Fedele solo ai valori.
Fedele
solo ai valori.
Le
“prediche” di Draghi e
l’Europa
ferma ai box.
Romasette.it
- Agenzia Sir pubblicato il 4 Febbraio 2026 – ci dice:
Mentre
l’ex premier e presidente della Bce rivolge un forte invito all’Ue perché
intraprenda la strada del federalismo, i 27 rimangono divisi, convinti che le
risposte nazionaliste siano più efficaci.
Mentre
Mario Draghi, da Lovanio, indica per il futuro dell’Europa la necessità di
passare da “confederazione” a “federazione”, condividendo, magari con geografie
variabili, scelte ambiziose che guardano al futuro, nell’Ue c’è chi frena il
cammino.
«La
potenza richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione – ha
detto Draghi senza mezzi termini -.
Dove
l’Europa si è federata – commercio, concorrenza, mercato unico, politica
monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto».
Una potenza pacifica, fondata su valori e
interessi condivisi, aperta al mondo.
Con
regole scritte insieme e istituzioni comuni che decidono davvero.
Ma
questo è il percorso contrario rispetto ai nazionalismi imperanti che sono –
proprio oggi, dove occorrerebbe un’Europa forte e coesa – il freno del processo
di integrazione.
Così i
27 rimangono in balia dei vari Trump, Putin, Xi Jinping, senza riuscire a
definire risposte credibili nei settori della difesa, dell’ambiente, del fisco,
del “pilastro sociale”.
E
delle migrazioni.
Già,
perché le migrazioni, passate in secondo piano rispetto a guerre, difesa e dazi
Usa, non sono una politica europea, perché rimangono nelle mani dei governi
nazionali, incapaci – è un dato di fatto – di creare canali regolari per
l’immigrazione, di condividere le responsabilità dell’accoglienza dei migranti,
di prevenire ed evitare le morti in mare o sulla rotta balcanica.
Forse
fa gioco, in questa Europa impaurita, fare di tutto per tenere alla larga chi
scappa da fame e guerre, senza peraltro immaginare che, nel “vecchio
continente”, forze giovani sarebbero una manna per rispondere alla crisi
demografica europea.
Così
la Commissione ha presentato di recente una “Strategia europea di gestione
dell’asilo e della migrazione” e, contemporaneamente, una “Strategia per la
gestione dei visti”:
due
articolati provvedimenti, che hanno come filo rosso la chiusura delle
frontiere.
La
Commissione ha ribadito la «determinazione dell’Unione a porre in essere un
quadro che sia equo e fermo e che gestisca efficacemente la migrazione insieme
ai Paesi partner, offrendo soluzioni pur rimanendo fedele ai valori europei».
E soprattutto ha affermato il principio,
legittimo, secondo cui è l’Europa a decidere chi entra nell’Ue e in quali
circostanze.
Non è
certo la prima proposta, strategia, piano, pacchetto di misure che la
Commissione propone in materia.
In questo caso la strategia definisce – sempre
secondo l’esecutivo – la via da seguire per conseguire tre obiettivi
principali:
prevenire la migrazione illegale e
interrompere l’attività delle reti criminali di trafficanti;
proteggere le persone in fuga da guerre e
persecuzioni prevenendo allo stesso tempo gli abusi del sistema;
attrarre
talenti nell’Ue per rafforzare la competitività delle nostre economie.
Il
fatto è che le strade proposte, più o meno battute in passato, non hanno dato
alcun esito:
gli sbarchi in Italia continuano, il
Mediterraneo rimane un cimitero, persone giovani e in gamba dal sud del mondo
non hanno modo di arrivare, anche se le imprese europee di diversi settori
produttivi reclamano mancanza di manodopera di ogni tipo.
Sono
cinque le priorità su cui si vorrebbe concentrare la nuova strategia in materia
di controllo dell’immigrazione.
Anzitutto «intensificare la diplomazia
migratoria».
«Rafforzeremo
ulteriormente una diplomazia migratoria assertiva che promuova gli interessi e
i valori dell’Ue.
Gestire la migrazione – spiegano dalla
Commissione – è una sfida globale che ci impone di lavorare in solidarietà
garantendo allo stesso tempo un’equa ripartizione delle responsabilità» (quella
mancata finora).
La
Commissione «intensificherà gli sforzi, insieme agli Stati membri, per
migliorare la cooperazione con i partner internazionali» (partenariati globali
e reciprocamente vantaggiosi; utilizzare incentivi e leve in tutti i settori
strategici quali la politica dei visti, il commercio e il sostegno finanziario;
attuare un approccio basato sull’intero percorso che aiuti i partner a
costruire quadri resilienti e umani in materia di migrazione e asilo;
intensificare la lotta contro il traffico di migranti; promuovere percorsi di
protezione e sostenere i rimpatri dai Paesi terzi).
Secondo
elemento della strategia:
«Frontiere
forti dell’Ue per rafforzare il controllo e la sicurezza».
Terzo: un sistema di asilo e migrazione
«solido, equo e adattabile». Quarto: rimpatri rapidi.
Quinto
punto: mobilità dei lavoratori e dei talenti «per stimolare la competitività».
Il
fatto è che le parole che più ricorrono a Bruxelles, e in quasi tutte le
Capitali, sono proprio quelle due:
frontiere e rimpatri.
Il
resto, per ora, resta sulla carta.
(Gianni Borsa).
La
Commissione presenta una
strategia
quinquennale in
materia
di migrazione.
Integrazionemigranti.gov.it
– (29 gennaio 2026) – vivere e lavorare in Italia – Redazione – ci dice:
5
priorità: diplomazia migratoria, frontiere forti, un sistema di asilo e
migrazione "solido, equo e adattabile", rimpatrio e riammissione più
efficaci, mobilità dei lavoratori e dei talenti.
Oggi
la Commissione presenta la prima strategia europea di gestione dell'asilo e
della migrazione.
Definisce
gli obiettivi politici dell'UE in materia di asilo e migrazione e fungerà da
bussola con priorità concrete per i prossimi cinque anni.
L'UE,
si legge in un comunicato della Commissione, ha aperto un nuovo capitolo sulla
migrazione e l'asilo, basandosi e consolidando i progressi sostanziali compiuti
nella protezione delle nostre frontiere esterne, perseguendo una diplomazia
migratoria assertiva, compresi i nostri partenariati strategici e globali con i
paesi partner, e attuando le riforme introdotte dal patto sulla migrazione e
l'asilo.
Tutti questi fattori hanno contribuito a una
costante diminuzione della migrazione illegale e a una migliore gestione della
migrazione negli ultimi anni.
La
strategia ribadisce la determinazione dell'Unione a attuare un quadro che sia
equo e fermo e che gestisca efficacemente la migrazione insieme ai paesi
partner, offrendo soluzioni pur rimanendo fedele ai valori europei.
Afferma
il principio secondo cui è l'Europa a decidere chi entra nell'UE e in quali
circostanze.
La
strategia definisce la via da seguire per conseguire tre obiettivi principali:
prevenire
la migrazione illegale e interrompere l'attività delle reti criminali di
trafficanti,
proteggere
le persone in fuga da guerre e persecuzioni
prevenendo
allo stesso tempo gli abusi del sistema e attrarre talenti nell'UE per
rafforzare la competitività delle nostre economie.
A tal
fine, la strategia si concentra su cinque priorità:
Intensificare
la diplomazia migratoria.
Rafforzeremo
ulteriormente una diplomazia migratoria assertiva che promuova gli interessi e
i valori dell'UE.
Gestire
la migrazione è una sfida globale che ci impone di lavorare in solidarietà
garantendo allo stesso tempo un'equa ripartizione delle responsabilità.
La
Commissione intensificherà gli sforzi, insieme agli Stati membri, per
intensificare la cooperazione con i partner internazionali:
Promuovere
partenariati globali e reciprocamente vantaggiosi che garantiscano una cooperazione
efficace e basata sui diritti in materia di migrazione.
Utilizzare
incentivi e leve in tutti i settori e settori strategici quali la politica dei
visti, il commercio e il sostegno finanziario.
Attuare
un approccio basato sull'intero percorso che aiuti i partner a costruire quadri
resilienti e umani in materia di migrazione e asilo, anche fornendo protezione
più vicina ai paesi di origine.
I centri polifunzionali lungo le rotte possono
offrire modi innovativi per gestire la migrazione con i paesi partner.
Intensificare
ulteriormente la lotta globale contro il traffico di migranti per prevenire
viaggi pericolosi, anche attraverso l'Alleanza globale rafforzata, nuovi
strumenti per monitorare le attività finanziarie digitali e illecite e un nuovo
regime di sanzioni.
Promuovere
percorsi di protezione e sostenere i rimpatri dai paesi terzi per contribuire a
ridurre la pressione sui partner e proteggerli dagli abusi dei trafficanti.
Frontiere
forti dell'UE per rafforzare il controllo e la sicurezza.
Frontiere
forti dell'UE che garantiscano un controllo efficace su chi entra nella nostra
Unione sono fondamentali per la politica migratoria dell'UE e per preservare lo
spazio Schengen.
Per
sostenere e intensificare ulteriormente i progressi compiuti finora:
Realizzare
il sistema digitale di gestione delle frontiere più avanzato al mondo, con
l'introduzione del sistema di ingressi/uscite (EES) e il lancio del nuovo
sistema europeo di autorizzazione ai viaggi (ETIAS).
Esaminare
tutti gli arrivi illegali nell'Unione e applicare le procedure di frontiera
alle nostre frontiere esterne nell'ambito del patto a partire da giugno di
quest'anno.
Rafforzare
ulteriormente il ruolo di Frontex con una revisione del suo regolamento
istitutivo.
Un
sistema di asilo e migrazione solido, equo e adattabile.
Il
patto sulla migrazione e l'asilo è il fondamento della politica dell'UE in
materia di asilo e migrazione, che garantisce una protezione più forte delle
frontiere esterne, norme rigorose contro gli abusi e un equilibrio tra
responsabilità e solidarietà.
La sua attuazione, la sua operatività e il suo
ulteriore sviluppo richiederanno un'attenzione costante nei prossimi anni.
Ciò
comprende:
Assistere
le autorità nazionali nell'attuazione delle nuove norme con squadre specifiche
per paese della Commissione e ulteriori 3 miliardi di EUR di finanziamenti per
istituire procedure efficienti e prevenire meglio i movimenti secondari non
autorizzati.
A
seguito dell'adozione della prima riserva di solidarietà, garantendo una
solidarietà continua per gli Stati membri sotto pressione.
Rafforzare
e integrare ulteriormente il patto per adattarsi alle nuove sfide, ad esempio
con il concetto modificato di paese terzo sicuro, l'elenco dell'UE di paesi di
origine sicuri e vagliando ulteriori misure per introdurre aspetti innovativi.
Rimpatrio
e riammissione più efficaci.
Un
rimpatrio rapido, efficace e dignitoso è indispensabile per il buon
funzionamento e la credibilità del nostro sistema di migrazione e asilo. Con
attualmente solo circa un quarto di coloro a cui è stato ordinato di lasciare
effettivamente il paese di rimpatrio, è urgente aumentare l'efficacia del
sistema di rimpatrio dell'UE.
A tal fine, lavoreremo ulteriormente su:
Costruire
un sistema europeo comune per il rimpatrio, basato sulla proposta di
regolamento sul rimpatrio, attualmente in fase di negoziazione, con norme più
efficienti, processi digitalizzati e nuovi aspetti innovativi come
l'istituzione di poli di rimpatrio.
Migliorare
la riammissione da parte dei paesi terzi, utilizzando e rafforzando il
pacchetto di strumenti dell'UE per promuovere la cooperazione.
Mobilità
dei lavoratori e dei talenti per stimolare la competitività.
Nei
prossimi cinque anni le carenze di competenze e di manodopera si accentueranno
in molti settori chiave, anche a causa delle dinamiche demografiche.
L'UE
dovrebbe puntare a diventare il luogo più attraente nella corsa mondiale ai
talenti.
Per questo, sarà necessario:
Potenziare
i partenariati esistenti e lanciarne di nuovi e integrare pienamente
l'acquisizione di talenti nella cooperazione globale dell'UE con i paesi
partner.
Semplificare
e accelerare le norme e il processo per attrarre le competenze di cui l'Europa
ha bisogno, anche per quanto riguarda il riconoscimento e la convalida delle
qualifiche e delle competenze.
Combattere
l'occupazione illegale e lo sfruttamento dei lavoratori migranti e migliorare
l'integrazione negli Stati membri ospitanti, con il sostegno dei finanziamenti
dell'UE.
La
strategia promuove inoltre il pieno utilizzo del potenziale della
digitalizzazione e dell'intelligenza artificiale nella gestione dell'asilo e
della migrazione, istituendo quest'anno un forum sull'IA nella migrazione.
L'obiettivo è fornire agli Stati membri
strumenti moderni, più sicuri ed efficienti per migliorare la qualità, la
coerenza e la tempestività del processo decisionale, nonché migliorare la
sicurezza, migliorando allo stesso tempo i servizi per le persone.
Per
sostenere l'attuazione della presente strategia, l'Unione farà un uso
strategico dei finanziamenti dell'Unione, come indicato nelle proposte della
Commissione per il prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034.
Ciò
comprende una proposta di destinare un importo complessivo di almeno 81
miliardi di euro alle politiche in materia di affari interni e uno strumento
Europa globale, concepito per rispondere a un approccio più strategico ai
partenariati internazionali, in linea con gli interessi strategici dell'UE,
anche in materia di migrazione.
Le agenzie dell'UE forniranno un sostegno
operativo rafforzato agli Stati membri.
Tutte
le azioni nell'ambito della strategia sono radicate nel rispetto dei diritti
fondamentali conformemente alla Carta e sono in linea con i nostri obblighi
internazionali.
Contesto.
Il
regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione impone agli Stati
membri di disporre di strategie nazionali per garantire la loro capacità di
attuare efficacemente i loro sistemi di gestione dell'asilo e della migrazione.
Richiede inoltre alla Commissione di elaborare
una strategia europea a lungo termine per la gestione dell'asilo e della
migrazione che definisca l'approccio strategico per garantire l'attuazione
coerente delle strategie nazionali a livello dell'Unione.
La
strategia tiene conto delle opinioni espresse dal Parlamento europeo, dagli
Stati membri e da varie parti interessate, comprese le competenze delle agenzie
dell'UE.
L’Europa
può combattere una guerra?
Il WSJ: i test militari dicono no.
La Russia
già mobilitata.
Msn.com - Storia di Redazione Web – Il
Messaggero – (05 – 02 – 2026) – ci dice:
Il
tempo della "pace garantita", sia essa Pax Europea o Pax Americana, è
ufficialmente giunto al suo ultimo tramonto.
Un'inchiesta
coordinata dai giornalisti” Max Colchester” e “Bertrand Benoit” per il Wall
Street Journal, pubblicata originariamente a metà dicembre 2025 e diventata il
cardine del dibattito strategico di questo febbraio 2026, ha scosso fino alle
radici tutte le cancellerie europee.
Il
messaggio è netto, lapidario e brutale:
dopo decenni di disarmo, dopo due Guerre
Mondiali logoranti, i governi europei stanno cercando di preparare, in primis,
i propri cittadini a un possibile conflitto armato e aperto con la Federazione
Russa, tuttavia le simulazioni militari dicono che il Vecchio Continente,
logisticamente e industrialmente, non è pronto.
La
"Sveglia" psicologica: il passaggio all'economia di guerra.
Il
Wall Street Journal descrive un tangibile e profondo spostamento della
mentalità e della psiche conscia dell'Unione.
Per anni l'Europa si è fondata sul dogma
perentorio dell'armonia e della prosperità economica condivisa;
ha
cercato, per decenni e sull'onda di personalità come Altiero Spinelli e Charles
De Gaulle, grandi teorici dell'Unione, di tornare a una "Belle Époque"
salda e duratura.
Tuttavia,
tale intento sembra non riuscire mai a materializzarsi pienamente nel mondo
materiale.
Oggi,
leader come il Cancelliere tedesco “Friedrich Merz” e il Primo Ministro
britannico “Keri Stormer” si trovano a dover comunicare messaggi quasi
"churchilliani", dei messaggi pregni di una retorica necessariamente
bellicosa e impostata sulla difensiva.
Proprio
il Cancelliere Merz, intervistato recentemente dalla ZDF, il servizio
televisivo pubblico tedesco, ha scioccato l'opinione pubblica parlando
apertamente della possibilità, quasi necessità, che le forze di pace europee
debbano "rispondere al fuoco" russo in scenari di crisi, abbandonando
il grande progetto di collaborazione mondiale promosso dopo le guerre.
L’Europa
può combattere una guerra?
Il WSJ:
i test militari dicono no, Russia già mobilitata.
