L’Ucraina nell’unione europea è una garanzia di sicurezza per tutta l’Europa.
L’Ucraina
nell’unione europea è una garanzia di sicurezza per tutta l’Europa.
Ucraina
nell’Ue come
«garanzia
di sicurezza.»
Ilmanifesto.it
- Sabato Angieri – (27-01 – 2026) – ci dice:
La
trattativa.
Il
Consiglio europeo ha votato a favore dello stop all’importazione del gas russo
entro il 2027 e riaffermato il sostegno all’adesione “rapida” dell’Ucraina
all’Unione.
(Gli
operatori dei servizi di emergenza montano delle tende dove i residenti dei
condomini vicini possono riscaldarsi e dormire la notte a Kiev, Ucraina,
domenica 25 gennaio 2026).
Mema.
Il
Consiglio europeo ha votato a favore dello stop all’importazione del gas russo
entro il 2027 e riaffermato il sostegno all’adesione “rapida” dell’Ucraina
all’Unione.
Per la
Russia il Vecchio continente sta rinunciando alla sua «libertà», mentre Kiev
plaude alla decisione, che dovrebbe essere inserita all’interno delle garanzie
di sicurezza previste dall’accordo di pace.
A differenza dell’ingresso nella Nato, che
come ha ribadito il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, «non è sul
tavolo».
«Salutiamo
la decisione con favore», ha dichiarato il vice-premier e ministro dell’Energia
ad interim,” Denys Shmyhal”, «l’indipendenza dalle risorse energetiche russe
riguarda soprattutto un’Europa sicura e forte».
Maria
Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, durante un’intervista
poi ripresa dall’agenzia Tass ha tuonato:
«Per ora è difficile prevedere con precisione
se si tratta di felici vassalli o di infelici schiavi, il tempo lo dimostrerà.
Ma in ogni caso hanno rinunciato alla libertà».
Al di
là di questa scontata divergenza di vedute, sia i russi sia gli ucraini hanno
confermato che in settimana si terrà un nuovo incontro nel formato trilaterale
con gli Usa a fare da mediatori.
A quanto dice “Dmitri Peskov”, portavoce del
Cremlino, al momento una data esatta ancora non è stata fissata, nonostante da
più parti si fosse indicato domenica 1° febbraio come nuovo appuntamento.
Inoltre,
«sarebbe un errore aspettarsi grandi risultati da questi primi contatti
trilaterali».
Peskov
ha nuovamente richiamato la cosiddetta «formula di Anchorage», ovvero il
presunto accordo tra Vladimir Putin e Donald Trump discusso in Alaska lo scorso
agosto nel quale i due presidenti si sarebbero accordati sulla cessione della
parte di Donetsk che gli ucraini ancora controllano.
In
ogni caso un nuovo incontro tra i due presidenti non è ancora in programma.
L’inviato speciale del presidente russo e
capo-delegazione per le trattative con l’Ucraina, “Kirill Dmitriev”, ha invece
accusato Zelensky di ritardare la pace rifiutando cessioni territoriali e ha
anche ripreso il discorso del presidente ucraino a Davos (nel quale si accusava
duramente l’Europa) definendolo «un fallimento».
Dal canto suo il leader ucraino è tornato a
definire i colloqui positivi, ma ha sottolineato che ci sono «questioni
politiche complesse» sul tavolo, «che non sono ancora state risolte».
Sull’ingresso
dell’Ucraina nell’Ue la portavoce della Commissione, “Paula Pinho”, ha fatto
sapere che:
«L’adesione dell’Ucraina all’Ue rappresenta di per sé
una garanzia di sicurezza ed è stata discussa anche nel contesto delle garanzie
di sicurezza» ma sulle tempistiche ha aggiunto: «non posso dare indicazioni più
precise».
Intanto
sul campo prosegue lo scambio di colpi dalla distanza e ieri Kiev è tornata a
colpire una raffineria nel territorio russo (Slavyansk), mentre Zelensky
denuncia una «situazione energetica estremamente difficile» in seguito agli
ultimi raid sulle grandi città del suo Paese.
(Sabato
Angieri).
Zelensky
pronto a incontrare Putin,
Mosca
apre: "Venga a Mosca,
garantiremo
la sua sicurezza."
msn.com – La Milano – (29-01 -2026) - Storia
di Chiara Sutermeister – ci dice:
Incontro
Zelensky Putin: la Russia offre sicurezza a Mosca, negoziati trilaterali
Usa-Ucraina-Russia ad Abu Dhabi.
La
Russia dice di essere pronta a garantire “sicurezza” e “condizioni di lavoro
necessarie” al presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel caso in cui decidesse
di recarsi a Mosca per un faccia a faccia con Vladimir Putin.
A
scandire la disponibilità è “Yuri Ushakov”, consigliere presidenziale del
Cremlino, che ha presentato l’eventuale visita come tecnicamente praticabile e
politicamente possibile, a patto che l’incontro venga preparato in modo accurato e
orientato a risultati concreti.
La
posizione di Kiev: vertice per sbloccare i nodi su territori e Zaporizhzhya.
Sul
versante ucraino, l’apertura arriva per bocca del ministro degli Esteri “Andriy
Sybiha”:
Zelensky sarebbe pronto a incontrare Putin per
affrontare le due questioni più delicate di qualsiasi architettura di pace,
cioè il destino dei territori contesi e la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhya.
Il punto, nella ricostruzione di Kiev, è che
proprio questi dossier rappresentano la “zona rossa” dei negoziati:
difficili da delegare a tavoli tecnici, ma
decisivi al livello politico più alto.
Il
formato “trilaterale” e il cantiere negoziale di Abu Dhabi.
La
disponibilità incrociata si inserisce nel percorso dei colloqui ospitati negli
Emirati Arabi Uniti, dove si è avviato un formato di lavoro con rappresentanti
di Russia, Stati Uniti e Ucraina.
In
questo schema, la presenza americana serve da perno di mediazione e da leva
sulle garanzie future, mentre il confronto diretto tra russi e ucraini – anche
solo a livello di esperti – viene descritto come un segnale di “progresso”
perché rimette in moto un dialogo che, per mesi, era rimasto frammentato tra
dichiarazioni pubbliche e iniziative parallele.
La
variabile Trump e i contatti citati da Mosca.
“Ushakov£
lega la questione del possibile incontro Putin-Zelensky anche alle
interlocuzioni con Donald Trump, sostenendo che l’ipotesi sarebbe stata evocata
più volte nelle conversazioni tra il leader russo e il presidente americano.
Il messaggio, in sostanza, è doppio:
da un
lato Mosca segnala di non chiudere la porta al vertice;
dall’altro insiste sul tema della
“preparazione”, quasi a fissare una condizione preliminare implicita su agenda,
formato e obiettivi.
In parallelo, Trump ha parlato di segnali “molto
positivi” sul dossier ucraino-russo, alimentando l’idea di una finestra
diplomatica aperta, ma ancora instabile.
La
linea europea: sostegno alla pace, ma senza “disturbare” il negoziato Usa.
Sul
fronte Ue, il presidente del Consiglio Europeo “Antonio Costa” ha riconosciuto
la necessità di muoversi con cautela:
l’Europa, nelle sue parole, deve evitare
iniziative che possano intralciare lo sforzo statunitense e, allo stesso tempo,
prepararsi a opzioni autonome nel caso in cui l’attuale percorso non conduca a
una pace “giusta e duratura”.
È una
postura che fotografa la tensione strategica del momento: Bruxelles non vuole sfilarsi dal
tavolo politico, ma nemmeno apparire come un fattore di complicazione mentre
Washington prova a costruire un’intesa.
Il
nodo territoriale: perché il dossier resta il più esplosivo.
La
partita vera, infatti, ruota attorno alle richieste sul terreno.
Da un
lato la Russia mantiene come obiettivo la ridefinizione dei confini di fatto;
dall’altro
l’Ucraina continua a considerare la rinuncia territoriale una soglia politica
difficilmente attraversabile.
È in questo attrito che si decide se un
vertice tra leader possa diventare uno strumento di sblocco o, al contrario, un
appuntamento simbolico destinato a produrre nuove frizioni.
Anche
per questo, il livello tecnico di Abu Dhabi viene presentato come
indispensabile:
prima
si restringe il campo delle opzioni, poi – eventualmente – si sale al piano dei
capi di Stato.
Sicurezza
e “condizioni di lavoro”: il significato politico dell’invito a Mosca.
La
promessa di “sicurezza” per Zelensky, pronunciata da un alto consigliere del
Cremlino, non è un dettaglio protocollare.
Serve
a costruire un frame:
Mosca
prova a mostrarsi come parte “affidabile” sul piano organizzativo, mentre Kiev
incassa un riconoscimento implicito del peso politico del suo presidente nel
processo.
Resta,
però, l’ostacolo centrale:
un
faccia a faccia, per essere davvero risolutivo, dovrebbe arrivare con un
pre-accordo o almeno con un perimetro condiviso;
altrimenti rischierebbe di trasformarsi in una
vetrina propagandistica, in cui ciascuno ribadisce le proprie linee rosse senza
possibilità di convergenza.
Verso
il prossimo passaggio:
finestra diplomatica, guerra ancora attiva.
Mentre
la diplomazia prova a correre, il conflitto resta il contesto che condiziona
tutto:
ogni
escalation militare modifica i rapporti di forza percepiti e irrigidisce le
posizioni interne, sia a Kiev sia a Mosca.
È il
paradosso dei negoziati in corso:
la
spinta a parlare aumenta quando cresce il costo della guerra, ma proprio
l’intensità della guerra rende più fragile qualsiasi compromesso.
(Chiara
Sutermeister).
Cadaveri
e Macerie in Mare
per
Cancellare l’Orrore:
Benvenuti
nella Nuova Gaza Turistica.
Conoscenzealconfine.it
– (28 Gennaio 2026) - Nello Scavo – ci dice:
Il
piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un
nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi
per allontanare 400mila gazawi.
Nelle
immagini alcune delle illustrazioni contenute nel progetto “Great” che
scommette sul trasferimento di quasi un quarto dei residenti e la realizzazione
di edifici residenziali e alberghieri di lusso da offrire agli stranieri a
Gaza.
Il
quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera.
Era la vista migliore di Gaza.
Tra la battigia e le rovine non saranno
neanche dieci metri.
Verde smeraldo da una parte, polvere grigia
dall’altra.
“Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto
due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie”.
Il
tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza
metteva in guardia:
“Non
parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno”.
È il
modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose.
Come
quando bisogna ripulire la scena di un delitto.
La
conferma arriva dalle parole di “Ali Shaath”, ingegnere civile palestinese ed
ex vice ministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore
del comitato tecnocratico di 15 membri.
“Se portassi dei bulldozer e spingessi le
macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare
superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare”, ha detto nel corso di
incontri a porte chiuse nei giorni scorsi.
Prima,
aveva aggiunto, “servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per
gli sfollati”.
Non è
come usare le rocce per costruire frangiflutti.
Diversi report Onu e di organismi
internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli
edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui
industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose.
Soprattutto, ci sono resti umani.
Lo
spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori
internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle
responsabilità.
Una
colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi
che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari.
Ma nel
piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla.
Solo grattacieli, alberghi, porti turistici,
centri commerciali.
Stime
Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024.
Poche settimane fa questo ordine di grandezza
aveva superato i 60 milioni.
Per “Ali
Shaath”, “Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni”.
Le
Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle
ipotesi, andrà avanti fino al 2040.
I
bulldozer sono al lavoro da settimane.
I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando
milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati.
Le
prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine
egiziano.
Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il
mare, avverte una valutazione di UNEP, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu,
solleverebbe un mucchio di domande:
alterazione
dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse
marine.
Il
“master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi
possano essere riservati quartieri popolari sul mare.
La
prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri.
Alle
loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno
facilmente occupazione:
prima
nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in
Usa”.
Una
cosa non cambierà:
il muro israeliano resterà al suo posto.
La gente della Striscia potrà accogliere
vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da
nessuna parte.
Al
chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali,
volumi, tempi.
“Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe
spingersi verso il mare anche di 200 metri”, dice un tecnico palestinese
incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una
passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da
calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il
lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere.
E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire.
Tra i nomi più quotati per la spartizione di
Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per “Ricostruzione di Gaza, accelerazione
economica e trasformazione”.
Il
progetto mostrato ad Avvenire parla di “70-100 miliardi di dollari di
investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti
privati”.
Uno
dei più grossi affari immobiliari di sempre.
“Il
finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti
di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi ‘pacchetti’
per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello”.
Al
contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire
mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno
attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole.
Oppure
accettare il “pacchetto” per togliersi di torno:
“5.000 dollari a persona. Affitto
sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel
terzo anno, 25% nel quarto anno).
Sussidio
alimentare per il primo anno”.
Secondo
le stime dei futuri palazzinari della Striscia, “si presume che del 25% dei
cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare”.
In altri termini, quasi 400 mila abitanti in
meno. E una riviera costruita su un cimitero.
(Articolo
di Nello Scavo - inviato a Ramallah)
(maurizioblondet.it/avvenire-cadaveri-e-macerie-in-mare-per-cancellare-lorrore-benvenuti-nella-nuova-gaza-turistica/).
Il
Destino dell’Europa
è
Oltre l’Occidente.
Conoscenzealconfine.it
– (27 Gennaio 2026) - Marcello Veneziani – ci dice:
Non
possiamo noi europei, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa,
lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica,
economica e culturale dell’Occidente intero. Dovremmo piuttosto accettare la
realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare e soprattutto pensare che
esista, oltre l’occidente, un destino europeo.
Poi
d’improvviso, come d’incanto, spariscono le rivolte e le repressioni a Caracas
e a Teheran.
E resta solo la scia di discussioni e di
litigi nostrani, coi maestri cantori dell’Occidente “libero, moderno e
democratico” che ti chiedono:
ma tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran,
in Russia, dicono?
No,
che non ci vivrei, perché dovrei andarci?
E non
vivrei nemmeno in Cina, in Corea, in Nigeria, in Groenlandia.
Non
sono il mio mondo, la mia vita, la mia storia, la mia gente.
Perché
mai dovrei lasciare il mio paese, la mia civiltà?
Il
problema è opposto:
noi
che viviamo qui (e che non vivremmo mai lì) non possiamo decidere cosa è meglio
per chi abita lì.
Noi che nemmeno siamo in grado di capire cosa
è successo e come mai ora sembra tutto rientrato.
Tocca
a loro deciderlo, noi possiamo solo augurarci e anche impegnarci con i mezzi
ragionevoli della diplomazia e della pressione internazionale che decidano il
più possibile in modo libero e incruento.
Ma non
possiamo sostituirci a loro, decidere al posto loro e perfino intervenire con
le armi per imporre quel che a noi sembra la soluzione migliore (che magari è
quella più utile ai nostri affari o più vicina solo al nostro punto di vista).
Anche
perché quei popoli non sono come ce li raccontano media e intelligence,
contrari per intero ai loro regimi, ma sono divisi, tra favorevoli e contrari,
tra sostenitori e nemici giurati del regime;
tanti
preferiscono il male minore o il male già conosciuto al male sconosciuto.
Non
credo che la maggioranza degli iraniani preferirebbe lo scià al posto
dell’ayatollah;
se
devono cercare un ricambio lo faranno in Iran, non con pacchi Amazon
catapultati dagli Usa o comunque da fuori…
C’è
chi preferisce i tiranni di casa propria ai padroni di fuori e c’è chi, nel
nome della liberazione, è pronto a schierarsi anche coi nemici di fuori pur di
cacciare i tiranni di dentro.
Sappiamo
pure che le sanzioni di solito stringono i popoli ai loro regimi, anziché
allontanarli; accadde in Iraq e in altri tempi anche da noi…
Insomma,
il quadro è variegato;
e se dovessimo giudicare i governi dal
consenso che hanno, dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono
sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano.
La
vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno
in teoria è possibile un ricambio.
Penso
che sia maturo il tempo per considerare fittizia la definizione odierna di
occidente.
Il
nostro mondo ha perso o largamente rifiuta ogni identità derivata dalla sua
storia e dalla sua civiltà, si vergogna del suo passato, rinnega le sue radici
cristiane, ricusa quasi tutti i precedenti storici perché dominati da forme
politiche e giuridiche, valori morali e culturali, precetti religiosi rigettati
e rinnegati da tempo.
