In Europa ritorna l’egemonia tedesca.
In
Europa ritorna l’egemonia tedesca.
Il
ritorno della questione tedesca in Europa.
Huffingtonpost.it
– (18 Dicembre 2025) - Nathalie Tocci - Istituto Affari Internazionali – ci
dice:
Ovvero
cosa fare con una potenza continentale troppo grande per essere contenuta ma
troppo piccola per dominare. Storicamente risolta attraverso l’integrazione
della Germania nell’Ue e nella Nato, la questione era stata esternalizzata
coinvolgendo Washington nella sicurezza europea.
Ma ora
gli Usa non sono più quelli d'un tempo.
In
materia di difesa, la Germania è stata a lungo criticata per aver costruito la
propria forza economica sotto l’ombrello della sicurezza americana.
Dopo
la fine della Guerra Fredda, Berlino ha puntato sul commercio internazionale e
l’interdipendenza energetica ed economica con Stati come Russia e Cina.
La
militarizzazione delle interdipendenze e il ritorno della guerra in Europa
hanno rivelato però l’ingenuità di tale approccio: i tedeschi sono stati
accusati di aver sottovalutato le minacce che incombevano sull’Europa.
La
svolta nell’opinione pubblica tedesca.
Ora in
Germania si sta verificando un vero cambiamento nell’opinione pubblica e nella
politica interna.
Con
l’inizio della guerra ucraina nel 2014, l’opinione pubblica si era fermamente
opposta alla fornitura di armi a Kyiv.
Persino
dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022 e l’annuncio
dell’allora cancelliere Scholz sull’aumento della spesa per la difesa, molti
tedeschi restavano cauti.
Da
allora, l’opinione pubblica ha subito un cambiamento radicale, come rivela un
rapporto di prossima pubblicazione della” Conferenza sulla sicurezza di Monaco”.
Oggi la maggioranza dei cittadini sostiene
l’aiuto militare all’Ucraina e percepisce più chiaramente le minacce esterne
incombenti.
Da un
lato, riconoscono la minaccia rappresentata dalla Russia, a partire
dall’Ucraina, ma che va ben oltre.
Dall’altro,
riconoscono che gli Stati Uniti sono diventati un alleato inaffidabile.
Gli
ottimisti parlano di un inevitabile processo di riequilibrio dell’onere
dell’alleanza transatlantica che passa dall’America all’Europa.
Una
visione più pessimistica – e più realistica – suggerisce che l’amministrazione
Trump si stia disimpegnando dalla sicurezza europea.
Le
nuove politiche di difesa: dal fondo speciale agli investimenti futuri.
Anche
la politica di difesa tedesca ha subito un cambiamento.
Nel 2022 Scholz ha annunciato un fondo
speciale da 100 miliardi di euro per la difesa:
un
passo epocale, reso poi sostenibile dal governo Merz con l’abolizione del freno
costituzionale all’indebitamento.
Nel
frattempo, Bruxelles ha ammorbidito l’applicazione delle norme che limitano il
deficit di bilancio nell’ambito del Patto di stabilità dell’Ue.
Questo
ha fornito a Berlino lo spazio fiscale per andare avanti.
Il
bilancio della difesa tedesco è aumentato, attestandosi ora a poco meno di 90
miliardi di euro e si prevede che raggiungerà i 150 miliardi di euro entro il
2029.
Ciò potrebbe rendere l’Europa molto più
sicura.
La
maggior parte degli alleati dell’Europa orientale sta già spendendo ben oltre
il 3,5%:
gli
Stati baltici e la Polonia si avvicinano o addirittura superano il 5%.
Tuttavia, nessuno degli altri Stati europei, in particolare Francia, Regno
Unito e Italia, ha lo spazio fiscale per raggiungere tale soglia, nonostante
gli impegni presi per compiacere Trump durante l’ultimo vertice Nato all’Aia.
Il
ritorno della “questione tedesca” in Europa.
Questo
rappresenta un problema non solo politico, ma anche di sicurezza.
Se la
spesa tedesca per la difesa raggiungerà i suoi obiettivi, entro il 2030 Berlino
spenderà circa il doppio rispetto alla Francia, secondo Paese per spesa
militare, riportando la “questione tedesca” – ovvero cosa fare con una potenza
continentale troppo grande per essere contenuta ma troppo piccola per dominare
– alla ribalta.
Storicamente
risolta attraverso l’integrazione della Germania nell’Ue e nella Nato, la
questione era stata esternalizzata coinvolgendo Washington nella sicurezza
europea.
Anche
nello scenario transatlantico più favorevole, se gli Usa riducessero in modo
significativo il loro impegno in materia di sicurezza in Europa, si creerebbe
un vuoto e l’aumento della spesa per la difesa della Germania è un passo
decisivo verso il suo riempimento.
Tuttavia,
data l’ascesa dell’estrema destra e del populismo nazionalista in Europa, è
ragionevole preoccuparsi delle potenziali conseguenze di un futuro che vede, da
un lato, la Germania divenire l’egemone militare in Europa e, dall’altro,
fallire il cordone sanitario che impedisce all’estrema destra tedesca di
arrivare al potere.
La
soluzione europea: difesa collettiva e coordinamento fiscale.
La
soluzione intuitiva a qualsiasi enigma sollevato dalla questione tedesca è
quella di perseguire collettivamente la difesa europea: Bruxelles ha già
stanziato 150 miliardi di euro in prestiti per finanziare progetti
collaborativi di difesa europea.
Una
cifra modesta rispetto a quanto gli Stati membri spenderanno per le proprie
industrie della difesa e irrisoria rispetto alla spesa cumulativa della
Germania per la difesa nei prossimi anni.
Francia e Italia chiedono l’emissione di un
debito collettivo dell’Ue per finanziare la difesa europea.
Ma le loro disastrate finanze pubbliche rendono queste
richieste poco credibili agli occhi Berlino.
La
questione tedesca riemergerà in Europa e la soluzione può essere solo europea.
Piuttosto
che chiedere a Berlino di fare più, spetta agli altri Paesi europei creare le
condizioni politiche e fiscali per rendere più credibili le loro richieste di
finanziamento collettivo della difesa europea.
Iran,
la rivolta non si ferma.
Nonostante
una selvaggia repressione.
Uffingtonpost.it - Giulia Belardelli – (11-01
-2026) – Redazione – ci dice:
Qualche
informazione buca la censura del regime iraniano.
E le immagini che arrivano mostrano un’ampia
partecipazione alle proteste, malgrado una repressione sempre più brutale.
Nessuno sa con esattezza quanti siano i morti:
chi
dice 500, altri citano almeno 2.000 manifestanti uccisi nelle ultime 24 ore.
E
migliaia di arresti.
L'appello
degli attivisti all'estero: "Intervento subito."
Il
blocco di internet – mai così sofisticato e capillare, sottolineano gli esperti
– prosegue per il quarto giorno consecutivo, eppure qualche informazione riesce
a bucare la censura del regime iraniano, soprattutto grazie a” Starlink”, il
servizio di internet satellitare di “Space X”.
E le immagini che arrivano mostrano un’ampia
partecipazione alle proteste, malgrado una repressione sempre più brutale da
parte del regime.
Nessuno sa con esattezza quanti siano i morti:
alcune fonti (Human Rights Activists News Agency) parlano di quasi 500 vittime,
altre (Iran International) di almeno 2.000 manifestanti uccisi nelle ultime 24
ore, con migliaia di arresti.
"Sono
più di tre giorni che gli iraniani non hanno accesso né alla linea telefonica
né a internet, in quella che è una violazione di altissimo livello dei diritti
civili”, commenta per “HuffPost Pejman Abdolmohammadi”, professore di relazioni
internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento e visiting professor
a Berkeley (autore de Il Nuovo Medio Oriente: Potere, Diplomazia e Realismo).
“Dalle
notizie che filtrano grazie a Starlink, sappiamo che la partecipazione alle
proteste è in crescita e che la repressione è aumentata.
Sappiamo
che ci sono molte vittime, anche se non ci sono bilanci certi. Purtroppo,
ritengo verosimile l’ordine delle migliaia”.
Per
chi ha partenti e amici in Iran, sono giorni drammatici.
Contattare
i propri cari è impossibile, oltre che potenzialmente rischioso. Le proteste in
corso da 15 giorni stanno facendo tremare il regime come mai prima d’ora,
aumentando le probabilità di un intervento da parte americana.
Il
presidente Donald Trump ha offerto il suo sostegno ai manifestanti, affermando
sui social media che "l'Iran sta cercando la LIBERTÀ, forse come mai prima
d'ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!".
Il “New York Times” e il “Wall Street Journal”,
citando funzionari statunitensi anonimi, hanno dichiarato sabato sera che a
Trump erano state offerte opzioni militari per un attacco all'Iran, ma non
aveva ancora preso una decisione definitiva.
Il Dipartimento di Stato ha avvertito
separatamente:
"Non
scherzate con il presidente Trump. Quando dice che farà qualcosa, lo pensa
davvero".
Il
presidente del Parlamento iraniano “Mohammad Bagher Ghalib “ha dichiarato che,
in caso di attacco, l'esercito statunitense e Israele sarebbero considerati
"obiettivi legittimi".
“
Calibra”, un sostenitore della linea dura, ha lanciato la minaccia mentre i
legislatori si precipitavano sul podio del Parlamento iraniano al grido
"Morte all'America!".
Video
online trasmessi dall'Iran mostrano i manifestanti radunarsi nel quartiere
Puncak, a nord di Teheran, dove le autorità hanno bloccato le strade.
A
Mashhad, la seconda città più grande del Paese, a circa 725 chilometri a
nord-est di Teheran, alcuni filmati documentano scontri con le forze di
sicurezza.
Proteste
sono riportate anche a Kerman, 800 chilometri a sud-est di Teheran.
“Pegah
Moschi Pour”, attivista italo-iraniana per i diritti umani e digitali (autrice
de” La notte sopra Teheran”) parla di “notizie terribili” in arrivo dal suo
Paese.
“Da
una parte, ci sono città che ci confermano che le proteste stanno andando
avanti e addirittura crescendo, come a Teheran, dove si dice che in strada
siano scese almeno due milioni di persone (cifre impossibili da verificare).
Preoccupa
in particolare la situazione a Mashhad, la città simbolo del pellegrinaggio
degli sciiti, dove il centro è stato totalmente militarizzato.
Chiunque
provi a uscire di casa viene fermato dalla polizia e intimidito a non
proseguire.
Sembra
che a Mashhad il regime stia mettendo in atto un'altra forma di
militarizzazione, mentre a Teheran continuano a esserci dei flussi di
manifestanti incredibili, che non si fermano neanche davanti a un numero
crescente di morti”.
La
partecipazione alle proteste aumenta perché la gente, al contrario delle altre
volte, non ne può più, sottolinea l’attivista.
“Le
persone hanno fame; anche chi ha un po' di denaro in contante non può comprare
nulla, perché i negozi sono chiusi".
Quanto al bilancio delle vittime, “il numero è
verosimilmente molto elevato soprattutto tra i curdi e gli abitanti del Florestan
e del Sistani e Baluchistan, dato che il regime è solito reprimere con
particolare forza le minoranze etniche, religiose e culturali.
In
tutto questo, continuano le esecuzioni per impiccagione, con accuse di spionaggio
per il nemico, corruzione o guerra verso Dio".
La
richiesta di voltare pagina rispetto al regime è fortissima, rimarca “Abdolmohammadi”.
“Il
90-92% degli iraniani è contrario alla Repubblica islamica: non la vuole più, e
penso che ormai sia disposto a tutto per chiudere questo capitolo.
C'è
bisogno, a questo punto, di una delle tre variabili principali dei cambi di
regime: ci vuole un attore internazionale che aiuti.
Gli
Stati Uniti hanno segnalato di essere disposti a farlo, ma bisogna vedere se
concretamente lo faranno.
Quello sarà il” game chance”:
se non
ci sarà questa variabile di liberazione - che non è un attacco di esportazione
della democrazia, ma un atto di aiuto alla liberazione di un popolo ormai
represso e solo - l'esperienza ci dice che la forza brutale del regime, prima o
poi, riuscirà a vincere.
È
questo il momento in cui il mondo libero deve venire in soccorso di questa
popolazione.
Se ciò
non avverrà, ci sarà una carneficina e un ritorno del terrorismo e dell'islam
radicale non solo in Medio Oriente ma anche in Europa.
È
interesse anche degli Stati europei aiutare i cosiddetti pro-Iran, che sono gli
anti-pro-Hamas".
È
difficile prevedere, in questa fase, quale sarà l’evoluzione delle proteste.
“ Abdolmohammadi”
è tra quegli analisti che ritengono il tempismo di un eventuale intervento un
fattore cruciale.
"Penso che non ci sia più molto tempo. È
un'azione che, se la si vuole fare, va fatta rapidamente, direi entro una
settimana. Intanto un passo concreto che si potrebbe fare subito è
l'istituzione di una no-fly zone.
In
questo modo, si fermerebbe la fuga degli oligarchi della Repubblica islamica, e
dall'altra parte si impedirebbe l'arrivo degli aiuti dei russi. Un'altra azione
da intraprendere subito sarebbe la chiusura del confine iracheno, così da
impedire l'ingresso degli arabi iracheni sciiti che stanno entrando nel Paese
per uccidere gli iraniani".
Alla
domanda su sé gli iraniani in piazza sperino davvero in un intervento
americano, Pegah Moschi Pour è cauta.
"C'è
una pluralità di richieste. Da una parte, c'è la paura di essere attaccati,
perché gli iraniani hanno già assaggiato i 12 giorni di attacco
israeliano-americano.
C'è
però anche una gran parte di persone che dice di volere il sostegno di Donald
Trump, visto come l'unica figura che possa smuovere davvero qualcosa e dare il
colpo di grazia al regime.
Quello
che mi commuove è il modo in cui chi riesce a condividere informazioni
dall’Iran si sforzi di far emergere anche la vitalità delle proteste, per
mostrare al mondo intero che gli iraniani vogliono la libertà e la fine del
regime della Repubblica islamica".
Trump,
obiettivo Cuba
Huffington.it
- Claudio Matricardi – (12 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
L'ANGOLO
DEI BLOGGER.
La
decisione dell'amministrazione Usa di confiscare le petroliere venezuelane
sanzionate ha già iniziato ad aggravare la crisi del carburante e
dell'elettricità dell’isola.
La
Casa Bianca esorta L'Avana a "raggiungere un accordo prima che sia troppo
tardi."
Cuba è
sotto sanzioni statunitensi dall'inizio degli anni '60 e ha mantenuto stretti
legami con il Venezuela di Nicolás Maduro.
Figlio
di fuoriusciti cubani, fin da quando era senatore, “Marco Rubio” ha chiesto a
lungo un cambio di regime a Cuba.
Durante
la conferenza stampa di Mar-a-Lago di sabato 3 gennaio, ha detto:
"Se
vivessi all'Avana e fossi al governo, sarei preoccupato, almeno un po'".
Intervenendo
subito dopo, Trump ha confermato che la situazione cubana è un problema, e il
giorno dopo ha precisato che non riteneva necessario un intervento militare
degli Stati Uniti, perché Cuba "sta per crollare.
Non
credo che abbiamo bisogno di alcuna azione.
Sembra
che stia cadendo a pezzi”, ha detto.
E ha aggiunto: “Non so se resisteranno, ma
Cuba ora non ha entrate. Tutte le sue entrate provenivano dal Venezuela, dal
petrolio venezuelano".
Ieri
Trump ha esortato Cuba a "raggiungere un accordo prima che sia troppo
tardi", avvertendo che il flusso di petrolio e denaro venezuelano verso
L'Avana si fermerà d'ora in poi.
Non ha
specificato i termini o le conseguenze per Cuba dell'accordo che propone, e ha
anche pubblicato un messaggio sul suo “social Truth” condividendo il post di “X”
dell'utente @Cliff_Smith_1, che ha scherzato su un ipotetico scenario in cui "Marco
Rubio sarà presidente di Cuba". “Mi sembra giusto!", ha commentato
Trump.
Via
“X”, il presidente cubano, “Miguel Díaz-Canel”, gli ha risposto che "Cuba
è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci dice cosa fare",
confermando che il suo paese "si sta preparando" ed è "disposto
a difendere la Patria fino all'ultima goccia di sangue".
Rispondendo
alle dichiarazioni di Trump che l'isola ha "vissuto per anni" grazie
al denaro e al greggio venezuelano in cambio di "servizi di
sicurezza" per gli "ultimi due dittatori (Hugo Chavez e Nicolás
Maduro)", il ministro degli Esteri, “Bruno Rodríguez”, ha detto che
"Cuba non riceve né ha mai ricevuto un risarcimento monetario o materiale
per i servizi di sicurezza che ha fornito a qualche paese.
