L’egemonia culturale di sinistra non è un primato, ma è una favola.
L’egemonia
culturale di sinistra non è un primato, ma è una favola.
Come e
Perché Tutto Ebbe Inizio…
Conoscenzealconfine.it
– (1° Gennaio 2026) - Lamberto Rimondini
– ci dice:
Da
quando l’Italia è una colonia succube della élite finanziaria anglo franco
statunitense?
Come è
potuto accadere che l’Italia, quarta potenza economica del Pianeta davanti a
Gran Bretagna e Francia nel 1991, sia caduta così in basso?
Per
comprendere le ragioni di tutto ciò dobbiamo necessariamente andare indietro
nel tempo fino a quella che ho definito “la genesi del male”.
La
posizione geografica dell’Italia è unica e strategica nel mondo perché si trova
nel centro del Mediterraneo che è considerato un mare “buono”, una via naturale
di comunicazione (e di confine) tra:
nord Europa, est Europa quindi Russia, Africa,
Medioriente quindi Asia ed Estremo Oriente (tramite il canale di Suez).
Per
questa ragione, tutta geografica e geopolitica, la storia d’Italia è densa di
eventi.
Osservando
solo gli ultimi duecento anni possiamo affermare che il Popolo italiano è stato
forgiato da numerosi accadimenti nefasti ma, tra tutti, il peggiore è la
ridotta libertà d’informazione perché produce effetti devastanti in quanto
depista l’opinione pubblica, la allontana dalla realtà e la indirizza verso
questioni irrilevanti al fine di proteggere gli intrighi del potere (che agisce
così nell’ombra e senza controllo).
Il rapporto 2022 sulla libertà di stampa di
“Reporter sans Frontier” colloca l’Italia al 58° posto nel mondo.
La
qualità dell’informazione è cruciale perché determina la differenza tra essere
informati ed essere manipolati.
Possiamo
affermare che se i media ci propinano da decenni informazioni mendaci le nostre
opinioni sono, conseguentemente, distorte.
“Cui prodest” (a chi conviene) è la domanda
che ci dobbiamo porre se vogliamo capire chi potrebbe essere il mandante ovvero
chi trae vantaggio dal fatto accaduto.
Per il
vero potere, ovvero per la élite finanziaria, è sostanziale mantenere lo
scontro sociale sul piano orizzontale (capitalisti-proletari,
fascisti-comunisti…) impedendo con ogni mezzo quello verticale (popolo-élite)
perché, una rivoluzione in tale senso, lo distruggerebbe.
Qui in
Italia, tra il 1800 ed il 1850, i Patrioti hanno il fine di unire la Penisola.
Allo
stesso tempo, le banche Rothschild di Londra e Parigi, che sostengono
economicamente il commercio con l’estremo Oriente, comprendono che continuare a
circumnavigare l’Africa per arrivare in India e Cina è costosissimo.
Per risolvere il problema finanziano lo scavo
del Canale di Suez con l’obiettivo di dimezzare tempi e costi, raddoppiando i
guadagni, ma hanno un enorme problema da risolvere.
Se i Patrioti italiani unissero l’Italia essa
sarebbe socialmente coesa, ricca e potente nel centro del Mediterraneo e
metterebbe a rischio l’investimento del Canale di Suez, la nuova via del
commercio, perché potrebbe prenderne il controllo.
Per
queste ragioni la élite finanziaria anglo francese decide di eterodirigere
l’unità d’Italia eliminando il vertice del movimento patriottico Italiano
sostituendolo con soggetti a lei connessi.
Londra
ha anche un obiettivo specifico:
distruggere
il Regno delle Due Sicilie che è ricco e prospero ed è il primo concorrente
commerciale della Gran Bretagna.
Napoli,
infatti, oltre ad avere una flotta mercantile in grado di raggiungere l’estremo
Oriente, ha rapporti con la Russia, ha una industria prospera e nelle sue casse
vi è più oro di quanto ve ne sia in tutta l’Italia, Stato Pontificio compreso
(oro che finirà principalmente a Londra e Parigi).
La
farsa della spedizione di Garibaldi, con i suoi mille che annienta un esercito
addestrato composto da circa 140.000 effettivi e dotato di artiglieria pesante,
funge da ombrello retorico finalizzato a coprire una orrenda realtà.
Garibaldi,
infatti, finanziato dalla élite anglo francese, parte da Quarto con circa 1.500
uomini a cui si aggiungono circa 50.000 uomini durante lo sbarco a Marsala (già
base commerciale inglese da circa cento anni). Quello attuato non è quindi un
risorgimento patriottico, come vorrebbero Stato Pontificio e massoneria
italiana tra il 1802 ed il 1855 (e come ci hanno sempre fatto studiare a
scuola), ma una vera e propria guerra di aggressione contro uno Stato sovrano
(il Regno di Napoli) fatta sotto falsa bandiera (da Garibaldi) pianificata da
Londra e Parigi.
Dopo
Garibaldi arrivano i Savoia che usano l’esercito per piegare la popolazione
civile del Sud Italia:
azioni così violente da convincere alcuni
giovani ufficiali a non eseguire gli ordini e ad essere, per questo, fucilati o
impiccati insieme ai civili meridionali.
Per circa dieci anni le scuole sono chiuse
(1860-1870).
Dei
circa 40.000 soldati borbonici che non vogliono giurare al nuovo Re Vittorio
Emanuele II si perdono le tracce nel carcere di Fenestrelle. Buona parte
dell’apparato produttivo del Sud è trasferito a Torino, Genova e Milano.
Viene
introdotta la legge marziale e circa 260.000 civili (uomini, donne e bambini)
sono deportati nei campi di lavoro nel nord della Toscana.
Riflettiamo.
Ci fanno festeggiare l’unità d’Italia a
partire dal 17 marzo 1861 ma per giungere all’unità territoriale nazionale
dobbiamo attendere ancora: Veneto e Friuli (1866); Lazio (1870); Roma capitale
(1871) e Trentino Alto Adige (1920).
Perché allora ci fanno festeggiare da quella
data?
Semplice,
perché quella stessa élite che vuole e finanzia la costruzione del Canale di
Suez, che eterodirige il nostro risorgimento taroccandolo deve necessariamente
scongiurare il rischio che i veri Patrioti italiani si riorganizzino e,
pertanto, decide di stabilizzare politicamente l’Italia, in tutta fretta, sotto
i Savoia (mettendo così in sicurezza l’investimento della nuova rotta
navigabile di Suez).
Questa élite finanziaria, ha propri uomini
infiltrati nelle Istituzioni del Regno Sabaudo dal 1858 (patti segreti di
Plombières) e, da allora, non è cambiato nulla perché, in modo strisciante, ci
eterodirigono sempre loro.
Chi ha
fatto assassinare Umberto I?
Chi ha
finanziato il fascismo?
Chi ha
assassinato Mussolini?
Chi ha
finanziato la resistenza?
Chi ha
assassinato Enrico Mattei?
Chi ha
assassinato Aldo Moro?
Chi ha
voluto la separazione Banca d’Italia/Ministero del Tesoro nel 1981?
Chi ha
fatto cadere la prima repubblica con “mani pulite”?
(Articolo
di Lamberto Rimondini).
(lambertorimondini.it/la-genesi-del-male/).
Anno
2026!
Conoscenzealconfine.it
– (2 Gennaio 2026) – Redazione - HEREANDNOWG4ME0V3R – ci dice:
Eccoci
qui, all’alba di un nuovo anno. Ma non un anno qualunque. Il 2026!
Guardiamoci
intorno: il mondo sta cambiando. Non con piccoli aggiustamenti, non con timide
riforme. Sta cambiando nelle fondamenta. Siamo testimoni di una trasformazione
epocale, paragonabile solo ai grandi punti di svolta della storia umana. I
vecchi equilibri si sgretolano, le certezze di ieri diventano polvere di fronte
alla Storia che avanza con passo inarrestabile.
Il
mondo multipolare non è più una teoria, non è più un’ipotesi da salotto. È qui.
È realtà. È presente, attivo, pulsante.
Nuovi poli di potere emergono, nuove alleanze
si formano, nuove prospettive si aprono.
L’egemonia del pensiero unico vacilla, e con
essa vacillano tutti coloro che su quel pensiero unico hanno costruito imperi
di menzogne.
Il mondo unipolare — quella parentesi storica
in cui un solo polo pretendeva di dettare legge all’umanità intera — è giunto
al capolinea. Dalle sue ceneri sta emergendo una nuova “Pax Multipolaris”: un
ordine fondato sulla sovranità delle nazioni, sull’equilibrio tra potenze e sul
rispetto delle identità dei popoli.
Pensiamo
all’Ucraina. Quella guerra è già finita, ci sono vinti e vincitori. E loro lo
sanno.
Il
deep state, arroccato in Europa nelle sue fortezze di potere, combatte con
l’energia della disperazione.
Perché?
Perché sa.
Sa che quando quella partita si chiuderà, sarà
finita.
Definitivamente.
Il
loro castello di carte crollerà, e con esso crolleranno decenni di
manipolazioni, di false narrative, di guerre infinite alimentate per interessi
che nulla hanno a che fare con la libertà dei popoli.
L’Unione
Europea e la NATO — strumenti operativi dell’agenda globalista — hanno esaurito
la loro funzione storica.
Ciò
che un tempo veniva presentato come “cooperazione” e “sicurezza collettiva” si
è rivelato essere tutt’altro.
La
NATO non è mai stata un’alleanza difensiva, bensì una macchina guerrafondaia
votata alla provocazione sistematica, concepita con un unico, ossessivo
obiettivo — circondare, destabilizzare ed infine distruggere Madre Russia.
L’Alleanza
Atlantica, sancita la definitiva debacle in Ucraina ed incassata l’ennesima
umiliazione geopolitica, non avrà più ragione di esistere — reliquia bellicista
di un’epoca tramontata.
L’Unione
Europea, dal canto suo, ha gettato la maschera da tempo:
una “istituzione” profondamente corrotta,
manovrata direttamente dai globalisti nel cuore del continente.
I suoi
scopi reali non hanno nulla a che vedere con il benessere dei popoli europei.
Quelli
reali sono il controllo capillare e totalizzante della popolazione,
l’impoverimento sistematico, la de-industrializzazione spietata (tramite il
Finto Green) e la distruzione inesorabile del tessuto produttivo dei paesi
membri.
L’obiettivo finale?
Ridurre
i cittadini europei a servi obbedienti, privati di sovranità, identità e
proprietà.
Non
un’unione di popoli, ma un recinto di sudditi.
Ed
eccoci al 2026.
Quest’anno
che inizia non sarà un anno tranquillo. No.
Sarà
frizzante, elettrizzante, esplosivo.
I colpi di scena giudiziari sono alle porte.
Le verità nascoste emergeranno come fiumi in
piena.
E sì,
anche il nostro Paese, la nostra amata Italia, potrebbe finalmente iniziare a
vedere quei cambiamenti che attendiamo da troppo tempo.
La
giustizia ha i suoi tempi, ma quando arriva, arriva come uno tsunami.
Auguri
per un 2026 straordinario!
Un
anno di ricchezza – non solo materiale, ma ricchezza di spirito, di
consapevolezza, di Verità!
Un anno di prosperità – per le vostre
famiglie, per i vostri progetti, per i vostri sogni più audaci!
Un
anno fantastico, perché vi meritate di vivere in un mondo migliore, più equo,
più Libero!
Un
mondo dove la sovranità dei popoli non sia una concessione ma un diritto
inalienabile.
Dove la Verità non venga più calpestata dalla
propaganda.
Dove i
vostri figli possano crescere liberi, padroni del proprio destino, eredi di una
civiltà che ha ritrovato sé stessa.
(t.me/HEREANDNOWG4ME0V3R).
La
destra ha imparato la lezione di
Gramsci
sull’egemonia culturale
e la
sta applicando.
Radiocittàfujiko.it
- Alessandro Canella – (22/01/2025) – Redazione – ci dice:
Dalla
sindrome vittimistica di Calimero all’applicazione della lezione di Antonio
Gramsci sull’egemonia culturale.
È
questo lo scatto che sembra aver compiuto la destra italiana, in particolare
quella radicale, nell’era Meloni.
Un
excursus su questa evoluzione del pensiero di destra viene fotografata da un
articolo del giornalista “Giorgio Ghiglione” intitolato “Perché a Giorgia
Meloni piace Antonio Gramsci“, pubblicato da “Foreign Policy” e tradotto
sull’ultimo numero di “Internazionale”.
Gramsci
e l’egemonia culturale: una lezione che la destra italiana sta applicando.
In
realtà l’ossessione della destra per il concetto gramsciano di egemonia
culturale non è nuova, ma risale agli anni ’70.
A formularlo è il più importante pensatore
della destra europea e forse mondiale contemporanea, “Alain de Benoist”, che
disse come fosse necessario riprendere proprio la lezione di Gramsci
sull’egemonia culturale.
«Ovviamente
la destra non è comunista, non le piace il pensiero marxiano di Gramsci –
spiega ai nostri microfoni Ghiglione – è un pensiero gramsciano di egemonia
culturale ripulito quello che utilizzano».
Poiché
Meloni in Italia è la prima esponente dell’estrema destra a prendere il potere,
ecco che si è presentata la prima occasione per tentare di imporre il proprio
pensiero attraverso l’occupazione di tutti i luoghi della cultura attraverso
propri fedelissimi, in particolare ex esponenti dell’MSI o di formazioni
analoghe.
A
rispondere a queste caratteristiche era l’ex ministro della Cultura “Gennaro
Sangiuliano”, ma lo è anche l’attuale, “Alessandro Giuli”, che non a caso in
precedenza fu nominato dal governo Meloni come presidente della “Fondazione
Maxxi”.
Emblematico
anche l’ultimo libro di Giuli, intitolato appunto “Gramsci è vivo. Sillabario
per un’egemonia contemporanea”.
Il
giornalista però pone l’accento su un elemento che avrebbe potuto ostacolare la
corsa dell’estrema destra verso l’egemonia culturale: l’assoluta carenza di
pensatori presentabili.
È per
questa ragione che, in Italia, la destra compie azioni di adattamento o vere e
proprio appropriazioni di pensatori e personaggi della cultura che in realtà
non hanno nulla a che spartire con il suo pensiero.
Di qui
le dichiarazioni di Sangiuliano su “Dante di destra”, le mostre su Tolkien e il
travisamento in chiave ariana dei popoli de “Il Signore degli Anelli” o,
ancora, la festa di Fratelli D’Italia, intitolata “Atreju”, come il
protagonista di un altro romanzo fantasy, “La storia infinita”, il cui autore
non apparteneva alla destra.
Ma
l’egemonia culturale che la destra sta costruendo in Italia (e non solo) è
possibile a causa di un arretramento dell’egemonia culturale di sinistra?
Su
questo “Ghiglione” chiarisce un equivoco:
«La
famosa egemonia culturale di sinistra è largamente mitizzata – osserva il
giornalista – Ci sono scrittori, registi, attori e editori di sinistra, ma il
potere della Democrazia Cristiana aveva un peso enorme e un controllo politico
enorme».
Più
che parlare di arretramento dell’egemonia di sinistra, quindi, per Ghiglione
l’elemento dirimente è rappresentato dalla novità:
«Mentre
la cultura di sinistra è inserita in un mondo presentabile e mainstream, la
destra finora non c’era mai stata e cerca di entrarci, prendendo personaggi che
non sono suoi e adattandoli alla bisogna».
L’agognata
tribuna della «egemonia culturale».
Lasinistraquotidiana.it - (MARCO BASCETTA - il
manifesto.it) -
ByadminPublished – (22 Ottobre 2024) – Redazione – ci dice:
Il
palco della Buchmesse di Francoforte ben si presta a esibizioni retoriche e
autocelebrazioni e, finalmente, la destra italiana al governo del paese ospite
di quest’anno si è potuta godere l’agognata tribuna.
E
forse placare così quella vera e propria ossessione che da anni l’assilla:
strappare alla sinistra l’«egemonia culturale» che da tempo immemorabile la
eserciterebbe, costringendo il pensiero, i valori e le espressioni della destra
in una condizione di indigente marginalità.
Tanto
forte è stata questa ossessione da sospingere gli esponenti della destra
politica piazzati in un modo o nell’altro al vertice delle istituzioni
culturali a prodursi in un faticoso latinorum o in inutili sproloqui e
strampalate genealogie a sostegno delle proprie convinzioni, per dimostrare una
levatura intellettuale che, del resto, nessuno aveva loro richiesto.
Fatica
inutile e frutto di un paradosso che sarebbe piuttosto evidente se solo si
volesse vedere che quell’«egemonia culturale» cui confusamente ci si riferisce
nel dibattito pubblico significa poco più che una questione di poltrone e
poteri amministrativi. Se guardiamo invece alle cose che contano, quelle che
incidono sui caratteri di una società, se ci riferiamo a ciò che il linguaggio
dotto chiamava una «temperie», scopriremmo che la destra, e non solo quella
italiana, detiene l’egemonia culturale da più di un quarantennio e che la
sinistra, convinta del suo primato intellettuale, versa da altrettanto tempo in
una condizione di beata e inconsapevole subalternità.
Per
quanto riguarda l’Italia, almeno da quando un amore ha cominciato a chiamarsi
«investimento affettivo» e il patrimonio storico-artistico del paese un
«giacimento culturale» da cui estrarre barili di turistica valuta pregiata.
All’avanzare di questa egemonia che potremmo
azzardarci a definire più che culturale «antropologica» la sinistra non fu in
grado di opporre nulla, come un topo ipnotizzato dal serpente.
Ma i suoi esponenti più radicali e avveduti le
seppero dare almeno un nome: “controrivoluzione neo-liberale”.
Non si
trattava solo di una dottrina economica, sia pure dogmatica e totalizzante, ma,
come la battezzarono in seguito i marxisti “Dardot” e “Lavalle”, di «una nuova
ragione del mondo».
Di una filosofia, di una rilettura della
storia, di una visione dell’ordine sociale e delle sue linee di sviluppo che
invadeva accademie e università, centri di ricerca e istituzioni culturali,
reclutando in quantità i suoi teorici e i suoi divulgatori.
Gerarchia,
diseguaglianza, competitività, individualismo proprietario si imponevano come
principi dominanti e valori positivi, modelli cui conformare comportamenti
individuali e collettivi.
Se
«egemonia culturale» significa qualcosa, allora è di questo che si tratta.
Ma
mentre la destra più ideologica restava ottusamente inconsapevole della
posizione di vantaggio acquisita, la sinistra si illudeva che una pattuglia
discretamente folta di intellettuali capaci di analisi critiche, di scrittura
efficace e di firmare appelli, ma ormai estranei a qualsiasi dimensione di
conflittualità sociale, fosse sufficiente a garantirle un primato nel mondo
dello spirito oltre che in quello della politica, per non parlare della
superiorità morale.
E
ancora oggi, quarant’anni dopo la sua débâcle culturale, si accontenta di
deridere sgrammaticature e narcisismi intellettuali dei nuovi burocrati della
destra invece di preoccuparsi della ruggine che corrode i suoi strumenti
analitici.
Se vi
è un terreno sul quale misurare con precisione la resa incondizionata del
pensiero di sinistra, o meglio la rotta di collisione imboccata contro ogni
aspirazione di libertà e autogoverno della cultura, questo è quello della
scuola e dell’università.
Se
oggi la pubblica istruzione dominata dalla retorica truffaldina del «merito»
subisce un governo da secondini, lo dobbiamo a un lungo percorso di ottuso
«utilitarismo» intrapreso dalla sinistra molti anni fa.
Con il
pretesto di «avvicinare la scuola alla società» e di vincolare lo studio al
lavoro, preludio della famigerata alternanza, si è prodotto un soffocante
conformismo e cancellata qualunque eccedenza (e dunque qualità innovativa)
rispetto alla presunta domanda del sistema produttivo.
Il «liceo del made in Italy», morto di inedia
prima di nascere, è l’ultimo mostriciattolo di una genealogia produttivista e
nazional-celebrativa, nata con la «Milano da bere», ma poi apprezzata e
praticata anche da più recenti centrosinistra.
A
tutto questo gli epigoni leghisti non hanno dovuto che aggiungere un tocco di
ferocia disciplinare in stile nordcoreano.
L’egemonia
culturale e l’idiozia meritocratica se le sono trovate già apparecchiate e
senza fatica alcuna.
La
distruzione dell’Università pubblica come luogo in cui potesse svilupparsi
pensiero critico e un lavoro intellettuale libero da precetti ministeriali e
interessi privati è stato un altro capolavoro dell’egemonia culturale della
sinistra messo a battesimo dagli Zecchino e dai Berlinguer.
Non vi
è stato in seguito nessun ministro dell’Università e della ricerca che non si
sentisse in obbligo di lasciare il proprio segno «razionalizzatore» sulla
strada che, riducendo tutto a un calcolo costi-benefici e all’invocazione del
ruolo salvifico delle aziende private, ha condotto al discount del tre più due,
alla triste contabilità dei crediti e dei debiti e alla proliferazione delle
aziende universitarie, telematiche e non.
Tuttavia,
alla destra resta un problema che le impedisce di riconoscere l’egemonia di cui
quotidianamente si avvale.
Se nella sostanza si identifica con la pratica
neoliberale e con i suoi strumenti di governance e, ad ogni buon conto non
potrebbe fare altro che adeguarvisi, d’altro canto il proprio profilo
ideologico le appare troppo sfocato.
Ha
bisogno, insomma, di condire la pietanza neoliberale che ha nutrito anche parte
della sinistra, con valori propri immediatamente riconoscibili.
Ed
ecco che per distinguersi è costretta a strafare.
È qui
che la storia e la cultura vengono tirate per i capelli con risultati
grotteschi e la recita in camicia nera produce qualche brivido nel pubblico
benpensante.
È qui che un’aggiunta di durezza e di
cattiveria decisionista si rende necessaria così come l’immancabile giro di
vite sui diritti civili e gli spazi di libertà.
La
sinistra insorge e si indigna, ma meglio farebbe a interrogarsi su come, a
tutto questo, ha contribuito a spianare la strada.
(MARCO
BASCETTA - il manifesto.it).
Venezuela,
Meloni “l’azione militare non è la strada da percorrere, ma l’intervento
difensivo Usa è legittimo.”
Ilfattoquotidiano.it
– (3 gennaio 2026) - Redazione Politica – ci dice:
La
nota di Palazzo Chigi: l’Italia ha sempre condannato "gli atti di
repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale
l’Italia non ha mai riconosciuto."
Venezuela,
Meloni “l’azione militare non è la strada da percorrere, ma l’intervento
difensivo Usa è legittimo.”
Le
cancellerie del mondo si dividono sull’azione militare degli Usa in Venezuela,
che ha portato all’arresto del presidente Nicolás Maduro, subito trasferito
negli Stati Uniti per essere processato con l’accusa di narco-terrorismo.
Quanto
al governo italiano, è uscita nel pomeriggio una nota di Palazzo Chigi per dire
che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha seguito gli sviluppi “fin
dalle loro primissime evoluzioni”.
E
chiarire che “l’Italia ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano
a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di
repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale
l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai
riconosciuto”.
Rispetto
al modo scelto da Donald Trump, la nota prosegue con un distinguo:
“Coerentemente
con la storica posizione dell’Italia, il Governo reputa che l’azione militare
esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari,
ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro
attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che
alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
Infine, la nota precisa che “in raccordo con
il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio
Tajani, il Presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la
situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce
la priorità assoluta del Governo”.
Intanto il Presidente della Camera, Lorenzo
Fontana, è in contatto col governo per sondare la possibilità di un’informativa
alla Camera, già richiesta dai parlamentari di entrambi gli schieramenti.
Sul
fronte delle opposizioni, la segretaria del Pd “Elly Schlein” ha convocato una “call”
di segreteria sui “gravi sviluppi internazionali visto l’attacco militare Usa
in Venezuela”, ha fatto sapere il Partito democratico.
“Maduro
è stato un assai duro padre-padrone per il suo Paese.
Trump, come Putin, vuole esserlo per un mondo
da spartire di nuovo in blocchi. Orribile e inaccettabile”, ha dichiarato Marco
Tarquinio, eurodeputato S&D eletto nel Pd.
“L’aggressione americana al Venezuela non ha
nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto
internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato
militarmente”, ha scritto su Facebook il presidente del M5S, Giuseppe Conte,
chiedendo al governo di condannare gli attacchi.
“Spero che l’intera comunità internazionale si
faccia sentire e che tutti comprendano che se le regole valgono solo per i
nemici e non per gli amici, nessuno potrà sentirsi più al sicuro.
Né può
valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura
illiberale del suo governo.
Per
noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto”.
Per
lunedì 5 gennaio le organizzazioni “Stop Rearm Europe Italia”, ANPI Roma, Cgil
Roma e Lazio, Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete #No Bavaglio
e Sbilanciamoci hanno annunciato una mobilitazione a Roma contro la guerra e il
riarmo e in solidarietà con il popolo venezuelano.
Il presidio è convocato alle 17.30 in piazza
Barberini.
Nel comunicato le associazioni condannano
l’attacco militare statunitense e il rapimento del presidente Maduro e dei suoi
familiari, definiti una grave violazione del diritto internazionale e della
sovranità dei popoli.
Viene
chiesto l’intervento dell’Onu e una presa di posizione del governo italiano e
dell’Unione europea per il cessate il fuoco e l’invio di aiuti alla popolazione
civile.
Tensione
Usa-Venezuela, Maduro:
attacco "militare" segnerebbe
"la
fine politica" di Trump.
Tg24.sky.it
- Ansa – Mondo – (18 nov. 2025) - Redazione – ci dice:
Il
capo della Casa Bianca ha aperto alla possibilità di parlare con il suo
omologo, ma ha ribadito che nessuna opzione è esclusa riguardo a un possibile
intervento in territorio venezuelano.
Dall’altra parte, Maduro si è detto disposto a
parlare "faccia a faccia" con il tycoon ma ha aggiunto che un attacco
"militare" al Paese da parte degli Stati Uniti segnerebbe "la
fine politica" del tycoon.
Continuano
le tensioni tra Usa e Venezuela.
Il presidente americano Donald Trump, dopo
aver lasciato intendere di valutare un'escalation nella lotta alle “navi della
droga” nel Mar dei Caraibi, ha aperto alla possibilità di parlare con il suo
omologo Nicolás Maduro.
Ma ha
ribadito che nessuna opzione è esclusa riguardo a un possibile intervento in
territorio venezuelano.
Dall’altra
parte, Maduro si è detto disposto a un "faccia a faccia" con il
tycoon ma ha aggiunto che un attacco "militare" al Venezuela da parte
degli Stati Uniti segnerebbe "la fine politica" di Trump.
Maduro:
“Fine politica” di Trump in caso di attacco.
La
dichiarazione del presidente del Venezuela su Trump e sulla sua “fine politica”
in caso di attacco “militare” al Paese è stata riportata dall'agenzia” Efe”.
Maduro
si è anche detto disposto a parlare "faccia a faccia" con il leader
della Casa Bianca, aprendo la porta al dialogo.
"Chiunque voglia dialogare troverà sempre
in noi persone di parola, persone perbene e persone con esperienza per guidare
il Venezuela", ha affermato nel suo programma settimanale "Con
Maduro+", trasmesso dal canale statale Venezolana de Televisión (VTV).
Ha
aggiunto che "non si può permettere" che il popolo venezuelano venga
"bombardato e massacrato".
"Solo attraverso la diplomazia i Paesi e
i governi liberi possono comprendersi, e solo attraverso il dialogo si può
cercare un terreno comune su questioni di reciproco interesse.
Il
dialogo è la via per la ricerca della verità e della pace", ha detto
ancora Maduro aprendo al dialogo diretto con Trump per allentare le tensioni
bilaterali.
Trump:
“Non escludo nulla.”
La
possibilità di un dialogo tra i due presidenti è stata ventilata anche da
Trump.
"Probabilmente parlerò con Maduro",
ha detto il tycoon parlando con i reporter nello studio Ovale.
E ancora: “A certo momento parlerò con lui”,
però Maduro "non è stato buono con gli Stati Uniti".
Trump
ha poi precisato di non scartare nessuna opzione e alla domanda se escluderebbe
truppe statunitensi sul terreno in Venezuela ha risposto: "No, non lo
escludo, non escludo nulla”.
Ha poi
aggiunto: “Dobbiamo solo occuparci del Venezuela. Hanno riversato nel nostro
Paese centinaia di migliaia di persone provenienti dalle prigioni".
Venezuela,
Trump: “Potremmo parlare con Maduro, vedremo come va.”
La
pressione degli Usa.
L'amministrazione
Usa, secondo quanto dichiarato dal segretario di Stato americano “Marco Rubio”,
ha intenzione di designare il “Cartel de Los Soles” guidato dal leader
venezuelano come organizzazione terroristica.
Trump
ha spiegato che la designazione di organizzazione terroristica del “Cartel de
Sol Soles” guidato Maduro consentirebbe agli Stati Uniti di colpire gli asset e
le infrastrutture del leader venezuelano all'interno del Paese.
"Ci consente di farlo, ma non abbiamo
detto che lo faremo.
Potremmo
parlare con Maduro, vedremo come va", ha spiegato il presidente Usa.
Si è poi detto convinto di non aver bisogno
dell'approvazione del Congresso per una potenziale azione militare.
Allo
stesso tempo, però, Trump è favorevole a mantenere il Congresso informato.
"Ci
piace che sia coinvolto.
Stiamo
fermano il flusso della droga, non abbiamo bisogno della loro approvazione ma
ritengo comunque che sia positivo che sia informato", ha sottolineato il
presidente Usa.
Comunque
secondo la Cnn, che cita come fonti un funzionario della Casa Bianca e un alto
funzionario americano, Trump non avrebbe ancora preso una decisione
sull'eventualità di attaccare il Venezuela via terra. Nella regione si stanno radunando
forze militari americane, tra cui la portaerei Usa più avanzata e 15mila
uomini, e - secondo le fonti - Trump spera che la pressione sia sufficiente a
costringere il presidente venezuelano a dimettersi senza intraprendere
un'azione militare diretta. Intanto la prima ministra di Trinidad e Tobago, “Kamla
Persad-Bissessar”, ha dichiarato che "gli Stati Uniti non hanno mai chiesto
di utilizzare il nostro territorio per lanciare attacchi contro il popolo
venezuelano".
Trump
attacca Venezuela e cattura Maduro, c'è chi dice no.
Adnkronos.com
– Redazione Adnkronos – (3 gennaio 2026) – ci dice:
Dalla
Russia all'Iran alla Cina c'è chi condanna l'attacco americano e la cattura di
Maduro, al di là dell'operato del presidente venezuelano.
In
Europa è la Francia a far sentire la propria voce.
C'è
chi dice no.
Dalla
Russia all'Iran alla Cina c'è chi condanna l'attacco americano al Venezuela e
la cattura di Nicolas Maduro, al di là dell'operato del presidente venezuelano.
In
Europa è la Francia a far sentire la propria voce.
Parigi
condanna l’operazione statunitense che ha portato alla cattura di Maduro,
affermando che mina il diritto internazionale e che nessuna soluzione alla
crisi del Paese può essere imposta dall’esterno.
Maduro
ha "gravemente violato" i diritti dei venezuelani, ma l’operazione
militare che ha portato alla sua cattura "contravviene al principio di non
uso della forza, che è alla base del diritto internazionale", ha scritto
sui social il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot.
"Nessuna soluzione politica duratura può
essere imposta dall’esterno", ha aggiunto, avvertendo che "le
crescenti violazioni" di questo principio da parte dei membri permanenti
del Consiglio di sicurezza dell'Onu "avranno gravi conseguenze per la
sicurezza globale" che "non risparmieranno nessuno".
Anche
la Russia ha condannato l'azione militare degli Stati Uniti in Venezuela,
affermando che non esisteva alcuna giustificazione sostenibile per l'attacco e
che "l'ostilità ideologica" ha prevalso sulla diplomazia.
"Questa mattina gli Stati Uniti hanno
commesso un atto di aggressione armata contro il Venezuela.
Ciò è
profondamente preoccupante e condannabile", ha affermato il ministero
degli Esteri russo in una nota.
La
Russia ha chiesto agli Stati Uniti di ''rilasciare immediatamente il presidente
eletto'' del Venezuela Nicolas Maduro e sua moglie, sottolineando la necessità
di utilizzare il dialogo per risolvere le questioni tra Stati Uniti e
Venezuela.
"Alla
luce delle notizie confermate secondo cui il presidente venezuelano Nicolás
Maduro e sua moglie si trovano negli Stati Uniti, esortiamo vivamente la
leadership americana a riconsiderare questa posizione e a rilasciare il
presidente legittimamente eletto di un Paese sovrano e sua moglie", si
legge nella nota rilanciata dalla” Ria Novosti”.
Il
vice presidente del Consiglio di Sicurezza russo, “Dmitry Medvedev”, ha usato
toni caustici contro il presidente degli Stati Uniti.
"In
breve, un altro passo brillante verso il Premio Nobel", ha sintetizzato
Medvedev, alludendo all'aspirazione del capo della Casa Bianca, che più volte
ha rivendicato di meritare il Premio Nobel per la Pace.
"Un
perfetto esempio di 'peacekeeping' statunitense", ha proseguito Medvedev
in un post su “X”, sottolineando che gli Usa hanno agito con la forza "in
un Paese indipendente che non rappresentava alcuna minaccia.
Naturalmente
- ha proseguito ironico - nel rigoroso rispetto del diritto internazionale e
della legislazione nazionale, in coordinamento con il Congresso", mentre
dall'Europa "democratica" è arrivato "silenzio quasi
totale".
L'Iran
ha condannato "con fermezza l'attacco militare americano" contro il
Venezuela.
"Il
ministero degli Affari esteri iraniano condanna fermamente l'attacco militare
americano contro il Venezuela e la flagrante violazione della sovranità
nazionale e dell'integrità territoriale del Paese", ha dichiarato in un
comunicato il ministero degli Esteri iraniano, condannando "l'aggressione
illegale degli Stati Uniti".
Teheran
intrattiene stretti legami con il Venezuela.
Dalla
Cina, il ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato di essere
"profondamente scioccato e condanna fermamente gli Stati Uniti per aver
usato la forza in modo sconsiderato contro uno Stato sovrano e aver preso di
mira il suo presidente".
Il ministero ha inoltre affermato che le
azioni degli Stati Uniti "violano gravemente il diritto internazionale,
violano la sovranità del Venezuela e minacciano la pace e la sicurezza
dell'America Latina e dei Caraibi".
Il
presidente del Brasile, “Luiz Inacio Lula da Silva”, ha condannato le
operazioni militari Usa in Venezuela e la cattura del presidente Maduro,
definendo quanto accaduto "inaccettabile" e un "precedente
pericoloso" per la comunità internazionale.
"Questi
atti rappresentano una gravissima violazione della sovranità del Venezuela e
del diritto internazionale", ha affermato il presidente brasiliano in un
post su “X”.
"Attaccare
Paesi in flagrante violazione del diritto internazionale è il primo passo verso
un mondo di violenza, caos e instabilità, dove prevale la legge del più forte
sul multilateralismo", ha aggiunto.
Lula
ha ricordato che la condanna dell'uso della forza è coerente con la posizione
storica del Brasile nelle recenti crisi internazionali e ha sottolineato che i
fatti ricordano "i peggiori momenti di interferenza nella politica
dell'America Latina e dei Caraibi", minacciando la regione come zona di
pace.
"La comunità internazionale, attraverso
l'Onu, deve reagire con decisione a questo episodio. Il Brasile condanna queste
azioni e resta disponibile a promuovere il dialogo e la cooperazione", ha
concluso Lula.
Anche
il governo del Messico ha condannato gli attacchi statunitensi in Venezuela,
affermando che qualsiasi forma di azione militare "mette seriamente a
repentaglio la stabilità regionale".
Città
del Messico "condanna fermamente e respinge le azioni militari portate
avanti unilateralmente nelle ultime ore dalle forze armate degli Usa contro
obiettivi sul territorio della Repubblica Bolivariana del Venezuela", ha
dichiarato il ministero degli Esteri in un comunicato.
Il
segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto
"molto preoccupato" dopo i raid statunitensi in Venezuela,
sottolineando che tali azioni potrebbero "costituire un precedente
estremamente pericoloso". Secondo il portavoce “Stephane Dujarric”, Guterres è
"profondamente preoccupato per il mancato rispetto delle regole del
diritto internazionale".
Il
portavoce ha spiegato che Guterres "invita tutti gli attori in Venezuela a
impegnarsi in un dialogo inclusivo, nel pieno rispetto dei diritti umani e
dello stato di diritto", evidenziando la necessità di trovare soluzioni
pacifiche senza ricorrere alla forza militare.
Europa
chi?
Raulmordenti.it
– (21 Ottobre 2025) - Raul Mordenti – Redazione – ci dice:
Per
“Transform Italia” - Seminario sul tema:
Intellettuali
tra nostalgia occidentalista e movimento contro la guerra.
Sinceri
ringraziamenti a “Transform-Italia” non solo per l’invito oggi ma per tutto
quello che ha fatto e fa, creando uno spazio di libertà, di unità e di
dibattito mai come adesso prezioso.
1. Il
tema che mi è stato proposto è gigantesco, e lo è ancora di più se lo
riferiamo al contesto; e questo mi valga da scusante se il mio sarà un
intervento un po’ tranchant, spero non superficiale, anche per stare nei tempi.
Il
contesto in cui ci tocca vivere, e ragionare, credo si possa definire come il
tempo dell’apocalissi, nel senso vero e duplice della parola apocalissi che è
quello del dis/velamento (togliere il velo) e – al tempo stesso – quello di una
fine.
Mi
permetto di rinviare su questo tema a un prezioso libro uscito in questi giorni
per “Quodlibet” a cura di “Giancarlo Gaeta” e “Luca Lenzini”, Apocalisse, ora. Fine della storia e
coscienza escatologica.
Ma che
cosa è che sta finendo e che, nella sua lunga agonia, rivela la sua vera
natura?
È
l’assetto storico (ma dunque anche economico, ideale e culturale)
caratterizzato dal dominio del capitalismo a direzione borghese, che mi sembra
più preciso definire come “Occidente” (senza nessuna connotazione geografica,
se è vero come è vero, che fanno parte della NATO anche il Giappone, la
Bulgaria, la Turchia, la Svezia, etc…). “Occidente” è esattamente ciò a cui
si riferisce Giorgia Meloni quando, in presenza del suo padrone e spirito guida
Trump e mimando il suo slogan, ha detto “Facciamo l’Occidente grande di
nuovo!”.
Quello
che è in agonia, pericolosa e indefinita agonia, è dunque l’assetto dei 5
secoli che si fanno iniziare convenzionalmente dal 1492, cioè da quel crimine
fondativo che fu la conquista dell’America;
e lo
sterminio dei nativi americani, e la cacciata degli ebrei dalla Spagna, cioè la
follia di un solo stato per un solo popolo, con un solo re, con una sola
religione e gli stermini connessi a questa follia degli stati nazionali;
e poi
il colonialismo e lo sterminio;
e poi
l’industrializzazione e gli stermini per fame che l’accompagnarono;
e poi
le guerre e gli stermini e poi l’imperialismo e gli stermini;
e poi
le guerre inter-imperialistiche e mondiali del XX secolo con gli stermini di
Auschwitz e Hiroshima;
e poi
le guerre di sterminio seguite al crollo dell’URSS a cavallo fra i due millenni
fino agli stermini in corso oggi, mentre parliamo.
2.
Questo assetto non può reggere più e conduce alla catastrofe l’umanità
associata:
esso
si fonda infatti sull’espansione indefinita della produzione di merci e
sull’abuso capitalistico della natura, ma le risorse del pianeta sono limitate
e in via di esaurimento;
si
fonda sullo sfruttamento illimitato dei popoli, ma questi si stanno sottraendo
al dominio in parti crescenti del mondo;
si
fonda sulla finanziarizzazione del capitale e sull’uso privatistico e
monopolistico della tecnologia, ma questo crea nuove contraddizioni e la
riduzione della base produttiva con devastanti crisi occupazionali;
si fonda
sulla guerra, ma la guerra è ormai atomica e segnerebbe la fine del mondo.
A
questa crisi, ormai conclamata e clamorosa, non corrisponde per ora nessuna
visibile e credibile alternativa, cioè tutto il mio ragionamento si svolge
all’insegna della nota affermazione di Gramsci:
Se la
classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più «dirigente», ma
unicamente «dominante», detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto
significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali,
non credono più a ciò in cui prima credevano ecc.
“La
crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può
nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. (A. Gramsci, Q3, § 34, p. 311)
E “i
fenomeni morbosi più svariati” sono quelli che si stanno verificando sotto i
nostri occhi.
3. La
figura dell’intellettuale, che svolgeva un ruolo importante nell’assetto di cui
parliamo, non poteva certo essere risparmiata da questa crisi.
Diciamo
(molto sommariamente) che agli intellettuali veniva affidato un ruolo di
addetti alla coscienza collettiva, e questo – per dir così – in due versanti:
sia nel versante di apologeta e sostenitore dei poteri vigenti, di garante del
consenso, o almeno della passività, delle masse (un ruolo svolto in passato
soprattutto dalle religioni e dall’ignoranza e dalla scuola), ma sia anche nel
versante della critica allo stato di cose presente (un ruolo svolto dalla
stampa e dall’editoria di opposizione, da settori di scuola o università o
anche da isolate figure di grandi intellettuali); faccio notare che questa
seconda modalità, quella critica, non era meno preziosa della prima, perché
garantiva la dinamicità del sistema e le sue possibilità di auto-correzione), e
fu situazione preziosa quanto rara quella in cui tale coscienza critica degli
intellettuali poteva congiungersi organicamente con le materiali opposizioni di
massa al potere vigente, prima fra tutte la lotta di classe (e furono i
partiti, comunisti in specie).
4. Ora
a me sembra che questa figura di intellettuale, con le funzioni che le erano
connesse, sia del tutto soppressa, perché è stata interamente sussunta nella medianicità
che ci domina, e questo – si noti – in entrambi i versanti che abbiamo citato,
cioè anche in quello del consenso, non solo in quello dell’opposizione.
Il
consenso, o almeno la passività delle masse, è affidato ora a meccanismi assai
complessi ed efficaci, primi fra tutti i media televisivi o informatici, e non
certo ai singoli intellettuali di destra (deriva da questo l’attuale obiettiva
miseria intellettuale di questa categoria, una miseria francamente senza
precedenti:
da
Croce, Gentile e Prezzolini si è passati al ministro Giuli, a Sgarbi o a
Bocchino, tanto per fare dei nomi altamente simbolici).
La
politica del capitalismo globale in crisi è interamente ridotta a medianicità,
a comunicazione senza informazione e senza verità, a spettacolo.
Anche
(o soprattutto) su questo piano Berlusconi, la sua antropologia, ha vinto.
Sono
aspetti fenomenici di questa fine della funzione intellettuale dei fatti
apparentemente slegati:
mi
riferisco alla distruzione capitalistica della scuola e dell’università, sempre
più ridotte a mera formazione professionale asservita all’industria, con
effetti autodistruttivi, anche dal punto di vista economico, nel medio-lungo
periodo;
mi
riferisco alla crisi. o alla fine, dell’editoria di cultura (recentemente certificata con cifre
allarmanti dal salone di Torino);
mi
riferisco alla crisi. o alla fine, della stampa d’opinione (pensare oggi a un
“Corriere della sera” capace di ospitare scritti di Fortini o Pasolini fa solo
ridere per non piangere:
quel
giornale ospita oggi le “liste di proscrizione” di intellettuali a cui va
impedito di parlare – per non dire di “Repubblica” ridotto a bollettino di
guerra della NATO e di Israele).
Aggiungerei
ai fatti apparentemente slegati legati a questa fine della funzione
intellettuale anche la fine della democrazia rappresentativa disegnata dalla
Costituzione, ma questo ci porterebbe troppo lontano.
Certo
è che tutto questo ha completamente destituito la figura dell’intellettuale
inteso come coscienza critica del potere, che aveva segnato il Novecento
(diciamo il “modello Zola”, per intenderci) e che abbiamo ancora conosciuto in
Italia fino a intellettuali come Fortini o Pasolini.
Oggi,
se costoro non andassero in televisione non avrebbero alcuna rilevanza, così
che non si può escludere che dei Fortini o dei Pasolini esistano anche oggi,
solo che, se esistessero, noi non sapremmo neppure della loro esistenza.
D’altronde
– come ripeto spesso – non si va in televisione perché si è un importante
intellettuale ma si è un importante intellettuale perché si va in televisione.
5. Ma c’è
qualcosa che destituisce ancora più radicalmente la critica, anzi di fatto la
proibisce.
Mi riferisco al fatto che la modalità comunicativa assolutamente dominante è la
pubblicità (che, come è ben noto, ha risvolti assolutamente centrali di
finanziamento dei media e del web). La pubblicità è la spinta coattiva al
sovraconsumo improduttivo di massa, che a sua volta è centrale come
controtendenza per la riduzione di consumi legata alla riduzione dei salari e
del monte salari.
Stando
al celebre schema della comunicazione di “Roman Jakobson”, esistono sei
funzioni del linguaggio, corrispondenti ciascuna a uno dei sei elementi
presenti in ogni comunicazione.
Ebbene:
la funzione comunicativa attivata dalla pubblicità è la Funzione conativa, o
persuasiva, quella del convincimento e della retorica, che punta a influenzare
il destinatario e a determinare le sue reazioni;
ma
tale funzione è, sia logicamente che pragmaticamente, opposta alla Funzione
metalinguistica, quella della critica in merito al messaggio, legata dunque al
codice, che implica analisi e giudizio del messaggio da parte del destinatario,
insomma la sua capacità di riflettere sul messaggio e di sottoporlo a critica.
Insomma
perché la Funzione conativa, o persuasiva propria della pubblicità possa
funzionare, la funzione opposta, la Funzione metalinguistica o critica, deve
essere completamente disattivata, e d’altronde se non accadesse questo nessuno
potrebbe credere che un dopobarba garantisca capacità seduttive, che il Mulino
Bianco significhi genuinità e tradizione, che possedere un SUV renda un eroe
nel deserto, e così via (o più semplicemente che le creme di Vanna Marchi
facciano dimagrire).
Ma
allora l’attacco alle capacità critiche delle masse è direttamente
proporzionale alla quantità e alla qualità della pubblicità:
la
quantità è davvero immensa e pervasiva e riempie tutte le nostre ore e i nostri
luoghi, ma non è da sottovalutare che anche la qualità è talvolta eccelsa
perché risultato di massicci investimenti di forza-lavoro intellettuale.
Questo
significa che a livello delle grandi masse la capacità critica non è solo
emarginata ma è efficacemente contrastata e – direi – proibita. La società dei
consumi opera una quotidiana e pervasiva pedagogia dell’abbandono della
capacità critica, e di ogni critica.
6. E
tuttavia, all’interno della società dello spettacolo, esistono compiti residui
affidati all’intellettualità, beninteso nella sua attuale e misera configurazione: primo
compito fra tutti oggi è creare il consenso alla guerra che – in quanto fulcro
e centro dell’Occidente in agonia – richiama tutte le energie anche
intellettuali disponibili, grattando (per dir così) anche il fondo del barile.
È
stato così nella Prima Guerra mondiale (che è il vero precedente storico della
crisi attuale), in cui l'”interventismo” ha svolto un ruolo decisivo.
Dietro
le “radiose giornate di maggio” che forzarono la mano al Governo e a Giolitti e
portarono l’Italia in guerra, c’erano la monarchia e le fabbriche di armi, ma
non si può sottovalutare il ruolo degli intellettuali, come D’Annunzio, ma
anche Marinetti (“la guerra sola igiene del mondo”), Papini, Prezzolini, ecc.
Né
dobbiamo mai dimenticare che anche nel ’14-’18 è esistito (come esiste oggi) un
interventismo democratico, primo fra tutti un grande intellettuale come
Salvemini, ma anche Bissolati, Ernesto Rossi, Battisti, i repubblicani, ecc.
(per non dire di Mussolini), che sosteneva la “guerra giusta” a sostegno delle
“democrazie” francese e britannica contro gli autoritari Imperi
austro-tedeschi.
È
l’estetizzazione della guerra, che è necessaria alla guerra non meno dei
cannoni.
Oggi a
sostenere le ragioni dell’Europa guerresca non potevano certo esserci scritti
di intellettuali o comizi fatti di parole e idee, ma invece un talk show di
personaggi, soprattutto televisivi, di attori/attrici, di cantanti, tanto
meglio se apprezzati a sinistra e fra i pacifisti.
Questo
talk show guerresco che, cambiate tutte le cose che sono da cambiare,
corrisponde al 24 maggio del 1915 dell’interventismo, è stato la manifestazione
indetta da “Repubblica” e da Michele Serra il 15 marzo a piazza del Popolo a
Roma: l’arruolamento
per la guerra degli intellettuali nella loro attuale forma.
Di
quella manifestazione ci siamo già occupati, e sulle colonne di “Transform”,
non mi ripeterò dunque qui.
Ribadisco
solo il carattere niente affatto innocuo dell’appello di “Repubblica” firmato
da “Michele Serra”, benché quell’appello sia stato definito “l’appello del
nulla” per la sua assoluta vuotaggine e vaghezza («Una grande manifestazione di
cittadini per l’Europa, la sua unità e la sua libertà.
Con
zero bandiere di partito, solo bandiere europee. Qualcosa che dica, con la
sintesi a volte implacabile degli slogan: ‘Qui o si fa l’Europa o si muore’»).
Ma è
del tutto evidente che chiamare a schierarsi “per l’Europa”, dopo la decisione
di Von der Leyen e soci di stanziare 800 miliardi per le armi, e senza dire una
sola parola né a sostegno delle prospettive di pace in Ucraina né di condanna
del massacro in atto a Gaza (con armi europee e italiane) significa, né più né
meno, che schierarsi per il riarmo e per la guerra.
In questa operazione sono state mobilitate a
fondo tutte le diverse articolazioni del potere politico e del potere mediatico
(che sono sempre più un unico potere), come accade – appunto – in una
“mobilitazione generale”; e questo ci fa correre brividi nella schiena perché
la “mobilitazione generale” è ciò che sempre precede una guerra.
La
storia giudicherà duramente questo silenzio, fatto di ipocrisia, ancora
peggiore di quello di Pio XII, e condannerà chi si è girato da un’altra parte e
ha fatto finta di non vedere il massacro.
7. Ciò
su cui vorrei richiamare l’attenzione è il fatto che la guerra chiama sempre il
nazionalismo, e viceversa, che il nazionalismo ha in sé la guerra; questa volta si
tratta di nazionalismo europeo occidentale cioè dell’Occidente, nel senso
richiamato con Trump da Giorgia Meloni: “All’armi! All’armi siam scientisti!”.
Nel
nazionalismo c’è, oggi come ieri, un insopportabile fondo di razzismo. Il
razzismo è sempre la vera base di ogni nazionalismo, nel nostro caso si tratta
di suprematismo bianco (su cui ci dirà cose importanti – come il suo libro – “Alessandro
Scassellati”).
Il
paradosso è che si tratta di un razzismo suprematista culturale, se si
potessero coniugare in una stessa espressione razzismo e cultura.
Per
convincersene basta considerare cosa hanno detto fra gli applausi nella piazza
del nulla di “Repubblica” due degli intellettuali di riferimento, Scurati e
Vecchioni (ma altri interventi sono stati ancora peggiori).
Antonio
Scurati si è lasciato andare a una contrapposizione fra “noi” (buoni) e “gli
altri” (no) in un discorso definito «intervento perfetto» da un post di Enrico
Mentana.
Quell’intervento
lascia davvero basiti, perché francamente non ne azzecca una, cioè nessuna
delle esclusive di “bontà” che Scurati attribuisce a noi europei buoni
corrisponde a verità.
Vediamole
una per una:
«Non
siamo gente che invade paesi confinanti, non siamo gente che rade al suolo le
città»:
Scurati
scorda il bombardamento di Belgrado iniziato il 24 marzo del 1999 e durato 78
giorni (2.500 morti civili, di cui 89 bambini, 12.500 feriti, senza contare i
morti per leucemie e altri tumori causati dall’uranio impoverito); a quel massacro, privo di qualsiasi
legittimità ONU, partecipò il I° Governo D’Alema con vice-presidente Mattarella.
Continua
Scurati: «Non massacriamo e torturiamo i civili con gusto sadico»: forse non lo
facciamo noi (e Genova Bolzaneto 2001? La Questura di Verona? Il carcere di S.
Maria Capua Vetere? ecc.), ma di certo lo fanno per noi i libici (da Minniti in
poi) noi paghiamo e armiamo proprio affinché blocchino con mezzi feroci i
migranti diretti in Italia.
«Non
deportiamo bambini per usarli come riscatto». Vedi punto precedente.
E
ancora: «Non siamo gente che deporta clandestini in catene a favore di
telecamera»: no, noi siamo gente che più semplicemente li fa morire in mare.
In occasione del 3 ottobre 2024 la Fondazione “ISMU
ETS” ha fatto presente che, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale
per le migrazioni (IOM), si contavano a quella data almeno 1.452 morti nel
Mediterraneo, con una proiezione a fine 2024 di poco inferiore a 2.000. Nel
decennio dal 2014 al 2023 hanno perso la vita in questo modo almeno 29.000
persone. Una
guerra, la più vile delle guerre contro i più poveri del mondo.
«Non
tagliamo finanziamenti ad associazioni umanitarie»: no, facciamo di peggio,
cioè mettiamo fuorilegge e perseguitiamo le associazioni umanitarie più attive
per la salvezza dei migranti in mare.
«Non
neghiamo la scienza»: ma de finanziamo sistematicamente la Ricerca e
l’Università pubblica, portandole al collasso, magari per destinare quei fondi
al riarmo.
«Non
umiliamo in mondovisione il leader di un paese che combatte per la propria
sopravvivenza»:
sarà,
ma Milosevic è stato fatto morire in carcere senza condanna nel 2006, nel 2011
Gheddafi fu strangolato e – si dice – stuprato dopo l’intervento armato
francese (complice l’Italia), nel 2013 Saddam Hussein fu impiccato dopo un
processo-farsa, ecc.
«Non
vogliamo essere così. Lo abbiamo fatto, fino a 80 anni fa, – conclude Scurati
cioè grosso modo fino al 1944 – ma proprio per questo abbiamo smesso». Abbiamo
smesso?
La
domanda da porsi è la seguente: come può un fine intellettuale come Scurati
(che io considero fra i massimi narratori italiani) bendarsi gli occhi di
fronte agli orrori italiani e europei e affermare con tanta sicumera la
superiorità morale dell’Italia e dell’Europa sul resto del mondo?
Scurati
non è certo privo di laurea, come il Ministro della Cultura [sic!] Giuli, e non
vanta una laurea fasulla, con esami in serie fatti la domenica, presso
l’università telematica, come la Ministra del Lavoro Calderone.
E
allora? Perché arriva a dire ciò che ha detto?
C’è
dunque una sola risposta possibile: esclusa in questo caso l’ignoranza, resta
solo l’interiorizzazione del suprematismo “bianco”, di una differenza radicale,
ontologica, fra “noi” e “loro”, a noi (europei, bianchi, dominanti) si perdona
tutto, semplicemente perché loro non sono esseri umani.
Si spiega solo così anche l’assordante silenzio degli
oratori di piazza del Popolo sul massacro in atto a Gaza e in Palestina.
Questo
silenzio complice sarebbe impensabile se i palestinesi fossero “come noi”, cioè
europei e “bianchi”.
Già il presidente dell’ONU U-Thant disse a suo tempo
che Hiroshima sarebbe stata impensabile se si fosse trattato di sganciare la
bomba su una popolazione di bianchi.
Anche
l’incredibile apologia del carattere “guerriero” che Scurati rimpiange fa parte
di questa ideologia.
Lamenta Scurati che siamo diventati imbelli,
incapaci di mettere in gioco la nostra vita nella guerra come i veri uomini
sapevano fare, insomma vigliacchi, un apparato concettuale ipermaschilista a
conferma che il maschilismo è parte essenziale della guerra.
Peggio
ancora Roberto Vecchioni, che ha detto in piazza del Popolo, senza arrossire di
vergogna: «Ora chiudete gli occhi e ascoltate questi nomi: Socrate, Spinoza,
Cartesio, Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Leopardi. Ma gli
altri le hanno queste cose?».
E
ancora, rivolto ai giovani: «Siate convinti che non esiste corrispondenza tra
pace e pacifismo. Non si può accettare qualsiasi pace. Pacifisti siamo noi
perché teniamo alla nostra cultura. La cultura dovrebbe finire qui perché la
cultura dovrebbe essere nostra e basta, anzi, è nostra.»
Ma la
cultura è tale proprio perché appartiene a tutti e a tutte, non è affatto
“nostra” né può esserlo mai, giacché essa nasce dalla critica, dall’incontro,
dalla contaminazione e dallo scambio, ed è sempre stato così.
Troppo
facile criticare in questa sede elenco di Vecchioni, al tempo stesso protervo e
infantile.
Come
si può isolare dall’Oriente (anzi: contrapporre ad esso) la cultura greca, la
matematica, la medicina, l’astronomia, la letteratura dell’Europa?
Le
piramidi non sono cultura?
Tolomeo
ha insegnato geografia e scienza per molti secoli al mondo compreso
l’Occidente.
Né la
scrittura alfabetica né la numerazione decimale furono inventate a Parigi.
La
biblioteca di Alessandria non era in Piemonte, né la grande cultura ellenistica
parlava inglese.
I filosofi greci sono arrivati in Europa non “recta
via” da Atene a Roma ma passando per i traduttori arabi, Aristotele sarebbe
forse per noi sconosciuto senza Averroè, e basterebbe leggere l’elenco degli
“spiriti magni” nel canto IV (vv.142-144) della Divina Commedia (che Vecchioni
in quanto professore dovrebbe avere insegnato per anni):
«Euclide
geomètra e Tolomeo,/ Ipocràte, Avicenna e Galïeno,/ Averoìs che ’l gran comento
feo.»
L’Umanesimo
e il Rinascimento nascono sulla base dei saperi e delle persone che vennero da
Bisanzio (cioè da Istanbul), dopo la caduta dell’Impero romano di Oriente nel
1453 (un impero, quello d’Oriente, che – non lo si dimentichi – durò per un
millennio dopo la fine di quello d’Occidente).
Ed è
un prodotto dell’Europa di Vecchioni il cristianesimo?
Gesù di Nazareth non è nato in Brianza, e San
Paolo, il vero fondatore del cristianesimo, era un ebreo fariseo nato a Tarso
nell’Est dell’attuale Turchia.
La
cultura ebraica è riducibile all’Europa?
Sant’Agostino
era un africano, vescovo di Ippona (oggi Annaba in Algeria) e nato ancora più a
Sud a Tagaste (dunque con ogni probabilità non era di carnagione rosea).
Nell’elenco,
un po’ fazioso e un po’ infantile, di Autori proposto da Vecchioni (tutti
maschi, bianchi, morti) mancano Maometto e Maimonide, mancano Confucio e
Gandhi, mancano Budda e Malcom X, ecc.
Per
non dire della letteratura “stricto sensu” che Vecchioni ignora mancano, forse
per la colpa di non essere europei, Borges, Garcia Marquez, Philip Roth, Emily
Dickinson, Toni Morrison e Katherine Mansfield, e manca la giapponese Murasaki
Shikibu l’autrice di quello che forse è il più antico romanzo del mondo Genji
Monogatari (XI secolo).
E
mancano naturalmente Tolstoj e Dostoevskji, giacché (come si ricorderà) questi
Autori russi sono stati proibiti anche da noi (come nell’Ucraina di Zelensky)
assieme alle musiche russe e alla partecipazione dei gatti russi alle mostre
feline internazionali.
All’elenco
eurocentrico dei tanti che la pensano come Vecchioni manca il mondo, né più né
meno, e sarebbe solo un possibile oggetto di satira, se non fosse che questo
demenziale eurocentrismo suprematista si riflette nelle nuove direttive per
l’insegnamento della storia del duo Valditara-Galli della Loggia per conformare
alla guerra i nostri ragazzi.
Nella
sua ministeriale ignoranza il Ministro Valditara ha dichiarato: «L’impero
romano distrutto dagli immigrati…».
Il poveretto non sospetta neanche che i
migranti non hanno affatto distrutto l’impero di Roma ma, al contrario, l’hanno
costruito e governato per secoli.
A
cominciare dal mitico fondatore Enea che era un profugo di guerra venuto
dall’Asia (Minniti e Piantedosi l’avrebbero respinto in mare, Meloni l’avrebbe
deportato in Albania).
L’elenco
di imperatori e di papi non nati ai Parioli, e neppure in Brianza, sarebbe
anche in questo caso troppo lungo per essere letto da Valditara e Galli della
Loggia.
l’imperatore
Claudio nacque a Lione (come nascerà a Lione Caracalla), Traiano nacque in
Spagna come Adriano, Settimio Severo a Leptis Magna (Libia), Alessandro Severo
in Libano, Massimino detto il Trace (la Tracia è fra la Bulgaria e la Grecia)
sembra che non mise neanche mai piede a Roma, gli imperatori Gordiani venivano
dalla Frigia (Anatolia), Marco Giulio Filippo imperatore con suo figlio dal 244
al 249 fu detto – chissà perché? – Filippo l’Arabo, Claudio II detto (chissà
perché?) il Gotico veniva da Sirmia in Illiria, e la lunga serie degli
imperatori Illiri arriva fino a Diocleziano (imperatore dal 284 al 311),
Costantino veniva da Naissus, cioè oggi sarebbe un serbo, e la lista degli
imperatori (e anche dei papi) non trasteverini è, con buona pace di Valditara,
infinita.
Mi
limito a consigliare a tutti/e un fondamentale libro di “Josephine Quinn”, che
insegna Storia antica all’università di Oxford , intitolato Occidente.
Un
racconto lungo 4000 anni (Feltrinelli), che decostruisce completamente l’idea
di civiltà autonome e separate, a “canne d’organo”, dimostrando invece la
continua contaminazione e i reciproci rapporti.
Ma anche il libro della Quinn è certo troppo
lungo per poter essere letto da Valditara e Galli della Loggia.
Per
sostenere la guerra è venuto dall’Europa anche l’invito a: «promuovere una
comprensione più ampia fra i cittadini di minacce e rischi (…) con programmi
educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a
migliorare le conoscenze su sicurezza, difesa e importanza delle forze armate
(…) a rafforzare la preparazione e la prontezza civile e militare».
Insomma:
educhiamoci, ed educhiamo in particolare i giovani, alla guerra.
Il
cerchio della conformazione dei giovani alla guerra aspira a chiudersi con le
nuove “Indicazioni Nazionali” per lo studio della storia nelle nostre scuole a
cui ha provveduto il duo Valditara-Galli della Loggia. Oltre all’abolizione
della cosiddetta “geo-storia”, si propone fra l’altro: «La centralità della storia d’Italia e
dell’Occidente, con approfondimenti sui popoli italici, la civiltà greca e
romana e i primi secoli del Cristianesimo.
Alle medie storia europea e degli Stati Uniti [sic!] per mettere bene in
risalto le nostre origini» [sic!], e siano messe al bando le pericolose
«narrazioni globali», «meglio approfondire la nostra storia e quella delle aree
con cui abbiamo avuto rapporti profondi, piuttosto che nozioni superficiali su
Cina o India», non sia mai che le nostre classi, già colorate dalla presenza di
bambini asiatici o africani, sappiano qualcosa del mondo da cui i neo-italiani
provengono. E – si noti – tutto ciò si dovrà svolgere nella forma più trita
cioè come “narrazione” (contraddicendo così tutta la storiografia contemporanea
e decenni di riflessioni pedagogiche sullo studio della storia), anche se:
«Particolare importanza sarà attribuita alla memorizzazione di poesie,
cominciando con composizioni semplici come filastrocche e scioglilingua (…).»
8. Si
tratta, ancora una volta, della riproposizione servile di un comando americano,
la linea didattica cosiddetta “from Plato to Nato”, già negli USA superata e
sottoposta a critiche feroci quanto fondate: «I corsi sulla “Storia della
civiltà occidentale” (ribattezzati colloquialmente “from Plato to Nato”) si
diffusero nelle università americane nella seconda metà degli anni Cinquanta,
in piena Guerra fredda, con il dichiarato intento di consolidare un’alleanza
politica, culturale e militare tra le “nazioni libere” in contrapposizione
all’Unione Sovietica e al movimento comunista.
Tuttavia,
la storia “from Plato to Nato” ha avuto vita breve, sostanzialmente quella di
una generazione dal 1950 al 1970.»
L’argomento
propagandistico della destra (e non solo) contro la cosiddetta “sostituzione
etnica” rivela fino in fondo il carattere razzista di cui parliamo:
il
concetto di “sostituzione etnica” riesce nell’impresa di unire in sé un massimo
di stupidità e un massimo di razzismo.
Quel
concetto infatti presuppone che esista e sia da difendere una pura “etnia”
italica, la quale però non esiste e non è mai esistita.
E
tuttavia mi sembra necessario e urgente aprire un serio fronte di battaglia
culturale su questo tema, se vero ciò che mi sembra, cioè che il pericolo della
“sostituzione etnica” è popolare fra le masse e forse domina addirittura il
senso comune.
Solo
il fascistissimo e criminale “Manifesto della razza” del 1938 (firmato, non
dimentichiamolo mai, da centinaia di intellettuali, rettori, professori) poteva
scrivere a proposito degli italiani le seguenti panzane: «Questa popolazione a civiltà ariana abita da
diversi millenni la nostra penisola (…) Dopo l’invasione dei Longobardi non ci
sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare
la fisionomia razziale della nazione (…) I quarantaquattro milioni d’Italiani
di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano
l’Italia da almeno un millennio (…) Dei semiti che nel corso dei secoli sono
approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto.
Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del
ricordo di qualche nome.»
Leggendo
queste parole, davvero non si sa se ridere o piangere.
La
verità storica è il contrario di queste balle: gli Italiani sono da sempre il
risultato di mescolanze di popolazioni, dovute agli scambi commerciali e
all’emigrazione/immigrazione non meno che alle invasioni. Basta guardarci
reciprocamente in faccia e interrogare i nostri cognomi per convincersene.
L’Italia
è questa mescolanza continua di popoli e culture a cui è legata – se posso
dirlo – anche intelligenza e bellezza.
E
questa mescolanza benedetta che è l’Italia continuerà.
Si
rassegni il presidente lombardo, il legaiolo Attilio Fontana: che ha dichiarato
a Radio Padania Libera: «Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza
bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere
cancellate».
Se il
suo DNA non andrà naturalmente estinto (come, per difendere la sanità lombarda,
alcuni malnati potrebbero auspicare) i suoi nipotini e le sue nipotine avranno
la pelle, i capelli e la forma degli occhi diversi dai suoi (e certamente, non
è difficile, saranno più belli/e e più intelligenti di lui).
Al
contrario di quanto credono i nostri piccoli Goebbels, la gloria di Roma e
dell’Italia, è consistita proprio nella capacità di assimilare, di accogliere e
fare incontrare persone, corpi, intelligenze, saperi, di provenienza diversa,
rendendo tutti e tutte da “stranieri” cittadini.
9.
Questo progetto di vera e propria distruzione culturale voluta dal Governo (e
non solo) ha un obiettivo: non è solo che le prossime generazioni di italiani/e
condividano le sciocchezze della linea storiografica Vecchioni-Scurati che
abbiamo poc’anzi citato; no, è molto peggio: il vero obiettivo è che i giovani
non abbiano gli strumenti conoscitivi e critici necessari per rendersi conto
che si tratta di sciocchezze.
Opporsi
a questi progetti è dunque compito prioritario degli intellettuali, se esistono
ancora.
Migrazioni,
guerre, invasioni:
la nascita e il declino delle Civiltà.
L’Italia è ancora un Paese civile?
Overlandgeo.eu
– (Apr. 15, 2025) - Filippo Bencardino – già Professore ordinario di Geografia
economico-politica – Università degli studi del Sannio – Benevento – ci dice:
I
movimenti di popolazione come costruttori di civiltà.
Sono
trascorsi molti secoli, forse millenni, duecentomila anni, da quando
comparvero nell’Africa
nord-occidentale, sulle alture dell’odierna Somalia, un uomo e una donna che si
chiamavano l’uno Filosofia, l’altra
Geografia. Era un luogo bellissimo, ricco di fiori e di frutti, dove si
poteva vivere felici senza lavorare. Un Eden, un vero Paradiso terrestre.
Filosofia
era riflessivo, si poneva tante domande a cui cercava di trovare una risposta.
Geografia era più inquieta, molto curiosa, testarda, decisionista e allergica
al rispetto delle regole.
Infatti,
Geografia convinse Filosofia a mangiare
una mela, il frutto proibito raccolto
dall’albero della conoscenza, del bene e del male. Così disobbedendo al
Signore,
entrambi vennero puniti con la cacciata
dall’Eden, diventando mortali. E così fu anche per i loro discendenti.
Da
quel momento bisognò cercarsi da mangiare per sopravvive, procurandosi il
necessario con il proprio lavoro e spostandosi nei luoghi dove il cibo era più
abbondante.
È
l’eterno dilemma tra fede e ragione. Per i Cattolici Dio è il creatore del
Cielo e della Terra e il suo figlio Gesù è venuto duemila anni fa sulla Terra
per redimere gli uomini e le donne, per
liberarci da peccato originale. L’universo, quindi, sarebbe frutto della
creazione di quel Dio che ha creato anche l’uomo e la donna.
Ma la
Scienza ci dice qualcosa di diverso.
Sulla
base della ricerca scientifica, in
particolare delle datazioni effettuate
con il metodo del radiocarbonio,
possiamo datare la formazione della Terra a 4,5 miliardi di anni fa.
Lo
studio della storia geologica della
Terra, inoltre, ci consente di affermare che nei territori del nordovest del
Canada una roccia granitica è stata fatta risalire a 4 miliardi di anni fa. Si
confermerebbe così la data di formazione del pianeta Terra.
Relativamente
al popolamento, recenti
documentazioni basate sul ritrovamenti
di fossili, fanno risalire i primi rappresentanti del genere Uomini a circa 4,5 milioni di anni fa.
L’Homo
erectus, antenato dell’Homo sapiens,
comparve 1,5 milioni di ani fa,
mentre tra 150 mila e 200 mila anni fa comparve l’Homo sapiens nell’Africa nord-orientale, sulle colline
dell’Etiopia, occupando una fascia di
territorio che si estendeva dall’odierna
Etiopia, al Kenya, fino al Mozambico.
Circa
80 mila anni fa apparve l’Homo sapiens, che cominciò a spostarsi da questi
territori per colonizzare nel corso dei secoli successivi l’intero Pianeta. E’ l’inizio del fenomeno
migratorio, che investe ancora oggi il nostro mondo. Un fenomeno inarrestabile
che ha consentito di creare nuove civiltà e che ha segnato la storia
dell’Umanità.
Le
migrazioni sono dunque sempre esistite, con intensità e motivazioni diverse, a
volte in forma pacifica, spesso con
guerre, per conquistare territori già occupati da altri popoli. Le motivazioni
possono essere diverse, oggi come ieri,
per cercare nuove risorse in
seguito all’aumento della popolazione o a causa di carestie, siccità, di eventi
catastrofici, di persecuzioni dovute
a regimi oppressivi e non democratici,
per discriminazioni razziali o religiose
o a causa di eventi naturali come i cambiamenti
climatici, alluvioni, movimenti
tellurici che modificano la struttura della superficie terrestre, ma anche per
cercare un ambiente dove poter vivere meglio, in particolare in una fase di
crisi economica.
L’ambiente
fisico ha sovente condizionato l’evoluzione della specie, che si è sempre adattata ai
grandi cambiamenti. Ma circa 12 mila anni fa terminò l’ultima era glaciale e
l’evoluzione fisica della specie umana cominciò a diventare prevalentemente
evoluzione culturale, con le migrazioni
che hanno dato un significativo
contributo alla evoluzione cultuale della specie umana..
Cominciarono
così a formarsi comunità più ampie e
stanziali grazie alla scoperta della prima rivoluzione agraria, che ha
consentito di coltivare la terra non
soltanto per le esigenze del gruppo ma anche per soddisfare con il baratto
altre esigenze, scambiando i prodotti
con altri gruppi umani. Ciò ha consento all’uomo di potersi dedicare ad
altre attività, favorendo così la
diversificazione del lavoro, e quindi
la nascita di villaggi prima e di città dopo. Nei luoghi dove si scambiavano i diversi prodotti sorsero i primi mercati, frequentati da
popoli di estrazioni culturali diverse e
le relazioni esperienziali
cominciarono a essere più ampie e
intense, capaci anche di modificare culture e comportamenti consolidati, dando
vita ad altre culture. Ed è così che comparvero le prime civiltà e successivamente anche i primi imperi.
I
popoli primitivi sapevano leggere bene il territorio e avevano anche
l‘accortezza di rappresentarlo, prima sulle pareti delle loro caverne, poi su
tavolette di pietra, argilla e altri materiali e si spostavano inizialmente
seguendo i corsi d’acqua, alla ricerca di terre coltivabili e di maggiore resa.
Le
prime migrazioni di massa iniziarono quando l’Homo erectus ha cominciato a
“uscire” dall’Africa, 1,8-1,3 milioni di anni fa, dando inizio alla
“colonizzazione” della Terra.
Bisognerà
attendere il IV millennio a.C. perché si possa parlare di inizio delle prime
civiltà, con la fine della fase di caccia e raccolta del cibo e l’inizio delle
prime forme di agricoltura stanziale.
E’ nel
Neolitico, risalente a circa 10 mila anni fa,
che l’Homo erectus diventa stanziale e comincia a praticare
l’agricoltura e l’allevamento dando inizio a una economia di produzione basata
sull’autoconsumo.
Ma è
con l’Antichità, cioè con il IV millennio a.C. che inizia la formazione delle
prime Civiltà, caratterizzate dall’agricoltura commerciale e dalla nascita dei
mercati, delle città e della scrittura, la diversificazione del lavoro e la
formazione delle classi sociali.
È
anche l’inizio delle grandi migrazioni, dell’ascesa e del declino delle civiltà
e degli imperi, ma anche delle grandi trasformazioni territoriali, economiche e
sociali, delle guerre per la conquista dei territori e dei processi di
sviluppo.
Le
popolazioni iniziarono a spostarsi dalle aree più interne e disagiate, alla
ricerca di terreni irrigui, in particolare lungo i corsi d’acqua.
Non è
un caso che la prima “culla” della civiltà” è considerata la Mesopotamia, il
territorio compreso tra i fiumi Tigri ed Eufrate, nel Vicino Oriente, tra
l’attuale Siria e la Palestina.
Furono
i Sumeri i primi popoli a raggiungere la
Mesopotamia, provenienti dall’altopiano iranico, formando una importante
civiltà, ma molti popoli diedero vita ad
altre civiltà nella cosiddetta
“Mezzaluna fertile”, Accadi, Babilonesi,
Assiti, Ittiti, Urriti e Cassiti, anche se le civiltà più importanti
furono quelle dei Sumeri, degli Assiri, degli Ittiti e dei Babilonesi.
Qui,
ad opera dei Sumeri, fu inventata la prima forma di scrittura, a caratteri cuneiformi, incisi
sull’argilla. Qui fu disegnata la prima
carta geografica, la Mappa Mundi babilonese.
Inoltre i popoli della Mesopotamia inventarono nuove tecniche irrigue,
la ruota, il carro a due ruote, e fecero progredire discipline come la
matematica e l’agrimensura e qui sorsero anche le prime città, Eridu e Uruk, dove vennero
costruiti gradi templi.
Furono
i babilonesi a produrre per primi una
raccolta di leggi scritte, il Codice di
Hammurabi.
Erano
popoli che avevano una organizzazione sociale basata sulla cooperazione e, in
particolare tra i Sumeri, un senso di rispetto verso la donna, che godeva degli
stessi diritti dell’uomo, anche se erano in conflitto tra di loro per la
conquista dell’egemonia territoriale.
Ma
nell’Antichità altre Civiltà fiorirono in maniera autonoma, lungo la valle
dell’Indo e del Nilo, in Anatolia, nella valle del fiume Giallo, nel sud-est
asiatico, nella Cambogia, dove sorse l’Impero Khmer, che estese il suo dominio
su parte della Thailandia, del Laos e del Vietnam.
Altre
culle della civiltà si svilupparono nell’America centrale e nelle Ande, con la
civiltà Olmeca (1500-200 a.C. e le
quelle degli Aztechi, dei Toltechi, dei Maya, dei Musca, dei Vicus, e degli Inca, cancellate dalla colonizzazione
europea.
Fino
all’avvento dell’età moderna le culle delle civiltà furono il Mediterraneo,
l’Europa e l’Asia.
Queste
civiltà si scontrarono fra di loro per il predominio territoriale ma non
distrussero le civiltà precedenti e
utilizzarono le conoscenze acquisite, che le integrarono
nelle loro, così formando nuove
conoscenze e nuove civiltà.
Tra il
XII e X secolo a.C. altre ondate migratorie interessarono il Vicino Oriente
Antico, che sconvolsero il precedente assetto politico-sociale, diventando
i protagoniste dell’ascesa di altre
civiltà. Furono le cosiddette e non meglio definite Genti di Mare, che si sostituirono alle civiltà
mesopotamiche, alla Minoica e alla Micenea, ma non alla civiltà Egizia, che durò circa 4000 anni
dal 3900 a.C. al 332 a.C., quando
finirono le dinastie faraoniche che
governarono l’Egitto dal 3200 a.C. al 332 a.C., anno in cui presero il potere i persiani e le dinastie Tolemaiche, queste di cultura
ellenistica, che governarono l’Egitto dal 303 a.C. al 30 a. c.. anno della
morte di Cleopatra e la conquista romana dell’Egitto.
Prima
della conquista romana, nel Vicino Oriente
altri imperi si formarono, quello
di
Alessandro Magno, che durò dal 336 al
332 a.C., cioè fino alla morte di Alessandro, che voleva creare un grande
impero multietnico e multiculturale, impresa che invece riuscì a Ciro il Grande che creò un grande impero,
l’Achemenide (o persiano), che comprendeva oltre all’Egitto, la Mesopotamia,
la Siria, la Palestina, un impero multietnico in cui le
diverse popolazioni convivevano pacificamente, conservando le proprie identità
culturali e la loro libertà.
L’impero
Egizio fu quello che ha lasciato all’Umanità una cultura evoluta e molte nuove
conoscenze. E’ una cultura che trae origine dalla presenza del fiume Nilo che
scorre in una vasta area desertica, le cui piene inondano un vasto territorio,
rendendolo fertile.
La
civiltà egizia ebbe inizio nel 3900 a.
C., quando l’insediamento sparso cominciò ad aggregarsi in villaggi raggruppati
in due entità politico-amministrative governati da due re, il Basso e l’Alto
Nilo.
I
cittadini capirono che le due regioni avevano problemi e interessi comuni e
decisero di unificare i due regni in un
unico Regno Ciò avvenne nel 3100 a.C. e ha in quella data ha avuto inizio anche in l’Egitto dei faraoni. Un esempio di
intelligenza politica che oggi manca ai nostri governanti.
Cosa
ci ha lasciato la Civiltà egizia?
Molte
conoscenze tecniche e scientifiche, innanzitutto tecniche idrauliche per
l’irrigazione dei campi, l’agrimensura e
la rappresentazione del territorio da suddividere nuovamente tra i contadini dopo le piene, progressi
nella geometria, nell’aritmetica, nella topografia, nell’astronomia, con il
calendario solare basato su 365 giorni,
nuove conoscenze nell’ingegneria navale
e nelle costruzioni, con i templi di Luxor e le piramidi, che hanno ispirato gli architetti
nella costruzione della Piramide del Louvre, la scrittura geroglifica e molti
testi e documenti, il papiro, la
pittura, prodotti di artigianato e statue zoomorfe, la Sfinge, lo sshaduf,
uno strumento per pescare e pe sollevare l’acqua da usare per
innaffiare. Inoltre, nuove professioni, soprattutto per la gestione delle
acque del territorio e quindi anche la professione
del geografo.
Dall’Egitto sono giunti anche l’aratro, il make-up, l’inchiostro nero e
infine la tecnica della catena di montaggi nella costruzione delle grandi opere
e conoscenze molto avanzate nel campo della medicina.
Ma le
invasioni delle Genti di Mare hanno portato anche alla nascita di altre due importanti civiltà, quella fenicia e, soprattutto, quella ellenica.
I
Fenici erano un’antica popolazione di origine semitica, come gli Ebrei, che sin
dal II-III millennio a. C. abitavano il
territorio dell’attuale Libano, che avevano in Tiro, Sidone e Bibbio i centri
principali. Erano un popolo di mare che
originariamente erano pirati e predoni e
abili marinai che commerciavano legname, vetro, cereali, prodotti artigianali, manufatti in bronzo e
rame, prima del Vicino Oriente e le isole egee, poi, dall’VIII secolo a.
C., estesero la loro colonizzazione nel
Mediterraneo occidentale, lungo le coste atlantiche del Marocco e in Spagna. E
nell’814 a. C. fondarono lungo la costa
del golfo di Tunisi Cartagine, che divenne presto un centro importante
per popolazione e floridezza economica e culturale fino al 146
a. C., quando fu distrutta dai Romani.
I
Fenici non crearono uno Stato o un impero ma molte basi commerciali autonome
lungo le coste, della Sicilia
occidentale per non confliggere con i greci, in Sardegna, in Francia e
in Spagna.
I
Fenici hanno lasciato all’Umanità molte conoscenze e innovazioni che entrarono
a far parte della cultura europea, come l’alfabeto di 22 lettere tutte
consonanti, che venne poi integrato con le vocali dai Greci. Esperti
costruttori di navi, inventarono la chiglia,
l’ariete a prua e il calafataggio delle imbarcazioni. Inventarono anche
il timone, l’ancora e la navigazione notturna seguendo la stella polare,
essendo anche bravi astronomi.
Dal
punto di vista economico, introdussero la coltivazione della vite e dell’ulivo,
promuovendo la produzione del vino e dell’olio, trasformarono centri agricoli
in centri commerciali e artigianali, diffusero nuovi mestieri e nuove
competenze.
Ma i
popoli che fondarono una nuova civiltà che avrebbe poi cambiato la storia, la cultura e le Istituzioni dell’Europa
furono le quattro stirpi elleniche,
Achei, Eoli, Ioni e Dori.
La
civiltà greca nasce dall’incontro tra
genti nomadi provenienti dall’Asia centrale di origine indoeuropea e popolazioni di cultura
mediterranea provenienti dai Balcani..
Già
nel III millennio a.C. genti di stirpe elleniche furono le prime a giungere
nell’Attica, che si integrarono con la
popolazione preesistente. Erano agricoltori stanziali che vivevano in piccoli
villaggi, mentre nell’isola di Creta esistevano
già dal III millennio a. C. due fiorenti
civiltà, la minoica e la micenea,
la cui economia era basata sull’agricoltura, sull’allevamento,
sull’artigianato e sul commercio.
Intrattenevano rapporti commerciali
intensi con le coste dell’Asia minore e
con il Mar Nero, e con le isole dell’Egeo e con
la Grecia continentale, le cui civiltà vennero distrutte dall’invasione
dorica della Grecia nella prima metà del II millennio a.C.
La
civiltà greca ha inizio nell’XII-XI
secolo a. C., quando l’attuale Grecia venne invasa dalle stirpi di cultura
ellenica, che si distribuirono sul territorio definendo delle sfere di
influenza.
I
Dori, i primi ad arrivare, si
insediarono prevalentemente nel Peloponnese meridionale in un’area collinare
lussureggiante e lungo le coste dell’Asia Minore. Gli Achei nel Peloponneso interno e nelle isole dell’Egeo, nella parte
centro-orientale, nell’Eubea, e su
alcune zone dell’Asia minore e nelle isole di Chio e Sao. Gli Eoli in si stabilirono nella Tessaglia e Beozia,
nell’isola di Lesbo e sulla costa
anatolica. Gli Ioni si insediarono nella parte centrale della Grecia,
nell’Attica, una regione caratterizzata da una parte montuosa e da ampie
pianure che si affacciano sul mare e da
clima mite, dove poi sulla collina dell’Acropoli i sorgerà Atene.
La
Grecia attraversò periodi di benessere ma anche di crisi economica,
specialmente nei periodi di crescita demografica, che favorirono l’insorgere di
tensioni sociali.
Poiché
le risorse erano scarse, specialmente nei periodi crisi, tra VIII e V secolo si ebbe una seconda colonizzazione, promossa
dagli uomini liberi che chiedevano maggiore autonomia. Questa seconda colonizzazione ebbe
positivi effetti economici, politici e
sociali ragguardevoli, nella madrepatria e nelle colonie, tanto che si cominciò
ad usare anche la moneta. Le città greche crearono colonie in tutto il
Mediterraneo, in Sicilia e in Sardegna, lungo le coste del Mar Nero e
dell’Africa settentrionale,, della Francia e della Spagna, ma soprattutto nell’Italia meridionale , dove
si sviluppò una fiorente civiltà, tanto da essere definita Magna Grecia.
La
Grecia non fondò un impero, ma città-stato autonome, più di mille, più di un
terzo fuori dalla Grecia.
L’emigrazione
fu un processo organizzato dalle città-madre, che provvedevano a fornire ai
migranti tutto il necessario per fondare
la nuova colonia, guidata dall’ecista, il
capo che coordinava la spedizione e che nella prima fase della vita
della colonia trasmetteva ai coloni i
valori e la religione della madrepatria.
Le più
importanti città-stato della madrepatria erano quattro, Atene, Sparta, Tebe e
Corinto, ma solo Atene e Sparta erano potenti e influenti e pur essendo
entrambe elleniche, erano spesso in guerra per il dominio sull’intera Grecia.
Le due
città erano anche culturalmente diverse.
Atene
venne fondata sulla collina dell’Attica, sull’Acropoli, , aggregando i piccoli
villaggi della pianura circostante. Inizialmente fu governata da una monarchia
e poi da una tirannia.
Nel VI
secolo a. C. il potere politico ad Atene era in mano agli aristocratici con
diritto ereditario. Fu Solone che fece nascere la democrazia nel 594 a. C., che quando prese il potere
(594 a. C.) avviò una serie di riforme politiche e sociali dando il diritto di
voto ai cittadini, per censo e sulla
base del reddito, riducendo il potere degli aristocratici e migliorò anche la
condizione di vita dei contadini abolendo i debiti pubblici. Poi fu Clistene
nel 509 a. C. ad allargò ulteriormente
la base elettorale e poi furono anche
Temistocle (490) e ed Enfiate a
rafforzare e difendere la democrazia. Ma fu Pericle che nel periodo
461-429 a. C. diede ad Atene una forma istituzionale di democrazia matura.
Tuttavia
, la democrazia ateniese non era quella democrazia che oggi noi concepiamo come
tale, perché il diritto di voro non era
esteso a tutti i cittadini. Del resto, ancora oggi molti paesi, anche
occidentali, hanno forme di governo basate su democrazie che con un ossimoro
definiamo illegali. Con orgoglio
possiamo dire che l’Italia ha una Carta Costituzionale che non esito a definire
la migliore al mondo per i valori che esprime e per i diritti che garantisce a
tutti i cittadini. E’ stata scritta da rappresentanti di tutti i partiti
democratici, espressione di una classe politica colta e responsabile, che
purtroppo non è stata ancora pienamente attuata per la presenza di forze
conservatrici che ne ostacolano l’attuazione
Più
volte, da parte di partiti
antidemocratici, mafie, massonerie e servizi deviati hanno tentato di far
fermare il processo democratico del Paese. Oggi per nostra fortuna non abbiamo come Capo dello Stato un
qualsiasi Vittorio Emanuele ma Sergio Mattarella, che con vigore difende la
nostra Carta Costituzionale. La
democrazia è di per sé fragile e va difesa da tutti i cittadini rispettandone
le norme e i valori nell’agire
quotidiano.
Atene
e Sparta erano le due città-Stato più
importanti della Grecia ma erano completamente diverse. Sparta era una città rozza, retta da una oligarchia che
educava i giovani alla guerra sin dalla
giovane età. A sei anni venivano allontanati dalla famiglia per essere forati per diventare ottimi guerrieri. Atene
era una città commerciale, affacciata sul mare, aperta ai traffici e alle
relazioni con altri popoli e culture. Le condizioni ambientali la rendevano
attrattiva, tanto che molti intellettuali, scrittori e artisti vi andarono ad
abitare. Educava i giovani con il metodo della Paideia, ossia una formazione
umana che doveva far diventare i discenti colti e preparati per essere
cittadini attivi.
Tra le
due città non mancarono momenti di collaborazione e di pace, sanciti anche da
trattati ufficiali, ma la competizione e le tensioni erano sempre latenti
perché entrambe ambivano ad avere il
predominio politico sull’intera Grecia.
Pericle
era uno Stratega, comandante della flotta navale e dell’esercito e dopo la
vittoria nella battaglia di Salamina contro gli invasori persiani rafforzò la
flotta e organizzò un’alleanza militare con altre polis e fondò la Lega
Delio-Attica alla quale Sparta contrappose la Lega peloponnesiaca.
Turro
era ormai pronto per la guerra, si attendeva, almeno per Atene, il casus belli.
Non
tutti i cittadini volevano la guerra, ma Pericle era un grande oratore che
ammaliava il popolo e ciò gli consentì di avere un grande consenso. Possiamo
dire che fu il primo populista della storia. Aveva organizzato una guerra fatta di battaglie navali perché
pensava di essere imbattibile e fece rinchiudere la popolazione all’interno
delle mura .Ma Pericle, grande stratega, sbagliò la strategia.
La
guerra durò a lungo, iniziò nel 431 e durò quasi trent’anni e tenere chiusa la popolazione dentro le mura
non fu cosa semplice, tanto più che
scoppiò anche la peste., nel 430 a. C.
Con la
citta assediata e le condizioni igienico-sanitarie il morbo causò migliaia di
morti. Lo stesso Pericle fu colpito dal
morbo che gli causò la morte nel 429 a. C.
Ma
Pericle non volle mai accettare di trattare con Sparta per far terminare la
guerra che finì soltanto con la sconfitta di Atene nella battaglia navale
dell’Egos potami, nello stretto dei Dardanelli.
a
lungo e terminò soltanto nel 404 a. C. con la sconfitta ateniese nella
battaglia navale di Egos potami, nello stretto dei Dardanelli, che segnò la
fine di Atene.
Nel
corso della lunga guerra del Peloponnese Atene si impegnò in altre due guerre
in Sicilia, la prima tra il 415 e il 413 a. C., .a seconda, contro Siracusa,
nel 4n’altra sonora sconfitta Atene
l’aveva subita nelle spedizione navale ni Sicilia (415-413 a. C.), nella
battaglia navale di Siracusa quand27 a. C., dove subì una pesante sconfitta e
Segesta chiese aiuto nella guerra contro
Siracusa-
La
vicenda di Pericle è un monito per tutti i politici, per quanti credono che
avere il consenso sia sufficiente per decidere da soli senza condividere con
altri le decisioni o per lo meno ascoltare il parere degli altri, per riflettere meglio sulle scelte da
prendere. Un metodo di lavoro che non porta lontano, è accaduto a Pericle come a tanti altri, a Napoleone, a Mussolini, a Hitler, tanto per
citarne alcuni. E’ cosa buona e giusta non innamorarsi del potere e
considerarlo come un servizio per la Comunità.
Pericle
ha comunque molti meriti, ha allargato la partecipazione dei cittadini alla
vita pubblica, ha introdotto il compenso per chi si dedica alla vita pubblica,
per consentire anche ai cittadini con basso reddito per potersi impegnare
nell’attività politica. Ha creato nuovi
posti di lavoro attraverso gli investimenti pubblici e attraverso le Che
ruche, una sorta di moderne cooperative formate da cittadini inviati nelle
terre da controllare e da valorizzare a fini agricoli per aiutare i poveri ad
avere un’occupazione. Ma soprattutto ha investito in arte, letteratura e
cultura, facendo di Atene il centro culturale più avanzato di tutta la Grecia.
Dopo
un periodo di dominazione persiana iniziata nel 480 a.C., l’esercito del
macedone Alessandro Magno nel 338 a.
C. invase la Grecia assoggettandola al
suo impero fino alla conquista romana,
anche se convenzionalmente la fine della
dominazione macedone viene fatta coincidere con la morte di Alessandro Magno
nel 332 a. C.
Alessandro
Magno fu un grande ammiratore della cultura greca perché venne avvicinato alla
lettura dei poemi omerici da
Aristotele e così il macedone si
appassionò alla cultura greca, che considerò superiore alla cultura dei
barbari.
Tuttavia,
la conquista romana della Grecia avvenne ufficialmente nel 30 a. C., con la
battaglia di Azio, ma già nel 146 a.C.
Ma la
civiltà greca non finì con la sconfitta di Atene, perché nella Grecia è nata la democrazia,
l’arte, la letteratura , la filosofia e la pedagogia, il teatro, la tragedia,
un patrimonio cultura che è diventato le
radici della identità europea. I romani furono affascinati dalla cultura greca
e l’hanno integrata in quella latina, creando una nuova cultura, la
greco-romana.
Nella
metà dell’VIII a.C., quando venne
fondata Roma, nel Mediterraneo orientale e in Asia Minore esistevano già da molti secoli numerose civiltà e imperi.
La
città di Roma, infatti, venne fondata
nel 753°- C., secondo il letterato romano Varoni, e si formò con la progressiva aggregazione del
villaggi presenti sui colli e, secondo risultanze archeologiche, il primo
nucleo fortificato fu costruito sul colle Palatino.
La
città fu retta fino al 509 a. C. da 7 re, gli ultimi tre appartenenti ai Tarquini, di etnia Etrusca.
Man
mano che la popolazione aumentava era necessario reperire altri terreni da
coltivare e nello stesso tempo
difendersi dai popoli circostanti. Nel VI secolo, quindi, vi furono le
prime guerre difensive ma anche espansive per conquistare terreni a danno dei
villaggi esistenti nei colli vicini.
La
monarchia finì nel 509 a.C., quando il
re etrusco, Tarquinio il Superbo, venne deposto.
Iniziò
l’età repubblicana, che durò fino al 31 a.C., quando nacque l’impero.
E’ nel
periodo repubblicani che Roma da piccola città-stato molto simile a tante alte
già esistenti da tempo, divenne una potente e grande città, politicamente e
militarmente.
Fu una
espansione progressiva fatta di grandi vittorie
ma anche di grandi sconfitte, che però, non incisero sulla volontà
di continuare a combattere, fiduciosi nel
futuro.
Il
quadro etnico-culturale dell’Italia pre -romana era già molto variegata. Sulla
dorsale appenninica esistevano numerose tribù di pastori e allevatori che erano
in contrasto tra loro, ma talvolta alleati per fronteggiare un nemico comune.
Ma i
popoli in grado di ostacolare l’espansine romana erano gli Etruschi, un popolo
arrivato probabilmente via mare dal Mediterraneo orientale e che
aveva il controllo dei traffici dal mar Tirreno al Mediterraneo orientale.
Altri popoli ostili erano i Galli, ossia il popolo celtico, proveniente dal
Baltico, presenti in un vasto territorio che da Bologna si estendeva fino alla
Campania-
E
ancora, popoli aggressivi erano anche i
Liguri, popolo pre-indeuropeo proveniente dall’Irlanda, gli Umbri, i Lucani,
gli Apuli e soprattutto le città-stato della Magna Grecia. Un mosaico di
civiltà che vennero integrate nella cultura romana.
L’espansione
romana, quindi, non fu una impresa semplice.
La
prima fase, di difesa ed espansione, è
stata finalizzata a conquistare la
penisola italica.
Nel
396 a.C. i romani conquistarono la città etrusca di Veio, posta a controllo del
Tevere. Pochi anni dopo, nel 390 a- C., i Celti, guidati da Brenno, sconfissero
i romani e saccheggiarono Roma. Bisognerà attendere la fine del II secolo e
l’inizio del I secolo a.C. per vedere la vittoria romana sui Celti. La data
certa non si conosce ma nell’89 a.C. era già colonia romana e nel 42. a.C. la
pianura padana divenne parte integrante dell’Italia romana.
Nel
frattempo i Romani si dedicarono alla conquista dell’Italia peninsulare con le
guerre sannitiche (343-290 a. C.9 e poi fu la volta di Taranto, potente
città-stato dorica che venne presa nel 272, dopo avere sconfitto Pirro, re
dell’Epiro che era venuto in soccorso di Taranto, nella battaglia di Benevento.
Tra il IV e il III secolo i romani conquistarono la Campania dando vita a un
periodo fiorente. In questo periodo vennero attivate le fornaci di Eboli e
vennero costruite molte ville nei posti
più ameni della regione.
La
vittoria romana in Asia Minore nel 189 a.C.,
la conquista della città greca di Corinto nel 146
a. C e nel 148 a. C. la conquista
della Macedonia e con la vittoria
sui Fenici con la distruzione di Cartagine nonché con le campagne militari condotte da Traiano tra 98 e 117 d.
C. che porta il re della Cappadocia, e
della Numidia in Africa, l’impero assume la sua massima estensione con una
superficie di5 milioni di kmq e una popolazione di 47-60 milioni e Roma, con una popolazione di circa 1,5 milioni, divenne la potenza egemone nel Mediterraneo.
Tutte queste conquiste furono importanti perché consentirono di mettere Roma
con la cultura orientale, che influenzò fortemente la cultura e gli stili di vita romani.
Dall’Oriente giunsero a Roma anche nuove colture di frutta sconosciute, che
hanno modificato abitudini alimentari tradizionali.
L’espansione
romana continuò con la conquista dell’Europa.
La
conquista della penisola iberica era stata avviata già 218 a. C., ma venne
completata nel 16 a.C. dall’imperatore
Ottaviano, la Gallia (attuale Francia) venne
conquistata tra il 58-50 d
C., e tra 12 a. C. e il
9 d.C. venne occupata la Germania, che portò il limes orientale fino al
fiume Elba. Nel 43 d. C. l’impero romano
conquistò la Britannia, per volere dell’imperatore Claudio.
Con
l’imperatore Adriano l’impero romano raggiunse la sua massima estensione, un
vasto territorio che si estendeva dalla penisola Iberica al Reno e al Danubio,
dal Vallo di Adriano (Scozia) a Nord
fino alle coste dell’Africa a Sud, compresi i Balcani e il Vicino Oriente,
Egitto compreso. Un territorio pari a ben 54 stati odierni.
Nel III secolo d. C. era già cominciata la
decadenza dell’impero. Aveva raggiunto una dimensione territoriale molto vasta
e i confini che ormai così vasti che era diventato difficile controllare e difendere, la
produzione agricola era insufficiente a causa dell’impiego di molti contadini nelle operazioni belliche,
i costi delle campagne militari erano non più sostenibili elevati costi delle guerre. Era ormai necessario aumentare
la tassazione, che però era una operazione
non indolore perché avrebbe creato scontento tra la popolazione. Tutto ciò
mentre le popolazioni germaniche
premevano sui limes dell’impero con incursioni sempre più numerose.
Già
nel 286 e fino al 402 la capitale
dell’impero era stata trasferita a Milano e nello stesso anno era stato diviso
l’impero in due diverse entità, impero
romano d’Oriente (l’impero Bizantino) che
durò fino al 1453 e Impero Romano d’Occidente, che durò fino al 476.
La
cultura romana, pur essendo stata influenzata da quella greca, ha delle
specificità che la distinguono già considerando le loro eccellenze culturali,
la Grecia la filosofia, Roma il diritto, in particolare il privato. Possiamo così dire che la Grecia era il
Pensiero, Roma l’Azione, ossia orientata a risolvere problemi pratici connessi
al raggiungimento dei propri obiettivi.
Anche
il modello di espansione territoriale e di organizzazione dei territori
conquistati erano diversi, la Grecia creava città-stato con larga autonomia,
Roma estendeva ai territori conquistati
il proprio modello di organizzazione territoriale incentrato su città
murata e vi forma quadrata e costruiva l “opere di urbanizzazione, teatri,
anfiteatri, terme, foro, acquedotti,
sistema fognario.
I
romani hanno anche inventato la casa a corte interna con la Spa e pareti e
pavimenti con mosaici e pitture, hanno sviluppato la cartografia tematica come
le carte stradali e la carta catastale a fini fiscali.
Come
Atene, Roma curava molto l’educazione dei ragazzi, che fino a sette anni
venivano educati in casa, poi in scuole pubbliche finanziate dalle famiglie.
Pur
essendo conosciute tecnologie avanzate in campo costruttivo, edificavano senza
sconvolgere il territorio, come nel caso del Vallo di Adriano.
Inoltre,
non schiavizzava i popoli sottomessi ma li trasformava in alleati e nel 212
d.C. l’imperatore Caracalla emanò la “Constitutio
Antonian”a, col la quale si concedeva la cittadinanza romana a tutte le
comunità dell’Impero Romano, cos, ogni cittadino della provincia romana poteva
ance assumere cariche politiche, diventare senatore o imperatore, come anche
avvenne. E ancora, nel 313, con l’Editto
di Milano, gli imperatori Costantino e Licinio concedevano nei due imperi
d’Oriente e d’Occidente libertà di culto ai cristiani e restituivano i beni
confiscati alla Chiesa.
In età
imperiale la funzione della donna era ancora quella di gestire la casa e la
famiglia, ma in certe fasi storiche ha
anche assumendo funzioni pubbliche e abbiamo anche esempi di donne che
hanno avuto molta influenza sulla vita politica della Roma antica..
Nella
civiltà romana ci sono interessanti elementi di modernità sconosciuti ai più,
specialmente a chi ostenta la romanità con il saluto.
Risulta
quindi evidente il forte impatto dell’eredità dell’impero romano anche sulla
vita di oggi, non solo nel campo della
letteratura, della poesia, della storiografia, del diritto e della
lingua, con il latino che è stato lungo lingua ufficiale a livello
internazionale.
Eredità
importanti sono le innovazioni tecnologiche nell’architettura, con la
costruzione del Colosseo, del Pantheon, dei fori imperiali, la costruzione
delle strade imperiali che dal centro di Roma si dirigono a raggiera,
collegando la Capitale con tutti i territori dell’impero e che ancora oggi
tracciano l’attuale rete stradale, gli archi di trionfo, le colonne, il
calcestruzzo edifici che sono ancora oggi in piedi, porti, canali e condotti,
tutte opere di ingegneria edile costruite con tecnologie all’avanguardia valide
ancora oggi, e un modello di organizzazione amministrativa e di potere che ha
ispirato le generazioni future.
Al
tempo dell’Impero romano un altro impero
molto esteso esisteva già dal 3000 a. C., che ha dato vira a una civiltà molto evoluta, una delle più antiche al mondo, che
si era formata attraverso l’aggregazione
di piccoli villaggi che sorgevano lungo il fiume Giallo. E’ la civiltà cinese, che si
sviluppata su un Paese di vaste dimensioni, dominata da varie dinastie
appartenenti a etnie diverse, unificare dalla stessa lingua, il cinese, che si
sono succedute fino al XX secolo.
Nel
221 a. C. la dinastia Quin operò la prima unificazione dando vita all’impero
cinese. Da allora si susseguirono fasi di sviluppo e di decadenza, di chiusure
e di aperture, di conflitti interni, di fratture e di nuove unità fino al 1206,
quando il Paese venne invaso dai Mongoli, nonostante nel VII secolo a.C. fosse
stata costruita la Grande Muraglia, un’opera di ingegneria avanzata, proprio
per difendersi dai popoli del Nord.
Nel
1241 i mongoli sottomisero anche la Russia, separandola dall’Europa, una
invasione che causò la decadenza della potenza di Kiev e favorirà l’ascesa di
Mosca.
L’occupazione
mongola della Cina favorì invece i contratti tra Cina ed Europa e segnò l’inizio di un intenso periodo di
invenzioni che favorirono lo sviluppo della Cina e dell’Occidente. . Fu questo un periodo ricco di innovazioni e invenzioni che
continuò con la dinastia Ming, una delle due dinastie che governarono la Cina
fino alla rivoluzione del 1912 (Ming, 1368-1644, Quing, 1644-1912).
Le
scoperte fatte dai cinesi nel corso dei secoli che cambiarono la storia del
mondo e che giunsero in Europa
attraverso la Via della Seta furono: la
carta, la bussola, la bara, i fiammiferi, la porcellana, la canna da pesca, i
fuochi d’artificio, gli spaghetti, la carta igienica e i caratteri mobili per
la stampa.
In
questo periodo si svilupparono ulteriormente
i contatti con l’Italia, con i viaggi di Marco Polo nel 1275 e quelli
dei missionari gesuiti, in particolare di Matteo Ricci, che raggiunse la Cina
nel 1552, molto stimato in Cina come scienziato e filosofo.
Ricci
fece conoscere ai cinese la cultura occidentale, traducendo in lingua locale
alcuni libri come gli Elementi di Euclide, introdusse la conoscenza della
cartografia europea ed egli stesso curò
la realizzazione di n Atlante mondiale, traducendo in cinese i nomi europeo. Al ritorno in Italia nel 1732 fondò a Napoli li Collegio dei Cinesi, che diventerà poi
l’ateneo L’Orientale.
Dopo
l’impero Ming iniziarono le ingerenze europee che indebolirono e impoverirono
l’impero ch, dopo oltre 2000 anni venne sostituito dalla Repubblica
Un
altro gesuita Michele Ruggieri l’iniziativa di redigere un Atlante della
Cina. La sua prematura morte non gli
consentì di completare l’opera, ma restarono le carte relative alla Cina dei
Ming, pubblicate do recente dal Poligrafico dello Stato, nel 1993.
Durante
la dinastia Ming la produzione della ceramica raggiunse il suo massimo splendore ma, all’inizio dell’Ottocento i
Quing interruppero i rapporti con l’Europa, limitarono l’esportazione
dell’oppio, del tè e della seta, una politica che ebbe effetti negativi sull’artigianato e sull’agricoltura, settori
che entrarono in crisi. A ciò si aggiunse anche un periodo di guerre, con la Francia, la Gran
Bretagna e il Giappone, che crearono
depressone economica e malcontento tra la popolazione. Da allora la Cina fu un
Paese chiuso in se stesso, privo di
relazioni economiche e culturali con
l’esterno e la Cina diventò uno stato sottosviluppato, a dimostrazione che
l’isolamento e i sovranismi sono soltanto simbolo di decadenza.
In
Europa, Tra V e Vi secolo, molti popoli germanici invasero l’Italia, in
particolare attaccarono i territori che un tempo costituivano l’impero romano.
Tra questi popoli i più importanti furono gli Ostrogoti e i Longobardi.
L’impero
romano cadde quando nel 476, Odoacre,
generale e politico della tribù dei Goti
depose l’ultimo imperatore,
Romolo Augusto, divenendo re degli Eruli e patrizio romano.
Le
popolazioni germaniche erano composte da
numerose tribù che già dal IIII secolo avevano condotto incursioni nei
territori nei confini dell’impero per saccheggiare le popolazioni, ma dalla
fine del IV secolo cominciarono a stanziarsi sui territori conquistati e in
Italia diedero vita a regni romano-barbarici.
L’impero
romano aveva vissuto un lungo periodo di pace
perché l’imperatore Augusto
l’aveva
imposto a tutti gli stati dell’impero. Fu il periodo della Pax romana o Pax
augustea. L’impero tra i suoi tanti successi,
c’era anche quello della unificazione dell’Europa , una condizione che
sarà più volte ricercata ma che non sarà mai raggiunta, nonostante i tentativi
di Carlo Magno e di Napoleone Bonaparte. A disgregare l’Europa fu l’arrivo di
nuove ondate migratorie di popoli germaniche popoli del Nord Europa, come pure
dal sud, in particolare gli arabi.
La
cultura greco-latina è espressione di una cultura molto complessa che non è mai
morta anche se i due imperi sono nati, si sono sviluppati e, come tutti gli
altri imperi, sono anche decaduti, ma
non sono morti perché vivono in noi, sono le radici della nostra civiltà.
Non ci
hanno lasciato soltanto la democrazia, l’arte, la scienza, la politica,
l’etica, ma ci hanno fatto anche conoscere
l’esistenza di problemi e di conflitti sociali che oggi affliggono le nostre società,
conflitti tra ricchi e poveri, tra democrazia e dittature, guerre per il controllo delle risorse, problemi
ambientali guerre di conquista ed esigenze di cercare la pace, fenomeni
corruttivi, conflitti religiosi, tutti
problemi su cui converrebbe indagare
per capire come sono stati affrontati o risolti, per illuminarci e
sbagliare di men. Perché non è affatto vero che un politico ignorante possa
riuscire a governare bene. Può essere
soltanto un buon affabulatore.
Non
c’è nulla nella cultura greco-romana che non ci appartenga. Ed è la cultura
europea che ha forgiato quella americana
e quindi di tutto l’Occidente.
Ma il
provincialismo europeo e occidentale non
può cancellare il ruolo fondamentale che hanno avuto le culture Orientale nella
storia dell’Umanità, e che la storia con
i suoi corsi e ricorsi storici fatti di fasi alterne, di crescita e di
declino, che determinano percorsi di
sviluppo non lineari, che incidono sugli equilibri politici globali. Queste
dinamiche suggerirebbe agli Occidentali
di non rinchiudersi in se stessi e rifiutare l’altro considerato barbaro,
perché la storia ci insegna che l’illuminazione
dello spirito proviene da ogni civiltà, e che è l’isolamento o il mito
dell’autosufficienza a creare il
declino.
Dopo
la fine dell’impero romano d’Occidente l’Europa è entrato nel Medioevo,
caratterizzato da invasioni di popoli “barbarici” che hanno determinato
profonde trasformazioni politiche e territoriali fatti da scontri e incontri
con popoli di diverse culture.
Sono
popoli germanici che invasioni confini
dell’impero romano w gli slavi provenienti dall’est Europa che scendono lungo
la penisola balcanica per raggiungere l’Oriente, scontrandosi con l’impero
Bizantino, impegnato nel riconquistare i territori d’Occidente, in Sicilia,
nell’Italia meridionale e lungo l’Adriatico, dove crea un Esarcato con a capo
Ravenna.
L’Italia
fu invasa da molte tribù germanica, ma
furono gli Ostrogoti, il popolo
che spodestò l’ultimo imperatore romano, e i Longobardi a lasciare tracce
significative.
Gli
Ostrogoti stabilirono pochi insediamenti
in Italia a sud della linea Roma-Pescara, più intensi furono quelli del
Piceno, sulla via consolare Salaria, alcune aree a ovest di Ravenna, di Milano,
pavia e le Alpi e nel apate settentrionale del Sannio, attestato anche da
toponimi come Sant’Agata de’ Goti.
Più
significativa la presenza dei Longobardi in Italia anche dal punto di vista
artistico-monumentale, alcuni dei quali sono beni custoditi in sette
località sette località che sono stati
centri di potere e di culto tra gli anni del dominio longobardi in Italia
(568-774 d.C.), oggi Patrimonio dell’Umanità.
Sono
il tempietto e il Complesso episcopale di Cividale del Friuli.
Il
Tempietto di Santa Maria in Valle è
importante per la sua caratteristica architettoniche perché agli elementi
longobardi unisce motivi classici,
creando una continuità tra arte classica longobarda e islamica.
A
Brescia è longobarda la Chiesa del Monastero di Santa Giulia, a Castelseprio (Varese) l’area del castrum e
gli affreschi della Chiesa di Santa Maia, a Spoleto l Basilica si San
Salvatore, a Campello sul Clitunno la Chiesetta a forma di tempietto corinzio,
a Benevento, sede del più importante ducato della Longobardia Minor la Chiesa
di Santa Sofia, costruita dal duca Arechi nel 760 e molti tratti delle mura
longobardi, a Monte Sant’Angelo la Chiesa di Sant’Angelo.
I
Longobardi provenivano dalla Scandinavia
e, pur avendo avuto contatti con Roma già nel., arrivarono in Italia e ,
conquistarono quasi tutta la penisola, che era appena stata ripresa dai
Bizantini di Costantino.
I
Longobardi, venendo da Est, dalla Pannonia, giunsero nel Friuli e si
insediarono a Cividale e da lì si
spostarono verso Ovest, conquistarono la parte occidentale del pianura padana,
dandole il nome di Lombardia. E successivamente conquistarono anche il Friuli
Venezia Giulia, formando uno stato indipendente, la Longobardia Maior, che
comprendeva anche la Toscana.
La
capitale venne fissata a Pavia, città sul fiume Ticino, affluente del Po e
quindi via navigabile per raggiungere l’Adriatico. I Longobardi conoscevano
bene la Geopolitica! Di fatto l’occupazione longobarda divise in due l’Italia
perché i Bizantino occupavano il cosiddetto “Corridoio Bizantino”, un
territorio trasversale che Bisanzio
controllava, che comprendeva anche la Sicilia, le punte estreme della penisola
salentina e della Calabria e la Sardegna.
Una “coabitazione” che durò fino
al 603.
Tra
VII e VIII secolo, dopo la morte di Alboino, fondatore del Regno, il potere
venne accentrato e i duchi, costretti a cedere larga parte dei propri patrimoni
per costituire un forte stato,
organizzato su base moderna, gestito da funzionari, articolato su castaldati.
Quando
Auteri sposò nel 589 Teodolinda, figlia del Duca di Baviera,
cattolica e donna colta ed elegante, educata alla cultura greco-romana, che
parlava correntemente il greco e il
latino, anche mecenate, era
molto amata dal popolo tanto che lo convertì al Cattolicesimo.
Alla
morte di Auteri, Teodolinda divenne
reggente , in attesa della maggiore età del figlio Adaloardo, che governò dal 616 al 626. Un
anno dopo la morte del marito, la
regina sposò il duca di Torino, Agilulfo.
In questo periodo il Regno strinse stretti rapporti con le popolazioni
germaniche, con i Romani e con il Papato, grazie ai buoni rapporti della regina
con papa Gregorio I.
Teodolinda
morì nel 625, pochi anni dopo la morte del marito.
Fu
Liutprando, che regnò dal 712 al 744,
che diede un respiro europeo al regno e incrementò anche i propri territori con
l’annessione dei ducati indipendenti di
Spoleto e Benevento, riuscendo anche a limitare l’influenza del Papato,
anche se nel 728 era stato proprio Liutprando a cedere a papa Gregorio II alcuni castelli e il Patrimonio di Sutri,
dando inizio al potere temprale del papato.
Ma
quando volle conquistare anche Ravenna
nel 750, ruppe i delicati equilibri politici che si erano creati e il Papa
chiese aiuto ai Franchi che, nel 774 sottomisero i Longobardi e inglobarono i
loro territori nel proprio Regno, lasciando fuori Benevento che, elevata a
principato, mantenne la sua autonomia fino al 1077, quando divenne dominio
pontificio.
Questa
decisione non piacque agli eredi di Arechi e di conseguenza ci fu un periodo di
turbolenza.
Anche
i Longobardi, come tutti gli altri popoli,
hanno lasciato in eredità tracce della loro presenza; l’arricchimento
della lingua latina con nuovi termini longobardi, che si sono fusi nel latino
medievale, edifici religiosi di grande
importanza storico-culturale, un esempio di
un nuovo modello organizzativo dello stato, emanarono il primo codice di leggi scritte in latino
riguardante il diritto penale e il diritto familiare con l’Editto d Rotari del
643, nuovi nomi relativi alla toponomastica, svilupparono il cristianesimo
medievale europeo, assorbirono influenze culturali bizantine, elleniche e mediorientali, facendone una
sintesi che portò a un nuovo, originale stile architettonico. Inoltre, insieme
ai bizantini, hanno tentato la
riunificazione dell’Italia, non riuscendoci.
Quando
il re longobardo Astolfo minacciò di occupare Roma e il Lazio, il papa Stefano
II chiese nuovamente aiuto ai Franchi per difendere la Chiesa. Nel 754 Pipino
il breve scese in Italia e sconfisse i Longobardi, inglobandoli nel suo Regno e
il papa, per ringraziarlo, lo incoronò imperatore.
I
Franchi erano un popolo germanico stanziato sulle rive occidentali del fiume
Reno che, nel VI secolo, cominciò a spingersi verso sud-ovest e verso est,
formando un regno e una dinastia nel 688, che chiamò carolingia in onore di
suo figlio Carlo Martello, padre di
Pipino il breve, che si distinse per
aver fermato l’invasione araba verso
l’Europa occidentale nella battaglia di
Poitiers del 732.
Nel
768 Pipino il breve morì e gli successero i due figli, Carlo e Carlomanno, che
morì nel 771. Carlo detto il Magno
restò, così, l’unico erede del Regno dei Franchi e ancora una volta, nel 773, un papa, Adirano
I, chiamò il re Carlo Magno, divenuto re dei Franche, per invadere l’Italia settentrionale, temendo
che Belisario potesse ripristinare il dominio longobardo su Benevento. Carlo
Magno sconfisse Belisario e conquistò tutta l’Italia settentrionale e si
proclamò re d’Italia e dei Longobardi.
Iniziò una serie di vittoriose battaglie con le quali ampliò i confini del
Regno, estendendolo dalla Marca spagnola a ovest e a est dal bacino dell’Ebro
fino all’Elba, al Danubio e al Timbrico,
fino alla Polonia e a sud l’Italia settentrionale fino a Roma, centro
della Cristianità occidentale.
Il 25
dicembre dell’800, nella Basilica di San Pietro, il papa Leone III incoronò Carlo Magno imperatore e in quel
momento nacque il Sacro Romano Impero, sacro perché consacrato dal Papa, romano
perché considerato erede e continuatore dell’impero romano.
Carlo
Magno per formare il suo impero, ha
dovuto affrontare numerose battaglie, contro gli arabi, già fermati una prima volta da Carlo Martello
nel 732, quando dalla Spagna tentarono
di occupare la Gallia.
Per
espandersi a Est dovette scontrarsi con i Sassoni, e solo dopo poté formare
un vasto impero ma non vasto come
quello romano, cui si ispirava Carlo Magno.
Rispetto
a quello romano, il Sacro romano era un impero continentale e quindi non in
grado di controllare le rotte marittime e
gli scambi commerciai, appannaggio degli arabi, bizantini e normanni. Il
regno fu così costretto a praticare una economia del baratto e un’agricoltura destinata all’autoconsumo.
Inoltre,
il regno non aveva grandi centri urbani in grado di fungere da centri di
elaborazione culturale e di crescita economia ed era anche un impero costruito con la forza, senza una
identità comune né coeso, frutto di
espansone territoriali conquistata cin la forza. Aveva anche una popolazione
non colta, tanto che lo stesso Carlo Magno, pare, non sapesse né scrivere né
leggere.
Nonostante
ciò, Carlo Magno m riuscì riunificare l’Europa e per primo e a
diffondere un’idea di Europa, a cui voleva dare un’unica cultura e un’unica
economia tanto da essere considerato il fondatore dell’Europa e a tutti coloro
che svolgono un ruolo importante per l’unificazione dell’Europa viene oggi dato il “premio Carlo Magno.”
Consapevole
che la cultura era importante per la crescita sociale ed economica promosse il
Rinascimento Carolingio, impose l’obbligo del battesimo e l’osservanza dei
precetti cristiani e diffuse il Cristianesimo in tutta l’Europa Occidentale
come elemento unificante. Unificò,
inoltre, dal punto di vista militare e politico l’Europa, ma non riuscì a
organizzare un’amministrazione sul modello dell’impero Romano.
L’incoronazione di Carlo Magno nella Basilica di San Pietro
da parte di Leone III non fu solo dettata da motivi religiosi ma anche da motivi politici. Il papa desiderava che il
re del più potente regno cattolico d’Europa non fosse un semplice re ma un Imperatore che per dignità potesse
collocarsi sullo stesso piano dell’imperatore di Costantinopoli.
Tra
Costantinopoli e Roma non correva buon sangue, tanto che nel Secondo
Sinodo di Nicea (787) convocato
dall’imperatore di Costantinopoli non fu dato largo spazio alla presenza
occidentale e ciò perché la Chiesa di Costantinopoli era lacerata dalla spinosa questione del culto delle immagini,
ritenuta eretica, mentre in Occidente era largamente utilizzata.
Carlo
Magno per far pesare la sua influenza, promosse l’indizione del Sinodo di Francoforte (794), in
contrapposizione a quello di Nicea.
Carlo
Magno non disdegnava di far pesare la sua influenza come imperatore perché la
cerimonia di incoronazione aveva fatto nascere la contrapposizione tra papa e
imperatore in quanto il papa sosteneva che
l’incoronazione era avventa per volere di Dio per il tramite del suo
rappresentante sulla Terra, mentre l’imperatore riteneva che essendo imperatore
per volere di Dio no dovesse essere subordinato al papa. Una disputa che durerà
per molti secoli e che porterà la religione a essere strumento di potere sia per
la politica che per la Chiesa, finendo per alimentare le guerre di religione,
che sostanzialmente sono sempre guerre di potere.
Notevole
fu l’impegno di Carlo Magno per la cultura e l’educazione.
L’imperatore si impegnò a diffondere la conoscenza intesa
come educazione intellettuale e religiosa del suon popolo, creando nuovi
ordinamenti scolastici, essendo fino ad allora l’insegnamento impartito solo
nei vescovati, nelle parrocchie e nei monasteri, senza un programma didattico
ben definito e coordinato. La scuola carolingia era basata sugli insegnamento del trivio e del quadrivio, secondo il modello
formativo inglese. Apri ad Aquisgrana, capitale dell’impero, anche la
“Scuola Palatina”, chiamando a insegnare i migliori studiosi, letterati,
filosofi e uomini di scienza da tutta
Europa. Impose anche il latino classico
come lingua ufficiale.
Con
queste iniziative Carlo Magno introdusse nell’Occidente per la prima volta il
concetto di scuola in senso moderno, favorendo il confronto fra idee diverse
basate sulla libertà di pensiero.
Nell’
814 Carlo Magno morì e il regno passò al
suo unico figlio, Ludovico il Pio, che fu imperatore fino all’840, seguendo la
linea politica e culturale del padre.
Ma già
tre anni dopo, nell’843, con il Trattato
di Verdun, il regno venne diviso tra i
tre nipoti di Carlo Magno, figli di Ludovico il Pio.
Il
regno venne, dunque, diviso in tre parti, centrale, occidentale e orientale..
A Lotario andò la parte centrale, dal Mare del Nord
fino Roma, la parte occidentale, dai
Pirenei fino al Mare del Nord, a Carlo il Calvo, la parte orientale, tra il Reno e l’Elba, a Ludovico
il Germano. Il Regno che fu di Carlo Magno, pur esteso, non era paragonabile ai
grandi imperi dell’Antichità, né per estensione, né per potenza economica e
neppure per organizzazione e per durata,
appena un quarantennio. La tripartizione del suo territorio lo ha indebolito
ulteriormente, specialmente quando Carlo
il Calvo nell’877 concesse il diritto all’eredità ai vassalli, che potevano
trasmetterlo ai loro valvassini. Con
questo provvedimento il potere
reale passò dal re ai vassalli,
indebolendo ancor di più il potere
centrale, di per sé già indebolito dalla perdita della dignità imperiale,
rendendo altresì’ più difficile gestire funzioni come l’organizzazione di un
esercito e della riscossione delle
tasse, le due principali funzioni di uno stato. Non finì con l’impero il
feudalesimo, anzi si rafforzò e disegnò i rapporti economici e sociali per
tutto il medioevo, ostacolando la formazione del ceto borghese.
I
Carolingi furono i capostipiti di molte case regnanti europee e ciò fu la causa
di molte guerre di successione che insanguinarono l’Europa nei secoli
successivi.
Nonostante
ciò, il Sacro Romano Impero ci ha lasciato una grande eredità, nacque allora
l’idea di una Europa unita, che nessuno riuscirà a realizzare, né Napoleone né
Hitler, ma ci riuscirono, nel dopoguerra Adenauer, Schumann e Degasperi realizzarono una
intuizione di Carlo Magno, che oggi i cosiddetti patrioti vorrebbero
cancellare. Persone di scarsa cultura fuori dal tempo e dallo spazio.
I tre
regni così disegnati rappresentavano in
nuce, anticipandola, la nascita dei futuri stati moderni europei, di
Francia, di Germania e d’ Italia. In
particolare, il regno centrale è
pressoché il territorio europeo che negli anni Settanta del XX secolo venne
indicato con il termine Banana Blu,
ossia, una dorsale di sviluppo economico
e demografico a forma di mezzaluna che partiva da Londra e, passando per
Parigi, arrivava fino a Milano, una definizione apparsa sulla rivista Nouvel
Obaervateur. Era anche considerata una megalopoli europea che somigliava a una
banana, che era blu perché blu era ed
è il colore della bandiera europea.
Il
confine meridionale del regno di Lotario
finiva a Roma e prefigurava una caratteristica politica, economica e
territoriale tutta italiana, il
dualismo Nord-Sud, che persiste
ancora oggi. E forse anche la banana era ed è ancora l’area forte dell’Europa.
L’impero
di Carlo Magno segna anche il passaggio dall’Alto medioevo e il Basso medioevo,
un periodo di benessere e d pace, di sviluppo, ma anche di nuove ondate
migratorie che ridisegneranno la politica e la società europea fino al XVI
secolo.
Il
breve periodo di pace che si ebbe dopo Carlo Magno favorì l’incremento di
popolazione e la crescita economica, soprattutto per le innovazioni tecnologie introdotte
nell’agricoltura.
Questi
cambiamenti ebbero effetti positivi sulla ripresa del commercio, sullo sviluppo
dei mercati, sulla crescita delle città.
Si
modificò anche la struttura sociale della popolazione, oltre agli
aristocratici, al clero e ai contadini
si ebbe la crescita di altre figure professionali, mercanti, artigiani,
banchier, notai, uomini di legge e gli intellettuali, cioè la nuova borghesia..
In
città ritornò a vivere l’aristocrazia, che si era ritirata nelle campagne.
In
tutta Europa si ebbe il risveglio delle
città, con i ceri produttivi che rivendicarono la gestione del potere, una
rivendicazione che portò alla formazioni
dei comuni che, ampliandosi sui territori circostanti, fecero nascere le
Signorie, una sorta di Stati regionali.
Le
città affacciate sul mare svilupparono i traffici e il commercio su vasta
scala, tanto che rivendicarono l’autonomia politica, trasformandosi in Repubbliche marinare.
Questo
fenomeno interessò soprattutto l’Italia in maniera significativa, un respiro di
libertà in un paese occupato da potenze straniere.
Erano
Repubbliche marinare Amalfi, Genova, Pisa e Venezia, oltre alle città marinare
di Gaeta, Ancora, Noto e la dalmata Ragusa.
Erano
tutte Repubbliche che diedero vita ad una fiorente attività commerciale che
consenti loro di avere il dominio dei traffici del Mediterraneo . Poiché le
sfere di influenza erano comuni a tutte le quattro Repubbliche , la
competizione e la conflittualità erano sempre vive, per cui spesso entrarono in
guerra fra di loro, con alterne fortune.
Avevano
basi commerciali in tutto il Mediterraneo, dal Mar Nero al Mare del Nord.
La
prima a emergere fu Amalfi, attiva nel Mediterraneo già dal IX secolo, ma fu
anche la prima a decadere a causa della conquista del Mezzogiorno da parte
dei Normanni.
Amalfi
era una piccola cittadina che è vissuta da sempre con l’economia del mare.
Abili e coraggiosi marinai, nel IX secolo, cominciarono a dar vita a un
fiorente commercio nel Mediterraneo, esportando olio, vino, ceramiche, legname
in cambio di oro e spezie.
Amalfi
è famosa per la elaborazione del primo
codine della navigazione, le Tavole amalfitane, che regolò la navigazione nel Mediterraneo fino al XVI secolo e perché
un suo concittadino, Flavio Gioia inventò la bussola magnetica nella prima metà del XIII secolo, usata anche
da marinai, arabi, bizantini e normanni.
Gli
amalfitani commerciavano olio, vino, ceramiche e legname in cambio di oro e
spezie. L’attività mercantile cambiò il piccolo centro di pesatori in una città
ricca dominata dalla borghesia industriali nata con lo sviluppo del commercio.
Anche
Pisa nell’XI secolo divenne Repubblica marinara. La città, prima che l’Arno e
il Sarchia con i loro depositi modificassero la linea di costa, era situata
sull’Arno nei pressi della foce, dove esisteva un’ampia pianura alluvionale con
diversi approdi e attracchi che formavano un sistema portuale ben articolato,
il “Portus Pisanus”, che consentiva di alimentare un traffico commerciale
tra il
Tirreno e, attraverso il fiume, i centri dell’interno fino a Lucca. Queste
strutture portuale vennero poi potenziate cin la costruzione di un porto idoneo
a sostenere un maggiore traffico, favorendo la nascita della Repubblica
marinara di Pisa nell’XI secolo..
Questa
espansione allarmò le altre città
marinare, soprattutto Genova, che aveva il controllo dei traffici nel Tirreno e
nel 1284, nella battaglia navale di Meloria Genova sconfisse Pisa, distruggendo
l’intera flotta. Per Pisa iniziò un lento declino anche perché la riduzione dei
traffici non consentiva più di curare la costosa manutenzione dell’area
portuale, che si trasformò in un acquitrino. Nel 1406 Firenze occupò Fisa
entrando dalla Porta SanMarco.
Nel
XIII secolo restavano soltanto le Repubbliche marinare di Genova e Venezia,
entrambe nate sfruttando le occasioni offerte dalle Crociate.
Genova
fino al IX secolo era un piccolo borgo di pescatori, molto povero e quasi
disabitato, svuotata dall’emigrazione di molta part della popolazione verso
l’Argentina. Quelli che restarono erano abili marinai coraggiosi.
Papa
Urbano II nel 1099 diede inizio alle Crociate per la riconquista di Gerusalemme
e già da qualche anno aveva cominciato a organizzarla cercando navi e marinai.
Si offrirono i marinai genovesi, che si occuparono anche della ricerca delle
navi, nonostante non avessero dimestichezza con la navigazione su lunghe
distanze. Sfruttarono però l’occasione
per farsi cedere un vasto territorio bizantino dove far nascere le basi
commerciali per dare inizio a una nuova attività. E’ l’inizio di Genova come
Repubblica marinara, entrando in concorrenza con Venezia , specialmente quando
genoa colonizzò il Mar Nero, facendolo diventare un “lago genovese”.
Venezia
controllava i Balcani, dove aveva molte basi, perché il mare Adriatico aveva
una forte valenza geopolitica per la sicurezza dei suoi velieri nel commercio
con l’Oriente.
Nel 1202 papa Innocenzo III organizzò una
Crociata a cui partecipò anche l’esercito veneziano, che non si fermò in
Dalmazia ma raggiunse Costantinopoli occupandola e Venezia si separò all’impero
bizantino divenendo uno stato autonomo. La
Serenissima per oltre settant’anni controllò Costantinopoli e in questo
periodo si intensificarono i traffici con l’Oriente e per a città che dal VII
secolo percorreva il Mediterraneo districandosi tra arabi e bizantini, la concorrenza di Genova era un
problema da risolvere. La battaglia decisiva avvenne a Chioggia quando Genova
assediò Venezia, ma Venezia seppe reagire e la guerra si concluse con la Pace
di Torino nel 1381.
