La trappola Trump.

 

La trappola Trump.

 

 

 

Italia-Usa, Follini: "Meloni

a un bivio, schivi trappola Trump."

msn.com – Corriere Toscano – Marco Follini - Storia di REDAZIONE – (01-02-2026) -                             ci dice:

 

(Adnkronos.com) – “L’America di Trump può diventare la vera trappola per Meloni e il suo governo. Poiché, mentre tutti ragionano sulle insidie del referendum, sulle vicissitudini dell’economia in ristagno e sulla difficoltà a cambiare la legge elettorale, sarà lungo la rotta atlantica che la maggioranza incontrerà le maggiori difficoltà. Con se stessa e verso il paese. Cosa che la premier sembra avere compreso, in questi ultimi giorni. Ma da cui non è affatto riuscita, almeno finora, a districarsi. 

L’alleanza atlantica non ha mai portato troppi voti, anche nelle campagne elettorali di un tempo. C’era il Vietnam, c’erano i missili, c’era un diffuso sentore di imperialismo economico. Tutti argomenti che costavano una certa fatica alle maggioranze dell’epoca. Ma era pur sempre un’altra America. Decisiva negli anni quaranta per liberarci dal fascismo, decisiva negli anni seguenti per vincere la guerra fredda, E soprattutto era un’America accattivante, che si faceva conoscere attraverso i suoi film, le sue canzoni, quella sua singolare capacità di parlare un linguaggio universale -o quasi. 

 

Nulla a che vedere con l’America trumpiana dei nostri giorni. Una Casa Bianca che è diventata torva, chiusa nel proprio egoismo imperiale, insofferente dei suoi alleati, sorda ai vincoli e alle regole internazionali, lontana da quella sorta di bon ton che dovrebbe regolare la vita del pianeta. Essa ha il volto, come s’è visto da ultimo a Minneapolis, di un potere violento, che si presenta con la cupezza di quelle milizie governative che sembrano richiamare le politiche d’ordine (chiamiamole così, con un eufemismo) dei nostri tristissimi anni trenta. 

 

A fronte di tanto scandalo, Meloni ha cercato fin qui di muoversi surfando sulla difficoltà. Così, da un lato ha protestato per le frasi irridenti che il presidente americano ha riservato ai soldati italiani in Afganistan, ha dichiarato di non essere d’accordo sulla sua pretesa di annettersi la Groenlandia, ha concesso qualcosa di più a un percorso europeo che si rivela ormai come l’unico possibile per un paese come il nostro. Dall’altro però ha tenuto qualche distanza di troppo dai partner continentali, è tornata ad auspicare l’assegnazione -surreale- del premio Nobel, ha definito ‘legittimo’ l’intervento in Venezuela. E per giunta rischia ora di trovarsi i famigerati militi dell’ “Ice” a far la guardia ai leader statunitensi in visita alle Olimpiadi invernali. 

 

Sembra di assistere al consueto barcamenarsi che ci si aspetta da un capo di governo nel bel mezzo del bailamme planetario. In fondo, è proprio quello che in tanti chiedono a Meloni: di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. E però resta il fatto che se Meloni vuole evitare di fare la suffragetta di un presidente americano così controverso e imbarazzante prima o poi dovrà prendere distanze molto più nette. Poiché se invece resta a metà strada si troverà a pagare un conto salatissimo alle esagerazioni e alle intemperanze dell’attuale inquilino della Casa Bianca. 

 

Ed è appunto qui che casca (metaforicamente) l’asino. Poiché la torsione che Trump sta dando al suo paese è così drammatica, e così impopolare -almeno ai nostri occhi- da riverberarsi su chiunque si mostri troppo compiacente verso le sue stranezze e i suoi arbitrii. Cosa che Meloni probabilmente intuisce. Ma sembra avere qualche remora a tradurre in pronunciamenti politici veri e propri. 

 

Ora, è chiaro che nessuno può aspettarsi dal capo del governo italiano, chiunque sia, un atteggiamento ostile verso il proprio “alleato”. Ma da qualche giorno a questa parte è almeno altrettanto chiaro che un eccesso di vicinanza a questa presidenza americana riverbera su chi vi indulge una di quelle ombre che prima o poi finiscono per diventare un errore strategico, politico e morale. E anche, prima o poi, elettorale. 

 

C’è un momento, nella vita di quanti si dedicano alle cure dello Stato, in cui la prudente via di mezzo finisce per condurre in un vicolo cieco. È il momento in cui occorre rischiare, assumere una responsabilità, sfidare le convenzioni, mettere un punto fermo. Meloni alle prese con Trump si trova esattamente a quel punto. Può minimizzare la differenza, diplomatizzando le cose, e ne pagherà il prezzo. Oppure può renderla più esplicita e visibile, e ne avrà il merito, correndone anche il rischio. Ormai è chiaro che occorrerà scegliere, e che nessuna scelta sarà troppo facile. Ma la politica, nei pochi momenti cruciali, è tutta qui”.

(Marco Follini).

 

 

 

 

 

Groenlandia: come uscire dalla trappola.

Affariinternazionali.it - Riccardo Perisic – (20 Gennaio 2026) – ci dice:

 

La minaccia di Trump sulla Groenlandia presenta uno strano paradosso. Da un lato è una questione che dovrebbe essere più semplice da affrontare rispetto a molte altre. L’interesse comune occidentale è infatti evidente. Indipendentemente dal giudizio che si può dare sull’urgenza del pericolo di invasione russa o cinese con cui Trump giustifica la sua iniziativa, non vi è dubbio che l’Artico costituirà per tutti noi nei prossimi anni una delle sfide strategiche più importanti.

 

Un interesse strategico condiviso.

È quindi interesse comune definire una strategia condivisa, compresi i mezzi necessari per renderla credibile. Basterebbe quindi che la NATO si attivasse con il sostegno dei suoi membri. Il consenso della Danimarca sarebbe assicurato. Inoltre, europei, americani, canadesi e forse altri alleati occidentali potrebbero definire una comune strategia di sfruttamento dell’immenso potenziale di materie prime che il territorio possiede. Ciò con due precauzioni. La prima è che, se il potenziale è immenso le difficoltà e i costi lo sono altrettanto. La seconda è che tutto deve essere fatto nel rispetto delle aspettative degli abitanti della Groenlandia, i quali hanno un ricordo non ideale della loro esperienza coloniale con la Danimarca. Infine, l’UE potrebbe fare alla Groenlandia un’offerta di associazione più stretta, che sarebbe benefica per entrambi; a condizione però che Bruxelles resista alla tentazione di inserire condizioni difficili da accettare per la Groenlandia, per esempio in materia di diritti di pesca. Ciò permetterebbe del resto anche di soddisfare le legittime aspirazioni degli abitanti della Groenlandia, i quali, se non vogliono rompere i legami con la Danimarca e l’Europa, hanno anche interesse a rafforzare quelli con gli USA e il Canada.

 

Trump pone invece la questione in termini di sovranità, o meglio da esperto immobiliarista, di “possesso”. Così facendo, attraversa per la Danimarca ma anche per gli alleati Europei una linea rossa priva di qualsiasi giustificazione strategica o economica. Il tutto diventa una pura pulsione imperiale, in quanto tale inaccettabile per gli alleati.

Le quattro vie teoriche di Trump.

Se Trump volesse dare un seguito pratico alle sue intenzioni, potrebbe seguire quattro vie teoriche, peraltro non incompatibili fra loro. La prima è di “comprare” il consenso degli abitanti della Groenlandia; una prospettiva a cui la Danimarca e quindi gli altri Europei non potrebbero opporsi. Visto lo stato dell’opinione pubblica locale, questa strada sembra tuttavia avere poche prospettive. La seconda è tentare di negoziare la “vendita” direttamente con la Danimarca. Sembra essere la strada privilegiata al momento, ciò spiega la minaccia di dazi punitivi verso i paesi che sostengono più apertamente la Danimarca nel rifiuto. È anche un modo per tentare di dividere gli Europei. Se invece un aumento della pressione fosse necessario, la terza opzione sarebbe quella di esercitare un forte ed esplicito ricatto sulla continuazione del sostegno americano all’Ucraina. Infine, la quarta opzione consisterebbe in una pura e semplice occupazione militare del territorio.

 

La realtà ci dice che in entrambi questi casi gli Europei si troverebbero in una situazione di estrema debolezza. Sarebbe infatti impossibile contrastare con successo un intervento militare. Inoltre, almeno nell’immediato il sostegno all’Ucraina di fronte all’aggressione russa e le garanzie da fornire in caso di tregua, hanno bisogno di una partecipazione americana per essere credibili. Il dilemma che si pone per gli Europei è cosa fare.

 

Dissuasione.

L’Europa deve essere capace di reagire alle mosse di Trump, ma deve essere credibile in vista di tutti gli scenari possibili. Nell’immediato, si tratta di reagire con fermezza alla minaccia dei dazi supplementari, anche nell’attesa dell’imminente giudizio della Corte Suprema. Ci vuole però una strategia complessiva il cui obiettivo prioritario è di alzare il prezzo politico interno per Trump e obbligarlo a seguire la strada dell’accordo consensuale. Si tratta di un percorso tutt’altro che impossibile.

 

La popolarità delle pulsioni imperiali contenute nel recente documento sulla sicurezza nazionale è infatti bassa presso gli americani, compreso l’elettorato MAGA.

 La chiave si trova al Congresso dove la priorità assoluta per i membri repubblicani sono ovviamente le elezioni “mid term”.

 Finora i potenziali dissensi verso le iniziative di Trump, all’interno come all’esterno sono stati neutralizzati dal grande potere che il presidente continua ad avere sui media repubblicani e i finanziatori del partito. Tuttavia, è una passività non priva di fermenti che danno qualche segno di crescita. Se ne sono visti segni a proposito dell’Ucraina.

Più recentemente e in modo più visibile sull’attacco all’indipendenza della FED e sul Venezuela.

Su quest’ultima questione, la mozione bipartisan che avrebbe posto vincoli alla libertà d’azione del Presidente, è stata bloccata al Senato per un voto 50/50 risolto dal voto dirimente del Vicepresidente.

Due senatori repubblicani che sarebbero stati cruciali per ottenere un risultato diverso sono stati convinti da Rubio in extremis solo con l’argomento che l’intervento militare è stato eccezionale, di breve durata e che qualunque passo ulteriore rispetterebbe le “prerogative costituzionali del Congresso”.

 È ragionevole pensare che una simile giustificazione sarebbe irricevibile in caso di intervento in Groenlandia;

prospettiva, del resto, molto impopolare presso l’opinione pubblica.

C’è quindi un grande spazio per una pressione allo stesso tempo diplomatica e di comunicazione da parte degli Europei.

Per ottenere il risultato, bisogna tuttavia essere credibili.

 Si tratta in sostanza di intensificare senza deviazioni e mantenendo il massimo di unità la strada già intrapresa che è composta di vari elementi. In primo luogo, il rifiuto categorico di cedere sulla questione della sovranità;

spiegando, come ha fatto la Prima Ministra danese, che un intervento militare contro la sovranità di un paese membro, avrebbe conseguenze devastanti per la NATO.

In secondo luogo, reiterando la disponibilità a definire in sede NATO una efficace strategia per l’Artico.

In terzo luogo, aumentare la presenza militare europea in Groenlandia. Non dovrà essere puramente simbolica, anche se sappiamo che non sarebbe sufficiente a contrastare un intervento americano.

Tuttavia, il valore della potenziale perdita di vite umane degli alleati avrebbe un forte impatto sull’opinione pubblica americana.

Che si tratti di un’iniziativa utile è del resto dimostrato dal fatto che Trump minaccia con i dazi proprio i paesi che partecipano a questo sforzo militare.

 L’Italia è quindi per il momento esentata;

un dilemma non da poco per Giorgia Meloni.

Nulla è ovviamente assicurato, ma tutto lascia pensare che questa strategia, se perseguita con determinazione e il massimo di unità possibile ed eventualmente allargata al Canada, potrebbe essere efficace.

(Riccardo Perisic).

 

 

La Memoria Spettrale degli Italiani.

Conoscenzealconfine.it – (1° Febbraio 2026) - Riccardo Piccosi – ci dice:

 

Come si possono cambiare le cose se non si è compreso nulla di quanto accaduto in passato?

È possibile pensare d’invertire l’attuale corsa dell’Italia verso il precipizio se, preliminarmente, non si diffonde una comprensione storica delle cause che ci hanno condotto a questa situazione?

 

La domanda si pone perché, rispetto alla maggior parte degli eventi cruciali della storia recente italiana, la maggioranza della popolazione possiede esclusivamente una “memoria spettrale,” ovvero un ricordo traumatico ma deprivato della comprensione di cosa sia effettivamente accaduto.

Gli eventi su cui oggi sussiste soltanto una memoria spettrale, sono tutti correlati alla sovranità:

 ovvero a quel processo storico avviatosi negli anni ’70 del secolo scorso che ha visto la sovranità dell’Italia passare da una condizione limitata – qual era stata a partire dal secondo dopoguerra – a uno stato di semi-totale azzeramento.

 

Gli eventi in questione sono i seguenti:

 

1) GLI ANNI DI PIOMBO.

Riguardo ai fatti di quel decennio che va dal 1969 a circa il 1981, si può dire sia venuta meno ogni memoria storica al punto che, attualmente, è ovunque riscontrabile un grado d’ignoranza talmente elevato – unito a isterie moraliste, storiografie iper-complottiste e via dicendo – da rendere perdita di tempo qualsivoglia discussione sull’argomento.

 

2) TANGENTOPOLI

Un colpo di stato avvenuto col sostegno straniero, che ha cancellato le forze democratiche e fondatrici della Repubblica, ancora oggi viene percepito dal gregge-massa come un evento eroico e a difesa del bene pubblico.

3) LA SECONDA REPUBBLICA E LE RIFORME

Tangentopoli e l’inchiesta “Mani Pulite” funsero da levatrici per la nascita d’una stagione di riforme neoliberiste ed eversive dell’ordine costituzionale chiamata Seconda Repubblica.

 

Dopo trent’anni di svendita del patrimonio pubblico, di privatizzazioni, di demolizione dei diritti del lavoro e di smantellamento del potere dell’istituzione parlamentare, quella che un tempo era la quinta potenza economica mondiale, si ritrova oggi con il numero di popolazione sotto la soglia di povertà quadruplicato rispetto a prima, un sistema industriale ai minimi termini, un’ecatombe delle piccole imprese, un collasso della coesione sociale evidenziato dalla metà della popolazione che diserta le elezioni.

Eppure, una vasta parte di opinione pubblica è ancora convinta che, se le cose sono andate così male, è perché di quel genere di riforme non ne sono state fatte abbastanza.

 

4) L’11 SETTEMBRE 2001.

La vicenda storica che ha inaugurato lo stato d’emergenza permanente e l’avvento della post-verità (cioè la fine d’ogni concezione comune sul vero e sul falso), viene interpretata ancor oggi dai più secondo la versione ufficiale di grattacieli crollati per il calore del carburante malgrado tutti abbiano avuto davanti agli occhi, invece, sequenze video mostranti polverizzazione immediata di mura e acciaio.

 

Da questo venir meno d’un piano epistemico condiviso, è disceso il fatto che oggi la maggioranza non abbia idea del perché quel fatto sia avvenuto.