In
maniera congiunta e quasi coeva, “Blaise Metterseli”, l'attuale capo del Secret
Intelligence Service britannico, il famoso MI6, ha rincarato la dose e
corroborato pienamente quanto affermato dal Cancelliere tedesco, avvertendo che
il Presidente russo Vladimir Putin non fermerà la sua strategia di destabilizzazione
finché non sarà "costretto fisicamente" a cambiare i propri calcoli e
le proprie rotte.
Le
simulazioni del dicembre 2025: il "collasso" logistico.
Il
cuore pulsante e caldo dell'allarme lanciato risiede in una serie di wargames,
delle esercitazioni simulate, condotte tra la fine del 2025 e l'inizio del
2026.
Una simulazione specifica ha ipotizzato
un'invasione russa della Lituania, usando come pretesto una crisi umanitaria
nell'exclave di Kaliningrad.
I
risultati, ripresi anche da svariati quotidiani e da un ampio numero di agenzie
di stampa, evidenziano tre criticità sistemiche a causa delle quali l'Europa
non può, in alcun modo, dirsi preparata a una possibile minaccia e
consequenziale invasione russa.
Al
primissimo posto non può che esservi una forte componente di indecisione politica;
la velocità di reazione del Cremlino supera
quella dei processi decisionali della NATO e dell'UE in un rapporto di circa
5:1, un dato estremamente preoccupante che, più di ogni altro, evidenzia la
necessità endemica di una centralità effettiva delle direzioni europee.
La
seconda preoccupante criticità risiede, tutti gli effetti, nelle infrastrutture di
cui l'Unione dispone;
i
numerosi ponti e le ferrovie, seppur capillari e quasi perfettamente connesse,
dell'Europa centrale non sono in grado di sostenere, in alcuna misura, il peso
e la frequenza del trasporto di carri armati pesanti verso il fronte orientale.
La
terza criticità, forse quella legata a un'analisi squisitamente più specifica, riguarda
il divario nel confronto tra le due produzioni industriali;
mentre
la Russia ha già ampiamente convertito gran parte della sua economia in
"economia di guerra", come abbiamo analizzato in un articolo
precedentemente elaborato, producendo più armi di quante ne consumi in Ucraina,
l'Europa sembra annaspare e fatica ancora a far partire linee decise di
produzione di massa per munizioni e sistemi di difesa aerea.
L'ombra
di Washington e l'isolazionismo di Trump.
Un
fattore determinante analizzato dal Wall Street Journal è il mutamento del
rapporto con gli Stati Uniti, da sempre refrattari alleati di convenienza e
circostanza.
Con la
rinnovata amministrazione Trump, focalizzata su un approccio isolazionista,
legato alla riscoperta di una “Dottrina Monroe”, e intenzionata a spingere
l'Ucraina verso una pace rapida e non conveniente, che molti esperti, tra cui
quelli della “Europea University Institut”e, definiscono "un regalo a
Mosca", l'Europa si sente nuda, interamente scoperta.
L’Europa
può combattere una guerra?
Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già
mobilitata
Il
Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha sottolineato ripetutamente che
«la sicurezza dell'Ucraina è la nostra sicurezza», ma il disimpegno strategico
americano sta costringendo capitali come Parigi, Berlino e Roma a fare
affidamento esclusivamente sulle proprie risorse.
Le
reazioni di tutti: "Dobbiamo prepararci a fare dei sacrifici."
Non
sono solo i militari propriamente detti, o i grandi leader come il Cancelliere
tedesco a parlare, di recente, infatti, il capo delle forze armate britanniche,
“Richard Kingston”, ha definito l'attuale situazione «la più instabile e
pericolosa della sua intera carriera, una questione che richiede la massima
delicatezza», esortando la società civile e la sfera pubblica a essere pronta a
«grandi sacrifici», che includono un massiccio aumento della spesa militare a
netto discapito di tutti gli altri settori sociali vicini alle politiche di
welfare o proprio fondanti e strutturanti le suddette.
In
Italia, il dibattito si è concentrato sulla necessità di partecipare a progetti
comuni come il “GCAP”, il moderno caccia di sesta generazione, e sulla
possibile reintroduzione di forme di addestramento militare volontario, come
già annunciato dalla Francia.
Come
evidenziato da “Gianandrea Gaiani” su Analisi Difesa, l'Europa sta vivendo una
«crisi strutturale» in cui tutte le certezze che l'hanno spinta nella direzione
del progresso in questi anni, sembrano crollare come castelli di sabbia sul
litorale costruiti troppo vicini all'acqua del mare.
L'Unione
ha esaurito quasi completamente i propri magazzini per aiutare Kiev e ora si
scopre interamente vulnerabile proprio mentre la Russia, anch'essa vittima di
spese militari che si aggirano a oltre il 10% del suo stesso PIL, sembra
riarmarsi a ritmi record.
Un
2026 di decisioni difficili.
L'inchiesta
del Wall Street Journal, in ultima analisi, conclude che il 2026 sarà l'anno
della verità, una gigantesca e ben più pericolosa "prova del nove"
per i vertici dell'Unione.
Se
l'Europa non riuscirà a integrare le proprie industrie della difesa e a
superare i particolarismi nazionali, come lo storico e apparentemente perenne
conflitto industriale tra Francia e Germania sul caccia “FCAS,” il rischio di
essere travolti da una sorpresa strategica russa diventerà una possibilità ben
più che concreta.
Se il
2026 è l'anno della consapevolezza, il 2027 è quello della massima allerta.
Secondo i rapporti dell'intelligence polacca,
confermati in conferenza dal Primo Ministro “Donald Tusk”, e le valutazioni del
generale statunitense” Alexus Grynkewich”, il Cremlino punta a quella data per
completare la transizione industriale che porterebbe un altro cambio di
mentalità a Mosca e che sancirebbe ufficialmente il passaggio da un'economia di
guerra parziale a una vera e propria guerra totale.
Non è
solo una previsione meramente accademica, bensì una corsa contro il tempo per
la sopravvivenza dell'ordine europeo come lo conosciamo.
La
"Finestra 2027": ricostruzione e saturazione.
Ad un
lettore attento la domanda dovrebbe sorgere presso modo spontanea: perché
proprio il 2027?
La risposta risiede nella capacità russa di
rigenerare le proprie forze armate.
Nonostante
le perdite, economiche e di personale, in Ucraina, Mosca ha convertito il 40%
del proprio budget nazionale alla difesa, con fabbriche che lavorano quasi 24
ore su 24 grazie al fondamentale e vitale supporto tecnologico proveniente
dagli asset della Cina.
L’Europa
può combattere una guerra? Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già
mobilitata.
Gli
analisti di mercato e geopolitici stimano che entro il 2027 la Russia avrà
ricostituito, salvo imprevisti globali, quasi del tutto i suoi ranghi corazzati
e le scorte di missili balistici a un livello addirittura superiore a quello
pre-invasione del 2022.
Molti
esperti militari hanno avanzato la teoria della cosiddetta "Pausa
Operativa";
essi
ritengono, in sostanza, che la Russia cercherà di "congelare", o
quantomeno ristagnare, il conflitto in Ucraina entro il 2026 per concentrare
ogni possibile risorsa sul potenziamento dei distretti militari di Leningrado e
Mosca, pronti a fare pressione sui Paesi Baltici.
Le
tensioni Russia-Europa: il motore della crisi.
La
crisi attuale non è, naturalmente scoppiata nel vuoto, ma è il risultato di
un'escalation graduale che ha radici estremamente profonde e più ideologiche
che storiche.
Le tensioni hanno contribuito al collasso
della sicurezza europea in tre modi principali:
il
primo ha a che vedere direttamente con il fallimento dell'interdipendenza
economica europea.
Per
decenni l’Europa, la Germania in particolare, ha creduto che il commercio, di
gas e petrolio nello specifico, avrebbe reso la guerra concretamente
impossibile a causa delle tantissime interdipendenze che, inevitabilmente, si
vengono a creare con il commercio.
Come
sottolineato dall'Alto Rappresentante UE “Josep Borrell,” la Russia ha invece
utilizzato questa interdipendenza come un'arma di ricatto, una vera e propria
trappola per il debito.
Quando
l'Europa ha deciso di staccarsi dalle fonti energetiche russe, Mosca ha
risposto con il sabotaggio ibrido, colpendo infrastrutture critiche, come i
cavi sottomarini e i gasdotti nel Baltico, e innescando la crisi dei costi
energetici che ha severamente indebolito tutte le economie UE.
Il
secondo modo con il quale le tensioni hanno contribuito al collasso riguarda la
cosiddetta minaccia di "Guerra Ibrida".
La
tensione si è manifestata molto prima del dispiego dei carri armati. Le
interferenze nelle elezioni europee, le campagne di disinformazione e l'uso dei
flussi migratori, come accaduto al confine tra Polonia e Bielorussia, hanno
l'obiettivo di dividere l'opinione pubblica europea in un'ottica di totale
"dividi et impera".
Questo
ha creato una concreta crisi di governabilità che rende difficile per i governi
democratici approvare massicci aumenti della spesa militare senza scatenare
gigantesche proteste sociali.
Il
terzo snodo critico riguarda l'attrito, ormai anch'esso storico, sullo spazio
aereo e quello navale.
Le continue violazioni dello spazio aereo da
parte di caccia russi nei cieli dell'Estonia e del Golfo di Finlandia sono test
di reattività.
Queste piccole e dirette provocazioni,
definite dal Segretario NATO “Mark Rutte” come "intimidazioni
territoriali", servono a mappare le debolezze strutturali della difesa
aerea europea e a logorare i piloti e i mezzi NATO.
La
reazione europea: un'unione di frammenti senz'immagine.
Il
problema sollevato anche da “Kaja Kallas”, ex Premier estone e ora vertice
della diplomazia UE, è che l'Europa soffre ancora, dopo tutti questi anni, di
un'eccessiva frammentazione che vede privilegiare gli interessi esclusivamente
nazionali su quelli europei.
Mentre
la Russia agisce come un unico, unito, blocco produttivo federale, i Paesi
europei sono ancora focalizzati su interessi nazionali e commesse industriali
separate, come dimostra, nuovamente, la tensione sul caccia” FCAS” tra Francia
e Germania.
In tal senso, si rendono ancora più urgenti le
parole dell'Ex Presidente del Consiglio dei Ministri italiano ed Ex Presidente
della Banca Centrale Europea “Mario Draghi “che da mesi insiste affinché
l'Europa prenda in considerazione l'opzione di un inedito federalismo di
matrice esclusivamente autoctona.
L’Europa
può combattere una guerra?
Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già
mobilitata.
«La
frammentazione ci rende lenti e deboli.
Dobbiamo passare dal pensare come nazioni
all'agire congiuntamente come europei.» ha affermato “Kaja Kallas” durante la “EDA
Conference 2026”.
Un
attacco della Russia è veramente plausibile?
Se la
Russia deciderà di attaccare nel 2027, non lo farà probabilmente con
un'invasione totale, con delle tecniche di "boots on the ground", ma
con un'incursione rapida in un punto debole, come il “Corridoio di Surali”,
situato tra Lituania e Polonia, per testare se l'Occidente è davvero disposto a
morire per "un piccolo pezzo di terra baltica".
La
crisi attuale è, in ultima analisi, una sfida alla credibilità effettiva
dell'Alleanza Atlantica in un mondo dove gli Stati Uniti potrebbero essere
distratti, disimpegnati, non interessati o, addirittura, i principali avversari
e nemici.
La
probabilità di un attacco russo nel 2027 viene oggi classificata dalle agenzie
di intelligence europee, in particolare tedesche e polacche, come significativa
e sempre crescente.
Questa valutazione non si basa sull'esclusiva
lettura del pensiero di Vladimir Putin, ormai sempre più criptico ed asettico,
ma su fatti apparentemente considerabili tangibili:
la
conversione dell'economia russa in un apparato esclusivamente bellico che non
può più essere facilmente riconvertito senza causare un collasso interno.
Sostanzialmente,
la Russia, secondo Polonia e Germania, sembrerebbe aver puntato ogni cosa sulla
propria capacità di muoversi con intenti bellicosi contro il revanscismo
ideologico europeo.
Il
Bilancio della Guerra: I numeri del Cremlino.
Per
capire le reali intenzioni di Mosca, bisogna guardare dove finiscono tutti i
suoi soldi.
Il
bilancio statale russo per il biennio 2025-2026 ha segnato un record storico
dalla fine dell'Unione Sovietica nel 1991 per le spese e l'instabilità interna.
La
Federazione Russa ha stanziato circa il 6,3% del suo PIL per la difesa, ovvero
oltre 140 miliardi di euro.
Se si
aggiungono le voci di spesa "classificate", quindi attinenti agli
ambiti dei servizi segreti e della sicurezza interna, la cifra supera il 10%
del PIL.
Secondo
i dati citati dal Ministro della Difesa russo “Andrej Remici Belousov”, che ha
preso il posto di Sergej Kuzugetovic Shoigu, di etnia ucraina, con un profilo
molto più tecnico ed economico, la Russia ha ben più che triplicato la propria
produzione di carri armati e decuplicato quella di proiettili d'artiglieria,
superando l'intera produzione combinata di tutti i paesi NATO dell'Eurozona.
Molti
analisti economici sostengono che Putin abbia effettivamente "bruciato i
ponti", cioè abbia assolutamente raggiunto un punto di non ritorno dal
quale non può più fare dietrofront;
l'economia
russa è ora così dipendente dalla spesa militare che una pace improvvisa
porterebbe a una profonda e letale recessione immediata. Questo rende la
guerra, o la preparazione ad essa, la maggiore, e forse l'unica, necessità
economica per la stabilità del regime putiniano.
La
Russia di Putin: le dichiarazioni di Mosca
In tal
riguardi, anche la retorica russa è passata dalla necessità di difesa dei
confini alla messa in discussione totale della legittimità territoriale
dell'intera Europa Orientale.
Vladimir
Putin, nei suoi discorsi più recenti, ha ribadito a gran voce che «la Russia
non ha confini» e ha definito il crollo dell'URSS come la «catastrofe
geopolitica del secolo».
Ha
esplicitamente avvertito che l'invio di armi a lungo raggio all'Ucraina
giustifica una risposta russa contro i "centri decisionali" in
Occidente.
“Dmitry
Medvedev”, Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, noto per i suoi toni
estremamente incendiari, è stato ancora più esplicito, dichiarando sui suoi
canali ufficiali che «l'esistenza stessa dell'Ucraina è mortale per gli
ucraini» e che la Russia non si fermerà finché non avrà creato una "zona
cuscinetto" che includa potenzialmente stati, ad oggi, scudati
dall'ombrello dell'Alleanza Atlantica.
“
Sergey Lavrov”, attuale Ministro degli Esteri, non è stato da meno;
ha, infatti, accusato l'Europa di aver scelto
la via del confronto totale, dichiarando che «l'infrastruttura militare della
NATO si sta muovendo verso i nostri confini, e noi risponderemo di conseguenza»
e aggiungendo che qualsivoglia conflitto possa nascere, sarà interamente colpa
della dirigenza europea.
L’Europa
può combattere una guerra? Il WSJ: i test militari dicono no, Russia già
mobilitata.
Perché
il 2027? La teoria del "punto di massimo vantaggio."
Gli
analisti militari, come quelli del “Royal United Services Institute”, suggeriscono
che il 2027 sia l'anno in cui si incroceranno due importantissime curve
economiche per la Federazione:
la "curva russa", ovvero il
completamento del riarmo e l'integrazione delle nuove leve addestrate sul suolo
dell'Ucraina e
la
"curva occidentale", vale a dire il momento di massima e assoluta
vulnerabilità europea prima che i nuovi investimenti nella difesa siano, a
tutti gli effetti, operativi sul campo.
Nonostante
i preparativi, tuttavia, molti analisti ritengono che la probabilità di un
attacco diretto dipenda da una variabile fondamentale:
la percezione di debolezza della NATO.
Se la Russia percepirà che l'Articolo 5, la
dichiarazione di difesa collettiva, non verrà applicato, magari a causa di una
divisione politica tra USA ed Europa, allora l'attacco nel 2027 diventerà
estremamente probabile.
Al
contrario, se l'Europa riuscirà a colmare il gap industriale e a mostrare
totale unità, la Russia potrebbe limitarsi a una "guerra fredda
permanente", evitando lo scontro diretto che sarebbe una strategia di
kamikaze devastante anche per Mosca.
In
ultima analisi, il 2027 non è una data certa per l'inizio di una guerra, ma è
la data in cui la Russia avrà la capacità tecnica di iniziarne una di
dimensioni titaniche.
La
politica russa, da Putin a Dmitrij Medvedev, sta preparando l'opinione pubblica
interna a un confronto di lungo periodo contro quello che definiscono
"l'Occidente collettivo", rincarando le tesi sull'Euro-asiatico di
Aleksandr Dell’Ivic Dubin, sostenute vigorosamente dallo stesso Vladimir Putin,
che vede l'Occidente europeo come "nemico permanente" in quanto
incompatibile con i valori della tradizione russa.
