Finanziato Hamas.

 

Finanziato Hamas.

 

 

Come funzionavano i finanziamenti

per Hamas e chi è l'ideatore.

Avvenire.it - Vito Salinaro e Dino Flambati, Genova – (27 dicembre 2025) – ci dicono:

Sequestrati tra i 7 e gli 8 milioni di euro, raccolti da tre associazioni in nome del popolo palestinese e invece diretti ai terroristi attraverso triangolazioni con banche estere.

 L'inchiesta partita da Genova ha portato a 9 mandati di arresto.

 

Come funzionavano i finanziamenti per Hamas e chi è l'ideatore.

(Esiste un frame di un video dell'operazione che ha portato all'arresto di nove persone accusate di aver finanziato Hamas, 27 dicembre 2025. ANSA/Ufficio Stampa della Polizia di Stato.)

Chiedevano soldi per i palestinesi ma li mandavano ad Hamas che li utilizzava per finanziare le operazioni terroristiche contro Israele. Un’accusa inquietante e gravissima che nasce dalle indagini iniziate nei giorni successivi alla strage del 7 ottobre e ha portato all’arresto, ieri, di nove persone (due ricercate forse a Gaza e in Turchia) e messo nel mirino tre associazioni che, secondo la Procura di Genova che ha coordinato l’inchiesta spiegata in un’ordinanza da 306 pagine, avrebbero fornito denaro all’organizzazione terroristica a scopo militare:

tra sette e otto milioni di euro, di cui circa due in contanti e gli altri con bonifici e triangolazioni in Paesi esteri.

 Dati contenuti nei faldoni dell’inchiesta “Domino”, condotta dalle Procure di Genova e Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Digos con la Direzione Centrale di Polizia di Prevenzione, Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Genova e del Nucleo Speciale della Polizia Valutaria Guardia di Finanza.

 

Il capo dell’organizzazione sarebbe “Mohammed Mahmoud Ahmad Hanno un”, 63 anni, di fatto legale rappresentante e amministratore delle tre associazioni coinvolte, la Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, La Cupola d'Oro e La Palma.

 L’uomo è stato fermato a Genova dove vive a Bolzaneto, periferia Nord occidentale della città e che al momento dell’arresto ha chiesto se sarebbe stato consegnato ad Israele.

Quindi “Ra'Ed Hussny Mousa Dawoud,” 51 anni, referente della cellula italiana e dipendente della filiale milanese di una delle associazioni. L’elenco prosegue con “Raed Al Salaha”t, referente per Firenze e Toscana, del board della “European Palestinians Conference”.

La lista va avanti con “Yaser Elasaly”, di Milano; “Jaber Abdelrahim Riyad Albustanji,” 60nne promotore di raccolta fondi e del quale ci sono immagini in divisa e armi dell'ala militare di Hamas.

“Osama Alidawi” è invece co-fondatore di una delle associazioni a Genova; “Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa” è referente per il Nord-Est d'Italia, già Ministro dei Trasporti del Governo a Gaza, presidente del Blocco Islamico dell’Unione Ingegneri.

Quindi “Khalil Abu Deiah”, legale rappresentante di La Cupola d'Oro, custode della filiale di Milano e Mohammed Ismail Saleh Abdu, 35 anni, domiciliato in Turchia.

Costoro, in quella definita «attuale fase delle indagini preliminari» da una nota della Procura di Genova, sono accusati di fare parte e avere finanziato «Movimento della resistenza islamica» che ha il proposito di gesti terroristici soprattutto contro Israele ed indicato come organizzazione terroristica dall’Unione Europea.

A questa, oltre alla terribile vicenda del 7 ottobre con 1.200 morti e 2.200 ostaggi, vengono ricondotti attentati vari che hanno causato 484 morti e 3.305 feriti, molti dei quali civili.

Per gli investigatori i finanziamenti in odore di terrorismo sarebbero avvenuti tramite le organizzazioni citate facendoli passare come aiuti al popolo palestinese mentre sarebbero stati aiuti ad attività militari.

 E proprio gli aiuti a familiari di persone coinvolte in attentati o parenti di detenuti per terrorismo avrebbero indotto molti ad abbracciare terrorismo e criminalità anche attraverso attentati suicidi.

 Finalità criminali che avrebbero incassato fino ad oltre il 71% dei fondi togliendoli invece allo scopo dichiarato di aiuti umanitari per Gaza.

A far scattare le indagini sono state operazioni finanziarie sospette e proseguite con intercettazioni telefoniche, monitoraggi di flussi di denaro destinati al finanziamento, acquisizione, tramite operazioni sotto copertura, di documenti e messaggi nel server di ASP.

Poi trasmessi ufficialmente allo Stato di Israele.

L’inchiesta si è avvalsa pure di collaborazione di varie Procure estere, tra cui la turca, mentre gli arresti in Italia sono stati operati a Genova, Modena, Firenze, Monza.

Il comunicato di Procura di Genova e DNA non dimentica la situazione sul campo e rileva che «indagini e fatti emersi non possono in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre dal Governo di Israele.

Né tali crimini possono giustificare gli atti di terrorismo di Hamas né costituirne attenuante».

Per “Noemi Di Segni”, presidente “Unione Comunità Ebraiche Italiane”, «le indagini gettano luce di verità sui finanziamenti facendo leva sui sentimenti di pietà e prontezza ad aiutare il popolo palestinese, usando strumenti e spazi che l'ordinamento costituzionale italiano riserva a valori alti, invece abilmente abusati. Siamo grati alle forze dell’ordine e alla magistratura per il loro instancabile impegno», conclude Di Segni. (Dino Flambati, Genova)

 

CHI È “HANNOUN”, IL CAPO DELLA CELLULA ITALIANA.

Sapeva di avere il fiato sul collo degli investigatori.

Mai così insidiosi. E sembrava consapevole che stavolta sarebbe stato difficile evitare conseguenze serie.

Ecco perché stava per lasciare l’Italia.

Del resto, troppe volte il nome di Mohammad Hanno un viene accostato a indagini delicate.

A partire dal 1991, quando i Servizi iniziano a “familiarizzare” con i movimenti e le attività di Hanno un, all’epoca neanche 30enne ma già accreditato dalla nostra Intelligence di essere il coordinatore di una cellula di Hamas operante nel “Centro islamico genovese”.

Dieci anni dopo, nel corso di una perquisizione a suo carico, vengono rinvenuti documenti del gruppo terroristico che l’uomo, scrivono gli inquirenti, «aveva dichiarato di aver reperito proprio nel Centro islamico genovese».

 Su quest’ultimo, e sulla rete di finanziamenti, si indaga dal 2003 al 2010:

emerge un quadro indiziario rilevante, a detta degli inquirenti, sulla operatività della cellula genovese di Hamas.

Ma tutto il lavoro di indagine serve a poco.

 Il tribunale di Genova archivia.

Mohammad Hanno un, presidente Associazione Palestinesi di Italia al corteo pro Palestina a Milano, 18 ottobre 2025.

(ANSA/Paolo Salmoirago)

Da quel 1991, il giordano-palestinese Mohammad Hanno un (cittadinanza giordana), oggi 63enne, di professione architetto, in Italia da 40 anni con domicilio genovese - arrestato ieri per «avere finanziato l’associazione terroristica Hamas», della quale è ritenuto membro del comparto estero e al vertice della cellula italiana - è un attivista instancabile.

Fonda nel 1994 l’“Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese” (ASP), descritta dalla Digos e dalla Guardia di Finanza come un importante strumento (ma non il solo) per raccogliere fondi per Hamas.

Nel frattempo, scrive il gip di Genova, “Silvia Carpanini”, nelle 306 pagine con le quali accoglie la richiesta dei PM di arrestare Hanno un e altri otto indagati, il presidente dell’ASP organizza «congressi in cui venivano invitate personalità di spicco del mondo islamico i cui interventi esaltavano la strategia del terrore».

 

Dunque su Mohammad Hanno un, anche per via di una serie di Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) arrivate alla Dna di Roma e trasmesse a Genova, PM e forze dell’ordine lavorano ben prima del 7 ottobre 2023 (data dell’attacco di Hamas a Israele), come riferisce il procuratore capo di Genova “Nicola Piacente”.

Ma quell’anno resta centrale. P

erché è nel 2023 che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti inserisce Hanno un e la sua ASP nella black list dei finanziatori del terrorismo.

 Lui si sente braccato ma subito dopo il 7 ottobre 2023 partecipa pubblicamente ad una lunga serie di manifestazioni di solidarietà con il popolo di Gaza, ed è molto attivo a favore della” Sumud Flotilla”, partita in parte da Genova.

La sua adesione agli eventi è spesso contestata per i sospetti di complicità con Hamas.

 Il 15 novembre 2024, la questura di Milano emette nei suoi confronti un foglio di via per istigazione all'odio e alla violenza:

in un comizio, Hanno un elogia i giovani che ad Amsterdam aggrediscono i tifosi israeliani del Maccabi, che avrebbero insultato gli arabi.

Le polemiche politiche divampano.

E tornano, violente, a ottobre di quest’anno, quando il 63enne riceve un altro foglio di via per aver giustificato le uccisioni da parte di Hamas di presunti collaborazionisti:

 «Dopo la tregua – dice –, la resistenza palestinese, che ha pagato con il sangue, ha fatto giustizia, come in tutte le rivoluzioni del mondo».

E pochi mesi prima commenta: «È una bufala che io sia un leader di Hamas.

Sono un palestinese impegnato da decenni nella lotta per i diritti del suo popolo.

Hamas ha avuto più del 70% dei voti a Gaza e in Cisgiordania, quindi è un legittimo rappresentante del popolo palestinese.

E io sono simpatizzante di Hamas come lo sono di ogni fazione che lotta per i miei diritti».

 A proposito di polemiche.

 Le dichiarazioni dell’avvocato di Hanno un, “Dario Rossi”, non buttano certo acqua sul fuoco: «C'è una chiara volontà di metterlo a tacere – afferma –, perché ha una grande capacità politica ed è andato più volte in Palestina con numerosi esponenti della politica italiana del centrosinistra.

Ci chiedevamo quando sarebbe successo».

Sta di fatto che per i PM genovesi sussisteva un «concreto e attualissimo pericolo di fuga, avendo egli da tempo manifestato il progetto di trasferirsi in Turchia e di aprire lì un ufficio».

 Era quasi fatta: la partenza per Istanbul, informa il gip, era in programma ieri.

Digos e Finanza sono arrivati prima.

(Vito Salinaro – Dino Flambati).                             

 

 

 

 

 

La mina Vannacci ha costretto

il governo a porre la fiducia

sul decreto Ucraina.

Avvenire.it - Matteo Marcelli, Roma – (10 febbraio 2026) -Redazione – ci dice:

 

Il primo segnale della neonata forza politica "Futuro nazionale": subito stop all'invio di armi a Kiev.

Nella stessa direzione le proposte che dividono l'opposizione, presentate da M5s e Avs.

 In maggioranza, occhi puntati sulla Lega per possibili defezioni al voto dopo lo strappo del general.e

La mina Vannacci ha costretto il governo a porre la fiducia sul decreto Ucraina.

La maggioranza prova a disinnescare la prima mina Vannacci ponendo la fiducia al decreto Ucraina, in arrivo oggi alla Camera.

Un tentativo di scongiurare nuove defezioni e impedire che qualcuno, specie nella Lega, possa alla fine votare l’emendamento dei tre “futuristi” per lo stop all’invio di armi a Kiev.

La strategia non sfugge alle opposizioni, che accusano il Governo di voler nascondere le fratture interne al centrodestra, anche se le cose non vanno molto meglio nel “campo largo”, dilaniato da due proposte di modifica di M5s e AVS che vanno nella stessa direzione di quella presentata dagli uomini dell’ex generale.

La pattuglia di Vannacci prende atto della decisione sulla fiducia, che però ribalta a suo favore rappresentandola come una «prima vittoria di Futuro nazionale».

Edoardo Ziello lo dice apertamente e chiama in causa il suo ex segretario Matteo Salvini:

«Ha paura del voto e scappa dalle proprie responsabilità».

È proprio il vicepremier, afferma l’ex leghista, ad aver chiesto di porre la fiducia «con il solo fine di impedire la votazione del nostro emendamento».

Questo però non cambia la situazione, perché Salvini, ricorda ancora Ziello, non potrà evitare il voto sui tre ordini del giorno presentati da ciascun nuovo membro di Futuro nazionale (gli altri sono Rossano Sasso, ex Lega, e l’ex FDL Emanuele Pozzolo), «che contengono lo stesso impegno dell'emendamento».

 Ziello confida anche che il voto finale sul decreto stesso possa riservare altre sorprese e relega il tentativo della maggioranza a una «tattica fallimentare», pensata da chi ora dovrà assumersi «di fronte alla nazione» la responsabilità «di aver impedito la votazione di un emendamento che contiene ciò che vuole la maggioranza degli italiani».

Vannacci, novello presidente del suo movimento, osserva lo scacchiere da fuori e attende con fiducia di veder crescere le adesioni al progetto. Nella Lega milita ancora quel “Domenico Fuggicele” che non ha mai nascosto il suo feeling col generale e chissà che il dl Ucraina non gli dia il coraggio di fare il passo decisivo.

Nel frattempo, l’eurodeputato trova anche il modo di replicare al ministro per gli Affari Europei, Tommaso Foti, per le sue accuse sul cambio di casacca:

«Predica bene e razzola male – attacca –. Quando c'è da accogliere nel proprio gruppo chi proviene da altrove non storce il naso, anzi, si dimostra di bocca buona».

Da FDL, come anche da FI, nessuno ha voglia di commentare le accuse dell’opposizione sulla fiducia.

Ma nel “campo largo” la lotta intestina si consuma alla luce del giorno. E non c’è solo il solito “Carlo Calenda” a lanciare anatemi contro AVS e M5s provocando Elly Schlein e Matteo Renzi («Continuerete a fingervi morti? Io vado in Ucraina il 21, venite con me?»).

Perché anche diversi big del Pd si fanno sentire. «Leggo di emendamenti e ordini del giorno di nostri “alleati” e uomini di Vannacci contro la difesa dell'Ucraina, in aula in settimana.

Mi chiedo con quale coraggio, quale coscienza. Provo orrore»,

scrive sui social il senatore Filippo Sensi e Pina Picierno gli dà manforte: «Ennesima pagina vergognosa e preoccupante per il nostro Paese. Possibile che un pezzo del campo largo abbia le stesse posizioni di Vannacci?».

 

Il M5s però non ci sta e fonti vicine al presidente “Giuseppe Conte” fanno sapere che i loro emendamenti sono in linea con la posizione espressa dai pentastellati nei mesi scorsi e che non possono, quindi, essere presi come una legittimazione chi «mira a un restyling della propria immagine su Kiev e pacifismo dopo 4 anni di legislatura passati a votare la linea Meloni».

 

 

 

Hamas e finanziamenti:

una rete consolidata?

Rsi.ch – (27.12.2025) - Patrick Solcà, intervista originale - Claudio Bertolotti – ci dicono:

 

L’esperto Claudio Bertolotti spiega i meccanismi di raccolta fondi e come vengono utilizzati a Gaza.

Le considerazioni dell'esperto:

Patrick Solcà - Redazione RSI Info, adattamento web.

Gli arresti effettuati in Italia confermano un trend consolidato nel finanziamento di organizzazioni terroristiche come Hamas.

 Lo afferma Claudio Bertolotti del Centro di ricerche e analisi “Start Up Insight”, intervistato dal nostro Telegiornale.

“Negli ultimi vent’anni si è creata una rete internazionale di collettori in grado di trasferire ingenti quantità di euro nelle casse di Hamas”, spiega Bertolotti.

