Trump sul caos globale.

 

Trump sul caos globale.

 

 

 

 

La politica del disordine permanente.

 

Ilmanifesto.it – (7-01 – 2026) – Guido Moltedo – Redazione – ci dice:

 

 

Trumplandia. Una sequenza di iniziative tattiche.

Improvvisate, spesso scollegate tra loro, talvolta ostentatamente capricciose, fondate su una politica del movimento permanente.

Cosa raccontano le ultime mosse di Donald Trump?

 

Che l’uomo forte del nostro tempo debole non ha una visione strategica di medio-lungo periodo.

Confermano una modalità d’azione ormai riconoscibile: tenere tutti sulla corda – negli Stati Uniti e nel mondo – trasformando il mix d’imprevedibilità e di sfide sfacciate alle regole in metodo di governo.

 In un sistema internazionale sempre più privo di baricentro e di un ordine condiviso, Trump occupa il centro della scena non come architetto di un nuovo equilibrio, ma come acceleratore del disordine.

La sua centralità è insieme politica e mediatica: una presenza totalizzante, ventiquattr’ore su ventiquattro, che marginalizza e oscura ogni altro attore, quando non è tirato in ballo per essere schernito o ridicolizzato, e rende la politica estera un flusso continuo di annunci, rotture e rilanci.

 

È IN QUESTO QUADRO che si colloca l’intervento militare statunitense in Venezuela.

Un’azione che s’inserisce in una dinamica di pressione costante, capace di alimentare la già elevata instabilità regionale e di produrre nuove contraddizioni sul piano interno.

L’operazione, combinata con le pressioni su Cuba e con le fragilità strutturali della Colombia, rischia di innescare reazioni a catena nell’area, amplificando, tra le altre conseguenze, proprio quella pressione migratoria verso gli Stati Uniti contro la quale l’amministrazione è letteralmente in guerra.

 Se l’azione in Venezuela non dovesse risolversi rapidamente, il rischio concreto più immediato è quello di una nuova ondata di rifugiati, prima diretta verso i Paesi confinanti – già in difficoltà nel gestire la folta diaspora venezuelana – e poi inevitabilmente verso il confine meridionale degli Stati Uniti.

 

OLTRE UN MILIONE di venezuelani risiede oggi negli Stati Uniti; centinaia di migliaia beneficiano di strumenti temporanei di protezione, come il “Temporary Protected Status”.

 L’amministrazione Trump ha già avviato azioni legali per revocare queste tutele, sostenendo che le condizioni in Venezuela non giustificherebbero più la protezione.

Il paradosso è evidente:

 mentre un’azione militare statunitense rischia di destabilizzare ulteriormente il Paese, si creano le condizioni legali per rimpatriare forzatamente chi fugge proprio da quella destabilizzazione.

 

La combinazione di una politica estera interventista che produce instabilità “alla fonte” e di una politica interna sempre più restrittiva crea le premesse per un doppio flusso disordinato.

Da un lato, nuovi rifugiati in fuga dal caos;

dall’altro, una vasta popolazione di immigrati oggi regolari destinata a scivolare nell’irregolarità, con un aumento della pressione sul sistema di detenzione e deportazione.

Un esito che finisce per alimentare proprio il caos migratorio che l’amministrazione dichiara di voler prevenire.

 

SUL FRONTE POLITICO, l’intervento in Venezuela allarga la frattura ormai vistosa all’interno del Partito Repubblicano.

Esponenti come Steve Bannon, Tucker Carlson, Candace Owens e Marjory Taylor Greene, con un enorme seguito tra i Maga duri e puri della prima ora, denunciano l’operazione venezuelana come un tradimento della promessa di evitare “guerre infinite” e come un ritorno al copione fallimentare di Iraq e Libia.

Lo stesso Maduro, peraltro è considerato personaggio – “socialista conservatore” – vicino a certe posizioni care alla destra evangelica: contrario all’aborto, ai diritti LGTBQ, combatte la pornografia e l’usura e ha “la grande colpa” di essere contro Israele:

 insomma, per “Tucker Carlson”, non merita il trattamento a cui è sottoposto.

 

A QUESTE VOCI si affianca anche quella di “John Bolton”, simbolo dell’ala neocon interventista, che pur sostenendo il cambio di regime ha espresso riserve sull’assenza di una strategia chiara e di una definita via d’uscita.

Insomma, gli isolazionisti contestano l’interventismo in sé, gli interventisti ne denunciano l’improvvisazione.

 

QUESTA OPPOSIZIONE trasversale prolifica proprio all’interno della base che ha portato Trump al potere, per il quale la promessa dell’“America First” coincideva con la fine dell’espansione militare globale.

In un anno elettorale segnato da tensioni interne – dal costo della vita all’assistenza sanitaria – l’azzardo venezuelano mette alla prova la coesione del partito del presidente e pone, in prospettiva, in posizione vulnerabile, quando e se si candideranno, i due principali contendenti per la successione a Trump, il suo vice J. D. Vance, significativamente poco presente in questa fase, e Marco Rubio, invece iperattivo e spesso ripreso in pose d’imbarazzo al fianco del “commander-in-chief” nei suoi momenti da psicopatico o nei momenti in cui, come capita ultimamente, s’appisola, anche letteralmente in piedi.

 

IL CONTESTO internazionale amplifica ulteriormente il peso del dibattito interno statunitense.

Di fronte all’inerzia catatonica e alla frammentazione europea, perfino in presenza della minaccia di conquista di un pezzo importante del suo territorio, la Groenlandia, sono le dinamiche domestiche a diventare il principale fattore di contenimento democratico di un’amministrazione sempre più autocentrata e irresponsabile.

In assenza di un ordine globale condiviso, il conflitto interno agli Stati Uniti finisce per sostituirsi, anche come argine democratico, al venir meno di forme e regole condivise nelle relazioni internazionali.

 

 

 

L’Europa fa la voce grossa

ma poi si inchina a Trump.

 Ilmanifesto.it – (7-01 -2026) - Andrea Colombo -

 

C'è del marcio Sette paesi firmano un documento a tutela della sovranità danese, poi correggono il tiro.

 

Al tavolo dei Volenterosi, a Parigi, la prima ministra danese “Mette Frederiksen” era seduta proprio di fronte ai due inviati di Trump, “Steve Witkoff” e il genero del presidente “Jared Kushner”.

 La tensione si tagliava con la sega elettrica e per la premier danese era doppia:

 i leader europei avevano insistito per evitare troppe polemiche proprio mentre chiedevano al reprobo di Washington di incaricarsi della difesa dell’Ucraina.

 Avrebbero preferito non parlare proprio di Groenlandia.

 Peccato che lo stato delle cose lo rendesse impossibile.

In compenso hanno avuto pieno successo nel fingere che in Venezuela non sia successo niente.

Non vedono, non sentono e soprattutto non parlano.

 

LA PREMIER ITALIANA è forse quella che più di tutti si è spesa per provare a stemperare il contrasto:

soprattutto nel travagliato parto che ha portato alla stesura del documento firmato da 7 paesi, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Uk.

 Poche ore dopo un’altra dichiarazione congiunta, firmata dai ministri degli Esteri di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, ha «ribadito collettivamente» che le questioni riguardanti Danimarca e Groenlandia sono affari solo di quei due Paesi.

 

Il documento di Parigi è più articolato:

 fermo nella difesa della Groenlandia e della Danimarca ma attentissimo a evitare accenti spigolosi nei confronti degli Usa.

Tra le righe, anzi, traspare la mano tesa in vista di una possibile soluzione di mediazione.

 I sette capi di governo sottolineano che la Danimarca, Groenlandia inclusa, fa parte della Nato.

 Ricordano che tra i princìpi dell’Alleanza figurano «la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini».

Concludono perentori: «La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta solo alla Danimarca e alla Groenlandia decidere sui problemi che le riguardano».

 

Allo stesso tempo però i 7 riconoscono che l’Artico è, sì, «una priorità assoluta per l’Europa» ma è anche un fronte critico per «la sicurezza internazionale e transatlantica».

I paesi europei stanno già muovendosi per fronteggiare il rischio ma la sicurezza dell’Artico «è un obiettivo che va raggiunto collettivamente, insieme ai partner della Nato inclusi gli Usa».

Gli Stati Uniti, anzi, sono «essenziali» in questo sforzo comune, sia come Nato che in virtù del trattato di mutua difesa tra Usa e Danimarca del 1951.

 

È QUI, SULLE APERTURE implicite a una maggiore presenza americana nell’Artico, che la spinta italiana è stata più decisa.

L’obiettivo, ancora vago, è una mediazione che permetterebbe agli americani di esercitare un maggiore controllo sull’Artico in veste di principale paese dell’Alleanza atlantica.

 Offerta di pace camuffata dai toni grintosi.

 Subito dopo la diffusione del documento, il ministro della Difesa danese “Troels Lund Poulsen” ha annunciato un rafforzamento della presenza militare nell’Artico e ha chiesto, con la stessa Groenlandia, un incontro con il segretario di Stato americano Rubio, che in realtà si è già negato più volte nel corso del 2025.

 

L’ITALIA SPERAVA che Trump rispondesse abbassando un po’ i toni e avviando così la trattativa in vista di una soluzione concordata.

È rimasta delusa.

 La risposta di Trump è arrivata immediatamente, affidata alla portavoce della Casa Bianca “Anna Kelly”, ed è un pollice verso:

 «Il presidente Trump ritiene che la Groenlandia sia in una posizione strategicamente importante, fondamentale dal punto di vista della sicurezza nazionale, e crede che la sua popolazione sarebbe più al sicuro, dalle moderne minacce nella regione artica, se protetta dagli Stati Uniti».

 L’obiettivo di Washington è un accordo bilaterale con la Groenlandia, stretto escludendo del tutto Danimarca ed Europa:

se non un’annessione aperta, almeno un protettorato che garantirebbe alle forze armate americane totale libertà d’azione.

 

NÉ I TONI STENTOREI né le aperture dei Volenterosi hanno smosso di un millimetro Trump, convinto di avere, nel suo gergo, carte vincenti in mano.

 Convinzione certo non scalfita dalle parole del premier inglese “Starmer”, che si è premurato di smorzare ogni tentazione muscolare: «Trump è un alleato affidabile, non una minaccia. Usa e Uk restano da decenni i più stretti alleati al mondo».

 

 

 

 

Maduro spedì cinque miliardi di euro in lingotti d'oro in Svizzera: ecco perché.

 

Msn.com – Euronews-italiano - Storia di Una Hajdari – (08-01 – 2026) – ci dice:

In una foto d'archivio del 10 gen. 2019, il presidente del Venezuela Nicolás Maduro fa il segno della vittoria durante la cerimonia di giuramento.

Dieci anni fa, il Venezuela spedì in segreto in Svizzera l'oro delle sue riserve per un valore di quasi 4,7 miliardi di franchi svizzeri (5,05 miliardi di euro), con l’intenzione di fonderlo e venderlo sui mercati internazionali.

 

Nel giro di cinque anni, Caracas trasportò per via aerea in Svizzera 127 tonnellate d’oro, operazione successivamente ricostruita dalle dogane svizzere.

La Svizzera è uno dei principali hub internazionali per l’oro e, in termini di valore, è stata il maggiore importatore ed esportatore di oro al mondo.

Elemento cruciale per un Paese come il Venezuela, che cercava di monetizzare i lingotti delle riserve auree della sua banca centrale:

 in Svizzera hanno sede alcune delle maggiori fonderie al mondo.

Tra queste “Valcambi”, “Pamp” e “Argor-Heraeus”, concentrate in gran parte nel Canton Ticino.

 

Queste strutture possono fondere e rifondere i metalli negli standard più elevati dei formati internazionalmente commerciabili, le cosiddette barre "Good Delivery", e fornire la documentazione e le certificazioni che rendono l’oro più facile da vendere sul mercato globale.

In passato il governo svizzero non aveva pubblicato dati sull'oro venezuelano, in linea con la tradizione di massima discrezione finanziaria, che continua a renderla attraente sia per importanti uomini d’affari sia per leader con inclinazioni autocratiche alla ricerca di un luogo dove custodire i propri asset.

L’emittente pubblica svizzera “Srf “ha affermato che il governo di Maduro spedì l’oro all’estero per "disperazione", nel tentativo di scongiurare la bancarotta dello Stato, vendendo parte dei lingotti e utilizzandone un’altra parte come garanzia per prestiti e per il rifinanziamento del debito.

 

Quando nel 2017 il Venezuela andò in default, il Paese era già di fatto escluso dai normali canali di rifinanziamento e stava esaurendo le riserve di valuta forte (oro o valute estere) utilizzabili.

Un “policy paper” del 2017 del” Center for International Governance Innovation” (Cigi) stimava per quell’anno un fabbisogno di finanziamento che raggiungeva quasi 20 miliardi di dollari (17,1 miliardi di euro) includendo i pagamenti dei debiti che Caracas aveva con la Cina.

 

Il Venezuela presentava un "notevole gap di finanziamento" e "poche risorse o opzioni di politica economica per colmarlo”, proprio mentre Maduro faceva trasportare l’oro in Svizzera.

I proventi delle esportazioni di petrolio, che erano e restano la principale rendita per il Paese, erano crollati, e il rapporto affermava che “le entrate da esportazione sono gravemente insufficienti a coprire il servizio del debito obbligazionario di quest’anno”.

 

Secondo “Srf”, dopo la rifusione, parte dell’oro venezuelano è stata venduta a Paesi come la Turchia o trasportata verso altre destinazioni, come la Gran Bretagna, anch’essa un importante hub internazionale per il commercio dell’oro.

 

Parte delle riserve auree del Venezuela sono nel Regno Unito.

Nei caveaux della “Bank of England” è custodito oro venezuelano dal valore di almeno 1,95 miliardi di dollari (1,67 miliardi di euro), secondo documenti del 2020 della Corte Suprema del Regno Unito.

 Le 32 tonnellate di oro sono a Londra dagli anni '80, ha riportato il Guardian, ma dal 2018 a Caracas è stato vietato di prelevarle come risultato delle sanzioni internazionali imposte al Paese.

 

Quando Maduro inviò l'oro in Svizzera, le importazioni del Paese elvetico non violavano alcuna sanzione.

Tuttavia, operazioni di questo tipo oggi sarebbero altamente improbabili, poiché nel 2018 il Paese ha inasprito le normative sulle transazioni finanziarie dopo l’introduzione delle sanzioni contro il Venezuela da parte di Stati Uniti e Unione Europea.

 

Il tentativo di Maduro di prevenire il default trasferendo le riserve auree all’estero è quindi in gran parte fallito.

Già nel 2017 il Venezuela non era più in grado di adempiere ai propri obblighi e non poteva né rimborsare i debiti né pagare i relativi interessi.

L’attuale debito estero del Venezuela è stimato fino a 170 miliardi di dollari (145,4 miliardi di euro), pari al doppio della produzione economica annua del Paese, rendendolo di fatto insolvente.

 

 

 

Trump accelera sul piano energetico

e l’Onu parla di violazione.

 Ancoraonline.it – Maddalena Maltese – Redazione - Notizie dal mondo – (07 -01 -2026) – ci dice:

 

Un misto di speranza e paura aleggia nella comunità venezuelana di New York.

All’entusiasmo iniziale per la cattura del presidente Nicolás Maduro è seguita subito la preoccupazione, soprattutto per i familiari rimasti in Venezuela, immersi nell’incertezza del “dopo”.

Chi a Caracas ha visto il cielo illuminarsi nella notte per i razzi e le bombe lanciate dai 200 componenti delle squadre speciali statunitensi ha chiesto spiegazioni a chi è fuggito e ha fatto di New York la sua seconda casa.

Sabato le immagini sui cellulari circolavano freneticamente, mentre si cercavano le ragioni di un assalto inatteso e non immediatamente collegabile, in quelle prime ore, alla decisione del presidente americano Donald Trump di rimuovere Maduro e la moglie, “Cilia Flores”, e trasferirli in un carcere di Brooklyn con l’accusa di narcotraffico e terrorismo.

Ieri, davanti al tribunale dove il presidente venezuelano — che si è definito “prigioniero di guerra” uscendo dall’aula — è comparso per la prima volta, alla speranza e alla paura si è aggiunta la contestazione per un’azione giudicata illegale, in violazione del diritto internazionale e potenzialmente foriera di nuovi drammi in un “post-Maduro” mai realmente pensato insieme ai venezuelani, né in patria né tra i dissidenti all’estero.

 

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riunitosi lunedì su urgente richiesta del Venezuela, ha mostrato come i sentimenti si siano rapidamente trasformati in polarizzazioni politiche:

da un lato i Paesi favorevoli alla rimozione di Maduro ma critici verso l’intervento statunitense — che ai sudamericani ricorda operazioni simili del passato, spesso seguite da caos e collassi economici — dall’altro Cina e Russia, che hanno condannato duramente l’azione americana, definendola rispettivamente “pratica di prepotenza e coercizione” e “cinica e ingiustificabile”, frutto del ritorno del “gendarme globale”.

Il segretario generale” Antonio Guterres” ha condannato l’operazione come violazione della Carta delle Nazioni Unite e, tramite la nota affidata alla sottosegretaria “Rosemary A. Dicarlo”, si è detto “profondamente preoccupato per la possibile intensificazione dell’instabilità nel Paese, per il potenziale impatto sulla regione e per il precedente che potrebbe creare nelle relazioni tra Stati”.

 Altrettanto duro l’intervento dell’economista “Jeffrey Sachs”, invitato in qualità di presidente del “network Onu” sulle soluzioni di sviluppo sostenibile.

Sachs ha ricordato che dal 1947 gli Stati Uniti hanno tentato circa 70 cambi di regime ricorrendo “alla forza, alle operazioni segrete e alla manipolazione politica”, in violazione dell’articolo 2(4) della Carta dell’Onu, che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato.

Ha chiesto ai membri del Consiglio non di giudicare Maduro, ma di “difendere il diritto internazionale”, che implica la cessazione delle minacce da parte degli Usa e il ritiro delle forze militari dispiegate, oltre alla nomina urgente di un inviato speciale che entro due settimane presenti raccomandazioni al Consiglio.

 

Mentre gli ambasciatori discutevano all’Onu, in un altro angolo di Manhattan Maduro e la moglie comparivano davanti al giudice Alvin Hellerstein, 92 anni, che seguirà il processo.

La prima udienza è stata fissata per il 17 marzo.

Nella piazza antistante, i manifestanti si dividevano tra chi invocava il rispetto della sovranità del Venezuela e chi elogiava Trump per aver “liberato il Paese dalla dittatura”:

due posizioni polarizzate che dicono poco a chi è rimasto in patria, già alle prese con prezzi alle stelle per i beni essenziali e un mercato nero sempre più attivo.

Intanto, da Washington, Trump ha convocato i Ceo delle principali compagnie petrolifere statunitensi per discutere un piano accelerato di ricostruzione dell’infrastruttura energetica venezuelana.

L’obiettivo dichiarato:

ripristinare la piena capacità produttiva del Paese entro 18 mesi, aprendo la strada a un massiccio intervento industriale guidato dagli Stati Uniti, più interessati a rifornire di energia i data center dell’intelligenza artificiale che a elezioni veramente democratiche e partecipative per tutti i venezuelani.

Logos, ethos e pathos.

L’egemonia armata degli Stati Uniti accelera la frammentazione dell’ordine mondiale.

Linkiesta.it – (07 -01- 2026) - Pier Virgilio Dastoli – Redazione - ci dice:

 

L’intervento militare statunitense in Venezuela inaugura una fase di instabilità strutturale, legittima l’uso unilaterale della forza e contribuisce alla demolizione del diritto internazionale.

