Il collasso della libertà.

 

Il collasso della libertà.

 

 

 

Se crollano gli ayatollah: quattro

scenari per il futuro dell'Iran.

Corriere.it - Federico Rampini – (11 gennaio 2026) – ci dice:

Per la prima volta da quasi quarant’anni l’Iran è davvero sull’orlo di una transizione di potere.

Gli scenari possibili per il post-Khamenei e le probabilità che si arrivi alla democrazia.

 

Dal 1979 il regime degli ayatollah si è retto sul terrore.

I primi a farne le spese, tragicamente, furono gli ingenui «compagni di strada» socialisti e comunisti.

Con l’appoggio della sinistra occidentale, i marxisti iraniani si arruolarono nella rivoluzione khomeinista perché nella fuga dello Scià filoamericano videro una grande vittoria della loro causa.

Furono i primi a finire nel tritacarne della teocrazia sciita:

condannati a morte o torturati nelle prigioni dove gli ayatollah fecero propri i metodi della polizia segreta del sovrano che avevano appena deposto.

Poi fu la volta delle donne, che si videro imporre regole di vita molto più retrograde e opprimenti di quelle in vigore prima del 1979.

Poi le università misero al bando tanta scienza occidentale sacrificata sull’altare dell’indottrinamento.

 I giovani si videro proibire la musica.

 Minoranze etniche e sessuali, artisti e intellettuali, furono a loro volta perseguitati.

E via dicendo, in un precipizio verso il totalitarismo.

 

Quanto può sopravvivere un regime che ha come slogan «morte a Israele» e «morte all’America», ma non ha mai saputo proporre uno slogan altrettanto forte e positivo per dire «lunga vita all’Iran, e un futuro migliore al suo popolo»?

Prendo in prestito questa domanda da un grande esperto dell’Iran, “Karim Sadjadpour”, Senior Fellow al “Carnegie Endowment for International Peace”.

Purtroppo può sopravvivere a lungo:

47 anni, e non sappiamo se in queste ore stia finalmente agonizzando, o se la crudeltà della sua repressione prevarrà ancora una volta sui movimenti di protesta.

Alcune cose le sappiamo, però.

Il regime ha potuto durare anche grazie all’appoggio di tutti coloro che volevano indebolire l’America e l’Occidente: Russia, Cina.

Ha goduto di credibilità finché ha seminato terrore in tutto il Medio Oriente e anche oltre, usando milizie-sicarie come Hamas, Hezbollah, Houthi.

Per un periodo di almeno vent’anni, ha risucchiato l’Arabia saudita in una perversa competizione a chi fosse la potenza regionale più fondamentalista:

 i loro Petro-dollari hanno finanziato jihad e indottrinamento anche nelle comunità di immigrati musulmani in Occidente.

Poi però il gioco perverso degli ayatollah ha cominciato a incappare in incidenti di percorso gravi.

 Le proteste interne vanno crescendo almeno dal 2019, perché le avventure militari esterne hanno impoverito la popolazione, e hanno reso sempre meno sopportabile la corruzione della élite clericale. L’Arabia saudita ha imboccato una strada alternativa:

modernizzazione, laicizzazione, progresso economico, avvicinamento a Israele.

L’appoggio a Hamas per la strage del 7 ottobre 2023 si è rivelato un colossale errore di calcolo.

Minacciato nella propria esistenza, Israele ha sferrato colpi micidiali a tutti gli alleati regionali dell’Iran.

 Poi è intervenuto Trump con il bombardamento dei siti nucleari.

La guida suprema della rivoluzione islamica, Khamenei, ha dato uno spettacolo d’impotenza.

 I suoi alleati cinesi e russi sono stati incapaci di difenderlo.

Ma constatare che il regime è ai minimi storici della sua credibilità – sia internazionale che interna – non ci dice nulla su quale sarà il futuro di questa nazione.

Per provare a immaginare degli scenari, do la parola appunto a “Sadjadpour”.

In un saggio su” Foreign Affairs “questo esperto prova a delineare quattro scenari possibili, quattro ipotesi per il post-Khamenei: un’evoluzione simile a quella della Russia post-sovietica, un percorso cinese, una soluzione di tipo pakistano, oppure il modello Turchia.

Basta l’elenco dei paesi per capire che “Sadjadpour” non assegna un’alta probabilità all’avvento di una democrazia.

 

Ecco una sintesi della sua analisi.

 

Per la prima volta da quasi quarant’anni, sostiene lo studioso, l’Iran è davvero sull’orlo di una transizione di potere, forse persino di regime.

La vecchiaia avanzata di “Ali Khamenei”, la guerra lampo di giugno che ha visto Israele colpire duramente infrastrutture militari e nucleari iraniane e gli Stati Uniti intervenire direttamente contro i siti atomici, hanno messo a nudo la fragilità di un sistema che per decenni si è presentato come ideologicamente inflessibile e strategicamente invincibile.

L’immagine finale di Khamenei che emerge dal bunker per proclamare una «vittoria» con voce tremante ha finito per accentuare, più che dissipare, la sensazione di un potere logoro.

 

“Sadjadpour “parte da una constatazione netta:

 la Repubblica islamica non è più un regime in espansione, ma in difesa, privo di slancio ideologico, economicamente esausto, militarmente vulnerabile e socialmente delegittimato.

Il divario tra la retorica rivoluzionaria e la realtà quotidiana è diventato troppo grande.

La società iraniana – 92 milioni di persone, isolate da decenni – vive dentro una combinazione soffocante di sanzioni, inflazione, blackout energetici, scarsità d’acqua, censura digitale e repressione dei costumi. Simboli centrali della rivoluzione, come l’hijab obbligatorio, vengono ormai sfidati apertamente.

 Il regime non controlla più davvero né i cieli né le strade.

 

Le radici profonde dell’autoritarismo: paranoia e sfiducia.

 

Per capire perché la transizione iraniana è così incerta, “Sadjadpour” insiste su un tratto strutturale della storia politica del Paese:

 la paranoia come stile di governo.

 Invasioni, umiliazioni coloniali, colpi di Stato e interferenze straniere hanno sedimentato una cultura del sospetto che attraversa élite e società.

 I leader iraniani – dallo Scià a Khomeini, fino a Khamenei – hanno visto complotti ovunque, premiando la lealtà contro la competenza e producendo una selezione negativa delle classi dirigenti.

 

Questo clima di sfiducia cronica ha impedito la costruzione di istituzioni solide e ha rafforzato il personalismo.

 Il risultato è un sistema che oscilla tra brevi euforie e lunghi cicli di disillusione, incapace di autoriformarsi.

È in questo vuoto istituzionale che si collocano i possibili scenari del «dopo Khamenei».

 

Iran come Russia: dalla teocrazia al nazionalismo autoritario.

 

Il primo scenario è quello post-sovietico.

Come l’URSS negli anni finali, la Repubblica islamica appare ideologicamente esaurita, sostenuta più dalla coercizione che dal consenso, con una società che ha voltato le spalle allo Stato.

 Anche l’Iran, come la Russia, è un Paese ricco di risorse naturali, con una forte identità storica e una rivoluzione che ha cercato di rifondare tutto in nome di un’ideologia totalizzante.

In questo scenario, il collasso dell’ideologia non porta alla democrazia, ma a un vuoto di potere riempito da apparati di sicurezza e oligarchie economiche.

Come nella Russia degli anni Novanta, il caos, la disuguaglianza e il saccheggio delle risorse preparano il terreno per l’emergere di un uomo forte: un «Putin iraniano».

Questa figura potrebbe provenire dai “Guardiani della Rivoluzione” o dai “servizi di sicurezza”, abbandonare l’islamismo sciita come ideologia fondante e sostituirlo con un nazionalismo iraniano fondato sul risentimento:

ancora una volta contro l’Occidente, contro Israele, contro le umiliazioni subite.

La promessa sarebbe stabilità e orgoglio nazionale;

la realtà, un autoritarismo pragmatico, corrotto e aggressivo. “Sadjadpour” avverte:

la fine della teocrazia non garantisce un esito liberale.

 Un Iran «post-ideologico» potrebbe essere persino più cinico, più predatorio e più destabilizzante per la regione, proprio come la Russia putiniana dopo il comunismo.

 

Iran come Cina: pragmatismo senza libertà.

 

Il secondo scenario è quello che molti riformisti interni hanno sognato:

 il «modello cinese».

Dopo la morte di Mao, Pechino ha sacrificato l’ortodossia ideologica in favore dello sviluppo economico, mantenendo però un sistema autoritario.

Applicato all’Iran, questo significherebbe meno teologia, più tecnocrazia;

meno rivoluzione, più interesse nazionale.

In questa ipotesi, l’Iran normalizzerebbe i rapporti con l’Occidente, ridurrebbe l’ostilità verso gli Stati Uniti e Israele, allenterebbe il controllo sociale e cercherebbe integrazione economica globale, senza però concedere pluralismo politico.

 I Pasdaran resterebbero potenti, ma trasformati in una sorta di élite nazional-corporativa, simile all’Esercito popolare di Liberazione cinese. “Sadjadpour” però sottolinea due ostacoli enormi.

Il primo è politico:

in Cina, l’apertura verso Washington fu avviata da Mao stesso;

in Iran, Khamenei ha sempre considerato il compromesso con gli Stati Uniti come una minaccia esistenziale.

Senza un leader disposto a rompere questo tabù, il modello cinese resta irrealizzabile.

 Il secondo ostacolo è strutturale: l’Iran non è la Cina.

 Non ha una forza lavoro sterminata né un’economia manifatturiera capace di assorbire milioni di persone.

È una economia parassitaria fondato sull’estrazione di una rendita energetica, più simile alla Russia.

 Se il regime rinunciasse all’ideologia senza riuscire a migliorare concretamente la vita dei cittadini, perderebbe anche l’ultimo residuo di legittimità.

 

Iran come Pakistan: il potere ai militari.

 

Il terzo scenario, che “Sadjadpour” considera tra i più plausibili, è quello pakistano:

 la trasformazione dell’Iran in uno Stato dominato dai militari, in cui i Guardiani della Rivoluzione (IRGC - Islamic Revolutionary Guard Corps) passano da potere informale a potere formale.

Dalla guerra Iran-Iraq in poi, l’IRGC è diventato molto più di una forza armata:

controlla settori chiave dell’economia, gestisce traffici, media, infrastrutture, programmi nucleari e reti di milizie regionali.

Come in Pakistan, si potrebbe arrivare a una situazione in cui non è l’esercito a servire lo Stato, ma lo Stato a servire l’esercito.

 In questo scenario, i militari potrebbero lasciare che il caos sociale cresca, per poi presentarsi come «salvatori della nazione», giustificando il loro dominio in nome dell’unità nazionale.

Per farlo, però, dovrebbero abbandonare l’ideologia clericale e rifondare la legittimità sul nazionalismo iraniano.

 Anche qui, gli esiti restano ambigui.

Un leader militare potrebbe essere un nuovo Putin iraniano, oppure un al-Sisi iraniano (dal nome del generale-dittatore egiziano): autoritario, ma pragmatico e disposto a un’intesa con l’Occidente.

 In entrambi i casi, la questione nucleare sarebbe centrale:

arma atomica come garanzia di sopravvivenza, oppure rinuncia in cambio di riconoscimento internazionale.

 

Iran come Turchia: populismo elettorale e autoritarismo maggioritario.

 

Il quarto scenario è quello turco.

 Qui non si tratta di una transizione militare o tecnocratica, ma dell’emergere di un leader populista legittimato dal voto, che smantella gradualmente i contrappesi istituzionali dall’interno.

Perché questo accada in Iran, sarebbe necessaria una riforma radicale delle istituzioni:

abolizione della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani, ridimensionamento dei Pasdaran, rafforzamento del Parlamento e del governo eletti.

Condizioni oggi poco realistiche, ma non del tutto impensabili nel lungo periodo.

“Sadjadpour” osserva che l’Iran possiede una tradizione populista profonda:

da Khomeini ad Ahmadinejad, leader capaci di mobilitare il risentimento contro élite e potenze straniere promettendo redistribuzione e giustizia sociale. Un futuro «Erdogan iraniano» potrebbe combinare nazionalismo, religione e voto popolare, producendo un autoritarismo con consenso di massa.

Questo scenario sarebbe preferibile per molti iraniani rispetto alla teocrazia o al dominio militare, ma non garantirebbe una vera democrazia liberale.

Come dimostra la Turchia, il populismo può svuotare la democrazia dall’interno.

 

“Sadjadpour” conclude con una nota di realismo.

La storia iraniana – come il 1979 insegna – smentisce quasi sempre le previsioni.

 Ma una cosa appare chiara: gli iraniani non chiedono rivoluzioni ideologiche, né nuovi culti della personalità.

 Chiedono “zendegi-e normal,” una vita normale:

dignità economica, libertà personali, uno Stato che non controlli ogni aspetto dell’esistenza.

 L’Iran ha tutte le carte per essere un Paese del G20.

La vera incognita non è se il cambiamento arriverà, ma se dopo il cupo e sanguinoso autunno degli ayatollah arriverà finalmente una primavera o solo un altro inverno.

“Shirin Ebadi”:

"Non si torna più indietro,

continueranno fino al crollo

del regime degli Ayatollah."

It.gariwo.net – (12 -01 – 2026) - intervista di Michele Migone – ci dice:

 

“Shirin Ebadi” non ha dubbi: ci troviamo di fronte a una rivoluzione.

Dopo queste proteste “non si torna più indietro. Continueranno fino al crollo del regime”.

Il Premio Nobel per la Pace 2003 parla al telefono da Londra per una intervista che sarà poi trasmessa da Radio Popolare grazie all’aiuto e alla traduzione di Parisa Nazari.

“Non si fermeranno, la repressione non le fermerà”.

 

Avvocato per i diritti umani, perseguitata dal regime degli ayatollah, costretta all’esilio, “Shirin Ebadi “guarda a quello che sta succedendo nel suo paese natale come la conseguenza di 47 anni di una dittatura che ha usato il tallone di ferro contro il suo popolo.

“Difficile dire quando arriverà la vittoria – scandisce – ma arriverà”.

L’affermazione è basata su di una nuova situazione che si è venuta a creare in Iran.

Queste ultime proteste sono partite a causa della gravissima situazione economica, ma ben presto si sono saldate con la richiesta di libertà e diritti, come chiede il movimento” Donna Vita Libertà”, per poi sfociare in una collettiva e perentoria volontà di abbattimento del regime.

Per la prima volta dopo molto tempo, gli stessi Ayatollah hanno capito che quanto sia in bilico il loro potere.

 

“Vedo dei segni di crepe nel regime.

 Mi sembra che l’apparato repressivo stia vacillando.

Lo si comprende dal fatto che abbiano fatto arrivare rinforzi dall’estero, dal Libano e dall’Iraq”.

 Significa che c’è il reale timore che la compattezza della struttura non sia così salda.

La stessa risposta sanguinaria di questi giorni è la prova dell’allarme che è risuonato nelle stanze del potere a Teheran.

 Il conteggio esatto dei morti varia a seconda delle fonti dell’opposizione, ma ormai sembra evidente che siano molte centinaia. Il video con sacchi di plastica nera lasciati nel cortile di un ospedale, contenenti i cadaveri dei manifestanti, circondati dallo strazio dei parenti ha fatto il giro del mondo.