 

5) LA DESTITUZIONE DI BERLUSCONI NEL 2011.

Non troppo dissimilmente da quanto avvenuto vent’anni prima con Mani Pulite, magistratura, media, servizi segreti e capi di stato stranieri, col coordinamento della Presidenza della Repubblica, hanno contribuito a destituire un premier democraticamente eletto per avviare uno stato d’emergenza finanziario che ha portato a modifiche della Costituzione, volte a sottrarre agli organismi elettivi ogni potere di decidere intorno all’economia (e dunque a sottrargli potere decisionale tout court).

 

6) L’EMERGENZA PANDEMICA.

 

Dallo stato d’emergenza si è alfine passati allo stato d’eccezione e, con esso, sono partiti il capitalismo della sorveglianza, il sistema di credito sociale volto a condizionare i diritti civili alla condotta e alla conformità politica, la messa in discussione dell’habeas corpus, la dissoluzione sociale definitiva attraverso l’imbozzamento della nuda vita nel digitale.

Tutto questo, col pieno consenso d’una maggioranza che, ancora oggi, sarebbe disposta a replicare quella dinamica di assoluta sottomissione.

 

7) L’EMERGENZA CLIMATICA.

La paura per un ambiente divenuto ostile – con le cartine del meteo nei telegiornali viranti verso il colore rosso al fine di suscitare inquietudine – ha portato dal timore d’un pericolo tangibile a quello verso l’indefinito e l’invisibile e, quindi, alla repulsione verso il tempo presente.

 

8) L’EMERGENZA DI GUERRA.

Così come l’ambientalismo padronale ha promosso il disgusto verso il tempo presente, lo stato di guerra continuo ha cancellato ogni visione collettiva e condivisa del tempo futuro:

ovvero ha certificato il noto assioma secondo cui chi non possiede un passato – ovvero non lo ha compreso – neppure può disporre d’un futuro.

(Riccardo Piccosi).

(ariannaeditrice.it/articoli/la-memoria-spettrale-degli-italiani).

 

 

 

 

Italia-Usa: Meloni a un bivio,

schivi trappola Trump.

 Ilcorrieredelgiorno.it – (1° Febbraio 2026) - L'editoriale - Redazione CdG 1947 – Marco Follini - ci dice:

 

È il momento in cui occorre rischiare, assumere una responsabilità, sfidare le convenzioni, mettere un punto fermo.

 Meloni alle prese con Trump si trova esattamente a quel punto.

L’America di Trump può diventare la vera trappola per Meloni e il suo governo.

 Poiché, mentre tutti ragionano sulle insidie del referendum, sulle vicissitudini dell’economia in ristagno e sulla difficoltà a cambiare la legge elettorale, sarà lungo la rotta atlantica che la maggioranza incontrerà le maggiori difficoltà.

Con se stessa e verso il paese.

Cosa che la premier sembra avere compreso, in questi ultimi giorni.

Ma da cui non è affatto riuscita, almeno finora, a districarsi.

 

L’alleanza atlantica non ha mai portato troppi voti, anche nelle campagne elettorali di un tempo.

 C’era il Vietnam, c’erano i missili, c’era un diffuso sentore di imperialismo economico.

Tutti argomenti che costavano una certa fatica alle maggioranze dell’epoca.

 Ma era pur sempre un’altra America.

Decisiva negli anni quaranta per liberarci dal fascismo, decisiva negli anni seguenti per vincere la guerra fredda,

E soprattutto era un’America accattivante, che si faceva conoscere attraverso i suoi film, le sue canzoni, quella sua singolare capacità di parlare un linguaggio universale -o quasi.

 

Nulla a che vedere con l’America trumpiana dei nostri giorni.

 Una Casa Bianca che è diventata torva, chiusa nel proprio egoismo imperiale, insofferente dei suoi alleati, sorda ai vincoli e alle regole internazionali, lontana da quella sorta di bon ton che dovrebbe regolare la vita del pianeta.

 Essa ha il volto, come s’è visto da ultimo a Minneapolis, di un potere violento, che si presenta con la cupezza di quelle milizie governative che sembrano richiamare le politiche d’ordine (chiamiamole così, con un eufemismo) dei nostri tristissimi anni trenta.

 

A fronte di tanto scandalo, Meloni ha cercato fin qui di muoversi surfando sulla difficoltà.

Così, da un lato ha protestato per le frasi irridenti che il presidente americano ha riservato ai soldati italiani in Afganistan, ha dichiarato di non essere d’accordo sulla sua pretesa di annettersi la Groenlandia, ha concesso qualcosa di più a un percorso europeo che si rivela ormai come l’unico possibile per un paese come il nostro.

Dall’altro però ha tenuto qualche distanza di troppo dai partner continentali, è tornata ad auspicare l’assegnazione -surreale- del premio Nobel, ha definito ‘legittimo’ l’intervento in Venezuela.

E per giunta rischia ora di trovarsi i famigerati militi dell’“ICE” a far la guardia ai leader statunitensi in visita alle Olimpiadi invernali.

 

Sembra di assistere al consueto barcamenarsi che ci si aspetta da un capo di governo nel bel mezzo del bailamme planetario.

 In fondo, è proprio quello che in tanti chiedono a Meloni: di dare un colpo al cerchio e uno alla botte.

 E però resta il fatto che se Meloni vuole evitare di fare la suffragetta di un presidente americano così controverso e imbarazzante prima o poi dovrà prendere distanze molto più nette.

Poiché se invece resta a metà strada si troverà a pagare un conto salatissimo alle esagerazioni e alle intemperanze dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

 

Ed è appunto qui che casca (metaforicamente) l’asino.

Poiché la torsione che Trump sta dando al suo paese è così drammatica, e così impopolare -almeno ai nostri occhi- da riverberarsi su chiunque si mostri troppo compiacente verso le sue stranezze e i suoi arbitrii.

Cosa che Meloni probabilmente intuisce.

Ma sembra avere qualche remora a tradurre in pronunciamenti politici veri e propri.

 

Ora, è chiaro che nessuno può aspettarsi dal capo del governo italiano, chiunque sia, un atteggiamento ostile verso il proprio “alleato”.

Ma da qualche giorno a questa parte è almeno altrettanto chiaro che un eccesso di vicinanza a questa presidenza americana riverbera su chi vi indulge una di quelle ombre che prima o poi finiscono per diventare un errore strategico, politico e morale.

E anche, prima o poi, elettorale.

 

C’è un momento, nella vita di quanti si dedicano alle cure dello Stato, in cui la prudente via di mezzo finisce per condurre in un vicolo cieco.

È il momento in cui occorre rischiare, assumere una responsabilità, sfidare le convenzioni, mettere un punto fermo.

Meloni alle prese con Trump si trova esattamente a quel punto.

Può minimizzare la differenza, diplomatizzando le cose, e ne pagherà il prezzo.

Oppure può renderla più esplicita e visibile, e ne avrà il merito, correndone anche il rischio.

Ormai è chiaro che occorrerà scegliere, e che nessuna scelta sarà troppo facile.

Ma la politica, nei pochi momenti cruciali, è tutta qui.

(Marco Follini).

 

 

 

 

 

Diplomazia.

Il mondo sta cambiando

a sfavore dell’Europa.

Internazionale.it - Pierre Haski, France Inter, Francia – (29.12.2025) – Redazione – ci dice:

 Donald Trump accoglie nello studio ovale la squadra maschile statunitense di hockey che ha partecipato alle Olimpiadi del 1980. Washington, 12 dicembre 2025.

 (Jacquelyn Martin, Ap/LaPresse).

Un simbolo degli stravolgimenti vissuti dal mondo nel 2025 sono le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump all’ex commissario europeo “Thierry Breton” e ad altri quattro leader europei prima di Natale.

 È stato un gesto ostile senza precedenti tra paesi alleati o, meglio, “teoricamente” alleati.

Le reazioni, in Francia e nel resto d’Europa, non si sono fatte attendere.

 

Le sanzioni sono prima di tutto ideologiche, perché basate su una concezione molto statunitense della libertà d’espressione e legate agli interessi degli oligarchi della tecnologia, diventati il pilastro dell’economia degli Stati Uniti.

 Le argomentazioni di Washington seguono la scia del discorso pronunciato da “J.D. Vance” a Monaco all’inizio dell’anno, quando il vicepresidente americano aveva accusato gli europei di “ostacolare la libertà d’espressione”.

Lo stesso atteggiamento si ritrova nel documento strategico pubblicato all’inizio di dicembre dall’amministrazione Trump, secondo cui l’Europa rischia la “cancellazione della sua civiltà”.

 

Lo sconcerto è enorme a ogni tappa di questa separazione.

 I provvedimenti contro l’ex commissario europeo, accusato di essere alla guida di un “complesso censorio-industriale”, hanno avuto l’effetto di un elettroshock alla vigilia di Natale.

Eppure è chiaro che c’è un divorzio in corso fra l’amministrazione Trump e le democrazie liberali d’Europa, anche se queste non si aspettavano tanta violenza.

 

Trump vuole distruggere la democrazia europea.

Gli europei sapevano da anni (fin dalla presidenza Obama) che gli Stati Uniti avevano rivolto il loro sguardo verso l’Asia e soprattutto verso la Cina, principale rivale di Washington, mentre il vecchio continente contava sempre di meno.

 Trump, però, si è spinto oltre:

 vuole distruggere l’Unione europea, ripetendo (senza alcun collegamento con la realtà) che è stata inventata per “fregare gli Stati Uniti”.

 

L’Europa, dunque, si ritrova con un protettore che allo stesso tempo vuole farle la pelle.

 Gli europei non erano pronti a un’evoluzione di questo tipo, come dimostra il fatto che abbiano sviluppato senza opporsi una doppia dipendenza, dalla tecnologia statunitense (ultra dominante, anche perché l’Europa ha saltato una o due rivoluzioni) e, per la propria difesa, dalla presenza americana all’interno della Nato.

 

Limitare i danni.

 

Nel 2025, sia nel sostegno all’Ucraina sia nei rapporti transatlantici, gli europei hanno finalmente capito che il mondo è cambiato, e non in loro favore.

 L’Unione oggi si ritrova in una posizione vulnerabile, stretta tra l’aggressività della Russia e l’ostilità degli Stati Uniti.

 

Il problema, per i 27, è che le dipendenze di questo tipo non si cancellano dall’oggi al domani.

Ci vorranno anni, e nel frattempo bisognerà convivere con l’amministrazione Trump cercando di limitare i danni.

 Per questo motivo la risposta agli attacchi statunitensi è complicata e inevitabilmente deluderà l’opinione pubblica europea.

Una prima prova per gli europei nel 2026 sarà salvare la legge sul digitale per cui “Breton” è stato sanzionato.

Il 24 dicembre la Commissione europea ha difeso la normativa, concordata da stati sovrani e approvata da un parlamento eletto a suffragio universale.

Ma l’offensiva di Trump non si fermerà a queste sanzioni.

Washington vuole una resa, come chiesto dalla Silicon Valley.

 

La seconda prova sarà quella delle ingerenze.

L’amministrazione statunitense sostiene apertamente i partiti di estrema destra in Europa, che nel documento strategico sono definiti forze “patriottiche”, e con ogni probabilità Washington cercherà di aiutare la loro salita al potere.

 In Europa non bisogna farsi illusioni: sarà un divorzio senza regali.

(Traduzione di Andrea Sparacino).

 

 

 

 

LETTERA DAL PALAZZO.

Il mondo sta cambiando: traiamone le conseguenze.

Francia, Germania, Italia da sole non contano più nulla.

Ilroma.net - Ottorino Grugo – (30-01 -2026) – Redazione - ci dice:

 

 

Il mondo sta cambiando: traiamone le conseguenze.

 Giorgia Meloni.

Tutto cambia, guardavamo con sgomento la carta geografica - soprattutto l’Europa ci appariva immensa.

Le cose non stanno più così.

Le politiche nazionali, cioè il modo di amministrare i singoli paesi, sono mutati.

Un esempio: Francia, Germania, Italia da sole non contano più nulla.

 

Di fronte all'invadenza russa e americana che mirano a conquistare il mondo, non c'è altra soluzione che quella di fare esattamente l’opposto di quello che ha fatto l’Inghilterra quando è uscita dall’Unione europea. Per sopravvivere è una necessità assoluta.

 

La nostra Presidente del Consiglio, privilegiando l'alleato americano rispetto alla Russia, ritiene evidentemente che sia ancora possibile stabilire un modus vivendo con Washington.

Purtroppo, la Meloni sembra illudersi.

Trump e Putin aspettano di potersi giocare tra loro la partita decisiva e per arrivare a farlo rinnovano l'antica politica romana del “divide et impera”.

 

Sono, è inutile nasconderselo, i leader americano e russo, di fatto, a far capire all’Europa che soltanto se rimarrà unita potrà fronteggiare con qualche speranza di successo i due Paesi maggiori.

Inevitabilmente, infatti, anche in questo caso vale la logica del pesce grande che mangia quello più piccolo, ma torniamo all'Italia:

 non è un caso che di politica interna si parli sempre meno.

 Bisognerà perciò che molte cose vengano modificate.

Per prima cosa occorrerà una attenta valutazione della adeguatezza dell'attuale alleanza è ciò riguarda soprattutto Giorgia Meloni.

 

La Presidente del Consiglio deve avere il coraggio di affrontare con determinazione Matteo Salvini.

 O questi accetta di mettersi in riga e allinearsi alle posizioni di Fratelli d’Italia e di Forza Italia o la coalizione si rivelerà inutile o addirittura dannosa.

 

 

 

 

Il mondo sta cambiando. E noi?

Spiritualcoach.it – Lucia Merlo – (22 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

Il mondo sta cambiando. Lo ha sempre fatto e sempre lo farà.

Ora sembra tutto così amplificato, eppure i segnali erano già arrivati da tempo.

Cambia il clima, cambiano i ritmi, cambiano le regole non scritte che per  anni ci hanno fatto sentire al sicuro.

Il cielo sembra avere umori che non riconosciamo più, la terra reagisce, l’acqua sale o scompare, l’aria si fa pesante.

 Tutto si muove e preme chiedendo attenzione.

 

Eppure la domanda che ci dovremmo fare non riguarda il meteo. Riguarda noi.

Noi stiamo cambiando davvero oppure siamo solo spettatori che sperano di non essere mai toccati?

C’è qualcosa di inquietante in questo tempo, più del solito.

Perché niente mai crolla tutto in un colpo solo.

Ci sono messaggi, avvisaglie che arrivano prima di ogni crollo.

 Qualcosa si sfilaccia, una crepa si apre, una parola di troppo, un “io non c’entro” detto con troppa facilità.

 

Ed è lì che iniziamo a perderci.

Perché il cambiamento che fa più paura non è quello fuori, ma quello che ci chiede di guardarci dentro senza più scuse.

 

Siamo dentro al cambiamento?

Ci raccontiamo che il problema sono sempre gli altri.

 I governi, le multinazionali, chi inquina, chi sfrutta, chi decide.

Tutto vero, e ne abbiamo le prove.

 

Eppure c’è una parte che evitiamo con cura chirurgica:

noi siamo dentro questo sistema.

Ci siamo anche noi, piccoli esseri pensanti che desiderano sempre di più, che si sentono defraudati se non ottengono, che svicolano e si aggrappano a qualunque cosa quando la strada si fa ripida.

