La libertà contro la tirannia.

 

La libertà contro la tirannia.

 

 

 

Mons. Viganò: “l’Unione Europea

Va Rasa al Suolo.”

Conoscenzealconfine.it – (18 Gennaio 2026) – Carlo Maria Viganò – ci dice:

 

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su “X! la questione del “Mercosur”, che sta provocando proteste in tutta Europa.

Un’élite eversiva si è impadronita dei governi di quasi tutti i Paesi occidentali.

 I suoi emissari nei governi considerano i propri cittadini come nemici da estinguere mediante pandemie, guerre, carestie e criminalità.

Sono decenni che i globalisti orgogliosamente rivendicano la paternità dei progetti di de-popolamento, nel silenzio complice della stampa mainstream e di tutte le istituzioni civili e religiose.

E se i crimini della farsa psico-pandemica e le frodi dell’emergenza climatica sono ormai innegabili, appare ormai evidente che il comparto da eliminare è proprio quello dell’agroalimentare, oggi troppo parcellizzato e quindi poco controllabile a livello globale.

 

Il Mercosur è un trattato di libero scambio con Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Uruguay a seguito del quale l’Europa sarà invasa da alimenti prodotti da coltivazioni o allevamenti non sottoposti alle nostre ferree regole sanitarie.

La sua approvazione costituisce un attacco all’agricoltura, agli allevamenti, alla pesca e alla salute dei cittadini europei, che avrà come risultato la distruzione del tessuto socioeconomico di intere Nazioni e la dipendenza alimentare dalle multinazionali del settore, tutte riferibili ai fondi di investimento “BlackRock”, “Vanguard” e “State Street” che stanno saccheggiando le terre agricole.

 

L’asservimento dei governanti agli interessi dell’élite globalista è ancor più evidente dinanzi alla pianificazione della sostituzione etnica, perseguita allo scopo di cancellare l’identità religiosa, culturale, linguistica ed economica degli Stati e poter meglio controllare le masse.

 

Da Stormer a Macron, da Rutte a Sanchez, dalla von der Leyen alla Meloni, la sorveglianza totale è ormai in fase di realizzazione e diventerà irreversibile con l’introduzione della valuta digitale e l’obbligo dell’ID univoco per l’accesso ai servizi essenziali.

 

Esprimo quindi il mio pieno sostegno alle manifestazioni di protesta degli agricoltori e degli allevatori europei e britannici, in queste settimane fatti oggetto di una vera e propria persecuzione spietata e ingiustificata.

 

Auspico che i cittadini diano pieno appoggio a queste categorie particolarmente colpite, anzitutto acquistando direttamente da loro ciò che producono, perché è grazie alla loro presenza che possiamo mangiare in modo sano ed evitare alimenti ultra- processati o geneticamente modificati.

 Invito a boicottare le aziende della grande distribuzione che sostengono il Mercosur e penalizzano la produzione interna.

L’Unione Europea è un’associazione eversiva criminale: essa non può essere ‘cambiata dal di dentro’, va semplicemente rasa al suolo.

(renovatio21.com/mons-vigano-lunione-europea-va-rasa-al-suolo/).

 

 

 

 

LA BATTAGLIA TRA LA LIBERTA’

E LA TIRANNIA. BISOGNA SCEGLIERE.

Imgpress.it – Domenico Bonvegna – (Gennaio 13, 2026) – Culture – ci dice:

 

Stiamo vivendo “tempi forti”, per certi versi sembra di essere tornati ai tempi della “guerra fredda”.

Comincio dalla guerra in Ucraina scatenata dalla “Federazione Russa”, poi il 7 ottobre 2023, la guerra scatenata da Hamas sostenuta dall’Iran contro Israele,

ora la cattura del dittatore comunista del Venezuela Nicolas Maduro, a breve forse, dovremo schierarci pure per la Groenlandia, e poi magari per Taiwan, (di Hong Kong non ci siamo accorti) si tratta di avvenimenti di geopolitica che non possono lasciarci indifferenti e infatti molti si sono schierati, hanno manifestato e manifestano pro o contro.

 

Certamente almeno noi del mondo occidentale siamo chiamati tutti a scegliere, ed ha ragione da vendere “Marco Invernizzi” quando scrive che è in atto nel mondo una battaglia tra la libertà e la tirannia (Venezuela e non solo. L’alba della libertà, 12.126, alleanzacattolica.org).

 Qualcuno questa battaglia la inquadra in una competizione strategica, tra Stati Uniti e Cina.

“Una competizione che non si gioca solo sul piano militare, ma su tecnologia, filiere produttive, controllo delle infrastrutture e influenza politica.

Il 2026 si apre quindi come un anno di consolidamento di questa dinamica”.

(Antonio Zennaro, Non solo Venezuela: così gli Usa tornano all’offensiva nella competizione con Pechino, 9.1.26, atlanticoquotidiano.it).

Gli Stati Uniti, con Trump, “sembrano orientati a difendere in modo più diretto il proprio perimetro strategico.

Non per spirito di confronto, ma per una valutazione di interessi ritenuti essenziali”.

 Anche la questione Groenlandia va inquadrata in questo contesto.

 La preoccupazione degli Stati Uniti che, “Cina e Russia riescano in relativamente poco tempo a portare la Groenlandia sotto il loro controllo, de facto se non de jure, come hanno fatto, per esempio, con il Venezuela e Panama, non è infondata. Le prime avances cinesi per lo sfruttamento delle risorse e il controllo delle infrastrutture dell’isola risalgono già a qualche anno fa”. (Federico Punzi, O gli Usa, o Cina e Russia: cosa c’è nel futuro della Groenlandia, 12.1.26, atlanticoquotidiano.it).

Certo, come in ogni cosa ci sono sempre gli interessi economici, ma spesso questi sono sempre preceduti da quelli storici, culturali e spirituali.

A cominciare dal prelevamento del Presidente Nicolás Maduro e della moglie dalla loro camera da letto a Caracas e al successivo trasferimento a New York.

Episodio che forse dovrebbe segnare la fine del “socialismo del XXI secolo”.

 

Quel tentativo “di rilancio dell’ideologia socialista dopo il 1989 e dopo la fine dell’Urss (1991) in America Latina, in particolare attraverso il pensiero del politologo tedesco “Heinz Dieterich”, che fu consigliere del governo venezuelano prima della rottura nel 2007, e assunto come programma politico da diverse figure carismatiche, in particolare dal generale venezuelano” Hugo Chàvez” (1954-2013)”.

Un socialismo, intriso di nazionalismo boliveriano che prima con Chavez e poi con Maduro, ha portato il Venezuela alla miseria perché hanno applicato “in modo radicale l’idea di fondo del socialismo, cioè la soppressione della proprietà privata, attraverso la nazionalizzazione della produzione petrolifera, che è la vera ricchezza del Paese”.

Risultato, la miseria diventa il principale problema del Paese, con otto milioni di abitanti che vanno in esilio volontario.

La Chiesa rimane l’unica alternativa al regime, sia perché riceve aiuti dall’estero e può organizzare le “pentolate” per sfamare una popolazione stremata, sia per la sua struttura capillare attraverso le parrocchie, presenti sul territorio, che possono aiutare la popolazione in difficoltà.

L’operazione di polizia di Trump porterà la democrazia in Venezuela?

È presto per dirlo. Vedremo.

Intanto Il Presidente americano ha lanciato un forte segnale in America Latina e cioè non si può prescindere dagli Stati Uniti e che favorire la Cina e la Russia e i loro interessi geo-politici non è una buona idea”.

Noi europei ci siamo scandalizzati perché Trump ha ignorato il diritto internazionale e ci piacerebbe vederlo sempre rispettato.

“Però bisogna prendere atto – scrive Invernizzi – che nel mondo odierno comanda la forza degli Stati, o almeno di alcuni Stati. Sono tutti uguali questi Stati?

 L’uso della forza americana è ancora preferibile a quello cinese o russo o, peggio, della Corea del Nord?

Io penso senz’altro di sì”.

 Pertanto, il gesto di Trump ha ancora diviso tra favorevoli e contrari. Attenzione però, si tratta di una divisione molto più antica che riguarda l’Occidente e risponde alla domanda:

 “la cultura occidentale è un patrimonio che merita di essere difeso e riproposto oppure al contrario merita di morire, cioè di essere spazzato via dalle nuove forze ideologiche e politiche che si richiamano o al vecchio comunismo aggiornato (Cina e Corea del Nord) oppure a una forma di nazionalismo imperialista con venature religiose (sciita in Iran e ortodosso in Russia)?”

E ancora, continuo con le domande poste da “Invernizzi”.

 

Per un cattolico che vive in Occidente, “che sa benissimo che la sua cultura e la sua civiltà non sono le uniche possibili incarnazioni della fede cristiana, ma sono quelle che contraddistinguono le sue radici, è giusto difendere e riproporre questi principi (che sono quelli della dottrina sociale della Chiesa), oppure va incoraggiato quel vento rivoluzionario, nazionalista e/o socialista, che in nome del “socialismo del XXI secolo” vorrebbe spazzare via dalla storia l’Occidente decadente e corrotto?”

Dunque, anche oggi bisogna scegliere, come durante la Guerra fredda, se si vuole proteggere e ricostruire partendo dall’esistente, per quanto disgustoso possa essere, oppure se si preferisce cercare di “distruggere il sistema” per poi affidarsi utopisticamente alla costruzione del “mondo nuovo”.

Tuttavia, non si tratta soltanto del Venezuela.

 

C’è anche l’Iran, dove si svolge in questi giorni, un’antica battaglia fra la libertà e la tirannia.

I manifestanti in Iran, sembrano, addirittura invocare il ritorno di Reza Pahlavi, l’erede dello Scià di Persia, fuggito dal Paese nel 1979 dopo la Rivoluzione khomeinista.

Tutti quelli che manifestano dagli iraniani ai venezuelani, agli oppositori che non possono parlare in Cina, Russia e Corea del Nord, tutte queste persone, che magari appartengono a diverse formazioni politiche, stanno dalla parte della libertà contro i regimi totalitari o dispotici. Interi popoli hanno riscoperto il desiderio della libertà, l’amore per la propria tradizione e per le radici, e sono disposti anche a sacrificare la vita per raggiungere questi obiettivi.

L’«asse del male» è in difficoltà, questa è la buona notizia.

(Domenico Bonvegna).

 

 

 

 

Conservare la libertà contro

la tirannia dell'innovazione.

Lisandermag.substak.com - Raimondo Cubeddu (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) - Lisander –

Redazione – (ago 28, 2025) ci dice:

 

Accantonate le annose e tutto sommato ormai anche inutili diatribe sulle origini del conservatorismo, sulle sue fonti, sulla sua natura ed estensione, e accettato che si tratti in buona sostanza di un atteggiamento individuale e sociale che con la saggezza che viene dall’esperienza si chiede se tutto quello che è nuovo sia parimenti buono e duraturo, la domanda che immediatamente ci si deve porre è cosa ci sia oggi da conservare e come farlo.

Evitando, anche in questo caso di chiedersi di chi sia la responsabilità della scomparsa di ciò che rimpiangiamo, se il cambiamento sia identificabile con l’evoluzione e che cosa conservare in un mondo il cui cambiamento non è sotto il nostro dominio o controllo.

Premesso che a mio avviso l’obiettivo a cui dovrebbe tendere un vero e sano conservatorismo è l’intransigente difesa della libertà individuale e che in questo consiste il suo intimo legame col liberalismo, la domanda è: difenderla da che cosa?

 

Fino a pochi anni fa si diceva che la libertà individuale dovesse essere difesa dal potere (politico, economico e religioso), ora penso che sia il caso di chiederci come difenderla e di proteggerla dal cambiamento incessante e illimitato al quale, obtorto collo, siamo sottoposti e dalle sue imprevedibili e talora infauste conseguenze.

 Certamente, il potere politico, economico e religioso (anche se in quest’ultimo caso dubito che in Occidente si possa parlare ancora di un ‘potere’), rimangono i grandi nemici della libertà individuale.

 E questo per via del fatto che possono imporre comportamenti che non si vorrebbero tenere;

ma accanto a essi, e proprio perché la politica e l’economia non ne possono più fare a meno, in questi ultimi decenni si è universalmente imposto il potere della scienza, della tecnologia e dell’innovazione.

 

Un’innovazione pervasiva e omogeneizzante alle cui conseguenze e implicazioni nessuno sembra in grado di sfuggire e che è resa ancor più asfissiante dal fatto che viene imposta dalla politica.

 Ciò avviene soprattutto nel momento in cui tutti i servizi che essa offre, o dovrebbe offrire, vengono erogati tramite modalità informatiche che sono, in buona sostanza, un fenomenale strumento di conoscenza e di controllo politico delle vite degli individui.

 Un controllo al quale appare ormai difficile sottrarsi e che potrebbe essere evitato soltanto rinunciando del tutto a servirsi di strumenti tecnologici (comprese carte di credito), dei servizi offerti dallo Stato e quindi sottraendosi anche all’obbligo di una dettagliata denuncia dei redditi.

 Quanto questo sia difficile è evidente, come pure è lampante che si tratta di una prospettiva anarco-individualistica di difficile realizzazione.

 

Ma è altrettanto evidente che, se ci sta a cuore la libertà, e se è arduo immaginare modalità di associazione civile e politica che prescindano da forme organizzate di potere (soprattutto perché bisogna difendersi continuamente da insipienti e da predoni), qualcosa bisognerà pure escogitare.

E questo qualcosa non può consistere soltanto nel chiedersi e nell’individuare cosa dobbiamo conservare della nostra gloriosa tradizione culturale, filosofica e religiosa occidentale e quali siano gli strumenti più adeguati al fine.

Possiamo, anzi dobbiamo, difenderla, ma essere altresì consapevoli che ai vecchi nemici se ne sono aggiunti altri.

Molto più aggressivi e pervasivi, che non concedono sconti e che subdolamente mirano a mostrare che tutta l’eredità del passato e l’esperienza sono diventate inutili.

Tuttavia, se l’elemento subdolo della faccenda consiste nel tentare di farci credere che soltanto l” ’IA “potrà salvarci, bisogna anche e mestamente riconoscere che del nostro passato e della nostra cultura, anche per via dello scempio che ne abbiamo fatto, è rimasto poco da salvare.

Infatti, il necessario corollario della tesi che non tutto ciò che è nuovo è buono, è che il mondo – come avevano incautamente profetizzato illustri e tuttora celebrati filosofi del passato – non va necessariamente “verso il meglio”, ma è in incessante e poco prevedibile cambiamento.

Un cambiamento che non ha un fine al quale (buono o cattivo che sia) non è possibile sottrarsi, e sul quale possiamo cercare di intervenire non tanto, come si è a lungo pensato, trasformandolo nella realizzazione della libertà individuale, bensì rafforzando le possibilità individuali e sociali di sottrarsi a esso.

 

Nel suo celebre saggio “Why I Am Not a Conservative”?, posto a conclusione di “The Constitution of Liberty”, del 1960,” Hayek “poneva la distinzione cruciale tra liberalismo e conservatorismo nel fatto che quest’ultimo riteneva che i valori fondamentali di una civiltà potessero essere salvaguardati e difesi soltanto dalla politica e nella diffidenza del conservatorismo nei confronti di quella che “Schumpete”r (che tuttavia non menziona) aveva definito la “distruzione creatrice” del mercato.

