La Cina è preoccupata se salta l’Iran.

 

La Cina è preoccupata se salta l’Iran.

 

 

La Cina monitora la situazione in Iran

e afferma che proteggerà i suoi cittadini.

Slobodenpecat.mk - Report Ad – Redazione – Free Press - (13 – 01 -2026) – ci dice:

 

 La Cina sta monitorando attentamente gli sviluppi in Iran e adotterà tutte le misure necessarie per proteggere la sicurezza dei suoi cittadini, ha affermato il Ministero degli Esteri cinese.

 

Dopo che martedì il Dipartimento di Stato americano ha esortato i cittadini americani a lasciare immediatamente l'Iran, i giornalisti hanno chiesto se Pechino stesse preparando istruzioni simili.

 La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha affermato che la Cina spera che l'Iran possa mantenere la stabilità nazionale e sostiene il Paese in questi sforzi, si legge nella dichiarazione.

 Xinhua.

"La Cina si è sempre opposta all'ingerenza negli affari interni di altri Paesi, così come all'uso o alla minaccia dell'uso della forza nelle relazioni internazionali.

 Ci auguriamo che tutte le parti intraprendano ulteriori azioni che contribuiscano alla pace e alla stabilità in Medio Oriente", ha affermato Mao in una conferenza stampa.

Nel frattempo, le autorità statunitensi hanno esortato i propri cittadini a lasciare immediatamente l'Iran a causa dei disordini in corso nel Paese.

"Le proteste in tutto l'Iran si stanno intensificando e potrebbero trasformarsi in violenza, provocando arresti e feriti", ha affermato in una nota l'ambasciata virtuale degli Stati Uniti in Iran.

Nella dichiarazione si afferma che i cittadini americani devono aspettarsi continue interruzioni di Internet, pianificare mezzi di comunicazione alternativi e, se sicuro, prendere in considerazione l'idea di lasciare l'Iran via terra per raggiungere l'Armenia o la Turchia.

 

 

 

 

Ma la Cina si sta allontanando dall'Iran?

Signori, è la fine del mondo multipolare.

 

Mowmag.com - Federico Giuliani – (9 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 Altro che narcotraffico e petrolio.

Gli Usa hanno rapito “Nicolas Maduro” per rovinare i piani della Cina in America Latina.

E autorizzeranno il pugno duro contro l'Iran per allontanare il Dragone dal Medio Oriente.

 La strategia degli Stati Uniti è sempre più chiara:

 contrastare l'espansione di Pechino (e Mosca) nel “Global South” con tutti i mezzi.

Anche a costo di scatenare guerre e conflitti.

 Signori, ecco a voi la mossa “lost-lost” di Washington.

 Dove tutti perdono e solo uno vince: Trump.

È la fine del famigerato “mondo multipolare”?

 

Che fine ha fatto il mondo multipolare?

Esiste ancora dopo il blitz militare degli Stati Uniti in Venezuela, l'imminente e probabile secondo tempo del conflitto tra Israele e Iran (anch'esso autorizzato dagli Usa) e i vari strike effettuati da Washington in Nigeria, Yemen, Iraq, Somalia e l'immancabile Afghanistan?

 Il parterre di analisti si divide in due schieramenti:

da un lato c'è chi sostiene che l'ipotesi di assistere a un nuovo equilibrio mondiale, con più centri di potere spalmati su molteplici continenti e regioni, si sia frantumato sotto il peso della realpolitik trumpiana; dall'altro troviamo quelli che, al contrario, si aspettano una reazione del blocco anti occidentale.

Come stanno le cose?

Il fatto che Russia e Cina siano rimaste sostanzialmente inermi mentre Washington faceva il cazzo che voleva in giro per il globo desta più di un sospetto, non solo in merito al reale interesse che taluni governi ripongono nel concetto stesso di mondo multipolare, ma anche sul suo funzionamento.

Se i principali promotori di questa dimensione, ossia Mosca e Pechino, non muovono un dito mentre i loro rivali statunitensi colpiscono i nodi che dovrebbero creare il network alternativo all'attuale ordine a trazione Usa-Ue, chi può mai garantire l'esistenza della multipolarità?

 

Venezuela.

Gli Usa hanno rapito Nicolas Maduro per rovinare i piani della Cina in America Latina. E autorizzeranno il pugno duro contro l'Iran per allontanare il Dragone dal Medio Oriente...

Ansa.

Al di là di dubbi legittimi e opinioni contrastanti, vale la pena dare un'occhiata alla strategia di Donald Trump.

Già, perché l'obiettivo degli Stati Uniti non è quello di contrastare il narcotraffico in Venezuela, né di esportare la democrazia o togliere di mezzo gli ayatollah in quanto tali.

Gli Usa vogliono semplicemente mettere nei casini Cina e Russia.

Come? Semplice: destabilizzando, decapitando le leadership indesiderate o addirittura bombardando i Paesi ostili in via di sviluppo e del Global South in orbita di Mosca e Pechino.

Nello specifico, a Trump non serve l'oro nero di Caracas:

 vuole prenderselo per toglierlo a Xi Jinping, che in America Latina ha inviato diplomatici e aziende per plasmare l'intera regione a uso e consumo cinese.

 Seguendo questo ragionamento, Washington è favorevole all'appoggio di Israele sulla questione iraniana per colpire la nazione che favorisce la diramazione della Nuova Via della Seta cinese in Asia centrale e da lì in Europa.

 A proposito:

a Teheran, proprio mentre scriviamo questo articolo, è in corso una rivolta popolare contro gli ayatollah.

 E Cina e Russia?

Anche qui, non pervenuti o quasi.

 Lo stesso vale per l'Africa, dove l'amministrazione Trump sta cercando di farsi largo con la forza (e con la scusa dei cristiani massacrati) per ridimensionare le presenze sino-russe (attuali e future).

 

Putin, Trump, XI.

La strategia degli Stati Uniti è sempre più chiara: contrastare l'espansione di Pechino (e Mosca) nel Global South con tutti i mezzi. Anche a costo di scatenare guerre e conflitti.

Ansa.

La logica adottata da Trump è quella del pugno duro preventivo: meglio una crisi oggi che un rivale strutturato domani.

 Potremmo definirla una “strategia lost-lost”, l'opposto della “cooperazione win-win” tanto ripetuta dalla Cina.

 Cosa significa?

Perdono i Paesi colpiti, schiacciati tra sanzioni e bombe.

Perdono anche Cina e Russia, costrette a rallentare le loro espansioni globali o a rispondere alzando ulteriormente il livello dello scontro. Perde persino l'ordine internazionale.

Ma c'è un vincitore, almeno nel breve periodo: Trump.

Che trasforma così il disordine globale in capitale politico interno, rilanciando l'America come potenza del XXI secolo.

Si tratta tuttavia di un gioco pericolosissimo, visto che la minima scintilla può causare incendi spaventosi.

Per ridurre i rischi, gli Usa potrebbero aver promesso a XI e Putin – ossia le minacce numero uno e due – qualcosa in cambio per il loro “silenzio”: Taiwan al primo, una parte dell'Ucraina al secondo.

E l'Europa? Sipario.

Benvenuti nel nuovo disordine mondiale multipolare.

Maria Zakharova Parla

della Situazione in Iran.

Conoscenzealconfine.it – (14 Gennaio 2026) – Ministero degli Affari Esteri Russo – ci dice:

 

Risposta della portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zakharova, a una domanda dei media sulla situazione in Iran.

Domanda:

Da oltre due settimane si verificano in Iran proteste antigovernative che si sono trasformate in disordini.

 Potrebbe commentare la situazione attuale in questo Paese?

 

“Maria Zakharova”:

“Le sanzioni illegali dell’Occidente, a cui la Repubblica Islamica dell’Iran è stata sottoposta per molti anni, ostacolano lo sviluppo del Paese e generano problemi economici e sociali, che colpiscono soprattutto i cittadini iraniani comuni.

Le crescenti tensioni sociali vengono sfruttate da ‘forze esterne’ ostili all’Iran per destabilizzare e distruggere lo Stato iraniano.

Vengono utilizzati i tristemente noti metodi delle ‘rivoluzioni colorate’, quando una protesta pacifica, guidata da provocatori addestrati e armati che agiscono secondo istruzioni provenienti dall’estero, si trasforma in violenze brutali e insensate, saccheggi e omicidi di forze dell’ordine e di semplici cittadini, inclusi i bambini.

 

Condanniamo risolutamente l’ingerenza esterna nei processi politici interni in Iran.”

 

“Va sottolineato che il governo del Paese mostra la volontà di un dialogo costruttivo con la società nella ricerca di modi efficaci per neutralizzare le conseguenze socio-economiche negative della politica ostile dell’Occidente.

Sono assolutamente inaccettabili le minacce di nuovi attacchi militari contro il territorio della Repubblica Islamica provenienti da Washington. Coloro che intendono utilizzare i disordini istigati dall’esterno come pretesto per ripetere l’aggressione contro l’Iran commessa nel giugno 2025, dovrebbero rendersi conto delle conseguenze nefaste di tali azioni per la situazione nel Medio Oriente e per la sicurezza internazionale globale.

Respingiamo categoricamente i tentativi sfacciati di ricattare i partner stranieri dell’Iran con l’aumento delle tariffe commerciali.

La dinamica della situazione politica interna del Paese e il calo delle proteste artificialmente fomentate, osservato negli ultimi giorni, ci fanno sperare in una graduale stabilizzazione della situazione.

Le marce di migliaia di iraniani a sostegno della sovranità della Repubblica Islamica sono la garanzia del fallimento dei piani sinistri di coloro che non riescono a sopportare l’esistenza, sulla scena internazionale, di Stati capaci di condurre una politica estera indipendente e di scegliere i propri amici in modo autonomo”.

(Ministero degli Esteri russo).

Venezuela, Iran, Russia e Cina…

quanto peserà l’instabilità sui

 mercati finanziari nel 2026?

  Fermonews.it – (7 Gennaio 2026) – Adnkronos.com (Web info) – Fabio Insegna – ci dice:

 

Il 2026 si è aperto nel segno dell’instabilità e dell’incertezza.

 Il blitz degli Stati Uniti e la cattura di Maduro in Venezuela, i venti di guerra che spirano intorno all’Iran, le complicate trattative per fermare il conflitto in Ucraina e le nuove potenziali tensioni, dalle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia alle esercitazioni della Cina a Taiwan, rendono lo scenario particolarmente complesso non solo sul piano geopolitico ma anche, come diretta conseguenza, su quello economico.

I mercati finanziari si affacciano al nuovo anno con una domanda di fondo:

la capacità di resistere a qualsiasi shock mostrata nel 2025, dai dazi alle guerre, potrà durare ancora?

 Una prima risposta si può trovare in una serie di report, appena usciti, che aiutano a mettere alcuni punti fermi:

 dall’Asia agli Stati Uniti, passando per i Paesi emergenti. 

 

 Un’analisi che mette sul tavolo i tre principali fattori di rischio con cui fare i conti è quella di “Alicia Garcia Herrero”, Capo economista Asia-Pacifico di “Natixis CIB”.

L’economia globale, è la premessa, “ha dimostrato una notevole adattabilità nel 2025.

Nonostante i continui shock causati dalle politiche incostanti dell’amministrazione Trump, dalle minacce tariffarie alle guerre commerciali intermittenti, i mercati e le economie sviluppate hanno resistito alla tempesta con una resilienza che ha sorpreso molti analisti”. 

 

Tuttavia, con l’inizio del 2026, “vi sono fondate ragioni per ritenere che questa resilienza possa aver raggiunto i suoi limiti”.

Tre fattori principali stanno delineando un panorama significativamente più complesso rispetto all’anno precedente:

 i vincoli della politica monetaria statunitense, il rallentamento accelerato della Cina e le molteplici sfide che l’Europa si trova ad affrontare.

La Fed, osserva l’analista di Natixis, è “in una posizione scomoda”:

“non può allentare significativamente la sua politica monetaria senza rischiare di riaccendere le pressioni inflazionistiche che erano state così faticosamente tenute sotto controllo.

 Il margine di manovra si è ridotto drasticamente, e con esso scompare uno dei principali ammortizzatori che hanno sostenuto l’economia durante gli anni turbolenti precedenti”. 

 

Il secondo motivo di preoccupazione deriva dal gigante asiatico. L’economia cinese “sta attraversando un rallentamento più pronunciato del previsto, con il settore immobiliare ancora impantanato in una crisi strutturale, consumi interni deboli ed esportazioni minacciate dalla frammentazione del commercio globale”.

Questo rallentamento, osserva,

“non è un problema isolato di Pechino, poiché le sue conseguenze si riverseranno su tutta l’Asia, una regione fortemente dipendente dalla Cina come motore di crescita, destinazione per le esportazioni e fonte di investimenti.

Dalla Corea del Sud al Sud-est asiatico, le economie emergenti che si erano impegnate a integrarsi nelle catene del valore cinesi dovranno probabilmente affrontare un doloroso aggiustamento nel 2026, soprattutto se si verificherà una correzione della domanda di semiconduttori e altri prodotti correlati che l’Asia ha massicciamente esportato negli Stati Uniti, il che spiega la resilienza di questa parte del mondo nel 2025 nonostante i dazi di Trump”.

 

Ma forse nessuna regione affronta un inizio d’anno più difficile dell’Europa.

Il continente “è intrappolato in una tempesta perfetta.

 Da un lato, sta subendo un brutale shock competitivo da parte della Cina.

Le aziende cinesi non solo hanno raggiunto i loro rivali europei in settori tradizionali come l’auto motive e i macchinari, ma li stanno anche superando nelle tecnologie verdi e digitali.

Questa sfida è aggravata da un apprezzamento reale del 35% dell’euro rispetto allo yuan, che rende i prodotti europei proibitivi sui mercati globali, mentre le importazioni cinesi inondano il mondo”.

 Oltre alla sfida economica cinese, “l’Europa deve fare i conti con una Russia sempre più belligerante al suo confine orientale, il che richiederà aumenti sostanziali della spesa per la difesa proprio mentre le finanze pubbliche sono sotto pressione.

E a peggiorare la situazione, l’amministrazione Trump ha di fatto saltare l’alleanza transatlantica, lasciando l’Europa geopoliticamente isolata ed economicamente vulnerabile”.

Guardando ai mercati asiatici, “Jian Shi Cortesi,” Investment Director Azioni Growth Asia/Cina di GAM, indica le opportunità che vede per il 2026. In questo caso, la premessa è che il panorama dei consumi in Asia e in Cina si sta spostando oltre i beni tradizionali, trainato dalla crescente domanda di servizi, turismo ed esperienze personalizzate.

Questa tendenza “è vantaggiosa per le aziende dei settori viaggi, ospitalità, giochi, intrattenimento e tempo libero”.

 Poi c’è l’industria asiatica dell’hardware tecnologico e dei semiconduttori che “costituisce la base essenziale per la crescita globale dell’AI”.

In Cina, “dato l’impegno incrollabile verso l’autosufficienza tecnologica, l’intero ecosistema dei semiconduttori e dell’hardware rappresenta un’opportunità di investimento strategica. Ciò va oltre la produzione di chip per abbracciare l’intera catena di fornitura tecnologica”. 

 

Passando al “Fin Tech” e alla “gestione patrimoniale”, “la convergenza tra l’adozione del digitale, l’aumento del reddito disponibile e i servizi finanziari poco diffusi rappresenta un’opportunità interessante per investire in piattaforme digitali e gestori patrimoniali pronti a cogliere la creazione di ricchezza nella regione”.

Infine, l’energia rinnovabile:

“L’urgente necessità di sicurezza energetica dell’Asia e la leadership globale della Cina nel settore delle energie rinnovabili stanno generando solide opportunità lungo l’intera catena del valore delle energie rinnovabili, dall’energia solare ai veicoli elettrici”.

 

 L’analisi del potenziale andamento del mercato americano sconta diverse incognite.

 “Carlo De Luca”, Head of Asset Management Gamma Capital Markets, ritiene che “l’attuale contesto macroeconomico e politico presenta un grado di complessità e di discontinuità tale da ridurre in modo significativo l’affidabilità delle previsioni direzionali di medio-lungo periodo”.

In particolare, il quadro politico statunitense “sta introducendo elementi di instabilità strutturale che rendono il processo di formazione delle aspettative di mercato meno lineare e più soggetto a rapidi cambiamenti di regime”.

Come muoversi, quindi, a Wall Street?

“Il 2026 si configurerà come un anno in cui la gestione attiva assume un ruolo centrale.

De Luca ritiene “determinante la capacità di adattamento, selezione e controllo del rischio. La selezione titoli sarà estremamente fondamentale”.

In un contesto come l’attuale, “il valore non deriva dalla precisione delle previsioni, ma dalla qualità delle decisioni prese sotto incertezza”.

