Cacciare i dittatori non porta bene.
Cacciare i dittatori non porta bene.
Uccidere
un dittatore
non
cambia un regime:
perché continuiamo
a ignorarlo?
Reddit
italy – R/italy – Critical-ideal99 – Redazione – (1-03 – 2026) – ci dice:
(r/italy
- the great Globe itself ,und all whick it_unherit 15 too Small to sabisfy Such
RO).
lo so,
questo post non parla prettamente di politica italiana, ma vuole essere una
sorta di sfogo contro quelle persone, sia in Italia che esteri, che
giustificano azioni di individui o gruppi, basandosi sul fatto che è stata
tolta di mezzo una persona cattiva.
Io
sono il primo a mostrarmi felice per la morte di una figura autoritaria, che
schiavizza e maltratta violentemente il proprio popolo, però credo sia arrivata
l'ora di esaminare il quadro più amplio, senza soffermarsi sul "è morto un
dittatore, quindi il bombardamento è giusto".
E
chiedo anche scusa per il muro di testo, ma questo argomento è spesso poco
discusso e sminuito.
Le
interferenze estere in una nazione difficilmente portano al crollo di un regime
autoritario, a favore di democrazia.
La
dimostrazione l'abbiamo avuta prima in Venezuela col rapimento di Maduro e poi
in Iran, ieri, con la morte di Khamenei.
Certo
non sono più al potere, non fanno più del male, ma il loro regime è ancora in
piedi e sono stati sostituiti dai loro fedeli numeri 2.
Non
basta uccidere un leader per cambiare la struttura politica di un paese.
Le
strutture politiche delle nazioni non si reggono solo su individualità, ma su
istituzioni, fedeltà, interessi, paure, equilibri interni ed esterni. Quindi è
infantile ridurre tutta la complessità a "quello è il cattivo da
abbattere".
E
quando un intervento esterno accelera la caduta di un leader, spesso non fa
altro che rafforzare il suo senso di assedio, legittimando i successori ad
irrigidire il sistema ulteriormente.
In più
molti ignorano che, quando un regime sopravvive alla morte del leader, ne esce
spesso più compatto, perché la transizione verrà gestita internamente, senza
pressioni popolari, senza un processo politico aperto, senza un'alternativa
credibile.
il
risultato è un nuovo autoritarismo, ancor più strutturato.
Quindi
il focus non deve essere concentrato sulla morte del cattivo di turno, ma su
ciò che cambia per chi vive in quel luogo, perché se l'apparato resta, resta
anche la repressione.
In
secondo luogo vorrei mettere l'accento sull'interferenza estera militare,
perché molti ne sminuiscono il peso in quanto conseguenze future, ma
soprattutto normalizzano l'uso della forza come strumento di politica estera.
Il
diritto internazionale esiste affinché le Nazioni più forti non attuino una
sorta di Darwinismo sociale, in cui il più debole viene oppresso, colonizzato e
schiavizzato.
Il
Trump di turno agendo in questo modo, indebolisce tale insieme di regole
internazionali, perché mostra che può invadere senza conseguenze reali.
Il
bello è che lui non ha nascosto i suoi interessi, ricordate l'obbiettivo
petrolio in Venezuela?
Prima
avevi Putin che inventava il nazismo Ucraino, per avere un casus belli, ora con
Trump, non c'è né più bisogno.
Vuole
il petrolio?
Se lo prende,
vuole aumentare la sua influenza su un territorio?
Lo
conquista versando il sangue di cittadini e soldati avversarti.
Tanto
sa di non subire conseguenze.
E ora,
questo lo fa il leader di un paese teoricamente democratico, ma un domani?
Se la
Cina autoritaria decidesse di voler ottenere a tutti i costi il dominio su un
territorio?
Magari
potremmo noi finire sotto i bombardamenti e non si farà problemi a
giustificarsi, a trovare un motivo, tanto non subirà conseguenze (soprattutto
se ci isoliamo da alleanza NATO come molti cittadini vorrebbero).
Per
questo la retorica normalizzante non va bene, non è solo infantile, ma è anche
pericolosa, perché permette di ignorare conseguenze materiali di azioni, di
evitare analisi serie, di trasformare la politica in narrazione hollywoodiana.
Ma la
realtà è che quando cade un missile, non colpisce il personaggio di un film, ma
colpisce persone reali, edifici reali, distruggendo servizi, relazioni, vite e
creando così tragedie e molti dimenticano ciò.
Inoltre
chi sostiene questi eventi spesso non calcola che, la stabilità non si crea col
vuoto.
Eliminare
un leader senza processo politico credibile, senza un'opposizione organizzata e
senza un contesto pronto alla transizione politica, non produce democrazia, ma
produce caos.
E il
caos storicamente è terreno fertile per autoritarismi, milizie, signori della
guerra o potenze esterne che vogliono sfruttare il luogo per interessi
personali.
E c'è
anche un fattore di sbilanciamento e asimmetria politica, perché la narrazione
della nazione più forte domina il discorso globale, così le sfumature, le voci
interne del paese, le dinamiche locali, vengono schiacciate da un racconto
semplificato, che serve più agli interessi geopolitici piuttosto che alla
comprensione del contesto e della situazione. e così si finisce per celebrare
eventi, che non rappresentano alcuna liberazione per chi vive in quei luoghi,
ma anzi sarà solo l'inizio di un nuovo ciclo di paure e incertezze.
La
Verità 3 marzo 2026.
TRIONFI
AL CONTRARIO. Rimuovere
i
dittatori non porta bene a noi europei.
Di
ROBERTO VANNACCI.
Agenziagiornalisticaopinione.it
– (3 marzo 2026) – Roberto Vannacci – ci dice:
Cacciare
i dittatori non porta bene.
Non
c’è da esultare:
da
questa guerra aspettiamoci costi economici, più immigrazione e perdita di peso
geopolitico.
Lo
dimostrano i precedenti, da Saddam a Gheddafi.
Caro
direttore, la rimozione dei dittatori, per noi europei – e per noi italiani in
particolare – non ha mai portato nulla di buono.
Ogni
volta ci è stata venduta come una battaglia per la libertà; ogni volta ne
abbiamo pagato il prezzo.
La
destituzione di “Saddam Hussein” ha aperto le porte al caos iracheno, ha fatto
esplodere il terrorismo jihadista e ha destabilizzato un’intera regione.
Il risultato?
Prezzi
del petrolio più alti per i Paesi che lo importano, missioni militari costose e
sanguinose, uomini persi, e un’area consegnata prima ad Al Qaeda e poi
all’Isis.
Abbiamo tradito i curdi dopo averli usati,
abbandonato i nostri rapporti strategici con solidi e ci siamo infilati in un
pantano geopolitico senza un vero ritorno nazionale.
La
caduta di “Gheddafi” ha trasformato la Libia da partner problematico ma
funzionale a Stato fallito.
Abbiamo
perso contratti, influenza, sicurezza energetica.
In
compenso abbiamo ottenuto instabilità permanente alle nostre porte, flussi
migratori fuori controllo e l’ingresso massiccio di Turchia e Russia nel nostro
ex spazio di influenza.
Un capolavoro strategico – ma per altri.
La
guerra contro Assad ha prodotto una Siria devastata, milioni di profughi e
un’Europa ricattabile.
Paghiamo Ankara per trattenere disperati ai
suoi confini, finanziando di fatto la leva politica di Erdogan.
Gli
Stati Uniti hanno consolidato la loro presenza energetica nell’area, la Turchia
ha esteso la propria influenza, e noi?
Noi abbiamo incassato costi, tensioni interne
e marginalità diplomatica.
Vent’anni
di guerra in Afghanistan per rimuovere i talebani.
Vent’anni di miliardi spesi, vite perdute,
missioni senza una strategia di uscita credibile.
Alla
fine abbiamo riconsegnato il Paese agli stessi talebani.
Oggi
le donne afghane sono oppresse di prima e l’Occidente è meno credibile.
Le
cosiddette Primavere arabe, sostenute e entusiasmate dagli Stati Uniti, hanno
incendiato il Nord Africa.
L’Egitto
è finito nelle mani dei Fratelli Musulmani prima e dei militari poi, la Tunisia
è stata destabilizzata, la Libia dissolta.
Stabilità ridotta, radicalizzazione aumentata.
E
allora la domanda è inevitabile: cosa pensiamo di ottenere dalla rimozione del
regime iraniano?
Il
punto non è stabilire se Trump o Netanyahu abbiano agito nel «bene» o nel
«male».
La
politica internazionale non è catechismo.
Il
punto è semplice: qual è l’interesse europeo?
Qual è
l’interesse italiano?
Ci
raccontano che si tratta di liberare un popolo oppresso.
Ma nel Golfo abbondano monarchie dove i
diritti civili sono un optional, e nessuno parla di interventi.
Ci
dicono che bisogna fermare la bomba atomica.
Anche in Iraq si parlava di armi di
distruzione di massa.
Sappiamo
com’è andata.
Quello
che possiamo realisticamente aspettarci, invece, è questo:
*
aumento dei prezzi di petrolio e gas;
*
maggiore dipendenza energetica dagli Stati Uniti;
*
destabilizzazione ulteriore del Medio Oriente;
*
nuovi flussi migratori verso l’Europa;
*
rischio di blocco delle rotte strategiche vitali per l’Italia, come lo Stretto
di Hormuz e quello di Aden;
*
possibile frammentazione dell’area, con conflitti indiretti alle nostre
imprese.
In
altre parole: altri pagano con il sangue, noi paghiamo con il portafoglio e con
la perdita di peso geopolitico.
E alla
fine scopriamo che la «liberazione» non coincide quasi mai con i nostri
interessi.
Mi
chiedo con quale logica – o con quale stomaco – una pletora di politici,
diplomatici e opinionisti riesca a esultare mentre Teheran viene bombardata,
una nazione sbriciolata e un’intera area gettata nel caos. Che cosa c’è da
festeggiare, esattamente?
Le macerie?
L’ennesima miccia accesa in una polveriera già
satura?
Quale
sarebbe la parte entusiasmante nel vedere altri decidere deliberatamente il
nostro futuro senza nemmeno negarci una consultazione?
Dov’è l’orgoglio nel ridursi a spettatori
plaudenti mentre le scelte che ci ricadono addosso vengono prese altrove?
E
soprattutto:
che
cosa ci sarebbe di liberatorio nel constatare che, col pretesto
dell’esportazione del nostro sistema di vita, la nostra libertà va a
restringersi?
Che cosa ci sarebbe di rassicurante nel vedere
la nostra ricchezza erosa pezzo dopo pezzo, la nostra influenza evaporare, la
nostra autonomia trasformarsi in una nota a margine?
Se
questo è il trionfo che celebrano, è un trionfo al contrario: meno sovranità,
meno prosperità, meno voce.
È più
instabilità, più dipendenza, più silenzio imposto.
Davvero
è questo il motivo per cui dovremmo applaudire?
L'altra
destra.
Vannacci
arriva a Roma e incalza
Meloni e Salvini su sicurezza e Iran.
Ilfoglio.it
- Ruggiero Montenegro – (04 mar. 2026) – Redazione – ci dice:
Il”
generale al contrario” presenta oggi il suo pacchetto sicurezza con i deputati
futuristi:
il
decreto è troppo morbido, va emendato.
Manda messaggi al governo sulla politica
estera mentre “Ziello” prepara una proposta di legge sull'oro di Bankitalia.
Domani
gli uomini che credono in Vannacci fanno il bis a Palazzo Grazioli con un'altra
conferenza.
Oro,
esteri e sicurezza. Il loro perimetro, continuano a ripetere i futuristi, è
quello del centrodestra.
O meglio: delle contraddizioni della parte politica di
centrodestra.
Ieri in
commissione Affari costituzionali del Senato, dove Vannuccini ancora non ce
sono e la scelta non sembra casuale, è stato incardinato il decreto sicurezza,
tanto caro alla maggioranza (e a lungo fermo al Mef, prima della bollinatura).
E oggi a Roma
arriva Roberto Vannacci – giovedì farà il bis a Palazzo Grazioli – per
prendersi la scena e presentare il suo pacchetto.
“Saranno misure draconiane”.
Le sale della Camera pare fossero già overbooking,
così l’appuntamento, nel primo pomeriggio, è in un hotel di via Nazionale.
Cinquecento metri più in là, a Palazzo Koch, più o
meno nelle stesse ore, è attesa Giorgia Meloni per un convegno alla Banca
d’Italia.
“Vanno
finalmente a riprendersi l’oro degli italiani?”, ironizza Edoardo Ziello.
Ricorda gli emendamenti, e le riformulazioni al
ribasso, su quella che è una storica battaglia della destra.
Che i Vannuccini voglio intestarsi:
“Depositeremo a breve una proposta di legge, che
trasformeremo anche in emendamento al primo provvedimento utile.
Lo schema – spiega il deputato di Futuro nazionale – è
quello della sovranità sui lingotti, per tornare davvero sovrani delle riserve
auree”. Ù
Un modello stoppato dall’Europa.
“Abbiamo già
tante procedure d’infrazione, una in più non cambia nulla”.
Vale tutto per i futuristi, soprattutto ora, in fase
di tesseramento e campagna acquisti.
A
Sanremo, dopo il passaggio di Vannacci, la Lega si è ritrovata senza il
segretario locale e fuori dal Consiglio comunale:
Marco Ventimiglia (con altri due) ha aderito a
Fn.
Mentre a Roma i futuristi assicurano di avere
più richieste.
Nel
Carroccio temono cedimenti nei deputati del nord est ma pure al sud, dove “Rossano
Sasso” organizza assemblee e comitati.
Nella
conferenza di oggi intanto Vannacci (che ha smentito i contatti con Fabrizio
Corona) tornerà a ribadire che il decreto sicurezza è “troppo morbido”,
“timido”, come il governo che lo ha varato.
Serve
molto di più, va emendato e il pacchetto futurista si muoverà su varie
direttrici.
La
tutela delle forze dell’ordine, da rafforzare ulteriormente, la disciplina
sulla legittima difesa (insieme al tema dei risarcimenti) e poi normative che
riguardano l’impiego delle forze armate nelle città, che vanno adeguate alla
situazione.
Che non è ordinaria per il generale al
contrario, lui che della re-migrazione ha fatto un marchio di fabbrica e con i
suoi lavora a un provvedimento (oltre che ai comizi a pagamento) in materia.
Sono
vette su cui la maggioranza non può spingersi, Vannacci ci sguazza.
E forse non è un caso se ieri Matteo Salvini è
tornato a parlare di forze dell’ordine, dopo gli incidenti a Napoli con gli
attivisti “no America’s cup”.
Mentre
il deputato leghista Zoofili ha annunciato un’interrogazione a Matteo
Piantedosi su “strade sicure”.
Il
tema di queste ore resta però il medio oriente.
La
posizione sul ministro della Difesa bloccato a Dubai è nota:
“Salvate
il soldato Crosetto”, ha attaccato il generale.
Ma i Vannuccini non chiedono le dimissioni.
“Non siamo il M5s”. Con una lettera alla
Verità – da quando è considerato “un traditore” gli spazi mediatici in tv e sui
giornali di destra si sono ridotti – Vannacci ha esibito quello che può essere
considerato un manifesto di politica estera, in cui spiega che la democrazia
non si esporta.
“Cacciare
i dittatori non porta bene”.
E non
per questioni di diritto internazionale, ma perché gli effetti – tra bollette
ed economia – alla fine contrastano l’interesse nazionale.
Alla
Camera i suoi spiegano di essere contrari, come per Kyiv, a mandare aiuti
militari, i” samp-t”, ai paesi del Golfo.
Messaggi
per il governo.
Mentre
il centrodestra – al di là delle dichiarazioni di facciata e dei veti leghisti
– sa che il Campo largo può essere competitivo.
E a guardare i sondaggi la soglia del 3 per
cento fissata dalla nuova legge elettorale (Fn chiederà l’introduzione delle
preferenze) è alla portata dei futuristi.
Toccherà
farci i conti.
Nel
frattempo Vannacci si infila nelle contraddizioni sovraniste e domani fa il bis
alla stampa estera, con un’altra conferenza per lanciare il suo partito.
Ecco
perché dittatori e tiranni
fanno
sempre una brutta fine.
Corriere.it
- Milena Gabanelli e Maria Serena Natale – (14 maggio 2025) – Redazione – ci
dicono:
Ecco
perché dittatori e tiranni fanno sempre una brutta fine.
Freddati
da raffiche di Ak-47, traditi e vilipesi, suicidi per non cadere in mani
nemiche, processati o esiliati, i dittatori fanno sempre una brutta fine.
Proprio loro che credettero di «essere la
meraviglia del proprio tempo», come il Macbeth di Shakespeare, saranno dannati
e banditi dalla Storia. Così passano i tiranni.
E così
passarono Benito Mussolini e Hitler, e anche Josif Stalin.
Dopo la caduta dell’Urss furono rimosse le
statue e rinominate le vie a lui dedicate.
La Seconda guerra mondiale doveva essere lo
spartiacque per l’Europa e il mondo.
Mai più massacri, dittature, gulag e
oppressione dei popoli. E invece.
Pol
Pot.
Il
generale cambogiano “Pol Pot” ammira la Rivoluzione francese e il marxismo.
Da
giovane viaggia in Europa, ottiene una borsa di studio a Parigi, lavora in
Jugoslavia.
Tornato
in Cambogia, all’inizio degli anni Cinquanta nel quadro delle rivolte
anti-francesi nei territori dell’allora Indocina, è tra i fondatori del Partito
rivoluzionario del popolo Khmer con il quale vive una lunga latitanza fino alla
salita al potere dell’aprile 1975.
Nel
1978 a 53 anni ha compiuto la rivoluzione agraria della Kampuchea Democratica.
Così il regime comunista ed etno-nazionalista
dei Khmer rossi ha rinominato la Cambogia.
Svuotate
le città e deportata la popolazione nelle campagne, smantellati ospedali e
proprietà privata, scomparsi in quattro anni quasi due milioni di persone su
sette.
Eliminati
nelle esecuzioni di massa, sterminati nei campi di lavoro, abbattuti dalle
carestie.
Un
genocidio durato fino al 1979, quando le truppe vietnamite invadono il Paese e
insediano il nuovo governo.
