Finanziato Hamas.
Finanziato
Hamas.
Come
funzionavano i finanziamenti
per
Hamas e chi è l'ideatore.
Avvenire.it
- Vito Salinaro e Dino Flambati, Genova – (27 dicembre 2025) – ci dicono:
Sequestrati
tra i 7 e gli 8 milioni di euro, raccolti da tre associazioni in nome del
popolo palestinese e invece diretti ai terroristi attraverso triangolazioni con
banche estere.
L'inchiesta partita da Genova ha portato a 9
mandati di arresto.
Come
funzionavano i finanziamenti per Hamas e chi è l'ideatore.
(Esiste
un frame di un video dell'operazione che ha portato all'arresto di nove persone
accusate di aver finanziato Hamas, 27 dicembre 2025. ANSA/Ufficio Stampa della
Polizia di Stato.)
Chiedevano
soldi per i palestinesi ma li mandavano ad Hamas che li utilizzava per
finanziare le operazioni terroristiche contro Israele. Un’accusa inquietante e
gravissima che nasce dalle indagini iniziate nei giorni successivi alla strage
del 7 ottobre e ha portato all’arresto, ieri, di nove persone (due ricercate
forse a Gaza e in Turchia) e messo nel mirino tre associazioni che, secondo la
Procura di Genova che ha coordinato l’inchiesta spiegata in un’ordinanza da 306
pagine, avrebbero fornito denaro all’organizzazione terroristica a scopo
militare:
tra
sette e otto milioni di euro, di cui circa due in contanti e gli altri con
bonifici e triangolazioni in Paesi esteri.
Dati contenuti nei faldoni dell’inchiesta
“Domino”, condotta dalle Procure di Genova e Nazionale Antimafia e
Antiterrorismo, Digos con la Direzione Centrale di Polizia di Prevenzione,
Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Genova e del Nucleo Speciale della
Polizia Valutaria Guardia di Finanza.
Il
capo dell’organizzazione sarebbe “Mohammed Mahmoud Ahmad Hanno un”, 63 anni, di
fatto legale rappresentante e amministratore delle tre associazioni coinvolte,
la Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, La Cupola d'Oro e La Palma.
L’uomo è stato fermato a Genova dove vive a
Bolzaneto, periferia Nord occidentale della città e che al momento dell’arresto
ha chiesto se sarebbe stato consegnato ad Israele.
Quindi
“Ra'Ed Hussny Mousa Dawoud,” 51 anni, referente della cellula italiana e
dipendente della filiale milanese di una delle associazioni. L’elenco prosegue
con “Raed Al Salaha”t, referente per Firenze e Toscana, del board della “European
Palestinians Conference”.
La
lista va avanti con “Yaser Elasaly”, di Milano; “Jaber Abdelrahim Riyad
Albustanji,” 60nne promotore di raccolta fondi e del quale ci sono immagini in
divisa e armi dell'ala militare di Hamas.
“Osama
Alidawi” è invece co-fondatore di una delle associazioni a Genova; “Adel
Ibrahim Salameh Abu Rawwa” è referente per il Nord-Est d'Italia, già Ministro
dei Trasporti del Governo a Gaza, presidente del Blocco Islamico dell’Unione
Ingegneri.
Quindi
“Khalil Abu Deiah”, legale rappresentante di La Cupola d'Oro, custode della
filiale di Milano e Mohammed Ismail Saleh Abdu, 35 anni, domiciliato in
Turchia.
Costoro,
in quella definita «attuale fase delle indagini preliminari» da una nota della
Procura di Genova, sono accusati di fare parte e avere finanziato «Movimento
della resistenza islamica» che ha il proposito di gesti terroristici
soprattutto contro Israele ed indicato come organizzazione terroristica
dall’Unione Europea.
A
questa, oltre alla terribile vicenda del 7 ottobre con 1.200 morti e 2.200
ostaggi, vengono ricondotti attentati vari che hanno causato 484 morti e 3.305
feriti, molti dei quali civili.
Per
gli investigatori i finanziamenti in odore di terrorismo sarebbero avvenuti
tramite le organizzazioni citate facendoli passare come aiuti al popolo
palestinese mentre sarebbero stati aiuti ad attività militari.
E proprio gli aiuti a familiari di persone
coinvolte in attentati o parenti di detenuti per terrorismo avrebbero indotto
molti ad abbracciare terrorismo e criminalità anche attraverso attentati
suicidi.
Finalità criminali che avrebbero incassato
fino ad oltre il 71% dei fondi togliendoli invece allo scopo dichiarato di
aiuti umanitari per Gaza.
A far
scattare le indagini sono state operazioni finanziarie sospette e proseguite
con intercettazioni telefoniche, monitoraggi di flussi di denaro destinati al
finanziamento, acquisizione, tramite operazioni sotto copertura, di documenti e
messaggi nel server di ASP.
Poi
trasmessi ufficialmente allo Stato di Israele.
L’inchiesta
si è avvalsa pure di collaborazione di varie Procure estere, tra cui la turca,
mentre gli arresti in Italia sono stati operati a Genova, Modena, Firenze,
Monza.
Il
comunicato di Procura di Genova e DNA non dimentica la situazione sul campo e
rileva che «indagini e fatti emersi non possono in alcun modo togliere rilievo
ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7
ottobre dal Governo di Israele.
Né
tali crimini possono giustificare gli atti di terrorismo di Hamas né
costituirne attenuante».
Per “Noemi
Di Segni”, presidente “Unione Comunità Ebraiche Italiane”, «le indagini gettano luce di verità
sui finanziamenti facendo leva sui sentimenti di pietà e prontezza ad aiutare
il popolo palestinese, usando strumenti e spazi che l'ordinamento
costituzionale italiano riserva a valori alti, invece abilmente abusati. Siamo
grati alle forze dell’ordine e alla magistratura per il loro instancabile
impegno», conclude Di Segni. (Dino Flambati, Genova)
CHI È “HANNOUN”,
IL CAPO DELLA CELLULA ITALIANA.
Sapeva
di avere il fiato sul collo degli investigatori.
Mai
così insidiosi. E sembrava consapevole che stavolta sarebbe stato difficile
evitare conseguenze serie.
Ecco
perché stava per lasciare l’Italia.
Del
resto, troppe volte il nome di Mohammad Hanno un viene accostato a indagini
delicate.
A
partire dal 1991, quando i Servizi iniziano a “familiarizzare” con i movimenti
e le attività di Hanno un, all’epoca neanche 30enne ma già accreditato dalla
nostra Intelligence di essere il coordinatore di una cellula di Hamas operante
nel “Centro islamico genovese”.
Dieci
anni dopo, nel corso di una perquisizione a suo carico, vengono rinvenuti
documenti del gruppo terroristico che l’uomo, scrivono gli inquirenti, «aveva
dichiarato di aver reperito proprio nel Centro islamico genovese».
Su quest’ultimo, e sulla rete di
finanziamenti, si indaga dal 2003 al 2010:
emerge
un quadro indiziario rilevante, a detta degli inquirenti, sulla operatività
della cellula genovese di Hamas.
Ma
tutto il lavoro di indagine serve a poco.
Il tribunale di Genova archivia.
Mohammad
Hanno un, presidente Associazione Palestinesi di Italia al corteo pro Palestina
a Milano, 18 ottobre 2025.
(ANSA/Paolo
Salmoirago)
Da
quel 1991, il giordano-palestinese Mohammad Hanno un (cittadinanza giordana),
oggi 63enne, di professione architetto, in Italia da 40 anni con domicilio
genovese - arrestato
ieri per «avere finanziato l’associazione terroristica Hamas», della quale è
ritenuto membro del comparto estero e al vertice della cellula italiana - è un attivista instancabile.
Fonda
nel 1994 l’“Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese” (ASP),
descritta dalla Digos e dalla Guardia di Finanza come un importante strumento
(ma non il solo) per raccogliere fondi per Hamas.
Nel
frattempo, scrive il gip di Genova, “Silvia Carpanini”, nelle 306 pagine con le
quali accoglie la richiesta dei PM di arrestare Hanno un e altri otto indagati,
il presidente dell’ASP organizza «congressi in cui venivano invitate personalità di
spicco del mondo islamico i cui interventi esaltavano la strategia del
terrore».
Dunque
su Mohammad Hanno un, anche per via di una serie di Segnalazioni di operazioni
sospette (Sos) arrivate alla Dna di Roma e trasmesse a Genova, PM e forze
dell’ordine lavorano ben prima del 7 ottobre 2023 (data dell’attacco di Hamas a
Israele), come riferisce il procuratore capo di Genova “Nicola Piacente”.
Ma
quell’anno resta centrale. P
erché
è nel 2023 che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti inserisce Hanno un
e la sua ASP nella black list dei finanziatori del terrorismo.
Lui si sente braccato ma subito dopo il 7
ottobre 2023 partecipa pubblicamente ad una lunga serie di manifestazioni di
solidarietà con il popolo di Gaza, ed è molto attivo a favore della” Sumud
Flotilla”, partita in parte da Genova.
La sua
adesione agli eventi è spesso contestata per i sospetti di complicità con
Hamas.
Il 15 novembre 2024, la questura di Milano
emette nei suoi confronti un foglio di via per istigazione all'odio e alla
violenza:
in un
comizio, Hanno un elogia i giovani che ad Amsterdam aggrediscono i tifosi
israeliani del Maccabi, che avrebbero insultato gli arabi.
Le
polemiche politiche divampano.
E
tornano, violente, a ottobre di quest’anno, quando il 63enne riceve un altro
foglio di via per aver giustificato le uccisioni da parte di Hamas di presunti
collaborazionisti:
«Dopo la tregua – dice –, la resistenza palestinese,
che ha pagato con il sangue, ha fatto giustizia, come in tutte le rivoluzioni
del mondo».
E
pochi mesi prima commenta: «È una bufala che io sia un leader di Hamas.
Sono
un palestinese impegnato da decenni nella lotta per i diritti del suo popolo.
Hamas
ha avuto più del 70% dei voti a Gaza e in Cisgiordania, quindi è un legittimo
rappresentante del popolo palestinese.
E io
sono simpatizzante di Hamas come lo sono di ogni fazione che lotta per i miei
diritti».
A proposito di polemiche.
Le dichiarazioni dell’avvocato di Hanno un, “Dario
Rossi”, non buttano certo acqua sul fuoco: «C'è una chiara volontà di metterlo
a tacere – afferma –, perché ha una grande capacità politica ed è andato più
volte in Palestina con numerosi esponenti della politica italiana del
centrosinistra.
Ci
chiedevamo quando sarebbe successo».
Sta di
fatto che per i PM genovesi sussisteva un «concreto e attualissimo pericolo di
fuga, avendo egli da tempo manifestato il progetto di trasferirsi in Turchia e
di aprire lì un ufficio».
Era quasi fatta: la partenza per Istanbul,
informa il gip, era in programma ieri.
Digos
e Finanza sono arrivati prima.
(Vito
Salinaro – Dino Flambati).
La
mina Vannacci ha costretto
il
governo a porre la fiducia
sul
decreto Ucraina.
Avvenire.it
- Matteo Marcelli, Roma – (10 febbraio 2026) -Redazione – ci dice:
Il
primo segnale della neonata forza politica "Futuro nazionale": subito
stop all'invio di armi a Kiev.
Nella
stessa direzione le proposte che dividono l'opposizione, presentate da M5s e
Avs.
In maggioranza, occhi puntati sulla Lega per
possibili defezioni al voto dopo lo strappo del general.e
La
mina Vannacci ha costretto il governo a porre la fiducia sul decreto Ucraina.
La
maggioranza prova a disinnescare la prima mina Vannacci ponendo la fiducia al
decreto Ucraina, in arrivo oggi alla Camera.
Un
tentativo di scongiurare nuove defezioni e impedire che qualcuno, specie nella
Lega, possa alla fine votare l’emendamento dei tre “futuristi” per lo stop
all’invio di armi a Kiev.
La
strategia non sfugge alle opposizioni, che accusano il Governo di voler
nascondere le fratture interne al centrodestra, anche se le cose non vanno
molto meglio nel “campo largo”, dilaniato da due proposte di modifica di M5s e
AVS che vanno nella stessa direzione di quella presentata dagli uomini dell’ex
generale.
La
pattuglia di Vannacci prende atto della decisione sulla fiducia, che però
ribalta a suo favore rappresentandola come una «prima vittoria di Futuro
nazionale».
Edoardo
Ziello lo dice apertamente e chiama in causa il suo ex segretario Matteo
Salvini:
«Ha
paura del voto e scappa dalle proprie responsabilità».
È
proprio il vicepremier, afferma l’ex leghista, ad aver chiesto di porre la
fiducia «con il solo fine di impedire la votazione del nostro emendamento».
Questo
però non cambia la situazione, perché Salvini, ricorda ancora Ziello, non potrà
evitare il voto sui tre ordini del giorno presentati da ciascun nuovo membro di
Futuro nazionale (gli altri sono Rossano Sasso, ex Lega, e l’ex FDL Emanuele
Pozzolo), «che contengono lo stesso impegno dell'emendamento».
Ziello confida anche che il voto finale sul decreto
stesso possa riservare altre sorprese e relega il tentativo della maggioranza a
una «tattica fallimentare», pensata da chi ora dovrà assumersi «di fronte alla
nazione» la responsabilità «di aver impedito la votazione di un emendamento che
contiene ciò che vuole la maggioranza degli italiani».
Vannacci,
novello presidente del suo movimento, osserva lo scacchiere da fuori e attende
con fiducia di veder crescere le adesioni al progetto. Nella Lega milita ancora
quel “Domenico Fuggicele” che non ha mai nascosto il suo feeling col generale e
chissà che il dl Ucraina non gli dia il coraggio di fare il passo decisivo.
Nel
frattempo, l’eurodeputato trova anche il modo di replicare al ministro per gli
Affari Europei, Tommaso Foti, per le sue accuse sul cambio di casacca:
«Predica
bene e razzola male – attacca –. Quando c'è da accogliere nel proprio gruppo
chi proviene da altrove non storce il naso, anzi, si dimostra di bocca buona».
Da FDL,
come anche da FI, nessuno ha voglia di commentare le accuse dell’opposizione
sulla fiducia.
Ma nel
“campo largo” la lotta intestina si consuma alla luce del giorno. E non c’è
solo il solito “Carlo Calenda” a lanciare anatemi contro AVS e M5s provocando
Elly Schlein e Matteo Renzi («Continuerete a fingervi morti? Io vado in Ucraina il 21,
venite con me?»).
Perché
anche diversi big del Pd si fanno sentire. «Leggo di emendamenti e ordini del
giorno di nostri “alleati” e uomini di Vannacci contro la difesa dell'Ucraina,
in aula in settimana.
Mi
chiedo con quale coraggio, quale coscienza. Provo orrore»,
scrive
sui social il senatore Filippo Sensi e Pina Picierno gli dà manforte: «Ennesima pagina vergognosa e
preoccupante per il nostro Paese. Possibile che un pezzo del campo largo abbia
le stesse posizioni di Vannacci?».
Il M5s
però non ci sta e fonti vicine al presidente “Giuseppe Conte” fanno sapere che
i loro emendamenti sono in linea con la posizione espressa dai pentastellati
nei mesi scorsi e che non possono, quindi, essere presi come una legittimazione
chi «mira
a un restyling della propria immagine su Kiev e pacifismo dopo 4 anni di
legislatura passati a votare la linea Meloni».
Hamas
e finanziamenti:
una
rete consolidata?
Rsi.ch
– (27.12.2025) - Patrick Solcà, intervista originale - Claudio Bertolotti – ci
dicono:
L’esperto
Claudio Bertolotti spiega i meccanismi di raccolta fondi e come vengono
utilizzati a Gaza.
Le
considerazioni dell'esperto:
Patrick
Solcà - Redazione RSI Info, adattamento web.
Gli
arresti effettuati in Italia confermano un trend consolidato nel finanziamento
di organizzazioni terroristiche come Hamas.
Lo afferma Claudio Bertolotti del Centro di
ricerche e analisi “Start Up Insight”, intervistato dal nostro Telegiornale.
