La Cina è preoccupata se salta l’Iran.
La
Cina è preoccupata se salta l’Iran.
La
Cina monitora la situazione in Iran
e
afferma che proteggerà i suoi cittadini.
Slobodenpecat.mk
- Report Ad – Redazione – Free Press - (13 – 01 -2026) – ci dice:
La Cina sta monitorando attentamente gli
sviluppi in Iran e adotterà tutte le misure necessarie per proteggere la
sicurezza dei suoi cittadini, ha affermato il Ministero degli Esteri cinese.
Dopo
che martedì il Dipartimento di Stato americano ha esortato i cittadini
americani a lasciare immediatamente l'Iran, i giornalisti hanno chiesto se
Pechino stesse preparando istruzioni simili.
La portavoce del Ministero degli Esteri
cinese, Mao Ning, ha affermato che la Cina spera che l'Iran possa mantenere la
stabilità nazionale e sostiene il Paese in questi sforzi, si legge nella
dichiarazione.
Xinhua.
"La
Cina si è sempre opposta all'ingerenza negli affari interni di altri Paesi,
così come all'uso o alla minaccia dell'uso della forza nelle relazioni
internazionali.
Ci auguriamo che tutte le parti intraprendano
ulteriori azioni che contribuiscano alla pace e alla stabilità in Medio
Oriente", ha affermato Mao in una conferenza stampa.
Nel
frattempo, le autorità statunitensi hanno esortato i propri cittadini a
lasciare immediatamente l'Iran a causa dei disordini in corso nel Paese.
"Le
proteste in tutto l'Iran si stanno intensificando e potrebbero trasformarsi in
violenza, provocando arresti e feriti", ha affermato in una nota
l'ambasciata virtuale degli Stati Uniti in Iran.
Nella
dichiarazione si afferma che i cittadini americani devono aspettarsi continue
interruzioni di Internet, pianificare mezzi di comunicazione alternativi e, se
sicuro, prendere in considerazione l'idea di lasciare l'Iran via terra per
raggiungere l'Armenia o la Turchia.
Ma la
Cina si sta allontanando dall'Iran?
Signori,
è la fine del mondo multipolare.
Mowmag.com
- Federico Giuliani – (9 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Altro che narcotraffico e petrolio.
Gli
Usa hanno rapito “Nicolas Maduro” per rovinare i piani della Cina in America
Latina.
E
autorizzeranno il pugno duro contro l'Iran per allontanare il Dragone dal Medio
Oriente.
La strategia degli Stati Uniti è sempre più chiara:
contrastare l'espansione di Pechino (e Mosca)
nel “Global South” con tutti i mezzi.
Anche
a costo di scatenare guerre e conflitti.
Signori, ecco a voi la mossa “lost-lost” di Washington.
Dove tutti perdono e solo uno vince: Trump.
È la
fine del famigerato “mondo multipolare”?
Che
fine ha fatto il mondo multipolare?
Esiste
ancora dopo il blitz militare degli Stati Uniti in Venezuela, l'imminente e
probabile secondo tempo del conflitto tra Israele e Iran (anch'esso autorizzato
dagli Usa) e i vari strike effettuati da Washington in Nigeria, Yemen, Iraq,
Somalia e l'immancabile Afghanistan?
Il parterre di analisti si divide in due
schieramenti:
da un
lato c'è chi sostiene che l'ipotesi di assistere a un nuovo equilibrio
mondiale, con più centri di potere spalmati su molteplici continenti e regioni,
si sia frantumato sotto il peso della realpolitik trumpiana; dall'altro
troviamo quelli che, al contrario, si aspettano una reazione del blocco anti
occidentale.
Come
stanno le cose?
Il
fatto che Russia e Cina siano rimaste sostanzialmente inermi mentre Washington
faceva il cazzo che voleva in giro per il globo desta più di un sospetto, non
solo in merito al reale interesse che taluni governi ripongono nel concetto
stesso di mondo multipolare, ma anche sul suo funzionamento.
Se i
principali promotori di questa dimensione, ossia Mosca e Pechino, non muovono
un dito mentre i loro rivali statunitensi colpiscono i nodi che dovrebbero
creare il network alternativo all'attuale ordine a trazione Usa-Ue, chi può mai
garantire l'esistenza della multipolarità?
Venezuela.
Gli
Usa hanno rapito Nicolas Maduro per rovinare i piani della Cina in America
Latina. E autorizzeranno il pugno duro contro l'Iran per allontanare il Dragone
dal Medio Oriente...
Ansa.
Al di
là di dubbi legittimi e opinioni contrastanti, vale la pena dare un'occhiata
alla strategia di Donald Trump.
Già,
perché l'obiettivo degli Stati Uniti non è quello di contrastare il
narcotraffico in Venezuela, né di esportare la democrazia o togliere di mezzo
gli ayatollah in quanto tali.
Gli
Usa vogliono semplicemente mettere nei casini Cina e Russia.
Come?
Semplice: destabilizzando, decapitando le leadership indesiderate o addirittura
bombardando i Paesi ostili in via di sviluppo e del Global South in orbita di
Mosca e Pechino.
Nello
specifico, a Trump non serve l'oro nero di Caracas:
vuole prenderselo per toglierlo a Xi Jinping,
che in America Latina ha inviato diplomatici e aziende per plasmare l'intera
regione a uso e consumo cinese.
Seguendo questo ragionamento, Washington è
favorevole all'appoggio di Israele sulla questione iraniana per colpire la
nazione che favorisce la diramazione della Nuova Via della Seta cinese in Asia
centrale e da lì in Europa.
A proposito:
a
Teheran, proprio mentre scriviamo questo articolo, è in corso una rivolta
popolare contro gli ayatollah.
E Cina e Russia?
Anche
qui, non pervenuti o quasi.
Lo stesso vale per l'Africa, dove
l'amministrazione Trump sta cercando di farsi largo con la forza (e con la
scusa dei cristiani massacrati) per ridimensionare le presenze sino-russe
(attuali e future).
Putin,
Trump, XI.
La
strategia degli Stati Uniti è sempre più chiara: contrastare l'espansione di
Pechino (e Mosca) nel Global South con tutti i mezzi. Anche a costo di
scatenare guerre e conflitti.
Ansa.
La
logica adottata da Trump è quella del pugno duro preventivo: meglio una crisi
oggi che un rivale strutturato domani.
Potremmo definirla una “strategia lost-lost”,
l'opposto della “cooperazione win-win” tanto ripetuta dalla Cina.
Cosa significa?
Perdono
i Paesi colpiti, schiacciati tra sanzioni e bombe.
Perdono
anche Cina e Russia, costrette a rallentare le loro espansioni globali o a
rispondere alzando ulteriormente il livello dello scontro. Perde persino
l'ordine internazionale.
Ma c'è
un vincitore, almeno nel breve periodo: Trump.
Che
trasforma così il disordine globale in capitale politico interno, rilanciando
l'America come potenza del XXI secolo.
Si
tratta tuttavia di un gioco pericolosissimo, visto che la minima scintilla può
causare incendi spaventosi.
Per
ridurre i rischi, gli Usa potrebbero aver promesso a XI e Putin – ossia le
minacce numero uno e due – qualcosa in cambio per il loro “silenzio”: Taiwan al
primo, una parte dell'Ucraina al secondo.
E
l'Europa? Sipario.
Benvenuti
nel nuovo disordine mondiale multipolare.
Maria
Zakharova Parla
della
Situazione in Iran.
Conoscenzealconfine.it
– (14 Gennaio 2026) – Ministero degli Affari Esteri Russo – ci dice:
Risposta
della portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zakharova, a una
domanda dei media sulla situazione in Iran.
Domanda:
Da
oltre due settimane si verificano in Iran proteste antigovernative che si sono trasformate
in disordini.
Potrebbe commentare la situazione attuale in
questo Paese?
“Maria
Zakharova”:
“Le
sanzioni illegali dell’Occidente, a cui la Repubblica Islamica dell’Iran è
stata sottoposta per molti anni, ostacolano lo sviluppo del Paese e generano
problemi economici e sociali, che colpiscono soprattutto i cittadini iraniani
comuni.
Le
crescenti tensioni sociali vengono sfruttate da ‘forze esterne’ ostili all’Iran
per destabilizzare e distruggere lo Stato iraniano.
Vengono
utilizzati i tristemente noti metodi delle ‘rivoluzioni colorate’, quando una
protesta pacifica, guidata da provocatori addestrati e armati che agiscono
secondo istruzioni provenienti dall’estero, si trasforma in violenze brutali e
insensate, saccheggi e omicidi di forze dell’ordine e di semplici cittadini,
inclusi i bambini.
Condanniamo
risolutamente l’ingerenza esterna nei processi politici interni in Iran.”
“Va
sottolineato che il governo del Paese mostra la volontà di un dialogo
costruttivo con la società nella ricerca di modi efficaci per neutralizzare le
conseguenze socio-economiche negative della politica ostile dell’Occidente.
Sono
assolutamente inaccettabili le minacce di nuovi attacchi militari contro il
territorio della Repubblica Islamica provenienti da Washington. Coloro che intendono utilizzare i
disordini istigati dall’esterno come pretesto per ripetere l’aggressione contro
l’Iran commessa nel giugno 2025, dovrebbero rendersi conto delle conseguenze
nefaste di tali azioni per la situazione nel Medio Oriente e per la sicurezza
internazionale globale.
Respingiamo
categoricamente i tentativi sfacciati di ricattare i partner stranieri
dell’Iran con l’aumento delle tariffe commerciali.
La
dinamica della situazione politica interna del Paese e il calo delle proteste
artificialmente fomentate, osservato negli ultimi giorni, ci fanno sperare in
una graduale stabilizzazione della situazione.
Le
marce di migliaia di iraniani a sostegno della sovranità della Repubblica
Islamica sono la garanzia del fallimento dei piani sinistri di coloro che non
riescono a sopportare l’esistenza, sulla scena internazionale, di Stati capaci
di condurre una politica estera indipendente e di scegliere i propri amici in
modo autonomo”.
(Ministero
degli Esteri russo).
Venezuela,
Iran, Russia e Cina…
quanto
peserà l’instabilità sui
mercati finanziari nel 2026?
Fermonews.it – (7 Gennaio 2026) – Adnkronos.com
(Web info) – Fabio Insegna – ci dice:
Il
2026 si è aperto nel segno dell’instabilità e dell’incertezza.
Il blitz degli Stati Uniti e la cattura di
Maduro in Venezuela, i venti di guerra che spirano intorno all’Iran, le
complicate trattative per fermare il conflitto in Ucraina e le nuove potenziali
tensioni, dalle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia alle esercitazioni
della Cina a Taiwan, rendono lo scenario particolarmente complesso non solo sul
piano geopolitico ma anche, come diretta conseguenza, su quello economico.
I
mercati finanziari si affacciano al nuovo anno con una domanda di fondo:
la
capacità di resistere a qualsiasi shock mostrata nel 2025, dai dazi alle
guerre, potrà durare ancora?
Una prima risposta si può trovare in una serie
di report, appena usciti, che aiutano a mettere alcuni punti fermi:
dall’Asia agli Stati Uniti, passando per i
Paesi emergenti.
Un’analisi che mette sul tavolo i tre
principali fattori di rischio con cui fare i conti è quella di “Alicia Garcia
Herrero”, Capo economista Asia-Pacifico di “Natixis CIB”.
L’economia
globale, è la premessa, “ha dimostrato una notevole adattabilità nel 2025.
Nonostante
i continui shock causati dalle politiche incostanti dell’amministrazione Trump,
dalle minacce tariffarie alle guerre commerciali intermittenti, i mercati e le
economie sviluppate hanno resistito alla tempesta con una resilienza che ha
sorpreso molti analisti”.
Tuttavia,
con l’inizio del 2026, “vi sono fondate ragioni per ritenere che questa resilienza
possa aver raggiunto i suoi limiti”.
Tre
fattori principali stanno delineando un panorama significativamente più
complesso rispetto all’anno precedente:
i vincoli della politica monetaria
statunitense, il rallentamento accelerato della Cina e le molteplici sfide che
l’Europa si trova ad affrontare.
La
Fed, osserva l’analista di Natixis, è “in una posizione scomoda”:
“non
può allentare significativamente la sua politica monetaria senza rischiare di
riaccendere le pressioni inflazionistiche che erano state così faticosamente
tenute sotto controllo.
Il margine di manovra si è ridotto
drasticamente, e con esso scompare uno dei principali ammortizzatori che hanno
sostenuto l’economia durante gli anni turbolenti precedenti”.
Il
secondo motivo di preoccupazione deriva dal gigante asiatico. L’economia cinese
“sta
attraversando un rallentamento più pronunciato del previsto, con il settore
immobiliare ancora impantanato in una crisi strutturale, consumi interni deboli
ed esportazioni minacciate dalla frammentazione del commercio globale”.
Questo
rallentamento, osserva,
“non è
un problema isolato di Pechino, poiché le sue conseguenze si riverseranno su
tutta l’Asia, una regione fortemente dipendente dalla Cina come motore di
crescita, destinazione per le esportazioni e fonte di investimenti.
Dalla
Corea del Sud al Sud-est asiatico, le economie emergenti che si erano impegnate
a integrarsi nelle catene del valore cinesi dovranno probabilmente affrontare
un doloroso aggiustamento nel 2026, soprattutto se si verificherà una
correzione della domanda di semiconduttori e altri prodotti correlati che
l’Asia ha massicciamente esportato negli Stati Uniti, il che spiega la
resilienza di questa parte del mondo nel 2025 nonostante i dazi di Trump”.
Ma
forse nessuna regione affronta un inizio d’anno più difficile dell’Europa.
Il
continente “è intrappolato in una tempesta perfetta.
Da un lato, sta subendo un brutale shock
competitivo da parte della Cina.
Le
aziende cinesi non solo hanno raggiunto i loro rivali europei in settori
tradizionali come l’auto motive e i macchinari, ma li stanno anche superando
nelle tecnologie verdi e digitali.
Questa
sfida è aggravata da un apprezzamento reale del 35% dell’euro rispetto allo
yuan, che rende i prodotti europei proibitivi sui mercati globali, mentre le
importazioni cinesi inondano il mondo”.
Oltre alla sfida economica cinese, “l’Europa deve fare i conti con una
Russia sempre più belligerante al suo confine orientale, il che richiederà
aumenti sostanziali della spesa per la difesa proprio mentre le finanze
pubbliche sono sotto pressione.
E a
peggiorare la situazione, l’amministrazione Trump ha di fatto saltare
l’alleanza transatlantica, lasciando l’Europa geopoliticamente isolata ed
economicamente vulnerabile”.
Guardando
ai mercati asiatici, “Jian Shi Cortesi,” Investment Director Azioni Growth
Asia/Cina di GAM, indica le opportunità che vede per il 2026. In questo caso,
la premessa è che il panorama dei consumi in Asia e in Cina si sta spostando
oltre i beni tradizionali, trainato dalla crescente domanda di servizi, turismo
ed esperienze personalizzate.
Questa
tendenza “è vantaggiosa per le aziende dei settori viaggi, ospitalità, giochi,
intrattenimento e tempo libero”.
Poi c’è l’industria asiatica dell’hardware
tecnologico e dei semiconduttori che “costituisce la base essenziale per la
crescita globale dell’AI”.
In
Cina, “dato l’impegno incrollabile verso l’autosufficienza tecnologica,
l’intero ecosistema dei semiconduttori e dell’hardware rappresenta
un’opportunità di investimento strategica. Ciò va oltre la produzione di chip
per abbracciare l’intera catena di fornitura tecnologica”.
Passando
al “Fin Tech” e alla “gestione patrimoniale”, “la convergenza tra l’adozione
del digitale, l’aumento del reddito disponibile e i servizi finanziari poco
diffusi rappresenta un’opportunità interessante per investire in piattaforme
digitali e gestori patrimoniali pronti a cogliere la creazione di ricchezza
nella regione”.
Infine,
l’energia rinnovabile:
“L’urgente
necessità di sicurezza energetica dell’Asia e la leadership globale della Cina
nel settore delle energie rinnovabili stanno generando solide opportunità lungo
l’intera catena del valore delle energie rinnovabili, dall’energia solare ai
veicoli elettrici”.
L’analisi del potenziale andamento del mercato
americano sconta diverse incognite.
“Carlo De Luca”, Head of Asset Management
Gamma Capital Markets, ritiene che “l’attuale contesto macroeconomico e politico presenta
un grado di complessità e di discontinuità tale da ridurre in modo
significativo l’affidabilità delle previsioni direzionali di medio-lungo
periodo”.
In
particolare, il quadro politico statunitense “sta introducendo elementi di
instabilità strutturale che rendono il processo di formazione delle aspettative
di mercato meno lineare e più soggetto a rapidi cambiamenti di regime”.
Come
muoversi, quindi, a Wall Street?
“Il
2026 si configurerà come un anno in cui la gestione attiva assume un ruolo
centrale.
De
Luca ritiene “determinante la capacità di adattamento, selezione e controllo
del rischio. La selezione titoli sarà estremamente fondamentale”.
In un
contesto come l’attuale, “il valore non deriva dalla precisione delle
previsioni, ma dalla qualità delle decisioni prese sotto incertezza”.
Per
questo, è indispensabile privilegiare “la gestione del rischio, la flessibilità
operativa e la capacità di intervenire in modo tempestivo quando il mercato
passa da una fase di equilibrio a una fase di stress”.
