La sinistra si prepara a sfasciare le città.

La sinistra si prepara a sfasciare le città.

 

 

 

Torino, la via del dialogo

dopo gli scontri.

 Cittanuova.it – (4 Febbraio 2026) - Fonte: Città Nuova - Carlo Cefaloni – ci dice:

 

La condanna di ogni violenza è la premessa per riprendere le fila di un percorso attento al bene della città che, come afferma il card. Repola, è una grande capitale della solidarietà sociale.

Dal 6 al 7 febbraio al Centro Studi Sereno Regis, un incontro sulla forza della nonviolenza.

 

Come era il corteo nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino, 31 gennaio 2026.

Sabato 31 gennaio 2026 un gruppo di persone incappucciate si è scontrato violentemente con le forze di polizia accorse a Torino per presidiare un corteo indetto per protestare contro lo sgombero del  centro sociale autogestito “Askatasuna” (che in lingua basca significa Libertà).

 

Le immagini trasmesse in prima serata alla tv e sui social si sono concentrate sull’aggressione subita dall’agente di polizia “Alessandro Calista” che è stato accerchiato e aggredito, dopo essere caduto a terra e aver perso il casco, a calci, pugni e martellate.

Altri appartenenti delle forze dell’ordine hanno riportato ferite negli scontri così come sono emerse notizie e testimonianze di violenze subite dai manifestanti pacifici da parte della polizia.

 

Sembra di essere tornati alla triste vicenda del G8 del luglio 2001 con la costante di gruppi organizzati che, seppure individuabili, riescono ad agire indisturbati spostando l’attenzione dal contenuto delle istanze delle manifestazioni pacifiche alle violenze e devastazioni che mettono in crisi la convivenza democratica.

 L’involuzione repressiva dei movimenti di protesta ha condotto a Genova a quella che è stata definita finora la più grande sospensione dei diritti garantiti dalla Costituzione della storia della Repubblica.

 

Nel caso di Torino sembrava che si fosse arrivati ad un accordo tra le realtà operanti nel centro sociale e l’amministrazione comunale della città per una gestione a fini sociali dell’immobile occupato dal 1996.

Ma la situazione è scappata di mano dopo l’attacco sferrato da alcuni antagonisti il 29 novembre 2025 contro la sede della redazione della Stampa.

Un fatto paradossale perché il quotidiano diretto da “Andrea Malaguti” è un prodotto di alta qualità che riesce a dare spazio anche a voci al di fuori del mainstream ed è invece insidiato dall’imminente cessione della proprietà da parte degli eredi Agnelli.

 

Le indagini della polizia sugli atti di vandalismo a “La Stampa” e altri episodi hanno portato il 18 dicembre 2025 ad un’ispezione nei locali del palazzo occupato che doveva essere lasciato vuoto secondo gli accordi transitori con il comune.

Ciò ha costituito il motivo per ordinare lo sgombero del centro sociale e l’interruzione del percorso di legalizzazione e riconoscimento di bene comune.

 

Il 17 gennaio 2026 il campus universitario Einaudi di Torino ha ospitato una grande assemblea che ha visto la partecipazione di numerose organizzazioni e movimenti provenienti da diverse parti dell’Italia che hanno indetto la manifestazione del 31 gennaio individuando nell’attuale governo nazionale la spinta repressiva nei confronti dell’opposizione sociale e ambientale.

Askatasuna è il simbolo del mondo “NoTav” che ha forti radici in Val di Susa.

 

La procuratrice generale del Piemonte e Valle d’Aosta, “Lucia Musti”, inaugurando l’anno giudiziario ha denunciato l’esistenza di «un’area grigia di matrice colta e borghese» che esprime «una lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti alla “upper class”».

Tesi contestata dal segretario della Fiom di Torino “Edi Lazzi,” presente in piazza il 31 gennaio a titolo personale, e che non si considera affatto espressione delle classi agiate, ma portatore del grave disagio sociale provocato da 40 anni di assenza di una politica industriale ed economica sul territorio.

 

Nell’informativa resa alla Camera il 3 febbraio 2026 il ministro dell’Interno “Matteo Piantedosi” ha affermato, tra gli applausi della maggioranza, che

 «i disordini di sabato confermano il vero volto degli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente, talvolta anche grazie a coperture politiche ben identificabili.

 Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità».

 

Piantedosi, già in un’intervista rilasciata a “Federico Capurso “del Corriere della Sera, ha rifiutato ogni narrazione sulla distinzione tra manifestanti pacifici e minoranze di violenti:

«È bene uscire dall’ipocrisia di una netta differenza tra questi delinquenti e la gran parte dei cosiddetti manifestanti pacifici: le forze di polizia riferiscono che a Torino, nel momento in cui la manifestazione è stata predisposta alle violenze, molti dei cosiddetti manifestanti pacifici hanno fatto scudo fisico, anche aprendo gli ombrelli, per impedire che potessero essere visti i gruppi più violenti nel momento in cui si travisavano e si attrezzavano per l’assalto e per resistere ai lacrimogeni della polizia

. Lo stesso corteo ha avuto una progressione caratterizzata da una velocità che oggi, alla luce dei fatti accaduti, sembra poter fare ipotizzare un intendimento di dare copertura e di portare al più presto la manifestazione verso il principale obiettivo che era quello degli scontri».

 

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna.

(Torino, 31 gennaio 2026.)

Sottolineare la natura eversiva degli scontri sostenendo il fiancheggiamento di associazioni che rifiutano e condannano ogni forma di violenza apre a scenari incogniti.

 Tale teoria viene ripetuta sui canali televisivi da trasmissioni come quella di Bruno Vespa, che ha preso di mira e accusato Angelo Bonelli, esponente dell’Alleanza Verdi Sinistra.

 

Esiste una forte pressione per introdurre normative sempre più severe nei nuovi Decreti Sicurezza che il Governo intende introdurre in tempi brevi con decretazioni d’urgenza che vedono tuttavia contrarie una parte dell’opposizione parlamentare.

Alle parole di Piantedosi ha ribattuto duramente in aula il dem “Matteo Mauri” affermando:

 «Le persone si fidano delle forze dell’ordine.

Non sono per nulla sicuro invece che ci si possa fidare di voi.

Perché voi usate ogni occasione per strumentalizzare persone perbene che manifestano in modo democratico, parlandone come se fossero tutti dei delinquenti.

Noi siamo qui a difendere le persone che fanno vivere la democrazia e che voi invece criminalizzate come provate a farlo per intere forze politiche.

È inaccettabile».

 

Con uno sguardo alla città, il cardinale “Roberto Repola” è intervenuto prontamente dopo gli scontri per affermare che

 «Torino non è una città violenta, è una grande capitale della carità e della solidarietà sociale:

non può accettare di essere sfigurata in questa sua identità, di essere così manipolata dai cultori della violenza.

Deve denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia sabato sera e siamo vicini alle vittime e ai feriti, alle forze dell’ordine; contemporaneamente dobbiamo affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo, non confondendo le frange violente con le migliaia di persone che manifestano pacificamente».

 

«Credo che – ha ribadito Repola – chi ha responsabilità oggi debba compiere proprio lo sforzo di non confondere gli inaccettabili eccessi di alcuni con il sentimento mite della maggioranza e con la sofferenza silenziosa di tanti che vivono la povertà e l’emarginazione.

Torino ha sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire. Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo».

 

Sulla questione è intervenuto anche don “Luigi Ciotti” che il pomeriggio del 31 gennaio si trovava a Roma ad un incontro sulla pace promosso dall’Azione Cattolica.

 Il fondatore del “Gruppo Abele e presidente di Libera” ha ricordato:

 «Da molti anni sono accompagnato in ogni passo da persone della Polizia di Stato, verso cui provo affetto e gratitudine per la protezione che mi garantiscono in situazioni di pericolo e di fronte a concrete minacce criminali.

 La stessa criminalità che ad alcuni loro colleghi e colleghe ha strappato crudelmente la vita, lasciando nella disperazione tanti famigliari ai quali sono legato da profonda amicizia».

«Mi spiace – ha detto Ciotti – che le forze di polizia siano considerate, da chi le aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia.

 Mi spiace ancora di più che quei giovani in divisa siano stati mandati a fronteggiare una violenza che altri, a livello politico, avrebbero forse potuto prevenire».

 

Infatti Don Luigi Ciotti partecipa alla fiaccolata per la pace, Torino, Italia, 02 novembre 2023.

 

A partite da tali premesse, don Ciotti ha precisato che

 «alla manifestazione di sabato c’erano anche tante persone impegnate ogni giorno in un’opera di ricucitura degli strappi sociali e ripristino dei diritti traditi. Loro sono ugualmente vittime delle violenze, non complici come qualcuno si è permesso di dire. Testimoni di quanto sia difficile vivere l’incertezza, il dubbio, la contraddizione, ma restare sulla strada, comunque, per preservarla come luogo di costruzione e incontro, non di distruzione e scontro».

 

Secondo il fondatore del gruppo Abele, «due ore di scontri e violenze hanno cancellato mesi e mesi di dialogo fra i sostenitori di Askatasuna e le istituzioni». Ma quel dialogo che stava mettendo radici ha «forse dato fastidio a qualcuno: i più intransigenti dall’una e dall’altra parte di un conflitto che provava a cambiare pelle, e trasformarsi in collaborazione per il bene della città».

Molto intenso e pieno di spunti l’intervento sul “Volere la luna” di Livio Pepino nel ribadire i pericoli della svolta repressiva e la necessità della scelta nonviolenta:

«Sabato, a Torino, è successo quello che molti temevano, altrettanti speravano e qualcuno – noi tra questi – aveva tentato di evitare (invano, come si è visto a posteriori) con l’appello a una razionalità e a un’intelligenza politica che non ci sono state, da nessuna parte».

Pepino, già presidente di Magistratura democratica, è, tra l’altro, attualmente presidente del Contro 0sservatorio Valsusa.

 

E proprio per rilanciare la strada del dialogo si segnala che da venerdì 6 a sabato 7 febbraio è in programma a Torino un convegno promosso dal Centro Studi Sereno Regis su

 “La forza della nonviolenza: l’attualità del pensiero di Nanni Salio in un mondo in crisi”.

 

A questo incontro di una realtà molto radicata nel tessuto sociale della città è stata invitata anche “Città Nuova”.

Sarà l’occasione per mettere in luce e far conoscere la storia di persone come Nanni Salio e Sereno Regis, impegnate nella nonviolenza come scelta di vita e di giustizia sociale.

 

 

Com’è possibile sperare nel Nobel

 per Trump? Qui gli storici

parlano di fascismo.

Ilfattoquotidiano.it - Bruno Perini – (28 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

Sono felice che la storica americana “Applebaum”, sia pure con cautela, abbia ‘osato’ utilizzare in un’intervista questo termine per denunciare l’operato del Presidente degli Stati Uniti.

Com’è possibile sperare nel Nobel per Trump?

Qui gli storici parlano di fascismo.

“Non uso la parola fascismo con leggerezza e generalmente non mi piace per descrivere il mondo contemporaneo: perché evoca cose ben circostanziate, come le leggi razziali o i campi di concentramento.

Ma temo che questa volta sia la parola corretta da usare. Negli Stati Uniti abbiamo ormai un’amministrazione che glorifica la violenza e ha creato un’organizzazione paramilitare che agisce con impunità, sentendosi in diritto di ignorare la legge e la Costituzione.

Li abbiamo visti in azione a Minneapolis, dove hanno agito come veri squadristi”.

Sono felice che la storica americana “Applebaum”, sia pure con cautela, abbia ‘osato’ utilizzare in un’intervista pubblicata a Repubblica il termine Fascismo per denunciare l’operato del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e le azioni criminali messe a segno dalle squadracce dell’ICE, trasformate dal capo della Casa Bianca come suo esercito personale per combattere l’immigrazione.

 

Il segno di un salto di qualità allarmante è stato superato quando gli uomini con il volto coperto hanno assassinato a sangue freddo ora “Alex Jeffrey Pretti” e prima “Renee Good” ma il dato ancora più drammatico che ricorda i tempi bui del nazismo è che il capo della Casa Bianca ha messo in atto una vera e propria politica di deportazione, colpendo a sangue freddo, attraverso il braccio armato dell’ICE, chiunque porti la pelle non bianca, compresi i bambini.

 

È proprio in base a questa drammatica metamorfosi della politica di Donald Trump che mi chiedo come sia possibile che la nostra Presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia detto pubblicamente di sperare nel Nobel per la Pace al nuovo energumeno della Casa Bianca.

 A parte il fatto che Donald Trump pretenderebbe di ottenere il Nobel della pace facendo una vergognosa pressione sul governo norvegese, come se la commissione incaricata per i premi Nobel non avesse nessuna autonomia.

Ma a parte questo particolare che spiega come mai Donald Trump stia lavorando alacremente per affossare tutti gli organismi di contropotere e di controllo dell’operato del governo, è indecente proporre un Nobel per la pace a un signore che qualche anno fa ha guidato l’assalto a Capitol Hill e oggi usa l’ICE come se fosse la Gestapo.

Nel 2025 il Nobel per la pace è stato assegnato a “Maria Corina Machado” per la sua opposizione al regime di Maduro ma Donald Trump si è guardato bene da chiamarla a dirigere il paese dopo l’arresto del dittatore, forse perché quel premio lo voleva lui.

 Spero che un giorno non saremo costretti a dare un Nobel per la pace a chi riuscirà a debellare negli Stati Uniti il neo dittatore della Casa Bianca.

 

 

 

Sanremo 2026, “Andrea Pucci” rinuncia alla co-conduzione dopo le polemiche: “Gli insulti sono inaccettabili, il termine fascista non dovrebbe esistere.”

Ilfattoquotidiano.it – Redazione FQ Magazine – (8 -2 -2026) – ci dice:

 

Carlo Conti dovrà ora correre ai ripari per sostituirlo oltre a dover chiudere il quadro di ospiti e altri co-conduttori della kermesse.

Sanremo 2026, Andrea Pucci rinuncia alla co-conduzione dopo le polemiche: “Gli insulti sono inaccettabili, il termine fascista non dovrebbe esistere”

Dopo le polemiche nelle scorse ore in seguito all’annuncio di Carlo Conti che il comico e attore Andrea Pucci avrebbe partecipato al prossimo Festival di Sanremo 2026 come co-conduttore, è arrivato un clamoroso dietrofront: Andrea Pucci rinuncia a Sanremo.

 “Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili ed inaccettabili!”,

ha comunicato l’attore con una nota diramata dall’Ansa, parlando di “onda mediatica negativa” che altera “il patto fondamentale” con il pubblico.

Di qui la scelta del “passo indietro”, ringraziando Carlo Conti e la Rai. “Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più – ha affermato -. Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno “.

 

“Il mio lavoro – ha sottolineato Pucci – è quello di far ridere la gente, da 35 anni, ma potrei dire da sempre!

 E da sempre ho portato sul palco usi e costumi del mio paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna.

Attraverso il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli.

Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili ed inaccettabili!”.

 

E ancora: “Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a San Remo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del Paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare”.

“A 61 anni – ha continuato Pucci – dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene.

Devo e voglio ringraziare Carlo Conti, la Rai, e tutti coloro che hanno creduto, pensato e proposto questa occasione che avrebbe significato per me una meravigliosa celebrazione.

Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese!

 Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno.

Rimando quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti, augurandogli un’edizione di successo e vi aspetto a teatro “.

 

Pucci ha anche rimosso da Instagram il post con cui ringraziava Conti per l’invito.

 Nella foto che accompagnava il messaggio il comico appariva di schiena completamente nudo:

 “Sanremo, sto arrivando”, aveva scritto.

E Carlo Conti, rispondendo al post, aveva replicato ironico:

“Però sul palco dell’Ariston mettiti almeno un costumino.”

 

L’annuncio della presenza del comico sul palco dell’Ariston ha suscitato non poche polemiche tra chi lo accusa di essere fascista, omofobo, sessista.

In particolare alcune battute degli spettacoli teatrali di Pucci sono stati messi sotto accusa, come ad esempio:

“Abbiamo passato tutto l’anno scorso a farci tamponi, si entrava in queste strutture dove ti infilavano il tampone in una narice, se erano stronzi anche nell’altra, se erano ancora più stronzi in bocca, se invece ti chiamavi Zorzi, nel culo”.