Per questo, è indispensabile privilegiare “la gestione del rischio, la flessibilità operativa e la capacità di intervenire in modo tempestivo quando il mercato passa da una fase di equilibrio a una fase di stress”. 

 

 Il 2026 sarà un altro anno di importanti elezioni per i mercati emergenti.

Mali Chivakul, Emerging Markets Economist di “J. Safra Sarasin”, calendario alla mano, evidenzia gli appuntamenti più importanti.

In America Latina, tenendo da parte il caso Venezuela le cui evoluzioni non possono essere previste, Perù, Colombia e Brasile si terranno le elezioni parlamentari e presidenziali.

“La tendenza verso governi più rigidi in America Latina, come dimostrano la recente vittoria di Milei e probabilmente il ballottaggio delle elezioni presidenziali cilene a dicembre, potrebbe aprire la strada a legami politici più forti tra la regione e gli Stati Uniti”. 

 

Le elezioni politiche peruviane sono previste per il 12 aprile.

Il Perù ha attraversato un periodo prolungato caratterizzato da presidenti impopolari e il panorama politico è altamente frammentato.

Tuttavia, il costante fermento politico non ha intaccato la stabilità macroeconomica del Paese.

 L’ex presidente “Boluarte”, insediatosi nel 2022 in seguito all’impeachment e all’arresto di un altro ex presidente di sinistra, “Castillo”, è stato recentemente destituito dalla carica e sostituito dal presidente del Congresso.

Mancano ancora alcuni mesi alle elezioni, ma i candidati in testa agli ultimi sondaggi sono “Rafael Lopez Aliaga” (ex sindaco di Lima) e “Keiko Fujimori, volti noti della destra già presenti alle elezioni del 2021. Fujimori” ha perso per un margine molto ridotto, pari a 0,26 punti percentuali, contro “Castillo”.

 

La Colombia terrà le elezioni parlamentari l’8 marzo e le elezioni presidenziali il 31 maggio.

 L’attuale presidente “Gustavo Petro” non può ricandidarsi.

Gli ultimi sondaggi indicano che le elezioni presidenziali saranno molto competitive.

Il partito di Petro, “Pacto Historico” (PH), continua a godere di popolarità. Il suo candidato alla presidenza, “Ivan Cespada”, è alla pari con il candidato centrista “Sergio Fajardo”.

Tuttavia, la maggioranza degli elettori rimane indecisa.

Petro sta attualmente gestendo l’economia con una politica fiscale espansiva, un fattore che potrebbe influenzare gli elettori.

La crescita del PIL nel terzo trimestre è stata del 3,6% su base annua, il tasso più elevato dal 2022.

 

Le elezioni politiche in Brasile sono previste per il 4 ottobre.

Il presidente “Luiz Inácio Lula da Silva” (Lula) ha annunciato la sua intenzione di ricandidarsi.

L’ex presidente “Jair Bolsonaro” è stato escluso dalla corsa elettorale e sta attualmente scontando una pena detentiva.

Non è ancora chiaro quale candidato di destra si opporrà a Lula, che continua a godere di popolarità e guida gli ultimi sondaggi.

Sono stati menzionati come possibili candidati altri membri della famiglia Bolsonaro, ma ci sono anche altri nomi, come l’attuale governatore di San Paolo, “Tarcisio de Freitas”.

 

Al di fuori dell’America Latina, l’Ungheria dovrebbe tenere le elezioni parlamentari ad aprile, mentre la Thailandia dovrebbe indire le elezioni parlamentari nel primo trimestre.

 

Per la prima volta da molti anni a Budapest” Viktor Orbán” affronta una sfida significativa.

Gli ultimi sondaggi indicano ancora che “Peter Magyar” e il suo nuovo partito “Tisza” sono in vantaggio rispetto al “Fidesz” di Orbán.

 La risposta più recente di Orbán è stata quella di allentare gli obiettivi di deficit fiscale per il 2025 e il 2026, innescando un tipico aumento della spesa pre-elettorale.

 I mercati non hanno reagito positivamente, con i rendimenti obbligazionari in aumento di 30 punti base.

 La Banca Nazionale Ungherese ha inviato un messaggio restrittivo alla luce dell’allentamento fiscale e dovrebbe mantenere il tasso invariato per tutto il periodo pre-elettorale.

Una vittoria di Tisza potrebbe migliorare le prospettive dell’Ungheria di ottenere fondi UE, potenzialmente rivitalizzando l’economia del Paese, attualmente la più debole dell’Europa centrale e orientale.

 

In Thailandia, all’inizio di settembre è stato formato un nuovo governo, dopo che la Corte costituzionale ha destituito “Paetongtarn Shinawatra” dalla carica di primo ministro.

 L’attuale primo ministro, “Antin Charnvirakul”, ha formato un governo di minoranza e ha raggiunto un accordo con il principale partito di opposizione, il Partito Popolare (PP), che detiene un terzo dei seggi in parlamento.

Nell’ambito dell’accordo, Antin si è impegnato a sostenere un calendario preciso per la riforma costituzionale e ha promesso di sciogliere il parlamento entro quattro mesi.

Le elezioni parlamentari del primo trimestre del 2026 sembrano ancora aperte.

Sebbene il PP continui a godere di popolarità tra i giovani e l’elettorato urbano, la sua capacità di conquistare altri voti non è chiara. Nel frattempo, il partito di Antin ha guadagnato popolarità grazie alla nomina di professionisti di fiducia a posizioni chiave nel gabinetto economico, ma è stato criticato per la gestione inadeguata delle recenti inondazioni.

Chiunque vincerà, un nuovo mandato potrebbe rappresentare un’opportunità per avviare le riforme strutturali necessarie per stimolare la crescita.

 (Fabio Insegna)

(adnkronos.com (Web Info).

 

 

 

In Cina e Asia – Dazi Usa sull’Iran,

a rischio la tregua commerciale

con Pechino.

China-files.com - Notizie Brevi by Redazione – (14 Gennaio 2026) – Cina-files – ci dice:

 

I titoli di oggi:

Dazi Usa sull’Iran, a rischio la tregua commerciale con Pechino.

Cina, nel 2025 il surplus commerciale raggiunge quasi 1,2 mila miliardi di dollari.

Gli Usa annunciano misure per l’export di chip Nvidia in Cina.

Giappone-Corea del Sud, intesa sulla stabilità regionale.

Cina, pressioni sui paesi Ue per bloccare i politici di Taiwan.

Premier canadese in visita in Cina dopo anni di tensioni.

Superpetroliere cinesi non riescono a raggiungere il Venezuela.

Dazi Usa all’Iran, a rischio la tregua commerciale con Pechino.

 

L’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di nuovi dazi sulle merci provenienti da paesi che commerciano con l’Iran rischia di far deragliare la sua tregua commerciale con la Cina, il principale acquirente mondiale di petrolio iraniano.

 Il 12 gennaio, Trump ha dichiarato sui social media che le tariffe entrano “in vigore immediatamente”.

 La misura arriva pochi mesi dopo l’intesa raggiunta con XI Jinping durante il vertice in Corea del Sud, che ha sospeso parte dei dazi e ha condotto concessioni sulle terre rare.

Secondo “Bloomberg Economics”, l’aliquota tariffaria media statunitense sui prodotti cinesi è scesa al 30,8% dal 40,8% dopo la tregua di ottobre.

 

La stretta sui partner di Teheran potrebbe anche mettere in dubbio i piani del presidente Usa per una visita a Pechino ad aprile.

 In mancanza di dettagli, non è chiaro se Washington annuncerà eccezioni per la Cina.

La portavoce del ministero degli Esteri cinese ha definito la misura una forma di “coercizione”.

 Si prevede che l’ordine colpirà in misura maggiore anche India, Turchia, Emirati Arabi Uniti e paesi dell’Unione europea.

L’annuncio è arrivato mentre il ministro indiano per l’informatica e le comunicazioni, “Ashwini Vaishnaw”, incontrava il Segretario al Tesoro statunitense “Scott Besson” insieme a funzionari di altre economie del G7.

Durante l’incontro, l’amministrazione Trump ha esortato l’India a ridurre la sua dipendenza dalla Cina per i minerali essenziali.

 

Cina, nel 2025 il surplus commerciale raggiunge quasi 1,2 mila miliardi di dollari.

Il surplus commerciale della Cina, ovvero la differenza tra esportazioni e importazioni, ha raggiunto un nuovo record nel 2025, attestandosi a 1.190 miliardi di dollari.

 Secondo l’agenzia doganale cinese, le esportazioni sono aumentate su base annua del 5,5%, rispetto al 5,9% dell’anno precedente.

Le spedizioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 20% nel 2025.

Nel frattempo, sono aumentate le esportazioni verso i paesi del Sud-est asiatico (13%), l’Unione Europea (8,4%), l’America Latina (7,4%) e l’ Africa (26%).

Nonostante possibili distorsioni dovute alle tariffe imposte da Trump, gli esperti ritengono che l’export cinese si manterrà forte anche nel 2026.

 

Gli Usa annunciano misure per l’export di chip Nvidia in Cina.

Martedì l’amministrazione Trump ha dato il via libera ufficiale alle vendite in Cina delle” schede grafiche Nvidia”, introducendo una norma che probabilmente darà il via alle spedizioni del modello H200 nonostante le forti preoccupazioni dei falchi americani.

 Secondo le regole, annunciate ieri, i chip saranno esaminati da un laboratorio di terze parti per confermarne le capacità tecniche di intelligenza artificiale prima di poter essere spediti in Cina, che non potrà ricevere più del 50% della quantità totale di chip venduti ai clienti americani.

 Nvidia dovrà certificare che ci siano abbastanza H200 negli Stati Uniti, mentre i clienti cinesi dovranno dimostrare di avere “adeguate procedure di sicurezza” e non potranno utilizzare i chip per scopi militari. Secondo “Reuters,” tali condizioni non erano state stabilite in precedenza.

Trump ha annunciato il mese scorso che avrebbe autorizzato la vendita dei chip in cambio di una commissione del 25% per il governo degli Stati Uniti.

 

Giappone-Corea del Sud, intesa sulla stabilità regionale.

La premier del Giappone, “Sanae Takaichi”, e il presidente della Corea del Sud, “Lee Jae-myung”, hanno ribadito l’importanza di rafforzare la cooperazione per la stabilità regionale.

In occasione del vertice che ha avuto inizio ieri nella città giapponese di “Nara”, i due leader hanno definito la cooperazione bilaterale “più importante che mai” nell’attuale contesto internazionale “complesso e turbolento”, evidenziando il valore della cooperazione trilaterale con gli Stati Uniti, ma anche la necessità di dialogare con la Cina.

Al centro dell’incontro la tutela delle catene di approvvigionamento e una maggiore collaborazione in settori chiave come intelligenza artificiale e proprietà intellettuale.

 

Dalla sua entrata in carica dello scorso giugno, il presidente sudcoreano “Lee” ha fatto della promozione dei legami positivi con il Giappone una priorità della politica estera.

 Sia Seoul che Tokyo di recente si sono affrettate a negoziare accordi commerciali con l’amministrazione Trump per far fronte all’imposizione di dazi.

 Nel suo discorso di apertura, “Takaichi” ha dato il benvenuto a “Lee” nella sua prefettura d’origine.

Dopo il vertice i due leader si sono esibiti in un’esibizione di batteria, eseguendo parti di “Dynamite” e “Golden” del gruppo “K-pop BTS”, dal film musicale animato “KPop Demon Hunters”.

 

La Cina fa pressioni sui paesi Ue per bloccare i politici di Taiwan.

Tra novembre e dicembre la Cina ha fatto pressione sui paesi europei per limitare o vietare l’ingresso di politici taiwanesi.

 Secondo un’inchiesta del “Guardian”, funzionari cinesi hanno contattato diverse capitali Ue chiedendo “consulenze legali” sulle norme di frontiera.

Sia presso le ambasciate europee a Pechino che tramite le missioni diplomatiche cinesi nei vari paesi, funzionari di Pechino hanno lanciato avvertimenti di non “calpestare le linee rosse della Cina”.

Dalle fonti del “Guardian” emerge che i vari approcci utilizzati denotano un’interpretazione “altamente specifica” delle norme Ue.

 In particolare è stato citato un regolamento noto come “Codice Frontiere Schengen”, che prevede il divieto di ingresso di cittadini extra-Ue che non costituiscano una minaccia per le “relazioni internazionali di nessuno degli stati membri”.

 

Premier canadese in visita in Cina dopo anni di tensioni.

Il primo ministro canadese “Mark Carney” è atteso in Cina dal 14 al 17 gennaio per rilanciare i rapporti bilaterali dopo quasi un decennio di tensioni.

 È la prima visita di un premier canadese a Pechino dal 2017:

 negli anni successivi le relazioni tra i due paesi si sono inasprite sotto l’ex primo ministro “Justin Trudeau”, dopo l’arresto da parte del Canada del direttore finanziario dell’azienda cinese “Huawei” nel 2018.

Dopo l’incontro tra “Carney” e “Xi Jinping” in Corea del Sud dello scorso ottobre, la visita – che inizia in data odierna – punta a migliorare i legami commerciali e di sicurezza con la Cina, sullo sfondo delle relazioni tese tra Ottawa e Washington dovute a questioni commerciali e minacce di annessione da parte del presidente Trump.

Tra i temi chiave figurano l’aumento delle esportazioni di petrolio canadese verso la Cina nel quadro della crisi venezuelana e progressi sui dazi cinesi sulla colza, che hanno colpito duramente il Canada.

A “Reuters” alti funzionari canadesi hanno paventato la possibilità che i leader firmino un memorandum d’intesa.

 

Superpetroliere cinesi non riescono a raggiungere il Venezuela.

Due superpetroliere cinesi dirette in Venezuela per caricare greggio destinato alla Cina hanno fatto inversione di rotta e sono rientrate in Asia, secondo i dati navali pubblicati lunedì e citati da Reuters. Le due navi cisterna, “Xingye” e “Thousand Sunny”, erano rimaste ferme per settimane nell’Atlantico, malgrado non fossero oggetto di sanzioni, in attesa di istruzioni a causa del blocco e della crisi politica venezuelana innescata dal rapimento del leader “Nicolas Maduro” da parte degli Stati Uniti.

 La scorsa settimana Washington ha annunciato un accordo per esportare fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano, garantendo che la Cina, principale mercato per il greggio venezuelano, non ne sarebbe stata privata. Ma Pechino non riceve direttamente carichi dalla compagnia statale “PDVSA” dal mese scorso.

Le due navi fanno parte di un gruppo di tre superpetroliere che coprono solo la rotta Venezuela-Cina per trasportare greggio destinato a coprire il servizio del debito del Venezuela nei confronti della Cina.

 

 

 

Il governo: forte preoccupazione

per la situazione in Iran, al lavoro

con i partner Ue e del G7 per soluzione.

 

 Canaleuno.it – Askanews - Redazione – (Gen. 13, 2026) – ci dice:

 

Roma, 13 gen. (askanews).

 “Il governo italiano segue con forte preoccupazione la situazione di questi giorni in Iran e le notizie che stanno giungendo circa i numerosi morti tra i manifestanti.

 L’Italia chiede alle Autorità iraniane di assicurare il rispetto dei diritti del popolo, incluso quello di espressione e di pacifica assemblea, e l’incolumità di chi manifesta nelle piazze”.

È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi.

 

“Insieme ai partner europei e del G7 – rende noto il comunicato – il governo italiano continua a lavorare per una soluzione positiva della crisi, rispettosa delle aspirazioni di libertà e parità di diritti del popolo iraniano”.

 

 

 

Se l’Iran cade, la Russia incassa:

 il petrolio ridisegna gli equilibri in Asia.

Investireoggi.it - Giuseppe Timpone – (13 – 01- 2026) – Redazione – ci dice:

Il regime in Iran rischia di cadere e la Cina segue gli eventi con preoccupazione, mentre la Russia può sfruttare la congiuntura geopolitica.

Petrolio e geopolitica in Asia.

Il regime in Iran sembra sull’orlo del collasso con centinaia di morti uccisi tra i manifestanti e alcune defezioni tra le forze di sicurezza per il rifiuto di eseguire gli ordini e sparare alle folle.

 La Cina segue gli eventi con preoccupazione, anche se si limita a un comunicato in cui il suo ministro degli Esteri difende il principio di sovranità dalle ingerenze esterne (leggasi “americane”).

Pechino è principale mercato di sbocco del petrolio persiano.

 A trarre possibilmente vantaggio da questi sviluppi di geopolitica in Asia è la Russia di Vladimir Putin.

Petrolio e geopolitica in Asia.

Nel 2025, la Cina ha acquistato dall’Iran la media di 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio e con punte di 1,8 milioni a giugno.

 Rappresentano oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane.

 

I dati non sono certi, perché ufficialmente Teheran risulta sotto embargo e non può esportare.

 Da anni, però, le immagini riprese dai satelliti testimoniano un fitto traffico navale nell’Oceano Indiano.

