La trappola Trump.
La
trappola Trump.
Italia-Usa,
Follini: "Meloni
a un
bivio, schivi trappola Trump."
msn.com
– Corriere Toscano – Marco Follini - Storia di REDAZIONE – (01-02-2026) - ci dice:
(Adnkronos.com)
– “L’America di Trump può diventare la vera trappola per Meloni e il suo
governo. Poiché, mentre tutti ragionano sulle insidie del referendum, sulle
vicissitudini dell’economia in ristagno e sulla difficoltà a cambiare la legge
elettorale, sarà lungo la rotta atlantica che la maggioranza incontrerà le
maggiori difficoltà. Con se stessa e verso il paese. Cosa che la premier sembra
avere compreso, in questi ultimi giorni. Ma da cui non è affatto riuscita,
almeno finora, a districarsi.
L’alleanza
atlantica non ha mai portato troppi voti, anche nelle campagne elettorali di un
tempo. C’era il Vietnam, c’erano i missili, c’era un diffuso sentore di
imperialismo economico. Tutti argomenti che costavano una certa fatica alle
maggioranze dell’epoca. Ma era pur sempre un’altra America. Decisiva negli anni
quaranta per liberarci dal fascismo, decisiva negli anni seguenti per vincere
la guerra fredda, E soprattutto era un’America accattivante, che si faceva
conoscere attraverso i suoi film, le sue canzoni, quella sua singolare capacità
di parlare un linguaggio universale -o quasi.
Nulla
a che vedere con l’America trumpiana dei nostri giorni. Una Casa Bianca che è
diventata torva, chiusa nel proprio egoismo imperiale, insofferente dei suoi
alleati, sorda ai vincoli e alle regole internazionali, lontana da quella sorta
di bon ton che dovrebbe regolare la vita del pianeta. Essa ha il volto, come
s’è visto da ultimo a Minneapolis, di un potere violento, che si presenta con
la cupezza di quelle milizie governative che sembrano richiamare le politiche
d’ordine (chiamiamole così, con un eufemismo) dei nostri tristissimi anni
trenta.
A
fronte di tanto scandalo, Meloni ha cercato fin qui di muoversi surfando sulla
difficoltà. Così, da un lato ha protestato per le frasi irridenti che il
presidente americano ha riservato ai soldati italiani in Afganistan, ha
dichiarato di non essere d’accordo sulla sua pretesa di annettersi la
Groenlandia, ha concesso qualcosa di più a un percorso europeo che si rivela
ormai come l’unico possibile per un paese come il nostro. Dall’altro però ha
tenuto qualche distanza di troppo dai partner continentali, è tornata ad
auspicare l’assegnazione -surreale- del premio Nobel, ha definito ‘legittimo’
l’intervento in Venezuela. E per giunta rischia ora di trovarsi i famigerati
militi dell’ “Ice” a far la guardia ai leader statunitensi in visita alle
Olimpiadi invernali.
Sembra
di assistere al consueto barcamenarsi che ci si aspetta da un capo di governo
nel bel mezzo del bailamme planetario. In fondo, è proprio quello che in tanti
chiedono a Meloni: di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. E però resta
il fatto che se Meloni vuole evitare di fare la suffragetta di un presidente
americano così controverso e imbarazzante prima o poi dovrà prendere distanze
molto più nette. Poiché se invece resta a metà strada si troverà a pagare un
conto salatissimo alle esagerazioni e alle intemperanze dell’attuale inquilino
della Casa Bianca.
Ed è
appunto qui che casca (metaforicamente) l’asino. Poiché la torsione che Trump
sta dando al suo paese è così drammatica, e così impopolare -almeno ai nostri
occhi- da riverberarsi su chiunque si mostri troppo compiacente verso le sue
stranezze e i suoi arbitrii. Cosa che Meloni probabilmente intuisce. Ma sembra
avere qualche remora a tradurre in pronunciamenti politici veri e propri.
Ora, è
chiaro che nessuno può aspettarsi dal capo del governo italiano, chiunque sia,
un atteggiamento ostile verso il proprio “alleato”. Ma da qualche giorno a
questa parte è almeno altrettanto chiaro che un eccesso di vicinanza a questa
presidenza americana riverbera su chi vi indulge una di quelle ombre che prima
o poi finiscono per diventare un errore strategico, politico e morale. E anche,
prima o poi, elettorale.
C’è un
momento, nella vita di quanti si dedicano alle cure dello Stato, in cui la
prudente via di mezzo finisce per condurre in un vicolo cieco. È il momento in
cui occorre rischiare, assumere una responsabilità, sfidare le convenzioni,
mettere un punto fermo. Meloni alle prese con Trump si trova esattamente a quel
punto. Può minimizzare la differenza, diplomatizzando le cose, e ne pagherà il
prezzo. Oppure può renderla più esplicita e visibile, e ne avrà il merito,
correndone anche il rischio. Ormai è chiaro che occorrerà scegliere, e che
nessuna scelta sarà troppo facile. Ma la politica, nei pochi momenti cruciali,
è tutta qui”.
(Marco
Follini).
Groenlandia:
come uscire dalla trappola.
Affariinternazionali.it
- Riccardo Perisic – (20 Gennaio 2026) – ci dice:
La
minaccia di Trump sulla Groenlandia presenta uno strano paradosso. Da un lato è
una questione che dovrebbe essere più semplice da affrontare rispetto a molte
altre. L’interesse comune occidentale è infatti evidente. Indipendentemente dal
giudizio che si può dare sull’urgenza del pericolo di invasione russa o cinese
con cui Trump giustifica la sua iniziativa, non vi è dubbio che l’Artico
costituirà per tutti noi nei prossimi anni una delle sfide strategiche più
importanti.
Un
interesse strategico condiviso.
È
quindi interesse comune definire una strategia condivisa, compresi i mezzi
necessari per renderla credibile. Basterebbe quindi che la NATO si attivasse
con il sostegno dei suoi membri. Il consenso della Danimarca sarebbe
assicurato. Inoltre, europei, americani, canadesi e forse altri alleati
occidentali potrebbero definire una comune strategia di sfruttamento
dell’immenso potenziale di materie prime che il territorio possiede. Ciò con
due precauzioni. La prima è che, se il potenziale è immenso le difficoltà e i
costi lo sono altrettanto. La seconda è che tutto deve essere fatto nel
rispetto delle aspettative degli abitanti della Groenlandia, i quali hanno un
ricordo non ideale della loro esperienza coloniale con la Danimarca. Infine,
l’UE potrebbe fare alla Groenlandia un’offerta di associazione più stretta, che
sarebbe benefica per entrambi; a condizione però che Bruxelles resista alla
tentazione di inserire condizioni difficili da accettare per la Groenlandia,
per esempio in materia di diritti di pesca. Ciò permetterebbe del resto anche
di soddisfare le legittime aspirazioni degli abitanti della Groenlandia, i
quali, se non vogliono rompere i legami con la Danimarca e l’Europa, hanno
anche interesse a rafforzare quelli con gli USA e il Canada.
Trump
pone invece la questione in termini di sovranità, o meglio da esperto
immobiliarista, di “possesso”. Così facendo, attraversa per la Danimarca ma
anche per gli alleati Europei una linea rossa priva di qualsiasi
giustificazione strategica o economica. Il tutto diventa una pura pulsione
imperiale, in quanto tale inaccettabile per gli alleati.
Le
quattro vie teoriche di Trump.
Se
Trump volesse dare un seguito pratico alle sue intenzioni, potrebbe seguire
quattro vie teoriche, peraltro non incompatibili fra loro. La prima è di
“comprare” il consenso degli abitanti della Groenlandia; una prospettiva a cui
la Danimarca e quindi gli altri Europei non potrebbero opporsi. Visto lo stato
dell’opinione pubblica locale, questa strada sembra tuttavia avere poche
prospettive. La seconda è tentare di negoziare la “vendita” direttamente con la
Danimarca. Sembra essere la strada privilegiata al momento, ciò spiega la
minaccia di dazi punitivi verso i paesi che sostengono più apertamente la
Danimarca nel rifiuto. È anche un modo per tentare di dividere gli Europei. Se
invece un aumento della pressione fosse necessario, la terza opzione sarebbe
quella di esercitare un forte ed esplicito ricatto sulla continuazione del
sostegno americano all’Ucraina. Infine, la quarta opzione consisterebbe in una
pura e semplice occupazione militare del territorio.
La
realtà ci dice che in entrambi questi casi gli Europei si troverebbero in una
situazione di estrema debolezza. Sarebbe infatti impossibile contrastare con
successo un intervento militare. Inoltre, almeno nell’immediato il sostegno
all’Ucraina di fronte all’aggressione russa e le garanzie da fornire in caso di
tregua, hanno bisogno di una partecipazione americana per essere credibili. Il
dilemma che si pone per gli Europei è cosa fare.
Dissuasione.
L’Europa
deve essere capace di reagire alle mosse di Trump, ma deve essere credibile in
vista di tutti gli scenari possibili. Nell’immediato, si tratta di reagire con
fermezza alla minaccia dei dazi supplementari, anche nell’attesa dell’imminente
giudizio della Corte Suprema. Ci vuole però una strategia complessiva il cui
obiettivo prioritario è di alzare il prezzo politico interno per Trump e
obbligarlo a seguire la strada dell’accordo consensuale. Si tratta di un
percorso tutt’altro che impossibile.
La
popolarità delle pulsioni imperiali contenute nel recente documento sulla
sicurezza nazionale è infatti bassa presso gli americani, compreso l’elettorato
MAGA.
La chiave si trova al Congresso dove la
priorità assoluta per i membri repubblicani sono ovviamente le elezioni “mid
term”.
Finora i potenziali dissensi verso le
iniziative di Trump, all’interno come all’esterno sono stati neutralizzati dal
grande potere che il presidente continua ad avere sui media repubblicani e i
finanziatori del partito. Tuttavia, è una passività non priva di fermenti che
danno qualche segno di crescita. Se ne sono visti segni a proposito
dell’Ucraina.
Più
recentemente e in modo più visibile sull’attacco all’indipendenza della FED e
sul Venezuela.
Su
quest’ultima questione, la mozione bipartisan che avrebbe posto vincoli alla
libertà d’azione del Presidente, è stata bloccata al Senato per un voto 50/50
risolto dal voto dirimente del Vicepresidente.
Due
senatori repubblicani che sarebbero stati cruciali per ottenere un risultato
diverso sono stati convinti da Rubio in extremis solo con l’argomento che
l’intervento militare è stato eccezionale, di breve durata e che qualunque
passo ulteriore rispetterebbe le “prerogative costituzionali del Congresso”.
È ragionevole pensare che una simile
giustificazione sarebbe irricevibile in caso di intervento in Groenlandia;
prospettiva,
del resto, molto impopolare presso l’opinione pubblica.
C’è
quindi un grande spazio per una pressione allo stesso tempo diplomatica e di
comunicazione da parte degli Europei.
Per
ottenere il risultato, bisogna tuttavia essere credibili.
Si tratta in sostanza di intensificare senza
deviazioni e mantenendo il massimo di unità la strada già intrapresa che è
composta di vari elementi. In primo luogo, il rifiuto categorico di cedere
sulla questione della sovranità;
spiegando,
come ha fatto la Prima Ministra danese, che un intervento militare contro la
sovranità di un paese membro, avrebbe conseguenze devastanti per la NATO.
In
secondo luogo, reiterando la disponibilità a definire in sede NATO una efficace
strategia per l’Artico.
In
terzo luogo, aumentare la presenza militare europea in Groenlandia. Non dovrà
essere puramente simbolica, anche se sappiamo che non sarebbe sufficiente a
contrastare un intervento americano.
Tuttavia,
il valore della potenziale perdita di vite umane degli alleati avrebbe un forte
impatto sull’opinione pubblica americana.
Che si
tratti di un’iniziativa utile è del resto dimostrato dal fatto che Trump
minaccia con i dazi proprio i paesi che partecipano a questo sforzo militare.
L’Italia è quindi per il momento esentata;
un
dilemma non da poco per Giorgia Meloni.
Nulla
è ovviamente assicurato, ma tutto lascia pensare che questa strategia, se
perseguita con determinazione e il massimo di unità possibile ed eventualmente
allargata al Canada, potrebbe essere efficace.
(Riccardo
Perisic).
La
Memoria Spettrale degli Italiani.
Conoscenzealconfine.it
– (1° Febbraio 2026) - Riccardo Piccosi – ci dice:
Come
si possono cambiare le cose se non si è compreso nulla di quanto accaduto in
passato?
È
possibile pensare d’invertire l’attuale corsa dell’Italia verso il precipizio
se, preliminarmente, non si diffonde una comprensione storica delle cause che
ci hanno condotto a questa situazione?
La
domanda si pone perché, rispetto alla maggior parte degli eventi cruciali della
storia recente italiana, la maggioranza della popolazione possiede
esclusivamente una “memoria spettrale,” ovvero un ricordo traumatico ma
deprivato della comprensione di cosa sia effettivamente accaduto.
Gli
eventi su cui oggi sussiste soltanto una memoria spettrale, sono tutti
correlati alla sovranità:
ovvero a quel processo storico avviatosi negli
anni ’70 del secolo scorso che ha visto la sovranità dell’Italia passare da una
condizione limitata – qual era stata a partire dal secondo dopoguerra – a uno
stato di semi-totale azzeramento.
Gli
eventi in questione sono i seguenti:
1) GLI
ANNI DI PIOMBO.
Riguardo
ai fatti di quel decennio che va dal 1969 a circa il 1981, si può dire sia
venuta meno ogni memoria storica al punto che, attualmente, è ovunque riscontrabile
un grado d’ignoranza talmente elevato – unito a isterie moraliste, storiografie
iper-complottiste e via dicendo – da rendere perdita di tempo qualsivoglia
discussione sull’argomento.
2)
TANGENTOPOLI
Un
colpo di stato avvenuto col sostegno straniero, che ha cancellato le forze
democratiche e fondatrici della Repubblica, ancora oggi viene percepito dal
gregge-massa come un evento eroico e a difesa del bene pubblico.
3) LA
SECONDA REPUBBLICA E LE RIFORME
Tangentopoli
e l’inchiesta “Mani Pulite” funsero da levatrici per la nascita d’una stagione
di riforme neoliberiste ed eversive dell’ordine costituzionale chiamata Seconda
Repubblica.
Dopo
trent’anni di svendita del patrimonio pubblico, di privatizzazioni, di
demolizione dei diritti del lavoro e di smantellamento del potere
dell’istituzione parlamentare, quella che un tempo era la quinta potenza
economica mondiale, si ritrova oggi con il numero di popolazione sotto la
soglia di povertà quadruplicato rispetto a prima, un sistema industriale ai
minimi termini, un’ecatombe delle piccole imprese, un collasso della coesione
sociale evidenziato dalla metà della popolazione che diserta le elezioni.
Eppure,
una vasta parte di opinione pubblica è ancora convinta che, se le cose sono
andate così male, è perché di quel genere di riforme non ne sono state fatte
abbastanza.
4)
L’11 SETTEMBRE 2001.
La
vicenda storica che ha inaugurato lo stato d’emergenza permanente e l’avvento
della post-verità (cioè la fine d’ogni concezione comune sul vero e sul falso),
viene interpretata ancor oggi dai più secondo la versione ufficiale di
grattacieli crollati per il calore del carburante malgrado tutti abbiano avuto
davanti agli occhi, invece, sequenze video mostranti polverizzazione immediata
di mura e acciaio.
Da
questo venir meno d’un piano epistemico condiviso, è disceso il fatto che oggi
la maggioranza non abbia idea del perché quel fatto sia avvenuto.