 

Era il 2022 e Zorzi aveva risposto: “La cosa che mi fa impazzire è che tu cosa ne sai di dove lo prendo io. Come fai ad arrogarti il diritto di salire sul palco e dire che io lo prendo…, è una roba che mi fa impazzire. Ora perché a te fa ridere ‘gay=tutti lo prendiamo…’, a tre giorni dal Pride di Milano?

 Non lo so Pucci, credo tu mi debba delle scuse”.

Proprio riferendosi a questo episodio i parlamentari Pd della commissione di vigilanza sulla Rai avevano diramato una nota:

“Anche Sanremo come tutta la Rai è diventato Tele Meloni?

I vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra, fascista e omofobo, già sulle cronache per aver preso in giro un ragazzo dello spettacolo per essere omosessuale.

Un tripudio di volgarità mista a razzismo. La Rai e il governo spieghino immediatamente cosa sta succedendo”.

Poi il dietrofront.

Carlo Conti dovrà ora correre ai ripari per sostituirlo oltre a dover chiudere il quadro di ospiti e altri co-conduttori della kermesse.

 

Avere il coraggio di dire ai giovani

che essi sono tutti sovrani.

Laricerca.loescher.it - Marco Labbate – (6 Marzo 2025) – ci dice:

 

La storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare, come quella dei diritti e delle loro conquiste, delle lotte delle minoranze, è una lezione che intreccia storia e educazione civica, e che dà un senso profondo alla formazione dei nuovi cittadini e cittadine

In una delle lettere di don Milani, divenuta tra le sue citazioni più celebri, si legge:

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

 

Si tratta del memoriale difensivo che il priore invia ai giudici romani in vista del processo al quale, gravemente malato, non può partecipare. Come l’articolo 3 della Costituzione, potrebbe stare bene sui muri di una classe.

Certo, va ben compresa, perché nel focalizzarsi sulla tentazione dell’obbedienza, non si perda di vista il richiamo all’assunzione di responsabilità che chiude il periodo.

Una sorta di spiegazione si trova nella stessa lettera, qualche pagina prima:

In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla.

Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole).

 Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.

 

Le due lettere, ai cappellani militari e ai giudici, scritte da don Milani nel 1965, costituiscono forse l’episodio più noto nella storia accidentata del riconoscimento dell’obiezione di coscienza in Italia.

Possono essere al centro di una lezione che intreccia storia ed educazione civica.

Da un lato è necessaria una contestualizzazione storica degli anni Sessanta:

 il processo a don Milani si colloca all’intersezione tra i mutamenti della società, le permanenze autoritarie nel sistema giudiziario, la svolta del Concilio, la preparazione antiautoritaria del Sessantotto.

Dall’altra sono affrontate questioni centrali nell’educazione alla cittadinanza democratica:

 il rapporto tra obbedienza alla legge e legalità, la relazione tra autorità e coscienza, la costruzione dell’idea di Stato e di quella di patria e il nesso tra queste entità e il singolo individuo.

 

In realtà, la storia dei diritti e delle loro conquiste dovrebbe occupare uno spazio non marginale nello studio della storia del Novecento: ricostruire il percorso dello Statuto dei lavoratori, della legge Basaglia, del femminismo e delle sue conquiste rappresenta uno snodo educativo fondamentale per capire il secolo trascorso e per formare il cittadino e la cittadina.

 Dentro questo percorso può avere un posto anche la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare.

 Pur coinvolgendo numeri ridotti, costituisce un buon angolo di visuale per leggere la storia della Repubblica.

 Inoltre la sua eredità è una realtà che molti giovani sperimentano, una volta terminata la scuola:

 il Servizio civile universale.

Dentro questo percorso una cesura è rappresentata dal 1972, quando una legge di compromesso riconosce l’obiezione di coscienza, non come diritto, ma quale opzione:

sarebbe infatti spettato a una commissione deliberare rispetto alla richiesta di un giovane.

 

In questo articolo non vi presento un laboratorio.

Trovate già una bella proposta di Luigi Garelli sul sito Novecento.org dal titolo “Fuori ordinanza. L’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia”.

Cerco di indicarvi invece alcune possibili tracce sul modo in cui questa storia può essere compresa dentro la storia sociale dell’Italia.

Per quanto possibile indicherò materiali reperibili online.

Segnalo in particolare tre portali: l’archivio del Centro Studi Sereno Regis; la mostra multimediale “Signornò” curata dal sottoscritto e da Massimiliano Fortuna, dedicata all’obiezione di coscienza a Torino, dove vi sono anche brevi clip di testimonianze orali di alcuni protagonisti di allora; l’archivio creato dall’obiettore Claudio Pozzi e ora conservato dal Cesc Project.

 

Un antefatto: la Grande Guerra.

I primi casi di obiezione in Italia nel Novecento si hanno durante la Prima guerra mondiale.

Si tratta di atti isolati, che rimangono a lungo segreti, almeno fino al secondo dopoguerra:

nascono da una spiritualità interiore, maturata intimamente dalla lettura di Tolstoj o in comunità chiuse come quella dei testimoni di Geova.

Alcune di queste storie sono state narrate da Andrea Filippini, Ercole Ongaro e Amareno Martellini.

Ne rimarco alcune. Dello zoccolaio Luigi Lue potete trovare alcuni stralci di due lettere autobiografiche scritte a Edmondo Marcucci nel 1951.

Del processo al Tribunale di Alessandria del testimone di Geova Remigio Cuminetti il progetto Triangolo Viola, dedicato alla persecuzione dei testimoni di Geova, riporta la relazione di una testimone, Clara Cerulli. Andrebbe incrociata con gli atti del processo conservati presso il Fondo del Tribunale militare di Alessandria a cui fa riferimento Filippini.

Sul fisarmonicista Giovanni Gagliardi esiste un bel progetto realizzato dal Liceo “Melchiorre Gioia” di Piacenza e dall’Archivio di Stato approdato a un libro Giovanni Gagliardi.

Una vita spiata.

 La scuola ne ha anche realizzato un cortometraggio reperibile su internet.

 Alberto Long, avventista, è la figura meno nota. Potrebbe essere riscoperta attraverso una sua memora digitalizzata dal Centro Studi Sereno Regis, un testo inedito che si presta bene a un lavoro in classe.

 

Chiaramente sono piccoli frammenti, che appartengono alle “storie minori” della Prima guerra mondiale.

Non possono certo sostituire l’approfondimento dei dati di contesto:

 la mobilitazione bellica, la novità rappresentata da una guerra di massa, la contrapposizione tra interventismo e neutralismo.

Tuttavia costituiscono tracciati personali unici di rifiuto della violenza della guerra, scontato non senza sacrifici:

alle memorie dei fanti e dei prigionieri di guerra possono accostarsi le vicende di questi intransigenti pacifisti.

Oppure quelle dello sparuto gruppo di donne che anima una militanza pacifista e giunge a organizzare il Congresso delle donne di pace del 1915.

Una sola veniva dall’Italia: è la figura affascinante di una protofemminista, pacifista e stilista valtellinese che ha dato un’impronta significativa alla moda italiana: Rosa Genoni.

 

Lotta per la pace.

Il ventennio fascista silenzia nelle carceri militari gli obiettori, solitamente provenienti dalle comunità dei testimoni di Geova.

Durante la Seconda guerra mondiale, il caso più noto avviene in Austria: è quello di Franz Jägerstätter, obiettore austriaco, giustiziato dal nazismo.

Di recente Terrence Malick ha dedicato alla sua vita il film “A Hidden Life”.

Per l’Italia è interessante lo scambio epistolare privato tra un aviatore e il parroco di una sperduta parrocchia del mantovano.

Siamo nel 1941, con l’inerzia della guerra ancora favorevole all’Asse, quando don Primo Mazzolari riflette sull’obiezione di coscienza, sul tema dell’obbedienza di fronte al flagello della guerra e sulla incompatibilità tra fascismo e cristianesimo.

Quel lungo testo, rimasto a lungo inedito, si concludeva così:

 

Il martire che aveva coscienza di morire per Cristo ha inaugurato il regno dei figli di Dio e dei veri uomini liberi; il soldato che muore, senza sapere perché muore, porta al colmo il regno dei servì.

 

Nel dopoguerra l’obiezione di coscienza entra nel dibattito pubblico. Nasce come istanza intellettuale nei circuiti raccolti attorno al filosofo Aldo Capitini e all’ex sacerdote Giovanni Pioli.

Nonostante fosse un’istanza pressoché ignota in Italia, davanti al ricordo del conflitto passato, garantito dall’obbedienza cieca di milioni di uomini ai comandi più odiosi, e al timore di uno nuovo combattuto con l’arma atomica, l’obiezione di coscienza appare una strada certa per bandire la guerra, perché in essa coincide il fine del diffuso desiderio di pace e il mezzo, ovvero, un intransigente rifiuto della violenza.

 Il tema non conosce particolare diffusione, ma approda all’Assemblea costituente grazie a un deputato cremonese del neonato PSLI, Ernesto Caporali.

 Il relatore di maggioranza, il democristiano Umberto Merlin, l’avrebbe liquidata con poche battute.

 Tuttavia il dibattito attorno all’articolo 52 contiene diversi elementi di riflessione.

 

 

Aldo Capitini, il più importante filosofo della nonviolenza italiana, insieme ad alcuni giovani, in un confronto durante il seminario sulle Tecniche della nonviolenza nel 1963.

Da questa esperienza sarebbero nati i Gruppi di azione nonviolenta, che avrebbero animato lungo gli anni Sessanta la richiesta del riconoscimento dell’obiezione di coscienza.

L’obiezione di coscienza ottiene una tribuna pubblica quando, nel 1949, il rifiuto di prestare servizio militare da parte di un giovane ferrarese, Pietro Pinna, diventa un caso nazionale.

 Sul sito del Centro Studi Sereno Regis si trova una corposa rassegna stampa del caso:

articoli de «La Stampa», del «Corriere della Sera», de «L’Avanti!», de «Il Candido» di «Oggi», de «l’Unità», di «Cronaca Nera», de «Il Giornale dell’Emilia».

In particolare, segnalo la fotocronaca del primo processo di Roby Morgan apparsa su «Crimen» e il memoriale di Pinna, che contiene le sue motivazioni profonde.

 La vicenda si conclude dopo due processi, due condanne e il congedo per un’inesistente nevrosi cardiaca.

Sullo stesso sito sono presenti materiali sui casi di Elevone Santi e dell’anarchico sanremese Pietro Ferrua, gli obiettori che assieme a Mario Barbani succedono a Pinna nel 1950.

 

Il contesto in cui matura una crescente sensibilità verso l’obiezione di coscienza può essere seguito sul lungo periodo.

 Permette ad esempio di osservare i cambiamenti e i conflitti che attraversano la Chiesa sulla dottrina della guerra giusta.

Negli anni Cinquanta la difesa degli obiettori è affidata alla voce solitaria di don Primo Mazzolari sulle pagine di «Adesso» e poi su un libretto uscito anonimo” Tu non uccidere”.

Gli anni Sessanta sono invece segnati dai processi ai primi obiettori cattolici e a padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani, che avevano preso le loro difese.

 Sullo sfondo vi sono la “Pacem in terris” e la svolta conciliare.

Sacerdoti e obiettori, condannati dalla magistratura civile e militare, ricevono parziale soddisfazione dal Concilio Vaticano II, che nella Gaudium et spes auspica leggi che «provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana».

 È una formula di compromesso, ma strappata alla ferma opposizione dei vescovi americani: siamo nel pieno della guerra del Vietnam.

 

Volgendo lo sguardo agli anni che seguono il Sessantotto, che vede una crescita consistente della mobilitazione per l’obiezione, ci si può rivolgere al mutamento del lessico generazionale.

 Il rifiuto della leva diventa politico e parte da una interpretazione antiautoritaria e di classe:

per obiettori e gruppi antimilitaristi l’esercito partecipa alla repressione dei moti popolari, serve per contenere la disoccupazione e ridurre la conflittualità sociale, distoglie risorse che potrebbero essere utilizzate per servizi popolari come scuole e ospedali.

 Il servizio civile appare invece come prefigurazione di una società giusta e inclusiva, che passa attraverso l’impegno politico nel sindacato, a sostegno di disabili, tossicodipendenti, internati nei manicomi e popolazioni colpite da calamità, trascurate dallo Stato.

Inoltre l’obiezione non è più la scelta singola di una singola coscienza, ma diventa collettiva.

Può essere interessante un raffronto tra il memoriale di Pietro Pinna e le dichiarazioni collettive sottoscritte da alcuni obiettori nel 1971 e nel 1972.

 

Muta anche la rappresentazione scenica e iconografica: obiettori e pacifisti occupano strade, piazze, sfilano nelle marce antimilitariste attraverso la Lombardia, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia, bruciano cartoline precetto, occupano piazza San Pietro vestiti da carcerati.

 I volantini immortalano generali pingui che mangiano uomini e defecano soldati.

 

Libertà negate in tempi di Guerra fredda.

La storia dell’obiezione di coscienza non può essere separata dal contesto di Guerra fredda.

Solo guardando ad esso si possono comprendere le resistenze dello Stato a un suo riconoscimento.

Nessuna delle principali culture politiche intercetta le esigenze degli obiettori.

Gli approcci securitari alimentano timori speculari:

 la Democrazia cristiana avverte nel riconoscimento dell’obiezione il pericolo di un boicottaggio da parte del Pci, in caso di invasione dell’Urss.

Il Partito comunista vede in essa una forma elitaria e controproducente in caso di un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti.

La leva generalista, insegnando l’uso delle armi, appare una salvaguardia della stessa democrazia.

 Al tempo stesso, entrambi i partiti intendono rassicurare l’elettorato, e vedono l’esercito come luogo di propaganda.

 Un sostegno all’obiezione non sarebbe invece ripagato.

Quanto alla Chiesa, questa interpreta l’accento posto sulla coscienza con la lente del protestantesimo (oltre che dell’anticomunismo).

 A parte il sostegno di alcuni deputati, come Umberto Calosso (PSLI) e Igino Giordani (Dc), l’obiezione non trova sponde in Parlamento.

 

La situazione comincia a mutare quando, in seguito alla repressione della rivolta ungherese del 1956, il Partito socialista si allontana dal Pci. Da questo momento, a ogni legislatura avrebbe presentato un progetto di legge.

Con gli anni Sessanta anche dalla sinistra democristiana, coinvolta dalle nuove aperture della Chiesa, giungono proposte per riconoscere l’obiezione.

Tutti i tentativi si arenano in Commissione Difesa, anche per l’ascendente sul governo dello stato maggiore, contrario alla riforma.

L’iter politico è utile per evidenziare le difficoltà incontrate da tutte le riforme, nei primi due decenni della Repubblica.

 

In secondo luogo, l’obiezione di coscienza costituisce un osservatorio privilegiato per scorgere le permanenze antidemocratiche nell’ordinamento repubblicano.

 Da un lato, infatti, gli obiettori entrano in contatto con l’anomalia della giustizia militare che, almeno fino alla riforma del 1981, costituisce un corpo separato.

Non essendo prevista l’obiezione nemmeno come reato, sono condannati per disobbedienza continuata.

Tuttavia i loro processi sono caratterizzati da forzature nella procedura e dal persistente rifiuto della corte a portare le norme del codice penale alla Corte costituzionale.

 Scontata la pena, il dilemma per loro si rinnova:

un nuovo rifiuto costa un altro processo e una nuova condanna, così fino al 45esimo anno d’età.

Per gli obiettori supportati da una rete che conferisce visibilità al loro gesto interviene un congedo per qualche motivo fisico.

Per i più remissivi testimoni di Geova le condanne sono più dure e lunghe, talvolta accompagnate dall’internamento in manicomio militare.

 Inoltre, gli obiettori sperimentano quell’universo reclusorio costituito dalle carceri militari, di cui diventano reporter.

A loro si devono le denunce circa le condizioni di detenzione: il freddo, le condizioni igieniche precarie, i suicidi, i pestaggi compiuti dalle guardie, gli abusi.

Nel 1951 Elevone Santi pubblica un resoconto anonimo per il mensile «L’Incontro».

Negli anni Settanta i “diari dal carcere” sono diffusi dalla stampa pacifista: molti sono facilmente reperibili.

 

Accanto alla reclusione fisica degli obiettori vi è la persecuzione delle idee:

parteggiare per gli obiettori può costare un processo per apologia di reato o istigazione di militari a disobbedire.

 Nel 1961 la Commissione censura impedisce la distribuzione di Tu ne tueras point, film di Mutant Lara, che metteva in scena il processo realmente avvenuto a un obiettore francese e l’assoluzione di un sacerdote tedesco che, durante la guerra, ancora seminarista, aveva obbedito all’ordine di uccidere un maquis disarmato.