Nel
1997 “Pol Po”t è un’ombra nella giungla, sopravvissuto ad anni di guerriglia,
malato e braccato dalla paura di essere tradito dai fedelissimi che non esita a
far fuori.
Nell’ultima
intervista al giornalista americano “Nate Thayer” appare inerme e perso
nell’estremo tentativo di autoassolversi:
«Tutto
quello che ho fatto, l’ho fatto per il mio Paese. Ero solo inesperto. Le sembro
una persona violenta?».
Il «Fratello numero uno» muore a 72 anni il 15
aprile 1998, ufficialmente colpito da infarto.
Per “Thayer”,
quel giorno con lui nel villaggio vicino al confine thailandese dove il
dittatore scontava i domiciliari, è stato suicidio:
un cocktail di tranquillanti e antimalarici
per non essere consegnato agli americani.
Idi
Amin Dada.
Del
dittatore ugandese Idi Amin Dada non si conosce con certezza la data di
nascita, 1924 o 1925.
Non è sicuro che «Dada» sia un clan o un
soprannome, né è noto il numero dei figli:
40 ufficiali da 7 matrimoni, in totale forse
una sessantina.
Tutto
si sa della fine:
in
esilio, stroncato da un’insufficienza renale il 16 agosto 2003 all’ospedale “Re
Faisal” di Gedda, nel Regno Saudita ultimo rifugio dorato dopo Libia e Iraq.
Abilità
e fanatica megalomania lo portano a diventare, da assistente cuoco
nell’esercito coloniale britannico, comandante delle forze armate dell’Uganda
indipendente e lo aiutano poi a barcamenarsi tra potenze occidentali e Unione
Sovietica trovando amici in Israele e Nord Africa come nell’Organizzazione per
la liberazione della Palestina, nel Regno Unito o in Germania Est.
Nella
vertigine d’onnipotenza si autoproclama «Signore di tutte le bestie della terra
e dei pesci dei mari, Conquistatore dell’Impero britannico in Africa, Re di
Scozia senza corona».
Non è
dato sapere il numero preciso delle vittime di persecuzioni etniche e uccisioni
sommarie negli otto anni della sua presidenza, dal colpo di Stato del 1971 al
disastroso tentativo di conquistare la Tanzania.
Le stime variano tra 100 e 300 mila.
La
prima grave crisi internazionale nel 1976 quando autorizza l’atterraggio del
volo Air France da Tel Aviv a Parigi dirottato da terroristi palestinesi e
tedeschi:
nel
blitz israeliano per liberare gli ostaggi, l’”Operazione Entebbe”, muore il
comandante delle forze speciali “Yonathan Netanyahu”, fratello maggiore
dell’attuale premier Benjamin.
L’attacco
alla Tanzania del ’78 precipita l’Uganda in una lunghissima fase di instabilità
e vendette, con nuovi padroni e nuovi orrori come i bambini-soldato dell’”Esercito
di liberazione del Signore” fondato da Joseph Kony nel 1987.
Amin è lontano, forse già dedito alla dieta
fruttariana ossessione degli ultimi anni.
È passato alla storia con il nome di «Machete,
Macellaio d’Africa, Hitler nero».
Nicolae
Ceausescu.
Ceausescu
diventa segretario generale del Partito comunista della Romania nel 1965;
dal ’74 è presidente della Repubblica
socialista.
Industrializzazione
intensiva e piani di rieducazione:
il
Paese è lanciato in un progresso forzato che riesce solo in parte a spezzare le
antiche radici contadine, mentre il regime cerca un’autonomia mal sopportata a
Mosca.
Controllo
sociale capillare attraverso la terribile polizia segreta, la “Securitate”.
Vietati
aborto e qualsiasi forma di contraccezione al motto «Il feto è proprietà dello
Stato», premi alle «madri eroine».
Culto ossessivo della personalità del capo:
Ceausescu
arriva ad auto-conferirsi uno scettro spiazzando anche Salvador Dalí che invia
un telegramma di congratulazioni (ironia surrealista fraintesa, sarà preso per
un omaggio vero).
A
Bucarest si fa costruire una colossale Casa del popolo, il palazzo più pesante
del mondo, oggi sede di Parlamento e Corte costituzionale.
Le proteste studentesche del dicembre 1989,
nel sentimento di svolta che si diffonde da un Paese all’altro del blocco
comunista, convincono infine il” Conducator” a lasciare la capitale con la
moglie Elena.
Fermati
nella rocambolesca fuga tra le campagne dove sono nati, del processo sommario
restano le immagini a colori riprese con una Panasonic M7 nella caserma di “Târgoviște”.
Sembrano
due anziani contadini spaventati, spogliati del potere e stretti in cappotti
troppo pregiati per quelle stanze misere come il Paese, che lui aveva ridotto
alla fame con il razionamento alimentare.
È il 25 dicembre 1989, meno di un’ora davanti
alla corte marziale, la fucilazione improvvisata che la videocamera non ha il
tempo di filmare passerà alla storia come la fine dell’unica rivoluzione
violenta contro i sistemi comunisti nell’Europa centro-orientale.
Hanno
73 e 71 anni, le mani legate.
Mentre
a Bucarest cospiratori e fazioni s’avventano sulle spoglie del regime lei grida
«Andate all’inferno», lui canta l’Internazionale.
Questo
il racconto ufficiale.
Anni
dopo, uno dei tre paracadutisti incaricati quel giorno di imbracciare i
kalashnikov ricorderà di aver incrociato lo sguardo di Ceausescu nell’attimo in
cui diventava chiaro che non ci sarebbe stato appello. Finiva lì, e Nicolae
pianse.
Milosevic.
“Slobodan
Milosevic” è il leader autoritario che in nome della Grande Serbia accende
l’odio etnico nei Balcani degli anni Novanta.
Nato sotto l’occupazione nazista durante la
Seconda guerra mondiale, comincia come funzionario comunista nella Jugoslavia
di Tito prossima all’implosione, e diventerà agitatore nazionalista.
Lungo
il cammino si presenta come uomo di pace firmando con il croato Franjo Tudman e
il bosniaco Alija Izetbegovic gli Accordi di Dayton che nel 1995 chiudono la
guerra di Bosnia ed Erzegovina:
eppure nel conflitto ha appoggiato attivamente
le forze serbo-bosniache del presidente “Radovan Karadzic” e del comandante
dell’esercito “Ratko Mladic” che hanno pianificato e condotto le operazioni di
pulizia etnica contro la popolazione musulmana.
Tre
anni dopo insieme all’ultranazionalista “Vojislav Seselj” cavalca l’escalation
che porta alla nuova guerra del Kosovo.
Anni
di discorsi infuocati e giganteschi patrimoni personali accumulati, anche
grazie alle sanzioni, da un gruppo di potere che tiene dentro politica, banche,
apparati di sicurezza e gerarchie militari.
Finisce
con l’arresto e l’estradizione all’Aja, dove il “Tribunale Onu per la ex
Jugoslavia” lo chiama a rispondere di genocidio, crimini di guerra e contro
l’umanità.
Croazia,
Bosnia, Kosovo:
tre
atti d’accusa, uno per ciascuna guerra.
La
sentenza non arriverà mai.
Quando
la mattina dell’11 marzo 2006 lo trovano immobile nel letto, Milosevic è morto
da ore.
Fatalità
o ultimo sfregio, la fine per infarto a un passo dal verdetto è una sconfitta
per l’intero sistema di giustizia penale internazionale.
Il processo più importante estinto tra ipotesi
di avvelenamento e suicidio mai confermate dalle indagini.
A 64 anni «Slobo» è solo nella sua cella del carcere
di “Scheveningen” con le ombre di milioni di profughi e centomila morti.
Saddam.
Inaugura
la scalata con il colpo di Stato con i nazionalisti arabi del partito Baath nel
1968, per arrivare alla conquista della presidenza nel 1979.
L’era di “Saddam Hussein” sull’Iraq è segnata
da torture e stragi, dalla persecuzione delle minoranze, dallo sterminio dei
curdi, dalla guerra all’Iran, l’invasione del Kuwait, la prima guerra del
Golfo, e l’odio per gli Stati Uniti.
Il 9
aprile Bagdad cade, s’apre il palazzo con i bagni in marmo e oro, cade
dall’alto piedistallo in piazza” Al Firdos” la statua del rais:
una tra le tante nel Paese disseminato di
immagini grandiose, diventerà il simbolo della dissoluzione del regime.
Il 13
dicembre le truppe americane scovano “Saddam” in una buca nel terreno di una
fattoria poco lontano dalla sua “Tikrit”. La barba lunga e impolverata, i
capelli arruffati, lo sguardo perso.
Di
quelle ore ricordiamo le immagini diffuse dai vincitori:
il
dittatore non oppone resistenza, apre docile la bocca e tira fuori la lingua
per i controlli sanitari, sfila con i polsi legati nelle foto ricordo dei
soldati.
Tre
anni dopo, dicembre 2006, il tribunale speciale formato da cinque giudici
iracheni respinge l’appello:
la
condanna per crimini contro l’umanità commessi nel “massacro degli sciiti di Duali”
nel 1982 è definitiva.
Gli Stati Uniti (che nel 2011 si ritireranno
dal Paese mai pacificato, avviato a nuovi conflitti e all’ascesa dei
fondamentalisti del sedicente Stato islamico) vorrebbero rinviare l’esecuzione
di un paio di settimane ma il nuovo Iraq ha fretta di chiudere.
La
data fissata è il 30 dicembre.
Saddam
Hussein ha 69 anni.
In
qualità di ex comandante in capo ha chiesto la fucilazione, negata.
Il video ufficiale si ferma quando gli
sistemano il cappio intorno al collo, qualcuno continua a filmare e il mondo
sentirà le grida e gli insulti, vedrà il patibolo di legno e il buio intorno.
Le sue
colpe tuttavia non bastano a lavare la coscienza dell’Occidente che nel marzo
2003 invade l’Iraq in cerca di inesistenti armi di distruzione di massa.
Gheddafi.
Artefice
del colpo di Stato che travolge la monarchia di “re Idris”, nel 1969, “Muammar
Gheddafi” proclama la Repubblica araba di Libia. Impone da subito un regime
autoritario che punta a costruire una forte identità nazionale in un Paese
diviso in tribù:
rientrano in questo disegno l’espulsione dei
20 mila italiani residenti e la persecuzione di tutti i gruppi non arabi, dai
berberi agli ebrei.
Il
Colonnello gioca la carta del nazionalismo e della rivoluzione
anti-imperialista, anti-occidentale e anti-israeliana.
Nel
1977 proclama la Grande Giamahiria-la Repubblica delle masse «socialista e
popolare», scrive un Libro Verde sul modello del Libretto Rosso di Mao Zedong.
Migliora
alfabetizzazione e sanità, promuove riforme sociali improntate alla sharia (la
legge islamica).
Intorno alla sua famiglia un sistema di potere
cleptocratico che si difende con restrizioni delle libertà civili, detenzioni
arbitrarie, sparizioni, uccisioni sommarie.
È accusato di finanziare il terrorismo
internazionale.
Le
indagini di britannici e americani sulla strage del volo Pan Am 103 con 259
persone a bordo, fatto esplodere con una bomba nei cieli sopra la cittadina
scozzese di Lockerbie nel 1988, accerteranno le responsabilità di due cittadini
libici, che Gheddafi rifiuta di estradare.
Le conseguenti sanzioni decise dall’Onu lo
costringeranno a dichiararsi responsabile come capo del governo (non ad
ammettere di aver dato l’ordine) e risarcire le famiglie delle vittime.
Nell’ottobre
2011, già incriminato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro
l’umanità, l’uomo che da 42 anni domina incontrastato sulla Libia, che ha in
giro per il mondo beni e conti correnti per 200 miliardi di dollari, che agli
incontri con i leader si presentava scortato da amazzoni e vestito alla
beduina, è in fuga nel deserto.
La
rivolta sul vento delle primavere arabe è sfociata in guerra civile portandosi
dietro l’intervento dei Paesi Nato trascinati dalla Francia e sotto l’egida
dell’Onu.
Da
mesi Gheddafi ha lasciato Tripoli per Sirte, sua città natale, dov’è rimasto
asserragliato man mano che le forze del Consiglio di transizione avanzavano.
Il convoglio è bloccato dai ribelli, il
Colonnello tenta di nascondersi in una tubatura di drenaggio.
Sarà brutalizzato con indicibile violenza e
finito con un colpo di pistola alla testa.
E
oggi?
Nella
Russia di Putin, nella Cina di Xi Jinping, nella Corea del Nord di Kim Jong-un
il dissenso è perseguito e punito anche con la morte.
Il
dittatore siriano “Bashar Assad” ha trovato rifugio a Mosca.
Sul premier israeliano Netanyahu pende il mandato
d’arresto della Corte dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità.
Nella grande democrazia americana il presidente Donald
Trump caccia chiunque non approvi le due decisioni e punisce chi ha idee
diverse.
Nella
stessa Europa ci sono leader che promuovono apertamente politiche illiberali.
Anziché
progredire sulla strada del diritto e della democrazia come avevamo giurato
dopo le ultime guerre, il mondo torna a farsi sedurre da modelli autoritari e
dittatoriali.
Sappiamo
com’è andata a finire tutte le altre volte.
Decreto
Sicurezza 2026:
scudo per le forze dell’ordine
e
nuove regole.
Laleggepertutti.it
– (25 Febbraio 2026) - Autore: Angelo Greco – ci dice:
Decreto
Sicurezza 2026: scudo per le forze dell’ordine e nuove regole.
L’articolo
analizza le novità del Dl Sicurezza n. 23/2026:
dalle
nuove norme sulla legittima difesa ai fondi per i Comuni e la
videosorveglianza.
Il
Governo ha impresso una svolta normativa con l’entrata in vigore del decreto 24
febbraio 2026, n. 23, noto come Dl Sicurezza.
Il provvedimento, firmato dal Presidente della
Repubblica e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, introduce una riforma profonda
che tocca diversi ambiti, dalla gestione dell’ordine pubblico durante le
manifestazioni alla tutela legale per gli operatori delle forze dell’ordine.
La
regola generale che emerge da questo intervento legislativo mira a bilanciare
la prontezza d’intervento delle autorità con la necessità di una tutela
economica e giuridica più solida per chi opera sul campo.
Non si
tratta solo di una risposta a singoli episodi di cronaca, ma della definizione
di un nuovo perimetro d’azione che riguarda la sicurezza urbana, la prevenzione
della violenza giovanile e il sostegno finanziario ai Comuni per il controllo
del territorio, pur con alcune limitazioni di spesa introdotte durante l’iter
di bollinatura.
Indice:
La
nuova procedura per la legittima difesa e l’annotazione preliminare.
Investimenti
per la sicurezza urbana e fondi per la videosorveglianza.
Stretta
sulle manifestazioni e fermo preventivo di dodici ore.
Regole
per la vendita di armi bianche e contrasto alla violenza giovanile.
Detassazione
delle trasferte e nuove modalità di rimborso spese.
La
nuova procedura per la legittima difesa e l’annotazione preliminare.
Una
delle novità più significative riguarda il cosiddetto scudo penale in materia
di legittima difesa.
La
norma stabilisce che, qualora appaia evidente che la reazione di un agente o di
un privato cittadino sia avvenuta in presenza di una causa di giustificazione,
non scatti l’iscrizione automatica nel registro degli indagati.
In
questi casi, l’autorità deve procedere con una annotazione preliminare in un
separato modello (decreto 24 febbraio 2026, n. 23). Questo meccanismo evita
l’immediato impatto burocratico e d’immagine legato al registro ordinario, a
meno che il pubblico ministero non ritenga necessari ulteriori accertamenti.
Per
fare un esempio pratico, se un poliziotto utilizza l’arma per fermare
un’aggressione violenta e la dinamica appare subito chiara come atto di difesa,
il suo nome non finirà subito nell’elenco degli indagati standard, ma verrà
inizialmente inserito in questo registro parallelo.
Se però emergono dubbi, come tracce di Dna
incongruenti o prove manipolate, il magistrato disporrà l’iscrizione nel
registro ordinario (art. 1-bis comma 1).
Investimenti
per la sicurezza urbana e fondi per la videosorveglianza.
Il
decreto interviene anche sul piano economico, destinando risorse specifiche
alla sicurezza delle città, sebbene con una riduzione rispetto alle bozze
iniziali.
Per l’anno 2026, il fondo per la prevenzione
nei Comuni viene incrementato fino a raggiungere la quota di 54 milioni di
euro.
Una
parte rilevante di queste risorse, circa 19 milioni, è vincolata al
potenziamento dei sistemi di videosorveglianza urbana.
Un cambiamento
fondamentale riguarda la possibilità per le amministrazioni locali di
utilizzare tali somme non solo per l’acquisto di tecnologie, ma anche per
coprire i costi del lavoro straordinario della polizia locale.
Questo significa che un sindaco potrà
impiegare i fondi statali per garantire una maggiore presenza di pattuglie
nelle ore notturne o durante eventi particolari, pagando direttamente le
indennità ai propri agenti grazie a queste nuove coperture finanziarie
(Relazione tecnica RGS).
Stretta
sulle manifestazioni e fermo preventivo di dodici ore.
Il
legislatore ha introdotto misure più rigorose per la gestione delle
manifestazioni pubbliche.
In
presenza di un pericolo attuale e concreto, le autorità possono disporre il
fermo delle persone ritenute a rischio per una durata massima di 12 ore.
Questa
decisione deve basarsi su elementi oggettivi, come il possesso di oggetti atti
a offendere o la presenza di precedenti specifici per violenze durante i cortei
negli ultimi cinque anni.
Il
pubblico ministero deve essere informato immediatamente della misura e può
ordinare il rilascio immediato se ritiene che manchino i presupposti legali.
Ad
esempio, un soggetto già denunciato per scontri in piazza che viene trovato in
prossimità di un nuovo corteo con strumenti contundenti può essere trattenuto
preventivamente per evitare che l’evento degeneri in disordini.
Regole
per la vendita di armi bianche e contrasto alla violenza giovanile.
Il
testo normativo affronta anche il fenomeno della violenza commessa da soggetti
giovani attraverso il potenziamento dell’ammonimento del questore.