5) LA
DESTITUZIONE DI BERLUSCONI NEL 2011.
Non
troppo dissimilmente da quanto avvenuto vent’anni prima con Mani Pulite,
magistratura, media, servizi segreti e capi di stato stranieri, col
coordinamento della Presidenza della Repubblica, hanno contribuito a destituire
un premier democraticamente eletto per avviare uno stato d’emergenza
finanziario che ha portato a modifiche della Costituzione, volte a sottrarre
agli organismi elettivi ogni potere di decidere intorno all’economia (e dunque
a sottrargli potere decisionale tout court).
6)
L’EMERGENZA PANDEMICA.
Dallo
stato d’emergenza si è alfine passati allo stato d’eccezione e, con esso, sono
partiti il capitalismo della sorveglianza, il sistema di credito sociale volto
a condizionare i diritti civili alla condotta e alla conformità politica, la
messa in discussione dell’habeas corpus, la dissoluzione sociale definitiva
attraverso l’imbozzamento della nuda vita nel digitale.
Tutto
questo, col pieno consenso d’una maggioranza che, ancora oggi, sarebbe disposta
a replicare quella dinamica di assoluta sottomissione.
7)
L’EMERGENZA CLIMATICA.
La
paura per un ambiente divenuto ostile – con le cartine del meteo nei
telegiornali viranti verso il colore rosso al fine di suscitare inquietudine –
ha portato dal timore d’un pericolo tangibile a quello verso l’indefinito e
l’invisibile e, quindi, alla repulsione verso il tempo presente.
8)
L’EMERGENZA DI GUERRA.
Così
come l’ambientalismo padronale ha promosso il disgusto verso il tempo presente,
lo stato di guerra continuo ha cancellato ogni visione collettiva e condivisa
del tempo futuro:
ovvero
ha certificato il noto assioma secondo cui chi non possiede un passato – ovvero
non lo ha compreso – neppure può disporre d’un futuro.
(Riccardo
Piccosi).
(ariannaeditrice.it/articoli/la-memoria-spettrale-degli-italiani).
Italia-Usa:
Meloni a un bivio,
schivi
trappola Trump.
Ilcorrieredelgiorno.it – (1° Febbraio 2026) -
L'editoriale - Redazione CdG 1947 – Marco Follini - ci dice:
È il
momento in cui occorre rischiare, assumere una responsabilità, sfidare le
convenzioni, mettere un punto fermo.
Meloni alle prese con Trump si trova
esattamente a quel punto.
L’America
di Trump può diventare la vera trappola per Meloni e il suo governo.
Poiché, mentre tutti ragionano sulle insidie
del referendum, sulle vicissitudini dell’economia in ristagno e sulla
difficoltà a cambiare la legge elettorale, sarà lungo la rotta atlantica che la
maggioranza incontrerà le maggiori difficoltà.
Con se
stessa e verso il paese.
Cosa
che la premier sembra avere compreso, in questi ultimi giorni.
Ma da
cui non è affatto riuscita, almeno finora, a districarsi.
L’alleanza
atlantica non ha mai portato troppi voti, anche nelle campagne elettorali di un
tempo.
C’era il Vietnam, c’erano i missili, c’era un
diffuso sentore di imperialismo economico.
Tutti
argomenti che costavano una certa fatica alle maggioranze dell’epoca.
Ma era pur sempre un’altra America.
Decisiva
negli anni quaranta per liberarci dal fascismo, decisiva negli anni seguenti
per vincere la guerra fredda,
E
soprattutto era un’America accattivante, che si faceva conoscere attraverso i
suoi film, le sue canzoni, quella sua singolare capacità di parlare un
linguaggio universale -o quasi.
Nulla
a che vedere con l’America trumpiana dei nostri giorni.
Una Casa Bianca che è diventata torva, chiusa
nel proprio egoismo imperiale, insofferente dei suoi alleati, sorda ai vincoli
e alle regole internazionali, lontana da quella sorta di bon ton che dovrebbe
regolare la vita del pianeta.
Essa ha il volto, come s’è visto da ultimo a
Minneapolis, di un potere violento, che si presenta con la cupezza di quelle
milizie governative che sembrano richiamare le politiche d’ordine (chiamiamole
così, con un eufemismo) dei nostri tristissimi anni trenta.
A fronte
di tanto scandalo, Meloni ha cercato fin qui di muoversi surfando sulla
difficoltà.
Così,
da un lato ha protestato per le frasi irridenti che il presidente americano ha
riservato ai soldati italiani in Afganistan, ha dichiarato di non essere
d’accordo sulla sua pretesa di annettersi la Groenlandia, ha concesso qualcosa
di più a un percorso europeo che si rivela ormai come l’unico possibile per un
paese come il nostro.
Dall’altro
però ha tenuto qualche distanza di troppo dai partner continentali, è tornata
ad auspicare l’assegnazione -surreale- del premio Nobel, ha definito
‘legittimo’ l’intervento in Venezuela.
E per
giunta rischia ora di trovarsi i famigerati militi dell’“ICE” a far la guardia
ai leader statunitensi in visita alle Olimpiadi invernali.
Sembra
di assistere al consueto barcamenarsi che ci si aspetta da un capo di governo
nel bel mezzo del bailamme planetario.
In fondo, è proprio quello che in tanti
chiedono a Meloni: di dare un colpo al cerchio e uno alla botte.
E però resta il fatto che se Meloni vuole evitare di
fare la suffragetta di un presidente americano così controverso e imbarazzante
prima o poi dovrà prendere distanze molto più nette.
Poiché
se invece resta a metà strada si troverà a pagare un conto salatissimo alle
esagerazioni e alle intemperanze dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Ed è
appunto qui che casca (metaforicamente) l’asino.
Poiché
la torsione che Trump sta dando al suo paese è così drammatica, e così
impopolare -almeno ai nostri occhi- da riverberarsi su chiunque si mostri
troppo compiacente verso le sue stranezze e i suoi arbitrii.
Cosa
che Meloni probabilmente intuisce.
Ma
sembra avere qualche remora a tradurre in pronunciamenti politici veri e
propri.
Ora, è
chiaro che nessuno può aspettarsi dal capo del governo italiano, chiunque sia,
un atteggiamento ostile verso il proprio “alleato”.
Ma da
qualche giorno a questa parte è almeno altrettanto chiaro che un eccesso di
vicinanza a questa presidenza americana riverbera su chi vi indulge una di
quelle ombre che prima o poi finiscono per diventare un errore strategico,
politico e morale.
E
anche, prima o poi, elettorale.
C’è un
momento, nella vita di quanti si dedicano alle cure dello Stato, in cui la
prudente via di mezzo finisce per condurre in un vicolo cieco.
È il
momento in cui occorre rischiare, assumere una responsabilità, sfidare le
convenzioni, mettere un punto fermo.
Meloni
alle prese con Trump si trova esattamente a quel punto.
Può
minimizzare la differenza, diplomatizzando le cose, e ne pagherà il prezzo.
Oppure
può renderla più esplicita e visibile, e ne avrà il merito, correndone anche il
rischio.
Ormai
è chiaro che occorrerà scegliere, e che nessuna scelta sarà troppo facile.
Ma la
politica, nei pochi momenti cruciali, è tutta qui.
(Marco
Follini).
Diplomazia.
Il
mondo sta cambiando
a
sfavore dell’Europa.
Internazionale.it
- Pierre Haski, France Inter, Francia – (29.12.2025) – Redazione – ci dice:
Donald Trump accoglie nello studio ovale la
squadra maschile statunitense di hockey che ha partecipato alle Olimpiadi del
1980. Washington, 12 dicembre 2025.
(Jacquelyn Martin, Ap/LaPresse).
Un
simbolo degli stravolgimenti vissuti dal mondo nel 2025 sono le sanzioni
imposte dall’amministrazione Trump all’ex commissario europeo “Thierry Breton”
e ad altri quattro leader europei prima di Natale.
È stato un gesto ostile senza precedenti tra
paesi alleati o, meglio, “teoricamente” alleati.
Le
reazioni, in Francia e nel resto d’Europa, non si sono fatte attendere.
Le
sanzioni sono prima di tutto ideologiche, perché basate su una concezione molto
statunitense della libertà d’espressione e legate agli interessi degli
oligarchi della tecnologia, diventati il pilastro dell’economia degli Stati
Uniti.
Le argomentazioni di Washington seguono la
scia del discorso pronunciato da “J.D. Vance” a Monaco all’inizio dell’anno,
quando il vicepresidente americano aveva accusato gli europei di “ostacolare la
libertà d’espressione”.
Lo
stesso atteggiamento si ritrova nel documento strategico pubblicato all’inizio
di dicembre dall’amministrazione Trump, secondo cui l’Europa rischia la
“cancellazione della sua civiltà”.
Lo
sconcerto è enorme a ogni tappa di questa separazione.
I provvedimenti contro l’ex commissario
europeo, accusato di essere alla guida di un “complesso censorio-industriale”,
hanno avuto l’effetto di un elettroshock alla vigilia di Natale.
Eppure
è chiaro che c’è un divorzio in corso fra l’amministrazione Trump e le
democrazie liberali d’Europa, anche se queste non si aspettavano tanta
violenza.
Trump
vuole distruggere la democrazia europea.
Gli
europei sapevano da anni (fin dalla presidenza Obama) che gli Stati Uniti
avevano rivolto il loro sguardo verso l’Asia e soprattutto verso la Cina,
principale rivale di Washington, mentre il vecchio continente contava sempre di
meno.
Trump, però, si è spinto oltre:
vuole distruggere l’Unione europea, ripetendo
(senza alcun collegamento con la realtà) che è stata inventata per “fregare gli
Stati Uniti”.
L’Europa,
dunque, si ritrova con un protettore che allo stesso tempo vuole farle la
pelle.
Gli europei non erano pronti a un’evoluzione
di questo tipo, come dimostra il fatto che abbiano sviluppato senza opporsi una
doppia dipendenza, dalla tecnologia statunitense (ultra dominante, anche perché
l’Europa ha saltato una o due rivoluzioni) e, per la propria difesa, dalla
presenza americana all’interno della Nato.
Limitare
i danni.
Nel
2025, sia nel sostegno all’Ucraina sia nei rapporti transatlantici, gli europei
hanno finalmente capito che il mondo è cambiato, e non in loro favore.
L’Unione oggi si ritrova in una posizione
vulnerabile, stretta tra l’aggressività della Russia e l’ostilità degli Stati
Uniti.
Il
problema, per i 27, è che le dipendenze di questo tipo non si cancellano
dall’oggi al domani.
Ci
vorranno anni, e nel frattempo bisognerà convivere con l’amministrazione Trump
cercando di limitare i danni.
Per questo motivo la risposta agli attacchi
statunitensi è complicata e inevitabilmente deluderà l’opinione pubblica
europea.
Una
prima prova per gli europei nel 2026 sarà salvare la legge sul digitale per cui
“Breton” è stato sanzionato.
Il 24
dicembre la Commissione europea ha difeso la normativa, concordata da stati
sovrani e approvata da un parlamento eletto a suffragio universale.
Ma
l’offensiva di Trump non si fermerà a queste sanzioni.
Washington
vuole una resa, come chiesto dalla Silicon Valley.
La
seconda prova sarà quella delle ingerenze.
L’amministrazione
statunitense sostiene apertamente i partiti di estrema destra in Europa, che
nel documento strategico sono definiti forze “patriottiche”, e con ogni probabilità
Washington cercherà di aiutare la loro salita al potere.
In Europa non bisogna farsi illusioni: sarà un
divorzio senza regali.
(Traduzione
di Andrea Sparacino).
LETTERA
DAL PALAZZO.
Il
mondo sta cambiando: traiamone le conseguenze.
Francia,
Germania, Italia da sole non contano più nulla.
Ilroma.net
- Ottorino Grugo – (30-01 -2026) – Redazione - ci dice:
Il
mondo sta cambiando: traiamone le conseguenze.
Giorgia Meloni.
Tutto
cambia, guardavamo con sgomento la carta geografica - soprattutto l’Europa ci
appariva immensa.
Le
cose non stanno più così.
Le
politiche nazionali, cioè il modo di amministrare i singoli paesi, sono mutati.
Un
esempio: Francia, Germania, Italia da sole non contano più nulla.
Di
fronte all'invadenza russa e americana che mirano a conquistare il mondo, non
c'è altra soluzione che quella di fare esattamente l’opposto di quello che ha
fatto l’Inghilterra quando è uscita dall’Unione europea. Per sopravvivere è una
necessità assoluta.
La
nostra Presidente del Consiglio, privilegiando l'alleato americano rispetto
alla Russia, ritiene evidentemente che sia ancora possibile stabilire un modus
vivendo con Washington.
Purtroppo,
la Meloni sembra illudersi.
Trump
e Putin aspettano di potersi giocare tra loro la partita decisiva e per
arrivare a farlo rinnovano l'antica politica romana del “divide et impera”.
Sono,
è inutile nasconderselo, i leader americano e russo, di fatto, a far capire
all’Europa che soltanto se rimarrà unita potrà fronteggiare con qualche
speranza di successo i due Paesi maggiori.
Inevitabilmente,
infatti, anche in questo caso vale la logica del pesce grande che mangia quello
più piccolo, ma torniamo all'Italia:
non è un caso che di politica interna si parli
sempre meno.
Bisognerà perciò che molte cose vengano
modificate.
Per
prima cosa occorrerà una attenta valutazione della adeguatezza dell'attuale
alleanza è ciò riguarda soprattutto Giorgia Meloni.
La
Presidente del Consiglio deve avere il coraggio di affrontare con
determinazione Matteo Salvini.
O questi accetta di mettersi in riga e
allinearsi alle posizioni di Fratelli d’Italia e di Forza Italia o la
coalizione si rivelerà inutile o addirittura dannosa.
Il
mondo sta cambiando. E noi?
Spiritualcoach.it – Lucia Merlo – (22
gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
mondo sta cambiando. Lo ha sempre fatto e sempre lo farà.
Ora
sembra tutto così amplificato, eppure i segnali erano già arrivati da tempo.
Cambia
il clima, cambiano i ritmi, cambiano le regole non scritte che per anni ci hanno fatto sentire al sicuro.
Il
cielo sembra avere umori che non riconosciamo più, la terra reagisce, l’acqua
sale o scompare, l’aria si fa pesante.
Tutto si muove e preme chiedendo attenzione.
Eppure
la domanda che ci dovremmo fare non riguarda il meteo. Riguarda noi.
Noi
stiamo cambiando davvero oppure siamo solo spettatori che sperano di non essere
mai toccati?
C’è
qualcosa di inquietante in questo tempo, più del solito.
Perché
niente mai crolla tutto in un colpo solo.
Ci
sono messaggi, avvisaglie che arrivano prima di ogni crollo.
Qualcosa si sfilaccia, una crepa si apre, una
parola di troppo, un “io non c’entro” detto con troppa facilità.
Ed è
lì che iniziamo a perderci.
Perché
il cambiamento che fa più paura non è quello fuori, ma quello che ci chiede di
guardarci dentro senza più scuse.
Siamo
dentro al cambiamento?
Ci
raccontiamo che il problema sono sempre gli altri.
I governi, le multinazionali, chi inquina, chi
sfrutta, chi decide.
Tutto
vero, e ne abbiamo le prove.
Eppure
c’è una parte che evitiamo con cura chirurgica:
noi
siamo dentro questo sistema.
Ci
siamo anche noi, piccoli esseri pensanti che desiderano sempre di più, che si
sentono defraudati se non ottengono, che svicolano e si aggrappano a qualunque
cosa quando la strada si fa ripida.
Ci
siamo quando invidiamo, quando graffiamo con le parole, quando critichiamo per
sentirci un gradino sopra.