 Il sindaco di Firenze Giorgio La Pira disobbedisce e organizza una proiezione nella città, venendo processato e infine assolto.

Due anni dopo è processato e condannato in appello padre Ernesto Balducci per avere manifestato, in un’intervista su «Il Giornale del Mattino», «silenziosa ammirazione» nei confronti degli obiettori.

La sentenza è davvero sorprendente:

 il giudice lo accusa di frode per non aver riportato il pensiero autentico della Chiesa.

 Nel 1965 comincia il processo a don Milani per la lettera con cui respingeva un comunicato dei cappellani militari in congedo della Regione Toscana, che definivano l’obiezione «estranea al comandamento dell’amore» ed «espressione di viltà».

 Assieme a lui è imputato il direttore responsabile di «Rinascita» Luca Pavolini (come in precedenza era stato imputato quello de «Il Giornale del mattino»).

Don Milani muore prima della conclusione del processo, mentre Pavolini è condannato.

 

Anche pacifisti e antimilitaristi che manifestano chiedendo il servizio civile sono sottoposti a fermi, interrogatori e processi, spesso conclusi con l’assoluzione.

Significativa è la retata, con grande dispiegamento di forze motorizzate, che nel marzo del 1966 porta all’arresto di due radicali, quattro marxisti- leninisti e due vecchi tipografi.

 Il motivo stava nella diffusione di alcuni volantini antimilitaristi, avvenuta nei pressi di una mostra allestita dall’esercito il 4 novembre dell’anno precedente, giorno della vittoria della Prima guerra mondiale. L’assoluzione finale ci restituisce la presenza di due tendenze dentro la magistratura, in parte formatasi sotto il fascismo, in parte sotto la democrazia.

 Ci permette inoltre di aprire uno squarcio sul peculiare contesto della procura di Milano, che chiede la condanna degli antimilitaristi.

Sette giorni dopo avrebbe fatto lo stesso per i liceali redattori de “La Zanzara” colpevoli di aver pubblicato una tavola rotonda su sessualità e famiglia, dove si parlava anche di rapporti prematrimoniali.

 Così avrebbe parlato il procuratore Oscar Lanzi:

 

La vostra sentenza può essere una spinta decisiva per gettare la morale nel baratro!

 Ai nostri tempi […] non c’erano gli obiettori di coscienza, i capelloni:

 noi dunque rabbrividivamo al suono degli inni nazionali, si fremeva per la patria, non si parlava di libero amore ma dei martiri del risorgimento.

 

Agli atteggiamenti repressivi manifestati da una parte delle istituzioni, si aggiungono le violenze da parte delle formazioni di estrema destra. Talvolta le forze dell’ordine intervengono per tutelare la libera espressione dei movimenti pacifisti, come avviene a Torino nel febbraio del 1971.

Altre volte invece accompagnano i pestaggi: accade sempre a Torino, in piazza Castello, il 4 novembre 1971.

 Anche in questo caso, a finire sotto processo non sono i militanti di estrema destra autori delle violenze, ma i pacifisti che le avevano subite.

 

Una lotta di minoranze.

La legge 772 del 15 dicembre 1972 che riconosce l’obiezione di coscienza non è particolarmente liberale:

prevede una durata del servizio civile maggiore di otto mesi e una commissione che avrebbe giudicato l’autenticità delle motivazioni degli obiettori.

Chi rifiuta il servizio civile o se lo autoriduce per protesta o non si rimette alla decisione della commissione continua a essere condannato. Per questo obiettori nelle carceri militari avrebbero continuato a esserci fino alle soglie del 2000.

Tuttavia, pur con molti limiti, il riconoscimento dell’obiezione di coscienza partecipa a quella fase riformista che attraversa gli anni Settanta e allarga gli spazi delle libertà in Italia:

riconoscimento del divorzio, istituzione delle Regioni, Statuto dei lavoratori, modifica dello stato di famiglia, legge Basaglia, istituzione del servizio sanitario nazionale, depenalizzazione dell’aborto, abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, solo per citare le leggi più note.

 

Inserire l’obiezione dentro la storia dei diritti conquistati ci permette di considerare due aspetti:

innanzitutto che qualsiasi conquista non appare all’improvviso, ma ha alle spalle una battaglia lunga.

Il Sessantotto, attraverso l’inedito protagonismo giovanile, aggiunge nuove maturazioni, linguaggi diversi, una maggiore visibilità a vicende che lo precedono.

 In secondo luogo, ci ricorda che la mobilitazione per i diritti civili è sempre condotta da minoranze.

 

Nell’obiezione di coscienza questo aspetto è particolarmente accentuato.

 Dall’inizio della Repubblica fino al riconoscimento dell’obiezione di coscienza gli obiettori sono 706.

Di questi 622 sono testimoni di Geova, che si distinguono dagli altri per le motivazioni e per la ritrosia a dare pubblicità al proprio gesto.

 Il gruppo capitanato che inizialmente sostiene Pinna e gli altri obiettori è costituito da una manciata di persone.

Ma anche in seguito l’obiezione rimane storia di minoranze: nonviolenti, libertari, anarchici, testimoni di Geova e valdesi (la prima chiesa cristiana a chiedere, con il suo massimo organo, il Sinodo, il riconoscimento dell’obiezione nel 1958).

Solo quando l’istanza incontra il mondo cattolico, la risonanza cresce, ma anche in questo caso dobbiamo parlare di una minoranza di vescovi e sacerdoti.

Contestualmente, i dimostranti presenti alle prime manifestazioni di piazza organizzate dal Movimento nonviolento fondato da Aldo Capitini si contano sulle dita di una mano.

Il Sessantotto conferisce un altro ordine di grandezza alle manifestazioni:

si passa dalle decine alle centinaia (raramente migliaia) anche grazie alla capacità di mobilitazione messa in campo dal Partito radicale. Tuttavia, pur non giungendo a coinvolgere le masse, la crescente adesione rende sempre più popolare l’idea dentro l’opinione pubblica e riesce a esercitare una pressione vincente sul governo.

 

Può essere interessante vedere, infatti, come la legge sia strappata al Parlamento, grazie all’iniziativa nonviolenta di due radicali, Marco Pannella e Alberto Gardin.

Il loro digiuno di 38 giorni provoca una mobilitazione internazionale che impone a Camera e Senato di discutere la legge.

Di quella lotta Marco Pannella avrebbe steso un diario.

 

Obiezione di coscienza e riflessioni sugli stereotipi di genere.

La costruzione della cittadinanza maschile a partire dalla Rivoluzione francese è fortemente interconnessa con la prestazione del servizio militare.

Così come vi è legata l’esclusione da essa delle donne.

Al tempo stesso, la dimensione guerriera contraddistingue la costruzione del modello maschile egemone:

non solo il servizio militare è rito di ingresso alla maschilità adulta, ma la disponibilità al combattimento e al sacrificio in armi per la patria è una componente fondamentale della rappresentazione della virilità.

Messo in discussione verso la fine dell’Ottocento, questo modello esce rafforzato dall’affermazione del nazionalismo, dalla retorica bellicista della Prima guerra mondiale e infine dall’affermazione del fascismo.

La Seconda guerra mondiale – con i suoi lutti, l’ignominia di una guerra d’aggressione, il vile sbandamento dello stato maggiore dopo l’8 settembre – avrebbe aperto uno iato non più colmabile tra costruzione del maschile e servizio militare.

Tuttavia, il clima conservatore degli anni Cinquanta avrebbe rallentato tale divaricazione.

 

L’obiezione di coscienza costituisce una radicale messa in discussione del tradizionale modello di virilità.

Propone una maschilità non più orientata al combattimento bensì, attraverso il servizio civile, al lavoro di cura.

 Gli obiettori, tuttavia, non colgono la portata di questa novità.

Mano a mano che si politicizzano, si rivolgono a una prospettiva di classe, non di genere:

gli obiettori si sentono parte del mondo degli sfruttati, ma raramente lo sguardo alle dinamiche oppressive che coinvolgono operai, studenti, disabili, internati nei manicomi si allarga anche alle forme di potere maschile eterosessuale.

 

Di contro, la trasformazione dell’immaginario maschile rappresentato dall’obiezione è ben presente nell’oltranzismo militarista e nell’estrema destra:

l’immagine dell’obiettore si sovrappone a quella di un maschio dimezzato, per virtù morale, in quanto vigliacco, o per capacità fisica e sessuale.

 Soprattutto alla fine degli anni Sessanta, quando il movimento omosessuale rivendica in maniera più visibile il proprio diritto di cittadinanza, negli striscioni, nei volantini anonimi, talvolta persino negli interventi di parlamentari come quello di Birindelli (tra i congiurati del golpe Borghese) la diade “obiettori” e “invertiti” diventa ricorrente.

 

Una riflessione sul servizio militare da un punto di vista di genere sorge invece nel pacifismo femminista.

Già alla fine dell’Ottocento, e poi nell’immediato dopoguerra, alcune intellettuali avevano cominciato a riflettere sul peculiare ruolo della donna nella costruzione della pace, originato dalla sua natura materna. Se certamente il pacifismo maternità era condizionato dalla cultura dell’epoca, è anche vero che questa autorappresentazione permette alle donne di discutere un ambito prettamente maschile e di trasformare la propria specificità in una militanza contro un potere maschile all’origine di due guerre devastanti:

le donne ne erano state le prime vittime, subendo il dolore atroce della perdita dei propri figli.

In questa direzione si muove l’Associazione Madri Unite per la Pace, animata nel dopoguerra da Maria Reidi e Anna Garofalo.

Entrambe avevano trasformato il loro vissuto della guerra in un romanzo, uscito nel 1945.

 

Negli anni Settanta, con la nascita dei movimenti femministi, il nesso donna-maternità-pace è ormai anacronistico.

Se una parte riflette in un’ottica di parità, caldeggiando l’apertura del servizio militare anche alle donne in forma volontaria, un’altra rifiuta tale opzione, sempre partendo da una prospettiva di genere:

 l’esercito e la gerarchia militare sono prodotti intrinsecamente pervasi di una cultura patriarcale e dei suoi valori, quali gerarchia, comando e forza, e del mito dell’uomo forte che ha determinato la sottomissione delle donne.

 L’ingresso delle donne non favorirebbe alcuna evoluzione, perché a determinarla non sarebbe una prospettiva emancipatoria, ma la necessità di coprire buchi dovuti alla futura crisi demografica o di alleggerire un contesto che generava un forte stress emotivo tra i soldati:

 da angeli del focolare, le donne si sarebbero convertiti in angeli della caserma, senza alterare la natura di una istituzione autoritaria.

 Alla donna sarebbe invece spettato il compito di combattere contro tutta l’istituzione militare per essere forza trainante di una liberazione che riguarda anche l’uomo, rompendo quella catena di oppressione-repressione di cui il patriarcato era uno dei capisaldi.

 Questa visione sarebbe culminata nella mobilitazione del pacifismo femminista contro gli euromissili, prima a Greenham Common e poi a Comiso.

 È una riflessione che scema nel corso degli anni Novanta, quando l’ingresso delle donne nell’esercito incontra un favore crescente, mentre la leva obbligatoria è superata da quella volontaria nel quale i ruoli di uomini e donne sono parificati.

Tuttavia, rivedere le pratiche politiche collettive messe in atto a Comiso e i linguaggi del femminismo pacifista, analizzare le posizioni dei diversi femminismi rispetto all’ingresso delle donne nell’esercito o ragionare sull’influenza di un certo modello di maschilità sulla propaganda bellica dove è esaltato l’uso della forza, mi pare possano aprire in classe utili spazi di riflessione con inevitabili agganci all’attualità.

 

 

 

 

Oltre le mura: No Kings

e questione territoriale

 Jacobinitalia.it - Stefano Kenji Ianniello – (6 Febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

Le metropoli sono i luoghi in cui la densità di relazioni produce potenza organizzativa, ma per rompere l'assedio occorre interrogarsi su cosa accade fuori dalle mura urbane.

L’assemblea bolognese «O Re o Libertà» del 24 gennaio si è rivelata un appuntamento politico di notevole rilevanza e di non scontata riuscita. Di fronte alle guerre, alla crisi climatica e all’offensiva globale congiunta di oligarchi e neofascisti, è una boccata d’ossigeno vedere la costruzione di una risposta nazionale ambiziosa e, soprattutto, collettiva.

La polverizzazione di movimenti, associazioni, realtà sociali e di base, di aree politiche e di movimento che ha caratterizzato gli ultimi anni è oggi inaccettabile e suicida.

 Per questo, la parola d’ordine «together/insieme» che emerge dall’assemblea è imprescindibile per la costruzione di un percorso che si preannuncia difficile – vista l’altezza della sfida – e inedito, in quanto spazio non proprietario di cura delle relazioni e delle identità, di convergenza di percorsi e lotte.

 

C’è però un piano di ragionamento che può compromettere il valore strategico dell’intera operazione:

la selezione del terreno «eletto» della sperimentazione politica e sociale dell’alternativa.

Non si tratta di disconoscere il ruolo evocativo delle grandi città, il loro grado di attivazione e mobilitazione, il loro peso nell’economia, nella società e nella cultura.

Non si tratta di negare che le metropoli siano i luoghi dove si concentrano le energie migliori del movimento, dove la densità di relazioni produce potenza organizzativa, dove l’accesso alle risorse materiali e immateriali rende possibili forme di mutualismo e autogestione, di pratica dell’alternativa, altrimenti impensabili e soprattutto non esperibili.

 E che diventano ancora più centrali perché proprio nelle grandi città il governo sta sperimentando l’innalzamento della repressione del dissenso.

Ma proprio il riconoscimento di questa centralità impone di dire con chiarezza che se il piano strategico è esclusivamente quello delle «città che guardano all’Europa per un rovesciamento transnazionale», se il punto è la costruzione di una «confederazione delle città ribelli», se non ci si interroga su cosa accade fuori dalle mura urbane – e di come questo legittima quello che accade in termini di repressione e finanziarizzazione dentro le stesse –  il rischio di essere assediati diventerà presto una certezza.

E questo a netto di quanto «ribelle» sia ogni singola realtà municipale.

 

Nelle città ci si mobilita di più, ed è giusto guardare e ragionare programmaticamente a partire da queste energie.

Ma se non riusciamo a nominare il problema che fuori da esse la destra si fa giorno dopo giorno più pervasiva, che l’alternativa stenta a radicarsi e farsi corpo collettivo in movimento;

 ogni percorso rischia di diventare sul lungo periodo esclusivamente difensivo.

E una linea solo difensiva, come giustamente si è detto a Bologna, arretra ogni giorno.

Se la città rende liberi, se i re sono gli stessi in tutto il mondo, è giusto constatare che i loro viveri, materiali e immateriali, arrivano tutti dalla provincia.

Le basi del consenso agli sgomberi, alla re-migrazione, al decreto sicurezza, alla normalizzazione delle pratiche autoritarie sono lontane dai centri urbani, dove anche nel voto si esprime una maggiore distanza dalla deriva neofascista.

 Il consenso che muove le azioni punitive del governo nelle città universitarie e nelle metropoli trova il suo brodo di coltura nei territori del «voto di vendetta».

Un voto espresso contro classi dirigenti – per lo più residenti nei grandi centri dell’economia e della cultura – ritenute responsabili della stagnazione economica e della mancanza di un futuro in cui identificarsi. Territori lasciati indietro, abbandonati alla desertificazione dei servizi e dell’offerta culturale, alla precarizzazione del lavoro, allo svuotamento di ogni prospettiva che non sia la nostalgia di un passato industriale che non tornerà e l’invidia verso le grandi città «dove tutto succede».

 

Territori che anche la sinistra, il sindacato e il movimento hanno spesso abbandonato, aprendo fratture sempre più profonde tra attivismo metropolitano/universitario e attivismo di provincia.

 Questa frattura non è solo geografica, è politica e culturale. Quest’evidenza rende la prospettiva discorsiva e programmatica dell’«alleanza delle città ribelli» qualcosa di ambivalente:

può essere un avanzamento transnazionale o può diventare l’ultima difesa contro la vendetta dell’Italia di mezzo.

E se diventa l’ultima difesa, allora non stiamo avanzando, stiamo arretrando in buon ordine, lasciando tutto il resto del paese in mano a un nemico che sa bene dove trovarci e da dove provare a cacciarci.

