Il collasso della libertà.
Il
collasso della libertà.
Se
crollano gli ayatollah: quattro
scenari
per il futuro dell'Iran.
Corriere.it
- Federico Rampini – (11 gennaio 2026) – ci dice:
Per la
prima volta da quasi quarant’anni l’Iran è davvero sull’orlo di una transizione
di potere.
Gli
scenari possibili per il post-Khamenei e le probabilità che si arrivi alla
democrazia.
Dal
1979 il regime degli ayatollah si è retto sul terrore.
I
primi a farne le spese, tragicamente, furono gli ingenui «compagni di strada»
socialisti e comunisti.
Con
l’appoggio della sinistra occidentale, i marxisti iraniani si arruolarono nella
rivoluzione khomeinista perché nella fuga dello Scià filoamericano videro una
grande vittoria della loro causa.
Furono
i primi a finire nel tritacarne della teocrazia sciita:
condannati
a morte o torturati nelle prigioni dove gli ayatollah fecero propri i metodi
della polizia segreta del sovrano che avevano appena deposto.
Poi fu
la volta delle donne, che si videro imporre regole di vita molto più retrograde
e opprimenti di quelle in vigore prima del 1979.
Poi le
università misero al bando tanta scienza occidentale sacrificata sull’altare
dell’indottrinamento.
I giovani si videro proibire la musica.
Minoranze etniche e sessuali, artisti e
intellettuali, furono a loro volta perseguitati.
E via
dicendo, in un precipizio verso il totalitarismo.
Quanto
può sopravvivere un regime che ha come slogan «morte a Israele» e «morte
all’America», ma non ha mai saputo proporre uno slogan altrettanto forte e
positivo per dire «lunga vita all’Iran, e un futuro migliore al suo popolo»?
Prendo
in prestito questa domanda da un grande esperto dell’Iran, “Karim Sadjadpour”,
Senior Fellow al “Carnegie Endowment for International Peace”.
Purtroppo
può sopravvivere a lungo:
47
anni, e non sappiamo se in queste ore stia finalmente agonizzando, o se la
crudeltà della sua repressione prevarrà ancora una volta sui movimenti di
protesta.
Alcune
cose le sappiamo, però.
Il
regime ha potuto durare anche grazie all’appoggio di tutti coloro che volevano
indebolire l’America e l’Occidente: Russia, Cina.
Ha
goduto di credibilità finché ha seminato terrore in tutto il Medio Oriente e
anche oltre, usando milizie-sicarie come Hamas, Hezbollah, Houthi.
Per un
periodo di almeno vent’anni, ha risucchiato l’Arabia saudita in una perversa
competizione a chi fosse la potenza regionale più fondamentalista:
i loro Petro-dollari hanno finanziato jihad e
indottrinamento anche nelle comunità di immigrati musulmani in Occidente.
Poi
però il gioco perverso degli ayatollah ha cominciato a incappare in incidenti
di percorso gravi.
Le proteste interne vanno crescendo almeno dal
2019, perché le avventure militari esterne hanno impoverito la popolazione, e
hanno reso sempre meno sopportabile la corruzione della élite clericale.
L’Arabia saudita ha imboccato una strada alternativa:
modernizzazione,
laicizzazione, progresso economico, avvicinamento a Israele.
L’appoggio
a Hamas per la strage del 7 ottobre 2023 si è rivelato un colossale errore di
calcolo.
Minacciato
nella propria esistenza, Israele ha sferrato colpi micidiali a tutti gli
alleati regionali dell’Iran.
Poi è intervenuto Trump con il bombardamento
dei siti nucleari.
La
guida suprema della rivoluzione islamica, Khamenei, ha dato uno spettacolo
d’impotenza.
I suoi alleati cinesi e russi sono stati
incapaci di difenderlo.
Ma
constatare che il regime è ai minimi storici della sua credibilità – sia
internazionale che interna – non ci dice nulla su quale sarà il futuro di
questa nazione.
Per
provare a immaginare degli scenari, do la parola appunto a “Sadjadpour”.
In un
saggio su” Foreign Affairs “questo esperto prova a delineare quattro scenari
possibili, quattro ipotesi per il post-Khamenei: un’evoluzione simile a quella
della Russia post-sovietica, un percorso cinese, una soluzione di tipo
pakistano, oppure il modello Turchia.
Basta
l’elenco dei paesi per capire che “Sadjadpour” non assegna un’alta probabilità
all’avvento di una democrazia.
Ecco
una sintesi della sua analisi.
Per la
prima volta da quasi quarant’anni, sostiene lo studioso, l’Iran è davvero
sull’orlo di una transizione di potere, forse persino di regime.
La
vecchiaia avanzata di “Ali Khamenei”, la guerra lampo di giugno che ha visto
Israele colpire duramente infrastrutture militari e nucleari iraniane e gli
Stati Uniti intervenire direttamente contro i siti atomici, hanno messo a nudo
la fragilità di un sistema che per decenni si è presentato come ideologicamente
inflessibile e strategicamente invincibile.
L’immagine
finale di Khamenei che emerge dal bunker per proclamare una «vittoria» con voce
tremante ha finito per accentuare, più che dissipare, la sensazione di un
potere logoro.
“Sadjadpour
“parte da una constatazione netta:
la Repubblica islamica non è più un regime in
espansione, ma in difesa, privo di slancio ideologico, economicamente esausto,
militarmente vulnerabile e socialmente delegittimato.
Il
divario tra la retorica rivoluzionaria e la realtà quotidiana è diventato
troppo grande.
La
società iraniana – 92 milioni di persone, isolate da decenni – vive dentro una
combinazione soffocante di sanzioni, inflazione, blackout energetici, scarsità
d’acqua, censura digitale e repressione dei costumi. Simboli centrali della rivoluzione,
come l’hijab obbligatorio, vengono ormai sfidati apertamente.
Il regime non controlla più davvero né i cieli
né le strade.
Le
radici profonde dell’autoritarismo: paranoia e sfiducia.
Per
capire perché la transizione iraniana è così incerta, “Sadjadpour” insiste su
un tratto strutturale della storia politica del Paese:
la paranoia come stile di governo.
Invasioni, umiliazioni coloniali, colpi di
Stato e interferenze straniere hanno sedimentato una cultura del sospetto che
attraversa élite e società.
I leader iraniani – dallo Scià a Khomeini,
fino a Khamenei – hanno visto complotti ovunque, premiando la lealtà contro la
competenza e producendo una selezione negativa delle classi dirigenti.
Questo
clima di sfiducia cronica ha impedito la costruzione di istituzioni solide e ha
rafforzato il personalismo.
Il risultato è un sistema che oscilla tra
brevi euforie e lunghi cicli di disillusione, incapace di autoriformarsi.
È in
questo vuoto istituzionale che si collocano i possibili scenari del «dopo
Khamenei».
Iran
come Russia: dalla teocrazia al nazionalismo autoritario.
Il
primo scenario è quello post-sovietico.
Come
l’URSS negli anni finali, la Repubblica islamica appare ideologicamente
esaurita, sostenuta più dalla coercizione che dal consenso, con una società che
ha voltato le spalle allo Stato.
Anche l’Iran, come la Russia, è un Paese ricco
di risorse naturali, con una forte identità storica e una rivoluzione che ha
cercato di rifondare tutto in nome di un’ideologia totalizzante.
In
questo scenario, il collasso dell’ideologia non porta alla democrazia, ma a un
vuoto di potere riempito da apparati di sicurezza e oligarchie economiche.
Come
nella Russia degli anni Novanta, il caos, la disuguaglianza e il saccheggio
delle risorse preparano il terreno per l’emergere di un uomo forte: un «Putin
iraniano».
Questa
figura potrebbe provenire dai “Guardiani della Rivoluzione” o dai “servizi di
sicurezza”, abbandonare l’islamismo sciita come ideologia fondante e
sostituirlo con un nazionalismo iraniano fondato sul risentimento:
ancora
una volta contro l’Occidente, contro Israele, contro le umiliazioni subite.
La
promessa sarebbe stabilità e orgoglio nazionale;
la
realtà, un autoritarismo pragmatico, corrotto e aggressivo. “Sadjadpour”
avverte:
la
fine della teocrazia non garantisce un esito liberale.
Un Iran «post-ideologico» potrebbe essere
persino più cinico, più predatorio e più destabilizzante per la regione,
proprio come la Russia putiniana dopo il comunismo.
Iran
come Cina: pragmatismo senza libertà.
Il
secondo scenario è quello che molti riformisti interni hanno sognato:
il «modello cinese».
Dopo
la morte di Mao, Pechino ha sacrificato l’ortodossia ideologica in favore dello
sviluppo economico, mantenendo però un sistema autoritario.
Applicato
all’Iran, questo significherebbe meno teologia, più tecnocrazia;
meno
rivoluzione, più interesse nazionale.
In
questa ipotesi, l’Iran normalizzerebbe i rapporti con l’Occidente, ridurrebbe
l’ostilità verso gli Stati Uniti e Israele, allenterebbe il controllo sociale e
cercherebbe integrazione economica globale, senza però concedere pluralismo
politico.
I Pasdaran resterebbero potenti, ma
trasformati in una sorta di élite nazional-corporativa, simile all’Esercito
popolare di Liberazione cinese. “Sadjadpour” però sottolinea due ostacoli
enormi.
Il
primo è politico:
in
Cina, l’apertura verso Washington fu avviata da Mao stesso;
in
Iran, Khamenei ha sempre considerato il compromesso con gli Stati Uniti come
una minaccia esistenziale.
Senza
un leader disposto a rompere questo tabù, il modello cinese resta
irrealizzabile.
Il secondo ostacolo è strutturale: l’Iran non è la
Cina.
Non ha una forza lavoro sterminata né
un’economia manifatturiera capace di assorbire milioni di persone.
È una
economia parassitaria fondato sull’estrazione di una rendita energetica, più
simile alla Russia.
Se il regime rinunciasse all’ideologia senza
riuscire a migliorare concretamente la vita dei cittadini, perderebbe anche
l’ultimo residuo di legittimità.
Iran
come Pakistan: il potere ai militari.
Il
terzo scenario, che “Sadjadpour” considera tra i più plausibili, è quello
pakistano:
la trasformazione dell’Iran in uno Stato
dominato dai militari, in cui i Guardiani della Rivoluzione (IRGC - Islamic
Revolutionary Guard Corps) passano da potere informale a potere formale.
Dalla
guerra Iran-Iraq in poi, l’IRGC è diventato molto più di una forza armata:
controlla
settori chiave dell’economia, gestisce traffici, media, infrastrutture,
programmi nucleari e reti di milizie regionali.
Come
in Pakistan, si potrebbe arrivare a una situazione in cui non è l’esercito a
servire lo Stato, ma lo Stato a servire l’esercito.
In questo scenario, i militari potrebbero
lasciare che il caos sociale cresca, per poi presentarsi come «salvatori della
nazione», giustificando il loro dominio in nome dell’unità nazionale.
Per
farlo, però, dovrebbero abbandonare l’ideologia clericale e rifondare la
legittimità sul nazionalismo iraniano.
Anche qui, gli esiti restano ambigui.
Un
leader militare potrebbe essere un nuovo Putin iraniano, oppure un al-Sisi
iraniano (dal nome del generale-dittatore egiziano): autoritario, ma pragmatico
e disposto a un’intesa con l’Occidente.
In entrambi i casi, la questione nucleare
sarebbe centrale:
arma
atomica come garanzia di sopravvivenza, oppure rinuncia in cambio di
riconoscimento internazionale.
Iran
come Turchia: populismo elettorale e autoritarismo maggioritario.
Il
quarto scenario è quello turco.
Qui non si tratta di una transizione militare
o tecnocratica, ma dell’emergere di un leader populista legittimato dal voto,
che smantella gradualmente i contrappesi istituzionali dall’interno.
Perché
questo accada in Iran, sarebbe necessaria una riforma radicale delle
istituzioni:
abolizione
della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani, ridimensionamento dei
Pasdaran, rafforzamento del Parlamento e del governo eletti.
Condizioni
oggi poco realistiche, ma non del tutto impensabili nel lungo periodo.
“Sadjadpour”
osserva che l’Iran possiede una tradizione populista profonda:
da
Khomeini ad Ahmadinejad, leader capaci di mobilitare il risentimento contro
élite e potenze straniere promettendo redistribuzione e giustizia sociale. Un
futuro «Erdogan iraniano» potrebbe combinare nazionalismo, religione e voto
popolare, producendo un autoritarismo con consenso di massa.
Questo
scenario sarebbe preferibile per molti iraniani rispetto alla teocrazia o al
dominio militare, ma non garantirebbe una vera democrazia liberale.
Come
dimostra la Turchia, il populismo può svuotare la democrazia dall’interno.
“Sadjadpour”
conclude con una nota di realismo.
La
storia iraniana – come il 1979 insegna – smentisce quasi sempre le previsioni.
Ma una cosa appare chiara: gli iraniani non chiedono
rivoluzioni ideologiche, né nuovi culti della personalità.
Chiedono “zendegi-e normal,” una vita normale:
dignità
economica, libertà personali, uno Stato che non controlli ogni aspetto
dell’esistenza.
L’Iran ha tutte le carte per essere un Paese
del G20.
La
vera incognita non è se il cambiamento arriverà, ma se dopo il cupo e
sanguinoso autunno degli ayatollah arriverà finalmente una primavera o solo un
altro inverno.
“Shirin
Ebadi”:
"Non
si torna più indietro,
continueranno
fino al crollo
del
regime degli Ayatollah."
It.gariwo.net
– (12 -01 – 2026) - intervista di Michele Migone – ci dice:
“Shirin
Ebadi” non ha dubbi: ci troviamo di fronte a una rivoluzione.
Dopo
queste proteste “non si torna più indietro. Continueranno fino al crollo del
regime”.
Il
Premio Nobel per la Pace 2003 parla al telefono da Londra per una intervista che sarà poi
trasmessa da Radio Popolare grazie all’aiuto e alla traduzione di Parisa
Nazari.
“Non
si fermeranno, la repressione non le fermerà”.
Avvocato
per i diritti umani, perseguitata dal regime degli ayatollah, costretta
all’esilio, “Shirin Ebadi “guarda a quello che sta succedendo nel suo paese
natale come la conseguenza di 47 anni di una dittatura che ha usato il tallone
di ferro contro il suo popolo.
“Difficile
dire quando arriverà la vittoria – scandisce – ma arriverà”.
L’affermazione
è basata su di una nuova situazione che si è venuta a creare in Iran.
Queste
ultime proteste sono partite a causa della gravissima situazione economica, ma
ben presto si sono saldate con la richiesta di libertà e diritti, come chiede
il movimento” Donna Vita Libertà”, per poi sfociare in una collettiva e
perentoria volontà di abbattimento del regime.
Per la
prima volta dopo molto tempo, gli stessi Ayatollah hanno capito che quanto sia
in bilico il loro potere.
“Vedo
dei segni di crepe nel regime.
Mi sembra che l’apparato repressivo stia
vacillando.
Lo si
comprende dal fatto che abbiano fatto arrivare rinforzi dall’estero, dal Libano
e dall’Iraq”.
Significa che c’è il reale timore che la
compattezza della struttura non sia così salda.
La
stessa risposta sanguinaria di questi giorni è la prova dell’allarme che è
risuonato nelle stanze del potere a Teheran.
Il conteggio esatto dei morti varia a seconda
delle fonti dell’opposizione, ma ormai sembra evidente che siano molte
centinaia. Il video con sacchi di plastica nera lasciati nel cortile di un
ospedale, contenenti i cadaveri dei manifestanti, circondati dallo strazio dei
parenti ha fatto il giro del mondo.