“Le
Elite di Washington, Londra e
Bruxelles Stanno Annegando
nella Loro Sporcizia.”
Conoscenzealconfine.it
–(5 Febbraio 2026) - Afshin Rattansi – Redazione - ci dice:
I
leader di paesi come Russia, Cina, Venezuela, Iran e altri, dichiarati “nemici
ufficiali” dai media nazionali della NATO, NON compaiono nei file Epstein.
Tuttavia,
le élite di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea sono apparse nei file
Epstein, e la portata della loro depravazione è stata parzialmente svelata a
tutti.
Non
solo scatenano guerre e colpi di stato illegali, distruggendo la vita di
milioni di persone, in modo che le loro aziende possano trarre profitto dai
disastri…
Abusano
anche sadicamente dei bambini.
Mentre
predicano al mondo i valori di facciata dei “diritti umani”, dei “diritti delle
donne” e della “lotta alla corruzione”, queste élite fondamentalmente malvagie
si recavano sull’isola di Epstein per commettere atti indicibili contro i
bambini.
Quindi,
qual è stata la reazione dei media della NATO, visto che sono stati assunti per
proteggere il potere e non per metterlo in discussione? Nessun Premio Pulitzer
per aver indovinato questo…
mentre cercano di trovare un modo per
collegare i file Epstein alla Russia e affermare che Jeffrey Epstein fosse in
realtà un agente russo. (come ha fatto il polacco Tusk, ndr)
Anche
se le prove sono evidenti a tutti:
Epstein aveva legami con l’intelligence
israeliana, era sospettato da molti di aver condotto un’operazione di ricatto
per il Mossad israeliano e vedeva nel colpo di Stato di Maidan del 2014 in
Ucraina molte opportunità…
I
pagliacci dei media nazionali della NATO hanno lavorato instancabilmente per
cercare di presentare la tesi secondo cui “Epstein era un agente russo” per
nascondere gli evidenti crimini delle stesse élite da cui vengono serviti e
coccolati.
L’unico
problema è che le persone che vivono nei paesi della NATO non sono così stupide
e credulone come credono gli scribacchini pagliacci che si spacciano per
giornalisti e i loro collaboratori d’élite.
Ora la
gente lo sa.
Molti membri dell’élite di questi paesi della
NATO sono sadici abusatori di minori.
Nei
file Epstein si scopre anche che le economie dei vari paesi sono truccate a
favore delle élite più ricche e che non c’è modo che le classi politiche di
questi paesi possano riprendersi da queste rivelazioni assolutamente
schiaccianti.
(Afshin
Rattansi).
(imolaoggi.it/2026/02/04/elite-di-washington-londra-e-bruxelles-stanno-annegando-nella-loro-sporcizia/).
Auto,
l’Europa fa marcia indietro?
Addio al diktat sull’elettrico,
si apre ai biocarburanti.
Techdrive.it – (21/10/2025) – Redazione – ci
dice:
Una
svolta tanto attesa quanto clamorosa scuote le fondamenta del “Green Deal
europeo”.
La
Commissione Europea, sotto la crescente pressione politica ed industriale, ha
deciso di anticipare alla fine del 2025 la revisione del controverso
regolamento che prevede lo stop alla vendita di auto nuove a benzina e diesel
dal 2035.
Una
decisione che non è solo un cambio di calendario, ma una vera e propria
ricalibrazione della strategia di transizione ecologica del continente, che
abbandona la via unica dell’elettrico per abbracciare un approccio più
flessibile e tecnologicamente neutro.
La
Pressione Tedesca e la Vittoria Italiana.
A
imprimere l’accelerazione decisiva è stata la voce ferma del cancelliere
tedesco “Friedrich Merz”, che ha difeso con forza gli interessi dell’industria
automobilistica tedesca, da sempre punta di diamante dell’economia nazionale.
La
Germania ha spinto con insistenza per il riconoscimento degli” e-fuel”, i
carburanti sintetici a zero emissioni, come alternativa valida per salvare il
motore a combustione.
Ma la
vera novità, che segna un’importante vittoria per il nostro Paese, è l’apertura
ufficiale anche ai” biocarburanti”, da tempo cavallo di battaglia del governo
italiano.
La lettera inviata dalla Presidente della
Commissione Ursula von der Leyen ai leader UE in vista del prossimo vertice
parla chiaro:
la
revisione valuterà il ruolo dei “carburanti a zero e basse emissioni, includendo
e-fuel e biocarburanti avanzati”.
Si
materializza così il principio della “neutralità tecnologica”, che consente a diverse tecnologie
di contribuire all’obiettivo della decarbonizzazione.
Il
Green Deal di von der Leyen Cambia Volto.
Questo
passo indietro segna un momento emblematico per l’ “intero Green Deal”, la
bandiera del primo mandato di Ursula von der Leyen.
La
Presidente, messa alle strette dalle critiche interne al suo stesso partito, il
PPE, preoccupato per l’impatto delle misure sulla competitività industriale, e
scossa dalle continue invettive di figure come Donald Trump, ha dovuto prendere
atto della realtà.
La via
dell’auto elettrica resta un pilastro fondamentale della strategia – e si
studiano nuovi incentivi, ad esempio per le flotte aziendali, e progetti per
una “piccola e-car” europea – ma Bruxelles ammette ora che non può essere l’unica
soluzione.
Questa
nuova flessibilità era già emersa a maggio, con l’ammorbidimento delle sanzioni
per i costruttori in ritardo sugli obiettivi di riduzione delle emissioni
fissati per il 2030.
La revisione anticipata dello stop al 2035,
inizialmente prevista per il 2026, è la consacrazione di questo nuovo corso più
pragmatico.
Esultano
le Forze di Governo in Italia.
La
notizia è stata accolta con grande favore dai partiti della maggioranza
italiana, che la interpretano come il risultato di una lunga battaglia
politica.
Fratelli d’Italia, per voce del
capodelegazione Carlo Fidanza, ha rivendicato la lotta condotta a Bruxelles
“per aprire la strada ai biocarburanti come alternativa sostenibile al diktat
dell’elettrico”.
Un
riconoscimento, si sottolinea, a una battaglia “sposata fin da subito dal governo di
Giorgia Meloni”.
Ancora
più netta la posizione della Lega, che parla di “brusco risveglio a Bruxelles”
e non risparmia critiche a von der Leyen per aver intrapreso solo ora, “dopo
anni di politiche dannose per aziende e lavoratori”, una strada più
ragionevole.
Un
Approccio più Flessibile per Tutta la Politica Climatica.
Il
cambio di rotta non riguarda solo l’auto-motive, ma investe l’intera
architettura della politica climatica europea.
Di fronte a un Consiglio UE spaccato, con i Paesi
nordici e mediterranei che spingono per mantenere alta l’ambizione e l’Est
Europa che frena, la Commissione promette maggiore flessibilità anche sul
percorso verso le emissioni zero nel 2050.
La
proposta per il target intermedio al 2040 è un esempio calzante:
si
punta a un taglio del 90% delle emissioni, ma si introducono clausole che
permettono di raggiungere fino al 3% di questo obiettivo tramite l’acquisto di
crediti internazionali e si prevede che il target complessivo possa essere
ricalibrato se compensato da riduzioni equivalenti fuori dai confini UE.
Il
futuro della mobilità e della transizione verde in Europa è oggi meno dogmatico
e più aperto a un mix di soluzioni. I prossimi incontri dei leader europei e dei
ministri dell’Ambiente saranno cruciali per tradurre questi nuovi orientamenti
in percentuali e regole concrete, definendo il volto di un continente che cerca un nuovo
equilibrio tra ambizione climatica e sostenibilità economica.
Auto
inquinanti dopo il 2035?
Se
l’Europa torna indietro sull’elettrico,
se ne
avvantaggerà la Cina.
Ilfattoquotidiano.it
– (16 Dicembre 2025) – Andrea Boraschi – Redazione – ci dice:
Tra il
2018 e il 2024 il prezzo medio di un’auto è salito del 40%:
la
maggior parte degli europei non può più permettersi un’auto nuova. Come se ne
esce?
Auto
inquinanti dopo il 2035?
Martedì
l’Ue deciderà il futuro del settore auto europeo.
La revisione della normativa sulle emissioni
di CO₂ delle auto, dunque la decisione di confermare o meno l’obiettivo di
vendere solo veicoli a zero emissioni dal 2035, ci dirà se l’Europa è davvero
intenzionata a competere con Cina e Stati Uniti o se, di fatto, accetterà una
prospettiva in cui il futuro dell’auto non è europeo.
L’industria
automobilistica del continente e i suoi alleati politici, nonché le lobby dell’“oil
& gas”, hanno impegnato tutte le loro forze in questa battaglia.
Ciò
che realmente vogliono – oltre il paravento fumoso della “neutralità
tecnologica” – è la possibilità di continuare a vendere auto endotermiche anche
dopo il 2035.
E di lasciare maggiore spazio, da qui ad
allora, a tecnologie e carburanti assai lontani – per capacità di riduzione
delle emissioni, per efficienza, maturità tecnologica e sostenibilità – dalle
prestazioni dell’auto elettrica (BEV).
Che
sarà invece – per stessa ammissione dei “carmaker” – la tecnologia dominante
nei prossimi anni.
L’industria
è molto abile, quando si tratta di addossare la responsabilità della sua crisi
sui regolatori e sulle politiche climatiche.
La realtà, però, è che la crisi dell’auto non
ha nulla a che fare col 2035. Le vendite di auto in Europa sono calate di tre milioni,
rispetto al 2019, perché le case automobilistiche hanno privilegiato margini di
profitto più alti a scapito dei volumi.
Tra il
2018 e il 2024 il prezzo medio di un’auto di massa è salito del 40%, passando
da 22.000 a 30.700 euro.
E sono stati anni in cui molti produttori
hanno registrato profitti record.
Queste
decisioni stanno ora producendo effetti concreti.
La
maggior parte degli europei non può più permettersi un’auto nuova, mentre in
Cina i marchi europei stanno cedendo mercato sotto la pressione della
concorrenza locale sui veicoli elettrici.
Come se ne esce?
La “soluzione magica” dei “carmaker “sarebbe
di aprire le porte ai biocarburanti e agli ibridi plug-in (PHEV) dopo il 2035.
Un rimedio effimero, volto a massimizzare nel
breve termine la componente endotermica;
e un
grave errore strategico nel medio-lungo termine, che rischia di condurre
l’industria europea in un vicolo cieco.
Ecco perché.
La
prospettiva industriale – Una prospettiva di decarbonizzazione chiara, dunque
obiettivi trasparenti e stabili, rappresenta la bussola degli investimenti e
della fiducia nel mercato.
Indebolire il target del 2035 significherebbe
mettere a rischio centinaia di miliardi già impegnati nella filiera
dell’elettrico: batterie, reti di ricarica, elettronica di potenza e
componenti.
Non a
caso, oltre 200 CEO e leader del settore hanno scritto alla Commissione europea
esortandola a non toccare questi obiettivi.
La
sostenibilità economica – Dietro lo slogan della “neutralità tecnologica” si
nascondono soluzioni costose per i consumatori.
Le
auto elettriche sono già le più economiche, nell’intero ciclo di possesso e
utilizzo, e presto saranno anche le più convenienti da acquistare.
Al
contrario, gli ibridi plug-in costano in media 15.000 euro in più delle
elettriche;
se ai costi di acquisto si sommano quelli di
utilizzo, le PHEV possono arrivare a costare fino al 18% in più per veicoli
nuovi, percentuali che salgono ulteriormente (fino al 29%) per l’usato.
Gli
e-fuel – altra soluzione propugnata dall’industria – arriverebbero a costare
fino a 6-8 euro al litro.
E
anche i biocarburanti avanzati, tanto cari all’Italia, sarebbero un’alternativa
costosa a causa della loro scarsa disponibilità.
L’avanzata
dell’elettrico – La corsa globale verso l’elettrico, per contro, è in atto e
non dà segni di inversione.
Le
vendite di veicoli elettrici crescono non solo in Cina, ma anche in mercati
emergenti come Thailandia e Vietnam.
E
anche in Europa la transizione sta accelerando.
Lo
scorso novembre, i veicoli elettrici hanno raggiunto un nuovo massimo storico,
con 160.000 unità vendute in sette mercati del continente europeo.
Dall’inizio
dell’anno si registra una solida crescita del 30%:
oggi
in Francia le BEV valgono il 26% del mercato, in Portogallo il 32%; nel Regno
Unito sfiorano il 26,5% e in Germania sono al 22%, massimo storico dopo la fine
degli incentivi nel 2023.
In Italia, lo scorso novembre le elettriche
hanno rappresentato il 12% del mercato.
Un risultato frutto degli incentivi, certo; ma
anche la dimostrazione ultima che i consumatori non disprezzano affatto l’auto
elettrica, hanno semmai bisogno di politiche di sostegno alla transizione.
Il
declino inesorabile dei motori tradizionali – Sul fronte opposto, i motori
tradizionali sono in costante declino.
Le vendite di auto a combustione interna (ICE)
non si sono mai riprese dal picco del 2019;
da
allora a oggi, ICE e ibride (non plug in), sommate, hanno perso il 10% del
mercato (mentre le elettriche ne hanno conquistato il 15%).
La
domanda complessiva di auto è diminuita – tra le altre cose – a causa di
stagnazione economica, inflazione e tassi d’interesse elevati.
Ma quando i clienti torneranno, troveranno un
mercato dominato dalle elettriche, non dai motori tradizionali.
Chi scommette ancora sul ritorno dei veicoli a
combustione — biofuel costosi, e-fuel o veicoli ibridi, che fanno ancora in
gran parte leva sulla tecnologia endotermica — semplicemente si illude.
L’Europa
è a un bivio – Solo mantenendo fermi gli obiettivi attuali il settore auto
europeo ha una reale possibilità di competere nel mercato globale dei veicoli
elettrici.
Indebolirli significherebbe aggrapparsi a rendite di
posizione sempre più esili, e rimanere ancora più indietro in termini di
innovazione. In altre parole: rallentare la transizione non aiuta. Peggiora la
nostra posizione competitiva.
L’industria
automobilistica europea si è resa conto tardi di essere indietro rispetto alla
Cina.
Ma
ogni esitazione, oggi, è un vantaggio ulteriore per Pechino, che non rallenterà
la corsa verso l’elettrico solo perché noi prolunghiamo la vita dei motori
endotermici.
Mentre
i consumatori europei, nel frattempo, smetteranno di acquistare una tecnologia
di qualità inferiore e già oggi, in molti Paesi, più costosa. Se l’Ue fa marcia
indietro ora, rischia di perdere il più grande cambiamento industriale di
questa generazione, abbandonando l’ambizione di padroneggiare una delle
tecnologie più importanti del XXI secolo e i vantaggi industriali, economici e
sociali che ne derivano.
Ora è
il momento di mantenere la rotta e, per i decisori, di mostrare leadership e
visione.
Puntare su e-fuel e biofuel, su ibridi e su
veicoli a combustione “efficienti” è la direzione certa per trasformare
l’Europa in un museo dell’auto.
(direttore
T&E Italia).
Russia,
esercito in crisi: Musk
spegne
Starlink. «Operazioni d'assalto
bloccate,
tutti i comandi sono crollati».
Msn.com
– (7- 02 – 2026) – Il Messaggero - Storia di Marco Prestisimone- Redazione – ci
dice:
Russia,
esercito in crisi: Musk spegne Starlink. «Operazioni d'assalto bloccate, tutti
i comandi sono crollati»
(Ansa).
Musk
"spegne" Starlink e manda nel panico interi battaglioni dell'esercito
russo.
Nelle
scorse ore sono stati disattivati i servizi internet satellitari non solo nei
territori ucraini occupati ma anche in alcuni distretti russi, creando non
pochi problemi ai militari, specialmente a livello di precisione degli attacchi
e dell'utilizzo dei droni.
Un
funzionario di Kiev l'ha definita una «grave battuta d'arresto» sul campo di
battaglia per Mosca, che ha interrotto le operazioni d'assalto. Le forze russe hanno fatto uso non
autorizzato di migliaia di connessioni Internet Starlink per comunicazioni
sicure dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022.
Kiev
collabora con Musk.
La
scorsa settimana Kiev ha spiegato di collaborare con “SpaceX” di Elon Musk per
bloccare l'uso dei terminali Starlink impiegati sui droni d'attacco russi e di
compilare una «lista bianca» di tutti i terminali ucraini, in modo da poter
disattivare quelli russi.
Un
blog militare russo, “Two Majors”, ha detto che mercoledì sera si è verificato
un grave guasto ai terminali Starlink da parte russa.
Stop
alle operazioni d'assalto.
Una
fonte militare ucraina vicina al fronte di guerra ha spiegato alla Reuters che
i terminali Starlink utilizzati dalla Russia erano fuori uso e che le unità
stavano cercando di utilizzare terminali RS-30M basati su satelliti di
fabbricazione russa.
«Ci vorrà ancora tempo per valutare appieno
l'impatto.