A
differenza degli Stati Uniti", Cuba non ha "un governo che si presta
al mercenarismo, al ricatto o alla coercizione militare contro altri Stati".
Per
quanto riguarda le importazioni di petrolio, Rodríguez ha affermato che il suo
paese "ha il diritto assoluto di importare carburante da quei mercati
disposti ad esportarlo e che esercitano il proprio diritto di sviluppare le
proprie relazioni commerciali senza interferenze o subordinazioni alle misure
coercitive unilaterali degli Stati Uniti".
"Il
diritto e la giustizia sono dalla parte di Cuba. Gli Stati Uniti si comportano
come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza,
non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo", ha aggiunto.
Il
ministro degli Esteri venezuelano, “Yván Gil”, ha sostenuto che il suo rapporto
con Cuba risponde a una posizione "storica" basata su principi di
sovranità e autodeterminazione, ed in “Telegram” ha pubblicato che "La Repubblica Bolivariana del
Venezuela ratifica la sua posizione storica nel quadro delle relazioni con la
Repubblica di Cuba, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e il diritto
internazionale”.
Evitando di riferirsi direttamente all'impatto
economico dell'annuncio di Trump, ha insistito sul fatto che il legame con
L'Avana si basa sulla "fratellanza, la solidarietà, la cooperazione e la
complementarità".
La
fornitura giornaliera di greggio all'isola è iniziata nel 2000, quando Hugo
Chávez e Fidel Castro hanno firmato il cosiddetto “Accordo Integrale di
Cooperazione tra la Repubblica di Cuba e la Repubblica Bolivariana del
Venezuela”.
Allora
Caracas si impegnava a inviare 53.000 barili di greggio al giorno in cambio
della fornitura dell'isola "i servizi (...) e tecnologie e prodotti” utili
allo sviluppo economico e sociale.
Tuttavia,
negli ultimi anni i volumi di petrolio venezuelano si sono ridotti a causa del
brusco calo della sua produzione di petrolio.
La
decisione dell'amministrazione Trump di confiscare le petroliere venezuelane
sanzionate ha già iniziato ad aggravare la crisi del carburante e
dell'elettricità dell’isola, che sta soffrendo una profonda crisi energetica
dalla metà del 2024 a causa dei frequenti guasti delle sue centrali obsolete e
della mancanza di valuta estera dello Stato per acquistare il carburante
necessario per le sue unità di generazione.
Il
paese caraibico ha bisogno di circa 110.000 barili per coprire il suo
fabbisogno energetico di base, di cui circa 40.000 provengono dalla produzione
nazionale e il resto proviene da importazioni dal Venezuela e dal Messico, e in
quantità minore dalla Russia.
Si stima che il Venezuela invii circa 35.000
barili di petrolio al giorno all'isola caraibica, ma Trump ha detto che questo
non continuerà.
Mentre
la presidente messicana “Claudia Sheinbaum” ha riconosciuto che il suo paese è
diventato un fornitore rilevante per l'isola, “Petróleos Mexicanos” (Pemex) ha
riferito che nei primi nove mesi del 2025 ha esportato più di 17.000 barili di
greggio al giorno a Cuba.
L’ultima uscita di Trump anticipa una maggiore
pressione diplomatica sul Messico per ridurre o sospendere queste spedizioni, e
va ad aggiungersi alla minaccia di autorizzare interventi militari sul
territorio messicano per combattere il narcotraffico.
Se pare poco probabile che gli Stati Uniti
alla fine entreranno militarmente in Messico, l’azione di Trump potrebbe
puntare a costringere il vicino a condurre operazioni congiunte contro il
traffico di droga nel suo territorio.
Mentre
la dirigenza messicana sarebbe preoccupata per l’effetto che tale situazione
può avere sui negoziati tariffari in corso, nonché sulla prevista revisione
dell'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada questa estate.
Grossraum
Europa, o
dell’‘irresponsabile’
egemonia
tedesca.
Lacostituzione.info
– (25 Febbraio 2025) - Fuoricollana.it - Andrea Guazzarotti – Redazione - ci
dice:
L’anomalia
tedesca è l’anomalia dell’UE:
una Nazione cui era interdetto, dopo la
disfatta del Terzo Reich, il perseguimento della propria prosperità attraverso
la forza dello Stato, e che sceglieva, pertanto, di basare quella prosperità
sull’economia e derubricare lo Stato a mero apparato servente.
Questa l’essenza dell’ordoliberismo tedesco,
secondo “Foucault”:
esso
risponderebbe alla domanda cruciale per cui, «dato uno stato che non esiste, in
che modo farlo esistere a partire da quello spazio non statale che è quello di
una libertà economica?» (Foucault, 83ss.).
L’aforisma
di Foucault è applicabile all’Unione europea, declinandolo più chiaramente:
«dato
uno Stato che non esiste e che non può esistere», essendo l’UE la risultante di una
duplice sconfitta (militare di Germania e Italia, geopolitica di Francia e
Regno Unito) e della scelta statunitense di incentivare l’unione economica
garantendo al contempo la difesa militare dell’Europa occidentale.
Ma
un’entità che non ha l’onore e l’onere della difesa esterna non ha neppure il
potere di scegliere il proprio nemico esterno, che è poi l’essenza della
sovranità secondo Carl Schmitt.
Quel nemico veniva, infatti, predeterminato
dagli USA e individuato nell’Unione sovietica.
La rinuncia a una politica estera autonoma era
una condizione posta dal vincitore che tollerava assai poche eccezioni, come
dimostrato dalla precoce avversione USA alla Ostpolitik della Germania federale
negli anni Settanta e già sotto l’amministrazione Kennedy, la quale impose,
tramite NATO, l’embargo sulle esportazioni di oleodotti dalla RFT all’URSS
(Halevi, 218).
Ma era
la natura stessa delle entità statuali europee che gradualmente venivano
“federate” a rendere indispensabile l’eterodirezione della politica estera e di
difesa:
la differenza di vedute degli Stati europei in
politica estera era tale da rendere possibile l’unione sempre più stretta tra i
loro popoli (come recitano i Trattati europei) solo a patto che la difesa fosse
esternalizzata agli USA attraverso la NATO (Chessa).
Il che
si è reso sempre più evidente dopo l’allargamento a Est dell’UE all’inizio
degli anni Duemila.
Sotto
questo punto di vista, la moneta unica è stata la conferma di tale assetto
sbilenco.
Solo
chi reputa di non dover mai proiettare potenza attraverso la guerra – anche
difensiva – può disfarsi della sovranità monetaria, attribuendola a un’entità
completamente de-politicizzata e irresponsabile.
Tutte
le guerre sono state condotte attraverso la gestione monetaria del debito
pubblico (Eichengreen et al.).
Non è per caso che un Paese come il Regno Unito abbia
evitato la follia dell’euro.
La
Germania non rinunciava, però, a ciò cui uno Stato – specie se potente – è
necessariamente chiamato, la proiezione della propria potenza, appunto.
Solo
che lo faceva attraverso l’economia:
mentre
l’anglosfera usava la finanza per proiettare la propria potenza, la Germania
usava il mercantilismo dei propri crescenti surplus commerciali (Mangia).
Un mercantilismo a lungo tollerato dagli USA,
fintanto che rimaneva confinabile al piano economico;
poi
stroncato una volta che il mix su cui era basato – energia a basso costo dalla
Russia e fortissimo interscambio con la Cina – assumeva implicazioni sempre più
chiaramente geopolitiche.
L’UE
dell’euro e dell’austerity ne paga le conseguenze, per essersi prestata a
strumento di tale proiezione di potenza mercantilista tedesca:
euro e
austerity, negli anni immediatamente precedenti la Brexit e il primo mandato di
Trump, non solo non hanno frenato quella pulsione delle élite tedesche –
intrinseca al moralismo religioso dell’ordoliberismo (van der Walt), ovvero
alla struttura produttiva tedesca (Halevy), o ancora alla logica della
“società-macchina” (Todd, 180) – ma l’hanno amplificata fino all’estremo.
Come e più del “Sistema Monetario Europeo
(SME) varato nel 1978, l’euro ha costituito la naturale cintura protettiva che
ha consentito alla Germania di accumulare surplus commerciali senza
contraccolpi sul debito pubblico, diversamente dal Giappone (Halevy, 220).
E,
tuttavia, il rifiuto di ogni ruolo apertamente e responsabilmente egemonico
delle élite tedesche ha reso del tutto impermeabile l’opinione pubblica tedesca
alle ricorrenti rivendicazioni di solidarietà redistributiva da parte degli
Stati (Italia e Francia) che più hanno perso in quella scommessa dell’euro (Streek 2022).
La
macchina dell’UE si è rivelata un dispositivo quanto mai duttile ed efficace
nel veicolare, in quegli anni della crisi dei debiti sovrani e della Troika, la
scelta geopolitica tedesca, barattata per scelta economica razionale ed
efficiente per tutti gli Stati.
Istruttiva
la narrazione nostrana di un irenico convergere di valori costituzionali comuni
degli Stati membri che il diritto europeo si sarebbe limitato a razionalizzare
(Della Cananea).
Un ottundimento di governi e di istituzioni
europee (BCE e Commissione in testa) che, anziché tentare di frenare quella
pulsione tedesca, l’hanno irresponsabilmente presa a modello (Flassbeck,
Lapavitsas).
L’esito – anche da un punto di vista meramente
geoeconomico – è stato squilibrante non solo entro l’UE ma nell’intera
“economia mondo”:
se
fino al 2010 la bilancia dei pagamenti dell’intera Eurozona era tendenzialmente
in equilibrio col resto del mondo (il surplus tedesco venendo normalmente
compensato dal deficit commerciale degli Stati membri mediterranei), a partire
dal 2010 il surplus cresceva a livelli mai raggiunti prima e inconcepibili per
un’economia così vasta e così benestante (Bellofiore et a., 95).
Che si
trattasse di qualcosa di diverso da un’autentica politica economica era parso
già chiaro a chi ha sempre diffidato delle dottrine ordoliberiste tedesche:
le
politiche economiche trainate dall’export (che impongono la repressione della
domanda interna e deflazione salariale) hanno visto la Germania frenare per
decenni la propria crescita (e di conseguenza quella dei propri partner) di
almeno l’1,5% del Pil all’anno, lasciandosi dietro più di un sospetto circa la
loro reale finalità geopolitica (Ciocca).
L’esito
di questo “successo” nella gara dell’export è stato destabilizzante anche
all’interno della società tedesca:
non si tratta solo del noto deficit di
investimenti pubblici e privati che affliggono da anni la Germania, ma anche
dell’aumento impressionante dell’indice di disuguaglianza (DIW).
La
qual cosa ha reso ampie fasce dell’elettorato tedesco refrattarie a ogni
discorso sulla solidarietà europea e facili prede della retorica anti-immigrati
e anti-UE di partiti “revisionisti” come AfD.
L’aforisma
di Foucault sull’imperativo della Germania post-nazista di non pensarsi come
Stato-nazione bensì come economia nazionale aperta, andrebbe invero completato:
non si
è trattato – per la Germania – solo di interdire a sé stessa ogni idea di
potenza dello Stato, bensì anche ogni idea di egemonia spaziale.
“Carl
Schmitt” aveva prospettato, ben prima del suo famoso “Nomos della terra” del
1950, una soluzione per uscire dal diritto internazionale alla vigilia della
guerra (Schmitt):
adattando la dottrina Monroe degli USA al contesto
europeo e alla dottrina razziale nazista, la proposta di Schmitt rinnegava
frontalmente l’uguaglianza formale degli Stati e immaginava la contrapposizione
di “grandi spazi” (Grossräume), ciascuno incentrato su uno Stato guida cui sono
subordinati Stati satellite (Losano 59ss.).
Dopo
la fine della guerra fu rinvenuto nell’Archivio del Ministero degli Esteri
tedesco un progetto di trattato fra Germania, Italia e Giappone sulla
configurazione dei grandi spazi in Europa e nell’Est asiatico, il cui preambolo
parlava della «necessità storica di trasformare i Grandi Spazi in Comunità
internazionali di tipo nuovo e con una propria personalità giuridica».
Quei
grandi spazi avrebbero dovuto proteggere gli Stati dal «timore dell’oppressione
da parte di potenze e influenze intruse».
Quel
progetto distopico fallì, nella sua modalità bellicistica e razziale, per poi
rinascere – in Europa occidentale – nella sua versione pacifica (e pacifista?)
di un’egemonia economica fondata sul consenso e/o l’organizzazione
internazionale utopicamente tendente al federalismo (Losano 71ss.).
Gli
storici hanno rilevato plurime tracce di una riconversione di piani, idee,
protagonisti del Grossraum nazista in altrettanti piani, idee e protagonisti
della costruzione dell’Europa funzionalista dei primi anni (Heilbronner).
L’aspirazione
di fondo, al di là del progetto razziale nazista, di difendere il continente
europeo dalla minaccia bolscevica (soprattutto) e (poi) dall’egemonia economica
degli USA era condivisa dalle élite post-liberali di altri Paesi europei (ibidem, p. 1585ss.).
Chi,
tra i migliori giuristi tedeschi studiosi dell’UE, ha analizzato il progetto
del Grossraum nazista, ha concluso che si trattava di un’entità nebulosa anche
sotto il profilo economico (oltre che giuridico, amministrativo, ecc.), di cui
era chiaro soltanto il primato della volontà dello Stato-guida sugli Stati
satellite (Joerges).
Specularmente,
l’Unione europea è un’entità volutamente nebulosa quanto alla gerarchia
materiale tra i suoi Stati membri, ma di cui – a partire dalle riforme “che
hanno salvato l’euro” – è inequivoco l’indirizzo politico-economico
fondamentale (il mercantilismo di stampo tedesco).
Un
importante storico inglese studioso dell’integrazione europea ha cercato di
dimostrare come quest’ultima, lungi dall’essere un progetto di progressiva e
incrementale federalizzazione tra Stati europei desiderosi di trasformarsi
negli “Stati Uniti d’Europa”, è nata e avanzata come progetto di governi
nazionali guidati da due priorità:
imbrigliare la Germania e sostenere le
preferenze politiche interne, in modo da salvare il modello di Stato-nazione
dalla catastrofe della guerra e dalla fine del colonialismo europeo (Milward).
Questo
quadro, tuttavia, appare coerente con gli sviluppi avutisi fino alla fine della
guerra fredda, la riunificazione tedesca e il varo della moneta unica, ove la
rete concepita (specie dalla Francia e dalla Commissione Delors) per tenere
imbrigliata la Germania al resto della “Vecchia Europa” si è rivelata non solo
troppo debole ma convertibile in un volano per la stessa egemonia economica
tedesca sul resto dell’Unione.
Le
radici di questo squilibrio risalgono, invero, alla fine di Bretton Woods, che
era poi quel reticolo di istituzioni che consentivano agli USA di usare
egemonia verso il resto del Mondo e di assumersene la responsabilità, secondo
un modello di capitalismo “embedded”, imbrigliato in regole e istituzioni
internazionali (in primis, controllo della circolazione dei capitali) e
addomesticato dalle logiche di pieno impiego keynesiane.
Dal
crollo di quel modello è scaturita l’egemonia irresponsabile degli USA, da cui,
a sua volta, è derivata quella tedesca, diversamente irresponsabile.
La
retorica del “Grossraum Europa” e i discorsi sull’egemonia europea della
Germania nazista (affermatisi dopo un’iniziale fase “euroscettica” del
nazionalsocialismo) erano tali da rendere impronunciabile, nella Germania
federale del Secondo dopoguerra, la parola “egemonia” (Streeck).
Un tabù che è perdurato fino ai nostri giorni,
nonostante l’evidente ruolo egemonico giocato dalla Germania, specie dopo la
riunificazione. Il perpetuarsi di quel tabù, contro ogni evidenza materiale, è
equivalso a irresponsabilità, se non soggettiva senz’altro oggettiva.
Oggi
l’estrema destra tedesca di AfD non osa (ancora) pronunciare la parola
“egemonia tedesca”, mentre non disdegna riferimenti alla teoria del Grossraum
di Carl Schmitt, per scimmiottare l’invocazione al multipolarismo di Putin e di
Xi, non certo per portare acqua al mulino dell’europeismo anti-egemonico delle
Carte dei diritti e della solidarietà europea, bensì per accodarsi alle
critiche strumentali all’universalismo dei diritti umani (Pfahl-Traughber;
Janzen).