 La protesta però non si fermerà neppure di fronte alla pila dei morti.

 Il Nobel per la Pace 2003 pensa che si arriverà al collasso del regime. “La povertà è sempre più diffusa. Hanno cercato di metterci una toppa con un sussidio mensile di 5 dollari al mese, una misura ridicola”.

Ma poi cosa accadrà?

 Shirin Ebadi risponde a questa domanda dicendo cosa lei auspica: “Vorrei un referendum popolare sulla forma di governo e una costituzione scritta con l’ausilio delle Nazioni Unite”. E una Norimberga per gli Ayatollah?

La risposta in questo caso è più articolata:

“Questo regime ha compiuto dei crimini contro il suo popolo fin dall’inizio, ha impoverito il paese, è un sistema corrotto.

 Io spero che prima o poi ci sia un processo di un tribunale imparziale, qualche cosa che somigli alla “Corte Penale Internazionale”.

Che ci sia giustizia, alla fine.

(Michele Migone, giornalista).

 

 

 

 

In che modo l’Iran in crisi identitaria

si lega al Venezuela.

Risponde “Terzi”.

Formiche.net - Emanuele Rossi – (7-01 – 2026) – ci dice:

 

Le proteste che attraversano l’Iran non sono una crisi congiunturale, ma il segnale di un possibile punto di non ritorno per il regime dei mullah. Dalla repressione violenta alla dimensione internazionale della minaccia iraniana, fino alle responsabilità dell’Occidente e ai collegamenti con altri regimi autoritari, nella conversazione con il senatore “Giulio Terzi di Sant’Agata”, presidente della Commissione per le Politiche Europee del Senato.

 

Da oltre dieci giorni l’Iran è attraversato da proteste diffuse e sempre più radicali.

 Manifestazioni che si sono riaccese nelle ultime settimane, e con loro la repressione del regime.

Il collasso economico, la reazione violenta, il controllo sulle masse che sembra essere sfuggito, e la mobilitazione trasversale della società iraniana evocano precedenti storici profondi, ma aprono anche scenari nuovi.

 Per “Giulio Terzi di Sant’Agata “(Fratelli d’Italia), che oggi ha tenuto il “keynote speech” della conferenza “Sostegno alle forze democratiche in Iran” organizzata nella Sala Nassirya del Senato, ricostruisce il significato politico delle proteste inquadrandole sullo stato del regime e delle connessioni internazionali, e ciò che l’Italia e la Comunità globale dovrebbero fare di fronte a una possibile svolta storica.

 

Cosa sta accadendo oggi in Iran e perché queste proteste rappresentano qualcosa di diverso rispetto al passato?

Da più di dieci giorni il popolo iraniano protesta nelle strade di tutto il Paese.

L’inflazione ha superato il 42%, il rial è crollato e con esso l’intero sistema economico.

Ma ridurre tutto a una crisi economica sarebbe fuorviante: siamo di fronte a una crisi strutturale del sistema-Paese.

 

Qual è il significato simbolico della chiusura del Grande Bazar di Teheran?

 

A Teheran, una capitale da dieci milioni di abitanti, il Grande Bazar ha abbassato le serrande perché non c’è più merce da vendere.

 È un segnale fortissimo.

Anche nel gennaio del 1979 la caduta dello Scià iniziò con la chiusura del Grande Bazar.

 

Il paragone con il 1979 è inevitabile. Cosa cambia oggi rispetto ad allora?

Allora chi prese il potere furono gli Ayatollah.

 Oggi siamo qui perché sentiamo che una nuova speranza è possibile. Ma questa speranza deve essere anche un monito:

bisogna diffidare di chi si ripropone come volto di una rivoluzione democratica quando in realtà appare come una restaurazione.

Siamo di fronte a un punto di rottura irreversibile per il regime?

 

Sarà la storia a dirlo.

Ma è legittimo chiedersi se questo non sia finalmente quel punto di rottura non più recuperabile, quel tempo della libertà per l’Iran che tanti attendono da decenni.

 

Quanto è grave la repressione in atto?

Mai prima d’ora si era giunti a una situazione così drammatica.

La repressione del regime è violentissima:

130 città in rivolta, oltre mille arresti e più di trenta morti.

I Pasdaran irrompono nei dormitori degli studenti, nelle case dei cittadini, sequestrano persone in modo arbitrario.

È una repressione capillare che colpisce l’intera società.

 

La chiusura di scuole e università che segnale rappresenta?

È l’atto finale di un regime che da anni impicca i suoi figli alle gru e stupra le sue figlie nel nome di Allah.

Chiudere scuole e università significa ammettere di non avere più futuro da offrire.

Come valuta le parole del presidente degli Stati Uniti sulla possibile difesa dei manifestanti?

Quando il presidente Trump ha detto che se Teheran sparerà sui manifestanti pacifici gli Stati Uniti andranno in loro soccorso, ha pronunciato parole durissime.

 Parole che diventano ancora più significative se lette nel contesto degli sviluppi in Venezuela e la cattura di Nicolas Maduro e consorte.

 

In che modo il Venezuela è collegato al regime iraniano?

 

Da decenni il Venezuela offre rifugio sicuro ai Pasdaran e ai proxy iraniani come Hezbollah.

 È stato uno spazio franco per coprire reti terroristiche, narcotraffico, traffico d’armi, riciclaggio e persino addestramento di miliziani.

 

Quanto è profondo il legame economico e strategico tra Teheran e Caracas?

 

Il Venezuela da decenni fornisce rifugio sicuro ai Pasdaran e ai proxy dell’Iran.

 Pensate che l’Iran ha investito a Caracas tra i 7 e i 10 miliardi di dollari, comprato intere aree di terreno nel Venezuela.

Ecco la minaccia diretta alla sicurezza mondiale che fino a pochi giorni fa rappresentava Caracas.

Mentre a Caracas l’arresto di Maduro ha assestato un duro colpo al regime, con gli Usa che stanno cercando di guidare un complesso processo di transizione, come descriverebbe oggi la natura del regime iraniano e il significato politico delle proteste in corso?

 

È un regime fondamentalista, messianico e criminale, con le mani grondanti di sangue non solo entro i confini iraniani ma anche all’estero. In queste ore la leadership appare sempre più isolata e fragile: l’Ayatollah Khamenei è stato portato in un luogo sicuro e circolano indiscrezioni su una possibile fuga in Russia qualora la situazione precipitasse, mentre continua a promettere sussidi e piani di salvezza che non convincono più nessuno.

 

Il punto centrale è che il popolo iraniano non protesta per il pane o per la fame.

 Protesta per l’identità e per la libertà che gli sono state strappate.

Come ha sottolineato” Maryam Rajavi”, presidente Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, la radice del problema risiede nel sistema della “velayat-e faqih”, la dottrina politico-religiosa liberticida instaurata da Khomeini.

Uomini e donne, giovani di ogni età e classe sociale sono oggi in strada: quando un popolo torna in piazza, la storia si rimette in cammino.

 

Quali responsabilità ha la Comunità internazionale di fronte a questa repressione?

In primis certo, è importante esprimere la più convinta solidarietà e vicinanza al popolo iraniano, e al tempo stesso è importante dare una risposta ferma e unita da parte delle istituzioni parlamentari e internazionali.

I responsabili di decenni di repressioni e massacri devono essere posti di fronte alla giustizia;

il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica inserite nelle liste del terrorismo internazionale;

 e le Ambasciate colluse con le attività terroristiche portate avanti dal regime chiuse immediatamente.

 

Quanto accade come tocca il nostro Paese?

Anche l’Italia è certamente esposta.

Il nostro Paese non è immune:

Roma rappresenta uno snodo cruciale per attività di reclutamento, sorveglianza, propaganda e traffici sensibili da parte dell’intelligence iraniana, spesso coperte da strutture diplomatiche, culturali e accademiche.

Non possiamo dimenticare l’agguato del 1993 a Roma, quando “Mohammad Hossein Naqdi”, rappresentante del “Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana” in Italia, venne assassinato da agenti iraniani che beneficiarono proprio di queste coperture.

 Contrastare tali infiltrazioni significa lottare concretamente a fianco del popolo iraniano, che combatte per i propri diritti, la propria dignità e la propria libertà.

Guardando al quadro globale, quale futuro immagina per l’Iran, anche alla luce dei fatti che riguardano Caracas?

 

Auspichiamo che sia giunto il tempo di una svolta, per un Iran protagonista della pace e della sicurezza regionale, e non una minaccia a livello globale.

In questa prospettiva, il Piano in 10 punti per il futuro dell’Iran proposto da” Rajavi”, indica una strada credibile verso un’alternativa autenticamente democratica.

 

 

 

Editoriale.

L’eclissi dell’Occidente:

il triumvirato USA-Russia-Cina

e il crepuscolo dell’Europa.

Ecodelsannio.it - Redazione EDS – (Gen. 4, 2026) - Di Carlo di Stanislao – ci dice:

 

 

​” Quando i giganti si scontrano, è l’erba a soffrire; ma quando i giganti si accordano, l’erba viene mangiata.” — Proverbio africano.

​L’illusione che il caos trumpiano sia un fenomeno passeggero, una sorta di febbre passeggera del corpo elettorale americano, è la più grande minaccia alla sopravvivenza delle democrazie liberali.

Se l’analisi precedente ha svelato la natura lucida della sua “follia”, è necessario ora scendere nelle profondità del meccanismo:

come questa visione si traduca in una condanna a morte per l’economia europea e quali siano i fili invisibili, ma d’acciaio, che legano l’ideologia di Donald Trump a quella di Vladimir Putin e Xi Jinping.

 

Non siamo di fronte a una serie di decisioni slegate, ma a una ristrutturazione ontologica del mondo.

 Il mosaico è quasi completo:

un ordine tripolare dove la forza sostituisce il diritto, e dove l’Europa, da attore globale, rischia di ridursi a un museo a cielo aperto, frammentato e privo di difese.

 

Parte I: Il Cappio Economico – Come il Triumvirato Soffoca l’Europa.

​L’Europa ha costruito la sua prosperità su tre pilastri che il “nuovo ordine” di Trump mira a polverizzare:

la sicurezza garantita dagli Stati Uniti (NATO), l’energia a basso costo dalla Russia e l’accesso illimitato al mercato manifatturiero e di consumo cinese.

La strategia di Trump non è isolazionista nel senso classico; è estorsiva.

 

La fine del libero scambio e l’era del “Mercantilismo Muscolare.”

​Per Trump, il deficit commerciale non è un dato economico, è una sconfitta militare.

La sua visione dell’economia mondiale è a somma zero:

se l’Europa guadagna, l’America perde.

La sua “follia calcolata” prevede l’imposizione di dazi universali non solo contro i nemici, ma soprattutto contro gli alleati.

 

​L’economia europea, guidata dalla trazione manifatturiera tedesca e dal lusso e agroalimentare italiano e francese, è estremamente vulnerabile. Un’America che chiude le frontiere commerciali costringe l’Europa a una scelta impossibile:

sottomettersi ai diktat di Washington (tagliando i ponti con Pechino) o subire sanzioni che distruggerebbero intere filiere industriali.

 

Il ricatto energetico e tecnologico.

​Mentre la Russia di Putin usa il gas come arma di pressione geopolitica, Trump vede nell’energia americana (share gas e petrolio) non solo una risorsa, ma uno strumento di dominio.

L’Europa, stretta tra la necessità di decarbonizzare e l’urgenza di trovare alternative al gas russo, si trova in una morsa.

Trump non vuole che l’Europa sia energeticamente indipendente; vuole che sia dipendente dall’America, eliminando ogni velleità di sovranità politica europea.

​Allo stesso tempo, la guerra tecnologica con la Cina mette l’Europa in una posizione di scacco matto.

Il triumvirato USA-Russia-Cina sta spartendo il mondo in “ecosistemi tecnologici” chiusi.

 Se l’Europa sceglie il 5G o l’IA cinese, viene punita da Washington;

se sceglie quella americana, diventa una colonia digitale senza alcuna capacità di innovazione autonoma.

La “follia” di Trump è qui malignamente lucida:

 spingere l’Europa verso l’irrilevanza tecnologica per garantirsi che non possa mai diventare il “quarto polo” del potere mondiale.

 

Parte II: L’Internazionale Reazionaria – I Legami Ideologici del Triumvirato.

​Esiste un filo rosso che unisce Mar-a-Lago, il Cremlino e Zhongnanhai. Nonostante le differenze superficiali — il capitalismo populista di Trump, l’etno-nazionalismo di Putin e il comunismo tecnocratico di Xi — questi tre poli condividono una base ideologica comune che potremmo definire “Autoritarismo Transazionale”.

 

Il disprezzo per le istituzioni sovranazionali.

​Trump, Putin e XI condividono un odio viscerale per qualsiasi entità che limiti la sovranità assoluta del “Grande Leader”.

L’ONU, l’OMS, la Corte Penale Internazionale e, soprattutto, l’Unione Europea sono viste come ostacoli burocratici che impediscono ai forti di fare ciò che devono.

 

​La “follia” di Trump nell’attaccare l’UE (“un nemico commerciale peggiore della Cina”) è musica per le orecchie di Putin, che da decenni finanzia partiti euroscettici per dividere il continente.

Per XI, un’Europa frammentata è un mercato più facile da penetrare con la “Via della Seta”.

Il legame ideologico è chiaro:

il mondo deve essere governato da accordi bilaterali tra giganti, dove il più piccolo soccombe sempre.

 

​Il culto della forza e il rifiuto del “Wokismo.”

​C’è un aspetto culturale che cementa questo triumvirato:

la guerra ai valori liberali dell’Occidente moderno.

Trump ha trasformato la sua battaglia contro il “politicamente corretto” in una crociata globale.

Putin si presenta come il difensore dei “valori cristiani tradizionali” contro un Occidente decadente e pervertito.

 Xi Jinping promuove la “superiorità dei valori asiatici” e la disciplina sociale contro il caos democratico.

​Questa convergenza non è casuale.

Serve a creare un fronte comune contro l’idea stessa di diritti universali. Se Trump riesce a convincere gli americani che la democrazia liberale è un fallimento, allora la Russia e la Cina non sono più avversari ideologici, ma modelli di efficienza.

La “follia” è il cavallo di Troia per normalizzare l’autocrazia nel cuore dell’Occidente.

 

Parte III: Il Mosaico del Potere – USA, Russia e Cina al Comando

​In questo scenario, il mondo viene diviso in zone d’influenza, ricordando il Congresso di Vienna del 1815 o la Conferenza di Jalta, ma con una differenza fondamentale:

 manca una visione morale del futuro.

 

La Russia come guardiano dell’Eurasia.

​In cambio della neutralità americana e della fine delle sanzioni, Putin offre a Trump la stabilità energetica e un alleato contro l’estremismo islamico (o ciò che loro definiscono tale).

La Russia diventa il braccio armato del triumvirato in Medio Oriente e in Africa, agendo là dove l’opinione pubblica americana non permetterebbe a Trump di intervenire direttamente.

La “stranezza” di Trump verso la NATO è il segnale che il patto è già in fieri:

la sicurezza dell’Europa non è più un interesse americano, ma una fiche da scambiare sul tavolo del Cremlino.

La Cina come fabbrica e banca del mondo.