Questa procedura viene estesa a episodi di
lesioni, rissa, violenza privata e minacce.
Se il
minore ignora il richiamo e reitera il comportamento, i genitori possono subire
una sanzione pecuniaria che varia da 200 a 1.000 euro.
Parallelamente,
viene vietata la vendita di coltelli o strumenti da punta e taglio ai minori di
18 anni, anche nelle transazioni tra privati.
Per
gli acquisti nei negozi fisici non è più obbligatoria la registrazione
nominativa della vendita, ma resta il dovere di verificare il documento
d’identità.
Per il
commercio online, invece, la verifica dell’età diventa un obbligo stretto
monitorato dall’Agcom, con sanzioni che possono arrivare a 3.000 euro.
Detassazione
delle trasferte e nuove modalità di rimborso spese.
Infine,
il decreto introduce agevolazioni fiscali specifiche per il personale del
comparto sicurezza.
Viene prevista la detassazione delle indennità
di trasferta e una deroga importante alle norme sui pagamenti elettronici.
Gli
appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine non sono obbligati a
utilizzare metodi tracciabili per il rimborso delle spese di vitto e alloggio,
potendo continuare a utilizzare il contante.
Questa
norma ha valore retroattivo, sanando così le situazioni pregresse rispetto alla
legge di bilancio 2025.
Un
militare in missione potrà quindi presentare ricevute pagate in contanti senza
perdere il diritto al rimborso, facilitando la gestione delle spese in contesti
operativi dove l’uso della carta di credito potrebbe non essere agevole.
Diritto
all’autodifesa o
guerre
di aggressione?
Riformismoesolidarieta.it
- Salvatore Biondo – (28 Gennaio 2024) – ci dice:
Articolo
51 della Carta delle Nazioni Unite definisce il diritto di autodifesa degli
Stati a fronte di un’aggressione armata sul proprio territorio.
Tuttavia si tratta di un diritto su cui si è
molto discusso e si discute ancora.
Infatti l’art. 51 lascia aperti molti margini
di interpretazione sia sulle condizioni che possano determinare l’insorgere di
questo diritto che sulle modalità e i limiti a cui deve essere sottoposto
l’esercizio.
Negli
anni ci sono stati diversi tentativi di meglio definirlo ma, ad oggi nonostante
diverse risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e molteplici
sentenze del Tribunale Internazionale dell’Aia, le questioni rimangono aperte.
Eppure, nonostante tutto, l’art. 51 definisce
alcuni principi fondamentali a cui gli Stati devono attenersi nell’esercizio di
questo diritto.
Il
primo di questi principi è testualmente inequivocabile:
la
condizione essenziale, che non può essere scavalcata, per reagire in legittima
difesa è che si sia stati oggetto di un attacco armato.
Ma qui
si apre il primo problema:
quando
è stato formulato l’art.51 non esistevano ancora (o erano residuali) le “guerre
ibride” e gli unici attori delle guerre erano gli Stati nazionali.
La
questione riguarda attacchi armati provenienti da organizzazioni terroristiche
o milizie non statali anche se espressione di movimenti di resistenza o
liberazione.
L’interpretazione che più è stata affermata dalle sentenze internazionali è
che, comunque, bisogna dimostrare il legame diretto e continuo con lo Stato
contro cui si esercita il diritto all’autodifesa.
Anche
per questo l’art.51 pone in capo al Consiglio di Sicurezza poteri di controllo
sulla reazione degli Stati aggrediti.
Ma qui
si apre la questione del ruolo dello stesso Consiglio di Sicurezza e dei poteri
di veto attribuiti a cinque Paesi (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia)
frutto degli equilibri di potenza definiti all’indomani della 2° guerra
mondiale ed oggi, come è evidente a tutti, non più rispondenti all’attuale
situazione globale.
Altri
fondamentali limiti posti dall’art.51 sono quelli relativi alla “necessità”,
alla “proporzionalità” e alla “immediatezza” nella reazione.
Il
principio di “necessità” postula che la reazione armata sia l’unica via percorribile
per l’esercizio del diritto di autodifesa… se ne può discutere a lungo.
La
“proporzionalità” ha un significato molto chiaro:
non
puoi reagire distruggendo un Paese perché hai subito un attacco terroristico da
forze riconducibili a quel Paese, non puoi distruggere un’intera popolazione
come reazione ad un inaccettabile ed orrendo massacro di tuoi cittadini, non
puoi occupare il territorio di uno Stato sovrano in nome di una presunta difesa
dei tuoi confini o di etnie affini alla tua.
Quello
di “immediatezza” è particolarmente interessante perché esso non riguarda
soltanto il tempo che intercorre tra l’aggressione e la reazione, ma è un
principio coerente con il sistema centralizzato nella composizione dei
conflitti sancito dalle Nazioni Unite.
La reazione è quindi giustificata solo
temporaneamente e deve cessare al momento in cui inizia ad operare la
protezione degli Stati membri.
La
responsabilità primaria per il mantenimento della pace è del Consiglio di
Sicurezza, quindi gli Stati membri che agiscano per legittima difesa, hanno
l’obbligo di sospendere tutte le azioni belliche nel momento in cui il
Consiglio di Sicurezza prende le proprie decisioni.
Se questo è il “diritto” vediamo cosa sta
effettivamente accadendo nella nostra drammatica realtà contemporanea.
Il
dramma del conflitto israelo-palestinese dimostra oltre ogni ragionevole
dubbio, che il governo di Israele, agitando il diritto all’autodifesa, sta
conducendo una guerra che va ben oltre la giusta punizione degli autori del
massacro perpetrato il 7 ottobre e che mira a cancellare non soltanto qualsiasi
ipotesi di esistenza di uno Stato palestinese ma anche l’esistenza stessa del
popolo palestinese.
Il governo Netanyahu continua a non tenere in
nessuna considerazione le risoluzioni delle Nazioni Unite, nessuna considerazione umanitaria e
non accetta neanche gli ammonimenti degli stessi sostenitori dello Stato di
Israele (a partire dagli USA) né delle proteste crescenti di una parte dei suoi
stessi cittadini.
Questa
guerra non è di autodifesa ma di aggressione!
Anche
la Federazione Russa sta conducendo una guerra di aggressione contro l’Ucraina,
ha occupato vaste aree del territorio ucraino, ne bombarda le città e le
infrastrutture non solo militari ma soprattutto civili.
Con
quali motivazioni?
Il presidente Putin ritiene che questo sia il
solo modo per proteggere i confini della Federazione Russa:
siamo
di fronte ad una sorta di esercizio preventivo del diritto all’autodifesa.
Questa
guerra ha invece lo scopo di cambiare gli equilibri mondiali e realizzare un
primo passo verso la restaurazione di quello che un tempo era l’impero zarista
prima e sovietico poi.
L’Iran,
uno Stato religioso di fede musulmana sciita, da tempo è dichiaratamente il
sostenitore di molteplici organizzazioni terroristiche anti occidentali e
conduce parallelamente una lotta senza quartiere al mondo arabo sunnita.
Recentemente la Jihad islamica, organizzazione
terroristica sunnita che pochi anni fa ha tentato di farsi Stato occupando
territori della Siria e dell’Iraq, tentativo poi fallito soprattutto grazie
alle forze di resistenza curde, ha effettuato un tremendo attentato
terroristico durante una cerimonia funebre in Iran.
Anche
in questo caso si è trattato di un massacro di cittadini inermi.
Il
governo iraniano in base ad un presunto diritto all’autodifesa, ha reagito
attaccando con salve di missili il territorio di tre Stati sovrani, Siria, Iraq
e Pakistan che, pur tra mille contraddizioni sono sempre stati schierati contro
i jihadisti dello Stato islamico.
È facile constatare che si tratta di tre Stati a
maggioranza sunnita a cui l’Iran, approfittando di questo drammatico attentato,
ha voluto lanciare un pesante ammonimento. Questo in particolare nei confronti
del Pakistan, unico Paese musulmano, insieme all’Iran che dispone di armamenti
nucleari.
Anche
in estremo oriente è forte il rischio di conflitti armati.
La Repubblica Popolare Cinese ha aumentato la
pressione militare contro Taiwan dopo i risultati delle recenti elezioni che
hanno visto l’affermazione del partito più favorevole all’autonomia taiwanese.
Fino
ad ora non ci sono state azioni belliche ma la tensione militare è alta e,
anche in questo caso, il presunto diritto all’autodifesa viene esercitato in
maniera preventiva per affermare un diritto all’integrità territoriale della
Cina che nessuno Stato al mondo intende mettere in discussione.
La
guerra mondiale a pezzi, come denunciato da Papa Francesco, è in corso e questo
parziale elenco di situazioni di crisi ne è la dimostrazione. Purtroppo è anche la dimostrazione
dell’impotenza, della inefficacia delle istituzioni internazionali, a partire
dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come strumenti per la regolazione dei
conflitti. Il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite, l’articolo
51 della stessa, vengono piegati e strumentalizzati per giustificare guerre di
aggressione in cui sono i civili, i cittadini inermi ed incolpevoli a pagare il
prezzo più alto.
Attacco
preventivo: la "sottile
linea
rossa" tra difesa e aggressione.
Studiocataldi.it
- Alessio Piccirilli – (09 gen. 2026) – ci dice:
Quando
vincere troppo in fretta diventa una prova di colpevolezza. Esiste una
"sottile linea rossa" che separa la legittima difesa dall'aggressione
internazionale.
Cercheremo
di ricostruire il concetto di "attacco preventivo" nel Diritto
Internazionale (Jus ad Bellum), esaminando la sua compatibilità con l'Articolo
51 della Carta delle Nazioni Unite e con il principio di legittima difesa.
L'analisi
distingue rigorosamente tra la legittima difesa anticipata (pre-emptive
self-defense), vincolata al criterio dell'imminenza (cfr. Caso Caroline), e la
guerra preventiva (preventive war), volta a neutralizzare una minaccia futura
ma non immediata, e generalmente considerata illegittima.
Attraverso l'esame della giurisprudenza della
Corte internazionale di Giustizia (CIG) e della prassi internazionale, si
dimostra come l'evocazione di tale dottrina in contesti geopolitici complessi
metta in crisi la stabilità del sistema internazionale e la legalità
dell'azione statale.
1.
Introduzione: la quaestio iuris nell'uso della forza.
L'ordinamento
internazionale si fonda sul divieto generale di ricorrere alla minaccia o
all'uso della forza, sancito dal paragrafo 4 dell'Articolo 2 della Carta delle
Nazioni Unite.
L'unica eccezione esplicita a questo divieto è
la legittima difesa individuale o collettiva prevista invece dall'Articolo 51
della Carta stessa.
Il dibattito sull'attacco preventivo, o guerra
preventiva, si colloca esattamente in questa zona grigia, interrogando la
comunità giuridica sulla possibilità di un uso della forza prima che l'attacco
nemico sia stato sferrato.
Occorre
quindi ripercorrere i passi più significativi del diritto internazionale e le
prassi consolidate anche attraverso le decisioni della Corte Internazionale di
Giustizia e le risoluzioni dell'ONU.
2. La
legittima difesa e il criterio dell'imminenza:
Pre-emptive
Self-Defense.
La
dottrina del Diritto Internazionale consuetudinario ha stabilito che
l'esercizio della legittima difesa anticipata, pur non essendo espressamente
codificato nell'Articolo 51, è tollerato solo a condizioni estremamente
rigorose.
Infatti
il Diritto consuetudinario tollera l'anticipazione della difesa solo in casi
eccezionali, quando l'attacco è imminente e inevitabile, per non trasformare un
diritto difensivo in una giustificazione per l'aggressione.
2.1.
Il Precedente fondamentale: la regola dell'imminenza, il Caso Caroline.
Il
precedente cardine risale al 1837 e riguarda il caso del vascello Caroline.
Il
Segretario di Stato USA, Daniel Webster, definì in tale contesto i requisiti
della legittima difesa anticipata ed adottò la formula secondo la quale la
necessità deve essere "immediata, travolgente e tale da non lasciare scelta
dei mezzi e nessun momento per la deliberazione".
Il
Caso del Vascello Caroline non fu solo un incidente diplomatico, ma la vera e propria origine della
formula che definisce i limiti dell'uso della forza in risposta a una minaccia
imminente, al di fuori del contesto di un attacco già sferrato.
Il
Caso Caroline avvenne durante le rivolte in Canada (allora colonia britannica).
I ribelli canadesi utilizzavano il piroscafo
statunitense chiamato Caroline per trasportare uomini e rifornimenti dal
territorio statunitense attraverso il fiume Niagara.
Le forze britanniche, nel tentativo di fermare
questi rifornimenti, attraversarono il confine e attaccarono il Caroline mentre
era ancorato nel porto di New York (Stati Uniti).
Nell'attacco,
il vascello fu dato alle fiamme e lasciato affondare. Alcuni cittadini
americani morirono nell'incursione.
Gli
Stati Uniti protestarono vigorosamente, considerandolo un atto di aggressione
sul loro territorio.
La
Gran Bretagna si giustificò invocando la necessità di autodifesa per prevenire
attacchi futuri da parte dei ribelli sostenuti dal Caroline.
Il dibattito diplomatico continuò anni dopo
l'incidente, nel 1842, durante i negoziati che portarono al Trattato
Webster-Ashburton.
In
particolare rileva lo scambio di note tra il Segretario di Stato USA, Daniel
Webster, e l'ambasciatore britannico Lord Ashburton.
Webster
sostenne in quell'occasione che l'azione britannica poteva essere giustificata
solo se i Britannici avessero dimostrato una necessità di autodifesa che fosse:
"immediata,
travolgente e tale da non lasciare scelta dei mezzi e nessun momento per la
deliberazione" ("instant, overwhelming, leaving no choice of means, and
no moment for deliberation").
In
sostanza, Webster stabilì un parametro molto elevato, chiarendo che l'azione
britannica, essendo stata un'incursione sul territorio USA, poteva essere
accettata come autodifesa solo in circostanze di necessità assolutamente
estrema e ineludibile.
La Gran Bretagna accettò di fatto questa
formulazione come standard per le azioni future, rendendola un principio di Diritto
Internazionale consuetudinario.
Sulla
base di tale principio la minaccia non deve quindi essere vaga o futura, ma
imminente e inevitabile.
L'attacco deve essere percepito come in
procinto di accadere, lasciando intendere che ogni ritardo renderebbe la difesa
impossibile o inefficace. In altre parole la susseguente azione militare preventiva
deve essere l'unica opzione praticabile per evitare l'attacco.
Questo
introduce il concetto di sussidiarietà o ultimum refugium: se esistono mezzi pacifici o
difensivi alternativi e meno invasivi per prevenire il pericolo, questi devono
essere preferiti.
Questo
rafforza l'idea di imminenza.
La
situazione non consente di attendere, né di consultare terzi o organi
internazionali (come avverrebbe oggi con il Consiglio di Sicurezza dell'ONU).
La
formula di Webster è diventata, nel diritto internazionale consuetudinario, il
test standard di valutazione della necessità e proporzionalità per la legittima
difesa, ed ha influenzato l'interpretazione dell'articolo 51 della Carta delle
Nazioni Unite.
Difatti
l'art. 51 stabilisce che nulla nella Carta pregiudica il "[…] diritto
naturale di autotutela individuale o collettiva nel caso in cui abbia luogo un
attacco armato […]".
La comunità internazionale (e in particolare
la dottrina statunitense e britannica) ha a lungo sostenuto che i requisiti di
Webster sono i limiti intrinseci della legittima difesa, anche in base all'Art.
51.
La
minaccia deve essere così imminente da equiparare, ai fini della reazione, un
attacco armato già in corso.
Sebbene
la formula sia universalmente riconosciuta, il dibattito si è riacceso nell'era
moderna (soprattutto dopo l'11 settembre) sulla possibilità di una difesa c.d.
pre-emptive (preventiva propriamente detta) più ampia, non strettamente legata
all'imminenza "travolgente" di Webster: un'interpretazione che resta
però controversa e non universalmente accettata.
Il Caso Caroline, dunque, rimane la pietra angolare
per la comprensione dei limiti entro i quali uno Stato può agire
unilateralmente per autodifesa senza violare il divieto di uso della forza.
3. La
prassi internazionale convenzionale e la crisi del jus ad bellum.
La
prassi internazionale del XX e XXI secolo ha messo in crisi l'aderenza rigorosa
al criterio di imminenza (stabilito dal Caso Caroline), creando una zona grigia
altamente controversa che separa la legittima difesa anticipata dalla guerra
preventiva illegittima.
Analizziamo
perciò i casi più rilevanti.
3.1.
Prassi estensiva e la prova dell'imminenza (Guerra dei Sei Giorni).
Il
caso della “Guerra dei Sei Giorni” del 1967 è spesso citato come esempio di
pre-emptive self-defense riuscita.
L'attacco
aereo preventivo israeliano fu lanciato contro le forze arabe in mobilitazione
ed in seguito al blocco degli stretti di Tiran.
Israele
sostenne che l'aggressione fosse in corso e che la mobilitazione nemica creasse
un rischio esistenziale, sebbene la legalità di tale azione rimanga divisiva
nel consesso internazionale.
Il
casus belli è identificato dagli israeliani dal blocco degli “Stretti di Tiran”
alla navigazione israeliana, ordinati dal Presidente egiziano Gamal Abdel
Nasser.
Gli
Stretti erano l'unica via marittima di accesso al Mar Rosso per Israele e il
blocco fu interpretato come uno strangolamento economico e un'azione di guerra.
Inoltre
l'Egitto, la Siria e la Giordania avevano mobilitato decine di migliaia di
truppe, carri armati e aerei lungo i confini israeliani, in una coalizione
percepita come ostile.
La
mobilitazione e le dichiarazioni bellicose dei leader arabi crearono in Israele
la convinzione che un attacco coordinato fosse non solo possibile, ma imminente
e inevitabile.
La
giustificazione israeliana si concentrò pertanto sul concetto di
"imminenza funzionale" piuttosto che su quella strettamente temporale
richiesta dalla formula di Webster.
Infatti,
a parere degli israeliani, la minaccia era "imminente e travolgente"
perché le forze arabe erano ormai posizionate per sferrare un attacco che, se
non anticipato, avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per la sopravvivenza
dello Stato.
