In Europa ritorna l’egemonia tedesca.

 

In Europa ritorna l’egemonia tedesca.

 

 

Il ritorno della questione tedesca in Europa.

Huffingtonpost.it – (18 Dicembre 2025) - Nathalie Tocci - Istituto Affari Internazionali – ci dice:

 

Ovvero cosa fare con una potenza continentale troppo grande per essere contenuta ma troppo piccola per dominare. Storicamente risolta attraverso l’integrazione della Germania nell’Ue e nella Nato, la questione era stata esternalizzata coinvolgendo Washington nella sicurezza europea.

Ma ora gli Usa non sono più quelli d'un tempo.

In materia di difesa, la Germania è stata a lungo criticata per aver costruito la propria forza economica sotto l’ombrello della sicurezza americana.

Dopo la fine della Guerra Fredda, Berlino ha puntato sul commercio internazionale e l’interdipendenza energetica ed economica con Stati come Russia e Cina.

La militarizzazione delle interdipendenze e il ritorno della guerra in Europa hanno rivelato però l’ingenuità di tale approccio: i tedeschi sono stati accusati di aver sottovalutato le minacce che incombevano sull’Europa.

La svolta nell’opinione pubblica tedesca.

 

Ora in Germania si sta verificando un vero cambiamento nell’opinione pubblica e nella politica interna.

Con l’inizio della guerra ucraina nel 2014, l’opinione pubblica si era fermamente opposta alla fornitura di armi a Kyiv.

Persino dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022 e l’annuncio dell’allora cancelliere Scholz sull’aumento della spesa per la difesa, molti tedeschi restavano cauti.

Da allora, l’opinione pubblica ha subito un cambiamento radicale, come rivela un rapporto di prossima pubblicazione della” Conferenza sulla sicurezza di Monaco”.

 Oggi la maggioranza dei cittadini sostiene l’aiuto militare all’Ucraina e percepisce più chiaramente le minacce esterne incombenti.

Da un lato, riconoscono la minaccia rappresentata dalla Russia, a partire dall’Ucraina, ma che va ben oltre.

Dall’altro, riconoscono che gli Stati Uniti sono diventati un alleato inaffidabile.

Gli ottimisti parlano di un inevitabile processo di riequilibrio dell’onere dell’alleanza transatlantica che passa dall’America all’Europa.

Una visione più pessimistica – e più realistica – suggerisce che l’amministrazione Trump si stia disimpegnando dalla sicurezza europea.

 

Le nuove politiche di difesa: dal fondo speciale agli investimenti futuri.

 

Anche la politica di difesa tedesca ha subito un cambiamento.

 Nel 2022 Scholz ha annunciato un fondo speciale da 100 miliardi di euro per la difesa:

un passo epocale, reso poi sostenibile dal governo Merz con l’abolizione del freno costituzionale all’indebitamento.

Nel frattempo, Bruxelles ha ammorbidito l’applicazione delle norme che limitano il deficit di bilancio nell’ambito del Patto di stabilità dell’Ue.

 

Questo ha fornito a Berlino lo spazio fiscale per andare avanti.

Il bilancio della difesa tedesco è aumentato, attestandosi ora a poco meno di 90 miliardi di euro e si prevede che raggiungerà i 150 miliardi di euro entro il 2029.

 Ciò potrebbe rendere l’Europa molto più sicura.

La maggior parte degli alleati dell’Europa orientale sta già spendendo ben oltre il 3,5%:

gli Stati baltici e la Polonia si avvicinano o addirittura superano il 5%. Tuttavia, nessuno degli altri Stati europei, in particolare Francia, Regno Unito e Italia, ha lo spazio fiscale per raggiungere tale soglia, nonostante gli impegni presi per compiacere Trump durante l’ultimo vertice Nato all’Aia.

 

Il ritorno della “questione tedesca” in Europa.

 

Questo rappresenta un problema non solo politico, ma anche di sicurezza.

Se la spesa tedesca per la difesa raggiungerà i suoi obiettivi, entro il 2030 Berlino spenderà circa il doppio rispetto alla Francia, secondo Paese per spesa militare, riportando la “questione tedesca” – ovvero cosa fare con una potenza continentale troppo grande per essere contenuta ma troppo piccola per dominare – alla ribalta.

Storicamente risolta attraverso l’integrazione della Germania nell’Ue e nella Nato, la questione era stata esternalizzata coinvolgendo Washington nella sicurezza europea.

 

Anche nello scenario transatlantico più favorevole, se gli Usa riducessero in modo significativo il loro impegno in materia di sicurezza in Europa, si creerebbe un vuoto e l’aumento della spesa per la difesa della Germania è un passo decisivo verso il suo riempimento.

Tuttavia, data l’ascesa dell’estrema destra e del populismo nazionalista in Europa, è ragionevole preoccuparsi delle potenziali conseguenze di un futuro che vede, da un lato, la Germania divenire l’egemone militare in Europa e, dall’altro, fallire il cordone sanitario che impedisce all’estrema destra tedesca di arrivare al potere.

La soluzione europea: difesa collettiva e coordinamento fiscale.

La soluzione intuitiva a qualsiasi enigma sollevato dalla questione tedesca è quella di perseguire collettivamente la difesa europea: Bruxelles ha già stanziato 150 miliardi di euro in prestiti per finanziare progetti collaborativi di difesa europea.

Una cifra modesta rispetto a quanto gli Stati membri spenderanno per le proprie industrie della difesa e irrisoria rispetto alla spesa cumulativa della Germania per la difesa nei prossimi anni.

 Francia e Italia chiedono l’emissione di un debito collettivo dell’Ue per finanziare la difesa europea.

 Ma le loro disastrate finanze pubbliche rendono queste richieste poco credibili agli occhi Berlino.

 

La questione tedesca riemergerà in Europa e la soluzione può essere solo europea.

Piuttosto che chiedere a Berlino di fare più, spetta agli altri Paesi europei creare le condizioni politiche e fiscali per rendere più credibili le loro richieste di finanziamento collettivo della difesa europea.

 

 

 

 

Iran, la rivolta non si ferma.

Nonostante una selvaggia repressione.

 Uffingtonpost.it - Giulia Belardelli – (11-01 -2026) – Redazione – ci dice:

 

Qualche informazione buca la censura del regime iraniano.

 E le immagini che arrivano mostrano un’ampia partecipazione alle proteste, malgrado una repressione sempre più brutale.

 Nessuno sa con esattezza quanti siano i morti:

chi dice 500, altri citano almeno 2.000 manifestanti uccisi nelle ultime 24 ore.

E migliaia di arresti.

L'appello degli attivisti all'estero: "Intervento subito."

 

Il blocco di internet – mai così sofisticato e capillare, sottolineano gli esperti – prosegue per il quarto giorno consecutivo, eppure qualche informazione riesce a bucare la censura del regime iraniano, soprattutto grazie a” Starlink”, il servizio di internet satellitare di “Space X”.

 E le immagini che arrivano mostrano un’ampia partecipazione alle proteste, malgrado una repressione sempre più brutale da parte del regime.

 Nessuno sa con esattezza quanti siano i morti: alcune fonti (Human Rights Activists News Agency) parlano di quasi 500 vittime, altre (Iran International) di almeno 2.000 manifestanti uccisi nelle ultime 24 ore, con migliaia di arresti.

"Sono più di tre giorni che gli iraniani non hanno accesso né alla linea telefonica né a internet, in quella che è una violazione di altissimo livello dei diritti civili”, commenta per “HuffPost Pejman Abdolmohammadi”, professore di relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento e visiting professor a Berkeley (autore de Il Nuovo Medio Oriente: Potere, Diplomazia e Realismo).

“Dalle notizie che filtrano grazie a Starlink, sappiamo che la partecipazione alle proteste è in crescita e che la repressione è aumentata.

Sappiamo che ci sono molte vittime, anche se non ci sono bilanci certi. Purtroppo, ritengo verosimile l’ordine delle migliaia”.

 

Per chi ha partenti e amici in Iran, sono giorni drammatici.

Contattare i propri cari è impossibile, oltre che potenzialmente rischioso. Le proteste in corso da 15 giorni stanno facendo tremare il regime come mai prima d’ora, aumentando le probabilità di un intervento da parte americana.

Il presidente Donald Trump ha offerto il suo sostegno ai manifestanti, affermando sui social media che "l'Iran sta cercando la LIBERTÀ, forse come mai prima d'ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!".

 Il “New York Times” e il “Wall Street Journal”, citando funzionari statunitensi anonimi, hanno dichiarato sabato sera che a Trump erano state offerte opzioni militari per un attacco all'Iran, ma non aveva ancora preso una decisione definitiva.

 Il Dipartimento di Stato ha avvertito separatamente:

"Non scherzate con il presidente Trump. Quando dice che farà qualcosa, lo pensa davvero".

Il presidente del Parlamento iraniano “Mohammad Bagher Ghalib “ha dichiarato che, in caso di attacco, l'esercito statunitense e Israele sarebbero considerati "obiettivi legittimi".

“ Calibra”, un sostenitore della linea dura, ha lanciato la minaccia mentre i legislatori si precipitavano sul podio del Parlamento iraniano al grido "Morte all'America!".

 

Video online trasmessi dall'Iran mostrano i manifestanti radunarsi nel quartiere Puncak, a nord di Teheran, dove le autorità hanno bloccato le strade.

A Mashhad, la seconda città più grande del Paese, a circa 725 chilometri a nord-est di Teheran, alcuni filmati documentano scontri con le forze di sicurezza.

Proteste sono riportate anche a Kerman, 800 chilometri a sud-est di Teheran.

 

“Pegah Moschi Pour”, attivista italo-iraniana per i diritti umani e digitali (autrice de” La notte sopra Teheran”) parla di “notizie terribili” in arrivo dal suo Paese.

“Da una parte, ci sono città che ci confermano che le proteste stanno andando avanti e addirittura crescendo, come a Teheran, dove si dice che in strada siano scese almeno due milioni di persone (cifre impossibili da verificare).

Preoccupa in particolare la situazione a Mashhad, la città simbolo del pellegrinaggio degli sciiti, dove il centro è stato totalmente militarizzato.

Chiunque provi a uscire di casa viene fermato dalla polizia e intimidito a non proseguire.

Sembra che a Mashhad il regime stia mettendo in atto un'altra forma di militarizzazione, mentre a Teheran continuano a esserci dei flussi di manifestanti incredibili, che non si fermano neanche davanti a un numero crescente di morti”.

La partecipazione alle proteste aumenta perché la gente, al contrario delle altre volte, non ne può più, sottolinea l’attivista.

“Le persone hanno fame; anche chi ha un po' di denaro in contante non può comprare nulla, perché i negozi sono chiusi".

 Quanto al bilancio delle vittime, “il numero è verosimilmente molto elevato soprattutto tra i curdi e gli abitanti del Florestan e del Sistani e Baluchistan, dato che il regime è solito reprimere con particolare forza le minoranze etniche, religiose e culturali.

In tutto questo, continuano le esecuzioni per impiccagione, con accuse di spionaggio per il nemico, corruzione o guerra verso Dio".

 

La richiesta di voltare pagina rispetto al regime è fortissima, rimarca “Abdolmohammadi”.

“Il 90-92% degli iraniani è contrario alla Repubblica islamica: non la vuole più, e penso che ormai sia disposto a tutto per chiudere questo capitolo.

C'è bisogno, a questo punto, di una delle tre variabili principali dei cambi di regime: ci vuole un attore internazionale che aiuti.

Gli Stati Uniti hanno segnalato di essere disposti a farlo, ma bisogna vedere se concretamente lo faranno.

 Quello sarà il” game chance”:

se non ci sarà questa variabile di liberazione - che non è un attacco di esportazione della democrazia, ma un atto di aiuto alla liberazione di un popolo ormai represso e solo - l'esperienza ci dice che la forza brutale del regime, prima o poi, riuscirà a vincere.

È questo il momento in cui il mondo libero deve venire in soccorso di questa popolazione.

Se ciò non avverrà, ci sarà una carneficina e un ritorno del terrorismo e dell'islam radicale non solo in Medio Oriente ma anche in Europa.

È interesse anche degli Stati europei aiutare i cosiddetti pro-Iran, che sono gli anti-pro-Hamas".

 

È difficile prevedere, in questa fase, quale sarà l’evoluzione delle proteste.

“ Abdolmohammadi” è tra quegli analisti che ritengono il tempismo di un eventuale intervento un fattore cruciale.

 "Penso che non ci sia più molto tempo. È un'azione che, se la si vuole fare, va fatta rapidamente, direi entro una settimana. Intanto un passo concreto che si potrebbe fare subito è l'istituzione di una no-fly zone.

In questo modo, si fermerebbe la fuga degli oligarchi della Repubblica islamica, e dall'altra parte si impedirebbe l'arrivo degli aiuti dei russi. Un'altra azione da intraprendere subito sarebbe la chiusura del confine iracheno, così da impedire l'ingresso degli arabi iracheni sciiti che stanno entrando nel Paese per uccidere gli iraniani".

 

Alla domanda su sé gli iraniani in piazza sperino davvero in un intervento americano, Pegah Moschi Pour è cauta.

"C'è una pluralità di richieste. Da una parte, c'è la paura di essere attaccati, perché gli iraniani hanno già assaggiato i 12 giorni di attacco israeliano-americano.

C'è però anche una gran parte di persone che dice di volere il sostegno di Donald Trump, visto come l'unica figura che possa smuovere davvero qualcosa e dare il colpo di grazia al regime.

Quello che mi commuove è il modo in cui chi riesce a condividere informazioni dall’Iran si sforzi di far emergere anche la vitalità delle proteste, per mostrare al mondo intero che gli iraniani vogliono la libertà e la fine del regime della Repubblica islamica".

 

 

 

 

Trump, obiettivo Cuba

Huffington.it - Claudio Matricardi – (12 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

L'ANGOLO DEI BLOGGER.

La decisione dell'amministrazione Usa di confiscare le petroliere venezuelane sanzionate ha già iniziato ad aggravare la crisi del carburante e dell'elettricità dell’isola.

La Casa Bianca esorta L'Avana a "raggiungere un accordo prima che sia troppo tardi."

 

Cuba è sotto sanzioni statunitensi dall'inizio degli anni '60 e ha mantenuto stretti legami con il Venezuela di Nicolás Maduro.

Figlio di fuoriusciti cubani, fin da quando era senatore, “Marco Rubio” ha chiesto a lungo un cambio di regime a Cuba.

Durante la conferenza stampa di Mar-a-Lago di sabato 3 gennaio, ha detto:

"Se vivessi all'Avana e fossi al governo, sarei preoccupato, almeno un po'".

Intervenendo subito dopo, Trump ha confermato che la situazione cubana è un problema, e il giorno dopo ha precisato che non riteneva necessario un intervento militare degli Stati Uniti, perché Cuba "sta per crollare.

Non credo che abbiamo bisogno di alcuna azione.

Sembra che stia cadendo a pezzi”, ha detto.

 E ha aggiunto: “Non so se resisteranno, ma Cuba ora non ha entrate. Tutte le sue entrate provenivano dal Venezuela, dal petrolio venezuelano".

Ieri Trump ha esortato Cuba a "raggiungere un accordo prima che sia troppo tardi", avvertendo che il flusso di petrolio e denaro venezuelano verso L'Avana si fermerà d'ora in poi.

Non ha specificato i termini o le conseguenze per Cuba dell'accordo che propone, e ha anche pubblicato un messaggio sul suo “social Truth” condividendo il post di “X” dell'utente @Cliff_Smith_1, che ha scherzato su un ipotetico scenario in cui "Marco Rubio sarà presidente di Cuba". “Mi sembra giusto!", ha commentato Trump.

Via “X”, il presidente cubano, “Miguel Díaz-Canel”, gli ha risposto che "Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci dice cosa fare", confermando che il suo paese "si sta preparando" ed è "disposto a difendere la Patria fino all'ultima goccia di sangue".

Rispondendo alle dichiarazioni di Trump che l'isola ha "vissuto per anni" grazie al denaro e al greggio venezuelano in cambio di "servizi di sicurezza" per gli "ultimi due dittatori (Hugo Chavez e Nicolás Maduro)", il ministro degli Esteri, “Bruno Rodríguez”, ha detto che "Cuba non riceve né ha mai ricevuto un risarcimento monetario o materiale per i servizi di sicurezza che ha fornito a qualche paese.