​XI Jinping non cerca lo scontro militare totale con gli USA;

cerca la supremazia sistemica.

Trump, con il suo approccio transazionale, è il partner ideale.

 XI sa che con Trump può “comprare” il silenzio su Taiwan o su Hong Kong attraverso contratti commerciali miliardari o concessioni sui brevetti.

Il triumvirato si regge su un equilibrio di reciproco cinismo:

“Io non critico come tratti i tuoi cittadini, se tu non disturbi i miei affari”.

 

Gli USA come perno del caos controllato.

​L’America di Trump diventa il “regista del disordine”.

Non più il garante della pace, ma l’attore che sposta l’equilibrio a seconda della convenienza del momento.

 La sua imprevedibilità è lo strumento con cui tiene Russia e Cina in uno stato di tensione latente, assicurandosi che nessuno dei due diventi troppo forte da sfidarlo, ma collaborando con entrambi per eliminare qualsiasi forma di resistenza democratica globale.

 

Parte IV: Perché dobbiamo davvero avere paura.

​La paura non nasce dalla possibilità di una guerra nucleare — ironicamente, questo triumvirato di autocrati potrebbe essere molto stabile nel breve periodo — ma dalla morte dell’anima della civiltà occidentale.

 

Se la visione di Trump trionfa, il concetto di “cittadino” viene sostituito da quello di “suddito” o “consumatore”.

La politica smette di essere lo spazio del dibattito pubblico e diventa un esercizio di propaganda e forza bruta.

Ogni stranezza di Trump, ogni sua uscita contro la stampa (“nemica del popolo”), ogni suo elogio ai dittatori, è una martellata ai pilastri del nostro edificio civile.

 

​L’Europa è l’ultima linea di difesa.

Ma un’Europa che non vede la lucidità dietro la follia, che spera ancora in un ritorno alla “normalità” pre-2016, è una vittima designata.

Il mosaico è quasi finito.

Se non impariamo a leggere il disegno d’insieme, ci ritroveremo a essere solo una sfumatura di grigio in un mondo dominato dai colori forti e sanguigni di tre uomini che hanno deciso che la storia appartiene solo a chi ha il coraggio di essere spietato.

 

La scelta finale.

​Dobbiamo guardare in faccia la realtà:

la “follia” maligna di Trump è la risposta più efficace e brutale alla crisi della globalizzazione.

È un progetto di potere che parla alla pancia dei popoli, promettendo ordine in cambio di libertà e protezione in cambio di sottomissione.

 

Il mosaico USA-Russia-Cina non è un incubo lontano;

è una possibilità geopolitica concreta che si sta realizzando sotto i nostri occhi, post dopo post, dazio dopo dazio, strettoia dopo strettoia.

 La domanda non è se Trump sia pazzo, ma se noi siamo abbastanza sani da riconoscere il pericolo prima che l’ultima tessera venga posizionata.

 

 

 

Il mondo a due misure:

dall’Ucraina a Gaza, fino

a Caracas.

Lacnews24.it - Francesco Villotta – (5 gennaio 2026) – ci dice:

 

La cattura di Maduro riapre la domanda antica sul potere americano: perché punire alcuni e proteggere altri?

 Tra guerre, basi militari e petrolio, emerge la verità scomoda di un impero che non vuole chiamarsi tale, mentre la giustizia continua a non essere uguale per tutti.

 

C’è sempre un rumore che annuncia la Storia.

 Il rombo dei caccia che attraversano il cielo di Caracas.

 Il lamento distante delle sirene in una città ucraina bombardata.

Il pianto dei bambini tra le rovine di Gaza.

 E poi c’è un altro rumore, più sottile, come un sussurro amaro:

quello delle parole che cambiano significato a seconda di chi le pronuncia.

Guerra, libertà, sicurezza, diritti umani.

Lo stesso vocabolario, ma ogni volta un dizionario diverso.

 Caracas si è svegliata nella notte con la Storia alla finestra.

Un presidente catturato e portato via.

Washington che parla di ordine, di democrazia, di ripristino della legalità.

Il mondo che guarda, ancora una volta diviso fra l’applauso, l’indignazione e la stanchezza.

E poi la domanda, quella che ritorna sempre e che colpisce come una pietra nell’acqua:

chi decide quando la forza è giusta, e per chi?

Quando la Russia invade l’Ucraina, è aggressione.

 E lo è davvero.

Quando Israele devasta Gaza, le parole diventano improvvisamente lente, esitanti, pudiche.

 E quando gli Stati Uniti rovesciano un governo in America Latina, ecco che la guerra smette di essere guerra e diventa missione di civiltà.

Due pesi. Due misure.

 Due morali per lo stesso mondo.

 

A Caracas silenzio e paura dopo la cattura di Maduro, l’autista di bus diventato presidente: Cia sul campo da agosto per il blitz.

Redazione Esteri.

Per capire davvero ciò che è accaduto a Caracas bisogna guardare indietro.

Dopo il 1945 gli Stati Uniti emergono come potenza dominante e comincia una lunga catena di interventi, guerre, pressioni, sostegni occulti e operazioni dichiarate.

La Guerra di Corea, la Guerra del Vietnam, la lunga stagione delle interferenze in America Latina, i colpi di Stato appoggiati o favoriti, le invasioni di Grenada e Panama, il sostegno ai Contras in Nicaragua, le ombre sulle crisi cilene e brasiliane.

Il ruolo determinante e oscuro nelle stragi, negli omicidi, nella strategia della tensione, e nei misteri italiani.

Venezuela, Trump:

«Governeremo la transizione e ci riprenderemo il petrolio».

Poi avverte Cuba: «Sta fallendo, ne parleremo».

Redazione Esteri.

Poi il nuovo secolo, con la Guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre e la Guerra in Iraq sotto l’accusa mai provata delle armi di distruzione di massa.

E parallelamente la “guerra al terrorismo”, fatta di basi, droni, operazioni speciali sparse nel mondo.

 Non è un episodio. È una linea continua.

Una traiettoria storica. Una visione del mondo.

 

E accanto a questa storia, cresce la geografia del potere.

Basi militari statunitensi in Europa, in Asia, nel Medio Oriente, in Africa, nei Caraibi, nel Pacifico. Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Qatar, Bahrain, Kuwait, Gibuti, Curaçao e oltre.

Una costellazione globale di piste, flotte, radar, comandi.

Non è difesa. È presenza. È influenza. È controllo.

 È la spina dorsale di un impero moderno che non si chiama impero, ma lo è in ogni sua fibra.

Un impero che interviene, sanziona, punisce, protegge.

Che decide chi è un dittatore e chi no.

 Chi deve cadere e chi può restare.

Chi merita la guerra e chi deve essere salvato dalla guerra.

E allora, ecco la domanda che brucia: perché Maduro sì e Netanyahu no? Perché Maduro sì e Putin no? Perché per Maduro si parla di narcotraffico, di criminalità internazionale, di minaccia globale, mentre per Netanyahu, di fronte a città rase al suolo e civili sterminati e travolti, ci si ferma sempre un passo prima? Perché Putin resta a Mosca e Maduro viene portato via da Caracas? Forse la risposta è semplice. Troppo semplice per non far male.

Il petrolio. Le riserve immense del Venezuela. L’oro nero che ancora oggi orienta mappe, alleanze e guerre.

Forse perché un protettorato energetico nel cuore del continente americano vale più di cento discorsi sulla democrazia.

 Forse perché la legge internazionale non è una tavola sacra, ma una rete elastica che si adatta alla convenienza di chi la tiene in mano.

 Forse perché l’Impero dev’essere nutrito ogni giorno, e l’odore del greggio vale più di mille dichiarazioni sulla libertà dei popoli.

 

Italia Mondo.

Venezuela, Trump: «Governeremo la transizione e ci riprenderemo il petrolio». Poi avverte Cuba: «Sta fallendo, ne parleremo»

Redazione Esteri.

Venezuela, Trump: «Governeremo la transizione e ci riprenderemo il petrolio». Poi avverte Cuba: «Sta fallendo, ne parleremo».

Questo non assolve nessuno.

Maduro ha rappresentato per anni un potere logorato, autoritario, inefficiente.

Putin ha scatenato una guerra di aggressione.

Hamas ha compiuto un massacro. Israele ha risposto con una furia disumana che ha travolto innocenti.

Non è una contabilità del sangue.

È una domanda sulla giustizia.

Perché la giustizia, se è vera, non indossa uniformi. Non sceglie tra alleati e nemici.

Non pesa la vita umana secondo il valore del sottosuolo.

 

Viviamo invece in un mondo in cui la legge si piega al potere.

Dove la coerenza è un lusso retorico. Dove ciò che è crimine per uno diventa legittima difesa per un altro.

E quando i popoli capiscono che la giustizia è selettiva, smettono di crederci.

Dove non si crede più alla giustizia, nascono fanatismi, rancori, odi.

 La violenza chiama altra violenza.

Generazione dopo generazione.

 

Eppure, in mezzo a questo buio, resta una responsabilità civile.

 Dire la verità. Chiamare il potere con il suo nome.

Ammettere che l’America è stata, ed è, una potenza imperiale.

 Che governa il mondo attraverso basi, moneta, tecnologia, cultura, forza militare.

Che spesso predica la libertà e pratica l’interesse.

E che l’Europa, troppo spesso, guarda e annuisce.

 

Politica.

«Trump agisce per interesse ma i venezuelani sono stati traditi e affamati per 25 anni»: Giulio Vita racconta la dittatura chavista.

Massimo Clausi.

Si può amare la cultura occidentale, la sua libertà, la sua democrazia, e insieme pretendere che quelle parole valgano sempre.

 Per tutti.

 Si può essere amici e critici allo stesso tempo. Anzi, è l’unico modo onesto di esserlo.

 

Perché se l’invasione è un crimine, lo è dappertutto.

 Se le bombe sono una vergogna, lo sono in ogni cielo.

 Se la sovranità conta, conta anche a Caracas.

Se la vita è sacra, lo è a Kiev, a Gaza, a Maracaibo.

 

Non esistono vite di serie A e vite di serie B.

 Non esistono popoli destinati al salvataggio e popoli destinati al sacrificio.

 Dovrebbe esistere una sola misura. Una soltanto.

Senza eccezioni. Senza ipocrisie.

 Perché altrimenti ogni valore diventa propaganda. E la propaganda, prima o poi, si trasforma in sangue.

 

Il mondo non ha bisogno di nuovi imperi.

 Ha bisogno di giustizia. Di quella vera. Quella che non guarda le bandiere.

Quella che non odora di soldi e di petrolio.

Quella che non ama la guerra.

Quella che salva la vita umana per il solo fatto che è vita.

Tutto il resto è rumore.

E quel rumore, oggi, continua a ferire il cuore del mondo.

 

 

 

Venezuela e Ucraina, il

nuovo mondo di Putin e Trump.

Asianews.it – Mondo Russo - Stefano Caprio – (10 – 01 – 2026) – ci dice:

La “dottrina Donroe”, enunciata da Trump, ormai corrisponde perfettamente ai principi del Russkij Mir di Putin:

gli Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza, sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico, siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare.

L’operazione americana a Caracas ha suscitato reazioni contrastanti in Russia, a cominciare dall’invidia di Putin nei confronti di Trump, per essere riuscito in due ore a fare quello che a lui non riesce da quattro anni, e cioè catturare e annientare il leader “ucronazista” Zelenskyj ed esibirlo al mondo come è accaduto con il dittatore “narcotrafficante” Maduro.

 L’ex-presidente Dmitrij Medvedev ha invece espresso, con il suo solito gergo esagitato, un avvertimento ai “compagni del Pindostan”, come venivano chiamati sprezzantemente gli americani ai tempi sovietici: “adesso non potrete più rimproverarci di nulla, neanche formalmente”, visto che “la squadra di Trump si cura soltanto dei propri interessi, in modo cinico e violento”.

 

Insomma, la “dottrina Donroe”, enunciata da Trump per difendere gli ideali Maga, ormai corrisponde perfettamente ai principi del “Russkij Mir” di Putin:

gli Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza, sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico, siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare, e nessuno si deve intromettere, soprattutto i debosciati dell’Europa.

 I pindosi americani dei tempi sovietici erano ancora prima i greci dei tempi zaristi, accusati di “degradazione morale” già nell’Ottocento, essendo anche gli avversari per la difesa della vera fede ortodossa, e non a caso la guerra russa in Ucraina è stata provocata anche dallo scisma con il patriarcato di Costantinopoli.

Nella lingua neogreca pindos vuol dire in effetti “stagno puzzolente”, tutto ciò di cui ci si deve liberare e ripulire.

 

Nella greve ironia di Medvedev traspare peraltro anche un certo senso di soddisfazione, del tipo “avete visto che adesso ci imitano tutti”, dando alla Russia la convinzione di essere riusciti a tornare a dirigere il mondo come ai bei tempi della guerra fredda.

 Tra Ucraina e Venezuela si consuma quindi la fine del globalismo del trentennio post-sovietico, dal 1992 delle riforme liberali di Eltsin al 2022 dell’operazione speciale di Putin;

col 2026 delle conquiste di Trump, inizierebbe una nuova era di divisione del mondo tra i vari imperatori, da Trump a Putin fino a XI Jinping.

 Ora si capisce meglio perché sia stata vietata ufficialmente la parola “guerra” nel linguaggio pubblico della Russia, tanto che nei “testi voina” si deve scrivere v***na con gli asterischi, altrimenti si rischiano forti multe:

la guerra è soltanto un “ideale religioso” che viene proclamato dal patriarca di Mosca “Kirill,” che a Natale ha proclamato i soldati “uomini santi che agiscono per conto di Dio”, mentre quello che sta avvenendo è un’operazione davvero “speciale”, di cui la conquista militare è solo la facciata, mentre il vero fine è una nuova definizione dei rapporti tra gli uomini e gli Stati, un nuovo mondo tutto ancora da risistemare.

 

Siamo davvero soltanto all’inizio, e le farsesche trattative per la pace in Ucraina perdono sempre più di significato, lasciando tutto lo spazio alle compravendite del petrolio, dei territori e dei ghiacci eterni che ormai si sciolgono, come quelli della tanto ambita Groenlandia, la nuova “ucraina” che segna il confine artico degli imperi.

 Trump ha imposto alla presidente ad interim venezuelana “Delcy Rodríguez”, sottoposta al suo pieno controllo, di tagliare ogni rapporto commerciale e finanziario con la Russia e la Cina, che hanno quindi elevato la loro protesta nelle stanze ormai ammuffite del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

I loro rappresentanti hanno chiesto di liberare Maduro, mentre gli americani rispondono che “non stiamo facendo la guerra in Venezuela, e non lo abbiamo occupato”, proprio mentre si aprivano le sedute di tribunale per presentare le accuse contro il deposto leader in catene.

 

Il russo “Vasilij Debenza” ha aggiunto alla seduta dell’Onu che “l’incidente” del 3 gennaio a Caracas è “un presagio del ritorno all’epoca dell’illegalità e del dominio americano imposto con la forza, del caos e dell’immoralità”, toni aggressivi della guerra fredda novecentesca, e della “guerra ibrida” del terzo millennio, ma anche un annuncio del ristabilimento dei ruoli.

