La sinistra si prepara a sfasciare le città.
La
sinistra si prepara a sfasciare le città.
Torino,
la via del dialogo
dopo
gli scontri.
Cittanuova.it – (4 Febbraio 2026) - Fonte:
Città Nuova - Carlo Cefaloni – ci dice:
La
condanna di ogni violenza è la premessa per riprendere le fila di un percorso
attento al bene della città che, come afferma il card. Repola, è una grande
capitale della solidarietà sociale.
Dal 6
al 7 febbraio al Centro Studi Sereno Regis, un incontro sulla forza della
nonviolenza.
Come
era il corteo nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna a
Torino, 31 gennaio 2026.
Sabato
31 gennaio 2026 un gruppo di persone incappucciate si è scontrato violentemente
con le forze di polizia accorse a Torino per presidiare un corteo indetto per
protestare contro lo sgombero del centro
sociale autogestito “Askatasuna” (che in lingua basca significa Libertà).
Le
immagini trasmesse in prima serata alla tv e sui social si sono concentrate
sull’aggressione subita dall’agente di polizia “Alessandro Calista” che è stato
accerchiato e aggredito, dopo essere caduto a terra e aver perso il casco, a
calci, pugni e martellate.
Altri
appartenenti delle forze dell’ordine hanno riportato ferite negli scontri così
come sono emerse notizie e testimonianze di violenze subite dai manifestanti
pacifici da parte della polizia.
Sembra
di essere tornati alla triste vicenda del G8 del luglio 2001 con la costante di
gruppi organizzati che, seppure individuabili, riescono ad agire indisturbati
spostando l’attenzione dal contenuto delle istanze delle manifestazioni
pacifiche alle violenze e devastazioni che mettono in crisi la convivenza
democratica.
L’involuzione repressiva dei movimenti di
protesta ha condotto a Genova a quella che è stata definita finora la più
grande sospensione dei diritti garantiti dalla Costituzione della storia della
Repubblica.
Nel
caso di Torino sembrava che si fosse arrivati ad un accordo tra le realtà
operanti nel centro sociale e l’amministrazione comunale della città per una
gestione a fini sociali dell’immobile occupato dal 1996.
Ma la
situazione è scappata di mano dopo l’attacco sferrato da alcuni antagonisti il
29 novembre 2025 contro la sede della redazione della Stampa.
Un
fatto paradossale perché il quotidiano diretto da “Andrea Malaguti” è un
prodotto di alta qualità che riesce a dare spazio anche a voci al di fuori del
mainstream ed è invece insidiato dall’imminente cessione della proprietà da
parte degli eredi Agnelli.
Le
indagini della polizia sugli atti di vandalismo a “La Stampa” e altri episodi
hanno portato il 18 dicembre 2025 ad un’ispezione nei locali del palazzo
occupato che doveva essere lasciato vuoto secondo gli accordi transitori con il
comune.
Ciò ha
costituito il motivo per ordinare lo sgombero del centro sociale e
l’interruzione del percorso di legalizzazione e riconoscimento di bene comune.
Il 17
gennaio 2026 il campus universitario Einaudi di Torino ha ospitato una grande
assemblea che ha visto la partecipazione di numerose organizzazioni e movimenti
provenienti da diverse parti dell’Italia che hanno indetto la manifestazione
del 31 gennaio individuando nell’attuale governo nazionale la spinta repressiva
nei confronti dell’opposizione sociale e ambientale.
Askatasuna
è il simbolo del mondo “NoTav” che ha forti radici in Val di Susa.
La
procuratrice generale del Piemonte e Valle d’Aosta, “Lucia Musti”, inaugurando
l’anno giudiziario ha denunciato l’esistenza di «un’area grigia di matrice
colta e borghese» che esprime «una lettura compiacente di condotte, che altro
non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti alla “upper
class”».
Tesi
contestata dal segretario della Fiom di Torino “Edi Lazzi,” presente in piazza
il 31 gennaio a titolo personale, e che non si considera affatto espressione
delle classi agiate, ma portatore del grave disagio sociale provocato da 40
anni di assenza di una politica industriale ed economica sul territorio.
Nell’informativa
resa alla Camera il 3 febbraio 2026 il ministro dell’Interno “Matteo Piantedosi”
ha affermato, tra gli applausi della maggioranza, che
«i disordini di sabato confermano il vero
volto degli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente,
talvolta anche grazie a coperture politiche ben identificabili.
Credo che chi sfila a fianco di questi
delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità».
Piantedosi,
già in un’intervista rilasciata a “Federico Capurso “del Corriere della Sera,
ha rifiutato ogni narrazione sulla distinzione tra manifestanti pacifici e
minoranze di violenti:
«È
bene uscire dall’ipocrisia di una netta differenza tra questi delinquenti e la
gran parte dei cosiddetti manifestanti pacifici: le forze di polizia
riferiscono che a Torino, nel momento in cui la manifestazione è stata
predisposta alle violenze, molti dei cosiddetti manifestanti pacifici hanno
fatto scudo fisico, anche aprendo gli ombrelli, per impedire che potessero
essere visti i gruppi più violenti nel momento in cui si travisavano e si
attrezzavano per l’assalto e per resistere ai lacrimogeni della polizia
. Lo
stesso corteo ha avuto una progressione caratterizzata da una velocità che
oggi, alla luce dei fatti accaduti, sembra poter fare ipotizzare un
intendimento di dare copertura e di portare al più presto la manifestazione
verso il principale obiettivo che era quello degli scontri».
Scontri
tra manifestanti e forze dell’ordine durante il corteo contro lo sgombero del
centro sociale Askatasuna.
(Torino,
31 gennaio 2026.)
Sottolineare
la natura eversiva degli scontri sostenendo il fiancheggiamento di associazioni
che rifiutano e condannano ogni forma di violenza apre a scenari incogniti.
Tale teoria viene ripetuta sui canali
televisivi da trasmissioni come quella di Bruno Vespa, che ha preso di mira e
accusato Angelo Bonelli, esponente dell’Alleanza Verdi Sinistra.
Esiste
una forte pressione per introdurre normative sempre più severe nei nuovi
Decreti Sicurezza che il Governo intende introdurre in tempi brevi con
decretazioni d’urgenza che vedono tuttavia contrarie una parte dell’opposizione
parlamentare.
Alle
parole di Piantedosi ha ribattuto duramente in aula il dem “Matteo Mauri”
affermando:
«Le persone si fidano delle forze dell’ordine.
Non
sono per nulla sicuro invece che ci si possa fidare di voi.
Perché
voi usate ogni occasione per strumentalizzare persone perbene che manifestano
in modo democratico, parlandone come se fossero tutti dei delinquenti.
Noi
siamo qui a difendere le persone che fanno vivere la democrazia e che voi
invece criminalizzate come provate a farlo per intere forze politiche.
È
inaccettabile».
Con
uno sguardo alla città, il cardinale “Roberto Repola” è intervenuto prontamente
dopo gli scontri per affermare che
«Torino non è una città violenta, è una grande
capitale della carità e della solidarietà sociale:
non
può accettare di essere sfigurata in questa sua identità, di essere così
manipolata dai cultori della violenza.
Deve
denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia sabato sera e siamo vicini
alle vittime e ai feriti, alle forze dell’ordine; contemporaneamente dobbiamo
affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo, non confondendo le
frange violente con le migliaia di persone che manifestano pacificamente».
«Credo
che – ha ribadito Repola – chi ha responsabilità oggi debba compiere proprio lo
sforzo di non confondere gli inaccettabili eccessi di alcuni con il sentimento
mite della maggioranza e con la sofferenza silenziosa di tanti che vivono la
povertà e l’emarginazione.
Torino
ha sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire. Fermeremo la
violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il
dialogo».
Sulla
questione è intervenuto anche don “Luigi Ciotti” che il pomeriggio del 31
gennaio si trovava a Roma ad un incontro sulla pace promosso dall’Azione
Cattolica.
Il fondatore del “Gruppo Abele e presidente di
Libera” ha ricordato:
«Da molti anni sono accompagnato in ogni passo
da persone della Polizia di Stato, verso cui provo affetto e gratitudine per la
protezione che mi garantiscono in situazioni di pericolo e di fronte a concrete
minacce criminali.
La stessa criminalità che ad alcuni loro
colleghi e colleghe ha strappato crudelmente la vita, lasciando nella
disperazione tanti famigliari ai quali sono legato da profonda amicizia».
«Mi
spiace – ha detto Ciotti – che le forze di polizia siano considerate, da chi le
aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia.
Mi spiace ancora di più che quei giovani in
divisa siano stati mandati a fronteggiare una violenza che altri, a livello
politico, avrebbero forse potuto prevenire».
Infatti
Don Luigi Ciotti partecipa alla fiaccolata per la pace, Torino, Italia, 02
novembre 2023.
A
partite da tali premesse, don Ciotti ha precisato che
«alla manifestazione di sabato c’erano anche
tante persone impegnate ogni giorno in un’opera di ricucitura degli strappi
sociali e ripristino dei diritti traditi. Loro sono ugualmente vittime delle
violenze, non complici come qualcuno si è permesso di dire. Testimoni di quanto
sia difficile vivere l’incertezza, il dubbio, la contraddizione, ma restare
sulla strada, comunque, per preservarla come luogo di costruzione e incontro,
non di distruzione e scontro».
Secondo
il fondatore del gruppo Abele, «due ore di scontri e violenze hanno cancellato
mesi e mesi di dialogo fra i sostenitori di Askatasuna e le istituzioni». Ma
quel dialogo che stava mettendo radici ha «forse dato fastidio a qualcuno: i
più intransigenti dall’una e dall’altra parte di un conflitto che provava a
cambiare pelle, e trasformarsi in collaborazione per il bene della città».
Molto
intenso e pieno di spunti l’intervento sul “Volere la luna” di Livio Pepino nel
ribadire i pericoli della svolta repressiva e la necessità della scelta
nonviolenta:
«Sabato,
a Torino, è successo quello che molti temevano, altrettanti speravano e
qualcuno – noi tra questi – aveva tentato di evitare (invano, come si è visto a
posteriori) con l’appello a una razionalità e a un’intelligenza politica che
non ci sono state, da nessuna parte».
Pepino,
già presidente di Magistratura democratica, è, tra l’altro, attualmente
presidente del Contro 0sservatorio Valsusa.
E
proprio per rilanciare la strada del dialogo si segnala che da venerdì 6 a
sabato 7 febbraio è in programma a Torino un convegno promosso dal Centro Studi
Sereno Regis su
“La forza della nonviolenza: l’attualità del
pensiero di Nanni Salio in un mondo in crisi”.
A
questo incontro di una realtà molto radicata nel tessuto sociale della città è
stata invitata anche “Città Nuova”.
Sarà
l’occasione per mettere in luce e far conoscere la storia di persone come Nanni
Salio e Sereno Regis, impegnate nella nonviolenza come scelta di vita e di
giustizia sociale.
Com’è
possibile sperare nel Nobel
per Trump? Qui gli storici
parlano
di fascismo.
Ilfattoquotidiano.it
- Bruno Perini – (28 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Sono
felice che la storica americana “Applebaum”, sia pure con cautela, abbia
‘osato’ utilizzare in un’intervista questo termine per denunciare l’operato del
Presidente degli Stati Uniti.
Com’è
possibile sperare nel Nobel per Trump?
Qui
gli storici parlano di fascismo.
“Non
uso la parola fascismo con leggerezza e generalmente non mi piace per
descrivere il mondo contemporaneo: perché evoca cose ben circostanziate, come
le leggi razziali o i campi di concentramento.
Ma
temo che questa volta sia la parola corretta da usare. Negli Stati Uniti
abbiamo ormai un’amministrazione che glorifica la violenza e ha creato
un’organizzazione paramilitare che agisce con impunità, sentendosi in diritto
di ignorare la legge e la Costituzione.
Li
abbiamo visti in azione a Minneapolis, dove hanno agito come veri squadristi”.
Sono
felice che la storica americana “Applebaum”, sia pure con cautela, abbia
‘osato’ utilizzare in un’intervista pubblicata a Repubblica il termine Fascismo
per denunciare l’operato del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e le
azioni criminali messe a segno dalle squadracce dell’ICE, trasformate dal capo
della Casa Bianca come suo esercito personale per combattere l’immigrazione.
Il
segno di un salto di qualità allarmante è stato superato quando gli uomini con
il volto coperto hanno assassinato a sangue freddo ora “Alex Jeffrey Pretti” e
prima “Renee Good” ma il dato ancora più drammatico che ricorda i tempi bui del
nazismo è che il capo della Casa Bianca ha messo in atto una vera e propria
politica di deportazione, colpendo a sangue freddo, attraverso il braccio
armato dell’ICE, chiunque porti la pelle non bianca, compresi i bambini.
È
proprio in base a questa drammatica metamorfosi della politica di Donald Trump
che mi chiedo come sia possibile che la nostra Presidente del Consiglio Giorgia
Meloni abbia detto pubblicamente di sperare nel Nobel per la Pace al nuovo
energumeno della Casa Bianca.
A parte il fatto che Donald Trump
pretenderebbe di ottenere il Nobel della pace facendo una vergognosa pressione
sul governo norvegese, come se la commissione incaricata per i premi Nobel non
avesse nessuna autonomia.
Ma a
parte questo particolare che spiega come mai Donald Trump stia lavorando
alacremente per affossare tutti gli organismi di contropotere e di controllo
dell’operato del governo, è indecente proporre un Nobel per la pace a un
signore che qualche anno fa ha guidato l’assalto a Capitol Hill e oggi usa l’ICE
come se fosse la Gestapo.
Nel
2025 il Nobel per la pace è stato assegnato a “Maria Corina Machado” per la sua
opposizione al regime di Maduro ma Donald Trump si è guardato bene da chiamarla
a dirigere il paese dopo l’arresto del dittatore, forse perché quel premio lo voleva
lui.
Spero che un giorno non saremo costretti a
dare un Nobel per la pace a chi riuscirà a debellare negli Stati Uniti il neo
dittatore della Casa Bianca.
Sanremo
2026, “Andrea Pucci” rinuncia alla co-conduzione dopo le polemiche: “Gli
insulti sono inaccettabili, il termine fascista non dovrebbe esistere.”
Ilfattoquotidiano.it – Redazione FQ Magazine – (8 -2
-2026) – ci dice:
Carlo
Conti dovrà ora correre ai ripari per sostituirlo oltre a dover chiudere il
quadro di ospiti e altri co-conduttori della kermesse.
Sanremo
2026, Andrea Pucci rinuncia alla co-conduzione dopo le polemiche: “Gli insulti
sono inaccettabili, il termine fascista non dovrebbe esistere”
Dopo
le polemiche nelle scorse ore in seguito all’annuncio di Carlo Conti che il
comico e attore Andrea Pucci avrebbe partecipato al prossimo Festival di
Sanremo 2026 come co-conduttore, è arrivato un clamoroso dietrofront: Andrea
Pucci rinuncia a Sanremo.
“Gli insulti, le minacce, gli epiteti e
quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono
incomprensibili ed inaccettabili!”,
ha
comunicato l’attore con una nota diramata dall’Ansa, parlando di “onda
mediatica negativa” che altera “il patto fondamentale” con il pubblico.
Di qui
la scelta del “passo indietro”, ringraziando Carlo Conti e la Rai. “Nel 2026 il
termine fascista non dovrebbe esistere più – ha affermato -. Omofobia e
razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai
odiato nessuno “.
“Il
mio lavoro – ha sottolineato Pucci – è quello di far ridere la gente, da 35
anni, ma potrei dire da sempre!
E da sempre ho portato sul palco usi e costumi
del mio paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna.
Attraverso
il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare
sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli.
Gli
insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla
mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili ed inaccettabili!”.
E
ancora: “Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione
dell’annunciata partecipazione a San Remo, una manifestazione così importante
che appartiene al cuore del Paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me
ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in
quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare”.
“A 61
anni – ha continuato Pucci – dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non
sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi
appartiene.
Devo e
voglio ringraziare Carlo Conti, la Rai, e tutti coloro che hanno creduto,
pensato e proposto questa occasione che avrebbe significato per me una
meravigliosa celebrazione.
Nel
2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e
l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in
un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese!
Omofobia e razzismo sono termini che
evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno.
Rimando
quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti, augurandogli un’edizione di
successo e vi aspetto a teatro “.
Pucci
ha anche rimosso da Instagram il post con cui ringraziava Conti per l’invito.
Nella foto che accompagnava il messaggio il
comico appariva di schiena completamente nudo:
“Sanremo, sto arrivando”, aveva scritto.
E
Carlo Conti, rispondendo al post, aveva replicato ironico:
“Però
sul palco dell’Ariston mettiti almeno un costumino.”
L’annuncio
della presenza del comico sul palco dell’Ariston ha suscitato non poche
polemiche tra chi lo accusa di essere fascista, omofobo, sessista.