 Questi finanziamenti servono principalmente a sostenere i miliziani, spesso etichettati come dipendenti pubblici.

 

“Hamas utilizza questi soldi per sopravvivere e consolidare la propria rete di fiducia, basata sul principio del” do ut des”, aggiunge l’esperto. L’organizzazione offre servizi e sostegno in cambio di fedeltà o non opposizione.

Per assicurarsi che le donazioni vadano effettivamente alla popolazione, Bertolotti consiglia di verificare che le organizzazioni non siano inserite nelle black list del Dipartimento del Tesoro statunitense e dell’UE. “Esistono molte ONG che operano da tempo a supporto dei palestinesi a Gaza, fornendo servizi essenziali come assistenza sanitaria”, precisa.

 

L’esperto sottolinea quindi l’importanza di guardare ai fatti concreti per valutare l’affidabilità delle organizzazioni che raccolgono fondi per Gaza.

 

Italia: fondi per Hamas, nove arresti e 7 milioni euro sequestrati.

Un’operazione congiunta di Polizia e Guardia di Finanza ha portato all’arresto in Italia di nove persone accusate di finanziare Hamas.

Secondo gli inquirenti, circa 7 milioni di euro sarebbero stati inviati all’organizzazione terroristica attraverso una rete di associazioni di volontariato.

 Le indagini sostengono che esista un complesso sistema di triangolazioni finanziarie per mascherare i flussi di denaro verso Gaza.

 Accuse, queste, che restano tuttavia da confermare in sede processuale.

 

 

 

Questione islamica.

Israele ha veramente finanziato Hamas?

 Glistatigenerali.com - Pasquale Hamel – (23 agosto 2025) – ci dice:

Ma è proprio vero che Hamas sia stato sostenuto da Israele in funzione anti OLP?

Le due fasi del rapporto tra Israele e Hamas.

Nel cumulo delle disinformazioni, o mala informazione, che riguardano la questione del Vicino Oriente e il dramma di quella che, per molto tempo, sia dai cristiani che dagli islamici, venne chiamata Terrasanta, una in particolare riguarda il rapporto controverso fra “Hamas”                               (acronimo che, in arabo significa “zelo”) e lo “Stato di Israele”.

 

 

Viene ripetuto infatti che Hamas sia stata inizialmente favorita

 e perfino finanziata dallo Stato ebraico con lo scopo specifico di delegittimare “al-Fatah di Yasser Arafat”.

Una palese menzogna che affonda le sue radici, nella mancanza di conoscenza delle origini storiche e ideologiche della stessa organizzazione terroristica.

 

Ma andiamo ai fatti.

Quello che oggi chiamiamo “Hamas”, ma questo nome fu adottato nel 1988, nasce come costola del movimento dei “Fratelli musulmani”, un movimento fondato negli anni venti dal maestro egiziano “Ḥasan al-Bannā’ “con l’intento di rigenerare l’Islam.

Inizialmente, come il movimento da cui trova origine, svolge un’attività umanitaria e religiosa che propone il ritorno al rigore dottrinario dell’Islam e che promuove, contro quello che viene considerato il degrado occidentale, il ripristino fra gli arabi di Palestina degli stili di vita della millenaria tradizione musulmana.

 Dunque proselitismo culturale e religioso, attraverso il culto e la predicazione, attività che escludono la lotta armata. 

Niente dunque di eversivo quanto piuttosto utile a smorzare le tensioni conflittuali e a convertirle nel cosiddetto “Grande Jihad” (jihād al-ākbar), cioè lo sforzo interiore per la crescita spirituale e l’automiglioramento del credente.

 

Proprio cogliendo questo aspetto, i governanti di Israele ritennero accettabile tale organizzazione e non solo non furono ostili ma perfino la agevolarono, illudendosi che la sua diffusione avrebbe sottratto al fascino rivoluzionario e, quindi, alla lotta armata quei giovani musulmani che guardavano con attenzione ad “al-Fatah”.

 

Alla fine del 1987, con lo scoppio dell’”Intifada” – una sollevazione palestinese di massa contro il dominio israeliano che iniziò nel campo profughi di Jabaliya nel 1987 e presto si estese attraverso Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est – il Centro Islamico, cui fino ad allora facevano capo i membri dell’organizzazione originaria e che richiamava l’attenzione di molti arabi di Palestina, cominciò a perdere appeal, soprattutto fra i fra i giovani.

 

Fu in quel tempo che, dunque, maturò la svolta.

“Yassin”, uno dei due fondatori, insieme con altri esponenti dello stesso Centro islamico, si rese conto della insufficienza della proposta portata avanti dal sodalizio e che fosse necessario un salto di qualità.

 

Nasce così nel 1988 Hamas il cui programma faceva ora riferimento non più al “Grande Jihad” ma al “Piccolo Jihad” ((jihad al-asghar), detto anche “Jihad di spada”, che come è noto, impone al credente uno sforzo esterno nel quale è incluso la lotta armata soprattutto in difesa della comunità musulmana o dell’Islam.

 

Questa trasformazione da organizzazione dedita al rinnovamento e religioso a movimento di lotta, anche violenta che si poneva l’obiettivo di distruggere lo Stato ebraico ebbe l’effetto di modificare radicalmente l’atteggiamento dei governanti israeliani che inclusero Hamas fra i nemici da combattere per la sopravvivenza dello Stato di Israele.

 

 

Presunti fondi ad Hamas, Procura

ricorre in Cassazione contro le scarcerazioni.

Rainews.it – (09/02/2026) - Procura di Genova (archivio) -

 

Atteso il parere della Suprema Corte sull'utilizzabilità della documentazione proveniente da Israele.

Procura di Genova (archivio) - Ansa.

 

La Procura di Genova ha depositato ricorso in Cassazione contro due delle tre scarcerazioni decise dal tribunale del Riesame nei confronti di alcuni degli indagati arrestati a fine dicembre per presunti finanziamenti ad Hamas.

 

I PM Luca Monteverde e Marco Zocco hanno deciso di ricorrere contro la scarcerazione di “Khalil Abu Deiah”, 62enne residente a Milano e custode dell'associazione” La Cupola D'Oro” e contro quella di “Raed Al Sahalat”, 48 anni, esponente della comunità islamica fiorentina.

Il primo, che è anche l'unico degli arrestati che aveva scelto di parlare con il PM, non è considerato un appartenente ad Hamas, ma un fiancheggiatore esterno.

È stato scarcerato per assenza di gravi indizi, ma per l'accusa le “motivazioni del Riesame” presenterebbero profili contraddittori.

 

Il ricorso contro “Raed Al Salahat”, scarcerato dal “Riesame” perché sarebbero far l'altro emersi errori nelle trascrizioni delle intercettazioni, è per l'accusa soprattutto un'occasione per far esprimere la Suprema Corte sull'utilizzabilità o meno della documentazione proveniente da Israele.

 

Il Tribunale del Riesame di Genova ha escluso l'utilizzabilità dei file in quanto anonimi, ma non ha chiarito se la questione possa o meno essere sanata per esempio interrogando il funzionario dei servizi segreti israeliano indicato come “Avi,” che ha curato l'analisi dei materiali trovati sul campo di battaglia.

 

Per le difese degli indagati, che hanno depositato a loro volta ricorso in Cassazione per chiedere la scarcerazione di “Mohammad Hanno un”, Ra'ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, quei documenti non possono essere utilizzati in quanto, oltreché anonimi, sarebbero stati raccolti dall'esercito e dall'intelligence israeliana senza nessuna possibilità di verifica da parte di un giudice italiano sulla loro autenticità e sulle modalità di raccolta.

 Per la Procura invece sulla base di una serie di accordi di cooperazione internazionale contro il terrorismo, posso essere utilizzati.

(Genova Procura).

Chi finanzia Hamas in Europa

e come arrivano i fondi ai terroristi.

Agi.it – (27 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

 

L'inchiesta di Genova svela il meccanismo di finanziamento all'ala militare della causa palestinese.

Afp – Hamas.

AGI - Dietro la facciata della solidarietà per la popolazione di Gaza si nasconderebbe un meccanismo ben oliato per sostenere le strategie militari di Hamas.

Secondo gli inquirenti, il denaro raccolto in Europa attraverso diverse organizzazioni benefiche, ufficialmente destinate a scopi umanitari, verrebbe in realtà stornato verso il Movimento per le proprie esigenze strategico-militari.

L’inchiesta della Procura di Genova, che ha portato a nove ordinanze di custodia cautelare, delinea i contorni di una cellula italiana, l'”Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese” (ABSPP), integrata in una più vasta "arena europea".

 

Questa rete operativa sarebbe ramificata in Olanda, Francia e Regno Unito, con al vertice “Majed Al Zeer”, alto funzionario di “Hamas”. “Mohammad Mahmoud Ahmad Hanno un “farebbe parte di questo gruppo.

 Il sistema si poggerebbe su tre pilastri:

una rete operativa, una finanziaria composta dalle charity e una istituzionale.

Quest'ultima, attraverso organizzazioni di copertura, avrebbe l'obiettivo di compattare i palestinesi all'estero sotto l'egida di Hamas, isolando l'Olp e l'Autorità palestinese.

 

La destinazione dei fondi.

I numeri che emergono dall’ordinanza sono significativi:

 oltre il 70% dei fondi versati dall'ABSPP e dalle altre sigle coinvolte sarebbe finito nelle casse di Hamas o entità riconducibili al Movimento. Sebbene le campagne di raccolta fondi promosse dopo i fatti del 7 ottobre 2023 dichiarassero come obiettivo il sostegno alla popolazione della Striscia, per gli inquirenti si tratterebbe di una "destinazione di facciata".

A confermare il sospetto ci sono le intercettazioni:

in una conversazione del gennaio 2024, “Hijazi Suleiman”, stretto collaboratore di “Hanno un”, ammette chiaramente alla moglie che il denaro raccolto dall’associazione è destinato ad Hamas.

I flussi finanziari e le cifre.

La Guardia di Finanza di Genova ha ricostruito con precisione i flussi finanziari fino ad agosto 2025.

Il calcolo complessivo parla di 7.288.248 euro destinati all'organizzazione terroristica, cifra che rappresenta il 71% del totale inviato all'estero.

Nel dettaglio, 4.860.388,73 euro sono transitati tramite bonifici bancari, mentre 2.091.272,42 euro sono stati trasferiti in contanti o attraverso canali informali rilevati dai server dell'associazione.

A questi si aggiungono i fondi dell'associazione "La Cupola d'Oro":

 circa 47.500 euro via banca e oltre 336.000 euro in contanti.

Si tratta di stime prudenziali che non includono il contante trasferito all'estero tramite dichiarazioni doganali.

 

 

 

 

Le polemiche sui finanziamenti ad Hamas

mostrano scarsa memoria:

fu un nemico utile.

Ilfattoquotidiano.it - Vincenzo Fenili Ex operatore dei servizi segreti e pilota Alitalia – 5 gennaio 2026 – Redazione – ci dice:

Hamas non è un’anomalia piovuta dal cielo, ma il prodotto di una lunga catena di decisioni politiche, omissioni e convenienze.

Le polemiche sui finanziamenti ad Hamas mostrano scarsa memoria: fu un nemico utile.

Lo scontro e le polemiche sui finanziamenti italiani ad Hamas sono l’ennesima dimostrazione di come la politica di casa nostra viva di fiammate improvvise, spesso originate da notizie tutte da verificare e approfondire, e di uno scarsissimo uso della memoria.

 

Premesso che l’inchiesta dei magistrati genovesi è solo all’inizio, la sinistra italiana dovrà interrogarsi sull’accoglienza e sui giudizi, talvolta un po’ superficiali, che dà su personaggi borderline e quindi potenzialmente a rischio.

Ma la destra che si scaglia contro la sinistra per il suo presunto strizzare l’occhio a elementi vicini all’organizzazione terroristica della Palestina dimentica – o finge di dimenticare – che negli ultimi decenni le principali organizzazioni terroristiche sono nate come creature delle diaboliche (e assurde) strategie dell’intelligence occidentale, in particolare statunitense e israeliana.

È la storia di Al Qaeda, dell’Isis e – purtroppo – anche di Hamas.

 

L’idea che Hamas sia nato esclusivamente come nemico di Israele è una semplificazione comoda, ma storicamente incompleta.

 La realtà, più complessa e inquietante, affonda le sue radici negli anni Settanta e Ottanta, quando la leadership israeliana compì una scelta strategica destinata a produrre conseguenze devastanti:

favorire l’ascesa dell’islamismo palestinese per indebolire il nazionalismo laico dell’OLP.

(I missili russi Oreshnik operativi in Bielorussia. Lituania pronta a fare brillare i ponti al confine in caso di invasione.).

 

A raccontarlo, senza ambiguità, fu “Yitzhak Rabin”.

Due mesi prima di essere assassinato, l’allora primo ministro israeliano confidò a un giornalista italiano del Corriere della Sera una verità che definì “allucinante”:

Hamas, disse, era stato in qualche modo “inventato” da Israele.

Non creato formalmente, ma coltivato, tollerato, lasciato crescere perché utile a contrastare Yasser Arafat, leader di un’OLP laica, politicamente strutturata e sempre più accreditata in Occidente.

Quella confessione non rimase isolata.

Il presidente egiziano “Hosni Mubarak “e il re di Giordania “Hussein” confermarono privatamente lo stesso retroscena:

 Israele vedeva nel fondamentalismo religioso un avversario meno pericoloso del nazionalismo palestinese, capace invece di parlare con l’Europa, le Nazioni Unite e parte dell’opinione pubblica israeliana.

 

I fatti storici corroborano queste parole.

Nella Striscia di Gaza, alla fine degli anni Settanta, operava lo sceicco “Ahmed Yassin”, guida carismatica della “Fratellanza Musulmana palestinese”.

La sua organizzazione, “al-Mujamma al-Islami”, si occupava di moschee, scuole e assistenza sociale.

Nel 1979 Israele ne autorizzò ufficialmente l’esistenza legale.

Una decisione firmata dal ministro della Difesa” Ezer Weizman”, motivata da un calcolo politico preciso:

meglio una rete religiosa, caritatevole e frammentata che un movimento laico e unitario come l’OLP.

 

 

Mentre Arafat e il suo apparato subivano arresti, chiusure di sedi e repressione politica, le strutture islamiche ottenevano permessi edilizi, fondi indiretti, margini di manovra.

 Israele non solo tollerò questa crescita, ma la considerò funzionale a una strategia classica:

dividere il fronte palestinese dall’interno.

 

Quando nel 1987 esplose la “Prima Intifada”, quella rete religiosa si trasformò ufficialmente in “Hamas”.

Con la nascita del” Movimento di Resistenza Islamica”, la lotta palestinese cessò di essere prevalentemente politica e nazionale e assunse una dimensione religiosa, radicale, identitaria.

 Era il punto di non ritorno.

Negli anni successivi, diplomatici statunitensi, giornalisti investigativi e persino ex funzionari israeliani confermarono quella “tolleranza attiva”. “Dennis Ross” parlò apertamente di incoraggiamento israeliano alla nascita di Hamas.

Lo storico israeliano “Avner Cohen”, ex membro dell’intelligence, ammise che “Hamas” fu lasciata crescere nell’illusione di poterla controllare.

 Una scommessa persa.

Nell’arresto di “Mohammed Hanno un” e di altri otto palestinesi c’è una cosa sconcertante.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

 Hamas si è radicalizzato, ha preso le armi, ha conquistato Gaza, è diventato il principale nemico dichiarato di Israele e il volto del terrorismo palestinese per l’Occidente.