A differenza degli Stati Uniti", Cuba non ha "un governo che si presta al mercenarismo, al ricatto o alla coercizione militare contro altri Stati".

Per quanto riguarda le importazioni di petrolio, Rodríguez ha affermato che il suo paese "ha il diritto assoluto di importare carburante da quei mercati disposti ad esportarlo e che esercitano il proprio diritto di sviluppare le proprie relazioni commerciali senza interferenze o subordinazioni alle misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti".

"Il diritto e la giustizia sono dalla parte di Cuba. Gli Stati Uniti si comportano come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo", ha aggiunto.

 

Il ministro degli Esteri venezuelano, “Yván Gil”, ha sostenuto che il suo rapporto con Cuba risponde a una posizione "storica" basata su principi di sovranità e autodeterminazione, ed in “Telegram” ha pubblicato che "La Repubblica Bolivariana del Venezuela ratifica la sua posizione storica nel quadro delle relazioni con la Repubblica di Cuba, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale”.

 Evitando di riferirsi direttamente all'impatto economico dell'annuncio di Trump, ha insistito sul fatto che il legame con L'Avana si basa sulla "fratellanza, la solidarietà, la cooperazione e la complementarità".

 

La fornitura giornaliera di greggio all'isola è iniziata nel 2000, quando Hugo Chávez e Fidel Castro hanno firmato il cosiddetto “Accordo Integrale di Cooperazione tra la Repubblica di Cuba e la Repubblica Bolivariana del Venezuela”.

Allora Caracas si impegnava a inviare 53.000 barili di greggio al giorno in cambio della fornitura dell'isola "i servizi (...) e tecnologie e prodotti” utili allo sviluppo economico e sociale.

Tuttavia, negli ultimi anni i volumi di petrolio venezuelano si sono ridotti a causa del brusco calo della sua produzione di petrolio.

La decisione dell'amministrazione Trump di confiscare le petroliere venezuelane sanzionate ha già iniziato ad aggravare la crisi del carburante e dell'elettricità dell’isola, che sta soffrendo una profonda crisi energetica dalla metà del 2024 a causa dei frequenti guasti delle sue centrali obsolete e della mancanza di valuta estera dello Stato per acquistare il carburante necessario per le sue unità di generazione.

 

Il paese caraibico ha bisogno di circa 110.000 barili per coprire il suo fabbisogno energetico di base, di cui circa 40.000 provengono dalla produzione nazionale e il resto proviene da importazioni dal Venezuela e dal Messico, e in quantità minore dalla Russia.

 Si stima che il Venezuela invii circa 35.000 barili di petrolio al giorno all'isola caraibica, ma Trump ha detto che questo non continuerà.

 

Mentre la presidente messicana “Claudia Sheinbaum” ha riconosciuto che il suo paese è diventato un fornitore rilevante per l'isola, “Petróleos Mexicanos” (Pemex) ha riferito che nei primi nove mesi del 2025 ha esportato più di 17.000 barili di greggio al giorno a Cuba.

 L’ultima uscita di Trump anticipa una maggiore pressione diplomatica sul Messico per ridurre o sospendere queste spedizioni, e va ad aggiungersi alla minaccia di autorizzare interventi militari sul territorio messicano per combattere il narcotraffico.

 Se pare poco probabile che gli Stati Uniti alla fine entreranno militarmente in Messico, l’azione di Trump potrebbe puntare a costringere il vicino a condurre operazioni congiunte contro il traffico di droga nel suo territorio.

Mentre la dirigenza messicana sarebbe preoccupata per l’effetto che tale situazione può avere sui negoziati tariffari in corso, nonché sulla prevista revisione dell'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada questa estate.

 

 

 

 

Grossraum Europa, o

dell’‘irresponsabile’

egemonia tedesca.

Lacostituzione.info – (25 Febbraio 2025) - Fuoricollana.it - Andrea Guazzarotti – Redazione - ci dice:

 

L’anomalia tedesca è l’anomalia dell’UE:

 una Nazione cui era interdetto, dopo la disfatta del Terzo Reich, il perseguimento della propria prosperità attraverso la forza dello Stato, e che sceglieva, pertanto, di basare quella prosperità sull’economia e derubricare lo Stato a mero apparato servente.

 Questa l’essenza dell’ordoliberismo tedesco, secondo “Foucault”:

esso risponderebbe alla domanda cruciale per cui, «dato uno stato che non esiste, in che modo farlo esistere a partire da quello spazio non statale che è quello di una libertà economica?» (Foucault, 83ss.).

L’aforisma di Foucault è applicabile all’Unione europea, declinandolo più chiaramente:

«dato uno Stato che non esiste e che non può esistere», essendo l’UE la risultante di una duplice sconfitta (militare di Germania e Italia, geopolitica di Francia e Regno Unito) e della scelta statunitense di incentivare l’unione economica garantendo al contempo la difesa militare dell’Europa occidentale.

Ma un’entità che non ha l’onore e l’onere della difesa esterna non ha neppure il potere di scegliere il proprio nemico esterno, che è poi l’essenza della sovranità secondo Carl Schmitt.

 Quel nemico veniva, infatti, predeterminato dagli USA e individuato nell’Unione sovietica.

 La rinuncia a una politica estera autonoma era una condizione posta dal vincitore che tollerava assai poche eccezioni, come dimostrato dalla precoce avversione USA alla Ostpolitik della Germania federale negli anni Settanta e già sotto l’amministrazione Kennedy, la quale impose, tramite NATO, l’embargo sulle esportazioni di oleodotti dalla RFT all’URSS (Halevi, 218).

Ma era la natura stessa delle entità statuali europee che gradualmente venivano “federate” a rendere indispensabile l’eterodirezione della politica estera e di difesa:

 la differenza di vedute degli Stati europei in politica estera era tale da rendere possibile l’unione sempre più stretta tra i loro popoli (come recitano i Trattati europei) solo a patto che la difesa fosse esternalizzata agli USA attraverso la NATO (Chessa).

Il che si è reso sempre più evidente dopo l’allargamento a Est dell’UE all’inizio degli anni Duemila.

Sotto questo punto di vista, la moneta unica è stata la conferma di tale assetto sbilenco.

Solo chi reputa di non dover mai proiettare potenza attraverso la guerra – anche difensiva – può disfarsi della sovranità monetaria, attribuendola a un’entità completamente de-politicizzata e irresponsabile.

Tutte le guerre sono state condotte attraverso la gestione monetaria del debito pubblico (Eichengreen et al.).

 Non è per caso che un Paese come il Regno Unito abbia evitato la follia dell’euro.

 

La Germania non rinunciava, però, a ciò cui uno Stato – specie se potente – è necessariamente chiamato, la proiezione della propria potenza, appunto.

Solo che lo faceva attraverso l’economia:

mentre l’anglosfera usava la finanza per proiettare la propria potenza, la Germania usava il mercantilismo dei propri crescenti surplus commerciali (Mangia).

 Un mercantilismo a lungo tollerato dagli USA, fintanto che rimaneva confinabile al piano economico;

poi stroncato una volta che il mix su cui era basato – energia a basso costo dalla Russia e fortissimo interscambio con la Cina – assumeva implicazioni sempre più chiaramente geopolitiche.

L’UE dell’euro e dell’austerity ne paga le conseguenze, per essersi prestata a strumento di tale proiezione di potenza mercantilista tedesca:

euro e austerity, negli anni immediatamente precedenti la Brexit e il primo mandato di Trump, non solo non hanno frenato quella pulsione delle élite tedesche – intrinseca al moralismo religioso dell’ordoliberismo (van der Walt), ovvero alla struttura produttiva tedesca (Halevy), o ancora alla logica della “società-macchina” (Todd, 180) – ma l’hanno amplificata fino all’estremo.

 Come e più del “Sistema Monetario Europeo (SME) varato nel 1978, l’euro ha costituito la naturale cintura protettiva che ha consentito alla Germania di accumulare surplus commerciali senza contraccolpi sul debito pubblico, diversamente dal Giappone (Halevy, 220).

E, tuttavia, il rifiuto di ogni ruolo apertamente e responsabilmente egemonico delle élite tedesche ha reso del tutto impermeabile l’opinione pubblica tedesca alle ricorrenti rivendicazioni di solidarietà redistributiva da parte degli Stati (Italia e Francia) che più hanno perso in quella scommessa dell’euro (Streek 2022).

 

La macchina dell’UE si è rivelata un dispositivo quanto mai duttile ed efficace nel veicolare, in quegli anni della crisi dei debiti sovrani e della Troika, la scelta geopolitica tedesca, barattata per scelta economica razionale ed efficiente per tutti gli Stati.

Istruttiva la narrazione nostrana di un irenico convergere di valori costituzionali comuni degli Stati membri che il diritto europeo si sarebbe limitato a razionalizzare (Della Cananea).

 Un ottundimento di governi e di istituzioni europee (BCE e Commissione in testa) che, anziché tentare di frenare quella pulsione tedesca, l’hanno irresponsabilmente presa a modello (Flassbeck, Lapavitsas).

 L’esito – anche da un punto di vista meramente geoeconomico – è stato squilibrante non solo entro l’UE ma nell’intera “economia mondo”:

se fino al 2010 la bilancia dei pagamenti dell’intera Eurozona era tendenzialmente in equilibrio col resto del mondo (il surplus tedesco venendo normalmente compensato dal deficit commerciale degli Stati membri mediterranei), a partire dal 2010 il surplus cresceva a livelli mai raggiunti prima e inconcepibili per un’economia così vasta e così benestante (Bellofiore et a., 95).

Che si trattasse di qualcosa di diverso da un’autentica politica economica era parso già chiaro a chi ha sempre diffidato delle dottrine ordoliberiste tedesche:

le politiche economiche trainate dall’export (che impongono la repressione della domanda interna e deflazione salariale) hanno visto la Germania frenare per decenni la propria crescita (e di conseguenza quella dei propri partner) di almeno l’1,5% del Pil all’anno, lasciandosi dietro più di un sospetto circa la loro reale finalità geopolitica (Ciocca).

L’esito di questo “successo” nella gara dell’export è stato destabilizzante anche all’interno della società tedesca:

 non si tratta solo del noto deficit di investimenti pubblici e privati che affliggono da anni la Germania, ma anche dell’aumento impressionante dell’indice di disuguaglianza (DIW).

La qual cosa ha reso ampie fasce dell’elettorato tedesco refrattarie a ogni discorso sulla solidarietà europea e facili prede della retorica anti-immigrati e anti-UE di partiti “revisionisti” come AfD.

 

L’aforisma di Foucault sull’imperativo della Germania post-nazista di non pensarsi come Stato-nazione bensì come economia nazionale aperta, andrebbe invero completato:

non si è trattato – per la Germania – solo di interdire a sé stessa ogni idea di potenza dello Stato, bensì anche ogni idea di egemonia spaziale.

 

“Carl Schmitt” aveva prospettato, ben prima del suo famoso “Nomos della terra” del 1950, una soluzione per uscire dal diritto internazionale alla vigilia della guerra (Schmitt):

 adattando la dottrina Monroe degli USA al contesto europeo e alla dottrina razziale nazista, la proposta di Schmitt rinnegava frontalmente l’uguaglianza formale degli Stati e immaginava la contrapposizione di “grandi spazi” (Grossräume), ciascuno incentrato su uno Stato guida cui sono subordinati Stati satellite (Losano 59ss.).

Dopo la fine della guerra fu rinvenuto nell’Archivio del Ministero degli Esteri tedesco un progetto di trattato fra Germania, Italia e Giappone sulla configurazione dei grandi spazi in Europa e nell’Est asiatico, il cui preambolo parlava della «necessità storica di trasformare i Grandi Spazi in Comunità internazionali di tipo nuovo e con una propria personalità giuridica».

Quei grandi spazi avrebbero dovuto proteggere gli Stati dal «timore dell’oppressione da parte di potenze e influenze intruse».

Quel progetto distopico fallì, nella sua modalità bellicistica e razziale, per poi rinascere – in Europa occidentale – nella sua versione pacifica (e pacifista?) di un’egemonia economica fondata sul consenso e/o l’organizzazione internazionale utopicamente tendente al federalismo (Losano 71ss.).

Gli storici hanno rilevato plurime tracce di una riconversione di piani, idee, protagonisti del Grossraum nazista in altrettanti piani, idee e protagonisti della costruzione dell’Europa funzionalista dei primi anni (Heilbronner).

L’aspirazione di fondo, al di là del progetto razziale nazista, di difendere il continente europeo dalla minaccia bolscevica (soprattutto) e (poi) dall’egemonia economica degli USA era condivisa dalle élite post-liberali di altri Paesi europei (ibidem, p. 1585ss.).

 

Chi, tra i migliori giuristi tedeschi studiosi dell’UE, ha analizzato il progetto del Grossraum nazista, ha concluso che si trattava di un’entità nebulosa anche sotto il profilo economico (oltre che giuridico, amministrativo, ecc.), di cui era chiaro soltanto il primato della volontà dello Stato-guida sugli Stati satellite (Joerges).

Specularmente, l’Unione europea è un’entità volutamente nebulosa quanto alla gerarchia materiale tra i suoi Stati membri, ma di cui – a partire dalle riforme “che hanno salvato l’euro” – è inequivoco l’indirizzo politico-economico fondamentale (il mercantilismo di stampo tedesco).

 

Un importante storico inglese studioso dell’integrazione europea ha cercato di dimostrare come quest’ultima, lungi dall’essere un progetto di progressiva e incrementale federalizzazione tra Stati europei desiderosi di trasformarsi negli “Stati Uniti d’Europa”, è nata e avanzata come progetto di governi nazionali guidati da due priorità:

 imbrigliare la Germania e sostenere le preferenze politiche interne, in modo da salvare il modello di Stato-nazione dalla catastrofe della guerra e dalla fine del colonialismo europeo (Milward).

Questo quadro, tuttavia, appare coerente con gli sviluppi avutisi fino alla fine della guerra fredda, la riunificazione tedesca e il varo della moneta unica, ove la rete concepita (specie dalla Francia e dalla Commissione Delors) per tenere imbrigliata la Germania al resto della “Vecchia Europa” si è rivelata non solo troppo debole ma convertibile in un volano per la stessa egemonia economica tedesca sul resto dell’Unione.

Le radici di questo squilibrio risalgono, invero, alla fine di Bretton Woods, che era poi quel reticolo di istituzioni che consentivano agli USA di usare egemonia verso il resto del Mondo e di assumersene la responsabilità, secondo un modello di capitalismo “embedded”, imbrigliato in regole e istituzioni internazionali (in primis, controllo della circolazione dei capitali) e addomesticato dalle logiche di pieno impiego keynesiane.

Dal crollo di quel modello è scaturita l’egemonia irresponsabile degli USA, da cui, a sua volta, è derivata quella tedesca, diversamente irresponsabile.

 

La retorica del “Grossraum Europa” e i discorsi sull’egemonia europea della Germania nazista (affermatisi dopo un’iniziale fase “euroscettica” del nazionalsocialismo) erano tali da rendere impronunciabile, nella Germania federale del Secondo dopoguerra, la parola “egemonia” (Streeck).

 Un tabù che è perdurato fino ai nostri giorni, nonostante l’evidente ruolo egemonico giocato dalla Germania, specie dopo la riunificazione. Il perpetuarsi di quel tabù, contro ogni evidenza materiale, è equivalso a irresponsabilità, se non soggettiva senz’altro oggettiva.

Oggi l’estrema destra tedesca di AfD non osa (ancora) pronunciare la parola “egemonia tedesca”, mentre non disdegna riferimenti alla teoria del Grossraum di Carl Schmitt, per scimmiottare l’invocazione al multipolarismo di Putin e di Xi, non certo per portare acqua al mulino dell’europeismo anti-egemonico delle Carte dei diritti e della solidarietà europea, bensì per accodarsi alle critiche strumentali all’universalismo dei diritti umani (Pfahl-Traughber; Janzen).