Dopo aver più volte giustificato l’operazione russa in Ucraina, Debenza ha lamentato che “una serie di Stati” negli ultimi anni applicano le norme del diritto internazionale “in modo selettivo, a seconda delle congiunture politiche”, in pratica ognuno faccia un po’ come gli pare.

Il rappresentante cinese “Fu Cong” ha aggiunto che Pechino “è scioccata da quanto è successo a Caracas”, condannando le “azioni unilaterali degli Usa”, anch’egli quindi rispolverando linguaggi antichi con prospettive nuove.

 

Del resto, le dichiarazioni minacciose abbondano da parte russa, come quella del capo della commissione della Duma per la politica informativa “Aleksej Peskov”, che parla delle possibili “conseguenze catastrofiche” in seguito ai proclami trionfali di Trump, “in analogia con i disastrosi interventi di Washington nel passato, attribuendosi il diritto di decidere tutto nel proprio emisfero senza riguardo per niente e per nessuno”.

 Il vice-capo del comitato parlamentare per la difesa, Aleksej Zhuravlev, ha proposto di rispondere all’arresto delle petroliere russe “affondando le navi americane”, e poi di colpire in Europa con i missili ipersonici Oreškin, considerando le azioni degli occidentali “equivalenti ad attacchi sul territorio russo” e vista l’euforia degli impuniti americani per l’operazione in Venezuela, l’unica risposta adeguata per fermarli è “prenderli a calci in faccia”.

 

Il capo degli analisti del Fondo per la sicurezza energetica della Russia, “Jurij Junko”, esprime invece la preoccupazione che l’operazione speciale in Venezuela sconvolga il mercato mondiale del petrolio, “togliendo dal mercato” 500-600 mila barili al giorno, ciò che potrebbe far lievitare il prezzo fino a 65-70 dollari al barile, ma senza aggiungere che questo andrebbe del tutto a favore della Russia, costretta finora a fare sconti a tutti pur di vendere qualche barile in più, dove vengono accettati. I primi a soffrire di questa “guerra energetica” sono peraltro gli abitanti di Cuba, che senza il petrolio venezuelano rimangono senza luce e riscaldamento, e Trump attende di aprire all’Avana la sua più grande agenzia turistica, magari insieme a quella di Gaza, nell’unione edonistica di Oriente e Occidente.

 

Come in effetti ricorda “Ivan Preobraženskij”, politologo di Radio Svoboda, “la Russia e il Venezuela si occupano insieme da anni di contrabbando del petrolio a livello mondiale”, e la Russia interviene per condannare le ingerenze negli affari interni di altri Stati “solo quando non è la Russia stessa ad interferire”.

 Di solito le petroliere russe escono dai porti venezuelani con la bandiera del Ghana o di altri Stati, e ora vengono esposte le bandiere della Russia chiedendo agli americani di non toccarle, ma gli Usa ne hanno già fermate un paio nonostante la presenza di un sottomarino russo a protezione, come nei migliori film delle guerre navali.

L’estrazione di petrolio in Venezuela è da tempo limitata dalle sanzioni, e quello che riesce a produrre è appannaggio delle compagnie alleate di Russia, Iran e Cina, che ora gli Usa vogliono cacciare, magari per poi mettersi d’accordo con loro alle proprie condizioni, come già era accaduto a Panama, dove l’influsso cinese è stato allontanato senza bisogno di alcuna azione militare, ma soltanto attraverso accordi di investimenti finanziari.

 

La partita è aperta, anche perché per rilanciare le produzioni petrolifere venezuelane serviranno enormi investimenti a lungo termine, considerando che il petrolio di quei pozzi è di scarsa qualità, molto denso e pesante, e necessita di aggiunte di altro petrolio americano. Il sogno di Trump è il controllo della produzione a livello mondiale, ma non è detto che questo interessi veramente alle compagnie petrolifere americane, che Trump non può costringere con metodi dittatoriali alla maniera di Putin, o degli eredi di Maduro.

 Neppure sarà così semplice smontare il regime di Caracas, al di là dell’incarcerazione del presidente e di sua moglie, visti gli stretti rapporti anche familiari dei Rodríguez con il clan Maduro.

La sostituta del capo in catene potrebbe giocare su due fronti, mettendosi d’accordo con gli americani e mantenendo i rapporti con russi e cinesi, tenendo conto che” Delcy” è anche la ministra del petrolio in Venezuela.

 

Alla fine le mosse di Trump possono risultare favorevoli a Putin, visto che intanto hanno congelato tutte le trattative per la pace in Ucraina, che al Cremlino chiaramente non interessano.

 L’esclusione dagli sporchi affari con il petrolio venezuelano delle compagnie russe, a partire dalla Rosneft di “Igor Sechin”, il vero capo della casta economica al potere in Russia sulla vasta scala della corruzione a tutti i livelli, potrebbe finire per essere a sua volta conveniente, attribuendo alle perdite di investimenti tutto ciò che è stato rubato per anni in Venezuela.

 

La Russia ha comunque dimostrato di non essere in grado di aiutare i propri alleati, e la Cina si limita alle condanne formali, dimostrando che il “Sud globale” non ha alcuna reale consistenza sul palcoscenico della geopolitica mondiale, come già accaduto con il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria o le azioni militari di Israele e Usa in Iran.

Ora si sta preparando una villa dorata per mettere a riposo l’ayatollah Khamenei vicino a quella di Assad, e non si può escludere che si chieda la consegna di Maduro per farlo riposare vicino all’ex-presidente dell’Ucraina Jankovic, facendo della periferia di Mosca il cimitero degli elefanti dei tempi passati, trofei degli imperatori del tempo attuale e della nuova divisione del mondo.

 

 

 

 

Groenlandia, Trump Offre

100mila Dollari a Ogni Abitante.

Conoscenzealconfine.it – (13 Gennaio 2026) – Redazione – Imolaoggi.it – ci dice:

 

La Groenlandia non è in vendita.

Lo ha affermato il rappresentante per la Groenlandia negli Stati Uniti e in Canada “Jacob Isbosethsen” incontrando alcuni esponenti del Congresso americano insieme all’ambasciatore danese negli Stati Uniti “Jesper Moller Sorensen”.

“Non siamo in vendita. Il nostro paese appartiene ai groenlandesi”, ha aggiunto.

 

Il Prezzo di Trump.

Il presidente degli Stati Uniti fissa il prezzo per accaparrarsi il favore dei groenlandesi:

da 10 a 100 mila dollari ciascuno per convincerli a lasciare la Danimarca e sposare la causa degli Usa.

La notizia arriva da fonti informate al sito della “Reuters”, ma che Washington abbia ipotizzato di acquistare la Groenlandia non è una novità.

Per il vicepresidente americano “JD Vance” è addirittura “essenziale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti” e The Donald è “disposto a spingersi fino a dove è necessario” per risolvere il problema.

 “È lui a prendere la decisione finale”, ha detto Vance, invitando gli europei a “prendere sul serio” il tycoon.

Quasi un messaggio dopo la dura dichiarazione dei leader del vecchio continente.

 

Trump: “Possederla è Psicologicamente Necessario.”

“Avere la proprietà della Groenlandia è molto importante” ha detto Trump in un’intervista al “New York Times”.

 A chi gli chiedeva perché avesse bisogno di possedere l’isola, il presidente ha risposto:

“Credo che sia psicologicamente necessario per il successo. Penso che la proprietà ti dà qualcosa che non si può ottenere con un semplice contratto di locazione. La proprietà offre elementi che non si possono avere semplicemente firmando un documento “.

 

La Reazione dell’Europa.

L’Unione europea, che già nei giorni scorsi aveva ribadito l’inviolabilità della sovranità della Groenlandia anche in funzione della sicurezza nell’Artico, resta vigile:

 L’Europa sta “valutando se si tratti di una minaccia reale e, in tal caso, quale sarebbe la nostra risposta” ha affermato l’Alta rappresentante dell’Ue, “Kaja Kallas”.

 Essendo territorio danese la Groenlandia è parte dell’Ue e della Nato, e questo aprirebbe scenari distopici.

 

Ma in Groenlandia c’è Chi ci Pensa.

 

Una sponda alle mire di Washington arriva invece dall’opposizione locale.

Secondo “Pele Broberg”, leader del partito più grande che si oppone al governo, l’enorme isola Artica dovrebbe avviare “colloqui bilaterali con gli Usa” sul suo futuro, escludendo la Danimarca.

“Broberg”, che rappresenta la voce più radicale sul fronte indipendentista e anti-danese, ha accusato il governo di Copenaghen di aver adottato una posizione “ostile sia alla Groenlandia sia agli Stati Uniti”.

La Situazione Politica in Groenlandia.

Nonostante l’isola abbia lo status di territorio autonomo della corona danese, tutti i partiti rappresentati nel suo Parlamento sono favorevoli a una secessione formale dalla Danimarca e al superamento delle ultime tracce di dominio coloniale europeo.

Ma hanno posizioni diverse su come acquisire l’indipendenza e sui rapporti col gigante americano, che già dal 1951 ha una presenza militare esclusiva sull’isola dei ghiacci e ne controlla la difesa.

 E intanto, sulla pelle dei groenlandesi, sono già partite le scommesse.

(tgcom24.mediaset.it).

(imolaoggi.it/2026/01/09/groenlandia-trump-offre-100mila-dollari-a-ogni-abitante/).

 

 

 

La piazza tradita. L’anelito democratico

iraniano dal 1906 al collasso del 2026.

Stradeonline.it – (11 Gennaio 2026) - Gianluca Eramo - Istituzioni ed economia – ci dice:

 

Proteste Iran.

Le manifestazioni di piazza che hanno ripreso vigore in Iran nelle ultime settimane rappresentano un caso unico nel panorama del Medio Oriente e del mondo islamico:

un popolo che ha scelto la piazza come istituzione permanente per esigere democrazia, sovranità e diritto.

E sebbene queste spinte popolari siano state costantemente accompagnate dall’ombra del tradimento delle élite, capaci di sequestrare l’energia della strada per instaurare e restaurare forme diverse di assolutismo, la storia politica dell’Iran moderno può essere letta e interpretata come un lungo secolo costituente.

 

Il percorso inizia con la Rivoluzione Costituzionale del 1906, un evento che segna una maturità civile precoce e quasi unica rispetto ai vicini regionali.

Mentre altrove le riforme erano concessioni delle élite imperiali, a Teheran la piazza, unificando i mercanti del Bazar, l’intellighenzia laica formata in Europa e il clero sciita più illuminato, impose all’assolutismo monarchico dello Scià di Persia una forma di costituzionalismo di stampo occidentale con la creazione del primo Parlamento e nella stesura di una Legge Fondamentale che trasformava il monarca da vicario di Dio a sovrano limitato dalla volontà della nazione.

Fu il tentativo modernista di conciliare la tradizione imperiale persiana con il primato della legge, stabilendo che nessun atto d’imperio potesse più prescindere dal consenso dei rappresentanti eletti.

 

Tuttavia, con il passare del tempo, questo anelito democratico fu sistematicamente snaturato.

 Il processo di erosione iniziò con i tentativi di restaurazione assolutista dello Scià “Mohammad Ali Qajar”, sostenuto da Gran Bretagna e Russia, preoccupate di perdere l’accesso e il controllo delle riserve di petrolio del Paese.

Ma la vera mutazione avvenne con l’ascesa di “Reza Shah Pahlavi” negli anni '20:

pur mantenendo la cornice della Costituzione per motivi di facciata, egli ne svuotò il contenuto politico, trasformando il Parlamento in una camera di ratifica per un autoritarismo centralizzatore e militare.

 La piazza aveva chiesto una cittadinanza fondata sul diritto;

le élite dinastico-militari le restituirono una sudditanza modernizzata, dove lo Stato non era più espressione della legge popolare, ma strumento di controllo di un unico uomo forte.

 

Questa tensione tra piazza e potere tornò a esplodere nel 1953 con l'esperienza di “Mohammad Mossadegh”, un momento che cristallizza perfettamente il legame tra il desiderio di democrazia e la sovranità nazionale.

“ Mossadegh” non era un rivoluzionario populista, ma un giurista di estrazione aristocratica che incarnava l'eredità della rivoluzione del 1906:

la sua politica si fondava sul rigore del diritto e sulla nazionalizzazione del petrolio come strumento di emancipazione post-coloniale.

 Egli cercò di spostare il baricentro del potere dallo Scià al Parlamento, tentando di sanare quel processo di snaturamento della Costituzione iniziato nei decenni precedenti.

 Tuttavia, il suo operato si concluse con il drammatico putsch dell’agosto 1953 (“Operazione Ajax”), orchestrato dai servizi segreti britannici e americani con la complicità di settori reazionari interni che si concretizzò nella dittatura militare basata sulla repressione del dissenso e sulle camere di tortura della famigerata polizia politica dello Scià.

 

Il 1979 rappresenta il punto di massima espansione fisica della piazza e, contemporaneamente, il più brutale e metodico dei tradimenti operati da un’élite.

La rivoluzione che abbatté lo Scià non nacque monolitica, ma fu il risultato di una complessa e contraddittoria convergenza di filosofie politiche.

Da un lato vi era l’intellettualismo di “Ali Shariati”, il vero architetto ideologico della rivolta, che attraverso una sintesi tra marxismo, esistenzialismo e sciismo militante aveva trasformato la religione in ideologia della liberazione.

“Shariati” offrì alla piazza il mito degli oppressi (Mustazafin), seducendo tanto i giovani quanto i diseredati.

 Dall’altro lato, la componente laica e liberale vedeva nella rivoluzione il completamento del sogno del 1906.

 Tuttavia, questo mosaico pluralista fu sistematicamente sequestrato dall’élite clericale guidata dall’”Ayatollah Khomeini”.

L’operazione non fu solo politica, ma profondamente dottrinale: Khomeini operò un innesto senza precedenti, innestando sullo sciismo più conservatore la filosofia politica di Platone.

Attraverso la teoria del “Velayat-e Faqih” (la Tutela del Giurista), egli trasfigurò la figura platonica del Re-Filosofo in quella del “Giurista-Guida”, trasformando una rivoluzione che aspirava alla libertà in una “teocrazia organica”.

In questo schema, la sovranità non apparteneva più al popolo, ma alla divinità, ed era esercitata in terra da un’oligarchia clericale che si poneva come unico interprete infallibile della volontà suprema, tradendo così l’anima democratica e pluralista della piazza e ribaltando la tradizione sciita classica per instaurare una tutela assoluta del clero sulla nazione.

 Il tradimento si consumò attraverso la radicalizzazione indotta della piazza e l’eliminazione fisica e politica di ogni voce dissenziente.

 Il concetto di sovranità popolare fu svuotato e sostituito da una sovranità divina amministrata da un’”oligarchia clericale”, sancendo lo “scippo ideologico” di una rivoluzione nata pluralista.

 

Il XXI secolo ha segnato il momento in cui la piazza iraniana, dopo decenni di ibernazione sotto il dogma teocratico, ha iniziato a metabolizzare i fallimenti del passato, riemergendo con una consapevolezza post-ideologica che ha trasformato il dissenso in un processo di rigetto sistemico.

Tuttavia, questo risveglio non è stato lineare, ma si è articolato attraverso scosse sismiche con identità e basi sociali profondamente diverse che hanno progressivamente smantellato la legittimità del regime.

