Trump sul caos globale.
Trump
sul caos globale.
La
politica del disordine permanente.
Ilmanifesto.it
– (7-01 – 2026) – Guido Moltedo – Redazione – ci dice:
Trumplandia.
Una sequenza di iniziative tattiche.
Improvvisate,
spesso scollegate tra loro, talvolta ostentatamente capricciose, fondate su una
politica del movimento permanente.
Cosa
raccontano le ultime mosse di Donald Trump?
Che
l’uomo forte del nostro tempo debole non ha una visione strategica di
medio-lungo periodo.
Confermano
una modalità d’azione ormai riconoscibile: tenere tutti sulla corda – negli
Stati Uniti e nel mondo – trasformando il mix d’imprevedibilità e di sfide
sfacciate alle regole in metodo di governo.
In un sistema internazionale sempre più privo
di baricentro e di un ordine condiviso, Trump occupa il centro della scena non
come architetto di un nuovo equilibrio, ma come acceleratore del disordine.
La sua
centralità è insieme politica e mediatica: una presenza totalizzante,
ventiquattr’ore su ventiquattro, che marginalizza e oscura ogni altro attore,
quando non è tirato in ballo per essere schernito o ridicolizzato, e rende la
politica estera un flusso continuo di annunci, rotture e rilanci.
È IN
QUESTO QUADRO che si colloca l’intervento militare statunitense in Venezuela.
Un’azione
che s’inserisce in una dinamica di pressione costante, capace di alimentare la
già elevata instabilità regionale e di produrre nuove contraddizioni sul piano
interno.
L’operazione,
combinata con le pressioni su Cuba e con le fragilità strutturali della
Colombia, rischia di innescare reazioni a catena nell’area, amplificando, tra
le altre conseguenze, proprio quella pressione migratoria verso gli Stati Uniti
contro la quale l’amministrazione è letteralmente in guerra.
Se l’azione in Venezuela non dovesse
risolversi rapidamente, il rischio concreto più immediato è quello di una nuova
ondata di rifugiati, prima diretta verso i Paesi confinanti – già in difficoltà
nel gestire la folta diaspora venezuelana – e poi inevitabilmente verso il
confine meridionale degli Stati Uniti.
OLTRE
UN MILIONE di venezuelani risiede oggi negli Stati Uniti; centinaia di migliaia
beneficiano di strumenti temporanei di protezione, come il “Temporary Protected
Status”.
L’amministrazione Trump ha già avviato azioni
legali per revocare queste tutele, sostenendo che le condizioni in Venezuela
non giustificherebbero più la protezione.
Il
paradosso è evidente:
mentre un’azione militare statunitense rischia
di destabilizzare ulteriormente il Paese, si creano le condizioni legali per
rimpatriare forzatamente chi fugge proprio da quella destabilizzazione.
La
combinazione di una politica estera interventista che produce instabilità “alla
fonte” e di una politica interna sempre più restrittiva crea le premesse per un
doppio flusso disordinato.
Da un
lato, nuovi rifugiati in fuga dal caos;
dall’altro,
una vasta popolazione di immigrati oggi regolari destinata a scivolare
nell’irregolarità, con un aumento della pressione sul sistema di detenzione e
deportazione.
Un
esito che finisce per alimentare proprio il caos migratorio che
l’amministrazione dichiara di voler prevenire.
SUL
FRONTE POLITICO, l’intervento in Venezuela allarga la frattura ormai vistosa
all’interno del Partito Repubblicano.
Esponenti
come Steve Bannon, Tucker Carlson, Candace Owens e Marjory Taylor Greene, con
un enorme seguito tra i Maga duri e puri della prima ora, denunciano
l’operazione venezuelana come un tradimento della promessa di evitare “guerre
infinite” e come un ritorno al copione fallimentare di Iraq e Libia.
Lo
stesso Maduro, peraltro è considerato personaggio – “socialista conservatore” –
vicino a certe posizioni care alla destra evangelica: contrario all’aborto, ai
diritti LGTBQ, combatte la pornografia e l’usura e ha “la grande colpa” di
essere contro Israele:
insomma, per “Tucker Carlson”, non merita il
trattamento a cui è sottoposto.
A
QUESTE VOCI si affianca anche quella di “John Bolton”, simbolo dell’ala neocon
interventista, che pur sostenendo il cambio di regime ha espresso riserve
sull’assenza di una strategia chiara e di una definita via d’uscita.
Insomma,
gli isolazionisti contestano l’interventismo in sé, gli interventisti ne
denunciano l’improvvisazione.
QUESTA
OPPOSIZIONE trasversale prolifica proprio all’interno della base che ha portato
Trump al potere, per il quale la promessa dell’“America First” coincideva con
la fine dell’espansione militare globale.
In un
anno elettorale segnato da tensioni interne – dal costo della vita
all’assistenza sanitaria – l’azzardo venezuelano mette alla prova la coesione
del partito del presidente e pone, in prospettiva, in posizione vulnerabile,
quando e se si candideranno, i due principali contendenti per la successione a
Trump, il suo vice J. D. Vance, significativamente poco presente in questa
fase, e Marco Rubio, invece iperattivo e spesso ripreso in pose d’imbarazzo al
fianco del “commander-in-chief” nei suoi momenti da psicopatico o nei momenti
in cui, come capita ultimamente, s’appisola, anche letteralmente in piedi.
IL
CONTESTO internazionale amplifica ulteriormente il peso del dibattito interno
statunitense.
Di
fronte all’inerzia catatonica e alla frammentazione europea, perfino in
presenza della minaccia di conquista di un pezzo importante del suo territorio,
la Groenlandia, sono le dinamiche domestiche a diventare il principale fattore
di contenimento democratico di un’amministrazione sempre più autocentrata e
irresponsabile.
In
assenza di un ordine globale condiviso, il conflitto interno agli Stati Uniti
finisce per sostituirsi, anche come argine democratico, al venir meno di forme
e regole condivise nelle relazioni internazionali.
L’Europa
fa la voce grossa
ma poi
si inchina a Trump.
Ilmanifesto.it – (7-01 -2026) - Andrea Colombo
-
C'è
del marcio Sette paesi firmano un documento a tutela della sovranità danese,
poi correggono il tiro.
Al
tavolo dei Volenterosi, a Parigi, la prima ministra danese “Mette Frederiksen”
era seduta proprio di fronte ai due inviati di Trump, “Steve Witkoff” e il
genero del presidente “Jared Kushner”.
La tensione si tagliava con la sega elettrica
e per la premier danese era doppia:
i leader europei avevano insistito per evitare
troppe polemiche proprio mentre chiedevano al reprobo di Washington di
incaricarsi della difesa dell’Ucraina.
Avrebbero preferito non parlare proprio di
Groenlandia.
Peccato che lo stato delle cose lo rendesse
impossibile.
In
compenso hanno avuto pieno successo nel fingere che in Venezuela non sia
successo niente.
Non
vedono, non sentono e soprattutto non parlano.
LA
PREMIER ITALIANA è forse quella che più di tutti si è spesa per provare a
stemperare il contrasto:
soprattutto
nel travagliato parto che ha portato alla stesura del documento firmato da 7
paesi, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Uk.
Poche ore dopo un’altra dichiarazione
congiunta, firmata dai ministri degli Esteri di Danimarca, Finlandia, Islanda,
Norvegia e Svezia, ha «ribadito collettivamente» che le questioni riguardanti
Danimarca e Groenlandia sono affari solo di quei due Paesi.
Il
documento di Parigi è più articolato:
fermo nella difesa della Groenlandia e della
Danimarca ma attentissimo a evitare accenti spigolosi nei confronti degli Usa.
Tra le
righe, anzi, traspare la mano tesa in vista di una possibile soluzione di
mediazione.
I sette capi di governo sottolineano che la
Danimarca, Groenlandia inclusa, fa parte della Nato.
Ricordano che tra i princìpi dell’Alleanza
figurano «la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei
confini».
Concludono
perentori: «La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta solo alla Danimarca
e alla Groenlandia decidere sui problemi che le riguardano».
Allo
stesso tempo però i 7 riconoscono che l’Artico è, sì, «una priorità assoluta
per l’Europa» ma è anche un fronte critico per «la sicurezza internazionale e
transatlantica».
I
paesi europei stanno già muovendosi per fronteggiare il rischio ma la sicurezza
dell’Artico «è un obiettivo che va raggiunto collettivamente, insieme ai
partner della Nato inclusi gli Usa».
Gli
Stati Uniti, anzi, sono «essenziali» in questo sforzo comune, sia come Nato che
in virtù del trattato di mutua difesa tra Usa e Danimarca del 1951.
È QUI,
SULLE APERTURE implicite a una maggiore presenza americana nell’Artico, che la
spinta italiana è stata più decisa.
L’obiettivo,
ancora vago, è una mediazione che permetterebbe agli americani di esercitare un
maggiore controllo sull’Artico in veste di principale paese dell’Alleanza
atlantica.
Offerta di pace camuffata dai toni grintosi.
Subito dopo la diffusione del documento, il
ministro della Difesa danese “Troels Lund Poulsen” ha annunciato un
rafforzamento della presenza militare nell’Artico e ha chiesto, con la stessa
Groenlandia, un incontro con il segretario di Stato americano Rubio, che in
realtà si è già negato più volte nel corso del 2025.
L’ITALIA
SPERAVA che Trump rispondesse abbassando un po’ i toni e avviando così la
trattativa in vista di una soluzione concordata.
È
rimasta delusa.
La risposta di Trump è arrivata
immediatamente, affidata alla portavoce della Casa Bianca “Anna Kelly”, ed è un
pollice verso:
«Il presidente Trump ritiene che la
Groenlandia sia in una posizione strategicamente importante, fondamentale dal
punto di vista della sicurezza nazionale, e crede che la sua popolazione
sarebbe più al sicuro, dalle moderne minacce nella regione artica, se protetta
dagli Stati Uniti».
L’obiettivo di Washington è un accordo
bilaterale con la Groenlandia, stretto escludendo del tutto Danimarca ed
Europa:
se non
un’annessione aperta, almeno un protettorato che garantirebbe alle forze armate
americane totale libertà d’azione.
NÉ I
TONI STENTOREI né le aperture dei Volenterosi hanno smosso di un millimetro
Trump, convinto di avere, nel suo gergo, carte vincenti in mano.
Convinzione certo non scalfita dalle parole
del premier inglese “Starmer”, che si è premurato di smorzare ogni tentazione
muscolare: «Trump
è un alleato affidabile, non una minaccia. Usa e Uk restano da decenni i più
stretti alleati al mondo».
Maduro
spedì cinque miliardi di euro in lingotti d'oro in Svizzera: ecco perché.
Msn.com
– Euronews-italiano - Storia di Una Hajdari – (08-01 – 2026) – ci dice:
In una
foto d'archivio del 10 gen. 2019, il presidente del Venezuela Nicolás Maduro fa
il segno della vittoria durante la cerimonia di giuramento.
Dieci
anni fa, il Venezuela spedì in segreto in Svizzera l'oro delle sue riserve per
un valore di quasi 4,7 miliardi di franchi svizzeri (5,05 miliardi di euro),
con l’intenzione di fonderlo e venderlo sui mercati internazionali.
Nel
giro di cinque anni, Caracas trasportò per via aerea in Svizzera 127 tonnellate
d’oro, operazione successivamente ricostruita dalle dogane svizzere.
La
Svizzera è uno dei principali hub internazionali per l’oro e, in termini di
valore, è stata il maggiore importatore ed esportatore di oro al mondo.
Elemento
cruciale per un Paese come il Venezuela, che cercava di monetizzare i lingotti
delle riserve auree della sua banca centrale:
in Svizzera hanno sede alcune delle maggiori
fonderie al mondo.
Tra
queste “Valcambi”, “Pamp” e “Argor-Heraeus”, concentrate in gran parte nel
Canton Ticino.
Queste
strutture possono fondere e rifondere i metalli negli standard più elevati dei formati
internazionalmente commerciabili, le cosiddette barre "Good
Delivery", e fornire la documentazione e le certificazioni che rendono
l’oro più facile da vendere sul mercato globale.
In
passato il governo svizzero non aveva pubblicato dati sull'oro venezuelano, in
linea con la tradizione di massima discrezione finanziaria, che continua a
renderla attraente sia per importanti uomini d’affari sia per leader con
inclinazioni autocratiche alla ricerca di un luogo dove custodire i propri
asset.
L’emittente
pubblica svizzera “Srf “ha affermato che il governo di Maduro spedì l’oro
all’estero per "disperazione", nel tentativo di scongiurare la
bancarotta dello Stato, vendendo parte dei lingotti e utilizzandone un’altra
parte come garanzia per prestiti e per il rifinanziamento del debito.
Quando
nel 2017 il Venezuela andò in default, il Paese era già di fatto escluso dai
normali canali di rifinanziamento e stava esaurendo le riserve di valuta forte
(oro o valute estere) utilizzabili.
Un “policy
paper” del 2017 del” Center for International Governance Innovation” (Cigi)
stimava per quell’anno un fabbisogno di finanziamento che raggiungeva quasi 20
miliardi di dollari (17,1 miliardi di euro) includendo i pagamenti dei debiti
che Caracas aveva con la Cina.
Il
Venezuela presentava un "notevole gap di finanziamento" e "poche
risorse o opzioni di politica economica per colmarlo”, proprio mentre Maduro
faceva trasportare l’oro in Svizzera.
I
proventi delle esportazioni di petrolio, che erano e restano la principale
rendita per il Paese, erano crollati, e il rapporto affermava che “le entrate
da esportazione sono gravemente insufficienti a coprire il servizio del debito
obbligazionario di quest’anno”.
Secondo
“Srf”, dopo la rifusione, parte dell’oro venezuelano è stata venduta a Paesi
come la Turchia o trasportata verso altre destinazioni, come la Gran Bretagna,
anch’essa un importante hub internazionale per il commercio dell’oro.
Parte
delle riserve auree del Venezuela sono nel Regno Unito.
Nei
caveaux della “Bank of England” è custodito oro venezuelano dal valore di
almeno 1,95 miliardi di dollari (1,67 miliardi di euro), secondo documenti del
2020 della Corte Suprema del Regno Unito.
Le 32 tonnellate di oro sono a Londra dagli
anni '80, ha riportato il Guardian, ma dal 2018 a Caracas è stato vietato di
prelevarle come risultato delle sanzioni internazionali imposte al Paese.
Quando
Maduro inviò l'oro in Svizzera, le importazioni del Paese elvetico non
violavano alcuna sanzione.
Tuttavia,
operazioni di questo tipo oggi sarebbero altamente improbabili, poiché nel 2018
il Paese ha inasprito le normative sulle transazioni finanziarie dopo
l’introduzione delle sanzioni contro il Venezuela da parte di Stati Uniti e
Unione Europea.
Il
tentativo di Maduro di prevenire il default trasferendo le riserve auree
all’estero è quindi in gran parte fallito.
Già
nel 2017 il Venezuela non era più in grado di adempiere ai propri obblighi e
non poteva né rimborsare i debiti né pagare i relativi interessi.
L’attuale
debito estero del Venezuela è stimato fino a 170 miliardi di dollari (145,4
miliardi di euro), pari al doppio della produzione economica annua del Paese,
rendendolo di fatto insolvente.
Trump
accelera sul piano energetico
e
l’Onu parla di violazione.
Ancoraonline.it – Maddalena Maltese –
Redazione - Notizie dal mondo – (07 -01 -2026) – ci dice:
Un
misto di speranza e paura aleggia nella comunità venezuelana di New York.
All’entusiasmo
iniziale per la cattura del presidente Nicolás Maduro è seguita subito la
preoccupazione, soprattutto per i familiari rimasti in Venezuela, immersi
nell’incertezza del “dopo”.
Chi a
Caracas ha visto il cielo illuminarsi nella notte per i razzi e le bombe
lanciate dai 200 componenti delle squadre speciali statunitensi ha chiesto
spiegazioni a chi è fuggito e ha fatto di New York la sua seconda casa.
Sabato
le immagini sui cellulari circolavano freneticamente, mentre si cercavano le
ragioni di un assalto inatteso e non immediatamente collegabile, in quelle
prime ore, alla decisione del presidente americano Donald Trump di rimuovere
Maduro e la moglie, “Cilia Flores”, e trasferirli in un carcere di Brooklyn con
l’accusa di narcotraffico e terrorismo.
Ieri,
davanti al tribunale dove il presidente venezuelano — che si è definito
“prigioniero di guerra” uscendo dall’aula — è comparso per la prima volta, alla
speranza e alla paura si è aggiunta la contestazione per un’azione giudicata
illegale, in violazione del diritto internazionale e potenzialmente foriera di
nuovi drammi in un “post-Maduro” mai realmente pensato insieme ai venezuelani,
né in patria né tra i dissidenti all’estero.
Il
Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riunitosi lunedì su urgente richiesta del
Venezuela, ha mostrato come i sentimenti si siano rapidamente trasformati in
polarizzazioni politiche:
da un
lato i Paesi favorevoli alla rimozione di Maduro ma critici verso l’intervento
statunitense — che ai sudamericani ricorda operazioni simili del passato,
spesso seguite da caos e collassi economici — dall’altro Cina e Russia, che
hanno condannato duramente l’azione americana, definendola rispettivamente
“pratica di prepotenza e coercizione” e “cinica e ingiustificabile”, frutto del
ritorno del “gendarme globale”.
Il
segretario generale” Antonio Guterres” ha condannato l’operazione come
violazione della Carta delle Nazioni Unite e, tramite la nota affidata alla
sottosegretaria “Rosemary A. Dicarlo”, si è detto “profondamente preoccupato
per la possibile intensificazione dell’instabilità nel Paese, per il potenziale
impatto sulla regione e per il precedente che potrebbe creare nelle relazioni
tra Stati”.
Altrettanto duro l’intervento dell’economista “Jeffrey
Sachs”, invitato in qualità di presidente del “network Onu” sulle soluzioni di
sviluppo sostenibile.
Sachs
ha ricordato che dal 1947 gli Stati Uniti hanno tentato circa 70 cambi di
regime ricorrendo “alla forza, alle operazioni segrete e alla manipolazione
politica”, in violazione dell’articolo 2(4) della Carta dell’Onu, che proibisce
la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o
l’indipendenza politica di uno Stato.
Ha
chiesto ai membri del Consiglio non di giudicare Maduro, ma di “difendere il
diritto internazionale”, che implica la cessazione delle minacce da parte degli
Usa e il ritiro delle forze militari dispiegate, oltre alla nomina urgente di
un inviato speciale che entro due settimane presenti raccomandazioni al
Consiglio.
Mentre
gli ambasciatori discutevano all’Onu, in un altro angolo di Manhattan Maduro e
la moglie comparivano davanti al giudice Alvin Hellerstein, 92 anni, che
seguirà il processo.
La
prima udienza è stata fissata per il 17 marzo.
Nella
piazza antistante, i manifestanti si dividevano tra chi invocava il rispetto
della sovranità del Venezuela e chi elogiava Trump per aver “liberato il Paese
dalla dittatura”:
due
posizioni polarizzate che dicono poco a chi è rimasto in patria, già alle prese
con prezzi alle stelle per i beni essenziali e un mercato nero sempre più
attivo.
Intanto,
da Washington, Trump ha convocato i Ceo delle principali compagnie petrolifere
statunitensi per discutere un piano accelerato di ricostruzione
dell’infrastruttura energetica venezuelana.
L’obiettivo
dichiarato:
ripristinare
la piena capacità produttiva del Paese entro 18 mesi, aprendo la strada a un
massiccio intervento industriale guidato dagli Stati Uniti, più interessati a
rifornire di energia i data center dell’intelligenza artificiale che a elezioni
veramente democratiche e partecipative per tutti i venezuelani.
Logos,
ethos e pathos.
L’egemonia
armata degli Stati Uniti accelera la frammentazione dell’ordine mondiale.
Linkiesta.it
– (07 -01- 2026) - Pier Virgilio Dastoli – Redazione - ci dice:
L’intervento
militare statunitense in Venezuela inaugura una fase di instabilità
strutturale, legittima l’uso unilaterale della forza e contribuisce alla
demolizione del diritto internazionale.
