Guerra mondiale degli islamici.
Guerra
mondiale degli islamici.
Trump:
“Gli Usa Forniranno
Assicurazione
alle Petroliere in
transito
nello Stretto di Hormuz.”
Conoscenzealconfine.it
– (5 Marzo 2026) – Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:
Trump
ordina di assicurare le navi togliendo il pane dalla bocca ai Lloyd’s di Londra
che da sempre dominano le assicurazioni marittime.
Come
al solito, al netto dello show messo in piedi per le masse, per comprendere
realmente cosa stia davvero succedendo, bisogna vedere i movimenti economici e
finanziari.
Tutto
pare già scritto come in una partita di scacchi, dove l’Intelligence che c’è
dietro Trump ha già ampiamente previsto le mosse dell’avversario e preparato
tutte le contromosse per raggiungere l’obiettivo sperato.
Ovvero:
distruggere il deep state di Londra-Parigi.
Dopo
gli attacchi, l’Iran ha chiuso lo stretto di Hormuz.
Mossa
obbligata ed aspettata con impazienza.
Nel
mentre arriva l’altra, anche questa forzata:
i Lloyd’s, hanno drasticamente ridotto o
ritirato la copertura assicurativa per le navi che transitano nello Stretto di
Hormuz e nel Golfo Persico a causa dell’escalation del conflitto con l’Iran.
Anche
qui si usa la vecchia ma sempre funzionale strategia per arrivare alla
soluzione designata in partenza:
Problema-Reazione-Soluzione.
Dopo
queste azioni, Trump mette sul tavolo la mossa che aveva già preparato,
affilata, immediata, inevitabile:
“Con effetto IMMEDIATO, ho ordinato alla
United States Development Finance Corporation (DFC) di fornire, a un prezzo
molto ragionevole, assicurazione contro il rischio politico e garanzie per la
Sicurezza Finanziaria di TUTTO il Commercio Marittimo, in particolare
l’Energia, in transito attraverso il Golfo.
Questo sarà disponibile per tutte le Compagnie
di Navigazione.
Se
necessario, la Marina degli Stati Uniti inizierà a scortare le petroliere
attraverso lo Stretto di Hormuz, il prima possibile.
Qualunque
cosa accada, gli Stati Uniti garantiranno il LIBERO FLUSSO di ENERGIA verso il
MONDO.
La
POTENZA ECONOMICA e MILITARE degli Stati Uniti è la PIÙ GRANDE SULLA TERRA –
Altre
azioni in arrivo.
Grazie
per la vostra attenzione a questa questione!”
(Presidente DONALD J. TRUMP).
In
questo modo, le navi continueranno a transitare, assicurate ed eventualmente
scortate e, allo stesso tempo, i Lloyd’s di Londra, avranno perso quote
importanti di mercato ed una montagna di denaro in quanto gli armatori nel
frattempo avranno cambiato compagnia assicuratrice.
Anche
le quotazioni di gas e petrolio potranno a questo punto normalizzarsi,
bloccando al contempo i soliti criminali speculatori globalisti, che vanno a
braccetto con le compagnie petrolifere.
E
tanti saluti a Londra.
Il
deep state non lo si batte con i muscoli o con le armi.
Occorrono
neuroni e sinapsi.
(aljazeera.com/news/2026/3/3/us-will-provide-insurance-for-ships-in-gulf-amid-iranian-attacks-trump).
(t.me/In_Telegram_Veritas).
(t.me/gabrielesannino).
L’irrisolvibile
questione palestinese.
Ilpensierostorico.com
- Giampietro “Nico” Berti – (31 gennaio 2025) – ci dice:
Proviamo
a fare questa semplice ipotesi.
Poniamo
che da domani fra palestinesi e israeliani si instauri una pace vera, senza più
alcun odio fra le parti.
I
palestinesi hanno il loro Stato che convive in assoluta armonia con quello di
Israele.
Fra le
due entità statali, che sono territorialmente contigue, esiste una frontiera
solo simbolica:
ogni israeliano può andare a suo piacimento
nello Stato palestinese, ogni palestinese può andare a sua volta nello Stato
israeliano.
Tutti sono liberi in tutto.
Gli
israeliani possono continuare a vivere in Israele ma, se lo vogliono, possono
abitare nello Stato palestinese e seguire la lingua, la cultura, i costumi, le
scuole di quello Stato.
Ugualmente
i palestinesi sono liberi di rimanere a casa propria, di seguire la loro
cultura, le loro tradizioni, la loro lingua, la loro religione, la loro
politica;
ma
possono, se lo desiderano, passare nello Stato d’Israele e vivere come vivono
gli israeliani.
Ripeto:
tutti sono liberi in tutto senza condizionamenti di alcun genere e tipo.
A
questo punto formuliamo la seguente domanda:
dopo
cinque, dieci, quindici anni saranno gli israeliani che copieranno i
palestinesi o i palestinesi che copieranno gli israeliani?
In
modo più chiaro:
nella massima, assoluta libertà sarà la cultura
islamo-arabo-mussulmano-palestinese a mutuare quella occidentale o sarà la
cultura occidentale a mutuare quella islamo -arabo-mussulmano-palestinese?
In conclusione, quale sarà il modello
politico-culturale che risulterà vincente?
Porre questo quesito significa già risolverlo:
tutti
sappiamo che la stragrande maggioranza dei palestinesi finirebbe per assumere
lo stile, la cultura – e dunque anche il modo di vedere il mondo – israeliani.
Se
questo è vero, allora si deve concludere che, a competizione libera e pacifica,
il modello occidentale – ovvero, più propriamente, il modello socioeconomico
capitalistico – è destinato a imporsi inevitabilmente e irreversibilmente, che
piaccia o no.
Del
tutto utopica, nel senso banale di una sua impossibilità pratica, è l’idea che
le due civiltà o, se vogliamo, i due tipi di società, siano destinati
eternamente a convivere, mantenendo le proprie caratteristiche strutturali di
fondo, dato che la contiguità e il confronto comportano necessariamente la
supremazia di uno dei due;
una
supremazia che non si può certo misurare con le spanne di qualche decennio, ma
che si attuerà comunque, dato che lo sviluppo storico – ogni sviluppo storico –
impone di per sé la scelta, la selezione e, dunque, l’inevitabile
valorizzazione.
Dal
punto di vista economico-sociale il mondo islamico può soltanto subire
l’iniziativa capitalista.
Esso non ha un suo specifico sistema di
produzione e di distribuzione della ricchezza, né di organizzazione tecnica
delle risorse, vale a dire un sistema che sia congruo – in termini di rapporto
razionale tra mezzi e scopi – al proprio finalismo religioso.
L’Islam è radicalmente opposto all’Occidente solo in
termini religiosi e politici.
È evidente infatti che, se esso fosse l’indice
estremo di una questione economica, un proletariato arabo consapevole della
propria condizione avrebbe già spazzato via la realtà feudale che lo opprime;
avrebbe, inoltre, fatto piazza pulita delle
frange estreme che lo guidano e, con esse, anche tutti i deliri religiosi che
lo pervadono.
E ciò perché queste élites rivoluzionarie, a
fronte di una possibile crescita della coscienza proletaria araba, non
avrebbero modo di perpetuarsi come leadership, indicando e realizzando un
sistema sociale capace di produrre più benessere del capitalismo.
Ecco,
dunque, il problema decisivo relativo alla riflessione storico-filosofica
contemporanea:
il senso e il destino dell’uomo a fronte del
contrapporsi di civiltà diverse motivate da fini opposti e non compatibili.
In
altri termini, la questione fondamentale dell’antropologia, e cioè il problema
di una sua veridicità fondativa a valenza universale e il travagliato e
contraddittorio manifestarsi della sua risoluzione, che sembra darsi come
insopprimibile tendenza spontanea del genere umano.
Cosa
significa infatti affermare che, a competizione libera e pacifica, il modello
socioeconomico capitalistico è destinato a vincere, se non dichiarare di fatto
che esso rappresenta, per ora, il punto più avanzato – in quanto liberamente
riconosciuto – dell’incivilimento umano?
Ciò
vale per qualsiasi altro confronto passato e presente.
Infatti,
questa stessa ipotesi avremmo potuto formularla anche venti, trent’anni fa,
paragonando qualsiasi mondo comunista a qualsiasi mondo capitalista.
Anche
allora, prendendo a confronto il migliore Stato comunista e il peggiore Stato
capitalista, avremmo avuto il medesimo risultato:
la
stragrande maggioranza dei cittadini del migliore Stato comunista avrebbe
finito per scegliere di vivere nel peggiore Stato capitalista (dal 1961 al 1989
non abbiamo visto nessuno – pazzi compresi – scavalcare il muro da Berlino
ovest per fuggire a Berlino est).
La
conferma storica di questa scelta è perfettamente avvenuta, come è stato
dimostrato dalla catastrofe del comunismo e dalla contemporanea vittoria del
capitalismo, eventi che sono stati la prova indubitabile di quanto abbiamo
appena affermato, e cioè che alla lunga il capitalismo è vincente e che l’unico
modo per ostacolare questa vittoria è di impedire una pacificazione generale,
mantenendo per conseguenza uno stato permanente di guerra o di terrorismo.
Questo
è ciò che è Hamas e tutti coloro che appoggiano la sua politica criminale
contro Israele e l’Occidente.
La
vittoria del capitalismo come affermazione della libertà.
I
nemici della “società aperta” sostengono che la vittoria della civiltà
occidentale significherà la vittoria di un pensiero unico, il liberalismo, il
quale finirà per creare una sorta di totalitarismo, nel senso che ogni altra
alternativa sarà risucchiata, annullata o declassata.
Diventeremo
tutti, nel futuro mondo globalizzato, pervasivamente simili, con grave danno
della diversità e della possibilità del mutamento. E con ciò il liberalismo
dimostrerebbe di negare il suo principio informatore: la libertà.
Come
dire: anche il liberalismo ha un fondo antiliberale.
Si
tratta naturalmente di un gioco di parole perché se l’alternativa alla civiltà
liberale è, che ne so? il comunismo o il nazismo o il fondamentalismo islamico,
allora non vi è dubbio che c’è da augurarsi la vittoria definitiva dello stesso
liberalismo e tutto ciò che esso comporta.
Vale a
dire che è veramente privo di senso ogni discorso che tenti di contrabbandare
per libertà ogni possibilità alternativa all’esistente, se questa possibilità è
antiliberale o, più in generale, se nega, per principio, il principio della
libertà.
Non
c’è dubbio, invece, che l’effettiva affermazione di una concezione liberale del
mondo escluda a priori ogni altra espressione non liberale (come direbbe Karl
Popper).
Però è
ridicolo pensare che questo esistente sarebbe totalitario, dato che il
totalitarismo non consiste in una universale uniformità di vedute (cosa,
comunque, che non si darebbe mai), ma in una uniformità coatta di vedute.
Certamente
vi deve essere la libertà di diventare musulmano, ma si è sempre nella più
perfetta libertà anche il negare a questo qualcuno la libertà – la sua libertà
– di imporre coattivamente ad altri la sua fede.
Né
vale sostenere che non siamo in un orizzonte di libertà se si pone
gerarchicamente la libertà stessa come valore primario.
Una
libertà come valore primario che gerarchicamente schiaccia ogni altro valore, e
così facendo nega in pratica sé stessa, è ancora una volta un semplice gioco di
parole.