 

Ci siamo quando invidiamo, quando graffiamo con le parole, quando critichiamo per sentirci un gradino sopra.

E siamo ancora noi quando lanciamo ad altri la bruciante palla della responsabilità, sperando che qualcuno la tenga al posto nostro.

Questo fa bene al pianeta? Fa bene a noi? La risposta non è comoda e nemmeno rassicurante.

 

È una risposta che non salva la faccia a nessuno.

Perché ogni volta che diciamo “io non mi comporto così” stiamo già costruendo una gabbia.

 E le gabbie difficilmente fanno circolare l'aria.

 

Il mondo che cambia assomiglia a un’immagine sgranata, come se i pixel si stessero spostando.

Non è ancora chiaro cosa verrà fuori, ma sappiamo che quello che c’era prima non regge più.

In questa transizione inquieta cerchiamo di salvare una specie, un’idea, un interesse, come se il resto potesse arrangiarsi.

 Ma il pianeta non funziona a compartimenti stagni.

 

È un intreccio di connessioni, un enorme albero genealogico dove ogni ramo dipende dagli altri.

 Tagliarne uno perché non è produttivo o perché non ci serve più significa indebolire l’intera struttura, anche se per un po’ facciamo finta di non accorgercene.

 

La coperta è corta.

C’è una sensazione diffusa che serpeggia nell'aria, e io la traduco così: la coperta è sempre più corta.

Possiamo tirarla da una parte o dall’altra, ma qualcuno resterà sempre scoperto.

Allora iniziano le lotte, le accuse, le contrapposizioni.

Tu non vai bene per questo, quindi ti elimino.

Tu mi servi ancora, quindi ti tengo, anche se sei rinsecchito, anche se non fiorisci più, anche se porti solo stanchezza.

È una logica di sopravvivenza travestita da razionalità ed è profondamente umana.

Proprio per questo va guardata in faccia.

 

Da dove arriva questa spinta a essere sempre più grandiosi, a conquistare, a dimostrare?

Dalla paura di essere piccoli?

Dal terrore di scoprire che non siamo separati da ciò che soffre?

Dal non voler sentire che ogni scelta ha un’eco, anche quando facciamo finta di non ascoltarla?

 

Il cambiamento del mondo ci sta togliendo le illusioni una ad una, e questo fa male.

Ma il dolore, quando viene ascoltato, può diventare la nostra grande opportunità.

Trovare uno scopo nel cambiamento del mondo.

Quando scopriamo lo scopo sincero di una qualunque cosa, smettiamo di chiederci chi ha torta e chi ragione, e ci domandiamo come poter migliorare la situazione.

 Non è scontato questo, ma è necessario per chi vorrà davvero portare nuovo valore alla propria vita, prima di tutto.

Trovare un senso nel cambiamento del mondo significa accettare che siamo co-autori di questa storia, anche quando non ci piace il capitolo che stiamo leggendo.

 

Il senso, lo scopo o come vuoi chiamarlo, nasce nei gesti minuscoli che non fanno notizia.

 Nel modo in cui parliamo e trattiamo agli altri, la natura, gli animali, nel modo in cui consumiamo, nel modo in cui restiamo invece di scappare.

Nasce quando smettiamo di vivere come se tutto fosse dovuto e iniziamo a vivere come se tutto fosse in relazione.

 

Perché lo è sempre stato, solo che ora non possiamo più ignorarlo.

C’è speranza sì, ruvida e che richiede responsabilità e presenza. Mettiamo da parte le salvezze rapide e apriamoci a trasformazioni lente e reali.

Il mondo sta cambiando e ci sta chiedendo di diventare adulti come specie, non solo come individui.

Di passare dall’io al noi senza perderci.

Di riconoscere che ogni ramo conta, anche quello storto, anche quello che non dà frutti immediati.

 

Trovare senso nel cambiamento del mondo significa smettere di cercare un colpevole e iniziare a cercare un posto:

il nostro posto, dentro questo intreccio vivo, fragile e potente che chiamiamo Pianeta.

E chissà che proprio lì, dove smettiamo di difenderci e iniziamo a sentire, comincia un respiro nuovo.

(La Spiritual Coach Academy di Lucia Merico).

 

 

 

 

 

Von der Leyen “Il mondo sta

 cambiando ma l’Europa è pronta.”

ildenaro.it – (21 Gennaio 2025) – ITALPRESS – Redazione – ci dice:

 

DAVOS (SVIZZERA).

 “Le regole di ingaggio tra le potenze globali stanno cambiando.

 Non dobbiamo dare nulla per scontato.

 E anche se ad alcuni in Europa questa nuova realtà potrebbe non piacere, noi siamo pronti ad affrontarla”.

 Lo ha detto la presidente della Commissione Europea, nel suo intervento a Davos al “World Economic Forum”.

“I nostri valori non cambiano.

Ma per difenderli in un mondo che cambia, dobbiamo cambiare il modo in cui agiamo.

 Dobbiamo cercare nuove opportunità ovunque si presentino.

Questo è il momento di impegnarsi oltre i blocchi e i tabù.

E l’Europa è pronta al cambiamento”, ha aggiunto.

(ITALPRESS).

 

 

 

 

Musk fonde” Space X” con “x Ai”

per mandare i data center nello spazio.

Ildenaro.it – (3 Febbraio 2026) - Adnkronos – Redazione – ci dice:

“Space X” di Elon Musk ha acquisito la sua azienda di intelligenza artificiale” xAI” in una fusione volta a implementare data center spaziali, si legge in una nota.

 L’acquisizione unisce le capacità missilistiche di “Space X” con la tecnologia di “x AI” per creare quello che Musk, nella dichiarazione, ha definito “il motore di innovazione verticalmente integrato più ambizioso sulla Terra (e fuori dalla Terra)”.

 

La fusione arriva mentre i finanziamenti per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sostenuti dalle grandi aziende tecnologiche, iniziano a mostrare segni di tensione.

Musk ha affermato che “Space X” prevede di lanciare una costellazione di satelliti che funzionerebbero come data center orbitali, sfruttando l’energia solare nello spazio per soddisfare la crescente domanda di elettricità per l’elaborazione basata sull’intelligenza artificiale.

Secondo Musk queste esigenze non possono essere soddisfatte sulla Terra “senza imporre difficoltà alle comunità e all’ambiente”: “Sfruttando direttamente l’energia solare pressoché costante con costi operativi e di manutenzione ridotti, questi satelliti trasformeranno la nostra capacità di scalare l’elaborazione”, ha scritto nella nota.

 

“Space X “punta a lanciare un milione di satelliti che funzioneranno come data center utilizzando il suo razzo “Starship”, che secondo l’azienda raggiungerà presto una velocità di lancio di un volo all’ora con un carico utile di 200 tonnellate.

La nota non ha rivelato i termini finanziari dell’acquisizione né fornito una tempistica per il dispiegamento iniziale dei satelliti.

Secondo Bloomberg, la società risultante dalla fusione avrebbe una valutazione di 1,25 trilioni di dollari.

 L’accordo intreccia ulteriormente il vasto impero commerciale di Musk, che include già la casa automobilistica Tesla e la piattaforma di social media X, precedentemente Twitter.

Musk ha fuso X con xAI dopo aver acquisito Twitter alla fine del 2022.

La società “x AI”, che gestisce il chatbot “Grok”, è stata valutata 230 miliardi di dollari in un round di finanziamento di gennaio.

 

La società risultante dalla fusione metterebbe insieme capitali, risorse informatiche e talenti, mentre Musk persegue la sua visione di installare data center nello spazio per l’intelligenza artificiale.

 Secondo quanto riportato dai media statunitensi, “Space X” starebbe puntando a un’offerta pubblica iniziale (IPO) a metà giugno, che potrebbe raccogliere fino a 50 miliardi di dollari.

L’azienda domina il mercato dei lanci spaziali con i suoi razzi riutilizzabili e possiede la più grande costellazione di satelliti tramite Starlink.

 

Musk si era precedentemente opposto a un’IPO per “Space X” perché non aveva goduto del necessario controllo da parte di Tesla, quotata in borsa.

 Ha anche sostenuto che il desiderio del mercato di rendimenti finanziari era in contrasto con il suo obiettivo finale di colonizzare Marte.

Ma le ultime priorità dell’azienda richiederanno investimenti significativi.

Tra queste, lo sviluppo di “Starship”, il più grande razzo mai costruito, per missioni sulla Luna e su Marte.

 

 

 

 

Consiglio Affari Esteri UE, Kallas:

“Il mondo sta cambiando,

l’Europa deve rafforzarsi”.

 Sardegnagol.eu – (29 Gennaio 2026) - Francesco Puddu – ci dice:

Si è conclusa a Bruxelles una riunione definita “molto produttiva” dei ministri degli Esteri dell’Unione europea.

 In conferenza stampa, l’Alta rappresentante “Kaja Kallas” ha tracciato un quadro netto delle sfide globali del 2026, sottolineando come il contesto internazionale sia segnato da una crescente imprevedibilità e da un mutamento degli equilibri geopolitici.

 

Secondo Kallas, la Russia rappresenta una minaccia immediata, la Cina una sfida strategica di lungo periodo e il Medio Oriente resta un’area di instabilità cronica.

A questi fattori si aggiunge una nuova variabile:

 la ridefinizione dei rapporti transatlantici.

“Quando l’Europa è divisa è debole, ed è più esposta alle pressioni esterne”, ha avvertito, ribadendo la necessità di rafforzare l’unità interna e approfondire le partnership internazionali, citando come esempio recente gli accordi raggiunti con l’India.

 In questo contesto, una nuova strategia europea per la sicurezza potrebbe rappresentare una guida fondamentale per il futuro.

 

Ampio spazio è stato dedicato alla guerra in Ucraina.

Kallas ha accusato la Russia di non compiere alcuno sforzo credibile verso la pace, definendo crimine di guerra l’attacco a un treno passeggeri e i bombardamenti su infrastrutture civili, ospedali, scuole ed edifici residenziali.

 “Mosca non riesce a vincere sul campo e tenta di trasformare l’inverno in un’arma”, ha dichiarato.

 

L’energia diventa così un nuovo fronte del conflitto.

L’UE ha risposto con il più grande pacchetto di aiuti invernali mai varato, che comprende forniture di emergenza, fondi e consegne energetiche.

Solo oggi sono stati inviati 500 generatori aggiuntivi e stanziati 50 milioni di euro per il settore, portando il fondo energetico complessivo oltre 1,6 miliardi di euro.

 Bruxelles valuta inoltre la creazione di una task force con Kiev per migliorare il coordinamento degli aiuti e chiede agli Stati membri di rafforzare le scorte di difesa aerea.

 

Parallelamente, aumenta la pressione economica su Mosca:

l’UE ha inserito la Russia nella lista nera per il rischio di riciclaggio di denaro, rendendo più costose e lente le transazioni bancarie.

Procedono anche i lavori sul prestito da 90 miliardi di euro e sul ventesimo pacchetto di sanzioni.

 Tra le proposte in discussione, anche il divieto di ingresso nello spazio Schengen per ex combattenti russi, per motivi di sicurezza.

Proseguono inoltre i piani per i contributi europei alle future garanzie di sicurezza per l’Ucraina, dalla formazione militare al sostegno all’industria della difesa e al percorso di adesione all’UE.

Sul fronte della giustizia internazionale, l’Unione ha stanziato i primi 10 milioni di euro per la creazione di un Tribunale speciale sul crimine di aggressione.

“La Russia ha iniziato questa guerra e deve risponderne”, ha ribadito Kallas.

 

I ministri hanno affrontato anche la situazione in Iran, condannando la risposta del Governo alle proteste.

È stato deciso di designare i Guardiani della Rivoluzione come organizzazione terroristica, equiparandoli a gruppi come Daesh, Hamas, Hezbollah e al Qaeda (gruppo del quale ha fatto parte pure il ripulito al-Sharia, leader di un governo che sta incassando miliardi di euro dall’Ue).

 Sono state inoltre adottate nuove sanzioni contro i responsabili delle violenze, incluso il ministro dell’Interno, e rafforzate le misure contro il sostegno militare iraniano alla Russia.

 

Sulla Siria, Kallas ha descritto un Paese ancora estremamente fragile. Pur accogliendo positivamente il cessate il fuoco e l’apertura dei corridoi umanitari, l’UE sottolinea la necessità di una transizione politica inclusiva e di una riconciliazione nazionale per evitare un ritorno al caos, con la minaccia dell’ISIS ancora presente.

 

Per quanto riguarda Gaza, l’attenzione resta concentrata sul sostegno al piano di pace e sulla riapertura del valico di Rafah tra Gaza ed Egitto, considerata un segnale chiave di progresso.

L’UE si prepara a ridispiegare il proprio personale e a rafforzare il ruolo della missione EUPOL COPPS nella formazione della polizia e delle istituzioni giudiziarie palestinesi, estendendo anche le attività di addestramento in Giordania.

Secondo Bruxelles, la sicurezza di Gaza dovrà essere affidata ai palestinesi e la ricostruzione sarà legata al processo di demilitarizzazione.

 

Sul Sudan, definito “la peggiore crisi umanitaria al mondo” (anche se l’Ue coopera con i vertici degli Emirati Arabi Uniti, Paese che sostiene l’RSF di Mohamed Hamdan Dagalo) i ministri hanno approvato nuove sanzioni contro membri delle “Rapid Support Forces” e delle “Forze armate sudanesi”.

 

 

 

Energie rinnovabili, Cendon (LVC)

attacca Rucco:

“Difende modelli energetici e

produttivi superati, costosi e senza futuro”

vipiù.it - Comunicati Stampa – (23 Gennaio 2026) -Redazione – ci dice:

Le energie rinnovabili non fanno male all’economia:

 la consigliera regionale “Rossella Cendon” (Le Civiche Venete) risponde al comunicato diffuso dal vice presidente del consiglio Regionale “Francesco Rucco” (Fratelli d’Italia-Giorgia Meloni), secondo il quale le politiche ambientali non possono tradursi in un indebolimento del tessuto produttivo, quindi l’ideologia non deve prevalere sul buonsenso.

Secondo la consigliera Cendon però Rucco “continua a difendere modelli energetici e industriali superati, ignorando l’evoluzione dei mercati e delle tecnologie” e soprattutto “non si comprende in cosa consista il pragmatismo da lui invocato”.

 

Rossella Cendon, consigliere regionale “Le Civiche Venete”.

Cendon mette in evidenza i numeri:

“Se 1 MWh prodotto con il solare costa 58,6 Euro (dati dicembre 2025) e un MWh a gas costa 102 Euro (dati gennaio 2026), rinviare la sostituzione del gas significa accettare un extracosto di oltre 40 euro per ogni MWh in un Paese che consuma circa un milione di MWh al giorno.

Un peso che ricade direttamente su famiglie e imprese.

” Quindi, continua la consigliera, continuare a guardare al gas significa essere dipendenti da mercati esteri o essere a favore di trivellazioni su territori, come quelli della provincia di Rovigo, che hanno comportato storicamente fenomeni gravi di subsidenza.