 Ma dietro quel volto resta l’ombra di una scelta originaria:

usare un nemico per indebolirne un altro.

 

La storia raramente perdona questi calcoli.

Ciò che nasce come strumento tattico finisce spesso per diventare una minaccia strategica.

Hamas non è un’anomalia piovuta dal cielo, ma il prodotto di una lunga catena di decisioni politiche, omissioni e convenienze.

 Ignorarlo significa continuare a raccontare un conflitto senza le sue cause più scomode.

 

 

 

 

 

Cisgiordania, annessione silenziosa.

Ispionline.it – (10 Feb. 2026) – Alessia De Luca – Redazione - Daly Focus Medio Oriente e Nord Africa – ci dice:

 

Nuova stretta di Israele sulla Cisgiordania.

 Ong e osservatori denunciano “un’annessione di fatto” che svuota gli accordi di Oslo e rende impossibile l’ipotesi stessa di uno Stato palestinese.

Secondo un copione già seguito in passato, Israele ha annunciato nuove misure unilaterali che rafforzano notevolmente il suo controllo sulla Cisgiordania.

 La decisione, il cui testo non è stato pubblicato ma di cui si trovano ampie ricostruzioni sulla stampa locale e internazionale, facilita l’acquisizione di terre palestinesi da parte di coloni israeliani, attraverso l’abrogazione di un divieto decennale sulla vendita diretta di terreni della Cisgiordania, e attraverso la declassificazione dei registri catastali locali.

 Entrambe le novità introdotte sono state denunciate da chi lamenta come, rendendo pubbliche le identità dei proprietari palestinesi, d‘ora in poi coloni e società immobiliari potranno prendere di mira individui specifici esercitando pressioni per forzarli a vendere i propri terreni.

Fino ad ora, i coloni potevano acquistare case solo da società registrate su terreni controllati dal governo israeliano.

L’iniziativa, inoltre, autorizza le forze israeliane (IDF) a condurre operazioni di controllo e demolizioni nelle zone A e B della Cisgiordania che, in base agli accordi di Oslo, dovrebbero essere sotto il controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Le nuove misure sono state approvate domenica in una riunione a porte chiuse del gabinetto di sicurezza del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Le autorità israeliane non hanno precisato quando entreranno in vigore, tuttavia, secondo il quotidiano “Ha’aretz”, non necessitando di ulteriori approvazioni potrebbero diventare operative in qualunque momento.

 

Un’annessione di fatto?

A differenza di quelli messi in atto in passato, quello attuale pare un tentativo dichiarato di estendere il controllo israeliano sull’intera Cisgiordania in termini di legislativi, pianificatori e di sicurezza.

Tra le misure introdotte dal governo israeliano c’è la cancellazione del requisito di un “permesso di transazione” per completare qualsiasi acquisto immobiliare, riducendo di fatto la supervisione volta a prevenire frodi e abusi, un fenomeno comune nella compravendita di proprietà che i palestinesi non vogliono vendere.

Richiedere un permesso consentiva inoltre al Ministero della Difesa di rifiutare l’acquisto di proprietà in aree sensibili.

 A preoccupare gli osservatori internazionali è anche l’apertura alla consultazione pubblica dei registri catastali, un obiettivo di lunga data del movimento per gli insediamenti.

Finora, tali registri erano sigillati, rendendo difficile per i potenziali acquirenti rintracciare i proprietari e forzarli a vendere.

Le nuove misure inoltre, pongono di fatto sotto il controllo israeliano anche zone delle aree A e B, pari a circa il 40% della Cisgiordania, il cui controllo amministrativo in base agli accordi di Oslo spetta all’Autorità Nazionale palestinese.

Le modifiche porranno anche quelle aree sotto il controllo delle IDF – con il potere di demolire le strutture palestinesi esistenti, compresi siti archeologici e culturali, in violazione delle norme ambientali e delle risorse idriche.

 L’Ong israeliana “Peace New” ha affermato che la decisione rischia di provocare il collasso dell’”Autorità Nazionale Palestinese” e comporta l’imposizione di “un’annessione di fatto”, accusando l’esecutivo israeliano di “aver infranto ogni possibile ostacolo contro un massiccio furto di terre palestinesi in Cisgiordania”.

 

Da occupazione ad annessione?

La decisione del governo israeliano – denunciata e condannata da diversi paesi arabi, dal Regno Unito e dalle Nazioni Unite – ha avuto conseguenze pratiche immediate.

Nelle ore successive all’annuncio è stata registrata un’impennata delle violenze, già a livelli record da mesi.

Tuttavia, i promotori della legge – i ministri “Bezalel Smotrich” e” Israel Katz” – l’hanno presentata come “un passo verso la trasparenza e il riscatto delle terre”.

Il ministero degli Esteri israeliano ha poi affermato di aver corretto una “distorsione razzista” che “discriminava ebrei, americani, europei e chiunque non fosse arabo per quanto riguarda gli acquisti immobiliari in Giudea e Samaria”.

 Smotrich e Katz, osserva il New York Times, “hanno definito ‘ostacoli legali’ quelli che, nei fatti, sono gli accordi di Oslo del ‘93 e che – con il nuovo pacchetto di misure – vengono essenzialmente cancellati”.

Al termine della seduta di gabinetto a porte chiuse con cui domenica è stata approvata la decisione, “Smotrich” ha commentato:

“Stiamo radicando le nostre radici in ogni parte della Terra di Israele e seppellendo l’idea di uno Stato palestinese”.

Con le elezioni generali previste al più tardi per il 27 ottobre, il leader del partito “Sionismo religioso” sembra voler sfruttare quelli che potrebbero essere i suoi ultimi mesi in carica per far sigillare il controllo israeliano sull’intera Cisgiordania.

 

Regole da rispettare?

La nuova misura è stata approvata e annunciata tre giorni prima dell’incontro tra Netanyahu e Donald Trump a Washington.

Ciononostante, funzionari della Casa Bianca hanno ribadito l’opposizione del presidente americano all’annessione israeliana della Cisgiordania.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario citato dal sito di notizie “Adios”.

Ma nonostante le dichiarazioni di Trump dello scorso anno, gli insediamenti in Cisgiordania si sono espansi al ritmo più rapido da quando è iniziato il monitoraggio.

Inoltre, per le Nazioni Unite le decisioni del gabinetto di sicurezza costituiscono una chiara violazione degli accordi di Oslo e del diritto internazionale, secondo cui una potenza occupante non può modificare le leggi vigenti se non per motivi di sicurezza o a beneficio della popolazione locale.

Il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha invitato Israele a “revocare immediatamente le misure” ribadendo che tutti gli insediamenti della Cisgiordania occupata “non hanno alcuna validità legale e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale” comprese le risoluzioni delle Nazioni Unite.

Senza contare Gerusalemme Est, circa tre milioni di palestinesi vivono in Cisgiordania, insieme a più di 700mila israeliani che vivono in insediamenti illegali in base al diritto internazionale.

Il commento

di “Sara Isabella L’Elkin”, ISPI MENA Centre.

 

“Le decisioni adottate domenica dal Gabinetto di Sicurezza israeliano rappresentano l’ultimo passaggio di un trend avviato ben prima dell’attuale legislatura, ma che negli ultimi anni ha conosciuto una significativa accelerazione.

Esse incidono su alcuni degli aspetti più sensibili e simbolici della questione israelo-palestinese:

dalla compravendita di terre ai luoghi di culto, come la “Tomba dei Patriarchi”, fino alle città sante, come” Hebron/Al-Khalîl”.

Il tempismo di queste misure appare tutt’altro che casuale, arrivando a pochi giorni dal viaggio di Netanyahu a Washington per incontrare Trump, che ha già espresso contrarietà a iniziative di questo tipo.

 Non è neppure casuale che questa accelerazione avvenga a pochi mesi dalle elezioni di ottobre, in un contesto in cui aumentano i dubbi sulla tenuta dell’attuale coalizione e sulla possibilità di portare avanti simili iniziative nel prossimo futuro”.

 

 

 

 

 

Media: “Trump si oppone all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele”. Domani l’incontro con il premier Netanyahu.

Ilfattoquotidiano.it - Mondo – (10 Febbraio 2026) - Redazione Esteri – ci dice:

Secondo “Axios” la Casa Bianca è contraria ai piani di Tel Aviv:

 "Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicura."

Media: “Trump si oppone all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele”. Domani l’incontro con il premier Netanyahu.

Donald Trump è contrario all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele.

Lo riporta “Axios” citando fonti della Casa Bianca, secondo le quali una “Cisgiordania stabile mantiene Israele sicura ed è in linea con l’obiettivo dell’amministrazione di raggiungere la pace nella regione”.

La presa di posizione della Casa Bianca segue la decisione del gabinetto di sicurezza di Tel Aviv di ampliare il controllo in Cisgiordania ad aree che per gli accordi di Oslo dovrebbero essere sotto il controllo totale o parziale dell’autorità palestinese.

 E arriva alla vigilia dell’incontro tra il tycoon e il premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha all’ordine del giorno la discussione sui negoziati con l’Iran, dopo i colloqui in Oman della settimana scorsa.

 

Trump quindi ha ribadito, come già fatto in passato, la sua opposizione ai piani di annessione della Cisgiordania e di espansione degli insediamenti (illegali per il diritto internazionale) che il governo israeliano sta portando avanti da sempre.

E il pacchetto di misure approvato domenica rappresenta un ulteriore passo in avanti di Tel Aviv.

I provvedimenti intervengono sulle leggi che riguardano la proprietà terriera, rendendo più facile per i coloni comprare appezzamenti appartenenti ai palestinesi.

Tra le altre cose viene cancellata la legge che vietava la vendita a ebrei di terreni della Cisgiordania occupata e vengono resi pubblici i registri catastali che finora erano sempre rimasti secretati.

 Inoltre il controllo sui nuovi permessi edilizi di alcune zone, come quella di Hebron (a maggioranza palestinese), passa dalle autorità palestinesi a quelle israeliane.

 Un’annessione di fatto, che ignora ancora una volta quanto deciso dagli Accordi di Oslo firmati anche da Israele.

 

 

 

Con le nuove misure per la

Cisgiordania è annessione

de facto.

Ilmanifesto.it - Filippo Zingone – (10 – 02 -2026) – ci dice:

Terra rimossa Il governo di Tel Aviv facilita l’espansione dei coloni e il controllo dei siti religiosi. ANP umiliata.

Particolarmente colpita Hebron.

 

(Samir Zeidan, la deportazione ’ICE e il ruolo di Israele:

 «Mi hanno rovinato la vita».)

Un soldato israeliano monta la guardia durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo insediamento ebraico legalizzato di “Yatziv”, vicino alla città palestinese di “Beit Sahour,” in Cisgiordania, lunedì 19 gennaio 2026. (AP Photo/Ohad Zwigenberg).

Domenica è arrivato l’ennesimo passo verso l’annessione de facto della Cisgiordania da parte di Israele.

 Il gabinetto di sicurezza del governo di Tel Aviv ha approvato una serie di misure che renderanno più facile per i coloni della Cisgiordania occupata acquistare terreni, garantendo al contempo alle autorità israeliane un maggiore controllo sui territori sotto giurisdizione palestinese nelle aree A e B dei Territori occupati.

 

IN PRATICA, secondo le nuove disposizioni, le regole edilizie in vigore nell’Area C – sotto pieno controllo israeliano e pari a circa il 60% della Cisgiordania – verrebbero estese anche all’Area A, sotto il controllo politico e militare dell’Autorità palestinese (17% del territorio), e all’Area B, a gestione condivisa (23%).

Tel Aviv potrà così gestire permessi di costruzione e demolizioni anche in aree formalmente non sotto la propria giurisdizione.

Le misure agevolano inoltre la vendita di terre palestinesi a cittadini israeliani, annullando una legge giordana che ne vietava il trasferimento a persone non palestinesi.

 

La decisione colpisce in modo particolarmente significativo la città di “Al-Khalil” (Hebron), divisa dal 1997 in H1, sotto controllo palestinese, e H2, sotto autorità israeliana.

 Con le nuove disposizioni, la pianificazione urbanistica e il rilascio dei permessi edilizi passerebbero dal comune palestinese all’esercito israeliano, mentre verrebbe istituita un’autorità locale indipendente per la gestione dell’insediamento israeliano in città.

Le stesse regole si applicherebbero al sito della” Tomba dei Patriarchi”, fino a oggi sotto il controllo dell’Autorità palestinese, come anche per la “Tomba di Rachele” nella città palestinese di Betlemme.

 

IL MINISTRO DELLE FINANZE “Bezalel Smotrich” ha dichiarato che l’iniziativa mira a «rafforzare le nostre radici in tutte le regioni della Terra di Israele e a seppellire l’idea di uno Stato palestinese».

Una linea politica che il ministro ha più volte rivendicato, promuovendo votazioni alla Knesset per l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. L’ultima, nel dicembre scorso, ha approvato la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 69 il numero di nuove colonie istituite negli ultimi tre anni.

In una dichiarazione congiunta, “Smotrich” e il ministro della Difesa “Israel Katz” hanno affermato che le misure elimineranno le barriere legali per i coloni israeliani e accelereranno lo sviluppo degli insediamenti, come riportato da Middle East Eye.

La presidenza palestinese ha invece denunciato con fermezza le «pericolose decisioni» del governo israeliano volte ad annettere la Cisgiordania occupata.

In un comunicato, il ministero degli Esteri di Ramallah ha ribadito che «Israele non ha sovranità su nessuna delle città o dei territori dello Stato di Palestina e non ha il diritto di annullare o modificare le leggi».

 

SECONDO IL DIRITTO internazionale, le colonie e l’occupazione israeliana della Cisgiordania risultano illegali.

Tuttavia oggi nei territori occupati, compresa Gerusalemme Est, vivono circa 700.000 coloni, distribuiti in 141 colonie e 224 out post, come riporta l’Ong israeliana Peace New.

 

Nonostante la situazione sul terreno, il presidente dell’Autorità palestinese “Mahmoud Abbas “ha esortato Donald Trump e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a intervenire, come riportato da “The Araba Weekly”.

 L’appello arriva a pochi giorni dall’incontro tra Trump e Netanyahu, programmato per domani.

Se da un lato Washington ha ribadito che non ci sarà alcuna annessione della Cisgiordania, dall’altro non sono state adottate misure concrete per fermare l’espansione violenta dei coloni.

Anzi, diversi coloni sanzionati dall’amministrazione Biden hanno visto le restrizioni revocate sotto Trump, mentre nuove misure sono state imposte a diverse Ong palestinesi attive in Cisgiordania.

 

CRESCE L’INDIGNAZIONE internazionale, l’Unione europea condanna – ma nei Territori occupati l’annessione prosegue senza sosta.

Secondo i dati dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), nel solo mese di gennaio oltre 700 palestinesi sono stati sfollati a seguito dei pogrom dei coloni israeliani.

Persone che si aggiungono ai più di 40.000 sfollati in Cisgiordania dall’ottobre 2023.

 

 

Cisgiordania, no degli Stati Uniti all'annessione.

Vaticannews.va - Paola Simonetti - Città del Vaticano – (9 – 02 – 2026) – ci dice:

 

Il presidente Trump si oppone ai provvedimenti dell’esecutivo israeliano che mirano a un’espansione più rapida nell'area.

Previsto domani un incontro del Capo della Casa Bianca con il premier israeliano Netanyahu.

 

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo dell’amministrazione americana di raggiungere la pace nella regione”.

Così ieri, lunedì 9 febbraio, un funzionario della Casa Bianca, rispondendo alle domande dei giornalisti, ha ribadito la posizione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro l’annessione della Cisgiordania da parte del governo israeliano.

