Cacciare i dittatori non porta bene.

 Cacciare i dittatori non porta bene.


Uccidere un dittatore

non cambia un regime:

 perché continuiamo

 a ignorarlo?

Reddit italy – R/italy – Critical-ideal99 – Redazione – (1-03 – 2026) – ci dice:

(r/italy - the great Globe itself ,und all whick it_unherit 15 too Small to sabisfy Such RO).

 

lo so, questo post non parla prettamente di politica italiana, ma vuole essere una sorta di sfogo contro quelle persone, sia in Italia che esteri, che giustificano azioni di individui o gruppi, basandosi sul fatto che è stata tolta di mezzo una persona cattiva.

Io sono il primo a mostrarmi felice per la morte di una figura autoritaria, che schiavizza e maltratta violentemente il proprio popolo, però credo sia arrivata l'ora di esaminare il quadro più amplio, senza soffermarsi sul "è morto un dittatore, quindi il bombardamento è giusto".

E chiedo anche scusa per il muro di testo, ma questo argomento è spesso poco discusso e sminuito.

Le interferenze estere in una nazione difficilmente portano al crollo di un regime autoritario, a favore di democrazia.

La dimostrazione l'abbiamo avuta prima in Venezuela col rapimento di Maduro e poi in Iran, ieri, con la morte di Khamenei.

Certo non sono più al potere, non fanno più del male, ma il loro regime è ancora in piedi e sono stati sostituiti dai loro fedeli numeri 2.

Non basta uccidere un leader per cambiare la struttura politica di un paese.

Le strutture politiche delle nazioni non si reggono solo su individualità, ma su istituzioni, fedeltà, interessi, paure, equilibri interni ed esterni. Quindi è infantile ridurre tutta la complessità a "quello è il cattivo da abbattere".

 

E quando un intervento esterno accelera la caduta di un leader, spesso non fa altro che rafforzare il suo senso di assedio, legittimando i successori ad irrigidire il sistema ulteriormente.

In più molti ignorano che, quando un regime sopravvive alla morte del leader, ne esce spesso più compatto, perché la transizione verrà gestita internamente, senza pressioni popolari, senza un processo politico aperto, senza un'alternativa credibile.

il risultato è un nuovo autoritarismo, ancor più strutturato.

Quindi il focus non deve essere concentrato sulla morte del cattivo di turno, ma su ciò che cambia per chi vive in quel luogo, perché se l'apparato resta, resta anche la repressione.

 

In secondo luogo vorrei mettere l'accento sull'interferenza estera militare, perché molti ne sminuiscono il peso in quanto conseguenze future, ma soprattutto normalizzano l'uso della forza come strumento di politica estera.

Il diritto internazionale esiste affinché le Nazioni più forti non attuino una sorta di Darwinismo sociale, in cui il più debole viene oppresso, colonizzato e schiavizzato.

Il Trump di turno agendo in questo modo, indebolisce tale insieme di regole internazionali, perché mostra che può invadere senza conseguenze reali.

Il bello è che lui non ha nascosto i suoi interessi, ricordate l'obbiettivo petrolio in Venezuela?

Prima avevi Putin che inventava il nazismo Ucraino, per avere un casus belli, ora con Trump, non c'è né più bisogno.

Vuole il petrolio?

Se lo prende, vuole aumentare la sua influenza su un territorio?

Lo conquista versando il sangue di cittadini e soldati avversarti.

Tanto sa di non subire conseguenze.

 

E ora, questo lo fa il leader di un paese teoricamente democratico, ma un domani?

Se la Cina autoritaria decidesse di voler ottenere a tutti i costi il dominio su un territorio?

Magari potremmo noi finire sotto i bombardamenti e non si farà problemi a giustificarsi, a trovare un motivo, tanto non subirà conseguenze (soprattutto se ci isoliamo da alleanza NATO come molti cittadini vorrebbero).

Per questo la retorica normalizzante non va bene, non è solo infantile, ma è anche pericolosa, perché permette di ignorare conseguenze materiali di azioni, di evitare analisi serie, di trasformare la politica in narrazione hollywoodiana.

Ma la realtà è che quando cade un missile, non colpisce il personaggio di un film, ma colpisce persone reali, edifici reali, distruggendo servizi, relazioni, vite e creando così tragedie e molti dimenticano ciò.

 

Inoltre chi sostiene questi eventi spesso non calcola che, la stabilità non si crea col vuoto.

Eliminare un leader senza processo politico credibile, senza un'opposizione organizzata e senza un contesto pronto alla transizione politica, non produce democrazia, ma produce caos.

E il caos storicamente è terreno fertile per autoritarismi, milizie, signori della guerra o potenze esterne che vogliono sfruttare il luogo per interessi personali.

E c'è anche un fattore di sbilanciamento e asimmetria politica, perché la narrazione della nazione più forte domina il discorso globale, così le sfumature, le voci interne del paese, le dinamiche locali, vengono schiacciate da un racconto semplificato, che serve più agli interessi geopolitici piuttosto che alla comprensione del contesto e della situazione. e così si finisce per celebrare eventi, che non rappresentano alcuna liberazione per chi vive in quei luoghi, ma anzi sarà solo l'inizio di un nuovo ciclo di paure e incertezze.

 

 

 

 

 

La Verità 3 marzo 2026.

TRIONFI AL CONTRARIO. Rimuovere

i dittatori non porta bene a noi europei.

Di ROBERTO VANNACCI.

 

Agenziagiornalisticaopinione.it – (3 marzo 2026) – Roberto Vannacci – ci dice:

Cacciare i dittatori non porta bene.

Non c’è da esultare:

da questa guerra aspettiamoci costi economici, più immigrazione e perdita di peso geopolitico.

Lo dimostrano i precedenti, da Saddam a Gheddafi.

Caro direttore, la rimozione dei dittatori, per noi europei – e per noi italiani in particolare – non ha mai portato nulla di buono.

Ogni volta ci è stata venduta come una battaglia per la libertà; ogni volta ne abbiamo pagato il prezzo.

La destituzione di “Saddam Hussein” ha aperto le porte al caos iracheno, ha fatto esplodere il terrorismo jihadista e ha destabilizzato un’intera regione.

 Il risultato?

Prezzi del petrolio più alti per i Paesi che lo importano, missioni militari costose e sanguinose, uomini persi, e un’area consegnata prima ad Al Qaeda e poi all’Isis.

 Abbiamo tradito i curdi dopo averli usati, abbandonato i nostri rapporti strategici con solidi e ci siamo infilati in un pantano geopolitico senza un vero ritorno nazionale.

La caduta di “Gheddafi” ha trasformato la Libia da partner problematico ma funzionale a Stato fallito.

Abbiamo perso contratti, influenza, sicurezza energetica.

In compenso abbiamo ottenuto instabilità permanente alle nostre porte, flussi migratori fuori controllo e l’ingresso massiccio di Turchia e Russia nel nostro ex spazio di influenza.

 Un capolavoro strategico – ma per altri.

La guerra contro Assad ha prodotto una Siria devastata, milioni di profughi e un’Europa ricattabile.

 Paghiamo Ankara per trattenere disperati ai suoi confini, finanziando di fatto la leva politica di Erdogan.

Gli Stati Uniti hanno consolidato la loro presenza energetica nell’area, la Turchia ha esteso la propria influenza, e noi?

 Noi abbiamo incassato costi, tensioni interne e marginalità diplomatica.

Vent’anni di guerra in Afghanistan per rimuovere i talebani.

 Vent’anni di miliardi spesi, vite perdute, missioni senza una strategia di uscita credibile.

Alla fine abbiamo riconsegnato il Paese agli stessi talebani.

Oggi le donne afghane sono oppresse di prima e l’Occidente è meno credibile.

Le cosiddette Primavere arabe, sostenute e entusiasmate dagli Stati Uniti, hanno incendiato il Nord Africa.

L’Egitto è finito nelle mani dei Fratelli Musulmani prima e dei militari poi, la Tunisia è stata destabilizzata, la Libia dissolta.

 Stabilità ridotta, radicalizzazione aumentata.

E allora la domanda è inevitabile: cosa pensiamo di ottenere dalla rimozione del regime iraniano?

Il punto non è stabilire se Trump o Netanyahu abbiano agito nel «bene» o nel «male».

La politica internazionale non è catechismo.

Il punto è semplice: qual è l’interesse europeo?

Qual è l’interesse italiano?

Ci raccontano che si tratta di liberare un popolo oppresso.

 Ma nel Golfo abbondano monarchie dove i diritti civili sono un optional, e nessuno parla di interventi.

Ci dicono che bisogna fermare la bomba atomica.

 Anche in Iraq si parlava di armi di distruzione di massa.

Sappiamo com’è andata.

Quello che possiamo realisticamente aspettarci, invece, è questo:

* aumento dei prezzi di petrolio e gas;

* maggiore dipendenza energetica dagli Stati Uniti;

* destabilizzazione ulteriore del Medio Oriente;

* nuovi flussi migratori verso l’Europa;

* rischio di blocco delle rotte strategiche vitali per l’Italia, come lo Stretto di Hormuz e quello di Aden;

* possibile frammentazione dell’area, con conflitti indiretti alle nostre imprese.

In altre parole: altri pagano con il sangue, noi paghiamo con il portafoglio e con la perdita di peso geopolitico.

E alla fine scopriamo che la «liberazione» non coincide quasi mai con i nostri interessi.

Mi chiedo con quale logica – o con quale stomaco – una pletora di politici, diplomatici e opinionisti riesca a esultare mentre Teheran viene bombardata, una nazione sbriciolata e un’intera area gettata nel caos. Che cosa c’è da festeggiare, esattamente?

 Le macerie?

 L’ennesima miccia accesa in una polveriera già satura?

Quale sarebbe la parte entusiasmante nel vedere altri decidere deliberatamente il nostro futuro senza nemmeno negarci una consultazione?

 Dov’è l’orgoglio nel ridursi a spettatori plaudenti mentre le scelte che ci ricadono addosso vengono prese altrove?

E soprattutto:

che cosa ci sarebbe di liberatorio nel constatare che, col pretesto dell’esportazione del nostro sistema di vita, la nostra libertà va a restringersi?

 Che cosa ci sarebbe di rassicurante nel vedere la nostra ricchezza erosa pezzo dopo pezzo, la nostra influenza evaporare, la nostra autonomia trasformarsi in una nota a margine?

Se questo è il trionfo che celebrano, è un trionfo al contrario: meno sovranità, meno prosperità, meno voce.

È più instabilità, più dipendenza, più silenzio imposto.

Davvero è questo il motivo per cui dovremmo applaudire?

 

 

 

 

L'altra destra.

Vannacci arriva a Roma e incalza

 Meloni e Salvini su sicurezza e Iran.

Ilfoglio.it - Ruggiero Montenegro – (04 mar. 2026) – Redazione – ci dice:

    

Il” generale al contrario” presenta oggi il suo pacchetto sicurezza con i deputati futuristi:

il decreto è troppo morbido, va emendato.

 Manda messaggi al governo sulla politica estera mentre “Ziello” prepara una proposta di legge sull'oro di Bankitalia.

Domani gli uomini che credono in Vannacci fanno il bis a Palazzo Grazioli con un'altra conferenza.

 

Oro, esteri e sicurezza. Il loro perimetro, continuano a ripetere i futuristi, è quello del centrodestra.

O meglio: delle contraddizioni della parte politica di centrodestra.

 Ieri in commissione Affari costituzionali del Senato, dove Vannuccini ancora non ce sono e la scelta non sembra casuale, è stato incardinato il decreto sicurezza, tanto caro alla maggioranza (e a lungo fermo al Mef, prima della bollinatura).

 E oggi a Roma arriva Roberto Vannacci – giovedì farà il bis a Palazzo Grazioli – per prendersi la scena e presentare il suo pacchetto.

“Saranno misure draconiane”.

Le sale della Camera pare fossero già overbooking, così l’appuntamento, nel primo pomeriggio, è in un hotel di via Nazionale.

Cinquecento metri più in là, a Palazzo Koch, più o meno nelle stesse ore, è attesa Giorgia Meloni per un convegno alla Banca d’Italia.

 “Vanno finalmente a riprendersi l’oro degli italiani?”, ironizza Edoardo Ziello.

Ricorda gli emendamenti, e le riformulazioni al ribasso, su quella che è una storica battaglia della destra.

Che i Vannuccini voglio intestarsi:

“Depositeremo a breve una proposta di legge, che trasformeremo anche in emendamento al primo provvedimento utile.

Lo schema – spiega il deputato di Futuro nazionale – è quello della sovranità sui lingotti, per tornare davvero sovrani delle riserve auree”. Ù

Un modello stoppato dall’Europa.

 “Abbiamo già tante procedure d’infrazione, una in più non cambia nulla”.

Vale tutto per i futuristi, soprattutto ora, in fase di tesseramento e campagna acquisti.

 

A Sanremo, dopo il passaggio di Vannacci, la Lega si è ritrovata senza il segretario locale e fuori dal Consiglio comunale:

 Marco Ventimiglia (con altri due) ha aderito a Fn.

 Mentre a Roma i futuristi assicurano di avere più richieste.

Nel Carroccio temono cedimenti nei deputati del nord est ma pure al sud, dove “Rossano Sasso” organizza assemblee e comitati.

 

Nella conferenza di oggi intanto Vannacci (che ha smentito i contatti con Fabrizio Corona) tornerà a ribadire che il decreto sicurezza è “troppo morbido”, “timido”, come il governo che lo ha varato.

Serve molto di più, va emendato e il pacchetto futurista si muoverà su varie direttrici.

La tutela delle forze dell’ordine, da rafforzare ulteriormente, la disciplina sulla legittima difesa (insieme al tema dei risarcimenti) e poi normative che riguardano l’impiego delle forze armate nelle città, che vanno adeguate alla situazione.

 Che non è ordinaria per il generale al contrario, lui che della re-migrazione ha fatto un marchio di fabbrica e con i suoi lavora a un provvedimento (oltre che ai comizi a pagamento) in materia.

Sono vette su cui la maggioranza non può spingersi, Vannacci ci sguazza.

 E forse non è un caso se ieri Matteo Salvini è tornato a parlare di forze dell’ordine, dopo gli incidenti a Napoli con gli attivisti “no America’s cup”.

Mentre il deputato leghista Zoofili ha annunciato un’interrogazione a Matteo Piantedosi su “strade sicure”.

 

Il tema di queste ore resta però il medio oriente.

La posizione sul ministro della Difesa bloccato a Dubai è nota:

“Salvate il soldato Crosetto”, ha attaccato il generale.

 Ma i Vannuccini non chiedono le dimissioni.

 “Non siamo il M5s”. Con una lettera alla Verità – da quando è considerato “un traditore” gli spazi mediatici in tv e sui giornali di destra si sono ridotti – Vannacci ha esibito quello che può essere considerato un manifesto di politica estera, in cui spiega che la democrazia non si esporta.

“Cacciare i dittatori non porta bene”.

E non per questioni di diritto internazionale, ma perché gli effetti – tra bollette ed economia – alla fine contrastano l’interesse nazionale.

Alla Camera i suoi spiegano di essere contrari, come per Kyiv, a mandare aiuti militari, i” samp-t”, ai paesi del Golfo.

Messaggi per il governo.

Mentre il centrodestra – al di là delle dichiarazioni di facciata e dei veti leghisti – sa che il Campo largo può essere competitivo.

 E a guardare i sondaggi la soglia del 3 per cento fissata dalla nuova legge elettorale (Fn chiederà l’introduzione delle preferenze) è alla portata dei futuristi.

Toccherà farci i conti.

Nel frattempo Vannacci si infila nelle contraddizioni sovraniste e domani fa il bis alla stampa estera, con un’altra conferenza per lanciare il suo partito.

 

 

 

 

 

Ecco perché dittatori e tiranni

fanno sempre una brutta fine.

Corriere.it - Milena Gabanelli e Maria Serena Natale – (14 maggio 2025) – Redazione – ci dicono:

 

Ecco perché dittatori e tiranni fanno sempre una brutta fine.

Freddati da raffiche di Ak-47, traditi e vilipesi, suicidi per non cadere in mani nemiche, processati o esiliati, i dittatori fanno sempre una brutta fine.

 Proprio loro che credettero di «essere la meraviglia del proprio tempo», come il Macbeth di Shakespeare, saranno dannati e banditi dalla Storia. Così passano i tiranni.

E così passarono Benito Mussolini e Hitler, e anche Josif Stalin.

 Dopo la caduta dell’Urss furono rimosse le statue e rinominate le vie a lui dedicate.

 La Seconda guerra mondiale doveva essere lo spartiacque per l’Europa e il mondo.

 Mai più massacri, dittature, gulag e oppressione dei popoli. E invece.

Pol Pot.

Il generale cambogiano “Pol Pot” ammira la Rivoluzione francese e il marxismo.

Da giovane viaggia in Europa, ottiene una borsa di studio a Parigi, lavora in Jugoslavia.

Tornato in Cambogia, all’inizio degli anni Cinquanta nel quadro delle rivolte anti-francesi nei territori dell’allora Indocina, è tra i fondatori del Partito rivoluzionario del popolo Khmer con il quale vive una lunga latitanza fino alla salita al potere dell’aprile 1975.

Nel 1978 a 53 anni ha compiuto la rivoluzione agraria della Kampuchea Democratica.

 Così il regime comunista ed etno-nazionalista dei Khmer rossi ha rinominato la Cambogia.

Svuotate le città e deportata la popolazione nelle campagne, smantellati ospedali e proprietà privata, scomparsi in quattro anni quasi due milioni di persone su sette.

Eliminati nelle esecuzioni di massa, sterminati nei campi di lavoro, abbattuti dalle carestie.