“Certo – precisa l’esponente di LVC – sono necessari investimenti nelle reti e negli accumuli, ma già a dicembre 2025 la rete elettrica italiana è stata dotata di 10 GWh di accumuli che consentono di cedere energia programmabile da solare anche quando il sole non c’è e ad un costo comunque inferiore ai 115 €/MWh, dati medi dell’anno 2025”.

 

Anche per quel che riguarda il capitolo posti di lavoro, gli 80 mila persi nell’ automotive su 14 milioni (-0,6%) sono dovuti alla crisi del modello di trasporti, da quando gli stipendi dei cittadini europei non hanno più consentito loro di acquistare auto con una frequenza elevata, peraltro sconosciuta in altre parti del mondo.

 In questo caso le politiche ambientali non c’entrano, anzi, hanno l’effetto opposto:

“È bene sottolineare – ribadisce Cendon – che molte più persone hanno trovato lavoro nell’ambito delle fonti rinnovabili, la stima è superiore agli 80 mila solo nel settore riguardante il fotovoltaico.

Il vero errore delle politiche del passato non è stato ‘fare troppo green’, ma non aver accompagnato la transizione con una strategia industriale adeguata. Magari l’Europa, e il Veneto, avessero adottato fin da subito politiche industriali più concrete nel settore dell’energia:

il Veneto non avrebbe perso la leadership nel fotovoltaico e nelle pompe di calore, solo per fare un esempio di grave perdita di mercato nella nostra regione. Il

 Green Deal e le politiche locali per l’ambiente sono la maggior opportunità industriale per un’economia manifatturiera come quella del Veneto e tutti i numeri ci fanno capire che accelerare la transizione energetica significa abbassare il costo dell’energia, rafforzare la competitività delle imprese e creare lavoro qualificato”.

 

Insomma, secondo la Consigliera Cendon difendere rendite di settori superati significa pagare di più oggi e perdere il futuro domani.

Quanto al pragmatismo, conclude, sarebbe il caso di metterlo in pratica “per affrontare il problema delle lungaggini per allacciare gli impianti fotovoltaici, ringrazierebbero sia le famiglie che le imprese”.

 

 

 

Riflessioni sul messaggio di Leone XIV

 per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Custodire l’umano

nell’era degli specchi digitali

osservatoreromano.va – (29 gennaio 2026) - Domenico Pompili – ci dice:

 

 Custodire l’umano nell’era degli specchi digitali.

Il messaggio di Leone XIV per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali arriva in un momento decisivo e particolarmente delicato anche sul piano geopolitico.

In modo particolarmente significativo, le parole, le narrazioni e le immagini ci raggiungono in modo immediato attraverso gli schermi dei nostri dispositivi e contribuiscono a dare forma al mondo quasi senza che ce ne rendiamo conto.

Non è solo una questione tecnologica: sta cambiando il nostro modo di abitare la realtà, sta cambiando il nostro modo di percepirla.

 

Non si creda che il digitale sia virtuale nel senso di asettico, astratto, immateriale. Il web ha un linguaggio spaziale — sito, home, navigare, finestre, cloud — e ci ritroviamo ad abitare un luogo inedito, governato da leggi che raramente conosciamo e padroneggiamo.

Dobbiamo fare in modo che ciò non comporti perdita di contatto con la realtà, sradicamento, allucinazione collettiva.

Non è più tempo della previsione: l’intelligenza artificiale (IA) è già tra noi, pervasiva e invisibile, capace di simulare volti, voci e spiegazioni in cui il confine tra realtà e finzione risulta pericolosamente sfumato.

 

Leone XIV individua con lucidità i rischi che stiamo correndo:

le cosiddette «allucinazioni» — termine tecnico che indica le risposte plausibili ma errate dei sistemi di IA — ma soprattutto l’oligopolio di poche aziende, che costituisce una forza invisibile e potente, capace di orientare sottilmente i comportamenti e persino di riscrivere la storia, compresa quella della Chiesa.

 

L’affidamento acritico all’intelligenza artificiale come «amica onnisciente», «oracolo di ogni consiglio», logora la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo.

 Stiamo delegando troppo.

E così, mentre crediamo di guadagnare efficienza, rischiamo di perdere ciò che ci rende propriamente umani:

 la fatica del pensiero, lo sforzo della comprensione, la lentezza necessaria alla riflessione, l’empatia e tutte le emozioni autentiche, non simulate.

 

L’IA non produce certamente solo negatività:

 per molti aspetti corregge i nostri errori, riordina i nostri testi confusi, analizzano enormi quantità di dati, coadiuva diagnosi mediche complesse.

Siamo di fronte a un farmaco, ciò che è insieme veleno e rimedio.

 Per questo, occorrono conoscenze, confronti e valide pratiche di discernimento.

 

La domanda cruciale diventa allora: come custodire l’umano?

E quale umanità custodire, quella che cerca fraternità o quella che cerca il dominio?

 Il Papa lo dice con chiarezza: la sfida non è tecnologica ma antropologica.

 In un’epoca in cui gli algoritmi premiano emozioni rapide e chiudono le persone in bolle di facile consenso dove ogni vita si trova a cercare specchi più che volti e confronti reali, custodire l’umano diventa un atto di cura e di resistenza culturale.

 

Il Papa propone tre pilastri per un’alleanza possibile con questo tempo di comunicazioni facili e arrischiate al contempo: responsabilità, cooperazione, educazione.

Una volta pronunciate, le parole non smettono del tutto di essere nostre e dobbiamo preoccuparci degli effetti che esse provocano.

Nessuno può affrontare da solo questa sfida:

occorre collaborare, creare reti che mettano insieme soggetti di diverse competenze, senza trascurare quelle educative di cui oggi avvertiamo un tragico bisogno.

Ma c’è un passaggio ulteriore da non dimenticare: non si può non comunicare, siamo tutti comunicatori.

Anche chi ascolta, chi riceve un’informazione deve restare soggetto responsabile, attivo, educante.

 

C’è un compito particolare per la Chiesa.

Già nel 2010, con Testimoni digitali, la Chiesa italiana parlava della necessità di «abitare la Rete» senza complessi e senza pretese.

Oggi questa esigenza è ancora più urgente. Non si tratta di rivendicare privilegi sapienziali, ma di contribuire con umiltà a un discernimento comune.

 La fede cristiana non ci consegna risposte preconfezionate sulla tecnologia, ma ci orienta verso una maturazione dell’umano che passa attraverso il mistero dell’Incarnazione.

 

Leone XIV conclude invitando a far sì che volto e voce tornino a esprimersi nella lingua della vita personale, dentro una trama di relazioni autentiche. In un mondo di specchi digitali, dove tutto rischia di essere fatto «a nostra immagine e somiglianza», abbiamo bisogno di incontrare l’alterità delle vite, delle culture e delle cose.

Non siamo algoritmi biochimici: siamo vocazione, apertura, legame.

 

Toccare terra con tutti e due i piedi:

 è questo l’esercizio dell’intelligenza naturale che il Papa ci chiede.

In un’epoca in cui esploriamo più “Google Earth” che la natura e i nostri occhi sono rivolti più al cloud che al cielo, tornare alla lucida e commossa intelligenza del mondo non è nostalgia, ma profezia.

(Domenico Pompili, Vescovo di Verona, presidente della Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana).

 

 

 

 

DAL MODELLO CINESE AL RILANCIO EUROPEO.

Alessandropozzi.it – (10 -12 – 2025) – Redazione – ci dice:

 

Negli ultimi 10 anni, Pechino ha fatto ciò che nessun altro Paese ha avuto la coerenza di fare: integrare efficacemente la politica industriale e tecnologica con la strategia.

 

Nel PODCAST e nell’articolo che segue, della serie 𝗚𝗲𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗗𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗦𝗶𝗰𝘂𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮, punto a spiegare come il piano Made in China 2025 non sia solo economia: è una strategia di Potenza adattiva.

 

Vediamo come dietro i sussidi ci siano reti fisiche e digitali che garantiscono resilienza e autonomia;

dietro le aziende tecnologiche, una forza lavoro di 70 milioni di persone con competenze produttive che nessun Paese occidentale può replicare in tempi brevi.

 

Il modello americano basato sul contenimento attraverso dazi e restrizioni all’export tecnologico verso la Cina, ha generato un “momento Sputnik”, accelerando finora l’autonomia tecnologica di campioni nazionali come Huawei, SMIC e Deep Seek.

 

E l’Europa? Partendo dai fattori critici di successo del modello cinese, vediamo cosa possano fare i Paesi dell’Unione per non subire la storia che sta venendo scritta da Washington e Pechino.

COME PECHINO HA COSTRUITO LA SUA POTENZA INDUSTRIALE E TECNOLOGICA.

Dieci anni fa, la Cina annunciava Made in China 2025, un piano che molti osservatori occidentali salutarono con scetticismo.

L’obiettivo appariva titanico:

trasformare la seconda economia mondiale in una superpotenza tecnologica, capace di guidare i settori strategici del XXI secolo — energia pulita, semiconduttori, automazione, materiali avanzati, mobilità elettrica.

 

Oggi, con il senno di poi, è chiaro che quella strategia non era solo un esercizio di propaganda economica:

era il primo passo verso una profonda riorganizzazione dello Stato e della società industriale cinese.

Pechino non ha semplicemente iniettato denaro nei settori “del futuro”; ha costruito un ecosistema tecnologico e infrastrutturale capace di sostenere la crescita industriale per decenni, qualunque siano le turbolenze economiche o le sanzioni occidentali.

 

IL MOTORE INVISIBILE DEL SUCCESSO CINESE.

L’idea di fondo di “Made in China 2025” era semplice ma ambiziosa: ridurre la dipendenza dalle importazioni, accrescere la competitività delle imprese nazionali e conquistare le filiere globali dell’innovazione. Per farlo, Pechino ha speso fino al 2% del proprio PIL in sussidi diretti e indiretti, crediti agevolati, incentivi fiscali e investimenti pubblici massicci.

Il risultato?

 In un solo decennio, la Cina è passata da “fabbrica del mondo” a cuore pulsante della transizione tecnologica globale:

domina i veicoli elettrici e le energie pulite;

è leader mondiale nella produzione di batterie e droni;

controlla le terre rare e la catena del valore del solare;

sta raggiungendo competenze di frontiera nei semiconduttori e nell’intelligenza artificiale.

Dietro questa ascesa, però, non c’è solo la generosità dei sussidi.

Il vero punto di forza del modello cinese è la costruzione di “infrastrutture profonde” — fisiche, digitali, energetiche e umane — che rendono possibile innovare e produrre con efficienza su scala gigantesca.

 

UN ECOSISTEMA INFRASTRUTTURALE SENZA RIVALI.

Secondo una recentissima ricerca pubblicata su “Foreign Affairs”, negli ultimi trent’anni, la Cina ha costruito un apparato infrastrutturale senza eguali nella storia economica moderna.

 

La rete autostradale cinese è oggi il doppio di quella americana.

La rete ferroviaria ad alta velocità supera in lunghezza quella del resto del mondo messo insieme.

I porti cinesi — da Shanghai a Shenzhen — movimentano più merci di tutti i porti statunitensi combinati.

Ma la vera innovazione è avvenuta altrove: nella rete digitale e nella rete elettrica.

 

LA RETE DIGITALE COME STRUMENTO DI POTERE.

Mentre l’Occidente vedeva Internet come una minaccia per i regimi autoritari, Pechino ne intuiva il potenziale opposto.

Il Partito Comunista ha costruito un Internet “chiuso ma efficiente”, un sistema nazionale che connette quasi tutta la popolazione, controlla l’informazione e alimenta un ecosistema industriale digitale tra i più dinamici del pianeta.

 

Da questa matrice sono nate aziende come “Alibaba”, “Tencent”, “ByteDance”, “Huawei”, capaci di innovare nonostante (o forse grazie a) la supervisione statale.

L’infrastruttura digitale è diventata così un pilastro di crescita economica e di controllo politico.

 

LA RETE ELETTRICA COME FONDAMENTO TECNOLOGICO.

L’altro pilastro del modello cinese è l’energia.

 In 25 anni, la Cina ha costruito centrali per quantità equivalenti alla capacità totale del Regno Unito ogni anno.

Produce oggi più elettricità degli Stati Uniti e dell’Europa messi insieme e ha realizzato linee ad altissima tensione che attraversano il Paese da costa a costa.

 

Grazie a questo sistema, la Cina è diventata la prima grande economia in via di elettrificazione completa:

quasi il 30% del suo consumo energetico è elettrico, contro il 22% americano.

 E questa quota cresce rapidamente, trainando la mobilità elettrica, l’intelligenza artificiale e l’automazione industriale.

 

Non si tratta di un piano rigido, ma di un processo cumulativo:

la risposta pragmatica a problemi specifici (energia, logistica, inquinamento) ha prodotto un effetto sistemico — la nascita di un ecosistema energetico industriale competitivo e autosufficiente.

 

LA CONOSCENZA DEI PROCESSI: L’INFRASTRUTTURA UMANA.

A completare questo quadro c’è un altro asset spesso trascurato:

la forza lavoro industriale cinese.

Con oltre 70 milioni di lavoratori nel manifatturiero, la Cina possiede la più vasta concentrazione di “conoscenza di processo” al mondo — un sapere pratico, cumulativo, basato su anni di sperimentazione, ottimizzazione e produzione.

 

È questo capitale umano che consente di rendere scalabile rapidamente ogni nuova tecnologia: dal telefono all’auto elettrica, dal drone al pannello solare.

Un esempio paradigmatico è “Xiaomi”, passata in pochi anni dagli smartphone ai veicoli elettrici, fino a battere record di velocità sul circuito tedesco del Nürburgring.

 Un’impresa impensabile senza una rete di fornitori, ingegneri e operai altamente coordinata.

Il confronto con Apple è emblematico:

nonostante risorse finanziarie enormi, il progetto dell’auto elettrica americana è stato cancellato dopo dieci anni di tentativi.

Mancava l’ecosistema — energetico, produttivo e umano — che in Cina è ormai strutturale.

 

LE CREPE DEL MODELLO.

Eppure, l’efficienza industriale cinese non è priva di costi.

Il generoso sistema di sussidi ha favorito corruzione, sprechi e sovracapacità produttiva.

In alcuni settori, come i semiconduttori e il solare, decine di imprese producono gli stessi beni con margini quasi nulli.

La deflazione dei prezzi frena i salari, riduce i consumi e alimenta un circolo vizioso di domanda interna debole e surplus commerciale crescente (oggi vicino a un trilione di dollari).

 

Il governo è consapevole di questi eccessi e sta gradualmente favorendo il consolidamento industriale: meno aziende, più grandi e più efficienti.

Ma la priorità strategica resta la stessa: non deindustrializzare mai.

Come ha dichiarato Xi Jinping nel 2020, l’obiettivo non è la crescita veloce, ma l’autosufficienza tecnologica — anche a costo di una crescita più lenta e di tensioni commerciali con l’Occidente.

 

GLI STATI UNITI E L’ILLUSIONE DEL CONTENIMENTO.

Di fronte a questa traiettoria, Washington ha reagito con un misto di paura e disorientamento.

Dall’amministrazione Trump in poi, gli Stati Uniti hanno cercato di frenare la Cina più che rafforzare sé stessi:

dazi, sanzioni, controlli all’export di chip e tecnologie avanzate.

 L’idea era semplice: tagliare l’accesso di Pechino ai semiconduttori occidentali per rallentare il suo progresso.