In
particolare alcune battute degli spettacoli teatrali di Pucci sono stati messi
sotto accusa, come ad esempio:
“Abbiamo
passato tutto l’anno scorso a farci tamponi, si entrava in queste strutture
dove ti infilavano il tampone in una narice, se erano stronzi anche nell’altra,
se erano ancora più stronzi in bocca, se invece ti chiamavi Zorzi, nel culo”.
Era il
2022 e Zorzi aveva risposto: “La cosa che mi fa impazzire è che tu cosa ne sai
di dove lo prendo io. Come fai ad arrogarti il diritto di salire sul palco e
dire che io lo prendo…, è una roba che mi fa impazzire. Ora perché a te fa
ridere ‘gay=tutti lo prendiamo…’, a tre giorni dal Pride di Milano?
Non lo so Pucci, credo tu mi debba delle
scuse”.
Proprio
riferendosi a questo episodio i parlamentari Pd della commissione di vigilanza
sulla Rai avevano diramato una nota:
“Anche
Sanremo come tutta la Rai è diventato Tele Meloni?
I
vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra,
fascista e omofobo, già sulle cronache per aver preso in giro un ragazzo dello
spettacolo per essere omosessuale.
Un
tripudio di volgarità mista a razzismo. La Rai e il governo spieghino
immediatamente cosa sta succedendo”.
Poi il
dietrofront.
Carlo
Conti dovrà ora correre ai ripari per sostituirlo oltre a dover chiudere il
quadro di ospiti e altri co-conduttori della kermesse.
Avere
il coraggio di dire ai giovani
che
essi sono tutti sovrani.
Laricerca.loescher.it
- Marco Labbate – (6 Marzo 2025) – ci dice:
La
storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare, come quella dei
diritti e delle loro conquiste, delle lotte delle minoranze, è una lezione che
intreccia storia e educazione civica, e che dà un senso profondo alla
formazione dei nuovi cittadini e cittadine
In una
delle lettere di don Milani, divenuta tra le sue citazioni più celebri, si
legge:
Avere
il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui
l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che
non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che
bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Si
tratta del memoriale difensivo che il priore invia ai giudici romani in vista
del processo al quale, gravemente malato, non può partecipare. Come l’articolo
3 della Costituzione, potrebbe stare bene sui muri di una classe.
Certo,
va ben compresa, perché nel focalizzarsi sulla tentazione dell’obbedienza, non
si perda di vista il richiamo all’assunzione di responsabilità che chiude il
periodo.
Una
sorta di spiegazione si trova nella stessa lettera, qualche pagina prima:
In
quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi
che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla.
Posso
solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da
osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole).
Quando invece vedranno che non sono giuste
(cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché
siano cambiate.
Le due
lettere, ai cappellani militari e ai giudici, scritte da don Milani nel 1965,
costituiscono forse l’episodio più noto nella storia accidentata del
riconoscimento dell’obiezione di coscienza in Italia.
Possono
essere al centro di una lezione che intreccia storia ed educazione civica.
Da un
lato è necessaria una contestualizzazione storica degli anni Sessanta:
il processo a don Milani si colloca
all’intersezione tra i mutamenti della società, le permanenze autoritarie nel
sistema giudiziario, la svolta del Concilio, la preparazione antiautoritaria
del Sessantotto.
Dall’altra
sono affrontate questioni centrali nell’educazione alla cittadinanza
democratica:
il rapporto tra obbedienza alla legge e
legalità, la relazione tra autorità e coscienza, la costruzione dell’idea di
Stato e di quella di patria e il nesso tra queste entità e il singolo
individuo.
In
realtà, la storia dei diritti e delle loro conquiste dovrebbe occupare uno
spazio non marginale nello studio della storia del Novecento: ricostruire il
percorso dello Statuto dei lavoratori, della legge Basaglia, del femminismo e
delle sue conquiste rappresenta uno snodo educativo fondamentale per capire il
secolo trascorso e per formare il cittadino e la cittadina.
Dentro questo percorso può avere un posto
anche la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare.
Pur coinvolgendo numeri ridotti, costituisce
un buon angolo di visuale per leggere la storia della Repubblica.
Inoltre la sua eredità è una realtà che molti
giovani sperimentano, una volta terminata la scuola:
il Servizio civile universale.
Dentro
questo percorso una cesura è rappresentata dal 1972, quando una legge di
compromesso riconosce l’obiezione di coscienza, non come diritto, ma quale
opzione:
sarebbe
infatti spettato a una commissione deliberare rispetto alla richiesta di un
giovane.
In
questo articolo non vi presento un laboratorio.
Trovate
già una bella proposta di Luigi Garelli sul sito Novecento.org dal titolo
“Fuori ordinanza. L’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia”.
Cerco
di indicarvi invece alcune possibili tracce sul modo in cui questa storia può
essere compresa dentro la storia sociale dell’Italia.
Per
quanto possibile indicherò materiali reperibili online.
Segnalo
in particolare tre portali: l’archivio del Centro Studi Sereno Regis; la mostra
multimediale “Signornò” curata dal sottoscritto e da Massimiliano Fortuna,
dedicata all’obiezione di coscienza a Torino, dove vi sono anche brevi clip di
testimonianze orali di alcuni protagonisti di allora; l’archivio creato
dall’obiettore Claudio Pozzi e ora conservato dal Cesc Project.
Un
antefatto: la Grande Guerra.
I
primi casi di obiezione in Italia nel Novecento si hanno durante la Prima
guerra mondiale.
Si
tratta di atti isolati, che rimangono a lungo segreti, almeno fino al secondo
dopoguerra:
nascono
da una spiritualità interiore, maturata intimamente dalla lettura di Tolstoj o
in comunità chiuse come quella dei testimoni di Geova.
Alcune
di queste storie sono state narrate da Andrea Filippini, Ercole Ongaro e Amareno
Martellini.
Ne
rimarco alcune. Dello zoccolaio Luigi Lue potete trovare alcuni stralci di due
lettere autobiografiche scritte a Edmondo Marcucci nel 1951.
Del
processo al Tribunale di Alessandria del testimone di Geova Remigio Cuminetti
il progetto Triangolo Viola, dedicato alla persecuzione dei testimoni di Geova,
riporta la relazione di una testimone, Clara Cerulli. Andrebbe incrociata con
gli atti del processo conservati presso il Fondo del Tribunale militare di
Alessandria a cui fa riferimento Filippini.
Sul
fisarmonicista Giovanni Gagliardi esiste un bel progetto realizzato dal Liceo
“Melchiorre Gioia” di Piacenza e dall’Archivio di Stato approdato a un libro
Giovanni Gagliardi.
Una
vita spiata.
La scuola ne ha anche realizzato un
cortometraggio reperibile su internet.
Alberto Long, avventista, è la figura meno
nota. Potrebbe essere riscoperta attraverso una sua memora digitalizzata dal
Centro Studi Sereno Regis, un testo inedito che si presta bene a un lavoro in
classe.
Chiaramente
sono piccoli frammenti, che appartengono alle “storie minori” della Prima
guerra mondiale.
Non
possono certo sostituire l’approfondimento dei dati di contesto:
la mobilitazione bellica, la novità
rappresentata da una guerra di massa, la contrapposizione tra interventismo e
neutralismo.
Tuttavia
costituiscono tracciati personali unici di rifiuto della violenza della guerra,
scontato non senza sacrifici:
alle
memorie dei fanti e dei prigionieri di guerra possono accostarsi le vicende di
questi intransigenti pacifisti.
Oppure
quelle dello sparuto gruppo di donne che anima una militanza pacifista e giunge
a organizzare il Congresso delle donne di pace del 1915.
Una
sola veniva dall’Italia: è la figura affascinante di una protofemminista,
pacifista e stilista valtellinese che ha dato un’impronta significativa alla
moda italiana: Rosa Genoni.
Lotta
per la pace.
Il
ventennio fascista silenzia nelle carceri militari gli obiettori, solitamente
provenienti dalle comunità dei testimoni di Geova.
Durante
la Seconda guerra mondiale, il caso più noto avviene in Austria: è quello di
Franz Jägerstätter, obiettore austriaco, giustiziato dal nazismo.
Di
recente Terrence Malick ha dedicato alla sua vita il film “A Hidden Life”.
Per
l’Italia è interessante lo scambio epistolare privato tra un aviatore e il
parroco di una sperduta parrocchia del mantovano.
Siamo
nel 1941, con l’inerzia della guerra ancora favorevole all’Asse, quando don
Primo Mazzolari riflette sull’obiezione di coscienza, sul tema dell’obbedienza
di fronte al flagello della guerra e sulla incompatibilità tra fascismo e
cristianesimo.
Quel
lungo testo, rimasto a lungo inedito, si concludeva così:
Il
martire che aveva coscienza di morire per Cristo ha inaugurato il regno dei
figli di Dio e dei veri uomini liberi; il soldato che muore, senza sapere
perché muore, porta al colmo il regno dei servì.
Nel
dopoguerra l’obiezione di coscienza entra nel dibattito pubblico. Nasce come
istanza intellettuale nei circuiti raccolti attorno al filosofo Aldo Capitini e
all’ex sacerdote Giovanni Pioli.
Nonostante
fosse un’istanza pressoché ignota in Italia, davanti al ricordo del conflitto
passato, garantito dall’obbedienza cieca di milioni di uomini ai comandi più
odiosi, e al timore di uno nuovo combattuto con l’arma atomica, l’obiezione di
coscienza appare una strada certa per bandire la guerra, perché in essa
coincide il fine del diffuso desiderio di pace e il mezzo, ovvero, un
intransigente rifiuto della violenza.
Il tema non conosce particolare diffusione, ma
approda all’Assemblea costituente grazie a un deputato cremonese del neonato PSLI,
Ernesto Caporali.
Il relatore di maggioranza, il democristiano
Umberto Merlin, l’avrebbe liquidata con poche battute.
Tuttavia il dibattito attorno all’articolo 52
contiene diversi elementi di riflessione.
Aldo
Capitini, il più importante filosofo della nonviolenza italiana, insieme ad
alcuni giovani, in un confronto durante il seminario sulle Tecniche della
nonviolenza nel 1963.
Da
questa esperienza sarebbero nati i Gruppi di azione nonviolenta, che avrebbero
animato lungo gli anni Sessanta la richiesta del riconoscimento dell’obiezione
di coscienza.
L’obiezione
di coscienza ottiene una tribuna pubblica quando, nel 1949, il rifiuto di
prestare servizio militare da parte di un giovane ferrarese, Pietro Pinna,
diventa un caso nazionale.
Sul sito del Centro Studi Sereno Regis si
trova una corposa rassegna stampa del caso:
articoli
de «La Stampa», del «Corriere della Sera», de «L’Avanti!», de «Il Candido» di
«Oggi», de «l’Unità», di «Cronaca Nera», de «Il Giornale dell’Emilia».
In
particolare, segnalo la fotocronaca del primo processo di Roby Morgan apparsa
su «Crimen» e il memoriale di Pinna, che contiene le sue motivazioni profonde.
La vicenda si conclude dopo due processi, due
condanne e il congedo per un’inesistente nevrosi cardiaca.
Sullo
stesso sito sono presenti materiali sui casi di Elevone Santi e dell’anarchico
sanremese Pietro Ferrua, gli obiettori che assieme a Mario Barbani succedono a
Pinna nel 1950.
Il
contesto in cui matura una crescente sensibilità verso l’obiezione di coscienza
può essere seguito sul lungo periodo.
Permette ad esempio di osservare i cambiamenti
e i conflitti che attraversano la Chiesa sulla dottrina della guerra giusta.
Negli
anni Cinquanta la difesa degli obiettori è affidata alla voce solitaria di don
Primo Mazzolari sulle pagine di «Adesso» e poi su un libretto uscito anonimo”
Tu non uccidere”.
Gli
anni Sessanta sono invece segnati dai processi ai primi obiettori cattolici e a
padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani, che avevano preso le loro difese.
Sullo sfondo vi sono la “Pacem in terris” e la
svolta conciliare.
Sacerdoti
e obiettori, condannati dalla magistratura civile e militare, ricevono parziale
soddisfazione dal Concilio Vaticano II, che nella Gaudium et spes auspica leggi
che «provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza,
ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di
servizio della comunità umana».
È una formula di compromesso, ma strappata
alla ferma opposizione dei vescovi americani: siamo nel pieno della guerra del
Vietnam.
Volgendo
lo sguardo agli anni che seguono il Sessantotto, che vede una crescita
consistente della mobilitazione per l’obiezione, ci si può rivolgere al
mutamento del lessico generazionale.
Il rifiuto della leva diventa politico e parte
da una interpretazione antiautoritaria e di classe:
per
obiettori e gruppi antimilitaristi l’esercito partecipa alla repressione dei
moti popolari, serve per contenere la disoccupazione e ridurre la
conflittualità sociale, distoglie risorse che potrebbero essere utilizzate per
servizi popolari come scuole e ospedali.
Il servizio civile appare invece come
prefigurazione di una società giusta e inclusiva, che passa attraverso
l’impegno politico nel sindacato, a sostegno di disabili, tossicodipendenti,
internati nei manicomi e popolazioni colpite da calamità, trascurate dallo
Stato.
Inoltre
l’obiezione non è più la scelta singola di una singola coscienza, ma diventa
collettiva.
Può
essere interessante un raffronto tra il memoriale di Pietro Pinna e le
dichiarazioni collettive sottoscritte da alcuni obiettori nel 1971 e nel 1972.
Muta
anche la rappresentazione scenica e iconografica: obiettori e pacifisti
occupano strade, piazze, sfilano nelle marce antimilitariste attraverso la
Lombardia, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia, bruciano cartoline precetto,
occupano piazza San Pietro vestiti da carcerati.
I volantini immortalano generali pingui che
mangiano uomini e defecano soldati.
Libertà
negate in tempi di Guerra fredda.
La
storia dell’obiezione di coscienza non può essere separata dal contesto di
Guerra fredda.
Solo
guardando ad esso si possono comprendere le resistenze dello Stato a un suo
riconoscimento.
Nessuna
delle principali culture politiche intercetta le esigenze degli obiettori.
Gli
approcci securitari alimentano timori speculari:
la Democrazia cristiana avverte nel
riconoscimento dell’obiezione il pericolo di un boicottaggio da parte del Pci,
in caso di invasione dell’Urss.
Il
Partito comunista vede in essa una forma elitaria e controproducente in caso di
un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti.
La
leva generalista, insegnando l’uso delle armi, appare una salvaguardia della
stessa democrazia.
Al tempo stesso, entrambi i partiti intendono
rassicurare l’elettorato, e vedono l’esercito come luogo di propaganda.
Un sostegno all’obiezione non sarebbe invece
ripagato.
Quanto
alla Chiesa, questa interpreta l’accento posto sulla coscienza con la lente del
protestantesimo (oltre che dell’anticomunismo).
A parte il sostegno di alcuni deputati, come
Umberto Calosso (PSLI) e Igino Giordani (Dc), l’obiezione non trova sponde in
Parlamento.
La
situazione comincia a mutare quando, in seguito alla repressione della rivolta
ungherese del 1956, il Partito socialista si allontana dal Pci. Da questo
momento, a ogni legislatura avrebbe presentato un progetto di legge.
Con
gli anni Sessanta anche dalla sinistra democristiana, coinvolta dalle nuove
aperture della Chiesa, giungono proposte per riconoscere l’obiezione.
Tutti
i tentativi si arenano in Commissione Difesa, anche per l’ascendente sul
governo dello stato maggiore, contrario alla riforma.
L’iter
politico è utile per evidenziare le difficoltà incontrate da tutte le riforme,
nei primi due decenni della Repubblica.
In
secondo luogo, l’obiezione di coscienza costituisce un osservatorio
privilegiato per scorgere le permanenze antidemocratiche nell’ordinamento
repubblicano.
Da un lato, infatti, gli obiettori entrano in
contatto con l’anomalia della giustizia militare che, almeno fino alla riforma
del 1981, costituisce un corpo separato.
Non
essendo prevista l’obiezione nemmeno come reato, sono condannati per
disobbedienza continuata.
Tuttavia
i loro processi sono caratterizzati da forzature nella procedura e dal
persistente rifiuto della corte a portare le norme del codice penale alla Corte
costituzionale.
Scontata la pena, il dilemma per loro si
rinnova:
un
nuovo rifiuto costa un altro processo e una nuova condanna, così fino al
45esimo anno d’età.
Per
gli obiettori supportati da una rete che conferisce visibilità al loro gesto
interviene un congedo per qualche motivo fisico.
Per i
più remissivi testimoni di Geova le condanne sono più dure e lunghe, talvolta
accompagnate dall’internamento in manicomio militare.
Inoltre, gli obiettori sperimentano
quell’universo reclusorio costituito dalle carceri militari, di cui diventano
reporter.
A loro
si devono le denunce circa le condizioni di detenzione: il freddo, le
condizioni igieniche precarie, i suicidi, i pestaggi compiuti dalle guardie,
gli abusi.
Nel
1951 Elevone Santi pubblica un resoconto anonimo per il mensile «L’Incontro».
Negli
anni Settanta i “diari dal carcere” sono diffusi dalla stampa pacifista: molti
sono facilmente reperibili.
