La libertà contro la tirannia.
La
libertà contro la tirannia.
Mons.
Viganò: “l’Unione Europea
Va
Rasa al Suolo.”
Conoscenzealconfine.it
– (18 Gennaio 2026) – Carlo Maria Viganò – ci dice:
L’arcivescovo
Carlo Maria Viganò ha commentato su “X! la questione del “Mercosur”, che sta
provocando proteste in tutta Europa.
Un’élite
eversiva si è impadronita dei governi di quasi tutti i Paesi occidentali.
I suoi emissari nei governi considerano i
propri cittadini come nemici da estinguere mediante pandemie, guerre, carestie
e criminalità.
Sono
decenni che i globalisti orgogliosamente rivendicano la paternità dei progetti
di de-popolamento, nel silenzio complice della stampa mainstream e di tutte le
istituzioni civili e religiose.
E se i
crimini della farsa psico-pandemica e le frodi dell’emergenza climatica sono
ormai innegabili, appare ormai evidente che il comparto da eliminare è proprio
quello dell’agroalimentare, oggi troppo parcellizzato e quindi poco
controllabile a livello globale.
Il
Mercosur è un trattato di libero scambio con Argentina, Brasile, Bolivia,
Paraguay e Uruguay a seguito del quale l’Europa sarà invasa da alimenti
prodotti da coltivazioni o allevamenti non sottoposti alle nostre ferree regole
sanitarie.
La sua
approvazione costituisce un attacco all’agricoltura, agli allevamenti, alla
pesca e alla salute dei cittadini europei, che avrà come risultato la
distruzione del tessuto socioeconomico di intere Nazioni e la dipendenza
alimentare dalle multinazionali del settore, tutte riferibili ai fondi di
investimento “BlackRock”, “Vanguard” e “State Street” che stanno saccheggiando
le terre agricole.
L’asservimento
dei governanti agli interessi dell’élite globalista è ancor più evidente
dinanzi alla pianificazione della sostituzione etnica, perseguita allo scopo di
cancellare l’identità religiosa, culturale, linguistica ed economica degli
Stati e poter meglio controllare le masse.
Da
Stormer a Macron, da Rutte a Sanchez, dalla von der Leyen alla Meloni, la
sorveglianza totale è ormai in fase di realizzazione e diventerà irreversibile
con l’introduzione della valuta digitale e l’obbligo dell’ID univoco per
l’accesso ai servizi essenziali.
Esprimo
quindi il mio pieno sostegno alle manifestazioni di protesta degli agricoltori
e degli allevatori europei e britannici, in queste settimane fatti oggetto di
una vera e propria persecuzione spietata e ingiustificata.
Auspico
che i cittadini diano pieno appoggio a queste categorie particolarmente
colpite, anzitutto acquistando direttamente da loro ciò che producono, perché è
grazie alla loro presenza che possiamo mangiare in modo sano ed evitare
alimenti ultra- processati o geneticamente modificati.
Invito a boicottare le aziende della grande
distribuzione che sostengono il Mercosur e penalizzano la produzione interna.
L’Unione
Europea è un’associazione eversiva criminale: essa non può essere ‘cambiata dal
di dentro’, va semplicemente rasa al suolo.
(renovatio21.com/mons-vigano-lunione-europea-va-rasa-al-suolo/).
LA
BATTAGLIA TRA LA LIBERTA’
E LA
TIRANNIA. BISOGNA SCEGLIERE.
Imgpress.it
– Domenico Bonvegna – (Gennaio 13, 2026) – Culture – ci dice:
Stiamo
vivendo “tempi forti”, per certi versi sembra di essere tornati ai tempi della
“guerra fredda”.
Comincio
dalla guerra in Ucraina scatenata dalla “Federazione Russa”, poi il 7 ottobre
2023, la guerra scatenata da Hamas sostenuta dall’Iran contro Israele,
ora la
cattura del dittatore comunista del Venezuela Nicolas Maduro, a breve forse,
dovremo schierarci pure per la Groenlandia, e poi magari per Taiwan, (di Hong
Kong non ci siamo accorti) si tratta di avvenimenti di geopolitica che non
possono lasciarci indifferenti e infatti molti si sono schierati, hanno
manifestato e manifestano pro o contro.
Certamente
almeno noi del mondo occidentale siamo chiamati tutti a scegliere, ed ha
ragione da vendere “Marco Invernizzi” quando scrive che è in atto nel mondo una
battaglia tra la libertà e la tirannia (Venezuela e non solo. L’alba della
libertà, 12.126, alleanzacattolica.org).
Qualcuno questa battaglia la inquadra in una
competizione strategica, tra Stati Uniti e Cina.
“Una
competizione che non si gioca solo sul piano militare, ma su tecnologia,
filiere produttive, controllo delle infrastrutture e influenza politica.
Il
2026 si apre quindi come un anno di consolidamento di questa dinamica”.
(Antonio Zennaro, Non solo Venezuela:
così gli Usa tornano all’offensiva nella competizione con Pechino, 9.1.26,
atlanticoquotidiano.it).
Gli
Stati Uniti, con Trump, “sembrano orientati a difendere in modo più diretto il
proprio perimetro strategico.
Non
per spirito di confronto, ma per una valutazione di interessi ritenuti
essenziali”.
Anche la questione Groenlandia va inquadrata
in questo contesto.
La preoccupazione degli Stati Uniti che, “Cina e
Russia riescano in relativamente poco tempo a portare la Groenlandia sotto il
loro controllo, de facto se non de jure, come hanno fatto, per esempio, con il
Venezuela e Panama, non è infondata. Le prime avances cinesi per lo
sfruttamento delle risorse e il controllo delle infrastrutture dell’isola
risalgono già a qualche anno fa”. (Federico Punzi, O gli Usa, o Cina e Russia: cosa c’è nel
futuro della Groenlandia, 12.1.26, atlanticoquotidiano.it).
Certo,
come in ogni cosa ci sono sempre gli interessi economici, ma spesso questi sono
sempre preceduti da quelli storici, culturali e spirituali.
A
cominciare dal prelevamento del Presidente Nicolás Maduro e della moglie dalla
loro camera da letto a Caracas e al successivo trasferimento a New York.
Episodio
che forse dovrebbe segnare la fine del “socialismo del XXI secolo”.
Quel
tentativo “di rilancio dell’ideologia socialista dopo il 1989 e dopo la fine
dell’Urss (1991) in America Latina, in particolare attraverso il pensiero del
politologo tedesco “Heinz Dieterich”, che fu consigliere del governo
venezuelano prima della rottura nel 2007, e assunto come programma politico da
diverse figure carismatiche, in particolare dal generale venezuelano” Hugo
Chàvez” (1954-2013)”.
Un
socialismo, intriso di nazionalismo boliveriano che prima con Chavez e poi con
Maduro, ha portato il Venezuela alla miseria perché hanno applicato “in modo radicale l’idea di fondo del
socialismo, cioè la soppressione della proprietà privata, attraverso la
nazionalizzazione della produzione petrolifera, che è la vera ricchezza del
Paese”.
Risultato,
la miseria diventa il principale problema del Paese, con otto milioni di
abitanti che vanno in esilio volontario.
La
Chiesa rimane l’unica alternativa al regime, sia perché riceve aiuti
dall’estero e può organizzare le “pentolate” per sfamare una popolazione
stremata, sia per la sua struttura capillare attraverso le parrocchie, presenti
sul territorio, che possono aiutare la popolazione in difficoltà.
L’operazione
di polizia di Trump porterà la democrazia in Venezuela?
È
presto per dirlo. Vedremo.
Intanto
Il Presidente americano ha lanciato un forte segnale in America Latina e cioè
non si può prescindere dagli Stati Uniti e che favorire la Cina e la Russia e i
loro interessi geo-politici non è una buona idea”.
Noi
europei ci siamo scandalizzati perché Trump ha ignorato il diritto
internazionale e ci piacerebbe vederlo sempre rispettato.
“Però
bisogna prendere atto – scrive Invernizzi – che nel mondo odierno comanda la
forza degli Stati, o almeno di alcuni Stati. Sono tutti uguali questi Stati?
L’uso della forza americana è ancora
preferibile a quello cinese o russo o, peggio, della Corea del Nord?
Io
penso senz’altro di sì”.
Pertanto, il gesto di Trump ha ancora diviso
tra favorevoli e contrari. Attenzione però, si tratta di una divisione molto
più antica che riguarda l’Occidente e risponde alla domanda:
“la cultura occidentale è un patrimonio che merita di
essere difeso e riproposto oppure al contrario merita di morire, cioè di essere
spazzato via dalle nuove forze ideologiche e politiche che si richiamano o al
vecchio comunismo aggiornato (Cina e Corea del Nord) oppure a una forma di
nazionalismo imperialista con venature religiose (sciita in Iran e ortodosso in
Russia)?”
E
ancora, continuo con le domande poste da “Invernizzi”.
Per un
cattolico che vive in Occidente, “che sa benissimo che la sua cultura e la sua civiltà
non sono le uniche possibili incarnazioni della fede cristiana, ma sono quelle
che contraddistinguono le sue radici, è giusto difendere e riproporre questi
principi (che sono quelli della dottrina sociale della Chiesa), oppure va
incoraggiato quel vento rivoluzionario, nazionalista e/o socialista, che in
nome del “socialismo del XXI secolo” vorrebbe spazzare via dalla storia
l’Occidente decadente e corrotto?”
Dunque,
anche oggi bisogna scegliere, come durante la Guerra fredda, se si vuole
proteggere e ricostruire partendo dall’esistente, per quanto disgustoso possa
essere, oppure se si preferisce cercare di “distruggere il sistema” per poi
affidarsi utopisticamente alla costruzione del “mondo nuovo”.
Tuttavia,
non si tratta soltanto del Venezuela.
C’è
anche l’Iran, dove si svolge in questi giorni, un’antica battaglia fra la
libertà e la tirannia.
I
manifestanti in Iran, sembrano, addirittura invocare il ritorno di Reza
Pahlavi, l’erede dello Scià di Persia, fuggito dal Paese nel 1979 dopo la
Rivoluzione khomeinista.
Tutti
quelli che manifestano dagli iraniani ai venezuelani, agli oppositori che non
possono parlare in Cina, Russia e Corea del Nord, tutte queste persone, che
magari appartengono a diverse formazioni politiche, stanno dalla parte della
libertà contro i regimi totalitari o dispotici. Interi popoli hanno riscoperto
il desiderio della libertà, l’amore per la propria tradizione e per le radici,
e sono disposti anche a sacrificare la vita per raggiungere questi obiettivi.
L’«asse
del male» è in difficoltà, questa è la buona notizia.
(Domenico
Bonvegna).
Conservare
la libertà contro
la
tirannia dell'innovazione.
Lisandermag.substak.com
- Raimondo Cubeddu (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) - Lisander –
Redazione
– (ago 28, 2025) ci dice:
Accantonate
le annose e tutto sommato ormai anche inutili diatribe sulle origini del
conservatorismo, sulle sue fonti, sulla sua natura ed estensione, e accettato
che si tratti in buona sostanza di un atteggiamento individuale e sociale che
con la saggezza che viene dall’esperienza si chiede se tutto quello che è nuovo
sia parimenti buono e duraturo, la domanda che immediatamente ci si deve porre
è cosa ci sia oggi da conservare e come farlo.
Evitando,
anche in questo caso di chiedersi di chi sia la responsabilità della scomparsa
di ciò che rimpiangiamo, se il cambiamento sia identificabile con l’evoluzione
e che cosa conservare in un mondo il cui cambiamento non è sotto il nostro
dominio o controllo.
Premesso
che a mio avviso l’obiettivo a cui dovrebbe tendere un vero e sano
conservatorismo è l’intransigente difesa della libertà individuale e che in
questo consiste il suo intimo legame col liberalismo, la domanda è: difenderla
da che cosa?
Fino a
pochi anni fa si diceva che la libertà individuale dovesse essere difesa dal
potere (politico, economico e religioso), ora penso che sia il caso di
chiederci come difenderla e di proteggerla dal cambiamento incessante e
illimitato al quale, obtorto collo, siamo sottoposti e dalle sue imprevedibili
e talora infauste conseguenze.
Certamente, il potere politico, economico e
religioso (anche se in quest’ultimo caso dubito che in Occidente si possa
parlare ancora di un ‘potere’), rimangono i grandi nemici della libertà
individuale.
E questo per via del fatto che possono imporre
comportamenti che non si vorrebbero tenere;
ma
accanto a essi, e proprio perché la politica e l’economia non ne possono più
fare a meno, in questi ultimi decenni si è universalmente imposto il potere
della scienza, della tecnologia e dell’innovazione.
Un’innovazione
pervasiva e omogeneizzante alle cui conseguenze e implicazioni nessuno sembra
in grado di sfuggire e che è resa ancor più asfissiante dal fatto che viene
imposta dalla politica.
Ciò avviene soprattutto nel momento in cui tutti i
servizi che essa offre, o dovrebbe offrire, vengono erogati tramite modalità
informatiche che sono, in buona sostanza, un fenomenale strumento di conoscenza
e di controllo politico delle vite degli individui.
Un controllo al quale appare ormai difficile
sottrarsi e che potrebbe essere evitato soltanto rinunciando del tutto a
servirsi di strumenti tecnologici (comprese carte di credito), dei servizi
offerti dallo Stato e quindi sottraendosi anche all’obbligo di una dettagliata
denuncia dei redditi.
Quanto questo sia difficile è evidente, come
pure è lampante che si tratta di una prospettiva anarco-individualistica di
difficile realizzazione.
Ma è
altrettanto evidente che, se ci sta a cuore la libertà, e se è arduo immaginare
modalità di associazione civile e politica che prescindano da forme organizzate
di potere (soprattutto perché bisogna difendersi continuamente da insipienti e
da predoni), qualcosa bisognerà pure escogitare.
E
questo qualcosa non può consistere soltanto nel chiedersi e nell’individuare
cosa dobbiamo conservare della nostra gloriosa tradizione culturale, filosofica
e religiosa occidentale e quali siano gli strumenti più adeguati al fine.
Possiamo,
anzi dobbiamo, difenderla, ma essere altresì consapevoli che ai vecchi nemici
se ne sono aggiunti altri.
Molto
più aggressivi e pervasivi, che non concedono sconti e che subdolamente mirano
a mostrare che tutta l’eredità del passato e l’esperienza sono diventate
inutili.
Tuttavia,
se l’elemento subdolo della faccenda consiste nel tentare di farci credere che
soltanto l” ’IA “potrà salvarci, bisogna anche e mestamente riconoscere che del
nostro passato e della nostra cultura, anche per via dello scempio che ne
abbiamo fatto, è rimasto poco da salvare.
Infatti,
il necessario corollario della tesi che non tutto ciò che è nuovo è buono, è
che il mondo – come avevano incautamente profetizzato illustri e tuttora
celebrati filosofi del passato – non va necessariamente “verso il meglio”, ma è
in incessante e poco prevedibile cambiamento.
Un
cambiamento che non ha un fine al quale (buono o cattivo che sia) non è
possibile sottrarsi, e sul quale possiamo cercare di intervenire non tanto,
come si è a lungo pensato, trasformandolo nella realizzazione della libertà
individuale, bensì rafforzando le possibilità individuali e sociali di
sottrarsi a esso.
Nel
suo celebre saggio “Why I Am Not a Conservative”?, posto a conclusione di “The
Constitution of Liberty”, del 1960,” Hayek “poneva la distinzione cruciale tra
liberalismo e conservatorismo nel fatto che quest’ultimo riteneva che i valori
fondamentali di una civiltà potessero essere salvaguardati e difesi soltanto
dalla politica e nella diffidenza del conservatorismo nei confronti di quella
che “Schumpete”r (che tuttavia non menziona) aveva definito la “distruzione
creatrice” del mercato.