L’operazione”
Absolue Resolve” in Venezuela fa parte della nuova “Dottrina Monroe”,
annunciata dal vicepresidente James David Vance a Monaco il 14 febbraio 2025,
ribadita il 23 settembre 2025 da Donald Trump davanti all’Assemblea delle
Nazioni Unite e poi confermata nella “National Security Strategy” (Nss) del 5
dicembre 2025, diffusa dalla Casa Bianca.
Si
tratta di un’operazione non dissimile da quella «speciale» lanciata da Vladimir
Putin contro l’Ucraina il 24 febbraio 2022, ma con una violenta efficacia
militare sconosciuta alla Federazione Russa, le cui truppe sono da quasi
quattro anni bloccate sul terreno, anche grazie alla resistenza del popolo
ucraino e all’ampio sostegno internazionale.
Alla
violenza dell’efficacia militare statunitense non corrisponde tuttavia il
risultato strategico immaginato da Washington, perché è forte la possibilità di
un lungo periodo di caos, se non di guerra civile, di cui subiranno le
conseguenze non solo il popolo venezuelano, già ridotto allo stremo dalla
dittatura di Nicolás Maduro, ma tutta l’America Latina e, più in generale,
l’economia internazionale.
Quest’operazione
è molto simile ad altre operazioni condotte dagli Stati Uniti dalla fine della
Seconda guerra mondiale in Asia, nel Mediterraneo e in America Latina – nella
logica egemonica di una grande potenza che si considera come il «gendarme del
mondo» – che hanno aumentato il disordine internazionale, demolito il
multilateralismo e il ruolo delle Nazioni Unite, e legittimato (ma la parola in
sé è grottescamente tragica) interventi militari, contro il rispetto del
diritto internazionale.
Più
recentemente ci sono stati i bombardamenti israelo-statunitensi in Iran, in
Qatar, nello Yemen e in Nigeria, l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre
2023 contro Israele e la risposta bellica di Israele con un’azione di
sterminio, e non un atto di guerra.
Le
guerre coinvolgono infatti gli eserciti di due Stati, mentre Israele non
riconosce quello palestinese, e il cosiddetto braccio armato di Hamas è formato
da bande clandestine di terroristi, a cui si dovrebbe applicare il diritto
penale internazionale e lo strumento Onu del peace enforcement, e non
l’autodifesa di Israele.
Sono
stati preannunciati interventi ancora contro l’Iran dagli Usa e da Israele, e
dalla Cina contro Taiwan, che provocheranno devastazioni incalcolabili,
stimolando emulazioni belliche in Asia, in Medio Oriente, in Africa e in
America Latina – con quella che papa Francesco aveva chiamato l’8 gennaio 2024
una «terza guerra mondiale a pezzi destinata a trasformarsi in un conflitto
globale» – senza dimenticare le minacce di Donald Trump contro altri Paesi del
cosiddetto «emisfero occidentale», in particolare la Colombia di Gustavo Petro
e il Messico di “Claudia Sheinbaum Pardo”, e contro la Groenlandia di
“Jens-Frederik Nielsen”.
Non
dobbiamo tuttavia rinunciare alla speranza o alla convinzione che la politica
sciagurata di Donald Trump e degli altri autocrati nel mondo provochi controreazioni
interne e internazionali tali da impedirle di realizzarsi come essa è stata
preannunciata nella “Nss”.
Alcuni
segnali importanti arrivano in effetti dall’altra parte dell’Atlantico, con gli
intensi appelli del senatore democratico “Bernie Sanders”, le ultime elezioni
statali e locali, a cominciare dalla città di New York e dal nuovo sindaco “Zohran
Mamdani”, e
le prime crepe nel fronte repubblicano in vista delle elezioni di Mid-Term nel
novembre 2026.
Vanno
inoltre ricordate le crescenti proteste popolari in Iran, in un Paese che fu
una volta la culla della grande cultura persiana.
L’Unione
europea, che è ancora sulla carta (nel senso della Carta dei diritti
fondamentali firmata a Nizza venticinque anni fa) uno Stato di diritto, deve
uscire dal suo sonno e rivendicare con forza e determinazione i suoi valori e i
suoi principi, al suo interno, verso tutti i Paesi candidati all’adesione e a
livello internazionale, come elementi fondanti di tutti i partenariati
internazionali strategici, a cominciare da quelli con il Mercosur e l’Unione
Africana.
Bisogna
iniziare da un’azione politica e culturale verso la società statunitense, che
possiede anticorpi culturali e giuridici tali da poter neutralizzare l’era
Trump e rilanciare nello stesso tempo l’idea dell’interdipendenza di “John
Fitzgerald Kennedy”, del 1962, e della giustizia sociale di” Martin Luther King”,
del 1963.
L’Unione
europea deve uscire dal suo sonno, rivendicando insieme ai Paesi dell’America
Latina la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici in Venezuela e
l’organizzazione di libere elezioni presidenziali e legislative sotto un
controllo internazionale, come non avvenne nel 2024, così come si devono
esigere libere elezioni presidenziali e legislative in Ucraina e nei territori
palestinesi dopo i cessate il fuoco.
Le
elezioni, tuttavia, non bastano, perché non basta la democrazia rappresentativa
se essa non è accompagnata e sostenuta dal ruolo della società civile
organizzata e da politiche per realizzare una vera giustizia sociale e una
democrazia economica, in coerenza con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile,
con principi, regole e istituzioni di garanzia che sono stati dimenticati nel
“Patto per il Futuro” delle Nazioni Unite del settembre 2024.
L’Unione
europea deve uscire infine dal suo sonno, riaprendo un percorso democratico e
costituente verso il modello federale immaginato a Ventotene e dimenticando la
via tortuosa e inefficace prevista a Lisbona, che contiene i principi
inefficaci del potere di veto e dell’idea secondo cui i governi nazionali
affermano di essere «i signori dei Trattati».
Scegliamo,
per cambiare l’Europa e il mondo, le parole di Aristotele: logos, ethos e pathos.
Cos'è
successo in Venezuela e cosa c'entra il petrolio.
Renewablematter.eu - Sara Peronetto – (4-01
-2026) – Redazione – ci dice:
L’attacco
statunitense al Venezuela mira alle risorse del paese sudamericano, che ha le
riserve petrolifere più grandi del mondo.
Cos'è
successo in Venezuela e cosa c'entra il petrolio.
Sabato
3 gennaio, alle 2 di notte locali (le 7 del mattino italiane) gli Stati Uniti
hanno attaccato il Venezuela.
O
meglio: Donald Trump ha attaccato il Venezuela, visto che l’operazione è stata
condotta per decisione del presidente USA senza prima consultare o avere
l’approvazione del Congresso.
I
bombardamenti statunitensi hanno colpito la sede del parlamento venezuelano e
alcuni obiettivi militari, causando feriti e vittime, anche civili:
al momento di andare in pubblicazione con
questo articolo, le stime diffuse parlano di almeno 40 persone morte.
Caracas ha risposto dichiarando lo stato di
emergenza nazionale e denunciando una “aggressione militare”.
Russia,
Cina, Brasile e Cuba hanno condannato l’azione statunitense, mentre Unione
Europea e Regno Unito hanno scelto toni più blandi chiedendo una transizione
pacifica e rispettosa del diritto internazionale.
La
cattura di Maduro e le reazioni europee.
Il
presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e la moglie, Cilia Flores, sono stati
“catturati”, come ha scritto lo stesso Trump sul social Truth dandone notizia,
e portati negli Stati Uniti.
Mentre
per il presidente statunitense si tratta di “legittimo arresto” giustificato
dal capo d’accusa di “narcoterrorismo”, con cui Maduro e la moglie sono al
momento incriminati negli USA, molte persone esperte di diritto a livello
internazionale non lo considerano tale ma lo giudicano un “sequestro di
persona”.
La
situazione, insomma, è ancora molto confusa e al limite dell’illegalità, tanto
che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, l’ha definita “un
pericoloso precedente” e si è detto “preoccupato dalla violazione delle norme
del diritto internazionale”, mentre l’Unione Europea, che non aveva
riconosciuto il terzo mandato di Maduro, è ancora cauta.
Ursula
von der Leyen ha dichiarato che “la UE resta al fianco del popolo venezuelano
verso la transizione democratica” e “sostiene una transizione pacifica e
democratica”.
A
esporsi maggiormente, in Europa, sono stati Giorgia Meloni e Pedro Sanchez.
Il
primo ministro spagnolo, primo in Europa a reagire all’attacco, ha dichiarato
su “X” che “la Spagna non ha riconosciuto il regime di Maduro. Ma non
riconoscerà nemmeno un intervento che viola il diritto internazionale e spinge
la regione verso un orizzonte di incertezza e belligeranza”.
La
presidente del Consiglio italiana ha invece espresso appoggio a Trump,
sostenendo che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per
mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un
intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza,
come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il
narcotraffico”.
Ma
l’attacco USA al Venezuela sembra aver poco a che vedere con il narcotraffico
(a causare i maggiori problemi agli USA in tal senso è infatti il Messico) e
con la necessità di democrazia, mentre sembra sempre più motivato dalla volontà
statunitense di controllare quello che Washington considera il proprio
“giardino di casa”, cioè il Sud America, in particolare le sue ricche risorse
energetiche, soprattutto il petrolio. Una tesi sostenuta anche dall’assenza di
un piano politico chiaro per il futuro del Venezuela.
Un
intervento senza precedenti e il caos politico.
Durante
la conferenza stampa seguita all’attacco, Trump ha infatti dichiarato che gli
USA faranno entrare in Venezuela “le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi,
che investiranno miliardi di dollari nelle infrastrutture danneggiate e
inizieranno a generare profitti per il paese” e sostenendo che gli Stati Uniti
controlleranno il Venezuela per “effettuare una transizione sicura, adeguata e
oculata” del potere.
L’espressione “we’re going to run the country”
(che potrebbe significare sia “governeremo il paese” che “controlleremo il
paese”), usata più volte dal presidente, è rimasta volutamente ambigua, senza
chiarire né la durata del periodo di transizione né la struttura di comando.
Trump
ha parlato genericamente di “un team” statunitense che lavorerà con il popolo
venezuelano, lasciando aperta anche l’ipotesi di una presenza militare sul
terreno, i cosiddetti “boots on the ground” (truppe sul campo), legata in modo
esplicito alla protezione e all’estrazione del petrolio.
Uno
degli elementi più controversi riguarda infatti il futuro politico del
Venezuela.
Trump
ha affermato che il segretario di stato Marco Rubio avrebbe parlato con la
vicepresidente “Delcy Rodríguez” (dichiarata dalla Corte costituzionale
venezuelana presidente ad interim), sostenendo che sarebbe disposta a
collaborare con Washington.
Rodríguez ha però smentito pubblicamente,
definendo Maduro “l’unico presidente” legittimo del paese.
Allo
stesso tempo, Trump ha escluso un ruolo per la leader dell’opposizione “María
Corina Machado”, premio Nobel per la pace 2025, giudicata priva del sostegno
necessario per governare.
Le
mire di Trump sul petrolio venezuelano.
Per
capire l’interesse di Trump per il Venezuela bisogna spiegare come il paese
possieda le maggiori riserve di petrolio al mondo:
circa
303 miliardi di barili, pari a quasi il 17-20% delle riserve globali secondo la”
US Energy Information Administration”.
Una
quota superiore a quella dell’Arabia Saudita e oltre tre volte quella di Russia
e Stati Uniti.
Ma,
nonostante questo primato, il paese ricava oggi solo circa 20 miliardi di
dollari l’anno dall’estrazione e dall’esportazione di petrolio, contro i 120
miliardi del 2012.
Il
settore energetico rappresenta comunque l’88% delle entrate da esportazioni del
Venezuela, pari a circa 24 miliardi di dollari l’anno, mentre il restante 12% è
composto quasi interamente da prodotti petrolchimici.
Una dipendenza che ha reso l’economia
venezuelana vulnerabile a shock esterni, sanzioni e crolli dei prezzi.
Negli
anni Novanta la produzione petrolifera venezuelana aveva raggiunto i 3-3,5
milioni di barili al giorno, mentre negli ultimi mesi si era attestata intorno
agli 800.000 barili.
Un
calo attribuibile a una combinazione di cattiva gestione, corruzione, mancanza
di investimenti, sanzioni internazionali e difficoltà tecniche legate alla
qualità del greggio.
Il
petrolio venezuelano è infatti “pesante” o “extra pesante”, con un alto
contenuto di zolfo, estratto in larga parte nella cintura dell’Orinoco. Questo
lo rende più costoso e inquinante da produrre e richiede raffinerie
specializzate, concentrate soprattutto negli Stati Uniti e in Cina.
Da qui la storica dipendenza di “PDVSA”, la
compagnia petrolifera statale venezuelana, dalle multinazionali straniere.
Sanzioni,
blocchi navali e pressione economica.
Gli
Stati Uniti sanzionano “PDVSA” dal 2017, e il recente blocco delle petroliere
venezuelane imposto dagli USA, secondo Trump, avrebbe potuto anche azzerare le
entrate del paese, che dipende dal petrolio anche per importare beni essenziali
come cibo e medicine, e che si trova in quella che il “Fondo monetario
internazionale” ha definito “la più grave crisi di un paese non in guerra”
negli ultimi cinquant’anni.
Il
blocco tuttavia non riguarda “Chevron”, unica grande compagnia statunitense
rimasta in Venezuela dopo la nazionalizzazione voluta da Hugo Chávez, che
estrae fino a 300.000 barili al giorno, quasi un terzo della produzione
nazionale, con una licenza che prevede che circa il 50% del greggio vada allo
stato venezuelano.
In
ogni caso, secondo i dati di “TankerTrackers.com” riportati da Il Post, oggi
l’81% del petrolio venezuelano è esportato in Cina, il 17% negli Stati Uniti e
il 2% a Cuba.
Dal 2019 Pechino acquista petrolio venezuelano
tramite aziende private e reti complesse di intermediari per aggirare le
sanzioni, e nel 2024 “China Concord Resources Corporation” ha firmato un
contratto ventennale da un miliardo di dollari per sviluppare la produzione
petrolifera.
Ecco
perché per Washington ridurre l’influenza cinese sulle risorse venezuelane è un
obiettivo strategico esplicito. Ma non solo.
Nell’odierno
quadro internazionale, il petrolio non è solo una risorsa economica ma anche
uno strumento di potere geopolitico.
Oltrepassare
la legalità per controllarlo, però, rischia di spingere il mondo sull’orlo di
un burrone da cui potrebbe essere molto difficile, se non impossibile,
risalire.
Ucraina,
una ricostruzione top secret.
Renewablematter.eu
- Stefano Vergine – (18 novembre 2025) – Redazione - ci dice:
I
progetti post bellici valgono oggi oltre 500 miliardi di euro: un interesse
strategico per i paesi alleati e una ricca opportunità per le imprese, ma
nessuno ne parla volentieri.
Ucraina,
una ricostruzione top secret.
Il
piatto è ricco. Anzi, ricchissimo: 524 miliardi di dollari. Più o meno quanto
vale il PIL degli Emirati Arabi Uniti. Secondo la Banca Mondiale è questo il
costo necessario per la ricostruzione dell'Ucraina nel prossimo decennio. Più
che la cifra totale, è però interessante provare a capire a chi andranno tutti
questi soldi.
“Da un
lato la ricostruzione rappresenta un interesse strategico per gli alleati,
chiamati a sostenere il tessuto produttivo e sociale dell'Ucraina”, premette “Giada
Bilancioni”, “Research Trainee “presso il Centro Russia, Caucaso e Asia
Centrale dell'ISPI.
“Dall’altro, è un'opportunità per le imprese: possono
stringere nuove partnership e posizionarsi in un mercato che, proprio a causa
della guerra, offre oggi condizioni d’ingresso più favorevoli, incentivi
competitivi e procedure semplificate.”
Ricostruire
l’infrastruttura, soprattutto quella energetica.
Partiamo
dai dati.
Secondo il “Fourth Rapid Damage and Needs Assessment”,
pubblicato dalla Banca Mondiale a febbraio del 2025, l'invasione russa ha
provocato danni nel paese pari a 176 miliardi di dollari.
Questo
considerando solo la distruzione materiale di edifici e infrastrutture di vario
genere fino alla fine del 2024, e senza tenere conto, ad esempio, dei costi
sanitari.
Qualche
numero aiuta a comprendere meglio la portata del fenomeno.
I danni agli edifici abitativi sono stati
quantificati in 57 miliardi di dollari, quelli ai sistemi di trasporto in 36
miliardi, quelli subiti dal settore dell'energia in 20 miliardi.
C'è
però una tendenza che colpisce più di altre:
i danni alle infrastrutture energetiche sono
quasi raddoppiati (+ 93%) tra il 2023 e il 2024.
È
proprio su questo terreno che stanno cercando di inserirsi diversi gruppi
internazionali.
La
danese Vestas, ad esempio, ha già venduto all'azienda privata ucraina Dtek 83 turbine
eoliche, per una capacità complessiva di 498 MW: serviranno per realizzare la”
centrale di Tyligulska”, il più grande progetto eolico del paese.
Nel
giugno scorso la statunitense “GE Vernova” ha firmato un'intesa con la stessa “Dtek”
per sviluppare progetti eolici, modernizzare la rete elettrica del paese e
produrre energia con turbine a gas.
Anche
la francese” Schneider Electric “sta collaborando con Dtek, principale
investitore privato nel settore energetico ucraino:
le due
società hanno firmato un accordo per modernizzare la rete elettrica nazionale
sviluppando sistemi di accumulo attraverso batterie, sia all'interno che
all'esterno del paese, con l'obiettivo di creare una rete energetica più
resistente agli attacchi russi.
Donazioni
internazionali.
Questi
tre accordi evidenziano due fatti:
da una
parte l'importanza di “Dtek”, gruppo controllato dall'imprenditore ucraino “Rinat
Akhmetov”;
dall'altra
la rilevanza delle donazioni internazionali.
Per
spiegare quest'ultimo punto servono i dati.
Quelli raccolti dal tedesco “Kiel Institute”
indicano che, dall'inizio della guerra fino al 30 giugno del 2025, in termini
di sostegno finanziario (esclusi quindi aiuti militari e umanitari) l'UE ha
donato 60,5 miliardi di euro all'Ucraina, più di quanto fatto dagli USA.
Se poi
si guarda a quali sono stati i singoli paesi più generosi in rapporto al PIL,
sul podio ci sono Danimarca, Estonia e Lituania, seguiti a distanza da
Lettonia, Svezia e Finlandia.
Includendo invece l'assistenza militare, i più
attivi sono stati di gran lunga gli Stati Uniti, poi Germania, Francia, Regno
Unito e Giappone.
E
l'Italia?
È nona
nella classifica generale degli aiuti, con un totale di 11,3 miliardi di euro
donati all'Ucraina tra aiuti individuali e tramite le istituzioni europee.
Garanzie
contro i rischi: il ruolo delle “ECA”.
Per
fare affari in Ucraina non basta però provenire da una nazione dimostratasi
generosa con il governo di Kiev.
Ci vuole organizzazione, una certa dose di
coraggio e, soprattutto, spalle finanziarie larghe.
“Le
principali sfide per le aziende private internazionali che operano in Ucraina
riguardano innanzitutto l'accesso a fonti di credito adeguate e a strumenti
assicurativi in grado di coprire i rischi legati agli investimenti”,
puntualizza “Bilancioni dell'ISPI”.
Accettare
una commessa importante in Ucraina vuol dire infatti assumersi rischi, a
partire dalla banale considerazione che la guerra non è finita e un vincitore
sicuro (cioè un pagatore) al momento non c'è.
Per questo sono fondamentali le” ECA” (Export
Credit Agencies), società pubbliche che assicurano i crediti vantati dalle
aziende private grazie a garanzie statali.
“Una
delle più attive nel settore civile ucraino è sicuramente quella danese,
soprattutto nel settore rinnovabili, ma c'è anche quella britannica”, fa notare
una fonte del settore.
“Eifo”,
la “ECA danese”, nel marzo 2023 ha istituito un programma di prestiti e
garanzie dedicato all'Ucraina, con una disponibilità di 2,8 miliardi di corone,
pari a circa 375 milioni di euro.