Il 2026 sarà un altro anno di importanti
elezioni per i mercati emergenti.
Mali
Chivakul, Emerging Markets Economist di “J. Safra Sarasin”, calendario alla
mano, evidenzia gli appuntamenti più importanti.
In
America Latina, tenendo da parte il caso Venezuela le cui evoluzioni non
possono essere previste, Perù, Colombia e Brasile si terranno le elezioni
parlamentari e presidenziali.
“La
tendenza verso governi più rigidi in America Latina, come dimostrano la recente
vittoria di Milei e probabilmente il ballottaggio delle elezioni presidenziali
cilene a dicembre, potrebbe aprire la strada a legami politici più forti tra la
regione e gli Stati Uniti”.
Le
elezioni politiche peruviane sono previste per il 12 aprile.
Il
Perù ha attraversato un periodo prolungato caratterizzato da presidenti
impopolari e il panorama politico è altamente frammentato.
Tuttavia,
il costante fermento politico non ha intaccato la stabilità macroeconomica del
Paese.
L’ex presidente “Boluarte”, insediatosi nel
2022 in seguito all’impeachment e all’arresto di un altro ex presidente di
sinistra, “Castillo”, è stato recentemente destituito dalla carica e sostituito
dal presidente del Congresso.
Mancano
ancora alcuni mesi alle elezioni, ma i candidati in testa agli ultimi sondaggi
sono “Rafael Lopez Aliaga” (ex sindaco di Lima) e “Keiko Fujimori, volti noti
della destra già presenti alle elezioni del 2021. Fujimori” ha perso per un
margine molto ridotto, pari a 0,26 punti percentuali, contro “Castillo”.
La
Colombia terrà le elezioni parlamentari l’8 marzo e le elezioni presidenziali
il 31 maggio.
L’attuale presidente “Gustavo Petro” non può
ricandidarsi.
Gli
ultimi sondaggi indicano che le elezioni presidenziali saranno molto
competitive.
Il
partito di Petro, “Pacto Historico” (PH), continua a godere di popolarità. Il
suo candidato alla presidenza, “Ivan Cespada”, è alla pari con il candidato
centrista “Sergio Fajardo”.
Tuttavia,
la maggioranza degli elettori rimane indecisa.
Petro
sta attualmente gestendo l’economia con una politica fiscale espansiva, un
fattore che potrebbe influenzare gli elettori.
La
crescita del PIL nel terzo trimestre è stata del 3,6% su base annua, il tasso
più elevato dal 2022.
Le
elezioni politiche in Brasile sono previste per il 4 ottobre.
Il
presidente “Luiz Inácio Lula da Silva” (Lula) ha annunciato la sua intenzione
di ricandidarsi.
L’ex
presidente “Jair Bolsonaro” è stato escluso dalla corsa elettorale e sta
attualmente scontando una pena detentiva.
Non è
ancora chiaro quale candidato di destra si opporrà a Lula, che continua a
godere di popolarità e guida gli ultimi sondaggi.
Sono
stati menzionati come possibili candidati altri membri della famiglia
Bolsonaro, ma ci sono anche altri nomi, come l’attuale governatore di San
Paolo, “Tarcisio de Freitas”.
Al di
fuori dell’America Latina, l’Ungheria dovrebbe tenere le elezioni parlamentari
ad aprile, mentre la Thailandia dovrebbe indire le elezioni parlamentari nel
primo trimestre.
Per la
prima volta da molti anni a Budapest” Viktor Orbán” affronta una sfida
significativa.
Gli
ultimi sondaggi indicano ancora che “Peter Magyar” e il suo nuovo partito “Tisza”
sono in vantaggio rispetto al “Fidesz” di Orbán.
La risposta più recente di Orbán è stata
quella di allentare gli obiettivi di deficit fiscale per il 2025 e il 2026,
innescando un tipico aumento della spesa pre-elettorale.
I mercati non hanno reagito positivamente, con
i rendimenti obbligazionari in aumento di 30 punti base.
La Banca Nazionale Ungherese ha inviato un messaggio
restrittivo alla luce dell’allentamento fiscale e dovrebbe mantenere il tasso
invariato per tutto il periodo pre-elettorale.
Una
vittoria di Tisza potrebbe migliorare le prospettive dell’Ungheria di ottenere
fondi UE, potenzialmente rivitalizzando l’economia del Paese, attualmente la
più debole dell’Europa centrale e orientale.
In
Thailandia, all’inizio di settembre è stato formato un nuovo governo, dopo che la Corte costituzionale ha
destituito “Paetongtarn Shinawatra” dalla carica di primo ministro.
L’attuale primo ministro, “Antin Charnvirakul”,
ha formato un governo di minoranza e ha raggiunto un accordo con il principale
partito di opposizione, il Partito Popolare (PP), che detiene un terzo dei
seggi in parlamento.
Nell’ambito
dell’accordo, Antin si è impegnato a sostenere un calendario preciso per la
riforma costituzionale e ha promesso di sciogliere il parlamento entro quattro
mesi.
Le
elezioni parlamentari del primo trimestre del 2026 sembrano ancora aperte.
Sebbene
il PP continui a godere di popolarità tra i giovani e l’elettorato urbano, la
sua capacità di conquistare altri voti non è chiara. Nel frattempo, il partito
di Antin ha guadagnato popolarità grazie alla nomina di professionisti di
fiducia a posizioni chiave nel gabinetto economico, ma è stato criticato per la
gestione inadeguata delle recenti inondazioni.
Chiunque
vincerà, un nuovo mandato potrebbe rappresentare un’opportunità per avviare le
riforme strutturali necessarie per stimolare la crescita.
(Fabio Insegna)
(adnkronos.com
(Web Info).
In
Cina e Asia – Dazi Usa sull’Iran,
a
rischio la tregua commerciale
con
Pechino.
China-files.com
- Notizie Brevi by Redazione – (14 Gennaio 2026) – Cina-files – ci dice:
I
titoli di oggi:
Dazi
Usa sull’Iran, a rischio la tregua commerciale con Pechino.
Cina,
nel 2025 il surplus commerciale raggiunge quasi 1,2 mila miliardi di dollari.
Gli
Usa annunciano misure per l’export di chip Nvidia in Cina.
Giappone-Corea
del Sud, intesa sulla stabilità regionale.
Cina,
pressioni sui paesi Ue per bloccare i politici di Taiwan.
Premier
canadese in visita in Cina dopo anni di tensioni.
Superpetroliere
cinesi non riescono a raggiungere il Venezuela.
Dazi
Usa all’Iran, a rischio la tregua commerciale con Pechino.
L’annuncio
del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di nuovi dazi sulle merci
provenienti da paesi che commerciano con l’Iran rischia di far deragliare la
sua tregua commerciale con la Cina, il principale acquirente mondiale di
petrolio iraniano.
Il 12 gennaio, Trump ha dichiarato sui social
media che le tariffe entrano “in vigore immediatamente”.
La misura arriva pochi mesi dopo l’intesa
raggiunta con XI Jinping durante il vertice in Corea del Sud, che ha sospeso
parte dei dazi e ha condotto concessioni sulle terre rare.
Secondo
“Bloomberg Economics”, l’aliquota tariffaria media statunitense sui prodotti
cinesi è scesa al 30,8% dal 40,8% dopo la tregua di ottobre.
La
stretta sui partner di Teheran potrebbe anche mettere in dubbio i piani del
presidente Usa per una visita a Pechino ad aprile.
In mancanza di dettagli, non è chiaro se
Washington annuncerà eccezioni per la Cina.
La
portavoce del ministero degli Esteri cinese ha definito la misura una forma di
“coercizione”.
Si prevede che l’ordine colpirà in misura
maggiore anche India, Turchia, Emirati Arabi Uniti e paesi dell’Unione europea.
L’annuncio
è arrivato mentre il ministro indiano per l’informatica e le comunicazioni, “Ashwini
Vaishnaw”, incontrava il Segretario al Tesoro statunitense “Scott Besson”
insieme a funzionari di altre economie del G7.
Durante
l’incontro, l’amministrazione Trump ha esortato l’India a ridurre la sua
dipendenza dalla Cina per i minerali essenziali.
Cina,
nel 2025 il surplus commerciale raggiunge quasi 1,2 mila miliardi di dollari.
Il
surplus commerciale della Cina, ovvero la differenza tra esportazioni e
importazioni, ha raggiunto un nuovo record nel 2025, attestandosi a 1.190
miliardi di dollari.
Secondo l’agenzia doganale cinese, le
esportazioni sono aumentate su base annua del 5,5%, rispetto al 5,9% dell’anno
precedente.
Le
spedizioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 20% nel 2025.
Nel
frattempo, sono aumentate le esportazioni verso i paesi del Sud-est asiatico
(13%), l’Unione Europea (8,4%), l’America Latina (7,4%) e l’ Africa (26%).
Nonostante
possibili distorsioni dovute alle tariffe imposte da Trump, gli esperti
ritengono che l’export cinese si manterrà forte anche nel 2026.
Gli
Usa annunciano misure per l’export di chip Nvidia in Cina.
Martedì
l’amministrazione Trump ha dato il via libera ufficiale alle vendite in Cina
delle” schede grafiche Nvidia”, introducendo una norma che probabilmente darà
il via alle spedizioni del modello H200 nonostante le forti preoccupazioni dei
falchi americani.
Secondo le regole, annunciate ieri, i chip
saranno esaminati da un laboratorio di terze parti per confermarne le capacità
tecniche di intelligenza artificiale prima di poter essere spediti in Cina, che
non potrà ricevere più del 50% della quantità totale di chip venduti ai clienti
americani.
Nvidia dovrà certificare che ci siano
abbastanza H200 negli Stati Uniti, mentre i clienti cinesi dovranno dimostrare
di avere “adeguate procedure di sicurezza” e non potranno utilizzare i chip per
scopi militari. Secondo “Reuters,” tali condizioni non erano state stabilite in
precedenza.
Trump
ha annunciato il mese scorso che avrebbe autorizzato la vendita dei chip in
cambio di una commissione del 25% per il governo degli Stati Uniti.
Giappone-Corea
del Sud, intesa sulla stabilità regionale.
La
premier del Giappone, “Sanae Takaichi”, e il presidente della Corea del Sud, “Lee
Jae-myung”, hanno ribadito l’importanza di rafforzare la cooperazione per la
stabilità regionale.
In
occasione del vertice che ha avuto inizio ieri nella città giapponese di “Nara”,
i due leader hanno definito la cooperazione bilaterale “più importante che mai”
nell’attuale contesto internazionale “complesso e turbolento”, evidenziando il
valore della cooperazione trilaterale con gli Stati Uniti, ma anche la
necessità di dialogare con la Cina.
Al
centro dell’incontro la tutela delle catene di approvvigionamento e una
maggiore collaborazione in settori chiave come intelligenza artificiale e
proprietà intellettuale.
Dalla
sua entrata in carica dello scorso giugno, il presidente sudcoreano “Lee” ha
fatto della promozione dei legami positivi con il Giappone una priorità della
politica estera.
Sia Seoul che Tokyo di recente si sono
affrettate a negoziare accordi commerciali con l’amministrazione Trump per far
fronte all’imposizione di dazi.
Nel suo discorso di apertura, “Takaichi” ha
dato il benvenuto a “Lee” nella sua prefettura d’origine.
Dopo
il vertice i due leader si sono esibiti in un’esibizione di batteria, eseguendo
parti di “Dynamite” e “Golden” del gruppo “K-pop BTS”, dal film musicale
animato “KPop Demon Hunters”.
La
Cina fa pressioni sui paesi Ue per bloccare i politici di Taiwan.
Tra
novembre e dicembre la Cina ha fatto pressione sui paesi europei per limitare o
vietare l’ingresso di politici taiwanesi.
Secondo un’inchiesta del “Guardian”,
funzionari cinesi hanno contattato diverse capitali Ue chiedendo “consulenze
legali” sulle norme di frontiera.
Sia
presso le ambasciate europee a Pechino che tramite le missioni diplomatiche
cinesi nei vari paesi, funzionari di Pechino hanno lanciato avvertimenti di non
“calpestare le linee rosse della Cina”.
Dalle
fonti del “Guardian” emerge che i vari approcci utilizzati denotano
un’interpretazione “altamente specifica” delle norme Ue.
In particolare è stato citato un regolamento
noto come “Codice Frontiere Schengen”, che prevede il divieto di ingresso di
cittadini extra-Ue che non costituiscano una minaccia per le “relazioni
internazionali di nessuno degli stati membri”.
Premier
canadese in visita in Cina dopo anni di tensioni.
Il
primo ministro canadese “Mark Carney” è atteso in Cina dal 14 al 17 gennaio per
rilanciare i rapporti bilaterali dopo quasi un decennio di tensioni.
È la prima visita di un premier canadese a
Pechino dal 2017:
negli anni successivi le relazioni tra i due
paesi si sono inasprite sotto l’ex primo ministro “Justin Trudeau”, dopo
l’arresto da parte del Canada del direttore finanziario dell’azienda cinese “Huawei”
nel 2018.
Dopo
l’incontro tra “Carney” e “Xi Jinping” in Corea del Sud dello scorso ottobre,
la visita – che inizia in data odierna – punta a migliorare i legami
commerciali e di sicurezza con la Cina, sullo sfondo delle relazioni tese tra
Ottawa e Washington dovute a questioni commerciali e minacce di annessione da
parte del presidente Trump.
Tra i
temi chiave figurano l’aumento delle esportazioni di petrolio canadese verso la
Cina nel quadro della crisi venezuelana e progressi sui dazi cinesi sulla
colza, che hanno colpito duramente il Canada.
A “Reuters”
alti funzionari canadesi hanno paventato la possibilità che i leader firmino un
memorandum d’intesa.
Superpetroliere
cinesi non riescono a raggiungere il Venezuela.
Due
superpetroliere cinesi dirette in Venezuela per caricare greggio destinato alla
Cina hanno fatto inversione di rotta e sono rientrate in Asia, secondo i dati
navali pubblicati lunedì e citati da Reuters. Le due navi cisterna, “Xingye” e “Thousand
Sunny”, erano rimaste ferme per settimane nell’Atlantico, malgrado non fossero
oggetto di sanzioni, in attesa di istruzioni a causa del blocco e della crisi
politica venezuelana innescata dal rapimento del leader “Nicolas Maduro” da
parte degli Stati Uniti.
La scorsa settimana Washington ha annunciato
un accordo per esportare fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano,
garantendo che la Cina, principale mercato per il greggio venezuelano, non ne
sarebbe stata privata. Ma Pechino non riceve direttamente carichi dalla compagnia
statale “PDVSA” dal mese scorso.
Le due
navi fanno parte di un gruppo di tre superpetroliere che coprono solo la rotta
Venezuela-Cina per trasportare greggio destinato a coprire il servizio del
debito del Venezuela nei confronti della Cina.
Il
governo: forte preoccupazione
per la
situazione in Iran, al lavoro
con i
partner Ue e del G7 per soluzione.
Canaleuno.it – Askanews - Redazione – (Gen.
13, 2026) – ci dice:
Roma,
13 gen. (askanews).
“Il governo italiano segue con forte
preoccupazione la situazione di questi giorni in Iran e le notizie che stanno
giungendo circa i numerosi morti tra i manifestanti.
L’Italia chiede alle Autorità iraniane di
assicurare il rispetto dei diritti del popolo, incluso quello di espressione e
di pacifica assemblea, e l’incolumità di chi manifesta nelle piazze”.
È
quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi.
“Insieme
ai partner europei e del G7 – rende noto il comunicato – il governo italiano
continua a lavorare per una soluzione positiva della crisi, rispettosa delle
aspirazioni di libertà e parità di diritti del popolo iraniano”.
Se
l’Iran cade, la Russia incassa:
il petrolio ridisegna gli equilibri in Asia.
Investireoggi.it
- Giuseppe Timpone – (13 – 01- 2026) – Redazione – ci dice:
Il
regime in Iran rischia di cadere e la Cina segue gli eventi con preoccupazione,
mentre la Russia può sfruttare la congiuntura geopolitica.
Petrolio
e geopolitica in Asia.
Il
regime in Iran sembra sull’orlo del collasso con centinaia di morti uccisi tra
i manifestanti e alcune defezioni tra le forze di sicurezza per il rifiuto di
eseguire gli ordini e sparare alle folle.
La Cina segue gli eventi con preoccupazione,
anche se si limita a un comunicato in cui il suo ministro degli Esteri difende
il principio di sovranità dalle ingerenze esterne (leggasi “americane”).
Pechino
è principale mercato di sbocco del petrolio persiano.
A trarre possibilmente vantaggio da questi
sviluppi di geopolitica in Asia è la Russia di Vladimir Putin.
Petrolio
e geopolitica in Asia.
Nel
2025, la Cina ha acquistato dall’Iran la media di 1,38 milioni di barili al
giorno di petrolio e con punte di 1,8 milioni a giugno.
Rappresentano oltre l’80% delle esportazioni
petrolifere iraniane.
I dati
non sono certi, perché ufficialmente Teheran risulta sotto embargo e non può
esportare.
Da anni, però, le immagini riprese dai
satelliti testimoniano un fitto traffico navale nell’Oceano Indiano.
Per
aggirare le sanzioni secondarie fa ricorso all’espediente degli scambi
“ship-to-ship”:
le
navi iraniane caricano il greggio su altre navi anonime o che battono bandiera
di stati terzi.
E queste a loro volte consegnano i carichi nei
porti cinesi.