La protesta però non si fermerà neppure di
fronte alla pila dei morti.
Il Nobel per la Pace 2003 pensa che si
arriverà al collasso del regime. “La povertà è sempre più diffusa. Hanno cercato di
metterci una toppa con un sussidio mensile di 5 dollari al mese, una misura
ridicola”.
Ma poi
cosa accadrà?
Shirin Ebadi risponde a questa domanda dicendo
cosa lei auspica: “Vorrei un referendum popolare sulla forma di governo e una
costituzione scritta con l’ausilio delle Nazioni Unite”. E una Norimberga per
gli Ayatollah?
La
risposta in questo caso è più articolata:
“Questo
regime ha compiuto dei crimini contro il suo popolo fin dall’inizio, ha
impoverito il paese, è un sistema corrotto.
Io spero che prima o poi ci sia un processo di
un tribunale imparziale, qualche cosa che somigli alla “Corte Penale
Internazionale”.
Che ci
sia giustizia, alla fine.
(Michele
Migone, giornalista).
In che
modo l’Iran in crisi identitaria
si
lega al Venezuela.
Risponde
“Terzi”.
Formiche.net
- Emanuele Rossi – (7-01 – 2026) – ci dice:
Le
proteste che attraversano l’Iran non sono una crisi congiunturale, ma il
segnale di un possibile punto di non ritorno per il regime dei mullah. Dalla
repressione violenta alla dimensione internazionale della minaccia iraniana,
fino alle responsabilità dell’Occidente e ai collegamenti con altri regimi
autoritari, nella conversazione con il senatore “Giulio Terzi di Sant’Agata”,
presidente della Commissione per le Politiche Europee del Senato.
Da
oltre dieci giorni l’Iran è attraversato da proteste diffuse e sempre più
radicali.
Manifestazioni che si sono riaccese nelle
ultime settimane, e con loro la repressione del regime.
Il
collasso economico, la reazione violenta, il controllo sulle masse che sembra
essere sfuggito, e la mobilitazione trasversale della società iraniana evocano
precedenti storici profondi, ma aprono anche scenari nuovi.
Per “Giulio Terzi di Sant’Agata “(Fratelli
d’Italia), che oggi ha tenuto il “keynote speech” della conferenza “Sostegno
alle forze democratiche in Iran” organizzata nella Sala Nassirya del Senato,
ricostruisce il significato politico delle proteste inquadrandole sullo stato
del regime e delle connessioni internazionali, e ciò che l’Italia e la Comunità
globale dovrebbero fare di fronte a una possibile svolta storica.
Cosa
sta accadendo oggi in Iran e perché queste proteste rappresentano qualcosa di
diverso rispetto al passato?
Da più
di dieci giorni il popolo iraniano protesta nelle strade di tutto il Paese.
L’inflazione
ha superato il 42%, il rial è crollato e con esso l’intero sistema economico.
Ma
ridurre tutto a una crisi economica sarebbe fuorviante: siamo di fronte a una
crisi strutturale del sistema-Paese.
Qual è
il significato simbolico della chiusura del Grande Bazar di Teheran?
A
Teheran, una capitale da dieci milioni di abitanti, il Grande Bazar ha
abbassato le serrande perché non c’è più merce da vendere.
È un segnale fortissimo.
Anche
nel gennaio del 1979 la caduta dello Scià iniziò con la chiusura del Grande
Bazar.
Il
paragone con il 1979 è inevitabile. Cosa cambia oggi rispetto ad allora?
Allora
chi prese il potere furono gli Ayatollah.
Oggi siamo qui perché sentiamo che una nuova
speranza è possibile. Ma questa speranza deve essere anche un monito:
bisogna
diffidare di chi si ripropone come volto di una rivoluzione democratica quando
in realtà appare come una restaurazione.
Siamo
di fronte a un punto di rottura irreversibile per il regime?
Sarà
la storia a dirlo.
Ma è
legittimo chiedersi se questo non sia finalmente quel punto di rottura non più
recuperabile, quel tempo della libertà per l’Iran che tanti attendono da decenni.
Quanto
è grave la repressione in atto?
Mai
prima d’ora si era giunti a una situazione così drammatica.
La
repressione del regime è violentissima:
130
città in rivolta, oltre mille arresti e più di trenta morti.
I
Pasdaran irrompono nei dormitori degli studenti, nelle case dei cittadini,
sequestrano persone in modo arbitrario.
È una
repressione capillare che colpisce l’intera società.
La
chiusura di scuole e università che segnale rappresenta?
È
l’atto finale di un regime che da anni impicca i suoi figli alle gru e stupra
le sue figlie nel nome di Allah.
Chiudere
scuole e università significa ammettere di non avere più futuro da offrire.
Come
valuta le parole del presidente degli Stati Uniti sulla possibile difesa dei
manifestanti?
Quando
il presidente Trump ha detto che se Teheran sparerà sui manifestanti pacifici
gli Stati Uniti andranno in loro soccorso, ha pronunciato parole durissime.
Parole che diventano ancora più significative
se lette nel contesto degli sviluppi in Venezuela e la cattura di Nicolas
Maduro e consorte.
In che
modo il Venezuela è collegato al regime iraniano?
Da
decenni il Venezuela offre rifugio sicuro ai Pasdaran e ai proxy iraniani come
Hezbollah.
È stato uno spazio franco per coprire reti
terroristiche, narcotraffico, traffico d’armi, riciclaggio e persino
addestramento di miliziani.
Quanto
è profondo il legame economico e strategico tra Teheran e Caracas?
Il
Venezuela da decenni fornisce rifugio sicuro ai Pasdaran e ai proxy dell’Iran.
Pensate che l’Iran ha investito a Caracas tra
i 7 e i 10 miliardi di dollari, comprato intere aree di terreno nel Venezuela.
Ecco
la minaccia diretta alla sicurezza mondiale che fino a pochi giorni fa
rappresentava Caracas.
Mentre
a Caracas l’arresto di Maduro ha assestato un duro colpo al regime, con gli Usa
che stanno cercando di guidare un complesso processo di transizione, come descriverebbe oggi la natura del
regime iraniano e il significato politico delle proteste in corso?
È un
regime fondamentalista, messianico e criminale, con le mani grondanti di sangue
non solo entro i confini iraniani ma anche all’estero. In queste ore la
leadership appare sempre più isolata e fragile: l’Ayatollah Khamenei è stato
portato in un luogo sicuro e circolano indiscrezioni su una possibile fuga in
Russia qualora la situazione precipitasse, mentre continua a promettere sussidi
e piani di salvezza che non convincono più nessuno.
Il
punto centrale è che il popolo iraniano non protesta per il pane o per la fame.
Protesta per l’identità e per la libertà che
gli sono state strappate.
Come
ha sottolineato” Maryam Rajavi”, presidente Consiglio Nazionale della
Resistenza Iraniana, la radice del problema risiede nel sistema della “velayat-e faqih”, la dottrina politico-religiosa
liberticida instaurata da Khomeini.
Uomini
e donne, giovani di ogni età e classe sociale sono oggi in strada: quando un
popolo torna in piazza, la storia si rimette in cammino.
Quali
responsabilità ha la Comunità internazionale di fronte a questa repressione?
In
primis certo, è importante esprimere la più convinta solidarietà e vicinanza al
popolo iraniano, e al tempo stesso è importante dare una risposta ferma e unita
da parte delle istituzioni parlamentari e internazionali.
I
responsabili di decenni di repressioni e massacri devono essere posti di fronte
alla giustizia;
il
Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica inserite nelle liste del
terrorismo internazionale;
e le Ambasciate colluse con le attività
terroristiche portate avanti dal regime chiuse immediatamente.
Quanto
accade come tocca il nostro Paese?
Anche
l’Italia è certamente esposta.
Il
nostro Paese non è immune:
Roma
rappresenta uno snodo cruciale per attività di reclutamento, sorveglianza,
propaganda e traffici sensibili da parte dell’intelligence iraniana, spesso
coperte da strutture diplomatiche, culturali e accademiche.
Non
possiamo dimenticare l’agguato del 1993 a Roma, quando “Mohammad Hossein Naqdi”,
rappresentante del “Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana” in Italia,
venne assassinato da agenti iraniani che beneficiarono proprio di queste
coperture.
Contrastare tali infiltrazioni significa
lottare concretamente a fianco del popolo iraniano, che combatte per i propri
diritti, la propria dignità e la propria libertà.
Guardando
al quadro globale, quale futuro immagina per l’Iran, anche alla luce dei fatti
che riguardano Caracas?
Auspichiamo
che sia giunto il tempo di una svolta, per un Iran protagonista della pace e
della sicurezza regionale, e non una minaccia a livello globale.
In
questa prospettiva, il Piano in 10 punti per il futuro dell’Iran proposto da”
Rajavi”, indica una strada credibile verso un’alternativa autenticamente
democratica.
Editoriale.
L’eclissi
dell’Occidente:
il
triumvirato USA-Russia-Cina
e il
crepuscolo dell’Europa.
Ecodelsannio.it
- Redazione EDS – (Gen. 4, 2026) - Di Carlo di Stanislao – ci dice:
” Quando
i giganti si scontrano, è l’erba a soffrire; ma quando i giganti si accordano,
l’erba viene mangiata.” — Proverbio africano.
L’illusione
che il caos trumpiano sia un fenomeno passeggero, una sorta di febbre
passeggera del corpo elettorale americano, è la più grande minaccia alla
sopravvivenza delle democrazie liberali.
Se
l’analisi precedente ha svelato la natura lucida della sua “follia”, è
necessario ora scendere nelle profondità del meccanismo:
come
questa visione si traduca in una condanna a morte per l’economia europea e
quali siano i fili invisibili, ma d’acciaio, che legano l’ideologia di Donald
Trump a quella di Vladimir Putin e Xi Jinping.
Non siamo di fronte a una serie di
decisioni slegate, ma a una ristrutturazione ontologica del mondo.
Il mosaico è quasi completo:
un
ordine tripolare dove la forza sostituisce il diritto, e dove l’Europa, da
attore globale, rischia di ridursi a un museo a cielo aperto, frammentato e
privo di difese.
Parte I: Il Cappio Economico – Come
il Triumvirato Soffoca l’Europa.
L’Europa
ha costruito la sua prosperità su tre pilastri che il “nuovo ordine” di Trump
mira a polverizzare:
la
sicurezza garantita dagli Stati Uniti (NATO), l’energia a basso costo dalla
Russia e l’accesso illimitato al mercato manifatturiero e di consumo cinese.
La
strategia di Trump non è isolazionista nel senso classico; è estorsiva.
La fine del libero scambio e l’era
del “Mercantilismo Muscolare.”
Per
Trump, il deficit commerciale non è un dato economico, è una sconfitta
militare.
La sua
visione dell’economia mondiale è a somma zero:
se
l’Europa guadagna, l’America perde.
La sua
“follia calcolata” prevede l’imposizione di dazi universali non solo contro i
nemici, ma soprattutto contro gli alleati.
L’economia
europea, guidata dalla trazione manifatturiera tedesca e dal lusso e
agroalimentare italiano e francese, è estremamente vulnerabile. Un’America che
chiude le frontiere commerciali costringe l’Europa a una scelta impossibile:
sottomettersi
ai diktat di Washington (tagliando i ponti con Pechino) o subire sanzioni che
distruggerebbero intere filiere industriali.
Il ricatto energetico e tecnologico.
Mentre
la Russia di Putin usa il gas come arma di pressione geopolitica, Trump vede nell’energia
americana (share gas e petrolio) non solo una risorsa, ma uno strumento di
dominio.
L’Europa,
stretta tra la necessità di decarbonizzare e l’urgenza di trovare alternative
al gas russo, si trova in una morsa.
Trump
non vuole che l’Europa sia energeticamente indipendente; vuole che sia
dipendente dall’America, eliminando ogni velleità di sovranità politica
europea.
Allo
stesso tempo, la guerra tecnologica con la Cina mette l’Europa in una posizione
di scacco matto.
Il
triumvirato USA-Russia-Cina sta spartendo il mondo in “ecosistemi tecnologici”
chiusi.
Se l’Europa sceglie il 5G o l’IA cinese, viene
punita da Washington;
se
sceglie quella americana, diventa una colonia digitale senza alcuna capacità di
innovazione autonoma.
La
“follia” di Trump è qui malignamente lucida:
spingere l’Europa verso l’irrilevanza
tecnologica per garantirsi che non possa mai diventare il “quarto polo” del
potere mondiale.
Parte II: L’Internazionale
Reazionaria – I Legami Ideologici del Triumvirato.
Esiste
un filo rosso che unisce Mar-a-Lago, il Cremlino e Zhongnanhai. Nonostante le differenze superficiali
— il capitalismo populista di Trump, l’etno-nazionalismo di Putin e il
comunismo tecnocratico di Xi — questi tre poli condividono una base ideologica
comune che potremmo definire “Autoritarismo Transazionale”.
Il disprezzo per le istituzioni
sovranazionali.
Trump,
Putin e XI condividono un odio viscerale per qualsiasi entità che limiti la
sovranità assoluta del “Grande Leader”.
L’ONU,
l’OMS, la Corte Penale Internazionale e, soprattutto, l’Unione Europea sono
viste come ostacoli burocratici che impediscono ai forti di fare ciò che
devono.
La
“follia” di Trump nell’attaccare l’UE (“un nemico commerciale peggiore della
Cina”) è musica per le orecchie di Putin, che da decenni finanzia partiti
euroscettici per dividere il continente.
Per XI,
un’Europa frammentata è un mercato più facile da penetrare con la “Via della
Seta”.
Il
legame ideologico è chiaro:
il
mondo deve essere governato da accordi bilaterali tra giganti, dove il più
piccolo soccombe sempre.
Il
culto della forza e il rifiuto del “Wokismo.”
C’è
un aspetto culturale che cementa questo triumvirato:
la
guerra ai valori liberali dell’Occidente moderno.
Trump
ha trasformato la sua battaglia contro il “politicamente corretto” in una
crociata globale.
Putin
si presenta come il difensore dei “valori cristiani tradizionali” contro un
Occidente decadente e pervertito.
Xi Jinping promuove la “superiorità dei valori
asiatici” e la disciplina sociale contro il caos democratico.
Questa
convergenza non è casuale.
Serve
a creare un fronte comune contro l’idea stessa di diritti universali. Se Trump
riesce a convincere gli americani che la democrazia liberale è un fallimento,
allora la Russia e la Cina non sono più avversari ideologici, ma modelli di
efficienza.
La
“follia” è il cavallo di Troia per normalizzare l’autocrazia nel cuore
dell’Occidente.
Parte III: Il Mosaico del Potere –
USA, Russia e Cina al Comando
In
questo scenario, il mondo viene diviso in zone d’influenza, ricordando il
Congresso di Vienna del 1815 o la Conferenza di Jalta, ma con una differenza
fondamentale:
manca una visione morale del futuro.
La Russia come guardiano dell’Eurasia.
In
cambio della neutralità americana e della fine delle sanzioni, Putin offre a
Trump la stabilità energetica e un alleato contro l’estremismo islamico (o ciò
che loro definiscono tale).
La
Russia diventa il braccio armato del triumvirato in Medio Oriente e in Africa,
agendo là dove l’opinione pubblica americana non permetterebbe a Trump di
intervenire direttamente.
La
“stranezza” di Trump verso la NATO è il segnale che il patto è già in fieri:
la
sicurezza dell’Europa non è più un interesse americano, ma una fiche da
scambiare sul tavolo del Cremlino.
La Cina come fabbrica e banca del
mondo.
XI
Jinping non cerca lo scontro militare totale con gli USA;
cerca
la supremazia sistemica.