Ma sono certo che la precisione e il numero di
colpi degli attacchi stiano diminuendo».
Serhiy
Beskrestnov, consigliere del ministro della Difesa, ha descritto la situazione
come una catastrofe per l'esercito russo.
«Tutti i comandi delle truppe sono crollati.
Le operazioni d'assalto sono state interrotte in molte zone», ha scritto su
Telegram.
Una
fonte dell'esercito ucraino sul fronte orientale ha raccontato che le truppe
russe stavano riscontrando notevoli problemi di comunicazione e che quasi tutti
i collegamenti tramite Starlink erano interrotti.
Una battuta d'arresto di questo tipo per Mosca
rappresenterebbe il primo grande risultato per “Fedorov”, nominato ministro
della Difesa il mese scorso.
Come
Ministro per la Digitalica nel 2022, aveva convinto Musk ad attivare la
copertura Starlink per l'Ucraina e a fornire terminali dopo l'invasione russa.
L'uso
di Starlink di Kiev.
L'esercito
di Kiev utilizza decine di migliaia di connessioni internet Starlink basate su
satellite per le comunicazioni sul campo di battaglia e per pilotare alcuni
droni d'attacco.
Non è chiaro quanti terminali Mosca gestisca
sul campo di battaglia. L'ex capo degli 007 ucraini ha dichiarato all'inizio
del 2024 che la cifra si aggirava sulle migliaia, sebbene Starlink abbia
dichiarato di non fare affari con la Russia.
La scorsa settimana l'Ucraina ha dichiarato di
aver trovato terminali Starlink sui droni a lungo raggio utilizzati negli
attacchi russi, il che ha spinto le autorità ucraine a chiedere assistenza a “SpaceX”.
Vannacci
(ri) parte da Modena:
"Sono l’unico a presidiare il posto di
combattimento."
Modenatoday.it
– (7 Febbraio 2026) – Francesco Baraldi – Redazione – ci dice:
A
Baggiovara il Generale respinge le accuse di tradimento della Lega e lancia
Futuro Nazionale come nuovo riferimento "a destra del centrodestra".
Attacco all'amministrazione modenese su
degrado e sicurezza.
Il
ritorno di Roberto Vannacci a Modena, nell'abito di una conferenza pubblica
organizzata dal suo team, è coinciso con la nuova ribalta mediatica del
generale, fresco della rottura con la Lega e dell'annuncio della nascita del
suo nuovo partito “Futuro Nazionale”.
La sala convegni dell'hotel RMH di Baggiovara si è
rapidamente riempita - duemila richieste rifiutate, sostengono gli organizzatori
- di un pubblico trasversale che negli ultimi anni è cresciuto intorno
all'avventura politica di Vannacci, oggi candidato a diventare nuovo punto di
riferimento dell'estrema destra.
L'addio
alla Lega segna infatti un nuovo percorso politico per una fetta di elettorato
che negli ultimi anni ha visto pian piano venire meno quei simboli di piccoli
partiti che si collocavano a destra dell'attuale coalizione di maggioranza nel
Paese.
D'altronde
anche la comunicazione del Generale va decisamente in quella direzione, sia
nella sostanza che nella forma.
Nei
prossimi giorni non è da escludere che anche esponenti locali del Carroccio
possano seguire un altro percorso, ma per il momento non giungono dal
territorio modenese indicazioni di questo tipo.
Il
significato di lealtà e onore: la replica a Salvini.
Di
fronte ai giornalisti, prima della conferenza pubblica, Vannacci ha scelto di
rispondere frontalmente alle accuse di "tradimento" piovute via
social e dichiarazioni stampa, ribaltando la narrativa sulla lealtà e puntando
il dito contro le incoerenze del Carroccio.
"Lealtà
non vuol dire obbedienza cieca ed assoluta, onore non vuol dire immobilismo,
disciplina non vuol dire rifiutarsi di pensare e dovere vuol dire accettare le
proprie responsabilità" ha dichiarato il Generale, aggiungendo con
fermezza:
"Io non ho tradito proprio un bel niente,
anzi, io sono rimasto fedele ai miei principi, ai miei valori e a tutto quello
che ho rappresentato dall'inizio, ancora prima della mia vita politica".
In
merito alla polemica sull'abbandono del partito, Vannacci ha ribaltato
l'accusa:
"Hanno detto che ho abbandonato il posto
di combattimento.
No, mi
risulta che io sia l'unico a presidiarlo.
Perché
mi risulta che dall'altra parte invece si dica una cosa e se ne voti
un'altra".
Le
ragioni dello strappo: "Vicesegretario solo honoris causa."
Oltre
alla linea politica, Vannacci ha lamentato una mancanza di autorità effettiva
all'interno della Lega, spiegando le ragioni del suo addio.
"Nella
Lega mi è stato assegnato un incarico di vicesegretario, però non mi è stata
assegnata alcuna autorità e responsabilità.
Quindi
è un incarico totalmente ad honorem, honoris causa".
Il
Generale ha poi denunciato un clima di ostilità interna:
"In Toscana mi sono trovato una Lega che
ha remato contro me stesso. Questa è la realtà nella quale ci siamo trovati e
tutti voi siete testimoni degli attacchi giornalieri che gran parte dei
dirigenti della Lega hanno avuto nei miei confronti".
Vannacci
ha elencato le contraddizioni politiche che ritiene insostenibili: "Non è possibile nei giorni pari
dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di
essere liberali e progressisti.
Non è
possibile i giorni pari fondare una campagna dicendo 'basta armi all'Ucraina' e
poi il giorno dopo firmare il decreto di consegna.
Non è
possibile dire che si vuole demolire la legge Fornero e poi rimanere in una
coalizione che l'ha confermata e inasprita".
Sicurezza
e degrado: l'attacco all'amministrazione modenese.
Parlando
della città che lo ospita, Vannacci ha espresso un duro giudizio sull'attuale
situazione di Modena, paragonandola con i suoi ricordi di vent'anni fa.
"Modena
era una città sicurissima quando io ho fatto l'Accademia vent'anni fa, si
usciva, si lasciavano le macchine aperte, le case non avevano bisogno né di
portoni blindati né di inferriate, nessuno ti accoltellava per la strada".
Oggi,
secondo il Generale, la situazione è drasticamente cambiata: "Grazie a questa politica
immigratoria scellerata appoggiata dalla sinistra, Modena è una delle città più
insicure d'Italia.
E non è un problema di percezione: chi ritiene
che lo sia sono quelli che abitano nei quartieri alti, i radical chic dei
Parioli, che hanno la sicurezza privata e non usano i mezzi pubblici".
La
"re-migrazione" e il metodo Trump.
Uno
dei temi più discussi è quello della re-migrazione, che Vannacci non considera
un valore in sé, ma uno strumento politico necessario.
"Non
fa parte dei valori, la re-migrazione è uno strumento, è uno strumento per
porre rimedio alla scellerata politica immigratoria degli ultimi tempi.
Non è
certo un valore la r-emigrazione. È una politica, è un mezzo".
Il Generale ha citato l'esempio americano per
sostenere la fattibilità della sua proposta:
"Nell'ultimo
anno sono rientrati nel paese di origine circa due milioni di stranieri, di cui
un milione e mezzo volontariamente. Quindi vuol dire che il metodo Trump
funziona".
Ha poi
chiarito come intenderebbe applicare tale visione:
"Lo
si può sollecitare questo ritorno volontario, anche offrendo dei compensi.
Si
possono creare le condizioni affinché questo ritorno volontario sia più
intenso.
E poi si può agire anche in maniera coatta per
tutte quelle persone che non hanno titolo a rimanere nelle nostre nazioni,
perché sono entrate in maniera illegale".
Il
nuovo partito e la rampa di lancio dei sondaggi.
Nonostante
le tensioni, Vannacci guarda al futuro e al nuovo soggetto politico che sta per
nascere, forte dei primi sondaggi.
"So che stamattina un sondaggio di “You Trend
“presentava un qualche cosa che ancora non esiste al 4,2%.
Mica
male come rampa di lancio".
Ha poi
aggiunto:
"Diciamo
che non penso di avere tanto torto, perché partire dal 4,2 o dal 2,8 per un
soggetto che ancora non è nato è un bel punto di partenza. Credo che non sia
mai esistito nella storia politica italiana".
In
merito alle alleanze, il Generale mantiene la porta aperta:
"Un
partito come quello che mi approccio a fondare è un interlocutore naturale
della destra.
Rappresenta
principi, valori e ideali che mi sembrano condivisi da questi partiti.
Forse
qualcuno se l'è dimenticati".
''Voglio
fare un partito di destra vera, che non vuol dire estrema, ma determinata e che
non è la brutta copia slavata della sinistra - chiosa - Questa destra vera si presenta
come interlocutore dei partiti di destra e centrodestra".
(Vannacci
(ri) parte da Modena: "Sono l’unico a presidiare il posto di
combattimento").
(modenatoday.it/politica/vannacci-futuro-nazionale-modena-4-febbraio-2026.html).
Anno giudiziario
2026, Intervento
del
Presidente del CNF Francesco Greco.
Consiglionazionaleforense.it
– (30 - 01- 2026) – Redazione -CNF.it – ci dice:
La
cerimonia si è svolta nell'Aula Magna della Corte di Cassazione alla presenza
del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Il
Presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno ha richiamato la
necessità di custodire i valori fondativi della nostra convivenza civile,
invitandoci a riflettere sul fatto che ciò che abbiamo conquistato deve essere
la premessa per guardare al futuro ed affrontare le sfide del nostro tempo.
Ci ha
ricordato come le vecchie e le nuove povertà, le diseguaglianze, le
ingiustizie, i comportamenti che feriscono il bene collettivo come la
corruzione, l’infedeltà fiscale, i reati ambientali, sono crepe che rischiano
di compromettere la coesione sociale, che è un bene prezioso. Un bene per cui
ci ha chiamato tutti ad impegnarci, ciascuno secondo il suo livello di
responsabilità.
Noi
avvocati rispondiamo al richiamo del Capo dello Stato, dichiarandoci pronti ad
impegnarci nel campo della Giustizia, della tutela dei diritti ed in ogni altro
ove saremo chiamati.
Con
spirito collaborativo e costruttivo proponiamo alla magistratura un “Patto per
la Giustizia”, che impegni entrambi nella ricerca delle soluzioni per
affrontare i problemi che ben conosciamo.
Siamo pronti a stipularlo, mettendo da parte
appartenenze e schieramenti: la giustizia misura la qualità della democrazia e
tutti abbiamo il dovere di adoperaci per migliorarla.
Le
riforme.
In un
tempo in cui le riforme della giustizia civile e penale si sono susseguite con
ritmo serrato, è indispensabile ribadire che esse devono essere ispirate al
rispetto dei valori fondamentali della persona.
I diritti fondamentali non sono negoziabili,
né possono essere trattati come se fossero delle merci.
La
giustizia deve essere resa più accessibile, più efficiente, più moderna. Non
può essere giusta se non resta fedele ai principi che la fondano, contenuti
nella nostra Costituzione, scritta dall’Assemblea costituente (di cui quasi la
metà dei componenti erano avvocati, 213 su 556 componenti) e nella Convenzione
Europea dei Diritti dell’Uomo, con il suo sistema di garanzie sovranazionali.
I
diritti fondamentali non possono essere compressi in nome della rapidità, che
non può essere l’unico criterio di riferimento delle riforme, come invece è
accaduto.
Riforme approvate durante l’emergenza
sanitaria, che sono state poi trasformate in norme strutturali.
La
sostanziale abrogazione della trattazione in presenza nel processo civile, ma
anche in quello penale in grado di appello, ha ridotto gli spazi della difesa,
ha compresso il contraddittorio, ha trasformato il processo in un adempimento
burocratico.
Noi
avvocati vogliamo tornare ad un processo che si svolga alla presenza delle
parti e non sia un burocratico procedimento amministrativo.
Le
chiediamo, signor Presidente della Corte di Cassazione, di supportare la
richiesta dell’Avvocatura di una modifica normativa volta a rendere l’udienza
pubblica la regola e non l’eccezione, per ridare al processo innanzi la Corte
Suprema il ruolo che merita, che noi avvocati riconosciamo, rispettiamo e di
cui siamo orgogliosi.
Perché
venire a discutere un processo al cospetto della Corte Suprema appaga il nostro
ruolo di avvocati.
Il
ruolo dell’Avvocatura nella tutela dei diritti.
L’avvocato
non è un mero operatore tecnico. La nostra funzione non può essere svilita né
marginalizzata, come invece hanno fatto le ultime riforme, riforma Cartabia in
testa.
Il
XXXVI Congresso Nazionale Forense, svoltosi lo scorso ottobre 2025 a Torino, ha
approvato a gran voce la richiesta di abrogazione, terminato il periodo di
attuazione del PNRR, di tutte le norme che hanno abolito il dibattimento in
presenza come luogo e contesto giuridico di svolgimento del processo.
La difesa tecnica è un diritto inviolabile ed
ogni riforma deve essere costruita con il contributo dell’Avvocatura, che non
va solo ascoltata ma realmente coinvolta.
Ed in questo senso devo ringraziare il
Ministro della Giustizia per la considerazione che ha più volte dimostrato
all’Avvocatura, anche inserendo nell’Ufficio Legislativo del Ministero
componenti designati dal Consiglio Nazionale Forense, accogliendo quella che da
tempo era una nostra richiesta, non per ambizione corporativa, ma per il
desiderio di condividere le responsabilità del percorso legislativo e metterci
a disposizione del Paese.
Intelligenza
artificiale e giurisdizione: opportunità e limiti.
In questo
quadro si inserisce il tema dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando
il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, decidiamo.
L’IA può offrire strumenti preziosi anche alla
giustizia:
può
accelerare la ricerca, migliorare l’organizzazione, supportare l’analisi dei
dati.
Ma non
può sostituire l’intelligenza umana.
La
decisione giudiziaria è un atto di responsabilità che non può essere delegato
ad un algoritmo né essere il frutto di un calcolo statistico.
Il diritto non è una scienza esatta: è un
equilibrio tra norme e valori, tra regole e giustizia, tra legalità e umanità.
Il
processo è il contesto ove la persona incontra lo Stato.
Noi
avvocati non temiamo la tecnologia, ma non accettiamo che possa diventare un
surrogato della coscienza.
La
tutela degli ultimi e il patrocinio a spese dello Stato.
Non
posso esimermi, in questa sede, dall’affrontare alcuni temi importanti per noi
avvocati.
Il
primo tocca il cuore della funzione difensiva e della missione costituzionale
dell’Avvocatura e riguarda la tutela dei meno abbienti, dei meno fortunati,
degli ultimi.
La
nostra Repubblica si fonda sul principio di eguaglianza sostanziale, scolpito
nell’articolo 3 Cost., che impone alle istituzioni di rimuovere gli ostacoli
che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Tra
gli strumenti di rimozione vi è il patrocinio a spese dello Stato, che
rappresenta un presidio di civiltà giuridica: non è un privilegio e neppure una
concessione, ma un diritto riconosciuto a chi non ha mezzi per difendersi.
Per
questo, l’Avvocatura guarda con preoccupazione le norme introdotte nell’ultima
legge di bilancio, che rischiano di restringere l’accesso al patrocinio a spese
dello Stato, in quanto ha introdotto regole che riguardano sostanzialmente,
anzi principalmente, gli avvocati che si dedicano alle fasce più deboli della
collettività.
Avvocati
che vengono pagati dallo Stato con anni di ritardo e che, per tale motivo, a
loro volta, accumulano ritardi nel pagamento delle imposte.
La
legge di bilancio, modificando il Testo Unico Riscossione, ha previsto il
blocco dei pagamenti per i professionisti che hanno debiti con l’erario.
Non si tratta di evasori, ma di colleghi e
colleghe che hanno difeso cittadini ammessi al patrocinio a spese dello Stato
od alla difesa di ufficio, tra cui donne vittime di violenza prive di reddito e
minori non accompagnati;
avvocati che hanno svolto da lungo tempo il
patrocinio senza ricevere il compenso loro spettante e, quindi, non hanno
potuto pagare le tasse sulle somme che non hanno ricevuto.
La disposizione introdotta con la legge di
bilancio è incostituzionale, in quanto sperequativa nei confronti di tutti gli
altri lavoratori, ai quali correttamente la retribuzione viene corrisposta
anche nei casi di inadempienze nel pagamento.
Sicurezza
sul lavoro: una priorità nazionale
Altro
tema che non posso non richiamare è quello che riguarda la sicurezza sul
lavoro, che continua a rappresentare una delle più dolorose emergenze del
nostro Paese.
Ogni
morte sul lavoro è una sconfitta.
Ogni
incidente evitabile è un fallimento delle istituzioni, delle imprese, della
società civile.
La
giustizia deve essere strumento di prevenzione, non solo di repressione.