Per aggirare le sanzioni secondarie fa ricorso all’espediente degli scambi “ship-to-ship”:

le navi iraniane caricano il greggio su altre navi anonime o che battono bandiera di stati terzi.

 E queste a loro volte consegnano i carichi nei porti cinesi.

 

Il petrolio iraniano incide ormai per il 13-14% delle intere importazioni cinesi.

 Un altro 5-6% circa la Cina lo importa dal Venezuela.

 Gli eventi di questi giorni rischiano di privare Pechino di un quinto del suo fabbisogno quotidiano.

Di barili sul mercato mondiale non ne mancano in questa fase.

Anzi, c’è un eccesso di offerta che è attesa perdurare nei prossimi trimestri.

Ma sia Teheran che Caracas, essendo sotto embargo, sono stati costretti a vendere a sconto.

Si stima che le raffinerie cinesi abbiano acquistato dall’Iran per 7-8 dollari al barile in meno.

 

Cina perderebbe energia a basso costo.

L’eventuale collasso del regime dell’ayatollah può segnare la fine delle esportazioni in Cina, la quale perderebbe una fonte preziosa di energia a basso costo.

La seconda in pochi giorni.

Un altro attore in Asia segue la vicenda con particolare attenzione e con stato d’animo diverso da quello di Xi Jinping: la Russia di Vladimir Putin.

Anch’essa è sotto embargo, costretta a dirottare altrove le esportazioni venute meno in Europa dopo l’invasione dell’Ucraina.

Il suo Ural viene venduto a sconto anche del 35% rispetto alle quotazioni internazionali.

 

Verso la Cina i russi esportano già tra 2,2 e 2,4 milioni di barili al giorno. Se l’Iran collassasse, Mosca sarebbe pronta a rimpiazzarlo.

Ed ecco che in un solo colpo riuscirebbe a garantirsi un ampliamento del mercato di sbocco e potendo così allentare la dipendenza dal continente europeo.

È verosimile che le compagnie cinesi continuerebbe ad acquistare a sconto, ma accrescendo la loro dipendenza energetica dall’alleato scomodo.

La geopolitica in Asia verrebbe riscritta a beneficio di Mosca e ai danni di Pechino.

L’Iran, nell’ipotesi che il regime dell’ayatollah cadesse, dirotterebbe le esportazioni verso Occidente.

 

USA reagiscono all’attivismo cinese.

Viene da chiedersi perché la Cina, che ha tutto da perdere con l’eventuale collasso di Teheran, resti così guardinga sulla vicenda.

Non sta alzando la voce con gli Stati Uniti, che minacciano tramite il loro presidente Donald Trump un intervento militare a sostegno delle proteste.

 A Washington interessa più che garantirsi un maggiore approvvigionamento di petrolio, sottrarlo ai propri nemici per renderli meno competitivi.

È la geopolitica della forza, che non contempla il passivismo americano dei decenni passati rispetto all’attivismo cinese in Africa, America Latina e persino Europa, oltre che in Asia.

 

Putin se la ride, perché in cuor suo è consapevole che la ridefinizione geopolitica nel continente asiatico può favorire il suo business del petrolio e accrescere la sua influenza sulla seconda economia mondiale, nonché principale alleato internazionale.

Pechino ha finora opportunamente evitato di ripetere l’errore dell’Europa, che per molto tempo si era affidata in gran parte alle importazioni del gas russo.

Aveva potuto diversificare le fonti di approvvigionamento grazie all’aperta violazione delle sanzioni USA.

La festa è finita.

Trump ha spento le luci ed è arrivato il momento di pagare.

(Giuseppe Timpone).

(Investireoggi.it).

 

 

 

 

 

La Cina difende l'Iran

mentre le proteste infuriano.

Websim.it – (14.01.2026) – Redazione – ci dice:

 

Il governo cinese si oppone all'ingerenza esterna in Iran, mentre le proteste nel paese causano oltre 2.500 vittime, con tensioni crescenti tra Iran e Stati Uniti.

 

Analisi tecnica.

Il governo cinese ha espresso la sua contrarietà a qualsiasi ingerenza esterna negli affari interni dell'Iran, in risposta alle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha annunciato l'intenzione di adottare "misure molto severe" contro Teheran.

 

Secondo il gruppo per i diritti umani “Hana”, con sede negli Stati Uniti, il numero delle vittime delle manifestazioni in Iran ha raggiunto 2.571.

I leader iraniani stanno cercando di soffocare la più grande ondata di proteste degli ultimi anni, mentre le minacce di intervento da parte degli Stati Uniti si intensificano.

 

Ieri, Trump ha incoraggiato gli iraniani a proseguire le manifestazioni, promettendo supporto.

Tuttavia, funzionari iraniani accusano gli Stati Uniti e Israele di fomentare la violenza, attribuendo le morti a "agenti terroristici" istruiti dall'estero.

(Redazione).

 

 

 

 

Perché la guerra in Iran

preoccupa molto la Cina.

Avvenire.it - Luca Miele – (23 giugno 2025) – Redazione- ci dice:

Pechino ha condannato con forza i raid sull'Iran: violato il diritto internazionale.

Ma la crisi mette a nudo la fragilità energetica del gigante asiatico e ridimensiona le sue ambizioni politiche.

Perché la guerra in Iran preoccupa molto la Cina.

ANSA – “Guo Jiakun”, portavoce del ministero degli Esteri cinese.

La condanna è stata decisa.

 E i toni (insolitamente) forti.

La Cina non ha esitato a stigmatizzare l’azione di forza degli Usa ai danni dell’Iran:

“L’intervento degli Stati Uniti – ha detto” Fu Cong”, rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite - viola gravemente gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, nonché la sovranità, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran.

Ha esacerbato le tensioni in Medio Oriente e inferto un duro colpo al regime internazionale di non proliferazione nucleare”.

Non solo.

 Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri cinesi “Wang Yi “aveva parlato al telefono con i suoi omologhi israeliano e iraniano, invitando (senza successo) le parti alla de-escalation.

 

Toni, a tratti veementi, che svelano tutta l’irritazione di Pechino.

Perché la crisi che si sta consumando in Medio Oriente a colpi di raid – e nonostante il desiderio del gigante asiatico di accreditarsi agli occhi della comunità internazionale come un possibile mediatore – denuda una serie di vulnerabilità della Cina.

Primo di tutto di natura economica.

Pechino è un attore interessato della crisi:

il 45% del petrolio cinese passa attraverso lo Stretto di Hormuz, quell’imbuto che proprio Teheran potrebbe “strozzare” e chiudere, come ritorsione e prova di forza.

 Pechino importa circa tre quarti del suo petrolio greggio dall'estero. Una fragilità a cui la dirigenza cinese è particolarmente sensibile:

Xi Jinping considera la sicurezza energetica un elemento chiave del suo programma politico.

Il gigante asiatico è poi uno dei maggiori investitori esteri diretti in Iran. I due Paesi hanno firmato un Piano di partenariato strategico nel 2021 che ha individuato 400 miliardi di dollari di potenziali investimenti cinesi nell'economia iraniana nei successivi 25 anni.

“ Einar Tangen”, ricercatore senior presso il “Taihe Institute” di Pechino e fondatore di “Asia Narratives”, ha descritto la prospettiva della (temuta) caduta del governo iraniano come uno "scenario da incubo" per Pechino.

"Il caos regionale e l'interruzione dei flussi petroliferi – ha detto - avrebbero un impatto enorme sulle risorse energetiche vitali e sugli interessi strategici della Cina.

Oltre a ciò, creerebbero un enorme vuoto di potere e minaccerebbero gli investimenti cinesi nella “Belt and Road” in tutta la regione".

C’è poi il fronte più decisamente politico.

 La crisi rigetta la Cina ai margini della scena, costringendola di fatto a un ruolo di spettatrice impotente.

 Dopo il successo nella normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, considerato una "medaglia" della diplomazia cinese, siamo davanti a un ridimensionamento che restituisce il pallino nelle mani degli Usa.

Escluso un coinvolgimento militare diretto della Cina a sostegno di Teheran, restano le armi della diplomazia.

 Che, mai come oggi, appaiono spuntate.

 

 

 

 

La strategia Usa per la sicurezza

suona l’allarme per l’Europa.

  Libertaeguale.it - Alessandro Maran – (10 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice

 

Dunque, gli Stati Uniti hanno ufficialmente una nuova strategia in materia di politica estera e sicurezza nazionale che segna un’evoluzione significativa persino rispetto al primo mandato del presidente Donald Trump.

Giovedì scorso, Trump ha pubblicato la sua Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) aggiornata.

Si tratta di un documento ampio che spiega la visione generale dell’America sulle priorità della politica estera. (whitehouse.gov/…/2025-National-Security…).

“Dopo la fine della Guerra Fredda, le élite americane di politica estera si sono convinte che il dominio permanente americano sul mondo intero fosse nel migliore interesse del nostro Paese”, afferma la nuova NSS.

“Tuttavia gli affari degli altri Paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi”.

 Tra le lagnanze sugli alleati parassiti, la strategia di Trump esalta il “primato delle nazioni” nel sistema internazionale, respinge “le incursioni lesive della sovranità delle organizzazioni transnazionali più invadenti” e proclama: “Concentrarsi su tutto significa concentrarsi su nulla. Gli interessi fondamentali della sicurezza nazionale americana saranno il nostro obiettivo”.

La nuova strategia ha significati diversi per le diverse parti del pianeta. Ma come indicano i titoli dei giornali di tutto il mondo, ciò è particolarmente significativo per l’Europa.

 Sottolineando il suo punto di vista, Trump ha dichiarato lunedì in un’intervista a POLITICO (politico.com/…/donald-trump-full-interview…) che gli alleati europei sono “in decadenza” e “deboli” (su Linkiesta.it, Francesco Cundari oggi invita a vedere il video dell’intervista “per apprezzarne pienamente il carattere sconclusionato, erratico, ripetitivo e umorale”: (linkiesta.it/…/e-ora-di-considerare…/).

“Questa NSS è un vero, doloroso e scioccante campanello d’allarme per l’Europa”, scrive “Emily Harding del CSIS | Center for Strategic & International Studies di Washington”. “È un momento di profonda divergenza tra la visione che l’Europa ha di sé stessa e la visione di Trump per l’Europa.

 Se l’Europa aveva qualche dubbio sul fatto che l’amministrazione Trump sia pienamente impegnata in una strategia dalle maniere forti, ora ne è certa.

L’amministrazione chiede – esige, in realtà – che l’Europa controlli la propria parte del mondo e, soprattutto, che paghi di tasca propria” (csis.org/…/national-security-strategy-good…).

Sempre al CSIS, “Max Bergmann” osserva che questa strategia potrebbe significare la fine della NATO.

Il documento di Trump avverte che l’Europa si trova di fronte a una “prospettiva reale e (…) cruda di cancellazione della civiltà” a causa delle “attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, delle politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, della censura della libertà di parola e della repressione dell’opposizione politica, del crollo dei tassi di natalità e della perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi”.

Per “Bergmann”, la nuova strategia “cerca deliberatamente di far rivivere il nazionalismo europeo” e offre “un esplicito sostegno ai partiti nazionalisti di estrema destra” in Europa.

Ciò contrasta con l’ordine liberale del secondo dopoguerra, di cui la NATO è un pilastro.

 La nuova NSS di Trump “potrebbe innescare una collisione importante e potenzialmente la fine dell’alleanza”, avverte “Bergmann” (csis.org/anal…/nss-could-destroy-nato-alliance).

Secondo l’ex consigliere diplomatico dell’UE “Zaki Laïdi”, la nuova strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti rappresenta un deciso allontanamento dai valori universalisti che hanno guidato la politica estera degli Stati Uniti dal 1945 e la sua posizione nativista e antiliberale dovrebbe dissipare ogni illusione europea residua sullo stato attuale dell’alleanza transatlantica (project-syndicate.org/…/trump-national…).

Riflettendo sul nazionalismo stridente della nuova NSS di Trump in un editoriale per “Project Syndicate”, Laïdi lo definisce una ricetta per “Make Europe White Again” (rendere l’Europa di nuovo bianca).

Questa è un’osservazione sulla politica di Trump in materia di immigrazione, ma ha ripercussioni anche sulla strategia di sicurezza transatlantica.

Dopotutto, il nuovo NSS di Trump ammonisce:

“È più che plausibile che entro pochi decenni al massimo, alcuni membri della NATO diventino a maggioranza non europea.

Pertanto, è una questione aperta se considereranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la carta della NATO”.

In risposta a tutto ciò, gli analisti europeisti raccomandano quasi all’unanimità che l’Europa si dia una mossa, e in fretta. In un editoriale per “The Guardian”, Georg Riekeles e Varg Folkman dell’European Policy Centre scrivono:

“Se gli Stati Uniti vogliono declassare la sicurezza dell’Europa, ciò dovrà avere un costo:

la loro influenza nella regione dovrebbe seguire quella tendenza” (theguardian.com/…/trump-doctrine-europe-us…).

Su “Foreign Policy”, “Nathalie Tocci” dell’Istituto Affari Internazionali –scrive che l’Europa dovrebbe effettivamente farsi carico degli sforzi per difendere l’Ucraina.

“Gli europei possono dire [a Trump]: quando si tratta dell’Ucraina, possiamo gestire la guerra”, scrive Tocci.

 “Tutto ciò che chiediamo è di continuare a fornire informazioni e a dare il via libera all’acquisto di armi, mentre prendiamo tempo per costruire le nostre” (foreignpolicy.com/…/national-security-strategy…/).

Su “The Economist”, Mark Leonard dell’European Council on Foreign Relations (ECFR) osserva:

“Molti leader europei si trovano in difficoltà.

Si trovano a dipendere dalle garanzie di sicurezza di un presidente americano che sostiene i partiti politici che rappresentano la maggiore minaccia alla loro stessa sopravvivenza politica.

Diplomazia abile, aumento della spesa per la difesa e adulazione hanno finora evitato una catastrofe in Ucraina.

Ma i leader europei, concentrandosi sulle emergenze politiche a breve termine alimentate dalla Casa Bianca, perdono di vista una sfida MAGA più profonda e a lungo termine: quella ideologica”.

Di fronte alla dura critica di Trump alla politica e alle società pluraliste, scrive Leonard, i centristi europei devono trovare un modo per “ricostruire il sostegno nelle comunità che si sono a lungo sentite abbandonate e trovare risposte a problemi che sono stati a lungo lasciati inasprire.

Se ci riusciranno, Trump non sarà solo un petardo populista.

Sarà anche un catalizzatore per una nuova politica europea centrista” (economist.com/…/its-time-europe-got-to…).

(Alessandro Maran).

 

 

 

 

Sguardo libero e occhi aperti.

La reale indipendenza del Garante

nazionale dei diritti delle persone

private della libertà personale.

 

Questionegiustizia.it – Dott.  Riccardo De Vito, giudice del Tribunale di Nuoro – (8-07 – 2025) – ci dice:

Un grido di allarme sull’indipendenza del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. In democrazia, avere cura delle istituzioni significa anche segnalare motivi di preoccupazione e aspetti critici.

 

Anche con poche parole scritte sul retro di una cartolina, “Michel Foucalt” scolpisce metafore potenti:

 «Ecco com’è la città in cui sono nato: santi decapitati, con il libro in mano, vegliano a che la giustizia sia giusta».

Mettiamo pure da parte le scie di pensiero che quelle statue acefale impressero nella mente del futuro autore di “Sorvegliare e punire” e concentriamoci sul presente.

Una giustizia davvero capace di tutelare la dignità e i diritti fondamentali delle persone con le quali ha a che fare – sia che siedano dalla parte della colpa sia che sposino la virtù: solo con questa parità di trattamento inizia a definirsi “giusta” –  può essere garantita da autorità acriticamente chine sui libri dei codici, prive di testa e occhi per guardare la realtà?

 

È questo l’interrogativo che la metafora suscita e che si ripropone con forza ogni qual volta il “sistema giustizia” perde un po’ del suo sguardo autonomo, libero, indipendente.

Capita, ad esempio, con la riforma dell’ordinamento giudiziario in discussione in questi giorni al Senato, che mira a far gravitare i magistrati nell’orbita della politica.

Oggi, tuttavia, un teso grido di allarme si deve levare per un’istituzione che abbiamo man mano conosciuto come un pezzo essenziale della democrazia di quest’epoca:

il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

 

Mettiamo in fila un po’ di fatti, a cominciare da un’intervista che ha il merito di allertare anche l’opinione pubblica.

Lo scorso 5 luglio, uno dei tre componenti del collegio del Garante, a una domanda che parte dall’impressione che dietro alcune decisioni dell’istituzione vi «siano motivi politici», per poi argomentare sul fatto che il Garante dovrebbe essere un’istituzione indipendente, risponde con una frase secca:

«In tutta sincerità no».

