Basta un errore con le armi nucleari ed è la fine del mondo.
Basta
un errore con le armi nucleari ed è la fine del mondo.
L’ISIS
e al-Baghdadi: storia di
un
fantasma uscito dalle fila del Mossad ?
Lacrunadellago.net – (10/03/2026) - Cesare
Sacchetti – ci dice:
Il suo
volto è apparso praticamente dal nulla.
Erano
gli anni delle cosiddette primavere arabe, gli anni nei quali nei Paesi del
Medio Oriente infuriavano le cosiddette rivoluzioni colorate, dei disordini
costruiti a tavolino per sovvertire completamente gli equilibri geopolitici di
quei Paesi.
Si
rallegrava delle rivolte il filosofo francese di origini ebraiche, quel
“Bernard Henry Levy”, firma di “Repubblica”, sul quale pendono diverse accuse
di pedofilia, mai riportate ovviamente dalla stampa italiana ed europea.
“Henry
Levy” spiega i benefici delle Primavere Arabe per Israele.
BHL,
l’acronimo con il quale viene generalmente chiamato, è uno di quegli ideologi
della cosiddetta governance globale che esprimeva tutta la sua viva
soddisfazione per degli sconvolgimenti che, a detta sua, non avrebbero fatto
altro che recare gran beneficio allo stato di Israele, una riflessione
difficilmente contestabile.
Le
Primavere Arabe nascono proprio nel laboratorio della sovversione dello stato
di Israele.
Israele
aveva e ha bisogno di un Medio Oriente fatto su misura per le sue “esigenze”
espansionistiche contro quei Paesi arabi che rappresentavano agli occhi di Tel
Aviv una intollerabile minaccia verso le sue mire di annessione degli stati
limitrofi.
Israele,
ormai lo si dovrebbe aver capito, non ha intenzione di stabilire una pacifica
convivenza in una terra occupata da molti anni, ma ambisce all’espansione, al
dominio, e al compimento di un progetto di natura messianica che anela
fortemente la venuta del cosiddetto “messia ebraico”.
I
colpi di Stato e le guerre che furono eseguiti in quegli anni sono la diretta
conseguenza di una logica eversiva concepita per soddisfare le mire dello stato
di Israele.
I
leader sulla lista nera di Israele: Gheddafi e Assad.
A
cadere per primo fu il colonnello “Muammar Gheddafi”, militare e uomo politico
figlio del socialismo nazionale arabo, che aveva una visione alquanto lucida su
cosa volesse veramente Israele e quali fossero i suoi veri alleati in Medio
Oriente.
Muammar
Gheddafi.
Si
ricorda in particolare un suo intervento lucidissimo contro l’Arabia Saudita,
da lui accusata di essere una diretta enclave di Israele, un’affermazione
certamente vera in quegli anni, prima che i “Saud”, opportunisticamente e astutamente,
saltassero dall’altra parte dello steccato dopo aver fiutato il declino
dell’anglosfera e degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Gheddafi
non poteva restare al suo posto.
Troppo
in contrasto con il sionismo internazionale, soprattutto troppo abile da poter
essere ingabbiato nelle trappole Euro-Atlantiche, visto che il rais stava
studiando una unione monetaria africana in grado di liberare larga parte
dell’Africa dal giogo del franco CFA, e di assestare così un colpo letale ad un
pezzo importante della governance globale, quale quello della Francia
colonialista.
Lo
sguardo del colonnello aveva visto molto lungo, molto al di là della sua epoca,
tanto che ora molte delle sue idee stanno trovando concreta attuazione nel
nascente mondo multipolare che sta smontando pezzo per pezzo il dominio
francese nel continente africano.
Gheddafi
venne così barbaramente ucciso, tra le risate soddisfatte della malvagia “Hillary
Clinton”, uno dei veri mandanti del suo omicidio, ma era solo l’inizio del
sangue che aveva iniziato a scorrere nei Paesi arabi.
Gli
Stati Uniti negli anni di Obama erano saldamente ancorati all’ordine atlantista
e alla supremazia dello stato di Israele, nonostante diversi contrasti con il
primo ministro Netanyahu, che non hanno comunque mai portato ad una crisi vera
e propria tra Washington e Tel Aviv.
Israele
voleva fare piazza pulita dei vari leader del Medio Oriente che erano
considerati una minaccia dal sionismo mondiale, e l’amministrazione Obama si
mise a sua completa disposizione per creare un mostro che nessuno aveva mai
visto prima.
Serviva
una forza tremendamente destabilizzante in grado di assalire quei Paesi che
venivano considerati un ostacolo dallo stato ebraico, e il “naturale”
successivo bersaglio dopo Gheddafi non poteva che essere un altro leader del
socialismo nazionale arabo, quale il presidente siriano “Bashar al-Assad.”
Nasce
così letteralmente dal nulla la cosiddetta “ISIS”, un acronimo che identifica
la sigla dello “Stato Islamico di Siria e Iraq”, che in realtà, a volerla dire
tutta, non ha mai avuto le caratteristiche di un vero e proprio “Stato islamico”
come vorrebbe far credere il nome, ma piuttosto di una milizia di tagliagole reclutati
per lo scopo.
L’”ISIS”
dispone di infiniti mezzi.
Tra le
sue mani arrivano migliaia di armi di fabbricazione israeliana, fondi per le
sue campagne contro la Siria, l’Iraq e la Libia, consiglieri militari israelo -americani,
e soprattutto un apparato comunicativo nel quale si riscontra la mano di chi
conosce il cinema, di chi sa come utilizzare certi primi piani, e determinati
effetti visivi e sonori usati per infondere paura negli occhi di chi guarda i
video di propaganda degli islamisti.
C’è
molta Hollywood nell’ISIS e ben poco Islam, un elemento che suggerisce subito la
regia di servizi Occidentali nella costruzione di un fenomeno, quello del
terrorismo, che di spontaneo ha quasi nulla e di artificiale quasi tutto.
L”antenata”
dell’ISIS: “al-Qaeda”.
Lo si
era già visto, sotto diversi aspetti, ai tempi dell’11 settembre del 2001,
quando, per la prima volta, il mondo intero venne a conoscenza del cosiddetto “terrorismo
islamico”, una minaccia che negli anni precedenti mai era stata in grado di
arrivare ad eseguire degli attentati impossibili da mettere in atto senza la
fondamentale e indispensabile sponda dei servizi angloamericani e sionisti,
principali artefici di quegli attacchi, come affermò lucidamente 19 anni
addietro l’ex presidente della Repubblica, “Francesco Cossiga”.
Le
impronte del Mossad e della CIA sono ovunque sugli attentati dell’11 settembre,
a partire da quei cinque israeliani danzanti, uomini del Mossad, che esultavano
davanti al crollo delle Torri da loro atteso, arrestati subito dopo essere
stati segnalati da diversi newyorchesi, e gentilmente rilasciati poi dal
sindaco di New York, quel “Rudolph Giuliani” vicinissimo agli ambienti del “sionismo
neocon”.
Le due
Torri colpite.
Il
cattivo in quegli anni divenne il volto barbuto di “Osama bin Laden”,
nonostante “bin Laden” non avesse certo i mezzi per spegnere le difese aeree
degli Stati Uniti, né tantomeno avesse la facoltà “magica” di far sparire nel
nulla un “Boeing” dentro il Pentagono, di far precipitare le Torri ad una
velocità di caduta libera, e di spostare la difesa aerea del quadrante
Nord-Ovest in Alaska per fronteggiare una immaginaria invasione russa, mentre “Dick
Cheney”, sionista di ferro, alla Casa Bianca dirigeva tutte le operazioni in
corso per assicurarsi che gli attacchi avessero successo.
Ci fu
chiaramente un colpo di Stato quel giorno in America.
Un
colpo di Stato eseguito da forze straniere che avevano tutto l’interesse a
servirsi della potenza militare degli Stati Uniti per mettere a ferro e fuoco
il Medio Oriente, per sovvertire il governo iracheno dell’odiato Saddam
Hussein, altro figlio del socialismo nazionale arabo, in opposizione al
sionismo messianico, ucciso nel 2006 dal presidente George W. Bush, sicario
dello stato di Israele.
L’ISIS
è la continuazione della sconosciuta al-Qaeda, anch’essa costruita nei
laboratori della CIA e del Mossad, con la differenza che la prima ricevette una spaventosa
quantità di fondi come si diceva in precedenza e venne usata come una milizia
paramilitare contro i vari Stati ostili a Israele.
A
versare decine e decine di milioni di dollari nelle casse dello Stato islamico
furono principalmente le monarchie del Golfo, quali l’Arabia Saudita, il Qatar
e gli Emirati che misero a disposizione i propri capitali per costruire il”
mostro islamista” e reclutare tutti i mercenari che c’erano sulla piazza.
Venne
così fuori il volto dell’uomo comparso dal nulla al quale si diceva al
principio.
Nel
2014, il mondo fa la conoscenza di “Abu Bakr al-Baghdadi”, presentato come il “leader
dell’ISIS”, la mente di una strategia terrorista che in realtà è ben più
elaborata e sofisticata della figura del barbuto leader, sconosciuto fino a
quel momento.
Di lui
si sa infatti poco o nulla.
Se si
dà uno sguardo all’enciclopedia di riferimento della CIA, si leggono
informazioni contraddittorie, a partire da quella che sarebbe stato internato
in Iraq nel “campo Bucca” gestito dalle forze armate americane per una presunta
appartenenza ad un gruppo islamista, nonostante in un rapporto della “RAND
Corporation, think-tank atlantista”, la sua biografia viene descritta come in
larga parte frutto del mito, e il suo personaggio raffigurato come quello di
uno “sceicco invisibile”, ignorato e sconosciuto persino a chi faceva parte dei
vari gruppi della cosiddetta “Jihad islamica”.
C’è
chiaramente un velo di mistero nella biografia di questo personaggio, assente
dalla mappa degli islamisti, e divenuto improvvisamente, nel 2014, il leader
mondiale del terrorismo islamico.
“Al-Baghdadi”
non è stato certamente quello che la stampa Occidentale ha cercato di far
credere al grande pubblico.
La sua”
biografia di estremista radicale” può considerarsi inventata di sana pianta, e
allora non è certo nei bollettini della carta stampata redatti dai servizi
Occidentali che si può capire chi è stato davvero costui.
Se si
vuole davvero risalire alla vera identità di “Abu Bakr-al Baghdadi”, si può
iniziare da un rapporto alquanto interessante redatto nel 2014 da “Veterani
News”, che si fonda su diverse fonti, iraniane, arabe e persino l’ex agente del
NSA, “Edward Snowden”, secondo le quali sotto la maschera di al- Baghdadi non
ci sarebbe stato altro che il volto di “Shimon Elliot”, un agente del Mossad.
“Elliott”
è uno di quegli individui che è stato addestrato dalla sezione del servizio
segreto israeliano specializzata nella guerra psicologica ai Paesi arabi e
islamici.
Il
Mossad insegna tutto a questi agenti, a partire ovviamente dalla lingua araba,
dai costumi e dalle tradizioni di certi Paesi, imparate da questi uomini per
infiltrarsi nei circoli del terrorismo islamico, e far sì che questi perseguano
al meglio le attività dello stato di Israele.
Secondo
il “Gulf Daily News”, “Elliot” è stato addestrato da questa sezione, gli è
stata fornita la necessaria preparazione teologica sull’ Islam, ma ci sono tracce della sua vita precedente, quella
nella quale ancora non si era calato nel ruolo assegnatogli dal Mossad.
Lo si
può vedere in diverse occasioni in compagnia del famigerato senatore sionista, “John
McCain”.
Esistono
le foto di “Simon Elliot” messe a confronto con quelle di “al-Baghdadi”.
Secondo
le citate fonti, il confronto tra il volto di Elliot e quello di Al-Baghdadi
rivela che sono la stessa persona, un’affermazione sulla quale difficilmente si
può dissentire, considerata la stessa fisionomia del volto, degli zigomi, del
naso, e delle sopracciglia.
Al-Baghdadi
è quindi solo chiaramente una identità fittizia.
Non si
tratta di un islamista salito al potere per pura casualità, ma di un uomo addestrato
dall’intelligence israeliana per guidare un’orda di assassini prezzolati,
assoldati per un preciso scopo politico, quale quello di scatenare l’inferno
contro tutti quei Paesi arabi giudicati “nemici” da Israele.
L’ISIS
e l’esecuzione del piano” Yin on”.
L’SIS
difatti, definita un’organizzazione islamista, si muove non sulle orme del
Corano, ma su quelle di un piano di politica estera elaborato dal sionismo
internazionale, scritto da ”Oded Yin on”, fidato consigliere dell’ex premier “Ariel
Sharon”, nel febbraio del 1982 sulla rivista Kibbuzim (Direttive), nel quale si
suggeriva come i vari Stati arabi avrebbero dovuto essere smantellati pezzo
dopo pezzo per poter essere poi annessi gradualmente da Tel Aviv alla ricerca
dell’”agognata Grande Israele”.
Il
piano “Yin on” prevedeva una espansione dello stato di Israele e un’annessione
dei territori limitrofi.
George
W. Bush è tra i primi a muoversi per seguire le direttive di tale piano.
L’inquilino
della Casa Bianca si adopera per mettere fuori gioco Saddam, il leader di un
Paese, l’Iraq, nelle mire territoriali di Israele, e il suo successore alla
Casa Bianca, Barack Obama, segue le stesse orme del piano “Yin on”.
Obama
si occupa di togliere dalla scena Gheddafi, ma il rovesciamento e la
frammentazione della Siria non avviene perché Mosca si mette di trasverso e
impedisce la caduta di Damasco nelle mani di Israele.
La
Russia diventa così una forza a salvaguardia dell’intero Medio Oriente.
A poco
a poco, vengono eliminati migliaia di tagliagole, difesi dagli organi
Occidentali e dai vari sedicenti “esperti” di geopolitica tutti impegnati a
chiedere la testa del “dittatore” Assad.
Vengono
giocate molte carte, comprese quelle dei falsi attacchi falsi chimici, eseguiti
dai servizi israeliani e inglesi, ma ogni tentativo si rivela vano, fino a
quando nel 2017, inizia a circolare l’indiscrezione che il famigerato leader dell’ISIS sia
stato ucciso durante un bombardamento dei russi nei pressi di Raqqa, in Siria, anche se il Cremlino non ha mai
annunciato ufficialmente la sua morte.
Due
anni prima, nel 2015, diversi media iracheni avevano riportato la notizia della morte di al-Baghdadi, gravemente ferito nel corso di
un’operazione nei pressi di Mosul.
Secondo
le fonti dei quotidiani dell’Iraq, il capo dei tagliagole dell’ISIS sarebbe
stato in seguito trasportato in un ospedale israeliano, nel quale infine
sarebbe deceduto.
Al-Baghdadi
non sarebbe stato l’unico ad essere curato dagli israeliani.
Altri
tagliagole sono stati curati e assistiti dallo stato ebraico, che voleva
assicurarsi che il suo esercito personale di tagliagole continuasse a mietere
vittime, a conquistare villaggi pur di portare in dote ad Israele quei
territori che avrebbero far parte del suo pianificato impero.
Sulle
sorte di al-Baghdadi non è ancora comunque calato, almeno ufficialmente, il
sipario, sino a quando il presidente degli Stati Uniti, “Donald Trump”,
annuncia nell’ottobre del 2019, che le forze armate americane, in
collaborazione con la Russia, erano riuscite a uccidere il tagliagole a capo
dei terroristi islamici.
Che il
terrorista uscito dal nulla sia veramente morto quel giorno o nel 2017 non è
certo, ma è certo che già in quel momento gli Stati Uniti di Trump e la Russia
di Putin avevano iniziato a collaborare strettamente per fermare il piano di
Israele, dando così, tra l’altro, l’opportunità a Trump di iniziare il ritiro
dalla Siria,
con grande irritazione di Netanyahu, già conscio allora che Washington non era
più sotto il controllo dello stato ebraico come un tempo.
Sono
passati 12 anni dalla prima apparizione di al-Baghdadi, e ancora oggi si sa
pochissimo di lui, se non le scarne, e probabilmente fabbricate, informazioni
partorite dagli organi di stampa Occidentali che ancora oggi mai hanno saputo,
e soprattutto voluto, raccontare la vera natura del terrorismo islamico, dei
suoi finanziatori e dei suoi ispiratori.