E
siamo ancora noi quando lanciamo ad altri la bruciante palla della
responsabilità, sperando che qualcuno la tenga al posto nostro.
Questo
fa bene al pianeta? Fa bene a noi? La risposta non è comoda e nemmeno
rassicurante.
È una
risposta che non salva la faccia a nessuno.
Perché
ogni volta che diciamo “io non mi comporto così” stiamo già costruendo una
gabbia.
E le gabbie difficilmente fanno circolare
l'aria.
Il
mondo che cambia assomiglia a un’immagine sgranata, come se i pixel si stessero
spostando.
Non è
ancora chiaro cosa verrà fuori, ma sappiamo che quello che c’era prima non
regge più.
In
questa transizione inquieta cerchiamo di salvare una specie, un’idea, un
interesse, come se il resto potesse arrangiarsi.
Ma il pianeta non funziona a compartimenti
stagni.
È un
intreccio di connessioni, un enorme albero genealogico dove ogni ramo dipende
dagli altri.
Tagliarne uno perché non è produttivo o perché non ci
serve più significa indebolire l’intera struttura, anche se per un po’ facciamo
finta di non accorgercene.
La
coperta è corta.
C’è
una sensazione diffusa che serpeggia nell'aria, e io la traduco così: la
coperta è sempre più corta.
Possiamo
tirarla da una parte o dall’altra, ma qualcuno resterà sempre scoperto.
Allora
iniziano le lotte, le accuse, le contrapposizioni.
Tu non
vai bene per questo, quindi ti elimino.
Tu mi
servi ancora, quindi ti tengo, anche se sei rinsecchito, anche se non fiorisci
più, anche se porti solo stanchezza.
È una
logica di sopravvivenza travestita da razionalità ed è profondamente umana.
Proprio
per questo va guardata in faccia.
Da
dove arriva questa spinta a essere sempre più grandiosi, a conquistare, a
dimostrare?
Dalla
paura di essere piccoli?
Dal
terrore di scoprire che non siamo separati da ciò che soffre?
Dal
non voler sentire che ogni scelta ha un’eco, anche quando facciamo finta di non
ascoltarla?
Il
cambiamento del mondo ci sta togliendo le illusioni una ad una, e questo fa
male.
Ma il
dolore, quando viene ascoltato, può diventare la nostra grande opportunità.
Trovare
uno scopo nel cambiamento del mondo.
Quando
scopriamo lo scopo sincero di una qualunque cosa, smettiamo di chiederci chi ha
torta e chi ragione, e ci domandiamo come poter migliorare la situazione.
Non è scontato questo, ma è necessario per chi vorrà
davvero portare nuovo valore alla propria vita, prima di tutto.
Trovare
un senso nel cambiamento del mondo significa accettare che siamo co-autori di
questa storia, anche quando non ci piace il capitolo che stiamo leggendo.
Il
senso, lo scopo o come vuoi chiamarlo, nasce nei gesti minuscoli che non fanno
notizia.
Nel modo in cui parliamo e trattiamo agli
altri, la natura, gli animali, nel modo in cui consumiamo, nel modo in cui
restiamo invece di scappare.
Nasce
quando smettiamo di vivere come se tutto fosse dovuto e iniziamo a vivere come
se tutto fosse in relazione.
Perché
lo è sempre stato, solo che ora non possiamo più ignorarlo.
C’è
speranza sì, ruvida e che richiede responsabilità e presenza. Mettiamo da parte
le salvezze rapide e apriamoci a trasformazioni lente e reali.
Il
mondo sta cambiando e ci sta chiedendo di diventare adulti come specie, non
solo come individui.
Di
passare dall’io al noi senza perderci.
Di
riconoscere che ogni ramo conta, anche quello storto, anche quello che non dà
frutti immediati.
Trovare
senso nel cambiamento del mondo significa smettere di cercare un colpevole e
iniziare a cercare un posto:
il
nostro posto, dentro questo intreccio vivo, fragile e potente che chiamiamo
Pianeta.
E
chissà che proprio lì, dove smettiamo di difenderci e iniziamo a sentire,
comincia un respiro nuovo.
(La
Spiritual Coach Academy di Lucia Merico).
Von
der Leyen “Il mondo sta
cambiando ma l’Europa è pronta.”
ildenaro.it
– (21 Gennaio 2025) – ITALPRESS – Redazione – ci dice:
DAVOS
(SVIZZERA).
“Le regole di ingaggio tra le potenze globali stanno
cambiando.
Non dobbiamo dare nulla per scontato.
E anche se ad alcuni in Europa questa nuova
realtà potrebbe non piacere, noi siamo pronti ad affrontarla”.
Lo ha detto la presidente della Commissione
Europea, nel suo intervento a Davos al “World Economic Forum”.
“I
nostri valori non cambiano.
Ma per
difenderli in un mondo che cambia, dobbiamo cambiare il modo in cui agiamo.
Dobbiamo cercare nuove opportunità ovunque si
presentino.
Questo
è il momento di impegnarsi oltre i blocchi e i tabù.
E
l’Europa è pronta al cambiamento”, ha aggiunto.
(ITALPRESS).
Musk
fonde” Space X” con “x Ai”
per
mandare i data center nello spazio.
Ildenaro.it
– (3 Febbraio 2026) - Adnkronos – Redazione – ci dice:
“Space
X” di Elon Musk ha acquisito la sua azienda di intelligenza artificiale” xAI”
in una fusione volta a implementare data center spaziali, si legge in una nota.
L’acquisizione unisce le capacità
missilistiche di “Space X” con la tecnologia di “x AI” per creare quello che
Musk, nella dichiarazione, ha definito “il motore di innovazione verticalmente
integrato più ambizioso sulla Terra (e fuori dalla Terra)”.
La
fusione arriva mentre i finanziamenti per lo sviluppo dell’intelligenza
artificiale, sostenuti dalle grandi aziende tecnologiche, iniziano a mostrare
segni di tensione.
Musk
ha affermato che “Space X” prevede di lanciare una costellazione di satelliti
che funzionerebbero come data center orbitali, sfruttando l’energia solare
nello spazio per soddisfare la crescente domanda di elettricità per
l’elaborazione basata sull’intelligenza artificiale.
Secondo
Musk queste esigenze non possono essere soddisfatte sulla Terra “senza imporre
difficoltà alle comunità e all’ambiente”: “Sfruttando direttamente l’energia
solare pressoché costante con costi operativi e di manutenzione ridotti, questi
satelliti trasformeranno la nostra capacità di scalare l’elaborazione”, ha
scritto nella nota.
“Space
X “punta a lanciare un milione di satelliti che funzioneranno come data center
utilizzando il suo razzo “Starship”, che secondo l’azienda raggiungerà presto
una velocità di lancio di un volo all’ora con un carico utile di 200
tonnellate.
La
nota non ha rivelato i termini finanziari dell’acquisizione né fornito una
tempistica per il dispiegamento iniziale dei satelliti.
Secondo
Bloomberg, la società risultante dalla fusione avrebbe una valutazione di 1,25
trilioni di dollari.
L’accordo intreccia ulteriormente il vasto
impero commerciale di Musk, che include già la casa automobilistica Tesla e la
piattaforma di social media X, precedentemente Twitter.
Musk
ha fuso X con xAI dopo aver acquisito Twitter alla fine del 2022.
La
società “x AI”, che gestisce il chatbot “Grok”, è stata valutata 230 miliardi
di dollari in un round di finanziamento di gennaio.
La
società risultante dalla fusione metterebbe insieme capitali, risorse
informatiche e talenti, mentre Musk persegue la sua visione di installare data
center nello spazio per l’intelligenza artificiale.
Secondo quanto riportato dai media
statunitensi, “Space X” starebbe puntando a un’offerta pubblica iniziale (IPO)
a metà giugno, che potrebbe raccogliere fino a 50 miliardi di dollari.
L’azienda
domina il mercato dei lanci spaziali con i suoi razzi riutilizzabili e possiede
la più grande costellazione di satelliti tramite Starlink.
Musk
si era precedentemente opposto a un’IPO per “Space X” perché non aveva goduto
del necessario controllo da parte di Tesla, quotata in borsa.
Ha anche sostenuto che il desiderio del
mercato di rendimenti finanziari era in contrasto con il suo obiettivo finale
di colonizzare Marte.
Ma le
ultime priorità dell’azienda richiederanno investimenti significativi.
Tra
queste, lo sviluppo di “Starship”, il più grande razzo mai costruito, per
missioni sulla Luna e su Marte.
Consiglio
Affari Esteri UE, Kallas:
“Il
mondo sta cambiando,
l’Europa
deve rafforzarsi”.
Sardegnagol.eu – (29 Gennaio 2026) - Francesco
Puddu – ci dice:
Si è
conclusa a Bruxelles una riunione definita “molto produttiva” dei ministri
degli Esteri dell’Unione europea.
In conferenza stampa, l’Alta rappresentante “Kaja
Kallas” ha tracciato un quadro netto delle sfide globali del 2026,
sottolineando come il contesto internazionale sia segnato da una crescente
imprevedibilità e da un mutamento degli equilibri geopolitici.
Secondo
Kallas, la Russia rappresenta una minaccia immediata, la Cina una sfida
strategica di lungo periodo e il Medio Oriente resta un’area di instabilità
cronica.
A
questi fattori si aggiunge una nuova variabile:
la ridefinizione dei rapporti transatlantici.
“Quando
l’Europa è divisa è debole, ed è più esposta alle pressioni esterne”, ha
avvertito, ribadendo la necessità di rafforzare l’unità interna e approfondire
le partnership internazionali, citando come esempio recente gli accordi
raggiunti con l’India.
In questo contesto, una nuova strategia
europea per la sicurezza potrebbe rappresentare una guida fondamentale per il
futuro.
Ampio
spazio è stato dedicato alla guerra in Ucraina.
Kallas
ha accusato la Russia di non compiere alcuno sforzo credibile verso la pace,
definendo crimine di guerra l’attacco a un treno passeggeri e i bombardamenti
su infrastrutture civili, ospedali, scuole ed edifici residenziali.
“Mosca non riesce a vincere sul campo e tenta
di trasformare l’inverno in un’arma”, ha dichiarato.
L’energia
diventa così un nuovo fronte del conflitto.
L’UE
ha risposto con il più grande pacchetto di aiuti invernali mai varato, che
comprende forniture di emergenza, fondi e consegne energetiche.
Solo
oggi sono stati inviati 500 generatori aggiuntivi e stanziati 50 milioni di
euro per il settore, portando il fondo energetico complessivo oltre 1,6
miliardi di euro.
Bruxelles valuta inoltre la creazione di una
task force con Kiev per migliorare il coordinamento degli aiuti e chiede agli
Stati membri di rafforzare le scorte di difesa aerea.
Parallelamente,
aumenta la pressione economica su Mosca:
l’UE
ha inserito la Russia nella lista nera per il rischio di riciclaggio di denaro,
rendendo più costose e lente le transazioni bancarie.
Procedono
anche i lavori sul prestito da 90 miliardi di euro e sul ventesimo pacchetto di
sanzioni.
Tra le proposte in discussione, anche il
divieto di ingresso nello spazio Schengen per ex combattenti russi, per motivi
di sicurezza.
Proseguono
inoltre i piani per i contributi europei alle future garanzie di sicurezza per
l’Ucraina, dalla formazione militare al sostegno all’industria della difesa e
al percorso di adesione all’UE.
Sul
fronte della giustizia internazionale, l’Unione ha stanziato i primi 10 milioni
di euro per la creazione di un Tribunale speciale sul crimine di aggressione.
“La
Russia ha iniziato questa guerra e deve risponderne”, ha ribadito Kallas.
I
ministri hanno affrontato anche la situazione in Iran, condannando la risposta
del Governo alle proteste.
È
stato deciso di designare i Guardiani della Rivoluzione come organizzazione
terroristica, equiparandoli a gruppi come Daesh, Hamas, Hezbollah e al Qaeda (gruppo del quale ha fatto parte pure
il ripulito al-Sharia, leader di un governo che sta incassando miliardi di euro
dall’Ue).
Sono state inoltre adottate nuove sanzioni
contro i responsabili delle violenze, incluso il ministro dell’Interno, e
rafforzate le misure contro il sostegno militare iraniano alla Russia.
Sulla
Siria, Kallas ha descritto un Paese ancora estremamente fragile. Pur
accogliendo positivamente il cessate il fuoco e l’apertura dei corridoi
umanitari, l’UE sottolinea la necessità di una transizione politica inclusiva e
di una riconciliazione nazionale per evitare un ritorno al caos, con la
minaccia dell’ISIS ancora presente.
Per
quanto riguarda Gaza, l’attenzione resta concentrata sul sostegno al piano di
pace e sulla riapertura del valico di Rafah tra Gaza ed Egitto, considerata un
segnale chiave di progresso.
L’UE
si prepara a ridispiegare il proprio personale e a rafforzare il ruolo della
missione EUPOL COPPS nella formazione della polizia e delle istituzioni
giudiziarie palestinesi, estendendo anche le attività di addestramento in
Giordania.
Secondo
Bruxelles, la sicurezza di Gaza dovrà essere affidata ai palestinesi e la
ricostruzione sarà legata al processo di demilitarizzazione.
Sul
Sudan, definito “la peggiore crisi umanitaria al mondo” (anche se l’Ue coopera con i
vertici degli Emirati Arabi Uniti, Paese che sostiene l’RSF di Mohamed Hamdan
Dagalo) i
ministri hanno approvato nuove sanzioni contro membri delle “Rapid Support
Forces” e delle “Forze armate sudanesi”.
Energie
rinnovabili, Cendon (LVC)
attacca
Rucco:
“Difende
modelli energetici e
produttivi
superati, costosi e senza futuro”
vipiù.it
- Comunicati Stampa – (23 Gennaio 2026) -Redazione – ci dice:
Le
energie rinnovabili non fanno male all’economia:
la consigliera regionale “Rossella Cendon” (Le
Civiche Venete) risponde al comunicato diffuso dal vice presidente del
consiglio Regionale “Francesco Rucco” (Fratelli d’Italia-Giorgia Meloni), secondo
il quale le politiche ambientali non possono tradursi in un indebolimento del
tessuto produttivo, quindi l’ideologia non deve prevalere sul buonsenso.
Secondo
la consigliera Cendon però Rucco “continua a difendere modelli energetici e
industriali superati, ignorando l’evoluzione dei mercati e delle tecnologie” e
soprattutto “non si comprende in cosa consista il pragmatismo da lui invocato”.
Rossella
Cendon, consigliere regionale “Le Civiche Venete”.
Cendon
mette in evidenza i numeri:
“Se 1
MWh prodotto con il solare costa 58,6 Euro (dati dicembre 2025) e un MWh a gas
costa 102 Euro (dati gennaio 2026), rinviare la sostituzione del gas significa
accettare un extracosto di oltre 40 euro per ogni MWh in un Paese che consuma
circa un milione di MWh al giorno.
Un
peso che ricade direttamente su famiglie e imprese.
”
Quindi, continua la consigliera, continuare a guardare al gas significa essere
dipendenti da mercati esteri o essere a favore di trivellazioni su territori,
come quelli della provincia di Rovigo, che hanno comportato storicamente
fenomeni gravi di subsidenza.
“Certo
– precisa l’esponente di LVC – sono necessari investimenti nelle reti e negli
accumuli, ma già a dicembre 2025 la rete elettrica italiana è stata dotata di
10 GWh di accumuli che consentono di cedere energia programmabile da solare
anche quando il sole non c’è e ad un costo comunque inferiore ai 115 €/MWh,
dati medi dell’anno 2025”.