Dunque,
difesi da uno stato e da una costituzione intesi come il sia pur discutibile
esito di quella “Great Tradition”, insieme religiosa e laica, che con parole di
Strauss, costituiva “il segreto della vitalità dell’Occidente”. Avvertivano,
questi e altri pensatori, tra i quali non si deve assolutamente dimenticare “Michael
Oakeshott”, come fosse importante difendere il passato dall’assalto
dell’innovazione e del cambiamento ispirato a ideologie tanto velleitarie da
sconfinane nell’utopia, ma – anche se alcuni di essi, forse, avevano
incautamente sottovalutato il ruolo e la funzione della religione –
quell’assalto lo vedevano, a seconda di casi, provenire soprattutto dalle parti
della politica, del mercato, della televisione o della pianificazione.
Dalla
loro inesausta espansione a scapito della libertà individuale e dalla loro
capacità di condizionare i comportamenti umani.
Sono
passati poco più di sessant’anni e la situazione è radicalmente cambiata.
Il
venir meno della funzione che per secoli la religione aveva assicurato nel
moderare le aspettative individuali e sociali sulla base di un insieme di
valori stabili per via della sua discendenza divina, il suo ridursi – per un
crescente e autorevole insieme di “fedeli” – a una pratica “fai da te” ispirata
dalla trasformazione delle aspettative individuali in diritti umani universali
e a una “politica sociale”, ha sicuramente inflitto un colpo mortale alla
credenza che la conservazione della “Great Tradition” si potesse e dovesse
basare sulla religione.
Contemporaneamente,
ma non indipendentemente, anche la politica ha perso quella funzione
moderatrice perché la formazione delle aspettative – soprattutto dopo il
fallimento o superamento dei sistemi educativi democratici, delle
trasformazioni della famiglia, della diffusione e incidenza dei social – non
dipende da “grida” rivolte a una moltitudine differenziata e mutevole di
cittadini, ma dalle innovazioni tecnologiche che la politica non produce e che
non controlla né nella diffusione dei vantaggi e delle opportunità, né negli
esiti.
Più o
meno inintenzionali.
La conseguenza è stata la riduzione della
politica a repressione.
Il
risultato di questo immane cambiamento è che anche gli anziani, dei quali ormai
abbonda l’Occidente, sono diventati esposti alla credenza che la loro felice
esistenza, dipenda prevalentemente dall’applicazione della tecnologia alle loro
esigenze.
Tendono ad abbandonare valori, credenze e
abitudini in favore di stili di vita che sperano possa assicurar loro un’eterna
giovinezza.
Un
sereno benessere garantito dallo stato sociale e dalla scienza.
Ed è
per questo, ma altro ancora si potrebbe aggiungere, che penso che conservare
significhi oggi difendere la libertà, anzitutto individuale, di potersi
sottrarre a tutto questo.
Che la libertà sia quel supremo lusso che
consiste nella possibilità di fare a meno di tutto.
Non
penso che sarà facile e neanche che la proposta incontrerà sostenitori e forse
neanche credito.
Ma
sono anche del parere che cercare di dar vita a un’associazione civile e
politica in cui ciò sia possibile sia perlomeno inutile quanto il cercare di
conservare valori e usanze di un passato che, più che essere discutibile, non
esiste più.
E non
soltanto perché cancellato dall’educazione scolastica “democratica”.
Tanto
che si potrebbe dire che il vero problema di una riproposizione odierna del
conservatorismo consiste non tanto nella diffusione di una immotivata fiducia
nel progresso (che si è sempre rivelata catastrofica), quanto da quella
scomparsa del passato che ne è la causa.
Premesso
che l’applicazione di strumenti e della mentalità “scientifica” alla soluzione
dei problemi umani ha avuto l’innegabile pregio di averne risolti molti, a
iniziare dalla fame e dalle malattie, negli ultimi secoli l’insieme
apparentemente variegato della filosofia politica occidentale si è occupato
prevalentemente di elaborare sistemi teorici e pratici, “giusti” o
“efficienti”, atti a soddisfare sempre cangianti aspettative individuali e
sociali.
Glissando
sulle conseguenze inintenzionali di tale corsa verso il meglio e intendendola
come il fine stesso dell’umanità intera.
Arrivati al punto di confondere tra
aspettative e bisogni, di non avere più criteri per stabilire se tutti
dovessero essere necessariamente soddisfatti, e senza chiedersi quali avrebbero
potuto essere le conseguenze indesiderate di quella corsa, abbiamo delegato
alla scienza e alle maggioranze elettorali il compito di selezionarli, di
imporli e di soddisfarli.
In
questo modo, rimosso il concetto di limite, tanto della conoscenza quanto
dell’ingordigia di benessere, ci siamo consegnati mani e piedi a un presunto
progresso scientifico e tecnologico.
E
questo, nel suo infinito e sempre più repentino cambiamento, ha finito per
dissolvere quel principio dell’imputazione causale che costitutiva la base di
quell’esperienza che (sia pure in maniera limitata) consentiva di distinguere
le novità accettabili da quelle che invece avrebbero generato soltanto nuova
incertezza.
Ci
siamo dimenticati che ogni novità poteva avere conseguenze buone e cattive.
Soprattutto
che, quando si succedono a un ritmo incalzante che non consente più di avanzare
previsioni sulla loro distribuzione sociale, la conseguenza sarebbe stata
un’accentuazione della situazione di incertezza che caratterizza la condizione
umana. Di qui quel nostro attuale stato di malessere dal quale appare difficile
uscire. Un malessere che si riflette soprattutto sulla sopravvivenza della
libertà e sulle condizioni che la rendono possibile e necessaria. E che si
palesa nella sempre più marcata propensione a sacrificare la libertà per il
benessere; per l’illusione di poter far di tutto e senza conseguenze. La
speranza è quindi di impadronirsi delle conseguenze positive dell’innovazione e
di scaricare quelle negative sugli altri.
La
scienza e la tecnologia si sono così trasformate in una nuova forma di potere
molto più pervasiva di quella politica e alla quale risulta sempre più
difficile potersi sottrarre. La libertà, che non può essere disgiunta dalla
responsabilità delle conseguenze del suo esercizio e che non deve essere
sacrificata al mito di un benessere da realizzare tramite un uso sempre
maggiore di strumenti “tecnologici” e neanche affidato a un’innovazione
continua e illimitata, ne è stata la prima vittima. E la seconda è stata la
politica ormai incapace di “governarne” la distribuzione delle conseguenze.
Tanto dei suoi vantaggi, quanto delle sue calamità. Rimosso il concetto di
scarsità, sia di conoscenza, sia di risorse, e diventato ormai impossibile
controllare il progresso scientifico e tecnologico tramite la politica e la
religione, non abbiamo tenuto conto del fatto che stavamo andando incontro a
una nuova forma di tirannide che avrebbe fatto impallidire le più malvagie
esperienze del passato.
Ed è
per questo che ritengo che il compito della filosofia politica sia quello di
tentare di elaborare assetti istituzionali che possano consentire di conservare
la libertà in un mondo in non ergodico e imprevedibile cambiamento; ovvero di
pensare a potersi sottrarre al vortice dell’innovazione continua e alle sue
conseguenze. Certamente non sarà facile, né privo di traumi, ma chi ha a cuore
la libertà non penso abbia alternative.
L’aggressione
del politicamente corretto contro la libertà individuale: il pericolo della
“tirannia dei valori.”
Ilriformista.it
- Andrea Venanzoni – (5 Marzo 2024) – Redazione – ci dice:
L’aggressione
del politicamente corretto contro la libertà individuale: il pericolo della
“tirannia dei valori”
Insinuatosi
nel cuore del dibattito pubblico, prima, e nella plancia di comando della
produzione normativa, poi, il politicamente corretto è ormai un convitato di
pietra che, simile a un veleno, si autoalimenta.
Fantasmatico,
evanescente, ha avuto buon gioco, un po’ come il diavolo, perché ha convinto
molte persone della sua non-esistenza e della sua non pericolosità.
Potendo così autoreplicarsi, con le sue
metastasi, la sua neo-lingua, la sua mediocrità, la sua debolezza corrotta e
impestando libri, politica, accademia, mondo intellettuale, istituzioni
scolastiche.
Brodo
di cultura.
Epitome
assoluta di un’epoca in cui, per citare Shakespeare, la virtù chiede in
ginocchio al vizio il permesso di fargli del bene.
C’è un
aspetto in particolare che ha permesso al politicamente corretto, che a ben
vedere meglio dovrebbe essere declinato come “politicamente corrotto” vista la sua totale povertà
intellettiva, di espandersi oltre il limite di guardia:
la sua
espansività in nome di una metodica in apparenza senza costo alcuno.
Arcadicamente
sbandierato come pensiero di tutela e di difesa di minoranze oppresse,
assiologicamente issatosi sul piedistallo della giustizia sociale, il
politicamente corretto si è spacciato come brodo di coltura capace di apportare
miglioramenti, nuovi diritti, giustizia e libertà, senza nulla togliere agli
altri.
“A te
cosa toglie?” è divenuto lo sbilenco, patetico e falso slogan che accompagna il
posta market dei nuovi diritti, alle cui spalle avanzano le orde censorie e
perennemente indignate le cui polemiche leggiamo ogni giorno ormai sulla stampa
o sui siti internet.
Diritto
e ordinamento.
A te
cosa toglie, chiedono con lampada ad alzo zero sparata in faccia come in un
interrogatorio della DDR, se si vuole cesellare un qualche diritto che consenta
alla gente di identificarsi sessualmente con un opossum?
Toglie, in realtà. E molto.
Perché nel momento stesso in cui si postula un
diritto, per tale intendendo un vero diritto e non un mero slogan, si evoca il
suo bilanciamento con altre situazioni, interessi e punti di vista:
non esiste alcun diritto che possa incunearsi
in un ordinamento senza entrare in conflitto simmetrico, nella sua concreta
applicazione, con diritti e libertà altrui.
In particolare, nella sua enfasi di
moralizzazione dei costumi e di etnicizzazione della società tutta, il politicamente corretto pretende la
sponda coercitiva statale, o di chi comunque si abbevera al capezzolo statale,
per imporre la propria agenda.
Il
dibattito accademico ovattato.
Forse
conscio della propria malafede e della propria scarsa sostanza, il
politicamente corretto ha bisogno di ottenere sanzioni, punizioni, divieti,
rieducazione.
Per
conferma, chiedere agli studenti sospesi per aver osato fare del sarcasmo sul
bagno non-binario escogitato dalla Bocconi.
O al
professor Luigi Marco Bassani, sospeso dall’Università Statale di Milano per
aver, mesi fa, pubblicato un meme su Kamala Harris.
Ed è
così che il linguaggio viene modificato per legge o per circolare
amministrativa, o peggio per paura di sanzione, alcuni termini sono espunti o
criminalizzati, i film riscritti, le opere d’arte relegate ai metaforici e meno
metaforici scantinati della storia, il dibattito accademico ovattato.
Nemici
assoluti della libertà.
Non
appare peregrino ricordare come meritoriamente “Javier Mieli” abbia impedito
alle amministrazioni di perdere tempo dietro schwa, linguaggio ‘inclusivo’ e
altri contorsionismi del tutto inutili: immaginiamo, e in Italia non dovremmo
fare fatica, uffici pubblici patentemente disfunzionali che consumano tempo,
energia e risorse per stabilire come rivolgersi ai destinatari di un atto
amministrativo, tra amletici dubbi su asterischi e pronomi neutri. Il
politicamente corretto toglie. Molto.
Simile alla pericolosità della ‘tirannia dei
valori’, affrescata da “Carl Schmitt”, la tirannia del politicamente
corretto,
in apparenza suadente e serpentina, dai colori sgargianti e dall’ampio sorriso,
snuda però le proprie oscene fauci promettendo un mondo del tutto anodino,
grigio, piatto, privo di qualunque forma di asperità e complessità, popolato da
automi propensi alla delazione e alla perenne necessità di incasellarsi in
qualche categoria.
Nemici
assoluti della libertà.
(Andrea
Venanzoni).
I
comunisti e l’Iran.
Contropiano.org
- Redazione - Tudeh - Fedayn del Popolo Iraniano – (2 gennaio 2026) e
(14 gennaio
2026) – ci dicono:
Dopo
la Rivoluzione iraniana del 1979, il partito comunista iraniano “Tudeh”, di
orientamento filosovietico, fuorilegge e perseguitato durante il regime dello
Scia dopo il colpo di stato che depose Mossadeq, riemerse legalmente e
inizialmente appoggiò la nuova Repubblica Islamica, valutandola come una
rivoluzione “anti-imperialista”.
Questo
sostegno alla Repubblica islamica fu criticato da altre forze di sinistra come
una parte dell’”Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano” (che proprio su
questo ebbero una scissione tra “Maggioranza” e “Minoranza”) e che cambiarono
il loro nome da Organizzazione Guerrigliera dei Fedayn del Popolo Iraniano
(OGFPI) – usata durante la clandestinità – con quella di “Organizzazione dei
Fedayn del Popolo Iraniano” (OFPI).
Tra i
critici della scelta del Tudeh c’erano anche i “Mujahidin del Popolo”.
Questi
ultimi, pur con un passato progressista piuttosto sincretico tra nazionalismo,
socialismo e islamismo, a mano a mano che venivano repressi nei primissimi anni
della nuova Repubblica Islamica, persero questo carattere e si resero
disponibili come longa manu delle potenze imperialiste occidentali, Francia e
Usa soprattutto.
La loro sede principale all’estero era a
Parigi.
I
Mujaheddin del Popolo sono stati designati per decenni come organizzazione
terroristica da diversi paesi (tra cui Stati Uniti, Unione Europea e Canada),
ma questa definizione è stata progressivamente revocata negli anni che vanno
dal 2000 al 2010 essendo ritenuta una forza di opposizione contro la Repubblica
Islamica, utile allo scopo del suo rovesciamento.
Nel
periodo 1982-1983 con il consolidamento del blocco di potere islamico e
l’intensificarsi della guerra con l’Iraq, il regime rivoluzionario iraniano
avviò una vasta repressione di tutti i gruppi di opposizione non allineati.
Anche
il Tudeh, nonostante il suo precedente supporto alla Rivoluzione Islamica venne
colpito duramente.
Nel
febbraio 1983, le autorità iraniane annunciarono l’arresto di massa della
dirigenza del partito Tudeh, incluso il suo segretario generale, “Noureddine
Cianuri”, accusati di essere una “quinta colonna” dell’Unione Sovietica.
Il
partito Tudeh fu formalmente e definitivamente bandito nel 1983.
I suoi membri rimasti furono giustiziati,
imprigionati a lungo termine o fuggirono all’estero.
La
stessa sorte è toccata anche ai “Fedayn del Popolo”, nella componente
definitasi “Maggioranza” e che aveva posizioni simili a quelle del Tudeh.
Era
andata molto peggio alla componente dei Fedayn del Popolo definita “Minoranza”
che non hanno condiviso la scelta della maggioranza di sostenere il blocco di
potere islamico dopo la Rivoluzione del 1979.
La
repressione contro di loro era iniziata già nel 1981.
Le
definizioni e le distinzioni tra “Maggioranza” e “Minoranza” vanno desunte dai
risultati di una votazione decisiva nel Comitato Centrale dell’Organizzazione
che portò alla spaccatura.
In
Italia erano presenti in quegli anni molti studenti iraniani militanti di
queste organizzazioni.
Abbiamo
conosciuto e condiviso molte delle loro vicissitudini, qualche volta capendoci
e qualche volta no.
Le
drammatiche vicende dei comunisti iraniani, attivi e decisivi nella Rivoluzione
iraniana del 1979, ma violentemente liquidati dalla Repubblica Islamica negli
anni immediatamente successivi, sembrano confermare la amara metafora per cui “I comunisti e gli islamici
condividono le galere e le proteste nelle piazze contro i regimi al potere e
l’imperialismo ma quando uno dei due vince… l’altro torna in galera, o peggio”.
Un
attento analista di quel mondo, “Gabriele Mariani”, commentando il comunicato
del Tudeh valuta come corretto il “rifiuto dell’idea secondo cui il movimento di
protesta sarebbe una “creazione dell’imperialismo statunitense o del regime
israeliano”.
Le
proteste hanno radici sociali ed economiche interne”.