Dunque, difesi da uno stato e da una costituzione intesi come il sia pur discutibile esito di quella “Great Tradition”, insieme religiosa e laica, che con parole di Strauss, costituiva “il segreto della vitalità dell’Occidente”. Avvertivano, questi e altri pensatori, tra i quali non si deve assolutamente dimenticare “Michael Oakeshott”, come fosse importante difendere il passato dall’assalto dell’innovazione e del cambiamento ispirato a ideologie tanto velleitarie da sconfinane nell’utopia, ma – anche se alcuni di essi, forse, avevano incautamente sottovalutato il ruolo e la funzione della religione – quell’assalto lo vedevano, a seconda di casi, provenire soprattutto dalle parti della politica, del mercato, della televisione o della pianificazione.

Dalla loro inesausta espansione a scapito della libertà individuale e dalla loro capacità di condizionare i comportamenti umani.

 

Sono passati poco più di sessant’anni e la situazione è radicalmente cambiata.

Il venir meno della funzione che per secoli la religione aveva assicurato nel moderare le aspettative individuali e sociali sulla base di un insieme di valori stabili per via della sua discendenza divina, il suo ridursi – per un crescente e autorevole insieme di “fedeli” – a una pratica “fai da te” ispirata dalla trasformazione delle aspettative individuali in diritti umani universali e a una “politica sociale”, ha sicuramente inflitto un colpo mortale alla credenza che la conservazione della “Great Tradition” si potesse e dovesse basare sulla religione.

 

Contemporaneamente, ma non indipendentemente, anche la politica ha perso quella funzione moderatrice perché la formazione delle aspettative – soprattutto dopo il fallimento o superamento dei sistemi educativi democratici, delle trasformazioni della famiglia, della diffusione e incidenza dei social – non dipende da “grida” rivolte a una moltitudine differenziata e mutevole di cittadini, ma dalle innovazioni tecnologiche che la politica non produce e che non controlla né nella diffusione dei vantaggi e delle opportunità, né negli esiti.

Più o meno inintenzionali.

 La conseguenza è stata la riduzione della politica a repressione.

Il risultato di questo immane cambiamento è che anche gli anziani, dei quali ormai abbonda l’Occidente, sono diventati esposti alla credenza che la loro felice esistenza, dipenda prevalentemente dall’applicazione della tecnologia alle loro esigenze.

 Tendono ad abbandonare valori, credenze e abitudini in favore di stili di vita che sperano possa assicurar loro un’eterna giovinezza.

Un sereno benessere garantito dallo stato sociale e dalla scienza.

 

Ed è per questo, ma altro ancora si potrebbe aggiungere, che penso che conservare significhi oggi difendere la libertà, anzitutto individuale, di potersi sottrarre a tutto questo.

 Che la libertà sia quel supremo lusso che consiste nella possibilità di fare a meno di tutto.

Non penso che sarà facile e neanche che la proposta incontrerà sostenitori e forse neanche credito.

Ma sono anche del parere che cercare di dar vita a un’associazione civile e politica in cui ciò sia possibile sia perlomeno inutile quanto il cercare di conservare valori e usanze di un passato che, più che essere discutibile, non esiste più.

E non soltanto perché cancellato dall’educazione scolastica “democratica”.

Tanto che si potrebbe dire che il vero problema di una riproposizione odierna del conservatorismo consiste non tanto nella diffusione di una immotivata fiducia nel progresso (che si è sempre rivelata catastrofica), quanto da quella scomparsa del passato che ne è la causa.

Premesso che l’applicazione di strumenti e della mentalità “scientifica” alla soluzione dei problemi umani ha avuto l’innegabile pregio di averne risolti molti, a iniziare dalla fame e dalle malattie, negli ultimi secoli l’insieme apparentemente variegato della filosofia politica occidentale si è occupato prevalentemente di elaborare sistemi teorici e pratici, “giusti” o “efficienti”, atti a soddisfare sempre cangianti aspettative individuali e sociali.

Glissando sulle conseguenze inintenzionali di tale corsa verso il meglio e intendendola come il fine stesso dell’umanità intera.

 Arrivati al punto di confondere tra aspettative e bisogni, di non avere più criteri per stabilire se tutti dovessero essere necessariamente soddisfatti, e senza chiedersi quali avrebbero potuto essere le conseguenze indesiderate di quella corsa, abbiamo delegato alla scienza e alle maggioranze elettorali il compito di selezionarli, di imporli e di soddisfarli.

 

In questo modo, rimosso il concetto di limite, tanto della conoscenza quanto dell’ingordigia di benessere, ci siamo consegnati mani e piedi a un presunto progresso scientifico e tecnologico.

E questo, nel suo infinito e sempre più repentino cambiamento, ha finito per dissolvere quel principio dell’imputazione causale che costitutiva la base di quell’esperienza che (sia pure in maniera limitata) consentiva di distinguere le novità accettabili da quelle che invece avrebbero generato soltanto nuova incertezza.

Ci siamo dimenticati che ogni novità poteva avere conseguenze buone e cattive.

Soprattutto che, quando si succedono a un ritmo incalzante che non consente più di avanzare previsioni sulla loro distribuzione sociale, la conseguenza sarebbe stata un’accentuazione della situazione di incertezza che caratterizza la condizione umana. Di qui quel nostro attuale stato di malessere dal quale appare difficile uscire. Un malessere che si riflette soprattutto sulla sopravvivenza della libertà e sulle condizioni che la rendono possibile e necessaria. E che si palesa nella sempre più marcata propensione a sacrificare la libertà per il benessere; per l’illusione di poter far di tutto e senza conseguenze. La speranza è quindi di impadronirsi delle conseguenze positive dell’innovazione e di scaricare quelle negative sugli altri.

 

La scienza e la tecnologia si sono così trasformate in una nuova forma di potere molto più pervasiva di quella politica e alla quale risulta sempre più difficile potersi sottrarre. La libertà, che non può essere disgiunta dalla responsabilità delle conseguenze del suo esercizio e che non deve essere sacrificata al mito di un benessere da realizzare tramite un uso sempre maggiore di strumenti “tecnologici” e neanche affidato a un’innovazione continua e illimitata, ne è stata la prima vittima. E la seconda è stata la politica ormai incapace di “governarne” la distribuzione delle conseguenze. Tanto dei suoi vantaggi, quanto delle sue calamità. Rimosso il concetto di scarsità, sia di conoscenza, sia di risorse, e diventato ormai impossibile controllare il progresso scientifico e tecnologico tramite la politica e la religione, non abbiamo tenuto conto del fatto che stavamo andando incontro a una nuova forma di tirannide che avrebbe fatto impallidire le più malvagie esperienze del passato.

 

Ed è per questo che ritengo che il compito della filosofia politica sia quello di tentare di elaborare assetti istituzionali che possano consentire di conservare la libertà in un mondo in non ergodico e imprevedibile cambiamento; ovvero di pensare a potersi sottrarre al vortice dell’innovazione continua e alle sue conseguenze. Certamente non sarà facile, né privo di traumi, ma chi ha a cuore la libertà non penso abbia alternative.

 

 

 

L’aggressione del politicamente corretto contro la libertà individuale: il pericolo della “tirannia dei valori.”

Ilriformista.it - Andrea Venanzoni – (5 Marzo 2024) – Redazione – ci dice:

 

 

L’aggressione del politicamente corretto contro la libertà individuale: il pericolo della “tirannia dei valori”

Insinuatosi nel cuore del dibattito pubblico, prima, e nella plancia di comando della produzione normativa, poi, il politicamente corretto è ormai un convitato di pietra che, simile a un veleno, si autoalimenta.

Fantasmatico, evanescente, ha avuto buon gioco, un po’ come il diavolo, perché ha convinto molte persone della sua non-esistenza e della sua non pericolosità.

 Potendo così autoreplicarsi, con le sue metastasi, la sua neo-lingua, la sua mediocrità, la sua debolezza corrotta e impestando libri, politica, accademia, mondo intellettuale, istituzioni scolastiche.

 

Brodo di cultura.

Epitome assoluta di un’epoca in cui, per citare Shakespeare, la virtù chiede in ginocchio al vizio il permesso di fargli del bene.

C’è un aspetto in particolare che ha permesso al politicamente corretto, che a ben vedere meglio dovrebbe essere declinato come “politicamente corrotto” vista la sua totale povertà intellettiva, di espandersi oltre il limite di guardia:

la sua espansività in nome di una metodica in apparenza senza costo alcuno.

Arcadicamente sbandierato come pensiero di tutela e di difesa di minoranze oppresse, assiologicamente issatosi sul piedistallo della giustizia sociale, il politicamente corretto si è spacciato come brodo di coltura capace di apportare miglioramenti, nuovi diritti, giustizia e libertà, senza nulla togliere agli altri.

 

“A te cosa toglie?” è divenuto lo sbilenco, patetico e falso slogan che accompagna il posta market dei nuovi diritti, alle cui spalle avanzano le orde censorie e perennemente indignate le cui polemiche leggiamo ogni giorno ormai sulla stampa o sui siti internet.

 

Diritto e ordinamento.

A te cosa toglie, chiedono con lampada ad alzo zero sparata in faccia come in un interrogatorio della DDR, se si vuole cesellare un qualche diritto che consenta alla gente di identificarsi sessualmente con un opossum?

 Toglie, in realtà. E molto.

 Perché nel momento stesso in cui si postula un diritto, per tale intendendo un vero diritto e non un mero slogan, si evoca il suo bilanciamento con altre situazioni, interessi e punti di vista:

 non esiste alcun diritto che possa incunearsi in un ordinamento senza entrare in conflitto simmetrico, nella sua concreta applicazione, con diritti e libertà altrui.

 In particolare, nella sua enfasi di moralizzazione dei costumi e di etnicizzazione della società tutta, il politicamente corretto pretende la sponda coercitiva statale, o di chi comunque si abbevera al capezzolo statale, per imporre la propria agenda.

 

 

Il dibattito accademico ovattato.

Forse conscio della propria malafede e della propria scarsa sostanza, il politicamente corretto ha bisogno di ottenere sanzioni, punizioni, divieti, rieducazione.

Per conferma, chiedere agli studenti sospesi per aver osato fare del sarcasmo sul bagno non-binario escogitato dalla Bocconi.

O al professor Luigi Marco Bassani, sospeso dall’Università Statale di Milano per aver, mesi fa, pubblicato un meme su Kamala Harris.

Ed è così che il linguaggio viene modificato per legge o per circolare amministrativa, o peggio per paura di sanzione, alcuni termini sono espunti o criminalizzati, i film riscritti, le opere d’arte relegate ai metaforici e meno metaforici scantinati della storia, il dibattito accademico ovattato.

 

Nemici assoluti della libertà.

Non appare peregrino ricordare come meritoriamente “Javier Mieli” abbia impedito alle amministrazioni di perdere tempo dietro schwa, linguaggio ‘inclusivo’ e altri contorsionismi del tutto inutili: immaginiamo, e in Italia non dovremmo fare fatica, uffici pubblici patentemente disfunzionali che consumano tempo, energia e risorse per stabilire come rivolgersi ai destinatari di un atto amministrativo, tra amletici dubbi su asterischi e pronomi neutri. Il politicamente corretto toglie. Molto.

 Simile alla pericolosità della ‘tirannia dei valori’, affrescata da “Carl Schmitt”, la tirannia del politicamente corretto, in apparenza suadente e serpentina, dai colori sgargianti e dall’ampio sorriso, snuda però le proprie oscene fauci promettendo un mondo del tutto anodino, grigio, piatto, privo di qualunque forma di asperità e complessità, popolato da automi propensi alla delazione e alla perenne necessità di incasellarsi in qualche categoria.

Nemici assoluti della libertà.

(Andrea Venanzoni).

 

 

 

 

 

I comunisti e l’Iran.

Contropiano.org - Redazione - Tudeh - Fedayn del Popolo Iraniano – (2 gennaio 2026) e

(14 gennaio 2026) – ci dicono:

 

 

Dopo la Rivoluzione iraniana del 1979, il partito comunista iraniano “Tudeh”, di orientamento filosovietico, fuorilegge e perseguitato durante il regime dello Scia dopo il colpo di stato che depose Mossadeq, riemerse legalmente e inizialmente appoggiò la nuova Repubblica Islamica, valutandola come una rivoluzione “anti-imperialista”.

 

Questo sostegno alla Repubblica islamica fu criticato da altre forze di sinistra come una parte dell’”Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano” (che proprio su questo ebbero una scissione tra “Maggioranza” e “Minoranza”) e che cambiarono il loro nome da Organizzazione Guerrigliera dei Fedayn del Popolo Iraniano (OGFPI) – usata durante la clandestinità – con quella di “Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano” (OFPI).

 

Tra i critici della scelta del Tudeh c’erano anche i “Mujahidin del Popolo”.

 

Questi ultimi, pur con un passato progressista piuttosto sincretico tra nazionalismo, socialismo e islamismo, a mano a mano che venivano repressi nei primissimi anni della nuova Repubblica Islamica, persero questo carattere e si resero disponibili come longa manu delle potenze imperialiste occidentali, Francia e Usa soprattutto.

 La loro sede principale all’estero era a Parigi.

 

I Mujaheddin del Popolo sono stati designati per decenni come organizzazione terroristica da diversi paesi (tra cui Stati Uniti, Unione Europea e Canada), ma questa definizione è stata progressivamente revocata negli anni che vanno dal 2000 al 2010 essendo ritenuta una forza di opposizione contro la Repubblica Islamica, utile allo scopo del suo rovesciamento.

 

Nel periodo 1982-1983 con il consolidamento del blocco di potere islamico e l’intensificarsi della guerra con l’Iraq, il regime rivoluzionario iraniano avviò una vasta repressione di tutti i gruppi di opposizione non allineati.

Anche il Tudeh, nonostante il suo precedente supporto alla Rivoluzione Islamica venne colpito duramente.

 

Nel febbraio 1983, le autorità iraniane annunciarono l’arresto di massa della dirigenza del partito Tudeh, incluso il suo segretario generale, “Noureddine Cianuri”, accusati di essere una “quinta colonna” dell’Unione Sovietica.

Il partito Tudeh fu formalmente e definitivamente bandito nel 1983.

 I suoi membri rimasti furono giustiziati, imprigionati a lungo termine o fuggirono all’estero.

 

La stessa sorte è toccata anche ai “Fedayn del Popolo”, nella componente definitasi “Maggioranza” e che aveva posizioni simili a quelle del Tudeh.

Era andata molto peggio alla componente dei Fedayn del Popolo definita “Minoranza” che non hanno condiviso la scelta della maggioranza di sostenere il blocco di potere islamico dopo la Rivoluzione del 1979.

La repressione contro di loro era iniziata già nel 1981.

 

Le definizioni e le distinzioni tra “Maggioranza” e “Minoranza” vanno desunte dai risultati di una votazione decisiva nel Comitato Centrale dell’Organizzazione che portò alla spaccatura.

In Italia erano presenti in quegli anni molti studenti iraniani militanti di queste organizzazioni.

Abbiamo conosciuto e condiviso molte delle loro vicissitudini, qualche volta capendoci e qualche volta no.

Le drammatiche vicende dei comunisti iraniani, attivi e decisivi nella Rivoluzione iraniana del 1979, ma violentemente liquidati dalla Repubblica Islamica negli anni immediatamente successivi, sembrano confermare la amara metafora per cui “I comunisti e gli islamici condividono le galere e le proteste nelle piazze contro i regimi al potere e l’imperialismo ma quando uno dei due vince… l’altro torna in galera, o peggio”.

 

Un attento analista di quel mondo, “Gabriele Mariani”, commentando il comunicato del Tudeh valuta come corretto il “rifiuto dell’idea secondo cui il movimento di protesta sarebbe una “creazione dell’imperialismo statunitense o del regime israeliano”.

Le proteste hanno radici sociali ed economiche interne”.

