Assalto alla democrazia.
Assalto
alla democrazia.
Assalto
alla democrazia in nome
del
futuro tra esultanza e discredito.
Ilmanifesto.it
– (30 -12 – 2026) - Daniele Archibugi – ci dice:
Scaffale
«Tecno - monarchi», per Donzelli l’ultimo volume firmato dallo storico delle
idee “Alessandro Mulieri”.
Da
Curtis Yarvin a Peter Thiel e Elon Musk: indagine tra gli ideologi della nuova
destra.
Mema.
La
secolare marcia dei diritti umani non solo si è arenata, ma è regredita.
I
Paesi con un governo eletto sono per la prima volta dal 1990 diminuiti e la
qualità della democrazia – misurata da organizzazioni quali l’ “International
Institute for Democracy and Electoral Assistance “– si è deteriorata.
La convivenza civile è peggiorata non solo in
Paesi che si erano messi in marcia da poco – Russia, Turchia, Ungheria,
Argentina – ma anche in quelli che per tutto il dopoguerra sono stati i
paladini, per quanto ipocriti, della libertà, primo tra tutti gli Usa.
UN
COLLASSO COSÌ REPENTINO della lunga marcia per la dignità e l’autogoverno
aperta con le grandi rivoluzioni della fine del Settecento era forse
inaspettato.
Ma
come si collega la nuova deriva autoritaria con le grandi trasformazioni
tecnologiche che stiamo oggi sperimentando?
Alcune
grandi imprese dominano i mercati mondiali – assai più per valore di mercato
che per fatturato, vendite o occupazione – grazie ad un incredibile
investimento in innovazione.
Nelle
tecnologie digitali, sono riuscite in meno di un ventennio a raggiungere una
concentrazione di mercato che in altri settori, ad esempio l’automobilistico,
si è conseguita in 120 anni.
Ciò
che le rende più temibili delle corporations del passato è quanto siano entrate
nella vita delle persone:
cellulari,
social networks, programmi per le email, browsers Internet, satelliti e
quant’altro sono oggi controllati da un ristrettissimo gruppo di imprenditori
ultra-miliardari.
Il
potere tecnologico di pochi magnati è responsabile della decadenza politica dei
nostri tempi?
Secondo
Alessandro Mulieri (Tecno-monarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco
della democrazia, Donzelli, pp. 208), i neo-capitalisti trovano ispirazione nel
pensiero di singolari ideologi finora disprezzati perché antidemocratici e
razzisti, ma che ora hanno il proprio momento di gloria perché hanno ispirato
Trump e i suoi alleati.
DA
STORICO DELLE IDEE, “Mulieri” ha la pazienza di considerare tre pensatori
dell’ultradestra.
Il
primo, “Curtis Marvin”, è un blogger reazionario che ha preso posizione contro
le politiche per l’uguaglianza sostenendo che chi predica la parità politica è
nel migliore dei casi ipocrita e nel peggiore in malafede.
Possiamo
dargli torto?
Ma se i paladini della democrazia ne deducono
che bisogna agire per trasformare l’uguaglianza da formale a sostanziale, Marvin
la pensa all’opposto, sostenendo che bisogna garantire a chi ha migliori
dotazioni genetiche (ad esempio perché ha un più alto quoziente intellettuale o
perché viene da una razza eletta) di accedere alle posizioni di comando.
Si
potrà dire che Marvin è un personaggio screditato nonostante i milioni di
followers.
Ma non
la pensa diversamente “Peter Thiem”, uno dei miliardari del dot.com,
attivissimo come imprenditore della Silicon Valley, ma che pontifica anche di
politica ed economia.
Uno
dei suoi temi preferiti è l’elogio dei monopoli e la lotta contro le politiche
antitrust.
Secondo
lui, gli imprenditori geniali devono mirare a ad aumentare il proprio potere di
mercato, e guai se il governo interferisce per proteggere i consumatori.
Thiem se la prende addirittura con il diritto
di voto alle donne giacché sono troppo inclini a sostenere i programmi di
assistenza pubblica.
MA
FORSE IL PIÙ CHIARO legame tra il pensiero anarco-capitalista e il potere
economico lo fornisce “Hans-Hermann Hopper”, che un quarto di secolo fa
pubblicò una sconclusionata requisitoria contro la democrazia.
Mulieri
mostra che, per quanto non sia mai citato, le idee di questo ultraliberista
siano riprese dall’uomo più ricco del mondo, Elon Musk.
Anche
lui, esplicitamente razzista, avversario della democrazia e del ruolo dello
Stato nella vita economica e sociale.
Per
quanto breve, la sua presenza nel governo di Trump, ha lasciato una traccia
profonda tentando di sfasciare il settore pubblico con il “Department of
Government Efficiency”, il famigerato “Doge”.
Questi
autori inquietanti sono stati sdoganati e le loro proposte legittimano quel che
fanno le imprese più ricche e il governo più potente del mondo.
Chi si
dichiara contrario al razzismo è accusato di essere «woke», chi difende la
democrazia è bollato come arretrato.
L’imprenditore superuomo è additato come profeta della
nuova era.
Chi
combatte questa ideologia nei campus americani rischia il posto di lavoro, e
chi protesta può essere segregato e deportato.
Dal
Discorso di Trump a Davos:
“Voglio
che l’Europa Faccia Grandi Cose!”
Conoscenzealconfine.it
– (25 Gennaio 2026) – Renovatio21.com – Trump - ci dice:
Al di
là dei contenuti, tutti di rilevanza assoluta, emerge l’assoluta, sfrontata
libertà con cui “The Donald” accusa e canzona i buro-plutocrati accorsi alla
kermesse di Davos.
Emerge
anche la fine dell’Europa, mollata di fatto dalla Casa Bianca, e ora costretta
a deambulare nel mondo tra i suoi costrutti cervellotici e liberticidi e gli
impulsi guerrafondai e suicidi.
Forse,
è arrivata finalmente al termine l’Unione Europea e con essa, c’è da sperare,
la NATO.
“Poco
più di un anno fa, sotto la guida dei “Democratici di sinistra radicale”,
eravamo un Paese morto. Ora siamo il Paese più in voga al mondo.
Infatti,
l’economia degli Stati Uniti è sulla buona strada per crescere al doppio del
tasso previsto dal FMI [Fondo Monetario Internazionale] lo scorso aprile.
E con
le mie politiche di crescita e tariffarie, dovrebbe essere molto più alta –
credo davvero che potremo arrivare molto più in alto.
E
questa è un’ottima notizia, ed è un’ottima notizia per tutte le nazioni.
Gli
Stati Uniti sono il motore economico del pianeta.
E
quando l’America prospera, prospera anche il mondo intero.
È la storia.
Quando
le cose vanno male, va male tutto… Voi tutti ci seguite in discesa e ci seguite
in salita.
E
siamo a un punto in cui non siamo mai stati, non credo che ci siamo mai stati,
non avrei mai pensato che potessimo farcela così in fretta.
La mia più grande sorpresa è che pensavo ci
sarebbe voluto più di un anno, forse un anno e un mese, ma è successo molto
velocemente.
Questo
pomeriggio vorrei discutere di come abbiamo raggiunto questo miracolo
economico, di come intendiamo elevare il tenore di vita dei nostri cittadini a
livelli mai visti prima.
E forse di come anche voi, e i luoghi da cui
provenite, possiate fare molto meglio seguendo quello che stiamo facendo noi.
Perché
certi luoghi in Europa non sono nemmeno più riconoscibili, francamente, non lo
sono più.
E
possiamo discuterne, ma non c’è discussione.
Gli amici tornano da posti diversi – non
voglio insultare nessuno – e dicono:
“Non riconosco più quel paese”, e non lo dico
in senso positivo.
È in senso molto negativo.
E io
amo l’Europa, e voglio che l’Europa vada bene, ma non sta andando nella giusta
direzione.
Negli
ultimi decenni, a Washington e nelle capitali europee è diventato opinione
diffusa che l’unico modo per far crescere un’economia occidentale moderna fosse
attraverso una spesa pubblica in continua crescita, migrazioni di massa
incontrollate e importazioni dall’estero senza fine.
L’opinione
generale era che i cosiddetti lavori sporchi e l’industria pesante dovessero
essere trasferiti altrove, che l’energia a prezzi accessibili dovesse essere
sostituita dalla “Green New Spam” e che i paesi potessero essere sostenuti importando
popolazioni nuove e completamente diverse da terre lontane.
Questa
è stata la strada che l’amministrazione del “sonnolento Joel” Biden e molti
altri governi occidentali hanno seguito in modo molto sconsiderato, voltando le
spalle a tutto ciò che rende le nazioni ricche, potenti e forti – e c’è così
tanto potenziale in così tante nazioni.
Il
risultato è stato un deficit di bilancio e commerciale record e un crescente
deficit sovrano, causato dalla più grande ondata migratoria di massa nella
storia dell’umanità.
Non
abbiamo mai visto niente di simile.
Francamente,
molte parti del nostro mondo vengono distrutte sotto i nostri occhi, e i leader
non capiscono nemmeno cosa sta succedendo – e quelli che lo capiscono non
stanno facendo nulla al riguardo.
Praticamente
tutti i cosiddetti esperti avevano previsto che i miei piani per porre fine a
questo modello fallimentare avrebbero innescato una recessione globale e
un’inflazione galoppante.
Ma
abbiamo dimostrato che si sbagliavano.
Anzi, è esattamente il contrario.
In un anno, il nostro programma ha prodotto
una trasformazione come l’America non vedeva da oltre 100 anni.
Invece
di chiudere le centrali elettriche, le stiamo riaprendo.
Invece di costruire pale eoliche inefficaci e
in perdita, le stiamo smantellando e non ne approviamo nessuna.
Invece di dare potere ai burocrati, li stiamo
licenziando.”
“Voglio
che l’Europa Faccia Grandi Cose!”
“Voglio
che il Regno Unito faccia grandi cose.
Si
trovano su una delle maggiori fonti di energia al mondo e non la usano.
Anzi, i prezzi dell’elettricità sono aumentati
del 139%.
Ci sono mulini a vento in tutta Europa. Ci
sono mulini a vento ovunque, e sono in perdita.
Una
cosa che ho notato è che più mulini a vento ha un Paese, più soldi perde, e
peggio va.
La
Cina produce quasi tutti i mulini a vento, eppure non sono riuscito a trovarne
nemmeno uno là.
Ci
avete mai pensato?
È un
buon modo di vedere la cosa. Sono intelligenti.
La
Cina è molto intelligente. Li costruiscono.
Li
vendono a caro prezzo. Li vendono agli stupidi che li comprano, ma non li usano
per sé stessi.
Hanno
costruito un paio di grandi parchi eolici.
Ma non
li usano.
Li
costruiscono solo per mostrare alla gente come potrebbero essere. Non spendono.
Non fanno niente.
Usano
principalmente una cosa chiamata carbone.
La Cina punta sul carbone. Punta sul petrolio
e sul gas.
Stanno iniziando a considerare un po’ il
nucleare, e se la cavano benissimo.
Fanno
una fortuna vendendo i mulini a vento, però, sono rimasti scioccati dal fatto
che continuino ad essere richiesti.
Sono scioccati dal fatto che la gente continui
a comprare quelle maledette cose.
Hanno
ucciso gli uccelli. Hanno rovinato i vostri paesaggi.
Le
conseguenze di queste politiche distruttive sono state gravissime, tra cui una
crescita economica inferiore, un tenore di vita più basso, tassi di natalità
più bassi, un’immigrazione più destabilizzante dal punto di vista sociale, una
maggiore vulnerabilità ad avversari stranieri ostili e forze armate molto,
molto più ridotte.”
“Gli
Stati Uniti Hanno Molto a Cuore i Cittadini Europei. Davvero…”
“Voglio
dire, guarda, io provengo dall’Europa: Scozia e Germania.
100% Scozia, mia madre. 100% Germania, mio
padre.
E crediamo profondamente nei legami che
condividiamo con l’Europa come civiltà.
Voglio
vederla prosperare. Ecco perché questioni come l’energia, il commercio,
l’immigrazione e la crescita economica devono essere preoccupazioni centrali
per chiunque voglia vedere un Occidente forte e unito.
Perché l’Europa e i suoi paesi devono fare la
loro parte. Devono uscire dalla cultura che hanno creato negli ultimi 10 anni. È orribile quello che si stanno
facendo. Si stanno distruggendo. Sono posti bellissimi, bellissimi…
Vogliamo
alleati forti, non gravemente indeboliti. Vogliamo che l’Europa sia forte.”
(renovatio21.com/il-discorso-di-trump-a-davos/).
Slow
news.
2024,
assalto alla democrazia.
Ugotraballi.blog.ilsole24ore.com
– (1°Gennaio 2024) – diplomacy – Ugo Traballi – ci dice:
Elezioni,
la prova più evidente di libertà e democrazia.
In Africa dopo la fine dell’era coloniale,
nell’Europa dell’Est dopo il crollo sovietico, in Iraq e in Afghanistan dopo la
“liberazione” americana, in Libia dopo Gheddafi.
La
corsa alle urne è sempre stato il grido di libertà di un popolo.
Spesso
tuttavia, il risultato ha minacciato, a volte vanificato quell’aspirazione.
Il
2024 sarà un anno decisivo per comprendere lo stato della democrazia nel mondo.
Si voterà in 62 paesi con una popolazione
complessiva di quattro miliardi di abitanti, poco meno della metà del genere
umano.
Stati Uniti, Gran Bretagna, Iran, Taiwan,
India, Indonesia, Messico, Corea del Sud, Pakistan.
Per le
presidenziali, le legislative o le amministrative, voteranno 16 paesi africani,
11 asiatici, 22 europei, 9 americani, 4 in Oceania.
È
possibile che si svolgano anche consultazioni anticipate, ora non previste.
Forse in Israele, dopo la fine della guerra di
Gaza e la discutibile guida di Benjamin Netanyahu.
Forse
ancora in Argentina se il radicale esperimento di Javier Mieli provocherà una
catastrofe sociale peggiore delle crisi economiche provocate dai suoi
predecessori.
In
Europa si voterà per il rinnovo del Parlamento dell’Unione: un test decisivo
per capire quanto il centro- destra o il centro-sinistra continentali (forse
insieme) conterranno i crescenti nazional-populismi di estrema destra.
Il risultato determinerà il cammino
dell’Unione e influenzerà il destino delle democrazie liberali di diversi paesi
europei.
In
ogni elezione è la qualità della democrazia ad essere in gioco.
Non in
casi come le presidenziali di marzo nella Russia di Vladimir Putin, dove non
c’è nulla di tutto questo ma, al contrario, qualcosa di tragico. Passano i
secoli ma gli strumenti del potere restano sempre gli stessi: guerre imperiali
contro i popoli confinanti e gulag nel gelo per i sudditi russi.
Lo facevano gli zar, poi Stalin e ora Putin:
ripetitivamente, con le stesse modalità repressive su un popolo cloroformizzato
da secoli, ormai politicamente abituato alla sua condizione servile.
In un
mondo perfetto il voto dovrebbe essere il punto d’arrivo di un lungo processo
democratico.
Prima si dovrebbero creare una società civile,
un sistema educativo, giudiziario e stampa indipendenti.
Spesso il risultato finale di una repentina
corsa al seggio è corruzione, autocrazia, scontri etnici e religiosi, la
tirannia della maggioranza sulla minoranza.
Negli
Stati Uniti non sempre è la maggioranza degli americani che elegge il
presidente.
Il “voto elettorale” più importante del “voto
popolare” consente la vittoria della minoranza (di solito repubblicana) sulla
maggioranza: nel 2000 Al Gore e nel 2016 Hillary Clinton conquistarono la
maggioranza dei voti su George W. Bush e Donald Trump ma non quella dei collegi
stato per stato.
Alla
fine le dinamiche di un processo politico richiedono una forma di
rappresentatività popolare:
una
legittimità, una leadership che avviino il processo di costruzione di una
comunità civile.
Per
questo anche le dittature, come quella di Putin, del venezuelano Nicolás Maduro
o del bielorusso Alexandr Lukashenko, hanno sempre bisogno di giustificare il
loro potere con un voto, per quanto fasullo.
L’arretramento
della democrazia è la realtà di questa fase della politica globale.
Dopo la sua grande espansione alla fine della
Guerra Fredda, le libertà sono declinate.
Freedom
House sostiene però che sia iniziata una svolta a favore della democrazia.
Per l’annuale Indice sulla democrazia dell’”Economist
Intelligent Unit”, si tratta solo di una stasi di un declino apparentemente
inarrestabile.
Gli
appuntamenti elettorali del 2024 serviranno per capirlo.