 

Il risultato, però, è stato ambiguo.

Alcune aziende cinesi, come ZTE, hanno sofferto. Ma le più forti — Huawei, SMIC, Deep Seek — hanno reagito accelerando l’autonomia tecnologica.

Huawei è tornata ai livelli di ricavi pre-sanzioni;

SMIC produce chip a 7 nanometri;

i modelli linguistici di intelligenza artificiale cinesi sono ormai a pochi mesi di distanza dai rivali americani.

 Paradossalmente, le restrizioni statunitensi hanno funzionato come un “momento Sputnik”:

un potente stimolo alla mobilitazione nazionale verso la sovranità tecnologica.

 

L’AMERICA SENZA INFRASTRUTTURE.

Gli Stati Uniti hanno grande abbondanza di risorse, ma finora mancano di coerenza.

Il “CHIPS Act “e l’”Inflation Reductio Act “hanno stanziato centinaia di miliardi di dollari per rilanciare semiconduttori e tecnologie pulite.

Tuttavia, i risultati sono modesti:

le reti elettriche restano obsolete, la banda larga promessa da Biden non è stata realizzata, e il Paese non ha una rete nazionale di ricarica per veicoli elettrici.

 I progetti industriali arrancano tra burocrazia e costi eccessivi.

Le tensioni migratorie riducono la disponibilità di manodopera qualificata, mentre i tagli alla ricerca minano la supremazia scientifica americana.

La politica dei dazi, poi, aggrava la situazione:

crea incertezza, riduce gli investimenti e indebolisce la base manifatturiera.

In pochi mesi, gli Stati Uniti hanno perso decine di migliaia di posti di lavoro industriali.

 

In sintesi: Washington rischia di privilegiare la guerra commerciale invece della concreta ricostruzione industriale.

 

IL CONFRONTO DECISIVO: ECOSISTEMI CONTRO TATTICHE.

Il punto non è che la Cina sia invincibile.

È che gioca un gioco diverso.

Il suo successo deriva da un progetto sistemico:

infrastrutture fisiche e digitali integrate, energia abbondante, forza lavoro esperta, sostegno politico di lungo periodo.

Gli Stati Uniti, al contrario, oscillano tra liberalismo ideologico e protezionismo tattico, senza una visione coerente di sviluppo industriale.

 

Pechino costruisce un ecosistema, investe in conoscenze di processo, accetta sprechi pur di consolidare la supremazia industriale.

Washington impone controlli, celebra le start-up ma trascura la manifattura, si preoccupa di non scontentare gli azionisti.

 

DAL MODELLO CINESE ALL’ANALISI DRAGHI:

UNA NUOVA STRATEGIA INDUSTRIALE PER L’UNIONE EUROPEA.

Negli ultimi decenni l’Unione Europea ha costruito un modello economico basato su regole, mercato unico e disciplina fiscale.

 Ma nel frattempo, Cina e Stati Uniti hanno sviluppato modelli di crescita fondati su un elemento che in Europa è mancato: una strategia industriale di lungo periodo.

 

La Cina ha unito pianificazione statale, investimenti giganteschi e infrastrutture imponenti.

 Gli Stati Uniti hanno risposto con una politica industriale mirata e con un accesso illimitato al capitale privato.

L’Europa, invece, si è mossa più lentamente, frammentata tra ventisette politiche nazionali e un mercato dei capitali diviso, perdendo terreno in innovazione, energia e tecnologia.

Il Rapporto Draghi sulla competitività europea — presentato nel 2024 — è stato un punto di svolta.

 L’ex presidente della Banca Centrale Europea ha descritto con chiarezza una realtà che molti intuivano ma pochi dicevano apertamente:

 l’Europa non è più competitiva.

E non perché manchi di talenti o di idee, ma perché non riesce a trasformarli in industria, in crescita e in occupazione.

Per colmare questo divario con la Cina (e con gli Stati Uniti), Draghi e molti analisti europei propongono un cambio di mentalità: pensare come un continente, non come 27 economie separate.

 

1. Un vero mercato unico, non ventisette mercati nazionali.

 

Oggi l’Europa è un mosaico economico.

Ogni Paese ha le proprie regole fiscali, i propri sistemi energetici, i propri incentivi industriali.

Questa frammentazione rende impossibile creare aziende e filiere capaci di competere alla scala cinese o americana.

 Il primo passo è quindi completare il mercato unico, non solo per i beni, ma anche per tre ambiti chiave: il capitale, l’energia e i dati.

 

Un mercato dei capitali europeo.

Negli Stati Uniti o in Cina, un’azienda innovativa può raccogliere capitali da investitori di tutto il Paese.

In Europa, invece, deve affrontare regole diverse, tasse diverse e barriere burocratiche che scoraggiano l’investimento.

Creare un mercato unico dei capitali significa permettere alle imprese europee di crescere con risorse continentali, senza dipendere da capitali americani o fondi asiatici.

In concreto, serve una maggiore armonizzazione fiscale, regole comuni per gli investitori e strumenti finanziari europei di lungo periodo.

 

Un sistema energetico integrato.

 Il costo dell’energia è oggi uno dei principali svantaggi dell’industria europea rispetto alla Cina.

Mentre Pechino dispone di una rete elettrica gigantesca e a basso costo, l’Europa resta divisa in sistemi nazionali che spesso non comunicano tra loro.

 Occorre costruire una rete energetica europea che permetta di scambiare elettricità, accumularla, e ridurre i costi complessivi.

Ciò significa investire in linee elettriche transfrontaliere, in sistemi di accumulo (batterie e idrogeno) e in un mix energetico più equilibrato tra rinnovabili, gas e, dove possibile, nucleare.

 

Un’unione dei dati e dell’intelligenza artificiale.

Nel mondo digitale, i dati sono la nuova materia prima.

Ma oggi in Europa essi sono frammentati e soggetti a regole diverse. Creare uno spazio unico dei dati significa permettere alle imprese e ai ricercatori di condividere informazioni in modo sicuro, favorendo lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e della medicina personalizzata.

Ciò implica standard comuni, investimenti pubblici nel cloud europeo e un impegno serio per portare l’IA dentro le imprese, non solo nei laboratori di ricerca.

 

2. Investire insieme, non spendere separatamente.

 

Nessun Paese europeo può, da solo, sostenere la scala d’investimenti necessaria per competere con la Cina.

L’Europa deve finanziare insieme i progetti strategici — energia, difesa, tecnologie avanzate — attraverso strumenti comuni, come titoli europei dedicati o fondi condivisi. È

un passo politico delicato, ma inevitabile:

 i singoli bilanci nazionali non bastano.

E la frammentazione dei fondi nazionali produce sprechi, sovrapposizioni e lentezza.

 

Accanto ai fondi comuni serve anche una nuova disciplina dell’esecuzione.

 Ogni progetto europeo deve avere obiettivi misurabili, scadenze chiare e responsabilità definite.

Troppo spesso, le iniziative comuni si perdono in una burocrazia senza responsabilità precise.

Un’Europa competitiva deve imparare a valutare sé stessa con criteri di efficienza, come fa il settore privato.

 

3. Dalla difesa passiva al protagonismo industriale.

 

L’Europa ha reagito alla concorrenza cinese spesso con strumenti difensivi: dazi, regole anti-sussidi, indagini sui prodotti importati.

Ma una strategia che si limita a difendere i confini non basta.

Serve una politica industriale offensiva, capace di costruire filiere tecnologiche proprie e di investire nei settori in cui l’Europa può eccellere: energie pulite, semiconduttori, robotica, biotecnologie, spazio e difesa.

 

Questa politica deve essere europea, non nazionale.

Oggi, ad esempio, ogni Paese finanzia la propria industria della difesa. Se l’Unione lanciasse appalti comuni, con standard tecnici condivisi, creerebbe un mercato più ampio e stimolerebbe innovazione e occupazione.

Lo stesso vale per la sanità, la mobilità elettrica e la transizione digitale. Quando la domanda è unificata, anche l’offerta diventa più competitiva.

 

4. Energia ed elettricità a prezzi accessibili.

 

La forza della Cina risiede anche nella sua energia a basso costo.

 L’Europa, al contrario, paga il prezzo di decenni di sotto-investimento e frammentazione.

Per tornare competitiva deve garantire elettricità abbondante, stabile e pulita, costruendo reti moderne, accelerando le autorizzazioni per nuovi impianti e coordinando gli acquisti di materie prime critiche come litio, rame e terre rare.

Il vero obiettivo è abbassare il costo medio dell’energia industriale, oggi tra i più alti del mondo, senza rinunciare alla sostenibilità.

 

5. Talento e lavoro: il capitale umano come vantaggio competitivo.

 

L’Europa non potrà mai competere con la Cina sul costo del lavoro, ma può farlo sulla qualità del capitale umano.

 Occorre rendere più facile per i giovani formarsi e lavorare nei settori tecnologici, creare programmi europei di apprendistato e facilitare la mobilità dei lavoratori qualificati.

Serve anche una politica migratoria intelligente, che attragga ricercatori, ingegneri e imprenditori da tutto il mondo.

 La competizione tecnologica è anche una competizione per il talento.

 

6. Difesa e innovazione: due facce della stessa medaglia.

 

Il settore della difesa può diventare un motore d’innovazione, come accadde negli Stati Uniti con Internet o con il GPS.

Investire insieme nella sicurezza significa anche sviluppare tecnologie duali — materiali avanzati, sensoristica, robotica, spazio — che possono generare ricadute economiche in molti altri settori.

La chiave è la cooperazione:

una base industriale della difesa europea non solo rafforza la sicurezza, ma stimola la ricerca e crea economie di scala.

 

7. Regole più semplici, decisioni più rapide.

 

Uno dei limiti strutturali dell’Europa è la lentezza.

Costruire un impianto industriale, una linea elettrica o un data center richiede anni di autorizzazioni.

Ogni progetto deve attraversare decine di uffici, spesso con procedure diverse da Paese a Paese.

Serve una vera semplificazione amministrativa, con tempi certi e una logica di “sportello unico” per i progetti strategici.

 

Anche sul fronte digitale, le regole devono essere più chiare e prevedibili.

L’Europa è leader nella tutela dei diritti digitali, ma deve evitare che un eccesso di regole soffochi l’innovazione.

Servono norme stabili, comprensibili e aggiornate rapidamente, soprattutto per l’intelligenza artificiale.

 

8. Decidere insieme, non paralizzarsi nell’unanimità.

 

Molte delle sfide europee — energia, difesa, commercio — non possono essere affrontate con la regola dell’unanimità, che consente a un solo Paese di bloccare le decisioni di tutti.

Occorre riformare la governance, introducendo il voto a maggioranza qualificata nelle aree strategiche.

 La competizione globale non aspetta:

mentre l’Europa discute, la Cina costruisce.

Decidere più in fretta non significa rinunciare alla democrazia, ma renderla capace di agire.

 

9. Un’agenda per i prossimi tre anni.

 

Per passare finalmente dalle parole ai fatti, la presidenza della Commissione Europea nella presentazione del 17 settembre 2025 ha rilanciato alcuni obiettivi concreti e a breve termine.

 

Entro un anno:

semplificare le autorizzazioni per energia e infrastrutture; avviare un fondo comune per le tecnologie critiche; lanciare i primi appalti europei congiunti nel settore della difesa e dell’IA.

Entro due anni:

creare un quadro normativo unico per le imprese innovative, facilitare gli investimenti transfrontalieri e avviare programmi europei di formazione tecnica.

Entro tre anni:

emettere debito comune per finanziare grandi progetti energetici e digitali, e rendere operativo uno spazio unico dei dati industriali.

10. L’Europa può farcela, ma deve scegliere di farcela.

 

L’Europa non è destinata al declino:

abbiamo università eccellenti, ricerca scientifica di primo livello, un mercato di 450 milioni di persone e una domanda sofisticata di beni e servizi tecnologici.

Ma per competere con la Cina deve ritrovare la massa critica: nel capitale, nell’energia, nei dati, nel coraggio politico.

La sfida non è solo economica, è identitaria: o l’Europa torna a costruire — fabbriche, infrastrutture, reti — o sarà condannata a consumare innovazione prodotta altrove.

 Il futuro industriale del continente dipende dalla capacità di trasformare l’idea di Europa in un vero progetto economico comune.

 

E come ha scritto Draghi nel suo rapporto:

“Non serve più un mercato unico di regole. Serve un’Unione capace di produrre, innovare e competere.”

 

ADATTARSI AL MONDO SECONDO PECHINO.

Il “vero modello cinese” non è una formula magica né una semplice economia di Stato.

È una strategia di potenza che fonde pianificazione e pragmatismo, controllo politico e dinamismo imprenditoriale. I suoi difetti — sovracapacità, corruzione, deflazione — sono il prezzo pagato per un obiettivo strategico più alto: l’autosufficienza tecnologica e il dominio industriale.

 

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea, se vogliono restare protagonisti, dovranno accettare una lezione scomoda:

non basta difendersi dalla Cina, bisogna diventare di nuovo competitivi. La battaglia per la supremazia tecnologica non si vincerà nei tribunali del commercio internazionale, ma nelle fabbriche, nei laboratori e nelle reti elettriche del futuro.

La nuova geografia economica che si sta delineando a livello globale, conferma una volta di più che nella Realtà geopolitica non ci sono amici o nemici per sempre, solo interessi strategici.

C’è un forte bisogno, da parte dei Leader aziendali e dei Private Bankers, di avere una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi decisionali degli Stati.

(Prof. Alessandro Pozzi – Politecnico di Milano, Corso “Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza”.)

(Integrare l’analisi geopolitica nelle valutazioni di allocazione strategica è ormai indispensabile).

 

 

 

 

Cina-UE: quali prospettive

 per commercio e diplomazia?

Orizzontipolitici.it - Dimitri Gagliardi – (16 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

 

Diplomazia tra Cina e Unione Europea.

Le relazioni diplomatiche tra la Cina e l’Unione europea si trovano ad un bivio cruciale della loro storia.

La guerra in Ucraina, i dazi di Trump e un panorama geopolitico sempre più conflittuale impongono inedite riflessioni in capo alla Commissione europea, proprio in merito al suo posizionamento strategico.

 

Quali sono le basi diplomatiche attuali tra queste due potenze?

E i loro rapporti commerciali quali tendenze evidenziano?

L’analisi che segue tenta di spiegarlo fornendo uno spunto di riflessione riguardo alle prospettive future.

 

La dimensione del commercio globale Cina-Ue.

Nel 2024, l’UE e la Cina hanno scambiato beni e servizi per un valore totale di oltre 845 miliardi di euro.

 Un dato che, in percentuale, ammonta al 29,6% del commercio mondiale, come riportato dal Consiglio europeo, per un valore corrispondente ad un impressionante 34,4% del PIL globale.

 

Questi dati indicano, di per sé, una relazione economica ampia e strutturata, in notevole crescita nell’arco dell’ultimo decennio:

tra il 2014 e il 2024 si parla di un aumento del 102% per quanto riguarda le importazioni dell’UE dalla Cina, oltre che di un aumento del 47% per le esportazioni.

 Tuttavia, ad un solido miglioramento delle relazioni commerciali, non si può dire che sia corrisposto un altrettanto solido rafforzamento d’intenti in ambito diplomatico.