Più
esplicita la britannica “UK Export Finance”, che a luglio dell'anno scorso ha
comunicato di aver messo a disposizione 26,3 milioni di sterline per garantire
un prestito elargito da Citibank a due gruppi privati, “Dogus” e “Onur”, per
ricostruire sei ponti nella zona di Kiev.
“SACE”,
l'ECA italiana, finora ha comunicato solo di aver firmato tre protocolli
d'intesa a sostegno dell’Ucraina, ma non ha mai fatto sapere di operazioni
concrete già garantite.
Cassa
depositi e prestiti ha erogato invece nel 2022 un finanziamento di 200 milioni
di euro al governo ucraino per garantire il pagamento degli stipendi del
personale scolastico.
A questo si è aggiunto, nel 2023, un
cofinanziamento di altri 200 milioni erogato alla pari insieme alla Banca
europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Obiettivo: aiutare l’azienda pubblica ucraina
dell’idroelettrico, “Ukrhydroenergo”, a ripristinare le infrastrutture
energetiche compromesse dalla guerra.
A
parte queste poche notizie, però, non ci sono informazioni sull'attività di
aziende private italiane.
Anzi,
delle poche che erano state pubblicate si sono perse le tracce.
Un esempio su tutti?
Ad
aprile del 2023 il gruppo “WeBuild” aveva firmato un protocollo d'intesa con “Ukrhydroenergo”
per una “collaborazione finalizzata alla costruzione di centrali idroelettriche
in Ucraina”.
Da
allora non se n'è saputo più nulla. Il protocollo si è trasformato in vero
contratto?
Contattata,
WeBuild non ha risposto.
“Akhmetov”,
l’acciaio e l’Italia.
Di
certo l'Italia ha un asso nella manica da giocarsi.
Si
chiama Akhmetov.
Proprio
lui: il proprietario di Dtek, gruppo ucraino dietro al quale girano al momento
quasi tutti gli affari energetici per la ricostruzione.
Con la sua “Metinvest”, che si occupa della
produzione d'acciaio, è diventato di recente proprietario dell'acciaieria di
Piombino, da anni in crisi.
L'obiettivo del miliardario ucraino è produrre
in Italia l'acciaio necessario per ricostruire l'Ucraina, visto che il suo
impianto principale, l'acciaieria “Azovstal di Mariupol”, è stata distrutta nel
frattempo dai russi.
L'accordo
di programma tra “Metinvest” e il governo italiano è stato firmato lo scorso
luglio a Roma durante la conferenza per la ricostruzione.
L'esecutivo guidato da Giorgia Meloni è
riuscito così a sbrogliare una grossa matassa che da anni gravava sulla
siderurgia tricolore.
Al
contempo, la premier si è anche guadagnata un credito rilevante nei confronti
di Akhmetov.
Che,
come detto, gioca il ruolo del playmaker nella ricostruzione.
“Al
momento c'è sicuramente un buon rapporto tra il “ministro Urso” e i vertici di “Metinvest,”
e questo potrebbe portare buoni frutti per le imprese italiane interessate a
lavorare in Ucraina”, dice a Materia Rinnovabile una fonte a conoscenza del
dossier.
Di
sicuro, visto da una prospettiva più economica che politica, il tema della
ricostruzione viene trattato con estrema discrezione.
Difficilissimo trovare un'azienda disposta a
parlarne apertamente.
E lo stesso vale per i governi.
Alle
nostre domande il ministero delle imprese italiano non ha voluto rispondere.
Stesso
atteggiamento da parte del ministero ucraino per la ricostruzione:
ci
aveva promesso una risposta, ma alla fine ha cambiato idea.
Segno
che la ricostruzione, così come la guerra, sembra un'operazione top secret.
Il
processo storico: Bill Gates e Burla
in
tribunale in Olanda per i danni dei vaccini.
Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (04/01/2026)
– ci dice:
A “Leeuwarden”,
una località olandese non molto conosciuta, è in corso da diversi mesi un
processo importante, fondamentale, uno di quelli che potrebbe davvero far
riscrivere la storia della farsa pandemica.
Ad
averlo istruito è stata la giustizia penale olandese dopo che diverse persone
che hanno ricevuto il vaccino Covid dopo il colpo di Stato “pandemico”, hanno
iniziato ad avere problemi di salute, e alcune di loro purtroppo oggi sono
morte.
Nel”
VAERS”, il database sui danni riportati dai vaccini Covid, non di certo un
luogo “no vax”, ci sono migliaia di casi di affetti avversi, di persone che
hanno sviluppato miocarditi, tumori, cecità, disturbi all’udito, e alla vista,
culminati spesso con la cecità, ma questi numeri, persino sottostimati, vengono
taciuti dagli organi di stampa.
Sulla
carta stampata, si prova ancora a diffondere la bugia con le gambe ormai
millimetriche che i vaccini hanno salvato vite umane, e poco importa che i
numeri e le prove sui danni dei vaccini affermino esattamente il contrario.
Si
deve negare sempre, fino all’ultimo istante, anche quando il castello di carte
di bugie inizia a scricchiolare paurosamente da tutte le parti.
Nei
Paesi Bassi, si è accesa però una luce, e si è istruito un processo dove per la
prima volta si chiede conto ai produttori di sieri sulla cosiddetta “efficacia
e sicurezza” dei vaccini che essi dichiaravano anni addietro.
“Peter
Stassen”, l’avvocato che rappresenta le vittime, ha indetto una conferenza
stampa per spiegare cosa chiederà alla corte olandese, e ha subito fatto capire
che saranno convocati esperti di fama internazionale, non legati all’influenza
e all’immenso potere delle case farmaceutiche, per discutere su cosa sono stati
davvero i sieri Covid e qual era il loro scopo ultimo.
Tra
gli esperti che saranno chiamati a comparire in tribunale, spicca il nome di “Catherine
Austin Fitts”, già membro dell’amministrazione di George H. Bush nel 1990, e
attivissima negli anni della farsa pandemica nel denunciare l’assurdità e la
dannosità delle misure di confinamento che venivano prese in quel periodo.
Catherine
Fitts.
Secondo
la Fitts, è tutta la narrazione pandemica che va rimessa in discussione.
Sin
dal principio non c’è mai stato chiaramente alcun reale fondamento legato alla
tutela della salute pubblica, ma un piano meramente politico, di “riordino
della società”, come disse Beppe Grillo, concepito per cambiare completamente
la società contemporanea e trascinarla verso il “Grande Reset di Davos”, un
vero e proprio disegno distopico nel quale alla fine solo i cittadini vaccinati
sarebbero stati ammessi nella “nuova società globale autoritaria”, mentre i non
vaccinati messi al bando, e rinchiusi nei campi di concentramento per
“positivi” al cosiddetto “Sars-Cov-2”.
Gli
esperti chiamati in causa vanno al cuore di quella che è stata un attacco alla
sovranità delle nazioni e alla libertà dei loro popoli.
La
genesi del golpe “pandemico”:
i
tamponi e l’isolamento fantasma del Sars-Cov-2.
Secondo
la ricercatrice ed esperta legale, “Catherine Watt”, occorre partire dai
cosiddetti” test PCR”, che sono stati utilizzati per costruire tutta la falsa
narrazione pandemica, e che sfornavano dei positivi che nel 90% dei casi erano
falsi.
I
tamponi sono semplicemente la intera chiave della storia.
Attraverso
un test che, a detta dei suoi stessi ideatori, non è adatto a individuare la
positività ad un agente patogeno, si è costruita la falsa idea del
“contagio”, con la quale le persone
ricevevano addosso una sorta di marchio e costrette ridicolmente e assurdamente
all’isolamento, come se fossero diventati portatrici di qualche morbo
pestilenziale.
L’inganno
nasce nelle pubblicazioni ufficiali.
Non è
sepolto in qualche documento segreto, ma in uno studio pubblicato dal
famigerato duo di virologi, “Christian Drosten” e “Victor Corman”, che nel
gennaio del 2020 elaborarono il “test PCR “per individuare la positività al
Sars-Cov-2, soltanto che come loro stessi dichiarano apertamente nella loro
“ricerca” non avevano e non hanno ancora un campione isolato del virus, ma
piuttosto una simulazione al computer.
“Christian
Drosten” è sempre assieme all’ex ministro della Salute,” Spahn”, nel marzo del
2020.
Sembra
paradossale, ma è la verità ufficiale, quella che non viene raccontata negli
organi di stampa che ancora oggi millantano l’esistenza del Covid e del suo
isolamento, quando ad oggi entrambe mancano all’appello e a nulla sono valse le
richieste da parte di medici e virologi in giro per il mondo di avere un
campione del virus isolato.
Ogni
richiesta è caduta nel vuoto, perché quando i vari istituti sanitari in giro
per il mondo sono stati messi di fronte alla semplice e banale richiesta di
fornire un campione isolato del Sars-Cov-2, le risposte sono state tutte
negative.
Il
virus isolato ancora oggi non compare.
La
bugia più grande della farsa pandemica è proprio questa, e l’idea di un
pericoloso agente patogeno che si sarebbe diffuso nel 2020, è smentita dai
numeri e dalle statistiche, e soprattutto dalla sintomatologia dei pazienti che
tutt’al più presentavano i classici segni dell’influenza stagionale.
I vari
organi di stampa assistiti da corrotti medici al soldo delle case farmaceutiche
hanno veicolato questa idea nella popolazione.
Sono
stati loro a inoculare un vero virus ormai sei anni addietro, quello della
paura, del terrorismo psicologico culminato nelle infami messinscena
terroristiche delle bare di Bergamo, che furono fatte sfilare con uno scopo
preciso, quale
quello di intimidire la popolazione, scoraggiarla e costringerla a
sottomettersi a tutti gli ordini illegali che in quel momento il governo di
Giuseppe Conte trasmetteva per conto dei soliti referenti di Davos e della
Commissione Trilaterale.
Nel
processo in Olanda, si iniziano a vedere le tracce della verità.
Secondo
“Sasha Latyp”ova, ex dirigente proprio nel settore delle case farmaceutiche, i
metodi utilizzati dai governi sono stati puramente ispirati dal principio della
manu militari.
Si
sono seguite delle linee guida stabilite da centri di potere come la NATO, e le
prove che a dirigere l’intera operazione terroristica era il “Patto Atlantico”,
sono contenute nei verbali del CTS, il “fantomatico comitato
tecnico-scientifico”, un simulacro di “esperti” sanitari, che di fatto era
soltanto la cartina di tornasole del governo Conte per giustificare il colpo di
Stato che aveva luogo in quel momento.
Nella
riunione del 5 marzo del 2020, fa la sua comparsa il generale Francesco
Bonfiglio, che ordina esplicitamente a Conte e a Speranza, allora ministro
della Salute, di trasmettere tutto alla NATO, vera centrale delle misure da
eseguire in quella fase.
Lo ha
ammesso anche il ministro della Salute olandese, “Fleur Agea”, che ha
confessato senza pudori che in quell’anno era sempre il “Patto Atlantico “a
trasmettere le direttive, perché non c’è mai stata una emergenza sanitaria, ma
una operazione militare che se fosse arrivata al suo compimento, avrebbe portato all’irreggimentazione
completa della società, sulla falsariga di quanto annunciato nella simulazione “Operazione
Lockstep”, pubblicata dalla fondazione Rockefeller dieci anni prima della
fantomatica “pandemia”.
I
vaccini: la “cura” per un de-popolamento di massa.
Se
c’era un fine politico e militare, è chiaro che i vaccini non sono mai stati
quelli che le autorità dichiaravano di essere.
Gli
esperti interpellati dall’avvocato Stazze sono categorici.
Secondo
lo psicoterapeuta “Joseph Sansone” e lo scienziato “Mike Yeadon”, i sieri sono
stati sin dal principio delle vere e proprie armi biologiche, concepite per
ridurre la popolazione, sulla scia di quanto dichiarato anni prima proprio
dall’uomo dei vaccini, per eccellenza, quel Bill Gates che ha fatto della
produzione dei sieri il suo principale centro di affari.
Si
potrebbe discutere forse sulla definizione di biologiche, e non tanto su quella
di armi, visti i devastanti danni che i vaccini hanno prodotto.
Cosa
sono infatti veramente i sieri?
Se si
leggono i bugiardini della quattro principali case farmaceutiche che li hanno
prodotti, Pfizer, Moderna, Astra Zenica e Johnson & Johnson, se ne dovrebbe
dedurre che i primi due farmaci siano stati sviluppati sulla base della “molecola
mRNA”, mentre gli altri due attraverso degli “adenovirus”.
Eppure
nelle analisi che sono state fatte fino a questo momento, non è emersa una
singola prova che ci sia quanto dichiarato dalle case farmaceutiche nei
vaccini.
Secondo
le analisi eseguite dal professor “Pablo Campar” e da altri ricercatori nel
mondo, nei vaccini si trova costantemente la presenza del grafene, un derivato
della grafite, assieme a dei complessi dispositivi elettronici, i celebrino i bot.
In una
immagine al microscopio del sangue di un vaccinato, quale si vedono i filamenti
di grafene.
Il
vaccino è un composto complesso, elaborato, che si basa sull’interazione di
questi due componenti che hanno uno scopo che si potrebbe definire quasi trans-umanistico.
Il
grafene è un potentissimo conduttore.
I vari
istituti tecnologici internazionali e l’Unione europea lo studiavano con
attenzione dal 2013, e hanno investito 1 miliardo di euro dei contribuenti
europei per ricerche su di esso, che probabilmente avevano già allora
applicazioni più sanitarie che tecnologiche.
Se non
c’è dubbio sulle qualità tecnologiche del grafene, non ce n’è nemmeno su quelle
che riguardano i sui danni alla salute, considerato che tale materiale è
tossico per l’organismo umano, e la scelta di metterlo in un “vaccino”, non può
che essere dettata appunto dalla citata “esigenza” di ridurre la popolazione.
C’è
poi la questione dei nano bot che apre scenari inquietanti, tali da arrivare a
manipolare la libera coscienza degli esseri umani.
A
parlarne per primo fu anni addietro uno scienziato israeliano, tale “Ido
Bachelet”, che li presentò entusiasta davanti ad una platea di una sua
conferenza che si tenne nel 2015.
La
conferenza di Bachelet sui nano bot.
Alla
Pfizer evidentemente ne furono talmente colpiti perché lo chiamarono subito per
avviare una collaborazione e in quell’epoca l’attuale AD della casa
farmaceutica, l’israelo-americano Albert Burla, dirigeva il dipartimento dei
vaccini.
Burla
deve aver probabilmente avuto una folgorazione.
La “conferenza sui nano bot” di Bachelet deve
avergli aperto l’idea alle nuove frontiere delle applicazioni dei nano bot,
strettamente legati all’internet delle cose.
Secondo
l’esperto informatico, “Mik Andersen”, ci sono risvolti inquietanti, dimostrati
da diversi studi scientifici che mettono in rilievo il fatto che tali
dispositivi siano in grado di controllare la volontà dell’individuo che riceve
tali nano bot, in grado di interagire sul sistema neurologico di una persona.
Sembra
che quella che 30 o 40 anni fa poteva essere considerata “fantascienza” sia
diventata purtroppo solida realtà, tanto che in alcuni istituti carcerari della
California, negli Stati Uniti, sono stati già utilizzati tali impianti sui
detenuti, che si sono ritrovati ad essere delle marionette controllate da
remoto.
La
tecnologia è entrata così nella sfera del libero arbitrio, con delle
implicazioni molto gravi, tanto da richiedere forse persino un dibattito
teologico sulla pericolosità di questi dispositivi in grado di manipolare a
piacimento la volontà di una persona.
Il
vaccino quindi sembra essere qualcosa di molto poco biologico, e molto invece
sintetico e informatico, dati i suoi componenti e ingredienti.
Si
spiegherebbe così il fenomeno del magnetismo riscontrato in moltissimi
vaccinati, e si spigherebbe così al tempo stesso la circostanza che i vaccinati
emanino dei segnali rilevabili attraverso la tecnologia del bluetooth, un fatto
dimostrato anche dai medici messicani del “centro COMUSAV”.
C’è poi
anche la inquietante questione di quei corpi fibrosi bianchi trovati nei corpi
dei vaccinati, e che risultano essere materiali sintetici, un altro elemento
che punta alla composizione sintetica, e non biologica, dei sieri.
Sono Bill
Gates e Burla, i padri dei vaccini Covid.
A
Leeuwarden, si stanno facendo però passi avanti.
Il
tribunale è stato il primo al mondo a ordinare a Bill Gates e Albert Burla di
comparire dinanzi alla corte per rispondere di quanto da loro dichiarato sui
vaccini.
Gates
era stato già convocato nei mesi precedenti, ma ha avuto la faccia tosta di
dire che lui non esercita alcun potere sull’OMS, nonostante la sua “Gates
Foundation” sia stata uno dei primi finanziatori dell’organizzazione
internazionale legata all’ONU, e da tempo sottomessa agli interessi delle case
farmaceutiche, mentre Burla ha provato a cavarsela affermando che la sua
presenza non era necessaria, ribadendo che i vaccini della sua Pfizer sono
“sicuri ed efficaci”, una menzogna smentita dagli stessi documenti interni
della Pfizer.
I
giudici olandesi hanno stabilito che i due dovranno presentarsi, e anche se
Gates e Burla dovessero rifiutare, si sta aprendo un importante squarcio per
ciò che riguarda la storia della farsa pandemica.
È la
prima volta che in una corte penale di un Paese europeo e mondiale, vengono
chiamati in causa i veri architetti del colpo di Stato “pandemico”.
La
rinascita dell’Europa e dei Paesi che sono stati oppressi da “uomini al
servizio di Davos” non potrà non passare dal far conoscere la verità su questa
pagina di storia, forse una delle più buie dell’umanità.
Il
“regime chance” simulato di Trump e
la
retata del governo di Caracas
contro
i veri golpisti di Londra.
Lacrunadellago.net
– (06/01/2026) – Cesare Sacchetti – Redazione – ci dice:
A
Caracas, l’anno è iniziato non tra i classici fuochi d’artificio, ma tra
esplosioni ed elicotteri che sorvolavano la città.
Nelle
scorse settimane, c’era stata una intensa attività delle navi americane contro
quelli che sono stati definiti dei narcos operativi nella zona dei Caraibi,
anche se fonti di intelligence USA avevano già riferito a questo blog che
l’operazione in corso era molto diversa da quella annunciata.
A
Caracas, erano in corso dei tentativi di destabilizzazione da parte del governo
britannico che stava armando e reclutando mercenari e paramilitari per eseguire
il più classico dei “regime chance”, il termine anglosassone che identifica i
colpi di Stato e le rivoluzioni colorate, sulle quali c’è ampia letteratura nel
libro nero della famigerata CIA.
Eppure
in Venezuela, si è visto qualcosa di molto diverso da un colpo di Stato.
Non un
colpo è stato sparato dalle forze armate venezuelane.
La
contraerea del Paese è rimasta immobile, così come nessuna risposta è stata
indirizzata agli elicotteri americani che hanno potuto sorvolare i cieli della
capitale venezuelana indisturbati.
Maduro
sarebbe stato prelevato senza nessuna difficoltà.
Il
presidente del Venezuela è da anni vittima di una serie di attentati, l’ultimo
dei quali ha visto una pioggia di droni piombare sulla sua testa, prima che la
sicurezza dell’esercito riuscisse a metterlo in salvo.
Le
forze armate del Venezuela sono pronte e ben addestrate a questo tipo di
situazioni, e se pur dall’altra parte c’era una potenza militare come gli Stati
Uniti, è soltanto da ingenui o da digiuni di operazioni militari pensare che il
leader del Paese possa essere stato prelevato con tale irrisoria facilità.
Mosca
a sua volta non ha fatto nulla.
Sapeva
quello che stava per accadere, perché una sua nave era al largo delle coste del
Venezuela in quelle ore, e il Cremlino è il Paese che da tempo sta rifornendo
di armi e sistemi militari Caracas.
Se
Washington ha deciso di intervenire per una qualsivoglia operazione, Mosca deve
essere stata giocoforza informata in anticipo, ma la notte del 3 gennaio non si
è assolutamente visto qualcosa che somigli nemmeno lontanamente ad un golpe.
