L’Ucraina nell’unione europea è una garanzia di sicurezza per tutta l’Europa.

 

L’Ucraina nell’unione europea è una garanzia di sicurezza per tutta l’Europa.

 

 

Ucraina nell’Ue come

«garanzia di sicurezza.»

Ilmanifesto.it - Sabato Angieri – (27-01 – 2026) – ci dice:

 

La trattativa.

Il Consiglio europeo ha votato a favore dello stop all’importazione del gas russo entro il 2027 e riaffermato il sostegno all’adesione “rapida” dell’Ucraina all’Unione.

(Gli operatori dei servizi di emergenza montano delle tende dove i residenti dei condomini vicini possono riscaldarsi e dormire la notte a Kiev, Ucraina, domenica 25 gennaio 2026).

Mema.

Il Consiglio europeo ha votato a favore dello stop all’importazione del gas russo entro il 2027 e riaffermato il sostegno all’adesione “rapida” dell’Ucraina all’Unione.

Per la Russia il Vecchio continente sta rinunciando alla sua «libertà», mentre Kiev plaude alla decisione, che dovrebbe essere inserita all’interno delle garanzie di sicurezza previste dall’accordo di pace.

 A differenza dell’ingresso nella Nato, che come ha ribadito il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, «non è sul tavolo».

 

«Salutiamo la decisione con favore», ha dichiarato il vice-premier e ministro dell’Energia ad interim,” Denys Shmyhal”, «l’indipendenza dalle risorse energetiche russe riguarda soprattutto un’Europa sicura e forte».

Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, durante un’intervista poi ripresa dall’agenzia Tass ha tuonato:

 «Per ora è difficile prevedere con precisione se si tratta di felici vassalli o di infelici schiavi, il tempo lo dimostrerà. Ma in ogni caso hanno rinunciato alla libertà».

 

Al di là di questa scontata divergenza di vedute, sia i russi sia gli ucraini hanno confermato che in settimana si terrà un nuovo incontro nel formato trilaterale con gli Usa a fare da mediatori.

 A quanto dice “Dmitri Peskov”, portavoce del Cremlino, al momento una data esatta ancora non è stata fissata, nonostante da più parti si fosse indicato domenica 1° febbraio come nuovo appuntamento.

Inoltre, «sarebbe un errore aspettarsi grandi risultati da questi primi contatti trilaterali».

 

Peskov ha nuovamente richiamato la cosiddetta «formula di Anchorage», ovvero il presunto accordo tra Vladimir Putin e Donald Trump discusso in Alaska lo scorso agosto nel quale i due presidenti si sarebbero accordati sulla cessione della parte di Donetsk che gli ucraini ancora controllano.

In ogni caso un nuovo incontro tra i due presidenti non è ancora in programma.

 L’inviato speciale del presidente russo e capo-delegazione per le trattative con l’Ucraina, “Kirill Dmitriev”, ha invece accusato Zelensky di ritardare la pace rifiutando cessioni territoriali e ha anche ripreso il discorso del presidente ucraino a Davos (nel quale si accusava duramente l’Europa) definendolo «un fallimento».

 Dal canto suo il leader ucraino è tornato a definire i colloqui positivi, ma ha sottolineato che ci sono «questioni politiche complesse» sul tavolo, «che non sono ancora state risolte».

 

Sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue la portavoce della Commissione, “Paula Pinho”, ha fatto sapere che:

 «L’adesione dell’Ucraina all’Ue rappresenta di per sé una garanzia di sicurezza ed è stata discussa anche nel contesto delle garanzie di sicurezza» ma sulle tempistiche ha aggiunto: «non posso dare indicazioni più precise».

Intanto sul campo prosegue lo scambio di colpi dalla distanza e ieri Kiev è tornata a colpire una raffineria nel territorio russo (Slavyansk), mentre Zelensky denuncia una «situazione energetica estremamente difficile» in seguito agli ultimi raid sulle grandi città del suo Paese.

(Sabato Angieri).

 

Zelensky pronto a incontrare Putin,

Mosca apre: "Venga a Mosca,

garantiremo la sua sicurezza."

 msn.com – La Milano – (29-01 -2026) - Storia di Chiara Sutermeister – ci dice:

 

 

Incontro Zelensky Putin: la Russia offre sicurezza a Mosca, negoziati trilaterali Usa-Ucraina-Russia ad Abu Dhabi.

La Russia dice di essere pronta a garantire “sicurezza” e “condizioni di lavoro necessarie” al presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel caso in cui decidesse di recarsi a Mosca per un faccia a faccia con Vladimir Putin.

A scandire la disponibilità è “Yuri Ushakov”, consigliere presidenziale del Cremlino, che ha presentato l’eventuale visita come tecnicamente praticabile e politicamente possibile, a patto che l’incontro venga preparato in modo accurato e orientato a risultati concreti.

 

La posizione di Kiev: vertice per sbloccare i nodi su territori e Zaporizhzhya.

Sul versante ucraino, l’apertura arriva per bocca del ministro degli Esteri “Andriy Sybiha”:

 Zelensky sarebbe pronto a incontrare Putin per affrontare le due questioni più delicate di qualsiasi architettura di pace, cioè il destino dei territori contesi e la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhya.

 Il punto, nella ricostruzione di Kiev, è che proprio questi dossier rappresentano la “zona rossa” dei negoziati:

 difficili da delegare a tavoli tecnici, ma decisivi al livello politico più alto.

 

Il formato “trilaterale” e il cantiere negoziale di Abu Dhabi.

La disponibilità incrociata si inserisce nel percorso dei colloqui ospitati negli Emirati Arabi Uniti, dove si è avviato un formato di lavoro con rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Ucraina.

In questo schema, la presenza americana serve da perno di mediazione e da leva sulle garanzie future, mentre il confronto diretto tra russi e ucraini – anche solo a livello di esperti – viene descritto come un segnale di “progresso” perché rimette in moto un dialogo che, per mesi, era rimasto frammentato tra dichiarazioni pubbliche e iniziative parallele.

 

La variabile Trump e i contatti citati da Mosca.

“Ushakov£ lega la questione del possibile incontro Putin-Zelensky anche alle interlocuzioni con Donald Trump, sostenendo che l’ipotesi sarebbe stata evocata più volte nelle conversazioni tra il leader russo e il presidente americano.

 Il messaggio, in sostanza, è doppio:

da un lato Mosca segnala di non chiudere la porta al vertice;

 dall’altro insiste sul tema della “preparazione”, quasi a fissare una condizione preliminare implicita su agenda, formato e obiettivi.

 In parallelo, Trump ha parlato di segnali “molto positivi” sul dossier ucraino-russo, alimentando l’idea di una finestra diplomatica aperta, ma ancora instabile.

 

La linea europea: sostegno alla pace, ma senza “disturbare” il negoziato Usa.

Sul fronte Ue, il presidente del Consiglio Europeo “Antonio Costa” ha riconosciuto la necessità di muoversi con cautela:

 l’Europa, nelle sue parole, deve evitare iniziative che possano intralciare lo sforzo statunitense e, allo stesso tempo, prepararsi a opzioni autonome nel caso in cui l’attuale percorso non conduca a una pace “giusta e duratura”.

È una postura che fotografa la tensione strategica del momento: Bruxelles non vuole sfilarsi dal tavolo politico, ma nemmeno apparire come un fattore di complicazione mentre Washington prova a costruire un’intesa.

 

Il nodo territoriale: perché il dossier resta il più esplosivo.

La partita vera, infatti, ruota attorno alle richieste sul terreno.

Da un lato la Russia mantiene come obiettivo la ridefinizione dei confini di fatto;

dall’altro l’Ucraina continua a considerare la rinuncia territoriale una soglia politica difficilmente attraversabile.

 È in questo attrito che si decide se un vertice tra leader possa diventare uno strumento di sblocco o, al contrario, un appuntamento simbolico destinato a produrre nuove frizioni.

Anche per questo, il livello tecnico di Abu Dhabi viene presentato come indispensabile:

prima si restringe il campo delle opzioni, poi – eventualmente – si sale al piano dei capi di Stato.

 

Sicurezza e “condizioni di lavoro”: il significato politico dell’invito a Mosca.

La promessa di “sicurezza” per Zelensky, pronunciata da un alto consigliere del Cremlino, non è un dettaglio protocollare.

Serve a costruire un frame:

Mosca prova a mostrarsi come parte “affidabile” sul piano organizzativo, mentre Kiev incassa un riconoscimento implicito del peso politico del suo presidente nel processo.

Resta, però, l’ostacolo centrale:

un faccia a faccia, per essere davvero risolutivo, dovrebbe arrivare con un pre-accordo o almeno con un perimetro condiviso;

 altrimenti rischierebbe di trasformarsi in una vetrina propagandistica, in cui ciascuno ribadisce le proprie linee rosse senza possibilità di convergenza.

Verso il prossimo passaggio:

 finestra diplomatica, guerra ancora attiva.

Mentre la diplomazia prova a correre, il conflitto resta il contesto che condiziona tutto:

ogni escalation militare modifica i rapporti di forza percepiti e irrigidisce le posizioni interne, sia a Kiev sia a Mosca.

È il paradosso dei negoziati in corso:

la spinta a parlare aumenta quando cresce il costo della guerra, ma proprio l’intensità della guerra rende più fragile qualsiasi compromesso.

(Chiara Sutermeister).

 

 

 

 

Cadaveri e Macerie in Mare

per Cancellare l’Orrore:

Benvenuti nella Nuova Gaza Turistica.

Conoscenzealconfine.it – (28 Gennaio 2026) - Nello Scavo – ci dice:

 

Il piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi per allontanare 400mila gazawi.

Nelle immagini alcune delle illustrazioni contenute nel progetto “Great” che scommette sul trasferimento di quasi un quarto dei residenti e la realizzazione di edifici residenziali e alberghieri di lusso da offrire agli stranieri a Gaza.

Il quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera.

 Era la vista migliore di Gaza.

 Tra la battigia e le rovine non saranno neanche dieci metri.

 Verde smeraldo da una parte, polvere grigia dall’altra.

 “Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie”.

Il tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza metteva in guardia:

“Non parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno”.

È il modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose.

Come quando bisogna ripulire la scena di un delitto.

 

La conferma arriva dalle parole di “Ali Shaath”, ingegnere civile palestinese ed ex vice ministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore del comitato tecnocratico di 15 membri.

 “Se portassi dei bulldozer e spingessi le macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare”, ha detto nel corso di incontri a porte chiuse nei giorni scorsi.

Prima, aveva aggiunto, “servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per gli sfollati”.

Non è come usare le rocce per costruire frangiflutti.

 Diversi report Onu e di organismi internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose.

 Soprattutto, ci sono resti umani.

 

Lo spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle responsabilità.

Una colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari.

Ma nel piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla.

 Solo grattacieli, alberghi, porti turistici, centri commerciali.

Stime Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024.

 Poche settimane fa questo ordine di grandezza aveva superato i 60 milioni.

Per “Ali Shaath”, “Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni”.

Le Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, andrà avanti fino al 2040.

I bulldozer sono al lavoro da settimane.

 I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati.

Le prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine egiziano.

 Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il mare, avverte una valutazione di UNEP, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, solleverebbe un mucchio di domande:

alterazione dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse marine.

 

Il “master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi possano essere riservati quartieri popolari sul mare.

La prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri.

Alle loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno facilmente occupazione:

prima nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in Usa”.

Una cosa non cambierà:

 il muro israeliano resterà al suo posto.

 La gente della Striscia potrà accogliere vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da nessuna parte.

Al chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali, volumi, tempi.

 “Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe spingersi verso il mare anche di 200 metri”, dice un tecnico palestinese incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere. E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire.

 

 Tra i nomi più quotati per la spartizione di Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per “Ricostruzione di Gaza, accelerazione economica e trasformazione”.

Il progetto mostrato ad Avvenire parla di “70-100 miliardi di dollari di investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti privati”.

Uno dei più grossi affari immobiliari di sempre.

“Il finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi ‘pacchetti’ per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello”.

Al contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole.

Oppure accettare il “pacchetto” per togliersi di torno:

 “5.000 dollari a persona. Affitto sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel terzo anno, 25% nel quarto anno).

Sussidio alimentare per il primo anno”.

Secondo le stime dei futuri palazzinari della Striscia, “si presume che del 25% dei cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare”.

 In altri termini, quasi 400 mila abitanti in meno. E una riviera costruita su un cimitero.

(Articolo di Nello Scavo - inviato a Ramallah)

(maurizioblondet.it/avvenire-cadaveri-e-macerie-in-mare-per-cancellare-lorrore-benvenuti-nella-nuova-gaza-turistica/).

 

 

 

 

Il Destino dell’Europa

è Oltre l’Occidente.

Conoscenzealconfine.it – (27 Gennaio 2026) - Marcello Veneziani – ci dice:

 

Non possiamo noi europei, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente intero. Dovremmo piuttosto accettare la realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare e soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo.

 

Poi d’improvviso, come d’incanto, spariscono le rivolte e le repressioni a Caracas e a Teheran.

 E resta solo la scia di discussioni e di litigi nostrani, coi maestri cantori dell’Occidente “libero, moderno e democratico” che ti chiedono:

 ma tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia, dicono?

No, che non ci vivrei, perché dovrei andarci?

E non vivrei nemmeno in Cina, in Corea, in Nigeria, in Groenlandia.

Non sono il mio mondo, la mia vita, la mia storia, la mia gente.

Perché mai dovrei lasciare il mio paese, la mia civiltà?

 

Il problema è opposto:

noi che viviamo qui (e che non vivremmo mai lì) non possiamo decidere cosa è meglio per chi abita lì.

 Noi che nemmeno siamo in grado di capire cosa è successo e come mai ora sembra tutto rientrato.

Tocca a loro deciderlo, noi possiamo solo augurarci e anche impegnarci con i mezzi ragionevoli della diplomazia e della pressione internazionale che decidano il più possibile in modo libero e incruento.

Ma non possiamo sostituirci a loro, decidere al posto loro e perfino intervenire con le armi per imporre quel che a noi sembra la soluzione migliore (che magari è quella più utile ai nostri affari o più vicina solo al nostro punto di vista).

Anche perché quei popoli non sono come ce li raccontano media e intelligence, contrari per intero ai loro regimi, ma sono divisi, tra favorevoli e contrari, tra sostenitori e nemici giurati del regime;

tanti preferiscono il male minore o il male già conosciuto al male sconosciuto.

 

Non credo che la maggioranza degli iraniani preferirebbe lo scià al posto dell’ayatollah;

se devono cercare un ricambio lo faranno in Iran, non con pacchi Amazon catapultati dagli Usa o comunque da fuori…

C’è chi preferisce i tiranni di casa propria ai padroni di fuori e c’è chi, nel nome della liberazione, è pronto a schierarsi anche coi nemici di fuori pur di cacciare i tiranni di dentro.

Sappiamo pure che le sanzioni di solito stringono i popoli ai loro regimi, anziché allontanarli; accadde in Iraq e in altri tempi anche da noi…

 

Insomma, il quadro è variegato;

 e se dovessimo giudicare i governi dal consenso che hanno, dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano.

La vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno in teoria è possibile un ricambio.

 

Penso che sia maturo il tempo per considerare fittizia la definizione odierna di occidente.

Il nostro mondo ha perso o largamente rifiuta ogni identità derivata dalla sua storia e dalla sua civiltà, si vergogna del suo passato, rinnega le sue radici cristiane, ricusa quasi tutti i precedenti storici perché dominati da forme politiche e giuridiche, valori morali e culturali, precetti religiosi rigettati e rinnegati da tempo.

E accetta la definizione di occidente solo come regno della libertà e della modernità, dei diritti umani e individuali.

Ma nella realtà “l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa è diventata la vera essenza dell’Occidente…

gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire poco alla volta l’identità europea con un’identità occidentale tendenzialmente americana”.