In
questo trovando pieno sostegno nella nuova amministrazione Trump. Quest’ultima
è soltanto l’espressione più estremizzata di una tendenza statunitense iniziata
già all’inizio del Duemila che ha visto gli USA reagire all’aumento di potenza
di Cina, India, ecc., nelle istituzioni multilaterali (WTO in primis)
ricorrendo al boicottaggio di queste stesse istituzioni e del multilateralismo
tout court, preferendo ricorrere alla logica del divide et impera, ossia
ricorrendo a negoziazioni bilaterali con i singoli Stati, specie i più deboli.
Sostenere prima la Brexit e, attraverso AfD, un’eventuale Germanexit, sembra
l’applicazione all’UE di tale strategia.
Il
Grossraum non era fondato su una Costituzione, bensì su un trattato. Che i
destini di UE e Germania siano in qualche modo convergenti è rispecchiato anche
dal rebus della loro Costituzione:
come
l’UE, nonostante si proclami dal lontano 1963 un’entità indipendente e autonoma
dal diritto internazionale (Corte di giustizia, Van Gend, 1963) dotata di una
propria “carta costituzionale” (Corte di giustizia, Le Vert, 1986), continua a
fondarsi su due trattati internazionali, così la Germania continua a fondarsi
su un atto volutamente non intitolato “Costituzione/Verfassung” bensì “Legge
fondamentale/Grundgesetz”.
Come l’UE ha fallito nel darsi una propria
Costituzione, con il maldestro tentativo del 2004 naufragato nei referendum
olandese e francese del 2005, così la Germania si è sottratta alla promessa
costituzionale iscritta nella sua Legge fondamentale (art. 146) di dar vita a
un autentico processo costituente all’atto della sua agognata riunificazione.
Quest’ultima
si fonda, ancor oggi, sul “Trattato di riunificazione” del 1990 (che qualcuno
ha cupamente ma lucidamente ribattezzato “Annessione”: Giacchè), che, a sua
volta, si basa sul più “burocratico” art. 23 della Legge fondamentale, oggi
abrogato, che ne consentiva l’estensione ad “altre parti della Germania”.
Un’autentica
fase costituente avrebbe avuto “l’effetto simbolico di non far sentire alla
popolazione della DDR che qualcosa era stato imposto loro, ma che avevano
partecipato alla creazione dell’ordinamento giuridico” dell’intero Paese
(Grimm).
E’ tutt’altro che certo che tale processo
costituente sarebbe bastato, da solo, a scongiurare future spaccature, ma è
chiaro che ciò contribuisce oggi ad alimentare quel senso di subalternità nei
cittadini tedeschi dell’Est, i quali tendono “a credere che la promessa di
uguaglianza della Legge fondamentale non sia stata realizzata” (Lorenz).
La
Germania ha, in fondo, rispecchiato quanto avvenuto nelle economie nazionali
dell’Europa centrorientale integrate nella sua economia esportatrice:
un parallelo e crescente processo di
integrazione (economica) esterna e disintegrazione (sociale) interna
(Guazzarotti).
Integrazione
economica esterna sempre più accentuata con l’Eurasia (Cina e Russia) e sempre
più debole rispetto all’Europa mediterranea; disintegrazione sociale interna,
che dalla linea di faglia Est-Ovest si allarga all’intera società, tramutandosi
nella rivolta guidata dalla forza “antisistema” di AfD.
Il
paradosso è che quest’ultima, mentre rifiuta di riconoscere agli immigrati il
ruolo cruciale che spetta loro nella “macchina produttiva” tedesca, è perfettamente consapevole
dell’insostituibilità del legame economico con la Russia.
Non
sappiamo cosa produrrà questo intreccio di contraddizioni nella politica
tedesca dopo le elezioni del 23 febbraio 2025.
Ma è
chiaro che l’UE ne rifletterà gli andamenti.
Come la riforma dell’UE in senso deflattivo
del 2011-2013 è stata preceduta dalla revisione costituzionale tedesca del 2009
che ha introdotto il famigerato “Schuldenbremse” (freno al debito), così la
revisione (impossibile ma necessaria) dei Trattati europei non potrà che
dipendere dall’abrogazione di quella norma costituzionale tedesca. L’amaro paradosso è stato quello per
cui il nuovo Patto di stabilità del 2024 ha tradito anni di proposte per
l’inversione dello spirito deflattivo del vecchio Patto (voluto sempre dai
tedeschi nel 1997) a causa della disperata lotta del (micro) Partito liberale
tedesco contro la propria estinzione guidata dal Ministro delle finanze
Lindner, poi resosi responsabile delle elezioni anticipate e infine dimessosi
dopo la disfatta del suo partito alle ultime elezioni.
Uscire
dalla crisi tedesca ed europea “da sinistra” sembra davvero un’utopia.
Gli
USA di Trump potrebbero rendere pericolosamente concreta la distopia di
un’uscita dalla crisi attraverso il riarmo dei Paesi UE, uniti dalla
“affratellante” esigenza di economie di scala dell’industria bellica europea.
La
storia dello Eurofighter, che ha visto per decenni collaborare imprese
britanniche e tedesche prima della Brexit potrebbe essere istruttiva.
Editoriale.
La
svolta della Germania e
il
ritorno degli ammiragli.
Rsi.ch
– (7 – 12 -2025) - Mat Cavadini – Redazione – ci dice:
Riarmo,
generali che tornano al centro della scena, industria che si riconverte alla
produzione bellica: un impeto bellicista scuote l’Europa.
(Ammiraglio
Cavo Dragone).
Il
riarmo della Germania, con un piano da 900 miliardi di euro che intende
trasformare l’industria bellica nella nuova locomotiva nazionale, non può
essere liquidato come semplice adeguamento alle sfide globali.
È un
terremoto politico e culturale che rimette in discussione l’equilibrio europeo
costruito faticosamente dopo il 1945.
Per
decenni Berlino ha preferito il ruolo di potenza economica, lasciando a Parigi
la guida militare dell’Unione.
Oggi, invece, la Germania si propone come
nuovo centro della difesa europea, con aziende come “Rheinmetall” che
riconvertono stabilimenti automobilistici in fabbriche di armi.
Non è
un dettaglio: significa che la crisi dell’auto-motive viene compensata da
un’economia di guerra, con la retorica del «dovere di proteggere l’Europa» che
giustifica la militarizzazione della società.
Il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato,
non a caso, che «il futuro del mondo si crea in Europa».
(Natascha
Fioretti.)
Ma
dietro questa frase si cela un’ambizione egemonica:
plasmare il futuro da Berlino, con i generali
tornati protagonisti nelle conferenze internazionali e nei vertici NATO.
Non
più figure marginali, ma volti mediatici, quasi star televisive, che parlano di
deterrenza, di «preparare i tedeschi a un possibile attacco russo».
La
Germania ha persino chiesto all’Unione Europea la deroga al «Patto di
stabilità» per liberare la spesa militare dai vincoli di bilancio.
In
altre parole: la disciplina fiscale vale per scuole e ospedali, ma non per i
carri armati.
È un
messaggio chiaro: la priorità è la difesa, anche a costo di sacrificare il
welfare.
Questa
svolta bellicista si accompagna a un linguaggio che inquieta.
Si parla di «economia di guerra», di
«mobilitazione industriale», di «preparazione della popolazione».
Cantieri
navali pronti a sfornare fregate in serie, partnership tecnologiche per reti di
comunicazione tattica, missili Joint Strike per i caccia F-35, scudi spaziali
pronti ad entrare in funzione.
È un
lessico che riporta alla mente epoche che si pensavano sepolte.
Esiste
una fotografia del 2024 di un modello di un razzo del sistema anti-missilistico
Arrow 3.
Mondo.
La
Germania attiva il primo scudo antimissile “Arrow 3”.
Il
sistema di difesa israeliano-americano è stato acquistato per tutelare l’Europa
centro-settentrionale da minacce missilistiche a lungo raggio.
Il
problema non è solo tedesco.
L’Europa intera rischia di essere trascinata
in una spirale di militarizzazione (sociale, politica, economica, culturale),
con Berlino che detta l’agenda e gli altri al seguito.
L’ammiraglio
Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, ha parlato
di recente di «guerra ibrida» contro la Russia, affermando che un attacco
cibernetico preventivo possa essere considerato difensivo.
Una
dichiarazione che mostra come la retorica bellicista non sia confinata a
Berlino, ma attraversi l’intera architettura occidentale, dalla NATO ai governi
europei.
La
Francia vede minacciato il suo ruolo tradizionale, l’Italia si adegua senza
fiatare, i Paesi baltici applaudono.
Chi
mette in dubbio che questa corsa agli armamenti possa accrescere davvero la
sicurezza (denunciando altresì il rischio di una escalation delle tensioni)
viene bollato come un ingenuo pacifista.
Eppure la storia insegna che quando i generali
tornano a occupare la scena pubblica, la politica abdica.
La Germania, che aveva fatto del «mai più
guerra» un pilastro identitario, oggi sembra pronta a riscrivere quel motto.
Non è solo un riarmo: è un cambio di paradigma
culturale, un ritorno a un passato che rischia di diventare presente.
Il
riarmo tedesco (ed europeo) non è una questione tecnica di bilancio o di
deterrenza.
È una
scelta di civiltà.
E la civiltà europea, che si era costruita
sull’idea di pace e cooperazione, oggi appare minacciata da una nuova furia
bellicista che, sotto il pretesto della sicurezza, rischia di riportarci
indietro di settant’anni.
Perché
l’Occidente
odia
la Russia.
Analisidifesa.it
– (10 Gennaio 2026) - Redazione in Storia e Cultura – Hauke Ritz – ci dice:
Perché
l’Occidente teme e odia così tanto la Russia?
Il
filosofo tedesco “Hauke Ritz” parte da questa domanda cruciale per sviluppare
un’acuta analisi del rapporto conflittuale tra l’Occidente – inteso come entità
politico-militare dominata dagli USA – e la Russia.
Con
uno sguardo multidisciplinare che intreccia storia, filosofia e geopolitica,
Ritz ricostruisce le radici culturali e ideologiche di questo antagonismo
secolare, denunciando l’impoverimento dell’Europa, ridotta a periferia strategica
degli Stati Uniti.
Dopo
la fine della guerra fredda, il continente europeo ha infatti mancato
l’occasione storica per emanciparsi, abbracciando invece l’egemonia unipolare
americana e l’ostilità verso la Federazione Russa.
Secondo
l’autore, tale atteggiamento deriva dall’alterità irriducibile del mondo russo
rispetto all’identità occidentale, oltre che dal trauma che la Rivoluzione
d’ottobre e l’Unione Sovietica hanno rappresentato per le classi dirigenti
euro-atlantiche.
Un
capitolo centrale è dedicato alla “guerra fredda culturale”, condotta dagli
Stati Uniti per orientare idee e valori in Europa:
un intervento sistematico che ha contribuito a
plasmare l’identità europea contemporanea e a consolidarne la dipendenza da
Washington.
Ritz
paragona la situazione attuale al conflitto Roma-Cartagine: l’Occidente non
tollera la sopravvivenza di una civiltà concorrente. Mosca, vista non come partner ma come
nemico esistenziale, diventa lo specchio rimosso della civiltà europea.
Ne deriva una crisi profonda: culturale,
geopolitica e civile.
Contro
questa deriva, l’autore immagina una rinascita:
un’Europa
capace di recuperare la propria identità storica e culturale, sottraendosi alla
dipendenza dagli Stati Uniti, superando la lunga “guerra civile europea”
iniziata nel 1914 e tornando a una relazione costruttiva e pacifica con la
Russia.
Solo
così, sostiene Ritz, sarà possibile invertire il declino e riconquistare una
piena sovranità politica ed economica.
«Un
libro che disintossica dalla cieca russofobia che ci porta al disastro. E
auspica tutt’altra Europa, con l’ottimismo della volontà».
(Luciano
Canfora).
«Ritz
ha fatto ciò che pochi pensatori occidentali osano fare:
rintracciare le vere radici dell’irrazionale
ostilità dell’Occidente nei confronti della Russia, ovvero la crisi spirituale
e storica dell’Europa e la sua colonizzazione – non solo economica e politica,
ma soprattutto culturale e psicologica – da parte degli Stati Uniti».
(Emmanuel
Todd).
«Grazie
al bellissimo libro di Ritz, sappiamo che l’Occidente provoca Mosca sin da
quando ha allargato la NATO a Est, e che la russofobia acceca i soliti sospetti
d’Europa».
(Barbara
Spinelli).
«Con
una scrittura scorrevole e con argomentazioni di largo respiro il libro di Ritz
offre solidi argomenti culturali, storici e politici perché la discussione sui
rapporti tra Europa, USA e Russia si svolga finalmente su basi scientifiche e
documentate».
(Carlo
Galli).
«Ritz
ci porta a riflettere su un processo in corso da tempo, ma che oggi ci spaventa
più che mai perché lo sentiamo vicino: la fine della cosiddetta civiltà europea
e il nichilismo guerrafondaio che ne consegue».
(Fabio
Mini).
“Hauke
Ritz”.
(Filosofo
tedesco (Kiel, 1975), è noto per i suoi studi sulla geopolitica e sulla storia
delle idee. Le sue ricerche si concentrano sul conflitto Est-Ovest e sulle
relazioni tra Europa e Russia. Ha insegnato in diverse università, tra cui
l’Università di Gießen e l’Università Statale di Mosca. Nel 2022 ha pubblicato,
insieme a Ulrike Guérot, il libro Endspiel Europa. Con Guérot dirige il think
tank European Democracy Lab).
Geopolitica.
Imperialismo
2.0: gli USA di
Trump
alla conquista delle
Americhe.
Europa, che fare?
Glistatigenerali.com
- Francesco Linari – (8 gennaio 2026) – ci dice:
Trump
vuole il dominio delle Americhe per utilizzarle nello scacchiere globale, ma a
Caracas non è detto vada tutto liscio.
Nel sistema internazionale in transizione le
regole contano sempre meno, a vantaggio dei rapporti di forza.
Per
l’Europa è urgente ricalibrare le politiche.
“Parla
gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”.
Così
scriveva e parlava il ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America, “Theodore
Roosevelt”, nei primi anni del XX secolo. L’applicazione di tale aforisma alla
politica estera di Washington consistette nella sua piena evoluzione verso una
postura imperialista, in particolar modo in America Centrale e nella regione
caraibica, tale da formalizzare un corollario Roosevelt alla dottrina Monroe:
gli USA si riservavano di intervenire, se
necessario militarmente, in caso di disordini o instabilità sopravvenuti in
paesi del continente americano, e di incapacità dei relativi governi a porvi
fine.
Oggi, a distanza di oltre un secolo, un
successore dell’eroe della “splendid little war” contro la Spagna del 1898,
sembra volerne rinverdire i fasti, mostrando chiaramente a tutti il bastone,
pur senza aver particolare predilezione per i discorsi gentili, tanto da far parlare di una nuova
dottrina Donroe.
Quel che è avvenuto la notte del 3 gennaio nei
cieli sopra Caracas e altre zone del Venezuela potrebbe essere l’inizio di una
nuova fase molto calda nella storia dell’America Latina, e nei suoi rapporti
con gli USA, come non accadeva da decenni.
L’azione
militare ordinata dal presidente Trump, oltre ad aver una volta di più
segnalato l’elevato livello della capacità militare a stelle e strisce (che
Mosca e Pechino intendano bene), ha reso chiaro a tutti, se mai ce ne fosse
stato bisogno, che questa amministrazione non è isolazionista, e non ha paura,
né particolari scrupoli, ad utilizzare la forza nelle relazioni internazionali.
La successiva conferenza stampa dell’inquilino
della Casa Bianca e dei segretari “Rubio” e “Hegset” ha, se possibile,
rafforzato alcuni concetti, già enunciati nella strategia di sicurezza
nazionale recentemente pubblicata:
le
Americhe devono tornare soggette all’egemonia yankee e l’influenza di potenze
extra-emisferiche in tale area deve cessare;
gli USA dispongono della capacità e della
volontà di utilizzare il più grande apparato bellico della Storia al fine di
assicurare tale egemonia; le questioni concernenti il rispetto del diritto
internazionale e dei principi democratici all’interno dei singoli paesi non
sono di particolare interesse;
le
azioni intraprese sono guidate dal mero interesse degli USA stessi, nella
particolare interpretazione che ne danno il presidente Trump e la coalizione
che lo sostiene.
La
svolta impressa da Donald Trump alla politica estera americana in quest’ultimo
anno difficilmente poteva essere più radicale, ma di ciò si è ampiamente detto
e scritto, anche su questi pixel.
Il raid sul Venezuela è l’ultimo atto di una
serie di azioni militari, minacce, messa in discussione di alleanze, guerre
commerciali e dichiarazioni pesantemente ostili a partner di lunga data, a cui
abbiamo assistito da quando egli è tornato alla Casa Bianca.