Occorrono
controlli più efficaci, responsabilità più chiare, una cultura della sicurezza
che non sia percepita come un costo, ma come un valore irrinunciabile e come un
investimento sociale
Il
lavoro non può essere un luogo di rischio: deve essere un luogo di dignità.
La
situazione delle carceri: un’urgenza costituzionale.
Parimenti
urgente è la questione delle carceri.
Il
sovraffollamento, le condizioni strutturali inadeguate, la carenza di
personale, l’insufficienza dei programmi rieducativi sono problemi che non
possono più essere rinviati.
Chi ha
violato la legge deve espiare la pena venendo privato della libertà; ma non può
essere privato anche della dignità.
Il
Consiglio Nazionale Forense anche quest’anno si è recato nelle carceri
italiane.
Grazie
alla collaborazione con il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione
Penitenziaria, che desidero ringraziare, abbiamo fatto pervenire nelle carceri
femminili di Rebibbia, di Lucca, di Regina Coeli dei ventilatori, per alleviare
i disagi di una estate che lo scorso anno ha raggiunto temperature eccezionali.
È
stato un granello di sabbia nell’immenso deserto della situazione carceraria.
Ottanta
suicidi nel 2025 e un numero ignoto di tentati suicidi, e non solo tra i
detenuti, sono numeri che non si possono ignorare.
Si
deve ridurre al minimo la carcerazione preventiva; occorre pensare all'edilizia
giudiziaria, che non significa costruire nuove carceri, ma rendere meno
disumane quelle esistenti, ampliare le misure alternative e quelle sostitutive,
immaginare percorsi di recupero nelle comunità.
Il
diritto internazionale e le crisi globali.
Viviamo
in un mondo attraversato da tensioni che mettono a dura prova il diritto internazionale
e la stessa funzione difensiva.
L’Avvocatura
non si è sottratta e non si sottrarrà dal tutelare gli avvocati che subiscono
gravissime conseguenze e ripercussioni per il sol fatto di esercitare la loro
professione in difesa dei diritti umani.
In
questo scenario complesso, l’Italia non può sottrarsi al compito di difendere
con fermezza il diritto internazionale, la diplomazia, il multilateralismo e la
soluzione pacifica delle controversie.
La
pace non è solo un obiettivo politico: è un valore giuridico, un dovere morale,
un impegno quotidiano.
Conclusione.
L’anno
giudiziario che oggi inauguriamo sarà impegnativo.
Noi
avvocati abbiamo la voglia, la forza, la competenza e la responsabilità per
affrontarlo.
Difendere
i diritti, proteggere la dignità, garantire l’uguaglianza è la nostra missione;
continueremo a svolgerla con determinazione, con passione e con il profondo
senso etico che ha sempre contraddistinto gli avvocati italiani.
Grazie.
(Avv.
Francesco Greco -Presidente del Consiglio Nazionale Forense).
E se
ci Fosse un Collegamento tra
il
Rilascio dei File di Epstein e
l’Operazione
di Fabrizio Corona Qui in Italia?
Conoscenzealconfine.it
– (6 Febbraio 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:
Mi
spiego.
Grazie
all’ “Epstein Files Transparency Act” di Donald Trump del 19 novembre 2025, il “Dipartimento
di Giustizia degli Stati Uniti” (DOJ) sta rilasciando una quantità MOSTRUOSA di
documenti: si parla almeno di 3,5 milioni di scritti, 2.000 video e 180.000
foto.
E
siamo solo agli inizi di un TORNADO…
che trascinerà con sé l’intero” Deep State”
americano, televisivo e politico in primis, dato che proprio politici e
personaggi televisivi sono i principali servi dell’élite sionista, che è
arrivata a ricattarli tramite l’agente del Mossad Jeffrey Epstein.
Già in
Inghilterra stiamo vedendo i primi strascichi:
i membri della Casa Reale, per esempio, sono
sempre più in imbarazzo, mentre politici come “Peter Mandelson” si dimettono
dal ruolo di ambasciatore, dato che – secondo i documenti emersi – avrebbe
condiviso documenti segreti del governo inglese.
Il
punto è che nelle prossime settimane e mesi sempre più persone verranno a
sapere cose SCIOCCANTI, ovvero – per esempio – che i loro beniamini
partecipavano a riti occulti sacrificali, riti pedofili e non solo, dove le
vittime venivano perfino uccise.
Insomma, una riedizione “moderna” di
satanismo, se così si può definire, anche se i riti – in fondo – sono sempre
gli stessi.
Nei
file di Epstein il sesso sembra essere la principale MERCE di SCAMBIO:
parliamo
non solo di prostituzione volontaria ma anche involontaria, visto che ci sono
di mezzo bambini.
Dato
che il sesso è – appunto – la principale merce di scambio mi chiedo: e se
l’operazione targata Fabrizio Corona (che tra le altre cose parla di andare
proprio da Trump) fosse tesa a PREPARARE il pubblico, almeno nel nostro paese,
visto che la tv italiana non trasmette MAI nulla e quindi il pubblico è ancora
più impreparato rispetto ad altre nazioni?
Corona
sta colpendo lo stesso Deep State mediatico al pari dei file di Epstein.
E se
assistessimo a una specie di “tangentopoli” politica e mediatica legata al
sesso stavolta e non al denaro?
Noto –
tra l’altro – che si stanno già formando NUOVE FORZE POLITICHE: Vannacci farà
un suo partito (Vannacci è un militare, lo sappiamo… chi vuol capire capisca, visto che
dietro Trump c’è comunque un movimento militare) mentre lo stesso Corona – che parla
di un profondo cambiamento sociale in arrivo – non esclude l’opzione politica.
Sono
solo congetture, è vero.
Tuttavia
il TERREMOTO che sta per arrivare sul DEEP STATE internazionale, tra scandali
sessuali e brogli alle elezioni americane del 2020, ci racconta un’altra
storia, ovvero che i globalisti e i loro accoliti… stanno per essere CANCELLATI
per sempre dal PALCOSCENICO mondiale.
(Articolo
di Gabriele Sannino).
(t.me/Gabriele
Sannino).
Cosa
c'è davvero dietro la
retromarcia
sull'auto elettrica.
Avvenire.it - Pietro Sacco – (7-02 – 2026) –
Economia -Redazione – ci dice:
“Stellantis”
è solo l'ultimo grande costruttore a ridimensionare drasticamente i piani di
investimento sulle auto elettrificate.
Il primo motivo?
I
clienti non le vogliono
Cosa
c'è davvero dietro la retromarcia sull'auto elettrica.
L'amministratore
delegato di Stellantis “Antonio Filosa” durante la conferenza stampa al termine
dell'inaugurazione nuova Fiat 500 Hybrid presso lo stabilimento di Mirafiori,
Torino, 25 novembre 2025. (ANSA/ALESSANDRO DI MARCO).
Chi
pensava che il futuro dell’auto fosse elettrico e fosse già qui, o appena
dietro l’angolo, evidentemente si sbagliava.
La
pesante e costosa retromarcia annunciata da Stellantis è solo l’arrivederci più
recente e vistoso (per motivi di vicinanza e dimensione) delle grandi case
produttrici di automobili ai modelli “battery electric vehicles” (Bev), cioè
completamente elettrici, alimentati da batterie che si ricaricano collegandosi
alla rete.
Chi ci
sta ripensando.
Un
mese fa “General Motor” ha annunciato una svalutazione da 6 miliardi di dollari
dei suoi progetti sull’elettrico.
A dicembre scorso era stata “Ford” a mettere a
bilancio un passivo da 19,5 miliardi di dollari in programmi per auto
elettriche che non saranno mai costruite.
Tra
gli europei, che sull’elettrico si erano lanciati con meno convinzione, “Mercedes-Benz”
ha spostato in avanti i traguardi di elettrificazione delle sue auto di lusso.
“Volvo”
(che resta svedese, anche se è controllata dalla “cinese Geely”) era stata
radicale nel suo annunciare cinque anni fa che avrebbe abbandonato del tutto i
motori termici entro il 2030.
Già
nel 2024 ha dovuto rivedere i progetti:
ora
punta a rendere elettrificato (quindi anche con motori ibridi plug -in che
combinano motori elettrici e termici) almeno il 90% della flotta, ammettendo però anche una piccola
percentuale di “mild hybrid”, cioè auto con motori elettrici che assistono
quelli termici recuperando energia in frenata.
La
ragione dell’inversione di marcia è per tutti la stessa:
i clienti che vogliono auto elettriche sono troppo
pochi per giustificare tutti gli investimenti fatti e quelli ancora da fare.
La
ragione dell’inversione di marcia è per tutti la stessa:
i
clienti che vogliono auto elettriche sono troppo pochi per giustificare tutti
gli investimenti fatti e quelli ancora da fare.
Almeno
in Europa e negli Stati Uniti.
Nonostante
gli sforzi dei costruttori e gli incentivi dei governi la crescita delle
vendite di auto totalmente elettriche c’è, ma è rimasta al di sotto delle
aspettative.
In
Europa nel 2025 le immatricolazioni di “Bev” sono state 1,9 milioni, con un
aumento di quasi il 30% sul 2024, rispetto al +1,8% del totale del mercato.
Le auto elettriche hanno raggiunto così una
quota di mercato del 17,4% sulla spinta degli acquisti degli automobilisti di
Germania, Paesi Bassi, Belgio e Francia.
Il grosso del mercato, però, lo fanno ancora
motori basati sui sistemi termici:
l’ibrido
che non si ricarica alle colonnine (He) ha una quota del 34,5%, quello
ricaricabile (Phebe) del 9,4%, mentre il resto è ancora benzina (26,6% delle
auto vendute) e diesel (8,9%).
Ci sono stati anche sorpassi simbolici, come “Volkswagen”
che ha superato “Tesla” come primo venditore di auto elettriche in Europa o il
sorpasso dell’elettrico su quello a benzina, nel mese di dicembre.
Ma l’accelerazione è troppo debole per
sostenere la svolta elettrica dei grandi costruttori.
Negli
Stati Uniti la “rivoluzione elettrica” è ancora più indietro.
Le vendite di auto totalmente elettriche sono
state addirittura in calo nel 2025 con una quota di mercato limitata al 7,8%.
Gli
americani sono corsi a comprare auto elettriche nel periodo degli incentivi
(con un credito federale da 7.500 dollari per ogni auto acquistata) dopodiché
c’è stato un crollo nell’ultimo trimestre dell’anno.
Soltanto
in Cina le auto elettriche sono riuscite a superare il 50% del mercato lo
scorso anno:
è
stata la prima volta e non è detto che accada ancora.
Il
governo sembra meno intenzionato a incentivare gli acquisti di auto in
generale, elettriche comprese.
L’associazione cinese del settore automotive “Circa”
non nasconde di vedere davanti a sé dodici mesi difficili:
le immatricolazioni potrebbero chiudere al
minimo dal 2020, anno di pandemia. By, marchio cinese oggi simbolo della
potenza del nuovo che avanza nel mondo dell’auto, a gennaio ha segnato il
quinto calo consecutivo di vendite a livello globale, con un -30,1% che non
promette nulla di buono.
Le
ragioni del flop dell'elettrico.
Il
problema è quello:
il
“mercato”, che poi sono persone o aziende che hanno bisogno di mezzi per
muoversi, non è mai stato molto convinto dalle auto elettriche.
È così
per motivi diversi.
Sicuramente c’è una questione di prezzi, con
costi di acquisto più elevati rispetto ai motori termici.
C’è
poi l’incertezza tecnologica:
sappiamo
ancora poco sui costi di manutenzione e riparazione delle batterie, che hanno
un peso importante sul prezzo complessivo delle auto elettriche, così come
sulla loro durata:
quanta capacità resta a una batteria una volta
percorsi 100mila chilometri?
Ma
questi non sono gli ultimi fattori.
Resta
aperto il nodo della disponibilità e affidabilità delle colonnine che lascia a
molti automobilisti quella brutta “range ansietà”, la paura di restare a terra
con la batteria scarica e nessuna colonnina in vista (cosa quasi sconosciuta a
chi ha motori diesel o a benzina).
Le
caratteristiche dell’elettrico, poi, non sono adatte a tutti:
l’autonomia limitata dei motori non le rende
le vetture adatte a chi deve fare viaggi per diverse centinaia di chilometri,
magari per lavoro, e non ha tempo da dedicare a soste lunghe per la ricarica.
Il
fattore politico-industriale ha fatto il resto.
Il
vantaggio dell’industria dell’auto cinese nello sviluppo delle batterie e dei
motori elettrici sembra incolmabile (la Cina produce circa l’85% delle batterie
secondo le stime) ed è un problema per chi è chiamato anche a dare un futuro ai
costruttori storici che hanno fabbriche negli Stati Uniti e in Europa.
L’amministrazione
Trump negli Usa ha poi abbandonato gli obiettivi ambientali che Washington si
era data negli anni di Biden, e anche l’Europa ha molto alleggerito la
pressione “green” sul sistema produttivo.
Se la spinta politica verso la transizione
all’elettrico c’è ancora, è certamente molto più debole rispetto a un paio di
anni fa.
Stellantis,
in questo contesto, non è la prima e non sarà nemmeno l’ultima a ingranare la
retromarcia.
No,
con la retromarcia sulle auto elettriche non salveremo né il Pianeta, né
l’industria europea.
Fanpage.it
– Francesco Cancellato – ( 17 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
L’Unione
Europea fa marcia indietro e si rimangia lo stop alla produzione di automobili
diesel e benzina al 2035.
Una
scelta che tarpa le ali alla lotta al cambiamento climatico. E che non servirà
a salvare la nostra industria morente.
A
volte, le coincidenze:
nel
giorno in cui gli industriali tedeschi parlano di “deindustrializzazione
irreversibile” e di un “modello arrivato al capolinea”, l’Unione Europea arriva
al capezzale della Germania e decreta la revoca dello stop ai motori diesel e
benzina prevista per il 2035.
I
tedeschi applaudono, gli italiani pure, ma sono gli applausi di due sistemi
industriali agonizzanti la cui fine è comunque inevitabile.
E forse dobbiamo dircelo una volta per tutte
che le scelte miopi dei governi europei e dei loro industriali ci hanno
condannato qualunque mossa faremo d’ora in poi.
Perché
comunque dovremo azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050 e per farlo è
fondamentale che a quella data il parco delle automobili che circolano sia a
emissioni zero allo scarico, quindi elettrico.
La
cerimonia inaugurale di Milano-Cortina è stata la celebrazione dell’ipocrisia e
del caos.
(Francesco
Cancellato)
Il
solito decreto del governo Meloni, che è tutto meno che “sicurezza”
(Francesco
Cancellato)
Scusate
se parliamo solo ora dei mille migranti morti nel Mediterraneo.
Perché
comunque la Cina ha conquistato un vantaggio incolmabile su queste nuove
tecnologie e prima o poi invaderà il mercato automobilistico europeo con auto
elettriche, che ci piaccia o meno.
Lo farà perché non possiamo chiuder loro le
porte, altrimenti loro le chiuderebbero ai nostri prodotti, e perché
probabilmente l’unica opportunità rimasta per salvare la nostra industria dei
componenti è sperare, o far di tutto che vengano qua a produrle.
Perché
tutti i tentativi di frenare questo processo irreversibile rispondono al soft
power americano, che invece punta forte sulle fonti fossili e non vuole che i
rapporti tra Europa e Cina si facciano troppo stretti.
O ad
aziende come Eni, che hanno investito sui biocarburanti a emissioni ridotte, e
sussurrano alle orecchie del governo italiano – che obbediente chiede a gran
voce la “neutralità tecnologica” – per non vedere andare in fumo il loro
investimento.
Soprattutto,
perché la vera questione, con buona pace degli industriali tedeschi,
dell’indotto italiano e del soft power americano, è l’azzeramento delle
emissioni di CO2.
E
ancora una volta, messo alle strette, chi ci governa ha dimostrato che la lotta
al riscaldamento globale è tale solo a parole.
Che
quel che ci spaventa di più non è il pianeta che va in fiamme, ma la rinuncia
allo status quo.
Che
nei fatti, i soldi contano sempre più del clima, e la salvaguardia delle
rendite di posizione molto più del futuro del pianeta.
Non
che non lo sapessimo. Ma è sempre sconfortante averne la conferma.
(fanpage.it/economia/no-con-la-retromarcia-sulle-auto-elettriche-non-salveremo-ne-il-pianeta-ne-lindustria-europea/).
(fanpage.it/).
Quanto
sarà elettrico il futuro?
Nonostante
i miliardi investiti,
i dubbi restano.
Motorimotori.it
- Daniele Monteleone – (3 Febbraio 2026) – Redazione – ci dice:
L’industria
non sta andando verso il 100% elettrico, ma verso una convivenza forzata tra
diversi sistemi di propulsione.
Per
anni ci hanno raccontato che il futuro dell’auto sarebbe stato silenzioso,
ricaricabile e rigorosamente a zero emissioni, dipingendo il motore a
combustione interna quasi come un reperto archeologico prossimo all’estinzione.