Diversamente
un contesto privo della logica universale della laicità sarebbe incapace di
impedire che il confronto degenerasse in una competizione distruttiva.
È vero
che la storia del secondo dopoguerra ha dimostrato la possibilità di una
coesistenza tra sistemi opposti, da una parte l’URSS e il mondo comunista,
dall’altra l’Occidente e il mondo libero.
Ma si
è trattato, come tutti sanno, della “guerra fredda”.
Vale a
dire che tale convivenza è stata possibile appunto perché chi viveva oltre la
cortina di ferro era coattivamente impedito di scegliere un’altra soluzione,
tanto è vero che appena vi è stato il crollo del muro di Berlino si è potuto
assistere al dilagare immediato del capitalismo sopra le macerie del comunismo.
Si
deve allora concludere che, inevitabilmente, vi sarà l’affermazione generale
della democrazia liberale nelle aree più sviluppate del mondo?
Sì, se continuerà una sostanziale
competizione pacifica fra tutte le civiltà, dato che sembra ormai
insopprimibile una generale spinta antropologica del tutto conforme alle
tendenze della cultura occidentale (Kant e i McDonald’s, prima o poi, arrivano
dappertutto);
no, se tale competizione si trasformerà
in uno scontro militare generalizzato.
La
logica economica si afferma in condizioni di pacifica convivenza, diversamente
la sua vittoria non è assicurata perché, lo sappiamo, molti altri fattori
incidono sulla condotta umana.
L’avverarsi
di un sistema unico – e di un pensiero unico – è una distopia inesistente.
Chiamare
unico un sistema sociale che si regge sul principio della laicità è non aver
capito il DNA della libertà, dato che questa non può mai, di per sé stessa,
designare un’unicità.
D’altronde
non può esistere concettualmente e praticamente un contesto più grande della
libertà (un qualcosa che sia di più) nel quale vi sia la possibilità di far
convivere, per esempio, due sistemi sociali opposti, l’uno fondato sul
principio della libertà e l’altro fondato su un principio diverso.
Un tale contesto non potrebbe che risolversi
in una soluzione di laicismo universale, assetto che, ancora una volta, non
uscirebbe dal liberalismo.
(Info
Autore e Articoli pubblicati).
(Giampietro
"Nico" Berti (1943) ha insegnato Storia contemporanea all'Università
di Padova ed è ritenuto il massimo esperto italiano di storia dell'anarchismo.
Ha scritto testi fondamentali sull’evoluzione del pensiero anarchico nei suoi
150 anni di storia, rivolgendo una particolare attenzione all’anarchismo
classico (Proudhon, Kropotkin, Bakunin, Malatesta). Ma si è più in generale
occupato di storiografia dell’anarchismo, che ha riassunto nella nota formula
da lui coniata «nella storia ma contro la storia». È stato il coordinatore
nazionale del Dizionario biografico degli anarchici italiani (2003-2004). Tra
le sue numerosissime pubblicazioni: Un’idea esagerata di libertà. Introduzione
al pensiero anarchico (1994); Il pensiero anarchico. Dal Settecento al
Novecento (1998); Errico Malatesta e il movimento anarchico e internazionale.
1872-1932(2003); Socialismo, anarchismo e sindacalismo rivoluzionario nel
Veneto tra Otto e Novecento (2004); Intervista agli anarchici. Nico Berti,a
cura di Mimmo Pucciarelli (2009); Il comunismo anarchico, in L'età del
comunismo sovietico. Europa 1900-1945,a cura di P.P. Poggio (2010, pp. 61-76);
Libertà senza rivoluzione: l'anarchismo fra la sconfitta del comunismo e la
vittoria del capitalismo (2012); Contro la storia. Cinquant'anni di anarchismo
in Italia. 1962-2012 (2016); Crisi della civiltà liberale e destino
dell’Occidente nella coscienza europea fra le due guerre (2021); Il principe e
l’anarchia. Per una lettura anarchica di machiavelli alla luce di una lettura
machiavelliana dell'anarchismo -2023).
Le
guerre civili di
religione
nell’Islam.
Ilpensierostorico.com
– Danilo Breschi – (19 ottobre 2023) – Redazione – ci dice:
Con il
definitivo prevalere della componente jihadista dentro Hamas, non è più una
questione nazionale, di irredentismo nazionalista, ma è una questione
strettamente o eminentemente religiosa.
La rivendicazione della liberazione e
indipendenza del popolo palestinese è divenuta meramente strumentale, ormai.
La questione israelo-palestinese si è dunque
trasformata in un problema politico pensabile non in termini strettamente
occidentali, ma islamici.
Anche, se non prevalentemente, islamici.
Anzi,
di islamismo politico.
Affinché
si trovi una soluzione di pace occorre comprendere come ragiona il nemico.
Occorre
concentrarsi sulla distinzione tra “dār al-Islām” e “dār al-ḥarb”. Così ragiona
l’integralismo islamico, secondo cui l’organizzazione della società dovrebbe
essere interamente sottomessa alla precettistica religiosa, peraltro letta ed
interpretata nella sua versione più rigida e intransigente.
La
teocrazia vigente in Iran costituisce pertanto un modello da seguire, almeno
per l’”Islam sciita”.
Recita
così la Treccani: dār al-ḥarb è «espressione araba divenuta tecnica nel diritto
musulmano, la quale significa “sede della guerra” e designa il complesso dei
territori soggetti a dominio non islamico e non abitati da musulmani. […]
L’infedele del dār al-ḥarb, cioè non suddito
dello stato musulmano, si chiama (ḥarbī (vocabolo tradotto con hostis nelle
versioni ufficiali francese e italiana del Codice dello statuto personale
musulmano egiziano del 1875);
i suoi
beni e la sua persona sono fuori legge e quindi leciti a qualsiasi musulmano, a
meno che egli penetri in territorio musulmano munito di amān (v.) o
salvacondotto;
in
questo caso diventa musta’min “che ha ricevuto sicurtà”, ma se prolunga senza
interruzione per oltre un anno la sua dimora in terra islamica si trasforma in
dhimmī (v.), ossia infedele suddito dello stato musulmano.
“Il dovere del capo dello stato islamico, quando abbia
la forza necessaria, è di muover guerra ai territorî del” dār al–ḥarb” e
conquistarli, salvo che con essi esista trattato di tregua la pace perpetua con
essi è inammissibile».
Su
questo non vi sono divergenze particolari tra “sunniti” e “sciiti”, specie se
guardiamo alle rispettive diramazioni integraliste e radicalizzate.
L’attacco
terroristico del 7 ottobre 2023 dimostra come molte tecniche di lotta dei
terroristi dell’Isis siano state riprese dai miliziani dell’ala armata di
Hamas, le “Brigate Ezzedin al-Qassam”, divenute un vero e proprio esercito
finanziato ed armato dal Qatar.
La stessa ferocia e barbarie, alimentate dal fanatismo
religioso.
Per questo merita ripartire dalla situazione
creatasi circa nove anni fa, quando l’Isis sorgeva tra Iraq e Siria,
spadroneggiando e destabilizzando il Vicino Oriente.
Oggi come allora bisogna che all’uso
necessario della forza, ben calibrata nei tempi e nei modi, Israele, Europa e
Stati Uniti affianchino un’azione diplomatica accorta ed incisiva, che tenga
conto di due criteri-guida:
1) il principio pluralistico, dunque liberale, della
possibile e doverosa convivenza tra diversi (per religione, lingua, cultura),
da cui consegue il diritto dello Stato di Israele ad esistere e la ferma
condanna di chi lo nega e ne sostiene la cancellazione da quelle terre, dal che
consegue che pure uno Stato palestinese ha analogo diritto;
2) non pensare l’Islam come un monolite, un
unico universo religioso, culturale, politico e sociale, tanto che nemmeno lo
jihadismo è (era?) univoco (l’Isis considerava i Fratelli Musulmani come degli
apostati, al-Qaeda odiava l’Isis ideologicamente, etc.) e dunque consegue che
bisogna impedirne compattamenti in chiave tattica, accentuandone semmai le
divisioni, che vanno ben oltre quella tra sunniti e sciiti.
Per tutti questi motivi ripropongo un mio
articolo del 2015 come punto di ripartenza per affrontare con consapevolezza
storico-culturale e lungimiranza politica la gravissima crisi attuale (DB).
Integralismo
islamico, si dice.
Teniamo bene a mente l’uso, oramai diffuso su
tutti i media e nel linguaggio pubblico, di questo termine.
Il
fatto che sia un “ismo”, appunto.
Cosa
ci segnala?
Che
ciò di cui stiamo parlando non è solo e tanto l’Islam della tradizione, che pur
unisce il politico e il religioso.
Come
ogni “ismo” che si rispetti, con integralismo islamico noi stiamo denotando
un’ideologia e un programma per porre un preciso, peculiare ordine alla vita
quotidiana e in comune.
Stiamo dunque parlando di un’ideologia potente
di cui si sono avvalsi fino ad oggi gruppi armati diversi e sparsi in
differenti Paesi di una comunità, quella musulmana, composta da oltre un
miliardo di persone che abitano dalle Filippine del Sud alla Nigeria.
E, da qualche decennio a questa parte, sta
popolando sempre più anche il vecchio continente europeo.
Ovviamente,
l’obiettivo primo ed essenziale è che l’intero dār al-Islām (in arabo: : دار الإسلام
, letteralmente “Casa dell’Islam”), ossia i territori che, secondo la
tradizione islamica, sono sottoposti all’imperio politico e giuridico
dell’Islam, dove i musulmani possono compiere gli obblighi loro richiesti in
quanto credenti, in particolare lo svolgimento dei cinque pilastri dell’Islam.
Il
fatto che la giurisprudenza islamica (non la teologia islamica) suddivida il
mondo in” dār al-Islām” e “dār al-ḥarb”, e che quest’ultima, ossia il
territorio non-islamico, significhi “Dimora della guerra”, è alquanto
eloquente.
Ma fin
qui è tradizione, che può essere interpretata e riattivata in modi e con
intensità differenti.
Nella “dār
al-Islām” hanno diritto di vivere e operare solo i musulmani e, con diverse
limitazioni (come ad esempio il divieto di proselitismo e di erigere nuove
chiese o monasteri) gli appartenenti alle cosiddette religioni “del Libro” (Ahl
al-Kitāb), mentre ne sono esclusi i politeisti e gli atei.
Ovviamente,
da quando il mondo islamico ha assunto un assetto nazionale analogo a quello
dell’Occidente cristiano, le cose sono cambiate, ma il neonato Stato islamico
(Isis) si sta muovendo proprio con l’intenzione di cancellare la geografia
politico-territoriale e i relativi confini statuali segnati dalle potenze
europee già all’indomani della prima guerra mondiale.
Come
ha spiegato bene” Bernard Lewis”, tra i maggiori storici dell’Islam e del Medio
Oriente a livello mondiale,
«quando noi occidentali, cresciuti in una
tradizione occidentale, adoperiamo i termini ‘Islam’ e ‘islamico’, tendiamo
naturalmente a commettere un errore:
assumiamo
cioè che la religione, per i musulmani, abbia lo stesso significato che ha
avuto nel mondo occidentale, anche nel Medioevo; vale a dire che essa segni un
settore o uno scomparto di vita riservato a certe faccende, distinto o per lo
meno separabile da altri settori designati ad occuparsi di altro».