Ma per
Genova il Quattrocento fu l’inizio del declino tra lotte interne tra Guelfi e
chi guardava al Sacro romano impeto, tra aristocratici e nuova borghesia.
Cambiò anche lo scenario geopolitico globale, con i Turco-mongoli che
controllavano le vie di comunicazione determinando la riduzione dei t che si ridussero ulteriormente con la scoperta
dell’America. Nella prima meta del Cinquecento
le guerre italiche, combattute tra Spagna e Francia per il dominio
sull’Italia, destabilizzarono il quadro
politico, con Genova che era contesa da Francia e Spagna, e Genova che s
scoprì contesa dalle due potenze, si trovò invece nel 1625 sotto il
dominio dei Savoia.
Genova
perse i traffici mediterranei ma sviluppò un’altra funzione, quella finanziaria una nuova funzione, quella finanziaria, e
divenne uno dei centri bancari più favosi che le consenti di aprire una nuova
fase di sviluppo, divenendo attrattiva anche per investimenti nel campo delle
assicurazioni.
Per
Venezia l’arrivo di Carlo V in Italia non ebbe gravi conseguenze perché rimase
autonoma fno al 1797 quando venne annessa all’impero assicurativo e dei
traffici transatlantici
Le
Repubbliche marinare contribuirono ad aumentare le conoscenza geografica e
cartografica del Mediterraneo, introdussero in Italia innovazioni come la
bussola magnetica a opera dell’amalfitano
Flavio Gioia. Erano espressione della rinascita delle città e traevano
la loro forza politica ed economica dal
controllo delle vie marittime e dai commercio internazionali..
Hanno
introdotto in Europa preziose merci altrimenti sconosciute, veicolavano nuove
idee e notizie su paesi lontani, esercitando anche un’influenza culturale in tutto il
Mediterraneo.
Sul
piano cartografico hanno influenzato lo sviluppo della cartografia nautica.
Famosa è la cosiddetta Carta Pisana perché ritrovata a Pisa, un portolano che
risale alla fine del XIII secolo, che raffigura il Mar Nero, il Mediterraneo e
la costa atlantica fino all’Olanda, ossia le coste frequentate dalla
Repubbliche marinare.
Le
Repubbliche marinare, insieme alle autonomie comunali e alle Signorie,
rappresentano un raggio di Sole nel buio di un’Italia dominata da potenze
straniere.
Nel
XIII secolo i Comuni attraversarono un
periodo di lotte intestine che alla fine si conclusero con l’assunzione del
potere da parte di un Signore. Nacquero così le Signorie, un fenomeno che si sviluppò nell’Italia centro-settentrionale, basato sull’accentramento del potere comunale
, appunto, sul Signore, avente carattere ereditario anche se scelto con una
elezione popolare.
Le più
importanti Signorie furono quelle
dei Visconti e degli Sforza a Milano, dei Medici a Firenze,
dei Gonzaga a Mantova, degli
estensi a Ferrara, dei Malatesta a Rimini, dei Savoia nel canavese.
In un
quadro di instabilità politica, le famiglie più potenti cercarono di
organizzarsi per difendere e consolidare il proprio potere anche con la forza per strutturarsi come stai
regionali. La loro notevole ricchezza venne investita in castelli, palazzi nobiliari, monumenti e,
soprattutto, nella cultura Questi
“Signori” furono i protagonisti del Rinascimento italiano.
Questo
rinascimento non si ebbe nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia, dominate da potenze straniere. Dopo la caduta dell’impero romano, si sono
alternati al potere Ostrogoti,
Bizantini, Arabi, Normanni,
Svevi, Aragonesi e infine i Borboni,
fino all’Unità d’Italia. E se Arabi, Bizantini e Normanni e Svevi lasciarono tracce indelebili sul
piano economico, urbanistico-architettonico economico,
urbanistico-architettonico e culturale,
i Borboni usarono il Mezzogiorno come una colonia. Il simbolo di quel periodo è
la Palermo dell’XII-XIII secolo, città
culturalmente vivace e affascinante, né europea né orientale, espressione di un
Paese pieno di ambiguità e altrettanto opaco. Allora come anche oggi.
L’ultima
casa regnante è stata quella dei Borboni, che ha governato il Mezzogiorno con
una alleanza di potere con i feudatari, lasciando il popolo nella miseria.
Anche in Sardegna si sono alternate potenze straniere che l’hanno sempre
considerata una terra aspra e marginale, tanto che i Savoia non la volevano.
Se
oggi nel nostro Paese è scarsamente diffuso il
senso dello Stato e dell’etica
pubblica è proprio conseguenza di una Terra che per secoli è stata dominata da
potenze straniere che i cittadini hanno sempre considerate come invasori avidi
e corrotti, ma, nello stesso tempo, adulatori disponibili a mostrarsi
sudditi, per convenienza.
La
presenza straniera è la cifra della storia d’Italia, un territorio dove dal
1500 in poi si sono alternate come
dominatori francesi, spagnoli e austriaci.
Le
guerre, di successione o di conquista, si sono sempre concluse con una tregua e
una pace, una partita a scacchi in cui i territori venivano “donati”, come
birilli, a una potenza e poi a un’altra,
secondo il peso politico dei protagonisti. Apparentemente diverso il quadro
politico-sociale nel centro-nord, perché
le autonomie locali avevano dato un peso politico al territorio e identità ai
cittadini, creando un substrato culturale dove le Signorie avevano avuto peso
politico, economico e culturale tra la
fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna con il Rinascimento, un movimento
storico-culturale che ha consentito, grazie anche al mecenatismo della nobiltà, di godere della presenza di artisti, intellettuali, letterati
di livello universale che hanno reso l’Italia culturalmente prestigiosa a
livello internazionale, creando una condizione favorevole per lo sviluppo
economico e civile, in particolare dopo l’unificazione del Paese.
Nonostante
questa parentesi positiva, le guerre hanno continuato a devastare il Paese,
fisicamente e moralmente. Le guerre italiche (1499-1505) videro protagoniste
sul nostro territorio la Francia di
Luigi XII e la Spagna di Ferdinando II d’Aragona per la conquista del Regno di
Napoli e il Ducato di Milano, mentre il Granducato di Toscana era governato da
Leopoldo II d’Asburgo Lorena. Ancora un episodio di spartizione dell’Italia tra
le grandi potenze d’Europa. E all’instabilità politica si era unito anche
un periodo di crisi economica, conseguenza di carestie, pestilenze,
crisi demografica e guerre religiose che hanno caratterizzato il Basso
Medioevo.
Neppure
la scoperta dell’America riuscì a distogliere l’interesse delle grandi potenze
dall’Italia.
La
conquista dell’America è stata una
occupazione straniera e predatoria di un continente, esercitata con la forza
delle armi, che ha favorito scambi economici ma non culturali perché sono
stati distrutti o cancellati popoli e culture pre-colombiane. Ha però
determinato cambiamenti epocali di natura geopolitica cin lo spostamento del
baricentro politico word economico dal Mediterraneo all’Atlantico, ha allargato
l’ecumene e ha dato inizio al relazioni su vasta scala avviando un processo di
globalizzazione che diventerà esplosivo nel Novecento.
Nonostante si siano modificati gli interessi politici ed
economici delle grandi potenze europee, sono continuate le guerre, soprattutto
quelle di successione n Europa per l’egemonia
sulle vie marittimi, mentre nelle Americhe le guerre furono tutte
di espansione a danno della popolazioni indigene e con le potenze
straniere, in particolare Francia e Inghilterra.
Anche
se inizialmente la Spagna aveva cominciato a occupare territori meridionali
dell’America de Nord, successivamente si concentrerà, insieme al Portogallo
nell’America centro-meridionale. L’Inghilterra
istituì la prima colonia nel 1641 estendendo il suo dominio lungo la
costa atlantica settentrionale fino a formare le 13 colonie che raggiungeranno
l’indipendenza dalla madrepatria nel 1776, dando origine agli Stati Uniti
d’America, dando inizio alla conquista del Far West:
La
Francia iniziò l’avventura coloniale nel 1534,occupando il Québec ed estendendo
il suo dominio dal Labrador al Golfo del Messico e alcune isole caraibiche. Ma
quando
conquistò nel 1682 la Louisiana cominciò
ad entrare in conflitto con le comunità locali ma il suo espansionismo allarmò l’Inghilterra
con la quale entrò in conflitto anche con guerre in Europa. Decisiva fu la
sconfitta che la Francia subì nella
guerra dei Trent’anni, che sancì la fine del sogno francese di fondare la Nuova
Francia in America.
Anche
gli olandesi diedero vita a colonie lungo le coste del Venezuela, conquistando
Salvador e Recife e alcuni possedimenti portoghesi nella regione di Prematuro,
grazie anche ai Nativi in contrasto con i portoghesi.
Si può
certamente dire che l’America è un prodotto europeo, specialmente se si pensa
alle ondate migratorie europee nel periodo
seconda metà dell’Ottocento fino all’inizio della prima guerra mondiale
E un contributo notevole a rendere ricca le Americhe l’hanno dato anche gli
schiavi africani.
Dopo
la caduta dell’impero romano e le invasioni barbariche l’Europa visse un
periodo di decadenza e di disordine e
soltanto
dopo l’anno Mille in Italia e in Europa
si ebbe un profondo cambiamento con la Rinascita delle città e il risveglio del
commercio.
Questa
favorevole situazione viene colta soprattutto dalle città che si
affacciano sul mare, più pronte
per attivare traffici commerciali a vasto raggio, grazie ai quali
riuscirono a raggiungere una condizione di floridezza economica molto
consistente tale da avere un peso non solo economico ma anche politico..
Nascono
così in Italia le Repubbliche marinare: Amalfi, Pisa, Genova, Venezia, tutte
dotate di consistenti flotte
commerciali, idonee alla navigazione su lunghe distanze ma anche per
contrastare eventuali attacchi di
pirateria da parte dei Saraceni e quelli
arabi che detenevano il dominio arabo
dei mari.
Sono
città che godevano di ampia autonomia politica e organizzativa, governate dalle famiglie dei mercanti, che cominciarono ad aprire in tutto il
Mediterraneo basi commerciali e uffici di rappresentanza.
La
Repubblica di Amalfi fu la prima ad affermarsi nei traffici nel Mediterraneo.
Importava dall’Oriente tessuti ed esportava olio e ceramiche. Aveva rapporti
intensi con Costantinopoli ed emanò le
Tavole Amalfitane, un codice di diritto
nautico riconosciuto fino al XVI secolo. Fu però anche la prima ad andare in
crisi, a causa dell’arrivo dei Normanni nell’Italia meridionale.
Genova
e Pisa erano molto influenti in Liguria e in Toscana, sottrassero ai
Bizantini le isole del Tirreno, ma erano sempre in competizione tra di loro per il controllo dei traffici tanto che nel 1284 entrarono anche in aperto
conflitto e Genova sconfisse i Pisani, distruggendo la loro flotta.
Le
relazioni commerciali di Genova erano a vasto raggio, aveva basi commerciali in
Corsica e Sardegna, in Africa
settentrionale, Tripoli, Tunisi, Alessandria d’Egitto, Cipro, Anatolia, Nicea e in tutto il Regno di Napoli.
Venezia
fu la più potente e longeva fra le
quattro repubbliche e anche quella che durò più a lungo, al 697, quando
era città-stato governata da un doge,
fino al 1797, quando fu ceduta
agli austriaci.
Venezia
era una vera regina dei mari, aveva rapporti commerciali con
il Veneto, la Lombardia, il
Friuli Venezia Giulia e dominava i
traffici nell’Adriatico e aveva numerose basi nei Balcani e nel XV secolo aveva
esteso i suoi possedimenti su
sull’Istria e sulla Dalmazia e
controllava l’isola di Pago, Cittanova,
Vrana, Trau, Spalato, Al missa e le
isole di Brazza, Lissa e Curzola, tutte località dove ancora oggi sono evidenti
le tracce della cultura veneziana, soprattutto nell’architettura.
Nel Mediterraneo aveva intensi rapporti con
l’Impero Bizantino, basi in Tessaglia e sul Mar Nero, a Gibilterra e sulle
isole dell’Egeo.
Gli
scambi di merci erano intensi, interessavano i prodotti alimentari e
dell’artigianato, il vetro di Murano e con lo sviluppo dei traffici crebbe
anche l’attività manifatturiera.
Altre
importanti città marinare erano nel XII
secolo Ancona, Gaeta, Ragusa, Noli, Trani.
Tutte
contribuirono allo sviluppo della navigazione e
delle conoscenze geografiche con informazioni sulla portualità,
diffondendo nuove idee così favorendo lo
sviluppo culturale e i rapporti tra
popoli di culture diverse. Le città marinare controllarono i traffici nel Mediterraneo fino al XV secolo.
Le
Repubbliche marinare contribuirono ad accrescere la conoscenza geografica,
soprattutto delle aree costiere del Mediterraneo perché fino all’ XV secolo il
mondo conosciuto era quello
lasciato
dalla cultura ellenica, i cui documenti erano anche andati
dispersi o disponibili in copia
unica perché non ancora duplicati dagli amanuensi, figura apparsa nel XIII
secolo, nei monasteri.
La
stessa Geografia di Tolomeo, risalente al II secolo a.C. era divenuta accessibile al mondo europeo di lingua non greca soltanto
intorno al 1410, quando una traduzione
in latino dell’opera venne consegnata al Papa
Alessandro V, e soprattutto
quando nel 1482 apparve una
edizione latina pubblicata a
Bologna.
Nella
sua Geografia Tomeo pose le basi tecniche della Geografia “matematica”, disegnò
carte dell’intero mondo allora conosciuto, riportò un elenco
di 8000 località con le loro latitudini e longitudini, utilizzando per
la prima volta le coordinate geografiche per la identificazione dei luoghi, che
consentivano di tracciare le rotte
marittime, metodo poi utilizzato dai naviganti, rendendo la navigazione più
sicura. Inoltre, affermò la sfericità della Terra, già immaginata da Pitagora nel VI-V secolo a. C.
Tolomeo
per i suoi studi si rifà al cartografo greco Marino di Tiro e alle informazioni
dei naviganti.
L’Ecumene del xv secolo è limitato all’Europa,
all’Africa settentrionale, al Medio Oriente e
all’India, grazie ad alcuni
mercanti italiani che la
raggiunsero nel 500.
Dopo
l’anno Mille, la crisi della Chiesa indebolì sia il papato sia il potere imperiale, un processo iniziato già
nel 600 con i Longobardi.
I
Longobardi, dopo la loro conversione al Cattolicesimo avevano stretto con la
Chiesa una implicita alleanza di reciproco sostegno, a difesa dei propri
interessi.
Con le
Repubbliche marinare finì la centralità dell’Italia nel Mediterraneo, perché
sia il Mezzogiorno che gli altri territori della penisola furono aree di
attrazione di popoli stranieri, anche se alcuni hanno amministrato promuovendo
innovazione.
Così
fu in Sicilia che dopo la caduta dell’impero romano fu terra di conquista di
popolazioni straniere, Ostrogoti,
Bizantini, Arabi, che ne avevano fatto
un territorio ricco, introducendovi nuove colture e attività produttive come
l’artigianato e abbellendo le città con
opere di grande valore artistico. Questo
sviluppo attirò i Normanni, che invasero la Sicilia integrandola nel Regno di Napoli . A Palermo i normanni
costruirono un prestigioso palazzo
adibito a sede del potere, oggi sede della Regione Sicilia. Questo dinamismo
continuò con il normanno-svevo Federico II il mecenate che investì in attività
culturali e che aprì a Napoli una Università, l‘odierna Federico II.
E’ con
i Borboni che iniziò nel Mezzogiorno un lungo periodo di decadenza che durò
fimo all’Unità d’Italia, in realtà una decadenza che continuò sotto la
“dominazione” piemontese..
Il
secolo XII-XIII fu un periodo difficile per la Chiesa determinata da conflitti
con gli imperatori corruzione, malcontento dei fedeli.
Questa crisi morale
della Chiesa venne avvertita da
Francesco d’Assisi, che impose al recalcitrante papa la sua Regola nel 1210 e da Benedetto da Norcia, che fondò l’Ordine dei
Benedettini (1218).
Questi
movimenti religiosi sono nati in un contesto di
crisi religiosa e culturale, dall’oscurantismo medievale, di chiusure verso il mondo arabo e bizantino e
contro l’aristotelismo. A questa
chiusura si contrapposero i monasteri, che divennero luoghi di cultura e di conservazione dei
documenti e delle opere del passato e
nel campo letterario il risveglio venne con il Dolce Stilnovo, che rinnovò la
poetica siciliana togliendo la musica per renderla poesia come godimento intimo.
Furono
quegli anni anche un periodo di
transizione che porterà alla nascita dell’Umanesimo, i cui precursori furono
Boccaccio e Petrarca, che riscoprirono la cultura classica, e il Sommo poeta
Dante Alighieri, il padre della lingua italiana, che nella Divina Commedia
invita gli uomini ad avere fiducia nella Speranza, nel Mondo, nella vita come
percorso virtuoso, seguendo la morale e la ragione.
E’ una
caratteristica italiana quella di dare risposte alle crisi, anche a quella del
Trecento, causata da peste, carestia, crisi demografico e calo della produzione
agricola, cioè dare risposte a un
periodo di impoverimento della popolazione
col risveglio della cultura come strumento per trasmettere fiducia nel futuro. Un futuro
di fiducia e di prosperità che, in
effetti, arrivò nel Cinquecento, un secolo che segnò la fine del Medioevo e la scoperta
dell’America, che determinò grandi trasformazioni, nuove scoperte e nuove conoscenze, anche nel
campo geo-cartografico, perché fino ad allora il mondo conosciuto era quello
attorno al Mediterraneo, come si evince
dalla “Geografia” di Tolomeo e dal mappamondo di Ebstorf, ritrovato nel
1843 in un convento ma distrutto da un bombardamento nel corso del secondo
conflitto mondiale.
La
conquista dell’America è stata una
occupazione predatoria condotta da potenze europee esercitata con la forza delle armi per produrre
ricchezza alla madrepatria e ai conquistatore attraverso l‘attivazione di
scambi economici ma non culturali perché sono stati distrutti o cancellati
popoli e culture pre-colombiane senza effettuare nessuna politica di
integrazione. La scoperta è stata, tutava, un evento che ha determinato cambiamenti epocali di
natura geopolitica, in particolare lo spostamento del baricentro politico ed
economico dal Mediterraneo all’Atlantico, l’allargamento dell’ecumene,
l’attivazione di nuove relazioni che hanno dato inizio a nuovi scambi economico-politici su vasta scala, avviando quel processo di
globalizzazione che diventerà esplosivo nel Novecento.
Nonostante si siano modificati gli interessi politici ed
economici delle grandi potenze europee, sono
comunque continuate quelle guerre interne al continente europeo
determinate dagli stessi motivi di sempre, guerre di successione e guerre di espansione per controllare i territori
strategici del continente finalizzate ad acquisire l’egemonia politica e quindi
economica in Europa. Nel continente
americano, invece, le guerre venivano combattute per espandere il
dominio territoriale delle colonie, a
danno
delle popolazioni indigene, che venivano
costrette nelle aree marginali se non addirittura annientate. Ma scoppiavano
guerre anche tra le potenze europee, in competizione sul territorio
americano, in particolare tra Francia e
Inghilterra per allargare le proprie
sfere di influenza.
Anche
se inizialmente la Spagna aveva cominciato a occupare territori meridionali
dell’America de Nord, successivamente si concentrerà, insieme al Portogallo,
nell’America centro-meridionale per lo sfruttamento delle risorse e, come
autogiustificazione, per civilizzare i nativi e convertirli al
cristianesimo, così si accontentava anche il papato.. La famosa politica della
esportazione della democrazia, che sarà adottata nell’Ottocento contro i popoli
dell’Asia e dell’Africa.
I
primi colonizzatori nelle Americhe sono
stati i Portoghesi e gli Spagnoli, paesi che già avevano raggiunto l’unità
nazionale. . L’Inghilterra istituì la
prima colonia nel 1641 in Virginia,
estendendo poi il suo dominio lungo la costa atlantica settentrionale fino a
formare le 13 colonie che raggiunsero l’indipendenza dalla madrepatria nel
1776, dando origine agli Stati Uniti d’America e successivamente alla conquista del Far West:
La
Francia iniziò l’avventura coloniale nel 1534, occupando il Québec e poi si
estese nella parte orientale dell’America settentrionale, in alcune isole
canadesi e nei Caraibi. Lo scopo ea quello di sfruttare le risorse agricole e
minerarie ed esportare in America manufatti.
Quando
conquistò nel 1682 la Louisiana cominciò
ad entrare in conflitto con le comunità locali, ma il suo espansionismo allarmò l’Inghilterra,
con la quale entrò in conflitto anche con guerre in Europa, per la competizione sul dominio marittimo. Decisiva fu la
sconfitta che la Francia subì nella
guerra dei Trent’anni, che sancì la fine del sogno francese di fondare la Nuova
Francia in America e la consacrazione dell’Inghilterra come potenza marittima.
Anche
gli olandesi diedero vita a colonie commerciali lungo le coste del Venezuela,
conquistando Salvador e Recife e alcuni possedimenti portoghesi nella regione
di Pernambuco, grazie anche ai nativi che, essendo in contrasto con i portoghesi per la loro
aggressività, si schierarono a favore degli olandesi.
Si può
certamente dire che il continente americano è un prodotto europeo, specialmente
se si pensa alle ondate migratorie europee nel periodo che va dalla seconda metà dell’Ottocento fino
all’inizio della prima guerra mondiale. E non bisogna dimenticare che, oltre ai
migranti europei, un contributo notevole
a rendere ricche le Americhe l’hanno dato anche gli schiavi africani.
La
conquista dell’America è stata una
occupazione straniera di tipo predatori
di un continente che poi si è scoperto essere ricco di risorse, anche
sconosciute, come alcuni prodotti alimentari, agli europei e solo in questo
senso si può parlare di scambi culturali.
Alla
fine dei conflitti combattuti nel nuovo
continente dai paesi europei per la conquista dei territori ha portato, in particolare a
seguito degli ingenti flussi di immigrati che hanno disegnato un’America
multietnica e multiculturale, sono però anche
spazi a cui le diverse comunità hanno dato una specifica identità che
richiama elementi di quella cultura dei paesi di origine, forse per non dimenticare la loro patria.
A
livello macro la distribuzione degli immigrati
nel continente ricalca le sfere di influenza disegnate al tempo dei “conquistatores”
e ciò ha contribuito alla formazione di comunità diverse, ma ben individuabili
dal punto di vista etnico-culturale nella caratterizzazione che è stato dato
allo spazio privato, che richiama elementi identitari della cultura di origine,
senza che questo sentimento confligga
con il sentirsi comunque cittadini italiani Lo strano, invece, ò un altro aspetto, forse
più psicologico. Tutti i migranti, o quasi tutti, sono entrati in America da
clandestini e pieno piano si sono inseriti, diventando, anche imprenditor o
comunque benestanti. Oggi si avverte in
particolare negli Stat Uniti, specialmente con l’arrivo alla Casa Bianca di
Trump un sentimento di avversione verso i nuovi immigrati, che vengono visti
come “invasori” Un vero rigurgito di egoismo territoriale che it ifa rifiutare
l’altro e ogni sentimento di
fratellanza e di solidarietà umana.
Se
consideriamo che Il ricordo del paese di origine è sempre vivo, anche in quelli
di seconda e terza generazione, tanto che ritornano anche più volte nella vita
per cercare tracce del proprio passato, perché, pur consapevoli delle difficoltà dell’integrazione, perché
quasi tutti sono entrati da clandestini
in America, questo passato difficile non aiuta a comprendere e a
considerare che il nuovo migrante è anche un nostro
fratello che ha bisogno di aiuto.
Il
rifiuto dell’altro è un fenomeno iniziato in America e poi si è diffuso in
Europa, modificando anche i comportamenti elettorali. Rappresenta un pericolo
per l’Europa e per tutto l’Occidente, dove si sono affermati dalla seconda
guerra mondiale i valori di libertà, di democrazia, di fratellanza, di
solidarietà, che sono anche i valor della Rivoluzione francese e anche di
quella americana, una nuova cultura che rischia di trascinarci nella barbarie.
condizionando anche le scelte politiche, un rischio per i valori che
caratterizzano l’Europa, che sono quelli della Rivoluzione francese e, in
fondo, anche quelli della Rivoluzione americana.
La
politica di Trump rischia di modificare il DNA di un continente che o stato
sempre luogo di convivenza di popoli e
culture diverse, guardato sempre come modello di integrazione, dove poter
realizzare il sogno americano. Due continenti uniti dalle migrazione che hanno
fatto l’America, legati anche dai sacrifici che le forze angloamericani hanno
fatto per restituirci la libertà e pensare che oggi la Casa Bianca sta avviando
un percorso illiberale e di appoggio a
Paesi che non rispettano il diritto internazionale, che semina il disordine
internazionale non c’è altro da fare che invitare l’Europa tutta ad assumersi
la responsabilità di essere la frontiera della Libertà-
Pur
essendosi verificata tra XI e XII secolo una fase di crescita demografica e di
sviluppo economa, tuttavia durante il Basso Medioevo l’Europa è continuata a essere teatro di guerre, di
crisi demografiche, di carestie e di peste
Nel
610 il profeta Maometto ricevette la
Rivelazione sul monte Hiram e da quel momento nasce una nuova religione,
l’slam, abbracciata subito da pastori nomadi del deserto, che diventano
stanziali e danno inizio a migrazioni nel Mediterraneo e verso l’Europa, dove
convivono pacificamente con altre popolazioni di diversa fede.
Su
sollecitazione di Papa Urbano II, nel 1096 ebbe inizio la prima crociata contro
gli infedeli, dando inizio alle
Crociate, la prima della quale, iniziata nel 1092, si concluse nel 1099 con la conquista di Gerusalemme.
Altre
ne seguirono fino al XIII secolo, con l’obiettivo di liberare Gerusalemme e la
Palestina dai turco-musulmani. Furono guerre di religione caratterizzate da
cruenti battaglie, massacri di ebrei, e saccheggi, che si conclusero nel 1272
con la vittoria del musulmani, che con Saladino avevano già riconquistato
Gerusalemme nel 1187.
Continuò
anche la crisi della Chiesa, dilaniata
al suo interno, accusata di corruzione per la vendita delle indulgenze e
dalla querelle tra papato e imperatore per le investiture, una crisi che durò
fino al XV secolo, ma che già nel XI-XIII secolo aveva dato luogo alla
rinascita del monachesimo e al formarsi di movimenti che combattevano la Chiesa
dall’esterno.
Eppure,
nell’XI secolo, papa Gregorio VII con la sua riforma cercò di rompere il legame
tra potere temporale e potere spirituale, riportando la Chiesa sotto il
controllo del papa.
Furono San Francesco d’Assisi e i monasteri
cistercensi, che si rifacevano alla Regola di San Benedetto, a impegnarsi nel riformare la Chiesa dal suo
interno.
Esistevano
monasteri in Oriente ,già nel IV secolo, in Occidente cominciarono ad apparire
nel VI secolo, soprattutto per merito di San Benedetto da Norcia, che ne fondò
uno a Subiaco e poi quando si trasferì a Cassino, dove fondò l’Abbazia di
Montecassino. Molti furono i monasteri che vennero fondati successivamente in
tutta Europa. Nel monastero si formò, alla fine del XII secolo un movimento di
riforma ecclesiale rinnovò l’ordine benedettino, che poi si diffuse in tutta la Chiesa.
Fu un
rinnovamento che durò poco. La mancanza di monaci, la difficoltà di gestione,
la severa vita monastica determinarono
la decadenza delle abbazie, che vennero affidate in commenda a famiglie potenti
locali, che le usarono per i loro esclusivi interesso.
Ben
diversa la “rivoluzione” spirituale di
San Francesco d’Assisi, animato dal suo amore per ogni creatura, diede vita a
un movimento di rinnovamento di rinnovamento della Chiesa, che è durato nei
secoli, lasciando tracce indelebili.
San
Francesco, un laico penitente, figlio di una ricca famiglia, si spogliò di tutti i suoi
beni pei abbracciare la povertà pe servire la Chiesa,
fondò nel 1223 l’Ordine dei mendicanti e impose al
recalcitrante
papa Onofrio III la sua Regola cambiando la storia della Chiesa e dell’Umanità,
in un periodo in cui il papato dava il suo migliore impegno a curare il suo
potere temporale
Il
XIV secolo fu un periodo di profonda
crisi, politica, economica, sociale e soprattutto demografica, che colpì
l’intera Europa
Le
cause principali furono le carestie dovute a due annate di ridotta produzione
agricole (1313 e 1317) e l’epidemia di peste del 1348, che durò fino al 1352,
causando 20-30 milioni d vittime, impoverendo la
popolazione, devastando l’Europa medievale.
Ebbe
origine in Asia centro-settentrionale e si diffuse in Europa, attraverso i
mercanti e i soldati mongoli.
La
pandemia trovò la popolazione indebolita dalla carestia che fu causata da un
brusco cambiamento climatico che causò clima arido e freddo a cui seguì un
periodo di intense piogge che distrussero i raccolti.
Non
capendo la sua origine, la popolazione attribuì la responsabilità agli ebrei,
scatenando la caccia all’untor, che provocò ulteriori morti e fece nascere
nuovi movimenti religiosi, come quello de flagellanti.
La
peste causò l’abbandono dei centri rurali e le città subirono la decadenza e la
produzione artigianale si arrestò per carenza di lavoratori.
Anche
in Italia la peste si diffuse , in maniera tragica nel 1348, diffondendosi su
tutta la penisola. Ispirò il Boccaccio ,che la descrisse nel Decameron, E
Manzoni che dedicò ben due capitoli ne’ I Promessi Sposi alla peste di Milan
del Seicento..
La
peste non fu un episodio passeggero
perché ritornerà nei secoli successivi fino al ‘700.
Ma nel
XIV secolo l’Europa fu anche teatro di
una lunga guerra, detta dei “Cent’anni”
iniziata nel \337 e terminata nel 1453, combattuta tra Francia e Inghilterra svoltasi in diverse fasi coinvolgendo altri paesi,
scoppiata per motivi ereditari, perché il re d’Inghilterra, vassallo del re di
Francia, aspirava alla corona francese. Finì con la sconfitta dell’Inghilterra
e l’espulsione degli inglesi da tutti i
territori francese, con l’eccezione di Calais.
Il XV
secolo fu un periodo di transizione, di consolidamento delle grandi monarchie
europee, , della fine delle Signorie e l’inizio delle guerre italiche (1499-1559). Ma l’evento più importante del
XV secolo è la scoperta dell’America da parte
di Cristoforo Colombo
Le
guerre italiche sono, ancora una volta, guerre di successioni, che poi
diventarono anche guerre di religione,
combattute sul territorio italiano.
Fu la
Francia a iniziare il conflitto perché rivendicava diritti ereditari sul Ducati
di Milano e sul Regno di Napoli, un conflitto che presto divenne europeo perché
si creò un’alleanza contro la Francia formata Inghilterra, Spagna, Sacro Romano Impero, impero ottomano, il
Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia e alcuni stati regionali italiani,
riuniti nella “Lega di Venezia” Dopo alcune vittorie e sconfitte che avevano assegnato lo stesso
territorio una volta a una potenza e un’altra volta a un’altra potenza,
l’assetto definitivo dell’Europa e dell’Italia fu il seguente. e vittorie la
guerra si concluse con il ridisegno degli equilibri politici in Europa,
con il trattato di pace di Cateau-Cabrassi del 1559:
Ancora
una volta furono le grandi potenze a decidere cosa fare per l’volta entrò in
gioco anche il papa Giulio II, che con due diverse alleanze condizionò non poco
le decisioni finali.
L’Italia
purtroppo era debole perché
frammentata, una popolazione rurale, ma
non solo, apatica e sfiduciata e la morte di Cosimo de’ Medici,
che aveva favorito una politica di equilibrio, l’aveva resa ancora più debole.
Nel
1498 morì Carlo VIII e gli successe Luigi XII, che vantava diritti sul Ducato
di Milano e fu questa pretesa che
scatenò la guerra.
Alla
fine della guerra la Spagna ebbe il
dominio sulla Toscana, sul Ducato di Milano,
sul Regno di Napoli e le due isole di Sicilia e Sardegna, che nel 1720 passò ai Savoia, insieme alla Savoia
e il Piemonte, a Francia conservò la Lombardia e ottenne anche Calais- e alcuni
vescovadi, la Corsica andò alla Repubblica di Genova.
Il
papa Giulio II rafforzò lo Stato pontificio nelle Marche e in Romagna a spese
della Repubblica di Venezia.
La Spagna conservò la parte meridionale della
penisola, alleandosi con l’aristocrazia feudale per conservare il potere,
lasciando il popolo nella miseria, e arricchendosi con le tasse dei ceti
produttivi. Una politica disastrosa che poi continuerà ancora con i Savoia,
dopo l’Unità d’Italia.. La sola Francia alla fine fu la vera sconfitta.
Nel
Cinquecento un altro episodio cambiò la storia della Chiesa, che influenzò la
vita sociale in tutta Europa: la riforma protestante dell’agostiniano Martin
Lutero che, nel 1517, affisse le sue 95 tesi sul portone della Chiesa di Wittenberg,
in Germania., con le quali condannava la corruzione e lo spreco di risorse
della Chiesa di Roma, provocando uno scisma tra la Ciesa di Roma e le Chiese
riformante d’Europa, facendo nascere il protestantesimo, che si diffuse a
partire dal 1521 in Germania e oi in
Austria, Olanda, in Svizzera e in Svezia.
La
Riforma cambiò radicalmente gli ordinamenti cattolici, in particolare quello relativo al ruolo del sacerdozio
universale perché non c’è bisogno di intermediazione perché tutti sono
responsabili della propria fede e la
salvezza dipende solo dalla fede e non dalle opere, ossia dalle offerte.
La
Riforma luterano non cambiò solo i principi e le regole del rito cattolico, ma
ebbe molti risvolti sulla società,
perché emersero come fondamentali altri valori come la verità, la libertà, la
giustizia, la pace, la carità, ma soprattutto la responsabilità personale, un
nuovo concetto della ricchezza e del lavoro buono.
Il
protestantesimo crede che l’uomo sia predestinato da Dio e ognuno può rendersi
coto di esserlo con il lavoro buono, col successo, con l’arricchimento, ma la
ricchezza non deve essere un fine ma un mezzo per creare nuovo lavoro e
benessere diffuso.
Secondo
Max Weber la riforma protestante ha dato
origine alla rivoluzione industriale e ha diffuso una nuova morale,
l’Erica protestante, pessia , cioè la correttezza nei rapporti e l’onesta,
essere uomo risoluto e responsabile
verso se stesso, la società e il suo
Dio..
Purtroppo
la Chiesa romana rispose alle sollecitazione della Chiesa luterana con la
Controriforma, si limitò a istituire i seminari per formare i sacerdoti,
obbligò i vescovi a risiedere nella Diocesi, a imporre il latino come lingua
ufficiale della Chiesa, ma nulla si fece per reprimere la corruzione, il lusso,
lo spirito mondano. Per avere un papa che professa una Chiesa povera e che
prende il nome di Francesco per la prima volta, abbiamo dovuto attendere otto
secoli.
La scoperta dell’America e i nuovi
equilibri geopolitici
Ma è
la scoperta dell’America che determinò grandi cambiamenti, che cambiò il tempo
e lo spazio, segnando il passaggio dall’età medievale all’età moderna, anche se
penso che la modernità arrivi nella seconda metà del Seicento, quando la
scienza prende il posto dei pregiudizi.
Quando
Colombo approdò, il 12 ottobre 1492, dopo tre mesi di navigazione, approdò
sull’isola di Guanachi, che chiamò S. Salvador, pensava di aver raggiunto il
Cipango, ossia il Giappone e solo nel 1507 Amerigo Vespucci capì che Colombo
aveva scoperto un nuovo continente, l’America.
La
ricerca di una nuova via per le “Indie”
era una esigenza per l’Europa, considerato che la Via della Seta era ormai
difficile da percorrere a causa della presenza araba nel Medio Oriente e
Colombo era convinto che navigando verso
Occidente si potesse raggiungere l’Oriente, convinto della sfericità della
Terra. Erano stati i portoghesi per primi a intraprendere la circumnavigazione
dell’Africa nel XV secolo. Nel 1487 fu il navigatore Bartolomeo Diaz a
raggiungere il Capo di Buona Speranza ma il viaggio per le “Indie” era lungo e
difficile. Bisognerà attendere il 1869, anno in cui venne aperto alla
navigazione il Canale di Suez per avere un collegamento rapido tra i Mar Rosso
e il Mediterraneo.
La
scoperta dell’America ebbe conseguenze a livello globale, si allargò l’ecumene,
si ampliarono le conoscenze geografiche, si sviluppò la cartografia, fino ad
allora basata sulla Geografia di Tolomeo. Ma soprattutto iniziò uno scambio di
prodotti tra l’Europa e l’America e iniziò la estrazione dell’oro, dell’argento
e la coltivazione della terra, tutti beni che vennero esportati in Europa,
rendendola ricca. Nel XVI secolo fu soprattutto la Spagna ad avvantaggiarsi
delle ricchezze d’oltre Atlantico.
Dopo
la scoperta dell’America si intensificarono i viaggi di esplorazione lungo la
costa atlantica del continente , ma soprattutto aumentò la conquista dei
territori da parte delle potenze europee,
che diedero vita a imperi coloniali.
Furono
Spagna e Portogallo le principali potenze marittime dell’epoca a conquistare i
territori dell’America centrale e meridionale e, per dirimere i conflitti tra
le due potenza cattoliche, nel 14949
il papa Alessandro VI impose ai
due stati la firma del Trattato di Tordesillas, il primo trattato di
geopolitica che solo un papa di quel tempo poteva imporre. Si definivano così c
le sfere d’influenza di Spagna e Portogallo attraverso una linea virtuale, la raya, tracciata a 100 leghe a ovest delle isole di Capo
Verde, approssimativamente lungo il 46° meridiano. A ovest di tale linea le terre spettavano
alla Spagna, ad est al Portogallo. Al Portogallo, quindi, spettava anche il
dominio sulla parte orientale del
Brasile, dove creò alcune colonie.
La
conquista dell’America segnò l’inizio della colonizzazione delle potenze
europee, condotta in maniera violenta,
che causò la scomparsa dei popoli indigeni e delle culture
pre-colombiane.
Particolarmente
violenti le parole del cardinale
spagnolo Bartolomeo de Las Casas, che
considerava gli indios “non figli di Dio” e quindi che potevano anche essere
eliminati.
La
scoperta dell’America ha introdotto al di là dell’Atlantico beni sconosciuti alle popolazioni locali e
viceversa, ha portato in Occidenti altri beni che non erano conosciuti in
Occidente, dando origine alla scambio ineguale. Ineguale perché lo scambio non
è mai stato di pari valore, avvantaggiando l’economia europea.
Non
c’è stato neanche uno scambio culturale, perché è stata imposta la cultura
occidentale. Ma se si considera che in entrambe le direzioni sono stati
trasferiti prodotti alimentari sconosciuti, in questo senso si potrebbe parlare
di scambio culturale perché sono cambiate le abitudini alimentari a livello
globale, introducendo, in particolare in Italia, prodotti che hanno che sono stati
utilizzati per creare la dieta alimentare, oggi identitaria della cucina dei
paesi mediterranei.
Dall’America
giunsero in Europa i prodotti connessi
alla flora e alla fauna: castori, pappagalli, anatre, tacchini, visoni, pesce
persico, piccioni, cervi, nutrie e, ancora, pomodori, patate, ananas, girasoli,
mais, fagioli, farro, peperoni, caffe, cacao, cotone, oltre a oro e argento:
Gli
europei portarono nelle Americhe asparagi, cetrioli, carciofi, cavoli, lattuga,
sedani, e poi la mucca, il bue, l’asino, il
cavallo, che ha fatto la storia del West, ma anche molte nuove malattie.
Con la
conquista dell’America ha avuto inizio
un’altra modalità di scontro-incontro tra popoli diversi, perché
nell’Antichità si invadevano i territori ma non si distruggevano le civiltà dei
vinti non si imponeva quella dei vincitori, ma
a quella civiltà ne seguiva
un’altra che era frutto di i integrazione, che portava allo sviluppo di una
nuova civiltà, anche più evoluta.
Con la
colonizzazione dell’America iniziò, quindi,
un nuovo modello di occupazione territoriale, basato sul controllo politico e sullo
sfruttamento delle risorse del paese occupato. .
Lo
scambio ineguale non è quindi solo commerciale, è basato su un rapporto di
sottomissione e soppressione dei popoli, perseguito attraverso battaglie
impari, fucili e munizioni da una parte e di frecce dall’altra parte, che mira
non all’integrazione ma alla sostituzione etnico-culturale delle popolazioni
locali
Portoghesi
e spagnoli hanno operato con ferocia e violenza, sequestrando i terreni e ogni
bene ao nativi, uccidendo uomini, donne e bambini, rendendosi responsabili di
genocidio. Particolarmente feroci sono stati i conquistadores Hernan Cotés, che
ha conquistato la città di Tenochrirlan e ha distrutto la civiltà Azteca e Francisco Bizarro, che conquistò il Perù
e distrusse la civiltà Inca e fondò la
città di Lima.
Un
genocidio fu anche quando gli spagnoli occuparono la Florida nel 1539. E’ una
logica imperialistica che nasce nel Cinquecento, si diffonde nell’Ottocento e
usata ancora oggi per regolare i rapporti internazionali, basati sulla forza e
non sul diritto o, almeno, sul buon senso.
Queste
campagne di conquiste territoriali erano sempre autorizzate dai cattolicissimi
sovrani europei per compiacere la Chiesa, gratificata con la promessa della
evangelizzazione dei pagani e la diffusione del Cristianesimo.
La
Chiesa nel Cinquecento stava vivendo una profonda crisi e si presentava debole istituzionalmente e
incoerente sul piano dottrinario, divisa in diverse chiese e sette dopo la
Riforma luterana, alla quale la Chiesa
rispose con la Controriforma e nel Concilio di Trento(1545-1563) non decise altro che ribadire la dottrina
cattolica , condanna ogni altra dottrina. Si istituirono i Seminari per la formazione del clero, venne
dichiarato il a latino lingua ufficiale
della Chiesa anche nelle liturgie, e nel 1542 , con la Bolla Licet et inizio,
di papa Paolo III Farnese viene istituito il Sant’Uffizio, ossia l’inquisizione romana universale.
Ben
diversa la risposta alla crisi della Chiesa da parte del Cardinale Carlo
Borromeo, arcivescovo di Milano, autentico riformatore della Chiesa.
Egli
fondò seminari, costruì ospedali e ospizi, abbellì il Duomo, utilizzò il
patrimonio familiare per aiutare i poveri, liberò la Chiesa dalle influenze
della nobiltà lombarda e impose una nuova organizzazione delle strutture
ecclesiastiche e per tutte queste opere venne anche “premiato” con un fallito
attentato, evidentemente organizzato da chi non gradiva il rinnovamento della
Chiesa. Il Cinquecento è stato anche
il secolo del Rinascimento, un fenomeno culturale, filosofico, artistico che si
sviluppò tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna, tra la metà del
XV secolo e rutto il XVI secolo, che favorì un fiorire di attività culturali,
artistiche e filosofiche, che influenzò
a lungo le arti figurative, che interessò tutta la penisola ma ebbe il
suo massimo splendore nel Rinascimento fiorentino, grazia a Lorenzo de’ Medici, mecenate e politico,
esponente di una potente famiglia
fiorentina, che nel 1478 subì la Congiura dei Pazzi, organizzata da una famiglia di banchi, rivale
dei rivali Medici, organizzò un agguato nel Duomo di Firenze.
l banchieri fiorentini, rivale dei Medici e
sostenuta dal papa che, per abbattere
l’egemonia politica e culturale dei Medici, organizzò un agguato nel Duomo di
Firenze, che però non riuscì.
Nella
Congiura morì Giuliano ma non Lorenzo,
che ordinò una spietata repressione contro i Pazzi, contro i quali si rivoltò
tutta la città.
Il
Rinascimento fu un’epoca di cambiamento
durante il quale maturò un nuovo modo di vedere il mondo e l’uomo. Nato in
ambito letterario, finì poi per influenzare anche la Filosofia. In quel periodo
si affermarono personaggi come Leonardo
da Vinci, Raffaello, Michelangelo, Donatello, Brunelleschi, Masaccio, che hanno
dato lustro all’Italia con riconoscimenti internazionali.
Il Rinascimento
trae spunto dall’Umanesimo, un movimento culturale che nacque nella fine del
XIV secolo e si sviluppò per tutto il XV e si caratterizzò per la riscoperta e
la rivalutazione degli studi classici, considerati fondamentale per la
formazione e la elevazione spirituale dell’Uomo. Gli ispiratori dell’Umanesimo
furono Petrarca e Boccaccio.
Anche
il Seicento è stato un secolo
contraddittorio, caratterizzato da grandi guerre, grandi contrasti, dalla feudalizzazione,
che provocò le rivolte dei contadini,
dalle pestilenze , dalle carestie, da crisi economiche, dall’assolutismo, dai
conflitti tra Spagna e Francia per il dominio sull’Italia, dal contrasto tra
papato e impero per le investiture, dall’ingerenza della Chiesa nella società e
nella scienza. Ma è stato anche il secolo della rivoluzione scientifica che fa
entrare pienamente l’Italia e l’Europa nella modernità.
L’Europa
è stata colpita dalla peste portata dai mercanti o dai soldati dell’impero
mongolo, causò 20 milioni di morti, si
diffuse in tutta Europa e in Italia, a Napoli e a Milano. Quella di Milano è
stata descritta da Alessandro Manzoni nei “I promessi sposi”. Un’altra ondata
colpì pesantemente Londra nel 1660 e
altre ondate seguirono vero la fine del secolo. Queste epidemie, anche se
talvolta avevano la capacità di regolare il rapporto tra popolazione e risorse
riducendo i rischi delle carestie, della disoccupazione e anche delle rivolte,
producevano effetti rilevanti sul piano sociale ed economico perché
determinando una caduta della produzione agricola, dell’artigianato del settore
manifatturiero, tutti fattori che causavano la riduzione dei traffici e delle relazioni tra i popoli.
Turro ciò causava anche inflazione e
aumento dei prezzi, un circuito vizioso che creava stagnazione e l’insorgere di
nuove rivolte.
Una
lunga e disastrosa guerra, quella dei Trent’anni, che coinvolse quasi tutte le potenze europee devastò l’Europa centrale. Si svolse, in più
fasi, dal 1618 al 1648 e, iniziata come guerra di successione divenne guerra di
religione, quando l’imperatore del Sacro Romano Impero divenne re di Boemia, i
cui sudditi, protestanti, si ribellarono e diedero inizio alla guerra. Fu una guerra che vide lo scontro tra
due schieramenti, da una parte gli stati cattolici, dall’altra parte gli stati
protestanti. L’elemento religioso è anche alla base dei conflitti che più
recentemente hanno sconvolto anche i Balcani.
La
guerra dei Trent’anni finì nel 1648 con la pace di Westfalia., che segnò la
decadenza della Spagna come grande potenza, l’accresciuta potenza di Svezia e
Francia, il riconoscimento dell’autonomia della Svizzera, che si staccò
dall’impero austro-ungarico e ratificò la fine delle guerre di religioni e il
riconoscimento della libertà di
coscienza.
Nella
seconda metà del 1600 emerse una nuova visione dell’Uomo e della Natura,
influenzata dal pensiero Umanistico, che mette l’uomo al centro dell’Universo e
vede la Natura come una realtà autonoma , regolata da leggi proprie, di cui
l’Uomo deve servirsi e goderla, tenendo conto però della sua fragilità e che quindi deve anche curarla.
E’ la
visone antropocentrica che si contrappone alla visione eliocentrica dell’epoca
medievale.
Non è
più Dio che determina il futuro ma è l’Uomo con il suo ingegno e la sua curiosità a ricercare la
Verità..
E’ il
vero inizio dell’era moderna, che segna il progresso di scienze come la
matematica, la fisica, la medicina, l’astronomia che favorirono la nascita di
nuovi metodi di ricerca e nuove strumentazioni utili per lo sviluppo della
ricerca.
Vengono
inventati in questo periodo la bilancia di precisione, il barometro, il
microscopio, il cronometro, l’orologio a pendolo, la calcolatrice meccanica, il
sestante e, soprattutto, il telescopio e il cannocchiale che consentiranno a
Galilei di scrutare l’Universo.
Galilei
è anche l’inventore del nuovo metodo scientifico, detto metodo galileiano,
basato sull’osservazione, sulla sperimentazione, sul modello (definizione dell’ipotesi ),
verifica delle ipotesi.
Con il
suo metodo e con l’utilizzo del
cannocchiale da lui inventato, Galilei arriva a dimostrare la sfericità della
Terra, contribuendo all’affermazione della teoria geocentrica.
Di
Terra sferica avevano già parlato Pitagora nel VI secolo a.C. e Aristotele nel
IV secolo a.C., osservando la forma della Luna durante un’eclisse lunare. Ma fu
l’astronomo polacco che pose le basi della
Teoria eliocentrica, affermando che
il Sole è al centro dell’Universo e che la Terra gira intorno al Sole,
ipotesi che Galilei avvalorò con le sue osservazioni.
Il
libro di Copernico, pubblicato nel 1543,
venne contestato dalla Chiesa perché in contrasto con le Scritture. Andò peggio
a Galilei, che venne accusato di eresia e condannato a morte. Dovette abiurare
per non farsi “arrostire” in pubblica
piazza.
La
Rivoluzione scientifica del 1600 anticipò l’Illuminismo, un movimento che
nacque in Inghilterra nel 1700 e si
diffuse in tutta l’Europa negli anni successivi.
Tra la
fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento nacque in Italia un nuovo
movimento estetico, filosofico, culturale che investì anche la musica,
l’architettura e le arti figurative, che si presenta con valori etici ed estetici bel riconoscibili, con
opere emotivamente intense,, con decorazioni che destano sorprese, con opere
pesanti. La caratteristica è la strampalatezza, l’esagerazione, che si oppone
alla Bellezza e alle forme regolari, al
razionale del classicismo: E’ il Barocco, un movimento che segna un ritorno sl
passato, che lo lega, anche se non esplicitamente, alla Controriforma.
Al
Barocco si contrappose l’Accademia dell’Arcadia, fondata a Roma alla fine del
1600, con l’obiettivo di ricondurre l’Uomo alla vita normale, lontano dalla
corruzione della civiltà, per contrastare la decadenza culturale dovuta agli
eccessi del Barocco anche nella poesia, auspicando un ritorno alla semplicità e
alla chiarezza della tradizione classica.
È un
movimento che anticipa e annuncia l’arrivo dell’Illuminismo, un ritorno
all’eleganza, alla Bellezza, al razionale del classicismo, che caratterizzerà
il Settecento.
L’età
dell’Illuminismo.
Alla
fine del Seicento la nascita dell’Accademia dell’Arcadia che,
contrapponendosi al Barocco, una forma di reazione alla bellezza e al
rigore delle forme del classicismo, anticipa il movimento politico, culturale,
sociale e filosofico che caratterizzerà il nuovo secolo, l’illuminismo il cui
motto è Sapere Aude! , un incitamento all’Uomo affinché si scrolli di
dosso lo stato d minorità e diventi
protagonista attraverso l’uso della ragione., valorizzando le sue capacità
intellettuali in maniera autonoma e critica.
L’Illuminismo
nasce in Inghilterra e si diffonde subito in Francia, dove conosce il suo
massimo sviluppo, e si diffonde in America e in Europa e anche in Italia, a
Milano e a Napoli in particolare.
Non è
un caso se la scintilla che fa esplodere la ragione si accende proprio in
Inghilterra, che aveva superato la crisi derivante dalla guerra civile e nel
1707, con l’unificazione della Scozia, dell’Irlanda e del Galles, si era
trasformata in Regno di Gran Bretagna che, dopo la guerra dei trent’anni era divenuta la prima potenza marittima,
dando inizio a una espansione coloniale che porterà la Gran Bretagna a diventare
nel 1920 un impero esteso su una
superficie di oltre 32 milioni di kmq e 500 milioni di abitanti.
Illuminismo,
dunque, è un movimento culturale, un metodo di indagine capace di illuminare la
mente per allontanare l’Uomo dall’ignoranza e dalla superstizione per diffondere la conoscenza attraverso
l’istruzione.
Rifacendosi
a Socrate, l’Uomo illuminista è consapere di non sapere e quindi, attraverso il
dubbio e la scienza cerca la verità, offuscata, secondo Platone, dall’oscurità.
Con
l’Illuminismo emergono nuovi valori, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità,
la tolleranza, valori che sviluppano principi fondamentali come la fiducia
nella ragione, il rifiuto dell’autoritarismo, la fiducia nel progresso.
E,
infatti, nel Settecento si diffonde il metodo sperimentale di Galilei, numerose sono le nuove invenzioni: il telaio
con la spoletta volante, la filatrice meccanica, il termometro a liquido, il
paracadute, il sottomarino, il sestante e la macchina a vapore.
L’illuminismo,
rifiutando il sapere del sapere fondato sulla teologia, concetto già maturato
nel Rinascimento, unendo il sapere
allo stato laico, rompe il legame tra papato e impero.
Una
vera rivoluzione di pensiero che favorirà l’affermazione di due rivoluzioni: la
rivoluzione industriale e la rivoluzione francese.
Anche
la rivoluzione industriale nacque in Inghilterra intorno al 1730 e fu favorita
dall’invenzione della macchina a vapore di Watt, che ebbe ripercussione sul
settore metallurgico e tessile, dando vita alla prima rivoluzione industriale,
che si concluse nel 1850.
Nel
1776 erano nati gli Stati Uniti d’America con la guerra di secessione e questo
evento fu certamente da stimolo allo scoppio della Rivoluzione francese nel
1789.
La
Francia del XVIII secolo era gravata da seri problemi economici e sociali, con
un pesante debito pubblico e una popolazione quasi totalmente agricola, a
fronte di una nobiltà e di un e clero
che vantavano privilegi come l’esenzione dal pagamento delle tasse, pur avendo
immense proprietà.
La
situazione era non più tollerabile, anche perché in Francia si era diffuso lo
spirito dell’Illuminismo, risvegliando
le coscienze al punto che nel 1789 scoppiò la Rivoluzione che abbatté la
monarchia, sostituita dalla Repubblica.
Dopo
la Rivoluzione la Francia visse un
periodo di turbolenze e di contrapposizioni
create da diverse visioni sul
futuro assetto politico-istituzionale da dare al Paese. Si contrapponevano posizioni radicali rappresentate dai Girondini e
posizioni più moderate espresse dai Giacobini.
Ne
approfittò un ambizioso generale, Napoleone Bonaparte, che nel 1985, con un
colpo di stato, si impossessò del potere.
Napoleone
diede inizio a una serie di guerre, la prima contro l’impero
austro-ungarico per difendere i confini
della Francia e la Rivoluzione, temendo una reazione delle monarchie europee,
ma poi le guerre le guerre si estesero su tutta l’Europa, che portarono la
Francia a dominare su quasi tutta il
continente . Ma Napoleone non si
accontento di aver conquistato buona parte dell’Europa, voleva conquistare
anche la Russia, ma, nonostante venisse considerato un abile generale e grande
stratega, commise molti errori nell’organizzazione della battaglia e a Waterloo, nell’ultima delle sue battaglie,
una coalizione formata da tutte le potenze europee sconfisse l’armata francese
ponendo fine alle ambizioni di Napoleone e alla Rivoluzione francese perché nel
1815, con il congresso di Vienna e la conseguente Restaurazione, l’Europa ritornò allo status
quo ante bellum.
Pur
nella brevità della loro durata, la Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte
hanno determinato la fine dell’Ancient
Règime, dominato dall’assolutismo regio e dalle ineguaglianze sociali ed economiche. Fallì soprattutto il
tentativo di dar vita in modo stabile a un nuovo modello di governo basato sul
rispetto di tre valori essenziali, della rivoluzione, Libertà, uguaglianza e
fraternità, valori che ancora non sono patrimonio comune di tutte le democrazie
occidentali. Questi valori restano una
un obiettivo da realizzare, in un mondo in cui l’individualismo invade sempre
più le nostre coscienze a scapito dell’umanitarismo universale. Spetta ad
ognuno di noi trovare modi e tempi per invertire la rotta.
Quella
esperienza rivoluzionaria fu, comunque, una stagione di grandi sconvolgimenti
politici e sociali, che condussero a una nuova concezione dell’uomo e dello
stato. Napoleone ci ha lasciato un’idea di amministrazione dello stato affidata
a funzionari competenti e indipendenti dal potere politico (anche questo valore
è stato disperso), e articolata su settori in base alle competenze, un modello
di sviluppò economia capitalistica, il riordino del catasto, promuovendo la
realizzazione di mappe per la rappresentazione delle proprietà, un sistema di
tassazione basata sul reddito.
Napoleone
amava l’arte e valorizzò i beni artistici e culturali, tanto che in Italia
trafugò molte opere e reperti archeologici provenienti dagli scavi di Pompei,
oggi esposti al Louvre di Parigi.
Potremmo
definire illuministi filosofi come Kant, Cartesio e Bacone, perché già troviamo
nel loro pensiero elementi propri dell’Illuminismi. Sapere Aude è il motto kantiano per indicare il significato del termine Illuminismo e
la capacità critica dell’Uomo per
comprendere la realtà, abbandonando i pregiudizi, ossia avere il coraggio di
conoscere, di ricercare la Verità,
usando l’intelligenza, liberando il cervello dai pregiudizi del passato
e avere il coraggio di non sottomettersi al Potere, che invece preferisce
l’ignoranza.
Le
idee dell’Illuminismo hanno avuto riflessi sulla società sulla politica, sulla
cultura.
Valori
come la tolleranza, la giustizia, il rifiuto dell’autoritarismo, l’aspirazione
al progresso, la partecipazione e il concetto di cultura come strumento di emancipazione sociale e
benessere collettivo sono tutte rivendicazioni
che sono stati alla base dei movimenti studenteschi originatisi in
Francia per diffondersi poi in tutta Europa. Valori che, per affermarsi, devono
far parte del nostro agire quotidiano per diffonderli e farli radicare nella
società,, valori come Pensiero e come Azione.
I
maggiori esponenti sono: in Inghilterra John Locke, padre dell’empirismo,
secondo cui la conoscenza deriva dall’esperienza, e teorico della Felicità,
della divisone dei poteri, della proprietà come diritto naturale da acquisire
con il lavoro onesto e senza violenza o
inganno, come anche il concetto di
libertà, di fare ciò che si vuole senza ledere i diritti degli atri.
In
Francia l’Illuminismo ha assunto toni più radicali e pensatori come Montesquieu,
Voltaire, Rousseau, Diderot e D’Alembert, questi due ultimi autori della prima Enciclopedie
per facilitare la diffusione della conoscenza.
In
Italia l’Illuminismo si sviluppò come movimento culturale e filosofico e ha
avuto come centri principali Milano e
Napoli.
A
Milano l’Illuminismo nacque all’interno dell’Accademia dei Trasformati, fondata
nel 1743 ed ebbe essenzialmente carattere aristocratico. Il personaggio più
prestigioso fu il filosofo ed
economista. Pietro Verri e, sul piano politico la regina Maria Teresa
d’Austria, sovrana illuminata, abbracciò
le idee dell’Illuminismo d trasformandole in agire politico, varando molte
riforme.
Rinnovò
l’amministrazione delegando a un Consiglio di Stato il coordinamento delle
attività, approvò la divisione dei
poteri, rinnovo l’agricoltura e le attività manifatturiere, potenziò la
lavorazione della seta e fece la riforma del catasto. Abbellì Milano con numerose opere pubbliche;
il Teatro alla Scala, la Biblioteca Braidense, il Palazzo Reale,
l’illuminazione pubblica, la pavimentazione delle strade e pose la Madonnina
sul Duomo.
Anche
a Napoli l’Illuminismo fu importante per
il rinnovamento delle istituzioni e della società, favorendo un risveglio
culturale ed economico della città, grazie a degli illuministi che non
disdegnarono di “sporcarsi le mani”
collaborarono con il tollerante re Carlo di Borbone dando vita a un periodo di forte innovazione.
Gli
illuministi napoletani furono personaggi di grande cultura, tra gli altri,
Antoni Genovesi, Ferdinando Galiani, Gaetano Filangieri, Mario Pagano.
In
un’Italia s debole, frammentata, con forti squilibri interni, dominata da
potenze straniere, se
il
centro-nord poteva vantare un certo dinamismo economico-imprenditoriale grazie
alle esperienze dei Comuni e delle Signorie, il Mezzogiorno era all’inizio del
Settecento un’area depressa.
Nell’Italia
meridionale, infatti, se si escludono alcuni periodi di particolare rilievo,
la lunga dominazione borbonica
basata sull’autoritarismo e la
vessazione, che costringeva i contadini
a produrre per il proprietario terriero ricavando per se soltanto quel poco per
una vita stentata e gravava di tasse
elevate, condizioni che disegnavano una realtà
depressa fatta di poche e piccole attività industriali, di scarsità di
infrastrutture, di analfabetismo
diffuso e di elevata mortalità
infantile.
Il
Regno delle Due Sicilie, diventato stato
autonomo con Carlo di Borbone nel 1734 e durato fino al 1861, non ha cambiato
il quadro economico e sociale del Regno, un vasto stato con una superficie di 120700 kmq e 9
milioni di abitanti nel 1859. Poteva contare su risparmi pari a 440 milioni di
lire, notevoli rispetto a quelli di tutti gli altri stati, che non superavano i
230 milioni di lire. Aveva inoltre una riserva aurea di 48 tonnellate d’oro. E
tutte queste risorse confluirono poi
nelle casse del nuovo Regno d’Italia.
E’
sull’abbrivio dell’Illuminismo se a Napoli
si sia sviluppato una intensa attività culturale, tale da
diventare una fucina di idee e di pensiero che portò una ventata di
rinnovamento politico e sociale, che però
fu un fenomeno elitario che coinvolse la capitale ma non le province del Regno.
I
promotori di questo rinnovamento furono gli intellettuali seguaci
dell’Illuminismo, in particolare,
Antonio Genovesi, che occupò per la prima volta una cattedra
universitaria di “Economia sociale” diffondendo tra gli studenti le nuove idee,
utilizzando la lingua italiana anziché il latino al fine di raggiungere un pubblico più vasto e per
togliere dall’ignoranza la maggior parte dei cittadini. Secondo Genovesi l’istruzione era l’unico mezzo
per risanare il Regno di Napoli. Autore
del libro Lezioni di commercio o sia di economia civile, nel quale suggerisce
un modello alternativo all’economia capitalistica basato su una
economia di mercato fondata sul principio della reciprocità e della fraternità.
Quanta modernità nel suo pensiero!
Altro
personaggio illustre fu il giurista Gaetano Filangieri, che scrisse una Scienza della legislazione, in cui
affermava che nessun tiranno è mai riuscito a far tacere l’opinione pubblica
per cui erano necessarie istituzioni e leggi democratiche, suggerendo anche la
istituzione di un tribunale laico per
l’amministrazione della giustizia-. Un testo che ogni politico e ogni
professore dovrebbe oggi studiare.
Altro
illuminista riformatore è stato
Ferdinando Galliani, teorico dell’economia, che scrisse sul valore
economico dei beni e sulla relazione tra
quantità e qualità del lavoro e sulla utilità e rarità del prodotto.
Accanto
a questa triade di grandi illuministi
napoletani, che svolsero un ruolo di stimolo e di impegno civile ma non ebbero
nessun ruolo di gestione della cosa pubblica,
non può mancare il riferimento al personaggio che effettivamente è stato
l’artefice del rinnovamento del Regno delle Due Sicilie, un giurista toscano,
Il Tanucci, , chiamato da Carlo di Borbone alla Corte come consigliere e
ministro e presidente del Comitato di gestione del Regno che, quando Carlo V salì sul trono di Spagna, fu nominato presidente
di gestione del Regno quando al trono del Regno salì il figlio Ferdinando IV
ancora minorenne.
Il
Tanucci, definito un decisionista autoritario, riformò il Regno dal punto di
vista istituzionale nel segno dell’autonomia
dinastica, promuovendo iniziative per la crescita economica e culturale
del Regno.
Importante
fu la realizzazione di nuove infrastrutture come la ferrovia Napoli-Portici e
la progettazione della Napoli- Brindisi, poi non realizzata. Realizzò
l’Osservatorio astronomico sul Vesuvio, la prima illuminazione elettrica delle
strade, la prima nave a vapore. Sul
piano urbanistico vennero costruiti i siti reali di Napoli, il Palazzo Reale
nell’attuale Piazza Plebiscito e la
Reggia di Capodimonte, il Casino di caccia di Carditello, la Reggia di Caserta.
Vennero costruiti il Teatro Reale e la Biblioteca Reale. Vennero incentivate le
iniziative culturali, sorsero nuove accademie e venne istituita la Scuola militare della Nunziatella.
Nel Regno esistevano nel Settecento
quattro Università, quella di Napoli, l’attuale Federico II, fondata nel XIII secolo da Federico II, e le due università siciliane di Messina e Catania. Nel 1732 venne fondato a Napoli, da
parte del gesuita Matte Ricci, il Collegio dei Cinesi, poi Università
L’Orientale. Nel1806 Ferdinando III di Borbone trasformò l’Accademia delle
Scienza mediche, fondata nel1621 in Università degli Studi di Palermo, con
l’autorizzazione a rilasciare lauree in Medicina, T. Giurisprudenza e
Filosofia.
Ancora,
venne fondato il Banco del Regno, poi Banco di Napoli, assorbito dal Banco San Paolo di Torino e
attualmente entrato nel gruppo Banca Intesa, perdendo la sua antica autonomia.