L'attesa di un attacco armato effettivo (come
richiesto dall'Art. 51 della Carta ONU), per l'effetto, sarebbe stata un
suicidio nazionale.
Il
caso del 1967 è quindi spesso citato per supportare una prassi o
interpretazione estensiva del diritto di legittima difesa, ma la sua legalità
rimane controversa nel consesso internazionale per le seguenti ragioni:
1)
Violazione dell'Articolo 51 della Carta ONU:
la maggior parte degli Stati membri e la
dottrina tradizionale sostiene che l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni
Unite consente la legittima difesa solo "nel caso in cui abbia luogo un
attacco armato".
Al momento dell'attacco israeliano, non era ancora
stato sferrato un attacco armato nel senso stretto.
Il
blocco e la mobilitazione, sebbene atti di aggressione o minacce di
aggressione, non sono unanimemente considerati un "attacco armato"
che attivi il diritto all'autodifesa ai sensi dell'Art. 51.
2)
Imminenza:
sebbene
la minaccia fosse "esistenziale", il quesito rimane se essa fosse
"instant e over whelming" nel senso di Webster, ovvero che non lascia
"nessun momento per la deliberazione".
I critici sostengono che Israele avrebbe
potuto attendere ulteriori passi diplomatici o attendere che gli Stati Uniti o
l'ONU intervenissero per sbloccare Tiran.
3)
Proporzionalità:
l'attacco di Israele fu massiccio e
distruttivo, distruggendo l'aviazione egiziana a terra.
Sebbene efficace, la sua proporzionalità alla minaccia
attuale (non ancora tradotta in attacco) è stata messa in discussione.
Nonostante
la controversia, la vittoria militare rapida e la successiva acquisizione
territoriale da parte di Israele hanno reso questo caso un punto di riferimento
per coloro che sostengono la necessità di una difesa anticipata quando la
minaccia alla sopravvivenza è chiara e il "first strike" (primo
colpo) è decisivo.
La
Guerra dei Sei Giorni non ha quindi legittimato in modo definitivo la
"difesa preventiva" secondo l'interpretazione estensiva.
Piuttosto,
essa ha messo in luce una tensione irrisolta tra l'interpretazione restrittiva
dell'Art. 51 ONU (la difesa è possibile solo dopo l'attacco) e la necessità di
uno Stato di proteggersi da una minaccia esistenziale in un contesto di
armamenti rapidi e distruttivi (la dottrina preventiva).
Il
Consiglio di Sicurezza dell'ONU adottò diverse Risoluzioni, tra le quali la 242
(22 novembre 1967) che con decisione all'unanimità chiedeva il ritiro delle
forze israeliane dai territori occupati (con una celebre ambiguità linguistica
tra il testo inglese "from territories" e quello francese "des
territoires": la versione inglese suggerisce un ritiro parziale, quella
francese un ritiro totale) e il riconoscimento della sovranità e dei confini
sicuri di ogni Stato della regione.
Le ulteriori risoluzioni (233, 234, 235)
imposero la fine immediata delle ostilità, ma vennero inizialmente ignorate
fino al raggiungimento degli obiettivi militari, e si occuparono degli aiuti
umanitari per le centinaia di migliaia di profughi.
All'epoca
del conflitto (1967), la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) non emise
sentenze dirette sulla legittimità della guerra.
Tuttavia,
in seguito, nel 2004, con un Parere Consultivo la Corte si è pronunciata sulla
costruzione del muro nel territorio palestinese occupato, dichiarandolo
contrario al diritto internazionale proprio perché costruito su terre occupate
durante il 1967.
Inoltre, con Parere Consultivo del luglio 2024 la CIG
ha emesso un parere storico definendo l'occupazione israeliana iniziata nel
1967 come illegale sotto il profilo del diritto internazionale, chiedendo il
ritiro immediato e il risarcimento per i danni causati.
3.2.
L'Attacco preventivo a minaccia remota (Operazione Osirak).
L'attacco
israeliano del 1981 noto come “Operazione Opera” (o Operazione Babilonia)
contro il reattore nucleare iracheno di “Osirak” (vicino a Baghdad), è un caso
fondamentale che segna un'ulteriore, e molto più radicale, estensione del
concetto di autodifesa rispetto alla Guerra dei Sei Giorni.
Questo
evento è cruciale per definire il limite tra la legittima difesa anticipata
(pur controversa, ma legata all'imminenza) e la guerra preventiva, ovvero un'azione contro una
minaccia futura e potenziale e dunque non imminente.
Israele
giustificò l'”Operazione Opera” adducendo che il “reattore nucleare di Osirak”,
fornito dalla Francia e dall'Italia, fosse destinato alla produzione di armi
nucleari da parte del regime di Saddam Hussein.
L'acquisizione di armi nucleari da parte
dell'Iraq, uno Stato considerato nemico giacché non riconosceva Israele, era
perciò considerata da Israele una minaccia esistenziale a lungo termine e
quindi, di aver agito per difendersi dalla minaccia ultima che la capacità
nucleare irachena rappresentava per la sua sopravvivenza.
Il
problema è in questo caso è l'evidente allontanamento dalla Regola Caroline in
quanto l'azione del 1981 non si poteva in alcun modo giustificare con il “Test
di Webster”, che richiede invece una minaccia "immediata, travolgente e
tale da non lasciare scelta dei mezzi".
Al momento dell'attacco, l'Iraq non aveva ancora
acquisito o assemblato l'arma nucleare ed il reattore era ancora in costruzione
o in una fase preliminare di operatività.
Non
c'era in sostanza un'evidenza di un attacco armato imminente, ma piuttosto il
timore di una futura capacità offensiva.
L'attacco, in definitiva, avvenne in assenza
di qualsiasi attacco armato in corso o di imminenza così stretta da non
consentire il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
A
differenza della “Guerra dei Sei Giorni”, dove la condanna fu più sfumata e
concentrata sulle acquisizioni territoriali, l'”attacco di Osirak” fu quasi
universalmente condannato dalla comunità internazionale.
Infine,
il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la sua Risoluzione 487 del
1981, condannò unanimemente l'attacco come una chiara violazione del Diritto
Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e dell'Art. 51 in particolare.
La Comunità internazionale vedeva l'azione
come l'istituzione di un precedente estremamente pericoloso, in quanto
permettere a uno Stato di distruggere le infrastrutture di un altro Stato in
base a una speculazione sul suo futuro potenziale militare, avrebbe minato
completamente il divieto di uso della forza di cui al paragrafo 4 dell'Articolo
2 della Carta ONU.
L'”Operazione
Opera” rappresenta oggettivamente il caso di studio perfetto per distinguere
tra i due concetti, sebbene i termini siano spesso usati in modo
interscambiabile:
Difesa
Anticipata (attualità) e Guerra Preventiva (anticipata).
L'attacco a Osirak, dunque, rientra
chiaramente nell'ambito della guerra preventiva illegittima in quanto mirava a
una capacità futura, ignorando i requisiti di imminenza e proporzionalità, e
stabilendo un precedente che il mondo non era disposto ad accettare.
3.3.
La dottrina della guerra preventiva (Preventive War) e l'Iraq.
La
forma più controversa di attacco preventivo è stata istituzionalizzata dalla
Dottrina di Sicurezza Nazionale USA formalizzata nel 2002 con la delibera della
National Security Strategy (NSS), in risposta agli attacchi dell'11 settembre
2001: la c.d. "Dottrina Bush".
Questa
dottrina ha esplicitamente abbracciato il concetto di guerra preventiva contro
minacce potenziali o remote, specialmente da parte di Stati considerati non
disposti a combattere il terrorismo.
L'invasione
dell'Iraq nel 2003, sebbene presentata anche sotto altre giustificazioni, è
considerata l'esempio più eclatante di preventive war. Questa prassi è stata
largamente respinta dalla comunità internazionale come violazione dello “Jus ad
Bellum”, in quanto bypassa il requisito di imminenza e l'autorità del Consiglio
di Sicurezza.
La
Dottrina Bush ha sostenuto che, nell'era moderna, le minacce poste dai c.d.
"Stati Canaglia" (rogue states) e terroristi (che non sono vincolati
dal deterrente o dalla logica statale) possono manifestarsi in modi che rendono
l'attesa di un attacco imminente troppo pericolosa.
La Dottrina ha quindi affermato il diritto
degli Stati Uniti di agire: "...anticipando o prevenendo tali atti ostili dei nostri
avversari. Per accogliere la minaccia dei terroristi e degli Stati canaglia,
gli Stati Uniti non possono più fare affidamento, come nel passato, su una
postura reattiva. La difesa preventiva è necessaria."
La
Dottrina Bush ha deliberatamente bypassato il requisito di imminenza del Test
di Webster.
Ha
sostenuto che, data la natura delle minacce (armi di distruzione di massa nelle
mani di terroristi o stati ostili), la minaccia non doveva essere
"immediata, travolgente" ma poteva essere potenziale o remota. L'idea era che, se si aspettasse la
"prova definitiva" che il missile nucleare è sulla rampa di lancio
(l'imminenza di Webster), sarebbe troppo tardi per agire.
L'invasione
dell'Iraq, sebbene allora giustificata anche con presunte violazioni delle
Risoluzioni ONU preesistenti (il presunto possesso di armi di distruzione di
massa mai trovate anche in seguito all'invasione dell'Iraq), è considerata
l'esempio più eclatante di guerra preventiva ai sensi della Dottrina Bush.
La
giustificazione principale degli Stati Uniti e dei loro alleati era la
necessità di prevenire l'uso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam
Hussein, il quale, secondo l'accusa, era inoltre non disposto a contenere il
terrorismo (Al-Qaeda).
L'attacco
è stato lanciato in assenza di prove di un attacco iracheno imminente contro
gli Stati Uniti o i loro alleati.
Era
un'azione mirata a rimuovere un potenziale ed eventuale (futuro) pericolo,
esattamente come l'attacco al reattore di Osirak del 1981, ma su scala molto
più ampia.
La
prassi della guerra preventiva basata sulla Dottrina Bush è stata perciò
largamente respinta dalla comunità internazionale e dalla maggior parte degli
studiosi di Diritto Internazionale come violazione del Jus ad Bellum (il
diritto di ricorrere alla guerra) rispetto a tre parametri principali:
a)
Violazione dell'articolo 2, paragrafo 4 della Carta ONU: la Dottrina Bush viola il divieto
fondamentale dell'uso della forza.
b) La
Dottrina Bush bypassa l'articolo 51 della Carta ONU, che restringe l'autodifesa
al caso in cui un attacco armato "abbia luogo".
Estendere
la legittima difesa a minacce future è visto come un pericoloso allentamento
delle norme internazionali.
c)
Sottrazione all'Autorità del Consiglio di Sicurezza:
la
Dottrina Bush ha esplicitamente ammesso il ricorso all'azione militare senza
l'autorizzazione preventiva del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il
Diritto Internazionale affida invece al Consiglio di Sicurezza il monopolio
sull'uso della forza (azioni coercitive ex Cap. VII della Carta ONU).
L'azione preventiva unilaterale minaccia di
indebolire il sistema di sicurezza collettiva previsto dalla Carta.
Mentre
la Guerra dei Sei Giorni (1967) ha aperto il dibattito sull'anticipatory
self-defense (minaccia imminente), la Dottrina Bush e l'invasione dell'Iraq
hanno spinto il confine alla preventive war (minaccia potenziale/remota),
stabilendo una prassi che la maggior parte degli Stati ritiene illegittima
perché troppo discrezionale e pericolosa per la pace internazionale.
L'ONU
visse in questo frangente una delle sue crisi più profonde. La tensione si
concentrò sull'interpretazione della Risoluzione 1441, che offriva all'Iraq
un'ultima possibilità per disarmare.
Il
Segretario Generale Kofi Annan, inizialmente cauto per mantenere aperti i
canali diplomatici, nel 2004 dichiarò esplicitamente alla BBC che l'invasione
dell'Iraq "non era conforme alla Carta delle Nazioni Unite" e che,
dal punto di vista della Carta, era da considerarsi "illegale".
Il
Consiglio di Sicurezza fu aggirato.
Gli
USA cercarono di ottenere una "seconda risoluzione" che autorizzasse
esplicitamente l'uso della forza.
Davanti al rifiuto di Francia, Russia e Cina,
gli USA procedettero con la "Coalition of the Willing", sostenendo
che le precedenti risoluzioni degli anni '90 fossero sufficienti.
L'ONU
ha sempre ribadito che la legittima difesa (Art. 51) è ammessa solo in risposta
a un attacco armato già avvenuto o, secondo una visione estensiva, a un
pericolo imminente (dottrina Caroline).
La
"guerra preventiva" di Bush contro minacce potenziali o future è
stata giudicata priva di base legale nel diritto internazionale.
4. La
Giurisprudenza della CIG: interpretazione restrittiva dell'Articolo 51.
La
Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha sempre adottato un'interpretazione
rigorosamente restrittiva dell'Articolo 51, limitando di fatto qualsiasi
estensione della legittima difesa che non rispetti il criterio di imminenza.
Analizziamo
quindi alcune decisioni significativamente della CIG.
4.1
Caso Nicaragua contro Stati Uniti (1986).
La CIG
ha rafforzato l'interpretazione restrittiva della legittima difesa, legando
strettamente l'azione al concetto di "aggressione armata".
La Corte ha implicitamente rigettato qualsiasi
giustificazione che permetta l'uso della forza contro minacce remote o non
attribuibili a uno Stato.
Analizziamo
innanzitutto i fatti.
Nel
1979, in Nicaragua, la rivoluzione guidata dal Fronte Sandinista di Liberazione
Nazionale (FSLN) rovesciò la dittatura di Anastasio Somoza Debayle,
storicamente appoggiata dagli Stati Uniti. I
l
nuovo governo sandinista, di orientamento marxista-leninista, strinse legami
con Cuba e l'Unione Sovietica, allarmando l'amministrazione Reagan, che vedeva
nel Nicaragua una "testa di ponte" comunista in America Centrale.
Gli
Stati Uniti iniziarono a finanziare e addestrare i “Contras”, gruppi
paramilitari di opposizione (composti in parte da ex membri della Guardia
Nazionale di Somoza) che operavano dalle basi in Honduras e Costa Rica per
destabilizzare il governo sandinista.
La CIA
forniva armi, logistica, fondi e addestramento con l'obiettivo di rovesciare il
governo di Managua o, quantomeno, costringerlo a interrompere il presunto
supporto ai ribelli marxisti in El Salvador: questa era la giustificazione
ufficiale degli USA.
Oltre
al supporto ai Contras, gli Stati Uniti compirono azioni dirette (le cosiddette
"operazioni covert") senza dichiarazione di guerra, come ad esempio
il minamento dei porti tra il 1983 e il 1984, posizionando delle mine subacquee
nei porti nicaraguensi di Corinto, El Bluff e Puerto Sandino, danneggiando navi
mercantili di diverse nazionalità.
Inoltre,
furono attaccati depositi di petrolio e installazioni navali nicaraguensi da
parte di personale sotto il controllo diretto degli Stati Uniti (non solo dai Contras).
Inoltre
la CIA distribuì ai Contras un manuale intitolato "Operazioni psicologiche
nella guerra di guerriglia", che incoraggiava l'uso della violenza contro
i civili e l'"annullamento" (omicidio) di funzionari governativi.
Gli
USA non negarono del tutto i fatti, ma li giustificarono sotto il profilo del
diritto internazionale come legittima difesa collettiva.
Sostennero che il Nicaragua stesse inviando armi ai
ribelli in El Salvador e attaccando Honduras e Costa Rica;
pertanto,
l'intervento americano era necessario per difendere i propri alleati nella
regione.
Il 9
aprile 1984, il Nicaragua depositò il ricorso alla CIG.
Gli
Stati Uniti, capendo che la Corte avrebbe potuto condannarli, cercarono di
ritirare la loro accettazione della giurisdizione obbligatoria della Corte,
dichiarando che non avrebbero partecipato al processo. Tuttavia, la Corte
decise di procedere comunque (in contumacia degli USA per la fase di merito),
arrivando alla storica sentenza del 1986.
La CIG contestò agli USA:
a)
Violazione del divieto dell'uso della forza (per gli attacchi diretti e il
supporto ai Contras);
b)
Violazione della sovranità territoriale (incursioni aeree e navali);
c)
Intervento negli affari interni di un altro Stato;
d)
Interruzione del commercio marittimo pacifico.
La
Corte, infine, emise una condanna durissima, smontando sistematicamente la tesi
della "legittima difesa collettiva".
La Corte stabilì una gerarchia fondamentale
per il diritto internazionale moderno:
a)
Attacco armato (il più grave): inviare truppe regolari o bande armate che
agiscono con forza significativa. Solo questo caso permette la legittima
difesa.
b) Uso
della forza "minore": fornire armi, addestramento o supporto
logistico. Questo viola l'Art. 2 paragrafo 4 della Carta ONU, ma non permette
una risposta armata (si possono usare solo contromisure pacifiche).
c)
Intervento negli affari Interni: Il semplice finanziamento dei Contras è stato
classificato come un'ingerenza illecita nella sovranità di un altro Stato.
La
Corte dichiarò infine che gli Stati Uniti avevano violato il diritto
internazionale consuetudinario nel caso dell'attacco ai porti e alle
installazioni petrolifere (violazione del divieto dell'uso della forza), nel
caso del minamento delle acque territoriali (violazione della sovranità e
intralcio al commercio marittimo) e infine per la redazione del manuale di
guerriglia (incitamento
ad atti contrari ai principi del diritto umanitario).
La
sentenza della CIG presentava tre punti chiave:
a)
Cessazione immediata: gli Stati Uniti dovevano interrompere ogni attività
illecita contro il Nicaragua.
b) Riparazione dei danni: la Corte
stabilì che gli USA avevano l'obbligo di risarcire il Nicaragua per i danni
subiti (una
somma che il Nicaragua stimò in circa 12 miliardi di dollari).
c)
Obbligo di negoziato: Entrambe le parti furono invitate a risolvere le
controversie con mezzi pacifici.
Gli
Stati Uniti ignorarono la sentenza e usarono il loro diritto di veto in sede di
Consiglio di Sicurezza dell'ONU per bloccarne l'esecuzione. Tuttavia, la
sentenza resta una pietra miliare perché ha impedito che il concetto di
"legittima difesa" venisse svuotato di significato e usato come
pretesto per aggressioni geopolitiche.