Le distinzioni tra Chiesa e Stato, fra
spirituale e temporale, ecclesiastico e laico, religioso e secolare non avevano
corso nell’Islam prima della sua occidentalizzazione più o meno forzata seguita
alla colonizzazione o al crollo dell’Impero ottomano.
Di qui il ruolo “rivoluzionario” che ebbero,
per un verso, l’opera di “Kemal Atatürk” in Turchia e, per un altro verso,
opposto e reattivo, l’”Ayatollah Khomeini” in Iran.
La
Tunisia è oggi un ulteriore rivoluzione da quando è stata approvata la
Costituzione nel gennaio del 2014.
L’Islam
è religione di Stato ma viene garantita la libertà di coscienza.
La
convivenza dell’Islam con i principi liberal-democratici viene rimarcata anche
nelle prime due disposizioni costituzionali:
secondo
l’art. 1, infatti, «La Tunisia è uno Stato libero, indipendente e sovrano; la
sua religione è l’Islam, la sua lingua l’arabo e il suo regime la Repubblica»,
mentre l’art. 2 sancisce che «La Tunisia è uno Stato civile basato sulla
cittadinanza, la volontà popolare e lo Stato di diritto».
L’articolo 20 afferma l’eguaglianza di diritti
e doveri dei due sessi, mentre l’articolo 45 impone che il governo non solo
protegga i diritti delle donne, ma garantisca le pari opportunità anche
all’interno dei consigli elettivi.
Nella
nuova Costituzione si sancisce poi che l’islam è la religione di Stato ma si
esclude la “sharia” – la legge islamica – come base del diritto del Paese.
Ma
nell’articolo 6 viene garantita la libertà di fede e di coscienza e viene posto
anche il divieto di accusare qualcuno di apostasia.
L’integralismo
islamico ha cominciato a diffondersi con efficacia nel mondo arabo-musulmano
grazie a tre eventi politici cruciali:
la sconfitta dell’Egitto di Nasser,
secolarista, da parte di Israele nella guerra dei sei giorni (1967), appunto la
rivoluzione khomeinista in Iran (1979) e l’invasione sovietica
nell’Afghanistan.
La
prima guerra del Golfo (1990-91) avrebbe poi rincarato la dose.
Ma non
possiamo nasconderci che il vaso di Pandora è stato scoperchiato
dall’intervento statunitense in Iraq nel 2003, ancor più che da quello
dell’anno precedente in Afghanistan.
Ed è stato poi definitivamente frantumato dal
più recente intervento franco-anglo-italiano (con avallo e supporto made in
Usa) nella Libia di Gheddafi, con lo scopo di abbatterne il regime senza averne
previamente preparata un’adeguata sostituzione.
Si
sono aperti varchi che hanno consentito a movimenti come quelli di al Qaeda
prima, dell’Isis poi, di espandersi ed affermare la propria egemonia a scapito
della mappa geopolitica e dei confini fino ad allora esistenti.
Siccome
parliamo di un “ismo”, non possiamo non attingere alla comparazione con
l’Europa e la sua storia, fucina di ideologie come nessun’altra parte del
mondo.
E,
soprattutto, incubatrice di ideologie nel Vicino Oriente, per esser quest’area
limitrofa nonché colonizzata in vario tempo e in vario modo. L’integralismo islamico come
ideologizzazione di una tradizione che si era attenuata con la più o meno
avanzata occidentalizzazione e laicizzazione dei regimi politici sorti nel
mondo musulmano durante l’ultimo secolo.
Dunque,
pur essendo oggetto di abbondante e acuto studio da parte di esperti di
giurisprudenza, teologia e storia islamica, sarebbe opportuno intavolare un
confronto con quel che è accaduto in passato nel nostro vecchio continente.
E
sarebbe opportuno da parte dei mezzi di informazione di massa, tanto
allarmistici quanto pressapochisti.
L’impressione
è che nel Vicino e Medio Oriente sia in corso qualcosa di analogo ad una serie
di guerre civili di religione, le stesse per modalità, finalità e conseguenze
che divamparono e martoriarono mezza Europa tra la metà del ’500 e la metà del
’600.
Guerre
di religione e, insieme, guerre politiche.
Il
calvinismo, come il luteranesimo, gli altri cristianesimi riformati, e il loro
acerrimo nemico, il cattolicesimo e la sua istituzionalizzazione nella Chiesa
di Roma, erano all’epoca anche ideologie politiche, esplicitamente o meno, dal
momento che intendevano uniformare la vita pubblica al credo e ai dogmi.
Tanto
i cattolici quanto i calvinisti, ad esempio, avevano come obiettivo l’integrale
conversione degli altri. Emblematico quanto dichiarava nel 1570 il successore di
Calvino alla guida della repubblica teocratica di Ginevra, il teologo francese “Théodore
de Bèze”:
“Diremo
che si deve permettere la libertà di coscienza? Per nulla al mondo! Si tratta
di consentire la libertà di adorare Dio a ciascuno a proprio modo? È un regime
diabolico!”.
E ancor più eloquente un dialogo intercorso
tra Caterina de’ Medici, regina consorte di Francia dal 1547 al 1559 come sposa
di Enrico II di Valois, e il visconte di Turenne, ugonotto, ossia calvinista
francese:
“Il re non vuole che una religione nel suo
Stato”, dichiarò la regina; “Noi anche, ma che sia la nostra!”, rispondeva il
Turenne.
Due
integralismi, o intransigenze ed espansionismi teologico-politici, l’un contro l’altro
armato, in lotta, con uno più forte in certe regioni e in certi regni, l’altro
più forte altrove.
Il tutto culminò tra 1618 e 1648 nella cosiddetta
“Guerra dei trent’anni” che sterminò almeno un quarto della popolazione della Germania.
E non
dimentichiamo che, una volta avviatesi a ritmo vieppiù crescente la
secolarizzazione e la laicizzazione della vita politica europea, il vecchio
continente vide comunque il diciottesimo e diciannovesimo secolo dilaniarsi in
tempi differiti per la lotta tra monarchismo e costituzionalismo.
Inutile,
ma forse no, ricordare come il ventesimo secolo abbia assistito alla guerra tra
liberalismo (con alleato comunista dal 1941) e nazismo, nella sua prima metà, e
tra liberalismo e comunismo, nella seconda metà.
Guerra
calda, guerra fredda, ma sempre guerra.
La
memoria di quel che l’Europa ha vissuto in questi tre lunghi periodi di scontro
ideologico può fornire utili lezioni per leggere quanto sta accadendo nel Medio
Oriente.
La storia europea ci insegna, ad esempio, quanto
l’integralismo islamico jihadista, ora di marca “Isis”, si nutra del conflitto
regionale che ha contribuito a creare con i suoi predecessori, al-Zarqawi in
testa, nell’Iraq occupato dalle truppe americane.
Ci insegna anche quanto esso metta a nudo la
fragilità di confini statuali del tutto arbitrari rispetto alla trasversalità,
e trans-territorialità, di alcune etnie, a loro volta suddivise spesso in
diverse sette confessionali, quando non anche in tribù o clan più o meno
estesi. Tra
Siria e Iraq, ma anche in Libia, si stanno muovendo forze militari,
ideologicamente mobilitate e mobilitanti, con il dichiarato scopo di ridefinire
l’ordine regionale.
L’Isis
sta cercando di reclutare le formazioni guerrigliere e/o terroristiche locali
da tempo operanti in nome dell’islamismo integrale e di inserirle dentro il
proprio progetto egemonico e imperialista.
Con la
comparazione, o, per meglio dire, con l’analogia storica, non troviamo
soluzioni politiche, ma senz’altro togliamo alle guerre dell’Isis l’alone della
unicità, della novità assoluta.
E si
comprende, ed eventualmente combatte, meglio il noto che l’ignoto. La storia
non si ripete, ma fa rima.
Ciò
detto, non si nega la peculiarità del fenomeno Isis, né la sua diversità e
relativa novità rispetto ad al Qaeda e al terrorismo islamista fino a ieri
conosciuto.
Solo
negli ultimissimi anni l’integralismo islamico, sorto in Egitto poco meno di un
secolo fa, sta ridefinendo il mondo musulmano nei suoi confini politici.
Nemmeno
la rivoluzione khomeinista era riuscita a tanto.
È oggi in atto una guerra civile di religione
islamica, intra-musulmana.
Non si tratta più solo di una lotta tra
islamismo e secolarismo moderno di marca occidentale.
Continuando
ad essere anche questo, lo scontro con la formazione dello Stato islamico a
cavallo fra territori siriani e territori iracheni, si è evoluto in una più
complessa, e confusa, guerra che intende, fra l’altro, cancellare governi e
Stati consolidatisi da molti decenni, talora da circa un secolo.
D’altro
canto, anche l’Isis punta sulla forma-Stato, tipicamente europea e moderna, per
ristabilire e consolidare la sharia in nome dell’autoproclamatosi “Califfo Abu
Omar al-Baghdadi”, che nell’ottobre del 2006 ha dato vita allo Stato islamico
dell’Iraq e del Levante, sigla che raccoglie diverse formazioni.
Tutta
questa comparazione, o analogia, a che pro? Forse per ridimensionare il
fenomeno? Per ridurre l’allarme? Non necessariamente.
Lo
spiega bene “John M. Owen IV” nel suo libro appena uscito per Princeton
University Press: Confronting Political Islam: Six Lessons From the West’s
Past.
Anzitutto,
sondaggi recenti, condotti fra 2012 e 2013, rivelano come in molti Stati
dell’area, dalla Tunisia allo Yemen, la maggioranza della popolazione sia a
favore della “sharia quale legge dello Stato”.
La laicità dello Stato è un concetto tutto
nostro, frutto finale di quelle guerre civili di religione che ci hanno
dilaniato e stremato per oltre un secolo.
Il
fatto poi che l’integralismo islamico si presenti come un’ideologia antimoderna
e retrograda (ai nostri occhi) non costituisce motivo per credere che sia
destinata a soccombere, e soprattutto in tempi brevi.
Ad
ammaestrarci in tal senso è proprio il nostro passato, remoto e prossimo.
Chi
avrebbe detto che la Germania sarebbe stata travolta e trascinata con
entusiasmo dal nazismo in pieno ventesimo secolo?
Così affascinata che gran parte della popolazione se
ne fece supporto convinto e ostinato fin quasi alla Berlino in fiamme del
maggio 1945?
E
tornando alle guerre civili di religione, quanto tempo l’Europa occidentale ha
dovuto aspettare affinché ci si convincesse che una stabilità politica
permanente non aveva bisogno di uniformità religiosa entro i confini
nazional-statuali?
Non
bastò la pace di Augusta (1555), né l’Editto di Nantes (1598). Ci volle la pace
di Vestfalia (1648), e non ovunque bastò.
La conquista del pluralismo religioso, e non
della semplice e pericolante tolleranza, è stata assai lunga e sanguinosa,
lastricata di persecuzioni e massacri.
Ha
richiesto secoli, come la stabilizzazione della mappa geopolitica europea.
Per non parlare del pluralismo politico, che tutto
l’Est europeo ha cominciato ad assaporare dopo il 1989, non senza esitazioni e
nostalgie.