 

L’operazione” Absolue Resolve” in Venezuela fa parte della nuova “Dottrina Monroe”, annunciata dal vicepresidente James David Vance a Monaco il 14 febbraio 2025, ribadita il 23 settembre 2025 da Donald Trump davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite e poi confermata nella “National Security Strategy” (Nss) del 5 dicembre 2025, diffusa dalla Casa Bianca.

 

Si tratta di un’operazione non dissimile da quella «speciale» lanciata da Vladimir Putin contro l’Ucraina il 24 febbraio 2022, ma con una violenta efficacia militare sconosciuta alla Federazione Russa, le cui truppe sono da quasi quattro anni bloccate sul terreno, anche grazie alla resistenza del popolo ucraino e all’ampio sostegno internazionale.

Alla violenza dell’efficacia militare statunitense non corrisponde tuttavia il risultato strategico immaginato da Washington, perché è forte la possibilità di un lungo periodo di caos, se non di guerra civile, di cui subiranno le conseguenze non solo il popolo venezuelano, già ridotto allo stremo dalla dittatura di Nicolás Maduro, ma tutta l’America Latina e, più in generale, l’economia internazionale.

 

Quest’operazione è molto simile ad altre operazioni condotte dagli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale in Asia, nel Mediterraneo e in America Latina – nella logica egemonica di una grande potenza che si considera come il «gendarme del mondo» – che hanno aumentato il disordine internazionale, demolito il multilateralismo e il ruolo delle Nazioni Unite, e legittimato (ma la parola in sé è grottescamente tragica) interventi militari, contro il rispetto del diritto internazionale.

 

Più recentemente ci sono stati i bombardamenti israelo-statunitensi in Iran, in Qatar, nello Yemen e in Nigeria, l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 contro Israele e la risposta bellica di Israele con un’azione di sterminio, e non un atto di guerra.

Le guerre coinvolgono infatti gli eserciti di due Stati, mentre Israele non riconosce quello palestinese, e il cosiddetto braccio armato di Hamas è formato da bande clandestine di terroristi, a cui si dovrebbe applicare il diritto penale internazionale e lo strumento Onu del peace enforcement, e non l’autodifesa di Israele.

Sono stati preannunciati interventi ancora contro l’Iran dagli Usa e da Israele, e dalla Cina contro Taiwan, che provocheranno devastazioni incalcolabili, stimolando emulazioni belliche in Asia, in Medio Oriente, in Africa e in America Latina – con quella che papa Francesco aveva chiamato l’8 gennaio 2024 una «terza guerra mondiale a pezzi destinata a trasformarsi in un conflitto globale» – senza dimenticare le minacce di Donald Trump contro altri Paesi del cosiddetto «emisfero occidentale», in particolare la Colombia di Gustavo Petro e il Messico di “Claudia Sheinbaum Pardo”, e contro la Groenlandia di “Jens-Frederik Nielsen”.

Non dobbiamo tuttavia rinunciare alla speranza o alla convinzione che la politica sciagurata di Donald Trump e degli altri autocrati nel mondo provochi controreazioni interne e internazionali tali da impedirle di realizzarsi come essa è stata preannunciata nella “Nss”.

 

Alcuni segnali importanti arrivano in effetti dall’altra parte dell’Atlantico, con gli intensi appelli del senatore democratico “Bernie Sanders”, le ultime elezioni statali e locali, a cominciare dalla città di New York e dal nuovo sindaco “Zohran Mamdani”, e le prime crepe nel fronte repubblicano in vista delle elezioni di Mid-Term nel novembre 2026.

Vanno inoltre ricordate le crescenti proteste popolari in Iran, in un Paese che fu una volta la culla della grande cultura persiana.

 

L’Unione europea, che è ancora sulla carta (nel senso della Carta dei diritti fondamentali firmata a Nizza venticinque anni fa) uno Stato di diritto, deve uscire dal suo sonno e rivendicare con forza e determinazione i suoi valori e i suoi principi, al suo interno, verso tutti i Paesi candidati all’adesione e a livello internazionale, come elementi fondanti di tutti i partenariati internazionali strategici, a cominciare da quelli con il Mercosur e l’Unione Africana.

 

Bisogna iniziare da un’azione politica e culturale verso la società statunitense, che possiede anticorpi culturali e giuridici tali da poter neutralizzare l’era Trump e rilanciare nello stesso tempo l’idea dell’interdipendenza di “John Fitzgerald Kennedy”, del 1962, e della giustizia sociale di” Martin Luther King”, del 1963.

 

L’Unione europea deve uscire dal suo sonno, rivendicando insieme ai Paesi dell’America Latina la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici in Venezuela e l’organizzazione di libere elezioni presidenziali e legislative sotto un controllo internazionale, come non avvenne nel 2024, così come si devono esigere libere elezioni presidenziali e legislative in Ucraina e nei territori palestinesi dopo i cessate il fuoco.

 

Le elezioni, tuttavia, non bastano, perché non basta la democrazia rappresentativa se essa non è accompagnata e sostenuta dal ruolo della società civile organizzata e da politiche per realizzare una vera giustizia sociale e una democrazia economica, in coerenza con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, con principi, regole e istituzioni di garanzia che sono stati dimenticati nel “Patto per il Futuro” delle Nazioni Unite del settembre 2024.

L’Unione europea deve uscire infine dal suo sonno, riaprendo un percorso democratico e costituente verso il modello federale immaginato a Ventotene e dimenticando la via tortuosa e inefficace prevista a Lisbona, che contiene i principi inefficaci del potere di veto e dell’idea secondo cui i governi nazionali affermano di essere «i signori dei Trattati».

Scegliamo, per cambiare l’Europa e il mondo, le parole di Aristotele: logos, ethos e pathos.

 

 

 

 

Cos'è successo in Venezuela e cosa c'entra il petrolio.

 Renewablematter.eu - Sara Peronetto – (4-01 -2026) – Redazione – ci dice:

 

L’attacco statunitense al Venezuela mira alle risorse del paese sudamericano, che ha le riserve petrolifere più grandi del mondo.

Cos'è successo in Venezuela e cosa c'entra il petrolio.

Sabato 3 gennaio, alle 2 di notte locali (le 7 del mattino italiane) gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela.

O meglio: Donald Trump ha attaccato il Venezuela, visto che l’operazione è stata condotta per decisione del presidente USA senza prima consultare o avere l’approvazione del Congresso.

 

I bombardamenti statunitensi hanno colpito la sede del parlamento venezuelano e alcuni obiettivi militari, causando feriti e vittime, anche civili:

 al momento di andare in pubblicazione con questo articolo, le stime diffuse parlano di almeno 40 persone morte.

 Caracas ha risposto dichiarando lo stato di emergenza nazionale e denunciando una “aggressione militare”.

Russia, Cina, Brasile e Cuba hanno condannato l’azione statunitense, mentre Unione Europea e Regno Unito hanno scelto toni più blandi chiedendo una transizione pacifica e rispettosa del diritto internazionale.

 

La cattura di Maduro e le reazioni europee.

Il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e la moglie, Cilia Flores, sono stati “catturati”, come ha scritto lo stesso Trump sul social Truth dandone notizia, e portati negli Stati Uniti.

Mentre per il presidente statunitense si tratta di “legittimo arresto” giustificato dal capo d’accusa di “narcoterrorismo”, con cui Maduro e la moglie sono al momento incriminati negli USA, molte persone esperte di diritto a livello internazionale non lo considerano tale ma lo giudicano un “sequestro di persona”. 

La situazione, insomma, è ancora molto confusa e al limite dell’illegalità, tanto che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, l’ha definita “un pericoloso precedente” e si è detto “preoccupato dalla violazione delle norme del diritto internazionale”, mentre l’Unione Europea, che non aveva riconosciuto il terzo mandato di Maduro, è ancora cauta.

Ursula von der Leyen ha dichiarato che “la UE resta al fianco del popolo venezuelano verso la transizione democratica” e “sostiene una transizione pacifica e democratica”.

 

A esporsi maggiormente, in Europa, sono stati Giorgia Meloni e Pedro Sanchez.

Il primo ministro spagnolo, primo in Europa a reagire all’attacco, ha dichiarato su “X” che “la Spagna non ha riconosciuto il regime di Maduro. Ma non riconoscerà nemmeno un intervento che viola il diritto internazionale e spinge la regione verso un orizzonte di incertezza e belligeranza”.

 

La presidente del Consiglio italiana ha invece espresso appoggio a Trump, sostenendo che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

 

Ma l’attacco USA al Venezuela sembra aver poco a che vedere con il narcotraffico (a causare i maggiori problemi agli USA in tal senso è infatti il Messico) e con la necessità di democrazia, mentre sembra sempre più motivato dalla volontà statunitense di controllare quello che Washington considera il proprio “giardino di casa”, cioè il Sud America, in particolare le sue ricche risorse energetiche, soprattutto il petrolio. Una tesi sostenuta anche dall’assenza di un piano politico chiaro per il futuro del Venezuela.

 

Un intervento senza precedenti e il caos politico.

Durante la conferenza stampa seguita all’attacco, Trump ha infatti dichiarato che gli USA faranno entrare in Venezuela “le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, che investiranno miliardi di dollari nelle infrastrutture danneggiate e inizieranno a generare profitti per il paese” e sostenendo che gli Stati Uniti controlleranno il Venezuela per “effettuare una transizione sicura, adeguata e oculata” del potere.

 

 L’espressione “we’re going to run the country” (che potrebbe significare sia “governeremo il paese” che “controlleremo il paese”), usata più volte dal presidente, è rimasta volutamente ambigua, senza chiarire né la durata del periodo di transizione né la struttura di comando.

Trump ha parlato genericamente di “un team” statunitense che lavorerà con il popolo venezuelano, lasciando aperta anche l’ipotesi di una presenza militare sul terreno, i cosiddetti “boots on the ground” (truppe sul campo), legata in modo esplicito alla protezione e all’estrazione del petrolio.

 

Uno degli elementi più controversi riguarda infatti il futuro politico del Venezuela.

Trump ha affermato che il segretario di stato Marco Rubio avrebbe parlato con la vicepresidente “Delcy Rodríguez” (dichiarata dalla Corte costituzionale venezuelana presidente ad interim), sostenendo che sarebbe disposta a collaborare con Washington.

 Rodríguez ha però smentito pubblicamente, definendo Maduro “l’unico presidente” legittimo del paese.

Allo stesso tempo, Trump ha escluso un ruolo per la leader dell’opposizione “María Corina Machado”, premio Nobel per la pace 2025, giudicata priva del sostegno necessario per governare.

 

Le mire di Trump sul petrolio venezuelano.

Per capire l’interesse di Trump per il Venezuela bisogna spiegare come il paese possieda le maggiori riserve di petrolio al mondo:

circa 303 miliardi di barili, pari a quasi il 17-20% delle riserve globali secondo la” US Energy Information Administration”.

Una quota superiore a quella dell’Arabia Saudita e oltre tre volte quella di Russia e Stati Uniti.

Ma, nonostante questo primato, il paese ricava oggi solo circa 20 miliardi di dollari l’anno dall’estrazione e dall’esportazione di petrolio, contro i 120 miliardi del 2012.

 

Il settore energetico rappresenta comunque l’88% delle entrate da esportazioni del Venezuela, pari a circa 24 miliardi di dollari l’anno, mentre il restante 12% è composto quasi interamente da prodotti petrolchimici.

 Una dipendenza che ha reso l’economia venezuelana vulnerabile a shock esterni, sanzioni e crolli dei prezzi.

 

Negli anni Novanta la produzione petrolifera venezuelana aveva raggiunto i 3-3,5 milioni di barili al giorno, mentre negli ultimi mesi si era attestata intorno agli 800.000 barili.

Un calo attribuibile a una combinazione di cattiva gestione, corruzione, mancanza di investimenti, sanzioni internazionali e difficoltà tecniche legate alla qualità del greggio.

 

Il petrolio venezuelano è infatti “pesante” o “extra pesante”, con un alto contenuto di zolfo, estratto in larga parte nella cintura dell’Orinoco. Questo lo rende più costoso e inquinante da produrre e richiede raffinerie specializzate, concentrate soprattutto negli Stati Uniti e in Cina.

 Da qui la storica dipendenza di “PDVSA”, la compagnia petrolifera statale venezuelana, dalle multinazionali straniere.

 

Sanzioni, blocchi navali e pressione economica.

Gli Stati Uniti sanzionano “PDVSA” dal 2017, e il recente blocco delle petroliere venezuelane imposto dagli USA, secondo Trump, avrebbe potuto anche azzerare le entrate del paese, che dipende dal petrolio anche per importare beni essenziali come cibo e medicine, e che si trova in quella che il “Fondo monetario internazionale” ha definito “la più grave crisi di un paese non in guerra” negli ultimi cinquant’anni.

 

Il blocco tuttavia non riguarda “Chevron”, unica grande compagnia statunitense rimasta in Venezuela dopo la nazionalizzazione voluta da Hugo Chávez, che estrae fino a 300.000 barili al giorno, quasi un terzo della produzione nazionale, con una licenza che prevede che circa il 50% del greggio vada allo stato venezuelano.

 

In ogni caso, secondo i dati di “TankerTrackers.com” riportati da Il Post, oggi l’81% del petrolio venezuelano è esportato in Cina, il 17% negli Stati Uniti e il 2% a Cuba.

 Dal 2019 Pechino acquista petrolio venezuelano tramite aziende private e reti complesse di intermediari per aggirare le sanzioni, e nel 2024 “China Concord Resources Corporation” ha firmato un contratto ventennale da un miliardo di dollari per sviluppare la produzione petrolifera.

Ecco perché per Washington ridurre l’influenza cinese sulle risorse venezuelane è un obiettivo strategico esplicito. Ma non solo.

Nell’odierno quadro internazionale, il petrolio non è solo una risorsa economica ma anche uno strumento di potere geopolitico.

Oltrepassare la legalità per controllarlo, però, rischia di spingere il mondo sull’orlo di un burrone da cui potrebbe essere molto difficile, se non impossibile, risalire.

 

 

Ucraina, una ricostruzione top secret.

Renewablematter.eu - Stefano Vergine – (18 novembre 2025) – Redazione - ci dice:

 

I progetti post bellici valgono oggi oltre 500 miliardi di euro: un interesse strategico per i paesi alleati e una ricca opportunità per le imprese, ma nessuno ne parla volentieri.

 

Ucraina, una ricostruzione top secret.

Il piatto è ricco. Anzi, ricchissimo: 524 miliardi di dollari. Più o meno quanto vale il PIL degli Emirati Arabi Uniti. Secondo la Banca Mondiale è questo il costo necessario per la ricostruzione dell'Ucraina nel prossimo decennio. Più che la cifra totale, è però interessante provare a capire a chi andranno tutti questi soldi.

 

“Da un lato la ricostruzione rappresenta un interesse strategico per gli alleati, chiamati a sostenere il tessuto produttivo e sociale dell'Ucraina”, premette “Giada Bilancioni”, “Research Trainee “presso il Centro Russia, Caucaso e Asia Centrale dell'ISPI.

 “Dall’altro, è un'opportunità per le imprese: possono stringere nuove partnership e posizionarsi in un mercato che, proprio a causa della guerra, offre oggi condizioni d’ingresso più favorevoli, incentivi competitivi e procedure semplificate.”

 

Ricostruire l’infrastruttura, soprattutto quella energetica.

Partiamo dai dati.

 Secondo il “Fourth Rapid Damage and Needs Assessment”, pubblicato dalla Banca Mondiale a febbraio del 2025, l'invasione russa ha provocato danni nel paese pari a 176 miliardi di dollari.

Questo considerando solo la distruzione materiale di edifici e infrastrutture di vario genere fino alla fine del 2024, e senza tenere conto, ad esempio, dei costi sanitari.

 

Qualche numero aiuta a comprendere meglio la portata del fenomeno.

 I danni agli edifici abitativi sono stati quantificati in 57 miliardi di dollari, quelli ai sistemi di trasporto in 36 miliardi, quelli subiti dal settore dell'energia in 20 miliardi.

C'è però una tendenza che colpisce più di altre:

 i danni alle infrastrutture energetiche sono quasi raddoppiati (+ 93%) tra il 2023 e il 2024.

È proprio su questo terreno che stanno cercando di inserirsi diversi gruppi internazionali.

 

La danese Vestas, ad esempio, ha già venduto all'azienda privata ucraina Dtek 83 turbine eoliche, per una capacità complessiva di 498 MW: serviranno per realizzare la” centrale di Tyligulska”, il più grande progetto eolico del paese.

Nel giugno scorso la statunitense “GE Vernova” ha firmato un'intesa con la stessa “Dtek” per sviluppare progetti eolici, modernizzare la rete elettrica del paese e produrre energia con turbine a gas.

 

Anche la francese” Schneider Electric “sta collaborando con Dtek, principale investitore privato nel settore energetico ucraino:

le due società hanno firmato un accordo per modernizzare la rete elettrica nazionale sviluppando sistemi di accumulo attraverso batterie, sia all'interno che all'esterno del paese, con l'obiettivo di creare una rete energetica più resistente agli attacchi russi.

 

Donazioni internazionali.

Questi tre accordi evidenziano due fatti:

da una parte l'importanza di “Dtek”, gruppo controllato dall'imprenditore ucraino “Rinat Akhmetov”;

dall'altra la rilevanza delle donazioni internazionali.

Per spiegare quest'ultimo punto servono i dati.

 Quelli raccolti dal tedesco “Kiel Institute” indicano che, dall'inizio della guerra fino al 30 giugno del 2025, in termini di sostegno finanziario (esclusi quindi aiuti militari e umanitari) l'UE ha donato 60,5 miliardi di euro all'Ucraina, più di quanto fatto dagli USA.

 

Se poi si guarda a quali sono stati i singoli paesi più generosi in rapporto al PIL, sul podio ci sono Danimarca, Estonia e Lituania, seguiti a distanza da Lettonia, Svezia e Finlandia.

 Includendo invece l'assistenza militare, i più attivi sono stati di gran lunga gli Stati Uniti, poi Germania, Francia, Regno Unito e Giappone.

E l'Italia?

È nona nella classifica generale degli aiuti, con un totale di 11,3 miliardi di euro donati all'Ucraina tra aiuti individuali e tramite le istituzioni europee.

 

Garanzie contro i rischi: il ruolo delle “ECA”.

Per fare affari in Ucraina non basta però provenire da una nazione dimostratasi generosa con il governo di Kiev.

 Ci vuole organizzazione, una certa dose di coraggio e, soprattutto, spalle finanziarie larghe.

“Le principali sfide per le aziende private internazionali che operano in Ucraina riguardano innanzitutto l'accesso a fonti di credito adeguate e a strumenti assicurativi in grado di coprire i rischi legati agli investimenti”, puntualizza “Bilancioni dell'ISPI”.

 

Accettare una commessa importante in Ucraina vuol dire infatti assumersi rischi, a partire dalla banale considerazione che la guerra non è finita e un vincitore sicuro (cioè un pagatore) al momento non c'è.

 Per questo sono fondamentali le” ECA” (Export Credit Agencies), società pubbliche che assicurano i crediti vantati dalle aziende private grazie a garanzie statali.

“Una delle più attive nel settore civile ucraino è sicuramente quella danese, soprattutto nel settore rinnovabili, ma c'è anche quella britannica”, fa notare una fonte del settore.

 

“Eifo”, la “ECA danese”, nel marzo 2023 ha istituito un programma di prestiti e garanzie dedicato all'Ucraina, con una disponibilità di 2,8 miliardi di corone, pari a circa 375 milioni di euro.