Accanto
alla reclusione fisica degli obiettori vi è la persecuzione delle idee:
parteggiare
per gli obiettori può costare un processo per apologia di reato o istigazione
di militari a disobbedire.
Nel 1961 la Commissione censura impedisce la
distribuzione di Tu ne tueras point, film di Mutant Lara, che metteva in scena
il processo realmente avvenuto a un obiettore francese e l’assoluzione di un
sacerdote tedesco che, durante la guerra, ancora seminarista, aveva obbedito
all’ordine di uccidere un maquis disarmato.
Il sindaco di Firenze Giorgio La Pira
disobbedisce e organizza una proiezione nella città, venendo processato e
infine assolto.
Due
anni dopo è processato e condannato in appello padre Ernesto Balducci per avere
manifestato, in un’intervista su «Il Giornale del Mattino», «silenziosa
ammirazione» nei confronti degli obiettori.
La
sentenza è davvero sorprendente:
il giudice lo accusa di frode per non aver
riportato il pensiero autentico della Chiesa.
Nel 1965 comincia il processo a don Milani per
la lettera con cui respingeva un comunicato dei cappellani militari in congedo
della Regione Toscana, che definivano l’obiezione «estranea al comandamento
dell’amore» ed «espressione di viltà».
Assieme a lui è imputato il direttore
responsabile di «Rinascita» Luca Pavolini (come in precedenza era stato
imputato quello de «Il Giornale del mattino»).
Don
Milani muore prima della conclusione del processo, mentre Pavolini è
condannato.
Anche
pacifisti e antimilitaristi che manifestano chiedendo il servizio civile sono
sottoposti a fermi, interrogatori e processi, spesso conclusi con
l’assoluzione.
Significativa
è la retata, con grande dispiegamento di forze motorizzate, che nel marzo del
1966 porta all’arresto di due radicali, quattro marxisti- leninisti e due
vecchi tipografi.
Il motivo stava nella diffusione di alcuni
volantini antimilitaristi, avvenuta nei pressi di una mostra allestita
dall’esercito il 4 novembre dell’anno precedente, giorno della vittoria della
Prima guerra mondiale. L’assoluzione finale ci restituisce la presenza di due
tendenze dentro la magistratura, in parte formatasi sotto il fascismo, in parte
sotto la democrazia.
Ci permette inoltre di aprire uno squarcio sul
peculiare contesto della procura di Milano, che chiede la condanna degli
antimilitaristi.
Sette
giorni dopo avrebbe fatto lo stesso per i liceali redattori de “La Zanzara”
colpevoli di aver pubblicato una tavola rotonda su sessualità e famiglia, dove
si parlava anche di rapporti prematrimoniali.
Così avrebbe parlato il procuratore Oscar
Lanzi:
La
vostra sentenza può essere una spinta decisiva per gettare la morale nel
baratro!
Ai nostri tempi […] non c’erano gli obiettori
di coscienza, i capelloni:
noi dunque rabbrividivamo al suono degli inni
nazionali, si fremeva per la patria, non si parlava di libero amore ma dei
martiri del risorgimento.
Agli
atteggiamenti repressivi manifestati da una parte delle istituzioni, si
aggiungono le violenze da parte delle formazioni di estrema destra. Talvolta le
forze dell’ordine intervengono per tutelare la libera espressione dei movimenti
pacifisti, come avviene a Torino nel febbraio del 1971.
Altre
volte invece accompagnano i pestaggi: accade sempre a Torino, in piazza
Castello, il 4 novembre 1971.
Anche in questo caso, a finire sotto processo
non sono i militanti di estrema destra autori delle violenze, ma i pacifisti
che le avevano subite.
Una
lotta di minoranze.
La
legge 772 del 15 dicembre 1972 che riconosce l’obiezione di coscienza non è
particolarmente liberale:
prevede
una durata del servizio civile maggiore di otto mesi e una commissione che
avrebbe giudicato l’autenticità delle motivazioni degli obiettori.
Chi
rifiuta il servizio civile o se lo autoriduce per protesta o non si rimette
alla decisione della commissione continua a essere condannato. Per questo
obiettori nelle carceri militari avrebbero continuato a esserci fino alle
soglie del 2000.
Tuttavia,
pur con molti limiti, il riconoscimento dell’obiezione di coscienza partecipa a
quella fase riformista che attraversa gli anni Settanta e allarga gli spazi
delle libertà in Italia:
riconoscimento
del divorzio, istituzione delle Regioni, Statuto dei lavoratori, modifica dello
stato di famiglia, legge Basaglia, istituzione del servizio sanitario
nazionale, depenalizzazione dell’aborto, abolizione del delitto d’onore e del
matrimonio riparatore, solo per citare le leggi più note.
Inserire
l’obiezione dentro la storia dei diritti conquistati ci permette di considerare
due aspetti:
innanzitutto
che qualsiasi conquista non appare all’improvviso, ma ha alle spalle una
battaglia lunga.
Il
Sessantotto, attraverso l’inedito protagonismo giovanile, aggiunge nuove
maturazioni, linguaggi diversi, una maggiore visibilità a vicende che lo
precedono.
In secondo luogo, ci ricorda che la
mobilitazione per i diritti civili è sempre condotta da minoranze.
Nell’obiezione
di coscienza questo aspetto è particolarmente accentuato.
Dall’inizio della Repubblica fino al
riconoscimento dell’obiezione di coscienza gli obiettori sono 706.
Di
questi 622 sono testimoni di Geova, che si distinguono dagli altri per le
motivazioni e per la ritrosia a dare pubblicità al proprio gesto.
Il gruppo capitanato che inizialmente sostiene
Pinna e gli altri obiettori è costituito da una manciata di persone.
Ma
anche in seguito l’obiezione rimane storia di minoranze: nonviolenti,
libertari, anarchici, testimoni di Geova e valdesi (la prima chiesa cristiana a
chiedere, con il suo massimo organo, il Sinodo, il riconoscimento
dell’obiezione nel 1958).
Solo
quando l’istanza incontra il mondo cattolico, la risonanza cresce, ma anche in
questo caso dobbiamo parlare di una minoranza di vescovi e sacerdoti.
Contestualmente,
i dimostranti presenti alle prime manifestazioni di piazza organizzate dal
Movimento nonviolento fondato da Aldo Capitini si contano sulle dita di una
mano.
Il
Sessantotto conferisce un altro ordine di grandezza alle manifestazioni:
si
passa dalle decine alle centinaia (raramente migliaia) anche grazie alla
capacità di mobilitazione messa in campo dal Partito radicale. Tuttavia, pur
non giungendo a coinvolgere le masse, la crescente adesione rende sempre più
popolare l’idea dentro l’opinione pubblica e riesce a esercitare una pressione
vincente sul governo.
Può
essere interessante vedere, infatti, come la legge sia strappata al Parlamento,
grazie all’iniziativa nonviolenta di due radicali, Marco Pannella e Alberto
Gardin.
Il
loro digiuno di 38 giorni provoca una mobilitazione internazionale che impone a
Camera e Senato di discutere la legge.
Di
quella lotta Marco Pannella avrebbe steso un diario.
Obiezione
di coscienza e riflessioni sugli stereotipi di genere.
La
costruzione della cittadinanza maschile a partire dalla Rivoluzione francese è
fortemente interconnessa con la prestazione del servizio militare.
Così
come vi è legata l’esclusione da essa delle donne.
Al
tempo stesso, la dimensione guerriera contraddistingue la costruzione del
modello maschile egemone:
non
solo il servizio militare è rito di ingresso alla maschilità adulta, ma la
disponibilità al combattimento e al sacrificio in armi per la patria è una
componente fondamentale della rappresentazione della virilità.
Messo
in discussione verso la fine dell’Ottocento, questo modello esce rafforzato
dall’affermazione del nazionalismo, dalla retorica bellicista della Prima
guerra mondiale e infine dall’affermazione del fascismo.
La
Seconda guerra mondiale – con i suoi lutti, l’ignominia di una guerra
d’aggressione, il vile sbandamento dello stato maggiore dopo l’8 settembre –
avrebbe aperto uno iato non più colmabile tra costruzione del maschile e
servizio militare.
Tuttavia,
il clima conservatore degli anni Cinquanta avrebbe rallentato tale
divaricazione.
L’obiezione
di coscienza costituisce una radicale messa in discussione del tradizionale
modello di virilità.
Propone
una maschilità non più orientata al combattimento bensì, attraverso il servizio
civile, al lavoro di cura.
Gli obiettori, tuttavia, non colgono la
portata di questa novità.
Mano a
mano che si politicizzano, si rivolgono a una prospettiva di classe, non di
genere:
gli
obiettori si sentono parte del mondo degli sfruttati, ma raramente lo sguardo
alle dinamiche oppressive che coinvolgono operai, studenti, disabili, internati
nei manicomi si allarga anche alle forme di potere maschile eterosessuale.
Di
contro, la trasformazione dell’immaginario maschile rappresentato
dall’obiezione è ben presente nell’oltranzismo militarista e nell’estrema
destra:
l’immagine
dell’obiettore si sovrappone a quella di un maschio dimezzato, per virtù
morale, in quanto vigliacco, o per capacità fisica e sessuale.
Soprattutto alla fine degli anni Sessanta,
quando il movimento omosessuale rivendica in maniera più visibile il proprio
diritto di cittadinanza, negli striscioni, nei volantini anonimi, talvolta
persino negli interventi di parlamentari come quello di Birindelli (tra i
congiurati del golpe Borghese) la diade “obiettori” e “invertiti” diventa
ricorrente.
Una
riflessione sul servizio militare da un punto di vista di genere sorge invece
nel pacifismo femminista.
Già
alla fine dell’Ottocento, e poi nell’immediato dopoguerra, alcune intellettuali
avevano cominciato a riflettere sul peculiare ruolo della donna nella
costruzione della pace, originato dalla sua natura materna. Se certamente il
pacifismo maternità era condizionato dalla cultura dell’epoca, è anche vero che
questa autorappresentazione permette alle donne di discutere un ambito
prettamente maschile e di trasformare la propria specificità in una militanza
contro un potere maschile all’origine di due guerre devastanti:
le
donne ne erano state le prime vittime, subendo il dolore atroce della perdita
dei propri figli.
In
questa direzione si muove l’Associazione Madri Unite per la Pace, animata nel
dopoguerra da Maria Reidi e Anna Garofalo.
Entrambe
avevano trasformato il loro vissuto della guerra in un romanzo, uscito nel
1945.
Negli
anni Settanta, con la nascita dei movimenti femministi, il nesso
donna-maternità-pace è ormai anacronistico.
Se una
parte riflette in un’ottica di parità, caldeggiando l’apertura del servizio
militare anche alle donne in forma volontaria, un’altra rifiuta tale opzione,
sempre partendo da una prospettiva di genere:
l’esercito e la gerarchia militare sono
prodotti intrinsecamente pervasi di una cultura patriarcale e dei suoi valori,
quali gerarchia, comando e forza, e del mito dell’uomo forte che ha determinato
la sottomissione delle donne.
L’ingresso delle donne non favorirebbe alcuna
evoluzione, perché a determinarla non sarebbe una prospettiva emancipatoria, ma
la necessità di coprire buchi dovuti alla futura crisi demografica o di
alleggerire un contesto che generava un forte stress emotivo tra i soldati:
da angeli del focolare, le donne si sarebbero
convertiti in angeli della caserma, senza alterare la natura di una istituzione
autoritaria.
Alla donna sarebbe invece spettato il compito
di combattere contro tutta l’istituzione militare per essere forza trainante di
una liberazione che riguarda anche l’uomo, rompendo quella catena di
oppressione-repressione di cui il patriarcato era uno dei capisaldi.
Questa visione sarebbe culminata nella
mobilitazione del pacifismo femminista contro gli euromissili, prima a Greenham
Common e poi a Comiso.
È una riflessione che scema nel corso degli
anni Novanta, quando l’ingresso delle donne nell’esercito incontra un favore
crescente, mentre la leva obbligatoria è superata da quella volontaria nel
quale i ruoli di uomini e donne sono parificati.
Tuttavia,
rivedere le pratiche politiche collettive messe in atto a Comiso e i linguaggi
del femminismo pacifista, analizzare le posizioni dei diversi femminismi
rispetto all’ingresso delle donne nell’esercito o ragionare sull’influenza di
un certo modello di maschilità sulla propaganda bellica dove è esaltato l’uso
della forza, mi pare possano aprire in classe utili spazi di riflessione con
inevitabili agganci all’attualità.
Oltre
le mura: No Kings
e
questione territoriale
Jacobinitalia.it - Stefano Kenji Ianniello – (6
Febbraio 2026) – Redazione – ci dice:
Le
metropoli sono i luoghi in cui la densità di relazioni produce potenza
organizzativa, ma per rompere l'assedio occorre interrogarsi su cosa accade
fuori dalle mura urbane.
L’assemblea
bolognese «O Re o Libertà» del 24 gennaio si è rivelata un appuntamento
politico di notevole rilevanza e di non scontata riuscita. Di fronte alle
guerre, alla crisi climatica e all’offensiva globale congiunta di oligarchi e
neofascisti, è una boccata d’ossigeno vedere la costruzione di una risposta
nazionale ambiziosa e, soprattutto, collettiva.
La
polverizzazione di movimenti, associazioni, realtà sociali e di base, di aree
politiche e di movimento che ha caratterizzato gli ultimi anni è oggi
inaccettabile e suicida.
Per questo, la parola d’ordine
«together/insieme» che emerge dall’assemblea è imprescindibile per la
costruzione di un percorso che si preannuncia difficile – vista l’altezza della
sfida – e inedito, in quanto spazio non proprietario di cura delle relazioni e
delle identità, di convergenza di percorsi e lotte.
C’è
però un piano di ragionamento che può compromettere il valore strategico
dell’intera operazione:
la
selezione del terreno «eletto» della sperimentazione politica e sociale
dell’alternativa.
Non si
tratta di disconoscere il ruolo evocativo delle grandi città, il loro grado di
attivazione e mobilitazione, il loro peso nell’economia, nella società e nella
cultura.
Non si
tratta di negare che le metropoli siano i luoghi dove si concentrano le energie
migliori del movimento, dove la densità di relazioni produce potenza
organizzativa, dove l’accesso alle risorse materiali e immateriali rende
possibili forme di mutualismo e autogestione, di pratica dell’alternativa,
altrimenti impensabili e soprattutto non esperibili.
E che diventano ancora più centrali perché
proprio nelle grandi città il governo sta sperimentando l’innalzamento della
repressione del dissenso.
Ma
proprio il riconoscimento di questa centralità impone di dire con chiarezza che
se il piano strategico è esclusivamente quello delle «città che guardano
all’Europa per un rovesciamento transnazionale», se il punto è la costruzione
di una «confederazione delle città ribelli», se non ci si interroga su cosa
accade fuori dalle mura urbane – e di come questo legittima quello che accade
in termini di repressione e finanziarizzazione dentro le stesse – il rischio di essere assediati diventerà
presto una certezza.
E
questo a netto di quanto «ribelle» sia ogni singola realtà municipale.
Nelle
città ci si mobilita di più, ed è giusto guardare e ragionare
programmaticamente a partire da queste energie.
Ma se
non riusciamo a nominare il problema che fuori da esse la destra si fa giorno
dopo giorno più pervasiva, che l’alternativa stenta a radicarsi e farsi corpo
collettivo in movimento;
ogni percorso rischia di diventare sul lungo
periodo esclusivamente difensivo.
E una
linea solo difensiva, come giustamente si è detto a Bologna, arretra ogni
giorno.
Se la
città rende liberi, se i re sono gli stessi in tutto il mondo, è giusto
constatare che i loro viveri, materiali e immateriali, arrivano tutti dalla
provincia.
Le
basi del consenso agli sgomberi, alla re-migrazione, al decreto sicurezza, alla
normalizzazione delle pratiche autoritarie sono lontane dai centri urbani, dove
anche nel voto si esprime una maggiore distanza dalla deriva neofascista.
Il consenso che muove le azioni punitive del
governo nelle città universitarie e nelle metropoli trova il suo brodo di
coltura nei territori del «voto di vendetta».
Un
voto espresso contro classi dirigenti – per lo più residenti nei grandi centri
dell’economia e della cultura – ritenute responsabili della stagnazione
economica e della mancanza di un futuro in cui identificarsi. Territori
lasciati indietro, abbandonati alla desertificazione dei servizi e dell’offerta
culturale, alla precarizzazione del lavoro, allo svuotamento di ogni
prospettiva che non sia la nostalgia di un passato industriale che non tornerà
e l’invidia verso le grandi città «dove tutto succede».
Territori
che anche la sinistra, il sindacato e il movimento hanno spesso abbandonato,
aprendo fratture sempre più profonde tra attivismo metropolitano/universitario
e attivismo di provincia.