E
accetta la definizione di occidente solo come regno della libertà e della
modernità, dei diritti umani e individuali.
Ma
nella realtà “l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa è diventata la vera
essenza dell’Occidente…
gli
Stati Uniti hanno cercato di sostituire poco alla volta l’identità europea con
un’identità occidentale tendenzialmente americana”.
Lo
scrive un “filosofo geopolitico” tedesco, “Haute Ritz”, in un libro intrigante,
“Perché
l’Occidente odia la Russa” (Fazi Editore), con una prefazione di Luciano Canfora.
L’Europa,
lo vediamo ogni giorno, è ridotta a periferia strategica degli Usa;
ma
arrivati a questa condizione, secondo Ritz, per paura della Russia. Magari
giustificata ai tempi in cui l’Urss era potente e in competizione con l’Usa,
senza mai peraltro sconfinare apertamente rispetto agli accordi di Jalta, in
cui si spartirono le aree di influenza del mondo.
Ma la
paura della Russia, nel nuovo millennio, è stata alimentata in modo surrettizio
da quando la Russia non ha accettato di diventare una potenza regionale
subordinata all’ordine mondiale americano, facendo seguire alla colonizzazione
commerciale e culturale anche quella geopolitica e militare.
In
effetti se consideriamo la minaccia islamica e il pericolo cinese, quella russa
non è obiettivamente una preoccupazione prioritaria;
ma
agli occhi degli Usa, un’alleanza anche solo economica tra Russia ed Europa,
magari via Germania, era il pericolo da scongiurare perché liberava l’Europa
(oltre che la Russia) dalla sudditanza e dalla dipendenza dagli Stati Uniti.
Nel
nome di questa sudditanza gli europei hanno accettato perfino che l’antico
contenzioso tra Russia e Ucraina, per tre secoli annessa alla Russia, assai
affine pur nella contrastata vicinanza, diventasse ai propri occhi una
dichiarazione di guerra e d’invasione contro l’Europa, come ci ripeteva Biden
per farci considerare in guerra con la Russia fino a riarmarci in funzione
anti-Putin.
Ora,
per completare la follia, pretendiamo di dichiarare guerra pure agli Usa di
Trump per la folle volontà di annessione della Groenlandia.
Lo
spettacolo del gruppetto di soldati mandati dall’Europa in Groenlandia e la
relativa minaccia di altri dazi di Trump agli europei sembrano davvero una
farsa, di quelle che nel gergo cabarettistico sono indicate come “scemo e più
scemo”.
L’Occidente
diviso intorno a un freezer…
La
strada del realismo, invece, dovrebbe portarci al confronto, forte e paritario,
con entrambi – con la Russia e con gli Usa – alla ricerca di una nostra
terzietà, indipendenza e autonomia politica e strategica.
Il problema non è essere ostili a entrambi ma
cercare un accordo per allearsi con entrambi, restando, a tutti gli effetti,
padroni in casa nostra.
Nel
delineare una risposta dell’Europa alla russofobia e alla americanizzazione,
Ritz indica un percorso di “ritorno all’Europa”.
La
preoccupazione dello studioso è mostrare che il suo auspicio non ha nulla di
conservatore, reazionario, antimoderno ma per indicarlo usa verbi precisi:
tornare all’Europa, ritrovare la sovranità,
riportare l’Europa a una visione sociale e solidale, ricollegarsi ai valori e
alle tradizioni europee, far rivivere la tradizione dell’umanesimo europeo per
bilanciare il primato del tecnicismo di matrice Usa, riallacciarsi a una
tradizione culturale che “è stata in grado di stabilire un legame con la
trascendenza in modo laico”.
Verbi
che indicano tutti un ritorno.
Non si
tratterebbe, dice Ritz, di “un ritorno attivo alla religione” e alla
professione di fede, ma si “riconoscerebbe come valore l’ordine mondiale
cristiano secolarizzato”.
Insomma
il cristianesimo come religione civile e ordo civili.
Non
possiamo, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, ossia nel nome
“degli orrori delle due guerre mondiali” lasciare ancora oggi agli Stati Uniti
la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente.
Per lo
stesso gigantesco complesso, nota Ritz, la Germania ha sostenuto a Gaza “una
politica di pulizia etnica per sfuggire così alla vergogna per il genocidio
degli ebrei europei avvenuto in passato”.
Si
tratta dunque di rigettare la definizione stessa di Occidente e di accettare la
realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare, come non ci stancheremo mai
di ripetere.
E pensare l’Europa come luogo d’incontro tra
Usa e Russia, e più vastamente tra Oriente e Occidente.
Ma
soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo.
Ad
avercela, un’Europa così.
(Articolo
di Marcello Veneziani -La Verità – 21 gennaio 2026).
(marcelloveneziani.com/articoli/il-destino-delleuropa-e-oltre-loccidente/).
Ucraina:
quali “garanzie di sicurezza”?
Ispionline.it
– (22 Dic. 2025) – Antonio Missiroli – ci dice:
Senza
garanzie di sicurezza solide e verificabili per l’Ucraina, un accordo che
congeli le perdite territoriali sarebbe fragile e favorirebbe future
aggressioni russe.
Buona
parte delle trattative sulla possibilità di un armistizio fra Russia e Ucraina
hanno riguardato – e continueranno presumibilmente a riguardare – le eventuali
“garanzie di sicurezza” da dare a Kyiv all’indomani di un possibile cessate il
fuoco.
La
questione non è solo importante: è decisiva, perché senza qualche forma di
rassicurazione credibile sul futuro sarà molto difficile per gli ucraini accettare
una fine delle ostilità che comporti una rinuncia a parti del proprio
territorio nazionale.
Vale dunque la pena di discutere più a fondo
di che cosa si sta parlando, e perché.
Precedenti
e precondizioni.
Dopo
la sua indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991, l’Ucraina aveva ottenuto
due distinte forme di rassicurazione:
una
già nel 1994, quando Kyiv rinunciò alle testate nucleari rimaste sul suo
territorio dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica cedendole alla
Federazione russa.
In cambio di ciò – con il cosiddetto
memorandum di Budapest (in realtà tre documenti separati, ma identici fra loro,
sottoscritti rispettivamente da Mosca, Washington e Londra, a cui si sarebbero
in seguito associate anche Parigi e Pechino) – le maggiori potenze nucleari e
membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si impegnarono a
rispettare “l’indipendenza, la sovranità e le frontiere attuali” e ad astenersi
dall’uso (o dalla minaccia dell’uso) della forza contro l’integrità
territoriale e l’indipendenza politica dell’Ucraina.
Tre
anni più tardi, in concomitanza con l’Atto Fondamentale (Basic Act) negoziato
fra la Russia e la NATO, Russia e Ucraina firmarono pure un trattato
sull’inviolabilità dei rispettivi confini.
Dal
punto di vista del diritto internazionale, il “Memorandum di Budapest”
stabiliva soltanto delle “assicurazioni” (e di natura strettamente ‘negativa’,
basate cioè su quello che i contraenti si impegnavano a non fare), mentre vere
e proprie “garanzie” comportano di solito anche impegni di natura ‘positiva’
(quello che i vari contraenti si impegnano a fare per preservare o ristabilire
lo status quo), il che conferisce loro un’altra incisività.
A trent’anni di distanza, dunque, e dopo
quanto successo prima nel 2014 e poi dal 2022 in avanti, appare del tutto
comprensibile e giustificata la diffidenza di Kyiv nei confronti non solo di
vaghe “assicurazioni” ma anche della semplice firma di Mosca su qualunque
trattato.
La
ricerca internazionale sulle condizioni per una “pace” sostenibile e
(sperabilmente) duratura, del resto, insiste su due punti:
la necessità che ciascun contraente sia
convinto che l’altro abbia interesse a rispettarla – per scelta o, più spesso,
per necessità – e che l’intesa includa disposizioni sul suo rispetto tali da
comportare costi inaccettabili per chi intendesse violarla.
Alla
luce di quanto è emerso finora sui contenuti e i toni delle trattative condotte
dai rappresentanti americani, appare piuttosto che evidente che Putin mira a
una sorta di “pace cartaginese” per Kyiv, esigendo condizioni che non solo
umilierebbero l’Ucraina (e chi ha sostenuto la sua coraggiosa resistenza
all’invasione) ma non garantirebbero in alcun modo una pace sostenibile e
duratura:
un’Ucraina smembrata, disarmata e in una terra
di nessuno strategica sarebbe una vittima designata per nuove future incursioni
‘imperiali’ da parte russa.
Ergo,
eventuali future “garanzie” per il paese non possono – e non dovrebbero –
essere negoziate con Mosca, che comunque non le accetterebbe.
Più che ad una “pace”, insomma, si dovrebbe
puntare ad un armistizio che fissi una chiara linea di demarcazione fra le
parti e le condizioni per il suo rispetto, comprese le modalità per monitorarlo
e le sanzioni per la sua violazione.
Un
accordo di questo tipo potrebbe inoltre includere – come del resto già accaduto
perfino ad ostilità in corso – scambi di prigionieri e, perché no, anche un
percorso che includa una parziale e graduale alleviamento delle sanzioni
imposte a Mosca – qualora l’armistizio venga rispettato – ma pure una loro
automatica re-imposizione (il cosiddetto snapback) in caso contrario.
Un’intesa limitata di questo tipo – non
troppo dissimile da quella ancor oggi in vigore fra le due Coree, che non hanno
mai firmato un trattato di “pace” – potrebbe poi perfino essere sottoposta al
Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per conferirle piena legittimità
internazionale.
Ma è
difficile che possa materializzarsi se Washington – che nei mesi scorsi ha
esercitato molte pressioni su Kyiv – non si deciderà ad esercitarne qualcuna
anche su Mosca:
sarà
possibile, in altre parole, solo se entrambe le parti si troveranno di fronte
un menu calibrato e credibile di incentivi e disincentivi.
Variabili
e varianti.
E qui
entrano in gioco, appunto, le “garanzie” di sicurezza da offrire all’Ucraina.
In
cambio di che cosa, innanzitutto?
A Kyiv si chiede, al momento, di accettare
quanto meno la situazione che si è determinata sul terreno in questi anni, e
cioè la sua perdita di controllo su circa un quinto (fra Crimea e Donbass) del
suo territorio nazionale:
parte
del negoziato in corso riguarda l’esatta portata della perdita, se cioè
limitata (si fa per dire) alle aree ora controllate dalle forze russe – lungo
l’attuale linea del fronte – ovvero estesa fino a comprendere l’insieme delle
quattro regioni reclamate (ma non ancora del tutto occupate) dalla Russia.
Almeno
altrettanto importante, tuttavia, sarà la natura dell’eventuale rinuncia:
se
sarà, cioè, solo una perdita di fatto o anche di diritto, cioè una vera e
propria modifica delle frontiere (come richiesto da Mosca e rifiutato da Kyiv).
In
entrambi i casi, comunque, il governo ucraino ha chiarito che una scelta così
dolorosa potrebbe essere fatta solo, appunto, in cambio di solide garanzie per
la futura sicurezza dell’Ucraina ‘occidentale’.
Né la
NATO in quanto tale – tanto più dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa
Bianca – né l’Unione Europea in quanto tale – troppo impreparata militarmente e
frammentata politicamente e istituzionalmente – sembrano voler o poter offrire
tali “garanzie”. Entrambe, tuttavia, possono contribuire a renderle più
credibili:
l’una continuando ad offrire un sostanzioso
deterrente strategico nei confronti di Mosca e un’insostituibile cornice di
lavoro e ‘cassetta degli attrezzi’ per i militari europei;
e
l’altra con il suo sostegno finanziario diretto a Kyiv e più indiretto al
‘riarmo’ dei suoi paesi membri.
La
cosiddetta ‘strategia del porcospino’, mirante a rendere l’Ucraina sempre meno
vulnerabile militarmente alle aggressioni della Russia, rappresenta insomma già
un primo tipo di “garanzia” anche in assenza di un trattato specifico (è quello
che accade, del resto, fra gli Stati Uniti e paesi come Israele, Arabia Saudita
o Taiwan).
Dovrà tuttavia essere accompagnata e
rafforzata da un impegno strategico che ricadrebbe, con tutta probabilità,
sulla ‘coalizione dei volenterosi’:
un
sostegno militare sul terreno ma anche aereo, navale, satellitare e digitale –
in una parola, multi-domain – attraverso una forza detta di “rassicurazione”
(sia pure con diversi livelli di coinvolgimento fra i suoi partecipanti) che
potrebbe perfino includere una qualche forma di protezione nucleare da parte di
Gran Bretagna e Francia.
Non è
chiaro invece quale potrà essere il sostegno propriamente americano, e fa bene
anzi Volodymyr Zelensky a chiedere a Washington più dettagli prima di accettare
eventuali accordi.
La
scorsa settimana il Senato USA ha approvato il nuovo bilancio del Pentagono –
per un totale di oltre 1000 miliardi di dollari a partire dal 2026 – ma messo
anche alcuni paletti all’amministrazione su mantenimento delle forze americane
in Europa e assistenza militare all’Ucraina.
Ma è
diffusa la sensazione che il Team Trump non ‘garantirà’ mai in modo inequivoco
la sicurezza dell’Ucraina:
la
stessa presunta analogia con l’articolo 5 del trattato NATO, anzi, non è
particolarmente ‘rassicurante’ alla luce dei distinguo semantici venuti di
recente da oltre Atlantico.
Del resto, le “garanzie di sicurezza” non sono
mai assolute ed immutabili, dato che dipendono dal contesto in cui vengono
formulate (o riaffermate) e dal modo in cui vengono percepite e interpretate
dai vari attori coinvolti.
Ma ciò
non significa che non siano utili, e spesso necessarie.
(Antonio
Missiroli).
Trump,
l’Europa e la Nato in bilico.
Ispionline.it
– (28 gennaio 2026) - Alessia De Luca – ci dice:
Dalle
minacce su Groenlandia e Nato al disprezzo esplicito nella Strategia di
sicurezza americana: la crisi di fiducia con Washington è ormai strutturale e
costringe l’Europa a ripensare la propria sicurezza.
Anche
se Donald Trump ha smesso di minacciare la Groenlandia, la crisi tra il
presidente americano e l’Europa non si è consumata senza conseguenze.
Nessuno
immaginava che gli Stati Uniti, fondatori e principali protettori della Nato,
avrebbero minacciato di invadere uno dei suoi membri. Eppure, è successo e –
passato lo shock – una certezza si è imposta: l’alleanza, che è stata il
fondamento della sicurezza europea per oltre 75 anni, non è più una garanzia
solida.
Trump
ha più volte lasciato intendere che potrebbe non onorare l’articolo 5 in caso
di necessità e di recente, quando è stato incalzato, non ha escluso di poter
uscire dall’Alleanza.
In un discorso stizzito a Davos, ha lamentato:
“Diamo
così tanto, e riceviamo così poco in cambio”.
Un
disprezzo, quello che il presidente americano lascia trasparire per l’Europa,
espresso senza riserve nella “Strategia per la Sicurezza Nazionale” della sua
amministrazione.
Pubblicato
alla fine dello scorso anno, il documento dipinge un’Europa in declino
economico, a rischio di “cancellazione della civiltà”, meno rilevante di
America Latina e Asia orientale, e con Paesi forse incapaci di restare “alleati
affidabili”.
Per i
leader europei, assuefatti da decenni di dipendenza dalla protezione americana,
è un cambiamento epocale.
Il danno è fatto.
E, se
l’incertezza sull’impegno degli Stati Uniti era già un elemento latente nelle
relazioni transatlantiche, ora la questione è un’altra:
“Gli alleati americani della Nato – osserva
“Steven Everts”, direttore dell’Istituto europeo per gli studi strategici di
Parigi – sono passati dalla paura dell’abbandono degli Stati Uniti alla paura
dell’ostilità degli Stati Uniti”.
La
fase del diniego è finita?
Il
percorso per adattarsi a questo nuovo stato di cose non sarà né rapido né
lineare.
Ma una
soglia è stata superata:
oggi è
sempre più difficile far finta che il problema non esista e, pur essendo un
argomento molto delicato, alcuni funzionari europei hanno iniziato a fare
pressioni per un dibattito più attivo sull’architettura di sicurezza
collettiva.
“Siamo in crisi. È ovvio”, ha dichiarato il primo
ministro polacco “Donald Tusk” al vertice europeo d’emergenza convocato la
scorsa settimana a Bruxelles, aggiungendo:
“La
Nato come l’abbiamo conosciuta finora non esiste più”.
