Fedele solo ai valori.

 

Fedele solo ai valori.

 

 

 

Le “prediche” di Draghi e

l’Europa ferma ai box.

Romasette.it - Agenzia Sir pubblicato il 4 Febbraio 2026 – ci dice:

 

Mentre l’ex premier e presidente della Bce rivolge un forte invito all’Ue perché intraprenda la strada del federalismo, i 27 rimangono divisi, convinti che le risposte nazionaliste siano più efficaci.

Mentre Mario Draghi, da Lovanio, indica per il futuro dell’Europa la necessità di passare da “confederazione” a “federazione”, condividendo, magari con geografie variabili, scelte ambiziose che guardano al futuro, nell’Ue c’è chi frena il cammino.

«La potenza richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione – ha detto Draghi senza mezzi termini -.

Dove l’Europa si è federata – commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto».

 Una potenza pacifica, fondata su valori e interessi condivisi, aperta al mondo.

Con regole scritte insieme e istituzioni comuni che decidono davvero.

 

Ma questo è il percorso contrario rispetto ai nazionalismi imperanti che sono – proprio oggi, dove occorrerebbe un’Europa forte e coesa – il freno del processo di integrazione.

Così i 27 rimangono in balia dei vari Trump, Putin, Xi Jinping, senza riuscire a definire risposte credibili nei settori della difesa, dell’ambiente, del fisco, del “pilastro sociale”.

E delle migrazioni.

Già, perché le migrazioni, passate in secondo piano rispetto a guerre, difesa e dazi Usa, non sono una politica europea, perché rimangono nelle mani dei governi nazionali, incapaci – è un dato di fatto – di creare canali regolari per l’immigrazione, di condividere le responsabilità dell’accoglienza dei migranti, di prevenire ed evitare le morti in mare o sulla rotta balcanica.

 

Forse fa gioco, in questa Europa impaurita, fare di tutto per tenere alla larga chi scappa da fame e guerre, senza peraltro immaginare che, nel “vecchio continente”, forze giovani sarebbero una manna per rispondere alla crisi demografica europea.

Così la Commissione ha presentato di recente una “Strategia europea di gestione dell’asilo e della migrazione” e, contemporaneamente, una “Strategia per la gestione dei visti”:

due articolati provvedimenti, che hanno come filo rosso la chiusura delle frontiere.

La Commissione ha ribadito la «determinazione dell’Unione a porre in essere un quadro che sia equo e fermo e che gestisca efficacemente la migrazione insieme ai Paesi partner, offrendo soluzioni pur rimanendo fedele ai valori europei».

 E soprattutto ha affermato il principio, legittimo, secondo cui è l’Europa a decidere chi entra nell’Ue e in quali circostanze.

 

Non è certo la prima proposta, strategia, piano, pacchetto di misure che la Commissione propone in materia.

 In questo caso la strategia definisce – sempre secondo l’esecutivo – la via da seguire per conseguire tre obiettivi principali:

 prevenire la migrazione illegale e interrompere l’attività delle reti criminali di trafficanti;

 proteggere le persone in fuga da guerre e persecuzioni prevenendo allo stesso tempo gli abusi del sistema;

attrarre talenti nell’Ue per rafforzare la competitività delle nostre economie.

Il fatto è che le strade proposte, più o meno battute in passato, non hanno dato alcun esito:

 gli sbarchi in Italia continuano, il Mediterraneo rimane un cimitero, persone giovani e in gamba dal sud del mondo non hanno modo di arrivare, anche se le imprese europee di diversi settori produttivi reclamano mancanza di manodopera di ogni tipo.

 

Sono cinque le priorità su cui si vorrebbe concentrare la nuova strategia in materia di controllo dell’immigrazione.

 Anzitutto «intensificare la diplomazia migratoria».

«Rafforzeremo ulteriormente una diplomazia migratoria assertiva che promuova gli interessi e i valori dell’Ue.

 Gestire la migrazione – spiegano dalla Commissione – è una sfida globale che ci impone di lavorare in solidarietà garantendo allo stesso tempo un’equa ripartizione delle responsabilità» (quella mancata finora).

La Commissione «intensificherà gli sforzi, insieme agli Stati membri, per migliorare la cooperazione con i partner internazionali» (partenariati globali e reciprocamente vantaggiosi; utilizzare incentivi e leve in tutti i settori strategici quali la politica dei visti, il commercio e il sostegno finanziario; attuare un approccio basato sull’intero percorso che aiuti i partner a costruire quadri resilienti e umani in materia di migrazione e asilo; intensificare la lotta contro il traffico di migranti; promuovere percorsi di protezione e sostenere i rimpatri dai Paesi terzi).

Secondo elemento della strategia:

«Frontiere forti dell’Ue per rafforzare il controllo e la sicurezza».

 Terzo: un sistema di asilo e migrazione «solido, equo e adattabile». Quarto: rimpatri rapidi.

Quinto punto: mobilità dei lavoratori e dei talenti «per stimolare la competitività».

Il fatto è che le parole che più ricorrono a Bruxelles, e in quasi tutte le Capitali, sono proprio quelle due:

 frontiere e rimpatri.

Il resto, per ora, resta sulla carta.

 (Gianni Borsa).

 

 

 

La Commissione presenta una

strategia quinquennale in

materia di migrazione.

Integrazionemigranti.gov.it – (29 gennaio 2026) – vivere e lavorare in Italia – Redazione – ci dice: 

 

5 priorità: diplomazia migratoria, frontiere forti, un sistema di asilo e migrazione "solido, equo e adattabile", rimpatrio e riammissione più efficaci, mobilità dei lavoratori e dei talenti.

 

Oggi la Commissione presenta la prima strategia europea di gestione dell'asilo e della migrazione.

Definisce gli obiettivi politici dell'UE in materia di asilo e migrazione e fungerà da bussola con priorità concrete per i prossimi cinque anni.

 

L'UE, si legge in un comunicato della Commissione, ha aperto un nuovo capitolo sulla migrazione e l'asilo, basandosi e consolidando i progressi sostanziali compiuti nella protezione delle nostre frontiere esterne, perseguendo una diplomazia migratoria assertiva, compresi i nostri partenariati strategici e globali con i paesi partner, e attuando le riforme introdotte dal patto sulla migrazione e l'asilo.

 Tutti questi fattori hanno contribuito a una costante diminuzione della migrazione illegale e a una migliore gestione della migrazione negli ultimi anni.

 

La strategia ribadisce la determinazione dell'Unione a attuare un quadro che sia equo e fermo e che gestisca efficacemente la migrazione insieme ai paesi partner, offrendo soluzioni pur rimanendo fedele ai valori europei.

Afferma il principio secondo cui è l'Europa a decidere chi entra nell'UE e in quali circostanze.

 

La strategia definisce la via da seguire per conseguire tre obiettivi principali:

prevenire la migrazione illegale e interrompere l'attività delle reti criminali di trafficanti,

proteggere le persone in fuga da guerre e persecuzioni

prevenendo allo stesso tempo gli abusi del sistema e attrarre talenti nell'UE per rafforzare la competitività delle nostre economie.

 

A tal fine, la strategia si concentra su cinque priorità:

 

Intensificare la diplomazia migratoria.

Rafforzeremo ulteriormente una diplomazia migratoria assertiva che promuova gli interessi e i valori dell'UE.

Gestire la migrazione è una sfida globale che ci impone di lavorare in solidarietà garantendo allo stesso tempo un'equa ripartizione delle responsabilità.

La Commissione intensificherà gli sforzi, insieme agli Stati membri, per intensificare la cooperazione con i partner internazionali:

Promuovere partenariati globali e reciprocamente vantaggiosi che garantiscano una cooperazione efficace e basata sui diritti in materia di migrazione.

Utilizzare incentivi e leve in tutti i settori e settori strategici quali la politica dei visti, il commercio e il sostegno finanziario.

Attuare un approccio basato sull'intero percorso che aiuti i partner a costruire quadri resilienti e umani in materia di migrazione e asilo, anche fornendo protezione più vicina ai paesi di origine.

 I centri polifunzionali lungo le rotte possono offrire modi innovativi per gestire la migrazione con i paesi partner.

Intensificare ulteriormente la lotta globale contro il traffico di migranti per prevenire viaggi pericolosi, anche attraverso l'Alleanza globale rafforzata, nuovi strumenti per monitorare le attività finanziarie digitali e illecite e un nuovo regime di sanzioni.

Promuovere percorsi di protezione e sostenere i rimpatri dai paesi terzi per contribuire a ridurre la pressione sui partner e proteggerli dagli abusi dei trafficanti.

Frontiere forti dell'UE per rafforzare il controllo e la sicurezza.

Frontiere forti dell'UE che garantiscano un controllo efficace su chi entra nella nostra Unione sono fondamentali per la politica migratoria dell'UE e per preservare lo spazio Schengen.

Per sostenere e intensificare ulteriormente i progressi compiuti finora:

 

Realizzare il sistema digitale di gestione delle frontiere più avanzato al mondo, con l'introduzione del sistema di ingressi/uscite (EES) e il lancio del nuovo sistema europeo di autorizzazione ai viaggi (ETIAS).

Esaminare tutti gli arrivi illegali nell'Unione e applicare le procedure di frontiera alle nostre frontiere esterne nell'ambito del patto a partire da giugno di quest'anno.

Rafforzare ulteriormente il ruolo di Frontex con una revisione del suo regolamento istitutivo.

Un sistema di asilo e migrazione solido, equo e adattabile.

Il patto sulla migrazione e l'asilo è il fondamento della politica dell'UE in materia di asilo e migrazione, che garantisce una protezione più forte delle frontiere esterne, norme rigorose contro gli abusi e un equilibrio tra responsabilità e solidarietà.

 La sua attuazione, la sua operatività e il suo ulteriore sviluppo richiederanno un'attenzione costante nei prossimi anni.

Ciò comprende:

 

Assistere le autorità nazionali nell'attuazione delle nuove norme con squadre specifiche per paese della Commissione e ulteriori 3 miliardi di EUR di finanziamenti per istituire procedure efficienti e prevenire meglio i movimenti secondari non autorizzati.

A seguito dell'adozione della prima riserva di solidarietà, garantendo una solidarietà continua per gli Stati membri sotto pressione.

Rafforzare e integrare ulteriormente il patto per adattarsi alle nuove sfide, ad esempio con il concetto modificato di paese terzo sicuro, l'elenco dell'UE di paesi di origine sicuri e vagliando ulteriori misure per introdurre aspetti innovativi.

Rimpatrio e riammissione più efficaci.

Un rimpatrio rapido, efficace e dignitoso è indispensabile per il buon funzionamento e la credibilità del nostro sistema di migrazione e asilo. Con attualmente solo circa un quarto di coloro a cui è stato ordinato di lasciare effettivamente il paese di rimpatrio, è urgente aumentare l'efficacia del sistema di rimpatrio dell'UE.

 A tal fine, lavoreremo ulteriormente su:

 

Costruire un sistema europeo comune per il rimpatrio, basato sulla proposta di regolamento sul rimpatrio, attualmente in fase di negoziazione, con norme più efficienti, processi digitalizzati e nuovi aspetti innovativi come l'istituzione di poli di rimpatrio.

Migliorare la riammissione da parte dei paesi terzi, utilizzando e rafforzando il pacchetto di strumenti dell'UE per promuovere la cooperazione.

Mobilità dei lavoratori e dei talenti per stimolare la competitività.

Nei prossimi cinque anni le carenze di competenze e di manodopera si accentueranno in molti settori chiave, anche a causa delle dinamiche demografiche.

L'UE dovrebbe puntare a diventare il luogo più attraente nella corsa mondiale ai talenti.

 Per questo, sarà necessario:

 

Potenziare i partenariati esistenti e lanciarne di nuovi e integrare pienamente l'acquisizione di talenti nella cooperazione globale dell'UE con i paesi partner.

Semplificare e accelerare le norme e il processo per attrarre le competenze di cui l'Europa ha bisogno, anche per quanto riguarda il riconoscimento e la convalida delle qualifiche e delle competenze.

Combattere l'occupazione illegale e lo sfruttamento dei lavoratori migranti e migliorare l'integrazione negli Stati membri ospitanti, con il sostegno dei finanziamenti dell'UE.

La strategia promuove inoltre il pieno utilizzo del potenziale della digitalizzazione e dell'intelligenza artificiale nella gestione dell'asilo e della migrazione, istituendo quest'anno un forum sull'IA nella migrazione.

 L'obiettivo è fornire agli Stati membri strumenti moderni, più sicuri ed efficienti per migliorare la qualità, la coerenza e la tempestività del processo decisionale, nonché migliorare la sicurezza, migliorando allo stesso tempo i servizi per le persone.

 

Per sostenere l'attuazione della presente strategia, l'Unione farà un uso strategico dei finanziamenti dell'Unione, come indicato nelle proposte della Commissione per il prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034.

Ciò comprende una proposta di destinare un importo complessivo di almeno 81 miliardi di euro alle politiche in materia di affari interni e uno strumento Europa globale, concepito per rispondere a un approccio più strategico ai partenariati internazionali, in linea con gli interessi strategici dell'UE, anche in materia di migrazione.

 Le agenzie dell'UE forniranno un sostegno operativo rafforzato agli Stati membri.

Tutte le azioni nell'ambito della strategia sono radicate nel rispetto dei diritti fondamentali conformemente alla Carta e sono in linea con i nostri obblighi internazionali.

Contesto.

 

Il regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione impone agli Stati membri di disporre di strategie nazionali per garantire la loro capacità di attuare efficacemente i loro sistemi di gestione dell'asilo e della migrazione.

 Richiede inoltre alla Commissione di elaborare una strategia europea a lungo termine per la gestione dell'asilo e della migrazione che definisca l'approccio strategico per garantire l'attuazione coerente delle strategie nazionali a livello dell'Unione.

La strategia tiene conto delle opinioni espresse dal Parlamento europeo, dagli Stati membri e da varie parti interessate, comprese le competenze delle agenzie dell'UE.

 

 

 

L’Europa può combattere una guerra?

 Il WSJ: i test militari dicono no.

La Russia già mobilitata.

 Msn.com - Storia di Redazione Web – Il Messaggero – (05 – 02 – 2026) – ci dice:

 

Il tempo della "pace garantita", sia essa Pax Europea o Pax Americana, è ufficialmente giunto al suo ultimo tramonto.

Un'inchiesta coordinata dai giornalisti” Max Colchester” e “Bertrand Benoit” per il Wall Street Journal, pubblicata originariamente a metà dicembre 2025 e diventata il cardine del dibattito strategico di questo febbraio 2026, ha scosso fino alle radici tutte le cancellerie europee.

Il messaggio è netto, lapidario e brutale:

 dopo decenni di disarmo, dopo due Guerre Mondiali logoranti, i governi europei stanno cercando di preparare, in primis, i propri cittadini a un possibile conflitto armato e aperto con la Federazione Russa, tuttavia le simulazioni militari dicono che il Vecchio Continente, logisticamente e industrialmente, non è pronto.

 

La "Sveglia" psicologica: il passaggio all'economia di guerra.

Il Wall Street Journal descrive un tangibile e profondo spostamento della mentalità e della psiche conscia dell'Unione.

 Per anni l'Europa si è fondata sul dogma perentorio dell'armonia e della prosperità economica condivisa;

ha cercato, per decenni e sull'onda di personalità come Altiero Spinelli e Charles De Gaulle, grandi teorici dell'Unione, di tornare a una "Belle Époque" salda e duratura.

Tuttavia, tale intento sembra non riuscire mai a materializzarsi pienamente nel mondo materiale.

 

Oggi, leader come il Cancelliere tedesco “Friedrich Merz” e il Primo Ministro britannico “Keri Stormer” si trovano a dover comunicare messaggi quasi "churchilliani", dei messaggi pregni di una retorica necessariamente bellicosa e impostata sulla difensiva.

Proprio il Cancelliere Merz, intervistato recentemente dalla ZDF, il servizio televisivo pubblico tedesco, ha scioccato l'opinione pubblica parlando apertamente della possibilità, quasi necessità, che le forze di pace europee debbano "rispondere al fuoco" russo in scenari di crisi, abbandonando il grande progetto di collaborazione mondiale promosso dopo le guerre.

L’Europa può combattere una guerra?

Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già mobilitata.