Se
Maduro accetterà elezioni trasparenti che segnerebbero la fine del suo
fallimentare decennio di potere.
O se
in Tunisia saranno confermate la presidenza di Kaïs Saïed e il declino
dell’unica democrazia nata dalle Primavere arabe.
Una
prova di maturità del Sudafrica ereditato da Nelson Mandela, sarebbe la
sconfitta dell’”African National Congress” al voto di aprile: se dopo 30 anni
di potere del partito della liberazione dall’apartheid, ne vincesse uno senza
caratteristiche razziali.
Negli
anni l’Anc è diventato più simbolo di corruzione che di democrazia. Cyril
Ramaphosa, presidente uscente, ha dovuto ammettere lo “state of disaster” nel
quale versa il paese.
Ma a causa dei contrasti fra le opposizioni,
anche loro incapaci di rappresentare un’alternativa multi-razziale, la prova di
maturità sarà rinviata di altri cinque anni.
A
primavera si vota anche In India.
Non ci
sono dubbi sulla terza vittoria consecutiva di Narendra Modi e del Bjp, il suo
partito nazionalista hindu:
il
consenso è attorno al 75%.
Al voto del 2019 parteciparono 912 milioni di
elettori e 677 partiti, il 780% più delle prime consultazioni del 1952.
Data
la crescita demografica, le prossime avranno più elettori, più candidati e più
partiti.
La
questione tuttavia è se la più grande democrazia del mondo continuerà ad essere
la democrazia conosciuta fino ad ora.
A
preservarla è stata una Costituzione molto avanzata per una comunità che,
quando fu approvata, aveva l’85% di analfabeti.
Secondo B.R. Ammendar, che la scrisse, l’India
era “una collezione di minoranze: un insieme di caste, religioni, etnie e
lingue”.
È il
riconoscimento di questo mosaico che ha tenuto unito il paese.
Il Bjp
vuole invece trasformare l’India nel paese della maggioranza hindu.
Modi può raggiungere la percentuale elettorale
necessaria per farlo, stravolgendo il capolavoro dei padri costituenti.
Ma è
martedì 5 novembre che ci sarà l’elezione delle elezioni: le presidenziali
americane.
Nell’America che conoscevamo, un candidato con
91 capi d’accusa in quattro procedimenti penali sarebbe già stato interdetto
dai pubblici uffici.
Negli
stessi Stati Uniti un presidente di 81 anni non si sarebbe candidato per un
secondo mandato alla fine del quale avrebbe 86 anni:
l’età di un nonno o di un tiranno, diceva
Nelson Mandela.
Niente
aprirebbe una crisi profonda per la democrazia in America, in Occidente e nel
resto del mondo, quanto una vittoria di Donald Trump.
C’è
infine un altro pericolo:
l’uso improprio dell’Intelligenza Artificiale.
Alcuni pessimi esempi sono stati già dati.
Come e
quanto cambierà i modelli di linguaggio delle elezioni del 2024? Chiedendoselo con una certa
preoccupazione, l’Economist pensa tuttavia “di credere che l’AI non sia sul
punto di distruggere 2.500 anni di esperimenti umani con la democrazia”.
l
disastro “ambientale” nel Sud e in Sardegna e la questione
ignorata
della geoingegneria.
Lacrunadellago.net
– Cesare Sacchetti – (26/01/2026) – ci dice:
In
Sicilia, sono ancora increduli, sconvolti dalla portata degli eventi
atmosferici che hanno colpito questa isola, assieme alla Calabria e alla
Sardegna.
Interi
massi si sono abbattuti sulle coste siciliane.
Le
acque dei mari che bagnano Sicilia e Calabria hanno invaso le strade delle due
regioni, trascinando via tutto quello che trovavano sulla propria strada.
A
Crotone, le scene sono ancora forse più inquietanti, da film dell’orrore,
quando la forza delle acque ha fatto precipitare in un burrone delle bare di un
vicino cimitero, a dimostrazione dell’incredibile forza dell’evento atmosferico
che ha colpito il Sud Italia e la Sardegna.
Le
bare sono finite dentro un cimitero a Crotone.
I meteorologi
lo hanno definito come un evento climatico rarissimo, un ciclone, chiamato per
motivi sconosciuti “Harry”, la cui portata e devastazione non si era mai vista
prima nel Mediterraneo, dopo che onde di 17 metri si sono abbattute sulle
regioni interessate, seminando la devastazione che si è potuta vedere in alcune
immagini.
Gli
organi di stampa non hanno mostrato la portata del disastro.
L’Italia
si è trasformata per due giorni nell’Australia o in un’ isola dei Caraibi,
eppure ai media non interessa, forse perché nelle redazioni dei quotidiani le
direttive sono quelle di non mostrare le sofferenze del Paese reale, ormai
sempre più nascosto, sostituito da un tappeto di “notizie” inutili e di
propaganda contro l’amministrazione Trump e l’odiata Russia.
Harry
riporta però nel cuore del dibattito una questione a lungo troppo ignorata e
che sta diventando sempre più di primaria importanza per la sicurezza
dell’Italia e degli altri Paesi europei.
Si
tratta della questione della geoingegneria.
Negli
anni passati, i vari organi di stampa e alcuni fantomatici “scienziati” si sono
trincerati dietro un esercizio consolidato, ovvero quello di liquidare la
faccenda come una sorta di boutade nata sulle reti sociali, mentre invece
questo nuovo ramo climatico è tremendamente serio, con gravi conseguenze per la
salute e l’atmosfera.
Le
origini della geoingegneria: il primo esperimento nel 1916.
Se si
vuole risalire alle origini del fenomeno, si scopre che il libro della
geoingegneria è in realtà ben più antico di quello che si pensi.
Il suo
primo capitolo è stato scritto nel 1916, quando negli Stati Uniti, iniziarono
una serie di esperimenti per provare a causare delle piogge attraverso
irrorazioni di ioduro di argento a San Diego, nello stato della California.
SI
parlò ufficialmente di tale esperimento solo molti anni dopo, nel 1966, quando
la “US National Science Foundation”, scrisse un dettagliato rapporto su quello
che si può definire come il primo tentativo di inseminazione artificiale delle
nuvole.
Il
rapporto della “US National Science Foundation”.
Tra
gli scienziati che scrissero questa dettagliata relazioni c’erano, tra gli
altri, fisici del calibro di “John Bardeen”, docente presso l’università dell’Illinois,
oceanografi come” William S. von Arx” e il geografo “Gilbert F. White”
dell’università di Chicago.
C’era
quindi un autorevole pool di scienziati che documentò nel dettaglio come la
geoingegneria già sul finire degli anni’60 e le sue attività non erano affatto
sicure per l’ambiente e le varie popolazioni.
A San
Diego, nel citato esperimento, i risultati furono semplicemente disastrosi e
descritti con tali termini dai ricercatori della “US National Science
Foundation”.
“Anche
i conflitti sociali, politici e legali sulle condizioni meteorologiche e la
modifica del clima non sono una novità.
Nel
1916, l’impiego di un “rai maker” a San Diego, che causò richieste di
risarcimento per perdite di vite umane e danni materiali per un milione di
dollari, anticipò di mezzo secolo i contenziosi e le azioni legislative statali
e locali di oggi”.
Gli
esperimenti però non morirono in quel tragico tentativo della California.
I
colossi dell’energia americana volevano a tutti i costi continuare a finanziare
quelle ricerche che in un primo momento sembravano mosse dalla volontà di
creare piogge artificiali per irrigare i campi, ma successivamente, come si
vedrà meglio in seguito, iniziarono a emergere gli scopi più bellici e
geopolitici della geoingegneria.
Sulle
manipolazioni climatiche si vede dal principio il vivo interesse di grosse
compagnie.
Tra
queste c’è la società dell’energia americana, la “General Electric” , che
inizia a finanziare esperimenti di tale tipo appena dopo la fine della seconda
guerra mondiale, come si può leggere nel citato rapporto.
“Vent’anni
fa, gli scienziati della General Electric “Irving Languir” e “Vincent Schaefer”
modificarono le nuvole “seminandole” con pellet di ghiaccio secco.
Non molto tempo dopo, “Bernard Von negus”, un
suo collaboratore, dimostrò che un fumo di cristalli di ioduro d’argento
avrebbe ottenuto lo stesso risultato.
Questo
fu l’inizio della moderna storia americana della modificazione del tempo e del
clima attraverso l’inseminazione delle nuvole.
Questi
scienziati americani, il 13 novembre 1946, avevano verificato sperimentalmente
la teoria avanzata nel 1933 dal meteorologo svedese “Tor Bergeron” e dal fisico
tedesco “Walter Findeisen”, secondo cui le nuvole avrebbero precipitato se
avessero contenuto la giusta miscela di cristalli di ghiaccio e gocce d’acqua
raffreddate.
La teoria di Bergeron-Findeisen era stata
anticipata dal lavoro dello scienziato olandese “August Vera art”.
Gli
entusiastici resoconti di” Vera art” sui suoi esperimenti del 1930 con ghiaccio
secco e ghiaccio d’acqua sotto raffreddato in Olanda non furono ben accolti
dalla comunità scientifica olandese e quindi non furono presi in seria
considerazione altrove.”
Sono
queste tecniche che sono state utilizzate in tre stati americani, quali la
Pennsylvania, la Virginia Orientale e il Maryland, e i risultati furono anche
in questa occasione disastrosi come quelli del 1916.
A
spiegarne gli effetti sono stati gli scienziati della “Tri-State National
Weather Association”, secondo la quale la frequente irrorazione dei cieli di
questi stati ha portato ad una riduzione delle piogge e ad una conseguente
siccità, qualcosa che si è visto di frequente negli anni passati, anche se gli
organi di stampa hanno provato ad attribuire la responsabilità del fenomeno
alla bufala antiscientifica del cosiddetto “riscaldamento globale”, messa in
circolo dopo gli anni’70.
I
disastri della geoingegneria vengono utilizzati così per costruire la falsa
narrazione di un innalzamento delle temperature, attribuito falsamente alla
industrializzazione, come sostenuto da certi think tank globalisti che sul
cosiddetto “climate chance” hanno impostato i loro mendaci rapporti e le loro
false conclusioni sulla necessità di ridurre la popolazione mondiale per
abbassare i livelli di CO2.
La
geoingegneria diviene dunque la naturale alleata di un’agenda neo-malthusiana
che vuole far credere che sul pianeta le risorse siano scarse, e che la
popolazione mondiale sia troppo elevata, anche se i vari globalizzatori di
Davos che conducono uno stile di vita ultra lussuoso non si mettono mai
stranamente tra le fila dei “troppi”, ma sempre in quelle dei “pochi”.
Nel
1957, il senatore democratico” Lyndon Johnson”, accusato di aver avuto un ruolo
chiave nell’omicidio del presidente JFK, inizia però a parlare apertamente per
la prima volta delle applicazioni militari della geoingegneria.
Johnson
afferma esplicitamente che dallo spazio “si può controllare il meteo della
Terra, causare siccità e alluvioni, cambiare le maree e far salire li livello
dei mari, e rendere climi temperati freddi”.
Il senatore dem non gira intorno alla
questione.
Parla
apertamente delle applicazioni belliche delle manipolazioni climatiche, che
negli anni’60 e ’70 iniziarono a diventare sempre più frequenti, tanto che si
considerò la possibilità di firmare un trattato per limitare o mettere al bando
la geoingegneria, ma purtroppo non se ne fece nulla.
Scrisse
della questione persino il “New York Times” in un articolo del 1976 firmato da “Lowell
Ponte” e intitolato “La guerra dei climi”.
Il New
York Times nel 1976, quando qualche rara notizia veniva ancora scritta.
Resta
il fatto, assodato, che nel pieno della guerra fredda, i leader del mondo
considerino la geoingegneria un’arma di nuova generazione, e il tema finisce anche in qualche saggio
dell’epoca come quello intitolato “L’era
tecnotronica”, scritto da un personaggio
come “Zbigniew Brzezinski”, membro di
spicco della “Commissione Trilaterale” presieduta in passato da “David
Rockefeller”, e dell’immancabile “gruppo Bilderberg”.
Brzezinski
usa le stesse parole di Johnson.
L’uomo
della Trilaterale afferma esplicitamente che le “tecniche di manipolazione del
clima potrebbero essere utilizzate per provocare prolungati periodi di tempeste
o siccità.”
Negli
anni’80 però il fenomeno si espande ancora di più.
Sui
cieli si inizia vedere sempre più di frequente le cosiddette scie chimiche che,
a differenza delle scie di condensa, non evaporano e restano per svariate ore
nei cieli, fino a quando non si formano delle nuvole artificiali.
A
parlare del fenomeno fu persino un esponente della NASA, quale “Patrick Minni”,
che affermò candidamente che le scie chimiche danno vita ai cosiddetti cirri,
delle formazioni nuvolose che trattengono il calore e sono responsabili dei
temporanei aumenti delle temperature.
Minni
quindi incredibilmente smentisce la sua stessa agenzia che invece si è
prodigata non poco per allestire una campagna disinformativa che ha portato
diversi altri scienziati della celebre agenzia spaziale a recarsi presso le
scuole per dire che le scie chimiche erano tutta una “invenzione” e che nulla
di anomalo c’era nei cieli.
Il
mandato imperativo è sempre lo stesso.
Negare,
negare e ancora negare, ma spesso si verificano delle fratture e dei corto
circuiti negli stessi ambienti dell’establishment scientifico e politico, come
si è potuto vedere proprio in Italia.
La
geoingegneria in Italia.
Nei
primi anni 2000, all’epoca del secondo governo Berlusconi, la politica inizia a
chiedere spiegazioni sugli esperimenti della geoingegneria.
Viene
presentata nel 2003 un’interrogazione a firma di “Italo Sandi”, deputato
dell’Ulivo, passato poi nel centrodestra, il quale chiede chiarimenti sul
fenomeno all’allora ministro della Salute, “Girolamo Sirchia”.
Sandi
riferisce di una presenza sempre più vasta delle cosiddette “chemtrails”.
“Sono
pervenute numerose segnalazioni da parte di singoli cittadini, associazioni
specializzate e organi di stampa circa il fatto che nel nostro spazio aereo
operano velivoli che rilasciano scie persistenti di natura sconosciuta,
cosiddette chemtrails, cui segue un cambiamento nelle condizioni del cielo, con
la formazione di nuvole, generalmente di tipo a strato;
le
poche spiegazioni ufficiali, non sempre convincenti, spiegano il fenomeno come
risultato dello scarico di carburante da parte delle aviocisterne KC-135 e
KC-10, che le chemtrails sono semplici pesticidi oppure le normali scie di
condensazione;
parte
della opinione pubblica si chiede invece se le scie chimiche siano collegate
con alcune malattie e in particolare con l’elevata incidenza dei tumori come
nel caso della vallata Feltrina che ha il maggior numero dei malati di tumore
(34,5 per cento mortalità maschile e 23,3 per cento femminile) in tutta
Italia.”
Ancora
più incredibilmente preciso sarà nel 2007 un deputato dell’UDC, “Amedeo
Ciccanti”, che presentò una nuova interrogazione parlamentare documentando
quanto segue.
“In
molte parti d’Italia (Umbria, Abruzzo, Campania, Toscana, Veneto, Sicilia,
Sardegna e Marche), da alcuni anni sono state rilevate scie chimiche (chem
trails), rilasciate da aerei non meglio identificati; diversamente dagli aerei
civili, i quali su rotte predeterminate rilasciano scie di condensazione a
dispersione quasi immediata, le scie chimiche riscontrate sono di natura
gelatinosa e vengono nebulizzate da aerei che volano a bassa quota e sono
irrorate nell’aria attraverso sistemi di supporto ben visibili ad occhio nudo;
da denunce di cittadini – alcune dirette anche all’Autorità Giudiziaria – e da
servizi della stampa locale, in particolar modo dell’anconetano, nelle Marche,
sembra che da tali scie chimiche derivino conseguenze disastrose sulla salute
dei cittadini, stante, per esempio, l’alto numero di tumori rilevati nella
vallata Feltrina; il CNR, nel 2005, sembra che abbia rilevato, nelle analisi
effettuate su campioni di pioggia coincidente con il rilascio di scie chimiche,
una concentrazione al di sopra della norma di sostanze chimiche come quarzo,
ossido di titanio, alluminio, idrossido di bario, ritenute pericolose per la
salute, in quanto cancerogene; da precedenti interrogazioni fatte ai Dicasteri
competenti, non sono mai arrivate risposte chiare, convincenti ed esaustive, la
cui vaghezza ha rafforzato il convincimento che si tratti di fenomeni pericolosi
da tenere nascosti.”