Tuttavia, nel 2026, la narrazione del “tutto
elettrico” sembra aver preso una buca piuttosto profonda.
Nonostante
le istituzioni abbiano spinto sull’acceleratore della decarbonizzazione, la
realtà industriale sta dimostrando che la transizione è meno un rettilineo e
più un percorso a ostacoli pieno di ripensamenti.
L’Europa,
agendo come una sorta di fata madrina autoritaria, aveva inizialmente imposto
il bando totale dei pistoni per il 2035.
Peccato
che l’anno scorso sia arrivata una brusca marcia indietro:
ora il
diktat prevede una riduzione del 90% delle emissioni allo scarico, lasciando
uno spiraglio del 10% per i nostalgici del rombo, a patto che utilizzino
carburanti sintetici, biocarburanti o acciaio a basse emissioni prodotto in UE.
Le
case automobilistiche, nel frattempo, si trovano in una sorta di gabbia dorata.
Hanno investito decine di miliardi in
piattaforme dedicate e “giga fattori” per la produzione di batterie. Tornare
indietro ora sarebbe economicamente molto doloroso.
Nonostante
l’ottimizzazione dell’auto a batteria nei centri urbani, dove il silenzio è
d’oro e i polmoni ringraziano, restano sul tavolo i soliti, enormi
interrogativi.
L’accesso
a materie prime come litio, cobalto e nichel ci sta rendendo ostaggi di
tensioni geopolitiche e di un’inflazione dei prezzi che rende i listini simili
a quelli di una gioielleria.
Se
aggiungiamo che al di fuori di Cina ed Europa la transizione avanza a
bassissima velocità e che in diversi Paesi europei meno di un veicolo su 5 è
elettrico, il quadro della “dominazione globale” sbiadisce rapidamente.
Il
futuro, più che un monologo elettrico, somiglia a un cocktail tecnologico
diversificato.
Gli
stakeholder del settore stanno riscoprendo il fascino degli ibridi,
dell’idrogeno per i trasporti pesanti (quando c’è anche dove ricaricarli a
dovere) e dei biocarburanti per i lunghi viaggi.
L’industria,
dunque, non sta andando verso il 100% elettrico, ma verso una convivenza
forzata tra diversi sistemi di propulsione.
Saranno i vincoli economici e la reale
accettazione dei consumatori, stanchi di cercare colonnine libere come se
fossero il Sacro Graal, a decidere chi taglierà davvero il traguardo.
UE,
salvi i motori termici dopo il 2035?
Il
clamoroso dietrofront.
Elettricomagazine.it
– (9 Febbraio 2025) - Marco Ventimiglia – Redazione – ci dice:
Si
moltiplicano le indiscrezioni su un prossimo cambio di rotta, con Bruxelles che
potrebbe permettere di commercializzare ancora i veicoli con motore termico, a
condizione che si tratti di modelli ibridi plug-in.
L’UE
pensa di “ammorbidire” lo stop alla vendita delle auto con motori termici dal
2035.
Per
chi ha una barca a vela, saperla portare dove tira il vento è senz’altro un
pregio importante.
Ma se
ti trovi ai piani alti dell’Unione Europea e devi guidare i Paesi membri lungo
il difficile percorso della transizione energetica, allora le cose cambiano.
Tanto più, proseguendo con la metafora, che
l’unico vento da ricercare per l’UE, in tema di cambiamento green, non è quello
delle presunte convenienze politiche ma quello che fa girare le pale eoliche…
Sommario,
Un
parziale dietrofront sui motori termici.
Come
cambia lo scenario.
Le
ragioni della marcia indietro sulle auto elettriche.
La
tenuta delle reti elettriche.
La
dipendenza dalla Cina per veicoli elettrici e batterie.
L’influenza
della politica
Un
parziale dietrofront sui motori termici.
Per
questo, lascia quanto meno interdetti la recente notizia/indiscrezione
sull’intenzione di Bruxelles di fare una parziale marcia indietro sullo stop
alla vendita di auto con motore termico a partire dal 2035.
Il
proposito sarebbe quello di non lasciare più soli, come fin qui stabilito, i
veicoli elettrici negli spazi di vendita delle concessionarie.
Infatti, fra dieci anni a far compagnia alle
auto a zero emissioni dovrebbero esserci anche i veicoli ibridi plug-in.
Modelli
ibridi plug-in che hanno delle emissioni molto inferiori alla stragrande
maggioranza dei mezzi ora circolanti sulle strade del continente, ma sono pur
sempre dotati di un motore termico alimentato da combustibili fossili, benzina
o diesel che siano.
Per completezza d’informazione, sembra che
l’UE intenda permettere post 2035 anche la vendita dei poco diffusi mezzi
elettrici dotati di range extender (un piccolo motore ausiliario a benzina che
ricarica la batteria).
Come
cambia lo scenario.
Si
tratta di una modifica che, se effettivamente portata a compimento, avrebbe
delle conseguenze non da poco. Innanzitutto, per l’aria che respireremo,
sicuramente meno pulita e più climalterante, visto che ogni veicolo ibrido
plug-in una volta esaurita la sua carica elettrica (che attualmente garantisce
un’autonomia fra i 50 e i 100 km) continua a viaggiare grazie all’entrata in
scena del motore termico, con le relative conseguenze in termini di emissioni.
Altrettanto
rilevanti, da un altro punto di vista, sarebbero le conseguenze industriali e
commerciali.
È
infatti evidente che la sopravvivenza del motore termico e della
componentistica ad esso legata manterrebbe in vita la relativa filiera
produttiva e di vendita, particolarmente sviluppata nei grandi Paesi
dell’Unione Europea, compreso il nostro.
Per non parlare dell’impatto su estrazione,
raffinazione e vendita dei combustibili fossili…
Le
ragioni della marcia indietro sulle auto elettriche.
Cercare
un motivo di questa possibile/probabile marcia indietro – perché di questo si
tratta, anche se parziale – sarebbe sbagliato, in quanto le ragioni appaiono
multiple.
Quella
più legata alla stretta attualità, che poi ci rimanda all’andare dove tira il
vento, va ricercata oltreoceano con l’insediamento dell’amministrazione Trump e
i suoi bellicosi propositi contro il cambiamento green, comprese le
agevolazioni alla mobilità elettrica.
C’è
poi da mettere in conto la crescente preoccupazione, a partire dalla Germania,
per la tenuta all’avvento dell’elettrico da parte del comparto auto, che in
Europa genera una parte importante del PIL e dell’occupazione.
Al
riguardo è esplicita l’immagine di una sala del Museo Mercedes-Benz di
Stoccarda, con il confronto fra un motore elettrico, scomposto nei suoi pochi
componenti, e un moderno motore diesel fatto da un migliaio di pezzi.
La
tenuta delle reti elettriche.
Altro
elemento di cui tener conto, per spiegare i propositi dell’UE, è relativo
all’impatto della mobilità green che potrebbe stressare oltremodo le reti
elettriche.
Quest’ultime
nei prossimi anni dovranno essere oggetto di costanti e onerose revisioni per
renderle non soltanto capaci di gestire l’aumento della domanda energetica, ma
anche abbastanza “intelligenti” in modo da supportare le modalità di carica
bidirezionali.
E fare
riferimento ai problemi per le reti elettriche significa anche parlare della
diffusione dei punti di ricarica per le batterie delle auto, che dovranno
crescere in modo esponenziale sia nei luoghi pubblici che, soprattutto, nelle
abitazioni private.
Va
però detto che garantire la sopravvivenza dei modelli ibridi plug-in non
cambierebbe i termini di questo problema, perché anche quest’ultimi hanno
ovviamente bisogno di ricarica.
La
dipendenza dalla Cina per veicoli elettrici e batterie
Fra le
ragioni del possibile cambio di rotta sulla vendita delle auto a partire dal
2035, va poi messo nel conto il crescente dominio della Cina nei comparti
industriali e commerciali legati alla transizione energetica, nel caso in
questione un leadership evidente sia per i veicoli elettrici che per le
batterie equipaggiate.
Un dominio che fra 10 anni minaccia
addirittura di trasformarsi in una sorta di monopolio.
Dipendenza
dalla Cina che riguarda anche le cosiddette terre rare, ovvero i minerali
indispensabili alla produzione di elementi base per la transizione energetica,
e che nel comparto auto sono utilizzate per realizzare i magneti che permettono
ai motori elettrici di funzionare. Terre rare delle quali Pechino è il
principale produttore mondiale.
L’influenza
della politica.
Insomma,
come detto, le motivazioni per spiegare una futura marcia indietro dell’UE sul
fronte della mobilità elettrica non mancano.
Ciò
non toglie che è facile pensar male, ovvero che il possibile cambio di rotta
sia dettato soprattutto dal vento della politica.
Infatti,
oltre al fattore Trump non va dimenticato il crescente peso nell’Unione Europea
dei partiti populisti, spesso avversi al cambiamento green.
Del
resto, a supportare questa tesi c’è anche un altro ragionamento: tutte le altre
ragioni sopra esposte – pericoli per il comparto auto, tenuta delle reti
elettriche, punti di ricarica negli edifici, dipendenza dalla Cina –, erano già
ampiamente note da anni, ma non avevano impedito a Bruxelles di approvare lo
stop alla vendita delle auto inquinanti a partire dal 2035.
Trump,
dal Venezuela a Cuba:
il
petrolio che lega tutto.
Ispionline.it
– (4 Feb. 2026) – Elena Marisol Brandolini – Redazione – ci dice:
Il
greggio diventa lo strumento privilegiato degli USA per mettere pressione ad
attori considerati ostili, con l’obiettivo di riorientare gli equilibri nella
regione a vantaggio degli interessi americani.
Commentari
America Latina · Relazioni Transatlantiche.
Un
mese dopo il sequestro di “Nicolás Maduro”, Cuba diventa il nuovo nemico per la
sicurezza degli Stati Uniti.
La settimana scorsa Donald Trump ha dichiarato,
infatti, l’emergenza nazionale, segnalando come il governo cubano destabilizzi
la regione latino-americana, alleandosi con gli avversari politici e
commerciali degli Stati Uniti, quali sono la Russia, la Cina e l’Iran.
La somministrazione energetica nell’isola
diventa quindi una questione di sicurezza nazionale per gli Usa, motivo per cui
Trump minaccia i paesi storicamente fornitori di petrolio a Cuba, come il
Messico, di aumentare i dazi sui loro prodotti se continueranno in questa
azione di sostegno all’economia del regime castrista.
Contemporaneamente,
l’”Assemblea National del Venezuela” ha approvato la riforma della legge sugli
idrocarburi, aprendo il settore petrolifero alla sua privatizzazione.
E la Casa Bianca, per consentire alle imprese
americane di operare nel paese caraibico, ha annunciato la revoca di alcune
sanzioni contro il settore petrolifero venezuelano.
Perché
il petrolio, quello che in un caso fa gola e nell’altro alimenta la presenza di
concorrenti sgraditi, è il filo che tiene insieme l’interesse di Trump per il
Venezuela e per Cuba, in quell’imperialismo di rapina delle risorse che ha
nella regione latino-americana l’arena privilegiata del conflitto commerciale
con la Cina.
E anzi
si può sostenere che l’attacco definitivo a Cuba – che gli Stati Uniti finora
hanno detto non avrà un carattere militare – è possibile solo ora che il
Venezuela si vede costretto a riconsiderare la politica di nazionalizzazione
del settore petrolifero voluta da Hugo Chávez.
E
mentre la presidente del governo venezuelano Delay Rodríguez annuncia
un’amnistia per i prigionieri politici del regime chavista, la diaspora cubana
a Miami sogna un analogo provvedimento nel proprio paese d’origine.
Cuba
dipende in larga parte dalle importazioni per il suo approvvigionamento
energetico, perché produce appena 40.000 barili di petrolio al giorno, quando
il suo fabbisogno è di 110.000.
Inizialmente importava petrolio dall’Unione
Sovietica, poi il Venezuela e il Messico sono diventati i principali
esportatori di grezzo nell’isola.
Il
Venezuela copriva il 30-35% della necessità cubana di petrolio, il Messico
attorno al 20%.
Dopo
l’attacco statunitense di un mese fa, il Venezuela ha smesso di
commercializzare il petrolio con Cuba e il Messico, preoccupato dalle minacce
di Trump sui dazi, ne ha sospeso temporaneamente l’esportazione.
Secondo
dati della società di consulenza Kepler pubblicati sul Financial Times, nel
mese di gennaio sono arrivati a Cuba dal Messico solo 84.000 barili di
petrolio, che corrispondono a 3.000 barili al giorno.
Al
principio del nuovo millennio, ai tempi di Chávez e Fidel Castro, il Venezuela
riforniva Cuba con 100.000 barili di petrolio al giorno, che il governo
castrista rivendeva in parte per acquisire valuta estera.
Nel
2025, il Messico inviava 12.000 barili di petrolio al giorno (dati Kepler),
insufficienti comunque a sostenere il sistema elettrico e dei trasporti cubani.
La
presidente messicana “Claudia Sheinbaum” ha parlato di ragione umanitaria alla
base di questi invii di petrolio a Cuba e ora che le minacce di Trump ne hanno
bloccato l’esportazione all’isola, il Messico ha annunciato l’invio di aiuti
umanitari a Cuba e sta cercando di riprendere l’invio di petrolio in un
confronto con l’amministrazione americana.
Il
segretario di Stato americano “Marco Rubio” ha affermato che gli Stati Uniti
non intendono forzare una caduta del regime castrista: preferiscono che venga
meno per sfinimento.
E il
governo cubano li ha accusati di “provocare un genocidio”.
Gran
parte degli osservatori afferma infatti che Cuba disporrebbe di meno di due
mesi di petrolio importato – c’è chi parla di non più di 20 giorni – col
rischio, perciò, di entrare in una gravissima crisi umanitaria. In un paese con un’economia in
recessione da tempo, sono sempre più frequenti i tagli di elettricità per
mancanza di combustibile che durano diverse ore al giorno.
E
nelle attuali condizioni commerciali, la situazione è destinata solo a
peggiorare.
Trump
è quindi convinto che il cambiamento che si sta dando in Venezuela porterà alla
caduta del regime castrista a Cuba.
Per quanto il chavismo continui a governare in
Venezuela e a sottolineare, almeno formalmente, la sovranità delle proprie
decisioni.
Come
appunto l’approvazione della riforma della legge sugli idrocarburi da parte del
parlamento venezolano, che ha per obiettivo quello di attrarre capitali
stranieri che consentano di risollevare la produzione petrolifera, crollata
durante la pandemia e ora attestatasi attorno a un milione di barili al giorno.
La
riforma ruota attorno a tre elementi.
Il
primo riguarda l’apertura al settore privato nazionale e internazionale
nell’esplorazione, sfruttamento, produzione e commercializzazione del grezzo.
Il secondo elemento sta nella riduzione delle
imposte e della percentuale del valore del petrolio da pagarsi allo Stato.
Infine,
vengono incorporati meccanismi di arbitraggio internazionale per risolvere le
controversie fuori dei tribunali venezolani.
I
giacimenti petroliferi continuano comunque a essere di proprietà della
Repubblica Bolivariana.
Charles
Michel attacca Rutte:
"Il
capo della Nato dovrebbe
smettere
di essere un agente degli Usa."
It.euronews.com
– (30/01/2026) - Mared Gwyn Jones – Redazione – ci dice:
.
"La
diplomazia delle lusinghe" del segretario della Nato Mark Rutte verso
Donald Trump non tutela gli interessi dell'alleanza secondo l'ex presidente del
Consiglio europeo.
Il
segretario generale della Nato Mark Rutte dovrebbe smettere di essere un
"agente americano" unire un’alleanza militare in difficoltà di fronte
alla "retorica ostile" e alle "intimidazioni" degli Stati
Uniti.
Lo ha dichiarato venerdì l'ex capo del Consiglio
europeo Charles Michel alla trasmissione Europe Today di Euronews.
(Diritti
d'autore Euronews 2026).
"Voglio
essere chiaro: Mark Rutte è deludente e io sto perdendo fiducia", ha
affermato Michel, che ha guidato il Consiglio per cinque anni fino al 2024.
"Non
mi aspetto che Mark Rutte sia un agente statunitense. Mi aspetto che Mark
lavori per l'unità all'interno della Nato", ha aggiunto Michel.
Rutte
ha definito il presidente statunitense Donald Trump il "papà" della
Nato e si è guadagnato la reputazione di consigliere di Trump.
Ha anche fornito all'ex tycoon una via
d’uscita per fare marcia indietro sulle sue recenti minacce di scatenare una
guerra commerciale con i Paesi europei per la Groenlandia.
Michel
ha detto che la "diplomazia delle lusinghe" di Rutte "non
funzionerà" e potrebbe portare a un "fallimento totale".