In maniera congiunta e quasi coeva, “Blaise Metterseli”, l'attuale capo del Secret Intelligence Service britannico, il famoso MI6, ha rincarato la dose e corroborato pienamente quanto affermato dal Cancelliere tedesco, avvertendo che il Presidente russo Vladimir Putin non fermerà la sua strategia di destabilizzazione finché non sarà "costretto fisicamente" a cambiare i propri calcoli e le proprie rotte.

 

Le simulazioni del dicembre 2025: il "collasso" logistico.

Il cuore pulsante e caldo dell'allarme lanciato risiede in una serie di wargames, delle esercitazioni simulate, condotte tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026.

 Una simulazione specifica ha ipotizzato un'invasione russa della Lituania, usando come pretesto una crisi umanitaria nell'exclave di Kaliningrad.

I risultati, ripresi anche da svariati quotidiani e da un ampio numero di agenzie di stampa, evidenziano tre criticità sistemiche a causa delle quali l'Europa non può, in alcun modo, dirsi preparata a una possibile minaccia e consequenziale invasione russa.

 

Al primissimo posto non può che esservi una forte componente di indecisione politica;

 la velocità di reazione del Cremlino supera quella dei processi decisionali della NATO e dell'UE in un rapporto di circa 5:1, un dato estremamente preoccupante che, più di ogni altro, evidenzia la necessità endemica di una centralità effettiva delle direzioni europee.

 

La seconda preoccupante criticità risiede, tutti gli effetti, nelle infrastrutture di cui l'Unione dispone;

i numerosi ponti e le ferrovie, seppur capillari e quasi perfettamente connesse, dell'Europa centrale non sono in grado di sostenere, in alcuna misura, il peso e la frequenza del trasporto di carri armati pesanti verso il fronte orientale.

 

La terza criticità, forse quella legata a un'analisi squisitamente più specifica, riguarda il divario nel confronto tra le due produzioni industriali;

mentre la Russia ha già ampiamente convertito gran parte della sua economia in "economia di guerra", come abbiamo analizzato in un articolo precedentemente elaborato, producendo più armi di quante ne consumi in Ucraina, l'Europa sembra annaspare e fatica ancora a far partire linee decise di produzione di massa per munizioni e sistemi di difesa aerea.

 

L'ombra di Washington e l'isolazionismo di Trump.

Un fattore determinante analizzato dal Wall Street Journal è il mutamento del rapporto con gli Stati Uniti, da sempre refrattari alleati di convenienza e circostanza.

Con la rinnovata amministrazione Trump, focalizzata su un approccio isolazionista, legato alla riscoperta di una “Dottrina Monroe”, e intenzionata a spingere l'Ucraina verso una pace rapida e non conveniente, che molti esperti, tra cui quelli della “Europea University Institut”e, definiscono "un regalo a Mosca", l'Europa si sente nuda, interamente scoperta.

 

 

L’Europa può combattere una guerra?

 Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già mobilitata

Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha sottolineato ripetutamente che «la sicurezza dell'Ucraina è la nostra sicurezza», ma il disimpegno strategico americano sta costringendo capitali come Parigi, Berlino e Roma a fare affidamento esclusivamente sulle proprie risorse.

 

Le reazioni di tutti: "Dobbiamo prepararci a fare dei sacrifici."

Non sono solo i militari propriamente detti, o i grandi leader come il Cancelliere tedesco a parlare, di recente, infatti, il capo delle forze armate britanniche, “Richard Kingston”, ha definito l'attuale situazione «la più instabile e pericolosa della sua intera carriera, una questione che richiede la massima delicatezza», esortando la società civile e la sfera pubblica a essere pronta a «grandi sacrifici», che includono un massiccio aumento della spesa militare a netto discapito di tutti gli altri settori sociali vicini alle politiche di welfare o proprio fondanti e strutturanti le suddette. 

 

In Italia, il dibattito si è concentrato sulla necessità di partecipare a progetti comuni come il “GCAP”, il moderno caccia di sesta generazione, e sulla possibile reintroduzione di forme di addestramento militare volontario, come già annunciato dalla Francia.

Come evidenziato da “Gianandrea Gaiani” su Analisi Difesa, l'Europa sta vivendo una «crisi strutturale» in cui tutte le certezze che l'hanno spinta nella direzione del progresso in questi anni, sembrano crollare come castelli di sabbia sul litorale costruiti troppo vicini all'acqua del mare.

 

L'Unione ha esaurito quasi completamente i propri magazzini per aiutare Kiev e ora si scopre interamente vulnerabile proprio mentre la Russia, anch'essa vittima di spese militari che si aggirano a oltre il 10% del suo stesso PIL, sembra riarmarsi a ritmi record.

 

Un 2026 di decisioni difficili.

L'inchiesta del Wall Street Journal, in ultima analisi, conclude che il 2026 sarà l'anno della verità, una gigantesca e ben più pericolosa "prova del nove" per i vertici dell'Unione.

Se l'Europa non riuscirà a integrare le proprie industrie della difesa e a superare i particolarismi nazionali, come lo storico e apparentemente perenne conflitto industriale tra Francia e Germania sul caccia “FCAS,” il rischio di essere travolti da una sorpresa strategica russa diventerà una possibilità ben più che concreta.

 

Se il 2026 è l'anno della consapevolezza, il 2027 è quello della massima allerta.

 Secondo i rapporti dell'intelligence polacca, confermati in conferenza dal Primo Ministro “Donald Tusk”, e le valutazioni del generale statunitense” Alexus Grynkewich”, il Cremlino punta a quella data per completare la transizione industriale che porterebbe un altro cambio di mentalità a Mosca e che sancirebbe ufficialmente il passaggio da un'economia di guerra parziale a una vera e propria guerra totale.

 

Non è solo una previsione meramente accademica, bensì una corsa contro il tempo per la sopravvivenza dell'ordine europeo come lo conosciamo.

 

La "Finestra 2027": ricostruzione e saturazione.

Ad un lettore attento la domanda dovrebbe sorgere presso modo spontanea: perché proprio il 2027?

 La risposta risiede nella capacità russa di rigenerare le proprie forze armate.

Nonostante le perdite, economiche e di personale, in Ucraina, Mosca ha convertito il 40% del proprio budget nazionale alla difesa, con fabbriche che lavorano quasi 24 ore su 24 grazie al fondamentale e vitale supporto tecnologico proveniente dagli asset della Cina.

 

L’Europa può combattere una guerra? Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già mobilitata.

Gli analisti di mercato e geopolitici stimano che entro il 2027 la Russia avrà ricostituito, salvo imprevisti globali, quasi del tutto i suoi ranghi corazzati e le scorte di missili balistici a un livello addirittura superiore a quello pre-invasione del 2022.

Molti esperti militari hanno avanzato la teoria della cosiddetta "Pausa Operativa";

essi ritengono, in sostanza, che la Russia cercherà di "congelare", o quantomeno ristagnare, il conflitto in Ucraina entro il 2026 per concentrare ogni possibile risorsa sul potenziamento dei distretti militari di Leningrado e Mosca, pronti a fare pressione sui Paesi Baltici.

 

Le tensioni Russia-Europa: il motore della crisi.

La crisi attuale non è, naturalmente scoppiata nel vuoto, ma è il risultato di un'escalation graduale che ha radici estremamente profonde e più ideologiche che storiche.

 Le tensioni hanno contribuito al collasso della sicurezza europea in tre modi principali:

il primo ha a che vedere direttamente con il fallimento dell'interdipendenza economica europea.

Per decenni l’Europa, la Germania in particolare, ha creduto che il commercio, di gas e petrolio nello specifico, avrebbe reso la guerra concretamente impossibile a causa delle tantissime interdipendenze che, inevitabilmente, si vengono a creare con il commercio.

 

Come sottolineato dall'Alto Rappresentante UE “Josep Borrell,” la Russia ha invece utilizzato questa interdipendenza come un'arma di ricatto, una vera e propria trappola per il debito.

Quando l'Europa ha deciso di staccarsi dalle fonti energetiche russe, Mosca ha risposto con il sabotaggio ibrido, colpendo infrastrutture critiche, come i cavi sottomarini e i gasdotti nel Baltico, e innescando la crisi dei costi energetici che ha severamente indebolito tutte le economie UE.

 

Il secondo modo con il quale le tensioni hanno contribuito al collasso riguarda la cosiddetta minaccia di "Guerra Ibrida".

La tensione si è manifestata molto prima del dispiego dei carri armati. Le interferenze nelle elezioni europee, le campagne di disinformazione e l'uso dei flussi migratori, come accaduto al confine tra Polonia e Bielorussia, hanno l'obiettivo di dividere l'opinione pubblica europea in un'ottica di totale "dividi et impera".

Questo ha creato una concreta crisi di governabilità che rende difficile per i governi democratici approvare massicci aumenti della spesa militare senza scatenare gigantesche proteste sociali.

 

Il terzo snodo critico riguarda l'attrito, ormai anch'esso storico, sullo spazio aereo e quello navale.

 Le continue violazioni dello spazio aereo da parte di caccia russi nei cieli dell'Estonia e del Golfo di Finlandia sono test di reattività.

 Queste piccole e dirette provocazioni, definite dal Segretario NATO “Mark Rutte” come "intimidazioni territoriali", servono a mappare le debolezze strutturali della difesa aerea europea e a logorare i piloti e i mezzi NATO.

 

La reazione europea: un'unione di frammenti senz'immagine.

Il problema sollevato anche da “Kaja Kallas”, ex Premier estone e ora vertice della diplomazia UE, è che l'Europa soffre ancora, dopo tutti questi anni, di un'eccessiva frammentazione che vede privilegiare gli interessi esclusivamente nazionali su quelli europei.

 

Mentre la Russia agisce come un unico, unito, blocco produttivo federale, i Paesi europei sono ancora focalizzati su interessi nazionali e commesse industriali separate, come dimostra, nuovamente, la tensione sul caccia” FCAS” tra Francia e Germania.

 In tal senso, si rendono ancora più urgenti le parole dell'Ex Presidente del Consiglio dei Ministri italiano ed Ex Presidente della Banca Centrale Europea “Mario Draghi “che da mesi insiste affinché l'Europa prenda in considerazione l'opzione di un inedito federalismo di matrice esclusivamente autoctona.

 

L’Europa può combattere una guerra?

 Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già mobilitata.

«La frammentazione ci rende lenti e deboli.

 Dobbiamo passare dal pensare come nazioni all'agire congiuntamente come europei.» ha affermato “Kaja Kallas” durante la “EDA Conference 2026”.

 

Un attacco della Russia è veramente plausibile?

Se la Russia deciderà di attaccare nel 2027, non lo farà probabilmente con un'invasione totale, con delle tecniche di "boots on the ground", ma con un'incursione rapida in un punto debole, come il “Corridoio di Surali”, situato tra Lituania e Polonia, per testare se l'Occidente è davvero disposto a morire per "un piccolo pezzo di terra baltica".

La crisi attuale è, in ultima analisi, una sfida alla credibilità effettiva dell'Alleanza Atlantica in un mondo dove gli Stati Uniti potrebbero essere distratti, disimpegnati, non interessati o, addirittura, i principali avversari e nemici.

 

La probabilità di un attacco russo nel 2027 viene oggi classificata dalle agenzie di intelligence europee, in particolare tedesche e polacche, come significativa e sempre crescente.

 Questa valutazione non si basa sull'esclusiva lettura del pensiero di Vladimir Putin, ormai sempre più criptico ed asettico, ma su fatti apparentemente considerabili tangibili:

la conversione dell'economia russa in un apparato esclusivamente bellico che non può più essere facilmente riconvertito senza causare un collasso interno.

 

Sostanzialmente, la Russia, secondo Polonia e Germania, sembrerebbe aver puntato ogni cosa sulla propria capacità di muoversi con intenti bellicosi contro il revanscismo ideologico europeo.

 

Il Bilancio della Guerra: I numeri del Cremlino.

Per capire le reali intenzioni di Mosca, bisogna guardare dove finiscono tutti i suoi soldi.

Il bilancio statale russo per il biennio 2025-2026 ha segnato un record storico dalla fine dell'Unione Sovietica nel 1991 per le spese e l'instabilità interna.

La Federazione Russa ha stanziato circa il 6,3% del suo PIL per la difesa, ovvero oltre 140 miliardi di euro.

Se si aggiungono le voci di spesa "classificate", quindi attinenti agli ambiti dei servizi segreti e della sicurezza interna, la cifra supera il 10% del PIL.

 

Secondo i dati citati dal Ministro della Difesa russo “Andrej Remici Belousov”, che ha preso il posto di Sergej Kuzugetovic Shoigu, di etnia ucraina, con un profilo molto più tecnico ed economico, la Russia ha ben più che triplicato la propria produzione di carri armati e decuplicato quella di proiettili d'artiglieria, superando l'intera produzione combinata di tutti i paesi NATO dell'Eurozona.

 

Molti analisti economici sostengono che Putin abbia effettivamente "bruciato i ponti", cioè abbia assolutamente raggiunto un punto di non ritorno dal quale non può più fare dietrofront;

l'economia russa è ora così dipendente dalla spesa militare che una pace improvvisa porterebbe a una profonda e letale recessione immediata. Questo rende la guerra, o la preparazione ad essa, la maggiore, e forse l'unica, necessità economica per la stabilità del regime putiniano.

 

La Russia di Putin: le dichiarazioni di Mosca

In tal riguardi, anche la retorica russa è passata dalla necessità di difesa dei confini alla messa in discussione totale della legittimità territoriale dell'intera Europa Orientale.

Vladimir Putin, nei suoi discorsi più recenti, ha ribadito a gran voce che «la Russia non ha confini» e ha definito il crollo dell'URSS come la «catastrofe geopolitica del secolo».

Ha esplicitamente avvertito che l'invio di armi a lungo raggio all'Ucraina giustifica una risposta russa contro i "centri decisionali" in Occidente.

 

“Dmitry Medvedev”, Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, noto per i suoi toni estremamente incendiari, è stato ancora più esplicito, dichiarando sui suoi canali ufficiali che «l'esistenza stessa dell'Ucraina è mortale per gli ucraini» e che la Russia non si fermerà finché non avrà creato una "zona cuscinetto" che includa potenzialmente stati, ad oggi, scudati dall'ombrello dell'Alleanza Atlantica.

“ Sergey Lavrov”, attuale Ministro degli Esteri, non è stato da meno;

 ha, infatti, accusato l'Europa di aver scelto la via del confronto totale, dichiarando che «l'infrastruttura militare della NATO si sta muovendo verso i nostri confini, e noi risponderemo di conseguenza» e aggiungendo che qualsivoglia conflitto possa nascere, sarà interamente colpa della dirigenza europea.

L’Europa può combattere una guerra? Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già mobilitata.

Perché il 2027? La teoria del "punto di massimo vantaggio."

Gli analisti militari, come quelli del “Royal United Services Institute”, suggeriscono che il 2027 sia l'anno in cui si incroceranno due importantissime curve economiche per la Federazione:

 la "curva russa", ovvero il completamento del riarmo e l'integrazione delle nuove leve addestrate sul suolo dell'Ucraina e

la "curva occidentale", vale a dire il momento di massima e assoluta vulnerabilità europea prima che i nuovi investimenti nella difesa siano, a tutti gli effetti, operativi sul campo.

Nonostante i preparativi, tuttavia, molti analisti ritengono che la probabilità di un attacco diretto dipenda da una variabile fondamentale:

 la percezione di debolezza della NATO.

 Se la Russia percepirà che l'Articolo 5, la dichiarazione di difesa collettiva, non verrà applicato, magari a causa di una divisione politica tra USA ed Europa, allora l'attacco nel 2027 diventerà estremamente probabile.

Al contrario, se l'Europa riuscirà a colmare il gap industriale e a mostrare totale unità, la Russia potrebbe limitarsi a una "guerra fredda permanente", evitando lo scontro diretto che sarebbe una strategia di kamikaze devastante anche per Mosca.

In ultima analisi, il 2027 non è una data certa per l'inizio di una guerra, ma è la data in cui la Russia avrà la capacità tecnica di iniziarne una di dimensioni titaniche.

La politica russa, da Putin a Dmitrij Medvedev, sta preparando l'opinione pubblica interna a un confronto di lungo periodo contro quello che definiscono "l'Occidente collettivo", rincarando le tesi sull'Euro-asiatico di Aleksandr Dell’Ivic Dubin, sostenute vigorosamente dallo stesso Vladimir Putin, che vede l'Occidente europeo come "nemico permanente" in quanto incompatibile con i valori della tradizione russa.

“Le Elite di Washington, Londra e

 Bruxelles Stanno Annegando

 nella Loro Sporcizia.”