Questa frattura non è solo geografica, è
politica e culturale. Quest’evidenza rende la prospettiva discorsiva e
programmatica dell’«alleanza delle città ribelli» qualcosa di ambivalente:
può
essere un avanzamento transnazionale o può diventare l’ultima difesa contro la
vendetta dell’Italia di mezzo.
E se
diventa l’ultima difesa, allora non stiamo avanzando, stiamo arretrando in buon
ordine, lasciando tutto il resto del paese in mano a un nemico che sa bene dove
trovarci e da dove provare a cacciarci.
I
centri universitari, le organizzazioni metropolitane e i movimenti cittadini se
pensati come un «insieme» sono pieni di ricchezza materiale e immateriale,
figlia anche dell’immigrazione interna che per decenni ha portato nelle
metropoli le intelligenze e le energie migliori delle province.
Per attivisti e attiviste che sono rimasti o tornati
in provincia – dove il sistema maggioritario comunale ha soppresso le
opposizioni e dove i potentati familiari figli del capitalismo «all’italiana»
dominano incontrastati – la partecipazione ai grandi cortei metropolitani, ai
grandi momenti nazionali, ha assunto spesso lo stesso gusto estetico della
fruizione di un grande evento, un’esperienza di conflitto urbano da raccontare.
Un
rituale, che rischia di diventare raro, in cui prendere il pullman o il treno
per esserci a qualcosa che le risorse del proprio territorio non potranno mai
ambire a costruire, partecipare a una mobilitazione potente e poi tornare in un
contesto dove i rapporti di forza sono schiaccianti, dove manca persino un
linguaggio comune con cui articolare certe istanze, dove le stesse parole
d’ordine che nelle piazze metropolitane suonano ovvie sembrano arrivare da un
altro pianeta.
I
grandi momenti di partecipazione, le piazze nazionali che danno il senso della
forza collettiva, vanno moltiplicati.
Ma bisogna
avere la consapevolezza che non basta stare nella capitale o su qualche
giornale a grande tiratura per avere dimensione nazionale, quando al di fuori
del luogo in cui l’evento avviene spesso la trama della mobilitazione se viene
percepita non si radica sul territorio e non viene discussa, se non in qualche
sporadica polemica del giorno dopo.
Il
rischio è che il governo Meloni e la narrazione della destra internazionale
continuino a consolidare il loro consenso esattamente là dove noi non
guardiamo, dove non ci siamo ma da cui molti di noi provengono.
E in
quei contesti, senza una presenza organizzata, senza un investimento strategico
di risorse e intelligenza collettiva, ogni battaglia che vinciamo nelle città
può diventare fonte di ulteriore «distanza», perché vista come lontana e
irraggiungibile.
Il
punto non è un’evocazione romantica o maoista di «andare in provincia» per
dirigenti di movimenti, organizzazioni e sindacati – tra l’altro, per buona
parte di questi si tratterebbe di un ritorno a casa —, la questione è la
necessità politica di costruire attività, organizzazione, radicamento anche
oltre le linee nemiche, rompendo l’assedio e andando nell’Italia di mezzo e
nell’Italia profonda.
Che
bisogna costruire agenda, strategia, parole d’ordine, narrazione, investimenti
organizzativi anche adottando questa prospettiva.
Sono
territori dove le organizzazioni hanno da tempo smesso di investire in maniera
strategica abbandonandosi alla rassegnazione, dove se va bene si coltiva il
pensiero magico che dal nulla emergano nuove forze che resistano alla
tentazione di seguire decine di migliaia di coetanei nelle città dove i
risultati sono più immediati e visibili.
Sono aree dove le esperienze di
riappropriazione collettiva, di spazi autogestiti, sono rare, dove molto spesso
la conoscenza di quel mondo appartiene, per chi se lo è potuto permettere, alla
vita da fuorisede o alla rappresentazione mediatica spesso distorta.
Sono
territori dove pure esistono esperienze coraggiose di mutualismo, sostegno,
difesa democratica, di messa in discussione dei poteri locali. Nuclei che però
faticano enormemente a coalizzarsi, a trovare respiro ampio e rappresentazione
non «paternalistica» nel movimento e nel mondo dell’alternativa, mentre i loro
avversari sul territorio – i potentati economici, i potestà politici, le
famiglie imprenditoriali/politiche/editoriali che letteralmente possiedono i
territori e quello che c’è sopra – vengono pienamente rappresentati e
supportati nel campo del governo e delle sue parole d’ordine contribuendo alla
trasformazione reazionaria del paese a partire dallo svuotamento delle libertà
e della democrazia territoriale.
Se non
affrontiamo questa contraddizione, se il percorso «No Kings» non include nella
sua strategia un investimento sistematico fuori dalle mura – senza naturalmente
dimenticare il radicamento interno –, se non dà forza a rappresentanza a chi in
quei mondi si mette in gioco in prima linea, rischiamo di vincere
manifestazioni e perdere il paese.
Rischiamo
che l’internazionale nera delle big tech, degli oligarchi e dei padroni
continui a trovare terreno fertile proprio là dove noi abbiamo scelto di non
esserci, dove le contraddizioni tra le nefaste conseguenze del neoliberismo e
la tentazione neofascista, invece di saldarsi in un blocco di dominio,
potrebbero finalmente collidere in una rottura sistematica sulle necessità di
nuove forme di abitare, nuove ecologie, nuove pratiche democratiche
dentro/contro le istituzioni locali, di sperimentazione di modelli economici
che vadano oltre il paradigma della città/industria.
Insieme,
certamente e imprescindibilmente.
Ma “together”
significa anche questo:
investire risorse, pensiero strategico, azione
politica là dove il nemico pensa di essere al sicuro, spingendolo a
confrontarsi su terreni dove le sue contraddizioni sono più acute.
Altrimenti
l’internazionale delle città contro il fascismo, per quanto necessaria e
preziosa, rischia di diventare l’ennesima fortezza assediata, in attesa che la
provincia – quella che ha votato vendetta contro il sistema e che può votare
vendetta anche contro di noi – decida da che parte stare.
E
quella decisione, se non siamo presenti, la prenderà qualcun altro al posto
nostro.
(Stefano
Kenji Ianniello).
Corteo
Askatasuna, dimesso poliziotto.
Arrestato presunto aggressore:
22enne
incensurato.
Tg24.sky.it - Cronaca – (01 feb. 2026)
-Redazione - ©Ansa – ci dice:
Introduzione.
Prima
la manifestazione pacifica, poi (con l'arrivo del buio) l'inizio delle
violenze.
Sono
state ore di guerriglia urbana sabato a Torino, durante il corteo per
Askatasuna.
Scontri
con la polizia, roghi e un pestaggio - con calci, pugni e un martello - a un
poliziotto di 29 anni, finito in ospedale e dimesso oggi con prognosi di 20
giorni.
Oltre cento i feriti tra le forze dell'ordine.
La premier Giorgia Meloni ha visitato due
degli agenti in ospedale:
"È tentato omicidio, i magistrati non
esitino".
Al
momento sono tre gli arresti e ventiquattro le persone denunciate dalla Polizia
di Stato:
tra
gli arrestati anche un ventiduenne, proveniente dalla provincia di Grosseto,
per l'aggressione al poliziotto.
Intanto,
da quanto emerge, martedì si terrà l'informativa del ministro dell'Interno
Matteo Piantedosi sugli scontri:
alle 14 alla Camera e alle 16 al Senato.
Quello
che occorre sapere.
L'aggressione
al poliziotto.
Il
corteo Askatasuna di sabato è stato segnato dal pestaggio di un poliziotto di
29 anni del reparto mobile di Padova.
L'agente, di nome “Alessandro”, si trovava in
servizio a Torino proprio per la manifestazione, a pochi metri dal campus
universitario Luigi Einaudi, quando sono scoppiati gli scontri.
È
stato colpito a calci, pugni e colpi di martello.
A
salvarlo sono stati i suoi colleghi intervenuti per proteggerlo.
L'agente
è stato portato al Pronto soccorso chirurgico dell'ospedale Molinette: ha
riportato contusioni multiple e una ferita da martello sulla coscia sinistra.
Nel
pomeriggio di oggi, 1° febbraio, il poliziotto è stato dimesso:
la prognosi è di 20 giorni.
Anche
il poliziotto che è intervenuto per difenderlo è rimasto ferito ed è stato
ricoverato nello stesso ospedale:
i due hanno diviso la stanza e anche il
secondo agente è stato dimesso oggi, con una prognosi di 30 giorni.
Per approfondire: Torino, scontri al corteo
per Askatasuna.
Diversi feriti.
Un
pestaggio ad un poliziotto.
Arrestato
uno dei presunti aggressori del poliziotto.
Uno
dei presunti autori dell'aggressione al poliziotto, un 22enne proveniente dalla
provincia di Grosseto, è stato arrestato con il meccanismo della flagranza
differita.
È accusato di concorso in lesioni personali a
un pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico in occasione di
manifestazioni:
il giovane è stato individuato attraverso
l’analisi di alcuni filmati tra i componenti del gruppo responsabile della
violenta aggressione.
Il ventiduenne è stato anche denunciato per
violenza a pubblico ufficiale, essendo stato ripreso in un'altra occasione
mentre lanciava corpi contundenti contro le forze dell’ordine, e per rapina in
concorso, facendo parte del gruppo che oltre a cagionare lesioni al poliziotto
lo ha anche privato dello scudo, dell’U-bot e della maschera antigas.
Il
22enne fermato è incensurato e, da quanto emerso, con i conoscenti si definiva
un anarchico.
È originario del piccolo borgo di
Montelaterone, sul monte Amiata, una frazione del Comune di Arcidosso
(Grosseto), ma da tempo viveva altrove e tornava in estate nel suo paese di
origine, dove ha lavorato come cameriere.
Il
racconto dell'agente aggredito.
"Non
so quanti fossero, ma erano in tanti.
Mi sono trovato da solo tra gli incappucciati,
sono finito per terra e ho perso il casco mentre mi prendevano a calci",
ha raccontato a Repubblica l'agente aggredito a martellate.
"Ho
provato a proteggermi la testa, poi ho sentito un dolore terribile alla
coscia".
L'agente,
stando a quanto riporta il quotidiano, ha ricevuto la telefonata del capo della
polizia “Vittorio Pisani”, assieme al ministro dell'Interno “Matteo Piantedosi”.
La
solidarietà della politica.
Bipartisan
la solidarietà all'agente aggredito.
"Ho
appena parlato con il poliziotto aggredito a martellate durante gli scontri di
Torino.
Gli ho
espresso la mia vicinanza insieme all'affetto e alla stima che, come tutti gli
italiani, nutro nei confronti delle forze dell'ordine.
Figli del popolo aggrediti da figli di
papà", ha scritto il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia “Antonio
Tajani”.
Anche
Matteo Renzi, leader di Italia Viva, è intervenuto sulla vicenda: "Non ha
ancora 30 anni.
Fa il poliziotto, ha un figlio, serve il suo
Paese.
È
stato picchiato da persone violente, cattive, ideologiche.
Chi lo
ha picchiato deve essere assicurato alle patrie galere per anni.
E chi
difende i violenti non merita alcuna comprensione.
Solidarietà"
all'agente ferito "e alla Polizia di Stato senza se e senza ma".
Per approfondire: Torino, esistono le immagini
del poliziotto aggredito dagli antagonisti.
Meloni
visita gli agenti feriti.
A
stretto giro, nella serata di ieri, 31 gennaio, è arrivata la condanna della
presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
"Il governo ha fatto la sua parte,
rafforzando gli strumenti per contrastare l'impunità.
Ora è fondamentale che anche la magistratura faccia
fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in
passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre
città e aggredisce chi le difende", ha detto la premier sui social,
commentando le violenze al corteo per Askatasuna.
"Questi non sono dissenso né protesta:
sono aggressioni violente con l'obiettivo di colpire lo Stato e chi lo
rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti
e senza giustificazioni", ha aggiunto. Meloni, nella mattinata dell'1°
febbraio, si è anche recata a Torino per incontrare gli agenti e i militari
coinvolti neli scontri. Ha fatto anche visita al poliziotto aggredito con il
martello, mentre era ricoverato in ospedale.
Meloni:
"È stato tentato omicidio."
"Questa
mattina sono stata all'ospedale Le Molinette di Torino per portare, a nome dell'Italia,
la solidarietà a due degli agenti rimasti feriti negli scontri di ieri e,
attraverso loro, a tutti i militari e gli appartenenti alle Forze dell'ordine
coinvolti", ha scritto Meloni su X.
"Alessandro ha 29 anni, Lorenzo ne ha 28.
Contro
di loro martelli, molotov, bombe carta ripiene di chiodi, pietre lanciate con
le catapulte, oggetti contundenti di ogni genere e jammer per impedire alla
polizia di comunicare.
'Erano lì per farci fuori', ha detto un
agente".
E poi:
"Ora sarò chiara. Questi non sono manifestanti. Questi sono criminali
organizzati.
Quando
si colpisce qualcuno a martellate, lo si fa sapendo che le conseguenze possono
essere molto, molto gravi.
Non è
una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio", sottolinea
Meloni, che ha pubblicato su X le foto dei due agenti.
Dove è
cominciata la guerriglia?
Inizialmente
al corteo - 15mila in strada secondo le forze dell'ordine, 50mila per gli
organizzatori - si erano uniti sindacati di base, militanti di centri sociali
(non solo dall'Italia), il movimento No Tav e anche il fumettista Zerocalcare.
Gli
antagonisti, nella lunga giornata torinese, hanno aspettato il buio per
staccarsi dalla manifestazione pacifica e per cercare di sfondare i cordoni
delle forze dell'ordine.
È da
lì è partita la guerriglia in punti diversi del quartiere Vanchiglia, dove il
centro sociale aveva sede prima dello sgombero del 18 dicembre 2025.
Lo
scontro con la polizia.
Sono
stati gruppi di autonomi e di anarchici a lanciare bottiglie, razzi da tubi di
metallo artigianali, pietre, fumogeni.
È
accaduto dietro il campus universitario Einaudi, ma ancora prima in corso
Regina Margherita 47, dove per quasi 30 anni Askatasuna ha avuto un piccolo
palazzo.
La
polizia ha risposto con lacrimogeni, idranti e cariche di alleggerimento: un
faccia a faccia che ha superato l'ora e mezza. Fiamme sono state appiccate a
cassonetti e anche a un blindato della polizia, spento dagli agenti stessi.
In
mezzo alle strade è stato lanciato tutto ciò che era a portata di mano, dalle
sedie dei locali chiusi a pali stradali divelti.
Un
momento degli scontri.
Dopo
la guerriglia.
Frammenti
di marmo divelti da un giardino, bossoli di lacrimogeni, residui di fuochi
artificiali, innumerevoli frammenti di vetro, carcasse di monopattini, sassi,
segnali stradali scaraventati a terra, masserizie annerite dalle fiamme.
Così si è presentato il tratto di corso Regina
Margherita a Torino dopo gli scontri.
Sul posto, una volta tornata la calma, sono
giunte alcune squadre dei vigili del fuoco e almeno due ambulanze.
Il
bilancio dei feriti.
Sono
oltre cento i feriti tra le forze dell'ordine negli scontri durante la
manifestazione di Torino.
Secondo quanto si apprende, sono rimasti
feriti 96 poliziotti, 7 militari della guardia di finanza e 5 carabinieri.
Altri
feriti, non conteggiati, sono andati al Giovanni Bosco e si tratta soprattutto
di manifestanti.
Mattarella
telefona a Piantedosi.
Il
titolare del Viminale Matteo Piantedosi ha definito gli antagonisti "un
pericolo per la democrazia".
E
davanti alle immagini di un poliziotto circondato e picchiato con spranghe e
martelli, è intervenuto anche il capo dello Stato Sergio Mattarella, che ha
telefonato a Piantedosi per esprimere solidarietà all'agente aggredito.
Crosetto:
"Sono bande armate da combattere come le Brigate rosse"
"Oltre
mille persone. Organizzate militarmente.
Con una strategia da guerriglia urbana, divisi
in due grandi blocchi. Bombe carta piene di chiodi, molotov, jammer per
impedire le comunicazioni tra le forze dell'ordine, spranghe di ferro, scudi,
maschere, occhiali di protezione, maschere antigas, caschi, catapulte per
lanciare pietre enormi", ha scritto il ministro della Difesa Guido
Crosetto su X.
"Non
sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come
obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve.
Non un
governo ma lo Stato.
Supportarli,
accettarli, giustificarli, cercare di sminuire è, a mio avviso, inaccettabile.
Devono
essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse e non essere
trattati come 'compagni che sbagliano'.
Il giudizio di fronte a questi fatti deve
vederci tutti uniti come lo furono le forze politiche negli anni del
terrorismo.
Non è
in gioco una parte politica ma la Repubblica Italiana".
La
Russa: "Esito violento era sicuro."
"Stento
a credere che tra i partecipanti alla manifestazione di Torino ci fossero molte
persone ignare dell'esito violento che, per colpa di una nutrita frangia, ci
sarebbe stato di sicuro.
I violenti, in questi casi, sono come i pesci
che hanno bisogno dell'acqua e i partecipanti, volenti o non volenti, gliela
forniscono.