Più esplicita la britannica “UK Export Finance”, che a luglio dell'anno scorso ha comunicato di aver messo a disposizione 26,3 milioni di sterline per garantire un prestito elargito da Citibank a due gruppi privati, “Dogus” e “Onur”, per ricostruire sei ponti nella zona di Kiev.

 

“SACE”, l'ECA italiana, finora ha comunicato solo di aver firmato tre protocolli d'intesa a sostegno dell’Ucraina, ma non ha mai fatto sapere di operazioni concrete già garantite.

Cassa depositi e prestiti ha erogato invece nel 2022 un finanziamento di 200 milioni di euro al governo ucraino per garantire il pagamento degli stipendi del personale scolastico.

 A questo si è aggiunto, nel 2023, un cofinanziamento di altri 200 milioni erogato alla pari insieme alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

 Obiettivo: aiutare l’azienda pubblica ucraina dell’idroelettrico, “Ukrhydroenergo”, a ripristinare le infrastrutture energetiche compromesse dalla guerra.

 

A parte queste poche notizie, però, non ci sono informazioni sull'attività di aziende private italiane.

Anzi, delle poche che erano state pubblicate si sono perse le tracce.

 Un esempio su tutti?

Ad aprile del 2023 il gruppo “WeBuild” aveva firmato un protocollo d'intesa con “Ukrhydroenergo” per una “collaborazione finalizzata alla costruzione di centrali idroelettriche in Ucraina”.

Da allora non se n'è saputo più nulla. Il protocollo si è trasformato in vero contratto?

Contattata, WeBuild non ha risposto.

 

“Akhmetov”, l’acciaio e l’Italia.

Di certo l'Italia ha un asso nella manica da giocarsi.

Si chiama Akhmetov.

Proprio lui: il proprietario di Dtek, gruppo ucraino dietro al quale girano al momento quasi tutti gli affari energetici per la ricostruzione.

 Con la sua “Metinvest”, che si occupa della produzione d'acciaio, è diventato di recente proprietario dell'acciaieria di Piombino, da anni in crisi.

 L'obiettivo del miliardario ucraino è produrre in Italia l'acciaio necessario per ricostruire l'Ucraina, visto che il suo impianto principale, l'acciaieria “Azovstal di Mariupol”, è stata distrutta nel frattempo dai russi.

 

L'accordo di programma tra “Metinvest” e il governo italiano è stato firmato lo scorso luglio a Roma durante la conferenza per la ricostruzione.

 L'esecutivo guidato da Giorgia Meloni è riuscito così a sbrogliare una grossa matassa che da anni gravava sulla siderurgia tricolore.

Al contempo, la premier si è anche guadagnata un credito rilevante nei confronti di Akhmetov.

Che, come detto, gioca il ruolo del playmaker nella ricostruzione.

“Al momento c'è sicuramente un buon rapporto tra il “ministro Urso” e i vertici di “Metinvest,” e questo potrebbe portare buoni frutti per le imprese italiane interessate a lavorare in Ucraina”, dice a Materia Rinnovabile una fonte a conoscenza del dossier.

 

Di sicuro, visto da una prospettiva più economica che politica, il tema della ricostruzione viene trattato con estrema discrezione.

 Difficilissimo trovare un'azienda disposta a parlarne apertamente.

 E lo stesso vale per i governi.

Alle nostre domande il ministero delle imprese italiano non ha voluto rispondere.

Stesso atteggiamento da parte del ministero ucraino per la ricostruzione:

ci aveva promesso una risposta, ma alla fine ha cambiato idea.

Segno che la ricostruzione, così come la guerra, sembra un'operazione top secret.

 

 

 

 

Il processo storico: Bill Gates e Burla

in tribunale in Olanda per i danni dei vaccini.

 Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (04/01/2026) – ci dice:

 

A “Leeuwarden”, una località olandese non molto conosciuta, è in corso da diversi mesi un processo importante, fondamentale, uno di quelli che potrebbe davvero far riscrivere la storia della farsa pandemica.

Ad averlo istruito è stata la giustizia penale olandese dopo che diverse persone che hanno ricevuto il vaccino Covid dopo il colpo di Stato “pandemico”, hanno iniziato ad avere problemi di salute, e alcune di loro purtroppo oggi sono morte.

 

Nel” VAERS”, il database sui danni riportati dai vaccini Covid, non di certo un luogo “no vax”, ci sono migliaia di casi di affetti avversi, di persone che hanno sviluppato miocarditi, tumori, cecità, disturbi all’udito, e alla vista, culminati spesso con la cecità, ma questi numeri, persino sottostimati, vengono taciuti dagli organi di stampa.

Sulla carta stampata, si prova ancora a diffondere la bugia con le gambe ormai millimetriche che i vaccini hanno salvato vite umane, e poco importa che i numeri e le prove sui danni dei vaccini affermino esattamente il contrario.

 

Si deve negare sempre, fino all’ultimo istante, anche quando il castello di carte di bugie inizia a scricchiolare paurosamente da tutte le parti.

Nei Paesi Bassi, si è accesa però una luce, e si è istruito un processo dove per la prima volta si chiede conto ai produttori di sieri sulla cosiddetta “efficacia e sicurezza” dei vaccini che essi dichiaravano anni addietro.

 

“Peter Stassen”, l’avvocato che rappresenta le vittime, ha indetto una conferenza stampa per spiegare cosa chiederà alla corte olandese, e ha subito fatto capire che saranno convocati esperti di fama internazionale, non legati all’influenza e all’immenso potere delle case farmaceutiche, per discutere su cosa sono stati davvero i sieri Covid e qual era il loro scopo ultimo.

Tra gli esperti che saranno chiamati a comparire in tribunale, spicca il nome di “Catherine Austin Fitts”, già membro dell’amministrazione di George H. Bush nel 1990, e attivissima negli anni della farsa pandemica nel denunciare l’assurdità e la dannosità delle misure di confinamento che venivano prese in quel periodo.

 

Catherine Fitts.

Secondo la Fitts, è tutta la narrazione pandemica che va rimessa in discussione.

Sin dal principio non c’è mai stato chiaramente alcun reale fondamento legato alla tutela della salute pubblica, ma un piano meramente politico, di “riordino della società”, come disse Beppe Grillo, concepito per cambiare completamente la società contemporanea e trascinarla verso il “Grande Reset di Davos”, un vero e proprio disegno distopico nel quale alla fine solo i cittadini vaccinati sarebbero stati ammessi nella “nuova società globale autoritaria”, mentre i non vaccinati messi al bando, e rinchiusi nei campi di concentramento per “positivi” al cosiddetto “Sars-Cov-2”.

 

Gli esperti chiamati in causa vanno al cuore di quella che è stata un attacco alla sovranità delle nazioni e alla libertà dei loro popoli.

La genesi del golpe “pandemico”:

i tamponi e l’isolamento fantasma del Sars-Cov-2.

 

Secondo la ricercatrice ed esperta legale, “Catherine Watt”, occorre partire dai cosiddetti” test PCR”, che sono stati utilizzati per costruire tutta la falsa narrazione pandemica, e che sfornavano dei positivi che nel 90% dei casi erano falsi.

I tamponi sono semplicemente la intera chiave della storia.

Attraverso un test che, a detta dei suoi stessi ideatori, non è adatto a individuare la positività ad un agente patogeno, si è costruita la falsa idea del “contagio”,  con la quale le persone ricevevano addosso una sorta di marchio e costrette ridicolmente e assurdamente all’isolamento, come se fossero diventati portatrici di qualche morbo pestilenziale.

 

L’inganno nasce nelle pubblicazioni ufficiali.

Non è sepolto in qualche documento segreto, ma in uno studio pubblicato dal famigerato duo di virologi, “Christian Drosten” e “Victor Corman”, che nel gennaio del 2020 elaborarono il “test PCR “per individuare la positività al Sars-Cov-2, soltanto che come loro stessi dichiarano apertamente nella loro “ricerca” non avevano e non hanno ancora un campione isolato del virus, ma piuttosto una simulazione al computer.

“Christian Drosten” è sempre assieme all’ex ministro della Salute,” Spahn”, nel marzo del 2020.

 

Sembra paradossale, ma è la verità ufficiale, quella che non viene raccontata negli organi di stampa che ancora oggi millantano l’esistenza del Covid e del suo isolamento, quando ad oggi entrambe mancano all’appello e a nulla sono valse le richieste da parte di medici e virologi in giro per il mondo di avere un campione del virus isolato.

Ogni richiesta è caduta nel vuoto, perché quando i vari istituti sanitari in giro per il mondo sono stati messi di fronte alla semplice e banale richiesta di fornire un campione isolato del Sars-Cov-2, le risposte sono state tutte negative.

 

Il virus isolato ancora oggi non compare.

La bugia più grande della farsa pandemica è proprio questa, e l’idea di un pericoloso agente patogeno che si sarebbe diffuso nel 2020, è smentita dai numeri e dalle statistiche, e soprattutto dalla sintomatologia dei pazienti che tutt’al più presentavano i classici segni dell’influenza stagionale.

I vari organi di stampa assistiti da corrotti medici al soldo delle case farmaceutiche hanno veicolato questa idea nella popolazione.

 

Sono stati loro a inoculare un vero virus ormai sei anni addietro, quello della paura, del terrorismo psicologico culminato nelle infami messinscena terroristiche delle bare di Bergamo, che furono fatte sfilare con uno scopo preciso, quale quello di intimidire la popolazione, scoraggiarla e costringerla a sottomettersi a tutti gli ordini illegali che in quel momento il governo di Giuseppe Conte trasmetteva per conto dei soliti referenti di Davos e della Commissione Trilaterale.

 

Nel processo in Olanda, si iniziano a vedere le tracce della verità.

 

Secondo “Sasha Latyp”ova, ex dirigente proprio nel settore delle case farmaceutiche, i metodi utilizzati dai governi sono stati puramente ispirati dal principio della manu militari.

Si sono seguite delle linee guida stabilite da centri di potere come la NATO, e le prove che a dirigere l’intera operazione terroristica era il “Patto Atlantico”, sono contenute nei verbali del CTS, il “fantomatico comitato tecnico-scientifico”, un simulacro di “esperti” sanitari, che di fatto era soltanto la cartina di tornasole del governo Conte per giustificare il colpo di Stato che aveva luogo in quel momento.

 

Nella riunione del 5 marzo del 2020, fa la sua comparsa il generale Francesco Bonfiglio, che ordina esplicitamente a Conte e a Speranza, allora ministro della Salute, di trasmettere tutto alla NATO, vera centrale delle misure da eseguire in quella fase.

Lo ha ammesso anche il ministro della Salute olandese, “Fleur Agea”, che ha confessato senza pudori che in quell’anno era sempre il “Patto Atlantico “a trasmettere le direttive, perché non c’è mai stata una emergenza sanitaria, ma una operazione militare che se fosse arrivata al suo compimento, avrebbe portato all’irreggimentazione completa della società, sulla falsariga di quanto annunciato nella simulazione “Operazione Lockstep”, pubblicata dalla fondazione Rockefeller dieci anni prima della fantomatica “pandemia”.

 

I vaccini: la “cura” per un de-popolamento di massa.

 

Se c’era un fine politico e militare, è chiaro che i vaccini non sono mai stati quelli che le autorità dichiaravano di essere.

Gli esperti interpellati dall’avvocato Stazze sono categorici.

 

Secondo lo psicoterapeuta “Joseph Sansone” e lo scienziato “Mike Yeadon”, i sieri sono stati sin dal principio delle vere e proprie armi biologiche, concepite per ridurre la popolazione, sulla scia di quanto dichiarato anni prima proprio dall’uomo dei vaccini, per eccellenza, quel Bill Gates che ha fatto della produzione dei sieri il suo principale centro di affari.

 

Si potrebbe discutere forse sulla definizione di biologiche, e non tanto su quella di armi, visti i devastanti danni che i vaccini hanno prodotto.

Cosa sono infatti veramente i sieri?

 

Se si leggono i bugiardini della quattro principali case farmaceutiche che li hanno prodotti, Pfizer, Moderna, Astra Zenica e Johnson & Johnson, se ne dovrebbe dedurre che i primi due farmaci siano stati sviluppati sulla base della “molecola mRNA”, mentre gli altri due attraverso degli “adenovirus”.

Eppure nelle analisi che sono state fatte fino a questo momento, non è emersa una singola prova che ci sia quanto dichiarato dalle case farmaceutiche nei vaccini.

 

Secondo le analisi eseguite dal professor “Pablo Campar” e da altri ricercatori nel mondo, nei vaccini si trova costantemente la presenza del grafene, un derivato della grafite, assieme a dei complessi dispositivi elettronici, i celebrino i bot.

 

In una immagine al microscopio del sangue di un vaccinato, quale si vedono i filamenti di grafene.

Il vaccino è un composto complesso, elaborato, che si basa sull’interazione di questi due componenti che hanno uno scopo che si potrebbe definire quasi trans-umanistico.

 

Il grafene è un potentissimo conduttore.

 

I vari istituti tecnologici internazionali e l’Unione europea lo studiavano con attenzione dal 2013, e hanno investito 1 miliardo di euro dei contribuenti europei per ricerche su di esso, che probabilmente avevano già allora applicazioni più sanitarie che tecnologiche.

Se non c’è dubbio sulle qualità tecnologiche del grafene, non ce n’è nemmeno su quelle che riguardano i sui danni alla salute, considerato che tale materiale è tossico per l’organismo umano, e la scelta di metterlo in un “vaccino”, non può che essere dettata appunto dalla citata “esigenza” di ridurre la popolazione.

C’è poi la questione dei nano bot che apre scenari inquietanti, tali da arrivare a manipolare la libera coscienza degli esseri umani.

A parlarne per primo fu anni addietro uno scienziato israeliano, tale “Ido Bachelet”, che li presentò entusiasta davanti ad una platea di una sua conferenza che si tenne nel 2015.

 

La conferenza di Bachelet sui nano bot.

 

Alla Pfizer evidentemente ne furono talmente colpiti perché lo chiamarono subito per avviare una collaborazione e in quell’epoca l’attuale AD della casa farmaceutica, l’israelo-americano Albert Burla, dirigeva il dipartimento dei vaccini.

 

Burla deve aver probabilmente avuto una folgorazione.

 La “conferenza sui nano bot” di Bachelet deve avergli aperto l’idea alle nuove frontiere delle applicazioni dei nano bot, strettamente legati all’internet delle cose.

Secondo l’esperto informatico, “Mik Andersen”, ci sono risvolti inquietanti, dimostrati da diversi studi scientifici che mettono in rilievo il fatto che tali dispositivi siano in grado di controllare la volontà dell’individuo che riceve tali nano bot, in grado di interagire sul sistema neurologico di una persona.

 

Sembra che quella che 30 o 40 anni fa poteva essere considerata “fantascienza” sia diventata purtroppo solida realtà, tanto che in alcuni istituti carcerari della California, negli Stati Uniti, sono stati già utilizzati tali impianti sui detenuti, che si sono ritrovati ad essere delle marionette controllate da remoto.

 

La tecnologia è entrata così nella sfera del libero arbitrio, con delle implicazioni molto gravi, tanto da richiedere forse persino un dibattito teologico sulla pericolosità di questi dispositivi in grado di manipolare a piacimento la volontà di una persona.

Il vaccino quindi sembra essere qualcosa di molto poco biologico, e molto invece sintetico e informatico, dati i suoi componenti e ingredienti.

 

Si spiegherebbe così il fenomeno del magnetismo riscontrato in moltissimi vaccinati, e si spigherebbe così al tempo stesso la circostanza che i vaccinati emanino dei segnali rilevabili attraverso la tecnologia del bluetooth, un fatto dimostrato anche dai medici messicani del “centro COMUSAV”.

C’è poi anche la inquietante questione di quei corpi fibrosi bianchi trovati nei corpi dei vaccinati, e che risultano essere materiali sintetici, un altro elemento che punta alla composizione sintetica, e non biologica, dei sieri.

 

Sono Bill Gates e Burla, i padri dei vaccini Covid.

A Leeuwarden, si stanno facendo però passi avanti.

Il tribunale è stato il primo al mondo a ordinare a Bill Gates e Albert Burla di comparire dinanzi alla corte per rispondere di quanto da loro dichiarato sui vaccini.

 

Gates era stato già convocato nei mesi precedenti, ma ha avuto la faccia tosta di dire che lui non esercita alcun potere sull’OMS, nonostante la sua “Gates Foundation” sia stata uno dei primi finanziatori dell’organizzazione internazionale legata all’ONU, e da tempo sottomessa agli interessi delle case farmaceutiche, mentre Burla ha provato a cavarsela affermando che la sua presenza non era necessaria, ribadendo che i vaccini della sua Pfizer sono “sicuri ed efficaci”, una menzogna smentita dagli stessi documenti interni della Pfizer.

 

I giudici olandesi hanno stabilito che i due dovranno presentarsi, e anche se Gates e Burla dovessero rifiutare, si sta aprendo un importante squarcio per ciò che riguarda la storia della farsa pandemica.

È la prima volta che in una corte penale di un Paese europeo e mondiale, vengono chiamati in causa i veri architetti del colpo di Stato “pandemico”.

La rinascita dell’Europa e dei Paesi che sono stati oppressi da “uomini al servizio di Davos” non potrà non passare dal far conoscere la verità su questa pagina di storia, forse una delle più buie dell’umanità.

 

 

 

Il “regime chance” simulato di Trump e

la retata del governo di Caracas

contro i veri golpisti di Londra.

Lacrunadellago.net – (06/01/2026) – Cesare Sacchetti – Redazione – ci dice:

 

A Caracas, l’anno è iniziato non tra i classici fuochi d’artificio, ma tra esplosioni ed elicotteri che sorvolavano la città.

Nelle scorse settimane, c’era stata una intensa attività delle navi americane contro quelli che sono stati definiti dei narcos operativi nella zona dei Caraibi, anche se fonti di intelligence USA avevano già riferito a questo blog che l’operazione in corso era molto diversa da quella annunciata.

 

A Caracas, erano in corso dei tentativi di destabilizzazione da parte del governo britannico che stava armando e reclutando mercenari e paramilitari per eseguire il più classico dei “regime chance”, il termine anglosassone che identifica i colpi di Stato e le rivoluzioni colorate, sulle quali c’è ampia letteratura nel libro nero della famigerata CIA.

 

Eppure in Venezuela, si è visto qualcosa di molto diverso da un colpo di Stato.

Non un colpo è stato sparato dalle forze armate venezuelane.

La contraerea del Paese è rimasta immobile, così come nessuna risposta è stata indirizzata agli elicotteri americani che hanno potuto sorvolare i cieli della capitale venezuelana indisturbati.

Maduro sarebbe stato prelevato senza nessuna difficoltà.

 

Il presidente del Venezuela è da anni vittima di una serie di attentati, l’ultimo dei quali ha visto una pioggia di droni piombare sulla sua testa, prima che la sicurezza dell’esercito riuscisse a metterlo in salvo.

Le forze armate del Venezuela sono pronte e ben addestrate a questo tipo di situazioni, e se pur dall’altra parte c’era una potenza militare come gli Stati Uniti, è soltanto da ingenui o da digiuni di operazioni militari pensare che il leader del Paese possa essere stato prelevato con tale irrisoria facilità.

Mosca a sua volta non ha fatto nulla.

Sapeva quello che stava per accadere, perché una sua nave era al largo delle coste del Venezuela in quelle ore, e il Cremlino è il Paese che da tempo sta rifornendo di armi e sistemi militari Caracas.