Lo scrive un “filosofo geopolitico” tedesco, “Haute Ritz”, in un libro intrigante, “Perché l’Occidente odia la Russa” (Fazi Editore), con una prefazione di Luciano Canfora.

 

L’Europa, lo vediamo ogni giorno, è ridotta a periferia strategica degli Usa;

ma arrivati a questa condizione, secondo Ritz, per paura della Russia. Magari giustificata ai tempi in cui l’Urss era potente e in competizione con l’Usa, senza mai peraltro sconfinare apertamente rispetto agli accordi di Jalta, in cui si spartirono le aree di influenza del mondo.

Ma la paura della Russia, nel nuovo millennio, è stata alimentata in modo surrettizio da quando la Russia non ha accettato di diventare una potenza regionale subordinata all’ordine mondiale americano, facendo seguire alla colonizzazione commerciale e culturale anche quella geopolitica e militare.

 

In effetti se consideriamo la minaccia islamica e il pericolo cinese, quella russa non è obiettivamente una preoccupazione prioritaria;

ma agli occhi degli Usa, un’alleanza anche solo economica tra Russia ed Europa, magari via Germania, era il pericolo da scongiurare perché liberava l’Europa (oltre che la Russia) dalla sudditanza e dalla dipendenza dagli Stati Uniti.

Nel nome di questa sudditanza gli europei hanno accettato perfino che l’antico contenzioso tra Russia e Ucraina, per tre secoli annessa alla Russia, assai affine pur nella contrastata vicinanza, diventasse ai propri occhi una dichiarazione di guerra e d’invasione contro l’Europa, come ci ripeteva Biden per farci considerare in guerra con la Russia fino a riarmarci in funzione anti-Putin.

 

Ora, per completare la follia, pretendiamo di dichiarare guerra pure agli Usa di Trump per la folle volontà di annessione della Groenlandia.

Lo spettacolo del gruppetto di soldati mandati dall’Europa in Groenlandia e la relativa minaccia di altri dazi di Trump agli europei sembrano davvero una farsa, di quelle che nel gergo cabarettistico sono indicate come “scemo e più scemo”.

L’Occidente diviso intorno a un freezer…

 

La strada del realismo, invece, dovrebbe portarci al confronto, forte e paritario, con entrambi – con la Russia e con gli Usa – alla ricerca di una nostra terzietà, indipendenza e autonomia politica e strategica.

 Il problema non è essere ostili a entrambi ma cercare un accordo per allearsi con entrambi, restando, a tutti gli effetti, padroni in casa nostra.

 

Nel delineare una risposta dell’Europa alla russofobia e alla americanizzazione, Ritz indica un percorso di “ritorno all’Europa”.

La preoccupazione dello studioso è mostrare che il suo auspicio non ha nulla di conservatore, reazionario, antimoderno ma per indicarlo usa verbi precisi:

 tornare all’Europa, ritrovare la sovranità, riportare l’Europa a una visione sociale e solidale, ricollegarsi ai valori e alle tradizioni europee, far rivivere la tradizione dell’umanesimo europeo per bilanciare il primato del tecnicismo di matrice Usa, riallacciarsi a una tradizione culturale che “è stata in grado di stabilire un legame con la trascendenza in modo laico”.

Verbi che indicano tutti un ritorno.

Non si tratterebbe, dice Ritz, di “un ritorno attivo alla religione” e alla professione di fede, ma si “riconoscerebbe come valore l’ordine mondiale cristiano secolarizzato”.

Insomma il cristianesimo come religione civile e ordo civili.

 

Non possiamo, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, ossia nel nome “degli orrori delle due guerre mondiali” lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente.

Per lo stesso gigantesco complesso, nota Ritz, la Germania ha sostenuto a Gaza “una politica di pulizia etnica per sfuggire così alla vergogna per il genocidio degli ebrei europei avvenuto in passato”.

 

Si tratta dunque di rigettare la definizione stessa di Occidente e di accettare la realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare, come non ci stancheremo mai di ripetere.

 E pensare l’Europa come luogo d’incontro tra Usa e Russia, e più vastamente tra Oriente e Occidente.

Ma soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo.

Ad avercela, un’Europa così.

(Articolo di Marcello Veneziani -La Verità – 21 gennaio 2026).

(marcelloveneziani.com/articoli/il-destino-delleuropa-e-oltre-loccidente/).

 

 

 

 

Ucraina: quali “garanzie di sicurezza”?

Ispionline.it – (22 Dic. 2025) – Antonio Missiroli – ci dice:

 

Senza garanzie di sicurezza solide e verificabili per l’Ucraina, un accordo che congeli le perdite territoriali sarebbe fragile e favorirebbe future aggressioni russe.

Buona parte delle trattative sulla possibilità di un armistizio fra Russia e Ucraina hanno riguardato – e continueranno presumibilmente a riguardare – le eventuali “garanzie di sicurezza” da dare a Kyiv all’indomani di un possibile cessate il fuoco.

La questione non è solo importante: è decisiva, perché senza qualche forma di rassicurazione credibile sul futuro sarà molto difficile per gli ucraini accettare una fine delle ostilità che comporti una rinuncia a parti del proprio territorio nazionale.

 Vale dunque la pena di discutere più a fondo di che cosa si sta parlando, e perché.

 

Precedenti e precondizioni.

Dopo la sua indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991, l’Ucraina aveva ottenuto due distinte forme di rassicurazione:

una già nel 1994, quando Kyiv rinunciò alle testate nucleari rimaste sul suo territorio dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica cedendole alla Federazione russa.

 In cambio di ciò – con il cosiddetto memorandum di Budapest (in realtà tre documenti separati, ma identici fra loro, sottoscritti rispettivamente da Mosca, Washington e Londra, a cui si sarebbero in seguito associate anche Parigi e Pechino) – le maggiori potenze nucleari e membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si impegnarono a rispettare “l’indipendenza, la sovranità e le frontiere attuali” e ad astenersi dall’uso (o dalla minaccia dell’uso) della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica dell’Ucraina.

Tre anni più tardi, in concomitanza con l’Atto Fondamentale (Basic Act) negoziato fra la Russia e la NATO, Russia e Ucraina firmarono pure un trattato sull’inviolabilità dei rispettivi confini.

 

Dal punto di vista del diritto internazionale, il “Memorandum di Budapest” stabiliva soltanto delle “assicurazioni” (e di natura strettamente ‘negativa’, basate cioè su quello che i contraenti si impegnavano a non fare), mentre vere e proprie “garanzie” comportano di solito anche impegni di natura ‘positiva’ (quello che i vari contraenti si impegnano a fare per preservare o ristabilire lo status quo), il che conferisce loro un’altra incisività.

 A trent’anni di distanza, dunque, e dopo quanto successo prima nel 2014 e poi dal 2022 in avanti, appare del tutto comprensibile e giustificata la diffidenza di Kyiv nei confronti non solo di vaghe “assicurazioni” ma anche della semplice firma di Mosca su qualunque trattato.

 

La ricerca internazionale sulle condizioni per una “pace” sostenibile e (sperabilmente) duratura, del resto, insiste su due punti:

 la necessità che ciascun contraente sia convinto che l’altro abbia interesse a rispettarla – per scelta o, più spesso, per necessità – e che l’intesa includa disposizioni sul suo rispetto tali da comportare costi inaccettabili per chi intendesse violarla.

 

Alla luce di quanto è emerso finora sui contenuti e i toni delle trattative condotte dai rappresentanti americani, appare piuttosto che evidente che Putin mira a una sorta di “pace cartaginese” per Kyiv, esigendo condizioni che non solo umilierebbero l’Ucraina (e chi ha sostenuto la sua coraggiosa resistenza all’invasione) ma non garantirebbero in alcun modo una pace sostenibile e duratura:

 un’Ucraina smembrata, disarmata e in una terra di nessuno strategica sarebbe una vittima designata per nuove future incursioni ‘imperiali’ da parte russa.

Ergo, eventuali future “garanzie” per il paese non possono – e non dovrebbero – essere negoziate con Mosca, che comunque non le accetterebbe.

 Più che ad una “pace”, insomma, si dovrebbe puntare ad un armistizio che fissi una chiara linea di demarcazione fra le parti e le condizioni per il suo rispetto, comprese le modalità per monitorarlo e le sanzioni per la sua violazione.

 

Un accordo di questo tipo potrebbe inoltre includere – come del resto già accaduto perfino ad ostilità in corso – scambi di prigionieri e, perché no, anche un percorso che includa una parziale e graduale alleviamento delle sanzioni imposte a Mosca – qualora l’armistizio venga rispettato – ma pure una loro automatica re-imposizione (il cosiddetto snapback) in caso contrario.

  Un’intesa limitata di questo tipo – non troppo dissimile da quella ancor oggi in vigore fra le due Coree, che non hanno mai firmato un trattato di “pace” – potrebbe poi perfino essere sottoposta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per conferirle piena legittimità internazionale.

Ma è difficile che possa materializzarsi se Washington – che nei mesi scorsi ha esercitato molte pressioni su Kyiv – non si deciderà ad esercitarne qualcuna anche su Mosca:

sarà possibile, in altre parole, solo se entrambe le parti si troveranno di fronte un menu calibrato e credibile di incentivi e disincentivi.

 

Variabili e varianti.

E qui entrano in gioco, appunto, le “garanzie” di sicurezza da offrire all’Ucraina.

In cambio di che cosa, innanzitutto?

 A Kyiv si chiede, al momento, di accettare quanto meno la situazione che si è determinata sul terreno in questi anni, e cioè la sua perdita di controllo su circa un quinto (fra Crimea e Donbass) del suo territorio nazionale:

parte del negoziato in corso riguarda l’esatta portata della perdita, se cioè limitata (si fa per dire) alle aree ora controllate dalle forze russe – lungo l’attuale linea del fronte – ovvero estesa fino a comprendere l’insieme delle quattro regioni reclamate (ma non ancora del tutto occupate) dalla Russia.

Almeno altrettanto importante, tuttavia, sarà la natura dell’eventuale rinuncia:

se sarà, cioè, solo una perdita di fatto o anche di diritto, cioè una vera e propria modifica delle frontiere (come richiesto da Mosca e rifiutato da Kyiv).

In entrambi i casi, comunque, il governo ucraino ha chiarito che una scelta così dolorosa potrebbe essere fatta solo, appunto, in cambio di solide garanzie per la futura sicurezza dell’Ucraina ‘occidentale’.

 

Né la NATO in quanto tale – tanto più dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca – né l’Unione Europea in quanto tale – troppo impreparata militarmente e frammentata politicamente e istituzionalmente – sembrano voler o poter offrire tali “garanzie”. Entrambe, tuttavia, possono contribuire a renderle più credibili:

 l’una continuando ad offrire un sostanzioso deterrente strategico nei confronti di Mosca e un’insostituibile cornice di lavoro e ‘cassetta degli attrezzi’ per i militari europei;

e l’altra con il suo sostegno finanziario diretto a Kyiv e più indiretto al ‘riarmo’ dei suoi paesi membri.

La cosiddetta ‘strategia del porcospino’, mirante a rendere l’Ucraina sempre meno vulnerabile militarmente alle aggressioni della Russia, rappresenta insomma già un primo tipo di “garanzia” anche in assenza di un trattato specifico (è quello che accade, del resto, fra gli Stati Uniti e paesi come Israele, Arabia Saudita o Taiwan).

 Dovrà tuttavia essere accompagnata e rafforzata da un impegno strategico che ricadrebbe, con tutta probabilità, sulla ‘coalizione dei volenterosi’:

un sostegno militare sul terreno ma anche aereo, navale, satellitare e digitale – in una parola, multi-domain – attraverso una forza detta di “rassicurazione” (sia pure con diversi livelli di coinvolgimento fra i suoi partecipanti) che potrebbe perfino includere una qualche forma di protezione nucleare da parte di Gran Bretagna e Francia.

Non è chiaro invece quale potrà essere il sostegno propriamente americano, e fa bene anzi Volodymyr Zelensky a chiedere a Washington più dettagli prima di accettare eventuali accordi.

La scorsa settimana il Senato USA ha approvato il nuovo bilancio del Pentagono – per un totale di oltre 1000 miliardi di dollari a partire dal 2026 – ma messo anche alcuni paletti all’amministrazione su mantenimento delle forze americane in Europa e assistenza militare all’Ucraina.

Ma è diffusa la sensazione che il Team Trump non ‘garantirà’ mai in modo inequivoco la sicurezza dell’Ucraina:

la stessa presunta analogia con l’articolo 5 del trattato NATO, anzi, non è particolarmente ‘rassicurante’ alla luce dei distinguo semantici venuti di recente da oltre Atlantico.

 Del resto, le “garanzie di sicurezza” non sono mai assolute ed immutabili, dato che dipendono dal contesto in cui vengono formulate (o riaffermate) e dal modo in cui vengono percepite e interpretate dai vari attori coinvolti.

Ma ciò non significa che non siano utili, e spesso necessarie.

(Antonio Missiroli).

 

 

 

 

Trump, l’Europa e la Nato in bilico.

Ispionline.it – (28 gennaio 2026) - Alessia De Luca – ci dice:

Dalle minacce su Groenlandia e Nato al disprezzo esplicito nella Strategia di sicurezza americana: la crisi di fiducia con Washington è ormai strutturale e costringe l’Europa a ripensare la propria sicurezza.

Anche se Donald Trump ha smesso di minacciare la Groenlandia, la crisi tra il presidente americano e l’Europa non si è consumata senza conseguenze.

Nessuno immaginava che gli Stati Uniti, fondatori e principali protettori della Nato, avrebbero minacciato di invadere uno dei suoi membri. Eppure, è successo e – passato lo shock – una certezza si è imposta: l’alleanza, che è stata il fondamento della sicurezza europea per oltre 75 anni, non è più una garanzia solida.

Trump ha più volte lasciato intendere che potrebbe non onorare l’articolo 5 in caso di necessità e di recente, quando è stato incalzato, non ha escluso di poter uscire dall’Alleanza.

 In un discorso stizzito a Davos, ha lamentato:

“Diamo così tanto, e riceviamo così poco in cambio”.

Un disprezzo, quello che il presidente americano lascia trasparire per l’Europa, espresso senza riserve nella “Strategia per la Sicurezza Nazionale” della sua amministrazione.

Pubblicato alla fine dello scorso anno, il documento dipinge un’Europa in declino economico, a rischio di “cancellazione della civiltà”, meno rilevante di America Latina e Asia orientale, e con Paesi forse incapaci di restare “alleati affidabili”.

Per i leader europei, assuefatti da decenni di dipendenza dalla protezione americana, è un cambiamento epocale.

 Il danno è fatto.

E, se l’incertezza sull’impegno degli Stati Uniti era già un elemento latente nelle relazioni transatlantiche, ora la questione è un’altra:

 “Gli alleati americani della Nato – osserva “Steven Everts”, direttore dell’Istituto europeo per gli studi strategici di Parigi – sono passati dalla paura dell’abbandono degli Stati Uniti alla paura dell’ostilità degli Stati Uniti”.

La fase del diniego è finita?

Il percorso per adattarsi a questo nuovo stato di cose non sarà né rapido né lineare.

Ma una soglia è stata superata:

oggi è sempre più difficile far finta che il problema non esista e, pur essendo un argomento molto delicato, alcuni funzionari europei hanno iniziato a fare pressioni per un dibattito più attivo sull’architettura di sicurezza collettiva.

 “Siamo in crisi. È ovvio”, ha dichiarato il primo ministro polacco “Donald Tusk” al vertice europeo d’emergenza convocato la scorsa settimana a Bruxelles, aggiungendo:

“La Nato come l’abbiamo conosciuta finora non esiste più”.

Ma le capitali europee hanno posizioni molto diverse su quanto e a che velocità dovrebbero uscire dall’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti.