 Per discutere della questione Trump ha annunciato che incontrerà domani il premier israeliano, Benjamin Netanyahu.

I provvedimenti di Israele.

Israele, misure drastiche per accelerare gli insediamenti in Cisgiordania del 09/02/2026.

Le dichiarazioni dell'amministrazione Trump giungono all’indomani dell’approvazione da parte del gabinetto della sicurezza israeliano di una serie di misure che consentono una vasta espansione degli insediamenti in Cisgiordania e facilitano l'acquisto di terreni e permessi di costruzione in aree che, per gli accordi di Oslo, dovrebbero essere sotto il controllo totale o parziale palestinese.

 Permessi che dunque, finora, dovevano avere l’approvazione sia dalle autorità locali che da quelle israeliane.

 

Le reazioni.

La notizia dell’approvazione dei provvedimenti di espansione sul territorio della Cisgiordania aveva scatenato ieri la reazione palestinese che, per bocca del presidente “Mahmoud Abbas”, chiedeva proprio al presidente Trump, durante un incontro ad Amman con il re di Giordania, di "riaffermare l'impegno a fermare lo sfollamento e l'annessione" israeliana dell’area, sollecitando l’amministrazione statunitense a portare avanti la “posizione assunta già lo scorso settembre durante la discussione del Piano del presidente Trump con i leader dei Paesi arabi e islamici a New York".

Sullo sfondo l'irritazione anche di diversi paesi contrari alle mire israeliane, come Spagna, Gran Bretagna, la stessa Unione Europea e la Lega Araba che considera le misure israeliane come una minaccia agli accordi di pace nell’area.

L’Onu esprime la sua profonda preoccupazione.

In una nota del portavoce, “Stephane Dujardin”, avverte “che l'attuale situazione sul terreno, inclusa questa decisione, sta compromettendo la prospettiva della soluzione a due Stati".

Inoltre ribadisce che "tutti gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, non hanno alcuna validità legale e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale".

 

 

 

Lo stop di Trump a Netanyahu:

non all’annessione della Cisgiordania

da parte di Israele.

Repubblica.it – (10 febbraio 2026) – Redazione  esteri – ci dice:

 

Donald Trump con il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago (29 dicembre 2025).

Lo fanno sapere fonti della Casa Bianca alla vigilia dell’incontro tra i due leader (10 Febbraio 2026).

 

Donald Trump ribadisce il suo no all'annessione della Cisgiordania da parte di Israele.

Lo riporta Axios citando fonti della Casa Bianca, secondo le quali una "Cisgiordania stabile mantiene Israele sicura e si trova in linea con l'obiettivo dell'amministrazione di raggiungere la pace nella regione".

(Il reportage: “così muore la Palestina” dalla nostra inviata Francesca Caferri -24 Dicembre 2025)

 

Israele ha annunciato due giorni fa, al termine di una riunione del gabinetto per la sicurezza, di voler ampliare il controllo in Cisgiordania ad aree che per gli accordi di Oslo dovrebbero essere sotto il controllo totale o parziale dell'autorità palestinese.

 I ministri israeliani delle Finanze “Bezalel Smotrich “e della Difesa “Israel Katz” hanno confermato l’approvazione di una serie di decisioni per cambiare "drasticamente" la politica in Cisgiordania, rafforzando il controllo israeliano sul territorio, anche in siti sensibili come Hebron, e aprendo la strada a un'ulteriore espansione degli insediamenti.

Un’iniziativa che suscitato la condanna da parte di Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Indonesia, Pakistan, Egitto e Turchia. Anche Londra si è espressa in termini duri, definendo “inaccettabile” qualsiasi “tentativo unilaterale di modificare la geografia o la demografia della Palestina”.

Trump aveva già dichiarato di essere contrario, all’indomani del voto della Knesset sull’annessione della Cisgiordania.

Il suo vice JD Vance era stato molto esplicito, definendola “una manovra politica stupida, mi sono sentito personalmente insultato”.

Ora la Casa Bianca fa trapelare che la posizione non è cambiata.

Ed è un messaggio che arriva in un momento simbolico:

Donald Trump vedrà mercoledì il premier Benjamin Netanyahu.

 

La posizione del tycoon è legata alle trattative per la ricostruzione di Gaza, che sarebbero compromesse nel caso di un passo così drastico da parte di Israele:

“Ho dato la mia parola ai Paesi arabi, l’annessione non accadrà. E se accadesse, Israele perderebbe tutto il nostro sostegno”, aveva dichiarato in passato il presidente Usa.

 

 

 

Nuovi insediamenti di coloni e controllo militare per “uccidere l’idea di uno Stato palestinese”.

 Il governo Netanyahu ammette che Israele esercita “una sovranità di fatto” sulla Cisgiordania.

Lespresso.it – (11 febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

Il primo ministro Israeliano a Washington per l'incontro a porte chiuse con Trump.

Agenda fitta tra fase due della pace a Gaza e accordi Usa-Iran.

Ma al centro del tavolo c'è anche il nodo dell'annessione della West Bank.

Rafforzare il controllo sulla Cisgiordania, mettere in atto una “sovranità di fatto” e "continuare a uccidere l'idea di uno stato palestinese".

Ventiquattro ore prima dell’incontro a porte chiuse a Washington tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, atteso per oggi pomeriggio, il ministro dell'Energia israeliano “Eli Cohen”, che fa parte del” Likud”, lo stesso partito del premier, ha tagliato dritto sulla questione della Cisgiordania.

Questi passi "di fatto stabiliscono un fatto concreto:

non ci sarà uno Stato palestinese", ha dichiarato Cohen alla radio dell'esercito.

 

 Un’annessione che nelle intenzioni non è stata mai annunciata formalmente ma di cui si parla già da domenica sotto forma di “rafforzamento del controllo” israeliano sull’area attraverso la costruzione di nuovi insediamenti di coloni.

Un’ipotesi che la Casa Bianca guarda con diffidenza.

Lo stesso Donald Trump, in un’intervista con Axios ha manifestato la propria contrarietà all’idea dell’annessione della Cisgiordania. "Abbiamo già abbastanza cose a cui pensare- ha dichiarato Trump-.

Non abbiamo bisogno di occuparci della Cisgiordania".

 

 L’incontro a porte chiuse a Washington servirà a fare il punto della situazione.

Anche se, stando a quanto detto da Netanyahu prima di partire alla volta di Washington, la Cisgiordania non è affatto in agenda.

"In questo viaggio discuteremo di una serie di questioni:

Gaza, la regione, ma naturalmente, prima di tutto, i negoziati con l'Iran. Presenterò al presidente la nostra prospettiva sui principi di questi negoziati, i principi essenziali che, a mio avviso, sono importanti non solo per Israele, ma per chiunque nel mondo desideri pace e sicurezza in Medio Oriente".

 

 In cima alla lista dell'agenda di Netanyahu c'è infatti la fase due dell'accordo di pace a Gaza, entrata in vigore dopo la consegna dei resti dell'ultimo ostaggio da parte di Hamas.

Una pace solo apparente.

Sono almeno 586, stando alle autorità della Striscia, i palestinesi uccisi dall'esercito israeliano dall'entrata in vigore del cessate il fuoco.

Nel frattempo, l'Indonesia ha fatto sapere di essere pronta a inviare una brigata dell'esercito come parte della Forza internazionale di stabilizzazione prevista dal piano Trump.

Sul tavolo, anche il tema dei negoziati Iran-Usa che, stando alle fonti della CNN, potrebbe prevedere anche varie opzioni militari.

A meno che Trump non abbia garanzie che l’Iran non si doti di armi nucleari e che fermi l’arricchimento dell’uranio.

 Negoziati a cui anche Teheran si avvicina con diffidenza.

Il ministro degli Esteri “Abbas Araghchi.”

"Percorreremo la strada dei negoziati con gli occhi aperti, tenendo conto di tutte le esperienze passate, senza fiducia nell'altra parte e con fiducia nelle forze armate", ha detto durante un incontro con i comandanti dell'esercito.

 

 

 

 

Israele sotto accusa per le misure

che rafforzano il controllo sulla Cisgiordania.

  Internazionale.it – (10.2.2026) – Redazione esteri – ci dice:

 Una bandiera d’Israele sventola da un insediamento israeliano posto davanti alle case della città palestinese di Hebron, in Cisgiordania, il 9 febbraio 2026.

 (Hazem Bader, Afp).

Il 9 febbraio il segretario generale delle Nazioni Unite “Antonio Guterres” ha espresso “forte preoccupazione” dopo che Israele ha annunciato delle misure che rafforzano notevolmente il controllo sulla Cisgiordania, territorio palestinese occupato dal 1967.

 

“L’attuale situazione sul terreno e l’annuncio israeliano dell’8 febbraio compromettono la prospettiva di una soluzione a due stati”, ha dichiarato “Stéphane Dujardin”, il portavoce di Guterres.

In mattinata anche l’Unione europea aveva condannato “un altro passo nella direzione sbagliata”.

 

“In conformità con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ribadiamo che l’annessione della Cisgiordania è illegale in base al diritto internazionale e, di conseguenza, sono illegali tutte le misure che vanno in quella direzione”, ha dichiarato alla stampa il portavoce “Anouar El Anouni”.

 

I ministri degli esteri di otto paesi musulmani – Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia e Pakistan – hanno denunciato “l’imposizione di un nuovo quadro legale e amministrativo nella Cisgiordania occupata, che accelera i tentativi illegali di annessione e l’espulsione del popolo palestinese”.

 

Gli Stati Uniti non hanno commentato le nuove misure, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è atteso a Washington l’11 febbraio.

Il presidente Donald Trump, grande alleato di Netanyahu, aveva però più volte avvertito che non permetterà a Israele di annettere la Cisgiordania.

 

I palestinesi sono senza futuro in Cisgiordania.

L’8 febbraio il gabinetto di sicurezza israeliano aveva approvato delle norme che permettono a Israele di estendere il controllo sulle aree della Cisgiordania amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in base agli accordi di Oslo, firmati negli anni novanta.

 

Poco dopo il ministro delle finanze israeliano “Bezalel Smotrich”, esponente dell’estrema destra e sostenitore dell’annessione della Cisgiordania, aveva affermato che “queste misure seppelliscono definitivamente l’idea di uno stato palestinese”.

 

“Garantiscono gli interessi d’Israele di sicurezza, nazionale e sionista”, aveva dichiarato invece il ministro della difesa” Israel Katz.”

Le autorità israeliane non hanno precisato quando le nuove misure entreranno in vigore. Tuttavia, non necessitano di ulteriori approvazioni e potrebbero quindi essere applicate in qualunque momento.

Permessi di costruzione.

 

Il testo completo del nuovo dispositivo non è stato reso pubblico, ma alcune misure rendono più facile l’acquisto di terreni da parte dei coloni israeliani, abrogando una legge che vietava espressamente gli acquisti diretti.

Inoltre, permette alle autorità israeliane di amministrare alcuni siti religiosi, anche se si trovano in aree controllate dall’ANP, e facilita la concessione dei permessi di costruzione per i coloni israeliani a Hebron, nel sud del territorio.

 

La sera dell’8 febbraio la presidenza palestinese a Ramallah aveva denunciato “un’accelerazione dei tentativi di annessione della Cisgiordania occupata”.

Senza contare Gerusalemme Est, occupata e annessa da Israele, circa tre milioni di palestinesi vivono in Cisgiordania, insieme a più di 500mila israeliani che vivono in insediamenti illegali in base al diritto internazionale.

 

 

La guerra moderna si

combatte con i metadati.

Linkiesta.it - Alessandro Arduino – (4 -02- 2026) – Redazione - ci dice:

 

In “La guerra è cambiata”, Alessandro Arduino analizza l’applicazione delle moderne innovazioni tecnologiche al settore militare.

I tradizionali meccanismi della guerra come l'abbiamo sempre conosciuta si mischiano ora a sofisticate operazioni cibernetiche, che sfruttano i dati di localizzazione di applicazioni come “Strava”.

 

Il governo statunitense «uccide persone basandosi sui metadati», ha dichiarato l’ex direttore dell’NSA (National Security Agency), il generale Michael Hayden.

 Una frase tanto cruda quanto rivelatrice:

oggi, per l’intelligence americana, non serve leggere il contenuto delle comunicazioni, bastano i metadati – i «dati sui dati», come numeri, orari e durate delle chiamate – per identificare ed eliminare obiettivi.

I metadati, quei piccoli frammenti di tempo e luogo incastonati nei pixel, forniscono informazioni sufficienti a tracciare la presenza di un individuo o di mezzi per poi ordinare un attacco di precisione, che sia un missile, un drone o una mitragliatrice autonoma controllata dall’altra parte del mondo.

 

Mentre le truppe al fronte o nell’illusoria sicurezza della retrovia inviano milioni di metadati tramite mail e social, l’algoritmo divora, calcola, traccia, predice.

Nel 2018 “Strava”, la popolare app social per il fitness che raccoglie dati Gps su corsa e ciclismo, ha pubblicato una mappa globale basata sui dati dei propri utenti.

Questo ha inavvertitamente rivelato la posizione e i percorsi quotidiani di soldati americani che si esercitavano in basi segrete in Siria e Iraq, e persino nelle basi operative avanzate alleate in Afghanistan, rendendo identificabili strutture militari e movimenti delle truppe.

L’episodio ha costretto il Pentagono a rivedere rapidamente le proprie politiche sull’uso di dispositivi wireless sul campo, mentre cresce la preoccupazione per l’OPSEC (Operations Security):

tracciare una corsa con il proprio orologio digitale può ormai tradurre un gesto innocente in un rischio per la sicurezza nazionale.

Se oggi non risulta possibile far lasciare a casa il cellulare ai propri soldati, anche giocare ai videogiochi durante i tediosi momenti di pausa può portare a spiacevoli sorprese, come ha dimostrato l’impatto di un gioco del tutto innocuo come “Pokémon Go”.

 

Il videogioco della Nintendo, infatti, utilizzando il Gps e la realtà aumentata per catturare le famose bestiole digitali, potrebbe rivelare la presenza di mezzi e truppe in zone sensibili, ragione per cui il Pentagono consiglia di non giocare in aree ad alta sicurezza, di usare account anonimi e soprattutto di evitare di scattare foto con la realtà aumentata del gioco.

 Mentre le linee guida restano più un monito individuale che una direttiva vincolante per le strutture militari, gli esempi di rischi gravi legati all’uso di queste tecnologie da parte dei servizi di intelligence ostili abbondano.

Dopo l’assalto nella sanguinosa battaglia di “Bochum”, che ha visto la morte di oltre 20 000 mercenari del Gruppo Wagner, i contractor russi hanno organizzato una festa per la vittoria a base di vodka e musica metal.

All’ingresso, i cellulari dovevano essere consegnati in sacchi schermanti per nascondere la loro posizione, ma uno dei festaioli ha furtivamente portato un secondo telefono per postare foto della celebrazione.

 Non solo per il divertimento degli amici su “VKontakte”, l’omologo russo di “Facebook”, ma anche per lo sguardo dei servizi di intelligence ucraini.

Questi, estraendo i metadati dalle immagini, hanno localizzato l’edificio e colpito con precisione tramite due missili “Himars,” causando la morte di decine di combattenti della Wagner.

 

Negli scatti digitali o nei post su Facebook si nascondono spesso verità più potenti delle stesse battaglie, informazioni silenziose ma letali. Similmente a quanto accaduto ai mercenari della Wagner ma sull’altro versante del fronte, i metadati hanno permesso all’intelligence russa di identificare ufficiali ucraini radunati in una piana, pronti all’assalto con i mezzi corazzati.