Nulla dovrebbe ormai sorprendere, e c’è da
augurarsi che i leader politici europei lo abbiano finalmente capito.
Neanche
sentirgli dire che è la stessa sua amministrazione (noi) al comando in
Venezuela, qualunque cosa significhi.
Esercizio futile è disquisire sull’aderenza di quel
che è accaduto a Caracas al diritto internazionale, sul ritorno della
democrazia nel paese o sulla legittimità dell’arresto di un capo di stato
straniero per presunto traffico di stupefacenti, come paiono costretti a fare
certi governanti europei, a cominciare da quelli del bel paese.
Il
traffico di droga è, con chiara evidenza, la foglia di fico (non è certo il
Venezuela l’origine del traffico di droga verso gli USA) utile da mostrare alla
base elettorale MAGA, notoriamente allergica ai coinvolgimenti in imprese
militari all’estero, mentre il grado di interesse per la democrazia è
testimoniato dagli sbrigativi commenti sulla sig.ra “Machado”, fresca premio
Nobel per la pace, oltre che dal fatto di non aver neppure citato le elezioni
presidenziali del 2024, né la figura di “Edmundo Gonzales Urrutia”,
riconosciuto vincitore da buona parte della comunità internazionale, ed
esiliato in Spagna.
Quanto
al riguardo per il diritto internazionale, è sufficiente registrare le minacce
lanciate da Mar-a-Lago e il giorno successivo ai vertici politici di Cuba,
Colombia, Messico e… Danimarca, con riferimento alla Groenlandia.
Molto
semplicemente, le motivazioni dell’intervento sono da ricercare nella volontà
del tycoon di prendere il controllo di uno stato strategico per posizione,
dimensioni e presenza di risorse naturali, a cominciare dal petrolio, ma anche
di vari minerali critici.
A tali
fini, anzi, è giudicato necessario un alto grado di stabilità, per cui
avventure di esportazione della democrazia, in stile Iraq e Afghanistan,
rischierebbero certamente di produrre danni.
Riportando
il tutto nello scenario globale, Caracas deve essere sottratta alla
disponibilità di Russia e Cina, e i suoi preziosi asset messi a disposizione
del benessere economico e delle necessità strategiche della superpotenza,
nell’ambito del confronto che si prospetta per lo spostamento degli equilibri
mondiali.
Del
resto, il quarantasettesimo presidente, che alla base dell’azione ci sia il
petrolio (“ce lo hanno rubato”), di cui il paese caraibico detiene, almeno
nominalmente, le più ampie riserve al mondo, lo ammette anche abbastanza
candidamente.
Il
reale interrogativo da porsi, sui fatti del Venezuela, riguarda il successo o
il fallimento della strategia trumpiana, e la misura degli stessi, poiché il
buon esito della vicenda, nonostante i proclami del presidente, non è affatto
scontato
.
Nessuno può dire oggi con certezza quale sarà il comportamento del blocco di
potere che ha retto il paese caraibico nell’ultimo quarto di secolo, dopo
l’umiliazione subita con l’esfiltrazione del proprio leader, Nicolas Maduro.
La coalizione sociale che ha sostenuto il
partito di Chavez, e poi di Maduro, non è scomparsa dopo i bombardamenti
americani, e si è fatta vedere e sentire, nella capitale e nei discorsi
pubblici.
Naturalmente,
gli USA mantengono pronto a intervenire l’imponente dispositivo militare nel
Mar dei Caraibi, se fosse necessario.
La prima destinataria delle pressioni di
Washington è l’ex vice-presidente, ora presidente ad interim, “Delcy Rodriguez”,
già minacciata da Trump di un destino “peggiore” di quello del suo ex capo, in
caso di rifiuto a collaborare.
Ma,
oltre a lei, dispongono di notevole potere e seguito nel paese anche altri
soggetti, in particolare i vertici delle forze armate e il ministro degli
interni, “Dios dado Cabello”, al quale fanno capo i famigerati “colectivos”,
che si sono fatti un nome durante le repressioni degli ultimi anni.
Sarà probabilmente decisiva la capacità dei
vertici della Casa Bianca di trovare il giusto mix tra incentivi e minacce, per
convincere gli uomini chiave di Caracas a rinunciare a resistere e provare a
vedere un ipotetico bluff.
La
determinazione dimostrata in questi mesi da Trump e la sua relativa facilità a
premere il grilletto, insieme alla strapotenza delle forze armate dispiegate di
fronte alle loro coste, consiglierebbero moderazione, ma, non è escluso che le
prospettive di perdere rendite di ricchezza o sostentamento, da una parte, e la
consapevolezza della non semplicità, per gli USA, di uno scenario da “boots on
the ground” in un paese vasto e ricoperto in gran misura dalla giungla,
dall’altra, possano far venire voglia a qualcuno di mettersi di traverso.
È
verosimile, inoltre, che le negoziazioni tra le parti possano durare settimane,
o addirittura mesi, necessari a calibrare e perfezionare eventuali accordi,
come anche è possibile che gli effetti degli stessi, su una parte di
popolazione e sui quadri di partito, si possano far sentire in futuro.
E in
tanti sono consapevoli della tendenza di Trump a cercare il risultato nel
brevissimo periodo, accomunata alle scarse doti di pazienza. Come scrive “Juan
S. Gonzale”z su “Foreign Affairs”, i possibili scenari variano da una
transizione relativamente ordinata gestita da un’autorità provvisoria, alla
sostanziale permanenza al potere di una nomenklatura chavista che accetti di
garantire agli USA quel che essi desiderano, per finire con l’ipotesi di caos,
scontri armati, guerra civile, impantanamento dell’esercito americano nel
paese, o abbandono dello stesso.
Certamente,
l’amministrazione americana punta a ottenere stabilità, controllo dei flussi
migratori e carta bianca nello sfruttamento dell’industria petrolifera
. Sarà
da vedere se e in che misura le otterrà, considerando anche il bisogno, da
parte di quest’ultima, di immensi investimenti, che le major americane non pare
siano così entusiaste di sostenere.
Il primo scenario, tra quelli sopra citati,
sarebbe senz’altro il preferibile, e i sospetti di un qualche tradimento
perpetrato dai massimi vertici del regime ai danni di Maduro, sembrerebbero
supporre un’evoluzione in tal senso.
Non va dimenticato, del resto, che Washington detiene
un cruciale strumento di pressione, potendo disporre dell’embargo sulle
esportazioni venezuelane di greggio, già in essere, in misura parziale, che se
fosse mantenuto o incrementato, rischierebbe seriamente di mettere ancor più in
ginocchio un paese già ampiamente disastrato dalle politiche del regime e dalle
sanzioni.
Altro
interrogativo riguarda l’evoluzione dei rapporti con gli altri paesi
dell’America Latina, alcuni dei quali già messi nel mirino da Trump e dai suoi.
Dopo
la brillante operazione speciale di Caracas l’umore a Washington è al massimo
storico, mentre a Bogotà, Città del Messico, L’Avana, è lecito immaginarsi che
corra qualche brivido per la schiena di chi detiene il potere, ma pensare a
plurime repliche nel giro di pochi mesi sembra francamente troppo anche per i
nuovi USA sotto la guida del tycoon.
Più
probabile, forse, sarà assistere a collaborazioni incentivate nella lotta ai
cartelli e all’immigrazione, per alcuni (Messico), pressione economica
finalizzata al collasso per altri (Cuba), e manovre diplomatiche e
propagandistiche propedeutiche ad ottenere un risultato favorevole nelle
elezioni presidenziali di quest’anno, per altri ancora (Colombia).
Senza
dimenticare che il 2026 è anno di competizione elettorale anche per la
presidenza del bersaglio grosso dell’America Meridionale, il Brasile, governato
oggi dal socialista” Ignacio Lula”.
Molto
dipenderà anche, naturalmente, da come evolverà e dalle tempistiche con cui si
chiarirà la questione venezuelana.
È
anche plausibile immaginare che, negli apparati washingtoniani, qualcuno tenga
a far notare al comandante in capo come dal far rivivere il cortile di casa dei
primi decenni del secolo scorso a far ripiombare il continente nel calderone in
ebollizione degli anni ’60-’70-’80, possa bastar poco.
Andarsi
a cercare nemici in serie potrebbe essere un ottimo sistema, nonostante la
schiacciante superiorità tecnologica e militare. Soprattutto, considerati il
mandato conferito a Trump dai suoi elettori, per i quali le foglie di fico
possono andar bene finché va tutto per il meglio, e la cronica periodica
tendenza degli USA all’over stretching, in tempi di lotta per l’egemonia
globale, sarebbe consigliabile mantenere prudenza e saper dosare sapientemente
bastone e carota nei rapporti col vicinato.
Di sicuro, è apparso con plastica evidenza come Russia
e Cina non abbiano mosso un dito a difesa di Caracas, né negli scorsi mesi, né
nelle ore e nei giorni successivi all’attacco, salvo qualche scontata
dichiarazione affidata ai responsabili della diplomazia.
Non vi è dubbio che questo sia stato
certamente notato tra il Rio Grande e le Ande, e pure in altre capitali del
c.d. sud del mondo.
I
mitologici Brics (il Venezuela è candidato all’ingresso), contrariamente a quel
che immagina qualche fantasioso commentatore nostrano, come già accaduto
durante lo strike sull’Iran, dimostrano una volta di più tutta la loro
irrilevanza dal punto di vista della partnership politica e militare.
Al di
là dalla piega che prenderà la situazione in Venezuela e nel resto della
regione, ad ogni modo, il mondo non può che prendere atto di come il sistema
internazionale sia ormai avviato verso una fase caratterizzata da instabilità e
propensione a ricorrere alla forza militare o ad esplicite minacce da parte di
tutte le principali potenze.
Non
che gli interventi armati siano una novità nella storia, anche recente, di una
superpotenza globale quale sono gli USA, e l’America Latina ne è stata
testimone, in varie forme.
Tuttavia,
generalmente, le iniziative di Washington nella regione, e anche al di fuori di
essa, negli ultimi ottant’anni, hanno preso le forme di sostegno indiretto a
forze locali, operazioni coperte affidate alla CIA, o interventi militari che,
almeno formalmente, erano giustificati da ragioni di autodifesa e sicurezza, o
dalla necessità di riportare ordine e stabilità in paesi che l’avevano perdute.
Mai si
era assistito ad una tale noncuranza delle ragioni del diritto internazionale,
e della democrazia, come sta accadendo con la seconda presidenza Trump.
Inevitabilmente,
un tale modus operandi confligge con i principi su cui si è sorretto, tra tante
imperfezioni, il sistema internazionale dopo il 1945, e ancor di più dopo il
1989.
Un
ordine internazionale, occorre ricordarlo, architettato proprio da Washington,
all’indomani della seconda guerra mondiale, che ha garantito il più lungo
periodo di pace sistemica, dai tempi dell’Impero Romano, e che ha permesso
decenni di notevole sviluppo economico, sociale, culturale, in molteplici parti
del mondo, a cominciare dall’Europa.
Da
alcuni anni quest’ordine internazionale si sta disgregando, a seguito
dell’ascesa della Cina, del revisionismo della Russia e del relativo
indebolimento degli USA e dei suoi storici alleati europei, i quali si trovano
a fare i conti con gli effetti della globalizzazione economico-finanziaria che
loro stessi hanno avviato tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso.
Donald
Trump e il trionfo del movimento MAGA negli USA rappresentano il possibile
colpo di grazia a quel che rimane del vecchio sistema, se le loro politiche
avranno successo e avranno continuità superiore ad un quadriennio, ma,
indipendentemente da essi, guerre, tensioni e instabilità sono tipiche delle
fasi di transizione verso un altro tipo di ordine internazionale.
Non è
difficile comprendere come un tale scenario veda gli stati del nostro
continente in grave difficoltà, di fronte a potenze caratterizzate da
accentramento decisionale, capacità e volontà di utilizzare la violenza, e, in
alcuni casi, scarsità di vincoli legali a cui doversi attenere, mentre il
sistema di regole e di flussi commerciali aperti costituito in otto decenni
viene messo in discussione.
Le
nostre società del vecchio continente, prosperate sotto l’ombrello della
certezza del diritto, della facilità ad acquisire ricchezza tramite le
esportazioni di prodotti industriali ad alto valore aggiunto, e del lungo
periodo di pace sopra citato, garantito dalla superpotenza d’oltre Atlantico,
riscoprono oggi paure e un senso di precarietà che pensavano non dover più
sperimentare.
Nell’approcciarsi
ad un tale rivolgimento, non sarà facile ricalibrarsi verso il nuovo ambiente
geopolitico, ma quest’obiettivo dovrebbe essere riconosciuto da tutti come
urgente e non più rinviabile, a meno di volersi condannare ad essere oggetto, e
non più soggetto, delle dinamiche della Storia.
Non vi
è dubbio che la sfida principale, per i paesi europei, sarà la gestione del
rapporto con gli USA, nella nuova versione nazional-imperialista della
presidenza Trump. Continuare a tenere la testa sotto la sabbia e calciare la lattina più
in là, facendo finta di non vedere il problema, sperando che nel 2028 approdi
alla Casa Bianca un presidente più amichevole, rischia di non essere la scelta
corretta, sia in virtù della possibilità che la coalizione MAGA continui a
governare, tramite soggetti come l’attuale vice-presidente J.D. Vance, sia
perché è comunque improbabile che, anche con un democratico, il mondo torni a
essere quello precedente al ciclone Trump. Vieppiù, nell’anno appena trascorso,
le leadership continentali hanno cercato, in un modo o nell’altro, di non
esacerbare i conflitti, mostrarsi accomodanti e limitare i danni attraverso
pazienti negoziati e dichiarazioni amichevoli, in alcuni casi ben oltre il
limite dell’adulazione, con risultati a volte dignitosi, altre meno.
Anche
a seguito dell’azione in Venezuela, le reazioni sono state improntate alla
prudenza e indirizzate verso le prospettive future del paese, ma l’imbarazzo di
dover commentare una così aperta violazione dei confini di uno stato sovrano, è
apparso evidente, come anche l’inquietudine, mista a sgomento, di fronte alle
ripetute affermazioni inneggianti alla necessità di assumere il controllo
diretto della Groenlandia, soggetta alla corona danese.
Nelle
capitali del vecchio continente si comprende bene come il diritto
internazionale, pur relativizzandone il ruolo all’interno di un sistema
anarchico di relazioni tra nazioni, basate principalmente sui rapporti di
forza, costituisca un valore da tutelare, particolarmente per noi europei, poco
attrezzati per gli scenari di guerra, per tanti motivi.
Tuttavia,
come scrive il sociologo ed europarlamentare danese, “Henrik Dahl”, oggi “per
l’Europa la questione non è più che l’ordine internazionale basato sulle regole
sia stato violato…
unica questione rilevante è quali strumenti di potere
l’Europa possiede – militari, economici e strategici – e se vi sia la volontà
politica di utilizzarli.
In
caso contrario, continua Dahl, “l’Europa continuerà a parlare il linguaggio delle
norme in un mondo che è passato al linguaggio del potere. Elegante, ma senza
effetto “.
Per
tal motivo rimane difficile non notare come rischi di essere pericolosa, e
finanche suicida, la linea perseguita negli ultimi anni da istituzioni dell’UE
e dai suoi principali governi, che, a fronte di un contesto internazionale
diventato più caldo da almeno un quindicennio, poco hanno fatto, e tardi, per
rafforzare l’efficacia delle politiche di difesa e sicurezza, sia in ambito
militare che economico.
Senza
andare troppo nei dettagli, è davvero singolare che si sia aspettato ben tre
anni dall’invasione dell’Ucraina, per ragionare seriamente a livello europeo di
come agevolare l’ammodernamento e l’incremento delle forze armate, qualunque
giudizio si possa dare in merito ai provvedimenti elaborati dalla Commissione
Europea.
Ancor
più preoccupante, però, si è rivelata la piega che ha preso il dibattito che è
seguito alle proposte di Bruxelles, tra incredibili accuse di militarismo e di
tendenze guerrafondaie (all’Europa/UE – sic!) e sofisticate argomentazioni per
cui gli investimenti in difesa sarebbero accettabili, ma solo dopo aver
costituito l’esercito comune europeo. Auguri.
La
retorica idealista di parte delle élite europee, vagheggiante grandi riforme
dei trattati dell’Unione, finalizzate a rendere possibile Europa federale, si è
purtroppo scontrata in questi anni con la realtà di un quasi totale immobilismo
in merito alle iniziative utili a rafforzarne il ruolo strategico e le capacità
di agire con efficacia nel sistema internazionale.