In questo trovando pieno sostegno nella nuova amministrazione Trump. Quest’ultima è soltanto l’espressione più estremizzata di una tendenza statunitense iniziata già all’inizio del Duemila che ha visto gli USA reagire all’aumento di potenza di Cina, India, ecc., nelle istituzioni multilaterali (WTO in primis) ricorrendo al boicottaggio di queste stesse istituzioni e del multilateralismo tout court, preferendo ricorrere alla logica del divide et impera, ossia ricorrendo a negoziazioni bilaterali con i singoli Stati, specie i più deboli. Sostenere prima la Brexit e, attraverso AfD, un’eventuale Germanexit, sembra l’applicazione all’UE di tale strategia.

 

Il Grossraum non era fondato su una Costituzione, bensì su un trattato. Che i destini di UE e Germania siano in qualche modo convergenti è rispecchiato anche dal rebus della loro Costituzione:

come l’UE, nonostante si proclami dal lontano 1963 un’entità indipendente e autonoma dal diritto internazionale (Corte di giustizia, Van Gend, 1963) dotata di una propria “carta costituzionale” (Corte di giustizia, Le Vert, 1986), continua a fondarsi su due trattati internazionali, così la Germania continua a fondarsi su un atto volutamente non intitolato “Costituzione/Verfassung” bensì “Legge fondamentale/Grundgesetz”.

 Come l’UE ha fallito nel darsi una propria Costituzione, con il maldestro tentativo del 2004 naufragato nei referendum olandese e francese del 2005, così la Germania si è sottratta alla promessa costituzionale iscritta nella sua Legge fondamentale (art. 146) di dar vita a un autentico processo costituente all’atto della sua agognata riunificazione.

Quest’ultima si fonda, ancor oggi, sul “Trattato di riunificazione” del 1990 (che qualcuno ha cupamente ma lucidamente ribattezzato “Annessione”: Giacchè), che, a sua volta, si basa sul più “burocratico” art. 23 della Legge fondamentale, oggi abrogato, che ne consentiva l’estensione ad “altre parti della Germania”.

Un’autentica fase costituente avrebbe avuto “l’effetto simbolico di non far sentire alla popolazione della DDR che qualcosa era stato imposto loro, ma che avevano partecipato alla creazione dell’ordinamento giuridico” dell’intero Paese (Grimm).

 E’ tutt’altro che certo che tale processo costituente sarebbe bastato, da solo, a scongiurare future spaccature, ma è chiaro che ciò contribuisce oggi ad alimentare quel senso di subalternità nei cittadini tedeschi dell’Est, i quali tendono “a credere che la promessa di uguaglianza della Legge fondamentale non sia stata realizzata” (Lorenz).

 

La Germania ha, in fondo, rispecchiato quanto avvenuto nelle economie nazionali dell’Europa centrorientale integrate nella sua economia esportatrice:

 un parallelo e crescente processo di integrazione (economica) esterna e disintegrazione (sociale) interna (Guazzarotti).

Integrazione economica esterna sempre più accentuata con l’Eurasia (Cina e Russia) e sempre più debole rispetto all’Europa mediterranea; disintegrazione sociale interna, che dalla linea di faglia Est-Ovest si allarga all’intera società, tramutandosi nella rivolta guidata dalla forza “antisistema” di AfD.

Il paradosso è che quest’ultima, mentre rifiuta di riconoscere agli immigrati il ruolo cruciale che spetta loro nella “macchina produttiva” tedesca, è perfettamente consapevole dell’insostituibilità del legame economico con la Russia.

 

Non sappiamo cosa produrrà questo intreccio di contraddizioni nella politica tedesca dopo le elezioni del 23 febbraio 2025.

Ma è chiaro che l’UE ne rifletterà gli andamenti.

 Come la riforma dell’UE in senso deflattivo del 2011-2013 è stata preceduta dalla revisione costituzionale tedesca del 2009 che ha introdotto il famigerato “Schuldenbremse” (freno al debito), così la revisione (impossibile ma necessaria) dei Trattati europei non potrà che dipendere dall’abrogazione di quella norma costituzionale tedesca. L’amaro paradosso è stato quello per cui il nuovo Patto di stabilità del 2024 ha tradito anni di proposte per l’inversione dello spirito deflattivo del vecchio Patto (voluto sempre dai tedeschi nel 1997) a causa della disperata lotta del (micro) Partito liberale tedesco contro la propria estinzione guidata dal Ministro delle finanze Lindner, poi resosi responsabile delle elezioni anticipate e infine dimessosi dopo la disfatta del suo partito alle ultime elezioni.

 

Uscire dalla crisi tedesca ed europea “da sinistra” sembra davvero un’utopia.

Gli USA di Trump potrebbero rendere pericolosamente concreta la distopia di un’uscita dalla crisi attraverso il riarmo dei Paesi UE, uniti dalla “affratellante” esigenza di economie di scala dell’industria bellica europea.

La storia dello Eurofighter, che ha visto per decenni collaborare imprese britanniche e tedesche prima della Brexit potrebbe essere istruttiva.

 

 

 

Editoriale.

La svolta della Germania e

il ritorno degli ammiragli.

Rsi.ch – (7 – 12 -2025) - Mat Cavadini – Redazione – ci dice:

Riarmo, generali che tornano al centro della scena, industria che si riconverte alla produzione bellica: un impeto bellicista scuote l’Europa.

(Ammiraglio Cavo Dragone).

Il riarmo della Germania, con un piano da 900 miliardi di euro che intende trasformare l’industria bellica nella nuova locomotiva nazionale, non può essere liquidato come semplice adeguamento alle sfide globali.

È un terremoto politico e culturale che rimette in discussione l’equilibrio europeo costruito faticosamente dopo il 1945.

 

Per decenni Berlino ha preferito il ruolo di potenza economica, lasciando a Parigi la guida militare dell’Unione.

 Oggi, invece, la Germania si propone come nuovo centro della difesa europea, con aziende come “Rheinmetall” che riconvertono stabilimenti automobilistici in fabbriche di armi.

Non è un dettaglio: significa che la crisi dell’auto-motive viene compensata da un’economia di guerra, con la retorica del «dovere di proteggere l’Europa» che giustifica la militarizzazione della società.

 Il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato, non a caso, che «il futuro del mondo si crea in Europa».

(Natascha Fioretti.)

Ma dietro questa frase si cela un’ambizione egemonica:

 plasmare il futuro da Berlino, con i generali tornati protagonisti nelle conferenze internazionali e nei vertici NATO.

Non più figure marginali, ma volti mediatici, quasi star televisive, che parlano di deterrenza, di «preparare i tedeschi a un possibile attacco russo».

La Germania ha persino chiesto all’Unione Europea la deroga al «Patto di stabilità» per liberare la spesa militare dai vincoli di bilancio.

In altre parole: la disciplina fiscale vale per scuole e ospedali, ma non per i carri armati.

È un messaggio chiaro: la priorità è la difesa, anche a costo di sacrificare il welfare.

 

Questa svolta bellicista si accompagna a un linguaggio che inquieta.

 Si parla di «economia di guerra», di «mobilitazione industriale», di «preparazione della popolazione».

Cantieri navali pronti a sfornare fregate in serie, partnership tecnologiche per reti di comunicazione tattica, missili Joint Strike per i caccia F-35, scudi spaziali pronti ad entrare in funzione.

È un lessico che riporta alla mente epoche che si pensavano sepolte.

Esiste una fotografia del 2024 di un modello di un razzo del sistema anti-missilistico Arrow 3.

Mondo.

La Germania attiva il primo scudo antimissile “Arrow 3”.

Il sistema di difesa israeliano-americano è stato acquistato per tutelare l’Europa centro-settentrionale da minacce missilistiche a lungo raggio.

 

Il problema non è solo tedesco.

 L’Europa intera rischia di essere trascinata in una spirale di militarizzazione (sociale, politica, economica, culturale), con Berlino che detta l’agenda e gli altri al seguito.

L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, ha parlato di recente di «guerra ibrida» contro la Russia, affermando che un attacco cibernetico preventivo possa essere considerato difensivo.

Una dichiarazione che mostra come la retorica bellicista non sia confinata a Berlino, ma attraversi l’intera architettura occidentale, dalla NATO ai governi europei.

La Francia vede minacciato il suo ruolo tradizionale, l’Italia si adegua senza fiatare, i Paesi baltici applaudono.

 

Chi mette in dubbio che questa corsa agli armamenti possa accrescere davvero la sicurezza (denunciando altresì il rischio di una escalation delle tensioni) viene bollato come un ingenuo pacifista.

 Eppure la storia insegna che quando i generali tornano a occupare la scena pubblica, la politica abdica.

 La Germania, che aveva fatto del «mai più guerra» un pilastro identitario, oggi sembra pronta a riscrivere quel motto.

 Non è solo un riarmo: è un cambio di paradigma culturale, un ritorno a un passato che rischia di diventare presente.

Il riarmo tedesco (ed europeo) non è una questione tecnica di bilancio o di deterrenza.

È una scelta di civiltà.

 E la civiltà europea, che si era costruita sull’idea di pace e cooperazione, oggi appare minacciata da una nuova furia bellicista che, sotto il pretesto della sicurezza, rischia di riportarci indietro di settant’anni.

 

 

 

 

Perché l’Occidente

odia la Russia.

Analisidifesa.it – (10 Gennaio 2026) - Redazione in Storia e Cultura – Hauke Ritz – ci dice:

Perché l’Occidente teme e odia così tanto la Russia?

Il filosofo tedesco “Hauke Ritz” parte da questa domanda cruciale per sviluppare un’acuta analisi del rapporto conflittuale tra l’Occidente – inteso come entità politico-militare dominata dagli USA – e la Russia.

 

Con uno sguardo multidisciplinare che intreccia storia, filosofia e geopolitica, Ritz ricostruisce le radici culturali e ideologiche di questo antagonismo secolare, denunciando l’impoverimento dell’Europa, ridotta a periferia strategica degli Stati Uniti.

Dopo la fine della guerra fredda, il continente europeo ha infatti mancato l’occasione storica per emanciparsi, abbracciando invece l’egemonia unipolare americana e l’ostilità verso la Federazione Russa.  

Secondo l’autore, tale atteggiamento deriva dall’alterità irriducibile del mondo russo rispetto all’identità occidentale, oltre che dal trauma che la Rivoluzione d’ottobre e l’Unione Sovietica hanno rappresentato per le classi dirigenti euro-atlantiche.

 

Un capitolo centrale è dedicato alla “guerra fredda culturale”, condotta dagli Stati Uniti per orientare idee e valori in Europa:

 un intervento sistematico che ha contribuito a plasmare l’identità europea contemporanea e a consolidarne la dipendenza da Washington.

 

Ritz paragona la situazione attuale al conflitto Roma-Cartagine: l’Occidente non tollera la sopravvivenza di una civiltà concorrente. Mosca, vista non come partner ma come nemico esistenziale, diventa lo specchio rimosso della civiltà europea.

 Ne deriva una crisi profonda: culturale, geopolitica e civile.

 

Contro questa deriva, l’autore immagina una rinascita:

un’Europa capace di recuperare la propria identità storica e culturale, sottraendosi alla dipendenza dagli Stati Uniti, superando la lunga “guerra civile europea” iniziata nel 1914 e tornando a una relazione costruttiva e pacifica con la Russia.

Solo così, sostiene Ritz, sarà possibile invertire il declino e riconquistare una piena sovranità politica ed economica.

 

«Un libro che disintossica dalla cieca russofobia che ci porta al disastro. E auspica tutt’altra Europa, con l’ottimismo della volontà».

(Luciano Canfora).

«Ritz ha fatto ciò che pochi pensatori occidentali osano fare:

 rintracciare le vere radici dell’irrazionale ostilità dell’Occidente nei confronti della Russia, ovvero la crisi spirituale e storica dell’Europa e la sua colonizzazione – non solo economica e politica, ma soprattutto culturale e psicologica – da parte degli Stati Uniti».

(Emmanuel Todd).

«Grazie al bellissimo libro di Ritz, sappiamo che l’Occidente provoca Mosca sin da quando ha allargato la NATO a Est, e che la russofobia acceca i soliti sospetti d’Europa».

(Barbara Spinelli).

«Con una scrittura scorrevole e con argomentazioni di largo respiro il libro di Ritz offre solidi argomenti culturali, storici e politici perché la discussione sui rapporti tra Europa, USA e Russia si svolga finalmente su basi scientifiche e documentate».

(Carlo Galli).

«Ritz ci porta a riflettere su un processo in corso da tempo, ma che oggi ci spaventa più che mai perché lo sentiamo vicino: la fine della cosiddetta civiltà europea e il nichilismo guerrafondaio che ne consegue».

(Fabio Mini).

“Hauke Ritz”.

(Filosofo tedesco (Kiel, 1975), è noto per i suoi studi sulla geopolitica e sulla storia delle idee. Le sue ricerche si concentrano sul conflitto Est-Ovest e sulle relazioni tra Europa e Russia. Ha insegnato in diverse università, tra cui l’Università di Gießen e l’Università Statale di Mosca. Nel 2022 ha pubblicato, insieme a Ulrike Guérot, il libro Endspiel Europa. Con Guérot dirige il think tank European Democracy Lab).

 

 

 

Geopolitica.

Imperialismo 2.0: gli USA di

Trump alla conquista delle

Americhe. Europa, che fare?

Glistatigenerali.com - Francesco Linari – (8 gennaio 2026) – ci dice:

Trump vuole il dominio delle Americhe per utilizzarle nello scacchiere globale, ma a Caracas non è detto vada tutto liscio.

 Nel sistema internazionale in transizione le regole contano sempre meno, a vantaggio dei rapporti di forza.

Per l’Europa è urgente ricalibrare le politiche.

 

“Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”.

Così scriveva e parlava il ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America, “Theodore Roosevelt”, nei primi anni del XX secolo. L’applicazione di tale aforisma alla politica estera di Washington consistette nella sua piena evoluzione verso una postura imperialista, in particolar modo in America Centrale e nella regione caraibica, tale da formalizzare un corollario Roosevelt alla dottrina Monroe:

 gli USA si riservavano di intervenire, se necessario militarmente, in caso di disordini o instabilità sopravvenuti in paesi del continente americano, e di incapacità dei relativi governi a porvi fine.

 Oggi, a distanza di oltre un secolo, un successore dell’eroe della “splendid little war” contro la Spagna del 1898, sembra volerne rinverdire i fasti, mostrando chiaramente a tutti il bastone, pur senza aver particolare predilezione per i discorsi gentili, tanto da far parlare di una nuova dottrina Donroe.

 Quel che è avvenuto la notte del 3 gennaio nei cieli sopra Caracas e altre zone del Venezuela potrebbe essere l’inizio di una nuova fase molto calda nella storia dell’America Latina, e nei suoi rapporti con gli USA, come non accadeva da decenni.

L’azione militare ordinata dal presidente Trump, oltre ad aver una volta di più segnalato l’elevato livello della capacità militare a stelle e strisce (che Mosca e Pechino intendano bene), ha reso chiaro a tutti, se mai ce ne fosse stato bisogno, che questa amministrazione non è isolazionista, e non ha paura, né particolari scrupoli, ad utilizzare la forza nelle relazioni internazionali.

 La successiva conferenza stampa dell’inquilino della Casa Bianca e dei segretari “Rubio” e “Hegset” ha, se possibile, rafforzato alcuni concetti, già enunciati nella strategia di sicurezza nazionale recentemente pubblicata:

le Americhe devono tornare soggette all’egemonia yankee e l’influenza di potenze extra-emisferiche in tale area deve cessare;

 gli USA dispongono della capacità e della volontà di utilizzare il più grande apparato bellico della Storia al fine di assicurare tale egemonia; le questioni concernenti il rispetto del diritto internazionale e dei principi democratici all’interno dei singoli paesi non sono di particolare interesse;

le azioni intraprese sono guidate dal mero interesse degli USA stessi, nella particolare interpretazione che ne danno il presidente Trump e la coalizione che lo sostiene.

 

La svolta impressa da Donald Trump alla politica estera americana in quest’ultimo anno difficilmente poteva essere più radicale, ma di ciò si è ampiamente detto e scritto, anche su questi pixel.

