Assalto alla democrazia.

Assalto alla democrazia.

 

 

 

Assalto alla democrazia in nome

del futuro tra esultanza e discredito.

Ilmanifesto.it – (30 -12 – 2026) - Daniele Archibugi – ci dice:

 

Scaffale «Tecno - monarchi», per Donzelli l’ultimo volume firmato dallo storico delle idee “Alessandro Mulieri”.

Da Curtis Yarvin a Peter Thiel e Elon Musk: indagine tra gli ideologi della nuova destra.

 

Mema.

La secolare marcia dei diritti umani non solo si è arenata, ma è regredita.

I Paesi con un governo eletto sono per la prima volta dal 1990 diminuiti e la qualità della democrazia – misurata da organizzazioni quali l’ “International Institute for Democracy and Electoral Assistance “– si è deteriorata.

 La convivenza civile è peggiorata non solo in Paesi che si erano messi in marcia da poco – Russia, Turchia, Ungheria, Argentina – ma anche in quelli che per tutto il dopoguerra sono stati i paladini, per quanto ipocriti, della libertà, primo tra tutti gli Usa.

 

UN COLLASSO COSÌ REPENTINO della lunga marcia per la dignità e l’autogoverno aperta con le grandi rivoluzioni della fine del Settecento era forse inaspettato.

Ma come si collega la nuova deriva autoritaria con le grandi trasformazioni tecnologiche che stiamo oggi sperimentando?

Alcune grandi imprese dominano i mercati mondiali – assai più per valore di mercato che per fatturato, vendite o occupazione – grazie ad un incredibile investimento in innovazione.

Nelle tecnologie digitali, sono riuscite in meno di un ventennio a raggiungere una concentrazione di mercato che in altri settori, ad esempio l’automobilistico, si è conseguita in 120 anni.

Ciò che le rende più temibili delle corporations del passato è quanto siano entrate nella vita delle persone:

cellulari, social networks, programmi per le email, browsers Internet, satelliti e quant’altro sono oggi controllati da un ristrettissimo gruppo di imprenditori ultra-miliardari.

 

Il potere tecnologico di pochi magnati è responsabile della decadenza politica dei nostri tempi?

Secondo Alessandro Mulieri (Tecno-monarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia, Donzelli, pp. 208), i neo-capitalisti trovano ispirazione nel pensiero di singolari ideologi finora disprezzati perché antidemocratici e razzisti, ma che ora hanno il proprio momento di gloria perché hanno ispirato Trump e i suoi alleati.

 

DA STORICO DELLE IDEE, “Mulieri” ha la pazienza di considerare tre pensatori dell’ultradestra.

Il primo, “Curtis Marvin”, è un blogger reazionario che ha preso posizione contro le politiche per l’uguaglianza sostenendo che chi predica la parità politica è nel migliore dei casi ipocrita e nel peggiore in malafede.

Possiamo dargli torto?

 Ma se i paladini della democrazia ne deducono che bisogna agire per trasformare l’uguaglianza da formale a sostanziale, Marvin la pensa all’opposto, sostenendo che bisogna garantire a chi ha migliori dotazioni genetiche (ad esempio perché ha un più alto quoziente intellettuale o perché viene da una razza eletta) di accedere alle posizioni di comando.

Si potrà dire che Marvin è un personaggio screditato nonostante i milioni di followers.

 

Ma non la pensa diversamente “Peter Thiem”, uno dei miliardari del dot.com, attivissimo come imprenditore della Silicon Valley, ma che pontifica anche di politica ed economia.

Uno dei suoi temi preferiti è l’elogio dei monopoli e la lotta contro le politiche antitrust.

Secondo lui, gli imprenditori geniali devono mirare a ad aumentare il proprio potere di mercato, e guai se il governo interferisce per proteggere i consumatori.

 Thiem se la prende addirittura con il diritto di voto alle donne giacché sono troppo inclini a sostenere i programmi di assistenza pubblica.

 

MA FORSE IL PIÙ CHIARO legame tra il pensiero anarco-capitalista e il potere economico lo fornisce “Hans-Hermann Hopper”, che un quarto di secolo fa pubblicò una sconclusionata requisitoria contro la democrazia.

Mulieri mostra che, per quanto non sia mai citato, le idee di questo ultraliberista siano riprese dall’uomo più ricco del mondo, Elon Musk.

Anche lui, esplicitamente razzista, avversario della democrazia e del ruolo dello Stato nella vita economica e sociale.

Per quanto breve, la sua presenza nel governo di Trump, ha lasciato una traccia profonda tentando di sfasciare il settore pubblico con il “Department of Government Efficiency”, il famigerato “Doge”.

 

Questi autori inquietanti sono stati sdoganati e le loro proposte legittimano quel che fanno le imprese più ricche e il governo più potente del mondo.

Chi si dichiara contrario al razzismo è accusato di essere «woke», chi difende la democrazia è bollato come arretrato.

 L’imprenditore superuomo è additato come profeta della nuova era.

Chi combatte questa ideologia nei campus americani rischia il posto di lavoro, e chi protesta può essere segregato e deportato.

 

 

 

 

Dal Discorso di Trump a Davos:

“Voglio che l’Europa Faccia Grandi Cose!”

Conoscenzealconfine.it – (25 Gennaio 2026) – Renovatio21.com – Trump - ci dice:

 

Al di là dei contenuti, tutti di rilevanza assoluta, emerge l’assoluta, sfrontata libertà con cui “The Donald” accusa e canzona i buro-plutocrati accorsi alla kermesse di Davos.

Emerge anche la fine dell’Europa, mollata di fatto dalla Casa Bianca, e ora costretta a deambulare nel mondo tra i suoi costrutti cervellotici e liberticidi e gli impulsi guerrafondai e suicidi.

Forse, è arrivata finalmente al termine l’Unione Europea e con essa, c’è da sperare, la NATO.

“Poco più di un anno fa, sotto la guida dei “Democratici di sinistra radicale”, eravamo un Paese morto. Ora siamo il Paese più in voga al mondo.

Infatti, l’economia degli Stati Uniti è sulla buona strada per crescere al doppio del tasso previsto dal FMI [Fondo Monetario Internazionale] lo scorso aprile.

E con le mie politiche di crescita e tariffarie, dovrebbe essere molto più alta – credo davvero che potremo arrivare molto più in alto.

E questa è un’ottima notizia, ed è un’ottima notizia per tutte le nazioni.

 

Gli Stati Uniti sono il motore economico del pianeta.

E quando l’America prospera, prospera anche il mondo intero.

 È la storia.

Quando le cose vanno male, va male tutto… Voi tutti ci seguite in discesa e ci seguite in salita.

E siamo a un punto in cui non siamo mai stati, non credo che ci siamo mai stati, non avrei mai pensato che potessimo farcela così in fretta.

 La mia più grande sorpresa è che pensavo ci sarebbe voluto più di un anno, forse un anno e un mese, ma è successo molto velocemente.

 

Questo pomeriggio vorrei discutere di come abbiamo raggiunto questo miracolo economico, di come intendiamo elevare il tenore di vita dei nostri cittadini a livelli mai visti prima.

 E forse di come anche voi, e i luoghi da cui provenite, possiate fare molto meglio seguendo quello che stiamo facendo noi.

Perché certi luoghi in Europa non sono nemmeno più riconoscibili, francamente, non lo sono più.

 

E possiamo discuterne, ma non c’è discussione.

 Gli amici tornano da posti diversi – non voglio insultare nessuno – e dicono:

 “Non riconosco più quel paese”, e non lo dico in senso positivo.

 È in senso molto negativo.

E io amo l’Europa, e voglio che l’Europa vada bene, ma non sta andando nella giusta direzione.

Negli ultimi decenni, a Washington e nelle capitali europee è diventato opinione diffusa che l’unico modo per far crescere un’economia occidentale moderna fosse attraverso una spesa pubblica in continua crescita, migrazioni di massa incontrollate e importazioni dall’estero senza fine.

 

L’opinione generale era che i cosiddetti lavori sporchi e l’industria pesante dovessero essere trasferiti altrove, che l’energia a prezzi accessibili dovesse essere sostituita dalla “Green New Spam” e che i paesi potessero essere sostenuti importando popolazioni nuove e completamente diverse da terre lontane.

 

Questa è stata la strada che l’amministrazione del “sonnolento Joel” Biden e molti altri governi occidentali hanno seguito in modo molto sconsiderato, voltando le spalle a tutto ciò che rende le nazioni ricche, potenti e forti – e c’è così tanto potenziale in così tante nazioni.

 

Il risultato è stato un deficit di bilancio e commerciale record e un crescente deficit sovrano, causato dalla più grande ondata migratoria di massa nella storia dell’umanità.

Non abbiamo mai visto niente di simile.

Francamente, molte parti del nostro mondo vengono distrutte sotto i nostri occhi, e i leader non capiscono nemmeno cosa sta succedendo – e quelli che lo capiscono non stanno facendo nulla al riguardo.

 

Praticamente tutti i cosiddetti esperti avevano previsto che i miei piani per porre fine a questo modello fallimentare avrebbero innescato una recessione globale e un’inflazione galoppante.

Ma abbiamo dimostrato che si sbagliavano.

 Anzi, è esattamente il contrario.

 In un anno, il nostro programma ha prodotto una trasformazione come l’America non vedeva da oltre 100 anni.

 

Invece di chiudere le centrali elettriche, le stiamo riaprendo.

 Invece di costruire pale eoliche inefficaci e in perdita, le stiamo smantellando e non ne approviamo nessuna.

 Invece di dare potere ai burocrati, li stiamo licenziando.”

 

“Voglio che l’Europa Faccia Grandi Cose!”

“Voglio che il Regno Unito faccia grandi cose.

Si trovano su una delle maggiori fonti di energia al mondo e non la usano.

 Anzi, i prezzi dell’elettricità sono aumentati del 139%.

 Ci sono mulini a vento in tutta Europa. Ci sono mulini a vento ovunque, e sono in perdita.

Una cosa che ho notato è che più mulini a vento ha un Paese, più soldi perde, e peggio va.

 

La Cina produce quasi tutti i mulini a vento, eppure non sono riuscito a trovarne nemmeno uno là.

Ci avete mai pensato?

È un buon modo di vedere la cosa. Sono intelligenti.

La Cina è molto intelligente. Li costruiscono.

Li vendono a caro prezzo. Li vendono agli stupidi che li comprano, ma non li usano per sé stessi.

 

Hanno costruito un paio di grandi parchi eolici.

Ma non li usano.

Li costruiscono solo per mostrare alla gente come potrebbero essere. Non spendono. Non fanno niente.

Usano principalmente una cosa chiamata carbone.

 La Cina punta sul carbone. Punta sul petrolio e sul gas.

 Stanno iniziando a considerare un po’ il nucleare, e se la cavano benissimo.

 

Fanno una fortuna vendendo i mulini a vento, però, sono rimasti scioccati dal fatto che continuino ad essere richiesti.

 Sono scioccati dal fatto che la gente continui a comprare quelle maledette cose.

Hanno ucciso gli uccelli. Hanno rovinato i vostri paesaggi.

 

Le conseguenze di queste politiche distruttive sono state gravissime, tra cui una crescita economica inferiore, un tenore di vita più basso, tassi di natalità più bassi, un’immigrazione più destabilizzante dal punto di vista sociale, una maggiore vulnerabilità ad avversari stranieri ostili e forze armate molto, molto più ridotte.”

“Gli Stati Uniti Hanno Molto a Cuore i Cittadini Europei. Davvero…”

“Voglio dire, guarda, io provengo dall’Europa: Scozia e Germania.

 100% Scozia, mia madre. 100% Germania, mio ​​padre.

 E crediamo profondamente nei legami che condividiamo con l’Europa come civiltà.

Voglio vederla prosperare. Ecco perché questioni come l’energia, il commercio, l’immigrazione e la crescita economica devono essere preoccupazioni centrali per chiunque voglia vedere un Occidente forte e unito.

 Perché l’Europa e i suoi paesi devono fare la loro parte. Devono uscire dalla cultura che hanno creato negli ultimi 10 anni. È orribile quello che si stanno facendo. Si stanno distruggendo. Sono posti bellissimi, bellissimi…

Vogliamo alleati forti, non gravemente indeboliti. Vogliamo che l’Europa sia forte.”

(renovatio21.com/il-discorso-di-trump-a-davos/).

 

 

 

 

Slow news.

2024, assalto alla democrazia.

Ugotraballi.blog.ilsole24ore.com – (1°Gennaio 2024) – diplomacy – Ugo Traballi – ci dice:

Elezioni, la prova più evidente di libertà e democrazia.

 In Africa dopo la fine dell’era coloniale, nell’Europa dell’Est dopo il crollo sovietico, in Iraq e in Afghanistan dopo la “liberazione” americana, in Libia dopo Gheddafi.

La corsa alle urne è sempre stato il grido di libertà di un popolo.

Spesso tuttavia, il risultato ha minacciato, a volte vanificato quell’aspirazione.

 

Il 2024 sarà un anno decisivo per comprendere lo stato della democrazia nel mondo.

 Si voterà in 62 paesi con una popolazione complessiva di quattro miliardi di abitanti, poco meno della metà del genere umano.

 Stati Uniti, Gran Bretagna, Iran, Taiwan, India, Indonesia, Messico, Corea del Sud, Pakistan.

Per le presidenziali, le legislative o le amministrative, voteranno 16 paesi africani, 11 asiatici, 22 europei, 9 americani, 4 in Oceania.

 

È possibile che si svolgano anche consultazioni anticipate, ora non previste.

 Forse in Israele, dopo la fine della guerra di Gaza e la discutibile guida di Benjamin Netanyahu.

Forse ancora in Argentina se il radicale esperimento di Javier Mieli provocherà una catastrofe sociale peggiore delle crisi economiche provocate dai suoi predecessori.

 

In Europa si voterà per il rinnovo del Parlamento dell’Unione: un test decisivo per capire quanto il centro- destra o il centro-sinistra continentali (forse insieme) conterranno i crescenti nazional-populismi di estrema destra.

 Il risultato determinerà il cammino dell’Unione e influenzerà il destino delle democrazie liberali di diversi paesi europei.

 

In ogni elezione è la qualità della democrazia ad essere in gioco.

Non in casi come le presidenziali di marzo nella Russia di Vladimir Putin, dove non c’è nulla di tutto questo ma, al contrario, qualcosa di tragico. Passano i secoli ma gli strumenti del potere restano sempre gli stessi: guerre imperiali contro i popoli confinanti e gulag nel gelo per i sudditi russi.

 Lo facevano gli zar, poi Stalin e ora Putin: ripetitivamente, con le stesse modalità repressive su un popolo cloroformizzato da secoli, ormai politicamente abituato alla sua condizione servile.

 

In un mondo perfetto il voto dovrebbe essere il punto d’arrivo di un lungo processo democratico.

 Prima si dovrebbero creare una società civile, un sistema educativo, giudiziario e stampa indipendenti.

 Spesso il risultato finale di una repentina corsa al seggio è corruzione, autocrazia, scontri etnici e religiosi, la tirannia della maggioranza sulla minoranza.

 

Negli Stati Uniti non sempre è la maggioranza degli americani che elegge il presidente.

 Il “voto elettorale” più importante del “voto popolare” consente la vittoria della minoranza (di solito repubblicana) sulla maggioranza: nel 2000 Al Gore e nel 2016 Hillary Clinton conquistarono la maggioranza dei voti su George W. Bush e Donald Trump ma non quella dei collegi stato per stato.

 

Alla fine le dinamiche di un processo politico richiedono una forma di rappresentatività popolare:

una legittimità, una leadership che avviino il processo di costruzione di una comunità civile.

Per questo anche le dittature, come quella di Putin, del venezuelano Nicolás Maduro o del bielorusso Alexandr Lukashenko, hanno sempre bisogno di giustificare il loro potere con un voto, per quanto fasullo.

L’arretramento della democrazia è la realtà di questa fase della politica globale.

 Dopo la sua grande espansione alla fine della Guerra Fredda, le libertà sono declinate.

Freedom House sostiene però che sia iniziata una svolta a favore della democrazia.

 Per l’annuale Indice sulla democrazia dell’”Economist Intelligent Unit”, si tratta solo di una stasi di un declino apparentemente inarrestabile.