Trump,
con il suo approccio transazionale, è il partner ideale.
XI sa che con Trump può “comprare” il silenzio
su Taiwan o su Hong Kong attraverso contratti commerciali miliardari o
concessioni sui brevetti.
Il
triumvirato si regge su un equilibrio di reciproco cinismo:
“Io
non critico come tratti i tuoi cittadini, se tu non disturbi i miei affari”.
Gli USA come perno del caos
controllato.
L’America
di Trump diventa il “regista del disordine”.
Non
più il garante della pace, ma l’attore che sposta l’equilibrio a seconda della
convenienza del momento.
La sua imprevedibilità è lo strumento con cui tiene
Russia e Cina in uno stato di tensione latente, assicurandosi che nessuno dei
due diventi troppo forte da sfidarlo, ma collaborando con entrambi per
eliminare qualsiasi forma di resistenza democratica globale.
Parte IV: Perché dobbiamo davvero
avere paura.
La
paura non nasce dalla possibilità di una guerra nucleare — ironicamente, questo
triumvirato di autocrati potrebbe essere molto stabile nel breve periodo — ma
dalla morte dell’anima della civiltà occidentale.
Se la visione di Trump trionfa, il
concetto di “cittadino” viene sostituito da quello di “suddito” o
“consumatore”.
La
politica smette di essere lo spazio del dibattito pubblico e diventa un
esercizio di propaganda e forza bruta.
Ogni
stranezza di Trump, ogni sua uscita contro la stampa (“nemica del popolo”),
ogni suo elogio ai dittatori, è una martellata ai pilastri del nostro edificio
civile.
L’Europa
è l’ultima linea di difesa.
Ma
un’Europa che non vede la lucidità dietro la follia, che spera ancora in un
ritorno alla “normalità” pre-2016, è una vittima designata.
Il
mosaico è quasi finito.
Se non
impariamo a leggere il disegno d’insieme, ci ritroveremo a essere solo una
sfumatura di grigio in un mondo dominato dai colori forti e sanguigni di tre
uomini che hanno deciso che la storia appartiene solo a chi ha il coraggio di
essere spietato.
La scelta finale.
Dobbiamo
guardare in faccia la realtà:
la
“follia” maligna di Trump è la risposta più efficace e brutale alla crisi della
globalizzazione.
È un
progetto di potere che parla alla pancia dei popoli, promettendo ordine in
cambio di libertà e protezione in cambio di sottomissione.
Il mosaico USA-Russia-Cina non è un
incubo lontano;
è una
possibilità geopolitica concreta che si sta realizzando sotto i nostri occhi,
post dopo post, dazio dopo dazio, strettoia dopo strettoia.
La domanda non è se Trump sia pazzo, ma se noi
siamo abbastanza sani da riconoscere il pericolo prima che l’ultima tessera
venga posizionata.
Il
mondo a due misure:
dall’Ucraina
a Gaza, fino
a
Caracas.
Lacnews24.it
- Francesco Villotta – (5 gennaio 2026) – ci dice:
La
cattura di Maduro riapre la domanda antica sul potere americano: perché punire
alcuni e proteggere altri?
Tra guerre, basi militari e petrolio, emerge
la verità scomoda di un impero che non vuole chiamarsi tale, mentre la
giustizia continua a non essere uguale per tutti.
C’è
sempre un rumore che annuncia la Storia.
Il rombo dei caccia che attraversano il cielo
di Caracas.
Il lamento distante delle sirene in una città
ucraina bombardata.
Il
pianto dei bambini tra le rovine di Gaza.
E poi c’è un altro rumore, più sottile, come
un sussurro amaro:
quello
delle parole che cambiano significato a seconda di chi le pronuncia.
Guerra,
libertà, sicurezza, diritti umani.
Lo
stesso vocabolario, ma ogni volta un dizionario diverso.
Caracas si è svegliata nella notte con la
Storia alla finestra.
Un
presidente catturato e portato via.
Washington
che parla di ordine, di democrazia, di ripristino della legalità.
Il
mondo che guarda, ancora una volta diviso fra l’applauso, l’indignazione e la
stanchezza.
E poi
la domanda, quella che ritorna sempre e che colpisce come una pietra
nell’acqua:
chi
decide quando la forza è giusta, e per chi?
Quando
la Russia invade l’Ucraina, è aggressione.
E lo è davvero.
Quando
Israele devasta Gaza, le parole diventano improvvisamente lente, esitanti,
pudiche.
E quando gli Stati Uniti rovesciano un governo
in America Latina, ecco che la guerra smette di essere guerra e diventa
missione di civiltà.
Due
pesi. Due misure.
Due morali per lo stesso mondo.
A
Caracas silenzio e paura dopo la cattura di Maduro, l’autista di bus diventato
presidente: Cia sul campo da agosto per il blitz.
Redazione
Esteri.
Per
capire davvero ciò che è accaduto a Caracas bisogna guardare indietro.
Dopo
il 1945 gli Stati Uniti emergono come potenza dominante e comincia una lunga
catena di interventi, guerre, pressioni, sostegni occulti e operazioni
dichiarate.
La
Guerra di Corea, la Guerra del Vietnam, la lunga stagione delle interferenze in
America Latina, i colpi di Stato appoggiati o favoriti, le invasioni di Grenada
e Panama, il sostegno ai Contras in Nicaragua, le ombre sulle crisi cilene e
brasiliane.
Il
ruolo determinante e oscuro nelle stragi, negli omicidi, nella strategia della
tensione, e nei misteri italiani.
Venezuela,
Trump:
«Governeremo
la transizione e ci riprenderemo il petrolio».
Poi
avverte Cuba: «Sta fallendo, ne parleremo».
Redazione
Esteri.
Poi il
nuovo secolo, con la Guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre e la Guerra in
Iraq sotto l’accusa mai provata delle armi di distruzione di massa.
E
parallelamente la “guerra al terrorismo”, fatta di basi, droni, operazioni
speciali sparse nel mondo.
Non è un episodio. È una linea continua.
Una
traiettoria storica. Una visione del mondo.
E
accanto a questa storia, cresce la geografia del potere.
Basi
militari statunitensi in Europa, in Asia, nel Medio Oriente, in Africa, nei
Caraibi, nel Pacifico. Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Qatar,
Bahrain, Kuwait, Gibuti, Curaçao e oltre.
Una
costellazione globale di piste, flotte, radar, comandi.
Non è
difesa. È presenza. È influenza. È controllo.
È la spina dorsale di un impero moderno che
non si chiama impero, ma lo è in ogni sua fibra.
Un
impero che interviene, sanziona, punisce, protegge.
Che
decide chi è un dittatore e chi no.
Chi deve cadere e chi può restare.
Chi
merita la guerra e chi deve essere salvato dalla guerra.
E
allora, ecco la domanda che brucia: perché Maduro sì e Netanyahu no? Perché
Maduro sì e Putin no? Perché per Maduro si parla di narcotraffico, di
criminalità internazionale, di minaccia globale, mentre per Netanyahu, di
fronte a città rase al suolo e civili sterminati e travolti, ci si ferma sempre
un passo prima? Perché Putin resta a Mosca e Maduro viene portato via da
Caracas? Forse la risposta è semplice. Troppo semplice per non far male.
Il
petrolio. Le riserve immense del Venezuela. L’oro nero che ancora oggi orienta
mappe, alleanze e guerre.
Forse
perché un protettorato energetico nel cuore del continente americano vale più
di cento discorsi sulla democrazia.
Forse perché la legge internazionale non è una
tavola sacra, ma una rete elastica che si adatta alla convenienza di chi la
tiene in mano.
Forse perché l’Impero dev’essere nutrito ogni giorno,
e l’odore del greggio vale più di mille dichiarazioni sulla libertà dei popoli.
Italia
Mondo.
Venezuela,
Trump: «Governeremo la transizione e ci riprenderemo il petrolio». Poi avverte
Cuba: «Sta fallendo, ne parleremo»
Redazione
Esteri.
Venezuela,
Trump: «Governeremo la transizione e ci riprenderemo il petrolio». Poi avverte
Cuba: «Sta fallendo, ne parleremo».
Questo
non assolve nessuno.
Maduro
ha rappresentato per anni un potere logorato, autoritario, inefficiente.
Putin
ha scatenato una guerra di aggressione.
Hamas
ha compiuto un massacro. Israele ha risposto con una furia disumana che ha
travolto innocenti.
Non è
una contabilità del sangue.
È una
domanda sulla giustizia.
Perché
la giustizia, se è vera, non indossa uniformi. Non sceglie tra alleati e
nemici.
Non
pesa la vita umana secondo il valore del sottosuolo.
Viviamo
invece in un mondo in cui la legge si piega al potere.
Dove
la coerenza è un lusso retorico. Dove ciò che è crimine per uno diventa
legittima difesa per un altro.
E
quando i popoli capiscono che la giustizia è selettiva, smettono di crederci.
Dove
non si crede più alla giustizia, nascono fanatismi, rancori, odi.
La violenza chiama altra violenza.
Generazione
dopo generazione.
Eppure,
in mezzo a questo buio, resta una responsabilità civile.
Dire la verità. Chiamare il potere con il suo
nome.
Ammettere
che l’America è stata, ed è, una potenza imperiale.
Che governa il mondo attraverso basi, moneta,
tecnologia, cultura, forza militare.
Che
spesso predica la libertà e pratica l’interesse.
E che
l’Europa, troppo spesso, guarda e annuisce.
Politica.
«Trump
agisce per interesse ma i venezuelani sono stati traditi e affamati per 25
anni»: Giulio Vita racconta la dittatura chavista.
Massimo
Clausi.
Si può
amare la cultura occidentale, la sua libertà, la sua democrazia, e insieme
pretendere che quelle parole valgano sempre.
Per tutti.
Si può essere amici e critici allo stesso
tempo. Anzi, è l’unico modo onesto di esserlo.
Perché
se l’invasione è un crimine, lo è dappertutto.
Se le bombe sono una vergogna, lo sono in ogni
cielo.
Se la sovranità conta, conta anche a Caracas.
Se la
vita è sacra, lo è a Kiev, a Gaza, a Maracaibo.
Non
esistono vite di serie A e vite di serie B.
Non esistono popoli destinati al salvataggio e
popoli destinati al sacrificio.
Dovrebbe esistere una sola misura. Una
soltanto.
Senza
eccezioni. Senza ipocrisie.
Perché altrimenti ogni valore diventa
propaganda. E la propaganda, prima o poi, si trasforma in sangue.
Il
mondo non ha bisogno di nuovi imperi.
Ha bisogno di giustizia. Di quella vera.
Quella che non guarda le bandiere.
Quella
che non odora di soldi e di petrolio.
Quella
che non ama la guerra.
Quella
che salva la vita umana per il solo fatto che è vita.
Tutto
il resto è rumore.
E quel
rumore, oggi, continua a ferire il cuore del mondo.
Venezuela
e Ucraina, il
nuovo
mondo di Putin e Trump.
Asianews.it
– Mondo Russo - Stefano Caprio – (10 – 01 – 2026) – ci dice:
La
“dottrina Donroe”, enunciata da Trump, ormai corrisponde perfettamente ai
principi del Russkij Mir di Putin:
gli
Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza,
sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico,
siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare.
L’operazione
americana a Caracas ha suscitato reazioni contrastanti in Russia, a cominciare
dall’invidia di Putin nei confronti di Trump, per essere riuscito in due ore a
fare quello che a lui non riesce da quattro anni, e cioè catturare e annientare
il leader “ucronazista” Zelenskyj ed esibirlo al mondo come è accaduto con il
dittatore “narcotrafficante” Maduro.
L’ex-presidente Dmitrij Medvedev ha invece
espresso, con il suo solito gergo esagitato, un avvertimento ai “compagni del
Pindostan”, come venivano chiamati sprezzantemente gli americani ai tempi
sovietici: “adesso
non potrete più rimproverarci di nulla, neanche formalmente”, visto che “la
squadra di Trump si cura soltanto dei propri interessi, in modo cinico e
violento”.
Insomma,
la “dottrina Donroe”, enunciata da Trump per difendere gli ideali Maga, ormai
corrisponde perfettamente ai principi del “Russkij Mir” di Putin:
gli
Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza,
sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico,
siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare, e nessuno si deve
intromettere, soprattutto i debosciati dell’Europa.
I pindosi americani dei tempi sovietici erano
ancora prima i greci dei tempi zaristi, accusati di “degradazione morale” già
nell’Ottocento, essendo anche gli avversari per la difesa della vera fede
ortodossa, e non a caso la guerra russa in Ucraina è stata provocata anche
dallo scisma con il patriarcato di Costantinopoli.
Nella
lingua neogreca pindos vuol dire in effetti “stagno puzzolente”, tutto ciò di
cui ci si deve liberare e ripulire.
Nella
greve ironia di Medvedev traspare peraltro anche un certo senso di
soddisfazione, del tipo “avete visto che adesso ci imitano tutti”, dando alla
Russia la convinzione di essere riusciti a tornare a dirigere il mondo come ai
bei tempi della guerra fredda.
Tra Ucraina e Venezuela si consuma quindi la
fine del globalismo del trentennio post-sovietico, dal 1992 delle riforme
liberali di Eltsin al 2022 dell’operazione speciale di Putin;
col
2026 delle conquiste di Trump, inizierebbe una nuova era di divisione del mondo
tra i vari imperatori, da Trump a Putin fino a XI Jinping.
Ora si capisce meglio perché sia stata vietata
ufficialmente la parola “guerra” nel linguaggio pubblico della Russia, tanto
che nei “testi voina” si deve scrivere v***na con gli asterischi, altrimenti si
rischiano forti multe:
la
guerra è soltanto un “ideale religioso” che viene proclamato dal patriarca di
Mosca “Kirill,” che a Natale ha proclamato i soldati “uomini santi che agiscono
per conto di Dio”, mentre quello che sta avvenendo è un’operazione davvero
“speciale”, di cui la conquista militare è solo la facciata, mentre il vero
fine è una nuova definizione dei rapporti tra gli uomini e gli Stati, un nuovo
mondo tutto ancora da risistemare.
Siamo
davvero soltanto all’inizio, e le farsesche trattative per la pace in Ucraina
perdono sempre più di significato, lasciando tutto lo spazio alle compravendite
del petrolio, dei territori e dei ghiacci eterni che ormai si sciolgono, come
quelli della tanto ambita Groenlandia, la nuova “ucraina” che segna il confine
artico degli imperi.
Trump ha imposto alla presidente ad interim
venezuelana “Delcy Rodríguez”, sottoposta al suo pieno controllo, di tagliare
ogni rapporto commerciale e finanziario con la Russia e la Cina, che hanno
quindi elevato la loro protesta nelle stanze ormai ammuffite del Consiglio di
sicurezza dell’Onu.
I loro
rappresentanti hanno chiesto di liberare Maduro, mentre gli americani
rispondono che “non stiamo facendo la guerra in Venezuela, e non lo abbiamo
occupato”, proprio mentre si aprivano le sedute di tribunale per presentare le
accuse contro il deposto leader in catene.
Il
russo “Vasilij Debenza” ha aggiunto alla seduta dell’Onu che “l’incidente” del
3 gennaio a Caracas è “un presagio del ritorno all’epoca dell’illegalità e del
dominio americano imposto con la forza, del caos e dell’immoralità”, toni
aggressivi della guerra fredda novecentesca, e della “guerra ibrida” del terzo
millennio, ma anche un annuncio del ristabilimento dei ruoli.