 Tuttavia, secondo Mariani, il comunicato cade nell’errore opposto quando liquida ogni riferimento a infiltrazioni esterne come mera propaganda.

“Che esistano reti operative del Mossad in Iran è un fatto documentato da anni. Questo non delegittima le rivendicazioni popolari, ma rende ingenuo sostenere che non vi siano tentativi di strumentalizzazione. Le due cose possono coesistere, e nella storia quasi sempre lo fanno”.

 

Fatta questa breve premessa storica, riteniamo utile per i nostri lettori pubblicare i documenti del Partito Tudeh e dell’Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano (Maggioranza) sugli ultimi avvenimenti in Iran.

 

Significativamente, queste due organizzazioni comuniste denunciano il regime al potere in Iran (visti i pregressi sarebbe difficile immaginare una posizione diversa) ma denunciano e respingono con forza anche ogni ingerenza imperialista esterna, statunitense e/o israeliana che sia. “Se dobbiamo cambiare regime lo dobbiamo fare con le nostre forze” sembra essere la sintesi delle loro posizioni. Che questo possa realizzarsi nel contesto della brutale “normalizzazione” del Medio Oriente che gli USA hanno delegato a Israele è una incognita di non poco conto.

Buona lettura.

 

*****

 

Il documento del partito Tudeh.

 

Condanniamo inequivocabilmente qualsiasi intervento dell’imperialismo statunitense, dello Stato genocida israeliano e dei loro complici interni nei delicati sviluppi del nostro Paese!

 

Una nuova ondata di proteste popolari, iniziata domenica scorsa in risposta alle intollerabili condizioni socio-economiche del Paese, si è notevolmente ampliata negli ultimi giorni.

 Questo movimento di protesta popolare, iniziato con uno sciopero nel bazar di Teheran, si è ampliato con la partecipazione di studenti provenienti da università di Teheran e di altre città del Paese, che chiedono cambiamenti radicali alla situazione attuale.

 

In seguito alle repressioni della polizia e delle forze di sicurezza e agli arresti su larga scala iniziati mercoledì scorso, la legittima lotta popolare ha assunto forme più intense e si è scontrata con una crescente violenza. I media riportano che sei persone sono state uccise e che negli ultimi giorni si sono verificati arresti di massa durante le repressioni della polizia.

 

Il Partito Tudeh dell’Iran ritiene giuste e legittime le proteste del popolo contro le disumane condizioni prevalenti, in particolare l’attuale schiacciante situazione economica e di sostentamento.

Fin dall’inizio, all’unisono con le altre forze nazionali e democratiche del Paese, abbiamo sostenuto l’espansione e l’approfondimento di queste proteste popolari, chiedendo al contempo il mantenimento della calma, la continuazione di forme civili di protesta e il rispetto da parte della Repubblica Islamica delle legittime richieste del popolo.

 

In questa situazione estremamente delicata, in un momento in cui la maggior parte della repulsione della società verso la dittatura islamista al potere ha raggiunto il suo apice, il governo quasi fascista di Donald Trump, sfruttando l’enorme frattura tra la nazione iraniana e il regime islamico, ha dichiarato sfacciatamente venerdì 12 Dey: “Se l’Iran spara ai manifestanti e li uccide, gli Stati Uniti d’America verranno in loro aiuto”.

 

Questa posizione è un palese tentativo di interferire negli sviluppi interni dell’Iran, in particolare quando il regime di Velayat-e Faqih è totalmente incapace di districarsi dalla crisi, dall’instabilità e dalla costante paura del popolo, e cerca di prolungare la sua sopravvivenza esclusivamente attraverso la repressione e gli apparati di sicurezza militare.

 

L’ingerenza imperialista statunitense negli affari interni della nostra patria costituisce una chiara violazione della sovranità nazionale dell’Iran e serve solo a garantire gli interessi imperialisti in Medio Oriente e nel Golfo Persico.

Un altro punto cruciale è che, date le politiche del governo di estrema destra di Trump e il suo pieno allineamento con il governo criminale e genocida di Netanyahu, che è alla guida della macchina bellica israeliana, qualsiasi intervento negli affari interni dell’Iran non solo è palesemente dannoso per la rivolta popolare contro la Repubblica Islamica, ma potrebbe anche avere conseguenze catastrofiche per il Paese.

 

L’aspirante al ritorno come Scià, ha avuto un colloquio con Netanyahu…

“Ali Larijani,” capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran e stretto consigliere di Khamenei, ha sfruttato la dichiarazione di Trump per etichettare il recente movimento di protesta nel Paese come una cospirazione statunitense, affermando, tra le altre cose: “Con le posizioni assunte dai funzionari israeliani e da Trump, i retroscena della vicenda sono diventati chiari”.

 

Anche i media affiliati al governo in Iran hanno approfittato della situazione e, nonostante “Pezeshkian” avesse riconosciuto la legittimità delle proteste popolari, hanno sottolineato la necessità di intensificare la repressione delle manifestazioni popolari.

 

Il Partito Tudeh iraniano condanna esplicitamente e risolutamente l’intervento palese dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati regionali e nazionali negli affari interni dell’Iran.

 Le politiche irrazionali e antinazionali della “dittatura Velayi” degli ultimi decenni non solo hanno spinto milioni di cittadini alla povertà e alle privazioni, ma – proseguendo la politica estera di “esportazione della Rivoluzione Islamica” nella regione e cercando di ristabilire un “Impero Islamico” – hanno esposto il nostro Paese a disastrosi interventi stranieri.

 

L’esperienza storica degli ultimi ottant’anni – dal vergognoso colpo di Stato del 28 Morda, portato a termine da agenti statunitensi e britannici in Iran, alle azioni dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati in tutto il mondo – dimostra che la politica del “cambio di regime” è sempre stata perseguita per servire gli interessi strategici dell’imperialismo globale e non potrà mai portare alla libertà, alla realizzazione dei diritti nazionali e democratici o alla sovranità del popolo sul proprio destino.

Il crescente movimento popolare nel nostro Paese non ha bisogno dell’assistenza del governo quasi fascista degli Stati Uniti o del governo criminale di Netanyahu.

 Attraverso l’unità d’azione tra le forze nazionali e progressiste, questo movimento può portare a termine con successo la lotta contro il dispotismo, sia esso sotto forma di Velayat-e Faqih o monarchia.

In queste circostanze critiche, invitiamo tutte le forze nazionali, democratiche e amanti della pace dell’Iran a schierarsi al fianco del popolo nella giusta lotta per realizzare le sue richieste legittime e umane.

 

Avanti verso l’unità e la solidarietà del popolo iraniano nella lotta contro il regime di “Velayat-e Faqih.”

Lunga vita alla pace; lunga vita alla lotta del popolo iraniano, che fatica e soffre da tempo.

 

Partito Tudeh dell’Iran.

(2 gennaio 2026)

 

*****

 

Documento dell’Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano (Maggioranza).

 

“L’Iran non ha bisogno del sostegno e dell’ingerenza di stranieri e di persone come il signor Trump per liberarsi dalla tirannia!

 

A seguito della diffusione delle proteste popolari contro il deterioramento della situazione economica nel nostro Paese, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che, se il governo islamico reprimerà le proteste, gli Stati Uniti sono pronti e hanno il dito sul grilletto per attaccare l’Iran e sostenere i manifestanti.

 

L’Organizzazione dei Fedayn del Popolo dell’Iran (Maggioranza), a differenza di alcuni falsi pretendenti alla guida delle proteste popolari, sostenitori della monarchia, condanna la dichiarazione pubblica di ingerenza del Presidente degli Stati Uniti negli affari interni del nostro Paese.

 Per liberarsi dalla tirannia, l’Iran non ha bisogno né del sostegno né dell’ingerenza di criminali di guerra, complici e partner in genocidi e crimini contro l’umanità, né di coloro che violano i diritti delle nazioni.

 

Il proseguimento delle politiche coloniali e imperialiste del governo statunitense, i cui esempi più recenti e lampanti sono il massiccio sostegno ai numerosi e continui crimini di Israele contro la popolazione dei territori palestinesi occupati, l’invasione e l’aggressione militare contro il Venezuela e il bombardamento di quel Paese, nonché il tentativo di intimidire e occupare la Groenlandia, è il principale fattore che contribuisce all’instabilità globale e alla diffusione di massacri, guerre e ingiustizie su scala internazionale.

 

Nel corso della loro lunga storia, l’Iran e il popolo iraniano si sono sempre affidati a sé stessi, alle lotte e alle rivendicazioni pacifiche per superare la tirannia interna.

 Qualsiasi tentativo di affidarsi agli stranieri e sperare che la loro influenza apra la strada a un futuro migliore si è sempre concluso con profonda disperazione e delusione.

 

La politica degli Stati Uniti, in particolare sotto la presidenza di Donald Trump, costituisce una flagrante violazione delle norme, dei principi e delle regole riconosciute a livello internazionale.

Le azioni delle ultime tre amministrazioni statunitensi, tra cui il ritiro dal “Piano d’azione congiunto globale” (JCPOA), noto anche come “Accordo sul programma nucleare iraniano”, e l’imposizione di sanzioni paralizzanti, hanno contribuito direttamente a precipitare il popolo iraniano in una disastrosa situazione economica e in una quotidiana difficoltà di vivere.

L’”Organizzazione dei Fedayn del Popolo dell’Iran “(Maggioranza), in quanto forza patriottica e popolare, pur sottolineando che la causa principale dell’attuale stallo politico, economico e sociale risiede nella struttura di potere centralizzata e inefficiente della Repubblica Islamica, dichiara la sua opposizione di principio a qualsiasi sanzione e interferenza straniera e ritiene che tali politiche siano dannose per gli interessi del popolo, in quanto rafforzano le forze autoritarie, la mafia economica parassitaria e perpetuano la crisi politica.

 

Sebbene il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, il portavoce del governo e lo stesso il presidente della repubblica signor” Massoud Pezeshkian “abbiano sottolineato la legittimità delle rivendicazioni popolari e la necessità di un dialogo con i manifestanti, il proseguimento delle azioni repressive da parte delle forze di sicurezza e della magistratura dimostra che queste posizioni non riflettono la politica del governo nel suo complesso e che la repressione dei manifestanti non solo continua, ma si sta intensificando.

 La nostra organizzazione riafferma il suo incrollabile sostegno alle proteste pacifiche e legittime del popolo e dichiara che la via d’uscita dall’attuale profonda crisi non è né l’intervento straniero né la repressione, ma sarà possibile solo riconoscendo il diritto del popolo all’autodeterminazione e trasferendo ad esso l’autorità di governo.

 

L’”Organizzazione dei Fedayn del Popolo dell’Iran” (Maggioranza) ritiene che la prima e più immediata misura per superare l’attuale crisi e neutralizzare qualsiasi minaccia e intervento straniero sia mostrare una sincera solidarietà con il popolo, riconoscere il diritto dei cittadini a manifestare e riunirsi, ritirare le forze di repressione dalle strade e rilasciare tutti gli arrestati.

L’Iran e il popolo iraniano riusciranno a instaurare vittoriosamente una repubblica basata sulla propria autorità, sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla democrazia, sulla giustizia sociale e sui diritti umani universali, attraverso le loro lotte persistenti, non violente e fondate sui diritti.

Che la lotta del popolo iraniano contro la tirannia e per la libertà e la giustizia sociale sia vittoriosa.

Viva un Iran libero e indipendente.

(Organizzazione dei Fedayn del Popolo Iraniano -Maggioranza).

 

 

 

 

Covid-19, Anatomia di

un Inganno.

Conoscenzealconfine.it – (19 Gennaio 2026) - Guillem Ferrer – ci dice:

Quasi sei anni dopo l’inizio della pandemia di Covid, la narrazione ufficiale si sta sgretolando.

Il peso delle prove scientifiche e l’emergere di rapporti ufficiali che smantellano la narrazione politica e mediatica dominante dal 2020 hanno costretto alcuni media spagnoli a un timido e tardivo mea culpa. Il velo che copriva errori, manipolazioni e silenzi complici ha rivelato una sceneggiatura attentamente orchestrata da governi, media, organizzazioni internazionali e un’industria farmaceutica avida di profitti.

 Molte voci che un tempo erano etichettate come eretiche sono ora riconosciute come i semi di una scomoda verità che ha resistito alla censura e al discredito.

 

Anche in altri Paesi, questa lenta resa dei conti è iniziata.

 Un giornalista del “New York Times” ha pubblicato un articolo dal titolo suggestivo:

“Siamo stati gravemente ingannati”.

Nel Regno Unito, un altro giornalista del “Times” ha confessato di non credere più che i lockdown abbiano salvato vite.

Al contrario, ammette che probabilmente hanno causato molti decessi. Ha chiesto un ritorno al pensiero critico e ha esortato a non emarginare coloro che dissentono dalla narrazione accettata.

Ha ricordato a tutti un punto cruciale: maggiore è il consenso, maggiori sono i motivi per essere sospettosi.

 

In realtà, non erano i cosiddetti negazionisti a diffondere disinformazione.

Erano i politici, le istituzioni europee, i media mainstream, gli autoproclamati “fact-checker” e una parte significativa dell’establishment medico.

Insieme, formarono una potente alleanza tra politica, media e industria farmaceutica, che operava impunemente.

 

La medicina si è arresa al mercato, le associazioni mediche hanno messo a tacere le critiche e i vaccini sono diventati l’unica salvezza.

Ma, come avvertiva il “British Medical Journal”, il principio più basilare della scienza: il dubbio, è stato ignorato.

 La scienza senza domande diventa religione, ed è esattamente ciò che abbiamo sperimentato.

 

Non si tratta solo di esigere responsabilità – anche se ce n’è molta.

 Si tratta di risvegliarsi dall’incantesimo.

Perché ciò che abbiamo sperimentato durante la pandemia è stato un brutale monito su cosa succede quando la paura sostituisce la ragione, quando il dogma soppianta la scienza e quando l’obbedienza cieca si maschera da virtù civica.

 

Abbiamo imparato, dolorosamente, che né la laurea garantisce la saggezza, né il consenso garantisce la verità, né le uniformi conferiscono integrità.

Il dissenso è stato perseguitato, le prove negate e la libertà sacrificata sull’altare di una sicurezza illusoria.

 

La medicina è diventata un business, la scienza propaganda e la salute pubblica uno strumento di controllo.

 Eppure, in un’epoca di menzogne istituzionalizzate, ci sono stati professionisti etici, cittadini coscienziosi e ricercatori emarginati che hanno alzato la voce quando era pericoloso farlo.

A loro, perseguitati, stigmatizzati e messi a tacere, dobbiamo memoria e riconoscimento.

Perché la verità, sebbene in ritardo, viene sempre alla luce.

 

Non abbiamo bisogno di più protocolli, più vaccini, più paura.

Abbiamo bisogno di più verità e più coraggio.

 Scienza con coscienza. Medicina con umanità.

 Una cittadinanza consapevole, capace di dire “no” quando tutti gli altri dicono “sì”.

In Spagna, i responsabili politici e sanitari stanno sfruttando il sesto anniversario della pandemia per congratularsi con sé stessi.

 Nessuno si è dimesso, nessuno è stato indagato.

Si organizzano eventi commemorativi mentre si cerca di insabbiare l’immagine di coloro che hanno contribuito al più grande scandalo sulla salute pubblica della nostra storia.

Medici in camice bianco e discorsi roboanti continuano a godere dell’impunità.

 

Oggi, mentre il fumo della propaganda inizia a diradarsi, non basta semplicemente voltare pagina.

 È urgente scriverne una nuova, diversa.

Che l’oblio non cancelli il valore della verità né il silenzio di chi ha osato pensare.