Un genocidio durato fino al 1979, quando le truppe vietnamite invadono il Paese e insediano il nuovo governo.

Nel 1997 “Pol Po”t è un’ombra nella giungla, sopravvissuto ad anni di guerriglia, malato e braccato dalla paura di essere tradito dai fedelissimi che non esita a far fuori.

Nell’ultima intervista al giornalista americano “Nate Thayer” appare inerme e perso nell’estremo tentativo di autoassolversi:

«Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per il mio Paese. Ero solo inesperto. Le sembro una persona violenta?».

 Il «Fratello numero uno» muore a 72 anni il 15 aprile 1998, ufficialmente colpito da infarto.

Per “Thayer”, quel giorno con lui nel villaggio vicino al confine thailandese dove il dittatore scontava i domiciliari, è stato suicidio:

 un cocktail di tranquillanti e antimalarici per non essere consegnato agli americani.

 

Idi Amin Dada.

Del dittatore ugandese Idi Amin Dada non si conosce con certezza la data di nascita, 1924 o 1925.

 Non è sicuro che «Dada» sia un clan o un soprannome, né è noto il numero dei figli:

 40 ufficiali da 7 matrimoni, in totale forse una sessantina.

Tutto si sa della fine:

in esilio, stroncato da un’insufficienza renale il 16 agosto 2003 all’ospedale “Re Faisal” di Gedda, nel Regno Saudita ultimo rifugio dorato dopo Libia e Iraq.

Abilità e fanatica megalomania lo portano a diventare, da assistente cuoco nell’esercito coloniale britannico, comandante delle forze armate dell’Uganda indipendente e lo aiutano poi a barcamenarsi tra potenze occidentali e Unione Sovietica trovando amici in Israele e Nord Africa come nell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, nel Regno Unito o in Germania Est.

Nella vertigine d’onnipotenza si autoproclama «Signore di tutte le bestie della terra e dei pesci dei mari, Conquistatore dell’Impero britannico in Africa, Re di Scozia senza corona».

Non è dato sapere il numero preciso delle vittime di persecuzioni etniche e uccisioni sommarie negli otto anni della sua presidenza, dal colpo di Stato del 1971 al disastroso tentativo di conquistare la Tanzania.

 Le stime variano tra 100 e 300 mila.

La prima grave crisi internazionale nel 1976 quando autorizza l’atterraggio del volo Air France da Tel Aviv a Parigi dirottato da terroristi palestinesi e tedeschi:

nel blitz israeliano per liberare gli ostaggi, l’”Operazione Entebbe”, muore il comandante delle forze speciali “Yonathan Netanyahu”, fratello maggiore dell’attuale premier Benjamin.

L’attacco alla Tanzania del ’78 precipita l’Uganda in una lunghissima fase di instabilità e vendette, con nuovi padroni e nuovi orrori come i bambini-soldato dell’”Esercito di liberazione del Signore” fondato da Joseph Kony nel 1987.

 Amin è lontano, forse già dedito alla dieta fruttariana ossessione degli ultimi anni.

 È passato alla storia con il nome di «Machete, Macellaio d’Africa, Hitler nero».

 

Nicolae Ceausescu.

Ceausescu diventa segretario generale del Partito comunista della Romania nel 1965;

 dal ’74 è presidente della Repubblica socialista.

Industrializzazione intensiva e piani di rieducazione:

il Paese è lanciato in un progresso forzato che riesce solo in parte a spezzare le antiche radici contadine, mentre il regime cerca un’autonomia mal sopportata a Mosca.

Controllo sociale capillare attraverso la terribile polizia segreta, la “Securitate”.

Vietati aborto e qualsiasi forma di contraccezione al motto «Il feto è proprietà dello Stato», premi alle «madri eroine».

 Culto ossessivo della personalità del capo:

Ceausescu arriva ad auto-conferirsi uno scettro spiazzando anche Salvador Dalí che invia un telegramma di congratulazioni (ironia surrealista fraintesa, sarà preso per un omaggio vero).

A Bucarest si fa costruire una colossale Casa del popolo, il palazzo più pesante del mondo, oggi sede di Parlamento e Corte costituzionale.

 Le proteste studentesche del dicembre 1989, nel sentimento di svolta che si diffonde da un Paese all’altro del blocco comunista, convincono infine il” Conducator” a lasciare la capitale con la moglie Elena.

Fermati nella rocambolesca fuga tra le campagne dove sono nati, del processo sommario restano le immagini a colori riprese con una Panasonic M7 nella caserma di “Târgoviște”.

Sembrano due anziani contadini spaventati, spogliati del potere e stretti in cappotti troppo pregiati per quelle stanze misere come il Paese, che lui aveva ridotto alla fame con il razionamento alimentare.

 È il 25 dicembre 1989, meno di un’ora davanti alla corte marziale, la fucilazione improvvisata che la videocamera non ha il tempo di filmare passerà alla storia come la fine dell’unica rivoluzione violenta contro i sistemi comunisti nell’Europa centro-orientale.

Hanno 73 e 71 anni, le mani legate.

Mentre a Bucarest cospiratori e fazioni s’avventano sulle spoglie del regime lei grida «Andate all’inferno», lui canta l’Internazionale.

Questo il racconto ufficiale.

Anni dopo, uno dei tre paracadutisti incaricati quel giorno di imbracciare i kalashnikov ricorderà di aver incrociato lo sguardo di Ceausescu nell’attimo in cui diventava chiaro che non ci sarebbe stato appello. Finiva lì, e Nicolae pianse.

 

Milosevic.

“Slobodan Milosevic” è il leader autoritario che in nome della Grande Serbia accende l’odio etnico nei Balcani degli anni Novanta.

 Nato sotto l’occupazione nazista durante la Seconda guerra mondiale, comincia come funzionario comunista nella Jugoslavia di Tito prossima all’implosione, e diventerà agitatore nazionalista.

Lungo il cammino si presenta come uomo di pace firmando con il croato Franjo Tudman e il bosniaco Alija Izetbegovic gli Accordi di Dayton che nel 1995 chiudono la guerra di Bosnia ed Erzegovina:

 eppure nel conflitto ha appoggiato attivamente le forze serbo-bosniache del presidente “Radovan Karadzic” e del comandante dell’esercito “Ratko Mladic” che hanno pianificato e condotto le operazioni di pulizia etnica contro la popolazione musulmana.

Tre anni dopo insieme all’ultranazionalista “Vojislav Seselj” cavalca l’escalation che porta alla nuova guerra del Kosovo.

Anni di discorsi infuocati e giganteschi patrimoni personali accumulati, anche grazie alle sanzioni, da un gruppo di potere che tiene dentro politica, banche, apparati di sicurezza e gerarchie militari.

Finisce con l’arresto e l’estradizione all’Aja, dove il “Tribunale Onu per la ex Jugoslavia” lo chiama a rispondere di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.

Croazia, Bosnia, Kosovo:

tre atti d’accusa, uno per ciascuna guerra.

La sentenza non arriverà mai.

Quando la mattina dell’11 marzo 2006 lo trovano immobile nel letto, Milosevic è morto da ore.

Fatalità o ultimo sfregio, la fine per infarto a un passo dal verdetto è una sconfitta per l’intero sistema di giustizia penale internazionale.

 Il processo più importante estinto tra ipotesi di avvelenamento e suicidio mai confermate dalle indagini.

 A 64 anni «Slobo» è solo nella sua cella del carcere di “Scheveningen” con le ombre di milioni di profughi e centomila morti.

 

Saddam.

Inaugura la scalata con il colpo di Stato con i nazionalisti arabi del partito Baath nel 1968, per arrivare alla conquista della presidenza nel 1979.

 L’era di “Saddam Hussein” sull’Iraq è segnata da torture e stragi, dalla persecuzione delle minoranze, dallo sterminio dei curdi, dalla guerra all’Iran, l’invasione del Kuwait, la prima guerra del Golfo, e l’odio per gli Stati Uniti.

Il 9 aprile Bagdad cade, s’apre il palazzo con i bagni in marmo e oro, cade dall’alto piedistallo in piazza” Al Firdos” la statua del rais:

 una tra le tante nel Paese disseminato di immagini grandiose, diventerà il simbolo della dissoluzione del regime.

Il 13 dicembre le truppe americane scovano “Saddam” in una buca nel terreno di una fattoria poco lontano dalla sua “Tikrit”. La barba lunga e impolverata, i capelli arruffati, lo sguardo perso.

Di quelle ore ricordiamo le immagini diffuse dai vincitori:

il dittatore non oppone resistenza, apre docile la bocca e tira fuori la lingua per i controlli sanitari, sfila con i polsi legati nelle foto ricordo dei soldati.

Tre anni dopo, dicembre 2006, il tribunale speciale formato da cinque giudici iracheni respinge l’appello:

la condanna per crimini contro l’umanità commessi nel “massacro degli sciiti di Duali” nel 1982 è definitiva.

 Gli Stati Uniti (che nel 2011 si ritireranno dal Paese mai pacificato, avviato a nuovi conflitti e all’ascesa dei fondamentalisti del sedicente Stato islamico) vorrebbero rinviare l’esecuzione di un paio di settimane ma il nuovo Iraq ha fretta di chiudere.

La data fissata è il 30 dicembre.

Saddam Hussein ha 69 anni.

In qualità di ex comandante in capo ha chiesto la fucilazione, negata.

 Il video ufficiale si ferma quando gli sistemano il cappio intorno al collo, qualcuno continua a filmare e il mondo sentirà le grida e gli insulti, vedrà il patibolo di legno e il buio intorno.

Le sue colpe tuttavia non bastano a lavare la coscienza dell’Occidente che nel marzo 2003 invade l’Iraq in cerca di inesistenti armi di distruzione di massa.

 

Gheddafi.

Artefice del colpo di Stato che travolge la monarchia di “re Idris”, nel 1969, “Muammar Gheddafi” proclama la Repubblica araba di Libia. Impone da subito un regime autoritario che punta a costruire una forte identità nazionale in un Paese diviso in tribù:

 rientrano in questo disegno l’espulsione dei 20 mila italiani residenti e la persecuzione di tutti i gruppi non arabi, dai berberi agli ebrei.

Il Colonnello gioca la carta del nazionalismo e della rivoluzione anti-imperialista, anti-occidentale e anti-israeliana.

Nel 1977 proclama la Grande Giamahiria-la Repubblica delle masse «socialista e popolare», scrive un Libro Verde sul modello del Libretto Rosso di Mao Zedong.

Migliora alfabetizzazione e sanità, promuove riforme sociali improntate alla sharia (la legge islamica).

 Intorno alla sua famiglia un sistema di potere cleptocratico che si difende con restrizioni delle libertà civili, detenzioni arbitrarie, sparizioni, uccisioni sommarie.

 È accusato di finanziare il terrorismo internazionale.

Le indagini di britannici e americani sulla strage del volo Pan Am 103 con 259 persone a bordo, fatto esplodere con una bomba nei cieli sopra la cittadina scozzese di Lockerbie nel 1988, accerteranno le responsabilità di due cittadini libici, che Gheddafi rifiuta di estradare.

 Le conseguenti sanzioni decise dall’Onu lo costringeranno a dichiararsi responsabile come capo del governo (non ad ammettere di aver dato l’ordine) e risarcire le famiglie delle vittime.

Nell’ottobre 2011, già incriminato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità, l’uomo che da 42 anni domina incontrastato sulla Libia, che ha in giro per il mondo beni e conti correnti per 200 miliardi di dollari, che agli incontri con i leader si presentava scortato da amazzoni e vestito alla beduina, è in fuga nel deserto.

La rivolta sul vento delle primavere arabe è sfociata in guerra civile portandosi dietro l’intervento dei Paesi Nato trascinati dalla Francia e sotto l’egida dell’Onu.

Da mesi Gheddafi ha lasciato Tripoli per Sirte, sua città natale, dov’è rimasto asserragliato man mano che le forze del Consiglio di transizione avanzavano.

 Il convoglio è bloccato dai ribelli, il Colonnello tenta di nascondersi in una tubatura di drenaggio.

 Sarà brutalizzato con indicibile violenza e finito con un colpo di pistola alla testa.

 

E oggi?

Nella Russia di Putin, nella Cina di Xi Jinping, nella Corea del Nord di Kim Jong-un il dissenso è perseguito e punito anche con la morte.

Il dittatore siriano “Bashar Assad” ha trovato rifugio a Mosca.

 Sul premier israeliano Netanyahu pende il mandato d’arresto della Corte dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità.

 Nella grande democrazia americana il presidente Donald Trump caccia chiunque non approvi le due decisioni e punisce chi ha idee diverse.

Nella stessa Europa ci sono leader che promuovono apertamente politiche illiberali.

Anziché progredire sulla strada del diritto e della democrazia come avevamo giurato dopo le ultime guerre, il mondo torna a farsi sedurre da modelli autoritari e dittatoriali.

Sappiamo com’è andata a finire tutte le altre volte.

 

 

 

 

Decreto Sicurezza 2026:

 scudo per le forze dell’ordine

e nuove regole.

Laleggepertutti.it – (25 Febbraio 2026) - Autore: Angelo Greco – ci dice:

 

Decreto Sicurezza 2026: scudo per le forze dell’ordine e nuove regole.

L’articolo analizza le novità del Dl Sicurezza n. 23/2026:

dalle nuove norme sulla legittima difesa ai fondi per i Comuni e la videosorveglianza.

Il Governo ha impresso una svolta normativa con l’entrata in vigore del decreto 24 febbraio 2026, n. 23, noto come Dl Sicurezza.

 Il provvedimento, firmato dal Presidente della Repubblica e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, introduce una riforma profonda che tocca diversi ambiti, dalla gestione dell’ordine pubblico durante le manifestazioni alla tutela legale per gli operatori delle forze dell’ordine.

La regola generale che emerge da questo intervento legislativo mira a bilanciare la prontezza d’intervento delle autorità con la necessità di una tutela economica e giuridica più solida per chi opera sul campo.

Non si tratta solo di una risposta a singoli episodi di cronaca, ma della definizione di un nuovo perimetro d’azione che riguarda la sicurezza urbana, la prevenzione della violenza giovanile e il sostegno finanziario ai Comuni per il controllo del territorio, pur con alcune limitazioni di spesa introdotte durante l’iter di bollinatura.

Indice:

La nuova procedura per la legittima difesa e l’annotazione preliminare.

Investimenti per la sicurezza urbana e fondi per la videosorveglianza.

Stretta sulle manifestazioni e fermo preventivo di dodici ore.

Regole per la vendita di armi bianche e contrasto alla violenza giovanile.

Detassazione delle trasferte e nuove modalità di rimborso spese.

La nuova procedura per la legittima difesa e l’annotazione preliminare.

 

Una delle novità più significative riguarda il cosiddetto scudo penale in materia di legittima difesa.

La norma stabilisce che, qualora appaia evidente che la reazione di un agente o di un privato cittadino sia avvenuta in presenza di una causa di giustificazione, non scatti l’iscrizione automatica nel registro degli indagati.

In questi casi, l’autorità deve procedere con una annotazione preliminare in un separato modello (decreto 24 febbraio 2026, n. 23). Questo meccanismo evita l’immediato impatto burocratico e d’immagine legato al registro ordinario, a meno che il pubblico ministero non ritenga necessari ulteriori accertamenti.

Per fare un esempio pratico, se un poliziotto utilizza l’arma per fermare un’aggressione violenta e la dinamica appare subito chiara come atto di difesa, il suo nome non finirà subito nell’elenco degli indagati standard, ma verrà inizialmente inserito in questo registro parallelo.

 Se però emergono dubbi, come tracce di Dna incongruenti o prove manipolate, il magistrato disporrà l’iscrizione nel registro ordinario (art. 1-bis comma 1).

 

Investimenti per la sicurezza urbana e fondi per la videosorveglianza.

Il decreto interviene anche sul piano economico, destinando risorse specifiche alla sicurezza delle città, sebbene con una riduzione rispetto alle bozze iniziali.

 Per l’anno 2026, il fondo per la prevenzione nei Comuni viene incrementato fino a raggiungere la quota di 54 milioni di euro.

Una parte rilevante di queste risorse, circa 19 milioni, è vincolata al potenziamento dei sistemi di videosorveglianza urbana.

 

Un cambiamento fondamentale riguarda la possibilità per le amministrazioni locali di utilizzare tali somme non solo per l’acquisto di tecnologie, ma anche per coprire i costi del lavoro straordinario della polizia locale.

 Questo significa che un sindaco potrà impiegare i fondi statali per garantire una maggiore presenza di pattuglie nelle ore notturne o durante eventi particolari, pagando direttamente le indennità ai propri agenti grazie a queste nuove coperture finanziarie (Relazione tecnica RGS).

 

Stretta sulle manifestazioni e fermo preventivo di dodici ore.

Il legislatore ha introdotto misure più rigorose per la gestione delle manifestazioni pubbliche.

In presenza di un pericolo attuale e concreto, le autorità possono disporre il fermo delle persone ritenute a rischio per una durata massima di 12 ore.

Questa decisione deve basarsi su elementi oggettivi, come il possesso di oggetti atti a offendere o la presenza di precedenti specifici per violenze durante i cortei negli ultimi cinque anni.

Il pubblico ministero deve essere informato immediatamente della misura e può ordinare il rilascio immediato se ritiene che manchino i presupposti legali.

 

Ad esempio, un soggetto già denunciato per scontri in piazza che viene trovato in prossimità di un nuovo corteo con strumenti contundenti può essere trattenuto preventivamente per evitare che l’evento degeneri in disordini.

Regole per la vendita di armi bianche e contrasto alla violenza giovanile.