A titolo d’esempio, si prenda in considerazione le recenti dichiarazioni di “Kaja Kallas”, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, la quale ha accusato Pechino di “usare le catene di approvvigionamento globali come arma”, rappresentando una “minaccia diretta al commercio globale e alla base industriale dell’UE”.

Le dichiarazioni di Kallas, risalenti a ottobre 2025, sono soltanto l’ultimo capitolo di una relazione diplomatica complessa.

Cina-Ue: Relazioni economiche complesse.

La necessità, per l’UE, di mantenere ed ampliare i rapporti commerciali intrattenuti con il Dragone si scontra con la volontà di perseguire una politica economica più indipendente dalla Cina stessa.

 Consultando i dati con maggior precisione, infatti, si può notare l’enorme disavanzo nella bilancia commerciale (305,8 miliardi di euro se si considera soltanto il commercio di beni, 284 miliardi se si include i servizi) fra i due Paesi.

 

Una delle voci maggiori di questo disavanzo riguarda le cosiddette terre rare, oggi più che mai risorsa strategica al centro di importanti tensioni tra il gigante asiatico e l’Unione dei 27, che mira a ridurre la dipendenza nel settore con il piano “RESource EU”.

 Adottato ufficialmente dalla Commissione il 3 dicembre scorso con l’obiettivo di diversificare le fonti di approvvigionamento, RESourceEU dovrebbe incentivare la cooperazione con altri paesi fornitori di terre rare, tra cui il Brasile e il Sudafrica.

 

I punti di tensione: le terre rare.

Le terre rare sono un problema strutturale, per quanto concerne i rapporti tra la Cina e il resto del mondo:

 il Dragone controlla tra l’80 e il 90 per cento della produzione mondiale, forte di 44 milioni di tonnellate raccolte dai suoi giacimenti naturali, disseminati lungo l’immenso territorio cinese.

Profetiche, in tal senso, le parole pronunciate già nel 1986 da Deng Xiaoping, ex Presidente della Repubblica Popolare.

 Nell’ambito della ricostruzione economica di un paese stremato dalla Rivoluzione Culturale maoista, Deng affermò che “I paesi arabi hanno il petrolio, la Cina ha le terre rare”, indicandone il fattore di principale sviluppo futuro del paese.

 

Si tratta di un ambito in cui l’UE, storicamente priva di territori poveri di risorse energetiche e minerarie, non può competere:

 si stima che il 98% dell’approvvigionamento di terre rare dell’Unione derivi dalla Cina (stime più “ottimistiche” oscillano attorno ad un 80% totale).

Le maggiori speranze per il Vecchio Continente riguardano le recenti scoperte di giacimenti in Svezia e in Norvegia, ma anche nel migliore dei casi, l’ammontare di tonnellate ritrovato non sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno totale.

Da qui la necessità strategica di gestire con cura la cooperazione economica tra le parti, pur evitando di rincorrere i fantasmi del passato come nel caso del gas russo.

 

Il nodo irrisolto della guerra in Ucraina.

Sarebbe riduttivo e superficiale pensare che le attuali tensioni tra Unione e Cina derivino unicamente da dissidi commerciali e produttivi. Al centro degli scontri figura anche l’ambiguo posizionamento internazionale della Cina nei confronti del conflitto russo-ucraino.

 

La Repubblica Popolare vuole evitare di apparire troppo coinvolta in un conflitto internazionale, per non intaccare l’immagine propagandistica di Paese che “non ha mai invaso altre nazioni né preso parte a conflitti”, come dichiarato dallo stesso ministro degli Esteri cinese “Wang Yi” nel febbraio 2022.

 Lo stallo militare e politico in Russia ed Ucraina ha portato lo stesso ad ammettere, la scorsa estate, che la Cina “non può permettersi che la Russia perda la guerra”.

Ciò nonostante, interpellato sugli aiuti militari cinesi inviati alla Russia dall’inizio del conflitto, su cui più volte Kallas si è espressa con durezza, Wang Yi ha sostenuto che “se la Cina aiutasse davvero la Russia come dite voi, Mosca avrebbe già vinto”.

 

I controlli sulle esportazioni cinesi: il caso “Nexperia”.

Inoltre, ha suscitato grande scalpore il recente caso legato a “Nexperia”, società produttrice di chip tecnologici avanzati con sede nei Paesi Bassi, ma di proprietà della cinese” Wingtech Technology”.

 Il governo olandese, applicando una legge emanata più di settant’anni fa, ha di fatto preso il controllo della sede citando, come motivazione ufficiale, “rischi legati alla sicurezza nazionale”.

 

La mossa è stata interpretata come un sostanziale allineamento del governo alle azioni intraprese dagli USA, nell’ambito della crisi diplomatica con la Cina sui controlli alle esportazioni: nel 2023, “Wingtech Technology” era stata inserita dal Dipartimento del commercio statunitense in un elenco di aziende cinesi soggette a limitazioni.

Dopo che la Cina ha momentaneamente bloccato l’invio dei materiali necessari alla produzione di chip, il governo olandese ha ritirato il discusso provvedimento.

 

Il rischio concreto che la Cina proseguisse nel blocco delle esportazioni di chip, con conseguenti effetti negativi sull’industria europea, evidenzia una problematica centrale per l’Unione:

la mancanza di una politica estera comune, che possa dirimere eventuali conflitti politici e commerciali.

Il mancato coordinamento tra il governo olandese e la Commissione sul caso ha esposto quest’ultima non solo all’imbarazzo diplomatico, ma anche ad una ritorsione commerciale molto grave.

 

Non è la prima volta che i piani della Commissione Ue sono intralciati dall’iniziativa personale dei governi degli stati membri:

 un esempio lampante è la costante opposizione di Viktor Orbán, primo ministro ungherese, all’invio di aiuti militari all’Ucraina.

 

Trump e la Politica Estera Comune Europea.

Il 50° anniversario dell’avvio delle relazioni bilaterali celebrato al summit di luglio 2025 e l’ampia relazione commerciale fra le parti possono fornire lo spunto da cui partire per ricostruire una relazione diplomatica solida.

 

Una riflessione in tal senso è imposta dallo dalla recente elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, oltre alla crescita del numero di conflitti internazionali e dei problemi derivanti dalla crisi climatica mondiale.

 

Che l’Europa non sia più al centro degli interessi dell’amministrazione Trump lo si evince anche dalla “National Security Strategy,” rilasciata lo scorso dicembre.

 Nel documento si sottolinea ripetutamente come il focus strategico della politica estera statunitense sia legato proprio all’area dell’Indo-Pacifico, nel Sud-Est asiatico.

 Dell’UE si parla invece con toni dissacranti, di “una società in declino”, che “deve essere abolita”, per usare le parole di Elon Musk, stretto collaboratore del presidente.

 

“Do something!”: le future prospettive per l’UE.

L’Unione Europea deve trovare la via per accelerare il processo di integrazione ed uniformazione legislativa, soprattutto nell’ambito della politica estera:

e nel farlo, il dialogo pragmatico con una potenza centrale come la Cina può arrecarle vantaggi anche a fronte del progressivo disinteressamento statunitense nei confronti del Vecchio Continente.

 

Inoltre, un’accelerazione decisiva in tal senso è imposta dal progressivo multipolarismo cui tende lo scenario geopolitico attuale.

Un’UE più unita e coesa al suo interno è un’UE più pronta per le sfide che la attendono.

Forse è vero che il centro del mondo oggi non è più l’Europa, ma è pur vero, come dichiarato dallo stesso Mario Draghi nel suo intervento di fronte al Parlamento Europeo a febbraio 2025, che se l’Europa non “farà qualcosa”, il suo attendismo minerà ulteriormente la sua credibilità internazionale come attore strategico indipendente.

 

 

 

Le relazioni tra Unione Europea

e Cina dopo il vertice di luglio 2025.

Ispionline.it – (13 ottobre 2025) – Redazione -Rebecca Maria Perla Iotti – ci dice:

 

Il quadrimestre da giugno a settembre è stato cruciale per le relazioni tra la Rpc) e l’UE, culminato in un luglio denso di diplomazia bilaterale e missioni istituzionali.

Il quadrimestre da giugno a settembre è stato cruciale per le relazioni tra la Repubblica popolare cinese (Rpc) e l’Unione Europea (UE), culminato in un luglio denso di diplomazia bilaterale e missioni istituzionali.

 Le visite ufficiali di Wang Yi nei paesi dell’Unione hanno infatti preceduto il venticinquesimo vertice sino-europeo, tenutosi a Pechino il 24 luglio.

 Il filo conduttore degli ultimi mesi è stata la tensione crescente tra cooperazione economica e rivalità strategica.

 Il mantra europeo che definisce la Cina come “un partner nella cooperazione, un concorrente economico, e un rivale sistemico” si è dimostrata una linea diplomatica ambivalente e fragile, ed è emersa l’esigenza di prendere posizioni pragmatiche, seppur non necessariamente assertive.

 

Il contesto del summit.

Il summit sino-europeo (anche noto in inglese come “EU-China summit”) si propone come un ponte tra Bruxelles e Pechino, in un momento caratterizzato da ambiguità strategica e dipendenze economiche.

 La relazione tra Cina e UE è guidata sia da interessi convergenti, come la ricerca di una posizione comune sulla difesa del commercio internazionale e la lotta al cambiamento climatico, sia da divergenze strutturali, soprattutto in ambito ideologico e geopolitico.

Sul piano economico, il quadro appare più definito:

 la Cina rappresenta un partner imprescindibile per l’Unione e i suoi stati membri ed è diventata la sua principale fonte di importazioni di beni, in particolare nel settore delle telecomunicazioni.

Nel 2024, il volume complessivo del commercio di beni ha raggiunto €731 miliardi, con un deficit commerciale per l’UE di €304 miliardi, il più ampio deficit commerciale bilaterale a livello mondiale.

 

D’altra parte, la guerra di aggressione russa mette in evidenza due fronti contrapposti.

Come dichiarato dal ministro degli Esteri cinese “Wang Yi “Pechino non può accettare una sconfitta della Russia in Ucraina, che consentirebbe agli Stati Uniti (Usa) di concentrare la propria attenzione sulla Cina.

Mentre la Cina enfatizza ufficialmente la propria neutralità e l’impegno per la pace, le osservazioni di Wang suggeriscono che la “RPC” potrebbe preferire un conflitto prolungato per distogliere l’attenzione statunitense, un atteggiamento inaccettabile per Bruxelles.

In questo scenario, la presidenza Trump ha avuto un impatto significativo sulle relazioni Cina-UE durante il quadrimestre:

 la spinta statunitense verso il decoupling da Pechino e i dazi punitivi rappresentano per l’UE un costo rilevante.

 E un vincolo rigido per la propria politica estera, che rende urgente lo sviluppo di una futura autonomia europea.

 

In tale prospettiva, il rapporto redatto lo scorso anno da Mario Draghi richiama l’UE alla necessità di rafforzare la propria competitività rispetto ai grandi poli industriali.

Un monito confermato anche nel discorso di von der Leyen al summit, in cui si sollecita una relazione commerciale con la Cina più bilanciata. L’attenzione economica si estende così alla sicurezza e alla difesa, sottolineando la necessità di un’“autonomia strategica aperta”, ossia fondata sulla sicurezza, su alleanze con democrazie affini (escludendo quindi la Cina) e su politiche economiche più incisive, senza sacrificare i valori fondamentali.

 La Cina, d’altra parte, si propone come un attore industrialmente solido e ideologicamente agnostico in politica estera, volto a raggiungere l’autosufficienza tecnologica.

 

Tiepide aspettative e sfide diplomatiche.

“Wang Yi” ha visitato Bruxelles all’inizio di luglio, segnando l’inizio di un tour europeo di una settimana, dal forte valore simbolico.

 Il viaggio si è svolto sullo sfondo di attriti commerciali e tensioni geopolitiche, scaturiti dall’imposizione da parte dell’UE di dazi sulle auto elettriche cinesi, a cui Pechino ha risposto con ulteriori dazi antidumping su prodotti europei, tra cui brandy e prodotti caseari.

 La visita è iniziata con un tono ottimistico: il ministro ha presentato il summit come uno sforzo condiviso per costruire un polo di stabilità con l’Europa, in contrapposizione all’aumento del protezionismo statunitense.

Tuttavia, von der Leyen ha richiamato l’attenzione sui temi più critici della relazione tra Cina e UE, in particolare il deficit commerciale, ribadendo la necessità di maggior prevedibilità e affidabilità da parte della Cina.

Seppur riconoscendo l’importanza della relazione sino-europea per l’equilibrio internazionale, von der Leyen ricerca una partnership più bilanciata e stabile con la Cina, rimanendo fedele all’approccio di de-risking.

 

Il 2 luglio ha avuto luogo il dialogo strategico UE–Cina:

 l’alto rappresentante per la Politica Estera Kaja Kallas ha chiesto reciprocità commerciale, la fine delle restrizioni sulle esportazioni di terre rare e un riequilibrio del deficit;

ha inoltre sollevato preoccupazioni sulla sicurezza, denunciando il sostegno di alcune aziende cinesi allo sforzo bellico russo in Ucraina, e ha chiesto a Pechino di cessare immediatamente ogni aiuto materiale a Mosca e di sostenere un processo di pace basato sulla carta dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu).

 

L’assenteismo statunitense ha rinnovato un nuovo importante asse nella diplomazia climatica.

Una delegazione guidata dalla vicepresidente esecutiva e commissaria europea per la Concorrenza “Teresa Ribera” ha incontrato il vicepremier cinese “Ding Xuexiang”, il 14 luglio, ottenendo la promessa di collaborazione futura per affrontare la crisi climatica, in quello che potrebbe rivelarsi uno dei passi più decisivi per l’azione climatica dalla firma dell’Accordo di Parigi e uno dei successi del summit.

Sebbene l’incontro non abbia portato a impegni concreti, è stato una presa di posizione da parte del maggior proponente della lotta al cambiamento climatico, l’Europa, e il più importante agente nella produzione di energie rinnovabili, la Cina.

In questo caso la volontà ha incontrato la pragmaticità.

 

Infatti, alla vigilia del summit erano già presenti dei nodi diplomatici, tra cui il partenariato “senza limiti” della Cina con la Russia, che ha sostenuto l’economia di guerra di Mosca, le restrizioni all’export di terre rare, che Ursula von der Leyen ha denunciato come una strumentalizzazione di risorse monopolistiche, e in ultimo le barriere regolamentari affrontate dalle imprese europee in Cina, che hanno portato l’Unione a introdurre contromisure contro i fornitori cinesi. Tuttavia, oltre alle tensioni già menzionate, il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha introdotto una variabile destabilizzante che avrebbe potuto avvicinare Cina e UE. Le tariffe americane hanno spinto sia l’Europa sia la Cina a interrogarsi sulla possibilità di una cooperazione sino-europea che possa riequilibrare il commercio globale e sostituire gli Usa.

 

I risultati del venticinquesimo vertice UE–Cina a Pechino.

Il summit UE–Cina del ventiquattro luglio è stato concepito sia come momento simbolico sia come occasione di diplomazia.

Coincidente con il cinquantesimo anniversario delle relazioni bilaterali tra Bruxelles e Pechino, l’incontro è stato ufficialmente presentato come un’opportunità per gestire attriti e divergenze e per auspicare un futuro collaborativo tra UE e Cina.