 Il raid sul Venezuela è l’ultimo atto di una serie di azioni militari, minacce, messa in discussione di alleanze, guerre commerciali e dichiarazioni pesantemente ostili a partner di lunga data, a cui abbiamo assistito da quando egli è tornato alla Casa Bianca.

 Nulla dovrebbe ormai sorprendere, e c’è da augurarsi che i leader politici europei lo abbiano finalmente capito.

Neanche sentirgli dire che è la stessa sua amministrazione (noi) al comando in Venezuela, qualunque cosa significhi.

 Esercizio futile è disquisire sull’aderenza di quel che è accaduto a Caracas al diritto internazionale, sul ritorno della democrazia nel paese o sulla legittimità dell’arresto di un capo di stato straniero per presunto traffico di stupefacenti, come paiono costretti a fare certi governanti europei, a cominciare da quelli del bel paese.

Il traffico di droga è, con chiara evidenza, la foglia di fico (non è certo il Venezuela l’origine del traffico di droga verso gli USA) utile da mostrare alla base elettorale MAGA, notoriamente allergica ai coinvolgimenti in imprese militari all’estero, mentre il grado di interesse per la democrazia è testimoniato dagli sbrigativi commenti sulla sig.ra “Machado”, fresca premio Nobel per la pace, oltre che dal fatto di non aver neppure citato le elezioni presidenziali del 2024, né la figura di “Edmundo Gonzales Urrutia”, riconosciuto vincitore da buona parte della comunità internazionale, ed esiliato in Spagna.

Quanto al riguardo per il diritto internazionale, è sufficiente registrare le minacce lanciate da Mar-a-Lago e il giorno successivo ai vertici politici di Cuba, Colombia, Messico e… Danimarca, con riferimento alla Groenlandia.

Molto semplicemente, le motivazioni dell’intervento sono da ricercare nella volontà del tycoon di prendere il controllo di uno stato strategico per posizione, dimensioni e presenza di risorse naturali, a cominciare dal petrolio, ma anche di vari minerali critici.

A tali fini, anzi, è giudicato necessario un alto grado di stabilità, per cui avventure di esportazione della democrazia, in stile Iraq e Afghanistan, rischierebbero certamente di produrre danni.

Riportando il tutto nello scenario globale, Caracas deve essere sottratta alla disponibilità di Russia e Cina, e i suoi preziosi asset messi a disposizione del benessere economico e delle necessità strategiche della superpotenza, nell’ambito del confronto che si prospetta per lo spostamento degli equilibri mondiali.

Del resto, il quarantasettesimo presidente, che alla base dell’azione ci sia il petrolio (“ce lo hanno rubato”), di cui il paese caraibico detiene, almeno nominalmente, le più ampie riserve al mondo, lo ammette anche abbastanza candidamente.

 

Il reale interrogativo da porsi, sui fatti del Venezuela, riguarda il successo o il fallimento della strategia trumpiana, e la misura degli stessi, poiché il buon esito della vicenda, nonostante i proclami del presidente, non è affatto scontato

. Nessuno può dire oggi con certezza quale sarà il comportamento del blocco di potere che ha retto il paese caraibico nell’ultimo quarto di secolo, dopo l’umiliazione subita con l’esfiltrazione del proprio leader, Nicolas Maduro.

 La coalizione sociale che ha sostenuto il partito di Chavez, e poi di Maduro, non è scomparsa dopo i bombardamenti americani, e si è fatta vedere e sentire, nella capitale e nei discorsi pubblici.

Naturalmente, gli USA mantengono pronto a intervenire l’imponente dispositivo militare nel Mar dei Caraibi, se fosse necessario.

 La prima destinataria delle pressioni di Washington è l’ex vice-presidente, ora presidente ad interim, “Delcy Rodriguez”, già minacciata da Trump di un destino “peggiore” di quello del suo ex capo, in caso di rifiuto a collaborare.

Ma, oltre a lei, dispongono di notevole potere e seguito nel paese anche altri soggetti, in particolare i vertici delle forze armate e il ministro degli interni, “Dios dado Cabello”, al quale fanno capo i famigerati “colectivos”, che si sono fatti un nome durante le repressioni degli ultimi anni.

 Sarà probabilmente decisiva la capacità dei vertici della Casa Bianca di trovare il giusto mix tra incentivi e minacce, per convincere gli uomini chiave di Caracas a rinunciare a resistere e provare a vedere un ipotetico bluff.

La determinazione dimostrata in questi mesi da Trump e la sua relativa facilità a premere il grilletto, insieme alla strapotenza delle forze armate dispiegate di fronte alle loro coste, consiglierebbero moderazione, ma, non è escluso che le prospettive di perdere rendite di ricchezza o sostentamento, da una parte, e la consapevolezza della non semplicità, per gli USA, di uno scenario da “boots on the ground” in un paese vasto e ricoperto in gran misura dalla giungla, dall’altra, possano far venire voglia a qualcuno di mettersi di traverso.

È verosimile, inoltre, che le negoziazioni tra le parti possano durare settimane, o addirittura mesi, necessari a calibrare e perfezionare eventuali accordi, come anche è possibile che gli effetti degli stessi, su una parte di popolazione e sui quadri di partito, si possano far sentire in futuro.

E in tanti sono consapevoli della tendenza di Trump a cercare il risultato nel brevissimo periodo, accomunata alle scarse doti di pazienza. Come scrive “Juan S. Gonzale”z su “Foreign Affairs”, i possibili scenari variano da una transizione relativamente ordinata gestita da un’autorità provvisoria, alla sostanziale permanenza al potere di una nomenklatura chavista che accetti di garantire agli USA quel che essi desiderano, per finire con l’ipotesi di caos, scontri armati, guerra civile, impantanamento dell’esercito americano nel paese, o abbandono dello stesso.

Certamente, l’amministrazione americana punta a ottenere stabilità, controllo dei flussi migratori e carta bianca nello sfruttamento dell’industria petrolifera

. Sarà da vedere se e in che misura le otterrà, considerando anche il bisogno, da parte di quest’ultima, di immensi investimenti, che le major americane non pare siano così entusiaste di sostenere.

 Il primo scenario, tra quelli sopra citati, sarebbe senz’altro il preferibile, e i sospetti di un qualche tradimento perpetrato dai massimi vertici del regime ai danni di Maduro, sembrerebbero supporre un’evoluzione in tal senso.

 Non va dimenticato, del resto, che Washington detiene un cruciale strumento di pressione, potendo disporre dell’embargo sulle esportazioni venezuelane di greggio, già in essere, in misura parziale, che se fosse mantenuto o incrementato, rischierebbe seriamente di mettere ancor più in ginocchio un paese già ampiamente disastrato dalle politiche del regime e dalle sanzioni.

 

Altro interrogativo riguarda l’evoluzione dei rapporti con gli altri paesi dell’America Latina, alcuni dei quali già messi nel mirino da Trump e dai suoi.

Dopo la brillante operazione speciale di Caracas l’umore a Washington è al massimo storico, mentre a Bogotà, Città del Messico, L’Avana, è lecito immaginarsi che corra qualche brivido per la schiena di chi detiene il potere, ma pensare a plurime repliche nel giro di pochi mesi sembra francamente troppo anche per i nuovi USA sotto la guida del tycoon.

Più probabile, forse, sarà assistere a collaborazioni incentivate nella lotta ai cartelli e all’immigrazione, per alcuni (Messico), pressione economica finalizzata al collasso per altri (Cuba), e manovre diplomatiche e propagandistiche propedeutiche ad ottenere un risultato favorevole nelle elezioni presidenziali di quest’anno, per altri ancora (Colombia).

Senza dimenticare che il 2026 è anno di competizione elettorale anche per la presidenza del bersaglio grosso dell’America Meridionale, il Brasile, governato oggi dal socialista” Ignacio Lula”.

Molto dipenderà anche, naturalmente, da come evolverà e dalle tempistiche con cui si chiarirà la questione venezuelana.

È anche plausibile immaginare che, negli apparati washingtoniani, qualcuno tenga a far notare al comandante in capo come dal far rivivere il cortile di casa dei primi decenni del secolo scorso a far ripiombare il continente nel calderone in ebollizione degli anni ’60-’70-’80, possa bastar poco.

Andarsi a cercare nemici in serie potrebbe essere un ottimo sistema, nonostante la schiacciante superiorità tecnologica e militare. Soprattutto, considerati il mandato conferito a Trump dai suoi elettori, per i quali le foglie di fico possono andar bene finché va tutto per il meglio, e la cronica periodica tendenza degli USA all’over stretching, in tempi di lotta per l’egemonia globale, sarebbe consigliabile mantenere prudenza e saper dosare sapientemente bastone e carota nei rapporti col vicinato.

 Di sicuro, è apparso con plastica evidenza come Russia e Cina non abbiano mosso un dito a difesa di Caracas, né negli scorsi mesi, né nelle ore e nei giorni successivi all’attacco, salvo qualche scontata dichiarazione affidata ai responsabili della diplomazia.

 Non vi è dubbio che questo sia stato certamente notato tra il Rio Grande e le Ande, e pure in altre capitali del c.d. sud del mondo.

I mitologici Brics (il Venezuela è candidato all’ingresso), contrariamente a quel che immagina qualche fantasioso commentatore nostrano, come già accaduto durante lo strike sull’Iran, dimostrano una volta di più tutta la loro irrilevanza dal punto di vista della partnership politica e militare.

Al di là dalla piega che prenderà la situazione in Venezuela e nel resto della regione, ad ogni modo, il mondo non può che prendere atto di come il sistema internazionale sia ormai avviato verso una fase caratterizzata da instabilità e propensione a ricorrere alla forza militare o ad esplicite minacce da parte di tutte le principali potenze.

Non che gli interventi armati siano una novità nella storia, anche recente, di una superpotenza globale quale sono gli USA, e l’America Latina ne è stata testimone, in varie forme.

Tuttavia, generalmente, le iniziative di Washington nella regione, e anche al di fuori di essa, negli ultimi ottant’anni, hanno preso le forme di sostegno indiretto a forze locali, operazioni coperte affidate alla CIA, o interventi militari che, almeno formalmente, erano giustificati da ragioni di autodifesa e sicurezza, o dalla necessità di riportare ordine e stabilità in paesi che l’avevano perdute.

Mai si era assistito ad una tale noncuranza delle ragioni del diritto internazionale, e della democrazia, come sta accadendo con la seconda presidenza Trump.

Inevitabilmente, un tale modus operandi confligge con i principi su cui si è sorretto, tra tante imperfezioni, il sistema internazionale dopo il 1945, e ancor di più dopo il 1989.

Un ordine internazionale, occorre ricordarlo, architettato proprio da Washington, all’indomani della seconda guerra mondiale, che ha garantito il più lungo periodo di pace sistemica, dai tempi dell’Impero Romano, e che ha permesso decenni di notevole sviluppo economico, sociale, culturale, in molteplici parti del mondo, a cominciare dall’Europa.

Da alcuni anni quest’ordine internazionale si sta disgregando, a seguito dell’ascesa della Cina, del revisionismo della Russia e del relativo indebolimento degli USA e dei suoi storici alleati europei, i quali si trovano a fare i conti con gli effetti della globalizzazione economico-finanziaria che loro stessi hanno avviato tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso.

Donald Trump e il trionfo del movimento MAGA negli USA rappresentano il possibile colpo di grazia a quel che rimane del vecchio sistema, se le loro politiche avranno successo e avranno continuità superiore ad un quadriennio, ma, indipendentemente da essi, guerre, tensioni e instabilità sono tipiche delle fasi di transizione verso un altro tipo di ordine internazionale.

Non è difficile comprendere come un tale scenario veda gli stati del nostro continente in grave difficoltà, di fronte a potenze caratterizzate da accentramento decisionale, capacità e volontà di utilizzare la violenza, e, in alcuni casi, scarsità di vincoli legali a cui doversi attenere, mentre il sistema di regole e di flussi commerciali aperti costituito in otto decenni viene messo in discussione.

Le nostre società del vecchio continente, prosperate sotto l’ombrello della certezza del diritto, della facilità ad acquisire ricchezza tramite le esportazioni di prodotti industriali ad alto valore aggiunto, e del lungo periodo di pace sopra citato, garantito dalla superpotenza d’oltre Atlantico, riscoprono oggi paure e un senso di precarietà che pensavano non dover più sperimentare.

Nell’approcciarsi ad un tale rivolgimento, non sarà facile ricalibrarsi verso il nuovo ambiente geopolitico, ma quest’obiettivo dovrebbe essere riconosciuto da tutti come urgente e non più rinviabile, a meno di volersi condannare ad essere oggetto, e non più soggetto, delle dinamiche della Storia.

 

Non vi è dubbio che la sfida principale, per i paesi europei, sarà la gestione del rapporto con gli USA, nella nuova versione nazional-imperialista della presidenza Trump. Continuare a tenere la testa sotto la sabbia e calciare la lattina più in là, facendo finta di non vedere il problema, sperando che nel 2028 approdi alla Casa Bianca un presidente più amichevole, rischia di non essere la scelta corretta, sia in virtù della possibilità che la coalizione MAGA continui a governare, tramite soggetti come l’attuale vice-presidente J.D. Vance, sia perché è comunque improbabile che, anche con un democratico, il mondo torni a essere quello precedente al ciclone Trump. Vieppiù, nell’anno appena trascorso, le leadership continentali hanno cercato, in un modo o nell’altro, di non esacerbare i conflitti, mostrarsi accomodanti e limitare i danni attraverso pazienti negoziati e dichiarazioni amichevoli, in alcuni casi ben oltre il limite dell’adulazione, con risultati a volte dignitosi, altre meno.

Anche a seguito dell’azione in Venezuela, le reazioni sono state improntate alla prudenza e indirizzate verso le prospettive future del paese, ma l’imbarazzo di dover commentare una così aperta violazione dei confini di uno stato sovrano, è apparso evidente, come anche l’inquietudine, mista a sgomento, di fronte alle ripetute affermazioni inneggianti alla necessità di assumere il controllo diretto della Groenlandia, soggetta alla corona danese.

Nelle capitali del vecchio continente si comprende bene come il diritto internazionale, pur relativizzandone il ruolo all’interno di un sistema anarchico di relazioni tra nazioni, basate principalmente sui rapporti di forza, costituisca un valore da tutelare, particolarmente per noi europei, poco attrezzati per gli scenari di guerra, per tanti motivi.

Tuttavia, come scrive il sociologo ed europarlamentare danese, “Henrik Dahl”, oggi “per l’Europa la questione non è più che l’ordine internazionale basato sulle regole sia stato violato…

 unica questione rilevante è quali strumenti di potere l’Europa possiede – militari, economici e strategici – e se vi sia la volontà politica di utilizzarli.

In caso contrario, continua Dahl, “l’Europa continuerà a parlare il linguaggio delle norme in un mondo che è passato al linguaggio del potere. Elegante, ma senza effetto “.

Per tal motivo rimane difficile non notare come rischi di essere pericolosa, e finanche suicida, la linea perseguita negli ultimi anni da istituzioni dell’UE e dai suoi principali governi, che, a fronte di un contesto internazionale diventato più caldo da almeno un quindicennio, poco hanno fatto, e tardi, per rafforzare l’efficacia delle politiche di difesa e sicurezza, sia in ambito militare che economico.

Senza andare troppo nei dettagli, è davvero singolare che si sia aspettato ben tre anni dall’invasione dell’Ucraina, per ragionare seriamente a livello europeo di come agevolare l’ammodernamento e l’incremento delle forze armate, qualunque giudizio si possa dare in merito ai provvedimenti elaborati dalla Commissione Europea.

Ancor più preoccupante, però, si è rivelata la piega che ha preso il dibattito che è seguito alle proposte di Bruxelles, tra incredibili accuse di militarismo e di tendenze guerrafondaie (all’Europa/UE – sic!) e sofisticate argomentazioni per cui gli investimenti in difesa sarebbero accettabili, ma solo dopo aver costituito l’esercito comune europeo. Auguri.

La retorica idealista di parte delle élite europee, vagheggiante grandi riforme dei trattati dell’Unione, finalizzate a rendere possibile Europa federale, si è purtroppo scontrata in questi anni con la realtà di un quasi totale immobilismo in merito alle iniziative utili a rafforzarne il ruolo strategico e le capacità di agire con efficacia nel sistema internazionale.