Oggi
si assiste allo stesso fenomeno nel mezzo della crisi tra Iran e Israele.
Israele
si è lanciata in una folle guerra contro Teheran senza avere i mezzi per farlo,
e nel momento stesso in cui ha iniziato ad essere duramente punita dall’Iran ha
iniziato ad eseguire varie intimidazioni e attentati contro i Paesi europei e
arabi.
La
naturale conclusione sembra essere solo una.
Il
tramonto del terrorismo islamico ci sarà solo quando ci sarà il tramonto del
sionismo.
A
giudicare dagli eventi recenti, la fine del dominio di Israele non è mai stata
così vicina come ora.
Il mondo
continua a giocare
con
l’apocalisse.
Ilmanifesto.it
- Francesco Inarca – (23 -01 – 2026) – Redazione – ci dice:
Tra
guerre e riarmo Mentre il “Trattato sulla proibizione delle armi nucleari”
compie cinque anni, la minaccia atomica rientra nel linguaggio e nelle
strategie delle grandi potenze.
L’equilibrio
della deterrenza mostra tutta la sua fragilità.
Per questo, mai come oggi, il disarmo non è
un’utopia ma l’unica scelta razionale da fare.
Il
mondo continua a giocare con l’apocalisse.
Esattamente
cinque anni – il 22 gennaio del 2021 – fa entrava in vigore il “Trattato sulla
proibizione delle armi nucleari” (TPNW).
Un
passaggio storico, da non ridurre a nera dimensione simbolica, che ha segnato
per la prima volta un chiaro confine giuridico e morale:
le armi nucleari non sono strumenti di
sicurezza, ma mezzi di distruzione indiscriminata, incompatibili con il diritto
umanitario e con la sopravvivenza stessa dell’umanità.
In
pochi anni, grazie all’iniziativa Umanitaria della società civile
internazionale capace di recuperare una dimensione “democratica” e allargata su
un tema che riguarda tutti ma veniva relegato al “dibattito strategico” dei
leader, la maggioranza di Paesi del mondo ha scelto di realizzare un passaggio
forte e inedito.
Dimostrando
che il disarmo nucleare non è solo una teoria idealistica, ma l’utopia concreta
di una scelta politica possibile e, soprattutto, necessaria.
OGGI
L’ANNIVERSARIO DEL “TPWN” cade in una fase storica drammaticamente segnata dal
ritorno esplicito della minaccia nucleare. La guerra in Ucraina, le tensioni in
Medio Oriente e nell’area Indo-Pacifica, la crescente competizione strategica
tra grandi potenze (incentrata su un illogico riarmo generalizzato) hanno
riportato l’arma atomica al centro delle dottrine militari e del linguaggio
politico.
Si parla di deterrenza come se fosse una
garanzia di sicurezza “dimostrata”, dimenticando che essa si basa sulla
disponibilità a compiere una distruzione indiscriminata e, in prospettiva,
provocare una catastrofe globale.
Basta
un errore, un incidente, un’escalation incontrollata perché quanto ritenevamo,
oltre che impossibile, addirittura impensabile (cioè la cancellazione
dell’Umanità o quantomeno della nostra civiltà) si trasformi in un accadimento
reale.
Che ci
travolgerebbe senza possibilità di riparo.
In
tale contesto il rischio più immediato è la scadenza, il prossimo 5 febbraio
2026, del Trattato “New START”, l’ultimo accordo strategico tra Stati Uniti e
Russia di disarmo e controllo degli armamenti nucleari rimasto in piedi.
Insieme,
Washington e Mosca detengono circa l’87% delle testate nucleari mondiali:
in totale oltre 10.000 ordigni, sufficienti a
devastare le comunità umane e il pianeta più volte.
Secondo
la “Federation of American Scientists” la Russia possiede 5.459 testate e gli
Stati Uniti 5.177 (circa metà delle quali, per entrambi i Paesi, sono in
allerta operativa).
Nel 2024 le due potenze hanno speso
rispettivamente 8,1 e 56,8 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i
propri arsenali, come documenta la “International Campaign to Abolish Nuclear
Weapons”.
LA
FINE DEL “NEW START “non significherebbe solo l’assenza di limiti al numero di
testate, ma soprattutto la scomparsa di quei meccanismi di trasparenza,
ispezione e comunicazione che negli anni hanno ridotto il rischio di
incomprensioni e lanci accidentali.
Senza questi strumenti, la sfiducia – già
profonda, come vediamo ogni giorno – non potrà che aumentare, insieme a
possibili risposte irrazionali basate sull’opacità delle mosse altrui.
Usare la fine di questo accordo come pretesto
per accelerare una nuova corsa agli armamenti sarebbe un errore gravissimo, che
l’intera comunità internazionale si troverebbe a dover pagare (direttamente o indirettamente).
Al
contrario è proprio ora, in questa situazione confusa e pericolosa, che abbiamo
la necessità di rilanciare percorsi di disarmo vero, anche oltre il “semplice”
controllo degli armamenti nucleari.
Perché
quest’ultimo approccio mira solo a gestire un equilibrio di potere mentre il
disarmo punta all’eliminazione irreversibile e verificabile delle testate,
rafforzando la speranza di una politica internazionale incentrata sulla
cooperazione e non sul dominio.
Rinnovare
il “New START”, o almeno rispettarne le disposizioni mentre si negozia un nuovo
accordo, è il primo passo indispensabile per ridurre rischi immediati e
ricostruire un minimo di fiducia reciproca.
Da qui si deve partire per negoziati più ampi,
che coinvolgano progressivamente anche gli altri Paesi dotati di armi nucleari
e poi tutti quelli che (come l’Italia) basano una propria fallace sicurezza sul
ricatto prevaricatore della deterrenza nucleare.
Serve
una scelta di coraggio, per evitare la catastrofe.
LE
DIFFICOLTÀ SONO EVIDENTI:
Donald
Trump insiste sull’inclusione della Cina nell’accordo, mentre Pechino ribadisce
che chi possiede arsenali enormemente più grandi – Stati Uniti e Russia – deve
assumersi per primo la responsabilità del disarmo.
Un
nodo complesso, certo, che però non deve fornire alibi all’inazione.
E qui entra in gioco il “TPNW”, perché il suo
quinto anniversario è occasione per ricordare che una strada positiva esiste
già:
quella
di messa al bando totale, scelta dalla maggioranza dei Paesi del mondo.
Nei
momenti di massima tensione internazionale il disarmo non è un lusso o un
esercizio teorico astratto, ma una necessità urgente: continuare a rimandarlo
significa accettare il rischio della catastrofe.
Ripartire
dal disarmo, invece, è l’unico modo razionale e concreto per garantire
sicurezza reale alle generazioni presenti e future.
Un
atomo tira l’altro, l’Europa
in
crisi vuole più centrali per tutti.
Ilmanifesto.it
- Anna Maria Merlo – PARIGI – Redazione – (11 – 03 – 2026) – ci dice:
Bolla
nucleare Vertice sul nucleare a Parigi, per la crisi iraniana Von der Leyen e
dieci capi di governo hanno la soluzione: mini-reattori ovunque.
I
paesi industrializzati dopati dalle energie fossili, che tremano di fronte al
rialzo dei prezzi causato dalla guerra contro l’Iran, si illudono di aver
trovato la via d’uscita: il rilancio del nucleare.
Ieri,
alle porte di Parigi, il vertice internazionale sul nucleare su iniziativa
dell’”Agenzia internazionale dell’energia atomica” (alla sua seconda edizione),
con la
presenza di una decina di capi di stato e di governo e di 34 ministri, si è
concluso con un inno alle centrali, che coniugherebbero «sovranità e
ambientalismo».
VITTORIA
FRANCESE per Parigi, entusiasmo italiano, ma non è il parere della Spagna, dove
la ministra della transizione ecologica “Sara Aggese” ha spiegato che la «scommessa vincente di Madrid è
stata quella delle energie rinnovabili».
E
neppure del ministro tedesco dell’ambiente “Carsten Schneider”, che si oppone a
«spendere soldi pubblici» per «reattori nucleari rischiosi» e «una tecnologia
retrograda», mentre andrebbero favorite le rinnovabili, che non producono
scorie e fanno risparmiare (ma il cancelliere Merz la esprime in modo assai diverso,
«condivido le valutazioni di Von der Leyen sul nucleare – ha detto – ma la
decisione presa da noi in Germania è irreversibile»).
Greenpeace ha denunciato un vertice «anacronistico,
surreale, la consacrazione dell’insicurezza energetica» e non solo, visto che
la Russia – non presente ieri a Boulogne-Billancourt – con Rosatom, controlla
il 40% dell’arricchimento dell’uranio nel mondo (e questo contribuisce a finanziare
la guerra contro l’Ucraina).
LA
PRESIDENTE della Commissione Ursula von der Leyen ha segnato ieri una svolta:
l’aver
voltato le spalle al nucleare (come ha fatto dopo Fukushima il governo Merkel,
a cui lei stessa ha appartenuto) è stato «un errore strategico».
Per redimerlo, la Ue inizia con la promessa di
una «garanzia di 200 milioni di euro per sostenere investimenti privati in
tecnologie nucleari innovative».
Una «tappa» che mira a un orizzonte molto più
vasto:
la Commissione ha previsto 10 miliardi per
nuovi progetti nel bilancio 2028-34 e ha calcolato che nella Ue ci vorranno 241
miliardi entro il 2050 per prolungare la vita delle centrali esistenti e la
costruzione di nuovi reattori.
Gli
SMR di piccole dimensioni, secondo il programma presentato ieri dalla
Commissione, dovrebbero poter essere in attività dal 2030.
La
Francia, «punta di lancia» del nucleare per Macron, con 57 reattori, ha in
programma – anche se non ancora in atto – la costruzione di 6 nuovi reattori
nelle centrali di Perli, Gravelines e Buge, per un investimento complessivo di
73 miliardi.
Oggi
nel mondo sono in funzione 431 reattori in 31 paesi, che producono circa il 9%
dell’elettricità utilizzata globalmente (il 67% in Francia).
Le
riunioni si moltiplicano, in presenza o video, le telefonate si incrociano,
mentre la guerra continua in Medioriente, con la domanda: fino a quando?
L’Occidente
trema per l’instabilità dei prezzi dell’energia e teme una replica della crisi
del 2022, dopo l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia.
IERI A
PARIGI il vertice internazionale sull’energia nucleare è stato seguito da un
improvvisato G7 Energia, una replica del G7 Finanza del giorno prima:
l’obiettivo
è trovare una risposta per frenare il rialzo dei prezzi di petrolio e gas,
mentre la produzione nella regione del Golfo è in calo o bloccata dalla guerra
e lo stretto di Hormuz è quasi chiuso al traffico. In vista c’è un’azione per
sbloccare Hormuz e evitare la penuria, mentre già è in corso una lotta tra Ue e
Asia per accaparrarsi le petroliere ancora disponibili. Per il presidente
dell’Ecofin Maki Keravnos è però «ancora presto per prendere delle
contromisure, può accadere solo una volta che la situazione si stabilizza»,
(come nel 2022).
Italia, Germania e Gran Bretagna hanno
espresso l’intenzione di «lavorare assieme su opzioni per proteggere le navi
commerciali nello stretto di Hormuz».
C’È
STATO IERI anche un collegamento telefonico tra i primi ministri di Germania,
Belgio e Italia (un’unione di destre che già si era articolata a febbraio), in
vista del Consiglio europeo della prossima settimana, dove i 27 discuteranno di
competitività e semplificazione nell’ambito della crisi energetica in corso.
Per ora la Ue raccomanda «ai paesi che possono
farlo» di abbassare il prezzo dell’energia, «abbassando le tasse, in
particolare sull’elettricità», ha affermato il commissario Dan Jorgensen.
AL
CONSIGLIO EUROPEO di marzo, secondo la bozza del comunicato finale, i 27
chiederanno alla Commissione di «presentare urgentemente proposte per azioni
concrete per un calo dei prezzi dell’energia a breve, soluzioni mirate sono
necessarie».
Il
Consiglio farà pressione sulla Commissione per limitare gli Ets, i pagamenti in
vigore dal 2025 per l’industria sulle emissioni di Co2, che dovrebbero
estendersi prossimamente ai trasporti.
I 27
aspettano per luglio «proposte per mitigare l’impatto sui prezzi dell’energia»
degli Ets, il primo sistema al mondo di scambio di quote di emissioni, che era
destinato a ridurne l’entità.
Il prezzo del “Co2” fa salire le quotazioni
del 10% in media.
La
fine del New START e
il
nuovo equilibrio nucleare.
Aspeniaonline.it
- Valerio Fabbri – ( 27 Febbraio 2026) – Redazione – ci dice:
Dal
crollo dell’Unione Sovietica la Russia, che ne ha ereditato le strutture
centrali ma non la potenza ideologica, ha avuto un ruolo sostanzialmente più
ridotto sulla scena internazionale.
Meno
territorio, meno potere finanziario e meno influenza a livello globale, con una
sola grande eccezione:
il suo status di superpotenza nucleare,
pressoché alla pari con gli Stati Uniti, le ha infatti garantito il
mantenimento di un posto di rilievo al tavolo dei vertici della diplomazia
internazionale.
Nel
2010, l’allora presidente americano, “Barack Obama”, e il suo omologo russo, “Dmitrij
Medvedev”, concordarono un “nuovo Trattato per la riduzione delle armi
strategiche” (New START), che all’epoca fu salutato dalla Casa Bianca come
“storico”.
Il
nuovo trattato, che estese e rimodulò quello siglato nel 1972 (SALT), limitò
entrambi i Paesi a un massimo di 1.550 testate nucleari a lungo raggio
dispiegate su vettori, inclusi missili balistici intercontinentali, missili
balistici lanciati da sottomarini e bombardieri.
Vladimir
Putin ha tenuto un discorso al Cosmodromo della regione di Amur.
L’accordo
New START senza successori.
La
durata decennale del New START era stata estesa per altri 5 anni
dall’amministrazione Biden, ma il 5 febbraio scorso l’accordo ha cessato di
valere e così, almeno per il momento, oltre mezzo secolo di reciprocità nella
non proliferazione nucleare è arrivata al capolinea.
Secondo “Axios”, che ha citato fonti presenti
ai recenti negoziati di Abu Dhabi, Stati Uniti e Russia sono vicini a un
accordo per prorogare il trattato sul controllo degli armamenti, ma il vuoto
momentaneo in termini di non proliferazione nucleare si colloca nel più ampio e
preoccupante contesto di tensioni internazionali.
La proposta di estendere senza modifiche i
termini del “New START”, secondo il portavoce del Cremlino,” Dmitrij Peskov”, è
stata finora accolta con il silenzio da parte degli Stati Uniti.
Parole
che trovano conferma anche nelle dichiarazioni dell’amministrazione Trump,
secondo cui si può trovare un accordo migliore, ignorando la terrificante
prospettiva di un mondo senza limiti nucleari.
L’ingresso
in questa nuova epoca nella gestione delle armi nucleari è stato segnato da due
approcci tanto diversi quanto significativi delle rispettive posizioni e quindi
degli interessi nazionali.
Naturalmente,
gli Stati Uniti hanno le loro ragioni per consentire che il controllo degli
armamenti nucleari con la Russia venga meno, non ultimo il desiderio di
includere la Cina, una potenza nucleare emergente, nei futuri accordi.
Pechino
sta infatti incrementando il proprio arsenale nucleare, con buone probabilità
di raddoppiarlo entro il 2030.
In questo caso però Mosca vorrebbe coinvolgere
anche le potenze nucleari europee, complicando molto l’equilibrio tra i diversi
arsenali.
(La
Russia e gli scenari nucleari).
In
questo vuoto momentaneo tutte le strade sono percorribili.
La Casa Bianca ha già rilanciato l’idea di
corazzate nucleari “classe Trump”, una politica risalente all’epoca della
Guerra Fredda e abbandonata decenni fa, ripresa ora, più che per modernizzare
la flotta, per dimostrare che la forza americana è tornata sul palcoscenico
mondiale con un impegno generazionale di tutto il Pentagono, come ha dichiarato
il segretario della Difesa americano, “Pete Hester”, in occasione della
presentazione.