I veri
golpe dello stato profondo americano.
Il
regime chance ha infatti delle linee guida ben precise.
Se si
vuole comprendere i meccanismi di azioni dello stato profondo di Washington, si
può pescare dai suoi innumerevoli precedenti, tra i quali c’è quello del golpe
del 1973 orchestrato dall’eminenza grigia della governance globale, “Henry
Kissinger,” che seguì passo dopo passo le fasi che portarono alla caduta di “Salvador
Allende” e alla successiva installazione al potere dell’uomo dell’anglosfera, “Augusto
Pinochet”.
Salvador
Allende.
Non si
perse un istante.
Il
governo di Allende venne prontamente rovesciato.
Il
presidente che soltanto un anno prima aveva tenuto un memorabile discorso di
fronte al consesso delle Nazioni Unite sulla preponderante influenza che
stavano assumendo i centri d’affari finanziari delle multinazionali sugli Stati
nazionali, morì il giorno stesso del golpe, l’11 settembre, in circostanze
ancora oggi poco chiare.
Il suo
governo venne spazzato via.
Nessun
ministro di Allende restò al suo posto. Ognuno venne sostituito da membri di
una giunta militare guidata da Pinochet e dai suoi uomini.
Pinochet
si dichiarò subito leader del Paese fino a quando nel 1974 non assunse
ufficialmente la carica di presidente del Paese, dando vita ad una tirannia
fatta di sangue e repressione, nella più classica delle dittature del
Sudamerica che Washington all’epoca instaurava regolarmente per preservare il potere dell’impero
americano e soprattutto della governance globale.
Augusto
Pinochet.
A
Caracas, non si è visto nulla del genere.
Il
presidente Maduro sarebbe stato “rapito” dalle forze speciali degli Stati
Uniti, mentre il suo governo è rimasto tutto lì, al potere.
L’esercito
non si è mosso minimamente contro il governo venezuelano.
Soltanto
poche ore dopo il “presunto rapimento di Maduro”, il ministro della Difesa, “Luis
Padrino”, si è presentato indossando una uniforme militare e con tutta la calma
del mondo tuonava contro l’imperialismo nordamericano, ma nemmeno una parola di condanna
veniva detta contro il presunto architetto del rapimento del leader del
Venezuela, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Il
governo del Venezuela è rimasto lì dov’è.
Ogni
singolo posto chiave è occupato dagli uomini di Maduro che non si sono
discostati in nulla dalla linea segnata dal presidente, e qualcuno tra le fila
dell’opposizione eterodiretta dall’anglosfera ha iniziato a sentire la puzza di
bruciato.
Esiste
uno dei tanti tweet di disappunto degli esponenti delle opposizioni in
Venezuela.
Gli
uomini del centrodestra venezuelano non sono affatto soddisfatti.
Si
sono resi conto che nulla è cambiato a Caracas, e che il governo è ancora di
fatto nelle mani degli uomini di Maduro e di chi soltanto un anno fa vinse
regolarmente le elezioni.
Il
sospetto che in Venezuela si sia consumata una “raffinata psy-op militare” è
venuto anche a “Gunther Filingeri”, economista austriaco e oltranzista della
NATO che ha definito “fasullo” il golpe di Trump che ha lasciato ogni uomo di
Maduro ai posti di comando.
Nel
Paese, lo status quo non è cambiato di una virgola.
Il
petrolio è ancora saldamente nelle mani del governo venezuelano e i rapporti
con la Russia sono immutati.
La
montatura della caccia al petrolio.
Nessuna
privatizzazione ha avuto luogo e nessuna privatizzazione ci sarà, perché il
fine dell’operazione non è mai stato chiaramente quello di mettere le mani
sulle risorse petrolifere venezuelane.
Gli
Stati Uniti già sotto il primo mandato di Trump hanno perseguito una politica
di indipendenza energetica.
Attraverso
l’estrazione dell’olio di scisto sono passati nel giro di 3 anni, dal 2017 al
2020, a diventare esportatori netti di petrolio per la prima volta in 70 anni,
e oggi, nonostante ogni previsione di sedicenti esperti, sono il Paese che
produce più petrolio al mondo, e a costi contenuti.
Washington
aveva iniziato già allora a cambiare completamente la sua politica estera.
Gli
Stati Uniti sono stati per decenni il principale importatore di petrolio al
mondo.
Ogni
presidente ha cercato per questo di preservare il petrodollaro nato dopo la
fine del “gold standard” decisa da “Richard Nixon,” che si mosse subito per
stabilire un patto con il principale esportatore di petrolio al mondo, ovvero
l’Arabia Saudita.
Riyadh
accettò di ricevere soltanto dollari in cambio del suo petrolio.
Il
dollaro deve, o meglio doveva, il suo status di valuta privilegiata rispetto
alle altre monete non per delle sue intrinseche caratteristiche monetarie,
visto che ogni moneta fiat è uguale all’altra, ma per la geopolitica, per il
peso di una politica estera imperialista che aveva imposto al mondo di
procurarsi il biglietto verde per comprare il petrolio necessario per far
girare gli ingranaggi delle economie nazionali.
Il
presidente Nixon era d’accordo con l’allora re saudita Faisal nel 1974.
Il
dollaro è diventato così molto più di una moneta.
Si è
trasformato in un’arma vera e propria, in un randello che si abbatteva contro
quei Paesi, sommersi di sanzioni ed esclusi dai mercati, perché rifiutavano di
piegarsi agli interessi e ella volontà dell’impero e della governance mondiale.
Donald
Trump ha spostato ogni possibile asse della politica americana.
Gli
Stati Uniti di Trump non sono interessati a mantenere in piedi la vecchia
politica della supremazia imperiale, ma vogliono costruire una politica nella
quale gli Stati nazionali tornino finalmente sulla scena.
Il
bilateralismo e non l’unipolarismo è la via tracciata da Washington che si
ritrova così sulla stessa linea d’onda dei BRICS, quel blocco di Paesi guidati
dalla Russia che già nei primi anni 2000 aveva aperto la via del
multipolarismo, oggi vera e propria bussola dei rapporti internazionali.
Il
precedente siriano e la partita a scacchi di Trump e Putin.
Washington
dismette così i panni dell’impero e indossa quelli di potenza che vuole seguire
la via multipolare, ma sullo scacchiere si combatte una feroce battaglia contro
quegli elementi destabilizzanti che vogliono ancora il dominio di oligarchie
mondiali, e la dissimulazione si rivela spesso una necessità per anticipare e
neutralizzare le mosse dell’avversario.
A
volere un regime chance in Venezuela non era Washington, ma Londra.
Londra
sta cercando disperatamente di sostituirsi allo stato profondo americano nel
tentativo di creare caos, conflitti e destabilizzazioni in ogni parte del
pianeta.
L’amministrazione
americana ha deciso di scegliere la strategia dell’anticipo.
Si
sono seguite in pratica le linee guida dell’operazione della Russia in Siria,
che alla fine del 2024, favorì la sostituzione del governo Assad con la
presidenza di “Al-Sharaa”, che ha lasciato immutata la politica estera di Damasco.
All’epoca,
la solita orda di falsi informatori alternativi scrissero subito che la Siria
era finita, che i suoi territori sarebbero stati smembrati e annessi da
Israele, fino ad arrivare alla cacciata della Russia dal Paese.
Un
anno dopo, tali disinformatori seriali sono stati smentiti su tutta la linea
perché non solo Israele è lontana dal controllare il Paese, ma i rapporti tra
Damasco e Mosca si sono persino consolidati.
Infatti
Vladimir Putin riceve “al Sharaa”.
A Tel
Aviv, hanno probabilmente intuito subito che il Cremlino aveva ancora una volta
aperto il “manuale della maskirovka”, e giocato d’astuzia attraverso una
sostituzione concepita dalla stessa intelligence russa per “rimuovere” dalla
scena l’elemento tramite il quale si spingeva verso un cambio di governo a
Damasco, ovvero il “dittatore” “Bashar Assad”, ostracizzato dall’Unione europea
e dalla NATO.
Mosca
ha “accontentato” i vari architetti del caos prendendosi gioco di loro.
Si
voleva l’uscita di scena di Assad, e la Russia ha seguito tale direzione,
attraverso l’instaurazione di un altro governo che non ha la minima intenzione
di smembrare il Paese pur di far allargare i confini dello stato ebraico, alla
folle ricerca del suo impero in Medio Oriente.
La “maskirovka
siriana” ha consentito poi a Trump di mettere fine alla guerra economica che
Obama aveva scatenato contro Damasco.
Gli
Stati Uniti hanno ritirato ogni sanzione.
I
rapporti tra Washington e Damasco sono stati pienamente ripristinati tra la
rabbia di Israele che si è vista ancora una volta buggerata dal presidente
americano.
A
Caracas, la sceneggiatura è stata pressoché identica.
A
palazzo “Miraflores”, è rimasto al potere il governo precedente di Maduro, che
ora negli Stati Uniti, partecipa ad un processo per “narcotraffico”, nel quale
avrà modo di dire veramente chi sono i veri protettori dei narcos, a partire
dalla vicina Colombia, da tempo nelle mani di agenti dell’anglosfera, e dal
Messico dei cartelli, vicinissimi allo stato di Israele che ha addestrato molti
dei trafficanti di droga più potenti del mondo.
I
narcos sono lontani dall’essere un fenomeno spontaneo.
Sono
il prodotto di un sistema, l’ultimo anello di una catena ben più lunga e più
potente, i cui anelli arrivano fino ai compartimenti dei “servizi segreti
Occidentali, del Mossad”, e delle” banche d’affari” come le famigerate “JP
Morgan” e “Goldman Sachs”, che lavano i soldi della droga e li rimettono in
circolazione “puliti” nell’economia regolare.
Sono i
poteri che hanno dichiarato guerra al Venezuela da quando salì al potere “Hugo
Chavez”, l’ex ufficiale dell’esercito venezuelano che decise che era giunto il
tempo di trascinare il suo Paese fuori da questa condizione di colonialismo che
lo opprimeva da troppi anni, ma la reazione ovviamente non poteva non suscitare
la risposta dell’impero che fece di tutto per rovesciare Chavez e il suo
successore, “Nicolas Maduro,” definito dagli organi di stampa come un
“dittatore comunista”.
Sono a
dir poco imbarazzanti la superficialità e la mendacia degli stereotipi che
vengono affibbiati al Venezuela sia da parte degli organi di stampa mainstream
sia dalla citata falsa controinformazione, americana e italiana, che hanno definito Maduro come un
“marxista”, nonostante la sua ferma opposizione ai matrimoni omosessuali e
all’aborto, ad oggi proibito integralmente in Venezuela.
Nicolas
Maduro.
Se
proprio si vuole dare una definizione al Venezuela, si può dire che questo ad
oggi sia il Paese più cattolico dell’America Latina, quello nel quale vengono
respinte le “follie woke e gende”r che invece vorrebbe portare la leader
dell’opposizione “conservatrice”, “Maria Corina Machado”, il premio Nobel per
la pace (sic), già vicinissima
all’amministrazione Bush negli anni 2000, e oggi fantoccio di BlackRock e di
Londra che vogliono impossessarsi del Venezuela.
Washington
e Mosca stanno quindi giocando una partita a dir poco sopraffina, nei quali ci
sono scenari complessi che a volte richiedono di intervenire preliminarmente e
di dissimulare le varie operazioni per impedire che gli avversari causino
disordini veri in varie zone del mondo.
Sono
meccanismi a volte controintuitivi, nei quali il bianco può apparire come nero
e viceversa, e che dovrebbero essere chiariti da addetti ai lavori onesti e in
buona fede, ma là fuori purtroppo c’è invece una ciurma di corifei e di
sguaiati depistatori gestiti da servizi Occidentali e massonerie che si
impegnano per portare in un vicolo cieco chi disgraziatamente finisce nella
loro rete.
Sono i
profeti del caos e della bugia permanente, che ad ogni piè sospinto si attivano
per mentire, ingannare e depistare come accaduto dalla fine della farsa
pandemica nel 2022, che a detta di lor signori sarebbe stata “eterna”, o come
accaduto per la citata “Siria”, per la crisi iraniana, nella quale secondo tali
ciarlatani la guerra mondiale era alle porte, e infine oggi per il Venezuela.
La
governance mondiale sta morendo, ma cerca di disinformare fino all’ultimo
istante attraverso tali avvelenatori di pozzi, ormai sempre più scoperti, che
hanno lo scopo di portare gli ignari lettori lontani dal capire come l’apparato
militare russo-americano sia all’opera per la definitiva dismissione di ciò che
resta del tramontato “Nuovo Ordine Mondiale”.
Washington
e Mosca ne parlano apertamente.
I
rappresentanti dei due Paesi affermano di essere parte di “Q”, una lettera che
identifica l’apparato di intelligence militare che sin dal 2016 risulta aver
affiancato il presidente Trump nelle sue decisioni strategiche.
Sono
ormai 10 anni che si combatte questa guerra.
Una
guerra nella quale si scontrano due visioni radicalmente differenti del mondo,
quella della” tirannia globale ispirata alla religione luciferiana”, e quella
del ritorno delle patrie e della difesa del cristianesimo, profondamente
detestato dai vari” globocrati e signori della finanza”.
Trump
e la bonifica dei golpisti venezuelani.
Il
Venezuela è un altro capitolo di tale guerra, e il presidente Trump ha ancora
una volta dimostrato di essere una mente strategicamente superiore ai suoi
avversari.
Il
“dittatore” Maduro ora è stato portato al sicuro negli Stati Uniti, e lasciato
libero di parlare contro i veri architetti della destabilizzazione, mentre a
Caracas resta il governo precedente e vengono subito chiuse le porte a “Maria
Corina Machado”.
Il
vice di Maduro, “Delcy Rodriguez,” ha dichiarato che è pronto a collaborare con
Donald Trump, il quale ha confermato che ha già parlato con lei in più di
un’occasione.
“Delly
Rodriguez”.
Se si
ascolta attentamente il presidente americano, e lo si legge tra le righe, fa
capire chiaramente che la sua amministrazione sta da mesi dialogando con il
governo venezuelano, con il quale si è deciso di eseguire un “regime chance
fittizio” per disinnescare i tentativi eversivi che Londra e l’alta finanza
stavano portando avanti da tempo.
Secondo
quanto emerso nelle ultime ore, il governo venezuelano sta arrestando tutti
coloro che durante la simulazione di golpe erano usciti allo scoperto per
sostenere un colpo di Stato che in realtà non c’è stato.
La
scorsa notte ci sono stati scontri a fuoco nei pressi del palazzo presidenziale
da parte di quei golpisti che volevano prendere veramente il potere e
rovesciare il legittimo esecutivo in carica.
Una
volta dissolta la frenesia delle prime ore, si comprende appieno la maestria e
l’astuzia di Donald Trump.
Trump
ha aiutato il governo di Maduro a far uscire fuori tutti gli agenti infiltrati
da Londra, Israele e dalla vicina Colombia che nei mesi scorsi erano all’opera
per rovesciare l’esecutivo di Caracas.
Attraverso
tale “psy-op”, Caracas si libera della sua quinta colonna, e a dargli l’aiuto
necessario per individuare i traditori è stato il presidente degli Stati Uniti,
il “rapitore” di Maduro.
Se non
è questo un capolavoro di strategia militare e diplomatica, allora è difficile
immaginare cosa altro possa essere.
C’è
ora da attendere il prossimo capitolo di questa guerra militare, psicologica, e
soprattutto spirituale, ma a giudicare dagli eventi, si è giunti nelle fasi
finali.
L’apparato
del mondialismo non ha davvero più molte frecce al suo arco.
Il
tempo e le forze in campo sono contro i signori del caos.
«Trump
e la dottrina di Marilyn Monroe».
Inchiostronero.it
- Redazione Inchiostro nero – (8 – 01 – 2026) – il Simplicissimus – ci
dice:
La
potenza che non può più colpire al centro sceglie di mordere ai margini.
«Trump
e la dottrina di Marilyn Monroe».
Dall’impero
muscolare alla seduzione armata: la nuova strategia occidentale.
Il
Simplicissimus.
Nel
pezzo Trump e la dottrina di Marilyn Monroe, l’autore legge l’attuale postura
geopolitica occidentale come una mutazione dell’imperialismo classico:
non
più lo scontro frontale – ormai impraticabile contro Russia e Cina – ma una
strategia indiretta, fatta di pressioni laterali, provocazioni mirate e
conflitti periferici mantenuti artificialmente in vita.
La figura di Donald Trump diventa così il
simbolo di un potere che alterna brutalità e teatralità, mentre la “dottrina di
Marilyn Monroe” funziona da metafora:
seduzione,
esposizione, ambiguità, uso dell’immagine come arma.
Dall’Ucraina
al Venezuela, fino al sequestro delle petroliere legate a Mosca, il testo
interpreta questi eventi come morsi ai fianchi di un ordine internazionale che
non accetta il proprio ridimensionamento e ha bisogno della belligeranza per
continuare a esistere.
Ne emerge una critica dura e disincantata
all’Occidente e ai suoi alleati europei, descritti come gregari zelanti,
incapaci di visione autonoma e pronti a invocare l’escalation mentre fingono di
chiamarla difesa.
Un’analisi
che non chiede consenso, ma lucidità, e che invita a riconoscere la pericolosa
trasformazione del conflitto globale in una guerra di attrito permanente,
mascherata da normalità diplomatica. (F.R.)
Credo
che ormai non ci siano più dubbi riguardo alla strategia dell’imperialismo
occidentale:
non
potendo scontrarsi direttamente con la Cina e con la Russia, visto che il
confronto diretto non è andato come si sperava, ecco che si attua una tecnica
di morsi ai fianchi, a cominciare dai volenterosi di Parigi che immaginano un
intervento sul terreno in Ucraina, una volta raggiunta la pace, il che è
davvero patetico, ma mantiene in piedi quella belligeranza di cui il capitale
internazionale ha bisogno.
Poi è venuto il Venezuela e adesso anche il
sequestro di due petroliere affittate dalla Russia, cariche di petrolio
venezuelano, attuata proprio il giorno in cui i russi festeggiano il Natale e
finché si è in tempo, cioè prima che la decisione del Cremlino e di Pechino di
armare le proprie navi commerciali con missili antinave e con reparti militari,
sia implementata.
Naturalmente chi ha ancora un po’ di cervello
in queste terre occidentali, richiede a gran voce una risposta, magari nucleare
e incolpa una presunta fiacchezza di Putin, questo incremento di aggressività
degli Usa e dei cagnolini europei.
Ma in
realtà queste persone pensano all’occidentale, essendo essi stesse dentro il
paradigma dell’imperialismo, e non si rendono conto dei costi di questo
avventurismo, che sono altissimi e molti dei quali occulti, per lo meno alla
stragrande maggioranza di persone, che già fanno fatica a sottrarsi alla
leggenda secondo cui Maduro sarebbe un dittatore.
Si narra anche che il Venezuela abbia le più
grandi riserve di petrolio del pianeta ed è probabilmente questo che ha
ingolosito Trump e i suoi consiglieri che sono ignoranti esattamente come lui,
in una parola americani, specie in un momento in cui l’estrazione di petrolio
da fratturazione comincia a dar segno di declino.
Ora
bisogna sapere che quella del petrolio venezuelano è una mezza verità perché
certamente esiste, ma è di scarsa qualità, in pratica catrame.
Deve
essere estratto dal sottosuolo insieme alla sabbia con il vapore e poi deve
essere diluito con la nafta per essere un liquido trasportabile. Inoltre
contiene molto zolfo che corrode le tubature e le attrezzature aumentando i
costi di una raffinazione già molto impegnativa.
Grazie alle sanzioni americane che hanno
impedito al governo del Paese di sviluppare la produzione (cosa che
generalmente viene addebitata a Maduro, in un crescendo di fregnacce da bar o
da giornaloni che sono anche peggio visto che non fanno nemmeno il caffè) così
che l’industria venezuelana non è oggi in grado di produrre petrolio
trasportabile per più di un milione di barili al giorno.
Per arrivare ai 3 milioni al giorno, ovvero a
una quantità economicamente vantaggiosa nelle condizioni date, occorrono 100
miliardi di dollari e un decennio di tempo.