 

Gli appuntamenti elettorali del 2024 serviranno per capirlo.

Se Maduro accetterà elezioni trasparenti che segnerebbero la fine del suo fallimentare decennio di potere.

O se in Tunisia saranno confermate la presidenza di Kaïs Saïed e il declino dell’unica democrazia nata dalle Primavere arabe.

 

Una prova di maturità del Sudafrica ereditato da Nelson Mandela, sarebbe la sconfitta dell’”African National Congress” al voto di aprile: se dopo 30 anni di potere del partito della liberazione dall’apartheid, ne vincesse uno senza caratteristiche razziali.

Negli anni l’Anc è diventato più simbolo di corruzione che di democrazia. Cyril Ramaphosa, presidente uscente, ha dovuto ammettere lo “state of disaster” nel quale versa il paese.

 Ma a causa dei contrasti fra le opposizioni, anche loro incapaci di rappresentare un’alternativa multi-razziale, la prova di maturità sarà rinviata di altri cinque anni.

 

A primavera si vota anche In India.

Non ci sono dubbi sulla terza vittoria consecutiva di Narendra Modi e del Bjp, il suo partito nazionalista hindu:

il consenso è attorno al 75%.

 Al voto del 2019 parteciparono 912 milioni di elettori e 677 partiti, il 780% più delle prime consultazioni del 1952.

Data la crescita demografica, le prossime avranno più elettori, più candidati e più partiti.

La questione tuttavia è se la più grande democrazia del mondo continuerà ad essere la democrazia conosciuta fino ad ora.

 

A preservarla è stata una Costituzione molto avanzata per una comunità che, quando fu approvata, aveva l’85% di analfabeti.

 Secondo B.R. Ammendar, che la scrisse, l’India era “una collezione di minoranze: un insieme di caste, religioni, etnie e lingue”.

È il riconoscimento di questo mosaico che ha tenuto unito il paese.

Il Bjp vuole invece trasformare l’India nel paese della maggioranza hindu.

 Modi può raggiungere la percentuale elettorale necessaria per farlo, stravolgendo il capolavoro dei padri costituenti.

 

Ma è martedì 5 novembre che ci sarà l’elezione delle elezioni: le presidenziali americane.

 Nell’America che conoscevamo, un candidato con 91 capi d’accusa in quattro procedimenti penali sarebbe già stato interdetto dai pubblici uffici.

Negli stessi Stati Uniti un presidente di 81 anni non si sarebbe candidato per un secondo mandato alla fine del quale avrebbe 86 anni:

 l’età di un nonno o di un tiranno, diceva Nelson Mandela.

Niente aprirebbe una crisi profonda per la democrazia in America, in Occidente e nel resto del mondo, quanto una vittoria di Donald Trump.

 

C’è infine un altro pericolo:

 l’uso improprio dell’Intelligenza Artificiale.

 Alcuni pessimi esempi sono stati già dati.

Come e quanto cambierà i modelli di linguaggio delle elezioni del 2024? Chiedendoselo con una certa preoccupazione, l’Economist pensa tuttavia “di credere che l’AI non sia sul punto di distruggere 2.500 anni di esperimenti umani con la democrazia”.

 

 

 

l disastro “ambientale” nel Sud e in Sardegna e la questione

ignorata della geoingegneria.

Lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti – (26/01/2026) – ci dice:

 

In Sicilia, sono ancora increduli, sconvolti dalla portata degli eventi atmosferici che hanno colpito questa isola, assieme alla Calabria e alla Sardegna.

 

Interi massi si sono abbattuti sulle coste siciliane.

Le acque dei mari che bagnano Sicilia e Calabria hanno invaso le strade delle due regioni, trascinando via tutto quello che trovavano sulla propria strada.

 

A Crotone, le scene sono ancora forse più inquietanti, da film dell’orrore, quando la forza delle acque ha fatto precipitare in un burrone delle bare di un vicino cimitero, a dimostrazione dell’incredibile forza dell’evento atmosferico che ha colpito il Sud Italia e la Sardegna.

Le bare sono finite dentro un cimitero a Crotone.

 

I meteorologi lo hanno definito come un evento climatico rarissimo, un ciclone, chiamato per motivi sconosciuti “Harry”, la cui portata e devastazione non si era mai vista prima nel Mediterraneo, dopo che onde di 17 metri si sono abbattute sulle regioni interessate, seminando la devastazione che si è potuta vedere in alcune immagini.

 

Gli organi di stampa non hanno mostrato la portata del disastro.

L’Italia si è trasformata per due giorni nell’Australia o in un’ isola dei Caraibi, eppure ai media non interessa, forse perché nelle redazioni dei quotidiani le direttive sono quelle di non mostrare le sofferenze del Paese reale, ormai sempre più nascosto, sostituito da un tappeto di “notizie” inutili e di propaganda contro l’amministrazione Trump e l’odiata Russia.

Harry riporta però nel cuore del dibattito una questione a lungo troppo ignorata e che sta diventando sempre più di primaria importanza per la sicurezza dell’Italia e degli altri Paesi europei.

Si tratta della questione della geoingegneria.

Negli anni passati, i vari organi di stampa e alcuni fantomatici “scienziati” si sono trincerati dietro un esercizio consolidato, ovvero quello di liquidare la faccenda come una sorta di boutade nata sulle reti sociali, mentre invece questo nuovo ramo climatico è tremendamente serio, con gravi conseguenze per la salute e l’atmosfera.

 

Le origini della geoingegneria: il primo esperimento nel 1916.

Se si vuole risalire alle origini del fenomeno, si scopre che il libro della geoingegneria è in realtà ben più antico di quello che si pensi.

Il suo primo capitolo è stato scritto nel 1916, quando negli Stati Uniti, iniziarono una serie di esperimenti per provare a causare delle piogge attraverso irrorazioni di ioduro di argento a San Diego, nello stato della California.

SI parlò ufficialmente di tale esperimento solo molti anni dopo, nel 1966, quando la “US National Science Foundation”, scrisse un dettagliato rapporto su quello che si può definire come il primo tentativo di inseminazione artificiale delle nuvole.

 

Il rapporto della “US National Science Foundation”.

 

Tra gli scienziati che scrissero questa dettagliata relazioni c’erano, tra gli altri, fisici del calibro di “John Bardeen”, docente presso l’università dell’Illinois, oceanografi come” William S. von Arx” e il geografo “Gilbert F. White” dell’università di Chicago.

C’era quindi un autorevole pool di scienziati che documentò nel dettaglio come la geoingegneria già sul finire degli anni’60 e le sue attività non erano affatto sicure per l’ambiente e le varie popolazioni.

 

A San Diego, nel citato esperimento, i risultati furono semplicemente disastrosi e descritti con tali termini dai ricercatori della “US National Science Foundation”.

Anche i conflitti sociali, politici e legali sulle condizioni meteorologiche e la modifica del clima non sono una novità.

Nel 1916, l’impiego di un “rai maker” a San Diego, che causò richieste di risarcimento per perdite di vite umane e danni materiali per un milione di dollari, anticipò di mezzo secolo i contenziosi e le azioni legislative statali e locali di oggi”.

 

Gli esperimenti però non morirono in quel tragico tentativo della California.

I colossi dell’energia americana volevano a tutti i costi continuare a finanziare quelle ricerche che in un primo momento sembravano mosse dalla volontà di creare piogge artificiali per irrigare i campi, ma successivamente, come si vedrà meglio in seguito, iniziarono a emergere gli scopi più bellici e geopolitici della geoingegneria.

 

Sulle manipolazioni climatiche si vede dal principio il vivo interesse di grosse compagnie.

Tra queste c’è la società dell’energia americana, la “General Electric” , che inizia a finanziare esperimenti di tale tipo appena dopo la fine della seconda guerra mondiale, come si può leggere nel citato rapporto.

 

Vent’anni fa, gli scienziati della General Electric “Irving Languir” e “Vincent Schaefer” modificarono le nuvole “seminandole” con pellet di ghiaccio secco.

 Non molto tempo dopo, “Bernard Von negus”, un suo collaboratore, dimostrò che un fumo di cristalli di ioduro d’argento avrebbe ottenuto lo stesso risultato.

Questo fu l’inizio della moderna storia americana della modificazione del tempo e del clima attraverso l’inseminazione delle nuvole.

Questi scienziati americani, il 13 novembre 1946, avevano verificato sperimentalmente la teoria avanzata nel 1933 dal meteorologo svedese “Tor Bergeron” e dal fisico tedesco “Walter Findeisen”, secondo cui le nuvole avrebbero precipitato se avessero contenuto la giusta miscela di cristalli di ghiaccio e gocce d’acqua raffreddate.

 La teoria di Bergeron-Findeisen era stata anticipata dal lavoro dello scienziato olandese “August Vera art”.

Gli entusiastici resoconti di” Vera art” sui suoi esperimenti del 1930 con ghiaccio secco e ghiaccio d’acqua sotto raffreddato in Olanda non furono ben accolti dalla comunità scientifica olandese e quindi non furono presi in seria considerazione altrove.”

 

Sono queste tecniche che sono state utilizzate in tre stati americani, quali la Pennsylvania, la Virginia Orientale e il Maryland, e i risultati furono anche in questa occasione disastrosi come quelli del 1916.

 

A spiegarne gli effetti sono stati gli scienziati della “Tri-State National Weather Association”, secondo la quale la frequente irrorazione dei cieli di questi stati ha portato ad una riduzione delle piogge e ad una conseguente siccità, qualcosa che si è visto di frequente negli anni passati, anche se gli organi di stampa hanno provato ad attribuire la responsabilità del fenomeno alla bufala antiscientifica del cosiddetto “riscaldamento globale”, messa in circolo dopo gli anni’70.

 

I disastri della geoingegneria vengono utilizzati così per costruire la falsa narrazione di un innalzamento delle temperature, attribuito falsamente alla industrializzazione, come sostenuto da certi think tank globalisti che sul cosiddetto “climate chance” hanno impostato i loro mendaci rapporti e le loro false conclusioni sulla necessità di ridurre la popolazione mondiale per abbassare i livelli di CO2.

 

La geoingegneria diviene dunque la naturale alleata di un’agenda neo-malthusiana che vuole far credere che sul pianeta le risorse siano scarse, e che la popolazione mondiale sia troppo elevata, anche se i vari globalizzatori di Davos che conducono uno stile di vita ultra lussuoso non si mettono mai stranamente tra le fila dei “troppi”, ma sempre in quelle dei “pochi”.

 

Nel 1957, il senatore democratico” Lyndon Johnson”, accusato di aver avuto un ruolo chiave nell’omicidio del presidente JFK, inizia però a parlare apertamente per la prima volta delle applicazioni militari della geoingegneria.

 

Johnson afferma esplicitamente che dallo spazio “si può controllare il meteo della Terra, causare siccità e alluvioni, cambiare le maree e far salire li livello dei mari, e rendere climi temperati freddi”.

 

Il senatore dem non gira intorno alla questione.

Parla apertamente delle applicazioni belliche delle manipolazioni climatiche, che negli anni’60 e ’70 iniziarono a diventare sempre più frequenti, tanto che si considerò la possibilità di firmare un trattato per limitare o mettere al bando la geoingegneria, ma purtroppo non se ne fece nulla.

Scrisse della questione persino il “New York Times” in un articolo del 1976 firmato da “Lowell Ponte” e intitolato “La guerra dei climi”.

 

Il New York Times nel 1976, quando qualche rara notizia veniva ancora scritta.

Resta il fatto, assodato, che nel pieno della guerra fredda, i leader del mondo considerino la geoingegneria un’arma di nuova generazione,  e il tema finisce anche in qualche saggio dell’epoca come quello intitolato  “L’era tecnotronica”,  scritto da un personaggio come  “Zbigniew Brzezinski”, membro di spicco della “Commissione Trilaterale” presieduta in passato da “David Rockefeller”, e dell’immancabile “gruppo Bilderberg”.

 

Brzezinski usa le stesse parole di Johnson.

L’uomo della Trilaterale afferma esplicitamente che le “tecniche di manipolazione del clima potrebbero essere utilizzate per provocare prolungati periodi di tempeste o siccità.”

 

Negli anni’80 però il fenomeno si espande ancora di più.

Sui cieli si inizia vedere sempre più di frequente le cosiddette scie chimiche che, a differenza delle scie di condensa, non evaporano e restano per svariate ore nei cieli, fino a quando non si formano delle nuvole artificiali.

 

A parlare del fenomeno fu persino un esponente della NASA, quale “Patrick Minni”, che affermò candidamente che le scie chimiche danno vita ai cosiddetti cirri, delle formazioni nuvolose che trattengono il calore e sono responsabili dei temporanei aumenti delle temperature.

 

Minni quindi incredibilmente smentisce la sua stessa agenzia che invece si è prodigata non poco per allestire una campagna disinformativa che ha portato diversi altri scienziati della celebre agenzia spaziale a recarsi presso le scuole per dire che le scie chimiche erano tutta una “invenzione” e che nulla di anomalo c’era nei cieli.

Il mandato imperativo è sempre lo stesso.

Negare, negare e ancora negare, ma spesso si verificano delle fratture e dei corto circuiti negli stessi ambienti dell’establishment scientifico e politico, come si è potuto vedere proprio in Italia.

 

La geoingegneria in Italia.

Nei primi anni 2000, all’epoca del secondo governo Berlusconi, la politica inizia a chiedere spiegazioni sugli esperimenti della geoingegneria.

 

Viene presentata nel 2003 un’interrogazione a firma di “Italo Sandi”, deputato dell’Ulivo, passato poi nel centrodestra, il quale chiede chiarimenti sul fenomeno all’allora ministro della Salute, “Girolamo Sirchia”.

Sandi riferisce di una presenza sempre più vasta delle cosiddette “chemtrails”.

 

Sono pervenute numerose segnalazioni da parte di singoli cittadini, associazioni specializzate e organi di stampa circa il fatto che nel nostro spazio aereo operano velivoli che rilasciano scie persistenti di natura sconosciuta, cosiddette chemtrails, cui segue un cambiamento nelle condizioni del cielo, con la formazione di nuvole, generalmente di tipo a strato;

le poche spiegazioni ufficiali, non sempre convincenti, spiegano il fenomeno come risultato dello scarico di carburante da parte delle aviocisterne KC-135 e KC-10, che le chemtrails sono semplici pesticidi oppure le normali scie di condensazione;

parte della opinione pubblica si chiede invece se le scie chimiche siano collegate con alcune malattie e in particolare con l’elevata incidenza dei tumori come nel caso della vallata Feltrina che ha il maggior numero dei malati di tumore (34,5 per cento mortalità maschile e 23,3 per cento femminile) in tutta Italia.”

 

Ancora più incredibilmente preciso sarà nel 2007 un deputato dell’UDC, “Amedeo Ciccanti”, che presentò una nuova interrogazione parlamentare documentando quanto segue.

 

In molte parti d’Italia (Umbria, Abruzzo, Campania, Toscana, Veneto, Sicilia, Sardegna e Marche), da alcuni anni sono state rilevate scie chimiche (chem trails), rilasciate da aerei non meglio identificati; diversamente dagli aerei civili, i quali su rotte predeterminate rilasciano scie di condensazione a dispersione quasi immediata, le scie chimiche riscontrate sono di natura gelatinosa e vengono nebulizzate da aerei che volano a bassa quota e sono irrorate nell’aria attraverso sistemi di supporto ben visibili ad occhio nudo; da denunce di cittadini – alcune dirette anche all’Autorità Giudiziaria – e da servizi della stampa locale, in particolar modo dell’anconetano, nelle Marche, sembra che da tali scie chimiche derivino conseguenze disastrose sulla salute dei cittadini, stante, per esempio, l’alto numero di tumori rilevati nella vallata Feltrina; il CNR, nel 2005, sembra che abbia rilevato, nelle analisi effettuate su campioni di pioggia coincidente con il rilascio di scie chimiche, una concentrazione al di sopra della norma di sostanze chimiche come quarzo, ossido di titanio, alluminio, idrossido di bario, ritenute pericolose per la salute, in quanto cancerogene; da precedenti interrogazioni fatte ai Dicasteri competenti, non sono mai arrivate risposte chiare, convincenti ed esaustive, la cui vaghezza ha rafforzato il convincimento che si tratti di fenomeni pericolosi da tenere nascosti.”