Venne anche istituito un Banco dei Pegni,
che, insieme all’Albergo dei Poveri, altrimenti noto come Palazzo Figa,
un imponente edificio con ben cinque cortili interni, poi ridimensionato a tre,
rappresentavano gli i interventi di tipo sociale insieme a quelli culturali, ,
essendo tutti gli altri residenze reali. La stessa ferrovia Napoli-Portici era al servizio della
popolazione, anche se era stata costruita per portare il re dalla reggia di Napoli a quella di
Portici. Tuttavia, sono tutte costruzioni che oggi sono beni pubblici che danno
prestigio alla città e che a suo tempo hanno alimentato l’economia locale.
Importante,
sia dal punto di vista economico che sociale è stata la costruzione del Borgo
di San Leucio, Caserta, dove vennero aperte i laboratori artigianali per la
lavorazione della seta, con annesse residenze e servizi per i lavoratori.
Ancora oggi i laboratori sonno attivi e producono stoffe di gran pregio vendute
in tutto il mondo.
Da
ricordare è l anche ’impulso ce il Regno
ha dato agli studi geo-cartografici. Un ricco esempio della produzione
cartografica del Regno è oggi consultabile presso la Biblioteca Nazionale di
Napoli dove è custodito il Fondo
Palatino.
Nel 1781 venne fondato il i “Reale Officio
topografico” dal geografo e cartografo Giovanni Antonio Rizzi Zannone, un istituto scientifico militare preposto
alla costruzione di mappe topografiche, carte orografiche, geografiche e
idrografiche del Regno di Napoli, che operò fino al 1961, quando venne
trasferito a Firenze diventando l’Istituto Geografico Militare.
Nell’Officio
operò anche il cartografo Mario Quartaro,
disegnatore, incisore, cartografo, e
altri cartografi e incisori, come Nicola Antnio Stigliala, che consenti alla Istituzione di produrre una
vasta quantità di prodotti cartografici, come
l’ Atlante geografico del Regno di Napoli, pubblicato nel 1808 e
completato nel 1812 sotto il dominio di Giuseppe Napoleone I, con la dicitura
“per ordine di Ferdinando IV che l’aveva commissionato nel 1781. L’autore
fu Giovanni Antonio Rizzi Zannone e
l’incisore Giuseppe Guerra.
Altro
geografo e cartografo illustre fu Benedetto Marzolla, Ingegnere topografico
presso il Reale officio topografico, autore di oltre centosettanta carte di
vario tipo, topografiche, corografiche e geografiche, poi raccolte in Atlanti
universali. Fu anche autore di un Atlante corografico storico statistico del
Regno delle Due Sicilie del Regno
contenenti oltre alle carte,
dati e informazioni e illustrazioni sui territori rappresentati, essendo
egli anche redattore statistico del Ministero degli Interni del Regno.
L’Atlante
del Regno contiene 31 fogli a scala
1;114545 ed è una delle più importanti opere cartografiche italiane del
Settecento ed è espressione di quel movimento culturale alimentato dall’Illuminismo, che a Napoli
faceva riferimento all’Abate Galliani il quale
riteneva che “la politica di utilizzazione delle risorse” dovesse essere
definita solo dopo una “capillare conoscenza del Territorio”.
Da
ricordare è l’impulso dato agli studi geo-cartografici. Un ricco esempio della
produzione cartografica del Regno è oggi consultabile presso la Biblioteca
Nazionale di Napoli dove è custodito il
Fondo Palatino.
Nel 1781 venne fondato il i “Reale Officio
topografico” dal geografo e cartografo Giovanni Antonio Rizzi Zannone, un istituto scientifico militare preposto
alla costruzione di mappe topografiche, carte orografiche, geografiche e
idrografiche del Regno di Napoli, che operò fino al 1961, quando venne
trasferito a Firenze diventando l’Istituto Geografico Militare.
Nell’Officio
operò anche il cartografo Mario Quartaro,
disegnatore, incisore, cartografo, e
altri cartografi e incisori, come Nicola Antnio Stigliala, che consenti alla Istituzione di produrre una
vasta quantità di prodotti cartografici, come
l’ Atlante geografico del Regno di Napoli, pubblicato nel 1808 e
completato nel 1812 sotto il dominio di Giuseppe Napoleone I, con la dicitura
“per ordine di Ferdinando IV che l’aveva commissionato nel 1781. L’autore
fu Giovanni Antonio Rizzi Zannone e
l’incisore Giuseppe Guerra.
Altro
geografo e cartografo illustre fu Benedetto Marzolla, Ingegnere topografico
presso il Reale officio topografico, autore di oltre centosettanta carte di
vario tipo, topografiche, corografiche e geografiche, poi raccolte in Atlanti
universali. Fu anche autore di un Atlante corografico storico statistico del
Regno delle Due Sicilie del Regno
contenenti oltre alle carte,
dati e informazioni e illustrazioni sui territori rappresentati, essendo
egli anche redattore statistico del Ministero degli Interni del Regno.
L’Atlante
del Regno contiene 31 fogli a scala
1;114545 ed è una delle più importanti opere cartografiche italiane del
Settecento ed è espressione di quel movimento culturale alimentato dall’Illuminismo, che a Napoli
faceva riferimento all’Abate Galliani il quale
riteneva che “la politica di utilizzazione delle risorse” dovesse essere
definita solo dopo una “capillare conoscenza del territorio.
È
proprio vero che le Istituzioni camminano sule gambe delle persone e funzionano
quando le gambe sono solide.
Dopo
la breve esperienza della Repubblica napoletana, che costrinse la Corte borbonica fu costretta a rifugiarsi
in Sicilia, nel 18oo, in seguito all’invasione del Regno da parte dell’esercito francese, in questo
breve periodo di dominazione francese , che determinò la fine di un processo di
rinnovamento rivoluzionario e democratico,
il Regno venne affidato al fratello di Napoleone per due anni e poi a
Gioacchino Murat., fin al 1815. La sconfitta di Napoleone a nella battaglia
di Waterloo spense la speranza di una
Europa libera e democratica fondata sui valori dell’Illuminismo e della
rivoluzione francese.
La
breve occupazione francese fu anche occasione per i francesi di saccheggiare la città, portando in
Francia numerose carte geografiche e
disegni, statue, quadri e reperti archeologici trafugati dagli scavi di
Pompeo, che oggi fanno bella mostra nel
Museo del Louvre a Parigi.
Qualcosa
di positivo comunque rimase. In quel
breve l periodo Murat riordinò i conti
dello stato, organizzò l’Ufficio del Catasto, istituì il Liceo per la
formazione della classe dirigente, confiscò i beni ecclesiastici e riordinò la
fiscalità.
Anche
l’Ottocento fu un secolo molto complesso e ricco di avvenimenti.
Si
aprì di fatto con il Congressi di Vienna del 1814-15, che si concluse con la
decisione di rispettare stabiliti il principio di equilibrio tra le grandi
potenze e quello di legittimità, sulla
quale si giustificò la Restaurazione e l’annullamento dei cambiamenti avvenuti con la Rivoluzione
francese, che scontentò tutti quei Paesi che aspiravano ad avere uno stato
autonomo e democratico.
Come
sempre, i trattati di pace vengono decisi dai vincitori, scontentando i vinti e
sono i prodromi di nuove guerre.
Sul
finire del XVIII secolo nasce in Germania un nuovo movimento culturale, il
Romanticismo, che subito si diffonde in tutta Europa. E’ lo Sturm und drag,
degli intellettuali tedeschi che esprime rime un sentimento di tormento ed
estasi, d irrazionalità.
E’ la
reazione all’Illuminismo e al Neoclassicismo, che si contrappone alla
razionalità e al culto della cultura classica con la spiritualità, la fantasia, l’emotività,
l’immaginazione.
Questi
sentimenti e la presenza di monarchie
che il Congresso di Vienna aveva ripristinato nonché lo spirito di libertà che
la Rivoluzione francese aveva diffuso fecero
nascere l’aspirazione a costruire lo
stato nazionale moderno, fondato su identità comuni, un territorio delimitato da confini certi e una
popolazione libera di autodeterminarsi, senza più dipendere da potenze
straniere. Un sentimento che viene distorto, finendo per esprimere uno stato
chiuso nell’esaltazione della propria identità che rifiuta la diversità e il
confronto, un concetto ben diverso
dl desiderio di libertà e di
liberazione dal dominio straniero insito nel concetto ottocentesco di nazione.
Nell’Ottocento
le guerre napoleoniche avevano
determinato la fine del Sacro Romano Impero (1806) ma esistevano ancora alcuni
imperi, come l’impero austro-ungarico e
quello mongolo, che al loro interno
racchiudeva popoli di diversa entità che aspiravano all’autonomia. Anche
l’Italia frammentata in più stati dominati da potenze straniere aspirava a
unificare i suoi territori in uno stato nazionale. L’Italia del 1810 era divisa
tra Regno di Sardegna di Casa Savoia, l’
Impero francese e Regno di Napoli dei Birboni di Spagna.
L’Impero
ottomano, nato in Anatolia aggregando popolazioni nomade nel 1299 per conquiste successive condotte
con violenza e brutalità, divenne un
grande impero che si estendeva su tre continenti ,dall’Asia centrale e
dall’Africa settentrionale fino ai Balcani e
all’Europa centro-orientale, uno dei più grandi imperi della storia, con
una superficie di 3,9 milioni kmq e una popolazione di 35 milioni di persone e
che durò fino al 1922. Il suo forte
potere centrale e il controllo del
territorio dell’impero rese sicura la Via della Seta, favorendo la ripresa
delle relazioni tra l’Oriente e l’Occidente, soprattutto con la Cina, dopo i
viaggi di Marco Polo.
L’aspirazione
allo stato nazionale fece scoppiare in
tutta Europa i moti rivoluzionari, che si svolsero in più rirese, nella prima
metà dell’Ottocento.
Nonostante
la sua potenza, non riuscì a entrare a Vienna, nonostante l’assedio della
città nel 1683, quando il suo esercito
fu completamente distrutto.
Per
unificare il nostro Paese sono state necessarie tre guerre di indipendenza
soltanto per liberare il centro-nord e
la Spedizione dei Mille per consegnare il Mezzogiorno a Vittorio Emanuele III
il 20 ottobre 196o nell’incontro di Teano.
Restava
ancora da annettere il veneto e lo Stato
Pontificio, annessi nel 1866 e nel 1970,
con la Breccia di Porta Pia.
L’unificazione
italiana è stata ottenuta con conquiste successive da parte di una casa reale
“straniera”, i Savoia. Fermare Giuseppe Garibaldi a Teano per non farlo
arrivare a Roma fu una scelta precisa ideata da Crispi al fine di evitare
un processo democratico sul futuro assetto istituzionale, poiché le idee erano
diverse, in particolare tra centralismo e federalismo. La scelta centralistica ha
penalizzato soprattutto il Mezzogiorno, che è passato dalla dominazione
borbonica a quella dei Sabauda, specialmente se si tiene conto che
l’Illuminismo aveva aperto la via a uno sviluppo del Mezzogiorno su un modello
basato sulla valorizzazione delle risorse locali e che il quadro economico non
era molto diverso da quello del Nord.
Quella “conquista” ha consentito
a Crispi di progettare uno stato unitario, ponendo fine a un dibattito
sull’Italia federale auspicata da molti, una soluzione che avrebbe potuto dare
all’Italia un assetto statuale più moderno ed efficiente, anche per rispettare le differenze storico-culturali
dell’Italia..
Prime brevi considerazioni.
La storia dell’Umanità è fatta di migrazioni e
guerre. La popolazione si è sempre
spostata, per ragioni diverse, comunque per cercare un posto migliore dove
vivere e così sarà fino alla fine del mondo.
L’ascesa
e il declino degli imperi è stata una costante della storia, non sono tuttavia
sparire le civiltà perché le idee, le conoscenze le innovazioni e le scoperte
sono diventate patrimonio comune, che hanno costituito le fondamenta di nuove e
più evolute civiltà, in particolare nell’Antichità. . Le società aperte hanno
scambiato con i popoli con i quali sono venuti a contatto idee e conoscenze che
hanno favorito uno sviluppo cumulativo, quelle chiuse sono state sempre aree di
arretratezza e di sottosviluppo.
Lo
sviluppo dell’Europa è avvenuto anche grazie alle conoscenze derivate dall’incontro con altri
popoli con i quali siamo venuti in contatto o che hanno invaso il nostro
territorio, modificandolo, invasioni che sono state facilitate dalla
peculiarità del nostro Paese, che non ha barriere fisiche invalicabili. Per questi aspetti sarebbe interessante
leggere il libro dello storico inglese Eric L. Jones, Il miracolo economico, una
utile lettura per comprendere meglio il valore delle relazioni.
Nell’Antichità
il Mediterraneo è stato la culla delle civiltà e quella che ha lasciato
tracce più significative è stata la
greco-romana, che ha rappresentato e rappresenta le radici della cultura
occidentale.
Con
l’età moderna lo scenario geopolitico è cambiato, la si è spostata
nell’Atlantico, ma il Mediterraneo è continuato ad essere di cerniera e di equilibrio tra Asia, Africa
e Continente americano. Per comprendere meglio questo ruolo è sufficiente
riflettere sul ruolo strategica della
Sicilia, attraversata dai cavi sottomarini
che mettono in comunicazione l’Oriente con l’intero Occidente. Stesso
discorso vale per il Canale di Suez.
Con
l’età moderna l’Occidente non ha valutato con attenzione l’importanza
strategica che ancora restava al Mediterraneo e ha messo in atto una politica
rivolta a valorizzare le risorse del continente americano dopo la scoperta di
Colombo. Soltanto nell’Ottocento l’attenzione delle potenze si è rivolta
all’Africa, all’indo Pacifico e al Medioriente
con una nuova fase di colonizzazione attraverso il dominio
politico-territoriale dei territori conquistati per lo sfruttamento delle
risorse., destrutturando le strutture territoriali e sociali, distruggendo le
culture locali e dividendo tribù in nuove entità politiche create con confini
artificiali, per poter meglio controllare le popolazioni locali.
Il
Medioriente è stata sempre un’area che si è mantenuta unita anche quando è
diventata parte dell’impero persiano o con Alessandro Magna, entrambi portatori
di un’idea di impero multietnico e multiculturale dove i popoli potessero
convivere conservando le loro diversità. Questa pacifica convivenza ha
caratterizzato anche il periodo dell’Impero romano. E’ stata con la
colonizzazione e la decolonizzazione
che la regione del Medioriente è stata frammentata con la creazione di nuovi stati senza identità o dando vita a
stati-cuscinetto funzionali agli interessi economici delle potenze europee, che
hanno favorito l’insorgere di conflitti di matrice etnico-culturali e
religiosi, che il Congresso di Vienna aveva bandito.
Ed è
stato soprattutto la creazione dello
Stato d’Israele, come forma di “risarcimento”” per la shoah che ha
destabilizzato l’intero Medioriente perché alla nascita dello Stato d’Israele
non è seguita la nascita di uno stato
palestinese, a cui è seguita ,invece, la colonizzazione di Israele di pandersi
nella Cisgiordania, costruendovi i Kibbuz, nell’indifferenza delle istituzioni internazionali..
L’Ottocento
ha segnato una nuova fase di colonizzazione da parte delle potenze europee, che
ha interessato l’Africa, l’indo-Pacifico e il Medio Oriente una volta esaurita
la fase della colonizzazione delle Americhe, che ha visto protagoniste in
particolare l’Inghilterra e la Francia e solo in misura minore Italia e
Germania. Si è trattato di una colonizzazione basata sul dominio politico dei
territori e la destrutturazione delle
vecchie organizzazioni tribali, creando nuove entità organizzative destinate a
ospitare popolazioni di etnie diverse per poterle meglio controllare,
alimentando di conseguenza conflitti interni alle varie tribù. Una grave
responsabilità che è alla base del sottosviluppo dell’Africa e della
instabilità di molti paesi africani e del Medioriente, dove sono state create
nuove strutture politiche create artificialmente per meglio controllare le
diverse popolazioni, un modello che non ha dato vita a nuove civiltà, finendo
per creare una strutturale, persistente instabilità politica l’instabilità
politica.
I
conflitti religiosi che oggi sono causa di disordini e attentati terroristici
sono il frutto di un confronto aspro per l’affermazione di una fede
sull’altra iniziati con le Crociate e
la cacciata degli arabi, ebrei e ugonotti dalla Spagna e dalla Francia, negando
la libertà di religione che è poi
sfociata nella guerra santa. E le guerre
di religione non sono ancora finite,
restano vive tra sunniti e sciiti, tra cattolici e ortodossi, tra arabi e
l’Occidente infedele, conflitti spesso alimentane da interessi politici non dichiarati, come è successo di recente
nei Balcani, con il ricorso all’elemento religioso come strumento di lotta
politica.
L’Ottocento
è stato anche il secolo del nazionalismo,
della nascita dello stato-nazione e delle guerre di liberazione
dall’oppressione dei popoli a parte di potenze straniere.
L’aspirazione
allo stato-nazione è il sentimento collettivo di un popolo di riconoscersi in una entità per porre fine agli imperi
multinazionali esistenti ancora nell’Ottocento, l’impero austro-ungarico,
l’impero ottomano, l’impero russo.
La nazione nasce dal convincimento di una
comunità di condividere alcuni valori che la identificano e la distinguono da
un’altra comunità, rendendola unica e
coesa attraverso la lingua, la religione, la storia, la tradizione, le usanze,
gli stili di vita, la cultura, un idealità che si trasforma in una presa di coscienza politica che sottende
il desiderio di autodeterminazione e di libertà
stimolato dalla Rivoluzione francese e dal movimento culturale noto come
Romanticismo, che nasce in Germania alla fine del Settecento e si diffonde nei
primi anni dell’Ottocento in tutta Europa, contrapponendosi all’Illuminismo,
alla razionalità, alla bellezza del classicismo, per affermazione di altri
valori come la spiritualità, l’emotività, la fantasia, l’immaginazione , il
sentimento, l’arte come espressione individuale. E’ lo Sturm und drag dei
filosofi e letterati tedeschi, un sentimento di tormento ed estasi.
E’,
dunque , il Romanticismo che promuove l’idea di nazione come espressione
dell’individualità dei popoli contro l’universalismo illuministico, che si
traduce in liberalismo politico e nella rivendicazione dell’autodeterminazione
dei popoli in un’Europa dominata
dall’assolutismo r dall’oppressione straniera.
Il
nazionalismo romantico e liberale, che in Italia ha significato la liberazione
dall’oppressione straniera, nella seconda metà dell’Ottocento assume
significati diversi in Europa, e sostanzialmente viene utilizzato per
giustificare politiche imperialiste ed espansioniste, protezionistiche, fino ad assumere in Germania e in Italia
forme autoritarismo e di difesa degli interessi nazionali e della sovranità
nazionale contro la globalizzazione e
gli organismi sovranazionale e internazionali. E quello che oggi sviene
identificato col termine
sovranismo, che caratterizza la politica
dei partiti di destra, non solo in Europa.
Lo
sviluppo degli studi nell’ambito della biologia ha portato Charles Darwin a elaborare la Teoria evoluzionistica.
L’applicazione di questa teoria agli
stati, insieme alla teoria dello spazio vitale, è stato uno strumento per
giustificare le nuove forme di invasioni
territoriali da parte di stati che mirano a formare nuovi imperi. Sono oggi
esempi significativi l’invasione dell’Ucraina, le rivendicazioni di Trump sul
Canada, sulla Groenlandia, sul Canale di Panama, sulla striscia di Gaza,
rifacendosi a vicende storiche del passato, reinterpretandole on chiave
geopolitica, utilizzata pro domo sua.
Gli
studi di Ratzel sull’areale in biologia hanno ispirarono Haushofer a utilizzare la teoria dell’areale agli stati
come esigenza di uno spazio vitale per soddisfare le esigenze di una
popolazione in crescita o di stati dotati di dinamismo r di maggiori capacità
di sviluppo. Il concetto di spazio vitale
applicato alla Geopolitica,
giunta a Hitler per il tramite di Herman Hess e divenne progetto
politico per giustificare l’espansione territoriale come azione indispensabile per la sopravvivenza di uno Stato.
E’ una
teoria che piacque anche a
Mussolini che per imitazione la fece propria per rinverdire i fasti dell’Impero
romano e creare una regione
Pan-Mediterranea attraverso la colonizzazione dell’Africa orientale per fondare
la Nuova Italia, dove trasferire i disoccupati italiani per coltivare la terra
sottratta ai legittimi proprietari per
produrre beni da esportare in Italia.
Queste
teorie si basavano anche sulla distorsione del concetto di Stato-nazione e
sulla razza come elemento di inferiorità
che autorizzava i popoli più evoluti a educare i popoli incivili o
addirittura a eliminare popoli per preservare la razza pura, quella “ariana”,
seconda la visione nazista, mentre per il Fascismo la regione Pan-Mediterranea era qualcosa dove
rinchiudere i selvaggi per rieducarli, sottomettendoli.
C’è
qualcosa nel mondo d’oggi che somiglia a un rigurgito del pensiero
nazifascista. Lo potremmo ritrovare nella politica migratoria basata sui
respingimenti, sui centri di accoglienza, nel diverso che mina la sicurezza
pubblica o addirittura è causa di sostituzione etnica. Minando la purezza della
nazione.
Lo
straniero che fisicamente non ha i connotati del Bianco viene petò utilizzato
come schiavo o rinchiuso nei centri di
accoglienza per fare business, magari
dandogli la possibilità di ”arrangiarsi” da solo fuori dai centri per
risparmiare sul vitto e sui corsi di formazione finalizzati alla integrazione,
con la complicità di chi dovrebbe promuovere i controlli.
Il
nazionalismo ottocentesco condizionerà
molto la politica e la società nel Novecento,
un secolo definito impropriamente
“breve” ma caratterizzato da forte
innovazione e sviluppo, ma anche di barbarie, da guerre regionali, di due
guerre mondiali, di stermini di tale brutalità mai vista nei secoli passati,
anche in quelli definiti bui.
Dopo
la seconda guerra mondiale l’Europa per la prima volta nella storia ha vissuto
un lungo periodo di pace lungo
ottant’anni. E’ stato possibile perché uomini con elevato senso dello Stato e
lungimiranti avevano capito che la pace poteva essere ottenuta attraverso il
dialogo e il confronto tra i popoli europei, creando strutture dove il dialogo
potesse sostituire lo scontro armato. Di qui la nascita della CECA, della CEE e
dell’Unione Europea e di tutti gli altri organismi internazionali.
Il
nazionalismo ottocentesco , come già precisato, è stato un movimento di
liberazione dei popoli oppressi che aveva portato alla nascita di nuove entità
statali su base identitaria, per restituire ai popoli oppressi la libertà, un
concetto, che poi è diventato strumento di oppressione nel periodo del
nazifascismo.
C’è
qualcosa nel mondo d’oggi che somiglia a quel periodo. Lasciando da parte il
discorso sui centri di accoglienza per gli immigrati, il ritorno all’uso si
termini come nazione o di espressioni come “Dio, patria e famiglia” mi pare un
ritorno a un passato che non dobbiamo dimenticare ma certamente neanche rimpiangere.
C’è un
po’ di confusione nell’uso di certi termini come sostituzione etnica, nazione,
stato, che hanno significati specifici e esprimono concetti storicamente e
politicamente diversi.. Mi r nell’espressione “sostituzione ernica” o utilizzare nazione e stato come sinonimi,
tanto più se invece si fa riferimento al termine nazione in contrapponendolo a stato..
La
nazione è una comunità che si identifica in alcuni valori comuni e condivisi
Innanzitutto come la lingua, la
religione, le tradizioni, gli usi e i costumi, l’uguaglianza, la storia comune, valori che rendono coesa la comunità che vive
su un territorio che la racchiude nella sua interezza. Quando si verificano
queste condizioni lo stato coincide con la nazione, cosa rara perché ci sono
popoli senza territorio, come i palestinesi e i curdi o minoranze linguistico
culturali all’interno di stati di cultura diversa da quella della minoranza o
addirittura gruppi etnico-culturali frazionati in diverse strutture politiche.
Lo
stato è, dunque, una entità politica giuridicamente definita, che ha proprie
leggi e organi per il suo funzionamento,
che esprimono i tre poteri dello stato, l’esecutivo, il legislativo, il
giudiziario, rigorosamente separati e indipendenti, soprattutto dalla politica.
Il governo che guida lo stato deve essere caratterizzato da una gestione
finalizzata a garantire a tutti i cittadini di qualsiasi credo religioso,
orientamento politico, di etnia, di provenienza, di genere, gli stessi servizi.
I governanti devono agire con disciplina e onore e intendere il proprio ufficio
come servizio offerto alla comunità non come forma di potere da gestire per
soddisfare interessi personali o di gruppi di pressioni o corporazioni.
Il
cittadino è tenuto a pagare le tasse, a rispettare le leggi dello stato, a
curare il bene comune, a esprimere il proprio voto, libero e non condizionato,
nelle tornate elettorali. I servizi necessari per assicurare il benessere e
l’educazione attraverso i servizi quali la scuola, la modo equo i necessari
servizi come scuola, la sanità, il lavoro, la libertà di espressione e di
pensiero e una corretta informazione. Il cittadino ha l’obbligo di pagare le
tasse in modo equo e proporzionale al proprio reddito. I servizi che lo stato
deve garantire ai cittadini sono la formazione, la sanità, il lavoro, il
wealfar,o servizi pubblici come strade,
acquedotti, trasporti, sicurezza e favorire la partecipazione dei cittadini alla
vita pubblica, fornendo loro una corretta informazione sull’operato del
governo, garantendo loro la libertà di pensiero e di parola e tutte le libertà
civili.
E’ lo
stato laico, moderno, democratico, basato sulla separazione dei poteri non
confessionale nato con la Rivoluzione francese.
L’Italia
è una nazione? È uno stato moderno, libero e democratico, indipendente da
qualsiasi potere?
L’Italia
ha avuto i sui momenti migliori quando ha potuto liberamente esprimere le
capacità di creatività, di intelligenza e di saggezza della sua popolazione nel
periodo dell’impero romano, da imitare per modello organizzativo e per la
politica di integrazione dei popoli conquistato. Sarebbe oggi da imitare come modello ideale per creare una organizzazione di tipo
multilaterale per diffondere la pace e una politica di sviluppo e coesione tra
popoli di culture diverse per realizzare un organismo di tipo federale
multietnico e multiculturale che potrebbe fe da area cuscinetto
per promuovere la pace e la coesione tra le grandi aree
geopolitiche del Pianeta, per la sua
storia, per la sua cultura, per le sue capacità artistiche, che fanno del
nostro Paese uno dei più prestigiosi al mondo. E stata l’idea che ha portato
alla creazione dell’Unione Europea e al suo allargamento verso Est sotto la
presidenza di Romano Podi. L’altra
sponda del Mediterraneo è
certamente da considerare come complementare dal punto di vista
economico per una politica di buon vicinato, troppo timidamente tentata dagli
organismi dell’Unione. Mancano purtroppo politici visionari capaci di volare
alto e investire su progetti di medio-lungo tempo, senza guardare i sondaggi.
Si è
scelto invece di usare le armi per esportare la nostra… civiltà, anche per far
contenti i produttori di materiale bellico. L’Italia avrebbe dovuto e potuto
svolgere un efficace ruolo di ponte tra culture
e paesi diversi, in particolare in un momento in cui si sta ridefinendo un nuovo ordine mondiale
con l’Italia e l’Europa essere gregari e
non protagonisti, E’ n gioco di una
nuova Yalta, che vede in campo solo tre giocatori, Cina, Russia e Usa. Cosa
faranno gli altri attori dell’Asia dell’America latina, paesi europei e gli altri player
internazionali di Asia, America e Australia?
Ma
torniamo al nostro Paese. Cos’è oggi l’Italia? Non è certamente una nazione,
non ha coesione interna, ha molte differenze qualitative e quantitative tra le
diverse regioni, è frammentata sul piano culturale, stili di vita, condizioni
di benessere, infrastrutture materiali e immateriali, aspettative di vita.
La
Germania in pochi anni ha integrato le regioni orientali, in Italia le disuguaglianze
in oltre 150 anni si sono allargate, eccezione fatta per gl anni
Sessanta-Settanta , periodo in cui si è notato una certa convergenza.
Come
può definirsi nazione un paese così diverso al suo interno, dove esistono
minoranze linguistiche, religiose, stili di vita, livelli culturali differenti’
Il
riferimento continuo alla nazione e a Dio, Patria e Famiglia ha solo una
matrice ideologica e nostalgica, che favorisce la contrapposizione anziché la
coesione, che fa leggi corporative ritenendo che una maggioranza può fare il
gioco delle carte con la regola dell’asso pigliatutto.
Non è
l’Italia in Paese civile perché ha la scuola disastrata, un sistema sanitario
che non riesce ad assicurare cure efficaci specialmente a chi vive in
condizioni precarie, ha infrastrutture arretrate, che ha distrutto il suo
patrimonio ambientale con costruttori abusive che poi sono state condonate, che
non riesce a far pagare le tasse a tutti i cittadini e per raccattare qualcosa
fa continue rottamazione di cartelle fiscali, che restituisce i soldi delle
multe ai negazionisti della scienza e non crede al cambiamento climatico sono
le poche cose che uniscono il Paese sono l’evasione fiscali, le truffe allo
stato e la equa distribuzione della malavita organizzata. Un Paese che ha
livelli di ignoranza elevata che po’ godere della televisione pubblica che li
educa con spettacoli che addormentano la mente e la coscienza Ma non bisogna
preoccuparsi, il futuro è roseo, se va male puoi fare il politico perché avrai
successo anche senza studiare.
C’è
molta nostalgia del passato in una parte della rappresentanza politica che si
contrappone all’altra cercando di delegittimarla anche con la falsificazione
della verità, perché tutto è lecito per chi è maggioranza in Parlamento ma non
nel Paese. Conta il popolo, anche se sei maggioranza perché una legge
elettorale ti consente di essere tale anche se hai preso un milione di voti in
meno degli avversar, ma adesso ho il mazzo in mano e gioco ad asso pigliatutto,
faccio i favori e poi vincerò ancora io. È il popolo che mi vuole.
Ma
l’Italia non è neanche un Paese a democrazia matura, è un luogo dove non c’è
civismo, contano le raccomandazioni, esiste il voto di scambio, questo conta,
non è importante che la popolazione invecchia, che i giovani migliori vanno via
dall’Italia, che siamo in crisi demografica, carpe diem, del doman non v’è certezza. L’importante è
difendere la purezza della razza (padrona. Ho fatto di recente l’analisi del
mio DNA, i mei geni sono così distribuiti: 60% antichi popoli meridionali, 3t0%
greci e albanesi, 5% Italia settentrionale, 5% egizio. Quale etnia dobbiamo
difendere e quale è il pericolo della sostituzione etnica? Personalmente mi
sento italiano perché sono nato in Italia, e vivo in Italia, sono contento di
esserlo e di avere un DNA così ricco di differenze, grazie al quale sono in
grado di comprendere l’altro e di rispettarlo.
Possiamo
definire l’Italia uno stato moderno? Ho
seri dubbi. E’ uno stato corrotto, con un debito pubblico pari a circa il 150% del PIL e una
ricchezza privata enorme, frutto di un benessere superiore alle nostre
possibilità. Molti sono ricchi anche se guadagnano poco, sono efficienti le
organizzazione malavitose tanto che sostituiscono lo stato nel welfare, siamo ingegnosi,
sappiamo costruire anche sulle spiagge, tanto poi arriva il condono e se non
paghi le cartelle non ti preoccupare, tanto c’è la rottamazione. Siamo un bel
Paese, il Paese di Bengodi, per questo la premier è contenta, Tutto va bene
Madama la Marchese.
Ma che
Paese è questo? In che epoca viviamo.
È
l’età del caos, del disordine internazionale, del negazionismo che rischiano,
delle fake news, della precarietà, del debito facile. Abbiamo ricevuto 300
milioni di fondi dall’UE per ristrutturare il Paese, ma non riusciamo a fare
veramente lavori strutturali in grado di modernizzare il Paese e nonostante
questa valanga di risorse il PIL non cresce e sull’occupazione i risultati sono
modesti. Negli anni Cinquanta-Sessanta il Piano Marshall ha consentito di
ricostruire il Paese e farlo diventare la quarta potenza industriale d’Europa.
Non
sarà per caso una questione di classe dirigente?
Non è
un bello spettacolo vedere alla TV le scene del Parlamento, non c’è decoro, non
c’è serietà, non c’è senso di responsabilità, mi sembra uno spettacolo da
avanspettacolo, non c’è neppure senso civico, abbiamo tolto l’insegnamento di
educazione civica dalla scuola, tutto è lasciato alla buona volontà, alla bontà
dei singoli.
Per
ricostruire il Paese è necessaria una rivoluzione morale che può essere fatta
con la cultura e l’educazione, per educare i giovani al sacrificio e alla
rettitudine. Ai miei tempi il primo libro che dovevamo comprare era quello di
educazione civica. Quando frequentavo la scuola elementare un giorno venne a
farci visita un signore che ci regalò la Costituzione e un libretto bancario
con 500 lire. Quel salvadanaio l’ho
aperto quando da studente universitario sono andato in Inghilterra per
preparare la tesi universitaria. Mi ha portato fortuna.
Nel
corso dei secoli sono nati movimenti culturali di ispirazione filosofica che si
sono poi diffusi su larga scala, anticipando cambiamenti socio-culturali che
successivamente hanno avuto riflessi sull’agire politico. Oggi questi movimenti
culturali sono il trash,
l’influencer, la mistificazione della
verità, la disinformazione organizzata, il Festival dell’ignoranza diffuso
attraverso i social media, gli
spettacoli televisivi, che creano solo disordine mentale.
Il
mondo si muove sulle ruote della Geografia nelle sue varie sfaccettature, fisica, geo-economia e geopolitica. Per capire da dove veniamo e dove vogliamo andare abbiamo bisogno di
studiare, non solo l’IA, ma soprattutto
la Storia, la Filosofia e la Geografia. Ma ai politici il sapere fa
paura.
Nell’Ottocento
e nata la Geografia come scienza. Il
mondo oggi si muove sulle ruote della Geografia e della Geopolitica.
Bisognerebbe studiarle meglio, insieme alla Storia, per comprendere la
complessità del mondo e diventare cittadini attivi e responsabile.
Oggi
le identità, la religione, addirittura la razza, vengono sbandierate per fini
politici e anche la Storia viene interpretata per giustificare comportamenti
politici antistorici.
Le
scelte politiche dell’attuale governo
sono l’espressione di una sintesi ideologica di tre movimenti culturali
e politici che sono stari causa delle tragedie del Novecento: il Futurismo, che
esaltava la tecnologia, la guerra come pulizia dell’Umanità, il maschilismo; il
Nazionalismo e il sovra, la forza; il nazionalismo, che separa e non uniscono; e il Fascismo, espressione di autoritarismo e
violenza. Una miscela esplosiva di cui liberarsi il più presto possibile.
Una
riflessione più approfondita sul Novecento mi sembra opportuna per capire dove
stiamo andando.
L’eredità’ del Novecento. L’Italia è ancora un
paese civile?
Il
secolo XIX si chiude con la fine della grande crisi nel 1895, mentre il 1900 si
apre con l’uccisione del re Umberto I,
uomo incolto e rozzo, incapace di gestire il regno, amante dei cavalli e delle
donne, ma molto autoritario, da parte di Gaetano Bresci, un anarchico appena
rientrato dagli Usa, ufficialmente per vendicare la ferocia con la quale il
generale Bava Beccaris represse, nel 1898, i moti di Milano contro la politica
autoritaria, che causò ufficialmente 82 morti ma secondo altre fonti i morti furono
118.
Nel
primo Novecento anche in Italia si
sviluppò la grande industria, favorita dal protezionismo e dalla Banca
commerciale italiana. I settori principali furono la metallurgia, il
metalmeccanico, il chimico, l’automobilistico.
Alla
fine dell’Ottocento venne inventato il primo triciclo a motore (1884) e pochi
anni dopo (!88)a Giovanni Battista Ceriano venne l’idea di costruire un
automobile ma, incontrando difficoltà finanziarie, penso di rivolgersi a un
gruppo di nobili e uomini d’affari guidati da Giovanni Agnelli e nel 1899
nacque la Fiat S.p.A., nel 1906 nacque la Lancia e nel 1910 l‘Alfa Romeo.
Un
contributo allo sviluppo industriale lo diede
la Banca Commerciale Italiana,
che deteneva una grossa quota di capitale tedesco, aiutò la società Elba
di Milano ad acquisire la gestione delle miniere di ferro dell’isola d’Elba e
così potenziare la produzione di Terni e controllare altre imprese
metallurgiche italiane, i cantieri navali e le compagnie di navigazione.
Nel
1924 subentrò una nuova società, la S.p.A. Elba,, che nel 1934 venne assorbita
dall’ILVA. Nel1980 le miniere dell’Elba vennero chiuse..
Con lo
sviluppo industriale crebbe l’occupazione nel secondario e anche il
proletariato. Crebbero le organizzazioni sindacali, in particolare la CGIL, i
partiti di sinistra, il partito Socialista di Filippo Turati e si affermò il
movimento sindacale ,che con gli scioperi costrinse i governi reazionari e la borghesia a rinunciare a metodi di gestione reazionari.
L’inizio
dell’età giolittiana segnò anche l’inizio di una fase di compromesso che
consentì di approvare alcune riforma a tutela dei lavoratori, il diritto di
sciopero, la riduzione delle ore di lavoro e l’allargamento della base
elettorale.
Il
malcontento della classe operaia, cui si aggiunse anche il movimento femminista
con l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, aumentò la tensione tra il
proletariato e la borghesia. La notizia della
uccisione di operai che manifestavano in Sicilia e Sardegna aumentò la
tensioni e iniziarono scioperi a Milano, Napoli, Firenze, Roma e in molte altre città che paralizzarono le
industrie. Lo scioglimento della Camera
del Lavoro a Genova trasformò gli scioperi locali in sciopero generale.
L’industrializzazione
aveva prodotto un aumento dei consensi al partito socialista e al partito
popolare e un forte incremento
demografico, che fece passare la popolazione
dai 13 milioni del 1700, ai 18 milioni del 1800 ai 34 milioni del 1900, con un conseguente aumento del tasso di
urbanizzazione. Fenomeni comuni anche all’Europa e al resto del mondo.
La
maggiore richiesta di prodotti alimentari ha fatto lievitare i costi della
merce. E se si pensa che l’industria ha cominciato a fabbricare beni di consumo
durevoli e che il maggior reddito non aveva
favorito
la classe media ma soltanto la borghesia industriale e commerciali, le tensioni
sociali diventarono più aspre.
Le
richieste dei sindacati riguardavano innanzitutto un aumento dei salari, ma
anche case a basso costo e confortevoli per migliorare le condizioni di vita.
Il
quadro sociale, quindi, diventava sempre più articolato e disomogeneo. Al
divario Nord-Sud si affiancava un divario fra classi sociali e fra territori tra il Nord ricco del Triangolo
industriale e le aree agricole povere del Nord-Est.
Ben
diversa la situazione in Europa.
All’inizio
del 1900 in Europa c’era un apparente benessere che produceva fiducia nel
futuro, specialmente nella classe
borghese ricca e dinamica, anche se in realtà esistevano forti diseguaglianze
economiche e sociali destinate a creare conflitti interni. Alla fine
dell’Ottocento in tutta Europa si era sviluppato una maggiore partecipazione
alla vita politica da parte delle masse
formatesi con il nascente movimento sindacale e dei partiti di sinistra,
socialista e comunista. Questo risveglio progressista mise in discussione i
sistemi politici basati sul potere in mano ai ceti più abbienti, che pensarono
di tutelare i loro interessi con interventi autoritari c finalizzate a mettere in discussione le istituzioni liberale e a limitare il
potere del Parlamento a vantaggio del Governo.
Anche
tra i diversi Paesi esistevano rivalità e competizione, soprattutto nella
politica coloniale, che favorì la
nascita di alleanze tra stati, l’Alleanza
tra Inghilterra, Francia e Russia e la Triplice Intesa tra Germania,
Austria e Italia. Inoltre, in Europa esistevano realtà istituzionali diverse:
stati nazionali consolidati da tempo, stati nazionali che ancora ambivano ad
annettere territori culturalmente omogenei ma che appartenevano
ad altri stati, come nel caso dell’Italia. Inoltre, esistevano Imperi multiculturali, con stati che ambivano
a ottenere la propria autonomia.
Una
miscela esplosiva alimentata anche dalle ambizioni su alcuni territori che i
vari stati consideravano geostrategici:
i Balcani, l’Adriatico, il Mediterraneo e il corridoio Germania-Francia-Italia, che interessava la Germania.
L’eccidio
di Sarajevo del 28 giugno 1914 che causò la morte dell’Arciduca
d’Austria Ferdinando e di sua moglie fu soltanto una causa occasionale per lo
scoppio della guerra tra l’Impero austro-ungarico e la Serbia, da cui divampò
la Prima Guerra Mondiale, una guerra di trincea che causò oltre 10 milioni di
vittime. La Prima Guerra Mondiale
fu la prima tra potenze europee combattuta non con spade,
frecce e cavalli tra guerrieri che si battevano in campo aperto, ma con mezzi
molto più letali, come l’artiglieria pesante, i cannoni, le mitragliatrici, i gas e i lanciafiamme,
i mezzi corazzati e gli aeroplani.
Fu la prima guerra moderna, che portò miseria e lutti ma anche forme di
eroismo di donne e uomini, in
particolare da pare degli italiani, dove numerosa è stata la partecipazione
alla guerra da parte dei meridionali, che hanno dato un contributo determinante
alla vittoria, specialmente dopo la disfatta di Caporetto. Una guerra che ha
fatto incontrare giovani di varie regioni e di diversa cultura, ognuno dei
quali parlava il proprio dialetto, favorendo coesione tale da far pensare che
la guerra abbia “fatto” gli “Italiani”.
Fu per
l’Italia un completamento del Risorgimento, per la conquista di Trento e
Trieste, ma non Fiume, la Dalmazia
e Nizza.
Nel
Novecento si affermò sul piano
filosofico il Nazionalismo romantico, basato sugli ideali espressi dalla
Nazione come comunità culturale e
storica identificata nel concetto di Patria, ma che presto divenne espressione
della difesa delle identità intese come
purezza della razza, che non riconosceva l’altro come simile, una razza
individuata anche con i tratti somatici e i colore della pelle, che consentiva
di individuare come razza superiore quella europeo, meglio quella ariana, la
Germanica, da unificare e proteggere anche con la forza e il genocidio. Una
razza pura espressa dall’Europa, che aveva il dovere morale di educare i popoli
arretrati e renderli civili, Si
giustificò così l’imperialismo ottocentesco, basato sul la difesa delle
identità, una visione ideologica che in Germania e in Italia favori
l’affermarsi di regimi autoritari, antidemocratici e violenti, come il Fascismo
e il Nazismo.
La
Prima Guerra Mondiale segnerà anche la fine di quattro imperi, il russo, il
tedesco, l’asburgico, il turco-ottomano. Emersero come potenza internazionale
gli Stati Uniti d’America al posto
dell’Inghilterra, che restò comunque la più grande potenza coloniale. Con la guerra si ridisegnò la carta geopolitica dell’Europa
con la nascita di nuove entità statali, diventarono importanti i confini, che
spesso includevano al loro interno etnie diverse, foriere di nuovi conflitti.
Nel
primo Novecento nacque ufficialmente la società di massa che favorì
la trasformazione delle città, una più accentuata forma di socializzazione e
una impennata dei consumi e del tempo libero. Nacque anche il turismo, sia pure
elitario e un nuovo stile di vita che si consolidò dopo la fine della Grande Guerra, sbocciò in Francia e si diffuse in tutta
Europa e che diventò un fenomeno
artistico, socio-culturale, musicale,
chiamato la Belle Époque. In Italia venne ben interpretata nei film di
Fellini ambientati a via Veneto.
L’Italia,
Paese membro della Triplice, non entrò in guerra nel 1914, dichiarandosi Stato neutrale, ma vi entrò nell’anno
successivo, però, a fianco dell’Alleanza, cambiando schieramento …in corso
d’opera.
I
motivi dell’ingresso in guerra furono diversi.
La
popolazione in larga parte non gradiva che l’Italia entrasse in guerra ma
prevalsero i belligeranti. Erano gli
interventisti, i nazionalisti, i socialisti rivoluzionari, tra cui si
distingueva Benito Mussolini e i liberali non giolittiani. Erano contrari i
cattolici, i neutralisti, ossia i moderati.
Tra i
fautori della guerra erano anche i futuristi. Il Futurismo fu un movimento
artistico, culturale, filosofico, politico che nacque all’inizio del Novecento
in Italia e influenzò anche la nascita di movimenti simili in Europa e negli Stati Uniti.
La
nascita viene influenzata dallo sviluppo industriale e vede nell’arte nella
poesia lo strumento per esaltare la
nuova era industriale, la tecnica, la tecnologia e quindi il movimento, la
velocità, la corsa che la rivoluzione industriale esprime, tutti cambiamenti
con forti riflessi sulla società. E’ una
corrente che si contrappone alla cultura
del passato e del proprio tempo e auspica un futuro “moderno” rifiutando tutti
i valori del passato , contro la tradizione letteraria e politica, contro la
società borghese ed esalta la macchina, la tecnica, l’aggressività. Considera
la guerra come igiene dell’uomo come distruzione del passato e in questo senso
anticipa il Fascismo.
Interessi
diversi, dunque, indussero il governo a dichiarare la guerra
all’Austria-Ungheria: speranza di guadagni territoriali e anche la
speranza la guerra potesse indebolire la
borghesia, i borghesi interessati alla politica coloniali, fabbricanti di armi,
ma soprattutto un patto segreto tra Italia
e Gran Bretagna con la
promessa di una espansione territoriale
a danno dell’Impero austro-ungarico. Ma incise pure la preoccupazione che la
Germania potesse invadere l’Italia come avvenne con la Francia attraversando il
Belgio, paese neutrale.
Le
aspirazioni italiane, però, vennero in
parte disattese perché come potenza vincitrice ottenne soltanto Trento e
Trieste ma non Fiume e la Dalmazia.
L’accordo
di pace firmato nel 1915 impose condizioni durissime alla Germania, che vennero
accettate temendo che le rivolte
scaturite da un esito della guerra che non aveva portato nessun vantaggio, potessero sfociare in una rivoluzione civile, come avvenne in
Russia nel 1917. Ciò lasciò un risentimento che fu la causa della Seconda
Guerra Mondiale, che scoppiò con
l’occupazione della Polonia da parte della Germania nel 1939, una prima delle undici occupazioni che
seguirono.
La
Conferenza di Pace organizzata a Parigi nel 1919 dai paesi vincitori della
guerra disegnarono un nuovo equilibrio geopolitico in Europa e nel Medio
Oriente.
Vennero
smembrati i quattro grandi imperi (austro-ungarico, ottomano, russo e tedesco,
che era stato appena formato) e vennero creati nuovi stati: Polonia,
Cecoslovacchia Jugoslavia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Estonia e Albania.
Altri stati ebbero modifiche
territoriali con conseguenti variazioni di confini: il Trentino-Alto
Adige, Gorizia, Trieste, e l’Istria passarono all’Italia; la Boemia, la
Moldavia e la Slovacchia formarono la Cecoslovacchia; la Bucovina passò alla
Romania; la Carinzia venne divisa tra Austria e nuovo Regno dei Serbi che,
insieme a Croati e Sloveni e il Burgenland,
che, con un plebiscito, formarono la Jugoslavia.
Lo
smembramento dell’Impero ottomano ebbe notevoli riflessi sulla ridefinizione
dei confini territoriali nel Medio Oriente, le cui decisioni prese nella
Conferenza di Parigi rappresentano le cause principali che alimentano ancora oggi i conflitti in quell’area.
La
presenza di una entità politica come la
Sublime Porta, ossia il Sultanato Islamico, aveva impedito la totale
colonizzazione delle potenze europee nel Vicino e Medio Oriente. Il suo crollo
permise alle potenze europee di
estendere la loro influenza su un’area di grande importanza strategia
inventandosi la nascita di nuovi stati: Iraq, Giordania, Libano Siria, Kuwait e
Arabia Saudita, creati per soddisfare gli interessi europei, in particolare di
Francia e Gran Bretagna. Il domino su questi territori avvenne attraverso il
sistema dei Mandati, creati dalla Società delle
Nazioni, organismo internazionale creato nella Conferenza di Versailles
nel 1919, che lavorava in parallelo alla Conferenza di Parigi, con l’adesione
di Gran Bretagna, Francia e Italia, ma non degli USA, che non hanno maia aderito alla Società delle
Nazioni ma erano entrati a far parte dell’Alleanza nel1917 per partecipare alla
guerra erano in risposta agli attacchi che la Germania aveva messo in atto
contro le navi commerciali nell’Atlantico.
Anche
la Palestina venne posta sotto il dominio della Gran Bretagna con il Mandato della Società delle Nazioni. Il
governo britannico nel 1917, per il
tramite del suo ministro degli Esteri, inviò un documento ufficiale a Lord Rothschild,
rappresentante della Comunità ebraica inglese e
presidente del Movimento sionista. In questo documento il ministro
affermava che il governo inglese si impegnava a creare una dimora nazionale per il popolo ebraico in Palestina, senza
pregiudicare i diritti religiosi e civili dei palestinesi.
Lo
stato di Israele è stato creato nel
1948, sull’abbrivio della Shoah, In quell’anno, il 14 maggio, David Ben Gurion,
primo presidente dello Stato, poté ufficialmente proclamare la nascita dello Stato di Israele. Indubbiamente fu un
momento importante perché dopo duemila anni gli israeliani ritornavano nella
loro Terra.
L’attuale
territorio di Israele è stato abitato nei tempi da diverse etnie e civiltà, i
primi furono i cananei, poi gli egizi, gli israeliti, i filistei, gli assiri, i
babilonesi, i romani, i greci, i bizantini, i persiani, gli arabi, i crociati e
gli ottomani.
I
palestinesi vi arrivarono nell’ottavo secolo con la conquista araba della regione. Gli ebrei nomadi arrivarono in
Palestina nel XIII secolo a.C., quando
quella Terra era sotto il dominio dei Filistei, giunti per mare, forse
provenienti da Creta. Nel 1800 in Palestina vivevano circa 20 mila ebrei, molti dei quali arrivati
proprio attorno a quella data.
Prima
dei romani esisteva in Palestina il
Regno di Israele e di Giuda fondato nel X secolo a.C., che durò fino al 587
a.C., quando il babilonese Nabucodonosor
conquistò Gerusalemme e deportò gran parte degli ebrei, in larga parte in
Egitto e in misura minore a Babilonia.
Nel II
sec. a.C. i Maccabei (i 7 fratelli) fondarono un movimento di ribellione contro
il re dell’impero seleucide, che li voleva ellenizzare e fondarono il Regno di
Giuda, ce durò dal 129 a.C. fino
all’arrivo dei romani in Palestina, nel 63 a.C.
Nel
539 a.C. Ciro il Grande conquistò Babilonia e si comportò da Liberatore perché
lasciò agli ebrei deportati a Babilonia liberi di ritornare in Palestina e fece
anche ricostruire il Tempio di Gerusalemme che i Babilonesi avevano distrutto.
A
seguito della persecuzione romana, ormai convertiti al Cristianesimo, molti
ebrei si convertirono al paganesimo, al
cristianesimo e all’islam. Nel XIX secolo vivevano in Palestina circa 7
mila ebrei, nel 1900 erano 50 mila, nel 1914 80 mila. Nel 1947 gli ebrei erano l’11% della
popolazione, nel 1947 il 32%. Oggi nei territori della Palestina e di Israele
vivono sette milioni di ebrei e 7 milioni di palestinesi.
Nel
1947 l’Assemblea Generale dell’ONU deliberò a maggioranza un piano di
ripartizione della Palestina per la fondazione di uno stato ebraico e di uno stato palestinese. Venne
delimitato il territorio dello Stato ebraico, che fu fondato ufficialmente nel
1948, mentre a tutt’oggi non esiste ancora lo stato palestinese. In circa
ottant’anni il problema non è stato ancora risolto nell’indifferenza
generale, nonostante i continui conflitti,
stragi, guerre e morti di donne, uomini e bambini. Israele occupa abusivamente
territori palestinesi, costruisce insediamenti ebraici in Cisgiordania e solo
di recente la Corte internazionale dell’Aja ha condannato Benjamin Netanyahu
per criminale di guerra. Ma i bombardamenti di Israele continuano e l’Occidente
continua a fornire armi modernissime a
Israele.
Le
responsabilità dell’Occidente nei conflitti in corso in Medioriente sono
considerevoli.
Contrariamente
a quanto stabilito nella Conferenza di Parigi, su sollecitazione degli USA di
tener conto del principio di autodeterminazione dei popoli nella formazione
degli stati, da definire su base nazionale, cioè tenendo conto delle identità
etnico-culturali, nel Vicino e Medio Oriente invece vennero tracciati nuovi confini arbitrari che non
tenevano conto degli elementi religiosi e delle etnie dei vari popoli,
innescando pericolose dinamiche conflittuali.
Le
finalità di questa scelta furono quelle di dividere le società preesistenti per
aumentare le rivalità interne attraverso la frammentazione delle etnie in più
stati per alimentare la reazione delle minoranze (in particolare quella curda), contro le rivendicazione arabe.
Il
Trattato di Sèvres del 1920 ridefinì nuovamente i confini mediorientali, già tra
l’altro modificati in seguito alla
guerra italo-turca del 1911-12 e dalle
guerre balcaniche del 1912-13, così mutando ulteriormente gli equilibri
geopolitici nell’area. Si ruppe definitivamente quella Pax romana, con la quale
nel Medioriente popoli di culture diverse, musulmani, ebrei e cristiani
convivevano pacificamente
L’obiettivo
finale delle potenze occidentali era quello di controllare le vie di
comunicazioni, il monopolio del commercio e le risorse dell’area, specialmente
la nuova risorsa-petrolio, attraverso il controllo dei giacimenti.
La
Grande Guerra non modificò soltanto gli equilibri geopolitici, causo notevoli
danni economici, distruzioni materiali e immateriali, morti, rifugiati,
disoccupazione, problemi alle reclute, spesso abbandonate a se stesse per
deficit di bilancio a causa delle
gravose spese militari, ma anche molti disoccupati, perché i soldati tornati
dal fronte si sono ritrovati senza lavoro.
In
tutta Europa dopo la fine della guerra
crebbero malcontenti e rivolte contro gli esiti del conflitto, in
particolare in Germania e in Italia.
In
Germania la sconfitta causò danni notevoli sul piano finanziario, aggravati dal
risarcimento dei danni di guerra. Un impero che si era formato pochi anni prima
(1871) sulla spinta del Regno di Prussia nonostante le ostilità di Austria e Francia venne
smembrato e la sconfitta costò cara alla
Germania non solo sul piano territoriale, perché fu costretta ad accettare il
Patto di Versailles, che attribuiva alla Germania la responsabilità dell’inizio
del conflitto. I danni della guerra furono notevoli, ammontarono a 132 miliardi
di marchi. Berlino, che dal 1920 aveva conosciuto un intenso sviluppo
industriale ed era diventata la più grande città della Germania caratterizzata
da intensa vita sociale, artistica e
culturale, dal 1929 cominciò a vivere un periodo di crisi, con chiusure di
fabbriche, disoccupazione crescente e crisi economica e sociale, una situazione
aggravata anche dalla crisi mondiale causata dalla guerra, che favorì
l’insorgere di proteste e attività propagandistiche da parte di gruppi reazionari
sulla “pugnalata alle spalle” ricevuta dalla Germania. La crisi e gli
scioperi portarono all’ascesa al potere della destra nazista e
alla nomina da parte del Presidente
tedesco, nel 1933, di
Hitler a cancelliere della
Repubblica di Weimar.
Sono
tutte premesse che portarono la Germania a essere nuovamente la causa
scatenante della Seconda guerra mondiale, cominciata con l’invasione della
Polonia nel 1939.
Condizioni
simili si crearono in Italia alla fine della Grande Guerra.
Le
condizioni dell’Italia, nonostante la vittoria, erano ugualmente disastrose:
450 mila morti, 650 mila feriti, 3 milioni di reduci. Dal punto di vista
economico bisognava ricostruire interi territori distrutti, riconvertire
l’industria da un’economia di guerra a una economia di pace, riprendere la
coltivazione dei terreni agricoli abbandonati durante la guerra, rifornire gi
arsenali, in un momento in cui le casse dello stato erano pressoché vuote.
Inoltre, il commercio internazionale era crollato e bisognava ricostruire le
alleanze in un quadro geopolitico mutato avendo la guerra favorito l’ascesa di
USA e Giappone e indebolito l’Europa, esclusa la Gran Bretagna, che comunque restava la prima potenza navale.
Si avvertiva la mancanza di prodotti alimentare e delle materie prime per le industrie perché
bisognava ricostruire strade, ponti, ferrovie, porti e nuove navi perché le fotte erano state distrutte e
bisognava anche ricostituire gli arsenali. Il protezionismo sostituì il
liberismo e quindi il passaggio a una economia autarchica, con il conseguente isolamento che rese difficile i rifornimenti delle materie prime per la
ricostruzione. Fu necessario un intervento pubblico in economia che fece
nascere lo stato imprenditore.
Sul
piano sociale c’era molta povertà e molta disoccupazione perché i soldati
tornati dalla guerra stentavano a trovare lavoro e poi c’era il problema dei
reduci, lasciati a se stessi. Le difficoltà economiche generarono molto
malcontento.
Dopo
una prima fase di euforia cominciarono le polemiche per la vittoria mutilata,
come l’aveva definita Gabriele D’Annunzio, non avendo ottenuto nel Congresso di
Parigi quanto sperato, ossia Fiume e la Dalmazia, abitata dada croati.
Del
resto la trattativa era stata condotta malissimo perché il presidente del
Consiglio Sonnino aveva obbligato la delegazione italiana ad abbandonare il
Congresso per protesta, ma i lavori continuarono anche senza la delegazione
italiana e quando rientrò i giochi erano
s già stati conclusi.
L’economia
italiana, come abbiamo già fatto cenno
stava vivendo una grave crisi, l’aumento dei prezzi per la scarsità
dell’offerta e l’inflazione avevano ulteriormente indebolito il potere d’acquisto dei lavoratori e le
elezioni politiche del 1919 avevano dato un chiaro segnale per un governo
progressista. Il partito socialista aveva avuto un largo consenso, insieme al
nuovo Partito popolare di don Sturzo: il 32% dei voti e 156 deputati al primo,
oltre il 20% dei consensi e 100 deputati al secondo. I Fasci di Mussolini non
ebbero nessun deputato. Ma i socialisti presto si divisero tra riformisti e
massimalisti e una parte dei cattolici e dei conservatori guardavano a
destra. Così il governo che si formò,
come al solito, fu debole. Tra il 1919 e il 1922 furono ben quattro i governi,
tutti di breve durata. Dopo il governo di Francesco Saverio Nitti, nel 1920 tornò a presiedere il governo
Giovanni Giolitti con un governo di
coalizione. La popolazione sperava in un
governo stabile e progressista in grado di
avviare le riforme
necessarie per modernizzare il Paese e rilanciare
l’economia, ma così non fu. Giolitti
tentò di mediare tra le diverse anime politiche e venire incontro alle
istanze dei contadini e degli operai avviando una sere di riforme sociali, tra
cui aumenti salariali e riduzione
dell’orario di lavoro a 8 ore. Ma non fu sufficiente. Nel cosiddetto
biennio rosso 1919-1920
si ebbe una serie di lotte da parte di operai e contadini che ebbero il punto più radiale
nell’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920. Nazionalisti,
irredentisti e il Movimento dei Fasci di Combattimento,
fondato il 23 marzo 1919 da Benito Mussolini, che si presentò come uomo
dell’ordine e della difesa della proprietà privata per far presa sugli agrari e sulla borghesia
industriali nonché sulla classe media che si sentiva trascurata, avviò una diffusa azione di violenza, di aggressioni, di pestaggi per intimorire i moderati con lo sparacchio dell’arrivo dei
bolscevichi, attraverso gli squadristi fascisti. Mussolini cavalcò anche la
questione Fiume, schierandosi con D’Annunzio, che comunque Giolitti risolse nel
1920 ottenendo che Fiume fosse una città indipendente. Ma non bastò a fermare
d’Annunzio che con un manipolo di reduci e nazionalisti l’aveva occupata , ma Giolitti nel 1920 impose con le
armi a D’Annunzio di abbandonare Fiume.
Giolitti
non volle agire contro i manifestanti e ciò fece aumentare il risentimento dei
ceti borghesi. Ne approfittò Mussolini che organizzò le Squadre di Azione fasciste . Indossavano le camice nere e salutavano con
il braccio alzato, che diventeranno i simboli del Fascismo, ed erano
formazioni paramilitari composte anche da arditi, che facevano atti di
violenza contro le sedi dei sindacati e gli avversari politici.
Una delle prime e più eclatanti imprese dei
fascisti fu l’incendio della sede del quotidiano socialista L’Avanti e l’assalto a Bologna del Palazzo D’Accursio,
sede del Comune, in occasione dell’insediamento del nuovo governo socialista il
21 novembre 1919.
Nel
XXVII Congresso del Partito Socialista Italiano tenuto a Livorno nel 1921, in un clima di scontro in atto nel
mondo operaio a livello internazionale, la corrente massimalista e
rivoluzionaria uscì dal partito e fondò il Partito Comunista d’Italia.
Qualche
anno prima, nel 1917, la rivoluzione russa aveva rovesciato l’Impero russo dei Romano, che venne sostituito dalla
Repubblica socialista sovietica, poi sostituita, in seguito alla guerra civile
dall’URSS. La rivoluzione scoppiò per l’incapacità del governo di far fronte
alla grave crisi economica che aveva causato una carestia a fine
Ottocento, le cui conseguenze ancora si
avvertivano, nelle città lo sfruttamento dei lavoratori e il diffuso stato di
miseria creava rabbia che sfociò in scioperi e proteste collettive. La famiglia
Romanov venne brutalmente uccisa e loro corpi furono ritrovati soltanto nel 1979 ma la notizia
venne diffusa soltanto nel 1989, nel periodo della glasnost.
Alla
rivoluzione d’ottobre seguì a dicembre del 1917 una guerra civile quando alcuni
generali dell’esercito russo si ribellarono al governo bolscevico e tentarono
di organizzare un esercito di volontari. La Russia zarista era governata in
maniera autoritaria dallo zar, che aveva un potere inviolabile. A seguito della
rivoluzione lo zar Nicola II dovette abdicare.
Fallito
ogni tentativo di costituire un governo democratico, Lenin approfittò dello
stato di incertezze e prese il potere instaurando una dittatura sanguinaria
In
Italia il governo dei bolscevichi fece gioco a Mussolini, che con l’appoggio
della borghesia, dell’esercito, del ceto medio e con un re disattento e
incapace di fronteggiare la situazione, preoccupato soltanto di conservare il
potere, Mussolini, che aveva il Partito
nazionale fascista costituito da Mussolini nel organizzò una manifestazione eversiva, la
marcia su Roma con lo scopo do estromettere il governo Facta e costringere il
re a dare l’incarico a Mussolini. Il 28 ottobre il governo dichiarò lo stato di
emergenza ma Vittorio Emanuele III si rifiuto e il 30 ottobre e 31 ottobre 1922
fu ufficialmente capo del governo dal al 31 ottobre diede l’incarico a
Mussolini di formare un nuovo governo, primo ministro segretario di stato. Durò
in carica fino al 25 aprile 1943. Nel novembre del 1922 ottenne la fiducia alla
Camera con 306 voti favorevoli e 116 contrari , il 29 novembre al Senato.
Alla
elezioni del 1921 i Fascisti ottennero 36 seggi , i blocchi nazionali bel
complesso 105 seggi , il socialista 123,
il partito popolare 108 seggi.
I
primi provvedimenti economici presi dal
governo Mussolini diedero buoni
risultati perché incisero sulla
riduzione del debito ed ebbe un impulso sia l’industria che l’agricoltura e
sancirono lo strapotere delle gradi imprese monopolistiche. Cominciò un
avvicinamento alla Chiesa per tentare
ammorbidire la posizione di forte
ostilità del PPI.
Al
fine di rafforzare il suo consenso Mussolini fece un’alleanza elettorale con
nazionalisti, creando il Blocco
nazionale e nel 1923 approvò una nuova legge elettorale maggioritaria con
premio di maggioranza in
sostituzione di quella proporzionale di
Giolitti. Con questa nuova legge si svolsero
le elezioni del 1924.
A
queste elezioni il Blocco nazional prese il 60% dei consensi e 355 seggi, la
seconda lista Nazionale prese altri 19
seggi il Partito popolare 39 seggi, le due liste dei socialisti 63 seggi, il Partito Comunista 19 seggi, i due partiti
liberali 8 seggi.
Nelle
liste Nazionali, oltre ai fascisti, erano presenti candidati a esclusivo titolo
personale esponenti altro orientamento politico, alcuni dei quali abbandonarono
lo schieramento dopo il caso Matteotti.
Le consultazioni si svolsero in un clima di
violenze e intimidazioni da parte delle squadre fasciste. Alla Camera Giacomo
Matteotti pronunciò un duro discorso chiedendo l’annullamento delle elezioni.