 Perché se non diamo un nome a ciò che è accaduto, siamo condannati a ripeterlo.

(Articolo di Guillem Ferrer).

(brownstoneesp.substack.com/p/covid-19-anatomia-de-un-engano)

(sadefenza.blogspot.com/2026/01/covid-19-anatomia-di-un-inganno.html).

 

 

 

Machado alla Casa Bianca dà

la sua medaglia del Nobel

per la pace a Trump.

Lastampa.it – Jacopo Luzi – (16 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

La storica oppositrice di Maduro ha ringraziato il presidente Usa e ricordato ai cornisti che il Venezuela ha in “Edmundo González” un presidente già eletto.

Machado alla Casa Bianca dà la sua medaglia del Nobel per la pace a Trump.

WASHINGTON.

La giornata di Machado a Washington doveva concludersi con una conferenza stampa fuori dal Congresso, dopo essersi riunita con una dozzina di senatori democratici e repubblicani.

 Tuttavia, appena uscita dal Campidoglio, l'ex deputata è stata presa d'assalto da alcuni giornalisti e da vari membri della diaspora venezuelana che le hanno impedito di poter parlare in maniera appropriata con i reporter.

Fra canti, grida, abbracci della gente, eccessivo entusiasmo e domande alla quale non ha risposto, la situazione è diventata talmente caotica – mettendo persino a rischio la sua incolumità – che la Polizia del Congresso è dovuta intervenire per scortare con la forza la leader dell'opposizione venezuelana alla sua auto.

 

Tuttavia, in un momento in cui la 58enne si è avvicinata per parlare con dei membri della diaspora venezuelana, ha potuto rispondere ad alcune domande dei giornalisti, facendo soprattutto chiarezza sulla questione del suo Nobel:

 «Ho consegnato al presidente degli Stati Uniti la medaglia del Premio Nobel per la pace».

Allo stesso tempo, non ha risposto alle domande dei giornalisti in merito all'eventuale accettazione del premio da parte di Trump, ma ha dichiarato di averlo fatto in segno di riconoscimento per l'impegno del presidente a favore della libertà del popolo venezuelano.

In precedenza, gli organizzatori del Premio Nobel avevano pubblicato su “X”:

 «Una medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo di vincitore del Premio Nobel per la pace non può essere revocato».

il personaggio.

Maria Machado, la Nobel destinata al governo ora è insidiata dall’ex nemica Rodriguez.

SERENA SILEONI.

Ciononostante, Machado ha portato avanti il suo gesto simbolico, una mossa che gli analisti hanno interpretato come un tentativo di salvare le flebili speranze del suo movimento di conquistare il potere, ora che Maduro è fuori dai giochi e rinchiuso in una prigione a New York. Sempre gli analisti ritengono che la reticenza della donna a parlare dell'incontro lasci intendere che non sia andato come la venezuelana sperasse.

Parlando con i giornalisti, la leader dell'opposizione ha paragonato la consegna della sua medaglia a Trump a quanto accadde nel 1825, quando il “Marchese de Lafayette” inviò una medaglia d'oro raffigurante George Washington all'eroe dell'indipendenza sudamericana “Simón Bolívar”.

 Machado ha definito il dono di Lafayette «un segno di fratellanza tra il popolo degli Stati Uniti e il popolo del Venezuela nella loro lotta per la libertà contro la tirannia».

 

Secondo la fondatrice del partito "Venite Venezuela", la riunione con Trump è stata storica e straordinaria.

 «Ciò che sta accadendo in questo momento è storico, non solo per il futuro del Venezuela, ma per il futuro della libertà nel mondo», ha dichiarato Machado.

Nell'incontro con i senatori statunitensi ha affermato che l'obiettivo dell'opposizione è trasformare «il Venezuela in un paese libero e sicuro e nel più forte alleato che gli Stati Uniti abbiano mai avuto in questa regione».

«Siamo una società profondamente filoamericana», ha aggiunto.

 

Ha affermato che l'amministrazione Trump comprende la necessità di ricostruire le istituzioni, proteggere i diritti umani e la libertà di parola e di avviare un «nuovo e autentico processo elettorale» per incoraggiare i venezuelani a tornare nel loro paese.

 «Quando il Venezuela sarà libero, milioni di venezuelani torneranno di propria spontanea volontà», ha affermato la leader dell'opposizione. «Ho insistito – e continuerò a insistere – sul fatto che il Venezuela ha un presidente eletto, e sono molto orgogliosa di lavorare al suo fianco», ha detto l'ex deputata venezuelana, riferendosi al candidato dell'opposizione Edmundo González.

 

Ha aggiunto, inoltre, che Trump è molto preoccupato per la «sicurezza del popolo venezuelano» e per «i bambini che non vanno a scuola perché gli insegnanti guadagnano a malapena un dollaro al giorno».

Machado non ha fornito dettagli su eventuali accordi specifici o passi successivi discussi durante l'incontro.

Rimane da capire quando la leader dell'opposizione tornerà in Venezuela.

 

 

 

Il silenzio della morte

è calato su Teheran.

Una lettera. 

Ilfoglio.it – (20 gen. 2026) – Priscilla Ruggiero – Redazione – ci dice:

    

Tutti odiano il regime in Iran. Il racconto del massacro nelle strade, gli slogan, gli spari, poi l’odore acre.

Un piccolo vademecum di esperti per orientarsi sull'Iran, sfrondando pregiudizi e disinformazione.

 Le donne coraggiose di Teheran e noi.

 L'Iran ha fame di libertà.

 

Nel silenzio che per volere del regime negli ultimi giorni è calato sull’Iran, traduciamo una lettera che abbiamo ricevuto da Teheran.

 

Non sono mai stato un grande scrittore, ma vista la situazione attuale credo che questo sia l’unico modo per sfogarmi.

Vivo in Iran da più di vent’anni e ho sempre cercato – nei limiti delle mie possibilità – di fare la mia parte nella lotta per un Iran libero.

Un Iran libero dalla dittatura. Libero dall’avidità degli anziani. Libero dal dominio dell’estremismo religioso.

 Un Iran unito, dove tutti i cittadini siano liberi e parte di una sola nazione, come lo sono sempre stati, al di là della religione o della regione di provenienza – un popolo che decide il proprio futuro senza interferenze o invasioni straniere.

 

Giovedì 8 gennaio 2026, rispondendo all’appello di Reza Pahlavi – come molti altri iraniani – sono sceso in strada nel mio quartiere.

Non perché sia un suo fervente sostenitore, ma perché una luce di speranza è sempre meglio di decenni di oscurità.

A mio modesto parere, da semplice cittadino iraniano, Pahlavi ha molti difetti;

ma non c’è alcun dubbio che l’attuale regime in Iran non abbia alcuna legittimità.

Un regime che utilizza milizie straniere – dagli iracheni di “Haush al Sahab agli Hezbollah libanesi – per uccidere iraniani non può essere considerato il legittimo governo dell’Iran.

Non nego che vorrei un’opposizione migliore di quella rappresentata da Pahlavi, ma le figure in grado di contrastare questo regime illegittimo sono poche.

Dobbiamo giocare con le carte che abbiamo. È una luce di speranza, e come ogni luce fioca può rivelarsi ingannevole, ma nel buio più totale anche un piccolo lume è meglio dell’abisso.

 

Verso le 18:30 di giovedì sera tutto sembrava calmo.

 La gente camminava qua e là. Molti negozi erano chiusi o vuoti.

Le persone si incrociavano per strada in silenzio.

Si poteva leggere un certo sollievo sui volti, come a dire:

“Sono felice di vederti qui”.

C’erano persone di ogni età:

famiglie con bambini, anziani, giovani coppie, gruppi di amici, chi da solo e chi in compagnia.

Ho visto passarmi accanto un padre con la figlia – la bambina avrà avuto sette, otto anni – diretti verso via Pahlavi (oggi Vali Asor).

Un’ora dopo, in quella stessa via, i gas lacrimogeni e i manganelli del regime si sarebbero abbattuti su persone pacifiche e inermi. Posso solo sperare che siano riusciti a tornare a casa sani e salvi.

 

Mentre camminavo in via Ferveste, una coppia anziana mi ha superato lentamente, diretta anch’essa verso via Pahlavi.

Lui, probabilmente sugli ottant’anni, si reggeva al bastone e accanto a lui camminava – suppongo – sua moglie.

Il fatto che due persone così anziane, con evidenti difficoltà di movimento, fossero scese in strada sapendo che il regime avrebbe reagito con violenza, in un quartiere benestante, mostra quanto profondo sia il malcontento.

Non si tratta solo della svalutazione del rial.

Né dell’abolizione dei sussidi sulla benzina.

Né della cattiva gestione dell’acqua, dell’elettricità, del gas naturale, dell’iperinflazione, dei diritti delle donne, della corruzione – e così via, all’infinito.

 

La ferita è così profonda che nessun singolo problema ne è la causa. L’intero sistema è odiato dalla maggioranza degli iraniani.

Giovani e anziani, poveri e ricchi, monarchici e repubblicani, di destra e di sinistra:

tutti odiano questo regime per motivi diversi, ma tutti lo odiano perché ogni singolo aspetto del governo è corrotto e mal gestito.

Ho la fortuna di vivere in un quartiere benestante del nord di Teheran, dove la maggior parte delle persone riesce a sopravvivere – persino con l’iperinflazione – senza patire la fame.

Cosa che, purtroppo, non vale per gran parte del paese, nonostante le immense risorse naturali dell’Iran.

Eppure anche lì, nei quartieri ricchi, la gente era in strada.

 Mi sono spostato verso il viale Jordan (oggi viale Africa), un’altra zona benestante del nord di Teheran:

le persone camminavano pacificamente, semplicemente per esserci, per mostrarsi.

Era chiaro il motivo: la chiamata di un uomo, lontano migliaia di chilometri, in cui molti vedono un simbolo di speranza, la possibilità che il paese ritrovi la propria dignità perduta.

Verso le 20:30 la situazione è cambiata.

 Internet completamente interrotto, sms bloccati, telefonate internazionali sospese.

 Gas lacrimogeni, manganelli, polizia antisommossa in moto che attaccava i manifestanti pacifici per disperderli.

                                       

 Ho ricevuto una telefonata dalla mia ragazza:

stava scappando e si era rifugiata con la madre in un vicolo vicino a Parwan, non lontano da via Pahlavi.

 Sono andato verso di loro, cercando di riportarle a casa per strade secondarie, lontano dal caos.

Si sentivano slogan come “Morte al dittatore”, “Dio benedica Reza Shah”, “Pahlavi tornerà”, e al tempo stesso gli spari, l’odore acre dei roghi e del gas lacrimogeno.

Siamo riusciti a tornare a casa sani e salvi.

Quando sono rientrato, erano circa le 21:45:

in via Ferveste, davanti al Mela Mall, la folla gridava slogan contro il regime.

La strada era sbarrata da un cassonetto in fiamme, attorno al quale la gente cantava “Pahlavi tornerà” e “Khamenei cadrà”.

Alcuni motociclisti passavano urlando “Morte al dittatore”, con una nota di gioia e speranza nella voce.

In un paese dove, nonostante la Costituzione, non si tiene un referendum da decenni, quella era una forma di referendum.

Il popolo dell’Iran ha detto chiaramente che non vuole più la “Repubblica islamica”.

 

Venerdì mattina ho visto la città ripulita più velocemente che mai: non volevano che restasse alcuna traccia, nessuna immagine, nessuna prova della notte precedente.

La sera è stato lo stesso, ma con più violenza, più spari.

 

Sabato ormai quasi tutti conoscevano qualcuno che aveva perso un amico o un familiare.

L’entità del massacro non ci era ancora chiara:

 internet, sms e persino alcune linee telefoniche restavano fuori servizio. Mentre andavo in centro, il tassista mi ha detto che due suoi amici erano stati uccisi durante le proteste.

Si vergognava di non poter andare al funerale:

doveva pagare l’affitto e non aveva i soldi per farlo.

Nel pomeriggio, un amico ci ha chiamato: suo nipote era stato ucciso, ma non avevano ancora trovato il corpo

 All’ospedale avevano ricevuto solo una foto e una scarpa.

 Ci sono voluti tre giorni per ritrovare il corpo.

 

A Kharia – in quella che sembra una vera campagna del terrore – li hanno costretti ad aprire uno per uno i sacchi mortuari finché non l’hanno trovato.

Potevano filmare la scena: un altro atto di intimidazione.

Secondo il mio amico, lì c’erano più di 700 corpi.

E questo solo sabato.

Nei giorni successivi le notizie peggioravano di ora in ora.

Dal venerdì il regime aveva cominciato a mandare sms di minacce alla popolazione.

 Così tanti da far capire che non solo volevano incutere paura, ma che loro stessi avevano paura.

 

Negli ultimi giorni si percepisce una cappa di lutto su Teheran – e immagino anche sul resto del paese.

La città sembra morta. Silenziosa come nei dodici giorni di guerra, quando milioni di persone l’avevano lasciata.

Ma ora il silenzio è pieno di gente. Un silenzio di morte.

Si percepisce un miscuglio di dolore, rabbia e disperazione.

 

Sembra che migliaia di persone siano state massacrate dal regime della Repubblica islamica – e che nessuno farà nulla.

Le Nazioni Unite si mostrano, come sempre, inutili. Da decenni un organismo inefficace, capace solo di riunioni del Consiglio di sicurezza senza senso, mentre la gente viene massacrata e le risoluzioni restano lettera morta.

 

Le solite sanzioni europee, che non fanno altro che affamare il popolo e arricchire l’élite del regime, quella che manda i propri figli a Marbella, sulla Costa Azzurra o a Londra, a godersi una vita di lusso col denaro insanguinato che nessuno osa mettere in discussione perché è troppo per chiudere gli occhi.

 

Nessuno parla di colpire i beni dell’élite del regime in occidente: se porti i tuoi soldi in Europa, in Canada o negli Stati Uniti, puoi anche permetterti di uccidere in Iran.

I politici occidentali fingono di preoccuparsi, ma le loro sanzioni servono solo a far morire di fame la popolazione e a far sopravvivere gli assassini.

Gli Stati Uniti, come sempre, riducono la vita umana a numeri.

 

Che importa se 12.000 persone sono state uccise in meno di una settimana?

Si negozia “un accordo”, come se si trattasse di bestiame.

 Si dimenticano le promesse fatte da un commerciante sui social, che aveva incoraggiato la gente a scendere in piazza solo per farla massacrare, per poi ringraziare i carnefici perché “poteva andare peggio”.

 

La Cina pensa ai propri interessi economici, pronta a comprare petrolio ancora più a buon mercato dopo le nuove sanzioni.

La Russia, come sempre, sceglie di stare dalla parte sbagliata della storia.

 I paesi del Golfo si preoccupano delle conseguenze di un eventuale cambio di regime:

un Iran libero non avrebbe più bisogno degli Emirati Arabi Uniti per riesportare, l’Iran potrebbe sfruttare equamente il giacimento di Casaluce, e il Qatar perderebbe denaro.

 L’Arabia Saudita avrebbe un serio concorrente nel greggio.

E così, per mantenere i loro profitti, migliaia di iraniani devono morire.

 

Alla fine, nessuno si cura davvero di noi.  La morte e l’ingiustizia sono diventate così normali che non le sentiamo più. Ma gli iraniani devono trarre una lezione da questi giorni di proteste: solo loro possono salvarsi dalla tirannia, e dovranno farlo da soli.

 

I leader stranieri sono felici di firmare “buoni accordi”, anche se scritti col sangue.