La
comparazione col nostro passato aiuta comunque a vedere quanto anarchica e
variabile sia la conflittualità interna al Medio Oriente.
Nel 2011, durante le cosiddette “Primavere
arabe”, l’”Arabia Saudita guidata da Sunniti” ha inviato truppe in Bahrain per
contribuire a fermare una ribellione sciita, al fine di contenere l’espansione
indiretta di un Iran a guida sciita.
Poco
dopo l’Iran è intervenuto in Siria per sostenere il regime di Assad contro i
ribelli sunniti, sostenuti dall’Isis, allo scopo di impedire una possibile
futura alleanza con l’Arabia Saudita.
Di
quest’ultima è assai probabile la forte preoccupazione per un’espansione di un
fenomeno come l’Isis, destabilizzante l’intera regione.
L’acquisizione dell’arma nucleare da parte
dell’Iran sarebbe un ulteriore fattore di destabilizzazione.
Anzitutto
all’interno dell’area mediorientale, ancor prima che nel più vasto ordine
internazionale.
Al
momento, possiamo solo dire che l’integralismo islamico è tutt’altro che
monolitico, e l’Isis sta sconvolgendo assetti ed equilibri in modo da
raccogliere sia consensi e adesioni sia dissensi e oppositori tra le società e
gli Stati musulmani.
Anche sui metodi di lotta non vi è unanimità tra gli
stessi gruppi integralisti sparsi nei vari Paesi dal Maghreb al Pakistan.
Quel
che il raffronto con la storia europea infine ci insegna è che soltanto
combinati con una prolungata crisi di legittimità la povertà e la memoria della
dominazione coloniale possono produrre quel caos che oggi devasta il Medio
Oriente.
“John
M. Owen IV” ribadisce nel suo libro l’impressione che oramai dovrebbe esser
chiara a tutti gli osservatori e politici occidentali più attenti:
un
intervento armato di Stati Uniti o Paesi europei servirebbe a rendere unito ciò
che al momento è massimamente diviso e conflittuale al proprio interno,
cosicché il primo interesse a fermare l’Isis alberga nei desideri di molti
popoli, confessioni e governi dello stesso Islam.
Il che
non vuol dire che questi siano laici e “moderati” nel senso occidentale.
Ma la
differenza c’è, evidente.
È lì
semmai che occorre agire, diplomaticamente, economicamente, socialmente.
In
Medio Oriente e in parte del Maghreb è in corso qualcosa di non molto dissimile
da quanto gli europei sperimentarono tra Cinque e Seicento e dal 1914 al 1945.
Due
guerre civili-religiose continentali.
La
seconda ci ha portato sull’orlo del suicidio, senza che nessun Stato
europeo-occidentale potesse davvero cantare vittoria nell’estate di
settant’anni fa.
Il
silenzio delle macerie e dei campi di sterminio dominava su tutto e su tutti.
(Info
Autore - Danilo Breschi.
Danilo
Breschi è professore associato (abilitato al ruolo di prima fascia - professore
ordinario) di Storia del pensiero politico presso l’Università degli Studi
Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna Storia umana e civiltà delle
macchine, Teorie dei conflitti ed Elementi di politica internazionale. Per
dieci anni ha diretto «Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia
delle idee». Fra le sue pubblicazioni più recenti: Meglio di niente. Le
fondamenta della civiltà europea (2017); Mussolini e la città. Il fascismo tra
anti-urbanesimo e modernità (2018); Quale democrazia per la Repubblica? Culture
politiche nell’Italia della transizione 1943-1946 (2020); Yukio Mishima. Enigma
in cinque atti (2020); La globalizzazione imprevidente. Mappe nel nuovo
(dis)ordine internazionale (con Z. Ciuffoletti e E. Tabasso; 2020); Ciò che è
vivo e ciò che è morto del Dio cristiano (con F. Felice; 2021); Sfide a
sinistra. Storie di vincenti e perdenti nell'Italia del Novecento (con Z.
Ciuffoletti; 2023); Il mondo come unità e programmazione. La filosofia sociale
di Ugo Spirito (2024). Ha introdotto e curato un'antologia di scritti
giornalistici di Ugo Spirito: L'avvenire della globalizzazione. Scritti
giornalistici (1969-79) [2022]. Ha altresì curato e introdotto nuove edizioni
dell’Utopia di T. Moro (2018), della Leggenda del Grande Inquisitore di F.
Dostoevskij (2020), di Socialismo liberale di C. Rosselli (2024) e La tragedia
di Matteotti di F. Turati e A. Kuliscioff (2025). Altri suoi scritti si trovano
nel blog: danilobreschi.com.)
Ecco
la vera guerra mondiale
in corso: non c’entrano gli Stati
, ma
potenze finanziarie.
Ilfattoquotidiano.it - Paolo Ercolani – (6
marzo 2026) – Redazione – ci dice:
(Paolo
Ercolani - Filosofo, Università di Urbino "Carlo Bo").
Poteri
sovranazionali, in grado di controllare i governi, giocano a Risiko per il
dominio mondiale.
Il quoziente intellettivo medio della
popolazione sta degradando.
Ecco
la vera guerra mondiale in corso: non c’entrano gli Stati, ma potenze
finanziarie.
Quando
si evocano i rischi di una guerra mondiale, non si tiene conto del fatto che
essa è già in corso.
Non mi
riferisco agli scenari bellici, crescenti e pericolosi – dalla Russia con
l’Ucraina a Israele con alcuni stati islamici del Medioriente, fino alla Cina
con Taiwan – né al rinascente e preoccupante empito imperialistico mostrato
dagli Usa di Trump.
Si
tratta di eventi tutti delicati e rischiosi, è innegabile, connotati da
complesse dialettiche di potere e beni materiali.
Ma per
fortuna non è (ancora?) la guerra mondiale a cui faccio riferimento quando
affermo che è già in corso.
Anche
perché non utilizzo l’aggettivo “mondiale” intendendo una guerra che coinvolge
molti Stati del pianeta, come è avvenuto con i due conflitti mondiali del
Novecento.
Mi
riferisco a una guerra mondiale perché condotta contro l’umanità di tutto il
mondo.
Nello
specifico, una guerra condotta contro le abilità cognitive e il benessere
psicofisico di una popolazione trattata come disabile dalle grandi
multinazionali del digitale e dell’Intelligenza artificiale.
Sì,
disabile.
Pensiamoci
bene: il supporto tecnologico, benvenuto e benemerito, tradizionalmente è
servito, e serve ancora oggi a maggior ragione, per compensare disabilità
fisiche o a vario titolo patologiche delle persone.
Ma
oggi, con gli smartphone che filtrano ogni aspetto della nostra esistenza
(conoscenza, informazione, relazioni sociali etc.) e, soprattutto, con
l’Intelligenza artificiale che può supportarci nel pensiero, nello studio,
nella scrittura, nella creatività e così via, si parte dal presupposto per cui
l’umanità, come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, è un qualcosa di
insufficiente e inadeguato.
Qualcosa
da aumentare, potenziare, integrare, ovviamente a pagamento.
Alla
fine, l’umanità sarà qualcosa da sostituire con i cyborg.
“Quello
non è Jim Carrey, ma un suo clone”: la partecipazione dell’attore
“irriconoscibile” ai Cesar Awards scatena le teorie complottiste.
A
scanso di equivoci, questo è ciò che viene teorizzato dai transumanisti (si
pensi ai libri di “Raymond Kurzweil”, solo per fare un esempio), e il
transumanesimo è la “filosofia” a cui sostengono di appartenere tutti i
principali guru delle nuove tecnologie.
Dietro
a questo sacrificio dell’umanità che abbiamo conosciuto fino ad oggi, v’è però
la promessa di realizzare il più grande e antico sogno dell’uomo:
l’immortalità.
Sì,
l’obiettivo estremo di questi signori è quello di trasferire la personalità e
la mente di ciascuno di noi in avatar destinati a vivere per sempre nel
Metaverso.
Messa
in questi termini, al netto degli aspetti obiettivamente inquietanti, più di
una persona potrebbe non comprendere perché sto parlando di una guerra mondiale
contro l’umanità, considerato che sembra di essere all’interno di un grande
progetto positivo.
Già,
ma positivo per chi, se escludiamo le pochissime multinazionali che stanno
accumulando profitti stratosferici, pagando tasse irrisorie grazie ai governi
nazionali sottomessi e imponendo condizioni di lavoro degradanti e poco (o per
nulla) tutelate!
Il
quoziente intellettivo medio della popolazione sta degradando, insieme a tutta
una serie di abilità, competenze e conoscenze.
In compenso stanno aumentando disagio e patologie
psicologiche, fra giovani e giovanissimi ma non solo, a causa di smartphone e
social network programmati per generare dipendenza, nonché per spingere le
persone a un’omologazione che le riduce allo stato di automi che si fanno i
selfie (puntualmente
ritoccati).
Due
squadre di volley, Roberto Mancini, Awudu Abass: chi sono gli sportivi italiani
(e non) bloccati nel Golfo dalla guerra.
A
tutto questo si aggiunge un fatto di cronaca estremamente significativo, perché
capace di riassumere la fase attuale con tanto di guerra israelo-statunitense
contro l’Iran:
mi
riferisco alla diatriba fra l’amministrazione Trump e la società” Anthropic “dell’italo-americano
“Dario Amodei”, con quest’ultimo nei panni di Ceo di una società che offre
servizi di Intelligenza artificiale anche per le azioni di guerra, ma che in
questi giorni si è rifiutato di togliere i paletti all’uso dell’IA in guerra,
specialmente nella misura in cui possa essere utilizzata per tracciare tutti i
cittadini e per gestire in maniera autonoma l’uso di armi devastanti.
Amodei
ha messo in guardia sui rischi per la democrazia e per l’umanità in genere, se
si decidesse di lasciare carta bianca a una tecnologia che, sia chiaro, sarebbe
a piena disposizione di quei governi disposti a pagare per utilizzarla.
In uno
scenario in cui i governi sono perlopiù genuflessi a pochi capi del mondo (Usa,
Cina, India), che insieme alle pochissime multinazionali della tecnologia si
stanno letteralmente giocando il predominio mondiale a livello tanto militare
quanto finanziario, possiamo ben comprendere come la guerra mondiale è già in
corso.
Con
una dinamica mai come oggi evidentissima:
a
scontrarsi non sono potenze nazionali.
Bensì
poteri sovranazionali che, di origine finanziaria e in grado di controllare i
governi, giocano a Risiko per il dominio mondiale.
Con la
larghissima parte dell’umanità che, comunque finirà il conflitto, risulterà
perdente.
Anche
della vita.
Tensioni
in Israele, la Guerra
Presenterà
il Conto Anche
a
Netanyahu.
Conoscenzealconfine.it
– (6 Marzo 2026) - Nicola Scopelliti – ci dice:
Dietro
l’apparente compattarsi intorno al primo ministro, c’è una società israeliana
profondamente divisa la cui tenuta dipenderà molto dall’esito della guerra
all’Iran.
Inquietudine
e incertezza anche nei territori palestinesi. E il Patriarcato latino, per
motivi di sicurezza, chiude il “Santo Sepolcro a Gerusalemme”.
Israele
è una polveriera: la guerra contro l’Iran, scatenata insieme agli Stati Uniti,
ha mandato in frantumi ogni certezza.