Come ha recentemente scritto “Lorenzo Castellani “sul “Domani”, “È inutile continuare a parlare di questioni irrealizzabili come l’eliminazione della regola dell’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo, inutile insistere con una forma federale che è di fatto irrealizzabile, insensato è continuare a ribadire obiettivi del green deal che non si raggiungeranno mai nei tempi previsti o pretendere di regolare una AI i cui contorni applicativi e di sviluppo sono incerti.

Tutte queste rigidità andrebbero abolite perché non fanno altro che alimentare pulsioni euroscettiche sempre più forti anche in seno ai partiti moderati.

Le cose si muovono soltanto se c’è un impulso politico:

 le regole inutili e gli obiettivi irrealizzabili andrebbero stralciati subito e ci si dovrebbe rendere conto che l’Europa può rafforzarsi anche con iniziative che prescindono dai trattati”.

 Nell’ambito della difesa, i principali paesi dovrebbero prendersi la responsabilità di agire di concerto, anche attraverso cooperazioni rafforzate, o partnership ad hoc, senza escludere la partecipazione di stati appartenenti all’area europea ma non aderenti all’UE. Naturalmente dovrebbe essere loro onere anche evitare il più possibile le inutili rivalità e i piccoli calcoli di bottega che impediscono non di rado di giungere a posizioni comuni, che siano qualcosa di più di affermazioni di principi o dichiarazioni di intenti, ma è plausibile che un nucleo di stati, magari con possibilità di “outing out” su singole decisioni, possa accordarsi meglio che ventisette governi.

A qualcosa del genere potrebbe condurre la fresca coalizione dei volenterosi, avviata da francesi e inglesi, ma implementarla richiederà costanza, concretezza e stabilità interna dei principali attori, il che è tutt’altro che scontato.

In maniera analoga, in campo economico, attendendo che la totalità dei partner trovi l’accordo su riforme da molti auspicate quali il mercato unico dei capitali, l’armonizzazione della fiscalità e l’emissione di debito comune, sarebbe utile che le istituzioni comunitarie e gli stessi esecutivi si dimostrassero maggiormente capaci di agevolare il sistema industriale continentale, invece di appesantirne i soggetti con zelanti normative di carattere ambientale, in tema di antitrust, controllo dei bilanci nazionali, privacy.

Sfortunatamente, infatti, tali preoccupazioni non sono condivise dalle altre potenze mondiali, e l’Europa, fallito abbastanza chiaramente l’obiettivo di ergersi a standard setter globale, rischia di essere l’unica a cantare e portare la croce, piuttosto inutilmente, dato l’ormai sempre minor peso dell’ UE in termini di quota del PIL globale, e di tutto quel che ne consegue, emissioni di Co2 incluse.

Una delle principali lezioni di questi anni ’20, in cui è tornata in auge la competizione geopolitica multipolare, del resto, è la riscoperta (per chi l’aveva dimenticato) del ruolo cruciale dell’apparato industriale, variamente articolato tra produzioni ad alto valore aggiunto e altre più tradizionali, e preso in relazione alla complessa questione delle catene di fornitura e degli approvvigionamenti di risorse naturali.

Senza contare che ad essa non è naturalmente slegato il benessere delle popolazioni, cruciale per mantenere la pace sociale e la coesione nazionale, senza le quali difficilmente le società contemporanee, e in particolare le democrazie liberali, possono reggere.

La Cina tutto questo lo ha capito almeno da un paio di decenni, e recentemente lo hanno fatto anche gli USA.

Speriamo che, sotto i colpi di Trump, lo si comprenda anche in Europa, ricordandosi che, come scrive ancora Dahl, “in un mondo in cui i poteri forti agiscono apertamente sulla base di interessi e potere, gli attori più deboli devono costruire un potere reale, allinearsi al potere o accettarne l’irrilevanza “.

(geopolitica).

 

 

 

 

 

Dopo il Venezuela, il “sovranismo”

senza anti-americanismo è barbarie.

 

Lafionda.org – (7 Gen. 2026) - Alessio Mannino – ci dice:

Sequestrando e arrestando come un comune criminale il capo di uno Stato sovrano, Nicolás Maduro, l’Impero Usa giunge al culmine di un’escalation di cui si stenta a scorgere i limiti futuri.

 Giustamente si sottolinea che la politica di ingerenza perseguita da decenni dagli Stati Uniti ha mutato solo i modi, meno ipocriti e più brutali.

 E da un anno a questa parte c’era già chi – compreso chi scrive – rimarcava come il trumpismo corrisponda alla caduta progressiva delle maschere (“esportazione di democrazia”, “peace keeping”, ecc.) con cui era ammantata di giustificazioni ideali e legali la pura volontà di sopraffazione, unica reale logica dell’Impero. Ma l’arbitrarietà assoluta e sfacciata non può a sua volta tradursi in alibi per tutti coloro che non siano disposti ad accettare la realpolitik della cricca di Washington.

Altrimenti, buttiamo nello scarico l’idea stessa di giustizia, che dall’Areopago ateniese in poi si fonda sul superamento della bruta forza, e tiriamo lo sciacquone.

 

Il realismo politico deve certamente improntare l’analisi e la comprensione dei fatti in corso, ma sarebbe somma idiozia farne l’argomento cinico per immaginarsi, come italiani, giocatori di un risiko in cui il nostro ruolo resta quello di vassalli.

Uno status di asservimento destinato a peggiorare.

 L’Italia è presa fra due fuochi:

l’alleanza-sudditanza alla Nato e l’unione-gabbia di Bruxelles.

E da bravi italiani, i nostri governanti tengono i piedi in due scarpe, servi di due padroni (ché poi, come sottoscriverebbe il cancelliere Merz ex responsabile germanico di “BlackRock”, da un punto di vista strutturale sono uno solo, pur nelle ovvie divergenze in seno al blocco imperiale).

 

Da Maastricht in poi, il padrone europeo, vale a dire tedesco, ci tiene le mani legate nel vincolo finanziario, mantenendoci ora attardati in una ormai anacronistica ostilità verso la Russia.

 Il padrone statunitense, invece, non molla la Nato e le basi americane sul nostro suolo, e ci aggiunge la beffa di farcene pagare di più il costo, comprando le sue armi e sostenendo così il suo debito.

Per Trump, gli europei devono solo recitare la parte dei “clientes appecoronati”.

Il riarmo, va da sé, rappresenta l’attuale anello di congiunzione dei due vincoli esterni, normalizzando il militarismo come fonte di rilegittimazione per oligarchi asserragliati nel Palazzo.

 

Se l’Italia e l’Europa non avessero ai loro vertici dei camerieri di chi lucra sullo stato di belligeranza permanente, avrebbero la loro naturale convenienza a fare da mediatori con l’arcipelago dei Brics, o quanto meno con la parte dei Brics obiettivamente più interessata a coltivare relazioni mondiali basate sulla ricerca di accordi e compromessi di reciproco vantaggio.

Ma Cina e Russia sembrano pugili suonati.

Ad offuscare le menti delle coscienze critiche, d’altro canto, è il malinteso ordine di priorità attribuito al sabotaggio dell’uno o dell’altro dei due estremi – servaggio atlantico o carcere europeista – nella stretta incrociata che ci cinge il collo.

 

I Machiavelli per meno abbienti che pensano di “cavalcare la tigre Trump” che ci libererà dell’Unione Europea peccano di” wishful thinking”:

la Germania, e come sempre in subordine la Francia, proprio in quanto entrambe in difficoltà non hanno alcun interesse a rinunciare al guinzaglio di Bruxelles, strumento di dominio che torna loro utile per tenere avvinta e condizionata l’Italia della Meloni, tendenzialmente filo-trumpiana.

Il nostro Paese non ha la forza né la volontà politica per staccarsi autonomamente dalla” morta gora europea”, e quand’anche fosse determinata a farlo, incontrerebbe resistenze, interne ed esterne, fortissime. Insomma, si tratta di uno scenario che, per quanto auspicabile, resta molto poco plausibile.

La battaglia contro l’Ue è sacrosanta, ma le illusioni lasciamole agli illusi.

O agli illusionisti.

 

A dare le carte è il gangster a stelle e strisce, che oggi rappresenta il pericolo numero uno per la sicurezza del pianeta.

Tifare più o meno implicitamente per il bandito della Casa Bianca come “uomo della Provvidenza”, anche in chiave anti-Ue, vuol dire rendersene complici.

Non solo moralmente ma politicamente, economicamente e, infine, anche culturalmente.

Arrivati a questo punto, la premessa di qualsiasi ragionamento, almeno in un’ottica radicalmente critica, non può che consistere nella denuncia della soggezione all’americanismo in tutte le sue forme.

Inclusa l’ultima.

 Americanismo è il termine geo storico che equivale a liberal-capitalismo (trasformatosi oggi in tecno-feudalesimo).

 Dagli albori, il “modello” americano si fonda sulla religione del successo individuale (la “ricerca della felicità”, introiettata a un impossibile diritto), vale a dire sull’avidità primaria, infantile e famelica eretta a etica e visione del mondo.

In questo senso Trump, che la traspone su scala nazionale equiparando gli Stati Uniti a una multinazionale che agisce senza rispetto per nulla e nessuno, né incarna l’evoluzione più coerente e fisiologica.

 

Questa immagine di mondo è il nucleo concettuale ed esistenziale della barbarie.

Va rigettata in blocco, e da questo rifiuto prendere le mosse per ripensare non solo la convivenza fra popoli, ma prima ancora un contro-modello di società e di vita umana.

Senza elaborare e sciogliere questo nodo, chi a cuore un’Italia sovrana (che significa semplicemente, nei limiti del possibile, libera e autonoma) continuerà a fare del sovranismo spicciolo, miope e palesemente, adesso, funzionale all’imperialismo dello zio Donald, che sulla sovranità ci sputa e risputa sopra.

Uno Stato sovrano, in sé, è la cornice:

dentro, va fin dall’inizio dipinto il quadro di cosa ci si vuol fare, con un’ipotetica sovranità riconquista.

E non basta chiamarla “democratica”, se prima non si concorda con precisione sul significato di “democrazia”.

 La democrazia non è un metodo asettico, una semplice tecnica di governo:

 presuppone una scelta di campo di fondo, in sintesi la priorità data per principio alle esigenze dei meno economicamente attrezzati, il demos (se non suonasse ottocentesco, si potrebbe anche parlare, come suo sostanziale sinonimo, di socialismo).

Ecco perché l’America, intesa come spirito che cambia forme ma non sostanza, riassume in sé le caratteristiche del nemico principale:

perché per sua essenza è l’esatto opposto di quel che dovremmo essere, e che in passato siamo stati solo in parte (i nostalgici di Fanfani, Andreotti e Craxi continuino pure a sfogliare gli album dei ricordi in bianco e nero, se son contenti così).

Questo, quanto meno, se volessimo pensare da italiani, e non da italo-americanizzati.

Né da beoti votanti per quella farsa di Europarlamento, o spettatori di quella copertura per cancellerie franco-tedesche che è la Commissione.

Sudditi, cioè, di una democrazia fasulla tanto a Bruxelles quanto a Roma, sulla scia e in virtù del preclaro esempio di Washington.

 Ogni giorno che passa non possiamo non dirci sempre di più, prima di tutto, anti-americani.

(Alessio Mannino).

 

 

 

 

 

L’Ipocrisia universale

Difesaonline.it – (Gennaio 4, 2026) - Claudio Verzola – ci dice:

C’è un momento, nella storia delle società umane, in cui il tessuto stesso della convivenza inizia a lacerarsi.

 Non accade con un colpo di tuono, non si manifesta in un singolo evento catastrofico.

Accade per accumulo, per erosione progressiva, per l’assuefazione collettiva a ciò che un tempo sarebbe stato impensabile.

Stiamo vivendo uno di questi momenti.

 

Il diritto internazionale non è un’astrazione da giuristi.

 Non è una sovrastruttura ideologica né un lusso da tempi di pace.

È l’equivalente, su scala planetaria, di ciò che il contratto sociale rappresenta all’interno delle nazioni:

il fondamento stesso della possibilità di vivere insieme senza che il più forte divori il più debole.

“Thomas Hobbes descrisse” lo stato di natura come “bellum omnium contra omnes” – la guerra di tutti contro tutti, dove la vita umana è “solitaria, povera, sporca, brutale e breve”.

Il diritto internazionale nato dalle ceneri di due guerre mondiali rappresentava il tentativo, imperfetto ma reale, di estendere quel contratto sociale oltre i confini nazionali.

 Di creare uno spazio in cui anche gli Stati, come gli individui prima di loro, accettassero di sottomettersi a regole comuni.

Quel tentativo sta morendo. E con esso muore qualcosa di più profondo di un sistema di trattati.

Per comprendere cosa stiamo perdendo, bisogna capire cosa il diritto internazionale ha rappresentato per ottant’anni.

 Non si tratta di ingenuità pacifista né di utopismo wilsoniano.

Si tratta di una conquista antropologica: l’idea che la forza bruta non sia l’unico arbitro delle relazioni tra popoli.

Che esistano principi – la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto di aggressione – che valgono per tutti, grandi e piccoli, potenti e deboli.

 

Questa idea ha radici antiche.

Affonda nel concetto romano di “ius gentium”, nel diritto delle genti che regolava i rapporti tra Roma e i popoli stranieri.

Attraversa il pensiero di “Grozio e Vattel”, che nel Seicento e Settecento tentarono di codificare regole per limitare la brutalità delle guerre europee.

Culmina nella Carta delle Nazioni Unite, firmata a San Francisco nel giugno 1945, quando il fumo di Hiroshima non si era ancora alzato e i forni di Auschwitz erano appena stati spenti.

 

Quella Carta nasceva da un’esperienza concreta:

 settanta milioni di morti in trent’anni, due guerre mondiali, lo sterminio industriale di interi popoli, città rase al suolo, continenti devastati.

 I fondatori dell’ONU non erano idealisti sprovveduti.

Erano uomini che avevano visto l’abisso e avevano deciso, pragmaticamente, che l’umanità non poteva permettersi un’altra discesa.

Il divieto dell’uso della forza sancito dall’Articolo 2 non era un pio desiderio: era la lezione scritta col sangue di generazioni.

 

C’è un aspetto che spesso sfugge nel dibattito sul diritto internazionale: esso serve soprattutto ai deboli.

I potenti possono sempre fare a meno delle regole – anzi, le regole sono precisamente ciò che limita il loro potere. Quando un piccolo Stato invoca la Carta ONU contro un grande Stato, sta usando l’unica arma di cui dispone: la legittimità.

 Quando quella legittimità viene svuotata, quando le regole diventano carta straccia che i forti ignorano a piacimento, i deboli perdono tutto.

 

Questo spiega perché il “Sud Globale” guardi con crescente cinismo all’Occidente che predica il rispetto delle regole mentre le viola sistematicamente.

Non è anti-americanismo ideologico né nostalgia sovietica.

È la constatazione empirica che le regole vengono applicate in modo selettivo:

ferree quando i violatori sono avversari, elastiche fino all’invisibilità quando sono alleati.

L’Iraq del 2003, la Libia del 2011, la Siria dal 2014, il Venezuela del 2026: un catalogo di eccezioni che ha finito per divorare la regola.

 

Ma sarebbe un errore pensare che questo giovi ai potenti nel lungo periodo.

 Il filosofo politico “John Rawls” elaborò il concetto di “velo di ignoranza”:

le regole giuste sono quelle che accetteremmo di vivere senza sapere quale posizione occuperemo nella società.

Applicate alle relazioni internazionali, significano che le regole giuste sono quelle che accetteremmo senza sapere se saremo la superpotenza o il piccolo Stato, l’invasore o l’invaso, il forte o il debole.

Gli Stati Uniti che oggi invadono il Venezuela potrebbero un giorno trovarsi nella posizione del Venezuela.

La storia non garantisce a nessuno la permanenza al vertice.

 

L’Europa e la memoria del sangue.

E qui veniamo al cuore della questione europea.

L’Europa non è un continente qualsiasi nel dibattito sul diritto internazionale.

 È il continente che ha generato le due guerre mondiali.

È il luogo dove il nazionalismo sfrenato e la legge del più forte hanno prodotto i loro frutti più velenosi.