Il
petrolio iraniano incide ormai per il 13-14% delle intere importazioni cinesi.
Un altro 5-6% circa la Cina lo importa dal
Venezuela.
Gli eventi di questi giorni rischiano di
privare Pechino di un quinto del suo fabbisogno quotidiano.
Di
barili sul mercato mondiale non ne mancano in questa fase.
Anzi,
c’è un eccesso di offerta che è attesa perdurare nei prossimi trimestri.
Ma sia
Teheran che Caracas, essendo sotto embargo, sono stati costretti a vendere a
sconto.
Si
stima che le raffinerie cinesi abbiano acquistato dall’Iran per 7-8 dollari al
barile in meno.
Cina
perderebbe energia a basso costo.
L’eventuale
collasso del regime dell’ayatollah può segnare la fine delle esportazioni in
Cina, la quale perderebbe una fonte preziosa di energia a basso costo.
La
seconda in pochi giorni.
Un
altro attore in Asia segue la vicenda con particolare attenzione e con stato
d’animo diverso da quello di Xi Jinping: la Russia di Vladimir Putin.
Anch’essa
è sotto embargo, costretta a dirottare altrove le esportazioni venute meno in
Europa dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il suo
Ural viene venduto a sconto anche del 35% rispetto alle quotazioni
internazionali.
Verso
la Cina i russi esportano già tra 2,2 e 2,4 milioni di barili al giorno. Se
l’Iran collassasse, Mosca sarebbe pronta a rimpiazzarlo.
Ed
ecco che in un solo colpo riuscirebbe a garantirsi un ampliamento del mercato
di sbocco e potendo così allentare la dipendenza dal continente europeo.
È
verosimile che le compagnie cinesi continuerebbe ad acquistare a sconto, ma
accrescendo la loro dipendenza energetica dall’alleato scomodo.
La
geopolitica in Asia verrebbe riscritta a beneficio di Mosca e ai danni di
Pechino.
L’Iran,
nell’ipotesi che il regime dell’ayatollah cadesse, dirotterebbe le esportazioni
verso Occidente.
USA
reagiscono all’attivismo cinese.
Viene
da chiedersi perché la Cina, che ha tutto da perdere con l’eventuale collasso
di Teheran, resti così guardinga sulla vicenda.
Non
sta alzando la voce con gli Stati Uniti, che minacciano tramite il loro
presidente Donald Trump un intervento militare a sostegno delle proteste.
A Washington interessa più che garantirsi un
maggiore approvvigionamento di petrolio, sottrarlo ai propri nemici per
renderli meno competitivi.
È la
geopolitica della forza, che non contempla il passivismo americano dei decenni
passati rispetto all’attivismo cinese in Africa, America Latina e persino
Europa, oltre che in Asia.
Putin
se la ride, perché in cuor suo è consapevole che la ridefinizione geopolitica
nel continente asiatico può favorire il suo business del petrolio e accrescere
la sua influenza sulla seconda economia mondiale, nonché principale alleato
internazionale.
Pechino
ha finora opportunamente evitato di ripetere l’errore dell’Europa, che per
molto tempo si era affidata in gran parte alle importazioni del gas russo.
Aveva
potuto diversificare le fonti di approvvigionamento grazie all’aperta
violazione delle sanzioni USA.
La
festa è finita.
Trump
ha spento le luci ed è arrivato il momento di pagare.
(Giuseppe
Timpone).
(Investireoggi.it).
La
Cina difende l'Iran
mentre
le proteste infuriano.
Websim.it
– (14.01.2026) – Redazione – ci dice:
Il
governo cinese si oppone all'ingerenza esterna in Iran, mentre le proteste nel
paese causano oltre 2.500 vittime, con tensioni crescenti tra Iran e Stati
Uniti.
Analisi
tecnica.
Il
governo cinese ha espresso la sua contrarietà a qualsiasi ingerenza esterna
negli affari interni dell'Iran, in risposta alle dichiarazioni del presidente
statunitense Donald Trump, che ha annunciato l'intenzione di adottare
"misure molto severe" contro Teheran.
Secondo
il gruppo per i diritti umani “Hana”, con sede negli Stati Uniti, il numero
delle vittime delle manifestazioni in Iran ha raggiunto 2.571.
I
leader iraniani stanno cercando di soffocare la più grande ondata di proteste
degli ultimi anni, mentre le minacce di intervento da parte degli Stati Uniti
si intensificano.
Ieri,
Trump ha incoraggiato gli iraniani a proseguire le manifestazioni, promettendo
supporto.
Tuttavia,
funzionari iraniani accusano gli Stati Uniti e Israele di fomentare la
violenza, attribuendo le morti a "agenti terroristici" istruiti
dall'estero.
(Redazione).
Perché
la guerra in Iran
preoccupa
molto la Cina.
Avvenire.it - Luca Miele – (23 giugno
2025) – Redazione- ci dice:
Pechino
ha condannato con forza i raid sull'Iran: violato il diritto internazionale.
Ma la
crisi mette a nudo la fragilità energetica del gigante asiatico e ridimensiona
le sue ambizioni politiche.
Perché
la guerra in Iran preoccupa molto la Cina.
ANSA –
“Guo Jiakun”, portavoce del ministero degli Esteri cinese.
La
condanna è stata decisa.
E i toni (insolitamente) forti.
La
Cina non ha esitato a stigmatizzare l’azione di forza degli Usa ai danni
dell’Iran:
“L’intervento
degli Stati Uniti – ha detto” Fu Cong”, rappresentante permanente della Cina
presso le Nazioni Unite - viola gravemente gli scopi e i principi della Carta
delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, nonché la sovranità, la
sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran.
Ha
esacerbato le tensioni in Medio Oriente e inferto un duro colpo al regime
internazionale di non proliferazione nucleare”.
Non
solo.
Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri cinesi “Wang
Yi “aveva parlato al telefono con i suoi omologhi israeliano e iraniano,
invitando (senza successo) le parti alla de-escalation.
Toni,
a tratti veementi, che svelano tutta l’irritazione di Pechino.
Perché
la crisi che si sta consumando in Medio Oriente a colpi di raid – e nonostante
il desiderio del gigante asiatico di accreditarsi agli occhi della comunità
internazionale come un possibile mediatore – denuda una serie di vulnerabilità
della Cina.
Primo
di tutto di natura economica.
Pechino
è un attore interessato della crisi:
il 45%
del petrolio cinese passa attraverso lo Stretto di Hormuz, quell’imbuto che
proprio Teheran potrebbe “strozzare” e chiudere, come ritorsione e prova di
forza.
Pechino importa circa tre quarti del suo
petrolio greggio dall'estero. Una fragilità a cui la dirigenza cinese è
particolarmente sensibile:
Xi
Jinping considera la sicurezza energetica un elemento chiave del suo programma
politico.
Il
gigante asiatico è poi uno dei maggiori investitori esteri diretti in Iran. I
due Paesi hanno firmato un Piano di partenariato strategico nel 2021 che ha
individuato 400 miliardi di dollari di potenziali investimenti cinesi
nell'economia iraniana nei successivi 25 anni.
“
Einar Tangen”, ricercatore senior presso il “Taihe Institute” di Pechino e
fondatore di “Asia Narratives”, ha descritto la prospettiva della (temuta)
caduta del governo iraniano come uno "scenario da incubo" per
Pechino.
"Il
caos regionale e l'interruzione dei flussi petroliferi – ha detto - avrebbero
un impatto enorme sulle risorse energetiche vitali e sugli interessi strategici
della Cina.
Oltre
a ciò, creerebbero un enorme vuoto di potere e minaccerebbero gli investimenti
cinesi nella “Belt and Road” in tutta la regione".
C’è
poi il fronte più decisamente politico.
La crisi rigetta la Cina ai margini della
scena, costringendola di fatto a un ruolo di spettatrice impotente.
Dopo il successo nella normalizzazione delle
relazioni tra Arabia Saudita e Iran, considerato una "medaglia" della
diplomazia cinese, siamo davanti a un ridimensionamento che restituisce il
pallino nelle mani degli Usa.
Escluso
un coinvolgimento militare diretto della Cina a sostegno di Teheran, restano le
armi della diplomazia.
Che, mai come oggi, appaiono spuntate.
La
strategia Usa per la sicurezza
suona
l’allarme per l’Europa.
Libertaeguale.it - Alessandro Maran – (10
Dicembre 2025) – Redazione – ci dice
Dunque,
gli Stati Uniti hanno ufficialmente una nuova strategia in materia di politica
estera e sicurezza nazionale che segna un’evoluzione significativa persino
rispetto al primo mandato del presidente Donald Trump.
Giovedì
scorso, Trump ha pubblicato la sua Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS)
aggiornata.
Si
tratta di un documento ampio che spiega la visione generale dell’America sulle
priorità della politica estera. (whitehouse.gov/…/2025-National-Security…).
“Dopo
la fine della Guerra Fredda, le élite americane di politica estera si sono
convinte che il dominio permanente americano sul mondo intero fosse nel
migliore interesse del nostro Paese”, afferma la nuova NSS.
“Tuttavia
gli affari degli altri Paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano
direttamente i nostri interessi”.
Tra le lagnanze sugli alleati parassiti, la
strategia di Trump esalta il “primato delle nazioni” nel sistema
internazionale, respinge “le incursioni lesive della sovranità delle
organizzazioni transnazionali più invadenti” e proclama: “Concentrarsi su tutto
significa concentrarsi su nulla. Gli interessi fondamentali della sicurezza
nazionale americana saranno il nostro obiettivo”.
La
nuova strategia ha significati diversi per le diverse parti del pianeta. Ma
come indicano i titoli dei giornali di tutto il mondo, ciò è particolarmente
significativo per l’Europa.
Sottolineando il suo punto di vista, Trump ha
dichiarato lunedì in un’intervista a POLITICO (politico.com/…/donald-trump-full-interview…)
che gli
alleati europei sono “in decadenza” e “deboli” (su Linkiesta.it, Francesco
Cundari oggi invita a vedere il video dell’intervista “per apprezzarne
pienamente il carattere sconclusionato, erratico, ripetitivo e umorale”: (linkiesta.it/…/e-ora-di-considerare…/).
“Questa
NSS è un vero, doloroso e scioccante campanello d’allarme per l’Europa”, scrive
“Emily Harding del CSIS | Center for Strategic & International Studies di
Washington”. “È un momento di profonda divergenza tra la visione che l’Europa
ha di sé stessa e la visione di Trump per l’Europa.
Se l’Europa aveva qualche dubbio sul fatto che
l’amministrazione Trump sia pienamente impegnata in una strategia dalle maniere
forti, ora ne è certa.
L’amministrazione
chiede – esige, in realtà – che l’Europa controlli la propria parte del mondo
e, soprattutto, che paghi di tasca propria” (csis.org/…/national-security-strategy-good…).
Sempre
al CSIS, “Max Bergmann” osserva che questa strategia potrebbe significare la
fine della NATO.
Il
documento di Trump avverte che l’Europa si trova di fronte a una “prospettiva
reale e (…) cruda di cancellazione della civiltà” a causa delle “attività
dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e
la sovranità politica, delle politiche migratorie che stanno trasformando il
continente e creando conflitti, della censura della libertà di parola e della
repressione dell’opposizione politica, del crollo dei tassi di natalità e della
perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi”.
Per “Bergmann”,
la nuova strategia “cerca deliberatamente di far rivivere il nazionalismo
europeo” e offre “un esplicito sostegno ai partiti nazionalisti di estrema
destra” in Europa.
Ciò
contrasta con l’ordine liberale del secondo dopoguerra, di cui la NATO è un
pilastro.
La nuova NSS di Trump “potrebbe innescare una
collisione importante e potenzialmente la fine dell’alleanza”, avverte “Bergmann”
(csis.org/anal…/nss-could-destroy-nato-alliance).
Secondo
l’ex consigliere diplomatico dell’UE “Zaki Laïdi”, la nuova strategia per la
sicurezza nazionale degli Stati Uniti rappresenta un deciso allontanamento dai
valori universalisti che hanno guidato la politica estera degli Stati Uniti dal
1945 e la sua posizione nativista e antiliberale dovrebbe dissipare ogni
illusione europea residua sullo stato attuale dell’alleanza transatlantica (project-syndicate.org/…/trump-national…).
Riflettendo
sul nazionalismo stridente della nuova NSS di Trump in un editoriale per “Project
Syndicate”, Laïdi lo definisce una ricetta per “Make Europe White Again”
(rendere l’Europa di nuovo bianca).
Questa
è un’osservazione sulla politica di Trump in materia di immigrazione, ma ha
ripercussioni anche sulla strategia di sicurezza transatlantica.
Dopotutto,
il nuovo NSS di Trump ammonisce:
“È più
che plausibile che entro pochi decenni al massimo, alcuni membri della NATO
diventino a maggioranza non europea.
Pertanto,
è una questione aperta se considereranno il loro posto nel mondo, o la loro
alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la
carta della NATO”.
In
risposta a tutto ciò, gli analisti europeisti raccomandano quasi all’unanimità
che l’Europa si dia una mossa, e in fretta. In un editoriale per “The Guardian”,
Georg Riekeles e Varg Folkman dell’European Policy Centre scrivono:
“Se
gli Stati Uniti vogliono declassare la sicurezza dell’Europa, ciò dovrà avere
un costo:
la
loro influenza nella regione dovrebbe seguire quella tendenza” (theguardian.com/…/trump-doctrine-europe-us…).
Su “Foreign
Policy”, “Nathalie Tocci” dell’Istituto Affari Internazionali –scrive che
l’Europa dovrebbe effettivamente farsi carico degli sforzi per difendere
l’Ucraina.
“Gli
europei possono dire [a Trump]: quando si tratta dell’Ucraina, possiamo gestire
la guerra”, scrive Tocci.
“Tutto ciò che chiediamo è di continuare a
fornire informazioni e a dare il via libera all’acquisto di armi, mentre
prendiamo tempo per costruire le nostre” (foreignpolicy.com/…/national-security-strategy…/).
Su “The
Economist”, Mark Leonard dell’European Council on Foreign Relations (ECFR)
osserva:
“Molti
leader europei si trovano in difficoltà.
Si
trovano a dipendere dalle garanzie di sicurezza di un presidente americano che
sostiene i partiti politici che rappresentano la maggiore minaccia alla loro
stessa sopravvivenza politica.
Diplomazia
abile, aumento della spesa per la difesa e adulazione hanno finora evitato una
catastrofe in Ucraina.
Ma i
leader europei, concentrandosi sulle emergenze politiche a breve termine
alimentate dalla Casa Bianca, perdono di vista una sfida MAGA più profonda e a
lungo termine: quella ideologica”.
Di
fronte alla dura critica di Trump alla politica e alle società pluraliste,
scrive Leonard, i centristi europei devono trovare un modo per “ricostruire il
sostegno nelle comunità che si sono a lungo sentite abbandonate e trovare
risposte a problemi che sono stati a lungo lasciati inasprire.
Se ci
riusciranno, Trump non sarà solo un petardo populista.
Sarà
anche un catalizzatore per una nuova politica europea centrista” (economist.com/…/its-time-europe-got-to…).
(Alessandro
Maran).
Sguardo
libero e occhi aperti.
La
reale indipendenza del Garante
nazionale
dei diritti delle persone
private
della libertà personale.
Questionegiustizia.it
– Dott. Riccardo De Vito, giudice del
Tribunale di Nuoro – (8-07 – 2025) – ci dice:
Un
grido di allarme sull’indipendenza del Garante nazionale dei diritti delle
persone private della libertà personale. In democrazia, avere cura delle
istituzioni significa anche segnalare motivi di preoccupazione e aspetti
critici.
Anche
con poche parole scritte sul retro di una cartolina, “Michel Foucalt” scolpisce
metafore potenti:
«Ecco com’è la città in cui sono nato: santi
decapitati, con il libro in mano, vegliano a che la giustizia sia giusta».
Mettiamo
pure da parte le scie di pensiero che quelle statue acefale impressero nella
mente del futuro autore di “Sorvegliare e punire” e concentriamoci sul
presente.
Una
giustizia davvero capace di tutelare la dignità e i diritti fondamentali delle
persone con le quali ha a che fare – sia che siedano dalla parte della colpa
sia che sposino la virtù: solo con questa parità di trattamento inizia a
definirsi “giusta” – può essere
garantita da autorità acriticamente chine sui libri dei codici, prive di testa
e occhi per guardare la realtà?
È
questo l’interrogativo che la metafora suscita e che si ripropone con forza
ogni qual volta il “sistema giustizia” perde un po’ del suo sguardo autonomo,
libero, indipendente.
Capita,
ad esempio, con la riforma dell’ordinamento giudiziario in discussione in
questi giorni al Senato, che mira a far gravitare i magistrati nell’orbita
della politica.
Oggi,
tuttavia, un teso grido di allarme si deve levare per un’istituzione che
abbiamo man mano conosciuto come un pezzo essenziale della democrazia di
quest’epoca:
il
Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
Mettiamo
in fila un po’ di fatti, a cominciare da un’intervista che ha il merito di
allertare anche l’opinione pubblica.
Lo
scorso 5 luglio, uno dei tre componenti del collegio del Garante, a una domanda
che parte dall’impressione che dietro alcune decisioni dell’istituzione vi
«siano motivi politici», per poi argomentare sul fatto che il Garante dovrebbe
essere un’istituzione indipendente, risponde con una frase secca:
«In
tutta sincerità no».