Conoscenzealconfine.it –(5 Febbraio 2026) - Afshin Rattansi – Redazione - ci dice:

 

I leader di paesi come Russia, Cina, Venezuela, Iran e altri, dichiarati “nemici ufficiali” dai media nazionali della NATO, NON compaiono nei file Epstein.

Tuttavia, le élite di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea sono apparse nei file Epstein, e la portata della loro depravazione è stata parzialmente svelata a tutti.

Non solo scatenano guerre e colpi di stato illegali, distruggendo la vita di milioni di persone, in modo che le loro aziende possano trarre profitto dai disastri…

 

Abusano anche sadicamente dei bambini.

Mentre predicano al mondo i valori di facciata dei “diritti umani”, dei “diritti delle donne” e della “lotta alla corruzione”, queste élite fondamentalmente malvagie si recavano sull’isola di Epstein per commettere atti indicibili contro i bambini.

Quindi, qual è stata la reazione dei media della NATO, visto che sono stati assunti per proteggere il potere e non per metterlo in discussione? Nessun Premio Pulitzer per aver indovinato questo…

 mentre cercano di trovare un modo per collegare i file Epstein alla Russia e affermare che Jeffrey Epstein fosse in realtà un agente russo. (come ha fatto il polacco Tusk, ndr)

 

Anche se le prove sono evidenti a tutti:

 Epstein aveva legami con l’intelligence israeliana, era sospettato da molti di aver condotto un’operazione di ricatto per il Mossad israeliano e vedeva nel colpo di Stato di Maidan del 2014 in Ucraina molte opportunità…

 

I pagliacci dei media nazionali della NATO hanno lavorato instancabilmente per cercare di presentare la tesi secondo cui “Epstein era un agente russo” per nascondere gli evidenti crimini delle stesse élite da cui vengono serviti e coccolati.

L’unico problema è che le persone che vivono nei paesi della NATO non sono così stupide e credulone come credono gli scribacchini pagliacci che si spacciano per giornalisti e i loro collaboratori d’élite.

 

Ora la gente lo sa.

 Molti membri dell’élite di questi paesi della NATO sono sadici abusatori di minori.

Nei file Epstein si scopre anche che le economie dei vari paesi sono truccate a favore delle élite più ricche e che non c’è modo che le classi politiche di questi paesi possano riprendersi da queste rivelazioni assolutamente schiaccianti.

(Afshin Rattansi).

(imolaoggi.it/2026/02/04/elite-di-washington-londra-e-bruxelles-stanno-annegando-nella-loro-sporcizia/).

 

 

 

 

Auto, l’Europa fa marcia indietro?

 Addio al diktat sull’elettrico,

 si apre ai biocarburanti.

 Techdrive.it – (21/10/2025) – Redazione – ci dice:

 

Una svolta tanto attesa quanto clamorosa scuote le fondamenta del “Green Deal europeo”.

La Commissione Europea, sotto la crescente pressione politica ed industriale, ha deciso di anticipare alla fine del 2025 la revisione del controverso regolamento che prevede lo stop alla vendita di auto nuove a benzina e diesel dal 2035.

Una decisione che non è solo un cambio di calendario, ma una vera e propria ricalibrazione della strategia di transizione ecologica del continente, che abbandona la via unica dell’elettrico per abbracciare un approccio più flessibile e tecnologicamente neutro.

 

La Pressione Tedesca e la Vittoria Italiana.

A imprimere l’accelerazione decisiva è stata la voce ferma del cancelliere tedesco “Friedrich Merz”, che ha difeso con forza gli interessi dell’industria automobilistica tedesca, da sempre punta di diamante dell’economia nazionale.

La Germania ha spinto con insistenza per il riconoscimento degli” e-fuel”, i carburanti sintetici a zero emissioni, come alternativa valida per salvare il motore a combustione.

 

Ma la vera novità, che segna un’importante vittoria per il nostro Paese, è l’apertura ufficiale anche ai” biocarburanti”, da tempo cavallo di battaglia del governo italiano.

 La lettera inviata dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ai leader UE in vista del prossimo vertice parla chiaro:

la revisione valuterà il ruolo dei “carburanti a zero e basse emissioni, includendo e-fuel e biocarburanti avanzati”.

Si materializza così il principio della “neutralità tecnologica”, che consente a diverse tecnologie di contribuire all’obiettivo della decarbonizzazione.

 

Il Green Deal di von der Leyen Cambia Volto.

Questo passo indietro segna un momento emblematico per l’ “intero Green Deal”, la bandiera del primo mandato di Ursula von der Leyen.

La Presidente, messa alle strette dalle critiche interne al suo stesso partito, il PPE, preoccupato per l’impatto delle misure sulla competitività industriale, e scossa dalle continue invettive di figure come Donald Trump, ha dovuto prendere atto della realtà.

 

La via dell’auto elettrica resta un pilastro fondamentale della strategia – e si studiano nuovi incentivi, ad esempio per le flotte aziendali, e progetti per una “piccola e-car” europea – ma Bruxelles ammette ora che non può essere l’unica soluzione.

Questa nuova flessibilità era già emersa a maggio, con l’ammorbidimento delle sanzioni per i costruttori in ritardo sugli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2030.

 La revisione anticipata dello stop al 2035, inizialmente prevista per il 2026, è la consacrazione di questo nuovo corso più pragmatico.

 

Esultano le Forze di Governo in Italia.

La notizia è stata accolta con grande favore dai partiti della maggioranza italiana, che la interpretano come il risultato di una lunga battaglia politica.

 Fratelli d’Italia, per voce del capodelegazione Carlo Fidanza, ha rivendicato la lotta condotta a Bruxelles “per aprire la strada ai biocarburanti come alternativa sostenibile al diktat dell’elettrico”.

Un riconoscimento, si sottolinea, a una battaglia “sposata fin da subito dal governo di Giorgia Meloni”.

 

Ancora più netta la posizione della Lega, che parla di “brusco risveglio a Bruxelles” e non risparmia critiche a von der Leyen per aver intrapreso solo ora, “dopo anni di politiche dannose per aziende e lavoratori”, una strada più ragionevole.

 

Un Approccio più Flessibile per Tutta la Politica Climatica.

Il cambio di rotta non riguarda solo l’auto-motive, ma investe l’intera architettura della politica climatica europea.

 Di fronte a un Consiglio UE spaccato, con i Paesi nordici e mediterranei che spingono per mantenere alta l’ambizione e l’Est Europa che frena, la Commissione promette maggiore flessibilità anche sul percorso verso le emissioni zero nel 2050.

 

La proposta per il target intermedio al 2040 è un esempio calzante:

si punta a un taglio del 90% delle emissioni, ma si introducono clausole che permettono di raggiungere fino al 3% di questo obiettivo tramite l’acquisto di crediti internazionali e si prevede che il target complessivo possa essere ricalibrato se compensato da riduzioni equivalenti fuori dai confini UE.

 

Il futuro della mobilità e della transizione verde in Europa è oggi meno dogmatico e più aperto a un mix di soluzioni. I prossimi incontri dei leader europei e dei ministri dell’Ambiente saranno cruciali per tradurre questi nuovi orientamenti in percentuali e regole concrete, definendo il volto di un continente che cerca un nuovo equilibrio tra ambizione climatica e sostenibilità economica.

 

 

 

 

 

Auto inquinanti dopo il 2035?

Se l’Europa torna indietro sull’elettrico,

se ne avvantaggerà la Cina.

Ilfattoquotidiano.it – (16 Dicembre 2025) – Andrea Boraschi – Redazione – ci dice:

 

Tra il 2018 e il 2024 il prezzo medio di un’auto è salito del 40%:

la maggior parte degli europei non può più permettersi un’auto nuova. Come se ne esce?

Auto inquinanti dopo il 2035?

Martedì l’Ue deciderà il futuro del settore auto europeo.

 La revisione della normativa sulle emissioni di CO₂ delle auto, dunque la decisione di confermare o meno l’obiettivo di vendere solo veicoli a zero emissioni dal 2035, ci dirà se l’Europa è davvero intenzionata a competere con Cina e Stati Uniti o se, di fatto, accetterà una prospettiva in cui il futuro dell’auto non è europeo.

L’industria automobilistica del continente e i suoi alleati politici, nonché le lobby dell’“oil & gas”, hanno impegnato tutte le loro forze in questa battaglia.

Ciò che realmente vogliono – oltre il paravento fumoso della “neutralità tecnologica” – è la possibilità di continuare a vendere auto endotermiche anche dopo il 2035.

 E di lasciare maggiore spazio, da qui ad allora, a tecnologie e carburanti assai lontani – per capacità di riduzione delle emissioni, per efficienza, maturità tecnologica e sostenibilità – dalle prestazioni dell’auto elettrica (BEV).

Che sarà invece – per stessa ammissione dei “carmaker” – la tecnologia dominante nei prossimi anni.

 

L’industria è molto abile, quando si tratta di addossare la responsabilità della sua crisi sui regolatori e sulle politiche climatiche.

 La realtà, però, è che la crisi dell’auto non ha nulla a che fare col 2035. Le vendite di auto in Europa sono calate di tre milioni, rispetto al 2019, perché le case automobilistiche hanno privilegiato margini di profitto più alti a scapito dei volumi.

Tra il 2018 e il 2024 il prezzo medio di un’auto di massa è salito del 40%, passando da 22.000 a 30.700 euro.

 E sono stati anni in cui molti produttori hanno registrato profitti record.

 

Queste decisioni stanno ora producendo effetti concreti.

La maggior parte degli europei non può più permettersi un’auto nuova, mentre in Cina i marchi europei stanno cedendo mercato sotto la pressione della concorrenza locale sui veicoli elettrici.

 Come se ne esce?

 La “soluzione magica” dei “carmaker “sarebbe di aprire le porte ai biocarburanti e agli ibridi plug-in (PHEV) dopo il 2035.

 Un rimedio effimero, volto a massimizzare nel breve termine la componente endotermica;

e un grave errore strategico nel medio-lungo termine, che rischia di condurre l’industria europea in un vicolo cieco.

 Ecco perché.

 

La prospettiva industriale – Una prospettiva di decarbonizzazione chiara, dunque obiettivi trasparenti e stabili, rappresenta la bussola degli investimenti e della fiducia nel mercato.

 Indebolire il target del 2035 significherebbe mettere a rischio centinaia di miliardi già impegnati nella filiera dell’elettrico: batterie, reti di ricarica, elettronica di potenza e componenti.

Non a caso, oltre 200 CEO e leader del settore hanno scritto alla Commissione europea esortandola a non toccare questi obiettivi.

La sostenibilità economica – Dietro lo slogan della “neutralità tecnologica” si nascondono soluzioni costose per i consumatori.

Le auto elettriche sono già le più economiche, nell’intero ciclo di possesso e utilizzo, e presto saranno anche le più convenienti da acquistare.

Al contrario, gli ibridi plug-in costano in media 15.000 euro in più delle elettriche;

 se ai costi di acquisto si sommano quelli di utilizzo, le PHEV possono arrivare a costare fino al 18% in più per veicoli nuovi, percentuali che salgono ulteriormente (fino al 29%) per l’usato.

Gli e-fuel – altra soluzione propugnata dall’industria – arriverebbero a costare fino a 6-8 euro al litro.

E anche i biocarburanti avanzati, tanto cari all’Italia, sarebbero un’alternativa costosa a causa della loro scarsa disponibilità.

 

L’avanzata dell’elettrico – La corsa globale verso l’elettrico, per contro, è in atto e non dà segni di inversione.

Le vendite di veicoli elettrici crescono non solo in Cina, ma anche in mercati emergenti come Thailandia e Vietnam.

E anche in Europa la transizione sta accelerando.

Lo scorso novembre, i veicoli elettrici hanno raggiunto un nuovo massimo storico, con 160.000 unità vendute in sette mercati del continente europeo.

Dall’inizio dell’anno si registra una solida crescita del 30%:

oggi in Francia le BEV valgono il 26% del mercato, in Portogallo il 32%; nel Regno Unito sfiorano il 26,5% e in Germania sono al 22%, massimo storico dopo la fine degli incentivi nel 2023.

 In Italia, lo scorso novembre le elettriche hanno rappresentato il 12% del mercato.

 Un risultato frutto degli incentivi, certo; ma anche la dimostrazione ultima che i consumatori non disprezzano affatto l’auto elettrica, hanno semmai bisogno di politiche di sostegno alla transizione.

 

Il declino inesorabile dei motori tradizionali – Sul fronte opposto, i motori tradizionali sono in costante declino.

 Le vendite di auto a combustione interna (ICE) non si sono mai riprese dal picco del 2019;

da allora a oggi, ICE e ibride (non plug in), sommate, hanno perso il 10% del mercato (mentre le elettriche ne hanno conquistato il 15%).

La domanda complessiva di auto è diminuita – tra le altre cose – a causa di stagnazione economica, inflazione e tassi d’interesse elevati.

 Ma quando i clienti torneranno, troveranno un mercato dominato dalle elettriche, non dai motori tradizionali.

 Chi scommette ancora sul ritorno dei veicoli a combustione — biofuel costosi, e-fuel o veicoli ibridi, che fanno ancora in gran parte leva sulla tecnologia endotermica — semplicemente si illude.

 

L’Europa è a un bivio – Solo mantenendo fermi gli obiettivi attuali il settore auto europeo ha una reale possibilità di competere nel mercato globale dei veicoli elettrici.

 Indebolirli significherebbe aggrapparsi a rendite di posizione sempre più esili, e rimanere ancora più indietro in termini di innovazione. In altre parole: rallentare la transizione non aiuta. Peggiora la nostra posizione competitiva.

L’industria automobilistica europea si è resa conto tardi di essere indietro rispetto alla Cina.

Ma ogni esitazione, oggi, è un vantaggio ulteriore per Pechino, che non rallenterà la corsa verso l’elettrico solo perché noi prolunghiamo la vita dei motori endotermici.

Mentre i consumatori europei, nel frattempo, smetteranno di acquistare una tecnologia di qualità inferiore e già oggi, in molti Paesi, più costosa. Se l’Ue fa marcia indietro ora, rischia di perdere il più grande cambiamento industriale di questa generazione, abbandonando l’ambizione di padroneggiare una delle tecnologie più importanti del XXI secolo e i vantaggi industriali, economici e sociali che ne derivano.

 

Ora è il momento di mantenere la rotta e, per i decisori, di mostrare leadership e visione.

 Puntare su e-fuel e biofuel, su ibridi e su veicoli a combustione “efficienti” è la direzione certa per trasformare l’Europa in un museo dell’auto.

(direttore T&E Italia).

 

Russia, esercito in crisi: Musk

spegne Starlink. «Operazioni d'assalto

bloccate, tutti i comandi sono crollati».

Msn.com – (7- 02 – 2026) – Il Messaggero - Storia di Marco Prestisimone- Redazione – ci dice:

 

 

Russia, esercito in crisi: Musk spegne Starlink. «Operazioni d'assalto bloccate, tutti i comandi sono crollati»

(Ansa).

Musk "spegne" Starlink e manda nel panico interi battaglioni dell'esercito russo.

Nelle scorse ore sono stati disattivati i servizi internet satellitari non solo nei territori ucraini occupati ma anche in alcuni distretti russi, creando non pochi problemi ai militari, specialmente a livello di precisione degli attacchi e dell'utilizzo dei droni.

 

Un funzionario di Kiev l'ha definita una «grave battuta d'arresto» sul campo di battaglia per Mosca, che ha interrotto le operazioni d'assalto. Le forze russe hanno fatto uso non autorizzato di migliaia di connessioni Internet Starlink per comunicazioni sicure dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022.

 

Kiev collabora con Musk.

La scorsa settimana Kiev ha spiegato di collaborare con “SpaceX” di Elon Musk per bloccare l'uso dei terminali Starlink impiegati sui droni d'attacco russi e di compilare una «lista bianca» di tutti i terminali ucraini, in modo da poter disattivare quelli russi.

Un blog militare russo, “Two Majors”, ha detto che mercoledì sera si è verificato un grave guasto ai terminali Starlink da parte russa.

 

Stop alle operazioni d'assalto.

Una fonte militare ucraina vicina al fronte di guerra ha spiegato alla Reuters che i terminali Starlink utilizzati dalla Russia erano fuori uso e che le unità stavano cercando di utilizzare terminali RS-30M basati su satelliti di fabbricazione russa.

 «Ci vorrà ancora tempo per valutare appieno l'impatto.