Il Regno Unito si trova di fronte a un dilemma particolarmente difficile, dati i suoi stretti legami militari e di intelligence con Washington e la sua dipendenza dagli Stati Uniti per il mantenimento del suo deterrente nucleare, mentre per le repubbliche baltiche la questione equivale alla rottura di un tabù.

 Ripensare gli accordi di sicurezza in Europa, temono alcuni, potrebbe persino avere l’effetto opposto, inducendo Trump ad accelerare il suo disimpegno, mentre il Vecchio Continente si trova ancora alle prese con la minaccia russa in Ucraina.

 

Parole dure, scomode verità?

I timori sono rinfocolati dalle parole del Segretario Generale della Nato, “Mark Rutte”, il cui rapporto con Trump appare oggi più solido di quello con molti alleati europei.

 “Se qualcuno pensa che l’Unione Europea o l’Europa nel suo complesso possano difendersi senza gli Stati Uniti, continui a sognare”, ha detto Rutte in un intervento al Parlamento europeo.

 “Se davvero volete procedere da soli, dimenticate che potrete arrivarci con il 5% (di spesa per la difesa, ndr).

Dovrà essere il 10%.

Dovete costruire la vostra capacità nucleare. Questo costa miliardi e miliardi di euro”.

 Rutte si è mostrato caustico anche riguardo alle discussioni sul cosiddetto pilastro europeo all’interno della Nato.

“Pilastro europeo è una parola un po’ vuota – ha detto – vi auguro buona fortuna se volete realizzarlo.

Penso che Putin ne sarà entusiasta”.

Le parole di Rutte hanno comprensibilmente generato malumori e critiche, ma contengono anche verità scomode per gli europei.

 Tra queste, il fatto che oggi – dopo decenni di sotto investimenti nel settore della difesa – gli europei non sarebbero capaci di offrire a Kiev garanzie di sicurezza credibili, in caso di accordo di pace, senza il sostegno e la partecipazione degli Stati Uniti.

 Un eventuale disimpegno americano rappresenterebbe, inoltre, un colpo durissimo per un esercito ucraino già allo stremo e, secondo diversi funzionari europei, rischierebbe di incoraggiare il Cremlino a perseguire fino in fondo l’obiettivo della sottomissione dell’Ucraina.

 

Il problema è strutturale?

In questo contesto, i leader europei sono ben lieti che la crisi groenlandese non sia deflagrata in uno scontro aperto anche se al loro interno sono indecisi su come affrontare i prossimi tre anni di presidenza Trump.

Ma si sbagliano se pensano che il problema riguardi solo l’attuale presidente.

Anche se il tycoon non cercasse di ottenere un terzo mandato – che sarebbe incostituzionale – la sua visione del mondo ‘America first’ e la sua antipatia per l’Europa potrebbero succedergli con qualunque nuovo leader di area ‘Maga’.

 Inoltre, se anche i democratici vincessero le prossime elezioni presidenziali, è probabile che gli Stati Uniti continueranno a concentrarsi sul loro ‘pivot to Asia’.

In ogni caso, le priorità strategiche di Washington continueranno a spostarsi altrove.

“Voglio essere chiara. Gli Stati Uniti rimarranno partner e alleati dell’Europa”, ha detto l’Alta rappresentante per la politica estera europea “Kaja Kallas”, “ma dovremo adattarci alle nuove realtà. L’Europa non è più il centro di gravità principale di Washington.

Questo cambiamento è in atto da tempo. È strutturale, non temporaneo.

Significa che l’Europa deve fare un passo avanti: nessuna grande potenza nella storia ha esternalizzato la propria sopravvivenza ed è sopravvissuta”.

È questo il nodo che oggi attraversa il dibattito europeo:

solo emancipandosi dagli Usa e investendo seriamente nell’autonomia militare, l’Ue potrà ridurre la dipendenza da un alleato che guarda sempre più spesso al Vecchio Continente con avversione e distacco, quando non con disprezzo.

 

Il commento di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor.

“Ma insomma, gli europei possono – e forse devono – diventare più autonomi dagli americani per la loro difesa?

La controversia sulla Groenlandia e gli infelici commenti di Trump sull’Afghanistan hanno aperto una crisi di fiducia fra le due sponde dell’Atlantico, e la nuova strategia nazionale di difesa pubblicata dal Pentagono lo scorso weekend ha chiarito che Washington ridurrà il suo impegno militare in Europa, chiamando gli alleati a fare molto di più.

Il dibattito è dunque ora sul come, non sul se.

 E mentre Mark Rutte, che pure è riuscito ripetutamente a contenere le derive trumpiane, esprime dubbi sulla capacità europea di muoversi credibilmente in questa direzione, perfino il Quai d’Orsay arriva ad auspicare il rafforzamento del ‘pilastro’ europeo della Nato …”

Da Davos ad Abu Dhabi:

una crisi da non sprecare.

Ispionline.it – (23 gennaio 2026) – Alessia De Luca – ci dice:

Il passaggio di Donald Trump a Davos segna uno spartiacque: la fiducia transatlantica è incrinata, Zelensky critica gli alleati e i negoziati sull’Ucraina si tengono senza l’Europa, che non può più rinviare una riflessione sul suo futuro strategico.

Donald Trump ha lasciato ormai il continente europeo da diverse ore, dopo il suo intervento a Davos, ma la sensazione che un tornado abbia investito il vecchio continente non si è ancora attenuata.

Alla fine, contrariamente alle più fosche previsioni, la rottura sulla Groenlandia non si è consumata, e la visita, nel complesso, ha riservato meno amarezze del previsto.

Eppure – incarnata dal Board of Peace presentato ieri al World Economic Forum – una nuova realtà si è imposta, a cui gli europei sono chiamati ad adattarsi: la fiducia negli Stati Uniti è rotta.

 Anche se il presidente Usa ha rinunciato, almeno per ora, almeno a parole, ai suoi sogni di annessione della Groenlandia e alle sanzioni contro gli otto paesi europei che avevano inviato truppe sull’isola artica, non è detto che non ci ripensi.

 E poi non è chiaro cosa si aspetti da quel ‘deal’ raggiunto al termine di un colloquio a porte chiuse con il “Segretario generale della Nato “Mark Rutte” a cui la Danimarca fa sapere di non aver concesso “alcun mandato” per negoziare a suo nome.

 Il rischio è che il presidente americano metta nuovamente alla prova l’unità europea.

 Ieri Trump ha minacciato “pesanti ritorsioni” se i paesi europei iniziassero a vendere titoli del debito americano per fare pressione sugli Stati Uniti.

Un fondo pensione danese e uno svedese hanno annunciato la loro decisione di ridurre fortemente l’esposizione ai titoli del Tesoro americano, citando “l’imprevedibilità della politica statunitense”.

 

La sferzata di Zelensky?

Ieri sera, all’arrivo a Bruxelles per il vertice straordinario convocato dal presidente “Antonio Costa”, il clima era comunque più sereno rispetto alla vigilia.

 La minaccia europea di rispondere ai dazi colpo su colpo e di attivare, magari, lo Strumento anti-coercizione sembra aver fatto tornare il tycoon sui suoi passi.

E tra i 27 è cominciato a serpeggiare il sentimento di uno scampato pericolo.

A riportarli alla realtà ci ha pensato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che nel suo discorso da Davos ha sferzato duramente l’Europa. “Invece di diventare una vera potenza globale – ha detto – l’Europa resta “un magnifico ma frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di guidare la difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l’attenzione americana si sposta altrove, l’Europa appare disorientata, occupata a cercare di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea. Ma non la cambierà”.

Zelensky ha insistito sul fatto che l’Europa sta mancando l’appuntamento con la storia.

“Molti dicono: ‘Dobbiamo restare forti’, aspettando che qualcun altro decida per quanto tempo.

Preferibilmente fino alle prossime elezioni.

Ma una grande potenza non si comporta così”.

Le sue parole – in un momento in cui di fatto il continente è l’unico finanziatore della difesa ucraina – possono sembrare ingenerose e hanno suscitato incredulità e sdegno in alcuni, ma toccano i nervi scoperti dell’Ue, tracciando una dolorosa lista delle sue mancanze.

 

Negoziati a tre, senza l’Ue?

È in questo contesto che si terrà stasera un vertice a tre – Usa, Russia e Ucraina – ad Abu Dhabi.

Secondo indiscrezioni non confermate, rappresentanti russi e ucraini potrebbero riunirsi allo stesso tavolo per la prima volta dall’inizio del conflitto.

Annunciato ieri da Zelensky, l’incontro vede ancora una volta l’Unione europea estromessa dalle trattative.

Ciononostante, in una nota vocale inviata ai giornalisti venerdì, Zelensky ha affermato che il vertice segna “un passo avanti.

 Se Dio vuole, potrebbe assumere varie forme prima della fine della guerra, ma è un passo avanti: non resteremo fermi”.

Il presidente ha confermato che “la questione del Donbass è fondamentale”, mentre Mosca insiste sul fatto che non porrà fine alla guerra a meno che Kiev non faccia significative concessioni territoriali.

La regione orientale, di cui al momento le forze russe controllano quasi il 90%, è teatro di scontri da anni.

 Kiev si rifiuta di ritirare le sue truppe dalle zone del territorio che i russi non hanno conquistato.

 Venerdì, il portavoce del Cremlino “Dmitry Peskov ha dichiarato ai giornalisti:

“La posizione della Russia è nota: l’Ucraina e le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass”.

 

Il rischio di ‘sprecare’ la crisi?

Mentre permangono dubbi sulla reale volontà di Mosca di raggiungere un accordo, Trump ha affermato di credere che Zelensky e Putin vogliano entrambi porre fine alla guerra.

Interpellato da un giornalista a bordo dell’Air Force One, di ritorno a Washington dopo la tappa europea, il presidente americano ha però ammesso tutte le ambiguità del momento:

“Ci sono stati momenti in cui Putin non voleva raggiungere un accordo. Momenti in cui Zelensky non voleva raggiungere un accordo.

E momenti opposti.

 Ora penso che entrambi vogliano raggiungere un accordo. Lo scopriremo”.

Mentre si preparavano al vertice di Bruxelles, diplomatici e funzionari europei si ponevano le stesse domande.

Chiedendosi anche quanto gli Stati Uniti forzeranno la mano al leader ucraino perché accetti un accordo ‘a tutti i costì.

Gli eventi delle ultime settimane suggeriscono che la cosa più saggia, per evitare brutte sorprese, sia quella di tenere alta la guardia, smarcandosi dalla dipendenza americana, puntando a una maggiore autonomia strategica.

Ma c’è chi teme che, con la marcia indietro di Trump e una soluzione alla crisi della Groenlandia in vista, i leader europei possano perdere la concentrazione che avevano trovato la scorsa settimana sulla necessità di un cambiamento.

Per usare una frase spesso attribuita a Churchill – osserva “Politico” – il rischio è che l’Europa “lasci che una buona crisi vada sprecata”.

 

(Il commento di “Eleonora Tafuro Ambrosetti”, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI.)

 

“Cosa ha spinto Zelensky a pronunciare un discorso così duro contro il principale sostenitore economico e militare dell’Ucraina, cioè l’Unione europea?

La frustrazione, certo: non è la prima volta che il leader ucraino ricorre a parole aspre contro l’immobilismo e l’indecisione dell’UE.

Ma è probabile che Zelensky stesse anche facendo ricorso alla consueta strategia di compiacere il presidente statunitense, anche a scapito dell’Unione europea, alla vigilia dell’incontro trilaterale tra le delegazioni russa, americana e ucraina.

 Del resto, l’Ue è un alleato prevedibile, che difficilmente modificherà il proprio sostegno a Kiev in risposta a un discorso; lo stesso non si può dire di Trump”.

 

 

 

 

USA, rischio showdown:

scontro su “fondi DHS” e “riforme ICE”

dopo Minneapolis, crepa “MAGA”

sulle armi.

msn.com - Storia di RaiNews.it – Redazione – ci dice:

 

 

Usa congresso.

A Washington cresce il rischio di showdown parziale:

i democratici vogliono vincolare i fondi al DHS a riforme operative su ICE (body-camp, identificazione, mandati giudiziari e stop ai pattugliamenti non coordinati) dopo il caso Minneapolis.

Intanto le parole di Trump sulle armi aprono una frattura con parte dell’elettorato “pro-Secondo Emendamento”, creando una crisi interna di credibilità nella coalizione MAGA. 

Ne parliamo con “Andre Molle”, politologo della “Chapman University”.

 

Perché questo braccio di ferro sui fondi al DHS rischia davvero di trasformarsi in un parziale showdown:

quali sono i meccanismi politici che rendono lo scontro così esplosivo?

 

Il punto fondamentale da comprendere è che qui non si discute solo di una voce di bilancio:

 la scadenza del 30 gennaio 2026 funziona da “cliff-Edge” perché, in assenza di finanziamento approvato (o di una continua risoluzione, cioè una proroga temporanea dei finanziamenti), le agenzie coinvolte entrano in regime di cosiddetto “funding lasse.”

 Questo significa sospensione delle attività “non essenziali”, personale mandato a casa (o costretto a lavorare senza paga immediata, a seconda delle funzioni), contratti congelati e una catena di effetti a cascata su logistica e capacità operative.

Nel caso del “DHS”, l’impatto è politicamente ancora più sensibile perché si intreccia con funzioni di polizia di frontiera, enforcement e sicurezza interna:

anche quando molte attività restano formalmente “essenziali”, lo showdown produce comunque frizioni pratiche (backlog, rallentamenti amministrativi, incertezza sul personale, esposizione mediatica).

 A rendere lo scontro “esplosivo” è poi l’architettura del Senato dove spesso non basta avere la maggioranza semplice di 51 voti e per far procedere un provvedimento serve superare i colli di bottiglia procedurali.

 In pratica, ogni volta che la maggioranza vuole chiudere il dibattito e andare al voto deve passare per la cosiddetta “cloture”, che richiede una maggioranza qualificata (di norma 60 voti).

 Qui sta il potere di interdizione dell’opposizione che, se decide di non collaborare, può rallentare o bloccare i passaggi chiave senza neppure “vincere” una votazione finale.

È un leverage enorme perché trasforma il negoziato da “quanto spendiamo e come” a “quali condizioni politiche accettiamo per evitare il caos”.

Quindi la miccia è doppia:

una deadline reale (senza CR scatta l’interruzione di fondi) e un meccanismo istituzionale che consente a una minoranza coesa di alzare il prezzo.

È per questo che una trattativa su DHS e regole operative (ICE, trasparenza, mandati, identificazione) non resta mai tecnica:

diventa rapidamente una prova di forza tra due narrative contrapposte—da un lato “non ricattate la sicurezza con lo showdown”, dall’altro “non finanziamo senza accountability”— con costi immediati visibili al pubblico e incentivi politici a non cedere per primi.

 

Le condizioni poste dai democratici su ICE - body-camp, identificazione, mandati giudiziari, limiti ai pattugliamenti senza coordinamento locale - sono una richiesta realistica o un modo per alzare il prezzo della trattativa?

 

Le condizioni che i democratici stanno cercando di inserire nel disegno di legge sui finanziamenti del DHS e in particolare per ICE riflettono una combinazione di richieste politicamente spinose e istituzionalmente significative.

Da un lato, numerose richieste sono realistiche nel senso che esistono già modelli operativi o standard che molte forze di polizia adottano nel quotidiano:

per esempio, l’uso obbligatorio di body-camp e di identificazione visibile è una pratica consolidata a livello statale e locale e mira a aumentare trasparenza e responsabilità in operazioni che implicano l’uso della forza.

Analogamente, la richiesta che l’ICE coordini le proprie attività con la polizia locale e non effettui “roving Patrol” indiscriminate in area urbana punta a una maggiore integrazione con partner di polizia già responsabili di contesti urbani, riducendo potenziali conflitti giurisdizionali.