Oltre a essere privati di una piattaforma di
riduzione degli armamenti, che ostentava una delle ultime vestigia rimaste del
potere dell’era sovietica, Mosca si trova ora ad affrontare un futuro di
espansione nucleare statunitense potenzialmente senza vincoli.
Inoltre,
con un’economia e un bilancio della difesa che sono una frazione di quelli di
Washington, il Cremlino non ha praticamente alcuna speranza di tenere il passo,
ampliando il divario di potere e influenza con il vecchio rivale.
Come è
stato riconosciuto anche da molti esperti, qualsiasi nuovo trattato senza
l’inclusione della Cina e di un aggiornamento sulle nuove armi che alcuni Paesi
stanno sviluppando nascerebbe già obsoleto.
Il
rapporto annuale del Pentagono sulla potenza militare cinese menziona 600
testate nucleari, destinate a superare le 1.000 entro il 2030.
Attualmente,
la Russia dispone di 4.309 testate nucleari e gli Stati Uniti di 3.700.
Per
questo Pechino nella sua rincorsa non è affatto interessata a trattare.
Il
problema posto da Trump è quindi reale.
“Non
si negozierebbe di nuovo lo stesso trattato”, ha dichiarato “Rafael Grossi”, il
direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), in
un’intervista al New York Times.
Perché
esistono nuove tecnologie che non sono contemplate dal trattato:
missili
ipersonici, armi nucleari sottomarine, armi spaziali.
E ci
sono molti altri Paesi che, per un motivo o per l’altro, ora ritengono di avere
bisogno di un proprio arsenale nucleare.
Il
quadro più ampio dei rapporti USA-Russia.
È
chiaro quindi che Mosca voglia inserire un nuovo accordo sulla deterrenza
nucleare in un più ampio discorso con Washington, ben oltre la questione
ucraina.
Secondo
il Cremlino il ripristino di un dialogo fra i due Paesi aprirebbe orizzonti
favorevoli e promettenti di cooperazione, dalle risorse energetiche ai minerali
di importanza critica, nonché il lavoro congiunto nell’Artico,
sull’intelligenza artificiale e sull’esplorazione spaziale, temi appunto
considerati da Mosca di interesse per l’amministrazione di Donald Trump.
In
quest’ottica va interpretata la nomina a marzo 2025 di “Alexander Nikitich
Darchiev”, già ambasciatore in Canada ed esperto di America del Nord al
ministero degli Esteri, a rappresentante della Federazione Russa negli USA.
Nell’agosto
successivo il presidente americano e l’omologo russo Vladimir Putin si sono
incontrati ad Anchorage, in Alaska.
La
prima, vera apertura che ha portato a un canale diretto.
Si è
tornato a parlare di buoni rapporti tra i due Paesi e di negoziati produttivi,
elogiati anche da Putin.
I
ripensamenti successivi o meglio l’ondivago comportamento, secondo Mosca, della
politica di Washington hanno generato incertezza e alimentato la naturale
diffidenza del Cremlino.
Da
segnalare inoltre che la sede diplomatica statunitense in Russia è senza una
guida dal giugno 2025, quando ha cessato le sue funzioni l’ambasciatrice “Lynne
M. Tracy”, nominata dal presidente Biden.
Nei
vertici decisionali russi, ad oggi, prevale la convinzione che gli obiettivi
strategici del Paese debbano essere perseguiti anche in assenza di progressi
negoziali, in quanto la questione ucraina e l’eventuale espansione della NATO
vengono considerate minacce esistenziali alla sicurezza nazionale.
Questa linea di pensiero è rafforzata dalla
percezione che il contesto internazionale attuale offra condizioni vantaggiose:
il
sostegno strategico della Cina, l’allargamento dei BRICS, l’indebolimento
dell’Europa, e la crescente influenza in diversi Paesi africani vengono
interpretati come segnali favorevoli.
D’altro
canto, gli Stati Uniti non rinunciano ad approfondire i rapporti con alcuni
vicini della Russia, come Armenia e Azerbaijan, ritenuti importanti per
mantenere la presenza americana nel quadrante, anche in chiave anti-iraniana.
Il dossier nucleare in una fase di incertezza
strategica.
Il
recupero del rapporto con Mosca è visto quindi dall’amministrazione Trump come
uno strumento nella più ampia sfida con la Cina, non come un traguardo fine a
sé stesso.
Per la
Russia, al contrario, si tratta non solo di una legittimazione del proprio
status internazionale, lontano anni luce dalla proiezione globale sovietica, ma
di una vera e propria questione vitale.
Per il
Cremlino un oblast’ ucraino non vale l’altro, per il valore incomparabilmente
diverso che Kharkiv, Odessa o Kherson assumono nella strategia e nella
simbologia storica dei russi.
Ciò che per gli Stati Uniti è un momentaneo
elemento di disturbo, per la Russia è la guerra della vita, il coronamento o la
catastrofe della prima metà del XXI secolo.
(La
nuova età nucleare).
Al di
là di questo, la differente profondità dell’impegno in Ucraina mina le basi
elementari di una comprensione reciproca sulla questione, così come su tutto il
resto, dal nucleare a tutte le altre tematiche, dall’Artico alle risorse
energetiche, che interessano i due Paesi.
Con
ogni probabilità, la speranza di Mosca di vedersi riconosciuta come “pari” è
destinata a infrangersi sulla realtà della geopolitica, che prevale sempre su
desideri e ideologie, e soprattutto sulla volontà dei singoli.
A frustrare la possibilità di un accordo fra
Mosca e Washington sul nucleare, ma anche oltre, è la distanza tra le visioni
di fondo dei russi e degli statunitensi.
Mentre
i primi utilizzano il nucleare per un accordo ad ampio raggio, ai secondi basta
una stabilizzazione temporanea, del dossier nucleare così come del conflitto in
Ucraina, per assecondare una strategia in costante evoluzione verso la Cina.
L’obiettivo
statunitense, infatti, non è di riportare al proprio rango la Russia, ma di
convincerla a prendere parte al contenimento di Pechino, prima che sia troppo
tardi.
Un
obiettivo ben distante da quello del Cremlino.
A che
ora è la fine del mondo?
Doppiozero.com
- Francesco Valagussa – (14 Ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
“Un missile può essere un errore di
interpretazione. Due no. La deterrenza non ha funzionato. È scoppiata una
guerra nucleare, adesso. La maggior parte lo sa: questo è l’inizio della fine
del mondo”.
È l’ipotesi da cui parte “Annie Jacobsen” nel
suo nuovo libro dal titolo “Guerra nucleare”, edito per i tipi di Mondadori.
La
deterrenza in effetti è un dispositivo il cui asse portante è attivo e operante
da oltre 70 anni.
Era il 29 agosto del 1949, quando l’URSS si
dotò del primo ordigno nucleare.
Da
allora ha cominciato a farsi strada il principio:
mi doto di un’arma così devastante non perché
intenda adoperarla davvero, ma per dissuadere il mio nemico dall’attaccarmi.
Immaginate
ora un antifurto eccezionale o un sistema antincendio particolarmente efficace
… progettato e costruito però quasi tre quarti di secolo fa.
Non si
può dire che oggi funzioni meno bene:
magari è anche rimasto efficientissimo!
Ma è
il mondo attorno che è cambiato, che si è mosso, che si è trasformato
profondamente.
Prima
questo sistema era centrato sul bipolarismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica:
oggi
sono almeno nove i paesi dotati di armi nucleari.
Questo
complica terribilmente il quadro:
a
sfidarsi non sono più due grandi colossi, ma potenze di calibro diverso e con
caratteristiche interne fortemente eterogenee.
Alcuni
paesi sono anche grandi potenze sul piano economico, altri sono decisamente più
modesti;
in
alcuni si respira una grande stabilità sul versante socio-politico, altri
appaiono meno stabili;
al
loro interno vigono regimi radicalmente diversi;
inoltre,
alcune di queste nazioni hanno effettivamente visioni e dunque ambizioni che si
proiettano su una scala globale, altre potenze sono regionali e dunque
perseguono obiettivi assai più limitati.
Tutto
questo finisce per modificare o comunque per alterare la valutazione di fattori
come la credibilità della minaccia, i tempi e le modalità di impiego degli
armamenti – ma più in generale, ciò che è mutato intimamente è la percezione
del rischio.
La teoria della deterrenza non è cambiata poi
molto nella sua dottrina di base:
a
risultare assai più instabile è l’idea che le diverse opinioni pubbliche, nei
vari paesi, hanno elaborato attorno ad essa.
Tra le
possibilità che caratterizzano la nostra capacità cognitiva c’è anche il
ragionamento per assurdo:
su
questo si concentra la “Jacobsen”, provando non a immaginare – bensì a
spiegarci, con documenti alla mano – che cosa succederebbe in seguito a un
attacco nucleare.
Le
prime righe del capitolo intitolato “I primi ventiquattro minuti” sono
inquietanti.
I paragrafi iniziali ci parlano dei quattro
decimi di secondo successivi al lancio, quando il sistema satellitare
statunitense “Space-Based Infrared System” rileva i gas di scarico
incandescenti espulsi dal missile termonucleare.
E si
va avanti per pagine e pagine sull’orlo dei secondi, mostrando come entrino in
funzione livelli sempre più complessi di controllo, dal “National Military
Command Center” alla “Clear Space Force Station” in Alaska.
Insomma
passano solo 3 minuti e 15 secondi dal lancio prima che il presidente degli
Stati Uniti ne sia informato.
Ma di
fronte a tutto questo viene da pensare al vecchio libro di “Gunter Anders”,”
L’uomo è antiquato”:
si
descrivono una serie di tecnologie, di tempi di reazione, di sistemi di
controllo del tutto incompatibili col “nostro” modo di stare al mondo. Altro
che uomo misura di tutte le cose:
l’ipotesi
di una guerra nucleare mette a nudo l’obsolescenza della forma-uomo!
Gli
appassionati troveranno tutta una serie di dati assai utili per farsi
un’opinione complessiva sulle proporzioni dei fenomeni di cui stiamo parlando.
Facciamo
qualche esempio:
la
bomba sganciata a Hiroshima aveva una potenza di 0,015 megatoni e uccise circa
80.000 persone sul colpo – più o meno altrettante morirono nei mesi successivi
a seguito di ustioni e radiazioni.
Già
nel 1949 gli Stati Uniti possedevano 170 bombe atomiche di quel genere, ma nel
1952 fu inventata la cosiddetta “Super, la bomba termonucleare”, con un’energia
esplosiva di 10,4 megatoni.
Più o meno equivalente a 1000 bombe come
quella sganciata a Hiroshima.
È impressionante constatare come il sistema
industriale statunitense fosse giunto a fabbricarne oltre cinque al giorno nel
1957, e circa dieci al giorno nel 1959.
In
vista di una guerra nucleare contro la potenza sovietica il piano elaborato nel
1960 prevedeva di scaricare su Mosca una potenza circa 4.000 volte maggiore di
quella della bomba di Hiroshima.
Una
progressione che in realtà si arrestò poco dopo la crisi dei missili di Cuba:
dalle
oltre 31.000 bombe atomiche dei primi anni Sessanta, l’attuale arsenale
statunitense è sceso a circa 5.000 nel 2020.
Forse
ancora più interessante, rispetto al primo capitolo, dedicato ai primi 24
minuti, è il successivo, dedicato ai 24 minuti successivi:
qui
davvero tutto diventa più umano, forse troppo umano.
Che
cosa succede all’allevatore californiano che sta facendo pascolare i suoi
animali in cima a una collina quando una bomba da 300 kilotoni esplode nei
paraggi?
Viene
scaraventato a terra dall’urto;
per
fortuna non guardava nella direzione della bomba al momento della detonazione,
altrimenti sarebbe rimasto cieco.
Ora si
volta, vede crescere la nube a forma di fungo, la filma col telefonino e posta
il video su vari social.
Tutto il mondo lo vede e si scatena il panico.
Non ci
sono contromisure:
se si
tiene conto della carica radioattiva che viene rilasciata nell’atmosfera da una
bomba del genere, si tratta di abbandonare per precauzione una zona grande due
volte il New Jersey.
Ma che
cosa accadrebbe in un paese come gli Stati Uniti quando dovessero subire un
attacco nucleare?
Si mette in moto quello che in gergo
governativo si chiama il “Programma”, che – come afferma “Jacobsen” – si basa
su un concetto semplice e terrificante al contempo.
Diamo
pure per scontato che milioni, centinaia di milioni, miliardi di persone in
tutto il mondo moriranno:
ma,
detto questo, “riusciremo a mantenere integro quanto basta del governo?”.
La
domanda centrale, l’unica che davvero conta in questo momento è la seguente:
“il
governo può ancora legalmente funzionare, a prescindere da quanto sia brutto
ciò che accade?”.
Una
delle azioni più rischiose, ma anche più vitali previste da questo scenario è
il ripristino della deterrenza:
malgrado il primo attacco nucleare sia stato
sferrato, si può provare a dispiegare un contrattacco così schiacciante da
spingere l’aggressore a capitolare, ristabilendo in questo modo – malgrado i
danni già prodottisi e accumulatisi – la precedente situazione di deterrenza.
Naturalmente questa opzione è pensabile soltanto se vi sia una effettiva
sproporzione tra i due paesi belligeranti:
qualora si tratti di due colossi, o s’inneschi
una dinamica di contagio, l’opzione è impraticabile e ci si avvia verso la
distruzione reciproca, tale da coinvolgere fondamentalmente anche il resto del
pianeta.
Le
domande si moltiplicano ed è difficile seguire tutti i fronti del problema.
Per un
verso abbiamo infatti la dimensione politico militare:
la
Jacobsen ci guida tra i vari protocolli, spiegando passo per passo
l’interazione tra i rappresentanti democraticamente eletti e l’apparato
militare.
Si
sofferma persino su uno scenario in cui la catena di comando sia saltata e
dunque si avviano procedure per rimpiazzare rapidamente i vertici in modo che
la macchina militare continui a funzionare.
Dove
si rifugia il presidente americano?
E gli altri vertici?
E i
vertici militari e politici delle altre nazioni?
D’altra
parte, c’è invece il fronte della cosiddetta “povera gente”, che in questo caso
sono letteralmente “tutti gli altri”:
dove
potrebbero trovare rifugio quote consistenti della popolazione? Oltre ai
bunker, dove ci si può rifugiare?
Quanto
tempo si ha per cercare un rifugio?
Lo
scenario che la “Jacobsen” decide di seguire è quello in cui la paura reciproca
di essere attaccati – piuttosto che spingere i vari comandi politico-militari a
evitare un’intensificazione del livello di scontro – fomenta invece risposte
via via sempre più aggressive.
Il conflitto partito dalla Corea del Nord
verso gli Stati Uniti finisce per contagiare anche Russia e Cina:
i sottomarini lanciano i propri missili, poi
si immergono e scompaiono nell’oceano.
Gli
Stati Uniti sono pronti a riesumare la vecchia strategia:
“o li usi o li perdi”.
Quali
sono i bersagli di questo attacco?
Gli
USA hanno identificato circa un migliaio di obiettivi su suolo russo:
beninteso, la Russia ha fatto altrettanto.
E poi c’è il ruolo che giocherebbero le basi
NATO su suolo europeo.
Noi
qui potremmo riempirvi di acronimi e parlarvi dei missili ICBM, del “MIRV”
(Multiple Indipendently Targetable Reentry Vehicle), della “EMP Commission”,
del Black Book e così via, ma tutte queste sigle assumono un senso soltanto
all’interno della narrazione della “Jacobsen”:
mano a mano, tutti i vari protagonisti entrano
in gioco per svolgere il proprio ruolo.
Ci
soffermiamo soltanto per un attimo sulla cosiddetta “logica del re folle”:
si ipotizza uno scenario in cui il leader di
una potenza minore potrebbe decidere di scatenare un conflitto nucleare di
proporzioni globali anche soltanto per riportare gli Stati Uniti ai tempi in
cui non c’era la corrente elettrica.
Vari
fattori, come si vede, influenzano la tenuta complessiva della cosiddetta
dottrina della deterrenza.
Da
ultimo, veniamo a quelli che la Jacobsen definisce “i 24 minuti finali”. Il
linguaggio stesso si trasforma:
rimane
una prevalenza di termini tecnici, ma in questo contesto cominciano a emergere
elementi di carattere mitologico.