 

I centri universitari, le organizzazioni metropolitane e i movimenti cittadini se pensati come un «insieme» sono pieni di ricchezza materiale e immateriale, figlia anche dell’immigrazione interna che per decenni ha portato nelle metropoli le intelligenze e le energie migliori delle province.

 Per attivisti e attiviste che sono rimasti o tornati in provincia – dove il sistema maggioritario comunale ha soppresso le opposizioni e dove i potentati familiari figli del capitalismo «all’italiana» dominano incontrastati – la partecipazione ai grandi cortei metropolitani, ai grandi momenti nazionali, ha assunto spesso lo stesso gusto estetico della fruizione di un grande evento, un’esperienza di conflitto urbano da raccontare.

Un rituale, che rischia di diventare raro, in cui prendere il pullman o il treno per esserci a qualcosa che le risorse del proprio territorio non potranno mai ambire a costruire, partecipare a una mobilitazione potente e poi tornare in un contesto dove i rapporti di forza sono schiaccianti, dove manca persino un linguaggio comune con cui articolare certe istanze, dove le stesse parole d’ordine che nelle piazze metropolitane suonano ovvie sembrano arrivare da un altro pianeta.

 

I grandi momenti di partecipazione, le piazze nazionali che danno il senso della forza collettiva, vanno moltiplicati.

Ma bisogna avere la consapevolezza che non basta stare nella capitale o su qualche giornale a grande tiratura per avere dimensione nazionale, quando al di fuori del luogo in cui l’evento avviene spesso la trama della mobilitazione se viene percepita non si radica sul territorio e non viene discussa, se non in qualche sporadica polemica del giorno dopo.

 

Il rischio è che il governo Meloni e la narrazione della destra internazionale continuino a consolidare il loro consenso esattamente là dove noi non guardiamo, dove non ci siamo ma da cui molti di noi provengono.

E in quei contesti, senza una presenza organizzata, senza un investimento strategico di risorse e intelligenza collettiva, ogni battaglia che vinciamo nelle città può diventare fonte di ulteriore «distanza», perché vista come lontana e irraggiungibile.

 

Il punto non è un’evocazione romantica o maoista di «andare in provincia» per dirigenti di movimenti, organizzazioni e sindacati – tra l’altro, per buona parte di questi si tratterebbe di un ritorno a casa —, la questione è la necessità politica di costruire attività, organizzazione, radicamento anche oltre le linee nemiche, rompendo l’assedio e andando nell’Italia di mezzo e nell’Italia profonda.

Che bisogna costruire agenda, strategia, parole d’ordine, narrazione, investimenti organizzativi anche adottando questa prospettiva.

 

Sono territori dove le organizzazioni hanno da tempo smesso di investire in maniera strategica abbandonandosi alla rassegnazione, dove se va bene si coltiva il pensiero magico che dal nulla emergano nuove forze che resistano alla tentazione di seguire decine di migliaia di coetanei nelle città dove i risultati sono più immediati e visibili.

 Sono aree dove le esperienze di riappropriazione collettiva, di spazi autogestiti, sono rare, dove molto spesso la conoscenza di quel mondo appartiene, per chi se lo è potuto permettere, alla vita da fuorisede o alla rappresentazione mediatica spesso distorta.

 

Sono territori dove pure esistono esperienze coraggiose di mutualismo, sostegno, difesa democratica, di messa in discussione dei poteri locali. Nuclei che però faticano enormemente a coalizzarsi, a trovare respiro ampio e rappresentazione non «paternalistica» nel movimento e nel mondo dell’alternativa, mentre i loro avversari sul territorio – i potentati economici, i potestà politici, le famiglie imprenditoriali/politiche/editoriali che letteralmente possiedono i territori e quello che c’è sopra – vengono pienamente rappresentati e supportati nel campo del governo e delle sue parole d’ordine contribuendo alla trasformazione reazionaria del paese a partire dallo svuotamento delle libertà e della democrazia territoriale.

 

Se non affrontiamo questa contraddizione, se il percorso «No Kings» non include nella sua strategia un investimento sistematico fuori dalle mura – senza naturalmente dimenticare il radicamento interno –, se non dà forza a rappresentanza a chi in quei mondi si mette in gioco in prima linea, rischiamo di vincere manifestazioni e perdere il paese.

 

Rischiamo che l’internazionale nera delle big tech, degli oligarchi e dei padroni continui a trovare terreno fertile proprio là dove noi abbiamo scelto di non esserci, dove le contraddizioni tra le nefaste conseguenze del neoliberismo e la tentazione neofascista, invece di saldarsi in un blocco di dominio, potrebbero finalmente collidere in una rottura sistematica sulle necessità di nuove forme di abitare, nuove ecologie, nuove pratiche democratiche dentro/contro le istituzioni locali, di sperimentazione di modelli economici che vadano oltre il paradigma della città/industria.

 

Insieme, certamente e imprescindibilmente.

Ma “together” significa anche questo:

 investire risorse, pensiero strategico, azione politica là dove il nemico pensa di essere al sicuro, spingendolo a confrontarsi su terreni dove le sue contraddizioni sono più acute.

Altrimenti l’internazionale delle città contro il fascismo, per quanto necessaria e preziosa, rischia di diventare l’ennesima fortezza assediata, in attesa che la provincia – quella che ha votato vendetta contro il sistema e che può votare vendetta anche contro di noi – decida da che parte stare.

E quella decisione, se non siamo presenti, la prenderà qualcun altro al posto nostro.

(Stefano Kenji Ianniello).

 

 

Corteo Askatasuna, dimesso poliziotto.

 Arrestato presunto aggressore:

22enne incensurato.

 Tg24.sky.it - Cronaca – (01 feb. 2026) -Redazione - ©Ansa – ci dice:

Introduzione.

Prima la manifestazione pacifica, poi (con l'arrivo del buio) l'inizio delle violenze.

Sono state ore di guerriglia urbana sabato a Torino, durante il corteo per Askatasuna.

Scontri con la polizia, roghi e un pestaggio - con calci, pugni e un martello - a un poliziotto di 29 anni, finito in ospedale e dimesso oggi con prognosi di 20 giorni.

 Oltre cento i feriti tra le forze dell'ordine.

 La premier Giorgia Meloni ha visitato due degli agenti in ospedale:

 "È tentato omicidio, i magistrati non esitino".

Al momento sono tre gli arresti e ventiquattro le persone denunciate dalla Polizia di Stato:

tra gli arrestati anche un ventiduenne, proveniente dalla provincia di Grosseto, per l'aggressione al poliziotto.

Intanto, da quanto emerge, martedì si terrà l'informativa del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sugli scontri:

 alle 14 alla Camera e alle 16 al Senato.

 

Quello che occorre sapere.

L'aggressione al poliziotto.

Il corteo Askatasuna di sabato è stato segnato dal pestaggio di un poliziotto di 29 anni del reparto mobile di Padova.

 L'agente, di nome “Alessandro”, si trovava in servizio a Torino proprio per la manifestazione, a pochi metri dal campus universitario Luigi Einaudi, quando sono scoppiati gli scontri.

È stato colpito a calci, pugni e colpi di martello.

A salvarlo sono stati i suoi colleghi intervenuti per proteggerlo.

L'agente è stato portato al Pronto soccorso chirurgico dell'ospedale Molinette: ha riportato contusioni multiple e una ferita da martello sulla coscia sinistra.

Nel pomeriggio di oggi, 1° febbraio, il poliziotto è stato dimesso:

 la prognosi è di 20 giorni.

Anche il poliziotto che è intervenuto per difenderlo è rimasto ferito ed è stato ricoverato nello stesso ospedale:

 i due hanno diviso la stanza e anche il secondo agente è stato dimesso oggi, con una prognosi di 30 giorni.

 

 Per approfondire: Torino, scontri al corteo per Askatasuna.

 Diversi feriti.

 

Un pestaggio ad un poliziotto.

Arrestato uno dei presunti aggressori del poliziotto.

Uno dei presunti autori dell'aggressione al poliziotto, un 22enne proveniente dalla provincia di Grosseto, è stato arrestato con il meccanismo della flagranza differita.

 È accusato di concorso in lesioni personali a un pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico in occasione di manifestazioni:

 il giovane è stato individuato attraverso l’analisi di alcuni filmati tra i componenti del gruppo responsabile della violenta aggressione.

 Il ventiduenne è stato anche denunciato per violenza a pubblico ufficiale, essendo stato ripreso in un'altra occasione mentre lanciava corpi contundenti contro le forze dell’ordine, e per rapina in concorso, facendo parte del gruppo che oltre a cagionare lesioni al poliziotto lo ha anche privato dello scudo, dell’U-bot e della maschera antigas.

Il 22enne fermato è incensurato e, da quanto emerso, con i conoscenti si definiva un anarchico.

 È originario del piccolo borgo di Montelaterone, sul monte Amiata, una frazione del Comune di Arcidosso (Grosseto), ma da tempo viveva altrove e tornava in estate nel suo paese di origine, dove ha lavorato come cameriere.

 

Il racconto dell'agente aggredito.

"Non so quanti fossero, ma erano in tanti.

 Mi sono trovato da solo tra gli incappucciati, sono finito per terra e ho perso il casco mentre mi prendevano a calci", ha raccontato a Repubblica l'agente aggredito a martellate.

"Ho provato a proteggermi la testa, poi ho sentito un dolore terribile alla coscia".

L'agente, stando a quanto riporta il quotidiano, ha ricevuto la telefonata del capo della polizia “Vittorio Pisani”, assieme al ministro dell'Interno “Matteo Piantedosi”.

 

La solidarietà della politica.

Bipartisan la solidarietà all'agente aggredito.

"Ho appena parlato con il poliziotto aggredito a martellate durante gli scontri di Torino.

Gli ho espresso la mia vicinanza insieme all'affetto e alla stima che, come tutti gli italiani, nutro nei confronti delle forze dell'ordine.

 Figli del popolo aggrediti da figli di papà", ha scritto il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia “Antonio Tajani”.

Anche Matteo Renzi, leader di Italia Viva, è intervenuto sulla vicenda: "Non ha ancora 30 anni.

 Fa il poliziotto, ha un figlio, serve il suo Paese.

È stato picchiato da persone violente, cattive, ideologiche.

Chi lo ha picchiato deve essere assicurato alle patrie galere per anni.

E chi difende i violenti non merita alcuna comprensione.

Solidarietà" all'agente ferito "e alla Polizia di Stato senza se e senza ma".

 

 Per approfondire: Torino, esistono le immagini del poliziotto aggredito dagli antagonisti.

Meloni visita gli agenti feriti.

A stretto giro, nella serata di ieri, 31 gennaio, è arrivata la condanna della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

 "Il governo ha fatto la sua parte, rafforzando gli strumenti per contrastare l'impunità.

 Ora è fondamentale che anche la magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende", ha detto la premier sui social, commentando le violenze al corteo per Askatasuna.

 "Questi non sono dissenso né protesta: sono aggressioni violente con l'obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni", ha aggiunto. Meloni, nella mattinata dell'1° febbraio, si è anche recata a Torino per incontrare gli agenti e i militari coinvolti neli scontri. Ha fatto anche visita al poliziotto aggredito con il martello, mentre era ricoverato in ospedale.

 

Meloni: "È stato tentato omicidio."

"Questa mattina sono stata all'ospedale Le Molinette di Torino per portare, a nome dell'Italia, la solidarietà a due degli agenti rimasti feriti negli scontri di ieri e, attraverso loro, a tutti i militari e gli appartenenti alle Forze dell'ordine coinvolti", ha scritto Meloni su X.

 "Alessandro ha 29 anni, Lorenzo ne ha 28.

Contro di loro martelli, molotov, bombe carta ripiene di chiodi, pietre lanciate con le catapulte, oggetti contundenti di ogni genere e jammer per impedire alla polizia di comunicare.

 'Erano lì per farci fuori', ha detto un agente".

E poi: "Ora sarò chiara. Questi non sono manifestanti. Questi sono criminali organizzati.

Quando si colpisce qualcuno a martellate, lo si fa sapendo che le conseguenze possono essere molto, molto gravi.

Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio", sottolinea Meloni, che ha pubblicato su X le foto dei due agenti.

 

Dove è cominciata la guerriglia?

Inizialmente al corteo - 15mila in strada secondo le forze dell'ordine, 50mila per gli organizzatori - si erano uniti sindacati di base, militanti di centri sociali (non solo dall'Italia), il movimento No Tav e anche il fumettista Zerocalcare.

Gli antagonisti, nella lunga giornata torinese, hanno aspettato il buio per staccarsi dalla manifestazione pacifica e per cercare di sfondare i cordoni delle forze dell'ordine.

È da lì è partita la guerriglia in punti diversi del quartiere Vanchiglia, dove il centro sociale aveva sede prima dello sgombero del 18 dicembre 2025.

 

Lo scontro con la polizia.

Sono stati gruppi di autonomi e di anarchici a lanciare bottiglie, razzi da tubi di metallo artigianali, pietre, fumogeni.

È accaduto dietro il campus universitario Einaudi, ma ancora prima in corso Regina Margherita 47, dove per quasi 30 anni Askatasuna ha avuto un piccolo palazzo.

La polizia ha risposto con lacrimogeni, idranti e cariche di alleggerimento: un faccia a faccia che ha superato l'ora e mezza. Fiamme sono state appiccate a cassonetti e anche a un blindato della polizia, spento dagli agenti stessi.

In mezzo alle strade è stato lanciato tutto ciò che era a portata di mano, dalle sedie dei locali chiusi a pali stradali divelti.

 

Un momento degli scontri.

Dopo la guerriglia.

Frammenti di marmo divelti da un giardino, bossoli di lacrimogeni, residui di fuochi artificiali, innumerevoli frammenti di vetro, carcasse di monopattini, sassi, segnali stradali scaraventati a terra, masserizie annerite dalle fiamme.

 Così si è presentato il tratto di corso Regina Margherita a Torino dopo gli scontri.

 Sul posto, una volta tornata la calma, sono giunte alcune squadre dei vigili del fuoco e almeno due ambulanze.

Il bilancio dei feriti.

Sono oltre cento i feriti tra le forze dell'ordine negli scontri durante la manifestazione di Torino.

 Secondo quanto si apprende, sono rimasti feriti 96 poliziotti, 7 militari della guardia di finanza e 5 carabinieri.

Altri feriti, non conteggiati, sono andati al Giovanni Bosco e si tratta soprattutto di manifestanti.

 

Mattarella telefona a Piantedosi.

Il titolare del Viminale Matteo Piantedosi ha definito gli antagonisti "un pericolo per la democrazia".

E davanti alle immagini di un poliziotto circondato e picchiato con spranghe e martelli, è intervenuto anche il capo dello Stato Sergio Mattarella, che ha telefonato a Piantedosi per esprimere solidarietà all'agente aggredito.

 

Crosetto: "Sono bande armate da combattere come le Brigate rosse"

"Oltre mille persone. Organizzate militarmente.

 Con una strategia da guerriglia urbana, divisi in due grandi blocchi. Bombe carta piene di chiodi, molotov, jammer per impedire le comunicazioni tra le forze dell'ordine, spranghe di ferro, scudi, maschere, occhiali di protezione, maschere antigas, caschi, catapulte per lanciare pietre enormi", ha scritto il ministro della Difesa Guido Crosetto su X.

"Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve.

Non un governo ma lo Stato.

Supportarli, accettarli, giustificarli, cercare di sminuire è, a mio avviso, inaccettabile.

Devono essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse e non essere trattati come 'compagni che sbagliano'.

 Il giudizio di fronte a questi fatti deve vederci tutti uniti come lo furono le forze politiche negli anni del terrorismo.

Non è in gioco una parte politica ma la Repubblica Italiana".

 

La Russa: "Esito violento era sicuro."

"Stento a credere che tra i partecipanti alla manifestazione di Torino ci fossero molte persone ignare dell'esito violento che, per colpa di una nutrita frangia, ci sarebbe stato di sicuro.

 I violenti, in questi casi, sono come i pesci che hanno bisogno dell'acqua e i partecipanti, volenti o non volenti, gliela forniscono.

 Alle Forze dell'ordine rinnovo la mia gratitudine e la mia vicinanza", afferma il presidente del Senato Ignazio La Russa.

 

L'informativa.

Il presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana "si è immediatamente attivato per chiedere al governo una informativa sui fatti di Torino", ha fatto sapere in giornata Montecitorio.

In serata, poi, è emerso che l'informativa del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sugli scontri di Torino si terrà martedì: alle 14 alla Camera e alle 16 al Senato.