Il testo normativo affronta anche il fenomeno della violenza commessa da soggetti giovani attraverso il potenziamento dell’ammonimento del questore.

 Questa procedura viene estesa a episodi di lesioni, rissa, violenza privata e minacce.

Se il minore ignora il richiamo e reitera il comportamento, i genitori possono subire una sanzione pecuniaria che varia da 200 a 1.000 euro.

Parallelamente, viene vietata la vendita di coltelli o strumenti da punta e taglio ai minori di 18 anni, anche nelle transazioni tra privati.

Per gli acquisti nei negozi fisici non è più obbligatoria la registrazione nominativa della vendita, ma resta il dovere di verificare il documento d’identità.

Per il commercio online, invece, la verifica dell’età diventa un obbligo stretto monitorato dall’Agcom, con sanzioni che possono arrivare a 3.000 euro.

 

Detassazione delle trasferte e nuove modalità di rimborso spese.

Infine, il decreto introduce agevolazioni fiscali specifiche per il personale del comparto sicurezza.

 Viene prevista la detassazione delle indennità di trasferta e una deroga importante alle norme sui pagamenti elettronici.

 

Gli appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine non sono obbligati a utilizzare metodi tracciabili per il rimborso delle spese di vitto e alloggio, potendo continuare a utilizzare il contante.

Questa norma ha valore retroattivo, sanando così le situazioni pregresse rispetto alla legge di bilancio 2025.

Un militare in missione potrà quindi presentare ricevute pagate in contanti senza perdere il diritto al rimborso, facilitando la gestione delle spese in contesti operativi dove l’uso della carta di credito potrebbe non essere agevole.

 

 

Diritto all’autodifesa o

guerre di aggressione?

Riformismoesolidarieta.it - Salvatore Biondo – (28 Gennaio 2024) – ci dice:

 

Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite definisce il diritto di autodifesa degli Stati a fronte di un’aggressione armata sul proprio territorio.

 Tuttavia si tratta di un diritto su cui si è molto discusso e si discute ancora.

 Infatti l’art. 51 lascia aperti molti margini di interpretazione sia sulle condizioni che possano determinare l’insorgere di questo diritto che sulle modalità e i limiti a cui deve essere sottoposto l’esercizio.

Negli anni ci sono stati diversi tentativi di meglio definirlo ma, ad oggi nonostante diverse risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e molteplici sentenze del Tribunale Internazionale dell’Aia, le questioni rimangono aperte.

 Eppure, nonostante tutto, l’art. 51 definisce alcuni principi fondamentali a cui gli Stati devono attenersi nell’esercizio di questo diritto.

 

Il primo di questi principi è testualmente inequivocabile:

la condizione essenziale, che non può essere scavalcata, per reagire in legittima difesa è che si sia stati oggetto di un attacco armato.

Ma qui si apre il primo problema:

quando è stato formulato l’art.51 non esistevano ancora (o erano residuali) le “guerre ibride” e gli unici attori delle guerre erano gli Stati nazionali.

La questione riguarda attacchi armati provenienti da organizzazioni terroristiche o milizie non statali anche se espressione di movimenti di resistenza o liberazione. L’interpretazione che più è stata affermata dalle sentenze internazionali è che, comunque, bisogna dimostrare il legame diretto e continuo con lo Stato contro cui si esercita il diritto all’autodifesa.

Anche per questo l’art.51 pone in capo al Consiglio di Sicurezza poteri di controllo sulla reazione degli Stati aggrediti.

Ma qui si apre la questione del ruolo dello stesso Consiglio di Sicurezza e dei poteri di veto attribuiti a cinque Paesi (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) frutto degli equilibri di potenza definiti all’indomani della 2° guerra mondiale ed oggi, come è evidente a tutti, non più rispondenti all’attuale situazione globale.

 

Altri fondamentali limiti posti dall’art.51 sono quelli relativi alla “necessità”, alla “proporzionalità” e alla “immediatezza” nella reazione.

Il principio di “necessità” postula che la reazione armata sia l’unica via percorribile per l’esercizio del diritto di autodifesa… se ne può discutere a lungo.

La “proporzionalità” ha un significato molto chiaro:

non puoi reagire distruggendo un Paese perché hai subito un attacco terroristico da forze riconducibili a quel Paese, non puoi distruggere un’intera popolazione come reazione ad un inaccettabile ed orrendo massacro di tuoi cittadini, non puoi occupare il territorio di uno Stato sovrano in nome di una presunta difesa dei tuoi confini o di etnie affini alla tua.

 

Quello di “immediatezza” è particolarmente interessante perché esso non riguarda soltanto il tempo che intercorre tra l’aggressione e la reazione, ma è un principio coerente con il sistema centralizzato nella composizione dei conflitti sancito dalle Nazioni Unite.

 La reazione è quindi giustificata solo temporaneamente e deve cessare al momento in cui inizia ad operare la protezione degli Stati membri.

La responsabilità primaria per il mantenimento della pace è del Consiglio di Sicurezza, quindi gli Stati membri che agiscano per legittima difesa, hanno l’obbligo di sospendere tutte le azioni belliche nel momento in cui il Consiglio di Sicurezza prende le proprie decisioni.

 Se questo è il “diritto” vediamo cosa sta effettivamente accadendo nella nostra drammatica realtà contemporanea.

 

Il dramma del conflitto israelo-palestinese dimostra oltre ogni ragionevole dubbio, che il governo di Israele, agitando il diritto all’autodifesa, sta conducendo una guerra che va ben oltre la giusta punizione degli autori del massacro perpetrato il 7 ottobre e che mira a cancellare non soltanto qualsiasi ipotesi di esistenza di uno Stato palestinese ma anche l’esistenza stessa del popolo palestinese.

 Il governo Netanyahu continua a non tenere in nessuna considerazione le risoluzioni delle Nazioni Unite, nessuna considerazione umanitaria e non accetta neanche gli ammonimenti degli stessi sostenitori dello Stato di Israele (a partire dagli USA) né delle proteste crescenti di una parte dei suoi stessi cittadini.

Questa guerra non è di autodifesa ma di aggressione!

Anche la Federazione Russa sta conducendo una guerra di aggressione contro l’Ucraina, ha occupato vaste aree del territorio ucraino, ne bombarda le città e le infrastrutture non solo militari ma soprattutto civili.

Con quali motivazioni?

 Il presidente Putin ritiene che questo sia il solo modo per proteggere i confini della Federazione Russa:

siamo di fronte ad una sorta di esercizio preventivo del diritto all’autodifesa.

Questa guerra ha invece lo scopo di cambiare gli equilibri mondiali e realizzare un primo passo verso la restaurazione di quello che un tempo era l’impero zarista prima e sovietico poi.

 

L’Iran, uno Stato religioso di fede musulmana sciita, da tempo è dichiaratamente il sostenitore di molteplici organizzazioni terroristiche anti occidentali e conduce parallelamente una lotta senza quartiere al mondo arabo sunnita.

 Recentemente la Jihad islamica, organizzazione terroristica sunnita che pochi anni fa ha tentato di farsi Stato occupando territori della Siria e dell’Iraq, tentativo poi fallito soprattutto grazie alle forze di resistenza curde, ha effettuato un tremendo attentato terroristico durante una cerimonia funebre in Iran.

Anche in questo caso si è trattato di un massacro di cittadini inermi.

Il governo iraniano in base ad un presunto diritto all’autodifesa, ha reagito attaccando con salve di missili il territorio di tre Stati sovrani, Siria, Iraq e Pakistan che, pur tra mille contraddizioni sono sempre stati schierati contro i jihadisti dello Stato islamico.

 È facile constatare che si tratta di tre Stati a maggioranza sunnita a cui l’Iran, approfittando di questo drammatico attentato, ha voluto lanciare un pesante ammonimento. Questo in particolare nei confronti del Pakistan, unico Paese musulmano, insieme all’Iran che dispone di armamenti nucleari.

 

Anche in estremo oriente è forte il rischio di conflitti armati.

 La Repubblica Popolare Cinese ha aumentato la pressione militare contro Taiwan dopo i risultati delle recenti elezioni che hanno visto l’affermazione del partito più favorevole all’autonomia taiwanese.

Fino ad ora non ci sono state azioni belliche ma la tensione militare è alta e, anche in questo caso, il presunto diritto all’autodifesa viene esercitato in maniera preventiva per affermare un diritto all’integrità territoriale della Cina che nessuno Stato al mondo intende mettere in discussione.

 

La guerra mondiale a pezzi, come denunciato da Papa Francesco, è in corso e questo parziale elenco di situazioni di crisi ne è la dimostrazione. Purtroppo è anche la dimostrazione dell’impotenza, della inefficacia delle istituzioni internazionali, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come strumenti per la regolazione dei conflitti. Il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite, l’articolo 51 della stessa, vengono piegati e strumentalizzati per giustificare guerre di aggressione in cui sono i civili, i cittadini inermi ed incolpevoli a pagare il prezzo più alto.

 

 

 

 

Attacco preventivo: la "sottile

linea rossa" tra difesa e aggressione.

Studiocataldi.it - Alessio Piccirilli – (09 gen. 2026) – ci dice:

 

Quando vincere troppo in fretta diventa una prova di colpevolezza. Esiste una "sottile linea rossa" che separa la legittima difesa dall'aggressione internazionale.

Cercheremo di ricostruire il concetto di "attacco preventivo" nel Diritto Internazionale (Jus ad Bellum), esaminando la sua compatibilità con l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e con il principio di legittima difesa.

L'analisi distingue rigorosamente tra la legittima difesa anticipata (pre-emptive self-defense), vincolata al criterio dell'imminenza (cfr. Caso Caroline), e la guerra preventiva (preventive war), volta a neutralizzare una minaccia futura ma non immediata, e generalmente considerata illegittima.

 Attraverso l'esame della giurisprudenza della Corte internazionale di Giustizia (CIG) e della prassi internazionale, si dimostra come l'evocazione di tale dottrina in contesti geopolitici complessi metta in crisi la stabilità del sistema internazionale e la legalità dell'azione statale.

 

 

1. Introduzione: la quaestio iuris nell'uso della forza.

L'ordinamento internazionale si fonda sul divieto generale di ricorrere alla minaccia o all'uso della forza, sancito dal paragrafo 4 dell'Articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite.

 L'unica eccezione esplicita a questo divieto è la legittima difesa individuale o collettiva prevista invece dall'Articolo 51 della Carta stessa.

 Il dibattito sull'attacco preventivo, o guerra preventiva, si colloca esattamente in questa zona grigia, interrogando la comunità giuridica sulla possibilità di un uso della forza prima che l'attacco nemico sia stato sferrato.

Occorre quindi ripercorrere i passi più significativi del diritto internazionale e le prassi consolidate anche attraverso le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia e le risoluzioni dell'ONU.

 

2. La legittima difesa e il criterio dell'imminenza:

Pre-emptive Self-Defense.

La dottrina del Diritto Internazionale consuetudinario ha stabilito che l'esercizio della legittima difesa anticipata, pur non essendo espressamente codificato nell'Articolo 51, è tollerato solo a condizioni estremamente rigorose.

Infatti il Diritto consuetudinario tollera l'anticipazione della difesa solo in casi eccezionali, quando l'attacco è imminente e inevitabile, per non trasformare un diritto difensivo in una giustificazione per l'aggressione.

 

2.1. Il Precedente fondamentale: la regola dell'imminenza, il Caso Caroline.

 

Il precedente cardine risale al 1837 e riguarda il caso del vascello Caroline.

Il Segretario di Stato USA, Daniel Webster, definì in tale contesto i requisiti della legittima difesa anticipata ed adottò la formula secondo la quale la necessità deve essere "immediata, travolgente e tale da non lasciare scelta dei mezzi e nessun momento per la deliberazione".

Il Caso del Vascello Caroline non fu solo un incidente diplomatico, ma la vera e propria origine della formula che definisce i limiti dell'uso della forza in risposta a una minaccia imminente, al di fuori del contesto di un attacco già sferrato.

 

Il Caso Caroline avvenne durante le rivolte in Canada (allora colonia britannica).

 I ribelli canadesi utilizzavano il piroscafo statunitense chiamato Caroline per trasportare uomini e rifornimenti dal territorio statunitense attraverso il fiume Niagara.

 Le forze britanniche, nel tentativo di fermare questi rifornimenti, attraversarono il confine e attaccarono il Caroline mentre era ancorato nel porto di New York (Stati Uniti).

Nell'attacco, il vascello fu dato alle fiamme e lasciato affondare. Alcuni cittadini americani morirono nell'incursione.

 

Gli Stati Uniti protestarono vigorosamente, considerandolo un atto di aggressione sul loro territorio.

La Gran Bretagna si giustificò invocando la necessità di autodifesa per prevenire attacchi futuri da parte dei ribelli sostenuti dal Caroline.

 Il dibattito diplomatico continuò anni dopo l'incidente, nel 1842, durante i negoziati che portarono al Trattato Webster-Ashburton.

In particolare rileva lo scambio di note tra il Segretario di Stato USA, Daniel Webster, e l'ambasciatore britannico Lord Ashburton.

Webster sostenne in quell'occasione che l'azione britannica poteva essere giustificata solo se i Britannici avessero dimostrato una necessità di autodifesa che fosse:

"immediata, travolgente e tale da non lasciare scelta dei mezzi e nessun momento per la deliberazione" ("instant, overwhelming, leaving no choice of means, and no moment for deliberation").

 

 

In sostanza, Webster stabilì un parametro molto elevato, chiarendo che l'azione britannica, essendo stata un'incursione sul territorio USA, poteva essere accettata come autodifesa solo in circostanze di necessità assolutamente estrema e ineludibile.

 La Gran Bretagna accettò di fatto questa formulazione come standard per le azioni future, rendendola un principio di Diritto Internazionale consuetudinario.

 

Sulla base di tale principio la minaccia non deve quindi essere vaga o futura, ma imminente e inevitabile.

 L'attacco deve essere percepito come in procinto di accadere, lasciando intendere che ogni ritardo renderebbe la difesa impossibile o inefficace. In altre parole la susseguente azione militare preventiva deve essere l'unica opzione praticabile per evitare l'attacco.

Questo introduce il concetto di sussidiarietà o ultimum refugium: se esistono mezzi pacifici o difensivi alternativi e meno invasivi per prevenire il pericolo, questi devono essere preferiti.

Questo rafforza l'idea di imminenza.

La situazione non consente di attendere, né di consultare terzi o organi internazionali (come avverrebbe oggi con il Consiglio di Sicurezza dell'ONU).

 

La formula di Webster è diventata, nel diritto internazionale consuetudinario, il test standard di valutazione della necessità e proporzionalità per la legittima difesa, ed ha influenzato l'interpretazione dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Difatti l'art. 51 stabilisce che nulla nella Carta pregiudica il "[…] diritto naturale di autotutela individuale o collettiva nel caso in cui abbia luogo un attacco armato […]".

 La comunità internazionale (e in particolare la dottrina statunitense e britannica) ha a lungo sostenuto che i requisiti di Webster sono i limiti intrinseci della legittima difesa, anche in base all'Art. 51.

La minaccia deve essere così imminente da equiparare, ai fini della reazione, un attacco armato già in corso.

 

Sebbene la formula sia universalmente riconosciuta, il dibattito si è riacceso nell'era moderna (soprattutto dopo l'11 settembre) sulla possibilità di una difesa c.d. pre-emptive (preventiva propriamente detta) più ampia, non strettamente legata all'imminenza "travolgente" di Webster: un'interpretazione che resta però controversa e non universalmente accettata.

 Il Caso Caroline, dunque, rimane la pietra angolare per la comprensione dei limiti entro i quali uno Stato può agire unilateralmente per autodifesa senza violare il divieto di uso della forza.

 

3. La prassi internazionale convenzionale e la crisi del jus ad bellum.

La prassi internazionale del XX e XXI secolo ha messo in crisi l'aderenza rigorosa al criterio di imminenza (stabilito dal Caso Caroline), creando una zona grigia altamente controversa che separa la legittima difesa anticipata dalla guerra preventiva illegittima.

Analizziamo perciò i casi più rilevanti.

 

3.1. Prassi estensiva e la prova dell'imminenza (Guerra dei Sei Giorni).

 

Il caso della “Guerra dei Sei Giorni” del 1967 è spesso citato come esempio di pre-emptive self-defense riuscita.

L'attacco aereo preventivo israeliano fu lanciato contro le forze arabe in mobilitazione ed in seguito al blocco degli stretti di Tiran.

Israele sostenne che l'aggressione fosse in corso e che la mobilitazione nemica creasse un rischio esistenziale, sebbene la legalità di tale azione rimanga divisiva nel consesso internazionale.

 

Il casus belli è identificato dagli israeliani dal blocco degli “Stretti di Tiran” alla navigazione israeliana, ordinati dal Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.

Gli Stretti erano l'unica via marittima di accesso al Mar Rosso per Israele e il blocco fu interpretato come uno strangolamento economico e un'azione di guerra.

Inoltre l'Egitto, la Siria e la Giordania avevano mobilitato decine di migliaia di truppe, carri armati e aerei lungo i confini israeliani, in una coalizione percepita come ostile.

 

La mobilitazione e le dichiarazioni bellicose dei leader arabi crearono in Israele la convinzione che un attacco coordinato fosse non solo possibile, ma imminente e inevitabile.

La giustificazione israeliana si concentrò pertanto sul concetto di "imminenza funzionale" piuttosto che su quella strettamente temporale richiesta dalla formula di Webster.

Infatti, a parere degli israeliani, la minaccia era "imminente e travolgente" perché le forze arabe erano ormai posizionate per sferrare un attacco che, se non anticipato, avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per la sopravvivenza dello Stato.