Non siamo nella testa del giornalista e dell’intervistato e non possiamo non porci domande:

in fondo, l’informazione seria serve anche a partorire dubbi.

A cosa si riferisce quel “no”?

Alla circostanza che alcune scelte del Garante siano determinate da finalità politiche o al fatto che questa gestione dell’autorità di garanzia, in questo momento storico e politico, non sia munita del sufficiente grado di indipendenza dalla maggioranza di governo?

 

Conviene tralasciare le congetture.

Più utile soffermarsi sul coraggio con cui la conversazione mette a nudo alcune questioni spinose, la prima delle quali attiene all’inerzia mantenuta dal Garante sulla prima struttura extraterritoriale di trattenimento per stranieri costruita dall’Italia.

 Si tratta, come noto, del “centro di Gjadër”, nell’entroterra albanese, attivo da ottobre 2024 e nel quale, ad aprile 2025, sono stati (de)portati dall’Italia i primi quaranta migranti.

 

Sorprende che il Garante per la difesa dei diritti delle persone private della libertà personale non abbia espresso alcun parere sul trasferimento dei migranti, né abbia effettuato alcuna visita ispettiva in quei centri dove solo quell’autorità, in sintonia con la sua missione istituzionale, può entrare e posare lo sguardo.

Eravamo abituati, fino a tutto il 2023, a un’istituzione in grado di monitorare con attenzione non solo i “Centri per il Rimpatrio”, ma anche le stesse operazioni di rimpatrio, seguendo le fasi di partenza in aeroporto e salendo a bordo dei voli charter noleggiati dal Ministero dell’Interno.

Grazie a quel lavoro prezioso, posto in essere in ossequio alla “Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite” e alla Direttiva 115/CE/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio, abbiamo imparato che un’operazione delicata come il rimpatrio non è disciplinata dalla legge, ma solo da circolari del Ministero dell’Interno e che ad essere messa a repentaglio, spesse volte, è anche la salute di persone affette da patologie importanti, esposte alla totale perdita di continuità terapeutica nei Paesi di destinazione.

L’acquisizione di questi saperi è stata possibile perché il Garante, per come strutturato, è l’unica autorità nazionale che può seguire tutte le fasi del rimpatrio senza essere coinvolta politicamente nell’organizzazione dello stesso. Proprio ora che si sente il bisogno dell’azione conoscitiva offerta da quella mancanza di coinvolgimento, in relazione a centri extraterritoriali che rischiano di diventare più opachi di quelli nazionali, dal Garante arrivano solo angoscianti silenzi.

 

Altri motivi di preoccupazione, poi, si aggiungono.

 

Ai primi di giugno 2025, l’avvocato “Michele Passione”, che dal 2016 ha assistito il Garante quale parte civile nei più importanti procedimenti riguardanti episodi di maltrattamenti o torture da parte delle Forze di polizia nei luoghi di detenzione (Santa Maria Capua Vetere, San Gimignano, Firenze-Sollicciano, Verona e altri), ha rinunciato al proprio mandato, chiedendo anche la cancellazione dall’Elenco degli esperti e consulenti a titolo gratuito del Garante.

 Al gesto dell’avvocato Passione si sono aggiunti quelli, analoghi, di altri avvocati e collaboratori storici.

 

Cosa disvelano queste rinunce?

 Le parole di Michele Passione, riportate dalla stampa, sono nette e taglienti:

 il motivo è costituito dall’impossibilità, con la presente gestione dell’autorità, di portare avanti in maniera efficace il proprio mandato, che a volte sembra addirittura essere ostacolato:

mancate risposte, omessa interlocuzione, scarsa circolazione di saperi processuali, nomine intempestive e come tali inidonee ad assicurare la presenza della difesa tecnica in momenti centrali dei procedimenti (soprattutto incidenti probatori).

Più al fondo, un’abdicazione dell’istituzione ad assolvere fino in fondo alla propria missione:

niente più visite a sorpresa, in grado di prevenire l’attitudine del carcere e dei centri di detenzione a “farsi belli” quando vengono avvisati dell’approssimarsi di un’ispezione;

monitoraggi sbilanciati sulle sole informazioni raccolte nei colloqui con esponenti del “Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria”;

niente più relazioni annuali al Parlamento.

 

Su quest’ultimo punto occorre soffermarsi.

L’ultima relazione al Parlamento risale, ormai, a oltre due anni fa, giugno 2023, e a presentarla fu il collegio composto da Mauro Palma, Daniela De Robert, Emilia Rossi.

Poi più nulla, anche qui solo silenzio, nonostante l’obbligo legislativo.

Eppure, stiamo parlando di un documento strategico, fondamentale per rivelare l’attività effettivamente svolta dall’istituzione, per comprendere le reali dimensioni della ‘questione detentiva’ in tutti i suoi drammatici aspetti, per fornire alla politica e agli operatori le basi conoscitive per possibili linee di intervento. La relazione è la fotografia che solo un occhio vigile e indipendente può scattare. Se manca quell’occhio, si perde la conoscenza.

 

Sempre a proposito di ragioni di allarme, bisogna dire che i rischi per l’indipendenza dell’istituzione erano stati segnalati anche in occasione della nomina, a ottobre 2024, del presidente del collegio, “Riccardo Tuttini Vita”, scelto tra le fila di quella Amministrazione Penitenziaria sulla quale il Garante è chiamato a svolgere la sua funzione di controllo.

A venire all’attenzione non era l’idoneità soggettiva della persona individuata, ma l’opportunità di una selezione che pareva porsi in contrasto con la stessa legge istitutiva, la quale precisa che i componenti del collegio del Garante devono essere scelti tra persone non dipendenti delle pubbliche amministrazioni (art. 7 dl 146 del 2013).

Come hanno scritto alcune associazioni (Antigone e Magistratura democratica tra queste), il controllato non può essere chiamato a fare il controllore.

Il problema delle garanzie correlate al meccanismo di nomina, in questo frangente storico, non sembra porsi soltanto in riferimento al Garante dei diritti delle persone private delle libertà personale.

A dicembre 2024, i Presidenti di Camera e Senato hanno provveduto alla nomina dei componenti dell’Autorità garante dei diritti delle persone con disabilità, indicando quale presidente “Maurizio Borgo”, che, fino al momento della nomina, era stato capo di gabinetto del ministro per le disabilità.

 

Messe insieme le vicende che destano una certa apprensione per l’indipendenza del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, si auspica che l’attività dell’istituzione, nel suo futuro, sappia rassicurare sulla propria autonomia.

 

L’allarme che questa nota intende sollevare non riguarda le competenze e le conoscenze delle persone chiamate di volta in volta a ricoprire gli incarichi di presidente e componente del collegio, ma una tenuta sistematica generale dell’istituzione come tale.

 L’autonomia dalla politica, prerequisito di una reale indipendenza, è decisiva per quella tenuta.

 Parliamo di un’istituzione alla quale la legge affida il compito di vigilare sulla custodia delle persone private della libertà personale, sia che la privazione sia disposta con provvedimenti dell’autorità giudiziaria o amministrativa sia che si tratti di privazione di fatto, attuata in qualunque luogo.

La medesima legge individua nel Garante anche il Meccanismo nazionale di prevenzione della tortura (National Preventive Mechanism) nell’ambito del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

 

In un lessico più comprensibile di quello della legge, possiamo dire che il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale è quell’organismo creato per stare, letteralmente, “nel mezzo” tra il più terribile potere dello Stato, quello di punire e rinchiudere, e i corpi delle persone ristrette.

Un’autorità chiamata, per missione, a mettersi di traverso ogni volta che il potere statale trasmodi in arbitrio, trattamento inumano, tortura.

Un’autorità scudo: fondamentale che sia autonoma e indipendente da tutti i settori del potere statale.

 

La decisiva importanza di questa istituzione abbiamo imparato a comprenderla strada facendo, a partire dalla sua costituzione.

 È attraverso le sue relazioni, i suoi rapporti, il suo occhio esteso anche fuori dai confini dal carcere che abbiamo compreso come la perdita

 della libertà personale, in questi tempi, non sia fenomeno limitato ai luoghi istituzionali (carcere, REMS, CPR e così via), ma coinvolgente tante persone vulnerabili in tanti luoghi diversi, dai c.d. black sites alle Residenze Sanitarie Assistenziali, per finire alle comunità terapeutiche.

Come ripete spesso una teologa,” Simona Segoloni Ruta”, a proposito della clausura femminile, la privazione della libertà non è questione di dove sei ristretto, ma di quello che puoi fare.

Sono concetti con i quali il Garante ci ha fatto entrare in confidenza, occupandosi, ad esempio, della detenzione delle tante “fragilità recluse” nei luoghi di cura.

 

Quanto significativo sia stato l’apporto di questa autorità, nella precedente gestione, è disvelato da fondamentali pronunce della Corte costituzionale.

 La sentenza 76 del 2025, nel prevedere l’obbligo del giudice tutelare di audire la persona interessata prima di convalidare il trattamento sanitario obbligatorio in degenza ospedaliera, sottolinea «le sollecitazioni espresse in più occasioni dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, volte all’adozione di maggiori cautele nell’applicazione dei trattamenti sanitari coattivi, affinché siano disposti in via residuale e nei soli casi effettivamente previsti dalla legge».

Guarda caso, a essere messa esplicitamente in rilievo è proprio la Relazione al Parlamento 2023.

 

La recentissima sentenza 96 del 2025, pur nell’ambito di una pronuncia di inammissibilità, ritiene che sussista un vulnus di costituzionalità con riferimento alla mancata disciplina per legge dei “casi” e dei “modi” in cui uno straniero può essere trattenuto.

Per l’ennesima volta, con questa decisione, si evidenzia che una delle poche tutele degli stranieri ristretti è affidata ai reclami all’autorità Garante dei diritti delle persone private della libertà personale (non soltanto quella nazionale). L’indipendenza del Garante, dunque, ha anche favorito il lavoro dei giudici e delle Corti, fornendo loro quella ‘camera con vista’ sulla carne delle persone, sulla realtà dei fenomeni da decidere. In sostanza, si potrebbe dire che ha reso il diritto migliore.

 

Non si può dimenticare, poi, che viviamo una contingenza storica in cui le aggressioni alla libertà personale, al diritto a non subire tortura e trattamenti inumani e/o degradanti, persino all’habeas corpus, stanno diventando la cartina di tornasole dei mutamenti della democrazia.

Dall’America di “Alligator Alcatraz” e delle deportazioni attuate con forza nelle strade delle città spira un vento feroce, che alle nostre latitudini trova vele spiegate nelle voci miranti a modificare o abrogare il reato di tortura per concedere mano (più) libera alle forze di Polizia, nonché nelle leggi volte a incrementare i reati e gli anni di detenzione.

 

Abbiamo, dunque, un essenziale bisogno che il Garante nazionale per i diritti delle persone private delle libertà torni a far sentire la pressione deterrente del suo sguardo libero, a far udire la sua voce indipendente.

È bene che la politica e la società civile si facciano carico di questo bisogno, se necessario anche tornando a lavorare sulla legge istitutiva, al fine di rendere più solidi i baluardi dell’autonomia.

L’indipendenza del Garante è un punto nevralgico della democrazia di quest’epoca, non possiamo permettere che venga messa in discussione, né che si assottigli nel silenzio generale.

Testa e sguardo dell’istituzione devono rimanere liberi.

Di tutto abbiamo necessità, in questa democrazia, tranne che di santi decapitati.

La verità sul Venezuela che

 la sinistra europea continua

a negare: Maduro ha oppresso

 il Paese con una dittatura orrenda.

Secoloditalia.it – (11 -01 – 2026) – Carlo Fidanza -Politica – Redazione- ci dice:

Elezioni rubate, prigionieri politici, fame e repressione: il regime di Maduro e prima ancora quello di Chavez hanno avuto un prezzo umano ed economico altissimo e rappresentano l'ennesimo fallimento del comunismo in salsa latinoamericana.

Ma una parte della sinistra cerca di coprirlo.

 

A sinistra, lo sappiamo, sono allergici alla verità.

Lo hanno dimostrato quando non hanno votato la risoluzione del Parlamento europeo che ha riconosciuto” Edmundo González Urrutia” come il legittimo presidente del Venezuela dopo le elezioni rubate dal regime comunista di “Nicolás Maduro”, lo dimostrano oggi le vergognose parole di “Maurizio Landini” a sostegno di “Maduro” e la pretesa ideologica di insegnare a milioni di venezuelani cosa sia stato il loro Paese durante questo incubo durato ventotto anni.

 

Già, perché Maduro non è nato dal nulla.

 È il prodotto di un sistema di potere costruito prima da “Hugo Chávez”, l’uomo che ha trasformato una Nazione ricchissima di risorse in uno Stato poverissimo, e degenerato poi in un’orrenda dittatura fatta di propaganda, di una morsa stringente sulle istituzioni, di repressione e povertà.

 

Questo è stato il Venezuela di Maduro:

oppositori incarcerati e torturati, magistratura e forze di sicurezza asservite, libertà di stampa e religiosa cancellate.

Il prezzo umano è stato altissimo, con centinaia di prigionieri politici detenuti senza garanzie processuali dopo anni in cui le proteste popolari sono state soffocate con la forza.

 La fame e la povertà, poi, sono diventate una costante:

stipendi minimi da 3 euro all’ora, inflazione cronica, servizi sanitari al collasso, bambini malnutriti e l’esodo di quasi 8 milioni di venezuelani costretti a lasciare la propria terra.

 Il tutto con i cartelli del narcoterrorismo che spadroneggiano inseriti in ogni ganglio vitale del Paese.

Non un “modello di sovranità”, come piace raccontare ai leader della sinistra gruppettara nostrana, ma l’ennesimo fallimento del comunismo in salsa latinoamericana.

 

Anche perché di sovranità e indipendenza, in Venezuela, non se ne vedeva neppure l’ombra, con una sopravvivenza legata a doppio filo alle potenze anti-occidentali: Russia, Cina, Iran e Cuba esercitano un’influenza senza pari, dalla sicurezza all’intelligence, fino alla gestione economica.

Altro che autodeterminazione.

 Tutto questo, puntualmente, viene rimosso da chi in Italia e in Europa soltanto oggi si riempie la bocca di “diritto internazionale”, dopo aver taciuto per anni delle costanti violazioni dei diritti umani più elementari.

 

Ovviamente avremmo sognato una transizione che vedesse insediarsi il presidente legittimo Edmundo Gonzalez Urrutia, per convocare al più presto libere elezioni politiche che Maria Corina Machado, donna coraggiosa e straordinaria combattente, avrebbe probabilmente vinto a mani basse.

Non è ancora giunto il tempo, perché il controllo dell’apparato chavista sulle forze armate è ancora pesante e ancora non c’è alternativa allo scendere a patti con la leader pro-tempore “Delcy Rodriguez”.

 

La pressione americana dovrà portare alla liberazione definitiva di tutti i prigionieri politici, allo smantellamento della minaccia dei cartelli del narcoterrorismo e, finalmente, alla transizione democratica.

Il supporto e la compattezza della comunità internazionale a questo percorso devono essere forti e senza sconti.

Soltanto così la caduta di Maduro non sarà una vittoria mutilata ma quell’alba di libertà che i venezuelani aspettano da troppo tempo.

(Carlo Fidanza- Capodelegazione di FdI al Parlamento europeo).

 

La parabola di Nicolás Maduro,

da promessa socialista a triste autocrate.

Rainews.it – (03/01/2026) - Giuseppe Asta – Redazione – ci dice:

 

Al potere dopo il popolarissimo Chavez, non ne eguaglierà mai i consensi, tra crisi economica, involuzione autoritaria, isolamento internazionale.

Poi l'escalation con gli Usa.

 

Non si può raccontare Nicolás Maduro senza partire da Hugo Chávez, presidente del Venezuela dal 1999 fino alla morte nel 2013 e dopo avere fallito un colpo di stato nel 1992.

Populista autoritario per gli oppositori, autentico rivoluzionario per i sostenitori, si ispirava a “Simón Bolívar”, l'eroe dell'indipendenza di Bolivia, Venezuela, Perù e Colombia a inizio ottocento e alla rivoluzione cubana, lo muoveva una filosofia politica che mischiava marxismo, cattolicesimo, nazionalismo e una contrapposizione senza sconti agli Stati Uniti.

Fu uno dei leader più importanti del cosiddetto Socialismo del XXI secolo, che un quarto di secolo fa sembrava rappresentare una nuova era di uguaglianza per il Sudamerica ma di cui oggi resta molto poco.

 

Nicolás Maduro, nato nel 1962, autista e leader sindacale, entra nella cerchia di Chávez ancora prima della vittoria elettorale, grazie alla moglie, una degli avvocati che avevano ottenuto la liberazione del futuro presidente dopo il fallito golpe.