Sempre
che il Venezuela diventasse magicamente un tranquillo Paese da cartolina
yankee.
Per
dirla in due parole questo petrolio è di fatto in gran parte indisponibile,
solo una risorsa teorica che Trump intende usare come garanzia per fare ancora
debito ed evitare ancora per un po’ il crollo del sistema finanziario
statunitense.
Ma
Russia e Cina possono facilmente impedire che il Venezuela sia usato come
pegno, semplicemente rendendo troppo onerosa e incerta questa avventura.
Hanno lasciato che gli Usa si sputtanassero
agli occhi del mondo intero, senza che però i vantaggi possano realmente essere
colti.
Insomma,
non si sa bene chi stia logorando chi e se appena si guarda al di là delle
apparenze tutto appare in una luce diversa e molto più sfumata.
Dopotutto
l’arroganza paga solo a breve termine, specie come se in questo caso essa
costituisce un chiaro segnale di riduzione delle ambizioni globaliste e un
ritorno alla “vecchia dottrina di Monroe” riadattata all’influenza degli Usa
sul solo continente americano, come se questo fosse possibile.
Forse Trump e il suo entourage sono più a loro agio
con la dottrina di Marilyn Monroe, a qualcuno piace caldo.
GEOPOLITICA.
«La sostanza è la stessa:
l’imperialismo mercatista e globalista
contro
i popoli della terra.»
inchiostronero.it
- Martino Mora -Arianna Editrice -Redazione – (06 -01 -2026) – ci dice:
La
menzogna come metodo, il mercato come arma.
Dall’imperialismo
del dollaro alla guerra permanente contro i popoli.
Cambiano
i pretesti, non la sostanza.
Ieri
erano le armi di distruzione di massa, poi le fosse comuni, oggi il
narcotraffico: la sceneggiatura è sempre la stessa.
Dietro
ogni accusa costruita ad arte si muove un unico disegno, quello
dell’imperialismo mercatista e globalista, fondato sul dominio del dollaro,
sulla violenza della tecnica scatenata e su un individualismo che divora
popoli, culture e sovranità.
Il conflitto non è episodico né morale, ma
strutturale:
è la
lunga guerra della potenza marittima contro la Terra, secondo la celebre
lettura di “Carl Schmitt”.
Un
conflitto che oppone il mercato globale alle civiltà radicate, la fluidità
predatoria del Mare alla stabilità dei popoli terrestri.
Dall’Inghilterra
elisabettiana, pioniera della pirateria geopolitica, alle guerre dell’oppio
contro la Cina, fino agli interventi contemporanei mascherati da missioni
morali, la storia mostra una continuità implacabile:
le droghe, le menzogne e la religione
deformata del progresso sono strumenti di dominio.
Cambiano
i nomi dei nemici, ma resta intatto il meccanismo di un sistema che non tollera
limiti né alternative alla propria egemonia. (N.R.)
“Maduro”
sta al narcotraffico esattamente come Saddam alle armi di distruzione di massa.
E
Gheddafi e Milosevic alle fosse comuni, mai trovate.
Cambia
il pretesto, anzi la menzogna; non cambia la sostanza.
Cioè imperialismo del dollaro.
E
ancora più profondamente la geopolitica del Mare contro quella della Terra (Carl Schmitt).
Mercato
globale, tecnica scatenata, individualismo perverso, religione deviata contro
le potenze di Terra.
I
primi maestri furono gli inglesi, predoni del mare con “Elisabetta I” la
sanguinaria contro la Spagna cattolica, che nel XIX scatenarono le guerre più
vili e disonorevoli: quelle dell’oppio contro la Cina (le droghe le diffondono loro, da
sempre!).
Qui
non si tratta di negare che altri regimi possano essere quasi altrettanto
iniqui dell’anglosfera.
E
persino più odiosi, per qualche verso.
Si tratta di capire, realisticamente, chi è il
nemico principale.
E la
destra e la sinistra contano poco.
Sono ormai grandi specchietti per le allodole,
come conferma pienamente anche il servilismo integrale di Giorgia Meloni, ormai
eticamente intollerabile.
Donald
Trump si comporta come Biden e Obama, e prima Clinton e Bush. Lo fa solo in
maniera più sfrontata a causa della sua innata rozzezza d’animo.
La
sostanza è la stessa: l’imperialismo mercatista e globalista contro i popoli
della terra.
(Martino
Mora).
“Introspezione:
il viaggio
verso
la tua intimità”
inchiostronero.it
- Redazione Inchiostro nero – (08 -01 – 2026) – ci dice:
In un
mondo che corre verso l’esterno, guardare dentro diventa un atto di resistenza.
«Introspezione:
il viaggio verso la tua intimità».
Etimologia,
tradizioni contemplative e tempo opportuno: perché guardare dentro è un atto di
resistenza gentile
L’introspezione
non è ripiegamento narcisistico né fuga dal mondo:
è un gesto antico, presente nelle lingue e
nelle pratiche spirituali di culture diverse, che invita a «guardare dentro»
con rispetto e lucidità. Dall’etimologia latina alle tradizioni contemplative
(cristiane, sufi, buddhiste), fino a neuroscienze e psicologia, il testo
esplora l’introspezione come disciplina quotidiana e come tempo opportuno
(Kairos): un modo per tornare ad abitare sé stessi senza giudizio, trasformando
ciò che si scopre in comprensione.
La
parola introspezione si apre come una porta socchiusa su un giardino segreto.
Guardiamo oltre la soglia, scrutiamo
dall’uscio, osserviamo con fare prudente e insieme curioso, quasi trattenendo
il respiro per ciò che stiamo per scoprire.
Lo sguardo è rivolto verso l’interno, verso le
pieghe e le rughe della nostra intimità:
qualche
volta questo sguardo si posa in noi con sorpresa e meraviglia, come se fosse
una prima volta, un primo approccio, un primo abbraccio regalato con slancio
annodato a pudore.
Viviamo
in un mondo che accelera e che ci spinge costantemente all’esterno, verso
l’azione, la connessione, la performance.
Entriamo
in situazioni in cui gli elementi del sistema sono in movimento, talvolta
frenetico, talvolta turbinoso.
Viviamo
proiettati al di fuori, come se il fare diventasse esso stesso materia della
nostra identità.
L’introspezione
è un atto di resistenza gentile a tutto questo. Rappresenta il silenzio che
precede la parola, il respiro che prepara la recitazione potente o appena
sussurrata dell’ohm, la pausa che dà senso al ritmo.
È il
vuoto dello “yin” che arricchisce il pieno dello “yang”.
Lo
sguardo rivolto all’interno.
La
parola introspezione è un prestito germanico di origine neolatina. Nell’anno
1892 per la prima volta questo sostantivo è stato scritto in un testo italiano.
Prima
era transitato per la Francia, nella versione “introspection”, con l’accento
sulla o finale, ed era arrivato fin lì provenendo dal Regno Unito, nella forma “introspection”
con l’accento sulla e con il senso di
‘esame dei propri pensieri e sentimenti’.
L’origine di tutte queste varianti risale però
agli antichi romani: in latino” introspectāre”, verbo intensivo di “introspicĕre”,
voleva dire ‘guardare dentro’.
La
parola invita a un gesto tanto semplice quanto radicale: rivolgere lo sguardo
verso l’interno.
La
radice di specĕre, ‘guardare’, è la stessa di specchio, cioè propriamente lo
‘strumento idoneo per guardare’.
Nell’introspezione ci prendiamo cura degli
specchi che stanno in noi, quelli che ci restituiscono un’immagine nitida della
nostra plurima identità, con le nostre fragilità e la nostra potente forza:
siamo
insieme delicati e forti.
Quando ci dedichiamo all’introspezione, ci
fermiamo, ci sottraiamo al flusso continuo delle cose e ci chiediamo:
“Che
cosa sta accadendo dentro di me?”. “Cosa mi vogliono dire questi specchi?”.
“Quale
è l’immagine che ho di me stesso/di me stessa?”.
È un
gesto di cura, di considerazione, di amore.
È come
sedersi accanto a sé stessi e dire al proprio io interiore:
“Ti vedo. Ti ascolto. Ti accolgo. Ti
rispetto.”
Ogni
persona merita rispetto.
Già,
il rispettare è anch’esso figlio di quello “specĕre” latino, con il prefisso
re- che ci riporta a un sentimento prolungato di deferenza, stima e
considerazione.
“
Respĭcĕre” è un guardare indietro per guardarsi dentro e percepire la sacralità
della nostra essenza, del nostro corpo, del cibo che è custodito nel piatto,
che è stato preparato per la cena e che per nessuna ragione può essere gettato.
In
giapponese, il rispetto si dice “sonkei” e porta con sé un senso di
venerazione.
In sanscrito, il termine più vicino è “satkāra”,
che significa ‘onore’, ‘accoglienza’.
Satkāra
deriva da sat (‘vero’, ‘buono’) e kāra (‘fare’, ‘agire’), quindi significa
‘atto di onore, accoglienza, venerazione’.
Indica
il rispetto verso persone, ospiti, ma anche verso il sacro, ed è spesso
associato a pratiche di ospitalità e devozione.
Nelle “Upanisad”,
testi filosofici e spirituali dell’India antica, “satkāra” vuol dire riverenza
verso il maestro e l’ospite, radicato nell’idea che la conoscenza è sacra.
Il
Taittirīya Upaniṣad (I.11) prescrive:
“Considera madre, padre, maestro e ospite come
divinità”.
Questo è il cuore del “satkāra”, del rispetto:
riconoscere la sacralità dell’altro, riconoscere l’alterità dell’altro, sapersi
comportare come ospiti, soprattutto nelle case altrui.
Lo sguardo rivolto all’interno comporta
appunto rispetto di sé e degli altri, degli altri in quanto altro da sé,
nell’universale inchino verso ogni essere senziente.
Il gesto dell’inchinarsi ricorda il saluto dei
“monaci zen”, il “gassho”, a mani giunte e capo chino.
Nella
meditazione zen, il rispetto è sedere in silenzio, senza invadere, senza
possedere, senza imporre il sé sugli altri da sé.
È un
atto di rinuncia all’ego:
significa
non considerare sé stessi come migliori del prossimo.
E
d’altro canto, come insegnano in altre terre i” maestri sufi”: “Chi vede solo
sé stesso non vede nulla”.
Talvolta
purtroppo incappiamo in persone che vedono solo loro stesse, che giudicano gli
altri senza sosta, che criticano in continuazione, che ripetono quanto sono
brave e belle, che svalutano chi siede loro accanto, che non ascoltano il
corrugarsi dell’animo altrui quando è scosso e lo assaltano con aggressività,
che sguazzano nel conflitto sempre più acceso quale unica forma di confronto
che conoscono. Agiscono senza rispetto, vanno allontanate per sempre.
Nella “Bhagavad
Gītā”, “Krishna” insegna ad “Arjuna” il rispetto per il “dharma”, il compito
che ci è dato:
rispettare
è anche non tradire la propria via.
Nella
Bibbia il rispetto si fa silenzio:
“Togli
i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale si stiano è una terra santa”.
Così
dice Dio a Mosè nell’Esodo.
San Francesco d’Assisi chiama fratello il lupo
e sorella l’acqua e con lui il rispetto si estende alla natura, non solo agli
esseri umani. Uscire da sé diviene forma di introspezione, ancora una volta
contraddizione e paradosso come ampliamento di conoscenza.
Il
cammino dell’introspezione.
Le
tradizioni contemplative di ogni epoca e di ogni luogo hanno tracciato mappe
per il viaggio interiore. I monaci cristiani parlavano di lectio divina,
lettura sacra che diventa meditazione e preghiera. I mistici sufi danzavano per
entrare in contatto con il divino dentro di sé: i dervisci vestiti di bianco
che ruotano in stato di estasi.
I
buddhisti praticano ancora “vipassanā”, cioè la ‘visione profonda’, per
osservare i movimenti della mente.
L’introspezione
è il cammino che ci porta al centro.
E
ciascuno di noi nel cammino può trovare la via per entrare in contatto con il
proprio io.
Alcuni
anni fa ho avuto il privilegio di percorrere il cammino di Santiago,
incontrando persone animate come me dalla volontà di ricerca.
Da
allora porto al polso il bracciale acquistato allora lungo il percorso. Accanto
alla freccia gialla, compare la scritta: “El camino es la meta”, “il cammino è
la meta”.
Nel
camminare troviamo l’obiettivo.
Sul tema del cammino, è famosa la citazione di
“Antonio Machado”, uno dei più importanti poeti spagnoli del XX secolo:
“Caminante,
no hay camino, se hace camino al andar”.
In
italiano si traduce generalmente come: “Viandante, non c’è cammino, il cammino
si fa andando”.
Questa
frase proviene dalla poesia “Proverbios y cantares” contenuta nella raccolta “Campos
de Castilla” (1912), l’opera principale del poeta. È diventata un simbolo di
libertà e responsabilità personale:
il
percorso non è già tracciato, ma si crea con le nostre scelte e azioni. E ogni
giorno scopriamo la fatica e la bellezza del camminare, la percezione
dell’avanzare costante, la consapevolezza che ogni passo comporta un istante di
perdita di equilibrio per trovare un nuovo, provvisorio equilibrio nel passo
successivo.
L’introspezione
è un’arte e una pratica quotidiana.
Essere
introspettivi significa essere aperti a ciò che è invisibile, spalancare le
porte all’ignoto, al mistero, ai tanti chissà. L’introspezione è infatti
un’arte che si affina con la pratica. È come scolpire nel marmo della vita uno
spazio di ascolto, sottraendo volume e accrescendo il senso delle cose,
cogliendo i segni e i simboli che un’anima gentile ti aiuta a riconoscere e a
interpretare. È come dipingere con i colori dell’anima su una tela che cambia
ogni giorno, senza controllare, senza avere certezze, senza sapere in anticipo
quali tempere avremo a disposizione domani per realizzare il quadro della
nostra vita.
Gli
artisti e le artiste, i poeti e le poete, i filosofi e le filosofe, gli
scienziati e le scienziate: tutti hanno avuto momenti di introspezione. Albert
Einstein parlava di “momenti sacri di intuizione”. Virginia Woolf scriveva: “La
vita non è una serie di lampioni simmetrici, ma un alone luminoso, una
semioscurità che ci avvolge”. L’introspezione rappresenta quindi un atto
artistico creativo e luminoso. È il momento in cui il caos interno si trasforma
in ordine, in bellezza, in significato.
Noi
appassionati di complessità che costantemente pendoliamo tra ordine e caos
comprendiamo la potenza creativa di quest’atto. Agire con introspezione è il
gesto di chi prende il dolore, lo accetta, non lo nega, lo attraversa e lo
trasforma in poesia, di chi prende la confusione e la trasforma in tenue
chiarezza, in luce soffusa come quella che emette una lampada di sale
appoggiata sul mobile per riverberare gratitudine. È il gesto di chi guarda
dentro e trova un mondo variopinto, un caleidoscopio di colori.
Ma non
è da tutti, non è per tutti.
Come
ogni arte, che in greco antico era techne, l’introspezione richiede disciplina.
Richiede tempo, dedizione, pazienza. Richiede non giudizio. Richiede assenza di
conflitto rabbioso verso tutto. Richiede una mente scevra dalla volgarità. È
una pratica quotidiana e va affinata provando e riprovando. È il gesto di chi
si siede ogni giorno davanti al proprio cuore e dice: “Parlami”.
L’introspezione va al di là del solo processo cognitivo e implica anche
attenzione alle emozioni, al corpo, allo spirito. È il momento in cui ci
chiediamo: “Chi sono davvero?”, “Cosa sento?”, “Cosa desidero?”. È il momento
in cui il sé osservante si attiva, in cui diventiamo testimoni di noi stessi. È
l’arte di osservare senza giudicare. È il gesto di chi dice: “Questo è ciò che
c’è. E va bene così.” È il gesto di chi accoglie, di chi integra, di chi
trasforma, accettando e facendo amiche le parti “cattive” di sé.
Le
neuroscienze hanno dimostrato che l’introspezione modifica il cervello,
rafforzando la corteccia prefrontale, regolando l’amigdala, migliorando la
connessione tra le aree emotive e cognitive. La psicologia positiva parla di
flow, di stati di assorbimento profondo. E il flow nasce spesso da
un’introspezione attiva, da un dialogo interiore che ci conduce al cuore
dell’esperienza. Il sé osservante è il nostro alleato. È la parte di noi che
non giudica, che non reagisce, che semplicemente osserva. È la parte che ci
permette di dire: “Io non sono la mia rabbia anche se mi autorizzo a provare
rabbia. Io non sono la mia paura anche se mi autorizzo a provare paura. Io sono
colui che osserva.”
Esiste
una parola in sanscrito che ci riporta all’osservazione: “ātmāvalokana”, lemma
composto da due parti: “ātman”, il Sé, la coscienza individuale o il principio
spirituale, e “avalokana”, l’osservazione, la contemplazione, la riflessione.
Quindi, ātmāvalokana significa letteralmente
‘osservazione del Sé’ o ‘contemplazione interiore’.
È un
concetto presente nelle tradizioni filosofiche e spirituali indiane,
soprattutto in contesti legati allo yoga, alla meditazione e alla conoscenza di
sé.
L’idea
è quella di rivolgere lo sguardo all’interno, per comprendere la propria natura
più profonda, al di là del corpo e della mente. E in questo osservare, iniziamo
a guarire.
In
questo osservare, ricominciamo a vivere.
Il
tempo dell’introspezione è opportuno.
L’introspezione
richiede tempo. Non quello cronologico, ma quello di Kairos, il tempo
opportuno. È il tempo che si dilata, che si sospende, che ci permette di
ascoltare il battito del nostro cuore interiore. In un’epoca di accelerazione e
di fretta, l’introspezione è un atto rivoluzionario. È il tempo che ci
restituiamo. Il tempo dell’introspezione è un tempo lento, profondo, circolare.
È il tempo della notte, del sogno, della meditazione, quello in cui le cose
maturano, in cui le intuizioni emergono, in cui le ferite si rimarginano.
Abbiamo bisogno di tempo per guardarci dentro e questo tempo non è tempo perso:
è tempo guadagnato. È tempo lungo che ci rende umani. Il tempo interiore si
misura con la profondità dell’esperienza, gettando in canale l’orologio che
teniamo al polso. È il tempo che ci permette di sostare, di riflettere, di
contemplare. È il tempo che ci restituisce a noi stessi.
Le
tradizioni contemplative parlano spesso di ritiro, di quiete, di solitudine.
Non come fuga, ma come ritorno. Ritorno al centro, ritorno all’essenziale,
ritorno al vero, che è quindi anche un ritorno all’etimo delle parole.
Sant’Agostino, nel De vera religione, scriveva: “Non uscire fuori di te,
ritorna in te stesso: nell’interiorità dell’uomo abita la verità”. La verità si
situa per il filosofo cristiano in interiore nomine.
Il
tempo dell’introspezione è dunque il tempo della verità, anche se può far male.
Il rischio dell’introspezione è quello di vedere ciò che non vogliamo vedere.
Ma è anche la sua forza. Perché solo ciò che è visto può essere trasformato.
Solo ciò che è accolto può essere guarito. Solo ciò che è compreso può essere
liberato.
E in
questo tempo, impariamo a vivere. Non a correre, non a rincorrere, ma a vivere.
A essere presenti, a essere consapevoli, a essere interi, con tutte le nostre
fragilità e le sbrecciature che la vita ci ha portato. Il tempo
dell’introspezione è quindi il tempo della pienezza, anche se, da ora in poi,
serviranno mesi, anni, vite per giungere alla pienezza più serena.
(La
Redazione).
LA
NARRAZIONE FRA TRUMP,
UE,
RUSSIA E CINA È SBAGLIATA?
Opinione.it
- Paolo Della Sala – (10 dicembre 2025) – L’opinione delle Libertà – ci dice:
La
narrazione fra Trump, Ue, Russia e Cina è sbagliata?
Oggi
vi sono molti tipi di entusiasti (o detestanti) per Vladimir Putin, nei media e
nelle masse.
