O con lo Stato o con la Violenza.
O con
lo Stato o con la Violenza.
O con
lo Stato o con l'eversione.
Lospiffero.com
- Giorgio Merlo – (Domenica 01 Febbraio 2026) – Redazione - ci dice:
Le terribili e devastanti immagini di Torino
dopo la manifestazione organizzata dal “centro sociale Askatasuna” e appoggiato
dalla rete dell’antagonismo nazionale ed europeo, non può non fare riflettere.
E
questo perché di fronte alla recrudescenza di quella violenza – disumana,
criminale e terroristica – non ci possono più essere mezze misure.
Per
dirla con parole più semplici, non ci sono terze vie.
Come, del resto, non c’erano terze vie negli
anni ’70 di fronte al terrorismo brigatista rosso.
Ma, oggi come allora, sulla violenza politica
purtroppo non c’è una convergenza politica di fondo delle forze politiche su
come si deve affrontare e cercare di battere quella piaga devastante per la
conservazione della nostra democrazia.
Tutti
ricordiamo, al riguardo, l’atroce e storico slogan “né con lo Stato e né con le
Br”.
Uno slogan accarezzato, sostenuto e condiviso
da molti settori della sinistra italiana dell’epoca.
Da
quella politica a quella intellettuale, da quella sindacale a quella mediatica
ed universitaria.
Una deriva che fu attenuata dopo la forte
presa di distanza del Pci da qualsiasi forma di violenza terroristica.
Una
deriva che trova, però, una puntuale conferma anche oggi.
È appena sufficiente leggere le svariate interviste di
molti esponenti della sinistra estremista e massimalista contemporanea per
rendersene conto.
Ora,
al di là delle chiacchiere e dell’ipocrisia, la riflessione è molto semplice e
al tempo stesso precisa.
E ci
riporta, appunto, ai fatti di un passato drammatico anche se avviene, come
ovvio, con modalità diverse.
Ma c’è un elemento comune che lega le vicende
di ieri con quelle di oggi.
Ed è la violenza.
Una
violenza disumana, terribile e, appunto, di matrice terroristica.
E cioè, siamo di fronte ad un bivio.
E,
ieri come oggi, o si sta dalla parte dello Stato, a difesa delle Forze
dell’Ordine, a tutela delle istituzioni democratiche oppure, e al contrario, si
accarezzano – ancora una volta – le cosiddette “ragioni” dell’estremismo
violento di questi settori della “sinistra antagonista”.
Le riflessioni che arrivano da chi “comprende
le ragioni” di questi settori violenti non fanno altro che alimentare e
consolidare quella “zona grigia” di collusione e di fiancheggiamento
dell’estremismo violento, antidemocratico, anti Stato ed eversivo.
Ecco
perché, e su questo versante il presente non si discosta affatto dal passato,
ancora una volta dobbiamo semplicemente dire se si sta con lo Stato e la sua
organizzazione democratica o se si parteggia formalmente e virtualmente con lo
Stato ma poi si intraprende puntualmente un’altra strada.
“Né con lo Stato e né con le Br” non può
ridiventare il supremo riferimento politico, culturale, etico ed intellettuale
per affrontare la nuova ed inedita eversione di oggi.
Almeno
su questo i partiti, tutti partiti – a cominciare da quelli estremisti,
radicali e massimalisti – debbono dire una parola chiara e definitiva.
La
violenza che tradisce la democrazia.
Ildomaniditalia.eu
– Giornale – Lorenzo Dellai – (02 -02 – 2026) – ci dice:
A
Torino l’estremismo antagonista mostra il suo vero volto: nemico dello Stato e alleato
inconsapevole delle pulsioni autoritarie, capace solo di restringere libertà,
dissenso e spazio democratico.
Nessuna
attenuante, nessun distinguo.
Gli
squallidi personaggi visti all’opera a Torino (e non sono i soli) vanno
condannati “senza se e senza ma”.
Senza
i distinguo che qualche esponente della sinistra radicale ha utilizzato.
Per
due motivi.
Il
primo, quello fondamentale e prioritario:
hanno dato prova di una violenza organizzata e
senza limiti, contro le forze dell’ordine e contro la città.
Sono
dunque nemici della Democrazia e dei valori che la devono animare.
Non
può esserci nessuna benché minima ragione di “comprensione” per loro.
Il
precedente degli anni di piombo.
Il
secondo, quello secondario:
sono
“utili idioti”, che aiutano le pulsioni autoritarie del sistema, concorrendo
così alla riduzione di fatto degli spazi di dissenso e di libertà.
Senza
voler fare – per fortuna nostra – paragoni impropri, anche negli anni di piombo
la violenza politica “antagonista” operava (il caso Moro non è ancora del tutto
disvelato nei suoi contorni) per favorire svolte autoritarie.
La
Politica seppe reagire.
I
cretini visti a Torino non sono certo le Brigate Rosse, ovviamente.
Ma c’è
da dire che in quegli anni la Politica ha saputo reagire – con forza e
compattezza – senza ridurre gli spazi di dissenso e di democrazia.
Oggi l’aria è molto diversa.
Questi
violenti ed utili idioti non se ne rendono conto.
Per
questo sono due volte nemici della Democrazia:
perché
violenti e perché utili idioti.
Editoriale.
O con
lo Stato o con i delinquenti.
Lidentita.it
- Laura Tecce – (3
febbraio 2026) – Redazione – ci dice:
Non
chiamateli antagonisti o anarchici.
Non
chiamateli manifestanti e non chiamateli nemmeno “compagni che sbagliano”,
perché lo strisciante giustificazionismo nei confronti di criminali è diventato
francamente insopportabile.
Quello
che è successo a Torino è un atto eversivo.
Punto.
“Piazze
usate come strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in
violazione della legalità, con la benevola tolleranza di taluni soggetti della
upper class”:
sono
parole inequivocabili quelle della procuratrice generale di Torino “Lucia Musti.”
O si sta con lo Stato o con i delinquenti, “tertium
non datur”.
E non
venissero a spiegarci, questi signori delle élite progressiste, dei salotti
buoni, della Ztl, quelli che si sentono sempre dalla parte giusta, che si
tratta di diritto a manifestare o che le destre vogliono imporre uno Stato di
polizia:
la violenza non è un atto “politico” e
tantomeno un diritto.
Iniziamo
a chiamare le cose con il loro nome, a pretendere che chi si rende colpevole di
questi atti vigliacchi paghi senza attenuanti, e anche a riconoscere che non
basta condannare il comportamento dei singoli: serve una presa di distanza chiara e
credibile da quei mondi che da anni strizzano l’occhio ai violenti.
Quando
il nemico diventa chi garantisce l’ordine pubblico, il patto sociale è già
saltato.
E bene ha fatto il presidente del Consiglio Meloni,
che stamattina ha presieduto a Palazzo Chigi una riunione per fare il punto sui
gravi episodi di violenza contro le forze dell’ordine e sui provvedimenti da
adottare a garanzia della sicurezza dei cittadini e dell’ordine pubblico, a
rivolgere all’opposizione un appello a una collaborazione istituzionale vera,
non di facciata.
I
capigruppo di maggioranza proporranno a quelli di opposizione la presentazione
di una risoluzione unitaria in tema di sicurezza, che potrebbe essere votata
già questa settimana in occasione delle relazioni del ministro dell’Interno
Piantedosi.
Perché su questo terreno non esistono zone
grigie, e questa volta gli alibi sono finiti davvero.
Nel
Nome della Menzogna.
Conoscenzealconfine.it
– (3 Febbraio 2026) – (Lorenzo Maria Pacini) – ci dice:
Far
emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma
significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano.
Non si
parla di altro: Fabrizio Corona è notizia.
Nel
panorama mediatico italiano degli ultimi anni, il “progetto Falsissimo” di
Fabrizio Corona si è imposto come un oggetto anomalo, scomodo, difficilmente
catalogabile.
Non è giornalismo nel senso classico del
termine, non è intrattenimento leggero, non è neppure solo provocazione.
È piuttosto un atto di rottura, un gesto che –
al netto di tutte le contraddizioni del personaggio che lo conduce – costringe
a guardare in faccia una serie di verità che il sistema politico‑mediatico italiano preferirebbe
continuare a tenere sotto il tappeto.
Parlare
delle “verità” che Corona sostiene di esporre significa prima di tutto chiarire
un punto fondamentale:
non si
tratta necessariamente di verità giudiziarie o di fatti già accertati in
tribunale.
Si
tratta, piuttosto, di verità politiche e culturali, di dinamiche di potere, di
ipocrisie strutturali, di doppi standard che regolano il funzionamento del
sistema.
Ed è proprio qui che Falsissimo assume una
rilevanza che va ben oltre la figura controversa di chi lo firma.
Fabrizio
Corona è stato per anni il capro espiatorio perfetto:
un
personaggio eccessivo, trasgressivo, spesso moralmente indifendibile, ideale
per incarnare il “male” da esporre e punire pubblicamente.
Ma il punto politico del suo progetto sta nel
ribaltamento di questa narrazione.
In
“Falsissimo”, Corona smette di essere solo l’oggetto del racconto mediatico e
diventa soggetto narrante, rivendicando il diritto di mostrare come funzionano davvero
certi meccanismi di potere.
Il
messaggio implicito è chiaro: se io sono stato distrutto per molto meno, perché
chi occupa posizioni di potere continua a essere protetto?
L’importanza
politica di questo gesto risiede proprio nella sua natura disturbante.
“Falsissimo”
rompe il patto non scritto tra informazione, politica e spettacolo, quel patto
per cui alcune storie possono essere raccontate solo in un certo modo, da certe
persone, e fino a un certo punto.
Quando
Corona parla di ricatti, di relazioni opache tra media, magistratura,
imprenditoria e politica, non sta solo raccontando episodi specifici:
sta
mettendo in discussione la legittimità morale di un sistema che decide chi può
parlare e chi deve essere messo a tacere.
C’è
del Marcio…
“Falsissimo”
funziona come una lente di ingrandimento sul “marcio del sistema”, non perché
riveli segreti mai sentiti prima, ma perché li espone senza il linguaggio
anestetizzante del commento televisivo o dell’editoriale patinato.
La
forza – e al tempo stesso il pericolo – di Corona sta nell’uso di un linguaggio
diretto, emotivo, spesso brutale, che arriva a un pubblico che non si riconosce
più nei mediatori tradizionali dell’informazione.
È una
comunicazione che parla alla pancia, sì, ma che nasce da una sfiducia profonda
nelle istituzioni.
Questa
sfiducia non è casuale, bensì è il prodotto di anni in cui scandali, conflitti
di interesse e collusioni evidenti sono stati normalizzati o ridimensionati.
“Falsissimo”
si inserisce in questo vuoto di credibilità e lo riempie con una narrazione
alternativa, che può risultare scomoda proprio perché non rispetta le regole
del gioco.
Tutti
stanno capendo che il messaggio è devastante:
se le
istituzioni non sono in grado di fare pulizia al loro interno, allora chiunque
può arrogarsi il diritto di farlo, anche nel modo più caotico e imperfetto.
C’è
poi un altro elemento cruciale:
il
rapporto tra giustizia e spettacolarizzazione.
Corona
conosce perfettamente il funzionamento del circo mediatico, perché ne è stato
una vittima e allo stesso tempo un protagonista;
in “Falsissimo” denuncia l’uso selettivo della
morale, mostrando come certi comportamenti vengano condannati solo quando a
compierli è qualcuno privo di protezioni.
Questa
denuncia, al di là della sua veridicità puntuale, solleva una questione
politica enorme:
l’uguaglianza di fronte alla legge e all’opinione
pubblica è davvero garantita?
Il
valore politico di “Falsissimo” sta anche nel suo essere profondamente
antisistema, ma non nel senso ideologico classico, giacché non propone
un’alternativa strutturata, non indica soluzioni, non costruisce un progetto
collettivo.
Il suo gesto è in questo senso distruttivo, non
costruttivo, perché l’obiettivo non è quello di polarizzare verso un’altra
entità mediatica o politica, ma quello di abbattere le colonne di una delle
facce del sistema di potere.
Nella storia politica, spesso è proprio la
distruzione dei miti fondanti a creare lo spazio per un cambiamento.
Mettere
a nudo il marcio significa togliere al sistema la sua arma principale: la
pretesa di superiorità morale.
Naturalmente,
tutto questo non assolve Fabrizio Corona dalle sue responsabilità personali, né
rende automaticamente vere tutte le sue affermazioni.
Sarebbe
un errore trasformarlo in un eroe o in un martire.
Ma ridurre “Falsissimo” a semplice “delirio
narcisistico” significa non coglierne la portata simbolica.
Il
fatto stesso che un personaggio così screditato riesca a catalizzare attenzione
e consenso dice molto più sul fallimento del sistema informativo e politico che
su di lui.
Forse
non adesso, ma ben presto sarà lampante l’”importanza politica di Falsissimo”,
che giace non tanto nei singoli scoop, quanto nel gesto di rottura che
rappresenta.
È il
sintomo di una crisi di fiducia profonda, di un bisogno diffuso di verità non
filtrate, anche a costo di passare per figure borderline.
Far
emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma
significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano.
E in
una democrazia malata di ipocrisia, anche una voce scomoda e imperfetta può
diventare, nel bene e nel male, un detonatore necessario.
(Articolo
di Lorenzo Maria Pacini).
(strategic-culture.su/news/2026/02/01/nel-nome-della-menzogna/).
Dalle
parole ai fatti.
Ferro:
“Non è più tempo di ambiguità:
o si sta con lo Stato o si sta con i violenti.”
Secoloditalia.it
– Redazione – (3 febbraio 2026) – Wanda Ferro – Politica - ci dice:
La
sottosegretaria all'Interno non usa mezzi termini:
a Torino una guerriglia urbana deliberata
contro lo Stato.
E
incalza quella sinistra che ha mostrato indulgenza verso i centri sociali
violenti: collaborazione per una risoluzione unitaria.
«Per
troppo tempo una parte della sinistra ha mostrato indulgenza verso i centri
sociali violenti, quando non li ha addirittura coccolati. È vero che tutte le
forze politiche hanno condannato le violenze dopo la diffusione delle immagini
del poliziotto a terra, ma non bastano le doverose parole del giorno dopo. Non
è più tempo di ambiguità: o si sta con lo Stato o si sta con i violenti».
“Wanda
Ferro”, sottosegretario all’Interno del governo Meloni, non accetta scuse:
«La vera solidarietà non è quella espressa nei talk
show o sui social, ma quella che si dimostrerà con i fatti quando si
discuteranno le nuove norme in Commissione e in Aula.
Auspico
che ci sia collaborazione sulla risoluzione unitaria proposta dalla presidente
Meloni».
Non è
stata una degenerazione:
è stata una guerriglia urbana deliberata.
In una
intervista al “Riformista” l’esponente del Viminale sottolinea che «quello che
è accaduto a Torino è di una gravità assoluta.
Non è stata una manifestazione pacifica
degenerata in violenza. È stata una guerriglia urbana deliberata, un attacco
organizzato contro lo Stato e diretto contro le forze dell’ordine.
Chi
colpisce un uomo con un martello mette in conto di poter uccidere. È vergognoso
che qualcuno tenti di minimizzare».
E plaude il grande lavoro svolto dalle forze
dell’ordine, che alle violenze «hanno risposto con la professionalità,
l’equilibrio e il senso di responsabilità che contraddistinguono sempre il loro
operato.
La
risposta è stata ferma ma proporzionata».
La
dinamica dei fatti è chiara:
ma
quali pochi infiltrati, erano 1500 teppisti.