Diventa l'uomo chiave per i rapporti internazionali del governo chavista come ministro degli Esteri dal 2006 al 2013.

Nel 2012, già gravemente malato, Chávez lo sceglie prima come vicepresidente esecutivo e poi, nel suo ultimo accorato discorso televisivo, annuncia la sua decisione "ferma e piena, irrevocabile, assoluta e totale" di designarlo come suo erede politico.

 

Maduro non riuscirà mai però a eguagliare i consensi di Chávez, soprattutto per le difficoltà sempre maggiori in campo economico, tanto gravi da comportare il razionamento dei beni di prima necessità.

La reazione del presidente è dapprima mettere persone di fiducia alla Corte Suprema, per neutralizzare il Parlamento dove non aveva più la maggioranza, poi attuare una riforma costituzionale che trasforma il paese sudamericano in un'autocrazia e lo porta a un netto isolamento internazionale, con pochissimi alleati altrettanto illiberali come Russia, Iran, Corea del Nord.

Negli anni di Maduro non si contano le limitazioni alla libertà di stampa e di pensiero e gli arresti non solo di oppositori e dissidenti, ma anche quelli di cittadini stranieri da usare come ostaggi per ottenere concessioni dalla comunità internazionale, come nel caso del cooperante italiano “Alberto Trentini”, prigioniero del regime dal novembre 2024.

 

L'appello della madre di Alberto Trentini, prigioniero senza accuse da 411 giorni in Venezuela.

Nel 2020 una commissione dell'Onu lo accusa di crimini contro l'umanità e un tribunale americano lo incrimina per reati connessi al narcotraffico, inserendolo nella lista dei ricercati con una taglia di 15 milioni di dollari, che l'amministrazione Biden aumenterà a 25.

Alle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024 viene proclamato ufficialmente vincitore con il 51,2% dei consensi contro il il 44% dello sfidante  “Edmundo González Urrutia”, ma l'opposizione denuncia brogli e rifiuta di riconoscere il risultato dopo che a gran parte dei suoi osservatori viene impedito di seguire le operazioni e soprattutto per il rifiuto del governo di mostrare il dettaglio dei voti.

Seguono giorni di proteste brutalmente represse dal regime.

Venezuela, la polizia arresta i dimostranti di opposizione.

Tra i paesi europei e occidentali, solo Serbia, Russia e Bielorussia riconosceranno il risultato elettorale, tra quelli latinoamericani solo Nicaragua, Honduras e Bolivia.

González Urrutia era stato scelto dopo che la vincitrice delle primarie, “María Corina Machado”, era stata dichiarata ineleggibile da un organismo governativo.

 

Tre mesi dopo Donald Trump viene eletto per la seconda volta presidente degli Stati Uniti.

In occasione della cena di gala alla vigilia del suo insediamento, lo scorso 19 gennaio, ospita a cena “González Urrutia”.

Nei primi mesi in carica, l'amministrazione Trump dialoga con Maduro, ottenendo la liberazione di alcuni cittadini statunitensi e il rimpatrio di molti migranti dagli Usa.

 

Il primo volo con 199 migranti espulsi dagli Stati Uniti è arrivato in Venezuela.

La pressione di Washington aumenta a partire dallo scorso agosto, quando la taglia sul presidente venezuelano viene raddoppiata da 25 a 50 milioni di dollari e viene designato come organizzazione terroristica il “Cartel de los Soles”, presunta organizzazione volta al traffico di sostanze stupefacenti annidata nelle istituzioni del paese con a capo lo stesso Maduro.

 Il Segretario di Stato Marco Rubio sottolinea che le accuse contro Maduro sono basate su prove presentate a una giuria, non su speculazioni politiche.

 

Negli stessi giorni, Trump firma una direttiva segreta che autorizza  il Pentagono a usare la forza contro i cartelli latinoamericani.

Dalla firma della direttiva, gli Usa conducono 35 attacchi letali contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga, causando oltre 100 morti, senza autorizzazione formale del Congresso.

Portaerei Usa verso il Venezuela, si forma lo schieramento contro i Narcos e il regime di Maduro.

 

Non si può raccontare Nicolás Maduro senza partire da Hugo Chávez, presidente del Venezuela dal 1999 fino alla morte nel 2013 e dopo avere fallito un colpo di stato nel 1992.

Populista autoritario per gli oppositori, autentico rivoluzionario per i sostenitori, si ispirava a “Simón Bolívar”, l'eroe dell'indipendenza di Bolivia, Venezuela, Perù e Colombia a inizio ottocento e alla rivoluzione cubana, lo muoveva una filosofia politica che mischiava marxismo, cattolicesimo, nazionalismo e una contrapposizione senza sconti agli Stati Uniti.

Fu uno dei leader più importanti del cosiddetto Socialismo del XXI secolo, che un quarto di secolo fa sembrava rappresentare una nuova era di uguaglianza per il Sudamerica ma di cui oggi resta molto poco.

 

Nicolás Maduro, nato nel 1962, autista e leader sindacale, entra nella cerchia di Chávez ancora prima della vittoria elettorale, grazie alla moglie, una degli avvocati che avevano ottenuto la liberazione del futuro presidente dopo il fallito golpe.

 Diventa l'uomo chiave per i rapporti internazionali del governo chavista come ministro degli Esteri dal 2006 al 2013.

 Nel 2012, già gravemente malato, Chávez lo sceglie prima come vicepresidente esecutivo e poi, nel suo ultimo accorato discorso televisivo, annuncia la sua decisione "ferma e piena, irrevocabile, assoluta e totale" di designarlo come suo erede politico.

 

Maduro non riuscirà mai però a eguagliare i consensi di Chávez, soprattutto per le difficoltà sempre maggiori in campo economico, tanto gravi da comportare il razionamento dei beni di prima necessità.

La reazione del presidente è dapprima mettere persone di fiducia alla Corte Suprema, per neutralizzare il Parlamento dove non aveva più la maggioranza, poi attuare una riforma costituzionale che trasforma il paese sudamericano in un'autocrazia e lo porta a un netto isolamento internazionale, con pochissimi alleati altrettanto illiberali come Russia, Iran, Corea del Nord.

Negli anni di Maduro non si contano le limitazioni alla libertà di stampa e di pensiero e gli arresti non solo di oppositori e dissidenti, ma anche quelli di cittadini stranieri da usare come ostaggi per ottenere concessioni dalla comunità internazionale, come nel caso del cooperante italiano Alberto Trentini, prigioniero del regime dal novembre 2024.

 

L'appello della madre di Alberto Trentini, prigioniero senza accuse da 411 giorni in Venezuela.

Nel 2020 una commissione dell'Onu lo accusa di crimini contro l'umanità e un tribunale americano lo incrimina per reati connessi al narcotraffico, inserendolo nella lista dei ricercati con una taglia di 15 milioni di dollari, che l'amministrazione Biden aumenterà a 25.

 Alle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024 viene proclamato ufficialmente vincitore con il 51,2% dei consensi contro il il 44% dello sfidante  “Edmundo González Urrutia”, ma l'opposizione denuncia brogli e rifiuta di riconoscere il risultato dopo che a gran parte dei suoi osservatori viene impedito di seguire le operazioni e soprattutto per il rifiuto del governo di mostrare il dettaglio dei voti.

Seguono giorni di proteste brutalmente represse dal regime.

 

Venezuela, la polizia arresta i dimostranti di opposizione.

Tra i paesi europei e occidentali, solo Serbia, Russia e Bielorussia riconosceranno il risultato elettorale, tra quelli latinoamericani solo Nicaragua, Honduras e Bolivia.

 González Urrutia era stato scelto dopo che la vincitrice della primarie, María Corina Machado, era stata dichiarata ineleggibile da un organismo governativo.

 

Tre mesi dopo Donald Trump viene eletto per la seconda volta presidente degli Stati Uniti.

In occasione della cena di gala alla vigilia del suo insediamento, lo scorso 19 gennaio, ospita a cena González Urrutia.

 Nei primi mesi in carica, l'amministrazione Trump dialoga con Maduro, ottenendo la liberazione di alcuni cittadini statunitensi e il rimpatrio di molti migranti dagli Usa.

 

Il primo volo con 199 migranti espulsi dagli Stati Uniti è arrivato in Venezuela.

La pressione di Washington aumenta a partire dallo scorso agosto, quando la taglia sul presidente venezuelano viene raddoppiata da 25 a 50 milioni di dollari e viene designato come organizzazione terroristica il “Cartel de los Soles”, presunta organizzazione volta al traffico di sostanze stupefacenti annidata nelle istituzioni del paese con a capo lo stesso Maduro.

Il Segretario di Stato Marco Rubio sottolinea che le accuse contro Maduro sono basate su prove presentate a una giuria, non su speculazioni politiche.

 

Negli stessi giorni, Trump firma una direttiva segreta che autorizza  il Pentagono a usare la forza contro i cartelli latinoamericani.

 Dalla firma della direttiva, gli Usa conducono 35 attacchi letali contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga, causando oltre 100 morti, senza autorizzazione formale del Congresso.

Il resto è storia recentissima.

 Il 10 ottobre 2025 María Corina Machado ha vinto il premio Nobel per la pace.

 In queste ultime settimane circa 15.000 soldati americani erano stati schierati nella regione caraibica, aerei, marines e soprattutto la grande portaerei USS Gerald R. Ford, dando a intendere che fosse vicino un attacco militare al regime, oggi diventato realtà.

 

 

 

Venezuela e la verità.

Comunismoecomunità.org – (gen. 12th, 2026) - Thomas Munzner - Politica Internazionale – ci dice:

Effimera.

Venezuela e la verità.

di Craig Murray.

Pubblichiamo un primo commento sulla situazione venezuelana, scritta da Craig Murray, diplomatico e professore universitario britannico, già ambasciatore inglese in Uzbekistan e già rettore dell’Università di Dundee in Scozia, dove si è laureato.

Murray si sofferma su una serie di falsità che sono circolate nei media mainstream riguardo il rapimento di Maduro, la situazione in Venezuela, l’ipocrisia dei paesi occidentali.

Murray poi riflette sul Nobel della Pace 2025 dato a María Corina Machado.

 A tal proposito si sofferma sull’impossibile parallelismo con i predecessori, pur non ostili alla guerra, Kissinger e Obama.

 A ciò aggiungiamo che l’azione di guerra degli Stati Uniti di Trump in Venezuela e il rapimento illegale di Maduro segna un salto di qualità nella competizione geopolitica internazionale.

Non si tratta di un golpe ma di un vero e proprio cambio di regime (che non sappiamo se andrà effettivamente in porto) imposto in modo diretto dall’esterno, senza coinvolgimento di parte dell’esercito e dei poteri nazionali (come normalmente avviene nei golpe tradizionali):

un esercizio di forza bruta, che lede un diritto internazionale oramai moribondo da lustri.

 

Lo scopo è ribadire – come ricorda Murray –, dopo che il genocidio in corso in Palestina da parte del governo israeliano di Netanyahu lo ha legittimato, che oggi vale solo il diritto della forza.

L’obiettivo non è solo riportare sotto il controllo diretto Usa le ricchezze energetiche del Sud America, ma lanciare un chiaro segnale alle politiche economiche espansionistiche della Cina nello stesso continente sudamericano.

Un atto di forza che mostra in realtà il declino dell’economia americana, sempre più ostaggio della tecno-oligarchia dominante e della situazione debitoria interna ed estera.

 

I mezzi di comunicazione mainstream hanno parlato ieri del Venezuela senza sosta.

 Hanno menzionato molte volte “Delcy Rodríguez”, vicepresidente, perché Trump ha dichiarato che ora è lei al comando.

Non hanno mai menzionato che il 2026 segna il 50º anniversario della morte per le torture subite di suo padre, l’attivista socialista “Jorge Rodríguez”, da parte dei servizi di sicurezza controllati dalla CIA del regime Pérez in Venezuela, allineato agli Stati Uniti.

 

Ciò ovviamente rovinerebbe la narrativa del male comunista contro i democratici perbene che viene prescritta a tutti.

Non hanno nemmeno menzionato che i governi eletti di Hugo Chávez hanno ridotto la povertà estrema di oltre il 70%, la povertà relativa di oltre il 50%, hanno dimezzato la disoccupazione, quadruplicato il numero di persone che ricevono una pensione statale e hanno raggiunto il 100% di alfabetizzazione.

Chávez ha portato il Venezuela dalla società più diseguale per distribuzione della ricchezza in America Latina a una tra le più eguali.

Non hanno nemmeno menzionato che” María Corina Machado” (il fresco Nobel per la pace, ndr.) proviene da una delle famiglie più ricche del Venezuela, che dominava l’industria elettrica e siderurgica prima della nazionalizzazione, e che i suoi sostenitori sono proprio le famiglie che c’erano dietro quei regimi mortali controllati dalla CIA.

 

Le sanzioni economiche imposte dall’Occidente — e un’altra cosa che non hanno menzionato è che il Regno Unito ha confiscato oltre 2 miliardi di sterline di assets del governo venezuelano — hanno reso difficile al governo Maduro fare molto più che difendere i guadagni degli anni Chávez.

Ma che il Venezuela sia un punto di produzione o di traffico principale di narcotici che entrano negli USA è semplicemente una sciocchezza.

Nicolás Maduro ha i suoi difetti, ma non è un capo del trafficante della droga. L’affermazione è una pagliacciata totale.

La disponibilità dell’Occidente ad accettare i conteggi elettorali discutibili dell’opposizione nelle elezioni presidenziali del 2024 non legittima l’invasione e il rapimento.

 

Ieri quasi ogni governo occidentale ha rilasciato una dichiarazione che era un endorsement all’attacco e al rapimento di Maduro da parte di Trump – palesemente e gravemente illegale secondo il diritto internazionale – e contemporaneamente ha dichiarato di supportare il diritto internazionale. L’ipocrisia è davvero fuori scala. Sono proprio le potenze occidentali che sostengono il genocidio a Gaza a legittimare l’attacco al Venezuela.

 

Il genocidio a Gaza ha dimostrato la fine delle speranze (…)  che il diritto internazionale prevalga sull’uso brutale della forza nelle relazioni internazionali.

Il rapimento di Maduro, la fretta delle potenze occidentali di accettarlo e l’impossibilità del resto del mondo di fare qualcosa al riguardo hanno sottolineato che il diritto internazionale è semplicemente morto.

Nella lunga lista di spaventosi riconoscimenti del premio Nobel per la pace, nessuno può essere peggiore dell’ultimo alla traditrice venezuelana María Corina Machado, con l’intento di promuovere e portare avanti attivamente l’attacco imperialista al Venezuela da parte degli Stati Uniti.

 

Ci vuole un grande sforzo per arrivare a una decisione peggiore di quella di assegnare il premio a Kissinger subito dopo i massicci bombardamenti di Laos e Cambogia.

 Fu un premio terribile, ma aveva lo scopo di riconoscere il presunto accordo di pace di Parigi e spingere gli Stati Uniti a onorare il processo di pace.

 Inizialmente si trattava di un premio congiunto con il negoziatore vietnamita Lê Đức Thọ (che rifiutò saggiamente).

 

Il premio a Kissinger fu un terribile errore, ma il Comitato voleva porre fine a una guerra, partendo da una disponibilità a cooperare con una realpolitik senza scrupoli.

Nel premio a Machado, essi cercano deliberatamente di endorsement e promuovere l’inizio di una guerra. È qualcosa di molto diverso.

Analogamente, il premio a Obama fu un momento di speranza folle dopo la disperazione causata dall’invasione dell’Iraq.

 Fu il tentativo di credere erroneamente che Obama sarebbe stato migliore, con l’illusoria idea che il premio lo incoraggiasse a esserlo.Riconosco che la linea che sto tracciando è sottile; premiare i perpetratori dell’aggressione occidentale è solo un primo passo dall’effettiva incoraggiamento dell’aggressione occidentale. Ma nondimeno una linea è stata varcata.

 

L’enorme ipocrisia del presidente del Comitato,” Jørgen Watne Frydnes,” nel sostenere che il premio sia per un’azione non violenta in Venezuela, proprio nel momento in cui Trump raduna la maggiore forza invasiva dall’Iraq al largo del Venezuela, mi fa provare pensieri verso “Frydne”s che non dovrebbero qualificarmi per alcun premio per la pace.

Sento lo stesso per Guterres e per tutti gli altri che abbandonano il proprio ruolo internazionale per leccare la scarpa di Trump oggi.

 

E ora che succederà in Venezuela?

Beh, secondo la lettura più ottimistica, l’azione di Trump è stata performativa. Doveva fare qualcosa per evitare le frecciatine del “Granduca di York”, dopo quell’immensa concentrazione di forze al largo del Venezuela, e ha prodotto uno spettacolo che in realtà cambia poco.

 

Secondo questa lettura, gli americani potrebbero commettere lo stesso errore commesso in Iran, credendo che la strategia della decapitazione e dei bombardamenti avrebbe scatenato una rivoluzione interna.