Ma le
capitali europee hanno posizioni molto diverse su quanto e a che velocità
dovrebbero uscire dall’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti.
Il
Regno Unito si trova di fronte a un dilemma particolarmente difficile, dati i
suoi stretti legami militari e di intelligence con Washington e la sua
dipendenza dagli Stati Uniti per il mantenimento del suo deterrente nucleare,
mentre per le repubbliche baltiche la questione equivale alla rottura di un
tabù.
Ripensare gli accordi di sicurezza in Europa, temono
alcuni, potrebbe persino avere l’effetto opposto, inducendo Trump ad accelerare
il suo disimpegno, mentre il Vecchio Continente si trova ancora alle prese con
la minaccia russa in Ucraina.
Parole
dure, scomode verità?
I
timori sono rinfocolati dalle parole del Segretario Generale della Nato, “Mark
Rutte”, il cui rapporto con Trump appare oggi più solido di quello con molti alleati
europei.
“Se qualcuno pensa che l’Unione Europea o
l’Europa nel suo complesso possano difendersi senza gli Stati Uniti, continui a
sognare”, ha detto Rutte in un intervento al Parlamento europeo.
“Se davvero volete procedere da soli,
dimenticate che potrete arrivarci con il 5% (di spesa per la difesa, ndr).
Dovrà
essere il 10%.
Dovete
costruire la vostra capacità nucleare. Questo costa miliardi e miliardi di
euro”.
Rutte si è mostrato caustico anche riguardo alle
discussioni sul cosiddetto pilastro europeo all’interno della Nato.
“Pilastro
europeo è una parola un po’ vuota – ha detto – vi auguro buona fortuna se
volete realizzarlo.
Penso
che Putin ne sarà entusiasta”.
Le
parole di Rutte hanno comprensibilmente generato malumori e critiche, ma
contengono anche verità scomode per gli europei.
Tra queste, il fatto che oggi – dopo decenni
di sotto investimenti nel settore della difesa – gli europei non sarebbero
capaci di offrire a Kiev garanzie di sicurezza credibili, in caso di accordo di
pace, senza il sostegno e la partecipazione degli Stati Uniti.
Un eventuale disimpegno americano
rappresenterebbe, inoltre, un colpo durissimo per un esercito ucraino già allo
stremo e, secondo diversi funzionari europei, rischierebbe di incoraggiare il
Cremlino a perseguire fino in fondo l’obiettivo della sottomissione
dell’Ucraina.
Il
problema è strutturale?
In
questo contesto, i leader europei sono ben lieti che la crisi groenlandese non
sia deflagrata in uno scontro aperto anche se al loro interno sono indecisi su
come affrontare i prossimi tre anni di presidenza Trump.
Ma si
sbagliano se pensano che il problema riguardi solo l’attuale presidente.
Anche
se il tycoon non cercasse di ottenere un terzo mandato – che sarebbe
incostituzionale – la sua visione del mondo ‘America first’ e la sua antipatia
per l’Europa potrebbero succedergli con qualunque nuovo leader di area ‘Maga’.
Inoltre, se anche i democratici vincessero le
prossime elezioni presidenziali, è probabile che gli Stati Uniti continueranno
a concentrarsi sul loro ‘pivot to Asia’.
In
ogni caso, le priorità strategiche di Washington continueranno a spostarsi
altrove.
“Voglio
essere chiara. Gli Stati Uniti rimarranno partner e alleati dell’Europa”, ha
detto l’Alta rappresentante per la politica estera europea “Kaja Kallas”, “ma
dovremo adattarci alle nuove realtà. L’Europa non è più il centro di gravità
principale di Washington.
Questo
cambiamento è in atto da tempo. È strutturale, non temporaneo.
Significa
che l’Europa deve fare un passo avanti: nessuna grande potenza nella storia ha
esternalizzato la propria sopravvivenza ed è sopravvissuta”.
È
questo il nodo che oggi attraversa il dibattito europeo:
solo
emancipandosi dagli Usa e investendo seriamente nell’autonomia militare, l’Ue
potrà ridurre la dipendenza da un alleato che guarda sempre più spesso al
Vecchio Continente con avversione e distacco, quando non con disprezzo.
Il
commento di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor.
“Ma
insomma, gli europei possono – e forse devono – diventare più autonomi dagli
americani per la loro difesa?
La
controversia sulla Groenlandia e gli infelici commenti di Trump
sull’Afghanistan hanno aperto una crisi di fiducia fra le due sponde
dell’Atlantico, e la nuova strategia nazionale di difesa pubblicata dal
Pentagono lo scorso weekend ha chiarito che Washington ridurrà il suo impegno
militare in Europa, chiamando gli alleati a fare molto di più.
Il
dibattito è dunque ora sul come, non sul se.
E mentre Mark Rutte, che pure è riuscito ripetutamente
a contenere le derive trumpiane, esprime dubbi sulla capacità europea di
muoversi credibilmente in questa direzione, perfino il Quai d’Orsay arriva ad
auspicare il rafforzamento del ‘pilastro’ europeo della Nato …”
Da
Davos ad Abu Dhabi:
una
crisi da non sprecare.
Ispionline.it
– (23 gennaio 2026) – Alessia De Luca – ci dice:
Il
passaggio di Donald Trump a Davos segna uno spartiacque: la fiducia
transatlantica è incrinata, Zelensky critica gli alleati e i negoziati
sull’Ucraina si tengono senza l’Europa, che non può più rinviare una
riflessione sul suo futuro strategico.
Donald
Trump ha lasciato ormai il continente europeo da diverse ore, dopo il suo
intervento a Davos, ma la sensazione che un tornado abbia investito il vecchio
continente non si è ancora attenuata.
Alla
fine, contrariamente alle più fosche previsioni, la rottura sulla Groenlandia
non si è consumata, e la visita, nel complesso, ha riservato meno amarezze del
previsto.
Eppure
– incarnata dal Board of Peace presentato ieri al World Economic Forum – una
nuova realtà si è imposta, a cui gli europei sono chiamati ad adattarsi: la
fiducia negli Stati Uniti è rotta.
Anche se il presidente Usa ha rinunciato, almeno per
ora, almeno a parole, ai suoi sogni di annessione della Groenlandia e alle
sanzioni contro gli otto paesi europei che avevano inviato truppe sull’isola
artica, non è detto che non ci ripensi.
E poi non è chiaro cosa si aspetti da quel
‘deal’ raggiunto al termine di un colloquio a porte chiuse con il “Segretario
generale della Nato “Mark Rutte” a cui la Danimarca fa sapere di non aver
concesso “alcun mandato” per negoziare a suo nome.
Il rischio è che il presidente americano metta
nuovamente alla prova l’unità europea.
Ieri Trump ha minacciato “pesanti ritorsioni”
se i paesi europei iniziassero a vendere titoli del debito americano per fare
pressione sugli Stati Uniti.
Un
fondo pensione danese e uno svedese hanno annunciato la loro decisione di
ridurre fortemente l’esposizione ai titoli del Tesoro americano, citando
“l’imprevedibilità della politica statunitense”.
La
sferzata di Zelensky?
Ieri
sera, all’arrivo a Bruxelles per il vertice straordinario convocato dal
presidente “Antonio Costa”, il clima era comunque più sereno rispetto alla
vigilia.
La minaccia europea di rispondere ai dazi
colpo su colpo e di attivare, magari, lo Strumento anti-coercizione sembra aver
fatto tornare il tycoon sui suoi passi.
E tra
i 27 è cominciato a serpeggiare il sentimento di uno scampato pericolo.
A
riportarli alla realtà ci ha pensato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky
che nel suo discorso da Davos ha sferzato duramente l’Europa. “Invece di
diventare una vera potenza globale – ha detto – l’Europa resta “un magnifico ma
frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di guidare la
difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l’attenzione americana si
sposta altrove, l’Europa appare disorientata, occupata a cercare di convincere
il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea. Ma non la cambierà”.
Zelensky
ha insistito sul fatto che l’Europa sta mancando l’appuntamento con la storia.
“Molti
dicono: ‘Dobbiamo restare forti’, aspettando che qualcun altro decida per
quanto tempo.
Preferibilmente
fino alle prossime elezioni.
Ma una
grande potenza non si comporta così”.
Le sue
parole – in un momento in cui di fatto il continente è l’unico finanziatore
della difesa ucraina – possono sembrare ingenerose e hanno suscitato
incredulità e sdegno in alcuni, ma toccano i nervi scoperti dell’Ue, tracciando
una dolorosa lista delle sue mancanze.
Negoziati
a tre, senza l’Ue?
È in
questo contesto che si terrà stasera un vertice a tre – Usa, Russia e Ucraina –
ad Abu Dhabi.
Secondo
indiscrezioni non confermate, rappresentanti russi e ucraini potrebbero
riunirsi allo stesso tavolo per la prima volta dall’inizio del conflitto.
Annunciato
ieri da Zelensky, l’incontro vede ancora una volta l’Unione europea estromessa
dalle trattative.
Ciononostante,
in una nota vocale inviata ai giornalisti venerdì, Zelensky ha affermato che il
vertice segna “un passo avanti.
Se Dio vuole, potrebbe assumere varie forme
prima della fine della guerra, ma è un passo avanti: non resteremo fermi”.
Il
presidente ha confermato che “la questione del Donbass è fondamentale”, mentre Mosca insiste sul fatto che
non porrà fine alla guerra a meno che Kiev non faccia significative concessioni
territoriali.
La
regione orientale, di cui al momento le forze russe controllano quasi il 90%, è
teatro di scontri da anni.
Kiev si rifiuta di ritirare le sue truppe
dalle zone del territorio che i russi non hanno conquistato.
Venerdì, il portavoce del Cremlino “Dmitry
Peskov ha dichiarato ai giornalisti:
“La
posizione della Russia è nota: l’Ucraina e le forze armate ucraine devono
lasciare il Donbass”.
Il
rischio di ‘sprecare’ la crisi?
Mentre
permangono dubbi sulla reale volontà di Mosca di raggiungere un accordo, Trump
ha affermato di credere che Zelensky e Putin vogliano entrambi porre fine alla
guerra.
Interpellato
da un giornalista a bordo dell’Air Force One, di ritorno a Washington dopo la
tappa europea, il presidente americano ha però ammesso tutte le ambiguità del
momento:
“Ci
sono stati momenti in cui Putin non voleva raggiungere un accordo. Momenti in
cui Zelensky non voleva raggiungere un accordo.
E
momenti opposti.
Ora penso che entrambi vogliano raggiungere un
accordo. Lo scopriremo”.
Mentre
si preparavano al vertice di Bruxelles, diplomatici e funzionari europei si
ponevano le stesse domande.
Chiedendosi
anche quanto gli Stati Uniti forzeranno la mano al leader ucraino perché
accetti un accordo ‘a tutti i costì.
Gli
eventi delle ultime settimane suggeriscono che la cosa più saggia, per evitare
brutte sorprese, sia quella di tenere alta la guardia, smarcandosi dalla
dipendenza americana, puntando a una maggiore autonomia strategica.
Ma c’è
chi teme che, con la marcia indietro di Trump e una soluzione alla crisi della
Groenlandia in vista, i leader europei possano perdere la concentrazione che
avevano trovato la scorsa settimana sulla necessità di un cambiamento.
Per
usare una frase spesso attribuita a Churchill – osserva “Politico” – il rischio
è che l’Europa “lasci che una buona crisi vada sprecata”.
(Il
commento di “Eleonora Tafuro Ambrosetti”, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia
Centrale ISPI.)
“Cosa
ha spinto Zelensky a pronunciare un discorso così duro contro il principale
sostenitore economico e militare dell’Ucraina, cioè l’Unione europea?
La
frustrazione, certo: non è la prima volta che il leader ucraino ricorre a
parole aspre contro l’immobilismo e l’indecisione dell’UE.
Ma è
probabile che Zelensky stesse anche facendo ricorso alla consueta strategia di
compiacere il presidente statunitense, anche a scapito dell’Unione europea,
alla vigilia dell’incontro trilaterale tra le delegazioni russa, americana e
ucraina.
Del resto, l’Ue è un alleato prevedibile, che
difficilmente modificherà il proprio sostegno a Kiev in risposta a un discorso;
lo stesso non si può dire di Trump”.
USA,
rischio showdown:
scontro
su “fondi DHS” e “riforme ICE”
dopo
Minneapolis, crepa “MAGA”
sulle
armi.
msn.com
- Storia di RaiNews.it – Redazione – ci dice:
Usa
congresso.
A
Washington cresce il rischio di showdown parziale:
i
democratici vogliono vincolare i fondi al DHS a riforme operative su ICE
(body-camp, identificazione, mandati giudiziari e stop ai pattugliamenti non
coordinati) dopo il caso Minneapolis.
Intanto
le parole di Trump sulle armi aprono una frattura con parte dell’elettorato “pro-Secondo
Emendamento”, creando una crisi interna di credibilità nella coalizione
MAGA.
Ne
parliamo con “Andre Molle”, politologo della “Chapman University”.
Perché
questo braccio di ferro sui fondi al DHS rischia davvero di trasformarsi in un
parziale showdown:
quali
sono i meccanismi politici che rendono lo scontro così esplosivo?
Il
punto fondamentale da comprendere è che qui non si discute solo di una voce di
bilancio:
la scadenza del 30 gennaio 2026 funziona da “cliff-Edge”
perché, in assenza di finanziamento approvato (o di una continua risoluzione,
cioè una proroga temporanea dei finanziamenti), le agenzie coinvolte entrano in
regime di cosiddetto “funding lasse.”
Questo significa sospensione delle attività
“non essenziali”, personale mandato a casa (o costretto a lavorare senza paga
immediata, a seconda delle funzioni), contratti congelati e una catena di
effetti a cascata su logistica e capacità operative.
Nel
caso del “DHS”, l’impatto è politicamente ancora più sensibile perché si
intreccia con funzioni di polizia di frontiera, enforcement e sicurezza
interna:
anche
quando molte attività restano formalmente “essenziali”, lo showdown produce
comunque frizioni pratiche (backlog, rallentamenti amministrativi, incertezza
sul personale, esposizione mediatica).
A rendere lo scontro “esplosivo” è poi
l’architettura del Senato dove spesso non basta avere la maggioranza semplice
di 51 voti e per far procedere un provvedimento serve superare i colli di
bottiglia procedurali.
In pratica, ogni volta che la maggioranza
vuole chiudere il dibattito e andare al voto deve passare per la cosiddetta “cloture”,
che richiede una maggioranza qualificata (di norma 60 voti).
Qui sta il potere di interdizione dell’opposizione
che, se decide di non collaborare, può rallentare o bloccare i passaggi chiave
senza neppure “vincere” una votazione finale.
È un
leverage enorme perché trasforma il negoziato da “quanto spendiamo e come” a
“quali condizioni politiche accettiamo per evitare il caos”.
Quindi
la miccia è doppia:
una
deadline reale (senza CR scatta l’interruzione di fondi) e un meccanismo
istituzionale che consente a una minoranza coesa di alzare il prezzo.
È per
questo che una trattativa su DHS e regole operative (ICE, trasparenza, mandati,
identificazione) non resta mai tecnica:
diventa
rapidamente una prova di forza tra due narrative contrapposte—da un lato “non
ricattate la sicurezza con lo showdown”, dall’altro “non finanziamo senza
accountability”— con costi immediati visibili al pubblico e incentivi politici
a non cedere per primi.
Le
condizioni poste dai democratici su ICE - body-camp, identificazione, mandati
giudiziari, limiti ai pattugliamenti senza coordinamento locale - sono una
richiesta realistica o un modo per alzare il prezzo della trattativa?
Le
condizioni che i democratici stanno cercando di inserire nel disegno di legge
sui finanziamenti del DHS e in particolare per ICE riflettono una combinazione
di richieste politicamente spinose e istituzionalmente significative.
Da un
lato, numerose richieste sono realistiche nel senso che esistono già modelli
operativi o standard che molte forze di polizia adottano nel quotidiano:
per
esempio, l’uso obbligatorio di body-camp e di identificazione visibile è una
pratica consolidata a livello statale e locale e mira a aumentare trasparenza e
responsabilità in operazioni che implicano l’uso della forza.