Dopo
aver più volte giustificato l’operazione russa in Ucraina, Debenza ha lamentato
che “una serie di Stati” negli ultimi anni applicano le norme del diritto
internazionale “in modo selettivo, a seconda delle congiunture politiche”, in
pratica ognuno faccia un po’ come gli pare.
Il
rappresentante cinese “Fu Cong” ha aggiunto che Pechino “è scioccata da quanto
è successo a Caracas”, condannando le “azioni unilaterali degli Usa”, anch’egli
quindi rispolverando linguaggi antichi con prospettive nuove.
Del
resto, le dichiarazioni minacciose abbondano da parte russa, come quella del
capo della commissione della Duma per la politica informativa “Aleksej Peskov”,
che parla delle possibili “conseguenze catastrofiche” in seguito ai proclami
trionfali di Trump, “in analogia con i disastrosi interventi di Washington nel
passato, attribuendosi il diritto di decidere tutto nel proprio emisfero senza
riguardo per niente e per nessuno”.
Il vice-capo del comitato parlamentare per la
difesa, Aleksej Zhuravlev, ha proposto di rispondere all’arresto delle
petroliere russe “affondando le navi americane”, e poi di colpire in Europa con
i missili ipersonici Oreškin, considerando le azioni degli occidentali
“equivalenti ad attacchi sul territorio russo” e vista l’euforia degli impuniti
americani per l’operazione in Venezuela, l’unica risposta adeguata per fermarli
è “prenderli a calci in faccia”.
Il
capo degli analisti del Fondo per la sicurezza energetica della Russia, “Jurij Junko”,
esprime invece la preoccupazione che l’operazione speciale in Venezuela
sconvolga il mercato mondiale del petrolio, “togliendo dal mercato” 500-600
mila barili al giorno, ciò che potrebbe far lievitare il prezzo fino a 65-70
dollari al barile, ma senza aggiungere che questo andrebbe del tutto a favore
della Russia, costretta finora a fare sconti a tutti pur di vendere qualche
barile in più, dove vengono accettati. I primi a soffrire di questa “guerra
energetica” sono peraltro gli abitanti di Cuba, che senza il petrolio
venezuelano rimangono senza luce e riscaldamento, e Trump attende di aprire
all’Avana la sua più grande agenzia turistica, magari insieme a quella di Gaza,
nell’unione edonistica di Oriente e Occidente.
Come
in effetti ricorda “Ivan Preobraženskij”, politologo di Radio Svoboda, “la Russia e il Venezuela si occupano
insieme da anni di contrabbando del petrolio a livello mondiale”, e la Russia interviene per
condannare le ingerenze negli affari interni di altri Stati “solo quando non è la Russia stessa ad
interferire”.
Di solito le petroliere russe escono dai porti
venezuelani con la bandiera del Ghana o di altri Stati, e ora vengono esposte
le bandiere della Russia chiedendo agli americani di non toccarle, ma gli Usa
ne hanno già fermate un paio nonostante la presenza di un sottomarino russo a
protezione, come nei migliori film delle guerre navali.
L’estrazione
di petrolio in Venezuela è da tempo limitata dalle sanzioni, e quello che
riesce a produrre è appannaggio delle compagnie alleate di Russia, Iran e Cina,
che ora gli Usa vogliono cacciare, magari per poi mettersi d’accordo con loro
alle proprie condizioni, come già era accaduto a Panama, dove l’influsso cinese
è stato allontanato senza bisogno di alcuna azione militare, ma soltanto
attraverso accordi di investimenti finanziari.
La
partita è aperta, anche perché per rilanciare le produzioni petrolifere
venezuelane serviranno enormi investimenti a lungo termine, considerando che il
petrolio di quei pozzi è di scarsa qualità, molto denso e pesante, e necessita
di aggiunte di altro petrolio americano. Il sogno di Trump è il controllo della
produzione a livello mondiale, ma non è detto che questo interessi veramente
alle compagnie petrolifere americane, che Trump non può costringere con metodi
dittatoriali alla maniera di Putin, o degli eredi di Maduro.
Neppure sarà così semplice smontare il regime
di Caracas, al di là dell’incarcerazione del presidente e di sua moglie, visti
gli stretti rapporti anche familiari dei Rodríguez con il clan Maduro.
La
sostituta del capo in catene potrebbe giocare su due fronti, mettendosi
d’accordo con gli americani e mantenendo i rapporti con russi e cinesi, tenendo
conto che” Delcy” è anche la ministra del petrolio in Venezuela.
Alla
fine le mosse di Trump possono risultare favorevoli a Putin, visto che intanto
hanno congelato tutte le trattative per la pace in Ucraina, che al Cremlino
chiaramente non interessano.
L’esclusione dagli sporchi affari con il petrolio
venezuelano delle compagnie russe, a partire dalla Rosneft di “Igor Sechin”, il
vero capo della casta economica al potere in Russia sulla vasta scala della
corruzione a tutti i livelli, potrebbe finire per essere a sua volta
conveniente, attribuendo alle perdite di investimenti tutto ciò che è stato
rubato per anni in Venezuela.
La
Russia ha comunque dimostrato di non essere in grado di aiutare i propri
alleati, e la Cina si limita alle condanne formali, dimostrando che il “Sud
globale” non ha alcuna reale consistenza sul palcoscenico della geopolitica
mondiale, come già accaduto con il crollo del regime di Bashar al-Assad in
Siria o le azioni militari di Israele e Usa in Iran.
Ora si
sta preparando una villa dorata per mettere a riposo l’ayatollah Khamenei
vicino a quella di Assad, e non si può escludere che si chieda la consegna di
Maduro per farlo riposare vicino all’ex-presidente dell’Ucraina Jankovic,
facendo della periferia di Mosca il cimitero degli elefanti dei tempi passati,
trofei degli imperatori del tempo attuale e della nuova divisione del mondo.
Groenlandia,
Trump Offre
100mila
Dollari a Ogni Abitante.
Conoscenzealconfine.it
– (13 Gennaio 2026) – Redazione – Imolaoggi.it – ci dice:
La
Groenlandia non è in vendita.
Lo ha
affermato il rappresentante per la Groenlandia negli Stati Uniti e in Canada “Jacob
Isbosethsen” incontrando alcuni esponenti del Congresso americano insieme
all’ambasciatore danese negli Stati Uniti “Jesper Moller Sorensen”.
“Non
siamo in vendita. Il nostro paese appartiene ai groenlandesi”, ha aggiunto.
Il
Prezzo di Trump.
Il
presidente degli Stati Uniti fissa il prezzo per accaparrarsi il favore dei
groenlandesi:
da 10
a 100 mila dollari ciascuno per convincerli a lasciare la Danimarca e sposare
la causa degli Usa.
La
notizia arriva da fonti informate al sito della “Reuters”, ma che Washington
abbia ipotizzato di acquistare la Groenlandia non è una novità.
Per il
vicepresidente americano “JD Vance” è addirittura “essenziale per la sicurezza
nazionale degli Stati Uniti” e The Donald è “disposto a spingersi fino a dove è
necessario” per risolvere il problema.
“È lui a prendere la decisione finale”, ha
detto Vance, invitando gli europei a “prendere sul serio” il tycoon.
Quasi
un messaggio dopo la dura dichiarazione dei leader del vecchio continente.
Trump:
“Possederla è Psicologicamente Necessario.”
“Avere
la proprietà della Groenlandia è molto importante” ha detto Trump in
un’intervista al “New York Times”.
A chi gli chiedeva perché avesse bisogno di
possedere l’isola, il presidente ha risposto:
“Credo
che sia psicologicamente necessario per il successo. Penso che la proprietà ti
dà qualcosa che non si può ottenere con un semplice contratto di locazione. La
proprietà offre elementi che non si possono avere semplicemente firmando un
documento “.
La
Reazione dell’Europa.
L’Unione
europea, che già nei giorni scorsi aveva ribadito l’inviolabilità della
sovranità della Groenlandia anche in funzione della sicurezza nell’Artico,
resta vigile:
L’Europa sta “valutando se si tratti di una
minaccia reale e, in tal caso, quale sarebbe la nostra risposta” ha affermato
l’Alta rappresentante dell’Ue, “Kaja Kallas”.
Essendo territorio danese la Groenlandia è
parte dell’Ue e della Nato, e questo aprirebbe scenari distopici.
Ma in
Groenlandia c’è Chi ci Pensa.
Una
sponda alle mire di Washington arriva invece dall’opposizione locale.
Secondo
“Pele Broberg”, leader del partito più grande che si oppone al governo,
l’enorme isola Artica dovrebbe avviare “colloqui bilaterali con gli Usa” sul
suo futuro, escludendo la Danimarca.
“Broberg”,
che rappresenta la voce più radicale sul fronte indipendentista e anti-danese,
ha accusato il governo di Copenaghen di aver adottato una posizione “ostile sia
alla Groenlandia sia agli Stati Uniti”.
La
Situazione Politica in Groenlandia.
Nonostante
l’isola abbia lo status di territorio autonomo della corona danese, tutti i
partiti rappresentati nel suo Parlamento sono favorevoli a una secessione
formale dalla Danimarca e al superamento delle ultime tracce di dominio
coloniale europeo.
Ma
hanno posizioni diverse su come acquisire l’indipendenza e sui rapporti col
gigante americano, che già dal 1951 ha una presenza militare esclusiva
sull’isola dei ghiacci e ne controlla la difesa.
E intanto, sulla pelle dei groenlandesi, sono
già partite le scommesse.
(tgcom24.mediaset.it).
(imolaoggi.it/2026/01/09/groenlandia-trump-offre-100mila-dollari-a-ogni-abitante/).
La
piazza tradita. L’anelito democratico
iraniano
dal 1906 al collasso del 2026.
Stradeonline.it
– (11 Gennaio 2026) - Gianluca Eramo - Istituzioni ed economia – ci dice:
Proteste
Iran.
Le
manifestazioni di piazza che hanno ripreso vigore in Iran nelle ultime
settimane rappresentano un caso unico nel panorama del Medio Oriente e del
mondo islamico:
un
popolo che ha scelto la piazza come istituzione permanente per esigere
democrazia, sovranità e diritto.
E
sebbene queste spinte popolari siano state costantemente accompagnate
dall’ombra del tradimento delle élite, capaci di sequestrare l’energia della
strada per instaurare e restaurare forme diverse di assolutismo, la storia politica dell’Iran moderno
può essere letta e interpretata come un lungo secolo costituente.
Il
percorso inizia con la Rivoluzione Costituzionale del 1906, un evento che segna
una maturità civile precoce e quasi unica rispetto ai vicini regionali.
Mentre
altrove le riforme erano concessioni delle élite imperiali, a Teheran la
piazza, unificando i mercanti del Bazar, l’intellighenzia laica formata in
Europa e il clero sciita più illuminato, impose all’assolutismo monarchico
dello Scià di Persia una forma di costituzionalismo di stampo occidentale con
la creazione del primo Parlamento e nella stesura di una Legge Fondamentale che
trasformava il monarca da vicario di Dio a sovrano limitato dalla volontà della
nazione.
Fu il
tentativo modernista di conciliare la tradizione imperiale persiana con il
primato della legge, stabilendo che nessun atto d’imperio potesse più
prescindere dal consenso dei rappresentanti eletti.
Tuttavia,
con il passare del tempo, questo anelito democratico fu sistematicamente
snaturato.
Il processo di erosione iniziò con i tentativi
di restaurazione assolutista dello Scià “Mohammad Ali Qajar”, sostenuto da Gran
Bretagna e Russia, preoccupate di perdere l’accesso e il controllo delle
riserve di petrolio del Paese.
Ma la
vera mutazione avvenne con l’ascesa di “Reza Shah Pahlavi” negli anni '20:
pur
mantenendo la cornice della Costituzione per motivi di facciata, egli ne svuotò
il contenuto politico, trasformando il Parlamento in una camera di ratifica per
un autoritarismo centralizzatore e militare.
La piazza aveva chiesto una cittadinanza fondata sul diritto;
le
élite dinastico-militari le restituirono una sudditanza modernizzata, dove lo
Stato non era più espressione della legge popolare, ma strumento di controllo
di un unico uomo forte.
Questa
tensione tra piazza e potere tornò a esplodere nel 1953 con l'esperienza di “Mohammad
Mossadegh”, un momento che cristallizza perfettamente il legame tra il desiderio
di democrazia e la sovranità nazionale.
“
Mossadegh” non era un rivoluzionario populista, ma un giurista di estrazione
aristocratica che incarnava l'eredità della rivoluzione del 1906:
la sua
politica si fondava sul rigore del diritto e sulla nazionalizzazione del
petrolio come strumento di emancipazione post-coloniale.
Egli cercò di spostare il baricentro del
potere dallo Scià al Parlamento, tentando di sanare quel processo di
snaturamento della Costituzione iniziato nei decenni precedenti.
Tuttavia, il suo operato si concluse con il
drammatico putsch dell’agosto 1953 (“Operazione Ajax”), orchestrato dai servizi
segreti britannici e americani con la complicità di settori reazionari interni
che si concretizzò nella dittatura militare basata sulla repressione del
dissenso e sulle camere di tortura della famigerata polizia politica dello Scià.
Il
1979 rappresenta il punto di massima espansione fisica della piazza e,
contemporaneamente, il più brutale e metodico dei tradimenti operati da
un’élite.
La
rivoluzione che abbatté lo Scià non nacque monolitica, ma fu il risultato di
una complessa e contraddittoria convergenza di filosofie politiche.
Da un
lato vi era l’intellettualismo di “Ali Shariati”, il vero architetto ideologico
della rivolta, che attraverso una sintesi tra marxismo, esistenzialismo e
sciismo militante aveva trasformato la religione in ideologia della
liberazione.
“Shariati”
offrì alla piazza il mito degli oppressi (Mustazafin), seducendo tanto i
giovani quanto i diseredati.
Dall’altro lato, la componente laica e liberale vedeva
nella rivoluzione il completamento del sogno del 1906.
Tuttavia, questo mosaico pluralista fu
sistematicamente sequestrato dall’élite clericale guidata dall’”Ayatollah
Khomeini”.
L’operazione
non fu solo politica, ma profondamente dottrinale: Khomeini operò un innesto
senza precedenti, innestando sullo sciismo più conservatore la filosofia
politica di Platone.
Attraverso
la teoria del “Velayat-e Faqih” (la Tutela del Giurista), egli trasfigurò la
figura platonica del Re-Filosofo in quella del “Giurista-Guida”, trasformando
una rivoluzione che aspirava alla libertà in una “teocrazia organica”.
In
questo schema, la sovranità non apparteneva più al popolo, ma alla divinità, ed
era esercitata in terra da un’oligarchia clericale che si poneva come unico
interprete infallibile della volontà suprema, tradendo così l’anima democratica
e pluralista della piazza e ribaltando la tradizione sciita classica per
instaurare una tutela assoluta del clero sulla nazione.
Il tradimento si consumò attraverso la
radicalizzazione indotta della piazza e l’eliminazione fisica e politica di
ogni voce dissenziente.
Il concetto di sovranità popolare fu svuotato
e sostituito da una sovranità divina amministrata da un’”oligarchia clericale”,
sancendo lo “scippo ideologico” di una rivoluzione nata pluralista.
Il XXI
secolo ha segnato il momento in cui la piazza iraniana, dopo decenni di
ibernazione sotto il dogma teocratico, ha iniziato a metabolizzare i fallimenti
del passato, riemergendo con una consapevolezza post-ideologica che ha
trasformato il dissenso in un processo di rigetto sistemico.
Tuttavia,
questo risveglio non è stato lineare, ma si è articolato attraverso scosse
sismiche con identità e basi sociali profondamente diverse che hanno
progressivamente smantellato la legittimità del regime.