E
sulla dinamica dei fatti Ferro non accetta letture sbagliate:
«è chiara e smentisce una narrazione che
abbiamo sentito troppe volte: quella dei “pochi infiltrati”.
Qui
non c’è nulla di improvvisato.
Parliamo di circa 1.500 teppisti che in modo
compatto, con caschi, maschere, passamontagna, si sono mossi come un blocco
organizzato verso lo sbarramento delle forze dell’ordine.
Hanno
utilizzato scudi artigianali in lamiera, tubi di lancio, bombe carta, razzi,
pietre, oggetti contundenti nascosti negli zaini.
Sono
stati effettuati 3 arresti e denunciate 24 persone, sequestrati coltelli,
chiavi inglesi, frombole, passamontagna».
Non
considerare le violenze di Torino un episodio isolato.
Infine
per “Wanda Ferro”, esponente del governo e di Fratelli d’Italia «sarebbe un
errore enorme considerare» quanto accaduto a Torino
«un episodio isolato, perché esistono ambienti
estremisti che da anni praticano la violenza come metodo politico e che oggi
approfittano di ogni occasione per creare disordini, trasformare le città in
campi di battaglia e scagliarsi contro le forze dell’ordine.
Non va
sottovalutato nemmeno il contesto più ampio: il rischio di saldature tra
estremismo ideologico, radicalismi e fenomeni di violenza urbana che
coinvolgono anche i cosiddetti “Maranza”.
Sono
forme di antagonismo eversivo che vanno combattute con chiarezza,
determinazione e senza offrire alibi».
IL
CORTEO PER ASKATASUNA.
“Violenti
noti, lo Stato doveva
prevenire”, l’accusa di Lo Russo.
Rosatelli?
“Nessuna epurazione.”
Lastampa.it
– (02 febbraio 2026) - Andrea Joly, FRANCESCO MORELLI – ci dicono:
Il
primo cittadino in Sala Rossa
«Chi pratica quella violenza, consapevolmente
o meno, fa un favore enorme alla destra più reazionaria».
Poi cita Tucidide, Bobbio e Moro.
Si
contano i danni.
“Violenti
noti, lo Stato doveva prevenire”, l’accusa di Lo Russo. Rosatelli? “Nessuna
epurazione.”
«Era
noto da tempo che sarebbero arrivati gruppi organizzati di violenti.
Non
compete a me, né a questa Aula, la valutazione delle attività preventive o
delle scelte operative:
questo non è il mio ruolo istituzionale.
Ma
come cittadino, prima ancora che come Sindaco, mi aspetto uno Stato che sappia
intervenire e prevenire, soprattutto quando le informazioni ci sono e il
rischio è conosciuto».
Il
sindaco Stefano Lo Russo, durante la sua relazione sugli scontri di sabato di
fronte al Consiglio comunale, incalza così governo, Questura e Prefettura.
Lo fa leggendo 6 pagine di discorso dove,
mentre ripercorre gli scontri avvenuti, il primo inciso è sulla condanna alla
violenza:
«Come
ricordava Norberto Bobbio - dice Lo Russo - la democrazia è il metodo della
convivenza civile che rifiuta la violenza.
E su
questo voglio essere netto, senza esitazioni: la violenza non è mai una forma
di conflitto legittimo, non è dissenso, non è protesta.
Non
c’è niente di rivoluzionario nel colpire in dieci un agente di polizia a terra.
C’è solo vigliaccheria e delinquenza».
La
conta dei danni.
Lo
Russo non vuole ambiguità.
E
ribadisce che
«la Città si costituirà parte civile in tutti i
procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili delle violenze, a tutela
degli agenti feriti, dei cittadini colpiti e dell’interesse collettivo».
I danni quantificati finora dal Comune sono
pari a 164 mila euro.
Poi
propone al Consiglio Comunale
«il
conferimento di una civica benemerenza all’agente” Alessandro Calista”, colpito
vigliaccamente durante gli scontri, e al suo collega “Lorenzo Virgulti” che lo
ha soccorso e tratto in salvo».
E
infine redarguisce le opposizioni verso una maggiore responsabilità politica,
contro ogni strumentalizzazione.
Commercianti
esasperati.
I
cocci di Vanchiglia:
dopo il corteo per Askatasuna vetrine
sfasciate, dehors devastati.
Chi
paga?
FRANCESCO
MORELLI:
“Un
favore alla destra.”
Lo
Russo, sotto attacco da giorni per la presenza dell’alleato “Sinistra
Ecologista” - che rappresenta AVS nella maggioranza a Torino - in corteo,
contrattacca così.
Prima
premette:
«Chi pratica quella violenza, consapevolmente o meno,
fa un favore enorme alla destra più reazionaria che su quelle immagini
costruisce alibi per mascherare le proprie inadeguatezze, a partire da
sicurezza ed economia».
Ma mentre ribadisce
«che
quando su fatti violenti esistono ambiguità, indulgenze o coperture politiche,
queste finiscono per alimentare il problema»,
il sindaco difende i suoi alleati di Sinistra
Ecologista e Avs:
«Ma questa volta tutte le forze politiche, a
ogni livello, hanno preso unanimemente le distanze dalle violenze.
Senza ambiguità.
Ed è
un dato che rafforza le istituzioni, non che le indebolisce».
Torino,
esiste il video del momento esatto in cui i Black Bloc s'infiltrano nel corteo.
Le
reazioni dopo la guerriglia.
Corteo
per ASKA, gli artigiani: “Torino stuprata”.
Le
industrie: “Delinquenti”.
Cgil:
pochi violenti
Leonardo
Di Paco.
La
stoccata a Marrone e Zangrillo.
Qui Lo
Russo cita Aldo Moro
(«La politica è, prima di tutto, responsabilità verso
il futuro e verso le istituzioni»).
E
distingue i comportamenti degli avversari politici.
Promossa
la premier Giorgia Meloni:
«Il confronto è stato corretto, rispettoso, nel quale
ho riscontrato un livello di responsabilità e di misura».
Ma qui
arriva la staccata a seguaci di Meloni e alleati di governo che, non a caso,
sono quelli che puntano a correre contro di lui nel 2027. Ovvero l’assessore di
FDL al Welfare “Maurizio Marrone” e il ministro di Forza Italia Paolo
Zangrillo:
«Livello che, mi permetto di dirlo, è apparso
diverso – e migliore – rispetto a quello di alcuni suoi epigoni locali o di
taluni ministri alla ricerca spasmodica di visibilità.
Le
istituzioni, quando si parlano seriamente, possono e devono tenere un altro
tono».
Intervista.
L’uomo
della foto simbolo della violenza al corteo:
“Così
sono finito in mezzo agli scontri.”
Caterina
Stamina.
Il
caso Rosatelli.
Il
centrodestra locale e il ministro, secondo il sindaco, sbagliano toni e
contenuti.
Tant’è
che alle ripetute richiesta di «“teste”, di epurazioni politiche, di rotture
immediate», quelle avanzate dalle opposizioni nei confronti degli alleati di
Sinistra ecologista e AVS “colpevoli” di essere in corteo con Askatasuna, Lo
Russo è categorico:
«Usare
episodi di questa gravità per regolare conti politici è irresponsabile, perché
piega i fatti a logiche di parte e alimenta ulteriormente la tensione.
Torino, conclude, «si difende tenendo insieme
legalità e diritti, fermezza e misura, sicurezza e coesione.
È una
città che è stata violentata dai violenti, sì.
Ma è
anche una città che ha mostrato, ancora una volta, la forza silenziosa della
sua parte migliore.
Come scriveva Tucidide, non sono le mura a
fare la città, ma gli uomini che la abitano».
Contro
il dissenso
di
Stato.
Jacobinitalia.it - Tatiana Montella – (3
Febbraio 2026) – Femminismo – Redazione
- ci dice:
La
lotta per il consenso non è solo una battaglia legislativa: è una lotta per
l'autodeterminazione sessuale ed esistenziale.
Il 27
gennaio 2026, mentre fuori dalle aule parlamentari migliaia di donne e
soggettività “Lgbtq+ “manifestavano con striscioni che recitavano «solo sì è
sì», dentro il Senato si consumava un atto simbolico di grande portata:
la cancellazione del consenso come fondamento
del diritto sessuale.
Con
l’approvazione dell’”emendamento Bongiorno” — che stravolge il testo unanime
già approvato alla Camera — la “Commissione Giustizia del Senato” ha scelto
infatti di abbandonare il modello del consenso esplicito, già consolidato nella
giurisprudenza italiana e richiesto dalla “Convenzione di Istanbul” (la
Convenzione europea sulla lotta alla violenza contro le donne), per tornare a
un impianto basato sul dissenso manifestato.
Non si
tratta ancora di legge definitiva, ma di una scelta politica che espone
l’Italia a una violazione del diritto internazionale e a una regressione
culturale senza precedenti negli ultimi vent’anni.
Non è
un tecnicismo. È una scelta di potere.
Perché decidere cosa conta come violenza
sessuale significa decidere chi ha diritto al proprio corpo, chi può dire di
no, e soprattutto:
chi
viene creduta o creduto.
Il
dispositivo patriarcale dietro la parola «dissenso».
Il
posizionamento specifico da cui parte la mia riflessione non è la richiesta di
più carcere o più punizione.
Non
perché esista una negazione della gravità della violenza sessuale, ma perché
dopo anni di lavoro sul tema sappiamo che il sistema penale non libera dalla
violenza:
seleziona,
punisce, umilia.
Spesso, proprio chi denuncia la violenza
finisce per subire una seconda violenza:
quella del processo, delle domande insidiose,
dello sguardo sospetto, della vittimizzazione secondaria e soprattutto del
veder mettere sotto giudizio le proprie scelte di autodeterminazione.
I numeri del “rapporto Eure” del 2024 sono impietosi:
solo il 7% delle denunce per stupro sfocia in
condanna;
il 60%
viene ritirato durante l’istruttoria, non per mancanza di «coraggio», ma per
l’umiliazione strutturale del percorso giudiziario.
Il
tentativo qui è fare qualcosa di diverso:
smascherare
il dispositivo patriarcale che si nasconde dietro la parola «dissenso».
Ribadire
con fermezza la necessità di rimettere al centro il consenso è un passaggio e
una battaglia fondamentale, per proporre un’idea di giustizia femminista:
che si ponga seriamente il tema che la
giustizia penale non sia l’unica strada percorribile e che ponga l’accento su
forme di giustizia trasformativa e comunitaria — consapevoli della tensione che
attraversa il femminismo abolizionista:
oggi,
in assenza di infrastrutture di cura, il tribunale rimane l’unica risorsa per
molte persone offese;
subito
dobbiamo però costruire un mondo in cui questa non sia più l’unica opzione.
L’articolo
36 della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con la legge n.
27/2013, non lascia spazio a dubbi:
«il consenso deve essere dato volontariamente,
quale libera manifestazione della volontà della persona».
La
relazione esplicativa chiarisce che i giudici devono effettuare
«una
valutazione sensibile al contesto delle prove» per riconoscere «l’ampia gamma
di risposte comportamentali alla violenza sessuale» e non basarsi su «ipotesi
di comportamento tipico».
È un
principio rivoluzionario:
il corpo traumatizzato non deve recitare una
parte per essere creduto.
L’”emendamento
Bongiorno” compie invece un’operazione di semantica perversa.
Riprende
la parola «contesto» dalla Convenzione, ma ne capovolge radicalmente il senso.
Mentre
la legislazione europea chiede una valutazione sensibile al contesto per
comprendere il trauma — la dipendenza affettiva, la paura, la paralisi
psicofisica — l’emendamento usa il contesto per giudicare il dissenso («in
quella situazione avrebbe potuto dire di no»).
Non è
un allineamento alla Convenzione:
è il
suo tradimento sistematico.
Questo
capovolgimento non è neutrale:
assolve
a una funzione di silenziamento e intimidazione preventiva.
Non a
caso, all’indomani del voto unanime del 25 novembre, Salvini dichiarava che il
consenso attuale e libero avrebbe aperto la strada a denunce false e «vendette
subdole» da parte di donne «maligne» contro «poveri uomini ingenui e in buona
fede».
Accogliere
questa narrazione — come ha fatto” Giulia Bongiorno” — non è difesa dalla
calunnia, ma vera e propria vendetta politica contro l’autodeterminazione delle
donne e delle soggettività marginalizzate.
Vogliono
demolire la rivoluzione della giurisprudenza italiana.
Mentre
il dibattito politico si arena su tecnicismi, la giurisprudenza italiana ha
compiuto, in questi anni, una rivoluzione silenziosa ma radicale.
La Corte di Cassazione, con una serie di pronunce
ormai consolidate, ha progressivamente spostato il baricentro del reato di
violenza sessuale dalla violenza manifesta all’assenza di consenso.
Non si
tratta di un’opinione, ma di un principio di diritto vivente — pur con un
limite strutturale:
la
giurisprudenza può interpretare la legge, ma non può creare ex novo elementi
costitutivi del reato.
Senza
un testo legislativo che menzioni espressamente il consenso, ogni giudice può
scegliere se seguire l’orientamento progressista o tornare a modelli basati
sulla resistenza fisica.
La
Suprema Corte ha chiarito con forza che il reato si consuma non solo quando c’è
un dissenso manifesto, ma anche quando manca il consenso, neppure espresso in
forma tacita.
In un
caso emblematico ha stabilito che lo stupro può avvenire «ai danni di una
persona dormiente» perché in tale stato è impossibile prestare un consenso
valido.
Questo capovolge completamente la logica del
«dissenso»:
non è
la persona offesa a dover provare di aver detto «no», ma l’aggressore a dover
dimostrare di aver ottenuto un «sì».
La
Corte ha inoltre affrontato casi complessi e di grande attualità.
Ha
riconosciuto come violenza sessuale il comportamento di chi prosegue un
rapporto con modalità non accettate dal partner inquadrando questi atti come
violenza sessuale per difetto di consenso condizionale.
In
questi casi, la violenza non è fisica, ma viola l’autodeterminazione sessuale,
trasformando un atto lecito in uno illecito.
Forse
l’apporto più importante riguarda la comprensione del trauma.
La
Cassazione ha esplicitamente riconosciuto lo stato di «tanatosi» o
«agghiacciamento» — quella paralisi psicofisica che colpisce molte persone
durante un’aggressione — come una reazione fisiologica alla violenza, non come
un segno di consenso.
Ha
affermato che la passività della persona offesa, lungi dall’essere
collaborazione, è «conseguenza evidente di una condotta violenta subita contro
la propria volontà».
Ha
persino precisato che non si può desumere il consenso da comportamenti
successivi alla violenza, come farsi riaccompagnare a casa dall’aggressore,
riconoscendo questi gesti come «reazioni conseguenti alla portata traumatica
dell’episodio».
In
sintesi, la giurisprudenza ha costruito un modello in cui l’onere della prova
del consenso grava sull’aggressore.
Come ha scritto la dottrina citata dalla
stessa Corte, è richiesto un «sì in grado di spazzare via ogni dubbio».
È
questa la vera innovazione culturale: la sessualità diventa un campo di
relazione basato sul rispetto e sulla comunicazione, non sulla prevaricazione.
L’emendamento
“Bongiorno”, con il suo ritorno al «dissenso manifestato» e alla valutazione
del «contesto», non è solo un passo indietro.
È un tentativo di demolire un intero edificio
giurisprudenziale costruito per proteggere l’autodeterminazione dei corpi.
È un
atto di guerra contro la libertà sessuale, mascherato da tecnicismo legislativo
— e tecnicamente fragile, perché espone l’Italia a nuove condanne della Corte
europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 36 della Convenzione
di Istanbul.