Siamo una nazione di 90 milioni di persone, ognuno di noi rapito nella sua casa – e solo noi possiamo liberarci dal tiranno.

Non ho dubbi che la Repubblica islamica cadrà.

 Spero solo che avremo imparato che accadrà soltanto grazie a noi stessi, uniti in un unico obiettivo comune.

 

 

 

Antisemitismo, la logica distorta da Israele.

Ilmanifesto.it - Amos Goldberg – (15 -01 -2026) – Redazione – ci dice:

 

Professore di studi dell’Olocausto e del genocidio presso il Dipartimento di Gewiss History and Contemporary Jerry dell’Università Ebraica di Gerusalemme.

Critica Dietro la definizione di antisemitismo dell’Ira sponsorizzata da Tel Aviv e accolta dai paesi occidentali, non c’è la lotta al razzismo subito da una minoranza vulnerabile ma la difesa dello Stato.

 E dei suoi crimini.

 

Mema.

Bisogna congratularsi con Zahara Madani che, nel suo primo giorno da sindaco di New York, ha revocato l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ira disposta dal suo predecessore, Eric Adams.

Nel tentativo di raccogliere qualche voto in più tra l’elettorato ebraico in vista delle elezioni a sindaco, Adams ha firmato un ordine esecutivo l’8 giugno 2025, che adottava la definizione dell’Ira.

È stato l’ennesimo gesto disperato e insensato: non ha accresciuto il rispetto nei suoi confronti né lo ha aiutato alle urne.

 

Questa definizione, più che contrastare l’antisemitismo, funziona come uno strumento per fissare i confini del discorso sull’operato del governo israeliano, mettere a tacere le voci critiche su Israele sul sionismo e limitare la libertà di espressione. In questo senso, la definizione ha prodotto danni incalcolabili alla lotta contro l’antisemitismo reale. L’ha trasformata in una questione politicamente controversa e ha finito per offrire, implicitamente, una sorta di immunità agli antisemiti dichiarati, purché sostengano la politica israeliana contro i palestinesi.

 

Perciò Zahara Madani ha fatto bene a liberarsi di questa definizione dannosa, che simboleggia tutto ciò che è sbagliato e falso nel discorso che Israele e i suoi alleati alimentano attorno al concetto di «antisemitismo».

 

LA DEFINIZIONE.

 La questione nasce nei primi anni Duemila, in un contesto segnato dal moltiplicarsi di episodi antisemiti in diversi paesi europei e dalla volontà di alcune organizzazioni ebraiche di monitorarli in modo sistematico. Erano gli anni della Seconda Intifada:

in quel periodo si registravano attacchi contro ebrei e istituzioni ebraiche, soprattutto in Europa, sullo sfondo di quanto avveniva in Palestina/Israele.

 

In quel quadro, alcune organizzazioni elaborarono una definizione operativa condivisa, concepita come strumento di lavoro per l’attività di monitoraggio.

La definizione fu formulata dal giurista “Kenneth Stern” insieme al rabbino “Andrew Baker “dell’American Gewiss Committee (AC), che la presentò all’Osservatorio dell’Unione europea sui fenomeni di razzismo e xenofobia (Emù, oggi Agenzia per i diritti fondamentali).

 

La definizione venne pubblicata sul sito dell’Emù, ma in seguito fu rimossa, perché già allora molti ne avevano riconosciuto i limiti e i potenziali effetti dannosi.

 Lo stesso Stern, autore principale della definizione, divenne in seguito uno dei più netti oppositori della sua adozione come strumento normativo destinato a regolare o sorvegliare il dibattito su Israele, in particolare negli ambienti universitari.

 

Arrivò a testimoniare con fermezza contro l’adozione della definizione davanti al Congresso degli Stati uniti nel novembre 2017.

A suo avviso, sin dall’inizio, la funzione della definizione doveva rimanere circoscritta:

creare un linguaggio comune tra gli organismi impegnati nel monitoraggio del fenomeno, e nulla più.

 

NONOSTANTE ciò, la definizione ha assunto una vita propria.

 Sempre più agenzie governative nel mondo, tra cui il Dipartimento di Stato statunitense, hanno iniziato a farvi riferimento.

Una svolta particolarmente preoccupante si è verificata nel maggio 2016, quando un’organizzazione denominata International Olocausto Rimembrante Alliance (ira) ha adottato la definizione.

 

L’ira è stata fondata nel 1998 con l’obiettivo di preservare e promuovere la memoria dell’Olocausto a livello globale;

oggi conta 35 stati membri, in larga parte occidentali (tra cui, naturalmente, Israele).

I principali attori che hanno spinto verso quella risoluzione erano riconducibili ad ambienti filo-israeliani.

 Fra essi, Marc Weizmann del Wiesenthal Center di Los Angeles: un’organizzazione che ha definito la decisione dell’Unione europea di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali israeliani come il terzo evento antisemita più grave del 2015, e che ha indicato come gli eventi antisemiti più gravi del 2016, sia la risoluzione delle Nazioni unite che condannava Israele per la costruzione di insediamenti, sia l’astensione dal voto dell’amministrazione Obama.

 

Il voto interno all’ira su questa definizione è stato tutt’altro che lineare. Alcuni paesi hanno sostenuto la sola definizione di base, non gli esempi applicativi, e – secondo i regolamenti – per la decisione era necessario un consenso unanime.

Eppure, elementi di forza, tra cui Marc Weizmann, hanno creato l’impressione che l’intera definizione fosse stata accettata dall’ira, e questa interpretazione si è imposta come la verità.

Da quel momento, gli stati membri hanno iniziato ad adottarla a loro volta e, contemporaneamente, a promuoverla presso enti pubblici e privati: dalle città e dalle università alle squadre di calcio e alle compagnie aeree.

 

IL RISULTATO è stato catastrofico.

La possibilità di parlare e protestare contro le politiche israeliane è diventata sempre più limitata, perché, per definizione, quasi ogni critica politica a Israele o al sionismo può essere interpretata come antisemita.

 Il filosofo israeliano Adi Ophir l’ha definita «una Cupola di Ferro discorsiva».

E non c’è nemmeno bisogno di attivarla ogni volta: la sua sola esistenza produce un effetto paralizzante.

Dopotutto, chi vorrebbe esporsi al rischio di un’accusa di antisemitismo? Inoltre, Israele e i suoi sostenitori sono riusciti a spostare il terreno della discussione.

Non si parla più dell’apartheid, della Nakba, dell’occupazione e dell’annessione (anche prima del genocidio), ma della legittimità stessa di discuterne: se farlo sia lecito o se sia, in realtà, un’espressione di antisemitismo.

 

Logica distorta.

Qual è, dunque, il meccanismo operativo di questa «Cupola di Ferro» discorsiva?

La definizione di antisemitismo dell’ira include una definizione di base piuttosto macchinosa:

«L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto».

 

Poiché è praticamente impossibile ricavare chiarezza da una formulazione così ambigua – che, proprio per la sua ambiguità, fa più male che bene – sono stati aggiunti undici esempi esplicativi. Sette di questi riguardano Israele:

 in pratica, la definizione finisce per identificare l’antisemitismo di oggi soprattutto con la critica politica a Israele, e non con l’ostilità, la discriminazione e la violenza contro gli ebrei nel mondo.

 

C’è poi un secondo problema.

La definizione separa l’antisemitismo da qualsiasi contesto universale:

 lo tratta come un fenomeno a sé stante, non collegato ad altre manifestazioni di discriminazione, razzismo e odio.

Di conseguenza, anche la lotta contro l’antisemitismo viene disancorata da trattati e organismi internazionali pensati per combattere questi fenomeni.

Come se l’antisemitismo fosse un fenomeno sui generis, un’eccezione che trascende ogni altro problema di razzismo, discriminazione e odio. In altre parole, il presupposto diventa una sorta di «supremazia ebraica» nella gerarchia delle lotte antirazziste.

 

MA IL NODO più grave è l’identità che questa definizione costruisce tra ebraismo e sionismo.

Uno degli esempi allegati afferma che «negare il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione» e «definire Israele come un progetto razzista» costituirebbe di per sé una forma di antisemitismo.

Ne deriva che l’opposizione al sionismo sarebbe necessariamente antisemitismo, perché essere ebrei implicherebbe essere sionisti.

È così che, ad esempio, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il genero e confidente di Donald Trump, Jared Kushner, hanno interpretato la definizione e l’hanno pubblicizzata su scala globale.

 

La logica che sostiene tutto questo è completamente distorta.

Negare agli ebrei un diritto riconosciuto a ogni popolo – il diritto all’autodeterminazione – è presumibilmente discriminante e dunque antisemita.

Ma come può Israele rivendicare una simile pretesa, quando esso stesso nega l’autodeterminazione a un altro popolo, quello palestinese, che non dispone certo di un documento analogo capace di “proteggere” il modo corretto in cui se ne dovrebbe parlare nel mondo?

 

E poi: l’accusa di razzismo contro uno Stato viene ripetuta ogni giorno contro molti paesi.

Perché allora, quando si muovono le stesse accuse nei confronti di Israele – accompagnandole con prove empiriche solide e ragionamenti convincenti – ciò dovrebbe diventare antisemitismo?

Le affermazioni secondo cui Israele mantiene un regime di apartheid o ha commesso un genocidio sono antisemite perché imputano razzismo a Israele, o sono descrizioni fattuali, realistiche e accurate?

 

INOLTRE, esistono molti ebrei – inclusi israeliani, tra cui l’autore di queste righe – che vivono e praticano la propria identità ebraica proprio nella critica a un regime ritenuto razzista e violento, e nel tentativo di trasformarlo radicalmente per un futuro migliore, tanto per gli ebrei quanto per i palestinesi.

 È accettabile che una definizione internazionale possa dichiarare illegittima questa identità e qualificarla come antisemita?

Spetta davvero a istituzioni e stati stabilire come gli ebrei debbano realizzare la propria identità ebraica?

 Un intervento del genere sfiora già, di per sé, l’antisemitismo.

 

A ciò si aggiunge un altro punto che rende la definizione ira così problematica:

l’idea che qualsiasi «doppio standard» verso Israele sia antisemita.

È un’affermazione infondata, perché non esiste uno standard internazionale unico per misurare l’intensità della critica agli Stati.

Come si può stabilire se le critiche contro gli Stati uniti durante il Vietnam, contro la Francia durante la guerra d’Algeria, contro il Sudafrica dell’apartheid o contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina siano state “equivalenti” – per intensità e diffusione – a quelle rivolte a Israele durante il genocidio di Gaza?

E se non lo fossero, perché questa differenza dovrebbe diventare prova di antisemitismo?

Del resto, l’azione politica, per sua struttura, concentra energie su alcune cause e non su altre.

Eppure, secondo la logica della definizione ira, chi dedica le proprie energie alla lotta per i diritti dei palestinesi criticando Israele viene esposto all’accusa di antisemitismo:

«Hai già condannato Siria, Cina, Arabia saudita, Sudan…?».

Se la risposta è no, allora devi tacere su Israele, altrimenti verrai etichettato come antisemita.

 

Trasformare il significato del concetto di antisemitismo

 

Tutto ciò suggerisce che la natura della definizione dell’ira sia tendenzialmente proiettiva.

Ciò che Israele si consente – negare l’autodeterminazione ad altri e rivendicare privilegi nel codificare il discorso critico contro di sé – lo vieta agli altri.

Lo si vede anche nella parte che qualifica come antisemitismo qualsiasi accenno a una somiglianza tra le azioni di Israele e quelle dei nazisti. Eppure, leader come Trump e molti altri sono stati paragonati ai nazisti; e anche ebrei e israeliani l’hanno fatto – come il grande intellettuale israeliano Isaiah Leibovitz, che parlò di «giudeo-nazisti» a proposito dei coloni negli insediamenti in Cisgiordania, o l’ex capo dello Shin Bel Avraham Shalom, che paragonò alcune forme di controllo israeliano alle forme di controllo naziste in Europa.

 

In Israele stesso, fin dalla fondazione dello Stato, l’analogia con i nazisti è stata spesso utilizzata contro i palestinesi e i loro leader.

 Di recente, molte personalità pubbliche israeliane, tra cui il ministro delle finanze Beale Smortici, hanno definito tutti i palestinesi «nazisti» per sostenere che nessuno di loro possa essere considerato innocente. Anche qui, ciò che Israele si permette viene proibito ai suoi oppositori.

 

LA LOGICA e lo spirito di questa definizione hanno trasformato il significato stesso del concetto di antisemitismo e l’importanza della lotta contro il fenomeno.

La lotta contro l’antisemitismo nasce per proteggere una minoranza vulnerabile, e talvolta i suoi diritti, dalla tirannia dello Stato e della maggioranza.

Ora, invece, la «lotta contro l’antisemitismo» viene impiegata come strumento potente da Israele come Stato e dagli ebrei al suo interno per vessare i palestinesi, un gruppo con diritti parziali o senza diritti, fino al punto di tentare di eliminarli.

 

Il danno prodotto da questa definizione e dal suo spirito è incommensurabile ed è documentato in numerosi articoli e in diverse banche dati complete.

Non solo ha reso il discorso pubblico sulla Palestina estremamente cauto nella migliore delle ipotesi, e quasi impossibile nella peggiore. Ha anche permesso, per esempio, alla destra americana di coltivare un discorso apertamente antisemita senza che l’attenzione si concentrasse su di esso: perché il “vero” problema diventa «l’antisemitismo della sinistra islamista anti-israeliana».

 

Gli esempi sono noti: dai manifestanti di Charlottesville nel 2017 che gridavano:

 «Gli ebrei non ci sostituiranno», espressione diretta della teoria antisemita e cospirazionista della “sostituzione” prevalente nella destra americana;

fino a figure come Nick Fuentes, negazionista dell’Olocausto che ha dichiarato di «amare Hitler» e di opporsi al «giudaismo talmudico», recentemente intervistato nel podcast – seguitissimo – di Tucker Carlson.

 

Oggi vediamo tutta la pericolosità di questa definizione nel modo in cui l’amministrazione Trump la utilizza, mentre la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti (e anche in Europa), nel quadro del loro sostegno a Israele, continua a sostenerla.

Già nel dicembre 2019 Trump ha applicato agli ebrei la Sezione 6 dell’American Civil Rights Act, che proibisce la discriminazione, attraverso un decreto presidenziale; e ha definito la discriminazione proibita sulla base della definizione ira.

 

LA DEFINIZIONE è stata utilizzata anche nel recente attacco agli istituti di istruzione superiore e nelle reazioni alle proteste contro il genocidio a Gaza.

Molte università sono state obbligate ad adottare la definizione ira come strumento per la revisione dei programmi accademici.

Due dei principali studiosi della Columbia University – Marianne Hirsch, studiosa dell’Olocausto, e Rashid Khalid, storico della Palestina – si sono rifiutati di insegnare nell’attuale anno accademico, temendo azioni disciplinari basate sulla definizione.

 

La definizione dell’ira ha suscitato un’enorme opposizione in tutto il mondo e diverse definizioni alternative sono state formulate al suo posto.

Una di queste è la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda) – della quale sono stato tra i promotori e redattori – che offre un approccio completamente diverso che separa, salvo prova contraria, la discussione critica su Israele e il sionismo dall’antisemitismo – poiché una tale sovrapposizione può certamente esistere, ma richiede prove concrete.

 

Collega, inoltre, la lotta contro l’antisemitismo alla più ampia lotta contro il razzismo e la discriminazione.

 La Jda è attualmente firmata da circa 400 studiosi di settori pertinenti e rappresenta in gran parte ciò che è accettato negli ambienti accademici e contribuisce persino, in casi concreti, a contrastare la definizione dell’Idra, principalmente nelle università.