Si creò un clima di indignazione generale che interessò molti deputati, tra cui
anche alcuni di quelli che erano stati eletti nel listone ma che non erano
fascisti. Quel discorso costò caro a Matteotti
perché il 10 giugno 1924 venne rapito e ucciso, e il cadavere fu trovato soltanto due mesi dopo. Mussolini, in un discorso alla
Camera dei Fasci e delle Corporazioni
tenuto il 3 gennaio 1925, ironicamente si assunse la responsabilità
dell’omicidio dicendo provocatoriamente:…se pensate il Fascismo non è stato che
olio di ricino e manganelli…o un’associazione a delinquere … a me la
responsabilità di questo, responsabilità morale. I partiti
dell’opposizione, per protesta contro il
governo in seguito all’uccisione di Matteotti,
dal 27 giugno 1924 abbandonarono l’Aula e fecero la secessione
dell’Aventino.-
Da
quel momento Mussolini assunse sempre più atteggiamenti autoritari,
eversivi e antidemocratici, avviando un
processo di fascistizzazione del Paese.
Dopo
quel discorso Mussolini, con il sostegno degli squadristi e quello silenzioso
di polizia e magistratura e della Chiesa e il sostegno di Vittorio Emanuele III
, iniziò l’opera di smantellamento dello Stato, cominciando dall’opposizione,
svuotando il Parlamento delle sue funzioni, mettendo il bavaglio alla stampa e
ai mezzi di informazione
Per
controllare il dissenso si servì dei
prefetti e delle forze di polizia
e istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, sciolse le
istituzioni politiche e sindacali sovversive o antifasciste e istituì il confino per i reati politici.
Nel
1928 creò il Gran Consiglio del Fascismo come organo superiore del Partito e
dello Stato ed emanò una nuova legge elettorale con sistema maggioritario, premio di maggioranza e lista
unica senza preferenze e senza garanzie
per la segretezza del voto (Legge Acerbi). I deputati da eleggere erano 409. La
legge fu emanata dal Gran Consiglio,
composto da amici e parenti.
Con la
totale sovrapposizione tra Partito Nazionale Fascista e Stato italiano,
Mussolini avrva completato il suo lavoro, instaurando la dittatura.
Nel
corso dei suoi anni di governo, nel 1929 stipulò i Patti Lateranensi tra la
Santa Sede e il governo, ponendo fine alla Questione romana e riprese la
politica coloniale riconquistando la
Libia e invadendo la Somalia
(1935-36) con una campagna militare violenta e feroce anche con l’uso di gas
proibiti a livello internazionale, intervento censurato dalla Società delle Nazioni con
sanzioni economiche.
In
merito alla politica estera, appoggiò i
fascisti nella guerra civile spagnola (1936-39), con la Germania del
Nazionalsocialismo di Adolf Hitler nel 1936 firmò l’Asse Roma-Berlino e nel
1939 il Patto d’Acciaio. Nel 1938 con una serie di provvedimenti legislativi e
amministrativi rese operative le Leggi razziali, riconoscendo i campi di
concentramento tedeschi e così favorendo
lo sterminio degli ebrei. Nel 1929 scoppiò una crisi economica che, iniziata negli Stati Uniti si estese poi
i tutto il mondo, provocando una grande depressione. La crisi venne provocata
da una mancata crescita del potere d’acquisto, nonostante l’incremento della produttività e degli
investimenti, favoriti da bassi tassi di interesse e bassi interessi sui
prestiti, che però vennero utilizzati non per
investimenti produttivi ma per attività a carattere speculativo. Le
Borse crollarono, i titoli si svalutarono, gli azionisti ebbero forti perdite. Si ebbe un repentino aumento
dei tassi di interesse, crollarono gli investimenti e seguì un periodo di
recessione e depressione a livello globale. Tra 1932 e 1934 la produzione
crollò anche del 25-30%, tra 1929 e 1934 la disoccupazione interessò i milione
di lavoratori tra 1032 e 1934.Gli Stati reagirono con investimenti pubblici,
negli Usa si ebbe un secondo New Deal tra 1935 e 1938.
In
Italia il governo già nel 1925 aveva avviato
una politica di autarchia economica e di investimenti pubblici. Se la
politica autarchica aveva favorito inizialmente un rilancio della produzione,
successivamente causò una crescente
inflazione e svalutazione della lira. Né ha funzionato la rivalutazione della
moneta perché se ha difeso la produzione delle imprese deboli per proteggerle dalla concorrenza, le imprese
più grandi che avevano bisogno di acquistare materie prime, furono svantaggiate
perché rese di fatto non competitive sui mercati stranieri.
Nel
1930, come risposta alla Grande depressione,
il Fascismo aumentò il ruolo di Stato imprenditore con un intervento più
diretto in economia e varò un programma di lavori pubblici, in particolare con
la bonifica delle aree paludose, anche per aumentare la produzione di cereali (battaglia del grano). L’intervento
più importante è stato la bonifica dell’Agro Pontino.
Per
sostenere le industrie in crisi, oltre
all’IRI, ha creato anche l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI).
Con la
creazione dell’IRI e il sostegno alle Banche in crisi lo Stato diventò
azionista delle principali aziende del
Paese. Inoltre avviò una nuova fase di espansione coloniale in Somalia al fine
di creare una “Nuova Italia”, confiscando le terre alle popolazioni locali e
favorendo l’emigrazione di contadini per aumentare la produzione agricola per
l’autosufficienza alimentare.
La
politica economica del Fascismo si basava anche sul riconoscimento delle classi
sociali e del loro conflitto ma, per il bene della Nazione, questo conflitto
andava regolato e superato attraverso un organismo superiore
e all’interno di una comune
organizzazione del lavoro, ossia
attraverso le Corporazioni, cioè
con lo Stato sindacale-corporativo, di fatto per indebolire il Sindacato.
Infatti, i sindacati vennero sciolti e le attività economiche strategiche
vennero controllate da Partito Fascista.
Venne inoltre resa obbligatoria l’iscrizione
al partito fascista e alle
associazioni di regime, condizione indispensabile per poter avere un lavoro. Per difendere il
valore della lira senza svalutare e di fronte ad un aumento dell’inflazione e
del costo della vita si attuò la
riduzione dei salari del 10%, e l’abolizione
dell’indennità di carovita agli impiegati.
Poiché
gli scioperi continuavano in quel periodo ci furono 8000 condanne
sindacali. Per recuperare il consenso si
rilanciò l’industria degli armamenti e l’espansione coloniale come elemento di
prestigio e di propaganda.
Intanto
in questo quadro difficile anche a livello internazionale scoppia la Seconda
guerra mondiale nel 1939, quando la Germania invase la Polonia.
L’entrata
in guerra della Germania trova giustificazione nella visione ideologico-politica di Hitler, ben diversa
dal tradizionale nazionalismo germanico
e dell’espansionismo coloniale. L’obiettivo del Fuhrer basato sul concetto di
spazio vitale che giustifica l’espansionismo territoriale finalizzato a
creare un dominio assoluto sull’Europa e
sul mondo per affermare la superiorità della razza ariana, asservendo e
distruggendo le razze inferiori, come gli ebrei. Una concezione della politica che si basa su elementi raziali ed
etnico-biologici che ha come obiettivo la pulizia razziale attraverso
deportazioni e depurazioni per affermare il dominio della razza germanica.
A
questa aberrante politico-filosofia si aggiungeva anche la riconquista dei
territori perduti con la sconfitta nella prima guerra mondiale e per vendicarsi delle dure condizioni imposte
alla Germania dalle potenze vincitrici.
Mussolini
in un primo momento si dichiarò neutrale, anche perché il popolo, i militari e
lo stesso re non ritenevano opportuna una guerra perché l’Italia non era
attrezzata.
Il suo
esercito aveva già mostrato le sue lacune nelle guerre di indipendenza e nelle
guerre coloniali. I mezzi, di terra, di cielo e di mare a disposizione erano
pochi e obsoleti. L stessa politica industriale militare di Mussolini era
debole e, per esigenze di bilancio e raccogliere valuta pregiata, l’Italia
vendeva mezzi militari all’estero, addirittura ai suoi potenziali rivali.
L’unica
giustificazione per entrare in guerra si poteva soltanto trovare in un visione
di carattere di carattere
opportunistico, salire sul carro del vincitore per partecipare alla divisione
delle spoglie del nemico, stesso comportamento tenuto nella prima guerra
mondiali: entrare in guerra e contro di chi, nonostante l’esistenza di un patto
di reciprocità cin la Triplice. Un uomo veramente inaffidabili, altro che
grande politico!
Quindi,
una scelta ancora una volta opportunistica, perché, nonostante le tante
perplessità di tutti i soggetti istituzionali, cambiò idea e dal Balcone di
Piazza Venezia annunciò alla folla festante l’entrata in guerra al fianco della
Germania, pensando che fosse il cavallo vincente.
Ancora,
pur non essendo dotato di un potente
esercito, mentre era in guerra sul fronte europeo, iniziò una campagna di
conquista nei Balcani, in Grecia e nelle isole dell’Egeo e volle anche
partecipare alla Campagna di Russia, nonostante Hitler lo sconsigliasse, e
mandò i soldati a combattere con un abbigliamento adeguato, forse, per una gita
fuori porta, piuttosto che andare a combattere
su territori ghiacciati, con temperature sottozero e on un fucile in
ano.
L’esito
finale fu disastroso. Opportunamente
pensava di fare una guerra parallela per
poi sedersi comunque al tavolo della pace e, confidando sulle sue capacità …
diplomatiche, ottenere guadagni territoriali.
Il
vero dramma è che oggi qualcuno pensa che Mussolini e la sua ideologia possano
essere un utile modello per risollevare le sorti del nostro Paese. Idolatria o
scarsa conoscenza della realtà?
Ma il
finale fu molto diverso da quello immaginato. Fu farsa o tragedia?
Hitler,
per il tramite di Ribbentrop, lusingò Mussolini con la promessa di dare
all’Italia l’intero controllo del Mediterraneo, m il realtà temeva un’alleanza
dell’Italia, un paese strategicamente importante, con la Francia, allargando così la lista
delle forze nemiche.
I
rapporti tra Francia e Italia si erano rinsaldati sulla base di un possibile
accordo sulla base di alcune garanzie sui possedimenti italiani in Africa, ma
in Parlamento alcuni deputati gridarono: “Nizza, Savoia, Corsia”. Nel
Parlamento era presente il nuovo
ambasciatore francese che percepì subito l’ambiguità del governo Italiano.
L’Italia
si riavvicinò alla Germania e il 22 maggio 1939 firmò un’alleanza
difensiva-offensiva con la Germania, il
Patto di Ferro, supponendo che la Germania non avrebbe iniziato nuovi conflitti in Europa.
Mussolini
era consapevole della debolezza militare dell’Italia e aveva tentato di
spingere s Hitler di avere una moratorio di quel Patto per consentire di
attrezzare adeguatamente l’Esercito. Di
fronte alla disponibilità di Hitler, Mussolini presentò una lista con richieste
esorbitanti e poi chiese di essere esonerato dal partecipare al conflitto con
lo scopo di non essere considerato traditore. Hitler rispose che l’Italia
poteva non partecipare al conflitto. Ma fu una risposta semplicemente
diplomatica ma il fuhrer capì che dell’Italia non poteva fidarsi.
Il 1
settembre1939 la Germania invase la Polonia e cominciò così la Seconda Guerra
Mondiale e in breve tempo l’invasione tedesca interessò altri undici paesi.
Mussolini
pensò che la Germania avrebbe vinto la guerra in breve tempo e il giugno 1940 dichiarò di essere entrato in
guerra al fianco della Germania nazista il 10 giugno 1940 e inizio con
operazioni parallele, invadendo una porzione limitata del territorio francese e
entrando in conflitto con la Gran Bretagna nell’Africa orientale, entrando nel
conflitto greco-balcaniche, collezionando sconfitte sul campo e perdendo la
propria autonomia geopolitica. Quado la Germania attaccò la Russia nonostante
esistesse un patto di non aggressione con la Russia i(il Patto Ribbentrop
–Molotov), l’Italia partecipò all’operazione Barbarossa, ossia all’invasione
tedesca della Russia nel 1941, che si risolse un modo disastroso per l’Italia e
per la Germania. Fu una sconfitta che
cambiò gli equilibri della guerra. L’esercito russo fece prigionieri 640 mila
soldati, costretti a raggiungere a
piedi nella neve i campi di
concentramento. I morti per l’Italia furono 84 mila su 300 mila uomini partiti
e ne ritornarono soltanto 10 mila nel
1954..
L’Italia
entrò nel vivo del conflitto quando il 10 luglio 1943 gli anglo-americani
sbarcarono in Sicilia con due armate guidate dal generale americano Pattern e
dal generale Montgomery per risalire la penisola e giungere a Roma. Altri
sbarchi avvennero a Salerno e Anzio e in Francia con l’eroico sbarco in Normandia. I tedeschi vennero chiusi a
tenaglia in una morsa con operazioni strategiche ben studiate.
La
sconfitta della Germania era ormai segnata. In Italia cominciarono
scioperi e manifestazioni contro il
Fascismo e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo depose Mussolini, un
episodio che significò anche la fine del Fascismo la caduta del Fascismo dal
punto di vista della legittimità ma non fattuale.
Il re,
svegliatosi da un lungo torpore, fece arrestare Mussolini, che venne portato in
prigione sul Gran Sasso, ma liberato poi dai Tedeschi e fondò la Repubblica di
Salò (Repubblica Sociale Italiana), di fatto posta sotto il controllo nazista.
L’8
settembre 1943 il maresciallo Pietro
Badoglio rese pubblico con un Proclama
di aver firmato il giorno 3 settembre
1943 l’armistizio di Cassibile (Siracusa) dopo la deposizione di Mussolini.
Badoglio assunse la carica di capo del Governo.
Con
l’armistizio l’Italia si arrese agli Alleati
con la formula di resa
incondizionata e con questo atto finì anche l’alleanza con la Germania ma la
presenza tedesca in Italia era consistente e i fascisti restarono alleati dei
tedeschi così che la guerra si trasformo in guerra civile con i fascisti e i
tedeschi contro le forze alleati, gli uomini e le donne della Resistenza e
contro gli italiani.
ma la
guerra si trasforma in guerra civile con
Fascisti e tedeschi alleati con le forze alleate e contro gli Italiani.
Il
periodo 8 settembre 1943-25 aprile 1945 furono mesi terribili. Le forze armate
tedesche occupano il territorio italiano e iniziò la Resistenza per la liberazione dell’Italia dal
nazifascismo. Fu un periodo eroico, in cui l’Italia riacquistò la sua dignità e onorabilità di paese civile che lottò per reintrodurre la democrazia
cancellata dal Fascismo. Gli ebrei vennero
catturati, arrestati, torturati e
deportati in Germania e lì uccisi nelle
camere a gas. Furono mesi terribili funestati da battaglie, rappresaglie, attentati,
fucilazioni, che si conclusero con la liberazione di molte città del Nord
Italia, della città di Milano e della resa dei tedeschi in Italia. Il 25 aprile
venne indicato come il giorno della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
Benito
Mussolini fu catturato il 27 aprile 1945, nascosto in un camion e vestito da soldato tedesco
mentre fuggiva in Svizzera. Venne ucciso a Dongo il 28 aprile 1945 insieme
all’amante Claretta Petacci, che volle condividere la sua sorte da un gruppo
appartenente ai partigiani della Brigata Garibaldi.
La
Seconda Guerra Mondiale si concluse il 14 agosto 1945, giorno in cui
l’imperatore Hirohito dichiarò la resa incondizionata del Giappone, dopo che
gli USA avevano sganciato il 6 e il 9 agosto due bombe nucleari su Hiroshima e
Nagasaki, causando la morte di oltre 210 mila morti e 150 mila feriti.
Il
motivo del ricorso al nucleare fu la reazione all’attacco giapponese alla
base aerea americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii, ma anche per dimostrare
all’URSS la forza militare degli USA, in un momento in cui si andavano a configurare i nuovi
assetti geopolitici globali basati sulla
competizione USA-URSS, che poi portò
alla creazione di due blocchi contrapposti
che consentirono una lunga pace, frutto di un equilibrio instabile basato sul reciproco
potenziale nucleare, ma in un clima di
Guerra Fredda.
Se il
numero dei morti causati dalla Prima
guerra mondiale furono 13 milioni, molto più consistenti i morti della Seconda
Guerra Mondiale, che vide impegnati nel conflitto 110 milioni di soldati e contò tra i 60 e i 70 milioni di morti tra soldati
e civili.
Il
Novecento è stato, dunque, un secolo pieno di contraddizioni, con grandi
progressi economi e sociali e di sviluppo scientifico e tecnologico, ma anche un secolo di grandi
tragedie causate da due guerre mondiali
e dall’affermazione di regimi totalitari in Germania e in Italia, in Spagna, in
Unione Sovietica.
E’
stato anche un periodo di instabilità politica, di corruzione diffusa, di
squilibri territoriali e di diseguaglianze crescenti come conseguenza di un
liberismo non regolato dal potere pubblico. Ciò in particolare in Italia, la
cui sconfitta bellica ha pesato molto sulla autonomia decisionale dei governi a
livello nazionale e internazionale. Un condizionamento basato anche sugli aiuti
finanziari che il governo di Washington ha dato all’Italia e all’Europa
attraverso il Piano Marshall, Marshall, che prese che prende il nome dal
politico che lo ideò, con lo scopo di favorire la ricostruzione di territori
devastati dal Conflitto. Ma anche per un chiaro disegno politico per creare un
più forte legame tra i paesi del Blocco occidentale in funzione anti-URSS.
In
questa logica l’Italia rappresentava e ancora oggi rappresenta una piattaforma
logistica strategica per mantenere una egemonia geopolitica e una funzione di dissuasione e contrasto a
mire espansionistiche di altre potenze, in particolare a quelle del fronte orientale. E infatti le principali
basi militari controllate dagli USA sono
in Sicilia, a Napoli, nel Nord-Est, in Puglia.
La
fine della Seconda guerra mondiale ha
lasciato il nostro Paese lacerato socialmente e politicamente, economicamente
depresso, con un Mezzogiorno più impoverito rispetto al Nord
Italia, anche per le scelte dei governi che si sono succeduti nella seconda
metà dell’Ottocento.
Nonostante
la battaglia comune per la libertà, l’esperienza della Resistenza, che aveva
visto impegnati in uno sforzo comune uomini e donne di diversa estrazione,
cultura e appartenenze politiche, che avrebbe potuto far immagina un rinnovato comune impegno per la ripresa del
nostro Paese, la speranza di un futuro collaborativo, so è però conclusa presto
con il fallimento del Governo Parri, che per breve tempo aveva guidato un governo di centro-sinistra, nato
come tentativo di riformare le istituzioni
e per dare speranza a quelle istanze
di rinnovamento che molti auspicavano.
L’ultima
esperienza collaborativa fu quella
maturata all’interno dell’Assemblea Costituente, che riuscì a redigere una
Carta Costituzionale che ancora oggi a me pare la migliore di quelle di altri
paesi del mondo occidentale che purtroppo non è stata ancora attuata
completamente poiché nel dopoguerra il
quadro politico è stato sempre frammentato, con governi di breve durata che non
sono stati in grado di difendere il
Paese da conflitti politici, da atti terroristici e da
spinte eversive finalizzate al
sovvertimento dell’Ordine costituzionale, le cui conseguenze si avvertono ancora oggi,
perché pur essendo l’Italia un
Paese che culturalmente, scientificamente ed economicamente avanzato, stenta a fare
quelle riforme necessarie per completare il suo
processo di modernizzazione- E le
principali cause dipendono proprio dalla persistenza di forze conservatrici
refrattarie a favorire l’evoluzione verso un paese a democrazia matura
Lea
tante volte annunciate riforme, soprattutto il rinnovamento dell’apparato
burocratico-amministrativo e l’abolizione di tanti Enti inutili è perché
permangono all’interno dello Stato forze conservatrici e nostalgici dei vecchie ideologie, che non
hanno interesse a riformare un Paese che
vorrebbero riportare verso lidi non certo democratici. .
Lo
stesso Togliatti, allora Ministro della Giustizia, promosse un’amnistia per i
reati commessi durante l’era fascista
perché pensava che così si potesse favorire una generale pacificazione anche
per scongiurare qualsiasi forma di conflitto che avrebbe
potuto causare una guerra civile. Purtroppo, certe
incrostazioni ancor persistono. Esistono
nei governi nazionali e nei Parlamenti nazionali ed europeo membri che non
hanno mai abiurato l’ideologia nazifascista e anziché della pacificazione
auspicata da Togliatti è prevalso il trasformismo. I fascisti della
Repubblica di Salò si sono imboscati prima nella Democrazia Cristiana,
poi hanno formato il MSI, erede del Partito Nazionale Fascista, poi Alleanza
Nazionale, il cui segretario politico Fini arrivò con coraggio a
dichiarare che il Fascismo era stato il
male assoluto, una dichiarazione che forse
gli costò il suo futuro politico perché subito dopo fu coinvolto in uno
scandalo che lo costrinse ad abbandonare la politica attiva.
Ma i
fascisti esistono ancora oggi e sono tanti, albergano in Fratelli d’Italia e
governano addirittura il Paese e molti ostentano orgogliosamente le loro
originarie identità e, pur avendo giurano fedeltà e rispetto della Costituzione
antifascista, i nostalgici del vecchio regime agiscono in Parlamento per cambiarla e trasformare la democrazia in autocrazia.
Dopo
il Governo Parri, seguirono otto governi
presieduti da De Gasperi, tutti di breve
durata, l’ultimo dei quali si concluse il 17 agosto 1953.
Il
primo (dicembre 1945-13 luglio 1946) fu
un governo del Regno d’Italia, di unità nazionale composto da DC,PCI,
PSIUP, PLI, PDA, PDL.
Il
secondo governo De Gasperi fu il primo
della Repubblica Italiana ed era composto da DC, PCI, PSUP e PRI e durò
fino al gennaio 1947. La crisi era avvenuta in seguito alla scissione del PSI, che aveva dato origine al Partito
Socialista dei Lavoratori, che poi divenne Partito Socialista Democratico
Italiana.
Il 2
giugno 1946 venne eletta
l’Assemblea costituente per redigere la
Costituzione italiana e restò in carica fino al 31 gennaio 1948. Era composta
da 556 membri. Fu l’Assemblea costituente a votare la fiducia ai governi che si
formarono in quel periodo. Si riunì per la prima volta il 25-26 giugno 1946
sotto la presidenza di Giuseppe Saragat e i 28 giugno venne eletto Enrico De
Nicola primo presidente della
Repubblica.
Il
terzo governo De Gasperi fu molto breve, durò dal 2 febbraio 1947 al 31 maggio 1947 e fu un tripartito DC, PCI,
PSI, che rispecchiava l’esito delle elezioni del 3-4 luglio 1946, i cui
risultati furono DC al 35,2&, PSIUP al 20,68%, il PCI al 18,93%. Le
elezioni si svolsero col sistema proporzionale e videro per la pria volta la
partecipazione delle donne.
Il IV
governo De Gasperi (31 maggio 1947-23
maggio 1948) fu il primo senza la
partecipazione dei partiti di Sinistra, il primo di una serie di governi
centristi. Vi parteciparono DC-PLI-PSLI-PPI. Fu la formula che
caratterizzò i governi italiani fino al
1958, incentrati sulla egemonia della Democrazia Cristiana che, nelle elezioni
del 1948, ebbe un consenso pari al 48,5%. Il Fronte Popolare Democratico, che
comprendeva il PSI e il PCI venne fortemente ridimensionato con il 30,98%
e l’Unità Socialista ebbe appena il 7,o7% dei consensi.
Fu
l’effetto della Guerra Fredda. Il governo
americano è stato molto esplicito con il governo italiano, i Comunisti
non potevano far parte della maggioranza governativa e dello stesso parere era
il papa Pio XII, tanto che aveva proposto di formare una coalizione con il
Movimento sociale per le elezioni comunali di Roma, proposta rifiutata da
Alcide . Eravamo ancora al tempo del Papa-Re. De Gasperi, cattolico ma laico
nei rapporti tra Stato e Chiesa. Libera Chiesa in Libero Stato fu la frase
coniata da C. de Montalembert e pronunciata
da C. Benso di Cavour in
Parlamento quado venne approvata la proposta di Roma capitale d’Italia. Una
visione laica dello Stato coerente con
il pensiero liberista. Tuttavia, l’ingerenza della Chiesa e degli USA nonché il trasformismo politico saranno una
costante della politica italiana del dopoguerra.
Nelle
elezioni del 1948 la Democrazia Cristiana ebbe quasi il 50% dei consensi ed è
evidente che i voti dei conservatori e dei fascisti confluirono nel partito
cattolico, che ebbe anche il sostegno
delle gerarchie ecclesiastiche. Scomparve il Partito d’azione, che aveva avuto
un ruolo importante nel Risorgimento
italiano e che raccoglieva al suo interno intellettuali e pezzi della borghesia
progressista, tutti voti che confluirono nella DC. Il Mantra del pericolo
comunista utilizzato dai fascisti sin
dalla fondazione del partito è una costante della lotta politica della destra,
ripresa dai neofascisti di oggi.
La
Democrazia Cristiana è l’erede del Partito Popolare Italiano (popolare ma non
populista) fondato da don Luigi Sturzo nel 2919. Vi aderì Alcide De Gasperi nel 1920., ma il
partito si sciolse nel 1926, dopo
l’uccisione di Giacomo Matteotti e la partecipazione alla secessione
dell’Aventino, nella consapevolezza dell’impossibilità di instaurare in Italia
un governo democratico. Il partito cattolico si riforma con la Democrazia
Cristiana come partito interclassista e moderato che si ispira ai valori
cristiani e ha al suo interno come
attivisti esponenti del modo cattolico
dopo l’abolizione nel 1919 da
parte del papa Benedetto XV del Non expedit, che era stato introdotto dal papa
Pio IX nel 1868.
All’interno
della Democrazia Cristiana è sempre
esistita una corrente di
pensiero più attenta alle questioni
sociali che fa riferimento alla Enciclica Rerum novarum emanata nel 1891 da Papa Leone XIII che
fondò la moderna dottrina sociale della Chiesa , di cui Dossetti e La Pira furono i protagonisti più
prestigiosi.
La DC
comunque era una forza politica che al suo interno era ben divisa in tre
principali correnti, quella di destra conservatrice dialogante con la Monarchia
e il MSI, quella di sinistra che si
riconosceva nel popolarismo di don Sturzo e quella di centro espressa da De Gasperi, che
fungeva da collante tra le altre due anime del partito.
I
principi ispiratori sono il riconoscimento della dignità umana, della
solidarietà, della sussidiarietà, del
bene comune, della legalità e della partecipazione alla vita pubblica.
La
politica entrista è cominciata il Italia con il IV governo De Gasperi, un esecutivo che vedeva la
centralità della DC e la partecipazioni dei tre partici centristi
(PLI,PRI,PSDI), una coalizione di forze moderate che avevano come cifra comune
l’anticomunismo, l’Atlantismo e l’Europeismo, in una continua contrapposizione
destra-sinistra che raggiunse il culmine
quando De Gasperi fece approvare una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza al partito o alla
coalizione più votata, a cui sarebbero stati assegnati i due terzi dei seggi,
norma definita legge truffa. Una legge che si configura come conferimento al
partito più votato il potere assoluto, ossia una forma di governo dittatoriale.
A alle
elezioni del 1953, però, la DC perse il
10% dei consensi e i partiti alleati non raggiunsero nemmeno il 10% e De
Gasperi dovette abbandonare l’impegno politico.
Con il
IV governo De Gasperi inizi, una nuova stagione, quella del quadripartito,
espressione del clima sempre più esasperato di
contrapposizione tra i due blocchi
USA-URSS, ossia tra il blocco occidentale dominato dagli USA e quello
Orientale dominato dall’URSS che durerà fino alla caduta del muro di Berlino,
una contrapposizione che non ha consentito
nessuna sperimentazione politica creando rendite di posizione, ostacolo
al ricambio dei protagonisti della politica che ha determinato immobilismo
politico e generazionale e corruzione diffusa.
Le
esperienze dei governi centristi, del quadripartito e di qualsiasi altra forma
politica era dettata dalla necessità-volontà di escludere le forze estremiste
di destra e di sinistra, il MSI e il PCI dal governo della Repubblica, almeno
formalmente, fino alla caduta del muro di Berlino.
Le
prime iniziative intraprese dal
Centrismo furono la riforma agraria, che espropriò i grandi latifondi incolti risarcendo
con prezzi di mercato gli agrari e
distribuendo la terra tra i contadini che ne aveva fatto richiesta. Un’altra
riforma fu il Piano Casa, la Legge
Fanfani del 1949, per
favorire la costruzione di case popolari per il ceto medi; l’adesione
alla Nato (alleanza militare) nel 1949, dia pure con qualche astensione da
parte di esponenti democristiani e socialdemocratici favorevoli alla
neutralità, la istituzione nel 1950
della Cassa del Mezzogiorno per il rilancio economico e sociale del Mezzogiorno
attraverso l’infrastrutturazione del territorio.
Le due
guerre mondiali avevano favorito la riflessione sul perché in Europa era
diffuso il ricorso alla guerra per risolvere problemi o tensioni che
coinvolgevano più stati. Alcuni politici cominciarono a interrogarsi se fosse
possibile trovare un qualcosa che potesse favorire la pace e non la guerra per
dare risposte ai problemi che creano conflittualità. La prima riflessione fu
che gli stati entrano spesso in guerra
per avere il controllo delle risorse strategiche. Quali possono essere gli
strumenti per un’Europa di Pace?
Altiero
Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi durante gli anni del loro esilio a
Ventotene per motivi politici imposto dal regime fascista, avevano pensato che
per evitare ulteriori tragedie sarebbe stato utile promuovere l’unità politica dell’Europa su base
federale, quindi una visione della Paneuropa tecnocratica avanzata da R.N. di Coudnhover-Kalergi nel 1922.
I tre
visionari elaborarono nel 1941 un documento, il Manifesto di Ventotene che
venne diffuse da alcune donne negli ambienti dell’opposizione al regime di Roma
e Milano, poi reso pubblico nel 1944, considerato uno dei testi fondanti
dell’Unione Europea.
Questo
progetto venne ripreso da Schumann, De Gasperi e Adenauer, tre statisti esponenti dei partiti di ispirazione cristiana della Francia, dell’Italia e della Germania,
i quali ritenevano che effettivamente uno dei motivi che causano i
conflitti è il controllo delle risorse
strategiche, che in quell’epoca erano il
ferro e il carbone, e pensarono a un modo come gestire questa risorsa in
maniera collaborative: un accordo tra gli stati per la gestione comune del
settore carbo-siderurgico. Nacque così nel 1951 la CECA con lo scopo di controllare la produzione e i prezzi del carbon e
dell’acciaio, una strategia funzionalista e gradualista per costruire l’Unione
europea. E così fu perché nel 1957 nacque la CEE con un Trattato firmato a
Roma, al quale aderirono sei paesi: Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e
Lussemburgo. I Magnifici 6!
Un
altro passo in avanti fu fatto nel 1992 con la firma del Trattato di Maastricht da parte di 12 paesi fondatori
un evento che diede vita alla nascita dell’Unione Europea il 1 gennaio 1993.,
che segnò la nascita dell’Unione Europea, entrato in vigore nel 1993.
All’unione politica ed economica nel 1999 si aggiunse l’Unione monetaria con
l’adozione della moneta unica, l’Euro, oggi adottato da 20 pesi dell’Europa.
Se i
padri fondatori dell’Unione Europea sono
K. Adenauer, A. De Gasperi, R. Schuman e J. Monet, per l’Italia il vero
protagonista è stato Alcide De Gasperi che aderì alla CEE come paese fondatore,
forse il risultato più prestigioso dei governi centristi.
Compito
del governo centrista fu anche l’avvio
del Piano Marshall, lanciato nel 1947,
consistente in un corposo programma di
aiuto ai paesi europei per risanare le distruzioni prodotte dal seconda
conflitto mondiale per complessivi 1,5
miliardi di dollaro.
I
risultati di questi provvedimenti, che avevano anche un sapore elettoralistico,
non diedero i risultati sperati.
La
riforma agraria scontentò sia gli agrari sia i contadini perché non tutti i richiedenti ebbero i lotti e tutti i lotti
erano di piccole dimensioni e quindi non molto redditizi, per cui favorirono
una seconda ondata migratoria, dopo quella di fine Ottocento-inizio Novecento,
questa volta non verso le Americhe ma verso il Triangolo industriale.
La
Cassa del Mezzogiorno inizialmente consentì di costruire strade, acquedotti,
scuole, ma presto la malavita organizzata ne prese il controllo ed ebbe il
sopravvento il clientelismo e lo stesso Piano Marshall, nonostante la
supervisione americana, procedette a rilento, senza raggiungere i risultati
sperato. Comunque, gli investimenti pubblici
rilanciarono la siderurgia e furono le premesse per il cosiddetto
Miracolo economico che si ebbe negli anni Cinquanta.
I
fattori di successo furono le scelte della politica economica dettata da Luigi
Einaudi basate sui bassi salari grazie
alla elevata disponibilità di manodopera, che consenti alle imprese di fare
alti profitti e alti investimenti.
L’emigrazione
meridionale fu importante per lo sviluppo dell’industria settentrionale ma per
i Sud i vantaggi furono limitati a qualche rimessa, privò il Mezzogiorno di
molti giovani in età da lavoro lasciando agli anziani la coltivazione della
terra per una economia di sussistenza. Ancora una volta Il
Sud è stato sacrificato perché le
politiche industrialo e gli investimenti in infrastrutture sono stati
funzionali alla tutela degli interessi
della borghesia del Nord. Altro che Roma ladrona o lo slogan del Sud apatico perché c’è troppo sole. Il
sentimento razzista nasce nel contesto di uno sviluppo di tipo speculativo,
specialmente nel settore edilizio con la costruzione di ghetti per gli
immigrati, nelle periferie o nei quartieri degradati del Centro urbano. E oggi
la storia si ripete con gli extracomunitari.
Questa
politica ebbe riflessi sulla composizione
delle attività economiche, aumentarono gli addetti all’industria (dal
29% al 37%) e dei servizi (dal 27% al 32%) mentre diminuirono gli addetti
all’agricoltura (dal45% al 30%). Si rafforzò anche il valore della lira.
Queste
trasformazioni hanno determinato cambiarono dei consumi e dei modelli
culturali.
Negli
anni ’50-’60 si sviluppò la motorizzazione di massa, cominciò la produzione
della Vespa, della Lambretta, della 500 e della 600 (1955-58).
Nel
1956 iniziarono i lavori per la costruzione dell’Autostrada del Sole Milano-Napoli, che insieme allo sviluppo
della motorizzazione divenne il motore dello sviluppo industriale. Una scelta
che fu contestata dalla Sinistra, che preferiva lo sviluppo del trasporto
pubblico con la costruzione di ferrovie e metropolitane
nelle città.
Nel
1954 uscì la televisione, che modificò i
comportamenti sociali e l’uso del tempo libero, che da collettivo diventò
individuale e si modificarono anche le scelte elettorali.
Con
l’uscita di scena di De Gasperi emerse una nuova classe politica formatasi
nell’Azione Cattolica: Fanfani, Moro, Taviani, Rumor, personaggi culturalmente
preparati, professori universitari
impegnati in politica, che proponevano un maggiore impegno pubblico in economia
che portò alla nascita nel 1955 dell’ENI
affidato alla guida di Enrico Mattei per promuovere lo sviluppo del settore
energetico e nel 1956 venne istituito il Ministero delle partecipazioni statali per il
coordinamento delle attività delle aziende pubbliche.
Le
elezioni del 1953 indebolirono la Democrazia Cristiana che, pur restando il
primo partito, dovette registrare la crescita delle forze estreme, Monarchici e
Missini (eredi del Fascismo) da una
parte, e Socialisti e Comunisti
dall’altra parte.
Fu la
crisi del Centrismo, che si cercò di farlo vivere ancora con l’appoggio dei
partiti minori, ma ebbero sempre vita difficile a causa di maggioranze
risicate.
Le
elezioni del 1953, che prevedevano il premio di maggioranza ai partiti o
coalizioni di partiti non diedero un risultato favorevole ai partiti centristi perché la coalizione
guidata dalla DC prese il 49,8% dei voti, comunque inferiore al 50% previsto
per ottenere il premio di maggioranza, ben 16 punti in meno delle precedenti
elezioni. I seggi ottenuti furono 303, 67 in meno rispetto alle precedenti
elezioni.
I
cittadini non gradirono la proposta egemonica della DC. Il PCI e il PSI
ottennero 288 seggi (+35 seggi rispetto alle elezioni precedenti), il PNM 40
seggi (+26), il MSI 23 seggi (+23). Complessivamente i seggi da assegnare erano
590, quindi i centristi non ebbero la maggioranza.
La DC
tentò ugualmente di formare un governo monocolore o con l’appoggio del PSDI, comunque sempre di minoranza e di breve durata.
Si
formarono anche governi con l’appoggio esterno delle forze di desta,
addirittura con il sostegno esplicito dei monarchici e dei missini come nel
caso del governo Tambroni, che durò poco più di tre mesi per il malumore che
creò all’interno del suo steso partito.
Era
ormai chiaro che l’esperienza centrista si era esaurita, era necessario
allargare la maggioranza ad altre forze.
Erano
ormai giunti i tempi per un coinvolgimento dei socialisti e due circostanze lo
favorirono. La prima fu la morte di Pio XII, favorevole a governi di destra. ma
fortemente contrario al coinvolgimento della Sinistra.
Il suo
successore, Giovanni XXIII, il Papa
buono, che aprì la Chiesa all’esterno e
per la prima volta uscì da San Petro e cominciò a viaggiare in treno per
conoscere il mondo e incontrare i
fedeli. Nel 1962 pubblicò l’ultima
sua Encicliche prima della sua morte, avvenuta due mesi
dopo, “Pacem in Terris”, nella quale richiama l’esigenza del rinnovamento e del cambiamento politico già
espressa nel Concilio Vaticano II del 1962, e della necessità del dialogo tra
le grandi potenze e con i non credenti e anche con
i credenti di altre religioni.
La Sua
parola fu di incoraggiamento ai cattolici progressisti della DC ad aprire un
dialogo con i Socialisti.
L’atra
circostanza favorevole fu l’invasione russa dell’Ungheria che divise i
Socialisti dai Comunisti, e la richiesta dei partiti laici a un’apertura verso
i Socialisti, nonostante l’avversità di buona parte della DC.
In
questa fase si ebbe anche una distensione a livello internazionale, in
particolare tra i due Blocchi. Ma il clima interno si infiammò.
L’autorizzazione data al MSI di tenere il suo Congresso a Genova, città
Medaglia d’oro della Resistenza, provocò
una forte reazione delle Sinistre, che organizzarono manifestazioni di piazza contro il governo
che vennero represse con la forza, provocando morti e feriti.
Nel
1960 Amintore Fanfani varò il suo terzo governo con l’appoggio dei partiti
laici e l’appoggio esterno del PSI, con cui aveva concordato il programma,
e nel 1962 con il suo nuovo governo
iniziò l’esperienza del centro-sinistra, grazie all’azione svolta da Aldo Moro
nel Congresso della DC del gennaio 1962,
finalizzata a far approvare la formazione di un nuovo governo di
centro-sinistra, di impronta riformista.
Nel1962-63
vennero approvate alcune significative riforme, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la nascita
dell’ENL, la scuola media dell’obbligo,
ma non l’istituzione elle Regioni, perché la DC temeva il rafforzamento delle
Sinistre a livello locale.
Nelle
elezioni dell’aprile del 1963 la DC e il PSI arretrarono mentre avanzarono il
PCI, i Monarchici e i Missini.
Faticosamente Aldo Moro riuscì a formare un nuovo governo di centro-sinistra ma
con un programma più moderato per tenere unita la DC. Ma il PSIUP si spaccò con
la fuoriuscita dei socialisti contrari alla collaborazione con la DC.
Il
centrosinistra durò dal 1960 al 1976, sostituito dopo da un governo di “unità
nazionale (1976-79). Tra il 1968 e il 1975
vennero realizzate alcune
riforme, come la istituzione delle Regioni, la legge su divorzio (che superò
anche il vaglio referendario), la
riforma del diritto di famiglia, che abolì la figura del capofamiglia e
introdusse la potestà sui figli ad entrambi i genitori e venne abbassata la maggiore età a 18 anni.
Non ci
fu però nessun intervento di struttura di tipo anti-capitalistico richiesto
dalla sinistra del PSI.
I
governi di centrosinistra furono comunque di breve durata, il contesto sociale
avrebbe richiesto riforme più
incisive ma i contrasti tra i partiti
non lo consentirono. Intanto iniziarono gli scioperi, i sindacati fecero fronte
comune e diventarono soggetto politico, chiesero aumenti salariali consistenti, si entrò nella
fase dell’Autunno caldo.
La DC
avrebbe voluto allargare la maggioranza ma non erano ancora maturi i tempi per
un coinvolgimento del PCI nel governo, nonostante il partito avesse dimostrato
con fatti concreti la sua cifra democratica e atlantista prendendo netta
posizione contro l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’URSS e dei suoi
alleati. Un ulteriore passo avanti venne
fatto quando nel 1976 Enrico Berlinguer dichiarò pubblicamente di sentirsi più
sicuro sotto l’ombrello della NATO, per se, per il suo partito e per l’Italia.
Nel
1967 si diffusero negli USA e in Francia manifestazioni organizzate dagli
studenti, i quali chiedevano di essere protagonisti del proprio futuro e quindi
maggiore libertà e partecipazione,
contro l’autoritarismo accademico e la
selezione meritocratica, il consumismo e
il patriarcato.
Queste
manifestazioni si diffusero anche in Italia tra la fine del 1967 e il 1968 e
poi anche nell’Est Europa.
La
risposta politica fu debole, venne liberalizzato l’accesso all’Università e si
rendeva l’esame di maturità meno selettivo.
Presto
si unirono alla protesta anche gli operai, che non avevano beneficiato del
Miracolo economico e chiedevano migliori condizioni di lavoro e salari più alti. Crebbe anche il movimento
femminista che, con l’ingresso nel mondo del lavoro, rivendicavano più servizi
e maggiori libertà.
Una
miscela che divenne presto lotta
ideologica contro l’imperialismo, l’autoritarismo, la guerra nel Vietnam e si inneggiava a Mao e a Che Guevara.
Presto
la violenza prese il sopravvento sulla politica, il sistema era bloccato da
vincoli internazionali e prevalse la
violenza. Nacquero molti movimenti
extraparlamentari composti da studenti e operai, che intrapresero un percorso di lotta
antisistema portata avanti da esponenti della borghesia, intellettuali,
elementi appartenenti alle classi agiate.
Accanto
a questi gruppi della Sinistra rivoluzionaria, in contrasto e in conflitto tra
loro, si contrappose la violenza dei gruppi di estrema destra che,
approfittando del disagio sociale, misero
in atto la cosiddetta strategia della tensione per innescare un
processo rivoluzionario finalizzato a
imporre al Paese un governo “forte”,
autoritario e antidemocratico.
Dalla
protesta si passò presto alla lotta
armata. Iniziò un periodo di sequestri di persona, di ferimento e di uccisioni di personaggi che erano visti come
rappresentanti delle Istituzione che si volevano cambiare.
In
parallelo e in contrapposizione gruppi
eversivi neofascisti alimentarono lo
scontro sociale iniziando la stagione delle stragi, con la copertura dei
servizi deviati, logge massoniche, organizzazioni malavitose e apparati
delle istituzioni.
Il 12
dicembre1969 iniziò un lungo periodo di sangue. A Milano, in
piazza Fontana, nella sede della Banca Nazionale del Lavoro una bomba provocò
una strage di civili. Subito iniziarono
depistaggi per coprire i veri autori della strage, incolpando
l’anarchico Pinelli che poi si
sarebbe misteriosamente buttato giù
da una finestra della Questura di Milano
durante un interrogatorio.
Tralasciando
le stragi provocare dalle forze di Polizia in occasione di manifestazioni di
protesta, come i mori di Miano del 1889, quella delle Portella delle Ginestre
del 1947 e quelle delle Fonderie Riunte di Modena del 1950 e quelle avvenute
durante il governo Tambroni a Genova e Reggio Emilia nel 1960, numerosi furono
le stragi di matrice neofascista che si
ebbero tra 1960 e 1980 finalizzare a
diffondere nel Paese terrore, panico e
paura per scopi eversivi contro popolazioni inerme o forze dell’ordine,
come nella strage di Ciaculli, Palermo, che dimostrano la politica reazionaria
della destra e che il potere fascista non sia mai stato debellato e speso
tollerato e come un virus si è diffuso nella società e nelle strutture dello
stato, continuando ad essere vivo ancora oggi.
Ma le
più esecrabili stragi furono, oltre a quella della Banca Nazionale di Milani,
le stragi del treno Rapido 904 nei
pressi di Bologna, quella di Piazza
della Loggia a Brescia, la strage nella stazione ferroviaria di Bologna, dove,
di recente, provocatoriamente sfilò un
gruppo neofascista mentre era in corso una manifestazione antifascista,
regolarmene autorizzata dalle Autorità competenti.
Altre
stragi furono quella al treno Italicus
nella galleria dell’Appennino, le tre fatte esplodere in contemporanea a Roma e a Firenze nel 1992, con lo scopo di favorire una
trattativa Stato-mafia e l’esplosivo messo nella Stadio Olimpico di Roma prima
delle elezioni del 1994, misteriosamente disinnescato pochi minuti prima
dell’inizio della partita di calcio.
Ma la
strage che fece cambiare le sorti politiche dell’Italia fu l’attentato di via
Fani a Roma, il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro mentre era in corso un
dialogo tra Enrico Berlinguer e lo stesso Moro per formare un governo organico
con il PCI, in un momento difficile per il Paese. Un attentato ufficialmente
organizzato dalle Brigate Rosse, un’operazione miliare non facile senza
l’appoggio di altre forze militari o paramilitari e da centri massonici come la
P2, servizi segreti deviati e stranieri come la CIA. Del resto Aldo Moro era
stato avvertito da membri del Pentagono che quella scelta politica poteva
costargli molto cara. E non dobbiamo sottacere le modalità con le quali sono
state condotte le indagini e i tanti depistaggi. Del resto, nel 1947 il
presidente Harry Truman definì con chiarezza la politica estera americana nota
come dottrina Truman, ossia, l’America
aiuterà tutti i popoli liberi a resistere a ogni tentativo di asservimento operato da minoranze interne o
potenze straniere. Tutto chiaro.
Purtroppo
l’Italia è un Paese a sovranità limitata, specialmente nel periodo della Guerra
Fredda e si intrecciano interessi e problemi di varia natura, economici e
politici, che spesso vengono risolti con stragi o colpi di stati, come per la
morte di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, che voleva avviare una politica di
autosufficienza energetica con la ricerca e l’attivazione di pozzi per l’estrazione di gas e petrolio, una
scelta non gradita alle grandi compagnie americane..
Anche
la morte di Adriano, morto misteriosamente sul Treno Milano-Basilea, e quella
del suo collaboratore Mario Theo, morto un anno dopo in uno strano incidente
stradale è da mettere in relazione con i giochi di interessi economici globali.
Olivetti
aveva realizzato un innovativo computer
portatile su cui stava lavorando anche
la Apple, ma era in forte
ritardo rispetto alla Casa di Ivrea. Olivetti era impegnato anche su altri
progetti ed era in forte competizione con la Casa americana anche su questo
progetti. Inoltre stava sperimentando un nuovo modello di fabbrica intesa come
comunità etica, una entità fatta di azienda e lavoro in cui il lavoratore fosse
protagonista, secondo il modello della Dottrina sociale della Chiesa.
Inoltre,
la fabbrica non avrebbe dovuto essere un edificio isolato ma un luogo attorno
al quale vi erano le abitazioni dei lavoratori, i servizi, le scuole, insomma
un’idea comunista che non poteva essere accettata perché sarebbe stato anche un cattivo esempio. Olivetti aveva anche avviato contatti e relazioni con Russia e Cina.
Insomma, un imprenditore scomodo, troppo moderno e troppo autonomo, andava
fermato. Una occasione perduta per il nostro Paese perché sarebbe potuta
nascere in Italia una Silicon Valley.
Ma
molti altri cadaveri eccellenti ci furono negli anni di piombo. Carlo Albero
dalla Chiesa, mandato a Palermo come
prefetto mentre stava indagando sul caso Moro, Rocco Chinnici, ideatore del
pool antimafia, Giovanni Falcone con la moglie e i cinque uomini della scorta
nella strage di Capaci, Paolo Borsellino, che stavano indagando sul rapporto
tra mafia e potere, che non furono delitti di mafia, Piersanti Mattarella,
segretario regionale di una DC che voleva cambiare.
E poi,
la strage di Ustica, quado un missile lanciato da una nave militare ha colpito
un aereo di linea pensando i colpire l’areo su cui viaggiava il presidente
libico, in una notte di guerra, di cui
tutto si sa ma nessuno vuol sapere.
Politica,
mafia, intrighi Internazionali.
Del
resto l’Italia ha perso una guerra che non avrebbe dovuto fare, dobbiamo
ringraziare le forze angloamericane e gli uomini della Resistenza se oggi siamo
una democrazia con una Carta Costituzionale modernissima che molti non
riconoscono e ch vorrebbero stravolgerla. Forse dobbiamo ringraziare Benito
Mussolini che ha dichiarato la guerra
all’Austria alleandosi con Hitler che lo credeva vittorioso se oggi non siamo
ancora una monarchia e governati da un
dittatore. Molti se ne sono dimenticati e vivono di nostalgia di un passato di
cui avremo fatto volentieri a meno. La democrazia è una istituzione fragile che
va sempre curata, ma in Italia mancano purtroppo medici, specialmente
quelli che sanno curare le Istituzioni.
In compenso non ci mancano i cialtroni e i banditori di frottole.
Non
sono mancate le stragi tra bande mafiose finalizzate al controllo del
territorio per gestire attività illecite come vendita di armi e droga, per
chiedere il pizzo a commercianti, imprenditori e professionisti o per riciclare
denaro sporco, magari con la complicità di figure oscure, apparentemente
insospettabili.
E
l’Italia ha nella sua storia anche alcuni tentativi di colpi di stato. Il primo
risale al 1964, quando nel periodo
primavere-estate i Carabinieri, al comando del generale Giovanni De Lorenzo, su sollecitazione dello stesso presidente
della Repubblica Antonio Segni e con l’appoggio dell’organizzazione fascista
Avanguardia nazionale, aveva elaborato un’azione eversiva, il Piano Solo, a tutela “dell’ordine
pubblico”, sulla base del quale Solo
sarebbe dovuto procedere a occupare i centri di comando nevralgici del Paese ,
le sedi dei partiti e dei sindacati e all’arresto o alla deportazione degli uomini dell’opposizione e dei
sindacati.
La
vera ragione del golpe era che il
governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro si accingeva a varare una serie
di riforme che non piacevano alle forze conservatrici del governo, agli
imprenditori e a esponenti dell’economia
internazionale.
Un
altro tentativo di golpe (in codice “Golpe
bianco”) venne fatto nel 1974 da un
gruppo di antifascisti e anticomunisti per costringere il Presidente della
Repubblica Giovanni Leone a
nominare
un governo in grado di ostacolare la
nascita di governi con la partecipazione di forze di sinistra e di destra e di
promuovere una riforma istituzionale per la nascita di una Repubblica
presidenziale come quella francese.
Tora
Tora venne chiamato il progetto di colpo di Stato ideato nel 1970 da Julio
Valerio Borghese, fondatore del Fronte nazionale, e in collaborazione con
Avanguardia Nazionale, che in corso di
esecuzione con uomini già presenti nel Palazzo del Viminale e del Quirinale,
venne annullato improvvisamente dallo stesso Borghese per motivi mai resi noti.
Pare che la motivazione reale fosse la
non adesione del Comando dei Carabinieri
e la contrarietà della Cia alla richiesta di Borghese di assumere la
carica di Presidente della Repubblica, che invece avrebbe gradito un altro
uomo, pare Giulio Andreotti.
Gli
anni Sessana-Settanta furono anni bui per la nostra giovane Repubblica
democratica. Se certi disegni antidemocratici non sono riusciti è perché le
forze responsabili e democratiche, in primis, la CGIL e il Partito Comunista
Italiano, dimostrarono senso
istituzionale, operarono efficacemente
in collaborazione e con forte coesione con le forze sane del Paese nel
difendere la nostra democrazia.
Gli
anni Settanta furono un decennio eclettico e dinamico contrassegnati da forti
cambiamenti sociali e politici ma anche da crisi economica dopo il Miracolo
economico degli anni d’oro, il decennio che va dalla seconda metà degli anni
Cinquanta alla prima metà degli anni Sessanta, in
Furono
gli anni della emancipazione, della rivendicazione dell’uguaglianza razziale e di genere e alla
firma dell’accordo SALT per la limitazione delle armi nucleari, in un momento
in cui nuovi focolai di instabilità si accendevano con il conflitto
Mediorientale, con l’ invasione dell’Afghanistan da parte della URSS, con il
ritiro degli USA dal Vietnam.
Furono,
però, anche anni di innovazione
tecnologica, con l’invenzione dei primi
telefoni cellulari, dei primi computer portatili, del CD, del Walkman e in
Medicina venne debellato il virus del vaiolo, inventato la TAC e si avviarono i
primi esperimenti genetici.
In
Italia gli anni Settanta furono una stagione di grandi riforme: l’istituzione
delle Regioni, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori e della legge, il
divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la regolamentazione dell’aborto, la
riforma del servizio sanitario nazionale, la riforma carceraria, la legge
Basaglia, che chiudeva gli ospedali psichiatrici, l’istituzione del servizio civile alternativo
a quello militare, la maggiore età a 18 anni e si cominciavano a fare anche i
primi passi per l’emancipazione femminile.
Furono
riforme importanti che però non riuscirono a cambiare la struttura
politico-amministrativa del Paese, perché forti erano le resistenze al
cambiamento dei conservatori.
Il
boom economico degli anni Cinquanta-Sessanta favorito dalla Ricostruzione
post-bellica e dai finanziamenti del Piano Marshall, furono anni in cui la crescita del PIL aveva
raggiunto tassi del 6,5 ma fu una
crescita non consolidata da un cambiamento strutturale del Paese. Una crescita
così alta non si ebbe mai più.
La
prevalenza nel governo di forze liberiste e conservatrici non coese diedero
vita a governi di breve durata che non consentirono una programmazione di medio-lungo periodo. Ciò favorì’ soltanto la creazione do
un sistema politico bloccato, che limitava l’azione del governo a interventi di
pura gestione del potere, senza una prospettiva di respiro europea, finendo per assecondare le logiche dei
partiti, spesso corrotti, attenti alle logiche clientelari e alla pratica delle
tangenti, con la corruzione elevata a
sistema di governo, un sistema che imploderà nei primi anni Novanta con lo scandalo di Mani Pulite.
La
formula del centrosinistra si rese necessaria dopo il fallimento della politica
centrista, aggravata dall’appoggio dato
al governo Tambroni dai monarchici e dai Missini, che vide la contrarietà della
corrente progressista della DC e dei partiti laici e riformisti.
Nonostante
le tante riforme, rimase irrealizzata la politica di programmazione richiesta dai socialisti. A ciò si aggiunsero
le difficoltà create dalla crisi petrolifera del 1973 e la stretta creditizia della Banca d’Italia
guidata da Guido Carli per contenere l’inflazione, che crearono scontenti sia a
Destra che a Sinistra. Inoltre, il Miracolo economico aveva favorito le imprese
grazia al buon risultato delle vendite, anche con l’incremento del commercio
internazionale, ma gli alti utili
realizzati non vennero investiti nell’innovazione né nell’incremento dei
salari, il che provocò una serie di
scioperi e proteste sostenute dai sindacati, cui si aggiunse la ripresa delle
proteste studentesche. Una parte del Movimento intraprese la strada della lotta
armata perché convinta che la modernizzazione del Paese potesse avvenire
soltanto attraverso la rivoluzione e in questo disegno si cercò di coinvolgere
anche il Movimento operaio.
Furono
anni difficili. Sarebbe stato indispensabile un allargamento della maggioranza
al PCI e su questo stavano lavorando Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ma
l’uccisione di Moro e la morte di Berlinguer arrestarono quel processo, anche perché l’appoggio che il PCI
diede al governo di emergenza nazionale dopo un anno venne tolto perché
Berlinguer ritenne che quel governo aveva dimostrato di non avere nessuna visione riformista.
Infatti,
tra 1976 e 1978 Andreotti guidò un governo di “unità nazionale” che ebbe anche
l’astensione del PCI. Il 13 marzo 1978 venne rapito il presidente della DC Aldo
Moro, l’artefice dell’accordo con il PCI. Era anche il giorno della votazione
della fiducia al IV governo Andreotti, che non avrebbe avuto già allora l’appoggio del PCI se non fosse stato rapito
Moro. Nell’emergenza Andreotti ebbe la quasi totalità dei consensi.
Furono
giorni drammatici perché in quel decennio si ebbero, già prima del rapimento Moro, tentativi di colpi di
Sato, stragi e attentati da parte di forze eversive di destra e di sinistra.
Si
susseguirono, così dei governi
centristi, tutti deboli e di breve durata, guidati da , Andreotti e Cossiga
perché l’esperienza del Compromesso
storico venne definitivamente abbandonata nel 1979, quando Berlinguer si
convinse che non era possibile alcun progetto riformista con la DC a guida
conservatrice e propose un progetto di Alleanza democratica in grado di
proporre e approvare le grandi riforme necessarie al Paese. Berlinguer
abbandonò anche l’idea di un governo delle Sinistre perché il colpo di Stato in
Cile organizzato per abbattere il governo progressista di Allende
con il sostegno della Cia, sconsigliava per l’Italia una esperienza
simile.
Ma i
Socialisti con Craxi alla Segreteria del partito aveva un altro disegno che
prevedeva l’isolamento del PCI e un’alleanza con la DC, con il PSI come partito
guida, una concezione dei rapporti politici antitetici a quella della DC, che
vedeva nell’allargamento della coalizione il consolidamento del proprio potere
egemonico. Nell’VIII legislatura (1979-83) si alternarono diversi governi di
coalizione, quadripartiti o
pentapartiti. sempre di breve durata, guidati da esponenti democristiani,
tranne due, guidati da un laico, Giovanni Spadolini, che durarono dal giugno
1981 al dicembre 1982.
Più
articolata la successiva legislatura,
durata dal 1983 al 1987 in cui si
alternarono tre governi, due guidati da Bettino Craxi (1984.87) e uno da
Amintore Fanfani, che durò soltanto undici giorni (1987).
La X
legislatura (1987-1992) fu retta da una maggioranza pentapartitica e quadripartitica per l’uscita
dei PRI nel corso dell’ultimo anno. I presidenti furono tre, Giovanni Goria,
Ciriaco De Mita e Gilio Andreotti.
Furono
sempre governi che, pur rappresentando una continuità politica, si
caratterizzarono sempre da
conflittualità e provvisorietà. La continuità era data da un tacito accordo con
il mondo imprenditoriale e quello politico su una “libertà di azione” reciproca, liberalismo economico e
clientelismo politico sorretto da finanziamenti illeciti, un gruzzoletto che i
partiti utilizzavano a favore del proprio elettorato di riferimento, ma anche
per se stessi per fare una vita festaiola.
Un
allarme inascoltato sui rapporti tra politica e imprenditoria era stato
lanciato da Enrico Berlinguer negli anni ’70, quando aveva posto all’attenzione
dei partiti la Questione morale.
Il più
eclatante esempio di questa fase di decadenza morale e di clientelismo politico
da basso impero fu il cosiddetto Decreto Berlusconi, una locuzione che indica i
tre decreti legge emanati dal Governo Craxi tra il 1984 e il 1985, ossia una serie
di nome transitorie che, in attesa di una legge di riordino radiotelevisivo
consentiva a Fininvest di conservare le tre reti televisive.
La
legge di riordino, nota come Legge Mammi,
venne presentata al Palamento nell’agosto del 1990 dal Governo
presieduta da Giulio Andreotti, sulla quale pose la fiducia, che causò le
dimissioni dal governo dei ministri della corrente progressista della DC.
Gli
anni Ottanta apparivano come una fase in cui l’Italia potesse vivere un’altra
stagione di miracolo economico, il terrorismo era stato lasciato alle spalle, i
governi di emergenza nazionale erano stati archiviati, il PSI di Craxi aveva rotto ogni rapporto con il PCI,
il New Deal aveva lasciato il posto al liberismo, ormai dilagante nei
principali paesi Occidentali,, in Gran Bretagna con la Tacer, in Germania con
la Merkel, negli Usa con Regan. L’abolizione della Scala mobile e la Marcia dei
Quarantamila a Torino avevano indebolito sia il PCI sia il Sindacato e gli
imprenditori potevano fare impresa
liberamente senza vincoli e controlli:
Laissez faire, laissez passer.
Lasciate
fare a chi vuol fare, le tasse pizzo di stato, fate quello che volete, le norme
sono lacci e lacciuoli, le locuzioni tornate oggi di nuovo di moda,
l’importante è non criticare il governo, altrimenti non farete più nulla.
La
stagione delle privatizzazioni
affrettate dalla necessità di contenere il debito pubblico era una
occasione per fare buoni affari e mettere in circolazione un flusso di moneta
consistente.
Sembrava
tutto facile, c’erano entusiasmo e fiducia, elementi che aiutano gli
investimenti. Ma non andò proprio così
Gli
imprenditori non fecero investimenti destinati all’innovazione, la crisi
petrolifera aveva creato molta disoccupazione
e un calo produttivo rilevante, l’aumento dei prezzi derivante
dall’impennata del costo del petrolio e ‘inflazione, che ebbe riflessi notevoli
sull’aumento del costo del denaro, e sui
consumi e su debito pubblico italiano, già elevato. Le imprese riorganizzarono
le aziende attuando il decentramento produttivo o delocalizzando le aziende nei
paesi a basso costo della manodopera. Queste criticità ebbero effetti negativi
sul corso deli eventi.
Sul
piano internazionale si ebbe una ripresa delle tensioni tra i due blocchi, la
guerra del Kibbuz e l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS
interruppero il dialogo fra le due grandi potenze tanto che venne sospeso l’Accordo Salt e
ricominciò una politica di riarmo.
Per la
Politica, sarebbe stato necessario affrontare il problema del rinnovamento
dell’amministrazione pubblica per renderla più efficiente e meno burocratica e
avviare le riforme economiche utili a sostenere lo sviluppo, in particolare gli
investimenti in infrastrutture, in R & S e il rilancio della politica per
il Mezzogiorno, ma non si fece nulla.
Le
stesse privatizzazioni sono state fatte senza una visione strategica,
Sul
piano internazionale si riaprì un aspro contrasto tra i Paesi occidentali e
l’URSS che intendeva mutare gli equilibri di Yalta a suo favore per avere maggiore influenza sull’Europa, con
l’Italia che riacquistava una funzione centrale nella determinazione degli
equilibri internazionali.
La
politica di Craxi era incentrata sulla governabilità e sul piano internazionale
una convinta adesione al Patto Atlantico ma senza alcuna subordinazione
all’alleato Usa. Dimostrò questa autonomia cin la ferma decisione degli euromissili e nel 1985, nella Notte di
Sigonella, quando Craxi rifiutò di accettare
la richiesta di estradizione dei
terroristi dell’OLP avanzata dagli Stati
Uniti in quanto la nave era italiana e Sigonella era territorio italiano e
quindi i terroristi dovevano essere assicurati alla Giustizia italiana e non a
quella statunitense. Un atto di orgoglio nazionale , di coraggio e di umanità.
Si
stava profilando un nuovo modo di fare politica non più improntato su accordi
contingenti tra i partiti ma decisioni
da prendere in un quadro di prospettiva strategica politico-costituzionale. Ma restavano ancora
le incrostazione delle forze politiche
conservatrici ad abbandonare le pratiche clientelari del passato, di maggiore
utilità dal punto di vista elettorale.
Alcide
De Gasperi nell’immediato dopoguerra era riuscito a contenere le spinte
conservatrici e i particolarismi della classe politica, ma alla fine anche
lui dovette arrendersi all’evidenza.
La
cosiddetta democrazia bloccata ha ostacolato il
necessario rinnovamento e i vari
governi hanno preferito concedere benefici come aumenti
salariali, aggravando il peso del debito pubblico.
Molti
dei problemi ancora irrisolti derivavano dalle scelte politiche degli anni
Settanta, come il necessario contenimento del debito pubblico, ma non c’erano
politici responsabili capaci di prendere
le necessarie e impopolari decisioni-
Nè
valse la decisione di Guido Carli, presidente della Banca d’Italia, avallata da
Beniamino Andreatta, di non comprare più titoli di stato invenduti, che si
sarebbero rovesciati sul debito pubblico italiano. In questo modo venne a nudo
il reale ammontare del debito che, comunque continuò a crescere.
Eppure
sul pano scientifico molte riflessioni e soluzioni possibili erano state
prodotte da economisti e studiosi di storia economica sulla programmazione
economica e sulle politiche di sviluppo e sulle teorie dello sviluppo locale,
in una fase in cui le piccole e medie imprese, riunite in distretti
territoriali sperimentavano nuovi modelli organizzativi grazie a investimenti
in innovazione con successo, che trovava riscontro anche nei redditi elevati
delle imprese, grazie anche alla diffusa
evasione fiscal
Gli
anni Ottanta furono comunque un periodo di grandi cambiamenti..
La
crisi de 1973 aveva accentuato il processo di globalizzazione, che sembrava
eliminare le differenze, che invece sono emerse insieme alle diseguaglianze tra
paesi ricchi e paesi poveri.
Nel
1980 viene presentato a New York il Rapporto Brandt, in nel quale si affermava la necessità di
ridurre la povertà e la fame nel mondo per integrare i paesi del Termo mondo
nel sistema globale.