 È la terra di Verdun e di Stalingrado, di Auschwitz e di Dresda, delle fosse comuni e dei campi di sterminio.

 

L’integrazione europea è nata precisamente come antidoto a quella storia.

 La CECA, la CEE, l’Unione Europea non sono state progetti economici mascherati da ideali:

 sono state il tentativo deliberato di rendere la guerra tra europei prima impensabile, poi impossibile.

 Il metodo era semplice nella sua profondità:

 intrecciare talmente le economie, le istituzioni, le vite dei popoli europei da rendere il conflitto armato un suicidio collettivo.

 

Questo progetto ha funzionato.

Per ottant’anni, il continente che aveva massacrato sé stesso con regolarità quasi rituale ha conosciuto la pace più lunga della sua storia. Non una pace imposta dall’esterno, non una pace di sottomissione, ma una pace costruita sulla rinuncia volontaria all’uso della forza come strumento di politica intra-europea.

 

Ora questo patrimonio è a rischio.

Non per un’aggressione esterna, ma per una scelta interna:

la decisione di abbandonare i principi su cui l’Europa stessa è fondata, per seguire una potenza che quei principi li ha sempre considerati optional.

Il tradimento di sé stessi.

Quando l’Europa tace di fronte a violazioni del diritto internazionale commesse dagli Stati Uniti, non sta semplicemente facendo una scelta di politica estera.

Sta tradendo la propria ragion d’essere. Sta dicendo che i principi valgono solo quando conviene, che la forza prevale sul diritto quando il forte è un alleato, che ottant’anni di costruzione paziente possono essere accantonati per non irritare Washington.

 

Questo tradimento ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo episodio.

Ogni volta che l’Europa giustifica o minimizza una violazione americana, erode la propria credibilità quando condanna violazioni russe o cinesi. Come può Bruxelles pretendere che Mosca rispetti l’integrità territoriale dell’Ucraina, se Washington può violare quella del Venezuela?

Come può chiedere a Pechino di rispettare il diritto del mare, se gli Stati Uniti ignorano le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia?

 La risposta è semplice: non può.

O meglio, può farlo solo al prezzo di apparire ipocrita agli occhi del resto del mondo.

 

E il resto del mondo se ne accorge.

Quando i paesi del Sud Globale rifiutano di allinearsi alle sanzioni occidentali contro la Russia, non stanno necessariamente approvando Putin.

Stanno rifiutando un sistema di regole che vedono applicato in modo discriminatorio.

 Stanno dicendo: voi avete invaso l’Iraq senza conseguenze, bombardato la Libia senza conseguenze, occupato la Siria senza conseguenze – perché dovremmo credere che le regole valgano per tutti?

 

L’Italia e la tentazione del silenzio.

L’Italia occupa una posizione peculiare in questo scenario.

Ospita alcune delle più importanti basi americane in Europa – Napoli, Sigonella, Aviano – ed è profondamente integrata nella struttura di comando NATO.

Al tempo stesso, ha una tradizione di politica estera mediterranea, di dialogo con il mondo arabo, di relazioni privilegiate con paesi che guardano all’Occidente con sospetto.

 

Questa doppia anima potrebbe essere una risorsa.

Potrebbe permettere all’Italia di fare da ponte, di mantenere canali aperti, di proporre mediazioni.

Invece, troppo spesso, si traduce in paralisi.

Nel timore di scontentare Washington, Roma sceglie il silenzio. Nel timore di apparire anti-americana, rinuncia a qualsiasi posizione autonoma.

Il risultato è l’irrilevanza: l’Italia non conta nelle decisioni che la riguardano, non ha voce nei tavoli che contano, non propone alternative.

 

È una scelta comprensibile dal punto di vista della Realpolitik più miope. Nel breve termine, allinearsi al più forte sembra sempre la strategia vincente.

Ma nel medio e lungo termine, è una strategia suicida.

Un’Italia che non sa dire no a Washington quando Washington ha torto è un’Italia che non verrà ascoltata quando avrà ragione.

Un’Italia che rinuncia ai propri principi per quieto vivere è un’Italia che perde la propria anima – e con essa, paradossalmente, anche la propria utilità come alleato.

 

Il coraggio della coerenza.

C’è chi sostiene che l’Europa non possa permettersi di criticare gli Stati Uniti perché dipende da loro per la sicurezza.

È un argomento che merita una risposta franca:

se la dipendenza dalla sicurezza americana richiede la rinuncia ai propri principi, allora quella dipendenza è essa stessa il problema.

Un alleato che pretende silenzio e complicità come prezzo della protezione non è un alleato: è un padrone.

E un continente che accetta questo ruolo non è un partner: è un vassallo.

 

La vera alleanza si fonda sul rispetto reciproco, sulla capacità di dissentire quando necessario, sulla condivisione di valori che vanno oltre il calcolo di convenienza.

Gli Stati Uniti d’America, nella loro storia migliore, hanno incarnato alcuni di quei valori:

lo stato di diritto, il governo delle leggi e non degli uomini, l’idea che nessuno sia al di sopra della legge.

Quando l’Europa critica le violazioni americane del diritto internazionale, non sta tradendo l’alleanza: sta ricordando all’America i suoi stessi principi fondativi.

 

Questo richiede coraggio.

Richiede la volontà di sopportare pressioni, ritorsioni economiche, minacce più o meno velate.

Richiede leadership politiche disposte a pagare un prezzo nel breve termine per preservare qualcosa di più importante nel lungo termine. Ma l’alternativa – il silenzio complice, l’acquiescenza permanente, la rinuncia a qualsiasi autonomia di giudizio – è peggiore.

È la strada verso l’irrilevanza strategica e la bancarotta morale.

 

Il mondo che verrà.

Chi pensa che il ritorno alla legge del più forte sia un affare che riguarda solo i deboli si sbaglia.

Quando le regole saltano, tutti perdono sicurezza – anche i forti.

In un mondo senza diritto internazionale, ogni confine diventa contestabile, ogni trattato è carta straccia, ogni promessa vale finché conviene.

È un mondo di guerre permanenti, di riarmo senza fine, di paranoia generalizzata.

 

L’Europa conosce quel mondo.

Lo ha vissuto per secoli, prima che il progetto comunitario tentasse una strada diversa.

Tornare a quel mondo significherebbe cancellare la conquista più importante della nostra storia recente:

la dimostrazione che i popoli possono scegliere la cooperazione invece del conflitto, il diritto invece della forza, la civiltà invece della barbarie.

 

Non è una scelta tra idealismo e realismo.

 È una scelta tra due diversi realismi: quello miope che vede solo il vantaggio immediato, e quello lungimirante che comprende le conseguenze delle proprie azioni.

L’Europa che oggi tace di fronte alle violazioni americane sta scegliendo il realismo miope.

Sta sacrificando il proprio futuro sull’altare di un presente apparentemente più comodo.

Ma la storia non perdona chi rinuncia ai propri principi per paura.

E la storia dell’Europa, più di ogni altra, dovrebbe averci insegnato dove porta la logica della forza quando non incontra il freno del diritto.

 

Ho voluto ricostruire le principali violazioni al diritto internazionale delle tre grandi potenze USA, Cina , Russia, per consentirvi di farvi un’opinione che non sia frutto di azioni di influenza dell’una o dell’altra parte.

 

Prima di entrare nel merito, è necessaria una premessa metodologica: tutte e tre le grandi potenze violano sistematicamente il diritto internazionale, pur accusandosi reciprocamente di farlo.

Questa ipocrisia strutturale è forse il dato più significativo:

ognuna invoca le regole contro gli altri, mentre le ignora quando le fanno comodo.

 

Putin ha giustificato l’invasione dell’Ucraina citando Kosovo, Iraq e Libia.

Gli USA condannano l’invasione russa mentre bombardano la Siria senza autorizzazione ONU.

La Cina denuncia l’interventismo americano mentre costruisce isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale ignorando sentenze arbitrali.

 

Come ha osservato la “Società Europea di Diritto Internazionale”: “Sostenere che altri Stati abbiano un record peggiore nel rispettare il diritto internazionale è una distrazione moralmente corrotta e irrilevante.”

Ma è anche una distrazione che tutti praticano.

 

Gli Stati Uniti: La violazione come politica estera.

Gli Stati Uniti rappresentano il caso più sistematico e prolungato di violazione del diritto internazionale tra le grandi potenze.

 Le caratteristiche distintive sono:

1. Frequenza e globalità .

Dal 1945, gli USA hanno usato la forza militare in almeno 96 paesi. Interventi che vanno dalle operazioni coperte (Guatemala 1954, Iran 1953, Cile 1973) alle guerre su larga scala (Vietnam, Iraq, Afghanistan) fino ai bombardamenti “mirati” (Libia 1986, Sudan 1998, Siria 2017-oggi).

 

2. “Regime chance” come strumento .

Gli USA hanno una lunga storia di rovesciamento di governi stranieri: Mosaddegh in Iran, Árbenz in Guatemala, Allende in Cile, Noriega a Panama, Saddam in Iraq, Gheddafi in Libia, e ora Maduro in Venezuela.

 

3. Rifiuto sistematico della giurisdizione internazionale

 

1986: Ritiro del riconoscimento della giurisdizione obbligatoria della Corte Internazionale di Giustizia dopo la condanna per il Nicaragua

2002: “American Service-Members’ Protection Act” che autorizza il presidente a usare “tutti i mezzi necessari” per liberare militari americani detenuti dalla Corte Penale Internazionale.

Rifiuto di ratificare la Convenzione di Roma sulla CPI.

Ritiro da trattati scomodi (Kyoto, INF, JCPOA con l’Iran)

4. Creazione di dottrine “alternative”

 

“Guerra preventiva” (Bush, 2002).

“Intervento umanitario” senza mandato ONU.

“Responsabilità di Proteggere” interpretata unilateralmente.

“Dottrina Donroe” (Trump, 2026).

Principali violazioni documentate.

Intervento AnnoViolazione.

Guatemala         1954 Rovesciamento governo eletto, nessuna autorizzazione.

Vietnam/Laos/Cambogia   1964-73    Guerra senza dichiarazione, bombardamenti massicci.

Nicaragua 1980s         Condanna CIG per minamento porti e sostegno Contras.

Grenada    1983 Condanna ONU 108-9 come “flagrante violazione”.

Panama    1989 Invasione e cattura Noriega senza mandato.

Jugoslavia 1999 78 giorni di bombardamenti NATO senza autorizzazione UNSC.

Afghanistan       2001 Invasione senza autorizzazione esplicita UNSC.

Iraq  2003 Invasione senza autorizzazione UNSC (definita “illegale” da Kofi Annan).

Libia 2011 Regime chance oltre il mandato della risoluzione ONU.

Siria  2014-oggi Migliaia di attacchi aerei senza autorizzazione.

Iran/Iraq   2020 Assassinio Soleimani (violazione secondo Relatrice Speciale ONU).

Venezuela 2026 Bombardamenti e cattura Maduro senza autorizzazione.

Bilancio umano.

Secondo diverse stime accademiche, le guerre americane dal 1945 hanno causato tra 10 e 20 milioni di morti, di cui:

 

2-3 milioni in Vietnam, Laos e Cambogia.

Oltre 1 milione in Iraq (dal 2003).

Centinaia di migliaia in Afghanistan.

Giustificazioni addotte:

Lotta al comunismo (Guerra Fredda).

Guerra alla droga (Panama, Colombia, Venezuela).

Guerra al terrorismo (post-2001).

Intervento umanitario (Kosovo, Libia).

Promozione della democrazia.

Difesa degli interessi nazionali.

Russia: La violazione come riaffermazione imperiale

La Russia post-sovietica ha sviluppato un pattern di violazioni concentrato geograficamente nel suo “estero vicino” e caratterizzato da:

1. Annessioni territoriali La Russia è l’unica grande potenza ad aver annesso formalmente territori di altri Stati sovrani nel XXI secolo:

Crimea (2014).

Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson (2022).

2. “Frozen conflicts” come strumento Creazione e mantenimento di conflitti congelati per mantenere influenza:

 

Transnistria (Moldova).

Abkhazia e Ossezia del Sud (Georgia).

Donbass (Ucraina, prima del 2022).

3. Uso massiccio della forza contro civili Documentato in:

Cecenia (115 sentenze CEDU per sparizioni forzate, torture, esecuzioni).

Georgia (condanna CEDU 2021 per omicidi, torture, saccheggi).

Siria (4.621 incidenti con vittime civili documentati da Airwaves).

Ucraina (8.006 civili uccisi al febbraio 2023 secondo ONU).

4. Crimini di guerra sistematici.

 La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per:

 

Vladimir Putin (deportazione illegale di bambini).

Altri 5 funzionari russi.

Principali violazioni documentate.

Intervento Anno Violazione.

Cecenia I   1994-96     Crimini di guerra massicci (115 condanne CEDU).

Cecenia II  1999-2009 Sparizioni forzate, torture, esecuzioni extragiudiziali.

Georgia     2008 Invasione, riconoscimento unilaterale Abkhazia/Ossezia Sud.

Crimea       2014 Annessione illegale (violazione Memorandum Budapest).

Donbass    2014-22     Supporto militare a separatisti, abbattimento MH17.

Siria  2015-oggi Bombardamenti su civili, ospedali, mercati.

Ucraina     2022-oggi Invasione su larga scala, crimini di guerra, deportazioni.

Bilancio umano.

Cecenia: 25.000-50.000 civili secondo stime.

Siria: Migliaia di civili (come alleato di Assad).

Ucraina: Decine di migliaia (conflitto in corso).

Giustificazioni addotte.

Protezione di popolazioni russofone.

“Denazificazione” (Ucraina).

Prevenzione dell’espansione NATO.

Lotta al terrorismo (Cecenia, Siria).

Richiesta di intervento da parte di governi amici (Siria) o repubbliche separatiste.

Precedenti occidentali (Kosovo, Iraq, Libia).

Differenza chiave con gli USA.

La Russia non pretende di agire in nome di valori universali.

 Rivendica apertamente sfere d’influenza e interessi nazionali.

Come ha osservato il ricercatore del PRIO:

“La Russia ha sempre fatto riferimento al diritto internazionale. La questione è se i suoi argomenti abbiano fondamento.”

 

Cina : La violazione come espansione.

La Cina presenta un profilo diverso dalle altre due potenze:

 

1. Assenza di guerre di aggressione classiche.

 La Cina non ha invaso altri paesi dal 1979 (breve conflitto con il Vietnam). Le sue violazioni sono di natura diversa.

2. Espansionismo territoriale “strisciante”.

 

Costruzione di isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale.

Militarizzazione di atolli e scogli.

Pressione costante su Taiwan, Filippine, Vietnam, India.

3. Rifiuto delle sentenze internazionali.

Nel 2016, la “Corte Permanente di Arbitraggio “ha stabilito che:

 

La “linea dei nove tratti” non ha base legale.

Le rivendicazioni cinesi violano l’UNCLOS.

La Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine.

La Cina ha dichiarato la sentenza “nulla e priva di effetto” e continua a ignorarla.

 

4. Repressione interna su scala industriale.

 Le violazioni cinesi più gravi riguardano i diritti umani interni:

 

Xinjiang: detenzione di massa di 1 milione di uiguri.

Tibet: repressione culturale e religiosa sistematica.

Hong Kong: smantellamento delle libertà garantite.

Principali violazioni documentate.

A. Diritto del mare e sovranità territoriale

 

Azione       Anno Violazione

“Linea dei nove tratti”        Rivendicazione   Nessuna base in UNCLOS (sentenza CPA 2016)

Isole artificiali Spratly         2013-oggi Violazione UNCLOS, militarizzazione

Scarborough Shoal     2012 Occupazione de facto dopo confronto con Filippine

Scontri con Filippine   2024-oggi Speronamenti, cannoni ad acqua, manovre pericolose

ADIZ Mar Cinese Orientale 2013 Rivendicazione unilaterale contestata

B. Diritti umani (violazioni di trattati ratificati)

 

Regione     Violazione Status ONU

Xinjiang     Detenzione arbitraria di massa, torture, lavoro forzato, sterilizzazioni         Rapporto OHCHR 2022: “gravi violazioni”, possibili “crimini contro l’umanità”

Tibet Repressione culturale, religiosa, linguistica Preoccupazioni espresse da esperti ONU

Hong Kong         Legge sulla Sicurezza Nazionale, arresti dissidenti        Violazione Dichiarazione Congiunta sino-britannica

Cina continentale       Sparizioni forzate, torture, censura     Documentazione Amnesty, HRW

Bilancio

La Cina non ha causato guerre con vittime su larga scala come USA e Russia, ma:

 

Fino a 1 milione di persone detenute arbitrariamente nello Xinjiang.