Non
siamo nella testa del giornalista e dell’intervistato e non possiamo non porci
domande:
in
fondo, l’informazione seria serve anche a partorire dubbi.
A cosa
si riferisce quel “no”?
Alla
circostanza che alcune scelte del Garante siano determinate da finalità
politiche o al fatto che questa gestione dell’autorità di garanzia, in questo
momento storico e politico, non sia munita del sufficiente grado di
indipendenza dalla maggioranza di governo?
Conviene
tralasciare le congetture.
Più
utile soffermarsi sul coraggio con cui la conversazione mette a nudo alcune questioni
spinose, la prima delle quali attiene all’inerzia mantenuta dal Garante sulla
prima struttura extraterritoriale di trattenimento per stranieri costruita
dall’Italia.
Si tratta, come noto, del “centro di Gjadër”,
nell’entroterra albanese, attivo da ottobre 2024 e nel quale, ad aprile 2025,
sono stati (de)portati dall’Italia i primi quaranta migranti.
Sorprende
che il Garante per la difesa dei diritti delle persone private della libertà
personale non abbia espresso alcun parere sul trasferimento dei migranti, né
abbia effettuato alcuna visita ispettiva in quei centri dove solo
quell’autorità, in sintonia con la sua missione istituzionale, può entrare e
posare lo sguardo.
Eravamo
abituati, fino a tutto il 2023, a un’istituzione in grado di monitorare con
attenzione non solo i “Centri per il Rimpatrio”, ma anche le stesse operazioni
di rimpatrio, seguendo le fasi di partenza in aeroporto e salendo a bordo dei
voli charter noleggiati dal Ministero dell’Interno.
Grazie
a quel lavoro prezioso, posto in essere in ossequio alla “Convenzione contro la
tortura delle Nazioni Unite” e alla Direttiva 115/CE/2008 del Parlamento
Europeo e del Consiglio, abbiamo imparato che un’operazione delicata come il
rimpatrio non è disciplinata dalla legge, ma solo da circolari del Ministero
dell’Interno e che ad essere messa a repentaglio, spesse volte, è anche la
salute di persone affette da patologie importanti, esposte alla totale perdita
di continuità terapeutica nei Paesi di destinazione.
L’acquisizione
di questi saperi è stata possibile perché il Garante, per come strutturato, è
l’unica autorità nazionale che può seguire tutte le fasi del rimpatrio senza
essere coinvolta politicamente nell’organizzazione dello stesso. Proprio ora
che si sente il bisogno dell’azione conoscitiva offerta da quella mancanza di
coinvolgimento, in relazione a centri extraterritoriali che rischiano di
diventare più opachi di quelli nazionali, dal Garante arrivano solo angoscianti
silenzi.
Altri
motivi di preoccupazione, poi, si aggiungono.
Ai
primi di giugno 2025, l’avvocato “Michele Passione”, che dal 2016 ha assistito
il Garante quale parte civile nei più importanti procedimenti riguardanti
episodi di maltrattamenti o torture da parte delle Forze di polizia nei luoghi
di detenzione (Santa Maria Capua Vetere, San Gimignano, Firenze-Sollicciano,
Verona e altri), ha rinunciato al proprio mandato, chiedendo anche la
cancellazione dall’Elenco degli esperti e consulenti a titolo gratuito del
Garante.
Al gesto dell’avvocato Passione si sono
aggiunti quelli, analoghi, di altri avvocati e collaboratori storici.
Cosa
disvelano queste rinunce?
Le parole di Michele Passione, riportate dalla
stampa, sono nette e taglienti:
il motivo è costituito dall’impossibilità, con
la presente gestione dell’autorità, di portare avanti in maniera efficace il
proprio mandato, che a volte sembra addirittura essere ostacolato:
mancate
risposte, omessa interlocuzione, scarsa circolazione di saperi processuali,
nomine intempestive e come tali inidonee ad assicurare la presenza della difesa
tecnica in momenti centrali dei procedimenti (soprattutto incidenti probatori).
Più al
fondo, un’abdicazione dell’istituzione ad assolvere fino in fondo alla propria
missione:
niente
più visite a sorpresa, in grado di prevenire l’attitudine del carcere e dei
centri di detenzione a “farsi belli” quando vengono avvisati dell’approssimarsi
di un’ispezione;
monitoraggi
sbilanciati sulle sole informazioni raccolte nei colloqui con esponenti del “Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria”;
niente
più relazioni annuali al Parlamento.
Su
quest’ultimo punto occorre soffermarsi.
L’ultima
relazione al Parlamento risale, ormai, a oltre due anni fa, giugno 2023, e a
presentarla fu il collegio composto da Mauro Palma, Daniela De Robert, Emilia
Rossi.
Poi
più nulla, anche qui solo silenzio, nonostante l’obbligo legislativo.
Eppure,
stiamo parlando di un documento strategico, fondamentale per rivelare
l’attività effettivamente svolta dall’istituzione, per comprendere le reali
dimensioni della ‘questione detentiva’ in tutti i suoi drammatici aspetti, per
fornire alla politica e agli operatori le basi conoscitive per possibili linee
di intervento. La relazione è la fotografia che solo un occhio vigile e
indipendente può scattare. Se manca quell’occhio, si perde la conoscenza.
Sempre
a proposito di ragioni di allarme, bisogna dire che i rischi per l’indipendenza
dell’istituzione erano stati segnalati anche in occasione della nomina, a
ottobre 2024, del presidente del collegio, “Riccardo Tuttini Vita”, scelto tra
le fila di quella Amministrazione Penitenziaria sulla quale il Garante è
chiamato a svolgere la sua funzione di controllo.
A
venire all’attenzione non era l’idoneità soggettiva della persona individuata,
ma l’opportunità di una selezione che pareva porsi in contrasto con la stessa
legge istitutiva, la quale precisa che i componenti del collegio del Garante
devono essere scelti tra persone non dipendenti delle pubbliche amministrazioni
(art. 7 dl 146 del 2013).
Come
hanno scritto alcune associazioni (Antigone e Magistratura democratica tra
queste), il controllato non può essere chiamato a fare il controllore.
Il
problema delle garanzie correlate al meccanismo di nomina, in questo frangente
storico, non sembra porsi soltanto in riferimento al Garante dei diritti delle
persone private delle libertà personale.
A
dicembre 2024, i Presidenti di Camera e Senato hanno provveduto alla nomina dei
componenti dell’Autorità garante dei diritti delle persone con disabilità,
indicando quale presidente “Maurizio Borgo”, che, fino al momento della nomina,
era stato capo di gabinetto del ministro per le disabilità.
Messe
insieme le vicende che destano una certa apprensione per l’indipendenza del
Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, si auspica
che l’attività dell’istituzione, nel suo futuro, sappia rassicurare sulla
propria autonomia.
L’allarme
che questa nota intende sollevare non riguarda le competenze e le conoscenze
delle persone chiamate di volta in volta a ricoprire gli incarichi di
presidente e componente del collegio, ma una tenuta sistematica generale
dell’istituzione come tale.
L’autonomia dalla politica, prerequisito di
una reale indipendenza, è decisiva per quella tenuta.
Parliamo di un’istituzione alla quale la legge
affida il compito di vigilare sulla custodia delle persone private della
libertà personale, sia che la privazione sia disposta con provvedimenti
dell’autorità giudiziaria o amministrativa sia che si tratti di privazione di
fatto, attuata in qualunque luogo.
La
medesima legge individua nel Garante anche il Meccanismo nazionale di
prevenzione della tortura (National Preventive Mechanism) nell’ambito del
Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
In un
lessico più comprensibile di quello della legge, possiamo dire che il Garante
nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale è
quell’organismo creato per stare, letteralmente, “nel mezzo” tra il più
terribile potere dello Stato, quello di punire e rinchiudere, e i corpi delle
persone ristrette.
Un’autorità
chiamata, per missione, a mettersi di traverso ogni volta che il potere statale
trasmodi in arbitrio, trattamento inumano, tortura.
Un’autorità
scudo: fondamentale che sia autonoma e indipendente da tutti i settori del
potere statale.
La
decisiva importanza di questa istituzione abbiamo imparato a comprenderla
strada facendo, a partire dalla sua costituzione.
È attraverso le sue relazioni, i suoi
rapporti, il suo occhio esteso anche fuori dai confini dal carcere che abbiamo
compreso come la perdita
della libertà personale, in questi tempi, non
sia fenomeno limitato ai luoghi istituzionali (carcere, REMS, CPR e così via),
ma coinvolgente tante persone vulnerabili in tanti luoghi diversi, dai c.d.
black sites alle Residenze Sanitarie Assistenziali, per finire alle comunità
terapeutiche.
Come
ripete spesso una teologa,” Simona Segoloni Ruta”, a proposito della clausura
femminile, la privazione della libertà non è questione di dove sei ristretto,
ma di quello che puoi fare.
Sono
concetti con i quali il Garante ci ha fatto entrare in confidenza, occupandosi,
ad esempio, della detenzione delle tante “fragilità recluse” nei luoghi di cura.
Quanto
significativo sia stato l’apporto di questa autorità, nella precedente
gestione, è disvelato da fondamentali pronunce della Corte costituzionale.
La sentenza 76 del 2025, nel prevedere
l’obbligo del giudice tutelare di audire la persona interessata prima di
convalidare il trattamento sanitario obbligatorio in degenza ospedaliera,
sottolinea «le sollecitazioni espresse in più occasioni dal Garante nazionale
dei diritti delle persone private della libertà personale, volte all’adozione
di maggiori cautele nell’applicazione dei trattamenti sanitari coattivi,
affinché siano disposti in via residuale e nei soli casi effettivamente
previsti dalla legge».
Guarda
caso, a essere messa esplicitamente in rilievo è proprio la Relazione al
Parlamento 2023.
La
recentissima sentenza 96 del 2025, pur nell’ambito di una pronuncia di
inammissibilità, ritiene che sussista un vulnus di costituzionalità con
riferimento alla mancata disciplina per legge dei “casi” e dei “modi” in cui
uno straniero può essere trattenuto.
Per
l’ennesima volta, con questa decisione, si evidenzia che una delle poche tutele
degli stranieri ristretti è affidata ai reclami all’autorità Garante dei
diritti delle persone private della libertà personale (non soltanto quella
nazionale). L’indipendenza del Garante, dunque, ha anche favorito il lavoro dei
giudici e delle Corti, fornendo loro quella ‘camera con vista’ sulla carne
delle persone, sulla realtà dei fenomeni da decidere. In sostanza, si potrebbe
dire che ha reso il diritto migliore.
Non si
può dimenticare, poi, che viviamo una contingenza storica in cui le aggressioni
alla libertà personale, al diritto a non subire tortura e trattamenti inumani
e/o degradanti, persino all’habeas corpus, stanno diventando la cartina di
tornasole dei mutamenti della democrazia.
Dall’America
di “Alligator Alcatraz” e delle deportazioni attuate con forza nelle strade
delle città spira un vento feroce, che alle nostre latitudini trova vele
spiegate nelle voci miranti a modificare o abrogare il reato di tortura per
concedere mano (più) libera alle forze di Polizia, nonché nelle leggi volte a
incrementare i reati e gli anni di detenzione.
Abbiamo,
dunque, un essenziale bisogno che il Garante nazionale per i diritti delle
persone private delle libertà torni a far sentire la pressione deterrente del
suo sguardo libero, a far udire la sua voce indipendente.
È bene
che la politica e la società civile si facciano carico di questo bisogno, se
necessario anche tornando a lavorare sulla legge istitutiva, al fine di rendere
più solidi i baluardi dell’autonomia.
L’indipendenza
del Garante è un punto nevralgico della democrazia di quest’epoca, non possiamo
permettere che venga messa in discussione, né che si assottigli nel silenzio
generale.
Testa
e sguardo dell’istituzione devono rimanere liberi.
Di
tutto abbiamo necessità, in questa democrazia, tranne che di santi decapitati.
La
verità sul Venezuela che
la sinistra europea continua
a
negare: Maduro ha oppresso
il Paese con una dittatura orrenda.
Secoloditalia.it
– (11 -01 – 2026) – Carlo Fidanza -Politica – Redazione- ci dice:
Elezioni
rubate, prigionieri politici, fame e repressione: il regime di Maduro e prima
ancora quello di Chavez hanno avuto un prezzo umano ed economico altissimo e
rappresentano l'ennesimo fallimento del comunismo in salsa latinoamericana.
Ma una
parte della sinistra cerca di coprirlo.
A
sinistra, lo sappiamo, sono allergici alla verità.
Lo
hanno dimostrato quando non hanno votato la risoluzione del Parlamento europeo
che ha riconosciuto” Edmundo González Urrutia” come il legittimo presidente del
Venezuela dopo le elezioni rubate dal regime comunista di “Nicolás Maduro”, lo
dimostrano oggi le vergognose parole di “Maurizio Landini” a sostegno di “Maduro”
e la pretesa ideologica di insegnare a milioni di venezuelani cosa sia stato il
loro Paese durante questo incubo durato ventotto anni.
Già,
perché Maduro non è nato dal nulla.
È il prodotto di un sistema di potere
costruito prima da “Hugo Chávez”, l’uomo che ha trasformato una Nazione
ricchissima di risorse in uno Stato poverissimo, e degenerato poi in un’orrenda
dittatura fatta di propaganda, di una morsa stringente sulle istituzioni, di
repressione e povertà.
Questo
è stato il Venezuela di Maduro:
oppositori
incarcerati e torturati, magistratura e forze di sicurezza asservite, libertà
di stampa e religiosa cancellate.
Il
prezzo umano è stato altissimo, con centinaia di prigionieri politici detenuti
senza garanzie processuali dopo anni in cui le proteste popolari sono state
soffocate con la forza.
La fame e la povertà, poi, sono diventate una
costante:
stipendi
minimi da 3 euro all’ora, inflazione cronica, servizi sanitari al collasso,
bambini malnutriti e l’esodo di quasi 8 milioni di venezuelani costretti a
lasciare la propria terra.
Il tutto con i cartelli del narcoterrorismo
che spadroneggiano inseriti in ogni ganglio vitale del Paese.
Non un
“modello di sovranità”, come piace raccontare ai leader della sinistra
gruppettara nostrana, ma l’ennesimo fallimento del comunismo in salsa
latinoamericana.
Anche
perché di sovranità e indipendenza, in Venezuela, non se ne vedeva neppure
l’ombra, con una sopravvivenza legata a doppio filo alle potenze
anti-occidentali: Russia, Cina, Iran e Cuba esercitano un’influenza senza pari,
dalla sicurezza all’intelligence, fino alla gestione economica.
Altro
che autodeterminazione.
Tutto questo, puntualmente, viene rimosso da chi in
Italia e in Europa soltanto oggi si riempie la bocca di “diritto
internazionale”, dopo aver taciuto per anni delle costanti violazioni dei
diritti umani più elementari.
Ovviamente
avremmo sognato una transizione che vedesse insediarsi il presidente legittimo
Edmundo Gonzalez Urrutia, per convocare al più presto libere elezioni politiche
che Maria Corina Machado, donna coraggiosa e straordinaria combattente, avrebbe
probabilmente vinto a mani basse.
Non è
ancora giunto il tempo, perché il controllo dell’apparato chavista sulle forze
armate è ancora pesante e ancora non c’è alternativa allo scendere a patti con
la leader pro-tempore “Delcy Rodriguez”.
La
pressione americana dovrà portare alla liberazione definitiva di tutti i
prigionieri politici, allo smantellamento della minaccia dei cartelli del
narcoterrorismo e, finalmente, alla transizione democratica.
Il
supporto e la compattezza della comunità internazionale a questo percorso
devono essere forti e senza sconti.
Soltanto
così la caduta di Maduro non sarà una vittoria mutilata ma quell’alba di
libertà che i venezuelani aspettano da troppo tempo.
(Carlo
Fidanza- Capodelegazione di FdI al Parlamento europeo).
La
parabola di Nicolás Maduro,
da
promessa socialista a triste autocrate.
Rainews.it
– (03/01/2026) - Giuseppe Asta – Redazione – ci dice:
Al
potere dopo il popolarissimo Chavez, non ne eguaglierà mai i consensi, tra
crisi economica, involuzione autoritaria, isolamento internazionale.
Poi
l'escalation con gli Usa.
Non si
può raccontare Nicolás Maduro senza partire da Hugo Chávez, presidente del
Venezuela dal 1999 fino alla morte nel 2013 e dopo avere fallito un colpo di
stato nel 1992.
Populista
autoritario per gli oppositori, autentico rivoluzionario per i sostenitori, si
ispirava a “Simón Bolívar”, l'eroe dell'indipendenza di Bolivia, Venezuela,
Perù e Colombia a inizio ottocento e alla rivoluzione cubana, lo muoveva una
filosofia politica che mischiava marxismo, cattolicesimo, nazionalismo e una
contrapposizione senza sconti agli Stati Uniti.
Fu uno
dei leader più importanti del cosiddetto Socialismo del XXI secolo, che un
quarto di secolo fa sembrava rappresentare una nuova era di uguaglianza per il
Sudamerica ma di cui oggi resta molto poco.
Nicolás
Maduro, nato nel 1962, autista e leader sindacale, entra nella cerchia di
Chávez ancora prima della vittoria elettorale, grazie alla moglie, una degli
avvocati che avevano ottenuto la liberazione del futuro presidente dopo il
fallito golpe.
Diventa
l'uomo chiave per i rapporti internazionali del governo chavista come ministro
degli Esteri dal 2006 al 2013.