Nel
1982 morì il presidente russo L. Breznev,
e i suoi successori continuarono la stessa politica estera incentra sulla dottrina Breznev, che prevedeva la sovranità limitata pei gli
stati satelliti e della distensione Est-Ovest e in economia il rifiuto della diversificazione della
produzione industriale che comportò la riprese della corsa agli armamenti. I rapporti tra i due
Blocchi restarono tesi fino alla presa del potere di Michail Gorbaciov, vero
innovatore della politica sovietica che
inaugurò una stagione di profonde riforme restituendo agli stati l’autonomia
decisionale nella definizione de loro futuro, e all’interno avviò una politica
di trasparenza e di libera diffusione
dell’informazione e, in particolare una politica di apertura verso l’Occidente, che lo rese
artefice della caduta del muro di Berlino, della unificazione della Germania e
dello smembramento dell’Impero sovietico e la conseguente nascita di stati
autonomi, prima facenti parte dell’impero, grazie anche alla azione politico-religiosa
svolta dal polacco Karol Wojtyla, eletto
papa nel 1987, che ha sostenuto le rivolte
dei polacchi.
Nel
1986 lo scoppio di un reattore della centrale nucleare di Chernobyl (Ucraina)
determinò la morte di 58 persone addette
all’impianto, ma i morti per malattie oncologici furono molti di più, per l’OMS
almeno 4000, secondo altre fonti almeno 6000 e diverse migliaia furono gli sfollati
Secondo
alcuni studiosi ci vorranno almeno 24000
anni prima che il sito possa essere dichiarato sicuro, cioè privo di
radiazioni.
I
danni all’ambiente sono ancora più ingenti ed è difficile quantificarli perché l’inquinamento ha
interessato i terreni agricoli e le falde acquifere, che possono comportare
ulteriori danni alla salute delle persone. Fu anche necessario lo sfollamento
degli abitanti delle aree circostanti, ma sappiamo anche che le radiazioni sono
trasportate dal vento e quindi i danni complessivi sono di fatto incalcolabili. Possiamo soltanto con l’immaginazione
valutare cosa può essere successo.
Un
incidente come questo ci impone di riflettere sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente non più in chiave ideologica o negazionista,
sulla necessità di riconsiderare la natura un bene raro che noi dobbiamo curare
e non consumare in maniera irresponsabile. Anche sul piano
politico-culturale ci furono degli
effetti in quanto nel 1987 in Italia si tenne un referendum contro l’uso civile
e militare del nucleare e la sensibilità
per le questioni ambientali crebbe di molto, tanto che i partiti verdi, in Italia e in Europa,
aumentarono notevolmente i loro
consensi. A fine 1986 ci fu anche un
incontro tra Gorbaciov e Regan, che
portò alla firma di un Trattato che impegnava i due Paesi a
ridurre le testate nucleare. Ma dopo la caduta di Gorbaciov la Russia
rispolverò la politica del riarmo.
La
caduta del muro di Berlino e la politica di Gorbaciov segnarono la fine del Comunismo in Europa,
anche se in Italia il comunismo reale non è mai esistito. Tuttavia, nonostante
il PCI nel Congresso della “Bolognina”
del 1991,il segretario Achille Occhetto
propose e fece approvare lo scioglimento del
l PCI e contemporaneamente la
nascita del PDS, che portò anche alla
fine del comunismo come ideologia in Italia.
Ma,
nonostante questi mutamenti significativi il “comunismo” resiste come
propaganda politica per assicurare una rendita di posizione alle forze
conservatrici, cosicché negli anni
Ottanta il quadro politico è ritornato a basarsi sull’asfittica alleanza tra la
DC come partito egemone e i partiti laici e socialisti, fino al loro
dissolvimento avvenuto nel 1992 , senza che venissero affrontati i problemi
ancora irrisolti.
Negli
anni Ottanta era esploso in Italia il debito pubblico. Era al 32% all’inizio degli anni Sessanta, passò alla
fine di quel decennio al 37% e
all’inizio del 1970 era ancora al 40%, inferiore comunque al debito degli
altri paesi europei. ii debito esplose
negli anni Ottanta, quando raggiunge il 100%. Le crisi degli anni Settanta,
l’uso politico del debito pubblico per favorire il consenso, il ricorso ai BOT
e BTP per finanziare leggi senza copertura finanziaria (Andreotti docet)., sono
la causa del maggior debito.
Gli
anni Ottanta furono comunque anni di trasformazione economica e sociali, c’era
euforia ed entusiasmo, cambiarono i costumi, la gente aveva voglia di
divertirsi, nacque la movida, la moda del party e delle serate al bar, tipico
il detto la Milano da bere, o lo sballo
e la trasgressione nel
quartiere Trastevere a Roma, espressione
di un benessere diffuso ma drogato, come del resto il PIL, che fece registrare
un + 3,,5%.
In
Europa la trasformazione si accompagnò a
processi di innovazione tecnologica che in Italia stentarono a decollare,
aumentano i salari ma non la produttività, crebbe il PIL ma anche la disoccupazione e la spesa pubblica è
fuori controllo, si vive al di sopra delle reali possibilità,
ricorrendo al prestito, l‘importante è apparire, esserci. L’inflazione era elevata e la svalutazione
della lira portò l’Italia fuori dallo SME. I governi sembravano più stabili ma
la contrapposizione tra DC e PSI restava
forte e si cercava il consenso con una politica basata sul clientelismo, un quadro che preannunciava
una crisi imminente, che giunse nel 1992, quando il governo di emergenza
guidato da Giuliano Amato dovette operare un drastico intervento sulle finanze pubbliche
per evitare il default..
L’inizio
degli anni Novanta segnò la fine della spensieratezza, del divertimento,
dell’edonismo, del denaro come espressione di potere e di potenza, gli eccessi
di sprechi, le pensioni facili.
L’Italia
è stata paese fondatore della CEE, cittadini e governi del periodo post-bellico
erano convinti europeisti, e l’Italia è stata
protagonista nella nascita dell’Unione Europea, ha da subito fatto parte
della nuova Unione nonostante il debito fosse molto più alto di quello previsto
dai Trattati istitutivi, ma non ha mai rispettato gli impegni assunti, come
quello relativo alla riduzione del debito e a partire dagli Ottanta
ai sono affacciate all’orizzonte forze nazionaliste e sovraniste
che considerano l’Europa una matrigna
da cui stare lontani.
Nel
2005 una grave crisi politica ha investito la UE, quando i cittadini di Francia
e Belgio non hanno approvato la nuova Costituzione europea, già approvata dal
Consiglio. Si dovette ripiegare sull’approvazione del Trattato di Lisbona, che
rafforzò i poteri del Parlamento, ponendolo sullo stesso piano del Consigli e
previde anche la recessione di uni stato membro (art. 50) ,norma utilizzata dalla Gran Bretagna con la Exit
del 2020. Questa bocciatura ha certamente rallentato il processo di istituzione
degli Stati Uniti d’Europa.
L’Italia
ha affrontato cin successo la fase della
ricostruzione post-bellica grazie alla tenacia di De Gasperi che, nonostante la
vita breve dei diversi governi, ha governato con una politica coerente, che ha
consentito di avere in quegli anni un incremento del PIL anche dl 6,5% , valore
mai raggiunto negli anni successivi..
Il
nostro Paese ha superato con successo anche
il ventennio degli anni di piombo, grazie anche all’impegno e al ruolo
responsabile e istituzionale avuto dal
PCI, dei sindacati e dri partiti dell’arco costituzionale. Ma non si è riuscito
a trovare una unità per fare le riforme necessarie per la modernizzazione del
Paese. Sono emersi sempre più i particolarismi e gli interessi dei diversi
partiti, ma anche per colpa di una classe politica che ha uno scarso senza
istituzionale.
Sull’Ottocento
esiste una vasta letteratura che comunque converge sul giudizio che quegli
anni come caratterizzanti e
condizionanti della vita futura del Paese.
L’Italia
ha avuto, sempre, sin dall’immediato dopoguerra, una posizione geopolitica
strategica a livello globale, per essere fino alla caduta del Muro di Berlino,
il confine meridionale e orientale della
dell’Occidente, un ponte tra l’Occidente e Oriente, in particolare nello
scacchiere balcanico.. La conseguenza è che gli USA hanno sempre influenzato la
politica estera e interna dell’Italia, con interventi concreti sulla formazione
e sulle decisioni dei governi, in particolare sul veto alla partecipazione del
PCI al governo del Paese. Ciò ha creato
una democrazia bloccata e il peso preponderante della DC fino alla crisi degli
anni Novanta, creando le condizioni per cui l’Italia è stata costretta a essere
un paese con una forma di democrazia
consociativa, al punto da assumere una caratteristica tipica di un regime, in
cui cambiavano i governi ma non i governanti,
che -, essendo intercambiabili,
si trasformano in casta autocratica. Nel caso specifico
dell’Italia, se si considera che la maggioranza può andare alla colazione che
ha preso meno voti e che i deputati vengono eletti secondo l’ordine di lista,
senza preferenze, l’autonomia del Parlamento ne esce molto indebolita. Se si
pensa che nel nostro Palamento è in discussione in disegno di modifica costituzionale
che, se approvato potenzierebbe i poteri del presidente del Consiglio dei
ministri a scapito degli altri poterti, si evince che non è più necessario un colpo di stato
per modificare una democrazia in democratura, ma soltanto un accordo tra alcuni
partiti. Sono questi i motivi che allontanano i cittadini dalla politica perché
la casta perde il rapporto con la realtà e si rinchiude nelle logiche di
partito per soddisfare i propri interessi
Di
conseguenza, in un sistema politico contraddistinto da diversità e pluralità
culturale, espressione di una società divisa e frammentata, le modalità con cui
si prendono le decisioni sono subordinate agli interessi elettorali dei diversi
partiti, i cui risultati sono sempre a
somma positiva, in relazione al peso elettorale dei partiti e dei loro punti di
vista e che comunque hanno sempre il
diritto di veto. Ne discende quindi la difficoltà o la facilità di prendere
decisioni. E’ questo il costo della democrazia, una difficoltà che si supera
facilmente quando le relazioni sono improntate alla coesione e all’interesse
generale. In questo caso sono gli organi di garanzia e le istituzioni
internazionali che possono tutelare la democrazia e il rispetto del diritto
internazionale e favorire la pace..
Infatti,
l’Alleanza Nato e l’Unione Europea hanno determinato un lungo periodo di pace
per il nostro contenente, pace minacciata
nel 1962 dalla crisi dei missili, che per una settimana si è temuto che potesse
effettivamente scoppiare un conflitto nucleare
di portata globale.
Un
altro momento critico inquadrabile nel contesto della Guerra Fredda è
l’invasione, negli anni Ottanta, dell’Afghanistan da parte della URSS, che apri una nuova stagione di instabilità in tutto il
Medio Oriente.
Nel 2005 una grave crisi politica ha investito
anche la UE, quando i cittadini di Francia e Belgio hanno bocciato
l’approvazione della Costituzione europea che era stata approvata nel 2004 dal Consiglio Europeo. Si dovette
ripiegare sull’approvazione del Trattato di Lisbona, che rafforza i poteri del
Consiglio e prevede anche la recessione di uni stato membro (art.
50),norma utilizzata dalla Gran Bretagna
con la Exit del 2020, al fine di superare quell’inciampo, che comunque ha
frenato il percorso per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa.
L’allargamento
dell’Unione ai paesi dell’Est Europa e
il diritto di veto di ogni singolo paese nelle deliberazioni hanno creato una
instabilità e talvolta anche scetticismo sulla politica comunitaria, che spesso
crea immobilismo e ritardi nella costruzione di un’Europa federale.
L’Italia,
che è stata Paese fondatore della CEE e molto attiva nella preparazione del
Trattato di Maastricht, è invece poco attenta nel rispettare i vincoli europei
e ha nei suoi rappresentanti politici elementi che mostrano ostilità e
scetticismo nei confronti dell’Unione.
Gli
anni Ottanta, dunque, rappresentano un periodo contraddittorio, di
crescita sociale ed economica, di
innovazione e sviluppo tecnologico, ma anche di spesa facile, di corruzione ,
di forte evasione fiscale, di incremento del debito pubblico.
Secondo
Paolo Morando (’80. L’inizio della barbarie, Laterza) gli anni Ottanta sono
l’incubatore dei problemi dell’Italia di oggi, che il Paese è incapace di
affrontare e risolvere. Roberta Monticelli
ne La questione morale, affronta il problema della corruzione,
affermando che gli italiani sono sempre alla ricerca di un potente a cui
sottomettersi pur di conservare i propri privilegi.
E’,
infatti, un periodo di rampantismo, di lusso, di narcisismo, di arricchimento
facile da ottenere in qualsiasi modo, anche attraverso l’illegalità. Il denaro
come rappresentazione di potere e di potenza, un individualismo sfrenato per
cui ciascuno opera per è, per soddisfare interessi personale, che fa venir meno
il senso dell’etica pubblica, perché contano solo gli affari.
Gli
anni Ottanta sono stati anche un periodo di grande progressi della scienza e
dell’arte, della bellezza, ma segna anche l’inizio di un periodo di condoni, di
sanatoria sugli abusi edilizi che favoriscono la distruzione del paesaggio,
consumo, degrado ambientale e sociale con la cementificazione delle periferie
urbane e lo svuotamento dei centri urbani, che diventano luoghi della movida e
residenze improvvisate degli emarginati.
Ferdinando
Sullo, ministro dei lavori pubblici, uomo di grande cultura, non solo politica,
appartenente alla corrente progressista della DC, fautore dell’allargamento a
sinistra della maggioranza di governo e per questo osteggiato dagli ambienti
clericali, nel 1963 aveva presentato una proposta di una nuova legge
urbanistica per fermare la speculazione e il disordine edilizio iniziato con la
ricostruzione post-bellica, ridisegnando radicalmente il regime dei suoli
separando nettamente la proprietà dei suoli dal diritto di edificazione, così facendo terminare la
speculazione edilizia. La proposta fu accolta
con molto imbarazzo dalla stessa DC, prendendone ufficialmente le
distanze con un articolo pubblicato sull’Organo del partito.
Proprietari
terrieri, costruttori, rappresentanti di categoria, la destra politica
organizzarono manifestazioni di protesta per contestare l’iniziativa, cercando
di delegittimare il Ministro anche con attacchi personali, falsi e ingiuriosi,
tanto che decise di abbandonare la politica attiva, convinto che non fosse
possibile la modernizzazione del Paese.
La DC
è stata sempre un partito plurale ma sempre di ispirazione conservatrice,
rappresentante degli interessi della classe dominante, e clientelare nei
confronti dei ceti medi e dei contadini, che ha dominato la scena politica fino
al 1994, esercitando anche il ruolo di serbatoio di molti dei reduci della
Repubblica di Salò, verso i quali ha sempre mostrato interesse.
Da
allora nessuna reale riforma urbanistica è stata fatta mentre si sono fatti
parecchi condoni a sanatoria, con grave danno per la sostenibilità
dell’ambiente.
Anche
il terremoto del 1980 ha determinato nuovi squilibri territoriali e danni
ambientali per la improvvisazione delle iniziative intraprese, senza una
attenta programmazione. L’importante era spendere. E’ stata una nuova ghiotta
occasione per costruttori e imprenditori, politici e organizzazioni malavitose
per gestire i consistenti fondi per la ricostruzione su un vasto territorio,
esteso anche ad aree non direttamente colpite dal sisma e lontane dal cratere,
determinando distorsioni sociali e aggravio di spese pubbliche e, secondo la
logica liberista, fu anche l’occasione
per favorire le varie lobby. Il
terremoto fu anche l’occasione della camorra di diventare soggetto
imprenditoriale, diversificando il proprio “portafoglio” e per allacciare nuove
relazioni. Fu in quella occasione che fu rapito dalle Brigate rosse un potente politico napoletano, rilasciato
misteriosamente, con un esito diverso rispetto al caso Moro. Il terremoto è stato anche occasione di
corruzione, di opere mai finite, di iniziative poi fallite, di aggravio di spesa pubblica e anche di cartina di
tornasole per misurare l’efficienza/inefficienza della pubblica
amministrazione. .
Fu un
liberismo sfrenato che causò gravi costi
sociali.
La
firma degli Accordi di Schengen del 1985 che stabilì la libera circolazione dei
cittadini all’interno dei paesi dell’Unione favorirono integrazione e scambi culturali e nuova emigrazione di mano
d’opera dopo un periodo di rimpatri, come
conseguenza della crisi del 1973.
E negli anni Ottanta fu approvato il progetto per la mobilità degli studenti,
prima come Programma Socrates, poi come Programma Erasmus.
La
mobilità, in particolare quella degli studenti, all’interno dei confini
dell’Europa ha favorito la conoscenza di altre culture e stili di vita e lo
sviluppo di una maggiore consapevolezza dell’importanza della integrazione tra
persone di culture diverse, per meglio conoscerle e rispettarle, per
sconfiggere pregiudizi, nazionalismi e sovranismi e diffondere la cultura della
pace in un continente che ha conosciuto le tragedie delle guerre, per costruire
una identità europea in un continente le cui identità hanno avuto origine da
scontri e incontri di popoli culturalmente diversi., in un momento in cui
sembra prevalere la cultura della solitudine, della disgregazione, della contrapposizione e del ritorno all’uso
della orza in un mondo globalizzato e interconnesso.
La
Piazza del Popolo di Roma del 15 aprile che, su iniziativa di Michele Serra,
era piena di cittadini e di bandiere europee ci dimostra della volontà di
costruire gli Stati Uniti d’Europa, un progetto che dobbiamo contribuire a
realizzare per lasciarla alle future
generazioni un’Europa accogliente, luogo di pace e di solidarietà dove
costruire il loro futuro. .
Il
processo di globalizzazione e la decolonizzazione, basata sul concetto di
autodeterminazione dei popoli e di non ingerenza della sfera politica dei
popoli, ha invece portato l’Occidente a imporre una neo-colonizzazione
economica e di “esportazione” della democrazia che ha ostacolano lo sviluppo
economico, politico e sociali nei cosiddetti paesi del (un tempo)Terzo Modo,
dove ormai si è creata una
contrapposizione politico-ideologica nei
confronti dell’Occidente che ostacola lo sviluppo di relazioni multilaterali
che penalizza soprattutto un’Europa
divisa e frammentata politicamente, rendendola inefficace nel ristabilire
rapporti di collaborazione e di integrazione tra le due sponde del
Mediterraneo.
L’Italia
avrebbe dovuto avere maggiore autonomia decisionale nel promuovere nuove
relazioni nel bacino del Mediterraneo e il periodo più idoneo sarebbero stati
proprio gli anni Ottanta, con Craxi che aveva impostato una politica estere più
autorevole e autonoma, ma le vicende interne lo hanno indotto a occuparsi delle querelle dei partiti.
Negli
anni Ottanta si accentua la frattura tra cittadini e politica e si rompe il
patto social ma resta il consociativismo. La riduzione del ruolo del sindacata
e la crisi dei partiti, diventati sempre
più autoreferenziale rende difficile un positivo rapporto con la realtà, un
fenomeno che ha determinato un indebolimento della democrazia e della
partecipazione.
La marcia dei “Quarantamila” dirigenti Fiat
contro l’occupazione di Mirafiori ha consentito a Craxi di abolire la scala
mobile per raffreddare l’aumento
salariale che ha come conseguenza il
continuo impoverimento del ceto medio e dei lavorator, i che non si sentono più
rappresentati fa nessun partito o
rappresentanza sindacale.
Il
ritorno ai governi pentapartiti ha impedito il rinnovamento della classe
politica e la modernizzazione del Paese .lasciando in eredità problemi che
ancora oggi la politica non è in grado di risolvere e ciò confermerebbe
l’ipotesi che gli anni Ottanta segnarono l’inizio della decadenza morale e
politica del Paese.
Il
ritorno allo schema della democrazia bloccata, l’adesione del partito di Craxi
all’ideologia neoliberisti, la competizione e la conflittualità tra i partiti
non ha consentito alla politica di esplorare nuovi territori per ricercare modelli alternativi per attenuare
le distorsioni create dallo sviluppo economico
tumultuoso degli anni Cinquanta-Sessanta, che sembrava inarrestabile, e
dalla globalizzazione, per creare coesione e nuovo benessere.
La
produzione italiana è stata sempre basata, sin agli anni Cinquanta, su prodotti a bassa-media tecnologia e bassi
costi della manodopera. Ma a partire dal 1973, in seguito alla crisi
petrolifera, il paradigma produttivo è mutato radicalmente.
Per
rispondere alla crisi, le imprese hanno delocalizzato la produzione ad alta
intensità di lavoro in Cina, in India e in altri paesi dove il costo della
manodopera era molto basso, trattenendo n Europa la produzione di beni ad alta
tecnologia, grazie agli investimenti, pubblici e privati, effettuati
nell’immediato periodo post crisi.
Così
non è avvenuto in Italia, perche’ non è stato fatto nessun investimento in
ricerca & sviluppo, per cui anche i suoi prodotti a bassa tecnologia n non
erano più competitivi in Italia come anche all’estero a causa della concorrenza
dei prodotti provenienti dai paesi in via di sviluppo.
Di
conseguenza il PIL rallentò, la povertà aumentò, gli attivi diventarono
percentualmente più bassi di quelli degli altri paesi europei, la produttività
media era più bassa rispetto ai paesi europei come pure le retribuzioni dei
lavoratori e l’attrazione di capitali stranieri era limitata.
La
quota italiana del commercio internazionale era diminuita progressivamente e le
importazioni cominciavano a essere superiori alle esportazioni, la lira era
debole e l’adesione all’Unica monetaria
e all’uso dell’Euro come moneta ufficiale fu
una necessità per stabilizzare la moneta
Ma il
vero macigno era il debito pubblico, salito improvvisamente a oltre il 120%
all’inizio del 1990, creando una crisi finanziaria che fece tenere il default.
La
situazione era drammatica e per porre fine alla crisi finanziaria e restare agganciare al Sistema monetario
europeo Giuliano Amato venne chiamato a
formare un governo tecnico di emergenza, che
impose, con un provvedimento notturno, un prelievo forzoso del 6 per
mille su tutti depositi e i conti correnti bancari e impose una Legge Finanziaria di 90 miliardi
di Euro.
Ma
un’altra crisi aveva sconvolto il Paese un anno prima, nel 1991, la crisi
morale nota con il nome di Mani Pulite, un fenomeno di corruzione diffusa che
emerse grazie alle indagini condotte a Milano da un gruppo di magistrati della
Procura meneghina, che svelò i rapporti tra politica, imprenditoria e mafia,
che travolse l’intero sistema dei partiti.
La
locuzione mani pulite era già stata usata negli anni precedenti, nel film-inchiesta di Francesco Rosi del
1963, Le mani sulla città, che descriveva il sacco edilizio di Napoli durante
la ricostruzione post-bellico da parte del governo cittadino guidato dalla
Destra, un fenomeno, quello degli abusi edilizi, molto diffuso in molte città
in quel periodo.
Il 7
febbraio 1992 il PM della Procura di Milano,
Antonio Di Pietro ordinò l’arresto di Mario Chiesa esponente del Partito
socialista, colto in fragrante, su denuncia di un imprenditore che non volle
pagare la tangente su un appalto, mentre intascava 7 milioni di euro, parte di
una tangente di 14 milioni di euro,
mentre tentava di buttare nello sciacquone 37 milioni di euro, frutto di
un’altra tangente.
Il
caso sconvolse l’opinione pubblica e
fece da effetto domino per altre inchieste che si diffusero in tutte le Procure
italiane.
Craxi
cercò di difendere il suo partito, affermando che l’episodio era un caso di
corruzione dovuto alla responsabilità di Chiesa e che non toccava il partito,
che da lungo tempo governava a Milano in maniera corretta. Ma quando le
indagini andarono avanti e anch’egli fu destinatario di avvisi di garanzia e
poi di una richiesta di arresto che il Parlamento prima aveva negato e successivamente, in seguito alle proteste
del PDS e della Lega Nord e di proteste
di piazza, concesse.
Craxi il 3 luglio 1992 alla Camera, mentre si vitava la fiducia al
nuovo governo nato in seguito alle elezioni dell’aprile 1992, tenne a precisare che si stava tentando di
delegittimare una intera classe politica con intenti eversivi per sostituire la
democrazia con altre forme di potere. Ma nell’agosto 1993 cambiò strategia e
con una chiamata di correo dichiarò che il finanziamento illecito ai partiti
aveva radici antiche ed era ben ripartito e che l’immoralità nella vita pubblica non nasceva negli anni
Ottanta ma esisteva da tempi immemorabili, ma ira viene usato come
esplosivo per far saltare un sistema e
delegittimare una intera classe politica e usare Craxi come parafulmine.
Le
indagini di Milano presto si diffusero a macchia d’olio su tutto il territorio
nazionale, investendo non soltanto i
politici di rilevanza nazionale appartenenti soprattutto ai partiti di governo,
ma anche i rappresentanti locali dei partiti, amministratori di enti pubblici,
imprenditori, professionisti e appartenenti a istituzioni di controllo e
repressione, come membri della Guardia di Finanza, magistrati, professionisti.
Venne
fuori un sistema ben organizzato per la riscossione delle tangenti, che non
erano finalizzate solo al finanziamento dei partito ma anche ai singoli
parlamentare che le usavano per creare una rete di clientelismo per aumentare
il proprio consenso e per spese personali per vivere una vita allegra.
Mani
pulite ha scoperchiato il vaso di Pandora, che ha determinato sdegno e malcontento nell’opinione pubblica e
nonostante le numerose indagini, gli
arresti, le condanne e anche i morti per
suicidio, il malcostume non è stato affatto debellato perché molti sono quelli
che si sono riciclati e il malaffare è ancora ben praticato nel nostro Paese.
Per esperienze personali posso dire che spesso è lo stesso imprenditore che
chiede al compratore la quota di maggiorazione del prezzo, come se la tangente
fosse ormai una tassa fissa da conteggiare, come l’IVA.
Frequentavo
la scuola media quando mio padre raccontò a mia madre che un dipendente di una
grossa azienda gli aveva consegnato un corposo ordine di acquisto precisando
subito che quella era merce da fatturare ma non da consegnare perché una parte
del valore di quella merce gli doveva
essere restituita cash come “diritto di
intermediazione” e mio padre avrebbe potuto anche aumentare i prezzi della
merce. Fu invitato ad andare via senza gentilezza, ma non si scompose, disse
semplicemente .”c’è chi si presta”. Inutile dire che l’azienda dei
distratti proprietari andò incontro a
un fallimento. Aveva ragione Craxi che si tratta di un fenomeno antico. subire
il fallimento dell’azienda qualche tempo
dopo.
Ero
giovane “apprendista stregone” a Napoli e per arredare un’aula avremmo dovuto comprare delle sedie.
Avevo visto in un negozio delle sedie con leggio di ottima qualità e il prezzo
era di 27 mila lire cadauna. Ho informato l’ingegnere dell’Ateneo che sarebbero
state delle buone sedie da acquistare ma la risposta fu che i Vigili del
Fuoco non avrebbero dato
l’autorizzazione perché di legno, abbiamo un altro prodotto che già abbiamo
comprato altre volte senza problemi.
Chiesi
se fossero in ferro, ma rispose che erano di plastica dura. Dopo qualche giorno
mi avvertì che aveva risolto il problema con i Vigili e avrebbe acquistato le
sedie da me indicate. Per caso vidi il preventivo e il prezzo era di 49 mila
lire a sedia. Gli dissi che a me erano state offerte a 27, mi faccia fare un
preventivo scritto. Non sono mai più stato ricevuto né dal negoziante né dell’ingegnere.
Purtroppo agii con ingenuità, sapevo solo il significato della tangente in
matematica.
Appresi
qualche anno dopo che quell’ingegnere, nel frattempo trasferitosi in altra
sede, era stato arrestato per corruzione e con lui anche il rettore della sede
perché “non poteva non sapere” (una accusa di moda in quei tempi). Il rettore
rinunciò alla prescrizione e dopo 20 anni venne assolto con formula piena. Era
un giovanissimo e illustre docente, una vita distrutta perché qualche anno dopo l’assoluzione lasciò questa nostra Terra. Capii allora anche la pericolosità dei malfattori e le
conseguenze delle loro azioni sulla vita delle persone e sulla società.
Nel
1992 l’economista Mario Deaglio calcolò
il danno erariale di Tangentopoli:
10.000
miliardi di lire annui di costi per i cittadini;
150.000-250-000
miliardi per indebitamento pubblico aggiuntivo;
15.000-25.000
miliardi di maggiori interessi sul l debito pubblico.
Confrontando
i costi delle opere pubbliche italiane con quelle straniere (strade, ferrovie,
stadi ecc.), in Italia sono superiori del doppio, il triplo, a volte anche il
quadruplo di quelli in altri paesi e i tempi non sono mai quelli previsti e
spesso ci sono anche casi in cui i lavori restano incompiuti.
Ecco
perché il debito pubblico cresce sempre di più.
Inizialmente
la Casta ha cercato di minimizzare l’entità dello scandalo, almeno fino a
quando i personaggi coinvolti erano non direttamente riconducibili ai partiti,
ma quando il fenomeno si è allargato finendo per coinvolgere i massimi
esponenti dei partiti e delle istituzioni allora è partita la macchina del
fango, il tentativo di mistificazione della verità chiamando in causa i
“soliti” poteri forti che di volta in volta, attraverso la Magistratura
antigovernativa vogliono scalzare il potere costituito per demolire la
democrazia. E la storia si ripete.
Numerosi
sono stati i tentativi per bloccare le indagini, il lodo Biondi per rendere
prescritti i reati, le denunce contro i giudici rei di aver commesso abuso di
ufficio o per diffamazione.
Numerosi
sono stati gli attacchi al PM Di Pietro, elemento di punta del Pool, essendo
particolarmente esperto del reato di corruzione avendo precedentemente condotto
altre indagini su tale fattispecie di reati.
Ma
questa volta la Casta non è riuscita a portare le indagini nelle sabbie mobili
e il primo pilastro del potere a cadere fu il CAF, l’accordo di potere tra
Craxi, Andreotti e Forlani.
Nonostante
il malcontento dell’opinione pubblica e la liquefazione del sistema di partiti,
i cittadini non sono stati capaci di rinnovare la politica. Sono nati i
populisti formati da politici spesso incompetenti e incapaci tanto che, nei
momenti di gravi crisi
economico-politiche, devono essere sostituiti da governi tecnici per evitare il
crollo del sistema-paese.
Francesco
Cossiga, dopo aver ricoperto la funzione di Ministro degli Interni nel biennio
1976-1978 ed essersi dimesso da quella carica
in seguito all’uccisione di Aldo Moro, nel 1985 venne eletto al primo scrutinio Presidente
della Repubblica, succedendo a Sandro Pertini. Cossiga detto il “picconatore”
si dimise da Presidente nella primavera del 1992. Le motivazioni furono il
crollo dei partiti e soprattutto di quelli che avevano formato i governi
precedenti allo scandalo.
L’ultimo
governo di pentapartito fu quello in carica
dal 1987 al 1992, guidato da
Goria, De Mita e Andretti (VI e VII),
l’XI
legislatura (1992-94) ebbe due
presidenti, Giuliano Amato e
Carlo Azeglio Ciampi, Governatore
della Banca d’Italia.
Il 28 giugno 1992 nasce, infatti, l’ultimo governo politico della cosiddetta Prima Repubblica.
Il
biennio 1992-94 furono anni difficili perché nel 1992 vennero organizzati da
Cosa Nostra due attentati che causarono
la morte di Paolo Borsellino, ucciso con una bomba fatta esplodere mentre usciva dalla casa della mamma in via d’Amelia a Palermo e poco dopo dalla
strage di Capaci, nella quale morì Giovanni Falcone, la moglie e cinque uomini della scorta. I due magistrati
che facevano parte del pool antimafia creato nel 1980 da Rocco Chinnici, ucciso nel 1983 in un attentato, e a Palermo
era stato ucciso nel 1982 anche il prefetto di Palermo Carlo Albero dalla
Chiesa, inviato in Sicilia come prefetto mentre stava svolgendo indagini sul
caso Moro.
L’inizio
degli anni Novanta fu sconvolto da azioni molto
violenti ch segnarono la ripresa del fenomeno terroristico dopo gli
attentati d’inizio anni Ottanta, che avvenivano
in un momento in cui lo Stato era stato indebolito da Tangentopoli, un
momento favorevole per la Mafia che
tentò di colpire e ricattare lo Stato, influenzare il governo del Paese e diffondere paura tra la società civili al fine di aprire una
trattativa Stato-Mafia.
Oltre
agli attentati ai due magistrati, in quel periodo venne ucciso Salvo Lima,
rappresentane di spicco della politica
siciliana- Molti episodi oscuri successero in Italia negli anni Ottanta e Novanta. E rimasti
ancora tali. Oltre a quelli già menzionati sconcertanti sono l’uccisione di
Ilaria Alpi, una giornalista che indagava sul traffico dei rifiuti, quelle di
Sindona e di Calvi, il rapimento e la scomparsa della giovane che viveva nella
città del Vaticano, Eleonora Orlandi, di 15 anni, la sepoltura del boss della
Magliana nella cripta della Basilica di
Sant’Apollinare Enrico De Petris, tutti
episodi inquietanti che manifestano intrighi tra mafia, politica e Chiesa . A
tutto ciò si deve aggiungere la scoperta nel 1981 della lista degli iscritti
alla Loggia massonica P2, che riuniva membri del Parlamento, alti funzionari
dello Stato, magistrati, professori universitari, imprenditori, militari,
giornalisti, che certamente non era un club di amici ma ina associazione
segreta con finalità politiche, una organizzazione paragovernativa parallela
allo Stato. Anche se scoperta, certamente non nella sua integrità, perché
qualcosa sarà stata occultata, i suoi membri
non sono rimasti inattivi, condizionando il corso della politica del
Paese anche dopo Tangentopoli. Nel 1993 si ebbe anche l’attentato a Maurizio
Costanzo , giornalista amico di Giovanni Falcone, impegnato nel contrasto la
mafia, con un’autobomba fatta esplodere in via Fauro a Roma, mentre il
giornalista stava conducendo un suo
spettacolo in un teatro del quartiere
Parioli. Altro episodio da decifrare è l’uccisione, con un colpo in bocca (che
nel gergo mafioso significa uno che “canta”), del giornalista Mino Pecorelli
nel 1979, un infiltrato nella P2, che è stato ucciso il giorno dopo della morte
del Papa Luciani, che aveva incontro il pomeriggio precedente.
Non va
dimenticato che nelle liste della P2 c’era anche il nome di Silvio Berlusconi,
protagonista dell’ultimo trentennio della vita politica nazionale e
internazionale.
Sono
del 1993, come abbiamo già visto, anche le bombe ai beni culturali in via dei
Georgofili a Firenze e nelle chiese di Roma, al Palazzo del Laterano e a San
Giovanni in Laterano, a Milano in Via Palestro, dove morirono 4 persone e 12
rimasero ferite e vennero danneggiati il Padiglione d’Arte Moderna e la
Galleria d’Arte moderna . Se si
considera inoltre che in molti attentati si è avuta la partecipazione di
esponenti della destra eversiva, l’obiettivo principale era instaurare in
Italia un governo “forte”, cioè non democratico, e li pericolo è ancora
vivo.
Si pensò tuttavia che la crisi politica
esplosa negli anni Novanta potesse essere risolta per via referendaria, modificando il sistema
elettore da proporzionale a maggioritario e con l’introduzione della preferenza
unica per eliminare le cordate clientelari e che queste modifiche fossero
sufficienti per modernizzare e moralizzare la vita politica.
Fu una
lettura ottimistica della realtà italiana, si pensava che con il superamento della fase del
terrorismo e la crisi di fine anni Ottanta l’Italia avrebbe trovate le
necessarie energie per promuovere un
uovo miracolo economico. Non si capì che la corruzione, la malavita
organizzata, le trame eversive erano e sono elementi strutturali della nostra
società e per rimuoverli sono necessari
metodi e strumenti innovativi e ch per modificare comportamenti radicati ò
necessario partire dalla formazione e dalla cultura per formare una nuova
classe dirigente con una visione aperta all’innovazione e a relazioni ad ampio
raggio, in un mondo globalizzato, instabile e alla ricerca di un nuovo ordine
mondiale..
Ma tra
1991 e 1993, su iniziativa di Mario Segno, figlio dell’ex presidente della
Repubblica, professore universitario, deputato democristiano, insieme ad altri
30 intellettuali, promosse un’ondata referendaria che alla fine, pur non
cambiando la Costituzione, la modifica del sistema elettorale in senso
maggioritario e la preferenza unica, provocò uno scossone nella stantia
politica italiana.
Il
grande successo di partecipazione (circa il 63% degli aventi diritto) e di
consensi (95% per il si) nonostante l’opposizione della DC, del PRI e del PSI,
con il segretari Bettino Craxi che aves invitato gli elettori ad andare al mare
anziché recarsi ai seggi, il risultato dimostrò la sfiducia che la popolazione
aveva ormai nei confronti della classe politica.
Si
rese quindi necessario approvare una nuova legge elettorale che recepisse la
indicazione del referendum chiaramente orientato verso un sistema
maggioritario.
Il 4
agosto 1993 venne approvata dal Parlamento
la legge elettorale “Mattarella” che prevedeva la elezioni dei tre
quarti dei seggi col sistema maggioritario
e di un quarto col sistema proporzionale, che restò in vigore fino al
2005, quando venne sostituito dal cosiddetto
Porcellum. Altre due leggi elettorali vennero approvate nel 2015
(Italicum) e nel 2017, il Rosatellum, attualmente
in vigore,
che prevede un sistema misto proporzionale-maggioritario con liste
bloccate. I 3/8 dei seggi sono attributi
col sistema maggioritario attraverso collegi uninominali, i rimanenti col
sistema proporzionale con liste bloccate, cioè senza preferenze, per la
conservazione della casta. I candidati nei collegi uninominali possono
essere espressione di un solo partito o
di una coalizione di partiti.
La
dissoluzione dei partiti che avevano governato l’Italia dal dopoguerra fino al
1992 fece nascere nuove formazioni e nuovi protagonisti che entrarono nella
scena politica, modificando i vecchi schemi, facendo emergere nuovi personaggi. Fu però un rinnovamento solo di facciata
perché i nuovi protagonisti , in realtà,
erano soggetti politici appartenenti all’establishment della cosiddetta Prima Repubblica, la classe
sociale, economica e culturale dominante, interessata a conservare lo status
quo ante, per la conservazione dei propri privilegi.
Nel
marzo 1994 si svolsero in Italia le elezioni per il rinnova della Camera dei Deputati e
del Senato dopo appena due anni di vita
del precedente parlamento poiché il Presidente della Repubblica Eugenio
Scalfari non riuscì a formare un governo stabile e fu costretto a sciogliere le
Camere-i
Le
nuove elezioni si svolsero con il sistema maggioritario e ciò costrinse i
partiti a cercare un’alleanza tra forze
diverse. Segnarono la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica,
definizione impropria perché in realtà non ci fu una nuova Carta Costituzionale
ma soltanto un nuovo sistema elettorale, che comunque cambiò sostanzialmente il
quadro politico.
La
novità principale fu la nascita di un nuovo partito, Forza Italia, fondato da
Silvio Berlusconi, imprenditore milanese. Un nuovo partito ma non un nuovo
personaggio.
Chi
era Silvio Berlusconi?
Un
imprenditore nel campo dell’edilizia che edificò su terreni vincolati perché si
trovavano in corrispondenza dell’aerovia della discesa sull’aeroporto di Milano
Linate, Cavaliere al merito del lavoro (1977), fondatore della holding
Fininvest nel 1975, che nel 1993 generò Mediaset, la società multimediale
proprietaria di tre canali televisivi. Aveva anche quote azionarie in altre
aziende, Banca Mediolanum, Arnoldo Mondadori Editore, Teatro Manzoni di Milano,
proprietario dell’A.C. Monza e dal
1986 dell’A.C. Milan.
Possedeva
anche un vasto patrimonio immobiliare.
Era in
amicizia da tempo con Bettino Craxi, suo protettore politico.
Venne
alla ribalta da quando acquistò il Milan, facendone una squadra vincente sul
pano nazionale e internazionale, che lo consacrò come grande
Venne
alla ribalta da quando acquistò il Milan facendone una squadra vincente sul
pano nazionale che lo consacrò come grande manager e uomo di successo.
Tuttavia,
dal punto di vista della solidità finanziaria la situazione non era florida
come apparivano.
Secondo
Mediobanca, le aziende del gruppo Berlusconi nel 1992 avevano 7140 miliardi di
euro di debiti (4475 finanziari, 2665 commerciali) mentre il capitale netto
ammontava a 1053 miliardi di euro..
La
crisi politica, soprattutto della DC e
del PSI, e la fine politica di Bettino Craxi aveva fatto
perdere agli imprenditori gli importanti
rapporti con la politica. La caduta di Craxi preoccupò molto Silvio Berlusconi
che perdeva il suo principale riferimento politico in un periodo molto
difficile per il suo impero economico
dal punto di vista finanziario.
Ma
tutta la borghesia imprenditoriale italiana era in fibrillazione perché rischiava di perdere i necessari
riferimenti politici che fino ad allora aveva con i partiti di governo.
È in
questo contesto che nasce Forza Italia. Pare che a Casa Agnelli si fosse avuta
una ristretta riunione di imprenditori, politici e intellettuali dalla quale
emerse la decisione dell’opportunità di formare un nuovo partito liberale e
conservatore per contrastare i partiti progressisti accomunati nella parola “i Comunisti”.
Berlusconi
così poteva contare non soltanto sui tifosi e sulla sua rete di uffici
finanziari diffusa su tutto il territorio nazionale ma anche sulla classe
dirigente conservatrice del Paese.
Il
nuovo sistema elettorale suggeriva l’opportunità di alleanze. Berlusconi ebbe
la capacità df formare il Polo delle Libertà,
sdoganando il MSI, erede del Fascismo, e fare alleanza con la Lega di
Umberto Bossi, partito territoriale del Nord, antisistema. Una coalizione tra
diversi ma accomunati dagli stessi interessi.
Nel1994
si svolsero le elezioni politiche e elezioni amministrative, queste ultime con
la novità dell’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province.
Le
elezioni politiche videro contrapposti
tre schieramenti: il Polo delle libertà e del buon governo, che
raggruppava tutti i partiti di centro destra, incluso con Forza Italia, il nuovo partito fondato da
Silvio Berlusconi, alla sua prima prova elettorale; I Progressisti, guidati da
Achille Occhetto, un polo che includeva
PDS, PRC, Verdi e Socialisti; il
Patto per l’Italia, un’unione di partiti di centro che comprendeva la lista di
Mario Segni, promotore dei referendum, il nuovo
Partito Popolare Italiano nato
dalla scissione della DC e guidato
da Mino Martinazzoli. E’ il primo dei
tanti errori che caratterizzerà la politica dei progressisti, dividersi per far
vincere le destre.
Le
novità dunque sono la scissione della DC in due tronconi, il Partito Popolare
italiano, che raccoglieva la maggioranza
degli ex-democristiani, alleato del polo centrista, e il Centro Democratico
Cristiano di Pier Ferdinando Casini, alleato del Polo delle Liberà, come
partito di centro..
La
vera novità è quindi la discesa in campo di Silvio Berlusconi alla guida del
suo nuovo partito Forza Italia e
del Polo da lui fondato, una coalizione
di centrodestra, che si alleò anche con la Lega Nord. Un vero capolavoro
politico, sdoganò gli ex fascisti del MSI e chiuse un accordo con un partito
regionale secessionista.. Il Centrosinistra, invece, si presenta diviso in due diversi
raggruppamenti.
Forza
Italia era un “contenitore” che raggruppava ex-democristiani, liberali, i
socialisti di Bettino Craxi , intellettuali che credevano nell’annunciata
rivoluzione liberale, e personalità della Fininvest, l’azienda che raggruppa le
tre reti televisive private di Berlusconi, che giocheranno un ruolo importante nella campagna elettorale e
nell’affermazione di una nuova cultura basata sul liberismo, sul consumismo e
sull’edonismo.
Celebri
sono le trasmissioni di Renzo Arbore, ironiche ma nello stesso riflessive sulla
nuova TV commerciale fatta di quiz,
ballerine e canzonette che annunciavano l’arrivo di un nuovo miracolo economico
e nuove libertà intese come deregulation, libertà di non rispettare le regole,
perché frenano la libera iniziativa, evasione
come antidoto alla eccessiva pressione fiscale.
Dopo
le elezioni, vinte dal centrodestra, nasce il Governo Berlusconi, d i cui fanno
parte esponenti di tutte le forze della coalizione, Lega Nord compresa che però
dopo appena otto mesi (11 maggio 1994-17 gennaio 1995) toglie la fiducia al
governo. Nell’impossibilità di formare un nuovo governo politico li Presidente
della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro incaricò Lamberto Dini, ministro
dell’Economia del governo Berlusconi per formare un nuovo governo che entrò in
carica il 17 magi 1995 e durò fino
al 18 maggio 1996.
La
crisi dipese anche dall’autorizzazione all’arresto dato dalla Camera, del parlamentare del PdL Alfonso Papa, membro della Commissione
Giustizia, a seguito dell’inchiesta della Procura di Napoli sulla P4, una
associazione che costruiva dossier clandestini per gestire e manipolare
informazioni segrete per orientare appalti e nomine.
E’
l’inizio di una serie di vicende giudiziarie che caratterizzeranno la vita
politi italiana dagli anni Novanta fini al 2023, anno della morte di
Berlusconi.
I
problemi giudiziari a carico di Berlusconi
sono stati molteplici e risalgono alla seconda metà degli anni Ottanta.
Molto discussi i suoi rapporti con Marcello Dell’Utri, a cui ha lasciato 30
milioni di euro come volontà testamentaria, arrestato a Torino nel 1995 con
l’accusa di aver inquinato le prove sui fondi neri di Publitalia e di avere rapporti con la
Mafia. Molto discusso l’avviso di garanzia a
carico di Berlusconi emesso dalla
Procura di Milano, portato a conoscenza a mezzo stampa nel 1994 mentre a Napoli
erano in corso i lavori del G8. Tra i tanti procedimenti in corso l‘unico che è
stato portato a termine è quello che nel 2014 ha portato Berlusconi in carcere
a Cesano Boscone.
Le sue
vicende giudiziarie hanno provocato uno scontro tra magistratura e politica che
dura ancora oggi.
Era
stata votata la legge elettorale con lo scopo di dare più stabilità ai governo
ma la prima esperienza è stata fallimentare perché dopo il Governo Dini, il
Presidente Scalfari dovette sciogliere
le Camere e indire nuove elezioni perché non si riuscì a formare un
nuovo governo. Si è discusso molto anche sulla costituzionalità del governo
Dini. E’ il primo governo tecnico della storia repubblicano, ebbe la fiducia dalla Lega nord ma la maggioranza
è di centrosinistra. Un bel pasticcio!
Il 21
aprile si tenero le nuove elezioni politiche.
Il
risultato questa volta premia la coalizione di centrosinistra, l’Ulivo, guidata
da Romano Prodi, che alla Camera con il 44,6% supera lo schieramento di
centrodestra, guidati da Berlusconi, che senza
la Lega Nord non va oltre il 37,3%. Al Senato le percentuali di voto
sono rispettivamente il 44,6% contro il
37,3%.
Anche
questo governo venne sfiduciato alla Camera per un solo voto (312 a 313),
perché una parte dei deputati di Rifondazione Comunista, alleata dell’Ulivo,
votò contro la fiducia al Governo. Si susseguirono tre governi diversi (D’Alema
1 e 2, Amato 2) e comunque si arrivò a fine legislatura.
La XIV
legislatura (maggio 2001-aprile 2006) è una delle poche che è durata cinque anni con lo stesso
schieramento e lo sesso presidente
(Berlusconi 1 e 2).
Tra il 2006 e il 2022 si sono formati in 5
legislature ben 10 governi, una media di
quasi uno ogni due anni.
Sono
stati governi di centrosinistra (3), di centrodestra(2), sovranisti e populisti
(Conte 1 e2 e governi tecnici (2).
Nel
complesso dal 1948 a oggi si sono succeduti 68 governi e 31 presidenti, quasi
un governo all’anno o poco più.
La
differenza tra prima e seconda Repubblica è che nei primi 15 anni e anche
dopo, fino alla fine degli anni Ottanta, i governi erano egemonizzati
dalla DC e quindi cambiavano i governi
ma non la politica e le alleanze e le
leadership.
La
legge maggioritaria ha favorito l’alternanza fra alleanze diverse e, sia pure
in parte una maggiore durata dei governi, l’aggregazione di forze disomogenee
non ha risolto il problema dell’efficacia e dell’efficienza dei governi perché
è facile trovare l’accordo sul potere e sul clientelismo ma non sulle scelte
strategiche per una progettualità di largo respiro finalizzate alla
modernizzazione del Paese, essendo le scelte condizionate dagli umori
dell’elettorato attraverso i dati dei
sondaggi.
In uno
studio di Massimiliano Di Pace, che analizza
vent’anni di politica economica
dei governi (1992-2012), utilizzando i
dati forniti dalla Banca d’Italia, Istat ed Eurostat, dividendo i governi tra
centrodestra, centrosinistra e tecnici, i risultati dell’indagine sono
certamente interessanti.
Il
confronto tra le forze politiche è stato fatto sulla finanza pubblica (spesa
pubblica, fisco,) e sulla crescita economica.
La
prima notazione riguarda la tendenza, in
particolare per i governi di centrodestra, alla propaganda, promettendo un
nuovo miracolo economico, riduzione
delle tasse, aumento dei posti di lavoro e felicità, promesse sempre disattese pur dichiarando con enfasi gli
strepitosi successi conseguiti.
I
governi di centrosinistra hanno contribuito in misura minore all’incremento del
debito pubblico.
Se si
considerano i dati del debito pubblico
espressi in termini reali, ossia rivalutati al valore dell’euro di fine 2012
emerge che:
I
Governi tecnici: 6 miliardi euro/mese,
pari a 301 mld di euro in 50,5 mesi, che rappresentano il 43,7% del debito
reale accumulato tra fine 1991 e 2012, una percentuale maggiore di quella
relativa alla durata degli esecutivi rispetto al periodo considerato, pari al
20,7%.
Governi
di centrosinistra: 0,9 mld euro/mese,
pari a 77 mld in 84,5 mesi, ossia 11,2% di tale debito, pur avendo governato
per il 34,6% del periodo considerato.
Governi
di centrodestra: 2,8 mld euro/mese , pari a 3310 mld di euro in 109 mesi ,
ovvero il 45,1%, percentuale analoga a quella relativa alla durata, 44,7%.
Si
evidenzia come i governi di centrosinistra abbiano performance migliori rispetto a quelli di centrodestra e
siano più attenti alla riduzione del debito.
I
risultati negativi vengono dai governi tecnici
(Amato I, Ciampi, Dini, Monti) e
la spiegazione è che i tecnici vengono chiamati nei momenti di grande crisi per
rimettere in orine conti disastrati in poco tempo, quindi non hanno tempo
sufficiente per interventi di medio-lungo termine.
Se si
considerano i parametri di Maastricht,
il patto di stabilità e il Fiscal Compact emerge che:
Governi
tecnici: 7,9% (media su 4 anni).
B)
governi di centrosinistra: 2,9% (media su 7 anni),
C)
governi di centrodestra: 4,3% (media 10 anni).
Analizzando
i tassi di crescita del PIL reale emerge quanto segue:
governi
tecnici: 0,1 media annua.
governi
di centrosinistra: 1,9 media annua.
Governi
di centrodestra: 0,3 media annua.
Considerazioni:
i governi di centrodestra fanno propaganda, promettono crescita e sviluppo ma
fanno solo spese che aumentano il debito e non fanno sviluppo.
I
governi di centrosinistra quando vanno al governo devono riparare i danni fatti
dal centrodestra e comunque hanno performance migliori.
Emerge
tuttavia una bassa crescita economica del nostro Paese conseguenza di una
politica che non è stata in grado di fare le riforme necessarie a rimuovere
quegli ostacoli burocratici e rendere attraverso un processo di innovazione competitivo il territorio.
Il
ritardo di sviluppo si nota ancor di più se la nostra crescita si confronta con
quella degli atri paesi europei nello stesso periodo:
Media
europea 16,7%, Spagna 47,8%, , Gran
Bretagna 48,1%, Francia 33,8%, Germania
28,4%. Negli ultimi 20 anni Spagna e Gran Bretagna hanno avuto una crescita
molto elevata, buona anche la crescita della Francia e della Germania, l’Italia
è di fatto il fanalino di coda.
Al di
là dei governi che si sono susseguiti, il XXI secolo è segnato dal
Berlusconismo, una ideologia e una cultura politica che ha cambiato
socialmente, economicamente e politicamente l’Italia attraverso la propaganda fatta con discorsi pubblici e i social-media, avendo
Berlusconi il controllo di tre canali televisivi di sua proprietà, vari
giornali e, una volta al potere, anche la possibilità di condizionare la linea
culturale e politica delle reti Rai.
Berlusconi “scese in campo” il 26 gennaio 1994 con un
messaggio televisivo preregistrato e inviato a tutti i telegiornali delle reti televisive nazionali. Pochi giorni
prima, il 18 gennaio, aveva fondato il movimento politico Forza Italia.
Nel
messaggio, molto breve, della durata di nove minuti: “L’Italia è il Paese che
amo…… Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché
non voglio vivere n un Paese illiberale, governato da forze immature e da
uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente
fallimentare. …”
Un
messaggio diretto, senza intermediazione, che sarà la cifra del suo comunicare
direttamente con il popolo, una formula già sperimentata nell’antichità da
Pericle, e riproposta da Mussolini e molto diffusa oggi dai cosiddetti “populisti”.
Berlusconi
chiuse il suo messaggio assicurando che verrà data fiducia a chi crea occupazione e benessere,
garantendo un nuovo “miracolo economico”.
I
valori su cui si basava la nascita del nuovo movimento politico erano la difesa
della libertà, la politica come servizio, l’impegno a sostenere la libera
iniziativa e le persone che vogliono
“fare”.
Promette
mille posti di lavoro, la riduzione delle tasse, di incentivare il volontariato. Le parole
“chiave” sono libertà, solidarietà,
efficienza economica, protezione sociale.
Un
partito di centrodestra, di impronta liberista in economia, europeista,
atlantista, la difesa dei valori
giudaico-cristiani e, soprattutto anticomunista, un termine che assume un significato ampio
per contrapporsi al campo progressista.
Le
promesse non sono state mantenute, nessuna riforma sulla concorrenza, nessun
intervento per ridurre il debito pubblico e gli sprechi per rendere efficiente la pubblica
amministrazione, soltanto leggi ad personam per
difendersi dai tanti processi a suo carico e per tutelare il suo
patrimonio. Infatti, se l’Italia non ha progredito sul piano economico e
sociale, le sue imprese hanno fatto
registrare utili che hanno consentito l’azzeramento dei debiti e utili
che lo hanno reso uno dei più ricchi al mondo. Un passato con molte ombre e un
legame forte con Craxi , ormai vanificato dalla crisi dei partiti, lo ha indotto a entrare nell’agone politico
per difendere i suoi interessi non più come sostenitore occulto del nume
tutelare ma da protagonista.
Dopo
la beve presidenza del Consiglio (8 mesi) Berlusconi è stato capo del
governo ininterrottamente dal 2001 al
2011 e influente capo dell’opposizione o partner importante di coalizioni di
governo fino alla caduta del governo Draghi, che ha contribuito egli
stesso a sfiduciare, nel 2022.
Lunghi
anni di responsabilità ai massimi livelli per poter realizzare il programma di
rilancio, di modernizzazione e di sviluppo del Paese che egli aveva promesso.
Ma così non è stato.
Negli
anni del suo governo l’Italia è cresciuta meno degli altri paesi europei, nel
2001 il nostro PIL era superiore del 24% rispetto alla media europea, nel 2011
di appena il 6%, nel 2015 diventò addirittura inferiore alla media europea, nel
2021 è inferiore del 5%. Un grosso declino che si è prodotto maggiormente nei periodi in cui
Berlusconi era al governo.
Questo
arretramento vale anche per la competitività dell’industria: Nel 1995 era di
ben 41 punti percentuali sopra la media europea, nel 2011 era inferiore alla
medita e tra 2000 e 2020 l’Italia ha perso rispetto alla Germania 26,4% punti
in termini di CCLUP, 26,8 rispetto alla media dell’Eurozona. (dati OCS)
Rispetto
all’ultimo rapporto sulla competitività l’Italia è al 21° posto sui 27 paesi
europei, nel 2016 al 17° posto, nel 2019
al 18° posto, dati che evidenziano una lenta, continua regressione.
E’
aumentata di conseguenza anche la
disuguaglianza e non è stato fatto nulla in quanto alle libertà civili e
politiche, come anche sulle politiche
economica e industriale.
Ma non
aveva sbandierato la rivoluzione liberale che Piero Gobetti chiedeva già nel
1922?
In
compenso sono state approvate leggi sul falso in bilancio sulla prescrizione,
sulla tassa di successione, tutte a favore delle classi agiate io per
proteggere i corrotti e le il
legalità
dei colletti bianchi. Ance l’abolizione dell’ICI sulla prima casa ha favorito i
ricchi perché contestualmente sono stati ridotti i trasferimenti ai comuni, che
hanno aumentato le tasse comunali. E il risparmio ha favorito maggiormente chi possedeva una casa di lusso ai
Parioli a Roma o in pazza del Duomo a
Milano.
Nel
1999 l’euro venne introdotto come valuta elettronica per le transazioni
finanziarie tra bancarie e imprese e nel
2002 come moneta circolane in 12 paesi
europei. Questa innovazione non consentiva più all’Italia l di svalutare la
moneta per restare competitivi sui mercati internazionali, ma sarebbe stato necessario avviare una
serie di riforme atte a favorire l’innovazione nella produzione industriale,
effettuare investimenti nella formazione e nella ricerca, ma nulla si fece. Il
cambio venne adottato a un euro equivalente a 1936,37 lire, come stabilito
dal Consiglio europeo.
L’adesione
all’euro da parte degli stati sarebbe dovuto avvenire soltanto nel rispetto dei
parametri del Trattato di Maastricht, ovvero con l’impegno ad avviare una
politica di riduzione del debito pubblico, ma a tutt’oggi l’Italia non è stata
in grado di rispettare gli impegni.
L’adesione
avvenne sotto il governo Prodi ma nel 2002, anno in cui la nuova moneta
cominciò a circolare era in carica il governo Berlusconi con Tremonti ministro
dell’Economia.
Subito
si cominciò a criticare l’equivalenza
euro/lire, euro/lira, che secondo Berlusconi avrebbe dovuto essere pari a 1500
lire, ma la lira non era così forte e un diverso cambio avrebbe ostacolato le
esportazioni. Non si fece nulla invece
per far rispettare quella equivalenza, tanto che venne introdotto su larga
scala il cambio mille lire un euro che provocò un aumento dei prezzi e una forte svalutazione che incise
negativamente sull’economia del Paese. Invece di effettuare un serio controllo
sui prezzi, il governo avviò una intensa campagna contro l‘euro e
sull’equivalenza dando la responsabilità al governo precedente e non
all’immobilismo del governo in carica. E’ il solito refrain della destra di
governo, che non riesce a risolvere i problemi e scarica le responsabilità sui
governi precedenti.
Le
mancate riforme che avrebbero potuto rilanciare
l’economia non vennero mai fatte. Venne diffuso invece un’idea di liberà
intesa come libero arbitrio per superare
i lacci e lacciuoli create dal rispetto delle leggi, che impediscono il fare a
chi vuol fare.
Un
invito all’illegalità, all’evasone fiscale , all’individualismo e al non
rispetto del bene comune.
L’
eredità del Berlusconismo peserà molto e molto a lungo sulla vita politica,
sociale e culturale della nostra vita (cfr. La morte d Berlusconi, Il Mulino,
numero speciale, 2024)..
Berlusconi
ha modificato profondamente non solo il modo di comunicare, parlando alle masse
e soprattutto alla pancia dell’elettore medio ma ha fatto della politica un
prodotto vendibile secondo le tecniche di marketing, con slogan facilmente
comprensibili semplificando la complessità della realtà, il tutto a scapito
della qualità dell’informazione e della trasparenza. Inoltre ha diffuso l’idea
che l’importante è “il fare” e quindi non è importante il rispetto delle norme,
spesso farraginose, educando le persone all’illegalità e all’evasione fiscale.
Ha
sdoganato i neofascisti e, in particolare nell’ultima fase della sua vita
politica, ha contributo a far cadere il governo Draghi, aprendo la strada a un
governo di destra a guida FdI, che aspira a trasformare l’Italia in
un’autocrazia, attraverso un’alleanza formata da tre principali partiti
completamente disomogenei, ma ognuno portatore di specifici interessi: Fratelli
d’Italia il premierato, Forza Italia il controllo politico sulla Magistratura,
la Lega l’autonomia differenziata, che premia il Nord a scapito del Sud.
In due
anni di governo di desta già si stanno attuando prove tecniche di premierato,
con il Parlamento privo di iniziative, di proposte di legge e il Governo che
procede con Decreti legislativi che il Parlamento approva, spesso con il
ricorso al voto di fiducia.
E a
volte i decreti-legge sono mera propaganda come quello varato a due giorni
delle elezioni europee sulle liste d’attesa.
La
comunicazione è affidata a messaggi preconfezionati e diffusi a mezzo social
media, senza nessun confronto , e diffusi sono gli attacchi personali contro
gli avversari.
Molte
sono le leggi che tendono a limitare le voci critiche, il dissenso, la libertà dell’informazione per lasciare spazio ai messaggi che esaltano l’azione del governo
in modo deviante.
La
tendenza a scaricare la responsabilità dei problemi non risolti sui governi
precedenti o sull’opposizione dei
“comunisti” è diffusa mentre esalta i successi ottenuti nel 2023 e 2024, come
conseguenza delle azioni virtuose del governo, decontestualizzandole, senza
tener conto degli effetti di interventi legislativi di governi precedenti e del
rilancio dell’economia post-Covid. e degli investimenti del PNNR, le cui
risorse attengono ai governi precedenti. Tuttavia i timidi risultati
positivi sono ancora insufficienti per
considerare l’Italia un paese ricco e competitivo, come si evince dal PIL netto
per abitante, decisamente inferiore alla media europea.
L’Italia
ha bisogno di riforme strutturali, di interventi nel Sud, di riqualificazione
ambientale e azioni per la difesa del suolo, di un fisco più equo e non
differenziato per corporazioni, tutti risultati che si possono ottenere che si
ottengono non con interventi spot i
a favore di specifiche categorie di
elettori per fini elettorali o con
continui condoni per fare cassa nell’immediato.
Il
riferimento ai successi del PNNR, in particolare per l’ammontare delle rate già
percepite, superiori per il nostro Paese, non tiene conto che l’Italia ha avuto
il finanziamento più alto, ben 200 milioni di euro, in larga parte come
prestiti da restituire, quindi come ulteriori debiti. Vedremo alla fine se
veramente gli investimenti saranno produttivi, in grado di far decollare
l’economia o saranno soltanto ulteriori debiti da restituire.
Una
attenta riflessione sui due anni del governo Meloni è stata fatta di recente da
E. Latore, A. Licciardi, E. Trentini,
disponibile su La Voce (ottobre 2024).
Particolarmente
travagliata è sta la storia dell’Italia nel Novecento. Dopo la caduta
dell’impero romano l’Italia è stata sempre terra di conquiste da parte di
popoli e potenze straniere che comunque hanno contribuito al suo sviluppo
economico e culturale. I tre momenti più rilevanti i cui l’Italia ha influito
sullo sviluppo culturale a livello europeo e mondiale è stato il Basso Medioevo, il periodo delle Repubbliche marinare,
l’Umanesimo e il Rinascimento, il Risorgimento, la Resistenza, che ha consentito
al nostro Paese di liberarsi dalla dittatura fascista.
Il
Novecento è stato un periodo drammatico per
l’Italia e per l’Europa perché si sono combattute e che
hanno lasciato macere e lutti, perché
complessivamente sono costate la morte di 70-80 milioni di persone, una amara
esperienza che forse abbiamo già dimenticato,
se consideriamo le vicende che ci stanno affliggendo oggi, vicende che
ci riportano con la mente al 1938.
Relativamente
all’Italia, per descrivere lo sviluppo economico del ‘900 si possono
individuare quattro diverse fasi.
Conquistata
dell’Unità nazionale e avvio, dopo aver
superato la cisi degli ultimi anni dell’Ottocento, del processo di
industrializzazione, in particolare con
l’età di Giolitti, un processo di
industrializzazione che coincide
anche con un cambiamento radicale del
modo e dei luoghi di produzione a livello globale con la riorganizzazione del lavoro e dei luoghi e
del modo di produzione.
Nasce
la fabbrica e la produzione diventa standardizzata grazie all’invenzione della catena di montaggio ad opera di Taylor
e l’uso di nuove fonti energetiche come il petrolio e il carbone. È l’inizio
della seconda rivoluzione industriale, che crea la grande fabbrica, la classe
operaia, la produzione di massa di beni durevoli di consumo.
Giolitti
agì su due piani: sostenere il processo di industrializzazione, nazionalizzare
le ferrovie e le assicurazioni creando l’INA, promuovere interventi per il Sud,
come la costruzione dell’acquedotto pugliese e varò varie riforme sociali che
migliorarono la qualità della vita dei lavoratori.
Rispetto
al 1898 il PIL era cresciuto nel 1914
del 43,5% in 16 anni, con un tasso di crescita medio annuo del 2,4%. Ma
nonostante tale sviluppo gli squilibri sociali e territoriali restavano ancora
elevati t la guerra non solo interruppe questo processo positivo ma lasciò,
dopo la fine del conflitto, un’Italia più povera e più divisa che favorì
scioperi e proteste che indussero i ricchi a tutelare i propri privilegi affidandosi a un governo
autoritario. Nacque cos’ la dittatura fascista che bloccò l’Italia fino alla
fine della seconda guerra mondiale.