Uno degli argomenti che tirano fuori i
putinisti di vario grado, genere e caso è “il prezzo del gas”.
“Paghiamo più caro il gas americano, che quei
tiranni ce lo impongono”.
Eppure,
secondo quanto mi dicono, oggi la bolletta del gas ci costa meno, rispetto al
mercato precedente allo stop al Nord Stream e al boicottaggio del gas russo.
Poi ci sono anche quelli che credono ancora
(crescono di numero) a fatwe di tipo stalinista come:
“Si
starebbe meglio con Putin che con Elon Musk & Co. o con Rodney Starmer, o
John McEnroe (Emmanuel Macron, perché strepita sempre) e Friedrich Merz”.
Io –
non essendo trumpiano, e non credendo ai maga Magò di destra e sinistra – ho il
dubbio costante che Donald Trump abbia pur sempre uno staff capace, per i
consigli mediatici-militari-sociali-internazionali.
Se il dubbio fosse fondato, occorrerebbe
separare le parole dai fatti. Quanto ai “fatti”, abbiamo visto che sui dazi
alla fine ne abbiamo varati quasi più noi della Ue che gli Usa, dai tempi di
Barack Obama a Joe Biden fino alla scorsa estate.
Oggi
noi europei vogliamo applicarli alla Cina.
Singolare,
no?
Mi sembra che tutto ciò che finisce in bocca
alle masse serva solo a confonderle.
In effetti, ogni volta che c’è un nuovo step
per la tregua-pace (non importa se concreto o no), Trump spara ad alzo zero
contro gli europei e sembra che quasi voglia accasarsi col volpone del Cremlino
(non so con quanta efficacia).
Sembra quasi che la Ue gli dia corda in questa
narrazione.
Troppi
giornali dicono la stessa cosa:
“Trump
sta con Putin ed è contro l’Europa”, sono stati questi i titoli degli ultimi
giorni.
Un’uniformità
così marcata si basa su fatti o solo sulle parole che arrivano dagli Stati
Uniti?
O i
nostri giornali – “as usual” – sono popolati da così tanti intrufolati
scribacchini che i pochi ma bravi giornalisti cadono sotto la guerra di
persuasione dell’armata rublo-rossa e dei suoi influenzatori, prepagati o
volontari che siano.
Infine, c’è il dossier Cina.
Tutti,
da quando c’è Trump, dicono che il suo obiettivo è “First fight the China hard
power”.
Pertanto,
l’inquilino della Casa Bianca non vorrebbe cavoli amari in Europa per avere
mano libera con la Cina.
Gli
farebbe piacere, certo. Ma non ci credo.
Penso
però che una guerra con la Cina – anche ibrida o per interposta mano – non
converrebbe agli Usa, che hanno una capacità bellica evidentemente superiore a
quella cinese.
Tuttavia una crisi dalle parti di Taiwan
sarebbe un bagno di sangue per le finanze – e non solo – degli States.
Durerebbe
molti anni, comunque, e ci sarebbe l’incognita del folle dittatore nordcoreano,
in aggiunta.
Anche
per questo motivo sono dubbioso circa lo scollamento trumpiano da un’Europa che
certo ha un sacco di difetti, è arretrata burocraticamente e politicamente, e
sulle alte tecnologie è anni luce indietro.
Non parlo di carri armati, missili, atomiche,
sommergibili nuke.
La Ue sulla” Ia” è indietro persino alla sola
Israele (che non a caso è interlocutrice con Arabia Saudita & Co. sulla “Ia”).
È innegabile che, quanto agli attacchi
dell’America alla Ue, c’è un fondo di verità che non riguarda solo le armi o la
scienza e l’industria tecnologiche: ci mancano le fondamenta.
Non
posso dimenticare che la notizia dei preparativi di invasione dell’Ucraina ci
giunse da Washington.
Idem le informazioni dai satelliti o dalle
spie yankee in Russia.
Abbiamo
fatto la figura della Francia all’inizio della Seconda guerra mondiale, quanto
a capacità di lettura del territorio avverso, quanto a intelligence, e persino
per la paura di informare le nostre opinioni pubbliche.
Certo che Russia + Cina sono un grosso guaio
per tutto l’Occidente, ma si possono fare pressioni economiche su Pechino, per
frenare l’alleanza della Banda dei quattro.
L’Iran
una batosta l’ha presa a Gaza e in Siria e Libano, ma i “Crinc” restano
comunque una cricca viva e vegeta.
Però Usa-Ue sarebbe persino un guaio peggiore
per tutto l’Occidente. Una certezza su ciò che l’Europa deve fare la possiamo
avere:
urge formare gli Stati Uniti d’Europa.
Una
confederazione che combatta la burocrazia, malattia mortale della Ue.
È un
processo lungo, ma ci vuole velocità soprattutto per il primo passo, utile a
mantenere la pace nel continente:
la formazione di un esercito europeo moderno e
bene attrezzato.
Se non
parte il processo di unificazione europeo, nelle relazioni internazionali
l’unica cosa chiara è che il quadro resta oscuro (non nel senso pessimistico,
ma nella “Confusio linguarum” della comunicazione pubblica mondiale).
Sarebbe
utile sentire il parere di qualcuno di stanza al Pentagono (la Dia o la Gru,
per esempio).
Ma
Lucio Caracciolo o Lilli Gruber saranno in grado di farlo?
TRE
NODI CON CUI LA SINISTRA
SI
IMPICCA DA SOLA.
Opinione.it - Paolo Della Sala – (09 ottobre
2025) – L’OPINIONE DELLE LIBERTA’ – ci dice:
Tre
nodi con cui la sinistra si impicca da sola.
Alcune
considerazioni sono utili a comprendere la crisi del campo largo. Perché la
sinistra si sta suicidando?
Perché si impicca da sola con la corda
dell’integralismo?
Perché suoi rappresentanti come “Francesca
Albanese” sembrano cloni dei tempi cupi, incapaci di leggere la realtà?
Perché
parte di una sinistra tri-schizofrenica ha denunciato alla Corte dell’Aja il
governo Meloni per complicità con il “genocidio di Gaza” senza che il Partito
democratico si dissociasse da una imbecillita simile? E infine perché la “base”
non c’è più?
Perché
non esiste autocritica anche quando il “campo largo” perde la Calabria con 20
punti di svantaggio?
E
perché Elly Schlein e ogni piddino che si rispetti odia la Lega come se questa
avesse massacrato bestialmente 1.250 cittadini italiani o mandasse in Siberia
tutti i nemici del regime?
Perché
è così schizoide da dimenticare che l’alleato movimento 5 stelle con la Lega ha
governato?
Prima
di analizzare le ragioni di una crisi simile a quella post caduta del Muro del
1989, alcune
opinioni espresse recentemente da Fabrizio Cicchitto e da Piero Sansonetti.
LA
DERIVA.
Fabrizio
Cicchitto dà una definizione interessante della deriva che ha colpito la
sinistra occidentale.
L’ex
leader socialista craxiano parla di spostamento delle sinistre dal comunismo
all’islamismo integralista, un fenomeno legato alla concorrenza tra Arabia e
Iran komeinista nella “conquista” dell’Africa alla fede coranica e alla guerra
contro Israele, prima della spaccatura tra sunniti e sciiti e degli Accordi di
Abramo.
Molta
parte dell’antisionismo “progressista” e marxista-giacobino è legato a una
lettura di Israele come Stato teocratico che si concepisce come “popolo
eletto”.
Questo
errore avvicina l’ateismo marxista di “sono fondatori del monoteismo, quindi
sono colpevoli” alla concezione vetero-cattolica de “hanno ucciso il Figlio di
Dio, quindi sono colpevoli”.
Fa
rabbrividire che questa resurrezione della colonna infame cominci a somigliare
troppo ai peggiori esiti nazisti.
Parlo
di quel pozzo nero nato dalla deriva dell’antisemitismo europeo dei protocolli
dei Savi di Sion.
L’integralismo
islamico,
come il neo comunismo nell’Europa occidentale degli anni Settanta, crede nella
conquista violenta del potere, e abbandona l’obiettivo libertario di combattere
il potere.
Negli
anni Settanta al leninismo-stalinismo si accompagna il terrorismo, l’arma di
distruzione di massa non convenzionale, mutuata dalle “intifada” mediorientali
dalle Brigate rosse, con supporti dei Soviet russi.
Anche
se in chiave marxista, il “bagno di sangue” rivoluzionario corrisponde al
sacrificio religioso, con vittime destinate a unificare le masse proletarie
contro la borghesia (lotta di classe).
La
dittatura giacobina diventerà la dittatura del proletariato e poi quella
islamica.
Alla
ragione di Stato si sostituisce la ragione del Partito.
La critica al terrorismo, analizzato con
profetica lucidità da Albert Camus ne” L’uomo in rivolta”, prende la strada del
neoromanticismo fochista del” Che Guevara”, in una nazione militarizzata come
Cuba, faro falso della sinistra mondiale.
Ma
quando la società occidentale diventerà fluida, e il proletariato industriale
opposto alla “bottana industriale” (cit. Travolti da un insolito destino
nell'azzurro mare d’agosto) comincerà a votare Lega nord, il quadro politico si
complica.
La rivolta di Bologna del 1977 sarà
indirizzata soprattutto contro il sindaco del Pci e il segretario della Cgil
Luciano Lama, il cui palco sarà buttato all’aria dai “non-garantiti”.
Il Pci cadrà in una “confusio linguarum”
babelica dopo la caduta del Muro e dopo il corteo dei 40mila di Torino.
Quando
il proletariato italiano diventerà (un poco più) garantito e quello cinese
diventerà (molto più) schiavizzato, allora le sinistre resteranno senza lotta
di classe.
Troveranno
una strada alternativa nella “battaglia moralizzatrice” degli anni Novanta, con
l’insolita alleanza coi magistrati politicizzati – quelli uccisi da terroristi
politicizzati pochi anni prima;
poi
troveranno un’'altra possibile sopravvivenza politica dopo l’11 settembre 2001
e con la guerra in Iraq e Afghanistan (le guerre nella ex Jugoslavia furono
cavalcate da Bill Clinton e Massimo D’Alema, quindi sono state “guerre giuste”
d’emblée),
quando si riacutizzerà l’odio contro Israele e gli Stati Uniti, considerati
come nemico mondiale di classe.
Infine,
oggi, la deriva islamista, che vede l’indipendentismo di Gaza (falso: Gaza la
avevano già) come se fosse il Risorgimento italiano. Certo, anche le guerre di
indipendenza dei Savoia hanno causato morti e feriti, ma Hamas è una
organizzazione orroristica, non è possibile nessuna assimilazione con la
Resistenza italiana o con l’indipendentismo storico.
Eppure
a Gaza si sono saldati tutti i falsi, dai Protocolli di Sion all’antisemitismo
stalinista, dalla lotta alle multinazionali a quella contro l’Unione europea e
per la Russia putiniana dalle mille infamie (quella della Cecenia, che nel
dopoguerra batte persino Pol Pot in Myanmar e il genocidio del Ruanda).
Inconsapevolmente,
i post-comunisti si ritrovano di fronte alla Sfinge dell’odio contro tutto e
tutti (“Blocchiamo tutto”).
Beppe Grillo è stato un gigante al confronto,
col suo Vaffa come unico programma per il consenso universale.
Noi
preferiamo la risposta della Fondazione Einaudi:
“Sblocchiamo
tutto”, perché la sinistra è in Occidente il blocco di tutto e tutti.
È
stata regressista dalla guerra contro la tivù a colori al divorzio, contro le
centrali nucleari civili diffuse in tutto il mondo senza problemi.
Fino a
ripetere parole oscene contro Israele e gli ebrei, simili a quelle dei regimi
nazifascisti, e a tollerarle nei cortei.
Fino
al cartello con la scritta “Quest’anno risparmia sugli addobbi di Natale,
appendi un sionista! La corda è in omaggio”.
Rispetto
all’integralismo islamico, citerò un flash sull’Afghanistan pre-islamico,
tratto dall’introduzione di Bruce Chatwin all’illuminante libro di Robert Byron”
La via per l’Oxiana” (Adelphi, 1993):
“Nel 1962 – sei anni prima che gli hippies lo
rovinassero spingendo gli afghani istruiti nelle braccia del marxismo – per le
strade di Herat si vedevano uomini con vertiginosi turbanti passeggiare mano
nella mano, una rosa in bocca e i fucili avvolti in chintz a fiori.
Anche
a Kabul a una festa si poteva vedere il cugino del re, il principe Daud,
vecchia camicia nera mussoliniana, col suo sorriso torbido, la testa e gli
stivali lucidi, che parlava con – chi? – Duke Ellington [uno dei maggiori
musicisti jazz statunitensi]”.
IL
GIUSTIZIALISMO SECONDO PIERO SANSONETTI.
Sansonetti,
ex direttore di Liberazione e oggi direttore de L’Unità, pur avendo posizioni
non encomiabili su alcuni contesti nazionali e internazionali, è illuminante e
spiazzante quando spiega il giudizio universale degli anni Novanta.
Non
usa mezze misure: Silvio “Berlusconi è stato perseguitato.
Non è
uno slogan, è la verità.
I
processi furono organizzati per estrometterlo dal potere.
Le
procure volevano riscrivere l’equilibrio tra poteri dello Stato.
Hanno
tentato un colpo di Stato”.
Dopo di che Sansonetti passa a considerare la
connivenza leninista (cioè cinica) con cui l’ex Partito comunista italiano
(Pci) ha cercato di salvare sé stesso dopo la fine dell’impero sovietico.
Con un classico atto d’accusa contro gli
altri:
Dc e
Psi partiti che crollarono in pezzi, anche se facevano parte del
lato-giusto-della-forza, mentre il Partito – anche con Enrico Berlinguer –
rimaneva comunque dentro a un’ottica marxista, perché fino allora aveva goduto
di fondi russi e si muoveva anch’esso con una certa disinvoltura nei rapporti
col mondo della finanza e dell’industria italiane.
Sansonetti
fa una critica sacrosanta, anche se le sue proposte non sembrano efficaci:
“Abbiamo
smesso di fare politica. Abbiamo lasciato che fossero i giudici a fare il
lavoro sporco.
A chiedere le manette per gli avversari. Un
suicidio”.
L’arma
del giustizialismo sostituiva il resto:
“Abbiamo rinunciato al conflitto sociale, alla
lotta di classe. E ci siamo condannati all’irrilevanza”.
Certo,
oggi il conflitto di classe come programma politico del secondo Millennio
avrebbe poche chance.
Certo,
la “pro islamizzazione” cui vanno incontro il Pd e i suoi alleati, con la
cittadinanza onoraria concessa dal sindaco di Bologna a quella Francesca
Albanese che – più che per suo sostegno alla causa di Gaza (a ciascuno il suo)
– è inaccettabile per il suo odioso odio per il “sionismo”. Invece la magistratura, contro i
tantissimi casi pubblici di antisemitismo, dovrebbe intervenire con un minimo
di zelo, a meno che non consideri la giustizia politica con lo stesso metro con
cui si amministrano i disordini legati al gioco del calcio.
I
DIRITTI COME SOSTITUTO DELLA RIVOLUZIONE “PROGRESSISTA.”
Secondo
Vladimir Lenin la “giustizia proletaria” e la violenza rivoluzionaria hanno un
valore assoluto.
Non
c’è spazio per una giurisprudenza universale basata sui diritti umani.
Come
scriveva “Iosif Stalin” nel suo Questioni del leninismo del 1948, “la legge della rivoluzione
violenta del proletariato è legge ineluttabile”.
Leninismo e stalinismo pongono come loro fondamento la
“impossibilità della convivenza pacifica”.
Di
fronte a ciò tutto il movimento dei diritti – pur encomiabile in linea di
principio – diventa una battaglia per la ricerca di una nuova identità “di
sinistra” fondata sul politicamente corretto, per esempio sul tema Lgbtqia+ e
sull’immigrazione.
Il fatto è che queste lotte non pagano in
termini elettorali:
la
stessa base elettorale del Pd è contro i “troppi” immigrati, proprio come la
Lega, ed è poco interessata alla questione Lgbt.
A
questo punto la sinistra si è tuffata a corpo morto nel gran casino di Gaza,
innescato, lo ribadisco, da Russia e Iran, da Qatar e Kuwait per questioni
legate al gas nel bacino sudorientale del Mediterraneo (tra Egitto e Cipro e –
forse – fino alla Grecia).
Qui
sono nate alcune contraddizioni:
come
conciliano le sinistre l’appoggio entusiastico ai diritti con l’appoggio
entusiastico ad Hamas e Iran, che gli omosessuali li scorticano vivi e uccidono
le donne senza velo?
I
giovani possono farlo: a loro importa fare gruppo, sentirsi attori, entrare
nella società.
Ciò è
comunque giusto e, del resto, la cattiva strada è la strada più corta e facile,
anche se ti porta diritto in un burrone.
Ma i vecchi hanno un’ossessione contro gli
immigrati.
Di
tutto ciò a Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Schlein, non frega molto:
importa aver trovato un’identità nuova, un
collante (ma nel frattempo le masse in Calabria e Marche non li hanno seguiti).
Forse
quindi la deriva “isla & mistica” di cui parla Cicchitto è nata nelle
élite, ma non nel popolo.
Il
rischio di un’islamizzazione di parte dei giovani occidentali è reale:
se il cristianesimo si fa Ong, si finisce per
accettare la legge della sharia – per quanto sia antica e tribale – perché è
simile alla giustizia del proletariato che ha prodotto entusiasmi per Hamas, e
indulgenze per militanti vecchi e nuovi che hanno sbagliato. La tentazione
delle dittature sembra una costante.
La
democrazia sembra l’Isola Non-Trovata di Guido Gozzano e Peter Pan.
La sinistra poi è insopportabile su Putin:
No alle armi (e quelle di Hamas e di Putin e
di Teheran?) anche se il Vietnam ha combattuto, Fidel Castro e Guevara hanno
combattuto. Ah, ma quelle erano guerre giuste).
Il comunismo ha fatto guerre quanto
l’Occidente.
Però è
pacifista, e Israele, attaccata da eserciti e terroristi da 80 anni, è
guerrafondaia.
La
sinistra poi quanto a invasioni Barbariche è legata mani e piedi a quella
encefalite prodotta da Il Fatto quotidiano e dal leader del fu Movimento
5Stelle, che -come altri a destra- sono convinti della vittoria finale da parte
del Nerone del Cremlino.
LA
FINE DEL MONDO È LA FINE DI UN’IDEOLOGIA.
Quanto
detto riporta a una conclusione.
La
guerra contro l’Europa minacciata da Putin resta dietro le vetrine, ma molti ci
pensano.
Allora è meglio prendersela con Gerusalemme.
Le
masse sono vili come le pecore negli ovili.
Solo
che non hanno un Buon Pastore, ma solo cani selvaggi, che sono peggiori dei
lupi.
La
guerra richiama l’argomento della Fine del mondo.
Ne
scrisse 50 anni fa l’antropologo Ernesto de Martino, secondo il quale esistono
apocalissi culturali che appestano il mondo.
Un’isola
viene invasa dai conquistatori spagnoli: gli isolani si uccidono in massa.
Gli
indios amazzonici o australiani che finiscono nelle città a mendicare e a
ubriacarsi con un lento suicidio. I nazisti che si suicidano prima dell’arrivo
dei liberatori angloamericani.
Ernesto
de Martino metteva il comunismo nel campo delle apocalissi culturali:
il
comunismo – ateo – ha una sua liturgia di massa.
Ha un
suo Paradiso: la società proletaria mondiale.
Ha un
suo inferno: il capitalismo occidentale e la tecnologia.
Ha un
suo (pre) giudizio universale contro ogni nemico politico.
Al
pari di Iran e del fu Hugo Chávez considera gli Usa come il grande Satana.
I
cittadini sono come dei fedeli.
Come
nelle religioni vi sono sacerdoti che spiegano il mondo e l’ultra mondo.
Vi
sono missionari.
Il crollo di questo sistema totalitario da
Lenin oggi cosa produce?
La sensazione che la fine del sogno comunista
coincida con una incombente fine del mondo.
In un
caos così complesso, risorgono movimenti, voli pindarici di massa, nuove isole
ideali da visitare.