Privati dell’aeronautica a causa dei missili antiaerei ucraini, e senza droni per illuminare il campo, i comandi russi navigano nell’ombra, ciechi di fronte alle mosse del nemico.

Ma un gruppo dell’FSB (Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa) scocca il suo tiro più subdolo compilando dossier sui possibili ufficiali ucraini presenti nell’area tramite le informazioni presenti sui social, per poi passare alla fase più crudele.

Chiamate telefoniche alle madri preoccupate:

«Tuo figlio è ferito gravemente, ma non è in pericolo di vita».

Il tempo essenziale per far cadere ogni difesa psicologica e poi riattaccare.

Quando le madri cercano di rassicurarsi, uno di quei telefoni squilla al fronte.

Ecco, in quel minuto sospeso, viene registrata la posizione precisa dell’ufficiale che non esita a rispondere alla mamma.

Immediatamente, scatta la reazione russa:

una batteria di missili termobarici si riversa su quell’area.

Non un attacco a caso, ma una falciata calibrata, con missili che usano l’aria circostante come comburente per bruciare tutto attorno alla piana.

L’attacco ucraino è sventato, con centinaia di vite spezzate in un istante. Gli scontri a colpi, la manipolazione e l’intercettazione del segnale Gps dimostrano come le operazioni cyber possano influenzare direttamente il corso delle battaglie sul campo, anche senza ricorrere a strumenti informatici altamente tecnologici e distruttivi.

Confusione, disinformazione e ritardi, generati tramite attacchi digitali, sono sempre più veri e propri strumenti di guerra, rappresentando la fusione tra la guerra elettronica tradizionale e le moderne operazioni cibernetiche, e tracciano la nuova frontiera di un conflitto multi dominio in cui il controllo dell’informazione vale quanto la potenza di fuoco.

 

Ma è in Israele che il connubio tra IA e gestione dei metadati e dei social network diventa scienza e strumento di punta dei nuovi conflitti.

Israele ha attivato meccanismi che somigliano a una forma di oracolo digitale:

sofisticati sistemi d’intelligenza artificiale all’opera, non solo per sorvegliare ma per compilare i nomi delle “kill list”, elenchi in cui vengono annotati gli individui da eliminare.

 L’IA denominata” Lavender” osserva ogni movimento, ogni telefonino acceso a Gaza, tracciando decine di migliaia di sospetti potenziali, uomini, donne e intere famiglie.

 Poi entra in scena Where’s Daddy? (Dov’è papà?), una sentinella digitale che registra quando uno degli individui presenti nella kill list torna a casa.

Il domicilio famigliare diventa così un obiettivo, ove ordigni esplosivi e algoritmi si uniscono con fredda precisione. Il futuro dell’IA da difesa e offesa può essere riassunto in quattro numeri: 8200.

 

L’Unità 8200 rappresenta l’élite ad alta tecnologia dell’intelligence militare israeliana, un punto di riferimento a livello internazionale nelle operazioni cyber, nella sorveglianza, nelle intercettazioni e nella guerra elettronica.

Paragonata spesso all’NSA americana, è in realtà molto diversa in quanto si presenta come un laboratorio di eccellenza dove si forgiano hacker, crittografi e analisti che una volta lasciata la divisa approfittano di un sostrato imprenditoriale alquanto fertile per fondare aziende di cybersicurezza a livello globale come la NSO, specializzata in app per intercettazioni telefoniche, o per raggiungere posizioni dirigenziali all’interno di attori internazionali come Google.

(Tratto da “La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari”, di Alessandro Arduino.)

 

 

 

 

 

La guerra cambia, la distruzione resta.

Globalist.it – (03 -Febbraio – 2026) – Rock Reynolds – Redazione- Alessandro Aduino – ci dicono:

Alessandro Arduino, esperto di sicurezza di fama internazionale e profondo conoscitore di affari cinesi contemporanei, ha risposto ad alcune nostre domande.

“La guerra è cambiata” è un libro snello che si legge d’un fiato e che va letto.

La guerra cambia, la distruzione resta. (Rock Reynolds)).

 

L’umanità è alle soglie di una nuova era?

Quella in cui, per la prima volta e in maniera totalizzante, l’intelligenza e i processi decisionali dell’uomo verranno rimpiazzati da complessi procedimenti informatici?

 L’IA, la cosiddetta “intelligenza artificiale”, sta conquistando ogni spazio di vita, occupando a macchia d’olio interstizi ritenuto fino a pochissimo tempo fa baluardi della civiltà.

E la guerra non si sottrae a tale avanzata e, semmai, ne diventa la testa di ponte.

Chi, però, sperava che le applicazioni belliche degli strumenti di intelligenza artificiale, con la loro fredda perfezione, potessero portare a un azzeramento del conto delle vittime e a una sorta di guerra tra cervelloni contrapposti, una disfida di Barletta virtuale operata con il joystick invece che con la spada, avrà un brusco risveglio.

 

«La guerra non sarà mai breve. La guerra non sarà mai economica. La guerra non sarà mai senza vittime.»

Sono parole che quasi introducono l’interessante saggio” La guerra è cambiata” (Einaudi, pagg 141) di Alessandro Arduino, come dice l’autore stesso «uno sguardo, per quanto timido, sul futuro prossimo della guerra… che presenta tendenze inquietanti: dal ritorno dei mercenari… alle promesse illusorie di tecnologie capaci di garantire vittorie decisive e rapide, senza l’impiego diretto di soldati».

 

Gli scenari sono quanto mai preoccupanti, soprattutto in considerazione del trumpiano «rafforzamento della dottrina Monroe, che impone agli Stati Uniti di bloccare l’ascesa di potenze straniere vicino ai propri confini, in un periodo in cui la diplomazia cinese avanza rapidamente in America Latina».

 

E ancor più fosco è l’orizzonte se si pensa che conflitti come quello russo-ucraino o come quello mediorientale diventano laboratori in cui testare i nuovi strumenti tecnologici di morte.

Alessandro Arduino, esperto di sicurezza di fama internazionale e profondo conoscitore di affari cinesi contemporanei, ha risposto ad alcune nostre domande.

 La guerra è cambiata è un libro snello che si legge d’un fiato e che va letto.

Alla luce della crescente spesa bellica internazionale, con miliardi e miliardi investiti in nuove tecnologie e armamenti dai principali attori internazionali, pensa che l’Europa si debba armare?

 

«Senza evocare lo stratega cinese Sun Tzu e la sua celebre massima ne “L’arte della Guerra “secondo cui la vera vittoria è quella ottenuta senza combattere, l’Europa si trova comunque di fronte a una necessità simile:

 costruire un deterrente credibile, capace di rendere evidente a qualunque avversario che il costo di un’aggressione sarebbe insostenibile.

In un contesto segnato da fragilità economiche e da un’instabilità geopolitica crescente, le opzioni sono limitate.

Le risorse destinate allo stato sociale, all’istruzione e alla sanità restano prioritarie e necessariamente intoccabili.

Ma anche la spesa militare, sempre più cara per effetto delle nuove tecnologie, non è un lusso eludibile.

A mio parere, la questione non è tanto se investire, quanto come investire:

puntando su capacità di deterrenza mirate, su un rafforzamento dell’intelligence e su missioni di peacekeeping e stabilizzazione.

Perché le crisi che oggi appaiono lontane dai confini europei finiscono, prima o poi, per raggiungerci.

 

Perché la Cina è una minaccia globale?

Non ha la sensazione che la narrazione globale occidentale – o, forse, a questo punto, sarebbe meglio chiamarla statunitense – spinga sempre più verso un conflitto di culture, oltre che realmente militare?

 

Dopo ventidue anni trascorsi in Cina, la mia prospettiva è inevitabilmente segnata da quell’esperienza.

 Ma un punto resta difficilmente contestabile:

come ogni grande potenza, Pechino calibra la propria politica estera in funzione della stabilità interna.

 La relazione con l’Occidente segue da tempo un andamento ciclico, fatto di fasi di avvicinamento e di distacco.

Alla fine degli anni Novanta si trattava di integrazione; negli anni successivi, la Cina è stata progressivamente riletta come un “competitor strategico£.

Oggi emergono segnali di una nuova, seppur prudente, fase di riavvicinamento.

Il tentativo del Canada di riallacciare i rapporti con Pechino per attenuare l’impatto delle sanzioni statunitensi, così come la recente visita del primo ministro britannico in Cina, indicano la ricerca di relazioni economiche e commerciali più sofisticate, anche se circoscritte.

Comprendere la cultura strategica cinese è essenziale, tanto per costruire spazi di cooperazione quanto per definire efficaci politiche di contenimento.

Pechino rispetta la forza.

L’Europa, oggi, appare vulnerabile non tanto sul piano economico o militare, quanto per una carenza di visione condivisa sul proprio futuro. In Cina, le decisioni si formano dall’alto e si proiettano nel lungo periodo; è su questo orizzonte che si misura il divario più profondo.

 

 

Il Messia delle Piante.

Non pensa che amplificare il discorso pubblico sulla necessità di armarsi in generale innalzi, anziché spegnere, gli slanci bellicisti?

Indubbiamente.

Ma, dal mio punto di vista, in “La guerra è cambiata”, il messaggio non dovrebbe essere letto come un invito al riarmo:

è piuttosto un avvertimento.

 Le promesse associate alle nuove tecnologie, dai droni all’intelligenza artificiale, non stanno aprendo la strada a conflitti più brevi, meno costosi e privi di vittime;

al contrario, stanno contribuendo a guerre più dure, prolungate nel tempo e sempre più onerose, non solo in termini economici ma, soprattutto, di vite umane.

 

In che modo l’Europa dovrebbe impostare la trasformazione della propria forza di deterrenza?

 

Le lezioni da apprendere non vengono solo dall’invasione russa della Ucraina, ma anche dalla guerra dei 44 giorni in Nagorno Karabakh o dallo Yemen, per citarne alcune.

 In Ucraina, una guerra ad alta tecnologia si è rapidamente trasformata in un logorante scontro di trincea e attrito.

Il campo di battaglia è diventato quasi completamente trasparente:

 i soldati operano sotto lo sguardo costante e instancabile dei droni, in un contesto in cui il volume, più della qualità, è spesso la risorsa decisiva.

Parallelamente, si combatte una guerra contro la verità, fatta di disinformazione e propaganda generate dall’intelligenza artificiale, strumenti ormai centrali nella conquista della supremazia narrativa.

È su questo terreno, dai sistemi anti-drone alle tecnologie anti-deepfake, che si giocherà una parte cruciale dello sviluppo dei futuri sistemi d’arma.

Eppure, la lezione fondamentale risulta che l’affidamento totale alla tecnologia non può sostituire l’addestramento tradizionale.

Per esempio, un soldato che non sappia orientarsi con mappa e bussola, nel momento in cui i sistemi GPS vengono neutralizzati dall’avversario, è destinato a perdersi.

 

 

Che cosa spinge il popolo americano ad avallare la riproposizione della necessità della guerra?

 

Gli Stati Uniti operano da decenni secondo una dottrina militare che, non a caso, è stata definita” forever war”.

 Il termine è rivelatore:

descrive non solo una strategia, ma un sistema.

Un modello in cui il conflitto non è un’eccezione, bensì una condizione strutturale, resa possibile dall’esistenza di un apparato militare-industriale che trae linfa da guerre prolungate e sistemi d’arma dal costo elevato.

 È una dinamica che il presidente americano Eisenhower aveva già intravisto nel secondo dopoguerra, mettendo in guardia dal potere crescente dell’industria degli armamenti e dalla sua capacità di influenzare le scelte politiche e strategiche del Paese.

 A distanza di decenni, quella preoccupazione è tristemente attuale.

 

“Xi Jin Ping” ha puntato al 2035 come data per uno scatto in avanti delle forze armate cinesi.

 Secondo lei, la paventata (se non annunciata) invasione cinese di Taiwan sarebbe un test per le capacità militari cinesi oppure per il nuovo ordine di non ingerenza USA-CINA nei reciproci continenti?

 

 

Non solo "puttane", quando le parolacce fanno la rivoluzione.

Resto convinto che Pechino punti a un assorbimento graduale di Taiwan, più per osmosi che per conquista militare, facendo leva sull’asimmetria di dimensioni e sulla distanza, geografica e politica, dagli Stati Uniti.

 Un attacco diretto appare improbabile.

Invece, un blocco aeronavale avrebbe effetti immediati e destabilizzanti sull’approvvigionamento energetico e alimentare dell’isola, colpendo al cuore la sua stabilità interna.

 Pechino ha bisogno di una globalizzazione aperta e prevedibile, non di G2 o di shock sistemici che mettano a rischio la propria logistica commerciale e il modello di crescita ora in bilico.

 Resta tuttavia una questione cruciale:

il reale livello di preparazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.

A differenza delle forze armate statunitensi o russe, l’esercito cinese non affronta un conflitto su larga scala dal 1979, dai tempi della guerra di confine con il Vietnam.

 

Con figure potentissime come “Thiel” e “Luckey,” ha la sensazione che la forza dell’industria bellica abbia superato definitivamente la soglia di sicurezza quanto a influenza sul potere politico?

 

Alla domanda se questa visione stia già plasmando il futuro della guerra, la risposta è semplice: sì.

“Peter Thiel” è l’eminenza grigia di un movimento culturale e politico che immagina un’America più chiusa, più assertiva, meno legata all’utopia californiana.

Il suo pensiero viene ripreso dal CEO di “Palantir”, “Alexander Karp”, che riprende apertamente questa impostazione, denunciando una “Silicon Valley” che spreca il proprio talento in applicazioni marginali mentre dovrebbe mettersi al servizio della sicurezza nazionale.

 In questa visione, il futuro non appartiene ai social network ma all’intelligenza artificiale militare:

superiorità tecnologica non negoziabile, sistemi letali guidati dai dati e una nuova élite convinta che la guerra sia ormai un flusso continuo di informazioni.

 Sulla stessa linea si muove “Palmer Luckey”, fondatore di “Anduril”, che attacca l’inerzia del complesso militare-industriale tradizionale e promuove senza ambiguità l’uso di droni autonomi e sistemi d’arma intelligenti.

 Il messaggio, comune a entrambi, è chiaro: applicare la velocità e l’aggressività della “Silicon Valley” alla guerra.

 

 

“Jacques Charlot” sostiene che la spesa bellica inquina la democrazia. È d’accordo?

 

Nei sistemi democratici, dove le decisioni non vengono imposte dall’alto, la sicurezza richiede un equilibrio dinamico e costantemente rinegoziato.

 Fin dai tempi della democrazia ateniese incombe quella che Tucidide descrisse come una trappola ricorrente:

la costruzione del muro difensivo di Atene, concepito per garantire sicurezza, finì per spingere Sparta verso una guerra preventiva, prima che la città diventasse inattaccabile.

Deterrenza e percezione del rischio restano, ancora oggi, variabili inseparabili.

 Devono essere definite attraverso un processo democratico, non alimentando nemici immaginari né paure finte, utili solo a giustificare spese sproporzionate

. E tuttavia, il costo della pace, fondato su una deterrenza credibile e proporzionata, va comunque sostenuto.

 In caso contrario, si finisce per pagare un prezzo ben più alto: quello della guerra, per parafrasare “Harry S. Truman”.

 

La guerra è cambiata, ma pare non esserlo il fattore che la rende digeribile: la paura.

 Oppure la necessità di posti di lavoro. L’illusione di meno morti può rendere la guerra coi droni portatrice di minori obiezioni?

 

L’idea che a morire sia una macchina e non un giovane di leva abbassa la soglia psicologica del conflitto e rende la guerra politicamente più accettabile.

 Ma è un’illusione.