Anche
per quel che riguarda il capitolo posti di lavoro, gli 80 mila persi nell’ automotive
su 14 milioni (-0,6%) sono dovuti alla crisi del modello di trasporti, da
quando gli stipendi dei cittadini europei non hanno più consentito loro di
acquistare auto con una frequenza elevata, peraltro sconosciuta in altre parti
del mondo.
In questo caso le politiche ambientali non
c’entrano, anzi, hanno l’effetto opposto:
“È
bene sottolineare – ribadisce Cendon – che molte più persone hanno trovato
lavoro nell’ambito delle fonti rinnovabili, la stima è superiore agli 80 mila
solo nel settore riguardante il fotovoltaico.
Il
vero errore delle politiche del passato non è stato ‘fare troppo green’, ma non
aver accompagnato la transizione con una strategia industriale adeguata. Magari l’Europa, e il Veneto,
avessero adottato fin da subito politiche industriali più concrete nel settore
dell’energia:
il
Veneto non avrebbe perso la leadership nel fotovoltaico e nelle pompe di
calore, solo per fare un esempio di grave perdita di mercato nella nostra
regione. Il
Green Deal e le politiche locali per l’ambiente sono
la maggior opportunità industriale per un’economia manifatturiera come quella
del Veneto e tutti i numeri ci fanno capire che accelerare la transizione
energetica significa abbassare il costo dell’energia, rafforzare la
competitività delle imprese e creare lavoro qualificato”.
Insomma,
secondo la Consigliera Cendon difendere rendite di settori superati significa
pagare di più oggi e perdere il futuro domani.
Quanto
al pragmatismo, conclude, sarebbe il caso di metterlo in pratica “per
affrontare il problema delle lungaggini per allacciare gli impianti
fotovoltaici, ringrazierebbero sia le famiglie che le imprese”.
Riflessioni
sul messaggio di Leone XIV
per la LX Giornata mondiale delle
comunicazioni sociali.
Custodire
l’umano
nell’era
degli specchi digitali
osservatoreromano.va
– (29 gennaio 2026) - Domenico Pompili – ci dice:
Custodire l’umano nell’era degli specchi
digitali.
Il
messaggio di Leone XIV per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali
arriva in un momento decisivo e particolarmente delicato anche sul piano
geopolitico.
In
modo particolarmente significativo, le parole, le narrazioni e le immagini ci
raggiungono in modo immediato attraverso gli schermi dei nostri dispositivi e
contribuiscono a dare forma al mondo quasi senza che ce ne rendiamo conto.
Non è
solo una questione tecnologica: sta cambiando il nostro modo di abitare la
realtà, sta cambiando il nostro modo di percepirla.
Non si
creda che il digitale sia virtuale nel senso di asettico, astratto,
immateriale. Il web ha un linguaggio spaziale — sito, home, navigare, finestre,
cloud — e ci ritroviamo ad abitare un luogo inedito, governato da leggi che
raramente conosciamo e padroneggiamo.
Dobbiamo
fare in modo che ciò non comporti perdita di contatto con la realtà,
sradicamento, allucinazione collettiva.
Non è
più tempo della previsione: l’intelligenza artificiale (IA) è già tra noi, pervasiva e
invisibile, capace di simulare volti, voci e spiegazioni in cui il confine tra
realtà e finzione risulta pericolosamente sfumato.
Leone
XIV individua con lucidità i rischi che stiamo correndo:
le
cosiddette «allucinazioni» — termine tecnico che indica le risposte plausibili
ma errate dei sistemi di IA — ma soprattutto l’oligopolio di poche aziende, che costituisce
una forza invisibile e potente, capace di orientare sottilmente i comportamenti
e persino di riscrivere la storia, compresa quella della Chiesa.
L’affidamento
acritico all’intelligenza artificiale come «amica onnisciente», «oracolo di
ogni consiglio», logora la nostra capacità di pensare in modo analitico e
creativo.
Stiamo delegando troppo.
E
così, mentre crediamo di guadagnare efficienza, rischiamo di perdere ciò che ci
rende propriamente umani:
la fatica del pensiero, lo sforzo della
comprensione, la lentezza necessaria alla riflessione, l’empatia e tutte le
emozioni autentiche, non simulate.
L’IA
non produce certamente solo negatività:
per molti aspetti corregge i nostri errori,
riordina i nostri testi confusi, analizzano enormi quantità di dati, coadiuva
diagnosi mediche complesse.
Siamo
di fronte a un farmaco, ciò che è insieme veleno e rimedio.
Per questo, occorrono conoscenze, confronti e
valide pratiche di discernimento.
La
domanda cruciale diventa allora: come custodire l’umano?
E
quale umanità custodire, quella che cerca fraternità o quella che cerca il
dominio?
Il Papa lo dice con chiarezza: la sfida non è
tecnologica ma antropologica.
In un’epoca in cui gli algoritmi premiano
emozioni rapide e chiudono
le persone in bolle di facile consenso dove ogni vita si trova a cercare
specchi più che volti e confronti reali, custodire l’umano diventa un atto di
cura e di resistenza culturale.
Il
Papa propone tre pilastri per un’alleanza possibile con questo tempo di
comunicazioni facili e arrischiate al contempo: responsabilità, cooperazione,
educazione.
Una
volta pronunciate, le parole non smettono del tutto di essere nostre e dobbiamo
preoccuparci degli effetti che esse provocano.
Nessuno
può affrontare da solo questa sfida:
occorre
collaborare, creare reti che mettano insieme soggetti di diverse competenze,
senza trascurare quelle educative di cui oggi avvertiamo un tragico bisogno.
Ma c’è
un passaggio ulteriore da non dimenticare: non si può non comunicare, siamo
tutti comunicatori.
Anche
chi ascolta, chi riceve un’informazione deve restare soggetto responsabile,
attivo, educante.
C’è un
compito particolare per la Chiesa.
Già
nel 2010, con Testimoni digitali, la Chiesa italiana parlava della necessità di
«abitare la Rete» senza complessi e senza pretese.
Oggi
questa esigenza è ancora più urgente. Non si tratta di rivendicare privilegi
sapienziali, ma di contribuire con umiltà a un discernimento comune.
La fede cristiana non ci consegna risposte
preconfezionate sulla tecnologia, ma ci orienta verso una maturazione
dell’umano che passa attraverso il mistero dell’Incarnazione.
Leone
XIV conclude invitando a far sì che volto e voce tornino a esprimersi nella
lingua della vita personale, dentro una trama di relazioni autentiche. In un
mondo di specchi digitali, dove tutto rischia di essere fatto «a nostra
immagine e somiglianza», abbiamo bisogno di incontrare l’alterità delle vite,
delle culture e delle cose.
Non
siamo algoritmi biochimici: siamo vocazione, apertura, legame.
Toccare
terra con tutti e due i piedi:
è questo l’esercizio dell’intelligenza
naturale che il Papa ci chiede.
In
un’epoca in cui esploriamo più “Google Earth” che la natura e i nostri occhi
sono rivolti più al cloud che al cielo, tornare alla lucida e commossa
intelligenza del mondo non è nostalgia, ma profezia.
(Domenico
Pompili, Vescovo di Verona, presidente della Commissione per la cultura e le
comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana).
DAL
MODELLO CINESE AL RILANCIO EUROPEO.
Alessandropozzi.it
– (10 -12 – 2025) – Redazione – ci dice:
Negli
ultimi 10 anni, Pechino ha fatto ciò che nessun altro Paese ha avuto la
coerenza di fare: integrare efficacemente la politica industriale e tecnologica
con la strategia.
Nel
PODCAST e nell’articolo che segue, della serie 𝗚𝗲𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗗𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗦𝗶𝗰𝘂𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮, punto a spiegare come il piano Made
in China 2025 non sia solo economia: è una strategia di Potenza adattiva.
Vediamo
come dietro i sussidi ci siano reti fisiche e digitali che garantiscono
resilienza e autonomia;
dietro
le aziende tecnologiche, una forza lavoro di 70 milioni di persone con
competenze produttive che nessun Paese occidentale può replicare in tempi
brevi.
Il
modello americano basato sul contenimento attraverso dazi e restrizioni
all’export tecnologico verso la Cina, ha generato un “momento Sputnik”,
accelerando finora l’autonomia tecnologica di campioni nazionali come Huawei,
SMIC e Deep Seek.
E
l’Europa? Partendo dai fattori critici di successo del modello cinese, vediamo
cosa possano fare i Paesi dell’Unione per non subire la storia che sta venendo
scritta da Washington e Pechino.
COME
PECHINO HA COSTRUITO LA SUA POTENZA INDUSTRIALE E TECNOLOGICA.
Dieci
anni fa, la Cina annunciava Made in China 2025, un piano che molti osservatori
occidentali salutarono con scetticismo.
L’obiettivo
appariva titanico:
trasformare
la seconda economia mondiale in una superpotenza tecnologica, capace di guidare
i settori strategici del XXI secolo — energia pulita, semiconduttori,
automazione, materiali avanzati, mobilità elettrica.
Oggi,
con il senno di poi, è chiaro che quella strategia non era solo un esercizio di
propaganda economica:
era il
primo passo verso una profonda riorganizzazione dello Stato e della società
industriale cinese.
Pechino
non ha semplicemente iniettato denaro nei settori “del futuro”; ha costruito un
ecosistema tecnologico e infrastrutturale capace di sostenere la crescita
industriale per decenni, qualunque siano le turbolenze economiche o le sanzioni
occidentali.
IL
MOTORE INVISIBILE DEL SUCCESSO CINESE.
L’idea
di fondo di “Made in China 2025” era semplice ma ambiziosa: ridurre la
dipendenza dalle importazioni, accrescere la competitività delle imprese
nazionali e conquistare le filiere globali dell’innovazione. Per farlo, Pechino ha speso fino al
2% del proprio PIL in sussidi diretti e indiretti, crediti agevolati, incentivi
fiscali e investimenti pubblici massicci.
Il
risultato?
In un solo decennio, la Cina è passata da “fabbrica
del mondo” a cuore pulsante della transizione tecnologica globale:
domina
i veicoli elettrici e le energie pulite;
è
leader mondiale nella produzione di batterie e droni;
controlla
le terre rare e la catena del valore del solare;
sta
raggiungendo competenze di frontiera nei semiconduttori e nell’intelligenza
artificiale.
Dietro
questa ascesa, però, non c’è solo la generosità dei sussidi.
Il
vero punto di forza del modello cinese è la costruzione di “infrastrutture
profonde” — fisiche, digitali, energetiche e umane — che rendono possibile
innovare e produrre con efficienza su scala gigantesca.
UN
ECOSISTEMA INFRASTRUTTURALE SENZA RIVALI.
Secondo
una recentissima ricerca pubblicata su “Foreign Affairs”, negli ultimi
trent’anni, la Cina ha costruito un apparato infrastrutturale senza eguali nella
storia economica moderna.
La
rete autostradale cinese è oggi il doppio di quella americana.
La
rete ferroviaria ad alta velocità supera in lunghezza quella del resto del
mondo messo insieme.
I
porti cinesi — da Shanghai a Shenzhen — movimentano più merci di tutti i porti
statunitensi combinati.
Ma la
vera innovazione è avvenuta altrove: nella rete digitale e nella rete
elettrica.
LA
RETE DIGITALE COME STRUMENTO DI POTERE.
Mentre
l’Occidente vedeva Internet come una minaccia per i regimi autoritari, Pechino
ne intuiva il potenziale opposto.
Il
Partito Comunista ha costruito un Internet “chiuso ma efficiente”, un sistema
nazionale che connette quasi tutta la popolazione, controlla l’informazione e
alimenta un ecosistema industriale digitale tra i più dinamici del pianeta.
Da
questa matrice sono nate aziende come “Alibaba”, “Tencent”, “ByteDance”, “Huawei”,
capaci di innovare nonostante (o forse grazie a) la supervisione statale.
L’infrastruttura
digitale è diventata così un pilastro di crescita economica e di controllo
politico.
LA
RETE ELETTRICA COME FONDAMENTO TECNOLOGICO.
L’altro
pilastro del modello cinese è l’energia.
In 25 anni, la Cina ha costruito centrali per
quantità equivalenti alla capacità totale del Regno Unito ogni anno.
Produce
oggi più elettricità degli Stati Uniti e dell’Europa messi insieme e ha
realizzato linee ad altissima tensione che attraversano il Paese da costa a
costa.
Grazie
a questo sistema, la Cina è diventata la prima grande economia in via di
elettrificazione completa:
quasi
il 30% del suo consumo energetico è elettrico, contro il 22% americano.
E questa quota cresce rapidamente, trainando
la mobilità elettrica, l’intelligenza artificiale e l’automazione industriale.
Non si
tratta di un piano rigido, ma di un processo cumulativo:
la
risposta pragmatica a problemi specifici (energia, logistica, inquinamento) ha
prodotto un effetto sistemico — la nascita di un ecosistema energetico industriale
competitivo e autosufficiente.
LA
CONOSCENZA DEI PROCESSI: L’INFRASTRUTTURA UMANA.
A
completare questo quadro c’è un altro asset spesso trascurato:
la
forza lavoro industriale cinese.
Con
oltre 70 milioni di lavoratori nel manifatturiero, la Cina possiede la più
vasta concentrazione di “conoscenza di processo” al mondo — un sapere pratico,
cumulativo, basato su anni di sperimentazione, ottimizzazione e produzione.
È
questo capitale umano che consente di rendere scalabile rapidamente ogni nuova
tecnologia: dal telefono all’auto elettrica, dal drone al pannello solare.
Un
esempio paradigmatico è “Xiaomi”, passata in pochi anni dagli smartphone ai
veicoli elettrici, fino a battere record di velocità sul circuito tedesco del
Nürburgring.
Un’impresa impensabile senza una rete di
fornitori, ingegneri e operai altamente coordinata.
Il
confronto con Apple è emblematico:
nonostante
risorse finanziarie enormi, il progetto dell’auto elettrica americana è stato
cancellato dopo dieci anni di tentativi.
Mancava
l’ecosistema — energetico, produttivo e umano — che in Cina è ormai
strutturale.
LE
CREPE DEL MODELLO.
Eppure,
l’efficienza industriale cinese non è priva di costi.
Il
generoso sistema di sussidi ha favorito corruzione, sprechi e sovracapacità
produttiva.
In
alcuni settori, come i semiconduttori e il solare, decine di imprese producono
gli stessi beni con margini quasi nulli.
La
deflazione dei prezzi frena i salari, riduce i consumi e alimenta un circolo
vizioso di domanda interna debole e surplus commerciale crescente (oggi vicino a un trilione di
dollari).
Il
governo è consapevole di questi eccessi e sta gradualmente favorendo il
consolidamento industriale: meno aziende, più grandi e più efficienti.
Ma la
priorità strategica resta la stessa: non deindustrializzare mai.
Come
ha dichiarato Xi Jinping nel 2020, l’obiettivo non è la crescita veloce, ma
l’autosufficienza tecnologica — anche a costo di una crescita più lenta e di
tensioni commerciali con l’Occidente.
GLI
STATI UNITI E L’ILLUSIONE DEL CONTENIMENTO.
Di
fronte a questa traiettoria, Washington ha reagito con un misto di paura e
disorientamento.
Dall’amministrazione
Trump in poi, gli Stati Uniti hanno cercato di frenare la Cina più che
rafforzare sé stessi:
dazi,
sanzioni, controlli all’export di chip e tecnologie avanzate.
L’idea era semplice: tagliare l’accesso di
Pechino ai semiconduttori occidentali per rallentare il suo progresso.
Il
risultato, però, è stato ambiguo.
Alcune
aziende cinesi, come ZTE, hanno sofferto. Ma le più forti — Huawei, SMIC, Deep Seek
— hanno reagito accelerando l’autonomia tecnologica.