Il
Movimento Verde del 2009 è stato l’ultimo, grande tentativo di agire dentro la
cornice della Repubblica Islamica:
una
protesta guidata dalla classe media urbana che, al grido di “Dov’è il mio
voto?”, cercava ancora una legittimità legale e faceva proprio il concetto di
democrazia religiosa elaborato dal filosofo iraniano “Abdolkarim Soroush.”
Ma il
tradimento del 2009, consumatosi attraverso una repressione feroce, ha spostato
definitivamente l’asse della rivolta.
Le
ondate del 2017 e del 2019 hanno segnato una rottura antropologica e
sociologica fondamentale:
per la
prima volta, a scendere in piazza sono stati i diseredati delle province.
Queste
rivolte non erano solo un grido contro il carovita, ma un esplicito rigetto
della dottrina dell’Asse della Resistenza.
Al
grido di “Né Gaza, né Libano, la mia vita per l’Iran”, la piazza denunciava il
paradosso di un regime che investiva miliardi per finanziare “Hamas”, “Hezbollah”
e “milizie sciite” in Yemen e in Iraq mentre le classi medie iraniane
sprofondavano nella povertà.
Infine,
il movimento “Donna, Vita, Libertà” del 2022 che ha saldato queste diverse
anime, quella civile del 2009 e quella economica del 2017/19, sotto un’unica
egida esistenziale.
Qui la
base filosofica è tornata all’idea di “Iranshahri” teorizzata dal filosofo e
politologo iraniano “Javad Tabatabai”:
l’Iran come nazione-civiltà che rivendica la
propria identità laica contro un’anomalia storica.
A
differenza delle Primavere Arabe, spesso evaporate nel caos jihadista, la
resilienza iraniana del XXI secolo risiede proprio in questa stratificazione:
una
società civile che, attraverso ogni fallimento, ha compreso che non esiste
riforma possibile senza il collasso integrale di un sistema che sacrifica il
benessere dei propri cittadini sull'altare di un’egemonia regionale dogmatica.
Arriviamo
così a gennaio 2026.
Dopo
gli shock bellici di giugno 2025 e il definitivo crollo del Rial, il regime ha
perso la capacità di comprare la lealtà dei suoi difensori giungendo ad un
collasso sistemico.
Non
siamo di fronte a una crisi passeggera, ma alla fase terminale di un processo
iniziato nel 1906 e che ha progressivamente accelerato il suo moto
inarrestabile.
Si
tratta di una tensione costante tra una piazza costituente, depositaria di un
anelito democratico profondo e autoctono, e un’élite traditrice che ha
sistematicamente sequestrato la mobilitazione popolare per consolidare
oligarchie e teocrazie.
La
stabilità dell’Iran post-teocratico dipenderà dal rispetto per la maturità
politica di un popolo che ha pagato un secolo di tradimenti. L’Iran non ha bisogno di modelli
importati, né deve temere la frammentazione se la transizione rimarrà autoctona
e laica.
Solo permettendo che l’anelito nato nel 1906
si traduca in istituzioni orizzontali e trasparenti, la società iraniana potrà
finalmente spezzare la catena dei sequestri e farsi guida di sé verso una
normalità democratica.
Oggi, di fronte all'implosione della
Repubblica Islamica, è necessario che gli osservatori internazionali esercitino
il massimo ascolto e il più profondo rispetto per gli attori locali.
Bisogna evitare le facili scorciatoie del passato:
la
ricerca del nuovo uomo forte o le strategie di “regime-chance” calate
dall’alto.
La
sfida del 2026 risiede nel lasciare che siano la storia e la cultura politica
millenaria di questo popolo a guidare il futuro del Paese.
La
rivolta.
I
giovani iraniani chiedono libertà,
l’Occidente
non rimanga indifferente.
Ilriformista.it
- Ottavia Munari – (10 Gennaio 2026 ) – Redazione – ci dice:
Per
noi che viviamo comodi nelle nostre case, che significato ha l’incessante
richiesta di libertà di un giovane popolo?
“Francesca
Albanese “chiamata a fare propaganda nelle scuole, l’antisemita dei 5 Stelle la
difende.
I
giovani iraniani chiedono libertà, l’Occidente non rimanga indifferente.
Non
possiamo sapere se ciò che sta accadendo in queste ore in Iran sia l’atto
finale di quel regime che da anni impicca i suoi figli alle gru e violenta e
opprime le sue figlie nel nome di Allah.
La storia lo decreterà.
Di certo, le strade affollate di Teheran che
all’unisono chiedono la fine della dittatura, le rivolte che vanno espandendosi
in tutto il Paese e la loro repressione durissima sotto gli occhi di tutto il
mondo – perché fortunatamente a nulla è servito il blocco del regime su
internet e comunicazioni – sono immagini di una forza inarrestabile.
Il
popolo non è in piazza per la fame, la crisi o altro;
è in
piazza per la sua sete di libertà e per rivendicare l’identità che gli è stata
strappata dai fondamentalisti. È una lotta esistenziale che non accetta più le
false promesse degli Ayatollah e che non teme più gli spari e le persecuzioni
dei Pasdaran, perché consapevole di essere nella verità.
Non solo, è una ribellione dai volti giovani,
perché l’età media in Iran è di 34 anni.
Allora
sorge spontanea la domanda:
per
noi che viviamo comodi e sicuri nelle nostre case, che significato ha
l’incessante richiesta di libertà di un giovane popolo?
Dovrebbe
unirci tutti in un senso che va oltre la solidarietà, perché universale è la
materia che trattiamo.
Ma nel
nostro mondo libero talvolta emergono ipocrisie spaventose, e cortocircuiti
altrettanto inquietanti.
Non
ultimo, quello di chi parla di rispetto del diritto internazionale in merito
all’arresto di un dittatore ma tace sui crimini indicibili di cui si è
macchiato.
Del
resto, che in Iran ci fosse un regime liberticida – soltanto lo scorso anno
sono state oltre millecinquecento le esecuzioni – non è una novità.
Cosa
sta succedendo in Iran.
I manifestanti controllano piazze e quartieri:
“Morte a Khamenei”. Feriti e arresti.
Iran,
il dissidente “Rostami”: “Israele darà il colpo di grazia. Mobilitazioni?
Stavolta il coinvolgimento è di massa”
Iran,
regime al collasso: i manifestanti controllano piazze e quartieri. Ayatollah
pronti alla fuga.
Ma un
difetto del nostro tempo, soprattutto di quelle generazioni che la libertà se
la sono trovata e non l’hanno conquistata, è quello di preferire sempre la
comodità e di non andare oltre la storia narrata dai relè ricondivisi su
Instagram.
Molti
sono scesi nelle piazze italiane negli ultimi mesi con i pro-Pal, sventolando
kefiah e bandiere dei tagliagole di Hamas.
Chissà cosa potrebbe aver pensato una giovane
donna iraniana nel vedere – nell’Occidente libero – esaltare terroristi al
soldo di quel regime che la considera oggetto, non degna di studiare né
tantomeno di mostrare una ciocca di capelli.
E allora oggi, a fronte di un momento storico
come la auspicata caduta del regime iraniano, scenderemo tutti in piazza a
festeggiare le ragazze e i ragazzi iraniani che si sono battuti per la libertà
mettendo in gioco la loro vita o resteremo indifferenti?
(Ottavia
Munari).
Iran,
arrivano gli americani.
Trump
può riprendere la guerra
da dove Israele la aveva interrotta.
Ilriformista.it
– Redazione – (12- 01 – 2026) – ci dice:
L’inverno
degli ayatollah si preannuncia molto rigido in particolare per Khamenei, la guida
suprema
. Su
di lui pesa la responsabilità di aver provocato la morte di almeno 12 mila
manifestanti, barbaramente trucidati nelle vie e nelle strade dell’Iran durante
la loro insurrezione per liberare il paese dall’oppressione della Repubblica
islamica.
L’ottantaseienne
capo politico e spirituale iraniano sta provocando Trump da diversi giorni,
definendolo un “tiranno”, minacciandolo e dicendo che “sarà rovesciato”.
Questa minaccia potrebbe rivelarsi un altro
suo errore di calcolo.
Anche
il 1° gennaio 2020, Khamenei provocò Trump e due giorni dopo un drone del
Pentagono ridusse a brandelli in Iraq “Qasem Soleimani”, il generale delle “Forze
Qods”, il reparto d’élite dei guardiani della rivoluzione.
In
Israele la valutazione prevalente è che il presidente americano deciderà di
colpire il regime di Teheran per dimostrare ai manifestanti che gli Stati Uniti
non li hanno abbandonati.
“Gli
aiuti stanno arrivando!”
Ha
scritto il presidente Usa sul suo account Truth.
“Make Iran Great Again! Patrioti iraniani, continuate
a protestare, prendete il controllo delle vostre istituzioni.
Salvate i nomi degli assassini e degli aggressori.
Pagheranno un prezzo altissimo.
Ho annullato tutti gli incontri con le
autorità iraniane finché non cesseranno le uccisioni insensate dei
manifestanti.
Gli
aiuti stanno arrivando”.
Il messaggio trumpiano è chiaro.
Fonti
di sicurezza israeliane suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero riprendere
da dove Israele aveva interrotto la guerra dei 12 giorni del giugno 2025.
Nell’ultimo
giorno di quel conflitto, i jet israeliani si erano astenuti dal lanciare un
attacco su larga scala contro Teheran.
A
differenza dei primi attacchi, l’operazione pianificata successivamente non era
mirata al programma nucleare iraniano o ai sistemi missilistici balistici, ma
piuttosto a quelli che venivano descritti come simboli della potenza iraniana.
Mentre gli aerei percorrevano il lungo
tragitto verso gli obiettivi, Trump ordinò a Israele di interrompere
l’operazione e di riportare immediatamente gli aerei alle loro basi.
Israele obbedì.
L’ordine
di cancellazione fu emesso a denti stretti, poco prima del previsto sgancio
delle bombe.
Dunque, quella “puntata”, molto probabilmente
sta per riprendere da dove si era interrotta, questa volta però con aerei che
sfoggiano stelle e strisce sulle ali.
Trump
non vuole passare alla storia come il presidente Barack Obama, che non rispose
agli appelli dei manifestanti durante il primo round di proteste in Iran del
2009, quelle del Movimento Verde.
Israele è entrato in stato di massima allerta,
in attesa di un imminente attacco americano contro l’Iran.
Queste
aspettative si sono riflesse in un insolito silenzio da parte della maggior
parte dei portavoce israeliani – dai ministri del governo agli alti funzionari
della sicurezza e persino ex alti funzionari – che hanno ricevuto istruzioni o
cortesi richieste dall’ufficio del primo ministro di astenersi dal commentare
la questione.
Il
governo israeliano rimane convinto che Trump riuscirà a superare l’opposizione
interna americana che è contraria a un attacco che, secondo le previsioni
israeliane, sarà guidata dal vicepresidente J. D. Vance.
La
domanda non è se Trump attaccherà, ma quando e in quale misura lo farà.
Le
dichiarazioni di Trump di lunedì assomigliano molto quelle dello scorso 12
giugno quando affermò di preferire una soluzione diplomatica e non un attacco
militare.
Era
quella chiaramente una tattica diversiva volta a mettere a tacere le sirene
d’allarme a Teheran prima dell’attacco israeliano.
Tra i
professionisti e le agenzie di sicurezza israeliane vi è disaccordo
sull’impatto che un attacco americano o congiunto americano-israeliano avrebbe
sulle possibilità dei manifestanti di rovesciare il regime.
La maggior parte degli esperti ritiene che un
attacco del genere danneggerebbe la rivolta, radunando l’opinione pubblica
attorno alla leadership.
Ma c’è
chi crede il contrario:
un
attacco riuscito contro il regime o le agenzie di sicurezza iraniane – in
particolare il” Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica” (IRGC) –
darebbe nuova linfa al movimento degli insorti e dimostrerebbe agli iraniani di
non essere soli.
Il
costante aumento del numero di vittime, secondo fonti mediche e agenzie
umanitarie sarebbe salito a 12 mila.
Il ricorso a strumenti di repressione
particolarmente violenti da parte del regime, con impiego anche di armi pesanti
e di milizie mercenarie sciite straniere, avrebbe indotto il presidente
statunitense a prendere in considerazione l’intervento armato mirato.
Colpire
i guardiani della rivoluzione in questa fase cambierebbe le carte in tavola.
I
proxy regionali di Teheran stanno serrando i ranghi mentre la rivoluzione si
diffonde in tutto il paese.
Lunedì,
un importante leader della milizia irachena “Khataib Hezbollah, Abu Hussein
al-Hamidawi”, ha avvertito che le sue forze difenderanno l’Iran in caso di
attacco da parte degli Stati Uniti.
Analoghe
dichiarazioni sono arrivate dai leader Houthi dello Yemen.
Gli
Stati Uniti sono già nei cieli iraniani e ci possono rimanere finché vogliono.
Avrebbero dunque la capacità di lanciare
attacchi mirati e informatici su vasta scala;
campagne
di influenza su larga scala, operazioni che infliggerebbero danni devastanti ai
simboli del regime o continui attacchi contro siti nucleari.
Teheran
non può permettersi di perdere nessuno di questi asset, La guida suprema lo sa
e lo sanno anche i pasdaran.
Molto
probabilmente l’obiettivo sarà la leadership iraniana.
Intanto
un “Security Alert” pubblicato nelle ultime ore sul sito dell’ambasciata
virtuale degli Stati Uniti a Teheran segnala un possibile rapido peggioramento
della crisi in Iran e invita i cittadini statunitensi a lasciare immediatamente
il Paese.
Iran,
resta solo
il
popolo.
Dinamoprees.it
- Marina Misaghinejad – (8 Gennaio 2026) – ci dice:
Una
lettura politica delle proteste, del ruolo delle università e del rifiuto delle
false alternative.
Dichiarazione
congiunta delle studentesse attiviste delle università di Teheran, Beheshti,
Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste
nazionali.
Le
proteste che scuotono nuovamente l’Iran da settimane non possono essere ridotte
a episodi isolati di malcontento.
Sono il risultato di tensioni accumulate in un
contesto di oppressione politica, collasso economico e controlli sociali
rigidissimi.
Il
crollo drammatico del rial, la moneta nazionale, ha reso ancora più evidente la
fragilità materiale della popolazione, erodendo salari, risparmi e possibilità
di sostentamento.
Dal
punto di vista antropologico, queste mobilitazioni rappresentano anche e
soprattutto una trasformazione dei tessuti sociali, delle reti di connessione,
del modo di ribellarsi contro uno Stato e un sistema schizofrenico e fuori
controllo.
La
comunità dunque si riorganizza, lo fa negli spazi urbani e universitari,
costruendo nuove forme di vicinanza e di partecipazione collettiva.
Le rivendicazioni non riguardano solo leggi o
politiche specifiche, ma il diritto a determinare le proprie condizioni di vita
e a partecipare attivamente alla costruzione del futuro politico e sociale del
paese.
L’università
come bersaglio storico del potere.
In
questi giorni sta circolando un comunicato di alcune università iraniane che
afferma con chiarezza che l’attacco all’istituzione universitaria non è un
effetto collaterale della repressione, ma uno dei suoi pilastri.
Lo è da decenni.
Colpire
l’università significa disintegrare la possibilità stessa di immaginare
un’alternativa.
Ed è
proprio per questo che, nonostante tutto, l’università continua a parlare, o
meglio a gridare a gran voce il proprio dissenso.
Perché ogni volta che il potere tenta di ridurla al
silenzio, rivela in realtà quanto la tema.
Il
potere ha sempre paura dell’università.
Non
per quello che l’università è formalmente, ma per quello che può diventare.