Se Washington ha deciso di intervenire per una qualsivoglia operazione, Mosca deve essere stata giocoforza informata in anticipo, ma la notte del 3 gennaio non si è assolutamente visto qualcosa che somigli nemmeno lontanamente ad un golpe.

 

I veri golpe dello stato profondo americano.

Il regime chance ha infatti delle linee guida ben precise.

 

Se si vuole comprendere i meccanismi di azioni dello stato profondo di Washington, si può pescare dai suoi innumerevoli precedenti, tra i quali c’è quello del golpe del 1973 orchestrato dall’eminenza grigia della governance globale, “Henry Kissinger,” che seguì passo dopo passo le fasi che portarono alla caduta di “Salvador Allende” e alla successiva installazione al potere dell’uomo dell’anglosfera, “Augusto Pinochet”.

Salvador Allende.

Non si perse un istante.

 

Il governo di Allende venne prontamente rovesciato.

 

Il presidente che soltanto un anno prima aveva tenuto un memorabile discorso di fronte al consesso delle Nazioni Unite sulla preponderante influenza che stavano assumendo i centri d’affari finanziari delle multinazionali sugli Stati nazionali, morì il giorno stesso del golpe, l’11 settembre, in circostanze ancora oggi poco chiare.

Il suo governo venne spazzato via.

Nessun ministro di Allende restò al suo posto. Ognuno venne sostituito da membri di una giunta militare guidata da Pinochet e dai suoi uomini.

Pinochet si dichiarò subito leader del Paese fino a quando nel 1974 non assunse ufficialmente la carica di presidente del Paese, dando vita ad una tirannia fatta di sangue e repressione, nella più classica delle dittature del Sudamerica che Washington all’epoca instaurava regolarmente per preservare il potere dell’impero americano e soprattutto della governance globale.

 

Augusto Pinochet.

A Caracas, non si è visto nulla del genere.

 

Il presidente Maduro sarebbe stato “rapito” dalle forze speciali degli Stati Uniti, mentre il suo governo è rimasto tutto lì, al potere.

L’esercito non si è mosso minimamente contro il governo venezuelano.

 

Soltanto poche ore dopo il “presunto rapimento di Maduro”, il ministro della Difesa, “Luis Padrino”, si è presentato indossando una uniforme militare e con tutta la calma del mondo tuonava contro l’imperialismo nordamericano, ma nemmeno una parola di condanna veniva detta contro il presunto architetto del rapimento del leader del Venezuela, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

 

Il governo del Venezuela è rimasto lì dov’è.

Ogni singolo posto chiave è occupato dagli uomini di Maduro che non si sono discostati in nulla dalla linea segnata dal presidente, e qualcuno tra le fila dell’opposizione eterodiretta dall’anglosfera ha iniziato a sentire la puzza di bruciato.

 

Esiste uno dei tanti tweet di disappunto degli esponenti delle opposizioni in Venezuela.

Gli uomini del centrodestra venezuelano non sono affatto soddisfatti.

Si sono resi conto che nulla è cambiato a Caracas, e che il governo è ancora di fatto nelle mani degli uomini di Maduro e di chi soltanto un anno fa vinse regolarmente le elezioni.

 

Il sospetto che in Venezuela si sia consumata una “raffinata psy-op militare” è venuto anche a “Gunther Filingeri”, economista austriaco e oltranzista della NATO che ha definito “fasullo” il golpe di Trump che ha lasciato ogni uomo di Maduro ai posti di comando.

Nel Paese, lo status quo non è cambiato di una virgola.

Il petrolio è ancora saldamente nelle mani del governo venezuelano e i rapporti con la Russia sono immutati.

 

La montatura della caccia al petrolio.

Nessuna privatizzazione ha avuto luogo e nessuna privatizzazione ci sarà, perché il fine dell’operazione non è mai stato chiaramente quello di mettere le mani sulle risorse petrolifere venezuelane.

Gli Stati Uniti già sotto il primo mandato di Trump hanno perseguito una politica di indipendenza energetica.

 

Attraverso l’estrazione dell’olio di scisto sono passati nel giro di 3 anni, dal 2017 al 2020, a diventare esportatori netti di petrolio per la prima volta in 70 anni, e oggi, nonostante ogni previsione di sedicenti esperti, sono il Paese che produce più petrolio al mondo, e a costi contenuti.

Washington aveva iniziato già allora a cambiare completamente la sua politica estera.

Gli Stati Uniti sono stati per decenni il principale importatore di petrolio al mondo.

 

Ogni presidente ha cercato per questo di preservare il petrodollaro nato dopo la fine del “gold standard” decisa da “Richard Nixon,” che si mosse subito per stabilire un patto con il principale esportatore di petrolio al mondo, ovvero l’Arabia Saudita.

 

Riyadh accettò di ricevere soltanto dollari in cambio del suo petrolio.

Il dollaro deve, o meglio doveva, il suo status di valuta privilegiata rispetto alle altre monete non per delle sue intrinseche caratteristiche monetarie, visto che ogni moneta fiat è uguale all’altra, ma per la geopolitica, per il peso di una politica estera imperialista che aveva imposto al mondo di procurarsi il biglietto verde per comprare il petrolio necessario per far girare gli ingranaggi delle economie nazionali.

 

Il presidente Nixon era d’accordo con l’allora re saudita Faisal nel 1974.

Il dollaro è diventato così molto più di una moneta.

 

Si è trasformato in un’arma vera e propria, in un randello che si abbatteva contro quei Paesi, sommersi di sanzioni ed esclusi dai mercati, perché rifiutavano di piegarsi agli interessi e ella volontà dell’impero e della governance mondiale.

Donald Trump ha spostato ogni possibile asse della politica americana.

 

Gli Stati Uniti di Trump non sono interessati a mantenere in piedi la vecchia politica della supremazia imperiale, ma vogliono costruire una politica nella quale gli Stati nazionali tornino finalmente sulla scena.

Il bilateralismo e non l’unipolarismo è la via tracciata da Washington che si ritrova così sulla stessa linea d’onda dei BRICS, quel blocco di Paesi guidati dalla Russia che già nei primi anni 2000 aveva aperto la via del multipolarismo, oggi vera e propria bussola dei rapporti internazionali.

 

Il precedente siriano e la partita a scacchi di Trump e Putin.

Washington dismette così i panni dell’impero e indossa quelli di potenza che vuole seguire la via multipolare, ma sullo scacchiere si combatte una feroce battaglia contro quegli elementi destabilizzanti che vogliono ancora il dominio di oligarchie mondiali, e la dissimulazione si rivela spesso una necessità per anticipare e neutralizzare le mosse dell’avversario.

 

A volere un regime chance in Venezuela non era Washington, ma Londra.

Londra sta cercando disperatamente di sostituirsi allo stato profondo americano nel tentativo di creare caos, conflitti e destabilizzazioni in ogni parte del pianeta.

 

L’amministrazione americana ha deciso di scegliere la strategia dell’anticipo.

Si sono seguite in pratica le linee guida dell’operazione della Russia in Siria, che alla fine del 2024, favorì la sostituzione del governo Assad con la presidenza di “Al-Sharaa”, che ha lasciato immutata la politica estera di Damasco.

All’epoca, la solita orda di falsi informatori alternativi scrissero subito che la Siria era finita, che i suoi territori sarebbero stati smembrati e annessi da Israele, fino ad arrivare alla cacciata della Russia dal Paese.

 

Un anno dopo, tali disinformatori seriali sono stati smentiti su tutta la linea perché non solo Israele è lontana dal controllare il Paese, ma i rapporti tra Damasco e Mosca si sono persino consolidati.

 

Infatti Vladimir Putin riceve “al Sharaa”.

 

A Tel Aviv, hanno probabilmente intuito subito che il Cremlino aveva ancora una volta aperto il “manuale della maskirovka”, e giocato d’astuzia attraverso una sostituzione concepita dalla stessa intelligence russa per “rimuovere” dalla scena l’elemento tramite il quale si spingeva verso un cambio di governo a Damasco, ovvero il “dittatore” “Bashar Assad”, ostracizzato dall’Unione europea e dalla NATO.

 

Mosca ha “accontentato” i vari architetti del caos prendendosi gioco di loro.

Si voleva l’uscita di scena di Assad, e la Russia ha seguito tale direzione, attraverso l’instaurazione di un altro governo che non ha la minima intenzione di smembrare il Paese pur di far allargare i confini dello stato ebraico, alla folle ricerca del suo impero in Medio Oriente.

 

La “maskirovka siriana” ha consentito poi a Trump di mettere fine alla guerra economica che Obama aveva scatenato contro Damasco.

Gli Stati Uniti hanno ritirato ogni sanzione.

I rapporti tra Washington e Damasco sono stati pienamente ripristinati tra la rabbia di Israele che si è vista ancora una volta buggerata dal presidente americano.

 

A Caracas, la sceneggiatura è stata pressoché identica.

A palazzo “Miraflores”, è rimasto al potere il governo precedente di Maduro, che ora negli Stati Uniti, partecipa ad un processo per “narcotraffico”, nel quale avrà modo di dire veramente chi sono i veri protettori dei narcos, a partire dalla vicina Colombia, da tempo nelle mani di agenti dell’anglosfera, e dal Messico dei cartelli, vicinissimi allo stato di Israele che ha addestrato molti dei trafficanti di droga più potenti del mondo.

 

I narcos sono lontani dall’essere un fenomeno spontaneo.

Sono il prodotto di un sistema, l’ultimo anello di una catena ben più lunga e più potente, i cui anelli arrivano fino ai compartimenti dei “servizi segreti Occidentali, del Mossad”, e delle” banche d’affari” come le famigerate “JP Morgan” e “Goldman Sachs”, che lavano i soldi della droga e li rimettono in circolazione “puliti” nell’economia regolare.

Sono i poteri che hanno dichiarato guerra al Venezuela da quando salì al potere “Hugo Chavez”, l’ex ufficiale dell’esercito venezuelano che decise che era giunto il tempo di trascinare il suo Paese fuori da questa condizione di colonialismo che lo opprimeva da troppi anni, ma la reazione ovviamente non poteva non suscitare la risposta dell’impero che fece di tutto per rovesciare Chavez e il suo successore, “Nicolas Maduro,” definito dagli organi di stampa come un “dittatore comunista”.

 

Sono a dir poco imbarazzanti la superficialità e la mendacia degli stereotipi che vengono affibbiati al Venezuela sia da parte degli organi di stampa mainstream sia dalla citata falsa controinformazione, americana e italiana, che hanno definito Maduro come un “marxista”, nonostante la sua ferma opposizione ai matrimoni omosessuali e all’aborto, ad oggi proibito integralmente in Venezuela.

 

Nicolas Maduro.

Se proprio si vuole dare una definizione al Venezuela, si può dire che questo ad oggi sia il Paese più cattolico dell’America Latina, quello nel quale vengono respinte le “follie woke e gende”r che invece vorrebbe portare la leader dell’opposizione “conservatrice”, “Maria Corina Machado”, il premio Nobel per la pace (sic),  già vicinissima all’amministrazione Bush negli anni 2000, e oggi fantoccio di BlackRock e di Londra che vogliono impossessarsi del Venezuela.

 

Washington e Mosca stanno quindi giocando una partita a dir poco sopraffina, nei quali ci sono scenari complessi che a volte richiedono di intervenire preliminarmente e di dissimulare le varie operazioni per impedire che gli avversari causino disordini veri in varie zone del mondo.

Sono meccanismi a volte controintuitivi, nei quali il bianco può apparire come nero e viceversa, e che dovrebbero essere chiariti da addetti ai lavori onesti e in buona fede, ma là fuori purtroppo c’è invece una ciurma di corifei e di sguaiati depistatori gestiti da servizi Occidentali e massonerie che si impegnano per portare in un vicolo cieco chi disgraziatamente finisce nella loro rete.

 

Sono i profeti del caos e della bugia permanente, che ad ogni piè sospinto si attivano per mentire, ingannare e depistare come accaduto dalla fine della farsa pandemica nel 2022, che a detta di lor signori sarebbe stata “eterna”, o come accaduto per la citata “Siria”, per la crisi iraniana, nella quale secondo tali ciarlatani la guerra mondiale era alle porte, e infine oggi per il Venezuela.

 

La governance mondiale sta morendo, ma cerca di disinformare fino all’ultimo istante attraverso tali avvelenatori di pozzi, ormai sempre più scoperti, che hanno lo scopo di portare gli ignari lettori lontani dal capire come l’apparato militare russo-americano sia all’opera per la definitiva dismissione di ciò che resta del tramontato “Nuovo Ordine Mondiale”.

 

Washington e Mosca ne parlano apertamente.

 

I rappresentanti dei due Paesi affermano di essere parte di “Q”, una lettera che identifica l’apparato di intelligence militare che sin dal 2016 risulta aver affiancato il presidente Trump nelle sue decisioni strategiche.

 

Sono ormai 10 anni che si combatte questa guerra.

Una guerra nella quale si scontrano due visioni radicalmente differenti del mondo, quella della” tirannia globale ispirata alla religione luciferiana”, e quella del ritorno delle patrie e della difesa del cristianesimo, profondamente detestato dai vari” globocrati e signori della finanza”.

 

Trump e la bonifica dei golpisti venezuelani.

Il Venezuela è un altro capitolo di tale guerra, e il presidente Trump ha ancora una volta dimostrato di essere una mente strategicamente superiore ai suoi avversari.

 

Il “dittatore” Maduro ora è stato portato al sicuro negli Stati Uniti, e lasciato libero di parlare contro i veri architetti della destabilizzazione, mentre a Caracas resta il governo precedente e vengono subito chiuse le porte a “Maria Corina Machado”.

Il vice di Maduro, “Delcy Rodriguez,” ha dichiarato che è pronto a collaborare con Donald Trump, il quale ha confermato che ha già parlato con lei in più di un’occasione.

 

“Delly Rodriguez”.

Se si ascolta attentamente il presidente americano, e lo si legge tra le righe, fa capire chiaramente che la sua amministrazione sta da mesi dialogando con il governo venezuelano, con il quale si è deciso di eseguire un “regime chance fittizio” per disinnescare i tentativi eversivi che Londra e l’alta finanza stavano portando avanti da tempo.

Secondo quanto emerso nelle ultime ore, il governo venezuelano sta arrestando tutti coloro che durante la simulazione di golpe erano usciti allo scoperto per sostenere un colpo di Stato che in realtà non c’è stato.

La scorsa notte ci sono stati scontri a fuoco nei pressi del palazzo presidenziale da parte di quei golpisti che volevano prendere veramente il potere e rovesciare il legittimo esecutivo in carica.

Una volta dissolta la frenesia delle prime ore, si comprende appieno la maestria e l’astuzia di Donald Trump.

Trump ha aiutato il governo di Maduro a far uscire fuori tutti gli agenti infiltrati da Londra, Israele e dalla vicina Colombia che nei mesi scorsi erano all’opera per rovesciare l’esecutivo di Caracas.

Attraverso tale “psy-op”, Caracas si libera della sua quinta colonna, e a dargli l’aiuto necessario per individuare i traditori è stato il presidente degli Stati Uniti, il “rapitore” di Maduro.

 

Se non è questo un capolavoro di strategia militare e diplomatica, allora è difficile immaginare cosa altro possa essere.

C’è ora da attendere il prossimo capitolo di questa guerra militare, psicologica, e soprattutto spirituale, ma a giudicare dagli eventi, si è giunti nelle fasi finali.

L’apparato del mondialismo non ha davvero più molte frecce al suo arco.

Il tempo e le forze in campo sono contro i signori del caos.

 

 

 

«Trump e la dottrina di Marilyn Monroe».

Inchiostronero.it - Redazione Inchiostro nero – (8 – 01 – 2026) – il Simplicissimus – ci dice:                               

La potenza che non può più colpire al centro sceglie di mordere ai margini.

«Trump e la dottrina di Marilyn Monroe».

Dall’impero muscolare alla seduzione armata: la nuova strategia occidentale.

Il Simplicissimus.

Nel pezzo Trump e la dottrina di Marilyn Monroe, l’autore legge l’attuale postura geopolitica occidentale come una mutazione dell’imperialismo classico:

non più lo scontro frontale – ormai impraticabile contro Russia e Cina – ma una strategia indiretta, fatta di pressioni laterali, provocazioni mirate e conflitti periferici mantenuti artificialmente in vita.

 La figura di Donald Trump diventa così il simbolo di un potere che alterna brutalità e teatralità, mentre la “dottrina di Marilyn Monroe” funziona da metafora:

seduzione, esposizione, ambiguità, uso dell’immagine come arma.

Dall’Ucraina al Venezuela, fino al sequestro delle petroliere legate a Mosca, il testo interpreta questi eventi come morsi ai fianchi di un ordine internazionale che non accetta il proprio ridimensionamento e ha bisogno della belligeranza per continuare a esistere.

 Ne emerge una critica dura e disincantata all’Occidente e ai suoi alleati europei, descritti come gregari zelanti, incapaci di visione autonoma e pronti a invocare l’escalation mentre fingono di chiamarla difesa.

Un’analisi che non chiede consenso, ma lucidità, e che invita a riconoscere la pericolosa trasformazione del conflitto globale in una guerra di attrito permanente, mascherata da normalità diplomatica. (F.R.)

 

Credo che ormai non ci siano più dubbi riguardo alla strategia dell’imperialismo occidentale:

non potendo scontrarsi direttamente con la Cina e con la Russia, visto che il confronto diretto non è andato come si sperava, ecco che si attua una tecnica di morsi ai fianchi, a cominciare dai volenterosi di Parigi che immaginano un intervento sul terreno in Ucraina, una volta raggiunta la pace, il che è davvero patetico, ma mantiene in piedi quella belligeranza di cui il capitale internazionale ha bisogno.

 Poi è venuto il Venezuela e adesso anche il sequestro di due petroliere affittate dalla Russia, cariche di petrolio venezuelano, attuata proprio il giorno in cui i russi festeggiano il Natale e finché si è in tempo, cioè prima che la decisione del Cremlino e di Pechino di armare le proprie navi commerciali con missili antinave e con reparti militari, sia implementata.

 Naturalmente chi ha ancora un po’ di cervello in queste terre occidentali, richiede a gran voce una risposta, magari nucleare e incolpa una presunta fiacchezza di Putin, questo incremento di aggressività degli Usa e dei cagnolini europei.

 

Ma in realtà queste persone pensano all’occidentale, essendo essi stesse dentro il paradigma dell’imperialismo, e non si rendono conto dei costi di questo avventurismo, che sono altissimi e molti dei quali occulti, per lo meno alla stragrande maggioranza di persone, che già fanno fatica a sottrarsi alla leggenda secondo cui Maduro sarebbe un dittatore.

 Si narra anche che il Venezuela abbia le più grandi riserve di petrolio del pianeta ed è probabilmente questo che ha ingolosito Trump e i suoi consiglieri che sono ignoranti esattamente come lui, in una parola americani, specie in un momento in cui l’estrazione di petrolio da fratturazione comincia a dar segno di declino.

Ora bisogna sapere che quella del petrolio venezuelano è una mezza verità perché certamente esiste, ma è di scarsa qualità, in pratica catrame.

Deve essere estratto dal sottosuolo insieme alla sabbia con il vapore e poi deve essere diluito con la nafta per essere un liquido trasportabile. Inoltre contiene molto zolfo che corrode le tubature e le attrezzature aumentando i costi di una raffinazione già molto impegnativa.

 Grazie alle sanzioni americane che hanno impedito al governo del Paese di sviluppare la produzione (cosa che generalmente viene addebitata a Maduro, in un crescendo di fregnacce da bar o da giornaloni che sono anche peggio visto che non fanno nemmeno il caffè) così che l’industria venezuelana non è oggi in grado di produrre petrolio trasportabile per più di un milione di barili al giorno.