 

Un altro gruppo che ha formulato una definizione alternativa a quella dell’ira è un gruppo di accademici e attivisti della costa occidentale degli Stati uniti, chiamato Nexus Group.

Va ricordato, come hanno sostenuto i critici, che anche queste definizioni affondano le radici anche in una posizione altrettanto problematica:

 l’idea che l’antisemitismo abbia uno status speciale e che sia l’unico fenomeno che richiede una definizione internazionale, formulata da ebrei ed europei, con l’effetto di limitare il modo in cui palestinesi e loro sostenitori parlano di Israele.

Nel frattempo, non esiste una definizione equivalente capace di limitare il modo razzista e genocida in cui molti ebrei israeliani e altri parlano dei palestinesi.

 

QUESTO PUNTO è stato affrontato da un’altra definizione: la New Jersey Statement on Antisemitism and Islamophobia, che collega l’antisemitismo all’islamofobia e fa riferimento anche al pregiudizio antipalestinese.

Non è però altrettanto nota né gode di un ampio sostegno politico.

E, in realtà, nella maggior parte dei paesi non c’è nemmeno bisogno di una definizione specifica di antisemitismo:

 le leggi contro il razzismo, l’incitamento all’odio e la discriminazione sono sufficienti. Se queste definizioni hanno un’utilità, è soprattutto in ambito educativo.

È comunque interessante notare che, sullo sfondo del genocidio di Gaza, accanto al rafforzamento del sostegno alla definizione ira e al suo spirito nella destra americana e globale, compaiono anche segnali di indebolimento in altri ambienti.

Il Brasile si è recentemente ritirato dall’ira, dove aveva lo status di osservatore.

Il partito tedesco Die Linke ha adottato la Dichiarazione di Gerusalemme e molte organizzazioni si oppongono alla definizione ira.

 

A tutto ciò si aggiunge il passo, necessario e coraggioso, del sindaco di New York” Zoran Madani”, che ha annullato la validità della definizione in città, ha separato l’antisemitismo dalle dure critiche a Israele e dall’opposizione al sionismo e ha riportato il dibattito sull’antisemitismo al suo posto, insieme a tutte le altre forme di discriminazione e odio.

Una mossa tanto necessaria quanto urgente, soprattutto in questi giorni in cui i palestinesi sono sottoposti a una lotta genocida su più fronti per la loro stessa esistenza.

Yishai Kodachi (dall’ebraico e dall’Yiddish, «ben fatto») Zoran.

(Amos Goldberg è professore di studi dell’Olocausto e del genocidio presso il Dipartimento di Jewish History and Contemporary Jewry dell’Università Ebraica di Gerusalemme.)

 

 

 

 

 

Michael J. Sandei, discussione

 intorno a un mondo più equo.

 Ilmanifesto.it - Bruno Montesano – Redazione - Michael J. Sandei – (10/01/2026) – ci dicono:

 

GEOGRAFIE. Intervista con l’intellettuale e professore di filosofia politica a Harvard.

 Il suo ultimo saggio, per Feltrinelli, è un dialogo con Thomas Piketty e si intitola «Uguaglianza»

 

Intervista.

Michael J. Sandei, discussione intorno a un mondo più equo.

Professore di filosofia politica a Harvard, Michael J. Sandei si distingue per le sue lezioni sulla giustizia – raccolte nl volume Giustizia (Feltrinelli 2008).

Sono lezioni molto seguite e disponibili online, al punto da valergli il titolo di «rockstar» della teoria politica.

 Centrale nel dibattito tra anni ’80 e ’90 tra liberals e comunitaristi, il suo ultimo saggio è un dialogo con Thomas Piketty, Uguaglianza.

Che cosa significa e perché è importante (Feltrinelli, pp. 120,  nella traduzione di Corrado Del Bò e Eleonora Marchiafava).

 

Nel dialogo con Piketty discutete ampiamente dell’ascesa del populismo.

C’è una minaccia fascista da parte di Trump?

 

Trump vuole controllare le istituzioni della società civile:

le università, gli studi legali, le istituzioni culturali e i media.

 Queste istituzioni non devono capitolare, ma preservare la loro autonomia: è essenziale per la democrazia, centrale per la resistenza.

Ci sono somiglianze e differenze tra momenti storici diversi, ma è chiaro che Trump rappresenta una svolta autoritaria nella politica americana, simile ai movimenti populisti di destra in Europa.

Bisogna individuare i motivi di risentimento, soprattutto tra i lavoratori senza laurea, ai quali questi movimenti — il MAGA negli Stati Uniti e l’estrema destra in Europa — si rivolgono.

 

Il backslash populista deriva dalle disuguaglianze di reddito e ricchezza, ma anche di riconoscimento.

Cinque decenni di globalizzazione neoliberale hanno portato a delocalizzare i posti di lavoro verso paesi a basso salario, alla stagnazione dei salari per la maggior parte dei lavoratori, alla deregolamentazione dell’economia, alla crisi finanziaria del 2008 e al salvataggio di Wall Street.

Il Partito Democratico, insieme ai Repubblicani, condivide la responsabilità di quelle politiche.

 

L’etica meritocratica ha fatto sì che chi era in alto sentisse di essersi guadagnato tutto da solo, creando così grandi sacche di sofferenza in termini di dignità (del tema si è occupato in La tirannia del merito: Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Feltrinelli 2020, ndr).

 La gente pensa che il proprio voto non conti.

Trump ha intercettato queste legittime preoccupazioni, ma le sue politiche danneggiano coloro che lo hanno votato: dai tagli alle tasse per i ricchi all’attacco alla sanità.

 

I Democratici negli USA — e in Europa coloro che si oppongono a questa tendenza autoritaria — debbano trovare modi per riconnettersi con la classe lavoratrice che i partiti mainstream hanno abbandonato negli ultimi decenni.

 

Pensa che la coalizione multietnica di Zohar Madani a New York rappresenti un’alternativa universalista rispetto al populismo nazionalista e al liberalismo incarnata dalla cd. «Abondance Agenda» di Ezra Klein e dell’ala moderata del Partito Democratico?

 

Madani incarna il fatto che, finora, nel Partito Democratico gran parte dell’energia sia provenuta dall’ala progressista.

 Resta da vedere se ci saranno altri tentativi di ridefinire gli obiettivi del partito. Bisogna definire un’alternativa a quel modo di concepire l’economia e la politica.

Ci sono alcune buone proposte politiche nel movimento dell’Abondance. Come quella di ridurre il costo delle abitazioni riconsiderando, ad esempio, le norme urbanistiche che limitano la possibilità di costruire nuove case. Ma sono un insieme di proposte pratiche legate alle politiche pubbliche: alcune più interessanti, altre meno. Non credo che la revisione di alcune politiche, anche se in una direzione desiderabile, possa sostituire la necessità di ripensare lo scopo della politica e dell’economia. Ciò di cui c’è bisogno per salvare la democrazia è una visione di governo audace.

 

La dignità del lavoro deve tornare centrale: non siamo solo consumatori, ma anche cittadini, uniti intorno a un obiettivo di bene comune.

 Contro l’individualismo, per avere più solidarietà, serve un riconoscimento delle reciproche obbligazioni. La socialdemocrazia e la solidarietà hanno bisogno del patriottismo, che non va lasciato alla destra — e non coincide con xenofobia e deportazioni.

 

La globalizzazione neoliberale limitava la libera circolazione a capitali e merci, escludendo quella delle persone. Non le sembra che neoliberismo, autoritarismo e xenofobia siano intrecciati?

 

Sono d’accordo sul fatto che negli anni ’80 non ci sia stata libertà di movimento delle persone.

Anche se il quadro ideologico svalutava l’importanza delle frontiere nazionali, c’era un’asimmetria tra la mobilità dei capitali e la mobilità delle persone.

 Il capitale è diventato più mobile del lavoro, il che spiega la stagnazione dei salari e la perdita di posti di lavoro.

Si può restringere la mobilità incontrollata del capitale, e recentemente si è assistito ad alcuni timidi tentativi in tal senso, oltre che ad un allontanamento dagli accordi di libero scambio.

Ma non risolveremmo il problema introducendo il libero movimento delle persone accanto al libero movimento del capitale.

Non sarebbe una soluzione adeguata, né porterebbe a una politica progressista, né a una maggiore giustizia per i lavoratori.

 

Il patriottismo e il nazionalismo, anche socialdemocratico, condividono l’idea che la solidarietà sia limitata a una certa comunità e a una cultura specifica. È la prospettiva politica giusta da abbracciare?

 

L’etica della solidarietà deve essere limitata a una particolare comunità nazionale, o può avere una portata più globale o universale?

Una risposta afferma che possiamo identificarci davvero e prenderci cura solo delle persone vicine a noi, con le quali condividiamo una storia, una vita, una tradizione comune.

 E quindi la solidarietà può essere, nella migliore delle ipotesi, solo un progetto nazionale.

 La seconda risposta afferma che la solidarietà del genere umano sia l’unica solidarietà possibile, dal momento che riguarda ciò che condividiamo in quanto esseri umani.

Questa è un’etica universalista o cosmopolita.

 

Io non condivido nessuna delle due. Aderisco ad una terza alternativa: una visione dialettica su come le identità si formano, una visione pluralista su come si coltivano le solidarietà e le identità condivise. Penso che sia vero che la ragione per cui resisto alla seconda alternativa cosmopolita, è che l’amore per l’umanità è un sentimento nobile a cui dovremmo aspirarvi.

E ci sono certi doveri che dobbiamo agli esseri umani in quanto tali, qualunque sia la loro nazionalità o comunità o fede o tradizione.

Ma impariamo ad amare l’umanità non in astratto, ma attraverso le sue espressioni particolari.

 

Impariamo a prenderci cura degli altri esseri umani a partire da coloro con cui condividiamo qualcosa: prima le famiglie, e poi le comunità locali.

E talvolta si arriva a comunità più ampie dove si condivide una qualche preoccupazione generale.

 

Qualsiasi movimento operaio dipende da una solidarietà locale, che poi può aprirsi verso l’esterno.

Ma deve essere radicata in attività, storie, lotte, impegni particolari per avere effetto e motivare le persone.

 Successivamente, si possono creare alleanze più ampie.

Serve un’alternativa.

 E c’è una grande confusione tra coloro che vedono la solidarietà come fissa, definitiva e locale — prospettiva che è troppo limitante — e un’etica cosmopolita talmente astratta da essere molto difficile da rendere realizzabile.

 

 

Perché la sinistra non manifesta

contro l’Iran degli Ayatollah?

Ticinonotizie.it – (18 -01 -2026) – Domenico Bonvegna – Redazione – ci dice:

La mattanza va avanti nel silenzio di chi è sceso in piazza - talvolta anche violentemente - per la causa palestinese.

 Il solito doppiopesismo della sinistra.

Mondo

Il paradosso delle piazze mute: perché la sinistra ignora la mattanza in Iran?

Mentre le immagini dei sacchi neri che contengono i giovani trucidati dalla polizia iraniana fanno il giro del mondo, un silenzio assordante avvolge le piazze occidentali.

L’ordine dell’Ayatollah Ali Khamenei è stato brutale:

 sparare “in mezzo agli occhi” a chi manifesta a mani nude.

Il bilancio, secondo fonti occidentali, sarebbe di 12.000 morti, eppure la mobilitazione latita.

1. Due pesi e due misure:

la “Grande Balla” del pacifismo Perché le piazze, le scuole e le parrocchie che traboccano di bandiere “Pro Pal” restano deserte di fronte al massacro operato dal regime islamista?

Assenza dei Sindacati: Maurizio Landini (CGIL), pronto allo sciopero per Gaza o per difendere Maduro, non ha proclamato nemmeno un minuto di silenzio per le vittime di Khamenei.

Studenti silenti: Non si vedono occupazioni universitarie né flottiglie umanitarie verso i porti iraniani.

La critica di Domenico Aroma:

 Sul sito di Alleanza Cattolica, Aroma definisce questo fenomeno come la “grande balla del pacifismo arcobaleno”: una retorica che evapora quando il sangue versato non serve a colpire l’unico vero nemico ideologico, gli Stati Uniti.

 

2. L’Abbraccio tra Marxismo e Islamismo.

 L’alleanza tra mondo progressista e teocrazia iraniana non è un errore di percorso, ma ha radici profonde.

Antonio Socci, su Libero, ricorda come nel 1979 la cacciata dello Scià fu salutata dalla sinistra europea come una nuova “Rivoluzione d’Ottobre”.

 

Le basi teoriche del “Khomeinismo Rosso” Secondo studiosi come Robert S. Districhi e Nirmal Ferretti, il regime iraniano ha saputo ibridare l’Islam con categorie marxiste:

Lotta di Classe Sacralizzata:

Khomeini ha diviso il mondo tra mostazafin (oppressi) e mostakaberin (oppressori), dando una veste religiosa al linguaggio del Partito Comunista.

 

L’influenza di “Ali Svariati”:

L’intellettuale che preparò il terreno alla rivoluzione studiò a Parigi, influenzato da Sartre e Fano, elaborando un’ideologia “islamo-marxista” e terzomondista.

 

3. Il Nemico Comune:

L’Occidente Il collante di questa strana alleanza è l’odio per la civiltà occidentale, il liberalismo e le radici giudaico-cristiane.

I comunisti e i khomeinisti sono uniti dalla volontà di abbattere il ‘Grande Satana’ americano e dissolvere l’identità dell’Occidente.”

Il Multiculturalismo come arma Secondo il filosofo Paul Gottfried, la sinistra post-comunista ha sostituito l’economia con la cultura.

Il multiculturalismo diventa lo strumento per attaccare le sovrastrutture dell’Occidente:

 dietro una facciata di tolleranza, si nasconde un’esaltazione acritica di tutto ciò che è anti-occidentale, anche quando si tratta di una tirannia teocratica.

 

In sintesi:

Perché questo silenzio? In conclusione, alla sinistra radicale e al pacifismo ideologico non interessa la libertà del popolo iraniano se questa non serve a indebolire gli USA.

Preferiscono vedere il mondo diviso tra bandiere rosse e mezzelune verdi, piuttosto che riconoscere la dignità di chi muore per i valori della libertà e della democrazia.

(Domenico Bonvegna).

 

 

 

 

La politica estera è la frontiera tra

libertà e tirannia, ma

Schlein non lo sa.

 Linkiesta.it - Mario Lavia – (25 marzo 2025) – Redazione – ci dice:

 

Il Pd dovrebbe avere il coraggio di far emergere (via Tajani) le contraddizioni della maggioranza, e di puntare su Calenda, anziché abbracciare i populisti di Trump e di Putin.

In questo tempo, il discrimine politico e morale è dato dalla politica internazionale.

 Persino l’economia viene al secondo posto.

Per cui ogni partito, soprattutto un partito come il Pd che ha forte nelle sue radici il senso del discernimento tra libertà e autoritarismo, dovrebbe essere chiamato a scegliere le sue politiche e i suoi alleati su questa base:

sto con chi sta dalla parte della libertà, della democrazia, dei valori occidentali ed europei.

 

L’incredibile paradosso che invece domina la situazione italiana è dato dal fatto che i democratici stanno con gli illiberali, a destra come a sinistra.

 Il Partito democratico è il caso più sbalorditivo di questa contraddizione.

Un partito che ha nel suo DNA l’europeismo, da Giorgio Napolitano a Romano Prodi, è testardamente alleato con una formazione come quella di Giuseppe Conte che negli anni ha imbastito relazioni di vario tipo con la Russia di Vladimir Putin e l’America di Donald Trump, cioè i campioni del nuovo imperialismo supportato dal regime dispotico del primo e dall’autoritarismo del secondo.