 

La reazione della maggioranza.

Dalla Lega a Forza Italia la maggioranza accusa la sinistra di legittimare certi comportamenti violenti.

 "Delinquenti quelli di Askatasuna: peggio di loro c'è solo chi li difende, coccola, giustifica o protegge", tuona il vicepremier Matteo Salvini, che esprime "solidarietà alle donne e agli uomini delle forze dell'ordine".

E aggiunge: "Avanti tutta con arresti, sgomberi e nuovo pacchetto sicurezza".

La maggioranza, infatti, torna a spingere sul pacchetto sicurezza:

"Ecco perché servono le nuove norme sulla sicurezza che il governo sta preparando", assicura Tajani.

 Piantedosi ha annunciato che il pacchetto sarà discusso la settimana prossima e si lavorerà per "proporre nuove norme".

Secondo quanto si apprende, riprende forza il fermo di polizia preventivo di 12 ore per i soggetti noti pericolosi.

Una misura che sarebbe ritenuta "fondamentale" dagli addetti ai lavori per consentire lo svolgimento pacifico delle manifestazioni.

 

 Per approfondire: Sulle prime pagine dell'1° febbraio le violenze al corteo per Askatasuna.

La condanna del Pd.

Duro anche il commento della segretaria del Pd Elly Schlein.

"Quelle che giungono da Torino sono immagini inqualificabili di una violenza inaccettabile", ha detto la leader dem, esprimendo solidarietà alla polizia.

 "La nostra condanna della violenza è, come sempre, la più ferma e auspichiamo che gli aggressori vengano individuati al più presto", ha aggiunto.

Poi è arrivato il commento anche di AVS: "Quella di oggi è stata una manifestazione di massa, con quasi 50mila persone in piazza a difesa degli spazi sociali e di Askatasuna nonostante il clima di tensione montato ad arte per settimane.

Non avrebbe mai dovuto finire con una guerriglia urbana senza controllo che non serve a nessuno, danneggia chi prova a resistere a repressione e militarizzazione e fa male a tutta la città.

Quella del poliziotto a terra colpito ripetutamente è un'immagine che non avremmo mai voluto vedere e che ci disgusta, così come l'aggressione ai giornalisti della Rai".

Questi fatti "non devono cancellare la risposta unica della cittadinanza e una grande giornata di partecipazione, con un corteo enorme che ha resistito a un contesto anomalo di militarizzazione di un intero quartiere e a un governo che progetta di distruggere tutti i luoghi di alterità che esistono e resistono in Italia, luoghi che possono diventare bene comune, trasformarsi ed essere parte di nuovi percorsi come stava avvenendo a Torino, ma che non si possono cancellare dalle nostre mappe culturali, solidali e sociali".

 

 Il sindaco ha visitato l'agente ferito.

Il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha fatto visita intorno alle 22 di ieri, 31 gennaio, al poliziotto aggredito e ferito durante gli scontri.

 Lo Russo è andato al Pronto soccorso dell'ospedale in cui è ricoverato l'agente per portare la sua solidarietà e quella della città di Torino.

"Esprimo una ferma e inequivocabile condanna per i gravi disordini, causati da frange violente organizzate e a volto coperto infiltrate nella manifestazione, che si sono staccate dal corteo dando luogo ad azioni di violenza e devastazione.

Si tratta di comportamenti criminali che hanno messo a rischio la sicurezza delle persone e provocato gravissimi danni alla città", ha detto Lo Russo.

 "Esprimo piena e totale solidarietà alle forze dell'ordine, che hanno dimostrato grande professionalità e senso di responsabilità.

Esprimo inoltre sincera solidarietà e vicinanza agli operatori dell'informazione e agli appartenenti alle forze dell'ordine rimasti feriti nello svolgimento del loro lavoro", ha aggiunto.

 

La solidarietà dei carabinieri.

Quanto visto a Torino è "un attacco a chi opera per la tutela dell'ordine pubblico e per la sicurezza dei cittadini, è un attacco allo Stato", ha affermato il comandante generale dell'Arma, generale di Corpo d'armata, Salvatore Luongo esprimendo la sua solidarietà e "di tutti i carabinieri" all'agente della polizia di Stato "ignobilmente aggredito durante i disordini di Torino".

 

Il capo della polizia Pisani: "Grazie per la vostra dedizione."

"Care colleghe e cari colleghi, il servizio di ordine pubblico, affrontato e gestito nella giornata di ieri a Torino, in un contesto particolarmente complesso e difficile, ha ancora una volta messo in luce la Vostra dedizione nell'essere, con professionalità, equilibrio e rischio della propria incolumità, servitori del nostro Stato democratico".

 Lo si legge in una lettera inviata dal capo della polizia, Vittorio Pisani, agli agenti rimasti feriti nel corso degli scontri avvenuti a Torino.

 "Di questo, non smetterò mai di dirvi grazie. Grazie, perché il vostro impegno, silenzioso e costante, è garanzia per la tutela delle nostre Istituzioni democratiche e per la sicurezza delle nostre comunità", si legge ancora.

 

 

 

 

Nato, gli Usa cederanno il comando

della base di Napoli all'Italia.

Tgcom24.mediaset.it – (09 - 02 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

A dirlo due diplomatici dell'Alleanza.

La mossa in linea con le richieste di Trump agli alleati su maggiori responsabilità.

La Nato è pronta a lasciare la leadership di due comandi regionali di primo piano ai paesi europei.

 In particolare, secondo quanto rivelato da due diplomatici dell'Alleanza, Washington trasferirà la direzione della base Nato di Napoli, che si concentra sul fronte sud, all'Italia e la leadership del comando di Norfolk in Virginia, che si concentra invece sul nord, alla Gran Bretagna.

 Una scelta che rientra nei piani e nelle richieste del presidente americano Donald Trump, secondo il quale gli alleati devono assumersi maggiori responsabilità nella difesa.

Nel frattempo, gli Stati Uniti assumeranno il comando delle forze marittime della Nato con sede nel Regno Unito.

 

Rubio: "La Nato deve essere reimmaginata."

(Mark Rutte © IPA).

Groenlandia, Copenaghen e Nuuk propongono una missione Nato sull'isola.

I cambiamenti richiederanno mesi.

''Gli alleati hanno concordato una nuova distribuzione delle responsabilità degli alti ufficiali all'interno della struttura di comando della Nato, in cui gli alleati europei, compresi i nuovi membri, svolgeranno un ruolo più importante nella leadership militare dell'Alleanza",

ha affermato un funzionario a Bruxelles, senza fornire dettagli sui cambiamenti.

 I cambiamenti richiederanno probabilmente mesi per essere attuati, hanno detto i diplomatici:

"È un buon segno del trasferimento degli oneri nella pratica".

Il rimpasto delle posizioni di comando arriva dopo che Washington ha dichiarato che potrebbe ridurre la sua presenza militare in Europa per concentrarsi su altre minacce, come la Cina.

 

(La nuova opinione.)

Rubio: "La Nato deve essere reimmaginata."

"La Nato sarà più forte se i nostri alleati saranno più capaci" ha spiegato il segretario di Stato.

Tgcom24.mediaset.it – (28 Gen. 2026) – Redazione - © Ansa – ci dice:

 

(Secondo il segretario di Stato, Marco Rubio, la Nato deve essere "reimmaginata".

Lo ha detto in un'audizione al Senato sulla politica Usa in Venezuela dopo la cattura di Maduro.

 "La Nato sarà più forte se i nostri alleati saranno più capaci", ha spiegato.

"Più forti saranno i partner Nato e più flessibilità avranno gli Stati Uniti di operare in altre parti del mondo", ha continuato il segretario di Stato. Per Rubio questo non significa "abbandonare la Nato" ma "affrontare la realtà degli attuali scenari internazionali".)

 

 

Quali sono le basi militari americane

in Italia?

Masterx.iulm.it – (Giugno 23, 2025) - Ettore Saladini – ci dice:

 

L’Italia, con almeno 120 basi, è uno dei Paesi con la concentrazione più densa di strutture militari americane in Europa.

Le principali sono quelle di Aviano (Friuli), Sigonella (Sicilia), Caserma Ederle e Base Del Din (Veneto), Camp Darby (Toscana), Naval Support Activity (Campania e Lazio) e Ghedi (Lombardia).

 Strutture su cui il governo ha aumentato i livelli di attenzione e sicurezza dopo gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani per il rischio di possibili ritorsioni del regime degli Ayatollah.

 

Sigonella, Aviano e Ghedi

L’Italia è diventata sede di basi militari USA nel 1951 quando, con una serie di accordi bilaterali, Roma ha concesso a Washington il suo territorio in cambio degli aiuti di ricostruzione post-bellica finanziati dagli Stati Uniti.

 

Le basi sono formalmente sotto la sovranità italiana, ma gli USA hanno il controllo operativo sia sulle attività militari che sugli equipaggiamenti.

Dovrebbero essere almeno 12.000 i soldati americani di stanza in Italia, divisi per reparto tra logistica, intelligence, unità operative e comando.

 

Partiamo dalla più celebre, quella di Sigonella, sede del famoso scontro sfiorato tra i carabinieri e le Delta Force americane in occasione della crisi dell’Achille Lauro nell’ottobre del 1985.

È, infatti, una base “mista”, ovvero sotto il controllo italiano, ma usata dalla Marina e dall’aeronautica americana.

 È soprannominata la portaerei del Mediterraneo.

Questo perché è una base aeronavale proiettata geograficamente su Nord Africa, Sahel e Medio Oriente, nonché sede principale dell’AFRICOM, il comando africano degli Stati Uniti.

Ospita i droni MQ-9 Reaper e i velivoli di sorveglianza come gli EP-3.

 

L’altra base regina è quella di Aviano, in Friuli.

 È una delle basi aeree americane più grandi del vecchio continente.

È la base usata come hub di rifornimento per i raid aerei in Iraq, Afghanistan, Kosovo e Libia.

 Ospita il celebre stormo di caccia 31st Fighter Wings, composto dagli F-16 americani, e, molto probabilmente, delle testate nucleari all’idrogeno di tipo B61-4.

A ospitare testate nucleari a stelle e strisce (alcune fonti parlano di 20 ordigni) dovrebbe essere anche la base di Ghedi, in provincia di Brescia. Doveroso usare il condizionale perché, come per Aviano, la presenza di armi atomiche non è mai stata confermata.

 

Una mappa delle basi militari statunitensi in Italia.

(Fornita dalla Fonte: Limes.)

Le altre basi.

La base più grande di logistica al di fuori degli USA resta, però, una sorella meno famosa di Aviano e Sigonella.

È quella di Camp Darby, nel pisano.

 È il più grande deposito di munizioni, tra cui ci sarebbero anche pezzi di artiglieria della Seconda guerra mondiale.

Presenza che ha suscitato non poche preoccupazioni per le associazioni locali che hanno più volte richiesto trasparenza per la gestione di possibili ordigni inesplosi.

 

Ancora, a Vicenza ci sono Camp Eliderle e Caserma Del Din, basi che ospitano la 173° Brigata Aviotrasportata.

 In questo caso, gli Stati Uniti si sono espansi progressivamente. Inizialmente l’unica base in zona era Camp Eliderle, nel 2007, però, l’infrastruttura si è allargata con la Caserma Del Dini.

 Progetto che ha scatenato le proteste locali, arrivando anche a scontri con la polizia.

 A mettere una pietra sull’incidente è stato il cambio di nome da caserma Del Molin a Del Dini, in onore dell’omonimo partigiano italiano.

 

Spostandosi più in giù sulla penisola ci sono le infrastrutture del Navale Support Activity, le forza navali americane in Europa, divise tra il Lazio e la Campania, rispettivamente a Gaeta e Napoli.

Le sedi ospitano circa 1200 persone, tra militari e personale civile, che lavorano nella manutenzione e nel supporto logistico e operativo della flotta USA.

La base di Gaeta è diventata celebre durante la guerra nei Balcani negli anni ’90, quando ospitò il comando della Theodore Roosevelt, fiore all’occhiello delle portaerei americane.

(Ettore Saladini).

 

 

 

 

 

Nato, fonti: Usa cederanno leadership

del comando di Napoli all’Italia.

Sudefuturi.it – (09-02 – 2026) – Adnkronos – Redazione – ci dice:

(Adnkronos) – Gli Stati Uniti cederanno due comandi regionali di primo piano della Nato ai Paesi europei, in linea con le richieste di Donald Trump agli alleati perché si assumano maggiori responsabilità nella difesa.

 Lo hanno rivelato due diplomatici dell'Alleanza, secondo cui Washington trasferirà la leadership del comando Nato di Napoli, che si concentra sul fronte sud, all'Italia e la leadership del comando di Norfolk in Virginia, che si concentra invece sul nord, alla Gran Bretagna.

Nel frattempo, gli Stati Uniti assumeranno il comando delle forze marittime della Nato con sede nel Regno Unito.

“Gli alleati hanno concordato una nuova distribuzione delle responsabilità degli alti ufficiali all'interno della struttura di comando della Nato, in cui gli alleati europei, compresi i nuovi membri, svolgeranno un ruolo più importante nella leadership militare dell'Alleanza", ha affermato un funzionario a Bruxelles, senza fornire dettagli sui cambiamenti.

I cambiamenti, riportati per la prima volta dal giornale francese “La Lettre”, richiederanno probabilmente mesi per essere attuati, hanno detto i diplomatici della Nato all'Afp:

 "E' un buon segno del trasferimento degli oneri nella pratica".

 Il 'rimpasto' delle posizioni di comando arriva dopo che Washington ha dichiarato che potrebbe ridurre la sua presenza militare in Europa per concentrarsi su altre minacce, come la Cina. 

(internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com -Web Info).

 

 

Difesa.

Chi decide se gli Stati Uniti possono

usare le basi in Italia per fare la guerra.

Pagellapolitica.it – (24 giugno 2025) – Redazione -Davide Leo – Federico Gonzato – ci dicono:

 

Dopo il bombardamento in Iran, il governo Meloni dice che servirebbe una sua autorizzazione.

Ma gli accordi – in parte segreti – lasciano ampi margini di discrezionalità e il ruolo del Parlamento resta incerto.

(Due soldati statunitensi si occupano della manutenzione di un F-16 nella base aerea di Aviano – Ansa).

Dopo il bombardamento compiuto dagli Stati Uniti contro tre siti nucleari in Iran, una parte del dibattito politico si è concentrata sulla possibilità che le basi statunitensi presenti in Italia vengano utilizzate se il conflitto dovesse estendersi.

 

Il 23 giugno, durante le comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto alle richieste della segretaria del Partito Democratico” Elly Schlein” e del presidente del Movimento 5 Stelle “Giuseppe Conte”, che le avevano chiesto di non autorizzare l’uso delle basi statunitensi per un eventuale attacco all’Iran.

 

«Non è stato chiesto l’uso delle basi statunitensi in Italia, che, chiaramente, potranno essere utilizzate solo con un’autorizzazione del governo italiano»,

 ha dichiarato Meloni, aggiungendo che è

«velleitario speculare su scenari che al momento non si sono verificati, soprattutto in un contesto in rapida evoluzione».

«Non penso che accadrà, ma in ogni caso posso garantire che una decisione del genere dovrebbe fare un passaggio parlamentare»,

ha concluso la presidente del Consiglio, chiarendo che, secondo lei, il permesso di usare le basi non deve essere dato «su base ideologica», ma «valutando il contesto, valutando i pro, i contro e le ragioni».

 

Quattro giorni prima, ospite a Dritto e Rovescio su Rete4, il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva spiegato che le basi statunitensi in Italia «sono disciplinate da un accordo degli anni Cinquanta» e che gli Stati Uniti possono usarle «soltanto spiegando per che cosa vogliono utilizzarle e dopo l’autorizzazione del governo italiano», precisando che – in quella data – tale autorizzazione non era stata ancora richiesta.

 

Ma quante sono le basi statunitensi presenti in Italia?

 E come funziona, esattamente, la procedura per il loro utilizzo?

 Serve l’autorizzazione del governo e del Parlamento, oppure no? Proviamo a fare chiarezza su un tema su cui non tutte le informazioni sono pubblicamente accessibili.

(Chi ha ragione sulle spese della NATO tra Meloni, Schlein e Conte).

Le basi statunitensi in Italia.

Il numero esatto delle basi militari statunitensi in Italia non è noto.

 Non esiste infatti un elenco ufficiale, e secondo alcuni esperti è spesso difficile distinguere tra le basi della NATO e quelle controllate direttamente dagli Stati Uniti.