 Per arrivare ai 3 milioni al giorno, ovvero a una quantità economicamente vantaggiosa nelle condizioni date, occorrono 100 miliardi di dollari e un decennio di tempo.

Sempre che il Venezuela diventasse magicamente un tranquillo Paese da cartolina yankee.

 

Per dirla in due parole questo petrolio è di fatto in gran parte indisponibile, solo una risorsa teorica che Trump intende usare come garanzia per fare ancora debito ed evitare ancora per un po’ il crollo del sistema finanziario statunitense.

Ma Russia e Cina possono facilmente impedire che il Venezuela sia usato come pegno, semplicemente rendendo troppo onerosa e incerta questa avventura.

 Hanno lasciato che gli Usa si sputtanassero agli occhi del mondo intero, senza che però i vantaggi possano realmente essere colti.

Insomma, non si sa bene chi stia logorando chi e se appena si guarda al di là delle apparenze tutto appare in una luce diversa e molto più sfumata.

Dopotutto l’arroganza paga solo a breve termine, specie come se in questo caso essa costituisce un chiaro segnale di riduzione delle ambizioni globaliste e un ritorno alla “vecchia dottrina di Monroe” riadattata all’influenza degli Usa sul solo continente americano, come se questo fosse possibile.

 Forse Trump e il suo entourage sono più a loro agio con la dottrina di Marilyn Monroe, a qualcuno piace caldo.

 

 

 

 

  GEOPOLITICA.

 «La sostanza è la stessa:

 l’imperialismo mercatista e globalista

contro i popoli della terra.»

inchiostronero.it - Martino Mora -Arianna Editrice -Redazione – (06 -01 -2026) – ci dice:

 

La menzogna come metodo, il mercato come arma.

Dall’imperialismo del dollaro alla guerra permanente contro i popoli.

Cambiano i pretesti, non la sostanza.

Ieri erano le armi di distruzione di massa, poi le fosse comuni, oggi il narcotraffico: la sceneggiatura è sempre la stessa.

Dietro ogni accusa costruita ad arte si muove un unico disegno, quello dell’imperialismo mercatista e globalista, fondato sul dominio del dollaro, sulla violenza della tecnica scatenata e su un individualismo che divora popoli, culture e sovranità.

 Il conflitto non è episodico né morale, ma strutturale:

è la lunga guerra della potenza marittima contro la Terra, secondo la celebre lettura di “Carl Schmitt”.

Un conflitto che oppone il mercato globale alle civiltà radicate, la fluidità predatoria del Mare alla stabilità dei popoli terrestri.

Dall’Inghilterra elisabettiana, pioniera della pirateria geopolitica, alle guerre dell’oppio contro la Cina, fino agli interventi contemporanei mascherati da missioni morali, la storia mostra una continuità implacabile:

 le droghe, le menzogne e la religione deformata del progresso sono strumenti di dominio.

Cambiano i nomi dei nemici, ma resta intatto il meccanismo di un sistema che non tollera limiti né alternative alla propria egemonia. (N.R.)

 

“Maduro” sta al narcotraffico esattamente come Saddam alle armi di distruzione di massa.

E Gheddafi e Milosevic alle fosse comuni, mai trovate.

Cambia il pretesto, anzi la menzogna; non cambia la sostanza.

 Cioè imperialismo del dollaro.

E ancora più profondamente la geopolitica del Mare contro quella della Terra (Carl Schmitt).

Mercato globale, tecnica scatenata, individualismo perverso, religione deviata contro le potenze di Terra.

 

I primi maestri furono gli inglesi, predoni del mare con “Elisabetta I” la sanguinaria contro la Spagna cattolica, che nel XIX scatenarono le guerre più vili e disonorevoli: quelle dell’oppio contro la Cina (le droghe le diffondono loro, da sempre!).

 

Qui non si tratta di negare che altri regimi possano essere quasi altrettanto iniqui dell’anglosfera.

E persino più odiosi, per qualche verso.

 Si tratta di capire, realisticamente, chi è il nemico principale.

E la destra e la sinistra contano poco.

 Sono ormai grandi specchietti per le allodole, come conferma pienamente anche il servilismo integrale di Giorgia Meloni, ormai eticamente intollerabile.

 

Donald Trump si comporta come Biden e Obama, e prima Clinton e Bush. Lo fa solo in maniera più sfrontata a causa della sua innata rozzezza d’animo.

La sostanza è la stessa: l’imperialismo mercatista e globalista contro i popoli della terra.

(Martino Mora).

 

 

“Introspezione: il viaggio

verso la tua intimità”

inchiostronero.it - Redazione Inchiostro nero – (08 -01 – 2026) – ci dice:

In un mondo che corre verso l’esterno, guardare dentro diventa un atto di resistenza.

«Introspezione: il viaggio verso la tua intimità».

Etimologia, tradizioni contemplative e tempo opportuno: perché guardare dentro è un atto di resistenza gentile

 

L’introspezione non è ripiegamento narcisistico né fuga dal mondo:

 è un gesto antico, presente nelle lingue e nelle pratiche spirituali di culture diverse, che invita a «guardare dentro» con rispetto e lucidità. Dall’etimologia latina alle tradizioni contemplative (cristiane, sufi, buddhiste), fino a neuroscienze e psicologia, il testo esplora l’introspezione come disciplina quotidiana e come tempo opportuno (Kairos): un modo per tornare ad abitare sé stessi senza giudizio, trasformando ciò che si scopre in comprensione.

 

La parola introspezione si apre come una porta socchiusa su un giardino segreto.

 Guardiamo oltre la soglia, scrutiamo dall’uscio, osserviamo con fare prudente e insieme curioso, quasi trattenendo il respiro per ciò che stiamo per scoprire.

 Lo sguardo è rivolto verso l’interno, verso le pieghe e le rughe della nostra intimità:

qualche volta questo sguardo si posa in noi con sorpresa e meraviglia, come se fosse una prima volta, un primo approccio, un primo abbraccio regalato con slancio annodato a pudore.

Viviamo in un mondo che accelera e che ci spinge costantemente all’esterno, verso l’azione, la connessione, la performance.

Entriamo in situazioni in cui gli elementi del sistema sono in movimento, talvolta frenetico, talvolta turbinoso.

Viviamo proiettati al di fuori, come se il fare diventasse esso stesso materia della nostra identità.

L’introspezione è un atto di resistenza gentile a tutto questo. Rappresenta il silenzio che precede la parola, il respiro che prepara la recitazione potente o appena sussurrata dell’ohm, la pausa che dà senso al ritmo.

È il vuoto dello “yin” che arricchisce il pieno dello “yang”.

 

Lo sguardo rivolto all’interno.

La parola introspezione è un prestito germanico di origine neolatina. Nell’anno 1892 per la prima volta questo sostantivo è stato scritto in un testo italiano.

Prima era transitato per la Francia, nella versione “introspection”, con l’accento sulla o finale, ed era arrivato fin lì provenendo dal Regno Unito, nella forma “introspection” con l’accento sulla e  con il senso di ‘esame dei propri pensieri e sentimenti’.

 L’origine di tutte queste varianti risale però agli antichi romani: in latino” introspectāre”, verbo intensivo di “introspicĕre”, voleva dire ‘guardare dentro’.

La parola invita a un gesto tanto semplice quanto radicale: rivolgere lo sguardo verso l’interno.

 

La radice di specĕre, ‘guardare’, è la stessa di specchio, cioè propriamente lo ‘strumento idoneo per guardare’.

 Nell’introspezione ci prendiamo cura degli specchi che stanno in noi, quelli che ci restituiscono un’immagine nitida della nostra plurima identità, con le nostre fragilità e la nostra potente forza:

siamo insieme delicati e forti.

 Quando ci dedichiamo all’introspezione, ci fermiamo, ci sottraiamo al flusso continuo delle cose e ci chiediamo:

“Che cosa sta accadendo dentro di me?”. “Cosa mi vogliono dire questi specchi?”.

“Quale è l’immagine che ho di me stesso/di me stessa?”.

È un gesto di cura, di considerazione, di amore.

È come sedersi accanto a sé stessi e dire al proprio io interiore:

 “Ti vedo. Ti ascolto. Ti accolgo. Ti rispetto.”

 

Ogni persona merita rispetto.

 

Già, il rispettare è anch’esso figlio di quello “specĕre” latino, con il prefisso re- che ci riporta a un sentimento prolungato di deferenza, stima e considerazione.

“ Respĭcĕre” è un guardare indietro per guardarsi dentro e percepire la sacralità della nostra essenza, del nostro corpo, del cibo che è custodito nel piatto, che è stato preparato per la cena e che per nessuna ragione può essere gettato.

In giapponese, il rispetto si dice “sonkei” e porta con sé un senso di venerazione.

 In sanscrito, il termine più vicino è “satkāra”, che significa ‘onore’, ‘accoglienza’.

Satkāra deriva da sat (‘vero’, ‘buono’) e kāra (‘fare’, ‘agire’), quindi significa ‘atto di onore, accoglienza, venerazione’.

Indica il rispetto verso persone, ospiti, ma anche verso il sacro, ed è spesso associato a pratiche di ospitalità e devozione.

 

Nelle “Upanisad”, testi filosofici e spirituali dell’India antica, “satkāra” vuol dire riverenza verso il maestro e l’ospite, radicato nell’idea che la conoscenza è sacra.

Il Taittirīya Upaniṣad (I.11) prescrive:

 “Considera madre, padre, maestro e ospite come divinità”.

 Questo è il cuore del “satkāra”, del rispetto: riconoscere la sacralità dell’altro, riconoscere l’alterità dell’altro, sapersi comportare come ospiti, soprattutto nelle case altrui.

 Lo sguardo rivolto all’interno comporta appunto rispetto di sé e degli altri, degli altri in quanto altro da sé, nell’universale inchino verso ogni essere senziente.

 Il gesto dell’inchinarsi ricorda il saluto dei “monaci zen”, il “gassho”, a mani giunte e capo chino.

Nella meditazione zen, il rispetto è sedere in silenzio, senza invadere, senza possedere, senza imporre il sé sugli altri da sé.

È un atto di rinuncia all’ego:

significa non considerare sé stessi come migliori del prossimo.

E d’altro canto, come insegnano in altre terre i” maestri sufi”: “Chi vede solo sé stesso non vede nulla”.

Talvolta purtroppo incappiamo in persone che vedono solo loro stesse, che giudicano gli altri senza sosta, che criticano in continuazione, che ripetono quanto sono brave e belle, che svalutano chi siede loro accanto, che non ascoltano il corrugarsi dell’animo altrui quando è scosso e lo assaltano con aggressività, che sguazzano nel conflitto sempre più acceso quale unica forma di confronto che conoscono. Agiscono senza rispetto, vanno allontanate per sempre.

 

Nella “Bhagavad Gītā”, “Krishna” insegna ad “Arjuna” il rispetto per il “dharma”, il compito che ci è dato:

rispettare è anche non tradire la propria via.

Nella Bibbia il rispetto si fa silenzio:

“Togli i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale si stiano è una terra santa”.

Così dice Dio a Mosè nell’Esodo.

 San Francesco d’Assisi chiama fratello il lupo e sorella l’acqua e con lui il rispetto si estende alla natura, non solo agli esseri umani. Uscire da sé diviene forma di introspezione, ancora una volta contraddizione e paradosso come ampliamento di conoscenza.

 

Il cammino dell’introspezione.

 

Le tradizioni contemplative di ogni epoca e di ogni luogo hanno tracciato mappe per il viaggio interiore. I monaci cristiani parlavano di lectio divina, lettura sacra che diventa meditazione e preghiera. I mistici sufi danzavano per entrare in contatto con il divino dentro di sé: i dervisci vestiti di bianco che ruotano in stato di estasi.

I buddhisti praticano ancora “vipassanā”, cioè la ‘visione profonda’, per osservare i movimenti della mente.

 

L’introspezione è il cammino che ci porta al centro.

E ciascuno di noi nel cammino può trovare la via per entrare in contatto con il proprio io.

Alcuni anni fa ho avuto il privilegio di percorrere il cammino di Santiago, incontrando persone animate come me dalla volontà di ricerca.

Da allora porto al polso il bracciale acquistato allora lungo il percorso. Accanto alla freccia gialla, compare la scritta: “El camino es la meta”, “il cammino è la meta”.

Nel camminare troviamo l’obiettivo.

 Sul tema del cammino, è famosa la citazione di “Antonio Machado”, uno dei più importanti poeti spagnoli del XX secolo:

“Caminante, no hay camino, se hace camino al andar”.

In italiano si traduce generalmente come: “Viandante, non c’è cammino, il cammino si fa andando”.

 

Questa frase proviene dalla poesia “Proverbios y cantares” contenuta nella raccolta “Campos de Castilla” (1912), l’opera principale del poeta. È diventata un simbolo di libertà e responsabilità personale:

il percorso non è già tracciato, ma si crea con le nostre scelte e azioni. E ogni giorno scopriamo la fatica e la bellezza del camminare, la percezione dell’avanzare costante, la consapevolezza che ogni passo comporta un istante di perdita di equilibrio per trovare un nuovo, provvisorio equilibrio nel passo successivo.

 

L’introspezione è un’arte e una pratica quotidiana.

 

Essere introspettivi significa essere aperti a ciò che è invisibile, spalancare le porte all’ignoto, al mistero, ai tanti chissà. L’introspezione è infatti un’arte che si affina con la pratica. È come scolpire nel marmo della vita uno spazio di ascolto, sottraendo volume e accrescendo il senso delle cose, cogliendo i segni e i simboli che un’anima gentile ti aiuta a riconoscere e a interpretare. È come dipingere con i colori dell’anima su una tela che cambia ogni giorno, senza controllare, senza avere certezze, senza sapere in anticipo quali tempere avremo a disposizione domani per realizzare il quadro della nostra vita.

 

Gli artisti e le artiste, i poeti e le poete, i filosofi e le filosofe, gli scienziati e le scienziate: tutti hanno avuto momenti di introspezione. Albert Einstein parlava di “momenti sacri di intuizione”. Virginia Woolf scriveva: “La vita non è una serie di lampioni simmetrici, ma un alone luminoso, una semioscurità che ci avvolge”. L’introspezione rappresenta quindi un atto artistico creativo e luminoso. È il momento in cui il caos interno si trasforma in ordine, in bellezza, in significato.

 

Noi appassionati di complessità che costantemente pendoliamo tra ordine e caos comprendiamo la potenza creativa di quest’atto. Agire con introspezione è il gesto di chi prende il dolore, lo accetta, non lo nega, lo attraversa e lo trasforma in poesia, di chi prende la confusione e la trasforma in tenue chiarezza, in luce soffusa come quella che emette una lampada di sale appoggiata sul mobile per riverberare gratitudine. È il gesto di chi guarda dentro e trova un mondo variopinto, un caleidoscopio di colori.

 

Ma non è da tutti, non è per tutti.

 

Come ogni arte, che in greco antico era techne, l’introspezione richiede disciplina. Richiede tempo, dedizione, pazienza. Richiede non giudizio. Richiede assenza di conflitto rabbioso verso tutto. Richiede una mente scevra dalla volgarità. È una pratica quotidiana e va affinata provando e riprovando. È il gesto di chi si siede ogni giorno davanti al proprio cuore e dice: “Parlami”. L’introspezione va al di là del solo processo cognitivo e implica anche attenzione alle emozioni, al corpo, allo spirito. È il momento in cui ci chiediamo: “Chi sono davvero?”, “Cosa sento?”, “Cosa desidero?”. È il momento in cui il sé osservante si attiva, in cui diventiamo testimoni di noi stessi. È l’arte di osservare senza giudicare. È il gesto di chi dice: “Questo è ciò che c’è. E va bene così.” È il gesto di chi accoglie, di chi integra, di chi trasforma, accettando e facendo amiche le parti “cattive” di sé.

 

Le neuroscienze hanno dimostrato che l’introspezione modifica il cervello, rafforzando la corteccia prefrontale, regolando l’amigdala, migliorando la connessione tra le aree emotive e cognitive. La psicologia positiva parla di flow, di stati di assorbimento profondo. E il flow nasce spesso da un’introspezione attiva, da un dialogo interiore che ci conduce al cuore dell’esperienza. Il sé osservante è il nostro alleato. È la parte di noi che non giudica, che non reagisce, che semplicemente osserva. È la parte che ci permette di dire: “Io non sono la mia rabbia anche se mi autorizzo a provare rabbia. Io non sono la mia paura anche se mi autorizzo a provare paura. Io sono colui che osserva.”

 

Esiste una parola in sanscrito che ci riporta all’osservazione: “ātmāvalokana”, lemma composto da due parti: “ātman”, il Sé, la coscienza individuale o il principio spirituale, e “avalokana”, l’osservazione, la contemplazione, la riflessione.

 Quindi, ātmāvalokana significa letteralmente ‘osservazione del Sé’ o ‘contemplazione interiore’.

È un concetto presente nelle tradizioni filosofiche e spirituali indiane, soprattutto in contesti legati allo yoga, alla meditazione e alla conoscenza di sé.

L’idea è quella di rivolgere lo sguardo all’interno, per comprendere la propria natura più profonda, al di là del corpo e della mente. E in questo osservare, iniziamo a guarire.

In questo osservare, ricominciamo a vivere.

 

Il tempo dell’introspezione è opportuno.

 

L’introspezione richiede tempo. Non quello cronologico, ma quello di Kairos, il tempo opportuno. È il tempo che si dilata, che si sospende, che ci permette di ascoltare il battito del nostro cuore interiore. In un’epoca di accelerazione e di fretta, l’introspezione è un atto rivoluzionario. È il tempo che ci restituiamo. Il tempo dell’introspezione è un tempo lento, profondo, circolare. È il tempo della notte, del sogno, della meditazione, quello in cui le cose maturano, in cui le intuizioni emergono, in cui le ferite si rimarginano. Abbiamo bisogno di tempo per guardarci dentro e questo tempo non è tempo perso: è tempo guadagnato. È tempo lungo che ci rende umani. Il tempo interiore si misura con la profondità dell’esperienza, gettando in canale l’orologio che teniamo al polso. È il tempo che ci permette di sostare, di riflettere, di contemplare. È il tempo che ci restituisce a noi stessi.

 

Le tradizioni contemplative parlano spesso di ritiro, di quiete, di solitudine. Non come fuga, ma come ritorno. Ritorno al centro, ritorno all’essenziale, ritorno al vero, che è quindi anche un ritorno all’etimo delle parole. Sant’Agostino, nel De vera religione, scriveva: “Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: nell’interiorità dell’uomo abita la verità”. La verità si situa per il filosofo cristiano in interiore nomine.

Il tempo dell’introspezione è dunque il tempo della verità, anche se può far male. Il rischio dell’introspezione è quello di vedere ciò che non vogliamo vedere. Ma è anche la sua forza. Perché solo ciò che è visto può essere trasformato. Solo ciò che è accolto può essere guarito. Solo ciò che è compreso può essere liberato.

 

E in questo tempo, impariamo a vivere. Non a correre, non a rincorrere, ma a vivere. A essere presenti, a essere consapevoli, a essere interi, con tutte le nostre fragilità e le sbrecciature che la vita ci ha portato. Il tempo dell’introspezione è quindi il tempo della pienezza, anche se, da ora in poi, serviranno mesi, anni, vite per giungere alla pienezza più serena.

(La Redazione).

 

 

 

LA NARRAZIONE FRA TRUMP,

UE, RUSSIA E CINA È SBAGLIATA?