“Negli
ultimi vent’anni si è creata una rete internazionale di collettori in grado di
trasferire ingenti quantità di euro nelle casse di Hamas”, spiega Bertolotti.
Questi finanziamenti servono principalmente a
sostenere i miliziani, spesso etichettati come dipendenti pubblici.
“Hamas
utilizza questi soldi per sopravvivere e consolidare la propria rete di
fiducia, basata sul principio del” do ut des”, aggiunge l’esperto.
L’organizzazione offre servizi e sostegno in cambio di fedeltà o non
opposizione.
Per
assicurarsi che le donazioni vadano effettivamente alla popolazione, Bertolotti
consiglia di verificare che le organizzazioni non siano inserite nelle black
list del Dipartimento del Tesoro statunitense e dell’UE. “Esistono molte ONG
che operano da tempo a supporto dei palestinesi a Gaza, fornendo servizi
essenziali come assistenza sanitaria”, precisa.
L’esperto
sottolinea quindi l’importanza di guardare ai fatti concreti per valutare
l’affidabilità delle organizzazioni che raccolgono fondi per Gaza.
Italia:
fondi per Hamas, nove arresti e 7 milioni euro sequestrati.
Un’operazione
congiunta di Polizia e Guardia di Finanza ha portato all’arresto in Italia di
nove persone accusate di finanziare Hamas.
Secondo
gli inquirenti, circa 7 milioni di euro sarebbero stati inviati
all’organizzazione terroristica attraverso una rete di associazioni di
volontariato.
Le indagini sostengono che esista un complesso
sistema di triangolazioni finanziarie per mascherare i flussi di denaro verso
Gaza.
Accuse, queste, che restano tuttavia da
confermare in sede processuale.
Questione
islamica.
Israele
ha veramente finanziato Hamas?
Glistatigenerali.com - Pasquale Hamel – (23
agosto 2025) – ci dice:
Ma è
proprio vero che Hamas sia stato sostenuto da Israele in funzione anti OLP?
Le due
fasi del rapporto tra Israele e Hamas.
Nel
cumulo delle disinformazioni, o mala informazione, che riguardano la questione
del Vicino Oriente e il dramma di quella che, per molto tempo, sia dai
cristiani che dagli islamici, venne chiamata Terrasanta, una in particolare
riguarda il rapporto controverso fra “Hamas” (acronimo che, in
arabo significa “zelo”) e lo “Stato di Israele”.
Viene
ripetuto infatti che Hamas sia stata inizialmente favorita
e perfino finanziata dallo Stato ebraico con
lo scopo specifico di delegittimare “al-Fatah di Yasser Arafat”.
Una
palese menzogna che affonda le sue radici, nella mancanza di conoscenza delle
origini storiche e ideologiche della stessa organizzazione terroristica.
Ma
andiamo ai fatti.
Quello
che oggi chiamiamo “Hamas”, ma questo nome fu adottato nel 1988, nasce come
costola del movimento dei “Fratelli musulmani”, un movimento fondato negli anni
venti dal maestro egiziano “Ḥasan al-Bannā’ “con l’intento di rigenerare
l’Islam.
Inizialmente,
come il movimento da cui trova origine, svolge un’attività umanitaria e
religiosa che propone il ritorno al rigore dottrinario dell’Islam e che
promuove, contro quello che viene considerato il degrado occidentale, il
ripristino fra gli arabi di Palestina degli stili di vita della millenaria
tradizione musulmana.
Dunque proselitismo culturale e religioso,
attraverso il culto e la predicazione, attività che escludono la lotta
armata.
Niente
dunque di eversivo quanto piuttosto utile a smorzare le tensioni conflittuali e
a convertirle nel cosiddetto “Grande Jihad” (jihād al-ākbar), cioè lo sforzo
interiore per la crescita spirituale e l’automiglioramento del credente.
Proprio
cogliendo questo aspetto, i governanti di Israele ritennero accettabile tale
organizzazione e non solo non furono ostili ma perfino la agevolarono,
illudendosi che la sua diffusione avrebbe sottratto al fascino rivoluzionario
e, quindi, alla lotta armata quei giovani musulmani che guardavano con
attenzione ad “al-Fatah”.
Alla
fine del 1987, con lo scoppio dell’”Intifada” – una sollevazione palestinese di
massa contro il dominio israeliano che iniziò nel campo profughi di Jabaliya
nel 1987 e presto si estese attraverso Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est
– il Centro Islamico, cui fino ad allora facevano capo i membri
dell’organizzazione originaria e che richiamava l’attenzione di molti arabi di
Palestina, cominciò a perdere appeal, soprattutto fra i fra i giovani.
Fu in
quel tempo che, dunque, maturò la svolta.
“Yassin”,
uno dei due fondatori, insieme con altri esponenti dello stesso Centro
islamico, si rese conto della insufficienza della proposta portata avanti dal
sodalizio e che fosse necessario un salto di qualità.
Nasce
così nel 1988 Hamas il cui programma faceva ora riferimento non più al “Grande
Jihad” ma al “Piccolo Jihad” ((jihad al-asghar), detto anche “Jihad di spada”,
che come è noto, impone al credente uno sforzo esterno nel quale è incluso la
lotta armata soprattutto in difesa della comunità musulmana o dell’Islam.
Questa
trasformazione da organizzazione dedita al rinnovamento e religioso a movimento
di lotta, anche violenta che si poneva l’obiettivo di distruggere lo Stato
ebraico ebbe l’effetto di modificare radicalmente l’atteggiamento dei
governanti israeliani che inclusero Hamas fra i nemici da combattere per la
sopravvivenza dello Stato di Israele.
Presunti
fondi ad Hamas, Procura
ricorre
in Cassazione contro le scarcerazioni.
Rainews.it
– (09/02/2026) - Procura di Genova (archivio) -
Atteso
il parere della Suprema Corte sull'utilizzabilità della documentazione
proveniente da Israele.
Procura
di Genova (archivio) - Ansa.
La
Procura di Genova ha depositato ricorso in Cassazione contro due delle tre
scarcerazioni decise dal tribunale del Riesame nei confronti di alcuni degli
indagati arrestati a fine dicembre per presunti finanziamenti ad Hamas.
I PM
Luca Monteverde e Marco Zocco hanno deciso di ricorrere contro la scarcerazione
di “Khalil Abu Deiah”, 62enne residente a Milano e custode dell'associazione”
La Cupola D'Oro” e contro quella di “Raed Al Sahalat”, 48 anni, esponente della
comunità islamica fiorentina.
Il
primo, che è anche l'unico degli arrestati che aveva scelto di parlare con il PM,
non è considerato un appartenente ad Hamas, ma un fiancheggiatore esterno.
È
stato scarcerato per assenza di gravi indizi, ma per l'accusa le “motivazioni
del Riesame” presenterebbero profili contraddittori.
Il
ricorso contro “Raed Al Salahat”, scarcerato dal “Riesame” perché sarebbero far
l'altro emersi errori nelle trascrizioni delle intercettazioni, è per l'accusa
soprattutto un'occasione per far esprimere la Suprema Corte sull'utilizzabilità
o meno della documentazione proveniente da Israele.
Il
Tribunale del Riesame di Genova ha escluso l'utilizzabilità dei file in quanto
anonimi, ma non ha chiarito se la questione possa o meno essere sanata per
esempio interrogando il funzionario dei servizi segreti israeliano indicato
come “Avi,” che ha curato l'analisi dei materiali trovati sul campo di
battaglia.
Per le
difese degli indagati, che hanno depositato a loro volta ricorso in Cassazione
per chiedere la scarcerazione di “Mohammad Hanno un”, Ra'ed Dawoud, Yaser
Elasaly e Ryad Albunstanji, quei documenti non possono essere utilizzati in quanto,
oltreché anonimi, sarebbero stati raccolti dall'esercito e dall'intelligence
israeliana senza nessuna possibilità di verifica da parte di un giudice
italiano sulla loro autenticità e sulle modalità di raccolta.
Per la Procura invece sulla base di una serie di
accordi di cooperazione internazionale contro il terrorismo, posso essere
utilizzati.
(Genova
Procura).
Chi
finanzia Hamas in Europa
e come
arrivano i fondi ai terroristi.
Agi.it
– (27 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
L'inchiesta
di Genova svela il meccanismo di finanziamento all'ala militare della causa
palestinese.
Afp –
Hamas.
AGI -
Dietro la facciata della solidarietà per la popolazione di Gaza si
nasconderebbe un meccanismo ben oliato per sostenere le strategie militari di
Hamas.
Secondo
gli inquirenti, il denaro raccolto in Europa attraverso diverse organizzazioni
benefiche, ufficialmente destinate a scopi umanitari, verrebbe in realtà
stornato verso il Movimento per le proprie esigenze strategico-militari.
L’inchiesta
della Procura di Genova, che ha portato a nove ordinanze di custodia cautelare,
delinea i contorni di una cellula italiana, l'”Associazione benefica di
solidarietà con il popolo palestinese” (ABSPP), integrata in una più vasta
"arena europea".
Questa
rete operativa sarebbe ramificata in Olanda, Francia e Regno Unito, con al
vertice “Majed Al Zeer”, alto funzionario di “Hamas”. “Mohammad Mahmoud Ahmad
Hanno un “farebbe parte di questo gruppo.
Il sistema si poggerebbe su tre pilastri:
una
rete operativa, una finanziaria composta dalle charity e una istituzionale.
Quest'ultima,
attraverso organizzazioni di copertura, avrebbe l'obiettivo di compattare i
palestinesi all'estero sotto l'egida di Hamas, isolando l'Olp e l'Autorità
palestinese.
La
destinazione dei fondi.
I
numeri che emergono dall’ordinanza sono significativi:
oltre il 70% dei fondi versati dall'ABSPP e
dalle altre sigle coinvolte sarebbe finito nelle casse di Hamas o entità
riconducibili al Movimento. Sebbene le campagne di raccolta fondi promosse dopo
i fatti del 7 ottobre 2023 dichiarassero come obiettivo il sostegno alla
popolazione della Striscia, per gli inquirenti si tratterebbe di una
"destinazione di facciata".
A
confermare il sospetto ci sono le intercettazioni:
in una
conversazione del gennaio 2024, “Hijazi Suleiman”, stretto collaboratore di
“Hanno un”, ammette chiaramente alla moglie che il denaro raccolto
dall’associazione è destinato ad Hamas.
I
flussi finanziari e le cifre.
La
Guardia di Finanza di Genova ha ricostruito con precisione i flussi finanziari
fino ad agosto 2025.
Il
calcolo complessivo parla di 7.288.248 euro destinati all'organizzazione
terroristica, cifra che rappresenta il 71% del totale inviato all'estero.
Nel
dettaglio, 4.860.388,73 euro sono transitati tramite bonifici bancari, mentre
2.091.272,42 euro sono stati trasferiti in contanti o attraverso canali
informali rilevati dai server dell'associazione.
A
questi si aggiungono i fondi dell'associazione "La Cupola d'Oro":
circa 47.500 euro via banca e oltre 336.000
euro in contanti.
Si
tratta di stime prudenziali che non includono il contante trasferito all'estero
tramite dichiarazioni doganali.
Le
polemiche sui finanziamenti ad Hamas
mostrano
scarsa memoria:
fu un
nemico utile.
Ilfattoquotidiano.it
- Vincenzo Fenili Ex operatore dei servizi segreti e pilota Alitalia – 5
gennaio 2026 – Redazione – ci dice:
Hamas
non è un’anomalia piovuta dal cielo, ma il prodotto di una lunga catena di
decisioni politiche, omissioni e convenienze.
Le polemiche
sui finanziamenti ad Hamas mostrano scarsa memoria: fu un nemico utile.
Lo
scontro e le polemiche sui finanziamenti italiani ad Hamas sono l’ennesima
dimostrazione di come la politica di casa nostra viva di fiammate improvvise,
spesso originate da notizie tutte da verificare e approfondire, e di uno
scarsissimo uso della memoria.
Premesso
che l’inchiesta dei magistrati genovesi è solo all’inizio, la sinistra italiana
dovrà interrogarsi sull’accoglienza e sui giudizi, talvolta un po’
superficiali, che dà su personaggi borderline e quindi potenzialmente a
rischio.
Ma la
destra che si scaglia contro la sinistra per il suo presunto strizzare l’occhio
a elementi vicini all’organizzazione terroristica della Palestina dimentica – o
finge di dimenticare – che negli ultimi decenni le principali organizzazioni
terroristiche sono nate come creature delle diaboliche (e assurde) strategie
dell’intelligence occidentale, in particolare statunitense e israeliana.
È la
storia di Al Qaeda, dell’Isis e – purtroppo – anche di Hamas.
L’idea
che Hamas sia nato esclusivamente come nemico di Israele è una semplificazione
comoda, ma storicamente incompleta.
La realtà, più complessa e inquietante,
affonda le sue radici negli anni Settanta e Ottanta, quando la leadership
israeliana compì una scelta strategica destinata a produrre conseguenze
devastanti:
favorire
l’ascesa dell’islamismo palestinese per indebolire il nazionalismo laico
dell’OLP.
(I
missili russi Oreshnik operativi in Bielorussia. Lituania pronta a fare
brillare i ponti al confine in caso di invasione.).
A
raccontarlo, senza ambiguità, fu “Yitzhak Rabin”.
Due
mesi prima di essere assassinato, l’allora primo ministro israeliano confidò a
un giornalista italiano del Corriere della Sera una verità che definì
“allucinante”:
Hamas,
disse, era stato in qualche modo “inventato” da Israele.
Non
creato formalmente, ma coltivato, tollerato, lasciato crescere perché utile a
contrastare Yasser Arafat, leader di un’OLP laica, politicamente strutturata e
sempre più accreditata in Occidente.
Quella
confessione non rimase isolata.
Il
presidente egiziano “Hosni Mubarak “e il re di Giordania “Hussein” confermarono
privatamente lo stesso retroscena:
Israele vedeva nel fondamentalismo religioso
un avversario meno pericoloso del nazionalismo palestinese, capace invece di parlare con
l’Europa, le Nazioni Unite e parte dell’opinione pubblica israeliana.
I
fatti storici corroborano queste parole.
Nella
Striscia di Gaza, alla fine degli anni Settanta, operava lo sceicco “Ahmed
Yassin”, guida carismatica della “Fratellanza Musulmana palestinese”.
La sua
organizzazione, “al-Mujamma al-Islami”, si occupava di moschee, scuole e
assistenza sociale.
Nel
1979 Israele ne autorizzò ufficialmente l’esistenza legale.
Una
decisione firmata dal ministro della Difesa” Ezer Weizman”, motivata da un
calcolo politico preciso:
meglio
una rete religiosa, caritatevole e frammentata che un movimento laico e
unitario come l’OLP.
Mentre
Arafat e il suo apparato subivano arresti, chiusure di sedi e repressione
politica, le strutture islamiche ottenevano permessi edilizi, fondi indiretti,
margini di manovra.
Israele non solo tollerò questa crescita, ma
la considerò funzionale a una strategia classica:
dividere
il fronte palestinese dall’interno.
Quando
nel 1987 esplose la “Prima Intifada”, quella rete religiosa si trasformò
ufficialmente in “Hamas”.
Con la
nascita del” Movimento di Resistenza Islamica”, la lotta palestinese cessò di
essere prevalentemente politica e nazionale e assunse una dimensione religiosa,
radicale, identitaria.
Era il punto di non ritorno.
Negli
anni successivi, diplomatici statunitensi, giornalisti investigativi e persino
ex funzionari israeliani confermarono quella “tolleranza attiva”. “Dennis Ross”
parlò apertamente di incoraggiamento israeliano alla nascita di Hamas.
Lo
storico israeliano “Avner Cohen”, ex membro dell’intelligence, ammise che “Hamas”
fu lasciata crescere nell’illusione di poterla controllare.
Una scommessa persa.
Nell’arresto
di “Mohammed Hanno un” e di altri otto palestinesi c’è una cosa sconcertante.
Il
risultato è sotto gli occhi di tutti.