Tuttavia, secondo Mariani, il comunicato cade
nell’errore opposto quando liquida ogni riferimento a infiltrazioni esterne
come mera propaganda.
“Che
esistano reti operative del Mossad in Iran è un fatto documentato da anni.
Questo non delegittima le rivendicazioni popolari, ma rende ingenuo sostenere
che non vi siano tentativi di strumentalizzazione. Le due cose possono
coesistere, e nella storia quasi sempre lo fanno”.
Fatta
questa breve premessa storica, riteniamo utile per i nostri lettori pubblicare
i documenti del Partito Tudeh e dell’Organizzazione dei Fedayn del Popolo
Iraniano (Maggioranza) sugli ultimi avvenimenti in Iran.
Significativamente,
queste due organizzazioni comuniste denunciano il regime al potere in Iran
(visti i pregressi sarebbe difficile immaginare una posizione diversa) ma
denunciano e respingono con forza anche ogni ingerenza imperialista esterna,
statunitense e/o israeliana che sia. “Se dobbiamo cambiare regime lo
dobbiamo fare con le nostre forze” sembra essere la sintesi delle loro
posizioni.
Che questo possa realizzarsi nel contesto della brutale “normalizzazione” del
Medio Oriente che gli USA hanno delegato a Israele è una incognita di non poco
conto.
Buona
lettura.
*****
Il
documento del partito Tudeh.
Condanniamo
inequivocabilmente qualsiasi intervento dell’imperialismo statunitense, dello
Stato genocida israeliano e dei loro complici interni nei delicati sviluppi del
nostro Paese!
Una
nuova ondata di proteste popolari, iniziata domenica scorsa in risposta alle
intollerabili condizioni socio-economiche del Paese, si è notevolmente ampliata
negli ultimi giorni.
Questo movimento di protesta popolare,
iniziato con uno sciopero nel bazar di Teheran, si è ampliato con la
partecipazione di studenti provenienti da università di Teheran e di altre
città del Paese, che chiedono cambiamenti radicali alla situazione attuale.
In
seguito alle repressioni della polizia e delle forze di sicurezza e agli
arresti su larga scala iniziati mercoledì scorso, la legittima lotta popolare
ha assunto forme più intense e si è scontrata con una crescente violenza. I media riportano che sei persone
sono state uccise e che negli ultimi giorni si sono verificati arresti di massa
durante le repressioni della polizia.
Il
Partito Tudeh dell’Iran ritiene giuste e legittime le proteste del popolo
contro le disumane condizioni prevalenti, in particolare l’attuale schiacciante
situazione economica e di sostentamento.
Fin
dall’inizio, all’unisono con le altre forze nazionali e democratiche del Paese,
abbiamo sostenuto l’espansione e l’approfondimento di queste proteste popolari,
chiedendo al contempo il mantenimento della calma, la continuazione di forme
civili di protesta e il rispetto da parte della Repubblica Islamica delle
legittime richieste del popolo.
In
questa situazione estremamente delicata, in un momento in cui la maggior parte
della repulsione della società verso la dittatura islamista al potere ha
raggiunto il suo apice, il governo quasi fascista di Donald Trump, sfruttando
l’enorme frattura tra la nazione iraniana e il regime islamico, ha dichiarato
sfacciatamente venerdì 12 Dey: “Se l’Iran spara ai manifestanti e li uccide,
gli Stati Uniti d’America verranno in loro aiuto”.
Questa
posizione è un palese tentativo di interferire negli sviluppi interni
dell’Iran, in particolare quando il regime di Velayat-e Faqih è totalmente incapace di districarsi
dalla crisi, dall’instabilità e dalla costante paura del popolo, e cerca di
prolungare la sua sopravvivenza esclusivamente attraverso la repressione e gli
apparati di sicurezza militare.
L’ingerenza
imperialista statunitense negli affari interni della nostra patria costituisce
una chiara violazione della sovranità nazionale dell’Iran e serve solo a
garantire gli interessi imperialisti in Medio Oriente e nel Golfo Persico.
Un
altro punto cruciale è che, date le politiche del governo di estrema destra di
Trump e il suo pieno allineamento con il governo criminale e genocida di
Netanyahu, che è alla guida della macchina bellica israeliana, qualsiasi
intervento negli affari interni dell’Iran non solo è palesemente dannoso per la
rivolta popolare contro la Repubblica Islamica, ma potrebbe anche avere
conseguenze catastrofiche per il Paese.
L’aspirante
al ritorno come Scià, ha avuto un colloquio con Netanyahu…
“Ali
Larijani,” capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran e
stretto consigliere di Khamenei, ha sfruttato la dichiarazione di Trump per
etichettare il recente movimento di protesta nel Paese come una cospirazione
statunitense, affermando, tra le altre cose: “Con le posizioni assunte dai
funzionari israeliani e da Trump, i retroscena della vicenda sono diventati
chiari”.
Anche
i media affiliati al governo in Iran hanno approfittato della situazione e,
nonostante “Pezeshkian” avesse riconosciuto la legittimità delle proteste
popolari, hanno sottolineato la necessità di intensificare la repressione delle
manifestazioni popolari.
Il
Partito Tudeh iraniano condanna esplicitamente e risolutamente l’intervento
palese dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati regionali e nazionali
negli affari interni dell’Iran.
Le politiche irrazionali e antinazionali della
“dittatura Velayi” degli ultimi decenni non solo hanno spinto milioni di
cittadini alla povertà e alle privazioni, ma – proseguendo la politica estera
di “esportazione della Rivoluzione Islamica” nella regione e cercando di
ristabilire un “Impero Islamico” – hanno esposto il nostro Paese a disastrosi
interventi stranieri.
L’esperienza
storica degli ultimi ottant’anni – dal vergognoso colpo di Stato del 28 Morda,
portato a termine da agenti statunitensi e britannici in Iran, alle azioni
dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati in tutto il mondo – dimostra
che la politica del “cambio di regime” è sempre stata perseguita per servire
gli interessi strategici dell’imperialismo globale e non potrà mai portare alla
libertà, alla realizzazione dei diritti nazionali e democratici o alla
sovranità del popolo sul proprio destino.
Il
crescente movimento popolare nel nostro Paese non ha bisogno dell’assistenza
del governo quasi fascista degli Stati Uniti o del governo criminale di
Netanyahu.
Attraverso l’unità d’azione tra le forze
nazionali e progressiste, questo movimento può portare a termine con successo
la lotta contro il dispotismo, sia esso sotto forma di Velayat-e Faqih o
monarchia.
In
queste circostanze critiche, invitiamo tutte le forze nazionali, democratiche e
amanti della pace dell’Iran a schierarsi al fianco del popolo nella giusta
lotta per realizzare le sue richieste legittime e umane.
Avanti
verso l’unità e la solidarietà del popolo iraniano nella lotta contro il regime
di “Velayat-e Faqih.”
Lunga
vita alla pace; lunga vita alla lotta del popolo iraniano, che fatica e soffre
da tempo.
Partito
Tudeh dell’Iran.
(2
gennaio 2026)
*****
Documento
dell’Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano (Maggioranza).
“L’Iran
non ha bisogno del sostegno e dell’ingerenza di stranieri e di persone come il
signor Trump per liberarsi dalla tirannia!
A
seguito della diffusione delle proteste popolari contro il deterioramento della
situazione economica nel nostro Paese, il presidente degli Stati Uniti Donald
Trump ha annunciato che, se il governo islamico reprimerà le proteste, gli
Stati Uniti sono pronti e hanno il dito sul grilletto per attaccare l’Iran e
sostenere i manifestanti.
L’Organizzazione
dei Fedayn del Popolo dell’Iran (Maggioranza), a differenza di alcuni falsi
pretendenti alla guida delle proteste popolari, sostenitori della monarchia,
condanna la dichiarazione pubblica di ingerenza del Presidente degli Stati
Uniti negli affari interni del nostro Paese.
Per liberarsi dalla tirannia, l’Iran non ha bisogno né
del sostegno né dell’ingerenza di criminali di guerra, complici e partner in
genocidi e crimini contro l’umanità, né di coloro che violano i diritti delle
nazioni.
Il
proseguimento delle politiche coloniali e imperialiste del governo
statunitense, i cui esempi più recenti e lampanti sono il massiccio sostegno ai
numerosi e continui crimini di Israele contro la popolazione dei territori
palestinesi occupati, l’invasione e l’aggressione militare contro il Venezuela
e il bombardamento di quel Paese, nonché il tentativo di intimidire e occupare
la Groenlandia, è il principale fattore che contribuisce all’instabilità
globale e alla diffusione di massacri, guerre e ingiustizie su scala
internazionale.
Nel
corso della loro lunga storia, l’Iran e il popolo iraniano si sono sempre
affidati a sé stessi, alle lotte e alle rivendicazioni pacifiche per superare
la tirannia interna.
Qualsiasi tentativo di affidarsi agli stranieri e
sperare che la loro influenza apra la strada a un futuro migliore si è sempre
concluso con profonda disperazione e delusione.
La
politica degli Stati Uniti, in particolare sotto la presidenza di Donald Trump,
costituisce una flagrante violazione delle norme, dei principi e delle regole
riconosciute a livello internazionale.
Le
azioni delle ultime tre amministrazioni statunitensi, tra cui il ritiro dal “Piano
d’azione congiunto globale” (JCPOA), noto anche come “Accordo sul programma
nucleare iraniano”, e l’imposizione di sanzioni paralizzanti, hanno contribuito
direttamente a precipitare il popolo iraniano in una disastrosa situazione
economica e in una quotidiana difficoltà di vivere.
L’”Organizzazione
dei Fedayn del Popolo dell’Iran “(Maggioranza), in quanto forza patriottica e
popolare, pur sottolineando che la causa principale dell’attuale stallo
politico, economico e sociale risiede nella struttura di potere centralizzata e
inefficiente della Repubblica Islamica, dichiara la sua opposizione di
principio a qualsiasi sanzione e interferenza straniera e ritiene che tali
politiche siano dannose per gli interessi del popolo, in quanto rafforzano le
forze autoritarie, la mafia economica parassitaria e perpetuano la crisi
politica.
Sebbene
il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, il portavoce del governo e lo
stesso il presidente della repubblica signor” Massoud Pezeshkian “abbiano
sottolineato la legittimità delle rivendicazioni popolari e la necessità di un
dialogo con i manifestanti, il proseguimento delle azioni repressive da parte
delle forze di sicurezza e della magistratura dimostra che queste posizioni non
riflettono la politica del governo nel suo complesso e che la repressione dei
manifestanti non solo continua, ma si sta intensificando.
La nostra organizzazione riafferma il suo
incrollabile sostegno alle proteste pacifiche e legittime del popolo e dichiara
che la via d’uscita dall’attuale profonda crisi non è né l’intervento straniero
né la repressione, ma sarà possibile solo riconoscendo il diritto del popolo
all’autodeterminazione e trasferendo ad esso l’autorità di governo.
L’”Organizzazione
dei Fedayn del Popolo dell’Iran” (Maggioranza) ritiene che la prima e più
immediata misura per superare l’attuale crisi e neutralizzare qualsiasi
minaccia e intervento straniero sia mostrare una sincera solidarietà con il
popolo, riconoscere il diritto dei cittadini a manifestare e riunirsi, ritirare
le forze di repressione dalle strade e rilasciare tutti gli arrestati.
L’Iran
e il popolo iraniano riusciranno a instaurare vittoriosamente una repubblica
basata sulla propria autorità, sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla
democrazia, sulla giustizia sociale e sui diritti umani universali, attraverso
le loro lotte persistenti, non violente e fondate sui diritti.
Che la
lotta del popolo iraniano contro la tirannia e per la libertà e la giustizia
sociale sia vittoriosa.
Viva
un Iran libero e indipendente.
(Organizzazione
dei Fedayn del Popolo Iraniano -Maggioranza).
Covid-19,
Anatomia di
un Inganno.
Conoscenzealconfine.it
– (19 Gennaio 2026) - Guillem Ferrer – ci dice:
Quasi
sei anni dopo l’inizio della pandemia di Covid, la narrazione ufficiale si sta
sgretolando.
Il
peso delle prove scientifiche e l’emergere di rapporti ufficiali che
smantellano la narrazione politica e mediatica dominante dal 2020 hanno
costretto alcuni media spagnoli a un timido e tardivo mea culpa. Il velo che copriva errori,
manipolazioni e silenzi complici ha rivelato una sceneggiatura attentamente
orchestrata da governi, media, organizzazioni internazionali e un’industria
farmaceutica avida di profitti.
Molte voci che un tempo erano etichettate come
eretiche sono ora riconosciute come i semi di una scomoda verità che ha
resistito alla censura e al discredito.
Anche
in altri Paesi, questa lenta resa dei conti è iniziata.
Un giornalista del “New York Times” ha
pubblicato un articolo dal titolo suggestivo:
“Siamo
stati gravemente ingannati”.
Nel
Regno Unito, un altro giornalista del “Times” ha confessato di non credere più
che i lockdown abbiano salvato vite.
Al
contrario, ammette che probabilmente hanno causato molti decessi. Ha chiesto un
ritorno al pensiero critico e ha esortato a non emarginare coloro che
dissentono dalla narrazione accettata.
Ha
ricordato a tutti un punto cruciale: maggiore è il consenso, maggiori sono i
motivi per essere sospettosi.
In
realtà, non erano i cosiddetti negazionisti a diffondere disinformazione.
Erano
i politici, le istituzioni europee, i media mainstream, gli autoproclamati
“fact-checker” e una parte significativa dell’establishment medico.
Insieme,
formarono una potente alleanza tra politica, media e industria farmaceutica,
che operava impunemente.
La
medicina si è arresa al mercato, le associazioni mediche hanno messo a tacere
le critiche e i vaccini sono diventati l’unica salvezza.
Ma,
come avvertiva il “British Medical Journal”, il principio più basilare della
scienza: il
dubbio, è stato ignorato.
La scienza senza domande diventa religione, ed
è esattamente ciò che abbiamo sperimentato.
Non si
tratta solo di esigere responsabilità – anche se ce n’è molta.
Si tratta di risvegliarsi dall’incantesimo.
Perché
ciò che abbiamo sperimentato durante la pandemia è stato un brutale monito su
cosa succede quando la paura sostituisce la ragione, quando il dogma soppianta
la scienza e quando l’obbedienza cieca si maschera da virtù civica.
Abbiamo
imparato, dolorosamente, che né la laurea garantisce la saggezza, né il
consenso garantisce la verità, né le uniformi conferiscono integrità.
Il
dissenso è stato perseguitato, le prove negate e la libertà sacrificata
sull’altare di una sicurezza illusoria.
La
medicina è diventata un business, la scienza propaganda e la salute pubblica
uno strumento di controllo.
Eppure, in un’epoca di menzogne
istituzionalizzate, ci sono stati professionisti etici, cittadini coscienziosi
e ricercatori emarginati che hanno alzato la voce quando era pericoloso farlo.
A
loro, perseguitati, stigmatizzati e messi a tacere, dobbiamo memoria e
riconoscimento.
Perché
la verità, sebbene in ritardo, viene sempre alla luce.
Non
abbiamo bisogno di più protocolli, più vaccini, più paura.
Abbiamo
bisogno di più verità e più coraggio.
Scienza con coscienza. Medicina con umanità.
Una cittadinanza consapevole, capace di dire
“no” quando tutti gli altri dicono “sì”.
In
Spagna, i responsabili politici e sanitari stanno sfruttando il sesto
anniversario della pandemia per congratularsi con sé stessi.
Nessuno si è dimesso, nessuno è stato
indagato.
Si
organizzano eventi commemorativi mentre si cerca di insabbiare l’immagine di
coloro che hanno contribuito al più grande scandalo sulla salute pubblica della
nostra storia.
Medici
in camice bianco e discorsi roboanti continuano a godere dell’impunità.
Oggi,
mentre il fumo della propaganda inizia a diradarsi, non basta semplicemente
voltare pagina.
È urgente scriverne una nuova, diversa.