La coesione nazionale?
Una
maschera, dietro la quale si celano nervosismi e tensioni che minacciano di
deflagrare da un momento all’altro.
Netanyahu
galvanizza la Knesset, sventola la bandiera della “difesa esistenziale”,
trasforma il Parlamento in una roccaforte dell’unanimità e della concordia.
Ma
sotto le apparenze, il Paese è attraversato da divisioni profonde.
Gli
israeliani vivono sospesi tra orgoglio e terrore.
Il
futuro è una roulette: in gioco non c’è solo la sicurezza nazionale, ma la
sopravvivenza stessa della nazione.
Nelle
strade riecheggia un silenzio teso.
Nelle
scuole, nei mercati, nelle famiglie dei 50mila riservisti mobilitati, ovunque
si respira un’aria pesante, carica di inquietudine.
La
gente si unisce, si mobilita, costruisce reti di sostegno psicologico.
Ma il costo è altissimo:
incertezza
che logora, stanchezza che paralizza, tensione che brucia. Ogni giorno è un
salto nel buio, ogni notte una veglia nell’incubo di nuovi attacchi.
Il
filo su cui cammina la società è sottile, pronto a spezzarsi. (nella foto sopra LaPresse:
cittadini israeliani si riparano al suono delle sirene che avvertono di
attacchi missilistici iraniani)
Ma non
tutti si piegano.
Attivisti,
accademici ed ex vertici della sicurezza lanciano l’allarme:
una
guerra aperta all’Iran può isolare Israele, distruggerne l’economia,
radicalizzare il conflitto e moltiplicare i morti.
Manifestazioni
isolate squarciano la calma apparente, ricordando che il consenso non è mai
totale.
Nei
pochi spazi di dibattito pubblico si insinua il timore che Israele abbia
imboccato una strada senza ritorno.
La guerra non è solo questione di militari, ma
sociale e psicologica.
Il futuro si gioca tra la forza della coesione
e il peso insostenibile di una nuova escalation regionale.
E poi…
la paura degli attentati.
Non
solo in Israele ma in tutto il mondo.
Il
primo ministro Netanyahu, solitamente, divide la società, ma nei momenti di
crisi raccoglie un sostegno che in tempi di pace svanisce come neve al sole.
La
storia si ripete: la minaccia esterna produce compattezza interna.
Ma
basta che l’emergenza si prolunghi perché riemergano crepe, critiche, fratture.
Tra i
partiti di destra il sostegno è granitico, la linea dura è un dogma. Anche nei
settori di centro la paura spinge a stringersi attorno al governo. Ma la
fiducia è fragile, pronta a svanire se la guerra si farà interminabile.
L’esercito
miete rispetto e fiducia.
Ogni
famiglia ha un legame diretto:
il servizio obbligatorio è coesione sociale.
In
questi primi giorni del conflitto il sostegno è solido, quasi rituale.
La
minaccia esistenziale spinge la società a distinguere tra politica e operazioni
militari.
L’esercito è visto come l’unico baluardo.
I sondaggi lo consacrano tra le istituzioni
più stimate, ben più dei partiti o del governo.
Ma il
consenso non è eterno: errori, perdite, mancanza di risultati potrebbero minare
questa fede incrollabile. Tutto dipenderà dall’evoluzione della guerra.
Il
nuovo fronte con l’Iran ha già stritolato l’economia israeliana, piegata da
anni di tensioni e instabilità.
Netanyahu corre ai ripari: mobilitazione dei
riservisti, fondi di emergenza, sostegno alle imprese e ai lavoratori colpiti.
Il
Ministero delle Finanze apre linee di credito, garantisce le imprese nelle zone
a rischio missilistico.
Ma
ogni giorno di guerra è una ferita aperta: la spesa pubblica s’impenna, il
bilancio vacilla.
Israele
è sull’orlo del precipizio perché la guerra non perdona.
L’inizio
del conflitto ha avuto un’immediata ricaduta anche sui territori palestinesi,
dove la reazione si muove su più livelli: politico, militare, ma soprattutto
sociale.
In un
contesto già segnato da fragilità economica e tensioni croniche, la
contrapposizione tra Israele e Iran è percepita come un ulteriore fattore di
instabilità.
A Gaza
il primo effetto tangibile è stato l’aumento dell’ansia collettiva. La
popolazione teme che il conflitto possa tradursi in nuove chiusure dei valichi,
restrizioni ai movimenti e blocchi delle forniture.
In un
territorio dove l’accesso ai beni essenziali è precario, ogni crisi regionale
si riflette immediatamente sulla vita quotidiana.
Nei
mercati si registrano acquisti accelerati di generi alimentari di base, mentre
le famiglie cercano di prepararsi a eventuali interruzioni prolungate.
Sul
piano politico, il movimento di Hamas ha condannato con vigore l’azione
militare israeliana, definendola un’aggressione che destabilizza ulteriormente
l’intera regione.
Il
gruppo islamista, che governa Gaza, ha espresso solidarietà a Teheran,
sottolineando il legame politico e strategico costruito negli anni.
La retorica ufficiale parla di un fronte
comune contro quella che viene descritta come un’espansione militare
israeliana.
Anche
altre fazioni, come la “Palestinian Islamic Jihad”, hanno utilizzato le stesse
parole, ribadendo il sostegno all’Iran e denunciando il rischio di un conflitto
su scala più ampia.
In
Cisgiordania, la situazione appare altrettanto tesa.
Nelle
città e nei campi profughi si respira un clima di preoccupazione per possibili
ripercussioni sul terreno:
aumento
dei controlli, incursioni militari, scontri con i coloni israeliani. L’Autorità Nazionale Palestinese
mantiene una posizione più prudente sul piano diplomatico, ma all’interno della
società civile prevale un sentimento di sfiducia verso qualsiasi dinamica che
possa aggravare le già difficili condizioni di vita.
Tra i
cittadini comuni domina soprattutto l’incertezza.
Molti
temono che il conflitto tra Israele e Iran finisca per offuscare ulteriormente
la causa palestinese sul piano internazionale, mentre altri vedono nella crisi
un potenziale elemento di ridefinizione degli equilibri regionali.
A
Ramallah, Betlemme, Bei Satoru le discussioni oscillano tra timore di nuove
sofferenze e speranza che l’attenzione globale possa riportare la questione
palestinese al centro dell’agenda diplomatica.
La
reazione palestinese non è omogenea: condanna netta di Israele da parte dei
gruppi armati, cautela delle istituzioni, inquietudine diffusa nella
popolazione.
In un
territorio già segnato da anni di conflitto, questa guerra viene vissuta come
un possibile acceleratore di instabilità, capace di incidere direttamente sulla
vita quotidiana e sugli equilibri futuri della regione.
In un
recente intervento, il patriarca di Gerusalemme del Latini, il cardinale “Pierbattista
Pizzaballa”, ha lanciato un accorato appello affinché tutte le popolazioni del
Medio Oriente “possano vivere una vita dignitosa”, collegando la drammatica
situazione regionale – con particolare riferimento agli eventi che coinvolgono
l’Iran e i conflitti in corso – alla necessità universale di giustizia, pace e
dignità.
Secondo
il patriarca, nemmeno la guerra e le tensioni possono cancellare il desiderio
umano di una società fondata su valori essenziali, esortando a cercare
soluzioni pacifiche che evitino una degenerazione della violenza.
La sua dichiarazione risuona come un invito a non
perdere la speranza e a perseguire con determinazione la via del dialogo e
della riconciliazione.
In
questo clima di tensione, il Patriarcato ha comunicato la chiusura temporanea
del Santo Sepolcro, per ragioni di sicurezza.
La
decisione ha un impatto diretto sulle comunità cristiane che vivono a
Gerusalemme, costrette ad adattarsi ad un contesto sempre più instabile e
pericoloso.
La
chiusura del luogo sacro rappresenta un segnale tangibile delle difficoltà che
la crisi mediorientale sta imponendo anche alla dimensione spirituale e
religiosa delle popolazioni locali, e non solo, richiamando l’urgenza di
fermare un conflitto prima che sia troppo tardi.
(Articolo
di Nicola Scopelliti).
(lanuovabq.it/it/tensioni-in-israele-la-guerra-presentera-il-conto-anche-a-netanyahu).
La
guerra più
lunga
del mondo.
Ispionline.it
– (17 Ott. 2023) – Ugo Traballi – ci dice:
Il
conflitto fra israeliani e palestinesi è antico. Il tempo, che di solito placa
i rancori, in questo caso li ha inaspriti.
“Una
terra senza popolo per un popolo senza terra”, era uno degli slogan del
sionismo, verso la fine del XIX secolo.
Che
gli ebrei europei fossero un popolo senza un’identità nazionale, era vero:
il
vecchio continente cristiano continuava a negare loro il diritto a un’autentica
assimilazione.
Che
tuttavia la terra indicata, la Palestina, fosse priva di abitanti, era una
falsità a fini politici.
Oggi
la chiameremmo fake news.
Il
conflitto fra israeliani e palestinesi è antico.
Il
tempo, che di solito placa i rancori, in questo caso li ha inaspriti.
È
cominciato alla fine del XIX secolo con l’arrivo in Palestina dei primi
sionisti dall’Europa orientale;
è
proseguito in diverse forme lungo tutto il XX, e nel XXI non dà segni di
accomodamento.
Allora
non esisteva un risorgimento nazionale palestinese:
nell’impero
ottomano quel territorio era parte della Grande Siria.
Furono
gli inglesi, alla fine della I Guerra Mondiale, a impadronirsene e a creare il
mandato di Palestina in quella che oggi è Israele, Gaza e Cisgiordania.
Un
nazionalismo arabo palestinese incominciò a prendere corpo osservando la
crescita e l’organizzarsi di un nazionalismo ebraico:
una bandiera, un inno, una milizia, scuole,
una banca, il sindacato Stardust.
Sin dall’inizio furono pochi i tentativi di
creare una stabile convivenza. Anche il sindacato ebraico di matrice marxista
stabiliva che gli operai arabi dovessero avere salari inferiori a quelli degli
ebrei.
Il
primo scontro dell’infinito conflitto fra ebrei e palestinesi, avvenne nel
1918, un anno dopo la conquista britannica.
Un
gruppo di studenti ebrei con il loro insegnante issarono uno striscione
inneggiante al sionismo sulla porta di Jaffa nella città vecchia.
Due
giovani palestinesi, un cristiano e un musulmano, assalirono il gruppo e
strapparono lo striscione.
I due ragazzi furono condannati a scusarsi con
l’insegnante che avevano colpito con l’asta della sua bandiera, e a pagare lo
striscione distrutto. In seguito non sarebbe più andata così.
Dai
timidi tentativi di comunicare, le due comunità scivolarono sempre più verso la
completa incomprensione.
“Non
sono a favore di nessuno ma di entrambi”, scrisse nelle sue memorie “Ronald
Storr”, il primo governatore britannico della Palestina. “Due ore di lamentele
arabe mi spingono in una sinagoga;
dopo
un corso intenso di propaganda sionista sono pronto ad abbracciare l’Islam”.
Un sentimento che nei decenni successivi
avrebbero provato molti corrispondenti.
Ci fu
una prima sanguinosa rivolta araba nel 1929 con 133 ebrei e 116 palestinesi
uccisi.
