La sinistra al governo sarebbe un dramma.
La
sinistra al governo sarebbe un dramma.
Il
dramma di una sinistra senza idee.
Laragione.eu
– (12 Giugno 2025) – Politica – Redazione – Carlo Fusi – ci dice:
Fin
dalla sua nascita e in qualunque latitudine, la sinistra è stata sinonimo di
lavoro.
È
sconcertante vedere che nel corso dei decenni si sia prodotta una afasia nel
campo di quelli che dovrebbero tutelarlo.
Sinistra-senza-idee.
Al di
là del risiko sui numeri che confermano che in politica la matematica è solo
purissima opinione, forse si può analizzare il risultato referendario in un
quadro più di fondo.
Di
“sistema”, se il termine non urta troppo.
Proviamoci.
Fin
dalla sua nascita e in qualunque latitudine, la sinistra è stata sinonimo di
lavoro: della sua difesa e di quella dei lavoratori.
“Lavoratori di tutto il mondo unitevi” è stato
il mantra che ha guidato i progressisti nel mondo.
Ebbene, è sconcertante vedere che i
cambiamenti che nel corso dei decenni hanno caratterizzato il lavoro hanno via
via prodotto una afasia – concettuale e pratica – nel campo di quelli che
dovrebbero tutelarlo, rinnovarlo, salvaguardarlo.
I lavoratori hanno via via perso diritti (alcuni dei
quali diventati anacronistici) senza che la sinistra abbia saputo contrastare
il fenomeno.
La
globalizzazione – in particolare nei Paesi ricchi dove la sinistra pesca i
maggiori consensi senza cedere alle sirene del populismo – invece che ridurre
ha amplificato le disparità, sterminando il ceto medio (spina dorsale di
qualunque sistema democratico) e allargando la moltitudine dei meno abbienti.
Anche
qui la sinistra ha balbettato.
Il
risultato, ahimè non soltanto in Italia, è che i progressisti si sono divisi.
Fra
chi insegue improbabili sogni di ritorni al passato del sol dell’avvenire e chi
scimmiotta velleitariamente la destra.
Via
via la sinistra è diventata il campo dei garantiti.
Di chi
il lavoro ce l’ha o ce l’ha avuto e ora è in quiescenza.
Sempre
più tralasciando i bisogni di chi il lavoro lo cerca, lo trova precario e
malpagato.
Senza
più le tutele di una volta ma anche senza saperne individuare di nuove e più
efficaci.
La
Cgil che, un decennio dopo, chiede l’abolizione del Jobs Act votato dalla
sinistra dell’epoca è l’esempio più calzante dello smarrimento in atto.
Idem
per la sicurezza.
Concetto
anch’esso strettamente connesso alla sinistra: cos’è se non sicurezza la
garanzia di avere una pensione quando la vecchiaia ti espunge dal mondo
produttivo?
Per
non dire della sanità.
Del welfare nato e costruito attorno ai
bisogni dei più poveri, per assicurare loro la possibilità di curarsi con
umanità e civiltà.
Eppure
anche qui la sinistra è arretrata e la destra ha finito col prevalere.
Quando
è entrato in scena il dramma dell’immigrazione clandestina – cioè di una massa
di disperati che cerca vie di sopravvivenza in un mondo dove il 25% della
popolazione detiene e consuma il 75% della ricchezza – la sinistra è andata in
tilt.
E,
senza voler infierire, fanno tenerezza i tanti che s’indignano per il risultato
del referendum sulla cittadinanza.
Che dimostra che anche fra i progressisti
l’immigrato è percepito come un pericolo e non come una opportunità.
Più
che stracciarsi le vesti, sarebbe utile provare a capire.
Al
dunque il pericolo per la democrazia non viene, come sostiene Landini, dalla
scarsa affluenza ai seggi. Che pure è un risultato drammatico per il quale
troppi versano lacrime di coccodrillo. Il pericolo sta nel fatto che la metà
del cielo politico non ha più idee vincenti. Non sa più come analizzare e
fronteggiare la realtà che incombe.
E che pretende interventi strutturali più che
lai tanto alti quanto sballati.
Nei
giorni scorsi, sul “Corriere”, Walter Veltroni ha lamentato che i democratici
americani non sono stati capaci di alimentare un progetto di società valido, un
sogno corposo e vincente.
E questo ha spianato la strada a Trump.
Forse il ragionamento vale anche per questa
parte dell’Atlantico.
Il
mito dell’eguaglianza è affondato nelle ricorrenti crisi economiche.
La
fraternità appare un simulacro ultraterreno che soltanto la Chiesa può
alimentare.
La
libertà si è sposata con un mare magnum di diritti spesso più immaginati che
reali senza che ci sia un bilanciamento sui doveri.
La
destra cresce e la sinistra langue: servono idee, non giaculatorie.
(Carlo
Fusi).
La parabola
di Davos dal 1993 al 2026:
il
funerale del Nuovo Ordine Mondiale.
Lacrunadellago.net
- Cesare Sacchetti – (22/01/2026) – Redazione – ci dice:
A
Davos, questa piccola località svizzera circondata dalle Alpi, i volti sono a
dir poco cupi, tesi.
I
potenti decaduti della governance globale si guardano in faccia smarriti e
scoprono che tutto è cambiato.
Il
mondo di prima non esiste più.
Non
esiste più l’idea di una centralizzazione degli affari internazionali e non
esiste soprattutto più l’idea che gli Stati nazionali siano ridotti al ruolo di
meri gregari, comprimari che non decidono nulla svuotati della loro sovranità
nazionale nel corso del secolo XX.
Sembra
ieri quando proprio a Davos, nel 1993, i vari signori del globalismo si
guardavano invece tra di loro raggianti e sicuri che la storia era finalmente
diventata soggetta ai loro voleri e ai loro piani di dominio del mondo.
Le
origini di Davos.
Il
club di Davos nasce all’inizio quasi in sordina all’inizio degli anni’70, e
ancora non aveva all’epoca un ruolo predominante tra i vari circoli del
mondialismo.
C’era
e c’è tuttora una gerarchia tra questi ristretti club, e in quegli anni erano
particolarmente predominati ambienti come l’ermetico gruppo Bilderberg, sorto
dopo la seconda guerra mondiale nel villaggio olandese di “Osterbeek”, e
ribattezzato con il nome dell’albergo nel quale avevano luogo le riunioni dei
vari politici, economisti e banchieri più importanti di tutto il mondo.
La
seconda guerra mondiale aveva lasciato sul terreno il cadavere dello Stato
nazionale, e il potere politico, un tempo esclusiva dei governi nazionali,
passa gradualmente altrove, in quelle stanze di quei circoli dove si prendono
le decisioni che vengono poi trasmesse ai vari primi ministri e presidenti,
divenuti di fatto mere comparse.
Davos
nasce per consolidare tale idea.
“Klaus
Schwab”, Il fondatore del forum e allievo prediletto di una delle figure più
rilevanti del globalismo come” Henry Kissinger”, diventa a poco a poco uno dei
personaggi che contano nelle gerarchie della governance mondiale e al suo forum
viene affidato anche il compito di selezionare e “formare” i vari politici
attraverso il programma degli “Young Leaders.”
Klaus
Schwab nel 1974.
Nelle
casse del forum, arrivano i fondi di prestigiose banche di proprietà dei soliti
Rockefeller e Rothschild.
Se si
consulta la lista dei partner del club, oggi si trovano tutti lì.
C’è la
Barclays, la Carnegie Mellon, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America e
l’ubiquo fondo BlackRock.
La
logica del globalismo è quella della pervasività, del controllo assoluto.
Ogni
singolo aspetto dell’architettura del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale
dev’essere scrupolosamente preparato per far sì che nulla possa mettersi sul
cammino di coloro che vogliono edificare una sorte di repubblica universale di
natura massonica, un Leviatano che accentri nelle sue mani il potere e domini
gli affari internazionali con pugno di ferro.
Sul
finire degli anni’80, Davos inizia a diventare davvero uno dei luoghi più
importanti della politica internazionale.
I
politici di tutto il mondo vanno lì, ascoltano, prendono nota e tornano nei
loro Paesi per eseguire gli ordini che sono stati loro affidati senza che ci
possa essere il minimo margine di deviazione.
Nella
citata riunione del 1993, tutti erano sicuri che ormai fosse fatta.
A
Mosca, c’erano ancora le macerie fumanti della Unione Sovietica, un apparato
che fu voluto dall’alta finanza ebraica di New York, e che già nei primi
anni’80 era diventato superato, inutile agli scopi di chi voleva entrare nella
fase finale di un progetto secolare.
Il
potere che conta studia la nomenclatura sovietica e individua un perfetto
cavallo di Troia nei panni di uno sconosciuto “Mikhail Gorbachev”, che diviene
segretario del partito comunista dopo la improvvisa, e secondo alcuni,
sospetta, morte del suo predecessore, “Konstantin Chernenko”.
Mikhail
Gorbachev.
Gorbachev
aveva una missione. Doveva accompagnare il comunismo sull’uscio della storia.
Era
necessario nella logica dei globalizzatori liquidare la contrapposizione,
seppur controllata, dei due blocchi, per passare lo scettro del potere
esclusivamente nelle mani degli Stati Uniti, scelti già ai tempi della seconda
guerra mondiale, come vera forza motrice del mondialismo.
A fare
breccia nel muro ci penserà il compagno occidentalizzato Mikhail.
Viene
invitata a Mosca la Open Society di Soros, vengono varate le disastrose riforme
economiche della perestroika e il blocco sovietico si avvia cosi’ velocemente
verso la sua definitiva implosione.
Anni
dopo, nel 2015, l’ex segretario del PCUS, vicinissimo anche al gruppo
Bilderberg, viene invitato proprio nel consesso di Davos, quasi come
riconoscimento dell” egregio” lavoro fatto per conto dei globalizzatori.
L’unipolarismo
degli anni’90 e la gerarchia globalista.
Una
volta uscita di scena l’URSS, l’unilateralismo americano diventa la unica ed
esclusiva forza motrice della politica internazionale.
Tra i
globalizzatori è assodato che debba essere Washington attraverso il suo
strapotere economico e militare a trascinare tutti gli altri Paesi verso la
governance globale.
33
anni fa, i leader del mondialismo discutevano di questo, e si riunivano per
assicurarsi che tutto procedesse secondo i piani.
Il
forum di Davos del 1993.
Il
clima è quello del trionfo dell’economia di mercato.
Il
neoliberismo stava diventando ovunque il modello economico di riferimento, e la
sua marcia significava in Italia la fine dell’industria pubblica, e la svendita
di un patrimonio per conto dei figliocci di Davos, quali Mario Draghi, Romano
Prodi e Carlo Azeglio Ciampi.
Quell’anno,
tra gli 800 partecipanti, ci sono personaggi come “Jacques Attali”, vera e
propria eminenza grigia della politica francese, e consigliere ombra di tutti i
presidenti francesi dal 1980 in poi.
Attali
fa e disfa.
Si
chiude nelle camere stagne del potere, alleva i suoi discepoli, scelti spesso
in età adolescenziale, e una volta finito l’addestramento, il “politico”
sfornato dal think-tank di turno sale al potere con un’agenda già scritta.
Assieme
a lui, c’erano personaggi in vista dello stato profondo di Washington, quali “John
Kerry”, membro della società occulta di “Skulls & Bones”, luogo
privilegiato del potere americano e dal quale sono usciti una lunga lista di
presidenti degli Stati Uniti, tra i quali George H. Bush, suo figlio George W.,
William Howard Taft, senza dimenticare i molti senatori e deputati tutti
passati in questa setta esclusiva dell’università di Yale.
George
H. Bush è sempre con suo figlio George W.
Skulls
& Bones può essere considerata a tutti gli effetti come una massoneria.
I suoi
riti sono puramente esoterici e satanici, tanto che all’iniziato in tale setta
è richiesto di mettersi dentro un feretro e “confessare” tutti i suoi peccati
agli altri fratelli, un rito di iniziazione presente anche in altre logge
massoniche, alle quali sono stati iscritti moltissimi presidenti americani.
La
massoneria è la porta di ingresso in ognuno di tali club.
Si
vuole diventare politici, senatori ed entrare a Davos o al gruppo Bilderberg?
Lo si
può fare, ma non senza essere stati prima iniziati alla massoneria che non è
altro che una religione luciferiana nella quale il candidato deve seguire un
cammino esoterico dai gradi più bassi fino a quelli più alti, dove le prove
richieste sono sempre più apertamente sataniche.
Il
potere del globalismo è principalmente questo.
È una
struttura gerarchica satanica che ha delle ferree regole di selezione, senza le
quali l’aspirante servitore di turno di tale apparato è escluso.
I
globalizzatori fanno questo quando le telecamere si spengono e si incontrano
nelle segrete stanze.
Davos
è tutto questo.
È
programmazione di un sistema e di un potere che in quegli anni aveva l’assoluta
convinzione di aver vinto la partita.
Alcuni
dei suoi adepti come il professore “Francis Fukuyama” arrivarono a dire nel
1992 che la storia era giunta alla sua fine.
Francis
Fukuyama.
La
frontiera dell’uomo si era fermata all’impero americano e la democrazia
liberale aveva fagocitato la filosofia politica.
Secondo
Fukuyama e gli altri ideologi del mondialismo, non c’era più nulla oltre tale
soglia, e le nazioni ormai erano destinate a restare dei simulacri nelle mani
di tale sovrastruttura.
Il
ritorno della storia e il divorzio tra America e mondialismo.
Sembrava
tutto già scritto, la marcia verso l’impero mondiale appariva pressoché
inarrestabile, fino a quando il pezzo più importante di quella enorme macchina,
gli Stati Uniti d’America, è sfuggito al controllo dei globalizzatori.
La
variabile Trump è piombata come un fulmine a ciel sereno.
I
signori di Davos non avevano previsto che un imprenditore di successo potesse
mettersi di traverso nei loro piani.
Gli
Stati Uniti nell’era Trump diventano così la nemesi dell’esclusivo club
svizzero.
Il
presidente degli Stati Uniti perde lo status di cosiddetto “leader del mondo
libero”.
Perde
il suo ruolo di imperatore e di garante dell’ordine costruito nel 1945
attraverso la nascita del braccio armato del globalismo, la NATO, e mette fine
ad una interminabile stagione di guerre.
Il
bastone del comando dell’impero era fondato sulle regole della violenza e della
sopraffazione.
Washington
era il centro del caos e del disordine permanente.
E’ da
tale condizione che nasce una interminabile serie di colpi di Stato e
rivoluzioni colorate, iniziati già nei primi anni’50 in Iran, e proseguiti poi
in Cile con la morte del presidente Allende, in Italia, con l’assassinio del
presidente Moro, nell’URSS, attraverso i fidati amici Gorbachev ed Eltsin che
metteranno all’asta una intera nazione, e ancora in Italia, per mezzo della
rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite e del saccheggio del Britannia, fino ad
arrivare alle guerre in Iraq, in Afghanistan, in Libia, alla creazione
dell’ISIS e al colpo di Stato in Ucraina nel 2014.
Ovunque
si guardi la storia del’900 e dell’inizio del XXI secolo, c’è una lunghissima
scia di sangue e guerre permanenti che sono la diretta conseguenza di un potere
che pur di affermarsi doveva spazzare via tutto e tutti, senza guardarsi
indietro.
Trump
si può definire la controrivoluzione della storia americana.
Una
nazione presa in ostaggio e trasformata in forza di destabilizzazione che torna
finalmente padrona del suo destino, che vuole restituire alle nazioni il potere
perduto, e soprattutto che vuole salvaguardare la cristianità, la religione
sulla quale si fondava l’ordine del passato.
A
Davos, Trump non è venuto per ascoltare.
Il
discorso di Trump al forum di Davos del 2026.
È
venuto per informare, per mettere al corrente i suoi nemici che hanno fatto di
tutto per rovesciarlo che il tempo delle guerre e della globalizzazione è
finito.
L’Unione
europea è senza dubbio in questo momento il bersaglio privilegiato.
La
sovrastruttura di Maastricht, un tempo sostenuta da Washington, è oggi vista
dalla Casa Bianca come una minaccia all’esistenza stessa dei popoli europei.
Bruxelles
ha creato un irriconoscibile melting post, come ha detto lo stesso Trump.
Si
guardano le gloriose nazioni europee, e si fa fatica a capire cosa siano
diventate, invase da orde di immigrati irregolari ai quali i vari governi di
centrodestra e centrosinistra hanno dato il fittizio status di “rifugiati”.
Si
sono seguite in pratica le orme di Paneuropa e dell’Idealismo pratico del conte
Kalergi.
Kalergi
aveva una visione.
Quella
di una falsa Europa che partoriva un popolo di etnia mista, che sarebbe stata
la futura gente degli Stati Uniti d’Europa, una sovrastruttura che di europeo
non ha in realtà mai avuto nulla.