Un capitoletto
che descrive la situazione dopo 57 minuti dal primo lancio viene intitolato
addirittura “Arrivano le ancelle dell’apocalisse”. Insomma, queste cose si
possono spiegare solo fino a un certo punto:
di lì in poi, come l’uomo ha sempre fatto, si
può solo tornare a immaginare.
Bene,
il conflitto è finito.
La
terra deve affrontare quell’orrore che in gergo si chiama “inverno nucleare”.
Per
via della polvere nera immessa nell’atmosfera – stiamo parlando di milioni di
tonnellate – le temperature subirebbero un abbassamento drammatico.
L’attuale
calotta polare raddoppierebbe in estensione, le precipitazioni si ridurrebbero
della metà, i sopravvissuti alle diverse detonazioni sarebbero comunque tutti
contaminati da radiazioni.
La dimensione della popolazione di “Homo
sapiens” potrebbe tornare a livelli preistorici.
La
nostra civiltà verrebbe rasa al suolo in pochi minuti: “tutto quello che
abbiamo appreso collettivamente e tutto quello che ci hanno trasmesso i nostri
antenati diventerà mitologia”.
In
fondo anche questo scenario, il peggiore possibile, rientra nella mitologia del
terzo millennio ed è parte integrante non della teoria, non della dottrina, ma
di una consapevolezza, di una opinione diffusa, di un sentire comune che in
realtà alimenta ciò che chiamiamo deterrenza.
Alessandro
Barbero: la Storia.
“Stanislav
Petrov”: l'uomo che ha
salvato
il mondo.
Facebook.com
- Francesco Meloni – Moderatore – (6 febbraio 2026) – ci dice:
L'ufficiale
sovietico vide arrivare missili intercontinentali ma non diede l'allarme.
Il 26
settembre 1983 “Stanislav Yevgrafovich Petrov”, un giovane ingegnere arruolato
nella difesa aerea dell’unione Sovietica, era di turno al bunker “Serpuchov” 15
nei pressi di Mosca.
Il suo
incarico era quello di tenere sotto controllo il sistema satellitare di
rilevamento da eventuali attacchi nucleari lanciati dagli Usa contro il
territorio sovietico.
Petrov
non aveva un grado così elevato da poter prendere decisioni importanti, non
aveva nessun bottone rosso a disposizione né avrebbe potuto lanciare alcun
missile come rappresaglia.
Il suo unico compito era di vagliare i dati in
arrivo e comunicare ai suoi superiori se gli apparati avessero rilevato un
lancio di missili americani contro l’URSS.
Quel
giorno Petrov ha il turno di notte.
D’un
tratto i suoi schermi gli indicano che un grappolo di missili intercontinentali
sono partiti da una base nel Montana.
Petrov
sa benissimo ciò che deve fare.
Sa
che, dopo la comunicazione ai superiori, l’allarme lanciato percorrerà la scala
gerarchica e porterà in pochi minuti alla massiccia operazione di rappresaglia:
partiranno
missili balistici sufficienti a distruggere obiettivi strategici in
Inghilterra, Francia, Germania Ovest e Stati Uniti.
Era un
periodo di grandissima tensione tra le due superpotenze. All’inizio del mese un
caccia sovietico aveva abbattuto un aereo di linea sudcoreano che, per errore,
era penetrato nello spazio aereo dell’URSS ed erano morti tutti e 269 i
passeggeri a bordo.
Pochi
mesi prima il Presidente Reagan aveva coniato l’espressione “Impero del Male” e
annunciato il programma delle guerre stellari. Si programmava il dispiegamento
dei missili Pershing in Europa.
Al
Cremlino c’era” Yuri Andropov” che si era convinto che gli USA stavano
preparando un attacco, un primo colpo nucleare.
Oggi
gli storici ricostruiscono quel periodo come il momento di maggiore rischio per
l’umanità: forse ancora peggiore della crisi dei missili a Cuba.
Ma
Petrov non era convinto.
Perché solo pochi missili?
Sapeva
quale fosse il suo compito, ma pensò che un attacco preventivo, tale da
scatenare la terza guerra mondiale, e per di più atomica, non sarebbe mai
potuta partire così.
Si
convinse che fosse «un’avaria del sistema».
Così
non disse ai superiori che era in corso un vero attacco.
E
salvò il pianeta.
Nello
spazio di pochissimi secondi prese la decisione più importante della sua e
delle nostre vite.
In
seguito si chiarì che il sistema sovietico era stato ingannato da riflessi di
luce sulle nuvole.
Non
venne premiato:
se lui
aveva ragione, qualcun altro aveva sbagliato a progettare il sistema, magari
qualche alto ufficiale.
Così
tutto venne insabbiato e finì tra le storie “soverscenno secretno”, top secret.
Il
colonnello, anzi, ricevette un richiamo per non aver seguito il protocollo
previsto per quel tipo di emergenze e la sua storia è rimasta segreta fino al
crollo dell’Unione Sovietica.
Dopo
il crollo dell'URSS il tenente colonnello Stanislav Petrov ha ricevuto molte
onorificenze nel resto del mondo, ma non in patria.
Tuttavia
egli affermò di non considerarsi un eroe, di aver fatto ciò che gli sembrava
più logico.
I suoi
superiori non la pensarono così:
fu
obbligato ad andare in pensione anticipatamente ed ebbe un esaurimento nervoso
per lo stress.
Stanislav
Petrov è morto nel 2017 quasi in povertà, in un appartamento popolare della
periferia di Mosca, solo e dimenticato da tutti.
La sua
storia è venuta alla luce solo molti anni dopo, anche perché, come amava dire
lui, “in fondo, ho deciso solo di non fare niente”.
In
onore del tenente colonnello Stanislav Evgrafovic Petrov l’Assemblea Generale
delle Nazioni Unite ha introdotto nel 2013 la “Giornata Internazionale per
l’eliminazione totale di tutte le armi nucleari”, che viene celebrato ogni anno
il 26 settembre.
L’Iran
fa una dichiarazione inquietante
con un
messaggio scritto
accanto
a un missile.
Msn.com
– Carro e Moto - Storia di Nicole – (11 – 03 -2026) – ci dice:
L’Iran
fa una dichiarazione inquietante con un messaggio scritto accanto a un missile
(Foto: IRIB.)
L’Iran
avrebbe fatto una dichiarazione inquietante con un messaggio scritto accanto a
un missile dopo la morte della sua guida suprema in un attacco orchestrato
dagli Stati Uniti e da Israele.
Nei
bombardamenti iniziali, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è
stata uccisa nella sua residenza a Teheran, lasciando il Paese in lutto.
Ora
suo figlio, “Mastaba Khamenei,” è stato eletto come suo successore e l’Iran ha
inviato un messaggio al mondo per rivelare il proprio pensiero.
Secondo
il canale televisivo statale iraniano “Islamic Republic of Iran Broadcasting”
(IRIB), il missile riportava un messaggio che diceva:
“Al tuo servizio, Sayyid Mastaba”, una
dichiarazione che riafferma la lealtà del popolo iraniano verso il suo nuovo
leader.
Donald
Trump aveva precedentemente avvertito che qualsiasi guida suprema eletta in
Iran senza l’approvazione degli Stati Uniti non “sarebbe durata a lungo”.
Nel
frattempo, le “Forze di Difesa Israeliane” (IDF) hanno promesso che avrebbero
preso di mira chiunque partecipasse all’”Assemblea degli Esperti dell’Iran “per
selezionare un nuovo leader.
Nonostante
gli attacchi di ritorsione compiuti dall’Iran, Trump ha dichiarato alla “CBS
News” di credere che la guerra in Iran sia già “conclusa”.
“Non
hanno marina, né comunicazioni, non hanno forza aerea.
I loro
missili sono dispersi.
I loro
droni vengono fatti esplodere ovunque, compresi i luoghi di produzione dei
droni.
Se si
guarda bene, non hanno più nulla.
Non
c’è più nulla in senso militare.”
Nel
suo social network “Truth Social”, Trump ha affrontato l’argomento parlando
della resa dell’Iran ai suoi vicini in Medio Oriente.
“L’Iran,
che viene picchiato fino all’inferno, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini
del Medio Oriente e ha promesso che non sparerà più contro di loro.
Questa
promessa è stata fatta solo a causa dell’attacco implacabile degli Stati Uniti
e di Israele”, ha detto.
“Stavano
cercando di assumere il controllo e governare il Medio Oriente.
È la
prima volta che l’Iran perde, in migliaia di anni, contro i Paesi vicini del
Medio Oriente.
L’Iran non è più il ‘bullo del Medio Oriente’,
è invece il ‘perdente del Medio Oriente’, e lo sarà per molti decenni finché
non si arrenderà o, più probabilmente, entrerà in un completo collasso!”
Complottisti
2.0
Conoscenzealconfine.it
– (11 Marzo 2026) - Mauro Vanzini – Redazione – ci dice:
Usiamo
pure un’etichetta, per capirci:
“complottista”!
Io anche mi definisco un complottista, infatti
ho frequentato molto, e ancora frequento, questa “scuola di pensiero”.
Chiamiamola
come vogliamo, è solo per capirci, ribadendo che nei più orgogliosi sentirsi
appioppare del complottista, nel senso di “credulone e coglione senza limiti”,
non è piacevole.
Ma io sono onesto, e dico che, per la gran
parte degli eventi sociali e umani in generale, io come tutti, non ho certo la
possibilità di sapere in modo diretto se si tratti di verità o meno.
L’uomo
mente, e mente a sé stesso, molto abilmente, lo fa perché ci crede, lo fa
perché ci guadagna, si trattasse solamente di mantenere integra la famosa zona
comfort.
Tutto
è zona comfort, dai pasticcini al divano, dallo studio al lavoro.
Un genio nella scienza, può essere
contemporaneamente imbecille in altri ambiti, e ovviamente non sarà mai capace
di confessarselo.
Ma soffriamo tutti, ne sono convinto, e chi
pensa diversamente, probabilmente, se da una parte è fortunato nella vita del
mondo, dall’altra sta solo incubando la malattia con ancor più testardaggine.
Quando
moriremo non ci servirà l’inglese, diceva Battiato, quindi possiamo
tranquillamente pensare in italiano, abbiamo già tutti gli strumenti per
comprendere meglio la realtà e noi stessi.
Potremmo quindi dire: quando moriremo, non ci
serviranno i tg!
Potrei
scrivere un romanzo su quanto è accaduto nel recente passato e accade nel
presente, su quanto vissuto.
In ogni caso scriverei solo le mie impressioni, io lo
ammetto questo. Ed è così per chiunque, anche per chi guarda i telegiornali,
legge giornali mainstream, etc.
Sto
per arrivare al dunque…
Da
complottista con esperienza, vedo che in questi giorni infuria un’immane
tempesta di falsità, di portata pari a quella di 6 anni fa, nell’anno del
celeberrimo “virus”.
Sta
succedendo di nuovo, e stavolta sono molto più attrezzati.
Foto,
video, voci, logica: tutto distorto, falsificato.
E stavolta non ci cascano solo gli amanti dei
tg, oggi la platea si è allargata.
È la vendetta del potere, stavolta la società ribelle
viene erosa con grande maestria, perché ci hanno studiati attentamente, in
questi ultimi anni, perché loro (il famoso “loro”), sapevano che ovunque è
pieno di “cazzoni avariati” (cit. dal film “Nothing Hill”).
La
cosa che più mi intristisce, ultimamente, è la caduta della ragione. Viene a
mancare la logica, da parte di tutti, giornalisti di confine, esperti di
geopolitica, sedicenti reporter di guerra.
Sapevano
“loro” che il seme dell’ideologia germoglia sempre, se innaffiato nella
stagione e nei tempi giusti.
È
quasi primavera, ad aprile attacca anche il manico del badile, e oggi attacca
veramente di tutto.
Basterebbe
la logica per comprendere, scegliere le fonti, cercare, farsi incuriosire… ma
la “zona comfort mentale” è più forte di ogni intelligenza.
Sta
nascendo una nuova classe di complottisti, una classe trasversale, la quale si
appoggia su di una certa ideologia politica, di cui non oso fare il nome, Dio
mi salvi, la quale ancora alberga viva più che mai nei cuori di tantissimi
italiani.
Ma non
è solo ideologia, magari fosse così, magari potessimo tornare al mondo facile
degli ultimi decenni del 900.
Qui ci
sono idolatri di shorts e reale, scrollatori abili del display del loro
smartphone.
Ci
sono persone che abbandonano ogni logica, finiscono dentro video falsi, foto
false, titoli falsi, motivazioni false, articoli falsi. Tutto falso! E non se
ne accorgono.
Sapevano
“loro” che bastava mentire, semplicemente, per fregarci alla grande.
Oggi, con l’intelligenza artificiale, le
menzogne diventano vere. Ci restava però un’altra intelligenza, quella umana,
ma anche questa evidentemente è falsificabile, ed è questa la sconfitta più
grande. (Articolo di Mauro Vanzini).
Ddl
Antisemitismo: Quando la Politica
Decide
Quali Opinioni Sono Legali.
Conoscenzealconfine.it
– (10 Marzo 2026) - Redazione Kulturjam.it – ci dice:
Il DDL
contro l’antisemitismo approvato al Senato introduce definizioni che rischiano
di colpire opinioni politiche su Israele e sionismo.
La
lotta all’odio diventa così una norma ambigua che sfiora la censura e apre un
conflitto diretto con la libertà di parola.
Quando
l’Antisemitismo Diventa un Reato di Opinione.
Il
Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo, il cui punto
centrale è l’adozione della controversa definizione operativa di antisemitismo
formulata dall”’International Holocaust Remembrance Alliance” (IHRA).
Il
provvedimento, dopo il via libera con 105 voti favorevoli, è ora passato
all’esame della Camera.
Formalmente
l’obiettivo è nobile:
contrastare
l’odio antiebraico, fenomeno reale e storicamente devastante.
Ma
come spesso accade quando la politica decide di legiferare sui sentimenti e
sulle idee, il risultato rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso.
Non una norma di tutela, bensì un dispositivo
ambiguo che sfiora pericolosamente la censura.
Il
testo introduce una serie di esempi – undici, per l’esattezza – che dovrebbero
aiutare a individuare comportamenti riconducibili all’antisemitismo.
Il
problema è che alcuni di questi “comportamenti” non sono azioni, ma opinioni.
In altre parole, interpretazioni politiche,
comparazioni storiche o giudizi ideologici.
In un ordinamento che si richiama alla
Costituzione repubblicana, la distinzione dovrebbe essere elementare:
punire atti discriminatori è legittimo;
colpire
idee e analisi politiche è un terreno assai più scivoloso.
Il
cuore della controversia riguarda la definizione estensiva di antisemitismo
adottata nel testo, dove vengono inclusi anche alcuni atteggiamenti critici nei
confronti dello Stato di Israele.
In altri passaggi si parla addirittura di “percezione”
di antisemitismo.
E qui
comincia il problema politico.
Secondo
questa impostazione, sostenere che il sionismo sia un’ideologia discriminatoria
potrebbe essere interpretato come una forma di antisemitismo.
Eppure
il sionismo è una corrente politica storicamente definita, discussa e
contestata anche all’interno della stessa società israeliana.
In Israele esistono cittadini ebrei e non ebrei
apertamente antisionisti, così come negli Stati Uniti esistono sostenitori del
sionismo che non sono ebrei.
Trasformare
una critica ideologica in un possibile reato significa confondere il terreno
dell’analisi politica con quello dell’odio etnico.
Non è una distinzione marginale: è il confine
che separa la democrazia dalla dottrina ufficiale.
La
Libertà di Parola nel Mirino.
Un
altro punto controverso riguarda le comparazioni storiche.
Il
testo suggerisce che paragonare le politiche israeliane a quelle della Germania
nazista possa essere considerato antisemitismo.
È un
paragone spesso provocatorio, talvolta discutibile, talvolta retorico.
Ma la
questione non è stabilire se sia storicamente appropriato:
la
questione è stabilire se lo Stato debba proibire le analogie storiche.
Nella
retorica geopolitica occidentale, il paragone con Hitler è diventato quasi un
genere letterario.
Putin,
Slobodan Milošević, Saddam Hussein e molti altri leader sono stati accostati al
nazismo nel discorso pubblico occidentale.