Inoltre è alleato con i tardo-bertinottiani di Alleanza Verdi e Sinistra che, nel nome di una farlocca idea di pace, ritornano alla vecchia casa massimalista del «non aderire né sabotare» che tanti guai provocò cento e più anni fa.

 

A differenza di tanti leader democratici coraggiosi del passato, Elly Schlein non sembra afferrare questo spirito del tempo né cogliere l’urgenza della chiarezza.

 Quindi addirittura preferisce Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni all’europeismo di Carlo Calenda e – ebbene sì – di Antonio Tajani (e finanche di Guido Crosetto, che incongruamente si trova a fare parte di un governo incerto e ondivago).

 

Il problema è che non solo Schlein, ma tutto il gruppo dirigente che la circonda, è imbevuto di una cultura che, in certi frangenti, è portata a mettere tra parentesi la portata valoriale della politica:

e quello dei giovani del Nazareno è probabilmente il riflesso di una malintesa idea di sinistra per la quale si può passare sopra qualunque cosa in omaggio alla necessità, o convenienza, politica.

 

Si tratta di quel relativismo etico che nel Novecento ha portato tragedie nel campo stesso della sinistra e che si salda con un certo tipo di pacifismo che confonde la pace con l’essere lasciati in pace. Forse ha ragione Angelo Panebianco a prevedere «convergenze che oggi sembrano inconcepibili», ma più che ipotizzare governi di unità nazionale si tratterebbe di unire gli europeisti contro i sovranisti: e se avesse coraggio il Pd dovrebbe aprire un discorso nuovo con Azione e intrattenere un rapporto diverso con Forza Italia, anche per incunearsi, come si diceva una volta, nelle contraddizioni del governo.

 

Antonio Tajani andrebbe sostenuto contro Salvini, chiedendo alla presidente del Consiglio di scegliere chiaramente il ministro degli Esteri rispetto a quello dei Trasporti.

Forse questa potrebbe essere la proposta dei riformisti a un gruppo dirigente immobile.

Si tratterebbe insomma di fare politica. Precisamente quella che al Nazareno non mostrano di saper fare.

 

 

 

 

 

Editoriale: Perché questa volta

 le proteste in Iran sono diverse.

It.ncr-iran.org - Scritto da Staff Writer – (14 Gennaio 2026) – ci dice:

 

Ciò che sta accadendo oggi in Iran non è una protesta sporadica o un fugace sfogo emotivo.

La rinnovata rivolta che ha preso piede nelle ultime settimane e mesi è, sia per portata che per chiarezza politica, più ampia e radicale di qualsiasi ondata precedente.

Questa volta, è scesa in piazza una società che ha imparato dall’esperienza, ha accumulato consapevolezza politica e ha trovato la sua direzione.

 Le strade dell’Iran stanno assistendo al ritorno di un popolo le cui richieste vanno ben oltre il sostegno economico, fino a un inequivocabile appello a un cambiamento radicale e alla fine dell’intera struttura della tirannia.

 

Queste rivolte non possono essere liquidate come “spontanee”.

Le loro radici affondano in oltre quarantacinque anni di lotta incessante del popolo iraniano e di una resistenza organizzata che ha affrontato repressione, incarcerazioni, esecuzioni ed esilio, emergendo politicamente matura.

 Gli insegnamenti delle rivolte precedenti – da gennaio 2018 e novembre 2019 alla rivolta nazionale del 2022 – hanno chiarito che la società iraniana è entrata in una nuova fase:

una fase in cui la protesta diventa organizzata, sostenuta e prende esplicitamente di mira i vertici del potere.

 

In questa traiettoria, le attività quotidiane e persistenti delle Unità di Resistenza del MEK, soprattutto dopo la rivolta del 2022, sono state decisive.

Queste reti hanno impedito che la fiamma della resistenza si spegnesse. Attraverso azioni continue, mirate e motivanti, hanno mantenuto vivo il cammino della rivolta.

Oggi, gli stessi giovani ribelli stanno portando avanti quella linea nelle strade:

un’intera generazione che non crede più nelle riforme, nei passi indietro o nel cambiamento cosmetico dell’autoritarismo.

I giovani ribelli dell’Iran prendono di mira i centri del regime in risposta alle esecuzioni di massa.

 

Per anni, la Resistenza iraniana ha avvertito che l’Iran è una “società esplosiva”, in cui qualsiasi shock economico, sociale o politico può innescare una rivolta nazionale.

Questa valutazione è ora diventata realtà.

Il crollo dei mezzi di sussistenza, l’imposizione di un futuro senza prospettive, la corruzione strutturale e la repressione aperta hanno prodotto insieme un accumulo di rabbia sociale, una rabbia che ora ha trovato direzione e scopo.

Di fronte a questa realtà, il regime sta perseguendo due binari paralleli. Da un lato, si affida alla repressione aperta: munizioni vere, arresti di massa ed esecuzioni.

Dall’altro, conduce una guerra psicologica e l’inganno politico. L’apparato informatico del regime sta attivamente promuovendo narrazioni monarchiche e amplificando figure come Reza Pahlavi.

Si tratta di una mossa ben calcolata:

 il regime è consapevole che tali correnti non rappresentano una vera minaccia alla sua sopravvivenza.

L’obiettivo è creare discordia tra i manifestanti, marginalizzare la vera alternativa democratica e creare un pretesto per etichettare la rivolta come “sostenuta dall’estero”.

In questo stesso contesto, il regime ha schierato agenti in borghese e forze Basir nelle manifestazioni per scandire slogan a favore del ritorno alla dittatura monarchica.

Queste immagini vengono poi diffuse, spesso manipolate o doppiate, per creare una narrazione falsa.

 

Eppure il popolo iraniano non si lascia ingannare.

Una società che ha lottato per la libertà per oltre quattro decenni, tra prigionia, esilio e innumerevoli vite, non tornerà indietro.

 I cori inequivocabili che si sentono nelle strade, che rifiutano sia la dittatura religiosa che quella monarchica, testimoniano una chiara scelta collettiva.

 Il popolo iraniano cerca libertà e democrazia, non il riciclo di un passato contro il quale si era ribellato per rovesciarlo.

Coloro che hanno dedicato la propria vita, i propri beni e la propria stessa esistenza alla liberazione dell’Iran non accetteranno altro che la libertà.

 La propaganda volta a legittimare un’ex dittatura non inganna il popolo iraniano;

si limita a smascherare i suoi promotori davanti al tribunale della coscienza pubblica.

La rivolta odierna è la continuazione di una traiettoria storica, forgiata nella resistenza, e persisterà fino al raggiungimento della libertà.

 

 

 

 

L'evento per l'Iran.

La catena umana per l'Iran: "l’Europa

deve dichiarare illegittimo l’attuale regime”

Napolitoday.it – Antonia Fiorenzano – (8 gennaio 2026) – ci dice:

 

Commozione e fermezza in Piazza dei Martiri per l'evento promosso da “Antinoo Arcigay Napoli” in cui hanno partecipato esponenti religiosi, politici e delle realtà associative.

Commozione e fermezza in cui si richiedono azioni concrete al governo e all'UE.

 

La catena umana a Piazza dei Martiri per sostenere il popolo iraniano promossa da “Antinoo Arcigay Napoli”.

Dall'inizio delle proteste, iniziate il 28 dicembre 2025 ma che sono il culmine di una crisi che dura da 47 anni, il bilancio ufficiale delle ultime ore ha superato 12.000 morti.

 

A rendere ancora più difficile la comprensione della portata della tragedia è il blackout di internet e della telefonia, imposto dal regime per limitare il flusso di informazioni e isolare la popolazione dal resto del mondo.

In questo contesto di violenza e censura, associazioni per i diritti umani e realtà LGBTQIA+ hanno deciso di scendere in piazza, trasformando la solidarietà in mobilitazione concreta.

 

In questi giorni sono varie le manifestazioni in Italia a sostegno dell’Iran organizzate dagli iraniani che vivono qui appoggiate dalle comunità laiche, religiose dove si aggiungono anche le segreterie dei partiti politici sia di destra che di sinistra hanno.

 

Oltre alla manifestazione che giovedì 15 gennaio si è svolta a piazza Dante per opera degli studenti iraniani di Napoli, questo weekend sono state varie le mobilitazioni, di cui due a Roma tra venerdì e sabato (la prima messa in piedi da Amnesty in Piazza del Campidoglio; la seconda è stata per volontà delle realtà associative con un presidio davanti all'Ambasciata della Repubblica Islamica d'Iran).

 

Questa mattina è toccata di nuovo a Napoli con la catena umana in Piazza dei Martiri, promossa da Arcigay Napoli Antinoo insieme all'Associazione Radicali Napoli Ernesto Rossi.

 Un evento che coincide con l’arrivo della notizia che “Erfan Soltani”, il manifestante di 26 anni arrestato giorni fa, è stato giustiziato.

Si è temuta da giorni la morte di “Erfan Soltani” che va ad aggiungersi a quelle di altri ragazzi assassinati da quando è iniziata la nuova insurrezione popolare.

 Erfan, come Amir di 17 anni e Rubina, la ventitreenne studentessa di design, sono diventati un simbolo di una generazione unita per protestare contro il governo liberticida della Guida suprema Ali Khamenei.

 

La catena umana a Piazza dei Martiri.

A piazza dei Martiri la società civile scende in campo.

Non ci sono solo gli attivisti queer e politici accanto alla comunità iraniana che vive a Napoli.

Questa domenica ci sono anche ci gli esponenti di religioni e culture diversi che stanno accanto ad alcuni politici in una piazza spogliata dalle bandiere di partito per lasciare spazio alla sola bandiera della libertà.

 

“E’ teatro di un parallelismo storico potente” afferma “Antonello Sannino” promotore dell’evento per Antinoo Arcigay Napoli “Abbiamo voluto lasciare solo la citazione di Eleonora Pimentel Fonseca quando salì al patibolo.

C’è un filo rosso che lega la Napoli del 1799 e quella delle Quattro Giornate del 1943 all’Iran di oggi:

è una rivoluzione che inizia con le donne”.

 

L’evento è coordinato con le associazioni e i gruppi che rappresentano il popolo iraniano a Napoli.

Tra queste sono in prima linea l’Associazione culturale Azadi degli iraniani di Napoli e Associazione Italia Iran per la democrazia e la libertà della nazione iraniana.

 

Una voce potente nel suo accorato messaggio è quella di Rozita Shoaei dell’Associazione culturale Azadi degli iraniani di Napoli.

 

“Chiediamo all’Unione Europea e agli Stati europei di riconoscere la Repubblica Islamica dell’Iran come un regime illegittimo; consentire all’opposizione iraniana in diaspora di avviare e gestire un referendum libero e democratico, sotto supervisione internazionale.

Un regime che massacra sistematicamente il proprio popolo non può essere considerato legittimo” rimarca Shohei aggiungendo anche della petizione che l’associazione di cui fa parte ha lanciato proprio ieri sera “È ormai evidente che civili a mani nude non possono vincere una guerra contro forze armate che, per mandato, dovrebbero proteggerli, non massacrarli.

Per questo motivo, chiediamo con urgenza all’Europa di agire a sostegno del popolo iraniano.

Restare in silenzio di fronte a questi crimini significa diventarne complici

L’Europa, che fonda la propria identità sui diritti umani, la democrazia e la dignità della persona, ha il dovere morale e politico di stare dalla parte del popolo iraniano.”

 

A differenza di alcuni iraniani che sono favorevoli che ritorni, seppur momentaneamente, Razi Pahlavi, erede in esilio negli Stati Uniti del trono iraniano, Rosita Shohei non è tra i suoi supporter.

 Pur tuttavia ritiene necessario essere nelle piazze anche con chi tra gli iraniani ha idee monarchiche perché bisogna:

“Dire no a ogni forma di dittatura e di pensiero autoritario, difendere i diritti delle donne e delle minoranze, e affermare il diritto del popolo iraniano a decidere liberamente del proprio futuro, senza ingerenze esterne come quelle imperialiste non sono mai state disinteressate e non hanno mai davvero messo al centro la vita dei popoli. Dopo la fine del regime degli Ayatollah, sarà il popolo iraniano a scegliere il proprio destino”.

“Alla catena umana promossa da Arcigay e i radicali, siamo scesi in piazza partecipando, ancora una volta, con lo spirito di unità e democrazia sia contro la dittatura del regime musulmano in Iran che contro tutte le dittature.

È stato un bel incontro dove tutti sono arrivati senza bandiere in cui sono stati assenti anche i colori politici.

Per qualche ora non è contato chi fosse di destra o di sinistra” dichiara dopo l’evento Rosita Shohei a NapoliTODAY.it.

 

 A Napoli i ragazzi iraniani manifestano in lacrime contro la mattanza della Generazione Z.

Nessuna divisione ideologica e l’appello al Governo.

La mobilitazione ha superato ogni steccato ideologico: dal Partito Democratico al Partito Liberaldemocratico, passando per +Europa ed Europa Verde con il deputato Francesco Emilio Borrelli, fino a Francesca Pascale.

 

“L’adesione dei partiti all’evento è stata straordinaria, a testimonianza di una grande maturità della politica locale. Hanno risposto all’appello quasi tutte le forze rappresentate in Parlamento, da destra a sinistra, con l’unica eccezione di Sinistra Italiana (nonostante un’iniziale adesione)” scrive in una nota stampa Antinoo Arcigay Napoli.

 

Alle istituzioni politiche si sollecitano azioni concrete.

 Come precisa nel suo intervento Sara Nezza, rappresentante degli studenti e delle studentesse iraniane.

 Oltre a il blackout informativo totale e bilancio drammatico delle vittime che nelle ultime ore sta salendo Nezza fa un appello risoluto per una transizione democratica guidata dal Principe Reza Pahlavi, soprattutto avanzato richieste al Governo italiano:

“È un massacro, serve una scelta di campo netta. Occorrono contatti diretti con l’opposizione democratica e l’immediata espulsione dell’ambasciatore della Repubblica Islamica”.

(Antonia Fiorenzano).

(napolitoday.it/attualita’/catena-umana-iran-arcigay-html.html).

 

 

 

 

Commissione e CE.

Clima e tirannia Lgbt, l’Europa

promuove le solite ideologie.

Lanuovabg.it – Luca Volontè – (14 -01 – 2026) – Redazione – (14 – 01 – 2026) – ci dice:

 

La Commissione Europea pubblica le sue priorità politiche per il 2026 puntando su diritti Lgbt e decarbonizzazione.

Ignorati i problemi reali dei cittadini.

 E dal Consiglio d’Europa (CE) potrebbe presto arrivare la decisione di criminalizzare le «pratiche di conversione».

 

Sede Commissione Europea.

Le istituzioni europee sono sempre più allo sbando e trascinano il Vecchio Continente verso una catastrofe morale ed economica.

Due ulteriori conferme ci vengono dai documenti da pochi giorni pubblicati a Bruxelles e Strasburgo.

 

La prima grave conferma è la pubblicazione, da parte della Commissione, delle sue priorità politiche per il 2026 con un semplice post sui social network.

In un contesto internazionale segnato da guerra, competizione geopolitica, insicurezza energetica, deterioramento sociale interno, aumento della povertà, decrescita economica e demografica, Bruxelles sceglie di rifugiarsi nelle ideologie pericolose di inizio secolo.

I cardini dell'azione politica e delle priorità per il 2026 si riducono alla consueta ripetizione di concetti come la tutela di «democrazia e valori europei», «uguaglianza di genere, lotta alle discriminazioni e diritti LGBTIQ», «decarbonizzazione», «sicurezza online», eccetera.