 L'attesa di un attacco armato effettivo (come richiesto dall'Art. 51 della Carta ONU), per l'effetto, sarebbe stata un suicidio nazionale.

Il caso del 1967 è quindi spesso citato per supportare una prassi o interpretazione estensiva del diritto di legittima difesa, ma la sua legalità rimane controversa nel consesso internazionale per le seguenti ragioni:

 

1) Violazione dell'Articolo 51 della Carta ONU:

 la maggior parte degli Stati membri e la dottrina tradizionale sostiene che l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite consente la legittima difesa solo "nel caso in cui abbia luogo un attacco armato".

 Al momento dell'attacco israeliano, non era ancora stato sferrato un attacco armato nel senso stretto.

Il blocco e la mobilitazione, sebbene atti di aggressione o minacce di aggressione, non sono unanimemente considerati un "attacco armato" che attivi il diritto all'autodifesa ai sensi dell'Art. 51.

2) Imminenza:

sebbene la minaccia fosse "esistenziale", il quesito rimane se essa fosse "instant e over whelming" nel senso di Webster, ovvero che non lascia "nessun momento per la deliberazione".

 I critici sostengono che Israele avrebbe potuto attendere ulteriori passi diplomatici o attendere che gli Stati Uniti o l'ONU intervenissero per sbloccare Tiran.

 

3) Proporzionalità:

 l'attacco di Israele fu massiccio e distruttivo, distruggendo l'aviazione egiziana a terra.

 Sebbene efficace, la sua proporzionalità alla minaccia attuale (non ancora tradotta in attacco) è stata messa in discussione.

 

Nonostante la controversia, la vittoria militare rapida e la successiva acquisizione territoriale da parte di Israele hanno reso questo caso un punto di riferimento per coloro che sostengono la necessità di una difesa anticipata quando la minaccia alla sopravvivenza è chiara e il "first strike" (primo colpo) è decisivo.

 

La Guerra dei Sei Giorni non ha quindi legittimato in modo definitivo la "difesa preventiva" secondo l'interpretazione estensiva.

Piuttosto, essa ha messo in luce una tensione irrisolta tra l'interpretazione restrittiva dell'Art. 51 ONU (la difesa è possibile solo dopo l'attacco) e la necessità di uno Stato di proteggersi da una minaccia esistenziale in un contesto di armamenti rapidi e distruttivi (la dottrina preventiva).

 

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU adottò diverse Risoluzioni, tra le quali la 242 (22 novembre 1967) che con decisione all'unanimità chiedeva il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati (con una celebre ambiguità linguistica tra il testo inglese "from territories" e quello francese "des territoires": la versione inglese suggerisce un ritiro parziale, quella francese un ritiro totale) e il riconoscimento della sovranità e dei confini sicuri di ogni Stato della regione.

 Le ulteriori risoluzioni (233, 234, 235) imposero la fine immediata delle ostilità, ma vennero inizialmente ignorate fino al raggiungimento degli obiettivi militari, e si occuparono degli aiuti umanitari per le centinaia di migliaia di profughi.

 

All'epoca del conflitto (1967), la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) non emise sentenze dirette sulla legittimità della guerra.

Tuttavia, in seguito, nel 2004, con un Parere Consultivo la Corte si è pronunciata sulla costruzione del muro nel territorio palestinese occupato, dichiarandolo contrario al diritto internazionale proprio perché costruito su terre occupate durante il 1967.

 Inoltre, con Parere Consultivo del luglio 2024 la CIG ha emesso un parere storico definendo l'occupazione israeliana iniziata nel 1967 come illegale sotto il profilo del diritto internazionale, chiedendo il ritiro immediato e il risarcimento per i danni causati.

 

3.2. L'Attacco preventivo a minaccia remota (Operazione Osirak).

L'attacco israeliano del 1981 noto come “Operazione Opera” (o Operazione Babilonia) contro il reattore nucleare iracheno di “Osirak” (vicino a Baghdad), è un caso fondamentale che segna un'ulteriore, e molto più radicale, estensione del concetto di autodifesa rispetto alla Guerra dei Sei Giorni.

Questo evento è cruciale per definire il limite tra la legittima difesa anticipata (pur controversa, ma legata all'imminenza) e la guerra preventiva, ovvero un'azione contro una minaccia futura e potenziale e dunque non imminente.

 

Israele giustificò l'”Operazione Opera” adducendo che il “reattore nucleare di Osirak”, fornito dalla Francia e dall'Italia, fosse destinato alla produzione di armi nucleari da parte del regime di Saddam Hussein.

 L'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iraq, uno Stato considerato nemico giacché non riconosceva Israele, era perciò considerata da Israele una minaccia esistenziale a lungo termine e quindi, di aver agito per difendersi dalla minaccia ultima che la capacità nucleare irachena rappresentava per la sua sopravvivenza.

 

Il problema è in questo caso è l'evidente allontanamento dalla Regola Caroline in quanto l'azione del 1981 non si poteva in alcun modo giustificare con il “Test di Webster”, che richiede invece una minaccia "immediata, travolgente e tale da non lasciare scelta dei mezzi".

 Al momento dell'attacco, l'Iraq non aveva ancora acquisito o assemblato l'arma nucleare ed il reattore era ancora in costruzione o in una fase preliminare di operatività.

Non c'era in sostanza un'evidenza di un attacco armato imminente, ma piuttosto il timore di una futura capacità offensiva.

 L'attacco, in definitiva, avvenne in assenza di qualsiasi attacco armato in corso o di imminenza così stretta da non consentire il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

 

A differenza della “Guerra dei Sei Giorni”, dove la condanna fu più sfumata e concentrata sulle acquisizioni territoriali, l'”attacco di Osirak” fu quasi universalmente condannato dalla comunità internazionale.

Infine, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la sua Risoluzione 487 del 1981, condannò unanimemente l'attacco come una chiara violazione del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e dell'Art. 51 in particolare.

 La Comunità internazionale vedeva l'azione come l'istituzione di un precedente estremamente pericoloso, in quanto permettere a uno Stato di distruggere le infrastrutture di un altro Stato in base a una speculazione sul suo futuro potenziale militare, avrebbe minato completamente il divieto di uso della forza di cui al paragrafo 4 dell'Articolo 2 della Carta ONU.

 

L'”Operazione Opera” rappresenta oggettivamente il caso di studio perfetto per distinguere tra i due concetti, sebbene i termini siano spesso usati in modo interscambiabile:

Difesa Anticipata (attualità) e Guerra Preventiva (anticipata).

 L'attacco a Osirak, dunque, rientra chiaramente nell'ambito della guerra preventiva illegittima in quanto mirava a una capacità futura, ignorando i requisiti di imminenza e proporzionalità, e stabilendo un precedente che il mondo non era disposto ad accettare.

 

3.3. La dottrina della guerra preventiva (Preventive War) e l'Iraq.

 

La forma più controversa di attacco preventivo è stata istituzionalizzata dalla Dottrina di Sicurezza Nazionale USA formalizzata nel 2002 con la delibera della National Security Strategy (NSS), in risposta agli attacchi dell'11 settembre 2001: la c.d. "Dottrina Bush".

Questa dottrina ha esplicitamente abbracciato il concetto di guerra preventiva contro minacce potenziali o remote, specialmente da parte di Stati considerati non disposti a combattere il terrorismo.

L'invasione dell'Iraq nel 2003, sebbene presentata anche sotto altre giustificazioni, è considerata l'esempio più eclatante di preventive war. Questa prassi è stata largamente respinta dalla comunità internazionale come violazione dello “Jus ad Bellum”, in quanto bypassa il requisito di imminenza e l'autorità del Consiglio di Sicurezza.

 

La Dottrina Bush ha sostenuto che, nell'era moderna, le minacce poste dai c.d. "Stati Canaglia" (rogue states) e terroristi (che non sono vincolati dal deterrente o dalla logica statale) possono manifestarsi in modi che rendono l'attesa di un attacco imminente troppo pericolosa.

 La Dottrina ha quindi affermato il diritto degli Stati Uniti di agire: "...anticipando o prevenendo tali atti ostili dei nostri avversari. Per accogliere la minaccia dei terroristi e degli Stati canaglia, gli Stati Uniti non possono più fare affidamento, come nel passato, su una postura reattiva. La difesa preventiva è necessaria."

 

La Dottrina Bush ha deliberatamente bypassato il requisito di imminenza del Test di Webster.

Ha sostenuto che, data la natura delle minacce (armi di distruzione di massa nelle mani di terroristi o stati ostili), la minaccia non doveva essere "immediata, travolgente" ma poteva essere potenziale o remota. L'idea era che, se si aspettasse la "prova definitiva" che il missile nucleare è sulla rampa di lancio (l'imminenza di Webster), sarebbe troppo tardi per agire.

 

L'invasione dell'Iraq, sebbene allora giustificata anche con presunte violazioni delle Risoluzioni ONU preesistenti (il presunto possesso di armi di distruzione di massa mai trovate anche in seguito all'invasione dell'Iraq), è considerata l'esempio più eclatante di guerra preventiva ai sensi della Dottrina Bush.

La giustificazione principale degli Stati Uniti e dei loro alleati era la necessità di prevenire l'uso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein, il quale, secondo l'accusa, era inoltre non disposto a contenere il terrorismo (Al-Qaeda).

 

L'attacco è stato lanciato in assenza di prove di un attacco iracheno imminente contro gli Stati Uniti o i loro alleati.

Era un'azione mirata a rimuovere un potenziale ed eventuale (futuro) pericolo, esattamente come l'attacco al reattore di Osirak del 1981, ma su scala molto più ampia.

La prassi della guerra preventiva basata sulla Dottrina Bush è stata perciò largamente respinta dalla comunità internazionale e dalla maggior parte degli studiosi di Diritto Internazionale come violazione del Jus ad Bellum (il diritto di ricorrere alla guerra) rispetto a tre parametri principali:

a) Violazione dell'articolo 2, paragrafo 4 della Carta ONU: la Dottrina Bush viola il divieto fondamentale dell'uso della forza.

b) La Dottrina Bush bypassa l'articolo 51 della Carta ONU, che restringe l'autodifesa al caso in cui un attacco armato "abbia luogo".

Estendere la legittima difesa a minacce future è visto come un pericoloso allentamento delle norme internazionali.

 

c) Sottrazione all'Autorità del Consiglio di Sicurezza:

la Dottrina Bush ha esplicitamente ammesso il ricorso all'azione militare senza l'autorizzazione preventiva del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il Diritto Internazionale affida invece al Consiglio di Sicurezza il monopolio sull'uso della forza (azioni coercitive ex Cap. VII della Carta ONU).

 L'azione preventiva unilaterale minaccia di indebolire il sistema di sicurezza collettiva previsto dalla Carta.

 

Mentre la Guerra dei Sei Giorni (1967) ha aperto il dibattito sull'anticipatory self-defense (minaccia imminente), la Dottrina Bush e l'invasione dell'Iraq hanno spinto il confine alla preventive war (minaccia potenziale/remota), stabilendo una prassi che la maggior parte degli Stati ritiene illegittima perché troppo discrezionale e pericolosa per la pace internazionale.

L'ONU visse in questo frangente una delle sue crisi più profonde. La tensione si concentrò sull'interpretazione della Risoluzione 1441, che offriva all'Iraq un'ultima possibilità per disarmare.

Il Segretario Generale Kofi Annan, inizialmente cauto per mantenere aperti i canali diplomatici, nel 2004 dichiarò esplicitamente alla BBC che l'invasione dell'Iraq "non era conforme alla Carta delle Nazioni Unite" e che, dal punto di vista della Carta, era da considerarsi "illegale".

 

Il Consiglio di Sicurezza fu aggirato.

Gli USA cercarono di ottenere una "seconda risoluzione" che autorizzasse esplicitamente l'uso della forza.

 Davanti al rifiuto di Francia, Russia e Cina, gli USA procedettero con la "Coalition of the Willing", sostenendo che le precedenti risoluzioni degli anni '90 fossero sufficienti.

 

L'ONU ha sempre ribadito che la legittima difesa (Art. 51) è ammessa solo in risposta a un attacco armato già avvenuto o, secondo una visione estensiva, a un pericolo imminente (dottrina Caroline).

La "guerra preventiva" di Bush contro minacce potenziali o future è stata giudicata priva di base legale nel diritto internazionale.

 

4. La Giurisprudenza della CIG: interpretazione restrittiva dell'Articolo 51.

La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha sempre adottato un'interpretazione rigorosamente restrittiva dell'Articolo 51, limitando di fatto qualsiasi estensione della legittima difesa che non rispetti il criterio di imminenza.

Analizziamo quindi alcune decisioni significativamente della CIG.

 

4.1 Caso Nicaragua contro Stati Uniti (1986).

 

La CIG ha rafforzato l'interpretazione restrittiva della legittima difesa, legando strettamente l'azione al concetto di "aggressione armata".

 La Corte ha implicitamente rigettato qualsiasi giustificazione che permetta l'uso della forza contro minacce remote o non attribuibili a uno Stato.

 

Analizziamo innanzitutto i fatti.

Nel 1979, in Nicaragua, la rivoluzione guidata dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) rovesciò la dittatura di Anastasio Somoza Debayle, storicamente appoggiata dagli Stati Uniti. I

l nuovo governo sandinista, di orientamento marxista-leninista, strinse legami con Cuba e l'Unione Sovietica, allarmando l'amministrazione Reagan, che vedeva nel Nicaragua una "testa di ponte" comunista in America Centrale.

 

Gli Stati Uniti iniziarono a finanziare e addestrare i “Contras”, gruppi paramilitari di opposizione (composti in parte da ex membri della Guardia Nazionale di Somoza) che operavano dalle basi in Honduras e Costa Rica per destabilizzare il governo sandinista.

La CIA forniva armi, logistica, fondi e addestramento con l'obiettivo di rovesciare il governo di Managua o, quantomeno, costringerlo a interrompere il presunto supporto ai ribelli marxisti in El Salvador: questa era la giustificazione ufficiale degli USA.

 

Oltre al supporto ai Contras, gli Stati Uniti compirono azioni dirette (le cosiddette "operazioni covert") senza dichiarazione di guerra, come ad esempio il minamento dei porti tra il 1983 e il 1984, posizionando delle mine subacquee nei porti nicaraguensi di Corinto, El Bluff e Puerto Sandino, danneggiando navi mercantili di diverse nazionalità.

Inoltre, furono attaccati depositi di petrolio e installazioni navali nicaraguensi da parte di personale sotto il controllo diretto degli Stati Uniti (non solo dai Contras).

 

Inoltre la CIA distribuì ai Contras un manuale intitolato "Operazioni psicologiche nella guerra di guerriglia", che incoraggiava l'uso della violenza contro i civili e l'"annullamento" (omicidio) di funzionari governativi.

 

Gli USA non negarono del tutto i fatti, ma li giustificarono sotto il profilo del diritto internazionale come legittima difesa collettiva.

 Sostennero che il Nicaragua stesse inviando armi ai ribelli in El Salvador e attaccando Honduras e Costa Rica;

pertanto, l'intervento americano era necessario per difendere i propri alleati nella regione.

 

Il 9 aprile 1984, il Nicaragua depositò il ricorso alla CIG.

Gli Stati Uniti, capendo che la Corte avrebbe potuto condannarli, cercarono di ritirare la loro accettazione della giurisdizione obbligatoria della Corte, dichiarando che non avrebbero partecipato al processo. Tuttavia, la Corte decise di procedere comunque (in contumacia degli USA per la fase di merito), arrivando alla storica sentenza del 1986.

 La CIG contestò agli USA:

a) Violazione del divieto dell'uso della forza (per gli attacchi diretti e il supporto ai Contras);

b) Violazione della sovranità territoriale (incursioni aeree e navali);

c) Intervento negli affari interni di un altro Stato;

d) Interruzione del commercio marittimo pacifico.

 

La Corte, infine, emise una condanna durissima, smontando sistematicamente la tesi della "legittima difesa collettiva".

 La Corte stabilì una gerarchia fondamentale per il diritto internazionale moderno:

a) Attacco armato (il più grave): inviare truppe regolari o bande armate che agiscono con forza significativa. Solo questo caso permette la legittima difesa.

b) Uso della forza "minore": fornire armi, addestramento o supporto logistico. Questo viola l'Art. 2 paragrafo 4 della Carta ONU, ma non permette una risposta armata (si possono usare solo contromisure pacifiche).

c) Intervento negli affari Interni: Il semplice finanziamento dei Contras è stato classificato come un'ingerenza illecita nella sovranità di un altro Stato.

 

La Corte dichiarò infine che gli Stati Uniti avevano violato il diritto internazionale consuetudinario nel caso dell'attacco ai porti e alle installazioni petrolifere (violazione del divieto dell'uso della forza), nel caso del minamento delle acque territoriali (violazione della sovranità e intralcio al commercio marittimo) e infine per la redazione del manuale di guerriglia (incitamento ad atti contrari ai principi del diritto umanitario).

La sentenza della CIG presentava tre punti chiave:

a) Cessazione immediata: gli Stati Uniti dovevano interrompere ogni attività illecita contro il Nicaragua.

b) Riparazione dei danni: la Corte stabilì che gli USA avevano l'obbligo di risarcire il Nicaragua per i danni subiti (una somma che il Nicaragua stimò in circa 12 miliardi di dollari).

c) Obbligo di negoziato: Entrambe le parti furono invitate a risolvere le controversie con mezzi pacifici.

 

Gli Stati Uniti ignorarono la sentenza e usarono il loro diritto di veto in sede di Consiglio di Sicurezza dell'ONU per bloccarne l'esecuzione. Tuttavia, la sentenza resta una pietra miliare perché ha impedito che il concetto di "legittima difesa" venisse svuotato di significato e usato come pretesto per aggressioni geopolitiche.