Per esempio, un documento del Dipartimento di Stato statunitense del 2022 menziona cinque «basi principali» statunitensi in Italia.

Altre fonti parlano di otto basi.

 

Senza entrare nei dettagli numerici, le principali strutture in cui operano le forze armate statunitensi in Italia sono:

 la base aerea di Aviano in Friuli-Venezia Giulia, tra le più grandi dell’aeronautica statunitense in Europa;

la base aeronavale di Sigonella in Sicilia, che è stata usata anche per operazioni della NATO;

 la Caserma Ederle e la Caserma del Dini nei pressi di Vicenza in Veneto, che ospitano una brigata dell’aeronautica statunitense;

le basi della Navale Support Activity (NSA) tra Napoli e Gaeta, al confine tra Lazio e Campania, dove ha sede il comando delle forze navali statunitensi in Europa;

la base di Ghedi in Lombardia, che ospita alcune testate nucleari statunitensi;

 e la base di Camp Darby, situata in Toscana tra Pisa e Livorno, nota come il più grande deposito europeo di munizioni statunitensi.

 

Ma di chi sono queste basi?

Della NATO o degli Stati Uniti?

«La risposta non è immediata», ha spiegato a “Pagella Politica” “Domenico Pauciulo”, ricercatore di Diritto internazionale all’Università di Trieste e professore a contratto di” International Trade Law” all’Università Luiss di Roma.

 «Basi come quella di Aviano e quella di Sigonella sono chiaramente nate per un supporto logistico alle attività della NATO, ma sono strutture in cui sono dislocate principalmente truppe e mezzi statunitensi sotto comando statunitense, quindi può dirsi che nella sostanza si tratta di basi degli Stati Uniti», ha aggiunto Pauciulo.

I precedenti.

Nel 2011, dopo che le Nazioni Unite autorizzarono l’uso della forza per fermare la guerra civile in Libia, le basi di Aviano e Sigonella furono usate per lanciare attacchi aerei statunitensi nell’ambito dell’operazione NATO “Unified Protector”, a cui partecipò anche l’Italia.

Il titolo del quotidiano L’Unità del 20 marzo 2011 sull’uso delle basi di Aviano e Sigonella nell’operazione militare in Libia –

Il titolo del quotidiano L’Unità del 20 marzo 2011 sull’uso delle basi di Aviano e Sigonella nell’operazione militare in Libia – Fonte: Archivio storico L’Unità.

Nel 2018, durante un attacco coordinato da Stati Uniti, Francia e Regno Unito contro obiettivi in Siria in risposta all’uso di armi chimiche, l’Italia decise di non partecipare all’operazione per l’assenza di un mandato ONU.

Di conseguenza, dalle basi in Italia non partirono bombardamenti.

 Da Sigonella decollarono solo aerei spia statunitensi, che avevano il compito di raccogliere informazioni o individuare eventuali obiettivi.

(Conte ha la memoria corta sugli impegni presi con la NATO)

Gli accordi con gli Stati Uniti.

La costruzione e la gestione delle basi statunitensi in Italia sono regolate da una serie di intese siglate a partire dalla fine degli anni Quaranta, sia in ambito NATO sia bilateralmente con gli Stati Uniti.

 

Il primo di questi accordi è il trattato Nord-Atlantico, con cui è stata creata la NATO, firmato a Washington nel 1949.

 L’intesa prevede la reciproca assistenza tra gli Stati membri per aumentare la capacità collettiva e individuale di resistere ad eventuali attacchi militari. Nel 1951 è seguita una convenzione che stabilisce le norme per la presenza di personale militare di uno o più Stati membri sul territorio di un altro Stato dell’Alleanza.

Sempre negli anni Cinquanta, l’Italia ha firmato un accordo bilaterale con gli Stati Uniti sulla reciproca assistenza difensiva.

 

I due trattati che delineano nello specifico le possibilità e i limiti dell’attività delle forze militari statunitensi sul suolo italiano sono però due accordi stipulati nel 1954:

l’Air Technical Agreement, che riguarda i velivoli, e il Bilaterale Infrastrutture Agreement (BIA), che regola l’uso delle basi militari concesse agli Stati Uniti in Italia. Quest’ultimo accordo, che di fatto stabilisce cosa possono o non possono fare gli Stati Uniti con le loro basi italiane, è secretato e «non è mai stato declassificato, nonostante alcune richieste dell’Italia al governo statunitense», ha aggiunto Pauciulo.

«L’accordo è stato concluso 70 anni fa, quindi veramente in un’altra epoca, perciò secondo l’Italia i suoi termini potrebbero essere resi noti, considerando anche che successivi accordi, come i memorandum tecnici per singole basi, sono invece pubblici», ha spiegato l’esperto.

(Trump ha violato la Costituzione degli Stati Uniti bombardando l’Iran?).

Il documento di Wikileaks.

Nel 2008 Wikileaks – l’organizzazione fondata da “Julian Assange” – ha diffuso una nota confidenziale in cui le autorità statunitensi discutono di una richiesta italiana di rendere pubblico il “BIA”.

 

Il documento riservato rivela che gli Stati Uniti giudicarono la richiesta italiana «controproducente» a causa dell’articolo 2 dell’accordo, secondo cui «il governo degli Stati Uniti si impegna a utilizzare le installazioni concordate esclusivamente per l’adempimento delle proprie responsabilità NATO e, in ogni caso, a non utilizzarle per scopi bellici se non in conformità con le disposizioni NATO o in accordo con il governo italiano»

 

In teoria, dunque, l’uso delle basi USA in Italia sarebbe limitato alle attività NATO.

 Nella prassi, però, lo stesso documento spiega che «tradizionalmente gli Stati Uniti hanno interpretato questa formulazione in senso ampio, nel senso che le forze statunitensi possono essere usate per operazioni non NATO (come l’Iraq o missioni umanitarie in Africa) purché il governo italiano dia il suo consenso».

Il testo spiega che, negli anni, «le autorità militari e politiche italiane hanno generalmente accettato questa interpretazione e concesso il loro consenso in modo relativamente informale».

Per questo motivo, secondo le autorità statunitensi, diffondere il contenuto del “BIA” potrebbe essere rischioso.

 

«È probabile che, se il testo dell’accordo venisse reso pubblico, i partiti politici che si oppongono alla presenza militare statunitense in Italia e al coinvolgimento militare statunitense all’estero farebbero pressione sul governo dell’Italia affinché ne adotti un’interpretazione più restrittiva, chiedendo che non vengano intraprese azioni non NATO senza ampi negoziati formali con il governo italiano», si legge nel documento diffuso da Wikileaks.

 

Insomma, sulla base di quanto scritto nella comunicazione riservata, non servirebbe il via libera del Parlamento italiano per autorizzare gli Stati Uniti a usare le loro basi militari in Italia per un eventuale attacco a un altro Paese.

 

Questa versione è stata sostanzialmente confermata a “Pagella Politica” da un ex ministro della Difesa italiano, che ha preferito rimanere anonimo.

 Nel caso in cui volessero usare le basi per attaccare l’Iran, «gli Stati Uniti dovrebbero presentare una richiesta formale al governo italiano, specificando l’obiettivo e la natura dell’operazione».

«Il governo valuta la richiesta in base agli interessi nazionali, al diritto internazionale e agli obblighi costituzionali. Il ministro della Difesa informa il Parlamento, anche se non sempre è richiesta un’approvazione formale per operazioni logistiche o di supporto», ha spiegato l’ex ministro della Difesa, sulla base della sua esperienza.

In altre parole, il ministro della Difesa informa il Parlamento della richiesta pervenuta, anche se non è strettamente necessaria una votazione di Camera e Senato per autorizzarla.

(Quante armi commercia l’Italia e verso chi).

Il memorandum del 1995.

L’assenza di un parere parlamentare vincolante sembra confermata anche da un memorandum successivo al BIA, firmato nel 1995 tra l’Italia e gli Stati Uniti e pubblicamente disponibile.

Questa intesa stabilisce che il comando delle basi militari statunitensi nel nostro Paese spetta formalmente all’Italia, che si deve occupare della gestione logistica delle basi e delle attività militari congiunte tra l’esercito statunitense e quello italiano.

 

Il comando militare delle truppe, dei mezzi e delle operazioni statunitensi, però, spetta esclusivamente agli Stati Uniti, che hanno solo il dovere di informare in anticipo il comandante italiano delle attività militari «significative».

Il memorandum aggiunge che «il comandante italiano avvertirà il comandante statunitense se dovesse ritenere che alcune attività statunitensi non rispettano la legge italiana, e chiederà immediatamente consiglio alle più alte autorità italiane», senza un riferimento specifico al Parlamento.

 In caso di differenze di vedute tra i due comandi nazionali, la controversia passerà «alle rispettive catene di comando».

Che cosa dicono gli esperti.

Secondo alcuni osservatori, come il costituzionalista “Michele Ainis”, il governo italiano dovrebbe comunque chiedere il via libera al Parlamento per autorizzare gli Stati Uniti a usare le loro basi per attaccare l’Iran.

Intervistato dal Sole 24 Ore, “Ainis” ha detto che «qualunque decisione che ha a che fare con l’appoggio o l’intervento diretto militare o l’appoggio a un altro Stato non può non avere una “benedizione” parlamentare».

 

A sostengo di questa tesi, Ainis ha citato l’articolo 11 della Costituzione, in base al quale l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

 In più, il costituzionalista ha citato l’articolo 78 della Costituzione, che stabilisce che il Parlamento deve deliberare lo stato di guerra e dare i poteri necessari al governo per intervenire in un conflitto.

 

Per Pauciulo, interpellare il Parlamento per autorizzare l’uso delle basi statunitensi è sicuramente una questione di opportunità politica, ma non un obbligo.

 «Quello che sappiamo sugli accordi tra Italia e Stati Uniti e della prassi che si è consolidata negli anni non implicano un coinvolgimento del Parlamento in queste scelte, che spettano al Governo.

 Il Parlamento deve essere coinvolto, invece, quando sono coinvolte truppe e assets italiani», ha precisato il ricercatore.

(Difesa, Nato, Stati Uniti).

 

 

 

 

 

Trump vuole cedere due comandi,

ma non la leadership Nato.

Linkiesta.it - Giacomo Bondi -esteri – (10 febbraio 2026) – ci dice:

Il riassetto non sembra un disimpegno statunitense, ma una ristrutturazione della guida.

Washington punta a cedere a Italia e Regno Unito il controllo dei fianchi Sud e Nord dell’Alleanza.

 Tiene però in mano aria, terra, mare e nucleare.

Secondo un documento riservato ottenuto dalla testata francese “La Lettre”, gli Stati Uniti di Donald Trump sarebbero pronti a cedere il controllo di due dei tre principali comandi operativi della Nato agli alleati europei.

 L’Italia dovrebbe assumere la guida del “Joint Force Command Naples”, responsabile del fianco Sud dell’Alleanza, mentre il Regno Unito prenderebbe in mano il “Joint Force Command Norfolk”, orientato all’Atlantico del Nord.

Germania e Polonia si alternerebbero invece alla testa del “JFC Brunssum”, sul fianco orientale.

 

A prima vista, sembra un cambiamento storico.

 Ma basta leggere i dettagli per capire che la sostanza del potere rimane dove è sempre stata.

 Washington conserva il “Saceur”, il comando supremo alleato in Europa, mantiene la guida di “Aircom” e “Landemo”, e si appresta a prendere il controllo anche di “Marcom”.

In pratica, gli Stati Uniti continuano a dominare la pianificazione delle capacità aeree, terrestri e marittime dell’alleanza, oltre all’infrastruttura di comando, controllo e tecnologia.

Una svolta simbolica verso un pilastro europeo più forte, certamente. Ma il volante resta a Washington.

 

Questa tensione non è nuova, né sorprendente.

Un recente rapporto del “Centre for Security, Diplomacy and Strategy di Bruxelles” analizza con precisione il nodo strutturale che il riassetto solleva:

qualunque redistribuzione dei comandi deve essere guidata dalle capacità operative reali degli europei, non da logiche di equilibrio istituzionale.

«Una prematura cessione di responsabilità di comando rischia di produrre una leadership vuota, minare la deterrenza ed erodere la fiducia nella capacità della Nato di agire con decisione in una crisi», si legge nel documento

 

Il documento propone un percorso in quattro tappe da completare prima e dopo il 2030:

rafforzamento della capacità operativa europea su base multinazionale, riallineamento geografico dei comandi, cessione progressiva delle “Joint Force Commands” agli europei e, in una fase successiva, eventuale trasferimento anche dei comandi di dominio come Landcom, Aircom e Marcom.

Ma tutto questo, avvertono gli autori, deve avvenire in sincronia con lo sviluppo effettivo delle capacità europee, non per anticiparlo.

 

Il problema è strutturale.

La Nato dipende tuttora in misura sproporzionata dai fattori “abilitanti” statunitensi:

 intelligence e sorveglianza, difesa aerea integrata, attacco a lungo raggio, spazio, cyber, trasporto strategico.

 Questa dipendenza si riflette direttamente nella composizione dei comandi:

 oggi, i generali americani guidano non solo Saceur, ma anche i comandi di Napoli e Norfolk, Aircom, Landco e Strikfor Nato.

Gli europei guidano Jfc Brunssum, Marcom e il Comando di supporto e abilitazione alleata.

 

Il riassetto prospettato rovescia in parte questo schema, ma non cambia la logica profonda:

gli Stati Uniti si ritirano dalla prima linea operativa regionale, mantenendo però il controllo strategico assoluto.

 È, nelle parole del centro di Bruxelles, la differenza tra essere” supported commanders” – i comandi regionali, che ricevono supporto – e” supporting commanders” – i comandi di dominio, che lo erogano.

 I secondi, quelli che contano davvero in termini di fuoco e controllo dello spazio di battaglia, restano americani.

 

Per l’Italia, guidare il comando di Napoli sarebbe un riconoscimento politico significativo e un banco di prova operativo concreto sul Mediterraneo e il Mar Nero.

 Ma per trasformare quella poltrona in vera leadership, Roma dovrebbe investire molto di più in capacità multinazionali integrate, contribuire a costruire le flotte permanenti europee ipotizzate dal rapporto, e accettare un cambio di paradigma dalla logica nazionale – in cui si sommano contributi separati – a quella integrativa, in cui si fondono strutture di comando.

 Una transizione culturale, prima ancora che militare.

 

La domanda che rimane aperta – e che il documento riservato di “La Lettre non risolve” – è se questo riassetto rappresenti l’inizio di un’Europa che impara davvero a difendersi, o l’ennesima ristrutturazione organizzativa che soddisfa tutti senza cambiare nulla di essenziale.

 Il Centre for Security, Diplomacy and Strategy ha le idee chiare: «Riequilibrare i comandi Nato è necessario e fattibile – ma solo se guidato dalle capacità, non dal simbolismo».

 

 

 

I nemici della Patria. Ovvero come

Meloni vuole coprirsi a destra.

Huffingtonpost.it - Giulio Ucciero – (8-02 -2026) – Redazione – ci dice:

 

I nemici della Patria. Ovvero come Meloni vuole coprirsi a destra.

Un po' per Salvini (e Vannacci) sulla sicurezza, un po' per la battaglia anti-toghe in vista del referendum.

 La premier alza i toni contro i "delinquenti" che manifestano contro le Olimpiadi.

 Duri i commenti di tutta FdI.

 "La premier non vuole lasciare spazio a destra, ma spingere tanto sulla sicurezza è un boomerang."

 

Un comunicato durissimo, una strategia (elettorale) precisa.

Di buona mattina, Giorgia Meloni verga sui social un messaggio chiaro. Chi ha partecipato alla manifestazione contro le Olimpiadi di Milano scontrandosi con la polizia è “un nemico dell’Italia”.

 Bande di “delinquenti” per la premier e, a batteria, per tutti i suoi ministri e dirigenti di partito.

Gesta da condannare, anche con toni esasperati, per non scoprirsi a destra sulla sicurezza.

Messaggi in bottiglia a Matteo Salvini e generali di passaggio.

 

Guardando le scene da guerriglia milanese a più di un politico sono balenate le immagini tremende di Torino, il martello di Askatasuna, la ressa di antagonisti attorno al poliziotto.

 Non doveva più succedere, ragionano nel governo.

Eppure rieccoci, tra le vie del Corvetto, quartiere popolare di una Milano immersa nella sbornia da Olimpiadi.

Quando il corteo anti-Giochi si avvicina alla zona a pochi passi dal Villaggio degli atleti appena inaugurato, un gruppo di black bloc spunta dai fumogeni.