Che
l’oblio non cancelli il valore della verità né il silenzio di chi ha osato
pensare.
Perché se non diamo un nome a ciò che è
accaduto, siamo condannati a ripeterlo.
(Articolo
di Guillem Ferrer).
(brownstoneesp.substack.com/p/covid-19-anatomia-de-un-engano)
(sadefenza.blogspot.com/2026/01/covid-19-anatomia-di-un-inganno.html).
Machado
alla Casa Bianca dà
la sua
medaglia del Nobel
per la
pace a Trump.
Lastampa.it
– Jacopo Luzi – (16 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
La
storica oppositrice di Maduro ha ringraziato il presidente Usa e ricordato ai
cornisti che il Venezuela ha in “Edmundo González” un presidente già eletto.
Machado
alla Casa Bianca dà la sua medaglia del Nobel per la pace a Trump.
WASHINGTON.
La
giornata di Machado a Washington doveva concludersi con una conferenza stampa
fuori dal Congresso, dopo essersi riunita con una dozzina di senatori
democratici e repubblicani.
Tuttavia, appena uscita dal Campidoglio, l'ex deputata
è stata presa d'assalto da alcuni giornalisti e da vari membri della diaspora
venezuelana che le hanno impedito di poter parlare in maniera appropriata con i
reporter.
Fra
canti, grida, abbracci della gente, eccessivo entusiasmo e domande alla quale
non ha risposto, la situazione è diventata talmente caotica – mettendo persino
a rischio la sua incolumità – che la Polizia del Congresso è dovuta intervenire
per scortare con la forza la leader dell'opposizione venezuelana alla sua auto.
Tuttavia,
in un momento in cui la 58enne si è avvicinata per parlare con dei membri della
diaspora venezuelana, ha potuto rispondere ad alcune domande dei giornalisti,
facendo soprattutto chiarezza sulla questione del suo Nobel:
«Ho consegnato al presidente degli Stati Uniti
la medaglia del Premio Nobel per la pace».
Allo
stesso tempo, non ha risposto alle domande dei giornalisti in merito
all'eventuale accettazione del premio da parte di Trump, ma ha dichiarato di
averlo fatto in segno di riconoscimento per l'impegno del presidente a favore
della libertà del popolo venezuelano.
In
precedenza, gli organizzatori del Premio Nobel avevano pubblicato su “X”:
«Una medaglia può cambiare proprietario, ma il
titolo di vincitore del Premio Nobel per la pace non può essere revocato».
il
personaggio.
Maria
Machado, la Nobel destinata al governo ora è insidiata dall’ex nemica
Rodriguez.
SERENA
SILEONI.
Ciononostante,
Machado ha portato avanti il suo gesto simbolico, una mossa che gli analisti
hanno interpretato come un tentativo di salvare le flebili speranze del suo
movimento di conquistare il potere, ora che Maduro è fuori dai giochi e
rinchiuso in una prigione a New York. Sempre gli analisti ritengono che
la reticenza della donna a parlare dell'incontro lasci intendere che non sia
andato come la venezuelana sperasse.
Parlando
con i giornalisti, la leader dell'opposizione ha paragonato la consegna della
sua medaglia a Trump a quanto accadde nel 1825, quando il “Marchese de
Lafayette” inviò una medaglia d'oro raffigurante George Washington all'eroe
dell'indipendenza sudamericana “Simón Bolívar”.
Machado ha definito il dono di Lafayette «un
segno di fratellanza tra il popolo degli Stati Uniti e il popolo del Venezuela
nella loro lotta per la libertà contro la tirannia».
Secondo
la fondatrice del partito "Venite Venezuela", la riunione con Trump è
stata storica e straordinaria.
«Ciò che sta accadendo in questo momento è
storico, non solo per il futuro del Venezuela, ma per il futuro della libertà
nel mondo», ha dichiarato Machado.
Nell'incontro
con i senatori statunitensi ha affermato che l'obiettivo dell'opposizione è
trasformare «il Venezuela in un paese libero e sicuro e nel più forte alleato
che gli Stati Uniti abbiano mai avuto in questa regione».
«Siamo
una società profondamente filoamericana», ha aggiunto.
Ha
affermato che l'amministrazione Trump comprende la necessità di ricostruire le
istituzioni, proteggere i diritti umani e la libertà di parola e di avviare un
«nuovo e autentico processo elettorale» per incoraggiare i venezuelani a
tornare nel loro paese.
«Quando il Venezuela sarà libero, milioni di
venezuelani torneranno di propria spontanea volontà», ha affermato la leader
dell'opposizione. «Ho insistito – e continuerò a insistere – sul fatto che il
Venezuela ha un presidente eletto, e sono molto orgogliosa di lavorare al suo
fianco», ha detto l'ex deputata venezuelana, riferendosi al candidato
dell'opposizione Edmundo González.
Ha
aggiunto, inoltre, che Trump è molto preoccupato per la «sicurezza del popolo
venezuelano» e per «i bambini che non vanno a scuola perché gli insegnanti
guadagnano a malapena un dollaro al giorno».
Machado
non ha fornito dettagli su eventuali accordi specifici o passi successivi
discussi durante l'incontro.
Rimane
da capire quando la leader dell'opposizione tornerà in Venezuela.
Il
silenzio della morte
è
calato su Teheran.
Una
lettera.
Ilfoglio.it
– (20 gen. 2026) – Priscilla Ruggiero – Redazione – ci dice:
Tutti
odiano il regime in Iran. Il racconto del massacro nelle strade, gli slogan,
gli spari, poi l’odore acre.
Un
piccolo vademecum di esperti per orientarsi sull'Iran, sfrondando pregiudizi e
disinformazione.
Le donne coraggiose di Teheran e noi.
L'Iran ha fame di libertà.
Nel
silenzio che per volere del regime negli ultimi giorni è calato sull’Iran,
traduciamo una lettera che abbiamo ricevuto da Teheran.
Non
sono mai stato un grande scrittore, ma vista la situazione attuale credo che
questo sia l’unico modo per sfogarmi.
Vivo
in Iran da più di vent’anni e ho sempre cercato – nei limiti delle mie
possibilità – di fare la mia parte nella lotta per un Iran libero.
Un
Iran libero dalla dittatura. Libero dall’avidità degli anziani. Libero dal dominio dell’estremismo
religioso.
Un Iran unito, dove tutti i cittadini siano
liberi e parte di una sola nazione, come lo sono sempre stati, al di là della
religione o della regione di provenienza – un popolo che decide il proprio
futuro senza interferenze o invasioni straniere.
Giovedì
8 gennaio 2026, rispondendo all’appello di Reza Pahlavi – come molti altri
iraniani – sono sceso in strada nel mio quartiere.
Non
perché sia un suo fervente sostenitore, ma perché una luce di speranza è sempre
meglio di decenni di oscurità.
A mio
modesto parere, da semplice cittadino iraniano, Pahlavi ha molti difetti;
ma non
c’è alcun dubbio che l’attuale regime in Iran non abbia alcuna legittimità.
Un
regime che utilizza milizie straniere – dagli iracheni di “Haush al Sahab agli
Hezbollah libanesi – per uccidere iraniani non può essere considerato il
legittimo governo dell’Iran.
Non
nego che vorrei un’opposizione migliore di quella rappresentata da Pahlavi, ma
le figure in grado di contrastare questo regime illegittimo sono poche.
Dobbiamo
giocare con le carte che abbiamo. È una luce di speranza, e come ogni luce
fioca può rivelarsi ingannevole, ma nel buio più totale anche un piccolo lume è
meglio dell’abisso.
Verso
le 18:30 di giovedì sera tutto sembrava calmo.
La gente camminava qua e là. Molti negozi
erano chiusi o vuoti.
Le
persone si incrociavano per strada in silenzio.
Si
poteva leggere un certo sollievo sui volti, come a dire:
“Sono
felice di vederti qui”.
C’erano
persone di ogni età:
famiglie
con bambini, anziani, giovani coppie, gruppi di amici, chi da solo e chi in
compagnia.
Ho
visto passarmi accanto un padre con la figlia – la bambina avrà avuto sette,
otto anni – diretti verso via Pahlavi (oggi Vali Asor).
Un’ora
dopo, in quella stessa via, i gas lacrimogeni e i manganelli del regime si
sarebbero abbattuti su persone pacifiche e inermi. Posso solo sperare che siano
riusciti a tornare a casa sani e salvi.
Mentre
camminavo in via Ferveste, una coppia anziana mi ha superato lentamente,
diretta anch’essa verso via Pahlavi.
Lui,
probabilmente sugli ottant’anni, si reggeva al bastone e accanto a lui
camminava – suppongo – sua moglie.
Il
fatto che due persone così anziane, con evidenti difficoltà di movimento,
fossero scese in strada sapendo che il regime avrebbe reagito con violenza, in
un quartiere benestante, mostra quanto profondo sia il malcontento.
Non si
tratta solo della svalutazione del rial.
Né
dell’abolizione dei sussidi sulla benzina.
Né
della cattiva gestione dell’acqua, dell’elettricità, del gas naturale,
dell’iperinflazione, dei diritti delle donne, della corruzione – e così via,
all’infinito.
La
ferita è così profonda che nessun singolo problema ne è la causa. L’intero
sistema è odiato dalla maggioranza degli iraniani.
Giovani
e anziani, poveri e ricchi, monarchici e repubblicani, di destra e di sinistra:
tutti
odiano questo regime per motivi diversi, ma tutti lo odiano perché ogni singolo
aspetto del governo è corrotto e mal gestito.
Ho la
fortuna di vivere in un quartiere benestante del nord di Teheran, dove la
maggior parte delle persone riesce a sopravvivere – persino con
l’iperinflazione – senza patire la fame.
Cosa
che, purtroppo, non vale per gran parte del paese, nonostante le immense
risorse naturali dell’Iran.
Eppure
anche lì, nei quartieri ricchi, la gente era in strada.
Mi sono spostato verso il viale Jordan (oggi
viale Africa), un’altra zona benestante del nord di Teheran:
le
persone camminavano pacificamente, semplicemente per esserci, per mostrarsi.
Era
chiaro il motivo: la chiamata di un uomo, lontano migliaia di chilometri, in
cui molti vedono un simbolo di speranza, la possibilità che il paese ritrovi la
propria dignità perduta.
Verso
le 20:30 la situazione è cambiata.
Internet completamente interrotto, sms
bloccati, telefonate internazionali sospese.
Gas lacrimogeni, manganelli, polizia
antisommossa in moto che attaccava i manifestanti pacifici per disperderli.
Ho ricevuto una telefonata dalla mia ragazza:
stava
scappando e si era rifugiata con la madre in un vicolo vicino a Parwan, non
lontano da via Pahlavi.
Sono andato verso di loro, cercando di
riportarle a casa per strade secondarie, lontano dal caos.
Si
sentivano slogan come “Morte al dittatore”, “Dio benedica Reza Shah”, “Pahlavi
tornerà”, e al tempo stesso gli spari, l’odore acre dei roghi e del gas
lacrimogeno.
Siamo
riusciti a tornare a casa sani e salvi.
Quando
sono rientrato, erano circa le 21:45:
in via
Ferveste, davanti al Mela Mall, la folla gridava slogan contro il regime.
La
strada era sbarrata da un cassonetto in fiamme, attorno al quale la gente
cantava “Pahlavi tornerà” e “Khamenei cadrà”.
Alcuni
motociclisti passavano urlando “Morte al dittatore”, con una nota di gioia e
speranza nella voce.
In un
paese dove, nonostante la Costituzione, non si tiene un referendum da decenni,
quella era una forma di referendum.
Il
popolo dell’Iran ha detto chiaramente che non vuole più la “Repubblica
islamica”.
Venerdì
mattina ho visto la città ripulita più velocemente che mai: non volevano che
restasse alcuna traccia, nessuna immagine, nessuna prova della notte
precedente.
La
sera è stato lo stesso, ma con più violenza, più spari.
Sabato
ormai quasi tutti conoscevano qualcuno che aveva perso un amico o un familiare.
L’entità
del massacro non ci era ancora chiara:
internet, sms e persino alcune linee
telefoniche restavano fuori servizio. Mentre andavo in centro, il tassista mi
ha detto che due suoi amici erano stati uccisi durante le proteste.
Si
vergognava di non poter andare al funerale:
doveva
pagare l’affitto e non aveva i soldi per farlo.
Nel
pomeriggio, un amico ci ha chiamato: suo nipote era stato ucciso, ma non
avevano ancora trovato il corpo
All’ospedale avevano ricevuto solo una foto e
una scarpa.
Ci sono voluti tre giorni per ritrovare il
corpo.
A Kharia
– in quella che sembra una vera campagna del terrore – li hanno costretti ad
aprire uno per uno i sacchi mortuari finché non l’hanno trovato.
Potevano
filmare la scena: un altro atto di intimidazione.
Secondo
il mio amico, lì c’erano più di 700 corpi.
E
questo solo sabato.
Nei
giorni successivi le notizie peggioravano di ora in ora.
Dal
venerdì il regime aveva cominciato a mandare sms di minacce alla popolazione.
Così tanti da far capire che non solo volevano
incutere paura, ma che loro stessi avevano paura.
Negli
ultimi giorni si percepisce una cappa di lutto su Teheran – e immagino anche
sul resto del paese.
La
città sembra morta. Silenziosa come nei dodici giorni di guerra, quando milioni
di persone l’avevano lasciata.
Ma ora
il silenzio è pieno di gente. Un silenzio di morte.
Si
percepisce un miscuglio di dolore, rabbia e disperazione.
Sembra
che migliaia di persone siano state massacrate dal regime della Repubblica
islamica – e che nessuno farà nulla.
Le
Nazioni Unite si mostrano, come sempre, inutili. Da decenni un organismo
inefficace, capace solo di riunioni del Consiglio di sicurezza senza senso,
mentre la gente viene massacrata e le risoluzioni restano lettera morta.
Le
solite sanzioni europee, che non fanno altro che affamare il popolo e
arricchire l’élite del regime, quella che manda i propri figli a Marbella,
sulla Costa Azzurra o a Londra, a godersi una vita di lusso col denaro
insanguinato che nessuno osa mettere in discussione perché è troppo per
chiudere gli occhi.
Nessuno
parla di colpire i beni dell’élite del regime in occidente: se porti i tuoi
soldi in Europa, in Canada o negli Stati Uniti, puoi anche permetterti di
uccidere in Iran.
I
politici occidentali fingono di preoccuparsi, ma le loro sanzioni servono solo
a far morire di fame la popolazione e a far sopravvivere gli assassini.
Gli
Stati Uniti, come sempre, riducono la vita umana a numeri.
Che
importa se 12.000 persone sono state uccise in meno di una settimana?
Si
negozia “un accordo”, come se si trattasse di bestiame.
Si dimenticano le promesse fatte da un
commerciante sui social, che aveva incoraggiato la gente a scendere in piazza
solo per farla massacrare, per poi ringraziare i carnefici perché “poteva
andare peggio”.
La
Cina pensa ai propri interessi economici, pronta a comprare petrolio ancora più
a buon mercato dopo le nuove sanzioni.
La
Russia, come sempre, sceglie di stare dalla parte sbagliata della storia.
I paesi del Golfo si preoccupano delle
conseguenze di un eventuale cambio di regime:
un
Iran libero non avrebbe più bisogno degli Emirati Arabi Uniti per riesportare,
l’Iran potrebbe sfruttare equamente il giacimento di Casaluce, e il Qatar
perderebbe denaro.
L’Arabia Saudita avrebbe un serio concorrente
nel greggio.
E
così, per mantenere i loro profitti, migliaia di iraniani devono morire.
Alla
fine, nessuno si cura davvero di noi. La
morte e l’ingiustizia sono diventate così normali che non le sentiamo più. Ma gli iraniani devono trarre una
lezione da questi giorni di proteste: solo loro possono salvarsi dalla
tirannia, e dovranno farlo da soli.
I
leader stranieri sono felici di firmare “buoni accordi”, anche se scritti col
sangue.
Siamo
una nazione di 90 milioni di persone, ognuno di noi rapito nella sua casa – e
solo noi possiamo liberarci dal tiranno.