 Si nutrivano speranze di una possibile distensione nei rapporti sino-europei;

 eppure, con l’avvicinarsi della data del summit, le aspettative si erano notevolmente ridotte.

L’incontro si è rivelato fin dall’inizio mutilo: rispetto ai due giorni originariamente previsti, i colloqui si sono svolti in una sola giornata, la sede è stata spostata a Pechino anziché Bruxelles e l’assenza di Xi Jinping ha rappresentato un segnale di irrigidimento nei confronti dell’UE.

 

Durante il summit, von der Leyen ha fatto pressione sulla Cina per il suo sostegno indiretto all’economia di guerra russa, ma Xi (tramite il premier Li Qiang) non ha mostrato alcun interesse a seguire la linea europea, avendo del resto già reso le proprie intenzioni chiare dopo aver partecipato come ospite d’onore alla parata del Giorno della Vittoria a Mosca.

Anche il commercio è stato terreno di scontro.

L’Unione ha nuovamente giustificato i suoi forti dazi sulle auto elettriche cinesi come una misura di protezione contro il dumping favorito dai sussidi di Pechino.

 

Oltre al commercio, le divergenze politiche contribuiscono a mantenere un clima di diffidenza.

 La vicinanza tra Cina e Russia alimenta ulteriormente l’impasse diplomatico.

 Per aggirare questa rigidità, la Cina adotta una doppia strategia, confrontandosi con le istituzioni UE ma sviluppando al contempo legami più stretti con singoli paesi, come l’Ungheria, meno critici nei confronti di Russia e Cina. 

Tuttavia, questo approccio alimenta ulteriori timori a Bruxelles, percepito come un tentativo di indebolire l’unità europea.

 

Infine, il post-summit ha rafforzato le percezioni reciproche: per Bruxelles, l’incontro ha mostrato la riluttanza della Cina a riequilibrare i rapporti commerciali o a prendere le distanze da Mosca, confermando la necessità di misure difensive e di una maggiore diversificazione.

Per Pechino, invece, l’UE è apparsa divisa e indecisa, più vicina alla svolta protezionistica di Washington che all’obiettivo di un dialogo autonomo.

Alla luce di queste dinamiche, il vertice evidenzia la mancanza di volontà e urgenza nel risolvere le questioni aperte.

La Cina non sembra intenzionata a modificare la propria politica commerciale né a concedere spazio alle preoccupazioni europee sulla guerra in Ucraina, nonostante le nuove sanzioni contro alcune istituzioni finanziarie cinesi.

Qualsiasi futuro tentativo di riavvicinamento richiederà un approccio realistico da entrambe le parti e la costruzione di una nuova normalità: una relazione funzionale e pragmatica che tenga conto delle profonde divergenze politiche ed economiche.

Gli appelli a una cooperazione win-win non sono più sufficienti ed efficaci.

Per superare lo stallo, Cina e UE dovranno definire questo nuovo equilibrio basato su pragmatismo e funzionalità, senza cedere a illusioni di cambiamenti radicali nella politica cinese.

 

State of the Union 2025: la Cina solo in secondo piano.

Lo “State of the Union” del 10 settembre arriva dopo che, nel mese di agosto, la bilancia commerciale della Cina con l’Europa ha subito uno spostamento significativo.

 Le esportazioni cinesi verso l’UE sono aumentate di circa il 10% – in particolare verso Italia, Francia e Germania – mentre le esportazioni europee verso la Cina sono diminuite dell’1,84%, evidenziando un crescente disavanzo commercial.

Eppure, nonostante i numerosi incontri bilaterali e l’andamento della bilancia commerciale, la presidente von der Leyen ha quasi del tutto evitato di menzionare la Cina nel suo discorso al parlamento europeo, o quantomeno non in modo esplicito:

un risultato inatteso, considerando l’intensa stagione diplomatica che ha coinvolto i due attori.

Quando la Cina è stata citata, il tono è stato competitivo, in riferimento alla corsa ai brevetti sulle tecnologie pulite e sui veicoli elettrici, e in altri momenti allarmato, richiamando gli incontri tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim Jong-un durante la parata militare a Pechino.

 Von der Leyen ha inoltre richiamato l’attenzione, seppur con cautela, sull’incontro analogo tra Trump e Putin in Alaska.

 

La presidente della Commissione, durante il Soteu, si è concentrata sull’attuazione delle raccomandazioni contenute nel rapporto Draghi, in particolare quelle relative al finanziamento della tecnologia europea, sottolineando come la dipendenza strategica dell’Unione in alcuni settori possa essere sfruttata da attori esterni.

 Il riferimento implicito è al deficit con la Cina: l’approfondimento del mercato interno e una politica commerciale più solida sono infatti obiettivi che mirano a riequilibrare le condizioni di concorrenza con Pechino.

Von der Leyen ha ribadito l’impegno dell’Europa nel contrasto alla guerra di aggressione russa;

anche per questo, il vertice sino-europeo difficilmente avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio reset delle relazioni, data la discordanza di intenti sulla guerra e, su un piano più generale, quella di natura ideologica.

 Pertanto, nel breve termine non si osservano segnali di distensione tra UE e Cina.

La ritorsione economica rappresentata dai dazi antidumping imposti da Pechino sulla carne suina europea ha lanciato più un segnale di chiusura e di scontro che di cooperazione, e il vertice UE-Cina di luglio ha prodotto pochi progressi concreti.

 Infine, la menzione della Cina al Soteu conferma l’irrigidimento dei rapporti e il complessivo fallimento della stagione diplomatica.

 

Con la fine dell’estate, Pechino ha concentrato due eventi di grande portata in una sola settimana: i

Il vertice della “Shanghai cooperation organization” (Sco) a Tianjin il 30 agosto-1° settembre, e la parata militare per l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale a Pechino il 3 settembre.

Durante il vertice di Tianjin, Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi hanno mostrato un momento di unità, volto a proiettare l’immagine di un’alternativa alla leadership globale statunitense.

 Il summit ha anticipato la parata militare a Pechino, alla quale hanno partecipato anche Putin e Kim Jong-un, e tra gli invitati vi erano anche i leader europei di Slovacchia, Serbia e Bielorussia.

La coincidenza dei due eventi non è casuale:

 la Cina manda un messaggio chiaro al mondo, presentandosi come portabandiera di un ordine multipolare guidato dal Sud globale, in contrapposizione alla narrazione occidentale dell’ordine internazionale liberale guidato dagli Usa. Il messaggio del summit è stato ulteriormente rafforzato dalla parata militare, che non ha solo lo scopo di mostrare la potenza dell’esercito cinese, ma anche di posizionare la Cina come grande potenza radicata nei paesi in via di sviluppo.

 

La mancata partecipazione dei leader occidentali alla Sco era prevedibile, considerando che il forum ha carattere regionale e si concentra sull’Asia Centrale, e che né gli Stati membri né quelli osservatori appartengono all’Occidente.

La partecipazione di oltre trenta capi di Stato, tra cui Russia, India, Iran e Pakistan, conferma il mantenimento da parte della Cina di un focus strategico sull’Asia, mentre l’assenza di paesi come Corea del Sud e Giappone, stretti alleati degli Stati Uniti, rafforza tale interpretazione. Durante il vertice Sco a Tianjin e la parata militare a Pechino, Putin è apparso fianco a fianco con Xi Jinping, suggerendo un sostegno cinese alle operazioni militari russe in Ucraina.

 

In conclusione, la “Sco” va interpretata sia come esempio di successo bi- e trilaterale, in particolare tra Cina e India, contrapposto al risultato modesto del vertice UE-Cina, sia come proposta coerente di un nuovo ordine globale con polo centrale in Asia.

 

Conclusioni: dalla strategia mancata al nuovo polo asiatico.

L’Europa si trova a navigare tra le opportunità e i limiti del suo ruolo fluido in un mondo multipolare.

Nonostante ciò, il possibile rinnovato pivot verso Pechino dopo il ritorno di Trump non ha prodotto i risultati sperati, e l’UE resta intrappolata nella rivalità con una Cina percepita come attore inaffidabile e, oltreoceano, con l’imprevedibilità della politica estera americana.

L’Unione ha avuto l’opportunità di non limitarsi a reagire passivamente alla competizione tra grandi potenze, senza riuscire ancora a tradurla in azioni efficaci.

 La capacità dell’Unione di preservare l’unità interna e di consolidare una solida base industriale e tecnologica determinerà se potrà ridefinire le relazioni con la Cina o se sarà vincolata alle pressioni contrapposte di Washington e Pechino.

Nella ricerca di maggiore autonomia, l’UE avrebbe potuto sfruttare questo quadrimestre per ridefinire il rapporto con Pechino.

Adottando una strategia di de-risking, sarebbe stato possibile rafforzare i legami con la Cina pur mantenendo una postura difensiva.

Tuttavia, la formazione di un partenariato eurasiatico capace di sfidare la centralità degli Usa risulta difficilmente percorribile, alla luce dei rinnovati attacchi russi in Ucraina, del disallineamento ideologico e dei persistenti squilibri commerciali.

 

Infatti, sebbene la relazione tra Russia e Cina rimanga ambigua, la prospettiva è più collaborativa che competitiva.

Durante l’incontro al vertice Sco, il ministro della Difesa russo “Andrei Belousav” ha lodato le relazioni tra Pechino e Mosca, definendole ad “un livello senza precedenti”, nonostante successivamente un documento interno di pianificazione del Servizio federale di sicurezza russo abbia etichettato la Cina come un nemico, proprio per le sue operazioni di spionaggio dopo l’invasione in Ucraina.

Con il protrarsi della guerra, l’Unione ha cercato di limitare la capacità della Cina di sostenere lo sforzo bellico di Mosca, senza chiudere i legami diplomatici.

 Bruxelles ha mitigato l’elusione delle sanzioni inserendo nella lista le entità cinesi che forniscono beni a duplice uso alla Russia, trattando quindi la Cina come un attore terzo facilitatore, ed evitando di inquadrarla come belligerante diretto.

 

Tuttavia, il consolidamento del partenariato strategico tra Pechino e Mosca riduce in modo significativo lo spazio politico per una strategia europea di de-risking nei confronti della Cina.

Il sostegno economico, e diplomatico fornito da Pechino alla Russia contribuisce alla capacità del Cremlino di sostenere la guerra.

Tale supporto rende difficile per l’UE distinguere tra il piano economico e quello geopolitico, poiché un rafforzamento dei legami con la Cina potrebbe venire interpretato come un sostegno indiretto a Mosca.

 

Tanto atteso e meticolosamente organizzato, il quadrimestre di relazioni diplomatiche Cina-UE si è concluso senza risultati concreti, culminando nella (quasi) omissione del capitolo sino-europeo dal Soteu.

Nonostante tutto, i principali nodi delle relazioni Bruxelles-Pechino offrono lezioni preziose per le strategie future dell’Unione.

 Tra questi vi sono il timore europeo della strumentalizzazione dei settori strategici che l’UE fatica a “europeizzare”, come auspicato dal rapporto Draghi;

 la guerra in Ucraina, con il suo significativo carico militare e ideologico; e la mancata occasione di utilizzare la presidenza Trump come catalizzatore per un nuovo polo di cooperazione.

Un polo che, anziché nascere a ovest, sembra delinearsi a oriente, attraverso forum regionali e asiatici come la Sco e iniziative bi- o trilaterali.

Questi elementi entreranno a far parte dei futuri capitoli strategici dell’Unione.

 

L'Ue "tende la mano" alla Cina e promette "pragmatismo"

con gli Usa di Trump.

Europa.today.it – Redazione Bruxelles – (21 gennaio 2025) – ci dice:

 

La presidente della Commissione von der Leyen al Forum di Davos: "Si apre una nuova era di spietate rivalità geostrategiche. La corsa è iniziata e l'Europa deve cambiare marcia."

Il presidente statunitense Donald Trump e quello cinese Xi Jinping. LaPresse.

L'Unione europea è pronta a "tendere la mano" alla Cina e ad essere "pragmatica" nei suoi rapporti con gli Stati Uniti di Donald Trump.

 È quanto ha affermato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera.

 Il giorno dopo l'insediamento del nuovo presidente americano, la popolare tedesca non ha fatto il suo nome nel suo discorso, ma ha descritto una "nuova era" di "spietate rivalità geostrategiche".

 

Cambiare marcia.

"La corsa è iniziata" e "l'Europa deve cambiare marcia", ha dichiarato. Prima di parlare degli Stati Uniti, il capo dell'esecutivo europeo ha insistito sulla volontà di riequilibrare le relazioni tra l'Ue e Pechino, "in uno spirito di equità e reciprocità".

 "Penso che dobbiamo parlare in modo costruttivo con la Cina, per trovare soluzioni che siano nel nostro reciproco interesse".

 "Il 2025 segna il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche dell'Ue con la Cina.

 La considero un'opportunità per raggiungere e approfondire le nostre relazioni", ha dichiarato.

 La leader europea vorrebbe "estendere" i legami nei settori del commercio e delle infrastrutture.

 

Von der Leyen a Davos.

Dialogo con gli Usa.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Ursula von der Leyen ha affermato che la "priorità assoluta" sarà quella di "avviare senza indugio il dialogo" con la nuova amministrazione.

"Saremo pragmatici, ma non abbandoneremo i nostri principi", ha sottolineato.

"Non è nell'interesse di nessuno che i legami dell'economia globale vengano spezzati", ha sottolineato.

Mentre Trump ha appena promesso agli Stati Uniti una nuova uscita dall'accordo di Parigi sul clima, von der Leyen ha assicurato che l'Europa manterrà la rotta su questo tema.

Questo accordo "rimane la migliore speranza per l'intera umanità", ha insistito.

 

La leader tedesca si è inoltre soffermata sulla volontà dell'Ue di diversificare le partnership commerciali nel mondo, in un momento in cui Trump minaccia di aumentare i dazi doganali sui prodotti stranieri. "Il primo viaggio del mio nuovo mandato mi porterà in India. Il primo ministro Modi e io vogliamo rafforzare il partenariato strategico tra l'Unione europea e il Paese più popoloso e la più grande democrazia del mondo", ha dichiarato.

(europa.today.it/economia/davos-von-der-leyen-ue-cina-pragmatismo-usa-trump.html).

 

 

 

 

Il punto debole dell’Europa

 si chiama terre rare.

Eurofocus.adnkronos.com – (10 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:  

La Cina ha imposto restrizioni all’export di terre rare, facendo emergere la vulnerabilità industriale dell’Europa.

La Bce analizza le catene di fornitura: oltre l’80 % delle grandi imprese europee è a non più di tre intermediari da un produttore cinese.

Miniera Terre Rare.

Il 4 aprile 2025 la Cina ha imposto restrizioni alle esportazioni di terre rare.

 Un gesto che, in apparenza, voleva colpire gli Stati Uniti dopo l’innalzamento dei dazi americani, ma che ha immediatamente rivelato un’altra vulnerabilità: quella europea.

In meno di un mese le spedizioni cinesi di magneti a base di terre rare sono crollate del 75% rispetto all’anno precedente.

 Solo a giugno i volumi sono risaliti, restando però al di sotto dei livelli medi del 2024.

 

Il nuovo “Economic Bulletin! della Banca Centrale Europea fotografa questa dipendenza.