 Ma sono certo che la precisione e il numero di colpi degli attacchi stiano diminuendo».

Serhiy Beskrestnov, consigliere del ministro della Difesa, ha descritto la situazione come una catastrofe per l'esercito russo.

 «Tutti i comandi delle truppe sono crollati. Le operazioni d'assalto sono state interrotte in molte zone», ha scritto su Telegram.

 

Una fonte dell'esercito ucraino sul fronte orientale ha raccontato che le truppe russe stavano riscontrando notevoli problemi di comunicazione e che quasi tutti i collegamenti tramite Starlink erano interrotti.

 Una battuta d'arresto di questo tipo per Mosca rappresenterebbe il primo grande risultato per “Fedorov”, nominato ministro della Difesa il mese scorso.

Come Ministro per la Digitalica nel 2022, aveva convinto Musk ad attivare la copertura Starlink per l'Ucraina e a fornire terminali dopo l'invasione russa.

L'uso di Starlink di Kiev.

L'esercito di Kiev utilizza decine di migliaia di connessioni internet Starlink basate su satellite per le comunicazioni sul campo di battaglia e per pilotare alcuni droni d'attacco.

 Non è chiaro quanti terminali Mosca gestisca sul campo di battaglia. L'ex capo degli 007 ucraini ha dichiarato all'inizio del 2024 che la cifra si aggirava sulle migliaia, sebbene Starlink abbia dichiarato di non fare affari con la Russia.

 La scorsa settimana l'Ucraina ha dichiarato di aver trovato terminali Starlink sui droni a lungo raggio utilizzati negli attacchi russi, il che ha spinto le autorità ucraine a chiedere assistenza a “SpaceX”.

 

 

 

 

Vannacci (ri) parte da Modena:

 "Sono l’unico a presidiare il posto di combattimento."

Modenatoday.it – (7 Febbraio 2026) – Francesco Baraldi – Redazione – ci dice:

A Baggiovara il Generale respinge le accuse di tradimento della Lega e lancia Futuro Nazionale come nuovo riferimento "a destra del centrodestra".

 Attacco all'amministrazione modenese su degrado e sicurezza.

Il ritorno di Roberto Vannacci a Modena, nell'abito di una conferenza pubblica organizzata dal suo team, è coinciso con la nuova ribalta mediatica del generale, fresco della rottura con la Lega e dell'annuncio della nascita del suo nuovo partito “Futuro Nazionale”.

 La sala convegni dell'hotel RMH di Baggiovara si è rapidamente riempita - duemila richieste rifiutate, sostengono gli organizzatori - di un pubblico trasversale che negli ultimi anni è cresciuto intorno all'avventura politica di Vannacci, oggi candidato a diventare nuovo punto di riferimento dell'estrema destra.

 

L'addio alla Lega segna infatti un nuovo percorso politico per una fetta di elettorato che negli ultimi anni ha visto pian piano venire meno quei simboli di piccoli partiti che si collocavano a destra dell'attuale coalizione di maggioranza nel Paese.

D'altronde anche la comunicazione del Generale va decisamente in quella direzione, sia nella sostanza che nella forma.

 

Nei prossimi giorni non è da escludere che anche esponenti locali del Carroccio possano seguire un altro percorso, ma per il momento non giungono dal territorio modenese indicazioni di questo tipo.

 

Il significato di lealtà e onore: la replica a Salvini.

Di fronte ai giornalisti, prima della conferenza pubblica, Vannacci ha scelto di rispondere frontalmente alle accuse di "tradimento" piovute via social e dichiarazioni stampa, ribaltando la narrativa sulla lealtà e puntando il dito contro le incoerenze del Carroccio.

 

"Lealtà non vuol dire obbedienza cieca ed assoluta, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non vuol dire rifiutarsi di pensare e dovere vuol dire accettare le proprie responsabilità" ha dichiarato il Generale, aggiungendo con fermezza:

 "Io non ho tradito proprio un bel niente, anzi, io sono rimasto fedele ai miei principi, ai miei valori e a tutto quello che ho rappresentato dall'inizio, ancora prima della mia vita politica".

 

In merito alla polemica sull'abbandono del partito, Vannacci ha ribaltato l'accusa:

 "Hanno detto che ho abbandonato il posto di combattimento.

No, mi risulta che io sia l'unico a presidiarlo.

Perché mi risulta che dall'altra parte invece si dica una cosa e se ne voti un'altra".

 

Le ragioni dello strappo: "Vicesegretario solo honoris causa."

Oltre alla linea politica, Vannacci ha lamentato una mancanza di autorità effettiva all'interno della Lega, spiegando le ragioni del suo addio.

"Nella Lega mi è stato assegnato un incarico di vicesegretario, però non mi è stata assegnata alcuna autorità e responsabilità.

Quindi è un incarico totalmente ad honorem, honoris causa".

Il Generale ha poi denunciato un clima di ostilità interna:

 "In Toscana mi sono trovato una Lega che ha remato contro me stesso. Questa è la realtà nella quale ci siamo trovati e tutti voi siete testimoni degli attacchi giornalieri che gran parte dei dirigenti della Lega hanno avuto nei miei confronti".

 

Vannacci ha elencato le contraddizioni politiche che ritiene insostenibili: "Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti.

Non è possibile i giorni pari fondare una campagna dicendo 'basta armi all'Ucraina' e poi il giorno dopo firmare il decreto di consegna.

Non è possibile dire che si vuole demolire la legge Fornero e poi rimanere in una coalizione che l'ha confermata e inasprita".

 

Sicurezza e degrado: l'attacco all'amministrazione modenese.

Parlando della città che lo ospita, Vannacci ha espresso un duro giudizio sull'attuale situazione di Modena, paragonandola con i suoi ricordi di vent'anni fa.

"Modena era una città sicurissima quando io ho fatto l'Accademia vent'anni fa, si usciva, si lasciavano le macchine aperte, le case non avevano bisogno né di portoni blindati né di inferriate, nessuno ti accoltellava per la strada".

Oggi, secondo il Generale, la situazione è drasticamente cambiata: "Grazie a questa politica immigratoria scellerata appoggiata dalla sinistra, Modena è una delle città più insicure d'Italia.

 E non è un problema di percezione: chi ritiene che lo sia sono quelli che abitano nei quartieri alti, i radical chic dei Parioli, che hanno la sicurezza privata e non usano i mezzi pubblici".

 

La "re-migrazione" e il metodo Trump.

Uno dei temi più discussi è quello della re-migrazione, che Vannacci non considera un valore in sé, ma uno strumento politico necessario.

 

"Non fa parte dei valori, la re-migrazione è uno strumento, è uno strumento per porre rimedio alla scellerata politica immigratoria degli ultimi tempi.

Non è certo un valore la r-emigrazione. È una politica, è un mezzo".

 Il Generale ha citato l'esempio americano per sostenere la fattibilità della sua proposta:

"Nell'ultimo anno sono rientrati nel paese di origine circa due milioni di stranieri, di cui un milione e mezzo volontariamente. Quindi vuol dire che il metodo Trump funziona".

 

Ha poi chiarito come intenderebbe applicare tale visione:

"Lo si può sollecitare questo ritorno volontario, anche offrendo dei compensi.

Si possono creare le condizioni affinché questo ritorno volontario sia più intenso.

 E poi si può agire anche in maniera coatta per tutte quelle persone che non hanno titolo a rimanere nelle nostre nazioni, perché sono entrate in maniera illegale".

 

Il nuovo partito e la rampa di lancio dei sondaggi.

Nonostante le tensioni, Vannacci guarda al futuro e al nuovo soggetto politico che sta per nascere, forte dei primi sondaggi.

 "So che stamattina un sondaggio di “You Trend “presentava un qualche cosa che ancora non esiste al 4,2%.  

Mica male come rampa di lancio".

Ha poi aggiunto:

"Diciamo che non penso di avere tanto torto, perché partire dal 4,2 o dal 2,8 per un soggetto che ancora non è nato è un bel punto di partenza. Credo che non sia mai esistito nella storia politica italiana".

In merito alle alleanze, il Generale mantiene la porta aperta:

"Un partito come quello che mi approccio a fondare è un interlocutore naturale della destra.

Rappresenta principi, valori e ideali che mi sembrano condivisi da questi partiti.

Forse qualcuno se l'è dimenticati".

''Voglio fare un partito di destra vera, che non vuol dire estrema, ma determinata e che non è la brutta copia slavata della sinistra - chiosa - Questa destra vera si presenta come interlocutore dei partiti di destra e centrodestra".

(Vannacci (ri) parte da Modena: "Sono l’unico a presidiare il posto di combattimento").

(modenatoday.it/politica/vannacci-futuro-nazionale-modena-4-febbraio-2026.html).

 

 

 

 

 

Anno giudiziario 2026, Intervento

del Presidente del CNF Francesco Greco.

Consiglionazionaleforense.it – (30 - 01- 2026) – Redazione -CNF.it – ci dice:

 

La cerimonia si è svolta nell'Aula Magna della Corte di Cassazione alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Il Presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno ha richiamato la necessità di custodire i valori fondativi della nostra convivenza civile, invitandoci a riflettere sul fatto che ciò che abbiamo conquistato deve essere la premessa per guardare al futuro ed affrontare le sfide del nostro tempo.

Ci ha ricordato come le vecchie e le nuove povertà, le diseguaglianze, le ingiustizie, i comportamenti che feriscono il bene collettivo come la corruzione, l’infedeltà fiscale, i reati ambientali, sono crepe che rischiano di compromettere la coesione sociale, che è un bene prezioso. Un bene per cui ci ha chiamato tutti ad impegnarci, ciascuno secondo il suo livello di responsabilità.

 

Noi avvocati rispondiamo al richiamo del Capo dello Stato, dichiarandoci pronti ad impegnarci nel campo della Giustizia, della tutela dei diritti ed in ogni altro ove saremo chiamati.

Con spirito collaborativo e costruttivo proponiamo alla magistratura un “Patto per la Giustizia”, che impegni entrambi nella ricerca delle soluzioni per affrontare i problemi che ben conosciamo.

 Siamo pronti a stipularlo, mettendo da parte appartenenze e schieramenti: la giustizia misura la qualità della democrazia e tutti abbiamo il dovere di adoperaci per migliorarla.

Le riforme.

In un tempo in cui le riforme della giustizia civile e penale si sono susseguite con ritmo serrato, è indispensabile ribadire che esse devono essere ispirate al rispetto dei valori fondamentali della persona.

 I diritti fondamentali non sono negoziabili, né possono essere trattati come se fossero delle merci.

 

La giustizia deve essere resa più accessibile, più efficiente, più moderna. Non può essere giusta se non resta fedele ai principi che la fondano, contenuti nella nostra Costituzione, scritta dall’Assemblea costituente (di cui quasi la metà dei componenti erano avvocati, 213 su 556 componenti) e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, con il suo sistema di garanzie sovranazionali.

 

I diritti fondamentali non possono essere compressi in nome della rapidità, che non può essere l’unico criterio di riferimento delle riforme, come invece è accaduto.

 Riforme approvate durante l’emergenza sanitaria, che sono state poi trasformate in norme strutturali.

 

La sostanziale abrogazione della trattazione in presenza nel processo civile, ma anche in quello penale in grado di appello, ha ridotto gli spazi della difesa, ha compresso il contraddittorio, ha trasformato il processo in un adempimento burocratico.

Noi avvocati vogliamo tornare ad un processo che si svolga alla presenza delle parti e non sia un burocratico procedimento amministrativo.

 

Le chiediamo, signor Presidente della Corte di Cassazione, di supportare la richiesta dell’Avvocatura di una modifica normativa volta a rendere l’udienza pubblica la regola e non l’eccezione, per ridare al processo innanzi la Corte Suprema il ruolo che merita, che noi avvocati riconosciamo, rispettiamo e di cui siamo orgogliosi.

Perché venire a discutere un processo al cospetto della Corte Suprema appaga il nostro ruolo di avvocati.

Il ruolo dell’Avvocatura nella tutela dei diritti.

L’avvocato non è un mero operatore tecnico. La nostra funzione non può essere svilita né marginalizzata, come invece hanno fatto le ultime riforme, riforma Cartabia in testa.

 

Il XXXVI Congresso Nazionale Forense, svoltosi lo scorso ottobre 2025 a Torino, ha approvato a gran voce la richiesta di abrogazione, terminato il periodo di attuazione del PNRR, di tutte le norme che hanno abolito il dibattimento in presenza come luogo e contesto giuridico di svolgimento del processo.

 La difesa tecnica è un diritto inviolabile ed ogni riforma deve essere costruita con il contributo dell’Avvocatura, che non va solo ascoltata ma realmente coinvolta.

 Ed in questo senso devo ringraziare il Ministro della Giustizia per la considerazione che ha più volte dimostrato all’Avvocatura, anche inserendo nell’Ufficio Legislativo del Ministero componenti designati dal Consiglio Nazionale Forense, accogliendo quella che da tempo era una nostra richiesta, non per ambizione corporativa, ma per il desiderio di condividere le responsabilità del percorso legislativo e metterci a disposizione del Paese.

 

Intelligenza artificiale e giurisdizione: opportunità e limiti.

 

In questo quadro si inserisce il tema dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, decidiamo.

 L’IA può offrire strumenti preziosi anche alla giustizia:

può accelerare la ricerca, migliorare l’organizzazione, supportare l’analisi dei dati.

Ma non può sostituire l’intelligenza umana.

La decisione giudiziaria è un atto di responsabilità che non può essere delegato ad un algoritmo né essere il frutto di un calcolo statistico.

 Il diritto non è una scienza esatta: è un equilibrio tra norme e valori, tra regole e giustizia, tra legalità e umanità.

 

Il processo è il contesto ove la persona incontra lo Stato.

Noi avvocati non temiamo la tecnologia, ma non accettiamo che possa diventare un surrogato della coscienza.

La tutela degli ultimi e il patrocinio a spese dello Stato.

 

Non posso esimermi, in questa sede, dall’affrontare alcuni temi importanti per noi avvocati.

Il primo tocca il cuore della funzione difensiva e della missione costituzionale dell’Avvocatura e riguarda la tutela dei meno abbienti, dei meno fortunati, degli ultimi.

 

La nostra Repubblica si fonda sul principio di eguaglianza sostanziale, scolpito nell’articolo 3 Cost., che impone alle istituzioni di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Tra gli strumenti di rimozione vi è il patrocinio a spese dello Stato, che rappresenta un presidio di civiltà giuridica: non è un privilegio e neppure una concessione, ma un diritto riconosciuto a chi non ha mezzi per difendersi.

 

Per questo, l’Avvocatura guarda con preoccupazione le norme introdotte nell’ultima legge di bilancio, che rischiano di restringere l’accesso al patrocinio a spese dello Stato, in quanto ha introdotto regole che riguardano sostanzialmente, anzi principalmente, gli avvocati che si dedicano alle fasce più deboli della collettività.

Avvocati che vengono pagati dallo Stato con anni di ritardo e che, per tale motivo, a loro volta, accumulano ritardi nel pagamento delle imposte.

La legge di bilancio, modificando il Testo Unico Riscossione, ha previsto il blocco dei pagamenti per i professionisti che hanno debiti con l’erario.

 Non si tratta di evasori, ma di colleghi e colleghe che hanno difeso cittadini ammessi al patrocinio a spese dello Stato od alla difesa di ufficio, tra cui donne vittime di violenza prive di reddito e minori non accompagnati;

 avvocati che hanno svolto da lungo tempo il patrocinio senza ricevere il compenso loro spettante e, quindi, non hanno potuto pagare le tasse sulle somme che non hanno ricevuto.

 La disposizione introdotta con la legge di bilancio è incostituzionale, in quanto sperequativa nei confronti di tutti gli altri lavoratori, ai quali correttamente la retribuzione viene corrisposta anche nei casi di inadempienze nel pagamento.

 

Sicurezza sul lavoro: una priorità nazionale

 

Altro tema che non posso non richiamare è quello che riguarda la sicurezza sul lavoro, che continua a rappresentare una delle più dolorose emergenze del nostro Paese.

Ogni morte sul lavoro è una sconfitta.

Ogni incidente evitabile è un fallimento delle istituzioni, delle imprese, della società civile.

La giustizia deve essere strumento di prevenzione, non solo di repressione.

Occorrono controlli più efficaci, responsabilità più chiare, una cultura della sicurezza che non sia percepita come un costo, ma come un valore irrinunciabile e come un investimento sociale

 

Il lavoro non può essere un luogo di rischio: deve essere un luogo di dignità.