La “Grande rivolta” avvenne fra il 1936 e il
39: per la prima volta gli arabi chiesero l’indipendenza e protestarono contro
le politiche britanniche a favore della migrazione ebraica.
In pochi anni gli ebrei di Palestina passarono
da 56 a 320mila.
La
calma non fu più ripristinata fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e
lo scontro riprese immediatamente dopo.
Entrambi
i nemici fecero ampio uso di metodi terroristici.
Stanchi
di perdere uomini, denaro e tempo, nel 1947 gli inglesi posero fine al loro
mandato e affidarono alle Nazioni Unite, quello che l’ultimo alto commissario
definì “Una Palestina intera”.
Come
nel Sub-continente indiano e in diverse altre parti del mondo, il compito
dell’Onu fu invece quello di preparare un piano di spartizione fra uno stato
ebraico e uno arabo.”
Istigati
dai paesi arabi circostanti, il cui obiettivo non era promuovere uno stato
palestinese ma spartirsi il territorio, i palestinesi rifiutarono il
compromesso.
La guerra fu totale, parteciparono tutti i
paesi arabi della regione: non con i loro eserciti ma mandando contingenti
impreparati e male armati. Anche gli ebrei lo erano ma rappresentavano la crema
dell’intelligenza europea che l’Europa aveva perseguitato; i paesi arabi erano
sottosviluppati.
Lo
stato ebraico appena nato conquistò più territorio di quello che era stato
offerto dall’Onu.
Nel
1948 oltre 700mila palestinesi furono cacciati o fuggirono dalle loro terre.
Fu la
Nakba, la catastrofe, che ogni 15 maggio viene celebrata con dolore.
Lo stesso giorno in cui gli israeliani
festeggiano il loro Independence Day.
Altre
centinaia di migliaia di palestinesi sarebbero diventati profughi nel 1967.
“Il
mio è un appello urgente a causa della mobilitazione delle forze del
fondamentalismo atavico sia fra i sionisti che fra gli arabi. In assenza di una
modica quantità di giustizia per il popolo palestinese queste forze potrebbero
rovinare anche nel secolo a venire le vite delle generazioni non ancora nate”.
Lo scrisse nel 1992 Rashid Khalid, un famoso
professore palestinese che insegnava ad Harvard.
Era la
prefazione del suo “Tutto quel che resta”, il volume che voleva salvare la
memoria dei 418 villaggi palestinesi distrutti nel 1948, durante la Nakba:
dove,
quanta gente, cosa producevano.
Non c’è stata alcuna modica giustizia proposta
da Khalid.
Ha
vinto il “fondamentalismo atavico” delle due parti.
Guerra
Iran-Occidente, il mondo
si
ridisegna: cosa sta davvero
accadendo
dietro il nuovo terremoto
geopolitico.
Triesteallnews.it – (5 Marzo 2026) - Stefano
Silvio Draganti – ci dice:
05.03.2026
– Premessa
– L’attacco americano–israeliano contro l’Iran continua incessantemente: siamo
al quinto giorno di combattimenti.
L’Iran
risponde, oggettivamente, con sempre meno capacità ed efficacia.
Non
emergono, al momento, evidenze che possano far prevedere una fine imminente del
conflitto.
Nell’articolo di oggi, allo scopo di
comprendere meglio le dinamiche politiche e militari in atto, poniamo la lente
d’ingrandimento su alcune posizioni americane, israeliane, russe e cinesi,
alcune delle quali spesso poco rappresentate dai media.
Dare
la parola a tutti, senza pregiudizi né manipolazioni.
Conferenza
stampa del Segretario alla Guerra, “Pete Hegseth” – 4 marzo 2026.
Desidero
proporvi la lettura di alcuni stralci di questa conferenza stampa, perché ci
fornisce elementi operativi dell’operazione militare complessa “Epic Fury” in
atto, utili alla comprensione della situazione generale.
Dal sito statunitense del Dipartimento della
Guerra, infatti, si legge:
Nel
corso della seconda conferenza stampa del “Dipartimento della Guerra” dopo il
lancio dell’operazione “Epic Fury” da parte di Stati Uniti e Israele contro il
regime iraniano il 28 febbraio, il Segretario alla Guerra “Pete Hegseth” e il
generale dell’Aeronautica “Dan Caine”, presidente dello “Stato Maggiore
Congiunto”, hanno affermato oggi che l’America sta compiendo decisivi progressi
offensivi nel conflitto.
“Sono
qui oggi davanti a voi con un messaggio inequivocabile sull’operazione “Epic
Fury”:
l’America sta vincendo in modo decisivo,
devastante e senza pietà”, ha dichiarato Hegseth ai media dalla sala stampa del
Pentagono.
“Siamo solo al quarto giorno di questa
operazione e i risultati sono stati incredibili, storici, davvero.
Solo
gli Stati Uniti potevano guidare questa missione.
Ma se
si aggiungono le “Forze di Difesa Israeliane”, una forza dalle capacità
devastanti, la combinazione è pura distruzione per i nostri avversari iraniani
islamici radicali”, ha detto “Hegseth”.
Nel
suo intervento, “Caine” ha ribadito che la missione congiunta su tre fronti di
Stati Uniti e Israele nella regione è quella di colpire ed eliminare i sistemi
missilistici balistici dell’Iran, distruggere la marina iraniana e garantire
che l’Iran non possa ricostruire o ricostituire la propria capacità o potenza
di combattimento, incluso assicurare che il Paese non ottenga mai armi
nucleari.
“Caine”
ha precisato che c’è stato un calo complessivo dell’86% nei lanci di missili
balistici iraniani dal primo giorno dei combattimenti e un calo del 23% solo
nelle ultime 24 ore.
Inoltre, ha aggiunto che si registra una
diminuzione del 73% nei colpi di droni d’attacco iraniani unidirezionali
sparati dall’inizio del conflitto.
Per quanto riguarda la potenza aerea, “Hegseth”
ha affermato che le forze statunitensi e israeliane sono pronte ad assumere il
controllo completo dello spazio aereo iraniano entro i prossimi giorni.
“Spero
che tutti coloro che guardano capiscano cosa significano spazio aereo
incontrastato e controllo completo:
significa
che voleremo tutto il giorno e tutta la notte, trovando, colpendo e
distruggendo i missili e la base industriale di difesa dell’esercito iraniano;
trovando
e colpendo i loro leader e i loro comandanti militari; sorvolando Teheran, con
i leader iraniani che guardano in alto e vedono solo la potenza aerea
statunitense e israeliana ogni minuto di ogni giorno, finché non decideremo che
è finita e che l’Iran non potrà farci nulla”, ha detto “Hegseth”.
In
mare, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato ieri che più di 20
navi della marina iraniana sono state distrutte, tra cui l’affondamento di una
nave da combattimento iraniana nell’Oceano Indiano da parte di un sottomarino
d’attacco veloce della marina statunitense.
È la
prima volta dal 1945 che un sottomarino statunitense utilizza un siluro Mark 48
per affondare una nave nemica, ha osservato” Caine”. “Voglio ricordare a tutti che questa
è una dimostrazione incredibile della portata globale dell’America. Stanare, trovare
e uccidere un agente fuori area è qualcosa che solo gli Stati Uniti possono
fare su questa scala”, ha affermato.
Ha
aggiunto che, poiché molti dei leader iraniani di alto rango sono stati uccisi
nel primo giorno dell’operazione “Epic Fury”, l’esercito non è in grado di
comunicare in modo efficace né, tantomeno, di organizzare un’offensiva
coordinata e sostenuta.
“…Epic
Fury ha già scatenato una potenza aerea doppia rispetto alla fase iniziale
‘shock and awe’ dell’”Operazione Iraqi Freedom nel 2003”. Guardando al futuro,
Caine ha affermato che il “Centcom” continuerà a colpire le infrastrutture del
regime, tra cui la caccia e l’eliminazione dei lanciatori di missili balistici
e delle capacità di attacco unidirezionale, oltre a continuare ad attaccare le
capacità navali dell’Iran.
“Siamo
solo all’inizio”, ha affermato “Hegseth”.
(Conferenza
completa nel link in descrizione: war.gov/News/News-Stories/Article/Article/4420831/four-days-in-hegseth-caine-say-us-making-decisive-progress-in-iran/).
La
percezione del “Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs” dell’attuale
complesso mondo persiano, con particolare riferimento al famigerato Corpo delle
Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran, stimati in oltre 200mila unità).
L’analisi
che segue è stata redatta da “Oded Ailam”, esperto analista ed ex responsabile
della “Divisione controterrorismo del Mossad”, come noto l’intelligence estera
israeliana.
Desidero
proporvela integralmente perché non solo ci offre uno spaccato decisamente
diverso da quello che solitamente ascoltiamo, ma anche perché ci permette di
comprendere meglio la percezione israeliana dell’attuale Repubblica Islamica
dell’Iran, che, come noto, viene da sempre considerata da Gerusalemme una
“minaccia esistenziale”.
“Da quando ha preso il controllo dell’Iran
quasi cinquant’anni fa, il Corpo delle “Guardie della Rivoluzione Islamica”
(IRGC) ha costruito qualcosa di raro nella storia:
un
progetto politico-religioso che è riuscito a rimodellare il Medio Oriente.
La
rivoluzione del 1979 non è stata semplicemente un cambio di regime. È stato un
terremoto culturale.
Per
secoli gli sciiti erano stati una minoranza perseguitata, dispersi come polvere
tra montagne e città, non più di un quinto della popolazione nel mare sunnita
che li circondava.
Improvvisamente è sorto uno Stato che ha dato
loro un nome, un volto e una voce.
Da
Teheran è arrivato il messaggio:
lo
sciismo non è più una setta vittima che nuota sotto i colpi.
È una fonte di potere, il cuore pulsante di
una rivoluzione globale.
Per
anni è sembrato che il motore della rivoluzione non facesse altro che
rafforzarsi.
La
rivoluzione ha esteso le sue braccia in tutto il mondo:
Sud
America, Libano, Iraq, Yemen, Sudan.
Anche
quando alcune parti scricchiolavano, anche quando il fumo saliva dal suo
interno, continuava a muoversi.
Ma i
motori che ignorano le spie luminose non funzionano per sempre.” Ora le cose
stanno iniziando a incepparsi.
Una
serie di errori colossali, una cattiva interpretazione dell’amministrazione
americana, una sottovalutazione della comunità internazionale e la dipendenza
da mecenati infidi, Russia e Cina, hanno condotto la leadership iraniana
sull’orlo dell’abisso.
Ciò
che è stato costruito nel corso di decenni come un palazzo di fiducia
rivoluzionaria ora inizia ad apparire come un magnifico edificio le cui
fondamenta stanno lentamente sprofondando nella sabbia.
Ed è
proprio in momenti come questi, quando un giocatore si rende conto che la
partita è finita, che emerge il vero carattere.
La
condotta dell’Iran e dei suoi alleati, che sparano contro gli Stati vicini e
allargano i fronti di guerra, non è un’espressione di forza.
Assomiglia
piuttosto a un giocatore di scacchi che, in preda alla rabbia, fa cadere i
pezzi dalla scacchiera mentre si avvicina lo scacco matto: rumore, caos e
inutilità.
In
queste crepe si insinua la questione della successione.
Il
nome che ricorre più volte è “Mojtaba Khamenei”, figlio della Guida Suprema.