È stato spesso un abuso retorico, ma nessuno
ha mai pensato di trasformarlo in un reato.
L’idea
che certe analogie possano essere vietate per legge introduce una logica
inquietante:
lo
Stato decide quali paragoni storici sono consentiti e quali no.
È un
principio che ricorda più i codici ideologici delle autocrazie che la
tradizione liberale europea.
Un’altra
categoria prevista dalla legge riguarda il cosiddetto “doppio standard”:
criticare
Israele in modo più severo rispetto ad altre democrazie.
Ma
anche qui la definizione appare problematica.
Chi
stabilisce quale sia il livello “giusto” di critica?
E soprattutto:
la
severità del giudizio politico può diventare materia penale?
In
teoria, qualsiasi analisi geopolitica potrebbe essere interpretata come
“discriminatoria” se ritenuta sproporzionata rispetto ad altri contesti.
Il risultato è una norma elastica che lascia ampio
spazio all’interpretazione giudiziaria – e quindi alla pressione politica.
L’Effetto
Amalgama.
Il
vero nodo del provvedimento è ciò che potremmo definire il meccanismo
dell’amalgama.
Nel
testo convivono due categorie molto diverse:
atti
chiaramente antisemiti – come la negazione della Shoah o la propaganda razzista
–
e
opinioni politiche legate al conflitto israelo-palestinese.
Accostare
questi piani produce una confusione pericolosa.
Il
rischio è evidente:
la repressione dell’antisemitismo, sacrosanta
e necessaria, diventa lo strumento per delimitare il perimetro della critica
politica legittima.
Il
paradosso è che proprio questa confusione finisce per indebolire la lotta
contro l’antisemitismo reale.
Quando
ogni critica a Israele può essere interpretata come antisemitismo, il termine
perde precisione e quindi forza.
Nel
frattempo la politica italiana sembra aver trovato un raro momento di consenso
bipartisan.
Difendere
la libertà di parola, invece, continua a essere un esercizio piuttosto
solitario.
In
teoria, la democrazia dovrebbe essere il luogo in cui anche le opinioni scomode
trovano spazio.
In pratica, il Parlamento sembra sempre più attratto
dall’idea opposta: stabilire quali idee siano tollerabili e quali no.
Non è
una novità storica.
Ogni
epoca ama presentare la propria censura come una forma di tutela morale.
La
differenza è che, di solito, la censura ha almeno il pudore di non dichiararsi
tale.
(Articolo
della Redazione Kulturjam.it).
(kulturjam.it/politica-e-attualita/ddl-antisemitismo-quando-la-politica-decide-quali-opinioni-sono-legali/).
Un
anno di Trump ha cambiato
l'idea
che avevamo degli Stati Uniti.
Avvenire.it - Elena Molinari – (18 gennaio
2026) – Redazione – ci dice:
In 365
giorni il tycoon, al suo secondo mandato alla Casa Bianca, ha modificato, forse
definitivamente, la percezione comune sul ruolo degli Usa nel mondo.
Decreti
a raffica, minacce ai Paesi sovrani, uso della forza dentro e fuori il Paese:
ecco un primo bilancio.
Un
anno di Trump ha cambiato l'idea che avevamo degli Stati Uniti.
Il
presidente americano, ossia Donald Trump.
Un
anno di svolte brusche e inversioni di rotta che hanno spiazzato l’opinione
pubblica americana e internazionale e messo in difficoltà i partner storici
degli Stati Uniti.
A dodici mesi dall’inizio del secondo mandato
di Donald Trump non è solo la rapidità dei cambiamenti imposti dal presidente a
colpire, ma anche la loro direzione, che segna una rottura con gli ultimi
decenni di politica americana.
Lo
dimostrano soprattutto le immagini che fanno da sfondo a questo anno di tariffe
e licenziamenti di massa di dipendenti federali, di decreti firmati a raffica e
di minacce a Paesi sovrani:
video di città militarizzate, prima dalla
Guardia nazionale e poi dagli agenti dell’”ICE, uomini armati e mascherati su
blindati per le strade, episodi di violenza indiscriminata e promesse del capo
della Casa Bianca di ricorrere a strumenti eccezionali per “ristabilire
l’ordine”.
Sono
eventi che gli alleati degli Stati Uniti e una parte crescente degli americani
faticano a riconciliare con l’idea di una democrazia occidentale stabile.
Le trasformazioni, però, hanno una fragilità
strutturale:
gran parte delle decisioni è stata imposta con
ordini esecutivi che un futuro presidente potrebbe revocare in tempi rapidi.
Il
ritorno delle tariffe.
Con un
vasto schema di nuovi dazi, Trump ha archiviato il sistema di scambi globali e
multilaterali su cui Washington aveva investito per decenni.
Le
misure contro Canada, Messico e Cina – giustificate con argomenti di sicurezza
nazionale spesso contestati sul piano giuridico – hanno innescato una dinamica
da guerra commerciale fatta di minacce di ulteriori rialzi tariffari,
contromisure annunciate o preparate dai Paesi colpiti, pressioni sulle catene
di fornitura e un’incertezza che ha frenato investimenti e pianificazione
industriale.
Nella
vita quotidiana, l’effetto più immediato è stato il ritorno dell’inflazione,
proprio mentre Trump prometteva di ridurla “dal primo giorno del mio mandato”.
I
rincari si sono visti soprattutto nei beni più esposti all’importazione o ai
componenti stranieri:
elettronica,
automobili e pezzi di ricambio, elettrodomestici, ma anche prodotti alimentari
e agricoli legati al commercio nordamericano.
Le
imprese, costrette a pagare di più per materie prime e semilavorati, hanno
scaricato una parte dei costi sui consumatori, alimentando l’aumento generale
dei prezzi e rafforzando l’idea che il commercio, nell’America di Trump, non è
più una leva di crescita, ma un’arma di pressione economica e politica.
Immigrazione: giro di vite e violenza.
Trump,
avendo vinto le elezioni anche grazie alla promessa di deportare gli immigrati
senza documenti, è andato oltre, introducendo misure che hanno reso gli Usa più
ostili all’immigrazione, anche legale.
La Casa Bianca ha rispolverato statuti vecchi
di almeno due secoli e ambigui, ha arruolato agenzie federali tradizionalmente
estranee all’immigrazione e fatto pressione su governi stranieri perché
accettassero rimpatri.
Gli
Stati Uniti hanno sospeso il rilascio di visti di immigrazione per 75 Paesi in
tutto il mondo e ridotto drasticamente il numero di ingressi di rifugiati
previsto negli Stati Uniti.
L’Amministrazione repubblicana ha inoltre
dispiegato agenti dell’immigrazione pesantemente armati nelle principali città
americane per fermare e deportare persone accusate di trovarsi nel Paese
illegalmente.
Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha
affermato il mese scorso che l’amministrazione Trump ha deportato oltre 605.000
persone, mentre altri 2,5 milioni hanno lasciato gli Stati Uniti
spontaneamente.
Politica
estera: tra disimpegno e interventismo.
In
questo secondo mandato, una delle linee più riconoscibili di Trump è il ritorno
all’idea di una supremazia americana nell’emisfero occidentale: un’impostazione
che aiuta a capire l’intervento in Venezuela, presentato come una mossa
necessaria e al tempo stesso come un precedente che ridefinisce cosa Washington
consideri un “interesse strategico”.
Per
chi ricorda decenni di interventi militari ed economici americani, il
contro-argomento è quasi automatico:
gli
Usa non hanno sempre perseguito in modo spregiudicato i loro interessi nel
mondo, anche con la forza?
Molti
analisti concordano che ciò che distingue questa fase non sono soltanto le
azioni dell’Amministrazione, ma quanto apertamente le intraprende, senza
preoccuparsi di giustificarle sul piano legale o morale.
Mentre
Amministrazioni precedenti presentavano interventi e pressioni come passi
necessari per esportare la democrazia o la sicurezza – l’Iraq di Bush come
esempio più lampante – Trump non nasconde di voler usare il potere americano per
prendere le risorse di cui gli Usa e la sua classe dirigente hanno bisogno,
compresi territori e risorse di Paesi sovrani.
Tagli
allo stato sociale: il “Big Beautiful Bill.”
Sul
piano interno, l’approvazione della misura di bilancio, il cosiddetto “Big
Beautiful Bill” (la grande, bellissima legge) come l’ha chiamato Trump,
rappresenta una delle più radicali contrazioni dello stato sociale dagli anni
Trenta.
I
tagli a Medicare e Medicaid, le mutue per i poveri e gli anziani, sono stimati
in quasi mille miliardi di dollari nel prossimo decennio, mentre la riduzione
dei sussidi alimentari e sanitari ha lasciato milioni di persone senza
copertura assicurativa e senza buoni pasto.
Anche se la scelta affonda le radici nella
lunga diffidenza americana verso il welfare, Trump l’ha portata a un nuovo
livello, smantellando parti centrali dell’eredità del New Deal e della “Great
Society” di Lyndon Johnson.
Una
presidenza onnipresente e spregiudicata.
Donald
Trump è stato una forza dirompente fin da quando, dieci anni fa, è entrato
sulla scena politica, ma la velocità dei cambiamenti nel primo anno del suo
secondo mandato non ha praticamente precedenti nei quasi 250 anni di storia
della repubblica americana e lascia prevedere una continua tendenza ad
accentrare il potere nelle mani dell’esecutivo Usa, a scapito del Congresso e di un
sistema giudiziario sempre più ridotto a strumento dell’esecutivo e del
presidente in particolare.
La
base di Erbil colpita dal drone:
cosa
fanno gli italiani
nel
Kurdistan iracheno.
Avvenire.it
- Angela Napoletano – (12 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Tajani:
«Stanno tutti bene».
Il
prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile.
Otto
morti tra gli sfollati in un raid israeliano sulla spiaggia di Beirut.
La
base di Erbil colpita dal drone: cosa fanno gli italiani nel Kurdistan iracheno.
Camp
Sinagra, la base italiana per l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan
iracheno a Erbil (ANSA).
L’attacco
iraniano alla base militare italiana nel Kurdistan iracheno.
Il
prezzo del petrolio che supera i 100 dollari al barile, nonostante la messa in
vendita di ingenti scorte per scongiurare una carenza globale. Gli otto morti
di un raid israeliano a “Ramel al-Baida”, la spiaggia di Beirut dove dormono
gli sfollati della guerra di Tel Aviv ai filo-iraniani di Hezbollah.
Comincia
così il tredicesimo giorno della guerra che sta infuocando il Medio Oriente (e
non solo).
Il
conflitto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha ormai superato la soglia
psicologia dei 12 giorni a cui a cui è associata quella di giugno scorso ma di
cessate il fuoco non se ne parla. Anzi.
In
tarda serata, ieri, un drone iracheno ha colpito la base italiana a Erbil. Non
ci sono stati né morti né feriti, ma un mezzo militare è stato distrutto e ci
sono registrati danni alle infrastrutture della base, che è della Nato.
«Stanno tutti bene e sono al sicuro nel
bunker» ha riferito il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Sono
costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal
comandante del Covi», ha aggiunto il ministro della Difesa Guido Crosetto.
L’attacco è avvenuto con un vettore shahed (e non con un missile come comunicato
inizialmente) che, forse, non era diretto alla base ma avrebbe perso quota
finendo contro un mezzo militare.
Il
contingente italiano a EBRILL è di poco meno di 300 persone, impegnate
nell’addestramento di forze di sicurezza curde, ma ieri sera c'erano 100
persone, perché 102 persone erano state già fatte rientrare in Italia e altre
40 sono state spostate in Giordania.
Quindi
nella base si trovano ancora 141 militari italiani.
«Dobbiamo valutare bene quello che è accaduto,
successivamente decideremo i passi da compiere.
Certamente è un attacco inaccettabile, però
prima di dire chi è il responsabile dobbiamo fare un accertamento molto
chiaro», ha puntualizzato Tajani.
«Siamo
ancora nei bunker perché continua ad esserci una minaccia», ha dichiarato il
comandante dell'”Italiani national contingente” di Erbil, Stefano Pizzotti.
Le immagini postate sui social da varie
testate locali descrivono un massiccio attacco iraniano proprio a Erbil.
Le
squadre di emergenza hanno fatto fatica a contenere anche l'incendio provocato
da un attacco sull'aeroporto.
L’Iraq
è uno dei fronti più caldi della nuova guerra.
Nel
mirino dell’Iran c’è in particolare la regione autonoma del Kurdistan che Trump
starebbe «corteggiando» per intercettare gruppi ostili agli ayatollah con cui
dare una spallata al regime.
Il
partito Kamala, uno dei numerosi gruppi curdi iraniani con sede in Iraq, aveva
fatto sapere ieri che otto droni inviati da Teheran avevano preso di mira le
proprie sedi ferendo due persone e uccidendone una.
Il dipartimento di Stato americano ha lanciato
l'allerta su possibili attentati alle compagnie petrolifere americane e agli
alberghi in Iraq che ospitano cittadini occidentali.
Un drone, ieri, avrebbe preso di mira il “Baghdad
Diplomatico Support Center”, un edificio diplomatico statunitense vicino
all’aeroporto, ma i danni non sono stati non ancora accertati.
Caldissimo
è anche il fronte libanese.
Il
Ministero della Salute di Beirut ha confermato che l’attacco israeliano sul
lungomare di Ramel al-Baida, nella capitale, ha provocato otto morti e 21
feriti.
L'area colpita era affollata dagli sfollati messi in
fuga dagli attacchi israeliani contro le roccaforti dei miliziani filoiraniani
Hezbollah.
Quando
finirà?
Il
presidente Donald Trump ieri ha rassicurato: «Molto presto».
L’inciso
che ha fatto seguire alla sua vaga previsione non è però rassicurante:
«Finirà quando lo decido io». La prima settimana della nuova guerra
contro Teheran è costata agli Stati Uniti più di 11,3 miliardi di dollari.
È quanto emerge da un briefing del Pentagono
ai parlamentari americani, secondo quanto riferito dal New York Times, che
sottolinea il ritmo con cui il conflitto sta consumando armi e risorse.
Il
quotidiano, citando fonti anonime a conoscenza della riunione a porte chiuse,
riferisce che ai membri del Congresso è stato detto che la cifra non include
molti dei costi legati al rafforzamento militare precedente agli attacchi,
lasciando intendere che il totale per la prima settimana potrebbe aumentare in
modo significativo.
Funzionari
della Difesa avevano già informato il Congresso che circa 5,6 miliardi di
dollari in munizioni sono stati utilizzati solo nei primi due giorni di
combattimenti, secondo i media statunitensi, con un ritmo di consumo molto più
elevato rispetto alle precedenti stime rese pubbliche.
Il
caso dell'uranio iraniano:
gli Usa studiano il blitz impossibile.
Avvenire.it
- Piergiorgio Pescali – (12 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
L'amministrazione
Trump vuole recuperare o distruggere 450 chilogrammi di materiale arricchito,
stoccato nei tunnel di Isfahan, che garantirebbe la creazione di almeno undici
bombe.
Il
segretario di Stato, Rubio: «Si dovrà andare a prenderlo».
Ma l'operazione è pericolosa e rischiosa dal
punto di vista tecnico e operativo.
Il
caso dell'uranio iraniano: gli Usa studiano il blitz impossibile.
Scienziati
iraniani sono presso l'impianto nucleare di Isfahan (Ansa).
La
“domanda” al centro della guerra tra Usa, Israele e Iran non è solo militare: è
fisica.
Circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al
60%, stoccati in contenitori pressurizzati nei tunnel di Isfahan, giacciono
sotto le macerie dei bombardamenti. Recuperarli o distruggerli è diventato uno
degli obiettivi dichiarati dell’amministrazione Trump.
E per
farlo, le bombe non bastano.
Un’analisi
di “Axios” dell’8 marzo 2026 riferisce che Usa e Israele stanno valutando
l’invio di forze speciali in Iran.
La
conferma più esplicita viene dal Segretario di Stato Marco Rubio:
il 3 marzo, in un briefing classificato al
Congresso, ha risposto alla domanda sull’uranio iraniano con una frase
lapidaria:
«Si
dovrà andare a prenderlo».
Il “New
York Times” ha aggiunto un dettaglio cruciale basato su fonti a conoscenza di
rapporti di intelligence segretati.