La
vittimizzazione secondaria.
Uno
degli effetti più gravi del nuovo impianto è il rischio di vittimizzazione
secondaria.
Oggi,
nelle aule di tribunale, alle persone offese viene ancora chiesto: «Perché non
hai gridato? Perché non sei scappata? Perché non hai denunciato subito?».
Sono domande che non solo umiliano, ma
capovolgono la logica del reato:
non è l’aggressore a dover giustificare il
proprio comportamento, ma la persona offesa a dover provare di essersi opposta
in modo «adeguato».
Il 43%
delle sentenze analizzate dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo
menzionava stereotipi di genere esattamente di questo tipo.
L’”emendamento
Bongiorno” aggrava questo meccanismo.
Introduce
infatti un criterio che sposta il carico della prova sulla persona offesa
: non
basta che non abbia voluto, deve averlo fatto sapere.
Ma
come si fa a «far sapere» il proprio dissenso in un contesto di dipendenza
affettiva, economica o lavorativa?
Come
si fa quando si teme per la propria vita, per la propria famiglia, per il
proprio lavoro?
La Cassazione ha riconosciuto queste
dinamiche, ma l’emendamento le rende irrilevanti:
se la legge non menziona il consenso, il giudice potrà
sempre esigere una «prova» del dissenso — e il corpo traumatizzato, per
definizione, non recita copioni.
E qui
entra in gioco una verità scomoda:
il sistema penale non è neutrale.
È uno strumento di controllo sociale che
funziona meglio quando colpisce i corpi di persone marginalizzate — donne,
migranti, trans, povere — e protegge i corpi privilegiati.
Lo vediamo nei processi:
chi
denuncia la violenza sessuale da parte di un uomo potente, di un datore di
lavoro, di un poliziotto, spesso non viene creduta.
Anzi,
viene punita per aver parlato.
Questo
non è un «difetto» del sistema. È il suo funzionamento normale.
Il
diritto non è solo norma. È linguaggio, narrazione, costruzione di realtà. E il
linguaggio conta.
Quando
si parla di «vittima», si fissa una persona in un ruolo passivo, immobile,
senza agency.
Quando
si parla di «dissenso», si presuppone che il corpo sia disponibile finché non
dice «no».
Quando
si parla di «volontà contraria», si trasforma il trauma in un atto razionale,
misurabile, giudicabile.
Il
femminismo radicale ha sempre saputo che il linguaggio è politico.
Per
questo chiede di usare termini come «persona offesa», «parte civile», o
semplicemente il nome.
Per
questo rifiuta la retorica del «mostro» o del «branco»:
non
perché neghi la violenza, ma perché sa che demonizzare l’aggressore serve a
nascondere la normalità della violenza sessuale.
La
violenza sessuale non è un’eccezione.
È la
regola in un sistema che vede il corpo femminile (e non binario, e trans) come
proprietà, oggetto, territorio da conquistare.
L’”emendamento
Bongiorno” non è un incidente.
È la traduzione giuridica di questa visione
del mondo.
Ed è coerente con altre scelte del governo
Meloni:
la
limitazione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole;
la promozione di una narrazione moralista
sulla famiglia;
l’uso
strumentale del termine «femminicidio» per isolare la violenza maschile da ogni
contesto sociale, riducendola a un fatto psicologico o criminale, mai politico.
Questo
governo non vuole prevenire la violenza:
vuole
regolarla, incanalarla, renderla compatibile con un ordine patriarcale che vede
nel corpo femminile un oggetto da controllare, non un soggetto autodeterminato.
La
sfida del femminismo abolizionista.
Qui si
apre una riflessione più radicale.
Il femminismo non può accontentarsi di
chiedere leggi penali più tutelanti delle persone offese, seppur si tratti di
un passaggio necessario.
Perché
il sistema penale, da solo, non libera.
Spesso,
anzi, punisce chi denuncia e protegge chi ha potere.
Come
scrive “Angela Davis”:
«Dobbiamo spostare lo sguardo da
un’istituzione in particolare alla società nel suo insieme.
Non
possiamo occuparci di femminismo lasciando tutto il resto intatto. Abbiamo
bisogno di costruire una società in cui non ci sia più bisogno del carcere e
della polizia».
Il femminismo abolizionista, di cui Davis è
una delle voci più autorevoli, non chiede di riformare il carcere, ma di
immaginare un mondo oltre il carcere — un mondo in cui la sicurezza non si
costruisce con le sbarre, ma con relazioni di responsabilizzazione, di cura,
solidarietà, reciprocità.
“Ruth
Wilson Gilmore” lo dice con chiarezza:
«L’abolizionismo non è assenza, ma presenza».
Non si
tratta di distruggere, ma di costruire infrastrutture di giustizia
trasformativa, dove la riparazione, il riconoscimento, la comunità e l’impegno
ad abolire la violenza, sostituiscano sia l’assoluzione sistemica che la
punizione.
Ma
questa prospettiva va articolata con onestà:
come ricorda “Beth Richie” in “Arresta
Justice, il femminismo punitivista ha spesso criminalizzato proprio le donne
più vulnerabili — migranti, povere, nere.
E come scrive “Mariame Kaba” in “We Do This
‘Til We Free Us”, la giustizia trasformativa richiede
«reti
di sicurezza comunitarie» capaci di rispondere alla violenza senza consegnare
le persone al sistema penale.
“Silvia
Federici” ci ricorda che il corpo è il primo luogo di produzione e di lotta.
Nel suo Punto zero della rivoluzione, mostra
come il controllo del corpo femminile sia stato centrale nella costruzione del
capitalismo.
Oggi, quel controllo si esprime anche
attraverso il diritto penale, che pretende di «proteggere» i corpi mentre li
sottopone a interrogatori umilianti, a processi traumatici, a una logica di
sospetto permanente.
Un
femminismo realmente liberatorio deve allora pensare oltre il sistema penale e
le leggi che lo regolano — senza per questo abbandonare chi oggi ha bisogno del
tribunale come ultima risorsa.
Deve
chiedere un’educazione sessuale laica, scientifica e anti-patriarcale fin dalle
scuole;
servizi
di supporto accessibili, gratuiti, non medicalizzati;
spazi sicuri di ascolto, fuori dalla logica
del tribunale;
cultura
del consenso diffusa, non solo penale.
Questo
non significa rinunciare alla giustizia.
Ma
significa capire che la giustizia non è solo quella penale.
Può
essere riparativa, comunitaria, trasformativa, e soprattutto deve partire da
chi subisce la violenza, non da chi la interpreta.
Questa
battaglia è globale, non è solo italiana.
In Argentina,
il” movimento #NiUnaMenos”, nato nel 2015, ha posto al centro la violenza
sessista come fenomeno strutturale, legato al neoliberismo, al colonialismo, al
patriarcato.
Ha
rifiutato la narrazione individualistica dello «stupratore folle» e ha chiesto
cambiamenti sistemici:
aborto legale, educazione sessuale, fine della
militarizzazione della vita.
In
Italia, il transfemminismo ha dato voce a chi è spesso escluso anche dai
femminismi mainstream.
Autrici
come” Porpora Marcasciano” hanno ricordato che la violenza sessuale colpisce in
modo specifico le persone trans, spesso private di riconoscimento giuridico, di
accesso ai servizi, di credibilità nei processi. Per loro, il modello del
dissenso è ancora più letale:
perché il loro corpo è già visto come
«ambiguo», «ingannevole», «non conforme».
Lo
stesso vale per le persone migranti, che in questo periodo vedono
particolarmente compromessa non solo la possibilità di accedere ai servizi
essenziali, ma anche quella di rivolgersi al sistema penale senza esporsi a
rischi concreti — tra cui l’espulsione, la detenzione amministrativa o la
criminalizzazione.
Anche
in Spagna, la cosiddetta “Ley del «Solo Sí es Sí» ha aperto dibattiti cruciali.
Sebbene criticata da alcune voci abolizioniste
per non aver sufficientemente decostruito il sistema penale, ha comunque
rappresentato un punto di svolta culturale: ha messo al centro il consenso come
pratica etica, non solo come norma giuridica.
Da
queste esperienze possiamo imparare che la lotta per il consenso è una lotta
per l’autodeterminazione — non solo sessuale, ma esistenziale.
È una
lotta che unisce chi rifiuta di essere oggetto di potere, chi chiede di essere
creduto, chi sogna un mondo in cui la libertà non è concessa, ma riconosciuta.
Questa
non è solo una battaglia legislativa. È una battaglia per il futuro dei nostri
corpi, delle nostre relazioni, dell’idea di società che immaginiamo.
Perché
un paese che non riconosce il diritto al consenso non è un paese libero.
(Tatiana
Montella, avvocata del team legale della Clinica del diritto dell’immigrazione
e della cittadinanza dell’Università Roma Tre, è attivista di “Micce”
collettivo transfemminista abolizionista.)
Un'altra
settimana di aiuto a Israele e varia corruzione.
Unz.com - Philip Giraldi – (1° febbraio 2026)
– Redazione – ci dice:
È
davvero un governo o una sorta di schema Ponzi?
Il
rituale mattutino è diventato qualcosa di spiacevole nell'ultimo anno. Aprire
la homepage del computer dopo colazione riporta invariabilmente alla mente
l'immagine dell'”Orange man”, purtroppo altrimenti noto come il presidente
degli Stati Uniti d'America.
La
persona in questione, che si fa chiamare Donald J. Trump, è immancabilmente
accigliata, irradia odio e alza il suo piccolo pugno per esprimere la sua
volontà di colpire chiunque lo abbia offeso con pensieri, parole o azioni.
L'articolo
di accompagnamento descrive solitamente come sia pronto a licenziare qualcuno
nel governo o a punire un giornalista per non essersi inchinato e aver fatto un
gesto di rispetto di fronte alla presenza imperiale dell'autodefinito
"Uomo di Pace".
Occasionalmente,
quando è in vena di colpi, Trump minaccia di uccidere un "nemico" o
persino un intero gruppo o una nazione intera di persone se lo offendono.
Giustifica
la sua ferocia affermando di possedere una sorta di "moralità"
personale di alto livello ma impercettibile che gli permette di affermare:
"Posso fare quello che voglio!".
Oltre
al suo odio per chiunque lo contrasti o lo sfidi, c'è molto di più
"sbagliato" nel presidente Trump, inclusa la sua pervasiva ignoranza
riguardo ai bersagli della sua rabbia.
Si
suppone che non sapere che la Groenlandia e l'Islanda siano Paesi diversi sia
molto importante, ma se si cerca di impadronirsi della prima con la forza, se
necessario, allora è bene sapere chi è chi.
E se si intende bombardare un posto chiamato
Iran o sostenere un genocidio in un posto chiamato Gaza, potrebbe essere
consigliabile essere informati dei seri interessi nazionali in gioco che
sostengono tali azioni, che metterebbero il mondo intero contro di noi.
Molti
osserverebbero che Trump è quello che è perché non è un uomo indipendente, ma è
invece controllato, mentre esegue la sua goffa danza da marionetta sul palco,
dallo Stato di Israele e dai lobbisti interni che esistono per promuovere gli
interessi percepiti del Paese attraverso il controllo dei media statunitensi e
del governo nazionale americano.
Attualmente,
il Primo Ministro israeliano “Benjamin Netanyahu” vuole che Trump e gli Stati
Uniti facciano il grosso del lavoro per distruggere l'Iran e tutto indica che
l'“Orange man”, che ha appena approvato altri 6,5 miliardi di dollari in armi a
Israele senza il necessario processo di revisione e l'autorizzazione del
Congresso, cercherà di farlo a prescindere da quanto costi al popolo americano.
Ripeti
sintonizzati!
La
continua indulgenza verso Israele non sorprende, visto che Trump è emerso sulla
scena politica dopo i suoi giochi e divertimenti con “Jeffrey Epstein” e la sua
apparizione in una serie televisiva senza cervello in cui ha affinato la sua
capacità di licenziare le persone, come candidato filo-ebraico autoproclamato
alla presidenza degli Stati Uniti.
Il 1 ° luglio 2015, il 69enne Trump, con le
sue stesse parole, "L'unico [candidato] che darà un vero sostegno a
Israele sono io. Gli altri sono solo chiacchiere, niente fatti.
Sono
politici.
Sono
stato leale a Israele fin dalla nascita.
Mio
padre, Fred Trump, è stato leale a Israele prima di me.
L'unico che darà a Israele il tipo di sostegno
di cui ha bisogno è Donald Trump".
Più
recentemente, la partecipazione di Donald alla recente “festa di Hanukkah”
della Casa Bianca ha confermato anche la sua affiliazione ebraica.
Durante
il ricevimento, il presentatore di Fox News Israel Firster “Mark Levin” ha
salutato il presidente Donald Trump come "il primo presidente ebreo".
Parlando
davanti a una folla di sostenitori durante l'incontro, Trump aveva invitato
Levin a "dire un paio di parole".
"Vieni
qui. E queste persone apprezzano Israele", ha osservato il presidente.
Levin abbracciò Trump prima di gridare:
"E ama anche Israele!"
Levin poi ha poi celebrato Trump come il primo
presidente ebreo, ricordando come "Sei anni fa ero qui e ho detto che
questo è il nostro primo presidente ebreo" e Trump ha risposto: "È
vero."
Levin
ha continuato:
"Ora
è il primo presidente ebreo a servire due presidenze non consecutive. Vi
ringraziamo di tutto."
È
interessante notare che, a parte le promesse fatte durante la sua candidatura a
New York e Levin, è stato plausibilmente affermato che Trump sia effettivamente
il primo presidente ebreo a convertirsi, probabilmente nel 2017.
Ha
onorato personalmente più volte l'eredità del famigerato rabbino “Chabod
Lubavitch Menachem Mendel Schneerson”, che potrebbe averlo un tempo istruito.
E si
potrebbe notare che l'ipotesi che Trump possa essere effettivamente ebreo in
senso religioso è una possibilità certamente supportata dal suo comportamento
servile nei confronti dello Stato ebraico durante il suo mandato.
Lui e la sua famiglia sono, non a caso,
inseriti nel “database genealogico jewishgen.org.”
Sempre
al “ricevimento di Hanukkah” di martedì, la magnate israeliana dei casinò di
Las Vegas e principale finanziatrice politica “Miriam Adelson” ha dichiarato
pubblicamente e apertamente che Trump potrebbe candidarsi per un terzo mandato
presidenziale, nonostante i limiti costituzionali.
“Adelson”
ha fatto riferimento alle sue discussioni con il disgustoso avvocato “Alan
Dershowitz” sulla validità di un altro mandato e si è detta d'accordo con lui,
dicendo:
"Ho incontrato Alan Dershowitz e gli ho
detto:
Alan,
sono d'accordo con te. Quindi possiamo farcela. Pensaci".
Ha
anche promesso altri 250 milioni di dollari di sostegno alla campagna
elettorale per finanziare tale iniziativa, scatenando cori del pubblico che
gridavano "Altri quattro anni".
Trump
ha elogiato il sostegno di Adelson e ha sottolineato l'impegno del suo defunto
marito “Sheldon Adelson “per Israele, affermando: "Quindici anni fa, la lobby più
forte a Washington era quella ebraica. Era Israele. Questo non è più vero".
Trump ha poi accusato alcuni parlamentari di
essere "antisemiti", citando le deputate “Alexandria Ocasio-Cortez” e”
Ilhan Omar”, che Trump afferma "odiano gli ebrei".
Trump
ha anche incolpato le università di aver fomentato il sentimento
anti-israeliano e ha previsto che Harvard, che ha citato in giudizio per multe
legate all'antisemitismo, "pagherà un sacco di soldi".
