

 Nata nel 1823 per tenere fuori le potenze europee dalle Americhe, è stata nel tempo reinterpretata come giustificazione di un diritto di intervento.

Oggi, nella sua versione aggiornata, riafferma una visione dell’America Latina come area di influenza esclusiva, più politica che giuridica.

 

Precedenti istruttivi: la Tunisia del 1987.

Per comprendere quanto il diritto internazionale, e persino quello costituzionale, venga spesso adattato alle circostanze, basta guardare alla Tunisia.

 Nel 1987 il presidente” Habib Bourguiba” fu destituito attraverso un “colpo di Stato medico”, formalmente giustificato dall’articolo 57 della Costituzione.

Al suo posto salì “Zine El Abidine Ben Ali”.

A posteriori emersero testimonianze sul coinvolgimento di apparati di intelligence stranieri, compresi quelli italiani.

Nessuna invasione, nessuna guerra, ma una manipolazione istituzionale accettata in nome della stabilità.

 All’epoca le proteste internazionali furono limitate.

 Oggi quel passaggio è spesso ricordato come “ordinato”, nonostante abbia aperto la strada a decenni di autoritarismo.

Anche in questo caso la legalità ha seguito l’utilità politica.

Regole uguali, applicazione diversa.

Dalla Tunisia del 1987 all’Iraq del 2003, passando per i bombardamenti della Serbia nel 1999, fino al Venezuela e ad altri scenari più recenti, il messaggio percepito dai cittadini è sempre lo stesso, quello che il diritto internazionale non è uguale per tutti.

 Nel caso della Jugoslavia, la NATO intervenne senza un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, giustificando l’azione come necessaria per fermare una crisi umanitaria, creando uno strappo giuridico mai realmente ricomposto.

In tutti questi casi, alcuni Stati hanno potuto violare, reinterpretare o sospendere le regole, mentre altri ne hanno subito il peso integrale. Questo doppio standard mina la credibilità delle istituzioni multilaterali e rafforza l’idea che la politica globale sia un gioco per pochi, dove le regole sono flessibili per i forti e rigide per i deboli.

 

L’effetto sui cittadini.

Quando le norme vengono applicate “a geometria variabile”, la conseguenza non è solo geopolitica, ma anche civile.

 Crescono il cinismo, l’astensionismo, la violenza e la sfiducia nella democrazia rappresentativa.

Se le regole possono essere aggirate dai potenti, perché dovrebbero essere rispettate dai cittadini comuni?

 Resta così una domanda centrale e non tanto su chi difendere o assolvere, quanto se un ordine internazionale basato sulle regole possa sopravvivere senza coerenza.

Perché quando il diritto diventa uno strumento di convenienza, smette di essere diritto e si trasforma in un linguaggio del potere, anche in società che si definiscono democratiche e civili.

Ed è in quel momento che la distanza tra istituzioni e cittadini diventa un vuoto difficile da colmare.

 

 

 

 

 

Iran. La linea dura del potere e la crepa sociale.

 Notiziegeopolitiche.net – (11 Gennaio 2026) - Giuseppe Gagliano – ci dice:

 

Ali Khamenei.

La promessa della Guida suprema di “non arretrare” davanti alle proteste segna un nuovo irrigidimento del sistema iraniano in una fase già carica di tensioni.

 Le manifestazioni, iniziate come reazione al crollo del valore del “rial” e al peggioramento delle condizioni di vita, si sono rapidamente trasformate in una contestazione più ampia del potere teocratico.

 La lettura ufficiale è netta: non disagio sociale, ma sabotaggio politico, alimentato dall’esterno e finalizzato a destabilizzare lo Stato.

Il discorso pronunciato da “Ali Khamenei” si inserisce in una strategia ormai collaudata:

 delegittimare la protesta assimilando i dimostranti a vandali e agenti di potenze ostili.

Il messaggio è duplice.

 All’interno, serve a compattare l’apparato di sicurezza e a giustificare una repressione senza concessioni.

All’esterno, segnala che Teheran non intende mostrare segni di debolezza proprio mentre le pressioni internazionali restano elevate.

Il cuore della crisi resta economico.

 La svalutazione della moneta, che in un solo anno ha perso circa metà del suo valore, ha colpito in modo diretto commercianti, famiglie urbane e studenti.

Le sanzioni occidentali, sommate agli effetti delle tensioni regionali e del confronto con Israele, hanno ridotto lo spazio di manovra finanziaria del governo.

Le chiusure dei mercati e le proteste nei campus indicano che il malessere non è più confinato alle periferie sociali, ma investe segmenti tradizionalmente prudenti.

Il blackout di Internet e le minacce di “nessuna clemenza” rivelano la centralità dell’apparato di sicurezza nella gestione della crisi.

 La repressione, con decine di morti secondo organizzazioni per i diritti umani, non è solo una risposta contingente, ma parte di una dottrina di controllo che mira a spezzare sul nascere qualsiasi saldatura tra protesta economica e rivendicazione politica.

Il rischio, tuttavia, è l’effetto opposto:

radicalizzare una mobilitazione che già oggi prende di mira il vertice del sistema.

Le parole di Donald Trump, oscillanti tra minaccia e prudenza, contribuiscono a un clima di incertezza strategica.

 Da un lato, Washington evoca l’uso della forza come deterrente contro una repressione sanguinosa;

dall’altro evita di impegnarsi apertamente su un cambio di regime. Teheran risponde avvertendo che qualsiasi interferenza potrebbe tradursi in ritorsioni contro interessi statunitensi nella regione, rialzando il livello dello scontro potenziale.

In questo quadro si inserisce il ricorso a canali finanziari non convenzionali.

 Le rivelazioni sull’uso delle criptovalute da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica mostrano una capacità di adattamento che riduce l’impatto delle sanzioni.

 È una risposta tipica di una “economia sotto assedio”:

aggirare i vincoli per mantenere in funzione l’apparato di potere, anche a costo di accentuare l’opacità del sistema.

L’Iran si trova così stretto tra una società esausta e un potere che non concede spazi di mediazione.

Il presidente ha riconosciuto l’esistenza di lamentele legittime, ma la linea dominante resta quella della fermezza.

Nel breve periodo, la repressione può ristabilire l’ordine.

Nel medio, però, la combinazione di crisi economica, isolamento internazionale e sfiducia sociale rischia di trasformare ogni nuova protesta in una sfida diretta alla sopravvivenza del sistema.

 In questo equilibrio precario, la promessa di “non arretrare” suona meno come una scelta e più come un vincolo imposto dalla paura di cedere terreno.

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