Opinione.it - Paolo Della Sala – (10 dicembre 2025) – L’opinione delle Libertà – ci dice:

La narrazione fra Trump, Ue, Russia e Cina è sbagliata?

Oggi vi sono molti tipi di entusiasti (o detestanti) per Vladimir Putin, nei media e nelle masse.

 Uno degli argomenti che tirano fuori i putinisti di vario grado, genere e caso è “il prezzo del gas”.

 “Paghiamo più caro il gas americano, che quei tiranni ce lo impongono”.

Eppure, secondo quanto mi dicono, oggi la bolletta del gas ci costa meno, rispetto al mercato precedente allo stop al Nord Stream e al boicottaggio del gas russo.

 Poi ci sono anche quelli che credono ancora (crescono di numero) a fatwe di tipo stalinista come:

“Si starebbe meglio con Putin che con Elon Musk & Co. o con Rodney Starmer, o John McEnroe (Emmanuel Macron, perché strepita sempre) e Friedrich Merz”.

Io – non essendo trumpiano, e non credendo ai maga Magò di destra e sinistra – ho il dubbio costante che Donald Trump abbia pur sempre uno staff capace, per i consigli mediatici-militari-sociali-internazionali.

 Se il dubbio fosse fondato, occorrerebbe separare le parole dai fatti. Quanto ai “fatti”, abbiamo visto che sui dazi alla fine ne abbiamo varati quasi più noi della Ue che gli Usa, dai tempi di Barack Obama a Joe Biden fino alla scorsa estate.

Oggi noi europei vogliamo applicarli alla Cina.

 

Singolare, no?

 Mi sembra che tutto ciò che finisce in bocca alle masse serva solo a confonderle.

 In effetti, ogni volta che c’è un nuovo step per la tregua-pace (non importa se concreto o no), Trump spara ad alzo zero contro gli europei e sembra che quasi voglia accasarsi col volpone del Cremlino (non so con quanta efficacia).

 Sembra quasi che la Ue gli dia corda in questa narrazione.

Troppi giornali dicono la stessa cosa:

“Trump sta con Putin ed è contro l’Europa”, sono stati questi i titoli degli ultimi giorni.

Un’uniformità così marcata si basa su fatti o solo sulle parole che arrivano dagli Stati Uniti?

O i nostri giornali – “as usual” – sono popolati da così tanti intrufolati scribacchini che i pochi ma bravi giornalisti cadono sotto la guerra di persuasione dell’armata rublo-rossa e dei suoi influenzatori, prepagati o volontari che siano.

 Infine, c’è il dossier Cina.

Tutti, da quando c’è Trump, dicono che il suo obiettivo è “First fight the China hard power”.

 

Pertanto, l’inquilino della Casa Bianca non vorrebbe cavoli amari in Europa per avere mano libera con la Cina.

Gli farebbe piacere, certo. Ma non ci credo.

Penso però che una guerra con la Cina – anche ibrida o per interposta mano – non converrebbe agli Usa, che hanno una capacità bellica evidentemente superiore a quella cinese.

 Tuttavia una crisi dalle parti di Taiwan sarebbe un bagno di sangue per le finanze – e non solo – degli States.

Durerebbe molti anni, comunque, e ci sarebbe l’incognita del folle dittatore nordcoreano, in aggiunta.

Anche per questo motivo sono dubbioso circa lo scollamento trumpiano da un’Europa che certo ha un sacco di difetti, è arretrata burocraticamente e politicamente, e sulle alte tecnologie è anni luce indietro.

 Non parlo di carri armati, missili, atomiche, sommergibili nuke.

 La Ue sulla” Ia” è indietro persino alla sola Israele (che non a caso è interlocutrice con Arabia Saudita & Co. sulla “Ia”).

 È innegabile che, quanto agli attacchi dell’America alla Ue, c’è un fondo di verità che non riguarda solo le armi o la scienza e l’industria tecnologiche: ci mancano le fondamenta.

Non posso dimenticare che la notizia dei preparativi di invasione dell’Ucraina ci giunse da Washington.

 Idem le informazioni dai satelliti o dalle spie yankee in Russia.

 

Abbiamo fatto la figura della Francia all’inizio della Seconda guerra mondiale, quanto a capacità di lettura del territorio avverso, quanto a intelligence, e persino per la paura di informare le nostre opinioni pubbliche.

 Certo che Russia + Cina sono un grosso guaio per tutto l’Occidente, ma si possono fare pressioni economiche su Pechino, per frenare l’alleanza della Banda dei quattro.

L’Iran una batosta l’ha presa a Gaza e in Siria e Libano, ma i “Crinc” restano comunque una cricca viva e vegeta.

 Però Usa-Ue sarebbe persino un guaio peggiore per tutto l’Occidente. Una certezza su ciò che l’Europa deve fare la possiamo avere:

 urge formare gli Stati Uniti d’Europa.

Una confederazione che combatta la burocrazia, malattia mortale della Ue.

È un processo lungo, ma ci vuole velocità soprattutto per il primo passo, utile a mantenere la pace nel continente:

 la formazione di un esercito europeo moderno e bene attrezzato.

Se non parte il processo di unificazione europeo, nelle relazioni internazionali l’unica cosa chiara è che il quadro resta oscuro (non nel senso pessimistico, ma nella “Confusio linguarum” della comunicazione pubblica mondiale).

Sarebbe utile sentire il parere di qualcuno di stanza al Pentagono (la Dia o la Gru, per esempio).

Ma Lucio Caracciolo o Lilli Gruber saranno in grado di farlo?

 

 

 

TRE NODI CON CUI LA SINISTRA

SI IMPICCA DA SOLA.

 Opinione.it - Paolo Della Sala – (09 ottobre 2025) – L’OPINIONE DELLE LIBERTA’ – ci dice:

 

Tre nodi con cui la sinistra si impicca da sola.

Alcune considerazioni sono utili a comprendere la crisi del campo largo. Perché la sinistra si sta suicidando?

 Perché si impicca da sola con la corda dell’integralismo?

 Perché suoi rappresentanti come “Francesca Albanese” sembrano cloni dei tempi cupi, incapaci di leggere la realtà?

Perché parte di una sinistra tri-schizofrenica ha denunciato alla Corte dell’Aja il governo Meloni per complicità con il “genocidio di Gaza” senza che il Partito democratico si dissociasse da una imbecillita simile? E infine perché la “base” non c’è più?

Perché non esiste autocritica anche quando il “campo largo” perde la Calabria con 20 punti di svantaggio?

E perché Elly Schlein e ogni piddino che si rispetti odia la Lega come se questa avesse massacrato bestialmente 1.250 cittadini italiani o mandasse in Siberia tutti i nemici del regime?

Perché è così schizoide da dimenticare che l’alleato movimento 5 stelle con la Lega ha governato?

Prima di analizzare le ragioni di una crisi simile a quella post caduta del Muro del 1989, alcune opinioni espresse recentemente da Fabrizio Cicchitto e da Piero Sansonetti.

 

LA DERIVA.

 

Fabrizio Cicchitto dà una definizione interessante della deriva che ha colpito la sinistra occidentale.

L’ex leader socialista craxiano parla di spostamento delle sinistre dal comunismo all’islamismo integralista, un fenomeno legato alla concorrenza tra Arabia e Iran komeinista nella “conquista” dell’Africa alla fede coranica e alla guerra contro Israele, prima della spaccatura tra sunniti e sciiti e degli Accordi di Abramo.

Molta parte dell’antisionismo “progressista” e marxista-giacobino è legato a una lettura di Israele come Stato teocratico che si concepisce come “popolo eletto”.

Questo errore avvicina l’ateismo marxista di “sono fondatori del monoteismo, quindi sono colpevoli” alla concezione vetero-cattolica de “hanno ucciso il Figlio di Dio, quindi sono colpevoli”.

Fa rabbrividire che questa resurrezione della colonna infame cominci a somigliare troppo ai peggiori esiti nazisti.

Parlo di quel pozzo nero nato dalla deriva dell’antisemitismo europeo dei protocolli dei Savi di Sion.

 

L’integralismo islamico, come il neo comunismo nell’Europa occidentale degli anni Settanta, crede nella conquista violenta del potere, e abbandona l’obiettivo libertario di combattere il potere.

Negli anni Settanta al leninismo-stalinismo si accompagna il terrorismo, l’arma di distruzione di massa non convenzionale, mutuata dalle “intifada” mediorientali dalle Brigate rosse, con supporti dei Soviet russi.

Anche se in chiave marxista, il “bagno di sangue” rivoluzionario corrisponde al sacrificio religioso, con vittime destinate a unificare le masse proletarie contro la borghesia (lotta di classe).

La dittatura giacobina diventerà la dittatura del proletariato e poi quella islamica.

Alla ragione di Stato si sostituisce la ragione del Partito.

 La critica al terrorismo, analizzato con profetica lucidità da Albert Camus ne” L’uomo in rivolta”, prende la strada del neoromanticismo fochista del” Che Guevara”, in una nazione militarizzata come Cuba, faro falso della sinistra mondiale.

 

Ma quando la società occidentale diventerà fluida, e il proletariato industriale opposto alla “bottana industriale” (cit. Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d’agosto) comincerà a votare Lega nord, il quadro politico si complica.

 La rivolta di Bologna del 1977 sarà indirizzata soprattutto contro il sindaco del Pci e il segretario della Cgil Luciano Lama, il cui palco sarà buttato all’aria dai “non-garantiti”.

 Il Pci cadrà in una “confusio linguarum” babelica dopo la caduta del Muro e dopo il corteo dei 40mila di Torino.

Quando il proletariato italiano diventerà (un poco più) garantito e quello cinese diventerà (molto più) schiavizzato, allora le sinistre resteranno senza lotta di classe.

Troveranno una strada alternativa nella “battaglia moralizzatrice” degli anni Novanta, con l’insolita alleanza coi magistrati politicizzati – quelli uccisi da terroristi politicizzati pochi anni prima;

poi troveranno un’'altra possibile sopravvivenza politica dopo l’11 settembre 2001 e con la guerra in Iraq e Afghanistan (le guerre nella ex Jugoslavia furono cavalcate da Bill Clinton e Massimo D’Alema, quindi sono state “guerre giuste” d’emblée), quando si riacutizzerà l’odio contro Israele e gli Stati Uniti, considerati come nemico mondiale di classe.

 

Infine, oggi, la deriva islamista, che vede l’indipendentismo di Gaza (falso: Gaza la avevano già) come se fosse il Risorgimento italiano. Certo, anche le guerre di indipendenza dei Savoia hanno causato morti e feriti, ma Hamas è una organizzazione orroristica, non è possibile nessuna assimilazione con la Resistenza italiana o con l’indipendentismo storico.

Eppure a Gaza si sono saldati tutti i falsi, dai Protocolli di Sion all’antisemitismo stalinista, dalla lotta alle multinazionali a quella contro l’Unione europea e per la Russia putiniana dalle mille infamie (quella della Cecenia, che nel dopoguerra batte persino Pol Pot in Myanmar e il genocidio del Ruanda).

Inconsapevolmente, i post-comunisti si ritrovano di fronte alla Sfinge dell’odio contro tutto e tutti (“Blocchiamo tutto”).

 Beppe Grillo è stato un gigante al confronto, col suo Vaffa come unico programma per il consenso universale.

Noi preferiamo la risposta della Fondazione Einaudi:

“Sblocchiamo tutto”, perché la sinistra è in Occidente il blocco di tutto e tutti.

È stata regressista dalla guerra contro la tivù a colori al divorzio, contro le centrali nucleari civili diffuse in tutto il mondo senza problemi.

Fino a ripetere parole oscene contro Israele e gli ebrei, simili a quelle dei regimi nazifascisti, e a tollerarle nei cortei.

Fino al cartello con la scritta “Quest’anno risparmia sugli addobbi di Natale, appendi un sionista! La corda è in omaggio”.

 

Rispetto all’integralismo islamico, citerò un flash sull’Afghanistan pre-islamico, tratto dall’introduzione di Bruce Chatwin all’illuminante libro di Robert Byron” La via per l’Oxiana” (Adelphi, 1993):

 “Nel 1962 – sei anni prima che gli hippies lo rovinassero spingendo gli afghani istruiti nelle braccia del marxismo – per le strade di Herat si vedevano uomini con vertiginosi turbanti passeggiare mano nella mano, una rosa in bocca e i fucili avvolti in chintz a fiori.

Anche a Kabul a una festa si poteva vedere il cugino del re, il principe Daud, vecchia camicia nera mussoliniana, col suo sorriso torbido, la testa e gli stivali lucidi, che parlava con – chi? – Duke Ellington [uno dei maggiori musicisti jazz statunitensi]”.

 

IL GIUSTIZIALISMO SECONDO PIERO SANSONETTI.

 

Sansonetti, ex direttore di Liberazione e oggi direttore de L’Unità, pur avendo posizioni non encomiabili su alcuni contesti nazionali e internazionali, è illuminante e spiazzante quando spiega il giudizio universale degli anni Novanta.

Non usa mezze misure: Silvio “Berlusconi è stato perseguitato.

Non è uno slogan, è la verità.

I processi furono organizzati per estrometterlo dal potere.

Le procure volevano riscrivere l’equilibrio tra poteri dello Stato.

Hanno tentato un colpo di Stato”.

 Dopo di che Sansonetti passa a considerare la connivenza leninista (cioè cinica) con cui l’ex Partito comunista italiano (Pci) ha cercato di salvare sé stesso dopo la fine dell’impero sovietico.

 Con un classico atto d’accusa contro gli altri:

Dc e Psi partiti che crollarono in pezzi, anche se facevano parte del lato-giusto-della-forza, mentre il Partito – anche con Enrico Berlinguer – rimaneva comunque dentro a un’ottica marxista, perché fino allora aveva goduto di fondi russi e si muoveva anch’esso con una certa disinvoltura nei rapporti col mondo della finanza e dell’industria italiane.

 

Sansonetti fa una critica sacrosanta, anche se le sue proposte non sembrano efficaci:

“Abbiamo smesso di fare politica. Abbiamo lasciato che fossero i giudici a fare il lavoro sporco.

 A chiedere le manette per gli avversari. Un suicidio”.

L’arma del giustizialismo sostituiva il resto:

 “Abbiamo rinunciato al conflitto sociale, alla lotta di classe. E ci siamo condannati all’irrilevanza”.

Certo, oggi il conflitto di classe come programma politico del secondo Millennio avrebbe poche chance.

Certo, la “pro islamizzazione” cui vanno incontro il Pd e i suoi alleati, con la cittadinanza onoraria concessa dal sindaco di Bologna a quella Francesca Albanese che – più che per suo sostegno alla causa di Gaza (a ciascuno il suo) – è inaccettabile per il suo odioso odio per il “sionismo”. Invece la magistratura, contro i tantissimi casi pubblici di antisemitismo, dovrebbe intervenire con un minimo di zelo, a meno che non consideri la giustizia politica con lo stesso metro con cui si amministrano i disordini legati al gioco del calcio.

 

I DIRITTI COME SOSTITUTO DELLA RIVOLUZIONE “PROGRESSISTA.”

 

Secondo Vladimir Lenin la “giustizia proletaria” e la violenza rivoluzionaria hanno un valore assoluto.

Non c’è spazio per una giurisprudenza universale basata sui diritti umani.

Come scriveva “Iosif Stalin” nel suo Questioni del leninismo del 1948, “la legge della rivoluzione violenta del proletariato è legge ineluttabile”.

 Leninismo e stalinismo pongono come loro fondamento la “impossibilità della convivenza pacifica”.

Di fronte a ciò tutto il movimento dei diritti – pur encomiabile in linea di principio – diventa una battaglia per la ricerca di una nuova identità “di sinistra” fondata sul politicamente corretto, per esempio sul tema Lgbtqia+ e sull’immigrazione.

 Il fatto è che queste lotte non pagano in termini elettorali:

la stessa base elettorale del Pd è contro i “troppi” immigrati, proprio come la Lega, ed è poco interessata alla questione Lgbt.

 

A questo punto la sinistra si è tuffata a corpo morto nel gran casino di Gaza, innescato, lo ribadisco, da Russia e Iran, da Qatar e Kuwait per questioni legate al gas nel bacino sudorientale del Mediterraneo (tra Egitto e Cipro e – forse – fino alla Grecia).

Qui sono nate alcune contraddizioni:

come conciliano le sinistre l’appoggio entusiastico ai diritti con l’appoggio entusiastico ad Hamas e Iran, che gli omosessuali li scorticano vivi e uccidono le donne senza velo?

I giovani possono farlo: a loro importa fare gruppo, sentirsi attori, entrare nella società.

Ciò è comunque giusto e, del resto, la cattiva strada è la strada più corta e facile, anche se ti porta diritto in un burrone.

 Ma i vecchi hanno un’ossessione contro gli immigrati.

 

Di tutto ciò a Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Schlein, non frega molto:

 importa aver trovato un’identità nuova, un collante (ma nel frattempo le masse in Calabria e Marche non li hanno seguiti).

Forse quindi la deriva “isla & mistica” di cui parla Cicchitto è nata nelle élite, ma non nel popolo.

Il rischio di un’islamizzazione di parte dei giovani occidentali è reale:

 se il cristianesimo si fa Ong, si finisce per accettare la legge della sharia – per quanto sia antica e tribale – perché è simile alla giustizia del proletariato che ha prodotto entusiasmi per Hamas, e indulgenze per militanti vecchi e nuovi che hanno sbagliato. La tentazione delle dittature sembra una costante.

 

La democrazia sembra l’Isola Non-Trovata di Guido Gozzano e Peter Pan.

 La sinistra poi è insopportabile su Putin:

 No alle armi (e quelle di Hamas e di Putin e di Teheran?) anche se il Vietnam ha combattuto, Fidel Castro e Guevara hanno combattuto. Ah, ma quelle erano guerre giuste).

 Il comunismo ha fatto guerre quanto l’Occidente.

Però è pacifista, e Israele, attaccata da eserciti e terroristi da 80 anni, è guerrafondaia.

La sinistra poi quanto a invasioni Barbariche è legata mani e piedi a quella encefalite prodotta da Il Fatto quotidiano e dal leader del fu Movimento 5Stelle, che -come altri a destra- sono convinti della vittoria finale da parte del Nerone del Cremlino.

 

LA FINE DEL MONDO È LA FINE DI UN’IDEOLOGIA.

 

Quanto detto riporta a una conclusione.

La guerra contro l’Europa minacciata da Putin resta dietro le vetrine, ma molti ci pensano.

 Allora è meglio prendersela con Gerusalemme.

Le masse sono vili come le pecore negli ovili.

Solo che non hanno un Buon Pastore, ma solo cani selvaggi, che sono peggiori dei lupi.

La guerra richiama l’argomento della Fine del mondo.

Ne scrisse 50 anni fa l’antropologo Ernesto de Martino, secondo il quale esistono apocalissi culturali che appestano il mondo.

Un’isola viene invasa dai conquistatori spagnoli: gli isolani si uccidono in massa.

Gli indios amazzonici o australiani che finiscono nelle città a mendicare e a ubriacarsi con un lento suicidio. I nazisti che si suicidano prima dell’arrivo dei liberatori angloamericani.

 

Ernesto de Martino metteva il comunismo nel campo delle apocalissi culturali:

il comunismo – ateo – ha una sua liturgia di massa.

Ha un suo Paradiso: la società proletaria mondiale.

Ha un suo inferno: il capitalismo occidentale e la tecnologia.

Ha un suo (pre) giudizio universale contro ogni nemico politico.

Al pari di Iran e del fu Hugo Chávez considera gli Usa come il grande Satana.

I cittadini sono come dei fedeli.