Hamas si è radicalizzato, ha preso le armi, ha
conquistato Gaza, è diventato il principale nemico dichiarato di Israele e il
volto del terrorismo palestinese per l’Occidente.
Ma dietro quel volto resta l’ombra di una
scelta originaria:
usare
un nemico per indebolirne un altro.
La
storia raramente perdona questi calcoli.
Ciò
che nasce come strumento tattico finisce spesso per diventare una minaccia
strategica.
Hamas
non è un’anomalia piovuta dal cielo, ma il prodotto di una lunga catena di
decisioni politiche, omissioni e convenienze.
Ignorarlo significa continuare a raccontare un
conflitto senza le sue cause più scomode.
Cisgiordania,
annessione silenziosa.
Ispionline.it
– (10 Feb. 2026) – Alessia De Luca – Redazione - Daly Focus Medio Oriente e
Nord Africa – ci dice:
Nuova
stretta di Israele sulla Cisgiordania.
Ong e osservatori denunciano “un’annessione di
fatto” che svuota gli accordi di Oslo e rende impossibile l’ipotesi stessa di
uno Stato palestinese.
Secondo
un copione già seguito in passato, Israele ha annunciato nuove misure
unilaterali che rafforzano notevolmente il suo controllo sulla Cisgiordania.
La decisione, il cui testo non è stato
pubblicato ma di cui si trovano ampie ricostruzioni sulla stampa locale e
internazionale, facilita l’acquisizione di terre palestinesi da parte di coloni
israeliani, attraverso l’abrogazione di un divieto decennale sulla vendita
diretta di terreni della Cisgiordania, e attraverso la declassificazione dei
registri catastali locali.
Entrambe le novità introdotte sono state
denunciate da chi lamenta come, rendendo pubbliche le identità dei proprietari
palestinesi, d‘ora in poi coloni e società immobiliari potranno prendere di
mira individui specifici esercitando pressioni per forzarli a vendere i propri
terreni.
Fino
ad ora, i coloni potevano acquistare case solo da società registrate su terreni
controllati dal governo israeliano.
L’iniziativa,
inoltre, autorizza le forze israeliane (IDF) a condurre operazioni di controllo
e demolizioni nelle zone A e B della Cisgiordania che, in base agli accordi di
Oslo, dovrebbero essere sotto il controllo civile e di sicurezza dell’Autorità
Nazionale Palestinese (ANP).
Le
nuove misure sono state approvate domenica in una riunione a porte chiuse del
gabinetto di sicurezza del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Le
autorità israeliane non hanno precisato quando entreranno in vigore, tuttavia,
secondo il quotidiano “Ha’aretz”, non necessitando di ulteriori approvazioni
potrebbero diventare operative in qualunque momento.
Un’annessione
di fatto?
A
differenza di quelli messi in atto in passato, quello attuale pare un tentativo
dichiarato di estendere il controllo israeliano sull’intera Cisgiordania in
termini di legislativi, pianificatori e di sicurezza.
Tra le
misure introdotte dal governo israeliano c’è la cancellazione del requisito di
un “permesso di transazione” per completare qualsiasi acquisto immobiliare,
riducendo di fatto la supervisione volta a prevenire frodi e abusi, un fenomeno
comune nella compravendita di proprietà che i palestinesi non vogliono vendere.
Richiedere
un permesso consentiva inoltre al Ministero della Difesa di rifiutare
l’acquisto di proprietà in aree sensibili.
A preoccupare gli osservatori internazionali è
anche l’apertura alla consultazione pubblica dei registri catastali, un
obiettivo di lunga data del movimento per gli insediamenti.
Finora,
tali registri erano sigillati, rendendo difficile per i potenziali acquirenti
rintracciare i proprietari e forzarli a vendere.
Le
nuove misure inoltre, pongono di fatto sotto il controllo israeliano anche zone
delle aree A e B, pari a circa il 40% della Cisgiordania, il cui controllo
amministrativo in base agli accordi di Oslo spetta all’Autorità Nazionale
palestinese.
Le
modifiche porranno anche quelle aree sotto il controllo delle IDF – con il
potere di demolire le strutture palestinesi esistenti, compresi siti
archeologici e culturali, in violazione delle norme ambientali e delle risorse
idriche.
L’Ong israeliana “Peace New” ha affermato che
la decisione rischia di provocare il collasso dell’”Autorità Nazionale
Palestinese” e comporta l’imposizione di “un’annessione di fatto”, accusando
l’esecutivo israeliano di “aver infranto ogni possibile ostacolo contro un
massiccio furto di terre palestinesi in Cisgiordania”.
Da
occupazione ad annessione?
La
decisione del governo israeliano – denunciata e condannata da diversi paesi
arabi, dal Regno Unito e dalle Nazioni Unite – ha avuto conseguenze pratiche
immediate.
Nelle
ore successive all’annuncio è stata registrata un’impennata delle violenze, già
a livelli record da mesi.
Tuttavia,
i promotori della legge – i ministri “Bezalel Smotrich” e” Israel Katz” –
l’hanno presentata come “un passo verso la trasparenza e il riscatto delle
terre”.
Il
ministero degli Esteri israeliano ha poi affermato di aver corretto una
“distorsione razzista” che “discriminava ebrei, americani, europei e chiunque
non fosse arabo per quanto riguarda gli acquisti immobiliari in Giudea e
Samaria”.
Smotrich e Katz, osserva il New York Times,
“hanno definito ‘ostacoli legali’ quelli che, nei fatti, sono gli accordi di
Oslo del ‘93 e che – con il nuovo pacchetto di misure – vengono essenzialmente
cancellati”.
Al
termine della seduta di gabinetto a porte chiuse con cui domenica è stata
approvata la decisione, “Smotrich” ha commentato:
“Stiamo
radicando le nostre radici in ogni parte della Terra di Israele e seppellendo
l’idea di uno Stato palestinese”.
Con le
elezioni generali previste al più tardi per il 27 ottobre, il leader del
partito “Sionismo religioso” sembra voler sfruttare quelli che potrebbero
essere i suoi ultimi mesi in carica per far sigillare il controllo israeliano
sull’intera Cisgiordania.
Regole
da rispettare?
La
nuova misura è stata approvata e annunciata tre giorni prima dell’incontro tra
Netanyahu e Donald Trump a Washington.
Ciononostante,
funzionari della Casa Bianca hanno ribadito l’opposizione del presidente
americano all’annessione israeliana della Cisgiordania.
“Una
Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di
questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un
funzionario citato dal sito di notizie “Adios”.
Ma
nonostante le dichiarazioni di Trump dello scorso anno, gli insediamenti in
Cisgiordania si sono espansi al ritmo più rapido da quando è iniziato il
monitoraggio.
Inoltre,
per le Nazioni Unite le decisioni del gabinetto di sicurezza costituiscono una
chiara violazione degli accordi di Oslo e del diritto internazionale, secondo
cui una potenza occupante non può modificare le leggi vigenti se non per motivi
di sicurezza o a beneficio della popolazione locale.
Il
Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha invitato Israele a “revocare
immediatamente le misure” ribadendo che tutti gli insediamenti della
Cisgiordania occupata “non hanno alcuna validità legale e costituiscono una
flagrante violazione del diritto internazionale” comprese le risoluzioni delle
Nazioni Unite.
Senza
contare Gerusalemme Est, circa tre milioni di palestinesi vivono in
Cisgiordania, insieme a più di 700mila israeliani che vivono in insediamenti
illegali in base al diritto internazionale.
Il
commento
di “Sara
Isabella L’Elkin”, ISPI MENA Centre.
“Le
decisioni adottate domenica dal Gabinetto di Sicurezza israeliano rappresentano
l’ultimo passaggio di un trend avviato ben prima dell’attuale legislatura, ma
che negli ultimi anni ha conosciuto una significativa accelerazione.
Esse
incidono su alcuni degli aspetti più sensibili e simbolici della questione
israelo-palestinese:
dalla
compravendita di terre ai luoghi di culto, come la “Tomba dei Patriarchi”, fino
alle città sante, come” Hebron/Al-Khalîl”.
Il
tempismo di queste misure appare tutt’altro che casuale, arrivando a pochi
giorni dal viaggio di Netanyahu a Washington per incontrare Trump, che ha già
espresso contrarietà a iniziative di questo tipo.
Non è neppure casuale che questa accelerazione
avvenga a pochi mesi dalle elezioni di ottobre, in un contesto in cui aumentano
i dubbi sulla tenuta dell’attuale coalizione e sulla possibilità di portare
avanti simili iniziative nel prossimo futuro”.
Media:
“Trump si oppone all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele”. Domani
l’incontro con il premier Netanyahu.
Ilfattoquotidiano.it
- Mondo – (10 Febbraio 2026) - Redazione Esteri – ci dice:
Secondo
“Axios” la Casa Bianca è contraria ai piani di Tel Aviv:
"Una Cisgiordania stabile mantiene
Israele sicura."
Media:
“Trump si oppone all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele”. Domani
l’incontro con il premier Netanyahu.
Donald
Trump è contrario all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele.
Lo
riporta “Axios” citando fonti della Casa Bianca, secondo le quali una
“Cisgiordania stabile mantiene Israele sicura ed è in linea con l’obiettivo
dell’amministrazione di raggiungere la pace nella regione”.
La
presa di posizione della Casa Bianca segue la decisione del gabinetto di
sicurezza di Tel Aviv di ampliare il controllo in Cisgiordania ad aree che per
gli accordi di Oslo dovrebbero essere sotto il controllo totale o parziale
dell’autorità palestinese.
E arriva alla vigilia dell’incontro tra il
tycoon e il premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha all’ordine del giorno
la discussione sui negoziati con l’Iran, dopo i colloqui in Oman della
settimana scorsa.
Trump
quindi ha ribadito, come già fatto in passato, la sua opposizione ai piani di
annessione della Cisgiordania e di espansione degli insediamenti (illegali per
il diritto internazionale) che il governo israeliano sta portando avanti da
sempre.
E il
pacchetto di misure approvato domenica rappresenta un ulteriore passo in avanti
di Tel Aviv.
I
provvedimenti intervengono sulle leggi che riguardano la proprietà terriera,
rendendo più facile per i coloni comprare appezzamenti appartenenti ai
palestinesi.
Tra le
altre cose viene cancellata la legge che vietava la vendita a ebrei di terreni
della Cisgiordania occupata e vengono resi pubblici i registri catastali che
finora erano sempre rimasti secretati.
Inoltre il controllo sui nuovi permessi
edilizi di alcune zone, come quella di Hebron (a maggioranza palestinese),
passa dalle autorità palestinesi a quelle israeliane.
Un’annessione di fatto, che ignora ancora una
volta quanto deciso dagli Accordi di Oslo firmati anche da Israele.
Con le
nuove misure per la
Cisgiordania
è annessione
de
facto.
Ilmanifesto.it
- Filippo Zingone – (10 – 02 -2026) – ci dice:
Terra
rimossa Il governo di Tel Aviv facilita l’espansione dei coloni e il controllo
dei siti religiosi. ANP umiliata.
Particolarmente
colpita Hebron.
(Samir
Zeidan, la deportazione ’ICE e il ruolo di Israele:
«Mi hanno rovinato la vita».)
Un
soldato israeliano monta la guardia durante la cerimonia di inaugurazione del
nuovo insediamento ebraico legalizzato di “Yatziv”, vicino alla città
palestinese di “Beit Sahour,” in Cisgiordania, lunedì 19 gennaio 2026. (AP
Photo/Ohad Zwigenberg).
Domenica
è arrivato l’ennesimo passo verso l’annessione de facto della Cisgiordania da
parte di Israele.
Il gabinetto di sicurezza del governo di Tel
Aviv ha approvato una serie di misure che renderanno più facile per i coloni
della Cisgiordania occupata acquistare terreni, garantendo al contempo alle
autorità israeliane un maggiore controllo sui territori sotto giurisdizione
palestinese nelle aree A e B dei Territori occupati.
IN
PRATICA, secondo le nuove disposizioni, le regole edilizie in vigore nell’Area
C – sotto pieno controllo israeliano e pari a circa il 60% della Cisgiordania –
verrebbero estese anche all’Area A, sotto il controllo politico e militare
dell’Autorità palestinese (17% del territorio), e all’Area B, a gestione
condivisa (23%).
Tel
Aviv potrà così gestire permessi di costruzione e demolizioni anche in aree
formalmente non sotto la propria giurisdizione.
Le
misure agevolano inoltre la vendita di terre palestinesi a cittadini
israeliani, annullando una legge giordana che ne vietava il trasferimento a
persone non palestinesi.
La
decisione colpisce in modo particolarmente significativo la città di
“Al-Khalil” (Hebron), divisa dal 1997 in H1, sotto controllo palestinese, e H2,
sotto autorità israeliana.
Con le nuove disposizioni, la pianificazione
urbanistica e il rilascio dei permessi edilizi passerebbero dal comune
palestinese all’esercito israeliano, mentre verrebbe istituita un’autorità
locale indipendente per la gestione dell’insediamento israeliano in città.
Le
stesse regole si applicherebbero al sito della” Tomba dei Patriarchi”, fino a
oggi sotto il controllo dell’Autorità palestinese, come anche per la “Tomba di
Rachele” nella città palestinese di Betlemme.
IL
MINISTRO DELLE FINANZE “Bezalel Smotrich” ha dichiarato che l’iniziativa mira a
«rafforzare
le nostre radici in tutte le regioni della Terra di Israele e a seppellire
l’idea di uno Stato palestinese».
Una
linea politica che il ministro ha più volte rivendicato, promuovendo votazioni
alla Knesset per l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. L’ultima, nel dicembre scorso, ha
approvato la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 69 il numero di
nuove colonie istituite negli ultimi tre anni.
In una
dichiarazione congiunta, “Smotrich” e il ministro della Difesa “Israel Katz”
hanno affermato che le misure elimineranno le barriere legali per i coloni
israeliani e accelereranno lo sviluppo degli insediamenti, come riportato da
Middle East Eye.
La
presidenza palestinese ha invece denunciato con fermezza le «pericolose
decisioni» del governo israeliano volte ad annettere la Cisgiordania occupata.
In un
comunicato, il ministero degli Esteri di Ramallah ha ribadito che «Israele non
ha sovranità su nessuna delle città o dei territori dello Stato di Palestina e
non ha il diritto di annullare o modificare le leggi».
SECONDO
IL DIRITTO internazionale, le colonie e l’occupazione israeliana della
Cisgiordania risultano illegali.
Tuttavia
oggi nei territori occupati, compresa Gerusalemme Est, vivono circa 700.000
coloni, distribuiti in 141 colonie e 224 out post, come riporta l’Ong
israeliana Peace New.
Nonostante
la situazione sul terreno, il presidente dell’Autorità palestinese “Mahmoud
Abbas “ha esortato Donald Trump e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
a intervenire, come riportato da “The Araba Weekly”.
L’appello arriva a pochi giorni dall’incontro
tra Trump e Netanyahu, programmato per domani.
Se da
un lato Washington ha ribadito che non ci sarà alcuna annessione della
Cisgiordania, dall’altro non sono state adottate misure concrete per fermare
l’espansione violenta dei coloni.
Anzi,
diversi coloni sanzionati dall’amministrazione Biden hanno visto le restrizioni
revocate sotto Trump, mentre nuove misure sono state imposte a diverse Ong
palestinesi attive in Cisgiordania.
CRESCE
L’INDIGNAZIONE internazionale, l’Unione europea condanna – ma nei Territori
occupati l’annessione prosegue senza sosta.
Secondo
i dati dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), nel solo mese di
gennaio oltre 700 palestinesi sono stati sfollati a seguito dei pogrom dei
coloni israeliani.
Persone
che si aggiungono ai più di 40.000 sfollati in Cisgiordania dall’ottobre 2023.
Cisgiordania,
no degli Stati Uniti all'annessione.
Vaticannews.va
- Paola Simonetti - Città del Vaticano – (9 – 02 – 2026) – ci dice:
Il
presidente Trump si oppone ai provvedimenti dell’esecutivo israeliano che
mirano a un’espansione più rapida nell'area.
Previsto
domani un incontro del Capo della Casa Bianca con il premier israeliano
Netanyahu.