Le immagini satellitari analizzate dal
quotidiano mostrano escavatrici al lavoro sugli ingressi dei tunnel di Isfahan.
In almeno un sito a nord del complesso, i
lavoratori hanno estratto terra, collocato un oggetto non identificato sotto un
telo impermeabile e lo hanno ricoperto.
L’Iran, secondo l’intelligence Usa, avrebbe ora
accesso all’uranio attraverso un varco molto stretto.
Il
direttore generale dell’”Aiea”, “Rafael Grossi”, ha certificato i numeri: al
momento dei raid israeliani del giugno 2025, l’Iran possedeva 440,9 kg di
uranio al 60%, principalmente a Isfahan.
«L’ipotesi
più probabile è che il materiale sia ancora lì», ha dichiarato Grossi.
Arricchito
al 90%, soglia minima per uso militare, si otterrebbe materiale per almeno
undici bombe.
Le
sfide operative di un raid sono formidabili, e lo scenario con scienziati a
fianco dei militari è quello tecnicamente più realistico.
Un
funzionario americano le ha riassunte in tre domande:
dove
si trova il materiale, come ci si arriva e come se ne assume il controllo.
Secondo
fonti israeliane citate da” i24News”, le opzioni in campo sono due:
rimozione fisica dell’uranio oppure diluizione in
loco. Entrambe richiedono forze speciali affiancate da esperti nucleari.
Il
problema tecnico è tutt’altro che banale.
L’uranio
a Isfahan è stoccato sotto forma di” esafluoruro” (UF6), un composto altamente
corrosivo e tossico in forma gassosa.
Maneggiarlo richiede attrezzature
specializzate, tute protettive, rilevatori di radiazioni e una catena di
custodia certificata.
In uno
scenario di estrazione, una squadra di fisici nucleari e ingegneri dovrebbe
operare in condizioni di guerra, all’interno di tunnel parzialmente crollati,
per sigillare i contenitori, verificarne l’integrità e preparare il materiale
al trasporto.
L’alternativa,
la diluizione in loco, prevede l’aggiunta di uranio impoverito per abbassare il
grado di arricchimento sotto la soglia critica, rendendolo inutilizzabile per
scopi militari senza riprocessamento.
Anche questa operazione, però, richiederebbe ore di
lavoro tecnico in un ambiente ostile, con il rischio costante di dispersione
radioattiva. Secondo “Semaforo”, piani di questo tipo, le cosiddette “Missioni
anti armi di distruzione di massa”, sono stati sviluppati dall’”US Central
Command” fin dall’epoca Obama, quando un raid su Isfahan, Fordow e Qom fu
studiato e poi abbandonato come troppo rischioso.
Trump, sull’Air Force One il 7 marzo, ha
ammesso l’ipotesi senza confermarne l’imminenza:
«Al momento li stiamo decimando, ma non ci siamo
ancora attivati. Lo potremo fare più avanti».
La
condizione è attendere che le forze iraniane siano abbastanza indebolite.
Bloomberg
scrive che l’incertezza sulla localizzazione esatta è maggiore di quanto le
dichiarazioni ufficiali lascino intendere.
La maggior parte è di sicuro a Isfahan, ma una
quota non indifferente è distribuita tra” Fordow”, “Natanz “e forse altri siti
non ancora noti.
TWZ
segnala dubbi su una possibile trasferimento prima dei bombardamenti.
Quanto
velocemente può essere spostato?
L’esafluoruro di uranio è gassoso e quindi
stoccato in contenitori pressurizzati, pesanti e ingombranti.
Non si
carica su un camion con facilità.
Il raid avverrà davvero?
La
Casa Bianca afferma che «tutte le opzioni sono sul tavolo» mentre Trump ha
detto «non ora», non escludendo l’intervento diretto in un vicino futuro.
Il Pentagono, secondo” The Hill”, manda
segnali contrastanti.
Il tempo, però, non è neutro: le escavatrici a
Isfahan lavorano.
Fenomeno
Thiem: la tecnologia
come
ordine del mondo.
Avvenire.it
- Paolo Venturi – (12 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Per
anni abbiamo pensato che il problema fosse governare l’innovazione.
Oggi
sappiamo che la domanda è più radicale:
quale
umanità stiamo rendendo possibile?
Perché ogni architettura tecnica educa e ogni
modello economico produce una pedagogia implicita.
Fenomeno
Thiem: la tecnologia come ordine del mondo.
Arriva
in Italia Peter Thiem, uno dei protagonisti più influenti della Silicon Valley.
Nato in Germania e cresciuto negli Stati
Uniti, è cofondatore di “PayPal” insieme a Elon Musk e fondatore di “Palantir”,
azienda che sviluppa software avanzati di analisi dei dati utilizzati da
governi, intelligence e apparati di difesa.
La sua
presenza a Roma dal 15 al 18 marzo (alcune voci di stampa avevano parlato di un
evento alla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino – Angelicum – , che
però ha smentito) sta suscitando un intenso dibattito culturale, ma anche
polemiche politiche, sul ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche e sul loro
rapporto con la democrazia.
Peter
Thiem non arriva a Roma come un semplice protagonista dell’economia digitale.
Arriva come il portatore di una visione ed è
questo che rende la sua presenza interessante, e insieme inquietante.
Non è
soltanto un miliardario della Silicon Valley o il fondatore di “Palantir” ma è
uno degli interpreti più radicali di un passaggio d’epoca: quello in cui il
mercato, la tecnica e la finanza smettono di presentarsi come strumenti e
iniziano a proporsi come principio d’ordine del mondo.
Il punto, infatti, non è più soltanto economico.
Non siamo davanti a un capitalismo che produce
ricchezza, consumo e nuove diseguaglianze, siamo davanti a qualcosa di più
profondo:
un sistema che usa il denaro per plasmare
istituzioni, immaginari, gerarchie, perfino antropologie.
Non si
limita a organizzare gli scambi ma organizza il senso decidendo quali vite
contano, quali paure meritano protezione, quali libertà possono essere sospese
in nome della sicurezza.
L’economia diventa così una forza pedagogica e
politica.
Non
descrive il mondo: lo costruisce.
Dentro
questo orizzonte, Thiem rappresenta una posizione precisa presentandosi come
difensore dell’umano contro il conformismo ideologico e contro il rischio di
una tecnocrazia senza volto.
Ma il
suo pensiero è attraversato da un paradosso decisivo:
per
salvare l’uomo, propone dispositivi che finiscono per restringere ciò che
nell’uomo è più umano;
per
difendere la libertà, affida crescente potere a strutture di controllo. È qui che “Palantir” smette di essere
solo un’azienda e diventa un simbolo e l’espressione di una mentalità.
L’idea che la complessità della vita possa essere
trasformata in informazione leggibile, la fragilità in variabile, il conflitto
in previsione. Non più comprendere l’umano, ma renderlo trattabile.
In
questa postura affiora la radice della sua visione hobbesiana della convivenza.
Alla
base c’è il sospetto che l’uomo sia anzitutto un essere pericoloso, segnato da
passioni, portato naturalmente al conflitto, bisognoso di contenimento.
Se
l’antropologia di partenza è questa, allora il resto segue quasi
automaticamente.
Se
l’uomo è minaccia, serve un ordine più forte, se il legame sociale è fragile,
servono apparati più pervasivi, se il caos è sempre alle porte, la libertà deve
arretrare perché avanzi la sicurezza.
Ma
proprio qui si vede il prezzo di una impostazione che concepisce l’umano come
rischio:
tutta la società si organizza contro di lui.
La
politica si irrigidisce, l’economia seleziona, la tecnica sorveglia.
La
libertà non è più un compito da coltivare, ma un margine da concedere.
La persona non è più un mistero da
accompagnare, ma un comportamento da prevedere.
E così
la promessa di protezione genera il suo opposto:
una
società che per paura di essere ferita finisce per amputare ciò che la rende
viva.
La
diagnosi di “Shosanna Zoff”, da questo punto di vista, appare perfino superata
dagli sviluppi recenti.
Non si
tratta più soltanto di estrarre dati dall’esperienza umana per trasformarli in
profitto ma si tratta di convertire l’esperienza in governo, in comando, in
architettura del reale.
Il
capitalismo della sorveglianza diventa una vera antropologia della
sorveglianza.
Per
questo la questione che Thiem mette sul tavolo va presa sul serio, perché
costringe a far emergere la domanda decisiva, quella che il nostro tempo ha
progressivamente rimosso.
Liberi
da che cosa, certo.
Ma
soprattutto: liberi per che cosa?
A
questa domanda non si risponde con un supplemento di tecnica e neppure con una
reazione nostalgica o antimoderna.
Si risponde tornando al cuore della questione:
quale
idea di uomo stiamo assumendo, spesso senza dirlo, quando progettiamo
tecnologie, istituzioni, modelli economici?
Se
partiamo dall’idea che l’uomo sia fondamentalmente negativo, un pericolo da
contenere, allora il controllo sembrerà inevitabile.
Ma se
riconosciamo che nell’uomo c’è una positività originaria, allora tutto cambia.
Questa
positività ha un segno preciso: il desiderio.
Non il
desiderio ridotto a impulso da sfruttare commercialmente o a pulsione da
disciplinare, ma il desiderio come apertura costitutiva al senso, al bene, alla
relazione.
È qui
che si decide la differenza tra una società che addestra e una società che
educa.
Perché il desiderio può essere colonizzato,
manipolato, eccitato artificialmente, ma può anche essere accompagnato,
valorizzato come criterio.
E
allora la vera sfida del nostro tempo, prima ancora che politica o tecnologica,
è educativa.
Educare significa custodire e orientare il
desiderio umano, non sostituirlo con automatismi, non consegnarlo alle
piattaforme, non ridurlo a consumo o a paura.
Per
anni abbiamo pensato che il problema fosse governare l’innovazione.
Oggi sappiamo che la domanda è più radicale:
quale umanità stiamo rendendo possibile?
Perché
ogni architettura tecnica educa e ogni modello economico produce una pedagogia
implicita.
La
partita, in fondo, è tutta qui, non tra “tecnofobia” e “tecnolatria” o tra
apocalittici e integrati.
Ma tra due immagini dell’uomo: “una fondata sulla
paura, l’altra sul desiderio”.
Una
vuole blindare la vita, l’altra vuole farla fiorire.
Da
questa scelta che dipenderà il nostro futuro.
Fenomeno
Thiem:
la
Silicon Valley
diventa
agente del caos.
Avvenire.it - Milena Salterini – (12 marzo
2026) – Redazione – ci dice:
Dalle
visioni apocalittiche del fondatore di “Palantir,” emerge una nuova “teologia”
delle “Big Tech” secondo cui i processi di governo mondiale sarebbero
l’Anticristo e solo il progresso tecnologico gestito dai grandi poteri
(lasciato libero da ogni vincolo) potrà portare pace e sicurezza.
Fenomeno
Thiel: la Silicon Valley diventa agente del caos
Peter
Thiem -Fotogramma.
Arriva
in Italia Peter Thiem, uno dei protagonisti più influenti della Silicon Valley.
Nato in Germania e cresciuto negli Stati Uniti, è cofondatore di PayPal insieme
a Elon Musk e fondatore di Palantir, azienda che sviluppa software avanzati di
analisi dei dati utilizzati da governi, intelligence e apparati di difesa.
La sua
presenza a Roma dal 15 al 18 marzo (alcune voci di stampa avevano parlato di un
evento alla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino – Angelicum – , che
però ha smentito) sta suscitando un intenso dibattito culturale, ma anche
polemiche politiche, sul ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche e sul loro
rapporto con la democrazia.
In una
email dei file” Epstein”, il miliardario scrive nel 2016 a “Peter Thiem:
«Brexit:
solo l’inizio. Ritorno al tribalismo come contromossa per rispondere alla globalizzazione.
Fantastiche nuove alleanze».
Il
nome di Thiem (già fondatore con Elon Musk di PayPal) sta venendo alla ribalta
negli ultimi tempi come importante guru del digitale, eminenza grigia del nuovo
potere americano, con la sua “Palantir” che garantisce software indispensabili
alla difesa di molti Paesi. L’involuzione dei creatori delle grandi piattaforme
americane, che possiedono capitali immensi e soprattutto una supremazia
tecnologica insidiata per ora solo dalla Cina mentre l’Europa deve recuperare
un gap significativo, è ormai nota.
Da
giovani utopisti della Silicon Valley ad agitatori del nuovo disordine
mondiale: come è potuto accadere?
Il
sogno della grande Rete mondiale delle origini era un progetto unitivo, che
doveva rispondere al male dei totalitarismi e della Shoah nel ‘900.
Il
progetto era restituire valore agli individui, liberi, uguali e soprattutto
connessi.
Ma il
sogno di un mondo dove tutti contano allo stesso modo ha mostrato le prime
crepe con la disintermediazione operata soprattutto dai social network, quando
si è tolto peso ai corpi intermedi, come gruppi sociali, partiti, Chiese, e si
è sostenuto il populismo tecnologico al servizio di potenti forze
internazionali disgregatrici.
Ora si
arriva all’elogio del tribalismo, alla spinta verso la frammentazione e la
divisione sociale accompagnata da un disprezzo verso le istituzioni
internazionali e verso la debolezza dell’Europa che, troppo sbilanciata a
tutelare i diritti dei più vulnerabili, non sarebbe capace di garantire
sicurezza.
La
costruzione culturale di capitalisti come Thiem si basa sull’idea di una
perdita di identità dell’Europa, che non avrebbe fatto i conti (lezione di
Machiavelli), con l’inevitabile violenza e l’inimicizia assoluta che
caratterizza le società, ma avrebbe invece preteso di addomesticarle.
È
possibile ricostruire un “profilo culturale” dei responsabili di aziende come”
Palantir”, “X”, “Meta”?
Peter
Thiem, come “Alexis Karp” e altri, destano curiosità per i loro riferimenti che
attingono ad una cultura europea di stampo filosofico.
In un
mondo dove prevale solo la ragione tecnologica, conoscere autori come René
Girard, Jurgen Habermas, Leo Strauss, Carl Schmitt e altri suscita stupore.
Ma
l’uso che questi imprenditori del digitale fanno delle teorie di grandi
filosofi o politologi dovrebbe preoccupare, più che destare ammirazione.
L‘interpretazione
della teoria mimetica di Girard, ad esempio, rivela una sostanziale ambiguità.
Indubbiamente, il filosofo francese ha
mostrato come il desiderio “di essere l’altro” o meglio l’invidia di “avere ciò
che ha l’altro” guidi gli esseri umani.
La
mimesi, da Caino e Abele, ispira i nostri comportamenti e spiega il successo
dei social network in cui ci specchiamo e ci confrontiamo.
Ma lo sfruttamento economico del desiderio mimetico
operata dai social è una conseguenza che contraddice in pieno il pensiero di
Girard, dato che egli cercava una soluzione al circolo vizioso della violenza
che impone la vendetta;
e la
risposta per lui poteva essere solo il rifiuto della logica di forza che Gesù
ha voluto mostrare al mondo scegliendo di morire innocente sulla Croce.
A sua
volta la teoria di “Jurgen Habermas” sullo spazio pubblico come luogo di
confronto porta a una maggiore fiducia nel dialogo, non certo a legittimare una
comunicazione senza regole.
Bersagli
del ribaltamento delle idee di Girard ed Habermas sono l’inclusione dell’altro
e la difesa dei diritti gestite e regolate da entità sovranazionali.
All’Onu
e all’Unione Europea e alle altre istituzioni costruite faticosamente dopo la
Seconda guerra mondiale andrebbe sostituito il potere delle grandi piattaforme
totalmente libere di investire e di produrre, ponendosi alla pari con gli Stati
nazionali.
Non a caso il nemico principale di questi
argomenti è la regolazione da parte dell’Europa dei processi tecnologici e
dell’IA.
Dalle
visioni apocalittiche di Peter Thiem (usate come cornice retorica), emerge una
nuova “teologia” della Silicon Valley, secondo cui i processi di governo
mondiale sarebbero l’Anticristo e solo il progresso tecnologico gestito dai
grandi poteri (lasciato libero da ogni vincolo) potrà portare pace e sicurezza.