Come
ha recentemente scritto “Lorenzo Castellani “sul “Domani”, “È inutile
continuare a parlare di questioni irrealizzabili come l’eliminazione della
regola dell’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo, inutile insistere
con una forma federale che è di fatto irrealizzabile, insensato è continuare a
ribadire obiettivi del green deal che non si raggiungeranno mai nei tempi
previsti o pretendere di regolare una AI i cui contorni applicativi e di
sviluppo sono incerti.
Tutte
queste rigidità andrebbero abolite perché non fanno altro che alimentare
pulsioni euroscettiche sempre più forti anche in seno ai partiti moderati.
Le
cose si muovono soltanto se c’è un impulso politico:
le regole inutili e gli obiettivi irrealizzabili
andrebbero stralciati subito e ci si dovrebbe rendere conto che l’Europa può
rafforzarsi anche con iniziative che prescindono dai trattati”.
Nell’ambito della difesa, i principali paesi
dovrebbero prendersi la responsabilità di agire di concerto, anche attraverso
cooperazioni rafforzate, o partnership ad hoc, senza escludere la
partecipazione di stati appartenenti all’area europea ma non aderenti all’UE.
Naturalmente dovrebbe essere loro onere anche evitare il più possibile le
inutili rivalità e i piccoli calcoli di bottega che impediscono non di rado di
giungere a posizioni comuni, che siano qualcosa di più di affermazioni di
principi o dichiarazioni di intenti, ma è plausibile che un nucleo di stati,
magari con possibilità di “outing out” su singole decisioni, possa accordarsi
meglio che ventisette governi.
A
qualcosa del genere potrebbe condurre la fresca coalizione dei volenterosi,
avviata da francesi e inglesi, ma implementarla richiederà costanza,
concretezza e stabilità interna dei principali attori, il che è tutt’altro che
scontato.
In
maniera analoga, in campo economico, attendendo che la totalità dei partner
trovi l’accordo su riforme da molti auspicate quali il mercato unico dei
capitali, l’armonizzazione della fiscalità e l’emissione di debito comune,
sarebbe utile che le istituzioni comunitarie e gli stessi esecutivi si
dimostrassero maggiormente capaci di agevolare il sistema industriale
continentale, invece di appesantirne i soggetti con zelanti normative di
carattere ambientale, in tema di antitrust, controllo dei bilanci nazionali,
privacy.
Sfortunatamente,
infatti, tali preoccupazioni non sono condivise dalle altre potenze mondiali, e
l’Europa, fallito abbastanza chiaramente l’obiettivo di ergersi a standard
setter globale, rischia di essere l’unica a cantare e portare la croce,
piuttosto inutilmente, dato l’ormai sempre minor peso dell’ UE in termini di
quota del PIL globale, e di tutto quel che ne consegue, emissioni di Co2
incluse.
Una
delle principali lezioni di questi anni ’20, in cui è tornata in auge la
competizione geopolitica multipolare, del resto, è la riscoperta (per chi
l’aveva dimenticato) del ruolo cruciale dell’apparato industriale, variamente
articolato tra produzioni ad alto valore aggiunto e altre più tradizionali, e
preso in relazione alla complessa questione delle catene di fornitura e degli
approvvigionamenti di risorse naturali.
Senza
contare che ad essa non è naturalmente slegato il benessere delle popolazioni,
cruciale per mantenere la pace sociale e la coesione nazionale, senza le quali
difficilmente le società contemporanee, e in particolare le democrazie
liberali, possono reggere.
La
Cina tutto questo lo ha capito almeno da un paio di decenni, e recentemente lo
hanno fatto anche gli USA.
Speriamo
che, sotto i colpi di Trump, lo si comprenda anche in Europa, ricordandosi che,
come scrive ancora Dahl, “in un mondo in cui i poteri forti agiscono
apertamente sulla base di interessi e potere, gli attori più deboli devono
costruire un potere reale, allinearsi al potere o accettarne l’irrilevanza “.
(geopolitica).
Dopo
il Venezuela, il “sovranismo”
senza
anti-americanismo è barbarie.
Lafionda.org
– (7 Gen. 2026) - Alessio Mannino – ci dice:
Sequestrando
e arrestando come un comune criminale il capo di uno Stato sovrano, Nicolás
Maduro, l’Impero Usa giunge al culmine di un’escalation di cui si stenta a
scorgere i limiti futuri.
Giustamente si sottolinea che la politica di
ingerenza perseguita da decenni dagli Stati Uniti ha mutato solo i modi, meno
ipocriti e più brutali.
E da un anno a questa parte c’era già chi –
compreso chi scrive – rimarcava come il trumpismo corrisponda alla caduta
progressiva delle maschere (“esportazione di democrazia”, “peace keeping”,
ecc.) con cui era ammantata di giustificazioni ideali e legali la pura volontà
di sopraffazione, unica reale logica dell’Impero. Ma l’arbitrarietà assoluta e
sfacciata non può a sua volta tradursi in alibi per tutti coloro che non siano
disposti ad accettare la realpolitik della cricca di Washington.
Altrimenti,
buttiamo nello scarico l’idea stessa di giustizia, che dall’Areopago ateniese
in poi si fonda sul superamento della bruta forza, e tiriamo lo sciacquone.
Il
realismo politico deve certamente improntare l’analisi e la comprensione dei
fatti in corso, ma sarebbe somma idiozia farne l’argomento cinico per
immaginarsi, come italiani, giocatori di un risiko in cui il nostro ruolo resta
quello di vassalli.
Uno
status di asservimento destinato a peggiorare.
L’Italia è presa fra due fuochi:
l’alleanza-sudditanza
alla Nato e l’unione-gabbia di Bruxelles.
E da
bravi italiani, i nostri governanti tengono i piedi in due scarpe, servi di due
padroni (ché
poi, come sottoscriverebbe il cancelliere Merz ex responsabile germanico di “BlackRock”,
da un punto di vista strutturale sono uno solo, pur nelle ovvie divergenze in
seno al blocco imperiale).
Da
Maastricht in poi, il padrone europeo, vale a dire tedesco, ci tiene le mani
legate nel vincolo finanziario, mantenendoci ora attardati in una ormai
anacronistica ostilità verso la Russia.
Il padrone statunitense, invece, non molla la
Nato e le basi americane sul nostro suolo, e ci aggiunge la beffa di farcene
pagare di più il costo, comprando le sue armi e sostenendo così il suo debito.
Per
Trump, gli europei devono solo recitare la parte dei “clientes appecoronati”.
Il
riarmo, va da sé, rappresenta l’attuale anello di congiunzione dei due vincoli
esterni, normalizzando il militarismo come fonte di rilegittimazione per
oligarchi asserragliati nel Palazzo.
Se
l’Italia e l’Europa non avessero ai loro vertici dei camerieri di chi lucra
sullo stato di belligeranza permanente, avrebbero la loro naturale convenienza
a fare da mediatori con l’arcipelago dei Brics, o quanto meno con la parte dei
Brics obiettivamente più interessata a coltivare relazioni mondiali basate
sulla ricerca di accordi e compromessi di reciproco vantaggio.
Ma
Cina e Russia sembrano pugili suonati.
Ad
offuscare le menti delle coscienze critiche, d’altro canto, è il malinteso
ordine di priorità attribuito al sabotaggio dell’uno o dell’altro dei due
estremi – servaggio atlantico o carcere europeista – nella stretta incrociata
che ci cinge il collo.
I
Machiavelli per meno abbienti che pensano di “cavalcare la tigre Trump” che ci
libererà dell’Unione Europea peccano di” wishful thinking”:
la
Germania, e come sempre in subordine la Francia, proprio in quanto entrambe in
difficoltà non hanno alcun interesse a rinunciare al guinzaglio di Bruxelles,
strumento di dominio che torna loro utile per tenere avvinta e condizionata
l’Italia della Meloni, tendenzialmente filo-trumpiana.
Il
nostro Paese non ha la forza né la volontà politica per staccarsi autonomamente
dalla” morta gora europea”, e quand’anche fosse determinata a farlo,
incontrerebbe resistenze, interne ed esterne, fortissime. Insomma, si tratta di
uno scenario che, per quanto auspicabile, resta molto poco plausibile.
La
battaglia contro l’Ue è sacrosanta, ma le illusioni lasciamole agli illusi.
O agli
illusionisti.
A dare
le carte è il gangster a stelle e strisce, che oggi rappresenta il pericolo
numero uno per la sicurezza del pianeta.
Tifare
più o meno implicitamente per il bandito della Casa Bianca come “uomo della
Provvidenza”, anche in chiave anti-Ue, vuol dire rendersene complici.
Non
solo moralmente ma politicamente, economicamente e, infine, anche
culturalmente.
Arrivati
a questo punto, la premessa di qualsiasi ragionamento, almeno in un’ottica
radicalmente critica, non può che consistere nella denuncia della soggezione
all’americanismo in tutte le sue forme.
Inclusa
l’ultima.
Americanismo è il termine geo storico che equivale a
liberal-capitalismo (trasformatosi oggi in tecno-feudalesimo).
Dagli albori, il “modello” americano si fonda
sulla religione del successo individuale (la “ricerca della felicità”,
introiettata a un impossibile diritto), vale a dire sull’avidità primaria,
infantile e famelica eretta a etica e visione del mondo.
In
questo senso Trump, che la traspone su scala nazionale equiparando gli Stati
Uniti a una multinazionale che agisce senza rispetto per nulla e nessuno, né
incarna l’evoluzione più coerente e fisiologica.
Questa
immagine di mondo è il nucleo concettuale ed esistenziale della barbarie.
Va
rigettata in blocco, e da questo rifiuto prendere le mosse per ripensare non
solo la convivenza fra popoli, ma prima ancora un contro-modello di società e
di vita umana.
Senza
elaborare e sciogliere questo nodo, chi a cuore un’Italia sovrana (che
significa semplicemente, nei limiti del possibile, libera e autonoma)
continuerà a fare del sovranismo spicciolo, miope e palesemente, adesso,
funzionale all’imperialismo dello zio Donald, che sulla sovranità ci sputa e
risputa sopra.
Uno
Stato sovrano, in sé, è la cornice:
dentro,
va fin dall’inizio dipinto il quadro di cosa ci si vuol fare, con un’ipotetica
sovranità riconquista.
E non
basta chiamarla “democratica”, se prima non si concorda con precisione sul
significato di “democrazia”.
La democrazia non è un metodo asettico, una
semplice tecnica di governo:
presuppone una scelta di campo di fondo, in
sintesi la priorità data per principio alle esigenze dei meno economicamente
attrezzati, il demos (se non suonasse ottocentesco, si potrebbe anche parlare,
come suo sostanziale sinonimo, di socialismo).
Ecco
perché l’America, intesa come spirito che cambia forme ma non sostanza,
riassume in sé le caratteristiche del nemico principale:
perché
per sua essenza è l’esatto opposto di quel che dovremmo essere, e che in
passato siamo stati solo in parte (i nostalgici di Fanfani, Andreotti e Craxi
continuino pure a sfogliare gli album dei ricordi in bianco e nero, se son
contenti così).
Questo,
quanto meno, se volessimo pensare da italiani, e non da italo-americanizzati.
Né da
beoti votanti per quella farsa di Europarlamento, o spettatori di quella
copertura per cancellerie franco-tedesche che è la Commissione.
Sudditi,
cioè, di una democrazia fasulla tanto a Bruxelles quanto a Roma, sulla scia e
in virtù del preclaro esempio di Washington.
Ogni giorno che passa non possiamo non dirci
sempre di più, prima di tutto, anti-americani.
(Alessio
Mannino).
L’Ipocrisia
universale
Difesaonline.it
– (Gennaio 4, 2026) - Claudio Verzola – ci dice:
C’è un
momento, nella storia delle società umane, in cui il tessuto stesso della
convivenza inizia a lacerarsi.
Non accade con un colpo di tuono, non si
manifesta in un singolo evento catastrofico.
Accade
per accumulo, per erosione progressiva, per l’assuefazione collettiva a ciò che
un tempo sarebbe stato impensabile.
Stiamo
vivendo uno di questi momenti.
Il
diritto internazionale non è un’astrazione da giuristi.
Non è una sovrastruttura ideologica né un
lusso da tempi di pace.
È
l’equivalente, su scala planetaria, di ciò che il contratto sociale rappresenta
all’interno delle nazioni:
il
fondamento stesso della possibilità di vivere insieme senza che il più forte
divori il più debole.
“Thomas
Hobbes descrisse” lo stato di natura come “bellum omnium contra omnes” – la
guerra di tutti contro tutti, dove la vita umana è “solitaria, povera, sporca,
brutale e breve”.
Il
diritto internazionale nato dalle ceneri di due guerre mondiali rappresentava
il tentativo, imperfetto ma reale, di estendere quel contratto sociale oltre i
confini nazionali.
Di creare uno spazio in cui anche gli Stati,
come gli individui prima di loro, accettassero di sottomettersi a regole
comuni.
Quel
tentativo sta morendo. E con esso muore qualcosa di più profondo di un sistema
di trattati.
Per
comprendere cosa stiamo perdendo, bisogna capire cosa il diritto internazionale
ha rappresentato per ottant’anni.
Non si tratta di ingenuità pacifista né di
utopismo wilsoniano.
Si
tratta di una conquista antropologica: l’idea che la forza bruta non sia
l’unico arbitro delle relazioni tra popoli.
Che
esistano principi – la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto di
aggressione – che valgono per tutti, grandi e piccoli, potenti e deboli.
Questa
idea ha radici antiche.
Affonda
nel concetto romano di “ius gentium”, nel diritto delle genti che regolava i
rapporti tra Roma e i popoli stranieri.
Attraversa
il pensiero di “Grozio e Vattel”, che nel Seicento e Settecento tentarono di
codificare regole per limitare la brutalità delle guerre europee.
Culmina
nella Carta delle Nazioni Unite, firmata a San Francisco nel giugno 1945,
quando il fumo di Hiroshima non si era ancora alzato e i forni di Auschwitz
erano appena stati spenti.
Quella
Carta nasceva da un’esperienza concreta:
settanta milioni di morti in trent’anni, due
guerre mondiali, lo sterminio industriale di interi popoli, città rase al
suolo, continenti devastati.
I fondatori dell’ONU non erano idealisti
sprovveduti.
Erano
uomini che avevano visto l’abisso e avevano deciso, pragmaticamente, che
l’umanità non poteva permettersi un’altra discesa.
Il
divieto dell’uso della forza sancito dall’Articolo 2 non era un pio desiderio:
era la lezione scritta col sangue di generazioni.
C’è un
aspetto che spesso sfugge nel dibattito sul diritto internazionale: esso serve
soprattutto ai deboli.
I
potenti possono sempre fare a meno delle regole – anzi, le regole sono
precisamente ciò che limita il loro potere. Quando un piccolo Stato invoca la
Carta ONU contro un grande Stato, sta usando l’unica arma di cui dispone: la
legittimità.
Quando quella legittimità viene svuotata,
quando le regole diventano carta straccia che i forti ignorano a piacimento, i
deboli perdono tutto.
Questo
spiega perché il “Sud Globale” guardi con crescente cinismo all’Occidente che
predica il rispetto delle regole mentre le viola sistematicamente.
Non è
anti-americanismo ideologico né nostalgia sovietica.
È la
constatazione empirica che le regole vengono applicate in modo selettivo:
ferree
quando i violatori sono avversari, elastiche fino all’invisibilità quando sono
alleati.
L’Iraq
del 2003, la Libia del 2011, la Siria dal 2014, il Venezuela del 2026: un
catalogo di eccezioni che ha finito per divorare la regola.
Ma
sarebbe un errore pensare che questo giovi ai potenti nel lungo periodo.
Il filosofo politico “John Rawls” elaborò il
concetto di “velo di ignoranza”:
le
regole giuste sono quelle che accetteremmo di vivere senza sapere quale
posizione occuperemo nella società.
Applicate
alle relazioni internazionali, significano che le regole giuste sono quelle che
accetteremmo senza sapere se saremo la superpotenza o il piccolo Stato,
l’invasore o l’invaso, il forte o il debole.
Gli
Stati Uniti che oggi invadono il Venezuela potrebbero un giorno trovarsi nella
posizione del Venezuela.
La
storia non garantisce a nessuno la permanenza al vertice.
L’Europa
e la memoria del sangue.
E qui
veniamo al cuore della questione europea.
L’Europa
non è un continente qualsiasi nel dibattito sul diritto internazionale.
È il continente che ha generato le due guerre
mondiali.
È il
luogo dove il nazionalismo sfrenato e la legge del più forte hanno prodotto i
loro frutti più velenosi.