 In Iran, hanno in realtà rafforzato il sostegno al governo.

Fino a ieri pomeriggio, il governo bolivariano di Caracas non sapeva ancora cosa fosse successo, fino a che punto ci fosse stata collusione tra le forze armate nel rapimento di Maduro e se avessero ancora il controllo dell’esercito.

 

Il chiaro segnale di Trump, secondo cui gli Stati Uniti considerano Rodríguez il capo, e il suo sprezzante licenziamento di Machado – l’unico punto luminoso in una giornata orribile – potrebbero far dubitare chiunque in Venezuela si aspetti un sostegno attivo degli Stati Uniti a un colpo di stato.

 

A coloro che sostengono che Maduro fosse un tiranno, rimando alla commedia del colpo di stato di Guaidó del 30 aprile 2019.

 Guaidó era stato dichiarato Presidente del Venezuela dalle potenze occidentali pur non essendo mai stato candidato.

Tentò un colpo di stato e si aggirò per Caracas con scagnozzi pesantemente armati, autoproclamandosi Presidente ma venendo deriso dall’esercito, dalla polizia e dalla popolazione.

In qualsiasi paese del mondo Guaidó sarebbe stato condannato all’ergastolo per aver tentato un colpo di stato armato, e penso che nella maggior parte dei casi sarebbe stato giustiziato.

Maduro gli ha semplicemente dato una pacca sulla testa e lo ha rimesso su un aereo.

Niente male, per una “malvagia dittatura”.

 

 

 

Venezuela e il “modello polacco”:

una transizione dall’interno?

Ilmattinoquotidiano.it - Gerardo Lisco – (11 ottobre 2025) -il mattino di foggia.it – redazione- ci dice:

A poche settimane dall’operazione che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro, presentata come un’azione difensiva, emergono elementi che suggeriscono l’avvio di una possibile transizione politica controllata.

Tra questi, il tentativo di mediazione promosso dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, che avrebbe cercato di convincere Maduro a lasciare il Paese ottenendo asilo in Russia, ipotesi rifiutata dallo stesso Maduro per ragioni economiche.

In questo contesto, il quotidiano “Avvenire “ha evocato l’ipotesi di una transizione “modello Polonia”, richiamando il passaggio avvenuto nel 1989 con le mobilitazioni di Solidarnosc.

In quel caso, la crisi del regime comunista non sfociò in uno scontro armato:

 la soluzione venne trovata all’interno dell’establishment polacco, grazie al ruolo svolto dal generale “Wojciech Jaruzelski”, in un quadro internazionale favorevole al cambiamento.

 Il declino dell’URSS, la leadership riformista di Gorbačëv e la pressione sociale resero possibile una transizione graduale che evitò un bagno di sangue.

La vittoria elettorale di” Lech Wałęsa” nel 1991 non comportò la dissoluzione del partito comunista, che si trasformò in una forza socialdemocratica e guidò, paradossalmente, il processo di liberalizzazione economica e politica.

Gli effetti delle riforme neoliberali portarono in seguito alla marginalizzazione della sinistra post-comunista e all’affermazione di nuove forze politiche di destra.

Il punto oggi è capire se uno schema analogo possa applicarsi al Venezuela. L’assunzione della presidenza da parte della vicepresidente “Delcy Rodríguez”, nel rispetto della Costituzione e con il riconoscimento degli Stati Uniti, sembra indicare una transizione interna piuttosto che un cambio di regime imposto dall’esterno. Un elemento rafforzato dal fatto che le opzioni più radicali dell’opposizione, come María Corina Machado, non abbiano ricevuto l’appoggio di Washington.

Anche il coinvolgimento della Colombia va letto in questa direzione.

L’incontro tra il presidente Gustavo Petro e Donald Trump ha evidenziato la volontà di gestire la crisi venezuelana evitando una destabilizzazione regionale, in particolare per il rischio di massicci flussi migratori lungo un confine già fragile.

A differenza di quanto accaduto in Iraq o in Libia, dove il rovesciamento dei regimi non è maturato all’interno dell’establishment e ha prodotto conflitti prolungati, il caso venezuelano sembra orientarsi verso una soluzione negoziata.

 Il controllo delle enormi risorse del Paese richiede infatti stabilità politica, condizione indispensabile anche per gli interessi delle multinazionali energetiche.

Se l’obiettivo statunitense è garantire l’accesso a tali risorse in un’ottica estrattivista, la pacificazione sociale appare possibile solo attraverso una continuità, almeno parziale, dell’attuale classe dirigente bolivariana.

 Resta aperta la questione decisiva:

se questa transizione porterà a una reale trasformazione del sistema economico e sociale venezuelano o se si limiterà a una riconfigurazione del potere.

 

 

Il mito comunista non è mai stato archiviato.

Italiaoggi.it - Alessandra Ricciardi – (09/01/2026)

 

«Un presidente eletto dal popolo».

Tanto basta a “Maurizio Landini” per assolvere Nicolás Maduro e, contemporaneamente, per scagliarsi contro Donald Trump, colpevole di averlo arrestato e deportato in Usa.

 «In democrazia queste cose non dovrebbero avvenire», sentenzia il segretario della Cgil, a margine della manifestazione indetta dal sindacato per il ripristino del diritto internazionale e in sostegno al popolo venezuelano.

 

Inutili le proteste dei venezuelani presenti, che hanno provato a raccontare una realtà ben diversa dalla narrazione ideologica di Landini: condizioni di vita drammatiche, violenza sistematica delle squadracce del regime, libertà negate, a cominciare da quella fondamentale del voto ridotta a carta straccia dal potere chavista anche nelle recenti presidenziali che hanno riconfermato il caudillo.

E dunque Donald Trump non avrà rispettato il diritto internazionale, ma da questo a difendere Maduro ce ne passa.

All'insegna del mito comunista mai davvero archiviato, il Venezuela diventa una democrazia rispettabile per quella stessa sinistra che è pronta ad accusare l’Italia, in patria e all’estero, di essere sull’orlo del baratro della deriva fascista.

In questo scenario, ha gioco facile la segretaria della Cisl, “Daniela Fumarola”, a distinguersi da Landini e dal suo sindacato:

 «Colpisce il radicalismo politico e sociale di chi continua a leggere il mondo con categorie superate e a inseguire miti condannati dalla storia”, dice in una chiacchierata con” il Foglio”,

 «il punto è elementare: non esiste alcuna simmetria tra chi ha sfregiato la democrazia, falsificato le elezioni e calpestato sistematicamente i diritti e chi, pur con metodi discutibili, ne denuncia il fallimento.

 Senza libertà sindacale non esiste giustizia sociale, e Maduro ha distrutto consapevolmente entrambe».

 Amen.

(Alessandra Ricciardi).

 

 

 

Comunicato del Comitato Centrale del Partito Comunista sul sequestro del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro.

 

Ilpartitocomunista.it – (6 Gennaio 2026) - PC RUBRICHE, Internazionale, Americhe – ci dice:

Il Comitato Centrale del Partito Comunista condanna con la massima fermezza il sequestro del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, operato dagli Stati Uniti d’America attraverso un’azione di forza che rappresenta una gravissima violazione del diritto internazionale, della sovranità di uno Stato indipendente e dei principi fondamentali di convivenza tra i popoli.

Si tratta di un atto di aggressione imperialista che nulla ha a che vedere con la tutela dei diritti umani o con la difesa della democrazia né tantomeno con la lotta al narcotraffico e che si inserisce nella storica strategia di destabilizzazione dell’America Latina da parte dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati.

Il sequestro di un capo di Stato eletto costituisce un pericoloso precedente, che apre la strada alla legittimazione della forza militare e giudiziaria come strumento di dominio politico globale.

È un messaggio intimidatorio rivolto a tutti i Paesi che non intendono sottomettersi ai diktat economici, militari e geopolitici delle potenze occidentali.

Il Venezuela viene colpito perché:

• difende il controllo pubblico delle proprie risorse strategiche;

• rivendica la propria indipendenza politica;

• porta avanti un processo di trasformazione sociale alternativo al capitalismo neoliberista.

Il Comitato Centrale del Partito Comunista denuncia inoltre:

• la complicità dell’Unione Europea e dei governi occidentali, responsabili di un silenzio che equivale a una corresponsabilità politica;

• il ruolo dei media mainstream, impegnati a giustificare o minimizzare un atto che, se compiuto da qualsiasi altro Stato, verrebbe unanimemente definito come atto di guerra.

Il Partito Comunista esprime la propria piena solidarietà al popolo venezuelano, alla Rivoluzione Bolivariana e a tutte le forze che nel mondo resistono all’imperialismo, allo sfruttamento e alla subordinazione dei popoli.

Difendere il Venezuela oggi significa difendere il diritto dei popoli all’autodeterminazione, la pace internazionale e la possibilità di un’alternativa al sistema capitalistico dominante.

Il Partito Comunista continuerà a battersi, in Italia e sul piano internazionale, contro ogni forma di imperialismo, per la sovranità dei popoli, per la pace e per il socialismo.

 

 

 

La sinistra piagnucola per la

caduta di Maduro in Venezuela.

Starmag.it – (4 gennaio 2026) – Paola Sacchi – Redazione – ci dice:

 

Reazioni e commenti della politica italiana alla cattura di Maduro. La nota di Sacchi.

La sinistra piagnucola per la caduta di Maduro in Venezuela.

Dalla difesa, o nella migliore delle ipotesi imbarazzata e impacciata presa di distanza, del e dal capo “Pro-Pal” “Hannoun”, con le accuse schiaccianti del fiume di finanziamenti ad Hamas, a Maduro, il dittatore del Venezuela, dal 2020, con Biden, incriminato di narcotraffico e deposto dal blitz militare degli Usa di Trump.

La sinistra italiana si schiaccia sempre di più, in una gara interna di estremismi tra il Pd di Elly Schlein e i Cinque Stelle di Giuseppe Conte, su personaggi oscuri, con il peso di accuse schiaccianti di gravi reati, personaggi che, nonostante il garantismo che deve valere anche per loro nei processi, appaiono a tutti gli effetti nemici dei valori di libertà del mondo occidentale.

 

Maduro era a capo della dittatura comunista di Caracas, andato al potere con un golpe e mai riconosciuto dai Paesi Ue oltre che dagli Usa.

Ma nonostante questo dal Pd, surclassato anche stavolta dai pentastellati “maduriani” da sempre, di Elly Schlein, pur condannando “i gravi reati” del dittatore del Venezuela, da Avs di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, oltre che dai Cinque Stelle di Conte, viene una levata di scudi contro il blitz di Donald Trump, una difesa “della sovranità” del Venezuela da far passare in secondo piano la condanna per Maduro da parte di Schlein che appare quasi come una formula di rito.

 

L’attacco a Trump accusato di aver “violato il diritto internazionale” è tale da isolare la sinistra italiana da leader europei come “Macron” e “Starmer” che di destra non sono.

 Il presidente francese celebra addirittura la cattura di Maduro e il premier britannico assicura che non verserà una lacrima per lui, mentre la nostra sinistra, che a questo punto appare la più “maduriana” del mondo, si straccia le vesti e chiede al solito al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e alla premier Giorgia Meloni di riferire immediatamente in parlamento.

 

È Meloni, prima ancora dell’annuncio di Trump da Mar-a-Lago, a dare la bussola alla politica italiana, dove comunque pur ponendo l’accento sulla necessità di una transizione democratica i media vicini al centrodestra esaltano subito quella che, come osserva il direttore del quotidiano “Il Tempo” Daniele Capezzone, “è una nuova alba” di libertà.

 

Una nota di Palazzo Chigi fa sapere che “il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha seguito gli sviluppi in Venezuela fin dalle loro primissime evoluzioni”.

Ribadisce che “l’Italia ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto”.

Poi una cauta riflessione sul blitz Usa:

“Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”.

Ma l’azione è considerata legittima:

il governo “considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

In raccordo con Tajani, Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, “la cui sicurezza – sottolinea la nota – costituisce la priorità assoluta del Governo”.

La premier traccia dunque con equilibrio la rotta, mentre la sinistra italiana sembra sprofondare in una deriva da farla apparire la più “maduriana” del mondo.

Con un attacco a Trump che suona fuori misura, come se paradossalmente la dittatura fosse quella degli Usa e non quella del Venezuela, appena tornato alla libertà con centinaia e centinaia di esuli che festeggiano per ore in strada a Miami.

 

 

 

 

Vernetti: “L’operazione Maduro ha indebolito Cina, Iran e Russia.

Proteste sinistra?

Far cadere i tiranni dovrebbe essere il cuore dell’azione progressista.”

Ilriformista.it - Aldo Torchiaro – (7 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il video della strage in spiaggia a Sydney:

killer sparano durante festività ebraica, fuga, panico e morti.

Gianni Vernetti è analista geopolitico, esperto di relazioni internazionali e sicurezza, già sottosegretario agli Esteri.

Nel suo ultimo libro, “Il nuovo grande Gioco,” ricostruisce le nuove linee di frattura della competizione globale, dall’Artico al Medio Oriente, dall’America Latina all’Europa orientale.

"Groenlandia, l'Artico è diventato centrale."

Il suo libro “Il nuovo grande Gioco” si conclude con un capitolo scritto dalla Groenlandia.

 È corretto?

«Sì, assolutamente. L’ultimo capitolo l’ho scritto proprio da “Nuuk”.

Nell’aprile del 2025 stavo concludendo il lavoro sul nuovo grande gioco globale quando sono arrivate le prime dichiarazioni di Trump sulla necessità di annettere la Groenlandia.

Ho deciso di andare lì per una decina di giorni, incontrando ministri e rappresentanti di istituzionali locali».

 

Che cos’è oggi la Groenlandia dal punto di vista politico e istituzionale?

«È stata a lungo una colonia del Regno di Danimarca, ma negli ultimi vent’anni ha cambiato profondamente pelle.

Oggi è uno Stato autonomo con un ampio grado di autogoverno:

circa 55mila abitanti, un Parlamento, un primo ministro, un multipartitismo vivace, stampa libera, magistratura indipendente.

È chiaramente avviata verso un processo di piena indipendenza».

 

Cuba e Groenlandia, Trump vuole stabilire il suo ordine e liberare l’America delle influenze anti-occidentali.

Trump non si ferma: “Ora voglio la Groenlandia, ne abbiamo bisogno”. Europa timida nel prenderne le distanze.

Terre rare, la sfida globale entra nel vivo. Il nuovo petrolio che lascia indietro l’Europa.

Che tipo di Stato è oggi e quanto è esposta sul piano della sicurezza?

«Non è ancora uno Stato sovrano:

esteri e difesa restano competenza danese e non fa parte dell’Unione europea.

Tuttavia è territorio dell’Alleanza Atlantica.

La Danimarca è Paese fondatore della Nato e gli Stati Uniti hanno una base militare strategica nel nord dell’isola, a Pituffik. Questo garantisce una copertura di sicurezza solida».

 

Perché la Groenlandia è diventata così centrale nello scenario globale?

«Per le nuove rotte artiche.

Il passaggio a nord-ovest tra Groenlandia e Canada e quello a nord-est verso Russia e Asia è oggi commercialmente praticabile.

L’Artico è diventato un nuovo terreno di competizione strategica tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina».

 

E il tema delle risorse naturali?

«Conta meno delle rotte. Il governo autonomo della Groenlandia è fortemente ambientalista e ha revocato una concessione mineraria cinese a Kvanefjeld per l’estrazione di terre rare e uranio. È stato un atto politico molto chiaro».

La Groenlandia ha quindi preso le distanze dalla Cina?

«Sì. Ha compiuto una scelta indipendentista, democratica e occidentale. La collocazione geopolitica del governo groenlandese è inequivocabile: filo-Nato, filo-europea».

Come giudica le pretese di Trump sull’isola?

«Sono illegittime e sbagliate. Il vero tema è la gestione condivisa della sicurezza all’interno dell’Alleanza Atlantica. Non servono atti unilaterali, e infatti la reazione europea è stata compatta».

 

Passiamo all’Ucraina. L’incontro di Parigi segna un punto di svolta?

«Sì. Il nodo centrale è il sistema di garanzie di sicurezza per Kyiv sul modello dell’articolo 5 della Nato. L’accordo è molto avanzato, anche se la Russia lo rifiuta. Ma oggi esiste una linea comune tra Europa, Stati Uniti e Ucraina».

 

Anche l’Italia dovrebbe partecipare a una missione europea?

«Nel quadro di un accordo euro-americano, sì. Parliamo di forze di stabilizzazione, lontane dal fronte».

 

Nel Grande Gioco entra anche il Venezuela. Il blitz che ha portato alla cattura di Maduro segna una svolta?

«Maduro era un presidente illegittimo per l’Europa e per gran parte del mondo democratico. Ha perso le elezioni del 28 luglio 2024 e si è imposto con la forza, esattamente come Lukashenko».