“Una
Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo
dell’amministrazione americana di raggiungere la pace nella regione”.
Così
ieri, lunedì 9 febbraio, un funzionario della Casa Bianca, rispondendo alle
domande dei giornalisti, ha ribadito la posizione del presidente degli Stati
Uniti, Donald Trump, contro l’annessione della Cisgiordania da parte del
governo israeliano.
Per discutere della questione Trump ha
annunciato che incontrerà domani il premier israeliano, Benjamin Netanyahu.
I
provvedimenti di Israele.
Israele,
misure drastiche per accelerare gli insediamenti in Cisgiordania del 09/02/2026.
Le
dichiarazioni dell'amministrazione Trump giungono all’indomani
dell’approvazione da parte del gabinetto della sicurezza israeliano di una
serie di misure che consentono una vasta espansione degli insediamenti in
Cisgiordania e facilitano l'acquisto di terreni e permessi di costruzione in
aree che, per gli accordi di Oslo, dovrebbero essere sotto il controllo totale
o parziale palestinese.
Permessi che dunque, finora, dovevano avere
l’approvazione sia dalle autorità locali che da quelle israeliane.
Le
reazioni.
La
notizia dell’approvazione dei provvedimenti di espansione sul territorio della
Cisgiordania aveva scatenato ieri la reazione palestinese che, per bocca del
presidente “Mahmoud Abbas”, chiedeva proprio al presidente Trump, durante un
incontro ad Amman con il re di Giordania, di "riaffermare l'impegno a fermare lo
sfollamento e l'annessione" israeliana dell’area, sollecitando l’amministrazione
statunitense a portare avanti la “posizione assunta già lo scorso settembre
durante la discussione del Piano del presidente Trump con i leader dei Paesi
arabi e islamici a New York".
Sullo
sfondo l'irritazione anche di diversi paesi contrari alle mire israeliane, come
Spagna, Gran Bretagna, la stessa Unione Europea e la Lega Araba che considera
le misure israeliane come una minaccia agli accordi di pace nell’area.
L’Onu
esprime la sua profonda preoccupazione.
In una
nota del portavoce, “Stephane Dujardin”, avverte “che l'attuale situazione sul
terreno, inclusa questa decisione, sta compromettendo la prospettiva della
soluzione a due Stati".
Inoltre
ribadisce che "tutti gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania
occupata, inclusa Gerusalemme Est, non hanno alcuna validità legale e
costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale".
Lo
stop di Trump a Netanyahu:
non
all’annessione della Cisgiordania
da
parte di Israele.
Repubblica.it
– (10 febbraio 2026) – Redazione esteri
– ci dice:
Donald
Trump con il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago (29 dicembre 2025).
Lo
fanno sapere fonti della Casa Bianca alla vigilia dell’incontro tra i due
leader (10
Febbraio 2026).
Donald
Trump ribadisce il suo no all'annessione della Cisgiordania da parte di
Israele.
Lo
riporta Axios citando fonti della Casa Bianca, secondo le quali una "Cisgiordania stabile mantiene
Israele sicura e si trova in linea con l'obiettivo dell'amministrazione di
raggiungere la pace nella regione".
(Il reportage: “così muore la
Palestina” dalla nostra inviata Francesca Caferri -24 Dicembre 2025)
Israele
ha annunciato due giorni fa, al termine di una riunione del gabinetto per la
sicurezza, di voler ampliare il controllo in Cisgiordania ad aree che per gli
accordi di Oslo dovrebbero essere sotto il controllo totale o parziale
dell'autorità palestinese.
I ministri israeliani delle Finanze “Bezalel
Smotrich “e della Difesa “Israel Katz” hanno confermato l’approvazione di una
serie di decisioni per cambiare "drasticamente" la politica in
Cisgiordania, rafforzando il controllo israeliano sul territorio, anche in siti
sensibili come Hebron, e aprendo la strada a un'ulteriore espansione degli
insediamenti.
Un’iniziativa
che suscitato la condanna da parte di Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi
Uniti, Qatar, Indonesia, Pakistan, Egitto e Turchia. Anche Londra si è espressa
in termini duri, definendo “inaccettabile” qualsiasi “tentativo unilaterale di
modificare la geografia o la demografia della Palestina”.
Trump
aveva già dichiarato di essere contrario, all’indomani del voto della Knesset
sull’annessione della Cisgiordania.
Il suo
vice JD Vance era stato molto esplicito, definendola “una manovra politica
stupida, mi sono sentito personalmente insultato”.
Ora la
Casa Bianca fa trapelare che la posizione non è cambiata.
Ed è
un messaggio che arriva in un momento simbolico:
Donald
Trump vedrà mercoledì il premier Benjamin Netanyahu.
La
posizione del tycoon è legata alle trattative per la ricostruzione di Gaza, che
sarebbero compromesse nel caso di un passo così drastico da parte di Israele:
“Ho
dato la mia parola ai Paesi arabi, l’annessione non accadrà. E se accadesse,
Israele perderebbe tutto il nostro sostegno”, aveva dichiarato in passato il
presidente Usa.
Nuovi
insediamenti di coloni e controllo militare per “uccidere l’idea di uno Stato
palestinese”.
Il governo Netanyahu ammette che Israele
esercita “una sovranità di fatto” sulla Cisgiordania.
Lespresso.it
– (11 febbraio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
primo ministro Israeliano a Washington per l'incontro a porte chiuse con Trump.
Agenda
fitta tra fase due della pace a Gaza e accordi Usa-Iran.
Ma al
centro del tavolo c'è anche il nodo dell'annessione della West Bank.
Rafforzare
il controllo sulla Cisgiordania, mettere in atto una “sovranità di fatto” e
"continuare a uccidere l'idea di uno stato palestinese".
Ventiquattro
ore prima dell’incontro a porte chiuse a Washington tra Donald Trump e Benjamin
Netanyahu, atteso per oggi pomeriggio, il ministro dell'Energia israeliano “Eli
Cohen”, che fa parte del” Likud”, lo stesso partito del premier, ha tagliato
dritto sulla questione della Cisgiordania.
Questi
passi "di fatto stabiliscono un fatto concreto:
non ci
sarà uno Stato palestinese", ha dichiarato Cohen alla radio dell'esercito.
Un’annessione che nelle intenzioni non è stata
mai annunciata formalmente ma di cui si parla già da domenica sotto forma di
“rafforzamento del controllo” israeliano sull’area attraverso la costruzione di
nuovi insediamenti di coloni.
Un’ipotesi
che la Casa Bianca guarda con diffidenza.
Lo
stesso Donald Trump, in un’intervista con Axios ha manifestato la propria
contrarietà all’idea dell’annessione della Cisgiordania. "Abbiamo già
abbastanza cose a cui pensare- ha dichiarato Trump-.
Non
abbiamo bisogno di occuparci della Cisgiordania".
L’incontro a porte chiuse a Washington servirà
a fare il punto della situazione.
Anche
se, stando a quanto detto da Netanyahu prima di partire alla volta di
Washington, la Cisgiordania non è affatto in agenda.
"In
questo viaggio discuteremo di una serie di questioni:
Gaza,
la regione, ma naturalmente, prima di tutto, i negoziati con l'Iran. Presenterò
al presidente la nostra prospettiva sui principi di questi negoziati, i
principi essenziali che, a mio avviso, sono importanti non solo per Israele, ma
per chiunque nel mondo desideri pace e sicurezza in Medio Oriente".
In cima alla lista dell'agenda di Netanyahu
c'è infatti la fase due dell'accordo di pace a Gaza, entrata in vigore dopo la
consegna dei resti dell'ultimo ostaggio da parte di Hamas.
Una
pace solo apparente.
Sono
almeno 586, stando alle autorità della Striscia, i palestinesi uccisi
dall'esercito israeliano dall'entrata in vigore del cessate il fuoco.
Nel
frattempo, l'Indonesia ha fatto sapere di essere pronta a inviare una brigata
dell'esercito come parte della Forza internazionale di stabilizzazione prevista
dal piano Trump.
Sul
tavolo, anche il tema dei negoziati Iran-Usa che, stando alle fonti della CNN,
potrebbe prevedere anche varie opzioni militari.
A meno
che Trump non abbia garanzie che l’Iran non si doti di armi nucleari e che
fermi l’arricchimento dell’uranio.
Negoziati a cui anche Teheran si avvicina con
diffidenza.
Il
ministro degli Esteri “Abbas Araghchi.”
"Percorreremo
la strada dei negoziati con gli occhi aperti, tenendo conto di tutte le
esperienze passate, senza fiducia nell'altra parte e con fiducia nelle forze
armate", ha detto durante un incontro con i comandanti dell'esercito.
Israele
sotto accusa per le misure
che
rafforzano il controllo sulla Cisgiordania.
Internazionale.it – (10.2.2026) – Redazione
esteri – ci dice:
Una bandiera d’Israele sventola da un insediamento
israeliano posto davanti alle case della città palestinese di Hebron, in
Cisgiordania, il 9 febbraio 2026.
(Hazem Bader, Afp).
Il 9
febbraio il segretario generale delle Nazioni Unite “Antonio Guterres” ha
espresso “forte preoccupazione” dopo che Israele ha annunciato delle misure che
rafforzano notevolmente il controllo sulla Cisgiordania, territorio palestinese
occupato dal 1967.
“L’attuale
situazione sul terreno e l’annuncio israeliano dell’8 febbraio compromettono la
prospettiva di una soluzione a due stati”, ha dichiarato “Stéphane Dujardin”,
il portavoce di Guterres.
In
mattinata anche l’Unione europea aveva condannato “un altro passo nella
direzione sbagliata”.
“In
conformità con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite,
ribadiamo che l’annessione della Cisgiordania è illegale in base al diritto
internazionale e, di conseguenza, sono illegali tutte le misure che vanno in
quella direzione”, ha dichiarato alla stampa il portavoce “Anouar El Anouni”.
I
ministri degli esteri di otto paesi musulmani – Arabia Saudita, Egitto,
Turchia, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia e Pakistan – hanno
denunciato “l’imposizione di un nuovo quadro legale e amministrativo nella
Cisgiordania occupata, che accelera i tentativi illegali di annessione e
l’espulsione del popolo palestinese”.
Gli
Stati Uniti non hanno commentato le nuove misure, mentre il primo ministro
israeliano Benjamin Netanyahu è atteso a Washington l’11 febbraio.
Il
presidente Donald Trump, grande alleato di Netanyahu, aveva però più volte
avvertito che non permetterà a Israele di annettere la Cisgiordania.
I
palestinesi sono senza futuro in Cisgiordania.
L’8
febbraio il gabinetto di sicurezza israeliano aveva approvato delle norme che
permettono a Israele di estendere il controllo sulle aree della Cisgiordania
amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in base agli accordi di
Oslo, firmati negli anni novanta.
Poco
dopo il ministro delle finanze israeliano “Bezalel Smotrich”, esponente
dell’estrema destra e sostenitore dell’annessione della Cisgiordania, aveva
affermato che “queste misure seppelliscono definitivamente l’idea di uno stato
palestinese”.
“Garantiscono
gli interessi d’Israele di sicurezza, nazionale e sionista”, aveva dichiarato
invece il ministro della difesa” Israel Katz.”
Le
autorità israeliane non hanno precisato quando le nuove misure entreranno in
vigore. Tuttavia, non necessitano di ulteriori approvazioni e potrebbero quindi
essere applicate in qualunque momento.
Permessi
di costruzione.
Il
testo completo del nuovo dispositivo non è stato reso pubblico, ma alcune
misure rendono più facile l’acquisto di terreni da parte dei coloni israeliani,
abrogando una legge che vietava espressamente gli acquisti diretti.
Inoltre,
permette alle autorità israeliane di amministrare alcuni siti religiosi, anche
se si trovano in aree controllate dall’ANP, e facilita la concessione dei
permessi di costruzione per i coloni israeliani a Hebron, nel sud del
territorio.
La
sera dell’8 febbraio la presidenza palestinese a Ramallah aveva denunciato
“un’accelerazione dei tentativi di annessione della Cisgiordania occupata”.
Senza
contare Gerusalemme Est, occupata e annessa da Israele, circa tre milioni di
palestinesi vivono in Cisgiordania, insieme a più di 500mila israeliani che
vivono in insediamenti illegali in base al diritto internazionale.
La
guerra moderna si
combatte
con i metadati.
Linkiesta.it
- Alessandro Arduino – (4 -02- 2026) – Redazione - ci dice:
In “La
guerra è cambiata”, Alessandro Arduino analizza l’applicazione delle moderne
innovazioni tecnologiche al settore militare.
I
tradizionali meccanismi della guerra come l'abbiamo sempre conosciuta si
mischiano ora a sofisticate operazioni cibernetiche, che sfruttano i dati di
localizzazione di applicazioni come “Strava”.
Il
governo statunitense «uccide persone basandosi sui metadati», ha dichiarato
l’ex direttore dell’NSA (National Security Agency), il generale Michael Hayden.
Una frase tanto cruda quanto rivelatrice:
oggi,
per l’intelligence americana, non serve leggere il contenuto delle
comunicazioni, bastano i metadati – i «dati sui dati», come numeri, orari e
durate delle chiamate – per identificare ed eliminare obiettivi.
I
metadati, quei piccoli frammenti di tempo e luogo incastonati nei pixel,
forniscono informazioni sufficienti a tracciare la presenza di un individuo o
di mezzi per poi ordinare un attacco di precisione, che sia un missile, un
drone o una mitragliatrice autonoma controllata dall’altra parte del mondo.
Mentre
le truppe al fronte o nell’illusoria sicurezza della retrovia inviano milioni
di metadati tramite mail e social, l’algoritmo divora, calcola, traccia,
predice.
Nel
2018 “Strava”, la popolare app social per il fitness che raccoglie dati Gps su
corsa e ciclismo, ha pubblicato una mappa globale basata sui dati dei propri
utenti.
Questo
ha inavvertitamente rivelato la posizione e i percorsi quotidiani di soldati
americani che si esercitavano in basi segrete in Siria e Iraq, e persino nelle
basi operative avanzate alleate in Afghanistan, rendendo identificabili
strutture militari e movimenti delle truppe.
L’episodio
ha costretto il Pentagono a rivedere rapidamente le proprie politiche sull’uso
di dispositivi wireless sul campo, mentre cresce la preoccupazione per l’OPSEC (Operations Security):
tracciare
una corsa con il proprio orologio digitale può ormai tradurre un gesto
innocente in un rischio per la sicurezza nazionale.
Se
oggi non risulta possibile far lasciare a casa il cellulare ai propri soldati,
anche giocare ai videogiochi durante i tediosi momenti di pausa può portare a
spiacevoli sorprese, come ha dimostrato l’impatto di un gioco del tutto innocuo
come “Pokémon Go”.
Il
videogioco della Nintendo, infatti, utilizzando il Gps e la realtà aumentata
per catturare le famose bestiole digitali, potrebbe rivelare la presenza di
mezzi e truppe in zone sensibili, ragione per cui il Pentagono consiglia di non
giocare in aree ad alta sicurezza, di usare account anonimi e soprattutto di
evitare di scattare foto con la realtà aumentata del gioco.
Mentre le linee guida restano più un monito
individuale che una direttiva vincolante per le strutture militari, gli esempi
di rischi gravi legati all’uso di queste tecnologie da parte dei servizi di
intelligence ostili abbondano.
Dopo
l’assalto nella sanguinosa battaglia di “Bochum”, che ha visto la morte di
oltre 20 000 mercenari del Gruppo Wagner, i contractor russi hanno organizzato
una festa per la vittoria a base di vodka e musica metal.
All’ingresso,
i cellulari dovevano essere consegnati in sacchi schermanti per nascondere la
loro posizione, ma uno dei festaioli ha furtivamente portato un secondo
telefono per postare foto della celebrazione.
Non solo per il divertimento degli amici su “VKontakte”,
l’omologo russo di “Facebook”, ma anche per lo sguardo dei servizi di
intelligence ucraini.