Se si
chiedeva al massone austriaco chi avrebbe tratto giovamento da tale pulizia
etnica, egli rispondeva senza giri di parole, e affermava che gli Stati Uniti
d’Europa avrebbero consentito alla finanza ebraica, sua finanziatrice, di poter
affermare ancora meglio il suo dominio.
C’è
costantemente questa idea nella storia moderna.
C’è
l’idea di potere e di dominio che un manipolo di “illuminati” vuole affermare
sui popoli, e Trump è contro tale idea che si è scontrato, mettendo in gioco la
sua vita, scampata ad una infinità di attentati, noti e non noti, non solo per
mera “fortuna”, ma grazie alla protezione delle forze armate e di una
benevolenza che viene probabilmente anche dall’Alto.
Il
presidente ieri ha fatto capire chiaramente che è tempo di voltare pagina.
Occorre
liquidare le ultime vestigia del decaduto ordine che nel 2020 aveva scatenato
la madre di tutte la crisi, la farsa pandemica, partorita proprio dalla mente
di “Klaus Schwab”.
Schwab
aveva già designato la futura società del mondialismo attraverso il Grande
Reset.
Lo
spot di Davos per il Grande Reset.
L’uomo
sarebbe divenuto un ibrido tra essere umano e macchina tramite la tecnologia
del transumanismo.
Il
potere politico sarebbe stato tutto concentrato nelle mani di una tirannia
globale di stampo autoritario.
Il
colpo di Stato “pandemico” fu però sventato, affondato dall’opposizione di
quelle potenze contrarie a sciogliere i propri Paesi dentro tale supergoverno
mondiale.
La
demolizione definitiva della governance globale
Ci
sono oggi sul tavolo i resti alla deriva di quel mondo.
Ci
sono oggi sul tavolo due entità svuotate di forza e significato come la NATO e
l’Unione europea, e gli Stati Uniti non hanno intenzione di dialogare con esse
nel prossimo futuro.
Il
messaggio è arrivato ancora prima che l’Air Force One, sbarcato in ritardo per
uno strano “problema elettrico”, atterrasse in Svizzera.
Gli
Stati Uniti hanno ordinato il ritiro da diverse basi NATO in Europa, segno che
l’alleanza atlantica è già finita, nonostante le false, e non mantenute,
promesse da marinaio dei Paesi europei di spendere il 5% del PIL a favore della
NATO.
A
dividere le due sponde dell’Atlantico, c’è anche la questione della
Groenlandia, una terra ridotta a colonia danese da due secoli, e che gli Stati
Uniti vorrebbero acquisire per controllare sia le strategiche rotte
dell’Artico, ma soprattutto per seguire le direttive del (contro)
rivoluzionario documento della Casa Bianca che vuole far sì che ogni influenza
estera nel continente americano sia allontanata.
La battaglia
sulla Groenlandia non è altro che l’applicazione pratica della nuova dottrina
di Washington che vuole mettere in sicurezza gli Stati Uniti.
Il
presidente degli Stati Uniti è stato a dir poco categorico sulla questione.
Se
l’Unione europea e la NATO non lasceranno che Washington acquisti la
Groenlandia, allora a quel punto i vari Paesi europei saranno sommersi da un
tappeto di dazi che si aggiungeranno a quelli già in corso dal 2025 in poi.
Bruxelles
non può vincere questa partita.
Maastricht
è nata come una diretta emanazione dello strapotere economico e militare
americano.
Una
volta venuta meno la componente più decisiva di tutte, l’effetto domino è
pressoché inevitabile, matematico persino.
Ci
sono equilibri e dinamiche che in geopolitica portano a risultati praticamente
scontati.
La
dinamica in corso è quella della fine degli equilibri della seconda guerra
mondiale e del blocco Euro-Atlantico.
Il
ciclone Trump si è abbattuto su Davos e ha lasciato dietro di sé soltanto le
macerie di un potere che non esiste più.
Gli
uomini del forum invitati dal presidente a guardarlo negli occhi, continuavano
a guardare a terra, intimiditi e in balia della tempesta.
Alcuni,
come il presidente Macron, sono fuggiti persino prima dell’arrivo di Trump,
mentre chi è rimasto fino a tarda serata ha dovuto fare i conti con un
improvviso e, ancora, non spiegato incendio della sala conferenze del club.
Il
fondatore poi, il leader carismatico del forum, “Klaus Schwab”, nemmeno c’è
più, travolto da scandali di natura finanziaria e uscito di scena nell’ombra,
senza che la stampa si premurasse di fargli domande sulla sua ingloriosa fine
come presidente di Davos.
Ieri,
non c’è stato un dibattito in Svizzera.
C’è
stato un funerale.
C’è
stato il funerale del Nuovo Ordine Mondiale.
Il
dramma di un Paese senza
alternativa
a Giorgia Meloni.
Linkiesta.it - Carmelo Palma – (8 dicembre
2025) – Redazione – ci dice:
Il populismo di sinistra non è un’opzione
vincente, e neppure tanto preferibile al populismo di destra.
Il campo largo non è solo un’idea perdente,
come dimostrano i sondaggi e i risultati elettorali.
Ma è
soprattutto un’idea sbagliata, perché non mette in discussione l’equivalenza
tra bipolarismo e bi populismo
Scalzato
il governo Craxi I dal terzo gradino del podio degli esecutivi più longevi
della storia repubblicana, Giorgia Meloni ha ottime possibilità di superare
anche il governo Berlusconi II e raggiungere, nel settembre 2026, l’assoluto e
insuperabile record di durata:
dal primo all’ultimo giorno della legislatura.
Che la
stabilità politica di un Paese si misuri dai tempi di permanenza in carica di
una compagine ministeriale è uno dei tanti equivoci in cui, da più di un quarto
di secolo, incorre il dibattito sulle riforme, che è fatalmente sfociato
nell’equivoco del cosiddetto premierato, cioè l’ibridazione mostruosa del
potere esecutivo con quello legislativo, priva dei contrappesi istituzionali
dei sistemi presidenziali.
Che la
durata degli esecutivi e la loro investitura diretta da parte degli elettori
non abbia niente a che fare con l’efficienza del loro operato è stato
dimostrato proprio da quello che, al momento, è il secondo dei governi più
longevi, il Berlusconi IV, rimasto in carica per milleduecento ottantasette
giorni, dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011.
Protetto
dal “Porcellum”, e quindi assistito da una maggioranza parlamentare blindata,
si trascinò per tre quarti di legislatura in una condizione di totale impotenza
e irrisolutezza, portando l’Italia a un passo dal default.
Se non
bastasse, per smentire le virtù taumaturgiche dell’accresciuta speranza di vita
degli esecutivi, si potrebbe dare un’occhiata anche ai governi delle regioni,
che sono stabili ai limiti dell’inamovibilità e dell’autoperpetuazione e che,
pure, sono i più disfunzionali e fallimentari sul piano dei risultati.
La
resistenza di Meloni alla prova del tempo, malgrado un bilancio tutt’altro che
entusiasmante, è per la leader di Fratelli d’Italia un successo politico.
Per
quanto la crisi della democrazia italiana sia certificata proprio dal trade-off
tra indici di consenso e indici di risultato, bisogna riconoscere che la
presidente del Consiglio è l’unica leader europea uscita rafforzata dalla sfida
con il governo.
A
determinare questo risultato è lo spirito del tempo, che in tutto l’Occidente
premia opzioni politiche fondate sul rifiuto di tutte le conseguenze, poco
importa se positive o negative, dei processi di integrazione internazionale sul
corpo sociale dei Paesi avanzati, ma demograficamente ed economicamente
declinanti e psicologicamente prigionieri della sindrome dell’assedio.
Meloni
e il centro-destra, dal 2022 a oggi, sono cresciuti nelle urne e nei sondaggi
per ragioni non troppo dissimili da quelle per cui l’uomo che ha rovinato il
Regno Unito, “Nigel Farage”, promettendo che con la Brexit si sarebbe
ripristinata l’antica grandezza imperiale, oggi appare alla maggioranza dei
britannici il candidato migliore per rispondere a tutti i disastri che la
Brexit, cioè lui stesso, ha procurato.
Il
processo di istituzionalizzazione di Meloni, al di là degli elementi
stilistici, ha coinciso con l’indubbia capacità di coniugare l’immobilismo
politico e l’oltranzismo ideologico, e di dissimulare scelte di governo
obbligate e mainstream (a partire dalla famigerata austerità finanziaria)
dietro la maschera di retoriche combattenti e incendiarie contro lo status quo
ante.
L’istituzionalizzazione
di Meloni vista da fuori è moderazione, ma vista dall’interno è doppiezza:
quella
che, ad esempio, le consente di essere la riconosciuta leader anti-tasse pur
continuando ad aumentare la pressione fiscale;
o di
essere riconosciuta un interlocutore affidabile a Bruxelles pur continuando a
imbracciare in patria la retorica contro l’Europa della burocrazia e delle
banche, dopo avere peraltro messo le mani sui principali gangli del sistema
burocratico e bancario nazionale.
Visto
che i processi democratici in Occidente fotografano l’alienazione politica di
elettorati che non vogliono essere soddisfatti nei propri diritti e interessi,
ma legittimati nei propri odi e disgusti, Meloni può continuare a proporsi come
una credibile leader della fermezza anti-migratoria pur non avendo ottenuto
alcun risultato significativo.
Perché
quel che conta è che continui a militare rumorosamente contro la «sostituzione
etnica», come ai tempi in cui prometteva blocchi navali e deportazioni di
massa, che sapeva perfettamente non avrebbe potuto realizzare.
Non
importa che non rimpatri più irregolari di quanto facesse la sinistra,
l’importante è che scarichi la responsabilità del fallimento sul boicottaggio
dei nemici.
Quanti
meriti, o per meglio dire demeriti, ha l’opposizione del campo largo e la
strategia testardamente unitaria di Elly Schlein in questa rendita di cui
continua a giovarsi Giorgia Meloni?
Molti e notevolissimi.
La
scelta dell’occupato Pd è stata quella di rappattumare in un unico contenitore
chiunque non stesse, o non volesse stare, con la coalizione di Meloni e di
ispirare la propria alternativa politica a un programma populista uguale e
contrario a quello della destra, con l’ulteriore complicazione dell’aggiunta
dei Cinquestelle di Giuseppe Conte, che rappresentano un populismo di grado
zero, ideologicamente indifferenziato e politicamente fungibile per qualunque
avventura, purché ispirata al voto contro.
La
scelta di vendere l’anima al diavolo trasformista post-grillino, oltre che di
stare a rimorchio delle componenti anti-riformiste e vetero-antagoniste
dell’Alleanza Verdi-Sinistra, non sembra avere reso la coalizione più
competitiva elettoralmente.
Inoltre, la scelta di incarnare la dialettica
«populismo di sinistra» contro «populismo di destra» si è rivelata assai poco
lungimirante perché, per le ragioni che dicevamo, il populismo globale si
accomoda molto più volentieri a destra dello schieramento politico, trainato da
istanze preminentemente etneo-nazionaliste.
L’identitario
di sinistra (un po’ di woke, di anticolonialismo nostalgico, di classismo snob
da ceto medio riflessivo, di giustizialismo moralista e di sindacalismo
anacronistico molto anni Settanta), oltre a essere del tutto sganciato dalle
ragioni di crisi e dalle possibili soluzioni dei problemi economici e civili
dell’Italia, è strutturalmente minoritario in opinioni pubbliche
populisticamente molto più mobilitabili da istanze difensive, di chiusura e di
autoprotezione contro pericoli percepiti come esterni (le dinamiche
demografiche, i processi di integrazione internazionale, la globalizzazione
economica) e raffigurati come eresie progressiste antipatriottiche,
dall’America di Donald Trump alla Russia di Vladimir Putin, passando per gli
altri protagonisti dell’internazionale sovranista.
Il Pd
ha fatto tre errori di fondo.
Ha
costruito una coalizione che, sul piano dei numeri, non ha al momento, salvo
sorprese, alcuna possibilità di vincere.
Ha
scelto un terreno di scontro populista in cui la destra, non solo in Italia ma
in tutto il mondo, ha un vantaggio competitivo.
Non si
è neppure posto il problema di cosa ne sarebbe dell’Italia se a governare
andasse la sinistra campo-largo:
niente
di diverso e migliore di quel che ne è oggi sotto il tacco dello stivalone
post-fascista di Fratelli d’Italia e neo-fascista della Lega.
Per
quanto suoni minoritario, le ragioni dell’alternativa sono coltivate più da
chi, per usare uno stilema pannelliano, sta sia all’opposizione di questo
governo sia all’opposizione di questa opposizione, contestando una scelta che
non serve a battere la destra e che, se pure per miracolo a questo servisse, di
certo non servirebbe a raddrizzare la rotta di un Paese che, dilaniandosi e
divorandosi in questa guerra civile fredda, continua ad andare alla deriva.
L’isolatissima
ma non imbelle opposizione interna del Pd, la casa riformista dai confini
politico-programmatici indistinti promossa dal mondo renziano e dal nucleo
terzopolista di Azione – l’unico al momento fuori dai raggruppamenti del bi-populismo
– rappresenta tentativi diversi (e non comunicanti) di porre un problema che
nessuno sa ancora risolvere, ma che quasi tutti nel campo largo non ritengono
neppure un problema:
quello
di un populismo di sinistra che è la copia brutta e perdente del populismo di
destra, e che smentisce tutto quello che il Pd ha provato, e a volte è
riuscito, a fare da adulto nella stanza, nelle fasi più delicate della storia
recente, dal governo Monti al governo Draghi, e che oggi ritiene di dovere
rinnegare per non sembrare tecnocratico ed elitario.
Intanto
– a proposito di sentimenti di massa – un italiano su due non va più a votare.
Poca
leadership, zero colori.
Il
dramma di una sinistra incapace di cambiare sé stessa per fare una vera opposizione
a Meloni.
Ilfoglio.it
– politica - Claudio Cerasa – (29 dic. 2022) – Redazione – ci dice:
La
vera sfida per il Pd non è quale vecchia sinistra rimuovere, ma quale nuova
sinistra costruire.
E per farlo una via d’uscita possibile ci
sarebbe:
impossessarsi,
con forza, di tutti i temi lasciati per strada dalla destra.
Tra
poco meno di cinquanta giorni, nell’indifferenza generale, il più importante
partito d’opposizione, che attualmente è anche uno dei più grandi partiti
socialdemocratici d’Europa, deciderà chi sarà il suo prossimo segretario, colui
cioè che dovrà guidare il Pd in una traversata inusuale per i democratici
italiani:
l’opposizione, un’attività che negli ultimi
dodici anni il Pd, pur avendo vinto poche elezioni, ha praticato solo nell’arco
di un interminabile anno, tra il 2018 e il 2019.
Dal
punto di visto teorico, la corsa per la successione di Enrico Letta, con le sue
cinquanta sfumature di grigio, dovrebbe presentare un qualche elemento di
interesse politico.
E sulla carta, in prospettiva futura, la
figura del capo del Pd, essendo in teoria il vero capo dell’opposizione,
meriterebbe di essere studiata con interesse, essendo colui che avrebbe
maggiori probabilità, rispetto ad altri, di essere il successore dell’attuale
presidente del Consiglio, se la logica dell’alternanza dovesse continuare a
essere rispettata.
Eppure, per una serie di ragioni che forse
vale la pena analizzare, la sfida tra i vari candidati alla guida del Pd
promette, senza esagerazioni, di essere una delle competizioni politiche più
noiose degli ultimi decenni.
Il difetto del Pd, più che nei programmi dei
candidati (non si leggono i programmi di chi si candida a guidare l’Italia
figuriamoci quelli di chi si candida a guidare il Pd), non è politicistico ma è
emozionale.
E al
fondo, il problema della competizione democratica è quello di essere totalmente
priva di colori, priva di creatività, priva di emozioni, priva di guizzi, priva
di quid, come avrebbe detto un tempo il Cav., e priva della volontà di
intendere il segretario del Pd non solo come la futura guida dei democratici ma
come la futura e possibile guida dell’Italia (avete presente il famoso
dibattito sulla separazione tra leader di un partito e leader di un governo:
ecco il risultato, un gazebo di sbadigli).
Ai
quattro leader in corsa per la segreteria non manca né talento né personalità,
soprattutto da parte di chi, come Stefano Bonaccini, ha dimostrato di sapere
guidare qualcosa di diverso da un’amministrazione di condominio.
Ma il
problema che tutti sembrano voler ignorare, nell’allegro mondo democratico, si
fa per dire, e che nessun autorevole dibattito sui giornali d’area ha mai
affrontato in modo compiuto, è che nessuno dei candidati in lizza, tra i
democratici, sembra essere intenzionato a restituire al Pd un elemento che lo
aveva caratterizzato alle sue origini e che gli aveva permesso anche di essere
attrattivo rispetto a un pubblico lontano dalla storia della sinistra:
l’innovazione.