Il messaggio è inequivocabile:

 i problemi reali dei cittadini e strutturali del sistema europeo vengono relegati in secondo piano a favore di un'agenda ideologica dannosa.

Un approccio coerente, nella sua folle corsa alla distruzione di ogni benessere futuro, con le Linee guida politiche 2024-2029 presentate a luglio 2024 dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: linee guida che sanciscono la continuità del Green Deal, l'espansione delle politiche di «uguaglianza e diversità», il controllo del dissenso in ogni discorso pubblico e degli spazi digitali.

 

Allo stesso tempo, l'ossessione per il clima continua a occupare il centro della scena, nonostante i suoi costi economici e sociali.

 La Commissione insiste sull'accelerazione della decarbonizzazione e sull'approfondimento del modello del Green Deal, nonostante molti Paesi del mondo stiano dando priorità alla sicurezza energetica e alla crescita economica.

Le priorità elencate, coerenti con una visione della realtà artificiale, confermano una politica europea schizofrenica, dove la retorica dell'emergenza geopolitica e della guerra in Ucraina, divenute i “totem” dietro cui nascondere la propria inadeguatezza, si unisce ad azioni incentrate sull'ingegneria sociale Lgbt e su un ambientalismo spinto che danneggiano anima e corpo degli europei.

 

Il secondo brutto segno proviene da un'altra istituzione europea:

il Consiglio di Europa – composto da 46 Paesi e al quale tutti i governi europei, con i loro finanziamenti, consentono di agire sistematicamente contro buonsenso, identità e culture nazionali – potrebbe confermare la decisione di criminalizzare qualunque critica all'identità di genere, come parte essenziale della lotta contro le cosiddette «pratiche di conversione».

Il prossimo 29 gennaio l'”Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa” (APCE) deciderà se confermare o respingere un testo promosso dalla laburista inglese “Kate Osborne” (“Divieto delle pratiche di conversione”, n. 16315/2026) che vieta in tutto il continente qualsiasi comportamento che «non affermi l'identità di genere auto-percepita».

Il testo, approvato all'unanimità già lo scorso dicembre dalla Commissione sull'uguaglianza e la non discriminazione, amplia notevolmente il concetto di "conversione":

non ci si limita più alle pratiche fisiche o psicologiche forzate, ma include ora il disaccordo verbale, un prudente orientamento terapeutico, le preoccupazioni dei genitori o il giudizio professionale quando questi non convalidano automaticamente l'autoidentificazione di genere.

Gli Stati membri potrebbero dunque dover vietare qualsiasi tentativo di «modificare, reprimere o sopprimere» l'orientamento sessuale percepito, l'identità o l'espressione di genere, integrando tali divieti nelle loro leggi antidiscriminazione e prevedendo sanzioni penali, civili e amministrative. In pratica, ciò significherebbe penalizzare l'uso di pronomi biologici, limitare determinati interventi terapeutici e perseguire penalmente i professionisti della salute mentale, gli educatori o i genitori che non affermano inequivocabilmente l'identità trans di un minore.

 

A tale proposito, “Athena Forum”, organizzazione che si occupa della difesa dei diritti basati sul sesso biologico, ha messo in guardia parlamentari e Stati membri del CE rispetto a una «drammatica e pericolosa espansione» del concetto di conversione, alla «criminalizzazione di genitori, insegnanti e terapisti», un cavallo di Troia dell'attivismo trans che minaccerà «la libertà professionale, le prove mediche e il diritto dei genitori all'istruzione».

 

Il governo italiano e in generale i governi guidati da conservatori, patrioti e popolari, così come i singoli parlamentari, agiscano per impedire questa nuova tirannia.

 

 

 

 

La spina nel fianco: L’Iran degli

Ayatollah e la lunga ombra

dell’Impero americano.

 Ariannaeditrice.it - Sergio Saraceni – (16/01/2026) – Redazione – ci dice:

 

La spina nel fianco: L’Iran degli Ayatollah e la lunga ombra dell’Impero americano.

In un mondo dove la geopolitica si intreccia con le narrazioni ideologiche, l’Iran post-rivoluzionario rappresenta un enigma persistente, un baluardo di resistenza che, dal 1979, ha sfidato l’egemonia globale degli Stati Uniti.

La Rivoluzione Islamica, guidata dall’Ayatollah Khomeini, non fu solo un rovesciamento interno del regime dello “Shah Reza Pahlavi” – un alleato fedele di Washington di cui un domani però dovremo analizzare anche alcuni elementi interessanti – ma un atto di defezione dal sistema occidentale, un rifiuto radicale del modello capitalista e imperialista imposto dall’America.

Da quel momento, l’Iran degli Ayatollah si è erto come una spina nel fianco dell’impero a stelle e strisce, un ostacolo irriducibile alla completa dominazione del Medio Oriente.

 È una storia di resistenza che merita di essere celebrata non per fanatismo, ma per la sua profonda lezione sulla sovranità e sulla lotta contro l’unipolarismo.

Il fatidico 1979.

Riflettendo su quel fatidico 1979, si comprende come la rivoluzione non fosse un mero colpo di stato religioso, bensì un movimento popolare che unì sciiti, intellettuali laici e classi disagiate contro un regime percepito come marionetta dell’Occidente.

Lo “Shah”, installato con il supporto della CIA nel colpo di stato del 1953 contro il premier nazionalista Mossadegh, aveva trasformato l’Iran in un avamposto strategico per gli USA:

 un hub per il petrolio, un baluardo contro l’Unione Sovietica, un mercato per armi e tecnologie americane.

La rivoluzione rovesciò tutto ciò, instaurando una Repubblica Islamica che si pone ancora oggi come antitesi al modello americano.

L’Iran divenne dunque un faro per i popoli oppressi, sostenendo movimenti di liberazione in Libano, Palestina e oltre, e opponendosi fermamente all’espansionismo israeliano, alleato chiave degli USA.

Questa postura ha reso Teheran un nemico irriducibile, una “spina” che impedisce all’America di chiudere il cerchio sul controllo delle risorse energetiche e delle rotte commerciali del Golfo Persico.

In un’era di globalizzazione forzata, l’Iran ha dimostrato che è possibile resistere, mantenendo un’economia autonoma e un programma nucleare civile.

Il ritorno della Persia.

Ma questa resistenza non è stata passiva.

Gli Ayatollah hanno trasformato l’Iran in un attore regionale capace di proiettare influenza attraverso proxy come Hezbollah o gli Houthi, sfidando l’ordine imposto dagli USA e dai loro alleati sauditi.

È una strategia asimmetrica, radicata in una visione del mondo che vede l’America non come liberatrice, ma come predatore.

Riflettendo profondamente, si scorge qui una lezione filosofica:

la rivoluzione iraniana ha incarnato l’idea hegeliana della dialettica storica, dove la tesi imperialista americana genera la sua antitesi rivoluzionaria, spingendo verso una sintesi che, per ora, resta sospesa.

L’Iran non è solo uno Stato;

è un’idea, un rifiuto del materialismo occidentale in favore di un’etica spirituale e collettiva, che ha ispirato generazioni di antimperialisti in tutto il mondo.

Tuttavia, questa spina è stata oggetto di un assedio costante e multiforme da parte degli Stati Uniti, un tentativo sistematico di destabilizzazione che rivela la natura predatoria quanto vendicativa dell’imperialismo americano.

Dal momento della vittoria rivoluzionaria, Washington ha intrapreso una campagna poliedrica per riconquistare l’Iran, non tanto per motivi ideologici quanto per interessi geostrategici:

 il controllo del Medio Oriente equivarrebbe a dominare il flusso globale di petrolio, isolare Russia e Cina, e garantire la supremazia israeliana.

I mezzi impiegati sono stati variegati e insidiosi.

 

Gli artigli USA che strangolano il popolo iraniano.

Innanzitutto, le sanzioni economiche:

 dal 1979, gli USA hanno imposto embarghi che hanno strangolato l’economia iraniana, isolandola dal sistema finanziario globale.

Le sanzioni del 2018, sotto Trump, e quelle rinforzate da Biden, hanno mirato a prosciugare le riserve valutarie di Teheran, spingendo verso un collasso interno.

Non si tratta di punire un regime “canaglia”, ma di indurre fame e malcontento popolare, fomentando rivolte come quelle del 2009 (la “Rivoluzione Verde”) o del 2022 dopo la morte di Mahsa Amini.

In questi casi, gli USA hanno supportato attivamente i dissidenti attraverso finanziamenti occulti a ONG, media oppositori e cyber-operazioni.

Poi, le operazioni clandestine:

 la CIA e il Mossad israeliano hanno condotto attacchi cibernetici, come il virus “Stuxne”t nel 2010 che sabotò il programma nucleare iraniano, o l’assassinio di scienziati come “Mohsen Fakhrizadeh” nel 2020.

Questi atti non sono isolati, ma parte di una strategia per indebolire le capacità difensive dell’Iran, rendendolo vulnerabile a un’invasione o a un cambio di regime.

 Gli USA hanno anche armato e sostenuto avversari regionali: dall’Iraq di Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq (1980-1988), dove fornirono armi chimiche, ai sauditi nella “proxy war in Yemen”, dove l’Iran appoggia gli Houthi contro l’egemonia wahhabita filo-americana.

 

La propaganda occidentale che distorce la realtà.

Non da ultimo, la propaganda:

attraverso Hollywood e i media mainstream, l’Iran è dipinto come un “asse del male”, un pericolo nucleare imminente, ignorando che gli USA stessi hanno tollerato lo Shah quando possedeva armi atomiche in potenza.

Questa narrazione serve a giustificare interventi militari indiretti, come il sostegno a Israele nelle incursioni contro proxy iraniani in Siria e Libano.

L’obiettivo finale?

Riconquistare l’Iran come alleato o satellite, completando il puzzle mediorientale:

con Teheran sottomessa, gli USA controllerebbero dal Mediterraneo al Golfo, ponendo la pietra tombale sull’alternativa Eurasiatica e garantendo il flusso energetico verso l’Occidente.

È una destabilizzazione calcolata, che sfrutta divisioni interne – etniche, religiose, attualmente soprattutto generazionali (come sempre d’altronde) – per erodere la coesione nazionale.

 

Trump alla fine del piano inclinato.

In questa trama di assedio, un capitolo particolare merita l’amministrazione Trump, che ha impresso alla politica anti-iraniana un’impronta messianica e profondamente filo-ebraica, intrecciando interessi geostrategici con visioni apocalittiche e alleanze ideologiche.

Donald Trump, sostenuto da una base evangelica che vede in Israele l’adempimento di profezie bibliche, ha elevato la lotta contro l’Iran a una dimensione quasi escatologica.

La sua “massima pressione” – con il ritiro dall’accordo nucleare JCPOA nel 2018 e l’imposizione di sanzioni draconiane – non era solo un calcolo reale e politico, ma un atto impregnato di messianismo:

Trump si presentava come il “protettore” scelto da Dio per accelerare la “fine dei tempi”, dove la difesa di Israele contro l’“anticristo” iraniano avrebbe preparato il ritorno del Messia. Questa narrazione, radicata nel sionismo americano, vedeva l’Iran come l’incarnazione del male profetico, un “Gog e Magog” moderno da sconfiggere per favorire l’Armageddon.

La dimensione filo-ebraica era ancor più evidente:

Trump ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme, riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan e promosso gli Accordi di Abramo, normalizzando relazioni tra Israele e Stati arabi sunniti per isolare l’Iran sciita.

Queste mosse non erano neutre; riflettevano stretti legami con Benjamin Netanyahu e lobby pro-Israele come AIPAC, che hanno plasmato una politica estera dove l’Iran diveniva il capro espiatorio per un’alleanza anti-sciita.

Riflettendo su ciò, emerge un paradosso profondo:

 Trump, icona del nazionalismo americano, ha subordinato gli interessi USA a una visione messianica che privilegia Israele, trasformando la lotta contro Teheran in una crociata ideologica. Questo approccio non ha indebolito solo l’Iran, ma ha polarizzato il Medio Oriente, rendendo ogni negoziato un atto di fede piuttosto che di diplomazia.

È una politica che, sotto la patina populista, rivela la persistenza di un imperialismo camuffato da profezia (o viceversa di una fede religiosa che si muove dietro la politica e la comunicazione di massa), dove l’America agisce non per la propria sovranità, ma per quella di un alleato percepito come “eletto”.

 

Fascinazione iraniana.

Eppure, al di là di questi assedi, l’Iran ha esercitato un fascino particolare nell’immaginario di una destra giovanile, rappresentando per molti anni un bastione autentico per la libertà dalla tirannia USA.

Per una generazione disillusa dal liberalismo occidentale – con le sue ipocrisie sui diritti umani usati come arma geopolitica – Teheran incarna un modello di resistenza organica.

Nella destra “alternativa” europea, l’Iran non è visto come un regime teocratico oppressivo, ma come un esempio di sovranità integrale: un Paese che ha respinto l’omologazione globalista, mantenendo la propria identità contro l’invasione culturale americana.

Una importante fascinazione per l’Iran è dovuta anche alla sua strenua opposizione al sionismo, per il sostegno alla causa palestinese e per la sfida aperta al “grande Satana” USA, percepito come portatore di decadenza morale e materiale.

È un immaginario che contrappone l’austerità iraniana alla corruzione occidentale.

Questa percezione ha radici profonde: negli anni ’80 e ’90, la destra radicale europea ha guardato all’Iran come alleato contro il “mondialismo ebraico-americano”.

Questa potrebbe essere l’ultima spallata.

Detto ciò, una riflessione ed un’amara disillusione devono essere sancite qui.

L’Iran, eroico nella sua vasta e lunga resistenza, appare ormai in balia delle onde mosse dal nemico americano.

Le sanzioni hanno eroso l’economia, la pandemia ha amplificato le disuguaglianze, e le proteste interne rivelano crepe nel tessuto sociale.

Con una popolazione giovane e connessa al mondo digitale, esposta a narrazioni occidentali, il governo nato dalla rivoluzione degli Ayatollah fatica a mantenere il consenso.

È – dal nostro umile punto di vista – la classica situazione in cui il figlio si ribella al padre.

Oggi i giovani iraniani vengono illusi dagli agenti del sistema occidentale a trazione Israele-statunitense, e per una manciata di “libertà” sessuale e di vestiti scadenti, smartphone e flussi continui di alcol, musica e turisti pieni di denaro, stanno svendendo la vera e più profonda libertà che l’Iran ha conquistato nel 1979.

Ma come si può spiegare ad un figlio che la durezza del proprio padre è dovuta alla tutela del giovane?

Che quella stessa durezza, se pur antipatica, ha garantito l’indipendenza della famiglia e la difesa della propria storia e radici?

 

Chi sarà il prossimo dopo l’Iran?

È solo questione di tempo dunque, prima che crolli definitivamente anche il baluardo iraniano, non per un’invasione diretta – troppo costosa e piena di problemi dopo Iraq e Afghanistan – ma per implosione interna, orchestrata da lontano.

Questo rappresenta il vero problema per tutti quelli che credono davvero nella lotta contro gli USA:

 la caduta dell’Iran non sarebbe una vittoria della libertà, ma l’ennesima dimostrazione che l’impero americano, con la sua pazienza strategica, consuma i suoi avversari.

In un mondo multipolare che si affaccia, perdere questa spina significa perdere un bastione contro l’unipolarismo, lasciando il campo libero a un “ordine” globale sempre più asfissiante.

 La riflessione ci impone di chiederci: chi sarà il prossimo a resistere, quando anche l’Iran sarà inghiottito dalle onde?

(Sergio Saraceni).

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