“Ciccanti”
aveva assolutamente ragione a parlare dell’inquinamento delle acque piovane
come prova di un intervento climatico artificiale.
Le
acque piovane sono pure.
Non
può esserci presenza in esse di metalli pesanti come alluminio o quarzi, e le
recenti analisi che sono state condotte anche in Calabria, dove sono stati
trovati tali elementi, confermano che nei cieli si continuano a irrorare
regolarmente delle scie chimiche, rilasciate da aerei militari che si levano in
volo quasi certamente da basi NATO.
Un
cielo ricoperto di scie chimiche.
C’è
evidentemente in corso in Italia un programma di geoingegneria, iniziato a
partire almeno dai primi anni 2000, quando fu stabilito un accordo climatico
tra l’allora governo Berlusconi e l’amministrazione Bush per eseguire tali
esperimenti, autorizzati, secondo un’interrogazione presentata nel febbraio
2011 dall’onorevole Scilipoti, dal ministro della Difesa, Antonio Martino, che
avrebbe concesso lo spazio aereo italiano ai velivoli americani usati per
l’inseminazione artificiale delle nuvole.
A
pagina 38 dell’accordo climatico tra Italia e Stati Uniti, viene affermato
esplicitamente che i due Paesi si impegnano per “la progettazione di tecnologie
per la manipolazione delle condizioni ambientali con particolare riferimento al
controllo della temperatura e della concentrazione atmosferica di CO2”.
La
geoingegneria è a tutti gli effetti quindi una realtà ufficiale.
Le
scie chimiche sono a lor volta un fenomeno reale, e non una “teoria del
complotto”, nonostante i profusi sforzi degli organi di stampa di insabbiare la
minaccia che tali esperimenti comportano sulla salute e sul clima, come
accaduto a quattro meteorologi spagnoli in servizio presso la “Agencia Estatal
de Meteorología de España”, la “AEMET.”
I
quattro ricercatori avevano ufficialmente riconosciuto l’esistenza delle scie
chimiche alla emittente radiofonica spagnola, “Cadena Sera”, che ha prontamente
fatto sparire l’intervista dei quattro scienziati probabilmente dopo insistenti
pressioni del governo spagnolo.
HAARP:
l’arma più pericolosa della geoingegneria.
La
geoingegneria ha poi continuato nel corso degli ultimi decenni a crescere, a
svilupparsi, fino ad esprimere al meglio, o al peggio, tutte le sue
potenzialità attraverso il famigerato programma HAARP.
HAARP
e l’acronimo che identifica il programma di ricerca dell’esercito americano
sulle onde ad alta frequenza.
HAARP
nasce ufficialmente nei primi anni’90 sotto l’egida del senatore repubblicano “Ted
Stevens”, che sin dal principio sostiene la necessità di investire ingenti
fondi pubblici in un programma che sulla carta dovrebbe migliorare le
comunicazioni radio, ma che nella pratica ha implicazioni ed effetti che vanno
molto oltre gli scopi dichiarati da Stevens.
Esistono
le installazioni delle antenne HAARP
Secondo
“Eric Hecke”, consulente della citata National Science Foundation, attraverso
la manipolazione della ionosfera, HAARP riesce a provocare eventi climatici
artificiali, quali uragani, terremoti e cicloni.
Se ne
parlò persino nel 1999 al Parlamento europeo, in uno dei rari momenti nei quali
questa istituzione si è resa utile, e per bocca di una deputata quale “Maj
Britt Theory”, appartenente al gruppo socialdemocratico svedese.
La
relazione della Theory è puntuale e allarmante allo stesso tempo.
Ci
sono dei passaggi in essa che mostrano apertamente cosa implica veramente la
tecnologia dell’HAARP.
L’ex
eurodeputata descrive così il fenomeno.
“HAARP
è un progetto di ricerca in cui, attraverso impianti basati a terra e una serie
di antenne, ciascuna alimentata da un proprio trasmettitore, si riscaldano con
potenti onde radio parti della ionosfera. L’energia così generata riscalda
talune parti della ionosfera provocando buchi e lenti artificiali.
HAARP
può essere impiegato per molti scopi. Manipolando le proprietà elettriche
dell’atmosfera si diventa in grado di porre sotto controllo forze immani.
Facendovi ricorso quale arma militare, le conseguenze potrebbero essere
devastanti per il nemico. Attraverso HAARP è possibile convogliare in una zona
prestabilita energia milioni di volte più intensa di quella che sarebbe
possibile inviare con qualsiasi altro trasmettitore tradizionale. L’energia può
anche essere indirizzata verso un obiettivo mobile, per cui si potrebbe
applicare anche contro i missili del nemico.
Il
progetto consente anche di migliorare le comunicazioni con i sommergibili e di
manipolare la situazione meteorologica globale.”
Se
fosse stato approvato il trattato per mettere al bando le armi climatiche negli
anni’70, forse oggi HAARP non esisterebbe.
Forse
oggi non esisterebbe un mostro in grado di bucare la ionosfera con le sue
potenti radiazioni e causare disastri climatici che un tempo nel Mediterraneo
non si sono mai visti.
Secondo
qualche osservatore, a provocare il disastro nel Sud Italia sarebbe stata una
nave elettrica battente liberiana chiamata “Onur Sultan” che sarebbe passata
vicino la Sicilia nei giorni scorsi, ma anche se così non fosse, non va
dimenticato che a Niscemi, proprio in Sicilia, è attivo il “MUOS”, ovvero il “Mobile
User Objective System”, un sistema che, come HAARP, si basa sull’uso di potenti
antenne paraboliche.
Secondo
il fisico “Corrado Penna”, tali sistemi sono in grado di provocare gravi eventi
atmosferici, e queste tecnologie sono state messe sul territorio italiano su
richiesta della NATO e di varie amministrazioni americane senza che i governi
di centrodestra e centrosinistra battessero ciglio.
Gli
italiani sono vittime di tali programmi, finiti al centro di programmazioni
geopolitiche e armi climatiche da usare di volta in volta per colpire la
popolazione civile e causare disastri.
Non ci
sono certezze che il disastroso e ben raro evento nel Mezzogiorno sia la
diretta conseguenza di questi programmi, ma c’è la certezza che da quando tali
tecnologie sono disponibili accadono fenomeni senza precedenti in Italia.
C’è
anche la certezza che la geoingegneria è un’altra forma di guerra non
convenzionale e che va messa al bando al più presto.
Il
preoccupante impatto della
politica
illiberale di Trump
sulla
democrazia americana.
Rivistailmulino.it
- Norberto Gilmore – (04 dicembre 2025) – ci dice:
Arrivati
alla fine di questo difficile 2025, vale la pena fare un bilancio dell’impatto
che le politiche trumpiane hanno avuto sulla democrazia americana.
Si
tratta a mio avviso di un bilancio molto preoccupante, in quanto la
trasformazione degli Stati Uniti in una democrazia illiberale è avanzata
rapidamente.
Come ha notato “Jurgen Habermas”, “ciò a cui
stiamo assistendo negli Stati Uniti è un’analoga transizione da un sistema
all’altro, una transizione nemmeno particolarmente graduale, ma semmai poco
avvertita, in presenza di un’opposizione paralizzata” (“la Repubblica”, 23.11.2025).
Ciononostante,
recentemente ci sono stati segnali di opposizione e di resistenza che
alimentano la speranza che la transizione verso un sistema illiberale resterà
incompiuta.
Sarebbe però sbagliato pensare che l’attuale
battuta d’arresto perdurerà fino alle elezioni di metà mandato e, nel caso
queste ultime fossero vinte dai democratici, Trump sarà costretto a fare
retromarcia.
La
battuta d’arresto è solo temporanea e, come è nel suo stile, Trump rilancerà il
suo assalto al sistema liberaldemocratico con ancora più determinazione e
ferocia, convinto com’è che solo un leader autoritario e un esecutivo forte
possono assicurare agli Stati Uniti la preminenza mondiale.
Inoltre,
i frutti avvelenati delle politiche trumpiane continueranno a produrre effetti
nefasti ben oltre la seconda presidenza Trump.
Il precedente di un “presidente imperiale” è
stato creato e, in assenza di improbabili profonde riforme
politico-istituzionali, altri quasi sicuramente seguiranno.
E anch’essi tratteranno i propri alleati come
vassalli;
di
conseguenza, i leader europei commetterebbero un grave errore se pensassero
che, con l’eventuale uscita di scena di Trump nel 2029, si potrà ristabilire
facilmente una forte relazione transatlantica.
In due
articoli per queste stesse pagine online, il primo apparso subito dopo
l’elezione di Trump e il secondo un mese dopo il suo insediamento, avevo
analizzato rispettivamente le politiche illiberali che il nuovo presidente
avrebbe probabilmente portato avanti dopo il suo ritorno alla Casa Bianca e il
tasso di realizzazione di queste politiche nel primo mese della sua presidenza.
Il bilancio del primo mese era in sé
preoccupante:
Trump
stava chiaramente imprimendo un’involuzione illiberale alla democrazia
statunitense.
Nei dieci mesi che hanno fatto seguito a
quell’articolo, l’assalto alla democrazia liberale americana è continuato a
passo sostenuto, sviluppandosi su diversi fronti.
Fino
alla fine dell’estate il rullo compressore trumpiano sembrava inarrestabile e
il futuro della democrazia liberale americana in serio pericolo; tuttavia, in
autunno il vento sembra aver cambiato leggermente di direzione.
Trump
ha anzitutto rafforzato fortemente il potere esecutivo a discapito dei
contropoteri istituzionali come il “Congresso” e la “Corte suprema”. Questi
ultimi, entrambi sotto controllo repubblicano, si sono mostrati estremamente
acquiescenti nei confronti di un presidente che ha di fatto modificato gli
equilibri di potere tra le istituzioni americane.
Nel
2025, il neoeletto presidente ha introdotto più di 200 ordini esecutivi, molti
di più di quanto abbia fatto ogni presidente americano durante il suo primo
anno di presidenza.
Inoltre,
con il “Liberation Day”, Trump si è appropriato dell’autorità di imporre
tariffe generalizzate che la Costituzione affida invece al Congresso.
Certo,
la Corte Suprema sta valutando se questa appropriazione indebita è
incostituzionale, ma è significativo come il Congresso abbia supinamente
accettato una diminuzione così importante dei propri poteri.
Con i
media tradizionali – il quarto potere – Trump ha adottato (con un certo
successo) una strategia molto aggressiva, volta a intimidirli e neutralizzarli.
In parallelo, la politicizzazione della
burocrazia federale è avanzata spedita.
Il presidente ha smantellato agenzie
indipendenti e ordinato le purghe di funzionari federali considerati non
sufficientemente leali con la nuova amministrazione.
L’erosione
dell’indipendenza del “Dipartimento della Giustizia” è particolarmente
significativa.
Trump
ha così potuto lanciare una vera e propria campagna punitiva contro coloro che
considera come nemici politici e il Dipartimento della giustizia ha
ottemperato, perseguendoli penalmente.
Trump
ha anche cercato, fin qui senza successo, di minare l’indipendenza della Banca
centrale americana.
Il suo obiettivo è quello di avere una Federal
Reserve che adotti una politica monetaria in grado di influenzare il ciclo
politico in favore dell’esecutivo, anche se questo può avere costi elevati per
la credibilità della Banca centrale.
In
attesa di nominare un nuovo presidente della Federal Reserve nel maggio 2026,
Trump lancia continuamente nuovi attacchi, cercando di rendere la Banca
centrale americana responsabile di tutto quello che non va nell’economia
statunitense.
Il
quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti si è poi attribuito poteri di
guerra in un periodo di pace.
Con il
pretesto di combattere la criminalità, ripristinare l’ordine pubblico e aiutare
gli agenti dell’ICE (Immigration Custom Enforcement) ad arrestare e deportare
immigrati illegali, ha inviato la Guardia nazionale a pattugliare diverse città
americane guidate da amministrazioni democratiche, senza il loro consenso e
senza autorizzazione da parte del Congresso.
Siamo
qui in presenza di una deriva particolarmente preoccupante, poiché in una
democrazia liberale il dispiegamento di forze militari a fini di ordine
pubblico avviene solo in presenza di circostanze eccezionali e certamente non
sulla base delle “percezioni” del presidente e del suo entourage.
Come
si è visto in Ungheria, l’attacco ai pilastri della liberaldemocrazia non può
trascurare il sistema educativo, in particolare quello universitario:
Trump
sta usando la minaccia di revoca dei fondi federali destinati alle università
non solo per sradicare quello che considera il “virus wokista”, ma anche per mettere
in discussione l’indipendenza del sistema universitario, rimodellandolo, in
modo da allinearlo con i valori “Maga”.
Trump
è infine determinato a mantenere il “controllo del Congresso” dopo le elezioni
di metà mandato e sta spingendo gli Stati a guida repubblicana a modificare la
geografia dei collegi elettorali in modo da aumentare i seggi sicuri per il “Go”.
E, per vincere le elezioni di metà mandato,
conta anche sull’appoggio del grande capitale statunitense.
Arrivato
alla Casa Bianca, Trump ha sviluppato una forma aggressiva di capitalismo
clientelare (crony capitalism), che ricorda più l’Argentina di Perón che il
capitalismo di un Paese avanzato.
I
presidenti delle grandi società dell’high tech, delle imprese di criptovalute o
delle grandi banche vengono convocati alla Casa Bianca, dove devono tessere le
lodi delle politiche trumpiane, annunciare investimenti faraonici e fare
donazioni alla Fondazione Trump, al Partito repubblicano e/o ai Super-Pac
vicini al presidente.
Sviluppando
un connubio malsano tra grande capitale, interessi privati (inclusi quelli
propri e della sua famiglia) e governo federale (quest’ultimo chiamato a
favorire e ad assecondare gli interessi dei primi due), Trump conta di dotarsi di ampie
dotazioni finanziarie che aiuteranno a produrre risultati elettorali favorevoli.
Ma un
tale connubio rappresenta anche un pericolo mortale per il sistema
liberaldemocratico, che cerca invece di limitare e circoscrivere il peso degli
interessi economici nelle decisioni politiche.
Fino
alla fine dell’estate il rullo compressore trumpiano sembrava inarrestabile e
il futuro della democrazia liberale americana in serio pericolo; tuttavia, in autunno il vento
sembra aver cambiato leggermente di direzione.
Anzitutto
l’opposizione democratica sembra essersi un po’ ripresa dalla batosta delle
elezioni presidenziali e almeno a livello di Stati si è mostrata capace di
riprendere l’iniziativa, vincendo diverse competizioni elettorali locali.
La
società civile ha anch’essa mostrato segni di risveglio, come testimoniato
dalla forte partecipazione alle manifestazioni “No King” contro il crescente
autoritarismo trumpiano.
Inoltre,
la coalizione “Maga” non è più così compatta:
il caso Epstein ha creato una profonda
spaccatura nella base popolare trumpiana, una base tra l’altro scontenta per
l’eccessiva attenzione che il suo presidente presta agli affari internazionali,
trascurando i problemi quotidiani degli americani.
Infine,
nonostante l’economia americana continui a crescere in termini reali grazie al
boom dell’Intelligenza artificiale, non mancano forti elementi di
insoddisfazione nell’elettorato:
il
tasso d’inflazione (anche a causa dei nuovi dazi) continua a collocarsi attorno
al 3%, un livello che molti americani considerano eccessivo, mentre i prezzi
delle case e gli affitti restano molto elevati, soprattutto per i giovani, che
in più trovano sempre più difficile inserirsi nel mercato del lavoro. Si è così determinata una”
affordability crisis” percepita da vasti gruppi della popolazione, che riduce
la popolarità di Trump e del Partito repubblicano nei sondaggi.
Nel
2026, se anche i democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato,
sarà molto difficile ripristinare una liberaldemocrazia funzionante:
l’eredità avvelenata di Trump si farà sentire
ben oltre la sua presidenza.
Questi
sviluppi hanno in qualche modo inceppato il rullo compressore trumpiano.
Certo,
la picconatura del sistema liberaldemocratico è continuata anche in autunno, ma
in tono minore.
Come
ha notato “Edward Luce” in un recente articolo sul “Financial Times”, “la
recente battuta d’arresto finirà per intensificare gli istinti autoritari [di
Trump].
Solo un ingenuo può pensare che non vi saranno
interferenze nelle elezioni di metà mandato.
Qualunque
siano i contorni della risposta di Trump, la sua volontà di potenza è feroce”.