Questi,
estraendo i metadati dalle immagini, hanno localizzato l’edificio e colpito con
precisione tramite due missili “Himars,” causando la morte di decine di
combattenti della Wagner.
Negli
scatti digitali o nei post su Facebook si nascondono spesso verità più potenti
delle stesse battaglie, informazioni silenziose ma letali. Similmente a quanto
accaduto ai mercenari della Wagner ma sull’altro versante del fronte, i
metadati hanno permesso all’intelligence russa di identificare ufficiali
ucraini radunati in una piana, pronti all’assalto con i mezzi corazzati.
Privati
dell’aeronautica a causa dei missili antiaerei ucraini, e senza droni per
illuminare il campo, i comandi russi navigano nell’ombra, ciechi di fronte alle
mosse del nemico.
Ma un
gruppo dell’FSB (Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa)
scocca il suo tiro più subdolo compilando dossier sui possibili ufficiali
ucraini presenti nell’area tramite le informazioni presenti sui social, per poi
passare alla fase più crudele.
Chiamate
telefoniche alle madri preoccupate:
«Tuo
figlio è ferito gravemente, ma non è in pericolo di vita».
Il
tempo essenziale per far cadere ogni difesa psicologica e poi riattaccare.
Quando
le madri cercano di rassicurarsi, uno di quei telefoni squilla al fronte.
Ecco,
in quel minuto sospeso, viene registrata la posizione precisa dell’ufficiale
che non esita a rispondere alla mamma.
Immediatamente,
scatta la reazione russa:
una
batteria di missili termobarici si riversa su quell’area.
Non un
attacco a caso, ma una falciata calibrata, con missili che usano l’aria
circostante come comburente per bruciare tutto attorno alla piana.
L’attacco
ucraino è sventato, con centinaia di vite spezzate in un istante. Gli scontri a
colpi, la manipolazione e l’intercettazione del segnale Gps dimostrano come le
operazioni cyber possano influenzare direttamente il corso delle battaglie sul
campo, anche senza ricorrere a strumenti informatici altamente tecnologici e
distruttivi.
Confusione,
disinformazione e ritardi, generati tramite attacchi digitali, sono sempre più
veri e propri strumenti di guerra, rappresentando la fusione tra la guerra
elettronica tradizionale e le moderne operazioni cibernetiche, e tracciano la
nuova frontiera di un conflitto multi dominio in cui il controllo
dell’informazione vale quanto la potenza di fuoco.
Ma è
in Israele che il connubio tra IA e gestione dei metadati e dei social network
diventa scienza e strumento di punta dei nuovi conflitti.
Israele
ha attivato meccanismi che somigliano a una forma di oracolo digitale:
sofisticati
sistemi d’intelligenza artificiale all’opera, non solo per sorvegliare ma per
compilare i nomi delle “kill list”, elenchi in cui vengono annotati gli
individui da eliminare.
L’IA denominata” Lavender” osserva ogni
movimento, ogni telefonino acceso a Gaza, tracciando decine di migliaia di
sospetti potenziali, uomini, donne e intere famiglie.
Poi entra in scena Where’s Daddy? (Dov’è
papà?), una sentinella digitale che registra quando uno degli individui
presenti nella kill list torna a casa.
Il
domicilio famigliare diventa così un obiettivo, ove ordigni esplosivi e
algoritmi si uniscono con fredda precisione. Il futuro dell’IA da difesa e
offesa può essere riassunto in quattro numeri: 8200.
L’Unità
8200 rappresenta l’élite ad alta tecnologia dell’intelligence militare
israeliana, un punto di riferimento a livello internazionale nelle operazioni
cyber, nella sorveglianza, nelle intercettazioni e nella guerra elettronica.
Paragonata
spesso all’NSA americana, è in realtà molto diversa in quanto si presenta come
un laboratorio di eccellenza dove si forgiano hacker, crittografi e analisti
che una volta lasciata la divisa approfittano di un sostrato imprenditoriale
alquanto fertile per fondare aziende di cybersicurezza a livello globale come
la NSO, specializzata in app per intercettazioni telefoniche, o per raggiungere
posizioni dirigenziali all’interno di attori internazionali come Google.
(Tratto
da “La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari”, di Alessandro Arduino.)
La
guerra cambia, la distruzione resta.
Globalist.it
– (03 -Febbraio – 2026) – Rock Reynolds – Redazione- Alessandro Aduino – ci
dicono:
Alessandro
Arduino, esperto di sicurezza di fama internazionale e profondo conoscitore di
affari cinesi contemporanei, ha risposto ad alcune nostre domande.
“La
guerra è cambiata” è un libro snello che si legge d’un fiato e che va letto.
La
guerra cambia, la distruzione resta. (Rock Reynolds)).
L’umanità
è alle soglie di una nuova era?
Quella
in cui, per la prima volta e in maniera totalizzante, l’intelligenza e i
processi decisionali dell’uomo verranno rimpiazzati da complessi procedimenti informatici?
L’IA, la cosiddetta “intelligenza
artificiale”, sta conquistando ogni spazio di vita, occupando a macchia d’olio
interstizi ritenuto fino a pochissimo tempo fa baluardi della civiltà.
E la
guerra non si sottrae a tale avanzata e, semmai, ne diventa la testa di ponte.
Chi,
però, sperava che le applicazioni belliche degli strumenti di intelligenza
artificiale, con la loro fredda perfezione, potessero portare a un azzeramento
del conto delle vittime e a una sorta di guerra tra cervelloni contrapposti,
una disfida di Barletta virtuale operata con il joystick invece che con la
spada, avrà un brusco risveglio.
«La
guerra non sarà mai breve. La guerra non sarà mai economica. La guerra non sarà
mai senza vittime.»
Sono
parole che quasi introducono l’interessante saggio” La guerra è cambiata”
(Einaudi, pagg 141) di Alessandro Arduino, come dice l’autore stesso «uno sguardo, per quanto timido, sul
futuro prossimo della guerra… che presenta tendenze inquietanti: dal ritorno
dei mercenari… alle promesse illusorie di tecnologie capaci di garantire
vittorie decisive e rapide, senza l’impiego diretto di soldati».
Gli
scenari sono quanto mai preoccupanti, soprattutto in considerazione del
trumpiano «rafforzamento della dottrina Monroe, che impone agli Stati Uniti di
bloccare l’ascesa di potenze straniere vicino ai propri confini, in un periodo
in cui la diplomazia cinese avanza rapidamente in America Latina».
E
ancor più fosco è l’orizzonte se si pensa che conflitti come quello
russo-ucraino o come quello mediorientale diventano laboratori in cui testare i
nuovi strumenti tecnologici di morte.
Alessandro
Arduino, esperto di sicurezza di fama internazionale e profondo conoscitore di
affari cinesi contemporanei, ha risposto ad alcune nostre domande.
La guerra è cambiata è un libro snello che si
legge d’un fiato e che va letto.
Alla
luce della crescente spesa bellica internazionale, con miliardi e miliardi
investiti in nuove tecnologie e armamenti dai principali attori internazionali,
pensa che l’Europa si debba armare?
«Senza
evocare lo stratega cinese Sun Tzu e la sua celebre massima ne “L’arte della Guerra “secondo cui la
vera vittoria è quella ottenuta senza combattere, l’Europa si trova comunque di
fronte a una necessità simile:
costruire un deterrente credibile, capace di rendere
evidente a qualunque avversario che il costo di un’aggressione sarebbe
insostenibile.
In un
contesto segnato da fragilità economiche e da un’instabilità geopolitica
crescente, le opzioni sono limitate.
Le
risorse destinate allo stato sociale, all’istruzione e alla sanità restano
prioritarie e necessariamente intoccabili.
Ma
anche la spesa militare, sempre più cara per effetto delle nuove tecnologie,
non è un lusso eludibile.
A mio
parere, la questione non è tanto se investire, quanto come investire:
puntando
su capacità di deterrenza mirate, su un rafforzamento dell’intelligence e su
missioni di peacekeeping e stabilizzazione.
Perché
le crisi che oggi appaiono lontane dai confini europei finiscono, prima o poi,
per raggiungerci.
Perché
la Cina è una minaccia globale?
Non ha
la sensazione che la narrazione globale occidentale – o, forse, a questo punto,
sarebbe meglio chiamarla statunitense – spinga sempre più verso un conflitto
di culture, oltre che realmente militare?
Dopo
ventidue anni trascorsi in Cina, la mia prospettiva è inevitabilmente segnata
da quell’esperienza.
Ma un punto resta difficilmente contestabile:
come
ogni grande potenza, Pechino calibra la propria politica estera in funzione
della stabilità interna.
La relazione con l’Occidente segue da tempo un
andamento ciclico, fatto di fasi di avvicinamento e di distacco.
Alla
fine degli anni Novanta si trattava di integrazione; negli anni successivi, la
Cina è stata progressivamente riletta come un “competitor strategico£.
Oggi
emergono segnali di una nuova, seppur prudente, fase di riavvicinamento.
Il
tentativo del Canada di riallacciare i rapporti con Pechino per attenuare
l’impatto delle sanzioni statunitensi, così come la recente visita del primo
ministro britannico in Cina, indicano la ricerca di relazioni economiche e
commerciali più sofisticate, anche se circoscritte.
Comprendere
la cultura strategica cinese è essenziale, tanto per costruire spazi di
cooperazione quanto per definire efficaci politiche di contenimento.
Pechino
rispetta la forza.
L’Europa,
oggi, appare vulnerabile non tanto sul piano economico o militare, quanto per
una carenza di visione condivisa sul proprio futuro. In Cina, le decisioni si formano
dall’alto e si proiettano nel lungo periodo; è su questo orizzonte che si
misura il divario più profondo.
Il
Messia delle Piante.
Non
pensa che amplificare il discorso pubblico sulla necessità di armarsi in
generale innalzi, anziché spegnere, gli slanci bellicisti?
Indubbiamente.
Ma,
dal mio punto di vista, in “La guerra è cambiata”, il messaggio non dovrebbe
essere letto come un invito al riarmo:
è
piuttosto un avvertimento.
Le promesse associate alle nuove tecnologie,
dai droni all’intelligenza artificiale, non stanno aprendo la strada a
conflitti più brevi, meno costosi e privi di vittime;
al
contrario, stanno contribuendo a guerre più dure, prolungate nel tempo e sempre
più onerose, non solo in termini economici ma, soprattutto, di vite umane.
In che
modo l’Europa dovrebbe impostare la trasformazione della propria forza di
deterrenza?
Le
lezioni da apprendere non vengono solo dall’invasione russa della Ucraina, ma
anche dalla guerra dei 44 giorni in Nagorno Karabakh o dallo Yemen, per citarne
alcune.
In Ucraina, una guerra ad alta tecnologia si è
rapidamente trasformata in un logorante scontro di trincea e attrito.
Il
campo di battaglia è diventato quasi completamente trasparente:
i soldati operano sotto lo sguardo costante e
instancabile dei droni, in un contesto in cui il volume, più della qualità, è
spesso la risorsa decisiva.
Parallelamente,
si combatte una guerra contro la verità, fatta di disinformazione e propaganda
generate dall’intelligenza artificiale, strumenti ormai centrali nella
conquista della supremazia narrativa.
È su
questo terreno, dai sistemi anti-drone alle tecnologie anti-deepfake, che si
giocherà una parte cruciale dello sviluppo dei futuri sistemi d’arma.
Eppure,
la lezione fondamentale risulta che l’affidamento totale alla tecnologia non
può sostituire l’addestramento tradizionale.
Per
esempio, un soldato che non sappia orientarsi con mappa e bussola, nel momento
in cui i sistemi GPS vengono neutralizzati dall’avversario, è destinato a
perdersi.
Che
cosa spinge il popolo americano ad avallare la riproposizione della necessità
della guerra?
Gli
Stati Uniti operano da decenni secondo una dottrina militare che, non a caso, è
stata definita” forever war”.
Il termine è rivelatore:
descrive
non solo una strategia, ma un sistema.
Un
modello in cui il conflitto non è un’eccezione, bensì una condizione
strutturale, resa possibile dall’esistenza di un apparato militare-industriale che
trae linfa da guerre prolungate e sistemi d’arma dal costo elevato.
È una dinamica che il presidente americano
Eisenhower aveva già intravisto nel secondo dopoguerra, mettendo in guardia dal potere
crescente dell’industria degli armamenti e dalla sua capacità di influenzare le
scelte politiche e strategiche del Paese.
A distanza di decenni, quella preoccupazione è
tristemente attuale.
“Xi Jin
Ping” ha puntato al 2035 come data per uno scatto in avanti delle forze armate
cinesi.
Secondo lei, la paventata (se non annunciata)
invasione cinese di Taiwan sarebbe un test per le capacità militari cinesi
oppure per il nuovo ordine di non ingerenza USA-CINA nei reciproci continenti?
Non
solo "puttane", quando le parolacce fanno la rivoluzione.
Resto
convinto che Pechino punti a un assorbimento graduale di Taiwan, più per osmosi
che per conquista militare, facendo leva sull’asimmetria di dimensioni e sulla
distanza, geografica e politica, dagli Stati Uniti.
Un attacco diretto appare improbabile.
Invece,
un blocco aeronavale avrebbe effetti immediati e destabilizzanti
sull’approvvigionamento energetico e alimentare dell’isola, colpendo al cuore
la sua stabilità interna.
Pechino ha bisogno di una globalizzazione
aperta e prevedibile, non di G2 o di shock sistemici che mettano a rischio la
propria logistica commerciale e il modello di crescita ora in bilico.
Resta tuttavia una questione cruciale:
il
reale livello di preparazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.
A
differenza delle forze armate statunitensi o russe, l’esercito cinese non affronta un
conflitto su larga scala dal 1979, dai tempi della guerra di confine con il
Vietnam.
Con
figure potentissime come “Thiel” e “Luckey,” ha la sensazione che la forza
dell’industria bellica abbia superato definitivamente la soglia di sicurezza
quanto a influenza sul potere politico?
Alla
domanda se questa visione stia già plasmando il futuro della guerra, la
risposta è semplice: sì.
“Peter
Thiel” è l’eminenza grigia di un movimento culturale e politico che immagina
un’America più chiusa, più assertiva, meno legata all’utopia californiana.
Il suo
pensiero viene ripreso dal CEO di “Palantir”, “Alexander Karp”, che riprende
apertamente questa impostazione, denunciando una “Silicon Valley” che spreca il
proprio talento in applicazioni marginali mentre dovrebbe mettersi al servizio
della sicurezza nazionale.
In questa visione, il futuro non appartiene ai
social network ma all’intelligenza artificiale militare:
superiorità
tecnologica non negoziabile, sistemi letali guidati dai dati e una nuova élite
convinta che la guerra sia ormai un flusso continuo di informazioni.
Sulla stessa linea si muove “Palmer Luckey”,
fondatore di “Anduril”, che attacca l’inerzia del complesso militare-industriale
tradizionale e promuove senza ambiguità l’uso di droni autonomi e sistemi
d’arma intelligenti.
Il messaggio, comune a entrambi, è chiaro:
applicare la velocità e l’aggressività della “Silicon Valley” alla guerra.
“Jacques
Charlot” sostiene che la spesa bellica inquina la democrazia. È d’accordo?
Nei
sistemi democratici, dove le decisioni non vengono imposte dall’alto, la
sicurezza richiede un equilibrio dinamico e costantemente rinegoziato.
Fin dai tempi della democrazia ateniese
incombe quella che Tucidide descrisse come una trappola ricorrente:
la
costruzione del muro difensivo di Atene, concepito per garantire sicurezza,
finì per spingere Sparta verso una guerra preventiva, prima che la città
diventasse inattaccabile.
Deterrenza
e percezione del rischio restano, ancora oggi, variabili inseparabili.
Devono essere definite attraverso un processo
democratico, non alimentando nemici immaginari né paure finte, utili solo a
giustificare spese sproporzionate
. E
tuttavia, il costo della pace, fondato su una deterrenza credibile e
proporzionata, va comunque sostenuto.
In caso contrario, si finisce per pagare un
prezzo ben più alto: quello della guerra, per parafrasare “Harry S. Truman”.