Eppure Mojtaba non è un leader cresciuto nella
tradizione religiosa: non ha spina dorsale nella legge religiosa, non possiede
l’aura di un ecclesiastico erudito e non ha una vera esperienza militare al suo
attivo. Se nominato, sarà una sedia senza gambe, una figura che detiene il
titolo ma è detenuta dalle Guardie Rivoluzionarie.
Non un
leader che guida il sistema, ma un burattino che il sistema pone su un
piedistallo.
Accanto
a lui aleggia anche l’ombra di un’altra possibile nomina, “Ahmad Vahidi”, ex
ministro della Difesa, comandante di alto rango delle Guardie, e ricercato a
livello internazionale per il suo coinvolgimento nell’attentato del 1994 al
centro della comunità ebraica di Buenos Aires.
Il suo
nome è un silenzioso promemoria del carattere dell’élite della sicurezza che
crede di poter governare lo Stato:
persone
cresciute in una cultura in cui la violenza non è un fallimento della politica,
ma uno strumento operativo.
In
pratica è chiaro da tempo chi governa il Paese.
Le Guardie Rivoluzionarie non sono
semplicemente un esercito: sono un impero.
Economicamente
e ideologicamente, a loro avviso, l’attuale campagna è un’unica battaglia, la
battaglia di Karbala che si ripete di generazione in generazione.
La storica battaglia in cui fu versato il
sangue di” Husayn ibn Ali” è diventata la lente attraverso cui leggono la
realtà.
Ogni
scontro è un nuovo capitolo nell’eterno dramma di una minoranza fedele contro
un mondo ostile e, quindi, ogni compromesso sembra un tradimento.
Questa
logica spiega anche la pressione esercitata su Hezbollah.
Le
Guardie Rivoluzionarie hanno chiarito all’organizzazione in Libano: se non si
aderisce ora, il rapporto finisce.
Hezbollah si è trovato tra l’incudine e il
martello.
Un
rifiuto l’avrebbe separata dal suo protettore a Teheran, dal denaro, dalle armi
e dall’ideologia, e il suo destino di organizzazione religiosa rivoluzionaria
sarebbe stato segnato.
Eppure
entrare nello scontro avrebbe potuto accendere un fuoco in Libano, anche tra
gli sciiti che non ardono più per la rivoluzione.
La
scelta di Hezbollah ne ha di fatto segnato il destino.
Qual è
esattamente la strategia delle Guardie Rivoluzionarie?
Credono
in uno scenario di redenzione differita:
è sufficiente infliggere perdite agli
americani, chiudere gli stretti e attaccare gli Stati petroliferi.
I prezzi del petrolio saliranno alle stelle e
l’opinione pubblica statunitense costringerà Trump a porre fine al conflitto.
Eppure,
anche in questo caso, potrebbero leggere una vecchia mappa. Invece di un ritiro
americano, la pressione potrebbe convergere verso l’interno e trasformarsi in
un anello sempre più stretto attorno al collo del regime stesso.
Un’altra
settimana di scontri potrebbe iniziare a disgregare le maglie della situazione.
Le diserzioni nell’esercito regolare e l’erosione
all’interno delle Guardie Rivoluzionarie non sono più scenari teorici.
Parti
dell’esercito potrebbero diventare “lampeggianti”:
non
ribellione, ma semplicemente una presenza che svanisce. I
n quel
vuoto probabilmente entreranno le minoranze: i curdi nel nord-ovest, i beluci
nel sud-est, gli ahwazi e altri.
Quando
il cuore smette di mandare sangue, gli arti iniziano a muoversi secondo le
proprie leggi.
E se le masse scenderanno in piazza, come
hanno già fatto ripetutamente, in ondate di protesta che crescevano ogni volta,
l’Iran sarà travolto da una tempesta senza sovranità.
Così
la rivoluzione del 1979 potrebbe giungere alla sua ora finale.
Quella
che era stata costruita come una fortezza si rivelerà un palazzo di vetro,
imponente dall’esterno ma fragile al tatto.
E poi
un antico proverbio persiano, che i persiani conoscevano molto prima che
l’Islam si stabilisse nella loro terra, si rivelerà di nuovo vero:
“La
candela che si presenta come il sole si spegne per prima.”
(Analisi
completa nel link in descrizione: jcfa.org/the-irgc-faces-defeat/).
Dichiarazioni
alla stampa della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.
Nella
serata del 4 marzo u.s. i media russi hanno pubblicato una lunga e articolata
conferenza stampa della portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria
Zakharova.
Desidero
proporvela in alcuni passaggi, sia perché emerge chiaramente la “forte
irritazione russa” per la deriva medio-orientale, sia perché appare evidente
come il focus centrale per Mosca rimanga l’Ucraina, unitamente
all’atteggiamento ritenuto “ostile” dell’Europa, con particolare riferimento a
Francia e Gran Bretagna.
Nella
conferenza, inoltre, vengono spesso utilizzati toni aspri, non certo
diplomatici, con esplicito riferimento al presidente ucraino.
Dai media russi e dal portale del Ministero degli
Esteri di Mosca leggiamo:
Crisi
in Medio Oriente.
“Stiamo
osservando con grande preoccupazione ciò di cui abbiamo ripetutamente parlato
in precedenza e di cui il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha parlato
dettagliatamente.
Vediamo — e ora tutti hanno le idee chiare —
che stiamo assistendo a un’escalation di tensione senza precedenti nella
regione, derivante da un attacco immotivato all’Iran da parte di Stati Uniti e
Israele. Attraverso le loro azioni irresponsabili e sconsiderate, Washington e
Tel Aviv stanno — permettetemi di usare un’espressione che forse non è
ampiamente utilizzata nel diritto internazionale ma che descrive accuratamente
ciò che sta accadendo sul campo — scatenando il caos, violando palesemente
norme e principi del diritto internazionale e umanitario e facendo sprofondare
la regione sempre più nel caos.
La comunità internazionale deve fornire una
valutazione oggettiva e intransigente di questi atti di illegalità.”
“In
realtà Washington non lo nasconde più e dichiara apertamente di volere un
cambio di regime in Iran.
Il fallimento dello scenario della rivoluzione
colorata ha innescato i drammatici eventi.
A
gennaio gli oppositori della Repubblica Islamica hanno tentato senza successo
di imporlo alla società iraniana e al popolo iraniano, che ha vissuto per
lunghi anni sotto il peso delle sanzioni.
Questo
peso non è nato dal nulla.
Ha i
suoi artefici e i suoi esecutori: tutti coloro che in realtà volevano cambiare
il regime in Iran.
In
precedenza si sono affidati a sanzioni illegali e illegittime, alla morsa del
blocco economico e a ogni altro metodo possibile.
Quando anche questo è fallito sono passati
allo scenario successivo.
Gli
attuali appelli dei Paesi occidentali agli iraniani affinché «prendano il
potere nelle proprie mani» non sono una coincidenza.
Ripeto ancora una volta ciò che tutti sanno:
si tratta di un’ingerenza vergognosa negli
affari interni di uno Stato sovrano.
È
ancora più cinico e disumano ascoltare appelli agli iraniani affinché prendano,
come dice l’Occidente, il potere nelle proprie mani in un momento in cui lo
stesso Occidente sta letteralmente strappando le mani agli iraniani.”
Francia
e Gran Bretagna.
L’annuncio
del presidente francese Emmanuel Macron circa l’intenzione di Parigi di avviare
un’espansione opaca del suo arsenale nucleare — uno sviluppo intrinsecamente
destabilizzante — deve essere considerato in un contesto più ampio.
Questa
mossa, accompagnata da una retorica ostile nei confronti del nostro Paese (non
è chiaro perché abbia scelto questo momento storico per ricordarcelo), è
pienamente in linea con le tendenze fortemente negative che si stanno
cristallizzando, sotto gli slogan anti-russi della NATO, nella sfera
militare-nucleare.
Come
leader di una potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, il presidente Macron avrebbe potuto ritenere opportuno
riflettere — forse persino lanciare un appello — sulla situazione in Medio
Oriente.
Ad
esempio, assistendo ad attacchi vicino a impianti nucleari, avrebbe potuto
lanciare avvertimenti, esortare alla moderazione e sottolineare i rischi
associati.
Avrebbe potuto istruire i rappresentanti
francesi presso l’AIEA ad adottare la posizione evidentemente necessaria e
l’unica corretta: richiamare l’attenzione su come il programma nucleare
iraniano sia stato manipolato non per migliorare la sicurezza globale, ma per
perseguire obiettivi a breve termine, cambi di regime e così via.
Avrebbe
potuto usare la sua eloquenza sulle piattaforme internazionali per mettere in
luce il ricatto nucleare, così di moda oggigiorno.
Ma no.
Abbiamo invece notato l’attenzione di Macron
su altre questioni, indirizzando inspiegabilmente altrove la sua abilità
retorica.
In
precedenza la Gran Bretagna aveva annunciato un approccio sostanzialmente
analogo a quello ora adottato dalla Francia, avendo recentemente avviato una
significativa espansione del proprio arsenale nucleare nazionale e riducendone
al contempo la trasparenza.
Inoltre,
in base agli accordi tra Stati Uniti e Regno Unito, Londra acquisirà — oltre
alla sua attuale componente marittima — sistemi di lancio nucleare
aviotrasportati e, con il consenso degli Stati Uniti, l’accesso alle bombe
nucleari americane di recente dispiegamento sul suolo britannico.
Ciò aumenterà ulteriormente il numero di
testate che questo Paese potrebbe utilizzare in un potenziale conflitto.
Oltre
a rafforzare le proprie capacità militari nucleari nazionali, Gran Bretagna e
Francia stanno collaborando con gli alleati per creare un cosiddetto
“deterrente nucleare paneuropeo”, indipendente o autonomo.
I primi tentativi ipocriti di presentarlo come
un’alternativa all’ombrello nucleare americano hanno rapidamente ceduto il
passo ad ammissioni evidenti:
si
tratta di un’espansione della componente nucleare europea della NATO, che si
affianca alle attuali “missioni nucleari congiunte” dell’Alleanza, basate sulle
armi nucleari statunitensi.
In questo modo il potenziale nucleare
complessivo della NATO viene significativamente rafforzato:
una
capacità che, in un conflitto militare diretto con la Russia, potrebbe essere
coordinata non solo attraverso il suo segmento europeo, ma anche nella sua
interezza, incluso l’arsenale statunitense.
Crisi
ucraina.
Il
regime neonazista della “banderuola”, con il pretesto della cosiddetta
convenienza militare, continua a violare il diritto internazionale umanitario,
a perpetrare attacchi terroristici e a sfogare sui civili la propria
frustrazione per i fallimenti sul campo di battaglia.
Le Forze armate ucraine (AFU) hanno nuovamente
deliberatamente preso di mira strutture puramente civili — edifici
residenziali, istituti medici ed educativi, imprese civili e sociali estranee
al complesso militare-industriale — utilizzando droni e lanciarazzi multipli.
Nell’ultima
settimana, devo ribadire, sono stati colpiti più di 150 civili, tra cui un
bambino.
Ventidue
persone hanno perso la vita.
Temendo tagli al sostegno militare e
finanziario occidentale con l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente,
Vladimir Zelensky sta lottando per rimanere sotto i riflettori.