"Affrontiamo
intimidazioni e minacce. Quello che sta accadendo con la Groenlandia non è
accettabile e mi aspetto che Mark Rutte sia una voce forte a difesa dell'unità
della Nato", ha dichiarato…
Secondo
Michel l'Ue è un "partner molto leale" agli Stati Uniti e non merita
il recente comportamento di Trump, riferendosi alle minacce statunitensi sulla
Groenlandia, ai suoi tentativi di dare "legittimità" al presidente
russo Vladimir Putin e di sanzionare ex funzionari europei.
L’amministrazione
statunitense ha recentemente imposto sanzioni a “Thierry Breton”, ex
commissario europeo francese ed ex "zar" della tecnologia,
responsabile dell’elaborazione del quadro normativo digitale dell’Ue.
Possibile
l'adesione dell'Ucraina all'UE entro il 2027.
Michel
è intervenuto anche sui negoziati per un futuro accordo di pace per l'Ucraina,
affermando che leader come Emmanuel Macron e Giorgia Meloni hanno ragione a
chiedere un confronto diretto con Putin.
"Dobbiamo
essere intorno al tavolo perché oggi non lo siamo.
Questo
è molto triste. È persino un po' scioccante", ha detto.
"Chi
difende gli interessi europei al tavolo? Non gli Stati Uniti, non la
Russia".
Michel
ha indicato il suo successore Antonio Costa come possibile inviato ai colloqui,
affermando che ha la legittimità necessaria per parlare a nome dei 27 leader
dell'Ue.
Alla
domanda sull'obiettivo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di far entrare
il suo Paese nell'Ue entro il 2027 come parte di un piano di pace, Michel ha
risposto:
"È
assolutamente giusto ed è possibile", auspicando l'integrazione di Kiev
nel blocco europeo il più rapidamente possibile.
Russia
e Cina sono impegnate a
cercare
di mantenere l'ordine globale.
Unz.com - Larry C. Johnson – (5 febbraio 2026)
– Redazione – ci dice:
Prima
che Vladimir Putin parlasse con Donald Trump il 4 febbraio, il Presidente Putin
ha tenuto una teleconferenza con il Presidente cinese XI.
Perché?
Perché
Putin voleva far sapere da Xi esattamente cosa intendeva discutere nella sua
successiva conversazione con Trump, che si sarebbe tenuta più tardi quel
giorno.
È così che due alleati collaborano e si
coordinano.
Credo
che la conclusione più importante della loro conversazione sia che vedono la
loro partnership come un centro di potere essenziale per cercare di impedire
che il mondo esploda.
Diamo
quindi un'occhiata ai resoconti russi e cinesi della loro conversazione.
Yury
Ushakov ,
assistente presidenziale russo per la politica estera, ha fornito la lettura e
il commento russo in seguito alla videoconferenza del 4 febbraio 2026 tra il
presidente Vladimir Putin e il presidente cinese XI Jinping.
La
conversazione è durata 1 ora e 25 minuti, e Ushakov l'ha descritta come svoltasi in un'atmosfera
"genuinamente amichevole", "franca" e
"fiduciosa".
Questa
è la loro sesta chiacchierata ad alto livello di inizio anno... Una tradizione
iniziata nel 2021.
Punti
chiave della lettura di Ushakov (riassunto ufficiale del Cremlino).
Legami
bilaterali:
i
leader hanno ribadito che la Partnership globale e la cooperazione strategica
tra Russia e Cina sono a un livello senza precedenti, basate sull'uguaglianza,
sul reciproco vantaggio e non dirette contro terze parti o influenzate da
politiche a breve termine.
Cooperazione
economica/commerciale:
enfasi
sul proseguimento dello sviluppo dei legami commerciali ed economici, anche nel
Settore energetico.
La
cooperazione commerciale ed energetica è stata evidenziata come aree chiave per
un'ulteriore crescita.
Situazione
globale:
il
contesto internazionale è stato descritto come "sempre più
turbolento" dall'inizio dell'anno.
Entrambe
le parti hanno sottolineato la necessità di approfondire il coordinamento
strategico per garantire uno sviluppo costante delle relazioni e il
mantenimento della stabilità strategica.
Coordinamento
su questioni chiave:
Putin
e XI hanno concordato di mantenere attivi meccanismi di consultazione
bilaterale permanente attraverso canali diversi (consigli di sicurezza,
ministeri degli esteri, agenzie di difesa) per integrare la loro comunicazione
personale.
Hanno
rilevato posizioni vicine o coincidenti su questioni importanti, comprese le
relazioni con gli Stati Uniti (ad esempio, valutazioni di iniziative di Trump
come il piano "Board of Peace" per Gaza).
Crisi
regionali/globali:
particolare
attenzione è stata dedicata alla situazione di tensione in Iran (tra colloqui
tra Stati Uniti e Iran e tensioni regionali).
Si è
proceduto a uno scambio di opinioni su altre importanti questioni strategiche e
sfide globali.
Progetti
futuri:
XI ha invitato Putin a visitare la Cina nella
prima metà del 2026 e Putin ha accettato.
Putin
parteciperà anche al vertice dell'”Asia-Pacific Economic Cooperation” (APEC) o
a eventi correlati in Cina più avanti nel corso dell'anno.
Tono
generale:
Ushakov
ha sottolineato che l'appello è Sostanziale e rappresenta una "buona
tradizione", confermando le priorità fondamentali per il prossimo periodo.
Mosca
e Pechino "si sostengono a vicenda su questioni chiave riguardanti gli
interessi nazionali di fronte alle sfide esterne", posizionando la loro
alleanza come un "fattore potente, costruttivo e stabilizzante" a
livello globale.
Il
Ministero degli Esteri cinese e l'agenzia di stampa Xinhua hanno diffuso il
resoconto ufficiale dell'incontro virtuale (videoconferenza) del 4 febbraio
2026.
La
dichiarazione è positiva e sottolinea l'approfondimento dei legami in un
contesto di sfide globali.
Riepilogo
della lettura della Cina (estratti e punti chiave).
Tempismo
e ambientazione:
Nel
pomeriggio del 4 febbraio 2026, il Presidente XI Jinping ha tenuto un incontro
virtuale con il Presidente Vladimir Putin nella Grande Sala del Popolo a
Pechino.
Saluti
e contesto propizio:
XI ha rivolto sinceri auguri per la Festa di
Primavera a Putin e al popolo russo.
Ha
osservato che il 4 febbraio è l'Inizio della Primavera (Lichen, uno dei 24
termini solari del calendario lunare cinese), simboleggiando il ritorno della
primavera e un nuovo inizio.
XI ha
espresso la disponibilità a collaborare con Putin in questo "giorno
propizio" per tracciare un nuovo piano per le relazioni Cina-Russia.
Relazioni
bilaterali:
XI ha
sottolineato che le relazioni Cina-Russia sono a un livello senza precedenti,
caratterizzate da rispetto reciproco, uguaglianza, beneficio reciproco e
coordinamento strategico.
Ha
chiesto scambi di alto livello continui e rafforzato la cooperazione pragmatica
in vari settori.
Situazione
globale:
XI ha
sottolineato che la situazione internazionale è diventata sempre più turbolenta
dall'inizio dell'anno.
In
qualità di Paesi importanti e membri permanenti del Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite, Cina e Russia hanno l'obbligo di sostenere l'equità e la
giustizia, salvaguardare gli esiti della Seconda guerra mondiale, difendere il
sistema internazionale incentrato sulle Nazioni Unite e mantenere le norme
fondamentali del diritto internazionale.
Stabilità
strategica e cooperazione:
i due
leader hanno concordato di approfondire il coordinamento strategico, mantenere
la stabilità strategica globale e collaborare per affrontare le principali
questioni internazionali.
Hanno
sottolineato gli sforzi congiunti per promuovere la multipolarità, l'equità
nella governance globale e la resistenza alle interferenze esterne.
Piani
futuri:
XI ha
invitato Putin a visitare la Cina nella prima metà del 2026, e Putin ha
accettato.
Hanno
inoltre discusso del coordinamento degli eventi imminenti e dei meccanismi
bilaterali.
Tono
generale:
Il resoconto presenta l'incontro come sostanziale,
amichevole e orientato al futuro, con entrambe le parti impegnate a uno
sviluppo costante dei legami come forza stabilizzatrice in mezzo alla
turbolenza.
Ci
sono ancora funzionari della sicurezza nazionale statunitense e commentatori di
think tank che credono che il rapporto tra Russia e Cina sia solo una finzione
superficiale e che la Russia alla fine tornerà in sé, rifiuterà la Cina e si
allineerà con l'Occidente.
Questa
conversazione, unita alle misure concrete che Putin e XI hanno adottato dal
loro incontro a Mosca all'inizio del 2023, dovrebbe disilludere quegli esperti
di politica estera occidentale del loro sogno delirante.
Possiamo
vedere da entrambi i resoconti che entrambi i leader sono pienamente impegnati
nel coordinamento strategico, nel mantenimento della stabilità strategica
globale e nel lavorare in concerto per affrontare le principali questioni
internazionali.
Uno di
questi è l'Iran.
Sebbene
non sia stato esplicitamente dichiarato, sono certo che la prossima
esercitazione militare navale congiunta con l'Iran sia stata discussa a fondo,
anche come entrambi dovrebbero rispondere in caso di attacco statunitense
all'Iran.
Hanno
anche discusso di Cuba, attualmente presa di mira da Trump.
I
presidenti Vladimir Putin e XI Jinping hanno inoltre coordinato i loro approcci
sulla situazione a Cuba (insieme a Venezuela e Iran). L'assistente del Cremlino” Yury Ushakov”
dichiarato che Putin e XI si sono espressi a favore del mantenimento del
livello di cooperazione raggiunto con L'Avana (e Caracas), nonostante le
pressioni e le azioni unilaterali degli Stati Uniti.
La
Russia ha inoltre sottolineato la solidarietà con Cuba, inclusi gli impegni a
mantenere l'assistenza per la sovranità e l'indipendenza, e negli ultimi mesi
ha fornito supporto petrolio/energetico.
Insieme,
Russia e Cina stanno ostentando il loro potere militare ed economico per porre
fine all'ossessione degli Stati Uniti di voler dominare il mondo.
Ma non si limitano a parlare di questo:
stanno
lavorando in tandem per consolidare il loro status di nuove ostetriche
incaricate di dare vita a un nuovo ordine politico ed economico mondiale...
Un ordine che non può più essere tenuto in
ostaggio né dagli Stati Uniti né dal pubblico di Davos.
Perché
l’Occidente non
guiderà
più la storia del mondo.
Volerelaluna.it
– (12-08-2025) - Piero Bevilacqua – Redazione – ci dice:
Non
occorre possedere speciali virtù profetiche per predire ai paesi dell’occidente
(vale a dire Europa e USA per come si sono configurati negli ultimi due
secoli), un avvenire di disgregazione e di inarrestabile declino.
Sarebbe
sufficiente fermarsi ai dati macroeconomici e sociali più noti per farsi
un’idea alquanto realistica del futuro che li attende.
Gli
USA sono chiusi nella trappola di un debito crescente e insostenibile, incapaci
di limitare la loro dispendiosa postura di impero guerresco, privati da decenni
della loro base manifatturiera, spinti a fare soldi con i soldi, costretti a
governare un paese lacerato dalle disuguaglianze, in cui la classe media, base
della stabilità politica americana, arretra ormai da decenni, mentre in tanti
stati la condizione di povertà supera il 10% della popolazione.
Un’economia
di servizi che vuole vivere sul debito pubblico e sull’indebitamento privato
dei cittadini, sul dominio del dollaro.
Sotto
questo profilo l’Europa non sta molto meglio anche a prescindere dallo scenario
inquietante che si schiude per il Vecchio Continente dopo gli accordi con Trump
del 27 luglio.
Vent’anni
di perdita di produttività delle industrie dell’Unione, ci ricorda il Rapporto
sul futuro della competitività europea di Mario Draghi del 2024.
Nel
quale rapporto cogliamo la previsione più clamorosa del declino europeo,
l’indicatore più indiscutibile del regresso delle nazioni:
la
perdita di popolazione.
«Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro
dell’UE si ridurrà di circa 2 milioni di persone ogni anno, mentre il rapporto
tra lavoratori e pensionati dovrebbe scendere da circa 3:1 a 2:1».
Ricordiamo
di passaggio quel che è successo nel cuore del Vecchio Continente.
Con la
guerra in Ucraina la rampante locomotiva d’Europa, la Germania, è andata a
schiantarsi nelle secche di una classe dirigente nana, che ha ubbidito
prontamente agli USA, ha accettato di buon grado il sabotaggio del gasdotto
Nord Stream, rinunciando ai rapporti di scambio con la Russia su cui aveva
fondato un modello di crescita di successo.
Ora ha imboccato la strada, davvero ricca di
potenzialità, per diventare la “più grande potenza militare dell’Europa”.
Immaginiamo con entusiasmo quanta ricchezza e
benessere apporterà al suo popolo e al resto d’Europa col patrimonio di carri
armati, bombe e missili di cui si doterà…
E
tuttavia, per indicare la linea di tendenza rovinosa verso cui siamo diretti,
basterebbe soffermarsi superficialmente sulla parabola disegnata dall’Italia –
il paese politicamente più fragile e per questo più rappresentativo per il
ragionamento che intendo svolgere – per comprendere verso quali mete luminose
tende il destino del Vecchio Continente.
Chi si
ricorda che nel 1991, secondo un rapporto di “Business International”, l’Italia
era diventata il quarto paese più industrializzato del pianeta, dopo Stati
Uniti, Giappone e Germania?
Oggi,
dopo 30 anni di cura europea e di buon governo nazionale (governi di
centro-destra e di centro-sinistra) è scomparsa dalle classifiche, ospita sei
milioni di poveri assoluti, perde di anno in anno quote di popolazione, che
diventa sempre più vecchia, è segnata da squilibri territoriali drammatici, con
vastissime aree che si vanno desertificando anche sotto il profilo fisico.
Ma le
previsioni sul futuro dell’occidente diventano ancora più credibili se facciamo
almeno un cenno ai paesi che stanno emergendo dal loro passato coloniale, si
liberano dalla tirannia del debito gestito dal Fondo Monetario Internazionale,
dai ricatti e dalle imposizioni del dollaro statunitense, dal saccheggio dei
propri beni da parte delle grandi imprese occidentali, perpetrato attraverso la
corruzione delle vecchie élites locali.
Pur
senza qui considerare la Cina, ormai la vera prima economia del pianeta,
bisogna tener presente che i paesi del fronte dei Brics, e altri nella stessa
condizione, sono in costante crescita demografica, abitati da giovani
desiderosi di acquisire benessere, galvanizzati dal sentirsi parte di comunità
orgogliosamente in ascesa e sempre più indipendenti dal vecchio padrone europeo
o americano.
Nulla di più lontano dalla nostra gioventù,
smarrita da anni nella sua disperazione nichilista.
Figuriamoci ora che le promettiamo un
entusiasmante avvenire di guerra.
Ma un
aspetto davvero poco considerato dell’ascesa tumultuosa di questi paesi è la
coscienza storica che ispira la condotta delle nuove élites nazionali,
consapevoli del passato di saccheggi, umiliazione e massacri subiti ad opera
delle colonizzazioni occidentali e del neocolonialismo americano.
Una
nuova consapevolezza geostrategica orienta il Sud del mondo di cui noi
ignoriamo tutto, a parte la caricatura della nostra stampa, servilmente e
stoltamente impegnata a denigrare chi insidia il nostro fallimentare
suprematismo bianco.
In realtà in questi ultimi 30 anni il dominio unico
americano è andato in frantumi, qualcuno dovrebbe informare i governanti
europei e la stampa che li illumina, perché si acconcino a fare i conti con un
gran numero di nuovi e agguerriti comprimari.
E
tuttavia il cuore del declino dell’occidente è, per contrasto, osservabile
proprio qui, nella variegata geografia di questo Sud e di questo Oriente in
cammino.
Non
solo nella semplice ascesa economica di tanti paesi, ma nel nucleo che sta alla
base del loro successo e che l’occidente ha perduto: la guida di un forte
potere statale. Condizionati
dal nostro pregiudizio democratico, dalla nostra rocciosa ignoranza, dal nostro
indomito razzismo, noi bolliamo come autocratici i regimi di questi paesi (in
gran parte effettivamente illiberali, secondo loro culture e tradizioni) e
perciò guardiamo ai loro successi non come all’emergere di una nuova geografia
delle relazioni internazionali, che si sottrae al dominio unico degli USA, ma
come a confuse minacce alle nostre svuotate democrazie.
Così
ci sfugge non solo che essi puntano a un ordine di cooperazione e di pace
mentre noi democratici ci disponiamo e investiamo nella guerra – dopo tutte le
guerre con cui abbiamo insanguinato il mondo negli ultimi 100 anni – ma anche
un aspetto decisivo del mutamento d’epoca che si è consumato sotto i nostri
occhi.
Questi
paesi hanno conservato un bene supremo che USA ed Europa hanno rovinosamente
perduto:
la
sovranità del potere politico statuale.