E’ il
periodo che Francesco Forte nel suo scritto italiano Storia dello sviluppo
economico e industriale nel ’90 0 definisce
“miracolo industriale” un periodo
caratterizzato dalla figura di Giovanni Giolitti, esponente liberale, che attuò
una politica liberista che durò fino alla prima guerra mondiale, poi sostituita
dal dirigismo fascista. .
Bisognerà
aspettare la fine della seconda guerra mondiale perché si apra una nuova fase
In
questa fase, che vide protagonista Alcide
De Gasperi, che, grazie agli aiuti economici americani che favorirono la ripresa nel
dopoguerra, tra 1948 e 1953 guidò ben otto governi di breve durata, che però assicurarono una continuità politica che consentì la
ricostruzione morale e civile di un disastrato paese, ottenendo anche
lusinghieri risultati economici tanto
che quel periodo è ricordato come gli
anni del Miracolo economico. Fu un periodo di democrazia politica e di liberismo
economico. A De Gasperi si deve anche la nascita della CECA.
Dopo
l’uscita di scena di Alcide De Gasperi, iniziò il periodo dei governi di
centrosinistra degli anni Sessanta-Settanta, una fase che segnò l’inizio di una
stagione di riforme, ma insufficienti
rispetto alla mutata struttura sociale della popolazione, specialmente quella
giovanile, che chiedeva maggiore autonomia e partecipazione, che non ebbero
risposte significative.
La
stagione del centrosinistra organico iniziò il 1963 e durò fino al 1982,
quando iniziò una fase di
consociativismo politico che causò inflazione e aumento del debito pubblico e
di instabilità politica. Furono anni
convulsi caratterizzati da bombe, attentati (gli anni di piombo), rivolte
studentesche, rapimenti, agguati e morti
provocate dalle Brigate rosse e attentati di stampo mafioso, tentativi di colpi di Stato,
cioè un lungo periodo di sangue e di
grande debolezza politica, e
soprattutto di occasioni mancate.
Nel
1992 si aprì un’altra fase burrascosa, che risentì dello scandalo di
Tangentopoli caratterizzata dalla battaglia referendaria, che determinò la
scelta del sistema maggioritario nelle elezioni del 1994 ,che vide l’ingresso
di Berlusconi nella scena politica e l’inizio del populismo, che avrebbe dovuto
portare un nuovo miracolo economico e la rivoluzione liberale ma che in realtà
è diventata la stagione delle frottole e della propaganda fallace.
Questa
schematizzazione della storia politica del nostri Paese ci mostra un viaggio
tormentato verso la libertà e la
democrazia, conquistata con il sangue ,le torture e la carcerazione di uomini
donne che hanno liberato l’Italia dall’oppressione nazifascista e che poi hanno anche scritto una
Costituzione per Repubblica democratica
che ha restituito all’Italia la dignità che le era stata sottratta
dall’oppressione nazifascista.
La
nostra Costituzione è, pertanto, un
Testo Sacro, , la Bibbia della Democrazia ma è anche un Sacrario perché quelle
parole contengono il sangue versato da eroi che hanno sacrificato la loto vita
per dare alle future generazioni un’Italia di Pace. Fare sberleffi su quella
storia e sulla Costituzione commette un
crimine contro l’Umanità.
Nel
vuoto politico degli anni Novanta l’unico momento di luce fu proprio la scelta
del governo guidato da Romano Prodi di far aderire l’Italia alla costruzione
della moneta unica europea nel 1988, nonostante le perplessità di molti, ma
ancora una volta siamo in ritardo nel capire i cambiamenti e continuiamo a
navigare a vista trascinandoci problemi che non siamo in grado di affrontare e
risolvere.
La
caduta del muro di Berlino nel 1999 ha illuso l’intero Occidente nel credere
che ormai fosse finita la Storia avviandoci così verso un mondo senza
differenze a guida USA, il gendarme unico del mondo, impegnato a esportare la
democrazia e la civiltà, anche con le armi.
L’
invasione dell’Ucraina e la vittoria di Trump negli Usa hanno portati in vita
scenari che ricordano Yalta, il luogo dove le tre grandi potenze si spartirono
il mondo. Oggi il tavolo è ancora a tre, siedono ancora Russia e Usa, ma la
sedia ancora vuoto sarà occupata dalla Cina e Europa oggi si trova ad
affrontare una serie di problematiche che necessitano coesione per affrontare
obiettivi comuni incompatibili con visioni divergenti, tra stati che spingono o
verso nuovi nazionalismi o verso r un ulteriore avanzamento per l’attribuzione
di nuovi poteri all’Europa, come la difesa comune, la politica fiscale e quella
estera, in quadro di incertezze
determinate da frange sovraniste e da leadership impreparate.
Oggi
sembra che si stia affermando un sentimento di disaffezione verso gli
ordinamenti democratici, per sostituirli con
autocrazie che riducono gli spazi di libertà individuali e collettivi,
dimenticando il costo pagato dai nostri padri per riconquistare la libertà che
oggi noi non sappiamo più apprezzare.
Troppo apatia e indifferenza ci fa pensare che stiamo andando verso un mondo
senza ideali, senza sentimenti, senza Umanità. A volte peso che i veri animali
siano gli uomini e non i gatti o i can,
che restano fedeli a chi li accudisce e
non se ne scardano mai.
Il
mondo cartografato a Yalta non è stata
pensata per un mondo di pace, è stata disegnata dai vincitori conto i vinti.
Molte guerre regionali si sono combattute al di fuori dei nostri confini, a
Est, nel Medio Oriente, in Indocina, in Africa,, in Asia, nei Balcani e
l’Occidente ha le sue responsabilità..
Oggi
il mondo è in fermento perché dopo il duopolio creato dalla Guerra Fredda si
stanno cercando nuovi equilibri geopolitici per disegnare nuove gerarchie
piuttosto che riorganizzare un mondo
multipolare con reti d cooperazione per evitare rischi di nuove contrapposizioni tra Occidente e
Oriente, le cui aggregazioni geopolitiche sono ancora in via di definizioni,
anche permangono posizioni difficilmente aperte al dialogo e al confronto giacché molti stati ritengono che
le democrazie occidentale sono ormai un modello obsoleto da superare.
I
motivi di tale esito sono divergenti.
Per alcuni le cause vanno ricercate nella debolezza di Roosevelt, ammalato e
stanco, che non seppe opporsi alle
richieste di Stalin; per altri si temeva che l’URSS, viste le posizioni
favorevoli che i sovietici avevano
conquistato sul campo di battaglia, con l’Armata ormai a 80 km da Berlino, si temeva che potesse conquistare una posizione egemone in Europa.
Il risultato fu comunque che i due
blocchi crearono un clima di guerra fredda fino al 1991, quando si ebbe
l’implosione dell’Unione Sovietica e con essa la nascita di nuovi stati autonomi. Si apriva così una fase
completamente nuova che avrebbe dovuto indurre l’Europa ad aprire un dialogo
per arrivare a forme di cooperazione economica con la nuova Russia, con
reciproca utilità basato sulla scambio
di risorse energetiche per l’Europa e di tecnologia europea per avviare un processo di sviluppo
economico in Russia. Invece si pensa, di spostare verso Est l’influenza
atlantica, crenando un clima di accerchiamento della Russia, considerata ormai
una potenza regionale.
Già
nel 1920,dopo la fine della prima guerra mondiale, venne fondata dalle potenze
vincitrici la Società delle Nazioni,
una organizzazione internazionale con il
fine di mantenere la pace e sviluppare
la cooperazione internazionale in ambito economico e sociale, una istituzione
che tuttavia non è riuscita a evitare la seconda guerra mondiale.
Il
fallimento di quella Istituzione favorì la nascita, nel 1945, di un nuovo ente internazionale, l’ONU, l’ Organizzazione
delle Nazioni Unite, sempre con l’obiettiva di assicurare la pace e la
sicurezza mondiale, promuovere il dialogo e la cooperazioni tra le nazioni.
L’ONU
ha iniziato la sua attività il 24ottobre 1945, dopo la firma dei 5 stati
permanenti che avevano ratificato la Carta dell’ONU, e cioè Cina, Francia,
Regno Unito, Russia e Stati Uniti.
L’Italia aderì nel 1955.Questi cinque stati hanno diritto di veto che sancisce
la loro egemonia decisionale sulle Risoluzioni
rendendo l’ONU un organismo mutilato e ininfluente sul piano globale.
Di
conseguenza, nonostante i buoni propositi, l’ONU non riesce a imporre le sue
decisioni, i conflitti continuano a essere attivi su larga parte della Terra ,
vengono violati con la forza e ’il Consiglio è spesso paralizzato dai veti
posti dai membri permanenti nelle varie controversie internazionali sulla base
delle alleanze tra stati, una situazione che rende meno prestigioso l’ONU, di
fatto paralizzando la sua attività.
Una
prima importane iniziativa che venne presa nel dicembre 1948 dall’Assemblea
Generale fu la Dichiarazione Universale
dei Diritti Umani..
Oggi
l’Europa è coinvolta “per procura” nella guerra russo-ucraina ed è minacciata
dall’espansionismo neo-imperialista russo, che costringe tutti i paesi europei
a riflettere sul futuro dell’Unione, sulle funzioni e sull’esigenza di una
riorganizzazione, anche come risposta all’annunciato disimpegno americano sullo
scacchiere europee, da cui scaturisce l’esigenza di una riflessione su futuro
dell’Europa e sulla necessità di accelerale il processo per la rinascita dello
spirito nazionalistico e sovranista che aleggia su tutto l’Occidente, che è
anche derivato dalla consapevolezza che
la globalizzazione sia responsabile delle diseguaglianze diffuse
nell’Occidente, una valutazione che deriva dalla formazione politica e dai
risultati di indagine scientifica che comunque può condizionare o ritardare la
fondazione degli Stati Uniti d’Europa, che Russia e Usa ostacolano.
L’alternativa potrebbe essere quella di una federazione con un numero più
ridotto fi paesi aderenti.
In
realtà la globalizzazione è un processo che è iniziato molti secoli fa e si è
rafforzata ed espansa con lo sviluppo dei mezzi di trasporto e di
comunicazione, favorita dalla innovazione tecnologica e dalla produzione
flessibile e ha investito, con la delocalizzazione della produzione, molti
paesi arretrati, favorendone lo sviluppo.
Questa
rivoluzione economica non è stata
prevista e quindi non guidata dai
decisori politici, per cui oggi l’economia a livello globale viene determinata
dalle lobby e dai grandi gruppi finanziari.
Il
ritorno alla dimensione nazionale aumenterebbe ulteriormente le povertà, per
cui è indispensabile l’aggregazione multipolare per poter garantire maggiore
forza e competitività a livello globale, in un quadro geopolitico e
geo-economico in movimento, che sta ridisegnando nuovi scenari e nuovi
equilibri che investono le grandi
potenze in cerca di un impero.
Nonostante
le difficoltà, l’Unione Europea ha prodotto
non pochi vantaggi a tutti i territori europei in termine di pace, di
allargamento dei di mercato, di circolazione di idee e di persone, in
particolare di giovani con il Programma Erasmus, di sicurezza , di difesa dei diritti e di sviluppo economico e
sociale.
La
globalizzazione è ormai un processo inarrestabile, che è nato nell’Antichità,
con le migrazioni, che diffondevano nuove idee
e nuovi prodotti su territori sempre più vasti, man mano che gli
spostamenti di popolazione allargavano l’ecumene.
L’Unione
europea ha sempre svolto u ruolo importante attraverso progetti di sviluppo per
creare coesione tra i paesi dell’Unione
tenendo conto delle esigenze che emergevano. Nel 2020, pe esempio, la
Commissione ha varato un ambizioso
programma da realizzare entro il 2027, che può contare su un consistente
finanziamento per investimenti nei settori della ricerca e dell’innovazione,
sulla transizione digitale e ambientale, sul cambiamento climatico, con fondi
specifici destina a eventuali calamità, come avvenne in occasione dell’epidemia Covid-19. Sono problemi che non
possono essere affrontati agevolmente a livello nazionale perché sono di
portata globale e interconnessi, che richiedono
decisioni rapide che necessitano anche strutture snelle ed efficienti, per
questo è necessario avviare con urgenza anche nell’Unione un processo di
innovazione istituzionale che possa dare all’Europa la capacità d competere a
livello globale e per poter interagire con autorevolezza e immediatezza con
altre Istituzioni internazionali.
Purtroppo,
l’avanzata delle destre in Europa e nel mondo rischia di frenare il cammino
dell’Unione verso un assetto federale, necessario affinché si continui a
lavorare per la Pace e la difesa della libertà, dei diritti, della democrazia
come è stato fatto in questi lunghi anni post-bellici.
L’Italia,
pur essendo un paese fondatore, ha oggi un governo che non vola alto, è preda
di visioni ottocentesche impregnate di visioni nazionaliste e sovraniste che
non appartengo alla storia civile e
culturale del Paese, che possono alimentare una fase regressiva e indebolire
ancora di più i diritti con il rischio di marginalizzazione in Europa in un momento in cui è necessaria più coesione, necessaria in un
momento di transizione e che anche in Italia si mostri responsabilità e
ragionevolezza per evitare tensioni inutile, confidando anche nel senso di
responsabilità dei cittadini, che nei momenti difficili hanno sempre trovato le
necessarie energie per difendere la libertà e la democrazia.
L’Italia
ha ancora molti problemi da risolvere aggravati in questi ultimi trent’anni
dalla presenza di una classe politica non adeguata. Il Paese è ancora molto
frammentato, ha divari territoriali rilevanti e avrebbe bisogno innanzitutto di
forti investimenti in settori strategici come scuola, Università, sanità e
servizi sociale per migliorare il benessere e per eliminare la crescente
povertà. sociale.
Poiché
il debito pubblico è alto, sarebbe necessario un governo che non faccia scelta
pensando al sondaggio, alla prossima tornata elettorali, agli umori
dell’elettorato o alla pancia del Paese, ma avere una visione che abbia come
prospettiva le prossime generazioni. Sarebbe cioè necessaria una classe
politica fatta da Uomini e Donne di Stati, che anziché strillare e offendere o
denigrare l’avversario, sappiano dialogare e discutere, e soprattutto avere una postura consona al ruolo e alla
funzione che si svolge, per non essere inadeguati.
Sarebbe
necessaria una rivoluzione morale e cultura per educare i cittadini al rispetto
del bene comune e alla responsabilità, migliorando le strutture formative, per
creare una nuova generazione di
cittadini attivi, perché solo così si può sperare di avere dei servitori dello
Stato migliori d quelli attuali.
Molteplici
sono le criticità del nostro Paese, ma se si vuole porre mano al rinnovamento ò
necessario, bisogna prima curare la mente e il corpo, ossia è necessario
investine nella formazione e nella sanità,
i due settori strategici più disastrati,
causa principale del degrado morale e sociale del nostro Paese.
“Mens
sana in corpore sano”, raccomandava Giovenale in una sua satira, perché non è
affatto vero che si possono ricoprire cariche importanti senza essere colt,
perché gli incolti tendono a scegliere come collaboratori mediocri. La verità è
che il potere non ama la cultura perché
un uomo colto generalmente è una persona libera ,che non si lascia asservire.
Un
dirigente che si proponeva per un incarico si presentò dicendomi che per
cultura era sempre disponibile a esaudire le richieste del rettore. Lia
risposta fu che il colloquio si poteva interrompere lì, perché a me serve una
persona che mi dica ciò che è legale e ciò che
“contra lege”, perché io non sono giurista e non leggo la mattina la Gazzetta Ufficiale per aggiornarmi sulle
normative. Anche i onsu le legale mi disse che si potevano fare pareri alla
Sibilla cumana. No grazie Un’altra categoria e quella dei collaboratori
infedeli, al servizio di qualcuno, che tri infila una carta da firmare che è in
realtà un cavallo di Troia, per fotterti.
L’Accademia ha al suo interno anche questa
tipologia di persone. Sono episodi illuminanti per capire il perbenismo
italiano.
La
Cultura è creazione, espressione di un pensiero libero che lascia alle future
generazioni pensieri, racconti,
cronache, storie che ci inducono alla riflessioni e ci migliorano. Leggere un
articolo di un giornalista prezzolato
dal potere o un lavoro di un ricercatore che nella quotidianità è un
menzognere, sono soggetti pericolosi per la società che dovrebbero essere
allontanati.
Il
Berlusconismo non aveva bisogno di una struttura formativa perché aveva i suo
mezzi di comunicazione personali per formare “culturalmente” il suo popolo e ol
governo ha le reti Rai, molta stampa e i social per sviluppare la sovranità
culturale della Destra e quindi la
scuola e l’università non sono più funzionali al sistema politico e quindi
perché potenziarli, piò anche capitare che poi si mettono a pensare. Mi viene
in mente quel politico che diceva che nel Mezzogiorno non dovevano nascere
fabbriche perché dopo i contadini non avrebbero più votato la DC.
E
allora ecco una serie di leggi che, con la complicità dei professori hanno
distrutto innanzitutto l’Università.
L’uno
vale uno, i concorsi” prét-à-porter,” la liberalizzazione dei piani di studio,
l’egalitarismo, l’abolizione delle Facoltà, la creazione dei Dipartimenti, dove
i docenti non si incontrano se non
quando devono azzuffarsi, la burocratizzazione delle Biblioteche, l’aumento
incontrollato dei corsi di laurea con titoli ad effetto, l’aumento degli
insegnamenti e la parcellizzazione dei saperi e la specializzazione spinta che
ti fa conoscere il particolare ma non l’insieme in un mondo ormai complesso
(come l’ortopedico luminare esperto delle mani ma non ti può operare al
ginocchio), l’interrogazione e la discussione della tesi di laurea leggendo
slaide, cricche di potere che
litigano e poi si accordano, corsi di lauree in ogni paese (siamo ritornati
alla cattedra ambulante), l’autonomia universitaria senza responsabilità, hanno distrutto l’Università
italiana ormai in maniera irreversibile,
l’Università che è nata a Bologna nel 1088 e l’abbiamo esportata in tutto il
mondo e ora abbiamo scimmiottata l’America, rinunciando alle nostre identità.
Bisognava distruggere l’Università dei Barni (che poi erano i Maestri, ormai
estinti) per farla diventare democratica e in realtà e diventata come il Parlamento:
strutturale.
Tutto
è cominciato negli anni Novanta, l’età
della prepotenza, dell’arroganza, della precarietà e dell’improvvisazione.
Fino a
metà anni Sessanta esisteva la scuola di élite, che però assicurava la mobilità
sociale e tutti potevano studiare, sia pure con sacrifici, magari facendo un
lavoro occasionale, e laurearsi. Oggi la mobilità sembra si sia arrestata,
prevale il censo.
Era la
scuola di Gentile, che formava la classe dirigente, liceo classico, laurea n
Lettere o Giurisprudenza, studi che sviluppavano il pensiero critico con lo
studio del latino e greco, con la dl traduzione, dal greco in latino e poi in
italiano e dopo la laurea, magari, un master all’estero in matematica o
economia e potevi diventare un banchiere, un imprenditore , un professore.
Guido
Carli, per esempio, era laureato in Lettere.
L’esame
di maturità era molto selettivo, un bel numero di studenti non riusciva a
superarlo. Oltre al liceo, esistevano
gli istituti tecnici e industriali per
ragionieri, geometri, , diplomi che valevano più di una laurea di oggi.
Poi
venne il Sessantotto ed è cominciato il
caos, riforme spezzatino senza una visione generale.
Fino
agli anni Sessanta prevaleva la formazione e la cultura umanistica, poi con lo
sviluppo scientifico e l’industrializzazione si butta via la cultura umanistica e si punta sulla
tecnica e poi arrivano gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, n grado di
sostituire l’Umano. Mai una formazione equilibrata tra scienze umane e scienze
dure per creare non solo i tecnici ma gli intellettuali.
La
scuola e l’università cambiano, ci vuole la valutazione, gli obiettivi, e i professori diventano impiegati del
catasto. Ma ci vuole serietà, bisogna anche pubblicare, bisogna superare la
mediana, ma il numero sale perché tutti cominciano a pubblicare, va meglio per
i settori scientifici perché lavorano in gruppo, ma una ricerca seria e
complessa è ormai difficile farla.
Poi è
arrivato l’Orientamento, bisogna far conoscere la scuola e l’università agli
studenti, per una scelta consapevole e il professore diventa un piazzista.
Meno
male che sono un pensionato.
La
vecchia scuola era dominata autoritaria,
all’università c’erano i Baroni, bisognava democratizzare, ma va bene
anche un po’ di burocrazia in più.
Mi
sono laureato con i baroni e mi sono formato con i Baroni e ho continuato a
frequentare i Baroni. Li rimpiango e rimpiango anche quella Università, c’era
rispetto reciproco, serietà, eleganza nei comportamenti, rigorosamente in
giacca e cravatta, niente camicia aperta e pantaloni strappati (che tra l’altro
costano di più) frequentarli era un continuo imparare, dovevi occuparti di
biblioteca di collocazione delle riviste, anche di contabilità. Quando una
volta ho mugugnato la mia Maestra mi disse: “mugugni pure perché sono certa che
un giorno mi ringrazierà, perché sta imparando a gestire l’Università.
Atri
tempi, bisognava riformare la scuola e l’università per adeguarle ai tempi ma
non distruggerle.
Fino
agli anni Settanta le molte notizie sono
accentuate a partire dalla fine
degli anni Ottanta e si sono accentuati dall’inizio degli anni Novanta
con il governo di Berlusconi, che aveva promesso il nuovo miracolo economico,
facendo sognare gli italiani. Ma sono state tutte promesse non mantenute.
Oggi
non c’è democrazia nell’Università, c’è solo mediocrità, arroganza, sete di
potere, cricche in lotta fra di loro, persone che imitano i vecchi baroni,
autoritari ma non autorevoli, lupi con le pecore, pecori con i potentati
accademici esterni all’Università da cui prendono ordini, diventando pecore,
ossia sudditi. È un male tutto italiano.
Gli
Italiani, infatti, sono stati sempre, e
oggi ancora di più,
affascinati dall’uomo o della donna
forte, che promette alla
popolazione divertimenti e feste alla
maniera della Belle Epoche, a guardare con fiducia al futuro, vendendo bene la
loro politica come una merce, con messaggi diffusi attraverso social media e la
televisione di regime, ormai diventata zeppa di intrattenimento, di quiz e
programmi non certo educativi, come ben descritta da Renzo Arbore nei sui
programmi satirici (La televisione è tutta un quiz), usata come distrazione di
massa, che parla a quella maggioranza che ha come unica fonte di
informazione la televisione e si affida
al potente di turno che la rassicura e non l’abbandona ai comunisti che
mangiano i bambini. E’ una cultura che
si è consolidata perché ci fa sognare
perché ognuno di noi ambisce a diventare potente, un modello pervasivo,
penetrato in tutte le istituzioni, non solo politiche, anche nelle università-
E così
nell’ultimo trentennio abbiamo avuto l’affermarsi improvviso di personaggi che
a ogni tornata elettorale, a turno,
hanno riscosso molto successo: Meno male che Grillo c’è, o meglio
Silvio, no meglio “Giuseppi”, no, meglio Giorgia. Chiamatemi Giorgia, sono una
di voi. E …, avanti il prossimo. È questa la migliore eredità che ci ha
lasciato Berlusconi.
L’ultimo
quarto di secolo ha visto governi di
centrodestra e di centrosinistra alternarsi, di breve durata nonostante
l’adozione del sistema maggioritario, ma con maggioranze disomogenee create
soltanto per ragioni elettorali, che cadevano per crisi causate da alleati
riottosi, con intermezzo di governi tecnici,
chiamati a risolvere i problemi emergenziali creati dai governi di centrodestra, in particolare..
Nessuna
riforma strutturale per modernizzare il Paese e rimuovere quelle criticità che
frenano lo sviluppo del Paese, per renderlo più competitivo a livello
internazionale. Gli interventi più significativi hanno riguardato, nel caso di
Berlusconi, leggi “ad personam”, a tutela dei suoi interessi di imprenditore
indebitato o i suoi problemi con la Giustizia risalenti alla sua precedente
attività imprenditoriale o alla sua persona .
Nel
1992 Berlusconi controllava 168 società, di cui
44 all’estero. L’utile netto era di 21 miliardi, l’indebitamento
creditizio era di 3400 miliardi e i debiti totali erano pari a 6000 miliardi.
Una
situazione da bancarotta, ma durante il
suo periodo di impegno politico la situazione si è ribaltata, diventando
l’impero economico finanziariamente solido.
Nelle
elezioni politiche, le divisioni all’interno del centrosinistra hanno spesso
favorito la vittoria del centrodestra, anche quando i voti erano in numero
inferiore rispetto al totale dei voti ottenuti da tutti i partiti del
centrosinistra. Così è successo anche in occasione dell’ultima tornata del 2022
il partito di Fratelli d’Italia, che ha ottenuto poco più del 25% dei voti del
50% degli elettori aventi diritto al voto, espressione del disaffezione della popolazione nei confronti di una
politica asfittica che indebolisce la democrazia.
Fratelli d’Itala tè risultato il primo partito
e la coalizione ha avuto il maggior numero dei seggi alla Camera e al Sanato,
pur avendo avuto un milione di voti meno dei partiti di centrosinistra, che non
si erano coalizzati. Come conseguenza di questo risultato l’incarico di formare
il governo è stato dato alla leader del
partito di maggioranza relativa, Giorgia Meloni detta Giorgia, che aveva
promesso in campagna elettorale di abbassato le tasse, eliminate le accise dei carburati, aveva tuonato contro l’Europa
e l’Alleanza atlantica, che per l’Europa sarebbe finita la pacchia perché
sarebbero arrivati i sovranisti e l’avrebbero smontata: In verità non ha
promesso di costruire sul Gran
Sasso stazioni balneari, visto che l’Abruzzo può già godere di un affaccio su tre mari, Adriatico,
Tirreno e Ionio, come ebbe a dire il suo
fido presidente della Regione Abruzzo. Significativa dichiarazione che ci fa
capire la qualità della nuova classe politica.
Sono
passati due anni e più dall’insediamento del governo di centrodestra e i risultati
ancora non si vedono, almeno stando alle promesse fatte.
E’
vero, i conti non sono stati sfasciati, ma è perché ci sono i vincoli
europei e la paura dei mercati, che non
sono teneri.
Ma le
accise non sono state eliminate, , la legge Fornero non è stata abolita, le
tasse non sono affatto diminuite, anzi sono aumentate perché la pressione fiscale è aumentata rispetto al 2013 quando era al
38,7%. mentre oggi (fine 2024) è al 40,5% rispetto al PIL. Anche il canone della televisione è passato
da 70 a 90 euro, in silenzio, tanto nessuno se ne accorge perché la somma si paga sulla bolletta dell’elettricità.
Ed è
inutile fare riferimento alla coperta corta perché la presidente lo avrebbe
dovuto sapere, visto che è una politica di lungo corso e avrebbe dovuto stare
attenta a fare promesse che poi non
avrebbe potuto mantenere, per non prendere in gito i cittadini creduloni.
Il
problema dell’economia italiana è determinato dalla lenta crescita economica e
dalla bassa
produttività
del lavoro. Dal 1990 al 2020 il PIL italiano è cresciuto di 19 punti, quello
della zona Euro di ben 46 punti, l’aumento della produttività del lavoro nel tempo è stata quasi zero, dal 1990 a oggi è cresciuta di 10
punti, quello della Francia, che si
prende a modello per sottolineare la maggiore crescita del PIL italiano nel
2024, ha avuto un incremento della
produttività di 40 punti. La
produttività totale dei fattori nello stesso periodo è aumentata di 4 punti per
l’Italia, per la Francia è stato d ben
19 punti.
Le
imprese italiane sono prevalentemente
di piccole e medie dimensioni,
quelle con un numero di addetti superiore a
250 poco più di un milione, quelle francesi sono il doppio ed è questa
la causa della limitata innovazione che caratterizza il nostro sistema
produttivo, un problema che per essere risolto necessita di maggiori
investimenti in R&S e di una efficace politica industriale.
La
propaganda politica della presidente
Meloni tende a ingigantire il successo del suo governo
sottolineando la maggiore crescita del
PIL italiano rispetto a quello di Francia e Germania, ma nulla dice sulla
crescita del PIL di Spagna, Grecia e Portogallo, che hanno avuto un aumento del
PIL di oltre il 2%, più del doppio di quello italiano.
Inoltre,
le criticità strutturali italiane sono
di gran lunga superiori a quelle di Francia e Germania, paesi che potranno
presto riprendere a crescere in maniera più sostenuta avendo una economia più
strutturata di quella italiana, e la ripartenza della Germania in particolare,
avrebbe una prospettiva molto positiva
per l’economia italiana, che esporta in Germanica prodotti dell’indotto del
settore automobilistico tedesco.
Il PIL
dell’Italia nel 2022 ha fatto registrare un aumento del 3,7%, sostenuto dagli
investimenti pubblici del bonus 110%, ma
nel 2023il PIL ha avuto un forte rallentamento attestandosi sullo o,7%.
Parliamo quindi sempre di crescita pari a o virgola qualcosa, come avviene da tempo, che non
è sufficiente a supportare una economia gravata da un forte debito
pubblico e che richiederebbe consistenti
investimenti per la
modernizzazione del Paese.
La
propaganda politica serve a catturare qualche voto in più, soprattutto da parte
di persone poco informate, ma non a dare
un concreto contributo utile alla causa. E anche il continuo riferimento a responsabilità dei
governo “comunisti” è alquanto sterile perché il MSI e Fratelli d’Italia hanno
sempre fatto parte della coalizione di centrodestra a guida Berlusconi e la
stessa Meloni ne ha fatto parte anche come ministra, condividendone le scelte
non certo positive per la modernizzazione del Paese.
Sarebbe
molto opportuno invece avere il coraggio di dire ai cittadini (e non al popolo,
perché l’Italia è un Paese (e non una nazione) culturalmente molto variegato,
niente affatto omogeneo e ha diverse identità e sensibilità, che necessitano di forti investimenti in
diversi settori e quindi è necessario che si taglino gli sprechi e i privilegi
e che si facciano molti sacrifici. Ma per fare ciò bisognerebbe avere il coraggio di non galleggiare e
guardare i sondaggi per fare scelte popolari, ma promuovere interventi di
medio-lungo termine e che siano utili al Paese e non al sistema dei partiti.
Ma
avremmo bisogno di autorevoli politici, di
uomini e donne di Stato, come De
Gasperi, Togliatti, Nenni, Berlinguer, Moro, Pertini, Jotti, Anselmi e come lo
è oggi il presidente Mattarella. Uomini e donne che rischiarono la vira per
combattere contro l’avanzata nazifascista, contro la barbarie per fare
dell’ Italia un Paese libero e democratico, consapevoli della necessità di difendere la democrazia per lasciare alle future generazioni la speranza di poter costruire un
futuro di pace e di prosperità.
Purtroppo
abbiamo oggi una classe dirigente in larga parte impreparata, racchiusa nel presente,
interessata a consolidare il proprio potere e quindi a viaggiare a vista,
seguendo gli umori degli elettori per assecondarli per fini elettorali,
rinunciando a progettare interventi complessi di lungo termine, abbandonando
l’idea di innovazione del territorio e
della società per costruire le criticità
che ostacolano lo sviluppo. Una classe politica, quindi, non idonea
a svolgere i gravosi compiti che
le sono stati affidati, trastullandosi con sterili polemiche spesso originate da ideologismi che nascondono disegni oscuri.
E’ la
cultura ideologica che orienta l’agenda
politica come il progetto di modifica costituzionale per
stravolgere una Costituzione su cui hanno giurato di rispettare e che
nell’agire politico non rispettano, perché lavorano per
sostituire la democrazia con un potere autocratico abolendo i cardini di ogni
costituzione liberale, la separazione dei poteri e l’autonomia della
Magistratura.
Un vecchio disegno tentato con colpi di stato
falliti, per fortuna, o con stragi per terrorizzare i cittadini, portato avanti
da poteri oscuri ma non troppo, con intrecci tra mafia,
politica, servizi deviati, organi dello Stato, che hanno operato per
destabilizzare il Paese. È il disegno partorito dalla Loggia massonica P2, che
di tanto in tanto viene rispolverato.
Oggi
siedono in Parlamento persone che alimentano confitti e contrapposizione
anziché creare coesione e dialogo per
cercare soluzioni condivise.
Con
l’abbattimento del Muro di Berlino si
pensava che ci stessimo avviando verso un mondo di pace e di libertà diffuse.
Invece si è ricreato un nuovo muro di
Berlino, ideato da Berlusconi nel 1994 per separare quelle che lui chiamava forze liberali dalle “forze di sinistra e dai comunisti” con il
solo scopo di cercare una nuova compagine politica che difendesse le sue
aziende e la sua persona da vicende giudiziarie, una volta persa la
copertura politica di Craxi. Incutere nei moderati la paura del comunismo
proprio quando l’URSS si era disgregata e il comunismo in Italia non si è mai
avuto, perché il PCI si è sempre
schierato con chi ha lottato il
nazifascismo per difendere i valori costituzionali negli anni di piombo, sempre
dalla parte di chi lottava per l’affermazione delle libertà, contrariamente ad
altri schieramenti, che non hanno mai abiurato l’ideologia fascista.
La
contrapposizione è diventata patrimonio della destra di potere che la esercita
con modalità e linguaggio non consono ad un luogo come il Parlamento,
espressione di una civiltà che
caratterizza una Comunità.
La
responsabilità del degrado morale che ormai ha investito tutte le Istituzioni
del Paese è certamente di cittadini che esprimono il loro voto in funzione
delle promesse clientelari.
La politica intesa come esclusiva ricerca del
consenso è diventata una “merce” da vendere e quindi si fa ricorso a tecniche
di marketing sempre più sofisticate e
soprattutto a nuove forme di comunicazione e di linguaggi.
Esistono
diversi codici di comunicazione e
diversi registri in base al rapporto, psicologico e sociale, che si vuole creare con l’interlocutore, anche in base alle
circostanze.
I
principali sono il verbale, fatto di parole e concetti; il non verbale, che fa
ricorso più che al valore semantico
della parola, alla gestualità,
all’accento, ai movimenti del corpo, alla postura. E poi al para verbale, cioè al ritmo, all’accento,
al tono, al volume. La comunicazione può essere, inoltre, aggressiva o
assertiva. La scelta del tipo di linguaggio scaturisce dal tipo di informazione che si vogliono
trasmettere e dai segni intenzionali che si vogliono inviare all’interlocutore.
Oggi è
sempre meno diffuso il linguaggio
formale, lo si vede nei tolk-show, nel dibattito pubblico, persino nel
Parlamento nazionale, luoghi in cui si preferisce il parlare in sovrapposizione
ad altri, con toni alti, aggredendo verbalmente, a volte anche insultando
l’interlocutore. Pare faccia molti ascolti.
La
presidente del Consiglio è una grande
esperta, non usa mai il linguaggio formale, con i potenti della Terra
preferisce essere friendly, baci e abbraccia, in Parlamento e nelle piazze, nei
comizi ama il linguaggio non verbale e il para-verbale, spesso in forma
aggressiva. E funziona!
Probabilmente
perché siamo in una fase di analfabetismo di ritorno, il recente Rapporto del
Censis ha messo in evidenza che i giovani leggono ma non comprendono il
contenuto di quanto hanno letto, non conoscono la grammatica e la sintassi, e
allora a che serve trasmettere concetti, meglio emozionare.
Di
conseguenza anche le Istituzioni sono
vittime di questa trasformazione del
modo di comunicare del nuovo modo di intendere la cultura fatta di video e di
slogan.
Spesso
s fa confusione tra valori culturali e il concetto di cultura. I valori
culturali sono beni materiali che
immateriali prodotti da una Comunità nel corso del tempo, e cioè
tradizioni, costumi, arte, letteratura, lingua , beni archivistici,
bibliografici e archeologici,, manufatti
che esprimono l’ingegno e le capacità
individuali e collettive.
L’Italia
è uno dei paesi più ricchi di beni culturali e ciò è testimoniato dal più alto numero di siti che sono inclusi
nella lista del patrimonio mondiale dell’Umanità stilata dall’Unesco, ben
67 tra materiali e immateriali , tanto
che viene riconosciuto come il Paese
della Bellezza. La fruizione di questo ricco patrimonio dell’Umanità è anche un bene economico perché genera turismo
e molte attività indotte che creano occupazione, reddito e benessere.
La
cultura è un insieme di valori fatti di comportamenti, di norme, di modi di
agire e di pensare che svolgono una
funzione sociale e che creano un modello mentale che accomuna una intera
Comunità, che diventa espressione di civiltà, onestà, rettitudine, senso
civico, rispetto delle istituzioni, dell’altro, anche se diverso da noi, e del
bene pubblico, una serie di comportamenti che possono essere sintetizzati
dall’esigenza di comportarsi con
disciplina e onore, un principio richiamato nella nostra Costituzione, quindi
un valore ben diverso da quello comunemente inteso come un insieme di
conoscenze e competenze posseduto da un
persona e legato a un titolo di studio. La funzione principale della Cultura e quella
di essere costruttore di Cittadinanza..
Quale
è allora il livello culturale del nostro Paese, dove molti non pagano le
tasse, la corruzione è diffusa e le
persone non rispettano le leggi , dove è diffusa la presenza di organizzazioni
criminali, e dove la scuola e la sanità
non funzionano e il welfare è in una situazione di regressione? Ed è
comparabile con i valori culturale il comportamento dei nostri rappresentanti
in Parlamento, quando anziché lavorare per risolvere i problemi del Paese, si
insultano vicendevolmente e i cittadini scelgono i propri rappresentanti sulla base di rapporti di tipo clientelare o
addirittura in seguito alla elargizione
di un compenso? E pensate che la nostra classe politica abbia la Cultura
adeguar a rappresentarci degnamente??
La
qualità della classe politica è anche la conseguenza di una legge elettorale
che delega il partito e non i cittadini a scegliere gli eletti, un metodo che
crea un solco tra politica e società, e che esclude del tutto il rapporto tra eletto
con il territorio.
E’
questa la causa della disaffezione dei cittadini verso
le rappresentanze politiche che si esprime con un forte astensionismo, che ormai investe la metà
degli aventi diritto al voto, una scelta che indebolisce la democrazia.
La
democrazia è qualcosa che va curata e difesa nel nostro agire quotidiano perché
implica un lavoro faticoso perché è fatta di dialogo, di confronto, di corrette informazioni ed esige il rispetto verso le altrui idee,
che devono poi tramutarsi in sintesi condivise, finalizzate alla soluzione dei
problemi nell’interesse della Comunità e
non delle lobby o delle diverse cricche di potere.
Ben
diversa allora la democrazia dall’autoritarismo, che consente che
una sola persona può decidere ciò
che è giusto e ciò che non è giusto.
In un
Paese come l’Italia, dove la democrazia è giovane, nata dalla Resistenza al
nazifascismo soltanto pochi decenni fa e la
popolazione è stata dall’Impero Romano in poi sempre oppressa, dominata da potenze straniere, il cittadino
apprezza meno il valore della libertà perché si è abituato alla sudditanza e alla
ricerca dell’Uomo o della Donna forte,
che lo protegga, o, meglio, che gli faccia credere di volerlo proteggere. E’
uno stato mentale che addormenta il pensiero e che può essere rimosso solamente
con la rie-Educazione e la Cultura.
In
questo contesto, tuttavia, la
comunicazione diventa uno strumento di condizionamento e di potere
La
comunicazione, di fatto, non è finalizzata
trasmettere informazioni ma a
rassicurare, a far sognare, a
dare speranza, cioè a creare consenso.
Il 58°
Rapporto sulla situazione sociale del Paese pubblicato dal Censis afferma che
la Sindrome italiana è la medietà, ossia una continuo galleggiamento in cui
siamo intrappolati e da cui non riusciamo a uscire. Un Paese statico da almeno
un ventennio, un periodo durante il
quale il ceto medio percepisce redditi inferiori al 7% rispetto a 20 fa e
comincia a perdere fiducia nell’Europeismo, nell’atlantismo, nella democrazia.
Siamo un Paese che ha concesso la cittadinanza italiana a stranieri ma siamo
contro gli immigrati, siamo ormai un Paese multietnico ma temiamo la
sostituzione etnica, siamo il Paese più ricco di beni culturali ma conosciamo
poco il nostro patrimonio e la nostra storia. Registriamo un forte incremento dei flussi turistici ma
la produzione industriale è in calo.
Il
governo afferma che il 2024 è stato
l’anno dei record, più occupati, più donne al lavoro, meno disoccupati, ma il
PIL non cresce, aumentano le diseguaglianze, la povertà ha indici elevati, i
ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Nascono pochi
figli e la popolazione invecchia, abbiamo il debito pubblico più alto in
Europa, ma continuiamo a sprecare opportunità e risorse. Abbiamo scarsa
propensione al rischio, ad aprirci all’esterno, non avere paura dell’altro, perché non sappiamo che le società chiuse
sono destinate alla decadenza.
Le
migrazioni sono nate con la presenza dell’Uomo sulla Terra e da allora è stato
un continuo spostarsi, acquisendo nuove conoscenze e portando nuove idee che
hanno create nuove civiltà, hanno fatto nascere nuove culture, sviluppo e
benessere.
Siamo
il Paese delle grandi contraddizioni e i
conti non tornano.
Dobbiamo
avere il coraggio di cambiare, il mondo sta cambiando velocemente, nuovi
equilibri geopolitici sono all’orizzonte, è stato sconfitto il comunismo e
pensavamo che il liberismo avrebbe creato sviluppo e benessere ovunque. Così
non è stato, il mondo è in conflitto, gli Usa non sono più la potenza che lo
dominava ma cercherà di recuperare il
prestigio e la potenza di un tempo,
indebolendo l’Europa e allargando il suo spazio d’influenza sul Canada, magari
facendone il suo 51° stato degli USA. . Ma Trump non vuole
fermarsi al solo Canada, ambisce a diventare un imperatore e guarda alla
Groenlandia e al Canale di Panama, e ad altri
obiettivi che considera spazio vitale degli USA. Ma il vero obiettivo di
Trump, perché facilmente raggiungibile,
è la sostituzione degli accordi di
Yalta con nuovi accordi per ridisegnare a suo vantaggio gli equilibri
global. Ci riuscirà. Una cosa è certa.
Tutti quelli che volevano fare cappotto hanno sempre fatto una brutta fine..
Ma
anche Cina e Giappone e Russia sono interessati a risolvere, anche con il
ricorso alle armi, le loto dispute territoriali.
Si
spera che siano soltanto tatticismi politici, altrimenti potremmo
effettivamente cominciare a pensare che ci stiamo avvicinando a un conflitto
globale diretto e non più per procura,
pensare che ci stiamo sempre più avvicinando a un conflitto globale tra
grandi e piccole potenze e non più per
la conquista della leadership globale, dagli esiti inceri ma certamente
disastrosi per l’Umanità intera.
Una
Europa divisa non potrà avere peso decisionale nel contesto internazionale,
tanto meno i singoli stati, tutti un
fuscello al vento della Russia, il cui zar Vladimiro ambisce a ricostituire
l’impero dei Romanov, o degli USA.
Troppo tempo è stato perso, troppi ritardi nello sviluppo di nuove tecnologie
per favorire lo sviluppo economico e molti errori sono stati fatti sul piano
geopolitico, specialmente dall’Italia, nei rapporti con l’Africa, dove oggi sono massicciamente presenti Cina e
Russia, nel Medio Oriente e nei rapporti con la Russia perché una
collaborazione politico-economica poteva essere fruttuosa se basata sullo
scambio prodotti energetici/tecnologia. Anche i Brics sono in fibrillazione e
stanno mutando strategia e alleanze, ma non guardano con simpatia all’Occidente
per il passato coloniale e per il modo in cui è stata gestita la
decolonizzazione. E l’Europa? Tra sovranisti ed euroscettici e le ambiguità di alcuni
stati, tra cui l’Italia rischia d essere
ininfluente nello scacchiere globale. E
non mancano forze esterne che lavorano per favorire la frammentazione del
Continente.
Ma
anche la stessa politica è in crisi,
dominata ormai dai grandi monopoli internazionale che decidono le loro
strategie a livello sovranazionale e
dominano le nuove tecnologie come ila comunicazione satellitare e
l’Intelligenza Artificiale, in un mondo dove le diseguaglianze aumentano e la
ricchezza globale è nelle mani fi pochi
e la maggior parte della popolazione diventa sempre più povera e in
movimento verso luoghi dove pensa di
vivere meglio, ma viene respinta senza riflettere sulle conseguenze che possono
determinarsi a livello globale in termini di sicurezza.
E’
necessario favorire un nuovo ordine mondiale incentrato su blocchi
multinazionali, dialoganti e non
conflittuali, per affrontare i grandi problemi global del clima, della povertà,
dell’invecchiamento della popolazione nei paesi ricchi, dell’inquinamento
ambientale e delle calamità , tutti problemi non risolvibili da soli.
L’Italia
è molto indietro sul piano politico-organizzativo e tecnologico, con una guida
politica che sembra voler smontare lo Stato e
l’Europa, nostalgica di un passato che si spera non ritorni mai. Uno
scenario denso di nubi e non si vedono meteorologi bravi. I protagonisti sono
pronti alla guerra in un momento in cui bisognerebbe fermarsi e meditare. Del
resto, i fabbricanti di armi producono
per vendere, e quindi la sollecitano. La
politica insegue gli umori degli elettori e fa propaganda anziché avere il
coraggio di fare scelte di prospettiva, disegnando un futuro diverso, un mondo
più giusto, educando i cittadini alla comprensione della complessità che regna
nel mondo d’oggi piuttosto che
alimentare paure e disinformazione, scegliendo il galleggiamento.
Dopo
la fine della scuola che formava la futura classe dirigenti molti interventi
legislativi si sono succeduti ma non è stata mai varata una riforma complessiva
per ogni ordine e grado,
Integrando
sapere umanistico e sapere scientifico,
perché la scuola e l’università devono trasmettere non solo conoscenze e
competenze ma anche formare cittadini
attivi, , specialmente a favore di quei giovani che vivono in ambienti
disagiati. Più cultura e più scuola
e meno armamenti, perché non ci
dobbiamo rassegnare a risolvere i problemi del mondo con la guerra.
Diffondere
la Cultura per costruire Cittadinanza, riducendo la dispersione scolastica per
allontanare i giovani dalla scuola della camorra.
Meloni
ha recentemente affermato che non è
necessario studiare e laurearsi e lei è un esempio, ha raggiunto lo scranno più
alto del governo del Paese senza essersi laureata. Personalmente ritengo che se avesse
studiata un po’ di più forse avrebbe fatto qualche errore in meno e avrebbe
potuto discutere di politica senza ricorrere a ideologismi. Comunque, coraggio
la Resistenza è servita e probabilmente ha evitato anche a lei, signora Meloni,
una vacanza a Ventotene.
Probabilmente
per fare politica la cultura non serve, bisogna avere altre doti, ma se
guardiamo i curricula degli attuali politici e le condizioni sociali e il civismo dei cittadini eil loro
agire potremmo anche pensare che un p’ di cultura in più sarebbe stata utile,
perché la formazione delle nuove generazioni è indispensabile per formare una
nuova classe dirigente colta e dotata di senso civico e attenta al bene comune.
Di
recente è stata scoperta in un quartiere
ad alta criminalità della città di Napoli una struttura che “formava” i
ragazzi del quartiere alla criminalità,
per avviarli alla “carriere” del
camorrista, per fasi successive cominciando
dal grado di scugnizzo, dopo aver superata la teoria e pratica. Scuola gratuita, con borsa di studio. E’ forse solo colpa dei ragazzi? Si risolve
in questo problema con il carcere?
Molto
deciso il programma per rivedere la Costituzione introducendo il premierato,
l’approvazione della riforma dell’autonomia differenziata, le limitazione delle libertà, soprattutto quella
di critica e di pensiero, con
l’obiettivo di creare un’Italia a democrazia illiberale.
Particolarmente
gravi gli attacchi alla libertà di stampa e al mondo della formazione, con
l’obiettivo di giungere alla egemonia
culturale, al pensiero unico. Non è un “casp”
che la crisi della scuola sia iniziata
negli anni Novanta, con il governo Berlusconi, sostituita dalla scuola
della televisione Fininvest e poi dalla scuola Rai (e non mi riferisco a programma “Non è mai
troppo tardi” del maestro Alberto
Manzi. .
A me
pare che il disegno di modificare l’assetto istituzionale della Repubblica
definito dalla Carta del 1948, progetto
non riuscito né con la strategia della tensione, né con Berlusconi, lo si voglia tentare oggi
per via parlamentare, no essendoci più nessun Vittorio Emanuela , per dare finalmente
corpo al progetto della Loggia massonica
P2 per dar vita a un governo autoritario
e illiberale, fortemente voluto dalla Destra
autoritaria italiana e da forze straniere, come gli Stati Uniti, espressione
del clima di forte contrapposizione tra Occidente e Est Europa nei periodo di Guerra Fredda, una nuova contrapposizione che oggi trova nuova
linfa nel governo di Destra.
Nella
“Repubblica” del 12 maggio 2024, a pag. 22, Michele Serra, nel suo articolo “la
politica in polvere” così scrive:
“Sul
clima intollerante ed episodicamente
poliziesco che si fa largo, una cosa molto giusta la dice Zerocalcare,
intervistato a Torino da Fabio Tonacci: “La povertà di conflitto genera società barbariche e chiuse dove ogni
espressione di critica diventa qualcosa
da reprimere con la galera”. E nella stessa pagina Concita De Gregorio si
dilunga su “L’ignoranza non rende
liberi” che apre alla riflessione sul livello culturale del nostro Paese e
sulla disattenzione della classe dirigente nei confronti della Cultura e della
Formazione.
Senza
intellettuali.
Politica
e cultura in Italia negli ultimi
trent’anni è un interessante libro
pubblicato da Giorgio Cacavale (Laterza, 2023), in cui si affronta il tema sul rapporto tra politica
e cultura in una stagione, quella attuale, in cui è vivo la
rimozione e il discredito degli
intellettuali, la crisi dell’università e invece acquistano sempre più rilevanza i mass-media e i talk-show.
In un
periodo in cui la politica è messa in
crisi dall’antipolitica ed è sempre più evidente la questione morale, sollevata da Berlinguer
già negli anni Settanta, la politica
sembra voler fare a meno degli intellettuali perché preferisce una politica
senza storia, concentrata sul presente e priva di una strategia che disegni il
futuro senza inseguire i condizionamenti dei gruppi di interesse e dei
sondaggi, affidandosi piuttosto che alla riflessione del passato allo
story-telling del presene, proprio quando si renderebbe necessaria una
riflessione sulle scelte e sul progetto di una modernizzazione della
società basata sulla interpretazione
della realtà e per disegnare i necessari cambiamenti, compito precipuo dell’intellettuale, che negli anni Settanta
aveva invece un ruolo importante e dialogante con la politica.
La
politica, che ha perso il contatto con il territorio per affidarsi alla
televisione o al racconto dei comunicatori, preferisce avere la collaborazione
di tecnici, possibilmente d’area, tecnici della sopravvivenza per interventi che servono a conservare o
consolidare il potere proprio quando invece, specialmente in un periodo di
crisi o di grandi trasformazioni sarebbe necessaria una visione di lungo
termine per progettare il futuro.
E cosa
fanno gli intellettuali oggi? Nel migliori dei casi si chiudono nell’Università
e anche loro pensano in piccolo, indagano sul particolare, sul settoriale
perdendo la visione del futuro, in una Università che ha perso la funzione di
formazione della nuova classe dirigente riducendosi a casta o meglio riunendosi
in cricche che pensano ai loro piccoli
interessi ed assumono sempre più pratiche clientelari e comportamenti
conflittuali. L’Università come la Politica che cerca il consenso in maniera
anche non democratica nella lotta per la conquista di un fragile potere
accademico.
Aumenta
sempre più la frattura tra chi pensa e chi non pensa, si è ormai persa la figura dell’intellettuale
universalista che interpreta il
globalismo, che scrive libri e non articoletti su quisquilie, come suggeriscono
oggi i criteri per la valutazione dei docenti.
Scomparse
le ideologie, finiti i partiti di massa,
sostituiti dai partiti personali,
è finito anche il dialogo tra soggetti portatori di pensieri diversi come pure
il dialogo intergenerazionale. In un mondo in cui gli equilibri geopolitici mutano repentinamente oggi il
ruolo degli intellettuali e degli
accademici viene svolto sempre più e con
efficacia dai giornalisti, commentatori
e cronisti rimasti indipendenti, rifiutando il ruolo di megafoni del potere.
E’
necessario ritornare al passato rivalorizzando il ruolo dell’intellettuale e
restituendo alla Scuola e all’Università la funzione di formazione di cittadini
attenti alla legalità, alla democrazia, al bene comune e non solo quindi di
competenze e conoscenze, ossia per
favorire la crescita di una nuova classe
dirigente indipendente e qualificata.
Ma chi
forma oggi i nuovi formatori?
Da
tempo ormai la disattenzione politica verso la Scuola e l’Università è crescente, in particolare nell’ultimo
trentennio, un periodo in cui è prevalso il liberismo e l’individualismo e il
progressivo smantellamento dei servizi pubblici
essenziali come la sanità, la formazione, il welfare, la cultura, a
favore del privato o delegando ai social e ai mezzi di comunicazione di massa
l’informazione per diffondere modelli sociali idonei a favorire il consumismo,
il divertimento, il pensiero unico a scapito della riflessione e del pensiero
critico.
Ciò è
evidente, in Italia come anche in Europa, dove l’avanzata dei governi di
destra che reprimono il dissenso e la
protesta, accusando soprattutto i giovani e gli studenti di voler alimentare il
conflitto.
La
stessa Presidente del Consiglio dei ministri,
Giorgia
Meloni, più volte ricorda che lei è entrata in politica dopo gli omicidi dei
giudici Borsellino e Falcone, scegliendo di aderire al Fronte della Gioventù. E
allora dovrebbe essere più tollerante nei confronti di chi protesta perché il
Fronte della Gioventù non era un gruppo di chierichetti ma una organizzazione
del MSI che accoglieva giovani che venivano acculturati all’ideologia
post-fascista e che partecipavano a
manifestazione che producevano scontri tra gruppi di diversa ideologia che si
concludevano anche con feriti e a volte anche con morti. E dal Fronte della
Gioventù sono fuorusciti personaggi che hanno formato gruppi eversivi colpevoli
di aver partecipato a fasi di violenze e stragi, di cui non si è fatta ancora
piena chiarezza.
La scomparsa dell’intellettuale.
L’Italia
all’inizio del Novecento era un Paese la cui popolazione era ancora
largamente analfabeta e l’educazione di massa è arrivata soltanto
negli anni Sessanta del secolo scorso e fino agli anni Settanta si potevano
trovare ancora cittadini non alfabetizzati che apponevano la loro firma con il segno
della croce. Era questa la popolazione che era fortemente condizionata dalla Chiesa
e che era il bacino elettorale delle
forze conservatrici.
L’indebolimento
delle strutture formative nell’ultimo trentennio è funzionale a rendere la popolazione meno
libera e più condizionabile. E non è un caso
che in Italia si vendono e si leggono pochi libri, che il numero dei
laureati è ancora inferiore a quello dei paesi più evoluti e che ha una classe
politica in larga parte inadeguata a svolgere le funzioni che le competono con
adeguata competenza e con “disciplina e onore”, come recita la nostra
Costituzione.
Dagli
anni Novanta in poi l’Università è stata oggetto di norme che l’hanno resa una
struttura burocratica che ha finito per indebolire la didattica e la ricerca.
La selezione è avvenuta attraverso concorsi da “supermercato”, “prendi tre e
paghi uno”, con una procedura che avrebbe dovuto avere una durata biennale e
con due sole sessioni all’anno. E’ diventata di durata decennale con quattro
sessioni all’anno, causando l’abbassamento della qualità della docenza. I
criteri valutativi sono ancora oggi
basati sulla quantità della
produzione che deve essere superiore alla mediana della produzione del settore scientifico, che
impone una continua corsa a produrre articoli il cui valore scientifico
necessariamente è sempre più modesto.
L’autonomia
finanziaria e gestionale avrebbe dovuto
comportare responsabilità nella gestione. Invece ha favorito un minore
controllo, visto che i controllori vengo nominati dai controllati e scelte
dettate da interessi personali o funzionali
a soddisfare le richieste delle cricche più potenti, a scapito
dell’interesse generale o di quelle persone che non accettano di mandare il
loro cervello all’ammasso, rifiutando di essere sudditi del potente di turno.
Inoltre la politica dell’uno vale uno ha reso le elezioni degli Organi
accademici molto simili alle elezioni politiche, con metodi non sempre
democratici o con sempre più richieste basate su scambi di favori e promesse,
quando non vengono fatte pressioni minacciose relative alla carriera.
Mi
sono formato nell’Università dei “Baroni” e ho conosciuto l’Università della
fase “democratica” dei nuovi “baronetti”, dove ormai il conflitto,
l’educazione, il senso di responsabilità, il rispetto degli altri sono merce
rara, prevalendo l’individualismo e l’interesse personale.
Mi
vengono alla mente le riunioni dei Consigli Facoltà di un tempo passato, tutti
in giacca e cravatta, raggiunto il numero legale, sempre all’ora indicata nella
Convocazione, il dibattito si svolgeva in maniera civile, senza urlare e avendo
sempre rispetto dell’altro, nessun insulto, nessun andirivieni, tutti presenti
dall’inizio alla fine dei lavori.
I
professori svolgevano regolarmente le loro attività didattiche e la presenza in
Atenei era assidua, specialmente quando esistevano gli Istituti monotematici,
si lavorava insieme e si avvertiva un senso di Comunità. E i Consigli erano
occasioni di incontro anche per discutere su questioni rilevanti, di tipo
economico o politico-sociale stimolate dal dibattito pubblico, per far sentire
la nostra voce come intellettuali, perché tali dovrebbero essere i professori
universitari.
Per me
i Consigli erano anche occasione di crescita culturale e civile.
C’era
anche qualche mela marcia, ma veniva isolata.
Una
sera la mia Maestra mi chiese se avessi presentato domanda per il concorso a
ordinario. Dissi di no perché non mi sentivo pronto. Rispose, ha fatto bene non
perché non è pronto, ma perché sarebbe stato inopportuno, in quanto io sono in
Commissione e non mi avrebbe fatto piacere se lei avesse vinto perché tutti
avrebbero detto che avresti vinto grazie alla presenza mia in Commissione.
Faccia domanda la prossima volta e lei vincerà:
Ma
l’anno dopo lei morì. Tutti mi consigliavano di non fare domanda perché la mia
Maestra non poteva avere più nessuna influenza sull’esito concorsuale.
Ma
quando vennero avviate le procedure per il nuovo bando, mi chiamò il preside
della Facoltà per comunicarmi che si era
liberato il posto lasciato dalla mia
Maestra e che sarebbe stato bandito per me e titolati come il mio insegnamento.
Mi chiese solo se fossi competitivo, non vogliamo sapere se vinci o meno,
perché nessuno può saperlo. Risposi che sarebbe stato opportuno chiedere ai
referenti della disciplina. Le referenze furono positive, quindi sarebbe stata
chiamata una cattedra per me. Ma proprio quando si stava tenendo il Consiglio
di Facoltà, un collega, che si dichiarava mio “amico”, si affrettò a raggiungere la sala del Consiglio per dire che era stato da me incaricato per
far conoscere la mia decisione di non volermi più presentare al concorso e quindi di non bandire il post..
Ma il mio “amico” andò oltre, suggerì
anche che la cattedra poteva essere bandita ugualmente perché c’era una candidata disponibile, sicura
vincitrice e su questa scelta c’era anche il o consenso. Il preside rispose o Bencardino
o niente. Decidiamo noi come utilizzare quel posto. Fu assegnata ad altra
disciplina per un candidato interno.
Incontrai
poco dopo il Consiglio il preside che mi
chiese la motivazione della mia scelta. Quale scelta, risposi. Bene, ne
parleremo un altro giorno.
Il
giorno dopo ricevetti una telefonata dalla segretaria del preside per
avvertirmi che l’indomani, a mezzogiorno, il preside avrebbe avuto il piacere di ricevermi. “Posso
confermare”? “Certamente”.
La mia
meraviglia fu che in Presidenza erano già presenti anche il direttore del
dipartimento e il mio “amico” latore del mio messaggio.
Il
Preside iniziò dicendo: “Amico caro,
vuoi dire a Filippo quello che mi hai riferito”? Mi sono vergognato per
lui: Bianco, verde, rosso, “Forse si è
trattato di un equivoco”, bisbigliò. Non ripeto quello che gli è stato detto,
ma l’imbarazzo fu grande.
Il
bello venne dopo, a conclusione delle procedure concorsuali, io vinsi il concorso fuori sede, il
candidato interno che usufruì della mia cattedra non vinse e la cattedra andò
ad un esterno, e la sicura vincitrice venne bocciata.
Questa
era la Università dei Baroni!
Su sei
posti messi a concorso, soltanto tre sui sei
banditi per candidati locali soltanto se furono occupati dai candidati
locali, gli altri tre restarono liberi, le sedi erano Catania, Cagliari e
Teramo. dichiarati vincitori.
Le sedi vacanti erano Cagliari,
Catania, Teramo. Scelsi Teramo perché era la più vicina a Benevento, città dove
mi ero trasferito nel 1981, dopo il terremoto.
Ero
venuto in città qualche mese prima e avevo notato un’aria di cambiamento,
percepivo un vivace dinamismo culturale finalizzato a trasformare la in un
centro di servizi innovativi e culturale, riflettendo su alcune iniziative che
già erano state avviate. La fiducia per
un futuro incentrato sull’innovazione
territoriale era una scommessa che mi affascinava. L’esito finale di questo progetto era l’istituzione di un
polo universitario come obiettivo, che
in effetti venne raggiunto nel 1989
come sede gemmata dall’Università di Salerno.
Concorde
in uno , è la frase scritta su una parete della
Sala Consiliare del Comune di
Benevento.
E’ lo
spirito con il quale si è lavorato per raggiungere l’obiettivo della
istituzione dell’Università, da impegno corale della cittadinanza e delle
istituzioni comunali e provinciali, rappresentate nel Consorzio per lo sviluppo
della cultura e la valorizzazione degli Studi universitari, che provvide a
predisporre tutti quanto sarebbe stato necessario per l’avvio delle attività,
qualora fosse stata istituita l’Università.
Partecipai anch’io a quella intensa fase preparatorio, tanto da potermi
considerare tra i fondatori dell’Ateneo. Fu una fase piena di entusiasmo e di
fiducia collettiva.
Anche
gli anni Novanta furono di grande rilievo perché all’inizio do quel decennio
iniziarono i primi corsi universitari. L’entusiasmo era grande, un gruppo di
giovani dottorati di ricerca, giovani ricercatori e professori lavorarono con
molta coesione, molte erano le iniziative culturali che coinvolgevano la cittadinanza, le Scuole e le Istituzioni.
Quel Concorde in unum che campeggia nella Sala consiliare si addiceva bene
anche a quella prima fase della vita accademica.
Ma
purtroppo la coesione cessò subito, quando nel 1998 venne data l’autonomia e
nacque così l’Università degli Studi
del Sannio.
Bisognava
eleggere il rettore e a molti sembrò
naturale che la funzione venisse svolta da Pietro Berlingieri,
accademico di lungo corso, persona di grande esperienza di gestionale non solo
in campo accademiche, ma soprattutto
perché aveva guidato, da presidente del Consorzio, tutta la fase preparatoria,
con successo visto il risultato finale. che aveva come fine la istituzione
dell’università a Benevento.
Ancora,
Pietro Berlingieri apparteneva a quel piccolo gruppo di professori ordinari
(cinque) scelta e non per avanzamenti di carriera, essendo già professori
ordinari.
Ma
alla competizione elettorale partecipò anche un professore di Ingegneria,
Franco Garofalo, neo straordinario, vincitore del concorso bandito da Salerno
per la sede di Benevento e in procinto di trasferirsi a Napoli, sede da cui
proveniva.
Fu uno
scontro duro, non leale, con polemiche alimentate ad arte, facendo anche
ricorso a falsità, che continuarono anche successivamente.
Il
motivo reale di questo conflitto nasceva tra chi auspicava un’autonomia
gestionale, pur con forti legami con le
altre università regionali e nazionali e
chi invece voleva farne una sede intesa
come esondazione del fiume accademico napoletano, posizione favorita anche dal
fatto che buona parte dei docenti
proveniva dalla Facoltà di
Ingegneria della Federico II ed erano in carriera.
Dalla
disputa uscì vincitore Pietro Berlingieri, sia pure al fotofinish.
Questa
lotta tra indipendentisti e sudditi rimarrà la cifra dell’Ateneo ed p anche la
causa della sua decadenza.
Peccato
perché nel decennio precedente l’autonomia si lavorò in armonia con buoni
risultati. La cooperazione fu sperimentata nella gestione di un Progetto di
ricerca denominato “Link”, finalizzato a
sperimentare un modello di sviluppo territoriale basato sul rapporto tra Centri
di ricerca, imprese e istituzioni,
guidato dalla Scuola Sant’Anna di Pisa, il cui Rettore aveva coinvolto
la Facoltà di Economia di Benevento, che poi estese la partecipazione alle
altre Facoltà, in particolare a quella di Ingegneria. Si formò un gruppo d
ricerca formato da ingegneri, economisti, giuristi, aziendalisti e geografi,
che produssero risultati interessanti, tanto che la mia idea era quella di
strutturare l’Università di Benevento su una organizzazione che valorizzasse la multidisciplinarietà, già sperimentata con
il Progetto Link.