In
questo senso, il Pd di oggi è un partito che ha tradito buona parte delle sue
premesse.
La leadership è divenuta superflua.
Il
carisma è diventato un optional.
La
competizione è considerata preziosa più o meno come un bis di panettone a
Capodanno dopo dodici ore di banchetti.
E le stesse primarie, oggi, vengono vissute
dal partito come se queste fossero un rito stanco, annoiato, una procedura
evitabile, un passaggio presentato gradevole, dai quadri del partito, più o
meno come una colonscopia.
Il Pd tende a scaricare la responsabilità del
suo grigiore sul peso insostenibile delle sue correnti.
Ma un partito che scarica i suoi difetti sulle
correnti ricorda molto quei politici che nei momenti di difficoltà imputano le
proprie problematiche alla comunicazione.
Laddove vi è una leadership che funziona, di
solito la comunicazione funziona, quando la leadership non funziona più non c’è
comunicazione che tenga.
Lo
stesso vale per le correnti:
quando le leadership non ci sono, le correnti
tendono a prevalere, e vedere oggi Dario Franceschini sostenere la purezza di
Elly Schlein è una scena che ci regala qualche compensazione dal non aver più
al cinema le vacanze di Natale di Vanzina;
quando
invece le leadership sono forti, le correnti tornano a fare quello che è il
loro compito ordinario, naturale, ovvero trovare voti e dividersi l’eventuale
potere.
Si
parla molto di correnti in queste primarie perché i colori delle leadership non
si vedono più.
E si
parla poco di primarie perché nessuno dei candidati alla segreteria sembra
avere intenzione di creare una discontinuità rispetto al recente passato della
sinistra (l’unica discontinuità che si cerca e si rivendica, vedi l’acume della
politica, è quella dalle uniche due stagioni in cui il Pd ha assaporato
l’ebbrezza di fare i conti con un consenso importante, prima con Walter
Veltroni e poi con Matteo Renzi, oggi trattati dal Pd come i generi trattano di
solito le suocere dopo due settimane vissute sotto lo stesso tetto durante le
vacanze di Natale).
E
perché, dato più importante, nessuno dei candidati alla segreteria del Pd
sembra aver capito che in un mondo che cambia, e con Giorgia Meloni il mondo
politico sta cambiando molto, castrare il cambiamento è il modo migliore,
politicamente, per tagliarsi gli attributi, per non voler usare quella parola
che fa rima con valle.
Il
disorientamento del Pd, leadership a parte, è emerso negli ultimi giorni in
modo piuttosto evidente durante il dibattito parlamentare sulla legge di
Bilancio.
Il Pd ha fatto quello che ha fatto sempre
Meloni, cioè ha contestato l’ovvio, il consueto, l’essere in ritardo nella
presentazione della legge, e per di più, a parte la sacrosanta battaglia vinta
sul Pos, ha mosso alla maggioranza, sostanzialmente, due tipi di accuse.
Accusa
numero uno: aver fatto una manovra poco espansiva (il Pd, in pratica, ha
chiesto a Meloni di fare quello che si augurava che Meloni non facesse una
volta arrivata al governo:
proporre cioè iniziative senza coperture, cosa
che in effetti il Pd ha fatto in senso letterale pochi giorni fa, quando ha
scoperto con sua grande preoccupazione che la maggioranza ha per sbaglio
approvato un emendamento del Pd alla manovra da 500 milioni, senza coperture).
Accusa numero due:
essere
stati incoerenti, i seguaci di Meloni , con le proprie promesse elettorali (ed
essendo state le promesse di Meloni il bersaglio della campagna elettorale del
Pd non è difficile capire che dire che Meloni è stata incoerente significa
farle involontariamente un complimento). Disorientamento comprensibile, da
parte del Pd, visto il modo in cui, giorno dopo giorno, Meloni ha tolto ai dem
molte cartucce politiche.
Si può
dire che il governo Meloni sia fascista? Uhm.
Si può dire sia anti europeista? Ehm.
Si può
dire sia spendaccione? Mah.
Si può
dire sia securitario? Insomma.
Si può
dire sia nemico dei diritti? Si fa per dire.
Si può
dire sia un nemico del Pnrr? Non proprio.
Sia può dire sia contrario all’agenda Draghi?
Non esattamente.
Si può
dire sia lontano dall’Ucraina? Con il piffero.
Si può dire sia ambiguo sul putinismo?
Decisamente no.
Il Pd, come è evidente, aveva costruito
un’opposizione facile, scontata, pensata per azionarsi con il pilota
automatico.
Ma la verità è che il grande errore commesso
dal Pd, errore che se non sarà compreso renderà le primarie democratiche ancora
più grigie di quello che sono, è che il mondo democratico aveva dato per
scontato che Meloni sarebbe stata, al fondo, un clone di Salvini.
E invece, a giudicare dalle prime settimane di
governo, si può dire che Meloni sia una creatura diversa, meno populista, a
tratti rassicurante, come può essere rassicurante tutto ciò che non somiglia al
vecchio trucismo salviniano.
Uscire da questo dilemma per il Pd non sarà
facile ma è questa la vera sfida che dovrebbe essere al centro del dibattito
democratico:
non
quale vecchia sinistra rimuovere, ma quale nuova sinistra costruire. E per
farlo una via d’uscita possibile ci sarebbe.
Impossessarsi,
con forza, di tutti i temi lasciati per strada dalla destra, politiche per i
salari, politiche sulla crescita, politiche sull’efficienza, politiche
sull’innovazione, politiche sulla concorrenza, sfidando i ministri con la testa
sulle spalle, come Carlo Nordio, a essere coerenti con le promesse fatte e
trovando un modo per non diventare la sinistra che Meloni sta provando a
disegnare:
un
soggetto a difesa dei rave, amico dell’illegalità, schiavo dei burocrati, a
libro paga delle banche, cugino dei trafficanti degli esseri umani e, al fondo,
compromesso con i soldi di paesi come Qatar.
Il Pd,
finora, ha scelto di occuparsi del suo passato, soprattutto quello remoto.
Sarebbe
ora che scegliesse di occuparsi del futuro, di uscire dal bianco e nero per
ridare un colore ai sogni dei suoi elettori.
Non
sarà facile, ovvio, ma pensare di costruire un’alternativa ai partiti
d’opposizione, oltre che a Meloni, puntando sulla rendita, e non sulle
emozioni, è il modo migliore per trasformare il paragone con il Partito
socialista francese, oggi al tre per cento, in una profezia che si auto avvera.
(Claudio
Cerasa).
Dalle
Regionali alle Politiche,
per un
moderato di sinistra
come
me c’è da piangere.
Ilfattoquotidiano.it - Andrea Viola avvocato –
(7 settembre 2025) – ci dice:
I
moderati e riformisti di centro oggi hanno un grande dramma.
Perché
le Regionali sono una partita più o meno già orientata ma le prossime Politiche
saranno decisive per il nostro futuro.
Dalle
Regionali alle Politiche, per un moderato di sinistra come me c’è da piangere.
Il
Fatto Quotidiano.
Ma
“cos’è la destra, cos’è la sinistra?”
si domandava Giorgio Gaber in una bellissima e
modernissima canzone del 1994.
Questa
domanda oggi è ancora più emblematica.
Parto
da un punto.
Delle
vecchie ideologie, della vecchia ma sana passione per la Politica, delle
discussioni franche ma aperte oggi è rimasto ben poco.
Molta
gente, da tempo, non si sente rappresentata e circa il 50% non va più a votare.
Una
enormità che non interessa alla “classe dirigente”.
Lo
ripeteva bene in una trasmissione Renzo Arbore, meno siamo meglio stiamo.
E questo “principio” in politica o meglio fra
i partiti piace tantissimo.
Quindi,
chi se ne frega se la gente non va a votare peggio per loro.
E
sicuramente una colpa anche l’elettorato lo ha ma può fare ben poco se non
organizzato.
Vengo
ai partiti.
Con la
legge elettorale attuale i segretari nazionali decidono in buona parte chi
verrà eletto e chi no nei cosiddetti collegi sicuri.
Questo
enorme e fondamentale potere di fatto impedisce ai cercatori di poltrone comode
qualsiasi dignità e coerenza.
Chi dissente con il segretario è quasi
impossibile che venga eletto o rieletto o addirittura anche semplicemente
candidato.
Da
questi concetti chiari e crudi bisogna partire per capire il punto a cui siamo
arrivati nel nostro sistema politico italiano.
Togliamo
da parte la coerenza dei “politici” di professione perché ormai abbiamo
assistito a cambi di idee e ragionamenti a seconda della convenienza personale
o di circostanza.
Ed è
inutile parlare anche di ideologie.
Il
panorama politico (lo scrivo volutamente minuscolo) attuale offre ad un
semplice elettore un quadro desolante.
Un
comune cittadino oggi si trova un centro destra che sta al governo con dei
partiti che più o meno hanno spesso governato insieme. Dall’altra parte dei
partiti che ad oggi non formano una coalizione e non possono essere definiti
alternativi e di centro sinistra.
Il
problema maggiore in questo momento lo ha chi si è sempre identificato tra i
moderati e riformisti che guardavano alla sinistra come polo naturale di
aggregazione.
La nascita del Partito Democratico, circa 20
anni fa, dato dalla fusione tra DS e Margherita, aveva segnato una grande
svolta a vocazione maggioritaria dando agli elettori un punto di riferimento di
un’area progressista.
Dopo vent’anni è cambiato tutto e la
situazione internazionale ha contribuito a fare anche un pochino emergere
grandi incongruenze.
In
questo momento abbiamo un Partito Democratico che oltre a rinnegare i suoi
principi basilari è completamente in mano ad una segretaria che di fatto è
stata eletta dai grillini e così di conseguenza si comporta.
Vedi
le Regionali.
Lo
scorso anno Schlein ha regalato a Conte la Sardegna.
Niente
primarie, niente consultazione degli organi preposti, hanno deciso la
segretaria e Conte.
Agli altri partiti la scelta se seguire o
meno.
Alcuni
partiti come Azione e Italia Viva hanno giustamente e coerentemente declinato
l’invito.
A distanza di un anno il patto Schlein- Conte
continua.
Le
Marche e la Toscana al Pd e la Campania ai 5Stelle.
Ma per
fare questo niente primarie di coalizione, niente ascolto dei territori,
decidono Conte e Schlein.
Insomma,
alle Regionali stiamo assistendo ad uno scenario medievale. Dove il vecchio
Vincenzo De Luca, che si ergeva a paladino della moralità in politica, ha
rinnegato sé stesso per la poltrona a segretario regionale del Pd al figlio e
poi altre garanzie su liste e chissà cosa per il prossimo Parlamento.
Se
dovessimo allargare il discorso alle politiche internazionali c’è da piangere
veramente per chi come me difende le sacre ragioni dell’Ucraina e si è sempre
identificato in un campo di centro sinistra oggi è costretto a guardare e
ascoltare le false e pretestuose ricostruzioni del duo Conte/Schlein coadiuvati
da Fratoianni e Bonelli.
E ti trovi a ringraziare che oggi non siano
loro al governo.
E per
metterci la ciliegina sulla torta D’Alema, quello che ha gioito per la
bocciatura del referendum costituzionale del 2016, l’altro giorno era in Cina
insieme a Putin e altri dittatori.
Insomma,
i moderati e riformisti di centro oggi hanno un grande dramma.
Perché le Regionali sono una partita più o
meno già orientata ma le prossime Politiche dovranno affrontare argomenti molto
più importanti e decisivi per il nostro futuro.
E qui
il duo Conte/ Schlein darà ancora le proprie carte.
Cosa
accadrà da qui alle Politiche difficile saperlo ma in questo quadro attuale non
potranno bastare le vecchie tifoserie a prescindere ma ci vorranno seri
programmi condivisi che siano conformi ai nostri principi basilari e
inalienabili.
Perché se la sinistra attuale si troverà dalla
parte sbagliata della storia non si potrà pensare che molti moderati e
riformisti possano essere loro complici.
E se quindi, alla fine oggi ci dovessimo ridomandare
“cosa è la destra e cosa è la sinistra” potremmo avere delle risposte
completamente inaspettate o semplicemente rivoltate.
Editoriale.
Maranza,
per la sinistra è solo una parola di destra contro cui combattere.
Lidentita.it
- Adolfo Spezzaferro – (17 Gennaio 2026) – editoriale – ci dice:
Se
dici Maranza sei di destra, quindi sei brutto e cattivo.
Dalla
sinistra arriva l’ennesima resistenza contro l’invasore lessicale:
il termine sarebbe discriminatorio.
Come
se esistesse un’accezione positiva di Maranza o di baby gang.
Il punto, però, non è la parola (a forza di
spararle grosse l’opposizione ormai si è avvolta nella fuffa), ma il fenomeno
che descrive:
disagio
sociale, violenza giovanile, degrado urbano, insicurezza quotidiana.
Il governo prova ad arginarlo con misure
concrete;
il Pd
risponde attaccandosi alle parole e proponendo zero soluzioni.
C’è
pure chi tra i dem ritiene che il governo stia “razzializzando” il problema.
Quando
invece lo spirito di emulazione (sempre del cattivo esempio, mai del buono) tra
i giovanissimi sta facendo diffondere il fenomeno anche al di fuori delle
origini nordafricane dei Maranza “originali”.
Il punto è l’attitudine a delinquere, non la
provenienza geografica. Mentre la maggioranza agisce, l’opposizione sembra
quasi voler dire che i Maranza esistono solo nella mente di chi non è di
sinistra.
Il
Paese non vuole la guerra alle parole, ma soluzioni.
Serve
una sinistra nuova per salvare la democrazia costituzionale e riportare gli
elettori al voto.
Strisciarossa.it
– (18 Dicembre 2025) - Carlo Di Marco – Redazione – ci dice:
Una
riflessione sul ruolo della sinistra in questo momento storico richiede una
inevitabile premessa.
Il momento che viviamo non ha nulla di
normale.
La
forma di governo è seriamente compromessa e non si esagera nel dire che la
forma di Stato è indirizzata verso una mutazione genetica.
Questa
brutta china si deve, in primis, alle continue incursioni contro la
Costituzione che si ripetono a regolare cadenza su iniziativa dei governi
almeno da trent’anni a questa parte;
in seconda, a qualche revisione costituzionale
andata sciaguratamente in porto proprio grazie alle ricordate incursioni.
Semmai,
andrebbe evidenziato che tre di queste sciagure si sono avute grazie a governi
di centro-sinistra:
la
revisione del Titolo V del 2001 (in gran parte);
l’inserimento
del pareggio di bilancio in Costituzione del 2012;
la
riduzione del numero dei parlamentari del 2020.
Queste sono cose fatte. Danni compiuti.
Sanabili
solo mediante nuove revisioni costituzionali che all’orizzonte proprio non ci
sono.
Poi
sono arrivati i tentativi di stravolgimento costituzionale da parte del governo
Berlusconi e del governo Renzi.
Questi
ultimi, per fortuna, sono stati tentativi naufragati miseramente, checché se ne
dica, grazie alla presenza di un elettorato vigile e attento.
Un
sistema dei partiti che non funziona più.
A
seguito delle cose fatte, però, si aprivano le porte all’involuzione che
puntava e punta dritta contro i capisaldi della Repubblica.
Con le
infatuazioni per il maggioritario e per il federalismo “differenziato” esplose
a cavallo fra il ‘900 e questo millennio, la sinistra mostrava di non avere
contezza che le cose fatte e da fare avrebbero successivamente aperto la strada
alla demolizione della forma di governo parlamentare, all’assalto leghista
contro i principi incomprimibili dell’unitarietà della Repubblica e del
regionalismo solidaristico.
Ci sono state anche cose buone?
Non ne vedo, ma in questo teatrino
dell’assurdo l’avvento dei neofascisti al governo era diventato inevitabile
come le scelte politiche conseguenti.
Una
delle vette raggiunte da questa trista cordata è quella del decreto sicurezza
diventato legge con un blitz in perfetto stile ducesco;
essa
punterà a raggiungerne delle altre come il peggioramento del già pessimo
sistema elettorale per un “semi-presidenzialismo” a Costituzione invariata e
l’abbattimento dell’indipendenza della magistratura che rappresenta una delle
più grandi conquiste di questo sfortunato costituzionalismo contemporaneo nato
dalla Resistenza partigiana.
Ma chi
c’è al centro di questa pagina così buia della storia repubblicana? Il sistema
dei partiti.
È proprio vero:
questi
sono strumenti centrali della democrazia, ma se si trasformano, com’è accaduto,
in un’accozzaglia di comitati di affari, di essa posso diventare i peggiori
nemici.
Attualissime
in tal senso si rivelano ancora oggi le preoccupazioni di due grandi giuristi
tedeschi dello scorso secolo:
Hans
Kelsen e Gerhard Leibholz.