Nel
2012, già gravemente malato, Chávez lo sceglie prima come vicepresidente
esecutivo e poi, nel suo ultimo accorato discorso televisivo, annuncia la sua
decisione "ferma e piena, irrevocabile, assoluta e totale" di
designarlo come suo erede politico.
Maduro
non riuscirà mai però a eguagliare i consensi di Chávez, soprattutto per le
difficoltà sempre maggiori in campo economico, tanto gravi da comportare il
razionamento dei beni di prima necessità.
La
reazione del presidente è dapprima mettere persone di fiducia alla Corte
Suprema, per neutralizzare il Parlamento dove non aveva più la maggioranza, poi
attuare una riforma costituzionale che trasforma il paese sudamericano in
un'autocrazia e lo porta a un netto isolamento internazionale, con pochissimi
alleati altrettanto illiberali come Russia, Iran, Corea del Nord.
Negli
anni di Maduro non si contano le limitazioni alla libertà di stampa e di
pensiero e gli arresti non solo di oppositori e dissidenti, ma anche quelli di
cittadini stranieri da usare come ostaggi per ottenere concessioni dalla
comunità internazionale, come nel caso del cooperante italiano “Alberto
Trentini”, prigioniero del regime dal novembre 2024.
L'appello
della madre di Alberto Trentini, prigioniero senza accuse da 411 giorni in
Venezuela.
Nel
2020 una commissione dell'Onu lo accusa di crimini contro l'umanità e un
tribunale americano lo incrimina per reati connessi al narcotraffico,
inserendolo nella lista dei ricercati con una taglia di 15 milioni di dollari,
che l'amministrazione Biden aumenterà a 25.
Alle
elezioni presidenziali del 28 luglio 2024 viene proclamato ufficialmente
vincitore con il 51,2% dei consensi contro il il 44% dello sfidante “Edmundo González Urrutia”, ma l'opposizione
denuncia brogli e rifiuta di riconoscere il risultato dopo che a gran parte dei
suoi osservatori viene impedito di seguire le operazioni e soprattutto per il
rifiuto del governo di mostrare il dettaglio dei voti.
Seguono
giorni di proteste brutalmente represse dal regime.
Venezuela,
la polizia arresta i dimostranti di opposizione.
Tra i
paesi europei e occidentali, solo Serbia, Russia e Bielorussia riconosceranno
il risultato elettorale, tra quelli latinoamericani solo Nicaragua, Honduras e
Bolivia.
González
Urrutia era stato scelto dopo che la vincitrice delle primarie, “María Corina
Machado”, era stata dichiarata ineleggibile da un organismo governativo.
Tre
mesi dopo Donald Trump viene eletto per la seconda volta presidente degli Stati
Uniti.
In
occasione della cena di gala alla vigilia del suo insediamento, lo scorso 19
gennaio, ospita a cena “González Urrutia”.
Nei
primi mesi in carica, l'amministrazione Trump dialoga con Maduro, ottenendo la
liberazione di alcuni cittadini statunitensi e il rimpatrio di molti migranti
dagli Usa.
Il
primo volo con 199 migranti espulsi dagli Stati Uniti è arrivato in Venezuela.
La
pressione di Washington aumenta a partire dallo scorso agosto, quando la taglia
sul presidente venezuelano viene raddoppiata da 25 a 50 milioni di dollari e
viene designato come organizzazione terroristica il “Cartel de los Soles”,
presunta organizzazione volta al traffico di sostanze stupefacenti annidata
nelle istituzioni del paese con a capo lo stesso Maduro.
Il Segretario di Stato Marco Rubio sottolinea che le
accuse contro Maduro sono basate su prove presentate a una giuria, non su
speculazioni politiche.
Negli
stessi giorni, Trump firma una direttiva segreta che autorizza il Pentagono a usare la forza contro i
cartelli latinoamericani.
Dalla
firma della direttiva, gli Usa conducono 35 attacchi letali contro imbarcazioni
sospettate di traffico di droga, causando oltre 100 morti, senza autorizzazione
formale del Congresso.
Portaerei
Usa verso il Venezuela, si forma lo schieramento contro i Narcos e il regime di
Maduro.
Non si
può raccontare Nicolás Maduro senza partire da Hugo Chávez, presidente del Venezuela dal 1999
fino alla morte nel 2013 e dopo avere fallito un colpo di stato nel 1992.
Populista
autoritario per gli oppositori, autentico rivoluzionario per i sostenitori, si
ispirava a “Simón Bolívar”, l'eroe dell'indipendenza di Bolivia, Venezuela,
Perù e Colombia a inizio ottocento e alla rivoluzione cubana, lo muoveva una
filosofia politica che mischiava marxismo, cattolicesimo, nazionalismo e una
contrapposizione senza sconti agli Stati Uniti.
Fu uno
dei leader più importanti del cosiddetto Socialismo del XXI secolo, che un
quarto di secolo fa sembrava rappresentare una nuova era di uguaglianza per il
Sudamerica ma di cui oggi resta molto poco.
Nicolás
Maduro, nato nel 1962, autista e leader sindacale, entra nella cerchia di
Chávez ancora prima della vittoria elettorale, grazie alla moglie, una degli
avvocati che avevano ottenuto la liberazione del futuro presidente dopo il
fallito golpe.
Diventa l'uomo chiave per i rapporti
internazionali del governo chavista come ministro degli Esteri dal 2006 al
2013.
Nel 2012, già gravemente malato, Chávez lo
sceglie prima come vicepresidente esecutivo e poi, nel suo ultimo accorato
discorso televisivo, annuncia la sua decisione "ferma e piena,
irrevocabile, assoluta e totale" di designarlo come suo erede politico.
Maduro
non riuscirà mai però a eguagliare i consensi di Chávez, soprattutto per le
difficoltà sempre maggiori in campo economico, tanto gravi da comportare il
razionamento dei beni di prima necessità.
La
reazione del presidente è dapprima mettere persone di fiducia alla Corte
Suprema, per neutralizzare il Parlamento dove non aveva più la maggioranza, poi
attuare una riforma costituzionale che trasforma il paese sudamericano in
un'autocrazia e lo porta a un netto isolamento internazionale, con pochissimi
alleati altrettanto illiberali come Russia, Iran, Corea del Nord.
Negli
anni di Maduro non si contano le limitazioni alla libertà di stampa e di
pensiero e gli arresti non solo di oppositori e dissidenti, ma anche quelli di
cittadini stranieri da usare come ostaggi per ottenere concessioni dalla
comunità internazionale, come nel caso del cooperante italiano Alberto
Trentini, prigioniero del regime dal novembre 2024.
L'appello
della madre di Alberto Trentini, prigioniero senza accuse da 411 giorni in
Venezuela.
Nel
2020 una commissione dell'Onu lo accusa di crimini contro l'umanità e un
tribunale americano lo incrimina per reati connessi al narcotraffico,
inserendolo nella lista dei ricercati con una taglia di 15 milioni di dollari,
che l'amministrazione Biden aumenterà a 25.
Alle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024
viene proclamato ufficialmente vincitore con il 51,2% dei consensi contro il il
44% dello sfidante “Edmundo González
Urrutia”, ma l'opposizione denuncia brogli e rifiuta di riconoscere il
risultato dopo che a gran parte dei suoi osservatori viene impedito di seguire
le operazioni e soprattutto per il rifiuto del governo di mostrare il dettaglio
dei voti.
Seguono
giorni di proteste brutalmente represse dal regime.
Venezuela,
la polizia arresta i dimostranti di opposizione.
Tra i
paesi europei e occidentali, solo Serbia, Russia e Bielorussia riconosceranno
il risultato elettorale, tra quelli latinoamericani solo Nicaragua, Honduras e
Bolivia.
González Urrutia era stato scelto dopo che la
vincitrice della primarie, María Corina Machado, era stata dichiarata
ineleggibile da un organismo governativo.
Tre
mesi dopo Donald Trump viene eletto per la seconda volta presidente degli Stati
Uniti.
In
occasione della cena di gala alla vigilia del suo insediamento, lo scorso 19
gennaio, ospita a cena González Urrutia.
Nei primi mesi in carica, l'amministrazione
Trump dialoga con Maduro, ottenendo la liberazione di alcuni cittadini
statunitensi e il rimpatrio di molti migranti dagli Usa.
Il
primo volo con 199 migranti espulsi dagli Stati Uniti è arrivato in Venezuela.
La
pressione di Washington aumenta a partire dallo scorso agosto, quando la taglia
sul presidente venezuelano viene raddoppiata da 25 a 50 milioni di dollari e
viene designato come organizzazione terroristica il “Cartel de los Soles”,
presunta organizzazione volta al traffico di sostanze stupefacenti annidata
nelle istituzioni del paese con a capo lo stesso Maduro.
Il
Segretario di Stato Marco Rubio sottolinea che le accuse contro Maduro sono
basate su prove presentate a una giuria, non su speculazioni politiche.
Negli
stessi giorni, Trump firma una direttiva segreta che autorizza il Pentagono a usare la forza contro i
cartelli latinoamericani.
Dalla firma della direttiva, gli Usa conducono 35 attacchi
letali contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga, causando oltre 100
morti, senza autorizzazione formale del Congresso.
Il
resto è storia recentissima.
Il 10 ottobre 2025 María Corina Machado ha
vinto il premio Nobel per la pace.
In queste ultime settimane circa 15.000
soldati americani erano stati schierati nella regione caraibica, aerei, marines
e soprattutto la grande portaerei USS Gerald R. Ford, dando a intendere che
fosse vicino un attacco militare al regime, oggi diventato realtà.
Venezuela
e la verità.
Comunismoecomunità.org
– (gen. 12th, 2026) - Thomas Munzner - Politica Internazionale – ci dice:
Effimera.
Venezuela
e la verità.
di
Craig Murray.
Pubblichiamo
un primo commento sulla situazione venezuelana, scritta da Craig Murray,
diplomatico e professore universitario britannico, già ambasciatore inglese in
Uzbekistan e già rettore dell’Università di Dundee in Scozia, dove si è
laureato.
Murray
si sofferma su una serie di falsità che sono circolate nei media mainstream
riguardo il rapimento di Maduro, la situazione in Venezuela, l’ipocrisia dei
paesi occidentali.
Murray
poi riflette sul Nobel della Pace 2025 dato a María Corina Machado.
A tal proposito si sofferma sull’impossibile
parallelismo con i predecessori, pur non ostili alla guerra, Kissinger e Obama.
A ciò aggiungiamo che l’azione di guerra degli
Stati Uniti di Trump in Venezuela e il rapimento illegale di Maduro segna un
salto di qualità nella competizione geopolitica internazionale.
Non si
tratta di un golpe ma di un vero e proprio cambio di regime (che non sappiamo
se andrà effettivamente in porto) imposto in modo diretto dall’esterno, senza
coinvolgimento di parte dell’esercito e dei poteri nazionali (come normalmente
avviene nei golpe tradizionali):
un
esercizio di forza bruta, che lede un diritto internazionale oramai moribondo
da lustri.
Lo
scopo è ribadire – come ricorda Murray –, dopo che il genocidio in corso in
Palestina da parte del governo israeliano di Netanyahu lo ha legittimato, che
oggi vale solo il diritto della forza.
L’obiettivo
non è solo riportare sotto il controllo diretto Usa le ricchezze energetiche
del Sud America, ma lanciare un chiaro segnale alle politiche economiche
espansionistiche della Cina nello stesso continente sudamericano.
Un
atto di forza che mostra in realtà il declino dell’economia americana, sempre
più ostaggio della tecno-oligarchia dominante e della situazione debitoria
interna ed estera.
I
mezzi di comunicazione mainstream hanno parlato ieri del Venezuela senza sosta.
Hanno menzionato molte volte “Delcy Rodríguez”,
vicepresidente, perché Trump ha dichiarato che ora è lei al comando.
Non
hanno mai menzionato che il 2026 segna il 50º anniversario della morte per le
torture subite di suo padre, l’attivista socialista “Jorge Rodríguez”, da parte
dei servizi di sicurezza controllati dalla CIA del regime Pérez in Venezuela,
allineato agli Stati Uniti.
Ciò
ovviamente rovinerebbe la narrativa del male comunista contro i democratici
perbene che viene prescritta a tutti.
Non
hanno nemmeno menzionato che i governi eletti di Hugo Chávez hanno ridotto la
povertà estrema di oltre il 70%, la povertà relativa di oltre il 50%, hanno
dimezzato la disoccupazione, quadruplicato il numero di persone che ricevono
una pensione statale e hanno raggiunto il 100% di alfabetizzazione.
Chávez
ha portato il Venezuela dalla società più diseguale per distribuzione della
ricchezza in America Latina a una tra le più eguali.
Non
hanno nemmeno menzionato che” María Corina Machado” (il fresco Nobel per la
pace, ndr.) proviene da una delle famiglie più ricche del Venezuela, che
dominava l’industria elettrica e siderurgica prima della nazionalizzazione, e che i suoi sostenitori sono proprio
le famiglie che c’erano dietro quei regimi mortali controllati dalla CIA.
Le
sanzioni economiche imposte dall’Occidente — e un’altra cosa che non hanno
menzionato è che il Regno Unito ha confiscato oltre 2 miliardi di sterline di
assets del governo venezuelano — hanno reso difficile al governo Maduro fare
molto più che difendere i guadagni degli anni Chávez.
Ma che
il Venezuela sia un punto di produzione o di traffico principale di narcotici
che entrano negli USA è semplicemente una sciocchezza.
Nicolás
Maduro ha i suoi difetti, ma non è un capo del trafficante della droga.
L’affermazione è una pagliacciata totale.
La
disponibilità dell’Occidente ad accettare i conteggi elettorali discutibili
dell’opposizione nelle elezioni presidenziali del 2024 non legittima
l’invasione e il rapimento.
Ieri
quasi ogni governo occidentale ha rilasciato una dichiarazione che era un
endorsement all’attacco e al rapimento di Maduro da parte di Trump –
palesemente e gravemente illegale secondo il diritto internazionale – e
contemporaneamente ha dichiarato di supportare il diritto internazionale. L’ipocrisia è davvero fuori scala.
Sono proprio le potenze occidentali che sostengono il genocidio a Gaza a
legittimare l’attacco al Venezuela.
Il
genocidio a Gaza ha dimostrato la fine delle speranze (…) che il diritto internazionale prevalga
sull’uso brutale della forza nelle relazioni internazionali.
Il
rapimento di Maduro, la fretta delle potenze occidentali di accettarlo e
l’impossibilità del resto del mondo di fare qualcosa al riguardo hanno
sottolineato che il diritto internazionale è semplicemente morto.
Nella
lunga lista di spaventosi riconoscimenti del premio Nobel per la pace, nessuno
può essere peggiore dell’ultimo alla traditrice venezuelana María Corina
Machado, con l’intento di promuovere e portare avanti attivamente l’attacco
imperialista al Venezuela da parte degli Stati Uniti.
Ci
vuole un grande sforzo per arrivare a una decisione peggiore di quella di
assegnare il premio a Kissinger subito dopo i massicci bombardamenti di Laos e
Cambogia.
Fu un premio terribile, ma aveva lo scopo di
riconoscere il presunto accordo di pace di Parigi e spingere gli Stati Uniti a
onorare il processo di pace.
Inizialmente si trattava di un premio
congiunto con il negoziatore vietnamita Lê Đức Thọ (che rifiutò saggiamente).
Il
premio a Kissinger fu un terribile errore, ma il Comitato voleva porre fine a
una guerra, partendo da una disponibilità a cooperare con una realpolitik senza
scrupoli.
Nel
premio a Machado, essi cercano deliberatamente di endorsement e promuovere
l’inizio di una guerra. È qualcosa di molto diverso.
Analogamente,
il premio a Obama fu un momento di speranza folle dopo la disperazione causata
dall’invasione dell’Iraq.
Fu il tentativo di credere erroneamente che
Obama sarebbe stato migliore, con l’illusoria idea che il premio lo
incoraggiasse a esserlo.Riconosco che la linea che sto tracciando è sottile; premiare
i perpetratori dell’aggressione occidentale è solo un primo passo
dall’effettiva incoraggiamento dell’aggressione occidentale. Ma nondimeno una
linea è stata varcata.
L’enorme
ipocrisia del presidente del Comitato,” Jørgen Watne Frydnes,” nel sostenere
che il premio sia per un’azione non violenta in Venezuela, proprio nel momento
in cui Trump raduna la maggiore forza invasiva dall’Iraq al largo del
Venezuela, mi fa provare pensieri verso “Frydne”s che non dovrebbero
qualificarmi per alcun premio per la pace.
Sento
lo stesso per Guterres e per tutti gli altri che abbandonano il proprio ruolo
internazionale per leccare la scarpa di Trump oggi.
E ora
che succederà in Venezuela?
Beh,
secondo la lettura più ottimistica, l’azione di Trump è stata performativa.
Doveva fare qualcosa per evitare le frecciatine del “Granduca di York”, dopo
quell’immensa concentrazione di forze al largo del Venezuela, e ha prodotto uno
spettacolo che in realtà cambia poco.
Secondo
questa lettura, gli americani potrebbero commettere lo stesso errore commesso
in Iran, credendo che la strategia della decapitazione e dei bombardamenti
avrebbe scatenato una rivoluzione interna.
In Iran, hanno in realtà rafforzato il
sostegno al governo.