La
guerra è cambiata, ma pare non esserlo il fattore che la rende digeribile: la
paura.
Oppure la necessità di posti di lavoro. L’illusione di meno morti può rendere
la guerra coi droni portatrice di minori obiezioni?
L’idea
che a morire sia una macchina e non un giovane di leva abbassa la soglia
psicologica del conflitto e rende la guerra politicamente più accettabile.
Ma è un’illusione.
Come
dimostra il conflitto in Ucraina, alla fine sono sempre i corpi di sangue e
carne e non di microchip a occupare le trincee.
Giovani mandati a difendere pochi metri di
terreno sotto l’assalto incessante di sciami di droni o che li pilotano a pochi
chilometri di distanza dal fronte.
La tecnologia può cambiare il volto della
guerra, ma non la sua natura.
Lo stesso si può dire della guerra civile in Sudan, un
conflitto segnato da atrocità diffuse e decine di migliaia di vittime, ove i
droni sono sempre più un fattore essenziale usato per supportare gli interessi
di potenze straniere rivali, trasformando un’ulteriore crisi umanitaria in un
conflitto per procura.
Il Messia delle Piante.
Cambia
la guerra, ma come cambia la regolamentazione internazionale della stessa?
La domanda è etica ma potrebbe facilmente scadere nel
pratico:
chi
paga se un’applicazione militare dell’IA miete vittime innocenti per un tragico
errore?
E che
succede se tale errore non solo non limita i danni, ma facilita un’escalation?
La
guerra è cambiata non è una tesi, ma un avvertimento. L’accelerazione della guerra guidata
da macchine e intelligenza artificiale sta superando la capacità umana di
comprenderla e controllarla.
Il
ritmo iper-rapido del combattimento algoritmico moltiplica il rischio di
errore, perché sistemi biologici come il nostro non sono progettati per gestire
flussi continui e massivi di dati: è un sovraccarico cognitivo.
Il drone, l’occhio che non dorme mai, non sta
cambiando solo le tattiche militari, ma l’etica, la politica e la psicologia
della guerra.
Il
conflitto telecomandato è già una realtà;
quello
combattuto da sistemi autonomi che decidono chi vive e chi muore è imminente.
L’impiego crescente di droni armati e, soprattutto, di
sistemi autonomi non è ancora regolato in modo adeguato dal diritto
internazionale umanitario.
Mancano
criteri chiari su proporzionalità, responsabilità e protezione dei civili.
Come
nel cyberspazio, la combinazione di innovazione rapida, diffusione capillare e
utilizzo da parte di attori non statali sta creando un vuoto normativo
destinato ad ampliarsi proprio mentre la guerra diventa sempre più
automatizzata.
Chi
sono i cyber-mercenari?
Nei
conflitti contemporanei, combattuti anche attraverso sistemi autonomi,
intelligenza artificiale e cyberspazio, emerge una nuova figura di soldato che
si vende al migliore offerente: il cyber-mercenario.
Alla
nuova domanda di una guerra tecnologica ove molti paesi non hanno i talenti
necessari, corrisponde una nuova offerta di servizi: eserciti privati che
operano online, proteggono, sorvegliano e attaccano, producendo effetti
tutt’altro che virtuali.
La
logica resta immutata: uomini senza bandiera, pronti a colpire per chi paga di
più.
Ci
spieghi il meccanismo perverso attraverso cui oggi, alla fine di una guerra, un
esercito traumatizzato va ad alimentare milizie mercenarie, unica via d’uscita
da droga, depressione e disoccupazione…
I mercenari
non sono più soltanto uomini armati sul campo di battaglia. Sono aziende, reti
e organizzazioni che prosperano su guerra, crisi e instabilità.
Il problema non è solo la violenza che
esercitano, ma il vuoto legale in cui operano ai margini del diritto e oltre
ogni vincolo morale.
È un
mestiere in cui si viene pagati non soltanto per uccidere, ma anche per
accettare la possibilità di morire.
Ed in questo sorprende che le loro fila
continuino ad allargarsi.
La
ragione è tragicamente semplice.
Quando
guerre come quelle in Ucraina o nello Yemen finiranno, lasceranno dietro di sé
migliaia di giovani, da entrambe le parti, con un futuro spezzato.
Segnati
dal disturbo da stress post-traumatico, privi di reali prospettive di
reintegrazione sociale e lavorativa, carichi di rabbia verso chi è
sopravvissuto, arricchendosi, mentre loro combattevano e vedevano morire i
compagni.
Per molti, l’unica via d’uscita sarà un altro
conflitto:
arruolarsi
come mercenari, in cambio di denaro e adrenalina, prolungando una guerra che
non finisce.
In
Ucraina combattono i droni
autonomi:
la guerra è
cambiata
per sempre.
Leuropeista.it
- Sofia Fornari – (26/05/2025) – Redazione – ci dice:
Orizzonti.
“Se
hai paura dell’intelligenza artificiale, lascia che te ne dia una ragione in
più.”
Non è
una battuta provocatoria: è una constatazione che fa sobbalzare sulla sedia.
Perché
mentre a Bruxelles si discutono le linee guida etiche per un’IA trasparente e
affidabile, e a San Francisco si riflette sull’equilibrio tra innovazione e
sicurezza, ci sono trincee – letteralmente – in cui la guerra è già combattuta
da macchine capaci di decidere da sole quando colpire, dove inseguire, come
abbattere.
Un
post di “War Monitor” su “X” ha riportato che porzioni del fronte ucraino sono
attualmente difese per la maggior parte da droni, molti dei quali dotati di
capacità autonome.
Non è
una previsione futuribile, ma una fotografia della realtà.
Questi
droni non solo sorvegliano, ma combattono, attaccano, reagiscono in modo
autonomo.
E ci raccontano qualcosa che va ben oltre
l’ennesima evoluzione della tecnologia bellica: ci parlano di una soglia che
l’umanità ha appena varcato.
Non
sono solo occhi nel cielo.
Per
anni abbiamo pensato ai droni come strumenti di sorveglianza. Piccoli velivoli
capaci di vedere meglio, più in alto, più a lungo.
Poi li
abbiamo visti armarsi:
dalle
bombe sui pick-up in Afghanistan ai missili lanciati con chirurgica (e
discutibile) precisione in Yemen o Libia.
Ma ora
è diverso.
In
Ucraina, la combinazione tra bisogno militare, spirito di adattamento e
innovazione distribuita ha portato allo sviluppo di una nuova generazione di droni:
economici, adattabili, capaci di operare anche
senza il controllo umano in tempo reale.
In
alcuni casi, con logiche basate su reti neurali rudimentali, questi droni
analizzano segnali termici, movimenti, coordinate GPS, distinguono bersagli, e
decidono se attaccare.
A
volte lo fanno in sciami.
A
volte anche quando la rete è disturbata e l’operatore è offline.
L’autonomia
letale non è più una minaccia futura
Chi si
è occupato di “AI policy” fino ad oggi ha sempre posto un limite preciso:
niente “killer robot”, nessuna arma letale
completamente autonoma. L’ONU, con tutte le sue lentezze, discute da anni su
come vietarle.
Eppure
eccole qui, non nel 2035, ma nel 2025.
Non nei laboratori di “Boston Dynamics”, ma
nei campi di grano crivellati dell’oblast di Kharkiv.
Siamo
ancora lontani da robot umanoidi con fucili in mano.
Ma il
principio fondamentale – secondo cui nessuna macchina dovrebbe avere l’ultima
parola sulla vita o la morte di un essere umano – è già stato messo alla prova.
L’Ucraina, costretta a difendersi con ogni
mezzo disponibile contro un’aggressione su larga scala, ha spinto
sull’innovazione bellica con una rapidità che nessun altro Paese avrebbe potuto
eguagliare.
La
tecnologia, si sa, non aspetta le regole.
La
nuova frontiera della guerra (e dell’innovazione).
Piaccia
o meno, l’impiego di droni autonomi sui campi di battaglia segna un’evoluzione
che avrà conseguenze profonde anche in tempi di pace.
Le
soluzioni tecniche sviluppate in contesti militari – dalla gestione degli
sciami all’ottimizzazione dell’autonomia decisionale – potrebbero presto
trovare applicazioni anche in settori civili:
dalla
logistica all’emergenza ambientale, fino alla sicurezza delle infrastrutture
critiche.
La
sfida, dunque, non è solo contenere i rischi, ma valorizzare l’enorme
potenziale dell’intelligenza artificiale in contesti di responsabilità,
trasparenza e supervisione umana.
Serve
un’architettura di regole globale, condivisa, capace di tenere il passo con una
realtà che cambia più velocemente di quanto le istituzioni riescano a reagire.
E se
tutto questo vi spaventa, è perché siamo già entrati in un futuro che fino a
ieri sembrava fantascienza.
La guerra come l’abbiamo conosciuta è finita,
un nuovo paradigma si è imposto.
175 miliardi
di dollari. Il costo del nuovo scudo antimissile americano.
Repubblica.it
– (11 Febbraio 2026) - Riccardo Staglianò – Redazione – ci dice:
175
miliardi di dollari. Il costo del nuovo scudo antimissile americano.
Se gli
israeliani hanno l'”Irons Dome Trump”, che impazzisce per tutto ciò che
luccica, ha pensato bene di farsi un “Golden Dome”.
Lo scudo antimissile statunitense costerà 175
miliardi di dollari, ma quest'anno ne saranno stanziati solo 13,5.
Inutile
far notare che, con una cifra annuale tra i 34 e i 69 miliardi, stima “Health
Affairs”, si potrebbe estendere la copertura sanitaria alle decine di milioni
che oggi ne sono sprovvisti.
Visioni
del mondo inconciliabili.
Il
complesso militare-industriale, dalla guerra fredda, non è mai stato così in
forma.
Lo spiega bene “Dario Guarascio” in “Imperialismo
tecnologico”. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell'IA (Laterza).
Dove
si denunciano, per l'ennesima volta, i contratti che legano l'esercito
israeliano a Big Tech.
Compresi
quelli, da un miliardo e duecentomila dollari, sottoscritti da Alphabet e
Amazon per fornire servizi cloud e IA all’IDF.
Compreso
il riconoscimento facciale e le analisi biometriche nei Territori occupati del
servizio “Nimboso”.
Che
allude alla nuvola, ma una nuvola minacciosa, generalmente carica di pioggia.
O, più
verosimilmente, di bombe.
Perché, come ricorda un altro libro appena
uscito (La guerra è cambiata di Alessandro Arduino, uscito da Einaudi)
«nonostante l'evoluzione bellica, plasmata da una iper-rapidità decisionale,
tre verità restano immutabili:
la
guerra non sarà mai breve, mai economica, mai senza vittime».
Qualcuno dovrebbe ricordarlo all'aspirante
premio Nobel della Casa Bianca.
Trappole
dal cielo, la
nuova
guerra in Donbass.
Ansa.it
– (28 gennaio 2026) - Lorenzo Attianese – Redazione – ci dice:
I
reportage dell'inviato ANSA dal fronte.
La
vita (e la morte) in trincea, i soldati al lavoro su nuove armi low cost, la
quotidianità dei civili vicini alla zona grigia, i profughi in fuga e i
cittadini che resistono, i giovani idealisti italiani che si arruolano per
Kiev, la capitale al freddo e al buio per i blackout:
la guerra in Ucraina è cambiata e gli esiti
sulla linea del fronte non sono affatto scontati.
(RIPRODUZIONE
RISERVATA © Copyright ANSA).
Nella
strada che porta via dalle trincee, fuori dalle linee di combattimento, il
soldato alla guida del “Pick up” sterza in derapata scivolando su fango e
ghiaccio.
Poi
dall'abitacolo si sentono degli spari che partono dal mezzo:
dietro al cassone altri due militari aprono il
fuoco puntando al cielo, avvisati via radio dell'arrivo di un drone.
A quel
punto il mezzo accelera disperato per uscire al più presto fuori dalla portata
dei volatili meccanici.
Dieci
minuti col nodo in gola.
Poi si rallenta, è andata bene anche stavolta:
nessun commento, solo un sospiro, si scende dal Nissan Navara nero, via
l'elmetto e come premio di quella routine arriva la pausa sigaretta.
Stessa corsa per il viaggio al contrario, che
porta alla 'zero line' del Donetsk, nelle postazioni a ridosso della linea
oltre la quale il confine tra Ucraina e Russia è soltanto una questione di
traiettorie giuste tra trappole e cadaveri, difficili da recuperare sul campo
in quel punto.
"Gli assalti da Est sono aumentati dalla
scorsa estate e il maltempo per noi è un'arma a doppio taglio: da una parte gli
attacchi rallentano e dall'altra
le truppe russe avanzano a piedi cercando di
prendere terreno, perché con pioggia, neve e vento non riusciamo a coprire bene
le nostre postazioni con i droni. Loro spingono, ma in questi mesi qui ancora
teniamo, non abbiamo perso territori.
Certo
al momento possiamo solo difenderci", spiegano nella trincea i soldati
ucraini del battaglione 'Legione Nord' della
44esima brigata meccanizzata.
Ad
essere accucciati in quel fosso dove restano isolati almeno per una settimana
con scatolette, caffè, thè e barrette energetiche, sono in due e dormono
alternandosi tre o quattro ore al giorno.
“ Kraska”, 36 anni, è un pilota di droni che
ruota continuamente il pollice sulla leva del controller remoto.
Lo fa senza togliere mai lo sguardo dagli
schermi del computer, dove analizza i filmati anche dalle altre postazioni
grazie alla rete di Starlink e studia le
coordinate.
“Semen”,
25 anni, è invece un ingegnere e si occupa di
caricare il loro drone con batterie e granate, per poi uscire allo scoperto e metterlo in postazione,
pronto al decollo.
L'obiettivo e individuare in volo gli sciami
nemici che si
sparpagliano distribuendosi ovunque:
se
agli 'cpv. drone' tocca
sganciare le bombe, di notte gli stessi
velivoli 'da agguato' si appostano in
terra per poi esplodere di giorno al passaggio dei soldati, depositando mine e seminando
imboscate.
"Tocca
cercarli nelle auto bruciate o nei cumuli di rifiuti, ma con la neve è più
difficile", spiega “Kraska” mentre aguzza gli occhi zoomando ovunque sul campo di battaglia.
Improvvisamente sul display compaiono cadaveri di soldati russi, forse lì
da un paio di giorni, poi si passa
altrove:
"Tocca essere sicuri di avere
neutralizzato tutti i velivoli, di aver coperto tutta la zona".
Poi
fuori, con la testa nelle spalle, si esce solo per il ritiro di componenti o
viveri in attesa della stessa Nissan.
Bisogna muoversi veloci, sia per chi guida
che per chi resta a terra.
Si sta allo scoperto solo per pochi
interminabili istanti sotto l'insopportabile ronzio dei droni, che è un memento
mori.
"Non
vogliamo lasciare questo territorio perché possiamo difenderlo", dice
sicuro il maggiore “Viacheslav Shutenko”, comandante del battaglione, che
accoglie i suoi uomini al rientro.
"Qui c'è la situazione peggiore dopo “Pvkorosk,”
ma possiamo giocarcela, cinquanta e cinquanta.
Per il
2026 non ce la faranno", poi punta la penna sulla mappa digitale del
telefono indicando le 'zone grigie', attraversate dai combattimenti:
"A Kupiansk stiamo recuperando,
nella città ora sono rimasti solo un centinaio di soldati russi".
Lo
dice rincuorandosi mentre si scrolla la melma dagli scarponi, in un posto che
non ha nulla a che fare con la geopolitica.
La
giornata in trincea, sulla linea di contatto nel Donetsk.
Nelle
cantine segrete di droni, 'qui la nuova arte della guerra'.
Nelle
cantine segrete dei droni in Ucraina.
(RIPRODUZIONE
RISERVATA).
Dopo
essere entrati in una casa apparentemente vuota e in costruzione non lontano da
“Karkhiv”, si scende nei sotterranei fino ad arrivare in una cantina molto
piccola, dove è costante il suono di una laboriosa stampante 3d.
In
questo posto angusto simile alla camera di un hacker si gioca, con tecnologie
da poche centinaia di dollari, una delle partite più importanti nel corso della
nuova guerra in Ucraina.