Queste misure, di fatto, potrebbero essere implementate con regolamenti e standard operativi se vi fosse volontà politica, e alcune sono già state incluse in forma meno vincolante in versioni precedenti del pacchetto di bilancio come finanziamenti per formazione e body-camp.

 Dall’altro lato, molti dei punti chiesti dai democratici sono massimalisti nel senso che non si limitano a suggerire buone pratiche o linee guida amministrative, ma richiedono vincoli legislativi stringenti che incidono direttamente sull’autonomia operativa dell’agenzia.

Due esempi chiave:

 In primo luogo l’obbligo di mandati giudiziari per determinate operazioni di fatto alza l’asticella rispetto alla prassi attuale, nella quale l’ICE può basarsi su mandati amministrativi propri dell’agenzia.

 Questo tipo di modifica non è un semplice standard di trasparenza, ma un vincolo normativo che cambia la base giuridica dell’autorità di intervento sul campo, potenzialmente rallentando operazioni in cui oggi non è richiesto un giudice.

 Secondo poi, l’esplicitazione di criteri d’uso della forza uniformi e vincolanti, applicando standard di polizia locali o statali anche alle attività federali, introduce un livello di controllo che storicamente è più frequente nelle forze di polizia locali che non nei corpi federali con mandato nazionale.

Ciò implica non solo modifiche alle procedure, ma potenzialmente meccanismi di sanzione interna e di supervisione indipendente. In sintesi, l’elemento realistico delle richieste democratiche consiste nel fatto che tecnicamente molte di queste misure sono implementabili e già esistono contesti normativi comparabili;

 il lato massimalista consiste nel fatto che esse sono formulate come requisiti vincolanti di legge, non come opzioni di policy o raccomandazioni.

Questo distingue una trattativa “normale” da un’escalation negoziale, perché spostare pratiche amministrative in vincoli legislativi richiede un compromesso politico molto più profondo - uno che tocca il modo in cui l’ICE opera quotidianamente e limita la flessibilità dell’amministrazione di applicare le proprie priorità di enforcement.

Il caso di Minneapolis ha compattato il fronte democratico:

 quanto pesa, nella politica americana, un evento di questo tipo nel ridefinire rapidamente l’agenda su sicurezza e immigrazione?

 

Il caso di Minneapolis pesa moltissimo perché, nella politica americana, eventi di questo tipo funzionano da eventi focali in senso quasi letterale giacché rompono la routine del dibattito, catalizzano l’attenzione mediatica nazionale e trasformano una questione latente in un’urgenza politica.

Non è solo la gravità dell’episodio in sé, ma la sua leggibilità simbolica: immagini forti, parole-chiave facilmente comunicabili (“agenti mascherati”, “assenza di identificazione”, “uso della forza”, “diritti costituzionali”) e una sequenza narrativa immediata che rende difficile per i decisori rifugiarsi in formule tecniche o rinvii procedurali.

In quel momento, il costo politico del “non dire nulla” o del restare ambigui cresce improvvisamente, perché l’opinione pubblica - e soprattutto i media - chiedono prese di posizione chiare.

Questo meccanismo ha due effetti simultanei.

Il primo è di agenda-setting.

 Temi che prima erano confinati a commissioni, report o attivismo specializzato (regole operative di ICE, mandati amministrativi, coordinamento con le polizie locali) entrano nel circuito centrale della politica nazionale, legandosi a una storia concreta e riconoscibile.

 Il secondo, forse ancora più importante, è di coalizione management. Per il Partito Democratico, il caso di Minneapolis diventa un collante interno che permette alla leadership di tenere insieme componenti diverse del caucus (concetto simile ma non sinonimo di gruppo parlamentare) - progressisti, moderati, membri eletti in distretti competitivi - offrendo un riferimento comune che giustifica una linea dura senza doverla presentare come puramente ideologica.

 Non si chiede “una riforma astratta di ICE”, ma una risposta a un fatto specifico che ha già suscitato indignazione pubblica.

In questo senso, l’evento non serve solo a “spostare il tema”, ma a legittimare politicamente richieste altrimenti difficili da difendere in una trattativa di bilancio.

Vincoli che, in condizioni normali, sarebbero stati liquidati come tecnicismi o come forzature della sinistra diventano invece presentabili come misure di responsabilità minima e di tutela dello Stato di diritto.

È qui che il caso di Minneapolis cambia l’equilibrio perché riduce lo spazio per compromessi vaghi, aumenta la pressione sulla leadership a mostrarsi coerente e trasforma una negoziazione su fondi e procedure in un test pubblico di credibilità politica e morale.

 

I repubblicani e l’amministrazione Trump dicono di essere disponibili a negoziare “su alcuni punti”:

quali concessioni sono plausibili senza spaccare il fronte conservatore?

 

Quando repubblicani e Casa Bianca parlano di disponibilità a “negoziare su alcuni punti”, il perimetro reale della trattativa è piuttosto chiaro ed è fortemente condizionato da ciò che può essere venduto politicamente al fronte conservatore senza apparire come una resa.

Le concessioni plausibili sono quelle incorniciabili come misure di ordine, professionalizzazione e disciplina interna, non come limitazioni sostanziali della capacità operative.

 In questo schema rientrano obblighi più stringenti sull’uso delle body-camp, l’identificazione visibile degli agenti, protocolli più dettagliati di de-escalation e procedure di reporting standardizzato dopo operazioni critiche.

Sono misure che l’amministrazione può presentare come strumenti per ridurre errori, contenziosi e danni reputazionali, rafforzando la legittimità dell’azione federale invece di indebolirla.

Anche un meccanismo di revisione esterna limitato - per esempio focalizzato su casi specifici, con poteri consultivi o di audit e non di intervento operativo - rientra nel campo del negoziabile, proprio perché può essere descritto come garanzia di correttezza e non come ingerenza politica.

Questo tipo di concessioni ha un vantaggio chiave:

 consente alla Casa Bianca di dire di aver risposto alle preoccupazioni sull’accountability senza accettare una ridefinizione strutturale dei poteri di ICE.

 Molto più difficile, invece, è spingersi su terreni che toccano direttamente la catena decisionale operativa.

L’introduzione di mandati giudiziari come standard generale per determinate attività, al posto dei mandati amministrativi, non è percepita come una riforma procedurale ma come un cambiamento di paradigma giuridico che rischia di rallentare o bloccare l’azione sul campo.

Allo stesso modo, limiti severi ai “roving Patrol” non coordinati con le autorità locali vengono letti, all’interno del fronte conservatore, come una riduzione sostanziale della capacità di “surge” sull’immigrazione e quindi come una sconfessione delle priorità dell’amministrazione.

 Su questi punti, il costo politico interno per Trump sarebbe alto: verrebbe accusato di aver “legato le mani” agli agenti federali proprio nel momento in cui promette fermezza e controllo.

È per questo che, dietro le quinte, prende corpo anche una via d’uscita tecnica:

 separare il capitolo DHS/ICE dal resto del pacchetto di spesa.

Una mossa del genere permetterebbe di evitare che l’intero bilancio federale venga ostaggio di un singolo dossier ad altissima carica simbolica, sbloccando i finanziamenti meno controversi e rinviando lo scontro su ICE a una trattativa dedicata o a un provvedimento separato.

Politicamente, sarebbe un modo per guadagnare tempo, abbassare la temperatura dello scontro e ridurre il rischio che un conflitto su enforcement e diritti civili faccia collassare l’intero processo di approvazione del bilancio.

 

Sul tema armi, le parole di Trump hanno aperto una frattura con una parte dell’elettorato pro-gun:

quanto è seria questa crepa e che conseguenze può avere sulla coalizione MAGA?

 

Sul tema delle armi, la crepa con una parte dell’elettorato repubblicano, quella sensibile al “tema del Secondo Emendamento”, gun è reale perché non riguarda una policy specifica, ma un marcatore identitario centrale della coalizione trumpiana.

Per molti sostenitori del Secondo Emendamento, il possesso legale di un’arma non è solo un diritto astratto, ma un segnale di cittadinanza responsabile, autonomia individuale e diffidenza storica verso lo Stato Federale.

 Le parole di Trump e di esponenti dell’amministrazione, lette come un collegamento implicito tra “essere armati” e “essere parte del problema”, vengono quindi percepite come una rottura del patto simbolico: non una regolazione tecnica, ma una delegittimazione morale.

 È questo che ha innescato reazioni critiche anche da ambienti storicamente alleati - commentatori conservatori, associazioni pro-gun, influencer del mondo 2A - che raramente contestano pubblicamente Trump.

Allo stesso tempo, è importante non sovrastimare la portata immediata della frattura.

Non siamo di fronte a una defezione di massa, ma a una tensione narrativa:

molti elettori pro-gun restano allineati su immigrazione, sicurezza, economia e identità culturale, e sono disposti a “sospendere il giudizio” se il messaggio viene rapidamente ricalibrato.

 La frattura è dunque gestibile se la Casa Bianca torna a una linea comunicativa classica:

difesa esplicita del Secondo Emendamento, distinzione netta tra possesso legale e comportamenti pericolosi, enfasi sulla sicurezza situazionale (contesto operativo, errori di valutazione, catena di comando) piuttosto che sull’arma in sé.

In questo scenario, il malcontento può rientrare senza tradursi in costi elettorali immediati.

 Il rischio politico emerge però nel medio periodo, se prende piede la narrativa secondo cui l’amministrazione starebbe “scaricando” sui proprietari di armi legali la responsabilità di episodi controversi per difendere scelte operative federali.

 Se questa percezione si sedimenta, la questione smette di essere episodica e diventa un punto di attrito strutturale nella coalizione MAGA:

non abbastanza forte da far crollare l’alleanza, ma sufficiente a eroderne la compattezza, soprattutto nella mobilitazione di base e nel rapporto con l’ecosistema pro-gun.

 In altre parole, Trump non rischia di “perdere” il voto 2A dall’oggi al domani, ma rischia qualcosa di più sottile e insidioso:

incrinare la fiducia identitaria di un segmento che, finora, lo ha sostenuto non solo per convenienza politica, ma per affinità simbolica.

 

Se non ci sarà un compromesso entro il 30 gennaio e scatterà lo showdown parziale, chi pagherà il costo politico più alto:

 i democratici che legano i fondi alle riforme o la Casa Bianca che difende l’operatività federale?

 

Se non ci sarà un compromesso entro il 30 gennaio e scatterà dunque lo showdown parziale, il costo politico non sarà automatico né simmetrico, ma dipenderà da chi riuscirà a imporre la propria narrazione di responsabilità.

 I democratici corrono il rischio evidente di essere dipinti come quelli che ancora una volta “chiudono il governo” subordinando i fondi a riforme su ICE, cioè trasformando una scadenza di bilancio in una leva politica su un tema altamente polarizzante.

 Questa accusa è particolarmente efficace perché lo strumento usato è una filibusteria tematica:

non un dissenso generale sul budget, ma un blocco mirato legato a condizioni specifiche.

Proprio per questo è facilmente etichettabile come ricatto politico, soprattutto presso un elettorato moderato che tende a penalizzare chi appare disposto a sacrificare il funzionamento dello Stato per ottenere concessioni di policy.

Dall’altra parte, però, la Casa Bianca e la maggioranza repubblicana non sono affatto al riparo.

Nella storia recente degli showdown, il danno tende a colpire di più chi controlla l’esecutivo, perché le conseguenze sono immediate e visibili: uffici chiusi, servizi rallentati, lavoratori federali senza stipendio, incertezza operativa su sicurezza e immigrazione.

 Se passa l’idea che l’amministrazione abbia rifiutato misure minime di accountability dopo un caso altamente simbolico e mediaticamente potente, il frame può ribaltarsi:

non “i democratici bloccano”, ma “la Casa Bianca si ostina”.

In quel caso, la narrativa diventa quella di un esecutivo rigido che antepone la difesa corporativa delle agenzie federali alla credibilità dello Stato di diritto.

 Il nodo, quindi, è che entrambi i fronti stanno giocando una partita ad alto rischio asimmetrico.

Nel brevissimo periodo, lo showdown tende a logorare di più l’amministrazione in carica;

nel medio periodo, però, la strategia democratica è fragile perché espone il partito all’accusa di usare il bilancio come arma su un tema identitario (immigrazione ed enforcement), rafforzando il racconto repubblicano del “governo preso in ostaggio”.

In altre parole, nessuno dei due può permettersi di perdere il controllo della narrativa:

 chi viene percepito come irragionevole o ideologico pagherà il prezzo più alto, non tanto nelle trattative di Washington quanto nell’opinione pubblica che guarda agli effetti concreti dello stallo.

(RaiNews).

 

 

 

“Von der Leyen”: adesione dell'Ucraina

 all'Ue fondamentale per la sicurezza del Paese.

Euronews.com - Maria Tadeo – (30/12/2025) – ci dice:

 

La Coalizione dei Volenterosi durante un incontro a Londra con il PM.

Dopo un colloquio con i leader europei, la presidente della Commissione ha ribadito che l'adesione di Kiev all'Ue fa parte di un pacchetto di garanzie di sicurezza il Paese.

 La prossima settimana si riunisce la Coalizione dei volenterosi.

La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha insistito sul fatto che l'adesione dell'Ucraina all'Unione europea è una componente chiave delle future garanzie di sicurezza del Paese.

 Martedì ha parlato con i leader europei per fare il punto sui colloqui di pace.

 

Von der Leyen ha affermato in un post sui social che l'adesione al blocco dei 27 rappresenta "una garanzia di sicurezza fondamentale di per sé".

 

"In definitiva, la prosperità di uno Stato ucraino libero risiede nell'adesione all'Ue", ha aggiunto.

 "L'adesione non giova solo ai Paesi che vi aderiscono, come dimostrano le successive ondate di allargamento, l'Europa ne trae beneficio".

 

I suoi commenti fanno seguito a una settimana di diplomazia ad alta tensione tra funzionari statunitensi, ucraini ed europei.

Dopo un incontro bilaterale con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che le garanzie di sicurezza tra i tre sono "quasi concordate".

L'adesione all'Ue è considerata una componente cruciale, ma che comporta molteplici sfide per il blocco.

Richiede riforme significative e deve essere approvata all'unanimità da tutti i 27 Stati membri.

 

Per la Commissione, l'adesione dell'Ucraina rappresenta un delicato equilibrio tra l'attuazione di un processo basato sul merito, uguale per tutti i Paesi candidati, e il riconoscimento della situazione straordinaria del Paese con i colloqui di pace in corso.

L'Ucraina deve anche affrontare il veto del primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha ripetutamente sostenuto che Kiev non soddisfa i criteri per entrare nell'Ue, proponendo al massimo una stretta collaborazione.

Quest'anno, il suo veto ha bloccato qualsiasi progresso nei negoziati di adesione dell'Ucraina.

 

La Commissione europea sostiene che Kiev è tecnicamente pronta per avanzare nel processo. La frustrazione per la lentezza ha stimolato il dibattito sulle regole dell'unanimità per l'adesione, ma anche le proposte di modifiche legali non sono avanzate.

Dopo la convocazione del Gruppo di Berlino martedì mattina, il primo ministro olandese ad interim “Dick School” ha dichiarato che la "Coalizione dei volenterosi", un gruppo di Paesi che sostengono l'Ucraina guidato da Francia, Regno Unito e dal più ampio establishment di sicurezza europeo, si riunirà la prossima settimana.

Il cancelliere tedesco chiede "onestà" nei colloqui.

Dopo un incontro bilaterale a Mar-a-Lago domenica, Trump e Zelensky hanno salutato i progressi verso un accordo di pace guidato dagli Stati Uniti.

 

Tuttavia, i colloqui sono stati ritardati dopo che la Russia ha affermato che l'Ucraina ha attaccato una residenza personale del Presidente Vladimir Putin, in un'ulteriore escalation delle ostilità.