In
effetti, i finanziamenti provenienti da fonti filo-israeliane condizionano il
comportamento di Trump e sono una forza trainante per la sua immagine di
"uomo d'affari e promotore immobiliare".
Pur
essendo miliardario, è sempre alla ricerca di nuovi guadagni.
La dignità della sua carica, che in qualsiasi
altro presidente, tranne “Bill Clinton”, potrebbe rappresentare un freno
all'accaparramento di denaro e regali, non ha scoraggiato Donald Trump.
Il “New York Times” ha recentemente riportato
questa tendenza da parte del presidente, disposto a usare le sue autorità di
regolamentazione e di altro tipo per spremere denaro da governi, aziende e
altre organizzazioni straniere a beneficio suo e della sua famiglia.
La
copertura della vicenda da parte del “Times” fornisce notevoli dettagli su come
la famiglia Trump abbia beneficiato di 1,4 miliardi di dollari nell'ultimo anno
attraverso i vari piani promossi direttamente o indirettamente dal presidente.
Il
rapporto chiede: "Quanti soldi ha intascato Donald Trump dalla presidenza
dalla sua seconda elezione?
Abbiamo fatto i conti... Cominciamo con gli
accordi di licenza.
Aziende straniere, spesso con il coinvolgimento dei
loro governi, pagano per utilizzare il nome Trump sugli edifici. E la tempistica è spesso sospetta.
Circa
un mese dopo che i Trump hanno avviato i lavori per questo progetto fuori”
Hanoi”, l'amministrazione ha accettato di ridurre i dazi minacciati sul
Vietnam.
Poi c'è Melania.
"Eccoci di nuovo. Sta pubblicizzando il
documentario di sua moglie".
I Trump intascano 28 milioni di dollari per il
documentario.
Amazon
ha pagato molto di più rispetto alle offerte concorrenti e molto più di quanto
l'azienda avesse pagato per progetti simili.
Ma
Jeff Bezos ha molte ragioni per ingraziarsi l'amministrazione, dai contratti
spaziali e di difesa alle normative antitrust.
Poi ci sono le cause legali.
"ABC
News". "Meta". "Fondamentale". "YouTube ha
accettato di pagare più di 24 milioni di dollari". "16 milioni di
dollari". "25 milioni di dollari".
"Perché
Elon paga a Donald Trump 10 milioni di dollari?" Nessuna di queste cause era
giustificata nel merito.
Ma
invece di affrontare un presidente vendicativo in tribunale, queste aziende
hanno raggiunto un accordo e Trump ha guadagnato oltre 90 milioni di dollari.
"Il
Pentagono afferma di aver accettato quel Boeing 747 dal Qatar.
Ci
stanno dando un jet gratuito. Grazie mille".
Trump ha intenzione di portare con sé i 400
milioni di dollari donati dal Qatar dopo la presidenza.
E
sembra aver riconosciuto che ciò avrebbe cambiato il suo modo di trattare il
Paese.
"Saranno protetti dagli Stati Uniti
d'America".
Ma la
più grande fonte di guadagno della famiglia sono le criptovalute.
Chi
spera di influenzare la politica federale, compresi gli stranieri, può
acquistare la moneta della famiglia Trump e trasferire di fatto denaro ai
Trump.
Questi
accordi sono spesso segreti, ma alcuni sono diventati pubblici, come l'anno
scorso, quando una società di investimenti degli Emirati Arabi Uniti ha
annunciato un accordo da 2 miliardi di dollari con la società Trump.
Due
settimane dopo, il presidente ha concesso al Paese l'accesso a chip per
computer avanzati.
I
Trump hanno guadagnato almeno 867 milioni di dollari tramite varie
criptovalute.
Complessivamente,
Trump ha intascato oltre 1,4 miliardi di dollari.
Si
tratta di 16.822 volte il reddito familiare medio statunitense.
Ed
ecco il punto.
Abbiamo
effettuato questa stima utilizzando registri accessibili al pubblico.
Quindi questa cifra è un minimo, non un
resoconto completo.
"Non
chiedetevi cosa può fare il vostro Paese per voi. Chiedetevi cosa potete fare
voi per il vostro Paese".
E
niente di tutto ciò include i dettagli collaterali come gli eventi sportivi,
tra cui la “gara di Formula 1 di Indianapolis” a Washington ad agosto, il
proposto “Arco commemorativo”, lo stadio di fronte alla Casa Bianca per
l'imminente evento di “wrestling UFC”, la sala da ballo della Casa Bianca in
corso e altri "ammodernamenti", e l'acquisizione dei Kennedy Center e
del Peace Center.
Ma
anche tutto questo è nulla in confronto alla causa da 10 miliardi di dollari
che il presidente, i suoi due figli e gli interessi commerciali di Trump hanno
intentato contro l'“Interna Revenue Service” a causa di una fuga di notizie sui
registri fiscali di Donald Trump relativi al periodo compreso il suo primo
mandato.
Pensate a cosa sta facendo:
è il
capo del governo degli Stati Uniti e sta facendo causa allo stesso governo per
una somma ingente che arricchirà lui e la sua famiglia e che dovrà essere
pagata dai contribuenti americani in un modo o nell'altro.
Come al solito, il presidente Trump si è
infuriato con la corrispondente di “ABC News” alla Casa Bianca,” Karen Traversa”,
quando lei gli ha chiesto dei soldi della causa, attaccandola dicendole:
"Sei
una persona molto rumorosa!"
Trump
sta sfruttando la legge federale che tutela la riservatezza delle dichiarazioni
dei redditi degli americani.
La
divulgazione impropria di informazioni fiscali comporta sanzioni penali, ma è
anche possibile citare in giudizio il governo se l'” Interna Revenue Service”
(IRS) rivela le proprie informazioni, ma questa è la prima volta che un
presidente in carica presenta una causa del genere.
La
denuncia del presidente Trump, depositata la scorsa settimana presso la corte
federale di Miami, che nomina l'IRS e il Dipartimento del Tesoro, ha creato una
situazione inimmaginabile, con le agenzie federali che si trovano ad affrontare una
causa intentata dal capo dell'esecutivo, che in questo caso chiede almeno 10
miliardi di dollari di danni.
Secondo
quanto riportato dal “Times , "si tratta di un enorme conflitto di
interessi", secondo “Richard Painter”, il capo dell'ufficio legale per
l'etica della Casa Bianca durante l'amministrazione di George W. Bush.
Painter
ha osservato che "i suoi stessi incaricati [di Trump] potrebbero voltarsi
e dire:
“Diamo alla famiglia Trump un paio di
miliardi. È una vendita onesta”.
La
fuga di notizie delle dichiarazioni dei redditi è stata opera di “Charles Littleton”,
un ex collaboratore dell'IRS, nemmeno un dipendente pubblico, condannato a
cinque anni di carcere per il suo crimine.
Curiosamente,
questo non è stato il primo tentativo di Trump di ottenere pagamenti dal
Dipartimento di Giustizia, avendo già richiesto che il dipartimento gli pagasse
circa 230 milioni di dollari di risarcimento per le indagini federali su di lui
quando si candida contro “Hillary Clinton”.
La
giustizia è stata anche reattiva alle richieste presidenziali affinché il
governo persegue persone che percepiscono come nemici politici.
Quindi,
ecco qua.
La
scorsa settimana Donald Trump ha fatto, come sempre, di tutto per aiutare
Israele e arricchirsi personalmente.
Se
questo renderà l'America di nuovo grande, è difficile prevedere esattamente
come ciò avverrà.
Se avete dubbi sulla buona fede del leader del nostro
Paese e volete sostenerlo, potrebbe essere il momento giusto per andare a
vedere il documentario "Melania", per rassicurarvi e allo stesso
tempo buttare un po' di soldi in più nelle tasche di Trump.
Lo apprezzerebbe moltissimo!
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest,
una fondazione educativa fiscalmente deductibile 501(c)3).
Socialismo
con caratteristiche
americane
vs socialismo cinese
vs
socialismo di Hitler.
Unz.com
- Richard Solomon – (3 febbraio 2026) – ci dice:
Voglio
il mio cellulare Obama, il formaggio governativo, l'assistenza sanitaria
gratuita, la casa di Sezione 8 e l'UBI.
Come
cantavano BONE THUGS-N-HARMONY:
"È
il primo del mese. Incassa gli assegni e alzati."
Alcuni
mi chiamano fannullone, Bernie Bro, o (gasp) - socialista. Beh, per prendere in
prestito una frase da PULP FICTION:
"Permettimi
di rispondere."
L'America
opera già come un'economia socialista.
Socialista aziendale, intendo.
Solo i poveri, le classi lavoratrici e quelle
medie sperimentano la gioia del capitalismo sfrenato.
Il “MIC”, “Wall Street,” le grandi aziende
tecnologiche e le grandi aziende farmaceutiche sopravvivono e prosperano grazie
alla stampa e allo schiavo fiscale.
L'oligarchia
sa che il socialismo batte il capitalismo.
Preferiresti
giocare in borsa come senatore con informazioni privilegiate o come un day
trader nervoso senza rete di sicurezza?
I soldi gratis sono fantastici.
Forse
il "capitalismo dei lavoratori" esisteva in qualche città del Vermont
timoroso di Dio dell'Ottocento che non era il numero di Dunbar, ma mai in una
grande società moderna.
Il
capitalismo reale usa il sangue e i tesori del popolo per finanziare il
"socialismo per pochi".
Nel
suo libro "La guerra è un racket", il generale “Smedley Butler” ha
rivelato come multinazionali e banchieri hanno utilizzato l'esercito
statunitense finanziato per sequestrare risorse naturali straniere.
I
cosiddetti capitalisti affermano che il socialismo non funziona mai.
Se è
così, perché sanzionare, bloccare, colpire o far saltare in aria ogni paese che
tenta di nazionalizzare le proprie risorse naturali a beneficio del proprio
popolo?
Se il socialismo fallisce sempre, lasciamo che
quei paesi appassiscano e muoiano nel cosiddetto mercato libero.
Prima
della sua distruzione, la Libia socialista, con la sua istruzione, cibo,
carburante e abitazioni sovvenzionate, manteneva il più alto tenore di vita di
qualsiasi nazione africana.
L'unica
alternativa al capitalismo che i banchieri internazionali permisero era il
marxismo, poiché il marxismo non funziona mai.
Dopo
la crisi economica del 2008, la” Federal Reserve” ha donato ai colpevoli
banchieri e alle grandi aziende tecnologiche trilioni di dollari, mentre ha
incaricato il conto al cittadino statunitense.
Il popolo americano ha pagato la loro prigione di
Palantir.
Perché?
Perché
gli americani comuni sono capitalisti che vivono sotto il capitalismo.
La
privatizzazione è socialismo per i ricchi.
I contribuenti statunitensi e gli schiavi del
debito finanziarono grandi progetti tecnologici e di servizi pubblici solo per
vederli ricevuti a società private.
I prezzi sono scesi o il servizio è migliorato
dopo che Enron e Veolia (Flint Water) hanno preso il controllo?
I
mangiatori di “Ayn Rand “amano fare discorsi del tipo "rialzati con le tue
gambe", ma il mito del grande capitalista americano è letteralmente mito.
Come tutti i miti, l'oligarca "auto diretto"
richiede una storia d'origine. La frase "ha abbandonato l'università per
avviare un'attività da miliardi di dollari nel suo garage" sembra la più
popolare.
Come
per i vecchi baroni rapinatori JP Morgan e John D. Rockefeller, banchieri
internazionali e sicurezza statale sostennero Bill Gates e Mark Zuckerberg.
Non
dimenticare l'investitore super-geniale autodidatta Jeffrey Epstein.
Guarda
i "padri fondatori" di PayPal come Elon Musk (chip cerebrali,
Skynet-X, Pentagon-Grok), Peter Thiel (Palantir) e Dan Shulman (CEO di
Data-Seifter Verizon e, secondo la sua biografia, doppio cittadino
israelo-statunitense e praticante di Krav Maga) che ora fanno da frontman per
la rete di controllo tecno-finanziaria sionista USA-Sionista. PayPal era un'imprenditoria super
geniale o un gioco a lungo termine per i proprietari ombra che è partito dalle
transazioni digitali?
Creando
denaro dal nulla, i banchieri mafiosi ebrei sperimentano il socialismo di “Star
Trek” dopo la scarsità.
Ricordate
la macchina nella mensa dell'Enterprise che materializzava istantaneamente i
gelati congelati?
Se il
socialismo è riservato alla classe dei donatori, che dire dei benefici sociali
per i poveri, ad esempio “SNAP”, “Medicaid”?
Per salvare
il "capitalismo per i molti / socialismo per i pochi", FDR iniziò a
offrire alle masse alcuni privilegi socialisti durante la Grande Depressione.
Impedire agli americani di morire di fame serviva gli
interessi della classe dirigente.
Il
rischio che le rivolte per il cibo degenerassero in una rivoluzione nazionale
rappresentava una minaccia per la sicurezza.
Una
classe media stabile forniva anche un cuscinetto tra ricchi e poveri.
I robot killer e l'acqua fluorurata con
estrogeni resero quel cuscinetto obsoleto.
Detto
questo, il crollo del vecchio ordine e la creazione di una tecnocrazia gangster
presentano alcune sfide.
Questa fase di transizione offre agli
americani una piccola finestra di influenza.
Ecco
perché sono un Teamster del reddito di cittadinanza.
Almeno nello spirito.
L'intelligenza
artificiale, la robotica, l'outsourcing e le migrazioni di massa pianificate
continueranno ad aumentare la disoccupazione e a ridurre i salari.
Se a tutto questo si aggiungono prezzi al
consumo alle stelle, politici saccheggiatori e una classe di rentier che fa
sembrare Shylock simile a Francesco d'Assisi, non serve un dottorato in
economia per capire che questo sistema è destinato alla madre di tutti i
crolli.
Fino a
quel giorno, le persone devono sopravvivere.
Perché
tutti i soldi dovrebbero andare a Wall Street e al MIC?
Io dico di stampare qualche trilione in più
all'anno e distribuirli alle classi lavoratrici e medie più povere e
sofferenti.
E che
dire del reddito di cittadinanza (UBI) che aumenta il debito? Scordatevelo. Il
debito è impagabile.
Forbes
stima il debito reale degli Stati Uniti a oltre 200 trilioni, non a 38
trilioni, come riportato nei bilanci falsi.
I
commentatori parlano di "rimborso del debito", ma non si chiedono
mai: "A chi dobbiamo i soldi?".
Un
controllo della realtà: anche il RBU deve beneficiare dell'oligarchia.
Altrimenti, non lo permetteranno.
L'UBI
mantiene a galla le aziende artificialmente potenziate, mentre recuperano il
denaro dell'UBI attraverso l'acquisto di beni e servizi, aggiungendo un modo
per far salire i prezzi delle azioni oltre i riacquisti di azioni e le
valutazioni gonfiate.
L'UBI
aiuta anche lo stato di polizia.
Mentre
la polizia a riscossione delle tasse e le prigioni private generano entrate per
la classe dei renditi, sovrapporre troppo presto le città di tende potrebbe
sopraffare il sistema, riducendo i margini di profitto.
Tuttavia,
a questo punto, l'oligarchia sembra tenera verso l'eliminazione malthusiana.
I
Teamster del “UBI” devono esercitare la massima pressione per ottenere il
sostegno di quel segmento della minoranza oligarca che vede il UBI in una luce
positiva.
Certo,
questo è capitalismo finale del tipo "rimanda la scatola".
Tutti
gli imperi cadono.