Nel
2026 ci si può dunque aspettare ulteriori dispiegamenti della Guardia nazionale
e dell’esercito nelle città statunitensi, un’intensificazione delle retate
dell’ICE per espellere immigrati clandestini e un utilizzo più sistematico del “Dipartimento
della Giustizia” e dell’FBI contro gli avversari politici del presidente.
Le politiche di intimidazione contro la stampa
e le università tenderanno a intensificarsi e a diventare più virulente.
L’opera
di esautorazione del Congresso continuerà.
Infine,
Trump utilizzerà il sistema di “crony capitalism” che ha creato in questi mesi
per ottenere enormi risorse finanziarie da utilizzare per vincere le elezioni
di metà mandato.
La
deriva illiberale della democrazia americana è dunque destinata a continuare
nel 2026 e se anche i democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato
sarà molto difficile ripristinare una liberaldemocrazia funzionante.
Inoltre
l’eredità avvelenata di Trump si farà sentire ben oltre la sua presidenza.
In
assenza di profonde riforme politico-istituzionali, al momento alquanto
improbabili, il precedente del “presidente imperiale” si ripeterà.
I
leader europei hanno già commesso un gravissimo errore all’inizio di questo
decennio pensando che Trump fosse solo una parentesi nella storia della
democrazia statunitense e non si sono attrezzati a conseguire un’autonomia
strategica che li rendesse meno dipendenti dal loro alleato di oltre Atlantico.
Un tale errore è stato pagato molto caro:
dall’accordo
sui dazi alla marginalizzazione del ruolo europeo nel conflitto ucraino, i
dirigenti europei hanno subito una serie di umilianti sconfitte, che hanno
fortemente indebolito il progetto europeo.
Un
errore ancor più grave sarebbe però quello di scommettere che con la
(probabile) uscita di scena di Trump il peggio è passato e si possa tornare al “business
as usual” nelle relazioni transatlantiche.
Come
ha notato il primo ministro canadese “Mark Carney”, “la vecchia relazione con
gli Stati Uniti è finita”; una nuova dovrà essere costruita, su basi più
paritarie.
La
palla è dunque nel campo degli europei:
se stavolta non faranno quello che avrebbero
dovuto fare già qualche anno fa, non potranno poi lamentarsi della loro
politica da vassalli. Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Fermare
l’assalto della destra
eversiva
alla democrazia italiana.
Deportati.it
– Dario Venegoni – Aned – (26 – 01 – 2026) – ci dice:
È
l’estate delle provocazioni nazifasciste.
Non
passa giorno senza che in ogni regione d’Italia non venga segnalata una
provocazione, a suon di saluti romani, svastiche, gruppi che inneggiano ad
Adolf Hitler.
In un
crescendo di esibizionismo e di provocazione sembrano abbandonati i fasci
littori, il duce, le nostalgie per il regime mussoliniano, per passare
senz’altro all’apologia delle camere a gas, ai simboli del nazismo, a
un’inaudita “rivalutazione” del Führer del Terzo Reich.
Nella
loro ignoranza, spesso gli autori di queste provocazioni sbagliano persino a
tracciare i simboli nazisti – come è accaduto nel caso della svastica tracciata
sulla targa di pietra della “sezione Aned” di Verona, o su quella che ha
imbrattato il “Monumento ai deportati di Empoli”.
Nella
corsa a chi la spara più grossa, si è arrivati al video diffuso in rete nel
quale è ripreso uno dei leader degli “Ultras del Verona” inneggiare apertamente
ad Adolf Hitler.
“Ragazzate”,
si sono affrettati a dire esponenti politici della destra italiana, che nel
caso della festa dei tifosi del Verona hanno giocato la carta dell’attenuante
dei “cori da stadio”, come se negli stadi fosse lecita qualsiasi bassezza.
«Inneggiare
a Hitler è certamente da condannare, quei cori sono di cattivo gusto e di
pessimo esempio — ha detto il leader della Lega Nord —.
Ma non
esageriamo e non coinvolgiamo politica e magistratura. Lasciamo che i giudici
perseguano chi ruba e delinque.
Il consiglio comunale? Verona ha tanti
problemi, meglio affrontare altre questioni. In fondo parliamo di un coro
goliardico.
Vogliamo
il reato di coro?».
E
quando è scoppiato il caso del gestore del bagno “Punta Canna” di Cervia che ha
inzeppato il terreno avuto in concessione dallo stato di foto del Duce e di
scritte fasciste, di nuovo Salvini è corso in Romagna a sostegno di chi “crea
tanti posti di lavoro”.
Di
fronte a questa escalation è tornata d’attualità la proposta di legge
presentata oltre un anno fa che ha come primo firmatario “Emanuele Fiano” –
figlio di Nedo, superstite di Birkenau – mirante a colpire le manifestazioni
fasciste e naziste.
Una
proposta contro la quale immediatamente è scattata la condanna del gruppo dei 5
Stelle:
“è una
legge liberticida”, hanno tuonato.
La
verità è che l’Italia è l’unico grande paese occidentale dove la destra
conservatrice coltiva una stretta contiguità con le forze neofasciste, e dove
gran parte delle forze politiche che siedono in Parlamento non hanno
nell’antifascismo le proprie radici culturali e storiche.
È una
anomalia italiana, questa.
I
governi conservatori francesi, inglesi, tedeschi o americani mai coprirebbero
queste “imprese” degli estimatori delle camere a gas.
In
Italia avviene, purtroppo, ed è per questo che occorre una grande mobilitazione
che parta dalla approvazione della proposta di legge Fiano.
La Repubblica ha il dovere di difendere le
proprie istituzioni e i propri valori dalle istanze eversive, dichiaratamente
antidemocratiche di questi gruppi.
La
pronta risposta di tanti cittadini, di tante ragazze e ragazzi di Empoli
all’offesa recata al monumento che ricorda le centinaia di lavoratori di
quell’area deportati e uccisi nei lager nazisti dice che questa consapevolezza
finalmente si sta facendo strada.
Altro
che ragazzate, altro che goliardia:
nella storia è già capitato una volta che
tanti bravi moderati tollerassero o addirittura favorissero questi gruppi
eversivi, sicuri di riuscire a utilizzare e a controllare la loro violenza
antidemocratica contro i sindacati e i partiti di sinistra.
Si è
visto come è andata a finire.
È per
questo che l’”Associazione degli Ex Deportati” appoggia la proposta di “Emanuele
Fiano” e ne chiede la pronta approvazione.
E chiama i rappresentanti di tutti i gruppi
politici alla coerenza con le belle parole spese ogni anno nel “Giorno della
Memoria “nel ricordo delle vittime dei Lager nazisti.
(Dario
Venegoni).
Il
Minnesota come Weimar: così
l’America
rischia di perdere
lo
Stato di diritto.
Avvenire.it
- Giorgio Ferrari – (27- gennaio – 2026) – ci dice:
Dalle
rivolte razziali alla svolta autoritaria di Trump: una nazione nata dalla
promessa di libertà si scopre attraversata da una violenza antica, con la
democrazia che rischia di cedere il passo alla forza.
Un
vetro rotto da un colpo di pistola di fronte al memoriale per “Alex Pretti”,
l'infermiere ucciso dagli agenti dell'ICE a Minneapolis/ ANSA.
«La
nazione – ha detto l’ex presidente Obama svegliandosi improvvisamente dal suo
lungo sonno dogmatico – è sotto attacco.
Ma non
c’era bisogno dei tragici fatti di Minneapolis di questi ultimi giorni per
scoprire che violenza e discriminazione nei confronti delle classi subalterne
fanno da sempre parte dal Dna americano.
Basta
scorrere un parziale elenco delle grandi rivolte di piazza per rendersene
conto.
Dai ghetto riots dell’agosto 1965 nel
distretto residenziale di Watts a Los Angeles (34 morti, oltre mille feriti, 3.438
arresti, ampi danni alle proprietà e un forte impatto sociale e mediatico in
seguito al pestaggio di un giovane afroamericano) alle rivolte di Detroit e di Newark
del 1967 (43
morti, milleduecento feriti, settemila-duecento arresti durante cinque giorni
di guerriglia urbana, saccheggi e scontri con la polizia, con l’intervento
della Guardia Nazionale e dell’Esercito magistralmente descritti nel romanzo “Middlesex”
di “Jeffrey Eugénie”), fino alla rivolta scoppiata nel 1992 a Los Angeles a seguito
del pestaggio del tassista afroamericano “Rodney King” da parte di quattro
agenti del dipartimento di polizia cittadina, poi assolti con formula piena, il
che provocò sei giorni di scontri urbani, saccheggi, incendi, violenze e un
bilancio di oltre sessanta morti, duemilatrecento feriti e più di dodicimila arresti.
Non
occorre nemmeno riandare a quel drammatico” I can’t breathe” ("Non
respiro", divenuto in seguito lo slogan del movimento “Black Lives Matter”),
le ultime parole pronunciate a Minneapolis dall’afroamericano “George Floyd”
durante il suo arresto il 25 maggio 2020, quando l’agente “Derek Thauvin” gli
premette il ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi, soffocandolo.
Violenza
e discriminazione, abbiamo detto.
La
“Land of promise” americana ne è intrisa fino alle ossa.
Storicamente,
a pagare sono stati quasi sempre i deboli e gli indifesi, le minoranze etniche,
i sospettati di intelligenza con il nemico, come le migliaia di sindacalisti
espulsi nel 1919 dal procuratore generale “Alexander Palmer”, responsabile di
raid punitivi nei confronti di italiani e ebrei – Sacco e Vanzetti i più noti,
giustiziati nel 1927sulla sedia elettrica –, reputati elementi asociali.
Nulla di nuovo sotto il sole.
Ma Donald Trump – che pure com’è suo costume
ora fa una mezza marcia indietro – ha compiuto un salto di qualità che
oltrepassa la sperimentata cattiva coscienza dell’America.
La sua guardia pretoriana d’elezione, l’ICE
(Immigration and Law Enforcement), che agisce direttamente su suo mandato e che
somiglia fin troppo da vicino a quei corpi privi di controllo e coperti
dall’immunità che abbiamo visto nascere dopo il crollo della Repubblica di
Weimar, così come li abbiamo visti in Crimea con gli anonimi “omini verdi”
inviati da Putin nel 2014.
Una
falange senza volto, senza identità, senza segni riconoscibili che si esercita
con metodica brutalità nella caccia all’immigrato clandestino (a volte
l’"arrestato" è un bimbo di soli due anni), emblema di quel “nemico
interno” che Trump addita come un cancro da estirpare all’universo Maga che lo
ha eletto e il cui consenso intende ad ogni costo mantenere, in vista delle
elezioni di medio termine di novembre.
Una
certezza si staglia sul fumoso campo di battaglia e di menzogne dove si
intrecciano (e talvolta si scontrano) sovranismi, nazionalismi, razzismi,
suprematismi, legioni di rednecks (quei “cafoni” originariamente cantati nel
suo Hillbilly Elegy da JD Vance prima che voltasse loro le terga e diventasse
il più spietato fra i teorici della società tecno-liberista), derive anarcoidi,
lampi di guerriglia e risorgenze di soggetti ripescati dal lontano passato come
i Black Panthers:
il Minnesota è diventato la cartina di tornasole e
insieme il laboratorio dell’inversione di rotta consapevolmente perseguita da
Donald Trump, che porta al predominio della forza sulla legge, al tramonto
dello Stato di diritto, dell’habeas corpus, sostituiti da oligarchie
miliardarie e onniscienti che fanno corona al tycoon della Casa Bianca.
Affermava
Montesquieu, il padre del bilanciamento dei poteri: «Chiunque abbia potere è portato
ad abusarne».
Una
“Wille zur Macht” (Volontà di potere, ndr) partorita già dall’assalto a Capitol
Hill e divenuta negli anni volontà di potenza e di rivincita.
L’America se ne sta accorgendo.
Sempre
che non sia già tardi.
La democrazia
nuda sotto
Trump:
l’America
verso
l’autoritarismo.
Lavocedinewyork.com
– Stefano Vaccara da New York – (24 gennaio 2026) – ci dice:
Il
libro di “Ottorino Cappelli” “Trump e la rivoluzione americana” analizza come
il 47esimo Presidente USA non è un caso clinico, ma un progetto di potere.
Perché
Trump, sull’immigrazione, ha ragione (con buona pace degli hipster).
C’è
una scorciatoia, diffusissima nei media e perfino in ambienti colti europei,
che rende Donald Trump meno difficile da sopportare:
ridurlo a un “caso umano”.
Narcisismo,
megalomania, declino cognitivo, impulsività, rabbia.
Un
presidente visto come problema individuale e patologico.
È una
lettura comoda, quasi terapeutica, perché fa credere che la soluzione sia
semplice:
basta che Trump sparisca, e l’America tornerà
in asse.
“Ottorino
Cappelli”, professore di Politica comparata all’Università di Napoli
“L’Orientale”, con lunghi anni di studi e ricerca tra Harvard e New York,
smonta quella rassicurazione e costringe il lettore a un salto di livello:
Trump
è soltanto il volto più rumoroso di una trasformazione istituzionale profonda.
Il suo
nuovo saggio, “Trump e la rivoluzione americana”. Da dove vengono, dove ci
portano (Editoriale Scientifica, 2026), non è un libro “di costume” su Trump,
né l’ennesimo catalogo delle sue provocazioni.
È piuttosto un’indagine sul potere e sul
passaggio cruciale che Cappelli definisce fin da subito:
«L’America di Trump ha dichiarato guerra alla
democrazia liberale in nome di una “democrazia nuda”, senza contrappesi,
fondata sul potere legibus solutus di un Capo investito dal Popolo».
Questa
è la chiave, e anche il motivo per cui il libro risulta così inquietante.
Cappelli non discute soltanto la radicalità
culturale del trumpismo, ma l’ambizione di cambiare la forma del regime,
svuotando l’architettura liberale che storicamente ha dato forma alla
democrazia americana. In un passaggio di forte impatto, spiega che la seconda
“rivoluzione americana” non va intesa come abbandono della democrazia, ma come
trasformazione:
una
democrazia che conserva il lessico del popolo e del voto, ma spinge verso un
potere plebiscitario e centrato sul capo.
«Noi diciamo Capo, o ancor più pudicamente
“leader”. Ma nel contesto della democrazia nuda si può leggere anche Duce,
Führer, Caudillo, Conductor».
È una
frase che può far sobbalzare, ma serve a chiarire l’orizzonte: non la
“bizzarria” di un individuo, bensì una dinamica politica che, in altri tempi e
altrove, ha avuto nomi precisi.
Il
punto di forza del saggio è la sua impostazione:
Cappelli
evita la cronaca e costruisce invece una mappa interpretativa. Nella prima
parte elenca i “fronti di lotta”, nella seconda propone “chiavi di lettura”.
Ma
soprattutto si concentra sul metodo, sulle leve reali con cui un esecutivo può
comprimere gli spazi di autonomia dei poteri concorrenti. Nel farlo, Cappelli
insiste su ciò che spesso resta fuori dal dibattito pubblico: i meccanismi
giuridici e amministrativi, il governo per ordini esecutivi, la normalizzazione
dell’emergenza, la guerra contro le agenzie indipendenti, lo scontro con i
giudici.
A
emergere è una visione del trumpismo come progetto di potere:
un’alleanza
tra Popolo e Capo, sostenuta da un terzo pilastro, l’Oligarca. Cappelli parla
di una strategia volta ad «abbattere l’assetto liberale americano e sostituirlo con una
triade del potere, il Popolo, il Capo e l’Oligarca».
Il
populismo qui non è soltanto retorica:
è una
cornice di legittimazione che rende plausibile l’accentramento del comando. E
l’oligarchia non è un accessorio: è l’interesse organizzato che beneficia della
trasformazione dello Stato.
È in
questo contesto che Cappelli affronta anche “Project 2025”, il documento
elaborato dalla” Heritage Foundation” e diventato, nel discorso pubblico, una
sorta di “manuale” del trumpismo.
Cappelli è molto preciso: riconosce che
l’associazione automatica tra Trump e Project 2025 è più complessa di quanto si
dica.
Scrive
infatti: «Generalmente si ritiene che Project 2025 – il manifesto di circa 1000
pagine sottotitolato Mandate for Leadership. The Conservative Promise e curato
dal think-tank Heritage Foundation – sia una delle principali fonti di
ispirazione dell’amministrazione Trump. Questo non è completamente vero e
analizzare il legame tra i due sarebbe troppo complesso in questa sede».
Ma
subito dopo indica il punto in cui quel legame appare, per lui, “forte e
chiaro”: la
guerra ai giudici e la contestazione della judicial supremacy.