Repressione sistematica di tibetani, uiguri, mongoli, cristiani, Falun Gong

Censura e sorveglianza di massa su 1,4 miliardi di persone.

Giustificazioni addotte.

Sovranità e integrità territoriale (Taiwan, Tibet, Xinjiang, Mar Cinese).

Diritti storici (linea dei nove tratti).

Lotta al terrorismo e all’estremismo (Xinjiang).

Stabilità sociale.

Non ingerenza negli affari interni.

TABELLA COMPARATIVA

Categoria      USA Russia    Cina

Tipo prevalente di violazione      Interventi militari globali, regime chance         Aggressioni regionali, annessioni         Espansionismo marittimo, repressione interna

Ambito geografico     Globale      “Estero vicino” (ex-URSS, Medio Oriente)    Asia-Pacifico, interno

Numero di interventi militari post-1945       90+   10-15         2-3

Annessioni territoriali          Nessuna    Crimea, 4 oblast ucraini      Nessuna (rivendicazioni su Taiwan)

Vittime civili stimate (post-1945)        10-20 milioni      1-2 milioni Difficile da quantificare

Condanne CIG/tribunali internazionali         Nicaragua 1986 (ignorata) Numerose CEDU, mandato CPI per Putin     Sentenza CPA 2016 (ignorata)

Rapporto con CPI       Non membro, ostile   Ritirata firma 2016    Non membro

Uso del veto UNSC (dal 1945)     82 volte     120 volte   16 volte

Principale giustificazione.

Democrazia, diritti umani, sicurezza.

Protezione russofoni, sicurezza   Sovranità, diritti storici.

LE DIFFERENZE QUALITATIVE.

USA: Ipocrisia idealista.

Gli Stati Uniti violano il diritto internazionale mentre si proclamano suoi difensori.

Invocano democrazia e diritti umani per giustificare interventi che spesso li calpestano.

Questa ipocrisia è particolarmente corrosiva perché delegittima i valori stessi che pretende di difendere.

 

Punto critico:

Gli USA hanno costruito l’architettura del diritto internazionale post-1945 e ora la stanno smantellando dall’interno.

 

Russia: Revisionismo esplicito.

La Russia non finge più di rispettare l’ordine liberale.

Rivendica apertamente sfere d’influenza e l’uso della forza per proteggere i propri interessi.

Putin cita le violazioni occidentali non per giustificarsi moralmente, ma per dimostrare che le regole non esistono.

Punto critico:

 L’invasione dell’Ucraina è la più grave violazione del divieto dell’uso della forza dalla Seconda Guerra Mondiale in Europa.

 

Cina: Legalismo selettivo.

La Cina manipola il diritto internazionale:

lo invoca quando le conviene (principio di non ingerenza), lo ignora quando non le conviene (sentenza Mar Cinese Meridionale).

A differenza di USA e Russia, evita guerre aperte ma pratica un’erosione costante delle regole.

 

Punto critico:

La repressione nello Xinjiang potrebbe costituire crimini contro l’umanità secondo l’ONU, ma la Cina blocca qualsiasi indagine.

 

Il circolo vizioso delle giustificazioni.

Ogni violazione diventa precedente per la successiva:

 

USA invoca Kosovo per Libia.

Russia invoca Kosovo e Iraq per Crimea e Ucraina.

Cina potrebbe invocare Venezuela per Taiwan.

E così via, in una spirale discendente.

La morte del multilateralismo

Il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dal veto incrociato:

 

USA bloccano risoluzioni su Israele.

Russia blocca risoluzioni su Ucraina e Siria.

Cina blocca risoluzioni sullo Xinjiang.

Ciò che emerge è un sistema pre-1945:

 

USA rivendica l’emisfero occidentale (“Dottrina Donroe”).

Russia rivendica l’ex spazio sovietico.

Cina rivendica il Mar Cinese e Taiwan.

Tutte e tre le potenze violano sistematicamente il diritto internazionale, in modi diversi ma ugualmente distruttivi per l’ordine mondiale.

 

In termini quantitativi (numero di interventi, vittime), gli USA hanno il record peggiore.

In termini di gravità singola, l’invasione russa dell’Ucraina rappresenta la violazione più grave del divieto dell’uso della forza dalla Seconda Guerra Mondiale.

 

In termini di repressione interna, la Cina pratica violazioni dei diritti umani su scala industriale.

Ma il dato più significativo è che nessuna delle tre potenze rispetta le regole che pretende di imporre agli altri.

E questa ipocrisia universale sta distruggendo il sistema internazionale costruito nel 1945.

 

Come ha osservato “Noah Barkin”:

“In Trump, Xi e Putin abbiamo tre uomini forti che credono che la forza faccia il diritto.

Tutti sono disposti a usare la forza o la coercizione per ottenere ciò che vogliono. I

l rispetto per il diritto internazionale viene gravemente eroso.”

 

La vera vittima non è nessuna delle tre potenze. È l’idea stessa che esistano regole valide per tutti.

 

L’Europa: Il Gigante paralizzato.

L’Unione Europea è la prima potenza economica mondiale (PIL combinato superiore agli USA), ha 450 milioni di abitanti altamente istruiti, una base industriale sofisticata, due potenze nucleari (Francia e Regno Unito), e una storia millenaria di civiltà giuridica. Eppure, in politica estera e di sicurezza, si comporta come un protettorato americano.

 

Come ha osservato l’analisi “RAND”:

 “L’Europa ha voluto autonomia senza fornire adeguate risorse per la difesa, mentre gli Stati Uniti hanno voluto maggiori contributi europei senza diminuire l’influenza politica della NATO e degli USA.”

 

Il risultato è un paradosso: un gigante economico che è un nano geopolitico.

 

PARTE I: LA MAPPA DELL’INFLUENZA AMERICANA IN EUROPA.

A) I paesi “ultra-atlantisti” (blocco incondizionatamente filo-USA).

Questi paesi si oppongono sistematicamente a qualsiasi forma di autonomia strategica europea e considerano Washington il loro unico garante di sicurezza:

 

1. POLONIA.

 

Posizione: Oppositore più vigoroso dell’autonomia strategica europea.

Motivazione: Vicinanza geografica a Russia e Bielorussia, trauma storico.

Dipendenza militare:

Acquisti massicci di armamenti USA ($55 miliardi 2022-2024, 30% della domanda europea), pari al 106% della propria spesa di procurement.

Basi USA:

NSF Redzikowo (sistema antimissile Aegis), hub logistico Powidz in espansione (diventerà la più grande base NATO in Europa entro il 2030, 10.000 soldati).

Strategia: “Trimarium” – alleanza di 12 paesi dell’Europa centrale per separare Germania e Russia.

Citazione chiave:

La Polonia “vede il suo interesse nel mantenere il più forte impegno di sicurezza USA possibile in Europa e nel bloccare qualsiasi mossa verso l’autonomia strategica europea”

2. STATI BALTICI (Estonia, Lettonia, Lituania).

 

Posizione: Frontiera NATO, dipendenza totale dalla garanzia americana.

Motivazione: Minoranze russofone, confine diretto con Russia/Bielorussia, memorie sovietiche.

Dipendenza militare: Battle group NATO multinazionali, basi USA in Lituania.

Strategia: Massimizzare la presenza militare americana sul proprio territorio.

Leader simbolico: Kaja Kallas (ora Alto Rappresentante UE), considerata “falco” anti-russo e filo-americana

3. ROMANIA.

Posizione: Hub strategico USA nel Mar Nero.

Basi USA: NSF Deveselu (sistema antimissile Aegis dal 2016), base aerea Mihail Kogălniceanu in espansione.

Truppe USA: ~1.134 permanenti + rotazionali.

Dipendenza: Accordo bilaterale di difesa missilistica.

4. BULGARIA.

 

Posizione: Fianco sud-orientale NATO.

Basi USA: Presenza rotazionale, parte di “Operation Atlantic Resolve”.

Nota: Più ambivalente della Romania, con correnti filo-russe interne.

5. PAESI NORDICI (post-2022).

Finlandia: Accordo luglio 2024 per dare agli USA controllo su almeno 15 basi militari.

Svezia: Accordo dicembre 2023 per accesso USA a basi, acquisto sistemi IRIS-T tedeschi ma integrati in architettura NATO/USA.

Norvegia: Tradizionalmente atlantista, basi USA nell’Artico.

Danimarca: Intelligence integration con USA (caso NSA), preoccupazione per Groenlandia.

6. REPUBBLICA CECA

Posizione: Atlantista convinta.

Nota: Presidente Pavel (ex generale NATO) fortemente filo-americano.

7. PAESI BASSI.

Posizione: Tradizionalmente atlantista.

Ruolo: Hub logistico NATO, industria della difesa integrata con USA.

8. REGNO UNITO (fuori UE ma rilevante).

 

Posizione: “Special relationship” con USA.

Basi USA: RAF Mildenhall, RAF Lakenheath (maggiore presenza USAF in UK).

Nucleare: Dipendenza da sistema Trident USA.

Ruolo: Ponte tra USA e Europa, spesso allineato con Washington contro Bruxelles

B) I paesi “atlantisti moderati” (filo-USA ma con riserve).

9. GERMANIA.

 

Posizione: Ufficialmente favorevole all’autonomia strategica, ma nei fatti atlantista.

Contraddizione:

Zeitenwende (2022) prometteva svolta verso responsabilità europea, poi ritorno a dipendenza USA osservando l’importanza di armi americane in Ucraina.

Basi USA: 5 guarnigioni dell’esercito, ~35.000 truppe (secondo contingente USA nel mondo dopo Giappone).

Sede: EUCOM e AFRICOM a Stoccarda.

Nucleare: Bombe B-61 a Büchel.

Critica:

“La Germania preferisce potenziare la collaborazione europea mantenendo la sovranità nazionale sulla difesa” – gap tra dichiarazioni e azioni.

10. ITALIA.

 

Posizione: “Equilibrismo pragmatico” tra Europa e USA.

Basi USA: NSA Napoli (quartier generale Sesta Flotta e NAVEUR-NAVAF), NAS Sigonella (“Hub del Mediterraneo”), Aviano, Camp Darby, ~8.500 personale USA.

Nota: Governo Meloni cerca di bilanciare atlantismo con interessi mediterranei.

Critica: Nessuna opposizione sostanziale alle politiche USA.

C) I paesi “europeisti” (favorevoli all’autonomia strategica).

11. FRANCIA.

 

Posizione: Leader storico della spinta per l’autonomia strategica europea.

Tradizione: Eredità gollista di indipendenza da influenze straniere.

Deterrente nucleare: 100% francese, non dipende da NATO/USA.

Industria difesa: Sviluppata, meno dipendente da equipaggiamenti americani.

Limiti: Troppo debole per agire da sola, ha bisogno della Germania che non la segue.

Citazione: Macron si definisce “potenza di equilibrio” e spinge per ESA dal 2017, ma senza successo.

12. SPAGNA.

Posizione: Tendenzialmente europeista, ma non in prima linea.

Interessi: Focus su Mediterraneo e Africa, meno preoccupata dalla Russia.

13. IRLANDA.

Posizione: Neutrale, ma “nascosta” nei dibattiti senza prendere posizione.

Citazione: “L’Irlanda ha tenuto un piede nell’acqua di questi dibattiti a livello ufficiale ma non ha mai fatto contributi significativi”.

D) I paesi “nazionalisti/ambigui.”

14. UNGHERIA.

 

Posizione: Isolazionista, critica verso NATO e UE, ma relazioni strette con repubblicani USA.

Contraddizione: Orbán vicino a Trump ma anche a Putin.

Ruolo: Blocca spesso iniziative comuni (ritardo su Finlandia/Svezia in NATO).

Non credibile come mediatore: Troppo vicino a Russia secondo analisti.

15. SLOVACCHIA.

 

Posizione: Governo Fico critico verso sostegno a Ucraina.

Nota: Fico ha parlato di “crollo dell’ordine mondiale post-1945”

PARTE II: L’ARCHITETTURA DELLA DIPENDENZA

A) Presenza militare USA in Europa.

Dati chiave (2024-2025):

 

Truppe USA in Europa: ~84.000 (aumentate da ~60.000 pre-2022).

Basi permanenti: 31 + 19 siti con accesso DOD.

Concentrazione: Germania, Italia, Polonia, Regno Unito.

Principali installazioni:

 

Paese.      Base.        Funzione Personale.

Germania  Ramstein   Hub aereo USAF in Europa migliaia.

Germania  Stoccarda  HQ EUCOM e AFRICOM      25.000+ (comunità).

Germania  Büchel       Bombe nucleari B-61 classificato.

Italia NSA Napoli         HQ Sesta Flotta, NAVEUR-NAVAF        8.500

Italia Sigonella   Hub logistico Mediterraneo         migliaia.

Italia Aviano       Unico fighter wing USA sud Alpi    migliaia.

Polonia      Redzikowo          Sistema Aegis antimissile   355.

Polonia      Powidz       Hub logistico (in espansione massiccia)       in crescita.

Romania   Deveselu    Sistema Aegis antimissile   200.

Turchia      Incirlik       Hub operazioni Medio Oriente    1.830.

UK    Lakenheath        Maggiore presenza USAF in UK  migliaia.

UK    Mildenhall          Rifornimento aereo    3.000.

B) Dipendenza industriale-militare.

Acquisti di armi USA (Foreign Military Sales):

 

2022-2024: gli FMS verso Europa NATO rappresentano il 50,7% della spesa europea in equipaggiamenti (era 27,8% nel 2019-2021).

Polonia da sola: $55 miliardi in FMS, 30% della domanda europea.

Sistemi critici (Patriot, F-35, munizioni avanzate) disponibili solo da USA.

80% del procurement militare europeo verso fornitori stranieri (principalmente USA).

C) Dipendenza nucleare.

Ombrello nucleare USA: Fondamento della deterrenza europea.

Bombe B-61 in 5 paesi europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia)

Francia: Unico paese UE con deterrente autonomo, ma non copre altri paesi

UK: Sistema Trident dipende da tecnologia USA.

D) Dipendenza intelligence.

Five Eyes: UK integrato, altri europei esclusi.

NSA: Monitoraggio su leader europei (caso Merkel 2013).

Tecnologia: Cloud, semiconduttori, AI dominati da USA.

PARTE III: COSA POTREBBE FARE L’EUROPA SE FOSSE AUTONOMA.

A) Politica estera indipendente.

1. Mediazione nei conflitti.

Un’Europa autonoma potrebbe essere il mediatore naturale nelle crisi globali:

Ucraina-Russia:

Attualmente la mediazione è tentata da Turchia, Cina, India – mentre l’Europa è parte in causa come alleata USA.

 Un’Europa neutrale ma forte potrebbe offrire garanzie di sicurezza credibili a entrambe le parti.

Medio Oriente: Storicamente l’Europa aveva posizioni più equilibrate su Palestina.

L’allineamento con USA/Israele ha distrutto questa credibilità.

Asia-Pacifico: Potrebbe mantenere relazioni commerciali con Cina senza seguire la strategia di contenimento USA.

2. Difesa del diritto internazionale.

L’Europa potrebbe essere il campione globale del multilateralismo e della Carta ONU:

Coerenza: Condannare le violazioni russe E quelle americane (Venezuela, Iraq, ecc.).

CPI: Sostenere la Corte Penale Internazionale anche quando indaga su alleati.

ONU: Lavorare per riformare il Consiglio di Sicurezza invece di bypassarlo.

3. Relazioni con il Sud Globale.

Un’Europa non identificata con l’egemonia americana potrebbe ricostruire rapporti con:

 

Africa (ex colonie, ma anche nuovi partner).

America Latina (relazioni compromesse dal sostegno a politiche USA).