La sentenza della CIG resta una pietra miliare perché ha impedito che il concetto di "legittima difesa" venisse svuotato di significato e usato come pretesto per aggressioni geopolitiche, riaffermando l'autorità della Risoluzione ONU 2625 (XXV) sul divieto di ingerenza negli affari interni, principio che la Corte ha riconosciuto come facente parte del diritto internazionale consuetudinario.

4.2 Parere Consultivo Armi Nucleari (1996).

 

La Corte ha stabilito che i requisiti di necessità e proporzionalità si applicano a tutte le forme di uso della forza. La difficoltà nel soddisfare il criterio di proporzionalità in un contesto di escalation armata pone un limite pratico e giuridico a qualsiasi dottrina di attacco preventivo ad ampio raggio.

A differenza di un processo tra due Stati, qui la Corte non doveva giudicare un "fatto" avvenuto (come un attacco specifico), ma rispondere a una domanda teorica posta dall'Assemblea Generale dell'ONU:

 "È permesso dal diritto internazionale minacciare o usare armi nucleari in qualsiasi circostanza""

 

Se il caso Nicaragua aveva definito quando si può usare la forza, questo parere si concentra su come la forza può essere esercitata (spostando il punto di vista decisamente verso lo "just in bello" ovvero le regole durante la guerra), stabilendo limiti che valgono per qualsiasi arma, dalle più convenzionali alle testate atomiche.

La Corte ha confermato che non basta avere il diritto di difendersi (Art. 51 Carta ONU), bisogna farlo rispettando due requisiti che sono i pilastri del diritto internazionale consuetudinario:

a) Necessità: l'uso della forza è solo l'extrema ratio, non devono esistere mezzi alternativi per respingere l'attacco.

b) Proporzionalità: la risposta armata deve essere strettamente finalizzata a respingere l'attacco e ripristinare lo status quo.

Non può essere usata per scopi punitivi o per distruggere completamente l'avversario.

 

La Corte ha evidenziato un paradosso fondamentale:

l'uso di armi nucleari, per la loro natura intrinsecamente devastante, rende quasi impossibile rispettare il principio di proporzionalità.

 Infatti, le armi nucleari colpiscono civili e combattenti senza distinzione, violando il Diritto Internazionale Umanitario.

Inoltre un attacco preventivo o una risposta nucleare innescherebbero una spirale di distruzione che supererebbe di gran lunga il danno dell'attacco iniziale ricevuto.

Infine la Corte ha sottolineato che il danno ambientale catastrofico e duraturo è un fattore chiave nel valutare se un'azione sia proporzionata e rende quasi impossibile rispettare i principi di distinzione e proporzionalità.

 

La Corte ha infine ammesso che l'arma nucleare è un "mostro" giuridico che difficilmente rispetta il diritto umanitario, tuttavia, a causa di una profonda divisione interna, la Corte è giunta a un "non licet" evitando di sancire un divieto assoluto nell'ipotesi estrema in cui sia in gioco la sopravvivenza stessa dello Stato, ma stabilì il fatto giuridico che esiste un obbligo per gli Stati di perseguire in buona fede e portare a termine negoziati per il disarmo nucleare totale.

 

4.3 Parere Consultivo sul "muro in Palestina" (2004).

La CIG ha chiarito che il diritto di legittima difesa si applica primariamente quando l'attacco armato proviene da uno Stato, complicando la giustificazione di attacchi preventivi contro attori non statali.

 

Nel 2002, Israele inizia la costruzione di una barriera (un sistema di muri, reticolati e zone cuscinetto) in Cisgiordania, giustificandola come misura di sicurezza necessaria per fermare gli attacchi terroristici (seconda Intifada).

L'Assemblea Generale dell'ONU chiede alla CIG se tale costruzione sia legale, dato che il muro non segue la "Linea Verde" (il confine del 1967) ma penetra profondamente nel territorio palestinese.

 

Israele invocò lo stato di necessità e il diritto alla legittima difesa. La Corte però diede un'interpretazione molto restrittiva.

 

La Corte affermò che l'Art. 51 si applica nel caso di un attacco armato da parte di uno Stato contro un altro Stato.

Poiché Israele esercitava il controllo sul territorio da cui provenivano gli attacchi, la Corte ritenne che la legittima difesa "classica" non fosse applicabile in quel modo.

Anche ammettendo esigenze di sicurezza, la Corte stabilì che la costruzione del muro non era l'unico mezzo per proteggere la popolazione.

Il parere è celebre perché sposta il focus dai diritti degli Stati ai diritti fondamentali delle persone:

1) Libertà di movimento: Il muro impedisce l'accesso a lavoro, scuole e ospedali.

2) Diritto all'autodeterminazione: La Corte dichiarò che il tracciato del muro, di fatto, creava un "fatto compiuto" (fait accompli) che rischiava di diventare una annessione illegale, impedendo la creazione di uno Stato palestinese contiguo.

 

3) Diritto umanitario (IV Convenzione di Ginevra):

 La Corte ribadì che la Cisgiordania è un territorio occupato e che la potenza occupante non può trasferire la propria popolazione civile nel territorio (insediamenti), né distruggere proprietà se non per assoluta necessità militare.

 

Il parere fu quasi unanime (14 voti contro 1) su tre punti.

 Innanzitutto, la costruzione del muro e il regime associato sono contrari al diritto internazionale.

 Inoltre, ad Israele fu attribuito l'obbligo di cessare i lavori, smantellare le parti costruite in territorio occupato e risarcire i danni.

Infine, tutti gli Stati furono obbligati a non riconoscere la situazione illegale creata dal muro e di non prestare aiuto al mantenimento di tale situazione.

4.4. La metamorfosi dell'imminenza: coercizione economica e destabilizzazione indotta.

 

Occorre inoltre accennare al fatto che nell'evoluzione delle dottrine sulla sicurezza, il criterio dell'imminenza deve oggi confrontarsi con strategie di pressione che precedono l'offensiva militare.

 

Si fa strada in dottrina il concetto di coercizione economica illecita: l'imposizione di sanzioni sproporzionate e sistematiche volte a privare uno Stato delle risorse vitali e a ridurne la popolazione allo stremo.

Tale prassi, pur non essendo ancora classificata unanimemente come "uso della forza" ai sensi dell'Art. 2 par. 4, agisce spesso come catalizzatore per la creazione di fazioni di opposizione interne, funzionali a scardinare la tenuta del governo legittimo, come abbiamo visto nel caso Nicaragua.

In tal senso, il fondamento normativo risiede nella già citata Risoluzione 2625 (XXV) dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la quale stabilisce solennemente che

"nessuno Stato può usare o incoraggiare l'uso di misure economiche, politiche o di altra natura per costringere un altro Stato al fine di ottenere da esso la subordinazione dell'esercizio dei suoi diritti sovrani".

Tale principio cristallizza il divieto di ingerenza, sanzionando quelle condotte che, pur non impiegando direttamente strumenti bellici, mirano al medesimo risultato: la destrutturazione della sovranità altrui.

 

In questa prospettiva, l'imminenza non è più un dato meramente temporale, ma il risultato di un processo di logoramento programmato dall'esterno.

Se la crisi economica indotta viene utilizzata per legittimare un successivo intervento "umanitario" o di "ripristino dell'ordine", si pone il problema se tale azione costituisca una reale difesa anticipata o sia piuttosto l'atto finale di un'aggressione iniziata sul piano commerciale e finanziario.

Il rischio, già evidenziato dalla CIG nel caso Nicaragua, è che il sostegno a fazioni di comodo e lo strangolamento economico diventino strumenti per aggirare il divieto di aggressione, trasformando la disperazione di un popolo, artatamente indotta, in un titolo giuridico per l'intervento unilaterale.

 

In una prospettiva giuridica di più ampio respiro, occorrerebbe valutare perciò l'accettabilità, dal punto di vista dei basilari ed universali diritti umani, di un nuovo metodo di coercizione generalizzato che punta ad ottenere il comportamento voluto attraverso l'arbitraria ed inappellabile privazione dei mezzi di sostentamento, sia a mezzo dell'uso poco ortodosso di strumenti giudiziari spesso frutto di interpretazioni creative che forzano il dettato normativo, e sia attraverso sanzioni amministrative e interventi legislativi, che travalicano i principi costituzionali ed universali, superando in tal modo la barriera della prevenzione e della stessa pena definitiva che non può, neppure essa stessa, trasformarsi in punizioni che violino i diritti umani.

 

In ultima analisi, è doveroso precisare che tale riflessione prescinde totalmente dalla volontà di sposare una qualsivoglia fazione geopolitica o difesa ideologica.

 Il cuore della questione risiede esclusivamente nel ripristino dello Stato di Diritto, il quale, per sua stessa natura, non può e non deve mai operare su basi discriminatorie.

 L'ordinamento non può spingersi al di là dei limiti invalicabili posti dal diritto pubblico e, specificamente, dalle garanzie costituzionali ed universali del diritto penale:

quando la sanzione o la prevenzione sfuggono ai criteri di legalità, proporzionalità e diritto alla difesa, esse cessano di essere strumenti di giustizia per divenire mere espressioni di arbitrio, indipendentemente dal destinatario della misura.

 

5. Conclusione: la guerra preventiva (Preventive War), un atto illegittimo.

Dall'analisi della prassi internazionale possiamo dedurre che la guerra preventiva (preventive war) è l'uso della forza per neutralizzare una minaccia futura, potenziale o remota, basata su proiezioni strategiche a lungo termine.

Questa dottrina è respinta dal Diritto Internazionale, in particolare la Carta dell'ONU, prima di tutto per violazione dell'Articolo 2 par. 4, giacché non rientrando nell'eccezione dell'Articolo 51, essa costituisce de facto un atto di aggressione.

Inoltre, simili comportamenti portano ad una generale destabilizzazione del quadro geopolitico, in quanto permette a ogni Stato di attaccare un altro sulla base di semplici timori, mina il sistema di sicurezza collettiva.

 

Più in particolare, analizzando i fatti storici e gli atti giuridici internazionali più importanti (come le Risoluzioni dell'Onu e i pareri e Sentenze della CIG) si evidenzia come la legittimità dell'attacco preventivo, in chiave di difesa preventiva, può essere compiutamente valutato in concreto solo all'esito dei fatti, ovvero osservando lo svilupparsi delle azioni belliche.

Ad esempio, nel caso della guerra dei sei giorni il dubbio che ha sempre pervaso la Comunità internazionale è il fatto che, al di là di un atteggiamento bellicoso e di generici preparativi militari, i Paesi arabi oggetto dell'attacco preventivo israeliano, non stessero concretamente preparando un attacco militare imminente e che le forze armate non fossero dispiegate e pronte alla battaglia come la rapidità della vittoria dello Stato di Israele ha dimostrato sul campo.

 

Un concreto parametro di giudizio si potrebbe perciò ipotizzare basandosi, oggettivamente, sulla reazione della vittima di tale attacco preventivo. In altre parole, aggirando il c.d "fog of war" ovvero la confusione e le accuse reciproche tra i contendenti, nel caso in cui la vittima dell'attacco preventivo dovesse mostrare una reazione immediata e massiccia, ad esempio esibendo un immediato fuoco di artiglieria pesante (infatti, nella prassi la presenza di grossi quantitativi di artiglieria pesante sul confine è considerato un palese atto di ostilità e minaccia) o addirittura sviluppando immediati contrattacchi coordinati e massivi, allora si potrebbe concludere che la minaccia percepita dallo Stato attaccante avesse concreti fondamenti fattuali.

 

Ben diversamente, per completezza, possiamo concludere che l'evocazione pubblica di un'azione classificabile come "preventive war" in risposta a presunti attacchi altrui genera un paradosso legale, innanzitutto perché rappresenta una confessione legale: la minaccia palese di una guerra preventiva costituisce una confessione indiretta dell'assenza di un attacco avversario in atto, minando la propria base legale. Inoltre, una minaccia esplicita di aggressione può essere interpretata dalla controparte come un atto ostile in sé, legittimando un'eventuale azione difensiva immediata da parte dello Stato minacciato, a norma dell'Articolo 51.

 

Dunque la battaglia per la narrazione legale è cruciale e l'adesione rigorosa allo Jus ad Bellum è l'unica difesa contro la propaganda che mira a delegittimare l'azione di uno Stato e il sistema di sicurezza collettiva.

L'analisi giuridica dimostra che l'uso del termine "attacco preventivo" (nel senso di preventive war) è insostenibile e pericoloso.

 La legalità internazionale, basata sulla Carta ONU, impone che l'uso della forza sia una misura estrema, circoscritta dalla necessità, dalla proporzionalità e dall'imminenza.

 

Il ricorso a dottrine che estendono il concetto di legittima difesa a minacce remote non solo viola il Diritto Internazionale, ma destabilizza l'ordine globale, alimentando la propaganda di guerra e la sfiducia nella legittimità delle azioni statali.

Il mantenimento della pace e della legalità richiede il massimo rigore concettuale e il pieno rispetto dell'autorità del Consiglio di Sicurezza.

 

Accettare la legittimità della guerra preventiva significherebbe quindi svuotare di senso giuridico il divieto dell'uso della forza sancito dall'Art. 2 par. 4 della Carta ONU, riportando l'ordine mondiale a un'epoca pre-1945 in cui la guerra era uno strumento ordinario di politica estera.

La "sottile linea rossa" individuata nel caso Caroline resta dunque il confine invalicabile:

oltre l'imminenza non vi è difesa, ma aggressione.

 Il sistema di sicurezza collettiva, pur con le sue crisi, affida al Consiglio di Sicurezza - e non al singolo Stato - il compito di gestire le minacce potenziali, garantendo che la forza resti sempre l'ultima, tragica ratio della comunità internazionale.

 

 

 

 

“Bohemiens Grove”: la Lista dei 2.000

 e la Cartografia del Potere Reale.

Conoscenzealconfine.it – (4 Marzo 2026) - Anna Maria Romano – ci dice:

 

Oltre duemila nomi attribuiti al “Bohemiens Club”, l’elitario circolo che ogni estate si ritrova al Bohemiens Grove, tra le sequoie della California.

Non un sussurro anonimo.

Non un post virale senza fonte.

Un documento pubblicato e rilanciato dal “New York Post”, ottenuto dal giornalista “Daniel Boguslaw” e ricondotto all’anno 2023.

 Il club ribadisce la propria regola di riservatezza.

Ma il punto non è il silenzio ufficiale.

Il punto sono i nomi.

 

Chi si Incontra al Grove.

Figure istituzionali e decisori pubblici.

 

Henry Kissinger – ex Segretario di Stato USA, protagonista di decenni di politica estera.

Clarence Thomas – Giudice associato della Corte Suprema degli Stati Uniti (nota: collegamento storico con visite/viaggi associati al club).

Edwin Meese III – ex Procuratore generale USA sotto Reagan.

Bobby Iman – ammiraglio in pensione ed ex direttore della NSA.

Carlos Bea – giudice della Corte d’Appello del Nono Circuito.

James A. Baker III – ex Segretario di Stato e del Tesoro USA.

Edwin Feulner – co-fondatore della Heritage Foundation e figura influente nel conservatorismo americano.

Paul Pelosi – imprenditore e partner dell’ex Speaker della Camera.

Banchieri, investitori, magnati.

 

Charles Koch – miliardario e influente donatore politico.

Michael Bloomberg – fondatore di Bloomberg LP e già sindaco di New York.

Riley Bechtel – erede miliardario e dirigente Bechtel Corporation.

Robert, John e William Fisher – eredi della fortuna di Gap Inc.

William Draper – figura storica del venture capital.

Capo aziendali, investitori tecnologici.

 

Eric Schmidt – ex CEO di Google e figura di vertice di Alphabet.

Brook H. Byers – partner senior Kleiner Perkins, pioniere degli investimenti biotech.

Tim Draper – co-fondatore “Draper Fisher Jurvetson”, investitore in tecnologia e criptovalute.

David Gifford Arscott – venture capitalista nella Silicon Valley.

Personaggi pubblici dal mondo dell’intrattenimento.

Conan O’Brien – iconico conduttore televisivo.

Clint Eastwood – attore e regista di fama internazionale.

Jimmy Buffett – cantautore di grande popolarità.

Per la lista completa dei nomi cliccare qui di seguito:

 Bohemiens grove full membri list leak.

 

Il Luogo e la Struttura.

Il Bohemiens Grove non è un semplice campeggio.

È un ritiro annuale di due settimane, organizzato in “campi” permanenti, dove i membri si ritrovano lontano da stampa e opinione pubblica.

 La celebre “Cremation of Care”, celebrata davanti alla grande statua del gufo, è il simbolo più noto di un’identità interna consolidata nel tempo.

La funzione reale non è rituale. È relazionale.

 

Il Dato Strutturale.

Quando giudici della Corte Suprema, ex segretari di Stato, miliardari industriali, vertici della Silicon Valley, trascorrono quindici giorni nello stesso spazio chiuso, non serve immaginare decisioni firmate tra le sequoie, è sufficiente comprendere come funzionano le reti di potere.

Le decisioni pubbliche nascono da relazioni, fiducia, convergenze strategiche, allineamenti informali.

 Il Grove è un acceleratore di relazioni ad alta intensità.

Oltre la Polarizzazione.

La narrativa pubblica racconta un’America divisa.

 La lista racconta un’America che si incontra. Repubblicani e democratici nello stesso circuito esclusivo.

Big Tech e conservatorismo industriale nello stesso spazio privato. Magistratura e finanza nella stessa enclave relazionale.

Non è ideologia. È continuità di élite.

 

Il Nodo Centrale.

Il Bohemiens Grove esiste da oltre un secolo. È documentato.