Un’operazione controversa nei metodi?

«Poco ortodossa, ma con effetti geopolitici rilevanti. Ha indebolito l’asse delle autocrazie».

 

In che senso?

«Il Venezuela era un pilastro dell’asse con Cina, Iran e Russia. L’80 per cento del petrolio andava a Pechino. Il rapporto con Teheran era strategico: il Paese era un nodo tra narcotraffico e jihadismo, con la presenza di Hezbollah, Pasdaran e Hamas».

 

Si può parlare di effetto domino?

«È possibile. L’Iran oggi è fortemente indebolito: ha perso Assad e Maduro, Damasco e Caracas. La mezzaluna sciita si è spezzata. I proxy non sono scomparsi, ma sono drasticamente ridimensionati».

 

Una parte della sinistra sembra rimpiangere le dittature di Caracas e di Gaza, manifestando ostilità verso chi tenta di cambiare quei regimi. Come lo spiega?

«È un paradosso profondo. Far cadere i tiranni dovrebbe essere il cuore dell’azione progressista. Invece assistiamo spesso a forme di indulgenza, quando non di vera e propria ostilità, verso chi prova a smantellare regimi autoritari.

Il rapporto con il totalitarismo è diventato oggi il vero discrimine politico, più delle categorie tradizionali».

 

Il mondo nuovo costringe a riscrivere anche le categorie della politica?

«Sì. Oggi esistono una destra e una sinistra populiste che spesso convergono nell’accondiscendenza verso i regimi, e una destra e una sinistra liberali che vedono nella lotta contro il totalitarismo la propria stella polare.

Questo ridisegna le fratture del nostro tempo e rende obsoleti molti schemi del passato.

Landini filo-Maduro e Salvini filo-Putin hanno molto di più in comune di quanto pensino».

(Aldo Torchiaro - Ph.D. in Dottrine politiche.).

 

 

 

 

Comunismo e anti-comunismo

in un’ora decisiva della storia.

 Corrispondenzaromana.it – (7 Gennaio 2026) - Roberto de Mattei – Redazione – ci dice:

 

Le ore decisive della storia, quelle in cui crollano e rinascono le civiltà, sono sempre caratterizzate da divisioni e polarizzazioni di ordine religioso, culturale e sociale.

Tuttavia, per chi ha il suo punto di riferimento nel “De civitate Dei” di sant’Agostino, la radice e la chiave di interpretazione di ogni problema è la teologia della storia, che consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi.

 In questa prospettiva, le crisi non sono semplicemente il prodotto di fattori economici o istituzionali, ma il riflesso di una tensione più profonda tra diverse visioni dell’uomo e del mondo.

 

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, l’Occidente proclamò la morte del comunismo come se si fosse trattato di un evento fisiologico e definitivo.

L’anticomunismo si dissolse rapidamente, mentre il comunismo si inabissava, come un fiume carsico che scompare alla vista per riemergere più avanti con maggior vigore.

Fu in questo contesto che, nel 1990, per iniziativa di “Fidel Castro” e di “Ignacio Lula da Silva,” nacque in Brasile il “Foro di San Paolo”:

un organismo sovversivo concepito per analizzare la “crisi del socialismo” dopo la caduta del Muro di Berlino e per riorganizzare la sinistra internazionale su una nuova piattaforma ideologica. 

Fidel Castro riconobbe nel colonnello “Hugo Chávez Frías”, presidente del Venezuela dal 2000, un vero e proprio “figlio spirituale”, capace di incarnare una nuova sintesi tra marxismo, nazionalismo e mito rivoluzionario.

Chávez si presentò come il depositario dello spirito di “Simón Bolívar”, reinterpretando l’”utopia del libertador” in chiave socialista e antimperialista.

Il bolivarismo divenne così una religione civile, fondata sul culto carismatico del leader, sull’ostilità verso gli Stati Uniti e sulla promessa di una redenzione sociale affidata allo Stato rivoluzionario.

L’eredità di Chávez fu raccolta alla sua morte, nel 2013, da “Nicolás Maduro”, che ne radicalizzò gli aspetti ideologici, trasformando il Venezuela in un laboratorio di socialismo post-moderno, sostenuto da una feroce repressione interna e da una sistematica manipolazione dell’informazione e dei risultati elettorali.

 

Negli stessi anni, in Russia, i quadri del KGB, che avevano gestito la dissoluzione dell’Unione Sovietica, mantenevano il controllo dei gangli essenziali del potere politico, militare ed economico del paese.

Vladimir Putin, presidente della Federazione dal 2000, rilanciò il mito della “Grande Russia”, proponendo una nuova sintesi tra lo stalinismo e il passato zarista, recuperato come simbolo di missione imperiale. 

L’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha fatto parte di questo progetto che punta non solo alla conquista del Donbass, ma alla russificazione di tutto il paese, per farne uno Stato vassallo come la Bielorussia.

 

In Cina, il Partito comunista pilotò la transizione verso un neo-comunismo pragmatico, che univa il ferreo controllo politico all’apertura economica al mercato occidentale.

 L’ingresso nel WTO nel 2001 suggellò questa strategia:

il comunismo rinunciava all’autarchia economica, ma non al monopolio ideologico e repressivo del potere.

Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica popolare cinese presenta sé stesso come un coerente realizzatore dei princìpi del maoismo e del marx-leninismo. 

 

Parallelamente, agli inizi del 2000, si affacciava sulla scena internazionale l’islamo-marxismo.

 Esso adottava, sul piano operativo, le tecniche terroristiche del leninismo e, su quello culturale, le strategie del gramscismo, mirando alla destabilizzazione interna dell’Occidente prima ancora che alla sua conquista militare.

Il cosiddetto radicalismo islamico rappresenta una contaminazione della “filosofia del Corano” con la prassi rivoluzionaria marxista importata dall’Occidente.

L’immigrazione di massa resta una delle armi privilegiate di questa strategia, che in Italia ha avuto una delle sue più recenti ed eclatanti espressioni nelle violente manifestazioni di piazza anti-israeliane.

 

Come negare la diffusione nel mondo degli errori del comunismo, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica? 

La   forza del neo-comunismo, nelle sue più variegate espressioni, non risiede più nella promessa di un futuro radioso garantito dalle leggi della storia, ma nella capacità di interpretare e sfruttare le crisi di un Occidente alla ricerca della sua identità.

 

In questa prospettiva, due concezioni del mondo si fronteggiano oggi in modo sempre più netto, configurando una vera alternativa di civiltà.

 Da una parte vi sono coloro che ritengono il comunismo un fenomeno archiviato dalla storia e individuano, come nemico per eccellenza del nostro tempo gli Stati Uniti d’America, incarnazione di un Occidente giudicato intrinsecamente depravato e causa di ogni male.

Per costoro, gli “amici” non sono più definiti in base a principi comuni di verità o di ordine morale, ma esclusivamente in funzione dell’opposizione all’America e all’Europa.

 Così, tutta la simpatia e l’ammirazione va a un fronte eterogeneo ma convergente, che comprende Russia, Cina, mondo islamico radicale, iper-nazionalismi di destra e di sinistra, movimenti anti-occidentali di ogni latitudine.

Ogni forza che contribuisca a indebolire l’Occidente viene assolta o giustificata, indipendentemente dalla sua natura totalitaria o apertamente anticristiana.

 

Dall’altra parte stanno invece coloro che credono nella possibilità di una rinascita cristiana dell’Europa e dell’Occidente.

 Essi non negano la profonda crisi morale delle società occidentali, ma rifiutano l’idea che la soluzione consista nella loro distruzione o nel loro assoggettamento a potenze ostili.

In questa prospettiva, gli Stati Uniti vengono considerati come una presenza storicamente necessaria per garantire lo spazio politico, culturale e militare entro cui la rinascita rimane ancora possibile.

 Per i difensori dell’Occidente, il principale nemico della civiltà cristiana resta il comunismo, nelle sue molteplici metamorfosi contemporanee.

Un comunismo che non si presenta più con i simboli espliciti del Novecento, ma che agisce, come metodo di dissoluzione culturale, come tecnica di conquista del potere e come negazione sistematica di ogni ordine naturale e trascendente.

 

Contro questa forza proteiforme è in corso una guerra ibrida, che vede da una parte gli Stati Uniti e l’Europa, pur con tutti i loro limiti, e dall’altra un asse in cui confluiscono coloro che combattono l’ordine occidentale.

 In questa aggressiva galassia, accanto alla Russia e alla Cina, è schierato da molti anni, il Venezuela di Nicolás Maduro.

È alla luce di questo quadro che si spiega la radicale divergenza di giudizi sull’intervento degli Stati Uniti volto a colpire il vertice del potere venezuelano.

Gli uni lo hanno duramente criticato, denunciandolo come una violazione del diritto internazionale e leggendo ogni iniziativa americana esclusivamente come espressione di imperialismo;

gli altri si sono invece rallegrati per l’eliminazione di un personaggio che, oltre a rovinare il proprio paese, riducendolo alla fame e all’esilio di massa, si è servito di tutte le armi, compreso il narco-traffico, per distruggere l’ordine naturale e cristiano delle due Americhe.

 

Questa polarizzazione tra due famiglie di anime non è un fenomeno secondario ed è destinata ad accentuarsi con l’aggravarsi della guerra ibrida in atto, perché tocca il livello più profondo del giudizio storico e morale.

In ultima analisi, la linea di demarcazione passa attraverso l’adesione o il rifiuto di una teologia della storia.

Da una parte vi sono quelli che interpretano gli eventi secondo categorie esclusivamente immanentistiche, riducendo tutto a rapporti di forza, interessi economici e dinamiche geopolitiche.

Dall’altra, vi sono coloro che leggono la crisi del nostro tempo alla luce di una visione soprannaturale della storia, consapevoli che dietro i conflitti visibili si combatte una reale battaglia religiosa.

 Ed è qui che continuano a risuonare, in tutta la loro forza, le parole dell’ancora incompiuta profezia di Fatima:

«La Russia diffonderà nel mondo i suoi errori… Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà».

(Roberto de Mattei).

Il rapporto sull'asse islamisti-sinistra.

Da Parigi all'Italia.

Ilgiornale.it - Alberto Giannoni – (21 dicembre 2025) – redazione – ci dice:

 

Un'indagine chiama in causa Mélenchon. L'esperto: "Adesso fare luce anche qui."

Il rapporto sull'asse islamisti-sinistra. Da Parigi all'Italia.

"Mise en cause".

 È direttamente chiamata in causa la "France Inscurisse" nel report - appena pubblicato - della commissione d'inchiesta istituita dal Parlamento francese per indagare sui rapporti tra islamisti e politica.

 

Il tema è sotto i riflettori in tutta Europa, Italia compresa, come si è visto dopo la forsennata mobilitazione “pro Pal” e “anti-Israele”.

E in tutta Europa i governi (almeno, quelli non di sinistra) si apprestano ad affrontare l'allarme, guardando al monito della Francia che, per peculiari ragioni storiche - è più "avanti" di altri in questo processo.La questione islamismo è tutta politica, e le 600 pagine del rapporto investono apertamente la formazione di estrema sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon, la "France inscurisse", accusata di essersi fatta veicolo, consapevolmente o no, di parole d'ordine e figure legate all'islamismo, che non è religione ma una forma di ideologia e potere costruita sull'integralismo religioso.

Una minaccia per la democrazia liberale.

 

Gli imam radicali fanno votare per LFI - che alle presidenziali nelle banlieue è andata sopra il 50% - e LFI usa questo consenso per rafforzarsi.

 Melenchon ovviamente nega ogni addebito.

 E la sinistra in genere tende a minimizzare le conclusioni cui è giunto l'organismo d'indagine.

Mélenchon prima ha temporeggiato, poi si è mostrato irritato per il fatto di dover dare spiegazioni e risposte, per esempio sull'antisemitismo nel suo partito, quindi ha rigettato sdegnosamente le accuse, dichiarando di non provare alcuna simpatia per le teocrazie.

 

In Francia il rapporto arriva dopo una serie di campanelli di allarme.

A maggio una relazione dei servizi ha lanciato un "sos" sul proselitismo e la creazione di ghetti in cui introdurre progressivamente “la sharia”.

Ma ha fatto scalpore anche il libro del giornalista “Omar Youssef Souleymane”, "I complici del male", saggio-inchiesta sulle connessioni tra sinistra e ambienti radicali (70mila copie).

 

Come detto, la questione non è solo francese.

 Riguarda anche l'Italia, e in generale l'Occidente, attraversato da un'ondata “pro Pal” diventata il "cavallo di Troia" dell'islam politico, che sfrutta l'ondata emotiva scatenata, o indotta, sulla guerra, per far passare una narrazione tossica su Israele, e a volte sull'intero mondo ebraico.

 E la propensione all'antisemitismo è sicuramente uno degli aspetti più problematici dell'islamismo, come anche le posizioni retrograde sui diritti civili e sulla condizione delle donne.

 E, anche in Italia, qualcuno sta pensando a iniziative simili, anche a livello politico.

 

"Certo - osserva “Tommaso Virgili”, ricercatore e coautore di Unmasking the Muslim Brotherhood - leggendo il rapporto pensavo che sarebbe necessario anche in altri Paesi europei uno studio sulla Fratellanza, sull'islamismo e sulle sue connivenze".

"Il radicalismo islamico va affrontato su più livelli - dice “Davide Romano”, degli “Amici di Israele “- Una commissione sui rapporti tra islamismo e politica ha senso se si individua bene il problema, definendo cos'è l'islam radicale".

"Bisogna mettere fuori legge i Fratelli musulmani e i loro affiliati - prosegue - e le forze politiche devono essere sanzionate (politicamente) se intrattengono rapporti con questo tipo di islam intollerante.

 

 

 

Ecco perché la sinistra coccola l’islam.

Nicolaporro.it – (11 agosto 2025) - Bruno Dardani - Redazione – ci dice:

 

Le radici profonde e striscianti della sinistra e dei suoi intellettuali affondano nell'Islam radicale:

dopo l'Urss un perfetto modello di egualitarismo e giustizia sociale contro l'Occidente.

Dalla noia al boia, cambia solo una consonante.

E certo Jean Paul Sartre, filosofo e scrittore icona del comunismo militante autore de “La Nausea” (da molti gemellato a La Noia di Alberto Moravia), deve averlo pensato quando si sperticava in lodi per l’”Ayatollah Ruhollah Khomeiny,” per gli amici a patto che ne avesse, Khomeiny, guida suprema della Rivoluzione iraniana.

 

E ancora più di lui un altro “santino” del comunismo globale, “Michel  Foucault”, che con una mano (supponiamo la sinistra) scriveva il saggio “sorvegliare e punire” condannando il sistema e l’”ideologia” alle origini delle carceri nei Paesi occidentali, dall’altra si ergeva a grande fan della rivoluzione iraniana, il cui “sciismo”  era considerato per sua natura “anti-autoritario” visto che tutto il potere arrivava da Dio.

 

Tutti in adorazione “sotto il melo.”

Quando qualche raro censore della cultura dominante si interroga sui perché della straordinaria sintonia fra sinistre specie europee, post marxisti, Centri sociali e Islam, forse dovrebbe perdere un po’ di tempo a rileggere le elegie dei due campioni francesi della cultura comunista.

Non solo ospiti costanti del “sotto-melo” (l’Ayatollah riceveva i suoi ospiti in giardino in posizione ieratica sotto un albero di melo), ma veri e propri corifei.

Agli ospiti occidentali, sbavanti anti-occidentalismo e alla ricerca di formule nuove per annientare il capitalismo (dopo il flop dell’Unione sovietica) la guida suprema della futura Rivoluzione iraniana, si presentava alla fine degli anni settanta nella sua casa di “Neauphle-le-Château”, in Francia, come un “Ghandi” in versione musulmana.

Per Foucault, anche quando i primi rami degli alberi a Teheran cominciavano a piegarsi sotto il peso dei corpi degli omosessuali impiccati, e i volti femminili sparivano sotto il burka nero, la spiritualità politica rappresentava la ricetta perfetta per lottare contro la modernità.

Quella modernità occidentalizzante di cui lo Shah di Persia “Reza Pahlevi” era considerato un campione.

 

Jean-Paul Sartre e Michel Foucault vedevano nella Guida suprema una stella nascente, quasi un santo, un’icona in grado di realizzare una società di uguali.

 E ciò spiega anche l’assenza totale dall’avvento di Khomeiny a oggi, di qualsivoglia manifestazione femminista per difendere le donne iraniane lapidate, impiccate, incarcerate.

O in tempi più recenti per urlare contro la pena di morte che in Iran, ma anche nella “Gaza di Hamas”, è la regola per punire l’omosessualità. All’insegna di un perfetto “Me too” o di un” Black matter” che  (con ricche donazioni) sono diventate negli anni l’inno delle grandi università, ma che mai e poi mai dovevano e devono sfiorare l’Islam radicale.