Analogamente,
la richiesta che l’ICE coordini le proprie attività con la polizia locale e non
effettui “roving Patrol” indiscriminate in area urbana punta a una maggiore
integrazione con partner di polizia già responsabili di contesti urbani,
riducendo potenziali conflitti giurisdizionali.
Queste
misure, di fatto, potrebbero essere implementate con regolamenti e standard
operativi se vi fosse volontà politica, e alcune sono già state incluse in
forma meno vincolante in versioni precedenti del pacchetto di bilancio come
finanziamenti per formazione e body-camp.
Dall’altro lato, molti dei punti chiesti dai
democratici sono massimalisti nel senso che non si limitano a suggerire buone
pratiche o linee guida amministrative, ma richiedono vincoli legislativi
stringenti che incidono direttamente sull’autonomia operativa dell’agenzia.
Due
esempi chiave:
In primo luogo l’obbligo di mandati giudiziari
per determinate operazioni di fatto alza l’asticella rispetto alla prassi
attuale, nella quale l’ICE può basarsi su mandati amministrativi propri
dell’agenzia.
Questo tipo di modifica non è un semplice
standard di trasparenza, ma un vincolo normativo che cambia la base giuridica
dell’autorità di intervento sul campo, potenzialmente rallentando operazioni in
cui oggi non è richiesto un giudice.
Secondo poi, l’esplicitazione di criteri d’uso
della forza uniformi e vincolanti, applicando standard di polizia locali o
statali anche alle attività federali, introduce un livello di controllo che
storicamente è più frequente nelle forze di polizia locali che non nei corpi
federali con mandato nazionale.
Ciò
implica non solo modifiche alle procedure, ma potenzialmente meccanismi di
sanzione interna e di supervisione indipendente. In sintesi, l’elemento
realistico delle richieste democratiche consiste nel fatto che tecnicamente
molte di queste misure sono implementabili e già esistono contesti normativi
comparabili;
il lato massimalista consiste nel fatto che
esse sono formulate come requisiti vincolanti di legge, non come opzioni di
policy o raccomandazioni.
Questo
distingue una trattativa “normale” da un’escalation negoziale, perché spostare
pratiche amministrative in vincoli legislativi richiede un compromesso politico
molto più profondo - uno che tocca il modo in cui l’ICE opera quotidianamente e
limita la flessibilità dell’amministrazione di applicare le proprie priorità di
enforcement.
Il
caso di Minneapolis ha compattato il fronte democratico:
quanto pesa, nella politica americana, un
evento di questo tipo nel ridefinire rapidamente l’agenda su sicurezza e
immigrazione?
Il
caso di Minneapolis pesa moltissimo perché, nella politica americana, eventi di
questo tipo funzionano da eventi focali in senso quasi letterale giacché
rompono la routine del dibattito, catalizzano l’attenzione mediatica nazionale
e trasformano una questione latente in un’urgenza politica.
Non è
solo la gravità dell’episodio in sé, ma la sua leggibilità simbolica: immagini
forti, parole-chiave facilmente comunicabili (“agenti mascherati”, “assenza di
identificazione”, “uso della forza”, “diritti costituzionali”) e una sequenza
narrativa immediata che rende difficile per i decisori rifugiarsi in formule
tecniche o rinvii procedurali.
In
quel momento, il costo politico del “non dire nulla” o del restare ambigui
cresce improvvisamente, perché l’opinione pubblica - e soprattutto i media -
chiedono prese di posizione chiare.
Questo
meccanismo ha due effetti simultanei.
Il
primo è di agenda-setting.
Temi che prima erano confinati a commissioni,
report o attivismo specializzato (regole operative di ICE, mandati
amministrativi, coordinamento con le polizie locali) entrano nel circuito
centrale della politica nazionale, legandosi a una storia concreta e
riconoscibile.
Il secondo, forse ancora più importante, è di coalizione
management. Per il Partito Democratico, il caso di Minneapolis diventa un
collante interno che permette alla leadership di tenere insieme componenti
diverse del caucus (concetto simile ma non sinonimo di gruppo parlamentare) -
progressisti, moderati, membri eletti in distretti competitivi - offrendo un
riferimento comune che giustifica una linea dura senza doverla presentare come
puramente ideologica.
Non si chiede “una riforma astratta di ICE”,
ma una risposta a un fatto specifico che ha già suscitato indignazione
pubblica.
In
questo senso, l’evento non serve solo a “spostare il tema”, ma a legittimare
politicamente richieste altrimenti difficili da difendere in una trattativa di
bilancio.
Vincoli
che, in condizioni normali, sarebbero stati liquidati come tecnicismi o come
forzature della sinistra diventano invece presentabili come misure di
responsabilità minima e di tutela dello Stato di diritto.
È qui
che il caso di Minneapolis cambia l’equilibrio perché riduce lo spazio per
compromessi vaghi, aumenta la pressione sulla leadership a mostrarsi coerente e
trasforma una negoziazione su fondi e procedure in un test pubblico di
credibilità politica e morale.
I
repubblicani e l’amministrazione Trump dicono di essere disponibili a negoziare
“su alcuni punti”:
quali
concessioni sono plausibili senza spaccare il fronte conservatore?
Quando
repubblicani e Casa Bianca parlano di disponibilità a “negoziare su alcuni
punti”, il perimetro reale della trattativa è piuttosto chiaro ed è fortemente
condizionato da ciò che può essere venduto politicamente al fronte conservatore
senza apparire come una resa.
Le
concessioni plausibili sono quelle incorniciabili come misure di ordine,
professionalizzazione e disciplina interna, non come limitazioni sostanziali
della capacità operative.
In questo schema rientrano obblighi più
stringenti sull’uso delle body-camp, l’identificazione visibile degli agenti,
protocolli più dettagliati di de-escalation e procedure di reporting
standardizzato dopo operazioni critiche.
Sono
misure che l’amministrazione può presentare come strumenti per ridurre errori,
contenziosi e danni reputazionali, rafforzando la legittimità dell’azione
federale invece di indebolirla.
Anche
un meccanismo di revisione esterna limitato - per esempio focalizzato su casi
specifici, con poteri consultivi o di audit e non di intervento operativo -
rientra nel campo del negoziabile, proprio perché può essere descritto come
garanzia di correttezza e non come ingerenza politica.
Questo
tipo di concessioni ha un vantaggio chiave:
consente alla Casa Bianca di dire di aver
risposto alle preoccupazioni sull’accountability senza accettare una
ridefinizione strutturale dei poteri di ICE.
Molto più difficile, invece, è spingersi su
terreni che toccano direttamente la catena decisionale operativa.
L’introduzione
di mandati giudiziari come standard generale per determinate attività, al posto
dei mandati amministrativi, non è percepita come una riforma procedurale ma
come un cambiamento di paradigma giuridico che rischia di rallentare o bloccare
l’azione sul campo.
Allo
stesso modo, limiti severi ai “roving Patrol” non coordinati con le autorità
locali vengono letti, all’interno del fronte conservatore, come una riduzione
sostanziale della capacità di “surge” sull’immigrazione e quindi come una
sconfessione delle priorità dell’amministrazione.
Su questi punti, il costo politico interno per
Trump sarebbe alto: verrebbe accusato di aver “legato le mani” agli agenti
federali proprio nel momento in cui promette fermezza e controllo.
È per
questo che, dietro le quinte, prende corpo anche una via d’uscita tecnica:
separare il capitolo DHS/ICE dal resto del
pacchetto di spesa.
Una
mossa del genere permetterebbe di evitare che l’intero bilancio federale venga
ostaggio di un singolo dossier ad altissima carica simbolica, sbloccando i
finanziamenti meno controversi e rinviando lo scontro su ICE a una trattativa
dedicata o a un provvedimento separato.
Politicamente,
sarebbe un modo per guadagnare tempo, abbassare la temperatura dello scontro e
ridurre il rischio che un conflitto su enforcement e diritti civili faccia
collassare l’intero processo di approvazione del bilancio.
Sul
tema armi, le parole di Trump hanno aperto una frattura con una parte
dell’elettorato pro-gun:
quanto
è seria questa crepa e che conseguenze può avere sulla coalizione MAGA?
Sul
tema delle armi, la crepa con una parte dell’elettorato repubblicano, quella
sensibile al “tema del Secondo Emendamento”, gun è reale perché non riguarda
una policy specifica, ma un marcatore identitario centrale della coalizione
trumpiana.
Per
molti sostenitori del Secondo Emendamento, il possesso legale di un’arma non è
solo un diritto astratto, ma un segnale di cittadinanza responsabile, autonomia
individuale e diffidenza storica verso lo Stato Federale.
Le parole di Trump e di esponenti
dell’amministrazione, lette come un collegamento implicito tra “essere armati”
e “essere parte del problema”, vengono quindi percepite come una rottura del
patto simbolico: non una regolazione tecnica, ma una delegittimazione morale.
È questo che ha innescato reazioni critiche
anche da ambienti storicamente alleati - commentatori conservatori,
associazioni pro-gun, influencer del mondo 2A - che raramente contestano
pubblicamente Trump.
Allo
stesso tempo, è importante non sovrastimare la portata immediata della
frattura.
Non
siamo di fronte a una defezione di massa, ma a una tensione narrativa:
molti
elettori pro-gun restano allineati su immigrazione, sicurezza, economia e
identità culturale, e sono disposti a “sospendere il giudizio” se il messaggio
viene rapidamente ricalibrato.
La frattura è dunque gestibile se la Casa
Bianca torna a una linea comunicativa classica:
difesa
esplicita del Secondo Emendamento, distinzione netta tra possesso legale e
comportamenti pericolosi, enfasi sulla sicurezza situazionale (contesto
operativo, errori di valutazione, catena di comando) piuttosto che sull’arma in
sé.
In
questo scenario, il malcontento può rientrare senza tradursi in costi
elettorali immediati.
Il rischio politico emerge però nel medio periodo, se
prende piede la narrativa secondo cui l’amministrazione starebbe “scaricando”
sui proprietari di armi legali la responsabilità di episodi controversi per
difendere scelte operative federali.
Se questa percezione si sedimenta, la
questione smette di essere episodica e diventa un punto di attrito strutturale
nella coalizione MAGA:
non
abbastanza forte da far crollare l’alleanza, ma sufficiente a eroderne la
compattezza, soprattutto nella mobilitazione di base e nel rapporto con
l’ecosistema pro-gun.
In altre parole, Trump non rischia di “perdere” il
voto 2A dall’oggi al domani, ma rischia qualcosa di più sottile e insidioso:
incrinare
la fiducia identitaria di un segmento che, finora, lo ha sostenuto non solo per
convenienza politica, ma per affinità simbolica.
Se non
ci sarà un compromesso entro il 30 gennaio e scatterà lo showdown parziale, chi
pagherà il costo politico più alto:
i democratici che legano i fondi alle riforme
o la Casa Bianca che difende l’operatività federale?
Se non
ci sarà un compromesso entro il 30 gennaio e scatterà dunque lo showdown
parziale, il costo politico non sarà automatico né simmetrico, ma dipenderà da
chi riuscirà a imporre la propria narrazione di responsabilità.
I democratici corrono il rischio evidente di essere
dipinti come quelli che ancora una volta “chiudono il governo” subordinando i
fondi a riforme su ICE, cioè trasformando una scadenza di bilancio in una leva
politica su un tema altamente polarizzante.
Questa accusa è particolarmente efficace
perché lo strumento usato è una filibusteria tematica:
non un
dissenso generale sul budget, ma un blocco mirato legato a condizioni
specifiche.
Proprio
per questo è facilmente etichettabile come ricatto politico, soprattutto presso
un elettorato moderato che tende a penalizzare chi appare disposto a
sacrificare il funzionamento dello Stato per ottenere concessioni di policy.
Dall’altra
parte, però, la Casa Bianca e la maggioranza repubblicana non sono affatto al
riparo.
Nella
storia recente degli showdown, il danno tende a colpire di più chi controlla
l’esecutivo, perché le conseguenze sono immediate e visibili: uffici chiusi,
servizi rallentati, lavoratori federali senza stipendio, incertezza operativa
su sicurezza e immigrazione.
Se passa l’idea che l’amministrazione abbia
rifiutato misure minime di accountability dopo un caso altamente simbolico e
mediaticamente potente, il frame può ribaltarsi:
non “i
democratici bloccano”, ma “la Casa Bianca si ostina”.
In
quel caso, la narrativa diventa quella di un esecutivo rigido che antepone la
difesa corporativa delle agenzie federali alla credibilità dello Stato di
diritto.
Il nodo, quindi, è che entrambi i fronti
stanno giocando una partita ad alto rischio asimmetrico.
Nel
brevissimo periodo, lo showdown tende a logorare di più l’amministrazione in
carica;
nel
medio periodo, però, la strategia democratica è fragile perché espone il
partito all’accusa di usare il bilancio come arma su un tema identitario
(immigrazione ed enforcement), rafforzando il racconto repubblicano del
“governo preso in ostaggio”.
In
altre parole, nessuno dei due può permettersi di perdere il controllo della
narrativa:
chi viene percepito come irragionevole o
ideologico pagherà il prezzo più alto, non tanto nelle trattative di Washington
quanto nell’opinione pubblica che guarda agli effetti concreti dello stallo.
(RaiNews).
“Von
der Leyen”: adesione dell'Ucraina
all'Ue fondamentale per la sicurezza del Paese.
Euronews.com
- Maria Tadeo – (30/12/2025) – ci dice:
La
Coalizione dei Volenterosi durante un incontro a Londra con il PM.
Dopo
un colloquio con i leader europei, la presidente della Commissione ha ribadito
che l'adesione di Kiev all'Ue fa parte di un pacchetto di garanzie di sicurezza
il Paese.
La prossima settimana si riunisce la
Coalizione dei volenterosi.
La
Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha insistito sul
fatto che l'adesione dell'Ucraina all'Unione europea è una componente chiave
delle future garanzie di sicurezza del Paese.
Martedì ha parlato con i leader europei per
fare il punto sui colloqui di pace.
Von
der Leyen ha affermato in un post sui social che l'adesione al blocco dei 27
rappresenta "una garanzia di sicurezza fondamentale di per sé".
"In
definitiva, la prosperità di uno Stato ucraino libero risiede nell'adesione
all'Ue", ha aggiunto.
"L'adesione non giova solo ai Paesi che
vi aderiscono, come dimostrano le successive ondate di allargamento, l'Europa
ne trae beneficio".
I suoi
commenti fanno seguito a una settimana di diplomazia ad alta tensione tra
funzionari statunitensi, ucraini ed europei.
Dopo
un incontro bilaterale con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il suo
omologo ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che le garanzie di sicurezza
tra i tre sono "quasi concordate".
L'adesione
all'Ue è considerata una componente cruciale, ma che comporta molteplici sfide
per il blocco.
Richiede
riforme significative e deve essere approvata all'unanimità da tutti i 27 Stati
membri.
Per la
Commissione, l'adesione dell'Ucraina rappresenta un delicato equilibrio tra
l'attuazione di un processo basato sul merito, uguale per tutti i Paesi
candidati, e il riconoscimento della situazione straordinaria del Paese con i
colloqui di pace in corso.
L'Ucraina
deve anche affrontare il veto del primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha
ripetutamente sostenuto che Kiev non soddisfa i criteri per entrare nell'Ue,
proponendo al massimo una stretta collaborazione.
Quest'anno,
il suo veto ha bloccato qualsiasi progresso nei negoziati di adesione
dell'Ucraina.
La
Commissione europea sostiene che Kiev è tecnicamente pronta per avanzare nel
processo. La frustrazione per la lentezza ha stimolato il dibattito sulle
regole dell'unanimità per l'adesione, ma anche le proposte di modifiche legali
non sono avanzate.
Dopo
la convocazione del Gruppo di Berlino martedì mattina, il primo ministro
olandese ad interim “Dick School” ha dichiarato che la "Coalizione dei
volenterosi", un gruppo di Paesi che sostengono l'Ucraina guidato da
Francia, Regno Unito e dal più ampio establishment di sicurezza europeo, si
riunirà la prossima settimana.
Il
cancelliere tedesco chiede "onestà" nei colloqui.
Dopo
un incontro bilaterale a Mar-a-Lago domenica, Trump e Zelensky hanno salutato i
progressi verso un accordo di pace guidato dagli Stati Uniti.
Tuttavia,
i colloqui sono stati ritardati dopo che la Russia ha affermato che l'Ucraina
ha attaccato una residenza personale del Presidente Vladimir Putin, in
un'ulteriore escalation delle ostilità.