È la terra di Verdun e di Stalingrado, di Auschwitz e
di Dresda, delle fosse comuni e dei campi di sterminio.
L’integrazione
europea è nata precisamente come antidoto a quella storia.
La CECA, la CEE, l’Unione Europea non sono
state progetti economici mascherati da ideali:
sono state il tentativo deliberato di rendere
la guerra tra europei prima impensabile, poi impossibile.
Il metodo era semplice nella sua profondità:
intrecciare talmente le economie, le
istituzioni, le vite dei popoli europei da rendere il conflitto armato un
suicidio collettivo.
Questo
progetto ha funzionato.
Per
ottant’anni, il continente che aveva massacrato sé stesso con regolarità quasi
rituale ha conosciuto la pace più lunga della sua storia. Non una pace imposta dall’esterno,
non una pace di sottomissione, ma una pace costruita sulla rinuncia volontaria
all’uso della forza come strumento di politica intra-europea.
Ora
questo patrimonio è a rischio.
Non
per un’aggressione esterna, ma per una scelta interna:
la
decisione di abbandonare i principi su cui l’Europa stessa è fondata, per
seguire una potenza che quei principi li ha sempre considerati optional.
Il
tradimento di sé stessi.
Quando
l’Europa tace di fronte a violazioni del diritto internazionale commesse dagli
Stati Uniti, non sta semplicemente facendo una scelta di politica estera.
Sta
tradendo la propria ragion d’essere. Sta dicendo che i principi valgono
solo quando conviene, che la forza prevale sul diritto quando il forte è un
alleato, che ottant’anni di costruzione paziente possono essere accantonati per
non irritare Washington.
Questo
tradimento ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo episodio.
Ogni
volta che l’Europa giustifica o minimizza una violazione americana, erode la
propria credibilità quando condanna violazioni russe o cinesi. Come può Bruxelles pretendere che
Mosca rispetti l’integrità territoriale dell’Ucraina, se Washington può violare
quella del Venezuela?
Come
può chiedere a Pechino di rispettare il diritto del mare, se gli Stati Uniti
ignorano le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia?
La risposta è semplice: non può.
O
meglio, può farlo solo al prezzo di apparire ipocrita agli occhi del resto del
mondo.
E il
resto del mondo se ne accorge.
Quando
i paesi del Sud Globale rifiutano di allinearsi alle sanzioni occidentali
contro la Russia, non stanno necessariamente approvando Putin.
Stanno
rifiutando un sistema di regole che vedono applicato in modo discriminatorio.
Stanno dicendo: voi avete invaso l’Iraq senza
conseguenze, bombardato la Libia senza conseguenze, occupato la Siria senza
conseguenze – perché dovremmo credere che le regole valgano per tutti?
L’Italia
e la tentazione del silenzio.
L’Italia
occupa una posizione peculiare in questo scenario.
Ospita
alcune delle più importanti basi americane in Europa – Napoli, Sigonella,
Aviano – ed è profondamente integrata nella struttura di comando NATO.
Al
tempo stesso, ha una tradizione di politica estera mediterranea, di dialogo con
il mondo arabo, di relazioni privilegiate con paesi che guardano all’Occidente
con sospetto.
Questa
doppia anima potrebbe essere una risorsa.
Potrebbe
permettere all’Italia di fare da ponte, di mantenere canali aperti, di proporre
mediazioni.
Invece,
troppo spesso, si traduce in paralisi.
Nel
timore di scontentare Washington, Roma sceglie il silenzio. Nel timore di apparire
anti-americana, rinuncia a qualsiasi posizione autonoma.
Il
risultato è l’irrilevanza: l’Italia non conta nelle decisioni che la riguardano,
non ha voce nei tavoli che contano, non propone alternative.
È una
scelta comprensibile dal punto di vista della Realpolitik più miope. Nel breve termine, allinearsi al più
forte sembra sempre la strategia vincente.
Ma nel
medio e lungo termine, è una strategia suicida.
Un’Italia
che non sa dire no a Washington quando Washington ha torto è un’Italia che non
verrà ascoltata quando avrà ragione.
Un’Italia
che rinuncia ai propri principi per quieto vivere è un’Italia che perde la
propria anima – e con essa, paradossalmente, anche la propria utilità come
alleato.
Il
coraggio della coerenza.
C’è
chi sostiene che l’Europa non possa permettersi di criticare gli Stati Uniti
perché dipende da loro per la sicurezza.
È un
argomento che merita una risposta franca:
se la
dipendenza dalla sicurezza americana richiede la rinuncia ai propri principi,
allora quella dipendenza è essa stessa il problema.
Un
alleato che pretende silenzio e complicità come prezzo della protezione non è
un alleato: è un padrone.
E un
continente che accetta questo ruolo non è un partner: è un vassallo.
La
vera alleanza si fonda sul rispetto reciproco, sulla capacità di dissentire
quando necessario, sulla condivisione di valori che vanno oltre il calcolo di
convenienza.
Gli
Stati Uniti d’America, nella loro storia migliore, hanno incarnato alcuni di
quei valori:
lo
stato di diritto, il governo delle leggi e non degli uomini, l’idea che nessuno
sia al di sopra della legge.
Quando
l’Europa critica le violazioni americane del diritto internazionale, non sta
tradendo l’alleanza: sta ricordando all’America i suoi stessi principi
fondativi.
Questo
richiede coraggio.
Richiede
la volontà di sopportare pressioni, ritorsioni economiche, minacce più o meno
velate.
Richiede
leadership politiche disposte a pagare un prezzo nel breve termine per
preservare qualcosa di più importante nel lungo termine. Ma l’alternativa – il silenzio
complice, l’acquiescenza permanente, la rinuncia a qualsiasi autonomia di
giudizio – è peggiore.
È la
strada verso l’irrilevanza strategica e la bancarotta morale.
Il
mondo che verrà.
Chi
pensa che il ritorno alla legge del più forte sia un affare che riguarda solo i
deboli si sbaglia.
Quando
le regole saltano, tutti perdono sicurezza – anche i forti.
In un
mondo senza diritto internazionale, ogni confine diventa contestabile, ogni
trattato è carta straccia, ogni promessa vale finché conviene.
È un
mondo di guerre permanenti, di riarmo senza fine, di paranoia generalizzata.
L’Europa
conosce quel mondo.
Lo ha
vissuto per secoli, prima che il progetto comunitario tentasse una strada
diversa.
Tornare
a quel mondo significherebbe cancellare la conquista più importante della
nostra storia recente:
la
dimostrazione che i popoli possono scegliere la cooperazione invece del
conflitto, il diritto invece della forza, la civiltà invece della barbarie.
Non è
una scelta tra idealismo e realismo.
È una scelta tra due diversi realismi: quello miope
che vede solo il vantaggio immediato, e quello lungimirante che comprende le
conseguenze delle proprie azioni.
L’Europa
che oggi tace di fronte alle violazioni americane sta scegliendo il realismo
miope.
Sta
sacrificando il proprio futuro sull’altare di un presente apparentemente più
comodo.
Ma la
storia non perdona chi rinuncia ai propri principi per paura.
E la
storia dell’Europa, più di ogni altra, dovrebbe averci insegnato dove porta la
logica della forza quando non incontra il freno del diritto.
Ho
voluto ricostruire le principali violazioni al diritto internazionale delle tre
grandi potenze USA, Cina , Russia, per consentirvi di farvi un’opinione che non
sia frutto di azioni di influenza dell’una o dell’altra parte.
Prima
di entrare nel merito, è necessaria una premessa metodologica: tutte e tre le
grandi potenze violano sistematicamente il diritto internazionale, pur
accusandosi reciprocamente di farlo.
Questa
ipocrisia strutturale è forse il dato più significativo:
ognuna
invoca le regole contro gli altri, mentre le ignora quando le fanno comodo.
Putin
ha giustificato l’invasione dell’Ucraina citando Kosovo, Iraq e Libia.
Gli
USA condannano l’invasione russa mentre bombardano la Siria senza
autorizzazione ONU.
La
Cina denuncia l’interventismo americano mentre costruisce isole artificiali nel
Mar Cinese Meridionale ignorando sentenze arbitrali.
Come
ha osservato la “Società Europea di Diritto Internazionale”: “Sostenere che altri Stati abbiano un
record peggiore nel rispettare il diritto internazionale è una distrazione
moralmente corrotta e irrilevante.”
Ma è
anche una distrazione che tutti praticano.
Gli
Stati Uniti: La violazione come politica estera.
Gli
Stati Uniti rappresentano il caso più sistematico e prolungato di violazione
del diritto internazionale tra le grandi potenze.
Le caratteristiche distintive sono:
1.
Frequenza e globalità .
Dal
1945, gli USA hanno usato la forza militare in almeno 96 paesi. Interventi che
vanno dalle operazioni coperte (Guatemala 1954, Iran 1953, Cile 1973) alle
guerre su larga scala (Vietnam, Iraq, Afghanistan) fino ai bombardamenti
“mirati” (Libia 1986, Sudan 1998, Siria 2017-oggi).
2. “Regime
chance” come strumento .
Gli
USA hanno una lunga storia di rovesciamento di governi stranieri: Mosaddegh in
Iran, Árbenz in Guatemala, Allende in Cile, Noriega a Panama, Saddam in Iraq,
Gheddafi in Libia, e ora Maduro in Venezuela.
3.
Rifiuto sistematico della giurisdizione internazionale
1986:
Ritiro del riconoscimento della giurisdizione obbligatoria della Corte
Internazionale di Giustizia dopo la condanna per il Nicaragua
2002:
“American Service-Members’ Protection Act” che autorizza il presidente a usare
“tutti i mezzi necessari” per liberare militari americani detenuti dalla Corte
Penale Internazionale.
Rifiuto
di ratificare la Convenzione di Roma sulla CPI.
Ritiro
da trattati scomodi (Kyoto, INF, JCPOA con l’Iran)
4.
Creazione di dottrine “alternative”
“Guerra
preventiva” (Bush, 2002).
“Intervento
umanitario” senza mandato ONU.
“Responsabilità
di Proteggere” interpretata unilateralmente.
“Dottrina
Donroe” (Trump, 2026).
Principali
violazioni documentate.
Intervento AnnoViolazione.
Guatemala 1954 Rovesciamento
governo eletto, nessuna autorizzazione.
Vietnam/Laos/Cambogia 1964-73 Guerra
senza dichiarazione, bombardamenti massicci.
Nicaragua 1980s Condanna
CIG per minamento porti e sostegno Contras.
Grenada 1983 Condanna
ONU 108-9 come “flagrante violazione”.
Panama 1989 Invasione
e cattura Noriega senza mandato.
Jugoslavia 1999 78
giorni di bombardamenti NATO senza autorizzazione UNSC.
Afghanistan 2001 Invasione
senza autorizzazione esplicita UNSC.
Iraq 2003 Invasione
senza autorizzazione UNSC (definita “illegale” da Kofi Annan).
Libia 2011 Regime
chance oltre il mandato della risoluzione ONU.
Siria 2014-oggi Migliaia
di attacchi aerei senza autorizzazione.
Iran/Iraq 2020 Assassinio
Soleimani (violazione secondo Relatrice Speciale ONU).
Venezuela 2026 Bombardamenti
e cattura Maduro senza autorizzazione.
Bilancio
umano.
Secondo
diverse stime accademiche, le guerre americane dal 1945 hanno causato tra 10 e
20 milioni di morti, di cui:
2-3
milioni in Vietnam, Laos e Cambogia.
Oltre
1 milione in Iraq (dal 2003).
Centinaia
di migliaia in Afghanistan.
Giustificazioni
addotte:
Lotta
al comunismo (Guerra Fredda).
Guerra
alla droga (Panama, Colombia, Venezuela).
Guerra
al terrorismo (post-2001).
Intervento
umanitario (Kosovo, Libia).
Promozione
della democrazia.
Difesa
degli interessi nazionali.
Russia:
La violazione come riaffermazione imperiale
La
Russia post-sovietica ha sviluppato un pattern di violazioni concentrato
geograficamente nel suo “estero vicino” e caratterizzato da:
1.
Annessioni territoriali La Russia è l’unica grande potenza ad aver annesso
formalmente territori di altri Stati sovrani nel XXI secolo:
Crimea
(2014).
Donetsk,
Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson (2022).
2.
“Frozen conflicts” come strumento Creazione e mantenimento di conflitti
congelati per mantenere influenza:
Transnistria
(Moldova).
Abkhazia
e Ossezia del Sud (Georgia).
Donbass
(Ucraina, prima del 2022).
3. Uso
massiccio della forza contro civili Documentato in:
Cecenia
(115 sentenze CEDU per sparizioni forzate, torture, esecuzioni).
Georgia
(condanna CEDU 2021 per omicidi, torture, saccheggi).
Siria
(4.621 incidenti con vittime civili documentati da Airwaves).
Ucraina
(8.006 civili uccisi al febbraio 2023 secondo ONU).
4.
Crimini di guerra sistematici.
La Corte Penale Internazionale ha emesso
mandati di arresto per:
Vladimir
Putin (deportazione illegale di bambini).
Altri
5 funzionari russi.
Principali
violazioni documentate.
Intervento Anno Violazione.
Cecenia
I 1994-96 Crimini di guerra massicci (115 condanne CEDU).
Cecenia
II 1999-2009 Sparizioni forzate, torture, esecuzioni extragiudiziali.
Georgia 2008 Invasione,
riconoscimento unilaterale Abkhazia/Ossezia Sud.
Crimea 2014 Annessione
illegale (violazione Memorandum Budapest).
Donbass 2014-22 Supporto
militare a separatisti, abbattimento MH17.
Siria 2015-oggi Bombardamenti
su civili, ospedali, mercati.
Ucraina 2022-oggi Invasione
su larga scala, crimini di guerra, deportazioni.
Bilancio
umano.
Cecenia:
25.000-50.000 civili secondo stime.
Siria:
Migliaia di civili (come alleato di Assad).
Ucraina:
Decine di migliaia (conflitto in corso).
Giustificazioni
addotte.
Protezione
di popolazioni russofone.
“Denazificazione”
(Ucraina).
Prevenzione
dell’espansione NATO.
Lotta
al terrorismo (Cecenia, Siria).
Richiesta
di intervento da parte di governi amici (Siria) o repubbliche separatiste.
Precedenti
occidentali (Kosovo, Iraq, Libia).
Differenza
chiave con gli USA.
La
Russia non pretende di agire in nome di valori universali.
Rivendica apertamente sfere d’influenza e
interessi nazionali.
Come
ha osservato il ricercatore del PRIO:
“La
Russia ha sempre fatto riferimento al diritto internazionale. La questione è se
i suoi argomenti abbiano fondamento.”
Cina :
La violazione come espansione.
La
Cina presenta un profilo diverso dalle altre due potenze:
1.
Assenza di guerre di aggressione classiche.
La Cina non ha invaso altri paesi dal 1979
(breve conflitto con il Vietnam). Le sue violazioni sono di natura diversa.
2.
Espansionismo territoriale “strisciante”.
Costruzione
di isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale.
Militarizzazione
di atolli e scogli.
Pressione
costante su Taiwan, Filippine, Vietnam, India.
3.
Rifiuto delle sentenze internazionali.
Nel
2016, la “Corte Permanente di Arbitraggio “ha stabilito che:
La
“linea dei nove tratti” non ha base legale.
Le
rivendicazioni cinesi violano l’UNCLOS.
La
Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine.
La
Cina ha dichiarato la sentenza “nulla e priva di effetto” e continua a
ignorarla.
4.
Repressione interna su scala industriale.
Le violazioni cinesi più gravi riguardano i
diritti umani interni:
Xinjiang:
detenzione di massa di 1 milione di uiguri.
Tibet:
repressione culturale e religiosa sistematica.
Hong
Kong: smantellamento delle libertà garantite.
Principali
violazioni documentate.
A.
Diritto del mare e sovranità territoriale
Azione Anno Violazione
“Linea
dei nove tratti” Rivendicazione Nessuna base in UNCLOS (sentenza CPA 2016)
Isole
artificiali Spratly 2013-oggi Violazione UNCLOS, militarizzazione
Scarborough
Shoal 2012 Occupazione de facto dopo confronto con Filippine
Scontri
con Filippine 2024-oggi Speronamenti, cannoni ad acqua, manovre
pericolose
ADIZ
Mar Cinese Orientale 2013 Rivendicazione unilaterale contestata
B.