Per il primo, l’evoluzione dei partiti era
irresistibile, ma in assenza di un cambiamento radicale della loro vita
interna, nessuna crescita democratica ci sarebbe stata.
Essi,
infatti, avrebbero dovuto incamminarsi verso un percorso di democrazia interna
fino a quel momento ignorato perché i partiti erano nati inevitabilmente
leaderistici e oligarchici:
se non fosse stato, infatti, per intellettuali
e leaders come Antonio Labriola, Filippo Turati e Anna Kuliscioff, il Partito
socialista in Italia forse non sarebbe nato.
Aggiungeva
più tardi “Leibholz”, che con il ruolo mediatore dei partiti il centro di
gravità politico si sposta “sempre più dal parlamento alla cittadinanza attiva
ed ai partiti politici che la organizzano” ma, aggiungeva da impietoso profeta,
che questi, nel caso “perdessero il loro autentico carattere politico e
diventassero factions puramente egoistiche – come si verificò, ad esempio, per la Wirtschaftspartei al tempo
della Costituzione di Weimar” – da strumenti indispensabili e portatori di una nuova forma
di democrazia, potrebbero diventare i suoi potenziali distruttori.
Mutati
mutande è ciò che è accaduto in quasi tutto il mondo occidentale e in Italia.
Torna alla mente la penna di Marx che ci ha cresciuti:
“Hegel
nota […] che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale
si presentano, per così dire, due volte.
Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta
come tragedia, la seconda volta come farsa”.
Come
dargli torto oggi di fronte ai clown e ai saltimbanchi che governano in Italia
questo sistema dei partiti?
Non
generalizzo, ovviamente, perché in esso c’è chi si distingue ma è innegabile
che – assunta da sempre la loro centralità per la costruzione di una democrazia
compiuta – nello spettacolo sopra rappresentato nulla è più possibile in
assenza di un vero e profondo rinnovamento dei partiti e/o della nascita di
partiti nuovi (si badi: non la nascita di “nuovi partiti” che non servono, ma
di “partiti nuovi” che non esistono ancora).
Questo
è lo spirito che mi ha animato nel seguire ciò che accade, generalmente fra gli
schieramenti della sinistra italiana e in particolare all’interno del PD.
Sono
convinto, infatti, che quel profondo slancio innovativo potrebbe svilupparsi
solo da quest’area, ma si tratta di capire come e secondo quali paradigmi,
perché è proprio qui che molte cose devono essere chiarite.
Affrontare
la drammatica questione dell’astensionismo.
Di
fronte alle cosiddette “vittorie” elettorali di qualsiasi colore, ad esempio, e
a fronte dell’incremento inarrestabile del non voto, almeno i partiti della
sinistra dovrebbero avere il coraggio di parlare di sconfitta della democrazia
rappresentativa e trasformare questa riflessione in un terreno di lancio di
tutta la propria strategia futura.
Invece, tutti i partiti accennano pigramente
all’incremento del non voto solo nei primi commenti successivi ai risultati
elettorali, relegandolo subito dopo nel dimenticatoio per dedicarsi alle
esternazioni di chi dice di aver vinto o di non aver perso o aver perso poco e
via discorrendo.
Certo,
l’incremento dei voti eventualmente ottenuti dal centro-sinistra e il
conseguente spostamento di quelli del centro-destra ci farebbe sorridere un po’
di soddisfazione, ma anche di fronte a uno spostamento decisivo sarebbe una
vittoria fittizia:
il sistema della rappresentanza democratica in
realtà è crollato e il non voto sarebbe comunque in ascesa, e proseguirà così.
È da
qui che bisogna partire se abbiamo a cuore la difesa e lo sviluppo della
democrazia costituzionale nata dalla Resistenza.
Da un
altro punto di vista, le ragioni del non voto sono riconducibili a una domanda
semplice:
perché
l’immenso popolo della sinistra dovrebbe votare per coloro che hanno spianato
la strada a questo governo di neofascisti?
È una
domanda retorica, ma cocciutamente significativa perché contiene tutto il
dramma delle delusioni storiche.
Ancora,
e ci spostiamo sul piano dell’essenza dei partiti, perché le giovani, i
giovani, le lavoratrici e i lavoratori che riempiono le piazze per la pace e
per la giustizia sociale dovrebbero avvicinarsi a questi partiti della
sinistra?
Essi non sono cambiati perché non hanno
seguito le lezioni di Kelsen, Liebholz, poi ancora di Gramsci, Mortati e tanti
altri.
Sono
rimasti partiti leaderistici e oligarchici.
Anzi,
per arrivare al punto in cui siamo, questi caratteri devono essersi persino
incrementati.
A
questa sinistra sfugge che a fronte della tragedia che sta vivendo la nostra
democrazia, c’è bisogno di un ripensamento profondo e radicale di tutta la
forma partito:
nell’organizzazione
interna, nei rapporti esterni, nei rapporti con i cittadini, nei programmi.
Ad
esempio, bisognerebbe avere il coraggio, trovando giuste modalità statutarie,
di capovolgere la piramide interna dei partiti per mettere la base degli
iscritti nel posto oggi occupato da pochi capi che decidono tutto.
Ecco cosa significa partito “nuovo”.
Forse
comparso sulla scena in alcuni scampoli della storia repubblicana, ma oggi
sconosciuto.
Elly
Schlein.
Gli
sforzi di Elly Schlein e la necessità di costruire un partito nuovo.
Detto
questo, e nulla togliendo agli sforzi ammirevoli di quanti, come la segretaria
Schlein, vorrebbero andare nella direzione del rinnovamento (sono d’accordo con
l’articolo di Spataro), a me pare che manchi un qualche elemento necessario
alla strategia dell’unità ad ogni costo sia all’interno che all’esterno di
questo partito.
Se
l’obiettivo fosse quello di mandare a casa la destra di governo sic et
simpliciter, ove quanto detto sin qui rispondesse a vero, a me verrebbe da
dire:
Tutto
qui? Mi pare ben poco.
Messo
nel dimenticatoio il non voto, infatti, il problema si sposterebbe
semplicemente su un programma unificante per un “arcobaleno” di forze
eterogenee e per un “campo” larghissimo che forse riuscirebbe persino a
spostare abbastanza voti (e ce ne sono sempre meno) da mandare a casa l’estrema
destra (ipotesi remota).
Così,
però, il problema di fondo resterebbe tutto irrisolto, anzi, peggiorato perché
il non voto ancora aumenterebbe vincendo le elezioni.
Non
sarebbe credibile nemmeno l’osservazione ipotetica che sa tanto di “voto
utile”:
“prima mandiamo via l’estrema destra, poi
facciamo le riforme delle riforme neofasciste”, ma chi pensiamo che le farà?
Del
campo largo faranno parte anche quelli che ai neofascisti hanno spianato la
strada:
i “regionalisti differenziati” apparentemente
pentiti;
quelli
che oggi invocano la pace, ma quando erano al governo del Paese hanno fatto la
guerra perché “c’era la Nato”;
chi
oggi vuole sottrarre fondi allo stato sociale per il riarmo;
quelli
che volevano stravolgere la Costituzione e hanno infranto i diritti dei
lavoratori conquistati con il sangue e via dicendo.
Per fare questo, si può continuare ad ignorare
quei milioni di elettori che in questo scenario dell’orrido non credono e non
crederanno mai. Ma c’è di più:
questi ultimi cresceranno e diventeranno
sempre più qualunquisti e superficiali per via del cronico dilagare della
disinformazione e dell’ignoranza.
E la
legge elettorale va bene così:
il problema non è più restituire
rappresentatività a un Parlamento ormai in balìa dell’esecutivo:
lo spostamento dei voti (di quelli che votano)
basta per il governo dei “migliori”.
Nel
caso l’obiettivo strategico fosse, invece, quello di salvare la democrazia
costituzionale nata dalla Resistenza, il lavoro da fare in questa sinistra
sarebbe immenso, ma a mio avviso sarebbe l’unica strada rimasta, non vedo
scorciatoie o semplificazioni.
Sarebbe
inevitabile puntare al recupero di milioni e milioni di voti di sinistra che
non può realizzarsi mediante la prospettiva di un “campo largo” che rappresenta
solo un tragico dejà vu.
È
necessario che la sinistra e il suo principale partito prendano decisioni di
profonda discontinuità, sia sul piano della vita interna che su quello
programmatico.
Da un
lato, infatti, bisogna essere in grado di proporre soprattutto ai giovani un
soggetto politico nuovo che sappia proporre diverse e democratiche forme
organizzative:
strutture capaci di abbattere i vecchi
leaderismi, di capovolgere la piramide interna dei processi decisionali, che
valorizzino le grandi risorse culturali e ideali dei territori e delle
organizzazioni di base;
in
grado di promuovere l’effettiva partecipazione (art. 3 Cost.) affinché prevalga
sui soliti capibastone fermi lì all’erta per tarpare le ali a chi vorrebbe il
vero rinnovamento della politica.
Dall’altro,
la formulazione partecipata dal basso di un programma politico unificante non
per capi politici di centro;
che
provenga da centinaia di assemblee aperte, partecipate e trasparenti;
che
abbia il faro della Costituzione e parli chiaramente alle coscienze di milioni
e milioni di lavoratori che non votano più e possono così finalmente
riconoscersi.
Questa
strada ricaccerà il cosiddetto “centro” verso destra?
L’obiettivo
strategico del recupero del non voto spinge il centro verso destra, ma
incrementa la credibilità del “partito nuovo”:
molto
più di un centro piccolo.
(Carlo
Di Marco).
Lame,
bombe e bugie.
Ilmanifesto.it
- Alberto Luiss – (20 – 01 – 2026) – Redazione – ci dice:
In una
parola La rubrica settimanale su linguaggio e società.
A cura
di Alberto Luiss.
“MeMa”
Ci
sarà qualche relazione tra le pagine e pagine, articoli su articoli – immagino
chiacchiere in tv e sui social: me le sono quasi interamente risparmiate – che
da giorni insistono su due temi, la violenza a coltellate che cresce tra i
giovani e giovanissimi, e le colpe della sinistra che sarebbe devota ai tiranni
come Putin e gli ayatollah iraniani?
Domenica
sul secondo tema è tornato su “La Repubblica” Ezio Mauro. L’attacco
dell’editoriale ha un tono epocale e perentorio:
«Dopo
quasi due secoli di cammino, la sinistra dovrebbe capire immediatamente che le
sue città sacre, simboliche, oggi sono Kiev e Teheran».
Questa
sinistra non viene meglio identificata, non si fanno nomi né si citano testi,
se non un’allusione, a un certo punto, al suo essere «minoritaria e miope».
Il suo
problema, per «fare la propria parte nel ruolo assegnato dalla storia», è
«difendere finalmente i principi della democrazia dovunque vengano messi in
discussione».
C’è poi uno strano passaggio in cui le persone
che, impaurite in un mondo «fuori controllo», si rivolgono alla destra
autoritaria, danno «alla democrazia le colpe degli errori e delle inadempienze
della politica».
Come
se la “democrazia” – che certo è definita da un sistema di idee e di procedure
in certa misura codificate – potesse essere considerata astrattamente un
altrove rispetto al modo in cui le forze politiche, nelle modalità
rappresentative dei nostri modelli costituzionali, la vivono concretamente
nelle responsabilità di governo e nelle aule assembleari, nazionali e locali.
Ed è
qui che forse emerge ciò che, per sintesi nella titolazione, ho definito
“bugie”.
Intanto venerdì scorso ho visto in Campidoglio
a Roma molte realtà della sinistra e dell’opposizione (non solo, con le donne
iraniane e numerose femministe, il Pd, 5stelle, Avs, ma persino i terribili
estremisti di Rifondazione e di Lotta comunista!) contro i dittatori iraniani,
per i diritti e la democrazia.
Ma
“bugie” anche nel senso di tendenzialmente inconsci fraintendimenti.
Tanto
accanimento rivolto a sinistra immagino nasconda un dramma diverso nella mente
di chi attacca da posizioni, diciamo così, liberaldemocratiche.
Perché
anche “de te fabula narratur”:
certo
che vanno combattuti i Putin e i Khamenei.
Ma come?
Invocando
l’”arrivano i nostri” dei democratici armati, come troppe volte è successo
nell’era del diritto internazionale quantomeno affermato?
Disgraziatamente
è proprio nel cuore della più grande e antica democrazia del mondo moderno che
è nato e cresciuto qualcosa di politicamente, antidemocraticamente mostruoso,
incarnato da Trump e dai suoi.
Noi
che ci siamo detti “comunisti” nel paese in cui il comunista Terracini firmò la
Costituzione democratica e antifascista, e che nemmeno ce ne siamo pentiti,
dobbiamo continuare a riflettere su quali idee sbagliate e terribili equivoci
hanno prodotto la illibertà, le tragedie e il disastro sovietico e non solo.
Ma non
è venuto il tempo che anche i seguaci del liberalismo “occidentale”, nel suo
intreccio poco meditato con un capitalismo non da oggi sfrenato, e con la
tendenza a usare le bombe a fini “democratici”, si facciano qualche domanda su
che cosa non ha funzionato?
Anziché riproporlo come mitico feticcio
inalberato dalla “nostra” parte del mondo?
Mi
sono lasciato prendere la mano, e lo spazio.
Quanto
alle lame in tasca ai giovani (per lo più maschi) il democratico governo
italiano pensa solo a altre norme repressive e ai “metal detector”.
Forse
anche qui in chi grida e si allarma di più gioca un oscuro senso di colpa:
noi
adulti e vecchi (per lo più maschi?) non abbiamo saputo costruire un mondo
decente per questi ragazzi.
L’Opportunità
che Nessuno è in Grado di Cogliere.
Conoscenzealconfine.it
– (22 Gennaio 2026) - Riccardo Piccosi – Redazione- ci dice:
Si sta
presentando l’opportunità storica di vedere dissolversi Unione Europea e NATO.
Comunque
vada a finire la crisi transatlantica in atto, si sta presentando l’opportunità
storica di vedere dissolversi o ridursi ai minimi termini tanto l’Unione
Europea quanto la NATO e questo, in teoria, implicherebbe la possibilità per
l’Italia di avviare un processo che restituisca al paese sovranità nazionale e
popolare.
In
pratica, però, le opportunità sono tali solo quando c’è qualcuno in grado di
coglierle.
Purtroppo, per il momento in Italia abbiamo
soltanto:
1) Un
centrosinistra che fa parte del medesimo blocco di cui fanno parte Merz, Macron
e Stormer, ovvero quel blocco euro-federalista e globalista che sta per
concludere la sua storia nel totale fallimento e nella damnatio memoriae.
2) Un
centrodestra che si barcamena fra allineamento col blocco di cui sopra e il pigolare,
ogni tanto, qualche flebile “vorrei ma non posso”.
Ma il punto è che, anche qualora cambiassero le
condizioni internazionali, tutto quello che la nostra premier “Lady Aspen”
avrebbe la volontà e la capacità di fare, sarebbe rendere l’Italia l’alleato
più stretto degli Stati Uniti nel contesto di un’Europa frammentata.
Dunque,
non già sovranità bensì maggiore vincolo esterno.
Beninteso,
nessuno pensa di poter rompere del tutto con gli americani, ma provare a
costruire con essi una nuova relazione – che chiuda una volta per tutte il
capitolo d’una guerra persa ormai ottant’anni fa – sarebbe davvero il minimo
sindacale.
Purtroppo
né l’attuale premier né altre figure politiche di spicco si presentano, oggi,
come adatte a un ruolo del genere.
Del
resto, siamo nell’epoca in cui viene definito “statista” un mediocre yes-man
privo di spessore intellettuale come Mario Draghi.
Ciò
indica come nel ceto politico italiano sussista un problema di formazione, di
qualità, che trascende schieramenti e ideologie.
Ciò
malgrado, dobbiamo sperare ugualmente che un’alternativa politica emerga in
Italia perché, dinanzi al bipolarismo neoliberale, il “male minore” non esiste
in quanto è il neoliberalismo stesso, con la sua diade destra-sinistra, a
costituire il male maggiore.
(Riccardo
Piccosi).
(ariannaeditrice.it/articoli/l-opportunita-che-nessuno-e-in-grado-di-cogliere).
Meloni
accusa: “La Sinistra tenta
la via
giudiziaria, ha rinunciato
a
quella democratica.”
Ladiscussione.com - Paolo Froncillo – (giovedì,
7 Agosto 2025) – ci dice:
Lo
scontro tra governo e opposizione si infiamma anche sul fronte internazionale.
In un post pubblicato sui social, Giorgia
Meloni accusa alcuni esponenti della Sinistra di voler “trascinare l’Italia davanti alla
Corte Penale Internazionale” per il presunto sostegno del governo a Israele nel conflitto
in corso a Gaza.