Il Movimento Verde del 2009 è stato l’ultimo, grande tentativo di agire dentro la cornice della Repubblica Islamica:

una protesta guidata dalla classe media urbana che, al grido di “Dov’è il mio voto?”, cercava ancora una legittimità legale e faceva proprio il concetto di democrazia religiosa elaborato dal filosofo iraniano “Abdolkarim Soroush.”

 

Ma il tradimento del 2009, consumatosi attraverso una repressione feroce, ha spostato definitivamente l’asse della rivolta.

Le ondate del 2017 e del 2019 hanno segnato una rottura antropologica e sociologica fondamentale:

per la prima volta, a scendere in piazza sono stati i diseredati delle province.

Queste rivolte non erano solo un grido contro il carovita, ma un esplicito rigetto della dottrina dell’Asse della Resistenza.

Al grido di “Né Gaza, né Libano, la mia vita per l’Iran”, la piazza denunciava il paradosso di un regime che investiva miliardi per finanziare “Hamas”, “Hezbollah” e “milizie sciite” in Yemen e in Iraq mentre le classi medie iraniane sprofondavano nella povertà.

Infine, il movimento “Donna, Vita, Libertà” del 2022 che ha saldato queste diverse anime, quella civile del 2009 e quella economica del 2017/19, sotto un’unica egida esistenziale.

 

Qui la base filosofica è tornata all’idea di “Iranshahri” teorizzata dal filosofo e politologo iraniano “Javad Tabatabai”:

 l’Iran come nazione-civiltà che rivendica la propria identità laica contro un’anomalia storica.

A differenza delle Primavere Arabe, spesso evaporate nel caos jihadista, la resilienza iraniana del XXI secolo risiede proprio in questa stratificazione:

una società civile che, attraverso ogni fallimento, ha compreso che non esiste riforma possibile senza il collasso integrale di un sistema che sacrifica il benessere dei propri cittadini sull'altare di un’egemonia regionale dogmatica.

 

Arriviamo così a gennaio 2026.

Dopo gli shock bellici di giugno 2025 e il definitivo crollo del Rial, il regime ha perso la capacità di comprare la lealtà dei suoi difensori giungendo ad un collasso sistemico.

Non siamo di fronte a una crisi passeggera, ma alla fase terminale di un processo iniziato nel 1906 e che ha progressivamente accelerato il suo moto inarrestabile.

Si tratta di una tensione costante tra una piazza costituente, depositaria di un anelito democratico profondo e autoctono, e un’élite traditrice che ha sistematicamente sequestrato la mobilitazione popolare per consolidare oligarchie e teocrazie.

 

La stabilità dell’Iran post-teocratico dipenderà dal rispetto per la maturità politica di un popolo che ha pagato un secolo di tradimenti. L’Iran non ha bisogno di modelli importati, né deve temere la frammentazione se la transizione rimarrà autoctona e laica.

 Solo permettendo che l’anelito nato nel 1906 si traduca in istituzioni orizzontali e trasparenti, la società iraniana potrà finalmente spezzare la catena dei sequestri e farsi guida di sé verso una normalità democratica.

 Oggi, di fronte all'implosione della Repubblica Islamica, è necessario che gli osservatori internazionali esercitino il massimo ascolto e il più profondo rispetto per gli attori locali.

 Bisogna evitare le facili scorciatoie del passato:

la ricerca del nuovo uomo forte o le strategie di “regime-chance” calate dall’alto.

La sfida del 2026 risiede nel lasciare che siano la storia e la cultura politica millenaria di questo popolo a guidare il futuro del Paese.

La rivolta.

I giovani iraniani chiedono libertà,

l’Occidente non rimanga indifferente.

Ilriformista.it - Ottavia Munari – (10 Gennaio 2026 ) – Redazione – ci dice:

 

Per noi che viviamo comodi nelle nostre case, che significato ha l’incessante richiesta di libertà di un giovane popolo?

“Francesca Albanese “chiamata a fare propaganda nelle scuole, l’antisemita dei 5 Stelle la difende.

I giovani iraniani chiedono libertà, l’Occidente non rimanga indifferente.

 

Non possiamo sapere se ciò che sta accadendo in queste ore in Iran sia l’atto finale di quel regime che da anni impicca i suoi figli alle gru e violenta e opprime le sue figlie nel nome di Allah.

 La storia lo decreterà.

 Di certo, le strade affollate di Teheran che all’unisono chiedono la fine della dittatura, le rivolte che vanno espandendosi in tutto il Paese e la loro repressione durissima sotto gli occhi di tutto il mondo – perché fortunatamente a nulla è servito il blocco del regime su internet e comunicazioni – sono immagini di una forza inarrestabile.

Il popolo non è in piazza per la fame, la crisi o altro;

è in piazza per la sua sete di libertà e per rivendicare l’identità che gli è stata strappata dai fondamentalisti. È una lotta esistenziale che non accetta più le false promesse degli Ayatollah e che non teme più gli spari e le persecuzioni dei Pasdaran, perché consapevole di essere nella verità.

 Non solo, è una ribellione dai volti giovani, perché l’età media in Iran è di 34 anni.

 

Allora sorge spontanea la domanda:

per noi che viviamo comodi e sicuri nelle nostre case, che significato ha l’incessante richiesta di libertà di un giovane popolo?

Dovrebbe unirci tutti in un senso che va oltre la solidarietà, perché universale è la materia che trattiamo.

Ma nel nostro mondo libero talvolta emergono ipocrisie spaventose, e cortocircuiti altrettanto inquietanti.

Non ultimo, quello di chi parla di rispetto del diritto internazionale in merito all’arresto di un dittatore ma tace sui crimini indicibili di cui si è macchiato.

Del resto, che in Iran ci fosse un regime liberticida – soltanto lo scorso anno sono state oltre millecinquecento le esecuzioni – non è una novità.

 

Cosa sta succedendo in Iran.

 I manifestanti controllano piazze e quartieri: “Morte a Khamenei”. Feriti e arresti.

Iran, il dissidente “Rostami”: “Israele darà il colpo di grazia. Mobilitazioni? Stavolta il coinvolgimento è di massa

Iran, regime al collasso: i manifestanti controllano piazze e quartieri. Ayatollah pronti alla fuga.

Ma un difetto del nostro tempo, soprattutto di quelle generazioni che la libertà se la sono trovata e non l’hanno conquistata, è quello di preferire sempre la comodità e di non andare oltre la storia narrata dai relè ricondivisi su Instagram.

Molti sono scesi nelle piazze italiane negli ultimi mesi con i pro-Pal, sventolando kefiah e bandiere dei tagliagole di Hamas.

 Chissà cosa potrebbe aver pensato una giovane donna iraniana nel vedere – nell’Occidente libero – esaltare terroristi al soldo di quel regime che la considera oggetto, non degna di studiare né tantomeno di mostrare una ciocca di capelli.

 E allora oggi, a fronte di un momento storico come la auspicata caduta del regime iraniano, scenderemo tutti in piazza a festeggiare le ragazze e i ragazzi iraniani che si sono battuti per la libertà mettendo in gioco la loro vita o resteremo indifferenti?

(Ottavia Munari).

 

 

 

Iran, arrivano gli americani.

Trump può riprendere la guerra

 da dove Israele la aveva interrotta.

Ilriformista.it – Redazione – (12- 01 – 2026) – ci dice:

 

L’inverno degli ayatollah si preannuncia molto rigido in particolare per Khamenei, la guida suprema

. Su di lui pesa la responsabilità di aver provocato la morte di almeno 12 mila manifestanti, barbaramente trucidati nelle vie e nelle strade dell’Iran durante la loro insurrezione per liberare il paese dall’oppressione della Repubblica islamica.

L’ottantaseienne capo politico e spirituale iraniano sta provocando Trump da diversi giorni, definendolo un “tiranno”, minacciandolo e dicendo che “sarà rovesciato”.

 Questa minaccia potrebbe rivelarsi un altro suo errore di calcolo.

 

Anche il 1° gennaio 2020, Khamenei provocò Trump e due giorni dopo un drone del Pentagono ridusse a brandelli in Iraq “Qasem Soleimani”, il generale delle “Forze Qods”, il reparto d’élite dei guardiani della rivoluzione.

In Israele la valutazione prevalente è che il presidente americano deciderà di colpire il regime di Teheran per dimostrare ai manifestanti che gli Stati Uniti non li hanno abbandonati.

“Gli aiuti stanno arrivando!”

Ha scritto il presidente Usa sul suo account Truth.

 “Make Iran Great Again! Patrioti iraniani, continuate a protestare, prendete il controllo delle vostre istituzioni.

 Salvate i nomi degli assassini e degli aggressori. Pagheranno un prezzo altissimo.

 Ho annullato tutti gli incontri con le autorità iraniane finché non cesseranno le uccisioni insensate dei manifestanti.

Gli aiuti stanno arrivando”.

 Il messaggio trumpiano è chiaro.

 

 

Fonti di sicurezza israeliane suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero riprendere da dove Israele aveva interrotto la guerra dei 12 giorni del giugno 2025.

Nell’ultimo giorno di quel conflitto, i jet israeliani si erano astenuti dal lanciare un attacco su larga scala contro Teheran.

A differenza dei primi attacchi, l’operazione pianificata successivamente non era mirata al programma nucleare iraniano o ai sistemi missilistici balistici, ma piuttosto a quelli che venivano descritti come simboli della potenza iraniana.

 Mentre gli aerei percorrevano il lungo tragitto verso gli obiettivi, Trump ordinò a Israele di interrompere l’operazione e di riportare immediatamente gli aerei alle loro basi.

 Israele obbedì.

L’ordine di cancellazione fu emesso a denti stretti, poco prima del previsto sgancio delle bombe.

 Dunque, quella “puntata”, molto probabilmente sta per riprendere da dove si era interrotta, questa volta però con aerei che sfoggiano stelle e strisce sulle ali.

 

Trump non vuole passare alla storia come il presidente Barack Obama, che non rispose agli appelli dei manifestanti durante il primo round di proteste in Iran del 2009, quelle del Movimento Verde.

 Israele è entrato in stato di massima allerta, in attesa di un imminente attacco americano contro l’Iran.

Queste aspettative si sono riflesse in un insolito silenzio da parte della maggior parte dei portavoce israeliani – dai ministri del governo agli alti funzionari della sicurezza e persino ex alti funzionari – che hanno ricevuto istruzioni o cortesi richieste dall’ufficio del primo ministro di astenersi dal commentare la questione.

Il governo israeliano rimane convinto che Trump riuscirà a superare l’opposizione interna americana che è contraria a un attacco che, secondo le previsioni israeliane, sarà guidata dal vicepresidente J. D. Vance.

 

La domanda non è se Trump attaccherà, ma quando e in quale misura lo farà.

Le dichiarazioni di Trump di lunedì assomigliano molto quelle dello scorso 12 giugno quando affermò di preferire una soluzione diplomatica e non un attacco militare.

Era quella chiaramente una tattica diversiva volta a mettere a tacere le sirene d’allarme a Teheran prima dell’attacco israeliano.

Tra i professionisti e le agenzie di sicurezza israeliane vi è disaccordo sull’impatto che un attacco americano o congiunto americano-israeliano avrebbe sulle possibilità dei manifestanti di rovesciare il regime.

 La maggior parte degli esperti ritiene che un attacco del genere danneggerebbe la rivolta, radunando l’opinione pubblica attorno alla leadership.

Ma c’è chi crede il contrario:

un attacco riuscito contro il regime o le agenzie di sicurezza iraniane – in particolare il” Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica” (IRGC) – darebbe nuova linfa al movimento degli insorti e dimostrerebbe agli iraniani di non essere soli.

 

Il costante aumento del numero di vittime, secondo fonti mediche e agenzie umanitarie sarebbe salito a 12 mila.

 Il ricorso a strumenti di repressione particolarmente violenti da parte del regime, con impiego anche di armi pesanti e di milizie mercenarie sciite straniere, avrebbe indotto il presidente statunitense a prendere in considerazione l’intervento armato mirato.

Colpire i guardiani della rivoluzione in questa fase cambierebbe le carte in tavola.

I proxy regionali di Teheran stanno serrando i ranghi mentre la rivoluzione si diffonde in tutto il paese.

Lunedì, un importante leader della milizia irachena “Khataib Hezbollah, Abu Hussein al-Hamidawi”, ha avvertito che le sue forze difenderanno l’Iran in caso di attacco da parte degli Stati Uniti.

Analoghe dichiarazioni sono arrivate dai leader Houthi dello Yemen.

 

Gli Stati Uniti sono già nei cieli iraniani e ci possono rimanere finché vogliono.

 Avrebbero dunque la capacità di lanciare attacchi mirati e informatici su vasta scala;

campagne di influenza su larga scala, operazioni che infliggerebbero danni devastanti ai simboli del regime o continui attacchi contro siti nucleari.

Teheran non può permettersi di perdere nessuno di questi asset, La guida suprema lo sa e lo sanno anche i pasdaran.

Molto probabilmente l’obiettivo sarà la leadership iraniana.

Intanto un “Security Alert” pubblicato nelle ultime ore sul sito dell’ambasciata virtuale degli Stati Uniti a Teheran segnala un possibile rapido peggioramento della crisi in Iran e invita i cittadini statunitensi a lasciare immediatamente il Paese.

 

 

 

Iran, resta solo

il popolo.

Dinamoprees.it - Marina Misaghinejad – (8 Gennaio 2026) – ci dice:

 

Una lettura politica delle proteste, del ruolo delle università e del rifiuto delle false alternative.

Dichiarazione congiunta delle studentesse attiviste delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste nazionali.

 

Le proteste che scuotono nuovamente l’Iran da settimane non possono essere ridotte a episodi isolati di malcontento.

 Sono il risultato di tensioni accumulate in un contesto di oppressione politica, collasso economico e controlli sociali rigidissimi.

Il crollo drammatico del rial, la moneta nazionale, ha reso ancora più evidente la fragilità materiale della popolazione, erodendo salari, risparmi e possibilità di sostentamento.

Dal punto di vista antropologico, queste mobilitazioni rappresentano anche e soprattutto una trasformazione dei tessuti sociali, delle reti di connessione, del modo di ribellarsi contro uno Stato e un sistema schizofrenico e fuori controllo.

La comunità dunque si riorganizza, lo fa negli spazi urbani e universitari, costruendo nuove forme di vicinanza e di partecipazione collettiva.

 Le rivendicazioni non riguardano solo leggi o politiche specifiche, ma il diritto a determinare le proprie condizioni di vita e a partecipare attivamente alla costruzione del futuro politico e sociale del paese.

 

L’università come bersaglio storico del potere.

In questi giorni sta circolando un comunicato di alcune università iraniane che afferma con chiarezza che l’attacco all’istituzione universitaria non è un effetto collaterale della repressione, ma uno dei suoi pilastri.

 Lo è da decenni.

Colpire l’università significa disintegrare la possibilità stessa di immaginare un’alternativa.

 

Ed è proprio per questo che, nonostante tutto, l’università continua a parlare, o meglio a gridare a gran voce il proprio dissenso.

 Perché ogni volta che il potere tenta di ridurla al silenzio, rivela in realtà quanto la tema.

 

Il potere ha sempre paura dell’università.

Non per quello che l’università è formalmente, ma per quello che può diventare.