Diritti umani (violazioni di trattati ratificati)
Regione Violazione Status
ONU
Xinjiang Detenzione arbitraria di massa, torture,
lavoro forzato, sterilizzazioni Rapporto
OHCHR 2022: “gravi violazioni”, possibili “crimini contro l’umanità”
Tibet Repressione culturale, religiosa, linguistica Preoccupazioni espresse da esperti ONU
Hong
Kong Legge sulla Sicurezza
Nazionale, arresti dissidenti Violazione
Dichiarazione Congiunta sino-britannica
Cina
continentale Sparizioni forzate,
torture, censura Documentazione
Amnesty, HRW
Bilancio
La
Cina non ha causato guerre con vittime su larga scala come USA e Russia, ma:
Fino a
1 milione di persone detenute arbitrariamente nello Xinjiang.
Repressione
sistematica di tibetani, uiguri, mongoli, cristiani, Falun Gong
Censura
e sorveglianza di massa su 1,4 miliardi di persone.
Giustificazioni
addotte.
Sovranità
e integrità territoriale (Taiwan, Tibet, Xinjiang, Mar Cinese).
Diritti
storici (linea dei nove tratti).
Lotta
al terrorismo e all’estremismo (Xinjiang).
Stabilità
sociale.
Non
ingerenza negli affari interni.
TABELLA
COMPARATIVA
Categoria USA Russia Cina
Tipo
prevalente di violazione Interventi
militari globali, regime chance Aggressioni
regionali, annessioni Espansionismo
marittimo, repressione interna
Ambito
geografico Globale “Estero vicino” (ex-URSS, Medio Oriente) Asia-Pacifico, interno
Numero
di interventi militari post-1945 90+ 10-15 2-3
Annessioni
territoriali Nessuna Crimea, 4 oblast ucraini Nessuna (rivendicazioni su Taiwan)
Vittime
civili stimate (post-1945) 10-20
milioni 1-2 milioni Difficile da quantificare
Condanne
CIG/tribunali internazionali Nicaragua
1986 (ignorata) Numerose CEDU, mandato CPI
per Putin Sentenza CPA 2016 (ignorata)
Rapporto
con CPI Non membro, ostile Ritirata firma 2016 Non membro
Uso
del veto UNSC (dal 1945) 82 volte 120 volte 16
volte
Principale
giustificazione.
Democrazia,
diritti umani, sicurezza.
Protezione
russofoni, sicurezza Sovranità, diritti
storici.
LE
DIFFERENZE QUALITATIVE.
USA:
Ipocrisia idealista.
Gli
Stati Uniti violano il diritto internazionale mentre si proclamano suoi
difensori.
Invocano
democrazia e diritti umani per giustificare interventi che spesso li
calpestano.
Questa
ipocrisia è particolarmente corrosiva perché delegittima i valori stessi che
pretende di difendere.
Punto
critico:
Gli
USA hanno costruito l’architettura del diritto internazionale post-1945 e ora
la stanno smantellando dall’interno.
Russia:
Revisionismo esplicito.
La
Russia non finge più di rispettare l’ordine liberale.
Rivendica
apertamente sfere d’influenza e l’uso della forza per proteggere i propri
interessi.
Putin
cita le violazioni occidentali non per giustificarsi moralmente, ma per
dimostrare che le regole non esistono.
Punto
critico:
L’invasione dell’Ucraina è la più grave
violazione del divieto dell’uso della forza dalla Seconda Guerra Mondiale in
Europa.
Cina:
Legalismo selettivo.
La
Cina manipola il diritto internazionale:
lo
invoca quando le conviene (principio di non ingerenza), lo ignora quando non le
conviene (sentenza Mar Cinese Meridionale).
A
differenza di USA e Russia, evita guerre aperte ma pratica un’erosione costante
delle regole.
Punto
critico:
La
repressione nello Xinjiang potrebbe costituire crimini contro l’umanità secondo
l’ONU, ma la Cina blocca qualsiasi indagine.
Il
circolo vizioso delle giustificazioni.
Ogni
violazione diventa precedente per la successiva:
USA
invoca Kosovo per Libia.
Russia
invoca Kosovo e Iraq per Crimea e Ucraina.
Cina
potrebbe invocare Venezuela per Taiwan.
E così
via, in una spirale discendente.
La
morte del multilateralismo
Il
Consiglio di Sicurezza è paralizzato dal veto incrociato:
USA
bloccano risoluzioni su Israele.
Russia
blocca risoluzioni su Ucraina e Siria.
Cina
blocca risoluzioni sullo Xinjiang.
Ciò
che emerge è un sistema pre-1945:
USA
rivendica l’emisfero occidentale (“Dottrina Donroe”).
Russia
rivendica l’ex spazio sovietico.
Cina
rivendica il Mar Cinese e Taiwan.
Tutte
e tre le potenze violano sistematicamente il diritto internazionale, in modi
diversi ma ugualmente distruttivi per l’ordine mondiale.
In
termini quantitativi (numero di interventi, vittime), gli USA hanno il record
peggiore.
In
termini di gravità singola, l’invasione russa dell’Ucraina rappresenta la
violazione più grave del divieto dell’uso della forza dalla Seconda Guerra
Mondiale.
In
termini di repressione interna, la Cina pratica violazioni dei diritti umani su
scala industriale.
Ma il
dato più significativo è che nessuna delle tre potenze rispetta le regole che
pretende di imporre agli altri.
E
questa ipocrisia universale sta distruggendo il sistema internazionale
costruito nel 1945.
Come
ha osservato “Noah Barkin”:
“In
Trump, Xi e Putin abbiamo tre uomini forti che credono che la forza faccia il
diritto.
Tutti
sono disposti a usare la forza o la coercizione per ottenere ciò che vogliono.
I
l
rispetto per il diritto internazionale viene gravemente eroso.”
La
vera vittima non è nessuna delle tre potenze. È l’idea stessa che esistano
regole valide per tutti.
L’Europa:
Il Gigante paralizzato.
L’Unione
Europea è la prima potenza economica mondiale (PIL combinato superiore agli
USA), ha 450 milioni di abitanti altamente istruiti, una base industriale
sofisticata, due potenze nucleari (Francia e Regno Unito), e una storia
millenaria di civiltà giuridica. Eppure, in politica estera e di sicurezza, si comporta
come un protettorato americano.
Come
ha osservato l’analisi “RAND”:
“L’Europa ha voluto autonomia senza fornire adeguate
risorse per la difesa, mentre gli Stati Uniti hanno voluto maggiori contributi
europei senza diminuire l’influenza politica della NATO e degli USA.”
Il
risultato è un paradosso: un gigante economico che è un nano geopolitico.
PARTE
I: LA MAPPA DELL’INFLUENZA AMERICANA IN EUROPA.
A) I
paesi “ultra-atlantisti” (blocco incondizionatamente filo-USA).
Questi
paesi si oppongono sistematicamente a qualsiasi forma di autonomia strategica
europea e considerano
Washington il loro unico garante di sicurezza:
1.
POLONIA.
Posizione:
Oppositore più vigoroso dell’autonomia strategica europea.
Motivazione:
Vicinanza geografica a Russia e Bielorussia, trauma storico.
Dipendenza
militare:
Acquisti
massicci di armamenti USA ($55 miliardi 2022-2024, 30% della domanda europea),
pari al 106% della propria spesa di procurement.
Basi
USA:
NSF
Redzikowo (sistema antimissile Aegis), hub logistico Powidz in espansione
(diventerà la più grande base NATO in Europa entro il 2030, 10.000 soldati).
Strategia:
“Trimarium” – alleanza di 12 paesi dell’Europa centrale per separare Germania e
Russia.
Citazione
chiave:
La
Polonia “vede il suo interesse nel mantenere il più forte impegno di sicurezza
USA possibile in Europa e nel bloccare qualsiasi mossa verso l’autonomia
strategica europea”
2.
STATI BALTICI (Estonia, Lettonia, Lituania).
Posizione:
Frontiera NATO, dipendenza totale dalla garanzia americana.
Motivazione:
Minoranze russofone, confine diretto con Russia/Bielorussia, memorie sovietiche.
Dipendenza
militare: Battle group NATO multinazionali, basi USA in Lituania.
Strategia:
Massimizzare la presenza militare americana sul proprio territorio.
Leader
simbolico: Kaja Kallas (ora Alto Rappresentante UE), considerata “falco” anti-russo
e filo-americana
3.
ROMANIA.
Posizione:
Hub strategico USA nel Mar Nero.
Basi
USA: NSF Deveselu (sistema antimissile Aegis dal 2016), base aerea Mihail
Kogălniceanu in espansione.
Truppe
USA: ~1.134 permanenti + rotazionali.
Dipendenza:
Accordo bilaterale di difesa missilistica.
4.
BULGARIA.
Posizione:
Fianco sud-orientale NATO.
Basi
USA: Presenza rotazionale, parte di “Operation Atlantic Resolve”.
Nota:
Più ambivalente della Romania, con correnti filo-russe interne.
5.
PAESI NORDICI (post-2022).
Finlandia: Accordo luglio 2024 per dare agli
USA controllo su almeno 15 basi militari.
Svezia: Accordo dicembre 2023 per accesso
USA a basi, acquisto sistemi IRIS-T tedeschi ma integrati in architettura
NATO/USA.
Norvegia: Tradizionalmente atlantista, basi USA
nell’Artico.
Danimarca: Intelligence integration con USA
(caso NSA), preoccupazione per Groenlandia.
6.
REPUBBLICA CECA
Posizione:
Atlantista convinta.
Nota:
Presidente Pavel (ex generale NATO) fortemente filo-americano.
7.
PAESI BASSI.
Posizione:
Tradizionalmente atlantista.
Ruolo:
Hub logistico NATO, industria della difesa integrata con USA.
8.
REGNO UNITO (fuori UE ma rilevante).
Posizione:
“Special relationship” con USA.
Basi
USA: RAF Mildenhall, RAF Lakenheath (maggiore presenza USAF in UK).
Nucleare:
Dipendenza da sistema Trident USA.
Ruolo:
Ponte tra USA e Europa, spesso allineato con Washington contro Bruxelles
B) I
paesi “atlantisti moderati” (filo-USA ma con riserve).
9.
GERMANIA.
Posizione:
Ufficialmente favorevole all’autonomia strategica, ma nei fatti atlantista.
Contraddizione:
Zeitenwende
(2022) prometteva svolta verso responsabilità europea, poi ritorno a dipendenza
USA osservando l’importanza di armi americane in Ucraina.
Basi
USA: 5 guarnigioni dell’esercito, ~35.000 truppe (secondo contingente USA nel
mondo dopo Giappone).
Sede:
EUCOM e AFRICOM a Stoccarda.
Nucleare:
Bombe B-61 a Büchel.
Critica:
“La
Germania preferisce potenziare la collaborazione europea mantenendo la sovranità
nazionale sulla difesa” – gap tra dichiarazioni e azioni.
10.
ITALIA.
Posizione:
“Equilibrismo pragmatico” tra Europa e USA.
Basi
USA: NSA Napoli (quartier generale Sesta Flotta e NAVEUR-NAVAF), NAS Sigonella
(“Hub del Mediterraneo”), Aviano, Camp Darby, ~8.500 personale USA.
Nota:
Governo Meloni cerca di bilanciare atlantismo con interessi mediterranei.
Critica:
Nessuna opposizione sostanziale alle politiche USA.
C) I
paesi “europeisti” (favorevoli all’autonomia strategica).
11.
FRANCIA.
Posizione:
Leader storico della spinta per l’autonomia strategica europea.
Tradizione:
Eredità gollista di indipendenza da influenze straniere.
Deterrente
nucleare: 100% francese, non dipende da NATO/USA.
Industria
difesa: Sviluppata, meno dipendente da equipaggiamenti americani.
Limiti:
Troppo debole per agire da sola, ha bisogno della Germania che non la segue.
Citazione:
Macron si definisce “potenza di equilibrio” e spinge per ESA dal 2017, ma senza
successo.
12.
SPAGNA.
Posizione:
Tendenzialmente europeista, ma non in prima linea.
Interessi:
Focus su Mediterraneo e Africa, meno preoccupata dalla Russia.
13.
IRLANDA.
Posizione:
Neutrale, ma “nascosta” nei dibattiti senza prendere posizione.
Citazione:
“L’Irlanda ha tenuto un piede nell’acqua di questi dibattiti a livello
ufficiale ma non ha mai fatto contributi significativi”.
D) I
paesi “nazionalisti/ambigui.”
14.
UNGHERIA.
Posizione:
Isolazionista, critica verso NATO e UE, ma relazioni strette con repubblicani
USA.
Contraddizione:
Orbán vicino a Trump ma anche a Putin.
Ruolo:
Blocca spesso iniziative comuni (ritardo su Finlandia/Svezia in NATO).
Non
credibile come mediatore: Troppo vicino a Russia secondo analisti.
15.
SLOVACCHIA.
Posizione:
Governo Fico critico verso sostegno a Ucraina.
Nota:
Fico ha parlato di “crollo dell’ordine mondiale post-1945”
PARTE
II: L’ARCHITETTURA DELLA DIPENDENZA
A)
Presenza militare USA in Europa.
Dati
chiave (2024-2025):
Truppe
USA in Europa: ~84.000 (aumentate da ~60.000 pre-2022).
Basi
permanenti: 31 + 19 siti con accesso DOD.
Concentrazione:
Germania, Italia, Polonia, Regno Unito.
Principali
installazioni:
Paese. Base. Funzione Personale.
Germania Ramstein Hub
aereo USAF in Europa migliaia.
Germania Stoccarda HQ
EUCOM e AFRICOM 25.000+ (comunità).
Germania Büchel Bombe
nucleari B-61 classificato.
Italia NSA Napoli HQ
Sesta Flotta, NAVEUR-NAVAF 8.500
Italia Sigonella Hub
logistico Mediterraneo migliaia.
Italia Aviano Unico
fighter wing USA sud Alpi migliaia.
Polonia Redzikowo Sistema
Aegis antimissile 355.
Polonia Powidz Hub
logistico (in espansione massiccia) in
crescita.
Romania Deveselu Sistema
Aegis antimissile 200.
Turchia Incirlik Hub
operazioni Medio Oriente 1.830.
UK Lakenheath Maggiore
presenza USAF in UK migliaia.
UK Mildenhall Rifornimento
aereo 3.000.
B)
Dipendenza industriale-militare.
Acquisti
di armi USA (Foreign Military Sales):
2022-2024:
gli FMS verso Europa NATO rappresentano il 50,7% della spesa europea in
equipaggiamenti (era 27,8% nel 2019-2021).
Polonia
da sola: $55 miliardi in FMS, 30% della domanda europea.
Sistemi
critici (Patriot, F-35, munizioni avanzate) disponibili solo da USA.
80%
del procurement militare europeo verso fornitori stranieri (principalmente USA).
C)
Dipendenza nucleare.
Ombrello
nucleare USA: Fondamento della deterrenza europea.
Bombe
B-61 in 5 paesi europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia)
Francia:
Unico paese UE con deterrente autonomo, ma non copre altri paesi
UK:
Sistema Trident dipende da tecnologia USA.
D)
Dipendenza intelligence.
Five
Eyes: UK
integrato, altri europei esclusi.
NSA:
Monitoraggio su leader europei (caso Merkel 2013).
Tecnologia:
Cloud, semiconduttori, AI dominati da USA.
PARTE
III: COSA POTREBBE FARE L’EUROPA SE FOSSE AUTONOMA.
A)
Politica estera indipendente.
1.
Mediazione nei conflitti.
Un’Europa
autonoma potrebbe essere il mediatore naturale nelle crisi globali:
Ucraina-Russia:
Attualmente
la mediazione è tentata da Turchia, Cina, India – mentre l’Europa è parte in
causa come alleata USA.
Un’Europa neutrale ma forte potrebbe offrire
garanzie di sicurezza credibili a entrambe le parti.
Medio
Oriente: Storicamente l’Europa aveva posizioni più equilibrate su Palestina.
L’allineamento
con USA/Israele ha distrutto questa credibilità.
Asia-Pacifico:
Potrebbe mantenere relazioni commerciali con Cina senza seguire la strategia di
contenimento USA.
2.
Difesa del diritto internazionale.
L’Europa
potrebbe essere il campione globale del multilateralismo e della Carta ONU:
Coerenza:
Condannare le violazioni russe E quelle americane (Venezuela, Iraq, ecc.).
CPI:
Sostenere la Corte Penale Internazionale anche quando indaga su alleati.
ONU:
Lavorare per riformare il Consiglio di Sicurezza invece di bypassarlo.
3.
Relazioni con il Sud Globale.
Un’Europa
non identificata con l’egemonia americana potrebbe ricostruire rapporti con:
Africa
(ex colonie, ma anche nuovi partner).
America
Latina (relazioni compromesse dal sostegno a politiche USA).