Oltre
30 anni di sfrenamento capitalistico, accompagnato dalle sirene della retorica
neoliberista, hanno distrutto il potere superiore che per tutti i secoli
dell’età moderna aveva governato gli interessi generali dei paesi e soprattutto
degli stati-nazione.
La
politica moderna, quella che nasce in idea con le prime geniali teorizzazioni
di Machiavelli, è stata sopraffatta, soffocata sotto una inedita forma di
neofeudalesimo, capeggiato da potentati economici e finanziari che l’hanno
privatizzata, comprata a pezzi come si compra una qualsiasi azienda.
La tradizionale, complessa forma di governo
degli interessi collettivi è stata di fatto privatizzata, divisa fra diverse
corporazioni, mentre il ceto politico, che apparentemente tiene in piedi il
simulacro della rappresentanza democratica, è ridotto a una corporazione
subalterna, che svolge compiti ancillari.
Serve, dietro compenso, i poteri finanziari
più o meno grandi, per esempio perché saccheggino il suolo delle nostre città
(l’Italia, Milano in testa, offre un bel repertorio); è impegnata, con l’aiuto
della stampa, a elaborare retoriche per convincere i cittadini delle buone
ragioni delle élites capitalistiche anche nelle versioni affaristiche più
degradate.
In breve il capitalismo, privato del suo
antagonista storico, il comunismo, che ha disfatto i partiti operai e popolari,
messo all’angolo i sindacati, intaccato gli equilibri vitali del pianeta,
sciolto nell’acido dell’individualismo edonistico quel che era stata per secoli
la società, ha divorato anche il potere pubblico che gli forniva visione
generale e qualche elemento di indirizzo strategico.
Osserviamo
oggi quest’opera di distruzione persino nello stato di diritto più antico e più
solido dell’occidente, quello degli USA.
Del resto come poteva andare diversamente dopo
che, per decenni, i cosiddetti rappresentanti del popolo accedono al Congresso
grazie ai milioni di dollari con cui i vari potentati finanziano le loro
dispendiose campagne elettorali?
Come possono rispondere agli interessi della grande
massa dei cittadini americani dopo gli obblighi contratti con così generosi ed
esigenti donatori?
Perciò
Partito democratico e Partito repubblicano sono indistinguibili per un aspetto
fondamentale: sono due facce di un’unica plutocrazia.
Trump,
ad esempio, questo personaggio bizzarro e inafferrabile, rappresenta in realtà,
plasticamente, l’implosione della classe dirigente USA, divisa tra lobbies
finanziarie ebraiche (che decidono della politica estera USA in Medio Oriente),
grandi fondi del risparmio gestito, apparato militare industriale, che cerca
nella guerra i propri profitti e sbocchi di mercato, oligarchi dell’industria
elettronica e mediatica che rivendicano potere di comando proporzionale alla
loro ricchezza, e, in ultimo, la grande massa della popolazione senza voce, che
non si sente rappresentata dal Congresso e si percepisce da anni come il 99%
più povero del paese.
E anche in questo caso, per avere un’idea del
cammino percorso dall’America in tale direzione, basterebbe pensare alla
scomparsa della retorica del “sogno americano”, o ricordarsi – per percepire
quanto tutto è mutato – dell’arrogante affermazione imperiale che fece a suo
tempo George Bush senior, secondo cui «lo stile di vita americano non è
negoziabile».
Quello stile di vita è sempre più per pochi, e
la sua incarnazione più rappresentativa stanno diventando le fila dei senza
tetto e dei tossicodipendenti accampati nelle strade sempre più affollate di
reietti delle grandi città americane.
Ma la
traiettoria più evidente del declino dell’occidente e soprattutto dell’Europa
si scorge anche nei meccanismi suicidi escogitati per la formazione e la
selezione delle loro élites.
È il
caso di ricordare che per quanto riguarda il potere statale gli imprenditori
capitalistici o gli esponenti della finanza entrano ed escono dalle stanze
delle istituzioni pubbliche senza ormai destare scandalo.
Il sistema del revolving door, delle porte
girevoli, è in funzione da tempo.
Oggi
Trump è il caso più eclatante, benché l’Italia lo abbia anticipato con
Berlusconi, mentre la Germania non lo è di meno, con Friedrich Merz, un uomo di
Black Rock, il gigante del risparmio gestito, diventato senza tanti preamboli
cancelliere federale.
Un segnale evidente non solo dell’avvenuto
soggiogamento del potere statale agli interessi diretti del capitale, ma anche
dell’incapacità dei partiti di selezionare quadri dirigenti autonomi, politici
esperti, per il governo dei paesi.
Una
grande tradizione del ‘900 è stata spazzata via, perché oggi i partiti non sono
più scuola di nulla. Non per niente in Italia si esalta tanto Mario Draghi,
eccellente manager, un uomo della finanza internazionale, ma mediocre politico,
scambiato per uno statista.
Ma la
riflessione vale più in generale per la formazione culturale dei quadri
dirigenti.
Oggi vediamo Trump impegnato a colpire le
prestigiose università d’America, la base più importante dei successi culturali
e scientifici di quel paese.
Ma i
governanti europei, a partire dal “Processo di Bologna” del 1999, hanno
cominciato a curvare l’organizzazione e i programmi delle università a finalità
sempre più strumentali e subalterne alle logiche dello sviluppo economico.
Anche
la scuola e l’intero sistema formativo, soffocato sotto un crescente apparato
di controllo burocratico, hanno seguito la stessa strada.
Le nostre istituzioni accademiche producono
oggi efficienti soldatini, chiusi nei propri specialismi, isolati nei propri
compiti produttivi, o asfissiati da impegni di rendicontazione, tagliati fuori
da ogni sguardo sulle cose del mondo.
Il
capitalismo ha manomesso gravemente le nostre università, una delle più geniali
creazioni dello spirito europeo, e ora ne ha fatto dei corpi spenti,
segmentati, privi di visione generale, civilmente passivizzati.
Per
avidità di profitti e volontà di controllo sociale, il capitalismo si è auto castrato,
e perciò va producendo menti mediocri e asservite.
Non è
certo un caso (ma anche esito della potente manipolazione dei media) che dopo
oltre tre anni di pubblicazione di libri, saggi, articoli, filmati, documenti,
che hanno chiarito come la guerra in Ucraina sia stata ordita e combattuta
dagli USA, e come uno dei suoi scopi fosse, e sia ancora, quello di colpire le
economie dell’Europa, di impedire che si creasse una grande area di traffici
euroasiatica, i nostri intellettuali si rifiutino di capirlo.
Non
riescono ad accettare tale verità neppure oggi che l’amministrazione Trump
costringe alla rovina i bilanci degli stati europei, perché continuino, con
armi acquistate in USA, la guerra che questi hanno perduto.
Ma la
mutilazione politica e morale più grave che l’occidente ha subito di recente
appare necessariamente il comportamento di gran parte dei governi europei,
dell’Unione, della maggioranza del Parlamento, di fronte al genocidio del
popolo palestinese a Gaza.
Qui, in quest’angolo orientale del Mediterraneo, “la
più antica democrazia del mondo” e “l’unico stato democratico del Medio
Oriente” hanno perpetrato, davanti all’opinione pubblica internazionale, il più
efferato genocidio del secolo.
L’onore di questi due paesi, che si sentono
orgogliosamente occidente, ove mai ne conservassero traccia, è rimasto sepolto
sotto le macerie di Gaza.
Ma non
sono soli.
Sappiamo
del sostegno militare dato a Israele dal Regno Unito, dalla Germania e
dall’Italia.
E
osserviamo sgomenti che nessuna sanzione è stata comminata allo Stato genocida,
che uccide gli inermi con le bombe e con la fame, mentre l’Unione continua a
sanzionare la Russia.
Un esempio di coerenza e di dignità che tutti
i paesi del mondo stanno ammirando da tempo e che farà brillare di inedito
prestigio l’immagine internazionale di tutto l’occidente.
E però non solo i governi, il ceto politico si
stanno coprendo di tanta gloria.
Non
sono da meno per impegno e coerenza giornalisti, intellettuali, artisti.
Mai
tanta ignavia era apparsa sotto i nostri cieli, di fronte al massacro di un
popolo indifeso, osservabile giorno per giorno, mese dopo mese, dalla
tranquillità delle nostre case.
La confidenza che le nostre élites hanno
contratto con la barbarie è l’ultimo tassello di una caduta di civiltà che
negli ultimi tempi si è fatta precipitosa.
Dico élites, non a caso, perché il popolo non
ha voce e il popolo inorridisce di fronte ai massacri, non vuole la guerra,
come mostrano tutte le statistiche rese pubbliche in Europa in questi anni.
E qui sta la grande e grave contraddizione su
cui le forze progressiste dovranno far leva.
Tra i
gruppi dirigenti e la grande massa dei cittadini, si è spalancato un divario
senza precedenti storici.
Un
altro aspetto conclamato del declino dell’occidente.
Un
distacco, un restringimento delle basi di consenso talmente marcato che a
eleggere i governi è ormai una minoranza di cittadini.
E su
questa base ristretta, oltraggio estremo alla democrazia, i governi delle
minoranze si arrogano il diritto della scelta più grave che uno Stato possa
intraprendere: un programma di guerra.
Ma
questa è anche la grande contraddizione che può aprire gli spazi a
un’alternativa, per lo meno in Europa.
Governanti, politici, media padronali, élites
intellettuali hanno oggi di fronte il più grande ostacolo della loro storia:
nascondere le loro multiple sconfitte,
convincere centinaia di milioni di europei della necessità di investire ingenti
risorse in armamenti, di predisporsi alla guerra, di vivere negli anni a venire
entro una bolla di minacce e di paura, senza che nessun nemico prema alle
porte, senza che nessuno ci minacci.
La
Russia non ha nessun interesse neppure a sfiorarci, e le guerre, com’è noto, si
fanno per qualche interesse.
Com’è facile immaginare l’impegno politico più
rilevante che i gruppi dirigenti porranno in atto sarà quello di ingannare i
cittadini, di convincerli, elaborando menzogne su menzogne, della necessità di
difendersi da un nemico che non si vede, di intraprendere una strada di
sacrifici per cui non si scorge alcuna necessità.
“Vaste
programma” direbbe De Gaulle, perché i cittadini sanno guardare il cielo e
accorgersi che nessuna tempesta è in arrivo.
E un vasto programma fondato su una così
colossale fandonia è privo di gambe per camminare.
Perciò un fronte ben organizzato di forze
progressiste può seppellire politicamente questi gruppi sotto le macerie della
propria disfatta. Qualunque sia il destino dell’Unione, l’Europa – che a
differenza degli USA non è un impero – può trasformare il proprio
ridimensionamento geostrategico in occasione per svolgere un nuovo ruolo, in
cui vengono esaltati i suoi talenti e le sue eredità migliori, in un mondo di
rapporti pacifici fondati sulla pari dignità di tutti i popoli.
L’Unione
europea e l’incubo trumpiano,
pretese
del Tycoon sulla Groenlandia
Vitatrentina.it
– (5 Febbraio 2026) – Gianni Bonvicini – Redazione – ci dice:
È
sempre più difficile per l’UE sottrarsi all’incubo trumpiano. Già il 2025 ci
aveva visti sulla difensiva. Una difensiva più simile ad una resa che ad un
vero e proprio confronto col Tycoon di Mar-a-Lago.
L’anno
era cominciato con i dazi e con Bruxelles che a parole minacciava contromisure
(il famoso bazooka), ma che alla fine accettava un consolatorio 15%.
Quasi
nessuna reazione, poi, all’ultimatum di Trump di far crescere per tutti i paesi
europei dal 2% al 5% del Pil le spese aggiuntive alla Nato, assieme
all’ulteriore pretesa di imporre agli europei l’acquisto delle armi (americane)
da trasferire all’Ucraina.
Un’Ucraina ormai secondaria nel disegno della
Casa Bianca, pronta invece a stendere il tappeto rosso in Alaska al dittatore
di Mosca Vladimir Putin.
Certo
era allora emersa una certa dose di sconcerto europeo per quella mossa, ma non
molto di più.
Anzi,
gli europei avevano addirittura deciso di emettere un prestito di 90 miliardi
di euro su due anni per coprire i bilanci disastrati di Kyiv.
Il
tutto per sostituire i finanziamenti americani ormai definitivamente
cancellati.
Eppure,
malgrado il conclamato disprezzo per l’UE nelle dichiarazioni di Trump e dei
suoi accoliti, dal vicepresidente J.D. Vance a Elon Musk, si è preferito
stendere su questo palese allontanamento americano un pietoso velo.
Qualche
reazione hanno suscitato solo le dichiarazioni e gli aiuti palesi alle forze di
destra estrema, volti a destabilizzare gli attuali governi moderati europei, in
Francia, in Germania e perfino in Inghilterra.
L’obiettivo
americano è stato fin dall’inizio chiaro:
favorire i partiti di destra anti-europei per
accelerare il processo di disgregazione dell’UE a tutto vantaggio dell’America
trumpiana e del suo delirio di potenza imperiale.
Sembrava,
in altre parole, che la posizione dell’UE fosse quella della subordinazione e
acquiescenza ai ricatti di Trump:
meglio
fare finta di niente per non scontentare l’irascibile Tycoon e accelerarne il
distacco dalla nostra sicurezza comune in un momento in cui l’aggressione russa
non poteva essere credibilmente affrontata dalla sola Europa.
Ma
questa subordinazione non poteva durare a lungo anche perché il Presidente
americano di fronte alla palese debolezza dell’Europa non faceva altro che
alzare la posta per una copertura di sicurezza che in realtà era solo sulla
carta e non più affidabile.
D’altronde
era lo stesso Trump ad avere dichiarato che l’art. 5 della Nato (la clausola di
intervento in aiuto di un membro aggredito militarmente) non era un obbligo
automatico.
A fare
cambiare l’atteggiamento agli europei non sono stati tutti questi preoccupanti
segnali, ma l’insopportabile sfida americana all’inizio del 2026:
cioè
la pretesa di Trump di acquisire anche militarmente la Groenlandia,
trasformandola in un territorio degli Usa. A rendere ancora più concreta
questa minaccia il Presidente americano aveva anche promesso di aumentare i
dazi a quegli otto paesi dell’UE (senza l’Italia) che avevano risposto alla sua
incredibile sfida inviando piccoli contingenti militari nell’”isola di
ghiaccio”, per dirla con Trump.
In
questo clima si è aperta la conferenza di Davos nel corso della quale abbiamo
assistito all’ennesima giravolta del boss di Washington, consolato dall’offerta
del segretario generale della Nato, Mark Rutte, di permettere agli Usa di
aprire tutte le basi che desiderava in Groenlandia.
Procedura
già prevista dall’accordo del 1951 fra Usa, Groenlandia e Danimarca.
Nella
retromarcia americana venivano anche cancellate le nuove tariffe per gli otto
coraggiosi paesi europei che avevano mandato truppe nell’isola in risposta alla
minaccia Usa.
Tanto
rumore per nulla, quindi?
In
realtà l’azzardata mossa di Trump ha convinto definitivamente gli europei a non
fidarsi più dell’ex-alleato americano.
L’allontanamento di Washington dall’UE è ormai
strutturale, non più semplicemente temporaneo.
Inutile
illudersi che fra tre anni, alla auspicabile fine del secondo mandato di Trump
le cose ritorneranno automaticamente al loro posto.
Era
infatti da anni che si sottolineava come gli Usa avessero dirottato i propri
interessi e le risorse politico- militari verso il Pacifico.
Lo
stesso predecessore di Trump, Joel Biden, era stato trascinato controvoglia ad
occuparsi della sicurezza europea a causa dell’aggressione russa all’Ucraina.
Ma nel
grande disordine internazionale di oggi è chiaro che a dettare le azioni del
mondo sono le grandi potenze, economiche o militari. Usa, Cina, la stessa
Russia hanno adottato la vecchia teoria metternichiana dell’equilibrio delle
potenze, a scapito di quel mondo di regole e istituzioni multilaterali nate
proprio su iniziativa americana alla fine della Seconda guerra mondiale.
È
chiaro che in questo scenario la grande potenza civile-economica dell’UE non è
in grado di confrontarsi con le nascenti potenze imperiali.
L’UE
deve quindi adattarsi al nuovo mondo.
Deve,
soprattutto, mettere in pratica quell’autonomia strategica che da anni diversi
governi predicano di volere.
Ma
ancora di più il grande obiettivo dell’UE dovrebbe essere quello di occupare il
vuoto lasciato dall’autocrazia americana:
essere
la fiaccola della democrazia, del diritto internazionale, del rispetto delle
regole e dei diritti umani.
La
sfida di Trump va quindi trasformata in un’opportunità per l’UE.
Il
2026 deve quindi diventare l’anno della svolta, altrimenti finiremo per essere
schiacciati da Usa e Russia, entrambe decise a rendere ancora più vassalla
l’Europa di oggi.
(Gianni
Bonvicini).
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