Alle Forze dell'ordine rinnovo la mia
gratitudine e la mia vicinanza", afferma il presidente del Senato Ignazio
La Russa.
L'informativa.
Il
presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana "si è immediatamente
attivato per chiedere al governo una informativa sui fatti di Torino", ha
fatto sapere in giornata Montecitorio.
In
serata, poi, è emerso che l'informativa del ministro dell'Interno Matteo
Piantedosi sugli scontri di Torino si terrà martedì: alle 14 alla Camera e alle
16 al Senato.
La
reazione della maggioranza.
Dalla
Lega a Forza Italia la maggioranza accusa la sinistra di legittimare certi
comportamenti violenti.
"Delinquenti quelli di Askatasuna: peggio
di loro c'è solo chi li difende, coccola, giustifica o protegge", tuona il
vicepremier Matteo Salvini, che esprime "solidarietà alle donne e agli
uomini delle forze dell'ordine".
E
aggiunge: "Avanti tutta con arresti, sgomberi e nuovo pacchetto
sicurezza".
La
maggioranza, infatti, torna a spingere sul pacchetto sicurezza:
"Ecco
perché servono le nuove norme sulla sicurezza che il governo sta
preparando", assicura Tajani.
Piantedosi ha annunciato che il pacchetto sarà
discusso la settimana prossima e si lavorerà per "proporre nuove
norme".
Secondo
quanto si apprende, riprende forza il fermo di polizia preventivo di 12 ore per
i soggetti noti pericolosi.
Una
misura che sarebbe ritenuta "fondamentale" dagli addetti ai lavori
per consentire lo svolgimento pacifico delle manifestazioni.
Per approfondire: Sulle prime pagine dell'1°
febbraio le violenze al corteo per Askatasuna.
La
condanna del Pd.
Duro
anche il commento della segretaria del Pd Elly Schlein.
"Quelle
che giungono da Torino sono immagini inqualificabili di una violenza
inaccettabile", ha detto la leader dem, esprimendo solidarietà alla
polizia.
"La nostra condanna della violenza è,
come sempre, la più ferma e auspichiamo che gli aggressori vengano individuati
al più presto", ha aggiunto.
Poi è
arrivato il commento anche di AVS: "Quella di oggi è stata una
manifestazione di massa, con quasi 50mila persone in piazza a difesa degli
spazi sociali e di Askatasuna nonostante il clima di tensione montato ad arte
per settimane.
Non
avrebbe mai dovuto finire con una guerriglia urbana senza controllo che non
serve a nessuno, danneggia chi prova a resistere a repressione e
militarizzazione e fa male a tutta la città.
Quella
del poliziotto a terra colpito ripetutamente è un'immagine che non avremmo mai
voluto vedere e che ci disgusta, così come l'aggressione ai giornalisti della
Rai".
Questi
fatti "non devono cancellare la risposta unica della cittadinanza e una
grande giornata di partecipazione, con un corteo enorme che ha resistito a un
contesto anomalo di militarizzazione di un intero quartiere e a un governo che
progetta di distruggere tutti i luoghi di alterità che esistono e resistono in
Italia, luoghi che possono diventare bene comune, trasformarsi ed essere parte
di nuovi percorsi come stava avvenendo a Torino, ma che non si possono
cancellare dalle nostre mappe culturali, solidali e sociali".
Il sindaco ha visitato l'agente ferito.
Il
sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha fatto visita intorno alle 22 di ieri,
31 gennaio, al poliziotto aggredito e ferito durante gli scontri.
Lo Russo è andato al Pronto soccorso
dell'ospedale in cui è ricoverato l'agente per portare la sua solidarietà e
quella della città di Torino.
"Esprimo
una ferma e inequivocabile condanna per i gravi disordini, causati da frange
violente organizzate e a volto coperto infiltrate nella manifestazione, che si
sono staccate dal corteo dando luogo ad azioni di violenza e devastazione.
Si
tratta di comportamenti criminali che hanno messo a rischio la sicurezza delle
persone e provocato gravissimi danni alla città", ha detto Lo Russo.
"Esprimo piena e totale solidarietà alle
forze dell'ordine, che hanno dimostrato grande professionalità e senso di
responsabilità.
Esprimo
inoltre sincera solidarietà e vicinanza agli operatori dell'informazione e agli
appartenenti alle forze dell'ordine rimasti feriti nello svolgimento del loro
lavoro", ha aggiunto.
La
solidarietà dei carabinieri.
Quanto
visto a Torino è "un attacco a chi opera per la tutela dell'ordine
pubblico e per la sicurezza dei cittadini, è un attacco allo Stato", ha
affermato il comandante generale dell'Arma, generale di Corpo d'armata,
Salvatore Luongo esprimendo la sua solidarietà e "di tutti i
carabinieri" all'agente della polizia di Stato "ignobilmente
aggredito durante i disordini di Torino".
Il
capo della polizia Pisani: "Grazie per la vostra dedizione."
"Care
colleghe e cari colleghi, il servizio di ordine pubblico, affrontato e gestito
nella giornata di ieri a Torino, in un contesto particolarmente complesso e
difficile, ha ancora una volta messo in luce la Vostra dedizione nell'essere,
con professionalità, equilibrio e rischio della propria incolumità, servitori
del nostro Stato democratico".
Lo si legge in una lettera inviata dal capo
della polizia, Vittorio Pisani, agli agenti rimasti feriti nel corso degli
scontri avvenuti a Torino.
"Di questo, non smetterò mai di dirvi
grazie. Grazie, perché il vostro impegno, silenzioso e costante, è garanzia per
la tutela delle nostre Istituzioni democratiche e per la sicurezza delle nostre
comunità", si legge ancora.
Nato,
gli Usa cederanno il comando
della
base di Napoli all'Italia.
Tgcom24.mediaset.it
– (09 - 02 – 2026) – Redazione – ci dice:
A
dirlo due diplomatici dell'Alleanza.
La
mossa in linea con le richieste di Trump agli alleati su maggiori
responsabilità.
La
Nato è pronta a lasciare la leadership di due comandi regionali di primo piano
ai paesi europei.
In particolare, secondo quanto rivelato da due
diplomatici dell'Alleanza, Washington trasferirà la direzione della base Nato
di Napoli, che si concentra sul fronte sud, all'Italia e la leadership del
comando di Norfolk in Virginia, che si concentra invece sul nord, alla Gran
Bretagna.
Una scelta che rientra nei piani e nelle
richieste del presidente americano Donald Trump, secondo il quale gli alleati
devono assumersi maggiori responsabilità nella difesa.
Nel
frattempo, gli Stati Uniti assumeranno il comando delle forze marittime della
Nato con sede nel Regno Unito.
Rubio:
"La Nato deve essere reimmaginata."
(Mark
Rutte © IPA).
Groenlandia,
Copenaghen e Nuuk propongono una missione Nato sull'isola.
I
cambiamenti richiederanno mesi.
''Gli
alleati hanno concordato una nuova distribuzione delle responsabilità degli
alti ufficiali all'interno della struttura di comando della Nato, in cui gli
alleati europei, compresi i nuovi membri, svolgeranno un ruolo più importante
nella leadership militare dell'Alleanza",
ha
affermato un funzionario a Bruxelles, senza fornire dettagli sui cambiamenti.
I cambiamenti richiederanno probabilmente mesi
per essere attuati, hanno detto i diplomatici:
"È
un buon segno del trasferimento degli oneri nella pratica".
Il
rimpasto delle posizioni di comando arriva dopo che Washington ha dichiarato
che potrebbe ridurre la sua presenza militare in Europa per concentrarsi su
altre minacce, come la Cina.
(La
nuova opinione.)
Rubio:
"La Nato deve essere reimmaginata."
"La
Nato sarà più forte se i nostri alleati saranno più capaci" ha spiegato il
segretario di Stato.
Tgcom24.mediaset.it
– (28 Gen. 2026) – Redazione - © Ansa – ci dice:
(Secondo
il segretario di Stato, Marco Rubio, la Nato deve essere
"reimmaginata".
Lo ha
detto in un'audizione al Senato sulla politica Usa in Venezuela dopo la cattura
di Maduro.
"La Nato sarà più forte se i nostri
alleati saranno più capaci", ha spiegato.
"Più
forti saranno i partner Nato e più flessibilità avranno gli Stati Uniti di
operare in altre parti del mondo", ha continuato il segretario di Stato.
Per Rubio questo non significa "abbandonare la Nato" ma
"affrontare la realtà degli attuali scenari internazionali".)
Quali
sono le basi militari americane
in
Italia?
Masterx.iulm.it
– (Giugno 23, 2025) - Ettore Saladini – ci dice:
L’Italia,
con almeno 120 basi, è uno dei Paesi con la concentrazione più densa di
strutture militari americane in Europa.
Le
principali sono quelle di Aviano (Friuli), Sigonella (Sicilia), Caserma Ederle
e Base Del Din (Veneto), Camp Darby (Toscana), Naval Support Activity (Campania
e Lazio) e Ghedi (Lombardia).
Strutture su cui il governo ha aumentato i
livelli di attenzione e sicurezza dopo gli attacchi contro gli impianti
nucleari iraniani per il rischio di possibili ritorsioni del regime degli
Ayatollah.
Sigonella,
Aviano e Ghedi
L’Italia
è diventata sede di basi militari USA nel 1951 quando, con una serie di accordi
bilaterali, Roma ha concesso a Washington il suo territorio in cambio degli
aiuti di ricostruzione post-bellica finanziati dagli Stati Uniti.
Le
basi sono formalmente sotto la sovranità italiana, ma gli USA hanno il
controllo operativo sia sulle attività militari che sugli equipaggiamenti.
Dovrebbero
essere almeno 12.000 i soldati americani di stanza in Italia, divisi per
reparto tra logistica, intelligence, unità operative e comando.
Partiamo
dalla più celebre, quella di Sigonella, sede del famoso scontro sfiorato tra i
carabinieri e le Delta Force americane in occasione della crisi dell’Achille
Lauro nell’ottobre del 1985.
È,
infatti, una base “mista”, ovvero sotto il controllo italiano, ma usata dalla
Marina e dall’aeronautica americana.
È soprannominata la portaerei del
Mediterraneo.
Questo
perché è una base aeronavale proiettata geograficamente su Nord Africa, Sahel e
Medio Oriente, nonché sede principale dell’AFRICOM, il comando africano degli
Stati Uniti.
Ospita
i droni MQ-9 Reaper e i velivoli di sorveglianza come gli EP-3.
L’altra
base regina è quella di Aviano, in Friuli.
È una delle basi aeree americane più grandi
del vecchio continente.
È la
base usata come hub di rifornimento per i raid aerei in Iraq, Afghanistan,
Kosovo e Libia.
Ospita il celebre stormo di caccia 31st
Fighter Wings, composto dagli F-16 americani, e, molto probabilmente, delle
testate nucleari all’idrogeno di tipo B61-4.
A
ospitare testate nucleari a stelle e strisce (alcune fonti parlano di 20
ordigni) dovrebbe essere anche la base di Ghedi, in provincia di Brescia.
Doveroso usare il condizionale perché, come per Aviano, la presenza di armi
atomiche non è mai stata confermata.
Una
mappa delle basi militari statunitensi in Italia.
(Fornita
dalla Fonte: Limes.)
Le
altre basi.
La
base più grande di logistica al di fuori degli USA resta, però, una sorella
meno famosa di Aviano e Sigonella.
È
quella di Camp Darby, nel pisano.
È il più grande deposito di munizioni, tra cui
ci sarebbero anche pezzi di artiglieria della Seconda guerra mondiale.
Presenza
che ha suscitato non poche preoccupazioni per le associazioni locali che hanno
più volte richiesto trasparenza per la gestione di possibili ordigni inesplosi.
Ancora,
a Vicenza ci sono Camp Eliderle e Caserma Del Din, basi che ospitano la 173°
Brigata Aviotrasportata.
In questo caso, gli Stati Uniti si sono
espansi progressivamente. Inizialmente l’unica base in zona era Camp Eliderle,
nel 2007, però, l’infrastruttura si è allargata con la Caserma Del Dini.
Progetto che ha scatenato le proteste locali,
arrivando anche a scontri con la polizia.
A mettere una pietra sull’incidente è stato il
cambio di nome da caserma Del Molin a Del Dini, in onore dell’omonimo
partigiano italiano.
Spostandosi
più in giù sulla penisola ci sono le infrastrutture del Navale Support
Activity, le forza navali americane in Europa, divise tra il Lazio e la
Campania, rispettivamente a Gaeta e Napoli.
Le
sedi ospitano circa 1200 persone, tra militari e personale civile, che lavorano
nella manutenzione e nel supporto logistico e operativo della flotta USA.
La
base di Gaeta è diventata celebre durante la guerra nei Balcani negli anni ’90,
quando ospitò il comando della Theodore Roosevelt, fiore all’occhiello delle
portaerei americane.
(Ettore
Saladini).
Nato,
fonti: Usa cederanno leadership
del
comando di Napoli all’Italia.
Sudefuturi.it
– (09-02 – 2026) – Adnkronos – Redazione – ci dice:
(Adnkronos)
– Gli Stati Uniti cederanno due comandi regionali di primo piano della Nato ai Paesi
europei, in linea con le richieste di Donald Trump agli alleati perché si
assumano maggiori responsabilità nella difesa.
Lo hanno rivelato due diplomatici
dell'Alleanza, secondo cui Washington trasferirà la leadership del comando Nato
di Napoli, che si concentra sul fronte sud, all'Italia e la leadership del
comando di Norfolk in Virginia, che si concentra invece sul nord, alla Gran
Bretagna.
Nel
frattempo, gli Stati Uniti assumeranno il comando delle forze marittime della
Nato con sede nel Regno Unito.
“Gli
alleati hanno concordato una nuova distribuzione delle responsabilità degli
alti ufficiali all'interno della struttura di comando della Nato, in cui gli
alleati europei, compresi i nuovi membri, svolgeranno un ruolo più importante
nella leadership militare dell'Alleanza", ha affermato un funzionario a
Bruxelles, senza fornire dettagli sui cambiamenti.
I
cambiamenti, riportati per la prima volta dal giornale francese “La Lettre”,
richiederanno probabilmente mesi per essere attuati, hanno detto i diplomatici
della Nato all'Afp:
"E' un buon segno del trasferimento degli oneri
nella pratica".
Il 'rimpasto' delle posizioni di comando
arriva dopo che Washington ha dichiarato che potrebbe ridurre la sua presenza
militare in Europa per concentrarsi su altre minacce, come la Cina.
(internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com
-Web Info).
Difesa.
Chi
decide se gli Stati Uniti possono
usare
le basi in Italia per fare la guerra.
Pagellapolitica.it
– (24 giugno 2025) – Redazione -Davide Leo – Federico Gonzato – ci dicono:
Dopo
il bombardamento in Iran, il governo Meloni dice che servirebbe una sua
autorizzazione.
Ma gli
accordi – in parte segreti – lasciano ampi margini di discrezionalità e il
ruolo del Parlamento resta incerto.
(Due soldati
statunitensi si occupano della manutenzione di un F-16 nella base aerea di
Aviano – Ansa).
Dopo
il bombardamento compiuto dagli Stati Uniti contro tre siti nucleari in Iran,
una parte del dibattito politico si è concentrata sulla possibilità che le basi
statunitensi presenti in Italia vengano utilizzate se il conflitto dovesse
estendersi.
Il 23
giugno, durante le comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo, la
presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto alle richieste della
segretaria del Partito Democratico” Elly Schlein” e del presidente del
Movimento 5 Stelle “Giuseppe Conte”, che le avevano chiesto di non autorizzare
l’uso delle basi statunitensi per un eventuale attacco all’Iran.
«Non è
stato chiesto l’uso delle basi statunitensi in Italia, che, chiaramente,
potranno essere utilizzate solo con un’autorizzazione del governo italiano»,
ha dichiarato Meloni, aggiungendo che è
«velleitario
speculare su scenari che al momento non si sono verificati, soprattutto in un
contesto in rapida evoluzione».
«Non
penso che accadrà, ma in ogni caso posso garantire che una decisione del genere
dovrebbe fare un passaggio parlamentare»,
ha
concluso la presidente del Consiglio, chiarendo che, secondo lei, il permesso
di usare le basi non deve essere dato «su base ideologica», ma «valutando il
contesto, valutando i pro, i contro e le ragioni».
Quattro
giorni prima, ospite a Dritto e Rovescio su Rete4, il ministro della Difesa
Guido Crosetto aveva spiegato che le basi statunitensi in Italia «sono
disciplinate da un accordo degli anni Cinquanta» e che gli Stati Uniti possono
usarle «soltanto spiegando per che cosa vogliono utilizzarle e dopo
l’autorizzazione del governo italiano», precisando che – in quella data – tale
autorizzazione non era stata ancora richiesta.
Ma
quante sono le basi statunitensi presenti in Italia?
E come funziona, esattamente, la procedura per
il loro utilizzo?