Kiev
ha negato qualsiasi attacco alla residenza, definendo l'accusa una "totale
montatura" volta a ostacolare gli sforzi di pace.
Lunedì
Trump ha dichiarato ai giornalisti di essere stato informato da Putin del
presunto incidente.
"Questo
non va bene, non mi piace", ha detto il presidente degli Stati Uniti.
"Non è il momento giusto per fare tutto questo. Una cosa è essere
offensivi, un'altra è attaccare la sua casa".
Il
Presidente degli Stati Uniti non ha detto se le agenzie di intelligence
statunitensi avessero informazioni relative al presunto attacco, citando invece
il Presidente russo.
Il
ministro degli Esteri russo “Sergei Lavrov” ha dichiarato lunedì che la Russia
si sarebbe vendicata dopo il presunto attacco.
Nel fine settimana, la Russia ha bombardato l'Ucraina
con un'altra serie di attacchi con droni e missili, che hanno colpito
principalmente la capitale Kiev.
In un
post sui social media dopo aver ospitato una teleconferenza con i leader
europei lunedì, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che il processo di
pace sta andando avanti, ma "richiederà onestà e trasparenza da parte di
tutti - Russia compresa".
Relate.
Russia,
Lavrov minaccia l'Ucraina dopo il presunto attacco con un drone alla residenza
di Putin.
"Garanzie
di sicurezza Usa-Ucraina concordate al 100%", afferma Zelensky dopo
l'incontro con Trump
Dopo
aver parlato con Zelensky, Putin e i leader europei, il Presidente degli Stati
Uniti si è detto ottimista sulle prospettive di un accordo di pace, sostenendo
che è nell'interesse di entrambe le parti porre fine alla guerra.
Trump
ha affermato che la questione delle possibili concessioni territoriali da parte
di Kiev - comprese le richieste della Russia di ottenere il controllo
sull'intera regione orientale ucraina del Donbas - rimane irrisolta ed è una
questione "molto difficile".
Trump
ha anche detto che gli europei dovranno farsi carico, per la maggior parte,
delle garanzie di sicurezza, ma ha aggiunto che anche gli Stati Uniti daranno
il loro contributo.
Lunedì,
in un briefing su WhatsApp, Zelensky ha dichiarato ai giornalisti che le
garanzie di sicurezza degli Stati Uniti avranno una durata di 15 anni, ma Kiev
sta cercando di estenderle.
Il
presidente ucraino ha invece auspicato un periodo di 30-50 anni, sostenendo che
la Russia ha attaccato il suo Paese per più di un decennio, quindi un periodo
più lungo rappresenterebbe una svolta per l'Ucraina.
"Sarebbe una decisione storica", ha
dichiarato.
“Progressi
verso la pace”, ma solo
se
l’Ucraina cede il Donbass.
Eurofocus.adnkronos.com
– Redazione – (28 - 01 – 2026) – ci dice:
Dopo
il trilaterale Usa-Ucraina-Russia, il Donbass resta il nodo centrale: secondo
il “Financial Times”, Washington spingerebbe Kiev a cedere territori in cambio
di sicurezza.
Slitta
intanto la firma con l'Ue di un Piano di prosperità post-bellica.
Putin,
Zelensky, Trump.
L’Ucraina
deve cedere i territori.
Sembra
questa l’unica via per raggiungere la pace con la Russia, che anche dopo il
trilaterale con gli Usa tenutosi lo scorso fine settimana non arretra di un
millimetro rispetto alla sua richiesta.
Secondo
indiscrezioni del “Financial Times”, che cita fonti anonime, gli americani
starebbero aumentando la pressione su Kiev legando la concessione delle proprie
garanzie di sicurezza alla cessione di tutto il Donbass.
Non
solo quello che Mosca controlla militarmente in seguito all’invasione iniziata
nel 2022, ma anche la parte ancora in mano agli ucraini dopo quattro anni di
guerra.
Il
prezzo della pace: territori in cambio di sicurezza.
Il
nodo a questo punto rimane sostanziale:
l’Ucraina
vuole prima avere garanzie di sicurezza, mentre gli Usa vogliono prima un
accordo di pace, raggiungibile se la Russia ottenesse gli agognati territori.
Gli Stati Uniti introdurrebbero anche
ulteriori forniture di armamenti a Kiev per rafforzare le Forze armate ucraine
in tempo di pace, purché si accontenti Mosca.
E
anche se la vice portavoce della Casa Bianca “Anna Kelly” ha smentito il
quotidiano britannico – “è totalmente falso, l’unico ruolo degli Stati Uniti nel
processo di pace è unire entrambe le parti per raggiungere un accordo” – il tema resta irrisolto.
Zelensky
non può cedere il Donbass, per molti motivi:
è
vietato dalla Costituzione e gli ucraini non sono favorevoli. Fondamentale poi
il tema strategico: il Donbass, composto dalle province di Donetsk e Luhansk,
comprende una linea difensiva di circa 50 km, con città come Kramatorsk,
Slovyansk, Druzhkivka e Kostyantynivka, che viene definita “cintura di fortezza”.
In
poche parole, dare la regione in mano ai russi equivarrebbe a spianare lo
strada per Kiev:
una
pace a queste condizioni somiglierebbe a una tregua armata a vantaggio
dell’avversario.
Diverse
ovviamente le motivazioni delle altre parti in gioco: se la Russia ottiene ciò
che chiede, può sbandierare un successo e dimostrare che la forza paga, mentre
gli Stati Uniti cercano un risultato che consenta loro di riorientare risorse e
attenzione, oltre ad aggiungere ‘una tacca’ al nutrito e presunto palmarès di
guerre risolte da Trump, che com’è noto agogna a vincere il Nobel per la Pace.
Sullo
sfondo, c’è poi l’Europa, che dovrebbe essere decisiva, ma che spesso rimane
laterale: invoca garanzie, però non incide.
Abu
Dhabi e “rimane solo un problema.”
Il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky voleva firmare entro la fine del mese due
documenti chiave:
uno
sulle garanzie di sicurezza e un altro su un “piano di prosperità” economica
postbellica, concepito per rafforzare la posizione ucraina nei confronti di
Mosca.
Il presidente ucraino aveva dichiarato che i
testi, discussi con Donald Trump a Davos la settimana scorsa, erano “pronti al
100%”.
“Per
noi, la garanzia di sicurezza è, prima di tutto, una garanzia di sicurezza
bilaterale da parte degli Stati Uniti.
Il
documento è pronto al 100%.
Aspettiamo
che i nostri partner siano pronti e che la data e il luogo della firma siano
definiti”, ha dichiarato Zelensky, fissando anche il 2027 come data entro cui
l’Ucraina deve entrare nell’Unione europea.
Gli
Stati Uniti tuttavia non hanno ancora dato l’approvazione finale alle bozze, e
legano ogni accordo all’intesa politica con la Russia, come riferito anche dal “Financial
Times”, ridimensionando l’ottimismo espresso da Zelensky.
Parlando
a Davos, giovedì scorso l’inviato speciale di Trump, “Steve Witkoff”, ha fatto
comunque riferimento a “progressi significativi”, sostenendo che i negoziati
sarebbero stati ridotti “a un solo problema”, definito quindi risolvibile.
Il
portavoce russo “Dmitrij Peskov”, dopo i negoziati tripartiti ad Abu Dhabi, ha
affermato che un “rapido progresso” verso la pace dipende direttamente dalla
risoluzione della questione territoriale.
Secondo
Mosca, nel precedente vertice russo-americano in Alaska sarebbe già stata
elaborata una “formula concreta” per il Donbass, che prevede il ritiro
volontario delle truppe ucraine, e a quella occorre attenersi.
I
negoziati in corso sono stati definiti “costruttivi”, ma Peskov ha avvertito
che sarebbe un errore aspettarsi risultati immediati.
Zelensky
ha confermato un secondo incontro a tre entro la fine della settimana, pur
ammettendo che restano “questioni politiche complesse”.
Forze
neutrali, zona demilitarizzata o ‘zona economica libera’?
Come
se ne esce dunque?
Per
quanto riguarda il Donbass, in una fase iniziale si sarebbe parlato di una zona
demilitarizzata riconosciuta come territorio russo:
ipotesi
a cui si sono opposti Kiev e i partner europei.
Nei
colloqui riservati di Abu Dhabi, secondo il New York Times, Stati Uniti e
Ucraina hanno dunque esplorato l’ipotesi di inviare forze di pace ‘neutrali’
nella parte contesa del Donbass, in alternativa a una presenza Nato fermamente
rifiutata da Mosca.
Ma,
come detto, la Russia respinge qualsiasi soluzione che non ricalchi l’intesa
territoriale che, a suo dire, sarebbe stata raggiunta in precedenza tra Trump e
Putin in Alaska.
Il “Financial
Times” riferisce inoltre che Washington starebbe spingendo per un ritiro
ucraino dal Donbass, come chiesto dal Cremlino, per istituire una ‘zona
economica libera.
Zelensky
ha detto di accettarla solo se riconosciuta internazionalmente come ucraina e
con un arretramento simmetrico delle forze russe.
Il
piano di prosperità e le divisioni transatlantiche.
Parallelamente
alla questione territoriale, resta in sospeso il ‘Piano di prosperità’ per la
ricostruzione post-bellica dell’Ucraina che Kiev, Washington e Unione europea
erano pronti a firmare la scorsa settimana.
L’annuncio
previsto al “World Economic Forum” di Davos è stato rinviato a causa di
divisioni sui contenuti e soprattutto dalla disputa sulla Groenlandia,
rivendicata “con le buone o le cattive” da Trump, che ha portato i due (ex)
alleati sull’orlo della rottura definitiva.
Anche
i timori suscitati dal neonato “Board of Peace” trumpiano hanno fatto slittare
la firma, che comunque non sarebbe stata accantonata definitivamente ma solo
rinviata.
Anche
qui, rimangono però da definire dettagli come le modalità di finanziamento di
un piano stimato in 800 miliardi di euro in 10 anni per sostenere le esigenze
di ripresa dell’Ucraina fino al 2040, e sulle condizioni legate agli aiuti
futuri.
Bruxelles
chiede forti garanzie anticorruzione.
Trump:
“Stupidi se non fanno la pace.”
Intanto,
sempre a Davos, Trump ha dichiarato che se Zelensky e Putin non faranno la pace
“sono stupidi”, ribadendo però che la gestione dell’Ucraina dovrebbe spettare
soprattutto all’Europa e alla Nato e non agli Usa.
Gli
occhi quindi sono ora puntati sul prossimo trilaterale, che potrebbe tenersi
l’1° febbraio.
Peskov
ha invece chiarito che non sono previsti colloqui a breve tra Vladimir Putin e
Trump.
E di
certo non con l’Europa, dove, ha detto il portavoce del Cremlino, “abbondano
funzionari incompetenti, come il capo della diplomazia dell’Ue Kaja Kallas”.
La
Russia, ha sottolineato, “non discuterà mai nulla con lei, proprio come gli
Stati Uniti, ed è ovvio.
Cosa
si dovrebbe fare? Bisogna solo aspettare che si dimetta “.
Intanto,
continuano i bombardamenti russi sull’Ucraina, con morti e feriti, mentre,
secondo “Reuters”, nuove valutazioni basate su immagini satellitari – e in
linea con le scoperte dell’intelligence statunitense – indicano che Mosca
starebbe installando missili balistici ipersonici a capacità nucleare in una ex
base aerea nella Bielorussia orientale: un elemento che potrebbe rafforzare la
capacità russa di colpire l’Europa.
Zone
di influenza, Donbass e difesa USA. La tela di Donald per convincere lo zar
Storia
di Gian Micalessin • 5 ora/e •
2 min
di lettura
Zone
di influenza, Donbass
e difesa Usa. La tela di
Donald
per convincere lo Zar.
Msn.com
– Il Giornale – Gian Mica lessia – 30 – 01 -2026 – ci dice:
Zone
di influenza, Donbass e difesa Usa. La tela di Donald per convincere lo Zar.
L’hanno
battezzata tregua del gelo.
E a
sentire Donald Trump, il primo e l’unico fin qui a parlarne in maniera
ufficiale, sarebbe stata strappata a Vladimir Putin da lui stesso nel corso di
una telefonata.
Ma una
guerra lunga quattro anni, con centinaia di migliaia di morti da entrambe le
parti, non si ferma con quattro chiacchiere al cellulare.
Il sì
di Putin - non ancora confermato dal Cremlino nasconde probabilmente una tela
molto più complessa.
Una
tela intessuta dalla Casa Bianca e dai suoi mediatori durante l’incontro di una
settimana fa a Washington tra Trump e Volodymyr Zelensky e poi ad Abu Dhabi
durante le trattative dirette tra negoziatori russi e ucraini di quattro giorni
fa.
Un’ipotesi
avvallata dalle voci sulla tregua diffusesi già in mattinata. Voci diffusesi
con singolare sincronia sia a Kiev che a Mosca.
Il
primo a parlarne sul fronte ucraino è” Kostianty Nemichev” comandante e
fondatore di “Kraken”, le forze speciali di quel battaglione” Azov” composto in
gran parte da militanti dell’estrema destra.
Nemichev,
passato nel frattempo all’intelligence militare, già all’alba di ieri dava per
scontata l’interruzione degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche di
Kiev.
«Arrivano informazioni - scriveva - secondo
cui oggi, a partire dalle 7 del mattino le Forze Armate della Federazione Russa
applicheranno il divieto di colpire qualsiasi obiettivo a Kiev e dintorni
risparmiando quelli infrastrutturale su tutto il territorio dell’Ucraina.
Nei
prossimi giorni la dinamica degli attacchi (o la loro assenza) ci farà capire
se questo corrisponda al vero».
Poco
dopo, le stesse indiscrezioni dilagano anche sul fronte russo.
Ad
alimentarle sono i blogger di Telegram più vicini ai comandi militari di Mosca.
Alcuni
pubblicano persino il testo ufficiale del presunto ordine del Cremlino.
«Va esclusa - sottolinea il testo - la distruzione di
obiettivi all’interno della città di Kiev e della regione di Kiev, nonché di
obiettivi dell’infrastruttura energetica (sottostazioni elettriche, centrali
termoelettriche, centrali idroelettriche, depositi di gas, depositi di petrolio
e depositi di carburante) su tutto il territorio dell’Ucraina dal 28 gennaio
2026 fino a nuove istruzioni».
Quell’ordine
secondo alcune fonti russe è il prologo di una trattativa molto più complessa
avviata dagli americani per convincere Zelensky ad abbandonare i territori del
Donetsk ancora sotto il suo controllo.
Ma in cambio di cosa?
Non
certo di un’entrata nella Nato o di una presenza militare occidentale sui
territori di Kiev considerate inaccettabili da Vladimir Putin.
Alcune
fonti parlano di un’intesa con cui la Russia si impegnerebbe a non attaccare
l’Ucraina e l’America a difenderla.
Il tutto nell’ambito di un accordo sulle zone
d’influenza di Mosca e sulla fine delle sanzioni.
Una
cosa è certa: la tregua, se confermata, sarà la prima dall’inizio della guerra.
Anche
perché fin qui Mosca aveva sempre detto di esser disposta a far tacere le armi
solo in cambio di un accordo di pace definitivo.
Ci siamo vicini?
Nessuno
lo sa, ma il solo parlarne diffonde un bagliore di speranza nel tetro grigiore
della guerra.
Zelensky
si lamenta con violenza
della
mancanza di missili
e armi.
Shtfplan.com - Mac Slavo – (30 gennaio 2026) –
ci dice:
Il
leader ucraino, Volodymyr Zelensky, sta diventando sempre più aggressivo per la
mancanza di forniture di armi da parte dei suoi alleati occidentali.
L'Occidente
ha respinto le richieste di Zelensky, ma lui continua a combattere una guerra
con la Russia, e non può assolutamente vincere.
Venerdì,
parlando ai media ucraini, Zelensky ha affermato che i sistemi di difesa aerea “Patriot”
e “NASAMS” non sono stati in grado di respingere i recenti attacchi,
attribuendo la situazione a un fallimento della logistica e dei finanziamenti
occidentali.
"So che non ci sarà luce perché non ci
sono missili per la difesa", avrebbe affermato, lamentandosi di dover continuare a
insistere con l'Occidente per ottenere ulteriori consegne.