Huawei
è tornata ai livelli di ricavi pre-sanzioni;
SMIC
produce chip a 7 nanometri;
i
modelli linguistici di intelligenza artificiale cinesi sono ormai a pochi mesi
di distanza dai rivali americani.
Paradossalmente, le restrizioni statunitensi hanno
funzionato come un “momento Sputnik”:
un
potente stimolo alla mobilitazione nazionale verso la sovranità tecnologica.
L’AMERICA
SENZA INFRASTRUTTURE.
Gli
Stati Uniti hanno grande abbondanza di risorse, ma finora mancano di coerenza.
Il “CHIPS
Act “e l’”Inflation Reductio Act “hanno stanziato centinaia di miliardi di
dollari per rilanciare semiconduttori e tecnologie pulite.
Tuttavia,
i risultati sono modesti:
le
reti elettriche restano obsolete, la banda larga promessa da Biden non è stata
realizzata, e il Paese non ha una rete nazionale di ricarica per veicoli elettrici.
I progetti industriali arrancano tra
burocrazia e costi eccessivi.
Le
tensioni migratorie riducono la disponibilità di manodopera qualificata, mentre
i tagli alla ricerca minano la supremazia scientifica americana.
La
politica dei dazi, poi, aggrava la situazione:
crea
incertezza, riduce gli investimenti e indebolisce la base manifatturiera.
In
pochi mesi, gli Stati Uniti hanno perso decine di migliaia di posti di lavoro
industriali.
In
sintesi: Washington rischia di privilegiare la guerra commerciale invece della
concreta ricostruzione industriale.
IL
CONFRONTO DECISIVO: ECOSISTEMI CONTRO TATTICHE.
Il
punto non è che la Cina sia invincibile.
È che
gioca un gioco diverso.
Il suo
successo deriva da un progetto sistemico:
infrastrutture
fisiche e digitali integrate, energia abbondante, forza lavoro esperta,
sostegno politico di lungo periodo.
Gli
Stati Uniti, al contrario, oscillano tra liberalismo ideologico e protezionismo
tattico, senza
una visione coerente di sviluppo industriale.
Pechino
costruisce un ecosistema, investe in conoscenze di processo, accetta sprechi
pur di consolidare la supremazia industriale.
Washington
impone controlli, celebra le start-up ma trascura la manifattura, si preoccupa
di non scontentare gli azionisti.
DAL
MODELLO CINESE ALL’ANALISI DRAGHI:
UNA
NUOVA STRATEGIA INDUSTRIALE PER L’UNIONE EUROPEA.
Negli
ultimi decenni l’Unione Europea ha costruito un modello economico basato su
regole, mercato unico e disciplina fiscale.
Ma nel frattempo, Cina e Stati Uniti hanno
sviluppato modelli di crescita fondati su un elemento che in Europa è mancato:
una strategia industriale di lungo periodo.
La
Cina ha unito pianificazione statale, investimenti giganteschi e infrastrutture
imponenti.
Gli Stati Uniti hanno risposto con una
politica industriale mirata e con un accesso illimitato al capitale privato.
L’Europa,
invece, si è mossa più lentamente, frammentata tra ventisette politiche
nazionali e un mercato dei capitali diviso, perdendo terreno in innovazione,
energia e tecnologia.
Il
Rapporto Draghi sulla competitività europea — presentato nel 2024 — è stato un
punto di svolta.
L’ex presidente della Banca Centrale Europea
ha descritto con chiarezza una realtà che molti intuivano ma pochi dicevano
apertamente:
l’Europa non è più competitiva.
E non
perché manchi di talenti o di idee, ma perché non riesce a trasformarli in
industria, in crescita e in occupazione.
Per
colmare questo divario con la Cina (e con gli Stati Uniti), Draghi e molti
analisti europei propongono un cambio di mentalità: pensare come un continente,
non come 27 economie separate.
1. Un
vero mercato unico, non ventisette mercati nazionali.
Oggi
l’Europa è un mosaico economico.
Ogni
Paese ha le proprie regole fiscali, i propri sistemi energetici, i propri
incentivi industriali.
Questa
frammentazione rende impossibile creare aziende e filiere capaci di competere
alla scala cinese o americana.
Il primo passo è quindi completare il mercato
unico, non solo per i beni, ma anche per tre ambiti chiave: il capitale,
l’energia e i dati.
Un
mercato dei capitali europeo.
Negli
Stati Uniti o in Cina, un’azienda innovativa può raccogliere capitali da
investitori di tutto il Paese.
In
Europa, invece, deve affrontare regole diverse, tasse diverse e barriere
burocratiche che scoraggiano l’investimento.
Creare
un mercato unico dei capitali significa permettere alle imprese europee di
crescere con risorse continentali, senza dipendere da capitali americani o
fondi asiatici.
In
concreto, serve una maggiore armonizzazione fiscale, regole comuni per gli
investitori e strumenti finanziari europei di lungo periodo.
Un
sistema energetico integrato.
Il costo dell’energia è oggi uno dei
principali svantaggi dell’industria europea rispetto alla Cina.
Mentre
Pechino dispone di una rete elettrica gigantesca e a basso costo, l’Europa
resta divisa in sistemi nazionali che spesso non comunicano tra loro.
Occorre costruire una rete energetica europea
che permetta di scambiare elettricità, accumularla, e ridurre i costi
complessivi.
Ciò
significa investire in linee elettriche transfrontaliere, in sistemi di
accumulo (batterie e idrogeno) e in un mix energetico più equilibrato tra
rinnovabili, gas e, dove possibile, nucleare.
Un’unione
dei dati e dell’intelligenza artificiale.
Nel
mondo digitale, i dati sono la nuova materia prima.
Ma
oggi in Europa essi sono frammentati e soggetti a regole diverse. Creare uno
spazio unico dei dati significa permettere alle imprese e ai ricercatori di
condividere informazioni in modo sicuro, favorendo lo sviluppo
dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e della medicina
personalizzata.
Ciò
implica standard comuni, investimenti pubblici nel cloud europeo e un impegno
serio per portare l’IA dentro le imprese, non solo nei laboratori di ricerca.
2.
Investire insieme, non spendere separatamente.
Nessun
Paese europeo può, da solo, sostenere la scala d’investimenti necessaria per
competere con la Cina.
L’Europa
deve finanziare insieme i progetti strategici — energia, difesa, tecnologie
avanzate — attraverso strumenti comuni, come titoli europei dedicati o fondi
condivisi. È
un
passo politico delicato, ma inevitabile:
i singoli bilanci nazionali non bastano.
E la
frammentazione dei fondi nazionali produce sprechi, sovrapposizioni e lentezza.
Accanto
ai fondi comuni serve anche una nuova disciplina dell’esecuzione.
Ogni progetto europeo deve avere obiettivi
misurabili, scadenze chiare e responsabilità definite.
Troppo
spesso, le iniziative comuni si perdono in una burocrazia senza responsabilità
precise.
Un’Europa
competitiva deve imparare a valutare sé stessa con criteri di efficienza, come
fa il settore privato.
3.
Dalla difesa passiva al protagonismo industriale.
L’Europa
ha reagito alla concorrenza cinese spesso con strumenti difensivi: dazi, regole
anti-sussidi, indagini sui prodotti importati.
Ma una
strategia che si limita a difendere i confini non basta.
Serve
una politica industriale offensiva, capace di costruire filiere tecnologiche
proprie e di investire nei settori in cui l’Europa può eccellere: energie
pulite, semiconduttori, robotica, biotecnologie, spazio e difesa.
Questa
politica deve essere europea, non nazionale.
Oggi,
ad esempio, ogni Paese finanzia la propria industria della difesa. Se l’Unione
lanciasse appalti comuni, con standard tecnici condivisi, creerebbe un mercato
più ampio e stimolerebbe innovazione e occupazione.
Lo
stesso vale per la sanità, la mobilità elettrica e la transizione digitale.
Quando la domanda è unificata, anche l’offerta diventa più competitiva.
4.
Energia ed elettricità a prezzi accessibili.
La
forza della Cina risiede anche nella sua energia a basso costo.
L’Europa, al contrario, paga il prezzo di decenni di
sotto-investimento e frammentazione.
Per
tornare competitiva deve garantire elettricità abbondante, stabile e pulita,
costruendo reti moderne, accelerando le autorizzazioni per nuovi impianti e
coordinando gli acquisti di materie prime critiche come litio, rame e terre
rare.
Il
vero obiettivo è abbassare il costo medio dell’energia industriale, oggi tra i
più alti del mondo, senza rinunciare alla sostenibilità.
5.
Talento e lavoro: il capitale umano come vantaggio competitivo.
L’Europa
non potrà mai competere con la Cina sul costo del lavoro, ma può farlo sulla
qualità del capitale umano.
Occorre rendere più facile per i giovani
formarsi e lavorare nei settori tecnologici, creare programmi europei di
apprendistato e facilitare la mobilità dei lavoratori qualificati.
Serve
anche una politica migratoria intelligente, che attragga ricercatori, ingegneri
e imprenditori da tutto il mondo.
La competizione tecnologica è anche una
competizione per il talento.
6.
Difesa e innovazione: due facce della stessa medaglia.
Il
settore della difesa può diventare un motore d’innovazione, come accadde negli
Stati Uniti con Internet o con il GPS.
Investire
insieme nella sicurezza significa anche sviluppare tecnologie duali — materiali
avanzati, sensoristica, robotica, spazio — che possono generare ricadute
economiche in molti altri settori.
La
chiave è la cooperazione:
una
base industriale della difesa europea non solo rafforza la sicurezza, ma
stimola la ricerca e crea economie di scala.
7.
Regole più semplici, decisioni più rapide.
Uno
dei limiti strutturali dell’Europa è la lentezza.
Costruire
un impianto industriale, una linea elettrica o un data center richiede anni di
autorizzazioni.
Ogni
progetto deve attraversare decine di uffici, spesso con procedure diverse da
Paese a Paese.
Serve
una vera semplificazione amministrativa, con tempi certi e una logica di
“sportello unico” per i progetti strategici.
Anche
sul fronte digitale, le regole devono essere più chiare e prevedibili.
L’Europa
è leader nella tutela dei diritti digitali, ma deve evitare che un eccesso di
regole soffochi l’innovazione.
Servono
norme stabili, comprensibili e aggiornate rapidamente, soprattutto per
l’intelligenza artificiale.
8.
Decidere insieme, non paralizzarsi nell’unanimità.
Molte
delle sfide europee — energia, difesa, commercio — non possono essere
affrontate con la regola dell’unanimità, che consente a un solo Paese di
bloccare le decisioni di tutti.
Occorre
riformare la governance, introducendo il voto a maggioranza qualificata nelle
aree strategiche.
La competizione globale non aspetta:
mentre
l’Europa discute, la Cina costruisce.
Decidere
più in fretta non significa rinunciare alla democrazia, ma renderla capace di
agire.
9.
Un’agenda per i prossimi tre anni.
Per
passare finalmente dalle parole ai fatti, la presidenza della Commissione
Europea nella presentazione del 17 settembre 2025 ha rilanciato alcuni
obiettivi concreti e a breve termine.
Entro
un anno:
semplificare
le autorizzazioni per energia e infrastrutture; avviare un fondo comune per le
tecnologie critiche; lanciare i primi appalti europei congiunti nel settore
della difesa e dell’IA.
Entro
due anni:
creare
un quadro normativo unico per le imprese innovative, facilitare gli
investimenti transfrontalieri e avviare programmi europei di formazione
tecnica.
Entro
tre anni:
emettere
debito comune per finanziare grandi progetti energetici e digitali, e rendere
operativo uno spazio unico dei dati industriali.
10.
L’Europa può farcela, ma deve scegliere di farcela.
L’Europa
non è destinata al declino:
abbiamo
università eccellenti, ricerca scientifica di primo livello, un mercato di 450
milioni di persone e una domanda sofisticata di beni e servizi tecnologici.
Ma per
competere con la Cina deve ritrovare la massa critica: nel capitale,
nell’energia, nei dati, nel coraggio politico.
La
sfida non è solo economica, è identitaria: o l’Europa torna a costruire —
fabbriche, infrastrutture, reti — o sarà condannata a consumare innovazione
prodotta altrove.
Il futuro industriale del continente dipende dalla
capacità di trasformare l’idea di Europa in un vero progetto economico comune.
E come
ha scritto Draghi nel suo rapporto:
“Non
serve più un mercato unico di regole. Serve un’Unione capace di produrre,
innovare e competere.”
ADATTARSI
AL MONDO SECONDO PECHINO.
Il
“vero modello cinese” non è una formula magica né una semplice economia di
Stato.
È una
strategia di potenza che fonde pianificazione e pragmatismo, controllo politico
e dinamismo imprenditoriale. I suoi difetti — sovracapacità, corruzione,
deflazione — sono il prezzo pagato per un obiettivo strategico più alto:
l’autosufficienza tecnologica e il dominio industriale.
Gli
Stati Uniti e l’Unione Europea, se vogliono restare protagonisti, dovranno
accettare una lezione scomoda:
non
basta difendersi dalla Cina, bisogna diventare di nuovo competitivi. La
battaglia per la supremazia tecnologica non si vincerà nei tribunali del
commercio internazionale, ma nelle fabbriche, nei laboratori e nelle reti
elettriche del futuro.
La
nuova geografia economica che si sta delineando a livello globale, conferma una
volta di più che nella Realtà geopolitica non ci sono amici o nemici per
sempre, solo interessi strategici.
C’è un
forte bisogno, da parte dei Leader aziendali e dei Private Bankers, di avere
una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare
opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi
decisionali degli Stati.
(Prof.
Alessandro Pozzi – Politecnico di Milano, Corso “Geopolitica per la Difesa e la
Sicurezza”.)
(Integrare
l’analisi geopolitica nelle valutazioni di allocazione strategica è ormai
indispensabile).
Cina-UE: quali prospettive
per commercio e diplomazia?
Orizzontipolitici.it
- Dimitri Gagliardi – (16 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Diplomazia
tra Cina e Unione Europea.
Le
relazioni diplomatiche tra la Cina e l’Unione europea si trovano ad un bivio
cruciale della loro storia.
La
guerra in Ucraina, i dazi di Trump e un panorama geopolitico sempre più
conflittuale impongono inedite riflessioni in capo alla Commissione europea,
proprio in merito al suo posizionamento strategico.
Quali
sono le basi diplomatiche attuali tra queste due potenze?
E i
loro rapporti commerciali quali tendenze evidenziano?
L’analisi
che segue tenta di spiegarlo fornendo uno spunto di riflessione riguardo alle
prospettive future.
La
dimensione del commercio globale Cina-Ue.
Nel
2024, l’UE e la Cina hanno scambiato beni e servizi per un valore totale di
oltre 845 miliardi di euro.
Un dato che, in percentuale, ammonta al 29,6%
del commercio mondiale, come riportato dal Consiglio europeo, per un valore
corrispondente ad un impressionante 34,4% del PIL globale.
Questi
dati indicano, di per sé, una relazione economica ampia e strutturata, in
notevole crescita nell’arco dell’ultimo decennio:
tra il
2014 e il 2024 si parla di un aumento del 102% per quanto riguarda le
importazioni dell’UE dalla Cina, oltre che di un aumento del 47% per le
esportazioni.
Tuttavia, ad un solido miglioramento delle
relazioni commerciali, non si può dire che sia corrisposto un altrettanto
solido rafforzamento d’intenti in ambito diplomatico.
A
titolo d’esempio, si prenda in considerazione le recenti dichiarazioni di “Kaja
Kallas”, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, la quale ha
accusato Pechino di “usare le catene di approvvigionamento globali come arma”,
rappresentando una “minaccia diretta al commercio globale e alla base
industriale dell’UE”.