Ubriaca
del sangue di santi e innocenti, la Prostituta di Babilonia cade profondamente.
Gli
USA esistono come una massa divisa e conquistata di tribù entho e ideologiche
ostili.
L'unica cosa che unisce tutti gli americani è
la gerarchia di primo livello dei bisogni di Maslow: cibo, vestiti, alloggio,
ecc.
Ogni
persona spinta dal proprio posto della classe media diventa un potenziale
Teamster del UBI.
Questi
numeri cresceranno soltanto.
I
giovani sono già pronti per il reddito di cittadinanza. Mentre molti della generazione più
anziana rimangono ipnotizzati dal capitalismo per molti, la maggior parte dei
ragazzi della “Generazione Z” sa che il sistema è truccato e non ha la
motivazione per struggersi per tutta la vita per l'ebreo satanico che l'America
- senza offesa per gli ebrei non coinvolti, la comunità gay o l'ex repubblica
degli Stati Uniti.
L'Impero
anglo-sionista statunitense funziona come un'organizzazione criminale che fa
affidamento sulla violenza o sulla minaccia della violenza.
I gruppi di pressione devono gestire i loro
programmi all'interno di questo sistema operativo.
Per
formulare un movimento sostenibile, i “Team sters” del reddito di cittadinanza
devono studiare la storia della malavita americana.
Durante
la Seconda Guerra Mondiale, il governo degli Stati Uniti sottrasse i sindacati
ai socialisti e li cedette a “Cosa Nostra” per preservare il capitalismo per la
maggioranza.
Sebbene
la mafia si appropriasse di ingenti somme di denaro dai sindacati, aveva anche
bisogno di mantenere in vita i sindacati, poiché il lavoro organizzato forniva
una fonte di reddito redditizia.
Quindi, un uomo che lavorava in un magazzino
poteva vivere come un essere umano, pur mantenendo una moglie casalinga e i
figli.
Negli
anni '80, il governo dovette reprimere il lavoro organizzato per attuare la
globalizzazione.
Ciò
richiese la disattivazione di Cosa Nostra attraverso il RICO.
Cosa
Nostra di oggi è l'ombra di sé stessa, come dimostrano gli ex informatori
mafiosi "ancora vivi" con canali YouTube.
Non sto dicendo che Cosa Nostra manchi di
influenza, ma è molto più contenuta.
Sebbene
raccomandi ai “Team sters” del reddito di cittadinanza di chiedere consiglio a
Cosa Nostra, le trattative non sindacali della rete di controllo di “Palantir “richiedono
ulteriori consulenti.
La sensibilizzazione deve estendersi alle
organizzazioni di strada e carcerarie, compresi i club motociclistici dell'1%.
Non
dimenticate gli hacker, intendo "il reparto IT".
Oh
cielo. Pensavi davvero che AOC e Bernie ti avrebbero rubato una borsa con
gadget socialisti?
Non
potrebbe aiutarti nemmeno a volerlo. I tratti dominanti dello spirito del tempo
sono lo status e l'interesse personale. "Sono pronto per il mio selfie,
signor De Mille."
I più
grandi blocchi anti-UBI "norme" provengono da "Homo conservato"
e "Liberal fagatus".
Ovviamente, conservatori e liberali presentano
una varietà di varianti. Mi sto concentrando su due specie distinte.
Gli “Homo
conservati” si radunano in tutti gli Stati Uniti.
Alcune
delle sue caratteristiche uniche includono il blaterare sulla Costituzione
mentre sostiene ogni legge di stivali che arriva da un repubblicano.
Come
un guerriero alfa impavido che possiede i libar online, l'orgoglio di Homo
conservato si gonfia ogni volta che il MIC sciocca e stupisce i paesi
islamici-comunisti.
Se Homo conservato vede un mercenario
BlackRock in uniforme, lo ringrazia per il suo servizio.
Homo conservato
celebra i tagli SNAP ai bambini poveri americani con Elon come meme DOGE da
supereroe, ma non batte mai ciglio davanti ai trilioni convogliati al
"Greater apostate-Israel Project" transnazionale.
Il fugato
liberale preferisce gli habitat costieri degli Stati Uniti e vota sempre per il
candidato approvato dal DNC.
Sebbene
non sostenga più i lavoratori e i poveri, promuove con veemenza i movimenti
politici identitari finanziati dalla CIA e da Soros, che non prevedono alcun
programma economico.
Il fugato liberale si oppone al genocidio,
tranne quando spinto dal Partito Democratico.
Alcuni
fugati liberali soffrono di COVID lungo e ricevono iniezioni mensili di mRNA
per rafforzare il loro sistema immunitario.
Un
esempio ben noto di fugato liberale di alto profilo è il talentuoso attore” Rob
Reiner”, che è stato incornato a morte da uno dei suoi figli.
Ogni
movimento ha bisogno di uno slogan. Per i Team sters del reddito di
cittadinanza, consiglio "F*ck you, pay me" da "Goodfellas".
Zio Corp:
"Un trans ha vinto nello sport femminile."
Team sters
UBI: ", pagatemi".
Zio Corp:
"#MeToo."
Team sters
UBI: ", pagatemi".
Zio Corp:
"La guerra degli asili nido somali a Natale".
Team sters
UBI: ", pagatemi".
La
semplicità mantiene il messaggio in linea con l'obiettivo, evitando al contempo
le distrazioni.
Nonostante
l'intelligenza artificiale, l'outsourcing e l'automazione, le aziende hanno
ancora bisogno di manodopera umana.
Io suggerisco di concedere visti di lavoro ai
migranti irregolari e di lasciare che svolgano i lavori più faticosi,
ovviamente con un salario dignitoso.
Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere
riservato ai cittadini americani.
"Ma
Trump sta cacciando gli illegali", dice qualcuno. Caro lettore, ti prego di permettermi
qualche paragrafo per spiegare al "piccolo bambino" come funziona il
sistema.
Vedi,
piccolo, i proprietari finanziano i Democratici e i Repubblicani. Usano una
tattica chiamata "problema-soluzione" per ingannare le persone, come
con il COVID.
Innanzitutto,
il signor Biden (sionisti, corporativisti, oligarchi) porta decine di milioni
di migranti stranieri.
Poi il
signor Trump (sionista, corporativi, oligarchi) finge di cacciarli creando una
grande forza di sicurezza interna e una rete carceraria globale.
Quando il presidente Trump ha promesso di
"costruire il muro", intendeva un muro di Gaza.
ICE
abitua il pubblico a vedere uomini mascherati che rapiscono persone per strada
e le fanno sparire in segreti spaventosi.
Dal
lato del denaro, gli Stati Uniti funzionano come un'economia da rentier.
Gli
oligarchi hanno bisogno di migrazioni di massa ingegnerizzate per aumentare gli
affitti e abbassare i salari.
Anche
se Trump manda alcuni venezuelani nella maga prigione di El Salvador per
esperimenti con chip cerebrali, la maggior parte dei migranti deve restare per
sostenere l'economia FIRE e mantenere una demografia del divide e impera.
(Penso che Neuralink abbia superato la fase
Bonzo e Lassie.)
I
migranti hanno fatto molti sforzi per arrivare qui, e la maggior parte proviene
da paesi distrutti dall'America, quindi invece di andarsene, vivranno in un
terrore sotterraneo fino alle elezioni del 2028 o al collasso degli Stati
Uniti.
Scusate
i lettori adulti per la deviazione durante la storia.
In uno
dei suoi romanzi, lo scrittore di fantascienza “Philip K. Dick” sottolineò
ripetutamente che l'Impero Romano non finì mai.
La marcia mediatica dell'ex presidente
venezuelano Maduro sembrava la marcia incatenata di un sovrano sconfitto in una
parata della vittoria romana.
Se si
applica la regola del "quando sei a Roma", gli americani devono
chiedere un po' di pane con il loro circo.
Come
il socialismo americano, "socialismo con caratteristiche cinesi"
riflette l'essenza della sua cultura.
Ho
trattato i meccanismi del "socialismo con caratteristiche cinesi" in
articoli precedenti.
In
sintesi, ritengo che questa fase del socialismo cinese si presenti come un
ibrido capitalista/socialista, in cui lo Stato domina le banche e le imprese, a
differenza degli Stati Uniti, dove banche e imprese dominano lo Stato.
La
differenza fondamentale tra Cina e Stati Uniti è che la classe dirigente cinese
attua politiche che aiutano i cittadini, mentre la classe dirigente
statunitense attua politiche che li danneggiano.
Sebbene
nessun sistema sia perfetto, il "socialismo con caratteristiche
cinesi" dimostra la capacità di un cambiamento evolutivo positivo
attraverso il flusso armonioso del "chi", una leadership
ingegneristica di alto livello intellettuale e la consapevolezza dell'ordine
naturale. Non è forse questa "la via"?
A
quanto ho potuto osservare, sembra che la Terza Guerra Mondiale sia già
iniziata, il che avrà un impatto a breve termine sul progetto socialista
cinese.
La
politica cinese è quella di evitare i conflitti, ovvero di fare un passo
indietro e lasciare che l'impero anglo-sionista statunitense si autodistrugga.
Finora,
la Cina ha "ha presentato l'altra guancia" nonostante i ripetuti
"schiaffi in faccia" da parte degli Stati Uniti e del sionista, che
includono terrorismo, rivoluzioni colorate della CIA, sabotaggio della BRI,
manovre nei punti critici del settore energetico, provocazioni vassalli,
rapimenti di Huawei, pirateria in mare aperto e guerra biologica.
La
moderazione della Cina rasenta il sovrumano.
E ha anche senso, dato che la Cina agisce come
un costruttore di valore reale e l'impero USA-Sionista come un distruttore che
governa il caos.
Ci sono voluti mesi per realizzare un vaso
Ming.
Un
barbaro lo distrugge in pochi secondi.
La
Cina riuscirà a mantenere la sua strategia di evitare i conflitti di fronte
alla crescente instabilità cognitiva e alle aggressioni violente dell'impero
USA-sionista?
Il
"secolo di umiliazione" può essere considerato davvero finito quando
i criminali si rifiutano di chiedere scuse alla Principessa Farfalla Monarca? Se continuano a crogiolarsi nella
loro arroganza, tutto ciò che serve è il collasso totale degli Stati Uniti,
risorse adeguate e una lista di nomi.
Quale
modo migliore per dare un senso a una vita senza senso se non difendere l'onore
di una principessa che non sa che esisti ?
Nonostante
la minaccia imminente di guerra, per questo articolo preferisco concentrarmi
sul "potenziale" piuttosto che sul "cosa è".
Uno
sguardo immaginato di un mondo libero dalla tirannia dell'Impero sionista
USA-anglo-anglo-salo-americano e dalla schiavitù del debito dei banchieri
ebraici.
(Per il lettore cinese, non condanno
in alcun modo tutti gli ebrei.
Se esclusi da posizioni di potere statale e
finanziamenti, credo sia possibile coltivare ebrei della memoria cellulare
post-talmudica capaci di dare contributi positivi alla "via".
Ripongo
grande fiducia nella memoria cellulare del Tao della Cina e nel discernimento
della civiltà superiore.
Dopo
la vittoria della Cina sulle barbarie, l'IA dell'EPL con una revisione umana
potrebbe facilmente identificare e correggere finale "i problemi."
Consiglio di iniziare dall'alto.
"Il pesce marcisce testa in giù",
come si dice.)
Anni
fa, ho letto in un libro che negli anni '50 o '60 il governo degli Stati Uniti
commissionò a un think tank di tracciare la strada migliore da seguire, tenendo
conto delle forze distruttive insite nella natura umana. Il think tank elaborò
due possibili percorsi:
A)
guerra senza fine o
B)
esplorazione spaziale senza fine.
Ovviamente,
il governo scelse l'opzione A.
Considerando
il clamore suscitato dalla corsa allo spazio degli anni '60 e la probabile
finta operazione psicologica sull'allunaggio, suppongo che lo stato permanente
degli Stati Uniti abbia giocato con l'opzione B.
Nel
complesso, concordo con le conclusioni del think tank.
Essendo una società altamente tecnologica con
un'avversione culturale alle guerre di aggressione, consiglio rispettosamente
alla Cina di considerare l'opzione B.
La
continua evoluzione della tecnologia letale minaccia la sopravvivenza umana a
lungo termine.
Il "socialismo con caratteristiche
cinesi" coltivato fornisce un "modo" per sublimare quella
tecnologia nella Civiltà di Livello II di Kardashev, ovvero il Sino futurismo.
Il
"programma spaziale" oligarchico e privatizzato zio-USA è nato
dall'opzione di una guerra infinita.
Oltre alle sue attività commerciali,
"NASA-SpaceX" svolge due funzioni principali.
a)
Alimentare l'ego di miliardari della tecno-finanza come Elon Musk e Jeff Bezos.
b)
Creare un muro di prigione galleggiante e intoccabile sopra l'atmosfera
terrestre.
Le telecamere spia, i dispositivi di
localizzazione, i missili e i laser mortali di Skynet puntano verso la Terra,
non verso lo spazio.
Coltivare
un programma spaziale "piacevole" e per estensione una civiltà
high-tech "felice" richiede di affrontare prima i problemi della
Terra, o almeno contemporaneamente.
I critici della vecchia NASA hanno giustamente
sottolineato la follia di investire enormi investimenti nell'esplorazione
spaziale mentre povertà, inquinamento e guerra proliferavano sulla Terra.
Il
disastro nucleare di Fukushima fornisce un esempio di un potenziale approccio
vantaggioso per tutti alla risoluzione dei problemi Terra-Spazio.
La centrale giapponese, danneggiata, alimenta
continuamente milioni di tonnellate di acque reflue radioattive nell'oceano.
La
stessa tecnologia utilizzata per limitare e contenere la perdita di radiazione
di Fukushima potrebbe essere impiegata anche per affrontare ambienti ad alta
radiazione dello spazio esterno e pianeti a atmosfera debole.
Il
reattore a fusione “Artificial Sun” della Cina ha il potenziale di eliminare le
eco-catastrofi dell'Exxon Valdez fornendo al contemporaneo energia pulita
illimitata.
Il Sole Artificiale potrebbe anche alimentare
viaggi spaziali a lunga distanza. Almeno finché gli scienziati del CPC non
capiranno come piegare lo spaziotempo.
Le
fattorie spaziali a gravità artificiale e l'estrazione robotica degli asteroidi
forniscono altri esempi di vantaggi vantaggiosi tra la Terra-Spazio
post-scarsità.
In
"Xi Jinping: La governance della Cina", l'Imperatore Presidente Xi
sottolinea l'importanza dell'equilibrio yin-yang tra ecologia e tecnologia.
Acque limpide e montagne rigogliose sono risorse inestimabili."
Oh
Imperatore Zio Jinping, proteggi il delfino che ride e l'albero antico.
Se
tiene fuori i banchieri internazionali, gioca secondo le regole della teoria
dei giochi win-win ed evolve in armonia con il chi, il "socialismo con
caratteristiche cinesi" offre una via per "la via".
Per
comprendere il nazionalsocialismo tedesco, bisogna comprendere Adolf Hitler,
come il NS tedesco divenne Hitler e Hitler divenne NS tedesco.
Penso
che il formato Q&A rappresenti un modo divertente e informativo per
discutere di entrambi.
D: Il
Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori era socialista?
R:
Nella sua fase iniziale, sì. La piattaforma in 25 punti del NSDAP lascia pochi
dubbi in merito.
Dal
mio punto di vista, il progetto nazionalsocialista tedesco subì un colpo
mortale nella "Notte dei lunghi coltelli", con la liquidazione della
fazione Röhm-Strasser.