Non ho
dubbi che la Repubblica islamica cadrà.
Spero solo che avremo imparato che accadrà
soltanto grazie a noi stessi, uniti in un unico obiettivo comune.
Antisemitismo,
la logica distorta da Israele.
Ilmanifesto.it
- Amos Goldberg – (15 -01 -2026) – Redazione – ci dice:
Professore
di studi dell’Olocausto e del genocidio presso il Dipartimento di Gewiss
History and Contemporary Jerry dell’Università Ebraica di Gerusalemme.
Critica
Dietro la definizione di antisemitismo dell’Ira sponsorizzata da Tel Aviv e
accolta dai paesi occidentali, non c’è la lotta al razzismo subito da una
minoranza vulnerabile ma la difesa dello Stato.
E dei suoi crimini.
Mema.
Bisogna
congratularsi con Zahara Madani che, nel suo primo giorno da sindaco di New
York, ha revocato l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ira
disposta dal suo predecessore, Eric Adams.
Nel
tentativo di raccogliere qualche voto in più tra l’elettorato ebraico in vista
delle elezioni a sindaco, Adams ha firmato un ordine esecutivo l’8 giugno 2025,
che adottava la definizione dell’Ira.
È
stato l’ennesimo gesto disperato e insensato: non ha accresciuto il rispetto
nei suoi confronti né lo ha aiutato alle urne.
Questa
definizione, più che contrastare l’antisemitismo, funziona come uno strumento
per fissare i confini del discorso sull’operato del governo israeliano, mettere
a tacere le voci critiche su Israele sul sionismo e limitare la libertà di
espressione. In questo senso, la definizione ha prodotto danni incalcolabili
alla lotta contro l’antisemitismo reale. L’ha trasformata in una questione
politicamente controversa e ha finito per offrire, implicitamente, una sorta di
immunità agli antisemiti dichiarati, purché sostengano la politica israeliana
contro i palestinesi.
Perciò
Zahara Madani ha fatto bene a liberarsi di questa definizione dannosa, che
simboleggia tutto ciò che è sbagliato e falso nel discorso che Israele e i suoi
alleati alimentano attorno al concetto di «antisemitismo».
LA
DEFINIZIONE.
La questione nasce nei primi anni Duemila, in
un contesto segnato dal moltiplicarsi di episodi antisemiti in diversi paesi
europei e dalla volontà di alcune organizzazioni ebraiche di monitorarli in
modo sistematico. Erano gli anni della Seconda Intifada:
in
quel periodo si registravano attacchi contro ebrei e istituzioni ebraiche,
soprattutto in Europa, sullo sfondo di quanto avveniva in Palestina/Israele.
In
quel quadro, alcune organizzazioni elaborarono una definizione operativa
condivisa, concepita come strumento di lavoro per l’attività di monitoraggio.
La
definizione fu formulata dal giurista “Kenneth Stern” insieme al rabbino “Andrew
Baker “dell’American Gewiss Committee (AC), che la presentò all’Osservatorio
dell’Unione europea sui fenomeni di razzismo e xenofobia (Emù, oggi Agenzia per i diritti
fondamentali).
La
definizione venne pubblicata sul sito dell’Emù, ma in seguito fu rimossa,
perché già allora molti ne avevano riconosciuto i limiti e i potenziali effetti
dannosi.
Lo stesso Stern, autore principale della
definizione, divenne in seguito uno dei più netti oppositori della sua adozione
come strumento normativo destinato a regolare o sorvegliare il dibattito su
Israele, in particolare negli ambienti universitari.
Arrivò
a testimoniare con fermezza contro l’adozione della definizione davanti al
Congresso degli Stati uniti nel novembre 2017.
A suo
avviso, sin dall’inizio, la funzione della definizione doveva rimanere
circoscritta:
creare
un linguaggio comune tra gli organismi impegnati nel monitoraggio del fenomeno,
e nulla più.
NONOSTANTE
ciò, la definizione ha assunto una vita propria.
Sempre più agenzie governative nel mondo, tra
cui il Dipartimento di Stato statunitense, hanno iniziato a farvi riferimento.
Una
svolta particolarmente preoccupante si è verificata nel maggio 2016, quando
un’organizzazione denominata International Olocausto Rimembrante Alliance (ira)
ha adottato la definizione.
L’ira
è stata fondata nel 1998 con l’obiettivo di preservare e promuovere la memoria
dell’Olocausto a livello globale;
oggi
conta 35 stati membri, in larga parte occidentali (tra cui, naturalmente,
Israele).
I
principali attori che hanno spinto verso quella risoluzione erano riconducibili
ad ambienti filo-israeliani.
Fra essi, Marc Weizmann del Wiesenthal Center
di Los Angeles: un’organizzazione che ha definito la decisione dell’Unione
europea di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali
israeliani come il terzo evento antisemita più grave del 2015, e che ha
indicato come gli eventi antisemiti più gravi del 2016, sia la risoluzione
delle Nazioni unite che condannava Israele per la costruzione di insediamenti,
sia l’astensione dal voto dell’amministrazione Obama.
Il
voto interno all’ira su questa definizione è stato tutt’altro che lineare.
Alcuni paesi hanno sostenuto la sola definizione di base, non gli esempi
applicativi, e – secondo i regolamenti – per la decisione era necessario un
consenso unanime.
Eppure,
elementi di forza, tra cui Marc Weizmann, hanno creato l’impressione che
l’intera definizione fosse stata accettata dall’ira, e questa interpretazione
si è imposta come la verità.
Da
quel momento, gli stati membri hanno iniziato ad adottarla a loro volta e,
contemporaneamente, a promuoverla presso enti pubblici e privati: dalle città e
dalle università alle squadre di calcio e alle compagnie aeree.
IL
RISULTATO è stato catastrofico.
La
possibilità di parlare e protestare contro le politiche israeliane è diventata
sempre più limitata, perché, per definizione, quasi ogni critica politica a
Israele o al sionismo può essere interpretata come antisemita.
Il filosofo israeliano Adi Ophir l’ha definita
«una Cupola di Ferro discorsiva».
E non
c’è nemmeno bisogno di attivarla ogni volta: la sua sola esistenza produce un
effetto paralizzante.
Dopotutto,
chi vorrebbe esporsi al rischio di un’accusa di antisemitismo? Inoltre, Israele
e i suoi sostenitori sono riusciti a spostare il terreno della discussione.
Non si
parla più dell’apartheid, della Nakba, dell’occupazione e dell’annessione
(anche prima del genocidio), ma della legittimità stessa di discuterne: se
farlo sia lecito o se sia, in realtà, un’espressione di antisemitismo.
Logica
distorta.
Qual
è, dunque, il meccanismo operativo di questa «Cupola di Ferro» discorsiva?
La
definizione di antisemitismo dell’ira include una definizione di base piuttosto
macchinosa:
«L’antisemitismo
è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro
confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette
verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni
delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto».
Poiché
è praticamente impossibile ricavare chiarezza da una formulazione così ambigua
– che, proprio per la sua ambiguità, fa più male che bene – sono stati aggiunti
undici esempi esplicativi. Sette di questi riguardano Israele:
in pratica, la definizione finisce per
identificare l’antisemitismo di oggi soprattutto con la critica politica a
Israele, e non con l’ostilità, la discriminazione e la violenza contro gli
ebrei nel mondo.
C’è
poi un secondo problema.
La
definizione separa l’antisemitismo da qualsiasi contesto universale:
lo tratta come un fenomeno a sé stante, non
collegato ad altre manifestazioni di discriminazione, razzismo e odio.
Di
conseguenza, anche la lotta contro l’antisemitismo viene disancorata da
trattati e organismi internazionali pensati per combattere questi fenomeni.
Come
se l’antisemitismo fosse un fenomeno sui generis, un’eccezione che trascende
ogni altro problema di razzismo, discriminazione e odio. In altre parole, il presupposto
diventa una sorta di «supremazia ebraica» nella gerarchia delle lotte
antirazziste.
MA IL
NODO più grave è l’identità che questa definizione costruisce tra ebraismo e
sionismo.
Uno
degli esempi allegati afferma che «negare il diritto del popolo ebraico
all’autodeterminazione» e «definire Israele come un progetto razzista»
costituirebbe di per sé una forma di antisemitismo.
Ne
deriva che l’opposizione al sionismo sarebbe necessariamente antisemitismo,
perché essere ebrei implicherebbe essere sionisti.
È così
che, ad esempio, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il genero e confidente
di Donald Trump, Jared Kushner, hanno interpretato la definizione e l’hanno
pubblicizzata su scala globale.
La
logica che sostiene tutto questo è completamente distorta.
Negare
agli ebrei un diritto riconosciuto a ogni popolo – il diritto
all’autodeterminazione – è presumibilmente discriminante e dunque antisemita.
Ma
come può Israele rivendicare una simile pretesa, quando esso stesso nega
l’autodeterminazione a un altro popolo, quello palestinese, che non dispone
certo di un documento analogo capace di “proteggere” il modo corretto in cui se
ne dovrebbe parlare nel mondo?
E poi:
l’accusa di razzismo contro uno Stato viene ripetuta ogni giorno contro molti
paesi.
Perché
allora, quando si muovono le stesse accuse nei confronti di Israele –
accompagnandole con prove empiriche solide e ragionamenti convincenti – ciò
dovrebbe diventare antisemitismo?
Le
affermazioni secondo cui Israele mantiene un regime di apartheid o ha commesso
un genocidio sono antisemite perché imputano razzismo a Israele, o sono
descrizioni fattuali, realistiche e accurate?
INOLTRE,
esistono molti ebrei – inclusi israeliani, tra cui l’autore di queste righe –
che vivono e praticano la propria identità ebraica proprio nella critica a un
regime ritenuto razzista e violento, e nel tentativo di trasformarlo
radicalmente per un futuro migliore, tanto per gli ebrei quanto per i
palestinesi.
È accettabile che una definizione internazionale possa
dichiarare illegittima questa identità e qualificarla come antisemita?
Spetta
davvero a istituzioni e stati stabilire come gli ebrei debbano realizzare la
propria identità ebraica?
Un intervento del genere sfiora già, di per
sé, l’antisemitismo.
A ciò
si aggiunge un altro punto che rende la definizione ira così problematica:
l’idea
che qualsiasi «doppio standard» verso Israele sia antisemita.
È
un’affermazione infondata, perché non esiste uno standard internazionale unico
per misurare l’intensità della critica agli Stati.
Come
si può stabilire se le critiche contro gli Stati uniti durante il Vietnam,
contro la Francia durante la guerra d’Algeria, contro il Sudafrica
dell’apartheid o contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina siano state
“equivalenti” – per intensità e diffusione – a quelle rivolte a Israele durante
il genocidio di Gaza?
E se
non lo fossero, perché questa differenza dovrebbe diventare prova di
antisemitismo?
Del
resto, l’azione politica, per sua struttura, concentra energie su alcune cause
e non su altre.
Eppure,
secondo la logica della definizione ira, chi dedica le proprie energie alla
lotta per i diritti dei palestinesi criticando Israele viene esposto all’accusa
di antisemitismo:
«Hai
già condannato Siria, Cina, Arabia saudita, Sudan…?».
Se la
risposta è no, allora devi tacere su Israele, altrimenti verrai etichettato
come antisemita.
Trasformare
il significato del concetto di antisemitismo
Tutto
ciò suggerisce che la natura della definizione dell’ira sia tendenzialmente
proiettiva.
Ciò
che Israele si consente – negare l’autodeterminazione ad altri e rivendicare
privilegi nel codificare il discorso critico contro di sé – lo vieta agli
altri.
Lo si
vede anche nella parte che qualifica come antisemitismo qualsiasi accenno a una
somiglianza tra le azioni di Israele e quelle dei nazisti. Eppure, leader come
Trump e molti altri sono stati paragonati ai nazisti; e anche ebrei e
israeliani l’hanno fatto – come il grande intellettuale israeliano Isaiah Leibovitz,
che parlò di «giudeo-nazisti» a proposito dei coloni negli insediamenti in
Cisgiordania, o l’ex capo dello Shin Bel Avraham Shalom, che paragonò alcune
forme di controllo israeliano alle forme di controllo naziste in Europa.
In
Israele stesso, fin dalla fondazione dello Stato, l’analogia con i nazisti è
stata spesso utilizzata contro i palestinesi e i loro leader.
Di recente, molte personalità pubbliche
israeliane, tra cui il ministro delle finanze Beale Smortici, hanno definito
tutti i palestinesi «nazisti» per sostenere che nessuno di loro possa essere
considerato innocente. Anche qui, ciò che Israele si permette viene proibito ai
suoi oppositori.
LA
LOGICA e lo spirito di questa definizione hanno trasformato il significato
stesso del concetto di antisemitismo e l’importanza della lotta contro il
fenomeno.
La
lotta contro l’antisemitismo nasce per proteggere una minoranza vulnerabile, e
talvolta i suoi diritti, dalla tirannia dello Stato e della maggioranza.
Ora,
invece, la «lotta contro l’antisemitismo» viene impiegata come strumento
potente da Israele come Stato e dagli ebrei al suo interno per vessare i
palestinesi, un gruppo con diritti parziali o senza diritti, fino al punto di
tentare di eliminarli.
Il
danno prodotto da questa definizione e dal suo spirito è incommensurabile ed è
documentato in numerosi articoli e in diverse banche dati complete.
Non
solo ha reso il discorso pubblico sulla Palestina estremamente cauto nella
migliore delle ipotesi, e quasi impossibile nella peggiore. Ha anche permesso,
per esempio, alla destra americana di coltivare un discorso apertamente
antisemita senza che l’attenzione si concentrasse su di esso: perché il “vero”
problema diventa «l’antisemitismo della sinistra islamista anti-israeliana».
Gli
esempi sono noti: dai manifestanti di Charlottesville nel 2017 che gridavano:
«Gli ebrei non ci sostituiranno», espressione
diretta della teoria antisemita e cospirazionista della “sostituzione”
prevalente nella destra americana;
fino a
figure come Nick Fuentes, negazionista dell’Olocausto che ha dichiarato di
«amare Hitler» e di opporsi al «giudaismo talmudico», recentemente intervistato
nel podcast – seguitissimo – di Tucker Carlson.
Oggi
vediamo tutta la pericolosità di questa definizione nel modo in cui
l’amministrazione Trump la utilizza, mentre la maggior parte delle principali
organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti (e anche in Europa), nel quadro del
loro sostegno a Israele, continua a sostenerla.
Già
nel dicembre 2019 Trump ha applicato agli ebrei la Sezione 6 dell’American
Civil Rights Act, che proibisce la discriminazione, attraverso un decreto
presidenziale; e ha definito la discriminazione proibita sulla base della
definizione ira.
LA
DEFINIZIONE è stata utilizzata anche nel recente attacco agli istituti di
istruzione superiore e nelle reazioni alle proteste contro il genocidio a Gaza.
Molte
università sono state obbligate ad adottare la definizione ira come strumento
per la revisione dei programmi accademici.
Due
dei principali studiosi della Columbia University – Marianne Hirsch, studiosa
dell’Olocausto, e Rashid Khalid, storico della Palestina – si sono rifiutati di
insegnare nell’attuale anno accademico, temendo azioni disciplinari basate
sulla definizione.
La
definizione dell’ira ha suscitato un’enorme opposizione in tutto il mondo e
diverse definizioni alternative sono state formulate al suo posto.
Una di
queste è la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda) – della quale sono
stato tra i promotori e redattori – che offre un approccio completamente
diverso che separa, salvo prova contraria, la discussione critica su Israele e
il sionismo dall’antisemitismo – poiché una tale sovrapposizione può certamente
esistere, ma richiede prove concrete.
Collega,
inoltre, la lotta contro l’antisemitismo alla più ampia lotta contro il
razzismo e la discriminazione.
La Jda è attualmente firmata da circa 400
studiosi di settori pertinenti e rappresenta in gran parte ciò che è accettato
negli ambienti accademici e contribuisce persino, in casi concreti, a
contrastare la definizione dell’Idra, principalmente nelle università.