Le
dichiarazioni di Kallas, risalenti a ottobre 2025, sono soltanto l’ultimo
capitolo di una relazione diplomatica complessa.
Cina-Ue:
Relazioni economiche complesse.
La
necessità, per l’UE, di mantenere ed ampliare i rapporti commerciali
intrattenuti con il Dragone si scontra con la volontà di perseguire una
politica economica più indipendente dalla Cina stessa.
Consultando i dati con maggior precisione,
infatti, si può notare l’enorme disavanzo nella bilancia commerciale (305,8
miliardi di euro se si considera soltanto il commercio di beni, 284 miliardi se
si include i servizi) fra i due Paesi.
Una delle
voci maggiori di questo disavanzo riguarda le cosiddette terre rare, oggi più
che mai risorsa strategica al centro di importanti tensioni tra il gigante
asiatico e l’Unione dei 27, che mira a ridurre la dipendenza nel settore con il
piano “RESource EU”.
Adottato ufficialmente dalla Commissione il 3
dicembre scorso con l’obiettivo di diversificare le fonti di
approvvigionamento, RESourceEU dovrebbe incentivare la cooperazione con altri
paesi fornitori di terre rare, tra cui il Brasile e il Sudafrica.
I
punti di tensione: le terre rare.
Le
terre rare sono un problema strutturale, per quanto concerne i rapporti tra la
Cina e il resto del mondo:
il Dragone controlla tra l’80 e il 90 per cento della
produzione mondiale, forte di 44 milioni di tonnellate raccolte dai suoi
giacimenti naturali, disseminati lungo l’immenso territorio cinese.
Profetiche,
in tal senso, le parole pronunciate già nel 1986 da Deng Xiaoping, ex
Presidente della Repubblica Popolare.
Nell’ambito della ricostruzione economica di
un paese stremato dalla Rivoluzione Culturale maoista, Deng affermò che “I paesi arabi hanno il petrolio, la
Cina ha le terre rare”, indicandone il fattore di principale sviluppo futuro
del paese.
Si
tratta di un ambito in cui l’UE, storicamente priva di territori poveri di
risorse energetiche e minerarie, non può competere:
si stima che il 98% dell’approvvigionamento di
terre rare dell’Unione derivi dalla Cina (stime più “ottimistiche” oscillano
attorno ad un 80% totale).
Le
maggiori speranze per il Vecchio Continente riguardano le recenti scoperte di
giacimenti in Svezia e in Norvegia, ma anche nel migliore dei casi, l’ammontare
di tonnellate ritrovato non sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno totale.
Da qui
la necessità strategica di gestire con cura la cooperazione economica tra le
parti, pur evitando di rincorrere i fantasmi del passato come nel caso del gas
russo.
Il
nodo irrisolto della guerra in Ucraina.
Sarebbe
riduttivo e superficiale pensare che le attuali tensioni tra Unione e Cina
derivino unicamente da dissidi commerciali e produttivi. Al centro degli scontri figura anche
l’ambiguo posizionamento internazionale della Cina nei confronti del conflitto
russo-ucraino.
La
Repubblica Popolare vuole evitare di apparire troppo coinvolta in un conflitto
internazionale, per non intaccare l’immagine propagandistica di Paese che “non
ha mai invaso altre nazioni né preso parte a conflitti”, come dichiarato dallo
stesso ministro degli Esteri cinese “Wang Yi” nel febbraio 2022.
Lo stallo militare e politico in Russia ed
Ucraina ha portato lo stesso ad ammettere, la scorsa estate, che la Cina “non può permettersi che
la Russia perda la guerra”.
Ciò
nonostante, interpellato sugli aiuti militari cinesi inviati alla Russia
dall’inizio del conflitto, su cui più volte Kallas si è espressa con durezza,
Wang Yi ha sostenuto che “se la Cina aiutasse davvero la Russia come dite voi, Mosca
avrebbe già vinto”.
I
controlli sulle esportazioni cinesi: il caso “Nexperia”.
Inoltre,
ha suscitato grande scalpore il recente caso legato a “Nexperia”, società
produttrice di chip tecnologici avanzati con sede nei Paesi Bassi, ma di
proprietà della cinese” Wingtech Technology”.
Il governo olandese, applicando una legge
emanata più di settant’anni fa, ha di fatto preso il controllo della sede
citando, come motivazione ufficiale, “rischi legati alla sicurezza nazionale”.
La
mossa è stata interpretata come un sostanziale allineamento del governo alle
azioni intraprese dagli USA, nell’ambito della crisi diplomatica con la Cina
sui controlli alle esportazioni: nel 2023, “Wingtech Technology” era stata
inserita dal Dipartimento del commercio statunitense in un elenco di aziende
cinesi soggette a limitazioni.
Dopo
che la Cina ha momentaneamente bloccato l’invio dei materiali necessari alla
produzione di chip, il governo olandese ha ritirato il discusso provvedimento.
Il
rischio concreto che la Cina proseguisse nel blocco delle esportazioni di chip,
con conseguenti effetti negativi sull’industria europea, evidenzia una
problematica centrale per l’Unione:
la
mancanza di una politica estera comune, che possa dirimere eventuali conflitti
politici e commerciali.
Il
mancato coordinamento tra il governo olandese e la Commissione sul caso ha
esposto quest’ultima non solo all’imbarazzo diplomatico, ma anche ad una
ritorsione commerciale molto grave.
Non è
la prima volta che i piani della Commissione Ue sono intralciati
dall’iniziativa personale dei governi degli stati membri:
un esempio lampante è la costante opposizione di
Viktor Orbán, primo ministro ungherese, all’invio di aiuti militari all’Ucraina.
Trump
e la Politica Estera Comune Europea.
Il 50°
anniversario dell’avvio delle relazioni bilaterali celebrato al summit di
luglio 2025 e l’ampia relazione commerciale fra le parti possono fornire lo
spunto da cui partire per ricostruire una relazione diplomatica solida.
Una
riflessione in tal senso è imposta dallo dalla recente elezione di Donald Trump
alla Casa Bianca, oltre alla crescita del numero di conflitti internazionali e
dei problemi derivanti dalla crisi climatica mondiale.
Che
l’Europa non sia più al centro degli interessi dell’amministrazione Trump lo si
evince anche dalla “National Security Strategy,” rilasciata lo scorso dicembre.
Nel documento si sottolinea ripetutamente come
il focus strategico della politica estera statunitense sia legato proprio
all’area dell’Indo-Pacifico, nel Sud-Est asiatico.
Dell’UE si parla invece con toni dissacranti,
di “una società in declino”, che “deve essere abolita”, per usare le parole di
Elon Musk, stretto collaboratore del presidente.
“Do
something!”: le future prospettive per l’UE.
L’Unione
Europea deve trovare la via per accelerare il processo di integrazione ed
uniformazione legislativa, soprattutto nell’ambito della politica estera:
e nel
farlo, il dialogo pragmatico con una potenza centrale come la Cina può
arrecarle vantaggi anche a fronte del progressivo disinteressamento
statunitense nei confronti del Vecchio Continente.
Inoltre,
un’accelerazione decisiva in tal senso è imposta dal progressivo multipolarismo
cui tende lo scenario geopolitico attuale.
Un’UE
più unita e coesa al suo interno è un’UE più pronta per le sfide che la
attendono.
Forse
è vero che il centro del mondo oggi non è più l’Europa, ma è pur vero, come
dichiarato dallo stesso Mario Draghi nel suo intervento di fronte al Parlamento
Europeo a febbraio 2025, che se l’Europa non “farà qualcosa”, il suo attendismo
minerà ulteriormente la sua credibilità internazionale come attore strategico
indipendente.
Le
relazioni tra Unione Europea
e Cina
dopo il vertice di luglio 2025.
Ispionline.it
– (13 ottobre 2025) – Redazione -Rebecca Maria Perla Iotti – ci dice:
Il
quadrimestre da giugno a settembre è stato cruciale per le relazioni tra la
Rpc) e l’UE, culminato in un luglio denso di diplomazia bilaterale e missioni
istituzionali.
Il
quadrimestre da giugno a settembre è stato cruciale per le relazioni tra la
Repubblica popolare cinese (Rpc) e l’Unione Europea (UE), culminato in un
luglio denso di diplomazia bilaterale e missioni istituzionali.
Le visite ufficiali di Wang Yi nei paesi
dell’Unione hanno infatti preceduto il venticinquesimo vertice sino-europeo,
tenutosi a Pechino il 24 luglio.
Il filo conduttore degli ultimi mesi è stata
la tensione crescente tra cooperazione economica e rivalità strategica.
Il mantra europeo che definisce la Cina come
“un partner nella cooperazione, un concorrente economico, e un rivale
sistemico” si è dimostrata una linea diplomatica ambivalente e fragile, ed è
emersa l’esigenza di prendere posizioni pragmatiche, seppur non necessariamente
assertive.
Il
contesto del summit.
Il
summit sino-europeo (anche noto in inglese come “EU-China summit”) si propone come un ponte tra
Bruxelles e Pechino, in un momento caratterizzato da ambiguità strategica e
dipendenze economiche.
La relazione tra Cina e UE è guidata sia da
interessi convergenti, come la ricerca di una posizione comune sulla difesa del
commercio internazionale e la lotta al cambiamento climatico, sia da divergenze
strutturali, soprattutto in ambito ideologico e geopolitico.
Sul
piano economico, il quadro appare più definito:
la Cina rappresenta un partner imprescindibile
per l’Unione e i suoi stati membri ed è diventata la sua principale fonte di
importazioni di beni, in particolare nel settore delle telecomunicazioni.
Nel
2024, il volume complessivo del commercio di beni ha raggiunto €731 miliardi,
con un deficit commerciale per l’UE di €304 miliardi, il più ampio deficit
commerciale bilaterale a livello mondiale.
D’altra
parte, la guerra di aggressione russa mette in evidenza due fronti
contrapposti.
Come
dichiarato dal ministro degli Esteri cinese “Wang Yi “Pechino non può accettare
una sconfitta della Russia in Ucraina, che consentirebbe agli Stati Uniti (Usa)
di concentrare la propria attenzione sulla Cina.
Mentre
la Cina enfatizza ufficialmente la propria neutralità e l’impegno per la pace,
le osservazioni di Wang suggeriscono che la “RPC” potrebbe preferire un
conflitto prolungato per distogliere l’attenzione statunitense, un
atteggiamento inaccettabile per Bruxelles.
In
questo scenario, la presidenza Trump ha avuto un impatto significativo sulle
relazioni Cina-UE durante il quadrimestre:
la spinta statunitense verso il decoupling da
Pechino e i dazi punitivi rappresentano per l’UE un costo rilevante.
E un vincolo rigido per la propria politica
estera, che rende urgente lo sviluppo di una futura autonomia europea.
In
tale prospettiva, il rapporto redatto lo scorso anno da Mario Draghi richiama
l’UE alla necessità di rafforzare la propria competitività rispetto ai grandi
poli industriali.
Un
monito confermato anche nel discorso di von der Leyen al summit, in cui si
sollecita una relazione commerciale con la Cina più bilanciata. L’attenzione
economica si estende così alla sicurezza e alla difesa, sottolineando la
necessità di un’“autonomia strategica aperta”, ossia fondata sulla sicurezza,
su alleanze con democrazie affini (escludendo quindi la Cina) e su politiche
economiche più incisive, senza sacrificare i valori fondamentali.
La Cina, d’altra parte, si propone come un
attore industrialmente solido e ideologicamente agnostico in politica estera,
volto a raggiungere l’autosufficienza tecnologica.
Tiepide
aspettative e sfide diplomatiche.
“Wang
Yi” ha visitato Bruxelles all’inizio di luglio, segnando l’inizio di un tour
europeo di una settimana, dal forte valore simbolico.
Il viaggio si è svolto sullo sfondo di attriti
commerciali e tensioni geopolitiche, scaturiti dall’imposizione da parte
dell’UE di dazi sulle auto elettriche cinesi, a cui Pechino ha risposto con
ulteriori dazi antidumping su prodotti europei, tra cui brandy e prodotti
caseari.
La visita è iniziata con un tono ottimistico:
il ministro ha presentato il summit come uno sforzo condiviso per costruire un
polo di stabilità con l’Europa, in contrapposizione all’aumento del
protezionismo statunitense.
Tuttavia,
von der Leyen ha richiamato l’attenzione sui temi più critici della relazione
tra Cina e UE, in particolare il deficit commerciale, ribadendo la necessità di
maggior prevedibilità e affidabilità da parte della Cina.
Seppur
riconoscendo l’importanza della relazione sino-europea per l’equilibrio
internazionale, von der Leyen ricerca una partnership più bilanciata e stabile
con la Cina, rimanendo fedele all’approccio di de-risking.
Il 2
luglio ha avuto luogo il dialogo strategico UE–Cina:
l’alto rappresentante per la Politica Estera
Kaja Kallas ha chiesto reciprocità commerciale, la fine delle restrizioni sulle
esportazioni di terre rare e un riequilibrio del deficit;
ha
inoltre sollevato preoccupazioni sulla sicurezza, denunciando il sostegno di
alcune aziende cinesi allo sforzo bellico russo in Ucraina, e ha chiesto a
Pechino di cessare immediatamente ogni aiuto materiale a Mosca e di sostenere
un processo di pace basato sulla carta dell’Organizzazione delle nazioni unite
(Onu).
L’assenteismo
statunitense ha rinnovato un nuovo importante asse nella diplomazia climatica.
Una
delegazione guidata dalla vicepresidente esecutiva e commissaria europea per la
Concorrenza “Teresa Ribera” ha incontrato il vicepremier cinese “Ding Xuexiang”,
il 14 luglio, ottenendo la promessa di collaborazione futura per affrontare la
crisi climatica, in quello che potrebbe rivelarsi uno dei passi più decisivi
per l’azione climatica dalla firma dell’Accordo di Parigi e uno dei successi
del summit.
Sebbene
l’incontro non abbia portato a impegni concreti, è stato una presa di posizione
da parte del maggior proponente della lotta al cambiamento climatico, l’Europa,
e il più importante agente nella produzione di energie rinnovabili, la Cina.
In
questo caso la volontà ha incontrato la pragmaticità.
Infatti,
alla vigilia del summit erano già presenti dei nodi diplomatici, tra cui il
partenariato “senza limiti” della Cina con la Russia, che ha sostenuto
l’economia di guerra di Mosca, le restrizioni all’export di terre rare, che
Ursula von der Leyen ha denunciato come una strumentalizzazione di risorse
monopolistiche, e in ultimo le barriere regolamentari affrontate dalle imprese
europee in Cina, che hanno portato l’Unione a introdurre contromisure contro i
fornitori cinesi. Tuttavia, oltre alle tensioni già menzionate, il ritorno di
Trump alla Casa Bianca ha introdotto una variabile destabilizzante che avrebbe
potuto avvicinare Cina e UE. Le tariffe americane hanno spinto sia l’Europa sia
la Cina a interrogarsi sulla possibilità di una cooperazione sino-europea che
possa riequilibrare il commercio globale e sostituire gli Usa.
I
risultati del venticinquesimo vertice UE–Cina a Pechino.
Il
summit UE–Cina del ventiquattro luglio è stato concepito sia come momento
simbolico sia come occasione di diplomazia.
Coincidente
con il cinquantesimo anniversario delle relazioni bilaterali tra Bruxelles e
Pechino, l’incontro è stato ufficialmente presentato come un’opportunità per
gestire attriti e divergenze e per auspicare un futuro collaborativo tra UE e
Cina.