E qui
Cappelli non parafrasa:
mette
in campo il testo di Project 2025 come prova dell’impostazione. Da un lato
ricostruisce la dottrina del “dipartmentalismo” e la logica per cui anche
l’esecutivo avrebbe “diritto-dovere” di interpretare autonomamente la
Costituzione;
dall’altro
riporta l’impianto politico che ne discende.
In un
passaggio decisivo spiega:
«Tre leve sostengono dunque il disegno rivoluzionario:
la
normalizzazione dell’emergenza, il super-presidenzialismo della unitary
executive theory e la guerra ai giudici del dipartmentalismo. La loro sinergia
minaccia di piegare la legalità al comando personale del presidente-autocrate».
È qui
che si capisce davvero perché Cappelli consideri “fuorviante” la lettura
psico-clinica di Trump. La teatralità e la brutalità del linguaggio possono far
pensare al caos, ma sotto, sostiene l’autore, esiste una struttura concettuale
e organizzativa che precede e incanala l’azione. Project 2025 è una traccia
importante proprio perché mostra come un’idea possa diventare piano, e come
l’assalto ai contrappesi possa presentarsi non come sospensione della
Costituzione, ma come reinterpretazione radicale della Costituzione stessa. Non a caso Cappelli osserva che, se
letto con attenzione, Project 2025 appare «radicale, ma complesso e
sofisticato», e propone «una articolata proposta di riforma istituzionale
centrata su una presidenza forte, inserita però nell’ordine costituzionale, le
cui regole propone di reinterpretare, non sospendere ex abrupto».
La
tesi di Cappelli diventa allora un avvertimento: se ci ostiniamo a vedere solo
l’uomo, perdiamo il disegno. Se pensiamo che tutto si risolva con una
rimozione, non vediamo che il trumpismo, in questa lettura, non è un incidente,
ma una “rivoluzione” con un’agenda, una cultura politica e un apparato di idee.
La
parte più disturbante del libro, però, arriva quando Cappelli sposta
l’attenzione sul futuro prossimo e sul ruolo delle elezioni. Qui il suo
pessimismo è netto. Non perché coltivi fantasie cospirazioniste, ma perché
guarda a ciò che già esiste nel sistema americano: la frammentazione delle
regole elettorali, la politicizzazione delle procedure, l’uso strategico di
strumenti amministrativi e coercitivi. In uno scambio recente avuto con
l’autore, commentando un mio articolo, Cappelli ha replicato con una frase che
sintetizza bene lo spirito del suo libro: «Concordo su tutto tranne che
sull’idea — latente nel tuo post — che le elezioni di midterm saranno la prova
del nove. Se hanno architettato tutto questo per consentire poi al 65% della
popolazione di buttarli giù a novembre, non sono dei “rivoluzionari”, sono dei
fessi. E magari mi sbaglierò, ma a me non paiono fessi. I mille modi in cui
limiteranno, truccheranno, aggireranno e invalideranno le elezioni di midterm
sono la cosa più importante da guardare, a partire da oggi».
Nel
libro del Prof. Cappelli, questo tema è ancorato a passaggi concreti. Cappelli
ricorda che «la manipolazione delle procedure elettorali è un classico della
lotta politica americana», e sottolinea come, in un sistema privo di anagrafe
nazionale, con regole variabili Stato per Stato, la partita si giochi anche su
liste elettorali, requisiti di identificazione e voto per corrispondenza.
L’effetto, osserva, è tutt’altro che neutro: «di fatto si finisce per escludere
anche cittadini aventi diritto, in particolare poveri e minoranze, cioè
potenziali elettori democratici».
Ancora
più allarmante è il capitolo sul ridisegno dei collegi. Cappelli segnala che
alcuni governatori repubblicani, con un impulso presidenziale, potrebbero voler
«anticipare al 2025 l’adozione di nuove mappe, così da averle già pronte nel
2026», in modo da «consolidare almeno altri sette seggi sicuri e favorevoli ai
Repubblicani».
E, nel
tratteggiare lo scenario, arriva a un’immagine cupa della cornice politica e
securitaria: «nelle grandi città, il voto rischia di svolgersi in presenza
dell’esercito, vista la “guerra ai migranti” e la militarizzazione dell’ordine
pubblico».
Una
frase che pesa come un macigno mentre si osserva in queste ore Quello che sta
accadendo con l’ICE a Minneapolis.
Non
serve condividere ogni previsione per cogliere la forza del ragionamento:
Cappelli non dice soltanto che “Trump non si fermerà”, dice che il trumpismo,
in quanto movimento rivoluzionario, non può permettersi di essere una
parentesi. Deve
trasformare. Deve rendere irreversibili i cambiamenti. E quando un progetto
mira a rendere irreversibile un cambiamento, la competizione elettorale diventa
un terreno da controllare, non un rituale da subire.
Nel
finale del libro, il politologo richiama un elemento spesso dimenticato, ma
decisivo per capire la tenuta del sistema americano: la forbearance, cioè
l’autolimitazione informale delle élite e dei poteri, il patto non scritto che
ha evitato per due secoli l’uso “massimale” delle armi istituzionali. «Trump lo ha spezzato, e questo è
stato il suo vero atto “rivoluzionario”». Senza quel patto, avverte,
l’America rischia di non riuscire più a “rimettere a posto” l’equilibrio
attraverso la normale alternanza. E allora la democrazia liberale diventa
vulnerabile proprio nel suo punto più paradossale: può essere svuotata
attraverso procedure formalmente democratiche.
Il
saggio di Cappelli libera l’analisi dalla caricatura e dall’alibi psicologico.
Guardare Trump soltanto come spettacolo significa non vedere che l’apparente
follia ha una razionalità politica e un apparato intellettuale dietro. Quindi
il libro costringe a un cambio di domanda: non “quanto è folle Trump?”, ma
“quanto è avanzato il processo che Trump incarna?”. Non “che cosa farà
domani?”, ma “quali sono le leve che stanno già cambiando la struttura del
regime?”.
“Trump
e la rivoluzione americana” è una lettura necessaria proprio perché non
consola. È un libro positivo nel senso più rigoroso del termine: fa ciò che la
scienza politica dovrebbe fare, cioè seleziona, ricostruisce, connette. Ma è
anche un libro disturbante, perché toglie al lettore l’ultima via di fuga:
l’illusione che basti archiviare un uomo per salvare un sistema. Se la rivoluzione MAGA è davvero un
progetto istituzionale, allora la domanda non è più quando finirà Trump, ma è
quanto resisteranno i contrappesi americani e in che condizioni si svolgerà la
prossima verifica elettorale, se avverrà davvero.
(Stefano
Vaccara -Visti da New York).
Elon
Musk accelera su Marte,
nel
2026 il lancio del razzo Starship,
più
avanti lo sbarco dell’uomo sul pianeta rosso.
Rtl.it
– Sergio Gadda – (16 marzo 2025) – ci dice:
L’uomo
parte alla conquista di Marte, il visionario Elon Musk vuole colonizzare il
suolo marziano tra il 2029 e il 2031.
Non
più fantascienza ma realtà.
Elon
Musk vuole colonizzare Marte e il suo sogno si fa sempre più concreto.
Il
fondatore di” SpaceX” ha fissato date precise per l'ambiziosa missione verso il
pianeta rosso.
La “Starship”, il razzo più grande e potente
mai progettato, dovrebbe partire verso Marte entro la fine del 2026.
A
bordo un robot umanoide Optimus.
Ma
questo è solo il preludio per lo sbarco dell’uomo.
Forse già nel 2029, più probabile tra il 2030
e il 2031.
Un
piano, quello annunciato dal fondatore di Tesla che sembra confermare la
visione di Donald Trump, che nel suo secondo discorso di insediamento alla Casa
Bianca aveva promesso: "Pianteremo la bandiera degli Stati Uniti su Marte".
Starship.
Tutto
ruota attorno a “Starship”, il razzo da 123 metri di altezza ( come un edificio
di circa 40 piani) che non è solo un veicolo per Marte, è una delle pietre
miliari del programma “SpaceX “per i viaggi nello spazio profondo.
Se Musk vuole portare l’uomo su Marte con
questo razzo, la NASA che collabora con “SpaceX” ha in mente una versione
modificata della navetta che sarà destinata al programma “Artemis”, ovvero al
ritorno degli astronauti sulla Luna entro quest’anno.
Il
sogno di Mask.
Elon
Musk proprio lo scorso settembre aveva anticipato la sua idea di fondare le
prime città su Marte.
Impresa non dietro l’angolo perché il processo
richiederà almeno una generazione.
"Il
tasso di volo crescerà esponenzialmente, con l'obiettivo di costruire una città
autosufficiente in circa 20 anni", aveva dichiarato.
Per
raggiungere l’obiettivo, “Space X “deve però dimostrare che il razzo “Starship”
è affidabile, sicuro e capace di affrontare queste sfide. Una impresa più
difficile perché il cammino di Space X è stato segnato anche da alcuni
ostacoli.
Il 7 marzo, l'ottavo test di volo della “Starship”
si è concluso con un'esplosione spettacolare ad alta quota.
Mentre il razzo booster ha completato
perfettamente la manovra di atterraggio.
Sui
lanci dei razzi di Musk, la “Federal Aviation Administration” ha aperto
un'indagine. Questo ha creato un rallentamento della ripresa delle missioni.
Il
futuro.
Musk
non pensa solo a Marte.
Space X
ha avuto un ruolo cruciale nel salvataggio di due astronauti americani, “Butch
Wilmore” e “Suni William”s, rimasti bloccati sulla “Stazione Spaziale
Internazionale” da giugno scorso per un malfunzionamento della “Boeing
Starliner”.
Venerdì scorso, il razzo” Falcon 9” di Space X
è decollato dal Kennedy Space Center in Florida, riportando in salvo i due
astronauti, insieme agli altri membri dell'equipaggio.
Il loro rientro sulla Terra è previsto per
mercoledì prossimo.
"Più
libertà, più crescita":
la
delegazione casalese alla
convention
di Forza Italia di Milano.
Casalenews.it
– (25 – 0 1 – 2026) – Daniela Bruschera – Redazione on line – ci dice:
Il
segretario cittadino Daniela Bruschera: "Apprezzamento per gli interventi
di grande interesse, sia a livello imprenditoriale sia a livello politico”
Dal
coordinamento cittadino di Forza Italia riceviamo e pubblichiamo integralmente:
“Domenica 25 gennaio, a Milano, in un Teatro
Manzoni stracolmo, Forza Italia ha voluto ricordare la storica discesa in campo
del Presidente Silvio Berlusconi, riaffermando i valori che, da 32 anni,
rappresentano la bussola del partito: libertà, solidarietà, giustizia e
crescita”.
“Il
dibattito ha toccato i temi fondamentali per il Paese, quali l'economia e lo
sviluppo, le strategie concrete per la competitività dell'industria italiana in
Europa e nel mondo, la centralità politica nel rapporto tra informazione e
istituzioni per un’Italia più moderna”.
“La
straordinaria partecipazione all'evento conferma il trend di crescita del
partito degli azzurri in Italia, quale movimento rassicurante, credibile e
propositivo, capace di innovare senza mai rinnegare la propria storia e le
proprie radici”.
“Erano
presenti all'evento il Segretario Nazionale “Antonio Tajani,” i Ministri Paolo
Zangrillo e Gilberto Picchetto Fratin, l'europarlamentare Letizia Moratti ed il
vice Segretario Nazionale nonché Presidente della Regione Piemonte Alberto
Cirio, accolto da una vera e propria ovazione durante il suo intervento, in cui
ha ribadito l'impegno degli azzurri a mettere in campo una politica basata
sulla crescita del paese, nel solco tracciato dal Presidente Berlusconi, ricordando che
senza libertà, non ci può essere crescita”.
“Il
segretario di Forza Italia di Casale Monferrato “Daniela Bruschera”, presente
all'evento unitamente ad una delegazione della Provincia di Alessandria,
esprime apprezzamento per gli interventi di grande interesse sia a livello
imprenditoriale, sia a livello politico”.
(Daniela
Bruschera - Redazione On Line).
Calenda
a FI: “Felicissimo se c’è
spazio per lavorare insieme”.
E
attacca Salvini.
Tg24.sky.it – Carlo Calenda - Politica – (25
gen. 2026) – Redazione – ci dice:
Il
segretario di Azione apre a Forza Italia e lo fa durante l’evento organizzato a
Milano dal partito guidato dal vicepremier Tajani. "Questo Paese ha disperatamente
bisogno di liberali, popolari e riformisti", dice.
E
attacca: “A
condividere un partito con Conte, Bonelli, Fratoianni, Vannacci e Salvini
proprio non ce la faccio". Tajani:
“Si
può avere un dialogo, poi se sono rose fioriranno”.
Paolo
Berlusconi: “Ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione.”
Carlo
Calenda, segretario di Azione, apre a Forza Italia e lo fa durante l’evento
organizzato a Milano dal partito guidato dal vicepremier Antonio Tajani.
. “Se
ci sarà spazio per lavorare insieme sarò felicissimo”, dice Calenda, non
risparmiando un attacco - tra gli altri - a Giuseppe Conte e a Matteo Salvini.
L'ex ministro ha detto: "Salvini, che per
inciso rompe le scatole sulla legalità tutti i minuti, ha incontrato, in un
ministero della Repubblica, “Tommy Robinson”, cocainomane e pluripregiudicato.
Un
ministro che fa una cosa del genere deve dimettersi".
Un sì
al confronto è arrivato anche da Tajani:
“Si
può parlare”, che ha a sua volta criticato Salvini per aver ospitato Robinson,
esponente dell'estrema destra britannica.
Mentre
Paolo Berlusconi aggiunge: “Calenda è un ottimo politico, speriamo che faccia parte
anche lui della coalizione”.
L’apertura
di Calenda a FI.
"Questo
Paese ha disperatamente bisogno di liberali, popolari e riformisti" e che
questi "non si sottomettano né a sovranità di destra né a estremisti di
sinistra", dice Calenda durante l’evento di Forza Italia di cui era
ospite.
"Faremo quel percorso e se ci sarà spazio
per lavorare insieme sarò felicissimo.
Perché
io a condividere un partito con Conte, Bonelli, Fratoianni, Vannacci e Salvini
proprio non ce la faccio", aggiunge.
Il
segretario di Azione, per spiegare la sua presenza all’evento di Forza Italia,
sottolinea:
"È
un dialogo che abbiamo con tutti i partiti, sono stato ad Atreju, sono andato
al circolo Matteotti".
Un’apertura
arriva anche dal segretario di Forza Italia.
“Apriamo
il confronto anche con forze diverse, l'abbiamo fatto con il partito Radicale
sulla giustizia e oggi lo facciamo con Calenda sull'economia sociale di
mercato, cioè sul libero mercato", dice Antonio Tajani.
Ancora:
“Questo è un modo per confrontarsi e per vedere se c'è la possibilità di avere
convergenze. Ecco qual è il significato della presenza di Calenda a
Milano".
Calenda:
“Non sto con chi riceve nazisti cocainomani in un ministero."
Nel
corso del suo intervento, Calenda ha chiesto:
"Pensate
che il bipolarismo durerà come negli ultimi 30 anni? Io no”.
Il
segretario di Azione ha aggiunto da un lato di non poter stare "con gli
amici di Hamas" ma nemmeno "con le quinte colonne di Putin o con chi
riceve i nazisti cocainomani in un ministero".
Quando
in Europa vincerà la destra estrema "credete che Meloni reggerà o sentirà
il richiamo della foresta?".
Sul tema in giornata era intervenuto anche il
segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, dicendo che “Tommy Robinson”,
l'esponente dell'estrema destra britannica ospitato al ministero da Salvini
"è incompatibile con i miei valori. Io non lo incontro".
Il vicepremier ha aggiunto: "Salvini vede chi
vuole, io non lo incontrerò. Lui fa il suo, noi facciamo il nostro", ha
concluso.
Calenda:
“Nel mio discorso ho messo paletti politici netti”
"Io
credo di aver spiegato nel mio discorso quali sono i paletti politici in modo
molto chiaro e molto netto”, ha ribadito il segretario di Azione Carlo Calenda,
al termine dell'evento di Forza Italia.
Nel suo discorso, l'ex ministro si è detto
convinto che si sia arrivati alla fine del bipolarismo come lo conosciamo, e ha
detto di non poter pensare di entrare in un partito dove ci siano Conte,
Bonelli o Fratoianni ma nemmeno Vannacci e Salvini, aggiungendo di non poter
stare "con chi riceve nazisti cocainomani al ministero".
E per essere ancora più chiaro, sui social, ha
spiegato:
“Con
le idee chiare, ospite di Forza Italia, ho ribadito che oggi più che mai la
battaglia per la libertà richiede scelte coraggiose.