Un
altro gruppo che ha formulato una definizione alternativa a quella dell’ira è
un gruppo di accademici e attivisti della costa occidentale degli Stati uniti,
chiamato Nexus Group.
Va
ricordato, come hanno sostenuto i critici, che anche queste definizioni
affondano le radici anche in una posizione altrettanto problematica:
l’idea che l’antisemitismo abbia uno status
speciale e che sia l’unico fenomeno che richiede una definizione
internazionale, formulata da ebrei ed europei, con l’effetto di limitare il
modo in cui palestinesi e loro sostenitori parlano di Israele.
Nel
frattempo, non esiste una definizione equivalente capace di limitare il modo
razzista e genocida in cui molti ebrei israeliani e altri parlano dei
palestinesi.
QUESTO
PUNTO è stato affrontato da un’altra definizione: la New Jersey Statement on
Antisemitism and Islamophobia, che collega l’antisemitismo all’islamofobia e fa
riferimento anche al pregiudizio antipalestinese.
Non è
però altrettanto nota né gode di un ampio sostegno politico.
E, in
realtà, nella maggior parte dei paesi non c’è nemmeno bisogno di una
definizione specifica di antisemitismo:
le leggi contro il razzismo, l’incitamento
all’odio e la discriminazione sono sufficienti. Se queste definizioni hanno
un’utilità, è soprattutto in ambito educativo.
È
comunque interessante notare che, sullo sfondo del genocidio di Gaza, accanto
al rafforzamento del sostegno alla definizione ira e al suo spirito nella
destra americana e globale, compaiono anche segnali di indebolimento in altri
ambienti.
Il
Brasile si è recentemente ritirato dall’ira, dove aveva lo status di
osservatore.
Il
partito tedesco Die Linke ha adottato la Dichiarazione di Gerusalemme e molte
organizzazioni si oppongono alla definizione ira.
A
tutto ciò si aggiunge il passo, necessario e coraggioso, del sindaco di New
York” Zoran Madani”, che ha annullato la validità della definizione in città,
ha separato l’antisemitismo dalle dure critiche a Israele e dall’opposizione al
sionismo e ha riportato il dibattito sull’antisemitismo al suo posto, insieme a
tutte le altre forme di discriminazione e odio.
Una
mossa tanto necessaria quanto urgente, soprattutto in questi giorni in cui i
palestinesi sono sottoposti a una lotta genocida su più fronti per la loro
stessa esistenza.
Yishai
Kodachi (dall’ebraico e dall’Yiddish, «ben fatto») Zoran.
(Amos
Goldberg è professore di studi dell’Olocausto e del genocidio presso il
Dipartimento di Jewish History and Contemporary Jewry dell’Università Ebraica
di Gerusalemme.)
Michael
J. Sandei, discussione
intorno a un mondo più equo.
Ilmanifesto.it - Bruno Montesano – Redazione -
Michael J. Sandei – (10/01/2026) – ci dicono:
GEOGRAFIE.
Intervista con l’intellettuale e professore di filosofia politica a Harvard.
Il suo ultimo saggio, per Feltrinelli, è un
dialogo con Thomas Piketty e si intitola «Uguaglianza»
Intervista.
Michael
J. Sandei, discussione intorno a un mondo più equo.
Professore
di filosofia politica a Harvard, Michael J. Sandei si distingue per le sue
lezioni sulla giustizia – raccolte nl volume Giustizia (Feltrinelli 2008).
Sono
lezioni molto seguite e disponibili online, al punto da valergli il titolo di
«rockstar» della teoria politica.
Centrale nel dibattito tra anni ’80 e ’90 tra
liberals e comunitaristi, il suo ultimo saggio è un dialogo con Thomas Piketty,
Uguaglianza.
Che
cosa significa e perché è importante (Feltrinelli, pp. 120, nella traduzione di Corrado Del Bò e Eleonora
Marchiafava).
Nel
dialogo con Piketty discutete ampiamente dell’ascesa del populismo.
C’è
una minaccia fascista da parte di Trump?
Trump
vuole controllare le istituzioni della società civile:
le
università, gli studi legali, le istituzioni culturali e i media.
Queste istituzioni non devono capitolare, ma
preservare la loro autonomia: è essenziale per la democrazia, centrale per la
resistenza.
Ci
sono somiglianze e differenze tra momenti storici diversi, ma è chiaro che
Trump rappresenta una svolta autoritaria nella politica americana, simile ai
movimenti populisti di destra in Europa.
Bisogna
individuare i motivi di risentimento, soprattutto tra i lavoratori senza
laurea, ai quali questi movimenti — il MAGA negli Stati Uniti e l’estrema
destra in Europa — si rivolgono.
Il backslash
populista deriva dalle disuguaglianze di reddito e ricchezza, ma anche di
riconoscimento.
Cinque
decenni di globalizzazione neoliberale hanno portato a delocalizzare i posti di
lavoro verso paesi a basso salario, alla stagnazione dei salari per la maggior
parte dei lavoratori, alla deregolamentazione dell’economia, alla crisi
finanziaria del 2008 e al salvataggio di Wall Street.
Il
Partito Democratico, insieme ai Repubblicani, condivide la responsabilità di
quelle politiche.
L’etica
meritocratica ha fatto sì che chi era in alto sentisse di essersi guadagnato
tutto da solo, creando così grandi sacche di sofferenza in termini di dignità
(del tema si è occupato in La tirannia del merito: Perché viviamo in una
società di vincitori e di perdenti, Feltrinelli 2020, ndr).
La gente pensa che il proprio voto non conti.
Trump
ha intercettato queste legittime preoccupazioni, ma le sue politiche
danneggiano coloro che lo hanno votato: dai tagli alle tasse per i ricchi
all’attacco alla sanità.
I
Democratici negli USA — e in Europa coloro che si oppongono a questa tendenza
autoritaria — debbano trovare modi per riconnettersi con la classe lavoratrice
che i partiti mainstream hanno abbandonato negli ultimi decenni.
Pensa
che la coalizione multietnica di Zohar Madani a New York rappresenti
un’alternativa universalista rispetto al populismo nazionalista e al
liberalismo incarnata dalla cd. «Abondance Agenda» di Ezra Klein e dell’ala
moderata del Partito Democratico?
Madani
incarna il fatto che, finora, nel Partito Democratico gran parte dell’energia
sia provenuta dall’ala progressista.
Resta da vedere se ci saranno altri tentativi
di ridefinire gli obiettivi del partito. Bisogna definire un’alternativa a quel
modo di concepire l’economia e la politica.
Ci
sono alcune buone proposte politiche nel movimento dell’Abondance. Come quella
di ridurre il costo delle abitazioni riconsiderando, ad esempio, le norme
urbanistiche che limitano la possibilità di costruire nuove case. Ma sono un
insieme di proposte pratiche legate alle politiche pubbliche: alcune più
interessanti, altre meno. Non credo che la revisione di alcune politiche, anche
se in una direzione desiderabile, possa sostituire la necessità di ripensare lo
scopo della politica e dell’economia. Ciò di cui c’è bisogno per salvare la
democrazia è una visione di governo audace.
La
dignità del lavoro deve tornare centrale: non siamo solo consumatori, ma anche
cittadini, uniti intorno a un obiettivo di bene comune.
Contro l’individualismo, per avere più
solidarietà, serve un riconoscimento delle reciproche obbligazioni. La
socialdemocrazia e la solidarietà hanno bisogno del patriottismo, che non va
lasciato alla destra — e non coincide con xenofobia e deportazioni.
La
globalizzazione neoliberale limitava la libera circolazione a capitali e merci,
escludendo quella delle persone. Non le sembra che neoliberismo, autoritarismo
e xenofobia siano intrecciati?
Sono
d’accordo sul fatto che negli anni ’80 non ci sia stata libertà di movimento
delle persone.
Anche
se il quadro ideologico svalutava l’importanza delle frontiere nazionali, c’era
un’asimmetria tra la mobilità dei capitali e la mobilità delle persone.
Il capitale è diventato più mobile del lavoro,
il che spiega la stagnazione dei salari e la perdita di posti di lavoro.
Si può
restringere la mobilità incontrollata del capitale, e recentemente si è
assistito ad alcuni timidi tentativi in tal senso, oltre che ad un
allontanamento dagli accordi di libero scambio.
Ma non
risolveremmo il problema introducendo il libero movimento delle persone accanto
al libero movimento del capitale.
Non
sarebbe una soluzione adeguata, né porterebbe a una politica progressista, né a
una maggiore giustizia per i lavoratori.
Il
patriottismo e il nazionalismo, anche socialdemocratico, condividono l’idea che
la solidarietà sia limitata a una certa comunità e a una cultura specifica. È
la prospettiva politica giusta da abbracciare?
L’etica
della solidarietà deve essere limitata a una particolare comunità nazionale, o
può avere una portata più globale o universale?
Una
risposta afferma che possiamo identificarci davvero e prenderci cura solo delle
persone vicine a noi, con le quali condividiamo una storia, una vita, una
tradizione comune.
E quindi la solidarietà può essere, nella
migliore delle ipotesi, solo un progetto nazionale.
La seconda risposta afferma che la solidarietà
del genere umano sia l’unica solidarietà possibile, dal momento che riguarda
ciò che condividiamo in quanto esseri umani.
Questa
è un’etica universalista o cosmopolita.
Io non
condivido nessuna delle due. Aderisco ad una terza alternativa: una visione
dialettica su come le identità si formano, una visione pluralista su come si
coltivano le solidarietà e le identità condivise. Penso che sia vero che la
ragione per cui resisto alla seconda alternativa cosmopolita, è che l’amore per
l’umanità è un sentimento nobile a cui dovremmo aspirarvi.
E ci
sono certi doveri che dobbiamo agli esseri umani in quanto tali, qualunque sia
la loro nazionalità o comunità o fede o tradizione.
Ma
impariamo ad amare l’umanità non in astratto, ma attraverso le sue espressioni
particolari.
Impariamo
a prenderci cura degli altri esseri umani a partire da coloro con cui
condividiamo qualcosa: prima le famiglie, e poi le comunità locali.
E
talvolta si arriva a comunità più ampie dove si condivide una qualche
preoccupazione generale.
Qualsiasi
movimento operaio dipende da una solidarietà locale, che poi può aprirsi verso
l’esterno.
Ma
deve essere radicata in attività, storie, lotte, impegni particolari per avere
effetto e motivare le persone.
Successivamente, si possono creare alleanze
più ampie.
Serve
un’alternativa.
E c’è una grande confusione tra coloro che
vedono la solidarietà come fissa, definitiva e locale — prospettiva che è
troppo limitante — e un’etica cosmopolita talmente astratta da essere molto
difficile da rendere realizzabile.
Perché
la sinistra non manifesta
contro
l’Iran degli Ayatollah?
Ticinonotizie.it
– (18 -01 -2026) – Domenico Bonvegna – Redazione – ci dice:
La
mattanza va avanti nel silenzio di chi è sceso in piazza - talvolta anche
violentemente - per la causa palestinese.
Il solito doppiopesismo della sinistra.
Mondo
Il
paradosso delle piazze mute: perché la sinistra ignora la mattanza in Iran?
Mentre
le immagini dei sacchi neri che contengono i giovani trucidati dalla polizia
iraniana fanno il giro del mondo, un silenzio assordante avvolge le piazze
occidentali.
L’ordine
dell’Ayatollah Ali Khamenei è stato brutale:
sparare “in mezzo agli occhi” a chi manifesta
a mani nude.
Il
bilancio, secondo fonti occidentali, sarebbe di 12.000 morti, eppure la
mobilitazione latita.
1. Due
pesi e due misure:
la
“Grande Balla” del pacifismo Perché le piazze, le scuole e le parrocchie che
traboccano di bandiere “Pro Pal” restano deserte di fronte al massacro operato
dal regime islamista?
Assenza
dei Sindacati: Maurizio Landini (CGIL), pronto allo sciopero per Gaza o per difendere
Maduro, non ha proclamato nemmeno un minuto di silenzio per le vittime di
Khamenei.
Studenti
silenti: Non si vedono occupazioni universitarie né flottiglie umanitarie verso
i porti iraniani.
La
critica di Domenico Aroma:
Sul sito di Alleanza Cattolica, Aroma definisce questo
fenomeno come la “grande balla del pacifismo arcobaleno”: una retorica che
evapora quando il sangue versato non serve a colpire l’unico vero nemico
ideologico, gli Stati Uniti.
2.
L’Abbraccio tra Marxismo e Islamismo.
L’alleanza tra mondo progressista e teocrazia
iraniana non è un errore di percorso, ma ha radici profonde.
Antonio
Socci, su Libero, ricorda come nel 1979 la cacciata dello Scià fu salutata
dalla sinistra europea come una nuova “Rivoluzione d’Ottobre”.
Le
basi teoriche del “Khomeinismo Rosso” Secondo studiosi come Robert S. Districhi
e Nirmal Ferretti, il regime iraniano ha saputo ibridare l’Islam con categorie
marxiste:
Lotta
di Classe Sacralizzata:
Khomeini
ha diviso il mondo tra mostazafin (oppressi) e mostakaberin (oppressori), dando
una veste religiosa al linguaggio del Partito Comunista.
L’influenza
di “Ali Svariati”:
L’intellettuale
che preparò il terreno alla rivoluzione studiò a Parigi, influenzato da Sartre
e Fano, elaborando un’ideologia “islamo-marxista” e terzomondista.
3. Il
Nemico Comune:
L’Occidente
Il collante di questa strana alleanza è l’odio per la civiltà occidentale, il
liberalismo e le radici giudaico-cristiane.
“I comunisti e i khomeinisti sono
uniti dalla volontà di abbattere il ‘Grande Satana’ americano e dissolvere
l’identità dell’Occidente.”
Il
Multiculturalismo come arma Secondo il filosofo Paul Gottfried, la sinistra
post-comunista ha sostituito l’economia con la cultura.
Il
multiculturalismo diventa lo strumento per attaccare le sovrastrutture
dell’Occidente:
dietro una facciata di tolleranza, si nasconde
un’esaltazione acritica di tutto ciò che è anti-occidentale, anche quando si
tratta di una tirannia teocratica.
In
sintesi:
Perché
questo silenzio? In conclusione, alla sinistra radicale e al pacifismo
ideologico non interessa la libertà del popolo iraniano se questa non serve a
indebolire gli USA.
Preferiscono
vedere il mondo diviso tra bandiere rosse e mezzelune verdi, piuttosto che
riconoscere la dignità di chi muore per i valori della libertà e della
democrazia.
(Domenico
Bonvegna).
La
politica estera è la frontiera tra
libertà
e tirannia, ma
Schlein
non lo sa.
Linkiesta.it - Mario Lavia – (25 marzo 2025) –
Redazione – ci dice:
Il Pd
dovrebbe avere il coraggio di far emergere (via Tajani) le contraddizioni della
maggioranza, e di puntare su Calenda, anziché abbracciare i populisti di Trump
e di Putin.
In
questo tempo, il discrimine politico e morale è dato dalla politica
internazionale.
Persino l’economia viene al secondo posto.
Per
cui ogni partito, soprattutto un partito come il Pd che ha forte nelle sue
radici il senso del discernimento tra libertà e autoritarismo, dovrebbe essere
chiamato a scegliere le sue politiche e i suoi alleati su questa base:
sto
con chi sta dalla parte della libertà, della democrazia, dei valori occidentali
ed europei.
L’incredibile
paradosso che invece domina la situazione italiana è dato dal fatto che i
democratici stanno con gli illiberali, a destra come a sinistra.
Il Partito democratico è il caso più
sbalorditivo di questa contraddizione.
Un
partito che ha nel suo DNA l’europeismo, da Giorgio Napolitano a Romano Prodi,
è testardamente alleato con una formazione come quella di Giuseppe Conte che
negli anni ha imbastito relazioni di vario tipo con la Russia di Vladimir Putin
e l’America di Donald Trump, cioè i campioni del nuovo imperialismo supportato
dal regime dispotico del primo e dall’autoritarismo del secondo.