"Qui
facciamo sviluppo e test per i droni a fibra ottica:
riceviamo informazioni, costruiamo
adattamenti, assembliamo i pezzi e poi li inviamo al fronte in Donbass",
spiega Alex, un militare di 37 anni dell'ufficio di intelligence dell' 'unità Tafuni'.
Un team di sei soldati senza divisa testa i
motori, misura il bilanciamento del peso
delle batterie, inserisce mini telecamere, progetta e adatta nuovi pezzi che
serviranno ad applicare armi e qualsiasi altro oggetto che possa essere
trasportato o sganciato dai volatili meccanizzati.
"Di
unità di verifica dei droni ce ne sono qualche un centinaio in tutto il Paese e
in tutto ci lavorano un migliaio di soldati, soprattutto ingegneri. Ma noi
siamo sempre alla ricerca di gente:
più
che le tradizionali capacità - sottolinea Alex - ci interessano giovani che
abbiano curiosità.
Il
resto lo facciamo noi, ci bastano meno di sessanta giorni per prepararli.
Ma in
poche settimane cambia tutto, per questo tocca aggiornare continuamente le
tecnologie contro i sistemi che sviluppa il nemico".
La nuova piccola arma micidiale, capace di
distruggere risorse militari milionarie, sono i droni in fibra ottica che
costano dai trecento ai mille dollari:
"Non
vengono intercettati via radio e quindi non è possibile interferire sul loro
segnale con dei disturbi:
li
guida direttamente il pilota", specifica Alex.
È per questo che avvicinandosi alle postazioni
nelle trincee e in tutte le zone militari ucraine, tra l'erba e i tronchi nelle
foreste c'è una fitta trama di ragnatele di cavi sottilissimi e quasi
invisibili:
è la
fibra ottica che fa comunicare visori, schermi, controller e levette dei piloti
con i quadricotteri:
un
canale diretto in cui il nemico non può interferire se non distruggendo quelle
lenze invisibili, che permettono di arrivare fino a sessanta chilometri.
Una tecnologia in ascesa che ormai è sempre
più utilizzata su entrambi i fronti:
"I
set up sono diversi ma noi e Mosca abbiamo gli stessi componenti cinesi".
Anche
in questo conflitto, cominciato quattro anni fa con armi classiche da seconda
guerra mondiale, ora la gara sta tutta nello sviluppo costante e nella corsa
all'acquisto.
"In base alle richieste dei soldati
riceviamo una sorta di lista della spesa, poi facciamo gli ordini, ma
Pechino non può inviare direttamente a noi e
spedisce in Europa, dove poi andiamo a ritirare i pezzi.
Lo
stesso fa la Russia con altri Paesi, sempre comprando dalla Cina. Tutto questo
è importante per difenderci dall'artiglieria e dalle avanzate senza perdere
soldati", conclude Alex mentre il rumore di fondo nella cantina sparisce e la stampante 3d ha
terminato la sua ultima fatica in
plastica:
è
l'ennesima elica di una granata, pronta a cadere dal cielo sulle linee nemiche
nel groviglio di fili nel Donetsk.
(Riproduzione
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Armi
letali stampate in 3d.
A “Druzkivka
“la vita dietro al fronte, 'chi resta aspetta i russi.'
La
popolazione locale a” Kramatorsk”, dopo un bombardamento russo.
(© ANSA/EPA).
A ridosso
delle trincee, a otto chilometri dalle postazioni militari, ci sono civili in
Donbass che vivono una routine apatica scandita dal brusìo dei droni in cielo,
i bombardamenti e le poche ore al giorno per restare in strada:
tra
chi si affretta per andare al negozio di alimentari e chi vaga senza meta.
A sud di Kramatorsk, nella città di Druzkivka,
che prima della guerra contava cinquantaquattromila abitanti, ora restano poche migliaia di
persone e non c'è quasi più nessuno da
evacuare.
"Chi voleva farlo è già andato via",
spiegano i soldati.
Chi
resta ha comunque fatto una scelta. Così come nella 'zona grigia' di
Kostjantynivkana, dove infuriano i combattimenti, una metà dei cittadini
rimasti aspetta l'arrivo dei russi ma non sa cosa succederà dopo.
Sono
soprattutto anziani, spesso reticenti con le truppe ucraine, che accusano i
militari: "ritiratevi, così smetteranno di bombardare".
I
soldati li ascoltano e senza alcun cenno di reazione proseguono il passo:
"Qui i media russi - dicono gli ufficiali
- arrivano nelle frequenze televisive con la loro propaganda e così qualcuno
crede all'invenzione della ricostituzione di una nuova Unione sovietica".
Intorno alle undici del mattino, quando a
quell'ora i droni russi sono in ritirata verso le basi, in centro si vede
soltanto qualcuno uscire per andare alle poste, passando vicino ai rifugi
antiaerei di emergenza sul lato del marciapiedi, poco più grandi di una cabina
telefonica.
"La guerra? Andate a fare queste domande
in Groenlandia", sbotta un anziano ironizzando, critico contro un nuovo
imperialismo statunitense.
Alle
sue spalle, lungo la parete di un edificio nella via, al contrario c'è invece
una scritta di cui è impossibile risalire alla data:
"Trump salva la gente del Donbass e
vendi i Tomahawk all'Ucraina".
In
periferia diverse case e palazzi, alcuni erano stati occupati dai militari che
si organizzano per il fronte, sono ridotte in rovine perché prese di mira dal
nemico.
"I filorussi in città non si rendono
conto", spiegano i soldati raccontando alcune vicende, come quella di
Pokrovsk, dove - dicono - "una coppia aspettava i russi ma poi loro hanno
ucciso lui e violentato lei per poi portarla in Russia.
Da
qualche parte c'è anche un video della donna che ne parla".
Raisa, 66 anni, e suo marito Hennady, 71,
sono tra i pochi disponibili a fermarsi per parlare nonostante le buste della
spesa tra le mani:
"Ogni giorno abbiamo solo due ore per
uscire e comprare da mangiare. Non andiamo via da qui perché non abbiamo soldi
e non sapremmo dove andare", dicono.
Di
giorno i droni e di notte l'artiglieria, la paura dal cielo non si ferma, così
come i colpi di artiglieria a una manciata di chilometri ricordano
continuamente che qui le truppe russe sono molto vicine.
La
gente di Druzkivka sa che questo è il
luogo da cui il nemico proverà ad entrare a Kramatorsk, ultima fortezza
designata per espugnare il Donbass.
Nonostante tutto anche nei quartieri deserti
si vede gente che pota i rami degli alberi nelle strade, dove le auto passano
schizzando acqua dalle pozzanghere dai crateri di fango che bucano l'asfalto.
Corrono veloci verso nord, via da Druzkivka,
per raggiungere i tragitti con chilometri di reti legate sui pali della
carreggiata, per proteggerla in alto dai droni a fibra ottica.
Facile intuire perché li chiamino 'tunnel
della vita': un nome che descrive anche chi invece, alle loro spalle, sembra
essersi rassegnato al suo esatto opposto.
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I
tunnel della vita.
Al
confine russo, Kharkiv resiste e accoglie i villaggi svuotati.
Civili
ucraini fanno training militari nella regione di Kharkiv.
(Civili
ucraini fanno training militari nella regione di Kharkiv - © ANSA/EPA)
Gli
addobbi delle festività del Natale ortodosso e le insegne luminose dei grandi
negozi riflettono la luce sulla neve mentre la gente passeggia sui marciapiedi, ma basta girare l'angolo per
vedere una ruspa che raccoglie i detriti
dei primi missili arrivati con il nuovo anno, quando i razzi hanno colpito dei
palazzi ferendo diciannove persone, tra
cui un neonato di sei mesi.
A
Kharkiv l'ossimoro della nuova normalità ucraina sembra più evidente che
altrove.
Nella
seconda città più popolosa del Paese, a quaranta chilometri dal confine russo, finora i suoi
abitanti hanno avuto la meglio.
Nonostante
i massicci bombardamenti di Mosca dal 2022, le persone - anche i russofoni -
non hanno lasciato le proprie case e il peggio sembrava essere passato, ma
nell'ultimo anno la Russia ha ricominciato ad attaccare.
"Abbiamo deciso di restare, anche le
sirene suonano ancora e i palazzi sono tornati a cadere", commenta Taras
accompagnando la madre a fare la spesa.
In questi anni non c'è stata alcuna
evacuazione, anzi.
Kharkiv
accoglie gli sfollati che arrivano dai due fronti guerra, il Donbass e i territori
a nord est.
In un largo edificio a tre piani alla
periferia della città, che prima era una scuola, quotidianamente vengono
trasferite le chiamate in arrivo al 112 e altre linee gestite dalle
organizzazioni umanitarie:
quando i russi sono a ridosso delle proprie
abitazioni la gente chiama e da qui
partono bus o ambulanze che poi caricano intere famiglie o persone sole.
"Interi
gruppi a volte vengono recuperati per strada mentre scappano a piedi, disposti
a fare decine di chilometri pur di lasciare l'inferno che avvolge le loro case.
E a
volte capita che durante la fuga i droni nemici uccidano qualcuno", spiega
“Alla Sherstiuk”, coordinatrice del centro.
Negli ultimi due anni e mezzo dall'intera
regione e da una parte dell'oblast di Donetsk sono arrivati oltre trentunomila
profughi, che poi si trasferiscono dai parenti o negli ostelli.
Dal
centro degli sfollati, attraverso i contatti mantenuti dai rifugiati con i
civili ancora sotto il fuoco, si assottiglia la conta di chi è ancora lì. “Sergiy”,
57 anni, appena arrivato da Konstantinova, lavorava nelle miniere di carbone:
"Prima
della guerra - dice - nella mia città c'erano centomila persone. Ora sono
ottocento, tutta gente molto anziana che ormai credo morirà lì e se tutto va
bene verrà seppellita nei giardini delle proprie case, come succede
adesso".
Da
ottobre scorso in massa sono giunti da Kupiansk, a sud est:
"anche
quello è diventato un posto dove si combatte soltanto e forse sono rimasti a
malapena un centinaio di civili, ce ne accorgiamo da come improvvisamente qui
si riversano le persone in poche settimane", ammette “Alla”.
In
molti, come Georgiy e la moglie Irina dal villaggio di Studenok,
vanno
via quando l'ombra dei droni si allunga sui tetti loro case.
Ma c'è
chi non è scampato: Igor, 54 anni, a dicembre a Kupiansk ha visto cadere la
moglie davanti ai suoi occhi, colpita dagli sciami della morte mentre insieme
tentavano la fuga.
Lui, che da allora non parla più, non è potuto
tornare indietro neanche per seppellirla.
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L'inverno
di Kiev al buio, 'anche i blackout uccidono'.
Cittadini
ucraini nelle strade buie dopo un black out.
(©
ANSA/AFP)
Tra i
palazzi del quartiere popolare di Dniprovsky, dopo il tramonto, ciò che per
strada attira l'attenzione sono solo i fari delle auto e i flash dei telefonini
accesi, usati come torce.
Tutto
intorno c'è un coro di rumori che arriva dai generatori di corrente. L'inverno
buio di Kiev ha reso spettrale la città anche quando non piovono i razzi e
nella capitale ucraina i blackout programmati decidono come andranno le
giornate:
sono conseguenze della nuova strategia di
attacchi russi, che con i bombardamenti alle infrastrutture energetiche riduce
varie parti del Paese senza elettricità e senza riscaldamenti.
Se
prima la durata delle interruzioni dipendeva dalla frequenza delle offensive
sulle centrali di produzione, ora tutto viene programmato quotidianamente dal
governo e comunicato su una app:
alla sera arriva una notifica e le caselle
nere indicano la fascia di ore, in genere almeno quattro al giorno, in cui
toccherà accendere le candele, lampade a batteria o - per chi può - attrezzarsi
con gruppi elettrogeni casalinghi che costano fino a tremila euro.
"Si muore anche così", dice “Oyana”,
che teme per suo padre, collegato a un ventilatore meccanico per respirare.
"Per fortuna abbiamo comprato un
generatore e spero funzioni sempre. È di quelli a benzina, l'ho sistemato fuori
al balcone.
Questo non potrei tenerlo, la legge lo vieta
per una questione di sicurezza", spiega ignorando le raccomandazioni delle
autorità sui rischi di intossicazione da monossido di carbonio.
Ma non
è l'unico problema. "Pensate a quando suona l'allarme e tocca andare nei
rifugi.
Immaginate
sia facile far scendere dalle scale, con l'ascensore che va fuori uso, a tutte
le persone di un edificio di sedici piani?",
fa
notare “Svitlana”, 46 anni, condomina del complesso di vecchi grigi palazzoni
di epoca sovietica, allettata dopo essersi rotta un femore. Nello stesso posto “Nadiya”
si è attrezzata con un fornelletto a gas e una stufetta:
"Penso
ai miei figli, spesso le lezioni a scuola saltano, così come le visite
programmate da mesi negli ambulatori degli ospedali".
Da
Trypilska a Brovary, i continui bombardamenti hanno messo in ginocchio la
Ukrenergo, la compagnia nazionale dell'energia ucraina e forse l'attacco di
molto tempo fa agli uffici della Tek, la società che distribuisce
l'elettricità, visto oggi dà l'impressione di un avvertimento di Mosca.
Lo sanno bene anche gli operai che effettuano
le riparazioni dei cavi, "migliaia le chiamate negli ultimi mesi",
dicono.
Durante
i blackout ci sono poche alternative e spesso tutto si concentra nei negozi,
almeno quelli che hanno la possibilità di utilizzare i grossi generatori di
corrente:
così
diventa più facile studiare sedendosi sulle panchine in un centro commerciale,
anche solo per stare al caldo.
I servizi essenziali, fatta eccezione per le
infrastrutture critiche come i reparti degli ospedali, funzionano tutti i
giorni ma a singhiozzo, in una rotazione di interruzioni che viene decisa
giorno per giorno.
Alla sera, dopo le comunicazioni, ci si
organizza per le ventiquattro ore successive.
"Ci
dicono che bisogna ridurre i consumi, a prescindere.
Ma
questa situazione non può andare avanti sempre così, speriamo si sbrighino con
la diplomazia", commentano nel quartiere.
Kiev
non è l'Est del Paese e le trincee per fortuna per adesso sono lontane: di
certo la quotidianità è cambiata e la gente va avanti consapevole che queste
situazioni, anche se lontano dal Donbass, li avvicinano sempre più alla routine
di chi vive a ridosso del fronte.
(Riproduzione
riservata © Copyright ANSA).
La
decisione di “Andrea,' vado al fronte, lì ho perso i miei amici.'
Un
gruppo di italiani si arruola per l'Ucraina, 'siamo europeisti'.
Mostrano
sulle loro spalle le toppe tattiche militari con la bandiera gialloblu, citano
Altiero Spinelli” e sostengono l'obiettivo dell'Europa unita.
A Kiev
c'è una nuova generazione di giovani italiani che presto si unirà alle truppe ucraine, aiutati da
un'associazione che supporta una ventina di persone del nostro Paese impegnati
al fronte contro i soldati russi.
Tra
loro, ad esibire la procedura di arruolamento nelle forze armate dell'Ucraina,
c'è “Andrea Cappelletti,” un 25enne di Cantù:
"Certo,
ho messo in conto di poter anche morire, ma preferisco vada così piuttosto che
restare a guardare senza fare nulla", spiega mentre passeggia in piazza
Maidan e scrolla la neve che si posa sulle dodici foto dei caduti italiani in
Ucraina, in uno dei tanti memoriali che affollano questo posto.
Oltre a consegnare al fronte cibo italiano,
medicinali e attrezzature mediche, l'associazione italiana 'Stur' (acronimo di
Support the ucrainian resistance) - composta da una quindicina di persone e con
decine di donatori - ha uno sportello di supporto psicosociale per i familiari
dei ragazzi italiani che decidono di arruolarsi, "consapevoli - dicono -
del dolore che la famiglia dei volontari
si ritrova a dover gestire in seguito alla decisione dei ragazzi di partire, e
talvolta di non tornare". Tra loro c'è un gruppo di amici ventenni che vengono
da Verona, Emilia Romagna e Toscana.