Fino a
ieri pomeriggio, il governo bolivariano di Caracas non sapeva ancora cosa fosse
successo, fino a che punto ci fosse stata collusione tra le forze armate nel
rapimento di Maduro e se avessero ancora il controllo dell’esercito.
Il
chiaro segnale di Trump, secondo cui gli Stati Uniti considerano Rodríguez il
capo, e il suo sprezzante licenziamento di Machado – l’unico punto luminoso in
una giornata orribile – potrebbero far dubitare chiunque in Venezuela si
aspetti un sostegno attivo degli Stati Uniti a un colpo di stato.
A
coloro che sostengono che Maduro fosse un tiranno, rimando alla commedia del
colpo di stato di Guaidó del 30 aprile 2019.
Guaidó era stato dichiarato Presidente del
Venezuela dalle potenze occidentali pur non essendo mai stato candidato.
Tentò
un colpo di stato e si aggirò per Caracas con scagnozzi pesantemente armati,
autoproclamandosi Presidente ma venendo deriso dall’esercito, dalla polizia e
dalla popolazione.
In
qualsiasi paese del mondo Guaidó sarebbe stato condannato all’ergastolo per
aver tentato un colpo di stato armato, e penso che nella maggior parte dei casi
sarebbe stato giustiziato.
Maduro
gli ha semplicemente dato una pacca sulla testa e lo ha rimesso su un aereo.
Niente
male, per una “malvagia dittatura”.
Venezuela
e il “modello polacco”:
una
transizione dall’interno?
Ilmattinoquotidiano.it
- Gerardo Lisco – (11 ottobre 2025) -il mattino di foggia.it – redazione- ci
dice:
A
poche settimane dall’operazione che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro,
presentata come un’azione difensiva, emergono elementi che suggeriscono l’avvio
di una possibile transizione politica controllata.
Tra
questi, il tentativo di mediazione promosso dal Segretario di Stato vaticano,
il cardinale Pietro Parolin, che avrebbe cercato di convincere Maduro a
lasciare il Paese ottenendo asilo in Russia, ipotesi rifiutata dallo stesso
Maduro per ragioni economiche.
In
questo contesto, il quotidiano “Avvenire “ha evocato l’ipotesi di una
transizione “modello Polonia”, richiamando il passaggio avvenuto nel 1989 con
le mobilitazioni di Solidarnosc.
In
quel caso, la crisi del regime comunista non sfociò in uno scontro armato:
la soluzione venne trovata all’interno
dell’establishment polacco, grazie al ruolo svolto dal generale “Wojciech
Jaruzelski”, in un quadro internazionale favorevole al cambiamento.
Il declino dell’URSS, la leadership riformista di
Gorbačëv e la pressione sociale resero possibile una transizione graduale che
evitò un bagno di sangue.
La
vittoria elettorale di” Lech Wałęsa” nel 1991 non comportò la dissoluzione del
partito comunista, che si trasformò in una forza socialdemocratica e guidò,
paradossalmente, il processo di liberalizzazione economica e politica.
Gli
effetti delle riforme neoliberali portarono in seguito alla marginalizzazione
della sinistra post-comunista e all’affermazione di nuove forze politiche di
destra.
Il
punto oggi è capire se uno schema analogo possa applicarsi al Venezuela. L’assunzione della presidenza da
parte della vicepresidente “Delcy Rodríguez”, nel rispetto della Costituzione e
con il riconoscimento degli Stati Uniti, sembra indicare una transizione
interna piuttosto che un cambio di regime imposto dall’esterno. Un elemento rafforzato dal fatto che
le opzioni più radicali dell’opposizione, come María Corina Machado, non
abbiano ricevuto l’appoggio di Washington.
Anche
il coinvolgimento della Colombia va letto in questa direzione.
L’incontro
tra il presidente Gustavo Petro e Donald Trump ha evidenziato la volontà di
gestire la crisi venezuelana evitando una destabilizzazione regionale, in
particolare per il rischio di massicci flussi migratori lungo un confine già
fragile.
A
differenza di quanto accaduto in Iraq o in Libia, dove il rovesciamento dei
regimi non è maturato all’interno dell’establishment e ha prodotto conflitti
prolungati, il caso venezuelano sembra orientarsi verso una soluzione
negoziata.
Il controllo delle enormi risorse del Paese
richiede infatti stabilità politica, condizione indispensabile anche per gli
interessi delle multinazionali energetiche.
Se
l’obiettivo statunitense è garantire l’accesso a tali risorse in un’ottica
estrattivista, la pacificazione sociale appare possibile solo attraverso una
continuità, almeno parziale, dell’attuale classe dirigente bolivariana.
Resta aperta la questione decisiva:
se
questa transizione porterà a una reale trasformazione del sistema economico e
sociale venezuelano o se si limiterà a una riconfigurazione del potere.
Il
mito comunista non è mai stato archiviato.
Italiaoggi.it
- Alessandra Ricciardi – (09/01/2026)
«Un
presidente eletto dal popolo».
Tanto
basta a “Maurizio Landini” per assolvere Nicolás Maduro e, contemporaneamente,
per scagliarsi contro Donald Trump, colpevole di averlo arrestato e deportato
in Usa.
«In democrazia queste cose non dovrebbero
avvenire», sentenzia il segretario della Cgil, a margine della manifestazione
indetta dal sindacato per il ripristino del diritto internazionale e in
sostegno al popolo venezuelano.
Inutili
le proteste dei venezuelani presenti, che hanno provato a raccontare una realtà
ben diversa dalla narrazione ideologica di Landini: condizioni di vita
drammatiche, violenza sistematica delle squadracce del regime, libertà negate,
a cominciare da quella fondamentale del voto ridotta a carta straccia dal
potere chavista anche nelle recenti presidenziali che hanno riconfermato il
caudillo.
E
dunque Donald Trump non avrà rispettato il diritto internazionale, ma da questo
a difendere Maduro ce ne passa.
All'insegna
del mito comunista mai davvero archiviato, il Venezuela diventa una democrazia
rispettabile per quella stessa sinistra che è pronta ad accusare l’Italia, in
patria e all’estero, di essere sull’orlo del baratro della deriva fascista.
In
questo scenario, ha gioco facile la segretaria della Cisl, “Daniela Fumarola”,
a distinguersi da Landini e dal suo sindacato:
«Colpisce il radicalismo politico e sociale di chi
continua a leggere il mondo con categorie superate e a inseguire miti
condannati dalla storia”, dice in una chiacchierata con” il Foglio”,
«il punto è elementare: non esiste alcuna
simmetria tra chi ha sfregiato la democrazia, falsificato le elezioni e
calpestato sistematicamente i diritti e chi, pur con metodi discutibili, ne
denuncia il fallimento.
Senza libertà sindacale non esiste giustizia
sociale, e Maduro ha distrutto consapevolmente entrambe».
Amen.
(Alessandra
Ricciardi).
Comunicato
del Comitato Centrale del Partito Comunista sul sequestro del Presidente della
Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro.
Ilpartitocomunista.it
– (6 Gennaio 2026) - PC RUBRICHE, Internazionale, Americhe – ci dice:
Il
Comitato Centrale del Partito Comunista condanna con la massima fermezza il
sequestro del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás
Maduro, operato dagli Stati Uniti d’America attraverso un’azione di forza che
rappresenta una gravissima violazione del diritto internazionale, della
sovranità di uno Stato indipendente e dei principi fondamentali di convivenza
tra i popoli.
Si
tratta di un atto di aggressione imperialista che nulla ha a che vedere con la
tutela dei diritti umani o con la difesa della democrazia né tantomeno con la
lotta al narcotraffico e che si inserisce nella storica strategia di
destabilizzazione dell’America Latina da parte dell’imperialismo statunitense e
dei suoi alleati.
Il
sequestro di un capo di Stato eletto costituisce un pericoloso precedente, che
apre la strada alla legittimazione della forza militare e giudiziaria come
strumento di dominio politico globale.
È un
messaggio intimidatorio rivolto a tutti i Paesi che non intendono sottomettersi
ai diktat economici, militari e geopolitici delle potenze occidentali.
Il
Venezuela viene colpito perché:
•
difende il controllo pubblico delle proprie risorse strategiche;
•
rivendica la propria indipendenza politica;
•
porta avanti un processo di trasformazione sociale alternativo al capitalismo
neoliberista.
Il
Comitato Centrale del Partito Comunista denuncia inoltre:
• la
complicità dell’Unione Europea e dei governi occidentali, responsabili di un
silenzio che equivale a una corresponsabilità politica;
• il
ruolo dei media mainstream, impegnati a giustificare o minimizzare un atto che,
se compiuto da qualsiasi altro Stato, verrebbe unanimemente definito come atto
di guerra.
Il
Partito Comunista esprime la propria piena solidarietà al popolo venezuelano,
alla Rivoluzione Bolivariana e a tutte le forze che nel mondo resistono
all’imperialismo, allo sfruttamento e alla subordinazione dei popoli.
Difendere
il Venezuela oggi significa difendere il diritto dei popoli
all’autodeterminazione, la pace internazionale e la possibilità di
un’alternativa al sistema capitalistico dominante.
Il
Partito Comunista continuerà a battersi, in Italia e sul piano internazionale,
contro ogni forma di imperialismo, per la sovranità dei popoli, per la pace e
per il socialismo.
La
sinistra piagnucola per la
caduta
di Maduro in Venezuela.
Starmag.it
– (4 gennaio 2026) – Paola Sacchi – Redazione – ci dice:
Reazioni
e commenti della politica italiana alla cattura di Maduro. La nota di Sacchi.
La sinistra
piagnucola per la caduta di Maduro in Venezuela.
Dalla
difesa, o nella migliore delle ipotesi imbarazzata e impacciata presa di
distanza, del e dal capo “Pro-Pal” “Hannoun”, con le accuse schiaccianti del
fiume di finanziamenti ad Hamas, a Maduro, il dittatore del Venezuela, dal
2020, con Biden, incriminato di narcotraffico e deposto dal blitz militare
degli Usa di Trump.
La
sinistra italiana si schiaccia sempre di più, in una gara interna di estremismi
tra il Pd di Elly Schlein e i Cinque Stelle di Giuseppe Conte, su personaggi
oscuri, con il peso di accuse schiaccianti di gravi reati, personaggi che,
nonostante il garantismo che deve valere anche per loro nei processi, appaiono
a tutti gli effetti nemici dei valori di libertà del mondo occidentale.
Maduro
era a capo della dittatura comunista di Caracas, andato al potere con un golpe
e mai riconosciuto dai Paesi Ue oltre che dagli Usa.
Ma
nonostante questo dal Pd, surclassato anche stavolta dai pentastellati
“maduriani” da sempre, di Elly Schlein, pur condannando “i gravi reati” del
dittatore del Venezuela, da Avs di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, oltre
che dai Cinque Stelle di Conte, viene una levata di scudi contro il blitz di
Donald Trump, una difesa “della sovranità” del Venezuela da far passare in
secondo piano la condanna per Maduro da parte di Schlein che appare quasi come
una formula di rito.
L’attacco
a Trump accusato di aver “violato il diritto internazionale” è tale da isolare
la sinistra italiana da leader europei come “Macron” e “Starmer” che di destra
non sono.
Il presidente francese celebra addirittura la
cattura di Maduro e il premier britannico assicura che non verserà una lacrima
per lui, mentre la nostra sinistra, che a questo punto appare la più
“maduriana” del mondo, si straccia le vesti e chiede al solito al ministro
degli Esteri, Antonio Tajani, e alla premier Giorgia Meloni di riferire
immediatamente in parlamento.
È
Meloni, prima ancora dell’annuncio di Trump da Mar-a-Lago, a dare la bussola
alla politica italiana, dove comunque pur ponendo l’accento sulla necessità di
una transizione democratica i media vicini al centrodestra esaltano subito
quella che, come osserva il direttore del quotidiano “Il Tempo” Daniele
Capezzone, “è una nuova alba” di libertà.
Una
nota di Palazzo Chigi fa sapere che “il Presidente del Consiglio, Giorgia
Meloni, ha seguito gli sviluppi in Venezuela fin dalle loro primissime
evoluzioni”.
Ribadisce
che “l’Italia ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una
transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del
regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme
ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto”.
Poi
una cauta riflessione sul blitz Usa:
“Coerentemente
con la storica posizione dell’Italia, il Governo reputa che l’azione militare
esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”.
Ma
l’azione è considerata legittima:
il
governo “considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva
contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali
che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
In
raccordo con Tajani, Meloni continua a seguire con particolare attenzione la
situazione della comunità italiana in Venezuela, “la cui sicurezza – sottolinea
la nota – costituisce la priorità assoluta del Governo”.
La
premier traccia dunque con equilibrio la rotta, mentre la sinistra italiana
sembra sprofondare in una deriva da farla apparire la più “maduriana” del
mondo.
Con un
attacco a Trump che suona fuori misura, come se paradossalmente la dittatura
fosse quella degli Usa e non quella del Venezuela, appena tornato alla libertà
con centinaia e centinaia di esuli che festeggiano per ore in strada a Miami.
Vernetti:
“L’operazione Maduro ha indebolito Cina, Iran e Russia.
Proteste
sinistra?
Far
cadere i tiranni dovrebbe essere il cuore dell’azione progressista.”
Ilriformista.it
- Aldo Torchiaro – (7 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
video della strage in spiaggia a Sydney:
killer
sparano durante festività ebraica, fuga, panico e morti.
Gianni
Vernetti è analista geopolitico, esperto di relazioni internazionali e
sicurezza, già sottosegretario agli Esteri.
Nel
suo ultimo libro, “Il nuovo grande Gioco,” ricostruisce le nuove linee di
frattura della competizione globale, dall’Artico al Medio Oriente, dall’America
Latina all’Europa orientale.
"Groenlandia,
l'Artico è diventato centrale."
Il suo
libro “Il nuovo grande Gioco” si conclude con un capitolo scritto dalla
Groenlandia.
È corretto?
«Sì,
assolutamente. L’ultimo capitolo l’ho scritto proprio da “Nuuk”.
Nell’aprile
del 2025 stavo concludendo il lavoro sul nuovo grande gioco globale quando sono
arrivate le prime dichiarazioni di Trump sulla necessità di annettere la
Groenlandia.
Ho
deciso di andare lì per una decina di giorni, incontrando ministri e
rappresentanti di istituzionali locali».
Che
cos’è oggi la Groenlandia dal punto di vista politico e istituzionale?
«È
stata a lungo una colonia del Regno di Danimarca, ma negli ultimi vent’anni ha
cambiato profondamente pelle.
Oggi è
uno Stato autonomo con un ampio grado di autogoverno:
circa
55mila abitanti, un Parlamento, un primo ministro, un multipartitismo vivace,
stampa libera, magistratura indipendente.
È
chiaramente avviata verso un processo di piena indipendenza».
Cuba e
Groenlandia, Trump vuole stabilire il suo ordine e liberare l’America delle
influenze anti-occidentali.
Trump
non si ferma: “Ora voglio la Groenlandia, ne abbiamo bisogno”. Europa timida
nel prenderne le distanze.
Terre
rare, la sfida globale entra nel vivo. Il nuovo petrolio che lascia indietro
l’Europa.
Che
tipo di Stato è oggi e quanto è esposta sul piano della sicurezza?
«Non è
ancora uno Stato sovrano:
esteri
e difesa restano competenza danese e non fa parte dell’Unione europea.
Tuttavia
è territorio dell’Alleanza Atlantica.
La
Danimarca è Paese fondatore della Nato e gli Stati Uniti hanno una base
militare strategica nel nord dell’isola, a Pituffik. Questo garantisce una
copertura di sicurezza solida».
Perché
la Groenlandia è diventata così centrale nello scenario globale?
«Per
le nuove rotte artiche.
Il
passaggio a nord-ovest tra Groenlandia e Canada e quello a nord-est verso
Russia e Asia è oggi commercialmente praticabile.
L’Artico
è diventato un nuovo terreno di competizione strategica tra Europa, Stati
Uniti, Russia e Cina».
E il
tema delle risorse naturali?
«Conta
meno delle rotte. Il governo autonomo della Groenlandia è fortemente
ambientalista e ha revocato una concessione mineraria cinese a Kvanefjeld per
l’estrazione di terre rare e uranio. È stato un atto politico molto chiaro».
La
Groenlandia ha quindi preso le distanze dalla Cina?
«Sì.
Ha compiuto una scelta indipendentista, democratica e occidentale. La
collocazione geopolitica del governo groenlandese è inequivocabile: filo-Nato,
filo-europea».
Come
giudica le pretese di Trump sull’isola?
«Sono
illegittime e sbagliate. Il vero tema è la gestione condivisa della sicurezza
all’interno dell’Alleanza Atlantica. Non servono atti unilaterali, e infatti la
reazione europea è stata compatta».
Passiamo
all’Ucraina. L’incontro di Parigi segna un punto di svolta?
«Sì.
Il nodo centrale è il sistema di garanzie di sicurezza per Kyiv sul modello
dell’articolo 5 della Nato. L’accordo è molto avanzato, anche se la Russia lo
rifiuta. Ma oggi esiste una linea comune tra Europa, Stati Uniti e Ucraina».
Anche
l’Italia dovrebbe partecipare a una missione europea?
«Nel
quadro di un accordo euro-americano, sì. Parliamo di forze di stabilizzazione,
lontane dal fronte».
Nel
Grande Gioco entra anche il Venezuela. Il blitz che ha portato alla cattura di
Maduro segna una svolta?