Inoltre
è alleato con i tardo-bertinottiani di Alleanza Verdi e Sinistra che, nel nome
di una farlocca idea di pace, ritornano alla vecchia casa massimalista del «non
aderire né sabotare» che tanti guai provocò cento e più anni fa.
A
differenza di tanti leader democratici coraggiosi del passato, Elly Schlein non
sembra afferrare questo spirito del tempo né cogliere l’urgenza della
chiarezza.
Quindi addirittura preferisce Giuseppe Conte e
Nicola Fratoianni all’europeismo di Carlo Calenda e – ebbene sì – di Antonio
Tajani (e finanche di Guido Crosetto, che incongruamente si trova a fare parte
di un governo incerto e ondivago).
Il
problema è che non solo Schlein, ma tutto il gruppo dirigente che la circonda,
è imbevuto di una cultura che, in certi frangenti, è portata a mettere tra
parentesi la portata valoriale della politica:
e
quello dei giovani del Nazareno è probabilmente il riflesso di una malintesa
idea di sinistra per la quale si può passare sopra qualunque cosa in omaggio
alla necessità, o convenienza, politica.
Si
tratta di quel relativismo etico che nel Novecento ha portato tragedie nel
campo stesso della sinistra e che si salda con un certo tipo di pacifismo che
confonde la pace con l’essere lasciati in pace. Forse ha ragione Angelo
Panebianco a prevedere «convergenze che oggi sembrano inconcepibili», ma più
che ipotizzare governi di unità nazionale si tratterebbe di unire gli
europeisti contro i sovranisti: e se avesse coraggio il Pd dovrebbe aprire un
discorso nuovo con Azione e intrattenere un rapporto diverso con Forza Italia,
anche per incunearsi, come si diceva una volta, nelle contraddizioni del
governo.
Antonio
Tajani andrebbe sostenuto contro Salvini, chiedendo alla presidente del
Consiglio di scegliere chiaramente il ministro degli Esteri rispetto a quello
dei Trasporti.
Forse
questa potrebbe essere la proposta dei riformisti a un gruppo dirigente
immobile.
Si
tratterebbe insomma di fare politica. Precisamente quella che al Nazareno non
mostrano di saper fare.
Editoriale:
Perché questa volta
le proteste in Iran sono diverse.
It.ncr-iran.org
- Scritto da Staff Writer – (14 Gennaio 2026) – ci dice:
Ciò
che sta accadendo oggi in Iran non è una protesta sporadica o un fugace sfogo
emotivo.
La
rinnovata rivolta che ha preso piede nelle ultime settimane e mesi è, sia per
portata che per chiarezza politica, più ampia e radicale di qualsiasi ondata
precedente.
Questa
volta, è scesa in piazza una società che ha imparato dall’esperienza, ha
accumulato consapevolezza politica e ha trovato la sua direzione.
Le strade dell’Iran stanno assistendo al
ritorno di un popolo le cui richieste vanno ben oltre il sostegno economico,
fino a un inequivocabile appello a un cambiamento radicale e alla fine
dell’intera struttura della tirannia.
Queste
rivolte non possono essere liquidate come “spontanee”.
Le
loro radici affondano in oltre quarantacinque anni di lotta incessante del
popolo iraniano e di una resistenza organizzata che ha affrontato repressione,
incarcerazioni, esecuzioni ed esilio, emergendo politicamente matura.
Gli insegnamenti delle rivolte precedenti – da
gennaio 2018 e novembre 2019 alla rivolta nazionale del 2022 – hanno chiarito
che la società iraniana è entrata in una nuova fase:
una
fase in cui la protesta diventa organizzata, sostenuta e prende esplicitamente
di mira i vertici del potere.
In
questa traiettoria, le attività quotidiane e persistenti delle Unità di
Resistenza del MEK, soprattutto dopo la rivolta del 2022, sono state decisive.
Queste
reti hanno impedito che la fiamma della resistenza si spegnesse. Attraverso
azioni continue, mirate e motivanti, hanno mantenuto vivo il cammino della
rivolta.
Oggi,
gli stessi giovani ribelli stanno portando avanti quella linea nelle strade:
un’intera
generazione che non crede più nelle riforme, nei passi indietro o nel
cambiamento cosmetico dell’autoritarismo.
I
giovani ribelli dell’Iran prendono di mira i centri del regime in risposta alle
esecuzioni di massa.
Per
anni, la Resistenza iraniana ha avvertito che l’Iran è una “società esplosiva”,
in cui qualsiasi shock economico, sociale o politico può innescare una rivolta
nazionale.
Questa
valutazione è ora diventata realtà.
Il
crollo dei mezzi di sussistenza, l’imposizione di un futuro senza prospettive,
la corruzione strutturale e la repressione aperta hanno prodotto insieme un
accumulo di rabbia sociale, una rabbia che ora ha trovato direzione e scopo.
Di
fronte a questa realtà, il regime sta perseguendo due binari paralleli. Da un
lato, si affida alla repressione aperta: munizioni vere, arresti di massa ed
esecuzioni.
Dall’altro,
conduce una guerra psicologica e l’inganno politico. L’apparato informatico del
regime sta attivamente promuovendo narrazioni monarchiche e amplificando figure
come Reza Pahlavi.
Si
tratta di una mossa ben calcolata:
il regime è consapevole che tali correnti non
rappresentano una vera minaccia alla sua sopravvivenza.
L’obiettivo
è creare discordia tra i manifestanti, marginalizzare la vera alternativa
democratica e creare un pretesto per etichettare la rivolta come “sostenuta
dall’estero”.
In
questo stesso contesto, il regime ha schierato agenti in borghese e forze Basir
nelle manifestazioni per scandire slogan a favore del ritorno alla dittatura
monarchica.
Queste
immagini vengono poi diffuse, spesso manipolate o doppiate, per creare una
narrazione falsa.
Eppure
il popolo iraniano non si lascia ingannare.
Una
società che ha lottato per la libertà per oltre quattro decenni, tra prigionia,
esilio e innumerevoli vite, non tornerà indietro.
I cori inequivocabili che si sentono nelle
strade, che rifiutano sia la dittatura religiosa che quella monarchica,
testimoniano una chiara scelta collettiva.
Il popolo iraniano cerca libertà e democrazia,
non il riciclo di un passato contro il quale si era ribellato per rovesciarlo.
Coloro
che hanno dedicato la propria vita, i propri beni e la propria stessa esistenza
alla liberazione dell’Iran non accetteranno altro che la libertà.
La propaganda volta a legittimare un’ex
dittatura non inganna il popolo iraniano;
si
limita a smascherare i suoi promotori davanti al tribunale della coscienza
pubblica.
La
rivolta odierna è la continuazione di una traiettoria storica, forgiata nella
resistenza, e persisterà fino al raggiungimento della libertà.
L'evento
per l'Iran.
La
catena umana per l'Iran: "l’Europa
deve
dichiarare illegittimo l’attuale regime”
Napolitoday.it
– Antonia Fiorenzano – (8 gennaio 2026) – ci dice:
Commozione
e fermezza in Piazza dei Martiri per l'evento promosso da “Antinoo Arcigay
Napoli” in cui hanno partecipato esponenti religiosi, politici e delle realtà
associative.
Commozione
e fermezza in cui si richiedono azioni concrete al governo e all'UE.
La
catena umana a Piazza dei Martiri per sostenere il popolo iraniano promossa da “Antinoo
Arcigay Napoli”.
Dall'inizio
delle proteste, iniziate il 28 dicembre 2025 ma che sono il culmine di una
crisi che dura da 47 anni, il bilancio ufficiale delle ultime ore ha superato
12.000 morti.
A
rendere ancora più difficile la comprensione della portata della tragedia è il
blackout di internet e della telefonia, imposto dal regime per limitare il
flusso di informazioni e isolare la popolazione dal resto del mondo.
In
questo contesto di violenza e censura, associazioni per i diritti umani e
realtà LGBTQIA+ hanno deciso di scendere in piazza, trasformando la solidarietà
in mobilitazione concreta.
In
questi giorni sono varie le manifestazioni in Italia a sostegno dell’Iran
organizzate dagli iraniani che vivono qui appoggiate dalle comunità laiche,
religiose dove si aggiungono anche le segreterie dei partiti politici sia di
destra che di sinistra hanno.
Oltre
alla manifestazione che giovedì 15 gennaio si è svolta a piazza Dante per opera
degli studenti iraniani di Napoli, questo weekend sono state varie le
mobilitazioni, di cui due a Roma tra venerdì e sabato (la prima messa in piedi
da Amnesty in Piazza del Campidoglio; la seconda è stata per volontà delle
realtà associative con un presidio davanti all'Ambasciata della Repubblica
Islamica d'Iran).
Questa
mattina è toccata di nuovo a Napoli con la catena umana in Piazza dei Martiri,
promossa da Arcigay Napoli Antinoo insieme all'Associazione Radicali Napoli
Ernesto Rossi.
Un evento che coincide con l’arrivo della notizia che
“Erfan Soltani”, il manifestante di 26 anni arrestato giorni fa, è stato
giustiziato.
Si è
temuta da giorni la morte di “Erfan Soltani” che va ad aggiungersi a quelle di
altri ragazzi assassinati da quando è iniziata la nuova insurrezione popolare.
Erfan, come Amir di 17 anni e Rubina, la
ventitreenne studentessa di design, sono diventati un simbolo di una
generazione unita per protestare contro il governo liberticida della Guida
suprema Ali Khamenei.
La
catena umana a Piazza dei Martiri.
A
piazza dei Martiri la società civile scende in campo.
Non ci
sono solo gli attivisti queer e politici accanto alla comunità iraniana che
vive a Napoli.
Questa
domenica ci sono anche ci gli esponenti di religioni e culture diversi che
stanno accanto ad alcuni politici in una piazza spogliata dalle bandiere di
partito per lasciare spazio alla sola bandiera della libertà.
“E’
teatro di un parallelismo storico potente” afferma “Antonello Sannino”
promotore dell’evento per Antinoo Arcigay Napoli “Abbiamo voluto lasciare solo
la citazione di Eleonora Pimentel Fonseca quando salì al patibolo.
C’è un
filo rosso che lega la Napoli del 1799 e quella delle Quattro Giornate del 1943
all’Iran di oggi:
è una
rivoluzione che inizia con le donne”.
L’evento
è coordinato con le associazioni e i gruppi che rappresentano il popolo
iraniano a Napoli.
Tra
queste sono in prima linea l’Associazione culturale Azadi degli iraniani di
Napoli e Associazione Italia Iran per la democrazia e la libertà della nazione
iraniana.
Una
voce potente nel suo accorato messaggio è quella di Rozita Shoaei
dell’Associazione culturale Azadi degli iraniani di Napoli.
“Chiediamo
all’Unione Europea e agli Stati europei di riconoscere la Repubblica Islamica
dell’Iran come un regime illegittimo; consentire all’opposizione iraniana in
diaspora di avviare e gestire un referendum libero e democratico, sotto
supervisione internazionale.
Un
regime che massacra sistematicamente il proprio popolo non può essere
considerato legittimo” rimarca Shohei aggiungendo anche della petizione che
l’associazione di cui fa parte ha lanciato proprio ieri sera “È ormai evidente
che civili a mani nude non possono vincere una guerra contro forze armate che,
per mandato, dovrebbero proteggerli, non massacrarli.
Per
questo motivo, chiediamo con urgenza all’Europa di agire a sostegno del popolo
iraniano.
Restare
in silenzio di fronte a questi crimini significa diventarne complici
L’Europa,
che fonda la propria identità sui diritti umani, la democrazia e la dignità
della persona, ha il dovere morale e politico di stare dalla parte del popolo
iraniano.”
A
differenza di alcuni iraniani che sono favorevoli che ritorni, seppur
momentaneamente, Razi Pahlavi, erede in esilio negli Stati Uniti del trono
iraniano, Rosita Shohei non è tra i suoi supporter.
Pur tuttavia ritiene necessario essere nelle
piazze anche con chi tra gli iraniani ha idee monarchiche perché bisogna:
“Dire
no a ogni forma di dittatura e di pensiero autoritario, difendere i diritti
delle donne e delle minoranze, e affermare il diritto del popolo iraniano a
decidere liberamente del proprio futuro, senza ingerenze esterne come quelle
imperialiste non sono mai state disinteressate e non hanno mai davvero messo al
centro la vita dei popoli. Dopo la fine del regime degli Ayatollah, sarà il
popolo iraniano a scegliere il proprio destino”.
“Alla
catena umana promossa da Arcigay e i radicali, siamo scesi in piazza
partecipando, ancora una volta, con lo spirito di unità e democrazia sia contro
la dittatura del regime musulmano in Iran che contro tutte le dittature.
È
stato un bel incontro dove tutti sono arrivati senza bandiere in cui sono stati
assenti anche i colori politici.
Per
qualche ora non è contato chi fosse di destra o di sinistra” dichiara dopo
l’evento Rosita Shohei a NapoliTODAY.it.
A Napoli i ragazzi iraniani manifestano in
lacrime contro la mattanza della Generazione Z.
Nessuna
divisione ideologica e l’appello al Governo.
La
mobilitazione ha superato ogni steccato ideologico: dal Partito Democratico al
Partito Liberaldemocratico, passando per +Europa ed Europa Verde con il
deputato Francesco Emilio Borrelli, fino a Francesca Pascale.
“L’adesione
dei partiti all’evento è stata straordinaria, a testimonianza di una grande
maturità della politica locale. Hanno risposto all’appello quasi tutte le forze
rappresentate in Parlamento, da destra a sinistra, con l’unica eccezione di
Sinistra Italiana (nonostante un’iniziale adesione)” scrive in una nota stampa
Antinoo Arcigay Napoli.
Alle
istituzioni politiche si sollecitano azioni concrete.
Come precisa nel suo intervento Sara Nezza,
rappresentante degli studenti e delle studentesse iraniane.
Oltre a il blackout informativo totale e bilancio
drammatico delle vittime che nelle ultime ore sta salendo Nezza fa un appello
risoluto per una transizione democratica guidata dal Principe Reza Pahlavi,
soprattutto avanzato richieste al Governo italiano:
“È un
massacro, serve una scelta di campo netta. Occorrono contatti diretti con
l’opposizione democratica e l’immediata espulsione dell’ambasciatore della
Repubblica Islamica”.
(Antonia
Fiorenzano).
(napolitoday.it/attualita’/catena-umana-iran-arcigay-html.html).
Commissione
e CE.
Clima
e tirannia Lgbt, l’Europa
promuove
le solite ideologie.
Lanuovabg.it
– Luca Volontè – (14 -01 – 2026) – Redazione – (14 – 01 – 2026) – ci dice:
La
Commissione Europea pubblica le sue priorità politiche per il 2026 puntando su
diritti Lgbt e decarbonizzazione.
Ignorati
i problemi reali dei cittadini.
E dal Consiglio d’Europa (CE) potrebbe presto
arrivare la decisione di criminalizzare le «pratiche di conversione».
Sede
Commissione Europea.
Le
istituzioni europee sono sempre più allo sbando e trascinano il Vecchio
Continente verso una catastrofe morale ed economica.
Due
ulteriori conferme ci vengono dai documenti da pochi giorni pubblicati a
Bruxelles e Strasburgo.
La
prima grave conferma è la pubblicazione, da parte della Commissione, delle sue
priorità politiche per il 2026 con un semplice post sui social network.
In un
contesto internazionale segnato da guerra, competizione geopolitica,
insicurezza energetica, deterioramento sociale interno, aumento della povertà,
decrescita economica e demografica, Bruxelles sceglie di rifugiarsi nelle
ideologie pericolose di inizio secolo.
I
cardini dell'azione politica e delle priorità per il 2026 si riducono alla
consueta ripetizione di concetti come la tutela di «democrazia e valori
europei», «uguaglianza di genere, lotta alle discriminazioni e diritti LGBTIQ»,
«decarbonizzazione», «sicurezza online», eccetera.