 

“Ciccanti” aveva assolutamente ragione a parlare dell’inquinamento delle acque piovane come prova di un intervento climatico artificiale.

Le acque piovane sono pure.

 

Non può esserci presenza in esse di metalli pesanti come alluminio o quarzi, e le recenti analisi che sono state condotte anche in Calabria, dove sono stati trovati tali elementi, confermano che nei cieli si continuano a irrorare regolarmente delle scie chimiche, rilasciate da aerei militari che si levano in volo quasi certamente da basi NATO.

 

Un cielo ricoperto di scie chimiche.

 

C’è evidentemente in corso in Italia un programma di geoingegneria, iniziato a partire almeno dai primi anni 2000, quando fu stabilito un accordo climatico tra l’allora governo Berlusconi e l’amministrazione Bush per eseguire tali esperimenti, autorizzati, secondo un’interrogazione presentata nel febbraio 2011 dall’onorevole Scilipoti, dal ministro della Difesa, Antonio Martino, che avrebbe concesso lo spazio aereo italiano ai velivoli americani usati per l’inseminazione artificiale delle nuvole.

 

A pagina 38 dell’accordo climatico tra Italia e Stati Uniti, viene affermato esplicitamente che i due Paesi si impegnano per “la progettazione di tecnologie per la manipolazione delle condizioni ambientali con particolare riferimento al controllo della temperatura e della concentrazione atmosferica di CO2”.

 

La geoingegneria è a tutti gli effetti quindi una realtà ufficiale.

 

Le scie chimiche sono a lor volta un fenomeno reale, e non una “teoria del complotto”, nonostante i profusi sforzi degli organi di stampa di insabbiare la minaccia che tali esperimenti comportano sulla salute e sul clima, come accaduto a quattro meteorologi spagnoli in servizio presso la “Agencia Estatal de Meteorología de España”, la “AEMET.”

 

I quattro ricercatori avevano ufficialmente riconosciuto l’esistenza delle scie chimiche alla emittente radiofonica spagnola, “Cadena Sera”, che ha prontamente fatto sparire l’intervista dei quattro scienziati probabilmente dopo insistenti pressioni del governo spagnolo.

 

HAARP: l’arma più pericolosa della geoingegneria.

La geoingegneria ha poi continuato nel corso degli ultimi decenni a crescere, a svilupparsi, fino ad esprimere al meglio, o al peggio, tutte le sue potenzialità attraverso il famigerato programma HAARP.

 

HAARP e l’acronimo che identifica il programma di ricerca dell’esercito americano sulle onde ad alta frequenza.

HAARP nasce ufficialmente nei primi anni’90 sotto l’egida del senatore repubblicano “Ted Stevens”, che sin dal principio sostiene la necessità di investire ingenti fondi pubblici in un programma che sulla carta dovrebbe migliorare le comunicazioni radio, ma che nella pratica ha implicazioni ed effetti che vanno molto oltre gli scopi dichiarati da Stevens.

 

Esistono le installazioni delle antenne HAARP

 

Secondo “Eric Hecke”, consulente della citata National Science Foundation, attraverso la manipolazione della ionosfera, HAARP riesce a provocare eventi climatici artificiali, quali uragani, terremoti e cicloni.

 

Se ne parlò persino nel 1999 al Parlamento europeo, in uno dei rari momenti nei quali questa istituzione si è resa utile, e per bocca di una deputata quale “Maj Britt Theory”, appartenente al gruppo socialdemocratico svedese.

 

La relazione della Theory è puntuale e allarmante allo stesso tempo.

 

Ci sono dei passaggi in essa che mostrano apertamente cosa implica veramente la tecnologia dell’HAARP.

L’ex eurodeputata descrive così il fenomeno.

 

HAARP è un progetto di ricerca in cui, attraverso impianti basati a terra e una serie di antenne, ciascuna alimentata da un proprio trasmettitore, si riscaldano con potenti onde radio parti della ionosfera. L’energia così generata riscalda talune parti della ionosfera provocando buchi e lenti artificiali.

HAARP può essere impiegato per molti scopi. Manipolando le proprietà elettriche dell’atmosfera si diventa in grado di porre sotto controllo forze immani. Facendovi ricorso quale arma militare, le conseguenze potrebbero essere devastanti per il nemico. Attraverso HAARP è possibile convogliare in una zona prestabilita energia milioni di volte più intensa di quella che sarebbe possibile inviare con qualsiasi altro trasmettitore tradizionale. L’energia può anche essere indirizzata verso un obiettivo mobile, per cui si potrebbe applicare anche contro i missili del nemico.

Il progetto consente anche di migliorare le comunicazioni con i sommergibili e di manipolare la situazione meteorologica globale.”

 

Se fosse stato approvato il trattato per mettere al bando le armi climatiche negli anni’70, forse oggi HAARP non esisterebbe.

Forse oggi non esisterebbe un mostro in grado di bucare la ionosfera con le sue potenti radiazioni e causare disastri climatici che un tempo nel Mediterraneo non si sono mai visti.

 

Secondo qualche osservatore, a provocare il disastro nel Sud Italia sarebbe stata una nave elettrica battente liberiana chiamata “Onur Sultan” che sarebbe passata vicino la Sicilia nei giorni scorsi, ma anche se così non fosse, non va dimenticato che a Niscemi, proprio in Sicilia, è attivo il “MUOS”, ovvero il “Mobile User Objective System”, un sistema che, come HAARP, si basa sull’uso di potenti antenne paraboliche.

 

Secondo il fisico “Corrado Penna”, tali sistemi sono in grado di provocare gravi eventi atmosferici, e queste tecnologie sono state messe sul territorio italiano su richiesta della NATO e di varie amministrazioni americane senza che i governi di centrodestra e centrosinistra battessero ciglio.

 

Gli italiani sono vittime di tali programmi, finiti al centro di programmazioni geopolitiche e armi climatiche da usare di volta in volta per colpire la popolazione civile e causare disastri.

 

Non ci sono certezze che il disastroso e ben raro evento nel Mezzogiorno sia la diretta conseguenza di questi programmi, ma c’è la certezza che da quando tali tecnologie sono disponibili accadono fenomeni senza precedenti in Italia.

C’è anche la certezza che la geoingegneria è un’altra forma di guerra non convenzionale e che va messa al bando al più presto.

 

 

 

 

Il preoccupante impatto della

politica illiberale di Trump

sulla democrazia americana.

 

Rivistailmulino.it - Norberto Gilmore – (04 dicembre 2025) – ci dice:

 

Arrivati alla fine di questo difficile 2025, vale la pena fare un bilancio dell’impatto che le politiche trumpiane hanno avuto sulla democrazia americana.

Si tratta a mio avviso di un bilancio molto preoccupante, in quanto la trasformazione degli Stati Uniti in una democrazia illiberale è avanzata rapidamente.

 Come ha notato “Jurgen Habermas”, “ciò a cui stiamo assistendo negli Stati Uniti è un’analoga transizione da un sistema all’altro, una transizione nemmeno particolarmente graduale, ma semmai poco avvertita, in presenza di un’opposizione paralizzata” (“la Repubblica”, 23.11.2025).

 

Ciononostante, recentemente ci sono stati segnali di opposizione e di resistenza che alimentano la speranza che la transizione verso un sistema illiberale resterà incompiuta.

 Sarebbe però sbagliato pensare che l’attuale battuta d’arresto perdurerà fino alle elezioni di metà mandato e, nel caso queste ultime fossero vinte dai democratici, Trump sarà costretto a fare retromarcia.

La battuta d’arresto è solo temporanea e, come è nel suo stile, Trump rilancerà il suo assalto al sistema liberaldemocratico con ancora più determinazione e ferocia, convinto com’è che solo un leader autoritario e un esecutivo forte possono assicurare agli Stati Uniti la preminenza mondiale.

Inoltre, i frutti avvelenati delle politiche trumpiane continueranno a produrre effetti nefasti ben oltre la seconda presidenza Trump.

 Il precedente di un “presidente imperiale” è stato creato e, in assenza di improbabili profonde riforme politico-istituzionali, altri quasi sicuramente seguiranno.

 E anch’essi tratteranno i propri alleati come vassalli;

di conseguenza, i leader europei commetterebbero un grave errore se pensassero che, con l’eventuale uscita di scena di Trump nel 2029, si potrà ristabilire facilmente una forte relazione transatlantica.

 

In due articoli per queste stesse pagine online, il primo apparso subito dopo l’elezione di Trump e il secondo un mese dopo il suo insediamento, avevo analizzato rispettivamente le politiche illiberali che il nuovo presidente avrebbe probabilmente portato avanti dopo il suo ritorno alla Casa Bianca e il tasso di realizzazione di queste politiche nel primo mese della sua presidenza.

 Il bilancio del primo mese era in sé preoccupante:

Trump stava chiaramente imprimendo un’involuzione illiberale alla democrazia statunitense.

 Nei dieci mesi che hanno fatto seguito a quell’articolo, l’assalto alla democrazia liberale americana è continuato a passo sostenuto, sviluppandosi su diversi fronti.

 

Fino alla fine dell’estate il rullo compressore trumpiano sembrava inarrestabile e il futuro della democrazia liberale americana in serio pericolo; tuttavia, in autunno il vento sembra aver cambiato leggermente di direzione.

Trump ha anzitutto rafforzato fortemente il potere esecutivo a discapito dei contropoteri istituzionali come il “Congresso” e la “Corte suprema”. Questi ultimi, entrambi sotto controllo repubblicano, si sono mostrati estremamente acquiescenti nei confronti di un presidente che ha di fatto modificato gli equilibri di potere tra le istituzioni americane.

Nel 2025, il neoeletto presidente ha introdotto più di 200 ordini esecutivi, molti di più di quanto abbia fatto ogni presidente americano durante il suo primo anno di presidenza.

Inoltre, con il “Liberation Day”, Trump si è appropriato dell’autorità di imporre tariffe generalizzate che la Costituzione affida invece al Congresso.

Certo, la Corte Suprema sta valutando se questa appropriazione indebita è incostituzionale, ma è significativo come il Congresso abbia supinamente accettato una diminuzione così importante dei propri poteri.

 

Con i media tradizionali – il quarto potere – Trump ha adottato (con un certo successo) una strategia molto aggressiva, volta a intimidirli e neutralizzarli.

 In parallelo, la politicizzazione della burocrazia federale è avanzata spedita.

 Il presidente ha smantellato agenzie indipendenti e ordinato le purghe di funzionari federali considerati non sufficientemente leali con la nuova amministrazione.

L’erosione dell’indipendenza del “Dipartimento della Giustizia” è particolarmente significativa.

Trump ha così potuto lanciare una vera e propria campagna punitiva contro coloro che considera come nemici politici e il Dipartimento della giustizia ha ottemperato, perseguendoli penalmente.

 

Trump ha anche cercato, fin qui senza successo, di minare l’indipendenza della Banca centrale americana.

 Il suo obiettivo è quello di avere una Federal Reserve che adotti una politica monetaria in grado di influenzare il ciclo politico in favore dell’esecutivo, anche se questo può avere costi elevati per la credibilità della Banca centrale.

In attesa di nominare un nuovo presidente della Federal Reserve nel maggio 2026, Trump lancia continuamente nuovi attacchi, cercando di rendere la Banca centrale americana responsabile di tutto quello che non va nell’economia statunitense.

 

Il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti si è poi attribuito poteri di guerra in un periodo di pace.

Con il pretesto di combattere la criminalità, ripristinare l’ordine pubblico e aiutare gli agenti dell’ICE (Immigration Custom Enforcement) ad arrestare e deportare immigrati illegali, ha inviato la Guardia nazionale a pattugliare diverse città americane guidate da amministrazioni democratiche, senza il loro consenso e senza autorizzazione da parte del Congresso.

Siamo qui in presenza di una deriva particolarmente preoccupante, poiché in una democrazia liberale il dispiegamento di forze militari a fini di ordine pubblico avviene solo in presenza di circostanze eccezionali e certamente non sulla base delle “percezioni” del presidente e del suo entourage.

 

Come si è visto in Ungheria, l’attacco ai pilastri della liberaldemocrazia non può trascurare il sistema educativo, in particolare quello universitario:

Trump sta usando la minaccia di revoca dei fondi federali destinati alle università non solo per sradicare quello che considera il “virus wokista”, ma anche per mettere in discussione l’indipendenza del sistema universitario, rimodellandolo, in modo da allinearlo con i valori “Maga”.

 

Trump è infine determinato a mantenere il “controllo del Congresso” dopo le elezioni di metà mandato e sta spingendo gli Stati a guida repubblicana a modificare la geografia dei collegi elettorali in modo da aumentare i seggi sicuri per il “Go”.

 E, per vincere le elezioni di metà mandato, conta anche sull’appoggio del grande capitale statunitense.

Arrivato alla Casa Bianca, Trump ha sviluppato una forma aggressiva di capitalismo clientelare (crony capitalism), che ricorda più l’Argentina di Perón che il capitalismo di un Paese avanzato.

I presidenti delle grandi società dell’high tech, delle imprese di criptovalute o delle grandi banche vengono convocati alla Casa Bianca, dove devono tessere le lodi delle politiche trumpiane, annunciare investimenti faraonici e fare donazioni alla Fondazione Trump, al Partito repubblicano e/o ai Super-Pac vicini al presidente.

Sviluppando un connubio malsano tra grande capitale, interessi privati (inclusi quelli propri e della sua famiglia) e governo federale (quest’ultimo chiamato a favorire e ad assecondare gli interessi dei primi due), Trump conta di dotarsi di ampie dotazioni finanziarie che aiuteranno a produrre risultati elettorali favorevoli.

Ma un tale connubio rappresenta anche un pericolo mortale per il sistema liberaldemocratico, che cerca invece di limitare e circoscrivere il peso degli interessi economici nelle decisioni politiche.

 

Fino alla fine dell’estate il rullo compressore trumpiano sembrava inarrestabile e il futuro della democrazia liberale americana in serio pericolo; tuttavia, in autunno il vento sembra aver cambiato leggermente di direzione.

Anzitutto l’opposizione democratica sembra essersi un po’ ripresa dalla batosta delle elezioni presidenziali e almeno a livello di Stati si è mostrata capace di riprendere l’iniziativa, vincendo diverse competizioni elettorali locali.

La società civile ha anch’essa mostrato segni di risveglio, come testimoniato dalla forte partecipazione alle manifestazioni “No King” contro il crescente autoritarismo trumpiano.

 

Inoltre, la coalizione “Maga” non è più così compatta:

 il caso Epstein ha creato una profonda spaccatura nella base popolare trumpiana, una base tra l’altro scontenta per l’eccessiva attenzione che il suo presidente presta agli affari internazionali, trascurando i problemi quotidiani degli americani.

Infine, nonostante l’economia americana continui a crescere in termini reali grazie al boom dell’Intelligenza artificiale, non mancano forti elementi di insoddisfazione nell’elettorato:

il tasso d’inflazione (anche a causa dei nuovi dazi) continua a collocarsi attorno al 3%, un livello che molti americani considerano eccessivo, mentre i prezzi delle case e gli affitti restano molto elevati, soprattutto per i giovani, che in più trovano sempre più difficile inserirsi nel mercato del lavoro. Si è così determinata una” affordability crisis” percepita da vasti gruppi della popolazione, che riduce la popolarità di Trump e del Partito repubblicano nei sondaggi.

 

Nel 2026, se anche i democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato, sarà molto difficile ripristinare una liberaldemocrazia funzionante:

 l’eredità avvelenata di Trump si farà sentire ben oltre la sua presidenza.

 

Questi sviluppi hanno in qualche modo inceppato il rullo compressore trumpiano.

Certo, la picconatura del sistema liberaldemocratico è continuata anche in autunno, ma in tono minore.

Come ha notato “Edward Luce” in un recente articolo sul “Financial Times”, “la recente battuta d’arresto finirà per intensificare gli istinti autoritari [di Trump].

 Solo un ingenuo può pensare che non vi saranno interferenze nelle elezioni di metà mandato.