“Reverse Nixon”, ovvero il sogno
impossibile
di Trump di
dividere
la Cina dalla Russia.
Wired.it
– Paolo Mosetti – (19- 9 – 2025) – Redazione – ci dice:
Perché
oggi gli Stati Uniti non possono spezzare l’asse tra Mosca e Pechino, come
avvenne negli anni Settanta.
I
presidenti di Russia e Cina sono Vladimir Putin e Xi Jinping.
Si
scrive “Reverse Nixon”, si legge provare a imitare il passato quando, però, le
condizioni sono profondamente differenti.
Nel
1972 Richard Nixon, il presidente degli Stati Uniti, sorprese la comunità
internazionale con una delle più audaci manovre geopolitiche della Guerra
Fredda, visitando la Cina di Mao Zedong da poco uscita dalla violentissima
Rivoluzione culturale, e aprendo un dialogo che avrebbe spaccato il blocco
comunista e causato problemi all’Urss.
Quel
gesto, ribattezzato il "momento Nixon in China", fu un colpaccio
magistrale di diplomazia realista:
sfruttare
la rivalità sino-sovietica per riequilibrare l’ordine mondiale a favore degli
Stati Uniti, e mettere pressione sull’Unione Sovietica anche per ottenere una
via d’uscita onorevole dalla guerra in Vietnam.
Oggi,
più di cinquant’anni dopo, il neo inquilino della Casa Bianca sogna di ripetere
quel miracolo.
Ma al
contrario: anziché portare Pechino verso Washington per isolare Mosca, Donald
Trump, vorrebbe "staccare" la Russia da una Cina sempre più
assertiva.
È la strategia del cosiddetto “reverse Nixon”,
evocata nei corridoi dell'amministrazione repubblicana e rilanciata da analisti
vicini a think tank come “Defense Priorities”.
Ma si
tratta di un’illusione, e lo stesso establishment diplomatico statunitense lo
sa.
“Posto
che l’operazione di Nixon aveva come scopo principale chiuderla con il
Vietnam”, spiega “Simone Pieranni”, giornalista, saggista, tra i massimi
esperti italiani di Cina, “oggi gli ostacoli a un ‘reverse Nixon’ sono sia
economici che politici.
La
Russia dipende in gran parte dal sostegno cinese. Alcuni analisti russi parlano
addirittura di ‘vassallaggio’”.
Una
relazione asimmetrica, ma profonda.
La
Cina è diventata per Mosca un’ancora vitale dopo l’invasione dell’Ucraina del
2022:
un
partner commerciale in grado di assorbire l’export russo ostracizzato in
Europa, una sponda politica sullo scacchiere multilaterale e persino un
fornitore indiretto di tecnologia e infrastrutture militari.
Come ha scritto “Lyle Goldstein” su “Responsible
Statecraft”, i bulldozer cinesi sono stati fondamentali nella costruzione della
linea difensiva russa (“Surovikin Line”) che ha fermato la controffensiva
ucraina nell’estate 2023.
Va
detto che la relazione sino-russa non è priva di attriti:
dalle
vendite di armi russe ai rivali regionali della Cina, ai timori di sfruttamento
ambientale in Siberia.
Ma si fonda su una convergenza strategica di
lungo periodo. “Politicamente, sia Pechino sia Mosca, seppur in modi diversi, puntano a
una rottura dell’ordine globale a guida statunitense, a un mondo de dollarizzato”,
prosegue Pieranni.
"Mi sembrano ragioni più forti, per
Mosca, che fidarsi di uno come Trump, considerando che a Pechino si sa già chi
ci sarà tra tre anni, a Washington no".
Una
lezione dalla storia.
Per
comprendere le dinamiche odierne, conviene allora tornare alla storia.
La
frattura tra l’Urss e la Cina di Mao negli anni Sessanta non fu solo
geopolitica, ma anche ideologica e personale.
"Già
Mao e Stalin si detestavano", ricorda Pieranni.
“Ma
con Krusciov e la destalinizzazione arrivò la vera rottura.
Mao temeva un accerchiamento da parte
sovietica attraverso il Vietnam, e lo disse apertamente a Kissinger.
Inoltre,
c’erano profonde divergenze su chi dovesse guidare il mondo comunista".
La
cooperazione sino-sovietica degli anni Cinquanta fu uno dei più massicci
trasferimenti tecnologici della storia moderna, ma la Cina pagò un prezzo
salato in termini economici e politici.
"Mosca fece incetta di risorse, e a un
certo punto Mao decise che l’Urss non era più il ‘fratello maggiore’, ma un
concorrente nel raggiungimento di un socialismo superiore", sottolinea
Pieranni.
"È anche per questo che la rottura fu
irreversibile".
Una
visione condivisa del nemico marittimo.
Oggi,
Cina e Russia condividono non solo interessi energetici e commerciali, ma anche
un'idea comune della minaccia statunitense. Pechino percepisce la supremazia
marittima degli Stati Uniti, dal Mar Cinese Meridionale al Mar Nero, come un
pericolo sistemico.
Negli
ultimi dieci anni abbiamo visto un aumento costante della rilevanza delle forze
marittime cinesi: non solo per intimidire Taiwan, ma per esercitare controllo e
deterrenza verso gli Stati Uniti nelle acque strategiche.
Mentre
Washington sta rafforzando le alleanze navali in Asia e nel Mediterraneo,
Pechino sta rispondendo con una crescita costante delle sue capacità aeronavali
e con una diplomazia economica che coinvolge anche paesi alleati degli Stati
Uniti.
Più
sogno che strategia.
Il
“reverse Nixon” non è solo una fantasia nostalgica, insomma:
è una
semplificazione pericolosa delle dinamiche globali contemporanee.
Nixon
agì su una frattura già aperta, con un obiettivo chiaro e un contesto bipolare.
Trump si muove invece in un mondo multipolare dove
l’asse sino-russo non è (ancora) incrinato, ma piuttosto rafforzato dalle
sanzioni occidentali, dalla guerra in Ucraina e da una visione comune
anti-occidentale.
Mosca
ha molte più certezze guardando a Pechino che a Washington.
E
anche per Trump, l’illusione di poter dividere due potenze che oggi si
sostengono a vicenda sembra un déjà vu scollegato dalla realtà.
Russia,
Usa e Cina: la spartizione silenziosa.
Avvenire.it
- Giorgio Ferrari – (7 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
All’età
delle alleanze si è sostituita nel breve volgere di un decennio quella delle
zone d’influenza.
Che le
tre superpotenze si assegnano con silente compiacimento: l’Eurasia per Mosca,
le Americhe per Trump, l’Asia-Pacifico per Pechino.
Russia,
Usa e Cina: la spartizione silenziosa.
Putin,
Trump e Xi.
Il
blitz su Caracas, il preannuncio di un “Anschluss” americano in Groenlandia, il
regolamento di conti annunciato nei confronti di Messico, Cuba, Panama e
Colombia sanciscono senza più il velo del diritto internazionale l’era
dell’imperialismo prêt-à-porter inaugurata da Donald Trump.
Un’era
dietro a cui si scorge l’eclissi dello spirito della Pace di Westfalia, il
modello geopolitico teorizzato da Henry Kissinger nel suo World Order, che nel
1648 aveva concluso la Guerra dei Trent’anni plasmandosi sull'uguaglianza
legale degli Stati sovrani che coesistono basandosi sul non intervento negli
affari interni degli altri.
All’età
delle alleanze si è sostituita nel breve volgere di un decennio quella delle
zone d’influenza, una tripartizione di buona parte del mondo che le tre
superpotenze, Usa, Cina e Russia si assegnano con silente compiacimento:
l’Eurasia per Mosca, le Americhe per Trump, l’Asia-Pacifico per Pechino.
In
quest’era dei predatori, Vladimir Putin e Xi Jinping sono spettatori
interessati e conniventi:
flebili
e di circostanza le loro critiche a Trump, pronti a imitarlo, quand’anche già
non sia stato istituito un patto a tre per assegnare Taiwan al revanscismo
cinese e l’Ucraina (e chissà cos’altro) agli appetiti neo zaristi del Cremlino.
Non
senza un tracotante e farisaico moralismo che fa dire all’ambasciatore russo al
Palazzo di Vetro:
«Non
possiamo permettere che gli Stati Uniti si proclamino una sorta di giudice
supremo, che da solo ha il diritto di invadere qualsiasi Paese».
I
molti nomi dietro cui si cela la bulimia imperiale di Donald Trump – il Destino
Manifesto, la Dottrina Monroe, che consente agli Stati Uniti di intervenire
negli affari dei Paesi latinoamericani in caso di "flagrante e cronica
cattiva condotta", il sovranismo Maga, il nazionalismo Neocon – sono solo
pallidi sudari dietro ai quali si intravede quella “Gunboat Diplomacy”, la
politica delle cannoniere che dalle due guerre dell’oppio (1839-1860) fra la
Gran Bretagna e la Cina imperiale all’ultimatum americano al Giappone del
Commodoro Perry nel 1853 contrassegnano il mai sopito slancio imperialistico di
ogni potenza mondiale.
In
questo scenario trascolora giorno dopo giorno il ruolo sempre più evanescente
delle Nazioni Unite.
Le sue
Carte dei diritti, le sue affollate assemblee generali, i suoi Consigli
permanenti poco o nulla possono di fronte alla raffica di veti incrociati che
di fatto paralizza gran parte dell’attività fondante dell’Onu, quella cioè che
dovrebbe prevenire, tamponare, risolvere le controversie in armi fra gli Stati.
E ancor meno a cospetto di una tendenza
divenuta assiomatica:
quella,
cioè, che la forza sia il vero arbitro della politica internazionale. O più
precisamente – come molte voci libere reclamano – «il rischio che alla forza
del diritto si sostituisca il diritto alla forza».
«Sono profondamente
preoccupato per il mancato rispetto delle regole del diritto internazionale in
relazione all'azione militare del 3 gennaio – dice il segretario generale”
Guterres” -:
la
grave azione di Washington potrebbe costituire un precedente per le future
relazioni tra i Paesi».
Guterres è fin troppo cauto.
Il
cambio di paradigma è già avvenuto.
Il
palco vuoto del Palazzo di Vetro parla da solo.
Silenziosamente
ma metodicamente Pechino e Mosca si stanno appropriando dell’assemblea, delle
sue agenzie, aggirando quel groviglio irriformabile che sono i cinque Paesi con
diritto di veto.
Attonita,
divisa e incapace di cogliere l’allarmante prospettiva di un mondo dominato
dalla forza, l’Europa ondeggia fra un appeasement di triste memoria e la
colpevole rinuncia a opporsi alla logica quasi gangsteristica (qualcuno
peraltro la approva con vigorosi applausi) di un autocrate che nessuno sembra
in grado di fermare.
Solitaria e ancora inascoltata, balugina in questo
scenario pervaso dai fuochi di guerra e dagli insaziabili appetiti territoriali
delle grandi potenze quella parola che tenacemente si erge sopra i lutti e le
rovine di questa guerra mondiale a pezzi, come profeticamente la definì papa
Bergoglio.
Il suo
successore le ha restituito il crisma di unica autentica antagonista delle
guerre: pace.
Trump
e il nuovo ordine mondiale Usa.
Patriaindipendente.it
- Fabrizio De Sanctis, segreteria nazionale Anpi – (7 gennaio 2026) -ci dice:
Tra
Tianjin e Mar a Lago, da Caracas alla Groenlandia, il ruolo dell’Europa e il
posto dell’Italia nella ridefinita strategia di sicurezza nazionale degli
States.
Mondo.
Il
vecchio mondo sta morendo,
quello
nuovo tarda a comparire.
E in
questo chiaroscuro
nascono
i mostri.
(Antonio
Gramsci)
La SCO
è stata riunita a Tianjin dal 31.8.2025 al 1.9.2025.
Il gruppo
del summit SCO 2025 a Tianjin, Cina.
A
Tianjin, in Cina, si è riunito il Consiglio dei Capi di Stato di Cina, Russia,
Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan, India, Pakistan, Iran e
Bielorussia, gli Stati membri della SCO, l’”Organizzazione per la Cooperazione”
di Shanghai, organizzazione intergovernativa permanente, parzialmente
sovrapposta al forum politico economico dei BRICS.
Gli
Stati osservatori della SCO sono l’Afghanistan e la Mongolia.
Gli
Stati partner sono Azerbaigian, Armenia, Cambogia, Nepal, Turchia, Sri Lanka,
Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Maldive,
Myanmar.
In definitiva 10 Paesi membri, 2 Paesi
osservatori, e 14 Partner di dialogo.
(Imago economica, Carlo Carino by Ai
Mid).
Secondo
la Cina è stato il più grande summit nella storia della SCO.
Si
sono discusse questioni di cooperazione regionale e globale, sicurezza,
economia, sviluppo e governance internazionale.
Nel
contesto della SCO la Cina ha promosso una iniziativa di “governance globale”,
proponendo un ordine mondiale alternativo basato su sovranità, multilateralismo
e rispetto delle diverse civiltà. Rilevante la partecipazione del premier
indiano Narendra Modi dopo anni di tensioni con la Cina.
Il
primo ministro indiano, Narendra Modi, all’arrivo a Tianjin.
Si è
trattato di un segnale molto forte della volontà della Cina e dei principali
Paesi euroasiatici di costruire o almeno disegnare un “altro” ordine mondiale
rispetto a quello dominato dall’Occidente.
Sono stati firmati oltre 20 documenti tra cui
una Development Strategy 2026-2035 e una Road Map energetica fino al 2030,
oltre a vari accordi su sicurezza e cooperazione economica, con la
istituzionalizzazione di strumenti operativi di cooperazione nella sfera
interna regionale.
(Imago
economica, Carino by Ai Mid).
Il
summit ha ribadito l’obiettivo di espandere i pagamenti in valute nazionali,
rafforzare l’”Inter bank Consortium” della SCO ed è allo studio una Banca di
sviluppo SCO.
Si è
convenuta una roadmap per la cooperazione energetica e impegni su Intelligenza
Artificiale, innovazione e industria verde.
La
riforma del sistema multilaterale globale lanciata dalla Cina è stata uno dei
temi ideologici chiave.
(Imago
economica, Sergio Oliverio).
Va da
sé che in una diversa fase politica l’Italia avrebbe tutto l’interesse a
valorizzare l’esportazione e, grazie alla sua tradizionale apertura
commerciale, potrebbe inoltre porsi come interlocutore Ue per progetti che
richiedono norme europee.
In definitiva il vertice di Tianjin non ha
prodotto un cambiamento istantaneo dell’ordine mondiale, ma ha prodotto
infrastrutture politiche e accordi strategici che rendono la SCO un attore più
strutturato.
Per
l’Italia, e l’Europa, sarebbe opportuno non isolarsi né abbracciare tutte le
proposte ma, recuperando la propria autonomia strategica, cogliere opportunità
economiche rilevantissime.
(Imago economica, via Casa Bianca).
Due
mesi dopo, a fine novembre, viene quindi pubblicato il nuovo documento di”
Strategia di Sicurezza nazionale Usa firmato da Donald Trump”, che rivoluziona
– è il caso di dire – l’analisi e la strategia statunitense in questa nuova
fase che i migliori studiosi definiscono di transizione egemonica mondiale.
Una
transizione dai tempi pur assai incerti.
John
Henry Fuseli. “Incubi”.
È il
tempo quindi, più o meno lungo, della transizione egemonica internazionale.
Il declino degli Usa come potenza mondiale
dominante è avviato e ci ha già proiettato in una nuova fase.
Trump
ne è l’effetto e non la causa.
Siamo
proprio nei tempi in cui nascono i mostri e il mostro dei mostri è Gaza e il
genocidio ancora in corso da oltre due anni, con la pulizia etnica della
Cisgiordania e di Gerusalemme Est.
Questa
oggi è Gaza distrutta.
Lo
sviluppo diseguale dell’economia nelle diverse regioni del pianeta ci ha
proiettati nell’attuale nuova fase geopolitica, con rischi fatali per il futuro
della democrazia anche dove vige lo stato di diritto.
Con la crescita dei Paesi Brics per gli Usa la posta
in gioco è la sopravvivenza stessa del proprio sistema di dominio globale, che
affronta con una potente ripresa dell’apparato militare industriale con
l’investimento di mille miliardi di dollari, mentre l’Unione europea si ritrova
sull’orlo di una grave recessione.
Perciò
le continue risoluzioni del Parlamento Ue e dei c.d. “volenterosi”, che
vorrebbero all’Ucraina la vittoria militare contro la Russia, si rivela
completamente suicida, per l’Ucraina anzitutto, ma per l’Europa intera.
A Parigi,
il 6 gennaio 2026, i Volenterosi hanno firmato un accordo per una forza di pace
in Ucraina.
La
prospettiva della progressiva perdita di centralità del dollaro nel sistema
degli scambi internazionali, stabilita nel 1944 quando acquisì lo status di
valuta di riserva in tutto il mondo, è inaccettabile per gli Usa e non viene
presa in considerazione, neanche nel nuovo piano di sicurezza nazionale
statunitense, pubblicato dalla Casa Bianca a fine novembre 2025.
Nella Mappa
dei Paesi membri Brics (in blu e azzurro), di quelli candidati (arancione), e
dei Paesi che hanno mostrato interesse ad aderire.
Impossibile
pensare a una repentina completa sostituzione del dollaro con altre valute,
compreso l’euro, che rappresenta anch’esso un pericolo per gli Usa, ma la
prospettiva del suo accantonamento è inaccettabile per gli Stati Uniti, perché
significherebbe per essi dover pagare i propri giganteschi debito pubblico e
deficit commerciale estero con la produzione reale di beni e servizi e non,
com’è stato finora, distribuendo dollari e quindi in definitiva stampando
cartamoneta.
Una
prospettiva quindi di profondo tracollo del sistema economico Usa. Sistema che
inoltre permette il mantenimento della poderosa macchina militare Usa in tutto
il mondo.
Gli
States non sono quindi in competizione con la Cina semplicemente per il primo o
per il secondo posto nell’economia mondiale, ma per la sopravvivenza del loro
stesso sistema di dominio regionale e mondiale.
(Imago
economica, Mattia Calaprice).
Per
affrontare la nuova situazione la Casa Bianca ha licenziato a fine novembre il
citato nuovo rapporto sulla Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti
d’America.
Questo
documento si rivela rilevantissimo per le conseguenze anche sull’Europa, sul
nostro Paese e sul nostro sistema politico.
La
nuova strategia di sicurezza nazionale degli Usa.
(Imago economica, Daniel Torok).
Il
documento si apre con una lettera ai cittadini del presidente Trump, che
rivendica molti successi che si sarebbero già ottenuti:
il ripristino dei confini sovrani degli Usa;
il rafforzamento dell’esercito con un investimento di mille miliardi di
dollari; lo storico impegno dei Paesi Nato ad aumentare la spesa militare al 5%
del Pil; la liberazione della produzione energetica nazionale ai fini della
propria indipendenza; l’imposizione di dazi storici per riportare al proprio
interno le industrie critiche; la distruzione della capacità di arricchimento
nucleare dell’Iran e, nel giro di soli otto mesi la risoluzione di otto
conflitti violenti (?) tra Cambogia e Thailandia, Kosovo e Serbia, Congo e
Ruanda, Pakistan e India, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e
Azerbaigian, “ponendo fine alla guerra a Gaza” (citazione testuale).
Quindi
gli Stati Uniti starebbero riportando la pace in tutto il mondo.
Viene
quindi definito un nuovo asse fondamentale della politica estera Usa rispetto
al passato, quando le élite della politica estera statunitense si erano
convinte che il dominio permanente degli Usa sul mondo intero fosse
nell’interesse del proprio Paese.
Ora
invece lo scopo dichiarato della politica estera Usa è la protezione degli
interessi nazionali fondamentali, enunciato come unico obiettivo della propria
strategia.
La
Casa Bianca vede oggi come un estremo e distruttivo errore aver scommesso in
passato “sul
globalismo e sul cosiddetto libero scambio”, svuotando la classe media e la
base industriale.
Una
rivoluzione copernicana insomma per rifondare le basi della supremazia
economica e militare Usa.
La globalizzazione è finita o deve finire, altrimenti
la vincerebbe la Cina.