La
sentenza della CIG resta una pietra miliare perché ha impedito che il concetto
di "legittima difesa" venisse svuotato di significato e usato come
pretesto per aggressioni geopolitiche, riaffermando l'autorità della
Risoluzione ONU 2625 (XXV) sul divieto di ingerenza negli affari interni,
principio che la Corte ha riconosciuto come facente parte del diritto
internazionale consuetudinario.
4.2
Parere Consultivo Armi Nucleari (1996).
La
Corte ha stabilito che i requisiti di necessità e proporzionalità si applicano
a tutte le forme di uso della forza. La difficoltà nel soddisfare il criterio
di proporzionalità in un contesto di escalation armata pone un limite pratico e
giuridico a qualsiasi dottrina di attacco preventivo ad ampio raggio.
A
differenza di un processo tra due Stati, qui la Corte non doveva giudicare un
"fatto" avvenuto (come un attacco specifico), ma rispondere a una
domanda teorica posta dall'Assemblea Generale dell'ONU:
"È permesso dal diritto internazionale
minacciare o usare armi nucleari in qualsiasi circostanza""
Se il
caso Nicaragua aveva definito quando si può usare la forza, questo parere si
concentra su come la forza può essere esercitata (spostando il punto di vista
decisamente verso lo "just in bello" ovvero le regole durante la
guerra), stabilendo limiti che valgono per qualsiasi arma, dalle più
convenzionali alle testate atomiche.
La
Corte ha confermato che non basta avere il diritto di difendersi (Art. 51 Carta
ONU), bisogna farlo rispettando due requisiti che sono i pilastri del diritto
internazionale consuetudinario:
a)
Necessità: l'uso della forza è solo l'extrema ratio, non devono esistere mezzi
alternativi per respingere l'attacco.
b)
Proporzionalità: la risposta armata deve essere strettamente finalizzata a
respingere l'attacco e ripristinare lo status quo.
Non
può essere usata per scopi punitivi o per distruggere completamente
l'avversario.
La
Corte ha evidenziato un paradosso fondamentale:
l'uso
di armi nucleari, per la loro natura intrinsecamente devastante, rende quasi
impossibile rispettare il principio di proporzionalità.
Infatti, le armi nucleari colpiscono civili e
combattenti senza distinzione, violando il Diritto Internazionale Umanitario.
Inoltre
un attacco preventivo o una risposta nucleare innescherebbero una spirale di
distruzione che supererebbe di gran lunga il danno dell'attacco iniziale
ricevuto.
Infine
la Corte ha sottolineato che il danno ambientale catastrofico e duraturo è un
fattore chiave nel valutare se un'azione sia proporzionata e rende quasi
impossibile rispettare i principi di distinzione e proporzionalità.
La
Corte ha infine ammesso che l'arma nucleare è un "mostro" giuridico
che difficilmente rispetta il diritto umanitario, tuttavia, a causa di una
profonda divisione interna, la Corte è giunta a un "non licet"
evitando di sancire un divieto assoluto nell'ipotesi estrema in cui sia in
gioco la sopravvivenza stessa dello Stato, ma stabilì il fatto giuridico che
esiste un obbligo per gli Stati di perseguire in buona fede e portare a termine
negoziati per il disarmo nucleare totale.
4.3
Parere Consultivo sul "muro in Palestina" (2004).
La CIG
ha chiarito che il diritto di legittima difesa si applica primariamente quando
l'attacco armato proviene da uno Stato, complicando la giustificazione di
attacchi preventivi contro attori non statali.
Nel
2002, Israele inizia la costruzione di una barriera (un sistema di muri,
reticolati e zone cuscinetto) in Cisgiordania, giustificandola come misura di
sicurezza necessaria per fermare gli attacchi terroristici (seconda Intifada).
L'Assemblea
Generale dell'ONU chiede alla CIG se tale costruzione sia legale, dato che il
muro non segue la "Linea Verde" (il confine del 1967) ma penetra
profondamente nel territorio palestinese.
Israele
invocò lo stato di necessità e il diritto alla legittima difesa. La Corte però
diede un'interpretazione molto restrittiva.
La
Corte affermò che l'Art. 51 si applica nel caso di un attacco armato da parte
di uno Stato contro un altro Stato.
Poiché
Israele esercitava il controllo sul territorio da cui provenivano gli attacchi,
la Corte ritenne che la legittima difesa "classica" non fosse
applicabile in quel modo.
Anche
ammettendo esigenze di sicurezza, la Corte stabilì che la costruzione del muro
non era l'unico mezzo per proteggere la popolazione.
Il
parere è celebre perché sposta il focus dai diritti degli Stati ai diritti
fondamentali delle persone:
1)
Libertà di movimento: Il muro impedisce l'accesso a lavoro, scuole e ospedali.
2)
Diritto all'autodeterminazione: La Corte dichiarò che il tracciato del muro, di
fatto, creava un "fatto compiuto" (fait accompli) che rischiava di
diventare una annessione illegale, impedendo la creazione di uno Stato
palestinese contiguo.
3)
Diritto umanitario (IV Convenzione di Ginevra):
La Corte ribadì che la Cisgiordania è un
territorio occupato e che la potenza occupante non può trasferire la propria
popolazione civile nel territorio (insediamenti), né distruggere proprietà se
non per assoluta necessità militare.
Il
parere fu quasi unanime (14 voti contro 1) su tre punti.
Innanzitutto, la costruzione del muro e il
regime associato sono contrari al diritto internazionale.
Inoltre, ad Israele fu attribuito l'obbligo di
cessare i lavori, smantellare le parti costruite in territorio occupato e
risarcire i danni.
Infine,
tutti gli Stati furono obbligati a non riconoscere la situazione illegale
creata dal muro e di non prestare aiuto al mantenimento di tale situazione.
4.4.
La metamorfosi dell'imminenza: coercizione economica e destabilizzazione
indotta.
Occorre
inoltre accennare al fatto che nell'evoluzione delle dottrine sulla sicurezza,
il criterio dell'imminenza deve oggi confrontarsi con strategie di pressione
che precedono l'offensiva militare.
Si fa
strada in dottrina il concetto di coercizione economica illecita: l'imposizione
di sanzioni sproporzionate e sistematiche volte a privare uno Stato delle
risorse vitali e a ridurne la popolazione allo stremo.
Tale
prassi, pur non essendo ancora classificata unanimemente come "uso della
forza" ai sensi dell'Art. 2 par. 4, agisce spesso come catalizzatore per
la creazione di fazioni di opposizione interne, funzionali a scardinare la
tenuta del governo legittimo, come abbiamo visto nel caso Nicaragua.
In tal
senso, il fondamento normativo risiede nella già citata Risoluzione 2625 (XXV)
dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la quale stabilisce solennemente
che
"nessuno
Stato può usare o incoraggiare l'uso di misure economiche, politiche o di altra
natura per costringere un altro Stato al fine di ottenere da esso la
subordinazione dell'esercizio dei suoi diritti sovrani".
Tale
principio cristallizza il divieto di ingerenza, sanzionando quelle condotte
che, pur non impiegando direttamente strumenti bellici, mirano al medesimo
risultato: la destrutturazione della sovranità altrui.
In
questa prospettiva, l'imminenza non è più un dato meramente temporale, ma il
risultato di un processo di logoramento programmato dall'esterno.
Se la
crisi economica indotta viene utilizzata per legittimare un successivo
intervento "umanitario" o di "ripristino dell'ordine", si
pone il problema se tale azione costituisca una reale difesa anticipata o sia
piuttosto l'atto finale di un'aggressione iniziata sul piano commerciale e
finanziario.
Il
rischio, già evidenziato dalla CIG nel caso Nicaragua, è che il sostegno a
fazioni di comodo e lo strangolamento economico diventino strumenti per
aggirare il divieto di aggressione, trasformando la disperazione di un popolo,
artatamente indotta, in un titolo giuridico per l'intervento unilaterale.
In una
prospettiva giuridica di più ampio respiro, occorrerebbe valutare perciò
l'accettabilità, dal punto di vista dei basilari ed universali diritti umani,
di un nuovo metodo di coercizione generalizzato che punta ad ottenere il
comportamento voluto attraverso l'arbitraria ed inappellabile privazione dei
mezzi di sostentamento, sia a mezzo dell'uso poco ortodosso di strumenti
giudiziari spesso frutto di interpretazioni creative che forzano il dettato
normativo, e sia attraverso sanzioni amministrative e interventi legislativi,
che travalicano i principi costituzionali ed universali, superando in tal modo
la barriera della prevenzione e della stessa pena definitiva che non può,
neppure essa stessa, trasformarsi in punizioni che violino i diritti umani.
In
ultima analisi, è doveroso precisare che tale riflessione prescinde totalmente
dalla volontà di sposare una qualsivoglia fazione geopolitica o difesa
ideologica.
Il cuore della questione risiede
esclusivamente nel ripristino dello Stato di Diritto, il quale, per sua stessa
natura, non può e non deve mai operare su basi discriminatorie.
L'ordinamento non può spingersi al di là dei
limiti invalicabili posti dal diritto pubblico e, specificamente, dalle
garanzie costituzionali ed universali del diritto penale:
quando
la sanzione o la prevenzione sfuggono ai criteri di legalità, proporzionalità e
diritto alla difesa, esse cessano di essere strumenti di giustizia per divenire
mere espressioni di arbitrio, indipendentemente dal destinatario della misura.
5.
Conclusione: la guerra preventiva (Preventive War), un atto illegittimo.
Dall'analisi
della prassi internazionale possiamo dedurre che la guerra preventiva
(preventive war) è l'uso della forza per neutralizzare una minaccia futura,
potenziale o remota, basata su proiezioni strategiche a lungo termine.
Questa
dottrina è respinta dal Diritto Internazionale, in particolare la Carta
dell'ONU, prima di tutto per violazione dell'Articolo 2 par. 4, giacché non
rientrando nell'eccezione dell'Articolo 51, essa costituisce de facto un atto
di aggressione.
Inoltre,
simili comportamenti portano ad una generale destabilizzazione del quadro
geopolitico, in quanto permette a ogni Stato di attaccare un altro sulla base
di semplici timori, mina il sistema di sicurezza collettiva.
Più in
particolare, analizzando i fatti storici e gli atti giuridici internazionali
più importanti (come le Risoluzioni dell'Onu e i pareri e Sentenze della CIG)
si evidenzia come la legittimità dell'attacco preventivo, in chiave di difesa
preventiva, può essere compiutamente valutato in concreto solo all'esito dei
fatti, ovvero osservando lo svilupparsi delle azioni belliche.
Ad
esempio, nel caso della guerra dei sei giorni il dubbio che ha sempre pervaso
la Comunità internazionale è il fatto che, al di là di un atteggiamento
bellicoso e di generici preparativi militari, i Paesi arabi oggetto
dell'attacco preventivo israeliano, non stessero concretamente preparando un
attacco militare imminente e che le forze armate non fossero dispiegate e
pronte alla battaglia come la rapidità della vittoria dello Stato di Israele ha
dimostrato sul campo.
Un
concreto parametro di giudizio si potrebbe perciò ipotizzare basandosi,
oggettivamente, sulla reazione della vittima di tale attacco preventivo. In
altre parole, aggirando il c.d "fog of war" ovvero la confusione e le
accuse reciproche tra i contendenti, nel caso in cui la vittima dell'attacco
preventivo dovesse mostrare una reazione immediata e massiccia, ad esempio
esibendo un immediato fuoco di artiglieria pesante (infatti, nella prassi la
presenza di grossi quantitativi di artiglieria pesante sul confine è
considerato un palese atto di ostilità e minaccia) o addirittura sviluppando
immediati contrattacchi coordinati e massivi, allora si potrebbe concludere che
la minaccia percepita dallo Stato attaccante avesse concreti fondamenti
fattuali.
Ben
diversamente, per completezza, possiamo concludere che l'evocazione pubblica di
un'azione classificabile come "preventive war" in risposta a presunti
attacchi altrui genera un paradosso legale, innanzitutto perché rappresenta una
confessione legale: la minaccia palese di una guerra preventiva costituisce una
confessione indiretta dell'assenza di un attacco avversario in atto, minando la
propria base legale. Inoltre, una minaccia esplicita di aggressione può essere
interpretata dalla controparte come un atto ostile in sé, legittimando
un'eventuale azione difensiva immediata da parte dello Stato minacciato, a
norma dell'Articolo 51.
Dunque
la battaglia per la narrazione legale è cruciale e l'adesione rigorosa allo Jus
ad Bellum è l'unica difesa contro la propaganda che mira a delegittimare
l'azione di uno Stato e il sistema di sicurezza collettiva.
L'analisi
giuridica dimostra che l'uso del termine "attacco preventivo" (nel
senso di preventive war) è insostenibile e pericoloso.
La legalità internazionale, basata sulla Carta
ONU, impone che l'uso della forza sia una misura estrema, circoscritta dalla
necessità, dalla proporzionalità e dall'imminenza.
Il
ricorso a dottrine che estendono il concetto di legittima difesa a minacce
remote non solo viola il Diritto Internazionale, ma destabilizza l'ordine
globale, alimentando la propaganda di guerra e la sfiducia nella legittimità
delle azioni statali.
Il
mantenimento della pace e della legalità richiede il massimo rigore concettuale
e il pieno rispetto dell'autorità del Consiglio di Sicurezza.
Accettare
la legittimità della guerra preventiva significherebbe quindi svuotare di senso
giuridico il divieto dell'uso della forza sancito dall'Art. 2 par. 4 della
Carta ONU, riportando l'ordine mondiale a un'epoca pre-1945 in cui la guerra
era uno strumento ordinario di politica estera.
La
"sottile linea rossa" individuata nel caso Caroline resta dunque il
confine invalicabile:
oltre
l'imminenza non vi è difesa, ma aggressione.
Il sistema di sicurezza collettiva, pur con le
sue crisi, affida al Consiglio di Sicurezza - e non al singolo Stato - il
compito di gestire le minacce potenziali, garantendo che la forza resti sempre
l'ultima, tragica ratio della comunità internazionale.
“Bohemiens
Grove”: la Lista dei 2.000
e la Cartografia del Potere Reale.
Conoscenzealconfine.it
– (4 Marzo 2026) - Anna Maria Romano – ci dice:
Oltre
duemila nomi attribuiti al “Bohemiens Club”, l’elitario circolo che ogni estate
si ritrova al Bohemiens Grove, tra le sequoie della California.
Non un
sussurro anonimo.
Non un
post virale senza fonte.
Un
documento pubblicato e rilanciato dal “New York Post”, ottenuto dal giornalista
“Daniel Boguslaw” e ricondotto all’anno 2023.
Il club ribadisce la propria regola di
riservatezza.
Ma il
punto non è il silenzio ufficiale.
Il
punto sono i nomi.
Chi si
Incontra al Grove.
Figure
istituzionali e decisori pubblici.
Henry
Kissinger –
ex Segretario di Stato USA, protagonista di decenni di politica estera.
Clarence
Thomas –
Giudice associato della Corte Suprema degli Stati Uniti (nota: collegamento
storico con visite/viaggi associati al club).
Edwin
Meese III –
ex Procuratore generale USA sotto Reagan.
Bobby
Iman –
ammiraglio in pensione ed ex direttore della NSA.
Carlos
Bea –
giudice della Corte d’Appello del Nono Circuito.
James
A. Baker III – ex Segretario di Stato e del Tesoro USA.
Edwin
Feulner –
co-fondatore della Heritage Foundation e figura influente nel conservatorismo
americano.
Paul
Pelosi –
imprenditore e partner dell’ex Speaker della Camera.
Banchieri,
investitori, magnati.
Charles
Koch –
miliardario e influente donatore politico.
Michael
Bloomberg –
fondatore di Bloomberg LP e già sindaco di New York.
Riley
Bechtel –
erede miliardario e dirigente Bechtel Corporation.
Robert,
John e William Fisher – eredi della fortuna di Gap Inc.
William
Draper –
figura storica del venture capital.
Capo aziendali,
investitori tecnologici.
Eric
Schmidt –
ex CEO di Google e figura di vertice di Alphabet.
Brook
H. Byers –
partner senior Kleiner Perkins, pioniere degli investimenti biotech.
Tim
Draper –
co-fondatore “Draper Fisher Jurvetson”, investitore in tecnologia e
criptovalute.
David
Gifford Arscott – venture capitalista nella Silicon Valley.
Personaggi
pubblici dal mondo dell’intrattenimento.
Conan
O’Brien –
iconico conduttore televisivo.
Clint
Eastwood –
attore e regista di fama internazionale.
Jimmy
Buffett –
cantautore di grande popolarità.
Per la
lista completa dei nomi cliccare qui di seguito:
Bohemiens grove full membri list leak.
Il
Luogo e la Struttura.
Il Bohemiens
Grove non è un semplice campeggio.
È un
ritiro annuale di due settimane, organizzato in “campi” permanenti, dove i
membri si ritrovano lontano da stampa e opinione pubblica.
La celebre “Cremation of Care”, celebrata davanti alla grande
statua del gufo, è il simbolo più noto di
un’identità interna consolidata nel tempo.
La
funzione reale non è rituale. È relazionale.
Il
Dato Strutturale.
Quando
giudici della Corte Suprema, ex segretari di Stato, miliardari industriali,
vertici della Silicon Valley, trascorrono quindici giorni nello stesso spazio
chiuso, non serve immaginare decisioni firmate tra le sequoie, è sufficiente
comprendere come funzionano le reti di potere.
Le
decisioni pubbliche nascono da relazioni, fiducia, convergenze strategiche,
allineamenti informali.
Il Grove è un acceleratore di relazioni ad
alta intensità.
Oltre
la Polarizzazione.
La
narrativa pubblica racconta un’America divisa.
La lista racconta un’America che si incontra.
Repubblicani e democratici nello stesso circuito esclusivo.
Big
Tech e conservatorismo industriale nello stesso spazio privato. Magistratura e
finanza nella stessa enclave relazionale.
Non è
ideologia. È continuità di élite.
Il
Nodo Centrale.
Il Bohemiens
Grove esiste da oltre un secolo. È documentato.