«Maduro
era un presidente illegittimo per l’Europa e per gran parte del mondo
democratico. Ha perso le elezioni del 28 luglio 2024 e si è imposto con la
forza, esattamente come Lukashenko».
Un’operazione
controversa nei metodi?
«Poco
ortodossa, ma con effetti geopolitici rilevanti. Ha indebolito l’asse delle
autocrazie».
In che
senso?
«Il
Venezuela era un pilastro dell’asse con Cina, Iran e Russia. L’80 per cento del
petrolio andava a Pechino. Il rapporto con Teheran era strategico: il Paese era
un nodo tra narcotraffico e jihadismo, con la presenza di Hezbollah, Pasdaran e
Hamas».
Si può
parlare di effetto domino?
«È
possibile. L’Iran oggi è fortemente indebolito: ha perso Assad e Maduro,
Damasco e Caracas. La mezzaluna sciita si è spezzata. I proxy non sono
scomparsi, ma sono drasticamente ridimensionati».
Una
parte della sinistra sembra rimpiangere le dittature di Caracas e di Gaza,
manifestando ostilità verso chi tenta di cambiare quei regimi. Come lo spiega?
«È un
paradosso profondo. Far cadere i tiranni dovrebbe essere il cuore dell’azione
progressista. Invece assistiamo spesso a forme di indulgenza, quando non di
vera e propria ostilità, verso chi prova a smantellare regimi autoritari.
Il
rapporto con il totalitarismo è diventato oggi il vero discrimine politico, più
delle categorie tradizionali».
Il
mondo nuovo costringe a riscrivere anche le categorie della politica?
«Sì.
Oggi esistono una destra e una sinistra populiste che spesso convergono
nell’accondiscendenza verso i regimi, e una destra e una sinistra liberali che
vedono nella lotta contro il totalitarismo la propria stella polare.
Questo
ridisegna le fratture del nostro tempo e rende obsoleti molti schemi del
passato.
Landini
filo-Maduro e Salvini filo-Putin hanno molto di più in comune di quanto
pensino».
(Aldo
Torchiaro - Ph.D. in Dottrine politiche.).
Comunismo
e anti-comunismo
in
un’ora decisiva della storia.
Corrispondenzaromana.it – (7 Gennaio 2026) -
Roberto de Mattei – Redazione – ci dice:
Le ore
decisive della storia, quelle in cui crollano e rinascono le civiltà, sono
sempre caratterizzate da divisioni e polarizzazioni di ordine religioso,
culturale e sociale.
Tuttavia,
per chi ha il suo punto di riferimento nel “De civitate Dei” di sant’Agostino,
la radice e la chiave di interpretazione di ogni problema è la teologia della
storia, che consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli
eventi.
In questa prospettiva, le crisi non sono
semplicemente il prodotto di fattori economici o istituzionali, ma il riflesso
di una tensione più profonda tra diverse visioni dell’uomo e del mondo.
Dopo
il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, l’Occidente proclamò la morte del
comunismo come se si fosse trattato di un evento fisiologico e definitivo.
L’anticomunismo
si dissolse rapidamente, mentre il comunismo si inabissava, come un fiume
carsico che scompare alla vista per riemergere più avanti con maggior vigore.
Fu in
questo contesto che, nel 1990, per iniziativa di “Fidel Castro” e di “Ignacio
Lula da Silva,” nacque in Brasile il “Foro di San Paolo”:
un
organismo sovversivo concepito per analizzare la “crisi del socialismo” dopo la
caduta del Muro di Berlino e per riorganizzare la sinistra internazionale su
una nuova piattaforma ideologica.
Fidel
Castro riconobbe nel colonnello “Hugo Chávez Frías”, presidente del Venezuela
dal 2000, un vero e proprio “figlio spirituale”, capace di incarnare una nuova
sintesi tra marxismo, nazionalismo e mito rivoluzionario.
Chávez
si presentò come il depositario dello spirito di “Simón Bolívar”,
reinterpretando l’”utopia del libertador” in chiave socialista e
antimperialista.
Il
bolivarismo divenne così una religione civile, fondata sul culto carismatico
del leader, sull’ostilità verso gli Stati Uniti e sulla promessa di una
redenzione sociale affidata allo Stato rivoluzionario.
L’eredità
di Chávez fu raccolta alla sua morte, nel 2013, da “Nicolás Maduro”, che ne
radicalizzò gli aspetti ideologici, trasformando il Venezuela in un laboratorio
di socialismo post-moderno, sostenuto da una feroce repressione interna e da
una sistematica manipolazione dell’informazione e dei risultati elettorali.
Negli
stessi anni, in Russia, i quadri del KGB, che avevano gestito la dissoluzione
dell’Unione Sovietica, mantenevano il controllo dei gangli essenziali del
potere politico, militare ed economico del paese.
Vladimir
Putin, presidente della Federazione dal 2000, rilanciò il mito della “Grande
Russia”, proponendo una nuova sintesi tra lo stalinismo e il passato zarista,
recuperato come simbolo di missione imperiale.
L’invasione
dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha fatto parte di questo progetto che punta
non solo alla conquista del Donbass, ma alla russificazione di tutto il paese,
per farne uno Stato vassallo come la Bielorussia.
In
Cina, il Partito comunista pilotò la transizione verso un neo-comunismo
pragmatico, che univa il ferreo controllo politico all’apertura economica al
mercato occidentale.
L’ingresso nel WTO nel 2001 suggellò questa
strategia:
il
comunismo rinunciava all’autarchia economica, ma non al monopolio ideologico e
repressivo del potere.
Xi
Jinping, segretario generale del Partito comunista e presidente della
Repubblica popolare cinese presenta sé stesso come un coerente realizzatore dei
princìpi del maoismo e del marx-leninismo.
Parallelamente,
agli inizi del 2000, si affacciava sulla scena internazionale
l’islamo-marxismo.
Esso adottava, sul piano operativo, le
tecniche terroristiche del leninismo e, su quello culturale, le strategie del
gramscismo, mirando alla destabilizzazione interna dell’Occidente prima ancora
che alla sua conquista militare.
Il
cosiddetto radicalismo islamico rappresenta una contaminazione della “filosofia
del Corano” con la prassi rivoluzionaria marxista importata dall’Occidente.
L’immigrazione
di massa resta una delle armi privilegiate di questa strategia, che in Italia
ha avuto una delle sue più recenti ed eclatanti espressioni nelle violente
manifestazioni di piazza anti-israeliane.
Come
negare la diffusione nel mondo degli errori del comunismo, dopo la scomparsa
dell’Unione Sovietica?
La forza del neo-comunismo, nelle sue più
variegate espressioni, non risiede più nella promessa di un futuro radioso
garantito dalle leggi della storia, ma nella capacità di interpretare e
sfruttare le crisi di un Occidente alla ricerca della sua identità.
In
questa prospettiva, due concezioni del mondo si fronteggiano oggi in modo
sempre più netto, configurando una vera alternativa di civiltà.
Da una parte vi sono coloro che ritengono il
comunismo un fenomeno archiviato dalla storia e individuano, come nemico per
eccellenza del nostro tempo gli Stati Uniti d’America, incarnazione di un
Occidente giudicato intrinsecamente depravato e causa di ogni male.
Per
costoro, gli “amici” non sono più definiti in base a principi comuni di verità
o di ordine morale, ma esclusivamente in funzione dell’opposizione all’America
e all’Europa.
Così, tutta la simpatia e l’ammirazione va a
un fronte eterogeneo ma convergente, che comprende Russia, Cina, mondo islamico
radicale, iper-nazionalismi di destra e di sinistra, movimenti anti-occidentali
di ogni latitudine.
Ogni
forza che contribuisca a indebolire l’Occidente viene assolta o giustificata,
indipendentemente dalla sua natura totalitaria o apertamente anticristiana.
Dall’altra
parte stanno invece coloro che credono nella possibilità di una rinascita
cristiana dell’Europa e dell’Occidente.
Essi non negano la profonda crisi morale delle
società occidentali, ma rifiutano l’idea che la soluzione consista nella loro
distruzione o nel loro assoggettamento a potenze ostili.
In
questa prospettiva, gli Stati Uniti vengono considerati come una presenza
storicamente necessaria per garantire lo spazio politico, culturale e militare
entro cui la rinascita rimane ancora possibile.
Per i difensori dell’Occidente, il principale
nemico della civiltà cristiana resta il comunismo, nelle sue molteplici
metamorfosi contemporanee.
Un
comunismo che non si presenta più con i simboli espliciti del Novecento, ma che
agisce, come metodo di dissoluzione culturale, come tecnica di conquista del
potere e come negazione sistematica di ogni ordine naturale e trascendente.
Contro
questa forza proteiforme è in corso una guerra ibrida, che vede da una parte
gli Stati Uniti e l’Europa, pur con tutti i loro limiti, e dall’altra un asse
in cui confluiscono coloro che combattono l’ordine occidentale.
In questa aggressiva galassia, accanto alla
Russia e alla Cina, è schierato da molti anni, il Venezuela di Nicolás Maduro.
È alla
luce di questo quadro che si spiega la radicale divergenza di giudizi
sull’intervento degli Stati Uniti volto a colpire il vertice del potere
venezuelano.
Gli
uni lo hanno duramente criticato, denunciandolo come una violazione del diritto
internazionale e leggendo ogni iniziativa americana esclusivamente come
espressione di imperialismo;
gli
altri si sono invece rallegrati per l’eliminazione di un personaggio che, oltre
a rovinare il proprio paese, riducendolo alla fame e all’esilio di massa, si è
servito di tutte le armi, compreso il narco-traffico, per distruggere l’ordine
naturale e cristiano delle due Americhe.
Questa
polarizzazione tra due famiglie di anime non è un fenomeno secondario ed è
destinata ad accentuarsi con l’aggravarsi della guerra ibrida in atto, perché
tocca il livello più profondo del giudizio storico e morale.
In
ultima analisi, la linea di demarcazione passa attraverso l’adesione o il
rifiuto di una teologia della storia.
Da una
parte vi sono quelli che interpretano gli eventi secondo categorie
esclusivamente immanentistiche, riducendo tutto a rapporti di forza, interessi
economici e dinamiche geopolitiche.
Dall’altra,
vi sono coloro che leggono la crisi del nostro tempo alla luce di una visione
soprannaturale della storia, consapevoli che dietro i conflitti visibili si
combatte una reale battaglia religiosa.
Ed è qui che continuano a risuonare, in tutta
la loro forza, le parole dell’ancora incompiuta profezia di Fatima:
«La
Russia diffonderà nel mondo i suoi errori… Infine, il mio Cuore Immacolato
trionferà».
(Roberto
de Mattei).
Il
rapporto sull'asse islamisti-sinistra.
Da
Parigi all'Italia.
Ilgiornale.it
- Alberto Giannoni – (21 dicembre 2025) – redazione – ci dice:
Un'indagine
chiama in causa Mélenchon. L'esperto: "Adesso fare luce anche qui."
Il
rapporto sull'asse islamisti-sinistra. Da Parigi all'Italia.
"Mise
en cause".
È direttamente chiamata in causa la
"France Inscurisse" nel report - appena pubblicato - della commissione
d'inchiesta istituita dal Parlamento francese per indagare sui rapporti tra
islamisti e politica.
Il
tema è sotto i riflettori in tutta Europa, Italia compresa, come si è visto
dopo la forsennata mobilitazione “pro Pal” e “anti-Israele”.
E in
tutta Europa i governi (almeno, quelli non di sinistra) si apprestano ad
affrontare l'allarme, guardando al monito della Francia che, per peculiari
ragioni storiche - è più "avanti" di altri in questo processo.La questione islamismo è tutta
politica, e le 600 pagine del rapporto investono apertamente la formazione di
estrema sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon, la "France
inscurisse", accusata di essersi fatta veicolo, consapevolmente o no, di
parole d'ordine e figure legate all'islamismo, che non è religione ma una forma
di ideologia e potere costruita sull'integralismo religioso.
Una
minaccia per la democrazia liberale.
Gli
imam radicali fanno votare per LFI - che alle presidenziali nelle banlieue è
andata sopra il 50% - e LFI usa questo consenso per rafforzarsi.
Melenchon ovviamente nega ogni addebito.
E la sinistra in genere tende a minimizzare le
conclusioni cui è giunto l'organismo d'indagine.
Mélenchon
prima ha temporeggiato, poi si è mostrato irritato per il fatto di dover dare
spiegazioni e risposte, per esempio sull'antisemitismo nel suo partito, quindi
ha rigettato sdegnosamente le accuse, dichiarando di non provare alcuna
simpatia per le teocrazie.
In
Francia il rapporto arriva dopo una serie di campanelli di allarme.
A
maggio una relazione dei servizi ha lanciato un "sos" sul
proselitismo e la creazione di ghetti in cui introdurre progressivamente “la
sharia”.
Ma ha
fatto scalpore anche il libro del giornalista “Omar Youssef Souleymane”,
"I complici del male", saggio-inchiesta sulle connessioni tra
sinistra e ambienti radicali (70mila copie).
Come
detto, la questione non è solo francese.
Riguarda anche l'Italia, e in generale l'Occidente,
attraversato da un'ondata “pro Pal” diventata il "cavallo di Troia"
dell'islam politico, che sfrutta l'ondata emotiva scatenata, o indotta, sulla
guerra, per far passare una narrazione tossica su Israele, e a volte
sull'intero mondo ebraico.
E la propensione all'antisemitismo è
sicuramente uno degli aspetti più problematici dell'islamismo, come anche le
posizioni retrograde sui diritti civili e sulla condizione delle donne.
E, anche in Italia, qualcuno sta pensando a
iniziative simili, anche a livello politico.
"Certo
- osserva “Tommaso Virgili”, ricercatore e coautore di Unmasking the Muslim
Brotherhood - leggendo il rapporto pensavo che sarebbe necessario anche in
altri Paesi europei uno studio sulla Fratellanza, sull'islamismo e sulle sue
connivenze".
"Il
radicalismo islamico va affrontato su più livelli - dice “Davide Romano”, degli
“Amici di Israele “- Una commissione sui rapporti tra islamismo e politica ha
senso se si individua bene il problema, definendo cos'è l'islam radicale".
"Bisogna
mettere fuori legge i Fratelli musulmani e i loro affiliati - prosegue - e le
forze politiche devono essere sanzionate (politicamente) se intrattengono
rapporti con questo tipo di islam intollerante.
Ecco
perché la sinistra coccola l’islam.
Nicolaporro.it
– (11 agosto 2025) - Bruno Dardani - Redazione – ci dice:
Le
radici profonde e striscianti della sinistra e dei suoi intellettuali affondano
nell'Islam radicale:
dopo
l'Urss un perfetto modello di egualitarismo e giustizia sociale contro
l'Occidente.
Dalla
noia al boia, cambia solo una consonante.
E
certo Jean Paul Sartre, filosofo e scrittore icona del comunismo militante
autore de “La Nausea” (da molti gemellato a La Noia di Alberto Moravia), deve averlo pensato quando si
sperticava in lodi per l’”Ayatollah Ruhollah Khomeiny,” per gli amici a patto
che ne avesse, Khomeiny, guida suprema della Rivoluzione iraniana.
E
ancora più di lui un altro “santino” del comunismo globale, “Michel Foucault”, che con una mano (supponiamo la
sinistra) scriveva il saggio “sorvegliare e punire” condannando il sistema e
l’”ideologia” alle origini delle carceri nei Paesi occidentali, dall’altra si
ergeva a grande fan della rivoluzione iraniana, il cui “sciismo” era considerato per sua natura
“anti-autoritario” visto che tutto il potere arrivava da Dio.
Tutti
in adorazione “sotto il melo.”
Quando
qualche raro censore della cultura dominante si interroga sui perché della
straordinaria sintonia fra sinistre specie europee, post marxisti, Centri
sociali e Islam, forse dovrebbe perdere un po’ di tempo a rileggere le elegie
dei due campioni francesi della cultura comunista.
Non
solo ospiti costanti del “sotto-melo” (l’Ayatollah riceveva i suoi ospiti in
giardino in posizione ieratica sotto un albero di melo), ma veri e propri
corifei.
Agli
ospiti occidentali, sbavanti anti-occidentalismo e alla ricerca di formule
nuove per annientare il capitalismo (dopo il flop dell’Unione sovietica) la
guida suprema della futura Rivoluzione iraniana, si presentava alla fine degli
anni settanta nella sua casa di “Neauphle-le-Château”, in Francia, come un
“Ghandi” in versione musulmana.
Per
Foucault, anche quando i primi rami degli alberi a Teheran cominciavano a
piegarsi sotto il peso dei corpi degli omosessuali impiccati, e i volti
femminili sparivano sotto il burka nero, la spiritualità politica rappresentava
la ricetta perfetta per lottare contro la modernità.
Quella
modernità occidentalizzante di cui lo Shah di Persia “Reza Pahlevi” era
considerato un campione.
Jean-Paul
Sartre e Michel Foucault vedevano nella Guida suprema una stella nascente,
quasi un santo, un’icona in grado di realizzare una società di uguali.
E ciò spiega anche l’assenza totale
dall’avvento di Khomeiny a oggi, di qualsivoglia manifestazione femminista per
difendere le donne iraniane lapidate, impiccate, incarcerate.
O in
tempi più recenti per urlare contro la pena di morte che in Iran, ma anche
nella “Gaza di Hamas”, è la regola per punire l’omosessualità. All’insegna di
un perfetto “Me too” o di un” Black matter” che
(con ricche donazioni) sono diventate negli anni l’inno delle grandi
università, ma che mai e poi mai dovevano e devono sfiorare l’Islam radicale.