Serve l’autorizzazione del governo e del
Parlamento, oppure no? Proviamo a fare chiarezza su un tema su cui non tutte le
informazioni sono pubblicamente accessibili.
(Chi
ha ragione sulle spese della NATO tra Meloni, Schlein e Conte).
Le
basi statunitensi in Italia.
Il
numero esatto delle basi militari statunitensi in Italia non è noto.
Non esiste infatti un elenco ufficiale, e
secondo alcuni esperti è spesso difficile distinguere tra le basi della NATO e
quelle controllate direttamente dagli Stati Uniti.
Per
esempio, un documento del Dipartimento di Stato statunitense del 2022 menziona
cinque «basi principali» statunitensi in Italia.
Altre
fonti parlano di otto basi.
Senza
entrare nei dettagli numerici, le principali strutture in cui operano le forze
armate statunitensi in Italia sono:
la base aerea di Aviano in Friuli-Venezia
Giulia, tra le più grandi dell’aeronautica statunitense in Europa;
la
base aeronavale di Sigonella in Sicilia, che è stata usata anche per operazioni
della NATO;
la Caserma Ederle e la Caserma del Dini nei
pressi di Vicenza in Veneto, che ospitano una brigata dell’aeronautica
statunitense;
le
basi della Navale Support Activity (NSA) tra Napoli e Gaeta, al confine tra
Lazio e Campania, dove ha sede il comando delle forze navali statunitensi in
Europa;
la
base di Ghedi in Lombardia, che ospita alcune testate nucleari statunitensi;
e la base di Camp Darby, situata in Toscana
tra Pisa e Livorno, nota come il più grande deposito europeo di munizioni
statunitensi.
Ma di
chi sono queste basi?
Della
NATO o degli Stati Uniti?
«La
risposta non è immediata», ha spiegato a “Pagella Politica” “Domenico Pauciulo”,
ricercatore di Diritto internazionale all’Università di Trieste e professore a
contratto di” International Trade Law” all’Università Luiss di Roma.
«Basi come quella di Aviano e quella di
Sigonella sono chiaramente nate per un supporto logistico alle attività della
NATO, ma sono strutture in cui sono dislocate principalmente truppe e mezzi
statunitensi sotto comando statunitense, quindi può dirsi che nella sostanza si
tratta di basi degli Stati Uniti», ha aggiunto Pauciulo.
I
precedenti.
Nel
2011, dopo che le Nazioni Unite autorizzarono l’uso della forza per fermare la
guerra civile in Libia, le basi di Aviano e Sigonella furono usate per lanciare
attacchi aerei statunitensi nell’ambito dell’operazione NATO “Unified
Protector”, a cui partecipò anche l’Italia.
Il
titolo del quotidiano L’Unità del 20 marzo 2011 sull’uso delle basi di Aviano e
Sigonella nell’operazione militare in Libia –
Il
titolo del quotidiano L’Unità del 20 marzo 2011 sull’uso delle basi di Aviano e
Sigonella nell’operazione militare in Libia – Fonte: Archivio storico L’Unità.
Nel
2018, durante un attacco coordinato da Stati Uniti, Francia e Regno Unito
contro obiettivi in Siria in risposta all’uso di armi chimiche, l’Italia decise
di non partecipare all’operazione per l’assenza di un mandato ONU.
Di
conseguenza, dalle basi in Italia non partirono bombardamenti.
Da Sigonella decollarono solo aerei spia
statunitensi, che avevano il compito di raccogliere informazioni o individuare
eventuali obiettivi.
(Conte
ha la memoria corta sugli impegni presi con la NATO)
Gli
accordi con gli Stati Uniti.
La
costruzione e la gestione delle basi statunitensi in Italia sono regolate da
una serie di intese siglate a partire dalla fine degli anni Quaranta, sia in
ambito NATO sia bilateralmente con gli Stati Uniti.
Il
primo di questi accordi è il trattato Nord-Atlantico, con cui è stata creata la
NATO, firmato a Washington nel 1949.
L’intesa prevede la reciproca assistenza tra
gli Stati membri per aumentare la capacità collettiva e individuale di
resistere ad eventuali attacchi militari. Nel 1951 è seguita una convenzione
che stabilisce le norme per la presenza di personale militare di uno o più
Stati membri sul territorio di un altro Stato dell’Alleanza.
Sempre
negli anni Cinquanta, l’Italia ha firmato un accordo bilaterale con gli Stati
Uniti sulla reciproca assistenza difensiva.
I due
trattati che delineano nello specifico le possibilità e i limiti dell’attività
delle forze militari statunitensi sul suolo italiano sono però due accordi
stipulati nel 1954:
l’Air
Technical Agreement, che riguarda i velivoli, e il Bilaterale Infrastrutture
Agreement (BIA), che regola l’uso delle basi militari concesse agli Stati Uniti
in Italia.
Quest’ultimo accordo, che di fatto stabilisce cosa possono o non possono fare
gli Stati Uniti con le loro basi italiane, è secretato e «non è mai stato
declassificato, nonostante alcune richieste dell’Italia al governo
statunitense», ha aggiunto Pauciulo.
«L’accordo
è stato concluso 70 anni fa, quindi veramente in un’altra epoca, perciò secondo
l’Italia i suoi termini potrebbero essere resi noti, considerando anche che
successivi accordi, come i memorandum tecnici per singole basi, sono invece
pubblici», ha spiegato l’esperto.
(Trump
ha violato la Costituzione degli Stati Uniti bombardando l’Iran?).
Il
documento di Wikileaks.
Nel
2008 Wikileaks – l’organizzazione fondata da “Julian Assange” – ha diffuso una
nota confidenziale in cui le autorità statunitensi discutono di una richiesta
italiana di rendere pubblico il “BIA”.
Il
documento riservato rivela che gli Stati Uniti giudicarono la richiesta
italiana «controproducente» a causa dell’articolo 2 dell’accordo, secondo cui
«il governo degli Stati Uniti si impegna a utilizzare le installazioni
concordate esclusivamente per l’adempimento delle proprie responsabilità NATO
e, in ogni caso, a non utilizzarle per scopi bellici se non in conformità con
le disposizioni NATO o in accordo con il governo italiano»
In
teoria, dunque, l’uso delle basi USA in Italia sarebbe limitato alle attività
NATO.
Nella prassi, però, lo stesso documento spiega
che «tradizionalmente gli Stati Uniti hanno interpretato questa formulazione in
senso ampio, nel senso che le forze statunitensi possono essere usate per
operazioni non NATO (come l’Iraq o missioni umanitarie in Africa) purché il
governo italiano dia il suo consenso».
Il
testo spiega che, negli anni, «le autorità militari e politiche italiane hanno generalmente
accettato questa interpretazione e concesso il loro consenso in modo
relativamente informale».
Per
questo motivo, secondo le autorità statunitensi, diffondere il contenuto del “BIA”
potrebbe essere rischioso.
«È
probabile che, se il testo dell’accordo venisse reso pubblico, i partiti
politici che si oppongono alla presenza militare statunitense in Italia e al
coinvolgimento militare statunitense all’estero farebbero pressione sul governo
dell’Italia affinché ne adotti un’interpretazione più restrittiva, chiedendo
che non vengano intraprese azioni non NATO senza ampi negoziati formali con il
governo italiano», si legge nel documento diffuso da Wikileaks.
Insomma,
sulla base di quanto scritto nella comunicazione riservata, non servirebbe il
via libera del Parlamento italiano per autorizzare gli Stati Uniti a usare le
loro basi militari in Italia per un eventuale attacco a un altro Paese.
Questa
versione è stata sostanzialmente confermata a “Pagella Politica” da un ex
ministro della Difesa italiano, che ha preferito rimanere anonimo.
Nel caso in cui volessero usare le basi per
attaccare l’Iran, «gli Stati Uniti dovrebbero presentare una richiesta formale
al governo italiano, specificando l’obiettivo e la natura dell’operazione».
«Il
governo valuta la richiesta in base agli interessi nazionali, al diritto
internazionale e agli obblighi costituzionali. Il ministro della Difesa informa
il Parlamento, anche se non sempre è richiesta un’approvazione formale per
operazioni logistiche o di supporto», ha spiegato l’ex ministro della Difesa,
sulla base della sua esperienza.
In
altre parole, il ministro della Difesa informa il Parlamento della richiesta
pervenuta, anche se non è strettamente necessaria una votazione di Camera e
Senato per autorizzarla.
(Quante
armi commercia l’Italia e verso chi).
Il
memorandum del 1995.
L’assenza
di un parere parlamentare vincolante sembra confermata anche da un memorandum
successivo al BIA, firmato nel 1995 tra l’Italia e gli Stati Uniti e
pubblicamente disponibile.
Questa
intesa stabilisce che il comando delle basi militari statunitensi nel nostro
Paese spetta formalmente all’Italia, che si deve occupare della gestione
logistica delle basi e delle attività militari congiunte tra l’esercito
statunitense e quello italiano.
Il
comando militare delle truppe, dei mezzi e delle operazioni statunitensi, però,
spetta esclusivamente agli Stati Uniti, che hanno solo il dovere di informare
in anticipo il comandante italiano delle attività militari «significative».
Il
memorandum aggiunge che «il comandante italiano avvertirà il comandante
statunitense se dovesse ritenere che alcune attività statunitensi non
rispettano la legge italiana, e chiederà immediatamente consiglio alle più alte
autorità italiane», senza un riferimento specifico al Parlamento.
In caso di differenze di vedute tra i due
comandi nazionali, la controversia passerà «alle rispettive catene di comando».
Che
cosa dicono gli esperti.
Secondo
alcuni osservatori, come il costituzionalista “Michele Ainis”, il governo
italiano dovrebbe comunque chiedere il via libera al Parlamento per autorizzare
gli Stati Uniti a usare le loro basi per attaccare l’Iran.
Intervistato
dal Sole 24 Ore, “Ainis” ha detto che «qualunque decisione che ha a che fare
con l’appoggio o l’intervento diretto militare o l’appoggio a un altro Stato
non può non avere una “benedizione” parlamentare».
A
sostengo di questa tesi, Ainis ha citato l’articolo 11 della Costituzione, in
base al quale l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà
degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali».
In più, il costituzionalista ha citato
l’articolo 78 della Costituzione, che stabilisce che il Parlamento deve
deliberare lo stato di guerra e dare i poteri necessari al governo per
intervenire in un conflitto.
Per
Pauciulo, interpellare il Parlamento per autorizzare l’uso delle basi
statunitensi è sicuramente una questione di opportunità politica, ma non un
obbligo.
«Quello che sappiamo sugli accordi tra Italia e Stati
Uniti e della prassi che si è consolidata negli anni non implicano un
coinvolgimento del Parlamento in queste scelte, che spettano al Governo.
Il Parlamento deve essere coinvolto, invece,
quando sono coinvolte truppe e assets italiani», ha precisato il ricercatore.
(Difesa,
Nato, Stati Uniti).
Trump
vuole cedere due comandi,
ma non
la leadership Nato.
Linkiesta.it
- Giacomo Bondi -esteri – (10 febbraio 2026) – ci dice:
Il
riassetto non sembra un disimpegno statunitense, ma una ristrutturazione della
guida.
Washington
punta a cedere a Italia e Regno Unito il controllo dei fianchi Sud e Nord
dell’Alleanza.
Tiene però in mano aria, terra, mare e
nucleare.
Secondo
un documento riservato ottenuto dalla testata francese “La Lettre”, gli Stati
Uniti di Donald Trump sarebbero pronti a cedere il controllo di due dei tre
principali comandi operativi della Nato agli alleati europei.
L’Italia dovrebbe assumere la guida del “Joint
Force Command Naples”, responsabile del fianco Sud dell’Alleanza, mentre il
Regno Unito prenderebbe in mano il “Joint Force Command Norfolk”, orientato
all’Atlantico del Nord.
Germania
e Polonia si alternerebbero invece alla testa del “JFC Brunssum”, sul fianco
orientale.
A
prima vista, sembra un cambiamento storico.
Ma basta leggere i dettagli per capire che la
sostanza del potere rimane dove è sempre stata.
Washington conserva il “Saceur”, il comando
supremo alleato in Europa, mantiene la guida di “Aircom” e “Landemo”, e si
appresta a prendere il controllo anche di “Marcom”.
In
pratica, gli Stati Uniti continuano a dominare la pianificazione delle capacità
aeree, terrestri e marittime dell’alleanza, oltre all’infrastruttura di
comando, controllo e tecnologia.
Una
svolta simbolica verso un pilastro europeo più forte, certamente. Ma il volante
resta a Washington.
Questa
tensione non è nuova, né sorprendente.
Un
recente rapporto del “Centre for Security, Diplomacy and Strategy di Bruxelles”
analizza con precisione il nodo strutturale che il riassetto solleva:
qualunque
redistribuzione dei comandi deve essere guidata dalle capacità operative reali
degli europei, non da logiche di equilibrio istituzionale.
«Una
prematura cessione di responsabilità di comando rischia di produrre una
leadership vuota, minare la deterrenza ed erodere la fiducia nella capacità
della Nato di agire con decisione in una crisi», si legge nel documento
Il
documento propone un percorso in quattro tappe da completare prima e dopo il
2030:
rafforzamento
della capacità operativa europea su base multinazionale, riallineamento
geografico dei comandi, cessione progressiva delle “Joint Force Commands” agli
europei e, in una fase successiva, eventuale trasferimento anche dei comandi di
dominio come Landcom, Aircom e Marcom.
Ma
tutto questo, avvertono gli autori, deve avvenire in sincronia con lo sviluppo
effettivo delle capacità europee, non per anticiparlo.
Il
problema è strutturale.
La
Nato dipende tuttora in misura sproporzionata dai fattori “abilitanti”
statunitensi:
intelligence e sorveglianza, difesa aerea
integrata, attacco a lungo raggio, spazio, cyber, trasporto strategico.
Questa dipendenza si riflette direttamente
nella composizione dei comandi:
oggi, i generali americani guidano non solo
Saceur, ma anche i comandi di Napoli e Norfolk, Aircom, Landco e Strikfor Nato.
Gli
europei guidano Jfc Brunssum, Marcom e il Comando di supporto e abilitazione
alleata.
Il
riassetto prospettato rovescia in parte questo schema, ma non cambia la logica
profonda:
gli
Stati Uniti si ritirano dalla prima linea operativa regionale, mantenendo però
il controllo strategico assoluto.
È, nelle parole del centro di Bruxelles, la
differenza tra essere” supported commanders” – i comandi regionali, che
ricevono supporto – e” supporting commanders” – i comandi di dominio, che lo
erogano.
I secondi, quelli che contano davvero in
termini di fuoco e controllo dello spazio di battaglia, restano americani.
Per
l’Italia, guidare il comando di Napoli sarebbe un riconoscimento politico
significativo e un banco di prova operativo concreto sul Mediterraneo e il Mar
Nero.
Ma per trasformare quella poltrona in vera
leadership, Roma dovrebbe investire molto di più in capacità multinazionali
integrate, contribuire a costruire le flotte permanenti europee ipotizzate dal
rapporto, e accettare un cambio di paradigma dalla logica nazionale – in cui si
sommano contributi separati – a quella integrativa, in cui si fondono strutture
di comando.
Una transizione culturale, prima ancora che
militare.
La
domanda che rimane aperta – e che il documento riservato di “La Lettre non
risolve” – è se questo riassetto rappresenti l’inizio di un’Europa che impara
davvero a difendersi, o l’ennesima ristrutturazione organizzativa che soddisfa
tutti senza cambiare nulla di essenziale.
Il Centre for Security, Diplomacy and Strategy
ha le idee chiare: «Riequilibrare i comandi Nato è necessario e fattibile – ma
solo se guidato dalle capacità, non dal simbolismo».
I
nemici della Patria. Ovvero come
Meloni
vuole coprirsi a destra.
Huffingtonpost.it
- Giulio Ucciero – (8-02 -2026) – Redazione – ci dice:
I
nemici della Patria. Ovvero come Meloni vuole coprirsi a destra.
Un po'
per Salvini (e Vannacci) sulla sicurezza, un po' per la battaglia anti-toghe in
vista del referendum.
La premier alza i toni contro i
"delinquenti" che manifestano contro le Olimpiadi.
Duri i commenti di tutta FdI.
"La premier non vuole lasciare spazio a
destra, ma spingere tanto sulla sicurezza è un boomerang."
Un
comunicato durissimo, una strategia (elettorale) precisa.
Di
buona mattina, Giorgia Meloni verga sui social un messaggio chiaro. Chi ha
partecipato alla manifestazione contro le Olimpiadi di Milano scontrandosi con
la polizia è “un nemico dell’Italia”.
Bande di “delinquenti” per la premier e, a
batteria, per tutti i suoi ministri e dirigenti di partito.
Gesta
da condannare, anche con toni esasperati, per non scoprirsi a destra sulla
sicurezza.
Messaggi
in bottiglia a Matteo Salvini e generali di passaggio.
Guardando
le scene da guerriglia milanese a più di un politico sono balenate le immagini
tremende di Torino, il martello di Askatasuna, la ressa di antagonisti attorno
al poliziotto.