Asia
(evitando di essere trascinata in “nuova Guerra Fredda” contro Cina).
B)
Difesa autonoma
Risorse
potenziali:
Spesa
difesa UE 2024: €343 miliardi (in crescita).
Proiezione
2025: €381 miliardi (supera 2% PIL).
Popolazione
mobilitabile: centinaia di milioni.
Industria
della difesa: €183 miliardi fatturato, 600.000 posti lavoro
Cosa
manca:
Comando
unificato: 27 eserciti separati, 27 sistemi logistici.
Capacità
critiche: Trasporto strategico, rifornimento aereo, ISR, munizioni avanzate.
Nucleare
condiviso: Solo Francia ha deterrente autonomo.
Volontà
politica: Paesi dell’Est preferiscono garanzia USA.
Modelli
possibili:
Joint
Expeditionary Force (JEF): 10 paesi guidati da UK, potrebbe essere base per
struttura non-NATO.
European
Sky Shield Initiative (ESSI): Difesa aerea integrata, già operativa.
“NEATO”:
North East Atlantic Treaty Organization, proposta per alleanza europea autonoma.
C)
Autonomia economica e tecnologica
1.
De-dollarizzazione parziale.
Euro
come valuta di riserva alternativa.
Sistemi
di pagamento alternativi a SWIFT.
Protezione
da sanzioni extraterritoriali USA.
2.
Sovranità tecnologica
Cloud
europeo (non dipendente da Amazon/Microsoft/Google).
Semiconduttori:
programma europeo invece di dipendenza Taiwan/USA.
AI:
sviluppo autonomo con valori europei.
3.
Politica commerciale indipendente.
Accordi
con Cina non subordinati a veto USA.
Relazioni
con Russia post-conflitto basate su interessi europei.
Corridoi
economici eurasiatici (alternativa a dipendenza atlantica).
PARTE
IV: PERCHÉ L’EUROPA NON LO FA.
A) Il
circolo vizioso della dipendenza.
L’Europa
dipende dagli USA per la sicurezza.
Quindi
non sviluppa capacità autonome.
Quindi
rimane dipendente.
Quindi
non può avere politica estera indipendente.
Quindi
segue Washington.
Ritorno
al punto 1.
B) Il
blocco dei paesi atlantisti.
Come
documentato dal “Quincy Institute”:
“L’Unione
Europea nel suo complesso è in ogni caso esclusa da qualsiasi ricerca di
autonomia strategica dall’opposizione implacabile di Polonia e Stati baltici.
Sono
ben consapevoli che le loro speranze di una Russia indebolita o distrutta
possono essere realizzate solo con il pieno sostegno USA.”
Il
veto di fatto:
Decisioni
UE su difesa richiedono unanimità.
Polonia,
Baltici, Romania bloccano qualsiasi iniziativa che riduca ruolo USA.
Germania,
nonostante retorica, segue linea atlantista nei fatti.
Francia
isolata nel suo europeismo.
C) La
debolezza strutturale.
Frammentazione:
27
eserciti, 27 industrie della difesa, 27 politiche estere.
Nessun
“telefono europeo” da chiamare (citazione Kissinger).
Processo
decisionale lentissimo.
Trauma
storico:
Germania:
inibizioni post-WWII contro azione militare indipendente.
Est
Europa: memorie sovietiche, Russia vista come minaccia esistenziale.
Nord
Europa: neutralità storica appena abbandonata (Finlandia, Svezia).
Interessi
divergenti:
Est:
priorità Russia.
Sud:
priorità Mediterraneo, migrazioni, Africa.
Ovest:
priorità commercio globale.
Nord:
priorità Artico, Mar Baltico.
PARTE
V: LO SCENARIO ATTUALE (2025-2026)
La
crisi Venezuela come test.
L’operazione
USA in Venezuela ha mostrato plasticamente la paralisi europea:
Francia
(Barrot): “Viola
il principio di non ricorso alla forza, nessuna soluzione imposta dall’esterno”
– unica critica sostanziale.
Germania
(Merz): “Valutazione legale complessa” – ambiguità calcolata.
UK
(Starmer): “Voglio parlare con Trump prima” – deferenza.
Italia
(Meloni): “Monitoriamo” – silenzio.
Spagna
(Sánchez): “Non riconosceremo intervento che viola diritto internazionale” –
rara presa di posizione.
UE
(Kallas, Von der Leyen): “Moderazione, rispetto diritto internazionale” –
nessuna condanna.
L’alternativa
Trump.
La NSS
di Trump 2025 ha esplicitato ciò che era implicito:
Gli
USA non condividono più la percezione delle minacce con gli alleati.
L’Europa
è vista come problema (regolamentazione, “censura”, “cancellazione
civilizzazionale”).
La
Russia è menzionata meno delle minacce “interne” europee.
Il
messaggio è chiaro: arrangiatevi.
Reazione
europea: Invece di cogliere l’opportunità per l’autonomia, la maggioranza dei
paesi si aggrappa ancora di più alla garanzia americana, anche se sempre più
vuota.
Il
prezzo.
L’Europa
paga un prezzo altissimo per la sua mancanza di autonomia:
1.
Irrilevanza geopolitica.
Non
conta nelle negoziazioni su Ucraina (decise da USA-Russia).
Non ha
voce in Medio Oriente.
Non
può mediare alcun conflitto perché non è neutrale.
2.
Complicità in violazioni
Sostiene
(o tace su) violazioni USA del diritto internazionale.
Perde
credibilità come difensore delle regole.
Ipocrita
nel condannare Russia/Cina mentre giustifica USA.
3. Vulnerabilità
economica
Dazi
USA senza possibilità di rappresaglia credibile.
Sanzioni
extraterritoriali che colpiscono aziende europee.
Dipendenza
tecnologica crescente.
4.
Costo opportunità
Relazioni
con Cina compromesse per seguire Washington.
Risorse
sprecate in acquisti militari USA invece di sviluppare industria europea.
Incapacità
di proporre alternative al disordine globale.
La
domanda finale:
L’Europa
vuole essere un attore o uno spettatore della storia del XXI secolo?
Finché Polonia, Baltici e altri paesi
atlantisti manterranno il veto su qualsiasi forma di autonomia, la risposta è
già scritta.
Come
osservato da diversi analisti:
“L’Europa
è troppo grande per essere irrilevante, ma troppo divisa per essere influente.”
Globalia.
L’arresto di Maduro e
l’addio al vecchio ordine internazionale.
Barbadillo.it
– Giorgio Arconte – (8 gennaio 2026) – ci dice:
L’azione
contro il Venezuela introduce un elemento nuovo e più destabilizzante: avviene
dopo anni in cui l’Occidente, e in particolare l’Europa, ha costruito la
propria narrazione sul conflitto ucraino attorno alla distinzione netta fra
aggressore e aggredito, fra violazione e difesa del diritto internazionale.
Maduro
in manette negli Usa.
L’arresto
del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, avvenuto
attraverso un’operazione militare diretta sul territorio di uno Stato sovrano,
segna un ulteriore e significativo passaggio nella dissoluzione dell’ordine
internazionale così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
L’accusa formalmente mossa contro Maduro –
quella di essere a capo di un cartello del narcotraffico – appare come un
pretesto giuridico fragile, funzionale più a raggirare il diritto
internazionale che a rispettarlo.
Di
fatto, l’azione statunitense rappresenta una violazione della sovranità del
Venezuela e un atto di forza che difficilmente può essere ricondotto a una
cornice legale condivisa.
Il
diritto internazionale carta straccia (non da ora).
Che il
diritto internazionale fosse già ampiamente indebolito non è una scoperta
recente.
Dai
bombardamenti Nato sulla Serbia nel 1999, passando per le guerre americane in
Iraq e in Libia, l’uso selettivo della legalità internazionale è stato uno
strumento ricorrente della potenza occidentale.
Tuttavia,
l’azione contro il Venezuela introduce un elemento nuovo e più destabilizzante:
avviene dopo anni in cui l’Occidente, e in particolare l’Europa, ha costruito
la propria narrazione sul conflitto ucraino attorno alla distinzione netta fra
aggressore e aggredito, fra violazione e difesa del diritto internazionale.
Addio
sovranità.
L’operazione
statunitense rischia così di demolire dall’interno quella stessa impalcatura
retorica.
Se la
sovranità può essere violata in nome di accuse unilaterali e senza mandato
internazionale, allora il principio dell’uso della forza come strumento
legittimo di risoluzione delle controversie torna ad essere normalizzato.
Una
dinamica che apre spazi di manovra evidenti per altri attori globali, a
cominciare dalla Cina sul dossier Taiwan, ma anche per tutte quelle potenze che
si sentono minacciate dall’egemonia americana.
Non è
un caso che questa azione avvenga in un contesto di crescente insicurezza
globale e di riarmo diffuso.
Quando
la forza torna ad essere la vera moneta delle relazioni internazionali, la
conseguenza diretta è l’aumento della corsa agli armamenti da parte di chi
percepisce di non avere più alcuna tutela normativa.
Cina, Iran e Corea del Nord leggono questi
segnali con estrema attenzione, traendo conclusioni che difficilmente andranno
nella direzione della distensione.
Se le regole diventano flessibili e
l’eccezione diventa prassi, il risultato non è la stabilità ma l’incertezza.
Un’incertezza che rafforza l’idea secondo cui
solo la deterrenza, e non il diritto, possa garantire la sopravvivenza.
Il caso venezuelano, più che un episodio
regionale, si configura così come un precedente globale che accelera la
transizione verso un mondo in cui la legittimità non è più data dalle norme ma
dai rapporti di forza.
Il
nodo russo.
Resta
infine il nodo russo.
Mosca,
pur storicamente alleata di Caracas, non ha interferito.
Una
tiepidezza che solleva interrogativi:
disinteresse,
impossibilità o parte di un equilibrio più ampio ancora non visibile? Ancora è
presto per avere una risposta.
(Giorgio
Arconte).
Russia,
Usa, Cina: si scrive
tregua
difficile, si legge
guerra
perpetua fra imperi.
Barbadillo.it
– Sarmaticus – (11 Gennaio 2026) – Redazione - Esteri – ci dice:
Per
legittimarsi come potenza mondiale, l'Ue - in modalità "banda Kallas"
- corre verso il baratro nucleare.
Russia,
Usa e Cina: imperi.
Il
Ministero degli Esteri russo ha respinto, giovedì scorso, l’ultima offerta
sostenuta dagli Usa per finire la guerra tra Russia e Ucraina, con una risposta
che accettare un accordo di pace qualsiasi, in questa fase della partita, con
l’Ucraina, non risolverebbe mai il conflitto.
Il
Ministero degli Esteri di Mosca ha criticato duramente la proposta di Usa e Ue
di garanzie di sicurezza per l’Ucraina, affermando che esse equivalgono a “un
vero e proprio asse di guerra”.
L’accordo
per l’invio di truppe da parte di U.K. e Francia, non appena concordato un
“cessate il fuoco”, comporta che esso non ci sarà, poiché significa un atto
tipico dell’europeismo reale”: l’invio (altre) truppe della Nato in Ucraina.
L’Ue
non vuole normalizzare le relazioni con la Russia, riammettendola nell’economia
mondiale.
Vuole
la guerra permanente contro l’Eurasia, proprio come George Orwell avevo intuito
per l'”Oceania” nel suo romanzo 1984.
Perdenti sedicenti vincitori.
Il
commento russo è chiaro:
“Il documento è estremamente lontano da un accordo di
pace. Non mira a raggiungere una pace e una sicurezza durature, ma a proseguire
la militarizzazione, l’escalation e l’ulteriore aggravamento del conflitto”.
E ancora:
“Il
suo elemento centrale è il dispiegamento di ‘una forza multinazionale’ sul
territorio ucraino, che la coalizione dovrà formare per contribuire alla
‘ricostruzione’ delle forze armate ucraine e a ‘sostenere la deterrenza’ dopo
la cessazione delle ostilità”.
La
campagna di attacchi a lungo raggio ucraina continua a colpire obiettivi
petroliferi, militari e infrastrutturali russi.
Gli ucraini sono riusciti a chiudere tutti gli
aeroporti della regione di Mosca per 48 ore, costringendo i russi a disattivare
le loro reti di telefonia mobile nella stessa area.
Siamo
di fronte a una capacità di colpire in profondità il territorio nemico,
permessa solo dai mezzi dello spionaggio. Senza occhi nel cielo, l’Ucraina non
ha capacità di targeting a lungo raggio.
Ma ha
dei mandanti che gliela offrono.
Dottrina
Donald: arma a doppio taglio.
Molti
ora citano la “Dottrina Monroe”, dichiarazione fondamentale della politica
estera statunitense, proclamata dal presidente James Monroe il 2 dicembre 1823.
Già
due secoli fa vi si dichiarava l’emisfero occidentale chiuso a colonizzazioni e
interferenze europee, impegnandosi al contempo a non interferire nelle colonie
europee esistenti o negli affari interni dell’Europa.
Donald
Trump ha sostanzialmente affermato la stessa dottrina, prendendo di mira sia la
Cina, sia la Russia, per espellerle da quell’emisfero.
Si
noti che ciò giustifica, per compensazione, l’acquisizione da parte della
Russia di tutta l’Ucraina e di Taiwan da parte della Cina.
Non
possiamo però avere entrambe le cose.
E così
i neoconservatori vogliono gli Stati Uniti dominatori del mondo, mentre il capo
di gabinetto di Donald Trump, “Miller, ha riconosciuto che il mondo è diviso
tra tre imperi:
Usa,
Russia e Cina.
Alla
dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, secondo cui egli
sarebbe” molto scontento” se Pechino attaccasse Taiwan, il ministro degli
Esteri cinese ha risposto: “Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese.
Risolvere la questione di Taiwan riguarda noi cinesi…
È una
questione interna della Cina e non tollera interferenze esterne”.
A
questo punto la Cina potrebbe imporre un embargo totale a Taiwan, avendo appena
ricevuto il via libera proprio grazie alla “Dottrina Donald”.
A
questo punto potrebbe agire e prendere Taiwan entro aprile.
L’Oreshnik
su Leopoli.
La
Guardia Costiera americana e le forze militari (con l’assistenza britannica)
hanno abbordato e sequestrato una petroliera della flotta ombra russa, la “Bella
1”, nell’Atlantico settentrionale, sanzionata come misura anti-Iran, collegata
a terrorismo e criminalità internazionale, incluso Hezbollah.
Teoria
più che discutibile:
la
nave aveva attraversato il Canale di Suez e, con quelle dimensioni, poteva
farlo solo se vuota…
Intanto
la Russia ha reagito, per ora, solo a parole e gli Stati Uniti hanno accettato
di inviare i due membri dell’equipaggio russo in Russia.
La
Nato ora sostiene che Putin abbia lanciato un Resnik su Leopoli, a meno di 70
km dal territorio Nato.
Il
messaggio dell’operazione sarebbe:
“Abbiamo
missili ipersonici con capacità nucleare e possiamo usarli vicino ai confini
della Nato”.
In realtà la Russia aveva solo bisogno di mostrare la
capacità militare, perché la sua credibilità – in più teatri contemporaneamente
– Venezuela, Siria, Iran – era crollata: ogni cliente russo o è caduto o è
sotto pressione; la sua flotta-ombra è sequestrata; droni ucraini bloccano
Mosca…
La
Nato insiste sul fatto che i suoi analisti militari sono scettici
sull’effettivo valore dell’Resnik.
Mentre
Putin mette in guardia contro una guerra nucleare, la Nato insiste che è una
montatura e che può invadere la Russia anche con una mano legata dietro la
schiena…
Anche
McNamara capì…
In età
avanzata, “Robert McNamara” – ministro della Difesa per Kennedy e Johnson –
ammise che gli Usa sbagliavano negli anni ’60 dando per scontato che la Russia
fosse dietro alla guerra del Vietnam.
È lo stesso auto-inganno degli attuali
neoconservatori, cresciuti – per ragioni etniche ancor più che politiche –
nella russofobia. Oggi l’Ue vuole la guerra mondiale usando figurine come la
Kallas, così intrise di odio personale da non voler vedere che stanno
condannando l’Europa alla sua distruzione finale.
Il
ciclo suggerisce un’ulteriore escalation.
Quando
la Kallas ha cercato di minacciare la Cina perché abbandoni la Russia, “Wang Yi”
ha ribattuto che la Cina non ha intenzione di restare a guardare la Russia
cadere, perché, sconfitta la Russia, Ue e Nato aggredirebbero lei.
L’idea
che Ue e Nato possano disgregare la Russia senza altre conseguenze non è
politica, nemmeno delle più ciniche.
È
follia.
(Sarmaticus).
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