Durante
l'estate, gli Stati Uniti hanno fatto avanti e indietro diverse volte quando si
è trattato di fornire armi all'Ucraina.
Con il
progressivo esaurimento delle proprie scorte e il continuo intensificarsi di
guerre e conflitti in altre regioni, è diventato chiaro che non avrebbero
potuto continuare a rifornire Kiev allo stesso ritmo di prima.
Dopo
aver sospeso le spedizioni di armi all'Ucraina, Trump cambia ANCORA idea.
Le
lamentele di Zelensky sono la continuazione di una serie di attriti tra
l'opinione pubblica e i suoi sostenitori occidentali.
La scorsa settimana, al “World Economic Forum”
di Davos, si è scagliato contro l'Europa accusandola di debolezza e
indecisione, suscitando aspre critiche.
Secondo
quanto riportato da RT, il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán ha definito
Zelensky "un uomo in una posizione disperata", "incapace o non
disposto" a porre fine al conflitto.
Il
Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha definito "ingiuste"
le dichiarazioni del leader ucraino e ha affermato di non essere grato per
l'ampio sostegno europeo.
Di
recente, la Russia ha approfittato del deterioramento dei rapporti di Zelensky
con i suoi fornitori occidentali e ha intensificato i suoi attacchi a lungo
raggio contro le infrastrutture militari e a duplice uso dell'Ucraina.
Questo
aumento degli attacchi si è verificato negli ultimi mesi, con le forze armate
russe che hanno dichiarato che gli attacchi sono una risposta ai continui
attacchi dell'esercito ucraino contro le infrastrutture energetiche russe e
agli attacchi indiscriminati di Kiev contro i civili russi.
L'America
sull'orlo del baratro:
come
gli squadroni della morte
governativi
alimentano la guerra civile.
Shtfplan.com
- Mike Adams – (30 gennaio 2026) – ci dice:
(Questo
articolo è stato originariamente pubblicato da Mike Adams su Natural News.)
Una
tensione palpabile attanaglia la nazione nel 2026.
Gli
applausi provenienti da alcuni ambienti per le azioni extragiudiziali degli
agenti federali segnalano più di una vittoria di parte:
annunciano una rottura fondamentale nel
contratto sociale americano. Lo stato di diritto, il giusto processo e le tutele
costituzionali vengono sacrificati sull'altare della rabbia tribale, spingendo
il paese verso la sua seconda guerra civile.
Questa discesa non è iniziata con un singolo
evento, ma con l'abbandono dei principi.
Quando
i cittadini applaudono la violenza dello Stato contro i loro vicini, firmano
inconsapevolmente la propria condanna a morte.
La
macchina dell'oppressione, una volta costruita e normalizzata, non conosce un
padrone permanente.
Questo
articolo ripercorre la traiettoria letale dalla retorica disumanizzante
all'omicidio sancito dal governo, esponendo i parallelismi storici, la
terribile ipocrisia e l'inevitabile e violenta resa dei conti che attende una
nazione che festeggia la propria fine.
Il
punto di rottura: la discesa dell'America nella violenza politica.
L'uccisione
a colpi d'arma da fuoco del cittadino legalmente armato “Alex Pretti” a
Minneapolis da parte di agenti federali non è stata una tragedia isolata.
È stato un segnale di allarme rosso che ha
segnalato la crisi dello stato di diritto in America.
La
presunta violazione del diritto fondamentale al porto d'armi da parte del
presidente Trump in seguito all'incidente rappresenta un palese tradimento dei
principi costituzionali e un via libera alla violenza statale.
Questo
incidente, insieme all'uccisione dell'attivista anti-ICE “Renee Nicole Good”,
ha innescato una polveriera.
L'atmosfera
politica ora crepita per l'elettricità statica di un conflitto imminente, dove
l'”Insurrection Act” non è più uno strumento teorico ma una promessa di arma da
fuoco, che annuncia quella che può essere descritta solo come l'ultima guerra
tribale americana.
L'escalation
è chiara: le uccisioni governative, un tempo condannate, sono ora celebrate da
una parte significativa della popolazione.
Questa
schiera di sostenitori delle esecuzioni extragiudiziali non sta rafforzando la
sicurezza;
sta sventrando la democrazia dall'interno e
accelerando la violenta frammentazione della nazione.
La
lezione inquietante della storia: dai nazisti a Stalin.
Le
pagine intrise di sangue della storia offrono una lezione brutale e ripetitiva:
l'omicidio
sancito dallo Stato inizia sempre con la disumanizzazione e l'abbandono dei
principi legali e morali.
Gli
schemi della Germania nazista, dell'URSS di Stalin e dei campi di sterminio in
Cambogia non sono storia antica;
sono
un modello per il collasso sociale che l'America sta ora seguendo. Il processo è incrementale.
In
primo luogo, un gruppo preso di mira viene etichettato come meno che umano, una
minaccia o un nemico dello Stato.
I loro diritti vengono retoricamente privati.
Poi,
l'apparato statale viene utilizzato come arma contro di loro, con il consenso
esultante di una popolazione che crede di non essere mai nel mirino.
Come
ha avvertito un'analisi della strada verso il totalitarismo, i segnali sono
scritti a caratteri cubitali per chi conosce la storia.
L'oppressione sistematica è prevedibile una
volta che una società abbandona i principi fondamentali del giusto processo e
della dignità umana.
Il
governo americano, come molti altri prima di lui, ha una storia di occultamento
dei propri crimini e di impunità dei colpevoli per crimini di guerra, dalle
informazioni falsificate alle guerre di aggressione.
Oggi,
i bersagli disumanizzanti sono gli oppositori politici, gli attivisti per
l'immigrazione o chiunque sia considerato un ostacolo al potere statale. L'applauso per le operazioni dell'ICE
che si concludono con la morte è l'eco moderna delle folle che acclamano la
polizia segreta.
È il
suono di una nazione che dimentica che il potere di uccidere senza processo,
una volta concesso, non viene mai ceduto volontariamente e si espande sempre.
La
grande ipocrisia conservatrice.
L'aspetto
più sconvolgente della caduta dell'America è l'ipocrisia sbalorditiva di coloro
che un tempo difendevano la libertà.
Il nucleo del sostegno al movimento
conservatore era da tempo radicato in una percepita fedeltà alla Costituzione,
in particolare al Secondo Emendamento.
Questa
fiducia è andata in frantumi in seguito all'incidente di “Alex Pretti”, quando
il presidente Trump è sembrato ignorare il diritto fondamentale di portare
armi.
Questo
tradimento rivela una linea rossa fondamentale per i conservatori.
Le
stesse voci che si scagliano contro l'eccesso di potere del governo, che citano
il Quarto Emendamento contro le perquisizioni ingiustificate, ora esultano
mentre gli agenti dell'immigrazione operano con squadre in stile cacciatori di
taglie, fermando persone senza una causa plausibile.
I
principi del giusto processo, del governo limitato e dei diritti costituzionali
sono stati abbandonati in favore del tribalismo partigiano.
Influencer
e politici che hanno costruito il loro marchio opponendosi allo Stato Profondo
e difendendo la libertà di parola ora sostengono la stessa violenza statale che
un tempo condannavano, semplicemente perché la loro squadra attualmente detiene
il controllo.
Questo
svela una pericolosa verità: per molti, l'impegno non è mai stato rivolto ai
principi, ma al potere.
La
trasformazione in arma di agenzie come l'ICE e l'espansione dei poteri di
sorveglianza statale sotto Trump non saranno smantellate; aspetteranno
semplicemente un nuovo padrone.
L'effetto
boomerang: quando lo Stato si rivolta contro i suoi sostenitori.
Coloro
che ora applaudono la creazione di un apparato federale di controllo più
vigoroso e meno vincolante stanno commettendo un errore di calcolo
catastrofico.
I poteri governativi, i precedenti legali e gli
strumenti di sorveglianza che vengono costruiti e normalizzati oggi non
svaniranno con le prossime elezioni.
Come
avverte l'analista di tendenze “Doug Casey”, gli Stati Uniti si trovano a un
punto di svolta importante, diretti verso qualcosa di simile a una guerra
civile in cui "i rossi e i blu... si detestano davvero". L'infrastruttura di controllo sarà esercitata dalle
future amministrazioni, potenzialmente democratiche, contro coloro che
attualmente la acclamano.
L'effetto
boomerang è una legge della fisica politica.
L'”Insurrection
Act”, una volta invocato contro un gruppo, crea un precedente per il suo
utilizzo contro qualsiasi gruppo.
Le
"squadre ninja" in assetto tattico, le squadre SWAT ampliate e le
giustificazioni legali per le azioni extragiudiziali costituiscono un kit di
strumenti per la tirannia che è agnostico rispetto al partito.
I conservatori che oggi celebrano gli agenti
federali che prendono di mira le città santuario potrebbero domani ritrovarsi
etichettati come terroristi interni o insorti da un regime ostile.
Questo
ciclo di armamento dello Stato contro i nemici politici garantisce
un'escalation in vera e propria violenza politica.
L'apparato costruito per "l'applicazione
delle leggi sull'immigrazione" o "l'antiterrorismo" può essere
facilmente riutilizzato per "contrastare l'estremismo" o
"garantire il rispetto delle leggi", con la definizione di
"estremismo" che cambia a seconda dei venti politici.
Norimberga
sul suolo americano: la resa dei conti imminente.
La
storia non guarda con favore a coloro che permettono l'omicidio di Stato.
Quando
la febbre della rabbia partigiana si placa, inizia una profonda resa dei conti
sociale.
Le future amministrazioni, che cercheranno di
ripristinare l'unità nazionale e lo stato di diritto, saranno costrette a
perseguire i complici di esecuzioni extragiudiziali.
Questo
rispecchia i processi di Norimberga del dopoguerra, dove gli individui venivano
ritenuti responsabili di crimini commessi sotto la bandiera della
"sicurezza nazionale" o dell'"esecuzione di ordini".
I
sostenitori della violenza di Stato – le personalità dei media, gli influencer
online, i politici che hanno fornito copertura retorica – non sfuggiranno alle
loro responsabilità.
Dovranno
affrontare la vergogna pubblica, il de platforming e, in ultima analisi, le
conseguenze legali.
La loro reputazione sarà per sempre legata
alle morti che hanno razionalizzato.
Questo processo è già iniziato, poiché
piattaforme decentralizzate e non censurate come “ Brighteon.social” e motori di ricerca come “BrightAnswers.ai” archiviano le loro dichiarazioni e ne
smascherano l'ipocrisia in tempo reale.
La
traccia digitale che lasciano oggi sarà la prova usata contro di loro domani.
Il
loro destino è un duro monito: abbandonare i principi fondamentali per un
temporaneo vantaggio tribale porta solo a distruzione e vergogna.
Scegliere
i principi anziché il tribalismo.
Prevenire
una guerra civile su vasta scala richiede una scelta consapevole e difficile:
difendere
i principi senza tempo anziché le effimere alleanze tribali.
Ciò significa denunciare la violenza di stato
e le esecuzioni extragiudiziali, indipendentemente dalla fazione politica al
potere.
Significa
difendere lo stato di diritto, il giusto processo e i diritti umani intrinseci
di ogni persona, anche di coloro che sono considerati "nemici".
Gli
individui devono ritirare attivamente il consenso al meccanismo
dell'oppressione.
Ciò
implica il supporto e l'utilizzo di piattaforme decentralizzate e non
censurabili per la comunicazione e l'informazione – come “Brighteo”n per i
video, “ Brighteon.social” per i social
media e “BrightAnswers.ai” per la
ricerca onesta – per spezzare il monopolio delle narrazioni manipolative.
Richiede
la decentralizzazione economica, spostando i risparmi in denaro onesto come oro
e argento per sfuggire al controllo di un sistema basato sul debito. Fondamentalmente, richiede di
prepararsi a una resistenza pacifica e basata sui principi:
coltivare
l'autosufficienza attraverso l'orticoltura biologica e la conservazione del
cibo, costruire legami con le comunità locali e comprendere che la vera difesa
contro la tirannia non risiede nelle folle, ma nell'incrollabile impegno
individuale per la dignità umana e la libertà.
La
strada da percorrere non è quella di tifare a gran voce per la propria squadra,
ma attraverso la pratica silenziosa e costante della moralità universale.
Conclusione.
L'America
è sull'orlo del precipizio. L'applauso per gli squadroni della morte
governativi è il rantolo di una repubblica, un'eco dei capitoli più oscuri
della storia che abbiamo giurato di non ripetere mai più.
La
seducente menzogna del tribalismo – che la violenza della nostra parte sia
giustificata – sta sciogliendo le fondamenta stesse del diritto e dell'umanità.
Questa discesa è una scelta, e non è
inevitabile.
L'alternativa è un ritorno consapevole ai
principi:
vedere
l'individuo, non l'etichetta; difendere il processo, non il risultato; dare
valore alla vita umana, non alla vittoria politica.
Gli strumenti per questa rinascita –
conoscenza decentralizzata, denaro onesto, autosufficienza – si stanno
costruendo ora, al di fuori del sistema al collasso.
La guerra civile imminente non è una battaglia
da vincere, ma un destino da evitare.
L'unica vittoria sta nel rifiutarsi di
diventare i mostri che affermiamo di combattere e nel ricostruire, dalle
fondamenta, una società degna dello spirito umano. Il momento di scegliere è
adesso.
(Riferimenti:
Il
tradimento del Secondo Emendamento da parte di Trump: il superamento di una
linea rossa conservatrice. – NaturalNews.com. 28 gennaio 2026.
L'Insurrection
Act e l'ultima guerra tribale americana. – NaturalNews.com. 19 gennaio 2026.
Consent
Factory Inc. – La strada verso il totalitarismo. – NaturalNews.com. 3 agosto
2021.
È
questa la strada verso il totalitarismo? – Mercola.com. 16 agosto 2021.
La CIA
come crimine organizzato. Come le operazioni illegali corrompono l'America e il
mondo. – Douglas Valentine.
Notizie
di Brighteon Broadcast. – Mike Adams – Brighteon.com.
La
previsione più importante di Doug Casey per il 2026... Cosa significa per te e
per i tuoi soldi. – InternationalMan.com.
Martedì
Alex – Infowars.com. – Infowars.com. 27 luglio 2010.)
L’Europa
è Finita!
Conoscenzealconfine.it
– (29 Gennaio 2026) - Laura Abolì – ci dice:
L’UE
ha appena annunciato un cosiddetto accordo di libero scambio “storico” con
l’India, orgogliosamente descritto come la madre di tutti gli accordi, che
copre il 25% del PIL mondiale e un terzo del commercio mondiale.
Ciò
che non vi diranno è che questo accordo non è crescita, è una resa totale.
L’Europa
sta stipulando un accordo di libero scambio da una posizione di estrema debolezza,
dopo aver deliberatamente smantellato la propria base industriale attraverso
l’”autosabotaggio energetico”, il “dogma climatico”, l’eccessiva
regolamentazione, le sanzioni e la “sistematica delocalizzazione della
produzione.
Non si
liberalizza il commercio quando si è forti, lo si fa quando non si è più
competitivi e si ha bisogno di importazioni a basso costo per mascherare il
declino.
L’India
offre manodopera giovane, bassi costi, protezione statale dell’industria e una
produzione in rapida espansione.
L’Europa
porta con sé prezzi elevati dell’energia, lavoratori anziani, PMI in difficoltà
e oneri normativi così gravosi che produrre qualsiasi cosa localmente è
diventato un atto di eroismo.
Questo
accordo non rende l’Europa più competitiva, ma la rende irrilevante come
produttore.
La
produzione si sposterà verso est, la creazione di valore si sposterà verso est,
così come l’occupazione, le competenze e il know-how industriale.
L’Europa
si ritroverà a consumare ciò che non produce più, governata da regole che non
imporrà più a nessuno se non a sé stessa, mentre i politici celebreranno cifre
del PIL che non significano nulla per le persone che guardano le loro città
svuotarsi.
Il
libero scambio tra partner diseguali non crea equilibrio, ma accelera il
collasso.
L’Europa
è finita.
(Laura
Abolì).
(LauraAbolì_X/status/2016098213921468844).
(imolaoggi.it/2026/01/28/ue-firmato-sua-condanna-a-morte/).
Cosa
possono significare le
garanzie
di sicurezza per Kyiv?
Affariinternazionali.it
- Andreas Umland – (1° Dicembre 2025) – ci dice.
Guerra
in Ucraina.