Asia (evitando di essere trascinata in “nuova Guerra Fredda” contro Cina).

B) Difesa autonoma

Risorse potenziali:

 

Spesa difesa UE 2024: €343 miliardi (in crescita).

Proiezione 2025: €381 miliardi (supera 2% PIL).

Popolazione mobilitabile: centinaia di milioni.

Industria della difesa: €183 miliardi fatturato, 600.000 posti lavoro

Cosa manca:

Comando unificato: 27 eserciti separati, 27 sistemi logistici.

Capacità critiche: Trasporto strategico, rifornimento aereo, ISR, munizioni avanzate.

Nucleare condiviso: Solo Francia ha deterrente autonomo.

Volontà politica: Paesi dell’Est preferiscono garanzia USA.

Modelli possibili:

Joint Expeditionary Force (JEF): 10 paesi guidati da UK, potrebbe essere base per struttura non-NATO.

European Sky Shield Initiative (ESSI): Difesa aerea integrata, già operativa.

“NEATO”: North East Atlantic Treaty Organization, proposta per alleanza europea autonoma.

C) Autonomia economica e tecnologica

1. De-dollarizzazione parziale.

 

Euro come valuta di riserva alternativa.

Sistemi di pagamento alternativi a SWIFT.

Protezione da sanzioni extraterritoriali USA.

2. Sovranità tecnologica

 

Cloud europeo (non dipendente da Amazon/Microsoft/Google).

Semiconduttori: programma europeo invece di dipendenza Taiwan/USA.

AI: sviluppo autonomo con valori europei.

3. Politica commerciale indipendente.

Accordi con Cina non subordinati a veto USA.

Relazioni con Russia post-conflitto basate su interessi europei.

Corridoi economici eurasiatici (alternativa a dipendenza atlantica).

PARTE IV: PERCHÉ L’EUROPA NON LO FA.

A) Il circolo vizioso della dipendenza.

L’Europa dipende dagli USA per la sicurezza.

Quindi non sviluppa capacità autonome.

Quindi rimane dipendente.

Quindi non può avere politica estera indipendente.

Quindi segue Washington.

Ritorno al punto 1.

B) Il blocco dei paesi atlantisti.

Come documentato dal “Quincy Institute”:

 

“L’Unione Europea nel suo complesso è in ogni caso esclusa da qualsiasi ricerca di autonomia strategica dall’opposizione implacabile di Polonia e Stati baltici.

Sono ben consapevoli che le loro speranze di una Russia indebolita o distrutta possono essere realizzate solo con il pieno sostegno USA.”

 

Il veto di fatto:

 

Decisioni UE su difesa richiedono unanimità.

Polonia, Baltici, Romania bloccano qualsiasi iniziativa che riduca ruolo USA.

Germania, nonostante retorica, segue linea atlantista nei fatti.

Francia isolata nel suo europeismo.

C) La debolezza strutturale.

Frammentazione:

27 eserciti, 27 industrie della difesa, 27 politiche estere.

Nessun “telefono europeo” da chiamare (citazione Kissinger).

Processo decisionale lentissimo.

Trauma storico:

 

Germania: inibizioni post-WWII contro azione militare indipendente.

Est Europa: memorie sovietiche, Russia vista come minaccia esistenziale.

Nord Europa: neutralità storica appena abbandonata (Finlandia, Svezia).

Interessi divergenti:

 

Est: priorità Russia.

Sud: priorità Mediterraneo, migrazioni, Africa.

Ovest: priorità commercio globale.

Nord: priorità Artico, Mar Baltico.

PARTE V: LO SCENARIO ATTUALE (2025-2026)

La crisi Venezuela come test.

L’operazione USA in Venezuela ha mostrato plasticamente la paralisi europea:

 

Francia (Barrot): “Viola il principio di non ricorso alla forza, nessuna soluzione imposta dall’esterno” – unica critica sostanziale.

Germania (Merz): “Valutazione legale complessa” – ambiguità calcolata.

UK (Starmer): “Voglio parlare con Trump prima” – deferenza.

Italia (Meloni): “Monitoriamo” – silenzio.

Spagna (Sánchez): “Non riconosceremo intervento che viola diritto internazionale” – rara presa di posizione.

UE (Kallas, Von der Leyen): “Moderazione, rispetto diritto internazionale” – nessuna condanna.

L’alternativa Trump.

La NSS di Trump 2025 ha esplicitato ciò che era implicito:

 

Gli USA non condividono più la percezione delle minacce con gli alleati.

L’Europa è vista come problema (regolamentazione, “censura”, “cancellazione civilizzazionale”).

La Russia è menzionata meno delle minacce “interne” europee.

Il messaggio è chiaro: arrangiatevi.

Reazione europea: Invece di cogliere l’opportunità per l’autonomia, la maggioranza dei paesi si aggrappa ancora di più alla garanzia americana, anche se sempre più vuota.

 

Il prezzo.

L’Europa paga un prezzo altissimo per la sua mancanza di autonomia:

 

1. Irrilevanza geopolitica.

 

Non conta nelle negoziazioni su Ucraina (decise da USA-Russia).

Non ha voce in Medio Oriente.

Non può mediare alcun conflitto perché non è neutrale.

2. Complicità in violazioni

 

Sostiene (o tace su) violazioni USA del diritto internazionale.

Perde credibilità come difensore delle regole.

Ipocrita nel condannare Russia/Cina mentre giustifica USA.

3. Vulnerabilità economica

 

Dazi USA senza possibilità di rappresaglia credibile.

Sanzioni extraterritoriali che colpiscono aziende europee.

Dipendenza tecnologica crescente.

4. Costo opportunità

 

Relazioni con Cina compromesse per seguire Washington.

Risorse sprecate in acquisti militari USA invece di sviluppare industria europea.

Incapacità di proporre alternative al disordine globale.

La domanda finale:

L’Europa vuole essere un attore o uno spettatore della storia del XXI secolo?

 Finché Polonia, Baltici e altri paesi atlantisti manterranno il veto su qualsiasi forma di autonomia, la risposta è già scritta.

Come osservato da diversi analisti:

“L’Europa è troppo grande per essere irrilevante, ma troppo divisa per essere influente.”

 

 

 

Globalia. L’arresto di Maduro e

 l’addio al vecchio ordine internazionale.

Barbadillo.it – Giorgio Arconte – (8 gennaio 2026) – ci dice:

L’azione contro il Venezuela introduce un elemento nuovo e più destabilizzante: avviene dopo anni in cui l’Occidente, e in particolare l’Europa, ha costruito la propria narrazione sul conflitto ucraino attorno alla distinzione netta fra aggressore e aggredito, fra violazione e difesa del diritto internazionale.

 

Maduro in manette negli Usa.

L’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, avvenuto attraverso un’operazione militare diretta sul territorio di uno Stato sovrano, segna un ulteriore e significativo passaggio nella dissoluzione dell’ordine internazionale così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.

 L’accusa formalmente mossa contro Maduro – quella di essere a capo di un cartello del narcotraffico – appare come un pretesto giuridico fragile, funzionale più a raggirare il diritto internazionale che a rispettarlo.

Di fatto, l’azione statunitense rappresenta una violazione della sovranità del Venezuela e un atto di forza che difficilmente può essere ricondotto a una cornice legale condivisa.

 

Il diritto internazionale carta straccia (non da ora).

Che il diritto internazionale fosse già ampiamente indebolito non è una scoperta recente.

Dai bombardamenti Nato sulla Serbia nel 1999, passando per le guerre americane in Iraq e in Libia, l’uso selettivo della legalità internazionale è stato uno strumento ricorrente della potenza occidentale.

Tuttavia, l’azione contro il Venezuela introduce un elemento nuovo e più destabilizzante: avviene dopo anni in cui l’Occidente, e in particolare l’Europa, ha costruito la propria narrazione sul conflitto ucraino attorno alla distinzione netta fra aggressore e aggredito, fra violazione e difesa del diritto internazionale.

 

Addio sovranità.

L’operazione statunitense rischia così di demolire dall’interno quella stessa impalcatura retorica.

Se la sovranità può essere violata in nome di accuse unilaterali e senza mandato internazionale, allora il principio dell’uso della forza come strumento legittimo di risoluzione delle controversie torna ad essere normalizzato.

Una dinamica che apre spazi di manovra evidenti per altri attori globali, a cominciare dalla Cina sul dossier Taiwan, ma anche per tutte quelle potenze che si sentono minacciate dall’egemonia americana.

 

Non è un caso che questa azione avvenga in un contesto di crescente insicurezza globale e di riarmo diffuso.

Quando la forza torna ad essere la vera moneta delle relazioni internazionali, la conseguenza diretta è l’aumento della corsa agli armamenti da parte di chi percepisce di non avere più alcuna tutela normativa.

 Cina, Iran e Corea del Nord leggono questi segnali con estrema attenzione, traendo conclusioni che difficilmente andranno nella direzione della distensione.

 Se le regole diventano flessibili e l’eccezione diventa prassi, il risultato non è la stabilità ma l’incertezza.

 Un’incertezza che rafforza l’idea secondo cui solo la deterrenza, e non il diritto, possa garantire la sopravvivenza.

 Il caso venezuelano, più che un episodio regionale, si configura così come un precedente globale che accelera la transizione verso un mondo in cui la legittimità non è più data dalle norme ma dai rapporti di forza.

 

Il nodo russo.

Resta infine il nodo russo.

Mosca, pur storicamente alleata di Caracas, non ha interferito.

Una tiepidezza che solleva interrogativi:

disinteresse, impossibilità o parte di un equilibrio più ampio ancora non visibile? Ancora è presto per avere una risposta.

(Giorgio Arconte).

 

 

 

 

 

 

 

Russia, Usa, Cina: si scrive

tregua difficile, si legge

guerra perpetua fra imperi.

Barbadillo.it – Sarmaticus – (11 Gennaio 2026) – Redazione - Esteri – ci dice:

 

Per legittimarsi come potenza mondiale, l'Ue - in modalità "banda Kallas" - corre verso il baratro nucleare.

Russia, Usa e Cina: imperi.

Il Ministero degli Esteri russo ha respinto, giovedì scorso, l’ultima offerta sostenuta dagli Usa per finire la guerra tra Russia e Ucraina, con una risposta che accettare un accordo di pace qualsiasi, in questa fase della partita, con l’Ucraina, non risolverebbe mai il conflitto.

Il Ministero degli Esteri di Mosca ha criticato duramente la proposta di Usa e Ue di garanzie di sicurezza per l’Ucraina, affermando che esse equivalgono a “un vero e proprio asse di guerra”.

L’accordo per l’invio di truppe da parte di U.K. e Francia, non appena concordato un “cessate il fuoco”, comporta che esso non ci sarà, poiché significa un atto tipico dell’europeismo reale”: l’invio (altre) truppe della Nato in Ucraina.

L’Ue non vuole normalizzare le relazioni con la Russia, riammettendola nell’economia mondiale.

Vuole la guerra permanente contro l’Eurasia, proprio come George Orwell avevo intuito per l'”Oceania” nel suo romanzo 1984.

 

 Perdenti sedicenti vincitori.

Il commento russo è chiaro:

 “Il documento è estremamente lontano da un accordo di pace. Non mira a raggiungere una pace e una sicurezza durature, ma a proseguire la militarizzazione, l’escalation e l’ulteriore aggravamento del conflitto”.

 E ancora:

“Il suo elemento centrale è il dispiegamento di ‘una forza multinazionale’ sul territorio ucraino, che la coalizione dovrà formare per contribuire alla ‘ricostruzione’ delle forze armate ucraine e a ‘sostenere la deterrenza’ dopo la cessazione delle ostilità”.

La campagna di attacchi a lungo raggio ucraina continua a colpire obiettivi petroliferi, militari e infrastrutturali russi.

 Gli ucraini sono riusciti a chiudere tutti gli aeroporti della regione di Mosca per 48 ore, costringendo i russi a disattivare le loro reti di telefonia mobile nella stessa area.

Siamo di fronte a una capacità di colpire in profondità il territorio nemico, permessa solo dai mezzi dello spionaggio. Senza occhi nel cielo, l’Ucraina non ha capacità di targeting a lungo raggio.

Ma ha dei mandanti che gliela offrono.

 

Dottrina Donald: arma a doppio taglio.

Molti ora citano la “Dottrina Monroe”, dichiarazione fondamentale della politica estera statunitense, proclamata dal presidente James Monroe il 2 dicembre 1823.

Già due secoli fa vi si dichiarava l’emisfero occidentale chiuso a colonizzazioni e interferenze europee, impegnandosi al contempo a non interferire nelle colonie europee esistenti o negli affari interni dell’Europa.

Donald Trump ha sostanzialmente affermato la stessa dottrina, prendendo di mira sia la Cina, sia la Russia, per espellerle da quell’emisfero.

Si noti che ciò giustifica, per compensazione, l’acquisizione da parte della Russia di tutta l’Ucraina e di Taiwan da parte della Cina.

Non possiamo però avere entrambe le cose.

E così i neoconservatori vogliono gli Stati Uniti dominatori del mondo, mentre il capo di gabinetto di Donald Trump, “Miller, ha riconosciuto che il mondo è diviso tra tre imperi:

Usa, Russia e Cina.

Alla dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, secondo cui egli sarebbe” molto scontento” se Pechino attaccasse Taiwan, il ministro degli Esteri cinese ha risposto: “Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese. Risolvere la questione di Taiwan riguarda noi cinesi…

È una questione interna della Cina e non tollera interferenze esterne”.

A questo punto la Cina potrebbe imporre un embargo totale a Taiwan, avendo appena ricevuto il via libera proprio grazie alla “Dottrina Donald”.

A questo punto potrebbe agire e prendere Taiwan entro aprile.

 

L’Oreshnik su Leopoli.

La Guardia Costiera americana e le forze militari (con l’assistenza britannica) hanno abbordato e sequestrato una petroliera della flotta ombra russa, la “Bella 1”, nell’Atlantico settentrionale, sanzionata come misura anti-Iran, collegata a terrorismo e criminalità internazionale, incluso Hezbollah.

Teoria più che discutibile:

la nave aveva attraversato il Canale di Suez e, con quelle dimensioni, poteva farlo solo se vuota…

Intanto la Russia ha reagito, per ora, solo a parole e gli Stati Uniti hanno accettato di inviare i due membri dell’equipaggio russo in Russia.

La Nato ora sostiene che Putin abbia lanciato un Resnik su Leopoli, a meno di 70 km dal territorio Nato.

Il messaggio dell’operazione sarebbe:

“Abbiamo missili ipersonici con capacità nucleare e possiamo usarli vicino ai confini della Nato”.

 In realtà la Russia aveva solo bisogno di mostrare la capacità militare, perché la sua credibilità – in più teatri contemporaneamente – Venezuela, Siria, Iran – era crollata: ogni cliente russo o è caduto o è sotto pressione; la sua flotta-ombra è sequestrata; droni ucraini bloccano Mosca…

La Nato insiste sul fatto che i suoi analisti militari sono scettici sull’effettivo valore dell’Resnik.

Mentre Putin mette in guardia contro una guerra nucleare, la Nato insiste che è una montatura e che può invadere la Russia anche con una mano legata dietro la schiena…

 

Anche McNamara capì…

In età avanzata, “Robert McNamara” – ministro della Difesa per Kennedy e Johnson – ammise che gli Usa sbagliavano negli anni ’60 dando per scontato che la Russia fosse dietro alla guerra del Vietnam.

 È lo stesso auto-inganno degli attuali neoconservatori, cresciuti – per ragioni etniche ancor più che politiche – nella russofobia. Oggi l’Ue vuole la guerra mondiale usando figurine come la Kallas, così intrise di odio personale da non voler vedere che stanno condannando l’Europa alla sua distruzione finale.

Il ciclo suggerisce un’ulteriore escalation.

Quando la Kallas ha cercato di minacciare la Cina perché abbandoni la Russia, “Wang Yi” ha ribattuto che la Cina non ha intenzione di restare a guardare la Russia cadere, perché, sconfitta la Russia, Ue e Nato aggredirebbero lei.

L’idea che Ue e Nato possano disgregare la Russia senza altre conseguenze non è politica, nemmeno delle più ciniche.

È follia.

(Sarmaticus).

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