 

La situazione delle carceri: un’urgenza costituzionale.

Parimenti urgente è la questione delle carceri.

Il sovraffollamento, le condizioni strutturali inadeguate, la carenza di personale, l’insufficienza dei programmi rieducativi sono problemi che non possono più essere rinviati.

Chi ha violato la legge deve espiare la pena venendo privato della libertà; ma non può essere privato anche della dignità.

 

Il Consiglio Nazionale Forense anche quest’anno si è recato nelle carceri italiane.

Grazie alla collaborazione con il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che desidero ringraziare, abbiamo fatto pervenire nelle carceri femminili di Rebibbia, di Lucca, di Regina Coeli dei ventilatori, per alleviare i disagi di una estate che lo scorso anno ha raggiunto temperature eccezionali.

È stato un granello di sabbia nell’immenso deserto della situazione carceraria.

Ottanta suicidi nel 2025 e un numero ignoto di tentati suicidi, e non solo tra i detenuti, sono numeri che non si possono ignorare.

Si deve ridurre al minimo la carcerazione preventiva; occorre pensare all'edilizia giudiziaria, che non significa costruire nuove carceri, ma rendere meno disumane quelle esistenti, ampliare le misure alternative e quelle sostitutive, immaginare percorsi di recupero nelle comunità.

 

Il diritto internazionale e le crisi globali.

 

Viviamo in un mondo attraversato da tensioni che mettono a dura prova il diritto internazionale e la stessa funzione difensiva.

L’Avvocatura non si è sottratta e non si sottrarrà dal tutelare gli avvocati che subiscono gravissime conseguenze e ripercussioni per il sol fatto di esercitare la loro professione in difesa dei diritti umani.

 

In questo scenario complesso, l’Italia non può sottrarsi al compito di difendere con fermezza il diritto internazionale, la diplomazia, il multilateralismo e la soluzione pacifica delle controversie.

La pace non è solo un obiettivo politico: è un valore giuridico, un dovere morale, un impegno quotidiano.

Conclusione.

L’anno giudiziario che oggi inauguriamo sarà impegnativo.

Noi avvocati abbiamo la voglia, la forza, la competenza e la responsabilità per affrontarlo.

Difendere i diritti, proteggere la dignità, garantire l’uguaglianza è la nostra missione; continueremo a svolgerla con determinazione, con passione e con il profondo senso etico che ha sempre contraddistinto gli avvocati italiani.

Grazie.

(Avv. Francesco Greco -Presidente del Consiglio Nazionale Forense).

 

 

 

 

 

E se ci Fosse un Collegamento tra

il Rilascio dei File di Epstein e

l’Operazione di Fabrizio Corona Qui in Italia?

Conoscenzealconfine.it – (6 Febbraio 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:

 

Mi spiego.

Grazie all’ “Epstein Files Transparency Act” di Donald Trump del 19 novembre 2025, il “Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti” (DOJ) sta rilasciando una quantità MOSTRUOSA di documenti: si parla almeno di 3,5 milioni di scritti, 2.000 video e 180.000 foto.

 

E siamo solo agli inizi di un TORNADO…

 che trascinerà con sé l’intero” Deep State” americano, televisivo e politico in primis, dato che proprio politici e personaggi televisivi sono i principali servi dell’élite sionista, che è arrivata a ricattarli tramite l’agente del Mossad Jeffrey Epstein.

 

Già in Inghilterra stiamo vedendo i primi strascichi:

 i membri della Casa Reale, per esempio, sono sempre più in imbarazzo, mentre politici come “Peter Mandelson” si dimettono dal ruolo di ambasciatore, dato che – secondo i documenti emersi – avrebbe condiviso documenti segreti del governo inglese.

Il punto è che nelle prossime settimane e mesi sempre più persone verranno a sapere cose SCIOCCANTI, ovvero – per esempio – che i loro beniamini partecipavano a riti occulti sacrificali, riti pedofili e non solo, dove le vittime venivano perfino uccise.

 Insomma, una riedizione “moderna” di satanismo, se così si può definire, anche se i riti – in fondo – sono sempre gli stessi.

 

Nei file di Epstein il sesso sembra essere la principale MERCE di SCAMBIO:

parliamo non solo di prostituzione volontaria ma anche involontaria, visto che ci sono di mezzo bambini.

 

Dato che il sesso è – appunto – la principale merce di scambio mi chiedo: e se l’operazione targata Fabrizio Corona (che tra le altre cose parla di andare proprio da Trump) fosse tesa a PREPARARE il pubblico, almeno nel nostro paese, visto che la tv italiana non trasmette MAI nulla e quindi il pubblico è ancora più impreparato rispetto ad altre nazioni?

 

Corona sta colpendo lo stesso Deep State mediatico al pari dei file di Epstein.

E se assistessimo a una specie di “tangentopoli” politica e mediatica legata al sesso stavolta e non al denaro?

 

Noto – tra l’altro – che si stanno già formando NUOVE FORZE POLITICHE: Vannacci farà un suo partito (Vannacci è un militare, lo sappiamo… chi vuol capire capisca, visto che dietro Trump c’è comunque un movimento militare) mentre lo stesso Corona – che parla di un profondo cambiamento sociale in arrivo – non esclude l’opzione politica.

 

Sono solo congetture, è vero.

Tuttavia il TERREMOTO che sta per arrivare sul DEEP STATE internazionale, tra scandali sessuali e brogli alle elezioni americane del 2020, ci racconta un’altra storia, ovvero che i globalisti e i loro accoliti… stanno per essere CANCELLATI per sempre dal PALCOSCENICO mondiale.

(Articolo di Gabriele Sannino).

(t.me/Gabriele Sannino).

 

 

 

 

 

Cosa c'è davvero dietro la

retromarcia sull'auto elettrica.

 

 Avvenire.it - Pietro Sacco – (7-02 – 2026) – Economia -Redazione – ci dice:

“Stellantis” è solo l'ultimo grande costruttore a ridimensionare drasticamente i piani di investimento sulle auto elettrificate.

 Il primo motivo?

I clienti non le vogliono

Cosa c'è davvero dietro la retromarcia sull'auto elettrica.

L'amministratore delegato di Stellantis “Antonio Filosa” durante la conferenza stampa al termine dell'inaugurazione nuova Fiat 500 Hybrid presso lo stabilimento di Mirafiori, Torino, 25 novembre 2025. (ANSA/ALESSANDRO DI MARCO).

Chi pensava che il futuro dell’auto fosse elettrico e fosse già qui, o appena dietro l’angolo, evidentemente si sbagliava.

La pesante e costosa retromarcia annunciata da Stellantis è solo l’arrivederci più recente e vistoso (per motivi di vicinanza e dimensione) delle grandi case produttrici di automobili ai modelli “battery electric vehicles” (Bev), cioè completamente elettrici, alimentati da batterie che si ricaricano collegandosi alla rete.

 

Chi ci sta ripensando.

Un mese fa “General Motor” ha annunciato una svalutazione da 6 miliardi di dollari dei suoi progetti sull’elettrico.

 A dicembre scorso era stata “Ford” a mettere a bilancio un passivo da 19,5 miliardi di dollari in programmi per auto elettriche che non saranno mai costruite.

Tra gli europei, che sull’elettrico si erano lanciati con meno convinzione, “Mercedes-Benz” ha spostato in avanti i traguardi di elettrificazione delle sue auto di lusso.

“Volvo” (che resta svedese, anche se è controllata dalla “cinese Geely”) era stata radicale nel suo annunciare cinque anni fa che avrebbe abbandonato del tutto i motori termici entro il 2030.

Già nel 2024 ha dovuto rivedere i progetti:

ora punta a rendere elettrificato (quindi anche con motori ibridi plug -in che combinano motori elettrici e termici) almeno il 90% della  flotta, ammettendo però anche una piccola percentuale di “mild hybrid”, cioè auto con motori elettrici che assistono quelli termici recuperando energia in frenata.

La ragione dell’inversione di marcia è per tutti la stessa:

 i clienti che vogliono auto elettriche sono troppo pochi per giustificare tutti gli investimenti fatti e quelli ancora da fare.

La ragione dell’inversione di marcia è per tutti la stessa:

 

i clienti che vogliono auto elettriche sono troppo pochi per giustificare tutti gli investimenti fatti e quelli ancora da fare.

Almeno in Europa e negli Stati Uniti.

Nonostante gli sforzi dei costruttori e gli incentivi dei governi la crescita delle vendite di auto totalmente elettriche c’è, ma è rimasta al di sotto delle aspettative.

In Europa nel 2025 le immatricolazioni di “Bev” sono state 1,9 milioni, con un aumento di quasi il 30% sul 2024, rispetto al +1,8% del totale del mercato.

 Le auto elettriche hanno raggiunto così una quota di mercato del 17,4% sulla spinta degli acquisti degli automobilisti di Germania, Paesi Bassi, Belgio e Francia.

 Il grosso del mercato, però, lo fanno ancora motori basati sui sistemi termici:

l’ibrido che non si ricarica alle colonnine (He) ha una quota del 34,5%, quello ricaricabile (Phebe) del 9,4%, mentre il resto è ancora benzina (26,6% delle auto vendute) e diesel (8,9%).

 Ci sono stati anche sorpassi simbolici, come “Volkswagen” che ha superato “Tesla” come primo venditore di auto elettriche in Europa o il sorpasso dell’elettrico su quello a  benzina, nel mese di dicembre.

 Ma l’accelerazione è troppo debole per sostenere la svolta elettrica dei grandi costruttori.

Negli Stati Uniti la “rivoluzione elettrica” è ancora più indietro.

 Le vendite di auto totalmente elettriche sono state addirittura in calo nel 2025 con una quota di mercato limitata al 7,8%.

Gli americani sono corsi a comprare auto elettriche nel periodo degli incentivi (con un credito federale da 7.500 dollari per ogni auto acquistata) dopodiché c’è stato un crollo nell’ultimo trimestre dell’anno.

Soltanto in Cina le auto elettriche sono riuscite a superare il 50% del mercato lo scorso anno:

è stata la prima volta e non è detto che accada ancora.

Il governo sembra meno intenzionato a incentivare gli acquisti di auto in generale, elettriche comprese.

 L’associazione cinese del settore automotive “Circa” non nasconde di vedere davanti a sé dodici mesi difficili:

 le immatricolazioni potrebbero chiudere al minimo dal 2020, anno di pandemia. By, marchio cinese oggi simbolo della potenza del nuovo che avanza nel mondo dell’auto, a gennaio ha segnato il quinto calo consecutivo di vendite a livello globale, con un -30,1% che non promette nulla di buono.

 

Le ragioni del flop dell'elettrico.

Il problema è quello:

il “mercato”, che poi sono persone o aziende che hanno bisogno di mezzi per muoversi, non è mai stato molto convinto dalle auto elettriche.

È così per motivi diversi.

 Sicuramente c’è una questione di prezzi, con costi di acquisto più elevati rispetto ai motori termici.

C’è poi l’incertezza tecnologica:

sappiamo ancora poco sui costi di manutenzione e riparazione delle batterie, che hanno un peso importante sul prezzo complessivo delle auto elettriche, così come sulla loro durata:

 quanta capacità resta a una batteria una volta percorsi 100mila chilometri?

Ma questi non sono gli ultimi fattori.

Resta aperto il nodo della disponibilità e affidabilità delle colonnine che lascia a molti automobilisti quella brutta “range ansietà”, la paura di restare a terra con la batteria scarica e nessuna colonnina in vista (cosa quasi sconosciuta a chi ha motori diesel o a benzina).

Le caratteristiche dell’elettrico, poi, non sono adatte a tutti:

 l’autonomia limitata dei motori non le rende le vetture adatte a chi deve fare viaggi per diverse centinaia di chilometri, magari per lavoro, e non ha tempo da dedicare a soste lunghe per la ricarica.

Il fattore politico-industriale ha fatto il resto.

Il vantaggio dell’industria dell’auto cinese nello sviluppo delle batterie e dei motori elettrici sembra incolmabile (la Cina produce circa l’85% delle batterie secondo le stime) ed è un problema per chi è chiamato anche a dare un futuro ai costruttori storici che hanno fabbriche negli Stati Uniti e in Europa.

L’amministrazione Trump negli Usa ha poi abbandonato gli obiettivi ambientali che Washington si era data negli anni di Biden, e anche l’Europa ha molto alleggerito la pressione “green” sul sistema produttivo.

 Se la spinta politica verso la transizione all’elettrico c’è ancora, è certamente molto più debole rispetto a un paio di anni fa.

Stellantis, in questo contesto, non è la prima e non sarà nemmeno l’ultima a ingranare la retromarcia.

 

 

 

 

No, con la retromarcia sulle auto elettriche non salveremo né il Pianeta, né l’industria europea.

Fanpage.it – Francesco Cancellato – ( 17 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

L’Unione Europea fa marcia indietro e si rimangia lo stop alla produzione di automobili diesel e benzina al 2035.

Una scelta che tarpa le ali alla lotta al cambiamento climatico. E che non servirà a salvare la nostra industria morente.

 

A volte, le coincidenze:

nel giorno in cui gli industriali tedeschi parlano di “deindustrializzazione irreversibile” e di un “modello arrivato al capolinea”, l’Unione Europea arriva al capezzale della Germania e decreta la revoca dello stop ai motori diesel e benzina prevista per il 2035. 

 

I tedeschi applaudono, gli italiani pure, ma sono gli applausi di due sistemi industriali agonizzanti la cui fine è comunque inevitabile.

 E forse dobbiamo dircelo una volta per tutte che le scelte miopi dei governi europei e dei loro industriali ci hanno condannato qualunque mossa faremo d’ora in poi.

 

Perché comunque dovremo azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050 e per farlo è fondamentale che a quella data il parco delle automobili che circolano sia a emissioni zero allo scarico, quindi elettrico.

 

La cerimonia inaugurale di Milano-Cortina è stata la celebrazione dell’ipocrisia e del caos.

(Francesco Cancellato)

Il solito decreto del governo Meloni, che è tutto meno che “sicurezza”

(Francesco Cancellato)

Scusate se parliamo solo ora dei mille migranti morti nel Mediterraneo.

Perché comunque la Cina ha conquistato un vantaggio incolmabile su queste nuove tecnologie e prima o poi invaderà il mercato automobilistico europeo con auto elettriche, che ci piaccia o meno.

 Lo farà perché non possiamo chiuder loro le porte, altrimenti loro le chiuderebbero ai nostri prodotti, e perché probabilmente l’unica opportunità rimasta per salvare la nostra industria dei componenti è sperare, o far di tutto che vengano qua a produrle.

Perché tutti i tentativi di frenare questo processo irreversibile rispondono al soft power americano, che invece punta forte sulle fonti fossili e non vuole che i rapporti tra Europa e Cina si facciano troppo stretti.

O ad aziende come Eni, che hanno investito sui biocarburanti a emissioni ridotte, e sussurrano alle orecchie del governo italiano – che obbediente chiede a gran voce la “neutralità tecnologica” – per non vedere andare in fumo il loro investimento.

 

Soprattutto, perché la vera questione, con buona pace degli industriali tedeschi, dell’indotto italiano e del soft power americano, è l’azzeramento delle emissioni di CO2.

E ancora una volta, messo alle strette, chi ci governa ha dimostrato che la lotta al riscaldamento globale è tale solo a parole.

Che quel che ci spaventa di più non è il pianeta che va in fiamme, ma la rinuncia allo status quo.

Che nei fatti, i soldi contano sempre più del clima, e la salvaguardia delle rendite di posizione molto più del futuro del pianeta.

Non che non lo sapessimo. Ma è sempre sconfortante averne la conferma.

(fanpage.it/economia/no-con-la-retromarcia-sulle-auto-elettriche-non-salveremo-ne-il-pianeta-ne-lindustria-europea/).

(fanpage.it/).

 

 

 

 

 

Quanto sarà elettrico il futuro?

Nonostante i miliardi investiti,

 i dubbi restano.

Motorimotori.it - Daniele Monteleone – (3 Febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

 

L’industria non sta andando verso il 100% elettrico, ma verso una convivenza forzata tra diversi sistemi di propulsione.

Per anni ci hanno raccontato che il futuro dell’auto sarebbe stato silenzioso, ricaricabile e rigorosamente a zero emissioni, dipingendo il motore a combustione interna quasi come un reperto archeologico prossimo all’estinzione.