Ovvero,
avere la forza di rendersi autonomi da chi è nemico dell'Europa. E Azione non
defletterà".
Calenda
ha aggiunto:
"Non
si può far finta di non vedere le quinte colonne russe e dei nemici
dell'Occidente nella politica italiana, siano esse in maggioranza che
all'opposizione.
Chi
inneggia alla X Mas.
Chi riceve neonazisti cocainomani in un
ministero della Repubblica.
Chi non è in grado di condannare il regime di
Putin e quello di Maduro. È arrivato il momento di costruire l'identità
europea.
E
serve farlo subito senza ambiguità".
Le
elezioni a Milano.
Proprio
in vista di una alleanza per le grandi città, ad esempio per le elezioni a
Milano, secondo il segretario azzurro si potrebbe iniziare a parlare con
Calenda.
"Noi diciamo che per quanto riguarda
Milano, e anche le altre grandi città, si può ripetere l'esperimento che
abbiamo fatto in Basilicata, dove Azione è stata alleata al centrodestra per
sostenere il candidato presidente di Forza Italia Bardi.
Io
credo che con un candidato civico di area moderata Azione possa sostenere un
accordo e sostenere questo candidato.
Ne
parleremo, vediamo”, spiega Tajani.
Che
aggiunge:
“Intanto oggi parliamo di economia e su molte
questioni possiamo trovarci in sintonia;
d'altronde Calenda è stato la guida di
Confindustria e anche ministro dell'Industria, quindi una persona con la quale
si può avere un dialogo forte, così come l'abbiamo sulla giustizia.
Poi se
sono rose fioriranno”.
Su
Milano, Calenda ribadisce:
nelle
grandi città "abbiamo sempre fatto scelte di merito sulla qualità dei
candidati.
Ora
siamo nella coalizione di Beppe Sala, ma è importante che il prossimo candidato
o candidata abbia ben chiaro quali sono i problemi che Milano sta avendo in
questo momento e che non segua l'approccio ideologico, che un pezzo di questa
coalizione di sinistra sta seguendo".
Sorte
(Fi): “Con Calenda iniziato dialogo mesi fa, Milano contendibile”.
"Abbiamo
aperto il dialogo con Calenda mesi fa, a partire da Milano che pensiamo sia
contendibile”, ha spiegato il segretario lombardo di Forza Italia, Alessandro
Sorte.
"Siamo
un partito in forma.
Silvio Berlusconi ha lasciato una eredità
politica che cerchiamo di portare avanti occupando uno spazio unico"
ovvero l'area liberale e riformista, ha aggiunto Sorte, convinto che le
prossime elezioni saranno vinte al centro.
Quindi,
ha concluso, "siamo il partito più importante della coalizione”.
Salvini
a Zelensky: “Amico mio,
stai
perdendo la guerra:
devi
scegliere tra sconfitta e disfatta.”
Fanpage.it
– (25 gennaio 2026) - Francesca Moriero – ci dice:
Dal
palco della kermesse leghista di Rivisondoli, Salvini ha attaccato duramente il
presidente ucraino Zelensky, invitandolo a firmare al più presto un accordo di
pace.
Parole che aprono un nuovo fronte politico nel
dibattito italiano sulla guerra in Ucraina e sul ruolo dell’Europa.
È dal
palco di “Idee in Movimento”, la manifestazione della Lega in corso a
Rivisondoli, che Matteo Salvini sceglie di intervenire senza mediazioni sulla
guerra in corso in Ucraina, rivolgendosi direttamente, seppure idealmente, al
presidente “Volodymyr Zelensky”.
Secondo il vicepremier e leader del Carroccio, dopo
gli aiuti economici, militari e politici ricevuti dall'Occidente il presidente
ucraino avrebbe "persino il coraggio di lamentarsi", nonostante una
situazione che Salvini descrive ormai come "compromessa".
Nel
suo intervento, Salvini ha dichiarato poi che Kiev "sta perdendo non solo
il conflitto, ma anche uomini, credibilità e dignità", dipingendo uno
scenario di progressivo logoramento militare e politico.
Da qui l'ultimatum rivolto direttamente a
Zelensky:
firmare
un accordo il prima possibile oppure andare incontro a una disfatta totale.
"Amico
mio, stai perdendo la guerra. Firma l'accordo di pace prima possibile. Devi
scegliere fra una sconfitta e una disfatta".
Parole
che, di fatto, invitano l'Ucraina ad accettare un compromesso rapido, anche a
costo di pesanti concessioni, pur di porre fine al conflitto.
Nel
suo discorso, Salvini è tornato anche sul tema delle sanzioni contro la Russia
e sulle loro conseguenze economiche.
Ha
ricordato come nel 2022 fosse stato sostenuto che Mosca sarebbe stata messa in
ginocchio nel giro di poche settimane, una previsione che, a suo dire, si
sarebbe rivelata errata.
Al
contrario, il peso maggiore delle misure restrittive sarebbe ricaduto sui
cittadini europei, con un aumento generalizzato del costo della vita, in
particolare sul fronte dell'energia e delle bollette.
Guerra
Ucraina, via al trilaterale tra Russia, Kiev e Stati Uniti per i negoziati: “Si
parlerà di territori”.
Un
argomento ricorrente nella narrazione leghista, che collega la politica estera
alle difficoltà quotidiane di famiglie e imprese, e che mira a rafforzare
l'idea di un'Europa penalizzata dalle proprie scelte strategiche.
Le
reazioni.
Le
parole di Salvini non sono pero rimaste senza risposta.
Dal
Partito democratico è arrivata una dura replica del senatore Filippo Sensi, che
ha accusato il vicepremier di intimare la resa a un Paese aggredito, parlando
"al calduccio" mentre gli ucraini continuano a vivere sotto le bombe.
Una
critica che mette in discussione il ruolo dell'Italia come alleato europeo e
anche il messaggio politico trasmesso da un esponente di primo piano del
governo.
Nel
frattempo, lo scontro sullo scenario ucraino si inserisce in un contesto
diplomatico già fortemente deteriorato.
Da
Mosca, infatti, il Cremlino continua ad alzare i toni contro l'Unione europea,
definendone la leadership incompetente e chiudendo ogni canale di
interlocuzione con l'Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas.
Un
clima che rende insomma sempre più complessa qualsiasi prospettiva di dialogo e
che accentua le divisioni politiche all'interno del fronte occidentale.
(fanpage.it/politica/salvini-a-zelensky-amico-mio-stai-perdendo-ora-scegli-tra-sconfitta-e-disfatta/).
(fanpage.it/).
Rutte:
“L'Europa può difendersi
senza
gli Usa? Un sogno”. E
difende
Trump sulla Groenlandia.
Lastampa.it
– Redazione Web – (26 Gennaio 2026) – Mark Rutte - ci dice:
Nuovo
round di negoziati ad Abu Dhabi, ma l’accordo sul Donbass ancora è lontano.
Via
libera dell’Europa allo stop totale all’importazione di gas e Gnl russo.
Rutte:
“L'Europa può difendersi senza gli Usa? Un sogno”.
E difende Trump sulla Groenlandia.
«Chi
pensa che l'Ue, o l'Europa, si possa difendere senza gli Stati Uniti d'America,
sogna», lo sottolinea il segretario generale della Nato Mark Rutte, in
audizione davanti alla commissione Sede del Parlamento Europeo, a Bruxelles.
«Quando
il presidente Donald Trump farà cose buone - afferma Rutte - lo loderò e non mi
dispiacerà che pubblichi i messaggi di testo.
Qualcuno
pensa che l'Unione Europea, o l'Europa nel suo insieme, possano difendersi
senza gli Stati Uniti? Continuate a sognare. Non può».
Il
fatto è, continua, che «abbiamo bisogno l'uno dell'altro: e perché?
Prima di tutto, perché anche gli Stati Uniti
hanno bisogno della Nato.
Gli
Stati Uniti non sono nella Nato solo per evitare un errore fatto dopo la Prima
guerra mondiale», quello di ritirarsi dagli affari del Vecchio Continente, solo
per dover intervenire nella Seconda guerra mondiale.
Il
Consiglio europeo intanto ha votato a favore dello stop totale all'importazione
del gas russo entro la fine del 2027.
Hanno
votato in maniera contraria al bando delle importazioni la Slovacchia e
l'Ungheria, mentre la Bulgaria si è astenuta.
Il regolamento rappresenta una pietra miliare
fondamentale per il raggiungimento dell'obiettivo” “RE Power EU “di porre fine
alla dipendenza dell'Ue dall'energia russa.
Secondo
il regolamento votato oggi, l'importazione di gas da gasdotto e GNL dalla
Russia nell'Ue sarà vietata.
Il divieto entrerà in vigore sei settimane
dopo l'entrata in vigore del regolamento.
I contratti esistenti godranno di un periodo
di transizione.
Questo
approccio limiterà l'impatto sui prezzi e sui mercati.
Un
divieto totale entrerà in vigore per le importazioni di GNL dall'inizio del
2027 e per le importazioni di gas tramite gasdotto dall'autunno 2027.
Prima
di autorizzare l'ingresso delle importazioni di gas nell'Unione, i paesi
dell'Ue verificheranno il paese in cui è stato prodotto il gas.
Il mancato rispetto delle nuove norme può
comportare sanzioni massime di almeno 2,5 milioni di euro per i privati e di
almeno 40 milioni di euro per le aziende, pari ad almeno il 3,5% del fatturato
annuo mondiale totale dell'azienda o al 300% del fatturato stimato delle
transazioni.
Kiev,
allarme per un drone russo che sorvola il centro della capitale.
Nonostante
la mancanza di progressi sul dossier territori del Donbass, sia americani che
ucraini hanno definito «costruttivi» i colloqui negli Emirati.
Oltre
alle questioni militari sono stati affrontati anche temi economici, a partire
dal controllo della centrale di Zaporizhzhya, occupata dai russi, hanno fatto
sapere dei funzionari Usa.
Mosca
in particolare vorrebbe dividere con Kiev la produzione di energia elettrica
generata dall'impianto nucleare più grande d'Europa.
Salvini
ricompatta i suoi. "Sicurezza e pace". Vannacci? "Lo vedrò.
Chi se
ne va è perduto."
Ilgiornale.it
– Michel Dessì – (26 – 01 – 2026) – Redazione – ci dice:
Il
segretario bacchetta due deputati fuoriusciti e smorza sul vice: "Non c'è
un caso con il generale."
Salvini
ricompatta i suoi. "Sicurezza e pace". Vannacci? "Lo vedrò. Chi
se ne va è perduto."
"Matteo,
Matteo, Matteo" ripetono in coro i militanti applaudendo. "Vai
Matteo!". Urlano.
Così i leghisti hanno accolto il segretario
del Carroccio a Rivisondoli, in Abruzzo.
"Tre giorni straordinari" li ha
definiti Salvini.
Tre giorni intensi dove i militanti della
Lega, in particolare del centro sud, si sono ritrovati.
Ricompattati,
al fianco del suo segretario.
"È andata bene!", ci dice fiero
l'organizzatore Claudio Durigon.
Sala
gremita per Matteo Salvini accompagnato dalla sua inseparabile Francesca.
Il
vicepremier ha parlato molto di libertà e di pace.
Di una Lega che "c'è, decide e
incide".
L'intervento
è tutto incentrato sugli obiettivi del partito, quelli raggiunti e quelli
ancora da raggiungere.
Con chi, però, "non è attaccato alla
poltrona" ci tiene a specificare il segretario.
"Non
abbiamo bisogno di pesi improduttivi: qualcuno ritiene che il suo seggio sia
garantito da altre parti?
Vai,
perché la storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla" ha
tuonato.
In
sala solo applausi. Scroscianti.
In molti, però, hanno subito pensato al grande
assente, all'ex generale Roberto Vannacci.
Oggi
europarlamentare della Lega e vicesegretario federale.
Una
nomina importante.
C'è chi dice (ma sono solo voci di corridoio)
che mercoledì Vannacci possa dire ufficialmente addio al partito che lo ha
portato dritto a Bruxelles per fondare un movimento tutto suo.
Nuovo,
che guarda a destra. A quella "estrema". C
on lui
dovrebbero andare via anche due deputati.
Uno
sarebbe l'onorevole Rossano Sasso, ma Salvini mette le cose in chiaro:
il "chi esce dalla Lega finisce nel
nulla", non è riferito a Vannacci, ma ai deputati Davide Bergamini e
Attilio Pierro che nelle scorse settimane hanno lasciato il partito e hanno
aderito a Forza Italia.
Poi aggiunge che vedrà il generale in
settimana.
A
Rivisondoli, nell'hotel famoso per le sue calde e accoglienti piscine, che i
leghisti hanno visto solo dalla finestra, non si parla di Vannacci.
I
giornali parlano dell'uscita anche dell'onorevole “Domenico Fuggicele”. Una
notizia!
Proprio sabato ci aveva detto che "la
Lega" è la sua "casa".
Anche
lei è pronto per andare via con Vannacci? "Lei mi vede? Io sono qui, al
fianco di Salvini.
È da tre giorni che sono qui, basta questo per
capire da che parte sto" ci dice quasi infastidito, e dà la colpa ai
giornali.
Lo
stesso fa il leader del Carroccio che dice di leggere titoli
"distonici" di alcuni quotidiani sul rapporto con il generale.
Matteo
Salvini ci ha tenuto a specificare che "la Lega è una famiglia, una
comunità, non una caserma".
Poi,
il capitano, si degrada: "Qualcuno mi chiama capitano, ci sono generali,
marescialli, colonnelli, ma la forza della Lega è la truppa, il popolo".
Un
popolo che sembra crescere.
"Il
tesseramento" segna un +34%.
Il
segretario ha parlato della sua classe dirigente, "la stimo e la
responsabilizzo", ha detto.
Ha
anche parlato dell'affidabilità della Lega, "fedele agli alleati", ma
ha specificato che "la Lega è la Lega" e che porterà avanti le sue
battaglie. Una su tutte:
l'autonomia
"che non vogliono i governatori di sinistra" e la sicurezza.
"Ancora più mani libere" per le forze dell'ordine "nel rispetto
del codice" chiede Salvini aggiungendo che ci vorrebbero pene più dure per
chi usa i coltelli.
Non
solo, ha proposto anche una pena accessoria per i "quindici che sfoderano
coltelli sui social" (e non solo).
"Hai
coltello e monopattino, motorino o macchina?
Ti
porto via anche il monopattino o la patente!".
Poi
parole chiare indirizzate al Presidente dell'Ucraina:
"Abbiamo sentito Zelensky che dopo tutti i soldi, gli
sforzi e gli aiuti ha pure il coraggio di lamentarsi.
Cosa
resta della due diligence UE:
ulteriori
semplificazioni, si
applicherà
solo a 1.500 aziende.
Eunews.it
– Simone De La Feld – 6 dicembre 2025 – ci dice:
Sull'altare
della competitività, Consiglio dell'UE e Eurocamera annacquano ulteriormente le
direttive sulla rendicontazione di sostenibilità e sulla due diligence per le
imprese durante i negoziati finali del pacchetto “Omnibus I”.
Sostenibilità
Prodotti UE.
Bruxelles
– Si conclude la saga di due leggi divenute simbolo dell’incompatibilità tra
l’agenda verde lanciata da Bruxelles nel primo mandato di Ursula von der Leyen
e l’opera di semplificazione su cui ruota l’attuale Commissione europea.
I
Paesi membri e l’Eurocamera hanno raggiunto oggi (9 dicembre) l’accordo sul
pacchetto “Omnibus I”, che alleggerisce sensibilmente gli oneri previsti dalle
direttive sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD) e sulle due diligence
per le imprese (CSDDD).
A
dettare la linea i partiti di destra, guidati dal Partito popolare europeo, che
hanno prima imposto la propria posizione al Parlamento europeo e – in sede di
trilogo – sono riusciti a escludere oltre l’85 per cento delle imprese dal
campo di applicazione della CSRD e a far sì che solo 1.500 aziende in tutta
l’UE siano interessate dagli oneri previsti dalla CSDDD.
“Il pacchetto Omnibus I dovrebbe consentire
una riduzione degli oneri amministrativi in tutta l’UE pari ad almeno 5,7
miliardi di euro“,
ha esultato la presidenza danese del Consiglio
dell’UE.
“Siamo
andati oltre la proposta della Commissione”, ha rivendicato il relatore del
testo per l’Eurocamera, l’eurodeputato del PPE “Jörgen Warborn”.
Morten
BØDSKOV, ministro per l’Industria della Danimarca, e Jörgen Warborn (PPE),
relatore del pacchetto Omnibus I per l’Eurocamera, annunciando l’accordo in
conferenza stampa (09/12/25).