Si nutrivano speranze di una possibile
distensione nei rapporti sino-europei;
eppure, con l’avvicinarsi della data del
summit, le aspettative si erano notevolmente ridotte.
L’incontro
si è rivelato fin dall’inizio mutilo: rispetto ai due giorni originariamente
previsti, i colloqui si sono svolti in una sola giornata, la sede è stata
spostata a Pechino anziché Bruxelles e l’assenza di Xi Jinping ha rappresentato
un segnale di irrigidimento nei confronti dell’UE.
Durante
il summit, von der Leyen ha fatto pressione sulla Cina per il suo sostegno
indiretto all’economia di guerra russa, ma Xi (tramite il premier Li Qiang) non
ha mostrato alcun interesse a seguire la linea europea, avendo del resto già
reso le proprie intenzioni chiare dopo aver partecipato come ospite d’onore
alla parata del Giorno della Vittoria a Mosca.
Anche
il commercio è stato terreno di scontro.
L’Unione
ha nuovamente giustificato i suoi forti dazi sulle auto elettriche cinesi come
una misura di protezione contro il dumping favorito dai sussidi di Pechino.
Oltre
al commercio, le divergenze politiche contribuiscono a mantenere un clima di
diffidenza.
La vicinanza tra Cina e Russia alimenta
ulteriormente l’impasse diplomatico.
Per aggirare questa rigidità, la Cina adotta
una doppia strategia, confrontandosi con le istituzioni UE ma sviluppando al
contempo legami più stretti con singoli paesi, come l’Ungheria, meno critici
nei confronti di Russia e Cina.
Tuttavia,
questo approccio alimenta ulteriori timori a Bruxelles, percepito come un
tentativo di indebolire l’unità europea.
Infine,
il post-summit ha rafforzato le percezioni reciproche: per Bruxelles,
l’incontro ha mostrato la riluttanza della Cina a riequilibrare i rapporti
commerciali o a prendere le distanze da Mosca, confermando la necessità di
misure difensive e di una maggiore diversificazione.
Per
Pechino, invece, l’UE è apparsa divisa e indecisa, più vicina alla svolta
protezionistica di Washington che all’obiettivo di un dialogo autonomo.
Alla
luce di queste dinamiche, il vertice evidenzia la mancanza di volontà e urgenza
nel risolvere le questioni aperte.
La
Cina non sembra intenzionata a modificare la propria politica commerciale né a
concedere spazio alle preoccupazioni europee sulla guerra in Ucraina,
nonostante le nuove sanzioni contro alcune istituzioni finanziarie cinesi.
Qualsiasi
futuro tentativo di riavvicinamento richiederà un approccio realistico da
entrambe le parti e la costruzione di una nuova normalità: una relazione
funzionale e pragmatica che tenga conto delle profonde divergenze politiche ed
economiche.
Gli
appelli a una cooperazione win-win non sono più sufficienti ed efficaci.
Per
superare lo stallo, Cina e UE dovranno definire questo nuovo equilibrio basato
su pragmatismo e funzionalità, senza cedere a illusioni di cambiamenti radicali
nella politica cinese.
State
of the Union 2025: la Cina solo in secondo piano.
Lo “State
of the Union” del 10 settembre arriva dopo che, nel mese di agosto, la bilancia
commerciale della Cina con l’Europa ha subito uno spostamento significativo.
Le esportazioni cinesi verso l’UE sono
aumentate di circa il 10% – in particolare verso Italia, Francia e Germania –
mentre le esportazioni europee verso la Cina sono diminuite dell’1,84%,
evidenziando un crescente disavanzo commercial.
Eppure,
nonostante i numerosi incontri bilaterali e l’andamento della bilancia
commerciale, la presidente von der Leyen ha quasi del tutto evitato di
menzionare la Cina nel suo discorso al parlamento europeo, o quantomeno non in
modo esplicito:
un
risultato inatteso, considerando l’intensa stagione diplomatica che ha
coinvolto i due attori.
Quando
la Cina è stata citata, il tono è stato competitivo, in riferimento alla corsa
ai brevetti sulle tecnologie pulite e sui veicoli elettrici, e in altri momenti
allarmato, richiamando gli incontri tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim
Jong-un durante la parata militare a Pechino.
Von der Leyen ha inoltre richiamato
l’attenzione, seppur con cautela, sull’incontro analogo tra Trump e Putin in
Alaska.
La
presidente della Commissione, durante il Soteu, si è concentrata
sull’attuazione delle raccomandazioni contenute nel rapporto Draghi, in
particolare quelle relative al finanziamento della tecnologia europea, sottolineando
come la dipendenza strategica dell’Unione in alcuni settori possa essere
sfruttata da attori esterni.
Il riferimento implicito è al deficit con la Cina: l’approfondimento del mercato interno
e una politica commerciale più solida sono infatti obiettivi che mirano a
riequilibrare le condizioni di concorrenza con Pechino.
Von
der Leyen ha ribadito l’impegno dell’Europa nel contrasto alla guerra di
aggressione russa;
anche
per questo, il vertice sino-europeo difficilmente avrebbe potuto rappresentare
un vero e proprio reset delle relazioni, data la discordanza di intenti sulla
guerra e, su un piano più generale, quella di natura ideologica.
Pertanto, nel breve termine non si osservano
segnali di distensione tra UE e Cina.
La
ritorsione economica rappresentata dai dazi antidumping imposti da Pechino
sulla carne suina europea ha lanciato più un segnale di chiusura e di scontro
che di cooperazione, e il vertice UE-Cina di luglio ha prodotto pochi progressi
concreti.
Infine, la menzione della Cina al Soteu conferma
l’irrigidimento dei rapporti e il complessivo fallimento della stagione
diplomatica.
Con la
fine dell’estate, Pechino ha concentrato due eventi di grande portata in una
sola settimana: i
Il
vertice della “Shanghai cooperation organization” (Sco) a Tianjin il 30
agosto-1° settembre, e la parata militare per l’ottantesimo anniversario della
fine della Seconda guerra mondiale a Pechino il 3 settembre.
Durante
il vertice di Tianjin, Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi hanno
mostrato un momento di unità, volto a proiettare l’immagine di un’alternativa
alla leadership globale statunitense.
Il summit ha anticipato la parata militare a
Pechino, alla quale hanno partecipato anche Putin e Kim Jong-un, e tra gli
invitati vi erano anche i leader europei di Slovacchia, Serbia e Bielorussia.
La
coincidenza dei due eventi non è casuale:
la Cina manda un messaggio chiaro al mondo,
presentandosi come portabandiera di un ordine multipolare guidato dal Sud
globale, in contrapposizione alla narrazione occidentale dell’ordine
internazionale liberale guidato dagli Usa. Il messaggio del summit è stato
ulteriormente rafforzato dalla parata militare, che non ha solo lo scopo di
mostrare la potenza dell’esercito cinese, ma anche di posizionare la Cina come
grande potenza radicata nei paesi in via di sviluppo.
La
mancata partecipazione dei leader occidentali alla Sco era prevedibile,
considerando che il forum ha carattere regionale e si concentra sull’Asia
Centrale, e che né gli Stati membri né quelli osservatori appartengono
all’Occidente.
La
partecipazione di oltre trenta capi di Stato, tra cui Russia, India, Iran e
Pakistan, conferma il mantenimento da parte della Cina di un focus strategico
sull’Asia, mentre l’assenza di paesi come Corea del Sud e Giappone, stretti
alleati degli Stati Uniti, rafforza tale interpretazione. Durante il vertice
Sco a Tianjin e la parata militare a Pechino, Putin è apparso fianco a fianco
con Xi Jinping, suggerendo un sostegno cinese alle operazioni militari russe in
Ucraina.
In
conclusione, la “Sco” va interpretata sia come esempio di successo bi- e
trilaterale, in particolare tra Cina e India, contrapposto al risultato modesto
del vertice UE-Cina, sia come proposta coerente di un nuovo ordine globale con
polo centrale in Asia.
Conclusioni:
dalla strategia mancata al nuovo polo asiatico.
L’Europa
si trova a navigare tra le opportunità e i limiti del suo ruolo fluido in un
mondo multipolare.
Nonostante
ciò, il possibile rinnovato pivot verso Pechino dopo il ritorno di Trump non ha
prodotto i risultati sperati, e l’UE resta intrappolata nella rivalità con una
Cina percepita come attore inaffidabile e, oltreoceano, con l’imprevedibilità
della politica estera americana.
L’Unione
ha avuto l’opportunità di non limitarsi a reagire passivamente alla
competizione tra grandi potenze, senza riuscire ancora a tradurla in azioni
efficaci.
La capacità dell’Unione di preservare l’unità
interna e di consolidare una solida base industriale e tecnologica determinerà
se potrà ridefinire le relazioni con la Cina o se sarà vincolata alle pressioni
contrapposte di Washington e Pechino.
Nella
ricerca di maggiore autonomia, l’UE avrebbe potuto sfruttare questo
quadrimestre per ridefinire il rapporto con Pechino.
Adottando
una strategia di de-risking, sarebbe stato possibile rafforzare i legami con la
Cina pur mantenendo una postura difensiva.
Tuttavia,
la formazione di un partenariato eurasiatico capace di sfidare la centralità
degli Usa risulta difficilmente percorribile, alla luce dei rinnovati attacchi
russi in Ucraina, del disallineamento ideologico e dei persistenti squilibri
commerciali.
Infatti,
sebbene la relazione tra Russia e Cina rimanga ambigua, la prospettiva è più
collaborativa che competitiva.
Durante
l’incontro al vertice Sco, il ministro della Difesa russo “Andrei Belousav” ha
lodato le relazioni tra Pechino e Mosca, definendole ad “un livello senza
precedenti”, nonostante successivamente un documento interno di pianificazione
del Servizio federale di sicurezza russo abbia etichettato la Cina come un
nemico, proprio per le sue operazioni di spionaggio dopo l’invasione in
Ucraina.
Con il
protrarsi della guerra, l’Unione ha cercato di limitare la capacità della Cina
di sostenere lo sforzo bellico di Mosca, senza chiudere i legami diplomatici.
Bruxelles ha mitigato l’elusione delle
sanzioni inserendo nella lista le entità cinesi che forniscono beni a duplice
uso alla Russia, trattando quindi la Cina come un attore terzo facilitatore, ed
evitando di inquadrarla come belligerante diretto.
Tuttavia,
il consolidamento del partenariato strategico tra Pechino e Mosca riduce in
modo significativo lo spazio politico per una strategia europea di de-risking
nei confronti della Cina.
Il
sostegno economico, e diplomatico fornito da Pechino alla Russia contribuisce
alla capacità del Cremlino di sostenere la guerra.
Tale
supporto rende difficile per l’UE distinguere tra il piano economico e quello
geopolitico, poiché un rafforzamento dei legami con la Cina potrebbe venire
interpretato come un sostegno indiretto a Mosca.
Tanto
atteso e meticolosamente organizzato, il quadrimestre di relazioni diplomatiche
Cina-UE si è concluso senza risultati concreti, culminando nella (quasi)
omissione del capitolo sino-europeo dal Soteu.
Nonostante
tutto, i principali nodi delle relazioni Bruxelles-Pechino offrono lezioni
preziose per le strategie future dell’Unione.
Tra questi vi sono il timore europeo della
strumentalizzazione dei settori strategici che l’UE fatica a “europeizzare”,
come auspicato dal rapporto Draghi;
la guerra in Ucraina, con il suo significativo
carico militare e ideologico; e la mancata occasione di utilizzare la
presidenza Trump come catalizzatore per un nuovo polo di cooperazione.
Un
polo che, anziché nascere a ovest, sembra delinearsi a oriente, attraverso
forum regionali e asiatici come la Sco e iniziative bi- o trilaterali.
Questi
elementi entreranno a far parte dei futuri capitoli strategici dell’Unione.
L'Ue
"tende la mano" alla Cina e promette "pragmatismo"
con
gli Usa di Trump.
Europa.today.it
– Redazione Bruxelles – (21 gennaio 2025) – ci dice:
La
presidente della Commissione von der Leyen al Forum di Davos: "Si apre una
nuova era di spietate rivalità geostrategiche. La corsa è iniziata e l'Europa
deve cambiare marcia."
Il
presidente statunitense Donald Trump e quello cinese Xi Jinping. LaPresse.
L'Unione
europea è pronta a "tendere la mano" alla Cina e ad essere
"pragmatica" nei suoi rapporti con gli Stati Uniti di Donald Trump.
È quanto ha affermato la presidente della
Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento al World Economic
Forum di Davos, in Svizzera.
Il giorno dopo l'insediamento del nuovo presidente
americano, la popolare tedesca non ha fatto il suo nome nel suo discorso, ma ha
descritto una "nuova era" di "spietate rivalità
geostrategiche".
Cambiare
marcia.
"La
corsa è iniziata" e "l'Europa deve cambiare marcia", ha
dichiarato.
Prima di parlare degli Stati Uniti, il capo dell'esecutivo europeo ha insistito
sulla volontà di riequilibrare le relazioni tra l'Ue e Pechino, "in uno
spirito di equità e reciprocità".
"Penso che dobbiamo parlare in modo
costruttivo con la Cina, per trovare soluzioni che siano nel nostro reciproco
interesse".
"Il 2025 segna il cinquantesimo
anniversario delle relazioni diplomatiche dell'Ue con la Cina.
La considero un'opportunità per raggiungere e
approfondire le nostre relazioni", ha dichiarato.
La leader europea vorrebbe
"estendere" i legami nei settori del commercio e delle
infrastrutture.
Von
der Leyen a Davos.
Dialogo
con gli Usa.
Per
quanto riguarda gli Stati Uniti, Ursula von der Leyen ha affermato che la
"priorità assoluta" sarà quella di "avviare senza indugio il
dialogo" con la nuova amministrazione.
"Saremo
pragmatici, ma non abbandoneremo i nostri principi", ha sottolineato.
"Non
è nell'interesse di nessuno che i legami dell'economia globale vengano
spezzati", ha sottolineato.
Mentre
Trump ha appena promesso agli Stati Uniti una nuova uscita dall'accordo di
Parigi sul clima, von der Leyen ha assicurato che l'Europa manterrà la rotta su
questo tema.
Questo
accordo "rimane la migliore speranza per l'intera umanità", ha
insistito.
La
leader tedesca si è inoltre soffermata sulla volontà dell'Ue di diversificare
le partnership commerciali nel mondo, in un momento in cui Trump minaccia di
aumentare i dazi doganali sui prodotti stranieri. "Il primo viaggio del mio nuovo
mandato mi porterà in India. Il primo ministro Modi e io vogliamo rafforzare il
partenariato strategico tra l'Unione europea e il Paese più popoloso e la più
grande democrazia del mondo", ha dichiarato.
(europa.today.it/economia/davos-von-der-leyen-ue-cina-pragmatismo-usa-trump.html).
Il
punto debole dell’Europa
si chiama terre rare.
Eurofocus.adnkronos.com
– (10 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
La
Cina ha imposto restrizioni all’export di terre rare, facendo emergere la
vulnerabilità industriale dell’Europa.
La Bce
analizza le catene di fornitura: oltre l’80 % delle grandi imprese europee è a
non più di tre intermediari da un produttore cinese.
Miniera
Terre Rare.
Il 4
aprile 2025 la Cina ha imposto restrizioni alle esportazioni di terre rare.
Un gesto che, in apparenza, voleva colpire gli
Stati Uniti dopo l’innalzamento dei dazi americani, ma che ha immediatamente
rivelato un’altra vulnerabilità: quella europea.
In
meno di un mese le spedizioni cinesi di magneti a base di terre rare sono
crollate del 75% rispetto all’anno precedente.
Solo a giugno i volumi sono risaliti, restando
però al di sotto dei livelli medi del 2024.