Qualunque siano i contorni della risposta di Trump, la sua volontà di potenza è feroce”.

Nel 2026 ci si può dunque aspettare ulteriori dispiegamenti della Guardia nazionale e dell’esercito nelle città statunitensi, un’intensificazione delle retate dell’ICE per espellere immigrati clandestini e un utilizzo più sistematico del “Dipartimento della Giustizia” e dell’FBI contro gli avversari politici del presidente.

 Le politiche di intimidazione contro la stampa e le università tenderanno a intensificarsi e a diventare più virulente.

L’opera di esautorazione del Congresso continuerà.

Infine, Trump utilizzerà il sistema di “crony capitalism” che ha creato in questi mesi per ottenere enormi risorse finanziarie da utilizzare per vincere le elezioni di metà mandato.

 

La deriva illiberale della democrazia americana è dunque destinata a continuare nel 2026 e se anche i democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato sarà molto difficile ripristinare una liberaldemocrazia funzionante.

Inoltre l’eredità avvelenata di Trump si farà sentire ben oltre la sua presidenza.

In assenza di profonde riforme politico-istituzionali, al momento alquanto improbabili, il precedente del “presidente imperiale” si ripeterà.

 

I leader europei hanno già commesso un gravissimo errore all’inizio di questo decennio pensando che Trump fosse solo una parentesi nella storia della democrazia statunitense e non si sono attrezzati a conseguire un’autonomia strategica che li rendesse meno dipendenti dal loro alleato di oltre Atlantico.

 Un tale errore è stato pagato molto caro:

dall’accordo sui dazi alla marginalizzazione del ruolo europeo nel conflitto ucraino, i dirigenti europei hanno subito una serie di umilianti sconfitte, che hanno fortemente indebolito il progetto europeo.

Un errore ancor più grave sarebbe però quello di scommettere che con la (probabile) uscita di scena di Trump il peggio è passato e si possa tornare al “business as usual” nelle relazioni transatlantiche.

Come ha notato il primo ministro canadese “Mark Carney”, “la vecchia relazione con gli Stati Uniti è finita”; una nuova dovrà essere costruita, su basi più paritarie.

La palla è dunque nel campo degli europei:

 se stavolta non faranno quello che avrebbero dovuto fare già qualche anno fa, non potranno poi lamentarsi della loro politica da vassalli. Errare humanum est, perseverare diabolicum.

 

 

 

 

Fermare l’assalto della destra

eversiva alla democrazia italiana.

 

Deportati.it – Dario Venegoni – Aned – (26 – 01 – 2026) – ci dice:

È l’estate delle provocazioni nazifasciste.

Non passa giorno senza che in ogni regione d’Italia non venga segnalata una provocazione, a suon di saluti romani, svastiche, gruppi che inneggiano ad Adolf Hitler.

In un crescendo di esibizionismo e di provocazione sembrano abbandonati i fasci littori, il duce, le nostalgie per il regime mussoliniano, per passare senz’altro all’apologia delle camere a gas, ai simboli del nazismo, a un’inaudita “rivalutazione” del Führer del Terzo Reich.

Nella loro ignoranza, spesso gli autori di queste provocazioni sbagliano persino a tracciare i simboli nazisti – come è accaduto nel caso della svastica tracciata sulla targa di pietra della “sezione Aned” di Verona, o su quella che ha imbrattato il “Monumento ai deportati di Empoli”.

Nella corsa a chi la spara più grossa, si è arrivati al video diffuso in rete nel quale è ripreso uno dei leader degli “Ultras del Verona” inneggiare apertamente ad Adolf Hitler.

“Ragazzate”, si sono affrettati a dire esponenti politici della destra italiana, che nel caso della festa dei tifosi del Verona hanno giocato la carta dell’attenuante dei “cori da stadio”, come se negli stadi fosse lecita qualsiasi bassezza.

«Inneggiare a Hitler è certamente da condannare, quei cori sono di cattivo gusto e di pessimo esempio — ha detto il leader della Lega Nord —.

Ma non esageriamo e non coinvolgiamo politica e magistratura. Lasciamo che i giudici perseguano chi ruba e delinque.

 Il consiglio comunale? Verona ha tanti problemi, meglio affrontare altre questioni. In fondo parliamo di un coro goliardico.

Vogliamo il reato di coro?».

E quando è scoppiato il caso del gestore del bagno “Punta Canna” di Cervia che ha inzeppato il terreno avuto in concessione dallo stato di foto del Duce e di scritte fasciste, di nuovo Salvini è corso in Romagna a sostegno di chi “crea tanti posti di lavoro”.

Di fronte a questa escalation è tornata d’attualità la proposta di legge presentata oltre un anno fa che ha come primo firmatario “Emanuele Fiano” – figlio di Nedo, superstite di Birkenau – mirante a colpire le manifestazioni fasciste e naziste.

Una proposta contro la quale immediatamente è scattata la condanna del gruppo dei 5 Stelle:

“è una legge liberticida”, hanno tuonato.

La verità è che l’Italia è l’unico grande paese occidentale dove la destra conservatrice coltiva una stretta contiguità con le forze neofasciste, e dove gran parte delle forze politiche che siedono in Parlamento non hanno nell’antifascismo le proprie radici culturali e storiche.

È una anomalia italiana, questa.

I governi conservatori francesi, inglesi, tedeschi o americani mai coprirebbero queste “imprese” degli estimatori delle camere a gas.

In Italia avviene, purtroppo, ed è per questo che occorre una grande mobilitazione che parta dalla approvazione della proposta di legge Fiano.

 La Repubblica ha il dovere di difendere le proprie istituzioni e i propri valori dalle istanze eversive, dichiaratamente antidemocratiche di questi gruppi.

La pronta risposta di tanti cittadini, di tante ragazze e ragazzi di Empoli all’offesa recata al monumento che ricorda le centinaia di lavoratori di quell’area deportati e uccisi nei lager nazisti dice che questa consapevolezza finalmente si sta facendo strada.

Altro che ragazzate, altro che goliardia:

 nella storia è già capitato una volta che tanti bravi moderati tollerassero o addirittura favorissero questi gruppi eversivi, sicuri di riuscire a utilizzare e a controllare la loro violenza antidemocratica contro i sindacati e i partiti di sinistra.

Si è visto come è andata a finire.

È per questo che l’”Associazione degli Ex Deportati” appoggia la proposta di “Emanuele Fiano” e ne chiede la pronta approvazione.

 E chiama i rappresentanti di tutti i gruppi politici alla coerenza con le belle parole spese ogni anno nel “Giorno della Memoria “nel ricordo delle vittime dei Lager nazisti.

(Dario Venegoni).

 

 

 

 

 

Il Minnesota come Weimar: così

l’America rischia di perdere

lo Stato di diritto.

 

Avvenire.it - Giorgio Ferrari – (27- gennaio – 2026) – ci dice:

Dalle rivolte razziali alla svolta autoritaria di Trump: una nazione nata dalla promessa di libertà si scopre attraversata da una violenza antica, con la democrazia che rischia di cedere il passo alla forza.

 

Un vetro rotto da un colpo di pistola di fronte al memoriale per “Alex Pretti”, l'infermiere ucciso dagli agenti dell'ICE a Minneapolis/ ANSA.

«La nazione – ha detto l’ex presidente Obama svegliandosi improvvisamente dal suo lungo sonno dogmatico – è sotto attacco.

Ma non c’era bisogno dei tragici fatti di Minneapolis di questi ultimi giorni per scoprire che violenza e discriminazione nei confronti delle classi subalterne fanno da sempre parte dal Dna americano.

Basta scorrere un parziale elenco delle grandi rivolte di piazza per rendersene conto.

 Dai ghetto riots dell’agosto 1965 nel distretto residenziale di Watts a Los Angeles (34 morti, oltre mille feriti, 3.438 arresti, ampi danni alle proprietà e un forte impatto sociale e mediatico in seguito al pestaggio di un giovane afroamericano) alle rivolte di Detroit e di Newark del 1967 (43 morti, milleduecento feriti, settemila-duecento arresti durante cinque giorni di guerriglia urbana, saccheggi e scontri con la polizia, con l’intervento della Guardia Nazionale e dell’Esercito magistralmente descritti nel romanzo “Middlesex” di “Jeffrey Eugénie”), fino alla rivolta scoppiata nel 1992 a Los Angeles a seguito del pestaggio del tassista afroamericano “Rodney King” da parte di quattro agenti del dipartimento di polizia cittadina, poi assolti con formula piena, il che provocò sei giorni di scontri urbani, saccheggi, incendi, violenze e un bilancio di oltre sessanta morti, duemilatrecento feriti e più di dodicimila arresti.

Non occorre nemmeno riandare a quel drammatico” I can’t breathe” ("Non respiro", divenuto in seguito lo slogan del movimento “Black Lives Matter”), le ultime parole pronunciate a Minneapolis dall’afroamericano “George Floyd” durante il suo arresto il 25 maggio 2020, quando l’agente “Derek Thauvin” gli premette il ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi, soffocandolo.

Violenza e discriminazione, abbiamo detto.

La “Land of promise” americana ne è intrisa fino alle ossa.

Storicamente, a pagare sono stati quasi sempre i deboli e gli indifesi, le minoranze etniche, i sospettati di intelligenza con il nemico, come le migliaia di sindacalisti espulsi nel 1919 dal procuratore generale “Alexander Palmer”, responsabile di raid punitivi nei confronti di italiani e ebrei – Sacco e Vanzetti i più noti, giustiziati nel 1927sulla sedia elettrica –, reputati elementi asociali.

 Nulla di nuovo sotto il sole.

 Ma Donald Trump – che pure com’è suo costume ora fa una mezza marcia indietro – ha compiuto un salto di qualità che oltrepassa la sperimentata cattiva coscienza dell’America.

 La sua guardia pretoriana d’elezione, l’ICE (Immigration and Law Enforcement), che agisce direttamente su suo mandato e che somiglia fin troppo da vicino a quei corpi privi di controllo e coperti dall’immunità che abbiamo visto nascere dopo il crollo della Repubblica di Weimar, così come li abbiamo visti in Crimea con gli anonimi “omini verdi” inviati da Putin nel 2014.

Una falange senza volto, senza identità, senza segni riconoscibili che si esercita con metodica brutalità nella caccia all’immigrato clandestino (a volte l’"arrestato" è un bimbo di soli due anni), emblema di quel “nemico interno” che Trump addita come un cancro da estirpare all’universo Maga che lo ha eletto e il cui consenso intende ad ogni costo mantenere, in vista delle elezioni di medio termine di novembre.

Una certezza si staglia sul fumoso campo di battaglia e di menzogne dove si intrecciano (e talvolta si scontrano) sovranismi, nazionalismi, razzismi, suprematismi, legioni di rednecks (quei “cafoni” originariamente cantati nel suo Hillbilly Elegy da JD Vance prima che voltasse loro le terga e diventasse il più spietato fra i teorici della società tecno-liberista), derive anarcoidi, lampi di guerriglia e risorgenze di soggetti ripescati dal lontano passato come i Black Panthers:

 il Minnesota è diventato la cartina di tornasole e insieme il laboratorio dell’inversione di rotta consapevolmente perseguita da Donald Trump, che porta al predominio della forza sulla legge, al tramonto dello Stato di diritto, dell’habeas corpus, sostituiti da oligarchie miliardarie e onniscienti che fanno corona al tycoon della Casa Bianca.

 

Affermava Montesquieu, il padre del bilanciamento dei poteri: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne».

Una “Wille zur Macht” (Volontà di potere, ndr) partorita già dall’assalto a Capitol Hill e divenuta negli anni volontà di potenza e di rivincita.

 L’America se ne sta accorgendo.

Sempre che non sia già tardi.

 

 

 

La democrazia nuda sotto

Trump: l’America

verso l’autoritarismo.

Lavocedinewyork.com – Stefano Vaccara da New York – (24 gennaio 2026) – ci dice:

 

Il libro di “Ottorino Cappelli” “Trump e la rivoluzione americana” analizza come il 47esimo Presidente USA non è un caso clinico, ma un progetto di potere.

Perché Trump, sull’immigrazione, ha ragione (con buona pace degli hipster).

 

C’è una scorciatoia, diffusissima nei media e perfino in ambienti colti europei, che rende Donald Trump meno difficile da sopportare:

 ridurlo a un “caso umano”.

Narcisismo, megalomania, declino cognitivo, impulsività, rabbia.

Un presidente visto come problema individuale e patologico.

È una lettura comoda, quasi terapeutica, perché fa credere che la soluzione sia semplice:

 basta che Trump sparisca, e l’America tornerà in asse.

“Ottorino Cappelli”, professore di Politica comparata all’Università di Napoli “L’Orientale”, con lunghi anni di studi e ricerca tra Harvard e New York, smonta quella rassicurazione e costringe il lettore a un salto di livello:

Trump è soltanto il volto più rumoroso di una trasformazione istituzionale profonda.

 

Il suo nuovo saggio, “Trump e la rivoluzione americana”. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026), non è un libro “di costume” su Trump, né l’ennesimo catalogo delle sue provocazioni.

 È piuttosto un’indagine sul potere e sul passaggio cruciale che Cappelli definisce fin da subito:

 «L’America di Trump ha dichiarato guerra alla democrazia liberale in nome di una “democrazia nuda”, senza contrappesi, fondata sul potere legibus solutus di un Capo investito dal Popolo».

 

Questa è la chiave, e anche il motivo per cui il libro risulta così inquietante.

 Cappelli non discute soltanto la radicalità culturale del trumpismo, ma l’ambizione di cambiare la forma del regime, svuotando l’architettura liberale che storicamente ha dato forma alla democrazia americana. In un passaggio di forte impatto, spiega che la seconda “rivoluzione americana” non va intesa come abbandono della democrazia, ma come trasformazione:

una democrazia che conserva il lessico del popolo e del voto, ma spinge verso un potere plebiscitario e centrato sul capo.

 «Noi diciamo Capo, o ancor più pudicamente “leader”. Ma nel contesto della democrazia nuda si può leggere anche Duce, Führer, Caudillo, Conductor».

 

È una frase che può far sobbalzare, ma serve a chiarire l’orizzonte: non la “bizzarria” di un individuo, bensì una dinamica politica che, in altri tempi e altrove, ha avuto nomi precisi.

 

Il punto di forza del saggio è la sua impostazione:

Cappelli evita la cronaca e costruisce invece una mappa interpretativa. Nella prima parte elenca i “fronti di lotta”, nella seconda propone “chiavi di lettura”.

Ma soprattutto si concentra sul metodo, sulle leve reali con cui un esecutivo può comprimere gli spazi di autonomia dei poteri concorrenti. Nel farlo, Cappelli insiste su ciò che spesso resta fuori dal dibattito pubblico: i meccanismi giuridici e amministrativi, il governo per ordini esecutivi, la normalizzazione dell’emergenza, la guerra contro le agenzie indipendenti, lo scontro con i giudici.

 

A emergere è una visione del trumpismo come progetto di potere:

un’alleanza tra Popolo e Capo, sostenuta da un terzo pilastro, l’Oligarca. Cappelli parla di una strategia volta ad «abbattere l’assetto liberale americano e sostituirlo con una triade del potere, il Popolo, il Capo e l’Oligarca».

 

Il populismo qui non è soltanto retorica:

è una cornice di legittimazione che rende plausibile l’accentramento del comando. E l’oligarchia non è un accessorio: è l’interesse organizzato che beneficia della trasformazione dello Stato.

 

È in questo contesto che Cappelli affronta anche “Project 2025”, il documento elaborato dalla” Heritage Foundation” e diventato, nel discorso pubblico, una sorta di “manuale” del trumpismo.

 Cappelli è molto preciso: riconosce che l’associazione automatica tra Trump e Project 2025 è più complessa di quanto si dica.

Scrive infatti: «Generalmente si ritiene che Project 2025 – il manifesto di circa 1000 pagine sottotitolato Mandate for Leadership. The Conservative Promise e curato dal think-tank Heritage Foundation – sia una delle principali fonti di ispirazione dell’amministrazione Trump. Questo non è completamente vero e analizzare il legame tra i due sarebbe troppo complesso in questa sede».

Ma subito dopo indica il punto in cui quel legame appare, per lui, “forte e chiaro”: la guerra ai giudici e la contestazione della judicial supremacy.