Ma
nonostante la quiete apparente, il fuoco covava sotto la cenere. Cominciarono
ad emergere le diversità negli obiettivi e nei metodi di gestione. Emersero
aspirazioni egemoniche, interessi economici, legami con altre sedi,
paralizzanti per lo sviluppo autonomo dii Benevento. Il progetto originario era
la nascita di una università piccola ma fortemente caratterizzata sul piano
della formazione e della ricerca per promuovere lo sviluppo economico,
culturale e sociale in un’area marginale del Mezzogiorno. E questa sfida mi
aveva indotto a scegliere la sede di Benevento.
Le
divergenze che presto divennero conflitti si svilupparono nella Facoltà di
Economia, che divennero poi insanabili tanto che si arrivò alla formazione di
un’altra Facoltà (definita di Scienza economiche ed aziendali) per scissione
,anche se Economia era solo la punta dell’iceberg.
Dopo
due anni dalla prima elezione del rettore bisognava rinnovare la carica e con
le altre Facoltà un gruppo di docenti della Facoltà di Economia definì un
programma basato sulla democrazia, sulla trasparenza, sulla partecipazione e
sul rispetto reciproco. Venne individuato come garante di questo programma il
prof. Aniello Cimitile, preside della
Facoltà di Ingegneria. Ma la coesione durò poco perché presto lo scenario mutò.
il rettore scelse, dopo appena sei mesi dall’insediamento, non di continuare a
impegnarsi nell’Università ma di accettare la candidatura alle elezioni
politiche come deputato, anche se non andò in aspettativa e continuò a svolgere
la funzione di rettore durante il periodo elettorale e anche dopo, perché il risultato elettorale fu
negativo. Non era il caso di aprire
nuove competizioni, la sede aveva bisogno di stabilità, tanto che lo
invitammo a restare anche per un secondo mandato. Ma la fiducia non venne premiata.
Gli interessi erano altri ormai, cominciò piano piano a sfilacciarsi quella
coesione iniziale, prevalse l’impegno politico per coltivare altre aspettative,
si svilupparono nuovi individualismi, si affermarono posizioni egemoniche che inquinarono la fiducia collettiva e la gestione democratica, cominciarono ad
emergere interessi individuali
variegati.
Era
comunque chiaro che il rettore era diventato una figura di parte e l’Università
era destinata a ricercare un difficile equilibrio tra le aspettative dell’Accademici napoletana, gli interessi della politica locale e
regionale, pensando di poter contare su un rettore ormai espressione del
partiti politici.
Stava
anche cambiando la Società, si diffondeva il berlusconismo, il liberalismo, il
fai da te, le regole erano lacci e lacciuoli, cambiava il quadro di riferimento
dei valori. Nelle Università diventavano sempre più diffuse le cricche di potere, i concorsi erano meno
rigorosi, la selezione divenne locale e non più nazionale, i posti venivano
banditi a livello locale, per ogni posto gli idonei erano tre, le commissioni
erano formati da tre docenti, di cui uno era rappresentante della sede che
bandiva. Come si può immaginare era molto semplice trovare l’accordo sui
vincitori. I meriti cominciarono a contare sempre meno e si estese sempre più
il concetto di posizione di potere inteso non come non come responsabilità ma come privilegio.
Questo
cambiamento culturale si avvertiva principalmente sui giovani, sempre più
rampanti e nelle piccole sedi e di recente fondazione, dove non esisteva una
tradizione accademica e le nuove
generazioni di docenti erano quasi tutti privi di quella palestra dove si
imparava la cultura accademica, cosicché burri aspiravano a carriere facili e a
posizioni di potere.
L’Università
si avvicinava sempre più al modello della politica, con gli eletti spesso non
adeguati a svolgere le funzioni connesse al ruolo svolto, spesso privi di
esperienze e di titoli di studio
qualificati, al punto che l’attuale presidente del Consiglio dei Ministri
Giorgia Meloni esplicitamente disse ai
giovani anche senza studiare si possono raggiungere posizioni apicali e lei
rappresenta un esempio della validità di questa teoria, confutabile perché non
dimostrata ma solo enunciata.
Mancando
una spinta ideale, prevalgono atteggiamenti autoritari per supplire alla
carenza di visione strategica sul futuro dell’Università e cominciano i
conflitti tra amici e nemici, tra
sudditi e persone dotate di pensiero critico e di autonomia didi giudizio, che
sono da ostacolo a chi deve coltivare i
propri interessi e quindi deve essere ostracizzato. Importante diventa la conquista dei posti di
comando a qualunque costo. E allora il
rettore trasforma un centro multidisciplinare in una struttura monotematica con
funzione dipartimentale ma con accesso “per invito”, dipartimenti con adesioni riservate solo agli appartenenti al
proprio gruppo disciplinare, che però hanno il diritto di far parte anche di un
altro dipartimento pe controllarlo.
Personalmente
ho sempre difeso l’autonomia dell’Ateneo
dai centri di potere interni ed eterni , da qualsiasi cricca dii potere perché
credo che compito della cultura sia
quello di sviluppare il pensiero
critico, la libertà di parola e di critica perché il ruolo
dell’Università è quello di favorire la crescita di una classe dirigente
competente e dotata di senso civico per essere cittadini attivi e non solo
fornire competenze e conoscenze che
possono essere fornite anche da strutture finalizzate a creare tecnici per il
mercato del lavoro.
Un
giorno mi chiamò un collega molto potente e mi propose un’alleanza
“invincibile” garantendomi il soddisfacimento delle mie richieste. Ci penso un
attimo dissi e mi misi a contare.
Arrivato a cinque mi chiese di conoscere
le richieste. Risposi che non erano richieste ma le cose che già possedevo e la
prima delle cinque era la dignità, non negoziabile. Da allora non ci siamo più
incontrati, soltanto scontrati.
Per
essere una persona autonoma e indipendente
sono stato sempre ostacolato e discriminato. Per ben tre volte mio
figlio è stato pesantemente sgambettano, ma sono stato sempre zitto, non mi
sono prestato al gioco, uno sporco espediente per poi essere ricattabile. Per
dire no a una proposta indecente sono
stato offeso davanti ad un’altra persona. Ho chiesto un provvedimento
disciplinare ma non ho avuto mai risposta. Al mio sollecito il rettore mi ha
detto che non era possibile procedere perché
l’Ateneo non aveva predisposto il Regolamento. Era uno della cricca,
quindi intoccabile. Sarebbe bastato un giurì d’onore.
Già
prorettore, ero stato invitato a candidarmi a rettore con una lettera firmata
da molti colleghi del corpo elettorale. Ma a poco più di un mese dalla data
fissata per la tornata elettorale vennero
a farmi visita tre esponenti del mondo politico, accademico e sindacale
di Napoli per comunicarmi la loro stima e l’adesione alla mia candidatura al
punto che mi suggerivano due persone molto Ringraziai ma dissi che queste
decisioni le avrei prese in piena autonomia se avessi vinto.
Il
giorno dopo questo incontro mi telefonò il mio preside per dirmi che aveva
ricevuto la visita di due docenti appartenenti ad una delle Facoltà dell’Ateneo
(uno dei quali indicato per futuro incarico dai tre cu ho già fatto riferimento) per comunicargli
che non mi avrebbero votato perché mi ero mostrato indisponibile al dialogo.
Dissi
al preside che il dialogo non è altro che una gentile richiesta di sudditanza a
poteri esterni e che io non sono disponibile ad accettare nessuna imposizione, altrimenti preferisco
che non venga eletto. Sono stato eletto e riconfermato per un secondo mandato
con larga maggioranza e ho gestito
l’Ateneo nell’interesse generale, operando un ampio rinnovamento,
riconosciuto da molti, anche all’esterno dell’Ateneo, da membri dell’Accademia
e delle Istituzioni.
Il
metodo però è stato riproposto per la elezione del mio successore con un
percorso intrapreso già circa due anni prima, con riunioni che si sono
svolte nel salotto di Napoli, il bar di
Piazza dei Martiri, con la partecipazione d due docenti dell’Ateneo con
funzione di gancio, uno dei quali candidato come direttore di un dipartimento e
aspirante rettore, non avendo capito che la riunione era finalizzata alla elezione di un rettore
già individuato.
Non ho
accettato i consigli dei Capi e secondo loro avrei dovuto accettare i “gentili
“ consigli dei sudditi.
Lo
scopo era quello di spaccare il dipartimento più corposo per rendere più sicura
la elezione del prescelto. Comunque
vennero da me i due che avevano partecipato agli incontri come espressione di
Benevento per suggerirmi di aderire all’accordo perché mi sarebbe convenuto,
altrimenti sarei rimasto isolato e “bastonato”.
Sconcertante
anche un episodio relativo a un casuale ascolto di una conversazione tra due
persone da parte di una mia amica, che le due persone convenivano su un punto:
la mia posizione di rettore non avrebbe consentito di fare accordi, bisogna
sperare che cada.
Il metodo di “lavoro” che prevede la sudditanza
a poteri esterni è comunque diventato prassi per tutte le scelte dell’Ateneo.
Per
quanto riguarda la elezione a rettore, un candidato mi ha chiesto un anno prima
delle elezioni che avrei dovuto dargli la delega di coordinatore del Rettorato
e io non avrei dovuto più andare in ufficio, potevo molto meglio fare viaggi e
lasciare fare tutto a lui così poteva “farsi conoscere”- Un altro mi
frequentava per assicurarsi il consenso, ma il sabato era quasi sempre mio
ospite. però il lunedì mi criticava con i colleghi. Informato di ciò gli chiesi
le ragioni. La risposta fu che si trattava do una strategia intelligente perché così avrebbe avuto oltre ai voti che
io controllavo anche quelli dei miei nemici!. Non penso sia necessario qualche
commento. Comunque mi aveva scambiato per un capobastone!
Alla
fine del mio mandato avevo organizzato una cerimonia per salutare due colleghi
che lasciavano il servizio attivo, meritevoli per il loro impegno e la loro
correttezza. Avevo anche acquistato una campana da consegnare al rettore
entrante, inutilmente perché il rettore eletto era assente e i pochi presenti alla cerimonia non mi hanno neanche rivolto un saluto, hanno
lasciato l’aula in religioso silenzio. Non hanno offeso me perché le persone
che non stimo non mi feriscono, hanno offesa l’Istituzione, dimostrando di
essere dei maleducati.
Quando
è stato organizzata l’inaugurazione dell’anno accademico per ricordare il XXV
anno dalla Fondazione non sono stato
invitato. Ho inviato una lunga lettera al rettore pro-tempore per manifestare il mio disappunto ricordandogli la storia
dell’Università perché forse non la
conosceva bene, ma non ho avuto risposta.
Un mio
amico romano che trascorreva le vacanze nel mio paese e che a Roma aveva
conoscenza della politica nazionale e internazionale essendo impegnato nella
Cooperazione internazionale, un giorno mi chiese se avessi mai avuto
sollecitazioni per entrare in qualche loggia massoneria. Alla mia risposta
negativa mi disse che ne era convinto perché io so dire anche “no, grazie” e
quelli non sono fessi. Ci vuole intelligenza anche per essere poco educati.
L’art.
54 della Costituzione italiana recita “Tutti i cittadini hanno il dovere di
essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I
cittadini cui sono affidati funzioni pubbliche
hanno il dovere di adempiere con disciplina ed onore, prestando giuramento
nei casi stabiliti dalla Costituzione.”
I
professori universitari non hanno l’obbligo del giuramento ma svolgono una
funzione pubblica molto delicata perché hanno la responsabilità di formare i
giovani, che dovrebbero essere indirizzati a diventare cittadini attivi, amanti della libertà e
della giustizia, per poi operare con disciplina ed onore. Chi è privo di questi
valori non è degno di essere un docente.
Purtroppo
le Università pubbliche non hanno efficaci strumenti di controllo per valutare
e punire comportamenti illiberali o non corretti dal punto di vista della
legalità, perché tutto è demandato agli organi accademici, che spesso risentono
dell’umore del corpo docente e lo stesso rettore, che dovrebbe garantire la
difesa dei diritti di tutti i componenti della Istituzione, ma se viene eletto
dalla cricca cui apppartiene diventa di parte e non è più in
grado di garantire la democrazia e la legalità.
Sono i
comportamenti arroganti e aggressivi dei docenti che spingono oggi molti
studenti a preferire le università private, perché in queste istituzioni i
professor diventano tutti “mansueti” perché sotto “Padrone” e i giochi di
potere non sono tollerati perché le scelte vengono decise nel Consiglio di
amministrazione, dove siedono persone competenti che hanno come obbiettivo il
buon funzionamento della Istituzione e non sono consentite decisioni che sono
finalizzate a favorire amici e parenti o a soddisfare “capricci” personali.
Amara
anche la mia esperienza come presidente della Società Geografica Italiana tra
il 2015 e il 2019.
La
Società è (forse è meglio dire era) una antica e prestigiosa istituzione
culturale fondata essenzialmente
imprenditori e politici interessati alle conquiste coloniali per promuovere le conoscenze geografiche e i
viaggi di esplorazione. Il primo presidente fu Cristoforo Negri, diplomatico,
poi senatore a vita, che guidò la Società con la collaborazione di Cesare
Correnti, ministro dell’Istruzione. Fino alla fine della seconda guerra
mondiale i presidenti sono stati industriali, militari e politici, tra i quali
anche il ministro Luigi Federzoni, che
si adoperò per dsulla politica culturale della Istituzione.
Soltanto
nel dopoguerra la Società, guidata dai Maestri della Geografia, assunse un
profilo laico, se si esclude il periodo della presidenza di Ernesto Massi,
esponente di spicco del Partito
Nazionale Fascista prima e del MSI dopo.
La
stagione dei Maestri, che ha visto avvicendarsi professori come Albagi,
Gribaudi, Riccardi, Della Valle e, tra
i9 00 e 1906, Giuseppe Dalla Vedova, considerato il fondatore della
Geografia, finisce con la presidenza di Gaetano Ferro, e con lui finisce anche il
rigore scientifico, culturale e morale perché
il primo quarto di secolo la Società si è distinta prevalentemente per una gestione allegra, che ha accumulato
un debito di circa un milione di euro,
nonché da comportamenti incivili non
degni di una istituzione culturale.
Era stata “costruita” una presidenza che avrebbe
dovuto assicurare la continuità politico-culturale e morale della presidenza
Ferro, ma i “conti” non sono tornati e oggi la cultura ideologica ha riportato
indietro nel tempo le lancette della Storia.
Anche
la storia della Geografia ha seguito una evoluzione parallela a quella della Società. Nata come disciplina
moderna sulla scia dell’evoluzionismo
darwiniano e del determinismo tedesco, cominciò a diffondersi nelle Università
nella seconda metà dell’Ottocento. A Padova, in verità, già nel 1745 venne
attivata una cattedra di Scienze nautiche e
Geografia, affidata a Gian
Rinaldi Cali, che però dovette lasciarla dopo appena quattro anni per motivi
familiari. Ma Padova divenne un importante centro di ricerche geografiche a
partire dal 1857 quando venne affidato a
Giuseppe Dalla Vedova l’insegnamento di
Geografia fisica fino al 1878
anno in cui si trasferì a Roma. Gli successe Giuseppe Pennesi e poi fu un
susseguirsi di Maestri come Roberto Albagi,
Arrigo Lorenzi, Luigi De Marchi,
Giuseppe Morandini e Bruno Castiglioni. Lo studio patavino mantenne
negli anni il suo prestigio e si distingue ancora oggi per aver conservato
l’unità della Geografa, sviluppando ricerche nel campo della Geografia umana,
economia, fisica e geo-cartografia.
Le cattedre si diffusero poi anche in altre sedi
universitarie, a Firenze innanzitutto, dove nel 1867 venne fondata la Società
Geografia Italiana, sostituita dalla Società di Studi geografici, quando la
Società Geografica venne trasferita a Roma, diventata capitale d’Italia. Da
allora Firenze è stato un prestigioso centro di ricerche geografiche e si è
potuta avvalere di Maestri come Olinto Marinelli, Aldo Sestini, Renato Biasutti.
Atre
cattedre vennero istituite a Napoli, Bologna, Pavia, Roma , Torino, la cui
istituzione di una Cattedra risale al 1857, ma per vedere un geografo coprire
quella Cattedra bisognerà attendere il 1882, perché, istituita la Cattedra bisognava
trovare un adeguato Cattedratico.
Durante
quel periodo fu Ettore Ricotti a
ricoprirla pro-tempore. Venne individuato prima un arabista, che rifiutò e
poi Celestino Pergoli come “dottore
aggregato”, garibaldino, che fondò il Circolo Geografico Italiano con lo scopo
di promuovere le esplorazioni geografiche, che poi si trasferì a Bologna. Nel
1882-83 la Cattedra fu affidata a Guido Cora, formatosi a Berlino, Lipsia e
Gotha. Nel 1812 la Cattedra venne coperta da Cosimo Bertacci, che fonda il
Regio Gabinetto di Geografia, con annesse Biblioteca e Cartoteca.
A
succedergli fu Alberto Magnaghi, che,
insieme a Cora e Bertacci possono essere considerati i fondatori della
Geografia a Torino.
Tra
gli allievi di Bertacchi vi fu anche
Piero Gribaudi, che sviluppò gli studi di Geografia economica, dando
vita a una scuola che si è distinta per originalità e innovazione, continuata
da geografi come Giuseppe Dematteis e Sergio Conti.
Una
Scuola di Geografia fiori anche a Napoli con Filippo Porrena, a fine Ottocento
e dal 1907 con dopo Messina e Palermo
insegnò Geografia all’Università di
Napoli e poi con Giuseppe De Lorenzo, geografo e geologo che copri la cattedra
di Geografia dal 1907.
Dopo di lui furono Colamonici, Migliorini e Fondi i titolari della cattedra.
Migliorini fu anche professore all’Orientale, dove svolse anche a funzione di
rettore prima di trasferirsi nella Università di Napoli.
Fino
ad allora i geografi provenivano dalle Facoltà di Lettere e, soprattutto, dalle
Facoltà di Scienze naturali e da
laureati in Geografia, formati per lo più alla scuola della geografia tedesca.
Sul
finire del XIX secolo e l’inizio del XX secolo cominciarono a essere istituite
Scuole di Economia. A Venezia venne fondata
nel 1868 l’Università Ca’ Foscari, a Milano nel 1902 l’imprenditore
milanese Ferdinando Bocconi fondò
l’Università Commerciale Luigi Bocconi, in memoria del suo figlio primogenito.
Anche
a Roma venne aperta nel 1906 la Facoltà di Economia, ma è a Napoli che nel 1700
venne fondata la prima Facoltà di Economia in Europa, con cattedra di Economia
e felicità pubblica, promossa da Antonio Genovesi, considerato uno dei
fonatori della moderna scienza economica.
Sull’abbrivio
dell’Illuminismo, che a Napoli ebbe impegnati in politica molti studiosi che
abbracciarono il movimento, Genovesi insegnò l’Economia intesa come disciplina
che serve a promuovere uno sviluppo che vede al centro non la crescita del PIL
ma quello del benessere dell’Uomo. Fu anche il promotore dello sviluppo della
Cartografia e della Geografia perché si affermò che per poter programmare lo
sviluppo bisogna prima studiare e
cartografare le risorse del territorio e
poi progettare, per poterle utilizzare bene, nell’interesse generale.
Questa
visione dello sviluppo, che ha animato il dibattito culturale e lo spirito
innovatore nel Regno di Napoli, ha favorito anche il dibattito sulla Geografia
e sulla Cartografica, animato da dell’abate Ferdinando Galiani , che ha portato all’Istituzione a Napoli nel 1871 del Reale Officio
Topografico del Regio di Napoli, proposto alla “costruzione di mappe topografiche, geografiche ed idrografiche “
del Regno nel 1780, poi trasferito a
Firenze con l’Unità d’Italia, prendendo il nome di Istituto Geografico Militare
L’interesse
per la Geografia e la Cartografia a Napoli si sviluppò in un periodo di forte
sviluppo delle nuove tecniche di rilevazione che consentirono la produzione di
una cartografia più precisa e aggiornata, grazie allo sviluppo dei viaggi da
parte dei mercanti e ala invenzione
della stampa a caratteri mobili, consentendo ai naviganti viaggi più sicuri e
agli editori di avere un prodotto che attrae anche l’interesse della nuova
borghesia mercantile e alla nobiltà di acquistare prodotti cartografici da usare
le carte come oggetti d’arte da esporre nei salotti, insieme alle” vedute”, che
nel 600-700 ebbero un forte sviluppo.
Tra
600 e 700 cade il secolo d’oro della cartografia olandese, con Amsterdam città
ricca di editori specializzati in produzioni di carte e atlanti. Amsterdam,
insieme a Londra è un importane centro mercantile, mentre Londra è centro
mercantile e industriale, capotale di un impero coloniale, che svolgeva quindi anche una funzione di
metropoli globale.
La
cartografia nell’800 assume un carattere internazionale perché la simbologia
viene concordata e unificata a livello internazionale, ma diventa politica, nel
senso che le potenze europee la usano
delimitare le aree di interesse strategico o per motivi propagandistici. Un ulteriore
sviluppo della cartografia si avrà nel 900 con l’aerofotogrammetria e la cartografia da satellite.
Significativa,
anche la produzione cartografica nel
Regno di Napoli, tra la quale si distingue l’ Atlante Geografico del Regno di
Napoli, pubblicato nel 1812, ordinato da Ferdinando IV al famoso cartografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannini.
Le
Scuole di Economia incentivarono lo sviluppo della Geografia economica. A
Venezia insegnò a lungo, tra il 1928 e il 1952,
Leonardo Ricci, prima di trasferirsi a Milano, alla Bocconi.
A
Venezia Gino Luzzatto, professore di
Economia, presentò un suo giovane laureato,
Luigi Candida a Ricci, che lo prese come suo assistente volontario, che
poi divenne nella stessa Università professore ordinario di Geografia economica
e rettore tra il 1971 e 1974.
Dalla
sua Scuola uscirono molti giovani geografi economici, che hanno illustrato la
Geografia italiana.
Anche
a Roma si sviluppò una fertile scuola di Geografia economica, che vide come
titolare di Cattedra studiosi come Ferdinando Milone, che nel 1955 diede alla
luce l’opera L’Italia nell’economia delle sue regioni, Ernesto Massi, Mario
Lomonaco, Riccarda Simoncelli e Attilio Celant.
Anche
a Milano e Napoli si svilupparono interessanti studi di Geografia economico -politica,
con Cesare Saibene e Domenico Ruocco e Francesco Compagna, continuati poi da
Tullio D’Aponte.
Purtroppo
la Prima guerra mondiale e la dittatura fascista bloccarono lo sviluppo degli
studi geografici (e non solo), perché molti studiosi aderirono alla ideologia
fascista. Furono proprio gli studi di Geopolitici a pagare il prezzo più alto
perché vennero visti come giustificazione dell’espansionismo del regime
nazifascista.
Bisognerà
attendere il dopoguerra per vedere il rilancio della Geografia con nuovi
Maestri che hanno formato molti giovani geografi che hanno rinnovato
profondamente il sapere geografico attraverso vivaci discussione di visioni
epistemologiche contrapposte.
Furono
anni di incontri, di dibattiti, anche aspri, in un periodo in cui le occasioni
e i momenti di incontro erano continui, specialmente nel corso delle Escursioni
universitarie, occasione di crescita culturale e scientifica ma anche foriere
di amicizie e di consolidamento di rapporti personali.
Il
rinnovamento è stato anche organizzativo, con la rivendicazione di maggiore
partecipazione alle decisioni relative
al futuro della disciplina, come nel caso della trasformazione del COGEI,
riservato ai soli ordinari, in AGEI, aperto a tutte le figure di docenza.
Ed è
stato un processo che i Maestri hanno saputo gestire senza creare fatture
generazionali.
Oggi
si avverte uno scollamento che diventa disarmonia, ognuno si è chiuso
all’interno della propria sede, un isolamento favorito anche dallo sviluppo
tecnologico che consente incontri telematici, comunque più aridi, che la pandemi Covid ne ha agevolato la
diffusione, facendo risparmiare tempo e denaro. Ma m Ma un incontro davanti a un
bar sul lungomare di Napoli con una tazzulella ‘cafe e na’ sfogliatella sul tavolino è molto più
gradevole di una teleconferenza.
Ben
diversi, rispetto a oggi, erano i tempi
in cui la rappresentanza della Geografia era passata nelle mani dei “golden boie”,
cioè dei geografi nati tra la fine degli
anni Trenta e gli anni Quaranta, allievi di grandi Maestri che hanno rinnovato
la disciplina anche dal punto di vista professionale, i vari Dematteis, Conti, Vallea,
Corna Pellegrini, Pagnini, Cori, Gambi, Compagna, D’Aponte, Coppola, Cataudella, Bevilacqua, Zunica, Tipacci, Celant e tanti
altri ancora, che hanno operato al fianco dei più anziani, come Ruocco, Pacchi,
Ferro, Baldacci, Di Blasi, Ruocco,
Fondi, Badaci, Bracci, Sestini, Merlini,
Castiglioni e altri ancora, potendo
anche avvalersi della loro esperienza.
Allora
la Società Geografica Italiana era una struttura viva, accogliente, molto
frequentata. Vi si organizzavano convegni, incontri di studio, si promuovano
ricerche, era la Casa dei Geografi, di tutti i Geografi. C’era gentilezza,
autorevolezza, anche nel Consiglio, mai
autoritarismo, volgarità maleducazione, falsità. Veramente una bella
stagione per la Geografia italiana.
Oggi è
triste, deserta, una nobile decaduta. Chi vuole approfondire lo squallore di
oggi e conoscere i personaggi della “mala gestio” può documentarsi leggendo il
mio corposo libro inchiesta di 450 pagine, di cui 250 di documenti. È un libro
verità perché validato da una sentenza del Tribunale d Roma, che sembra una sintesi
del libro (F. Bencardino, Il sole non illumina la Società Geografica Italiana,
Damato editore, Salerno).
Riordinando
il mio Studio, ho trovato una vecchia cassetta di sicurezza di cui non riuscivo
a trovare la chiave. Quando l’ho trovata e l’ho aperta ho avuto delle sorprese:
ricordi del periodo universitario, tra cui il tesserino universitario, un manifesto nel quale in latino si comunicava
la morte del periodo universitario e l’inizio della vita professionale, di cui
ancora oggi non ricordo chi l’ha scritto) e due lettere, una proveniente dalla
Società Geografica Italiana (vergate a
mano, lettera e busta),e con i titoli
sbarrati) , e l’altra dall’Accademia dei
Lincei. Erano a firma di Carlo della Valle e di Elio Migliorini. Il contenuto
era molto simile, entrambi mi ringraziavano di aver loro inviato il mio Middlesbrough”,
che avevano letto con attenzione e che avevano trovato interessante,
invitandomi a continuare a studiare. Ero un giovanotto sconosciuto, pochi mesi
dopo la laurea. Ho incontrato qualche anno dopo Migliorini, si ricordava di me,
mi chiese di che cosa mi stessi occupando, e alla mia risposta aggiunse: “legga
anche questi due articoli, li troverà nel periodico…annata
Erano
veri Maestri e avevano una stile
elegante, ora trovi professori arroganti, presuntosi e volgari. Se oggi scrivi a qualcuno, specialmente in Società,
nessuno ti risponde e se rispondono lo
fanno per avvelenare i pozzi e se parlano di te lo fanno per denigrarti.
Purtroppo
è conseguenza della crisi della Cultura, che causa anche una crisi della morale
e dell’etica pubblica. È un fenomeno ormai globale, molto diffuso.
La
sconcertante vicenda legata a una gestione molto discutibile ha causato un danno d’immagine rilevante, per
la Geografia e per i geografiche, ha
messo in evidenza la mediocrità
dell’attuale classe dirigente, che anziché
superare la crisi con un totale rinnovamento, soprattutto rinnovando
Statuto e Regolamenti in senso democratico, come era stato più volte
sollecitato anche dal Collega D’Aponte: Interessante sarebbe
stata anche la nomina di un gruppo di “saggi” per rilanciare l’immagine della
Geografia e della Società al di la dell’Accademia, ma la risposta fu che i
saggi già c’erano, cioè erano i membri del Consiglio. Quanta modestia.
In
realtà, per far rinascere una Comunità è
necessaria una rigenerazione morale e civile,
che non può essere promossa da chi ha determinato la crisi. Si è invece, preferito continuare con pratiche illecite
pur di bloccare il rinnovamento. E di una antica istituzione culturale resta la
funzione di “affittacamere”, anche se
ora è ben finanziata dal Governo Meloni. E si ritorna all’antico.
Una
sentenza dl settembre 2022 relativa ad una denuncia prodotta dal prof. Franco
Salvatori nei miei confronti per
diffamazione , una sentenza del Tribunale di Roma di 17 pagine ha condannato
Franco Salvatori. E’ una sentenza che fa chiarezza, che ristabilisce la verità
sulla gestione della Società Geografica Italiana e sui comportamenti e le motivazioni dello scioglimento del
Consiglio direttivo, e delle successive elezioni effettuate con procedure
discutibili.
Vengono
smentite le motivazioni che avrebbero rese urgenti lo scioglimento del
Consiglio e le immediate indizioni delle elezioni.
Il
Consiglio è stato sciolto con le presunte dimissioni di 7 consiglieri sulla
base di una semplice dichiarazione della prof. Margherita Azzari, in
quell’occasione maestra di cerimonia
senza autorizzazione, senza nessun documento che accertasse le dimissioni e
senza nessun verbale della seduta del Consiglio. Prima considerazione: le
dimissioni vanno date all’Assemblea, che elegge Presidente e Consiglio
direttivo, non a voce a un membro del Consiglio. Seconda considerazione: le
motivazioni che hanno spinto a prendere l’iniziativa delle elezioni, necessarie
e immediate, vengono smentite dalla Sentenza del Giudice, che nelle motivazioni
elenca tutta una serie di diciamo, “criticità” da me doverosamente portate a
conoscenza dei membri del Consiglio e dei soci, fino ad allora ignari perché
disinformati.
Inoltre,
l prof. Claudio Cerreti afferma nel programma elettorale inviato ad alcuni soci
che
“Era necessario” procedere a
…”democratiche” elezioni per i seguenti motivi:
Le
questioni rese pubbliche non
consentono ai soci di farsi una opinione certa, …he questioni di tale natura
non debbano essere sottoposte ai soci, e “risolte” in altra sede”, che la
relativa disputa non convenga al buon funzionamento della Società e alla sua
reputazione, … che si tratta di un
contenzioso che ha assunto un carattere
di contesa personalistica,— un contesto in cui si profilano oscuri ma molto
concreti tentativi di prevaricazione che svilirebbero il corpo sociale.”
Strano
concetto di democrazia e di legalità, un
chiaro invito all’omertà, con parole anche diffamatorie, un linguaggio e un
comportamento consono al livello morale e culturale del XXI secolo. Il fatto
grame è il silenzio e la permanenza di chi ha mistificato e tentato di togliere
la muffa senza riuscirci e sta ancora lì e nessuno dice nulla. Per alcuni è
saggio essere indifferenti o, meglio, giannizzeri.
Vi
sembra possibile tali soggetti siano professori, affideresti un figlio a
docenti che sono indifferenti alla illegalità?
C’è
solo da augurarsi che giovani coraggiosi e preparati, che ci sono, abbiano il
coraggio e la voglia di impegnarsi, ripulendo la Geografia dai vecchi simulacri
per aprire una nuova stagione di
rilancio scientifico e culturale della
Geopolitica in particolare, oggi dominata da cronisti, giornalisti e da
studiosi di estrazione diversa da quella più strettamente geografica.
Purtroppo
il Novecento è stato un secolo di grandi trasformazioni, di sviluppo ma
anche di grandi invenzioni e
innovazione, ma anche di grandi tragedie, di corruzione diffusa e di decadenza
morale, specialmente a partire dagli anni Ottanta del secolo
scorso.
Sono
diventati obsoleti molti valori,
l’onestà e considerato da molti un
disvalore che ostacola l’affarismo,
diventando una cultura da combattere.
La
Giustizia è lenta e non sempre è giusta e ciò è un incentivo alla diffusione
dell’illegalità.
Del
resto, è sempre più diffuso un atteggiamento di indifferenza verso la giustizia
e la questione morale, gli onesti
vengono percepiti come ostacolo alle procedure illegali, tanto da
diventare persone non gradite, mentre i disonesti vengono guardati con rispetto
e ammirazione. La disonestà sembra sia diventata
un titolo che arricchisce il curriculum.
I
costruttori del male,
pur mimetizzati dietro la foglia di fico del falso perbenismo, operano contro i
costruttori di pace, di libertà e di democrazia. Sono poveri di spirito che attraverso la
falsificazione della realtà e il conflitto cercano di convincersi di essere
potenti.
Siamo
figli del Novecento, un’era piena di contraddizioni, di successi e disfatte, di
tragedie ma anche di conquiste scientifiche, di sviluppo sociale, di istruzione
di massa.
Dopo
il disastroso secondo conflitto mondiale
uomini visionari hanno riflettuto sui nazionalismi come fonte di conflitti, in
un’Europa che dopo la caduta dell’Impero romano è stata sempre in guerra per conflitti dinastici o per espansione
territoriale finalizzate al controllo di risorse strategiche.
Da
queste considerazioni è nata l’idea di unificare l’Europa per dar vita a uno
stato sovranazionale federale, un
obiettivo che tarda a realizzarsi.
Un’Europa
aperta e inclusiva per l’affermazione
dei valori della Rivoluzione francese,
libertà, fraternità, eguaglianza e la promozione della pace universale , valori
già presenti nella Regola francescana del XIII secolo, sono questi i valori che
devono spingerci a impegnarci per realizzare il sogno della nascita degli Stati
Uniti d’Europa.
I
nazionalismi, invece, favoriscono
l’insorgere di conflitti armati, alimentano gli egoismi territoriali, esaltano
e differenze individuali e collettive che sono causa di disgregazione social e non di coesione, :
libertà, affinché l’Uomo, come diceva San Francesco nelle sue predicazioni,
possa accogliere, sostenere e
valorizzare l’altro.
Ama
gli altri come te stesso e assicura a ciascuno libertà politica, civile ed
economica perché ogni persona è titolare
dei diritti fondamentali, di pensiero, di critica, di associazione e ha diritto
a vivere con dignità.
E
questo dovrebbe essere l’impegno di ogni buon governante.
Il
processo di unificazione europea, dalla CECA, alla CEE e oggi alla Unione, ha consento di avere per la prima volta una pace che, dopo ottant’anni dura ancora
oggi nonostante il putinismo, che conferma lo spirto aggressivo del sovranismo,
mentre lo spirito cooperativo dell’Europa che
estendendo la democrazia anche ai paesi dell’Est Europa, a popoli che
avevano vissuto sotto la dittatura dell’Unione Sovietica fino alla caduta del
Muro di Berlino.
Oggi
però questo periodo di pace sembra stia perdendosi c’è voglia di isolamento, di sovranismo , di suprematismo)e
di nazionalismo, che ci sta riportando all’Ottocento, periodo in cui il
patriottismo era lotta per la liberazione dall’oppressore straniero, per la
conquisa della libertà e della democrazia.
Aumenta
il quoziente dell’ignoranza, dimostriamo di non conoscenza della storia e di voglia di voglia di autocrazia, non
siamo più in grado di capire il valore della
partecipazione .
E di
averla dimenticata mentre avanza più in grado di capire il valore della
partecipazione, desiderosi di affidarci a nuovi populisti, a imbonitori che ci
rassicurano dalle paure che essi stessi alimentano per far emergere il
desiderio dello stato forte. Ed è strano che questo sentimento è più forte on
quei paesi che hanno vissuto l’amara esperienza del nazifascismo. Come i
bambini che, durante la tempesta, corrono ad abbracciare la mamma per vincere
la paura. E questo ritorno alla capo-crazia è più forte in alcuni paesi dell’Est, che più hanno
sofferti la dittatura bolscevica.
E
se l’Europa non è ancora interessata da
alcun conflitto, ai suoi confini sono tuttora attivi feroci guerre di conquiste
territoriali che ci vedono sia pure
indirettamente coinvolti, guerre combattute con atrocità, che stanno
distruggendo uomini e cose, con conseguente non solo economiche, comunque rilevanti,
ma soprattutto culturali perché attengono alla cancellazione della identità di
interi popoli.
Anche
se non sempre ce ne rendiamo conto, i conflitti sono molti in ogni angolo del
mondo, in Medio Oriente, in Africa in particolare, alimentati da interessi
economici, dai mercanti delle armi, da despoti per rinsaldare il proprio
potere, perché un ordine globale si è rotto e non è stato ancora sostituito con
un altro ordine, con le grandi potenze, che non sono in grado di imporre
decisioni e la diplomazia internazionale è debole in seguito al fallimento
delle Organizzazioni internazionali
Viviamo
in mondo instabile, pieno di
contraddizioni, sembra ci sia un desiderio di guerra, distruttiva per tutti, un
generale desiderio di aggredire il diverso, ma anche i nostri simili, l’amico,
il vicino, il nostro familiare. Una tensione costante tra progresso e regresso, tra civiltà e
inciviltà, tra guerra e pace tra sovranismo e universalismo, tra ragione e
follia, che alimentano una voglia di suicidio collettivo. Una Umanità che ha
dimenticato la storia e che anziché costruire vuole distruggere, lo Stato,
l’Europa, la famiglia, ognuno chiuso in se stesso, aperto al virtuale dei nuovi
social.
È la
fine di un’epoca e nulla si intravede all’orizzonte, è l’esaltazione della
quotidianità.
Non
c’è più pensiero perché la cultura, la scuola, l’università, la politica sono
anch’esse in crisi di identità, una crisi che investe l‘Occidente democratico,
sotto attacco di quei paesi che un tempo
dominavamo.
Una
vendetta , una rivolta contro i colonizzatori…
Nel
mondo antico la cultura era intesa come
educazione dell’Uomo a vivere in comunità e all’esercizio delle attività
intellettuali, ossia lo studio come formazione dell’individuo sul piano morale
e civile, affinché sia consapevole del ruolo che deve svolgere nella società e
non solo quindi, formare la persona
affinché sappia fare qualcosa.
Abbiamo
smarrito le coordinate per leggere la realtà, per interpretarla e quindi per
poterla governare., siamo sempre più dipendenti dalla tecnologia,
dall’Intelligenza Artificiale, che ci domina e ci controlla e indebolisce la
nostra capacità di riflessione.
Sarebbero
necessari nuovi strumenti e nuove metodologie di indagini per comprendere la complessità
del mondo d’oggi.
E la
crisi della Scuola e della Cultura , che non ci aiutano più a capire ,
lasciandoci soli nel nostro labirinto..
Non
sappiamo ricercare i contenuti di una
nuova formazione funzionale alle
esigenze non solo del mercato del lavoro
ma anche a fornire gli strumenti culturali e scientifici per la comprensione dei cambiamenti in atto nel XXI secolo.
Nel
nostro Paese è stata ed è ancora prevalente una frattura tra cultura classica e
cultura scientifica. La prima è prevalsa fino agli anni Settanta, poi è
cominciata a prevalere quella scientifico-tecnologica, ma non stati ancora
capaci di considerare che in un mondo in cui la tecnologia sembra ormai
prevalere sull’Uomo, la cultura è indispensabile per riflettere sulla necessità
che la tecnologia deve essere al servizio dell’Uomo, del suo progresso sociale,
conservandone il controllo. L’evoluzione tecnologica è così veloce che non
abbiamo più il tempo e l’energia per seguirla
e allora sarebbe il tempo di fermarci un attimo per cominciare a
pensare. A pensare come vivere meglio su questa Terra e non su Marte perché
altri mondi possibili per il momento non ce ne sono. Non abbiamo un luogo dove
fuggire, è bene cominciare ad avere cura del nostro pianeta.
E’ indispensabile
ciò in un contesto come quello attuale, un’epoca in cui la tecnologia sembra poter sostituire l’Uomo
in tutte le sue funzioni, , anche in quelle cognitive.
Va
sempre più emergendo l’esigenza di una formazione fondata su un equilibrio tra
cultura classica e scientifica finalizzata a sviluppare il pensiero critico, la
liberà di pensiero, l’autonomia intellettuale per preparare dei cittadini
attivi e creativi.
Troppo
frettolosamente sono stati ridotti gli spazi all’insegnamento della Storia,
della Filosofia, della Geografia, dell’educazione civica, conoscenze
indispensabili per una formazione che metta in primo piano l’Umano, ossia il
ruolo dell’Uomo come attore della
costruzione di una società equa e sostenibile.
Le
strutture formative sono il luogo della conoscenza ma anche il luogo dove
interrogarsi sul nostro essere nel mondo, sul senso della vita, sul rapporto
singolo-comunità, sulle nostre identità, sul progetto del nostro futuro, come
singolo e come comunità. E allora abbiamo la necessità di saperi specialistici
ma anche di saperi che siano in grado di connettere il locale con il globale,
la parte con il tutto e quindi di discipline che ci sollecitano a porci dei
perché, a riflettere, a mettere insieme il passato con il
presente per immaginare e progettare il
futuro.
Secondo
Ivano Dionigi, in un sua “Lectio
Magistralis” letta, tre parole dovrebbero essere scolpite sulle pareti di ogni
struttura formativa: interrogare, intelligere,
invenire.
Interrogare
significa stimolare il cervello a pensare, ad alimentare la curiosità, ad
abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Intelligere significa comprendere,
ascoltare, ragionare, aprirsi al mondo. Invenire significa scoprire cose nuove,
ma anche riscoprire il passato, la memoria per meglio comprendere il presente e
progettare il futuro.
Ecco
perché è necessario studiare la Storia, la Filosofia, la Geografia,
l’Educazione civica. La Geografia stimola la curiosità, la conoscenza
dell’altro, di altri mondi e quindi alimenta il pensiero e la convivenza con il
diverso.
La
crisi che stiamo vivendo è indubbiamente economica ma in quanto tale è politica
e quindi culturale.
Un
esperimento di ricerca multidisciplinare era stata fatta nell’Università del
Sannio negli anni Novanta con buoni
risultati, ma quando un ingegnere informatico è diventati rettore ha pensato
bene di far finire quell’esperienza
trasformando quella struttura di ricerca in un centro di ricerca
sull’ingegneria del software, per rafforzare il suo gruppo. Logiche di potere,
come quando ha occultato un piano di sviluppo dell’Ateneo perché prevedeva il
potenziamento della Facoltà di Scienze. Ciò succede quando si intende una
funzione come esercizio di potere e non
come servizio offerto alla Comunità.
L’Università
del Sannio era nata come luogo di sperimentazione di un modello di Università
di piccole dimensioni che, localizzata in una piccola città di una altrettanta
piccola provincia (meno di 300000 abitanti) posta in un’area marginale
dell’Appennino meridionale, avrebbe dovuto essere elemento di trasformazione
economica, sociale e territoriale. La Regione era in quel periodo impegnata a
finanziare progetti per favorire lo sviluppo economico r creando “centri di
competenza per l’innovazione” attraverso
la collaborazione tra impresa e centri di ricerca, per attrarre nuovo
investimenti con start-up da localizzare in appositi spazi attrezzati con i
servizi necessari utili ad agevolarne l’insediamento di nuove attività
industriali, creando nuova occupazione qualificata. Dopo alcuni anni positivi,
tutto si è arrestato. Gli investimenti sono stati fatti nell’area napoletana e
non nelle aree interne, la città anziché crescere in servizi avanzati ha perso
quelli tradizionali (Scuola dei Carabinieri, Banca d’Italia, Camera di
Commercio) e l’Università non ha svolto quel ruolo propulsivo sperato, anche a
causa delle beghe interne da parte di attori co scarso senso civico. E’ la
solita Italia che promette e non mantiene.
Quando
ero rettore venne nel mio ufficio una signora, moglie di u industriale defunto, che voleva ricordare creando un qualcosa da allocare nella sua villa, di due
piani più due seminterrati, che avrebbe donato, con l’impegno che l’iniziativa
avrebbe dovuto portare il nome del marito. L’Università Bocconi così nacque,
con una donazione di un facoltoso imprenditore che voleva ricordare il suo
primogenito.. Le dissi che l’Università poteva creare un centro di ricerca
sullo sviluppo locale intestato al marito. Si entusiasmò e donò la villa
all’Università. Sono passati circa vent’anni, la Signora è morta da tempo e
nulla è stato fatto, la villa resta chiusa. Ho sollecitato il rettore
ricordandogli l’impegno che avevo preso, mi sento responsabile nei confronti
della città e della defunta Signora, ma il rettore laconicamente rispose “sono
problemi nostri, tu non preoccuparti”. Sarebbe stato bello creare un punto di
contatto tra Università, Scuole e associazionismo culturale per sviluppare
quella cultura che manca, favorendo anche una cultura imprenditoriale, nel
ricordo e nello spirito del donatore. E’
un chiaro esempio della esigenza di una formazione che non sia soltanto specialistica per capire
cosa è bene e cosa è male, non per se ma per la Comunità.
Il
problema più serio di oggi è la mancanza di leadership, che non significa
comandare, saper imporre, mostrare autorità, esercitare un potere gerarchico.
E’ una competenza esistenziale, significa avere la capacità di emozionarsi, di
saper guidare un gruppo e di entusiasmare, di mobiliare risorse emozionale,
passione, sogni, speranze, avere una visione chiara su dove si vuole andare, la
capacità di sviluppare nuove opportunità, cioè essere un visionario, come lo
erano i tre di Ventotene, che non piacciono alla presidente del Coniglio perché
erano antifascisti e dovevano stare lì per penare e non per pensare.
La
conseguenza è che oggi l’Università del Sannio , come tante altre
Università, non è più in grado di
formare l’intellettuale e quindi nuove leadership, perché è leader colui che è
capace di prendere decisioni nell’interesse dell’intera comunità, anche se impopolari, senza essere condizionato dai
sondaggi o dal tornaconto personale, o da vantaggi immediati, piuttosto che
guadare in prospettiva per progettare il futuro, pensando alla nuove
generazioni.
L’art.
9 della nostra Costituzione recita infatti “La Repubblica promuove lo sviluppo
della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e Il
patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la
biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.”
La
politica purtroppo non è più gestione dell’amministrazione pubblica
nell’interesse della comunità, è mero potere esercitato per ottenere vantaggi
individuali, di lobby o di corporazioni che contribuiscono a creare consenso
anche in maniera illecita, tanto che i fenomeni corruttivi sono diffusi.
L‘alta
percentuale che diserta le urne nelle tornate elettorale è la conseguenza del
disincanto e della frattura tra
politica e cittadinanza, perché ormai la politica più che confronto tra posizioni
diverse, ha assunto una dimensione di
impronta ideologica che crea
conflittualità che si esprime con
toni aspri e offensivi e la comunicazione politica, spesso affidata ai
social media, è basata non più a informare ma
alla falsificazione della realtà,
per attrarre consensi cavalcano
il disagio sociale.
Si fa
così ricorso alla propaganda, utilizzando tematiche che suscitano paure, che stimolano
l’immaginazione collettiva, come l’invasione dei migranti, l’insoddisfazione delle classi medie, la
sostituzione etnica e il negazionismo
della scienza, la pericolosità dei vaccini, per attrarre il consenso delle
persone meno colte, ma anche e per la
delegittimazione degli istituti di garanzia, della Magistratura, e imporre la regressione dei diritti, il
bavaglio agli organi di stampa non
asserviti al potere, per
stravolgere la Costituzione
democratica per instaurare un regime autocratico.
L’Italia
ha il privilegio di aver dato i natali a grandi uomini e ha l’orgoglio del
primato a livello mondiale di custodire
beni culturali creati da artisti, pittori, musicisti, scrittori,
letterati, scienziati e di uomini e donne cha hanno dato la loro vita o
sacrificato la loro libertà per difendere degli ideali in cui credevano,
persone che tutto il mondo apprezza e ci invidia.
Stiamo
vivendo un momento difficile, abbiamo un quadro politico e sociale molto
preoccupante. L’Italia è un paese
dilaniato da conflitti interni, frutto di una frammentazione dei partiti che
crea immobilismo che ostacola la risoluzione
dei tanti problemi che da sono sull’agenda, che, se non risolti,
aggravano gi squilibri territoriali, le
diseguaglianze sociali, la carenza dei servizi primari come strutture sanitarie
e formative, le infrastrutture economiche , ormai obsolete,
che frenano la ripresa economica e non rendono competitivo il nostro territorio
a livello internazionale
Ricordare
il passato e non dimenticarlo può aiutarci
a riflettere e a trovare giuste soluzioni a per i problemi del presente.
Ma la classe politica è sorda e impreparata, arrogante e mediocre,
non disponibile al dialogo e al confronto, che rende la nostra democrazia
immatura.
Con
questa classe dirigente non avremmo mai avuto la Resistenza e forse saremmo
ancora sudditi di potenze straniere.
Abbiamo
faticato per unificare il Paese e oggi con l’Autonomia differenziarla rischiamo
di dividerlo e di aumentare le differenze economiche e sociali che in 150 non siamo riusciti a eliminare.
La
Germania in pochi anni ha integrato la sua parte orientale e noi in 150 anni non siamo riusciti a
risolvere la questione meridionale. Perché? Abbiamo una Carta Costituzionale
che il mondo ci invidia, frutto del
dialogo e della collaborazione tra forze diverse ma che ancora non siamo
riusciti ad attuarla pienamente e oggi la si vuole disarticolare con il machete, da martedì una maggioranza
parlamentare che è minoranza nel Paese.
Quasi
quotidianamente una donna viene uccisa in ambito familiare e le donne non hanno
ancora gli stessi diritti degli uomini, soprattutto in ambito lavorativo,
ma già cinquemila anni fa, nella
civiltà mesopotamica, in particolare con i
sumerico e gli egizi, la donna
avere una posizione sociale elevata tanto
che una donna poteva diventare faraone.
Nelle
società del mondo antico gli schiavi venivano rispettati e Abramo Lincoln nel XVIII secolo abolì la
schiavitù in tutti gli Stati americani.
Il poeta latino Lucrezio, nel “De
Rerum Natura” nel I secolo affrontava anche il tema del rapporto tra
Natura e Uomo e affermava che cielo,
mare, terra e aria formavano un pieno in un universo infinito fatto di
vuoti e di pieni che sono un insieme armonico tra l’uomo e la tecnologia, in
un’azione creatrice che dà vita alla
civiltà ma, mentre gli animali vivono in armonia con la Natura, l’Uomo con la
sua avidità non conosce limiti e la Natura lo punisce con tuoni, lampi,
tempeste, diremmo oggi con disastri
ambientali causati dalla rottura dell’equilibrio tra Natura e
Uomo, per l’avidità dell’Uomo moderno.
Il
governo italiano, per risolvere il problema delle migrazioni adotta soluzioni
che definisce di deterrenza, ossia ritardi nei soccorsi, trattenimenti in mare
e poi pensa anche di mandarli in vacanza
in Albania, offrendo loro ospitalità in
un luogo ameno come i centri di accoglienza, che in realtà sono luoghi di
reclusione.
Mentre
Lucrezio duemila anni fa ci inviava ad avere rispetto per la Natura, oggi ,
invece, assistiamo inermi a comportamenti dell’Uomo che alterano gli equilibri del sistema ambientali, del
paesaggio, allo sfruttamento
dei migranti,, a sconsiderate
forme di negazionismo della scienza e
del cambiamento climatico, e alla selvaggia cementificazione del territorio e
il governo, anziché avviare una seria politica di riqualificazione, concede
condoni in sanatoria.
C’è
sintonia tra il “popolo” e una parte dei decisori politici nei confronti di
interessi particolari, per conservare il consenso, ma anche per deficit di
conoscenze e competenze non adeguate al ruolo
assegnato. E non è un caso se l’Italia ha numeri di diplomati e laureati
più bassi rispetto agli altri paese sviluppati.
È
l’Italia ancora un Paese civile?
Gran
parte del successo dei partiti di destra in tutto il mondo occidentale viene
ottenuto grazie alla lotta contro le
immigrazioni provenienti dai paesi
extracomunitari. È un fenomeno che è iniziato con la comparsa dell’Homo sapiens
sulla superficie della Terra e da allora è iniziata la “sostituzione etnica”,
ossia l’incontro tra popolazioni diverse.
Le
popolazioni si sono mosse, pacificamente
o in maniera conflittuale e continueranno a muoversi fino a quando il
pianeta sarà abitato e nessuno potrà mai fermare questo processo. Piuttosto
bisognerebbe studiare attentamente
questo fenomeno perché è stato alla base del progresso e del formarsi delle
diverse civiltà. L’espulsione degli
ugonotti dalla Francia, quella degli Ebrei
dalla Spagna, che si sono diretti in Inghilterra, hanno determinato lo
sviluppo di nuove attività artigianali e imprenditoriali nei luoghi di
destinazione, contribuendo a rivitalizzare interi quartieri londinesi, che
quando sono stati lasciati liveri, altri immigrati li hanno occupati, come i
musulmani, che li hanno ritrasformati in un quartiere con funzione turistica e per il tempo libero.
La
mescolanza tra gruppi culturali diversi e l’integrazione favoriscono lo scambio
di idee, portano nuove conoscenze che
producono innovazione e nuovo sviluppo.
L’Europa oggi è tale perché è stata, anche per condizioni fisiche, aperti agli
scambi, luogo di incontro e di scontro ed oggi è tale proprio agli apporti di
civiltà e culture diverse. Sono le società chiuse che decadono, come succede
per le popolazioni che vivono in modo isolato.
La
Cina quando si è aperta all’esterno ha intrapreso una fase di sviluppo
considerevole e gli scambi con l’Europa sono stati un arricchimento reciproco, di trasferimento
di idee, di conoscenze , di prodotti .
La Civiltà occidentale è stata sempre aperta al
confronto con altre culture, ma se continueremo
a consideriamo il diverso un nemico da combattere come sarà il nostro
futuro?
Per
modernizzare il Paese sarebbe necessaria una rivoluzione culturale e
morale, ma siamo in
troppi a preoccuparci della conservazione del nostro benessere oltre le
nostre possibilità, inquinando la nostra vita sociale con un consumismo
sfrenato, che ci ha fattoi diventare
pigri ed egoisti.
Bisognerebbe
che tutti i cittadini leggessero
attentamente la nostra Costituzione, soprattutto quelli che svolgono funzioni pubbliche o hanno la
responsabilità di formare i giovani. in
particolare dovrebbero imparare a memoria un articolo. E’ l’art. 54, che recita:
“Tutti
i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne
Costituzione e leggi. I cittadini cui
sono affidate funzioni pubbliche hanno
il dovere di adempierle con disciplina ed onore prestando giuramento nei casi
stabiliti dalla legge.” Quanti spergiuri ci sono in gito, anche nelle stanze
del Potere”
I
cittadini dovrebbe chiedere conto ai governanti del loro agire politico e verificare se
rispettano o meno l’articolo 54 della Costituzione e votare di conseguenza,
rifiutando il voto di scambio e i favori. Ma questo comportamento comporta la
presenza di una cittadinanza matura e consapevole., perché la cultura liberista
che si è affermata anche in Italia a partire dagli anni Ottanta ha incentivato l’individualismo
indebolendo il ruolo dello Stato a
vantaggio del privato. Ne è derivata la
perdita di valori collettivi come il
senso civico, il rispetto delle regole, il senso del bene comune e della Comunità, scivolando nel libero
arbitrio.
Con la
crisi dell’Università e di conseguenza
dell’intellettuale è venuta meno la
formazione intesa come costruzione di un sentimento di cittadinanza attiva e il
dibattito sul discorso pubblico è stato
affidato ai mass media e ai talk-show con la politica che rinuncia alla
riflessione per trasformarsi in spettacolo e marketing, un prodotto da vendere
con la propaganda, una tecnica di comunicazione usata come sonnifero per
addormentare le menti.
Dagli
anni Ottanta, l’Università ha perso progressivamente il prestigio di un tempo, si è liceizzata a
seguito di normative che hanno burocratizzata la gestione, facendo prevalere le
funzioni amministrative sulla ricerca e sulla didattica. Le norme sul
reclutamento sono diventate meno rigorose e
i concorsi prima nazionali, sono
stati affidati alle singole sedi. Questo processo è stato accompagnato dalla
legge sull’autonomia universitaria, che ha aperto spazi alla discrezionalità delle scelte non ben ponderate,
ma piuttosto finalizzate a soddisfare gli interessi dei docenti piuttosto che
degli studenti, finendo per non essere più in grado di formare gli
intellettuali.
Nel
gennaio del 2023 Giorgio Caratale ha pubblicato un interessante libro
intitolato “Senza Intellettuali”.
Politica e cultura in Italia negli ultimi trent’anni.
La
figura dell’intellettuale come la intendiamo oggi nasce nel 1898, quando venne pubblicato su L’Aurore il “Manifese
des intellectuels “firmato da alcuni scrittori su iniziativa di Zola a difesa
dell’ufficiale Alfred Dreyfus , accusato
di spionaggio e condannato con un discutibile processo.
L’intellettuale
è colui che usa l’intelletto per svolgere l’attività di cui è capace , cioè
leggere la realtà senza condizionamenti ideologici e politici. E’ stata
sempre una figura molto prestigiosa,
rispettata e ascoltata, apprezzata, autorevole, un faro che ti illumina e ti
indica la strada da seguire.
Inizialmente, in un periodo di diffuso
analfabetismo, era un tramite per leggere la realtà, interpretarla e spigarla
alle masse. Quando sono nati i partiti
con le loro ideologie, l’intellettuale era il collegamento tra politica e
realtà per spiegare il nesso tra realtà e ideologia. E’ l’intellettuale organico di cui Gramsci,
che, quando la politica ha iniziato il suo declino, ha assunto la figura di
censore, di critica morale della politica, diventando soggetto pubblico per un
governo degli onesti.
Per
Gramsci l’intellettuale organico, era lo stratega del consenso su un’idea, ossia un pifferaio.
In
realtà un ’intellettuale dovrebbe
illustrare la realtà come la vede e la intende senza condizionamenti, in maniera responsabile per essere una guida
morale per diffondere l’etica de dovere
e della responsabilità, il senso del
diritto e diffondere l’affermazione del dialogo come stimolo per la ricerca della verità. Ben
diverso, pertanto, è l’intellettuale al servizio della politica, diventandone
il megafono.
Esistono
oggi gli intellettuali?
Il
libro di “Giorgio Caratale analizza le cause della frattura che si è verificata tra
intellettuali e politica all’inizio
degli anni Novanta. Un rapporto compatto e organizzato si è tramutato pe
entrambi le parti un rapporto prima
compatto e organizzato, poi diventato
distaccato e sprezzante, con la politica che ha finito di avvalersi dell’autorevolezza
degli intellettuali.
Per
lungo tempo l’intellettuale o era completamente distaccato dalla politica o
ne rappresentava la voce critica. Negli
anni Settanta la politica cercava l’intellettuale per rappresentare in
Parlamento la Cultura e le competenze qualificate, intellettuali che quando
nasce la questione morale assumono un atteggiamento critico e moralistico,
diventando soggetto politico per un governo degli onesti.
E’ in
questo momento che l’intellettuale si allontana
dalla politica, e trova sponda in Berlinguer e nel quotidiano La Repubblica e nasce in
Italia l’antipolitica interpretata dalla Lega e poi da Grillo, che fa nascere
il populismo.
Poiché
i politici non accettano la critica, anche la politica si distacca
dall’intellettuale, che lo attacca cercando di delegittimarlo. Ricorrenti le invettive di Craxi contro i giornalisti.
Ma è
con gli anni Novanta che la frattura diventa definitiva. La scesa di Berlusconi
e la sua propaganda politica si appoggia a due pilastri, cavalcando
l’antipolitica e l’anticomunismo. Ma Berlusconi è proprietario di tre reti
televisive e altri mezzi di comunicazione, come a carta stampata e anche una
rete di collaboratori finanziari diffusi in tutta Italia e quindi non ha
bisogno di intellettuali o di mediatori per diffondere il suo messaggio,
tutt’al più ha bisogno di tecnici, che non devono pensare ma eseguire.
La
politica diventa merce da vendere, si fanno promesse, che non potranno essere
mantenute, si assicurano un nuovo
miracolo economico, mille nuovi posti di lavoro, la riduzione delle tasse,
tutta propaganda perché la fase della politica che governa pensando al futuro è
finita e per questo motivo non ha più
bisogno dell’intellettuale, ora la politica pensa solo al presente,
diventa gestione del quotidiano e cerca il consenso per resistere ed esistere.
E
l’intellettuale? Anche l’intellettuale entra in crisi perché ha perso il
rapporto con la realtà, non pensa più al mondo, si è rinchiuso nel suo mondo. E
poi anche gli altri non hanno bisogno dell’intellettuale perché ognuno pensa da
intellettuale, di essere in grado di pensare da sollo
E
l’Università? Anche l’Università è in crisi, non ha più l’intellettuale che
illumina il politico, i partiti hanno perso il contatto con la realtà,
comunicano con le chat, con la televisione, ma non hanno più il contatto con il
territorio, non usa più neanche i tecnici, chiama al suo fianco amici e parenti
perché non si fida più di nessuno, teme il complotto. La Politica ha
dimenticato la Storia, ci sono addirittura partiti senza storia e partiti che
mistificano la storia per dare senso al loro presente.
Anche
a livello globale c’è disordine, tutti sono alla ricerca di un nuovo ordine che
sembra debba essere basato sulla forza e non sul diritto, sull’espansionismo
del più forte e non sulla cooperazione, poiché non si riconoscono più gli
organismi internazionale, perché hanno perso la loro funzione di
mediazione e di risoluzione dei conflitti.
Il
mondo oggi somiglia alla Torre di Babele, dove i membri dell’Internazionale
sovranista si affannano a salire per arrivare in Cielo credendosi unti dal Signore.
Sembrano uniti, ma è sola apparenza perché ogni sovranista vuole essere sovrano
del proprio feudo e alla fine non si capiscono perché ognuno parla una “lingua
diversa:
Sono
incolti e o capiscono che il potere oggi è nelle mani dei grandi finanzieri
globali che dominano la politica e la cultura e impongono anche la lingua. Ed è
la lingua del più forte, il latino
nell’età dell’Impero romano ed è oggi l’inglese, diffuso in tutto il mondo
dall’Impero britannico.
Ma ci
sono alcuni sovranisti che non si accontentano dell’estensione del proprio
feudo vogliono anche quello degli altri e alla fine giocano alla guerra.
Anche
l’Università si è chiusa in sé stessa, ha perso il prestigio di un tempo, e
diventata autoreferenziale, il luogo della mediocrità, pensa a coltivare il suo
piccolo giardinetto, si settorializza, ricerca sul micro, indaga sul
particolare, non è più capace di progettare il futuro. E per non deprimersi che
fa? Diventa conflittuale, vuole imporre il suo piccolo pensiero e l’Università
diventa il non luogo, meglio, il luogo
dei conflitti, abbandona il dialogo, il confronto, la sintesi tipica dell’Università dei Baroni,
per diventare autoritaria senza autorevolezza, aggressiva, incivile.
E
allora dove stiamo andando?
Verso
il baratro.
Per
salvarci è necessario il risveglio dei
volenterosi, il ritorno dell’intellettuale laico, per stimolare la partecipazione, la discussione,
il confronto sulle idee, ritornando a progettare il futuro, a pensare al mondo,
allontanando i pifferai e i
capibastone.
Siamo
ormai in una barca che affonda ogni giorno di più, si è perso ormai i decoro,
sono sempre più diffusi comportamenti incivili in tutti i settori della
Società.
Corrado
Augias, in una sua trasmissione televisiva ha chiesto a Michele Serra come definirebbe sinteticamente questo nostro
mondo. La risposta è stata lapidaria: Un mondo di … melma (traduzione del
curatore). Io aggiungerei, e molti, purtroppo, ci sguazzano bene!
È
tempo che ognuno si metta a remare per portare la barca in un porto sicuro,
prima che affondi definitivamente. Bisogna però prima tracciare la giusta rotta, perché gli scenari globali
stanno mutando rapidamente. Il vero potere non è più nelle mani dei politici e
degli stati, ma in quelle dei grandi gruppi tecno-economico-finanziari che
agiscono su scala globale, mentre la politica opera a livello di stato
nazionale. Riescono a interloquire con i poter globali soltanto le strutture
politiche multipolari o federate, come USA, Cina, Russia–Turchia, Paesi arabi.
Tutte macro-aree in competizione per il dominio globale.
Un’Europa
disunita non può avere nessun altro ruolo se non quello di essere alla mercé
dei grandi decisori e pensare di giocare ruoli solitari è soltanto un pensiero
debole.
L’arguto
Matteo Renzi ha detto che a tavola staranno seduti USA, Russia e Cina perché
l’Europa +nel menù.
Di
conseguenza, anche la Cultura e la formazione devono misurarsi con la globalità
ed essere pronte a fornire le nuove
competenze e conoscenze.
Nell’Età
del Caos l’Italia sembra aver perso la bussola, è entrata in un labirinto dal
quale non sa come uscirne. Ironia della sorte, nel peggior momento politico
della Storia repubblicana, abbiamo una classe politica che ha dimenticato o non conosce la Storia e non sa dove andare.
Per fortuna abbiamo il miglior Presidente della
Repubblica, molto amato dagli italiani.
Mi
sembra un faro posto su un alto colle,
sull’orlo del precipizio che, con il suo lampeggiare voglia indicare ai
naviganti nella tempesta la direzione giusta per un porto sicuro, un faro che
somiglia alla sirena che suona per avvertire i cittadini della tempesta in
arrivo.
Spero
che i cittadini siano consapevoli di questo difficile momento e sappiano essere
responsabili.
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