È frequentato stabilmente dai vertici del sistema americano.

 Ora emerge un elenco che ne mostra l’ampiezza contemporanea.

La domanda non riguarda il simbolismo del gufo.

La domanda è operativa: quanto incide un ambiente di coesione privata sulla direzione politica, economica e tecnologica che poi diventa pubblica?

La lista non è una sentenza. È una cartografia.

E quando una cartografia mostra le connessioni tra chi controlla Stato, capitale e tecnologia, non serve gridare al mistero.

Basta leggere la mappa.

(Anna Maria Romano).

(laveritarendeliberi.it/bohemian-grove-lista-2000-nomi-elite-americana/).

 

 

La guerra è cambiata.

Iltascabile.com – Flavio Pontarelli – (11 - 01 – 2024) – Redazione – ci dice:

(Flavio Pontarelli è uno scrittore e un consulente strategico di marketing e comunicazione.

Si occupa di cultura critica, digitale e visiva.)

 

Sull’uso crescente delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale nei conflitti armati in Ucraina, Striscia di Gaza e Nagorno Karabakh.

Sono le tredici e sei minuti del 26 febbraio 2022 quando il giovanissimo imprenditore ucraino e ministro della trasformazione digitale del governo Zelensky, Mykhailo Fedorov, pubblica un tweet menzionando l’account di Elon Musk, il magnate che di lì a due mesi diventerà proprietario della piattaforma acquisendola per la cifra record di 44 miliardi di dollari.

 Sono trascorsi solo quattro giorni da quando le truppe della Federazione Russa hanno lanciato una massiccia operazione militare contro l’Ucraina, con l’obiettivo di rovesciare il governo regolarmente eletto per sostituirlo con un gabinetto più favorevole alla politica imperialista del presidente Vladimir Putin.

 Rivolgendosi direttamente a Musk, Fedorov gli ricorda che “mentre lui sta cercando di colonizzare Marte, la Russia prova a occupare l’Ucraina”, e fa notare che se i suoi razzi atterrano con successo dallo spazio, “quelli russi colpiscono la popolazione civile del paese”.

Il tweet si conclude con la richiesta esplicita di fornire all’Ucraina alcuni terminali “Starlink”.

 

Sviluppato dall’azienda “SpaceX” di cui Musk è proprietario, Starlink è il sistema di internet a banda larga più avanzato al mondo.

 Grazie a una vasta costellazione di satelliti che utilizzano una bassa orbita terrestre, Starlink fornisce connettività per una vasta gamma di utilizzi, offrendo internet ad alta velocità e bassa latenza in tutto il pianeta.

La risposta del magnate arriva non più di dieci ore dopo il tweet di Fedorov:

nel tweet di commento, Musk dichiara apertamente che il servizio Starlink è stato attivato in tutto il territorio ucraino e che altri terminali sono in viaggio verso il paese.

Se la storia di questo scambio finisse qui, sarebbe uno straordinario apologo su come i social network possono influenzare le relazioni diplomatiche tra un paese sovrano e una multinazionale tecnologica. Ma la storia, purtroppo, ha un seguito tutt’altro che trascurabile.

 

La guerra continua a basarsi su concetti e tecnologie tradizionali ma, al tempo stesso, presenta elementi di profonda innovazione.

Avanti veloce:

l’8 febbraio 2023, Gwynne Shotwell, presidente e COO di SpaceX, dichiara di aver preso provvedimenti atti a prevenire che l’Ucraina faccia un uso militare di Starlink.

Non c’è mai stata, dice Shotwell, l’intenzione, da parte dell’azienda, di fornire kit satellitari per gli usi bellici che ne sono stati fatti dalle forze armate ucraine.

Tali utilizzi non erano intenzionali né facevano parte di alcun accordo tra l’azienda e il governo ucraino.

 Altro salto in avanti:

il 7 settembre del 2023 il Washington Post pubblica un estratto dell’autobiografia di Musk in cui il miliardario racconta allo scrittore Walter Isaacson di aver dato l’ordine di tagliare la copertura Starlink al largo della Crimea, per impedire un attacco di droni ucraini contro la base navale russa di Sevastapol.

In entrambe le circostanze, vibranti proteste e richieste di spiegazioni sono state avanzate da ministri e alti funzionari del governo ucraino.

 

Si potrebbe essere tentati, leggendo il racconto del travagliato rapporto tra il governo ucraino e Musk, di dedicare le proprie energie a capire quali siano state le motivazioni che hanno spinto il miliardario ad agire in modo così schizofrenico.

Ma la questione centrale non è tentare di comprendere le scelte di Elon Musk, quanto riconoscere il fatto che la connettività sia diventata, oggi, un requisito fondamentale per poter svolgere una delle più antiche attività umane di cui si abbia conoscenza: la guerra.

 Come ebbe a dire uno dei suoi teorici più importanti, “Carl von Clausewitz”, la guerra è un’attività conservatrice e in constante cambiamento allo stesso tempo:

ogni guerra è perciò il precipitato della conoscenza generata da ogni altra guerra che l’ha preceduta, aggiornato alle più recenti acquisizioni tecnologiche, intellettuali e contestuali.

 

Che l’intuizione di Clausevitz sia ancora valida lo racconta non solo l’invasione dell’Ucraina, ma anche la guerra nel Nagorno Karabakh e i più recenti conflitti armati sulla Striscia di Gaza.

Dall’importanza dell’artiglieria a quella delle trincee e dell’effetto sorpresa, questi tre conflitti hanno dimostrato come la guerra continui a basarsi su concetti e tecnologie tradizionali ma, al tempo stesso, presenti elementi di profonda innovazione.

Elementi evidenti al punto da aver spinto “Mick Ryan”, generale in pensione dell’esercito australiano, analista e divulgatore militare, a definire questi tre conflitti ‌“a transformative trinity,” “una trinità trasformativa”.

 

A un sistema d’arma autonomo verrebbe a mancare la distinzione tra quello che è legale e quello che è giusto.

A giustificare questa definizione sono soprattutto tre elementi:

la complessa e intrecciata rete di sensori civili e militari presente sul campo di battaglia;

la digitalizzazione delle infrastrutture e dei processi di comando e controllo;

 l’utilizzo sempre più esteso di sistemi autonomi e di contromisure volte a limitarne o inibirne le capacità.

 Il primo di questi tre elementi è conseguenza diretta della nascita e dello sviluppo delle comunicazioni satellitari e della rete internet, che hanno permesso di integrare la connettività in un numero sempre crescente di oggetti i quali, grazie ai sensori di cui sono dotati, possono raccogliere e generare dati da condividere in rete.

 

Una logica che è stata abbracciata dalle istituzioni militari di tutto il mondo fin dagli anni ’90 del Novecento, grazie all’elaborazione del concetto di “network centric warfare” (“guerra centrata sulle reti”), una dottrina militare che ha come obiettivo quello di trasformare in un vantaggio competitivo l’informazione garantita da una robusta rete di computer dispersi geograficamente.

Dunque attraverso la condivisione di informazioni raccolte sul campo di battaglia e il collegamento in rete delle diverse forze alleate, l’approccio alla guerra centrato sulle reti aumenta la consapevolezza condivisa della situazione sul campo, la velocità di comando, il ritmo operativo, la letalità, il tasso di sopravvivenza e il grado di sincronizzazione di una forza militare.

 

Ai “network di carattere militare” si aggiungono oggi quelli di natura civile, dando vita a una rete di intelligence sempre più intrecciata e in grado di generare dati che gli operatori militari possono integrare nella loro attività, moltiplicando così la quantità dell’informazione a loro disposizione.

 La creazione di questo genere di reti e l’aumento dei dati che determinano hanno esteso e velocizzato la capacità di raccogliere informazioni in tempo reale utili a sviluppare una più chiara e profonda consapevolezza delle situazioni che le forze militari si trovano ad affrontare in un determinato momento.

Questa capacità di sviluppare consapevolezza si traduce nella progressiva e crescente digitalizzazione delle infrastrutture e dei processi di comando e controllo, che è stato uno dei più importanti fattori di innovazione nelle operazioni condotte dalle forze armate ucraine contro l’invasione da parte della Federazione Russa.

 

La ‘guerra centrata sulle reti’ ha mostrato il potenziale di un conflitto armato condotto attraverso l’uso di software e logiche algoritmiche.

Per quanto a guadagnarsi le prime pagine dei giornali siano stati i sistemi d’arma come lo “Stinger”, gli “HIMARS” o i carri armati “Leopard”, ad averne moltiplicato in modo esponenziale l’efficacia sono stati i network in grado di connetterli gli uni agli altri, dimostrando tutto il potenziale di una guerra condotta attraverso l’uso di software e logiche algoritmiche.

Esemplare in questo senso è il software di consapevolezza situazionale denominato “Delta”: sviluppato dall’industria bellica ucraina a partire dal 2017, Delta è diventato rapidamente uno dei software di comando e controllo più sofisticati al mondo, permettendo l’integrazione di una grande mole di dati e la loro condivisione in tempo reale lungo l’intera catena operativa.

Delta ha anche facilitato l’introduzione di una tecnica di comando più decentralizzata e flessibile, che ha permesso un’evoluzione della cultura tattica ucraina verso logiche di gestione simili a quelle che caratterizzano le organizzazioni nate dalla cultura digitale.

 

Il terzo e ultimo elemento di innovazione emerso dalla “trinità trasformativa” individuata da Ryan è il complesso di sistemi autonomi e le contromisure necessarie per limitarne o inibirne le capacità.

 Di questo complesso fanno parte i diversi tipi di droni – aerei, navali e terrestri, militari e civili – che sono stati utilizzati in modo crescente nel corso di tutti e tre i conflitti analizzati e per una molteplicità di scopi che vanno dalla ricognizione al controllo del tiro, dal bombardamento aereo al trasporto di equipaggiamento, fino all’evacuazione di personale ferito e a molti altri utilizzi ancora.

L’introduzione e l’uso sempre più esteso di questi tre elementi – reti di sensori, digitalizzazione delle infrastrutture di comando e sistemi autonomi – sui campi di battaglia odierni determinerà una serie di importanti implicazioni nel prossimo futuro.

 

In risposta e in relazione alla loro introduzione emergeranno infatti nuovi concetti a livello strategico, operativo e tattico;

 l’elevato tasso di consumo dei sistemi che ne rendono possibile l’utilizzo renderà necessario accelerare e rendere più resilienti al rischio le operazioni di approvvigionamento;

il design delle forze armate verrà modificato dall’introduzione di nuove unità come, per esempio, quelle dedicate alle operazioni di guerra elettronica e di gestione delle segnature elettromagnetiche dei diversi sistemi utilizzati sul campo.

Infine, ed è forse la principale tra le implicazioni determinate dalla comparsa delle reti di sensori, dalla digitalizzazione delle infrastrutture e dei processi di comando e controllo e dai complessi di sistemi autonomi, assisteremo a un cambio nel ritmo delle operazioni tattiche.

 

Il software Delta ha facilitato logiche di comando più decentralizzate e flessibili, simili a quelle che caratterizzano le organizzazioni nate dalla cultura digitale.

La maggior accuratezza nel “dipingere” il campo di battaglia che deriva dalla combinazione di questi tre fattori determina infatti un’accelerazione del processo decisionale che modificherà il modo in cui i leader militari saranno addestrati e aumenterà il numero dei sistemi autonomi presenti sul campo di battaglia.

Tale accelerazione non sarà priva di conseguenze, perché porrà ai leader militari una sfida rispetto alla loro capacità di gestire enormi quantità di informazione al ritmo sempre più rapido necessario per garantirsi un vantaggio competitivo sul nemico.

L’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi di comando e controllo è perciò destinata a diventare una necessità sempre più impellente per far fronte all’aumentata capacità di generazione e raccolta dei dati resa possibile dalla diffusione di reti di sensori sempre più vaste ed estese.

 

Uno sguardo sulle possibili conseguenze che potrebbe avere questo passaggio nel modo in cui verranno condotte le guerre del futuro ce lo fornisce una lunga inchiesta realizzata dai magazine israeliani “+972 “e “Local Call”, intitolata ‘A mass assassination factory’: Inside Israel’s calculated bombing of Gaza.

 Attraverso testimonianze raccolte nella community dell’intelligence israeliana, l’inchiesta ricostruisce il modo in cui sono stati condotti attacchi aerei contro obiettivi civili nel corso della recente invasione della Striscia di Gaza e il ruolo avuto hanno spinto sulla digitalizzazione dei diversi domini del campo di battaglia e sulla loro integrazione in un sistema di generazione, raccolta, elaborazione e condivisione dei dati, la cui gestione è demandata all’intelligenza artificiale.

 

È da questo sforzo che è nato il sistema al centro dell’inchiesta pubblicata da “+972” e” Local Call”.

Denominato” Habsora”, questo sistema di intelligenza artificiale lavora su diversi tipi di dati di intelligence (visivi, umani, geografici, di sorveglianza, derivanti da segnali elettromagnetici) ed è in grado di usare strumenti automatici per accelerare il ritmo della produzione di obiettivi da colpire.

Alcune delle testimonianze raccolte tra il personale delle forze di difesa israeliane assicurano che il sistema permette di analizzare ed elaborare quantità di dati che nemmeno decine di migliaia di operativi umani potrebbero processare e, in questo modo, riesce a fornire in tempo reale enormi quantità di obiettivi da colpire.

 

Le nuove tecnologie adottate nel campo di battaglia stanno accelerando il ritmo delle operazioni tattiche.

Introdotto per la prima volta nel 2021 nel corso dell’operazione “Guardians of the wall”, salutata come il primo conflitto armato condotto con l’uso dell’intelligenza artificiale, “Habsora” è stato in grado di aumentare il numero di obiettivi creati dai circa 50 all’anno delle operazioni precedenti fino a 100 obiettivi al giorno, sopperendo così alla mancanza di obiettivi che in passato aveva limitato l’azione delle forze di difesa israeliane.

Numeri che giustificano la dimensione industriale che molte delle testimonianze raccolte nell’inchiesta attribuiscono al modo in cui il sistema fa evolvere la pianificazione e l’esecuzione dei bombardamenti.

 

Questa dimensione è uno degli aspetti più inquietanti che la prospettiva di una guerra condotta con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale proietta sul nostro futuro.

Tali sistemi, infatti, operano in modo più rapido del pensiero umano, accelerando ulteriormente il processo necessario a trasformare i dati in conoscenza che informa l’azione.

Qualora gli utilizzi bellici dell’intelligenza artificiale venissero spinti al loro limite estremo, a essere reso autonomo dal controllo umano sarebbe dunque l’atto di uccidere che, delegato all’AI, porrebbe problemi etici di notevole portata.

Lo scopo di un sistema autonomo, infatti, è capire e soddisfare un bisogno: più che eseguire un compito, questi sistemi devono raggiungere un obiettivo, valutando il modo più efficiente per farlo e agendo senza alcun istinto di conservazione.

A un sistema d’arma autonomo verrebbe perciò a mancare la distinzione tra quello che è legale e quello che è giusto, cancellando ciò che rende ogni soldato l’ingranaggio imperfetto di ogni macchina militare: la sua coscienza, senza la quale alla guerra verrebbe a mancare quell’elemento così profondamente umano che è la capacità di riconoscere sé stessi nello sguardo dell’altro.

Priva di questo elemento, la guerra non sarebbe altro che la cieca e spietata esecuzione di ordini e istruzioni dirette al raggiungimento di un obiettivo, un’attività del tutto priva di quell’istinto di conservazione che, finora, ha garantito all’umanità la sopravvivenza in un’epoca di armi di distruzione di massa.

 

 

 

 

 

intelligenza artificiale.

Strategia italiana “IA e Difesa 2026”:

 cosa cambia per imprese, filiere

e sovranità tecnologica.

Agendadigitale.eu – (4 marzo 2026) – Gerardo Costabile – Redazione – ci dice:

(Gerardo Costabile - Executive Vice President Dinova).

 

L’IA ridisegna la postura strategica della Difesa, puntando su superiorità decisionale e accelerazione del ciclo “OODA”.

La strategia italiana “IA e Difesa 2026” introduce governance, strutture dedicate e pilastri operativi, con focus su sovranità tecnologica, filiera industriale “Mid-Caps”, “MOSA” e “dual-use”; “centralità del controllo umano e dell’accountability”.

IA in ambito militare.

L’Intelligenza Artificiale nel panorama tecnologico militare non può più essere considerata solo una mera innovazione incrementale, bensì un mutamento di paradigma radicale nella concezione della sicurezza nazionale e della postura strategica dello Stato.

 

Indice degli argomenti:

L’IA nel contesto della competizione globale per la supremazia tecnologica.

Nel contesto della competizione globale per la supremazia tecnologica, l’IA si configura come il baricentro attorno a cui ruotano le nuove dinamiche di potere e deterrenza.

Non si tratta semplicemente di automatizzare processi preesistenti, ma di ridefinire integralmente la capacità di un Paese di percepire, analizzare e reagire alle minacce in un ambiente operativo caratterizzato da una densità informativa senza precedenti e da tempi di reazione contratti.

 

In questo scenario, la capacità di mantenere una posizione di rilievo dipende dall’acquisizione della superiorità decisionale, concetto cardine della nuova strategia del Ministero della Difesa italiano, pubblicata alcuni giorni or sono.

 Essa identifica la facoltà di processare moli massive di dati eterogenei (Big Data) per fornire ai decisori una consapevolezza situazionale (SA) superiore a quella dell’avversario, riducendo le frizioni informative. Strettamente correlata è la velocità di ingaggio, ovvero l’accelerazione del ciclo OODA (Osservazione, Orientamento, Decisione, Azione).