Come nelle religioni vi sono sacerdoti che spiegano il mondo e l’ultra mondo.

Vi sono missionari.

 Il crollo di questo sistema totalitario da Lenin oggi cosa produce?

 La sensazione che la fine del sogno comunista coincida con una incombente fine del mondo.

In un caos così complesso, risorgono movimenti, voli pindarici di massa, nuove isole ideali da visitare.

 

 “Reverse Nixon”, ovvero il sogno

impossibile di Trump di

dividere la Cina dalla Russia.

Wired.it – Paolo Mosetti – (19- 9 – 2025) – Redazione – ci dice:

 

Perché oggi gli Stati Uniti non possono spezzare l’asse tra Mosca e Pechino, come avvenne negli anni Settanta.

I presidenti di Russia e Cina sono Vladimir Putin e Xi Jinping.

Si scrive “Reverse Nixon”, si legge provare a imitare il passato quando, però, le condizioni sono profondamente differenti.

Nel 1972 Richard Nixon, il presidente degli Stati Uniti, sorprese la comunità internazionale con una delle più audaci manovre geopolitiche della Guerra Fredda, visitando la Cina di Mao Zedong da poco uscita dalla violentissima Rivoluzione culturale, e aprendo un dialogo che avrebbe spaccato il blocco comunista e causato problemi all’Urss.

Quel gesto, ribattezzato il "momento Nixon in China", fu un colpaccio magistrale di diplomazia realista:

sfruttare la rivalità sino-sovietica per riequilibrare l’ordine mondiale a favore degli Stati Uniti, e mettere pressione sull’Unione Sovietica anche per ottenere una via d’uscita onorevole dalla guerra in Vietnam.

 

Oggi, più di cinquant’anni dopo, il neo inquilino della Casa Bianca sogna di ripetere quel miracolo.

Ma al contrario: anziché portare Pechino verso Washington per isolare Mosca, Donald Trump, vorrebbe "staccare" la Russia da una Cina sempre più assertiva.

 È la strategia del cosiddetto “reverse Nixon”, evocata nei corridoi dell'amministrazione repubblicana e rilanciata da analisti vicini a think tank come “Defense Priorities”.

Ma si tratta di un’illusione, e lo stesso establishment diplomatico statunitense lo sa.

 

“Posto che l’operazione di Nixon aveva come scopo principale chiuderla con il Vietnam”, spiega “Simone Pieranni”, giornalista, saggista, tra i massimi esperti italiani di Cina, “oggi gli ostacoli a un ‘reverse Nixon’ sono sia economici che politici.

La Russia dipende in gran parte dal sostegno cinese. Alcuni analisti russi parlano addirittura di ‘vassallaggio’”.

 

Una relazione asimmetrica, ma profonda.

La Cina è diventata per Mosca un’ancora vitale dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022:

un partner commerciale in grado di assorbire l’export russo ostracizzato in Europa, una sponda politica sullo scacchiere multilaterale e persino un fornitore indiretto di tecnologia e infrastrutture militari.

 Come ha scritto “Lyle Goldstein” su “Responsible Statecraft”, i bulldozer cinesi sono stati fondamentali nella costruzione della linea difensiva russa (“Surovikin Line”) che ha fermato la controffensiva ucraina nell’estate 2023.

 

Va detto che la relazione sino-russa non è priva di attriti:

dalle vendite di armi russe ai rivali regionali della Cina, ai timori di sfruttamento ambientale in Siberia.

 Ma si fonda su una convergenza strategica di lungo periodo. “Politicamente, sia Pechino sia Mosca, seppur in modi diversi, puntano a una rottura dell’ordine globale a guida statunitense, a un mondo de dollarizzato”, prosegue Pieranni.

 "Mi sembrano ragioni più forti, per Mosca, che fidarsi di uno come Trump, considerando che a Pechino si sa già chi ci sarà tra tre anni, a Washington no".

 

Una lezione dalla storia.

Per comprendere le dinamiche odierne, conviene allora tornare alla storia.

La frattura tra l’Urss e la Cina di Mao negli anni Sessanta non fu solo geopolitica, ma anche ideologica e personale.

"Già Mao e Stalin si detestavano", ricorda Pieranni.

“Ma con Krusciov e la destalinizzazione arrivò la vera rottura.

 Mao temeva un accerchiamento da parte sovietica attraverso il Vietnam, e lo disse apertamente a Kissinger.

Inoltre, c’erano profonde divergenze su chi dovesse guidare il mondo comunista".

La cooperazione sino-sovietica degli anni Cinquanta fu uno dei più massicci trasferimenti tecnologici della storia moderna, ma la Cina pagò un prezzo salato in termini economici e politici.

 "Mosca fece incetta di risorse, e a un certo punto Mao decise che l’Urss non era più il ‘fratello maggiore’, ma un concorrente nel raggiungimento di un socialismo superiore", sottolinea Pieranni.

 "È anche per questo che la rottura fu irreversibile".

 

Una visione condivisa del nemico marittimo.

Oggi, Cina e Russia condividono non solo interessi energetici e commerciali, ma anche un'idea comune della minaccia statunitense. Pechino percepisce la supremazia marittima degli Stati Uniti, dal Mar Cinese Meridionale al Mar Nero, come un pericolo sistemico.

Negli ultimi dieci anni abbiamo visto un aumento costante della rilevanza delle forze marittime cinesi: non solo per intimidire Taiwan, ma per esercitare controllo e deterrenza verso gli Stati Uniti nelle acque strategiche.

Mentre Washington sta rafforzando le alleanze navali in Asia e nel Mediterraneo, Pechino sta rispondendo con una crescita costante delle sue capacità aeronavali e con una diplomazia economica che coinvolge anche paesi alleati degli Stati Uniti.

 

Più sogno che strategia.

Il “reverse Nixon” non è solo una fantasia nostalgica, insomma:

è una semplificazione pericolosa delle dinamiche globali contemporanee.

Nixon agì su una frattura già aperta, con un obiettivo chiaro e un contesto bipolare.

 Trump si muove invece in un mondo multipolare dove l’asse sino-russo non è (ancora) incrinato, ma piuttosto rafforzato dalle sanzioni occidentali, dalla guerra in Ucraina e da una visione comune anti-occidentale.

 

Mosca ha molte più certezze guardando a Pechino che a Washington.

E anche per Trump, l’illusione di poter dividere due potenze che oggi si sostengono a vicenda sembra un déjà vu scollegato dalla realtà.

 

 

 

Russia, Usa e Cina: la spartizione silenziosa.

Avvenire.it - Giorgio Ferrari – (7 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

All’età delle alleanze si è sostituita nel breve volgere di un decennio quella delle zone d’influenza.

Che le tre superpotenze si assegnano con silente compiacimento: l’Eurasia per Mosca, le Americhe per Trump, l’Asia-Pacifico per Pechino.

Russia, Usa e Cina: la spartizione silenziosa.

Putin, Trump e Xi.

Il blitz su Caracas, il preannuncio di un “Anschluss” americano in Groenlandia, il regolamento di conti annunciato nei confronti di Messico, Cuba, Panama e Colombia sanciscono senza più il velo del diritto internazionale l’era dell’imperialismo prêt-à-porter inaugurata da Donald Trump.

Un’era dietro a cui si scorge l’eclissi dello spirito della Pace di Westfalia, il modello geopolitico teorizzato da Henry Kissinger nel suo World Order, che nel 1648 aveva concluso la Guerra dei Trent’anni plasmandosi sull'uguaglianza legale degli Stati sovrani che coesistono basandosi sul non intervento negli affari interni degli altri.

 

All’età delle alleanze si è sostituita nel breve volgere di un decennio quella delle zone d’influenza, una tripartizione di buona parte del mondo che le tre superpotenze, Usa, Cina e Russia si assegnano con silente compiacimento: l’Eurasia per Mosca, le Americhe per Trump, l’Asia-Pacifico per Pechino.

In quest’era dei predatori, Vladimir Putin e Xi Jinping sono spettatori interessati e conniventi:

flebili e di circostanza le loro critiche a Trump, pronti a imitarlo, quand’anche già non sia stato istituito un patto a tre per assegnare Taiwan al revanscismo cinese e l’Ucraina (e chissà cos’altro) agli appetiti neo zaristi del Cremlino.

Non senza un tracotante e farisaico moralismo che fa dire all’ambasciatore russo al Palazzo di Vetro:

«Non possiamo permettere che gli Stati Uniti si proclamino una sorta di giudice supremo, che da solo ha il diritto di invadere qualsiasi Paese».

I molti nomi dietro cui si cela la bulimia imperiale di Donald Trump – il Destino Manifesto, la Dottrina Monroe, che consente agli Stati Uniti di intervenire negli affari dei Paesi latinoamericani in caso di "flagrante e cronica cattiva condotta", il sovranismo Maga, il nazionalismo Neocon – sono solo pallidi sudari dietro ai quali si intravede quella “Gunboat Diplomacy”, la politica delle cannoniere che dalle due guerre dell’oppio (1839-1860) fra la Gran Bretagna e la Cina imperiale all’ultimatum americano al Giappone del Commodoro Perry nel 1853 contrassegnano il mai sopito slancio imperialistico di ogni potenza mondiale.

In questo scenario trascolora giorno dopo giorno il ruolo sempre più evanescente delle Nazioni Unite.

Le sue Carte dei diritti, le sue affollate assemblee generali, i suoi Consigli permanenti poco o nulla possono di fronte alla raffica di veti incrociati che di fatto paralizza gran parte dell’attività fondante dell’Onu, quella cioè che dovrebbe prevenire, tamponare, risolvere le controversie in armi fra gli Stati.

 E ancor meno a cospetto di una tendenza divenuta assiomatica:

quella, cioè, che la forza sia il vero arbitro della politica internazionale. O più precisamente – come molte voci libere reclamano – «il rischio che alla forza del diritto si sostituisca il diritto alla forza».

 

«Sono profondamente preoccupato per il mancato rispetto delle regole del diritto internazionale in relazione all'azione militare del 3 gennaio – dice il segretario generale” Guterres” -:

la grave azione di Washington potrebbe costituire un precedente per le future relazioni tra i Paesi».

 Guterres è fin troppo cauto.

Il cambio di paradigma è già avvenuto.

Il palco vuoto del Palazzo di Vetro parla da solo.

Silenziosamente ma metodicamente Pechino e Mosca si stanno appropriando dell’assemblea, delle sue agenzie, aggirando quel groviglio irriformabile che sono i cinque Paesi con diritto di veto.

Attonita, divisa e incapace di cogliere l’allarmante prospettiva di un mondo dominato dalla forza, l’Europa ondeggia fra un appeasement di triste memoria e la colpevole rinuncia a opporsi alla logica quasi gangsteristica (qualcuno peraltro la approva con vigorosi applausi) di un autocrate che nessuno sembra in grado di fermare.

 Solitaria e ancora inascoltata, balugina in questo scenario pervaso dai fuochi di guerra e dagli insaziabili appetiti territoriali delle grandi potenze quella parola che tenacemente si erge sopra i lutti e le rovine di questa guerra mondiale a pezzi, come profeticamente la definì papa Bergoglio.

Il suo successore le ha restituito il crisma di unica autentica antagonista delle guerre: pace.

 

 

 

Trump e il nuovo ordine mondiale Usa.

Patriaindipendente.it - Fabrizio De Sanctis, segreteria nazionale Anpi – (7 gennaio 2026) -ci dice:

 

Tra Tianjin e Mar a Lago, da Caracas alla Groenlandia, il ruolo dell’Europa e il posto dell’Italia nella ridefinita strategia di sicurezza nazionale degli States.

Mondo.

Il vecchio mondo sta morendo,

quello nuovo tarda a comparire.

E in questo chiaroscuro

nascono i mostri.

(Antonio Gramsci)

La SCO è stata riunita a Tianjin dal 31.8.2025 al 1.9.2025.

Il gruppo del summit SCO 2025 a Tianjin, Cina.

A Tianjin, in Cina, si è riunito il Consiglio dei Capi di Stato di Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan, India, Pakistan, Iran e Bielorussia, gli Stati membri della SCO, l’”Organizzazione per la Cooperazione” di Shanghai, organizzazione intergovernativa permanente, parzialmente sovrapposta al forum politico economico dei BRICS.

Gli Stati osservatori della SCO sono l’Afghanistan e la Mongolia.

Gli Stati partner sono Azerbaigian, Armenia, Cambogia, Nepal, Turchia, Sri Lanka, Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Maldive, Myanmar.

 In definitiva 10 Paesi membri, 2 Paesi osservatori, e 14 Partner di dialogo.

(Imago economica, Carlo Carino by Ai Mid).

Secondo la Cina è stato il più grande summit nella storia della SCO.

Si sono discusse questioni di cooperazione regionale e globale, sicurezza, economia, sviluppo e governance internazionale.

Nel contesto della SCO la Cina ha promosso una iniziativa di “governance globale”, proponendo un ordine mondiale alternativo basato su sovranità, multilateralismo e rispetto delle diverse civiltà. Rilevante la partecipazione del premier indiano Narendra Modi dopo anni di tensioni con la Cina.

 

Il primo ministro indiano, Narendra Modi, all’arrivo a Tianjin.

Si è trattato di un segnale molto forte della volontà della Cina e dei principali Paesi euroasiatici di costruire o almeno disegnare un “altro” ordine mondiale rispetto a quello dominato dall’Occidente.

 Sono stati firmati oltre 20 documenti tra cui una Development Strategy 2026-2035 e una Road Map energetica fino al 2030, oltre a vari accordi su sicurezza e cooperazione economica, con la istituzionalizzazione di strumenti operativi di cooperazione nella sfera interna regionale.

(Imago economica, Carino by Ai Mid).

Il summit ha ribadito l’obiettivo di espandere i pagamenti in valute nazionali, rafforzare l’”Inter bank Consortium” della SCO ed è allo studio una Banca di sviluppo SCO.

Si è convenuta una roadmap per la cooperazione energetica e impegni su Intelligenza Artificiale, innovazione e industria verde.

La riforma del sistema multilaterale globale lanciata dalla Cina è stata uno dei temi ideologici chiave.

(Imago economica, Sergio Oliverio).

Va da sé che in una diversa fase politica l’Italia avrebbe tutto l’interesse a valorizzare l’esportazione e, grazie alla sua tradizionale apertura commerciale, potrebbe inoltre porsi come interlocutore Ue per progetti che richiedono norme europee.

 In definitiva il vertice di Tianjin non ha prodotto un cambiamento istantaneo dell’ordine mondiale, ma ha prodotto infrastrutture politiche e accordi strategici che rendono la SCO un attore più strutturato.

Per l’Italia, e l’Europa, sarebbe opportuno non isolarsi né abbracciare tutte le proposte ma, recuperando la propria autonomia strategica, cogliere opportunità economiche rilevantissime.

(Imago economica, via Casa Bianca).

Due mesi dopo, a fine novembre, viene quindi pubblicato il nuovo documento di” Strategia di Sicurezza nazionale Usa firmato da Donald Trump”, che rivoluziona – è il caso di dire – l’analisi e la strategia statunitense in questa nuova fase che i migliori studiosi definiscono di transizione egemonica mondiale.

Una transizione dai tempi pur assai incerti.

 

John Henry Fuseli. “Incubi”.

È il tempo quindi, più o meno lungo, della transizione egemonica internazionale.

 Il declino degli Usa come potenza mondiale dominante è avviato e ci ha già proiettato in una nuova fase.

Trump ne è l’effetto e non la causa.

Siamo proprio nei tempi in cui nascono i mostri e il mostro dei mostri è Gaza e il genocidio ancora in corso da oltre due anni, con la pulizia etnica della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Questa oggi è Gaza distrutta.

Lo sviluppo diseguale dell’economia nelle diverse regioni del pianeta ci ha proiettati nell’attuale nuova fase geopolitica, con rischi fatali per il futuro della democrazia anche dove vige lo stato di diritto.

 Con la crescita dei Paesi Brics per gli Usa la posta in gioco è la sopravvivenza stessa del proprio sistema di dominio globale, che affronta con una potente ripresa dell’apparato militare industriale con l’investimento di mille miliardi di dollari, mentre l’Unione europea si ritrova sull’orlo di una grave recessione.

Perciò le continue risoluzioni del Parlamento Ue e dei c.d. “volenterosi”, che vorrebbero all’Ucraina la vittoria militare contro la Russia, si rivela completamente suicida, per l’Ucraina anzitutto, ma per l’Europa intera.

A Parigi, il 6 gennaio 2026, i Volenterosi hanno firmato un accordo per una forza di pace in Ucraina.

La prospettiva della progressiva perdita di centralità del dollaro nel sistema degli scambi internazionali, stabilita nel 1944 quando acquisì lo status di valuta di riserva in tutto il mondo, è inaccettabile per gli Usa e non viene presa in considerazione, neanche nel nuovo piano di sicurezza nazionale statunitense, pubblicato dalla Casa Bianca a fine novembre 2025.

 

Nella Mappa dei Paesi membri Brics (in blu e azzurro), di quelli candidati (arancione), e dei Paesi che hanno mostrato interesse ad aderire.

Impossibile pensare a una repentina completa sostituzione del dollaro con altre valute, compreso l’euro, che rappresenta anch’esso un pericolo per gli Usa, ma la prospettiva del suo accantonamento è inaccettabile per gli Stati Uniti, perché significherebbe per essi dover pagare i propri giganteschi debito pubblico e deficit commerciale estero con la produzione reale di beni e servizi e non, com’è stato finora, distribuendo dollari e quindi in definitiva stampando cartamoneta.

Una prospettiva quindi di profondo tracollo del sistema economico Usa. Sistema che inoltre permette il mantenimento della poderosa macchina militare Usa in tutto il mondo.

Gli States non sono quindi in competizione con la Cina semplicemente per il primo o per il secondo posto nell’economia mondiale, ma per la sopravvivenza del loro stesso sistema di dominio regionale e mondiale.

 

 

(Imago economica, Mattia Calaprice).

Per affrontare la nuova situazione la Casa Bianca ha licenziato a fine novembre il citato nuovo rapporto sulla Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America.

Questo documento si rivela rilevantissimo per le conseguenze anche sull’Europa, sul nostro Paese e sul nostro sistema politico.

La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Usa.

(Imago economica, Daniel Torok).

Il documento si apre con una lettera ai cittadini del presidente Trump, che rivendica molti successi che si sarebbero già ottenuti:

 il ripristino dei confini sovrani degli Usa; il rafforzamento dell’esercito con un investimento di mille miliardi di dollari; lo storico impegno dei Paesi Nato ad aumentare la spesa militare al 5% del Pil; la liberazione della produzione energetica nazionale ai fini della propria indipendenza; l’imposizione di dazi storici per riportare al proprio interno le industrie critiche; la distruzione della capacità di arricchimento nucleare dell’Iran e, nel giro di soli otto mesi la risoluzione di otto conflitti violenti (?) tra Cambogia e Thailandia, Kosovo e Serbia, Congo e Ruanda, Pakistan e India, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, “ponendo fine alla guerra a Gaza” (citazione testuale).

Quindi gli Stati Uniti starebbero riportando la pace in tutto il mondo.

 

Viene quindi definito un nuovo asse fondamentale della politica estera Usa rispetto al passato, quando le élite della politica estera statunitense si erano convinte che il dominio permanente degli Usa sul mondo intero fosse nell’interesse del proprio Paese.

Ora invece lo scopo dichiarato della politica estera Usa è la protezione degli interessi nazionali fondamentali, enunciato come unico obiettivo della propria strategia.