Il
sipario calò definitivamente con l'Operazione Barbarossa.
Dopodiché,
il nazionalsocialismo tedesco si trasformò in sionismo ariano.
Le
politiche del ministro dell'economia Schachter sembrano simili al programma
keynesiano dell'era della Grande Depressione di FDR, tranne che i tedeschi lo
gestivano con maggiore efficienza, meno corruzione e focalizzati sulla
rimilitarizzazione.
Come
economia di guerra totale, il nazionalsocialismo tedesco rimase tecnicamente
socialista, con lo stato che dominava la corporazione.
D: Chi
era Adolf Hitler?
R:
Hitler era un artista, politico e sciamano.
Come
molti sognatori artisti, Hitler non amava il lavoro manuale, andava a letto
tardi e si svegliava tardi. I suoi punti di forza erano la pittura e il design
architettonico.
Come
politico dotato, Hitler possedeva istinti acuti, una tensione tempistica acuta
e brillanti capacità oratrici.
Lo
sciamano Hitler si sintonizzò sull'energia delle masse e la riportò a loro.
Quando
la Germania iniziò a perdere la guerra, la folla perse energia e Hitler non
riuscirono a ripristinare nulla, trasformandolo in un tossicodipendente e
recluso.
Da
quello che ho osservato, la caduta di Hitler è stata dovuta alla sua mancanza
di comprensione dei principi karmici, al suo razzismo irrazionale e al suo
egoismo.
Come
ha detto il protagonista in MAGNUM FORCE: "Un uomo deve conoscere i suoi
limiti."
A
parte le carenze personali, l'era hitleriana lungimirante.
D:
Hitler era un agente dei Rothschild?
R:
Intenzionalmente no. Involontariamente, sì.
Cosa
voglio dire con questo?
Credo
che Hitler si fosse sinceramente opposto alla finanza ebraica internazionale e
alle sue sezioni ebraiche organizzate e desiderasse cose buone per il popolo
tedesco.
Tuttavia,
alla fine, le azioni di Hitler si allinearono perfettamente agli obiettivi dei
banchieri internazionali secondo la continuazione post-Seconda Guerra Mondiale
della British East India Co. attraverso gli Stati Uniti, la creazione di
Israele apostata, una Germania neutralizzata, un genocidio/decadenza
euro-bianca e un'economia globale schiava e intrattabile dal debito.
D: I
banchieri internazionali hanno contribuito al Partito Nazionalsocialista
Tedesco?
R: Sì.
Per finanziamenti da banchieri ebrei/WASP, dai un'occhiata al libro del Prof.
Antony Sutton, "Wall Street e l'ascesa di Hitler."
Secondo
“David Irving”, il finanziamento dei banchieri ebrei è stato confermato dalla
biblioteca da lettere del dopoguerra tra il cancelliere dell'era Weimar “Brüning”
e “Winston Churchill”.
La
finanza internazionale ebraica finanzia tutte le parti, anche quelle
anti-ebree.
Così
era allora, così è adesso.
E un
robot neonazista dell'Unità 8200 li guiderà.
Nel
caso di Hitler, suppongo che abbia preso soldi dei banchieri con l'intenzione
di usarli contro di loro.
Ricevere
finanziamenti diretti dalla Sinagoga di Satana è come l'episodio di Ai confini
della realtà, in cui la firma di un contratto con il Diavolo inizia alla grande
ma finisce male.
Hitler
gli ha sparato in testa.
“Charlie
Kirk” è stato profondamente colpito quando ha cercato di rompere il contratto.
D:
Hitler aveva origini ebraiche?
R: Non
lo so. La questione preoccupava Hitler al punto da commissionare un'indagine
top secret delle SS.
I risultati non diedero risultati conclusivi.
L'unico
modo per esserne certi sarebbe stato confrontare il DNA di Hitler con quello
della famiglia di banchieri ebrei per cui lavorava la nonna di Hitler.
D:
Hitler invase per primo la Russia sovietica?
R:
Credo di sì.
Aveva
sostenuto l'invasione dell'Unione Sovietica molto prima della guerra.
Come
nel libro "Hitler's War" di David Irving, Hitler si riferiva spesso
alla Russia come "l'India della Germania". La preparazione dell'Operazione
Barbarossa era ben documentata. Il 22 giugno 1941, i russi sembravano un
esercito colto di sorpresa, piuttosto che pronto all'attacco.
La
"crociata contro il bolscevismo ebraico" della Germania sembra un
tentativo della NATO di "portare la democrazia in Ucraina", un
pretesto per saccheggiare le risorse naturali della Russia.
Secondo
i suoi debriefing post-bellici con i servizi segreti statunitensi, il ministro
degli Esteri” von Ribbentrop” osservò che quando visitò Mosca, ad eccezione di
Kaganovich e altri, la maggior parte dei padri fondatori ebreo-bolscevichi era
stata liquidata, culminando con l'ascia del ghiaccio che interruppe la vacanza
di Trotsky con Frida Kahlo-Messicana.
Il
complotto dei medici mostra che Stalin aveva intenzione di portare a termine il
lavoro.
La
grande paura di Hitler era che Stalin si sarebbe accaparrato i giacimenti
petroliferi rumeni, cosa che, nonostante le appropriazioni territoriali
baltiche post-trattato di Stalin e le modifiche al naso della Finlandia, non
accadde mai.
Stalin
aveva un posto in prima fila per il Trattato di Brest-Litovsk e quasi due
decenni dopo vide la Germania travolgere Polonia e Francia a velocità a
distorsione.
Voleva
una zona cuscinetto, anche se probabilmente non grande come quella che aveva
ottenuto dopo la guerra.
Stalin
era più comunista nazionalista che comunista internazionalista.
Nei
suoi debriefing con i servizi segreti statunitensi, “Hermann Göring” parlò di
come la guerra tedesco-russa trasformò l'allegro Hitler spensierato in un
Hitler oscuro e amareggiato.
D:
Hitler odiava gli ebrei?
R: A
livello macro - sì.
A
livello individuale, dipendeva dall'ebreo.
Hitler
amava il dottor Bloch. In "Hitler's War" di David Irving, Hitler si
lamentava costantemente:
"Se
solo gli ebrei fossero come il dottor Bloch, nulla di tutto ciò sarebbe
necessario."
Se
definisci l'antisemitismo come "odiare gli ebrei più del necessario",
allora Hitler era antisemita.
Le sue
politiche danneggiarono molti ebrei non coinvolti.
Numericamente
parlando, più non ebrei che ebrei servono la Sinagoga di Satana.
In
modo Karmico parlando, la punizione collettiva funziona in entrambi i sensi.
Tutti
i non ebrei che servono la SOS mancano di autocontrollo o di autonomia?
Per
quanto riguarda gli altri odi tribali di Hitler.
La sua
antipatia verso cechi e polacchi probabilmente derivava dalle perdite
territoriali della Germania nel dopoguerra.
Penso
che la sua visione negativa degli slavi e dei russi in particolare derivi dalla
mentalità colonizzatrice che vede i popoli nativi come subumani per
giustificare il furto di terre e risorse, la schiavitù e lo sterminio.
D:
Hitler era uno psicopatico?
R: Non
credo. Diagnosticherei a Hitler un disturbo narcisistico di personalità.
Sembrava
anche possedere una forte vena nichilista.
Dalla
mia analisi, Stalin corrispondeva al profilo da manuale di uno psicopatico
paranoico.
D:
Hitler ha perpetrato un "Olocausto"?
R: Non
mi occuperò di questo.
Considero
“David Irving” una fonte attendibile per la storia della Seconda Guerra
Mondiale.
Spiega
in dettaglio cosa sia stato realmente l'"Olocausto" in un video di 1
ora e 34 minuti - 2 ore e 18 minuti - se YouTube non lo cancella.
IL VIDEO
DI DAVID IRVING.
Se non
siete d'accordo con i risultati, scrivete al signor Irving.
D: La
seconda guerra mondiale è finita?
R: No.
La Seconda Guerra Mondiale non è mai finita perché la Prima Guerra Mondiale non
è mai finita.
La
nascente Terza Guerra Mondiale è una continuazione della Seconda Guerra
Mondiale.
Ancora
una volta, si parla di banchieri internazionali, sionisti e autostrade
petrolifere.
La
ferrovia del Kaiser da Berlino a Baghdad è il Nord Stream 2, i giacimenti
petroliferi del Caucaso sono il Nord Stream 2.
Ogni
fase della guerra mondiale dei banchieri internazionali ristruttura l'ordine
socio-economico, lasciando al potere il cartello dell'amore per il denaro.
Odio pensare a come sarà la visione della
tecno-finanza per la vita dopo la Terza Guerra Mondiale.
Se si
arriva fino in fondo, molti conti vengono saldati e molte domande trovano
risposta.
Il
Grande Freddo.
Conoscenzealconfine.it
– (4 Febbraio 2026) - Il Simplicissimus – Redazione - ci dice:
Il
clima geopolitico è caldissimo, però il clima meteorologico è parecchio freddo.
Il
clima geopolitico è caldissimo e mentre Zelensky delira in compagnia degli
europei, armi russe e specialisti cinesi affluiscono in Iran per dare una
calorosa accoglienza all’armata di Trump.
Però
il clima meteorologico è parecchio freddo.
Mosca
ha registrato la nevicata più intensa degli ultimi 203 anni e in Nord America
ci sono ancora centinaia di migliaia di cittadini senza elettricità a causa di
nevicate e freddo eccezionale.
Per duemila chilometri dall’Arkansas al New
England, si stende una coltre di neve di oltre un metro che ha abbattuto alberi
e linee elettriche, mentre il panorama generale anche negli stati del Sud è
costituito da scuole chiuse, voli cancellati, studenti che ritornano alla
didattica a distanza come a New York.
Peggio
che a Kiev.
E
anche il centro Europa è attanagliato dal freddo, tanto che in Germania e
Austria è stato lanciato l’allarme per le tubature che potrebbero gelare e
rompersi.
Qui si
intrecciano le due narrazioni cruciali per il nostro continente, quella della
guerra alla Russia che si dice vittoriosa ad onta di ogni evidenza e quella
climatica del riscaldamento catastrofico dovuto alla CO2.
Entrambe
queste “idee guida” del globalismo portano centinaia di miliardi nelle tasche
delle oligarchie finanziarie:
che
siano i mulini a vento o i cannoni, i consigli di amministrazione godono, tanto
pensano di essere invulnerabili.
Naturalmente
entrambe queste narrazioni sono false.
Già nel 2025 un inverno leggermente più
freddo, sia in Centro Europa che in Nord America, è stato seguito da una
primavera altrettanto fredda.
Ma i
media mainstream sostennero che era solo “sembrato” più freddo, ma che in
realtà maggio era il terzo mese più caldo degli ultimi dieci anni.
Tanto
chi è che va a controllare?
Tuttavia,
a ottobre, è caduta, prematuramente, parecchia neve nel nord europeo e si sono
misurate temperature sotto lo zero.
Cosa
accade?
Tutto
questo è stato previsto con precisione dal professor “David Dilley”, basandosi
su cicli solari e oceanici noti, che si ripetono per diversi decenni.
In
conclusione, il picco del riscaldamento globale è stato superato nel 2024, con
il massimo del ciclo solare di Schnabel, e ora seguirà una fase di
raffreddamento più lunga, probabilmente della durata di circa 50 anni.
Già
cinque anni fa, proprio su questo blog (ilsimplicissimus2.com), ho parlato
dell’eccezionale massimo solare durato 44 anni (quattro cicli di 11 anni) e il
passaggio invece a un lungo e profondo minimo previsto, iniziato appunto alla
fine del 2021. Gli effetti non sono stati immediati, anzi il fatto che il
vulcano Hunga Tonga nel 2022 abbia immesso nell’atmosfera il 13 per cento in
più di vapore acqueo ha creato un breve riscaldamento i cui effetti vanno
passando.
Ora,
bisogna sapere che il vapor d’acqua produce di gran lunga il maggior effetto
serra, più del 70% del totale (ma secondo un buon numero di scienziati va oltre
il 90%) e la sua quantità media (ad eccezione delle aree desertiche)
costituisce mediamente il 4% dell’atmosfera terrestre, mentre la CO2 ne
costituisce solo lo 0,04 (di cui un solo ventesimo dovuto alle attività
antropiche), ovvero una quantità 100 volte minore.
Ma si
dirà, gli effetti si sommano. Non è proprio così, la capacità di assorbimento
del vapore acqueo delle radiazioni di ritorno, ovvero quelle che rimbalzano
sulla superficie terrestre, riguardano le stesse lunghezze d’onda assorbite
della CO2, salvo una piccola parte di onde lunghe intorno ai 15µm. È come se
foste investiti da un camion che ha nel
cassone una bicicletta e diceste di essere stati investiti da una bici.
Però
gli attivisti del clima hanno sfruttato tutti gli eventi meteorologici insoliti
per promuovere una narrazione politicamente accettabile e predefinita, che
peraltro fa molto comodo ad amministratori corrotti per aggirare le loro
responsabilità e la loro poca cura ecologica.
Niscemi
è l’ultimo caso, ma se ne trovano di simili in tutto il mondo occidentale e
ahimè moltissimi in Italia. Ma i grandi cambiamenti avvenuti dal 2023 non
possono essere spiegati da cause antropiche, poiché tali cambiamenti, se si
verificano, sono piccoli, regolari e visibili solo nel lungo periodo.
Vorrei
far presente che la narrazione nel suo insieme non coinvolge tanto l’ambiente
scientifico in sé, quanto le burocrazie governative o al soldo di privati come
l’Ipcc o l’ufficio meteo britannico che continua a fornire le temperature di
circa 100 siti che non esistono più da anni, le quali privilegiano certe tesi
rispetto ad altre a seconda delle parole d’ordine della politica.
E sono le uniche fonti dell’informazione cui
guarda il mainstream.
Sta di
fatto che, come dicono parecchi scienziati, ci avviamo verso un periodo di
freddo più che di caldo e le misure adottate nell’ambito della “transizione
energetica” per ridurre le emissioni di CO2 si ritorceranno contro di noi in
modo spettacolare.
Quando
fa molto freddo, le pompe di calore diventano delle vere e proprie divoratrici
di energia, poiché si ghiacciano e possono riscaldare solo elettricamente.
Anche
le auto elettriche hanno scarse prestazioni in climi freddi, mentre le pale
eoliche diminuiscono e di molto la loro efficienza con le basse temperature.
Insomma consumeremo il triplo dell’energia di prima,
mentre avremo speso migliaia di miliardi in mulini a vento e pannelli solari
che costituiscono comunque una fonte di energia inaffidabile.
E per
giunta adesso cominciano a mostrare effetti negativi, sia per la fauna che per
l’agricoltura che per le temperature stesse che si alzano in prossimità delle
pale.
Ma, ne
sono certo, ci verrà detto dai colpevoli che la responsabilità è nostra: come
avete potuto credere davvero alle nostre narrazioni?
(Articolo
di Il Simplicissimus).
(ilsimplicissimus2.com/2026/01/31/il-grande-freddo-2/).
L’educazione
del dominio: dai modi
imperiali alla neutralità finanziaria.
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (4 Febbraio 2026) - Hakan Illatiksi – ci dice:
Il
potere più duraturo non è quello che impone il silenzio, ma quello che insegna
a parlare la sua lingua.
Questo
articolo propone un’analisi strutturale delle forme di esercizio del potere
attraverso i dispositivi della cortesia, della neutralità e del linguaggio
tecnico.