Il
messaggio è inequivocabile:
i problemi reali dei cittadini e strutturali
del sistema europeo vengono relegati in secondo piano a favore di un'agenda
ideologica dannosa.
Un
approccio coerente, nella sua folle corsa alla distruzione di ogni benessere
futuro, con le Linee guida politiche 2024-2029 presentate a luglio 2024 dalla
presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: linee guida che sanciscono
la continuità del Green Deal, l'espansione delle politiche di «uguaglianza e
diversità», il controllo del dissenso in ogni discorso pubblico e degli spazi
digitali.
Allo
stesso tempo, l'ossessione per il clima continua a occupare il centro della
scena, nonostante i suoi costi economici e sociali.
La Commissione insiste sull'accelerazione
della decarbonizzazione e sull'approfondimento del modello del Green Deal,
nonostante molti Paesi del mondo stiano dando priorità alla sicurezza
energetica e alla crescita economica.
Le
priorità elencate, coerenti con una visione della realtà artificiale,
confermano una politica europea schizofrenica, dove la retorica dell'emergenza
geopolitica e della guerra in Ucraina, divenute i “totem” dietro cui nascondere
la propria inadeguatezza, si unisce ad azioni incentrate sull'ingegneria
sociale Lgbt e su un ambientalismo spinto che danneggiano anima e corpo degli
europei.
Il
secondo brutto segno proviene da un'altra istituzione europea:
il
Consiglio di Europa – composto da 46 Paesi e al quale tutti i governi europei,
con i loro finanziamenti, consentono di agire sistematicamente contro
buonsenso, identità e culture nazionali – potrebbe confermare la decisione di
criminalizzare qualunque critica all'identità di genere, come parte essenziale
della lotta contro le cosiddette «pratiche di conversione».
Il
prossimo 29 gennaio l'”Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa” (APCE)
deciderà se confermare o respingere un testo promosso dalla laburista inglese “Kate
Osborne” (“Divieto delle pratiche di conversione”, n. 16315/2026) che vieta in
tutto il continente qualsiasi comportamento che «non affermi l'identità di
genere auto-percepita».
Il
testo, approvato all'unanimità già lo scorso dicembre dalla Commissione
sull'uguaglianza e la non discriminazione, amplia notevolmente il concetto di
"conversione":
non ci
si limita più alle pratiche fisiche o psicologiche forzate, ma include ora il
disaccordo verbale, un prudente orientamento terapeutico, le preoccupazioni dei
genitori o il giudizio professionale quando questi non convalidano
automaticamente l'autoidentificazione di genere.
Gli
Stati membri potrebbero dunque dover vietare qualsiasi tentativo di
«modificare, reprimere o sopprimere» l'orientamento sessuale percepito,
l'identità o l'espressione di genere, integrando tali divieti nelle loro leggi
antidiscriminazione e prevedendo sanzioni penali, civili e amministrative. In
pratica, ciò significherebbe penalizzare l'uso di pronomi biologici, limitare
determinati interventi terapeutici e perseguire penalmente i professionisti
della salute mentale, gli educatori o i genitori che non affermano
inequivocabilmente l'identità trans di un minore.
A tale
proposito, “Athena Forum”, organizzazione che si occupa della difesa dei
diritti basati sul sesso biologico, ha messo in guardia parlamentari e Stati
membri del CE rispetto a una «drammatica e pericolosa espansione» del concetto
di conversione, alla «criminalizzazione di genitori, insegnanti e terapisti»,
un cavallo di Troia dell'attivismo trans che minaccerà «la libertà
professionale, le prove mediche e il diritto dei genitori all'istruzione».
Il
governo italiano e in generale i governi guidati da conservatori, patrioti e
popolari, così come i singoli parlamentari, agiscano per impedire questa nuova tirannia.
La
spina nel fianco: L’Iran degli
Ayatollah
e la lunga ombra
dell’Impero
americano.
Ariannaeditrice.it - Sergio Saraceni – (16/01/2026)
– Redazione – ci dice:
La
spina nel fianco: L’Iran degli Ayatollah e la lunga ombra dell’Impero americano.
In un
mondo dove la geopolitica si intreccia con le narrazioni ideologiche, l’Iran
post-rivoluzionario rappresenta un enigma persistente, un baluardo di
resistenza che, dal 1979, ha sfidato l’egemonia globale degli Stati Uniti.
La
Rivoluzione Islamica, guidata dall’Ayatollah Khomeini, non fu solo un
rovesciamento interno del regime dello “Shah Reza Pahlavi” – un alleato fedele
di Washington di cui un domani però dovremo analizzare anche alcuni elementi
interessanti – ma un atto di defezione dal sistema occidentale, un rifiuto
radicale del modello capitalista e imperialista imposto dall’America.
Da
quel momento, l’Iran degli Ayatollah si è erto come una spina nel fianco
dell’impero a stelle e strisce, un ostacolo irriducibile alla completa
dominazione del Medio Oriente.
È una storia di resistenza che merita di
essere celebrata non per fanatismo, ma per la sua profonda lezione sulla
sovranità e sulla lotta contro l’unipolarismo.
Il
fatidico 1979.
Riflettendo
su quel fatidico 1979, si comprende come la rivoluzione non fosse un mero colpo
di stato religioso, bensì un movimento popolare che unì sciiti, intellettuali
laici e classi disagiate contro un regime percepito come marionetta
dell’Occidente.
Lo “Shah”,
installato con il supporto della CIA nel colpo di stato del 1953 contro il
premier nazionalista Mossadegh, aveva trasformato l’Iran in un avamposto
strategico per gli USA:
un hub per il petrolio, un baluardo contro
l’Unione Sovietica, un mercato per armi e tecnologie americane.
La
rivoluzione rovesciò tutto ciò, instaurando una Repubblica Islamica che si pone
ancora oggi come antitesi al modello americano.
L’Iran
divenne dunque un faro per i popoli oppressi, sostenendo movimenti di
liberazione in Libano, Palestina e oltre, e opponendosi fermamente
all’espansionismo israeliano, alleato chiave degli USA.
Questa
postura ha reso Teheran un nemico irriducibile, una “spina” che impedisce
all’America di chiudere il cerchio sul controllo delle risorse energetiche e
delle rotte commerciali del Golfo Persico.
In
un’era di globalizzazione forzata, l’Iran ha dimostrato che è possibile
resistere, mantenendo un’economia autonoma e un programma nucleare civile.
Il
ritorno della Persia.
Ma
questa resistenza non è stata passiva.
Gli
Ayatollah hanno trasformato l’Iran in un attore regionale capace di proiettare
influenza attraverso proxy come Hezbollah o gli Houthi, sfidando l’ordine
imposto dagli USA e dai loro alleati sauditi.
È una
strategia asimmetrica, radicata in una visione del mondo che vede l’America non
come liberatrice, ma come predatore.
Riflettendo
profondamente, si scorge qui una lezione filosofica:
la
rivoluzione iraniana ha incarnato l’idea hegeliana della dialettica storica,
dove la tesi imperialista americana genera la sua antitesi rivoluzionaria,
spingendo verso una sintesi che, per ora, resta sospesa.
L’Iran
non è solo uno Stato;
è
un’idea, un rifiuto del materialismo occidentale in favore di un’etica
spirituale e collettiva, che ha ispirato generazioni di antimperialisti in
tutto il mondo.
Tuttavia,
questa spina è stata oggetto di un assedio costante e multiforme da parte degli
Stati Uniti, un tentativo sistematico di destabilizzazione che rivela la natura
predatoria quanto vendicativa dell’imperialismo americano.
Dal
momento della vittoria rivoluzionaria, Washington ha intrapreso una campagna
poliedrica per riconquistare l’Iran, non tanto per motivi ideologici quanto per
interessi geostrategici:
il controllo del Medio Oriente equivarrebbe a
dominare il flusso globale di petrolio, isolare Russia e Cina, e garantire la
supremazia israeliana.
I
mezzi impiegati sono stati variegati e insidiosi.
Gli
artigli USA che strangolano il popolo iraniano.
Innanzitutto,
le sanzioni economiche:
dal 1979, gli USA hanno imposto embarghi che
hanno strangolato l’economia iraniana, isolandola dal sistema finanziario
globale.
Le
sanzioni del 2018, sotto Trump, e quelle rinforzate da Biden, hanno mirato a
prosciugare le riserve valutarie di Teheran, spingendo verso un collasso
interno.
Non si
tratta di punire un regime “canaglia”, ma di indurre fame e malcontento
popolare, fomentando rivolte come quelle del 2009 (la “Rivoluzione Verde”) o
del 2022 dopo la morte di Mahsa Amini.
In
questi casi, gli USA hanno supportato attivamente i dissidenti attraverso
finanziamenti occulti a ONG, media oppositori e cyber-operazioni.
Poi,
le operazioni clandestine:
la CIA e il Mossad israeliano hanno condotto
attacchi cibernetici, come il virus “Stuxne”t nel 2010 che sabotò il programma
nucleare iraniano, o l’assassinio di scienziati come “Mohsen Fakhrizadeh” nel
2020.
Questi
atti non sono isolati, ma parte di una strategia per indebolire le capacità
difensive dell’Iran, rendendolo vulnerabile a un’invasione o a un cambio di
regime.
Gli USA hanno anche armato e sostenuto
avversari regionali: dall’Iraq di Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq
(1980-1988), dove fornirono armi chimiche, ai sauditi nella “proxy war in Yemen”,
dove l’Iran appoggia gli Houthi contro l’egemonia wahhabita filo-americana.
La
propaganda occidentale che distorce la realtà.
Non da
ultimo, la propaganda:
attraverso
Hollywood e i media mainstream, l’Iran è dipinto come un “asse del male”, un
pericolo nucleare imminente, ignorando che gli USA stessi hanno tollerato lo
Shah quando possedeva armi atomiche in potenza.
Questa
narrazione serve a giustificare interventi militari indiretti, come il sostegno
a Israele nelle incursioni contro proxy iraniani in Siria e Libano.
L’obiettivo
finale?
Riconquistare
l’Iran come alleato o satellite, completando il puzzle mediorientale:
con
Teheran sottomessa, gli USA controllerebbero dal Mediterraneo al Golfo, ponendo
la pietra tombale sull’alternativa Eurasiatica e garantendo il flusso
energetico verso l’Occidente.
È una
destabilizzazione calcolata, che sfrutta divisioni interne – etniche,
religiose, attualmente soprattutto generazionali (come sempre d’altronde) – per
erodere la coesione nazionale.
Trump
alla fine del piano inclinato.
In
questa trama di assedio, un capitolo particolare merita l’amministrazione
Trump, che ha impresso alla politica anti-iraniana un’impronta messianica e
profondamente filo-ebraica, intrecciando interessi geostrategici con visioni
apocalittiche e alleanze ideologiche.
Donald
Trump, sostenuto da una base evangelica che vede in Israele l’adempimento di
profezie bibliche, ha elevato la lotta contro l’Iran a una dimensione quasi
escatologica.
La sua
“massima pressione” – con il ritiro dall’accordo nucleare JCPOA nel 2018 e
l’imposizione di sanzioni draconiane – non era solo un calcolo reale e politico,
ma un atto impregnato di messianismo:
Trump
si presentava come il “protettore” scelto da Dio per accelerare la “fine dei
tempi”, dove la difesa di Israele contro l’“anticristo” iraniano avrebbe
preparato il ritorno del Messia. Questa narrazione, radicata nel sionismo
americano, vedeva l’Iran come l’incarnazione del male profetico, un “Gog e
Magog” moderno da sconfiggere per favorire l’Armageddon.
La
dimensione filo-ebraica era ancor più evidente:
Trump
ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme, riconosciuto la sovranità
israeliana sulle Alture del Golan e promosso gli Accordi di Abramo,
normalizzando relazioni tra Israele e Stati arabi sunniti per isolare l’Iran
sciita.
Queste
mosse non erano neutre; riflettevano stretti legami con Benjamin Netanyahu e
lobby pro-Israele come AIPAC, che hanno plasmato una politica estera dove
l’Iran diveniva il capro espiatorio per un’alleanza anti-sciita.
Riflettendo
su ciò, emerge un paradosso profondo:
Trump, icona del nazionalismo americano, ha
subordinato gli interessi USA a una visione messianica che privilegia Israele,
trasformando la lotta contro Teheran in una crociata ideologica. Questo
approccio non ha indebolito solo l’Iran, ma ha polarizzato il Medio Oriente,
rendendo ogni negoziato un atto di fede piuttosto che di diplomazia.
È una
politica che, sotto la patina populista, rivela la persistenza di un
imperialismo camuffato da profezia (o viceversa di una fede religiosa che si
muove dietro la politica e la comunicazione di massa), dove l’America agisce
non per la propria sovranità, ma per quella di un alleato percepito come
“eletto”.
Fascinazione
iraniana.
Eppure,
al di là di questi assedi, l’Iran ha esercitato un fascino particolare
nell’immaginario di una destra giovanile, rappresentando per molti anni un
bastione autentico per la libertà dalla tirannia USA.
Per
una generazione disillusa dal liberalismo occidentale – con le sue ipocrisie
sui diritti umani usati come arma geopolitica – Teheran incarna un modello di
resistenza organica.
Nella
destra “alternativa” europea, l’Iran non è visto come un regime teocratico
oppressivo, ma come un esempio di sovranità integrale: un Paese che ha respinto
l’omologazione globalista, mantenendo la propria identità contro l’invasione
culturale americana.
Una
importante fascinazione per l’Iran è dovuta anche alla sua strenua opposizione
al sionismo, per il sostegno alla causa palestinese e per la sfida aperta al
“grande Satana” USA, percepito come portatore di decadenza morale e materiale.
È un
immaginario che contrappone l’austerità iraniana alla corruzione occidentale.
Questa
percezione ha radici profonde: negli anni ’80 e ’90, la destra radicale europea
ha guardato all’Iran come alleato contro il “mondialismo ebraico-americano”.
Questa
potrebbe essere l’ultima spallata.
Detto
ciò, una riflessione ed un’amara disillusione devono essere sancite qui.
L’Iran,
eroico nella sua vasta e lunga resistenza, appare ormai in balia delle onde
mosse dal nemico americano.
Le
sanzioni hanno eroso l’economia, la pandemia ha amplificato le disuguaglianze,
e le proteste interne rivelano crepe nel tessuto sociale.
Con
una popolazione giovane e connessa al mondo digitale, esposta a narrazioni
occidentali, il governo nato dalla rivoluzione degli Ayatollah fatica a
mantenere il consenso.
È –
dal nostro umile punto di vista – la classica situazione in cui il figlio si
ribella al padre.
Oggi i
giovani iraniani vengono illusi dagli agenti del sistema occidentale a trazione
Israele-statunitense, e per una manciata di “libertà” sessuale e di vestiti
scadenti, smartphone e flussi continui di alcol, musica e turisti pieni di
denaro, stanno svendendo la vera e più profonda libertà che l’Iran ha
conquistato nel 1979.
Ma
come si può spiegare ad un figlio che la durezza del proprio padre è dovuta
alla tutela del giovane?
Che
quella stessa durezza, se pur antipatica, ha garantito l’indipendenza della
famiglia e la difesa della propria storia e radici?
Chi
sarà il prossimo dopo l’Iran?
È solo
questione di tempo dunque, prima che crolli definitivamente anche il baluardo
iraniano, non per un’invasione diretta – troppo costosa e piena di problemi
dopo Iraq e Afghanistan – ma per implosione interna, orchestrata da lontano.
Questo
rappresenta il vero problema per tutti quelli che credono davvero nella lotta
contro gli USA:
la caduta dell’Iran non sarebbe una vittoria
della libertà, ma l’ennesima dimostrazione che l’impero americano, con la sua
pazienza strategica, consuma i suoi avversari.
In un
mondo multipolare che si affaccia, perdere questa spina significa perdere un
bastione contro l’unipolarismo, lasciando il campo libero a un “ordine” globale
sempre più asfissiante.
La riflessione ci impone di chiederci: chi
sarà il prossimo a resistere, quando anche l’Iran sarà inghiottito dalle onde?
(Sergio
Saraceni).
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