“Andrea” ha scelto 'Velite' come nome di
battaglia:
"E' un riferimento a quelle figure
dell'antichità romana che portavano l'acqua in prima linea", spiega
ricordando che già da tre anni per
diverse volte era stato a contatto con i soldati in Ucraina, da Kherson a
Povkorosk, ma soltanto per portare aiuti.
"Per me, che sono un convinto europeista,
tutto quello che sta accadendo non è giusto.
A
dicembre ho lasciato in Italia il mio lavoro di designer e ho cominciato l'iter
per arruolarmi".
Il
giovane 25enne di Cantù - che affronta con sguardo sicuro le motivazioni della
sua scelta - ha già fatto i conti con la sua famiglia e suo padre, anche lui
volontario impegnato negli aiuti umanitari, non è d'accordo:
"A
lui non piace l'idea che io possa uccidere, ma ho capito che senza le armi non
si risolverà niente.
La pace, l'aiuto e il pane non servono più.
Servono i fucili",
aggiunge annunciando di essere pronto ad
aggiungersi al 411esimo reggimento delle forze armate ucraine, come pilota di
droni di attacco. Stessa scelta di N., 34 anni, di Verona, che da dieci giorni
si è trasferito a Kiev:
"La
mia famiglia non sa della mia scelta, sanno solo che sono partito per venire
qui".
Anche
N. aveva un lavoro, come programmatore, ma "quel momento - spiega - per me
è concluso, sono appagato.
Ora voglio aiutare in prima linea, sono pronto
a mettermi a disposizione.
Qui c'è la possibilità che nasca un'Europa
diversa, come quella che sognava “Altiero Spinelli “nel suo manifesto di
Ventotene:
gli ucraini hanno uno spirito molto
europeista".
Il gruppo di idealisti e aspiranti soldato,
che viene dall'Italia, è sicuro della vittoria di Kiev:
"L'importante
è non arrendersi - dicono -.
Anche se Mosca ha più soldati, prima o poi a
loro finirà la voglia di combattere.
A
differenza nostra, non hanno una vera motivazione per stare qui".
(Copyright
ANSA).
Nuovi
colloqui tra ucraini e russi
ad Abu Dhabi.
Difficile
arrivino buone notizie.
Radiopopolare.it
– Redazione – (10-02 -2026) – ci dice:
La
delegazione ucraina ad Abu Dhabi ha un compito difficilissimo:
capire
se questa volta la Russia faccia sul serio quando parla di fine alla guerra.
La
strategia di Mosca potrebbe essere la solita: prendere tempo, tenere aperti i
canali di comunicazione con gli Stati Uniti, continuare ad attaccare il
territorio ucraino.
Il
Cremlino infatti ha ribadito anche oggi come la sua posizione non sia cambiata:
ci fermeremo solo quando gli ucraini avranno
accettato di cedere tutto il Donbas.
Anche
la cronaca delle ultime ore, come quella degli ultimi giorni, fornisce già una
risposta piuttosto chiara.
Nello stesso momento in cui stavano per cominciare i
colloqui ad Abu Dhabi i russi hanno lanciato bombe a grappolo su un mercato in
una località vicina a Kramatorsk, proprio nel Donbas, facendo almeno sette
morti e diversi feriti.
Gli
ultimi attacchi sulle città ucraine – soprattutto Kyiv, Kharkiv, Sumy – hanno
fatto altre vittime e hanno lasciato nuovamente diversi edifici senza
elettricità e riscaldamento.
Nella capitale oltre mille condomini.
Zelensky
ha accusato Putin di aver violato la tregua sulle infrastrutture energetiche
sponsorizzata da Trump.
I russi hanno risposto che l’accordo era
scaduto e il presidente americano ha detto la stessa cosa.
Viste
tutte queste premesse è difficile immaginare come i negoziati di Abu Dhabi
possano sbloccare la situazione.
Le
questioni sul tavolo sono:
il futuro del Donbas che abbiamo già citato, lo status
della centrale nucleare di “Zaporizia” oggi sotto il controllo russo, le
garanzie di sicurezza occidentali all’Ucraina in caso di cessate il fuoco.
Per
Putin il controllo del Donbas rappresenterebbe la vittoria minima da vendere
all’opinione pubblica interna.
Un
obiettivo ben lontano da quello iniziale – controllare tutto il Paese – ma che
con la dovuta propaganda gli potrebbe permettere di fermare l’invasione del
Paese vicino.
Nel
Donbas ancora sotto il loro controllo gli ucraini hanno costruito le
fortificazioni più massicce di tutto il Paese, in un lavoro cominciato nel
2014.
Zelensky
ha fatto capire di essere pronto a un compromesso, per esempio il congelamento
della linea del fronte – quindi nessun ritiro russo – e la totale
smilitarizzazione della regione di Donetsk, se non di tutto il Donbas.
Anche da parte russa ovviamente.
Secondo
un sondaggio dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv diversi
ucraini, circa il 40%, sarebbero pronti ad accettare la cessione del Donbas se
questo volesse dire la fine della guerra e una serie di garanzie occidentali
alla sicurezza del paese. In sostanza nessuna nuova invasione.
La percentuale, il 40%, è in deciso aumento
rispetto all’inizio della guerra, quando però non si parlava ancora di garanzie
occidentali alla sicurezza ucraina.
In
piena guerra è impossibile dare questi numeri per certi, ma di sicuro
evidenziano il grado di stanchezza della società ucraina.
Soprattutto
viste le condizioni proibitive – freddo e buio – che sempre più persone devono
sopportare.
L’eventuale
cessione del Donbas a Mosca sarebbe quindi collegata a un solido pacchetto di
garanzie per gli ucraini.
Zelensky ha detto che l’accordo con americani
ed europei è chiuso.
Ma i
russi lo accetterebbero? Al momento no.
La portavoce del ministero degli esteri, Maria
Zakharova, ha detto addirittura che la NATO ha un piano per attaccare la Russia
dal territorio ucraino.
Un circolo vizioso.
Parti
quindi ancora lontane, molto lontane.
Stasera
gli ucraini hanno parlato di colloqui produttivi ma in questo quadro i russi
sono pronti ad andare avanti.
Il numero dei soldati morti al fronte – alcuni
dicono oltre un milione – non interessa il Cremlino.
La guerra potrebbe durare ancora a lungo.
La
lettura, la scrittura, l’AI.
È
davvero cambiato qualcosa?
Lanazione.it
-Redazione Massa Carrara – (10-02 -2026) – ci dice:
Viaggio
nei tempi moderni per capire come si sta modificando il rapporto con la
lettura.
Gli studenti della 2A dell’IC Staffette Massa
2 intervistano un giovane e due insegnanti.
L’importanza
dei libri ’raccontata’ dalla vignetta di Iris Bongi, a sinistra la classe 2°.
Per
approfondire:
Magrini
alla Biblioteca degli Intronati. Intelligenza artificiale e tecnologie.
L’Intelligenza
artificiale. Passo avanti, ma verso dove?
Intelligenza
Artificiale, tutti la usano.
Ma pochi sanno di cosa si tratta.
La
lettura e la scrittura sono cambiate molto nel tempo, grazie a Internet e
all’intelligenza artificiale.
Il
libro cartaceo è superato dal digitale, così come la penna dalla tastiera o,
per i più digitalizzati, dalla trascrizione vocale.
Come sta cambiando il rapporto con la lettura?
La redazione della 2A ha intervistato due
insegnanti e uno studente.
I nomi sono di fantasia.
Marco, studente di seconda media, preferisce
la lettura cartacea a quella digitale, per lui più immersiva.
"Mi
piace leggere, ma non troppo.
Leggo libri di avventura e d’azione.
La
lettura è un’attività importante da allenare e trovo molto utile il campionato
della nostra scuola:
“Libri
in gioco“.
Tutte
le seconde leggono, durante l’anno, in classe, lo stesso libro e a giugno si
confrontano in una specie di gara: vince chi risponde correttamente.
Il
libro che stiamo leggendo è “O Maè“.
Si
tratta della storia di judo e di camorra del mio scrittore preferito: Luigi
Garlando.
Ho
letto dei suoi libri e mi sono piaciuti due che consiglio:
’Per questo mi chiamo Giovanni’ e ’Mio papà
scrive la guerra’".
Alle
insegnanti si chiede se la lettura, negli anni, sia cambiata e se sì, quanto
sia responsabile il digitale.
"Penso che oggi sia cambiato il modo di
leggere delle persone.
Chi è nato nell’era della tecnologia avanzata
preferisce il digitale, invece chi come me è del secolo scorso rimane ancorato
al passato e la lettura è sinonimo di tempo per sé:
un bel
libro, una comoda poltrona, una coperta e una tazza di tè! Sicuramente –
continua l’insegnante Maria – il digitale e la neonata intelligenza artificiale
rendono la lettura dei ragazzi più veloce, ma più arida, e li deruba
d’immaginazione".
Anche
per Rita – l’altra insegnante – l’attività della lettura aiuta la
concentrazione e alimenta la creatività, e tra digitale e cartaceo, vince
quest’ultimo.
Trova molto interessante il legame tra libro e
industria cinematografica, dalla parola scritta nasce il film e ciò può
stuzzicare la curiosità per la lettura del testo.
Una
domanda sorge spontanea: ma voi dove trovavate le informazioni per approfondire
lo studio?
Rispondono
insieme: "Il verbo gongolare e Wikipedia non esistevano.
Si consultava l’Enciclopedia, che ogni
famiglia aveva in bella vista nella libreria oppure si andava in biblioteca.
E un
consiglio di lettura per la classe 2°A?
“Lo
Hobbit“ di Tolkien, naturalmente!"
La
battaglia delle macchine
non è
veloce né pulita.
E
sbranerà sempre uomini.
Ilgiornale.it - Matteo Sacchi – (1° febbraio
2026) – Redazione – ci dice:
La
battaglia delle macchine non è veloce né pulita.
E
sbranerà sempre uomini.
La
guerra è cambiata.
Non
stupisce: è nella sua natura, tutti sanno che è il regno dell'instabilità.
Sun
Tzu scriveva, già millenni fa, giusto per fare un esempio classico, che
"la guerra è il tao dell'inganno".
Tao in cinese, riducendo ai minimi termini una
cosa poco traducibile, sarebbe una forza inarrestabile e incomprensibile, In
questo caso pure dell'inganno...
Molto
più prosaicamente in Occidente sono noti il vecchio aforisma che ci dice che i
generali sanno sempre combattere la guerra precedente o la frase attribuita a “Helmuth
von Moltke” (il Vecchio):
"Nessun
piano regge il contatto con il nemico.”
Ma
oggi quando diciamo “La guerra è cambiata” - proprio il titolo del breve ma
illuminante saggio di Alessandro Arduino - intendiamo qualcosa di più radicale
di quanto sia mai accaduto sin qui.
Sì persino considerando la svolta prodotta
dalle armi atomiche. Proviamo a seguire il ragionamento che Arduino - docente al “Lau
China Institute” del King's College di Londra e Fellow al Royal United Services
Istitute - fa sulla metamorfosi del campo di battaglia e soprattutto sui bias
cognitivi che caratterizzano le nostre aspettative sul medesimo.
Lasciamogli
la parola, perché ha il dono della sintesi:
"Dalle
cronache dell'antica Cina emerge la figura di un mercante di armi che proponeva
scudi impossibili da perforare e lance in grado di trafiggere qualsiasi
protezione...
Finché
un mercante osò chiedergli una dimostrazione:
l'efficacia
della sua lancia contro il suo stesso scudo. Quel giorno il silenzio del
mercante fu più eloquente delle sue parole".
Ma noi
rischiamo di essere nella stessa condizione del mercante: "Oggi l'uso di droni da
combattimento, l'intelligenza artificiale che decide in un istante chi colpire,
e i sistemi di monitoraggio satellitari che trasmettono le battaglie in tempo
reale a spettatori comodamente seduti davanti ai loro tablet promettono scudi
indistruttibili e lance imbattibili". Ma è la solita bugia.
L'accelerazione tecnologia ha moltiplicato l'inganno.
Le
prime vittime, anche se ad accorgersene furono un numero limitato di analisti e
non il grande pubblico, furono gli “Armeni”. Nella seconda guerra del Nagorno
Karabakh vennero travolti dagli azeri che schieravano un nuovo tipo di
aviazione composta dai droni turchi “Bayraktar Tb2” e dalle “loitering
munitions israeliane”.
Le
loro postazioni, le batterie di artiglieria, le formazioni blindate, vennero
bersagliate senza sosta da questi mezzi a basso costo e guidati a distanza.
Ad un
certo punto bastava il rumore di un drone per far arrendere i soldati di
Erevan.
Sarebbe
dovuto bastare per capire che piega avrebbero preso gli eventi nello scontro in
Ucraina e a lanciare un monito sul futuro.
Invece
no, il ragionamento non è andato oltre alla corsa al drone...
Ne è
nato un business globale mentre sul campo di battaglia si faceva sempre più
strada l'IA.
La
guerra radiocomandata a distanza è una realtà, quella fatta da macchine
autonome è dietro l'angolo.
Ma
questa guerra è molto più lancia che scudo.
Le macchine costano poco, i modelli più
semplici sono poco più che droni commerciali rimaneggiati.
Ma
difendersi, abbatterli, costa tantissimo e richiede sistemi d'arma sempre più
sofisticati.
È stata la scelta di Putin: ha investito molto
poco per fermare i droni ucraini che fanno strage dei suoi soldati.
In
compenso ha fatto la spesa rifornendosi di migliaia di droni iraniani a basso
costo, prodotti anche su licenza.
Per
fermare le loro ondate sulle città ucraine è stato necessario un investimento
tecnologico e di denaro pazzesco.
Un
investimento che funziona sino ad un certo punto.
Il
risultato?
L'illusione di una guerra combattuta per procura e con
un visore elettronico si è trasformata in una macelleria in stile Prima guerra
mondiale dove però ogni sottile ronzio volante è una minaccia di morte.
E chi
non è preparato a combatterla come i soldati coreani mandati al fronte come
carne da macello per compiacere Mosca.
Precipitati
da un mondo senza internet ad un campo di battaglia ipertecnologico si sono
ridotti ad usare i propri commilitoni come esche nel tentativo di abbattere i
droni.
Facile
immaginare con che rateo di perdite.
Su
questo l'analisi di Arduino è impietosa, siamo precipitati in un nuovo tipo di
conflitto automatizzato che certamente non costerà poco, certamente colpirà
duramente i civili e non sarà mai breve.
Per
fortuna nella complessità alcune potenze si sentono probabilmente più fragili
di quanto diano a vedere.
Spiega
ancora Arduino che "non è un caso se "nella Cina di Xi Jinping,
subito la disfatta russa nel tentativo di conquistare l'Ucraina in breve tempo,
le teste di numerosi generali hanno cominciato a cadere...
come
se il vero nemico da sconfiggere fosse ormai dentro, annidato tra le file
stesse del Partito e dell'esercito...
Se
l'intelligence cinese non è riuscita a vedere la fragilità della macchina da
guerra russa, se gli analisti militari dell'Esercito Popolare di Liberazione hanno
sopravvalutato la dottrina di Mosca al punto di crederla invincibile, allora la domanda per Xi diventa
inevitabile:
il suo stesso esercito è davvero all'altezza?". Speriamo che i cinesi non cerchino
nella pratica la risposta.
Ma i dubbi non sono solo loro.
Moltissime
nazioni hanno eserciti che non hanno mai combattuto nulla di simile a conflitti
come questi, in cui il campo di battaglia è saturato da macchine che non
dormono mai e sorvegliano tutto.
E se
facessero cilecca?
Il
dubbio vale anche per la maggior parte delle nazioni europee e per certi versi
anche per gli statunitensi, non tutto il mondo è Venezuela.
E alle
spalle del tutto si muovono anche nuovi e temibili apparati industriali.
Sino
al 2022 comprare armi russe sembrava a tutti una buona idea, erano un brand.
Ora...
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