Dalla
primavera del 2025, l’espressione “garanzie di sicurezza” è diventata centrale
nei dibattiti internazionali sul futuro sostegno occidentale all’Ucraina.
In
seguito a un eventuale cessate il fuoco, garantire la sicurezza dell’Ucraina
rappresenterà una componente essenziale degli aiuti esteri di cui il Paese avrà
ancora bisogno.
Tuttavia,
il termine viene attualmente utilizzato in modo tale da lasciare irrisolte
importanti questioni politiche e strategiche relative all’attuazione di tali
garanzie.
In
generale, parlare di “garanzie di sicurezza” può risultare fuorviante: una
garanzia di sicurezza assoluta è un’illusione irraggiungibile, non solo per
l’Ucraina ma ovunque.
Nelle
discussioni tra esperti si distingue tra garanzie e assicurazioni di sicurezza
(più deboli), nonché tra garanzie positive e negative.
Di
norma, una garanzia di sicurezza positiva – il tipo di impegno che l’Ucraina
sta cercando – implica un obbligo vincolante da parte del garante a proteggere
il destinatario della garanzia.
Le
diverse definizioni e interpretazioni delle garanzie di sicurezza, insieme alle
varie ambiguità e contraddizioni nella pianificazione della loro attuazione,
costituiscono un problema.
Le
questioni aperte devono essere chiaramente identificate sin dall’inizio.
La
trasparenza può aiutare a passare da un progresso puramente retorico sulle
future esigenze di difesa di Kyiv a un reale miglioramento della situazione di
sicurezza dell’Ucraina.
Esiste
il rischio concreto che la promessa implicita nell’espressione “garanzie di
sicurezza” finisca per non essere mantenuta.
Infatti,
mentre nel 2025 le garanzie di sicurezza sono state oggetto di intenso
dibattito in Europa e oltre, le specifiche sfide future che ne derivano
rimangono poco chiare.
Un’attuazione
incoerente degli impegni di sostegno e difesa proclamati a gran voce non
sarebbe pericolosa solo per l’Ucraina, ma minerebbe ulteriormente anche
l’ordine di sicurezza europeo, già profondamente scosso, e il sistema
internazionale basato sulle regole.
L’idea
di una “forza di rassicurazione.”
Un
approccio per garantire la stabilità di un futuro cessate il fuoco è contenuto
nell’idea europea di una cosiddetta “forza di rassicurazione”.
Questo
piano, concepito nella primavera del 2025, prevede tra l’altro il dispiegamento
di diverse decine di migliaia di soldati sul territorio ucraino e l’invio di
navi da guerra nel Mar Nero da parte di alcuni dei 33 paesi membri della
cosiddetta Coalizione dei Volenterosi (CoW).
La
“forza di rassicurazione” costituirebbe un elemento centrale di uno sforzo più
ampio da parte di questa coalizione per stabilizzare un futuro cessate il
fuoco.
Si
baserebbe su un’assistenza limitata degli Stati Uniti, che potrebbe includere
un certo supporto aereo, lo scambio di informazioni di intelligence e capacità
logistiche, ma nessuna truppa americana sul terreno.
Tuttavia,
il pur lodevole piano europeo per una “forza di rassicurazione” occidentale in
Ucraina soffre di due paradossi strategici.
In
primo luogo, le attuali discussioni pubbliche sul dispiegamento di truppe
occidentali in Ucraina sono controproducenti per i negoziati tra Russia e
Ucraina su un cessate il fuoco.
Per
quanto l’idea di una “forza di rassicurazione” occidentale in Ucraina sia ben
accolta in Occidente, altrettanto è respinta dalla Russia.
Finora, il dibattito pubblico sulla “forza di
rassicurazione” ha reso ancora più remota la prospettiva di un cessate il fuoco
basato sul compromesso con la Russia.
Ha rafforzato la determinazione di Mosca nella
sua guerra di aggressione, aumentando così la pressione economica e militare
necessaria per persuadere il Cremlino ad accettare una tregua.
Il
secondo paradosso strategico del piano deriva dall’incertezza relativa allo
scenario peggiore, in cui la “forza di rassicurazione” venisse coinvolta in
combattimenti attivi con l’esercito russo.
La questione più difficile riguardo al
possibile dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina sarebbe come
reagirebbero se fossero attaccate, ad esempio, da missili e droni russi, con
conseguenti perdite significative in termini di vite umane e materiali.
La
risposta a un incidente del genere non sarebbe solo un dilemma militare, ma
avrebbe anche implicazioni politiche di vasta portata.
Se la
“forza di rassicurazione” dovesse rispondere in modo proporzionato a una
provocazione russa, i paesi che l’hanno inviata, così come la NATO e/o l’UE,
potrebbero essere trascinati nella guerra russo-ucraina.
Se, d’altra parte, la “forza di rassicurazione” non
riuscisse a rispondere adeguatamente a un attacco russo, la missione perderebbe
il suo significato e la disponibilità generale dell’Occidente a impegnarsi
nella difesa collettiva potrebbe essere messa in discussione.
Il
piano Sky Shield.
Esiste
tuttavia una forma di sostegno militare diretto che la Cow può fornire oltre
all’assistenza materiale, finanziaria e di addestramento alle forze armate
ucraine?
Un impegno limitato delle forze aeree della
coalizione sopra l’Ucraina occidentale e centrale appare meno problematico
rispetto al dispiegamento di truppe di terra e navi da guerra.
Tale
sostegno con intercettori occidentali – noto anche come “Sky Shield” – sarebbe
già possibile e sensato ora, cioè prima della conclusione di un cessate il
fuoco.
L’istituzione
di zone di difesa aerea congiunte su intere regioni dell’Ucraina, o almeno su
città importanti come Uzhhorod, Leopoli e Kyiv, o su infrastrutture critiche,
comporta finora un rischio minore di escalation, in quanto lo schieramento di
intercettori occidentali può essere limitato in due modi.
In
primo luogo,
il coinvolgimento occidentale nella difesa aerea dell’Ucraina potrebbe essere
concordato in modo tale da avvenire solo sui territori ucraini lontani dalle
attuali zone di combattimento e dal confine russo-ucraino.
In
secondo luogo, questa restrizione geografica delle operazioni dei jet all’entroterra
dell’Ucraina centrale e occidentale significa che non incontreranno aerei o
elicotteri russi con equipaggio.
Gli
intercettori occidentali abbatterebbero solo veicoli aerei senza pilota russi,
droni e missili, senza mettere in pericolo direttamente i soldati russi né
violare lo spazio aereo russo.
Garanzie
di sicurezza chiare e ben definite non sono l’unico prerequisito affinché un
futuro cessate il fuoco funzioni, ma sono fondamentali. Tuttavia, questa idea
di principio lodevole dovrebbe essere attuata con cautela: non dovrebbe
suscitare aspettative che non possono essere soddisfatte, né dare falsamente
l’impressione che il coinvolgimento dell’Occidente in Ucraina cambierebbe
qualitativamente dopo la fine della guerra.
Tra
qualche anno, le circostanze potrebbero cambiare e le truppe straniere in
Ucraina e l’impegno marittimo nel Mar Nero potrebbero rivelarsi meno
problematici.
Nelle
condizioni attuali, tuttavia, i dibattiti sul dispiegamento di una “forza di
rassicurazione” in Ucraina distraggono da questioni più urgenti.
Dopo
tutto, il garante decisivo della sicurezza dell’Ucraina è e rimarrà il suo
stesso esercito.
L’aggressività di Mosca può essere contenuta
solo da un’Ucraina armata fino ai denti e con soldati ben addestrati, una
condizione che vale sia in tempo di guerra che in tempo di pace.
Nel
definire le garanzie di sicurezza, l’attenzione dovrebbe concentrarsi sugli
strumenti che possono essere applicati in modo realistico e rapido dopo
l’inizio di un cessate il fuoco.
Inoltre,
la pianificazione delle garanzie di sicurezza per il dopoguerra non dovrebbe
distrarre dal compito primario di creare innanzitutto le condizioni per porre
fine ai combattimenti e consentire l’avvio di almeno un cessate il fuoco
parziale.
Molti
degli strumenti che oggi possono contribuire a porre fine alla guerra saranno
fondamentali anche per mantenere la pace in futuro.
(Andreas
Umland).
Trump
e la Groenlandia:
intervista
a Klaus Dodds.
Affariinternazionali.it
- Marco Varvello – (23 Gennaio 2026) – ci dice:
Intervista
a Klaus Dodds.
“Per
Trump la Groenlandia è diventata una vera ossessione, fatta di risentimento e
spirito di rivalsa per essersi dovuto fermare durante il primo mandato.
Non si fermerà”.
Tra
chi non si fida della marcia indietro del Presidente americano nelle sue mire
di conquista dell’isola artica è Klaus Dodds, uno dei massimi esperti mondiali
delle regioni polari, con particolare esperienza proprio sull’Artico, che ha
percorso in lungo e in largo nell’ultimo decennio.
Quando
ci risponde è appena rientrato da una riunione a Copenaghen, ascoltatissimo
consulente della Nato e di vari governi, quello britannico in testa.
Per trent’anni professore di geopolitica a
Londra, ora rettore della Facoltà di Scienze e tecnologia dell’Università del
Middlesex, Dodds parla con sconforto e preoccupazione di quella enorme isola
nordica, che per lui non è soltanto un “piece of ice”, un pezzo di ghiaccio
come l’ha descritta Trump nel suo violentissimo intervento a Davos.
“È
invece un mosaico di comunità diverse che ci vivono da millenni — mi racconta —
e dove la presenza umana si inchina umile alla magnificenza di una natura
spettacolare e implacabile”.
La
strategia di Trump
Vederla
ora nel mirino di un bulimico Trump lo indigna:
“È un
Presidente affascinato dalle carte geografiche — incalza Dodds —. Vede che il
suo disegno di dominare l’emisfero occidentale, come detto chiaramente nella “Strategia
sulla sicurezza nazionale”, a settentrione degli Stati Uniti passa
inevitabilmente dalla Groenlandia e dal Canada. Come nei suoi diktat nazionali,
anche sulla scena internazionale la sua mentalità lo porta ad agire tramite
ordini esecutivi.
Non
vuole ostacoli.
Lo sta
facendo anche verso la Danimarca e la Groenlandia”.
Le sue
mire comunque hanno anche ragioni economiche e non a caso l’intesa che avrebbe
raggiunto con il segretario generale della Nato “Rutte” riguarda non solo il
rafforzamento militare ma anche le risorse naturali.
I
cambiamenti climatici rendono infatti la Groenlandia maggiormente sfruttabile
per estrarre minerali rari, gas e petrolio.
Risorse
naturali e intelligenza artificiale
Dodds
ha appena co-pubblicato il libro “Unfrozen”, cioè “Scongelato, la battaglia per
il futuro dell’Artico”.
Quanto
davvero è già “unfrozen” la calotta di ghiaccio, gli chiedo. Quanto realistico in tempi brevi è lo
sfruttamento di questo patrimonio che fa gola a Stati Uniti, Russia e Cina?
“Lo
scioglimento dei ghiacci sta avvenendo a ritmo sostenuto — risponde — ma
l’estrazione delle risorse richiederà ancora enormi investimenti e tempi
lunghi.
Le prospettive di sviluppo sono per ora
modeste.
A Trump però la Groenlandia interessa da
subito soprattutto per la sua posizione geografica strategica per monitorare,
intercettare e respingere eventuali minacce settentrionali verso gli Stati
Uniti.
Senza
dimenticare l’interesse delle Big Tech per gli spazi e le condizioni
atmosferiche favorevoli a centri dati per la Intelligenza Artificiale”.
Insomma
passa dall’Artico il progetto di “Golden Dome”, lo scudo antimissile per i
cieli americani, sull’esempio dell’”Iron Dome” che difende Israele.
C’è
una logica dunque nel suo atteggiamento predatorio ma così facendo Trump
giustifica anche gli appetiti di altri sulle regioni artiche.
Le
conseguenze geopolitiche.
“Sulla
stessa base mi aspetto che la Russia avanzi presto rivendicazioni sulle isole “Svalbard”
(territorio norvegese in base a un trattato del 1920, riconosciuto nel 1935
dall’Unione Sovietica — ndr).
Ora
Putin può decidere che servono alla sicurezza russa sul versante polare artico,
tanto più dopo l’espansione Nato a nord-est e la strenua resistenza ucraina al
controllo di Mosca”, dice Dodds.
I
pugni sul tavolo di Trump per prendersi la Groenlandia insomma fanno traballare
anche le speranze di pace in Ucraina e la stabilità di tutte le terre a nord
dei Paesi europei.
Per
ora il braccio di ferro con la Danimarca e Bruxelles è congelato, in attesa di
capire se l’apparente ripensamento di Trump ha fondamento o è solo una nuova
mossa tattica per riprendere più avanti la partita.
Lo
scenario militare.
Per
Dodds lo scenario peggiore è ancora possibile:
“temo che un intervento militare americano in
Groenlandia sia una possibilità reale, tanto più ora che Trump ha perso
interesse nella maschera di pacificatore, che aveva fin qui indossato.
Le minacce di Trump non puntano a una maggiore
difesa in chiave geostrategica, bensì al pieno controllo della regione artica.
Il governo canadese lo ha capito ed è già sul
piede di guerra, per ora commerciale.
Il
recente accordo con la Cina ne è la prova”.
Il
discorso del Premier canadese “Carney” a Davos, con il suo richiamo ai leader
delle potenze di medie dimensioni a coalizzarsi, nasce proprio da questa
consapevolezza.
La
risposta europea.
I
leader europei, britannico Stormer compreso, hanno almeno sulla Groenlandia
mantenuto una posizione ferma.
Quanto durerà questo fronte comune?
“Trump
disprezza gli europei e anche verso il Regno Unito non c’è alcuna relazione
speciale.
Ci
vede come un ostacolo per il tecno-capitalismo della sua Amministrazione e
preferisce scegliersi individualmente gli interlocutori sul continente.
I
leader europei, compresa la vostra Premier Meloni, devono prendersi il rischio
di sembrare sleali verso Trump e assumere una posizione netta. Non basta dire,
come hanno fatto, che nuovi dazi sono un errore, perché sono molto di più.
Sono
una minaccia esistenziale all’unità transatlantica e alla Nato.
In una situazione così estrema e polarizzata
la lealtà verso Washington porta solo a tregue momentanee.
Poi occorre scegliere da che parte stare”.
A
parte rafforzare la presenza militare nell’Artico, sperando di poterlo fare
insieme sotto l’ombrello Nato, gli europei che strumenti hanno per reagire?
“Ad
esempio proprio quello di rivedere l’uso delle basi americane nei nostri Paesi:
Regno Unito, Italia, Germania, Polonia, ne abbiamo a decine, Nato e non solo.
Se gli Stati Uniti diventano un alleato
inaffidabile, la presenza militare americana nei nostri territori diventa un
problema da discutere”.
La
fine della “bassa tensione” artica.
L’analista
di geopolitica, innamorato dei ghiacci e delle aurore boreali mozzafiato,
termina così la nostra conversazione, atteso da altre interviste e riunioni su
una crisi che sembra surreale.
Un
vecchio detto norvegese recita “Alto Nord, bassa tensione”, perché per secoli
le sue distese desolate hanno sempre raffreddato gli appetiti e le mire
territoriali degli ingombranti vicini.
Non è
più così:
“Solo un impeachment può fermare Trump, ma
almeno fino alle elezioni di novembre il Congresso americano non ha la volontà
politica di opporsi agli ordini esecutivi del Presidente” conclude Dodds.
Nel
frattempo non sono solo i 57 mila groenlandesi a guardare sgomenti e col fiato
sospeso le mosse dell’ex alleato americano, che alterna proclami bellicosi e
repentini cambi di direzione, lasciando tutti sconcertati.
(Marco
Varvello).
Iran:
un regime sanguinario,
un
popolo disperato.
Affariinternazionali.it
- Stefano Silvestri – (20 Gennaio 2026) – ci dice:
Dopo
giorni di chiusura al resto del mondo, imponenti proteste antigovernative e una
repressione feroce che ha fatto sicuramente centinaia di morti e migliaia di
feriti, con un bagaglio di circa diecimila arresti, molti dei quali passibili
di essere condannati alle pene più estreme, compresa quella capitale, l’Iran
deve fare il bilancio dell’accaduto e trarne le necessarie conseguenze.
Ma non
sarà certo facile.