Rispetto
alla proposta di semplificazione presentata dalla Commissione lo scorso
febbraio, le soglie sono state abbassate ulteriormente: per quanto riguarda la
CRSD, saranno escluse dagli obblighi di rendicontazione tutte le imprese con
meno di 1.000 dipendenti e un fatturato netto inferiore a 450 milioni di euro.
Sia il Consiglio che il Parlamento, prima dei
negoziati interistituzionali, avevano fissato la soglia di dipendenti a 1.750.
Esentate
anche le PMI quotate e le impese di holding finanziarie.
Sulla
CSDDD, che prevede obblighi di controllo e verifica su tutta la catena di
approvvigionamento, l’accordo tra i colegislatori UE aumenta le soglie alle
sole grandi aziende con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di
fatturato netto.
Consiglio
dell’UE ed Eurocamera “hanno ritenuto che le grandi imprese abbiano la maggiore
influenza sulla loro catena del valore e siano le più adatte ad avere un
impatto positivo e ad assorbire i costi e gli oneri dei processi di due
diligence”, si legge in una nota della presidenza danese dell’UE. L’accordo
introduce una clausola di revisione per una possibile estensione del campo di
applicazione di entrambe le direttive.
Sono
previste una serie di flessibilità per le imprese nella valutazione e
identificazione degli impatti negativi delle loro catene di approvvigionamento:
non saranno tenute a effettuare una mappatura completa, e potranno basare i
loro sforzi su “informazioni ragionevolmente disponibili”. Eliminato l’obbligo
per le imprese di adottare piani di transizione climatica, ed anche
l’armonizzazione del regime di responsabilità civile in tutti i Paesi membri.
Ridimensionate
sensibilmente anche le multe per le imprese inadempienti: da un tetto massimo
del 25 per cento del fatturato, l’accordo le riduce ad un limite del 3 per
cento. L’entità delle ammende sarà stabilita da Bruxelles insieme agli Stati
membri.
“Accolgo
con favore l’accordo politico sul pacchetto di semplificazione Omnibus I – ha
scritto in un post su X la presidente della Commissione europea, Ursula von der
Leyen -, che ridurrà i costi amministrativi, taglierà la burocrazia e renderà
più semplice il rispetto delle norme di sostenibilità”.
In una nota, la Commissione europea ha
confermato il suo endorsement all’ulteriore annacquamento delle leggi:
la riduzione della portata della direttiva
sulla rendicontazione di sostenibilità “razionalizzerà, semplificherà e ridurrà
gli obblighi”, mentre le modifiche alla CSDDD “eliminano inutili complessità e,
in ultima analisi, riducono gli oneri di conformità, preservando al contempo
gli obiettivi della direttiva di ridurre gli impatti negativi sull’ambiente e
sui diritti umani, anche nelle catene del valore globali delle grandi imprese
attive nell’UE, e di promuovere la transizione verso la sostenibilità delle
nostre economie”.
Di
tutt’altro avviso i socialdemocratici.
La
vicepresidente S&D, Ana Catarina Mendes, ha avvertito: “Non accetteremo mai
questo programma ispirato da Trump e voteremo quindi contro l’accordo di
trilogo“.
Ma la
conferma dell’accordo da parte dell’Aula è piuttosto scontata, vista la
solidità della maggioranza tra PPE, Conservatori, Patrioti e Sovranisti sul
dossier.
Paolo
Borchia, capodelegazione della Lega, ha sottolineato che “per la prima volta le
trattative sono state guidate e portate a termine da una compatta maggioranza
politica, alternativa a quella attuale, mettendo nuovamente a nudo
l’inadeguatezza della ‘maggioranza Ursula’ con la sinistra, sempre più distante
dagli elettori e nemica della competitività”.
Qual è
il finale della Groenlandia?
Unz.com - Alastair Crooke – (26 gennaio 2026)
– ci dice:
Qual è
il finale iniziale della 'Groenlandia'? Trump 'prenderà' la Groenlandia.
Lunedì,
quando gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero usato la forza per
conquistare la Groenlandia, il presidente Trump ha risposto: "Nessun
commento".
In
precedenza aveva promesso di conquistare la più grande isola del mondo
"per via gentile [acquisto] o per la via più difficile [con la
forza]".
Sebbene
l'idea sembri essere nata al mondo 'dal nulla',” John Bolto”n, ex consigliere
per la sicurezza nazionale di Trump, racconta che fu “Ron Lauder”, un
miliardario ebreo di 81 anni di New York ed erede della fortuna “Estée Lauder”,
a seminare per primo il seme della proprietà statunitense della Groenlandia
nella mente del Presidente nel 2018, durante il suo primo mandato in carica.
Trump
ha tentato senza successo di acquistare la Groenlandia nel 2019, durante il suo
primo mandato.
Il presidente “Harry Truman” offrì anche di
acquistarla per 100 milioni di dollari in oro nel 1946 – ma fu rifiutata.
Storicamente,
osserva il Telegraph, "gli Stati Uniti sono stati contrari alla conquista
di terre, ma non all'acquisizione di territori con denaro. Nell'acquisto della
Louisiana del 1803, acquistò enormi quantità di terra dalla Francia per
l'equivalente di circa 430 milioni di dollari oggi. L'acquisto dell'Alaska nel
1867 vide gli Stati Uniti pagare alla Russia l'equivalente moderno di 160
milioni di dollari per quello che divenne il 49º stato.
Acquistò le Isole Vergini Americane dalla
Danimarca nel 1917 per monete d'oro del valore equivalente a oltre 600 milioni
di dollari oggi".
“Wolfgang
Munchau”, un veterano commentatore europeo,afferma:
"I
funzionari europei sconvolti descrivono la fretta di Trump ad annettere il
territorio sovrano danese come 'folle' e 'folle', chiedendogli se sia
intrappolato nella sua 'modalità guerriero' dopo la sua avventura in Venezuela
— e affermando che merita la più dura rappresaglia d'Europa per quello che
molti vedono come un attacco chiaro e non provocato contro gli alleati
dall'altra parte dell'Atlantico".
Un
funzionario di Bruxelles ha suggerito che l'America non può più essere vista
come un partner commerciale affidabile — e che gli Stati Uniti si sono spostati
a tal punto sotto Trump che questa metamorfosi dovrebbe essere considerata
permanente.
I
sondaggi indicano che il sostegno europeo all'America è svanito: un nuovo
sondaggio pubblicato in Germania mostra che meno del 17% degli europei ora si
fida dell'America.
“Michael
McNair” sostiene però che non fu Lauder a spingere la conquista della
Groenlandia, ma piuttosto il Sottosegretario alla Difesa per la Politica, “Elbridge
Colby”, che in realtà ha illustrato la sua visione per questa manovra nel suo
libro del 2021, “The Strategy of Denial: “American Defence in an Age of Great
Power Conflict.”
L'affermazione
centrale di Colby è che la strategia statunitense nel XXI secolo dovrebbe
mirare a negare alla Cina di ottenere l'egemonia territoriale sull'Asia.
Il
resto del quadro di Colby deriva da questa semplice ipotesi.
Assicurare
l'attenzione sull'emisfero occidentale, sostiene McNair, si adatta a questo
quadro:
assicurare
la base non è una ritirata dall'Asia.
È un
prerequisito per sostenere la proiezione di potenza nell'Indo-Pacifico.
"Non puoi combattere una guerra nel
Pacifico occidentale se attori ostili controllano i tuoi accessi a sud".
"L'attenzione
dell'emisfero occidentale non è nemmeno l'America che si ritira al suo angolo.
Sta
assicurando la base operativa.
Non puoi proiettare potere nell'Indo-Pacifico
se attori ostili controllano le rotte di navigazione del Golfo, il tuo accesso
ai canali o le catene di approvvigionamento critiche nel tuo stesso emisfero.
La riaffermazione della Dottrina Monroe
consente la strategia asiatica. Non lo sostituisce".
Questo
chiaramente non ha molto senso.
La Cina (o la Russia) non minacciano la
Groenlandia – e gli Stati Uniti ospitano già una grande base radar
anti-missilistico di allarme precoce presso la base spaziale di Pituffik in
Groenlandia, che ospita il 12º Squadrone di Allerta Spaziale degli Stati Uniti.
Quale
ulteriore vantaggio otterrebbe gli Stati Uniti 'possedendo' apertamente la
Groenlandia quando le è già permesso ospitare lì i loro massicci radar
missilistici di allarme precoce?
È
chiaro che non esiste davvero alcuna urgenza immediata e urgente di difesa che
richieda agli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.
Detto
ciò, con le elezioni di metà mandato che si avvicinano e Trump preoccupato che,
se dovesse perdere la Camera, potrebbe essere "finito, finito,
finito" (parole sue), potrebbe esserci un'alternativa politica opportuna.
Trump
ritiene che la sua trovata di catturare il presidente Maduro abbia funzionato
bene in patria.
Secondo
quanto riportato, ha detto alla sua base di voler vittorie politiche 'di
rilievo' prima delle elezioni di metà mandato.
"Se
Trump dovesse consumare l'acquisto della Groenlandia, quasi certamente si
assicurerebbe un posto sia nella storia americana che globale ...
La
Groenlandia si estende su circa 2,17 milioni di chilometri quadrati –
rendendola paragonabile per dimensioni all'intero Acquisto della Louisiana del
1803 e più grande dell'Acquisto dell'Alaska del 1867. Integrando quella massa
di terra nell'attuale superficie degli Stati Uniti e degli Stati Uniti, gli
Stati Uniti supererebbero il Canada, posizionando gli Stati Uniti secondi solo
alla Russia per dimensione territoriale.
In un sistema in cui dimensioni, risorse e profondità
strategica contano ancora, un tale cambiamento sarebbe interpretato in tutto il
mondo come un'affermazione di portata americana duratura", osserva un
commentatore.
Probabilmente
funzionerebbe bene.
Monceau
osserva però:
"[Che]
gli europei si sono appena svegliati, e questa volta sono davvero arrabbiati,
affollati per rilasciare comunicati stampa per condannare Trump.
Sento
commentatori esortare l'UE a utilizzare lo Strumento Anti-Coercizione, un
dispositivo legale entrato in vigore due anni fa, per contrastare la pressione
economica degli avversari.
Insistono
che l'UE sia più forte di quanto pensi.
Non è
il più grande mercato unico e unione doganale al mondo?
E si considera una superpotenza regolatoria".
Durante
il fine settimana, Trump ha annunciato ulteriori dazi del 10% dal 1° febbraio,
saliti al 25% dal 1° giugno, per otto paesi europei che resistono agli sforzi
degli Stati Uniti di acquisire la Groenlandia.
L'UE
sta preparando 93 miliardi di euro in dazi di rappresaglia per dare all'Europa
la sua potenza di fuoco di ritorsione.
Il
Presidente Macron sta sollecitando con forza l'UE ad attivare lo Strumento
Anti-Coercizione dell'UE.
I
funzionari europei stanno anche discutendo 'silenziosamente' di 'possibilità
sensibili' che includono la sottrazione delle basi europee degli Stati Uniti,
permettendo agli USA di proiettare la propria forza su teatri chiave – in
particolare il Medio Oriente.
"Si
può tracciare una linea netta intorno agli otto paesi che Donald Trump ha preso
di mira per il suo dazio punitivo del 10%:
Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Regno
Unito, Germania, Francia e Paesi Bassi.
Il
nord-ovest liberale dell'Europa sta cercando di ostacolare la conquista della
Groenlandia da parte di Trump.
Ma ci
sono altri 21 stati membri che non sono stati sanzionati", osserva Monceau.
"Meloni
si separerà dal Presidente per un pezzo di terra lontano e irrilevante per la
sicurezza e l'economia dell'Italia?
E la Spagna? O la Grecia? O Malta e Cipro? E
l'Europa orientale?
Will
Viktor Orbán, Andrej Babiš e Robert Fico... correre in soccorso dei loro amici
liberali in Danimarca?"
Il
previsto confronto raggiungerà il culmine al WEF di Davos, che si terrà questa
settimana, con Trump e un numeroso seguito previsti per oggi (mercoledì).
Almeno
un incontro tra funzionari dell'UE e funzionari della NATO con Trump è previsto
a Davos.
Potrebbe
essere tempestoso.
'Tempestoso',
dato che una fonte vicina alle deliberazioni della Casa Bianca riporta che
Trump non si sta dirigendo a Davos in modo conciliatorio.
Piuttosto, Trump intende infliggere una doccia
fredda alle persone di autoproclamazione importante, che sono lì radunate.
Molti tra il pubblico rimarranno sconvolti
quando i globalisti, che costituiscono la maggioranza nell'assemblea del WEF,
inizieranno a rendersi conto di cosa sta mettendo insieme Trump.
In
sostanza, Trump sta assemblando una struttura completamente nuova per le
partnership globali che probabilmente finirà con l'obsolescenza funzionale
delle Nazioni Unite.
Sta
selezionando i leader mondiali tramite l'invito a un 'Global Board of Peace' –
Gaza rappresenta semplicemente la sede iniziale.
Uno
degli aspetti chiave, osserva un osservatore attento della Casa Bianca, è che
in questa nuova” Assemblea Globale”, ognuno pagherà le proprie spese.
'Niente
passeggeri stavolta. Vuoi sederti al grande tavolo; unirsi al grande club della
sovranità; Riuniti con un team di azione reciprocamente rispettoso – poi paga
la quota d'ingresso per partecipare'.
Alcuni,
ma non tutti, in Europa sfoggiano la loro rabbia e parlano di 'resistenza', ma
"la verità è che agli europei non importava mai davvero della Groenlandia.
È stato il primo paese a lasciare l'UE – nel
1985 – molto prima della Brexit.
È una
nazione di pesca; il pesce rappresenta oltre il 90% delle sue esportazioni.
E se n'è andato perché le politiche ittiche
dell'UE le avrebbero privato del diritto di gestire le proprie scorte.
La
Groenlandia avrebbe potuto essere dell'UE, se avesse voluto davvero
mantenerla", scrive Monceau.
L'Europa
ha la volontà o i mezzi per resistere a Trump?
No,
non è così.
Sono
gli Stati Uniti, non l'Europa, ad avere il 'bazooka commerciale': l'Europa ha
deciso consapevolmente (come parte del progetto Ucraina) di diventare
dipendente al 60% dal gas naturale liquefatto americano per la sua energia.
L'UE sotto la NATO rimane uno stato di
guarnigione statunitense con importanti basi statunitensi nei Paesi Bassi,
Germania, Spagna, Italia, Polonia, Belgio, Portogallo, Grecia e Norvegia.
Senza l'ombrello della sicurezza statunitense,
il deterrente nucleare dell'UE crolla.
Senza
gli Stati Uniti, i Five Eyes sono finiti. (Lo spostamento del Canada verso est
potrebbe aver già iniziato la frammentazione della NATO. La fine dei Five Eyes
potrebbe rivelarsi molto più importante della fine della NATO).
Le
capitali europee sarebbero in train di architetturare un piano per costringere
Trump a ritirarsi sulle sue richieste di prendere il controllo della
Groenlandia dalla Danimarca.
O meglio, stanno architettando diversi piani e
lanciando tutto ciò che hanno contro chiunque possano ascoltare – alimentando
forti sospetti che non stiano parlando con una sola voce e che comprendano la
debolezza dell'Europa.
Il
grande rischio, ammettono alcuni funzionari europei, è che tali sfide dirette
agli Stati Uniti degenerino rapidamente in una rottura totale della relazione
transatlantica, portando forse alla fine della NATO.
Altri
sostengono che l'alleanza sia sempre più tossica sotto Trump e che l'Europa
debba andare avanti.
Ma
dietro le quinte – come sempre in questi giorni in Europa occidentale – si
trova il 'Progetto Ucraina'.
I
membri europei della 'Coalizione dei Volenterosi' sono ancora ossessionati dal
costringere Trump ad accettare che le forze militari statunitensi garantiranno
le garanzie di sicurezza europee (nell'improbabile caso in cui entri in vigore un
cessate il fuoco in Ucraina).
Qual è
il finale iniziale della 'Groenlandia'?
Trump
'prenderà' la Groenlandia. Nel lungo periodo ciò potrebbe portare allo
smembramento dell'Europa e ad alcuni stati europei che adottano politiche di
difesa individuali.
Le élite europee, tuttavia, saranno più
intenzionate a preservare la NATO e la parvenza di essere 'alleati' americani,
che a 'salvare la Groenlandia'.
Vivere
in Cina, Parte 2:
Gli
Svantaggi
Non è
tutto rose e fiori.