E qui Cappelli non parafrasa:

mette in campo il testo di Project 2025 come prova dell’impostazione. Da un lato ricostruisce la dottrina del “dipartmentalismo” e la logica per cui anche l’esecutivo avrebbe “diritto-dovere” di interpretare autonomamente la Costituzione;

dall’altro riporta l’impianto politico che ne discende.

In un passaggio decisivo spiega:

 «Tre leve sostengono dunque il disegno rivoluzionario:

la normalizzazione dell’emergenza, il super-presidenzialismo della unitary executive theory e la guerra ai giudici del dipartmentalismo. La loro sinergia minaccia di piegare la legalità al comando personale del presidente-autocrate».

 

È qui che si capisce davvero perché Cappelli consideri “fuorviante” la lettura psico-clinica di Trump. La teatralità e la brutalità del linguaggio possono far pensare al caos, ma sotto, sostiene l’autore, esiste una struttura concettuale e organizzativa che precede e incanala l’azione. Project 2025 è una traccia importante proprio perché mostra come un’idea possa diventare piano, e come l’assalto ai contrappesi possa presentarsi non come sospensione della Costituzione, ma come reinterpretazione radicale della Costituzione stessa. Non a caso Cappelli osserva che, se letto con attenzione, Project 2025 appare «radicale, ma complesso e sofisticato», e propone «una articolata proposta di riforma istituzionale centrata su una presidenza forte, inserita però nell’ordine costituzionale, le cui regole propone di reinterpretare, non sospendere ex abrupto».

 

La tesi di Cappelli diventa allora un avvertimento: se ci ostiniamo a vedere solo l’uomo, perdiamo il disegno. Se pensiamo che tutto si risolva con una rimozione, non vediamo che il trumpismo, in questa lettura, non è un incidente, ma una “rivoluzione” con un’agenda, una cultura politica e un apparato di idee.

 

La parte più disturbante del libro, però, arriva quando Cappelli sposta l’attenzione sul futuro prossimo e sul ruolo delle elezioni. Qui il suo pessimismo è netto. Non perché coltivi fantasie cospirazioniste, ma perché guarda a ciò che già esiste nel sistema americano: la frammentazione delle regole elettorali, la politicizzazione delle procedure, l’uso strategico di strumenti amministrativi e coercitivi. In uno scambio recente avuto con l’autore, commentando un mio articolo, Cappelli ha replicato con una frase che sintetizza bene lo spirito del suo libro: «Concordo su tutto tranne che sull’idea — latente nel tuo post — che le elezioni di midterm saranno la prova del nove. Se hanno architettato tutto questo per consentire poi al 65% della popolazione di buttarli giù a novembre, non sono dei “rivoluzionari”, sono dei fessi. E magari mi sbaglierò, ma a me non paiono fessi. I mille modi in cui limiteranno, truccheranno, aggireranno e invalideranno le elezioni di midterm sono la cosa più importante da guardare, a partire da oggi».

 

Nel libro del Prof. Cappelli, questo tema è ancorato a passaggi concreti. Cappelli ricorda che «la manipolazione delle procedure elettorali è un classico della lotta politica americana», e sottolinea come, in un sistema privo di anagrafe nazionale, con regole variabili Stato per Stato, la partita si giochi anche su liste elettorali, requisiti di identificazione e voto per corrispondenza. L’effetto, osserva, è tutt’altro che neutro: «di fatto si finisce per escludere anche cittadini aventi diritto, in particolare poveri e minoranze, cioè potenziali elettori democratici».

 

Ancora più allarmante è il capitolo sul ridisegno dei collegi. Cappelli segnala che alcuni governatori repubblicani, con un impulso presidenziale, potrebbero voler «anticipare al 2025 l’adozione di nuove mappe, così da averle già pronte nel 2026», in modo da «consolidare almeno altri sette seggi sicuri e favorevoli ai Repubblicani».

E, nel tratteggiare lo scenario, arriva a un’immagine cupa della cornice politica e securitaria: «nelle grandi città, il voto rischia di svolgersi in presenza dell’esercito, vista la “guerra ai migranti” e la militarizzazione dell’ordine pubblico».

Una frase che pesa come un macigno mentre si osserva in queste ore Quello che sta accadendo con l’ICE a Minneapolis.

 

Non serve condividere ogni previsione per cogliere la forza del ragionamento: Cappelli non dice soltanto che “Trump non si fermerà”, dice che il trumpismo, in quanto movimento rivoluzionario, non può permettersi di essere una parentesi. Deve trasformare. Deve rendere irreversibili i cambiamenti. E quando un progetto mira a rendere irreversibile un cambiamento, la competizione elettorale diventa un terreno da controllare, non un rituale da subire.

 

Nel finale del libro, il politologo richiama un elemento spesso dimenticato, ma decisivo per capire la tenuta del sistema americano: la forbearance, cioè l’autolimitazione informale delle élite e dei poteri, il patto non scritto che ha evitato per due secoli l’uso “massimale” delle armi istituzionali. «Trump lo ha spezzato, e questo è stato il suo vero atto “rivoluzionario”». Senza quel patto, avverte, l’America rischia di non riuscire più a “rimettere a posto” l’equilibrio attraverso la normale alternanza. E allora la democrazia liberale diventa vulnerabile proprio nel suo punto più paradossale: può essere svuotata attraverso procedure formalmente democratiche.

 

Il saggio di Cappelli libera l’analisi dalla caricatura e dall’alibi psicologico. Guardare Trump soltanto come spettacolo significa non vedere che l’apparente follia ha una razionalità politica e un apparato intellettuale dietro. Quindi il libro costringe a un cambio di domanda: non “quanto è folle Trump?”, ma “quanto è avanzato il processo che Trump incarna?”. Non “che cosa farà domani?”, ma “quali sono le leve che stanno già cambiando la struttura del regime?”.

 

“Trump e la rivoluzione americana” è una lettura necessaria proprio perché non consola. È un libro positivo nel senso più rigoroso del termine: fa ciò che la scienza politica dovrebbe fare, cioè seleziona, ricostruisce, connette. Ma è anche un libro disturbante, perché toglie al lettore l’ultima via di fuga: l’illusione che basti archiviare un uomo per salvare un sistema. Se la rivoluzione MAGA è davvero un progetto istituzionale, allora la domanda non è più quando finirà Trump, ma è quanto resisteranno i contrappesi americani e in che condizioni si svolgerà la prossima verifica elettorale, se avverrà davvero.

(Stefano Vaccara -Visti da New York).

 

 

 

 

 

Elon Musk accelera su Marte,

nel 2026 il lancio del razzo Starship,

più avanti lo sbarco dell’uomo sul pianeta rosso.

 

Rtl.it – Sergio Gadda – (16 marzo 2025) – ci dice:

L’uomo parte alla conquista di Marte, il visionario Elon Musk vuole colonizzare il suolo marziano tra il 2029 e il 2031.

Non più fantascienza ma realtà.

Elon Musk vuole colonizzare Marte e il suo sogno si fa sempre più concreto.

Il fondatore di” SpaceX” ha fissato date precise per l'ambiziosa missione verso il pianeta rosso.

 La “Starship”, il razzo più grande e potente mai progettato, dovrebbe partire verso Marte entro la fine del 2026.

A bordo un robot umanoide Optimus.

Ma questo è solo il preludio per lo sbarco dell’uomo.

 Forse già nel 2029, più probabile tra il 2030 e il 2031.

Un piano, quello annunciato dal fondatore di Tesla che sembra confermare la visione di Donald Trump, che nel suo secondo discorso di insediamento alla Casa Bianca aveva promesso: "Pianteremo la bandiera degli Stati Uniti su Marte".

 

Starship.

Tutto ruota attorno a “Starship”, il razzo da 123 metri di altezza ( come un edificio di circa 40 piani) che non è solo un veicolo per Marte, è una delle pietre miliari del programma “SpaceX “per i viaggi nello spazio profondo.

 Se Musk vuole portare l’uomo su Marte con questo razzo, la NASA che collabora con “SpaceX” ha in mente una versione modificata della navetta che sarà destinata al programma “Artemis”, ovvero al ritorno degli astronauti sulla Luna entro quest’anno.

Il sogno di Mask.

Elon Musk proprio lo scorso settembre aveva anticipato la sua idea di fondare le prime città su Marte.

 Impresa non dietro l’angolo perché il processo richiederà almeno una generazione.

"Il tasso di volo crescerà esponenzialmente, con l'obiettivo di costruire una città autosufficiente in circa 20 anni", aveva dichiarato.

Per raggiungere l’obiettivo, “Space X “deve però dimostrare che il razzo “Starship” è affidabile, sicuro e capace di affrontare queste sfide. Una impresa più difficile perché il cammino di Space X è stato segnato anche da alcuni ostacoli.

 Il 7 marzo, l'ottavo test di volo della “Starship” si è concluso con un'esplosione spettacolare ad alta quota.

 Mentre il razzo booster ha completato perfettamente la manovra di atterraggio.

Sui lanci dei razzi di Musk, la “Federal Aviation Administration” ha aperto un'indagine. Questo ha creato un rallentamento della ripresa delle missioni.

 

Il futuro.

Musk non pensa solo a Marte.

Space X ha avuto un ruolo cruciale nel salvataggio di due astronauti americani, “Butch Wilmore” e “Suni William”s, rimasti bloccati sulla “Stazione Spaziale Internazionale” da giugno scorso per un malfunzionamento della “Boeing Starliner”.

 Venerdì scorso, il razzo” Falcon 9” di Space X è decollato dal Kennedy Space Center in Florida, riportando in salvo i due astronauti, insieme agli altri membri dell'equipaggio.

 Il loro rientro sulla Terra è previsto per mercoledì prossimo.

 

 

"Più libertà, più crescita":

la delegazione casalese alla

convention di Forza Italia di Milano.

Casalenews.it – (25 – 0 1 – 2026) – Daniela Bruschera – Redazione on line – ci dice:

Il segretario cittadino Daniela Bruschera: "Apprezzamento per gli interventi di grande interesse, sia a livello imprenditoriale sia a livello politico”

Dal coordinamento cittadino di Forza Italia riceviamo e pubblichiamo integralmente:

 “Domenica 25 gennaio, a Milano, in un Teatro Manzoni stracolmo, Forza Italia ha voluto ricordare la storica discesa in campo del Presidente Silvio Berlusconi, riaffermando i valori che, da 32 anni, rappresentano la bussola del partito: libertà, solidarietà, giustizia e crescita”.

 

“Il dibattito ha toccato i temi fondamentali per il Paese, quali l'economia e lo sviluppo, le strategie concrete per la competitività dell'industria italiana in Europa e nel mondo, la centralità politica nel rapporto tra informazione e istituzioni per un’Italia più moderna”.

 

“La straordinaria partecipazione all'evento conferma il trend di crescita del partito degli azzurri in Italia, quale movimento rassicurante, credibile e propositivo, capace di innovare senza mai rinnegare la propria storia e le proprie radici”.

“Erano presenti all'evento il Segretario Nazionale “Antonio Tajani,” i Ministri Paolo Zangrillo e Gilberto Picchetto Fratin, l'europarlamentare Letizia Moratti ed il vice Segretario Nazionale nonché Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, accolto da una vera e propria ovazione durante il suo intervento, in cui ha ribadito l'impegno degli azzurri a mettere in campo una politica basata sulla crescita del paese, nel solco tracciato dal Presidente Berlusconi, ricordando che senza libertà, non ci può essere crescita”.

“Il segretario di Forza Italia di Casale Monferrato “Daniela Bruschera”, presente all'evento unitamente ad una delegazione della Provincia di Alessandria, esprime apprezzamento per gli interventi di grande interesse sia a livello imprenditoriale, sia a livello politico”.

(Daniela Bruschera - Redazione On Line).

 

 

 

 

 

Calenda a FI: “Felicissimo se c’è

 spazio per lavorare insieme”.

E attacca Salvini.

  Tg24.sky.it – Carlo Calenda - Politica – (25 gen. 2026) – Redazione – ci dice:

Il segretario di Azione apre a Forza Italia e lo fa durante l’evento organizzato a Milano dal partito guidato dal vicepremier Tajani. "Questo Paese ha disperatamente bisogno di liberali, popolari e riformisti", dice.

E attacca: “A condividere un partito con Conte, Bonelli, Fratoianni, Vannacci e Salvini proprio non ce la faccio". Tajani:

“Si può avere un dialogo, poi se sono rose fioriranno”.

Paolo Berlusconi: “Ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione.”

 

Carlo Calenda, segretario di Azione, apre a Forza Italia e lo fa durante l’evento organizzato a Milano dal partito guidato dal vicepremier Antonio Tajani.

. “Se ci sarà spazio per lavorare insieme sarò felicissimo”, dice Calenda, non risparmiando un attacco - tra gli altri - a Giuseppe Conte e a Matteo Salvini.

 L'ex ministro ha detto: "Salvini, che per inciso rompe le scatole sulla legalità tutti i minuti, ha incontrato, in un ministero della Repubblica, “Tommy Robinson”, cocainomane e pluripregiudicato.

Un ministro che fa una cosa del genere deve dimettersi".

Un sì al confronto è arrivato anche da Tajani:

“Si può parlare”, che ha a sua volta criticato Salvini per aver ospitato Robinson, esponente dell'estrema destra britannica.

Mentre Paolo Berlusconi aggiunge: “Calenda è un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione”.

 

L’apertura di Calenda a FI.

"Questo Paese ha disperatamente bisogno di liberali, popolari e riformisti" e che questi "non si sottomettano né a sovranità di destra né a estremisti di sinistra", dice Calenda durante l’evento di Forza Italia di cui era ospite.

 "Faremo quel percorso e se ci sarà spazio per lavorare insieme sarò felicissimo.

Perché io a condividere un partito con Conte, Bonelli, Fratoianni, Vannacci e Salvini proprio non ce la faccio", aggiunge.

Il segretario di Azione, per spiegare la sua presenza all’evento di Forza Italia, sottolinea:

"È un dialogo che abbiamo con tutti i partiti, sono stato ad Atreju, sono andato al circolo Matteotti".

Un’apertura arriva anche dal segretario di Forza Italia.

“Apriamo il confronto anche con forze diverse, l'abbiamo fatto con il partito Radicale sulla giustizia e oggi lo facciamo con Calenda sull'economia sociale di mercato, cioè sul libero mercato", dice Antonio Tajani.

Ancora: “Questo è un modo per confrontarsi e per vedere se c'è la possibilità di avere convergenze. Ecco qual è il significato della presenza di Calenda a Milano".

Calenda: “Non sto con chi riceve nazisti cocainomani in un ministero."

Nel corso del suo intervento, Calenda ha chiesto:

"Pensate che il bipolarismo durerà come negli ultimi 30 anni? Io no”.

Il segretario di Azione ha aggiunto da un lato di non poter stare "con gli amici di Hamas" ma nemmeno "con le quinte colonne di Putin o con chi riceve i nazisti cocainomani in un ministero".

Quando in Europa vincerà la destra estrema "credete che Meloni reggerà o sentirà il richiamo della foresta?".

 Sul tema in giornata era intervenuto anche il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, dicendo che “Tommy Robinson”, l'esponente dell'estrema destra britannica ospitato al ministero da Salvini "è incompatibile con i miei valori. Io non lo incontro".

 Il vicepremier ha aggiunto: "Salvini vede chi vuole, io non lo incontrerò. Lui fa il suo, noi facciamo il nostro", ha concluso.

 

Calenda: “Nel mio discorso ho messo paletti politici netti”

"Io credo di aver spiegato nel mio discorso quali sono i paletti politici in modo molto chiaro e molto netto”, ha ribadito il segretario di Azione Carlo Calenda, al termine dell'evento di Forza Italia.

 Nel suo discorso, l'ex ministro si è detto convinto che si sia arrivati alla fine del bipolarismo come lo conosciamo, e ha detto di non poter pensare di entrare in un partito dove ci siano Conte, Bonelli o Fratoianni ma nemmeno Vannacci e Salvini, aggiungendo di non poter stare "con chi riceve nazisti cocainomani al ministero".