Non doveva più succedere, ragionano nel
governo.
Eppure
rieccoci, tra le vie del Corvetto, quartiere popolare di una Milano immersa
nella sbornia da Olimpiadi.
Quando
il corteo anti-Giochi si avvicina alla zona a pochi passi dal Villaggio degli
atleti appena inaugurato, un gruppo di black bloc spunta dai fumogeni.
Passamontagna,
maschere anti-gas.
La
presenza della Forze dell’ordine è massiccia.
L’assalto
è respinto, sei i fermati in Questura.
Una
diapositiva presto virale in tutto il mondo, che fa innervosire la premier.
Meloni
consegna la sua condanna più dura postando un video by Fox News.
"Migliaia
e migliaia di italiani in queste ore lavorano perché tutto funzioni durante le
Olimpiadi” e “poi ci sono loro: i nemici dell'Italia e degli italiani, che
manifestano contro le Olimpiadi”.
Non
solo hanno “tranciato i cavi della ferrovia", spiega la premier
riferendosi al sabotaggio sull’Alta Velocità avvenuto nel primo giorno dei
giochi.
Ora
queste “bande di delinquenti” attaccano le forze dell’ordine. “Solidarietà”.
Termini
scelti con cura, che alzano il livello dello scontro.
Immediato
il rompete le righe.
Parlamentari
e ministri di Fratelli d’Italia tempestano le agenzie di comunicati.
Ferma
la “condanna” del presidente del Senato Ignazio La Russa contro “delinquenti e
violenti che provano a screditare il Paese”.
Ecco Alessandro Giuli:
“Nessuno
spazio a chi fomenta odio”, dice il titolare della Cultura, per il quale la
“recrudescenza” di un clima passato spiega perché fosse “necessario e urgente”
un nuovo decreto sicurezza.
E via
così:
Bignami
(“Schlein e Conte condannino”); De Carlo (“Estremisti senza proposte”); Fidanza
(“Violenti organizzati in forma para-terroristica”); Malaguti (“Progetto
eversivo contro il governo”).
Dichiarazioni,
tutte di esponenti di FDL, che dipingono un’Italia divisa in due, come vuole lo
schema di via della Scrofa:
a
destra gli italiani che vogliono fare, a sinistra quelli che vogliono
sfasciare.
Un
filotto comunicativo con una duplice traiettoria:
coprirsi
a destra dall’arrembante Salvini (e con un Vannacci autonomo) e mobilitare un
elettorato spaventato, anche in ottica referendum.
È
quello che “Antonio Noto”, direttore di “Noto sondaggi”, chiama “gioco delle
parti”.
Un
disegno che permette al governo di enfatizzare per motivi elettorali “il
problema sicurezza nonostante i reati in Italia siano diminuiti del 20%”.
Anziché
privilegiare “il lato razionale”, cioè quello dei numeri, Meloni tocca le
“corde emotive” che gli elettori assimilano nella cosiddetta “emergenza
sicurezza”.
“La
premier non vuole lasciare spazio a destra, quindi a Salvini e ora a Vannacci”,
spiega Noto.
Potrebbe essere però “un boomerang” perché
“anche se aumenti le norme sulla sicurezza, dopodomani le rapine e gli
accoltellamenti ci saranno ancora: la sicurezza totale, al 100%, non esiste in
nessuna città”.
Marcare
il territorio, quindi, senza risolvere il problema ma cercando riscontri
elettorali.
“Noto”
spiega a “Huffpost” che “l’elettorato di centrodestra vive la sicurezza come
uno dei temi più forti”.
Lo è
anche “perché il governo enfatizza molto il problema, sedimentando nei suoi
elettori la convinzione che l’insicurezza vada continuamente arginata”.
Ma le manifestazioni ci saranno ancora, anche
con le loro parentesi violente.
Meloni
lo sa, ma si muove su binari battezzati da tempo.
La cronaca spinge i decreti, la premier offre
un racconto dei violenti ormai solido “dentro la testa degli italiani, la cui
maggioranza è a favore dei decreti sicurezza”.
Per il
sondaggista è una “scelta sensata in termini di consenso ma solo sul breve
periodo”.
Così
la premier “crea un’unione tra lei e i cittadini che si vedono in guerra contro
chi mina la sicurezza”.
Fronti caldi anche guardando al referendum
della giustizia, almeno nello schema dei Fratelli.
Qui il
bivio della premier è palese. Più si espone, più personalizza il voto. Eppure
deve muoversi.
Nel
referendum finiscono così anche gli scontri in piazza, i magistrati che
scarcerano gli antagonisti, la sinistra “che non condanna”.
Sono i
toni che gli analisti riconoscono come necessari per mobilitare un elettorato
che da destra è solito disertare le urne più che a sinistra.
La recente bulimia di post dei seguaci di Meloni
è una spia in questo senso.
Nelle ultime settimane la premier è
intervenuta su tanti argomenti, da ultimo la rinuncia del comico” Andrea Pucci”
a Sanremo, dovuta alla “sinistra illiberale”.
Oltre
che a Vannacci - che per i sondaggisti non è ancora un pericolo per FDL, anche
se non va sottovalutato - Meloni coccola lo zoccolo duro moderato ormai di casa
nel suo partito.
Elettori
che apprezzano la stabilità di questi anni, da rassicurare davanti alla
violenza “anarchica” e alle falle attribuite a una certa sinistra.
Dove
qualcosa si muove.
O
meglio, così temono a destra.
Non è un caso che, dopo la sua intervista a
Repubblica, l’ex capo della polizia “Franco Gabrielli” sia finito nel mirino
della stampa d’area centrodestra.
Gabrielli aveva criticato i decreti sicurezza,
così per il “Tempo” diventa l’anti-Meloni.
Paginate di attacchi, apprezzate da Chigi.
E
dall’ambiente di Fratelli d’Italia.
Basta
vedere come decide di esporsi sui fatti di Milano un big ascoltatissimo dalla
premier come “Guido Crosetto”.
Facendosi
beffe di chi difende gli assalti ingiustificabili di Torino e Milano, il
ministro della Difesa difende gli agenti “presi a calci prima da violenti e poi
dallo Stato”, cioè dai magistrati che hanno messo i violenti “in libertà dopo 3
giorni”.
Poi,
il salto di livello.
“Perché persino un ex capo della Polizia cerca
di polemizzare?” si interroga Crosetto, chiedendosi “perché non è possibile
essere comunità quando sarebbe doveroso esserlo”.
Un
attacco che “rattrista” Gabrielli:
“Accusarmi,
poi, implicitamente di non essere chiaro nella condanna dei violenti
(evidentemente non hai letto, ad esempio, l'incipit dell'intervista a” La
Repubblica”) mi ferisce al pari delle contumelie di cui sopra”. Ormai il dado è
tratto.
Dopo
il corteo di Torino.
Non ci
sono [contro] poteri buoni.
Volerelaluna.it – (06-02-2026) -
Rocco Alessio Albanese – Redazione – ci dice:
Il
corteo torinese del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna e i suoi esiti
occupano la scena politica.
Per le
strumentalizzazioni (spesso volgari) della destra, alla ricerca di “argomenti”
a sostegno di ulteriori inasprimenti repressivi, ma anche per l’apertura di un
confronto a sinistra e nei movimenti su temi cruciali come la violenza, le
culture politiche in campo, le modalità di gestione del conflitto.
A questo confronto, dopo il commento iniziale
di “Livio Pepino” (volerelaluna.it/controcanto/2026/02/02/askatasuna-la-violenza-il-futuro/),
apriamo le
pagine del sito pubblicando alcuni degli interventi pervenuti (con analisi
anche molto diverse):
non tutti, per il loro numero e per evitare
sovrapposizioni eccessive, ma anche per non diventare monocordi assecondando
una pratica tesa a silenziare altri temi cruciali.
Il 15
ottobre 2011, quindici anni fa, si tenne una giornata di mobilitazione
internazionale.
In
molti paesi le piazze furono invase da milioni di persone che, sulla scia del
movimento spagnolo 15M, manifestavano la loro indignazione e la loro
opposizione alle politiche di austerità che aspiravano (come poi riuscirono) a
far pagare alla gente comune il costo della crisi economico-finanziaria
esplosa, qualche anno prima, a partire dalla bolla statunitense
dell’immobiliare, dei mutui subprime, dei derivati.
La
piazza italiana, a Roma, era enorme.
E,
nella sua pluralità, aveva anche un orizzonte confuso ma ambizioso: porre le
premesse per una rottura in profondità dell’assetto politico esistente,
immaginando di poter usare (tra gli altri) gli strumenti della democrazia
rappresentativa per mettere in discussione l’alleanza tra egemonia
berlusconiana e ortodossia neoliberista.
Quella
manifestazione e quegli obiettivi furono oggettivamente sabotati.
Gli
scontri di piazza di quel giorno furono duri, anche se non più che in altre
occasioni o ad altre latitudini.
A fare
la differenza, però, fu il contesto capace di attribuire significato a quelle
forme di conflitto sociale.
Non è
inutile ricordarci che i conflitti sono, allo stesso tempo, un pezzo
ineliminabile della realtà che viviamo, una necessità che ci investe (magari
perché non possiamo che aprire un conflitto, o perché nostro malgrado lo
subiamo), uno strumento dell’azione individuale e collettiva.
In questo senso, non ci si dovrebbe mai
limitare a chiedersi se un conflitto sia lecito o illecito, “accettabile” o
“violento”:
ogni
persona pacifica, che abbia rispetto e amore per il diritto e per i diritti,
dovrebbe guardare con diffidenza a queste contrapposizioni binarie e astratte,
figlie di un certo feticismo della legalità.
Piuttosto,
è importante osservare che, alla fine della fiera, tra conflitti sociali e
contesti c’è sempre una relazione circolare.
Quale che sia la loro modalità concreta di
esprimersi, i conflitti sono legittimati o stigmatizzati – possono trovare voce
e forza, o venire silenziati e repressi – solo dentro i contesti in cui hanno
luogo.
E
questi contesti – questi insiemi di rapporti di forza – possono mutare, a loro
volta, solo se i conflitti sono agiti in modo lucido e strategico.
Due
esempi?
Basta
pensare a come il Governo ha chiamato terroriste (!) le persone, militanti
non-violente di “Ultima Generazione”, che imbrattano con vernice lavabile opere
d’arte e monumenti, rivendicando l’abbandono dei combustibili fossili e
strategie reali di gestione (ecologica e sociale) della crisi climatica.
Oppure
a quanto è difficile affermare, nell’Italia di oggi, la semplice e tragica
verità per cui le condotte agite da decenni dai coloni israeliani, a danno
della popolazione palestinese nei Territori occupati, sono una strategia
coloniale che si avvale di metodi terroristici, mafiosi e fascisti.
Dicevamo
del 15 ottobre 2011.
Quella sera, mentre a Roma gli scontri non
erano del tutto terminati, su “Info aut” apparve un editoriale dal titolo “Doveva finire con qualche comizio…”.
Un’intera
area politica organizzata, “Autonomia Contropotere,” rivendicò la giornata
quasi irridendo la moltitudine di persone e movimenti scesa in piazza a Roma.
Al di là dei toni e del merito, però, a stupire ancora
oggi è il delirante narcisismo di quel testo.
Tentando di appropriarsi dei corpi e della
partecipazione di centinaia di migliaia di persone, quelle righe si
raccontavano una storia di “irrappresentabile” riscossa alle porte quando,
tutto al contrario, fu subito chiaro che gli scontri del 15 ottobre sarebbero
stati usati come una cesura simbolica, capace di legittimare una chiusura
reazionaria del discorso pubblico e del quadro politico.
Potrà
essere sgradevole, ma occorre riconoscere che, oggettivamente, la macelleria sociale
del Governo Monti e quindici anni di cancrena del paese stavano per cominciare
anche “grazie” alle azioni rivendicate in quel testo.
Sono
passati, appunto, quindici anni.
A
dispetto delle tante lotte che hanno sempre provato a portare boccate
d’ossigeno, in questo lasso di tempo l’aria in Italia è diventata
irrespirabile.
Il paese è incattivito, impoverito e svenduto,
devastato in quasi ogni sfera della società da un impasto di cialtroneria,
affarismo, fascismo e realismo capitalista.
Le disuguaglianze sono cresciute come in
nessun altro paese a cosiddetto capitalismo avanzato.
Le
forme di violenza istituzionale sono sempre più diffuse e radicate; e,
purtroppo, spesso normalizzate.
Il progetto di urbanizzazione perseguito dal
governo di Giorgia Meloni è ormai spregiudicato:
la Costituzione è sotto attacco (un inciso
imperativo: andare a votare NO il 22 e 23 marzo!);
la
conoscenza critica è assediata dal servile conformismo dei media (dire che
l’Italia è scesa fino al 49° posto del “World Press Freedom Index” è vago;
dire
quanto spesso è indecente il sistema mediatico mainstream rende il problema più
intuitivo) e dagli attacchi a scuola e università;
gli
spazi di agibilità democratica si restringono ogni giorno di più.
La
situazione locale è drammatica, in un terrificante quadro globale di genocidio,
violenza coloniale, dominio tecno-capitalista, riarmo e guerra.
Ma certe cose non sembrano cambiare.
Il 31
gennaio 2026 si è svolta a Torino la manifestazione nazionale “Askatasuna vuol dire libertà”.
Chiamata
sulla base di una piattaforma ampia, e anche in risposta a quella vera e
propria intimidazione di Stato che era stata lo sgombero di Askatasuna il 18
dicembre 2025, la mobilitazione è stata capace di esprimere numeri importanti.
Cinquantamila persone sono scese in strada per
manifestare la loro radicale diversità rispetto all’idea e alla pratica di
mondo di chi ci governa.
Poi ci
sono stati degli scontri.
Per
poco più di due ore, nei dintorni di corso regina Margherita 47 alcune
centinaia di persone hanno fronteggiato le forze dell’ordine, in una situazione
che, anche questa volta, è risultata dura, anche se non più che in altre
occasioni o ad altre latitudini.
E, anche questa volta, su” Info aut” è apparso
un testo: “Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito”.
Una
presa di parola, firmata da Askatasuna, che in fin dei conti romanticizza
quanto successo in un insieme omogeneo di significato politico (tanto da
arrivare a sostenere che «i 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto
una proposta politica al paese») e non si fa carico di riflettere sul contesto
capace – che ci piaccia o no – di attribuire senso pubblico alla nostra rabbia
e anche alle nostre pratiche di piazza.
Anzi,
chi legge sembra destinatario di un monito piuttosto supponente: restare
incagliato in una “discussione sugli scontri” significa essere lo stolto che
guarda il dito.
Ora: vogliamo chiederci davvero chi guarda il
dito, e chi ci costringe a guardare le dita?
Qual
era l’obiettivo alla base del ricorso a uno strumento di azione collettiva come
la presenza conflittuale, e anche violenta, in piazza?
Se
l’obiettivo era “riprendere Askatasuna”, l’obiettivo non è stato centrato.
Anzi:
la prospettiva di una restituzione di corso Regina 47 alla fruizione collettiva
della cittadinanza sembra allontanarsi inesorabilmente.
Se
l’obiettivo era, invece o anche, dare forza alle tante resistenze che
attraversano il paese, l’obiettivo non è stato centrato.
Anzi:
i fatti di Torino hanno danneggiato in un modo che rischia di essere epocale
tutte le lotte e le persone quotidianamente impegnate per un mondo meno
violento e ingiusto.
A
dispetto delle cronache e delle riflessioni che hanno tentato di restituire la
complessità e la stratificazione della piazza, o di mostrare anche gli abusi
delle forze dell’ordine, infatti, “quello che resta” di una giornata come il 31
gennaio sono due frame.
Il
primo: la troupe della Rai intimidita e allontanata mentre stava facendo il
proprio lavoro.
Il
secondo: il breve video dell’agente della celere aggredito a terra da diversi
manifestanti, e colpito anche con un martello.
Si
tratta di due azioni “isolate” (anche nel senso che sono state del tutto
astratte dal contesto in cui sono avvenute), ma non per questo meno vergognose
e da condannare.
Il
punto, però, è che queste azioni non sono solo azioni.
Sono già diventate, ancora una volta, cesure
simboliche del discorso pubblico e del quadro politico.
In un
contesto come quello italiano – dove, ricordarlo non guasta, i fascisti sono al
governo ed esercitano un’egemonia aggressiva, magari non granitica ma non
superficiale –, la reazione a quanto successo era del tutto prevedibile.
Sul
piano discorsivo, esponenti di punta della maggioranza (la vice-segretaria
della Lega” Sardone”, il ministro Crosetto, Giorgia Meloni) sono arrivati ad
accostare espressamente – con un’operazione che è tanto ridicola al livello
storiografico quanto politicamente irresponsabile – gli scontri di Torino al
terrorismo, alle Brigate Rosse, ad “attacchi allo Stato” da fronteggiare
all’insegna dell’unità nazionale.