Nel
Comitato di sostegno per l’āyatollāh, Sartre, che in precedenza si era già
fatto affascinare da Stalin, Mao e Fidel Castro, partecipò a un comitato di
sostegno per Khomeini.
Foucault
invece si spinse oltre: viaggiò in Persia più volte prima e durante la
rivoluzione. Impressionato dalle folle che gridavano «Islam, Islam, Khomeini,
ti seguiamo», descrisse l’ayatollah nei suoi articoli di giornale come un santo
e come un esule senza un soldo che sfidava un governo dispotico.
Sotto
il melo la Guida suprema aveva rassicurato i giornalisti occidentali, proni
davanti a lui (con la sola e unica eccezione di Oriana Fallaci) che ci
sarebbero state «elezioni libere» in Iran e di essere a favore della «libertà
completa», poiché l’Islam era una religione progressista. E no, non avrebbe
avuto un ruolo centrale nel nuovo governo.
Il 1º
febbraio 1979, mentre la rivoluzione iraniana entrava nella sua fase finale,
l’Ayatollah Khomeini, che aveva fatto leva sull’alleanza tra l’estrema sinistra
e gli islamisti, tornò a Teheran dopo diversi anni di esilio.
Il 31
marzo dello stesso anno proclamò la nascita della Repubblica Islamica,
diventandone la Guida Suprema.
Affidò
ai suoi più stretti alleati la direzione dei ministeri di nuova creazione e
sottopose l’Iran alla legge della Sharia ed espulse gli alleati di sinistra
dalle camere del potere. Ma, in fondo, per gli intellettuali, non cambiava granché:
una
rivoluzione è pur sempre una rivoluzione.
Nel
1978, gli intellettuali di sinistra negavano l’evidenza e sostenevano che
l’islamismo non avrebbe mai messo radici in Iran, mentre Khomeini parlava del
suo progetto di “governo islamico” già dagli anni di esilio in Iraq. Jean-Paul
Sartre, che faceva parte di un comitato di sostegno all’Ayatollah Khomeini,
arrivò persino a pronunciare questa frase significativa a proposito del
filosofo iraniano Ali Shariati, che considerava l’ideologo della rivoluzione
iraniana:
«Non
ho una religione, ma se dovessi sceglierne una, sarebbe quella di Shariatici».
E poi
l’America e Israele, oggetto di un nuovo anti sionismo e anti semitismo made in
Islam, e con l’Iran rivoluzionario come bandiera. Nulla di meglio per gli
intellettuali come Sartre e Foucault, alla ricerca di nuovi modelli un po’ meno
scricchiolanti rispetto allo Stalin dei 60 milioni di morti e dei gulag.
Nell’ottobre
1978, Foucault scrisse sul “Corriere della Sera” e su “Le Nouvel Observateur”
che si intravedevano già i contorni di un “governo islamico” in cui le libertà
e le minoranze sarebbero state rispettate — finché ciò non avesse danneggiato
gli altri.
Scriveva
anche che uomini e donne avrebbero avuto uguali diritti davanti alla legge, e
che la politica iraniana sarebbe stata guidata dalla volontà della maggioranza.
Tutti avrebbero potuto chiedere conto del potere ai propri rappresentanti.
Eppure
già nel 1970 nel suo libro “Lo Stato Islamico, pubblicato nel 1970, Khomeini
delineava un mondo mentale dominato da deliri e teorie del complotto.
Al
centro di tutto questo, c’erano gli ebrei.
Gli
ebrei: che Dio li umili.
Li
descriveva come un popolo astuto e laborioso, il cui obiettivo era distruggere
l’Islam e dominare il mondo.
Scrisse
persino che un giorno i persiani avrebbero potuto ritrovarsi governati da un
ebreo:
«Che
Dio li umili» — aggiungeva — «Dio ce ne scampi!»
In un
discorso del 1964, definì Israele «la fonte di tutti i nostri problemi». La
terra apparteneva ai musulmani, sosteneva, e la sua “liberazione” era un dovere
religioso.
La
storia qualcosa insegna, anche in tema di plagio.
Ma i
Pro-Pal non leggono molto. E nulla cambia.
Nonostante
l’orrore del pogrom commesso dall’organizzazione terroristica Hamas in Israele
il 7 ottobre, alcuni leader de La France Insoumise (LFI) si ritrovano a
sostenerla descrivendola come un “movimento di resistenza”, o trovando
attenuanti per la milizia islamista sciita libanese Hezbollah, che riceve
ordini da Teheran e bombarda senza tregua i civili nel nord di Israele.
Inoltre,
alcuni di loro, come “Aymerich Caron”, ritengono che vietare l’abaya nelle
scuole sia un atto anti-laico, mentre Jean-Luc Mélenchon, dopo numerosi cambi
di posizione, ha fatto del sostegno all’islam più anti-laico il proprio cavallo
di battaglia.
(Bruno
Dardani).
IL
PERICOLO DELL'ALLEANZA
TRA
ISLAM RADICALE E
SINISTRA RADICALE
Nuovogiornalenazionale.com - Giuseppe Augieri
– Opinioni – (12 Ottobre 2025) – ci dice:
Sarebbe
il caso che si cominciasse a tener d’occhio - oltre ai putinisti ed all’ormai
affievolito pericolo dei trumpiani – anche gli islamisti.
Essendo
questi ultimi, per me, i più pericolosi, ma trascurati:
il mantra ha deciso di ignorare la penetrazione che
l’islam sta avendo nelle coscienze di tutto il mondo ma in particolare nei
Paesi nei quali la più radicale sinistra riesce a gestire le piazze ed i
movimenti sociali.
Il perché di questa rimozione andrebbe
approfondito.
So di
sollevare polemiche, ma non posso non constatare che l’avvertimento lanciato
all’occidente dalla maggior parte dei Paesi musulmani e arabi - anche per bocca
di autorevoli esperti come l”’Imam Chalghoumi e la giornalista “Souad Sbai",
per questo finiti nel mirino - di non sottovalutare questa penetrazione è stato
un avvertimento ignorato. In qualche caso sbeffeggiato.
Quei
Paesi, che il problema lo conoscono perché lo hanno vissuto sulla pelle, ci
hanno detto che «la sharia si muove come una lobby globale che mira al raggiungimento del
potere attraverso una strategia ibrida e graduale, quasi mai violenta,
soprattutto all’inizio. Costruisce furbescamente consensi attraverso attività
sociali, culturali, religiose, benefiche e velatamente politiche. Dopodiché
lanciano il sasso e spesso nascondono la mano, mentre i loro adepti si
radicalizzano e soffiano sul fuoco dell’odio» (Il Riformista).
E’
l’ala “politica” di Hamas – non sanguinaria ma non meno letale - che influenza
le politiche di Giordania, Kuwait, Yemen, Libia, Marocco, Iraq, Indonesia,
Pakistan e Algeria; che è di fatto al potere in Sudan e Iran; che è stata messa
al bando da Paesi mussulmani come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti,
Bahrain, Giordania, Siria, Libia, Tajikistan, Kazakistan, Turkmenistan,
Uzbekistan e, tra i non musulmani, da Russia e Austria.
Gli Stati Uniti sono sulla stessa strada.
In
Europa il disagio sociale altissimo e la fragilità che ne consegue – mancano
progetti seri di risposta, non si alimentano speranze contro il degrado sociale
e anche democratico, che così si fanno apparire ineluttabili – possono essere un terreno dove
coltivare la possibilità di usare la nostra democrazia e la nostra tolleranza
proprio contro di noi.
«L’alleanza
tra sinistra radicale e Islam radicale è ormai un dato di fatto» dice l’articolista.
Io
sono meno pessimista, ma non posso non annotare che il pericolo esiste.
E se,
come diceva Falcone, si segue la pista del denaro, i finanziamenti ad
iniziative anche genuinamente sociali – fenomeni acclarati ma non
pubblicizzati, il perché sarebbe da capire – dovrebbero far suonare campanelli
di allarme.
E la
fonte dei finanziamenti – per esempio la Turchia – essere oggetto di qualche
cosa in più di distratte riflessioni in chi fonda la sicurezza sulla NATO per
pericoli diversi dal diffondersi dell’islamismo.
La
sinistra, per quanto zoppicante, per quanto in questo momento lontana dalla mia
stima, non merita assolutamente di vedersi accomunata – in alcun modo – a
movimenti di rivolta che fanno da prodomo a qualcosa di più.
Di potersi anche lontanamente farsi
considerare “l’utile idiota”. Mi rifiuto di accettarlo.
Ma c’è
bisogno che due scelte vadano a questo punto riesaminate con attenzione:
quella
di avere paura di essere scavalcati da una qualsiasi istanza “più a sinistra”;
quella
di pensare ad uno scontro sociale portato come metodo di opposizione.
Per
entrambi occorre fare marcia indietro.
Netta.
Il
pericolo che entrambe queste scelte favoriscano atti di violenza è forte.
Non va
combattuto autocensurando movimenti e manifestazioni: ma impedendo in ogni modo
che sacche di violenza siano presenti ed addirittura talvolta dirigiste. Dire
no alla violenza prima che si manifesti: dopo è sterile.
Vi è
un “pregiudizio” culturale che attribuisce alla sinistra una sorta di innocenza
morale.
L’idea
romantica del rivoluzionario che combatte l’oppressione induce a pensare che le
sue intenzioni siano «giuste» e quindi meno condannabili.
Per
questo motivo episodi violenti vengono talvolta liquidati come semplici
«tensioni» o «manifestazioni» e non come minacce alla democrazia.
Lo
considero del tutto sbagliato.
Prendere
sul serio la violenza di sinistra serve a difendere la sinistra democratica.
Che
c’è. Che va rispettata.
Denunciare
l’estremismo armato non equivale a criminalizzare le lotte sociali, ma a
proteggerle da chi vorrebbe trasformarle in guerra ideologica.
La
violenza politica non è diversa se di destra o di sinistra, perché è un
“difetto della democrazia”.
Se c’è
il pericolo – e per me c’è; e gli esempi si vedono; e le esternazioni “fuori
del vaso” sono continue; e le iniziative dubbie sono tante – che questo sia
l’aspetto più visibile di una strategia che viene dal di fuori della nostra
cultura, la questione non può restare nell’ambito del dibattito culturale. Deve
diventare azione politica, intesa come Politica.
Prima
che affezionati ai propri partiti occorre essere affezionati alla democrazia ed
alla sua cultura. Giuro che questo è "di sinistra".
Islamismo
e sinistra da una parte, noi dall’altra.
Lavocedelpatriota.it
– (17 Novembre 2025) – Luigi Trisolino – Redazione – ci dice:
La
sinistra tace e gode di fronte a “MuRo27”, un nuovo soggetto politico di
matrice islamista sorto nella capitale italiana, e composto esclusivamente da
esponenti musulmani che, in quanto tali, aspirano ad entrare nella realtà
politica partendo dalle elezioni del 2027.
Tace e
gode la sinistra.
Ma
tremano le nostre radici giudaico-cristiane evolute, attraversate dal
razionalismo laicale e dalle conquiste liberali classiche in un dinamico
equilibrio di storia, identità e civiltà.
Un
ulteriore attacco all’Occidente vorrebbe costruire il suo nido proprio nella
patria dell’occidentalismo illuminato: Roma.
A noi
che siamo patrioti amanti delle libertà d’individui e popoli, a noi che
vogliamo giungere alla liberazione dell’uomo e della donna dall’oppressione
esistenziale dell’egemonia culturale, a noi che crediamo che lo Stato di
diritto debba servire ardentemente la fiamma viva di un sempre libero amor
patrio, a noi, spetta parare i colpi d’attacco di chi vorrebbe l’islamizzazione
geopolitica dei continenti.
Sul
progresso delle nostre libertà dobbiamo consolidare consapevolezze e militanze,
per rafforzare l’azione politica di conservazione popolare, per mantenere viva
e libera la Nazione italiana insieme a tutte le altre Nazioni sorelle d’Europa,
nonché insieme alle libere Americhe.
Ma
intanto cresce MuRo27.
Tra i
suoi fondatori figura un ex militante della sinistra convertitosi all’Islam, il
signor” Francesco Tieri”, attivo nelle moschee romane, come è suo sacrosanto
diritto fare sul piano della libertà religiosa e sociale.
A
proposito di sinistra e correnti islamiste, si può fare una riflessione più
generale, che prescinde dai singoli casi di Roma e di Monfalcone (dove già si è visto un esperimento
simile, seppur molto più contenuto).
La
sinistra pareva strapparsi i capelli per i diritti delle donne, per la parità,
e adesso tace supina, strizzando l’occhio a tendenze politiche fondate su
culture socio religiose che, negli Stati dove vige la sharia o nel chiuso delle
case dove vige la legge immorale dei padri mariti padroni, relega la dimensione
del femminile nello scantinato dei diritti.
Fuggano
da quelle sinistre tutti gli intellettuali onesti, come ha fatto il direttore
del Tempo “Tommaso Cerno”, e come in tanti altri hanno fatto, stanno facendo e
faranno.
I
signori dell’anti-Italia vogliono giuocare sul territorio di Roma la vera lotta
per un’affermazione islamista antitetica alla laicità liberale dello Stato
italiano.
D’altronde,
nelle mire più fondamentaliste dell’islamismo militante (non è ovviamente il
caso ufficiale di MuRo27, poiché i veri estremisti si nascondono dai media e si
infiltrano in circoli, lobby e partiti), è Roma il vero obiettivo di conquista.
È
facile capirne il motivo: per la storia di grande vitalità del Vaticano con la
Chiesa cattolica apostolica romana, che gli estremismi scristianizzanti
vorrebbero veder perire.
In
Italia per lungo tempo si è contestata alla Democrazia Cristiana una caratura
troppo religiosa, antitetica alla laicità statuale, e in quanto tale superata
da esperimenti partitici come La Margherita, confluita insieme ai Democratici
di Sinistra nel Partito Democratico.
Ora che gli islamisti vorrebbero realizzare
un’operazione molto più confessionale e (non soltanto non-laica, bensì)
anti-laicale, oltre che anti-occidentale, le sinistre confondono i diritti
umani con le post-ideologie woke e gender, avallando surrettiziamente una “cancel
culture” anti-italiana a mezzo politico-islamista.
Tacciono,
quindi, le sinistre, strizzando l’occhio agli esperimenti islamisti in Italia. Tacciono
come tacquero davanti a più datate ed ingiustificabili “scriminanti e
attenuanti culturali” inaugurate tempo fa da alcune correnti giudiziarie, che
volevano scriminare o attenuare i reati commessi da chi non ha un sistema
culturale affine al nostro:
per la serie, si scrimina o si applica
un’attenuante inventata da alcune toghe a chi, per religione o per cultura
nativa, non riesce a capire che le donne sono libere al pari degli uomini, per
esempio.
Che
scempio: per nulla affine alla nostra tradizione giuridica.
Ci
risiamo, la sinistra – soprattutto quella di questo periodo confuso – è
indifferente a tutto ciò che è cultura patriota, è indifferente quindi alla
cristianità cattolica e al diritto romano quali formanti fattuali di civiltà;
mentre è attratta da una evasiva nonché pseudo-adolescenziale voglia di
mescolarsi con culture antitetiche alle nostre radici, e nel caso degli
islamisti, con culture che vorrebbero sostituire la croce e il tricolore libero
con altro.
Dove
rintracciare i motivi dei connubi tra sinistre e islamismi geopolitici?
Nel
materialismo post-leninista che, pur di atterrare il sacro cristiano, si allea
con il sacro de-cristianizzante.
Ma
anche nell’odio al patriottismo: quello stesso odio che vorrebbe superare il
nostro concetto di patria nazionale.
La
radice filosofica comune, in un macro insieme di differenti sottoculture, a ben
vedere, è l’organicismo non libertario.
Come
comunisti e tardo-comunisti vorrebbero la diminuzione massiva delle libertà
economiche dei singoli nelle comunità nazionali, in nome di una omologazione
che viene scambiata per eguaglianza imposta dall’altro, così gli islamisti
vorrebbero un controllo dall’altro delle esistenze morali individuali,
soprattutto in danno alle donne, ritenute non adatte agli impegni di direzione
dello Stato e delle aziende.
Allora
non ci resta che stringerci attorno a tutte quelle donne imprenditrici, in
naturale parità con gli uomini imprenditori, così come non ci resta che
stringerci attorno a chi come Giorgia Meloni senza chiedere il permesso a
nessuno si è prodigata a servire in militanza la patria, per poi ricoprire
l’onorato ed oneroso incarico di capo del governo italiano, insieme a tutti i
ministri, uomini e donne.
Allora
non ci resta che difendere la natura, così come non ci resta che difendere le
conquiste naturali di parità: non quelle ideologicamente femministe o queer.
Ma
quelle giuste, semplicemente giuste, in quanto fondate sul diritto naturale,
legalizzato dalla comunità in Stato di diritto positivo.
Bisognerà
monitorare tutto il sottobosco di moschee abusive di Roma, onde evitare ogni
penetrazione di fondamentalismi geopolitici di matrice nazi-islamista.
Bisognerà quindi avere a capo dell’amministrazione
capitolina di Roma chi da sempre si batte con orgoglio e intelligenza per la
sicurezza, anticamera di sviluppo, identità, forza e libertà.
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