Un luogo in cui si produce pensiero non allineato, in cui si mettono in crisi le narrazioni dominanti, in cui si immaginano mondi che non coincidono con l’ordine esistente.

 Per questo, storicamente, ogni forma di potere autoritario ha considerato l’università un bersaglio da controllare, neutralizzare, svuotare.

Non è una specificità della Repubblica Islamica: è una costante.

 Dalla monarchia Pahlavi alla Repubblica Islamica, cambia il linguaggio del potere, ma non cambia la sua ossessione.

L’università resta uno spazio da disciplinare.

Oggi i moniti, gli arresti e le impiccagioni avvengono proprio lì.

Un monito.

 

La continuità della repressione è uno degli elementi più importanti da tenere a mente.

Non c’è una frattura netta tra “prima” e “dopo”, tra monarchia e teocrazia, ma una linea lunga di controllo, sorveglianza, violenza e corruzione.

 Perché l’università non è mai stata solo un luogo di istruzione, ma un laboratorio politico, in fabbricazione incessante e rumorosa.

 Produce immaginari (e aggiungerei desideri) che sfuggono al controllo statale, linguaggi che nominano ciò che il potere vorrebbe rendere indicibile, rotture simboliche che incrinano l’idea di un ordine naturale e immutabile.

 È da lì che nascono slogan, parole, pratiche che poi attraversano la società e oggi le strade.

 

Non è un caso quindi che l’università venga sistematicamente militarizzata, depoliticizzata, mercificata.

 La trasformazione degli spazi universitari in luoghi sorvegliati, la repressione delle assemblee e delle forme di organizzazione studentesca non sono misure emergenziali, ma strategie strutturali e spietate.

 Allo stesso tempo, la mercificazione dell’istruzione e lo smantellamento dei servizi sociali servono a svuotare l’università del suo ruolo politico, riducendola a un ingranaggio economico, a un luogo di formazione incapace per tutte queste condizioni di produrre conflitto.

Ma è dentro al corpo studentesco che il conflitto oggi irrompe senza catene.

 

Crisi multiple, un’unica matrice.

Una delle operazioni più violente del potere è raccontare le crisi come fenomeni separati, contingenti, soprattutto emergenziali.

Povertà da una parte, disuguaglianze dall’altra, oppressione di genere come “questione culturale”, crisi ambientale come problema tecnico.

Il comunicato che in questi giorni circola dalle università iraniane rifiuta esplicitamente questa frammentazione.

Dice una cosa semplice e radicale.

Nessuna di queste crisi sono scollegate, non sono incidenti di percorso. Hanno tutte la stessa origine e devono essere lette tutte in chiave intersezionale.

 E questo lo insegna principalmente il motore propulsore del transfemminismo, lucido e arrabbiato, che attraversa le strade delle città in rivolta.

Povertà, disuguaglianza, oppressione di classe e di genere, devastazione ambientale non sono il prezzo inevitabile della “modernizzazione” né il risultato di cattiva gestione.

 Sono il prodotto coerente di un sistema che combina capitalismo autoritario, Stato repressivo e gestione predatoria delle risorse.

 

Un sistema che governa attraverso l’espropriazione: del lavoro, dei corpi, dei territori, dell’acqua, dell’aria. Un sistema che concentra ricchezza e potere, mentre distribuisce precarietà, violenza e morte.

In Iran questo intreccio è particolarmente evidente.

La repressione politica non è separabile dallo sfruttamento economico, così come il controllo sui corpi delle donne non è separabile dalla distruzione dell’ambiente.

La stessa logica che impone il velo obbligatorio è quella che prosciuga fiumi, privatizza beni comuni, militarizza i territori e reprime le proteste sociali.

 Non si tratta di derive occasionali, ma di un modello di governo che ha bisogno della violenza per continuare a esistere.

 

Novembre 2019 è stato uno di quei momenti in cui questa verità è diventata impossibile da occultare.

 La rivolta contro l’aumento del prezzo del carburante ha mostrato come una protesta sociale possa essere immediatamente trattata come una minaccia esistenziale allo Stato.

 La risposta è stata il massacro.

“Donna, Vita, Libertà” ha rappresentato un altro momento di verità, ancora più profondo, non una rivolta contro una legge o un simbolo, ma una messa in discussione complessiva dell’ordine politico, economico e simbolico.

 La centralità delle donne non è stata un’aggiunta, ma il punto di rottura attraverso cui tutte le contraddizioni del sistema sono esplose insieme.

 

Leggere oggi questo comunicato significa riconoscere questa continuità. Significa capire che non esistono lotte isolate, né priorità da gerarchizzare dall’alto.

 La crisi è una sola, e la sua matrice è politica.

Ed è proprio per questo che il potere tenta di frammentare, dividere, ridurre tutto a singole “emergenze”.

Perché una lettura sistemica apre sempre alla possibilità della trasformazione.

 

“Né Pahlavi né Guida Suprema.”

Questo è il punto cruciale e più radicale del comunicato.

Quello che non può essere addomesticato, né facilmente tradotto nei linguaggi rassicuranti dell’opposizione mainstream.

Dire “Né Pahlavi né Guida Suprema” significa rifiutare l’intero campo delle false alternative.

Significa non limitarsi a dire contro cosa si è, ma soprattutto contro quali futuri ci si rifiuta di essere ricattati.

Non si tratta solo di una presa di distanza dalla Repubblica Islamica.

 Questo rifiuto colpisce anche la restaurazione monarchica, il suo ritorno travestito da modernità, la nostalgia ripulita e resa presentabile come soluzione politica.

 È un no alla monarchia Pahlavi non come episodio storico concluso, ma come progetto politico che continua a riemergere ogni volta che l’orizzonte si restringe e la paura prende il sopravvento.

Perché la nostalgia è sempre una forma di rimozione, un modo per non fare i conti con la violenza, le disuguaglianze e la repressione che quel passato ha prodotto.

 

In questo senso, il comunicato è esplicito.

 Non basta abbattere un regime se ciò che lo sostituisce riproduce le stesse logiche di potere, autoritarismo e verticalità.

 Le opposizioni autoritarie, i progetti politici costruiti attorno a leader carismatici, le promesse di ordine e stabilità non sono alternative reali. Sono variazioni dello stesso schema.

Cambiano i simboli, non cambiano i rapporti di forza.

 

Assumere questa posizione richiede coraggio politico.

Significa rifiutare il ricatto del “meno peggio”, quella logica per cui, di fronte alla violenza presente, qualsiasi passato diventa improvvisamente accettabile.

Significa rifiutare l’idea che l’unico modo di uscire dall’oppressione sia affidarsi a figure salvifiche, a genealogie dinastiche, a miti nazionali riattivati in chiave opportunistica.

È una scelta scomoda, perché non offre scorciatoie, non promette soluzioni immediate, non consola.

 

Ed è qui che il testo parla in modo diretto anche a chi lo legge da fuori. Perché è facile sostenere una rivolta se questa può essere incanalata dentro un copione già noto.

 È più difficile accettare una posizione che rifiuta di essere arruolata, che non chiede legittimazione, che non si presta a essere usata come pedina geopolitica.

 Dire “né l’uno né l’altro” è un atto di rottura.

Questo rifiuto segna una linea netta.

Non si tratta di scegliere tra due forme di dominio, ma di spezzare la logica che le rende possibili.

Ed è proprio per questo che questa frase, oggi, è così pericolosa.

Perché apre uno spazio che il potere – vecchio o nuovo – non sa controllare.

Perché afferma che il futuro non si eredita, non si restaura, non si delega.

 Lo costruisce solo il popolo.

 

Comunicato.

Dichiarazione congiunta delle studentesse attiviste delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste nazionali.

 

Da anni chi detiene il potere teme l’università e cerca di schiacciarla e logorarla con la repressione.

Oggi le crisi si accumulano: povertà, disuguaglianza, oppressione di classe, oppressione di genere, pressioni sui popoli e crisi ambientali e idriche.

Tutto ciò è il prodotto diretto di un sistema corrotto e in decadenza, l’espressione più evidente di una politica repressiva che, soprattutto dopo i vari movimenti sociali, ha mostrato il suo volto sanguinario nell’ottobre 2019 e nell’insurrezione “Donna, Vita, Libertà”.

 

La politica dello Stato verso l’università segue lo stesso schema repressivo: privarla di qualsiasi elemento politico e critico e trasformarla in un terreno sterile, dominato da mercenari paramilitari basij. Gli sforzi incessanti del Ministero della Scienza e delle amministrazioni universitarie per mercificare l’istruzione ed eliminare ogni servizio sociale mirano a ridurre l’università da istituzione politica e impegnata a semplice ente economico passivo.

 Eppure, l’università ha ancora una volta dimostrato di resistere al dispotismo e che, nei momenti più bui della storia — sia sotto la monarchia Pahlavi sia sotto la Repubblica Islamica — ha saputo difendere la libertà e l’uguaglianza. L’università è sempre stata una barriera solida contro ogni forma di istituzioni reazionarie e arcaiche, e ogni giorno la sua voce progressista è diventata più forte del giorno precedente.

 

Le studentesse sono figlie di questa storia.

È naturale, dunque, che slogan come “Né Pahlavi né Guida Suprema; libertà e uguaglianza” nascano dal cuore dell’università, e che “Donna, Vita, Libertà” risuoni con tanta forza.

 Sebbene le pressioni abbiano rallentato la crescita del dialogo libero e della critica radicale, e spesso abbiano rinviato le discussioni sulla discriminazione di genere e sul diritto a vivere liberamente, non le hanno mai spente.

Oggi l’università è il cuore pulsante del confronto tra idee diverse. Università e studenti non si piegano davanti a nessuna autorità.

 I pugni chiusi che gridano “Morte alla dittatura” sono rivolti a ogni forma di autoritarismo, presente o futuro.

 

Oggi l’università si schiera ancora una volta con il popolo, riaffermando quel “No” storico dell’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” e rifiutando falsi dualismi.

Ciò che è urgentemente necessario ora è la solidarietà di tutte le componenti della nazione contro la Repubblica Islamica, la monarchia Pahlavi e i Mojahedin-e Khalq.

 Solo così ha senso essere la voce del popolo.

Tuttavia, questa solidarietà non deve impedire all’università di esprimere la propria voce.

Attraverso un dialogo interno, vogliamo costruire proposte concrete e un’immaginazione collettiva per il futuro dell’Iran, un futuro in cui libertà e uguaglianza camminano insieme, e in cui la liberazione delle donne e la fine dell’oppressione di genere guidano il cambiamento. Cambiamenti che si realizzeranno tramite istituzioni democratiche e con l’indebolimento delle strutture di dominio e sfruttamento. Un futuro che arriverà senza i principi della “velayat-e faqih”, senza il velo obbligatorio e senza esecuzioni, in cui libertà e uguaglianza saranno realtà concrete.

 

Il movimento studentesco, con una visione trasformativa, cerca un futuro libero dal dispotismo e non si sottometterà a nessuna forma di autoritarismo.

 Oggi la nostra avanzata richiede una nuova visione.

Le crisi della società e l’inadeguatezza di tutte le forze che si oppongono alla Repubblica Islamica ci portano a sostenere che il movimento studentesco ha bisogno di un’azione positiva: rispondere alle esigenze del tempo, affiancare le istanze del popolo e dei diversi gruppi sociali, e articolare i processi attraverso cui queste richieste possano essere soddisfatte.

 

Popolo dell’Iran!

Oggi dobbiamo essere tutti uniti nel dire “No” alla Repubblica Islamica.

Nessuno sa cosa riserverà il domani, e nessuna forza singola determinerà il nostro destino.

 Ma una cosa è certa: è tempo di muoversi, è tempo di agire.

Dobbiamo alzarci e scrivere il nostro destino con le nostre mani.

 

 

 

La lotta al narcotraffico?

Una scusa.

Trump non vuole la democrazia,

ma il controllo del Venezuela

(che resterà un narco-Stato).

 Roma.corriere.it - Roberto Saviano – (4 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

L'ex presidente dell'Honduras “Hernandez” è stato condannato per narcotraffico e poi graziato (da Trump).

L’obiettivo degli Usa non è la democrazia.

È governare l’esito.

 I narcos vicini a Maduro verranno eliminati. Non il narco-Stato. Cambieranno le facce. Cambierà il racconto.

Non l’economia criminale del Venezuela.

La lotta al narcotraffico?

Una scusa. La doppia strategia di Trump per avere il controllo del Venezuela.

La vera forza politica di Donald Trump non è la brutalità, né il populismo, né l’isolazionismo.

 È l’incoerenza.

 La coerenza obbliga la politica a una verifica costante: dei fatti, delle promesse, delle conseguenze.

L’incoerenza, al contrario, libera il potere da ogni rendicontazione.

Non deve dimostrare nulla, perché non chiede consenso razionale ma fiducia personale.

Fiducia nel capo, non nelle istituzioni. Fiducia come atto di fede.

 

In questo schema non contano la correttezza delle scelte né il raggiungimento degli obiettivi dichiarati.

 Conta la delega.

 Una delega in bianco, alimentata da una promessa tanto vaga quanto potente:

 un generico miglioramento della vita e il ritorno della nazione al centro del mondo.

È un potere che non si misura sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto.

 È qui che Trump è un fuoriclasse.

 

Dentro questa logica può permettersi di invocare la lotta al narcotraffico contro il Venezuela e, allo stesso tempo, di graziarne uno dei protagonisti politici più compromessi.

“Juan Orlando Hernández”, ex presidente dell’Honduras, è stato riconosciuto colpevole da un tribunale federale statunitense per aver facilitato l’importazione di oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti e per aver ricevuto milioni di dollari in tangenti da organizzazioni criminali, incluse reti legate al “cartello di El Chapo.”

 

Il 26 giugno 2024 viene condannato a 45 anni di carcere in un penitenziario federale americano.

Poco più di un anno dopo, il 1° dicembre 2025, Trump gli concede una grazia completa.

Hernández esce dal carcere.

 

Non è una contraddizione.

È il funzionamento stesso del potere trumpiano.

Hernández serve perché, in Honduras, può sostenere politiche anti-migratorie e tutelare interessi americani direttamente collegati alla presidenza.

 La lotta alla droga non è un principio, ma una retorica modulabile.

La giustizia non è un criterio, ma uno strumento.

 Ciò che resta costante non è la linea politica, ma la fedeltà al racconto: quello di un capo che decide, assolve, punisce e riscrive le gerarchie del mondo senza dover rendere conto a nessuna coerenza, se non a quella della propria autorità.

 

Saviano: «L'attacco di Trump in Venezuela è una mossa geopolitica che nulla ha a che fare con la lotta al narcotraffico, che invece ne uscirà rafforzato»

 

Detto questo, per anni il rapporto tra” Nicolás Maduro” e il narcotraffico è stato negato dall’estrema sinistra internazionale — dall’Italia alla Spagna, fino all’Argentina — come se ogni accusa fosse solo propaganda imperialista.

Eppure le prove non sono mai mancate.

Alcune sono strutturali, altre indirette.

Ma ce n’è una che, da sola, basterebbe: l’affare dei narcos- obrinos.

 

Nel 2015 vengono arrestati ad Haiti “Efraín Antonio Campo Flores” e “Franqui Francisco Flores de Freitas,” nipoti di “Cilia Flores”, moglie di Maduro.