È
frequentato stabilmente dai vertici del sistema americano.
Ora emerge un elenco che ne mostra l’ampiezza
contemporanea.
La
domanda non riguarda il simbolismo del gufo.
La
domanda è operativa: quanto incide un ambiente di coesione privata sulla
direzione politica, economica e tecnologica che poi diventa pubblica?
La
lista non è una sentenza. È una cartografia.
E
quando una cartografia mostra le connessioni tra chi controlla Stato, capitale
e tecnologia, non serve gridare al mistero.
Basta
leggere la mappa.
(Anna
Maria Romano).
(laveritarendeliberi.it/bohemian-grove-lista-2000-nomi-elite-americana/).
La
guerra è cambiata.
Iltascabile.com
– Flavio Pontarelli – (11 - 01 – 2024) – Redazione – ci dice:
(Flavio
Pontarelli è uno scrittore e un consulente strategico di marketing e
comunicazione.
Si
occupa di cultura critica, digitale e visiva.)
Sull’uso
crescente delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale nei
conflitti armati in Ucraina, Striscia di Gaza e Nagorno Karabakh.
Sono
le tredici e sei minuti del 26 febbraio 2022 quando il giovanissimo
imprenditore ucraino e ministro della trasformazione digitale del governo
Zelensky, Mykhailo Fedorov, pubblica un tweet menzionando l’account di Elon
Musk, il magnate che di lì a due mesi diventerà proprietario della piattaforma
acquisendola per la cifra record di 44 miliardi di dollari.
Sono trascorsi solo quattro giorni da quando
le truppe della Federazione Russa hanno lanciato una massiccia operazione
militare contro l’Ucraina, con l’obiettivo di rovesciare il governo
regolarmente eletto per sostituirlo con un gabinetto più favorevole alla
politica imperialista del presidente Vladimir Putin.
Rivolgendosi direttamente a Musk, Fedorov gli
ricorda che “mentre lui sta cercando di colonizzare Marte, la Russia prova a
occupare l’Ucraina”, e fa notare che se i suoi razzi atterrano con successo
dallo spazio, “quelli russi colpiscono la popolazione civile del paese”.
Il
tweet si conclude con la richiesta esplicita di fornire all’Ucraina alcuni
terminali “Starlink”.
Sviluppato
dall’azienda “SpaceX” di cui Musk è proprietario, Starlink è il sistema di
internet a banda larga più avanzato al mondo.
Grazie a una vasta costellazione di satelliti
che utilizzano una bassa orbita terrestre, Starlink fornisce connettività per
una vasta gamma di utilizzi, offrendo internet ad alta velocità e bassa latenza
in tutto il pianeta.
La
risposta del magnate arriva non più di dieci ore dopo il tweet di Fedorov:
nel
tweet di commento, Musk dichiara apertamente che il servizio Starlink è stato
attivato in tutto il territorio ucraino e che altri terminali sono in viaggio
verso il paese.
Se la
storia di questo scambio finisse qui, sarebbe uno straordinario apologo su come
i social network possono influenzare le relazioni diplomatiche tra un paese
sovrano e una multinazionale tecnologica. Ma la storia, purtroppo, ha un
seguito tutt’altro che trascurabile.
La
guerra continua a basarsi su concetti e tecnologie tradizionali ma, al tempo
stesso, presenta elementi di profonda innovazione.
Avanti
veloce:
l’8
febbraio 2023, Gwynne Shotwell, presidente e COO di SpaceX, dichiara di aver
preso provvedimenti atti a prevenire che l’Ucraina faccia un uso militare di
Starlink.
Non
c’è mai stata, dice Shotwell, l’intenzione, da parte dell’azienda, di fornire
kit satellitari per gli usi bellici che ne sono stati fatti dalle forze armate
ucraine.
Tali
utilizzi non erano intenzionali né facevano parte di alcun accordo tra
l’azienda e il governo ucraino.
Altro salto in avanti:
il 7
settembre del 2023 il Washington Post pubblica un estratto dell’autobiografia
di Musk in cui il miliardario racconta allo scrittore Walter Isaacson di aver
dato l’ordine di tagliare la copertura Starlink al largo della Crimea, per
impedire un attacco di droni ucraini contro la base navale russa di Sevastapol.
In
entrambe le circostanze, vibranti proteste e richieste di spiegazioni sono
state avanzate da ministri e alti funzionari del governo ucraino.
Si
potrebbe essere tentati, leggendo il racconto del travagliato rapporto tra il
governo ucraino e Musk, di dedicare le proprie energie a capire quali siano
state le motivazioni che hanno spinto il miliardario ad agire in modo così
schizofrenico.
Ma la
questione centrale non è tentare di comprendere le scelte di Elon Musk, quanto
riconoscere il fatto che la connettività sia diventata, oggi, un requisito
fondamentale per poter svolgere una delle più antiche attività umane di cui si
abbia conoscenza: la guerra.
Come ebbe a dire uno dei suoi teorici più
importanti, “Carl von Clausewitz”, la guerra è un’attività conservatrice e in
constante cambiamento allo stesso tempo:
ogni
guerra è perciò il precipitato della conoscenza generata da ogni altra guerra
che l’ha preceduta, aggiornato alle più recenti acquisizioni tecnologiche,
intellettuali e contestuali.
Che
l’intuizione di Clausevitz sia ancora valida lo racconta non solo l’invasione
dell’Ucraina, ma anche la guerra nel Nagorno Karabakh e i più recenti conflitti
armati sulla Striscia di Gaza.
Dall’importanza
dell’artiglieria a quella delle trincee e dell’effetto sorpresa, questi tre
conflitti hanno dimostrato come la guerra continui a basarsi su concetti e
tecnologie tradizionali ma, al tempo stesso, presenti elementi di profonda
innovazione.
Elementi
evidenti al punto da aver spinto “Mick Ryan”, generale in pensione
dell’esercito australiano, analista e divulgatore militare, a definire questi
tre conflitti “a transformative trinity,” “una trinità trasformativa”.
A un
sistema d’arma autonomo verrebbe a mancare la distinzione tra quello che è
legale e quello che è giusto.
A
giustificare questa definizione sono soprattutto tre elementi:
la
complessa e intrecciata rete di sensori civili e militari presente sul campo di
battaglia;
la
digitalizzazione delle infrastrutture e dei processi di comando e controllo;
l’utilizzo sempre più esteso di sistemi
autonomi e di contromisure volte a limitarne o inibirne le capacità.
Il primo di questi tre elementi è conseguenza
diretta della nascita e dello sviluppo delle comunicazioni satellitari e della
rete internet, che hanno permesso di integrare la connettività in un numero
sempre crescente di oggetti i quali, grazie ai sensori di cui sono dotati,
possono raccogliere e generare dati da condividere in rete.
Una
logica che è stata abbracciata dalle istituzioni militari di tutto il mondo fin
dagli anni ’90 del Novecento, grazie all’elaborazione del concetto di “network
centric warfare” (“guerra centrata sulle reti”), una dottrina militare che ha
come obiettivo quello di trasformare in un vantaggio competitivo l’informazione
garantita da una robusta rete di computer dispersi geograficamente.
Dunque
attraverso la condivisione di informazioni raccolte sul campo di battaglia e il
collegamento in rete delle diverse forze alleate, l’approccio alla guerra
centrato sulle reti aumenta la consapevolezza condivisa della situazione sul
campo, la velocità di comando, il ritmo operativo, la letalità, il tasso di
sopravvivenza e il grado di sincronizzazione di una forza militare.
Ai “network
di carattere militare” si aggiungono oggi quelli di natura civile, dando vita a
una rete di intelligence sempre più intrecciata e in grado di generare dati che
gli operatori militari possono integrare nella loro attività, moltiplicando
così la quantità dell’informazione a loro disposizione.
La creazione di questo genere di reti e
l’aumento dei dati che determinano hanno esteso e velocizzato la capacità di
raccogliere informazioni in tempo reale utili a sviluppare una più chiara e
profonda consapevolezza delle situazioni che le forze militari si trovano ad
affrontare in un determinato momento.
Questa
capacità di sviluppare consapevolezza si traduce nella progressiva e crescente
digitalizzazione delle infrastrutture e dei processi di comando e controllo,
che è stato uno dei più importanti fattori di innovazione nelle operazioni
condotte dalle forze armate ucraine contro l’invasione da parte della
Federazione Russa.
La
‘guerra centrata sulle reti’ ha mostrato il potenziale di un conflitto armato
condotto attraverso l’uso di software e logiche algoritmiche.
Per
quanto a guadagnarsi le prime pagine dei giornali siano stati i sistemi d’arma
come lo “Stinger”, gli “HIMARS” o i carri armati “Leopard”, ad averne
moltiplicato in modo esponenziale l’efficacia sono stati i network in grado di
connetterli gli uni agli altri, dimostrando tutto il potenziale di una guerra
condotta attraverso l’uso di software e logiche algoritmiche.
Esemplare
in questo senso è il software di consapevolezza situazionale denominato “Delta”:
sviluppato dall’industria bellica ucraina a partire dal 2017, Delta è diventato
rapidamente uno dei software di comando e controllo più sofisticati al mondo,
permettendo l’integrazione di una grande mole di dati e la loro condivisione in
tempo reale lungo l’intera catena operativa.
Delta
ha anche facilitato l’introduzione di una tecnica di comando più
decentralizzata e flessibile, che ha permesso un’evoluzione della cultura
tattica ucraina verso logiche di gestione simili a quelle che caratterizzano le
organizzazioni nate dalla cultura digitale.
Il
terzo e ultimo elemento di innovazione emerso dalla “trinità trasformativa”
individuata da Ryan è il complesso di sistemi autonomi e le contromisure
necessarie per limitarne o inibirne le capacità.
Di questo complesso fanno parte i diversi tipi
di droni – aerei, navali e terrestri, militari e civili – che sono stati
utilizzati in modo crescente nel corso di tutti e tre i conflitti analizzati e
per una molteplicità di scopi che vanno dalla ricognizione al controllo del
tiro, dal bombardamento aereo al trasporto di equipaggiamento, fino
all’evacuazione di personale ferito e a molti altri utilizzi ancora.
L’introduzione
e l’uso sempre più esteso di questi tre elementi – reti di sensori,
digitalizzazione delle infrastrutture di comando e sistemi autonomi – sui campi
di battaglia odierni determinerà una serie di importanti implicazioni nel
prossimo futuro.
In
risposta e in relazione alla loro introduzione emergeranno infatti nuovi
concetti a livello strategico, operativo e tattico;
l’elevato tasso di consumo dei sistemi che ne
rendono possibile l’utilizzo renderà necessario accelerare e rendere più
resilienti al rischio le operazioni di approvvigionamento;
il
design delle forze armate verrà modificato dall’introduzione di nuove unità
come, per esempio, quelle dedicate alle operazioni di guerra elettronica e di
gestione delle segnature elettromagnetiche dei diversi sistemi utilizzati sul
campo.
Infine,
ed è forse la principale tra le implicazioni determinate dalla comparsa delle
reti di sensori, dalla digitalizzazione delle infrastrutture e dei processi di
comando e controllo e dai complessi di sistemi autonomi, assisteremo a un
cambio nel ritmo delle operazioni tattiche.
Il
software Delta ha facilitato logiche di comando più decentralizzate e
flessibili, simili a quelle che caratterizzano le organizzazioni nate dalla
cultura digitale.
La
maggior accuratezza nel “dipingere” il campo di battaglia che deriva dalla
combinazione di questi tre fattori determina infatti un’accelerazione del
processo decisionale che modificherà il modo in cui i leader militari saranno
addestrati e aumenterà il numero dei sistemi autonomi presenti sul campo di
battaglia.
Tale
accelerazione non sarà priva di conseguenze, perché porrà ai leader militari
una sfida rispetto alla loro capacità di gestire enormi quantità di
informazione al ritmo sempre più rapido necessario per garantirsi un vantaggio
competitivo sul nemico.
L’introduzione
dell’intelligenza artificiale nei processi di comando e controllo è perciò
destinata a diventare una necessità sempre più impellente per far fronte
all’aumentata capacità di generazione e raccolta dei dati resa possibile dalla
diffusione di reti di sensori sempre più vaste ed estese.
Uno
sguardo sulle possibili conseguenze che potrebbe avere questo passaggio nel
modo in cui verranno condotte le guerre del futuro ce lo fornisce una lunga
inchiesta realizzata dai magazine israeliani “+972 “e “Local Call”, intitolata
‘A mass assassination factory’: Inside Israel’s calculated bombing of Gaza.
Attraverso testimonianze raccolte nella
community dell’intelligence israeliana, l’inchiesta ricostruisce il modo in cui
sono stati condotti attacchi aerei contro obiettivi civili nel corso della
recente invasione della Striscia di Gaza e il ruolo avuto hanno spinto sulla
digitalizzazione dei diversi domini del campo di battaglia e sulla loro
integrazione in un sistema di generazione, raccolta, elaborazione e
condivisione dei dati, la cui gestione è demandata all’intelligenza
artificiale.
È da
questo sforzo che è nato il sistema al centro dell’inchiesta pubblicata da “+972”
e” Local Call”.
Denominato”
Habsora”, questo sistema di intelligenza artificiale lavora su diversi tipi di
dati di intelligence (visivi, umani, geografici, di sorveglianza, derivanti da
segnali elettromagnetici) ed è in grado di usare strumenti automatici per
accelerare il ritmo della produzione di obiettivi da colpire.
Alcune
delle testimonianze raccolte tra il personale delle forze di difesa israeliane
assicurano che il sistema permette di analizzare ed elaborare quantità di dati
che nemmeno decine di migliaia di operativi umani potrebbero processare e, in
questo modo, riesce a fornire in tempo reale enormi quantità di obiettivi da
colpire.
Le
nuove tecnologie adottate nel campo di battaglia stanno accelerando il ritmo
delle operazioni tattiche.
Introdotto
per la prima volta nel 2021 nel corso dell’operazione “Guardians of the wall”,
salutata come il primo conflitto armato condotto con l’uso dell’intelligenza
artificiale, “Habsora” è stato in grado di aumentare il numero di obiettivi
creati dai circa 50 all’anno delle operazioni precedenti fino a 100 obiettivi
al giorno, sopperendo così alla mancanza di obiettivi che in passato aveva
limitato l’azione delle forze di difesa israeliane.
Numeri
che giustificano la dimensione industriale che molte delle testimonianze
raccolte nell’inchiesta attribuiscono al modo in cui il sistema fa evolvere la
pianificazione e l’esecuzione dei bombardamenti.
Questa
dimensione è uno degli aspetti più inquietanti che la prospettiva di una guerra
condotta con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale proietta sul
nostro futuro.
Tali
sistemi, infatti, operano in modo più rapido del pensiero umano, accelerando
ulteriormente il processo necessario a trasformare i dati in conoscenza che
informa l’azione.
Qualora
gli utilizzi bellici dell’intelligenza artificiale venissero spinti al loro
limite estremo, a essere reso autonomo dal controllo umano sarebbe dunque
l’atto di uccidere che, delegato all’AI, porrebbe problemi etici di notevole
portata.
Lo
scopo di un sistema autonomo, infatti, è capire e soddisfare un bisogno: più
che eseguire un compito, questi sistemi devono raggiungere un obiettivo,
valutando il modo più efficiente per farlo e agendo senza alcun istinto di
conservazione.
A un
sistema d’arma autonomo verrebbe perciò a mancare la distinzione tra quello che
è legale e quello che è giusto, cancellando ciò che rende ogni soldato
l’ingranaggio imperfetto di ogni macchina militare: la sua coscienza, senza la
quale alla guerra verrebbe a mancare quell’elemento così profondamente umano
che è la capacità di riconoscere sé stessi nello sguardo dell’altro.
Priva
di questo elemento, la guerra non sarebbe altro che la cieca e spietata
esecuzione di ordini e istruzioni dirette al raggiungimento di un obiettivo,
un’attività del tutto priva di quell’istinto di conservazione che, finora, ha
garantito all’umanità la sopravvivenza in un’epoca di armi di distruzione di
massa.
intelligenza
artificiale.
Strategia
italiana “IA e Difesa 2026”:
cosa cambia per imprese, filiere
e
sovranità tecnologica.
Agendadigitale.eu
– (4 marzo 2026) – Gerardo Costabile – Redazione – ci dice:
(Gerardo
Costabile - Executive Vice President Dinova).
L’IA
ridisegna la postura strategica della Difesa, puntando su superiorità
decisionale e accelerazione del ciclo “OODA”.
La
strategia italiana “IA e Difesa 2026” introduce governance, strutture dedicate
e pilastri operativi, con focus su sovranità tecnologica, filiera industriale
“Mid-Caps”, “MOSA” e “dual-use”; “centralità del controllo umano e
dell’accountability”.
IA in
ambito militare.
L’Intelligenza
Artificiale nel panorama tecnologico militare non può più essere considerata
solo una mera innovazione incrementale, bensì un mutamento di paradigma
radicale nella concezione della sicurezza nazionale e della postura strategica
dello Stato.
Indice
degli argomenti:
L’IA
nel contesto della competizione globale per la supremazia tecnologica.
Nel
contesto della competizione globale per la supremazia tecnologica, l’IA si
configura come il baricentro attorno a cui ruotano le nuove dinamiche di potere
e deterrenza.
Non si
tratta semplicemente di automatizzare processi preesistenti, ma di ridefinire
integralmente la capacità di un Paese di percepire, analizzare e reagire alle
minacce in un ambiente operativo caratterizzato da una densità informativa
senza precedenti e da tempi di reazione contratti.
In
questo scenario, la capacità di mantenere una posizione di rilievo dipende
dall’acquisizione della superiorità decisionale, concetto cardine della nuova
strategia del Ministero della Difesa italiano, pubblicata alcuni giorni or
sono.
Essa identifica la facoltà di processare moli
massive di dati eterogenei (Big Data) per fornire ai decisori una
consapevolezza situazionale (SA) superiore a quella dell’avversario, riducendo
le frizioni informative. Strettamente correlata è la velocità di ingaggio,
ovvero l’accelerazione del ciclo OODA (Osservazione, Orientamento, Decisione,
Azione).