Un’accusa
che chiama in causa direttamente “Angelo Bonelli”, “Nicola Fratoianni” e altri
esponenti dell’area progressista, già protagonisti di un recente appello alla “Commissione
europea” per valutare l’apertura di una procedura d’infrazione contro Roma.
“Ora
puntano addirittura a un processo internazionale, tirando in ballo il dramma
umanitario a Gaza in modo del tutto strumentale – scrive Meloni – come se
perfino questo fosse colpa nostra”.
Secondo il Premier, dietro queste iniziative
ci sarebbe una precisa strategia:
“Non riuscendo a batterci in patria,
la sinistra cerca sempre il soccorso esterno. Dell’immagine dell’Italia e della
sua reputazione nel mondo, a loro non importa nulla”.
Il
Presidente del Consiglio alza il tono dello scontro e accusa l’opposizione di
voler eliminare gli avversari politici per via giudiziaria. “Hanno un’unica speranza: provare a
liberarsi degli avversari non con il voto, ma con le aule di giustizia, perché
alla via democratica hanno rinunciato da un pezzo”.
Il
riferimento è all’ipotesi, avanzata da alcuni ambienti della Sinistra, di
denunciare il governo italiano alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per
presunte corresponsabilità nelle violazioni del diritto internazionale
umanitario da parte di Israele a Gaza.
"Troppo
informale? Se fossi di sinistra...
Il
premierato sarà amore per l'Italia."
Ilgiornale.it
- Gabriele Barberis – (2 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
presidente del Senato Ignazio La Russa: "Mai pensato al Colle. Difenderei
la Carta con la vita."
"Troppo
informale? Se fossi di sinistra... Il premierato sarà amore per l'Italia."
"Le
mie vacanze natalizie sono già finite dopo quattro giorni in montagna.
Non ho neppure sciato. E che code in
auto...".
Ignazio
La Russa, presidente del Senato, parla al Giornale mentre sta rientrando a
Milano.
Indossa
un comodo pullover.
È
rimasto impressionato dal discorso di fine anno di Mattarella, mentre segue con
apprensione la tragedia di Crans Montana.
E subito affronta il tema della pace, che gli
sta molto a cuore:
"È
importante quello che sta facendo il governo.
Giorgia
Meloni non gioca a seguire l'onda emotiva di Gaza, anzi ha condannato gli
eccessi di Israele, mentre difende fino in fondo il diritto di esistere dello
Stato ebraico.
Fa
ponte con Trump per la difesa dell'atlantismo senza deflettere sugli aiuti
all'Ucraina.
Merita
davvero i complimenti".
Presidente
“La Russa”, il capo dello Stato ha celebrato gli 80 anni della Costituzione
italiana.
Lei quest'anno ne compie 79, siete
praticamente coscritti.
Come
inserisce la sua storia personale e politica dal dopoguerra a oggi?
"Ho
telefonato al presidente e gli ho detto che il suo messaggio agli italiani è
quello che mi è piaciuto di più tra quelli precedenti.
È
stato un affresco della storia repubblicana con le luci ma anche con i richiami
ai giovani morti per motivi ideologici e con l'appello finale di speranza alle
nuove generazioni.
Io
sono coetaneo della Repubblica, come lo sono della destra politica italiana
nata alla fine del 1946 di cui ho legittimamente ricordato la ricorrenza.
E oggi
mi riservo il diritto di vedere il passato con occhi miei.
E
oggi, senza necessità di accomodarmi a qualsiasi ricostruzione storica, dico
che sarei pronto a difendere con la vita i valori di libertà espressi dalla
prima parte della Costituzione".
Come
sono i suoi rapporti con il presidente Mattarella in qualità di presidente del
Senato:
istituzionali o c'è anche spazio per consigli
e confidenze?
"Direi
bugie se dicessi che esiste un rapporto di quotidianità.
Le nostre relazioni sono amichevoli e
affondano nel periodo in cui eravamo entrambi parlamentari.
Nelle fasi di stesura dei sistemi elettorali “Tatarellum”
e “Mattarella”, siamo andati più volte a cena insieme anche con Tatarella.
Il rapporto è sostanzialmente formale, ma
quando ci incontriamo è molto amichevole".
È
difficile vivere da seconda carica dello Stato per un arci italiano esuberante
come lei che ama battute fuori programma e ostentare la sua fede calcistica per
l'Inter?
"Se
io fossi stato di sinistra, avrebbero tutti detto:
che
bello un presidente del Senato così al di fuori della formalità.
Forse
hanno inteso che avessi l'ambizione di fare il presidente della Repubblica e si
sono spaventati, ma io questo obiettivo non l'ho mai avuto.
Provano
a delegittimarmi con la storia che faccio dichiarazioni non da super partes.
Il
grande Marcello Pera, che stimo tantissimo, da presidente del Senato aveva un
aplomb super partes anche perché non aveva un passato partitico/politico.
E gli altri?
Pietro
Grasso ha addirittura fondato un partito, così come Fini e Casini quando erano
presidenti della Camera.
E, nel
passato, Fanfani da presidente convocava addirittura la sua corrente della Dc a
Palazzo Giustiniani.
È
tipico della sinistra il ricorso alla delegittimazione personale.
Io sono super partes nell'esercizio delle mie
funzioni, tento di riuscirci sempre, tanto che il mio rapporto con i capigruppo
al Senato è ottimo. Semmai ho la necessità di ascoltare di più le ragioni
dell'opposizione che è numericamente inferiore.
Ma non si può confondere il ruolo del
presidente della Repubblica con quello del presidente del Senato".
Sotto
quale aspetto?
"Il
presidente del Senato non ha l'obbligo di essere super partes, tranne nei casi
in cui è chiamato a supplire il capo dello Stato o è nell'esercizio delle sue
specifiche funzioni.
È il
regolamento di Palazzo Madama che impone al presidente del Senato di essere
iscritto a un gruppo.
E io
sono iscritto al gruppo di FDI.
Queste
accuse di faziosità non le contrasto neanche più.
Cercate le mie dichiarazioni, non ne troverete
una che delegittima l'avversario.
Io
posso contrastare le idee ma non le persone.
La
storia della destra nasce dall'avvertita volontà di superare la mancanza di
possibilità di libero confronto nel ventennio.
Noi
non abbiamo mai impedito di parlare nelle università a uno di sinistra.
Né
abbiamo mai disturbato manifestazioni altrui.
Eppure
cercano sempre di delegittimare chi non è delegittimabile, come tentano con
Giorgia Meloni.
Chi
non riescono a battere alle urne diventa automaticamente un nemico".
Primo
scenario 2026.
Il referendum per la separazione delle
carriere dei magistrati.
In ogni caso che cosa cambierà per l'Italia?
"Nei
processi cambierà in qualche modo il rapporto tra accusa e difesa, cambierà di
più il sistema delle correnti nella magistratura ma in ogni caso per il governo
non cambierà nulla come non cambierà per l'opposizione:
nessuno
dice che in caso di sconfitta al referendum dovessero dimettersi Conte e
Schlein.
Tutti
gli atti politici comportano conseguenze, ma non così drastiche".
Secondo
scenario 2026.
Legge
elettorale e premierato in preparazione.
Come
muterà il quadro politico?
"C'è
una contraddizione tra una sinistra che non vuole il premierato ma crede di
poter vincere alle urne.
Dicono che la Meloni vuole la riforma per avere pieni
poteri.
Come
se la Meloni per governare avesse bisogno del premierato:
sta
già governando benissimo senza.
Il
premierato nasce dalla volontà di fare qualcosa per la Nazione, un atto d'amore
per l'Italia del futuro.
La democrazia diretta con tutte probabilità
offre maggiori garanzie di stabilità dell'attuale sistema basato sul
parlamentarismo".
Terzo
scenario 2026.
La
campagna elettorale per le politiche 2027.
Praticamente
comincia domani mattina.
"Io
sento parlare di campagna elettorale da bambino.
A cinque anni andavo già a scuola in Sicilia e
ricordo la campagna del 1953 che portò mio padre alla Camera.
È il
momento più bello dell'attività politica spiegare le tue ragioni agli
elettori".
Giorgia
Meloni.
Ricorda
un episodio o un evento che di fatto ha trasformato una giovane dirigente nel
suo leader politico?
"Ho
subito preconizzato che sarebbe stata una leader e lo è diventata senza bisogno
di nessuno.
Quando
nel 2019 il governo gialloverde ventilò che diventasse ministro degli Esteri io
vacillai perché era un incarico importante.
Ma
ancora prima che l'offerta venisse formalizzata, lei rifiutò subito.
E ci
disse che per noi di FDI sarebbe stato un momento di crescita stare fuori da
quel pastrocchio.
Ha sempre avuto la capacità di azzeccare le
scelte, questa è la differenza tra un ottimo politico e un grande leader".
Sappiamo
meno invece del suo rapporto politico con Arianna Meloni, responsabile della
segreteria FDI.
Che
cosa può raccontarci di inedito?
"Pranziamo
insieme almeno tre volte al mese, abbiamo anche trascorso vacanze insieme, alla
faccia di certe insinuazioni di alcuni siti di gossip sulla presunta freddezza
dei nostri rapporti”.
COSTITUZIONALISMO
GLOBALE:
A ROMA
IL DIALOGO TRA ITALIA
E CINA PER UN NUOVO
MULTILATERALISMO.
Fondazionedivittorio.it
– MR-Think Tank – (22 Gennaio 2026) – ci dice:
Si è
svolto presso la Fondazione Di Vittorio un inedito positivo confronto tra
studiosi, attivisti, giuristi italiani e giuristi e diplomatici cinesi sul
tema:
un
Costituzionalismo Globale per garantire un governo multilaterale del mondo e il
futuro dell'umanità.
Il
confronto, di alto livello scientifico e politico, ha assunto autorevolmente,
davanti ad una attenta ed affollata platea, i contenuti ed il tono di una
chiara risposta all’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale,
alla democrazia, messo in atto dal presidente statunitense Trump.
Nucleo
del confronto e della risposta, il testo della Costituzione della Terra in 100
articoli, elaborata e redatta da “Luigi Ferrajoli” già terreno di confronto e
attivismo in tanti Paesi europei e centro/sudamericani, riproposta da”
Costituente Terra” in coordinamento con Fondazione Di Vittorio, Credo, Others
News, The Last Twenty.
Puntuale
la risposta degli interlocutori cinesi “Liu Hua Wen” e “Zhou Wei”, alle analisi
di scenario sottoposte al dibattito, in apertura del confronto, dall'intervento
di “Francesco Sinopoli” e dall’introduzione di “Fabio Marcelli”, che hanno
fortemente ribadito la volontà del mondo scientifico e politico/istituzionale
cinese a difendere, riformare e riaffermare ruolo e funzione dell'ONU.
Il
successivo intervento di “Pino Arlacchi” che ha ri-sottolineato in maniera
sintetica quanto analiticamente affrontato nel suo recente “la Cina Spiegata
all’Occidente”, come la storia e la cultura della Cina rendono evidente e
credibile la postura e le scelte politiche di questo colosso nel terremoto che sta
scuotendo e minando l’equilibrio mondiale realizzato, con la carta 45, la
dichiarazione del 48, i trattati del 66 , la sua difesa del multilateralismo e
le sue posizioni , riproposte dagli interlocutori cinesi.
Tutti
gli altri interventi programmati (Michela Arrecale, Sergio Bellucci, Riccardo Cardelli,
Ugo Melchionda ,Francesco Sylos Labini) hanno arricchito la discussione , dai
diversi punti di vista disciplinari e politici scelti ed hanno offerto a Luigi
Ferrajoli il terreno migliore per le sue conclusioni, imperniate sulla urgenza
di una risposta decisa , comprensibile ,praticabile al fascio liberismo
montante nel mondo e all’attacco tracotante al diritto, al diritto
internazionale, alla democrazia con il quale prova a cancellare la sfera
pubblica e a ridurre la politica e la geopolitica alla logica degli affari ,
anche privati , come nel caso del presidente statunitense, e di un gruppo
multimiliardari che lo sostengono negli Usa e nel mondo.
La risposta non può che essere quella di una
federazione garantista della Terra, oltre il federalismo di Kant, Kelsey,
Bobbio, Spinelli.
Una
Federazione dotata delle garanzie necessarie a rendere effettivi, in un ONU in
tal senso riformata e rilanciata, i diritti declamati nelle Carte che una
grande potenza come la Cina ha tutte le possibilità di portare all’attenzione e
in discussione nell’assemblea generale dell’ONU, attualmente in carica.
(MR).
Assalto
a “La Stampa”,
assalto
alla democrazia.
Affaritaliani.it
– (01 -12 -2025) – Alessandro Pedrini – Redazione – ci dice:
La
violenza non ha pedagogia. La violenza non ammonisce: intimidisce. Non
corregge: minaccia.
E chi
si permette di spiegarla, o peggio di giustificarla, fa un torto non a un
giornale, ma alla verità.
Assalto
a “La Stampa”, assalto alla democrazia.
C’è
una linea, in un Paese civile, oltre il quale non si passa.
A Torino questa linea è stata superata: un
giornale è stato assaltato. Fatto, non opinione.
Letame
ai cancelli, scritte da teppisti, minacce di morte ai giornalisti.
È il
linguaggio di chi non sa parlare e allora tira pugni.
Di chi
non sa argomentare e allora urla.
Di chi non sa convivere in democrazia e allora
la colpisce dove fa più male.
Il
resto è rumore.
Poi
arriva una relatrice dell’ONU — ruolo altisonante, responsabilità immense —
che, invece di limitarsi a condannare, trova il modo di infilare un “monito”
alla stampa.
Monito?
A chi è stato aggredito?
È come
rimproverare alla ragazza stuprata di non essersi difesa abbastanza.
La
violenza, signori miei, non ha pedagogia.
La
violenza non ammonisce: intimidisce.
Non
corregge: minaccia.
E chi
si permette di spiegarla, o peggio di giustificarla, fa un torto non a un
giornale, ma alla verità.
La
verità è semplice, quasi banale, e proprio per questo insopportabile per molti:
una
redazione è un luogo sacro della democrazia.
Come un tribunale. Come un’aula scolastica.
Come un seggio elettorale.
Chi ci
entra per devastare non è un manifestante: è un nemico di quella libertà che
pretende di invocare.
Si può
criticare la stampa, eccome.
Il
grande Montanelli lo faceva ogni giorno — qualche volta anche troppo.
Ma
difendeva il suo mestiere come si difende un confine e per questo fu gambizzato
dalle BR.
Perché
sapeva che senza giornali liberi, anche i suoi peggiori avversari avrebbero
perso la voce.
E un
Paese senza voci è solo un Paese più facile da comandare.
La
politica ha espresso solidarietà. Bene.
Era
dovuto. Ma non basta.
Perché
l’assalto a “La Stampa” non è un episodio: è un precedente.
E i precedenti, in Italia, non restano mai
soli.
Se si
lascia passare l’idea che un giornale possa essere rieducato a colpi di
irruzioni, domani toccherà a chiunque disturbi qualcuno.
Prima
i cronisti. Poi i magistrati.
Poi
chi vota il partito sbagliato. Poi chi parla troppo.
Le
democrazie non muoiono in un giorno.
Muoiono
per logoramento. Oggi un assalto, domani la giustificazione, dopodomani il
silenzio. E allora sia chiaro, una volta per tutte:
la
stampa non prende moniti da nessuno.
Non li
pretende e non li accetta.
E non
ascolta lezioni impartite da chi non riesce a difendere nemmeno le proprie
parole.
Il
resto è fumo. La libertà di stampa, no: quella è ancora pietra.
E —
finché resterà tale — su quella pietra si regge questo Paese.
La
violenza sta cominciando a
definire
la crisi della democrazia
liberale
americana.
Transform-italia.it
– (18/06/2025) - Alessandro Scassellati – Redazione – ci dice:
C’è la
violenza spettacolare come la parata militare di Trump e la violenza reale come
l’assassinio di “Melissa Hortman”, i rapimenti e le deportazioni di migliaia di
immigrati da parte delle milizie paramilitari dell’ICE e la repressione di
coloro che protestano.
La tendenza è decisamente in crescita mentre
il regime trumpiano sta compiendo una torsione autoritaria.
Gli
Stati Uniti sono una società sfilacciata, lacerata dalla polarizzazione, da
forti disaccordi e da un estremismo crescente.
La
democrazia liberale statunitense attraversa una grave crisi e si aprono scenari
di autoritarismo.
Questa
è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. A mano a mano
che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si
ripete:
«Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.
Fino a qui tutto bene».
Il
problema non è la caduta, ma l’atterraggio.
Dal
film “L’Odio” di” Mathieu Kassovitz”.
Sabato
14 giugno, con il boato di una salva di 21 colpi di cannone è iniziata la
parata militare tanto desiderata da Donald J. Trump1 per festeggiare il 250°
anniversario delle forze armate e, al tempo stesso, il suo 79° compleanno.