 E per essere ancora più chiaro, sui social, ha spiegato:

“Con le idee chiare, ospite di Forza Italia, ho ribadito che oggi più che mai la battaglia per la libertà richiede scelte coraggiose.

Ovvero, avere la forza di rendersi autonomi da chi è nemico dell'Europa. E Azione non defletterà".

Calenda ha aggiunto:

"Non si può far finta di non vedere le quinte colonne russe e dei nemici dell'Occidente nella politica italiana, siano esse in maggioranza che all'opposizione.

Chi inneggia alla X Mas.

 Chi riceve neonazisti cocainomani in un ministero della Repubblica.

 Chi non è in grado di condannare il regime di Putin e quello di Maduro. È arrivato il momento di costruire l'identità europea.

E serve farlo subito senza ambiguità".

 

Le elezioni a Milano.

Proprio in vista di una alleanza per le grandi città, ad esempio per le elezioni a Milano, secondo il segretario azzurro si potrebbe iniziare a parlare con Calenda.

 "Noi diciamo che per quanto riguarda Milano, e anche le altre grandi città, si può ripetere l'esperimento che abbiamo fatto in Basilicata, dove Azione è stata alleata al centrodestra per sostenere il candidato presidente di Forza Italia Bardi.

Io credo che con un candidato civico di area moderata Azione possa sostenere un accordo e sostenere questo candidato.

Ne parleremo, vediamo”, spiega Tajani.

Che aggiunge:

 “Intanto oggi parliamo di economia e su molte questioni possiamo trovarci in sintonia;

 d'altronde Calenda è stato la guida di Confindustria e anche ministro dell'Industria, quindi una persona con la quale si può avere un dialogo forte, così come l'abbiamo sulla giustizia.

Poi se sono rose fioriranno”.

Su Milano, Calenda ribadisce:

nelle grandi città "abbiamo sempre fatto scelte di merito sulla qualità dei candidati.

Ora siamo nella coalizione di Beppe Sala, ma è importante che il prossimo candidato o candidata abbia ben chiaro quali sono i problemi che Milano sta avendo in questo momento e che non segua l'approccio ideologico, che un pezzo di questa coalizione di sinistra sta seguendo".

 

Sorte (Fi): “Con Calenda iniziato dialogo mesi fa, Milano contendibile”.

"Abbiamo aperto il dialogo con Calenda mesi fa, a partire da Milano che pensiamo sia contendibile”, ha spiegato il segretario lombardo di Forza Italia, Alessandro Sorte.

"Siamo un partito in forma.

 Silvio Berlusconi ha lasciato una eredità politica che cerchiamo di portare avanti occupando uno spazio unico" ovvero l'area liberale e riformista, ha aggiunto Sorte, convinto che le prossime elezioni saranno vinte al centro.

Quindi, ha concluso, "siamo il partito più importante della coalizione”.

 

 

 

Salvini a Zelensky: “Amico mio,

stai perdendo la guerra:

devi scegliere tra sconfitta e disfatta.”

Fanpage.it – (25 gennaio 2026) - Francesca Moriero – ci dice:

 

Dal palco della kermesse leghista di Rivisondoli, Salvini ha attaccato duramente il presidente ucraino Zelensky, invitandolo a firmare al più presto un accordo di pace.

 Parole che aprono un nuovo fronte politico nel dibattito italiano sulla guerra in Ucraina e sul ruolo dell’Europa.

 

È dal palco di “Idee in Movimento”, la manifestazione della Lega in corso a Rivisondoli, che Matteo Salvini sceglie di intervenire senza mediazioni sulla guerra in corso in Ucraina, rivolgendosi direttamente, seppure idealmente, al presidente “Volodymyr Zelensky”.

 Secondo il vicepremier e leader del Carroccio, dopo gli aiuti economici, militari e politici ricevuti dall'Occidente il presidente ucraino avrebbe "persino il coraggio di lamentarsi", nonostante una situazione che Salvini descrive ormai come "compromessa".

 

Nel suo intervento, Salvini ha dichiarato poi che Kiev "sta perdendo non solo il conflitto, ma anche uomini, credibilità e dignità", dipingendo uno scenario di progressivo logoramento militare e politico.

 Da qui l'ultimatum rivolto direttamente a Zelensky:

firmare un accordo il prima possibile oppure andare incontro a una disfatta totale.

"Amico mio, stai perdendo la guerra. Firma l'accordo di pace prima possibile. Devi scegliere fra una sconfitta e una disfatta".

Parole che, di fatto, invitano l'Ucraina ad accettare un compromesso rapido, anche a costo di pesanti concessioni, pur di porre fine al conflitto.

 

Nel suo discorso, Salvini è tornato anche sul tema delle sanzioni contro la Russia e sulle loro conseguenze economiche.

Ha ricordato come nel 2022 fosse stato sostenuto che Mosca sarebbe stata messa in ginocchio nel giro di poche settimane, una previsione che, a suo dire, si sarebbe rivelata errata.

Al contrario, il peso maggiore delle misure restrittive sarebbe ricaduto sui cittadini europei, con un aumento generalizzato del costo della vita, in particolare sul fronte dell'energia e delle bollette.

 

Guerra Ucraina, via al trilaterale tra Russia, Kiev e Stati Uniti per i negoziati: “Si parlerà di territori”.

Un argomento ricorrente nella narrazione leghista, che collega la politica estera alle difficoltà quotidiane di famiglie e imprese, e che mira a rafforzare l'idea di un'Europa penalizzata dalle proprie scelte strategiche.

Le reazioni.

Le parole di Salvini non sono pero rimaste senza risposta.

Dal Partito democratico è arrivata una dura replica del senatore Filippo Sensi, che ha accusato il vicepremier di intimare la resa a un Paese aggredito, parlando "al calduccio" mentre gli ucraini continuano a vivere sotto le bombe.

Una critica che mette in discussione il ruolo dell'Italia come alleato europeo e anche il messaggio politico trasmesso da un esponente di primo piano del governo.

Nel frattempo, lo scontro sullo scenario ucraino si inserisce in un contesto diplomatico già fortemente deteriorato.

Da Mosca, infatti, il Cremlino continua ad alzare i toni contro l'Unione europea, definendone la leadership incompetente e chiudendo ogni canale di interlocuzione con l'Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas.  

Un clima che rende insomma sempre più complessa qualsiasi prospettiva di dialogo e che accentua le divisioni politiche all'interno del fronte occidentale.

(fanpage.it/politica/salvini-a-zelensky-amico-mio-stai-perdendo-ora-scegli-tra-sconfitta-e-disfatta/).

(fanpage.it/).

Rutte: “L'Europa può difendersi

senza gli Usa? Un sogno”. E

difende Trump sulla Groenlandia.

Lastampa.it – Redazione Web – (26 Gennaio 2026) – Mark Rutte - ci dice:

 

Nuovo round di negoziati ad Abu Dhabi, ma l’accordo sul Donbass ancora è lontano.

Via libera dell’Europa allo stop totale all’importazione di gas e Gnl russo.

 

Rutte: “L'Europa può difendersi senza gli Usa? Un sogno”.

 E difende Trump sulla Groenlandia.

«Chi pensa che l'Ue, o l'Europa, si possa difendere senza gli Stati Uniti d'America, sogna», lo sottolinea il segretario generale della Nato Mark Rutte, in audizione davanti alla commissione Sede del Parlamento Europeo, a Bruxelles.

«Quando il presidente Donald Trump farà cose buone - afferma Rutte - lo loderò e non mi dispiacerà che pubblichi i messaggi di testo.

Qualcuno pensa che l'Unione Europea, o l'Europa nel suo insieme, possano difendersi senza gli Stati Uniti? Continuate a sognare. Non può».

Il fatto è, continua, che «abbiamo bisogno l'uno dell'altro: e perché?

 Prima di tutto, perché anche gli Stati Uniti hanno bisogno della Nato.

Gli Stati Uniti non sono nella Nato solo per evitare un errore fatto dopo la Prima guerra mondiale», quello di ritirarsi dagli affari del Vecchio Continente, solo per dover intervenire nella Seconda guerra mondiale.

 

Il Consiglio europeo intanto ha votato a favore dello stop totale all'importazione del gas russo entro la fine del 2027.

Hanno votato in maniera contraria al bando delle importazioni la Slovacchia e l'Ungheria, mentre la Bulgaria si è astenuta.

 Il regolamento rappresenta una pietra miliare fondamentale per il raggiungimento dell'obiettivo” “RE Power EU “di porre fine alla dipendenza dell'Ue dall'energia russa.

Secondo il regolamento votato oggi, l'importazione di gas da gasdotto e GNL dalla Russia nell'Ue sarà vietata.

 Il divieto entrerà in vigore sei settimane dopo l'entrata in vigore del regolamento.

 I contratti esistenti godranno di un periodo di transizione.

Questo approccio limiterà l'impatto sui prezzi e sui mercati.

Un divieto totale entrerà in vigore per le importazioni di GNL dall'inizio del 2027 e per le importazioni di gas tramite gasdotto dall'autunno 2027.

Prima di autorizzare l'ingresso delle importazioni di gas nell'Unione, i paesi dell'Ue verificheranno il paese in cui è stato prodotto il gas.

 Il mancato rispetto delle nuove norme può comportare sanzioni massime di almeno 2,5 milioni di euro per i privati e di almeno 40 milioni di euro per le aziende, pari ad almeno il 3,5% del fatturato annuo mondiale totale dell'azienda o al 300% del fatturato stimato delle transazioni.

 

Kiev, allarme per un drone russo che sorvola il centro della capitale.

Nonostante la mancanza di progressi sul dossier territori del Donbass, sia americani che ucraini hanno definito «costruttivi» i colloqui negli Emirati.

Oltre alle questioni militari sono stati affrontati anche temi economici, a partire dal controllo della centrale di Zaporizhzhya, occupata dai russi, hanno fatto sapere dei funzionari Usa.

Mosca in particolare vorrebbe dividere con Kiev la produzione di energia elettrica generata dall'impianto nucleare più grande d'Europa.

 

 

 

Salvini ricompatta i suoi. "Sicurezza e pace". Vannacci? "Lo vedrò.

Chi se ne va è perduto."

Ilgiornale.it – Michel Dessì – (26 – 01 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il segretario bacchetta due deputati fuoriusciti e smorza sul vice: "Non c'è un caso con il generale."

Salvini ricompatta i suoi. "Sicurezza e pace". Vannacci? "Lo vedrò. Chi se ne va è perduto."

"Matteo, Matteo, Matteo" ripetono in coro i militanti applaudendo. "Vai Matteo!". Urlano.

 Così i leghisti hanno accolto il segretario del Carroccio a Rivisondoli, in Abruzzo.

 "Tre giorni straordinari" li ha definiti Salvini.

 Tre giorni intensi dove i militanti della Lega, in particolare del centro sud, si sono ritrovati.

Ricompattati, al fianco del suo segretario.

 "È andata bene!", ci dice fiero l'organizzatore Claudio Durigon.

Sala gremita per Matteo Salvini accompagnato dalla sua inseparabile Francesca.

Il vicepremier ha parlato molto di libertà e di pace.

 Di una Lega che "c'è, decide e incide".

L'intervento è tutto incentrato sugli obiettivi del partito, quelli raggiunti e quelli ancora da raggiungere.

 Con chi, però, "non è attaccato alla poltrona" ci tiene a specificare il segretario.

"Non abbiamo bisogno di pesi improduttivi: qualcuno ritiene che il suo seggio sia garantito da altre parti?

Vai, perché la storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla" ha tuonato.

In sala solo applausi. Scroscianti.

 In molti, però, hanno subito pensato al grande assente, all'ex generale Roberto Vannacci.

Oggi europarlamentare della Lega e vicesegretario federale.

Una nomina importante.

 C'è chi dice (ma sono solo voci di corridoio) che mercoledì Vannacci possa dire ufficialmente addio al partito che lo ha portato dritto a Bruxelles per fondare un movimento tutto suo.

Nuovo, che guarda a destra. A quella "estrema". C

on lui dovrebbero andare via anche due deputati.

Uno sarebbe l'onorevole Rossano Sasso, ma Salvini mette le cose in chiaro:

 il "chi esce dalla Lega finisce nel nulla", non è riferito a Vannacci, ma ai deputati Davide Bergamini e Attilio Pierro che nelle scorse settimane hanno lasciato il partito e hanno aderito a Forza Italia.

 Poi aggiunge che vedrà il generale in settimana.

A Rivisondoli, nell'hotel famoso per le sue calde e accoglienti piscine, che i leghisti hanno visto solo dalla finestra, non si parla di Vannacci.

I giornali parlano dell'uscita anche dell'onorevole “Domenico Fuggicele”. Una notizia!

 Proprio sabato ci aveva detto che "la Lega" è la sua "casa".

Anche lei è pronto per andare via con Vannacci? "Lei mi vede? Io sono qui, al fianco di Salvini.

 È da tre giorni che sono qui, basta questo per capire da che parte sto" ci dice quasi infastidito, e dà la colpa ai giornali.

 

Lo stesso fa il leader del Carroccio che dice di leggere titoli "distonici" di alcuni quotidiani sul rapporto con il generale.

Matteo Salvini ci ha tenuto a specificare che "la Lega è una famiglia, una comunità, non una caserma".

Poi, il capitano, si degrada: "Qualcuno mi chiama capitano, ci sono generali, marescialli, colonnelli, ma la forza della Lega è la truppa, il popolo".

Un popolo che sembra crescere.

"Il tesseramento" segna un +34%.

Il segretario ha parlato della sua classe dirigente, "la stimo e la responsabilizzo", ha detto.

Ha anche parlato dell'affidabilità della Lega, "fedele agli alleati", ma ha specificato che "la Lega è la Lega" e che porterà avanti le sue battaglie. Una su tutte:

l'autonomia "che non vogliono i governatori di sinistra" e la sicurezza. "Ancora più mani libere" per le forze dell'ordine "nel rispetto del codice" chiede Salvini aggiungendo che ci vorrebbero pene più dure per chi usa i coltelli.

Non solo, ha proposto anche una pena accessoria per i "quindici che sfoderano coltelli sui social" (e non solo).

"Hai coltello e monopattino, motorino o macchina?

Ti porto via anche il monopattino o la patente!".

Poi parole chiare indirizzate al Presidente dell'Ucraina:

"Abbiamo sentito Zelensky che dopo tutti i soldi, gli sforzi e gli aiuti ha pure il coraggio di lamentarsi.

 

 

Cosa resta della due diligence UE:

ulteriori semplificazioni, si

applicherà solo a 1.500 aziende.

 

Eunews.it – Simone De La Feld – 6 dicembre 2025 – ci dice:

 

Sull'altare della competitività, Consiglio dell'UE e Eurocamera annacquano ulteriormente le direttive sulla rendicontazione di sostenibilità e sulla due diligence per le imprese durante i negoziati finali del pacchetto “Omnibus I”.

Sostenibilità Prodotti UE.

Bruxelles – Si conclude la saga di due leggi divenute simbolo dell’incompatibilità tra l’agenda verde lanciata da Bruxelles nel primo mandato di Ursula von der Leyen e l’opera di semplificazione su cui ruota l’attuale Commissione europea.

I Paesi membri e l’Eurocamera hanno raggiunto oggi (9 dicembre) l’accordo sul pacchetto “Omnibus I”, che alleggerisce sensibilmente gli oneri previsti dalle direttive sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD) e sulle due diligence per le imprese (CSDDD).

 

A dettare la linea i partiti di destra, guidati dal Partito popolare europeo, che hanno prima imposto la propria posizione al Parlamento europeo e – in sede di trilogo – sono riusciti a escludere oltre l’85 per cento delle imprese dal campo di applicazione della CSRD e a far sì che solo 1.500 aziende in tutta l’UE siano interessate dagli oneri previsti dalla CSDDD.

 “Il pacchetto Omnibus I dovrebbe consentire una riduzione degli oneri amministrativi in tutta l’UE pari ad almeno 5,7 miliardi di euro“,

 ha esultato la presidenza danese del Consiglio dell’UE.

“Siamo andati oltre la proposta della Commissione”, ha rivendicato il relatore del testo per l’Eurocamera, l’eurodeputato del PPE “Jörgen Warborn”.