Il
regime ha tenuto un atteggiamento inflessibile.
Sia il
Presidente Masut Pezeshkian, che la Guida Suprema ed effettivo capo dello
Stato, l’ayatollah “Ali Khamenei”, hanno annunciato una durissima repressione,
accusando i manifestanti di fare gli interessi degli Stati Uniti e di Israele.
Nello
stesso tempo hanno minacciato rappresaglie se gli Usa fossero intervenuti
militarmente, come aveva minacciato il Presidente Donald Trump, per evitare il
bagno di sangue.
Contatti
segreti e prospettive di negoziato.
Ma
contemporaneamente ci sono stati contatti e colloqui segreti tra esponenti
iraniani e americani.
Non
sappiamo ancora se da questi scaturirà prima o poi un nuovo negoziato sul
nucleare, sugli armamenti missilistici e probabilmente anche sui legami che
Teheran mantiene con gli “Huti dello Yemen”, “Hezbollah” in Libano e Siria, e
quel che resta di “Hamas”.
Dopo
le sconfitte subite in questo ultimo periodo e con il gravoso problema
irrisolto della crisi economica, il regime iraniano avrebbe tutto l’interesse a
ricercare un ammorbidimento e possibilmente la fine delle sanzioni economiche.
Obiettivi
così importanti e complessi potrebbero richiedere ancora molti chiarimenti
prima di essere negoziati apertamente.
Nel
frattempo, però, è interessante notare come una delle richieste fatte da Trump,
e cioè la sospensione delle esecuzioni dei condannati a morte, sembri reggere.
Vedremo se da cosa nasce cosa, o se si è
trattato di un semplice miraggio.
Le
cause della rivolta e il collasso economico.
Comunque
Teheran deve essere consapevole che le ragioni della rivolta sono state
molteplici, anche se quello che ha dato il via è stata la serrata di un gran
numero di bazar, perché i commercianti non riuscivano più a rifornirsi di merce
a causa della rapidissima svalutazione del rial e di un’inflazione che supera
ormai il 40%.
Un
processo di rapidissimo impoverimento aveva già spinto il governo
all’elargizione di aiuti straordinari e di cibo, ma la situazione è ormai fuori
controllo.
A
questo drammatico impoverimento si aggiunge il timore di un ulteriore crollo
del prezzo degli idrocarburi e il peso insopportabile di un’economia di guerra,
volta in primo luogo a finanziare i programmi nucleari, missilistici e di
riarmo del regime, a fronte della dura sconfitta politica che quest’ultimo ha
subito con la perdita della sua influenza in Siria e l’avventurismo
terroristico di Hamas.
Divisioni
interne e ruolo dei Pasdaran.
Il
regime è stato indebolito anche dalla ripresa delle proteste delle minoranze
etniche, specie nel sud del Paese, e dall’appello alla rivolta da parte di “Reza
Pahlavi”, figlio del deposto monarca e in esilio dal 1979.
L’avvicinarsi
del momento in cui sarà inevitabile scegliere il successore della Guida
Suprema, ormai anziano e malato, è un ulteriore fattore di divisione e
debolezza interna.
Ne è una spia anche la crescente importanza dei
Pasdaran, sia nella repressione che nel controllo dei maggiori interessi
economici dell’Iran, perché Khamenei teme la defezione o la riluttanza ad agire
dell’amministrazione pubblica, incluse le Forze Armate.
Crisi
economica e blocco delle aperture politiche.
Ma al
centro resta la gravissima crisi economica, da cui è difficilissimo uscire
anche a causa delle sanzioni economiche inflitte al regime per bloccare il
processo di arricchimento dell’uranio e, in genere, i suoi programmi nucleari
segreti.
I
recenti bombardamenti americani e israeliani hanno ricordato a tutti la
centralità della questione nucleare iraniana.
Sarebbe
quindi interesse dello stesso regime aprire un serio negoziato con americani ed
europei per tentare di sciogliere questo nodo, e l’elezione di “Pezeshkian”
sembrava andare in questa direzione.
Ma in
realtà, come già è accaduto a molti suoi predecessori “moderati”, il controllo
politico della Guida Suprema ha sempre bloccato ogni apertura.
Tanto
più oggi che, a causa degli scenari di guerra aperti, da Gaza fino all’Ucraina,
nel mirino americano – oltre all’uranio – ci sono anche i programmi
missilistici e i droni bellici iraniani.
Trump,
il Venezuela e il rischio di cambio di regime.
Ora,
l’intervento americano in Venezuela accresce il timore degli ayatollah di
Teheran che gli Usa, magari in collegamento con Israele, vogliano usare metodi
analoghi per arrivare a un cambio di regime, o comunque agitano questo spettro,
interpretando in tal modo la minaccia espressa da Donald Trump, quando ha detto
che una repressione troppo violenta avrebbe portato a una dura reazione
americana.
Il
governo iraniano spera così di suscitare una reazione patriottica che potrebbe
favorirlo.
Prospettive
future e rischi per il regime.
Siamo
quindi di fronte a una situazione aperta a diversi sviluppi.
La
maggioranza degli osservatori non ritiene che la gravità delle proteste abbia
raggiunto un livello capace di rovesciare il regime, anche perché mancano
leader dell’opposizione forti e riconosciuti a livello nazionale.
Tuttavia questo non esclude un aggravarsi
della crisi politica interna e magari anche un’ulteriore involuzione
massimalistica del regime, sia a livello interno che internazionale, che
potrebbe poi portare a una sua inevitabile crisi.
I
morti e i feriti non potranno essere dimenticati, tanto più se a essi dovesse
aggiungersi una lunga lista di condanne a morte e ad altre pene “esemplari”.
Anche
senza un intervento militare, se il negoziato con gli americani non verrà
sviluppato, è molto probabile che all’Iran verranno inflitte nuove sanzioni,
aggravandone la crisi.
Una
sempre maggiore dipendenza da Russia e Cina sarebbe, per l’attuale leadership
iraniana, un boccone amaro e difficile da accettare. Il prezzo da pagare per
salvare il regime degli ayatollah potrebbe rivelarsi troppo alto, almeno per
parte della sua leadership.
(Stefano
Silvestri).
I
Volenterosi concordano a Parigi
le
garanzie di sicurezza per l'Ucraina
It.euronews.com
- Sasha Vakulina & Jorge Liboreiro – (06/01/2026) – ci dicono:
I
leader di circa 35 Paesi si sono riuniti a Parigi per discutere delle garanzie
di sicurezza per l'Ucraina.
La
dichiarazione finale prevede impegni vincolanti per la difesa futura del Paese
e il monitoraggio dell'eventuale cessate il fuoco insieme con gli Stati Uniti.
I
leader di 35 Paesi hanno concordato martedì a Parigi garanzie
"robuste" di sicurezza per l'Ucraina e un coinvolgimento pieno degli
Stati Uniti nel futuro cessate il fuoco, una questione cruciale di qualsiasi
futuro accordo di pace tra Ucraina e Russia.
Tra
questi c'era la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, arrivata in Francia
per l'appuntamento all'Eliseo convocato da Emmanuel Macron, ma anche gli
inviati presidenziali Usa, “Steve Witkoff” e “Jared Kushner”.
L'incontro
ha generato diverse dichiarazioni a favore dell'Ucraina e diversi impegni
concreti.
Innanzitutto
Macron, il primo ministro britannico Keir Stormer e il presidente ucraino
Volodymyr Zelensky hanno firmato infatti una dichiarazione d'intenti per il
dispiegamento di una forza multinazionale dopo il cessate il fuoco in Ucraina.
Questa
forza ha lo scopo di "fornire una sorta di rassicurazione nei giorni
successivi al cessate il fuoco", ha dichiarato Macron dopo l'incontro
degli alleati di Kiev.
"Il
summit di oggi è un passo avanti importante che consiste in una convergenza
sulle garanzie di sicurezza", ha detto Macron in conferenza stampa
illustrando la bozza dell'accordo.
"Ci
sarà il monitoraggio del cessate il fuoco da parte degli Usa, poi ci sarà un
esercito fatto di volontari che dovrà dissuadere da nuove aggressioni" ha
aggiunto il presidente francese.
"La
coalizione dei volenterosi ha determinato quali Paesi faranno parte della forza
di deterrenza per evitare una nuova aggressione e il formato
dell'operazione", ha commentato Zelensky confermando che "la delegazione
Usa è pronta ad aiutarci".
Stormer
ha aggiunto che dopo un eventuale cessate il fuoco tra Ucraina e Russia, "la Francia e la Gran Bretagna
creeranno un hub militare per garantire la pace" e continueranno a
"fornire armi all'Ucraina e tutto quello che serve".
Italia:
"Alta convergenza tra Ucraina, Usa e Ue. No all'invio di truppe"
"L’incontro,
costruttivo e concreto, ha permesso di confermare un alto livello di
convergenza tra Ucraina, Stati Uniti, Europa e altri partner, è stato dedicato
all’affinamento delle garanzie di sicurezza ispirate all’articolo 5
dell’Alleanza Atlantica, come da tempo suggerito dall’Italia", si legge in
una nota di Palazzo Chigi in merito alla partecipazione di Giorgia Meloni alla
riunione.
"Tali
garanzie faranno parte di un pacchetto più ampio di intese, da adottare in
stretto raccordo con Washington per assicurare la sovranità e l’indipendenza
dell’Ucraina, anche attraverso un efficace e articolato meccanismo di
monitoraggio dell’auspicato cessate il fuoco e un rafforzamento delle forze
militari ucraine" prosegue il comunicato.
"Nel
confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con
quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della
posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie", si legge ancora,
"in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul
terreno".
Quanto
alla Germania, il cancelliere “Friederich Merz” ha parlato dell'obiettivo di
cessare il fuoco e di garanzie di sicurezza solide, sottolineando tuttavia che
sul contributo tedesco "dovrà decidere il Bundestag".
Volenterosi:
"Impegni vincolanti a sostegno dell'Ucraina in caso di un futuro attacco."
Come
anticipato da alcune agenzie di stampa, la dichiarazione finale del vertice di
Parigi prevedere impegni vincolanti in difesa di Kiev.
"Abbiamo
convenuto di finalizzare impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio
a sostegno dell'Ucraina e al ripristino della pace e della sicurezza in caso di
un futuro attacco armato da parte della Russia", si legge al punto 5 della
dichiarazione finale, "tali impegni possono includere l'uso di capacità
militari, intelligence e supporto logistico, iniziative diplomatiche, adozione
di ulteriori sanzioni".
In
questo senso Ucraina e Europa cercando il massimo coinvolgimento degli Usa.
"Siamo
determinati a raggiungere la pace.
Abbiamo messo a punto i protocolli di sicurezza che
saranno importanti, vogliamo assicurare ai cittadini ucraini che una volta che
questa guerra finirà sarà finita per sempre", ha detto dopo il vertice
Steve Witkoff.
Gli
impegni di Macron per l'Ucraina già nei giorni scorsi.
Il
presidente francese aveva dichiarato nel suo discorso di Capodanno che ci si
aspetta "impegni concreti" per proteggere l'Ucraina da qualsiasi
ulteriore aggressione russa dopo la mediazione di un accordo.
"Il 6 gennaio a Parigi, molti Stati
europei e alleati prenderanno impegni concreti per proteggere l'Ucraina e
garantire una pace giusta e duratura nel nostro continente europeo", ha
dichiarato Macron.
Sulla
stessa linea Ursula von der Leyen.
"Con
forti forze armate ucraine in grado di scoraggiare futuri attacchi, una forza
multinazionale di deterrenza e impegni vincolanti a sostenere l'Ucraina in caso
di un futuro attacco da parte della Russia", ha scritto su “X” prima del
vertice la presidente della Commissione europea.
Il 3
gennaio, i consiglieri europei per la sicurezza nazionale si sono già
incontrati a Kiev per discutere un potenziale piano di pace per l'Ucraina.
Dopo
questi colloqui, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che
l'Ucraina si sta preparando sia alla possibilità di un accordo di pace sia alla
necessità di continuare a difendere il Paese dall'aggressione russa.
La
discussione sulle garanzie di sicurezza dipende dalla dichiarazione congiunta
rilasciata da un gruppo di leader europei dopo un incontro a Berlino il mese
scorso.
Insieme
al sostegno militare e politico dell'Occidente, questi impegni sono considerati
sia da Kiev che da Washington come una parte cruciale di ogni possibile accordo
di pace.
L'impegno,
che è stato paragonato all'articolo 5 della difesa collettiva della Nato, è
considerato fondamentale per convincere Kiev ad abbandonare l'aspirazione,
sancita dalla Costituzione, di entrare a far parte dell'Alleanza transatlantica
in cambio di una deterrenza credibile e solida.
La
garanzia simile all'articolo 5 sarebbe molto importante per i governi europei e
richiederebbe l'approvazione dei rispettivi parlamenti nazionali, un processo
che comporta sempre dei rischi. Un'approvazione da parte del Congresso degli
Stati Uniti potrebbe contribuire ad attenuare le riserve di alcuni Paesi
europei.
Il
presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy è con i leader occidentali nella
cancelleria di Berlino, 15 dicembre 2025.
Un
altro punto chiave del lavoro sulle garanzie di sicurezza è il meccanismo per
verificare le potenziali violazioni di un futuro cessate il fuoco e stabilire
le responsabilità, poiché una violazione, una volta identificata, potrebbe far
scattare la disposizione simile all'articolo 5.
Il
sistema proposto prevede il dispiegamento di tecnologie per la sicurezza e
l'uso di armi da fuoco.
Il
sistema proposto prevede l'impiego di alta tecnologia lungo la linea di
contatto.
Un
altro livello di garanzie di sicurezza è l'adesione dell'Ucraina all'Unione
europea.
L'attuale
piano di pace in 20 punti prevede un'ammissione entro il gennaio 2027, che
molti funzionari della Commissione europea considerano irrealistica e
irrealizzabile.
Molto
probabilmente la data cambierà e diventerà un'aspirazione, con l'ingresso
dell'Ucraina nel blocco a tappe per evitare un'interruzione, ad esempio, dei
mercati agricoli.
Per
Kiev, avere una data di adesione nel testo finale è una priorità assoluta,
perché potrebbe aiutare a contrastare lo smacco per le concessioni territoriali
e facilitare un risultato positivo in un eventuale referendum.
L'amministrazione
statunitense ha ripetutamente affermato che l'Europa dovrebbe assumersi
maggiori responsabilità per la sicurezza futura dell'Ucraina.
Ucraina:
Zelensky nomina il capo dell'intelligence “Kyrylo Budanov “come nuovo capo
gabinetto.
A
seguito di un incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e
Zelensky in Florida a dicembre, il leader Usa ha suggerito che ci sarà un
accordo di sicurezza "forte" per l'Ucraina e ha detto che "le
nazioni europee sono molto coinvolte".
"Sento
che le nazioni europee sono state davvero fantastiche e sono molto in linea con
questo incontro e con il raggiungimento di un accordo. Sono tutte persone
fantastiche", ha detto Trump.
Uno
degli elementi più controversi che verranno discussi a Parigi è la possibilità
di dispiegare truppe all'interno o in prossimità dell'Ucraina, ma lontano dai
fronti.
La
Russia ha dichiarato di non voler accettare truppe dei Paesi della Nato sul
suolo ucraino.
Piano
di pace per l'Ucraina.
Dopo i
colloqui con Trump a Mar-a-Lago, il presidente ucraino ha dichiarato che le
garanzie di sicurezza degli Stati Uniti per l'Ucraina sono state
"concordate al 100 per cento".
"Abbiamo
ottenuto grandi risultati, il piano di pace in 20 punti è concordato al 90 per
cento e le garanzie di sicurezza Usa-Ucraina sono concordate al 100 per
cento", ha dichiarato Zelensky ai giornalisti.
"Le
garanzie di sicurezza di Stati Uniti, Europa e Ucraina sono quasi concordanti.
La dimensione militare è concordata al 100 per cento".
Zelensky
ha detto che dopo l'incontro a Parigi, i documenti dovrebbero essere concordati
"a livello di tutti i leader" e solo allora sarà programmato un
incontro con Trump e i leader europei.
Il
presidente ucraino ha anche spiegato ai giornalisti nella chat WhatsApp
presidenziale che dopo l'incontro con Trump e gli europei, "se tutto
procede per gradi, ci sarà un incontro in un formato o nell'altro con i
russi".
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