Durante la parata, la banda musicale è passata
da suonare “Jump” dei Van Halen a “Fortunate Son” dei “Credenze Clearwater
Revival”, subito dopo che il presentatore aveva spiegato che gli obici M777
sono fatti di titanio.
Nessuno,
a quanto pare, aveva considerato il testo:
“Alcune
persone nascono, sono fatte per sventolare la bandiera, sono rosse, bianche e
blu, e quando la banda suona “Hail to the Chief”, ti puntano il cannone
addosso”.
Un
messaggio diretto che rischia di rappresentare in modo molto accurato quanto
sta succedendo nel paese.
Gli
Stati Uniti chiaramente non sanno come organizzare una parata militare
autoritaria.
Le
parate militari autoritarie dovrebbero proiettare una forza invincibile.
Dovrebbero
impressionare il proprio popolo con la disciplina disumana delle truppe e
incutere timore nei nemici con la capacità della propria organizzazione e dei
sistemi d’arma.
Nella
parata di Trump, i soldati sembravano bambini costretti a partecipare a una
recita scolastica improvvisata, cercando di capire il più possibile come
evitare l’imbarazzo, e l’esercito stesso sembrava più adatto a gestire un tour
del cantante “Kid Rock “che la difesa di un paese.
Ma non
bisogna confondere la scadente parata di Trump con una barzelletta o un
innocente spettacolo.
La
parata di Trump si è svolta subito dopo l’assassinio di “Melissa Hortman”,
deputata democratica dello Stato del Minnesota.
Mentre
era in corso, le forze di sicurezza stavano sparando proiettili di gomma e gas
lacrimogeni sui manifestanti a Los Angeles che protestavano contro i
rastrellamenti dei commandos dell’”Immigration and Customs Enforcemen”t (ICE)
inviati da Trump per “liberare” la città da un'”invasione di migranti” di
colore provenienti da Messico, El Salvador, Venezuela e molti altri paesi a sud
del confine.
La
violenza sta iniziando a definire la vita politica americana:
violenza spettacolare, come la parata, e
violenza reale come l’assassinio di “Hortman, i rapimenti e le deportazioni dei
migranti, e la repressione di coloro che protestano contro la torsione
autoritaria dell’amministrazione Trump.
La destabilizzazione politica sta arrivando
troppo rapidamente per essere percepita nella sua interezza.
Stanno succedendo così tante cose così in
fretta che è impossibile tenere traccia dell’evoluzione.
La
domanda che ci si pone sempre più spesso è:
quando
inizieranno i cittadini statunitensi a chiamare tutto questo con il suo vero
nome?
Una
guerra civile combattuta mentre il governo federale cerca di creare uno “stato
di eccezione” che consenta di instaurare uno stato di polizia. Ogni giorno che
passa, la violenza diventa sempre più radicata come strumento della politica
statunitense.
“Robert
A. Pappe”, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, che
studia la violenza politica da 30 anni, ha scritto sul “New York Times” che
“potremmo essere sull’orlo di un’era estremamente violenta nella politica
americana.
La
violenza politica odierna si verifica in tutto lo spettro politico e si
registra un corrispondente aumento del sostegno pubblico sia a destra che a
sinistra”.
Una
manifestante reggeva un cartello raffigurante un Trump in versione cartoon che
si tirava indietro il riporto per rivelare una svastica sulla fronte.
Il cartello diceva “Salvate la nostra
democrazia”.
Accanto
a lei – come “contro protesta alla contro protesta alla protesta, o qualcosa
del genere”, come ha detto uno di loro – c’era un gruppo di uomini pro-Trump.
Uno
era avvolto in una bandiera americana. Un altro aveva una gigantesca immagine
di Trump, con una corona, con l’esortazione “Trump re”.
La
parata e le contro-proteste “No Kings” che hanno visto la partecipazione di
milioni di persone in tutti gli Stati Uniti, sono state entrambe distrazioni
dal fatto che la vita politica americana si sta completamente allontanando dal
dibattito pubblico democratico.
Non ti piace quello che dicono i senatori
(come Alex Padilla della California) dell’altro partito? Ammanettali.
Non ti
piacciono i manifestanti contro i raid dell’ICE?
Definiscili
“insurrezionalisti” e manda la Guardia Nazionale e i marines contro la volontà
delle autorità statali e cittadine californiane (baluardi del partito
Democratico).
Non ti
piace la composizione della Camera dei Rappresentanti del Minnesota?
Uccidi
il principale esponente democratico. Non ti piace il candidato alla presidenza?
Sparagli!
Lo scopo politico della parata, dal punto di
vista di Trump, era dimostrare la sua padronanza dei mezzi di violenza.
Doveva
dimostrare, sia all’esercito che al popolo statunitense, che può far fare
all’esercito ciò che gli dice, e che le tradizioni consolidate e lo stato di
diritto non cambieranno la sua volontà.
Ma
l’effetto principale della parata è stato quello di dimostrare un’immensa
debolezza, in Trump e nel popolo statunitense.
È stata una parata che ricordava i regimi più
vacui della storia. Nel 1977, “Jean-Bédel Bokassa”, il leader della Repubblica
Centrafricana, si autoproclamò imperatore e si concesse un’incoronazione che
imitava nei minimi dettagli quella di Napoleone I.
Arrivò
persino a usare otto cavalli bianchi normanni per trainare la carrozza, ma i
cavalli francesi non erano abituati al clima e diversi morirono.
La
parata di Trump è sembrata una versione meno appariscente e curata di quella
tradizione.
Lo
spettro della sconfitta aleggiava sull’intera celebrazione di una presunta
forza.
L’ultima
volta che l’esercito americano aveva organizzato una parata era stato nel 1991,
l’ultima volta che ha trionfato su un avversario (l’Iraq di Saddam Hussein
nella prima Guerra del Golfo), l’ultima volta che la sua macchina da guerra ha prodotto
i risultati che aveva cercato di ottenere.
Da allora gli Stati Uniti non hanno più vinto
una guerra.
Ma se
non si può vincere una guerra, almeno si può organizzare una parata militare.
Peccato
che non abbiano saputo nemmeno organizzare una parata!
Le truppe hanno sfilato. Carri armati e
veicoli trasporto truppe sono avanzati.
Gli
elicotteri hanno sferragliato. I paracadutisti si sono lanciati dal cielo
coperto.
Ma la
parata di Trump non è stata né lo spettacolo totalitario nordcoreano che i
critici avevano tetramente previsto, né il trionfo del nazionalismo Maga che i
fan desideravano.
La
fine dello spettacolo è stata particolarmente esemplificativa.
Un
fragile “Lee Greenwood”, un cantante country da tempo oltre la data di
scadenza, ha cantato “God Bless America” in modo sgangherato e sgradevole.
“La
nostra bandiera rappresenta ancora la libertà”, ha cantato.
“Non
possono portarcela via”.
Oh,
non possono?
Trump
al centro si agitava come un bambino ricco annoiato dai suoi servi e dai suoi
giocattoli.
L’intera
faccenda era come guardare una sordida fiaba:
il ragazzo non amato che tutti odiavano è
cresciuto costringendo il popolo statunitense a organizzargli una festa di
compleanno e a regalargli una bandiera.
E poi
non si è presentato quasi nessuno.
Ciò
che vale per gli uomini vale anche per i Paesi:
più hanno bisogno di ostentare la propria
forza, più sono deboli.
La
debolezza, più che la forza, è terrificante.
Chiunque sia così spaventato e bisognoso da
aver bisogno di una parata militare noiosa e deludente – nonostante i milioni
di dollari spesi, le polemiche generate e le estenuanti misure di sicurezza – è
capace di tutto.
Questo vale per Trump, e questo vale per il
suo Paese.
La torsione autoritaria di Trump. Verso uno
stato di polizia?
A soli
pochi mesi dall’inizio del secondo mandato di Trump, gli Stati Uniti appaiono
drammaticamente e forse irreversibilmente cambiati, sia in patria che sulla
scena mondiale.
La
furia di Trump nel governo federale ha minato la capacità di governo degli
Stati Uniti.
Il suo
indebolimento dei diritti costituzionali fondamentali in patria e la sua
ostilità all’immigrazione hanno reso gli Stati Uniti inospitali per i
visitatori che arricchiscono il paese e contribuiscono alla sua produttività e
innovazione.
E il
suo disprezzo per le norme e le leggi ha indebolito la credibilità americana e
reso gli Stati Uniti un partner internazionale inaffidabile e, persino tra
alcuni alleati, una minaccia da temere.
La
mossa di inviare le truppe a Los Angeles la scorsa settimana riflette un
modello sempre più evidente di questa presidenza:
Trump
dichiara un’emergenza o una crisi laddove molti altri non la vedono,
consentendogli di intraprendere azioni radicali, mobilitare sostenitori e
combattere su un terreno politico che ritiene favorevole.
La dichiarazione di emergenza economica da
parte di Trump ad aprile ha consentito l’imposizione di tariffe doganali estese
(il “Liberation Day” del 2 aprile).
La sua
dichiarazione di invasione al confine meridionale ha aperto la strada a
un’intensificazione delle deportazioni dei migranti irregolari.
La
proclamazione di un’emergenza energetica gli ha reso più facile allentare le
normative.
La sua
dichiarazione secondo cui il “fentanyl” proveniente da Cina, Messico e Canada
costituiva un’emergenza ha giustificato i dazi, così come un’analoga sentenza
sull’approccio della Corte Penale Internazionale nei confronti di Israele.
La
capacità di Trump di proclamare queste (ed altre) emergenze tramite degli
ordini esecutivi gli ha consentito di dispiegare immediatamente l’autorità che
ne è derivata.
Gli
conferisce poteri straordinari, evitando di passare attraverso i normali
meccanismi e la burocrazia del governo.
L’obiettivo
è esercitare poteri straordinari per sbarazzarsi del controllo democratico dove
vuole, sbarazzarsi della burocrazia dove può e mettere in un angolo i suoi
oppositori.
Il
flusso di dichiarazioni di emergenza ha contribuito a far crescere la
sensazione che il Paese stia affrontando una crisi perpetua, sotto la minaccia
di Paesi stranieri e nemici interni.
Trump
sembra prosperare in questo clima, assumendo il ruolo di combattente e
salvatore.
Le
dichiarazioni ufficiali di Trump sono in qualche modo in linea con la sua
retorica pubblica, che spesso suggerisce che il Paese stia affrontando una
crisi senza precedenti che solo lui può risolvere.
Con un
continuo susseguirsi di azioni unilaterali, post sui social media e ordini
esecutivi, Trump ha creato la costante sensazione di un Paese sotto assedio,
che richiede un’azione decisa da parte del suo leader.
Trump
ha dichiarato stati di emergenza, invasioni e ribellioni praticamente da quando
ha assunto l’incarico a gennaio, il che gli ha consentito non solo di
inquadrare il panorama politico, ma anche di stabilire basi legali per le sue
azioni poco ortodosse.
Come ha notato “Rober Reich”, la storia
dimostra che una volta che un governante autoritario crea emergenze inesistenti
può facilmente costruire l’infrastruttura istituzionale (la “macchina
politica”) di uno stato di polizia e quella stessa infrastruttura può essere
rivolta contro chiunque.
Trump
e il suo regime stanno rapidamente creando tale infrastruttura, in cinque fasi:
(1)
dichiarare lo stato di emergenza sulla base di una cosiddetta “ribellione”,
“insurrezione” o “invasione”;
(2)
usare tale “emergenza” per giustificare l’intervento di agenti federali con il
monopolio dell’uso della forza (ICE, FBI, DEA, Guardia Nazionale e Marines)
contro i civili all’interno del Paese;
(3)
consentire a questi agenti militarizzati di effettuare rapimenti a tappeto e
arresti senza mandato, e di detenere persone senza un giusto processo;
(4)
creare ulteriori spazi carcerari e campi di detenzione per le persone detenute
(incluso il loro invio al centro di detenzione di Guantanamo Bay);
(5)
con l’aggravarsi della situazione, dichiarare la legge marziale.
Il
modo più rapido perché gli Stati Uniti diventino un regime autoritario è
politicizzare l’esercito.
Per
ora, non siamo ancora arrivati alla legge marziale.
Ma una
volta instaurata, l’infrastruttura di uno stato di polizia può autoalimentarsi.
Coloro
a cui viene conferita autorità su alcuni aspetti di questo sistema – la milizia
interna, le retate, i campi di detenzione e la legge marziale – cercano altre
opportunità per invocare la propria autorità.
Mentre
il controllo civile cede il passo al controllo militare, il paese si divide tra
coloro che sono più vulnerabili e coloro che la sostengono.
La
dittatura si consolida fomentando paura e rabbia da entrambe le parti.
In
questo momento, i principali baluardi contro il progetto di stato di polizia di
Trump sono i tribunali federali (dove molti dei suoi ordini esecutivi sono
stati bloccati) e le proteste pacifiche su larga scala, come quella a cui molti
milioni di persone hanno partecipato sabato 14 giugno, in occasione del “No
Kings National Day of Action”.
Con
una partecipazione compresa tra due e sei milioni di persone in più di duemila
città, le manifestazioni di sabato non solo sono state paragonabili alle più
grandi proteste del caotico primo mandato di Trump, ma potrebbero anche essere
state una delle più grandi proteste di massa nella storia americana.
Si
sono svolte pacificamente, dimostrando la determinazione a combattere la deriva
tirannica, ma facendolo in modo non violento per far conoscere all’America
l’infrastruttura emergente dello stato di polizia di Trump e l’importanza di
resistergli e porre fine al suo tentativo di svolta autoritaria.
Militarizzando
la situazione a Los Angeles, Trump ha adottato una “strategia della tensione”
per militarizzare lo scontro politico e spingere gli americani, in generale,
che vogliono resistergli ad affrontarlo nelle strade delle loro città, rendendo
così possibili i suoi attacchi alle libertà costituzionali.
Vuole
creare un senso di paura esistenziale che l’anarchia sociale si stia
diffondendo, che le bande criminali stiano prendendo il sopravvento per poi
usare tutta la forza repressiva dello Stato, abituando gli americani a vedere
le forze armate impegnate in combattimenti nelle strade delle città americane.
Trump vuole che Los Angeles si dia fuoco da
sola, per cui bisogna ribellarsi ma in modo più intelligente e non violento:
il
caos nelle strade aumenterà il sostegno pubblico al programma restrittivo e
autoritario di Trump che ha chiarito che farà rispettare “la legge e l’ordine”
esclusivamente su linee ideologiche e lealiste (come dettagliato nell’agenda
della destra nota come Progetto 2025).
Il governatore della California “Gavin Newsroom”
ha esortato i manifestanti a mantenere la calma e a quanti ricorrono alla
violenza ha detto:
“Donald
Trump vi sta usando come scusa per militarizzare una città e aggirare la nostra
democrazia.
È
sconsiderato, è immorale. Ha compiuto l’atto illegale e incostituzionale di
federalizzare la Guardia Nazionale e sta mettendo a rischio vite umane”.
Mentre
le proteste in difesa dei lavoratori immigrati e contro l’autoritarismo
rallentano a Los Angeles, Trump e i suoi consiglieri come “Stephen Miller”,
l’architetto della politica migratoria intransigente, promettono di
intensificare i raid sui migranti nelle grandi città a guida democratica nelle
prossime settimane e appaiono quasi desiderosi che ci sia violenza pubblica che
giustificherebbe l’uso della forza armata – politicizzando così le forze
militari – contro cittadini migranti e statunitensi.
Newsroom
ha affermato che il governo di Trump non sta proteggendo la comunità, ma la sta
traumatizzando “e questo sembra essere il punto”. “Se alcuni di noi possono
essere rapiti in strada senza un mandato, solo in base al sospetto o al colore
della pelle, allora nessuno di noi sarebbe al sicuro.
I regimi autoritari iniziano prendendo di mira
le persone meno in grado di difendersi.
Ma non
si fermano qui.
Trump
e i suoi fedeli sostenitori prosperano sulla divisione perché permette loro di
prendere più potere ed esercitare un controllo ancora maggiore”.
Gli
eventi di Los Angeles potrebbero essere un’anticipazione di ciò che accadrà in
altre città del paese, soprattutto se il disordine inizierà a diffondersi (la
calda estate è tradizionalmente la stagione delle sommosse popolari nelle
grandi città statunitensi, da Watts nel 1965 al 1992 dopo Rodney King).
“Questo
riguarda tutti noi. Riguarda voi. La California potrebbe essere la prima, ma è
chiaro che non finirà qui.
Altri
Stati saranno i prossimi.
La democrazia è la prossima. La democrazia è
sotto attacco davanti ai nostri occhi, questo momento che temevamo è arrivato”,
ha detto Newsroom e ha esortato l’opinione pubblica a diventare l'”antidoto”
alla paura e alla divisione seminate dall’amministrazione Trump.