Politiche umanitarie, regole imposte alla
tecnologia, sottovalutazione della violenza “naturale” degli uomini e difesa
dei diritti dei deboli (criticate come “woke”) secondo Thiem hanno infatti
prodotto la decadenza occidentale.
Non è
difficile immaginare come questa “teologia” si sposi con la “religione della
prosperità” dei gruppi evangelici e dell”’Alt righ”t, che sostengono una
politica reazionaria, autoritaria e anti-immigrazione globale: un cristianesimo
senza la Croce, il pentimento e il perdono.
Si assiste così a una teorizzazione
“filosofico-religiosa” della libertà senza limiti di cui le Big Tech dovrebbero
beneficiare.
Libertà
anche di hate speech e di disinformazione.
Non a
caso la maggior parte delle imprese della Rete hanno ormai rinunciato alla
moderazione dei contenuti, adducendo il motivo che gli utenti sarebbero maturi
per decidere, ignorando quindi volutamente la manipolazione intenzionale
realizzata da poteri come la Russia di Putin con le loro guerre ibride. In base
a queste teorie la “Muai” (Malicious use of Artificial Intelligence) cioè l’uso
malevolo dell’Intelligenza Artificiale e tutte le forme di complottismo e
disinformazione dovrebbero avere campo libero.
Gli
Stati e soprattutto l’Unione Europea dovranno quindi difendere fortemente la
concezione democratica e antiautoritaria delle loro politiche sul web, così
come un’etica non ambigua e non teorizzata dagli stessi produttori.
Mai come ora - e non solo in questo campo ma
soprattutto nella difesa della pace, l’Europa dovrà credere alla forza - basata
sul diritto e sulla solidarietà anziché sulla prevaricazione del più potente,
che ha ereditato dalle sue radici giudaico-cristiane.
Come
Israele e l'FBI hanno
manipolato
complotti di
assassinio
per spingere Trump
a
entrare in guerra con l'Iran.
Unz.com - Max Blumenthal – (11 marzo 2026) –
ci dice:
Asif
Merchant,
accusato capo di un complotto iraniano gestito dall'FBI per assassinare Trump.
L'FBI
ha architettato complotti per convincere Trump che l'Iran cercasse di
ucciderlo, mentre Israele e i suoi alleati dell'amministrazione hanno sfruttato
le paure più profonde del presidente per tenerlo sulla strada della guerra.
"L'ho
preso prima che lui prendesse me", ha commentato un esuberante presidente
Donald Trump a un giornalista quando gli è stato chiesto quali fossero i motivi
per aver autorizzato l'uccisione del leader iraniano, l'Ayatollah Ali Khamenei,
il 28 febbraio 2026.
Con la
sua osservazione spontanea, Trump ha rivelato che l'ansia per il proprio
assassinio da parte di agenti iraniani ha influenzato la sua decisione di
iniziare una guerra di cambio di regime tra Stati Uniti e Israele che ha già
causato vittime americane, attenti a scuole e ospedali all'interno dell'Iran,
devastanti attacchi di rappresaglia iraniana contro basi militari e ambasciate
statunitensi, e una crisi economica globale in spirale.
Le
paure generali di Trump riguardo a un assassinio erano ben fondate.
È stato quasi ucciso a Butler, Pennsylvania,
il 13 luglio 2024 da uno studente di ingegneria di 20 anni di nome “Thomas Crook”,
che è riuscito a sparare otto colpi all'ex presidente da un tetto, tagliandogli
l'orecchio e mancando la testa per un soffio.
Due
mesi dopo, un vagabondo di nome “Ryan Roth” è stato arrestato dopo essersi
nascosto per ore tra i cespugli fuori dalla tenuta Mar-a-Lago dell'ex
presidente a West Palm Beach, Florida.
Roth
era stato avvistato dopo aver puntato un fucile d'assalto verso un agente dei
Servizi Segreti mentre Trump giocava a golf a 400 yard di distanza.
I
funzionari non hanno ancora prodotto alcuna prova che l'Iran abbia avuto un
ruolo in nessuno di questi tentativi di uccidere Trump.
Eppure, da quegli eventi fatidici, i
consiglieri di Trump allineati a Israele, i servizi segreti israeliani e lo
stesso primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno fatto di tutto per
legare Teheran ai complotti.
Ancora più scioccante è il fatto che l'FBI abbia
architettato una serie di complotti di assassinio, convincendo con successo
Trump che l'Iran lo stava dando la caccia su suolo statunitense con squadre di
sicari altamente sofisticati.
L'uomo
accusato di aver guidato la più importante di queste operazioni, “Asif Merchant”,
è attualmente sotto processo presso un tribunale federale di Brooklyn, NY.
Dopo
che gli Stati Uniti gli concessero un visto nonostante la sua presenza in una
lista di sorveglianza antiterrorismo, “Merchant” fu costantemente in compagnia
di un informatore confidenziale dell'FBI che alla fine portò a termine il
complotto.
Non
ebbe mai alcuna possibilità di realizzare i suoi piani e non sembrava serio nel
farlo.
Il
giornalista indipendente “Chen Silva” lo esprime in modo conciso nel suo
prossimo libro investigativo, "The Trump Assassination Plots":
"Uno sguardo più attento al caso Merchant
rivela che almeno... fu un'operazione sotto copertura dell'FBI altamente
controllata che non rappresentò mai una minaccia per Trump.
Ancora più nefastamente, i registri e le rivelazioni
degli informatori indicano che Merchant potrebbe essere stato il capro
espiatorio in un caso totalmente inventato dagli agenti sotto copertura."
Le
autorità hanno arrestato Merchant il 12 luglio 2024 – appena un giorno prima
che Crook tentasse di uccidere Trump a Butler. Poche ore dopo il fallito
assassinio di Butler, agenti dell'FBI interrogarono Merchant per chiedere se
fosse davvero l'Iran a controllare Crook.
A quel
punto, Trump stava ancora facendo campagna per diventare un "Presidente
della Pace".
Durante
la campagna elettorale, avvertì che la sua avversaria, “Kamala Harris”,
"ci avrebbe garantito di entrare nella Terza Guerra Mondiale".
Trump
promette di risolvere la guerra tra Ucraina e Russia in un solo giorno, e si
distanziò dai repubblicani pro-guerra che cercavano un cambio di regime in
Iran.
Gli
elementi pro-guerra nella cerchia di Trump esercitano hanno molteplici punti di
leva per invertire gli istinti anti-interventisti del presidente.
I miliardari ultra-sionisti hanno fornito
un'influenza vitale e ben documentata sulle politiche di Trump mantenendo il
suo tesoro elettorale ben conservato.
Ma
Trump rimase una personalità irregolare, i cui piccoli rancori mantennero i
suoi collaboratori in uno stato perpetuo di incertezza.
Solo
sfruttando la più profonda vulnerabilità psicologica di Trump, ovvero la sua
paura della pallottola di un assassino, Israele e i suoi esponenti nella sua
amministrazione sono riusciti a garantirsi la loro influenza sul presidente,
tenendolo sul piede di guerra contro l'Iran.
La
trappola dell'escalation degli assassinii.
Il 3
gennaio 2020, mentre il comandante della “Forza Quds” dell'IRGC iraniana, “Casse
Solimai”, scende da un aereo all'aeroporto internazionale di Baghdad, mentre si
recava verso i colloqui di pace con funzionari sauditi, un drone utilizzato lo
uccise con un missile Hellfire.
L'attacco era stato ordinato da Trump dopo una
campagna prolungata di escalation militare contro gli alleati iraniani
orchestrata dal suo direttore del Consiglio di Sicurezza Nazionale John Bolton
e dal segretario di Stato Mike Pompeo.
Uccidendo
Solimai, Trump ha messo gli Stati Uniti su una rotta di collisione verso una
guerra totale con l'Iran – proprio come Netanyahu sperava.
Inoltre, il presidente ha invitato alla
prospettiva di una violenta ritorsione contro sé stesso e i suoi consiglieri
per la sicurezza nazionale.
Finché
Trump temeva lo spettro di agenti IRGC nascosti dietro ogni angolo, era logico
pensare che fosse più propenso ad autorizzare una guerra di cambio di regime
contro l'Iran.
Così
l'FBI si mise al lavoro, architettando una serie di complotti che contribuirono
a forgiare l'atteggiamento bellicoso di Trump verso Teheran.
Presentato
dall'FBI: Il complotto dell'Iran per uccidere John Bolton.
Il
primo grande complotto iraniano è arrivato nel 2022, quando il Dipartimento di
Giustizia ha denunciato un cittadino iraniano, Shahram Pausai, per aver
potenzialmente assunto un sicario per uccidere Bolton.
Tuttavia,
il sicario si rivelò essere un informatore dell'FBI, e il complotto fu in gran
parte orchestrato dall'Ufficio.
Pausai,
da parte sua, non poteva essere catturato perché viveva in Iran.
Come
riportato dal giornalista Chen Silva, l'agente dell'FBI che ha supervisionato
il complotto per uccidere Bolton, Steven D'Antuono, era lo stesso funzionario
che dirigeva l'ufficio di Detroit che si è affidato a informatori pagati per
escogitare il complotto del 2020 da parte di membri della milizia di destra per
rapire la governatrice del Michigan Gretchen Whisker.
In una
sentenza della corte d'appello federale del 2025, il giudice ha riconosciuto
che gli imputati in quel caso "hanno ragione nel dire che il governo li ha
incoraggiati a concordare un piano" per rapire Whisker.
D'Antuono
dell'FBI ha anche supervisionato l'indagine sul sospetto piazzamento di bombe a
tubo presso le sedi centrali dei Partiti Repubblicano e Democratico a
Washington il 6 gennaio 2021.
Nel
corso della sua indagine fallita, ha ingannato il Congresso affermando di aver
ricevuto prove "corrotte".
Sebbene
Bolton non sia mai stato in pericolo a causa dell'Iran, il complotto
architettato dall'FBI iniziò ad alimentare la paranoia tra i veterani
dell'amministrazione Trump.
Pompeo
ora credeva di essere anch'egli preso di mira da squadre di assassini iraniane.
Nel
suo libro di memorie della campagna elettorale del 2023, "Never Give an
Inch", l'ex direttore della CIA affermò che “Pausai” aveva anche pagato 1
milione di dollari a un sicario per ucciderlo.
Tuttavia,
Pompeo non ha fornito ulteriori dettagli sul complotto, che non è mai stato
menzionato nei documenti del Dipartimento di Giustizia che accusano Pausai di
aver tentato di uccidere Bolton.
Secondo
quelle dichiarazioni giurate, Pausai ha inviato solo 100 dollari alla fonte
umana confidenziale dell'FBI prima che il Dipartimento di Giustizia concludesse
le sue indagini.
Asif
Merchant,
accusato capo di un complotto iraniano gestito dall'FBI per assassinare Trump.
Allo
sfortunato sicario iraniano è stato concesso un visto speciale, presentato a un
informatore dell'FBI.
Nell'aprile
2024, mentre Trump lanciava la sua campagna presidenziale di ritorno, un
venditore itinerante di nome Asif Merchant è arrivato dal Pakistan
all'aeroporto George Bush Intercontinental di Houston, Texas.
Fu
rapidamente segnalato come "Persona di Interesse Qualificata" e
inserito in una lista di sorveglianza del Dipartimento della Sicurezza Interna.
Agenti di una squadra della Joint Terrorism
Task Force (JTTF) dell'FBI hanno poi scoperto, attraverso una perquisizione dei
dispositivi di Merchant, che aveva visitato l'Iran, dove vivevano sua moglie e
suo figlio adottivo.
Se
abbiamo ricevuto una soffiata da Israele, che fornisce all'FBI una grande
quantità di informazioni su visitatori musulmani stranieri negli Stati Uniti,
rimane una questione aperta.
Secondo
i documenti della “JTTF” ottenuti dal giornalista pro-Trump “John Solomon”,
Merchant è stato "rilasciato senza incidenti" e dichiarato
"libero di recarsi alla destinazione desiderata".
In
effetti, l'FBI gli aveva concesso una "Libertà Speciale di Pubblica
Utilità" che, come ha spiegato Solomon, "avrebbe consentito agli
agenti di provare a spacciare Merchant per collaboratore o di cercare di capire
perché si stesse recando negli Stati Uniti e con chi avrebbe potuto
collaborare".
Il
whistlblower dell'FBI che ha fornito a Solomon i documenti sull'interrogatorio
di Merchant all'aeroporto ha paragonato la "Special Public Benefit
Parole" allo scandaloso programma "Fast and Furious", in cui il Dipartimento di
Giustizia del presidente Barack Obama ha facilitato la consegna di armi
automatiche dai trafficanti di armi statunitensi ai cartelli messicani allo
scopo presumibilmente di sorvegliare le attività criminali delle bande.
Non
appena Merchant arrivò negli Stati Uniti, l'FBI lo presentò a un informatore
confidenziale che si spacciava per un potenziale socio in affari e operava
sotto lo pseudonimo di “Nadeem Ali”. L'informatore aveva lavorato come
traduttore per l'esercito statunitense durante l'occupazione dell'Afghanistan.
Sebbene
Merchant non abbia proposto alcun reato, l'FBI ha intercettato un incontro tra
lui e l'informatore Ali, in una stanza d'albergo il 3 giugno 2024.
Lì,
Merchant è stato ripreso mentre faceva un presunto movimento con il dito
puntato verso la pistola, menzionando al contempo un'"opportunità"
non specificata.
Questa
registrazione granulosa, della durata di un minuto, ripresa da una telecamera
nascosta è presentata come il fulcro dell'atto di accusa del Dipartimento di
Giustizia contro Merchant.
Secondo
l'FBI, Merchant aveva delineato un piano molto complesso che richiedeva
l'assunzione di due sicari, "venticinque persone in grado di organizzare una
protesta dopo la distrazione e una donna per svolgere attività di
'ricognizione'".
Per
l'elaborato e stravagante assassinio in stile flash mob, l'informatore chiese a
Merchant di sborsare solo 5000 dollari.
Il visitatore pakistano non ebbe tuttavia modo
di racimolare la somma, il che sollevò ulteriori dubbi sulla serietà del
complotto. "Non
pensavo di avere successo", avrebbe poi dichiarato Merchant in tribunale.
Praticamente
senza un soldo, Merchant fu costretto a raccogliere i soldi da un anonimo
"associato", secondo l'atto d'accusa del DOJ.
Successivamente,
l'informatore dell'FBI lo ha portato in un viaggio tortuoso da Boston a New
York, dove avrebbe consegnato i soldi ad altri due informatori dell'FBI
spacciandosi per sicari uomini.
Il DOJ
sostiene che Merchant aveva pianificato di volare in Pakistan il 12 giugno, ma
è stato arrestato nella sua residenza quel giorno.
Merchant
interrogato su Butler, tenuto in isolamento.
Il
giorno seguente, Thomas Crook, ventenne, è arrivato a una fiera a Butler,
Pennsylvania, dove l'ex presidente Trump era previsto per parlare.
Volò
un drone in volo per 15 minuti, osservando l'area mentre finalizzava i piani
per assassinare il candidato.
Per
una strana coincidenza, il sistema anti-droni dei Servizi Segreti è rimasto
offline tutta la mattina e fino al pomeriggio — fino a circa 15 minuti dopo che
Crook ha pilotato il suo drone.
Quando
Trump è salito sul palco, Crook è salito su un tetto inclinato a 130 yard di
distanza e ha sparato otto colpi al presidente, mancando la testa di un
centimetro, finché un agente di polizia locale ha risposto al fuoco.
Fu
ucciso da un cecchino dei Servizi Segreti che inspiegabilmente esitò a sparare
per ben 15 secondi.
Trenta
ore dopo, gli agenti dell'FBI volarono a Houston per interrogare Merchant nella
sua cella di prigione su un possibile collegamento iraniano con il tentato
omicidio di Butler.
Una
fonte dell'FBI disse al Washington Post che l'FBI "aveva preso la
straordinaria decisione di interrogarlo senza il suo avvocato per determinare
se conoscesse Crook".
L'interrogatorio
è continuato anche dopo che Merchant è stato trasferito al “Metropolitan
Detention Center” di massima sicurezza a Brooklyn, lo stesso carcere in cui è
attualmente detenuto” Luigi Mangione”, l'accusato di aver ucciso
l'amministratore delegato di “United Healthcare”.