 

In un’epoca in cui minacce ipersoniche e sciami di sistemi autonomi riducono i margini di manovra a pochi secondi, l’IA diventa l’unico strumento in grado di garantire una risposta efficace, superando i limiti cognitivi umani nella gestione dello stress e della complessità multi-dominio.

 

La Strategia “IA e Difesa 2026” in Italia.

Il documento programmatico “IA e DIFESA – Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale – Edizione 2026”, approvato dal Ministro Guido Crosetto, segna una transizione fondamentale verso una difesa “AI-native”.

La visione ministeriale riconosce l’IA come la “nuova frontiera della difesa”, legando indissolubilmente lo sviluppo tecnologico al talento delle nuove generazioni e alla ricerca accademica.

La strategia non si limita a una dichiarazione d’intenti, ma stabilisce una governance rigida e una tassonomia operativa precisa.

 

L’attuazione della strategia è affidata a due strutture complementari che devono interagire con le direzioni tecniche (come Segre difesa) per trasformare il requisito operativo in assetto tecnologico:

 

• Ufficio per l’IA (UIA): agisce come regista politico-strategico del Dicastero. Ha il compito di supervisionare l’attuazione degli indirizzi, garantire l’unicità di visione tra le Forze Armate e favorire economie di scala, evitando ridondanze burocratiche e frammentazione degli investimenti.

 

• Laboratorio di IA per la Difesa (LIAD): Concepito come il vero “AI Delivery Center”, il LIAD è un polo di eccellenza tecnologica volto al co-sviluppo di soluzioni con gli utilizzatori finali. Esso funge da aggregatore per l’industria e l’accademia, permettendo la sperimentazione rapida in ambienti protetti.

 

I pilastri e le direttrici della strategia.

La strategia italiana si articola su 15 Direttrici Strategiche, raggruppate in sei pilastri fondamentali che ne definiscono l’attuazione:

 

Governance e risorse: definizione dei modelli di comando e allocazione dei budget.

Fattori strategici abilitanti: focus su dati, algoritmi e infrastrutture.

L’IA nei contesti operativi: supporto alla pianificazione e superiorità decisionale.

L’IA nei contesti organizzativi: produttività individuale e ottimizzazione dei processi.

IA, formazione, addestramento e ricerca: sviluppo di una cultura digitale e simulazione avanzata.

IA e Industria: Valorizzazione delle startup e delle PMI attraverso l’Open Innovation.

Sovranità tecnologica e controllo profondo dei sistemi

L’imperativo della sovranità tecnologica emerge come risposta alla necessità di un “controllo profondo” sul ciclo di vita dei sistemi.

L’Italia rifiuta (o vuole rifiutare) la dipendenza totale da fornitori esterni, rivendicando la capacità di effettuare fine-tuning e re-training dei modelli con dati sensibili direttamente sul campo.

 

Questo controllo è vitale per mitigare il rischio di vulnerabilità intenzionali (backdoor) e per gestire il fenomeno del Law fare (l’uso della legge come arma di guerra).

In contesti asimmetrici, l’aderenza rigorosa al Diritto Internazionale Umanitario (DIU) e a criteri di spiegabili algoritmici può rappresentare uno svantaggio operativo rispetto ad avversari meno vincolati.

 

La strategia italiana affronta questo dilemma ribadendo la centralità del fattore umano e la responsabilità permanente della linea di comando, assicurando che l’IA rimanga uno strumento di potenziamento e non di sostituzione dell’etica militare.

 

Sovranità tecnologica e attrazione dei talenti.

Un punto critico è l’attrazione e la ritenzione dei talenti.

La strategia adotta una tassonomia precisa del personale: essenziali (nucleo di competenze irrinunciabili), necessari a richiesta e utili occasionalmente.

 

Per contrastare la fuga di cervelli verso il settore privato, il Dicastero propone deroghe normative, come la possibilità di svolgere attività libero-professionale (in analogia all’Art. 894 del Codice dell’Ordinamento Militare per i medici) e l’impiego della Riserva Selezionata per integrare specialisti civili in progetti critici.

 

Roadmap e rischio di fretta burocratica.

Il fattore tempo è la variabile più critica. La roadmap italiana prevede:

• Breve termine (1 anno): Consolidamento dei dati, algoritmi e governance.

• Medio termine (2 anni): Realizzazione dei primi progetti operativi prioritari.

• Lungo termine (3 anni): Integrazione diffusa e sostenibile.

 

Tuttavia, tre anni rappresentano un orizzonte estremamente contratto per sistemi d’arma che richiedono decenni di sviluppo. Il rischio è una “fretta burocratica” che sacrifichi la sicurezza algoritmica.

 

Una corsa accelerata potrebbe portare all’adozione di soluzioni “black box” con vulnerabilità latenti o backdoor, tradendo l’obiettivo del “controllo profondo”.

La resilienza nazionale richiede che l’ambizione non comprometta mai la robustezza etica e la validazione tecnica, specialmente in ambiti critici come il supporto alle decisioni cinetiche.

 

Oltre le start-up: per un ecosistema “Defense Tech” di media entità

Per sostenere la sovranità tecnologica, l’Italia deve evolvere oltre il modello della singola startup innovativa.

Sebbene le startup siano agili, esse risultano spesso fragili dinanzi ai cicli di acquisizione della Difesa e ai capitali dei giganti globali.

È necessario ispirarsi ai “cluster industriali” cinesi per creare un tessuto di Mid-Caps (Medie Imprese) nazionali.

 

Queste “Mid-Caps del Defense Tech” devono fungere da spina dorsale per scalare le tecnologie sviluppate dal LIAD.

Solo aziende con una base patrimoniale solida e certificazioni di sicurezza elevate possono garantire la resilienza della filiera.

 

Promuovere la crescita di campioni nazionali di media entità significa evitare l’impoverimento tecnologico e assicurare che la proprietà intellettuale critica rimanga sotto controllo nazionale, trasformando l’IA in un volano di sviluppo economico-strategico.

Queste realtà non sono ovviamente concepite per competere con i grandi colossi del settore (i cosiddetti Prime contractor o Integrator), ma per svolgere un ruolo fortemente complementare e sinergico.

 

Mentre le grandi firme della difesa possiedono le risorse e l’esperienza necessarie per gestire lo sviluppo e l’integrazione di complessi “sistemi di sistemi” militari, le Mid-Caps, le PMI e le start-up (spesso identificate come attori della “New Defence”) introducono un modello operativo radicalmente diverso.

Esse apportano agilità organizzativa, cicli di iterazione e sviluppo molto più rapidi, innovazione dirompente e una maggiore propensione al rischio.

 

L’unione tra la forza industriale dei Prime e la flessibilità tecnologica delle Medie Imprese è la chiave per sviluppare capacità militari con una velocità ed efficienza senza precedenti, soprattutto nell’integrazione di tecnologie avanzate provenienti dal mercato civile e “dual-use” (come intelligenza artificiale, spazio, e cyber).

 

La strategia della Difesa italiana, correttamente, pone un forte accento sulla creazione di questo tessuto industriale.

Il documento strategico sottolinea la necessità di affiancare alle “grandi realtà di eccellenza un vivace e innovativo ecosistema di piccole e medie imprese (PMI), startup e spin-off altamente tecnologici”.

Open Innovation e appalti agili.

L’obiettivo della Difesa italiana è trasformarsi da semplice “cliente” a “partner strategico” e catalizzatore dell’innovazione, attraverso:

 

• Open Innovation: favorire l’osmosi tecnologica e la collaborazione diretta tra le startup, i campioni nazionali (come Leonardo) e il comparto militare.

• Appalti agili: promuovere procedure di acquisizione più snelle, abbassando il carico burocratico e abbracciando la logica del “good enough”, che privilegia il tasso di innovazione rispetto a una ricerca tardiva e dispendiosa della perfezione assoluta.

 

Uno dei maggiori ostacoli per le “Mid-Caps europee” è la mancanza di “capitali per la crescita” (growth capital), che impedisce alle innovazioni promettenti di raggiungere la produzione su larga scala.

 

Per risolvere questo problema, la Commissione Europea e il Fondo Europeo per gli Investimenti (EIF) hanno lanciato la “Defence Equity Facility”, uno strumento che mira a iniettare oltre 500 milioni di euro in azioni nelle imprese del settore.

Questo è essenziale per permettere alle aziende di scalare a livello globale e per evitare che si rivolgano a investitori extra-europei, mettendo a rischio l’autonomia strategica dell’UE.

In linea con questa strategia, sarà fondamentale la parte di execution, per fare in modo che queste medie imprese siano il vero motore dell’innovazione tecnologica (deep tech) che dovrà innestarsi sulle piattaforme dei grandi Integrator per garantire la sovranità tecnologica nazionale ed europea.

 

Mix tecnologico e rischio point of failure.

Un ultimo (ma non ultimo) concetto chiave, a parere di chi scrive, è quello di un “giusto mix tecnologico”, fondamentale per garantire l’autonomia strategica e la resilienza operativa, riducendo le vulnerabilità legate all’eccessiva dipendenza da singoli fornitori o da nazioni terze.

 

Esistono diverse direttrici per diversificare e proteggere l’ecosistema tecnologico della difesa:

 

Architetture aperte e modulari (MOSA) contro il “Vendor Lock-in”.

Per evitare il rischio di dipendere in modo eccessivo da un’unica grande azienda (il cosiddetto vendor lock-in) e per prevenire i single point of failure (singoli punti di vulnerabilità), la strategia industriale punta all’adozione del Modular Open System Approach (MOSA).

 

Questo approccio obbliga i costruttori a progettare sistemi le cui componenti (sia hardware che software) siano interoperabili, sostituibili e aggiornabili con prodotti sviluppati da fornitori diversi. Ciò non solo stimola la concorrenza permettendo l’ingresso di realtà più piccole e innovative, ma garantisce anche che il malfunzionamento o l’obsolescenza di un singolo modulo non comprometta l’intera piattaforma.

 

Sinergia tra tecnologie civili e militari (i c.d. sistemi Dual-Use).

Il mix tecnologico si ottiene anche fondendo le tradizionali capacità militari con le innovazioni provenienti dal mercato civile (commercial off-the-shelf).

Oggi, campi cruciali come l’Intelligenza Artificiale (IA), la sicurezza informatica e il cloud computing sono trainati principalmente da investimenti privati e tech company.

 

Integrare queste tecnologie “dual-use” permette alla Difesa di non isolarsi in “silos” tecnologici rigidi, capitalizzando invece su soluzioni scalabili, economicamente efficienti e dai cicli di sviluppo molto più rapidi.

 

Ridondanza e decentralizzazione delle infrastrutture (Reti e Dati).

Per scongiurare il rischio di one point of failure a livello tattico e infrastrutturale, è vitale distribuire le capacità.

Nel campo delle comunicazioni, ad esempio, si sta superando il concetto di architettura centralizzata in favore di soluzioni come le reti MANET (Mobile Ad hoc NET work).

In questo modello non esiste un nodo centrale critico:

ogni soldato, veicolo o sensore agisce come un punto di trasmissione che può reindirizzare automaticamente i dati in caso di guasti o interruzioni causate dal nemico.

 

Lo stesso principio di ridondanza e resilienza viene applicato alle capacità di calcolo (HPC e Cloud) e alle reti satellitari (combinando satelliti geostazionari con future costellazioni a bassa orbita) per garantire continuità operativa.

 

Sovranità tecnologica per mitigare la dipendenza esterna.

Un affidamento quasi esclusivo su fornitori esteri espone l’Europa a rischi di interruzioni delle forniture e all’inserimento di vulnerabilità latenti o intenzionali (backdoor).

 

Il mix tecnologico deve quindi possedere una forte componente sovrana. È imperativo che la Difesa mantenga all’interno dei confini europei o nazionali il controllo profondo sulle tecnologie critiche, conservando la capacità interna di addestrare i propri modelli IA, comprendere gli algoritmi e proteggere i dati sensibili, assicurandosi così libertà d’azione anche in periodi di forti tensioni geopolitiche.

 

In sintesi, combinando l’interoperabilità del MOSA, l’agilità del dual-use, architetture di rete decentralizzate e un solido controllo sovrano, la Difesa mira a costruire una rete tecnologica estremamente diversificata e resiliente, priva di anelli deboli fatali.

 

Il fattore umano nel settore Difesa.

L’Italia riconosce l’Intelligenza Artificiale come una leva imprescindibile per colmare il divario tecnologico e posizionarsi come partner credibile e proattivo all’interno della NATO e dell’Unione Europea.

Tuttavia, la “Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale” del 2026 stabilisce un vincolo irrinunciabile:

il perseguimento della sovranità tecnologica.

 

Avere il controllo profondo del ciclo di vita dei modelli IA (dal loro addestramento alla comprensione dei loro limiti e bias) è l’unico modo per garantire che queste tecnologie operino sempre in stretta conformità con il Diritto Internazionale Umanitario (DIU), la dottrina e i valori etici e costituzionali nazionali.

 

In questo scenario ibrido in cui le macchine assumono ruoli sempre più avanzati, il “fattore umano” rimane ancora (per quanto?) il vero baricentro della forza armata per diverse ragioni fondamentali:

Decisione aumentato e limiti del decisore umano.

a) L’IA come strumento di “Decision Augmentation”, non di sostituzione.

Sul campo di battaglia contemporaneo, dominato da una mole di dati immensa e dalla necessità di reagire in tempi rapidissimi (ad esempio contro sciami di droni o minacce ipersoniche), l’operatore umano rischia il sovraccarico cognitivo.

 

L’IA viene concepita primariamente per abbattere questa complessità: agisce come un formidabile acceleratore per filtrare, analizzare e correlare i dati, offrendo una “superiorità decisionale”.

Tuttavia, il suo ruolo si ferma alle fasi di analisi e orientamento; la responsabilità delle successive fasi di decisione e di azione resta in capo ai Comandanti.

 L’IA esalta l’efficacia, ma l’essere umano rimane insostituibile.

 

Accountability e controllo umano significativo.

b) Il nodo dell’Accountability:

la responsabilità non è delegabile.

Il cuore del dibattito etico internazionale e della posizione italiana risiede nel fatto che una macchina, per quanto intelligente, rimane tale e non potrà mai essere un soggetto moralmente responsabile.

 

Delegare decisioni di vita o di morte a sistemi totalmente autonomi sfuma la responsabilità in una “scatola nera digitale” (digital black box), oscurata da linee di codice, rendendo impossibile attribuire colpe chiare in caso di violazioni del diritto umanitario o di vittime civili.

Per l’Italia, l’impiego dell’IA deve obbedire a due criteri assoluti: il mantenimento del controllo umano significativo sulla tecnologia e la responsabilità permanente della linea di comando.

 

Automation bias e moral de-skilling.

c) I rischi dell’era ibrida: “Automation Bias” e “Moral De-skilling”.

 La convivenza stretta e ibrida tra decisore umano e assistente algoritmico porta con sé nuove minacce cognitive.

 

Gli esperti avvertono del rischio di un “moral de-skilling” (de-qualificazione morale), ovvero l’erosione della capacità dell’operatore di esprimere giudizi etici indipendenti se si abitua a delegare le scelte alla macchina.

 

Esiste anche il rischio del cosiddetto “automation bias”, la tendenza ad affidarsi in modo eccessivo e acritico agli output dell’IA perdendo il proprio pensiero critico, o viceversa, riporvi scarsa fiducia a causa della non spiegabilità dei modelli.

Per garantire che il fattore umano domini realmente questa transizione, la Difesa italiana sta investendo massicciamente nella formazione per creare una “forza lavoro mista”.

 

Non si tratta solo di formare tecnici informatici, ma di infondere in tutto il personale, e specialmente nei nuovi leader militari, un mind set digitale e competenze trasversali (soft skills).

 I militari devono comprendere i concetti dell’IA, valutarne in modo critico i risultati per non diventarne dipendenti, e interiorizzare la profonda dimensione etico-normativa che governa la cooperazione uomo-macchina.

 

In sintesi, la tecnologia viene spinta ai suoi massimi livelli per garantire sopravvivenza ed efficienza bellica, ma l’architettura morale dell’uso della forza non viene esternalizzata: la dignità umana e il peso della decisione letale restano un onere, e un dovere, esclusivamente umano.

 

 

 

Internazionale.

Contro la guerra permanente:

 da Berlino una voce di resistenza,

 USB (Unione sindacale di base) è

invitata alla conferenza della Junge West.

 Usb.it – Nazionale – (14/01/2026) – Redazione – ci dice:

 

La conferenza è un appuntamento annuale organizzato dalla Junge West dal 1996, che riunisce attivisti, teorici, sindacalisti e movimenti progressisti da tutta Europa e oltre, con l’obiettivo di analizzare criticamente l’attualità politica, sociale e antimperialista.

 

Il titolo e i dibattiti della 31ª edizione si sono concentrati sui pericoli del crescente militarismo, sulle politiche di riarmo in Germania e nell’Unione Europea, e su come i media mainstream contribuiscono alla legittimazione di queste politiche.

Mentre governi e media spingono l’Europa verso una nuova epoca di guerra permanente, a Berlino, il 10 gennaio, circa 4000 persone si sono ritrovate per dire no.

La 31ª Conferenza Internazionale Rosa Luxemburg, organizzata dal quotidiano comunista Junge West, è stata molto più di un convegno:

 è stata un atto politico di rottura contro la normalizzazione del militarismo e della propaganda bellica.

 

Il titolo della conferenza – “A capofitto nella guerra – contro la follia del riarmo e la mobilitazione mediatica” – non ha lasciato spazio ad ambiguità.

Al centro dei lavori, una denuncia radicale: la guerra non è un incidente della politica europea, ma il suo orizzonte strategico.

 

Riarmo, capitalismo, autoritarismo.