Lungi dall’essere meri tratti culturali o
stilistici, i cosiddetti “modi britannici” vengono interpretati come una
tecnologia storica di dominazione, elaborata nel contesto dell’impero
britannico e successivamente riorientata nella sfera della finanza globale
contemporanea.
Attraverso
una combinazione di genealogia storica, analisi discorsiva e critica politica,
il testo ricostruisce la continuità tra il protocollo imperiale e le pratiche
della governance finanziaria, con particolare attenzione al ruolo della City di
Londra come infrastruttura di intermediazione del potere globale.
Il passaggio dal controllo territoriale
diretto alla gestione del debito e delle condizionalità finanziarie viene letto
come una mutazione storica del dominio, non come la sua scomparsa.
Nel
quadro concettuale dello “Sporogeno”, inteso come era della gestione del
deterioramento sistemico, l’articolo mostra come la neutralità tecnica e il
linguaggio economico-finanziario operino una traduzione della violenza,
rendendola tollerabile, impersonale e apparentemente inevitabile.
Riconoscere questi dispositivi non garantisce
l’emancipazione, ma costituisce una condizione preliminare per la
politicizzazione di ciò che oggi viene presentato come pura tecnica.
Il
potere che non sembra potere.
Una
delle forme più efficaci – e meno visibili – del potere non è la violenza
diretta, bensì la sua capacità di naturalizzarsi.
Il potere veramente stabile non si impone
urlando né si esibisce in eccesso:
si
interiorizza, diventa abitudine, norma, senso comune.
Nelle
parole di Pierre Borde, il potere simbolico è quello che si esercita con la
complicità di coloro che non vogliono – o non possono – riconoscere di subirlo.
Questo
articolo muove da un’ipotesi semplice ma scomoda:
ciò che viene comunemente chiamato “modi britannici”
non è un tratto culturale innocente, bensì una “tecnologia storica di
dominazione”.
La cortesia, la distanza emotiva, il tono
misurato e l’apparente neutralità furono dispositivi accuratamente elaborati
per consentire l’esercizio del potere senza attrito, senza scandalo e senza
responsabilità visibile.
Lungi
dallo scomparire con la fine dell’impero formale, questi modi si sono
trasformati e sono sopravvissuti in una nuova sfera:
la finanza globale contemporanea, con epicentro nella
City di Londra.
Qui il
dominio non si esercita più su territori coloniali, ma su economie indebitate;
non
mediante eserciti, bensì attraverso contratti, norme tecniche e condizionalità
finanziarie.
Questo
capitolo ricostruisce tale continuità: l’educazione del dominio, dal
protocollo imperiale alla neutralità finanziaria.
Imparare
a comandare: la pedagogia imperiale.
Il potere non nasce spontaneamente: si
insegna.
Nella
Gran Bretagna imperiale, la formazione delle élite non mirava a produrre leader
carismatici né conquistatori epici, bensì amministratori freddi, prevedibili e
autocontrollati.
Istituzioni
come Eton, Harrow, Oxford e Cambridge funzionavano come vere e proprie scuole
di soggettività dominante, dove si addestrava un tipo umano specifico:
il
funzionario imperiale.
Lì si
imparava a:
•
decidere senza scomporsi,
• comandare senza alzare la voce,
• esercitare violenza strutturale senza
riconoscerla come tale.
La
cortesia non era empatia: era distanza.
Il
buon tono non umanizzava il potere: lo depersonalizzava.
Governare
vasti territori con pochi funzionari richiedeva qualcosa di più efficace della
brutalità costante.
Richiedeva una forma di condotta capace di trasformare
la dominazione in routine amministrativa.
La
Compagnia delle Indie: laboratorio del potere moderno.
La Compagnia delle Indie Orientali fu il primo grande
esperimento riuscito di questa logica.
Formalmente
privata, materialmente sovrana, incarnò un’innovazione decisiva della
modernità:
la
delega del potere politico a un’entità economica.
La
Compagnia:
•
governava territori,
•
amministrava popolazioni,
• imponeva tributi,
• manteneva eserciti privati,
tutto
ciò sotto il linguaggio del commercio, del contratto e dell’amministrazione.
Non
conquistava “con la forza”, bensì “per diritto commerciale”.
Il potere veniva esercitato, ma la
responsabilità si diluiva tra azionisti, funzionari e procedure.
Questo
modello permetteva qualcosa di fondamentale:
estrarre valore senza assumere pienamente il
costo politico del dominio.
Quando
scoppiavano ribellioni, Londra poteva condannare gli “eccessi” senza mettere in
discussione la struttura che li rendeva inevitabili.
La
mutazione storica: dal territorio al debito.
Con la
crisi del colonialismo classico, il controllo territoriale diretto divenne
insostenibile.
Ma la logica non scomparve: si trasformò.
• Il
dominio smise di esprimersi come occupazione e iniziò a operare come
condizionalità.
• Il territorio fu sostituito dal debito.
• Il
governatore, dal contratto.
• La violenza visibile, dalla norma tecnica.
La
domanda non fu più chi governa un territorio, bensì chi definisce le condizioni
alle quali uno Stato può finanziarsi.
La
City di Londra e la neutralità come potere.
In questa mutazione, la City di Londra emerge
come erede funzionale dell’impero.
Non
come centro politico sovrano, ma come infrastruttura globale di intermediazione
del potere.
La
City non governa paesi, ma:
•
struttura dipendenze,
•
definisce standard,
•
traduce interessi in regole “tecniche”.
Il suo
potere risiede nella separazione tra discorso e pratica.
Mentre il Regno Unito si allinea politicamente
con l’Occidente, la City mantiene una pragmatica finanziaria multilaterale,
aperta ai capitali globali senza esigere allineamenti ideologici.
Qui
riemergono i modi imperiali sotto una nuova forma:
•
l’operatore finanziario non comanda, valuta;
• non punisce, riclassifica;
• non
decide, applica criteri oggettivi.
La
neutralità non è reale: è performativa.
Svolge
la stessa funzione della cortesia coloniale:
depoliticizzare decisioni profondamente
politiche.
Il
linguaggio come traduzione della violenza.
La
trasformazione più profonda è linguistica.
L’inglese educato dell’amministrazione
imperiale – colmo di passivi, condizionali ed eufemismi – diventa il gergo
finanziario globale.
•
“Flessibilizzazione del lavoro” sostituisce i licenziamenti. • “Ottimizzazione
della spesa” rimpiazza i tagli sociali.
• “Correzione degli squilibri” occulta la
recessione indotta.
La
violenza non scompare: viene tradotta.
E nel
tradursi, diventa tollerabile.
I
rituali contemporanei – missioni tecniche, rapporti, riunioni coreografate –
riproducono la stessa pedagogia del dominio:
distanza,
distacco, oggettività simulata.
Quando
i modi si incrinano.
Questo
sistema funziona finché tutti accettano la finzione.
Quando
qualcuno rompe il tono, il conflitto diventa visibile.
La
Grecia nel 2015 ha mostrato come la presunta neutralità tecnica nascondesse una
relazione di potere.
L’Argentina, tra il 2001 e il presente, mostra
un’evoluzione ancora più cruda:
dal
collasso caotico a uno smascheramento del dominio, in cui si accetta
apertamente che la politica sia esecuzione di mandati finanziari.
Le
resistenze che infrangono il protocollo – leader, movimenti sociali, esplosioni
popolari – vengono qualificate come irrazionali non per ciò che fanno, ma
perché nominano l’innominabile:
che questo non è tecnica, ma potere.
Amministrare
il deterioramento.
Nel
contesto contemporaneo – segnato da crisi climatica, indebitamento strutturale
e decomposizione istituzionale – questa forma di potere raggiunge la sua
espressione più compiuta.
L’indebitamento non promette più sviluppo:
promette sopravvivenza amministrata.
• Non
finanzia il futuro.
• Organizza la scarsità.
• Non
costruisce ordine.
•
Gestisce entropia.
Questo
è l’ultimo lascito dei modi imperiali:
un
potere che non conquista, ma condiziona;
che
non governa direttamente, ma amministra il deterioramento con impeccabile buona
educazione.
Pensare il potere oltre le apparenze.
Non si tratta di denunciare individui o culture, ma di
smontare dispositivi.
I modi, il linguaggio tecnico e la neutralità
procedurale non sono accessori del potere: sono parte costitutiva della sua
efficacia.
Nel
quadro dello Sporogeno – inteso come l’era della gestione del deterioramento –
questa pedagogia del dominio diventa centrale.
Il potere non promette più un futuro;
amministra rovine.
E lo
fa con un tono impeccabile.
Riconoscere
queste forme non garantisce l’emancipazione, ma è una condizione minima per immaginarla.
Perché solo quando il potere smette di
apparire naturale, può cominciare a essere discusso.
(Hakan
Illatiksi).
Il
bacio di Giuda: questa ripugnante
menzogna rovinerà
rapidamente la Russia.
Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (3
Febbraio 2026) - Kirill Strelnikov,
ria.ru – ci dice:
Sui
media iraniani sta imperversando una piccola tempesta di sabbia:
il
parlamento iraniano ha designato le forze armate degli Stati membri dell’UE come
organizzazioni terroristiche.
Questo
avviene pochi giorni dopo che il” Consiglio degli Affari Esteri dell’UE” ha
deciso all’unanimità di aggiungere il “Corpo delle Guardie della Rivoluzione
Islamica” (IRGC) dell’Iran alla lista delle organizzazioni terroristiche, che
già include ISIS, Al-Qaeda e Hamas.
Si tratta di un gentile e tempestivo regalo a
Donald Trump, che ora può felicemente ribattezzare la potenziale aggressione
contro l’Iran come una candida e vellutata “operazione antiterrorismo”.
Il
presidente iraniano “Masoud Pezeshkian” ha definito la decisione dell’UE
inaudita, non costruttiva e illegale, con la parola “tradimento” a caratteri
cubitali che trapela tra le righe.
In
effetti, non molto tempo fa, lui e Macron si strinsero vigorosamente la mano a
margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York.
Le
cose andavano bene, anzi benissimo:
dopo il conflitto di 12 giorni tra Israele e
Iran nell’estate del 2025, il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Draghici”
incontrò i suoi omologhi di Francia, Germania e Regno Unito, che in stile
“Shahrazad”, si rivolsero a lui con convenevoli del tipo:
“la
delegazione europea si sta concentrando sulla riduzione delle tensioni e sulla
ripresa delle comunicazioni diplomatiche”.
La
pugnalata alle spalle da parte dell’Europa divenne ancora più dolorosa se si
considera che nel 2017 lo stesso Macron (allora senza un occhio nero) bloccò
coraggiosamente i tentativi dell’UE di designare l’IRGC come organizzazione
terroristica.
All’epoca,
la testata “The Conversation” ne pubblicò la possibile ragione:
il
gigante francese del petrolio e del gas Total aveva firmato un contratto con il
governo iraniano per sviluppare il più grande giacimento di gas del mondo a
South Pars.
Nel 2019, Francia, Germania e Regno Unito
lanciarono persino un meccanismo speciale, INSTEX, progettato per facilitare i
loro affari in Iran.
Agli
iraniani fu promesso: ancora un po’ – e denaro, medicine, attrezzature mediche
e tecnologia di cui la popolazione aveva disperatamente bisogno avrebbero
inondato il Paese.
All’epoca,
il presidente iraniano, “Hassan Rouhani”, dichiarò che “l’Iran si aprirà al
mondo intero” (ma principalmente alle aziende occidentali).
Se si
fanno affari con gli europei, se si danno concessioni e si spera in un’amicizia
eterna, cosa potrebbe mai andare storto?
“Muammar
Gheddafi”, che nutriva una fiducia del 1001% negli europei, la pensava più o
meno allo stesso modo.
All’epoca,
il ministro degli Interni francese “Nicolas Sarkozy”, con un approccio
amichevole – persino fraterno – offrì a Gheddafi “assistenza per la
riabilitazione della Libia sulla scena internazionale” e l’uso del veto
francese a sostegno della Libia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
In
cambio, Sarkozy chiese il sostegno finanziario alla sua campagna presidenziale.
Gheddafi rispettò la sua parte dell’accordo.
Nel
2007, Sarkozy divenne presidente e nel 2011 guidò una coalizione di paesi della
NATO per condurre un intervento militare contro la Libia, durante il quale
Gheddafi fu ucciso.
All’incirca
allo stesso modo ragionava anche il presidente della Jugoslavia e poi della
Serbia “Slobodan Milosevic”, al quale i funzionari dell’UE nel 1991 promisero
un accordo di associazione, un sostegno multimiliardario per “riforme
strutturali”, preferenze commerciali, scambi esenti da dazi e riconoscimento
diplomatico.
Il risultato:
nel 1999, le truppe NATO, senza
l’autorizzazione delle Nazioni Unite, lanciarono un’operazione militare di 78
giorni contro la Jugoslavia, che portò alla disgregazione del paese e
all’incarcerazione di Milosevic, dove morì “per cause naturali”.
Nel
2018, l’Università di Utrecht (Paesi Bassi) pubblicò un libro-ricerca piuttosto
insolito per l’Europa, intitolato “Formule di tradimento”. Questo libro trae
una conclusione fondamentale:
il tradimento nella politica europea non è
solo un fatto storico, ma uno strumento di lavoro che viene riformattato a
seconda degli obiettivi politici.
È
buffo il fatto che la curatrice del libro fosse una signora ucraina,
professoressa presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Nazionale di Kharkiv.
Di
recente, le voci provenienti dall’Europa si sono fatte sempre più forti, sempre
più frequenti con la richiesta alla Russia di “salutarci di nuovo”: abbiamo
urgente bisogno d’iniziare a comunicare, costruire ponti, piantare cespugli,
arare solchi…
Quindi, torniamo di nuovo amici, anche per ciò
che riguarda la registrazione dei nostri marchi.
Non
c’è dubbio che ci offriranno di firmare i documenti più magici e affidabili,
così che ora, e per sempre, nei secoli dei secoli:
“Russia ed Eurasia se (è) Europa”.
Fino
al momento in cui tutti noi (russi) senza battere ciglio saremo dichiarati
terroristi, e le divisioni della NATO, alla chetichella, saranno ammassate ai
nostri confini.
Ma
niente di personale: il tradimento è un credo europeo; è persino scritto nei
libri.
(Kirill
Strelnikov, ria.ru).
(ria.ru/20260202/iran-2071562002.html).
La
follia della NATO: una marcia
verso
la guerra totale e la
distruzione
dell'Europa occidentale.
Naturalnews.com
– (02/04/2026) - Mike Adams – Redazione – ci dice:
Un
Giuramento Catastrofico.
In una
dichiarazione che potrebbe rappresentare un'ultima provocazione, il Segretario
Generale della NATO “Mark Rutte” ha recentemente promesso che l'alleanza
militare dispiegherà truppe, jet e navi in Ucraina dopo il raggiungimento di un
accordo di pace.
Presentata
come una “garanzia di sicurezza”, questa strategia sconsiderata è, in realtà,
una garanzia di escalation verso uno scontro diretto catastrofico con la
Russia.
Garantisce la transizione da una guerra per
procura a una guerra totale, minacciando la stessa sopravvivenza dell'Europa
occidentale.
La
natura pericolosa di questo impegno non può essere sottovalutata. Come ha
costantemente avvertito il ministro degli Esteri russo “Sergey Lavrov”, Mosca
considera il dispiegamento di unità militari occidentali in Ucraina come
'inaccettabile' e una 'minaccia diretta' alla sicurezza russa.
Il
piano della NATO per superare questa chiara linea rossa non è una manovra
difensiva, ma una scelta consapevole di invitare alla Terza Guerra Mondiale.