Un
luogo in cui si produce pensiero non allineato, in cui si mettono in crisi le
narrazioni dominanti, in cui si immaginano mondi che non coincidono con
l’ordine esistente.
Per questo, storicamente, ogni forma di potere
autoritario ha considerato l’università un bersaglio da controllare,
neutralizzare, svuotare.
Non è
una specificità della Repubblica Islamica: è una costante.
Dalla monarchia Pahlavi alla Repubblica
Islamica, cambia il linguaggio del potere, ma non cambia la sua ossessione.
L’università
resta uno spazio da disciplinare.
Oggi i
moniti, gli arresti e le impiccagioni avvengono proprio lì.
Un
monito.
La
continuità della repressione è uno degli elementi più importanti da tenere a
mente.
Non
c’è una frattura netta tra “prima” e “dopo”, tra monarchia e teocrazia, ma una
linea lunga di controllo, sorveglianza, violenza e corruzione.
Perché l’università non è mai stata solo un
luogo di istruzione, ma un laboratorio politico, in fabbricazione incessante e
rumorosa.
Produce immaginari (e aggiungerei desideri)
che sfuggono al controllo statale, linguaggi che nominano ciò che il potere
vorrebbe rendere indicibile, rotture simboliche che incrinano l’idea di un
ordine naturale e immutabile.
È da lì che nascono slogan, parole, pratiche che poi
attraversano la società e oggi le strade.
Non è
un caso quindi che l’università venga sistematicamente militarizzata,
depoliticizzata, mercificata.
La trasformazione degli spazi universitari in
luoghi sorvegliati, la repressione delle assemblee e delle forme di
organizzazione studentesca non sono misure emergenziali, ma strategie
strutturali e spietate.
Allo stesso tempo, la mercificazione
dell’istruzione e lo smantellamento dei servizi sociali servono a svuotare
l’università del suo ruolo politico, riducendola a un ingranaggio economico, a
un luogo di formazione incapace per tutte queste condizioni di produrre
conflitto.
Ma è
dentro al corpo studentesco che il conflitto oggi irrompe senza catene.
Crisi
multiple, un’unica matrice.
Una
delle operazioni più violente del potere è raccontare le crisi come fenomeni
separati, contingenti, soprattutto emergenziali.
Povertà
da una parte, disuguaglianze dall’altra, oppressione di genere come “questione
culturale”, crisi ambientale come problema tecnico.
Il
comunicato che in questi giorni circola dalle università iraniane rifiuta
esplicitamente questa frammentazione.
Dice
una cosa semplice e radicale.
Nessuna
di queste crisi sono scollegate, non sono incidenti di percorso. Hanno tutte la
stessa origine e devono essere lette tutte in chiave intersezionale.
E questo lo insegna principalmente il motore
propulsore del transfemminismo, lucido e arrabbiato, che attraversa le strade
delle città in rivolta.
Povertà,
disuguaglianza, oppressione di classe e di genere, devastazione ambientale non
sono il prezzo inevitabile della “modernizzazione” né il risultato di cattiva
gestione.
Sono il prodotto coerente di un sistema che
combina capitalismo autoritario, Stato repressivo e gestione predatoria delle
risorse.
Un
sistema che governa attraverso l’espropriazione: del lavoro, dei corpi, dei
territori, dell’acqua, dell’aria. Un sistema che concentra ricchezza e potere,
mentre distribuisce precarietà, violenza e morte.
In
Iran questo intreccio è particolarmente evidente.
La
repressione politica non è separabile dallo sfruttamento economico, così come
il controllo sui corpi delle donne non è separabile dalla distruzione
dell’ambiente.
La
stessa logica che impone il velo obbligatorio è quella che prosciuga fiumi,
privatizza beni comuni, militarizza i territori e reprime le proteste sociali.
Non si tratta di derive occasionali, ma di un
modello di governo che ha bisogno della violenza per continuare a esistere.
Novembre
2019 è stato uno di quei momenti in cui questa verità è diventata impossibile
da occultare.
La rivolta contro l’aumento del prezzo del
carburante ha mostrato come una protesta sociale possa essere immediatamente
trattata come una minaccia esistenziale allo Stato.
La risposta è stata il massacro.
“Donna,
Vita, Libertà” ha rappresentato un altro momento di verità, ancora più
profondo, non una rivolta contro una legge o un simbolo, ma una messa in
discussione complessiva dell’ordine politico, economico e simbolico.
La centralità delle donne non è stata
un’aggiunta, ma il punto di rottura attraverso cui tutte le contraddizioni del
sistema sono esplose insieme.
Leggere
oggi questo comunicato significa riconoscere questa continuità. Significa
capire che non esistono lotte isolate, né priorità da gerarchizzare dall’alto.
La crisi è una sola, e la sua matrice è
politica.
Ed è
proprio per questo che il potere tenta di frammentare, dividere, ridurre tutto
a singole “emergenze”.
Perché
una lettura sistemica apre sempre alla possibilità della trasformazione.
“Né
Pahlavi né Guida Suprema.”
Questo
è il punto cruciale e più radicale del comunicato.
Quello
che non può essere addomesticato, né facilmente tradotto nei linguaggi
rassicuranti dell’opposizione mainstream.
Dire
“Né Pahlavi né Guida Suprema” significa rifiutare l’intero campo delle false
alternative.
Significa
non limitarsi a dire contro cosa si è, ma soprattutto contro quali futuri ci si
rifiuta di essere ricattati.
Non si
tratta solo di una presa di distanza dalla Repubblica Islamica.
Questo rifiuto colpisce anche la restaurazione
monarchica, il suo ritorno travestito da modernità, la nostalgia ripulita e
resa presentabile come soluzione politica.
È un no alla monarchia Pahlavi non come
episodio storico concluso, ma come progetto politico che continua a riemergere
ogni volta che l’orizzonte si restringe e la paura prende il sopravvento.
Perché
la nostalgia è sempre una forma di rimozione, un modo per non fare i conti con
la violenza, le disuguaglianze e la repressione che quel passato ha prodotto.
In
questo senso, il comunicato è esplicito.
Non basta abbattere un regime se ciò che lo
sostituisce riproduce le stesse logiche di potere, autoritarismo e verticalità.
Le opposizioni autoritarie, i progetti politici
costruiti attorno a leader carismatici, le promesse di ordine e stabilità non
sono alternative reali. Sono variazioni dello stesso schema.
Cambiano
i simboli, non cambiano i rapporti di forza.
Assumere
questa posizione richiede coraggio politico.
Significa
rifiutare il ricatto del “meno peggio”, quella logica per cui, di fronte alla
violenza presente, qualsiasi passato diventa improvvisamente accettabile.
Significa
rifiutare l’idea che l’unico modo di uscire dall’oppressione sia affidarsi a
figure salvifiche, a genealogie dinastiche, a miti nazionali riattivati in
chiave opportunistica.
È una
scelta scomoda, perché non offre scorciatoie, non promette soluzioni immediate,
non consola.
Ed è
qui che il testo parla in modo diretto anche a chi lo legge da fuori. Perché è
facile sostenere una rivolta se questa può essere incanalata dentro un copione
già noto.
È più difficile accettare una posizione che
rifiuta di essere arruolata, che non chiede legittimazione, che non si presta a
essere usata come pedina geopolitica.
Dire “né l’uno né l’altro” è un atto di
rottura.
Questo
rifiuto segna una linea netta.
Non si
tratta di scegliere tra due forme di dominio, ma di spezzare la logica che le
rende possibili.
Ed è
proprio per questo che questa frase, oggi, è così pericolosa.
Perché
apre uno spazio che il potere – vecchio o nuovo – non sa controllare.
Perché
afferma che il futuro non si eredita, non si restaura, non si delega.
Lo costruisce solo il popolo.
Comunicato.
Dichiarazione
congiunta delle studentesse attiviste delle università di Teheran, Beheshti,
Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste
nazionali.
Da
anni chi detiene il potere teme l’università e cerca di schiacciarla e
logorarla con la repressione.
Oggi
le crisi si accumulano: povertà, disuguaglianza, oppressione di classe,
oppressione di genere, pressioni sui popoli e crisi ambientali e idriche.
Tutto
ciò è il prodotto diretto di un sistema corrotto e in decadenza, l’espressione
più evidente di una politica repressiva che, soprattutto dopo i vari movimenti
sociali, ha mostrato il suo volto sanguinario nell’ottobre 2019 e
nell’insurrezione “Donna, Vita, Libertà”.
La
politica dello Stato verso l’università segue lo stesso schema repressivo:
privarla di qualsiasi elemento politico e critico e trasformarla in un terreno
sterile, dominato da mercenari paramilitari basij. Gli sforzi incessanti del
Ministero della Scienza e delle amministrazioni universitarie per mercificare
l’istruzione ed eliminare ogni servizio sociale mirano a ridurre l’università
da istituzione politica e impegnata a semplice ente economico passivo.
Eppure, l’università ha ancora una volta
dimostrato di resistere al dispotismo e che, nei momenti più bui della storia —
sia sotto la monarchia Pahlavi sia sotto la Repubblica Islamica — ha saputo
difendere la libertà e l’uguaglianza. L’università è sempre stata una barriera
solida contro ogni forma di istituzioni reazionarie e arcaiche, e ogni giorno
la sua voce progressista è diventata più forte del giorno precedente.
Le
studentesse sono figlie di questa storia.
È
naturale, dunque, che slogan come “Né Pahlavi né Guida Suprema; libertà e
uguaglianza” nascano dal cuore dell’università, e che “Donna, Vita, Libertà”
risuoni con tanta forza.
Sebbene le pressioni abbiano rallentato la
crescita del dialogo libero e della critica radicale, e spesso abbiano rinviato
le discussioni sulla discriminazione di genere e sul diritto a vivere
liberamente, non le hanno mai spente.
Oggi
l’università è il cuore pulsante del confronto tra idee diverse. Università e
studenti non si piegano davanti a nessuna autorità.
I pugni chiusi che gridano “Morte alla
dittatura” sono rivolti a ogni forma di autoritarismo, presente o futuro.
Oggi
l’università si schiera ancora una volta con il popolo, riaffermando quel “No”
storico dell’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” e rifiutando falsi dualismi.
Ciò
che è urgentemente necessario ora è la solidarietà di tutte le componenti della
nazione contro la Repubblica Islamica, la monarchia Pahlavi e i Mojahedin-e
Khalq.
Solo così ha senso essere la voce del popolo.
Tuttavia,
questa solidarietà non deve impedire all’università di esprimere la propria
voce.
Attraverso
un dialogo interno, vogliamo costruire proposte concrete e un’immaginazione
collettiva per il futuro dell’Iran, un futuro in cui libertà e uguaglianza
camminano insieme, e in cui la liberazione delle donne e la fine
dell’oppressione di genere guidano il cambiamento. Cambiamenti che si realizzeranno
tramite istituzioni democratiche e con l’indebolimento delle strutture di
dominio e sfruttamento. Un futuro che arriverà senza i principi della “velayat-e
faqih”, senza il velo obbligatorio e senza esecuzioni, in cui libertà e
uguaglianza saranno realtà concrete.
Il
movimento studentesco, con una visione trasformativa, cerca un futuro libero
dal dispotismo e non si sottometterà a nessuna forma di autoritarismo.
Oggi la nostra avanzata richiede una nuova
visione.
Le
crisi della società e l’inadeguatezza di tutte le forze che si oppongono alla
Repubblica Islamica ci portano a sostenere che il movimento studentesco ha
bisogno di un’azione positiva: rispondere alle esigenze del tempo, affiancare
le istanze del popolo e dei diversi gruppi sociali, e articolare i processi
attraverso cui queste richieste possano essere soddisfatte.
Popolo
dell’Iran!
Oggi
dobbiamo essere tutti uniti nel dire “No” alla Repubblica Islamica.
Nessuno
sa cosa riserverà il domani, e nessuna forza singola determinerà il nostro
destino.
Ma una cosa è certa: è tempo di muoversi, è
tempo di agire.
Dobbiamo
alzarci e scrivere il nostro destino con le nostre mani.
La
lotta al narcotraffico?
Una
scusa.
Trump
non vuole la democrazia,
ma il
controllo del Venezuela
(che
resterà un narco-Stato).
Roma.corriere.it - Roberto Saviano – (4
gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
L'ex
presidente dell'Honduras “Hernandez” è stato condannato per narcotraffico e poi
graziato (da Trump).
L’obiettivo
degli Usa non è la democrazia.
È
governare l’esito.
I narcos vicini a Maduro verranno eliminati.
Non il narco-Stato. Cambieranno le facce. Cambierà il racconto.
Non
l’economia criminale del Venezuela.
La
lotta al narcotraffico?
Una
scusa. La doppia strategia di Trump per avere il controllo del Venezuela.
La
vera forza politica di Donald Trump non è la brutalità, né il populismo, né
l’isolazionismo.
È l’incoerenza.
La coerenza obbliga la politica a una verifica
costante: dei fatti, delle promesse, delle conseguenze.
L’incoerenza,
al contrario, libera il potere da ogni rendicontazione.
Non
deve dimostrare nulla, perché non chiede consenso razionale ma fiducia
personale.
Fiducia
nel capo, non nelle istituzioni. Fiducia come atto di fede.
In
questo schema non contano la correttezza delle scelte né il raggiungimento
degli obiettivi dichiarati.
Conta la delega.
Una delega in bianco, alimentata da una
promessa tanto vaga quanto potente:
un generico miglioramento della vita e il
ritorno della nazione al centro del mondo.
È un
potere che non si misura sui risultati, ma sulla capacità di occupare il
racconto.
È qui che Trump è un fuoriclasse.
Dentro
questa logica può permettersi di invocare la lotta al narcotraffico contro il
Venezuela e, allo stesso tempo, di graziarne uno dei protagonisti politici più
compromessi.
“Juan
Orlando Hernández”, ex presidente dell’Honduras, è stato riconosciuto colpevole
da un tribunale federale statunitense per aver facilitato l’importazione di
oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti e per aver ricevuto milioni
di dollari in tangenti da organizzazioni criminali, incluse reti legate al “cartello
di El Chapo.”
Il 26
giugno 2024 viene condannato a 45 anni di carcere in un penitenziario federale
americano.
Poco
più di un anno dopo, il 1° dicembre 2025, Trump gli concede una grazia
completa.
Hernández
esce dal carcere.
Non è
una contraddizione.
È il
funzionamento stesso del potere trumpiano.
Hernández
serve perché, in Honduras, può sostenere politiche anti-migratorie e tutelare
interessi americani direttamente collegati alla presidenza.
La lotta alla droga non è un principio, ma una
retorica modulabile.
La
giustizia non è un criterio, ma uno strumento.
Ciò che resta costante non è la linea
politica, ma la fedeltà al racconto: quello di un capo che decide, assolve,
punisce e riscrive le gerarchie del mondo senza dover rendere conto a nessuna
coerenza, se non a quella della propria autorità.
Saviano:
«L'attacco
di Trump in Venezuela è una mossa geopolitica che nulla ha a che fare con la
lotta al narcotraffico, che invece ne uscirà rafforzato»
Detto
questo, per anni il rapporto tra” Nicolás Maduro” e il narcotraffico è stato
negato dall’estrema sinistra internazionale — dall’Italia alla Spagna, fino
all’Argentina — come se ogni accusa fosse solo propaganda imperialista.
Eppure
le prove non sono mai mancate.
Alcune
sono strutturali, altre indirette.
Ma ce
n’è una che, da sola, basterebbe: l’affare dei narcos- obrinos.
Nel
2015 vengono arrestati ad Haiti “Efraín Antonio Campo Flores” e “Franqui
Francisco Flores de Freitas,” nipoti di “Cilia Flores”, moglie di Maduro.