Morten BØDSKOV, ministro per l’Industria della Danimarca, e Jörgen Warborn (PPE), relatore del pacchetto Omnibus I per l’Eurocamera, annunciando l’accordo in conferenza stampa (09/12/25).

Rispetto alla proposta di semplificazione presentata dalla Commissione lo scorso febbraio, le soglie sono state abbassate ulteriormente: per quanto riguarda la CRSD, saranno escluse dagli obblighi di rendicontazione tutte le imprese con meno di 1.000 dipendenti e un fatturato netto inferiore a 450 milioni di euro.

 Sia il Consiglio che il Parlamento, prima dei negoziati interistituzionali, avevano fissato la soglia di dipendenti a 1.750.

Esentate anche le PMI quotate e le impese di holding finanziarie.

 

Sulla CSDDD, che prevede obblighi di controllo e verifica su tutta la catena di approvvigionamento, l’accordo tra i colegislatori UE aumenta le soglie alle sole grandi aziende con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato netto.

Consiglio dell’UE ed Eurocamera “hanno ritenuto che le grandi imprese abbiano la maggiore influenza sulla loro catena del valore e siano le più adatte ad avere un impatto positivo e ad assorbire i costi e gli oneri dei processi di due diligence”, si legge in una nota della presidenza danese dell’UE. L’accordo introduce una clausola di revisione per una possibile estensione del campo di applicazione di entrambe le direttive.

 

Sono previste una serie di flessibilità per le imprese nella valutazione e identificazione degli impatti negativi delle loro catene di approvvigionamento: non saranno tenute a effettuare una mappatura completa, e potranno basare i loro sforzi su “informazioni ragionevolmente disponibili”. Eliminato l’obbligo per le imprese di adottare piani di transizione climatica, ed anche l’armonizzazione del regime di responsabilità civile in tutti i Paesi membri.

 

Ridimensionate sensibilmente anche le multe per le imprese inadempienti: da un tetto massimo del 25 per cento del fatturato, l’accordo le riduce ad un limite del 3 per cento. L’entità delle ammende sarà stabilita da Bruxelles insieme agli Stati membri.

“Accolgo con favore l’accordo politico sul pacchetto di semplificazione Omnibus I – ha scritto in un post su X la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen -, che ridurrà i costi amministrativi, taglierà la burocrazia e renderà più semplice il rispetto delle norme di sostenibilità”.

 In una nota, la Commissione europea ha confermato il suo endorsement all’ulteriore annacquamento delle leggi:

 la riduzione della portata della direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità “razionalizzerà, semplificherà e ridurrà gli obblighi”, mentre le modifiche alla CSDDD “eliminano inutili complessità e, in ultima analisi, riducono gli oneri di conformità, preservando al contempo gli obiettivi della direttiva di ridurre gli impatti negativi sull’ambiente e sui diritti umani, anche nelle catene del valore globali delle grandi imprese attive nell’UE, e di promuovere la transizione verso la sostenibilità delle nostre economie”.

 

Di tutt’altro avviso i socialdemocratici.

La vicepresidente S&D, Ana Catarina Mendes, ha avvertito: “Non accetteremo mai questo programma ispirato da Trump e voteremo quindi contro l’accordo di trilogo“.

Ma la conferma dell’accordo da parte dell’Aula è piuttosto scontata, vista la solidità della maggioranza tra PPE, Conservatori, Patrioti e Sovranisti sul dossier.

Paolo Borchia, capodelegazione della Lega, ha sottolineato che “per la prima volta le trattative sono state guidate e portate a termine da una compatta maggioranza politica, alternativa a quella attuale, mettendo nuovamente a nudo l’inadeguatezza della ‘maggioranza Ursula’ con la sinistra, sempre più distante dagli elettori e nemica della competitività”.

 

 

 

 

 

Qual è il finale della Groenlandia?

 Unz.com - Alastair Crooke – (26 gennaio 2026) – ci dice:

 

Qual è il finale iniziale della 'Groenlandia'? Trump 'prenderà' la Groenlandia.

Lunedì, quando gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero usato la forza per conquistare la Groenlandia, il presidente Trump ha risposto: "Nessun commento".

In precedenza aveva promesso di conquistare la più grande isola del mondo "per via gentile [acquisto] o per la via più difficile [con la forza]".

 

Sebbene l'idea sembri essere nata al mondo 'dal nulla',” John Bolto”n, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, racconta che fu “Ron Lauder”, un miliardario ebreo di 81 anni di New York ed erede della fortuna “Estée Lauder”, a seminare per primo il seme della proprietà statunitense della Groenlandia nella mente del Presidente nel 2018, durante il suo primo mandato in carica.

Trump ha tentato senza successo di acquistare la Groenlandia nel 2019, durante il suo primo mandato.

 Il presidente “Harry Truman” offrì anche di acquistarla per 100 milioni di dollari in oro nel 1946 – ma fu rifiutata.

 

Storicamente, osserva il Telegraph, "gli Stati Uniti sono stati contrari alla conquista di terre, ma non all'acquisizione di territori con denaro. Nell'acquisto della Louisiana del 1803, acquistò enormi quantità di terra dalla Francia per l'equivalente di circa 430 milioni di dollari oggi. L'acquisto dell'Alaska nel 1867 vide gli Stati Uniti pagare alla Russia l'equivalente moderno di 160 milioni di dollari per quello che divenne il 49º stato.

 Acquistò le Isole Vergini Americane dalla Danimarca nel 1917 per monete d'oro del valore equivalente a oltre 600 milioni di dollari oggi".

 

“Wolfgang Munchau”, un veterano commentatore europeo,afferma:

"I funzionari europei sconvolti descrivono la fretta di Trump ad annettere il territorio sovrano danese come 'folle' e 'folle', chiedendogli se sia intrappolato nella sua 'modalità guerriero' dopo la sua avventura in Venezuela — e affermando che merita la più dura rappresaglia d'Europa per quello che molti vedono come un attacco chiaro e non provocato contro gli alleati dall'altra parte dell'Atlantico".

 

Un funzionario di Bruxelles ha suggerito che l'America non può più essere vista come un partner commerciale affidabile — e che gli Stati Uniti si sono spostati a tal punto sotto Trump che questa metamorfosi dovrebbe essere considerata permanente.

I sondaggi indicano che il sostegno europeo all'America è svanito: un nuovo sondaggio pubblicato in Germania mostra che meno del 17% degli europei ora si fida dell'America.

“Michael McNair” sostiene però che non fu Lauder a spingere la conquista della Groenlandia, ma piuttosto il Sottosegretario alla Difesa per la Politica, “Elbridge Colby”, che in realtà ha illustrato la sua visione per questa manovra nel suo libro del 2021, “The Strategy of Denial: “American Defence in an Age of Great Power Conflict.”

 

L'affermazione centrale di Colby è che la strategia statunitense nel XXI secolo dovrebbe mirare a negare alla Cina di ottenere l'egemonia territoriale sull'Asia.

Il resto del quadro di Colby deriva da questa semplice ipotesi.

Assicurare l'attenzione sull'emisfero occidentale, sostiene McNair, si adatta a questo quadro:

assicurare la base non è una ritirata dall'Asia.

È un prerequisito per sostenere la proiezione di potenza nell'Indo-Pacifico.

 "Non puoi combattere una guerra nel Pacifico occidentale se attori ostili controllano i tuoi accessi a sud".

 

"L'attenzione dell'emisfero occidentale non è nemmeno l'America che si ritira al suo angolo.

Sta assicurando la base operativa.

 Non puoi proiettare potere nell'Indo-Pacifico se attori ostili controllano le rotte di navigazione del Golfo, il tuo accesso ai canali o le catene di approvvigionamento critiche nel tuo stesso emisfero.

 La riaffermazione della Dottrina Monroe consente la strategia asiatica. Non lo sostituisce".

Questo chiaramente non ha molto senso.

 La Cina (o la Russia) non minacciano la Groenlandia – e gli Stati Uniti ospitano già una grande base radar anti-missilistico di allarme precoce presso la base spaziale di Pituffik in Groenlandia, che ospita il 12º Squadrone di Allerta Spaziale degli Stati Uniti.

Quale ulteriore vantaggio otterrebbe gli Stati Uniti 'possedendo' apertamente la Groenlandia quando le è già permesso ospitare lì i loro massicci radar missilistici di allarme precoce?

 

È chiaro che non esiste davvero alcuna urgenza immediata e urgente di difesa che richieda agli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

Detto ciò, con le elezioni di metà mandato che si avvicinano e Trump preoccupato che, se dovesse perdere la Camera, potrebbe essere "finito, finito, finito" (parole sue), potrebbe esserci un'alternativa politica opportuna.

 

Trump ritiene che la sua trovata di catturare il presidente Maduro abbia funzionato bene in patria.

Secondo quanto riportato, ha detto alla sua base di voler vittorie politiche 'di rilievo' prima delle elezioni di metà mandato.

 

"Se Trump dovesse consumare l'acquisto della Groenlandia, quasi certamente si assicurerebbe un posto sia nella storia americana che globale ...

La Groenlandia si estende su circa 2,17 milioni di chilometri quadrati – rendendola paragonabile per dimensioni all'intero Acquisto della Louisiana del 1803 e più grande dell'Acquisto dell'Alaska del 1867. Integrando quella massa di terra nell'attuale superficie degli Stati Uniti e degli Stati Uniti, gli Stati Uniti supererebbero il Canada, posizionando gli Stati Uniti secondi solo alla Russia per dimensione territoriale.

 In un sistema in cui dimensioni, risorse e profondità strategica contano ancora, un tale cambiamento sarebbe interpretato in tutto il mondo come un'affermazione di portata americana duratura", osserva un commentatore.

Probabilmente funzionerebbe bene.

 

Monceau osserva però:

 

"[Che] gli europei si sono appena svegliati, e questa volta sono davvero arrabbiati, affollati per rilasciare comunicati stampa per condannare Trump.

Sento commentatori esortare l'UE a utilizzare lo Strumento Anti-Coercizione, un dispositivo legale entrato in vigore due anni fa, per contrastare la pressione economica degli avversari.

Insistono che l'UE sia più forte di quanto pensi.

Non è il più grande mercato unico e unione doganale al mondo?

 E si considera una superpotenza regolatoria".

 

Durante il fine settimana, Trump ha annunciato ulteriori dazi del 10% dal 1° febbraio, saliti al 25% dal 1° giugno, per otto paesi europei che resistono agli sforzi degli Stati Uniti di acquisire la Groenlandia.

L'UE sta preparando 93 miliardi di euro in dazi di rappresaglia per dare all'Europa la sua potenza di fuoco di ritorsione.

Il Presidente Macron sta sollecitando con forza l'UE ad attivare lo Strumento Anti-Coercizione dell'UE.

 

I funzionari europei stanno anche discutendo 'silenziosamente' di 'possibilità sensibili' che includono la sottrazione delle basi europee degli Stati Uniti, permettendo agli USA di proiettare la propria forza su teatri chiave – in particolare il Medio Oriente.

"Si può tracciare una linea netta intorno agli otto paesi che Donald Trump ha preso di mira per il suo dazio punitivo del 10%:

 Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Regno Unito, Germania, Francia e Paesi Bassi.

Il nord-ovest liberale dell'Europa sta cercando di ostacolare la conquista della Groenlandia da parte di Trump.

Ma ci sono altri 21 stati membri che non sono stati sanzionati", osserva Monceau.

 

"Meloni si separerà dal Presidente per un pezzo di terra lontano e irrilevante per la sicurezza e l'economia dell'Italia?

 E la Spagna? O la Grecia? O Malta e Cipro? E l'Europa orientale?

Will Viktor Orbán, Andrej Babiš e Robert Fico... correre in soccorso dei loro amici liberali in Danimarca?"

 

Il previsto confronto raggiungerà il culmine al WEF di Davos, che si terrà questa settimana, con Trump e un numeroso seguito previsti per oggi (mercoledì).

Almeno un incontro tra funzionari dell'UE e funzionari della NATO con Trump è previsto a Davos.

Potrebbe essere tempestoso.

'Tempestoso', dato che una fonte vicina alle deliberazioni della Casa Bianca riporta che Trump non si sta dirigendo a Davos in modo conciliatorio.

 Piuttosto, Trump intende infliggere una doccia fredda alle persone di autoproclamazione importante, che sono lì radunate.

 Molti tra il pubblico rimarranno sconvolti quando i globalisti, che costituiscono la maggioranza nell'assemblea del WEF, inizieranno a rendersi conto di cosa sta mettendo insieme Trump.

In sostanza, Trump sta assemblando una struttura completamente nuova per le partnership globali che probabilmente finirà con l'obsolescenza funzionale delle Nazioni Unite.

Sta selezionando i leader mondiali tramite l'invito a un 'Global Board of Peace' – Gaza rappresenta semplicemente la sede iniziale.

 

Uno degli aspetti chiave, osserva un osservatore attento della Casa Bianca, è che in questa nuova” Assemblea Globale”, ognuno pagherà le proprie spese.

'Niente passeggeri stavolta. Vuoi sederti al grande tavolo; unirsi al grande club della sovranità; Riuniti con un team di azione reciprocamente rispettoso – poi paga la quota d'ingresso per partecipare'.

 

Alcuni, ma non tutti, in Europa sfoggiano la loro rabbia e parlano di 'resistenza', ma "la verità è che agli europei non importava mai davvero della Groenlandia.

 È stato il primo paese a lasciare l'UE – nel 1985 – molto prima della Brexit.

È una nazione di pesca; il pesce rappresenta oltre il 90% delle sue esportazioni.

 E se n'è andato perché le politiche ittiche dell'UE le avrebbero privato del diritto di gestire le proprie scorte.

La Groenlandia avrebbe potuto essere dell'UE, se avesse voluto davvero mantenerla", scrive Monceau.

 

L'Europa ha la volontà o i mezzi per resistere a Trump?

No, non è così.

Sono gli Stati Uniti, non l'Europa, ad avere il 'bazooka commerciale': l'Europa ha deciso consapevolmente (come parte del progetto Ucraina) di diventare dipendente al 60% dal gas naturale liquefatto americano per la sua energia.

 L'UE sotto la NATO rimane uno stato di guarnigione statunitense con importanti basi statunitensi nei Paesi Bassi, Germania, Spagna, Italia, Polonia, Belgio, Portogallo, Grecia e Norvegia.

 Senza l'ombrello della sicurezza statunitense, il deterrente nucleare dell'UE crolla.

Senza gli Stati Uniti, i Five Eyes sono finiti. (Lo spostamento del Canada verso est potrebbe aver già iniziato la frammentazione della NATO. La fine dei Five Eyes potrebbe rivelarsi molto più importante della fine della NATO).

 

Le capitali europee sarebbero in train di architetturare un piano per costringere Trump a ritirarsi sulle sue richieste di prendere il controllo della Groenlandia dalla Danimarca.

 O meglio, stanno architettando diversi piani e lanciando tutto ciò che hanno contro chiunque possano ascoltare – alimentando forti sospetti che non stiano parlando con una sola voce e che comprendano la debolezza dell'Europa.

 

Il grande rischio, ammettono alcuni funzionari europei, è che tali sfide dirette agli Stati Uniti degenerino rapidamente in una rottura totale della relazione transatlantica, portando forse alla fine della NATO.

Altri sostengono che l'alleanza sia sempre più tossica sotto Trump e che l'Europa debba andare avanti.

 

Ma dietro le quinte – come sempre in questi giorni in Europa occidentale – si trova il 'Progetto Ucraina'.

I membri europei della 'Coalizione dei Volenterosi' sono ancora ossessionati dal costringere Trump ad accettare che le forze militari statunitensi garantiranno le garanzie di sicurezza europee (nell'improbabile caso in cui entri in vigore un cessate il fuoco in Ucraina).

 

Qual è il finale iniziale della 'Groenlandia'?

Trump 'prenderà' la Groenlandia. Nel lungo periodo ciò potrebbe portare allo smembramento dell'Europa e ad alcuni stati europei che adottano politiche di difesa individuali.

 Le élite europee, tuttavia, saranno più intenzionate a preservare la NATO e la parvenza di essere 'alleati' americani, che a 'salvare la Groenlandia'.

 

 

 

Vivere in Cina, Parte 2:

Gli Svantaggi

Non è tutto rose e fiori.