 Tuttavia, nel 2026, la narrazione del “tutto elettrico” sembra aver preso una buca piuttosto profonda.

Nonostante le istituzioni abbiano spinto sull’acceleratore della decarbonizzazione, la realtà industriale sta dimostrando che la transizione è meno un rettilineo e più un percorso a ostacoli pieno di ripensamenti.

 

L’Europa, agendo come una sorta di fata madrina autoritaria, aveva inizialmente imposto il bando totale dei pistoni per il 2035.

Peccato che l’anno scorso sia arrivata una brusca marcia indietro:

ora il diktat prevede una riduzione del 90% delle emissioni allo scarico, lasciando uno spiraglio del 10% per i nostalgici del rombo, a patto che utilizzino carburanti sintetici, biocarburanti o acciaio a basse emissioni prodotto in UE.

 

Le case automobilistiche, nel frattempo, si trovano in una sorta di gabbia dorata.

 Hanno investito decine di miliardi in piattaforme dedicate e “giga fattori” per la produzione di batterie. Tornare indietro ora sarebbe economicamente molto doloroso.

 

Nonostante l’ottimizzazione dell’auto a batteria nei centri urbani, dove il silenzio è d’oro e i polmoni ringraziano, restano sul tavolo i soliti, enormi interrogativi.

L’accesso a materie prime come litio, cobalto e nichel ci sta rendendo ostaggi di tensioni geopolitiche e di un’inflazione dei prezzi che rende i listini simili a quelli di una gioielleria.

Se aggiungiamo che al di fuori di Cina ed Europa la transizione avanza a bassissima velocità e che in diversi Paesi europei meno di un veicolo su 5 è elettrico, il quadro della “dominazione globale” sbiadisce rapidamente.

 

Il futuro, più che un monologo elettrico, somiglia a un cocktail tecnologico diversificato.

Gli stakeholder del settore stanno riscoprendo il fascino degli ibridi, dell’idrogeno per i trasporti pesanti (quando c’è anche dove ricaricarli a dovere) e dei biocarburanti per i lunghi viaggi.

 

L’industria, dunque, non sta andando verso il 100% elettrico, ma verso una convivenza forzata tra diversi sistemi di propulsione.

 Saranno i vincoli economici e la reale accettazione dei consumatori, stanchi di cercare colonnine libere come se fossero il Sacro Graal, a decidere chi taglierà davvero il traguardo.

UE, salvi i motori termici dopo il 2035?

Il clamoroso dietrofront.

 

Elettricomagazine.it – (9 Febbraio 2025) - Marco Ventimiglia – Redazione – ci dice:

 

 

Si moltiplicano le indiscrezioni su un prossimo cambio di rotta, con Bruxelles che potrebbe permettere di commercializzare ancora i veicoli con motore termico, a condizione che si tratti di modelli ibridi plug-in.

L’UE pensa di “ammorbidire” lo stop alla vendita delle auto con motori termici dal 2035.

Per chi ha una barca a vela, saperla portare dove tira il vento è senz’altro un pregio importante.

Ma se ti trovi ai piani alti dell’Unione Europea e devi guidare i Paesi membri lungo il difficile percorso della transizione energetica, allora le cose cambiano.

 Tanto più, proseguendo con la metafora, che l’unico vento da ricercare per l’UE, in tema di cambiamento green, non è quello delle presunte convenienze politiche ma quello che fa girare le pale eoliche…

 

Sommario,

Un parziale dietrofront sui motori termici.

Come cambia lo scenario.

Le ragioni della marcia indietro sulle auto elettriche.

La tenuta delle reti elettriche.

La dipendenza dalla Cina per veicoli elettrici e batterie.

L’influenza della politica

Un parziale dietrofront sui motori termici.

Per questo, lascia quanto meno interdetti la recente notizia/indiscrezione sull’intenzione di Bruxelles di fare una parziale marcia indietro sullo stop alla vendita di auto con motore termico a partire dal 2035.

Il proposito sarebbe quello di non lasciare più soli, come fin qui stabilito, i veicoli elettrici negli spazi di vendita delle concessionarie.

 Infatti, fra dieci anni a far compagnia alle auto a zero emissioni dovrebbero esserci anche i veicoli ibridi plug-in.

 

Modelli ibridi plug-in che hanno delle emissioni molto inferiori alla stragrande maggioranza dei mezzi ora circolanti sulle strade del continente, ma sono pur sempre dotati di un motore termico alimentato da combustibili fossili, benzina o diesel che siano.

 Per completezza d’informazione, sembra che l’UE intenda permettere post 2035 anche la vendita dei poco diffusi mezzi elettrici dotati di range extender (un piccolo motore ausiliario a benzina che ricarica la batteria).

 

Come cambia lo scenario.

Si tratta di una modifica che, se effettivamente portata a compimento, avrebbe delle conseguenze non da poco. Innanzitutto, per l’aria che respireremo, sicuramente meno pulita e più climalterante, visto che ogni veicolo ibrido plug-in una volta esaurita la sua carica elettrica (che attualmente garantisce un’autonomia fra i 50 e i 100 km) continua a viaggiare grazie all’entrata in scena del motore termico, con le relative conseguenze in termini di emissioni.

 

Altrettanto rilevanti, da un altro punto di vista, sarebbero le conseguenze industriali e commerciali.

È infatti evidente che la sopravvivenza del motore termico e della componentistica ad esso legata manterrebbe in vita la relativa filiera produttiva e di vendita, particolarmente sviluppata nei grandi Paesi dell’Unione Europea, compreso il nostro.

 Per non parlare dell’impatto su estrazione, raffinazione e vendita dei combustibili fossili…

 

Le ragioni della marcia indietro sulle auto elettriche.

Cercare un motivo di questa possibile/probabile marcia indietro – perché di questo si tratta, anche se parziale – sarebbe sbagliato, in quanto le ragioni appaiono multiple.

Quella più legata alla stretta attualità, che poi ci rimanda all’andare dove tira il vento, va ricercata oltreoceano con l’insediamento dell’amministrazione Trump e i suoi bellicosi propositi contro il cambiamento green, comprese le agevolazioni alla mobilità elettrica.

 

C’è poi da mettere in conto la crescente preoccupazione, a partire dalla Germania, per la tenuta all’avvento dell’elettrico da parte del comparto auto, che in Europa genera una parte importante del PIL e dell’occupazione.

Al riguardo è esplicita l’immagine di una sala del Museo Mercedes-Benz di Stoccarda, con il confronto fra un motore elettrico, scomposto nei suoi pochi componenti, e un moderno motore diesel fatto da un migliaio di pezzi.

 

La tenuta delle reti elettriche.

Altro elemento di cui tener conto, per spiegare i propositi dell’UE, è relativo all’impatto della mobilità green che potrebbe stressare oltremodo le reti elettriche.

Quest’ultime nei prossimi anni dovranno essere oggetto di costanti e onerose revisioni per renderle non soltanto capaci di gestire l’aumento della domanda energetica, ma anche abbastanza “intelligenti” in modo da supportare le modalità di carica bidirezionali. 

 

E fare riferimento ai problemi per le reti elettriche significa anche parlare della diffusione dei punti di ricarica per le batterie delle auto, che dovranno crescere in modo esponenziale sia nei luoghi pubblici che, soprattutto, nelle abitazioni private.

Va però detto che garantire la sopravvivenza dei modelli ibridi plug-in non cambierebbe i termini di questo problema, perché anche quest’ultimi hanno ovviamente bisogno di ricarica.

 

La dipendenza dalla Cina per veicoli elettrici e batterie

Fra le ragioni del possibile cambio di rotta sulla vendita delle auto a partire dal 2035, va poi messo nel conto il crescente dominio della Cina nei comparti industriali e commerciali legati alla transizione energetica, nel caso in questione un leadership evidente sia per i veicoli elettrici che per le batterie equipaggiate.

 Un dominio che fra 10 anni minaccia addirittura di trasformarsi in una sorta di monopolio.

Dipendenza dalla Cina che riguarda anche le cosiddette terre rare, ovvero i minerali indispensabili alla produzione di elementi base per la transizione energetica, e che nel comparto auto sono utilizzate per realizzare i magneti che permettono ai motori elettrici di funzionare. Terre rare delle quali Pechino è il principale produttore mondiale.

 

L’influenza della politica.

Insomma, come detto, le motivazioni per spiegare una futura marcia indietro dell’UE sul fronte della mobilità elettrica non mancano.

Ciò non toglie che è facile pensar male, ovvero che il possibile cambio di rotta sia dettato soprattutto dal vento della politica.

Infatti, oltre al fattore Trump non va dimenticato il crescente peso nell’Unione Europea dei partiti populisti, spesso avversi al cambiamento green.

 

Del resto, a supportare questa tesi c’è anche un altro ragionamento: tutte le altre ragioni sopra esposte – pericoli per il comparto auto, tenuta delle reti elettriche, punti di ricarica negli edifici, dipendenza dalla Cina –, erano già ampiamente note da anni, ma non avevano impedito a Bruxelles di approvare lo stop alla vendita delle auto inquinanti a partire dal 2035.

 

Trump, dal Venezuela a Cuba:

il petrolio che lega tutto.

Ispionline.it – (4 Feb. 2026) – Elena Marisol Brandolini – Redazione – ci dice:

 

Il greggio diventa lo strumento privilegiato degli USA per mettere pressione ad attori considerati ostili, con l’obiettivo di riorientare gli equilibri nella regione a vantaggio degli interessi americani.

Commentari America Latina · Relazioni Transatlantiche.

 

Un mese dopo il sequestro di “Nicolás Maduro”, Cuba diventa il nuovo nemico per la sicurezza degli Stati Uniti.

 La settimana scorsa Donald Trump ha dichiarato, infatti, l’emergenza nazionale, segnalando come il governo cubano destabilizzi la regione latino-americana, alleandosi con gli avversari politici e commerciali degli Stati Uniti, quali sono la Russia, la Cina e l’Iran.

 La somministrazione energetica nell’isola diventa quindi una questione di sicurezza nazionale per gli Usa, motivo per cui Trump minaccia i paesi storicamente fornitori di petrolio a Cuba, come il Messico, di aumentare i dazi sui loro prodotti se continueranno in questa azione di sostegno all’economia del regime castrista.

Contemporaneamente, l’”Assemblea National del Venezuela” ha approvato la riforma della legge sugli idrocarburi, aprendo il settore petrolifero alla sua privatizzazione.

 E la Casa Bianca, per consentire alle imprese americane di operare nel paese caraibico, ha annunciato la revoca di alcune sanzioni contro il settore petrolifero venezuelano.

 

Perché il petrolio, quello che in un caso fa gola e nell’altro alimenta la presenza di concorrenti sgraditi, è il filo che tiene insieme l’interesse di Trump per il Venezuela e per Cuba, in quell’imperialismo di rapina delle risorse che ha nella regione latino-americana l’arena privilegiata del conflitto commerciale con la Cina.

E anzi si può sostenere che l’attacco definitivo a Cuba – che gli Stati Uniti finora hanno detto non avrà un carattere militare – è possibile solo ora che il Venezuela si vede costretto a riconsiderare la politica di nazionalizzazione del settore petrolifero voluta da Hugo Chávez.

E mentre la presidente del governo venezuelano Delay Rodríguez annuncia un’amnistia per i prigionieri politici del regime chavista, la diaspora cubana a Miami sogna un analogo provvedimento nel proprio paese d’origine.

 

Cuba dipende in larga parte dalle importazioni per il suo approvvigionamento energetico, perché produce appena 40.000 barili di petrolio al giorno, quando il suo fabbisogno è di 110.000.

 Inizialmente importava petrolio dall’Unione Sovietica, poi il Venezuela e il Messico sono diventati i principali esportatori di grezzo nell’isola.

Il Venezuela copriva il 30-35% della necessità cubana di petrolio, il Messico attorno al 20%.

Dopo l’attacco statunitense di un mese fa, il Venezuela ha smesso di commercializzare il petrolio con Cuba e il Messico, preoccupato dalle minacce di Trump sui dazi, ne ha sospeso temporaneamente l’esportazione.

Secondo dati della società di consulenza Kepler pubblicati sul Financial Times, nel mese di gennaio sono arrivati a Cuba dal Messico solo 84.000 barili di petrolio, che corrispondono a 3.000 barili al giorno.

 

Al principio del nuovo millennio, ai tempi di Chávez e Fidel Castro, il Venezuela riforniva Cuba con 100.000 barili di petrolio al giorno, che il governo castrista rivendeva in parte per acquisire valuta estera.

Nel 2025, il Messico inviava 12.000 barili di petrolio al giorno (dati Kepler), insufficienti comunque a sostenere il sistema elettrico e dei trasporti cubani.

La presidente messicana “Claudia Sheinbaum” ha parlato di ragione umanitaria alla base di questi invii di petrolio a Cuba e ora che le minacce di Trump ne hanno bloccato l’esportazione all’isola, il Messico ha annunciato l’invio di aiuti umanitari a Cuba e sta cercando di riprendere l’invio di petrolio in un confronto con l’amministrazione americana.

 

Il segretario di Stato americano “Marco Rubio” ha affermato che gli Stati Uniti non intendono forzare una caduta del regime castrista: preferiscono che venga meno per sfinimento.

E il governo cubano li ha accusati di “provocare un genocidio”.

Gran parte degli osservatori afferma infatti che Cuba disporrebbe di meno di due mesi di petrolio importato – c’è chi parla di non più di 20 giorni – col rischio, perciò, di entrare in una gravissima crisi umanitaria. In un paese con un’economia in recessione da tempo, sono sempre più frequenti i tagli di elettricità per mancanza di combustibile che durano diverse ore al giorno.

E nelle attuali condizioni commerciali, la situazione è destinata solo a peggiorare.

Trump è quindi convinto che il cambiamento che si sta dando in Venezuela porterà alla caduta del regime castrista a Cuba.

 Per quanto il chavismo continui a governare in Venezuela e a sottolineare, almeno formalmente, la sovranità delle proprie decisioni.

 

Come appunto l’approvazione della riforma della legge sugli idrocarburi da parte del parlamento venezolano, che ha per obiettivo quello di attrarre capitali stranieri che consentano di risollevare la produzione petrolifera, crollata durante la pandemia e ora attestatasi attorno a un milione di barili al giorno.

La riforma ruota attorno a tre elementi.

Il primo riguarda l’apertura al settore privato nazionale e internazionale nell’esplorazione, sfruttamento, produzione e commercializzazione del grezzo.

 Il secondo elemento sta nella riduzione delle imposte e della percentuale del valore del petrolio da pagarsi allo Stato.

Infine, vengono incorporati meccanismi di arbitraggio internazionale per risolvere le controversie fuori dei tribunali venezolani.

I giacimenti petroliferi continuano comunque a essere di proprietà della Repubblica Bolivariana.

 

 

 

 

Charles Michel attacca Rutte:

"Il capo della Nato dovrebbe

smettere di essere un agente degli Usa."

It.euronews.com – (30/01/2026) - Mared Gwyn Jones – Redazione – ci dice:

 

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"La diplomazia delle lusinghe" del segretario della Nato Mark Rutte verso Donald Trump non tutela gli interessi dell'alleanza secondo l'ex presidente del Consiglio europeo.

Il segretario generale della Nato Mark Rutte dovrebbe smettere di essere un "agente americano" unire un’alleanza militare in difficoltà di fronte alla "retorica ostile" e alle "intimidazioni" degli Stati Uniti.

 Lo ha dichiarato venerdì l'ex capo del Consiglio europeo Charles Michel alla trasmissione Europe Today di Euronews.

(Diritti d'autore Euronews 2026).

"Voglio essere chiaro: Mark Rutte è deludente e io sto perdendo fiducia", ha affermato Michel, che ha guidato il Consiglio per cinque anni fino al 2024.

 

"Non mi aspetto che Mark Rutte sia un agente statunitense. Mi aspetto che Mark lavori per l'unità all'interno della Nato", ha aggiunto Michel.

Rutte ha definito il presidente statunitense Donald Trump il "papà" della Nato e si è guadagnato la reputazione di consigliere di Trump.

 Ha anche fornito all'ex tycoon una via d’uscita per fare marcia indietro sulle sue recenti minacce di scatenare una guerra commerciale con i Paesi europei per la Groenlandia.

Michel ha detto che la "diplomazia delle lusinghe" di Rutte "non funzionerà" e potrebbe portare a un "fallimento totale".