Kiev ha negato qualsiasi attacco alla residenza, definendo l'accusa una "totale montatura" volta a ostacolare gli sforzi di pace.

 

Lunedì Trump ha dichiarato ai giornalisti di essere stato informato da Putin del presunto incidente.

"Questo non va bene, non mi piace", ha detto il presidente degli Stati Uniti. "Non è il momento giusto per fare tutto questo. Una cosa è essere offensivi, un'altra è attaccare la sua casa".

 

Il Presidente degli Stati Uniti non ha detto se le agenzie di intelligence statunitensi avessero informazioni relative al presunto attacco, citando invece il Presidente russo.

Il ministro degli Esteri russo “Sergei Lavrov” ha dichiarato lunedì che la Russia si sarebbe vendicata dopo il presunto attacco.

 Nel fine settimana, la Russia ha bombardato l'Ucraina con un'altra serie di attacchi con droni e missili, che hanno colpito principalmente la capitale Kiev.

In un post sui social media dopo aver ospitato una teleconferenza con i leader europei lunedì, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che il processo di pace sta andando avanti, ma "richiederà onestà e trasparenza da parte di tutti - Russia compresa".

 

Relate.

Russia, Lavrov minaccia l'Ucraina dopo il presunto attacco con un drone alla residenza di Putin.

"Garanzie di sicurezza Usa-Ucraina concordate al 100%", afferma Zelensky dopo l'incontro con Trump

Dopo aver parlato con Zelensky, Putin e i leader europei, il Presidente degli Stati Uniti si è detto ottimista sulle prospettive di un accordo di pace, sostenendo che è nell'interesse di entrambe le parti porre fine alla guerra.

Trump ha affermato che la questione delle possibili concessioni territoriali da parte di Kiev - comprese le richieste della Russia di ottenere il controllo sull'intera regione orientale ucraina del Donbas - rimane irrisolta ed è una questione "molto difficile".

 

Trump ha anche detto che gli europei dovranno farsi carico, per la maggior parte, delle garanzie di sicurezza, ma ha aggiunto che anche gli Stati Uniti daranno il loro contributo.

Lunedì, in un briefing su WhatsApp, Zelensky ha dichiarato ai giornalisti che le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti avranno una durata di 15 anni, ma Kiev sta cercando di estenderle.

Il presidente ucraino ha invece auspicato un periodo di 30-50 anni, sostenendo che la Russia ha attaccato il suo Paese per più di un decennio, quindi un periodo più lungo rappresenterebbe una svolta per l'Ucraina.

 "Sarebbe una decisione storica", ha dichiarato.

 

 

 

 

“Progressi verso la pace”, ma solo

se l’Ucraina cede il Donbass.

Eurofocus.adnkronos.com – Redazione – (28 - 01 – 2026) – ci dice:

Dopo il trilaterale Usa-Ucraina-Russia, il Donbass resta il nodo centrale: secondo il “Financial Times”, Washington spingerebbe Kiev a cedere territori in cambio di sicurezza.

Slitta intanto la firma con l'Ue di un Piano di prosperità post-bellica.

Putin, Zelensky, Trump.

L’Ucraina deve cedere i territori.

Sembra questa l’unica via per raggiungere la pace con la Russia, che anche dopo il trilaterale con gli Usa tenutosi lo scorso fine settimana non arretra di un millimetro rispetto alla sua richiesta.

Secondo indiscrezioni del “Financial Times”, che cita fonti anonime, gli americani starebbero aumentando la pressione su Kiev legando la concessione delle proprie garanzie di sicurezza alla cessione di tutto il Donbass.

Non solo quello che Mosca controlla militarmente in seguito all’invasione iniziata nel 2022, ma anche la parte ancora in mano agli ucraini dopo quattro anni di guerra.

 

Il prezzo della pace: territori in cambio di sicurezza.

Il nodo a questo punto rimane sostanziale:

l’Ucraina vuole prima avere garanzie di sicurezza, mentre gli Usa vogliono prima un accordo di pace, raggiungibile se la Russia ottenesse gli agognati territori.

 Gli Stati Uniti introdurrebbero anche ulteriori forniture di armamenti a Kiev per rafforzare le Forze armate ucraine in tempo di pace, purché si accontenti Mosca.

E anche se la vice portavoce della Casa Bianca “Anna Kelly” ha smentito il quotidiano britannico – “è totalmente falso, l’unico ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace è unire entrambe le parti per raggiungere un accordo” – il tema resta irrisolto.

Zelensky non può cedere il Donbass, per molti motivi:

è vietato dalla Costituzione e gli ucraini non sono favorevoli. Fondamentale poi il tema strategico: il Donbass, composto dalle province di Donetsk e Luhansk, comprende una linea difensiva di circa 50 km, con città come Kramatorsk, Slovyansk, Druzhkivka e Kostyantynivka, che viene definita “cintura di fortezza”.

In poche parole, dare la regione in mano ai russi equivarrebbe a spianare lo strada per Kiev:

una pace a queste condizioni somiglierebbe a una tregua armata a vantaggio dell’avversario.

 

Diverse ovviamente le motivazioni delle altre parti in gioco: se la Russia ottiene ciò che chiede, può sbandierare un successo e dimostrare che la forza paga, mentre gli Stati Uniti cercano un risultato che consenta loro di riorientare risorse e attenzione, oltre ad aggiungere ‘una tacca’ al nutrito e presunto palmarès di guerre risolte da Trump, che com’è noto agogna a vincere il Nobel per la Pace.

Sullo sfondo, c’è poi l’Europa, che dovrebbe essere decisiva, ma che spesso rimane laterale: invoca garanzie, però non incide.

 

Abu Dhabi e “rimane solo un problema.”

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky voleva firmare entro la fine del mese due documenti chiave:

uno sulle garanzie di sicurezza e un altro su un “piano di prosperità” economica postbellica, concepito per rafforzare la posizione ucraina nei confronti di Mosca.

 Il presidente ucraino aveva dichiarato che i testi, discussi con Donald Trump a Davos la settimana scorsa, erano “pronti al 100%”.

“Per noi, la garanzia di sicurezza è, prima di tutto, una garanzia di sicurezza bilaterale da parte degli Stati Uniti.

Il documento è pronto al 100%.

Aspettiamo che i nostri partner siano pronti e che la data e il luogo della firma siano definiti”, ha dichiarato Zelensky, fissando anche il 2027 come data entro cui l’Ucraina deve entrare nell’Unione europea.

 

Gli Stati Uniti tuttavia non hanno ancora dato l’approvazione finale alle bozze, e legano ogni accordo all’intesa politica con la Russia, come riferito anche dal “Financial Times”, ridimensionando l’ottimismo espresso da Zelensky.

Parlando a Davos, giovedì scorso l’inviato speciale di Trump, “Steve Witkoff”, ha fatto comunque riferimento a “progressi significativi”, sostenendo che i negoziati sarebbero stati ridotti “a un solo problema”, definito quindi risolvibile.

 

Il portavoce russo “Dmitrij Peskov”, dopo i negoziati tripartiti ad Abu Dhabi, ha affermato che un “rapido progresso” verso la pace dipende direttamente dalla risoluzione della questione territoriale.

Secondo Mosca, nel precedente vertice russo-americano in Alaska sarebbe già stata elaborata una “formula concreta” per il Donbass, che prevede il ritiro volontario delle truppe ucraine, e a quella occorre attenersi.

I negoziati in corso sono stati definiti “costruttivi”, ma Peskov ha avvertito che sarebbe un errore aspettarsi risultati immediati.

 

Zelensky ha confermato un secondo incontro a tre entro la fine della settimana, pur ammettendo che restano “questioni politiche complesse”.

 

Forze neutrali, zona demilitarizzata o ‘zona economica libera’?

Come se ne esce dunque?

Per quanto riguarda il Donbass, in una fase iniziale si sarebbe parlato di una zona demilitarizzata riconosciuta come territorio russo:

ipotesi a cui si sono opposti Kiev e i partner europei.

Nei colloqui riservati di Abu Dhabi, secondo il New York Times, Stati Uniti e Ucraina hanno dunque esplorato l’ipotesi di inviare forze di pace ‘neutrali’ nella parte contesa del Donbass, in alternativa a una presenza Nato fermamente rifiutata da Mosca.

Ma, come detto, la Russia respinge qualsiasi soluzione che non ricalchi l’intesa territoriale che, a suo dire, sarebbe stata raggiunta in precedenza tra Trump e Putin in Alaska.

 

Il “Financial Times” riferisce inoltre che Washington starebbe spingendo per un ritiro ucraino dal Donbass, come chiesto dal Cremlino, per istituire una ‘zona economica libera.

Zelensky ha detto di accettarla solo se riconosciuta internazionalmente come ucraina e con un arretramento simmetrico delle forze russe.

 

Il piano di prosperità e le divisioni transatlantiche.

Parallelamente alla questione territoriale, resta in sospeso il ‘Piano di prosperità’ per la ricostruzione post-bellica dell’Ucraina che Kiev, Washington e Unione europea erano pronti a firmare la scorsa settimana.

L’annuncio previsto al “World Economic Forum” di Davos è stato rinviato a causa di divisioni sui contenuti e soprattutto dalla disputa sulla Groenlandia, rivendicata “con le buone o le cattive” da Trump, che ha portato i due (ex) alleati sull’orlo della rottura definitiva.

Anche i timori suscitati dal neonato “Board of Peace” trumpiano hanno fatto slittare la firma, che comunque non sarebbe stata accantonata definitivamente ma solo rinviata.

Anche qui, rimangono però da definire dettagli come le modalità di finanziamento di un piano stimato in 800 miliardi di euro in 10 anni per sostenere le esigenze di ripresa dell’Ucraina fino al 2040, e sulle condizioni legate agli aiuti futuri.

Bruxelles chiede forti garanzie anticorruzione.

 

Trump: “Stupidi se non fanno la pace.”

Intanto, sempre a Davos, Trump ha dichiarato che se Zelensky e Putin non faranno la pace “sono stupidi”, ribadendo però che la gestione dell’Ucraina dovrebbe spettare soprattutto all’Europa e alla Nato e non agli Usa.

 

Gli occhi quindi sono ora puntati sul prossimo trilaterale, che potrebbe tenersi l’1° febbraio.

Peskov ha invece chiarito che non sono previsti colloqui a breve tra Vladimir Putin e Trump.

E di certo non con l’Europa, dove, ha detto il portavoce del Cremlino, “abbondano funzionari incompetenti, come il capo della diplomazia dell’Ue Kaja Kallas”.

La Russia, ha sottolineato, “non discuterà mai nulla con lei, proprio come gli Stati Uniti, ed è ovvio.

Cosa si dovrebbe fare? Bisogna solo aspettare che si dimetta “.

Intanto, continuano i bombardamenti russi sull’Ucraina, con morti e feriti, mentre, secondo “Reuters”, nuove valutazioni basate su immagini satellitari – e in linea con le scoperte dell’intelligence statunitense – indicano che Mosca starebbe installando missili balistici ipersonici a capacità nucleare in una ex base aerea nella Bielorussia orientale: un elemento che potrebbe rafforzare la capacità russa di colpire l’Europa.

 

 

 

Zone di influenza, Donbass e difesa USA. La tela di Donald per convincere lo zar

Storia di Gian Micalessin • 5 ora/e •

2 min di lettura

 

 

 

Zone di influenza, Donbass

 e difesa Usa. La tela di

Donald per convincere lo Zar.

Msn.com – Il Giornale – Gian Mica lessia – 30 – 01 -2026 – ci dice:

 

Zone di influenza, Donbass e difesa Usa. La tela di Donald per convincere lo Zar.

L’hanno battezzata tregua del gelo.

E a sentire Donald Trump, il primo e l’unico fin qui a parlarne in maniera ufficiale, sarebbe stata strappata a Vladimir Putin da lui stesso nel corso di una telefonata.

Ma una guerra lunga quattro anni, con centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti, non si ferma con quattro chiacchiere al cellulare.

Il sì di Putin - non ancora confermato dal Cremlino nasconde probabilmente una tela molto più complessa.

Una tela intessuta dalla Casa Bianca e dai suoi mediatori durante l’incontro di una settimana fa a Washington tra Trump e Volodymyr Zelensky e poi ad Abu Dhabi durante le trattative dirette tra negoziatori russi e ucraini di quattro giorni fa.

Un’ipotesi avvallata dalle voci sulla tregua diffusesi già in mattinata. Voci diffusesi con singolare sincronia sia a Kiev che a Mosca.

 

Il primo a parlarne sul fronte ucraino è” Kostianty Nemichev” comandante e fondatore di “Kraken”, le forze speciali di quel battaglione” Azov” composto in gran parte da militanti dell’estrema destra.

Nemichev, passato nel frattempo all’intelligence militare, già all’alba di ieri dava per scontata l’interruzione degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche di Kiev.

 «Arrivano informazioni - scriveva - secondo cui oggi, a partire dalle 7 del mattino le Forze Armate della Federazione Russa applicheranno il divieto di colpire qualsiasi obiettivo a Kiev e dintorni risparmiando quelli infrastrutturale su tutto il territorio dell’Ucraina.

Nei prossimi giorni la dinamica degli attacchi (o la loro assenza) ci farà capire se questo corrisponda al vero».

Poco dopo, le stesse indiscrezioni dilagano anche sul fronte russo.

Ad alimentarle sono i blogger di Telegram più vicini ai comandi militari di Mosca.

Alcuni pubblicano persino il testo ufficiale del presunto ordine del Cremlino.

 «Va esclusa - sottolinea il testo - la distruzione di obiettivi all’interno della città di Kiev e della regione di Kiev, nonché di obiettivi dell’infrastruttura energetica (sottostazioni elettriche, centrali termoelettriche, centrali idroelettriche, depositi di gas, depositi di petrolio e depositi di carburante) su tutto il territorio dell’Ucraina dal 28 gennaio 2026 fino a nuove istruzioni».

Quell’ordine secondo alcune fonti russe è il prologo di una trattativa molto più complessa avviata dagli americani per convincere Zelensky ad abbandonare i territori del Donetsk ancora sotto il suo controllo.

 Ma in cambio di cosa?

Non certo di un’entrata nella Nato o di una presenza militare occidentale sui territori di Kiev considerate inaccettabili da Vladimir Putin.

Alcune fonti parlano di un’intesa con cui la Russia si impegnerebbe a non attaccare l’Ucraina e l’America a difenderla.

 Il tutto nell’ambito di un accordo sulle zone d’influenza di Mosca e sulla fine delle sanzioni.

 

Una cosa è certa: la tregua, se confermata, sarà la prima dall’inizio della guerra.

Anche perché fin qui Mosca aveva sempre detto di esser disposta a far tacere le armi solo in cambio di un accordo di pace definitivo.

 Ci siamo vicini?

Nessuno lo sa, ma il solo parlarne diffonde un bagliore di speranza nel tetro grigiore della guerra.

 

 

 

Zelensky si lamenta con violenza

della mancanza di missili

 e armi.

 Shtfplan.com - Mac Slavo – (30 gennaio 2026) – ci dice:

 

Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, sta diventando sempre più aggressivo per la mancanza di forniture di armi da parte dei suoi alleati occidentali.

L'Occidente ha respinto le richieste di Zelensky, ma lui continua a combattere una guerra con la Russia, e non può assolutamente vincere.

 

Venerdì, parlando ai media ucraini, Zelensky ha affermato che i sistemi di difesa aerea “Patriot” e “NASAMS” non sono stati in grado di respingere i recenti attacchi, attribuendo la situazione a un fallimento della logistica e dei finanziamenti occidentali.

 "So che non ci sarà luce perché non ci sono missili per la difesa", avrebbe affermato, lamentandosi di dover continuare a insistere con l'Occidente per ottenere ulteriori consegne.

 

Durante l'estate, gli Stati Uniti hanno fatto avanti e indietro diverse volte quando si è trattato di fornire armi all'Ucraina.