 

La Casa Bianca vede oggi come un estremo e distruttivo errore aver scommesso in passato “sul globalismo e sul cosiddetto libero scambio”, svuotando la classe media e la base industriale.

Una rivoluzione copernicana insomma per rifondare le basi della supremazia economica e militare Usa.

 La globalizzazione è finita o deve finire, altrimenti la vincerebbe la Cina.

Chiaramente il documento pone tra i suoi obiettivi generali quello di schierare l’esercito più potente, letale e tecnologicamente avanzato al mondo;

una deterrenza nucleare più solida, tra cui un “Golden Dome “per il territorio americano; l’economia più forte, dinamica, innovativa e avanzata del mondo.

 

Ma cosa vogliono gli Usa dal mondo?

Esiste una Vignetta satirica d’epoca sull’espansionismo statunitense nel Pacifico, lo Zio Sam attraversa le Americhe brandendo un grosso bastone, metafora della forza militare Usa.

Lo chiariscono subito affermando l’applicazione di un “corollario Trump” alla Dottrina Monroe.

Come noto la dottrina Monroe considerava l’America Latina il giardino di casa degli Usa nel quale non ammettevano interferenze ed ostacoli alla loro politica.

Il corollario Trump applica la dottrina Monroe non più alla sola America Latina ma all’Occidente, ovvero anche a noi europei e occidentali sparsi nel mondo.

(Imago economica).

Il piano “A” pertanto non è più l’espansione della Nato, che anzi si esplicita deve essere bloccata, o i rischi di confronto militare con la superpotenza russa, ma una nuova divisione del mondo in blocchi.

 Con la precisazione che gli Usa non possono permettere che nessuna nazione diventi così dominante da minacciare i propri interessi.

 Poiché gli Usa rifiutano il concetto ritenuto ormai fallimentare di dominio globale per sé stessi, si prefiggono l’obiettivo di impedire il dominio globale e in alcuni casi anche regionale, di altri, vedi la Cina.

 I “blocchi” geopolitici poi sono considerati diversamente che durante la Guerra fredda, poiché sono “mobili”, aperti alla competizione di ogni genere per strappare questo o quell’altro Paese all’influenza di altri attori internazionali.

 

Risulta chiaro che la sovranità rivendicata dagli Usa, sui propri interessi fondamentali, non è sovranità per tutti, dato che gli altri dovranno adoperarsi per la stabilità degli Usa, ospitare basi militari, adattare le loro filiere industriali e quelle di approvvigionamento alle necessità Usa.

Infatti Nicolas Maduro, il presidente del Venezuela  stato arrestato con un blitz statunitense.

Il primo eclatante esempio di questa recuperata Dottrina Monroe è stato dato con l’aggressione militare e il sequestro del presidente venezuelano Nicolas Maduro, una operazione criminale dichiaratamente diretta alla rapina delle enormi risorse naturali del Venezuela, con le massime riserve mondiali di petrolio, riserve di gas, litio, oro e diamanti, già controllate dagli Usa fino agli anni Ottanta e perse con la rivoluzione bolivariana guidata da Chavez prima e Maduro poi.

I pozzi petroliferi di cui è ricco il Venezuela sono ora sotto tutela USA.

Tutto ciò è stato ufficialmente dichiarato da Trump, che velleitariamente afferma anche di voler governare il Venezuela tenendone prigioniero il presidente.

 Il generale Usa Laura Richardson, comandante del Comando Sud degli Stati Uniti in America Latina, aveva chiarito che:

“l’obiettivo degli Stati Uniti in America Latina non è la democrazia, ma il controllo del petrolio, del litio, dell’oro e dei minerali rari. Il Venezuela, con le più grandi riserve di petrolio e risorse strategiche fondamentali, è l’obiettivo principale”.

 

Numerose mobilitazioni contro quanto accaduto in Venezuela si sono tenute in Italia e in Europa.

Alla vergogna delle dichiarazioni della presidente del Consiglio italiana, secondo cui l’azione Usa in Venezuela è legittima in quanto azione difensiva, rispondono in questi giorni e in queste ore centinaia di piazze unitarie in tutta Italia per condannare la nuova aggressione Usa, mentre nuovi cortei e proteste si organizzano in tutto il Paese.

 

“Jeffrey Martin Landry”, governatore della Lousiana e inviato speciale Usa per la Groenlandia (Imago economica).

Ma la nuova Dottrina Monroe/corollario Trump, non riguarda solo l’America Latina ma tutto l’Occidente.

Prova ne è la minaccia di occupare o comprare la Groenlandia, oggi appartenente alla Danimarca, Paese UE dal 1973 e Paese fondatore della Nato.

Un’isola ricchissima circondata, secondo Trump, da cinesi e russi.

(Imago econmica, Carino by Ai Mid).

Gli Usa vogliono inoltre – spiega il nuovo piano – un Indo-Pacifico libero e aperto; la libertà e la sicurezza dell’Europa; impedire che una potenza avversaria domini il Medio Oriente e infine guidare i progressi scientifici nell’intelligenza artificiale, nelle biotecnologie e nell’informatica quantistica.

Questi vengono definiti gli interessi nazionali fondamentali e vitali degli Usa, che respingono con nettezza le disastrose ideologie del “cambiamento climatico”.

(Imago economica, Mattia Calaprice).

Tra gli strumenti a disposizione per il raggiungimento di tali obiettivi il documento in analisi elenca ancora lo status del dollaro come valuta di riserva globale e l’esercito più potente e capace del mondo, oltre a una enorme capacità energetica.

E cosa vogliono gli Usa da noi, nel loro nuovo e ampliato giardino di casa.

 

Vale intanto citare che tra le priorità generali del piano in esame è detto che gli Usa si opporranno:

“alle restrizioni antidemocratiche imposte dall’élite alle libertà fondamentali in Europa, nell’Anglosfera e nel resto del mondo democratico, in particolare tra i nostri alleati”.

La petizione lascia perplessi quando si pensa che l’Europa, uscita dalla Guerra di Liberazione, ha tra i suoi cardini la libertà di manifestazione del pensiero, con gli unici correttivi delle limitazioni poste ai propositi razzisti e fascisti, come magistralmente nella Costituzione italiana.

 

Ancora tra le priorità generali del piano è detto che i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante (il gigante che secondo la mitologia greca reggeva il mondo sulle spalle) sono finiti. Di qui l’impegno dei Paesi Nato a spendere il 5% del Pil per la difesa.

 E anche che il modello sarà costituito da partnership mirate che utilizzino strumenti economici per allineare gli incentivi con gli alleati che la pensano allo stesso modo, per una loro stabilità a lungo termine per contrastare le influenze ostili e sovversive.

(Imago economica, Carino Ai).

Quanto all’emisfero occidentale gli Stati Uniti riaffermeranno – dice il testo – e applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale, quindi l’accesso alle aree geografiche chiave in tutta la regione – precisa il testo – negandone l’accesso ai concorrenti.

Tra le conseguenze elencate la formazione di schieramenti mirati per garantire la sicurezza dei confini e sconfiggere i cartelli, compreso, se necessario, l’uso della forza letale in sostituzione della strategia fallimentare basata esclusivamente sull’applicazione delle leggi degli ultimi decenni; l’uso dei dazi doganali e degli accordi commerciali reciproci come strumenti potenti di condizionamento.

(Imago economica, Carino Ai).

Inoltre, agli amici forniranno qualsiasi tipo di aiuto, se subordinati alla riduzione dell’influenza ostile esterna, al controllo delle installazioni militari, dei porti e delle infrastrutture chiave, all’acquisto di beni strategici in senso lato – sempre seguendo il testo della strategia Usa, che ammette che potrebbero avere qualche difficoltà in America Latina, ma non in Europa.

 Insomma la scelta che ogni Paese dovrebbe affrontare – è detto – è se vogliono vivere in un mondo guidato dagli Stati Uniti, composto da Paesi sovrani ed economie libere, o in un mondo parallelo in cui sono influenzati da Paesi dell’altra parte del globo.

 

Quanto all’Indo-Pacifico si osserva nel documento che è già la fonte di quasi la metà del Pil mondiale in base alla parità di potere d’acquisto e di un terzo in base al Pil nominale, con una quota destinata a crescere in questo secolo.

Ciò significa, secondo il piano, che l’Indo–Pacifico è già e continuerà ad essere uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del prossimo secolo.

 Costruendo un esercito in grado di respingere qualsiasi aggressione alla “Prima Catena Insulare”, gli Usa vorranno anche mantenere il mar meridionale cinese libero da pedaggi, concludendo sulla Cina che: “Prevenire conflitti richiede una posizione vigile nell’Indo-Pacifico, una base industriale di difesa rinnovata, maggiori investimenti militari da parte nostra e dei nostri alleati e partner, e la vittoria nella competizione economica e tecnologica a lungo termine”.

 

Gli Stati Uniti debbono insomma difendere la loro economia e la loro popolazione da qualsiasi danno, proveniente da qualsiasi Paese o fonte, ponendo fine tra le altre cose a propaganda, operazioni di influenza e altre forme di sovversione culturale.

Venendo specificamente all’Europa…

Come abbiamo visto l’Europa entra far parte del giardino di casa degli Usa, secondo la teoria Monroe-corollario Trump, al pari dell’America Latina e ponendo meno problemi.

 Molti Paesi dell’America Latina infatti commerciano abitualmente e in modo importante con la Cina, traendo profitto proprio dalla possibilità di commerciare con tutti gli attori e gli schieramenti internazionali. Profitto non solo commerciale ma di forza e di autonomia strategica di questi Paesi.

P. (Imago economica, Saverio De Giglio).

Facendo parte del giardino di casa, gli Usa vogliono un’Europa in salute, seppur divisa, ma debbono fare i conti con un quadro impietoso come essi stessi lo descrivono.

 L’Europa continentale ha perso quota del Pil globale, passando dal 25% nel 1990 al 14% di oggi.

Ma il declino economico sarebbe nulla di fronte alla cancellazione della civiltà.

L’Unione europea mina la libertà e la sovranità politica.

 Si citano le politiche migratorie, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali.

 

 

(Imago economica, Carino by Ai).

Non è quindi detto che tra qui e venti anni alcuni Paesi europei avranno economie e forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili, secondo gli Usa.

Soprattutto, la gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un significativo impegno diplomatico degli Stati Uniti per ristabilire le condizioni di stabilità strategica in tutta l’area eurasiatica – abbiamo visto infatti che il nemico principale è individuato altrove, nell’estremo oriente –.

 Il tutto per mitigare il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati europei, che permane.

La previsione Usa è che se la guerra in Ucraina non termina, la Ue si sfascia e indebolisce gli Usa.

Un’ampia maggioranza europea desidera la pace, continua il rapporto, ma questo desiderio non si traduce in politica, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte di quei governi.

(Imago economica, Nicholas Berardo).

Eppure l’Europa rimane vitale per gli Usa, per il suo mercato, per la manifattura, la tecnologia, l’energia, la ricerca scientifica e le sue istituzioni culturali.

La democrazia americana sosterrà quindi la vera libertà, il risveglio delle singole nazioni e trova motivo di grande ottimismo nella crescente influenza dei partiti patriottici europei.

(Imago economica, Carlo Lanuti).

Eppure ci sono diverse Americhe diversamente al potere, mentre l’amministrazione Trump punta la Cina come competitore globale, ce n’è un’altra che continua a puntare la Russia come nemico principale e lo sviluppo del complesso militare industriale come obiettivo principale ed immediato.

Se n’è fatto recentemente interprete, con le maggiori cariche dell’UE, il segretario della Nato, “Mark Rutte”, secondo cui dobbiamo prepararci a una guerra come quella toccata ai nostri padri.

Mark Rutte, è segretario generale Nato (Imago economica).

Le due Americhe hanno tuttavia in comune l’obiettivo di trarre il massimo dei vantaggi possibili dall’Europa, ormai priva di autonomia strategica.

Alle prese con un gigantesco progetto di riarmo, che vede protagonista nuovamente la Germania con la forza d’urto che essa può esprimere. Nonostante i Paesi europei spendano in armi già più di quanto facciano Russia e Cina insieme…

 

E all’Italia.

 

Trump e la presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni (Imago economica).

L’Italia resta un Paese in posizione strategica per gli Usa, al centro del Mediterraneo, crocevia tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano.

 Il nuovo tipo di alleanza da “giardino di casa” ha già avuto modo di dispiegarsi con l’acquisto del gas liquefatto Usa a prezzi quadruplicati rispetto a quello russo;

con l’imposizione di dazi;

con l’obbligo di raggiungere la spesa del 5% del Pil in armi, ovviamente per lo più statunitensi.

Una subalternità offerta quasi spontaneamente mentre la destra si interroga, curiosamente, sull’assenza di un proprio ruolo culturale.

 La tragedia palestinese è paradigmatica, con l’assenso silenzioso dell’Europa al cd piano di “pace”.

(Imago economica, Clemente Marmorino).

È chiaro che nelle condizioni in cui si trova il nostro Paese, l’imposizione dei pesanti tributi statunitensi non può non avere contraccolpi sul bilancio e sulla crescita.

La stessa agenzia di rating Moody’s preconizzava anni fa l’impossibilità per l’Italia di arrivare a spendere il 2% del Pil, pena il rischio di una guerra civile.

 La subalternità dell’Italia agli Usa, i pesanti fardelli assunti, si sposano attualmente con il profilo autoritario, o patriottico secondo il piano Usa, del governo Meloni, che sta infatti facendo di tutto per assicurare nel tempo lo sviluppo di una politica restrittiva economicamente e socialmente a tutto vantaggio degli Usa.

(Imago economica, Saverio De Giglio).

Tutto è oggi in discussione, verso un vero e proprio cambio di regime costituzionale.

Dalla democrazia parlamentare al dovere di solidarietà, dalle condizioni del lavoro alla praticabilità di uno sciopero generale, all’unità del Paese nell’uguaglianza.

 Siamo già tra i grandi Paesi europei quello con i salari più bassi, ovvero lo siamo nuovamente dopo cento anni.

 Abbiamo una disoccupazione al 6% oltre a un 32% di c.d. sfiduciati, per una media nel Paese del 40% di persone senza lavoro, con picchi altissimi al sud tra donne e giovani.

 Il dilagare della povertà nel nostro Paese e in Europa è benzina per il consenso dei partiti fascisti.

Lo storico Alessandro Barbero. (Imago economica, De Giglio).

La stessa libertà di espressione conosce costantemente duri colpi se vengono aggrediti quando non messi a tacere personaggi come Lucio Caracciolo, Alessandro Barbero o Carlo Rovelli, o se passano in secondo piano le dure parole del Papa e della Cei contro il riarmo.

(Imago economica, Clemente Marmorino).

La stessa autonomia e indipendenza della magistratura è sotto attacco, sia con la divisione della magistratura a cui risponderemo NO con il referendum costituzionale, sia con la riduzione del campo di azione e dell’efficacia impositiva della magistratura contabile.

Resistere.

(Imago economica, Stefano Carolei).

Una premessa.

 Dobbiamo essere molto grati ai giovani d’oggi.

 A loro si è per lo più negata la socialità nel periodo del Covid, sanno che il clima del pianeta va surriscaldandosi, un pianeta politicamente incapace di contenere il cambiamento climatico.

Avranno avuto modo di soffrire anche le restrizioni economiche del Covid, la mancanza di lavoro anzitutto.

La mancanza di retribuzioni dignitose in secondo luogo.

(Imago economica, De Giglio).

Agli stessi giovani si è quindi mostrato, in tutto il mondo e in diretta, l’orrore dei massacri di palestinesi per oltre due anni, chiamatelo come volete, per me è chiaramente un caso di genocidio a Gaza e di pulizia etnica, anch’essa brutale, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

 È apparsa anche chiara la doppia misura usata con le sanzioni nei confronti della Russia per l’invasione dell’Ucraina, rispetto al sostegno a Israele nello sterminio dei palestinesi fornito dagli Usa, dalla Germania, dall’Italia, in prima fila in questi due anni.

(Imago economica, Saverio De Giglio).

In tutto il mondo vi sono state infatti manifestazioni gigantesche a favore del popolo palestinese e delle flottiglie di aiuti, che hanno tentato di portare aiuti urgentissimi che i governi occidentali negavano e Israele bloccava.

Si è parlato molto di questi movimenti come di movimenti giovanili ma non possono considerarsi semplicemente tali.

Questi movimenti, per esempio in Marocco come in Bangladesh, pur essendo evidentemente formati da una maggioranza di giovani, hanno comunque legato le loro proteste alle loro condizioni di vita.

 

Come se la Palestina mettesse tutti di fronte alla questione se siamo disposti a continuare a tollerare un’ingiustizia palese, crudele, che non conosce limiti e soprattutto se siamo disposti a continuare con dei sistemi che ci costringono a molti sacrifici, a molte povertà, a molti disagi per poi permettere anche delle stragi quotidiane di innocenti? Come a dirci che tutto sommato sono disposti a tutto per mantenere questo stato di cose.

(Imago economica, Carino by Ai Mid).

Ancora troppi tentennamenti e troppe incertezze su aspetti fondamentali del futuro, a cominciare dalla guerra, impediscono lo sviluppo di un vasto movimento politico costituzionale.

 Il ripudio della guerra e del riarmo, la pace in Ucraina in un sistema di sicurezza europea collettiva e duratura dal Portogallo agli Urali, anche qui il piano di pace Usa è un’altra cosa, col 50% dei profitti garantiti loro dalla ricostruzione –, con la ripresa del controllo degli armamenti nucleari delle grandi potenze, sono alla base di una qualsiasi prospettiva strategica di ripresa materiale e morale del nostro Paese come degli altri Paesi europei, da porre alla base di un movimento di vera alternativa alle politiche attuali.

(Imago economica, Clemente Marmorino).

Il quadro internazionale è chiaro e non permette una semplice alternanza di soggetti gestori delle politiche di oltreoceano, è necessario un sussulto patriottico, come dicono gli Usa, ma di tipo radicalmente diverso, democratico costituzionale, riunendo attorno ai principi fondamentali della nostra Costituzione quante più forze possibili tra i partiti democratici, i movimenti, i sindacati dei lavoratori, le associazioni della società civile. E ciascuno può fare la propria parte.

 Anche la nostra Associazione, anche a livello territoriale, costruendo e rinsaldando le alleanze democratiche in nome di una vera e propria rivoluzione costituzionale, quella della sua completa attuazione, per un paese di Pace e di Giustizia sociale.

Eppure i principi costituzionali fondamentali della libertà dalla dittatura terroristica del fascismo, della sovranità appartenente al popolo, della democrazia parlamentare, della dignità di ogni persona umana e del dovere dello Stato di solidarietà;

l’uguaglianza dei cittadini e la loro pari dignità sociale;

 l’obbligo dello Stato di rimuovere gli ostacoli alla partecipazione dei lavoratori alla direzione dello Stato;

 il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali, la possibilità di cedere parti della sovranità dello Stato per organismi internazionali ma con scopi di pace;

 il diritto al lavoro, e la dignità di vita del lavoratore e della sua famiglia, il diritto di libera manifestazione del pensiero e la libertà dell’informazione, pluralista e indipendente;

 il diritto di sciopero, pur gravemente precettato, fanno parte di un insieme di principi inderogabili di civiltà raggiunti dal popolo italiano che i trattati internazionali non limitano, come non limitano in peggio le costituzioni degli altri Paesi dell’Unione Europea, perché sono stati conquistati dall’antifascismo, dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione e sanciti nella Costituzione della Repubblica.

Sono infatti principi immodificabili, neanche con la revisione dei trattati internazionali.

(Fabrizio De Sanctis, componente Segreteria nazionale ANPI).

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