Il
nuovo “Economic Bulletin! della Banca Centrale Europea fotografa questa
dipendenza.
L’area
euro importa dalla Cina circa il 70% delle sue terre rare, e anche quando non
compra direttamente, finisce per farlo indirettamente.
Gli Stati Uniti, che dipendono da Pechino per
circa l’80 % delle loro importazioni di terre rare, fungono da intermediari:
i prodotti americani che contengono questi
materiali — dai semiconduttori ai motori elettrici — diventano un canale di
vulnerabilità per l’Europa.
La
mappa della dipendenza è intricata:
oltre
l’80% delle grandi imprese europee si trova a non più di tre intermediari di
distanza da un produttore cinese di terre rare.
Solo
pochi colossi, come Airbus e BASF, acquistano direttamente.
Un quarto delle aziende – tra cui Volkswagen,
Renault e Telefónica – si affida a un solo intermediario, spesso una società
statunitense come Microsoft, Apple o Intel.
Quando la Cina chiude il rubinetto, l’onda
d’urto non attraversa solo l’oceano Pacifico: si propaga attraverso Washington,
tocca Francoforte e arriva fino a Torino o Bilbao.
Le terre
rare non sono realmente “rare”, ma estrarle e raffinarle è costoso e
inquinante.
La Cina produce circa il 95 % delle terre rare
mondiali e domina anche la raffinazione di litio e cobalto.
È un
monopolio consolidato in decenni, oggi trasformato in leva geopolitica.
Quando
una sola potenza può bloccare l’approvvigionamento di un intero continente, la
sovranità industriale diventa un concetto materiale.
Come
la Cina tiene in pugno la manifattura europea.
L’analisi
della Bce non parla di ipotesi, ma di interconnessioni concrete. Più dell’80 %
delle grandi imprese europee ha legami diretti o indiretti con fornitori cinesi
di terre rare. In media, bastano tre passaggi — tre intermediari — perché un
produttore europeo arrivi a un fornitore cinese.
Il
cuore della vulnerabilità è nell’industria manifatturiera.
L’auto elettrica vive di magneti permanenti al
neodimio;
le
turbine eoliche li usano per i rotori;
computer
e smartphone li integrano in microprocessori e dischi rigidi. Ogni interruzione
può bloccare segmenti chiave della catena produttiva.
Secondo
la Bce, circa un quarto delle imprese dell’area euro dipende da un unico
intermediario.
Spesso
sono aziende statunitensi che acquistano le terre rare dalla Cina, le
trasformano in componenti ad alto valore aggiunto e le rivendono alle imprese
europee.
A
giugno 2025, le importazioni europee di terre rare erano al di sotto dei
livelli tipici, e l’Associazione europea dei produttori di componenti per
l’auto motive ha parlato di “stock critici” e linee produttive ferme. Bruxelles ha poi negoziato con
Pechino procedure di licenza più rapide per alcune aziende, riuscendo a evitare
interruzioni diffuse.
La
Cina ha dimostrato di poter usare il proprio quasi-monopolio come arma
diplomatica.
Lo
aveva già fatto nel 2010 contro il Giappone, ora lo ripete su scala globale.
Per
l’Europa, che sta cercando di emanciparsi dalle dipendenze energetiche e
tecnologiche, questa mossa è un test di tenuta.
L’asimmetria
della transizione verde.
Le
terre rare sono l’anello invisibile della transizione verde.
Ogni
motore elettrico, turbina e batteria ne contiene una quota minima, ma
indispensabile.
Quando
la Cina restringe le esportazioni, non è solo un problema industriale: è un
ostacolo diretto alla decarbonizzazione europea.
Il “Critical
Raw Materials Act”, approvato nel 2024, punta a ridurre questa dipendenza.
Bruxelles ha fissato obiettivi precisi per il
2030:
coprire almeno il 10 % del fabbisogno europeo
con estrazione interna, il 40% con lavorazione e il 25% con riciclo, e non
oltre il 65% delle forniture da un solo Paese terzo.
Ma la
tempistica della politica industriale è più lenta della geopolitica.
L’Europa
non dispone ancora di infrastrutture di riciclo su scala industriale.
I progetti pilota in Germania, Svezia e
Francia restano limitati;
le
miniere potenziali, come Norra Kärr in Svezia o San Juan de la Cruz in Spagna,
sono ancora in fase di autorizzazione.
Nel
frattempo, la catena globale resta in mano cinese.
Secondo
la Bce, su 1.767 imprese europee analizzate, solo 11 hanno rapporti diretti con
produttori cinesi e 16 con aziende di derivati;
tutte le altre dipendono da almeno un
intermediario.
La
rete globale delle terre rare ha i suoi principali nodi in Cina, Giappone e
Stati Uniti: l’Unione europea, oggi, è soprattutto un cliente.
Questa
asimmetria è anche tecnologica.
Le imprese europee dipendono da componenti
esteri non solo per l’accesso ai materiali, ma per il know-how.
La
Cina controlla la raffinazione, gli Stati Uniti la trasformazione avanzata —
dai semiconduttori ai magneti — e l’Europa si trova nel mezzo.
Quando
i prezzi delle materie prime aumentano, le tecnologie verdi diventano più
costose:
le auto elettriche salgono di prezzo, le
turbine perdono competitività, gli obiettivi climatici rallentano.
La
crisi delle terre rare mette alla prova la retorica dell’autonomia strategica
europea.
Dopo la pandemia e la guerra in Ucraina,
Bruxelles ha promesso di accorciare le catene di approvvigionamento.
Ma nel
campo delle terre rare, la diversificazione resta un obiettivo lontano.
L’Africa
e l’America Latina, dove si concentrano molti giacimenti, sono teatri di
competizione globale.
La Cina ha già siglato accordi pluriennali con
il Congo per il cobalto e con l’Argentina per il litio;
l’Europa
si muove più lentamente.
Gli
accordi con Cile e Namibia non basteranno a compensare un eventuale blocco
cinese.
La Bce
invita alla prudenza, ma il messaggio è inequivocabile:
“Le
pressioni sulle catene di fornitura e gli aumenti dei prezzi non sono
imminenti, ma è cruciale monitorare gli sviluppi, data la possibilità di rapidi
cambiamenti nelle dinamiche globali,” scrivono gli economisti Mattia Banin, Mario
D’Agostino, Vanessa Gunnella e Laura Lebastard.
Il
rischio è duplice: inflazione e stagnazione industriale.
Se i costi delle materie prime crescono, le
aziende li trasferiscono sui consumatori; se i materiali mancano, la produzione
si ferma.
È un
equilibrio instabile che può rallentare la ripresa dell’area euro.
La
pandemia ha mostrato la fragilità delle catene globali;
la
guerra in Ucraina ha rivelato il prezzo della dipendenza energetica. Ora la
crisi delle terre rare aggiunge un nuovo livello di vulnerabilità: non gas né
microchip, ma i materiali invisibili dell’economia digitale e verde.
L’Europa
dovrà decidere se affrontare il costo politico dell’autonomia: nuove miniere,
impianti di riciclo, alleanze strategiche e una politica industriale comune.
Perché
senza materie prime, anche la transizione resta sulla carta.
Perché
la trappola di Trump
a Zelensky è stata 'un giorno
di
infamia americana.'
Globalist.it
- Marcello Flores – (1°marzo 2025) – Redazione – ci dice:
Se nel
1941 Roosevelt avesse detto a Churchill di chiedere la pace a qualsiasi
condizione a Hitler e di cedere le riserve di carbone della Gran Bretagna agli
Stati Uniti...
Perché
la trappola di Trump a Zelensky è stata 'un giorno di infamia americana'.
Zelensky
e Trump.
Un
giorno di infamia americana, ha intitolato il «New York Times» l’editoriale di”
Bret Stephens”:
che ha
suggerito di ripensare a Churchill e Roosevelt nell’agosto 1941 – quattro mesi
prima dell’attacco di Pearl Harbor e dell’intervento in guerra degli Usa
–intenti, come accadde, a elaborare quella Carta Atlantica che, fino all’altro
ieri, aveva costituito la base di oltre ottant’anni di alleanza tra gli Stati
Uniti e l’Europa;
e di immaginare cosa sarebbe successo se
Roosevelt avesse detto a Churchill di chiedere la pace a qualsiasi condizione a
Hitler e di cedere le riserve di carbone della Gran Bretagna agli Stati Uniti
in cambio di nessuna garanzia dio sicurezza americana.
Questo, aggiungeva Stephens, è ciò che
«approssimativamente» Trump ha detto a Zelensky.
Mentre
è confermato una volta di più, e sulla questione più importante e delicata sul
tappeto dei rapporti internazionali, che Trump ha tutta l’intenzione di
capovolgere le linee guida strategiche e i valori a cui esse si rifacevano
della storia degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, come ha
l’obiettivo di estendere ogni misura i poteri presidenziali e incrinare
profondamente gli equilibri democratici e costituzionali che hanno guidato gli
Usa per due secoli e mezzo, ancora non sappiamo quali saranno le due più
importanti reazioni che potrebbero legittimare o contrastare l’azione e gli
obiettivi di Trump.
Da
Trump sono espressi discorsi razzisti come quelli che potevano essere dei
proprietari di schiavi confederati.
La
prima reazione è quella dell’Europa, che a parole – tranne l’opposizione
dell’Ungheria di Orbàn e l’attendismo dell’Italia di Meloni – si è
calorosamente stretta attorno al leader ucraino, ma potremo vedere solo nei
prossimi giorni che misure inizierà a discutere, per mettere in atto, al tempo
stesso, un’adeguata difesa dell’Ucraina e una forte e rapida unità d’intenti
sulla difesa europea e su altri aspetti che non possono più essere rinviati in
attesa di una unanimità impossibile da raggiungere.
La
seconda, invece, è quella all’interno degli Stati Uniti, sia da parte di
un’opinione pubblica frastornata dall’attivismo di Trump nel distruggere o
indebolire regole e comportamenti che avevano caratterizzato gli ultimi decenni
di azione politica degli Usa, sia da parte del partito democratico e di quella
minoranza presente anche all’interno di quello repubblicano (che molti
calcolano a circa il 20%) che rischiano – se non mettono in piedi strategie di
contenimento e di contromisura all’azione di Trump – una perdurante impotenza
e, in prospettiva, l’irrilevanza.
(I
Repubblicani tacciono sui file Epstein non pubblicati.)
È il silenzio dei colpevoli?
Queste
due reazioni si misureranno, al tempo stesso, con i problemi a breve scadenza
(l’Ucraina ha probabilmente armi per combattere l’aggressione russa fino
all’estate) e con quelli di medio e lungo termine, e non abbiamo strumenti per
prevedere come si svilupperanno e a quali esiti condurranno.
In
Italia la situazione dal punto di vista delle scelte da compiere è,
probabilmente, più difficile che per altri paesi:
il governo deve infatti fare i conti con la
propria coerenza rispetto alle sue scelte passate (che l’appoggio completo di
Salvini a Trump e il desiderio di Meloni di non criticare il presidente Usa
rendo complicata), mentre l’opposizione deve capire se può trovare una linea
«europea» coerente con quella dei maggiori paesi (Francia, Germania, Spagna,
Polonia, Gran Bretagna) che le posizioni anti-ucraine di Conte e di una parte
de PD – che attribuiscono un carattere «bellicista» alle posizioni di Zelensky
e dell’Europa che lo appoggia – rendono estremamente difficile.
Il rischio è che, come spesso nella storia, più antica
ma anche recente, l’Italia decida di non scegliere sperando di non inimicarsi
nessuno ma finendo per rafforzare la propria irrilevanza nella politica
internazionale.
Texas,
crolla il fortino di Trump:
sconfitta
elettorale e
sondaggi
in caduta libera.
Msn.com
– (02 -02 – 2026) - Storia di Redazione FIRST online – ci dice:
Nel
profondo sud, nel Texas più conservatore, là dove il trumpismo sembrava cemento
armato, qualcosa si è incrinato.
Le elezioni suppletive di gennaio e una
raffica di sondaggi negativi stanno mandando un messaggio ai repubblicani di
Capitol Hill:
il consenso di Donald Trump non è più
blindato.
E proprio il “Lone Star State”, simbolo della
sua forza elettorale, diventa il luogo della doppia scossa.
Campanello
d’allarme per i repubblicani.
Un’elezione
apparentemente minore, quella per sostituire per soli undici mesi un senatore
statale nell’area di Fort Worth, si trasforma in un campanello d’allarme
nazionale.
Il
democratico “Taylor Rehmet” conquista il seggio battendo nettamente la
repubblicana “Leigh Wambsgans”s, sostenuta dal partito, dal governatore” Greg
Abbott” e dallo stesso Trump, intervenuto in prima persona nella campagna.
Il
dato che pesa non è solo il risultato finale, un netto 57% contro 42%, ma il è
contesto.
Quel
collegio aveva premiato Trump alle presidenziali con un margine di 17 punti.
Nel
giro di poco più di un anno, l’oscillazione supera i trenta punti percentuali.
Un ribaltamento che nessuno, almeno
ufficialmente, voleva prevedere, nonostante l’imponente sforzo finanziario
introdotto dai repubblicani.
Una
serie di sconfitte che fa sistema.
Il
Texas non è un episodio isolato.
Nelle elezioni locali del 2025 i democratici
hanno strappato ai conservatori otto seggi senza perderne uno, con recuperi a
doppia cifra rispetto al voto presidenziale in Stati come Pennsylvania, Georgia
e Iowa.
In
questo quadro, la vittoria di “Rehmet” assume un valore ancora più pesante: è la sconfitta più ampia inflitta di
recente a un’area dichiaratamente trumpiana.
A
Houston, intanto, i democratici consolidano un altro seggio alla Camera
federale, riducendo ulteriormente una maggioranza repubblicana già risicata.
Formalmente
il partito minimizza, ricordando che le suppletive non sono sempre un
termometro affidabile.
Ma la
frequenza delle sconfitte e la loro distribuzione geografica rendono
l’argomento sempre più fragile.
Trump:
crollo dei sondaggi, aumenta il malcontento.
Alle
urne si affiancano i numeri delle rilevazioni demoscopiche.
L’ultima
indagine del “Pew Research Center” fotografa un presidente in difficoltà.
L’approvazione scende al 37%, mentre la
disapprovazione sale al 61%. Solo poco più di un quarto degli intervistati dice
di apprezzare gran parte dell’azione di governo, contro una maggioranza assoluta che
risponde “poche o nessuna”.
I
giudizi peggiorano anche su leadership, condizioni fisiche e mentali e rispetto
dei valori democratici.
Ancora più delicato, per gli strateghi
repubblicani, è il calo tra gli elettori ispanici:
dal
46% ottenuto alle presidenziali al 38% attuale.
Un
arretramento legato all’economia, all’inflazione e soprattutto alla gestione
dell’immigrazione, con le operazioni dell”’Immigration and Customs Enforcement”
(ICE) percepite sempre più come indiscriminate.
Il
Texas come avvertimento politico.
Le
condizioni anomale del voto texano – elezioni invernali, di sabato, fuori dai
canoni abituali – offrono ai repubblicani un appiglio per ridimensionare il
risultato.
Ma tra
proteste contro l’ICE, segnali di mobilitazione civica e dati demoscopici in
peggioramento, l’insieme racconta una storia coerente.
Per
Trump e per il suo partito il Texas non è ancora perduto, ma non è più una
roccaforte inattaccabile.
Ed è
proprio questo il punto che inquieta Washington.
Se
anche il cuore rosso dell’America comincia a vacillare, le elezioni di midterm
di novembre smettono di essere una formalità e diventano una partita aperta,
dall’esito tutt’altro che scontato.
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