Passamontagna, maschere anti-gas.

La presenza della Forze dell’ordine è massiccia.

L’assalto è respinto, sei i fermati in Questura.

 

Una diapositiva presto virale in tutto il mondo, che fa innervosire la premier.

Meloni consegna la sua condanna più dura postando un video by Fox News.

"Migliaia e migliaia di italiani in queste ore lavorano perché tutto funzioni durante le Olimpiadi” e “poi ci sono loro: i nemici dell'Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi”.

Non solo hanno “tranciato i cavi della ferrovia", spiega la premier riferendosi al sabotaggio sull’Alta Velocità avvenuto nel primo giorno dei giochi.

Ora queste “bande di delinquenti” attaccano le forze dell’ordine. “Solidarietà”.

 

Termini scelti con cura, che alzano il livello dello scontro.

Immediato il rompete le righe.

Parlamentari e ministri di Fratelli d’Italia tempestano le agenzie di comunicati.

Ferma la “condanna” del presidente del Senato Ignazio La Russa contro “delinquenti e violenti che provano a screditare il Paese”.

 Ecco Alessandro Giuli:

“Nessuno spazio a chi fomenta odio”, dice il titolare della Cultura, per il quale la “recrudescenza” di un clima passato spiega perché fosse “necessario e urgente” un nuovo decreto sicurezza.

E via così:

Bignami (“Schlein e Conte condannino”); De Carlo (“Estremisti senza proposte”); Fidanza (“Violenti organizzati in forma para-terroristica”); Malaguti (“Progetto eversivo contro il governo”).

 

Dichiarazioni, tutte di esponenti di FDL, che dipingono un’Italia divisa in due, come vuole lo schema di via della Scrofa:

a destra gli italiani che vogliono fare, a sinistra quelli che vogliono sfasciare.

Un filotto comunicativo con una duplice traiettoria:

coprirsi a destra dall’arrembante Salvini (e con un Vannacci autonomo) e mobilitare un elettorato spaventato, anche in ottica referendum.

 

È quello che “Antonio Noto”, direttore di “Noto sondaggi”, chiama “gioco delle parti”.

Un disegno che permette al governo di enfatizzare per motivi elettorali “il problema sicurezza nonostante i reati in Italia siano diminuiti del 20%”.

Anziché privilegiare “il lato razionale”, cioè quello dei numeri, Meloni tocca le “corde emotive” che gli elettori assimilano nella cosiddetta “emergenza sicurezza”.

 

“La premier non vuole lasciare spazio a destra, quindi a Salvini e ora a Vannacci”, spiega Noto.

 Potrebbe essere però “un boomerang” perché “anche se aumenti le norme sulla sicurezza, dopodomani le rapine e gli accoltellamenti ci saranno ancora: la sicurezza totale, al 100%, non esiste in nessuna città”.

Marcare il territorio, quindi, senza risolvere il problema ma cercando riscontri elettorali.

 

“Noto” spiega a “Huffpost” che “l’elettorato di centrodestra vive la sicurezza come uno dei temi più forti”.

Lo è anche “perché il governo enfatizza molto il problema, sedimentando nei suoi elettori la convinzione che l’insicurezza vada continuamente arginata”.

 Ma le manifestazioni ci saranno ancora, anche con le loro parentesi violente.

 

Meloni lo sa, ma si muove su binari battezzati da tempo.

 La cronaca spinge i decreti, la premier offre un racconto dei violenti ormai solido “dentro la testa degli italiani, la cui maggioranza è a favore dei decreti sicurezza”.

Per il sondaggista è una “scelta sensata in termini di consenso ma solo sul breve periodo”.

Così la premier “crea un’unione tra lei e i cittadini che si vedono in guerra contro chi mina la sicurezza”.

 Fronti caldi anche guardando al referendum della giustizia, almeno nello schema dei Fratelli.

Qui il bivio della premier è palese. Più si espone, più personalizza il voto. Eppure deve muoversi.

Nel referendum finiscono così anche gli scontri in piazza, i magistrati che scarcerano gli antagonisti, la sinistra “che non condanna”.

Sono i toni che gli analisti riconoscono come necessari per mobilitare un elettorato che da destra è solito disertare le urne più che a sinistra.

 La recente bulimia di post dei seguaci di Meloni è una spia in questo senso.

 Nelle ultime settimane la premier è intervenuta su tanti argomenti, da ultimo la rinuncia del comico” Andrea Pucci” a Sanremo, dovuta alla “sinistra illiberale”.

 

Oltre che a Vannacci - che per i sondaggisti non è ancora un pericolo per FDL, anche se non va sottovalutato - Meloni coccola lo zoccolo duro moderato ormai di casa nel suo partito.

Elettori che apprezzano la stabilità di questi anni, da rassicurare davanti alla violenza “anarchica” e alle falle attribuite a una certa sinistra.

 

Dove qualcosa si muove.

O meglio, così temono a destra.

 Non è un caso che, dopo la sua intervista a Repubblica, l’ex capo della polizia “Franco Gabrielli” sia finito nel mirino della stampa d’area centrodestra.

 Gabrielli aveva criticato i decreti sicurezza, così per il “Tempo” diventa l’anti-Meloni.

 Paginate di attacchi, apprezzate da Chigi.

E dall’ambiente di Fratelli d’Italia.

Basta vedere come decide di esporsi sui fatti di Milano un big ascoltatissimo dalla premier come “Guido Crosetto”.

Facendosi beffe di chi difende gli assalti ingiustificabili di Torino e Milano, il ministro della Difesa difende gli agenti “presi a calci prima da violenti e poi dallo Stato”, cioè dai magistrati che hanno messo i violenti “in libertà dopo 3 giorni”.

 

Poi, il salto di livello.

 “Perché persino un ex capo della Polizia cerca di polemizzare?” si interroga Crosetto, chiedendosi “perché non è possibile essere comunità quando sarebbe doveroso esserlo”.

Un attacco che “rattrista” Gabrielli:

“Accusarmi, poi, implicitamente di non essere chiaro nella condanna dei violenti (evidentemente non hai letto, ad esempio, l'incipit dell'intervista a” La Repubblica”) mi ferisce al pari delle contumelie di cui sopra”. Ormai il dado è tratto.

 

 

 

 

Dopo il corteo di Torino.

Non ci sono [contro] poteri buoni.

Volerelaluna.it – (06-02-2026) - Rocco Alessio Albanese – Redazione – ci dice:

Il corteo torinese del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna e i suoi esiti occupano la scena politica.

Per le strumentalizzazioni (spesso volgari) della destra, alla ricerca di “argomenti” a sostegno di ulteriori inasprimenti repressivi, ma anche per l’apertura di un confronto a sinistra e nei movimenti su temi cruciali come la violenza, le culture politiche in campo, le modalità di gestione del conflitto.

 A questo confronto, dopo il commento iniziale di “Livio Pepino” (volerelaluna.it/controcanto/2026/02/02/askatasuna-la-violenza-il-futuro/), apriamo le pagine del sito pubblicando alcuni degli interventi pervenuti (con analisi anche molto diverse):

 non tutti, per il loro numero e per evitare sovrapposizioni eccessive, ma anche per non diventare monocordi assecondando una pratica tesa a silenziare altri temi cruciali.

 

Il 15 ottobre 2011, quindici anni fa, si tenne una giornata di mobilitazione internazionale.

In molti paesi le piazze furono invase da milioni di persone che, sulla scia del movimento spagnolo 15M, manifestavano la loro indignazione e la loro opposizione alle politiche di austerità che aspiravano (come poi riuscirono) a far pagare alla gente comune il costo della crisi economico-finanziaria esplosa, qualche anno prima, a partire dalla bolla statunitense dell’immobiliare, dei mutui subprime, dei derivati.

La piazza italiana, a Roma, era enorme.

E, nella sua pluralità, aveva anche un orizzonte confuso ma ambizioso: porre le premesse per una rottura in profondità dell’assetto politico esistente, immaginando di poter usare (tra gli altri) gli strumenti della democrazia rappresentativa per mettere in discussione l’alleanza tra egemonia berlusconiana e ortodossia neoliberista.

Quella manifestazione e quegli obiettivi furono oggettivamente sabotati.

Gli scontri di piazza di quel giorno furono duri, anche se non più che in altre occasioni o ad altre latitudini.

A fare la differenza, però, fu il contesto capace di attribuire significato a quelle forme di conflitto sociale.

 

Non è inutile ricordarci che i conflitti sono, allo stesso tempo, un pezzo ineliminabile della realtà che viviamo, una necessità che ci investe (magari perché non possiamo che aprire un conflitto, o perché nostro malgrado lo subiamo), uno strumento dell’azione individuale e collettiva.

 In questo senso, non ci si dovrebbe mai limitare a chiedersi se un conflitto sia lecito o illecito, “accettabile” o “violento”:

ogni persona pacifica, che abbia rispetto e amore per il diritto e per i diritti, dovrebbe guardare con diffidenza a queste contrapposizioni binarie e astratte, figlie di un certo feticismo della legalità.

Piuttosto, è importante osservare che, alla fine della fiera, tra conflitti sociali e contesti c’è sempre una relazione circolare.

 Quale che sia la loro modalità concreta di esprimersi, i conflitti sono legittimati o stigmatizzati – possono trovare voce e forza, o venire silenziati e repressi – solo dentro i contesti in cui hanno luogo.

E questi contesti – questi insiemi di rapporti di forza – possono mutare, a loro volta, solo se i conflitti sono agiti in modo lucido e strategico.

Due esempi?

Basta pensare a come il Governo ha chiamato terroriste (!) le persone, militanti non-violente di “Ultima Generazione”, che imbrattano con vernice lavabile opere d’arte e monumenti, rivendicando l’abbandono dei combustibili fossili e strategie reali di gestione (ecologica e sociale) della crisi climatica.

Oppure a quanto è difficile affermare, nell’Italia di oggi, la semplice e tragica verità per cui le condotte agite da decenni dai coloni israeliani, a danno della popolazione palestinese nei Territori occupati, sono una strategia coloniale che si avvale di metodi terroristici, mafiosi e fascisti.

 

Dicevamo del 15 ottobre 2011.

 Quella sera, mentre a Roma gli scontri non erano del tutto terminati, su “Info aut” apparve un editoriale dal titolo “Doveva finire con qualche comizio…”.

Un’intera area politica organizzata, “Autonomia Contropotere,” rivendicò la giornata quasi irridendo la moltitudine di persone e movimenti scesa in piazza a Roma.

 Al di là dei toni e del merito, però, a stupire ancora oggi è il delirante narcisismo di quel testo.

 Tentando di appropriarsi dei corpi e della partecipazione di centinaia di migliaia di persone, quelle righe si raccontavano una storia di “irrappresentabile” riscossa alle porte quando, tutto al contrario, fu subito chiaro che gli scontri del 15 ottobre sarebbero stati usati come una cesura simbolica, capace di legittimare una chiusura reazionaria del discorso pubblico e del quadro politico.

Potrà essere sgradevole, ma occorre riconoscere che, oggettivamente, la macelleria sociale del Governo Monti e quindici anni di cancrena del paese stavano per cominciare anche “grazie” alle azioni rivendicate in quel testo.

 

Sono passati, appunto, quindici anni.

A dispetto delle tante lotte che hanno sempre provato a portare boccate d’ossigeno, in questo lasso di tempo l’aria in Italia è diventata irrespirabile.

 Il paese è incattivito, impoverito e svenduto, devastato in quasi ogni sfera della società da un impasto di cialtroneria, affarismo, fascismo e realismo capitalista.

 Le disuguaglianze sono cresciute come in nessun altro paese a cosiddetto capitalismo avanzato.

Le forme di violenza istituzionale sono sempre più diffuse e radicate; e, purtroppo, spesso normalizzate.

 Il progetto di urbanizzazione perseguito dal governo di Giorgia Meloni è ormai spregiudicato:

 la Costituzione è sotto attacco (un inciso imperativo: andare a votare NO il 22 e 23 marzo!);

la conoscenza critica è assediata dal servile conformismo dei media (dire che l’Italia è scesa fino al 49° posto del “World Press Freedom Index” è vago;

dire quanto spesso è indecente il sistema mediatico mainstream rende il problema più intuitivo) e dagli attacchi a scuola e università;

gli spazi di agibilità democratica si restringono ogni giorno di più.

La situazione locale è drammatica, in un terrificante quadro globale di genocidio, violenza coloniale, dominio tecno-capitalista, riarmo e guerra.

 Ma certe cose non sembrano cambiare.

 

Il 31 gennaio 2026 si è svolta a Torino la manifestazione nazionale “Askatasuna vuol dire libertà”.

Chiamata sulla base di una piattaforma ampia, e anche in risposta a quella vera e propria intimidazione di Stato che era stata lo sgombero di Askatasuna il 18 dicembre 2025, la mobilitazione è stata capace di esprimere numeri importanti.

 Cinquantamila persone sono scese in strada per manifestare la loro radicale diversità rispetto all’idea e alla pratica di mondo di chi ci governa.

Poi ci sono stati degli scontri.

Per poco più di due ore, nei dintorni di corso regina Margherita 47 alcune centinaia di persone hanno fronteggiato le forze dell’ordine, in una situazione che, anche questa volta, è risultata dura, anche se non più che in altre occasioni o ad altre latitudini.

 E, anche questa volta, su” Info aut” è apparso un testo: “Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito”.

Una presa di parola, firmata da Askatasuna, che in fin dei conti romanticizza quanto successo in un insieme omogeneo di significato politico (tanto da arrivare a sostenere che «i 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al paese») e non si fa carico di riflettere sul contesto capace – che ci piaccia o no – di attribuire senso pubblico alla nostra rabbia e anche alle nostre pratiche di piazza.

Anzi, chi legge sembra destinatario di un monito piuttosto supponente: restare incagliato in una “discussione sugli scontri” significa essere lo stolto che guarda il dito.

 Ora: vogliamo chiederci davvero chi guarda il dito, e chi ci costringe a guardare le dita?

 

Qual era l’obiettivo alla base del ricorso a uno strumento di azione collettiva come la presenza conflittuale, e anche violenta, in piazza?

Se l’obiettivo era “riprendere Askatasuna”, l’obiettivo non è stato centrato.

Anzi: la prospettiva di una restituzione di corso Regina 47 alla fruizione collettiva della cittadinanza sembra allontanarsi inesorabilmente.

Se l’obiettivo era, invece o anche, dare forza alle tante resistenze che attraversano il paese, l’obiettivo non è stato centrato.

Anzi: i fatti di Torino hanno danneggiato in un modo che rischia di essere epocale tutte le lotte e le persone quotidianamente impegnate per un mondo meno violento e ingiusto.

 

A dispetto delle cronache e delle riflessioni che hanno tentato di restituire la complessità e la stratificazione della piazza, o di mostrare anche gli abusi delle forze dell’ordine, infatti, “quello che resta” di una giornata come il 31 gennaio sono due frame.

Il primo: la troupe della Rai intimidita e allontanata mentre stava facendo il proprio lavoro.

Il secondo: il breve video dell’agente della celere aggredito a terra da diversi manifestanti, e colpito anche con un martello.

Si tratta di due azioni “isolate” (anche nel senso che sono state del tutto astratte dal contesto in cui sono avvenute), ma non per questo meno vergognose e da condannare.

Il punto, però, è che queste azioni non sono solo azioni.

 Sono già diventate, ancora una volta, cesure simboliche del discorso pubblico e del quadro politico.

In un contesto come quello italiano – dove, ricordarlo non guasta, i fascisti sono al governo ed esercitano un’egemonia aggressiva, magari non granitica ma non superficiale –, la reazione a quanto successo era del tutto prevedibile.

Sul piano discorsivo, esponenti di punta della maggioranza (la vice-segretaria della Lega” Sardone”, il ministro Crosetto, Giorgia Meloni) sono arrivati ad accostare espressamente – con un’operazione che è tanto ridicola al livello storiografico quanto politicamente irresponsabile – gli scontri di Torino al terrorismo, alle Brigate Rosse, ad “attacchi allo Stato” da fronteggiare all’insegna dell’unità nazionale.

 Sul versante giuridico, il “precedente” torinese sembra spianare la strada per un nuovo pacchetto sicurezza, chiamato a restringere ulteriormente gli spazi dell’agibilità democratica e le maglie della repressione.

Il tutto in un contesto già clamorosamente deteriorato:

tanto che non è difficile pronosticare che gli strascichi della manifestazione torinese del 31 gennaio saranno peggiori di quelli seguiti alla mobilitazione indignata di quindici anni fa.