Lì, è
stato tenuto in condizioni di isolamento durissime, senza poter interagire con
nessuno tranne le guardie che gli portavano il cibo e i suoi avvocati perché,
come sostenne l'allora vice procuratore generale “Lisa Monaco” , avrebbe potuto
usare parole in codice per dare il via a ulteriori piani di assassinio. "Sembrava che pensassero che
fossi una specie di super spia", rifletté in seguito Merchant.
A
Merchant non solo fu impedito di chiamare la sua famiglia in Pakistan, ma gli
fu anche impedito di esaminare le registrazioni delle conversazioni avute con
informatori sotto copertura dell'FBI, poiché il Dipartimento di Giustizia le
aveva contrassegnate come "sensibili".
Nel
marzo 2025, il suo avvocato protestò contro il fatto che gli US Marshall gli
avessero ripetutamente rifiutato di incontrarlo e di esaminare le prove in
tribunale.
Anche
questo fu giustificato sulla base di pretestuose ragioni di sicurezza
nazionale.
Tuttavia,
come ha scoperto il giornalista Chen Silva, una nota interna del direttore del “Bureau
of Parsons”, Colette Peters, ha confermato che Merchant non aveva alcun
contatto con alcuna risorsa dell'intelligence iraniana negli Stati Uniti.
"Le
forze dell'ordine non hanno identificato alcun collaboratore dell'”IRGC” di
Merchant che operi negli Stati Uniti e che potrebbe continuare a orchestrare
atti di violenza", ha scritto Peters.
In
effetti, gli unici assassini iraniani con cui Merchant sembrava aver interagito
all'interno degli Stati Uniti erano informatori sotto copertura che lavoravano
per l'FBI.
Merchant
"non era mai stato vicino a realizzare" l'assassinio di Trump.
Durante
il suo processo il 4 marzo, l'avvocato di Merchant, “Avraham Moskowitz”, ha
compiuto la misura molto insolita di permettere al suo cliente di salire sul
banco dei testimoni. Merchant ha proceduto a presentare una versione dei fatti che
contrastava nettamente con il racconto fornito nella sua prima offerta con
l'FBI.
Ad
esempio, l'imputato ha affermato di essere stato costretto a partecipare al
complotto da un agente dell'IRGC, e ha portato avanti un piano "forse per
far uccidere qualcuno" solo perché temeva per la moglie e il figlio
adottivo in Iran.
Dopo
il suo arresto da parte dell'FBI, Merchant ha dichiarato di aver avviato
discussioni con le autorità federali per diventare lui stesso un informatore,
ma alla fine queste sono cedute per ragioni sconosciute.
"Non
volevo farlo così volontariamente," insistette in urdu, aggiungendo:
"Non pensavo di avere successo."
Nel suo
approfondimento del processo, il New York Times concluse che Merchant "non
era mai stato vicino a realizzare la visione del suo referente iraniano."
Ma nel
2024, mentre si diffondeva la notizia dell'arresto di Merchant, figure vicine a
Israele nell'entro ristretto di Trump hanno sfruttato il caso per aumentare
l'ansia del candidato riguardo all'ira dell'Ayatollah.
Le
forze si allineano a Israele confondono Butler con l'Iran.
Solo
tre giorni dopo che la campagna di Trump era stata quasi interrotta da un solo
colpo di un assassino americano a Butler, funzionari incastrati
nell'architettura dello stato di sicurezza nazionale presero misure per
spostare l'attenzione sull'Iran.
"L'amministrazione
Biden ha ottenuto informazioni di intelligence nelle ultime settimane su un
complotto iraniano per assassinare l'ex presidente Donald Trump, e queste
informazioni hanno portato il Servizio Segreto a rafforzare la sicurezza
intorno all'ex presidente, secondo tre funzionari statunitensi a conoscenza
della questione,” ha riportato Chen Dilaniar della NBC il 16 luglio 2024.
(Dilaniar
era stato licenziato dal suo precedente lavoro al Al Times dopo essere stato
smascherato per aver permesso alla CIA di esaminare i suoi rapporti prima della
pubblicazione).
I
funzionari anonimi si riferivano chiaramente al complotto che l'FBI ha
architettato per Merchant.
La
rivelazione non sembrava solo un tentativo cinico di oscurare la realtà del
quasi-assassinio a Butler, compiuto da un uomo americano senza amici che non
aveva mai lasciato il paese.
Suggeriva
inoltre che l'FBI fosse stato così concentrato a tramare complotti iraniani su
suolo americano da ignorare la lunga scia di commenti su YouTube lasciati dal
presunto assassino che dichiarava senza mezzi termini la sua intenzione di
uccidere politici e poliziotti americani, e le sue speranze di istigare una
guerra civile.
Sebbene
la leadership dell'FBI abbia fuorviato il pubblico sulla natura del complotto
Butler, affermando falsamente, ad esempio, che Crook non comunicasse con altri
online, non sono mai riuscito a collegarlo all'Iran.
Questo
ha chiaramente frustrato il deputato “Mike Waltz”, un stretto alleato di Trump
seduto nella commissione della Camera per indagare sul complotto Butler.
"Questi
complotti dall'Iran sono in corso.
E
quando Biden non dice nulla, Harris non dice nulla, il DOJ cerca di nascondere
la cosa, che messaggio riceve l'Iran?
Capiscono
che possiamo continuare a cercare di eliminare Trump senza conseguenze, ha
fulminato Waltz su Fox News nell'agosto 2024.
Facendo
riferimento all'operazione Merchant prodotta dall'FBI, Waltz tuonò:
"Avete
molteplici complotti di assassinio da parte degli iraniani. Questo cittadino
pakistano reclutava donne come osservatrici. Aveva reclutato sicari e versato
un acconto.
Reclutava
persino manifestanti come distrazione."
A
questo punto, Waltz era in viaggio verso un breve periodo come “Direttore del
Consiglio di Sicurezza Nazionale” di Trump, dove avrebbe contribuito a dirigere
una guerra fallita contro gli alleati dell'Iran all'interno del movimento Nasrallah
in Yemen. (Waltz fu retrocesso all'ambasciatore statunitense presso l'ONU dopo
aver accidentalmente incluso il caporedattore di Atlantic Magazine ed ex
guardia carceraria israeliana Jeffrey Goldberg in una chat privata
dell'amministrazione “Signal “dove venivano fornite informazioni condivise
riservate sui piani di attacco statunitensi allo Yemen).
Nel
corso della sua carriera, il lobbismo israeliano e gli alleati di Netanyahu
hanno silenziosamente promosso la sua ascesa. Come ha osservato il CEO dell'”AIPAC”
Elliot Brandt nei commenti privati rivelati esclusivamente da “The Gray zone”,
Waltz era una delle "ancora di salvezza" di Israele all'interno
dell'amministrazione Trump, poiché era stato preparato dalla lobby israeliana
fin dalla sua prima candidatura al Congresso.
Per
Waltz e altre figure allineate a Israele vicino a Trump, collegare l'incidente
Butler all'Iran sembrava offrire una via diretta verso il conflitto con l'Iran.
Venire ha detto al Washington Post, un alto
funzionario statunitense anonimo, se Teheran fosse stata ritenuta responsabile
del tentativo di Crook di uccidere Trump, "significherebbe guerra".
Anche
alcuni attori stranieri stavano lavorando per indurre gli Stati Uniti ad
attribuire la responsabilità di Butler all'Iran.
Alla fine dell'estate del 2024, il Dipartimento di
Giustizia ricevette un'allerta urgente dall'estero che collegava Crook
direttamente ai complotti dell'IRGC per uccidere Trump.
In secondo,
la soffiata arrivò tramite una "fonte umana riservata all'estero" –
quasi certamente l'intelligence israeliana.
Dopo
un'indagine approfondita, i funzionari del DOJ hanno deciso che la soffiata non
era credibile.
"Nulla lo collegava credibilmente ai complotti
iraniani", ha detto un funzionario al Post.
Ma
dopo la sparatoria a Butler, il continuo chiacchiericcio sulle minacce
imminenti iraniane aveva cambiato in modo indelebile la visione di Trump.
I
giornalisti che hanno seguito Trump durante la campagna hanno descritto un
senso palpabile di panico da parte del candidato e del suo circolo ristretto
riguardo ai sicari diretti dall'”IRGC” che li perseguitavano ad ogni fermata.
"Voli
fantasma" per Trump innescati da minacce missilistiche immaginarie verso
l'Iran.
Con la
campagna di Trump già consumata dall'ansia, l'FBI ha lanciato un allarme che li
ha fatti precipitare nelle profondità della paranoia.
Secondo
l'Ufficio, l'Iran aveva inserito operativi all'interno del paese con accesso a
missili terra-aria.
Questo
dubbio avvertimento spinge la squadra di sicurezza già militarizzata di Trump a
compiere un passo straordinario. Temendo che l'Iran potesse abbattere da un
momento all'altro il famoso aereo "Trump Force One", Trump è stato
messo su un "ghost light" di proprietà del suo amico di golf, il
magnate immobiliare “Steve Tinkoff”, mentre il resto della sua campagna
viaggiava sul jet principale.
Ad
affiancare Trump sull'aereo segreto esca c'era la sua responsabile della
campagna, “Suzie Wiles”, che sarebbe poi diventata capo di gabinetto della Casa
Bianca, controllando l'accesso e il flusso di informazioni verso il presidente.
Ignara
del pubblico, Wiles aveva lavorato come consigliera retribuita per Netanyahu di
Israele durante la sua campagna per la rielezione del 2020, consolidando il suo
ruolo come punto chiave di contatto tra Tel Aviv e Trump.
Il
giornalista Chen Silva ha rivelato che l'allarme dell'FBI che ha spinto Trump a
usare un "aereo fantasma" si basava su un inganno cinico.
Come
spiega Silva nel suo prossimo libro sui complotti per assassinii che circondano
Trump, gli investigatori federali avevano scoperto che Roth, il presunto
assassino a Mar-a Lago, aveva tentato di acquistare un lanciarazzi e potrebbe
essere stato in contatto con cittadini iraniani durante il suo periodo in
Ucraina.
Probabilmente
l'Ufficio si è masturbato queste informazioni nel falso rapporto che ha fornito
alla campagna di Trump, evocando immaginari agenti dell'IRGC con Mandas per
esasperare le paure del candidato.
Una
volta entrato nello Studio Ovale, Trump fu circondato da consiglieri allineati
a Israele e fermamente convinto che l'Iran avesse tentato di eliminarlo durante
la campagna elettorale.
Come
comandante in capo delle forze armate statunitensi, era ossessionato dalla
vendetta.
Netanyahu
spinge Trump con il complotto di Butler.
"Queste
persone che gridano la morte all'America hanno tentato di assassinare il
presidente Trump due volte", dichiarò Netanyahu, affermando senza alcuna
prova che l'Iran fosse dietro sia il tentato assassinio di Butler sia quello di
Mar a-Lago.
"Avete
informazioni che i tentativi di assassinio contro il presidente Trump
provenissero direttamente dall'Iran?"
chiese un conduttore di Fox News visibilmente
sorpreso, Bret Baier.
"Attraverso
i proxy, sì. Attraverso le loro informazioni, sì. Vogliono ucciderlo,"
dichiarò Netanyahu con uno sguardo sicuro di sé.
Una
settimana dopo, Trump autorizzò una serie di attacchi statunitensi contro
impianti nucleari iraniani a sostegno dell'assalto militare israeliano.
Sebbene
Trump abbia organizzato un cessate il fuoco poco dopo l'attacco, l'influenza di
Israele sulla sua amministrazione – e sulla sua psiche – garantiva che un altro
ciclo di conflitto, molto più violento, fosse imminente all'orizzonte.
In una
grafica promossa dall'account ufficiale Twitter/X della Casa Bianca il 21
luglio 2025, Trump ha lasciato intendere di aver iniziato a ribaltare la situazione
contro i suoi potenziali assassini iraniani:
"Ero
io la caccia, e ora sono io la cacciatrice", ha dichiarato.
Israele
sostiene di eliminare un aspirante assassino di Trump in Iran
Nel
marzo 2026, Trump era tornato in guerra con l'Iran.
Nel
giro di quattro giorni, l'assalto congiunto USA-Israele si era prevedibilmente
espanso in una guerra regionale a tempo indeterminato dopo il fallimento di una
serie iniziale di attacchi decapitati che avevano indotto un cambio di regime.
Nel
pomeriggio del 4 marzo, il severo "Segretario alla Guerra"
statunitense ed ex personalità di Fox News “Pete Hester” si è presentato
davanti a un leggio al Pentagono e ha giurato di scatenare "morte e
distruzione dal cielo tutto il giorno" sul popolo iraniano.
Mentre
il suo discorso violento e caricaturale cresceva fino al culmine, Hester ha
emesso un annuncio drammatico:
"Il leader dell'unità che ha tentato di
assassinare il presidente Trump è stato braccato e ucciso. L'Iran ha cercato di
uccidere il presidente Trump, e il presidente Trump ha avuto l'ultima
risata."
Sebbene
Hester non abbia nominato la figura, un giornalista israeliano che funge da uno
degli stenografi preferiti di Netanyahu,” Amit Segal”, ha rivelato che Israele
aveva assassinato un funzionario dell'IRGC di nome “Rahman Macadam”,
potenzialmente responsabile di aver diretto un complotto per uccidere Trump.
Ma ancora una volta, i dettagli del complotto
rivelarono strati di inganni dell'FBI, informatori confidenziali mascherati da
"co-co-cospiratori" e un testimone compromesso.
In
realtà, il presunto piano di assassinio di cui Macadam era accusato di dirigere
non si concentrava inizialmente su Trump. Invece il bersaglio sarebbe stato
Masih Allinear, un espatriato iraniano e attivista per il cambio di regime pagato
dal governo degli Stati Uniti.
L'unica
prova che Trump fosse un possibile bersaglio proveniva dalle accuse di uno
spacciatore e truffatore condannato di nome “Farhad Shakeri”, che era stato
anch'egli imputato.
Shakeri ha parlato con l'FBI telefonicamente
dall'Iran, fornendo informazioni dubbie in cambio di una riduzione della pena
detentiva per un associato non identificato negli Stati Uniti.
Fu
durante queste interviste a distanza che Shakeri sembrava affermare di avere un
referente dell'IRGC che gli aveva ordinato di uccidere Trump.
Ma secondo la denuncia penale dell'FBI contro
di lui, il nome di quell'operatore era "Majid Solimai", non Macadam.
L'agente
dell'FBI che ha intervistato Shakeri ha chiaramente riconosciuto la sua
propensione per raccontare favole, scrivendo che "alcune affermazioni di
Shakeri sembrano vere e altre appaiono false."
Shakeri
aveva effettivamente mentito durante le sue interviste, eppure l'agente
concluse comunque che "sembra" stesse pianificando di uccidere Trump.
Non ha
spiegato perché considerasse credibile la confessione, e l'accusa di un
complotto per uccidere Trump è stata notevolmente assente dall'atto d'accusa
presentato dal gran giurì un mese dopo.
Dopo
aver ucciso Macadam il 4 marzo, gli israeliani si rivolsero direttamente al
presidente per vantarsi del loro presunto risultato – e riaccendere la sua
ansia riguardo agli assassini iraniani.
Come
ha osservato Amit Segal, "Trump è stato informato di questo nelle ultime
ore da Israele".
Così
facendo, gli israeliani hanno rafforzato la sensazione di Trump di essere stato
braccato dall'Iran e che, combattendo la loro guerra, si stesse salvando la
pelle.
Come aveva
fatto in passato, la Casa Bianca ha pubblicato un video sul suo account
ufficiale Twitter/X proclamando il trionfo di Trump sugli assassini iraniani: "ERO IO LA CACCIA, E ORA SONO IO
LA CACCIATRICE."
Thomas
Crook potrebbe aver mancato di poco il cranio di Trump a Butler, Pennsylvania,
ma Israele aveva trovato un modo per entrare nella mente del presidente.
(Caporedattore
di The Grayzone, è un giornalista pluripremiato e autore di diversi libri, tra
cui i bestseller. Ha prodotto articoli per diverse pubblicazioni, numerosi
reportage video e diversi documentari.
Blumenthal
ha fondato The Grayzone nel 2015 per gettare luce giornalistica sullo stato di
guerra perpetua dell'America e sulle sue pericolose ripercussioni interne).
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