Con il progressivo esaurimento delle proprie scorte e il continuo intensificarsi di guerre e conflitti in altre regioni, è diventato chiaro che non avrebbero potuto continuare a rifornire Kiev allo stesso ritmo di prima.

Dopo aver sospeso le spedizioni di armi all'Ucraina, Trump cambia ANCORA idea.

Le lamentele di Zelensky sono la continuazione di una serie di attriti tra l'opinione pubblica e i suoi sostenitori occidentali.

 La scorsa settimana, al “World Economic Forum” di Davos, si è scagliato contro l'Europa accusandola di debolezza e indecisione, suscitando aspre critiche.

 

Secondo quanto riportato da RT, il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán ha definito Zelensky "un uomo in una posizione disperata", "incapace o non disposto" a porre fine al conflitto.

Il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha definito "ingiuste" le dichiarazioni del leader ucraino e ha affermato di non essere grato per l'ampio sostegno europeo.

 

Di recente, la Russia ha approfittato del deterioramento dei rapporti di Zelensky con i suoi fornitori occidentali e ha intensificato i suoi attacchi a lungo raggio contro le infrastrutture militari e a duplice uso dell'Ucraina.

Questo aumento degli attacchi si è verificato negli ultimi mesi, con le forze armate russe che hanno dichiarato che gli attacchi sono una risposta ai continui attacchi dell'esercito ucraino contro le infrastrutture energetiche russe e agli attacchi indiscriminati di Kiev contro i civili russi.

 

 

 

L'America sull'orlo del baratro:

come gli squadroni della morte

governativi alimentano la guerra civile.

Shtfplan.com - Mike Adams – (30 gennaio 2026) – ci dice:

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Mike Adams su Natural News.)

 

Una tensione palpabile attanaglia la nazione nel 2026.

Gli applausi provenienti da alcuni ambienti per le azioni extragiudiziali degli agenti federali segnalano più di una vittoria di parte:

 annunciano una rottura fondamentale nel contratto sociale americano. Lo stato di diritto, il giusto processo e le tutele costituzionali vengono sacrificati sull'altare della rabbia tribale, spingendo il paese verso la sua seconda guerra civile.

 Questa discesa non è iniziata con un singolo evento, ma con l'abbandono dei principi.

Quando i cittadini applaudono la violenza dello Stato contro i loro vicini, firmano inconsapevolmente la propria condanna a morte.

La macchina dell'oppressione, una volta costruita e normalizzata, non conosce un padrone permanente.

Questo articolo ripercorre la traiettoria letale dalla retorica disumanizzante all'omicidio sancito dal governo, esponendo i parallelismi storici, la terribile ipocrisia e l'inevitabile e violenta resa dei conti che attende una nazione che festeggia la propria fine.

 

Il punto di rottura: la discesa dell'America nella violenza politica.

L'uccisione a colpi d'arma da fuoco del cittadino legalmente armato “Alex Pretti” a Minneapolis da parte di agenti federali non è stata una tragedia isolata.

 È stato un segnale di allarme rosso che ha segnalato la crisi dello stato di diritto in America.

La presunta violazione del diritto fondamentale al porto d'armi da parte del presidente Trump in seguito all'incidente rappresenta un palese tradimento dei principi costituzionali e un via libera alla violenza statale.

 

Questo incidente, insieme all'uccisione dell'attivista anti-ICE “Renee Nicole Good”, ha innescato una polveriera.

L'atmosfera politica ora crepita per l'elettricità statica di un conflitto imminente, dove l'”Insurrection Act” non è più uno strumento teorico ma una promessa di arma da fuoco, che annuncia quella che può essere descritta solo come l'ultima guerra tribale americana.

L'escalation è chiara: le uccisioni governative, un tempo condannate, sono ora celebrate da una parte significativa della popolazione.

Questa schiera di sostenitori delle esecuzioni extragiudiziali non sta rafforzando la sicurezza;

 sta sventrando la democrazia dall'interno e accelerando la violenta frammentazione della nazione.

 

La lezione inquietante della storia: dai nazisti a Stalin.

Le pagine intrise di sangue della storia offrono una lezione brutale e ripetitiva:

l'omicidio sancito dallo Stato inizia sempre con la disumanizzazione e l'abbandono dei principi legali e morali.

Gli schemi della Germania nazista, dell'URSS di Stalin e dei campi di sterminio in Cambogia non sono storia antica;

sono un modello per il collasso sociale che l'America sta ora seguendo.    Il processo è incrementale.

In primo luogo, un gruppo preso di mira viene etichettato come meno che umano, una minaccia o un nemico dello Stato.

 I loro diritti vengono retoricamente privati.

Poi, l'apparato statale viene utilizzato come arma contro di loro, con il consenso esultante di una popolazione che crede di non essere mai nel mirino.

 

Come ha avvertito un'analisi della strada verso il totalitarismo, i segnali sono scritti a caratteri cubitali per chi conosce la storia.

 L'oppressione sistematica è prevedibile una volta che una società abbandona i principi fondamentali del giusto processo e della dignità umana. 

Il governo americano, come molti altri prima di lui, ha una storia di occultamento dei propri crimini e di impunità dei colpevoli per crimini di guerra, dalle informazioni falsificate alle guerre di aggressione.

Oggi, i bersagli disumanizzanti sono gli oppositori politici, gli attivisti per l'immigrazione o chiunque sia considerato un ostacolo al potere statale. L'applauso per le operazioni dell'ICE che si concludono con la morte è l'eco moderna delle folle che acclamano la polizia segreta.

È il suono di una nazione che dimentica che il potere di uccidere senza processo, una volta concesso, non viene mai ceduto volontariamente e si espande sempre.

 

La grande ipocrisia conservatrice.

L'aspetto più sconvolgente della caduta dell'America è l'ipocrisia sbalorditiva di coloro che un tempo difendevano la libertà.

 Il nucleo del sostegno al movimento conservatore era da tempo radicato in una percepita fedeltà alla Costituzione, in particolare al Secondo Emendamento.

Questa fiducia è andata in frantumi in seguito all'incidente di “Alex Pretti”, quando il presidente Trump è sembrato ignorare il diritto fondamentale di portare armi. 

Questo tradimento rivela una linea rossa fondamentale per i conservatori.

 

Le stesse voci che si scagliano contro l'eccesso di potere del governo, che citano il Quarto Emendamento contro le perquisizioni ingiustificate, ora esultano mentre gli agenti dell'immigrazione operano con squadre in stile cacciatori di taglie, fermando persone senza una causa plausibile. 

I principi del giusto processo, del governo limitato e dei diritti costituzionali sono stati abbandonati in favore del tribalismo partigiano.

Influencer e politici che hanno costruito il loro marchio opponendosi allo Stato Profondo e difendendo la libertà di parola ora sostengono la stessa violenza statale che un tempo condannavano, semplicemente perché la loro squadra attualmente detiene il controllo.

Questo svela una pericolosa verità: per molti, l'impegno non è mai stato rivolto ai principi, ma al potere.

La trasformazione in arma di agenzie come l'ICE e l'espansione dei poteri di sorveglianza statale sotto Trump non saranno smantellate; aspetteranno semplicemente un nuovo padrone.

 

L'effetto boomerang: quando lo Stato si rivolta contro i suoi sostenitori.

Coloro che ora applaudono la creazione di un apparato federale di controllo più vigoroso e meno vincolante stanno commettendo un errore di calcolo catastrofico.

 I poteri governativi, i precedenti legali e gli strumenti di sorveglianza che vengono costruiti e normalizzati oggi non svaniranno con le prossime elezioni.

Come avverte l'analista di tendenze “Doug Casey”, gli Stati Uniti si trovano a un punto di svolta importante, diretti verso qualcosa di simile a una guerra civile in cui "i rossi e i blu... si detestano davvero".  L'infrastruttura di controllo sarà esercitata dalle future amministrazioni, potenzialmente democratiche, contro coloro che attualmente la acclamano.

 

L'effetto boomerang è una legge della fisica politica.

L'”Insurrection Act”, una volta invocato contro un gruppo, crea un precedente per il suo utilizzo contro qualsiasi gruppo.

Le "squadre ninja" in assetto tattico, le squadre SWAT ampliate e le giustificazioni legali per le azioni extragiudiziali costituiscono un kit di strumenti per la tirannia che è agnostico rispetto al partito. 

  I conservatori che oggi celebrano gli agenti federali che prendono di mira le città santuario potrebbero domani ritrovarsi etichettati come terroristi interni o insorti da un regime ostile.

Questo ciclo di armamento dello Stato contro i nemici politici garantisce un'escalation in vera e propria violenza politica.

 L'apparato costruito per "l'applicazione delle leggi sull'immigrazione" o "l'antiterrorismo" può essere facilmente riutilizzato per "contrastare l'estremismo" o "garantire il rispetto delle leggi", con la definizione di "estremismo" che cambia a seconda dei venti politici.

 

Norimberga sul suolo americano: la resa dei conti imminente.

La storia non guarda con favore a coloro che permettono l'omicidio di Stato.

Quando la febbre della rabbia partigiana si placa, inizia una profonda resa dei conti sociale.

 Le future amministrazioni, che cercheranno di ripristinare l'unità nazionale e lo stato di diritto, saranno costrette a perseguire i complici di esecuzioni extragiudiziali.

Questo rispecchia i processi di Norimberga del dopoguerra, dove gli individui venivano ritenuti responsabili di crimini commessi sotto la bandiera della "sicurezza nazionale" o dell'"esecuzione di ordini".

 

I sostenitori della violenza di Stato – le personalità dei media, gli influencer online, i politici che hanno fornito copertura retorica – non sfuggiranno alle loro responsabilità.

Dovranno affrontare la vergogna pubblica, il de platforming e, in ultima analisi, le conseguenze legali.

 La loro reputazione sarà per sempre legata alle morti che hanno razionalizzato.

 Questo processo è già iniziato, poiché piattaforme decentralizzate e non censurate come “ Brighteon.social”  e motori di ricerca come  “BrightAnswers.ai”  archiviano le loro dichiarazioni e ne smascherano l'ipocrisia in tempo reale.

La traccia digitale che lasciano oggi sarà la prova usata contro di loro domani.

Il loro destino è un duro monito: abbandonare i principi fondamentali per un temporaneo vantaggio tribale porta solo a distruzione e vergogna.

 

Scegliere i principi anziché il tribalismo.

Prevenire una guerra civile su vasta scala richiede una scelta consapevole e difficile:

difendere i principi senza tempo anziché le effimere alleanze tribali.

 Ciò significa denunciare la violenza di stato e le esecuzioni extragiudiziali, indipendentemente dalla fazione politica al potere.

Significa difendere lo stato di diritto, il giusto processo e i diritti umani intrinseci di ogni persona, anche di coloro che sono considerati "nemici".

 

Gli individui devono ritirare attivamente il consenso al meccanismo dell'oppressione.

Ciò implica il supporto e l'utilizzo di piattaforme decentralizzate e non censurabili per la comunicazione e l'informazione – come “Brighteo”n per i video, “ Brighteon.social”  per i social media e  “BrightAnswers.ai” per la ricerca onesta – per spezzare il monopolio delle narrazioni manipolative.

Richiede la decentralizzazione economica, spostando i risparmi in denaro onesto come oro e argento per sfuggire al controllo di un sistema basato sul debito. Fondamentalmente, richiede di prepararsi a una resistenza pacifica e basata sui principi:

coltivare l'autosufficienza attraverso l'orticoltura biologica e la conservazione del cibo, costruire legami con le comunità locali e comprendere che la vera difesa contro la tirannia non risiede nelle folle, ma nell'incrollabile impegno individuale per la dignità umana e la libertà.

La strada da percorrere non è quella di tifare a gran voce per la propria squadra, ma attraverso la pratica silenziosa e costante della moralità universale.

 

Conclusione.

L'America è sull'orlo del precipizio. L'applauso per gli squadroni della morte governativi è il rantolo di una repubblica, un'eco dei capitoli più oscuri della storia che abbiamo giurato di non ripetere mai più.

La seducente menzogna del tribalismo – che la violenza della nostra parte sia giustificata – sta sciogliendo le fondamenta stesse del diritto e dell'umanità.

 Questa discesa è una scelta, e non è inevitabile.

 L'alternativa è un ritorno consapevole ai principi:

vedere l'individuo, non l'etichetta; difendere il processo, non il risultato; dare valore alla vita umana, non alla vittoria politica.

 Gli strumenti per questa rinascita – conoscenza decentralizzata, denaro onesto, autosufficienza – si stanno costruendo ora, al di fuori del sistema al collasso.

 La guerra civile imminente non è una battaglia da vincere, ma un destino da evitare.

 L'unica vittoria sta nel rifiutarsi di diventare i mostri che affermiamo di combattere e nel ricostruire, dalle fondamenta, una società degna dello spirito umano. Il momento di scegliere è adesso.

 

(Riferimenti:

Il tradimento del Secondo Emendamento da parte di Trump: il superamento di una linea rossa conservatrice. – NaturalNews.com. 28 gennaio 2026.

L'Insurrection Act e l'ultima guerra tribale americana. – NaturalNews.com. 19 gennaio 2026.

Consent Factory Inc. – La strada verso il totalitarismo. – NaturalNews.com. 3 agosto 2021.

È questa la strada verso il totalitarismo? – Mercola.com. 16 agosto 2021.

La CIA come crimine organizzato. Come le operazioni illegali corrompono l'America e il mondo. – Douglas Valentine.

Notizie di Brighteon Broadcast. – Mike Adams – Brighteon.com.

La previsione più importante di Doug Casey per il 2026... Cosa significa per te e per i tuoi soldi. – InternationalMan.com.

Martedì Alex – Infowars.com. – Infowars.com. 27 luglio 2010.)

 

 

 

 

 

L’Europa è Finita!

Conoscenzealconfine.it – (29 Gennaio 2026) - Laura Abolì – ci dice:

 

L’UE ha appena annunciato un cosiddetto accordo di libero scambio “storico” con l’India, orgogliosamente descritto come la madre di tutti gli accordi, che copre il 25% del PIL mondiale e un terzo del commercio mondiale.

Ciò che non vi diranno è che questo accordo non è crescita, è una resa totale.

L’Europa sta stipulando un accordo di libero scambio da una posizione di estrema debolezza, dopo aver deliberatamente smantellato la propria base industriale attraverso l’”autosabotaggio energetico”, il “dogma climatico”, l’eccessiva regolamentazione, le sanzioni e la “sistematica delocalizzazione della produzione.

 

Non si liberalizza il commercio quando si è forti, lo si fa quando non si è più competitivi e si ha bisogno di importazioni a basso costo per mascherare il declino.

 

L’India offre manodopera giovane, bassi costi, protezione statale dell’industria e una produzione in rapida espansione.

L’Europa porta con sé prezzi elevati dell’energia, lavoratori anziani, PMI in difficoltà e oneri normativi così gravosi che produrre qualsiasi cosa localmente è diventato un atto di eroismo.

 

Questo accordo non rende l’Europa più competitiva, ma la rende irrilevante come produttore.

La produzione si sposterà verso est, la creazione di valore si sposterà verso est, così come l’occupazione, le competenze e il know-how industriale.

 

L’Europa si ritroverà a consumare ciò che non produce più, governata da regole che non imporrà più a nessuno se non a sé stessa, mentre i politici celebreranno cifre del PIL che non significano nulla per le persone che guardano le loro città svuotarsi.

Il libero scambio tra partner diseguali non crea equilibrio, ma accelera il collasso.

L’Europa è finita.

(Laura Abolì).

(LauraAbolì_X/status/2016098213921468844).

(imolaoggi.it/2026/01/28/ue-firmato-sua-condanna-a-morte/).

 

 

 

 

Cosa possono significare le

garanzie di sicurezza per Kyiv?