"Affrontiamo intimidazioni e minacce. Quello che sta accadendo con la Groenlandia non è accettabile e mi aspetto che Mark Rutte sia una voce forte a difesa dell'unità della Nato", ha dichiarato

 

Secondo Michel l'Ue è un "partner molto leale" agli Stati Uniti e non merita il recente comportamento di Trump, riferendosi alle minacce statunitensi sulla Groenlandia, ai suoi tentativi di dare "legittimità" al presidente russo Vladimir Putin e di sanzionare ex funzionari europei.

L’amministrazione statunitense ha recentemente imposto sanzioni a “Thierry Breton”, ex commissario europeo francese ed ex "zar" della tecnologia, responsabile dell’elaborazione del quadro normativo digitale dell’Ue.

 

Possibile l'adesione dell'Ucraina all'UE entro il 2027.

Michel è intervenuto anche sui negoziati per un futuro accordo di pace per l'Ucraina, affermando che leader come Emmanuel Macron e Giorgia Meloni hanno ragione a chiedere un confronto diretto con Putin.

"Dobbiamo essere intorno al tavolo perché oggi non lo siamo.

Questo è molto triste. È persino un po' scioccante", ha detto.

"Chi difende gli interessi europei al tavolo? Non gli Stati Uniti, non la Russia".

 

Michel ha indicato il suo successore Antonio Costa come possibile inviato ai colloqui, affermando che ha la legittimità necessaria per parlare a nome dei 27 leader dell'Ue.

Alla domanda sull'obiettivo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di far entrare il suo Paese nell'Ue entro il 2027 come parte di un piano di pace, Michel ha risposto:

"È assolutamente giusto ed è possibile", auspicando l'integrazione di Kiev nel blocco europeo il più rapidamente possibile.

 

 

Russia e Cina sono impegnate a

cercare di mantenere l'ordine globale.

  Unz.com - Larry C. Johnson – (5 febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Prima che Vladimir Putin parlasse con Donald Trump il 4 febbraio, il Presidente Putin ha tenuto una teleconferenza con il Presidente cinese XI.

Perché?

Perché Putin voleva far sapere da Xi esattamente cosa intendeva discutere nella sua successiva conversazione con Trump, che si sarebbe tenuta più tardi quel giorno.

 È così che due alleati collaborano e si coordinano.

Credo che la conclusione più importante della loro conversazione sia che vedono la loro partnership come un centro di potere essenziale per cercare di impedire che il mondo esploda.

Diamo quindi un'occhiata ai resoconti russi e cinesi della loro conversazione.

 

Yury Ushakov , assistente presidenziale russo per la politica estera, ha fornito la lettura e il commento russo in seguito alla videoconferenza del 4 febbraio 2026 tra il presidente Vladimir Putin e il presidente cinese XI Jinping.

La conversazione è durata 1 ora e 25 minuti, e Ushakov l'ha descritta come svoltasi in un'atmosfera "genuinamente amichevole", "franca" e "fiduciosa".

Questa è la loro sesta chiacchierata ad alto livello di inizio anno... Una tradizione iniziata nel 2021.

 

Punti chiave della lettura di Ushakov (riassunto ufficiale del Cremlino).

Legami bilaterali:

i leader hanno ribadito che la Partnership globale e la cooperazione strategica tra Russia e Cina sono a un livello senza precedenti, basate sull'uguaglianza, sul reciproco vantaggio e non dirette contro terze parti o influenzate da politiche a breve termine.

Cooperazione economica/commerciale:

enfasi sul proseguimento dello sviluppo dei legami commerciali ed economici, anche nel Settore energetico.

La cooperazione commerciale ed energetica è stata evidenziata come aree chiave per un'ulteriore crescita.

Situazione globale:

il contesto internazionale è stato descritto come "sempre più turbolento" dall'inizio dell'anno.

Entrambe le parti hanno sottolineato la necessità di approfondire il coordinamento strategico per garantire uno sviluppo costante delle relazioni e il mantenimento della stabilità strategica.

Coordinamento su questioni chiave:

Putin e XI hanno concordato di mantenere attivi meccanismi di consultazione bilaterale permanente attraverso canali diversi (consigli di sicurezza, ministeri degli esteri, agenzie di difesa) per integrare la loro comunicazione personale.

Hanno rilevato posizioni vicine o coincidenti su questioni importanti, comprese le relazioni con gli Stati Uniti (ad esempio, valutazioni di iniziative di Trump come il piano "Board of Peace" per Gaza).

Crisi regionali/globali:

particolare attenzione è stata dedicata alla situazione di tensione in Iran (tra colloqui tra Stati Uniti e Iran e tensioni regionali).

Si è proceduto a uno scambio di opinioni su altre importanti questioni strategiche e sfide globali.

Progetti futuri:

 XI ha invitato Putin a visitare la Cina nella prima metà del 2026 e Putin ha accettato.

Putin parteciperà anche al vertice dell'”Asia-Pacific Economic Cooperation” (APEC) o a eventi correlati in Cina più avanti nel corso dell'anno.

Tono generale:

Ushakov ha sottolineato che l'appello è Sostanziale e rappresenta una "buona tradizione", confermando le priorità fondamentali per il prossimo periodo.

Mosca e Pechino "si sostengono a vicenda su questioni chiave riguardanti gli interessi nazionali di fronte alle sfide esterne", posizionando la loro alleanza come un "fattore potente, costruttivo e stabilizzante" a livello globale.

Il Ministero degli Esteri cinese e l'agenzia di stampa Xinhua hanno diffuso il resoconto ufficiale dell'incontro virtuale (videoconferenza) del 4 febbraio 2026.

La dichiarazione è positiva e sottolinea l'approfondimento dei legami in un contesto di sfide globali.

 

Riepilogo della lettura della Cina (estratti e punti chiave).

 

Tempismo e ambientazione:

Nel pomeriggio del 4 febbraio 2026, il Presidente XI Jinping ha tenuto un incontro virtuale con il Presidente Vladimir Putin nella Grande Sala del Popolo a Pechino.

Saluti e contesto propizio:

 XI ha rivolto sinceri auguri per la Festa di Primavera a Putin e al popolo russo.

Ha osservato che il 4 febbraio è l'Inizio della Primavera (Lichen, uno dei 24 termini solari del calendario lunare cinese), simboleggiando il ritorno della primavera e un nuovo inizio.

XI ha espresso la disponibilità a collaborare con Putin in questo "giorno propizio" per tracciare un nuovo piano per le relazioni Cina-Russia.

Relazioni bilaterali:

XI ha sottolineato che le relazioni Cina-Russia sono a un livello senza precedenti, caratterizzate da rispetto reciproco, uguaglianza, beneficio reciproco e coordinamento strategico.

Ha chiesto scambi di alto livello continui e rafforzato la cooperazione pragmatica in vari settori.

Situazione globale:

XI ha sottolineato che la situazione internazionale è diventata sempre più turbolenta dall'inizio dell'anno.

In qualità di Paesi importanti e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Cina e Russia hanno l'obbligo di sostenere l'equità e la giustizia, salvaguardare gli esiti della Seconda guerra mondiale, difendere il sistema internazionale incentrato sulle Nazioni Unite e mantenere le norme fondamentali del diritto internazionale.

Stabilità strategica e cooperazione:

i due leader hanno concordato di approfondire il coordinamento strategico, mantenere la stabilità strategica globale e collaborare per affrontare le principali questioni internazionali.

Hanno sottolineato gli sforzi congiunti per promuovere la multipolarità, l'equità nella governance globale e la resistenza alle interferenze esterne.

Piani futuri:

XI ha invitato Putin a visitare la Cina nella prima metà del 2026, e Putin ha accettato.

Hanno inoltre discusso del coordinamento degli eventi imminenti e dei meccanismi bilaterali.

Tono generale:

 Il resoconto presenta l'incontro come sostanziale, amichevole e orientato al futuro, con entrambe le parti impegnate a uno sviluppo costante dei legami come forza stabilizzatrice in mezzo alla turbolenza.

Ci sono ancora funzionari della sicurezza nazionale statunitense e commentatori di think tank che credono che il rapporto tra Russia e Cina sia solo una finzione superficiale e che la Russia alla fine tornerà in sé, rifiuterà la Cina e si allineerà con l'Occidente.

Questa conversazione, unita alle misure concrete che Putin e XI hanno adottato dal loro incontro a Mosca all'inizio del 2023, dovrebbe disilludere quegli esperti di politica estera occidentale del loro sogno delirante.

 

Possiamo vedere da entrambi i resoconti che entrambi i leader sono pienamente impegnati nel coordinamento strategico, nel mantenimento della stabilità strategica globale e nel lavorare in concerto per affrontare le principali questioni internazionali.

Uno di questi è l'Iran.

Sebbene non sia stato esplicitamente dichiarato, sono certo che la prossima esercitazione militare navale congiunta con l'Iran sia stata discussa a fondo, anche come entrambi dovrebbero rispondere in caso di attacco statunitense all'Iran.

Hanno anche discusso di Cuba, attualmente presa di mira da Trump.

I presidenti Vladimir Putin e XI Jinping hanno inoltre coordinato i loro approcci sulla situazione a Cuba (insieme a Venezuela e Iran). L'assistente del Cremlino” Yury Ushakov” dichiarato che Putin e XI si sono espressi a favore del mantenimento del livello di cooperazione raggiunto con L'Avana (e Caracas), nonostante le pressioni e le azioni unilaterali degli Stati Uniti.

La Russia ha inoltre sottolineato la solidarietà con Cuba, inclusi gli impegni a mantenere l'assistenza per la sovranità e l'indipendenza, e negli ultimi mesi ha fornito supporto petrolio/energetico.

 

Insieme, Russia e Cina stanno ostentando il loro potere militare ed economico per porre fine all'ossessione degli Stati Uniti di voler dominare il mondo.

 Ma non si limitano a parlare di questo:

stanno lavorando in tandem per consolidare il loro status di nuove ostetriche incaricate di dare vita a un nuovo ordine politico ed economico mondiale...

 Un ordine che non può più essere tenuto in ostaggio né dagli Stati Uniti né dal pubblico di Davos.

 

 

 

 

 

Perché l’Occidente non

guiderà più la storia del mondo.

Volerelaluna.it – (12-08-2025) - Piero Bevilacqua – Redazione – ci dice:

Non occorre possedere speciali virtù profetiche per predire ai paesi dell’occidente (vale a dire Europa e USA per come si sono configurati negli ultimi due secoli), un avvenire di disgregazione e di inarrestabile declino.

Sarebbe sufficiente fermarsi ai dati macroeconomici e sociali più noti per farsi un’idea alquanto realistica del futuro che li attende.

Gli USA sono chiusi nella trappola di un debito crescente e insostenibile, incapaci di limitare la loro dispendiosa postura di impero guerresco, privati da decenni della loro base manifatturiera, spinti a fare soldi con i soldi, costretti a governare un paese lacerato dalle disuguaglianze, in cui la classe media, base della stabilità politica americana, arretra ormai da decenni, mentre in tanti stati la condizione di povertà supera il 10% della popolazione.

Un’economia di servizi che vuole vivere sul debito pubblico e sull’indebitamento privato dei cittadini, sul dominio del dollaro.

Sotto questo profilo l’Europa non sta molto meglio anche a prescindere dallo scenario inquietante che si schiude per il Vecchio Continente dopo gli accordi con Trump del 27 luglio.

Vent’anni di perdita di produttività delle industrie dell’Unione, ci ricorda il Rapporto sul futuro della competitività europea di Mario Draghi del 2024.

Nel quale rapporto cogliamo la previsione più clamorosa del declino europeo, l’indicatore più indiscutibile del regresso delle nazioni:

la perdita di popolazione.

 «Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro dell’UE si ridurrà di circa 2 milioni di persone ogni anno, mentre il rapporto tra lavoratori e pensionati dovrebbe scendere da circa 3:1 a 2:1».

Ricordiamo di passaggio quel che è successo nel cuore del Vecchio Continente.

Con la guerra in Ucraina la rampante locomotiva d’Europa, la Germania, è andata a schiantarsi nelle secche di una classe dirigente nana, che ha ubbidito prontamente agli USA, ha accettato di buon grado il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, rinunciando ai rapporti di scambio con la Russia su cui aveva fondato un modello di crescita di successo.

 Ora ha imboccato la strada, davvero ricca di potenzialità, per diventare la “più grande potenza militare dell’Europa”.

 Immaginiamo con entusiasmo quanta ricchezza e benessere apporterà al suo popolo e al resto d’Europa col patrimonio di carri armati, bombe e missili di cui si doterà…

 

E tuttavia, per indicare la linea di tendenza rovinosa verso cui siamo diretti, basterebbe soffermarsi superficialmente sulla parabola disegnata dall’Italia – il paese politicamente più fragile e per questo più rappresentativo per il ragionamento che intendo svolgere – per comprendere verso quali mete luminose tende il destino del Vecchio Continente.

Chi si ricorda che nel 1991, secondo un rapporto di “Business International”, l’Italia era diventata il quarto paese più industrializzato del pianeta, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania?

Oggi, dopo 30 anni di cura europea e di buon governo nazionale (governi di centro-destra e di centro-sinistra) è scomparsa dalle classifiche, ospita sei milioni di poveri assoluti, perde di anno in anno quote di popolazione, che diventa sempre più vecchia, è segnata da squilibri territoriali drammatici, con vastissime aree che si vanno desertificando anche sotto il profilo fisico.

 

Ma le previsioni sul futuro dell’occidente diventano ancora più credibili se facciamo almeno un cenno ai paesi che stanno emergendo dal loro passato coloniale, si liberano dalla tirannia del debito gestito dal Fondo Monetario Internazionale, dai ricatti e dalle imposizioni del dollaro statunitense, dal saccheggio dei propri beni da parte delle grandi imprese occidentali, perpetrato attraverso la corruzione delle vecchie élites locali.

Pur senza qui considerare la Cina, ormai la vera prima economia del pianeta, bisogna tener presente che i paesi del fronte dei Brics, e altri nella stessa condizione, sono in costante crescita demografica, abitati da giovani desiderosi di acquisire benessere, galvanizzati dal sentirsi parte di comunità orgogliosamente in ascesa e sempre più indipendenti dal vecchio padrone europeo o americano.

 Nulla di più lontano dalla nostra gioventù, smarrita da anni nella sua disperazione nichilista.

 Figuriamoci ora che le promettiamo un entusiasmante avvenire di guerra.

Ma un aspetto davvero poco considerato dell’ascesa tumultuosa di questi paesi è la coscienza storica che ispira la condotta delle nuove élites nazionali, consapevoli del passato di saccheggi, umiliazione e massacri subiti ad opera delle colonizzazioni occidentali e del neocolonialismo americano.

Una nuova consapevolezza geostrategica orienta il Sud del mondo di cui noi ignoriamo tutto, a parte la caricatura della nostra stampa, servilmente e stoltamente impegnata a denigrare chi insidia il nostro fallimentare suprematismo bianco.

 In realtà in questi ultimi 30 anni il dominio unico americano è andato in frantumi, qualcuno dovrebbe informare i governanti europei e la stampa che li illumina, perché si acconcino a fare i conti con un gran numero di nuovi e agguerriti comprimari.

 

E tuttavia il cuore del declino dell’occidente è, per contrasto, osservabile proprio qui, nella variegata geografia di questo Sud e di questo Oriente in cammino.

Non solo nella semplice ascesa economica di tanti paesi, ma nel nucleo che sta alla base del loro successo e che l’occidente ha perduto: la guida di un forte potere statale. Condizionati dal nostro pregiudizio democratico, dalla nostra rocciosa ignoranza, dal nostro indomito razzismo, noi bolliamo come autocratici i regimi di questi paesi (in gran parte effettivamente illiberali, secondo loro culture e tradizioni) e perciò guardiamo ai loro successi non come all’emergere di una nuova geografia delle relazioni internazionali, che si sottrae al dominio unico degli USA, ma come a confuse minacce alle nostre svuotate democrazie.

 

Così ci sfugge non solo che essi puntano a un ordine di cooperazione e di pace mentre noi democratici ci disponiamo e investiamo nella guerra – dopo tutte le guerre con cui abbiamo insanguinato il mondo negli ultimi 100 anni – ma anche un aspetto decisivo del mutamento d’epoca che si è consumato sotto i nostri occhi.

Questi paesi hanno conservato un bene supremo che USA ed Europa hanno rovinosamente perduto:

la sovranità del potere politico statuale.