 

Nel Comitato di sostegno per l’āyatollāh, Sartre, che in precedenza si era già fatto affascinare da Stalin, Mao e Fidel Castro, partecipò a un comitato di sostegno per Khomeini.

 

Foucault invece si spinse oltre: viaggiò in Persia più volte prima e durante la rivoluzione. Impressionato dalle folle che gridavano «Islam, Islam, Khomeini, ti seguiamo», descrisse l’ayatollah nei suoi articoli di giornale come un santo e come un esule senza un soldo che sfidava un governo dispotico.

 

Sotto il melo la Guida suprema aveva rassicurato i giornalisti occidentali, proni davanti a lui (con la sola e unica eccezione di Oriana Fallaci) che ci sarebbero state «elezioni libere» in Iran e di essere a favore della «libertà completa», poiché l’Islam era una religione progressista. E no, non avrebbe avuto un ruolo centrale nel nuovo governo.

 

Il 1º febbraio 1979, mentre la rivoluzione iraniana entrava nella sua fase finale, l’Ayatollah Khomeini, che aveva fatto leva sull’alleanza tra l’estrema sinistra e gli islamisti, tornò a Teheran dopo diversi anni di esilio.

Il 31 marzo dello stesso anno proclamò la nascita della Repubblica Islamica, diventandone la Guida Suprema.

Affidò ai suoi più stretti alleati la direzione dei ministeri di nuova creazione e sottopose l’Iran alla legge della Sharia ed espulse gli alleati di sinistra dalle camere del potere. Ma, in fondo, per gli intellettuali, non cambiava granché:

una rivoluzione è pur sempre una rivoluzione.

 

Nel 1978, gli intellettuali di sinistra negavano l’evidenza e sostenevano che l’islamismo non avrebbe mai messo radici in Iran, mentre Khomeini parlava del suo progetto di “governo islamico” già dagli anni di esilio in Iraq. Jean-Paul Sartre, che faceva parte di un comitato di sostegno all’Ayatollah Khomeini, arrivò persino a pronunciare questa frase significativa a proposito del filosofo iraniano Ali Shariati, che considerava l’ideologo della rivoluzione iraniana:

«Non ho una religione, ma se dovessi sceglierne una, sarebbe quella di Shariatici».

 

E poi l’America e Israele, oggetto di un nuovo anti sionismo e anti semitismo made in Islam, e con l’Iran rivoluzionario come bandiera. Nulla di meglio per gli intellettuali come Sartre e Foucault, alla ricerca di nuovi modelli un po’ meno scricchiolanti rispetto allo Stalin dei 60 milioni di morti e dei gulag.

Nell’ottobre 1978, Foucault scrisse sul “Corriere della Sera” e su “Le Nouvel Observateur” che si intravedevano già i contorni di un “governo islamico” in cui le libertà e le minoranze sarebbero state rispettate — finché ciò non avesse danneggiato gli altri.

 

Scriveva anche che uomini e donne avrebbero avuto uguali diritti davanti alla legge, e che la politica iraniana sarebbe stata guidata dalla volontà della maggioranza. Tutti avrebbero potuto chiedere conto del potere ai propri rappresentanti.

Eppure già nel 1970 nel suo libro “Lo Stato Islamico, pubblicato nel 1970, Khomeini delineava un mondo mentale dominato da deliri e teorie del complotto.

Al centro di tutto questo, c’erano gli ebrei.

 

Gli ebrei: che Dio li umili.

Li descriveva come un popolo astuto e laborioso, il cui obiettivo era distruggere l’Islam e dominare il mondo.

Scrisse persino che un giorno i persiani avrebbero potuto ritrovarsi governati da un ebreo:

«Che Dio li umili» — aggiungeva — «Dio ce ne scampi!»

 

In un discorso del 1964, definì Israele «la fonte di tutti i nostri problemi». La terra apparteneva ai musulmani, sosteneva, e la sua “liberazione” era un dovere religioso.

La storia qualcosa insegna, anche in tema di plagio.

Ma i Pro-Pal non leggono molto. E nulla cambia.

Nonostante l’orrore del pogrom commesso dall’organizzazione terroristica Hamas in Israele il 7 ottobre, alcuni leader de La France Insoumise (LFI) si ritrovano a sostenerla descrivendola come un “movimento di resistenza”, o trovando attenuanti per la milizia islamista sciita libanese Hezbollah, che riceve ordini da Teheran e bombarda senza tregua i civili nel nord di Israele.

Inoltre, alcuni di loro, come “Aymerich Caron”, ritengono che vietare l’abaya nelle scuole sia un atto anti-laico, mentre Jean-Luc Mélenchon, dopo numerosi cambi di posizione, ha fatto del sostegno all’islam più anti-laico il proprio cavallo di battaglia.

(Bruno Dardani).

 

 

 

IL PERICOLO DELL'ALLEANZA

TRA ISLAM RADICALE E

 SINISTRA RADICALE

  Nuovogiornalenazionale.com - Giuseppe Augieri – Opinioni – (12 Ottobre 2025) – ci dice:

 

Sarebbe il caso che si cominciasse a tener d’occhio - oltre ai putinisti ed all’ormai affievolito pericolo dei trumpiani – anche gli islamisti.

Essendo questi ultimi, per me, i più pericolosi, ma trascurati:

 il mantra ha deciso di ignorare la penetrazione che l’islam sta avendo nelle coscienze di tutto il mondo ma in particolare nei Paesi nei quali la più radicale sinistra riesce a gestire le piazze ed i movimenti sociali.

 Il perché di questa rimozione andrebbe approfondito.

 

So di sollevare polemiche, ma non posso non constatare che l’avvertimento lanciato all’occidente dalla maggior parte dei Paesi musulmani e arabi - anche per bocca di autorevoli esperti come l”’Imam Chalghoumi e la giornalista “Souad Sbai", per questo finiti nel mirino - di non sottovalutare questa penetrazione è stato un avvertimento ignorato. In qualche caso sbeffeggiato.

Quei Paesi, che il problema lo conoscono perché lo hanno vissuto sulla pelle, ci hanno detto che «la sharia si muove come una lobby globale che mira al raggiungimento del potere attraverso una strategia ibrida e graduale, quasi mai violenta, soprattutto all’inizio. Costruisce furbescamente consensi attraverso attività sociali, culturali, religiose, benefiche e velatamente politiche. Dopodiché lanciano il sasso e spesso nascondono la mano, mentre i loro adepti si radicalizzano e soffiano sul fuoco dell’odio» (Il Riformista).

E’ l’ala “politica” di Hamas – non sanguinaria ma non meno letale - che influenza le politiche di Giordania, Kuwait, Yemen, Libia, Marocco, Iraq, Indonesia, Pakistan e Algeria; che è di fatto al potere in Sudan e Iran; che è stata messa al bando da Paesi mussulmani come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Giordania, Siria, Libia, Tajikistan, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e, tra i non musulmani, da Russia e Austria.

 Gli Stati Uniti sono sulla stessa strada.

In Europa il disagio sociale altissimo e la fragilità che ne consegue – mancano progetti seri di risposta, non si alimentano speranze contro il degrado sociale e anche democratico, che così si fanno apparire ineluttabili – possono essere un terreno dove coltivare la possibilità di usare la nostra democrazia e la nostra tolleranza proprio contro di noi.

«L’alleanza tra sinistra radicale e Islam radicale è ormai un dato di fatto» dice l’articolista.

Io sono meno pessimista, ma non posso non annotare che il pericolo esiste.

E se, come diceva Falcone, si segue la pista del denaro, i finanziamenti ad iniziative anche genuinamente sociali – fenomeni acclarati ma non pubblicizzati, il perché sarebbe da capire – dovrebbero far suonare campanelli di allarme.

E la fonte dei finanziamenti – per esempio la Turchia – essere oggetto di qualche cosa in più di distratte riflessioni in chi fonda la sicurezza sulla NATO per pericoli diversi dal diffondersi dell’islamismo.

La sinistra, per quanto zoppicante, per quanto in questo momento lontana dalla mia stima, non merita assolutamente di vedersi accomunata – in alcun modo – a movimenti di rivolta che fanno da prodomo a qualcosa di più.

 Di potersi anche lontanamente farsi considerare “l’utile idiota”. Mi rifiuto di accettarlo.

Ma c’è bisogno che due scelte vadano a questo punto riesaminate con attenzione:

quella di avere paura di essere scavalcati da una qualsiasi istanza “più a sinistra”;

quella di pensare ad uno scontro sociale portato come metodo di opposizione.

Per entrambi occorre fare marcia indietro.

Netta.

Il pericolo che entrambe queste scelte favoriscano atti di violenza è forte.

Non va combattuto autocensurando movimenti e manifestazioni: ma impedendo in ogni modo che sacche di violenza siano presenti ed addirittura talvolta dirigiste. Dire no alla violenza prima che si manifesti: dopo è sterile.

Vi è un “pregiudizio” culturale che attribuisce alla sinistra una sorta di innocenza morale.

L’idea romantica del rivoluzionario che combatte l’oppressione induce a pensare che le sue intenzioni siano «giuste» e quindi meno condannabili.

Per questo motivo episodi violenti vengono talvolta liquidati come semplici «tensioni» o «manifestazioni» e non come minacce alla democrazia.

Lo considero del tutto sbagliato.

Prendere sul serio la violenza di sinistra serve a difendere la sinistra democratica.

Che c’è. Che va rispettata.

Denunciare l’estremismo armato non equivale a criminalizzare le lotte sociali, ma a proteggerle da chi vorrebbe trasformarle in guerra ideologica.

La violenza politica non è diversa se di destra o di sinistra, perché è un “difetto della democrazia”.

Se c’è il pericolo – e per me c’è; e gli esempi si vedono; e le esternazioni “fuori del vaso” sono continue; e le iniziative dubbie sono tante – che questo sia l’aspetto più visibile di una strategia che viene dal di fuori della nostra cultura, la questione non può restare nell’ambito del dibattito culturale. Deve diventare azione politica, intesa come Politica.

Prima che affezionati ai propri partiti occorre essere affezionati alla democrazia ed alla sua cultura. Giuro che questo è "di sinistra".

 

 

 

Islamismo e sinistra da una parte, noi dall’altra.

Lavocedelpatriota.it – (17 Novembre 2025) – Luigi Trisolino – Redazione – ci dice:

 

La sinistra tace e gode di fronte a “MuRo27”, un nuovo soggetto politico di matrice islamista sorto nella capitale italiana, e composto esclusivamente da esponenti musulmani che, in quanto tali, aspirano ad entrare nella realtà politica partendo dalle elezioni del 2027.

Tace e gode la sinistra.

Ma tremano le nostre radici giudaico-cristiane evolute, attraversate dal razionalismo laicale e dalle conquiste liberali classiche in un dinamico equilibrio di storia, identità e civiltà.

Un ulteriore attacco all’Occidente vorrebbe costruire il suo nido proprio nella patria dell’occidentalismo illuminato: Roma.

 

A noi che siamo patrioti amanti delle libertà d’individui e popoli, a noi che vogliamo giungere alla liberazione dell’uomo e della donna dall’oppressione esistenziale dell’egemonia culturale, a noi che crediamo che lo Stato di diritto debba servire ardentemente la fiamma viva di un sempre libero amor patrio, a noi, spetta parare i colpi d’attacco di chi vorrebbe l’islamizzazione geopolitica dei continenti.

Sul progresso delle nostre libertà dobbiamo consolidare consapevolezze e militanze, per rafforzare l’azione politica di conservazione popolare, per mantenere viva e libera la Nazione italiana insieme a tutte le altre Nazioni sorelle d’Europa, nonché insieme alle libere Americhe.

 

Ma intanto cresce MuRo27.

Tra i suoi fondatori figura un ex militante della sinistra convertitosi all’Islam, il signor” Francesco Tieri”, attivo nelle moschee romane, come è suo sacrosanto diritto fare sul piano della libertà religiosa e sociale.

A proposito di sinistra e correnti islamiste, si può fare una riflessione più generale, che prescinde dai singoli casi di Roma e di Monfalcone (dove già si è visto un esperimento simile, seppur molto più contenuto).

 

La sinistra pareva strapparsi i capelli per i diritti delle donne, per la parità, e adesso tace supina, strizzando l’occhio a tendenze politiche fondate su culture socio religiose che, negli Stati dove vige la sharia o nel chiuso delle case dove vige la legge immorale dei padri mariti padroni, relega la dimensione del femminile nello scantinato dei diritti.

Fuggano da quelle sinistre tutti gli intellettuali onesti, come ha fatto il direttore del Tempo “Tommaso Cerno”, e come in tanti altri hanno fatto, stanno facendo e faranno.

 

I signori dell’anti-Italia vogliono giuocare sul territorio di Roma la vera lotta per un’affermazione islamista antitetica alla laicità liberale dello Stato italiano.

D’altronde, nelle mire più fondamentaliste dell’islamismo militante (non è ovviamente il caso ufficiale di MuRo27, poiché i veri estremisti si nascondono dai media e si infiltrano in circoli, lobby e partiti), è Roma il vero obiettivo di conquista.

È facile capirne il motivo: per la storia di grande vitalità del Vaticano con la Chiesa cattolica apostolica romana, che gli estremismi scristianizzanti vorrebbero veder perire.

 

In Italia per lungo tempo si è contestata alla Democrazia Cristiana una caratura troppo religiosa, antitetica alla laicità statuale, e in quanto tale superata da esperimenti partitici come La Margherita, confluita insieme ai Democratici di Sinistra nel Partito Democratico.

 Ora che gli islamisti vorrebbero realizzare un’operazione molto più confessionale e (non soltanto non-laica, bensì) anti-laicale, oltre che anti-occidentale, le sinistre confondono i diritti umani con le post-ideologie woke e gender, avallando surrettiziamente una “cancel culture” anti-italiana a mezzo politico-islamista.

 

Tacciono, quindi, le sinistre, strizzando l’occhio agli esperimenti islamisti in Italia. Tacciono come tacquero davanti a più datate ed ingiustificabili “scriminanti e attenuanti culturali” inaugurate tempo fa da alcune correnti giudiziarie, che volevano scriminare o attenuare i reati commessi da chi non ha un sistema culturale affine al nostro:

 per la serie, si scrimina o si applica un’attenuante inventata da alcune toghe a chi, per religione o per cultura nativa, non riesce a capire che le donne sono libere al pari degli uomini, per esempio.

Che scempio: per nulla affine alla nostra tradizione giuridica.

 

Ci risiamo, la sinistra – soprattutto quella di questo periodo confuso – è indifferente a tutto ciò che è cultura patriota, è indifferente quindi alla cristianità cattolica e al diritto romano quali formanti fattuali di civiltà; mentre è attratta da una evasiva nonché pseudo-adolescenziale voglia di mescolarsi con culture antitetiche alle nostre radici, e nel caso degli islamisti, con culture che vorrebbero sostituire la croce e il tricolore libero con altro.

 

Dove rintracciare i motivi dei connubi tra sinistre e islamismi geopolitici?

Nel materialismo post-leninista che, pur di atterrare il sacro cristiano, si allea con il sacro de-cristianizzante.

Ma anche nell’odio al patriottismo: quello stesso odio che vorrebbe superare il nostro concetto di patria nazionale.

La radice filosofica comune, in un macro insieme di differenti sottoculture, a ben vedere, è l’organicismo non libertario.

 

Come comunisti e tardo-comunisti vorrebbero la diminuzione massiva delle libertà economiche dei singoli nelle comunità nazionali, in nome di una omologazione che viene scambiata per eguaglianza imposta dall’altro, così gli islamisti vorrebbero un controllo dall’altro delle esistenze morali individuali, soprattutto in danno alle donne, ritenute non adatte agli impegni di direzione dello Stato e delle aziende.

Allora non ci resta che stringerci attorno a tutte quelle donne imprenditrici, in naturale parità con gli uomini imprenditori, così come non ci resta che stringerci attorno a chi come Giorgia Meloni senza chiedere il permesso a nessuno si è prodigata a servire in militanza la patria, per poi ricoprire l’onorato ed oneroso incarico di capo del governo italiano, insieme a tutti i ministri, uomini e donne.

Allora non ci resta che difendere la natura, così come non ci resta che difendere le conquiste naturali di parità: non quelle ideologicamente femministe o queer.

Ma quelle giuste, semplicemente giuste, in quanto fondate sul diritto naturale, legalizzato dalla comunità in Stato di diritto positivo.

Bisognerà monitorare tutto il sottobosco di moschee abusive di Roma, onde evitare ogni penetrazione di fondamentalismi geopolitici di matrice nazi-islamista.

 Bisognerà quindi avere a capo dell’amministrazione capitolina di Roma chi da sempre si batte con orgoglio e intelligenza per la sicurezza, anticamera di sviluppo, identità, forza e libertà.

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