Affariinternazionali.it - Andreas Umland – (1° Dicembre 2025) – ci dice.

Guerra in Ucraina.

Dalla primavera del 2025, l’espressione “garanzie di sicurezza” è diventata centrale nei dibattiti internazionali sul futuro sostegno occidentale all’Ucraina.

In seguito a un eventuale cessate il fuoco, garantire la sicurezza dell’Ucraina rappresenterà una componente essenziale degli aiuti esteri di cui il Paese avrà ancora bisogno.

Tuttavia, il termine viene attualmente utilizzato in modo tale da lasciare irrisolte importanti questioni politiche e strategiche relative all’attuazione di tali garanzie.

 

In generale, parlare di “garanzie di sicurezza” può risultare fuorviante: una garanzia di sicurezza assoluta è un’illusione irraggiungibile, non solo per l’Ucraina ma ovunque.

Nelle discussioni tra esperti si distingue tra garanzie e assicurazioni di sicurezza (più deboli), nonché tra garanzie positive e negative.

Di norma, una garanzia di sicurezza positiva – il tipo di impegno che l’Ucraina sta cercando – implica un obbligo vincolante da parte del garante a proteggere il destinatario della garanzia.

 

Le diverse definizioni e interpretazioni delle garanzie di sicurezza, insieme alle varie ambiguità e contraddizioni nella pianificazione della loro attuazione, costituiscono un problema.

Le questioni aperte devono essere chiaramente identificate sin dall’inizio.

La trasparenza può aiutare a passare da un progresso puramente retorico sulle future esigenze di difesa di Kyiv a un reale miglioramento della situazione di sicurezza dell’Ucraina.

 

Esiste il rischio concreto che la promessa implicita nell’espressione “garanzie di sicurezza” finisca per non essere mantenuta.

Infatti, mentre nel 2025 le garanzie di sicurezza sono state oggetto di intenso dibattito in Europa e oltre, le specifiche sfide future che ne derivano rimangono poco chiare.

Un’attuazione incoerente degli impegni di sostegno e difesa proclamati a gran voce non sarebbe pericolosa solo per l’Ucraina, ma minerebbe ulteriormente anche l’ordine di sicurezza europeo, già profondamente scosso, e il sistema internazionale basato sulle regole.

L’idea di una “forza di rassicurazione.”

Un approccio per garantire la stabilità di un futuro cessate il fuoco è contenuto nell’idea europea di una cosiddetta “forza di rassicurazione”.

Questo piano, concepito nella primavera del 2025, prevede tra l’altro il dispiegamento di diverse decine di migliaia di soldati sul territorio ucraino e l’invio di navi da guerra nel Mar Nero da parte di alcuni dei 33 paesi membri della cosiddetta Coalizione dei Volenterosi (CoW).

 

La “forza di rassicurazione” costituirebbe un elemento centrale di uno sforzo più ampio da parte di questa coalizione per stabilizzare un futuro cessate il fuoco.

Si baserebbe su un’assistenza limitata degli Stati Uniti, che potrebbe includere un certo supporto aereo, lo scambio di informazioni di intelligence e capacità logistiche, ma nessuna truppa americana sul terreno.

 

Tuttavia, il pur lodevole piano europeo per una “forza di rassicurazione” occidentale in Ucraina soffre di due paradossi strategici.

In primo luogo, le attuali discussioni pubbliche sul dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina sono controproducenti per i negoziati tra Russia e Ucraina su un cessate il fuoco.

Per quanto l’idea di una “forza di rassicurazione” occidentale in Ucraina sia ben accolta in Occidente, altrettanto è respinta dalla Russia.

 Finora, il dibattito pubblico sulla “forza di rassicurazione” ha reso ancora più remota la prospettiva di un cessate il fuoco basato sul compromesso con la Russia.

 Ha rafforzato la determinazione di Mosca nella sua guerra di aggressione, aumentando così la pressione economica e militare necessaria per persuadere il Cremlino ad accettare una tregua.

 

Il secondo paradosso strategico del piano deriva dall’incertezza relativa allo scenario peggiore, in cui la “forza di rassicurazione” venisse coinvolta in combattimenti attivi con l’esercito russo.

 La questione più difficile riguardo al possibile dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina sarebbe come reagirebbero se fossero attaccate, ad esempio, da missili e droni russi, con conseguenti perdite significative in termini di vite umane e materiali.

La risposta a un incidente del genere non sarebbe solo un dilemma militare, ma avrebbe anche implicazioni politiche di vasta portata.

Se la “forza di rassicurazione” dovesse rispondere in modo proporzionato a una provocazione russa, i paesi che l’hanno inviata, così come la NATO e/o l’UE, potrebbero essere trascinati nella guerra russo-ucraina.

 Se, d’altra parte, la “forza di rassicurazione” non riuscisse a rispondere adeguatamente a un attacco russo, la missione perderebbe il suo significato e la disponibilità generale dell’Occidente a impegnarsi nella difesa collettiva potrebbe essere messa in discussione.

 

Il piano Sky Shield.

Esiste tuttavia una forma di sostegno militare diretto che la Cow può fornire oltre all’assistenza materiale, finanziaria e di addestramento alle forze armate ucraine?

 Un impegno limitato delle forze aeree della coalizione sopra l’Ucraina occidentale e centrale appare meno problematico rispetto al dispiegamento di truppe di terra e navi da guerra.

Tale sostegno con intercettori occidentali – noto anche come “Sky Shield” – sarebbe già possibile e sensato ora, cioè prima della conclusione di un cessate il fuoco.

 

L’istituzione di zone di difesa aerea congiunte su intere regioni dell’Ucraina, o almeno su città importanti come Uzhhorod, Leopoli e Kyiv, o su infrastrutture critiche, comporta finora un rischio minore di escalation, in quanto lo schieramento di intercettori occidentali può essere limitato in due modi.

 

In primo luogo, il coinvolgimento occidentale nella difesa aerea dell’Ucraina potrebbe essere concordato in modo tale da avvenire solo sui territori ucraini lontani dalle attuali zone di combattimento e dal confine russo-ucraino.

In secondo luogo, questa restrizione geografica delle operazioni dei jet all’entroterra dell’Ucraina centrale e occidentale significa che non incontreranno aerei o elicotteri russi con equipaggio.

Gli intercettori occidentali abbatterebbero solo veicoli aerei senza pilota russi, droni e missili, senza mettere in pericolo direttamente i soldati russi né violare lo spazio aereo russo.

 

Garanzie di sicurezza chiare e ben definite non sono l’unico prerequisito affinché un futuro cessate il fuoco funzioni, ma sono fondamentali. Tuttavia, questa idea di principio lodevole dovrebbe essere attuata con cautela: non dovrebbe suscitare aspettative che non possono essere soddisfatte, né dare falsamente l’impressione che il coinvolgimento dell’Occidente in Ucraina cambierebbe qualitativamente dopo la fine della guerra.

 

Tra qualche anno, le circostanze potrebbero cambiare e le truppe straniere in Ucraina e l’impegno marittimo nel Mar Nero potrebbero rivelarsi meno problematici.

Nelle condizioni attuali, tuttavia, i dibattiti sul dispiegamento di una “forza di rassicurazione” in Ucraina distraggono da questioni più urgenti.

Dopo tutto, il garante decisivo della sicurezza dell’Ucraina è e rimarrà il suo stesso esercito.

 L’aggressività di Mosca può essere contenuta solo da un’Ucraina armata fino ai denti e con soldati ben addestrati, una condizione che vale sia in tempo di guerra che in tempo di pace.

Nel definire le garanzie di sicurezza, l’attenzione dovrebbe concentrarsi sugli strumenti che possono essere applicati in modo realistico e rapido dopo l’inizio di un cessate il fuoco.

Inoltre, la pianificazione delle garanzie di sicurezza per il dopoguerra non dovrebbe distrarre dal compito primario di creare innanzitutto le condizioni per porre fine ai combattimenti e consentire l’avvio di almeno un cessate il fuoco parziale.

Molti degli strumenti che oggi possono contribuire a porre fine alla guerra saranno fondamentali anche per mantenere la pace in futuro.

(Andreas Umland).

 

 

Trump e la Groenlandia:

intervista a Klaus Dodds.

Affariinternazionali.it - Marco Varvello – (23 Gennaio 2026) – ci dice:

Intervista a Klaus Dodds.

“Per Trump la Groenlandia è diventata una vera ossessione, fatta di risentimento e spirito di rivalsa per essersi dovuto fermare durante il primo mandato.

 Non si fermerà”.

 

Tra chi non si fida della marcia indietro del Presidente americano nelle sue mire di conquista dell’isola artica è Klaus Dodds, uno dei massimi esperti mondiali delle regioni polari, con particolare esperienza proprio sull’Artico, che ha percorso in lungo e in largo nell’ultimo decennio.

Quando ci risponde è appena rientrato da una riunione a Copenaghen, ascoltatissimo consulente della Nato e di vari governi, quello britannico in testa.

 Per trent’anni professore di geopolitica a Londra, ora rettore della Facoltà di Scienze e tecnologia dell’Università del Middlesex, Dodds parla con sconforto e preoccupazione di quella enorme isola nordica, che per lui non è soltanto un “piece of ice”, un pezzo di ghiaccio come l’ha descritta Trump nel suo violentissimo intervento a Davos.

“È invece un mosaico di comunità diverse che ci vivono da millenni — mi racconta — e dove la presenza umana si inchina umile alla magnificenza di una natura spettacolare e implacabile”.

 

La strategia di Trump

Vederla ora nel mirino di un bulimico Trump lo indigna:

“È un Presidente affascinato dalle carte geografiche — incalza Dodds —. Vede che il suo disegno di dominare l’emisfero occidentale, come detto chiaramente nella “Strategia sulla sicurezza nazionale”, a settentrione degli Stati Uniti passa inevitabilmente dalla Groenlandia e dal Canada. Come nei suoi diktat nazionali, anche sulla scena internazionale la sua mentalità lo porta ad agire tramite ordini esecutivi.

Non vuole ostacoli.

Lo sta facendo anche verso la Danimarca e la Groenlandia”.

 

Le sue mire comunque hanno anche ragioni economiche e non a caso l’intesa che avrebbe raggiunto con il segretario generale della Nato “Rutte” riguarda non solo il rafforzamento militare ma anche le risorse naturali.

I cambiamenti climatici rendono infatti la Groenlandia maggiormente sfruttabile per estrarre minerali rari, gas e petrolio.

 

Risorse naturali e intelligenza artificiale

Dodds ha appena co-pubblicato il libro “Unfrozen”, cioè “Scongelato, la battaglia per il futuro dell’Artico”.

Quanto davvero è già “unfrozen” la calotta di ghiaccio, gli chiedo. Quanto realistico in tempi brevi è lo sfruttamento di questo patrimonio che fa gola a Stati Uniti, Russia e Cina?

 

“Lo scioglimento dei ghiacci sta avvenendo a ritmo sostenuto — risponde — ma l’estrazione delle risorse richiederà ancora enormi investimenti e tempi lunghi.

 Le prospettive di sviluppo sono per ora modeste.

 A Trump però la Groenlandia interessa da subito soprattutto per la sua posizione geografica strategica per monitorare, intercettare e respingere eventuali minacce settentrionali verso gli Stati Uniti.

Senza dimenticare l’interesse delle Big Tech per gli spazi e le condizioni atmosferiche favorevoli a centri dati per la Intelligenza Artificiale”.

 

Insomma passa dall’Artico il progetto di “Golden Dome”, lo scudo antimissile per i cieli americani, sull’esempio dell’”Iron Dome” che difende Israele.

C’è una logica dunque nel suo atteggiamento predatorio ma così facendo Trump giustifica anche gli appetiti di altri sulle regioni artiche.

 

Le conseguenze geopolitiche.

“Sulla stessa base mi aspetto che la Russia avanzi presto rivendicazioni sulle isole “Svalbard” (territorio norvegese in base a un trattato del 1920, riconosciuto nel 1935 dall’Unione Sovietica — ndr).

Ora Putin può decidere che servono alla sicurezza russa sul versante polare artico, tanto più dopo l’espansione Nato a nord-est e la strenua resistenza ucraina al controllo di Mosca”, dice Dodds.

 

I pugni sul tavolo di Trump per prendersi la Groenlandia insomma fanno traballare anche le speranze di pace in Ucraina e la stabilità di tutte le terre a nord dei Paesi europei.

Per ora il braccio di ferro con la Danimarca e Bruxelles è congelato, in attesa di capire se l’apparente ripensamento di Trump ha fondamento o è solo una nuova mossa tattica per riprendere più avanti la partita.

 

Lo scenario militare.

Per Dodds lo scenario peggiore è ancora possibile:

 “temo che un intervento militare americano in Groenlandia sia una possibilità reale, tanto più ora che Trump ha perso interesse nella maschera di pacificatore, che aveva fin qui indossato.

 Le minacce di Trump non puntano a una maggiore difesa in chiave geostrategica, bensì al pieno controllo della regione artica.

 Il governo canadese lo ha capito ed è già sul piede di guerra, per ora commerciale.

Il recente accordo con la Cina ne è la prova”.

 

Il discorso del Premier canadese “Carney” a Davos, con il suo richiamo ai leader delle potenze di medie dimensioni a coalizzarsi, nasce proprio da questa consapevolezza.

La risposta europea.

I leader europei, britannico Stormer compreso, hanno almeno sulla Groenlandia mantenuto una posizione ferma.

 Quanto durerà questo fronte comune?

“Trump disprezza gli europei e anche verso il Regno Unito non c’è alcuna relazione speciale.

Ci vede come un ostacolo per il tecno-capitalismo della sua Amministrazione e preferisce scegliersi individualmente gli interlocutori sul continente.

I leader europei, compresa la vostra Premier Meloni, devono prendersi il rischio di sembrare sleali verso Trump e assumere una posizione netta. Non basta dire, come hanno fatto, che nuovi dazi sono un errore, perché sono molto di più.

Sono una minaccia esistenziale all’unità transatlantica e alla Nato.

 In una situazione così estrema e polarizzata la lealtà verso Washington porta solo a tregue momentanee.

 Poi occorre scegliere da che parte stare”.

A parte rafforzare la presenza militare nell’Artico, sperando di poterlo fare insieme sotto l’ombrello Nato, gli europei che strumenti hanno per reagire?

“Ad esempio proprio quello di rivedere l’uso delle basi americane nei nostri Paesi: Regno Unito, Italia, Germania, Polonia, ne abbiamo a decine, Nato e non solo.

 Se gli Stati Uniti diventano un alleato inaffidabile, la presenza militare americana nei nostri territori diventa un problema da discutere”.

 

La fine della “bassa tensione” artica.

L’analista di geopolitica, innamorato dei ghiacci e delle aurore boreali mozzafiato, termina così la nostra conversazione, atteso da altre interviste e riunioni su una crisi che sembra surreale.

Un vecchio detto norvegese recita “Alto Nord, bassa tensione”, perché per secoli le sue distese desolate hanno sempre raffreddato gli appetiti e le mire territoriali degli ingombranti vicini.

Non è più così:

 “Solo un impeachment può fermare Trump, ma almeno fino alle elezioni di novembre il Congresso americano non ha la volontà politica di opporsi agli ordini esecutivi del Presidente” conclude Dodds.

Nel frattempo non sono solo i 57 mila groenlandesi a guardare sgomenti e col fiato sospeso le mosse dell’ex alleato americano, che alterna proclami bellicosi e repentini cambi di direzione, lasciando tutti sconcertati.

(Marco Varvello).

 

Iran: un regime sanguinario,

un popolo disperato.

Affariinternazionali.it - Stefano Silvestri – (20 Gennaio 2026) – ci dice:

 

Dopo giorni di chiusura al resto del mondo, imponenti proteste antigovernative e una repressione feroce che ha fatto sicuramente centinaia di morti e migliaia di feriti, con un bagaglio di circa diecimila arresti, molti dei quali passibili di essere condannati alle pene più estreme, compresa quella capitale, l’Iran deve fare il bilancio dell’accaduto e trarne le necessarie conseguenze.