In
un’epoca in cui minacce ipersoniche e sciami di sistemi autonomi riducono i
margini di manovra a pochi secondi, l’IA diventa l’unico strumento in grado di
garantire una risposta efficace, superando i limiti cognitivi umani nella
gestione dello stress e della complessità multi-dominio.
La
Strategia “IA e Difesa 2026” in Italia.
Il
documento programmatico “IA e DIFESA – Strategia della Difesa in materia di
Intelligenza Artificiale – Edizione 2026”, approvato dal Ministro Guido
Crosetto, segna una transizione fondamentale verso una difesa “AI-native”.
La
visione ministeriale riconosce l’IA come la “nuova frontiera della difesa”,
legando indissolubilmente lo sviluppo tecnologico al talento delle nuove
generazioni e alla ricerca accademica.
La
strategia non si limita a una dichiarazione d’intenti, ma stabilisce una
governance rigida e una tassonomia operativa precisa.
L’attuazione
della strategia è affidata a due strutture complementari che devono interagire
con le direzioni tecniche (come Segre difesa) per trasformare il requisito
operativo in assetto tecnologico:
•
Ufficio per l’IA (UIA): agisce come regista politico-strategico del Dicastero.
Ha il compito di supervisionare l’attuazione degli indirizzi, garantire
l’unicità di visione tra le Forze Armate e favorire economie di scala, evitando
ridondanze burocratiche e frammentazione degli investimenti.
•
Laboratorio di IA per la Difesa (LIAD): Concepito come il vero “AI Delivery
Center”, il LIAD è un polo di eccellenza tecnologica volto al co-sviluppo di
soluzioni con gli utilizzatori finali. Esso funge da aggregatore per
l’industria e l’accademia, permettendo la sperimentazione rapida in ambienti
protetti.
I
pilastri e le direttrici della strategia.
La
strategia italiana si articola su 15 Direttrici Strategiche, raggruppate in sei
pilastri fondamentali che ne definiscono l’attuazione:
Governance
e risorse: definizione dei modelli di comando e allocazione dei budget.
Fattori
strategici abilitanti: focus su dati, algoritmi e infrastrutture.
L’IA
nei contesti operativi: supporto alla pianificazione e superiorità decisionale.
L’IA
nei contesti organizzativi: produttività individuale e ottimizzazione dei
processi.
IA,
formazione, addestramento e ricerca: sviluppo di una cultura digitale e
simulazione avanzata.
IA e
Industria: Valorizzazione delle startup e delle PMI attraverso l’Open
Innovation.
Sovranità
tecnologica e controllo profondo dei sistemi
L’imperativo
della sovranità tecnologica emerge come risposta alla necessità di un
“controllo profondo” sul ciclo di vita dei sistemi.
L’Italia
rifiuta (o vuole rifiutare) la dipendenza totale da fornitori esterni,
rivendicando la capacità di effettuare fine-tuning e re-training dei modelli
con dati sensibili direttamente sul campo.
Questo
controllo è vitale per mitigare il rischio di vulnerabilità intenzionali
(backdoor) e per gestire il fenomeno del Law fare (l’uso della legge come arma
di guerra).
In
contesti asimmetrici, l’aderenza rigorosa al Diritto Internazionale Umanitario
(DIU) e a criteri di spiegabili algoritmici può rappresentare uno svantaggio
operativo rispetto ad avversari meno vincolati.
La
strategia italiana affronta questo dilemma ribadendo la centralità del fattore
umano e la responsabilità permanente della linea di comando, assicurando che
l’IA rimanga uno strumento di potenziamento e non di sostituzione dell’etica
militare.
Sovranità
tecnologica e attrazione dei talenti.
Un
punto critico è l’attrazione e la ritenzione dei talenti.
La
strategia adotta una tassonomia precisa del personale: essenziali (nucleo di
competenze irrinunciabili), necessari a richiesta e utili occasionalmente.
Per
contrastare la fuga di cervelli verso il settore privato, il Dicastero propone
deroghe normative, come la possibilità di svolgere attività
libero-professionale (in analogia all’Art. 894 del Codice dell’Ordinamento
Militare per i medici) e l’impiego della Riserva Selezionata per integrare
specialisti civili in progetti critici.
Roadmap
e rischio di fretta burocratica.
Il
fattore tempo è la variabile più critica. La roadmap italiana prevede:
•
Breve termine (1 anno): Consolidamento dei dati, algoritmi e governance.
•
Medio termine (2 anni): Realizzazione dei primi progetti operativi prioritari.
•
Lungo termine (3 anni): Integrazione diffusa e sostenibile.
Tuttavia,
tre anni rappresentano un orizzonte estremamente contratto per sistemi d’arma
che richiedono decenni di sviluppo. Il rischio è una “fretta burocratica” che
sacrifichi la sicurezza algoritmica.
Una
corsa accelerata potrebbe portare all’adozione di soluzioni “black box” con
vulnerabilità latenti o backdoor, tradendo l’obiettivo del “controllo
profondo”.
La
resilienza nazionale richiede che l’ambizione non comprometta mai la robustezza
etica e la validazione tecnica, specialmente in ambiti critici come il supporto
alle decisioni cinetiche.
Oltre
le start-up: per un ecosistema “Defense Tech” di media entità
Per
sostenere la sovranità tecnologica, l’Italia deve evolvere oltre il modello
della singola startup innovativa.
Sebbene
le startup siano agili, esse risultano spesso fragili dinanzi ai cicli di
acquisizione della Difesa e ai capitali dei giganti globali.
È
necessario ispirarsi ai “cluster industriali” cinesi per creare un tessuto di
Mid-Caps (Medie Imprese) nazionali.
Queste
“Mid-Caps del Defense Tech” devono fungere da spina dorsale per scalare le
tecnologie sviluppate dal LIAD.
Solo
aziende con una base patrimoniale solida e certificazioni di sicurezza elevate
possono garantire la resilienza della filiera.
Promuovere
la crescita di campioni nazionali di media entità significa evitare
l’impoverimento tecnologico e assicurare che la proprietà intellettuale critica
rimanga sotto controllo nazionale, trasformando l’IA in un volano di sviluppo
economico-strategico.
Queste
realtà non sono ovviamente concepite per competere con i grandi colossi del
settore (i cosiddetti Prime contractor o Integrator), ma per svolgere un ruolo
fortemente complementare e sinergico.
Mentre
le grandi firme della difesa possiedono le risorse e l’esperienza necessarie
per gestire lo sviluppo e l’integrazione di complessi “sistemi di sistemi”
militari, le Mid-Caps, le PMI e le start-up (spesso identificate come attori
della “New Defence”) introducono un modello operativo radicalmente diverso.
Esse
apportano agilità organizzativa, cicli di iterazione e sviluppo molto più
rapidi, innovazione dirompente e una maggiore propensione al rischio.
L’unione
tra la forza industriale dei Prime e la flessibilità tecnologica delle Medie
Imprese è la chiave per sviluppare capacità militari con una velocità ed
efficienza senza precedenti, soprattutto nell’integrazione di tecnologie
avanzate provenienti dal mercato civile e “dual-use” (come intelligenza
artificiale, spazio, e cyber).
La
strategia della Difesa italiana, correttamente, pone un forte accento sulla
creazione di questo tessuto industriale.
Il
documento strategico sottolinea la necessità di affiancare alle “grandi realtà
di eccellenza un vivace e innovativo ecosistema di piccole e medie imprese
(PMI), startup e spin-off altamente tecnologici”.
Open Innovation
e appalti agili.
L’obiettivo
della Difesa italiana è trasformarsi da semplice “cliente” a “partner
strategico” e catalizzatore dell’innovazione, attraverso:
• Open
Innovation:
favorire l’osmosi tecnologica e la collaborazione diretta tra le startup, i
campioni nazionali (come Leonardo) e il comparto militare.
•
Appalti agili: promuovere procedure di acquisizione più snelle, abbassando il carico
burocratico e abbracciando la logica del “good enough”, che privilegia il tasso
di innovazione rispetto a una ricerca tardiva e dispendiosa della perfezione
assoluta.
Uno
dei maggiori ostacoli per le “Mid-Caps europee” è la mancanza di “capitali per
la crescita” (growth capital), che impedisce alle innovazioni promettenti di
raggiungere la produzione su larga scala.
Per
risolvere questo problema, la Commissione Europea e il Fondo Europeo per gli
Investimenti (EIF) hanno lanciato la “Defence Equity Facility”, uno strumento
che mira a iniettare oltre 500 milioni di euro in azioni nelle imprese del
settore.
Questo
è essenziale per permettere alle aziende di scalare a livello globale e per
evitare che si rivolgano a investitori extra-europei, mettendo a rischio
l’autonomia strategica dell’UE.
In
linea con questa strategia, sarà fondamentale la parte di execution, per fare
in modo che queste medie imprese siano il vero motore dell’innovazione
tecnologica (deep tech) che dovrà innestarsi sulle piattaforme dei grandi
Integrator per garantire la sovranità tecnologica nazionale ed europea.
Mix
tecnologico e rischio point of failure.
Un
ultimo (ma non ultimo) concetto chiave, a parere di chi scrive, è quello di un
“giusto mix tecnologico”, fondamentale per garantire l’autonomia strategica e
la resilienza operativa, riducendo le vulnerabilità legate all’eccessiva
dipendenza da singoli fornitori o da nazioni terze.
Esistono
diverse direttrici per diversificare e proteggere l’ecosistema tecnologico
della difesa:
Architetture
aperte e modulari (MOSA) contro il “Vendor Lock-in”.
Per
evitare il rischio di dipendere in modo eccessivo da un’unica grande azienda
(il cosiddetto vendor lock-in) e per prevenire i single point of failure
(singoli punti di vulnerabilità), la strategia industriale punta all’adozione
del Modular Open System Approach (MOSA).
Questo
approccio obbliga i costruttori a progettare sistemi le cui componenti (sia
hardware che software) siano interoperabili, sostituibili e aggiornabili con
prodotti sviluppati da fornitori diversi. Ciò non solo stimola la concorrenza
permettendo l’ingresso di realtà più piccole e innovative, ma garantisce anche
che il malfunzionamento o l’obsolescenza di un singolo modulo non comprometta
l’intera piattaforma.
Sinergia
tra tecnologie civili e militari (i c.d. sistemi Dual-Use).
Il mix
tecnologico si ottiene anche fondendo le tradizionali capacità militari con le
innovazioni provenienti dal mercato civile (commercial off-the-shelf).
Oggi,
campi cruciali come l’Intelligenza Artificiale (IA), la sicurezza informatica e
il cloud computing sono trainati principalmente da investimenti privati e tech
company.
Integrare
queste tecnologie “dual-use” permette alla Difesa di non isolarsi in “silos”
tecnologici rigidi, capitalizzando invece su soluzioni scalabili,
economicamente efficienti e dai cicli di sviluppo molto più rapidi.
Ridondanza
e decentralizzazione delle infrastrutture (Reti e Dati).
Per
scongiurare il rischio di one point of failure a livello tattico e
infrastrutturale, è vitale distribuire le capacità.
Nel
campo delle comunicazioni, ad esempio, si sta superando il concetto di
architettura centralizzata in favore di soluzioni come le reti MANET (Mobile Ad
hoc NET work).
In
questo modello non esiste un nodo centrale critico:
ogni
soldato, veicolo o sensore agisce come un punto di trasmissione che può
reindirizzare automaticamente i dati in caso di guasti o interruzioni causate
dal nemico.
Lo
stesso principio di ridondanza e resilienza viene applicato alle capacità di
calcolo (HPC e Cloud) e alle reti satellitari (combinando satelliti
geostazionari con future costellazioni a bassa orbita) per garantire continuità
operativa.
Sovranità
tecnologica per mitigare la dipendenza esterna.
Un
affidamento quasi esclusivo su fornitori esteri espone l’Europa a rischi di
interruzioni delle forniture e all’inserimento di vulnerabilità latenti o
intenzionali (backdoor).
Il mix
tecnologico deve quindi possedere una forte componente sovrana. È imperativo
che la Difesa mantenga all’interno dei confini europei o nazionali il controllo
profondo sulle tecnologie critiche, conservando la capacità interna di
addestrare i propri modelli IA, comprendere gli algoritmi e proteggere i dati
sensibili, assicurandosi così libertà d’azione anche in periodi di forti
tensioni geopolitiche.
In
sintesi, combinando l’interoperabilità del MOSA, l’agilità del dual-use,
architetture di rete decentralizzate e un solido controllo sovrano, la Difesa
mira a costruire una rete tecnologica estremamente diversificata e resiliente,
priva di anelli deboli fatali.
Il
fattore umano nel settore Difesa.
L’Italia
riconosce l’Intelligenza Artificiale come una leva imprescindibile per colmare
il divario tecnologico e posizionarsi come partner credibile e proattivo
all’interno della NATO e dell’Unione Europea.
Tuttavia,
la “Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale” del 2026
stabilisce un vincolo irrinunciabile:
il
perseguimento della sovranità tecnologica.
Avere
il controllo profondo del ciclo di vita dei modelli IA (dal loro addestramento
alla comprensione dei loro limiti e bias) è l’unico modo per garantire che
queste tecnologie operino sempre in stretta conformità con il Diritto Internazionale
Umanitario (DIU), la dottrina e i valori etici e costituzionali nazionali.
In
questo scenario ibrido in cui le macchine assumono ruoli sempre più avanzati,
il “fattore umano” rimane ancora (per quanto?) il vero baricentro della forza
armata per diverse ragioni fondamentali:
Decisione
aumentato e limiti del decisore umano.
a)
L’IA come strumento di “Decision Augmentation”, non di sostituzione.
Sul
campo di battaglia contemporaneo, dominato da una mole di dati immensa e dalla
necessità di reagire in tempi rapidissimi (ad esempio contro sciami di droni o
minacce ipersoniche), l’operatore umano rischia il sovraccarico cognitivo.
L’IA
viene concepita primariamente per abbattere questa complessità: agisce come un
formidabile acceleratore per filtrare, analizzare e correlare i dati, offrendo
una “superiorità decisionale”.
Tuttavia,
il suo ruolo si ferma alle fasi di analisi e orientamento; la responsabilità
delle successive fasi di decisione e di azione resta in capo ai Comandanti.
L’IA esalta l’efficacia, ma l’essere umano
rimane insostituibile.
Accountability
e controllo umano significativo.
b) Il
nodo dell’Accountability:
la
responsabilità non è delegabile.
Il
cuore del dibattito etico internazionale e della posizione italiana risiede nel
fatto che una macchina, per quanto intelligente, rimane tale e non potrà mai
essere un soggetto moralmente responsabile.
Delegare
decisioni di vita o di morte a sistemi totalmente autonomi sfuma la
responsabilità in una “scatola nera digitale” (digital black box), oscurata da
linee di codice, rendendo impossibile attribuire colpe chiare in caso di
violazioni del diritto umanitario o di vittime civili.
Per
l’Italia, l’impiego dell’IA deve obbedire a due criteri assoluti: il mantenimento del controllo umano
significativo sulla tecnologia e la responsabilità permanente della linea di
comando.
Automation
bias e moral de-skilling.
c) I
rischi dell’era ibrida: “Automation Bias” e “Moral De-skilling”.
La convivenza stretta e ibrida tra decisore umano e
assistente algoritmico porta con sé nuove minacce cognitive.
Gli
esperti avvertono del rischio di un “moral de-skilling” (de-qualificazione
morale), ovvero l’erosione della capacità dell’operatore di esprimere giudizi
etici indipendenti se si abitua a delegare le scelte alla macchina.
Esiste
anche il rischio del cosiddetto “automation bias”, la tendenza ad affidarsi in
modo eccessivo e acritico agli output dell’IA perdendo il proprio pensiero
critico, o viceversa, riporvi scarsa fiducia a causa della non spiegabilità dei
modelli.
Per
garantire che il fattore umano domini realmente questa transizione, la Difesa
italiana sta investendo massicciamente nella formazione per creare una “forza
lavoro mista”.
Non si
tratta solo di formare tecnici informatici, ma di infondere in tutto il
personale, e specialmente nei nuovi leader militari, un mind set digitale e
competenze trasversali (soft skills).
I militari devono comprendere i concetti
dell’IA, valutarne in modo critico i risultati per non diventarne dipendenti, e
interiorizzare la profonda dimensione etico-normativa che governa la
cooperazione uomo-macchina.
In
sintesi, la tecnologia viene spinta ai suoi massimi livelli per garantire
sopravvivenza ed efficienza bellica, ma l’architettura morale dell’uso della
forza non viene esternalizzata: la dignità umana e il peso della decisione
letale restano un onere, e un dovere, esclusivamente umano.
Internazionale.
Contro
la guerra permanente:
da Berlino una voce di resistenza,
USB (Unione sindacale di base) è
invitata
alla conferenza della Junge West.
Usb.it – Nazionale – (14/01/2026) – Redazione
– ci dice:
La
conferenza è un appuntamento annuale organizzato dalla Junge West dal 1996, che
riunisce attivisti, teorici, sindacalisti e movimenti progressisti da tutta
Europa e oltre, con l’obiettivo di analizzare criticamente l’attualità
politica, sociale e antimperialista.
Il
titolo e i dibattiti della 31ª edizione si sono concentrati sui pericoli del
crescente militarismo, sulle politiche di riarmo in Germania e nell’Unione
Europea, e su come i media mainstream contribuiscono alla legittimazione di
queste politiche.
Mentre
governi e media spingono l’Europa verso una nuova epoca di guerra permanente, a
Berlino, il 10 gennaio, circa 4000 persone si sono ritrovate per dire no.
La 31ª
Conferenza Internazionale Rosa Luxemburg, organizzata dal quotidiano comunista
Junge West, è stata molto più di un convegno:
è stata un atto politico di rottura contro la
normalizzazione del militarismo e della propaganda bellica.
Il
titolo della conferenza – “A capofitto nella guerra – contro la follia del riarmo e la
mobilitazione mediatica” – non ha lasciato spazio ad ambiguità.
Al
centro dei lavori, una denuncia radicale: la guerra non è un incidente della
politica europea, ma il suo orizzonte strategico.
Riarmo,
capitalismo, autoritarismo.
Gli
interventi hanno smontato la retorica ufficiale secondo cui il riarmo
garantirebbe “sicurezza” e “stabilità”.