Come dimostra il conflitto in Ucraina, alla fine sono sempre i corpi di sangue e carne e non di microchip a occupare le trincee.

 Giovani mandati a difendere pochi metri di terreno sotto l’assalto incessante di sciami di droni o che li pilotano a pochi chilometri di distanza dal fronte.

 La tecnologia può cambiare il volto della guerra, ma non la sua natura.

 Lo stesso si può dire della guerra civile in Sudan, un conflitto segnato da atrocità diffuse e decine di migliaia di vittime, ove i droni sono sempre più un fattore essenziale usato per supportare gli interessi di potenze straniere rivali, trasformando un’ulteriore crisi umanitaria in un conflitto per procura.

 

 

  Il Messia delle Piante.

Cambia la guerra, ma come cambia la regolamentazione internazionale della stessa?

 La domanda è etica ma potrebbe facilmente scadere nel pratico:

chi paga se un’applicazione militare dell’IA miete vittime innocenti per un tragico errore?

E che succede se tale errore non solo non limita i danni, ma facilita un’escalation?

 

La guerra è cambiata non è una tesi, ma un avvertimento. L’accelerazione della guerra guidata da macchine e intelligenza artificiale sta superando la capacità umana di comprenderla e controllarla.

Il ritmo iper-rapido del combattimento algoritmico moltiplica il rischio di errore, perché sistemi biologici come il nostro non sono progettati per gestire flussi continui e massivi di dati: è un sovraccarico cognitivo.

 Il drone, l’occhio che non dorme mai, non sta cambiando solo le tattiche militari, ma l’etica, la politica e la psicologia della guerra.

Il conflitto telecomandato è già una realtà;

quello combattuto da sistemi autonomi che decidono chi vive e chi muore è imminente.

 L’impiego crescente di droni armati e, soprattutto, di sistemi autonomi non è ancora regolato in modo adeguato dal diritto internazionale umanitario.

Mancano criteri chiari su proporzionalità, responsabilità e protezione dei civili.

Come nel cyberspazio, la combinazione di innovazione rapida, diffusione capillare e utilizzo da parte di attori non statali sta creando un vuoto normativo destinato ad ampliarsi proprio mentre la guerra diventa sempre più automatizzata.

 

Chi sono i cyber-mercenari?

 

Nei conflitti contemporanei, combattuti anche attraverso sistemi autonomi, intelligenza artificiale e cyberspazio, emerge una nuova figura di soldato che si vende al migliore offerente: il cyber-mercenario.

Alla nuova domanda di una guerra tecnologica ove molti paesi non hanno i talenti necessari, corrisponde una nuova offerta di servizi: eserciti privati che operano online, proteggono, sorvegliano e attaccano, producendo effetti tutt’altro che virtuali.

La logica resta immutata: uomini senza bandiera, pronti a colpire per chi paga di più.

 

Ci spieghi il meccanismo perverso attraverso cui oggi, alla fine di una guerra, un esercito traumatizzato va ad alimentare milizie mercenarie, unica via d’uscita da droga, depressione e disoccupazione

 

I mercenari non sono più soltanto uomini armati sul campo di battaglia. Sono aziende, reti e organizzazioni che prosperano su guerra, crisi e instabilità.

 Il problema non è solo la violenza che esercitano, ma il vuoto legale in cui operano ai margini del diritto e oltre ogni vincolo morale.

È un mestiere in cui si viene pagati non soltanto per uccidere, ma anche per accettare la possibilità di morire.

 Ed in questo sorprende che le loro fila continuino ad allargarsi.

La ragione è tragicamente semplice.

Quando guerre come quelle in Ucraina o nello Yemen finiranno, lasceranno dietro di sé migliaia di giovani, da entrambe le parti, con un futuro spezzato.

Segnati dal disturbo da stress post-traumatico, privi di reali prospettive di reintegrazione sociale e lavorativa, carichi di rabbia verso chi è sopravvissuto, arricchendosi, mentre loro combattevano e vedevano morire i compagni.

 Per molti, l’unica via d’uscita sarà un altro conflitto:

arruolarsi come mercenari, in cambio di denaro e adrenalina, prolungando una guerra che non finisce.

 

In Ucraina combattono i droni

autonomi: la guerra è

cambiata per sempre.

Leuropeista.it - Sofia Fornari – (26/05/2025) – Redazione – ci dice:

Orizzonti.

“Se hai paura dell’intelligenza artificiale, lascia che te ne dia una ragione in più.”

Non è una battuta provocatoria: è una constatazione che fa sobbalzare sulla sedia.

Perché mentre a Bruxelles si discutono le linee guida etiche per un’IA trasparente e affidabile, e a San Francisco si riflette sull’equilibrio tra innovazione e sicurezza, ci sono trincee – letteralmente – in cui la guerra è già combattuta da macchine capaci di decidere da sole quando colpire, dove inseguire, come abbattere.

 

Un post di “War Monitor” su “X” ha riportato che porzioni del fronte ucraino sono attualmente difese per la maggior parte da droni, molti dei quali dotati di capacità autonome.

Non è una previsione futuribile, ma una fotografia della realtà.

Questi droni non solo sorvegliano, ma combattono, attaccano, reagiscono in modo autonomo.

 E ci raccontano qualcosa che va ben oltre l’ennesima evoluzione della tecnologia bellica: ci parlano di una soglia che l’umanità ha appena varcato.

 

Non sono solo occhi nel cielo.

Per anni abbiamo pensato ai droni come strumenti di sorveglianza. Piccoli velivoli capaci di vedere meglio, più in alto, più a lungo.

Poi li abbiamo visti armarsi:

dalle bombe sui pick-up in Afghanistan ai missili lanciati con chirurgica (e discutibile) precisione in Yemen o Libia.

Ma ora è diverso.

 

In Ucraina, la combinazione tra bisogno militare, spirito di adattamento e innovazione distribuita ha portato allo sviluppo di una nuova generazione di droni:

 economici, adattabili, capaci di operare anche senza il controllo umano in tempo reale.

In alcuni casi, con logiche basate su reti neurali rudimentali, questi droni analizzano segnali termici, movimenti, coordinate GPS, distinguono bersagli, e decidono se attaccare.

A volte lo fanno in sciami.

A volte anche quando la rete è disturbata e l’operatore è offline.

L’autonomia letale non è più una minaccia futura

Chi si è occupato di “AI policy” fino ad oggi ha sempre posto un limite preciso:

 niente “killer robot”, nessuna arma letale completamente autonoma. L’ONU, con tutte le sue lentezze, discute da anni su come vietarle.

Eppure eccole qui, non nel 2035, ma nel 2025.

 Non nei laboratori di “Boston Dynamics”, ma nei campi di grano crivellati dell’oblast di Kharkiv.

 

Siamo ancora lontani da robot umanoidi con fucili in mano.

Ma il principio fondamentale – secondo cui nessuna macchina dovrebbe avere l’ultima parola sulla vita o la morte di un essere umano – è già stato messo alla prova.

 L’Ucraina, costretta a difendersi con ogni mezzo disponibile contro un’aggressione su larga scala, ha spinto sull’innovazione bellica con una rapidità che nessun altro Paese avrebbe potuto eguagliare.

La tecnologia, si sa, non aspetta le regole.

 

La nuova frontiera della guerra (e dell’innovazione).

Piaccia o meno, l’impiego di droni autonomi sui campi di battaglia segna un’evoluzione che avrà conseguenze profonde anche in tempi di pace.

Le soluzioni tecniche sviluppate in contesti militari – dalla gestione degli sciami all’ottimizzazione dell’autonomia decisionale – potrebbero presto trovare applicazioni anche in settori civili:

dalla logistica all’emergenza ambientale, fino alla sicurezza delle infrastrutture critiche.

 

La sfida, dunque, non è solo contenere i rischi, ma valorizzare l’enorme potenziale dell’intelligenza artificiale in contesti di responsabilità, trasparenza e supervisione umana.

Serve un’architettura di regole globale, condivisa, capace di tenere il passo con una realtà che cambia più velocemente di quanto le istituzioni riescano a reagire.

 

E se tutto questo vi spaventa, è perché siamo già entrati in un futuro che fino a ieri sembrava fantascienza.

 La guerra come l’abbiamo conosciuta è finita, un nuovo paradigma si è imposto.

 

 

175 miliardi di dollari. Il costo del nuovo scudo antimissile americano.

Repubblica.it – (11 Febbraio 2026) - Riccardo Staglianò – Redazione – ci dice:

 

175 miliardi di dollari. Il costo del nuovo scudo antimissile americano.

Se gli israeliani hanno l'”Irons Dome Trump”, che impazzisce per tutto ciò che luccica, ha pensato bene di farsi un “Golden Dome”.

 Lo scudo antimissile statunitense costerà 175 miliardi di dollari, ma quest'anno ne saranno stanziati solo 13,5.

Inutile far notare che, con una cifra annuale tra i 34 e i 69 miliardi, stima “Health Affairs”, si potrebbe estendere la copertura sanitaria alle decine di milioni che oggi ne sono sprovvisti.

Visioni del mondo inconciliabili.

Il complesso militare-industriale, dalla guerra fredda, non è mai stato così in forma.

 Lo spiega bene “Dario Guarascio” in “Imperialismo tecnologico”. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell'IA (Laterza).

Dove si denunciano, per l'ennesima volta, i contratti che legano l'esercito israeliano a Big Tech.

Compresi quelli, da un miliardo e duecentomila dollari, sottoscritti da Alphabet e Amazon per fornire servizi cloud e IA all’IDF.

Compreso il riconoscimento facciale e le analisi biometriche nei Territori occupati del servizio “Nimboso”.

Che allude alla nuvola, ma una nuvola minacciosa, generalmente carica di pioggia.

O, più verosimilmente, di bombe.

 Perché, come ricorda un altro libro appena uscito (La guerra è cambiata di Alessandro Arduino, uscito da Einaudi) «nonostante l'evoluzione bellica, plasmata da una iper-rapidità decisionale, tre verità restano immutabili:

la guerra non sarà mai breve, mai economica, mai senza vittime».

 Qualcuno dovrebbe ricordarlo all'aspirante premio Nobel della Casa Bianca.

 

 

 

Trappole dal cielo, la

nuova guerra in Donbass.

Ansa.it – (28 gennaio 2026) - Lorenzo Attianese – Redazione – ci dice:

 

I reportage dell'inviato ANSA dal fronte.

La vita (e la morte) in trincea, i soldati al lavoro su nuove armi low cost, la quotidianità dei civili vicini alla zona grigia, i profughi in fuga e i cittadini che resistono, i giovani idealisti italiani che si arruolano per Kiev, la capitale al freddo e al buio per i blackout:

 la guerra in Ucraina è cambiata e gli esiti sulla linea del fronte non sono affatto scontati.

(RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA).

 

Nella strada che porta via dalle trincee, fuori dalle linee di combattimento, il soldato alla guida del “Pick up” sterza in derapata scivolando su fango e ghiaccio.

Poi dall'abitacolo si sentono degli spari che partono dal mezzo:

 dietro al cassone altri due militari aprono il fuoco puntando al cielo, avvisati via radio dell'arrivo di un drone.

A quel punto il mezzo accelera disperato per uscire al più presto fuori dalla portata dei volatili meccanici.

Dieci minuti col nodo in gola.

 Poi si rallenta, è andata bene anche stavolta: nessun commento, solo un sospiro, si scende dal Nissan Navara nero, via l'elmetto e come premio di quella routine arriva la pausa sigaretta.

 

 Stessa corsa per il viaggio al contrario, che porta alla 'zero line' del Donetsk, nelle postazioni a ridosso della linea oltre la quale il confine tra Ucraina e Russia è soltanto una questione di traiettorie giuste tra trappole e cadaveri, difficili da recuperare sul campo in quel punto.

 "Gli assalti da Est sono aumentati dalla scorsa estate e il maltempo per noi è un'arma a doppio taglio: da una parte gli attacchi rallentano e dall'altra

  le truppe russe avanzano a piedi cercando di prendere terreno, perché con pioggia, neve e vento non riusciamo a coprire bene le nostre postazioni con i droni. Loro spingono, ma in questi mesi qui ancora teniamo, non abbiamo perso territori.

Certo al momento possiamo solo difenderci", spiegano nella trincea i soldati

 ucraini del battaglione 'Legione Nord' della 44esima brigata  meccanizzata.

Ad essere accucciati in quel fosso dove restano isolati almeno per una settimana con scatolette, caffè, thè e barrette energetiche, sono in due e dormono alternandosi tre o quattro ore al giorno.

 

  “ Kraska”, 36 anni, è un pilota di droni che ruota continuamente il pollice sulla leva del controller remoto.

 Lo fa senza togliere mai lo sguardo dagli schermi del computer, dove analizza i filmati anche dalle altre postazioni grazie alla rete di Starlink e studia le  coordinate.

“Semen”, 25 anni, è invece un ingegnere e si occupa di  caricare il loro drone con batterie e granate, per poi uscire  allo scoperto e metterlo in postazione, pronto al decollo.

  L'obiettivo e individuare in volo gli sciami nemici che si

  sparpagliano distribuendosi ovunque:

se agli 'cpv. drone' tocca

  sganciare le bombe, di notte gli stessi velivoli 'da agguato' si  appostano in terra per poi esplodere di giorno al passaggio dei  soldati, depositando mine e seminando imboscate.

"Tocca cercarli nelle auto bruciate o nei cumuli di rifiuti, ma con la neve è più difficile", spiega “Kraska” mentre aguzza gli occhi zoomando  ovunque sul campo di battaglia.

 Improvvisamente sul display  compaiono cadaveri di soldati russi, forse lì da un paio di  giorni, poi si passa altrove:

 "Tocca essere sicuri di avere neutralizzato tutti i velivoli, di aver coperto tutta la zona".

Poi fuori, con la testa nelle spalle, si esce solo per il ritiro di componenti o viveri in attesa della stessa Nissan.

    Bisogna muoversi veloci, sia per chi guida che per chi resta a terra.

 Si sta allo scoperto solo per pochi interminabili istanti sotto l'insopportabile ronzio dei droni, che è un memento mori.

"Non vogliamo lasciare questo territorio perché possiamo difenderlo", dice sicuro il maggiore “Viacheslav Shutenko”, comandante del battaglione, che accoglie i suoi uomini al rientro.

 "Qui c'è la situazione peggiore dopo “Pvkorosk,” ma possiamo giocarcela, cinquanta e cinquanta.

Per il 2026 non ce la faranno", poi punta la penna sulla mappa digitale del telefono indicando le 'zone grigie', attraversate dai combattimenti: "A  Kupiansk stiamo recuperando, nella città ora sono rimasti solo un centinaio di soldati russi".

Lo dice rincuorandosi mentre si scrolla la melma dagli scarponi, in un posto che non ha nulla a che fare con la geopolitica.

 

La giornata in trincea, sulla linea di contatto nel Donetsk.

Nelle cantine segrete di droni, 'qui la nuova arte della guerra'.

Nelle cantine segrete dei droni in Ucraina.

(RIPRODUZIONE RISERVATA).

Dopo essere entrati in una casa apparentemente vuota e in costruzione non lontano da “Karkhiv”, si scende nei sotterranei fino ad arrivare in una cantina molto piccola, dove è costante il suono di una laboriosa stampante 3d.

In questo posto angusto simile alla camera di un hacker si gioca, con tecnologie da poche centinaia di dollari, una delle partite più importanti nel corso della nuova guerra in Ucraina.

"Qui facciamo sviluppo e test per i droni a fibra ottica:

 riceviamo informazioni, costruiamo adattamenti, assembliamo i pezzi e poi li inviamo al fronte in Donbass", spiega Alex, un militare di 37 anni dell'ufficio di intelligence dell' 'unità Tafuni'.