Due
giorni dopo, Kristic Noemi, Segretario alla Sicurezza Nazionale, ha risposto
sostenendo che il governo federale avrebbe “liberato la città dai socialisti e
dalla leadership gravosa” di Newsroom e del sindaco di Los Angeles “Karen Bass”.
Si sta realizzando un crescente senso di
mobilitazione tra due blocchi contrapposti, che spinge sia i manifestanti sia
le forze governative a diventare più militanti, mentre ognuno cerca di imporre
la propria volontà sull’altro.
Questo
momento critico non può essere compreso isolatamente. Il modo migliore per dare
un senso a quanto sta succedendo con Trump è guardare prima non alle sue
politiche, ma a ciò che gli ha dato il potere di adottarle.
Trump
governa oggi sulla scia del quasi completo smantellamento dei pesi e
contrappesi del potere esecutivo, almeno nell’ambito della sicurezza nazionale
e della politica estera.
Dopo
gli attacchi dell’11 settembre ci sono state le «guerre contro il terrorismo»
in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e altri paesi (costate almeno 900 mila morti
e 6 trilioni di dollari11), e il Congresso ha concesso alla presidenza sempre
più potere in materia di affari esteri e si è rifiutato di ritirarne alcuno, e
la Corte Suprema è stata riluttante a imporre restrizioni significative.
Trump
ha ereditato un apparato di sicurezza nazionale in continua espansione che
opera con una scarsa supervisione.
I suoi attacchi alle istituzioni durante il
suo primo mandato miravano ad ampliare ulteriormente il potere del presidente
e, negli anni successivi, il Congresso e la Corte Suprema hanno bloccato i
tentativi di porre un freno alla presidenza.
Il
risultato è che Trump ora può fare praticamente tutto ciò che vuole quando si
tratta di qualsiasi cosa anche solo vagamente legata alla sicurezza nazionale o
alla politica estera:
deportare
cittadini stranieri nei campi di prigionia di El Salvador, imporre tariffe
doganali ingenti a paesi in tutto il mondo, vanificare gli impegni di aiuti
esteri imposti dal Congresso, intimidire gli alleati, corteggiare autocrati,
accettare lauti regali dalle monarchie, schierare l’esercito per le strade
delle città americane e persino schierare le forze armate in una parata
celebrativa per il suo compleanno.
Come
ha osservato il poeta, studioso e politico “Aime Cesarie” nella sua analisi del
colonialismo e suprematismo bianco europeo, la violenza imposta nelle periferie
ritorna inevitabilmente nella metropoli.
In un
post pubblicato sulla sua piattaforma social, “Truth Social”, il presidente
Trump ha descritto le tensioni a Los Angeles come “illegalità del Terzo Mondo”:
“Generazioni
di eroi dell’esercito non hanno versato il loro sangue su lidi lontani solo per
vedere il nostro Paese distrutto dall’invasione e dall’illegalità del Terzo
Mondo qui in patria, come sta accadendo in California. Come Comandante in Capo,
non permetterò che ciò accada”.
Come
ha sostenuto Cesarie, gli strumenti di oppressione sviluppati all’estero
trovano sempre la strada per tornare a casa.
Negli Stati Uniti, questo è stato un processo
decennale.
Nel 1996, una disposizione del “National
Defense Authorization Act” consentiva al Pentagono di trasferire armi di
livello militare in eccedenza ai dipartimenti di polizia locali.
Nei
tre decenni successivi, le stesse armi utilizzate per la violenza imperialista
all’estero furono trasferite ai dipartimenti di polizia per essere impiegate
nelle comunità povere ed emarginate.
Poi,
con l’inizio della “guerra al terrore”, le tattiche per colpire e sottomettere
le popolazioni straniere furono trasferite in patria per essere utilizzate
contro le comunità vulnerabili.
Il Congresso approvò leggi radicali come l’”USA
Patriot Act” e gli emendamenti al “Foreign Intelligence Surveillance Act”,
consentendo la sorveglianza di massa e la raccolta di informazioni sul suolo
statunitense.
L’autorizzazione
del 2001 all’uso della forza militare contro i terroristi ha consentito la
detenzione militare a tempo indeterminato di cittadini statunitensi, mentre una
sentenza della Corte Suprema nel caso Holder contro “Umanitaria Lao Project “ha
ampliato la dottrina del “sostegno materiale” per criminalizzare anche il
coinvolgimento pacifico con gruppi inseriti nella lista nera.
Programmi
come “Countering Violent Extremism “(CVE) hanno trasformato scuole e moschee in
centri di sorveglianza, prendendo di mira le comunità musulmane, arabe e
dell’Asia meridionale.
Mentre
all’estero il governo degli Stati Uniti portava avanti una campagna di catture,
torture e detenzioni illegali a “Guantanamo Bai”, in patria stava impiegando la
legge contro le comunità “sospette”.
Il
processo alla “Holy Land Foundation” del 2008 ha introdotto per la prima volta
“prove segrete” in un tribunale penale statunitense, con un agente segreto
israeliano che ha affermato di aver “sentito l’odore di Hamas” negli imputati.
L’azione
penale intentata in Georgia contro i manifestanti di Coop City con l’accusa di
“terrorismo” ha preso direttamente spunto da questo schema, così come il
disegno di legge HB 2348 del Tennessee, che estende i poteri di polizia per
reprimere le proteste pacifiche.
Dopo
il 7 ottobre 2023, il governo degli Stati Uniti ha violato le proprie leggi per
partecipare direttamente al genocidio di Gaza, fornendo armi e intelligence a
Israele.
La repressione di massa e la distruzione che i
palestinesi hanno subito per mano dei coloni sostenuti dagli Stati Uniti sono
state trasferite sul suolo americano.
Il governo ha lanciato un attacco senza
precedenti alla libertà di parola e alla libertà accademica, reprimendo gli
studenti che protestavano contro il genocidio e incoraggiando ritorsioni contro
le voci filo-palestinesi.
Abbiamo
assistito alla revoca di incarichi accademici, alla sorveglianza dei
manifestanti e alla criminalizzazione del dissenso.
I
palestinesi e i loro alleati hanno subito un aumento quadruplo di molestie,
dossieraggi e attacchi online e perdita del lavoro; hanno anche dovuto
affrontare attacchi violenti e omicidi.
Tutto
questo non è iniziato sotto Trump, bensì sotto il suo predecessore
“democratico”, l’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ha anche
aumentato il budget dei dipartimenti di polizia di 13 miliardi di dollari e
ampliato i poteri dell’ICE.
Il modello è chiaro: le misure repressive
sviluppate per colpire le popolazioni straniere sono diventate strumenti per
reprimere ogni dissenso in patria.
Ciò
che sta accadendo a Los Angeles e in altre città non riguarda l’applicazione
della legge;
riguarda
una dimostrazione di potere, una dimostrazione che la ribellione verrà
affrontata con una forza schiacciante e repressiva.
Se
questo precedente regge, le truppe federali diventeranno la risposta standard a
qualsiasi resistenza.
Le
città le cui amministrazioni non si schiereranno dalla parte del presidente
affronteranno l’occupazione militare.
La protesta sarà ridefinita come ribellione.
Quando
le persone si riuniranno in piazza per chiedere giustizia, non affronteranno la
polizia, ma i soldati, ossia truppe che sono addestrate per la guerra, dove
possono sparare per uccidere.
Crisi della democrazia liberale statunitense e
scenari di autoritarismo.
Nel
1935 lo scrittore americano premio Nobel (1930) “Sinclair Lewis” scrisse e
pubblicò il romanzo distopico “Qui non può succedere” che si rivelò subito un
bestseller e una profezia incredibilmente accurata del nostro tempo.
Lewis
immagina una realtà alternativa in cui, alle elezioni presidenziali del 1936,
Franklin D. Roosevelt viene sconfitto dal senatore populista Berzelius «Buzz»
Windrip.
La sua vittoria segna una svolta nella storia
degli Stati Uniti, decretando la fine della democrazia e l’avvento del fascismo
oltreoceano.
Dopo aver promesso drastiche (per quanto
fumose e contraddittorie) riforme economiche e sociali nel segno di un ritorno
al patriottismo e ai valori della tradizione per conquistare il favore degli
elettori impoveriti a seguito della “Grande Crisi” del 1929 e preservare l’”American
Way of Life”, “Buzz Windrip” assume gradualmente il controllo del governo con
l’aiuto di una forza paramilitare senza scrupoli, dichiara la legge marziale e
instaura un regime che prende il controllo di stampa e università, neutralizza
il Congresso e abolisce la Corte Suprema.
Un regime che non garantisce più il Primo
Emendamento, il giusto processo, la libertà accademica e la disobbedienza
civile, e che in breve tempo crea campi di concentramento, usa la tortura e
l’omicidio dei rivali politici, e ricorda da vicino fascismo, nazismo e
stalinismo.
Le questioni sollevate da Lewis sulla libertà
e la giustizia rimangono perenni.
Egli
credeva che il dissenso – anche se in una versione eccentrica e antiquata – non
fosse slealtà, ma fosse il cuore dell’identità democratica americana alimentata
da uno “spirito libero, indagatore, critico”.
Il
nostro invito è di leggere questo brillante (benché terrificante) esperimento
distopico di” Lewis” perché riesce a far aprire gli occhi sul pericolo costante
rappresentato dal tramonto della democrazia statunitense e anche delle nostre
democrazie europee:
non un
fatto del passato, ma un rischio oggi più che mai attuale.
In un
discorso profondamente personale ed emozionante, il senatore “Alex Padilla” (il
primo figlio di immigrati messicani eletto dalla California al Senato federale)
ha raccontato di essere stato trattenuto, ammanettato e allontanato con la
forza da agenti dell’FBI mentre tentava di porre una domanda durante una
conferenza stampa tenuta dal segretario per la Sicurezza Interna”, Kristi Noem”,
a Los Angeles la scorsa settimana.
“È ora
di svegliarsi”, ha detto, indicando quanto gli è successo come un “campanello
d’allarme” per gli americani, un avvertimento su quanto velocemente le norme
democratiche possano svanire quando il dissenso viene messo a tacere e il
potere non viene controllato
. “Se
questo è ciò che l’amministrazione è disposta a fare a un senatore degli Stati
Uniti per aver avuto l’audacia di porre semplicemente una domanda”, ha detto “Padilla”,
“immaginate cosa farebbe a qualsiasi americano che osa parlare”.
Ha esortato gli americani a continuare a
protestare pacificamente contro l’amministrazione.
“Se
questa amministrazione ha così tanta paura di un solo senatore con una domanda…
immaginate cosa possono fare le voci di decine di milioni di americani che
protestano pacificamente”.
“Alexis
de Tocqueville”, un osservatore aristocratico francese ottocentesco di
orientamento conservatore che riteneva che in America ci fosse un eccesso di
democrazia, analizzando la società civile americana bianca del XIX secolo aveva
sostenuto che laddove i cittadini si impegnano in reti sovrapposte della
società civile – organizzazioni non governative, associazioni di volontari,
gruppi di interesse – tendono a sviluppare identità collettive che attraversano
le divisioni sociali, producendo tolleranza, senso civico, fiducia e
prevenzione dei conflitti.
Oggi,
con partiti politici di massa organizzati (con una base di classe o con una
ideologia), sindacati, gruppi di opinione e altre organizzazioni di
rappresentanza sociale fortemente indeboliti, spesso in decomposizione, se non
pressoché inesistenti, un’ulteriore frustrazione delle aspettative di
cambiamento o il verificarsi di una crisi economico-finanziaria generale (come
quella del 2008 e quella presente post-Covid) stanno avendo conseguenze molto
pesanti per il futuro dei sistemi democratici liberali.
Stanno
aprendo la strada a leader e movimenti – come Trump e il suo movimento Maga –
portatori delle forme più radicali di populismo autoritario che mirano a
sfidare le regole chiave e le norme del sistema democratico liberale stesso.
Le istituzioni da sole non bastano a frenare
degli autocrati eletti cinici e brutali se la democrazia viene ridotta al culto
e al dominio della maggioranza e del governo (ottenuto con qualsiasi mezzo)
senza che vi sia un adeguato riconoscimento della rappresentatività,
dell’uguaglianza di trattamento e del ruolo delle minoranze.
In
buona parte, la democrazia liberale funziona ed è stabile se i cittadini
adottano una cultura di moderazione e rispetto dei diritti degli altri di
pensare ciò che vogliono.
Soprattutto,
se tutti i principali attori politici di maggioranza e di minoranza sono
disposti a rispettare in buona fede e con integrità le regole e i princìpi di
base del gioco democratico, il sistema di pesi e contrappesi (dalla divisione
dei poteri ai meccanismi formali e informali di checks and balances), lo stato
di diritto, un’articolazione pluralistica dell’esercizio dell’autorità politica
per la maggior parte del tempo, senza cercare di portare le istituzioni
indipendenti (i tribunali, le forze armate, i media, la scuola, l’università,
le rappresentanze degli interessi, le organizzazioni della società civile)
sotto il loro diretto controllo e senza avere la pretesa di incarnare da soli
la volontà del popolo.
Le
costituzioni democratiche sono difese da norme (scritte e non scritte), ma
anche da istituzioni funzionanti, partiti politici e cittadini organizzati.
La
storia dei secoli XX e XXI ha ampiamente dimostrato che la democrazia
rappresentativa di stampo liberale, a differenza di quanto sostengono le élite
liberali, non è intrinsecamente un baluardo contro l’estrema destra e il
fascismo, anche perché, in molte occasioni, la stessa élite liberale ha
ritenuto possibile e persino preferibile schierarsi con le forze eversive ed
autoritarie in difesa dei propri interessi.
Senza la partecipazione democratica di
cittadini e partiti, senza diritti esigibili, senza responsabilità chiare, e
senza norme robuste, i controlli e gli equilibri costituzionali non servono da
baluardi della democrazia che diventa una simulazione, mentre le istituzioni
diventano armi politiche, impugnate con forza da coloro che le controllano
contro coloro che sono all’opposizione, trasformando gli avversari politici in
nemici e facendo degenerare la politica democratica in una guerra a tutto
campo. Le vicende della storia contemporanea dimostrano che soltanto società
costituite da solidi corpi sociali intermedi, vere autonomie locali e
funzionali, cittadini e opinioni pubbliche che si esprimono coscientemente
attraverso organizzazioni degli interessi, sindacati e partiti, possono dare
vita ad efficaci forme di autogoverno e controllo democratico, con politiche
economiche orientate da interessi comuni.
L’estrema
destra, come è già successo con il fascismo un secolo fa, prospera grazie a tre
principali fattori:
la normalizzazione delle sue idee
antidemocratiche alimentata dalle forze moderate conservatrici in rincorsa, dai
grandi mezzi di informazione e dai loro padroni;
la
disaffezione, lo scetticismo, la passivizzazione e l’apatia di un elettorato
sempre più bombardato da fake news e che si sente escluso, isolato socialmente,
represso, depresso e tradito perché ritiene che il sistema sia «truccato» e che
le elezioni ogni 4-5 anni siano un rituale svuotato (e per questo in larga
parte si astiene), con risultati manipolabili da successivi accordi politici;
l’abbandono delle politiche redistributive e di giustizia sociale della
socialdemocrazia, in favore di un’adesione ad un capitalismo neoliberista
sempre più cinico, vorace e spietato che precarizza condizioni di vita
individuali e relazioni sociali.
(Alessandro
Scassellati).
Accadde
oggi – 6 gennaio 2021: cinque anni fa l’assalto a Capitol Hill, la ferita
ancora aperta della democrazia americana.
Firstonline.info
– (6 Gennaio 2026) - Valentina Nubila -
Redazione – ci dice:
Cinque
anni dopo, il 6 gennaio resta un monito sulla fragilità delle istituzioni e
sull’importanza del trasferimento pacifico del potere, mentre Trump continua a
guidare la politica americana con una strategia basata su forza,
spettacolarizzazione e controllo globale.
Accadde
oggi – 6 gennaio 2021: cinque anni fa l’assalto a Capitol Hill, la ferita
ancora aperta della democrazia americana.
Cinque
anni fa, il 6 gennaio 2021, il Campidoglio degli Stati Uniti fu preso d’assalto
da una folla di sostenitori di Donald Trump.
Per la
prima volta nella storia recente americana, una sessione congiunta del
Congresso, convocata per certificare la vittoria di Joe Biden alle elezioni
presidenziali del 2020, veniva interrotta con la forza.
L’obiettivo
era chiaro, e straordinariamente grave, per una democrazia consolidata come
quella americana:
impedire a un presidente eletto di assumere
l’incarico.
Quel
giorno non lasciò solo una ferita profonda nelle istituzioni:
segnò l’inizio di una nuova era politica in
cui Trump, rifiutando di riconoscere la sconfitta, incoraggiava la violenza
contro il cuore del sistema democratico.
L’assalto
a Capitol Hill non fu una semplice manifestazione di rabbia:
fu la messa in scena di un modello di potere
fondato sulla negazione dei fatti, sull’impunità e sulla spettacolarizzazione
della violenza politica.