 

Ora:

è vero che, pur nelle enormi differenze di contesto, la somiglianza tra il 2011 e il 2026 è impressionante?

Ed è vero che l’impianto di ragionamento appena proposto è plausibile? Se la risposta a queste domande è affermativa, credo (e non lo credo solo io: ne hanno scritto, per esempio, Livio Pepino e Sergio Bologna; e Ida Dominijanni nel post “Gaza Minneapolis Torino”) che sia necessario prendere parola per fermare questo loop tossico e per rompere liturgie politiche che sono ormai così stanche da risultare cringe.

 

A costo di fare “dietrologia da bar”, proviamo allora a formulare un’ipotesi.

Siamo nell’autunno 2025 e il Governo Meloni è in difficoltà:

i movimenti contro il genocidio palestinese hanno riacceso la voglia di partecipare e la capacità di indicare responsabilità israeliane e complicità occidentali;

 il mondo fa schifo e in Italia si vive sempre peggio.

 E la gente lo sa:

non si beve più le bugie del Governo e sembra disposta a esprimere un netto rifiuto di questa realtà terrificante.

 Ma a fine novembre appare a chi ha il potere, insperata, una finestra di possibilità.

A Torino, un piccolissimo pezzo di una manifestazione irrompe nella redazione della “La Stampa”: un’azione ridicola, dato che i locali sono vuoti perché è in corso uno sciopero di lavoratrici e lavoratori;

 un’azione controproducente, perché non riesce a denunciare la disonestà e la “violenza” di una parte non trascurabile dei media mainstream italiani, venendo anzi recepita come simbolicamente molto grave.

A Roma però sono furbi, e annusano l’opportunità.

 Passano circa tre settimane e, il 18 dicembre, Askatasuna viene sgomberato.

La città di Torino e il quartiere Vanchiglia sono militarizzate e ferite, ma non abboccano all’amo della provocazione:

la risposta partecipativa è forte, l’idea che Saka sia da difendere come un bene comune della città ritrova spazio nel discorso pubblico.

 Questa prospettiva è però fragile, e il 31 gennaio viene spazzata via anche perché qualcuno, con fare narcisistico e compiaciuto, si è seduto alla tavola della provocazione meticolosamente apparecchiata dai fascisti al governo.

 

Le conseguenze di quanto successo a Torino le pagheremo tutte e tutti; le pagheranno le persone con cui e per cui cerchiamo di sabotare ogni giorno il mondo terrificante che abitiamo.

Proprio per questa ragione, però, è decisivo avere l’onestà intellettuale di dirci, ad alta voce, che, se “Askatasuna vuol dire libertà”, l’esercizio di libertà significa prima di tutto assunzione di responsabilità.

Non si tratta di fare divisioni binarie (e in fin dei conti stupide) tra persone buone e cattive, pacifiche e violente, moderate e radicali.

 Si tratta, semmai, di riconoscere che la gravità del contesto in cui a ogni livello ci ritroviamo è una campana che suona per tutte e tutti.

Chiunque intenda dare una mano nel contrastare e destituire la violenza del capitalismo e dei fascismi è parte di un processo collettivo di responsabilizzazione, e dovrebbe avere un pezzo di responsabilità: nel tentare lo “scandalo” della solidarietà, della lealtà e della convergenza; nel mettere in discussione le proprie teorie, pratiche e identità politiche.

Non farlo, scegliendo di recitare copioni già scritti (perché anche questo significa avere legittimato le provocazioni tese dal potere, magari nell’ottica di una riaffermazione identitaria del proprio contro-potere), vuol dire – sul piano dell’oggettività storica – assumere una posizione gravemente subalterna, fino a operare, materialmente, come strumento di chi quel potere lo detiene.

E se questo è stato inaccettabile nel 2011, è del tutto imperdonabile nel 2026.

 

Sono constatazioni dolorose?

Certo che sì, ma sarebbe più doloroso e controproducente fare finta di niente, dimenticando la lezione, ancora così valida, di “Fabrizio De André”:

“Certo bisogna farne di strada / da una ginnastica d’obbedienza / fino ad un gesto molto più umano / che ti dia il senso della violenza.

 / Però bisogna farne altrettanta / per diventare così coglioni / da non riuscire più a capire / che non ci sono poteri buoni.”

(Nella mia ora di libertà, 1973).

Glissare sulla gravità delle conseguenze di quanto successo a Torino non è solo una posizione politicamente debole.

È scegliere di diventare parte del problema, invece di essere – come in tante altre situazioni è capitato – compagne e compagni di strada alla comune ricerca di soluzioni.

 

 

 

 

C’è da costruire la convergenza

dell’opposizione sociale.

 Anticapitalista.org – (23 gennaio 2026) - Notizie, Politica – Redazione – Franco Turigliatto -                           ci dice:

 

L’assemblea nazionale di Bologna contro i Re, il corteo di Massa contro la repressione, la chiamata a Torino.

Un’agenda fitta di impegni per i movimenti di fronte a un’offensiva senza precedenti.

Le vicende internazionali e nazionali in questo primo scorcio dell’anno si accavallano drammaticamente e propongono una agenda intensa di mobilitazioni sociali e politiche per resistere all’offensiva mortale delle classi dominanti.

La marcia delle destre.

In Italia i disegni involutivi e reazionari sul piano democratico e sociale del governo Meloni si dispiegano senza interruzione:

 l’esecutivo ha portato a casa una legge di bilancio antipopolare e penalizzante per le classi lavoratrici senza particolari problemi, anche e soprattutto per le debolezza dei movimenti di opposizione e per le inadeguatezze del movimento sindacale e si prepara quindi ad aprire i rubinetti della spesa militare.

Sul piano istituzionale vuole arrivare rapidamente al referendum sulla riforma della magistratura che altro non è che uno dei tanti tasselli con cui si opera lo stravolgimento degli assetti costituzionali:

i poteri dell’esecutivo diventano sempre più dominanti facendo saltare gli equilibri definititi nella Costituzione del ’48 e, in caso di vittoria dei sì, Meloni spera di avere la strada spianata per il successivo passaggio, quello più importante, l’introduzione del premierato.

 

Contemporaneamente i partiti di governo stanno apprestando un decreto legge e un disegno di legge, rivolti, come se non bastasse l’infame decreto sicurezza di qualche mese fa già pienamente operativo, vedi la vicenda della incriminazione di decine di militanti sociali e sindacali a Massa, a colpire fino in fondo non solo ogni forma di manifestazione, ma la stessa libertà di pensiero e di dissenso politico e sociale; come al solito prestano una particolare attenzione repressiva verso le giovani generazione, le/i migranti, e gli strati sociali più deboli.

 

Nel frattempo l’offensiva verso le scuole e la libertà di insegnamento aumenta ogni giorno nelle aule dove i libri, sempre più opportunamente revisionati, si accompagnano con “i moschetti”, cioè con la presenza di esponenti delle forze armati chiamati a conferire su vari temi, in ultima analisi, per spiegare, illustrare e convincere i giovani a rendersi felicemente disponibili al servizio militare e a morire in guerra (quelle che si avvicinano) per la patria.

 

Come il paese abbia potuto finire in una fogna del genere con un governo così orrendo, e pure sostenuto da un certo consenso, non è neanche un mistero.

Deriva non solo dalle sconfitte del movimento operaio, ma dalle scelte di subordinazione alle politiche liberiste dei gruppi dirigenti delle forze della cosiddetta sinistra moderata maggioritaria e delle organizzazioni sindacali.

E aspettiamo invano una seria autocritica da questi dirigenti social liberisti che oggi si lamentano della cattiva situazione.

Costoro infatti si oppongono alle destre, ma propongono come ” alternativa politica” di riscaldare specie sul terreno economico, i vecchi cibi avariati che ci hanno precipitato nello stato delle cose presenti. 

 

Il no al referendum costituzionale.

I partiti dell’opposizione parlamentare, PD, M5S e AVS, stanno costruendo la campagna per il NO al referendum insieme a settori importanti della cosiddetta opinione pubblica democratica.

 La CGIL, uscita non certo bene dal difficile sciopero del 12 dicembre, che non aveva voluto costruire ben prima in autunno e in modo unitario con le altre forze sindacali combattive, ha espresso la volontà di un forte impegno nella campagna referendaria costruendola in modo capillare in tutti i luoghi di lavoro e sui territori.

Bene, ma è un compito non certo facile essendo il movimento operaio uscito debole dalle vicende dell’autunno;

 né sarà facile, anche se necessario, far comprendere a lavoratrici e lavoratori che nel referendum in discussione non c’è solo una particolare norma sulla organizzazione della magistratura, ma un elemento del progetto antidemocratico del governo e delle forze padronali.

 La nostra organizzazione partecipa attivamente alla campagna per il NO.

 

 

Manifestazione a Massa e convegno a Bologna.

C’è poi la volontà e la necessità del governo di disgregare la forza politica ed ideale di quel grandioso movimento che in autunno ha attraversato strade e piazze contro il genocidio del popolo palestinese e a sostegno del suo diritto alla vita e alla autodeterminazione.

Quel movimento è stato un duro colpo per il governo Meloni, complice dei crimini compiuti dal governo sionista israeliano.

 Per questo molte sono le operazioni politiche e mediatiche in corso per infangare il movimento, per distruggere il suo retaggio politico, morale ed ideale e per colpevolizzare ed incriminare i militanti palestinesi e le stesse azioni di solidarietà.

Governo e Magistratura hanno a disposizione l’infame decreto sulla sicurezza che colpisce le manifestazioni di strada.

Particolarmente solerti i magistrati toscani che hanno incriminato una quarantina di attivisti e militanti sociali e politici tra cui i dirigenti della CGIL e dell’ARCI, oltre che gli esponenti dei sindacati di base e delle organizzazioni della sinistra radicale per la manifestazione del 3 ottobre alla stazione di Massa.

 L’elenco dei destinatari delle denunce rivela che, oltre al tentativo di scoraggiare i giovanissimi, si vogliono colpire le organizzazioni sindacali, politiche e sociali che si sono messe a disposizione della mobilitazione.

È questa solo la punta di un iceberg, di una offensiva repressiva che si vuole portare più a fondo e che, se non bloccata in tempo e avesse successo, spingerebbe governo e magistrati a usare in forma sempre più larga le norme del decreto per intimidire ed impedire qualsiasi lotta e movimento.

 

La manifestazione regionale di sabato prossimo 24 gennaio a Massa.  “La protesta non è reato” (organizzata dalla CGIL regionale e dalle altre organizzazioni sindacali di base e forze sociali e politiche) che parte dalla stazione della città è quindi di importanza capitale; riguarda tutte/i, deve esser considerata scadenza nazionale.

Bene farebbe la CGIL (che è l’obbiettivo principale e finale del governo) ad essere presente con i suoi dirigenti nazionali.

La nostra organizzazione sarà presente con lo striscione “Se la vostra legge è il genocidio noi siamo fuorilegge”.

 

A Bologna il 24 e il 25 si svolge invece l’Assemblea nazionale “O Re o Libertà” promossa da un’ampia galassia di movimenti, reti, attivisti, associazioni, campagne, realtà politiche e sindacali riunitesi nella Convergenza Sociale “Contro i re e le loro guerre”.

Sono oltre 700 sigle per la convergenza sociale e contro l’autoritarismo vedasi (stoprearmitalia.it/o-re-o-liberta/) con il programma del convegno.

 

L’importanza di questa assemblea per costruire una più ampia convergenza, per sviluppare la “campagna NO Rearm Europe,” per tessere le fila dell’unità e della organizzazione, per passare dalla progettazione nazionale anche a una reale articolazione capillare, città per città, territorio per territorio, non può sfuggire a nessuno.

Ma per fare questo occorre che tutte le organizzazioni politiche e sociali e sindacali sul piano locale vi partecipino seriamente.

 Sosteniamo a fondo a questa iniziativa e vi parteciperemo attivamente.

 

La vicenda Torino.

Poi infine c’è la “questione Torino” e la grande manifestazione nazionale ed anche internazionale che si preannuncia per il 31 gennaio, organizzata politicamente dalla assemblea che si è svolta all’università di Torino pochi giorni fa.

Le vicende sono note:

la questura di Torino, di certo sollecitata dai partiti di governo, ha disposto non solo la chiusura di Askatasuna, ma anche il blocco totale di una vasta zona tutto intorno e la vera e propria militarizzazione di una parte del quartiere per parecchi giorni.

Non solo quindi la chiusura del centro sociale, ma una vera esercitazione militare repressiva che guarda al futuro e che mostra anche a noi quello che dobbiamo aspettarci da un governo che prende esempio da quel che combina Trump a Minneapolis e in altre città americane.

 

Siamo di fronte a un attacco che vuole colpire a fondo la partecipazione sociale attiva e il protagonismo delle giovani e dei giovani, che punta ad intimidire la stessa cittadinanza; è infatti anche un attacco alla città di Torino, una città, dove nonostante le dure sconfitte dalla classe operaia, le forze della destra e dell’estrema destra continuano ad avere molte difficoltà ad affermarsi.

 Le destre vogliono creare un clima che permetta loro di diventare competitive nelle prossime elezioni comunali. L’operazione militare da questo punto di vista è stata anche un attacco alla giunta del PD, anche se questa ha sottostato alle imposizioni della Questura, mostrandosi così succube, se non complice.

 

La manifestazione del 31 assume quindi una importanza politica nazionale, sottolineata dalle tante presenze nella assemblea preparatoria, che ha visto la “Réunion” di tutti i centri sociali, ma anche dei diversi sindacati di base, di differenti movimenti sociali nonché delle forze politiche della sinistra dalla AVS a Potere al Popolo, da Rifondazione a Sinistra Anticapitalista.

 

Askatasuna e i centri sociali si propongono come colonna portante e dirigente della costruzione dell’opposizione al governo delle destre.

La piattaforma politica titola “Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali” e si conclude con:

“È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è possibile, resistere è un dovere”.

 

Non possiamo che condividere questi intenti e per questo abbiamo firmato l’appello e saremo presenti attivamente nella preparazione e partecipazione della manifestazione.

È opportuno però segnalare un nodo sociale, ma anche politico essenziale: dove sta la classe operaia?

La città di Torino, nonostante le ristrutturazioni industriali e la riduzione di Mirafiori a soli 10 mila operai (che il più del tempo dalla CIG) resta una città operaia.

Storicamente Torino e gli operai sono riusciti ad accogliere molto male nel 1938 lo stesso Mussolini;

nel 1943 il loro sciopero sotto occupazione nazista avrebbe segnato l’inizio della fine del regime fascista.

Per non parlare poi delle loro lotte nel dopoguerra e negli anni ’70.

 

È una città in cui il soggetto classe operaia è sempre stato un protagonista sociale fondamentale, che ha segnato la storia dell’intero paese e che è stato garante con le sue mobilitazioni e lotte della stessa democrazia e dei diritti.

Certo oggi questa classe è sconfitta, sparpagliata ed anche demoralizzata, ma continua ad esistere e non si può pensare di poter rovesciare i rapporti di forza senza il suo pieno ritorno nello scontro sociale.

Aiutarla con iniziative e scelte politiche ri-compositive è uno dei compiti per poter costruire una opposizione vincente al governo delle destre e dei padroni.

 

Questa debolezza attuale della classe spiega anche la decisione della direzione della CGIL, preoccupata della preservazione del sindacato nel contesto dato, di non aderire alla manifestazione, come era stato proposto dalla corrente interna di sinistra.

La decisione della CGIL la si può “comprendere” ma solo in parte; è infatti anche una ammissione di debolezza a priori e una pericolosa rinuncia.

 La sinistra della CGIL sarà naturalmente in piazza.

 

Tutto questo non fa che sottolineare l’importanza della manifestazione, la possibilità che essa sia un elemento catalizzante di processi più ampi e di risveglio di una coscienza politica più diffusa di fronte al pericolo delle destre estreme e fasciste.

Bisogna suonare forte le campane a martello per indicare quale grave pericolo costituiscano.

Per questo serve una grande manifestazione pacifica e di massa, consapevole che le forze reazionarie e il governo hanno tutto l’interesse a dividerla e a condizionarne la natura e lo svolgimento.

 Ma questo non deve avvenire. 

Commenti

Post popolari in questo blog

L’umanità sta creando il nostro tempo.

La cultura della disumanizzazione del nemico ideologico.

La Flotilla e il senso di Netanyahu per la Pace.