Oltre 30 anni di sfrenamento capitalistico, accompagnato dalle sirene della retorica neoliberista, hanno distrutto il potere superiore che per tutti i secoli dell’età moderna aveva governato gli interessi generali dei paesi e soprattutto degli stati-nazione.

La politica moderna, quella che nasce in idea con le prime geniali teorizzazioni di Machiavelli, è stata sopraffatta, soffocata sotto una inedita forma di neofeudalesimo, capeggiato da potentati economici e finanziari che l’hanno privatizzata, comprata a pezzi come si compra una qualsiasi azienda.

 La tradizionale, complessa forma di governo degli interessi collettivi è stata di fatto privatizzata, divisa fra diverse corporazioni, mentre il ceto politico, che apparentemente tiene in piedi il simulacro della rappresentanza democratica, è ridotto a una corporazione subalterna, che svolge compiti ancillari.

 Serve, dietro compenso, i poteri finanziari più o meno grandi, per esempio perché saccheggino il suolo delle nostre città (l’Italia, Milano in testa, offre un bel repertorio); è impegnata, con l’aiuto della stampa, a elaborare retoriche per convincere i cittadini delle buone ragioni delle élites capitalistiche anche nelle versioni affaristiche più degradate.

 In breve il capitalismo, privato del suo antagonista storico, il comunismo, che ha disfatto i partiti operai e popolari, messo all’angolo i sindacati, intaccato gli equilibri vitali del pianeta, sciolto nell’acido dell’individualismo edonistico quel che era stata per secoli la società, ha divorato anche il potere pubblico che gli forniva visione generale e qualche elemento di indirizzo strategico.

 

Osserviamo oggi quest’opera di distruzione persino nello stato di diritto più antico e più solido dell’occidente, quello degli USA.

 Del resto come poteva andare diversamente dopo che, per decenni, i cosiddetti rappresentanti del popolo accedono al Congresso grazie ai milioni di dollari con cui i vari potentati finanziano le loro dispendiose campagne elettorali?

 Come possono rispondere agli interessi della grande massa dei cittadini americani dopo gli obblighi contratti con così generosi ed esigenti donatori?

Perciò Partito democratico e Partito repubblicano sono indistinguibili per un aspetto fondamentale: sono due facce di un’unica plutocrazia.

Trump, ad esempio, questo personaggio bizzarro e inafferrabile, rappresenta in realtà, plasticamente, l’implosione della classe dirigente USA, divisa tra lobbies finanziarie ebraiche (che decidono della politica estera USA in Medio Oriente), grandi fondi del risparmio gestito, apparato militare industriale, che cerca nella guerra i propri profitti e sbocchi di mercato, oligarchi dell’industria elettronica e mediatica che rivendicano potere di comando proporzionale alla loro ricchezza, e, in ultimo, la grande massa della popolazione senza voce, che non si sente rappresentata dal Congresso e si percepisce da anni come il 99% più povero del paese.

 E anche in questo caso, per avere un’idea del cammino percorso dall’America in tale direzione, basterebbe pensare alla scomparsa della retorica del “sogno americano”, o ricordarsi – per percepire quanto tutto è mutato – dell’arrogante affermazione imperiale che fece a suo tempo George Bush senior, secondo cui «lo stile di vita americano non è negoziabile».

 Quello stile di vita è sempre più per pochi, e la sua incarnazione più rappresentativa stanno diventando le fila dei senza tetto e dei tossicodipendenti accampati nelle strade sempre più affollate di reietti delle grandi città americane.

 

Ma la traiettoria più evidente del declino dell’occidente e soprattutto dell’Europa si scorge anche nei meccanismi suicidi escogitati per la formazione e la selezione delle loro élites.

È il caso di ricordare che per quanto riguarda il potere statale gli imprenditori capitalistici o gli esponenti della finanza entrano ed escono dalle stanze delle istituzioni pubbliche senza ormai destare scandalo.

 Il sistema del revolving door, delle porte girevoli, è in funzione da tempo.

Oggi Trump è il caso più eclatante, benché l’Italia lo abbia anticipato con Berlusconi, mentre la Germania non lo è di meno, con Friedrich Merz, un uomo di Black Rock, il gigante del risparmio gestito, diventato senza tanti preamboli cancelliere federale.

 Un segnale evidente non solo dell’avvenuto soggiogamento del potere statale agli interessi diretti del capitale, ma anche dell’incapacità dei partiti di selezionare quadri dirigenti autonomi, politici esperti, per il governo dei paesi.

Una grande tradizione del ‘900 è stata spazzata via, perché oggi i partiti non sono più scuola di nulla. Non per niente in Italia si esalta tanto Mario Draghi, eccellente manager, un uomo della finanza internazionale, ma mediocre politico, scambiato per uno statista.

 

Ma la riflessione vale più in generale per la formazione culturale dei quadri dirigenti.

 Oggi vediamo Trump impegnato a colpire le prestigiose università d’America, la base più importante dei successi culturali e scientifici di quel paese.

Ma i governanti europei, a partire dal “Processo di Bologna” del 1999, hanno cominciato a curvare l’organizzazione e i programmi delle università a finalità sempre più strumentali e subalterne alle logiche dello sviluppo economico.

Anche la scuola e l’intero sistema formativo, soffocato sotto un crescente apparato di controllo burocratico, hanno seguito la stessa strada.

 Le nostre istituzioni accademiche producono oggi efficienti soldatini, chiusi nei propri specialismi, isolati nei propri compiti produttivi, o asfissiati da impegni di rendicontazione, tagliati fuori da ogni sguardo sulle cose del mondo.

Il capitalismo ha manomesso gravemente le nostre università, una delle più geniali creazioni dello spirito europeo, e ora ne ha fatto dei corpi spenti, segmentati, privi di visione generale, civilmente passivizzati.

Per avidità di profitti e volontà di controllo sociale, il capitalismo si è auto castrato, e perciò va producendo menti mediocri e asservite.

Non è certo un caso (ma anche esito della potente manipolazione dei media) che dopo oltre tre anni di pubblicazione di libri, saggi, articoli, filmati, documenti, che hanno chiarito come la guerra in Ucraina sia stata ordita e combattuta dagli USA, e come uno dei suoi scopi fosse, e sia ancora, quello di colpire le economie dell’Europa, di impedire che si creasse una grande area di traffici euroasiatica, i nostri intellettuali si rifiutino di capirlo.

Non riescono ad accettare tale verità neppure oggi che l’amministrazione Trump costringe alla rovina i bilanci degli stati europei, perché continuino, con armi acquistate in USA, la guerra che questi hanno perduto.

 

Ma la mutilazione politica e morale più grave che l’occidente ha subito di recente appare necessariamente il comportamento di gran parte dei governi europei, dell’Unione, della maggioranza del Parlamento, di fronte al genocidio del popolo palestinese a Gaza.

 Qui, in quest’angolo orientale del Mediterraneo, “la più antica democrazia del mondo” e “l’unico stato democratico del Medio Oriente” hanno perpetrato, davanti all’opinione pubblica internazionale, il più efferato genocidio del secolo.

 L’onore di questi due paesi, che si sentono orgogliosamente occidente, ove mai ne conservassero traccia, è rimasto sepolto sotto le macerie di Gaza.

Ma non sono soli.

Sappiamo del sostegno militare dato a Israele dal Regno Unito, dalla Germania e dall’Italia.

E osserviamo sgomenti che nessuna sanzione è stata comminata allo Stato genocida, che uccide gli inermi con le bombe e con la fame, mentre l’Unione continua a sanzionare la Russia.

 Un esempio di coerenza e di dignità che tutti i paesi del mondo stanno ammirando da tempo e che farà brillare di inedito prestigio l’immagine internazionale di tutto l’occidente.

 E però non solo i governi, il ceto politico si stanno coprendo di tanta gloria.

Non sono da meno per impegno e coerenza giornalisti, intellettuali, artisti.

Mai tanta ignavia era apparsa sotto i nostri cieli, di fronte al massacro di un popolo indifeso, osservabile giorno per giorno, mese dopo mese, dalla tranquillità delle nostre case.

 La confidenza che le nostre élites hanno contratto con la barbarie è l’ultimo tassello di una caduta di civiltà che negli ultimi tempi si è fatta precipitosa.

 Dico élites, non a caso, perché il popolo non ha voce e il popolo inorridisce di fronte ai massacri, non vuole la guerra, come mostrano tutte le statistiche rese pubbliche in Europa in questi anni.

 E qui sta la grande e grave contraddizione su cui le forze progressiste dovranno far leva.

Tra i gruppi dirigenti e la grande massa dei cittadini, si è spalancato un divario senza precedenti storici.

Un altro aspetto conclamato del declino dell’occidente.

Un distacco, un restringimento delle basi di consenso talmente marcato che a eleggere i governi è ormai una minoranza di cittadini.

E su questa base ristretta, oltraggio estremo alla democrazia, i governi delle minoranze si arrogano il diritto della scelta più grave che uno Stato possa intraprendere: un programma di guerra.

 

Ma questa è anche la grande contraddizione che può aprire gli spazi a un’alternativa, per lo meno in Europa.

 Governanti, politici, media padronali, élites intellettuali hanno oggi di fronte il più grande ostacolo della loro storia:

 nascondere le loro multiple sconfitte, convincere centinaia di milioni di europei della necessità di investire ingenti risorse in armamenti, di predisporsi alla guerra, di vivere negli anni a venire entro una bolla di minacce e di paura, senza che nessun nemico prema alle porte, senza che nessuno ci minacci.

La Russia non ha nessun interesse neppure a sfiorarci, e le guerre, com’è noto, si fanno per qualche interesse.

 Com’è facile immaginare l’impegno politico più rilevante che i gruppi dirigenti porranno in atto sarà quello di ingannare i cittadini, di convincerli, elaborando menzogne su menzogne, della necessità di difendersi da un nemico che non si vede, di intraprendere una strada di sacrifici per cui non si scorge alcuna necessità.

“Vaste programma” direbbe De Gaulle, perché i cittadini sanno guardare il cielo e accorgersi che nessuna tempesta è in arrivo.

 E un vasto programma fondato su una così colossale fandonia è privo di gambe per camminare.

 Perciò un fronte ben organizzato di forze progressiste può seppellire politicamente questi gruppi sotto le macerie della propria disfatta. Qualunque sia il destino dell’Unione, l’Europa – che a differenza degli USA non è un impero – può trasformare il proprio ridimensionamento geostrategico in occasione per svolgere un nuovo ruolo, in cui vengono esaltati i suoi talenti e le sue eredità migliori, in un mondo di rapporti pacifici fondati sulla pari dignità di tutti i popoli.

L’Unione europea e l’incubo trumpiano,

pretese del Tycoon sulla Groenlandia

Vitatrentina.it – (5 Febbraio 2026) – Gianni Bonvicini – Redazione – ci dice:

 

È sempre più difficile per l’UE sottrarsi all’incubo trumpiano. Già il 2025 ci aveva visti sulla difensiva. Una difensiva più simile ad una resa che ad un vero e proprio confronto col Tycoon di Mar-a-Lago.

 

L’anno era cominciato con i dazi e con Bruxelles che a parole minacciava contromisure (il famoso bazooka), ma che alla fine accettava un consolatorio 15%.

Quasi nessuna reazione, poi, all’ultimatum di Trump di far crescere per tutti i paesi europei dal 2% al 5% del Pil le spese aggiuntive alla Nato, assieme all’ulteriore pretesa di imporre agli europei l’acquisto delle armi (americane) da trasferire all’Ucraina.

 Un’Ucraina ormai secondaria nel disegno della Casa Bianca, pronta invece a stendere il tappeto rosso in Alaska al dittatore di Mosca Vladimir Putin.

Certo era allora emersa una certa dose di sconcerto europeo per quella mossa, ma non molto di più.

Anzi, gli europei avevano addirittura deciso di emettere un prestito di 90 miliardi di euro su due anni per coprire i bilanci disastrati di Kyiv.

 

Il tutto per sostituire i finanziamenti americani ormai definitivamente cancellati.

Eppure, malgrado il conclamato disprezzo per l’UE nelle dichiarazioni di Trump e dei suoi accoliti, dal vicepresidente J.D. Vance a Elon Musk, si è preferito stendere su questo palese allontanamento americano un pietoso velo.

Qualche reazione hanno suscitato solo le dichiarazioni e gli aiuti palesi alle forze di destra estrema, volti a destabilizzare gli attuali governi moderati europei, in Francia, in Germania e perfino in Inghilterra.

 

L’obiettivo americano è stato fin dall’inizio chiaro:

 favorire i partiti di destra anti-europei per accelerare il processo di disgregazione dell’UE a tutto vantaggio dell’America trumpiana e del suo delirio di potenza imperiale.

Sembrava, in altre parole, che la posizione dell’UE fosse quella della subordinazione e acquiescenza ai ricatti di Trump:

meglio fare finta di niente per non scontentare l’irascibile Tycoon e accelerarne il distacco dalla nostra sicurezza comune in un momento in cui l’aggressione russa non poteva essere credibilmente affrontata dalla sola Europa.

Ma questa subordinazione non poteva durare a lungo anche perché il Presidente americano di fronte alla palese debolezza dell’Europa non faceva altro che alzare la posta per una copertura di sicurezza che in realtà era solo sulla carta e non più affidabile.

D’altronde era lo stesso Trump ad avere dichiarato che l’art. 5 della Nato (la clausola di intervento in aiuto di un membro aggredito militarmente) non era un obbligo automatico.

 

A fare cambiare l’atteggiamento agli europei non sono stati tutti questi preoccupanti segnali, ma l’insopportabile sfida americana all’inizio del 2026:

cioè la pretesa di Trump di acquisire anche militarmente la Groenlandia, trasformandola in un territorio degli Usa. A rendere ancora più concreta questa minaccia il Presidente americano aveva anche promesso di aumentare i dazi a quegli otto paesi dell’UE (senza l’Italia) che avevano risposto alla sua incredibile sfida inviando piccoli contingenti militari nell’”isola di ghiaccio”, per dirla con Trump.

 

In questo clima si è aperta la conferenza di Davos nel corso della quale abbiamo assistito all’ennesima giravolta del boss di Washington, consolato dall’offerta del segretario generale della Nato, Mark Rutte, di permettere agli Usa di aprire tutte le basi che desiderava in Groenlandia.

 

Procedura già prevista dall’accordo del 1951 fra Usa, Groenlandia e Danimarca.

Nella retromarcia americana venivano anche cancellate le nuove tariffe per gli otto coraggiosi paesi europei che avevano mandato truppe nell’isola in risposta alla minaccia Usa.

 

Tanto rumore per nulla, quindi?

In realtà l’azzardata mossa di Trump ha convinto definitivamente gli europei a non fidarsi più dell’ex-alleato americano.

 L’allontanamento di Washington dall’UE è ormai strutturale, non più semplicemente temporaneo.

Inutile illudersi che fra tre anni, alla auspicabile fine del secondo mandato di Trump le cose ritorneranno automaticamente al loro posto.

Era infatti da anni che si sottolineava come gli Usa avessero dirottato i propri interessi e le risorse politico- militari verso il Pacifico.

 

Lo stesso predecessore di Trump, Joel Biden, era stato trascinato controvoglia ad occuparsi della sicurezza europea a causa dell’aggressione russa all’Ucraina.

Ma nel grande disordine internazionale di oggi è chiaro che a dettare le azioni del mondo sono le grandi potenze, economiche o militari. Usa, Cina, la stessa Russia hanno adottato la vecchia teoria metternichiana dell’equilibrio delle potenze, a scapito di quel mondo di regole e istituzioni multilaterali nate proprio su iniziativa americana alla fine della Seconda guerra mondiale.

È chiaro che in questo scenario la grande potenza civile-economica dell’UE non è in grado di confrontarsi con le nascenti potenze imperiali.

 

L’UE deve quindi adattarsi al nuovo mondo.

Deve, soprattutto, mettere in pratica quell’autonomia strategica che da anni diversi governi predicano di volere.

Ma ancora di più il grande obiettivo dell’UE dovrebbe essere quello di occupare il vuoto lasciato dall’autocrazia americana:

essere la fiaccola della democrazia, del diritto internazionale, del rispetto delle regole e dei diritti umani.

 

La sfida di Trump va quindi trasformata in un’opportunità per l’UE.

Il 2026 deve quindi diventare l’anno della svolta, altrimenti finiremo per essere schiacciati da Usa e Russia, entrambe decise a rendere ancora più vassalla l’Europa di oggi.

(Gianni Bonvicini).

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