L’area euro importa dalla Cina circa il 70% delle sue terre rare, e anche quando non compra direttamente, finisce per farlo indirettamente.

 Gli Stati Uniti, che dipendono da Pechino per circa l’80 % delle loro importazioni di terre rare, fungono da intermediari:

 i prodotti americani che contengono questi materiali — dai semiconduttori ai motori elettrici — diventano un canale di vulnerabilità per l’Europa.

 

La mappa della dipendenza è intricata:

oltre l’80% delle grandi imprese europee si trova a non più di tre intermediari di distanza da un produttore cinese di terre rare.

Solo pochi colossi, come Airbus e BASF, acquistano direttamente.

 Un quarto delle aziende – tra cui Volkswagen, Renault e Telefónica – si affida a un solo intermediario, spesso una società statunitense come Microsoft, Apple o Intel.

 Quando la Cina chiude il rubinetto, l’onda d’urto non attraversa solo l’oceano Pacifico: si propaga attraverso Washington, tocca Francoforte e arriva fino a Torino o Bilbao.

 

Le terre rare non sono realmente “rare”, ma estrarle e raffinarle è costoso e inquinante.

 La Cina produce circa il 95 % delle terre rare mondiali e domina anche la raffinazione di litio e cobalto.

È un monopolio consolidato in decenni, oggi trasformato in leva geopolitica.

Quando una sola potenza può bloccare l’approvvigionamento di un intero continente, la sovranità industriale diventa un concetto materiale.

Come la Cina tiene in pugno la manifattura europea.

L’analisi della Bce non parla di ipotesi, ma di interconnessioni concrete. Più dell’80 % delle grandi imprese europee ha legami diretti o indiretti con fornitori cinesi di terre rare. In media, bastano tre passaggi — tre intermediari — perché un produttore europeo arrivi a un fornitore cinese.

 

Il cuore della vulnerabilità è nell’industria manifatturiera.

 L’auto elettrica vive di magneti permanenti al neodimio;

le turbine eoliche li usano per i rotori;

computer e smartphone li integrano in microprocessori e dischi rigidi. Ogni interruzione può bloccare segmenti chiave della catena produttiva.

 

Secondo la Bce, circa un quarto delle imprese dell’area euro dipende da un unico intermediario.

Spesso sono aziende statunitensi che acquistano le terre rare dalla Cina, le trasformano in componenti ad alto valore aggiunto e le rivendono alle imprese europee.

 

A giugno 2025, le importazioni europee di terre rare erano al di sotto dei livelli tipici, e l’Associazione europea dei produttori di componenti per l’auto motive ha parlato di “stock critici” e linee produttive ferme. Bruxelles ha poi negoziato con Pechino procedure di licenza più rapide per alcune aziende, riuscendo a evitare interruzioni diffuse.

 

La Cina ha dimostrato di poter usare il proprio quasi-monopolio come arma diplomatica.

Lo aveva già fatto nel 2010 contro il Giappone, ora lo ripete su scala globale.

Per l’Europa, che sta cercando di emanciparsi dalle dipendenze energetiche e tecnologiche, questa mossa è un test di tenuta.

 

L’asimmetria della transizione verde.

Le terre rare sono l’anello invisibile della transizione verde.

Ogni motore elettrico, turbina e batteria ne contiene una quota minima, ma indispensabile.

Quando la Cina restringe le esportazioni, non è solo un problema industriale: è un ostacolo diretto alla decarbonizzazione europea.

 

Il “Critical Raw Materials Act”, approvato nel 2024, punta a ridurre questa dipendenza.

 Bruxelles ha fissato obiettivi precisi per il 2030:

 coprire almeno il 10 % del fabbisogno europeo con estrazione interna, il 40% con lavorazione e il 25% con riciclo, e non oltre il 65% delle forniture da un solo Paese terzo.

Ma la tempistica della politica industriale è più lenta della geopolitica.

L’Europa non dispone ancora di infrastrutture di riciclo su scala industriale.

 I progetti pilota in Germania, Svezia e Francia restano limitati;

le miniere potenziali, come Norra Kärr in Svezia o San Juan de la Cruz in Spagna, sono ancora in fase di autorizzazione.

Nel frattempo, la catena globale resta in mano cinese.

 

Secondo la Bce, su 1.767 imprese europee analizzate, solo 11 hanno rapporti diretti con produttori cinesi e 16 con aziende di derivati;

 tutte le altre dipendono da almeno un intermediario.

La rete globale delle terre rare ha i suoi principali nodi in Cina, Giappone e Stati Uniti: l’Unione europea, oggi, è soprattutto un cliente.

 

Questa asimmetria è anche tecnologica.

 Le imprese europee dipendono da componenti esteri non solo per l’accesso ai materiali, ma per il know-how.

La Cina controlla la raffinazione, gli Stati Uniti la trasformazione avanzata — dai semiconduttori ai magneti — e l’Europa si trova nel mezzo.

Quando i prezzi delle materie prime aumentano, le tecnologie verdi diventano più costose:

 le auto elettriche salgono di prezzo, le turbine perdono competitività, gli obiettivi climatici rallentano.

 

La crisi delle terre rare mette alla prova la retorica dell’autonomia strategica europea.

 Dopo la pandemia e la guerra in Ucraina, Bruxelles ha promesso di accorciare le catene di approvvigionamento.

Ma nel campo delle terre rare, la diversificazione resta un obiettivo lontano.

 

L’Africa e l’America Latina, dove si concentrano molti giacimenti, sono teatri di competizione globale.

 La Cina ha già siglato accordi pluriennali con il Congo per il cobalto e con l’Argentina per il litio;

l’Europa si muove più lentamente.

Gli accordi con Cile e Namibia non basteranno a compensare un eventuale blocco cinese.

 

La Bce invita alla prudenza, ma il messaggio è inequivocabile:

“Le pressioni sulle catene di fornitura e gli aumenti dei prezzi non sono imminenti, ma è cruciale monitorare gli sviluppi, data la possibilità di rapidi cambiamenti nelle dinamiche globali,” scrivono gli economisti Mattia Banin, Mario D’Agostino, Vanessa Gunnella e Laura Lebastard.

 

Il rischio è duplice: inflazione e stagnazione industriale.

 Se i costi delle materie prime crescono, le aziende li trasferiscono sui consumatori; se i materiali mancano, la produzione si ferma.

È un equilibrio instabile che può rallentare la ripresa dell’area euro.

 

La pandemia ha mostrato la fragilità delle catene globali;

la guerra in Ucraina ha rivelato il prezzo della dipendenza energetica. Ora la crisi delle terre rare aggiunge un nuovo livello di vulnerabilità: non gas né microchip, ma i materiali invisibili dell’economia digitale e verde.

 

L’Europa dovrà decidere se affrontare il costo politico dell’autonomia: nuove miniere, impianti di riciclo, alleanze strategiche e una politica industriale comune.

Perché senza materie prime, anche la transizione resta sulla carta.

 

 

 

 

 

 

 

Perché la trappola di Trump

 a Zelensky è stata 'un giorno

di infamia americana.'

Globalist.it - Marcello Flores – (1°marzo 2025) – Redazione – ci dice:

 

 

Se nel 1941 Roosevelt avesse detto a Churchill di chiedere la pace a qualsiasi condizione a Hitler e di cedere le riserve di carbone della Gran Bretagna agli Stati Uniti...

Perché la trappola di Trump a Zelensky è stata 'un giorno di infamia americana'.

Zelensky e Trump.

Un giorno di infamia americana, ha intitolato il «New York Times» l’editoriale di” Bret Stephens”:

che ha suggerito di ripensare a Churchill e Roosevelt nell’agosto 1941 – quattro mesi prima dell’attacco di Pearl Harbor e dell’intervento in guerra degli Usa –intenti, come accadde, a elaborare quella Carta Atlantica che, fino all’altro ieri, aveva costituito la base di oltre ottant’anni di alleanza tra gli Stati Uniti e l’Europa;

 e di immaginare cosa sarebbe successo se Roosevelt avesse detto a Churchill di chiedere la pace a qualsiasi condizione a Hitler e di cedere le riserve di carbone della Gran Bretagna agli Stati Uniti in cambio di nessuna garanzia dio sicurezza americana.

 Questo, aggiungeva Stephens, è ciò che «approssimativamente» Trump ha detto a Zelensky.

 

Mentre è confermato una volta di più, e sulla questione più importante e delicata sul tappeto dei rapporti internazionali, che Trump ha tutta l’intenzione di capovolgere le linee guida strategiche e i valori a cui esse si rifacevano della storia degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, come ha l’obiettivo di estendere ogni misura i poteri presidenziali e incrinare profondamente gli equilibri democratici e costituzionali che hanno guidato gli Usa per due secoli e mezzo, ancora non sappiamo quali saranno le due più importanti reazioni che potrebbero legittimare o contrastare l’azione e gli obiettivi di Trump.

Da Trump sono espressi discorsi razzisti come quelli che potevano essere dei proprietari di schiavi confederati.

La prima reazione è quella dell’Europa, che a parole – tranne l’opposizione dell’Ungheria di Orbàn e l’attendismo dell’Italia di Meloni – si è calorosamente stretta attorno al leader ucraino, ma potremo vedere solo nei prossimi giorni che misure inizierà a discutere, per mettere in atto, al tempo stesso, un’adeguata difesa dell’Ucraina e una forte e rapida unità d’intenti sulla difesa europea e su altri aspetti che non possono più essere rinviati in attesa di una unanimità impossibile da raggiungere.

La seconda, invece, è quella all’interno degli Stati Uniti, sia da parte di un’opinione pubblica frastornata dall’attivismo di Trump nel distruggere o indebolire regole e comportamenti che avevano caratterizzato gli ultimi decenni di azione politica degli Usa, sia da parte del partito democratico e di quella minoranza presente anche all’interno di quello repubblicano (che molti calcolano a circa il 20%) che rischiano – se non mettono in piedi strategie di contenimento e di contromisura all’azione di Trump – una perdurante impotenza e, in prospettiva, l’irrilevanza.

(I Repubblicani tacciono sui file Epstein non pubblicati.)

 È il silenzio dei colpevoli?

Queste due reazioni si misureranno, al tempo stesso, con i problemi a breve scadenza (l’Ucraina ha probabilmente armi per combattere l’aggressione russa fino all’estate) e con quelli di medio e lungo termine, e non abbiamo strumenti per prevedere come si svilupperanno e a quali esiti condurranno.

 

In Italia la situazione dal punto di vista delle scelte da compiere è, probabilmente, più difficile che per altri paesi:

 il governo deve infatti fare i conti con la propria coerenza rispetto alle sue scelte passate (che l’appoggio completo di Salvini a Trump e il desiderio di Meloni di non criticare il presidente Usa rendo complicata), mentre l’opposizione deve capire se può trovare una linea «europea» coerente con quella dei maggiori paesi (Francia, Germania, Spagna, Polonia, Gran Bretagna) che le posizioni anti-ucraine di Conte e di una parte de PD – che attribuiscono un carattere «bellicista» alle posizioni di Zelensky e dell’Europa che lo appoggia – rendono estremamente difficile.

 Il rischio è che, come spesso nella storia, più antica ma anche recente, l’Italia decida di non scegliere sperando di non inimicarsi nessuno ma finendo per rafforzare la propria irrilevanza nella politica internazionale.

 

 

 

 

 

Texas, crolla il fortino di Trump:

sconfitta elettorale e

sondaggi in caduta libera.

Msn.com – (02 -02 – 2026) - Storia di Redazione FIRST online – ci dice:

 

 

Nel profondo sud, nel Texas più conservatore, là dove il trumpismo sembrava cemento armato, qualcosa si è incrinato.

 Le elezioni suppletive di gennaio e una raffica di sondaggi negativi stanno mandando un messaggio ai repubblicani di Capitol Hill:

 il consenso di Donald Trump non è più blindato.

 E proprio il “Lone Star State”, simbolo della sua forza elettorale, diventa il luogo della doppia scossa.

 

Campanello d’allarme per i repubblicani.

Un’elezione apparentemente minore, quella per sostituire per soli undici mesi un senatore statale nell’area di Fort Worth, si trasforma in un campanello d’allarme nazionale.

Il democratico “Taylor Rehmet” conquista il seggio battendo nettamente la repubblicana “Leigh Wambsgans”s, sostenuta dal partito, dal governatore” Greg Abbott” e dallo stesso Trump, intervenuto in prima persona nella campagna.

 

Il dato che pesa non è solo il risultato finale, un netto 57% contro 42%, ma il è contesto.

Quel collegio aveva premiato Trump alle presidenziali con un margine di 17 punti.

Nel giro di poco più di un anno, l’oscillazione supera i trenta punti percentuali.

 Un ribaltamento che nessuno, almeno ufficialmente, voleva prevedere, nonostante l’imponente sforzo finanziario introdotto dai repubblicani.

 

Una serie di sconfitte che fa sistema.

Il Texas non è un episodio isolato.

 Nelle elezioni locali del 2025 i democratici hanno strappato ai conservatori otto seggi senza perderne uno, con recuperi a doppia cifra rispetto al voto presidenziale in Stati come Pennsylvania, Georgia e Iowa.

In questo quadro, la vittoria di “Rehmet” assume un valore ancora più pesante: è la sconfitta più ampia inflitta di recente a un’area dichiaratamente trumpiana.

 

A Houston, intanto, i democratici consolidano un altro seggio alla Camera federale, riducendo ulteriormente una maggioranza repubblicana già risicata.

Formalmente il partito minimizza, ricordando che le suppletive non sono sempre un termometro affidabile.

Ma la frequenza delle sconfitte e la loro distribuzione geografica rendono l’argomento sempre più fragile.

 

Trump: crollo dei sondaggi, aumenta il malcontento.

Alle urne si affiancano i numeri delle rilevazioni demoscopiche.

L’ultima indagine del “Pew Research Center” fotografa un presidente in difficoltà.

 L’approvazione scende al 37%, mentre la disapprovazione sale al 61%. Solo poco più di un quarto degli intervistati dice di apprezzare gran parte dell’azione di governo, contro una maggioranza assoluta che risponde “poche o nessuna”.

 

I giudizi peggiorano anche su leadership, condizioni fisiche e mentali e rispetto dei valori democratici.

 Ancora più delicato, per gli strateghi repubblicani, è il calo tra gli elettori ispanici:

dal 46% ottenuto alle presidenziali al 38% attuale.

Un arretramento legato all’economia, all’inflazione e soprattutto alla gestione dell’immigrazione, con le operazioni dell”’Immigration and Customs Enforcement” (ICE) percepite sempre più come indiscriminate.

 

Il Texas come avvertimento politico.

Le condizioni anomale del voto texano – elezioni invernali, di sabato, fuori dai canoni abituali – offrono ai repubblicani un appiglio per ridimensionare il risultato.

Ma tra proteste contro l’ICE, segnali di mobilitazione civica e dati demoscopici in peggioramento, l’insieme racconta una storia coerente.

 

Per Trump e per il suo partito il Texas non è ancora perduto, ma non è più una roccaforte inattaccabile.

Ed è proprio questo il punto che inquieta Washington.

Se anche il cuore rosso dell’America comincia a vacillare, le elezioni di midterm di novembre smettono di essere una formalità e diventano una partita aperta, dall’esito tutt’altro che scontato.

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