Chiaramente
il documento pone tra i suoi obiettivi generali quello di schierare l’esercito
più potente, letale e tecnologicamente avanzato al mondo;
una
deterrenza nucleare più solida, tra cui un “Golden Dome “per il territorio
americano; l’economia più forte, dinamica, innovativa e avanzata del mondo.
Ma
cosa vogliono gli Usa dal mondo?
Esiste
una Vignetta satirica d’epoca sull’espansionismo statunitense nel Pacifico, lo
Zio Sam attraversa le Americhe brandendo un grosso bastone, metafora della
forza militare Usa.
Lo
chiariscono subito affermando l’applicazione di un “corollario Trump” alla
Dottrina Monroe.
Come
noto la dottrina Monroe considerava l’America Latina il giardino di casa degli
Usa nel quale non ammettevano interferenze ed ostacoli alla loro politica.
Il
corollario Trump applica la dottrina Monroe non più alla sola America Latina ma
all’Occidente, ovvero anche a noi europei e occidentali sparsi nel mondo.
(Imago
economica).
Il
piano “A” pertanto non è più l’espansione della Nato, che anzi si esplicita
deve essere bloccata, o i rischi di confronto militare con la superpotenza
russa, ma una nuova divisione del mondo in blocchi.
Con la precisazione che gli Usa non possono
permettere che nessuna nazione diventi così dominante da minacciare i propri
interessi.
Poiché gli Usa rifiutano il concetto ritenuto
ormai fallimentare di dominio globale per sé stessi, si prefiggono l’obiettivo
di impedire il dominio globale e in alcuni casi anche regionale, di altri, vedi
la Cina.
I “blocchi” geopolitici poi sono considerati
diversamente che durante la Guerra fredda, poiché sono “mobili”, aperti alla
competizione di ogni genere per strappare questo o quell’altro Paese
all’influenza di altri attori internazionali.
Risulta
chiaro che la sovranità rivendicata dagli Usa, sui propri interessi
fondamentali, non è sovranità per tutti, dato che gli altri dovranno adoperarsi
per la stabilità degli Usa, ospitare basi militari, adattare le loro filiere
industriali e quelle di approvvigionamento alle necessità Usa.
Infatti
Nicolas Maduro, il presidente del Venezuela stato arrestato con un blitz statunitense.
Il
primo eclatante esempio di questa recuperata Dottrina Monroe è stato dato con
l’aggressione militare e il sequestro del presidente venezuelano Nicolas
Maduro, una operazione criminale dichiaratamente diretta alla rapina delle
enormi risorse naturali del Venezuela, con le massime riserve mondiali di
petrolio, riserve di gas, litio, oro e diamanti, già controllate dagli Usa fino
agli anni Ottanta e perse con la rivoluzione bolivariana guidata da Chavez
prima e Maduro poi.
I
pozzi petroliferi di cui è ricco il Venezuela sono ora sotto tutela USA.
Tutto
ciò è stato ufficialmente dichiarato da Trump, che velleitariamente afferma
anche di voler governare il Venezuela tenendone prigioniero il presidente.
Il generale Usa Laura Richardson, comandante
del Comando Sud degli Stati Uniti in America Latina, aveva chiarito che:
“l’obiettivo
degli Stati Uniti in America Latina non è la democrazia, ma il controllo del
petrolio, del litio, dell’oro e dei minerali rari. Il Venezuela, con le più
grandi riserve di petrolio e risorse strategiche fondamentali, è l’obiettivo
principale”.
Numerose
mobilitazioni contro quanto accaduto in Venezuela si sono tenute in Italia e in
Europa.
Alla
vergogna delle dichiarazioni della presidente del Consiglio italiana, secondo
cui l’azione Usa in Venezuela è legittima in quanto azione difensiva,
rispondono in questi giorni e in queste ore centinaia di piazze unitarie in
tutta Italia per condannare la nuova aggressione Usa, mentre nuovi cortei e
proteste si organizzano in tutto il Paese.
“Jeffrey
Martin Landry”, governatore della Lousiana e inviato speciale Usa per la
Groenlandia (Imago economica).
Ma la
nuova Dottrina Monroe/corollario Trump, non riguarda solo l’America Latina ma
tutto l’Occidente.
Prova
ne è la minaccia di occupare o comprare la Groenlandia, oggi appartenente alla
Danimarca, Paese UE dal 1973 e Paese fondatore della Nato.
Un’isola
ricchissima circondata, secondo Trump, da cinesi e russi.
(Imago econmica, Carino by Ai Mid).
Gli
Usa vogliono inoltre – spiega il nuovo piano – un Indo-Pacifico libero e
aperto; la libertà e la sicurezza dell’Europa; impedire che una potenza
avversaria domini il Medio Oriente e infine guidare i progressi scientifici
nell’intelligenza artificiale, nelle biotecnologie e nell’informatica
quantistica.
Questi
vengono definiti gli interessi nazionali fondamentali e vitali degli Usa, che
respingono con nettezza le disastrose ideologie del “cambiamento climatico”.
(Imago
economica, Mattia Calaprice).
Tra
gli strumenti a disposizione per il raggiungimento di tali obiettivi il
documento in analisi elenca ancora lo status del dollaro come valuta di riserva
globale e l’esercito più potente e capace del mondo, oltre a una enorme
capacità energetica.
E cosa
vogliono gli Usa da noi, nel loro nuovo e ampliato giardino di casa.
Vale
intanto citare che tra le priorità generali del piano in esame è detto che gli
Usa si opporranno:
“alle
restrizioni antidemocratiche imposte dall’élite alle libertà fondamentali in
Europa, nell’Anglosfera e nel resto del mondo democratico, in particolare tra i
nostri alleati”.
La
petizione lascia perplessi quando si pensa che l’Europa, uscita dalla Guerra di
Liberazione, ha tra i suoi cardini la libertà di manifestazione del pensiero,
con gli unici correttivi delle limitazioni poste ai propositi razzisti e
fascisti, come magistralmente nella Costituzione italiana.
Ancora
tra le priorità generali del piano è detto che i giorni in cui gli Stati Uniti
sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante (il gigante che secondo la
mitologia greca reggeva il mondo sulle spalle) sono finiti. Di qui l’impegno
dei Paesi Nato a spendere il 5% del Pil per la difesa.
E anche che il modello sarà costituito da
partnership mirate che utilizzino strumenti economici per allineare gli
incentivi con gli alleati che la pensano allo stesso modo, per una loro
stabilità a lungo termine per contrastare le influenze ostili e sovversive.
(Imago
economica, Carino Ai).
Quanto
all’emisfero occidentale gli Stati Uniti riaffermeranno – dice il testo – e
applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana
nell’emisfero occidentale, quindi l’accesso alle aree geografiche chiave in
tutta la regione – precisa il testo – negandone l’accesso ai concorrenti.
Tra le
conseguenze elencate la formazione di schieramenti mirati per garantire la
sicurezza dei confini e sconfiggere i cartelli, compreso, se necessario, l’uso
della forza letale in sostituzione della strategia fallimentare basata
esclusivamente sull’applicazione delle leggi degli ultimi decenni; l’uso dei
dazi doganali e degli accordi commerciali reciproci come strumenti potenti di
condizionamento.
(Imago
economica, Carino Ai).
Inoltre,
agli amici forniranno qualsiasi tipo di aiuto, se subordinati alla riduzione
dell’influenza ostile esterna, al controllo delle installazioni militari, dei
porti e delle infrastrutture chiave, all’acquisto di beni strategici in senso
lato – sempre seguendo il testo della strategia Usa, che ammette che potrebbero
avere qualche difficoltà in America Latina, ma non in Europa.
Insomma la scelta che ogni Paese dovrebbe
affrontare – è detto – è se vogliono vivere in un mondo guidato dagli Stati
Uniti, composto da Paesi sovrani ed economie libere, o in un mondo parallelo in
cui sono influenzati da Paesi dell’altra parte del globo.
Quanto
all’Indo-Pacifico si osserva nel documento che è già la fonte di quasi la metà
del Pil mondiale in base alla parità di potere d’acquisto e di un terzo in base
al Pil nominale, con una quota destinata a crescere in questo secolo.
Ciò
significa, secondo il piano, che l’Indo–Pacifico è già e continuerà ad essere
uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del prossimo
secolo.
Costruendo un esercito in grado di respingere
qualsiasi aggressione alla “Prima Catena Insulare”, gli Usa vorranno anche
mantenere il mar meridionale cinese libero da pedaggi, concludendo sulla Cina
che: “Prevenire
conflitti richiede una posizione vigile nell’Indo-Pacifico, una base
industriale di difesa rinnovata, maggiori investimenti militari da parte nostra
e dei nostri alleati e partner, e la vittoria nella competizione economica e
tecnologica a lungo termine”.
Gli
Stati Uniti debbono insomma difendere la loro economia e la loro popolazione da
qualsiasi danno, proveniente da qualsiasi Paese o fonte, ponendo fine tra le
altre cose a propaganda, operazioni di influenza e altre forme di sovversione
culturale.
Venendo
specificamente all’Europa…
Come
abbiamo visto l’Europa entra far parte del giardino di casa degli Usa, secondo
la teoria Monroe-corollario Trump, al pari dell’America Latina e ponendo meno
problemi.
Molti Paesi dell’America Latina infatti
commerciano abitualmente e in modo importante con la Cina, traendo profitto
proprio dalla possibilità di commerciare con tutti gli attori e gli
schieramenti internazionali. Profitto non solo commerciale ma di forza e di
autonomia strategica di questi Paesi.
P. (Imago economica, Saverio De Giglio).
Facendo
parte del giardino di casa, gli Usa vogliono un’Europa in salute, seppur
divisa, ma debbono fare i conti con un quadro impietoso come essi stessi lo
descrivono.
L’Europa continentale ha perso quota del Pil
globale, passando dal 25% nel 1990 al 14% di oggi.
Ma il
declino economico sarebbe nulla di fronte alla cancellazione della civiltà.
L’Unione
europea mina la libertà e la sovranità politica.
Si citano le politiche migratorie, la censura
della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo
dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali.
(Imago economica, Carino by Ai).
Non è
quindi detto che tra qui e venti anni alcuni Paesi europei avranno economie e
forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili, secondo
gli Usa.
Soprattutto,
la gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un significativo
impegno diplomatico degli Stati Uniti per ristabilire le condizioni di
stabilità strategica in tutta l’area eurasiatica – abbiamo visto infatti che il
nemico principale è individuato altrove, nell’estremo oriente –.
Il tutto per mitigare il rischio di conflitto
tra la Russia e gli Stati europei, che permane.
La
previsione Usa è che se la guerra in Ucraina non termina, la Ue si sfascia e
indebolisce gli Usa.
Un’ampia
maggioranza europea desidera la pace, continua il rapporto, ma questo desiderio
non si traduce in politica, in larga misura a causa del sovvertimento dei
processi democratici da parte di quei governi.
(Imago economica, Nicholas Berardo).
Eppure
l’Europa rimane vitale per gli Usa, per il suo mercato, per la manifattura, la
tecnologia, l’energia, la ricerca scientifica e le sue istituzioni culturali.
La
democrazia americana sosterrà quindi la vera libertà, il risveglio delle
singole nazioni e trova motivo di grande ottimismo nella crescente influenza
dei partiti patriottici europei.
(Imago economica, Carlo Lanuti).
Eppure
ci sono diverse Americhe diversamente al potere, mentre l’amministrazione Trump
punta la Cina come competitore globale, ce n’è un’altra che continua a puntare
la Russia come nemico principale e lo sviluppo del complesso militare
industriale come obiettivo principale ed immediato.
Se n’è
fatto recentemente interprete, con le maggiori cariche dell’UE, il segretario
della Nato, “Mark Rutte”, secondo cui dobbiamo prepararci a una guerra come
quella toccata ai nostri padri.
Mark
Rutte, è segretario generale Nato (Imago economica).
Le due
Americhe hanno tuttavia in comune l’obiettivo di trarre il massimo dei vantaggi
possibili dall’Europa, ormai priva di autonomia strategica.
Alle
prese con un gigantesco progetto di riarmo, che vede protagonista nuovamente la
Germania con la forza d’urto che essa può esprimere. Nonostante i Paesi europei
spendano in armi già più di quanto facciano Russia e Cina insieme…
E
all’Italia.
Trump
e la presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni (Imago economica).
L’Italia
resta un Paese in posizione strategica per gli Usa, al centro del Mediterraneo,
crocevia tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano.
Il nuovo tipo di alleanza da “giardino di
casa” ha già avuto modo di dispiegarsi con l’acquisto del gas liquefatto Usa a
prezzi quadruplicati rispetto a quello russo;
con
l’imposizione di dazi;
con
l’obbligo di raggiungere la spesa del 5% del Pil in armi, ovviamente per lo più
statunitensi.
Una
subalternità offerta quasi spontaneamente mentre la destra si interroga,
curiosamente, sull’assenza di un proprio ruolo culturale.
La tragedia palestinese è paradigmatica, con
l’assenso silenzioso dell’Europa al cd piano di “pace”.
(Imago
economica, Clemente Marmorino).
È
chiaro che nelle condizioni in cui si trova il nostro Paese, l’imposizione dei
pesanti tributi statunitensi non può non avere contraccolpi sul bilancio e
sulla crescita.
La
stessa agenzia di rating Moody’s preconizzava anni fa l’impossibilità per
l’Italia di arrivare a spendere il 2% del Pil, pena il rischio di una guerra
civile.
La subalternità dell’Italia agli Usa, i
pesanti fardelli assunti, si sposano attualmente con il profilo autoritario, o
patriottico secondo il piano Usa, del governo Meloni, che sta infatti facendo
di tutto per assicurare nel tempo lo sviluppo di una politica restrittiva
economicamente e socialmente a tutto vantaggio degli Usa.
(Imago
economica, Saverio De Giglio).
Tutto
è oggi in discussione, verso un vero e proprio cambio di regime costituzionale.
Dalla
democrazia parlamentare al dovere di solidarietà, dalle condizioni del lavoro
alla praticabilità di uno sciopero generale, all’unità del Paese
nell’uguaglianza.
Siamo già tra i grandi Paesi europei quello
con i salari più bassi, ovvero lo siamo nuovamente dopo cento anni.
Abbiamo una disoccupazione al 6% oltre a un
32% di c.d. sfiduciati, per una media nel Paese del 40% di persone senza
lavoro, con picchi altissimi al sud tra donne e giovani.
Il dilagare della povertà nel nostro Paese e
in Europa è benzina per il consenso dei partiti fascisti.
Lo storico
Alessandro Barbero. (Imago economica, De Giglio).
La
stessa libertà di espressione conosce costantemente duri colpi se vengono
aggrediti quando non messi a tacere personaggi come Lucio Caracciolo,
Alessandro Barbero o Carlo Rovelli, o se passano in secondo piano le dure
parole del Papa e della Cei contro il riarmo.
(Imago
economica, Clemente Marmorino).
La
stessa autonomia e indipendenza della magistratura è sotto attacco, sia con la
divisione della magistratura a cui risponderemo NO con il referendum
costituzionale, sia con la riduzione del campo di azione e dell’efficacia
impositiva della magistratura contabile.
Resistere.
(Imago
economica, Stefano Carolei).
Una
premessa.
Dobbiamo essere molto grati ai giovani d’oggi.
A loro si è per lo più negata la socialità nel
periodo del Covid, sanno che il clima del pianeta va surriscaldandosi, un
pianeta politicamente incapace di contenere il cambiamento climatico.
Avranno
avuto modo di soffrire anche le restrizioni economiche del Covid, la mancanza
di lavoro anzitutto.
La
mancanza di retribuzioni dignitose in secondo luogo.
(Imago
economica, De Giglio).
Agli
stessi giovani si è quindi mostrato, in tutto il mondo e in diretta, l’orrore
dei massacri di palestinesi per oltre due anni, chiamatelo come volete, per me
è chiaramente un caso di genocidio a Gaza e di pulizia etnica, anch’essa
brutale, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.
È apparsa anche chiara la doppia misura usata
con le sanzioni nei confronti della Russia per l’invasione dell’Ucraina,
rispetto al sostegno a Israele nello sterminio dei palestinesi fornito dagli
Usa, dalla Germania, dall’Italia, in prima fila in questi due anni.
(Imago
economica, Saverio De Giglio).
In
tutto il mondo vi sono state infatti manifestazioni gigantesche a favore del
popolo palestinese e delle flottiglie di aiuti, che hanno tentato di portare
aiuti urgentissimi che i governi occidentali negavano e Israele bloccava.
Si è
parlato molto di questi movimenti come di movimenti giovanili ma non possono
considerarsi semplicemente tali.
Questi
movimenti, per esempio in Marocco come in Bangladesh, pur essendo evidentemente
formati da una maggioranza di giovani, hanno comunque legato le loro proteste
alle loro condizioni di vita.
Come
se la Palestina mettesse tutti di fronte alla questione se siamo disposti a
continuare a tollerare un’ingiustizia palese, crudele, che non conosce limiti e
soprattutto se siamo disposti a continuare con dei sistemi che ci costringono a
molti sacrifici, a molte povertà, a molti disagi per poi permettere anche delle
stragi quotidiane di innocenti? Come a dirci che tutto sommato sono disposti a
tutto per mantenere questo stato di cose.
(Imago
economica, Carino by Ai Mid).
Ancora
troppi tentennamenti e troppe incertezze su aspetti fondamentali del futuro, a
cominciare dalla guerra, impediscono lo sviluppo di un vasto movimento politico
costituzionale.
Il ripudio della guerra e del riarmo, la pace
in Ucraina in un sistema di sicurezza europea collettiva e duratura dal
Portogallo agli Urali, anche qui il piano di pace Usa è un’altra cosa, col 50%
dei profitti garantiti loro dalla ricostruzione –, con la ripresa del controllo
degli armamenti nucleari delle grandi potenze, sono alla base di una qualsiasi
prospettiva strategica di ripresa materiale e morale del nostro Paese come
degli altri Paesi europei, da porre alla base di un movimento di vera
alternativa alle politiche attuali.
(Imago
economica, Clemente Marmorino).
Il
quadro internazionale è chiaro e non permette una semplice alternanza di
soggetti gestori delle politiche di oltreoceano, è necessario un sussulto
patriottico, come dicono gli Usa, ma di tipo radicalmente diverso, democratico
costituzionale, riunendo attorno ai principi fondamentali della nostra
Costituzione quante più forze possibili tra i partiti democratici, i movimenti,
i sindacati dei lavoratori, le associazioni della società civile. E ciascuno
può fare la propria parte.
Anche la nostra Associazione, anche a livello
territoriale, costruendo e rinsaldando le alleanze democratiche in nome di una
vera e propria rivoluzione costituzionale, quella della sua completa
attuazione, per un paese di Pace e di Giustizia sociale.
Eppure
i principi costituzionali fondamentali della libertà dalla dittatura
terroristica del fascismo, della sovranità appartenente al popolo, della
democrazia parlamentare, della dignità di ogni persona umana e del dovere dello
Stato di solidarietà;
l’uguaglianza
dei cittadini e la loro pari dignità sociale;
l’obbligo dello Stato di rimuovere gli
ostacoli alla partecipazione dei lavoratori alla direzione dello Stato;
il ripudio della guerra come mezzo di
risoluzione dei conflitti internazionali, la possibilità di cedere parti della
sovranità dello Stato per organismi internazionali ma con scopi di pace;
il diritto al lavoro, e la dignità di vita del
lavoratore e della sua famiglia, il diritto di libera manifestazione del
pensiero e la libertà dell’informazione, pluralista e indipendente;
il diritto di sciopero, pur gravemente
precettato, fanno parte di un insieme di principi inderogabili di civiltà
raggiunti dal popolo italiano che i trattati internazionali non limitano, come
non limitano in peggio le costituzioni degli altri Paesi dell’Unione Europea,
perché sono stati conquistati dall’antifascismo, dalla Resistenza e dalla
Guerra di Liberazione e sanciti nella Costituzione della Repubblica.
Sono
infatti principi immodificabili, neanche con la revisione dei trattati
internazionali.
(Fabrizio
De Sanctis, componente Segreteria nazionale ANPI).
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