Unz.com - Walt King – (25 gennaio 2026) – ci
dice:
Ad
aprile dello scorso anno, commissionato originariamente da Ron Unz della Unz
Review, ho scritto un articolo esteso intitolato “Vivere in Cina” basato su
quasi 20 anni di esperienza, l'ultimo dei quali è stato quello di cinque anni
di residenza permanente a Shenzhen, oltre alle vacanze all'estero.
Ho
detto allora che la Cina è probabilmente il miglior paese in cui vivere secondo
la mia esperienza, e questa è ancora la mia opinione.
I
trasporti pubblici sono i migliori al mondo, locali e a lunghissima distanza.
L'assistenza
sanitaria di prim'ordine e a basso costo, mi ha salvato la vita due volte.
Praticamente nessun crimine e pochissimi
episodi di sparatoria –“ Deep seek” ne ha trovati solo tre in 20 anni, mentre
apparentemente la polizia statunitense spara a qualcuno ogni sette minuti (Lee
Camp).
Basso costo della vita – cibo, carburante e
acqua a basso costo – e scaricare vicina a zero.
Un
governo che lavora per il suo popolo e non per lo 0,01%.
Puoi
indossare la tua maglietta Palestine senza farti arrestare.
E
questo senza contare il clima tropicale nel sud con un'estate di nove mesi!
Ma te
l'ho già detto.
Tuttavia,
nessun luogo è perfetto e non cercare di sorvolare sulle imperfezioni.
Oggi
voglio concentrarmi prima su tre delle difficoltà della vita in Cina e
concludere con tre restrizioni meschine che sono state quasi costringenti a
cacciarci dalla Cina continentale.
Innanzitutto,
illustrerò brevemente le tre principali irritazioni con video molto brevi, di
appena un minuto ciascuno.
Attualmente stiamo affittando una casa, la porta
d'ingresso si apre sul giardino, una vera liberazione, ma nel condominio in cui
vivevamo prima c'erano circa 30 piani con un totale di 90 porte tagliafuoco.
Non ho esaminato tutti, ma tutti quelli che ho
controllato era noti permanentemente da residenti idioti.
Togliendo
quel mucchio di cartone sarebbe stato sostituito da qualche idiota senza
cervello entro un'ora, e dato che i meccanismi di chiusura erano stati tutti
distrutti dal blocco permanente, le porte non si sarebbero più chiuse da sole.
Piano
9, Nanyuan Fengye Gongyu, Viale Nanshan, Shenzhen.
La
Legge sulla Protezione Antincendio della Repubblica Popolare Cinese impone che
le porte tagliafuoco debbano rimanere chiuse per prevenire la diffusione di
fuoco e fumo.
Tenerle
aperte viola l'articolo 28.
La legge ritiene responsabili sia i residenti
che la società di gestione immobiliare e possono essere applicate multe a
entrambi in caso di mancato rispetto della legge.
Ma né
i vigili del fuoco né la gestione degli edifici effettuano ispezioni.
Nelle
conversazioni con altri espatriati qui ho imparato che il problema è
universale.
Una
volta mi sono lamentato con l'ufficio comunitario locale, hanno visitato il
blocco e parlato con la direzione, la cui risposta è stata di affiggere quegli
avvisi che ordinavano alla gente di chiudere le porte.
E
nulla cambiò.
Suppongo
che ci vorrà un altro incendio qui come quello di Hong Kong lo scorso novembre,
prima che qualcosa cambi.
Mi
chiedo quante porte tagliafuoco funzionassero lì.
Ci
sono milioni di monopattini elettrici a Shenzhen.
Non è un'esagerazione, praticamente tutti
sembrano averne uno, e devono essere guidati sui marciapiedi, anche se molti
viaggiano anche sulle strade, e nulla in Cina con meno di quattro ruote
rispetta le norme stradali, i semafori, anche al punto di andare sul lato
sbagliato, quindi bisogna ricordarsi di guardare in entrambe le direzioni
quando si entra su un attraversamento.
Viaggiano fino a 30 mph sull'asfalto
(marciapiede) e sterzeranno verso di te per il minimo spazio, anche se questo
significa sfiorarti la spalla con uno specchietto.
I
passeggeri, molti dei quali sono fattorini che si affrettano a raggiungere la
loro quota, spesso guardano i loro telefoni mentre corrono a tutta velocità.
Di
conseguenza, non è più sicuro camminare in molte zone di Shenzhen.
Sono
stato colpito da loro numerose volte, ma alcuni amici hanno subito gravi
infortuni.
Nell'ultima clip del video successivo, i
semafori stradali sono appena diventati rossi per dare ai pedoni la possibilità
di attraversare.
Nota
la luce verde pedonale ovunque.
C'è
una mania per l'erezione di recinzioni inutili ovunque, almeno a Shenzhen, che
possono causare lunghe deviazioni per i pedoni che vogliono semplicemente
raggiungere l'altro lato della strada.
A volte prendere la metropolitana è l'unico
modo.
Una
volta avevamo un attraversamento pedonale segnalato tra la fermata dell'autobus
e l'ingresso del nostro complesso residenziale, ne potete vedere i resti qui,
ma ora ci vogliono 600 metri a piedi per arrivare al semaforo e tornare
indietro.
OK: un
ulteriore fastidio.
Fumare nei luoghi pubblici al chiuso è
generalmente illegale, ma è ancora una pratica comune;
fumare
è ancora diffuso in Cina, almeno tra gli uomini, eppure chi dovrebbe avere il
controllo non fa mai rispettare la regola, nemmeno se gli viene chiesto.
Lo
stesso vale per la vendita di sigarette e alcolici ai minori, illegale dal
2006.
Ci
sono posti sulla metropolitana riservati ad anziani e disabili, ma sono
regolarmente occupati da altri che non li cedono mai a chi è in piedi e ha
diritto a sedervi, e anche gli inservienti che si aggirano non agiscono mai.
Molti
passeggeri non sanno ancora da che parte della scala mobile mettersi per
permettere a chi ha fretta di passare a sinistra.
Non
assisterete mai a nessuno di questi comportamenti a Hong Kong.
Ok,
ok, mi fermo qui.
Quindi
possiamo vedere che, sebbene la Cina abbia delle leggi, sotto molti aspetti è
carente dello stato di diritto.
Ma in
certi altri aspetti ha regole meccaniche che non esistono in molti altri paesi,
ma che sono rigidamente applicate.
Tendono
al controllo e alla irreggimentazione maniacale, e alcune di queste cose ci
hanno costretto a considerare di tornare a casa in un altro territorio.
Innanzitutto,
una volta avevo una patente cinese, ma non sono riuscito a rinnovarla una volta
raggiunta una certa età e così ho venduto la mia auto.
Sebbene
questo requisito sia stato in parte allentato, le patenti per gli over 70 ora
richiedono un rinnovo annuale con notevoli requisiti burocratici – sembra che
rifare un esame ogni anno – e quindi, anche se vorrei comprare una roulotte per
un lungo giro del paese, sapere che la patente potrebbe essere ritirata entro
meno di un anno lasciandomi un veicolo da smaltire è un enorme scoraggiamento,
quindi quella fu la prima spinta altrove, ma da allora ho trovato una soluzione
soddisfacente per l'esplorazione motorizzata in un altro paese (vedi punto
successivo).
Quindi
qui per noi è solo trasporto pubblico (mia moglie non vuole guidare), che ammetto che è molto positivo, ma
manca della flessibilità della proprietà personale.
Ho
comprato una barca a Hong Kong dieci anni fa.
Navigando
intorno a Hong Kong, ti rendi presto conto che non ci vuole molto per visitare
praticamente ovunque valga la pena visitare, ma ovviamente la costa cinese è
vicina ed estesa e potresti pensare che offra un'alternativa gradita per
crociere prolungate?
Non
essere sciocco.
Ecco
solo un breve consiglio di “Deep Seek” per chiunque stia pensando di provarci,
in particolare da Hong Kong.
1.
Assumere un agente locale:
questo
è il passaggio più cruciale.
Un
agente locale di spedizioni o yachting gestirà le complesse pratiche
burocratiche con l'MSA, la dogana e il controllo di frontiera per qualsiasi
viaggio, in particolare quelli che attraversano la Cina continentale, Hong Kong
o Macao.
2.
Presentare un piano di viaggio:
è
necessario presentare un piano di navigazione dettagliato alla MSA prima della
partenza, che includa l'itinerario, l'orario di arrivo previsto, l'elenco
dell'equipaggio e la lista dei passeggeri.
E così
via.
Anche
l'accesso a gran parte della costa è severamente limitato, e il porto turistico
di Shenzhen è assolutamente vietato alla plebe, dato che l'iscrizione costa
circa 100.000 dollari all'anno.
Non ho
mai visto una barca entrare o uscire da lì, sembrano solo palazzi galleggianti
del gin.
Così,
in breve tempo, abbiamo trasferito la barca nelle Filippine e negli ultimi nove
anni abbiamo esplorato a fondo le 7.000 isole.
Non
siamo mai stati a conoscenza di aree soggette a restrizioni, a parte le riserve
naturali per pesci e coralli, che sono delimitate.
Anche
con le normative recentemente aggiornate, tutto ciò che dobbiamo fare è
contattare telefonicamente la guardia costiera all'arrivo e alla partenza, se
ce n'è una in loco; a volte escono e c'è un modulo da compilare.
E
questo è tutto.
E vale la pena concludere con l'osservazione
che a Hong Kong non ci sono controlli di questo tipo, che, ricordiamo, fa parte
della Cina.
Sembra
che se la cavino benissimo lì senza.
Comunque,
dopo tutto questo tempo, come Hong Kong, abbiamo visto praticamente tutta la
costa filippina che vogliamo vedere entro una distanza ragionevole dal nostro
ormeggio, abbiamo messo in vendita la barca, ma essendo attratti dal paese
abbiamo affittato un bungalow con tre camere da letto sul mare per 425 dollari
al mese e comprato un'auto che può essere guidata con la mia patente britannica
per fino a tre mesi alla volta senza limiti di età.
Una
licenza filippina derivata da essa è un'opzione.
Quindi
ora visitiamo la terra lì invece che il mare, e la Cina per niente.
C'è
pochissimo traffico automobilistico lontano dalle città principali, è come
guidare di nuovo negli anni '60.
È la
nostra seconda casa per le vacanze.
Proprietà
permanente! Mari caldi e azzurri e spiagge di sabbia bianca! Noci di cocco in
giardino!
La mia
carriera di una vita è stata come elettrochimico.
L'elettrochimica è dove l'elettricità incontra la
chimica, e se questo suona oscuro, beh, avete tutti sentito parlare delle
batterie.
Sebbene in pensione per alcuni anni, sono
stato tentato di tornare l'anno scorso, dato che la Cina, avendo raggiunto il
dominio mondiale con il trasporto a batteria, sta passando alle celle a
combustibile a idrogeno per veicoli a lunga distanza e pesanti, che necessitano
di elettro catalizzatori a basso costo al posto del platino sempre più costosi
per consentire un'applicazione estesa, e sviluppato tali per il catodo ad aria
era proprio il mio argomento di dottorato molti anni fa, ma poi il Regno Unito
ha perso interesse a sostenere la scienza e la tecnologia avanzata più o meno
in quel periodo, quindi ho dovuto trovare un'altra carriera.
All'inizio
dell'anno scorso ho iniziato, ma mi sono subito reso conto che non potevo
ottenere nulla, poiché in Cina la fornitura di sostanze chimiche è rigidamente
controllata.
Qualsiasi
cosa che possa potenzialmente danneggiare proprietà, vite o arti o che possa
essere potenzialmente utilizzata per produrre esplosivi è praticamente
impossibile da reperire. Quindi, qual è la soluzione?
Fatelo
a Hong Kong.
Hong
Kong offre il meglio di entrambi i mondi, perché pur essendo parte della Cina,
gode di libertà che nella Cina continentale si possono solo sognare:
internet illimitato senza VPN e una bassa
tassazione sono solo due delle altre due.
Oh, e
niente monopattini elettrici sui marciapiedi. Sembra un bel posto in cui
vivere, eh?
In
realtà stavamo anche progettando di trasferirci a Hong Kong, ma purtroppo è
presto emerso un ostacolo.
Il prezzo delle case lì è orribile, è il più
caro al mondo, e un breve sondaggio vi dirà che si tratta per lo più di
robaccia troppo costosa.
Per circa 1.000.000 di dollari potete scegliere tra un
loft microscopico e nuovo o una rovina di sessant'anni di dimensioni
ragionevoli.
Ecco
un esempio assolutamente tipico in un quartiere non proprio speciale.
8.000.000
di dollari di Hong Kong equivalgono quasi esattamente a 1.000.000 di dollari
USA per un monolocale, e 426 piedi quadrati equivalgono a 40 metri quadrati:
diciamo
8 x 5!
Il
nostro appartamento con tre camere da letto a Shenzhen costa più o meno la
stessa cifra, è più del doppio delle dimensioni, e mi sembra angusto.
Beh,
potreste dire, perché non affittare?
Un tipico immobile pubblicizzato simile a
quello sopra, di circa 35 metri quadrati, vi costerebbe circa 2.500 dollari USA
al mese.
Sono
circa 70 dollari al metro quadro. La casa filippina qui sopra ci è costata –
udite udite – circa 5 dollari al metro quadro. E ha anche un bel giardino
anteriore.
È
pazzesco.
Quindi
per ora farò il pendolare per qualche giorno a settimana a Hong Kong da
Shenzhen.
È un'ora di traghetto da “Shekou”, poi
mezz'ora di viaggio in MTR.
In realtà è più economico usare hotel a basso
costo così che affittare un ripostiglio lì dove vivere.
E
sebbene i prezzi siano in costante calo da diversi anni, hanno ancora molta
strada da abbassare prima che abbia senso pagarli. E come potete vedere, le tre
forze che minacciano di spingerci a vivere altrove sono state affrontate: fallo
nelle Filippine, fallo nelle Filippine, fallo a Hong Kong. Ma vivono nella Cina
continentale.
Quindi
la nostra casa principale continuerà ad essere a Shenzhen, almeno finché non
sarà troppo pericoloso camminare lì.
Se ti
piace ma non riesce a farlo – è il permesso di lavoro o il matrimonio con un
cinese – Hong Kong, nonostante tutti i suoi svantaggi, resta comunque
un'opzione piuttosto attraente e la scelta migliore sarebbe Wan Chai, senza
dubbio.
È la
parte migliore di Hong Kong, e conserva ancora molte delle gioie che sono state
sterminate a Shekou negli ultimi 13 anni (cioè da quando Xi Jinping è diventato
leader).
Una
strada a Wan Chai.
Wikipedia
accenna alle gioie del distretto: nota anche i nomi delle strade che onorano ex
eroi e cattivi britannici, indicativo anche di come l'ex colonia sia rimasta
praticamente invariata dalla consegna nel 1997.
La
zona verso l'estremità occidentale di “Lockhart Road”, che comprende una
piccola parte della parallela “Jaffe Road”, è uno dei due principali quartieri
dei bar dell'isola di Hong Kong (l'altro è il più esclusivo Lan Kwai Fong a
Central).
Un
tempo considerata principalmente un quartiere a luci rosse, quest'area è ora
più diversificata, con bar, pub, ristoranti e discoteche.
Tuttavia,
alcuni dei bar più sfacciati sono ancora presenti, con le porte adornate da
donne provenienti da Thailandia e Filippine.
Il
famoso romanzo e film "Il mondo di Suzie Wong" ha ambientato molte
scene in questa zona.
Nancy
Kwan nel mondo di Suzie Wong, 1960.
Ci
sono due bar con musica dal vivo degni di nota, l'Amazonia e il The Wanch a
Luard.
L'Amazonia ospita due delle migliori band, ma
è infestato da prostitute filippine.
Se
andate da soli, preparatevi a doverle mandare a quel paese. A meno che,
ovviamente...
Bene,
comunque concludiamo con “Rafunzel” che suona all'Hotel California
all'Amazzonia.
Ecco
qua.
Devo
confessare che gli ultimi tre svantaggi non sono un problema per te se non sei
vecchio, non hai uno yacht e non sei un chimico in attività.
Quindi
vai avanti e vivi in Cina, se riesci a organizzarlo.
Altrimenti,
come ho scritto in un articolo precedente, a seconda di dove vivi, in caso di
Cina potresti avere diritto a un visto di tre mesi a Hong Kong all'arrivo, sei
mesi con passaporto britannico, poi fai semplicemente una corsa per il visto a
Macao o anche a Shenzhen e ricominci da capo.
Forse allora, una notte, ci vediamo lì.
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