Sul versante giuridico, il “precedente”
torinese sembra spianare la strada per un nuovo pacchetto sicurezza, chiamato a
restringere ulteriormente gli spazi dell’agibilità democratica e le maglie
della repressione.
Il
tutto in un contesto già clamorosamente deteriorato:
tanto
che non è difficile pronosticare che gli strascichi della manifestazione
torinese del 31 gennaio saranno peggiori di quelli seguiti alla mobilitazione
indignata di quindici anni fa.
Ora:
è vero
che, pur nelle enormi differenze di contesto, la somiglianza tra il 2011 e il
2026 è impressionante?
Ed è
vero che l’impianto di ragionamento appena proposto è plausibile? Se la
risposta a queste domande è affermativa, credo (e non lo credo solo io: ne
hanno scritto, per esempio, Livio Pepino e Sergio Bologna; e Ida Dominijanni
nel post “Gaza Minneapolis Torino”) che sia necessario prendere parola per
fermare questo loop tossico e per rompere liturgie politiche che sono ormai
così stanche da risultare cringe.
A
costo di fare “dietrologia da bar”, proviamo allora a formulare un’ipotesi.
Siamo
nell’autunno 2025 e il Governo Meloni è in difficoltà:
i
movimenti contro il genocidio palestinese hanno riacceso la voglia di
partecipare e la capacità di indicare responsabilità israeliane e complicità
occidentali;
il mondo fa schifo e in Italia si vive sempre
peggio.
E la gente lo sa:
non si
beve più le bugie del Governo e sembra disposta a esprimere un netto rifiuto di
questa realtà terrificante.
Ma a fine novembre appare a chi ha il potere,
insperata, una finestra di possibilità.
A
Torino, un piccolissimo pezzo di una manifestazione irrompe nella redazione della
“La Stampa”: un’azione ridicola, dato che i locali sono vuoti perché è in corso
uno sciopero di lavoratrici e lavoratori;
un’azione controproducente, perché non riesce
a denunciare la disonestà e la “violenza” di una parte non trascurabile dei
media mainstream italiani, venendo anzi recepita come simbolicamente molto
grave.
A Roma
però sono furbi, e annusano l’opportunità.
Passano circa tre settimane e, il 18 dicembre,
Askatasuna viene sgomberato.
La
città di Torino e il quartiere Vanchiglia sono militarizzate e ferite, ma non
abboccano all’amo della provocazione:
la
risposta partecipativa è forte, l’idea che Saka sia da difendere come un bene
comune della città ritrova spazio nel discorso pubblico.
Questa prospettiva è però fragile, e il 31
gennaio viene spazzata via anche perché qualcuno, con fare narcisistico e
compiaciuto, si è seduto alla tavola della provocazione meticolosamente
apparecchiata dai fascisti al governo.
Le
conseguenze di quanto successo a Torino le pagheremo tutte e tutti; le
pagheranno le persone con cui e per cui cerchiamo di sabotare ogni giorno il
mondo terrificante che abitiamo.
Proprio
per questa ragione, però, è decisivo avere l’onestà intellettuale di dirci, ad
alta voce, che, se “Askatasuna vuol dire libertà”, l’esercizio di libertà
significa prima di tutto assunzione di responsabilità.
Non si
tratta di fare divisioni binarie (e in fin dei conti stupide) tra persone buone
e cattive, pacifiche e violente, moderate e radicali.
Si tratta, semmai, di riconoscere che la
gravità del contesto in cui a ogni livello ci ritroviamo è una campana che
suona per tutte e tutti.
Chiunque
intenda dare una mano nel contrastare e destituire la violenza del capitalismo
e dei fascismi è parte di un processo collettivo di responsabilizzazione, e
dovrebbe avere un pezzo di responsabilità: nel tentare lo “scandalo” della
solidarietà, della lealtà e della convergenza; nel mettere in discussione le
proprie teorie, pratiche e identità politiche.
Non
farlo, scegliendo di recitare copioni già scritti (perché anche questo
significa avere legittimato le provocazioni tese dal potere, magari nell’ottica
di una riaffermazione identitaria del proprio contro-potere), vuol dire – sul
piano dell’oggettività storica – assumere una posizione gravemente subalterna,
fino a operare, materialmente, come strumento di chi quel potere lo detiene.
E se
questo è stato inaccettabile nel 2011, è del tutto imperdonabile nel 2026.
Sono
constatazioni dolorose?
Certo
che sì, ma sarebbe più doloroso e controproducente fare finta di niente,
dimenticando la lezione, ancora così valida, di “Fabrizio De André”:
“Certo
bisogna farne di strada / da una ginnastica d’obbedienza / fino ad un gesto
molto più umano / che ti dia il senso della violenza.
/ Però bisogna farne altrettanta / per
diventare così coglioni / da non riuscire più a capire / che non ci sono poteri
buoni.”
(Nella mia ora di libertà, 1973).
Glissare
sulla gravità delle conseguenze di quanto successo a Torino non è solo una
posizione politicamente debole.
È
scegliere di diventare parte del problema, invece di essere – come in tante
altre situazioni è capitato – compagne e compagni di strada alla comune ricerca
di soluzioni.
C’è da
costruire la convergenza
dell’opposizione
sociale.
Anticapitalista.org – (23 gennaio 2026) -
Notizie, Politica – Redazione – Franco Turigliatto - ci dice:
L’assemblea
nazionale di Bologna contro i Re, il corteo di Massa contro la repressione, la
chiamata a Torino.
Un’agenda
fitta di impegni per i movimenti di fronte a un’offensiva senza precedenti.
Le
vicende internazionali e nazionali in questo primo scorcio dell’anno si
accavallano drammaticamente e propongono una agenda intensa di mobilitazioni
sociali e politiche per resistere all’offensiva mortale delle classi dominanti.
La
marcia delle destre.
In
Italia i disegni involutivi e reazionari sul piano democratico e sociale del
governo Meloni si dispiegano senza interruzione:
l’esecutivo ha portato a casa una legge di
bilancio antipopolare e penalizzante per le classi lavoratrici senza particolari
problemi, anche e soprattutto per le debolezza dei movimenti di opposizione e
per le inadeguatezze del movimento sindacale e si prepara quindi ad aprire i
rubinetti della spesa militare.
Sul
piano istituzionale vuole arrivare rapidamente al referendum sulla riforma
della magistratura che altro non è che uno dei tanti tasselli con cui si opera
lo stravolgimento degli assetti costituzionali:
i
poteri dell’esecutivo diventano sempre più dominanti facendo saltare gli
equilibri definititi nella Costituzione del ’48 e, in caso di vittoria dei sì, Meloni
spera di avere la strada spianata per il successivo passaggio, quello più
importante, l’introduzione del premierato.
Contemporaneamente
i partiti di governo stanno apprestando un decreto legge e un disegno di legge,
rivolti, come se non bastasse l’infame decreto sicurezza di qualche mese fa già
pienamente operativo, vedi la vicenda della incriminazione di decine di militanti
sociali e sindacali a Massa, a colpire fino in fondo non solo ogni forma di
manifestazione, ma la stessa libertà di pensiero e di dissenso politico e
sociale; come al solito prestano una particolare attenzione repressiva verso le
giovani generazione, le/i migranti, e gli strati sociali più deboli.
Nel
frattempo l’offensiva verso le scuole e la libertà di insegnamento aumenta ogni
giorno nelle aule dove i libri, sempre più opportunamente revisionati, si
accompagnano con “i moschetti”, cioè con la presenza di esponenti delle forze
armati chiamati a conferire su vari temi, in ultima analisi, per spiegare,
illustrare e convincere i giovani a rendersi felicemente disponibili al
servizio militare e a morire in guerra (quelle che si avvicinano) per la
patria.
Come
il paese abbia potuto finire in una fogna del genere con un governo così
orrendo, e pure sostenuto da un certo consenso, non è neanche un mistero.
Deriva
non solo dalle sconfitte del movimento operaio, ma dalle scelte di
subordinazione alle politiche liberiste dei gruppi dirigenti delle forze della
cosiddetta sinistra moderata maggioritaria e delle organizzazioni sindacali.
E
aspettiamo invano una seria autocritica da questi dirigenti social liberisti
che oggi si lamentano della cattiva situazione.
Costoro
infatti si oppongono alle destre, ma propongono come ” alternativa politica” di
riscaldare specie sul terreno economico, i vecchi cibi avariati che ci hanno
precipitato nello stato delle cose presenti.
Il no
al referendum costituzionale.
I
partiti dell’opposizione parlamentare, PD, M5S e AVS, stanno costruendo la
campagna per il NO al referendum insieme a settori importanti della cosiddetta
opinione pubblica democratica.
La CGIL, uscita non certo bene dal difficile
sciopero del 12 dicembre, che non aveva voluto costruire ben prima in autunno e
in modo unitario con le altre forze sindacali combattive, ha espresso la
volontà di un forte impegno nella campagna referendaria costruendola in modo
capillare in tutti i luoghi di lavoro e sui territori.
Bene,
ma è un compito non certo facile essendo il movimento operaio uscito debole
dalle vicende dell’autunno;
né sarà facile, anche se necessario, far
comprendere a lavoratrici e lavoratori che nel referendum in discussione non
c’è solo una particolare norma sulla organizzazione della magistratura, ma un
elemento del progetto antidemocratico del governo e delle forze padronali.
La nostra organizzazione partecipa attivamente
alla campagna per il NO.
Manifestazione
a Massa e convegno a Bologna.
C’è
poi la volontà e la necessità del governo di disgregare la forza politica ed
ideale di quel grandioso movimento che in autunno ha attraversato strade e
piazze contro il genocidio del popolo palestinese e a sostegno del suo diritto
alla vita e alla autodeterminazione.
Quel
movimento è stato un duro colpo per il governo Meloni, complice dei crimini
compiuti dal governo sionista israeliano.
Per questo molte sono le operazioni politiche
e mediatiche in corso per infangare il movimento, per distruggere il suo
retaggio politico, morale ed ideale e per colpevolizzare ed incriminare i
militanti palestinesi e le stesse azioni di solidarietà.
Governo
e Magistratura hanno a disposizione l’infame decreto sulla sicurezza che
colpisce le manifestazioni di strada.
Particolarmente
solerti i magistrati toscani che hanno incriminato una quarantina di attivisti
e militanti sociali e politici tra cui i dirigenti della CGIL e dell’ARCI,
oltre che gli esponenti dei sindacati di base e delle organizzazioni della
sinistra radicale per la manifestazione del 3 ottobre alla stazione di Massa.
L’elenco dei destinatari delle denunce rivela che,
oltre al tentativo di scoraggiare i giovanissimi, si vogliono colpire le
organizzazioni sindacali, politiche e sociali che si sono messe a disposizione
della mobilitazione.
È
questa solo la punta di un iceberg, di una offensiva repressiva che si vuole
portare più a fondo e che, se non bloccata in tempo e avesse successo,
spingerebbe governo e magistrati a usare in forma sempre più larga le norme del
decreto per intimidire ed impedire qualsiasi lotta e movimento.
La
manifestazione regionale di sabato prossimo 24 gennaio a Massa. “La protesta non è reato” (organizzata dalla
CGIL regionale e dalle altre organizzazioni sindacali di base e forze sociali e
politiche) che parte dalla stazione della città è quindi di importanza
capitale; riguarda tutte/i, deve esser considerata scadenza nazionale.
Bene
farebbe la CGIL (che è l’obbiettivo principale e finale del governo) ad essere
presente con i suoi dirigenti nazionali.
La
nostra organizzazione sarà presente con lo striscione “Se la vostra legge è il
genocidio noi siamo fuorilegge”.
A
Bologna il 24 e il 25 si svolge invece l’Assemblea nazionale “O Re o Libertà”
promossa da un’ampia galassia di movimenti, reti, attivisti, associazioni,
campagne, realtà politiche e sindacali riunitesi nella Convergenza Sociale
“Contro i re e le loro guerre”.
Sono
oltre 700 sigle per la convergenza sociale e contro l’autoritarismo vedasi (stoprearmitalia.it/o-re-o-liberta/) con il programma del convegno.
L’importanza
di questa assemblea per costruire una più ampia convergenza, per sviluppare la “campagna
NO Rearm Europe,” per tessere le fila dell’unità e della organizzazione, per
passare dalla progettazione nazionale anche a una reale articolazione
capillare, città per città, territorio per territorio, non può sfuggire a
nessuno.
Ma per
fare questo occorre che tutte le organizzazioni politiche e sociali e sindacali
sul piano locale vi partecipino seriamente.
Sosteniamo a fondo a questa iniziativa e vi
parteciperemo attivamente.
La
vicenda Torino.
Poi
infine c’è la “questione Torino” e la grande manifestazione nazionale ed anche
internazionale che si preannuncia per il 31 gennaio, organizzata politicamente
dalla assemblea che si è svolta all’università di Torino pochi giorni fa.
Le
vicende sono note:
la
questura di Torino, di certo sollecitata dai partiti di governo, ha disposto
non solo la chiusura di Askatasuna, ma anche il blocco totale di una vasta zona
tutto intorno e la vera e propria militarizzazione di una parte del quartiere
per parecchi giorni.
Non
solo quindi la chiusura del centro sociale, ma una vera esercitazione militare
repressiva che guarda al futuro e che mostra anche a noi quello che dobbiamo
aspettarci da un governo che prende esempio da quel che combina Trump a
Minneapolis e in altre città americane.
Siamo
di fronte a un attacco che vuole colpire a fondo la partecipazione sociale
attiva e il protagonismo delle giovani e dei giovani, che punta ad intimidire
la stessa cittadinanza; è infatti anche un attacco alla città di Torino, una
città, dove nonostante le dure sconfitte dalla classe operaia, le forze della
destra e dell’estrema destra continuano ad avere molte difficoltà ad
affermarsi.
Le destre vogliono creare un clima che permetta loro
di diventare competitive nelle prossime elezioni comunali. L’operazione militare da questo
punto di vista è stata anche un attacco alla giunta del PD, anche se questa ha
sottostato alle imposizioni della Questura, mostrandosi così succube, se non
complice.
La
manifestazione del 31 assume quindi una importanza politica nazionale,
sottolineata dalle tante presenze nella assemblea preparatoria, che ha visto la
“Réunion” di tutti i centri sociali, ma anche dei diversi sindacati di base, di
differenti movimenti sociali nonché delle forze politiche della sinistra dalla
AVS a Potere al Popolo, da Rifondazione a Sinistra Anticapitalista.
Askatasuna
e i centri sociali si propongono come colonna portante e dirigente della
costruzione dell’opposizione al governo delle destre.
La
piattaforma politica titola “Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana.
Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali” e si conclude con:
“È
tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la
loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è
possibile, resistere è un dovere”.
Non
possiamo che condividere questi intenti e per questo abbiamo firmato l’appello
e saremo presenti attivamente nella preparazione e partecipazione della
manifestazione.
È
opportuno però segnalare un nodo sociale, ma anche politico essenziale: dove
sta la classe operaia?
La
città di Torino, nonostante le ristrutturazioni industriali e la riduzione di
Mirafiori a soli 10 mila operai (che il più del tempo dalla CIG) resta una
città operaia.
Storicamente
Torino e gli operai sono riusciti ad accogliere molto male nel 1938 lo stesso
Mussolini;
nel
1943 il loro sciopero sotto occupazione nazista avrebbe segnato l’inizio della
fine del regime fascista.
Per
non parlare poi delle loro lotte nel dopoguerra e negli anni ’70.
È una
città in cui il soggetto classe operaia è sempre stato un protagonista sociale
fondamentale, che ha segnato la storia dell’intero paese e che è stato garante
con le sue mobilitazioni e lotte della stessa democrazia e dei diritti.
Certo
oggi questa classe è sconfitta, sparpagliata ed anche demoralizzata, ma
continua ad esistere e non si può pensare di poter rovesciare i rapporti di
forza senza il suo pieno ritorno nello scontro sociale.
Aiutarla
con iniziative e scelte politiche ri-compositive è uno dei compiti per poter
costruire una opposizione vincente al governo delle destre e dei padroni.
Questa
debolezza attuale della classe spiega anche la decisione della direzione della
CGIL, preoccupata della preservazione del sindacato nel contesto dato, di non
aderire alla manifestazione, come era stato proposto dalla corrente interna di
sinistra.
La
decisione della CGIL la si può “comprendere” ma solo in parte; è infatti anche
una ammissione di debolezza a priori e una pericolosa rinuncia.
La sinistra della CGIL sarà naturalmente in
piazza.
Tutto
questo non fa che sottolineare l’importanza della manifestazione, la
possibilità che essa sia un elemento catalizzante di processi più ampi e di
risveglio di una coscienza politica più diffusa di fronte al pericolo delle
destre estreme e fasciste.
Bisogna
suonare forte le campane a martello per indicare quale grave pericolo
costituiscano.
Per
questo serve una grande manifestazione pacifica e di massa, consapevole che le
forze reazionarie e il governo hanno tutto l’interesse a dividerla e a
condizionarne la natura e lo svolgimento.
Ma questo non deve avvenire.
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