 

Gli interventi hanno smontato la retorica ufficiale secondo cui il riarmo garantirebbe “sicurezza” e “stabilità”.

Al contrario, è emerso con chiarezza come la corsa agli armamenti serva prima di tutto al complesso militare-industriale e a un sistema capitalistico in crisi, che trova nella guerra un nuovo motore di accumulazione.

 

In Germania, il riarmo viene imposto dall’alto, senza consultazione popolare, mentre miliardi vengono sottratti a sanità, istruzione e politiche sociali.

La prospettiva di una nuova coscrizione obbligatoria e di un ruolo guida militare tedesco in Europa segna un salto autoritario che richiama pagine oscure della storia continentale.

Media di guerra.

Particolarmente duri gli interventi sul ruolo dei media mainstream, descritti come parte integrante dell’apparato bellico.

Non semplici osservatori, ma attori politici che:

giustificano escalation e interventi militari;

cancellano il punto di vista delle vittime;

delegittimano chi si oppone alla guerra, marchiandolo come “estremista” o “nemico interno”.

La cosiddetta “opinione pubblica” viene così preparata ad accettare l’inaccettabile: più armi, più morti, meno diritti.

 

Palestina, Cuba, America Latina: solidarietà e sostegno contro l’imperialismo.

Tutta la conferenza ha ruotato attorno al sostegno e alla solidarietà con la Palestina, il Venezuela e Cuba.

Dura condanna dell’attacco al Venezuela e richiesta di liberazione per il Presidente Maduro e Cilia Flores.

La conferenza ha dato spazio a voci internazionali provenienti dai tre paesi attraverso interventi, analisi ma anche musica e poesie che hanno riportato la guerra alla sua realtà materiale:

 corpi, distruzione, assedio.

Dalla Palestina, dove il genocidio viene tollerato e armato dall’Occidente, a Cuba colpita dal bloqueo, al Venezuela sottoposto a sanzioni e oggi a una guerra: l’imperialismo è una pratica quotidiana.

Contro i doppi standard occidentali, la conferenza ha riaffermato un principio chiaro: non esistono guerre “giuste” condotte dalle potenze imperialiste.

 

Organizzarsi contro la guerra.

Il messaggio finale della giornata è stato netto:

la pace non si invoca, si costruisce organizzandosi.

Sindacati, movimenti giovanili e realtà politiche hanno lanciato mobilitazioni:

 contro la “Conferenza sulla Sicurezza” di Monaco programmata per febbraio.

 Contro la coscrizione sciopero scolastico il 5 marzo.

 Contro l’arruolamento ideologico nelle scuole e nei luoghi di lavoro, un patto di solidarietà tra chi si   oppone alla guerra e all’arruolamento.

 

Perché la guerra, come ricordava “Rosa Luxemburg”, nasce nelle fabbriche, nei parlamenti, nei giornali.

E solo una resistenza collettiva e internazionalista può fermarla.

 

In un’Europa che corre verso l’economia di guerra e la repressione del dissenso, la Conferenza Rosa Luxemburg ha urlato contro la guerra imperialista e per la solidarietà internazionalista.

 

 

Relazione di Cinzia Della Porta alla 31° conferenza della Junge West - Berlino 10.01.26.

 

Grazie dell’invito a questa importante conferenza.

 

Noi siamo l’organizzazione sindacale, USB, che ha detto Blocchiamo tutto! E lo abbiamo fatto!

Contro il genocidio del popolo palestinese e contro la complicità del governo italiano con Israele abbiamo portato in piazza milioni di persone e bloccato tutto:

porti, stazioni, strade, autostrade, con due enormi scioperi generali il 22 settembre e il 3 ottobre.

 

L'attacco degli Stati Uniti al Venezuela è un atto molto grave e pericoloso.

Ed è una chiara prova della profonda crisi degli Stati Uniti, schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato che non è più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione messa a nudo dalla concorrenza cinese, da un'inflazione pronta a esplodere a causa dei dazi e, se Trump ordinerà alla Fed di tagliare i tassi, da una gigantesca bolla finanziaria che è ormai al punto di rottura.

Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra, attaccando un paese ricco di risorse, al fine di rilanciare l'economia interna e proteggere la bolla finanziaria.

Del resto, l'intera strategia di Trump è orientata all'acquisizione di risorse e alla moltiplicazione degli affari statunitensi in America Latina per contrastare la penetrazione cinese:

si pensi alla vicenda del Canale di Panama, o all'hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, Uruguay e Cile, per non parlare del salvataggio di Mieli e degli attacchi a Lula.

 Ultimo ma non per gravità l’obiettivo di annettere la Groenlandia, ponendosi così in conflitto aperto con la Danimarca, facente parte dell’Alleanza Atlantica, messa in discussione nelle sue fondamenta dalle politiche trumpiane.

 

Gli Stati Uniti, in grave declino, optano per prove di forza unilaterali come arma per risolvere le tensioni economiche, sostituendo o integrando i dazi, al fine di continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e costringere il mondo ad acquistare debito, coperto dalle risorse delle terre “colonizzate”.

 Il forte legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un'intera area, spaventando le Petro-monarchie ormai ribelli, riluttanti a investire negli Stati Uniti, e minacciando la guerra in Iran per acquisire il monopolio dell'energia, l'unica cosa a cui Trump può mirare.

La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e acquisire risorse.

In sintesi, penso che l'attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile.

 

Oggi, 10 gennaio, USB è in molte piazze italiane in sostegno del Venezuela e per la liberazione di Maduro e Clelia.

 

 USB – Riarmo, economia di guerra e lotta di classe: dai portuali agli scioperi di settembre/ottobre.

 

Un contesto globale di instabilità sistemica.

 

L'attuale quadro internazionale è caratterizzato da una profonda instabilità sistemica.

La crisi del modello neoliberista, la frammentazione delle catene del valore globali e la competizione per le materie prime e le tecnologie strategiche stanno ridefinendo gli equilibri di potere mondiali.

 La guerra – dall'Ucraina al Medio Oriente – non è un'eccezione, ma piuttosto un modo di gestire la crisi.

 Le potenze capitaliste utilizzano i conflitti militari come strumento di politica industriale e di riordino delle gerarchie globali.

In questo quadro, l'Unione Europea si allinea pienamente al blocco atlantico, adottando come priorità strategica la costruzione di un'economia di guerra permanente.

 

Il riarmo come strategia di accumulazione.

 

Secondo il “SIPRI” (Stockholm International Peace Research Institute), la spesa militare globale nel 2024 ha raggiunto i 2,44 trilioni di dollari, circa il 2,3% del PIL globale.

 L'Europa registra la crescita più rapida: +16% nel periodo 2023-2024.

In Italia, la spesa militare per il 2025 ammonta a 29,8 miliardi di euro (Osservatorio Mil€x, Rapporto 2025).

Gli investimenti pubblici sono concentrati nelle principali aziende del settore della difesa – Leonardo, Fincantieri, MBDA – consolidando un complesso militare-industriale sostenuto dallo Stato.

Il riarmo funziona come un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica, sostenuto dal debito pubblico, dai sussidi e dal consenso ideologico.

 

L'economia di guerra: struttura e logica.

L'economia di guerra comporta una trasformazione completa della governance economica e dei sistemi di produzione.

Significa centralizzazione del processo decisionale, riorientamento delle catene di produzione verso tecnologie a duplice uso e militarizzazione della ricerca e dell'istruzione.

La narrativa della “sicurezza” giustifica il dirottamento delle risorse dal welfare e dai servizi pubblici agli armamenti.

L'economia di guerra diventa così un nuovo paradigma di accumulazione, con lo Stato militarizzato come principale motore economico.

 

Conseguenze sociali e lavorative.

 

L'economia di guerra ha effetti diretti sulle condizioni di lavoro: defiscalizzazione del welfare e dei servizi pubblici, precarietà e deregolamentazione diffuse, ristrutturazione industriale, aumento della repressione.

 Le guerre esterne si traducono in una guerra interna contro il lavoro, con la riduzione dei salari e l'indebolimento della contrattazione collettiva e dei diritti.

 

La crisi del sindacalismo concertativo.

Il tradizionale sistema di partenariato sociale rivela i suoi limiti: in un capitalismo militarizzato, la mediazione diventa complicità.

Le principali confederazioni – CGIL, CISL, UIL – accettano i quadri di “compatibilità” della NATO e dell’UE, allineandosi alle politiche economiche di guerra.

 Al contrario, il sindacato di classe riafferma la sua autonomia e il suo antagonismo come unica vera alternativa.

La funzione del sindacato di classe.

Un sindacato di classe collega la difesa immediata degli interessi dei lavoratori alla critica strutturale del sistema che li nega.

Il suo ruolo è quello di smascherare il legame tra militarismo e sfruttamento, difendere i salari e il welfare, promuovere una conversione civile della produzione e costruire un fronte internazionale del lavoro contro la guerra e l'ingiustizia sociale.

Per un sindacato di classe l'internazionalismo è un punto cruciale.

La nostra lotta per porre fine al genocidio in Palestina e alla complicità del governo italiano con Israele è un punto importante, su cui abbiamo condotto molte lotte e gli enormi scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre.

 

Verso un nuovo internazionalismo del lavoro.

 

Il sindacato di classe deve denunciare il riarmo come meccanismo di accumulazione capitalistica e costruire un movimento di massa contro la guerra e per la pace sociale.

Solo un internazionalismo del lavoro - basato sulla solidarietà e sull'autonomia - può sfidare l'economia di guerra e riportare la classe lavoratrice come soggetto storico.

 USB insieme alla FSM a cui è affiliata porta avanti la necessità del rafforzamento del movimento internazionale dei lavoratori anticapitalista, antimperialista e di classe.

 

Le lotte dei portuali: in prima linea contro la guerra.

 

La fase attuale è caratterizzata dalla militarizzazione dell'economia e della vita sociale.

 Le politiche di riarmo promosse dai governi europei, con l'Italia tra i protagonisti, sono giustificate in nome della sicurezza nazionale, ma in realtà reindirizzano le risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale.

Il risultato è chiaro:

aumento dei bilanci militari, stagnazione dei salari, riduzione del welfare e repressione dei conflitti sociali.

L'USB identifica questa dinamica come l'essenza dell'economia di guerra:

non solo la produzione di armi, ma una ristrutturazione autoritaria globale dell'economia e del lavoro.

 

Uno degli esempi più evidenti di opposizione concreta all'economia di guerra è la mobilitazione dei portuali organizzata dall'USB.

 In porti come Genova, Livorno e Civitavecchia, i lavoratori hanno bloccato il carico di merci militari destinate alle zone di guerra, in particolare a Israele e all'Ucraina.

Queste azioni, compiute tra il 2021 e il 2024, hanno messo in luce il ruolo dei porti italiani come nodi logistici della guerra imperialista.

 L'USB ha difeso i lavoratori portuali che hanno subito attacchi giudiziari e mediatici, affermando il diritto di sciopero per motivi politici ed etici, un principio fondamentale del sindacalismo di classe.

Questa esperienza ha segnato una svolta:

ha dimostrato che la guerra passa attraverso i luoghi di lavoro e che la resistenza contro la guerra può e deve nascere dagli stessi lavoratori.

 

Costruire un fronte nazionale di lotta.

 

Da queste esperienze si è sviluppata una mobilitazione più ampia, che ha unito le lotte contro la militarizzazione dell'economia, la precarietà e la compressione salariale, nonché gli attacchi ai diritti sindacali e alla contrattazione collettiva.

Dal 2023 l'USB ha riunito queste rivendicazioni in una piattaforma nazionale:

“Contro la guerra, contro il costo della vita, per i salari, la pace e la giustizia sociale” sotto lo slogan ABBASSATE LE ARMI ALZATE I SALARI.

 

Gli scioperi di settembre-ottobre: un segnale politico di lotta di classe.

Gli scioperi generali del 2024 e quelli di settembre e ottobre 2025, organizzati dall'USB e da altri sindacati di base, hanno espresso chiaramente questa linea.

Richieste principali: aumenti salariali generali, riduzione dell'orario di lavoro, arresto immediato del riarmo e investimenti pubblici nel welfare, nella sanità, nell'istruzione e nei trasporti.

Nonostante la repressione del governo e i tentativi di limitare il diritto di sciopero, la partecipazione è stata elevata nei settori dei trasporti, dell'istruzione, della sanità, della logistica e dell'industria manifatturiera.

Gli scioperi di settembre sono così diventati un atto di resistenza sociale e politica nel contesto dell'economia di guerra.

 

Dalla resistenza alla proposta: costruire l'alternativa sociale.

 

L'USB va oltre la denuncia e propone un progetto sociale positivo: conversione civile delle industrie militari e high-tech, piani di occupazione pubblica e transizione ecologica, centralità dei servizi pubblici come diritti sociali e ripristino della contrattazione collettiva come strumento di potere dei lavoratori. In questa prospettiva, la lotta contro il riarmo diventa parte della più ampia lotta per la socialdemocrazia e l'emancipazione dei lavoratori.

 

Il ruolo del sindacato di classe oggi

 

Oggi il sindacato di classe si trova a un bivio:

o diventa un gestore tecnico all'interno dell'economia di guerra, o rivendica il suo ruolo storico di organizzazione del potere e della coscienza di classe.

L'USB sceglie la seconda strada.

Costruire un sindacato di classe oggi significa collegare le lotte salariali al movimento contro la guerra, unire i lavoratori del settore pubblico e privato, praticare un internazionalismo concreto e difendere l'autonomia organizzativa e politica dai governi e dai datori di lavoro.

 

Le lotte dei lavoratori portuali e gli scioperi di settembre dimostrano che la pace si costruisce attraverso la lotta di classe, non attraverso appelli diplomatici.

 La guerra passa attraverso le fabbriche, i porti e i quartieri popolari. Pertanto, il sindacato di classe deve diventare il luogo in cui i lavoratori organizzano la resistenza sociale all'economia di guerra e costruiscono una società alternativa basata sul lavoro, non sul profitto.

 

Lo sciopero USB il 28 novembre.

 

L'USB ha proclamato uno sciopero nazionale per il 28 novembre, un passo essenziale nella lotta contro l'economia di guerra, l'erosione salariale e lo smantellamento dei servizi pubblici.

Lo sciopero affonda le sue radici nella piattaforma nazionale dell'USB, che chiede:

– Aumenti salariali reali indicizzati all'inflazione;

– Riduzione dell'orario di lavoro senza perdita di retribuzione;

– L'immediata sospensione degli aumenti della spesa militare e la riallocazione delle risorse alla sanità, all'istruzione, ai trasporti e al welfare;

– La piena tutela del diritto di sciopero, in particolare nei settori strategici colpiti dalle nuove restrizioni governative;

– Un piano nazionale per la conversione sociale ed ecologica delle industrie strategiche.

Per la Palestina, contro il genocidio e la complicità del governo italiano con Israele.

Lo sciopero del 28 novembre prosegue il ciclo di mobilitazione avviato con gli scioperi di settembre, rafforzando il fronte nazionale di resistenza contro la militarizzazione, l'ingiustizia sociale e le politiche di austerità.

 

Dalle mobilitazioni di novembre alla prossima fase del conflitto.

Le mobilitazioni del 28 e 29 novembre rappresentano un passo avanti qualitativo nella costruzione di un'opposizione sociale e politica all'economia di guerra.

Lo sciopero nazionale del 28 novembre ha confermato l'esistenza di una base sociale ampia e trasversale disposta a collegare le lotte salariali, la difesa dei servizi pubblici e l'opposizione alla militarizzazione all'interno di un quadro analitico e politico unificato.

 

Al di là dei livelli di partecipazione, il significato dello sciopero risiede nel suo contenuto politico:

ha sfidato esplicitamente la riallocazione delle risorse pubbliche verso la spesa militare e ha messo in luce il legame strutturale tra il riarmo, la compressione salariale e la restrizione autoritaria dei diritti sindacali. In questo senso, lo sciopero non ha funzionato solo come azione difensiva, ma come rifiuto collettivo dell'economia di guerra come modello di organizzazione sociale.

 

La manifestazione nazionale del 29 novembre ha ulteriormente consolidato questo processo.

Riunendo lavoratori di diversi settori, movimenti sociali e reti politiche, ha reso visibile l'emergere di un blocco sociale in grado di articolare un'alternativa alla narrativa dominante basata sulla sicurezza.

La convergenza tra le lotte sindacali e le posizioni contro la guerra ha dimostrato che l'opposizione alla militarizzazione non è esterna al conflitto di classe, ma ne è sempre più una delle dimensioni centrali.

 

All'interno di questo ciclo di mobilitazione in evoluzione, l'USB ha annunciato la prossima giornata internazionale di lotta nei porti per il 6 febbraio.

Questa iniziativa è strategicamente significativa.

 I porti rappresentano un nodo materiale dell'economia di guerra, dove le catene di approvvigionamento militari globali si intersecano con i processi lavorativi locali.

Le mobilitazioni dei lavoratori portuali evidenziano i modi concreti in cui le guerre sono sostenute attraverso le operazioni logistiche quotidiane e riaffermano la capacità del lavoro organizzato di interrompere e contestare questi flussi.

 

La giornata di lotta dei porti conferma quindi una traiettoria politica più ampia: dagli scioperi generali alle azioni settoriali che prendono di mira infrastrutture strategiche, il sindacato di classe promuove una forma di conflitto che combina dimensioni economiche, politiche e internazionaliste.

In questo modo, sfida sia la normalizzazione della guerra sia il tentativo di depoliticizzare i rapporti di lavoro in condizioni di militarizzazione permanente.

Viva la Palestina.

Viva il Venezuela.

Viva Cuba.

Viva l’internazionalismo proletario.

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