Non figure marginali.

Cresciuti dentro il palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti di essere intoccabili.

 

Vengono intercettati mentre organizzano una spedizione di 800 chili di cocaina diretta negli Stati Uniti.

Non parlano come piccoli trafficanti. Parlano come funzionari. Promettono accesso a piste militari, coperture istituzionali, protezione politica.

Dicono chiaramente che la droga serve a finanziare il potere, a “difendere la rivoluzione”, a mantenere in piedi il regime.

 

Nel processo, celebrato a New York, non emerge solo un traffico. Emerge un metodo di Stato:

 l’uso delle infrastrutture venezuelane — aeroporti, forze armate, passaporti diplomatici — come strumenti logistici del narcotraffico.

 I due vengono condannati nel 2017 a 18 anni di carcere ciascuno.

 Nel dicembre 2022 Maduro ottiene la loro liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti:

sette cittadini americani in cambio dei nipoti della First Lady.

La condanna resta. L’impunità viene ristabilita.

 

È una storia lunga, strutturale, ricorrente: quella che lega una parte dell’estrema sinistra armata al narcotraffico.

 Non come deviazione occasionale, ma come scelta strategica, sempre coperta da una giustificazione ideologica: non lo facciamo per arricchirci, lo facciamo per finanziare la rivoluzione.

 Una formula che ovunque si è rivelata una menzogna funzionale.

 

Le FARC colombiane hanno finanziato per decenni la propria guerra attraverso la tassazione e poi la gestione diretta della cocaina.

“Sendero Luminoso” ha fatto lo stesso nelle zone di produzione peruviane.

 L’ELN, pur rivendicando una diversità ideologica, ha gestito traffici di marijuana e sistemi di estorsione con dinamiche analoghe.

 

Il caso cubano è più opaco ma non meno significativo.

 Nel 1989 “Arnaldo Ochoa Sánchez”, generale simbolo della rivoluzione, viene accusato di traffico di droga in collaborazione con reti legate a “Pablo Escobar”.

Si assume pubblicamente ogni responsabilità, scagionando il vertice politico.

 Viene fucilato dopo un processo televisivo: un sacrificio rituale per salvare il regime eliminando l’uomo che sa troppo.

 

A confermare che non si tratta di una specificità latinoamericana, ma di un modello politico-criminale, c’è il caso dei “Khmer Rossi”.

Durante e dopo il loro regime genocidario, finanziarono le proprie strutture residue attraverso il traffico di oppio, legname e pietre preziose.

Anche qui, il traffico veniva giustificato come necessità rivoluzionaria, mentre serviva a mantenere in vita apparati armati e gerarchie criminali.

 Il punto comune è sempre lo stesso.

 

La droga non è mai stata uno strumento temporaneo in attesa della vittoria. È diventata il cuore economico dei movimenti armati. L’ideologia ha funzionato come schermo morale: neutralizzare il dissenso interno, legittimare la violenza, giustificare l’arricchimento dei quadri dirigenti.

La rivoluzione non ha mai visto quei soldi.

 

Li hanno visti i comandanti, le famiglie, gli apparati. E quando la lotta finisce, resta sempre la stessa eredità: non uno Stato giusto, ma una classe dirigente criminalizzata.

 

Da decenni il potere venezuelano è intrecciato ai cartelli criminali.

Non come deviazione, ma come architettura di governo.

Le inchieste più autorevoli in particolare quelle di I” insight Crime” hanno mostrato come il Venezuela non sia un paese produttore di cocaina, bensì uno dei principali snodi logistici del narcotraffico globale.

 

Al centro di questo sistema c’è il “Cartel de los Soles”:

non un cartello classico, ma una struttura militare-statale che garantisce copertura, impunità e infrastrutture al traffico soprattutto colombiano usando aeroporti, porti, documenti ufficiali e apparati di sicurezza.

 

Accanto alla dimensione istituzionale emerge una figura chiave: Wilmer Varela, detto Vilito.

Non un semplice narco, ma un broker politico-criminale.

Gestisce le spedizioni verso Honduras e Caraibi, coordina le rotte, mantiene rapporti con l’apparato militare e controlla segmenti decisivi del sistema carcerario.

 È il punto di contatto tra cartelli, Stato e repressione.

 

Il Venezuela è così diventato un narco-Stato di transito.

 La droga non infiltra il potere: è il potere che organizza, protegge e monetizza il traffico.

La criminalità non sfida lo Stato. Lo utilizza.

 

Uno dei grandi fallimenti della politica estera di “Barack Obama” è stato proprio il Venezuela.

Non per ingenuità, ma per scelta strategica.

Obama comprese che Maduro non sarebbe caduto sotto la pressione di un’opposizione democratica fragile e divisa.

 E comprese qualcosa di più profondo:

che il regime non era più solo autoritario, ma criminalizzato.

Questa lettura è stata argomentata con lucidità da “Moses Naím”, che ha descritto il Venezuela come uno Stato-mafia.

 

In uno scenario simile, la caduta del regime può avvenire solo offrendo garanzie di sopravvivenza all’élite al potere.

 Obama lo sapeva.

 Ma aprire quel canale avrebbe significato legittimare un narco-regime e sconfessare la retorica democratica americana.

Il risultato è stato l’immobilismo.

Trump, invece, non ragiona in termini di transizione democratica.

 Ragiona in termini di controllo.

 Agisce come un gambero: alza la posta, usa il narcotraffico come clava politica, promette la caduta del regime e raccoglie consenso.

Ma l’obiettivo non è la democrazia.

 È governare l’esito.

Un’insurrezione popolare o una transizione elettorale autentica non permetterebbero a Washington di controllare direttamente il nuovo Stato venezuelano.

Un cambio di potere gestito dall’alto, invece sì.

 

Per questo il narcotraffico diventa lo strumento perfetto:

delegittima Maduro, giustifica l’intervento, consente una selezione mirata delle élite da sacrificare.

Ma nulla indica che questo cambierà la natura del sistema.

 I narcos vicini a Maduro verranno eliminati. Non il narco-Stato.

 Al loro posto emergeranno nuovi intermediari, nuovi broker, nuovi nomi — già noti agli apparati di sicurezza e all’intelligence.

Cambieranno le facce. Cambierà il racconto.

Non l’economia criminale.

Forse si starà meglio che sotto Maduro. Ma quanto meglio?

 La miseria resterà.

Il controllo criminale, nella prima fase, aumenterà.

La libertà di espressione si allargherà, le vecchie corruzioni petrolifere verranno smantellate e sostituite da altre.

 E ancora una volta il Venezuela verrà “liberato” senza essere davvero restituito ai suoi cittadini.

 

 

Politica internazionale.

Dolori dem.

Da Maduro all’Iran. Pd dilaniato su Elly.

 "Se Trump attacca non teniamo più..."

Ilgiorale.it - Augusto Minzolini – (14 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Sfogo di Delrio: "Ma come si fa a stare con un narcos?".

Il pressing di Fassino.

 "Se Trump attacca non teniamo più..."

 

Le premesse non sono incoraggianti.

 Mentre in Parlamento si discute di Maduro, dei morti in Iran (la CBS azzarda ventimila) e di Groenlandia sulla piazza incontri l'ex ministro dell'Istruzione di Prodi, l'ex popolare Giuseppe Fioroni, che alla domanda se la sinistra sia attrezzata per misurarsi con quell'uragano che ha investito la politica estera che porta il nome di Donald Trump, scuote la testa.

 «È inutile che perdi tempo - risponde - non ci arrivano.

Per loro il mondo si divide in rosso e nero, non guardano al merito delle questioni.

 E con i tweet sono pure peggiorati».

Dentro Palazzo Madama anche il presidente del Senato Ignazio La Russa non nutre grandi speranze.

 «C'è una parte della sinistra - rimarca - che difende Maduro in odio a Trump ma non ha il coraggio di farlo pubblicamente, in maniera clamorosa. E lo stesso dilemma gli si ripropone in maniera ancora più drammatica sugli ayatollah».

 

Il problema è che non puoi sempre criticare Trump a prescindere delle conseguenze delle sue decisioni, giuste o sbagliate che siano, perché «altrimenti di volta in volta scopri di essere dalla parte di Maduro, di non capire perché Trentini (l'italiano rinchiuso per 423 giorni nelle carceri venezuelane) sia stato liberato e financo rischi di ritrovarti a fianco degli ayatollah.

Il mondo di oggi è più complicato del «rosso» e del «nero» e il nuovo ordine mondiale ha trasformato il diritto internazionale in un sepolcro imbiancato che finisce per coprire le persecuzioni dei regimi a Caracas come a Teheran.

 

Una parte della sinistra lo comprende mentre un'altra, più ideologizzata, no.

Le divisioni passano anche all'interno del principale partito del campo largo, cioè del “Pd”.

Ci sono le «anime belle» quelle che rimuovono la realtà come il vicesegretario Provenzano che sentenzia:

 «Il diritto internazionale conta se lo difendi sempre e comunque.

Ecco perché l'intervento Usa in Venezuela doveva essere condannato dal governo.

In quell'iniziativa non c'è interesse per la democrazia.

Poteva stare a bene anche a Putin.

In Iran sarà il popolo e non gli americani a sovvertire il regime».

 E c'è chi come “Graziano Delrio” comprende che il quadro è più complesso, più variegato.

 «Il diritto internazionale - osserva con parole sferzanti- va calato sulle realtà nazionali.

Come si fa a difendere Maduro?

Un narcotrafficante che si era messo a capo dei cartelli, che aveva rilasciato passaporti agli hezbollah per destabilizzare l'Occidente!

 Il punto è che Trump in politica interna sta tentando una svolta autoritaria, autocratica.

In politica estera, invece non ha un'idea ben precisa, si allea con chi gli capita.

Ecco perché il giudizio deve essere articolato come fa la Meloni.

 Al diritto internazionale ti devi rapportare seguendo una logica.

Anche Biden era contro Maduro e l'Iran.

È una sensibilità che ti deriva dalla cultura di governo.

Altrimenti rischi di ripetere gli errori di cinquanta anni fa quando il Partito comunista francese con “Michel Foucault” si ritrovò a inneggiare alla rivoluzione degli ayatollah e applaudì all'avvento di integralisti teocratici.

È come se Zuppi e Parolin venissero qui a dirci toglietevi di mezzo che comandiamo noi, voi che fareste?».

Un assurdo che suscita in un altro piddino,” Filippo Sensi, una battuta sarcastica utilizzando un altro Foucault, “Leon”:

 «Si torniamo al pendolo di Foucault!».

 

Appunto, c'è bisogno della cultura di governo che viene messa duramente alla prova in un mondo messo sotto sopra.

 Passato Maduro ora ci sono gli ayatollah.

 A parole il Pd non ha dubbi sulla condanna del regime iraniano: addirittura voterà domani una mozione bipartisan in commissione Esteri al Senato magari in solitudine senza i grillini e come pretende Piero Fassino scenderà in piazza venerdì accanto alle donne di Teheran.

 C'è però un punto interrogativo:

se nel frattempo gli americani bombarderanno l'Iran cosa faranno Elly Schlein (foto) e i suoi?

 Ci sarà lo stesso ardore che professano oggi contro i monaci in tunica e turbante nero di Teheran?

«Il problema - confida l'ex ministro della Difesa, Guerini - è proprio questo, non so se di fronte a questa eventualità il Pd riuscirà a tenere la posizione».

 

Nel governo pochi ci credono. «La sinistra - rileva il ministro Luca Ciriani - ogni volta che parla di politica estera prende una musata.

A parte qualcuno: oggi avrei detto le stesse cose di Scalfarotto.

 Il diritto internazionale non può diventare un paravento per calpestare i diritti umani».

 «Prima criticano l'intervento di Trump - sottolinea il ministro Zangrillo - e poi applaudono alla liberazione di Trentini: sono fuori di testa!».

«Voglio la Schlein - ironizza il fratello d'Italia Alberto Balboni - segretaria del Pd a vita!».

Mentre il capogruppo del partito della Meloni, “Bignami”, usa gli studi classici per spiegare il pianeta ai tempi del nuovo ordine mondiale: «Basta leggere Tucidide sulla guerra nel Peloponneso:

 il diritto internazionale funziona se le due forze che si contrappongono sono paritarie altrimenti prende il sopravvento il più forte».

 

Purtroppo, dico purtroppo, è il mondo d'oggi. Quel mondo che la sinistra sembra non conoscere.

E questo limite mette in ombra le contraddizioni che pure ci sono sull'altro versante.

 «Sinistra radicale e grillini - spiega un uomo d'esperienza come “Pier Ferdinando Casini” - non si rendono conto che Trump sta mandando in frantumi i sovranisti e non è poco».

 

 

 

In Venezuela tutto può accadere,

tranne che Trump

esporti la democrazia.

 

 Strisciarossa.it – (6 Gennaio 2026) - In America - Massimo Cavallini – Redazione – ci dice:

 

Tutto – e il contrario di tutto – può a questo punto accadere in Venezuela.

Può essere che – come sei anni fa predisse un “war game” commissionato dal Pentagono in vista d’un ipotetico intervento militare Usa – il Paese precipiti, come già accaduto in Iraq e poi in Libia, nel sanguinoso ed inestricabile caos d’una guerra per bande.

 Può essere che, come in una sorta di “fermo immagine”, tutto resti, per mesi o per anni, in una situazione di perenne stallo.

Può essere che gli attacchi Usa – “mordi e fuggi” con le “cannoniere” della flotta Usa permanentemente installate, pronte al bis, al largo delle coste venezuelane – si ripetano a ritmo serrato con altri arresti ed altri bombardamenti.

 Può essere che tutto questo si trasformi, finalmente, in una permanete occupazione, con i famosi “boots on the ground”, gli stivali sul terreno, da Trump apertamente evocati come una più che concreta eventualità.

 

 E può essere che tutto questo accada con conseguenze assolutamente affini o radicalmente diverse da quelle pronosticate nella ‘simulazione” elaborata dal Pentagono sei anni fa.

Può essere, infine, che, sotto la minaccia di nuovi attacchi, si apra al contrario – come Donald Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio sembrano credere e come alcune delle ultime dichiarazioni di “Delcy Rodríguez”, oggi presidente “facente funzioni”, parrebbero suggerire – davvero si apra, a partir da subito, un processo di “ordinata, pacifica e stabile transizione” verso qualcosa di totalmente diverso o, più probabilmente, di sostanzialmente uguale al presente.

 

Tutto può essere.

Vale però la pena partire da qui – da quest’ultima ed apparentemente più paradossale ipotesi – quella d’una transizione “concordata” – non tanto per pronosticare quel che sarà, quanto per capire quel che è stato e quel che è.

Per quale ragione è possibile, a questo punto, seriamente ipotizzare una sorta di “gentlemen agreement”, tra aggrediti ed aggressori?

 

O, volendo con una forzatura considerare quello in corso come un classico episodio di “regime chance”, immaginare un sereno confronto tra i rappresentanti di quel che occorre cambiare con la forza ed i molto belligeranti agenti del cambio in fieri?

 

Una risposta, ovviamente, è: per paura.

La paura di nuovi attacchi – di fatto, una più o meno condizionata resa a fronte d’un ricatto armato – dal lato chavista.