 

   Un team di sei soldati senza divisa testa i motori, misura il  bilanciamento del peso delle batterie, inserisce mini telecamere, progetta e adatta nuovi pezzi che serviranno ad applicare armi e qualsiasi altro oggetto che possa essere trasportato o sganciato dai volatili meccanizzati.

"Di unità di verifica dei droni ce ne sono qualche un centinaio in tutto il Paese e in tutto ci lavorano un migliaio di soldati, soprattutto ingegneri. Ma noi siamo sempre alla ricerca di gente:

più che le tradizionali capacità - sottolinea Alex - ci interessano giovani che abbiano curiosità.

Il resto lo facciamo noi, ci bastano meno di sessanta giorni per prepararli.

Ma in poche settimane cambia tutto, per questo tocca aggiornare continuamente le tecnologie contro i sistemi che sviluppa il nemico".

   La nuova piccola arma micidiale, capace di distruggere risorse militari milionarie, sono i droni in fibra ottica che costano dai trecento ai mille dollari:

"Non vengono intercettati via radio e quindi non è possibile interferire sul loro segnale con dei disturbi:

li guida direttamente il pilota", specifica Alex.

 È per questo che avvicinandosi alle postazioni nelle trincee e in tutte le zone militari ucraine, tra l'erba e i tronchi nelle foreste c'è una fitta trama di ragnatele di cavi sottilissimi e quasi invisibili:

è la fibra ottica che fa comunicare visori, schermi, controller e levette dei piloti con i quadricotteri:

un canale diretto in cui il nemico non può interferire se non distruggendo quelle lenze invisibili, che permettono di arrivare fino a sessanta chilometri.

 

   Una tecnologia in ascesa che ormai è sempre più utilizzata su  entrambi i fronti:

"I set up sono diversi ma noi e Mosca abbiamo gli stessi componenti cinesi".

Anche in questo conflitto, cominciato quattro anni fa con armi classiche da seconda guerra mondiale, ora la gara sta tutta nello sviluppo costante e nella corsa all'acquisto.

 "In base alle richieste dei soldati riceviamo una sorta di lista della spesa, poi facciamo gli ordini, ma

 Pechino non può inviare direttamente a noi e spedisce in Europa, dove poi andiamo a ritirare i pezzi.

Lo stesso fa la Russia con altri Paesi, sempre comprando dalla Cina. Tutto questo è importante per difenderci dall'artiglieria e dalle avanzate senza perdere soldati", conclude Alex mentre il rumore di fondo nella  cantina sparisce e la stampante 3d ha terminato la sua ultima  fatica in plastica:

è l'ennesima elica di una granata, pronta a cadere dal cielo sulle linee nemiche nel groviglio di fili nel Donetsk.

(Riproduzione riservata © Copyright ANSA)

 

Armi letali stampate in 3d.

A “Druzkivka “la vita dietro al fronte, 'chi resta aspetta i russi.'

La popolazione locale a” Kramatorsk”, dopo un bombardamento russo.

 (© ANSA/EPA).

A ridosso delle trincee, a otto chilometri dalle postazioni militari, ci sono civili in Donbass che vivono una routine apatica scandita dal brusìo dei droni in cielo, i bombardamenti e le poche ore al giorno per restare in strada:

tra chi si affretta per andare al negozio di alimentari e chi vaga senza meta.

 A sud di Kramatorsk, nella città di Druzkivka, che prima della guerra contava cinquantaquattromila  abitanti, ora restano poche migliaia di persone e non c'è quasi  più nessuno da evacuare.

 "Chi voleva farlo è già andato via", spiegano i soldati.

Chi resta ha comunque fatto una scelta. Così come nella 'zona grigia' di Kostjantynivkana, dove infuriano i combattimenti, una metà dei cittadini rimasti aspetta l'arrivo dei russi ma non sa cosa succederà dopo.

Sono soprattutto anziani, spesso reticenti con le truppe ucraine, che accusano i militari: "ritiratevi, così smetteranno di bombardare".

I soldati li ascoltano e senza alcun cenno di reazione proseguono il passo:

 "Qui i media russi - dicono gli ufficiali - arrivano nelle frequenze televisive con la loro propaganda e così qualcuno crede all'invenzione della ricostituzione di una nuova Unione sovietica".

 

   Intorno alle undici del mattino, quando a quell'ora i droni russi sono in ritirata verso le basi, in centro si vede soltanto qualcuno uscire per andare alle poste, passando vicino ai rifugi antiaerei di emergenza sul lato del marciapiedi, poco più grandi di una cabina telefonica.

 "La guerra? Andate a fare queste domande in Groenlandia", sbotta un anziano ironizzando, critico contro un nuovo imperialismo statunitense.

Alle sue spalle, lungo la parete di un edificio nella via, al contrario c'è invece una scritta di cui è impossibile risalire alla data:

"Trump salva la gente del Donbass e vendi i Tomahawk all'Ucraina".

In periferia diverse case e palazzi, alcuni erano stati occupati dai militari che si organizzano per il fronte, sono ridotte in rovine perché prese di mira dal nemico.

 "I filorussi in città non si rendono conto", spiegano i soldati raccontando alcune vicende, come quella di Pokrovsk, dove - dicono - "una coppia aspettava i russi ma poi loro hanno ucciso lui e violentato lei per poi portarla in Russia.

Da qualche parte c'è anche un video della donna che ne parla".

 

   Raisa, 66 anni, e suo marito Hennady, 71, sono tra i pochi disponibili a fermarsi per parlare nonostante le buste della spesa tra le mani:

 "Ogni giorno abbiamo solo due ore per uscire e comprare da mangiare. Non andiamo via da qui perché non abbiamo soldi e non sapremmo dove andare", dicono.

Di giorno i droni e di notte l'artiglieria, la paura dal cielo non si ferma, così come i colpi di artiglieria a una manciata di chilometri ricordano continuamente che qui le truppe russe sono molto vicine.

La gente di  Druzkivka sa che questo è il luogo da cui il nemico proverà ad entrare a Kramatorsk, ultima fortezza designata per espugnare il Donbass.

 Nonostante tutto anche nei quartieri deserti si vede gente che pota i rami degli alberi nelle strade, dove le auto passano schizzando acqua dalle pozzanghere dai crateri di fango che bucano l'asfalto.

 Corrono veloci verso nord, via da Druzkivka, per raggiungere i tragitti con chilometri di reti legate sui pali della carreggiata, per proteggerla in alto dai droni a fibra ottica.

 Facile intuire perché li chiamino 'tunnel della vita': un nome che descrive anche chi invece, alle loro spalle, sembra essersi rassegnato al suo esatto opposto.

(Riproduzione riservata © Copyright ANSA)

 

I tunnel della vita.

Al confine russo, Kharkiv resiste e accoglie i villaggi svuotati.

Civili ucraini fanno training militari nella regione di Kharkiv.

(Civili ucraini fanno training militari nella regione di Kharkiv - © ANSA/EPA)

Gli addobbi delle festività del Natale ortodosso e le insegne luminose dei grandi negozi riflettono la luce sulla neve mentre la gente passeggia sui  marciapiedi, ma basta girare l'angolo per vedere una ruspa che  raccoglie i detriti dei primi missili arrivati con il nuovo anno, quando i razzi hanno colpito dei palazzi ferendo  diciannove persone, tra cui un neonato di sei mesi.

A Kharkiv l'ossimoro della nuova normalità ucraina sembra più evidente che altrove.

Nella seconda città più popolosa del Paese, a quaranta  chilometri dal confine russo, finora i suoi abitanti hanno avuto  la meglio.

Nonostante i massicci bombardamenti di Mosca dal 2022, le persone - anche i russofoni - non hanno lasciato le proprie case e il peggio sembrava essere passato, ma nell'ultimo anno la Russia ha ricominciato ad attaccare.

 "Abbiamo deciso di restare, anche le sirene suonano ancora e i palazzi sono tornati a cadere", commenta Taras accompagnando la madre a fare la spesa.

 

   In questi anni non c'è stata alcuna evacuazione, anzi.

Kharkiv accoglie gli sfollati che arrivano dai due fronti guerra, il Donbass e i territori a nord est.

 In un largo edificio a tre piani alla periferia della città, che prima era una scuola, quotidianamente vengono trasferite le chiamate in arrivo al 112 e altre linee gestite dalle organizzazioni umanitarie:

 quando i russi sono a ridosso delle proprie abitazioni la gente chiama e  da qui partono bus o ambulanze che poi caricano intere famiglie o persone sole.

"Interi gruppi a volte vengono recuperati per strada mentre scappano a piedi, disposti a fare decine di chilometri pur di lasciare l'inferno che avvolge le loro case.

E a volte capita che durante la fuga i droni nemici uccidano qualcuno", spiega “Alla Sherstiuk”, coordinatrice del centro.

 

   Negli ultimi due anni e mezzo dall'intera regione e da una parte dell'oblast di Donetsk sono arrivati oltre trentunomila profughi, che poi si trasferiscono dai parenti o negli ostelli.

Dal centro degli sfollati, attraverso i contatti mantenuti dai rifugiati con i civili ancora sotto il fuoco, si assottiglia la conta di chi è ancora lì. “Sergiy”, 57 anni, appena arrivato da Konstantinova, lavorava nelle miniere di carbone:

"Prima della guerra - dice - nella mia città c'erano centomila persone. Ora sono ottocento, tutta gente molto anziana che ormai credo morirà lì e se tutto va bene verrà seppellita nei giardini delle proprie case, come succede adesso".

Da ottobre scorso in massa sono giunti da Kupiansk, a sud est:

"anche quello è diventato un posto dove si combatte soltanto e forse sono rimasti a malapena un centinaio di civili, ce ne accorgiamo da come improvvisamente qui si riversano le persone in poche settimane", ammette “Alla”.

In molti, come Georgiy e la moglie Irina dal villaggio di Studenok,

vanno via quando l'ombra dei droni si allunga sui tetti loro case.

Ma c'è chi non è scampato: Igor, 54 anni, a dicembre a Kupiansk ha visto cadere la moglie davanti ai suoi occhi, colpita dagli sciami della morte mentre insieme tentavano la fuga.

Lui,  che da allora non parla più, non è potuto tornare indietro neanche per seppellirla.

 

(Riproduzione riservata © Copyright ANSA)

 

L'inverno di Kiev al buio, 'anche i blackout uccidono'.

Cittadini ucraini nelle strade buie dopo un black out.

(© ANSA/AFP)

Tra i palazzi del quartiere popolare di Dniprovsky, dopo il tramonto, ciò che per strada attira l'attenzione sono solo i fari delle auto e i flash dei telefonini accesi, usati come torce.

Tutto intorno c'è un coro di rumori che arriva dai generatori di corrente. L'inverno buio di Kiev ha reso spettrale la città anche quando non piovono i razzi e nella capitale ucraina i blackout programmati decidono come andranno le giornate:

 sono conseguenze della nuova strategia di attacchi russi, che con i bombardamenti alle infrastrutture energetiche riduce varie parti del Paese senza elettricità e senza riscaldamenti.

Se prima la durata delle interruzioni dipendeva dalla frequenza delle offensive sulle centrali di produzione, ora tutto viene programmato quotidianamente dal governo e comunicato su una app:

 alla sera arriva una notifica e le caselle nere indicano la fascia di ore, in genere almeno quattro al giorno, in cui toccherà accendere le candele, lampade a batteria o - per chi può - attrezzarsi con gruppi elettrogeni casalinghi che costano fino a tremila euro.

 

   "Si muore anche così", dice “Oyana”, che teme per suo padre, collegato a un ventilatore meccanico per respirare.

 "Per fortuna abbiamo comprato un generatore e spero funzioni sempre. È di quelli a benzina, l'ho sistemato fuori al balcone.

 Questo non potrei tenerlo, la legge lo vieta per una questione di sicurezza", spiega ignorando le raccomandazioni delle autorità sui rischi di intossicazione da monossido di carbonio.

Ma non è l'unico problema. "Pensate a quando suona l'allarme e tocca andare nei rifugi.

Immaginate sia facile far scendere dalle scale, con l'ascensore che va fuori uso, a tutte le persone di un edificio di sedici piani?",

fa notare “Svitlana”, 46 anni, condomina del complesso di vecchi grigi palazzoni di epoca sovietica, allettata dopo essersi rotta un femore. Nello stesso posto “Nadiya” si è attrezzata con un fornelletto a gas e una stufetta:

"Penso ai miei figli, spesso le lezioni a scuola saltano, così come le visite programmate da mesi negli ambulatori degli ospedali".

Da Trypilska a Brovary, i continui bombardamenti hanno messo in ginocchio la Ukrenergo, la compagnia nazionale dell'energia ucraina e forse l'attacco di molto tempo fa agli uffici della Tek, la società che distribuisce l'elettricità, visto oggi dà l'impressione di un avvertimento di Mosca.

 Lo sanno bene anche gli operai che effettuano le riparazioni dei cavi, "migliaia le chiamate negli ultimi mesi", dicono.

Durante i blackout ci sono poche alternative e spesso tutto si concentra nei negozi, almeno quelli che hanno la possibilità di utilizzare i grossi generatori di corrente:

così diventa più facile studiare sedendosi sulle panchine in un centro commerciale, anche solo per stare al caldo.

 

   I servizi essenziali, fatta eccezione per le infrastrutture critiche come i reparti degli ospedali, funzionano tutti i giorni ma a singhiozzo, in una rotazione di interruzioni che viene decisa giorno per giorno.

 Alla sera, dopo le comunicazioni, ci si organizza per le ventiquattro ore successive.

"Ci dicono che bisogna ridurre i consumi, a prescindere.

Ma questa situazione non può andare avanti sempre così, speriamo si sbrighino con la diplomazia", commentano nel quartiere.

Kiev non è l'Est del Paese e le trincee per fortuna per adesso sono lontane: di certo la quotidianità è cambiata e la gente va avanti consapevole che queste situazioni, anche se lontano dal Donbass, li avvicinano sempre più alla routine di chi vive a ridosso del fronte.

(Riproduzione riservata © Copyright ANSA).

 

La decisione di “Andrea,' vado al fronte, lì ho perso i miei amici.'

Un gruppo di italiani si arruola per l'Ucraina, 'siamo europeisti'.

Mostrano sulle loro spalle le toppe tattiche militari con la bandiera gialloblu, citano Altiero Spinelli” e sostengono l'obiettivo dell'Europa unita.

A Kiev c'è una nuova generazione di giovani italiani che presto si unirà  alle truppe ucraine, aiutati da un'associazione che supporta una ventina di persone del nostro Paese impegnati al fronte contro i soldati russi.

Tra loro, ad esibire la procedura di arruolamento nelle forze armate dell'Ucraina, c'è “Andrea Cappelletti,” un 25enne di Cantù:

"Certo, ho messo in conto di poter anche morire, ma preferisco vada così piuttosto che restare a guardare senza fare nulla", spiega mentre passeggia in piazza Maidan e scrolla la neve che si posa sulle dodici foto dei caduti italiani in Ucraina, in uno dei tanti memoriali che affollano questo posto.

 

   Oltre a consegnare al fronte cibo italiano, medicinali e attrezzature mediche, l'associazione italiana 'Stur' (acronimo di Support the ucrainian resistance) - composta da una quindicina di persone e con decine di donatori - ha uno sportello di supporto psicosociale per i familiari dei ragazzi italiani che decidono di arruolarsi, "consapevoli - dicono - del dolore che la famiglia  dei volontari si ritrova a dover gestire in seguito alla decisione dei ragazzi di partire, e talvolta di non tornare". Tra loro c'è un gruppo di amici ventenni che vengono da Verona, Emilia Romagna e Toscana.