Non
figure marginali.
Cresciuti
dentro il palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti di essere
intoccabili.
Vengono
intercettati mentre organizzano una spedizione di 800 chili di cocaina diretta
negli Stati Uniti.
Non
parlano come piccoli trafficanti. Parlano come funzionari. Promettono accesso a
piste militari, coperture istituzionali, protezione politica.
Dicono
chiaramente che la droga serve a finanziare il potere, a “difendere la
rivoluzione”, a mantenere in piedi il regime.
Nel
processo, celebrato a New York, non emerge solo un traffico. Emerge un metodo
di Stato:
l’uso delle infrastrutture venezuelane — aeroporti,
forze armate, passaporti diplomatici — come strumenti logistici del
narcotraffico.
I due vengono condannati nel 2017 a 18 anni di
carcere ciascuno.
Nel dicembre 2022 Maduro ottiene la loro
liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti:
sette
cittadini americani in cambio dei nipoti della First Lady.
La
condanna resta. L’impunità viene ristabilita.
È una
storia lunga, strutturale, ricorrente: quella che lega una parte dell’estrema
sinistra armata al narcotraffico.
Non come deviazione occasionale, ma come
scelta strategica, sempre coperta da una giustificazione ideologica: non lo
facciamo per arricchirci, lo facciamo per finanziare la rivoluzione.
Una formula che ovunque si è rivelata una menzogna
funzionale.
Le
FARC colombiane hanno finanziato per decenni la propria guerra attraverso la
tassazione e poi la gestione diretta della cocaina.
“Sendero
Luminoso” ha fatto lo stesso nelle zone di produzione peruviane.
L’ELN, pur rivendicando una diversità ideologica, ha
gestito traffici di marijuana e sistemi di estorsione con dinamiche analoghe.
Il
caso cubano è più opaco ma non meno significativo.
Nel 1989 “Arnaldo Ochoa Sánchez”, generale simbolo
della rivoluzione, viene accusato di traffico di droga in collaborazione con
reti legate a “Pablo Escobar”.
Si
assume pubblicamente ogni responsabilità, scagionando il vertice politico.
Viene fucilato dopo un processo televisivo: un
sacrificio rituale per salvare il regime eliminando l’uomo che sa troppo.
A
confermare che non si tratta di una specificità latinoamericana, ma di un
modello politico-criminale, c’è il caso dei “Khmer Rossi”.
Durante
e dopo il loro regime genocidario, finanziarono le proprie strutture residue
attraverso il traffico di oppio, legname e pietre preziose.
Anche
qui, il traffico veniva giustificato come necessità rivoluzionaria, mentre
serviva a mantenere in vita apparati armati e gerarchie criminali.
Il punto comune è sempre lo stesso.
La
droga non è mai stata uno strumento temporaneo in attesa della vittoria. È
diventata il cuore economico dei movimenti armati. L’ideologia ha funzionato
come schermo morale: neutralizzare il dissenso interno, legittimare la
violenza, giustificare l’arricchimento dei quadri dirigenti.
La
rivoluzione non ha mai visto quei soldi.
Li
hanno visti i comandanti, le famiglie, gli apparati. E quando la lotta finisce,
resta sempre la stessa eredità: non uno Stato giusto, ma una classe dirigente
criminalizzata.
Da
decenni il potere venezuelano è intrecciato ai cartelli criminali.
Non
come deviazione, ma come architettura di governo.
Le
inchieste più autorevoli in particolare quelle di I” insight Crime” hanno
mostrato come il Venezuela non sia un paese produttore di cocaina, bensì uno
dei principali snodi logistici del narcotraffico globale.
Al
centro di questo sistema c’è il “Cartel de los Soles”:
non un
cartello classico, ma una struttura militare-statale che garantisce copertura,
impunità e infrastrutture al traffico soprattutto colombiano usando aeroporti,
porti, documenti ufficiali e apparati di sicurezza.
Accanto
alla dimensione istituzionale emerge una figura chiave: Wilmer Varela, detto Vilito.
Non un
semplice narco, ma un broker politico-criminale.
Gestisce
le spedizioni verso Honduras e Caraibi, coordina le rotte, mantiene rapporti
con l’apparato militare e controlla segmenti decisivi del sistema carcerario.
È il punto di contatto tra cartelli, Stato e
repressione.
Il
Venezuela è così diventato un narco-Stato di transito.
La droga non infiltra il potere: è il potere
che organizza, protegge e monetizza il traffico.
La
criminalità non sfida lo Stato. Lo utilizza.
Uno
dei grandi fallimenti della politica estera di “Barack Obama” è stato proprio
il Venezuela.
Non
per ingenuità, ma per scelta strategica.
Obama
comprese che Maduro non sarebbe caduto sotto la pressione di un’opposizione
democratica fragile e divisa.
E comprese qualcosa di più profondo:
che il
regime non era più solo autoritario, ma criminalizzato.
Questa
lettura è stata argomentata con lucidità da “Moses Naím”, che ha descritto il
Venezuela come uno Stato-mafia.
In uno
scenario simile, la caduta del regime può avvenire solo offrendo garanzie di
sopravvivenza all’élite al potere.
Obama lo sapeva.
Ma aprire quel canale avrebbe significato
legittimare un narco-regime e sconfessare la retorica democratica americana.
Il
risultato è stato l’immobilismo.
Trump,
invece, non ragiona in termini di transizione democratica.
Ragiona in termini di controllo.
Agisce come un gambero: alza la posta, usa il
narcotraffico come clava politica, promette la caduta del regime e raccoglie
consenso.
Ma
l’obiettivo non è la democrazia.
È governare l’esito.
Un’insurrezione
popolare o una transizione elettorale autentica non permetterebbero a
Washington di controllare direttamente il nuovo Stato venezuelano.
Un
cambio di potere gestito dall’alto, invece sì.
Per
questo il narcotraffico diventa lo strumento perfetto:
delegittima
Maduro, giustifica l’intervento, consente una selezione mirata delle élite da
sacrificare.
Ma
nulla indica che questo cambierà la natura del sistema.
I narcos vicini a Maduro verranno eliminati.
Non il narco-Stato.
Al loro posto emergeranno nuovi intermediari,
nuovi broker, nuovi nomi — già noti agli apparati di sicurezza e
all’intelligence.
Cambieranno
le facce. Cambierà il racconto.
Non
l’economia criminale.
Forse
si starà meglio che sotto Maduro. Ma quanto meglio?
La miseria resterà.
Il
controllo criminale, nella prima fase, aumenterà.
La
libertà di espressione si allargherà, le vecchie corruzioni petrolifere
verranno smantellate e sostituite da altre.
E ancora una volta il Venezuela verrà
“liberato” senza essere davvero restituito ai suoi cittadini.
Politica
internazionale.
Dolori
dem.
Da
Maduro all’Iran. Pd dilaniato su Elly.
"Se Trump attacca non teniamo
più..."
Ilgiorale.it
- Augusto Minzolini – (14 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Sfogo
di Delrio: "Ma come si fa a stare con un narcos?".
Il
pressing di Fassino.
"Se Trump attacca non teniamo
più..."
Le
premesse non sono incoraggianti.
Mentre in Parlamento si discute di Maduro, dei
morti in Iran (la CBS azzarda ventimila) e di Groenlandia sulla piazza incontri
l'ex ministro dell'Istruzione di Prodi, l'ex popolare Giuseppe Fioroni, che
alla domanda se la sinistra sia attrezzata per misurarsi con quell'uragano che
ha investito la politica estera che porta il nome di Donald Trump, scuote la
testa.
«È inutile che perdi tempo - risponde - non ci
arrivano.
Per
loro il mondo si divide in rosso e nero, non guardano al merito delle
questioni.
E con i tweet sono pure peggiorati».
Dentro
Palazzo Madama anche il presidente del Senato Ignazio La Russa non nutre grandi
speranze.
«C'è una parte della sinistra - rimarca - che
difende Maduro in odio a Trump ma non ha il coraggio di farlo pubblicamente, in
maniera clamorosa. E lo stesso dilemma gli si ripropone in maniera ancora più
drammatica sugli ayatollah».
Il
problema è che non puoi sempre criticare Trump a prescindere delle conseguenze
delle sue decisioni, giuste o sbagliate che siano, perché «altrimenti di volta
in volta scopri di essere dalla parte di Maduro, di non capire perché Trentini
(l'italiano rinchiuso per 423 giorni nelle carceri venezuelane) sia stato
liberato e financo rischi di ritrovarti a fianco degli ayatollah.
Il
mondo di oggi è più complicato del «rosso» e del «nero» e il nuovo ordine
mondiale ha trasformato il diritto internazionale in un sepolcro imbiancato che
finisce per coprire le persecuzioni dei regimi a Caracas come a Teheran.
Una
parte della sinistra lo comprende mentre un'altra, più ideologizzata, no.
Le
divisioni passano anche all'interno del principale partito del campo largo,
cioè del “Pd”.
Ci
sono le «anime belle» quelle che rimuovono la realtà come il vicesegretario
Provenzano che sentenzia:
«Il diritto internazionale conta se lo difendi
sempre e comunque.
Ecco
perché l'intervento Usa in Venezuela doveva essere condannato dal governo.
In
quell'iniziativa non c'è interesse per la democrazia.
Poteva
stare a bene anche a Putin.
In
Iran sarà il popolo e non gli americani a sovvertire il regime».
E c'è chi come “Graziano Delrio” comprende che
il quadro è più complesso, più variegato.
«Il diritto internazionale - osserva con
parole sferzanti- va calato sulle realtà nazionali.
Come
si fa a difendere Maduro?
Un
narcotrafficante che si era messo a capo dei cartelli, che aveva rilasciato
passaporti agli hezbollah per destabilizzare l'Occidente!
Il punto è che Trump in politica interna sta
tentando una svolta autoritaria, autocratica.
In
politica estera, invece non ha un'idea ben precisa, si allea con chi gli
capita.
Ecco
perché il giudizio deve essere articolato come fa la Meloni.
Al diritto internazionale ti devi rapportare
seguendo una logica.
Anche
Biden era contro Maduro e l'Iran.
È una
sensibilità che ti deriva dalla cultura di governo.
Altrimenti
rischi di ripetere gli errori di cinquanta anni fa quando il Partito comunista
francese con “Michel Foucault” si ritrovò a inneggiare alla rivoluzione degli
ayatollah e applaudì all'avvento di integralisti teocratici.
È come
se Zuppi e Parolin venissero qui a dirci toglietevi di mezzo che comandiamo
noi, voi che fareste?».
Un
assurdo che suscita in un altro piddino,” Filippo Sensi, una battuta sarcastica
utilizzando un altro Foucault, “Leon”:
«Si torniamo al pendolo di Foucault!».
Appunto,
c'è bisogno della cultura di governo che viene messa duramente alla prova in un
mondo messo sotto sopra.
Passato Maduro ora ci sono gli ayatollah.
A parole il Pd non ha dubbi sulla condanna del
regime iraniano: addirittura voterà domani una mozione bipartisan in
commissione Esteri al Senato magari in solitudine senza i grillini e come
pretende Piero Fassino scenderà in piazza venerdì accanto alle donne di
Teheran.
C'è però un punto interrogativo:
se nel
frattempo gli americani bombarderanno l'Iran cosa faranno Elly Schlein (foto) e
i suoi?
Ci sarà lo stesso ardore che professano oggi
contro i monaci in tunica e turbante nero di Teheran?
«Il
problema - confida l'ex ministro della Difesa, Guerini - è proprio questo, non
so se di fronte a questa eventualità il Pd riuscirà a tenere la posizione».
Nel
governo pochi ci credono. «La sinistra - rileva il ministro Luca Ciriani - ogni
volta che parla di politica estera prende una musata.
A
parte qualcuno: oggi avrei detto le stesse cose di Scalfarotto.
Il diritto internazionale non può diventare un
paravento per calpestare i diritti umani».
«Prima criticano l'intervento di Trump -
sottolinea il ministro Zangrillo - e poi applaudono alla liberazione di
Trentini: sono fuori di testa!».
«Voglio
la Schlein - ironizza il fratello d'Italia Alberto Balboni - segretaria del Pd
a vita!».
Mentre
il capogruppo del partito della Meloni, “Bignami”, usa gli studi classici per
spiegare il pianeta ai tempi del nuovo ordine mondiale: «Basta leggere Tucidide
sulla guerra nel Peloponneso:
il diritto internazionale funziona se le due
forze che si contrappongono sono paritarie altrimenti prende il sopravvento il
più forte».
Purtroppo,
dico purtroppo, è il mondo d'oggi. Quel mondo che la sinistra sembra non conoscere.
E
questo limite mette in ombra le contraddizioni che pure ci sono sull'altro
versante.
«Sinistra radicale e grillini - spiega un uomo
d'esperienza come “Pier Ferdinando Casini” - non si rendono conto che Trump sta
mandando in frantumi i sovranisti e non è poco».
In
Venezuela tutto può accadere,
tranne
che Trump
esporti
la democrazia.
Strisciarossa.it – (6 Gennaio 2026) - In
America - Massimo Cavallini – Redazione – ci dice:
Tutto
– e il contrario di tutto – può a questo punto accadere in Venezuela.
Può
essere che – come sei anni fa predisse un “war game” commissionato dal
Pentagono in vista d’un ipotetico intervento militare Usa – il Paese precipiti,
come già accaduto in Iraq e poi in Libia, nel sanguinoso ed inestricabile caos
d’una guerra per bande.
Può essere che, come in una sorta di “fermo
immagine”, tutto resti, per mesi o per anni, in una situazione di perenne
stallo.
Può
essere che gli attacchi Usa – “mordi e fuggi” con le “cannoniere” della flotta
Usa permanentemente installate, pronte al bis, al largo delle coste venezuelane
– si ripetano a ritmo serrato con altri arresti ed altri bombardamenti.
Può essere che tutto questo si trasformi,
finalmente, in una permanete occupazione, con i famosi “boots on the ground”,
gli stivali sul terreno, da Trump apertamente evocati come una più che concreta
eventualità.
E può essere che tutto questo accada con
conseguenze assolutamente affini o radicalmente diverse da quelle pronosticate
nella ‘simulazione” elaborata dal Pentagono sei anni fa.
Può
essere, infine, che, sotto la minaccia di nuovi attacchi, si apra al contrario
– come Donald Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio sembrano credere e
come alcune delle ultime dichiarazioni di “Delcy Rodríguez”, oggi presidente
“facente funzioni”, parrebbero suggerire – davvero si apra, a partir da subito,
un processo di “ordinata, pacifica e stabile transizione” verso qualcosa di
totalmente diverso o, più probabilmente, di sostanzialmente uguale al presente.
Tutto
può essere.
Vale
però la pena partire da qui – da quest’ultima ed apparentemente più paradossale
ipotesi – quella d’una transizione “concordata” – non tanto per pronosticare
quel che sarà, quanto per capire quel che è stato e quel che è.
Per
quale ragione è possibile, a questo punto, seriamente ipotizzare una sorta di
“gentlemen agreement”, tra aggrediti ed aggressori?
O,
volendo con una forzatura considerare quello in corso come un classico episodio
di “regime chance”, immaginare un sereno confronto tra i rappresentanti di quel
che occorre cambiare con la forza ed i molto belligeranti agenti del cambio in
fieri?
Una
risposta, ovviamente, è: per paura.
La
paura di nuovi attacchi – di fatto, una più o meno condizionata resa a fronte
d’un ricatto armato – dal lato chavista.