E, dal lato dell’America, come già accennato, la paura d’una replica, con o senza “stivali sul terreno”, di passate e tragiche esperienze:

dall’Iraq, dove la dissoluzione dell’esercito e della burocrazia di Saddam ebbe catastrofiche conseguenze, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria…

 

Un’altra risposta – fin qui sostenuta più da spifferi che da riscontrabili fatti – è quella che parla di “tradimento”.

 In sostanza: previo accordo con il governo Usa, a consegnare Nicolás Maduro alle forze speciali statunitensi sarebbero stati – tutti, solo qualcuno o uno soltanto, non è chiaro – proprio i suoi compagni di governo.

 I bombardamenti che hanno accompagnato il raid non sarebbero stati, in questo quadro, pur con il suo macabro seguito di morti ammazzati (almeno ottanta persone, tra militari e civili) che la cruenta copertura d’un copione preventivamente scritto, la cui trama già prevedeva, almeno a grandi linee, la “concordata transizione” che va profilandosi.

 

Di nuovo:

 tutto è possibile e, come recita il proverbio, chi vivrà vedrà.

Una cosa però già si può dire con assoluta certezza.

 Al di là d’ogni paura e al di là d’ogni “tradimento” o previo accordo, a sospingere l’un verso l’altro il chavismo venezuelano (o quel che resta della tragica caricatura di socialismo che fu il chavismo) e l’America di Donald Trump, è un sempre più ovvio elemento, una sorta di non ideologica forma di complicità politica: il comune rifiuto della democrazia.

E per dimostrarlo non è necessario spingersi molto in profondità.

Basta ripercorre rapidamente la parabola politica del chavismo – dalle promesse di libertà giustizia dei suoi albori, alla quasi immediata deriva autoritaria, marcata da un grottesco culto della personalità, fino all’attuale catastrofe economica, politica e morale – e contemporaneamente rileggere (o riascoltare) le parole con le quali Donald Trump ha illustrato di fronte al mondo, in una conferenza stampa convocata nella sua reggia di Mar-a-Lago, le ragioni dell’operazione “Absolute Resolve” consumatasi nella notte tra 1i 3 ed il 4 di gennaio.

 

Nel discorso del presidente Usa riferimenti a potere e petrolio, mai un accenno alla democrazia.

Il trasferimento di Nicolas Maduro nel tribunale federale di New York.

Un giornalista, “Michel Tomasky” di “The New Republic”, si è preso la briga di contarle quelle parole.

 Sono state 4.231.

E nessuna, tra esse, era “democrazia”.

In grande, inequivocabile evidenza erano invece le due “P” che dell’intervento militare e dell’arresto di Nicolás Maduro sono state le vere colonne portanti.

 “P” come petrolio, ovviamente. E, altrettanto ovviamente, “P” come potere.

“P” come il petrolio che, grossolanamente falsificando la Storia, Trump ritiene sia stato “rubato” agli Stati Uniti.

E “P” come il potere – potere armato – che l’America di Trump si riserva di esercitare, quando e ovunque lo ritenga necessario o anche soltanto utile, specie in quello che, dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco, per non dir del Caribe, più che mai considera il suo “cortile di casa”.

 

Il generale “Dan Caine”, chairman degli Stati Maggiori Congiunti del Pentagono è stato, nella conferenza stampa di Mar-a-Lago assolutamente chiaro:

gli Stati Uniti – ha detto facendo eco agli auto-osannati accenti di Trump – “possiedono le più grandi ed efficienti forze armate del mondo”.

 E sono in grado di usarle ovunque, in qualunque angolo del pianeta e per qualsivoglia ragione (democrazia, anche in questo caso, non inclusa).

 Un tema questo che, nelle ore e nei giorni successivi ha immediatamente ripreso ed ampliato in termini più geograficamente definiti.

Oggi in Venezuela.

Domani in Messico, dopodomani in Colombia.

 E la Groenlandia? (un altro dei pallini di Trump) gli ha chiesto un giornalista di “The Atlantic” in una intervista pubblicata giusto ieri.

Anche quella nel mirino.

 La ragione? Semplicissima: “Ne abbiamo bisogno”.

 

La parola democrazia, del resto era del tutto assente anche in quello che, dalla Casa Bianca diffuso all’inizio dello scorso dicembre, è ormai diventato il testo sacro della “Don roe Doctrine”.

 “Roe” come James Monroe, quinto presidente degli Stati Uniti d’America ed originale elaboratore della dottrina – la Monroe Doctrine, per l’appunto – che, dal lontano 1823 – passando agli inizi XX secolo per quel “Roosevelt Corollary” che molti storici giustamente considerano l’atto di nascita dell’imperialismo americano – fa da cangiante eppur a suo modo uniforme refrain alla vocazione egemonica della politica estera Usa.

E “Don”, ovviamente, come Donald Trump, l’uomo che nelle sue vesti di 45°e 47° inquilino della Casa Bianca, di questa dottrina è l’ultimo sgangherato (e proprio per questo pericolosissimo) interprete.

 Trentatré paginette intitolate “National Security Strategy of the United States” nelle quali la democrazia, pur non apparendo mai, come parola, in alcuna parte, è, come concetto, una presenza ubiqua.

Ubiqua e negativa, come un’innominata ma evidentissima zavorra, un disturbo, una fisima o una distrazione da scrollarsi di dosso, insieme ad ogni possibile ideologia o “ismo” di sorta, nel nome di una pura logica di forza.

O, ancor meglio, d’una politica che – sostiene in molto contorti termini il documento – vuol essere “pragmatica, senza pragmatismo, realista senza realismo, ancorata a chiari principi senza essere idealista e muscolare senza essere guerrafondaia”.

 

Il tutto nel quadro in una “battaglia di civiltà”, o meglio di una strenua difesa d’un “Occidente” che i valori della democrazia ora non solo nega, ma ribalta a vantaggio della propria “purezza etnica”.

La “Donroe Doctrine” è, su questo punto, assolutamente chiara, soprattutto nella parte dedicata ad una Europa che viene descritta come ormai sulle soglie, causa l’immigrazione, d ‘una “civilization erasure’.

Ovvero: d’una autentica apocalisse culturale ed “identitaria”: il vero, esiziale pericolo che minaccia l’Occidente è, per l’America trumpiana, l’immigrazione di massa – di massa e “colorata”, nel senso di non bianca – proveniente da quelli che, già nel suo primo mandato, Trump aveva, con tipica eleganza, definito “shithole countries”, paesi del buco del culo.

 

Scaricata Corina Machado che è solo “una brava donna.”

 

Maria Corina Machado.

Questa è l’America che, nella notte tra il 3 ed il 4 gennaio ha arrestato, a conclusione d’una colossale e spettacolare operazione militare, “Nicolás Maduro e sua moglie”, la “primera combatiente” – così ama definirsi –“ Cilia Flores”.

E giusto questo è, agli occhi del “liberatore” Donald Trump, il Venezuela che è stato da lui “liberato”:

uno “sistole country”, un paese del buco del culo” con petrolio, che lo zio Sam non può abbandonare alle incertezze di una restaurazione democratica. Maria Corina Machado?

“Una brava donna”, ha con paternalistico disdegno detto di lei Donald Trump in quel di Mar-a-Lago, ma “troppo debole”, troppo priva del “supporto e del rispetto” necessari per guidare il paese che l’ha eletta.

Tanto priva di supporto e di rispetto – il rispetto è bene sottolinearlo, è, dizionario alla mano, quello che si nega a chi si disprezza – che lui neppure ha pensato di contattare prima dell’operazione “Absolute Resolve”.

Tanto irrilevante che, ignorando il responso delle urne, per trattare la prossima transizione politica, lui, in sintonia con il suo segretario di Stato e valletto, Marco Rubio, ha scelto, non lei, ma – sotto la minaccia di nuove ed ancor più letali operazioni militari – la super-chavista vicepresidente Delcy Roríguez.

We are going to run Venezuela”.

 Il Venezuela lo governeremo noi, ha dichiarato Trump. E lo faremo fino a quando sarà necessario.

 

Proprio questo è, allo stato delle cose, il più evidente ed il più triste paradosso della storia.

Molti dei venezuelani che – vittime della più colossale diaspora della storia latino-americana – vanno in queste ore comprensibilmente e gioiosamente festeggiando la “caduta del tiranno” nelle strade di molte città americane, già sono, con ogni probabilità, nel mirino dell’ICE, la” Immigration Custom Enforcement “da Trump trasformata nella più grande e meglio finanziata forza di polizia d’America.

Pronti per la deportazione. Un popolo da liberare? No, un popolo da cacciare perché come tutti gli immigrati – bianchi sudafricani guarda caso esclusi – “avvelenano il sangue della Nazione”.

 

È un misto di antico e di moderno l’America di Donald Trump.

 Di antico perché – come ci rammenta il famigerato “Immigration Act” del 1924, incondizionatamente esaltato da Adolf Hitler nel suo “Mein Kampf” perché apertamente basato su criteri di selezione etnico-razziali – la xenofobia, il razzismo ed il bigottismo religioso che la animano hanno in realtà accompagnato tutta la storia della Nazione, come contraltare del suo essere, per sua natura, un paese di immigrati, uniti non da un legame di sangue, ma da una comune idea di libertà.

 E, insieme, di moderno, perché l’avversione nei confronti della democrazia è parte integrante dell’ideologia del più “avanzato” liberismo economico che del trumpismo è, in comunione con il più tradizionale pensiero reazionario “pre-illuminista”, una parte integrante.

 Protesi entrambi, a guardare, in cerca del futuro, alla realtà del Medioevo.

 I primi – tutto da leggere, a tal proposito, il libro “The Machinery of Freeedom” scritto da David Friedman, figlio del più noto Milton, gran padre del neoliberalismo – per salvare la libertà economica dalla voracità degli Stati nazionali (vedi le imprese de Chicago Boys di Milton Friedman nel Cile di Pinochet). Ed i secondi per garantire la “identità cristiana” della Nazione – Dio, patria e famiglia – contro ogni forma di libertinaggio “woke” e contro ogni forma d’eguaglianza o integrazione etnico-razziale

 

Non v’è, in realtà, alcuna contraddizione tra questa America vecchia e nuova ed un governo dittatoriale che, ora spogliato, con l’arresto (o il sequestro) di Nicolas Maduro dalle residue polveri socialiste ed antimperialiste delle origini, garantisca, senza democratici impacci e mantenendo un saldo controllo degli apparati di repressione, una tranquilla transizione, con vista al petrolio, verso nuovi e luminosi orizzonti di (esclusivamente economica) libertà.

 

Un dettaglio per meglio capire.

 Agli inizi di dicembre, giusto mentre altissime si levavano, dalla Casa Bianca le grida contro Nicolás Maduro, accusato di essere a capo di un cartello del narcotraffico – il Cartel de los Soles, una entità che a detta degli esperti in materia non esiste Donald Trump ha garantito il suo “presidenziale perdono” a Juan Osvaldo Hernández, ex presidente dell’Honduras, condannato da un tribunale di New York a 45 anni di carcere per aver favorito, in cambio di milionarie bustarelle ricevute da un cartello di provatissima esistenza – quello messicano di Sinaloa, uno dei più feroci sulla piazza – l’introduzione negli USA di qualcosa come 400 tonnellate di cocaina.

 

Perché questo perdono?

 Trump lo ha molto genericamente (e ridicolmente) spiegato con alquanto vaghi accenni a persecuzioni giudiziarie ordite – non si capisce come e perché – dal suo predecessore, Joe Biden.

Ma la vera spiegazione sta probabilmente nel fatto che “Juan Osvaldo Hernández” – la cui presidenza è figlia di due non propriamente democratici eventi:

il golpe che, nel 2009 depose Manuel Zelaya e di una rielezione contro il dettato costituzionale, garantita da una compiacente Corte Suprema – ha nel suoi otto anni di presidenza favorito l’esistenza d’un buon numero di “zone extraterritoriali” – di fatto stati indipendenti – nelle quali i liberisti-medievalisti che sostengono Trump hanno potuto, all’ombra del speso fraudolento autoritarismo, liberamente (anche se, a quanto pare, senza grande successo) sperimentare le proprie anarco-libertarie fantasie.

 

Tornando a bomba. Tutto – e il contrario – può accadere in Venezuela.

 Ma una cosa si può tranquillamente dire.

Quel che resta del chavismo – per l’appunto: un governo autoritario con pieno controllo degli apparati di repressione – ha, almeno sulla carta, tutto quel che serve per offrire, con o senza la minaccia di nuove operazioni militari, quel che l’America di Trump va oggi cercando: libertà economica senza libertà politica.

O, ancor più prosaicamente: tutta la tranquillità necessaria per una pacifica ripartizione del bottino.

O, fuor di metafora, di un petrolio finalmente destinato a tornare, protetto dalle cannoniere Usa, nelle mani dei suoi naturali proprietari: i grandi magnati petroliferi.

 

In attesa di sapere come andrà finire, vale tuttavia la pena, per cogliere il più profondo senso delle cose, fare un piccolo passo indietro, tornando al giorno in cui, ad Oslo, lo scorso 10 dicembre, il premio Nobel per la pace – un premio che, notoriamente, Donald Trump pretendeva per se stesso – venne consegnato a Maria Corina Machado, la “brava donna” che, Trump dixit, pur avendo vinto le elezioni del luglio 2024, non ha oggi né il supporto né il rispetto necessari per governare il paese che l’ha, sia pur via proxy, democraticamente eletta.

Assente Corina, in quel mentre impegnata in un’avventurosa uscita via mare dal Venezuela, dove viveva in clandestinità, toccò sua figlia, Ana Corina Sosa Machado, leggere dal podio il discorso di accettazione.

E sono state, le sue, parole appassionate, illuminate da una speranza di libertà (“Presto – ha detto Il Venezuela tornerà respirare”) seppur inevitabilmente marcate dalla distorta visione storica del Venezuela più conservatore e oligarchico. Tutto in Venezuela era luce prima della lunga notte chavista. Niente dittature, niente povertà, niente ingiustizie. Solo libertà ed abbondanza.

 

Una frase, in quel discorso è, tuttavia, risuonata con particolare e stridente accento, involontariamente rivelando il vero paradosso che oggi guida la battaglia per la “liberazione” del Venezuela.

 “Dal 1999 – ha detto Ana Corina esponendo il pensiero della madre – il regime si è dedicato allo smantellamento della nostra democrazia:

 ha violato la Costituzione, falsificato la nostra storia, corrotto le forze armate, tolto di mezzo i giudici indipendenti, censurato la stampa, manipolato le elezioni, perseguitato il dissenso e devastato la nostra biodiversità».

Basta pochissimo. Basta cambiare la data iniziale, mutare il tempo dei verbi e porre l’azione un po’ più (ma non tanto) in divenire, e la frase perfettamente descrive quel che Donald Trump, il “liberatore” Donald Trump, sta facendo all’America che governa.

 

Sarà questa America a liberare il Venezuela?

Può essere, la vita è piena di sorprese.

Ma più logico è credere che l’operazione “Absolute Resolve”, nata come scontro tra non conciliaboli visioni del mondo, si risolva in un – se amorevole o contrastato si vedrà – incontro tra autoritarismi originalmente contrapposti ma conciliabili nel nome del profitto.

 E che nessuno si azzardi, nel frattempo, a parlare di democrazia.

(Massimo Cavallini).

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