   “Andrea” ha scelto 'Velite' come nome di battaglia:

 "E' un riferimento a quelle figure dell'antichità romana che portavano l'acqua in prima linea", spiega ricordando che già da tre anni  per diverse volte era stato a contatto con i soldati in Ucraina, da Kherson a Povkorosk, ma soltanto per portare aiuti.

 "Per me, che sono un convinto europeista, tutto quello che sta accadendo non è giusto.

A dicembre ho lasciato in Italia il mio lavoro di designer e ho cominciato l'iter per arruolarmi".

Il giovane 25enne di Cantù - che affronta con sguardo sicuro le motivazioni della sua scelta - ha già fatto i conti con la sua famiglia e suo padre, anche lui volontario impegnato negli aiuti umanitari, non è d'accordo:

"A lui non piace l'idea che io possa uccidere, ma ho capito che senza le armi non si risolverà niente.

 La pace, l'aiuto e il pane non servono più. Servono i fucili",

 aggiunge annunciando di essere pronto ad aggiungersi al 411esimo reggimento delle forze armate ucraine, come pilota di droni di attacco. Stessa scelta di N., 34 anni, di Verona, che da dieci giorni si è trasferito a Kiev:

"La mia famiglia non sa della mia scelta, sanno solo che sono partito per venire qui".

Anche N. aveva un lavoro, come programmatore, ma "quel momento - spiega - per me è concluso, sono appagato.

 Ora voglio aiutare in prima linea, sono pronto a mettermi a disposizione.

 Qui c'è la possibilità che nasca un'Europa diversa, come quella che sognava “Altiero Spinelli “nel suo manifesto di Ventotene:

 gli ucraini hanno uno spirito molto europeista".

 Il gruppo di idealisti e aspiranti soldato, che viene dall'Italia, è sicuro della vittoria di Kiev:

"L'importante è non arrendersi - dicono -.

 Anche se Mosca ha più soldati, prima o poi a loro finirà la voglia di combattere.

A differenza nostra, non hanno una vera motivazione per stare qui".

(Copyright ANSA).

 

 

 

Nuovi colloqui tra ucraini e russi

 ad Abu Dhabi.

Difficile arrivino buone notizie.

Radiopopolare.it – Redazione – (10-02 -2026) – ci dice:

 

La delegazione ucraina ad Abu Dhabi ha un compito difficilissimo:

capire se questa volta la Russia faccia sul serio quando parla di fine alla guerra.

La strategia di Mosca potrebbe essere la solita: prendere tempo, tenere aperti i canali di comunicazione con gli Stati Uniti, continuare ad attaccare il territorio ucraino.

Il Cremlino infatti ha ribadito anche oggi come la sua posizione non sia cambiata:

 ci fermeremo solo quando gli ucraini avranno accettato di cedere tutto il Donbas.

Anche la cronaca delle ultime ore, come quella degli ultimi giorni, fornisce già una risposta piuttosto chiara.

 Nello stesso momento in cui stavano per cominciare i colloqui ad Abu Dhabi i russi hanno lanciato bombe a grappolo su un mercato in una località vicina a Kramatorsk, proprio nel Donbas, facendo almeno sette morti e diversi feriti.

Gli ultimi attacchi sulle città ucraine – soprattutto Kyiv, Kharkiv, Sumy – hanno fatto altre vittime e hanno lasciato nuovamente diversi edifici senza elettricità e riscaldamento.

 Nella capitale oltre mille condomini.

Zelensky ha accusato Putin di aver violato la tregua sulle infrastrutture energetiche sponsorizzata da Trump.

 I russi hanno risposto che l’accordo era scaduto e il presidente americano ha detto la stessa cosa.

Viste tutte queste premesse è difficile immaginare come i negoziati di Abu Dhabi possano sbloccare la situazione.

 

Le questioni sul tavolo sono:

 il futuro del Donbas che abbiamo già citato, lo status della centrale nucleare di “Zaporizia” oggi sotto il controllo russo, le garanzie di sicurezza occidentali all’Ucraina in caso di cessate il fuoco.

Per Putin il controllo del Donbas rappresenterebbe la vittoria minima da vendere all’opinione pubblica interna.

Un obiettivo ben lontano da quello iniziale – controllare tutto il Paese – ma che con la dovuta propaganda gli potrebbe permettere di fermare l’invasione del Paese vicino.

Nel Donbas ancora sotto il loro controllo gli ucraini hanno costruito le fortificazioni più massicce di tutto il Paese, in un lavoro cominciato nel 2014.

Zelensky ha fatto capire di essere pronto a un compromesso, per esempio il congelamento della linea del fronte – quindi nessun ritiro russo – e la totale smilitarizzazione della regione di Donetsk, se non di tutto il Donbas.

 Anche da parte russa ovviamente.

 

Secondo un sondaggio dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv diversi ucraini, circa il 40%, sarebbero pronti ad accettare la cessione del Donbas se questo volesse dire la fine della guerra e una serie di garanzie occidentali alla sicurezza del paese. In sostanza nessuna nuova invasione.

 La percentuale, il 40%, è in deciso aumento rispetto all’inizio della guerra, quando però non si parlava ancora di garanzie occidentali alla sicurezza ucraina.

In piena guerra è impossibile dare questi numeri per certi, ma di sicuro evidenziano il grado di stanchezza della società ucraina.

Soprattutto viste le condizioni proibitive – freddo e buio – che sempre più persone devono sopportare.

L’eventuale cessione del Donbas a Mosca sarebbe quindi collegata a un solido pacchetto di garanzie per gli ucraini.

 Zelensky ha detto che l’accordo con americani ed europei è chiuso.

Ma i russi lo accetterebbero? Al momento no.

 La portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, ha detto addirittura che la NATO ha un piano per attaccare la Russia dal territorio ucraino.

 Un circolo vizioso.

Parti quindi ancora lontane, molto lontane.

Stasera gli ucraini hanno parlato di colloqui produttivi ma in questo quadro i russi sono pronti ad andare avanti.

 Il numero dei soldati morti al fronte – alcuni dicono oltre un milione – non interessa il Cremlino.

 La guerra potrebbe durare ancora a lungo.

 

 

 

 

La lettura, la scrittura, l’AI.

È davvero cambiato qualcosa?

Lanazione.it -Redazione Massa Carrara – (10-02 -2026) – ci dice:

Viaggio nei tempi moderni per capire come si sta modificando il rapporto con la lettura.

 Gli studenti della 2A dell’IC Staffette Massa 2 intervistano un giovane e due insegnanti.

L’importanza dei libri ’raccontata’ dalla vignetta di Iris Bongi, a sinistra la classe 2°.

 

Per approfondire:

Magrini alla Biblioteca degli Intronati. Intelligenza artificiale e tecnologie.

L’Intelligenza artificiale. Passo avanti, ma verso dove?

Intelligenza Artificiale, tutti la usano.

 Ma pochi sanno di cosa si tratta.

La lettura e la scrittura sono cambiate molto nel tempo, grazie a Internet e all’intelligenza artificiale.

Il libro cartaceo è superato dal digitale, così come la penna dalla tastiera o, per i più digitalizzati, dalla trascrizione vocale.

 Come sta cambiando il rapporto con la lettura?

 La redazione della 2A ha intervistato due insegnanti e uno studente.

 I nomi sono di fantasia.

 Marco, studente di seconda media, preferisce la lettura cartacea a quella digitale, per lui più immersiva.

 

"Mi piace leggere, ma non troppo.

 Leggo libri di avventura e d’azione.

La lettura è un’attività importante da allenare e trovo molto utile il campionato della nostra scuola:

“Libri in gioco“.

Tutte le seconde leggono, durante l’anno, in classe, lo stesso libro e a giugno si confrontano in una specie di gara: vince chi risponde correttamente.

Il libro che stiamo leggendo è “O Maè“.

Si tratta della storia di judo e di camorra del mio scrittore preferito: Luigi Garlando.

Ho letto dei suoi libri e mi sono piaciuti due che consiglio:

 ’Per questo mi chiamo Giovanni’ e ’Mio papà scrive la guerra’".

 

Alle insegnanti si chiede se la lettura, negli anni, sia cambiata e se sì, quanto sia responsabile il digitale.

 "Penso che oggi sia cambiato il modo di leggere delle persone.

 Chi è nato nell’era della tecnologia avanzata preferisce il digitale, invece chi come me è del secolo scorso rimane ancorato al passato e la lettura è sinonimo di tempo per sé:

un bel libro, una comoda poltrona, una coperta e una tazza di tè! Sicuramente – continua l’insegnante Maria – il digitale e la neonata intelligenza artificiale rendono la lettura dei ragazzi più veloce, ma più arida, e li deruba d’immaginazione".

 

Anche per Rita – l’altra insegnante – l’attività della lettura aiuta la concentrazione e alimenta la creatività, e tra digitale e cartaceo, vince quest’ultimo.

 Trova molto interessante il legame tra libro e industria cinematografica, dalla parola scritta nasce il film e ciò può stuzzicare la curiosità per la lettura del testo.

Una domanda sorge spontanea: ma voi dove trovavate le informazioni per approfondire lo studio?

Rispondono insieme: "Il verbo gongolare e Wikipedia non esistevano.

 Si consultava l’Enciclopedia, che ogni famiglia aveva in bella vista nella libreria oppure si andava in biblioteca.

E un consiglio di lettura per la classe 2°A?

“Lo Hobbit“ di Tolkien, naturalmente!"

 

 

 

 

 

La battaglia delle macchine

non è veloce né pulita.

E sbranerà sempre uomini.

 Ilgiornale.it - Matteo Sacchi – (1° febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

 

La battaglia delle macchine non è veloce né pulita.

E sbranerà sempre uomini.

 

La guerra è cambiata.

Non stupisce: è nella sua natura, tutti sanno che è il regno dell'instabilità.

Sun Tzu scriveva, già millenni fa, giusto per fare un esempio classico, che "la guerra è il tao dell'inganno".

 Tao in cinese, riducendo ai minimi termini una cosa poco traducibile, sarebbe una forza inarrestabile e incomprensibile, In questo caso pure dell'inganno...

Molto più prosaicamente in Occidente sono noti il vecchio aforisma che ci dice che i generali sanno sempre combattere la guerra precedente o la frase attribuita a “Helmuth von Moltke” (il Vecchio):

"Nessun piano regge il contatto con il nemico.”

 

Ma oggi quando diciamo “La guerra è cambiata” - proprio il titolo del breve ma illuminante saggio di Alessandro Arduino - intendiamo qualcosa di più radicale di quanto sia mai accaduto sin qui.

 Sì persino considerando la svolta prodotta dalle armi atomiche. Proviamo a seguire il ragionamento che Arduino - docente al “Lau China Institute” del King's College di Londra e Fellow al Royal United Services Istitute - fa sulla metamorfosi del campo di battaglia e soprattutto sui bias cognitivi che caratterizzano le nostre aspettative sul medesimo.

 

Lasciamogli la parola, perché ha il dono della sintesi:

"Dalle cronache dell'antica Cina emerge la figura di un mercante di armi che proponeva scudi impossibili da perforare e lance in grado di trafiggere qualsiasi protezione...

Finché un mercante osò chiedergli una dimostrazione:

l'efficacia della sua lancia contro il suo stesso scudo. Quel giorno il silenzio del mercante fu più eloquente delle sue parole".

 

Ma noi rischiamo di essere nella stessa condizione del mercante: "Oggi l'uso di droni da combattimento, l'intelligenza artificiale che decide in un istante chi colpire, e i sistemi di monitoraggio satellitari che trasmettono le battaglie in tempo reale a spettatori comodamente seduti davanti ai loro tablet promettono scudi indistruttibili e lance imbattibili". Ma è la solita bugia. L'accelerazione tecnologia ha moltiplicato l'inganno.

 

Le prime vittime, anche se ad accorgersene furono un numero limitato di analisti e non il grande pubblico, furono gli “Armeni”. Nella seconda guerra del Nagorno Karabakh vennero travolti dagli azeri che schieravano un nuovo tipo di aviazione composta dai droni turchi “Bayraktar Tb2” e dalle “loitering munitions israeliane”.

Le loro postazioni, le batterie di artiglieria, le formazioni blindate, vennero bersagliate senza sosta da questi mezzi a basso costo e guidati a distanza.

Ad un certo punto bastava il rumore di un drone per far arrendere i soldati di Erevan.

 

Sarebbe dovuto bastare per capire che piega avrebbero preso gli eventi nello scontro in Ucraina e a lanciare un monito sul futuro.

 

Invece no, il ragionamento non è andato oltre alla corsa al drone...

Ne è nato un business globale mentre sul campo di battaglia si faceva sempre più strada l'IA.

La guerra radiocomandata a distanza è una realtà, quella fatta da macchine autonome è dietro l'angolo.

 

Ma questa guerra è molto più lancia che scudo.

 Le macchine costano poco, i modelli più semplici sono poco più che droni commerciali rimaneggiati.

Ma difendersi, abbatterli, costa tantissimo e richiede sistemi d'arma sempre più sofisticati.

 È stata la scelta di Putin: ha investito molto poco per fermare i droni ucraini che fanno strage dei suoi soldati.

In compenso ha fatto la spesa rifornendosi di migliaia di droni iraniani a basso costo, prodotti anche su licenza.

Per fermare le loro ondate sulle città ucraine è stato necessario un investimento tecnologico e di denaro pazzesco.

Un investimento che funziona sino ad un certo punto.

 

Il risultato?

 L'illusione di una guerra combattuta per procura e con un visore elettronico si è trasformata in una macelleria in stile Prima guerra mondiale dove però ogni sottile ronzio volante è una minaccia di morte.

E chi non è preparato a combatterla come i soldati coreani mandati al fronte come carne da macello per compiacere Mosca.

Precipitati da un mondo senza internet ad un campo di battaglia ipertecnologico si sono ridotti ad usare i propri commilitoni come esche nel tentativo di abbattere i droni.

Facile immaginare con che rateo di perdite.

Su questo l'analisi di Arduino è impietosa, siamo precipitati in un nuovo tipo di conflitto automatizzato che certamente non costerà poco, certamente colpirà duramente i civili e non sarà mai breve.

 

Per fortuna nella complessità alcune potenze si sentono probabilmente più fragili di quanto diano a vedere.

 

 

Spiega ancora Arduino che "non è un caso se "nella Cina di Xi Jinping, subito la disfatta russa nel tentativo di conquistare l'Ucraina in breve tempo, le teste di numerosi generali hanno cominciato a cadere...

come se il vero nemico da sconfiggere fosse ormai dentro, annidato tra le file stesse del Partito e dell'esercito...

Se l'intelligence cinese non è riuscita a vedere la fragilità della macchina da guerra russa, se gli analisti militari dell'Esercito Popolare di Liberazione hanno sopravvalutato la dottrina di Mosca al punto di crederla invincibile, allora la domanda per Xi diventa inevitabile:

 il suo stesso esercito è davvero all'altezza?". Speriamo che i cinesi non cerchino nella pratica la risposta.

 Ma i dubbi non sono solo loro.

Moltissime nazioni hanno eserciti che non hanno mai combattuto nulla di simile a conflitti come questi, in cui il campo di battaglia è saturato da macchine che non dormono mai e sorvegliano tutto.

E se facessero cilecca?

Il dubbio vale anche per la maggior parte delle nazioni europee e per certi versi anche per gli statunitensi, non tutto il mondo è Venezuela.

E alle spalle del tutto si muovono anche nuovi e temibili apparati industriali.

Sino al 2022 comprare armi russe sembrava a tutti una buona idea, erano un brand. Ora...

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