E, dal
lato dell’America, come già accennato, la paura d’una replica, con o senza
“stivali sul terreno”, di passate e tragiche esperienze:
dall’Iraq,
dove la dissoluzione dell’esercito e della burocrazia di Saddam ebbe
catastrofiche conseguenze, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria…
Un’altra
risposta – fin qui sostenuta più da spifferi che da riscontrabili fatti – è
quella che parla di “tradimento”.
In sostanza: previo accordo con il governo
Usa, a consegnare Nicolás Maduro alle forze speciali statunitensi sarebbero
stati – tutti, solo qualcuno o uno soltanto, non è chiaro – proprio i suoi
compagni di governo.
I bombardamenti che hanno accompagnato il raid
non sarebbero stati, in questo quadro, pur con il suo macabro seguito di morti
ammazzati (almeno ottanta persone, tra militari e civili) che la cruenta
copertura d’un copione preventivamente scritto, la cui trama già prevedeva,
almeno a grandi linee, la “concordata transizione” che va profilandosi.
Di
nuovo:
tutto è possibile e, come recita il proverbio,
chi vivrà vedrà.
Una
cosa però già si può dire con assoluta certezza.
Al di là d’ogni paura e al di là d’ogni
“tradimento” o previo accordo, a sospingere l’un verso l’altro il chavismo
venezuelano (o quel che resta della tragica caricatura di socialismo che fu il
chavismo) e l’America di Donald Trump, è un sempre più ovvio elemento, una
sorta di non ideologica forma di complicità politica: il comune rifiuto della democrazia.
E per
dimostrarlo non è necessario spingersi molto in profondità.
Basta
ripercorre rapidamente la parabola politica del chavismo – dalle promesse di
libertà giustizia dei suoi albori, alla quasi immediata deriva autoritaria,
marcata da un grottesco culto della personalità, fino all’attuale catastrofe
economica, politica e morale – e contemporaneamente rileggere (o riascoltare)
le parole con le quali Donald Trump ha illustrato di fronte al mondo, in una
conferenza stampa convocata nella sua reggia di Mar-a-Lago, le ragioni
dell’operazione “Absolute Resolve” consumatasi nella notte tra 1i 3 ed il 4 di
gennaio.
Nel
discorso del presidente Usa riferimenti a potere e petrolio, mai un accenno
alla democrazia.
Il
trasferimento di Nicolas Maduro nel tribunale federale di New York.
Un
giornalista, “Michel Tomasky” di “The New Republic”, si è preso la briga di
contarle quelle parole.
Sono state 4.231.
E
nessuna, tra esse, era “democrazia”.
In
grande, inequivocabile evidenza erano invece le due “P” che dell’intervento
militare e dell’arresto di Nicolás Maduro sono state le vere colonne portanti.
“P” come petrolio, ovviamente. E, altrettanto
ovviamente, “P” come potere.
“P”
come il petrolio che, grossolanamente falsificando la Storia, Trump ritiene sia
stato “rubato” agli Stati Uniti.
E “P”
come il potere – potere armato – che l’America di Trump si riserva di
esercitare, quando e ovunque lo ritenga necessario o anche soltanto utile,
specie in quello che, dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco, per non dir del
Caribe, più che mai considera il suo “cortile di casa”.
Il
generale “Dan Caine”, chairman degli Stati Maggiori Congiunti del Pentagono è
stato, nella conferenza stampa di Mar-a-Lago assolutamente chiaro:
gli
Stati Uniti – ha detto facendo eco agli auto-osannati accenti di Trump –
“possiedono le più grandi ed efficienti forze armate del mondo”.
E sono in grado di usarle ovunque, in
qualunque angolo del pianeta e per qualsivoglia ragione (democrazia, anche in
questo caso, non inclusa).
Un tema questo che, nelle ore e nei giorni
successivi ha immediatamente ripreso ed ampliato in termini più geograficamente
definiti.
Oggi
in Venezuela.
Domani
in Messico, dopodomani in Colombia.
E la Groenlandia? (un altro dei pallini di Trump) gli
ha chiesto un giornalista di “The Atlantic” in una intervista pubblicata giusto
ieri.
Anche
quella nel mirino.
La ragione? Semplicissima: “Ne abbiamo
bisogno”.
La
parola democrazia, del resto era del tutto assente anche in quello che, dalla
Casa Bianca diffuso all’inizio dello scorso dicembre, è ormai diventato il
testo sacro della “Don roe Doctrine”.
“Roe” come James Monroe, quinto presidente
degli Stati Uniti d’America ed originale elaboratore della dottrina – la Monroe
Doctrine, per l’appunto – che, dal lontano 1823 – passando agli inizi XX secolo
per quel “Roosevelt Corollary” che molti storici giustamente considerano l’atto
di nascita dell’imperialismo americano – fa da cangiante eppur a suo modo
uniforme refrain alla vocazione egemonica della politica estera Usa.
E
“Don”, ovviamente, come Donald Trump, l’uomo che nelle sue vesti di 45°e 47°
inquilino della Casa Bianca, di questa dottrina è l’ultimo sgangherato (e
proprio per questo pericolosissimo) interprete.
Trentatré paginette intitolate “National
Security Strategy of the United States” nelle quali la democrazia, pur non
apparendo mai, come parola, in alcuna parte, è, come concetto, una presenza
ubiqua.
Ubiqua
e negativa, come un’innominata ma evidentissima zavorra, un disturbo, una
fisima o una distrazione da scrollarsi di dosso, insieme ad ogni possibile
ideologia o “ismo” di sorta, nel nome di una pura logica di forza.
O,
ancor meglio, d’una politica che – sostiene in molto contorti termini il
documento – vuol essere “pragmatica, senza pragmatismo, realista senza
realismo, ancorata a chiari principi senza essere idealista e muscolare senza
essere guerrafondaia”.
Il
tutto nel quadro in una “battaglia di civiltà”, o meglio di una strenua difesa
d’un “Occidente” che i valori della democrazia ora non solo nega, ma ribalta a
vantaggio della propria “purezza etnica”.
La
“Donroe Doctrine” è, su questo punto, assolutamente chiara, soprattutto nella
parte dedicata ad una Europa che viene descritta come ormai sulle soglie, causa
l’immigrazione, d ‘una “civilization erasure’.
Ovvero:
d’una autentica apocalisse culturale ed “identitaria”: il vero, esiziale
pericolo che minaccia l’Occidente è, per l’America trumpiana, l’immigrazione di
massa – di massa e “colorata”, nel senso di non bianca – proveniente da quelli
che, già nel suo primo mandato, Trump aveva, con tipica eleganza, definito
“shithole countries”, paesi del buco del culo.
Scaricata
Corina Machado che è solo “una brava donna.”
Maria
Corina Machado.
Questa
è l’America che, nella notte tra il 3 ed il 4 gennaio ha arrestato, a
conclusione d’una colossale e spettacolare operazione militare, “Nicolás Maduro
e sua moglie”, la “primera combatiente” – così ama definirsi –“ Cilia Flores”.
E
giusto questo è, agli occhi del “liberatore” Donald Trump, il Venezuela che è
stato da lui “liberato”:
uno “sistole
country”, un paese del buco del culo” con petrolio, che lo zio Sam non può
abbandonare alle incertezze di una restaurazione democratica. Maria Corina Machado?
“Una
brava donna”, ha con paternalistico disdegno detto di lei Donald Trump in quel
di Mar-a-Lago, ma “troppo debole”, troppo priva del “supporto e del rispetto” necessari
per guidare il paese che l’ha eletta.
Tanto
priva di supporto e di rispetto – il rispetto è bene sottolinearlo, è,
dizionario alla mano, quello che si nega a chi si disprezza – che lui neppure
ha pensato di contattare prima dell’operazione “Absolute Resolve”.
Tanto
irrilevante che, ignorando il responso delle urne, per trattare la prossima
transizione politica, lui, in sintonia con il suo segretario di Stato e
valletto, Marco Rubio, ha scelto, non lei, ma – sotto la minaccia di nuove ed
ancor più letali operazioni militari – la super-chavista vicepresidente Delcy
Roríguez.
We are
going to run Venezuela”.
Il Venezuela lo governeremo noi, ha dichiarato
Trump. E lo faremo fino a quando sarà necessario.
Proprio
questo è, allo stato delle cose, il più evidente ed il più triste paradosso
della storia.
Molti
dei venezuelani che – vittime della più colossale diaspora della storia
latino-americana – vanno in queste ore comprensibilmente e gioiosamente
festeggiando la “caduta del tiranno” nelle strade di molte città americane, già
sono, con ogni probabilità, nel mirino dell’ICE, la” Immigration Custom
Enforcement “da Trump trasformata nella più grande e meglio finanziata forza di
polizia d’America.
Pronti
per la deportazione. Un popolo da liberare? No, un popolo da cacciare perché
come tutti gli immigrati – bianchi sudafricani guarda caso esclusi –
“avvelenano il sangue della Nazione”.
È un
misto di antico e di moderno l’America di Donald Trump.
Di antico perché – come ci rammenta il famigerato “Immigration
Act” del 1924, incondizionatamente esaltato da Adolf Hitler nel suo “Mein Kampf”
perché apertamente basato su criteri di selezione etnico-razziali – la
xenofobia, il razzismo ed il bigottismo religioso che la animano hanno in
realtà accompagnato tutta la storia della Nazione, come contraltare del suo
essere, per sua natura, un paese di immigrati, uniti non da un legame di
sangue, ma da una comune idea di libertà.
E, insieme, di moderno, perché l’avversione
nei confronti della democrazia è parte integrante dell’ideologia del più
“avanzato” liberismo economico che del trumpismo è, in comunione con il più
tradizionale pensiero reazionario “pre-illuminista”, una parte integrante.
Protesi entrambi, a guardare, in cerca del
futuro, alla realtà del Medioevo.
I primi – tutto da leggere, a tal proposito, il libro “The Machinery of Freeedom”
scritto da David Friedman, figlio del più noto Milton, gran padre del
neoliberalismo – per salvare la libertà economica dalla voracità degli Stati
nazionali (vedi le imprese de Chicago Boys di Milton Friedman nel Cile di
Pinochet). Ed i secondi per garantire la “identità cristiana” della Nazione –
Dio, patria e famiglia – contro ogni forma di libertinaggio “woke” e contro
ogni forma d’eguaglianza o integrazione etnico-razziale
Non
v’è, in realtà, alcuna contraddizione tra questa America vecchia e nuova ed un
governo dittatoriale che, ora spogliato, con l’arresto (o il sequestro) di
Nicolas Maduro dalle residue polveri socialiste ed antimperialiste delle
origini, garantisca, senza democratici impacci e mantenendo un saldo controllo
degli apparati di repressione, una tranquilla transizione, con vista al
petrolio, verso nuovi e luminosi orizzonti di (esclusivamente economica)
libertà.
Un
dettaglio per meglio capire.
Agli inizi di dicembre, giusto mentre
altissime si levavano, dalla Casa Bianca le grida contro Nicolás Maduro,
accusato di essere a capo di un cartello del narcotraffico – il Cartel de los Soles, una entità
che a detta degli esperti in materia non esiste – Donald Trump ha garantito il suo
“presidenziale perdono” a Juan Osvaldo Hernández, ex presidente dell’Honduras,
condannato da un tribunale di New York a 45 anni di carcere per aver favorito,
in cambio di milionarie bustarelle ricevute da un cartello di provatissima
esistenza – quello messicano di Sinaloa, uno dei più feroci sulla piazza –
l’introduzione negli USA di qualcosa come 400 tonnellate di cocaina.
Perché
questo perdono?
Trump lo ha molto genericamente (e ridicolmente)
spiegato con alquanto vaghi accenni a persecuzioni giudiziarie ordite – non si
capisce come e perché – dal suo predecessore, Joe Biden.
Ma la
vera spiegazione sta probabilmente nel fatto che “Juan Osvaldo Hernández” – la
cui presidenza è figlia di due non propriamente democratici eventi:
il
golpe che, nel 2009 depose Manuel Zelaya e di una rielezione contro il dettato
costituzionale, garantita da una compiacente Corte Suprema – ha nel suoi otto
anni di presidenza favorito l’esistenza d’un buon numero di “zone
extraterritoriali” – di fatto stati indipendenti – nelle quali i
liberisti-medievalisti che sostengono Trump hanno potuto, all’ombra del speso
fraudolento autoritarismo, liberamente (anche se, a quanto pare, senza grande
successo) sperimentare le proprie anarco-libertarie fantasie.
Tornando
a bomba. Tutto – e il contrario – può accadere in Venezuela.
Ma una cosa si può tranquillamente dire.
Quel
che resta del chavismo – per l’appunto: un governo autoritario con pieno
controllo degli apparati di repressione – ha, almeno sulla carta, tutto quel
che serve per offrire, con o senza la minaccia di nuove operazioni militari,
quel che l’America di Trump va oggi cercando: libertà economica senza libertà
politica.
O,
ancor più prosaicamente: tutta la tranquillità necessaria per una pacifica
ripartizione del bottino.
O,
fuor di metafora, di un petrolio finalmente destinato a tornare, protetto dalle
cannoniere Usa, nelle mani dei suoi naturali proprietari: i grandi magnati
petroliferi.
In
attesa di sapere come andrà finire, vale tuttavia la pena, per cogliere il più
profondo senso delle cose, fare un piccolo passo indietro, tornando al giorno
in cui, ad Oslo, lo scorso 10 dicembre, il premio Nobel per la pace – un premio
che, notoriamente, Donald Trump pretendeva per se stesso – venne consegnato a
Maria Corina Machado, la “brava donna” che, Trump dixit, pur avendo vinto le
elezioni del luglio 2024, non ha oggi né il supporto né il rispetto necessari
per governare il paese che l’ha, sia pur via proxy, democraticamente eletta.
Assente
Corina, in quel mentre impegnata in un’avventurosa uscita via mare dal
Venezuela, dove viveva in clandestinità, toccò sua figlia, Ana Corina Sosa
Machado, leggere dal podio il discorso di accettazione.
E sono
state, le sue, parole appassionate, illuminate da una speranza di libertà
(“Presto – ha detto Il Venezuela tornerà respirare”) seppur inevitabilmente
marcate dalla distorta visione storica del Venezuela più conservatore e
oligarchico. Tutto in Venezuela era luce prima della lunga notte chavista.
Niente dittature, niente povertà, niente ingiustizie. Solo libertà ed
abbondanza.
Una
frase, in quel discorso è, tuttavia, risuonata con particolare e stridente
accento, involontariamente rivelando il vero paradosso che oggi guida la
battaglia per la “liberazione” del Venezuela.
“Dal 1999 – ha detto Ana Corina esponendo il
pensiero della madre – il regime si è dedicato allo smantellamento della nostra
democrazia:
ha violato la Costituzione, falsificato la
nostra storia, corrotto le forze armate, tolto di mezzo i giudici indipendenti,
censurato la stampa, manipolato le elezioni, perseguitato il dissenso e
devastato la nostra biodiversità».
Basta
pochissimo. Basta cambiare la data iniziale, mutare il tempo dei verbi e porre
l’azione un po’ più (ma non tanto) in divenire, e la frase perfettamente
descrive quel che Donald Trump, il “liberatore” Donald Trump, sta facendo
all’America che governa.
Sarà
questa America a liberare il Venezuela?
Può
essere, la vita è piena di sorprese.
Ma più
logico è credere che l’operazione “Absolute Resolve”, nata come scontro tra non
conciliaboli visioni del mondo, si risolva in un – se amorevole o contrastato
si vedrà – incontro tra autoritarismi originalmente contrapposti ma
conciliabili nel nome del profitto.
E che nessuno si azzardi, nel frattempo, a
parlare di democrazia.
(Massimo
Cavallini).
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