Ma non sarà certo facile.

 

Il regime ha tenuto un atteggiamento inflessibile.

Sia il Presidente Masut Pezeshkian, che la Guida Suprema ed effettivo capo dello Stato, l’ayatollah “Ali Khamenei”, hanno annunciato una durissima repressione, accusando i manifestanti di fare gli interessi degli Stati Uniti e di Israele.

Nello stesso tempo hanno minacciato rappresaglie se gli Usa fossero intervenuti militarmente, come aveva minacciato il Presidente Donald Trump, per evitare il bagno di sangue.

 

Contatti segreti e prospettive di negoziato.

Ma contemporaneamente ci sono stati contatti e colloqui segreti tra esponenti iraniani e americani.

Non sappiamo ancora se da questi scaturirà prima o poi un nuovo negoziato sul nucleare, sugli armamenti missilistici e probabilmente anche sui legami che Teheran mantiene con gli “Huti dello Yemen”, “Hezbollah” in Libano e Siria, e quel che resta di “Hamas”.

Dopo le sconfitte subite in questo ultimo periodo e con il gravoso problema irrisolto della crisi economica, il regime iraniano avrebbe tutto l’interesse a ricercare un ammorbidimento e possibilmente la fine delle sanzioni economiche.

 

Obiettivi così importanti e complessi potrebbero richiedere ancora molti chiarimenti prima di essere negoziati apertamente.

Nel frattempo, però, è interessante notare come una delle richieste fatte da Trump, e cioè la sospensione delle esecuzioni dei condannati a morte, sembri reggere.

 Vedremo se da cosa nasce cosa, o se si è trattato di un semplice miraggio.

 

Le cause della rivolta e il collasso economico.

Comunque Teheran deve essere consapevole che le ragioni della rivolta sono state molteplici, anche se quello che ha dato il via è stata la serrata di un gran numero di bazar, perché i commercianti non riuscivano più a rifornirsi di merce a causa della rapidissima svalutazione del rial e di un’inflazione che supera ormai il 40%.

Un processo di rapidissimo impoverimento aveva già spinto il governo all’elargizione di aiuti straordinari e di cibo, ma la situazione è ormai fuori controllo.

 

A questo drammatico impoverimento si aggiunge il timore di un ulteriore crollo del prezzo degli idrocarburi e il peso insopportabile di un’economia di guerra, volta in primo luogo a finanziare i programmi nucleari, missilistici e di riarmo del regime, a fronte della dura sconfitta politica che quest’ultimo ha subito con la perdita della sua influenza in Siria e l’avventurismo terroristico di Hamas.

Divisioni interne e ruolo dei Pasdaran.

Il regime è stato indebolito anche dalla ripresa delle proteste delle minoranze etniche, specie nel sud del Paese, e dall’appello alla rivolta da parte di “Reza Pahlavi”, figlio del deposto monarca e in esilio dal 1979.

L’avvicinarsi del momento in cui sarà inevitabile scegliere il successore della Guida Suprema, ormai anziano e malato, è un ulteriore fattore di divisione e debolezza interna.

 Ne è una spia anche la crescente importanza dei Pasdaran, sia nella repressione che nel controllo dei maggiori interessi economici dell’Iran, perché Khamenei teme la defezione o la riluttanza ad agire dell’amministrazione pubblica, incluse le Forze Armate.

Crisi economica e blocco delle aperture politiche.

Ma al centro resta la gravissima crisi economica, da cui è difficilissimo uscire anche a causa delle sanzioni economiche inflitte al regime per bloccare il processo di arricchimento dell’uranio e, in genere, i suoi programmi nucleari segreti.

I recenti bombardamenti americani e israeliani hanno ricordato a tutti la centralità della questione nucleare iraniana.

 

Sarebbe quindi interesse dello stesso regime aprire un serio negoziato con americani ed europei per tentare di sciogliere questo nodo, e l’elezione di “Pezeshkian” sembrava andare in questa direzione.

Ma in realtà, come già è accaduto a molti suoi predecessori “moderati”, il controllo politico della Guida Suprema ha sempre bloccato ogni apertura.

Tanto più oggi che, a causa degli scenari di guerra aperti, da Gaza fino all’Ucraina, nel mirino americano – oltre all’uranio – ci sono anche i programmi missilistici e i droni bellici iraniani.

 

Trump, il Venezuela e il rischio di cambio di regime.

Ora, l’intervento americano in Venezuela accresce il timore degli ayatollah di Teheran che gli Usa, magari in collegamento con Israele, vogliano usare metodi analoghi per arrivare a un cambio di regime, o comunque agitano questo spettro, interpretando in tal modo la minaccia espressa da Donald Trump, quando ha detto che una repressione troppo violenta avrebbe portato a una dura reazione americana.

Il governo iraniano spera così di suscitare una reazione patriottica che potrebbe favorirlo.

 

Prospettive future e rischi per il regime.

Siamo quindi di fronte a una situazione aperta a diversi sviluppi.

La maggioranza degli osservatori non ritiene che la gravità delle proteste abbia raggiunto un livello capace di rovesciare il regime, anche perché mancano leader dell’opposizione forti e riconosciuti a livello nazionale.

 Tuttavia questo non esclude un aggravarsi della crisi politica interna e magari anche un’ulteriore involuzione massimalistica del regime, sia a livello interno che internazionale, che potrebbe poi portare a una sua inevitabile crisi.

I morti e i feriti non potranno essere dimenticati, tanto più se a essi dovesse aggiungersi una lunga lista di condanne a morte e ad altre pene “esemplari”.

Anche senza un intervento militare, se il negoziato con gli americani non verrà sviluppato, è molto probabile che all’Iran verranno inflitte nuove sanzioni, aggravandone la crisi.

Una sempre maggiore dipendenza da Russia e Cina sarebbe, per l’attuale leadership iraniana, un boccone amaro e difficile da accettare. Il prezzo da pagare per salvare il regime degli ayatollah potrebbe rivelarsi troppo alto, almeno per parte della sua leadership.

(Stefano Silvestri).

I Volenterosi concordano a Parigi

le garanzie di sicurezza per l'Ucraina

 

It.euronews.com - Sasha Vakulina & Jorge Liboreiro – (06/01/2026) – ci dicono:

I leader di circa 35 Paesi si sono riuniti a Parigi per discutere delle garanzie di sicurezza per l'Ucraina.

La dichiarazione finale prevede impegni vincolanti per la difesa futura del Paese e il monitoraggio dell'eventuale cessate il fuoco insieme con gli Stati Uniti.

I leader di 35 Paesi hanno concordato martedì a Parigi garanzie "robuste" di sicurezza per l'Ucraina e un coinvolgimento pieno degli Stati Uniti nel futuro cessate il fuoco, una questione cruciale di qualsiasi futuro accordo di pace tra Ucraina e Russia.

 

Tra questi c'era la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, arrivata in Francia per l'appuntamento all'Eliseo convocato da Emmanuel Macron, ma anche gli inviati presidenziali Usa, “Steve Witkoff” e “Jared Kushner”.

L'incontro ha generato diverse dichiarazioni a favore dell'Ucraina e diversi impegni concreti.

Innanzitutto Macron, il primo ministro britannico Keir Stormer e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno firmato infatti una dichiarazione d'intenti per il dispiegamento di una forza multinazionale dopo il cessate il fuoco in Ucraina.

 

Questa forza ha lo scopo di "fornire una sorta di rassicurazione nei giorni successivi al cessate il fuoco", ha dichiarato Macron dopo l'incontro degli alleati di Kiev.

 

"Il summit di oggi è un passo avanti importante che consiste in una convergenza sulle garanzie di sicurezza", ha detto Macron in conferenza stampa illustrando la bozza dell'accordo.

"Ci sarà il monitoraggio del cessate il fuoco da parte degli Usa, poi ci sarà un esercito fatto di volontari che dovrà dissuadere da nuove aggressioni" ha aggiunto il presidente francese.

"La coalizione dei volenterosi ha determinato quali Paesi faranno parte della forza di deterrenza per evitare una nuova aggressione e il formato dell'operazione", ha commentato Zelensky confermando che "la delegazione Usa è pronta ad aiutarci".

 

Stormer ha aggiunto che dopo un eventuale cessate il fuoco tra Ucraina e Russia, "la Francia e la Gran Bretagna creeranno un hub militare per garantire la pace" e continueranno a "fornire armi all'Ucraina e tutto quello che serve".

 

Italia: "Alta convergenza tra Ucraina, Usa e Ue. No all'invio di truppe"

"L’incontro, costruttivo e concreto, ha permesso di confermare un alto livello di convergenza tra Ucraina, Stati Uniti, Europa e altri partner, è stato dedicato all’affinamento delle garanzie di sicurezza ispirate all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, come da tempo suggerito dall’Italia", si legge in una nota di Palazzo Chigi in merito alla partecipazione di Giorgia Meloni alla riunione.

 

"Tali garanzie faranno parte di un pacchetto più ampio di intese, da adottare in stretto raccordo con Washington per assicurare la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, anche attraverso un efficace e articolato meccanismo di monitoraggio dell’auspicato cessate il fuoco e un rafforzamento delle forze militari ucraine" prosegue il comunicato.

"Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie", si legge ancora, "in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno".

 

Quanto alla Germania, il cancelliere “Friederich Merz” ha parlato dell'obiettivo di cessare il fuoco e di garanzie di sicurezza solide, sottolineando tuttavia che sul contributo tedesco "dovrà decidere il Bundestag".

Volenterosi: "Impegni vincolanti a sostegno dell'Ucraina in caso di un futuro attacco."

Come anticipato da alcune agenzie di stampa, la dichiarazione finale del vertice di Parigi prevedere impegni vincolanti in difesa di Kiev.

"Abbiamo convenuto di finalizzare impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio a sostegno dell'Ucraina e al ripristino della pace e della sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia", si legge al punto 5 della dichiarazione finale, "tali impegni possono includere l'uso di capacità militari, intelligence e supporto logistico, iniziative diplomatiche, adozione di ulteriori sanzioni".

In questo senso Ucraina e Europa cercando il massimo coinvolgimento degli Usa.

"Siamo determinati a raggiungere la pace.

 Abbiamo messo a punto i protocolli di sicurezza che saranno importanti, vogliamo assicurare ai cittadini ucraini che una volta che questa guerra finirà sarà finita per sempre", ha detto dopo il vertice Steve Witkoff.

 

Gli impegni di Macron per l'Ucraina già nei giorni scorsi.

Il presidente francese aveva dichiarato nel suo discorso di Capodanno che ci si aspetta "impegni concreti" per proteggere l'Ucraina da qualsiasi ulteriore aggressione russa dopo la mediazione di un accordo.

"Il 6 gennaio a Parigi, molti Stati europei e alleati prenderanno impegni concreti per proteggere l'Ucraina e garantire una pace giusta e duratura nel nostro continente europeo", ha dichiarato Macron.

Sulla stessa linea Ursula von der Leyen.

"Con forti forze armate ucraine in grado di scoraggiare futuri attacchi, una forza multinazionale di deterrenza e impegni vincolanti a sostenere l'Ucraina in caso di un futuro attacco da parte della Russia", ha scritto su “X” prima del vertice la presidente della Commissione europea.

Il 3 gennaio, i consiglieri europei per la sicurezza nazionale si sono già incontrati a Kiev per discutere un potenziale piano di pace per l'Ucraina.

Dopo questi colloqui, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che l'Ucraina si sta preparando sia alla possibilità di un accordo di pace sia alla necessità di continuare a difendere il Paese dall'aggressione russa.

 

La discussione sulle garanzie di sicurezza dipende dalla dichiarazione congiunta rilasciata da un gruppo di leader europei dopo un incontro a Berlino il mese scorso.

Insieme al sostegno militare e politico dell'Occidente, questi impegni sono considerati sia da Kiev che da Washington come una parte cruciale di ogni possibile accordo di pace.

 

L'impegno, che è stato paragonato all'articolo 5 della difesa collettiva della Nato, è considerato fondamentale per convincere Kiev ad abbandonare l'aspirazione, sancita dalla Costituzione, di entrare a far parte dell'Alleanza transatlantica in cambio di una deterrenza credibile e solida.

 

La garanzia simile all'articolo 5 sarebbe molto importante per i governi europei e richiederebbe l'approvazione dei rispettivi parlamenti nazionali, un processo che comporta sempre dei rischi. Un'approvazione da parte del Congresso degli Stati Uniti potrebbe contribuire ad attenuare le riserve di alcuni Paesi europei.

 

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy è con i leader occidentali nella cancelleria di Berlino, 15 dicembre 2025.

Un altro punto chiave del lavoro sulle garanzie di sicurezza è il meccanismo per verificare le potenziali violazioni di un futuro cessate il fuoco e stabilire le responsabilità, poiché una violazione, una volta identificata, potrebbe far scattare la disposizione simile all'articolo 5.

Il sistema proposto prevede il dispiegamento di tecnologie per la sicurezza e l'uso di armi da fuoco.

Il sistema proposto prevede l'impiego di alta tecnologia lungo la linea di contatto.

 

Un altro livello di garanzie di sicurezza è l'adesione dell'Ucraina all'Unione europea.

L'attuale piano di pace in 20 punti prevede un'ammissione entro il gennaio 2027, che molti funzionari della Commissione europea considerano irrealistica e irrealizzabile.

Molto probabilmente la data cambierà e diventerà un'aspirazione, con l'ingresso dell'Ucraina nel blocco a tappe per evitare un'interruzione, ad esempio, dei mercati agricoli.

Per Kiev, avere una data di adesione nel testo finale è una priorità assoluta, perché potrebbe aiutare a contrastare lo smacco per le concessioni territoriali e facilitare un risultato positivo in un eventuale referendum.

L'amministrazione statunitense ha ripetutamente affermato che l'Europa dovrebbe assumersi maggiori responsabilità per la sicurezza futura dell'Ucraina.

Ucraina: Zelensky nomina il capo dell'intelligence “Kyrylo Budanov “come nuovo capo gabinetto.

A seguito di un incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Zelensky in Florida a dicembre, il leader Usa ha suggerito che ci sarà un accordo di sicurezza "forte" per l'Ucraina e ha detto che "le nazioni europee sono molto coinvolte".

"Sento che le nazioni europee sono state davvero fantastiche e sono molto in linea con questo incontro e con il raggiungimento di un accordo. Sono tutte persone fantastiche", ha detto Trump.

 

Uno degli elementi più controversi che verranno discussi a Parigi è la possibilità di dispiegare truppe all'interno o in prossimità dell'Ucraina, ma lontano dai fronti.

La Russia ha dichiarato di non voler accettare truppe dei Paesi della Nato sul suolo ucraino.

Piano di pace per l'Ucraina.

Dopo i colloqui con Trump a Mar-a-Lago, il presidente ucraino ha dichiarato che le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti per l'Ucraina sono state "concordate al 100 per cento".

 

"Abbiamo ottenuto grandi risultati, il piano di pace in 20 punti è concordato al 90 per cento e le garanzie di sicurezza Usa-Ucraina sono concordate al 100 per cento", ha dichiarato Zelensky ai giornalisti.

"Le garanzie di sicurezza di Stati Uniti, Europa e Ucraina sono quasi concordanti. La dimensione militare è concordata al 100 per cento".

Zelensky ha detto che dopo l'incontro a Parigi, i documenti dovrebbero essere concordati "a livello di tutti i leader" e solo allora sarà programmato un incontro con Trump e i leader europei.

Il presidente ucraino ha anche spiegato ai giornalisti nella chat WhatsApp presidenziale che dopo l'incontro con Trump e gli europei, "se tutto procede per gradi, ci sarà un incontro in un formato o nell'altro con i russi".

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