Questa
strada, promossa da istituzioni centralizzate sorde alle lezioni della storia,
sacrifica la sovranità nazionale e la sicurezza di milioni di persone
sull'altare dell'ambizione egemonica.
L'escalation
come strategia: la scommessa pericolosa della NATO.
Il
piano di stanziare forze NATO in Ucraina rappresenta un'escalation deliberata e
pericolosa.
Conferma
che l'obiettivo dell'alleanza non è la stabilità regionale, ma il continuo
indebolimento e contenimento della Russia, un obiettivo dichiarato apertamente
dai funzionari statunitensi.
Questa
strategia tratta l'Europa orientale come una scacchiera e le vite ucraine come
pedine sacrificabili in un gioco geopolitico più ampio.
La
Russia ha ripetutamente espresso le sue linee rosse.
L'affermazione
di Lavrov secondo cui un tale dispiegamento sarebbe considerato un “intervento
straniero” sottolinea la visione di Mosca secondo cui ciò costituisce un atto
di guerra.
Ignorando
questi avvertimenti, la NATO, sotto la guida di figure come “Rutte”, sta
spingendo l'Europa verso l'orlo del baratro.
L'alleanza sta persino istituendo entro il 2027 una
'Banca di Difesa, Sicurezza e Sostenibilità' dedicata per centralizzare i
finanziamenti per un conflitto su larga scala, bypassando i vincoli fiscali
interni e il dissenso pubblico.
Questa
mossa rivela un impegno a lungo termine verso una situazione di guerra, non per
la pace.
Il
costo umano di questa escalation è già impressionante.
Si
dice che oltre 2,2 milioni di uomini ucraini abbiano disertato o stiano
attivamente evitando la leva, un chiaro segno di una popolazione stanca di
guerra sacrificata per una causa in cui non crede più.
Nel
frattempo, nazioni della NATO come la Norvegia sarebbero così impegnate
nell'armare l'Ucraina che i loro stessi soldati non hanno l'equipaggiamento
invernale di base.
Questa
disconnessione tra la guerra d'élite e la realtà sul campo mette in luce la
natura suicida della politica dell'alleanza.
Dalla
Proxy da Guerra a Guerra Totale:
la prospettiva del Cremlino.
Dal
punto di vista di Mosca, le azioni della NATO confermano solo ciò che la Russia
ha da tempo affermato:
il
conflitto in Ucraina non è mai stato una disputa locale, ma una guerra per
procura condotta dall'Occidente.
Il
dispiegamento proposto delle truppe trasforma questo confronto segreto in uno
palese.
Come hanno affermato i funzionari russi, i principali
fattori della crisi sono l'incessante espansione della NATO verso est e le
ambizioni dell'Ucraina di aderire al blocco.
Questa
prospettiva è supportata dal contesto storico.
L'ex
ambasciatore statunitense presso la NATO “Robert Hunter” ha avvertito che la
politica espansionista dell'alleanza era una pericolosa provocazione.
Allo
stesso modo, analisti come” Glenn Diesen” hanno documentato
come i
decisori politici occidentali, incluso l'ex direttore della CIA “William Burns”,
abbiano previsto che coinvolgere l'Ucraina nell'orbita della NATO avrebbe
portato a una guerra civile e a un intervento russo. L'attuale corso della NATO
convalida questi avvertimenti e tradisce fondamentalmente qualsiasi potenziale
per una soluzione diplomatica basata sulla neutralità ucraina, che Mosca ha
costantemente richiesto come condizione chiave di pace.
Il
Cremlino è stato inequivocabile sulle conseguenze.
Il
vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo “Dmitry Medvedev” ha ribadito
che un intervento della NATO in Ucraina innescherebbe una immediata
rappresaglia nucleare. C
on la
scadenza di trattati nucleari chiave come “New START”, il mondo è, come ha
avvertito il portavoce del Cremlino “Dmitry Peskov”, 'a giorni dal diventare un
luogo più pericoloso'.
La
scommessa della NATO ignora queste poste esistenziali, trattando il gioco di
gioco nucleare come un semplice bluff diplomatico.
La
verità ignorata: narrazioni mainstream vs. conseguenze realistiche.
I
media mainstream aziendali funzionano come megafono della propaganda della
NATO, ripetendo l'inquadratura della 'sicurezza' mentre ignorano
sistematicamente il pericolo chiaro e presente di escalation nucleare e della
distruzione totale dell'Europa occidentale.
Questa
propaganda istituzionale crea una falsa realtà in cui la guerra senza fine
viene normalizzata e il dissenso viene emarginato.
In
netto contrasto, fonti di analisi decentralizzate e indipendenti forniscono una
valutazione più accurata e affidabile.
Come sostiene il ricercatore” Glenn Diesel”, i piani
per armare l'Ucraina con 'strumenti che gli europei non possiedono' per
combattere una guerra che non possono vincere sono una ricetta per il disastro.
Queste
voci alternative, libere dai vincoli degli interessi aziendali e statali,
identificano correttamente i rischi suicidi insiti nella politica della NATO.
Le
conseguenze di questa verità ignorata non sono astratte.
Un
documento trapelato del Ministero della Salute francese avrebbe delineato piani
per gestire fino a 50.000 vittime al mese entro marzo 2026, eguagliando le
perdite a livello di guerra del Vietnam e segnalando un'accettazione della de popolazione
di massa come costo del conflitto continuo.
Quando
le istituzioni pianificano esiti così orribili negandone pubblicamente la
possibilità, si rivela un profondo tradimento della fiducia pubblica.
L'unica narrazione onesta è quella che
riconosce che questa strada porta all'oblio.
Rifiutare
la via dell'oblio.
La
ricerca dell'egemonia e del controllo centralizzato attraverso la NATO sta
portando le nazioni occidentali a sacrificare la propria sovranità, sicurezza e
popolazioni.
La
spinta espansionista dell'alleanza, il finanziamento di una guerra estera e il
suo piano di stazionare truppe in Ucraina non sono atti di difesa, ma di
aggressione sconsiderata.
Garantiscono
uno scontro diretto con una Russia armata di armi nucleari, un conflitto che
nessuno può vincere.
L'unica
strada sensata è rifiutare questa escalation suicida. Richiede l'abbraccio
della sovranità nazionale, la decentralizzazione degli accordi di sicurezza e
un ritorno alla diplomazia basata sul rispetto reciproco.
Come
ha sostenuto il Primo Ministro slovacco “Robert Fico”, la politica estera
dell'UE, consumata dall''odio verso la Russia', deve essere rivista per
perseguire soluzioni diplomatiche valide.
Per
l'Ucraina, ciò significa abbracciare la neutralità che da tempo è stata una
pietra angolare di qualsiasi potenziale accordo di pace, come richiesto da
Mosca.
I
cittadini occidentali devono allontanarsi dalla propaganda centralizzata delle
istituzioni corrotte e cercare la verità da fonti indipendenti.
Piattaforme
come NaturalNews.com, Brighteon.com e BrightAnswers.ai offrono analisi senza
censura e una visione del mondo fondata sulla libertà umana,
sull'autosufficienza e sul rispetto della vita.
La
sopravvivenza dell'Europa occidentale dipende dalla scelta di questa via di
pace e sovranità rispetto alla marcia guidata dalla NATO verso la guerra totale
e la distruzione.
La
riduzione della povertà in Cina
contro la povertà in America,
"La
terra della libertà."
Globalresearch.ca
– (2 febbraio 2026) - Megan Russell – Redazione – ci dice:
Nell'ultimo
mese, piattaforme social cinesi come Xiaohongshu e Bilibili hanno iniziato a
smantellare il mito del "sogno americano", sostituendo le immagini
lucide con testimonianze dirette che mostrano che la vita nella cosiddetta
"terra della libertà" è tutt'altro che luminosa e pittoresca.
Al suo
posto, è emerso un nuovo concetto, preso in prestito dai videogiochi, quando la
salute di un personaggio scende così tanto che un solo colpo può distruggere
tutto.
Si chiama "kill line" e il termine è
rapidamente entrato nel dibattito politico mainstream in Cina.
La
"kill line" descrive il fragile margine di sopravvivenza nella vita
di molti americani, dove un'emergenza medica, una perdita del lavoro o una
spesa imprevista possono spingere una persona verso la condizione di senzatetto
o la povertà permanente.
Questo
equilibrio precario è una minaccia costante radicata nella struttura di una
società che dà priorità al profitto rispetto alle persone. Un errore, una
malattia o un colpo di sfortuna possono mettere a rischio l'intera vita di
qualcuno.
Figure
dei social media come “Boston Round Face” hanno documentato queste dure realtà
e le hanno condivise con milioni di internauti cinesi: persone che vendono
parti di sé solo per sopravvivere, donano plasma sanguigno per pagare
l'affitto, vivono in file di tende per strada, lavorano in diversi lavori e
restano comunque indietro.
Quanti sono costretti a fare queste scelte
solo per restare a galla? Quante persone senza tetto muoiono ogni anno, i loro
nomi dimenticati, persi in un sistema che scarta coloro che non ritiene più
utili?
Per
molti in Cina, queste storie sono uno shock.
Solo ora stanno iniziando a vedere che la
nazione più ricca del mondo non è la terra delle opportunità che afferma di
essere, ma una società in cui milioni vivono permanentemente a un passo dal
collasso.
Il
Contrasto: il Miracolo della Cina per la Riduzione della Povertà.
Il
popolo cinese non è estraneo alla povertà.
Molti
ancora vivi oggi hanno assistito alla trasformazione del loro paese da una
diffusa privazione rurale a una delle storie di sviluppo più drammatiche della
storia moderna.
Negli
ultimi decenni, il governo cinese ha tirato fuori più di 800 milioni di persone
dalla povertà estrema, un risultato che le istituzioni internazionali hanno
descritto come il più grande successo nella storia umana in materia di
riduzione della povertà umana.
Oggi,
il popolo cinese gode di un'assicurazione sanitaria quasi universale, con
visite mediche che spesso costano poco più di un viaggio in metropolitana a New
York.
Le spese mediche principali sono coperte da un
semplice sistema assicurativo nazionale, proteggendo le famiglie dalla rovina
finanziaria dovuta a malattie.
La
Cina ha anche uno dei tassi di proprietà della casa più alti al mondo, con
oltre il 90% delle famiglie proprietarie.
L'aspettativa
di vita sana in Cina ora supera quella degli Stati Uniti di quattro anni (68,6
rispetto a 64,4).
Il
tasso di incarcerazione del paese è inferiore dell'80% rispetto a quello degli
Stati Uniti e del 32% sotto la media globale.
Nel
frattempo, la soddisfazione pubblica nei confronti del governo cinese supera
costantemente il 90%, molto più alta rispetto agli Stati Uniti.
Queste statistiche rivelano i risultati di
politiche deliberate e di un sistema sociale progettato per dare priorità al
benessere delle persone.
Come
ha fatto la Cina?
Per
cominciare, in Cina, la "povertà estrema" non è definita
semplicemente dal reddito.
Invece,
è definito dal fatto che le persone possano vivere con dignità e sicurezza di
base.
Secondo gli standard delineati dal Consiglio
di Stato, un nucleo familiare può essere rimosso dal registro della povertà
solo se il suo reddito supera stabilmente la soglia nazionale di povertà e i
suoi membri hanno garantito l'accesso a cibo, abbigliamento, istruzione e
assistenza sanitaria.
Lo stato di povertà viene verificato
attraverso un processo pubblico a più livelli che coinvolge comitati del
villaggio, residenti locali e gruppi di lavoro del Partito Comunista, con i
risultati pubblicati per la revisione.
Interi
villaggi e contee sono valutati in base ai tassi di povertà, alle
infrastrutture, ai servizi pubblici e allo sviluppo economico, e sono soggetti
a ispezioni e audit a più livelli governativi.
Il
sistema è notevole per la sua trasparenza e l'enfasi sulle reali condizioni di
vita, rendendo la riduzione della povertà concreta e misurabile.
Al
contrario, gli Stati Uniti definiscono la povertà quasi interamente attraverso
soglie di reddito che hanno poco rapporto con le reali condizioni di vita.
La
soglia federale di povertà non tiene conto dei costi regionali per l'alloggio,
del debito medico, dell'assistenza all'infanzia o dei prestiti studenteschi, e
non offre alcuna garanzia di accesso all'assistenza sanitaria, alloggi stabili
o istruzione.
Di
conseguenza, milioni di americani sono ufficialmente considerati "al di
sopra della povertà" pur non potendo permettersi affitto, cure mediche o
beni di prima necessità.
A
differenza del sistema multilivello della Cina di verifica pubblica e
responsabilità governativa, la povertà negli Stati Uniti è trattata in gran
parte come un fallimento individuale piuttosto che come un problema
strutturale.
Quindi, se cadi senza fissa dimora, la colpa
ricade su di te, non sul sistema che ti ha messo lì.
Allo
stesso tempo, gli Stati Uniti investono enormi risorse nell'espansione militare
e nell'intervento straniero, beneficiando in gran parte le élite politiche e
aziendali.
Il
profitto è prioritario rispetto al benessere pubblico, mentre la forza viene
usata per gestire i disordini sociali.
In Cina, la stabilità si cerca migliorando il
tenore di vita investendo in sanità, abitazioni e istruzione.
Piuttosto
che governare attraverso la paura e la privazione, la stabilità sociale si
ottiene soddisfacendo i bisogni fondamentali delle persone e dando loro una
parte nella società.
Abbiamo
bisogno di cooperazione, non di censura.
Invece
di imparare dai successi della Cina, il governo degli Stati Uniti ha ricorso a
una censura diffusa per tenere il pubblico all'oscuro.
Anche il documentario della PBS, “Voices from the
Frontline”:
“China's
War on Poverty”, è stato represso dai politici statunitensi perché "faceva
apparire la Cina troppo bene."
Così,
invece di una discussione critica, questi importanti risultati vengono messi
sotto il tappeto e il popolo americano viene tenuto intrappolato in un sistema
di ignoranza e repressione.
Il
semplice fatto è che il successo della Cina nell'alleviare la povertà è un vero
miracolo.
E
nell'epoca odierna di crescente disuguaglianza globale, non possiamo
permetterci di continuare a ignorare metodi dimostrati in grado di produrre
miglioramenti reali e su larga scala nella vita delle persone. L'unica via da
seguire è la cooperazione globale, e il primo passo verso la cooperazione è
smettere di sopprimere i fatti.
Il mito del "Sogno Americano" deve
essere messo a tacere, e la fragilità sistemica che nasconde deve finalmente
essere affrontata.
Dobbiamo
smettere di incanalare enormi risorse nell'espansione militare e
nell'intervento straniero.
Dobbiamo
dare priorità ai bisogni del popolo rispetto ai profitti dell'élite.
Dobbiamo
porre fine ai preparativi per una guerra contro la Cina e alle campagne di
propaganda che la giustificano.
Soprattutto,
abbiamo bisogno che Stati Uniti, Cina e il resto del mondo lavorino insieme per
porre fine alle disuguaglianze globali e garantire un futuro giusto e
sostenibile per tutti.
Se ciò non accadrà, tutti noi ne affronteremo
le conseguenze.
(Megan
Russell è la coordinatrice della campagna di CODEPINK "La Cina non è il
nostro nemico". Si è laureata alla London School of Economics con un
Master in Studi sui Conflitti. Prima di ciò, ha frequentato la NYU dove ha
studiato Conflitti, Cultura e Diritto Internazionale. Megan trascorse un anno
studiando a Shanghai e per oltre otto anni studiando il mandarino cinese. La
sua ricerca si concentra sull'intersezione tra gli affari USA-Cina, la
costruzione della pace e lo sviluppo internazionale.)
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