Al
contrario, è emerso con chiarezza come la corsa agli armamenti serva prima di
tutto al complesso militare-industriale e a un sistema capitalistico in crisi,
che trova nella guerra un nuovo motore di accumulazione.
In
Germania, il riarmo viene imposto dall’alto, senza consultazione popolare,
mentre miliardi vengono sottratti a sanità, istruzione e politiche sociali.
La
prospettiva di una nuova coscrizione obbligatoria e di un ruolo guida militare
tedesco in Europa segna un salto autoritario che richiama pagine oscure della
storia continentale.
Media
di guerra.
Particolarmente
duri gli interventi sul ruolo dei media mainstream, descritti come parte
integrante dell’apparato bellico.
Non
semplici osservatori, ma attori politici che:
giustificano
escalation e interventi militari;
cancellano
il punto di vista delle vittime;
delegittimano
chi si oppone alla guerra, marchiandolo come “estremista” o “nemico interno”.
La
cosiddetta “opinione pubblica” viene così preparata ad accettare
l’inaccettabile: più armi, più morti, meno diritti.
Palestina,
Cuba, America Latina: solidarietà e sostegno contro l’imperialismo.
Tutta
la conferenza ha ruotato attorno al sostegno e alla solidarietà con la
Palestina, il Venezuela e Cuba.
Dura
condanna dell’attacco al Venezuela e richiesta di liberazione per il Presidente
Maduro e Cilia Flores.
La
conferenza ha dato spazio a voci internazionali provenienti dai tre paesi
attraverso interventi, analisi ma anche musica e poesie che hanno riportato la
guerra alla sua realtà materiale:
corpi, distruzione, assedio.
Dalla
Palestina, dove il genocidio viene tollerato e armato dall’Occidente, a Cuba
colpita dal bloqueo, al Venezuela sottoposto a sanzioni e oggi a una guerra:
l’imperialismo è una pratica quotidiana.
Contro
i doppi standard occidentali, la conferenza ha riaffermato un principio chiaro:
non
esistono guerre “giuste” condotte dalle potenze imperialiste.
Organizzarsi
contro la guerra.
Il
messaggio finale della giornata è stato netto:
la
pace non si invoca, si costruisce organizzandosi.
Sindacati,
movimenti giovanili e realtà politiche hanno lanciato mobilitazioni:
contro la “Conferenza sulla Sicurezza” di Monaco
programmata per febbraio.
Contro la coscrizione sciopero scolastico il 5
marzo.
Contro l’arruolamento ideologico nelle scuole
e nei luoghi di lavoro, un patto di solidarietà tra chi si oppone alla guerra e all’arruolamento.
Perché
la guerra, come ricordava “Rosa Luxemburg”, nasce nelle fabbriche, nei
parlamenti, nei giornali.
E solo
una resistenza collettiva e internazionalista può fermarla.
In
un’Europa che corre verso l’economia di guerra e la repressione del dissenso,
la Conferenza Rosa Luxemburg ha urlato contro la guerra imperialista e per la
solidarietà internazionalista.
Relazione
di Cinzia Della Porta alla 31° conferenza della Junge West - Berlino 10.01.26.
Grazie
dell’invito a questa importante conferenza.
Noi
siamo l’organizzazione sindacale, USB, che ha detto Blocchiamo tutto! E lo
abbiamo fatto!
Contro
il genocidio del popolo palestinese e contro la complicità del governo italiano
con Israele abbiamo portato in piazza milioni di persone e bloccato tutto:
porti,
stazioni, strade, autostrade, con due enormi scioperi generali il 22 settembre
e il 3 ottobre.
L'attacco
degli Stati Uniti al Venezuela è un atto molto grave e pericoloso.
Ed è
una chiara prova della profonda crisi degli Stati Uniti, schiacciati da un
debito federale fuori controllo, da un debito privato che non è più sostenibile
per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione messa a
nudo dalla concorrenza cinese, da un'inflazione pronta a esplodere a causa dei
dazi e, se Trump ordinerà alla Fed di tagliare i tassi, da una gigantesca bolla
finanziaria che è ormai al punto di rottura.
Di
fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra,
attaccando un paese ricco di risorse, al fine di rilanciare l'economia interna
e proteggere la bolla finanziaria.
Del
resto, l'intera strategia di Trump è orientata all'acquisizione di risorse e
alla moltiplicazione degli affari statunitensi in America Latina per
contrastare la penetrazione cinese:
si
pensi alla vicenda del Canale di Panama, o all'hub cinese in Perù e alle
pressioni americane in Colombia, Uruguay e Cile, per non parlare del
salvataggio di Mieli e degli attacchi a Lula.
Ultimo ma non per gravità l’obiettivo di annettere la
Groenlandia, ponendosi così in conflitto aperto con la Danimarca, facente parte
dell’Alleanza Atlantica, messa in discussione nelle sue fondamenta dalle
politiche trumpiane.
Gli
Stati Uniti, in grave declino, optano per prove di forza unilaterali come arma
per risolvere le tensioni economiche, sostituendo o integrando i dazi, al fine
di continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e costringere il
mondo ad acquistare debito, coperto dalle risorse delle terre “colonizzate”.
Il forte legame con Israele e le sue guerre è lo
strumento per esercitare il controllo su un'intera area, spaventando le Petro-monarchie
ormai ribelli, riluttanti a investire negli Stati Uniti, e minacciando la
guerra in Iran per acquisire il monopolio dell'energia, l'unica cosa a cui
Trump può mirare.
La
guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le
economie europee e acquisire risorse.
In
sintesi, penso che l'attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di
ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile.
Oggi,
10 gennaio, USB è in molte piazze italiane in sostegno del Venezuela e per la
liberazione di Maduro e Clelia.
USB – Riarmo, economia di guerra e lotta di classe:
dai portuali agli scioperi di settembre/ottobre.
Un
contesto globale di instabilità sistemica.
L'attuale
quadro internazionale è caratterizzato da una profonda instabilità sistemica.
La
crisi del modello neoliberista, la frammentazione delle catene del valore
globali e la competizione per le materie prime e le tecnologie strategiche
stanno ridefinendo gli equilibri di potere mondiali.
La guerra – dall'Ucraina al Medio Oriente –
non è un'eccezione, ma piuttosto un modo di gestire la crisi.
Le potenze capitaliste utilizzano i conflitti militari
come strumento di politica industriale e di riordino delle gerarchie globali.
In
questo quadro, l'Unione Europea si allinea pienamente al blocco atlantico,
adottando come priorità strategica la costruzione di un'economia di guerra
permanente.
Il
riarmo come strategia di accumulazione.
Secondo
il “SIPRI” (Stockholm International Peace Research Institute), la spesa
militare globale nel 2024 ha raggiunto i 2,44 trilioni di dollari, circa il
2,3% del PIL globale.
L'Europa registra la crescita più rapida: +16%
nel periodo 2023-2024.
In
Italia, la spesa militare per il 2025 ammonta a 29,8 miliardi di euro
(Osservatorio Mil€x, Rapporto 2025).
Gli
investimenti pubblici sono concentrati nelle principali aziende del settore
della difesa – Leonardo, Fincantieri, MBDA – consolidando un complesso
militare-industriale sostenuto dallo Stato.
Il
riarmo funziona come un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica, sostenuto
dal debito pubblico, dai sussidi e dal consenso ideologico.
L'economia
di guerra: struttura e logica.
L'economia
di guerra comporta una trasformazione completa della governance economica e dei
sistemi di produzione.
Significa
centralizzazione del processo decisionale, riorientamento delle catene di
produzione verso tecnologie a duplice uso e militarizzazione della ricerca e
dell'istruzione.
La
narrativa della “sicurezza” giustifica il dirottamento delle risorse dal
welfare e dai servizi pubblici agli armamenti.
L'economia
di guerra diventa così un nuovo paradigma di accumulazione, con lo Stato
militarizzato come principale motore economico.
Conseguenze
sociali e lavorative.
L'economia
di guerra ha effetti diretti sulle condizioni di lavoro: defiscalizzazione del
welfare e dei servizi pubblici, precarietà e deregolamentazione diffuse,
ristrutturazione industriale, aumento della repressione.
Le guerre esterne si traducono in una guerra
interna contro il lavoro, con la riduzione dei salari e l'indebolimento della
contrattazione collettiva e dei diritti.
La
crisi del sindacalismo concertativo.
Il
tradizionale sistema di partenariato sociale rivela i suoi limiti: in un
capitalismo militarizzato, la mediazione diventa complicità.
Le principali
confederazioni – CGIL, CISL, UIL – accettano i quadri di “compatibilità” della
NATO e dell’UE, allineandosi alle politiche economiche di guerra.
Al contrario, il sindacato di classe riafferma
la sua autonomia e il suo antagonismo come unica vera alternativa.
La
funzione del sindacato di classe.
Un
sindacato di classe collega la difesa immediata degli interessi dei lavoratori
alla critica strutturale del sistema che li nega.
Il suo
ruolo è quello di smascherare il legame tra militarismo e sfruttamento,
difendere i salari e il welfare, promuovere una conversione civile della
produzione e costruire un fronte internazionale del lavoro contro la guerra e
l'ingiustizia sociale.
Per un
sindacato di classe l'internazionalismo è un punto cruciale.
La
nostra lotta per porre fine al genocidio in Palestina e alla complicità del
governo italiano con Israele è un punto importante, su cui abbiamo condotto
molte lotte e gli enormi scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre.
Verso
un nuovo internazionalismo del lavoro.
Il
sindacato di classe deve denunciare il riarmo come meccanismo di accumulazione
capitalistica e costruire un movimento di massa contro la guerra e per la pace
sociale.
Solo
un internazionalismo del lavoro - basato sulla solidarietà e sull'autonomia -
può sfidare l'economia di guerra e riportare la classe lavoratrice come
soggetto storico.
USB insieme alla FSM a cui è affiliata porta
avanti la necessità del rafforzamento del movimento internazionale dei
lavoratori anticapitalista, antimperialista e di classe.
Le
lotte dei portuali: in prima linea contro la guerra.
La
fase attuale è caratterizzata dalla militarizzazione dell'economia e della vita
sociale.
Le politiche di riarmo promosse dai governi
europei, con l'Italia tra i protagonisti, sono giustificate in nome della
sicurezza nazionale, ma in realtà reindirizzano le risorse pubbliche verso il
complesso militare-industriale.
Il
risultato è chiaro:
aumento
dei bilanci militari, stagnazione dei salari, riduzione del welfare e
repressione dei conflitti sociali.
L'USB
identifica questa dinamica come l'essenza dell'economia di guerra:
non
solo la produzione di armi, ma una ristrutturazione autoritaria globale
dell'economia e del lavoro.
Uno
degli esempi più evidenti di opposizione concreta all'economia di guerra è la
mobilitazione dei portuali organizzata dall'USB.
In porti come Genova, Livorno e Civitavecchia,
i lavoratori hanno bloccato il carico di merci militari destinate alle zone di
guerra, in particolare a Israele e all'Ucraina.
Queste
azioni, compiute tra il 2021 e il 2024, hanno messo in luce il ruolo dei porti
italiani come nodi logistici della guerra imperialista.
L'USB ha difeso i lavoratori portuali che
hanno subito attacchi giudiziari e mediatici, affermando il diritto di sciopero
per motivi politici ed etici, un principio fondamentale del sindacalismo di
classe.
Questa
esperienza ha segnato una svolta:
ha
dimostrato che la guerra passa attraverso i luoghi di lavoro e che la
resistenza contro la guerra può e deve nascere dagli stessi lavoratori.
Costruire
un fronte nazionale di lotta.
Da
queste esperienze si è sviluppata una mobilitazione più ampia, che ha unito le
lotte contro la militarizzazione dell'economia, la precarietà e la compressione
salariale, nonché gli attacchi ai diritti sindacali e alla contrattazione
collettiva.
Dal
2023 l'USB ha riunito queste rivendicazioni in una piattaforma nazionale:
“Contro
la guerra, contro il costo della vita, per i salari, la pace e la giustizia
sociale” sotto lo slogan ABBASSATE LE ARMI ALZATE I SALARI.
Gli
scioperi di settembre-ottobre: un segnale politico di lotta di classe.
Gli
scioperi generali del 2024 e quelli di settembre e ottobre 2025, organizzati
dall'USB e da altri sindacati di base, hanno espresso chiaramente questa linea.
Richieste
principali: aumenti salariali generali, riduzione dell'orario di lavoro,
arresto immediato del riarmo e investimenti pubblici nel welfare, nella sanità,
nell'istruzione e nei trasporti.
Nonostante
la repressione del governo e i tentativi di limitare il diritto di sciopero, la
partecipazione è stata elevata nei settori dei trasporti, dell'istruzione,
della sanità, della logistica e dell'industria manifatturiera.
Gli
scioperi di settembre sono così diventati un atto di resistenza sociale e
politica nel contesto dell'economia di guerra.
Dalla
resistenza alla proposta: costruire l'alternativa sociale.
L'USB
va oltre la denuncia e propone un progetto sociale positivo: conversione civile delle industrie
militari e high-tech, piani di occupazione pubblica e transizione ecologica,
centralità dei servizi pubblici come diritti sociali e ripristino della
contrattazione collettiva come strumento di potere dei lavoratori. In questa
prospettiva, la lotta contro il riarmo diventa parte della più ampia lotta per
la socialdemocrazia e l'emancipazione dei lavoratori.
Il
ruolo del sindacato di classe oggi
Oggi
il sindacato di classe si trova a un bivio:
o
diventa un gestore tecnico all'interno dell'economia di guerra, o rivendica il
suo ruolo storico di organizzazione del potere e della coscienza di classe.
L'USB
sceglie la seconda strada.
Costruire
un sindacato di classe oggi significa collegare le lotte salariali al movimento
contro la guerra, unire i lavoratori del settore pubblico e privato, praticare
un internazionalismo concreto e difendere l'autonomia organizzativa e politica
dai governi e dai datori di lavoro.
Le
lotte dei lavoratori portuali e gli scioperi di settembre dimostrano che la
pace si costruisce attraverso la lotta di classe, non attraverso appelli
diplomatici.
La guerra passa attraverso le fabbriche, i
porti e i quartieri popolari. Pertanto, il sindacato di classe deve diventare il luogo in
cui i lavoratori organizzano la resistenza sociale all'economia di guerra e
costruiscono una società alternativa basata sul lavoro, non sul profitto.
Lo
sciopero USB il 28 novembre.
L'USB
ha proclamato uno sciopero nazionale per il 28 novembre, un passo essenziale
nella lotta contro l'economia di guerra, l'erosione salariale e lo
smantellamento dei servizi pubblici.
Lo
sciopero affonda le sue radici nella piattaforma nazionale dell'USB, che
chiede:
–
Aumenti salariali reali indicizzati all'inflazione;
–
Riduzione dell'orario di lavoro senza perdita di retribuzione;
–
L'immediata sospensione degli aumenti della spesa militare e la riallocazione
delle risorse alla sanità, all'istruzione, ai trasporti e al welfare;
– La
piena tutela del diritto di sciopero, in particolare nei settori strategici
colpiti dalle nuove restrizioni governative;
– Un
piano nazionale per la conversione sociale ed ecologica delle industrie
strategiche.
Per la
Palestina, contro il genocidio e la complicità del governo italiano con Israele.
Lo
sciopero del 28 novembre prosegue il ciclo di mobilitazione avviato con gli
scioperi di settembre, rafforzando il fronte nazionale di resistenza contro la
militarizzazione, l'ingiustizia sociale e le politiche di austerità.
Dalle
mobilitazioni di novembre alla prossima fase del conflitto.
Le
mobilitazioni del 28 e 29 novembre rappresentano un passo avanti qualitativo
nella costruzione di un'opposizione sociale e politica all'economia di guerra.
Lo
sciopero nazionale del 28 novembre ha confermato l'esistenza di una base
sociale ampia e trasversale disposta a collegare le lotte salariali, la difesa
dei servizi pubblici e l'opposizione alla militarizzazione all'interno di un
quadro analitico e politico unificato.
Al di
là dei livelli di partecipazione, il significato dello sciopero risiede nel suo
contenuto politico:
ha
sfidato esplicitamente la riallocazione delle risorse pubbliche verso la spesa
militare e ha messo in luce il legame strutturale tra il riarmo, la
compressione salariale e la restrizione autoritaria dei diritti sindacali. In
questo senso, lo sciopero non ha funzionato solo come azione difensiva, ma come
rifiuto collettivo dell'economia di guerra come modello di organizzazione
sociale.
La
manifestazione nazionale del 29 novembre ha ulteriormente consolidato questo
processo.
Riunendo
lavoratori di diversi settori, movimenti sociali e reti politiche, ha reso
visibile l'emergere di un blocco sociale in grado di articolare un'alternativa
alla narrativa dominante basata sulla sicurezza.
La
convergenza tra le lotte sindacali e le posizioni contro la guerra ha
dimostrato che l'opposizione alla militarizzazione non è esterna al conflitto
di classe, ma ne è sempre più una delle dimensioni centrali.
All'interno
di questo ciclo di mobilitazione in evoluzione, l'USB ha annunciato la prossima
giornata internazionale di lotta nei porti per il 6 febbraio.
Questa
iniziativa è strategicamente significativa.
I porti rappresentano un nodo materiale
dell'economia di guerra, dove le catene di approvvigionamento militari globali
si intersecano con i processi lavorativi locali.
Le
mobilitazioni dei lavoratori portuali evidenziano i modi concreti in cui le
guerre sono sostenute attraverso le operazioni logistiche quotidiane e
riaffermano la capacità del lavoro organizzato di interrompere e contestare
questi flussi.
La
giornata di lotta dei porti conferma quindi una traiettoria politica più ampia:
dagli scioperi generali alle azioni settoriali che prendono di mira
infrastrutture strategiche, il sindacato di classe promuove una forma di
conflitto che combina dimensioni economiche, politiche e internazionaliste.
In
questo modo, sfida sia la normalizzazione della guerra sia il tentativo di
depoliticizzare i rapporti di lavoro in condizioni di militarizzazione
permanente.
Viva
la Palestina.
Viva
il Venezuela.
Viva
Cuba.
Viva
l’internazionalismo proletario.
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