Capitol
Hill: elezioni sotto pandemia e delegittimazione del voto.
Le
elezioni del 2020 si svolsero in un contesto straordinario, segnato dalla
pandemia di Covid-19.
Per ridurre i rischi sanitari, molti Stati
ampliarono il voto anticipato e per corrispondenza, opzione scelta da milioni
di cittadini.
Trump
e il Partito Repubblicano temevano che queste modalità avvantaggiassero
soprattutto gli elettori democratici.
Nonostante
la maggior parte delle cause legali intentate da Trump e dai suoi alleati fosse
respinta o ritirata, il tycoon continuò a denunciare brogli elettorali, schede
contraffatte e software manipolati, senza fornire prove.
Un
copione già visto nel 2016.
Il giorno dopo le elezioni, il 4 novembre
2020, Trump si dichiarò vincitore e definì il conteggio delle schede per
corrispondenza una “frode contro il popolo americano”, consolidando un clima di
sospetto che avrebbe alimentato la radicalizzazione dei suoi sostenitori.
Dalla
contestazione alla radicalizzazione.
Nei
giorni successivi, alcuni repubblicani del Congresso contribuirono
indirettamente a legittimare queste accuse, evitando di riconoscere apertamente
la vittoria di Biden.
Le preoccupazioni sull’integrità del voto
furono poi utilizzate in diversi Stati per giustificare nuove leggi
sull’“integrità elettorale”, accusate di favorire la soppressione del voto.
In
questo contesto nacque il movimento “Stop the Steal”, creato su Facebook il 4
novembre 2020.
In
meno di 24 ore il gruppo raggiunse circa 320mila membri prima di essere chiuso
per disinformazione e incitamento alla violenza.
I
sostenitori migrarono su altre piattaforme, organizzando manifestazioni e
diffondendo teorie complottiste sempre più radicali.
Verso
il 6 gennaio e l’assalto al Campidoglio Usa.
Il 14
dicembre 2020 il Collegio Elettorale assegnò ufficialmente la vittoria a Biden,
con 306 voti contro 232.
Trump
e i suoi alleati concentrarono allora l’attenzione sull’ultimo passaggio
formale:
la
certificazione dei voti elettorali in Congresso, fissata per il 6 gennaio 2021.
Alcuni
consiglieri suggerirono erroneamente che il vicepresidente Mike Pence avesse
l’autorità di respingere i voti elettorali.
Trump iniziò a fare pressione pubblica su
Pence e invitò i suoi sostenitori a radunarsi a Washington, pubblicando il
celebre messaggio: “Be there, will be wild!”.
Durante
un comizio vicino alla Casa Bianca, Trump ribadì le accuse di elezioni rubate,
invitò “Pence” a bloccare la certificazione e incitò la folla a marciare verso
il Campidoglio, esortando a “combattere come l’inferno”.
Mentre
il Congresso era riunito, una folla, comprendente membri dei “Proud Boys”, “Oath
Keepers”, “Three Percenters” e sostenitori di “QAnon”, sfondò le barriere di
sicurezza.
Gli agenti di polizia furono sopraffatti e
aggrediti con armi improprie e spray chimici.
Poco
dopo le 14:00, i rivoltosi irruppero nell’edificio, vandalizzando uffici e
saccheggiando sale, cercando esponenti politici, in particolare il
vicepresidente Pence, evacuato in sicurezza.
Deputati
e senatori fuggirono o si nascosero; il Campidoglio fu sgomberato solo verso le
18:00.
La
maggior parte degli assalitori riuscì a fuggire senza arresti immediati. Durante la notte, il Congresso
riprese i lavori e certificò ufficialmente la vittoria di Biden.
Vittime,
processi e conseguenze: dalle incriminazioni alla grazia presidenziale.
Il 6
gennaio 2021 lasciò dietro di sé ferite materiali e simboliche:
circa 140 agenti furono feriti e i danni al
Campidoglio superarono 1,5 milioni di dollari.
Subito
dopo, la Camera mise in stato d’accusa Trump per incitamento all’insurrezione,
ma il Senato lo assolse poche settimane dopo.
Nei
cinque anni successivi, il Dipartimento di Giustizia condusse una delle
indagini più vaste della storia americana, incriminando circa 1.600
partecipanti, tra cui leader dei “Proud Boys” e degli “Oath Keepers” condannati
a pene severe.
Trump
stesso finì sotto indagine, ma nel 2024 due decisioni della Corte Suprema –
sull’immunità presidenziale e sulla limitazione dell’uso del reato di
ostruzione – indebolirono gran parte delle accuse e portarono alla revisione di
centinaia di capi d’imputazione.
Dopo
la vittoria elettorale del 2024, e con il suo insediamento a gennaio 2025,
Trump concesse una vasta grazia incondizionata alla maggior parte degli
imputati del 6 gennaio e commutò le pene dei leader estremisti, permettendo la
loro immediata scarcerazione pur mantenendo i reati nel casellario giudiziario.
All’inizio del 2026, quasi tutti i
procedimenti federali legati all’assalto sono stati chiusi, consolidando un
modello di impunità che ha lasciato un’impronta profonda sulla politica
americana e sulla percezione internazionale degli Stati Uniti.
L’opinione
pubblica resta divisa: alcuni considerano il 6 gennaio una protesta legittima,
altri un attacco senza precedenti alla democrazia, facendo di quella data un
monito sul valore della verità, delle istituzioni e del trasferimento pacifico
del potere.
Trump
il “pacifista”: dal Campidoglio alla politica estera.
L’assalto
al Campidoglio del 6 gennaio 2021 sembrava segnare il culmine più vergognoso
dell’era Trump, ma in realtà rappresentò l’inizio di una nuova fase della sua
leadership:
dopo
la vittoria nelle elezioni del 2024, il presidente Usa sembra sentirsi
legittimato a governare sfidando la Costituzione, ignorando la verità e usando
la forza contro chiunque osi contraddirlo – come dimostrano i tentativi di
minare l’indipendenza della Fed e i frequenti scontri con Jerome Powell -,
rivelando una versione di sé ancora più fuori legge rispetto al primo mandato.
Se
Capitol Hill rappresentava il punto più basso della democrazia americana, a
migliaia di chilometri di distanza Trump ha dimostrato che la stessa logica di
forza e impunità guida la sua politica estera.
Nel
primo anno del suo secondo mandato, pur auspicando un Nobel per la pace per i
suoi presunti sforzi a Gaza e in Ucraina, Trump ha guidato un numero record di
operazioni militari: attacchi aerei e navali in Iran (Operazione “Martello di
Mezzanotte”) contro impianti nucleari; ultimatum a Hamas e raid in Medio
Oriente in collaborazione con Israele;
pressione
coercitiva su Zelensky in Ucraina, minacciando il taglio degli aiuti se non
avesse accettato negoziati rapidi con Putin; escalation commerciale e militare
verso Cina e Taiwan.
Persino
la Groenlandia, territorio sovrano della Danimarca, è stata evocata come
obiettivo “strategico”.
E il
presidente non si è fermato: minacce sono arrivate anche verso Colombia, Cuba,
Messico e Iran.
Forza
e impunità: il modello di potere di Trump.
Pochi
giorni fa, il blitz in Venezuela ha confermato la strategia trumpiana:
dietro
la cattura di Maduro non c’era solo la lotta alla droga (che, diciamolo, era
più un pretesto), ma motivazioni geopolitiche ed economiche.
Il
Venezuela, ricchissimo di petrolio e coltan, è un nodo strategico dove Pechino
e Mosca avevano già piantato bandierine.
L’operazione
riafferma la supremazia americana, favorisce le compagnie statunitensi e,
ciliegina sulla torta, funziona anche come diversivo dai problemi interni:
dazi record, inflazione persistente,
catastrofi naturali costate centinaia di miliardi, crescenti tensioni sociali e
proposte di milizie armate statali, senza dimenticare l’affaire Epstein.
Tutto
questo si gioca anche in vista delle elezioni di metà mandato del 2026, con il
Partito Repubblicano a rischio se il malcontento interno dovesse superare la
retorica dei “successi” esteri.
In
fondo, c’è una logica tutta trumpiana:
usare
la forza e l’impunità per dominare, intimidire e plasmare il mondo secondo il
proprio ego.
Azioni
spettacolari e promesse grandiose si accompagnano a conseguenze globali
imprevedibili, spesso catastrofiche.
Parla
di pace, ma lascia dietro di sé conflitti e sangue;
promette
sicurezza, e invece alimenta tensioni internazionali.
Mentre
il mondo osserva, a volte tra lo sconcerto e l’incredulità, Trump costruisce la
sua eredità…
e
purtroppo qualcuno applaude.
(Valentina
Nubila).
Trump-Zelensky
a Davos: “La guerra deve finire”. Sui confini nessuna intesa, leader ucraino
attacca l’Ue: “Senza forza unitaria resta bersaglio.”
First.online.info
– (22 Gennaio 2026) - Matteo Lirosi – Redazione – cin dice:
Incontro
a porte chiuse tra Trump e Zelensky a Davos: nessuna intesa sui confini, occhi
su Mosca con gli inviati Usa da Putin. Dal palco il presidente ucraino attacca
l’Ue su difesa e asset russi e chiede garanzie di sicurezza immediate.
Domani negli Emirati possibile trilaterale con
Stati Uniti e Russia.
Trump-Zelensky
a Davos: “La guerra deve finire”. Sui confini nessuna intesa, leader ucraino
attacca l’Ue: “Senza forza unitaria resta bersaglio.”
Si è
concluso, a margine del “World Economic Forum” di Davos, l’incontro a porte
chiuse tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente ucraino
Volodymyr Zelensky.
Un
faccia a faccia durato circa un’ora, definito “buono” dallo stesso Trump, ma
che lascia sul tavolo più interrogativi che certezze.
Da
Kiev, l’ufficio presidenziale ucraino ha parlato di un incontro “positivo”,
segnalando un clima costruttivo ma privo, per ora, di risultati concreti.
All’uscita
dal bilaterale, il presidente americano ha scelto una linea comunicativa
essenziale e martellante.
“La guerra deve finire”, ha ripetuto
più volte ai giornalisti, insistendo sul costo umano del conflitto. Secondo Trump, solo nell’ultimo
mese sarebbero morte 30.000 persone, “per lo più soldati”.
Un dato evocato per rafforzare la pressione
politica, senza però essere accompagnato da annunci operativi o da una vera “road
map” negoziale.
Trump
ha chiarito anche cosa non è stato discusso:
il
tema dei confini ucraini.
Un
passaggio tutt’altro che secondario, perché segnala che il dossier territoriale
– il più sensibile e divisivo – resta fuori dal confronto diretto tra
Washington e Kiev.
Alla domanda se esista già un accordo con
Zelensky, il presidente statunitense ha evitato di rispondere.
Zelensky:
“Servono garanzie sicurezza”, attacco all’Ue e appello agli Usa.
Subito
dopo l’incontro con Trump, Zelensky è salito sul palco del Forum di Davos per
chiarire la posizione di Kiev.
Il messaggio è stato diretto e privo di sfumature:
“Servono subito reali garanzie di sicurezza“, perché senza impegni concreti, ha
spiegato, non è possibile portare a termine la guerra con la Russia.
Il
presidente ucraino ha ribadito che l’Ucraina “lavora ogni giorno per la fine
della guerra”, ma ha sottolineato che la pace non può essere un processo
unilaterale.
“La
Russia deve essere pronta a porre fine alla guerra contro di noi”, ha
affermato, aggiungendo che la pressione internazionale deve restare “molto
forte”.
Un
riferimento ai partner occidentali, spesso definiti ottimisti ma, secondo
Zelensky, ancora esitanti nel trasformare le parole in decisioni concrete.
“Tutti
parlano positivamente, ma c’è sempre un ‘ma’”, ha osservato.
Nel
suo intervento, Zelensky ha indicato negli Stati Uniti un attore
imprescindibile, “senza il coinvolgimento degli Usa è impossibile parlare di garanzie di
sicurezza per l’Ucraina” spiegando che il lavoro diplomatico con i partner è in
corso ma che serve una “luce verde” da Washington per renderlo realmente
efficace.
Accanto
all’appello agli Stati Uniti, il presidente ucraino ha allargato il discorso
all’Europa, chiamata a un salto di qualità sul piano della difesa.
L’Unione
Europea, secondo il presidente ucraino “deve imparare a difendere sé stessa” e
dotarsi di una difesa realmente unitaria ed efficace.
Zelensky
ha espresso sconcerto per il fatto che sia stato necessario l’intervento
americano per convincere i Paesi europei della Nato ad aumentare la spesa
militare fino al 5% del Pil, definito “il minimo per difendersi”.
Senza
diventare una vera “forza globale”, ha avvertito, l’Europa resterà
inevitabilmente un bersaglio.
“Non dovremmo accettare che l’Europa sia solo
un’insalata di piccole e medie potenze condita con i nemici dell’Europa –
sostiene –
Quando
siamo uniti siamo davvero invincibili e l’Europa può e deve essere una forza
globale, non una forza che reagisce tardivamente, ma una forza che definisce il
futuro”.
Dal
podio di Davos non sono mancate parole dure anche sul piano politico e
simbolico.
“Maduro
è a processo, ma Putin ancora no”, ha dichiarato Zelensky, denunciando quella
che considera una disparità di trattamento sul fronte della giustizia
internazionale.
Il
presidente ucraino ha poi criticato l’Unione Europea sul dossier degli asset
russi congelati, sostenendo che Mosca stia ottenendo risultati proprio su quel
terreno.
Secondo Zelensky, l’Ue ha deciso di congelare
i beni russi a tempo indeterminato, ma quando si è trattato di utilizzarli a
favore dell’Ucraina “la decisione è stata bloccata”.
Lo
stesso vale, ha aggiunto, per l’istituzione di un tribunale sui crimini di
guerra russi.
La
domanda lasciata aperta dal leader di Kiev è quindi se “manca il tempo o manca
la volontà?”
Trump
con lo sguardo rivolto a Mosca.
Se a
Davos non si è parlato di confini, il vero destinatario del messaggio di Trump
sembra essere stato il Cremlino.
“Vediamo cosa succede in Russia”, ha
dichiarato lasciando il centro congressi svizzero prima di rientrare a
Washington.
Il presidente Usa ha chiamato in causa
direttamente Vladimir Putin, ribadendo che la fine della guerra dipende anche,
e soprattutto, da una decisione russa.
Da
Mosca è poi arrivata la conferma che l’inviato speciale della Casa Bianca “Steve
Witkoff” e “Jared Kushner,” genero e uomo di fiducia di Trump, incontreranno
Putin in serata.
Un
passaggio che sposta il baricentro dei negoziati direttamente nella capitale
russa.
Ottimismo
americano, silenzio del Cremlino
“Witkoff”
si è detto ottimista, sostenendo che i colloqui tra Ucraina e Russia si
sarebbero “ridotti a una sola questione”, dunque potenzialmente risolvibile.
Una
lettura che il Cremlino ha scelto di non commentare.
Il portavoce “Dmitry Peskov” ha invitato alla
prudenza, evitando valutazioni sullo stato delle trattative alla vigilia
dell’incontro con la delegazione americana.
Mosca,
intanto, ha rilanciato la propria disponibilità a versare un miliardo di
dollari per il cosiddetto “Board of Peace” firmato oggi a Davos, ma ha posto
una condizione chiara:
il contributo sarà possibile solo a fronte
dello sblocco degli asset russi congelati negli Stati Uniti.
Una
posizione già anticipata nelle ore precedenti da Vladimir Putin, che il
Cremlino ha ribadito formalmente, legando il trasferimento delle risorse
richieste dalla Casa Bianca a un gesto concreto da parte di Washington.
Negli
Emirati primo trilaterale Usa-Russia-Ucraina.
Al
termine del suo intervento a Davos, Zelensky ha annunciato “il primo incontro
trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Ucraina“. L’incontro dovrebbe svolgersi
tra domani e dopodomani negli Emirati Arabi Uniti, nella capitale Abu Dhabi.
“Spero che gli Emirati ne siano a conoscenza.
Sì, a volte riceviamo delle sorprese da parte
americana”, ha detto Zelensky, secondo quanto riportato da “Sky News”.
Secondo
“Axios”, al tavolo trilaterale dovrebbero partecipare, per gli Stati Uniti, gli
inviati “Steve Witkoff” e “Jared Kushner”, per l’Ucraina il capo dell’ufficio
presidenziale “Kyrylo Budanov”, il segretario del Consiglio per la sicurezza “Rustem
Umerov” e il diplomatico di lungo corso “Sergiy Kyslytsya”.
Per la
Russia sarebbero invece previsti il negoziatore del Cremlino “Kirill Dmitriev”
e il capo dell’intelligence militare.
(Matteo Lirosi).
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