 Unz.com - Walt King – (25 gennaio 2026) – ci dice:

Ad aprile dello scorso anno, commissionato originariamente da Ron Unz della Unz Review, ho scritto un articolo esteso intitolato “Vivere in Cina” basato su quasi 20 anni di esperienza, l'ultimo dei quali è stato quello di cinque anni di residenza permanente a Shenzhen, oltre alle vacanze all'estero.

Ho detto allora che la Cina è probabilmente il miglior paese in cui vivere secondo la mia esperienza, e questa è ancora la mia opinione.

I trasporti pubblici sono i migliori al mondo, locali e a lunghissima distanza.

L'assistenza sanitaria di prim'ordine e a basso costo, mi ha salvato la vita due volte.

 Praticamente nessun crimine e pochissimi episodi di sparatoria –“ Deep seek” ne ha trovati solo tre in 20 anni, mentre apparentemente la polizia statunitense spara a qualcuno ogni sette minuti (Lee Camp).

 Basso costo della vita – cibo, carburante e acqua a basso costo – e scaricare vicina a zero.

Un governo che lavora per il suo popolo e non per lo 0,01%.

Puoi indossare la tua maglietta Palestine senza farti arrestare.

E questo senza contare il clima tropicale nel sud con un'estate di nove mesi!

Ma te l'ho già detto.

Tuttavia, nessun luogo è perfetto e non cercare di sorvolare sulle imperfezioni.

Oggi voglio concentrarmi prima su tre delle difficoltà della vita in Cina e concludere con tre restrizioni meschine che sono state quasi costringenti a cacciarci dalla Cina continentale.

 

Innanzitutto, illustrerò brevemente le tre principali irritazioni con video molto brevi, di appena un minuto ciascuno.

 Attualmente stiamo affittando una casa, la porta d'ingresso si apre sul giardino, una vera liberazione, ma nel condominio in cui vivevamo prima c'erano circa 30 piani con un totale di 90 porte tagliafuoco.

 Non ho esaminato tutti, ma tutti quelli che ho controllato era noti permanentemente da residenti idioti.

Togliendo quel mucchio di cartone sarebbe stato sostituito da qualche idiota senza cervello entro un'ora, e dato che i meccanismi di chiusura erano stati tutti distrutti dal blocco permanente, le porte non si sarebbero più chiuse da sole.

 

Piano 9, Nanyuan Fengye Gongyu, Viale Nanshan, Shenzhen.

 

La Legge sulla Protezione Antincendio della Repubblica Popolare Cinese impone che le porte tagliafuoco debbano rimanere chiuse per prevenire la diffusione di fuoco e fumo.

Tenerle aperte viola l'articolo 28.

 La legge ritiene responsabili sia i residenti che la società di gestione immobiliare e possono essere applicate multe a entrambi in caso di mancato rispetto della legge.

Ma né i vigili del fuoco né la gestione degli edifici effettuano ispezioni.

Nelle conversazioni con altri espatriati qui ho imparato che il problema è universale.

Una volta mi sono lamentato con l'ufficio comunitario locale, hanno visitato il blocco e parlato con la direzione, la cui risposta è stata di affiggere quegli avvisi che ordinavano alla gente di chiudere le porte.

E nulla cambiò.

Suppongo che ci vorrà un altro incendio qui come quello di Hong Kong lo scorso novembre, prima che qualcosa cambi.

 

Mi chiedo quante porte tagliafuoco funzionassero lì.

 

Ci sono milioni di monopattini elettrici a Shenzhen.

 Non è un'esagerazione, praticamente tutti sembrano averne uno, e devono essere guidati sui marciapiedi, anche se molti viaggiano anche sulle strade, e nulla in Cina con meno di quattro ruote rispetta le norme stradali, i semafori, anche al punto di andare sul lato sbagliato, quindi bisogna ricordarsi di guardare in entrambe le direzioni quando si entra su un attraversamento.

 Viaggiano fino a 30 mph sull'asfalto (marciapiede) e sterzeranno verso di te per il minimo spazio, anche se questo significa sfiorarti la spalla con uno specchietto.

I passeggeri, molti dei quali sono fattorini che si affrettano a raggiungere la loro quota, spesso guardano i loro telefoni mentre corrono a tutta velocità.

Di conseguenza, non è più sicuro camminare in molte zone di Shenzhen.

Sono stato colpito da loro numerose volte, ma alcuni amici hanno subito gravi infortuni.

 Nell'ultima clip del video successivo, i semafori stradali sono appena diventati rossi per dare ai pedoni la possibilità di attraversare.

Nota la luce verde pedonale ovunque.

 

C'è una mania per l'erezione di recinzioni inutili ovunque, almeno a Shenzhen, che possono causare lunghe deviazioni per i pedoni che vogliono semplicemente raggiungere l'altro lato della strada.

 A volte prendere la metropolitana è l'unico modo.

Una volta avevamo un attraversamento pedonale segnalato tra la fermata dell'autobus e l'ingresso del nostro complesso residenziale, ne potete vedere i resti qui, ma ora ci vogliono 600 metri a piedi per arrivare al semaforo e tornare indietro.

 

OK: un ulteriore fastidio.

 Fumare nei luoghi pubblici al chiuso è generalmente illegale, ma è ancora una pratica comune;

fumare è ancora diffuso in Cina, almeno tra gli uomini, eppure chi dovrebbe avere il controllo non fa mai rispettare la regola, nemmeno se gli viene chiesto.

Lo stesso vale per la vendita di sigarette e alcolici ai minori, illegale dal 2006.

Ci sono posti sulla metropolitana riservati ad anziani e disabili, ma sono regolarmente occupati da altri che non li cedono mai a chi è in piedi e ha diritto a sedervi, e anche gli inservienti che si aggirano non agiscono mai.

Molti passeggeri non sanno ancora da che parte della scala mobile mettersi per permettere a chi ha fretta di passare a sinistra.

Non assisterete mai a nessuno di questi comportamenti a Hong Kong.

 

Ok, ok, mi fermo qui.

 

Quindi possiamo vedere che, sebbene la Cina abbia delle leggi, sotto molti aspetti è carente dello stato di diritto.

Ma in certi altri aspetti ha regole meccaniche che non esistono in molti altri paesi, ma che sono rigidamente applicate.

Tendono al controllo e alla irreggimentazione maniacale, e alcune di queste cose ci hanno costretto a considerare di tornare a casa in un altro territorio.

Innanzitutto, una volta avevo una patente cinese, ma non sono riuscito a rinnovarla una volta raggiunta una certa età e così ho venduto la mia auto.

Sebbene questo requisito sia stato in parte allentato, le patenti per gli over 70 ora richiedono un rinnovo annuale con notevoli requisiti burocratici – sembra che rifare un esame ogni anno – e quindi, anche se vorrei comprare una roulotte per un lungo giro del paese, sapere che la patente potrebbe essere ritirata entro meno di un anno lasciandomi un veicolo da smaltire è un enorme scoraggiamento, quindi quella fu la prima spinta altrove, ma da allora ho trovato una soluzione soddisfacente per l'esplorazione motorizzata in un altro paese (vedi punto successivo).

Quindi qui per noi è solo trasporto pubblico (mia moglie non vuole guidare), che ammetto che è molto positivo, ma manca della flessibilità della proprietà personale.

 

Ho comprato una barca a Hong Kong dieci anni fa.

Navigando intorno a Hong Kong, ti rendi presto conto che non ci vuole molto per visitare praticamente ovunque valga la pena visitare, ma ovviamente la costa cinese è vicina ed estesa e potresti pensare che offra un'alternativa gradita per crociere prolungate?

Non essere sciocco.

Ecco solo un breve consiglio di “Deep Seek” per chiunque stia pensando di provarci, in particolare da Hong Kong.

 

1. Assumere un agente locale:

questo è il passaggio più cruciale.

Un agente locale di spedizioni o yachting gestirà le complesse pratiche burocratiche con l'MSA, la dogana e il controllo di frontiera per qualsiasi viaggio, in particolare quelli che attraversano la Cina continentale, Hong Kong o Macao.

 

2. Presentare un piano di viaggio:

è necessario presentare un piano di navigazione dettagliato alla MSA prima della partenza, che includa l'itinerario, l'orario di arrivo previsto, l'elenco dell'equipaggio e la lista dei passeggeri.

 

E così via.

Anche l'accesso a gran parte della costa è severamente limitato, e il porto turistico di Shenzhen è assolutamente vietato alla plebe, dato che l'iscrizione costa circa 100.000 dollari all'anno.

Non ho mai visto una barca entrare o uscire da lì, sembrano solo palazzi galleggianti del gin.

Così, in breve tempo, abbiamo trasferito la barca nelle Filippine e negli ultimi nove anni abbiamo esplorato a fondo le 7.000 isole.

Non siamo mai stati a conoscenza di aree soggette a restrizioni, a parte le riserve naturali per pesci e coralli, che sono delimitate.

Anche con le normative recentemente aggiornate, tutto ciò che dobbiamo fare è contattare telefonicamente la guardia costiera all'arrivo e alla partenza, se ce n'è una in loco; a volte escono e c'è un modulo da compilare.

E questo è tutto.

 E vale la pena concludere con l'osservazione che a Hong Kong non ci sono controlli di questo tipo, che, ricordiamo, fa parte della Cina.

Sembra che se la cavino benissimo lì senza.

 

Comunque, dopo tutto questo tempo, come Hong Kong, abbiamo visto praticamente tutta la costa filippina che vogliamo vedere entro una distanza ragionevole dal nostro ormeggio, abbiamo messo in vendita la barca, ma essendo attratti dal paese abbiamo affittato un bungalow con tre camere da letto sul mare per 425 dollari al mese e comprato un'auto che può essere guidata con la mia patente britannica per fino a tre mesi alla volta senza limiti di età.

Una licenza filippina derivata da essa è un'opzione.

Quindi ora visitiamo la terra lì invece che il mare, e la Cina per niente.

C'è pochissimo traffico automobilistico lontano dalle città principali, è come guidare di nuovo negli anni '60.

È la nostra seconda casa per le vacanze.

Proprietà permanente! Mari caldi e azzurri e spiagge di sabbia bianca! Noci di cocco in giardino!

 

La mia carriera di una vita è stata come elettrochimico.

 L'elettrochimica è dove l'elettricità incontra la chimica, e se questo suona oscuro, beh, avete tutti sentito parlare delle batterie.

 Sebbene in pensione per alcuni anni, sono stato tentato di tornare l'anno scorso, dato che la Cina, avendo raggiunto il dominio mondiale con il trasporto a batteria, sta passando alle celle a combustibile a idrogeno per veicoli a lunga distanza e pesanti, che necessitano di elettro catalizzatori a basso costo al posto del platino sempre più costosi per consentire un'applicazione estesa, e sviluppato tali per il catodo ad aria era proprio il mio argomento di dottorato molti anni fa, ma poi il Regno Unito ha perso interesse a sostenere la scienza e la tecnologia avanzata più o meno in quel periodo, quindi ho dovuto trovare un'altra carriera.

 

All'inizio dell'anno scorso ho iniziato, ma mi sono subito reso conto che non potevo ottenere nulla, poiché in Cina la fornitura di sostanze chimiche è rigidamente controllata.

Qualsiasi cosa che possa potenzialmente danneggiare proprietà, vite o arti o che possa essere potenzialmente utilizzata per produrre esplosivi è praticamente impossibile da reperire. Quindi, qual è la soluzione?

 

Fatelo a Hong Kong.

Hong Kong offre il meglio di entrambi i mondi, perché pur essendo parte della Cina, gode di libertà che nella Cina continentale si possono solo sognare:

 internet illimitato senza VPN e una bassa tassazione sono solo due delle altre due.

Oh, e niente monopattini elettrici sui marciapiedi. Sembra un bel posto in cui vivere, eh?

In realtà stavamo anche progettando di trasferirci a Hong Kong, ma purtroppo è presto emerso un ostacolo.

 Il prezzo delle case lì è orribile, è il più caro al mondo, e un breve sondaggio vi dirà che si tratta per lo più di robaccia troppo costosa.

 Per circa 1.000.000 di dollari potete scegliere tra un loft microscopico e nuovo o una rovina di sessant'anni di dimensioni ragionevoli.

Ecco un esempio assolutamente tipico in un quartiere non proprio speciale.

8.000.000 di dollari di Hong Kong equivalgono quasi esattamente a 1.000.000 di dollari USA per un monolocale, e 426 piedi quadrati equivalgono a 40 metri quadrati:

diciamo 8 x 5!

Il nostro appartamento con tre camere da letto a Shenzhen costa più o meno la stessa cifra, è più del doppio delle dimensioni, e mi sembra angusto.

Beh, potreste dire, perché non affittare?

 Un tipico immobile pubblicizzato simile a quello sopra, di circa 35 metri quadrati, vi costerebbe circa 2.500 dollari USA al mese.

Sono circa 70 dollari al metro quadro. La casa filippina qui sopra ci è costata – udite udite – circa 5 dollari al metro quadro. E ha anche un bel giardino anteriore.

 

È pazzesco.

 

Quindi per ora farò il pendolare per qualche giorno a settimana a Hong Kong da Shenzhen.

 È un'ora di traghetto da “Shekou”, poi mezz'ora di viaggio in MTR.

 In realtà è più economico usare hotel a basso costo così che affittare un ripostiglio lì dove vivere.

E sebbene i prezzi siano in costante calo da diversi anni, hanno ancora molta strada da abbassare prima che abbia senso pagarli. E come potete vedere, le tre forze che minacciano di spingerci a vivere altrove sono state affrontate: fallo nelle Filippine, fallo nelle Filippine, fallo a Hong Kong. Ma vivono nella Cina continentale.

 

Quindi la nostra casa principale continuerà ad essere a Shenzhen, almeno finché non sarà troppo pericoloso camminare lì.

Se ti piace ma non riesce a farlo – è il permesso di lavoro o il matrimonio con un cinese – Hong Kong, nonostante tutti i suoi svantaggi, resta comunque un'opzione piuttosto attraente e la scelta migliore sarebbe Wan Chai, senza dubbio.

È la parte migliore di Hong Kong, e conserva ancora molte delle gioie che sono state sterminate a Shekou negli ultimi 13 anni (cioè da quando Xi Jinping è diventato leader).

 

Una strada a Wan Chai.

 

Wikipedia accenna alle gioie del distretto: nota anche i nomi delle strade che onorano ex eroi e cattivi britannici, indicativo anche di come l'ex colonia sia rimasta praticamente invariata dalla consegna nel 1997.

La zona verso l'estremità occidentale di “Lockhart Road”, che comprende una piccola parte della parallela “Jaffe Road”, è uno dei due principali quartieri dei bar dell'isola di Hong Kong (l'altro è il più esclusivo Lan Kwai Fong a Central).

Un tempo considerata principalmente un quartiere a luci rosse, quest'area è ora più diversificata, con bar, pub, ristoranti e discoteche.

Tuttavia, alcuni dei bar più sfacciati sono ancora presenti, con le porte adornate da donne provenienti da Thailandia e Filippine.

Il famoso romanzo e film "Il mondo di Suzie Wong" ha ambientato molte scene in questa zona.

 

Nancy Kwan nel mondo di Suzie Wong, 1960.

 

Ci sono due bar con musica dal vivo degni di nota, l'Amazonia e il The Wanch a Luard.

 L'Amazonia ospita due delle migliori band, ma è infestato da prostitute filippine.

Se andate da soli, preparatevi a doverle mandare a quel paese. A meno che, ovviamente...

Bene, comunque concludiamo con “Rafunzel” che suona all'Hotel California all'Amazzonia.

Ecco qua.

Devo confessare che gli ultimi tre svantaggi non sono un problema per te se non sei vecchio, non hai uno yacht e non sei un chimico in attività.

Quindi vai avanti e vivi in Cina, se riesci a organizzarlo.

Altrimenti, come ho scritto in un articolo precedente, a seconda di dove vivi, in caso di Cina potresti avere diritto a un visto di tre mesi a Hong Kong all'arrivo, sei mesi con passaporto britannico, poi fai semplicemente una corsa per il visto a Macao o anche a Shenzhen e ricominci da capo.

Forse allora, una notte, ci vediamo lì. 

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