Ora ne abbiamo sentite e viste parecchie.
Sappiamo di quali sostanze si è fatto, ma mi
sembra che sia passato a sniffare lucido da scarpe.
Secondo
Bloomberg, il 2 marzo ha annunciato che Kiev è pronta ad aiutare i Paesi
mediorientali a combattere i droni iraniani. Manualmente, presumibilmente.
Ha
anche suggerito che i leader delle monarchie del Golfo potrebbero usare i loro
“eccellenti” rapporti con la Russia per convincere Mosca a implementare un
cessate il fuoco di un mese.
Un’altra
citazione diretta di Zelensky:
«Non
appena sarà in vigore un cessate il fuoco, invieremo i nostri migliori
operatori di intercettori di droni in Medio Oriente, in modo da poter aiutare i
Paesi mediorientali a proteggere i civili».
Viene
da chiedersi: si tratta di una sconcertante incompetenza o solo di menzogne
sataniche?
Proteggere i civili?
Quali civili Zelensky intende proteggere?
Il suo curriculum è fatto di uccisioni.
Il suo
obiettivo principale sembra essere quello di versare più sangue possibile con
questi attacchi terroristici.
E
questi “operatori” — ha intenzione di radunarli dalle strade delle città
ucraine?
Sapete,
quelli trascinati fuori dai loro appartamenti e dalle loro case? Quelli che
questi ladri di persone sparano quando si rifiutano di salire volontariamente
sulle “automobili dei ladri”?
Ha
intenzione di inviare proprio questi specialisti in Medio Oriente o ne hanno
un’altra scorta da qualche parte?
Questo
è particolarmente pertinente ora, quando persino i funzionari della Casa Bianca
hanno ammesso pubblicamente di aver avviato colloqui con l’Iran solo come
cortina fumogena per preparare la propria operazione.
Zelensky sta ancora una volta usando la
questione del cessate il fuoco come tattica manipolatoria, come se credesse
davvero che qualcuno possa cascarci.
La
realtà è che Kiev, che insiste costantemente con i suoi sponsor per ottenere
maggiori forniture di difesa aerea, non è assolutamente in grado di aiutare
nessuno in alcun modo.
È tutto un bluff, alimentato dall’esigenza
personale di Zelensky di rubare un po’ di scena al conflitto in Medio Oriente.
È
tutto per finta, per far credere che siano i buoni.
(Conferenza
stampa completa nei link in descrizione: mid.ru/en/foreign_policy/news/2084103/
tass.com/politics/2096327).
Una
posizione cinese diplomatica da comprendere.
In
questa ultima parte desidero porre alla vostra attenzione tre brevi resoconti
relativi ai contatti intervenuti, in questi primi giorni di marzo, tra il
ministro degli Esteri cinese e i suoi omologhi dell’Iran, dell’Arabia Saudita e
di Israele.
I toni
sono tipici del linguaggio diplomatico e sembrano diretti a evidenziare una
Cina “chiaramente irritata” ma, al tempo stesso, disponibile alla mediazione.
Un
approccio culturale diverso, non facilmente decifrabile con i nostri parametri
occidentali.
Colloquio
telefonico tra Wang Yi e il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.
Il 2
marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e
ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il
ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi, su richiesta di
quest’ultimo.
Il
ministro Abbas Araghchi ha informato Wang Yi sugli ultimi sviluppi della
situazione in Iran, sottolineando che gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra
all’Iran per la seconda volta durante i negoziati in corso.
Sebbene
le due parti abbiano compiuto progressi positivi nell’ultimo round di
negoziati, l’azione degli Stati Uniti viola tutte le leggi internazionali e
calpesta, arrivando perfino a oltrepassare, la linea rossa dell’Iran.
La parte iraniana non ha altra scelta che
difendersi a tutti i costi.
La Cina ha espresso pubblicamente la sua
richiesta di equità e giustizia e l’Iran spera che continui a svolgere un ruolo
proattivo nel prevenire l’escalation delle tensioni nella regione.
Wang
Yi ha ribadito la posizione di principio della Cina sulla situazione attuale in
Iran. H
a
osservato che la Cina apprezza la tradizionale amicizia tra Cina e Iran e
sostiene l’Iran nel salvaguardare la propria sovranità, sicurezza, integrità
territoriale e dignità nazionale, nonché nel difendere i propri diritti e
interessi legittimi.
Wang
Yi ha inoltre affermato che la Cina ha esortato Stati Uniti e Israele a cessare
immediatamente le azioni militari per evitare un’ulteriore escalation delle
tensioni e impedire che il conflitto si espanda all’intera regione del Medio
Oriente.
La Cina ritiene che, nell’attuale situazione
grave e complessa, l’Iran manterrà la propria stabilità nazionale e sociale,
prenderà sul serio le legittime preoccupazioni dei Paesi vicini e garantirà la
sicurezza dei cittadini e delle istituzioni cinesi presenti in Iran.
Seyed
Abbas Araghchi ha osservato che la parte iraniana farà tutto il possibile per
garantire la sicurezza del personale e delle istituzioni cinesi.
Colloquio
telefonico tra il ministro Wang Yi e il ministro degli Esteri israeliano Gideon
Sa’ar.
Il 3
marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e
ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il
ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, su richiesta.
Dopo aver ascoltato il briefing di Gideon
Sa’ar sulle posizioni di Israele rispetto alla situazione attuale, Wang Yi ha
osservato che la Cina sostiene costantemente la risoluzione delle questioni
internazionali e regionali più critiche attraverso il dialogo e la
consultazione.
Tutte
le parti dovrebbero rispettare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni
Unite e astenersi dall’uso o dalla minaccia dell’uso della forza nelle
relazioni internazionali.
Ciò è
anche nell’interesse fondamentale di tutte le parti coinvolte, incluso Israele.
Nel
corso degli anni la Cina si è impegnata a promuovere una soluzione politica
della questione nucleare iraniana.
I recenti negoziati tra Iran e Stati Uniti
avevano registrato notevoli progressi, tenendo conto anche delle preoccupazioni
di Israele in materia di sicurezza.
Purtroppo questo processo è stato interrotto
dagli attacchi militari.
La
Cina si oppone a tali attacchi lanciati da Israele e dagli Stati Uniti contro
l’Iran.
L’uso
della forza non può realmente risolvere i problemi.
Al
contrario, ne creerà di nuovi e lascerà gravi conseguenze.
Il vero valore della potenza militare non
risiede nel campo di battaglia, ma nella prevenzione della guerra.
La
Cina chiede quindi l’immediata cessazione delle azioni militari per impedire
che il conflitto si inasprisca ulteriormente e diventi incontrollabile.
Sulla
questione mediorientale la Cina mantiene sempre una posizione equa e continuerà
a svolgere un ruolo costruttivo nel ridurre l’escalation della situazione.
Wang
Yi ha inoltre invitato Israele ad adottare misure concrete per garantire la
sicurezza del personale e delle istituzioni cinesi.
Sa’ar
ha osservato che Israele attribuisce grande importanza a questo aspetto e che
agirà di conseguenza.
Colloquio
telefonico tra il ministro Wang Yi e il ministro degli Esteri saudita Faisal
bin Farhan Al Saud.
Il 4
marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e
ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il
ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud.
Faisal
bin Farhan Al Saud ha informato Wang Yi sugli ultimi sviluppi della situazione
in Medio Oriente, affermando che l’Arabia Saudita non desidera vedere la
regione coinvolta in una guerra.
Tuttavia
è preoccupante che il conflitto continui a diffondersi e mostri segnali di
ulteriore escalation.
L’Arabia
Saudita ha dato prova di moderazione, pur riservandosi il diritto
all’autodifesa, ed esprime la speranza che la crisi possa essere evitata da
un’ulteriore escalation e avviata verso una de-escalation.
L’Arabia
Saudita apprezza l’enfasi posta dalla Cina sulla sicurezza e sulla stabilità
regionale, nonché il suo ruolo attivo in tal senso.
La
parte saudita è pronta a intensificare la comunicazione e il coordinamento con
la Cina per promuovere la pace, porre fine alle ostilità e raggiungere
rapidamente la stabilità in Medio Oriente.
Wang
Yi ha affermato che l’estensione del conflitto in Medio Oriente, che colpisce i
Paesi del Golfo — tra cui l’Arabia Saudita — non è ciò che la Cina desidera
vedere. Indipendentemente dalle giustificazioni addotte, l’uso indiscriminato
della forza è inaccettabile e qualsiasi attacco contro civili innocenti e
obiettivi non militari dovrebbe essere condannato.
La Cina apprezza la moderazione dell’Arabia
Saudita e il suo impegno a favore di mezzi pacifici per risolvere le
divergenze.
La
riconciliazione tra i Paesi della regione è stata duramente conquistata e
merita di essere apprezzata e promossa.
La
Cina è sempre stata una forza costante per la pace, è pronta a continuare a
svolgere un ruolo costruttivo e invierà il suo inviato speciale sulla questione
mediorientale nei Paesi della regione per favorire la mediazione.
La parte cinese esorta fermamente tutte le
parti a cessare le azioni militari, a riprendere al più presto il dialogo e i
negoziati e a prevenire un’ulteriore escalation delle tensioni.
(Testi
completi nel link in descrizione: fmprc.gov.cn/eng/).
Conclusione
–
Stiamo
assistendo a una reale rivoluzione geopolitica globale, a una progressiva
spartizione del mondo in “nuove” aree di influenza.
In
tale contesto merita grande attenzione la posizione netta del Vaticano, che
invita a guardare profondamente dentro noi stessi con un senso etico autentico,
privo di menzogne esistenziali.
In
particolare, recentemente Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, di
fronte ai raid contro l’Iran ha voluto ribadire la posizione costante della
Santa Sede:
«La pace e la sicurezza devono essere
coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia,
soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali».
Il
porporato ha ricordato lo spirito che animò i fondatori dell’ONU dopo la
Seconda guerra mondiale — evitare ai popoli l’orrore già sperimentato — e ha
constatato come oggi quello sforzo multilaterale appaia indebolito.
«Si va sostituendo una diplomazia della
forza», ha affermato, con Stati o gruppi di alleati che ritengono di poter
«perseguire la pace mediante le armi».
Su
questo sfondo si colloca il tema della cosiddetta “guerra preventiva”, invocata
come motivazione dell’attacco.
Parolin
ha rimarcato con forza che il ricorso alla forza può essere considerato solo
come «ultima e gravissima istanza», dopo aver esaurito ogni canale politico e
diplomatico, e sempre all’interno di un quadro multilaterale.
Riconoscere
agli Stati il diritto a un’azione preventiva significa spalancare la porta a un
mondo «in fiamme».
«Alla
forza del diritto si è sostituito il diritto della forza», ha avvertito il
cardinale, «con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il
nemico è stato annientato».
(Stefano
Silvio Draganti già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri.)
(Laureato
in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master
di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto
missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio,
lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche
per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e
all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri,
fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia
del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda
e Uganda.)
(È
autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Edition, casa editrice romana:
“Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La
Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti
e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro
mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha
vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle
porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione
internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico
dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.)
La
follia dell’attacco all’Iran:
fermare
le lancette dell’Orologio
della
Mezzanotte
Patriaindipendente.it
- Gianfranco Pagliarulo – (2 -03 – 2026) – ci dice:
Un
conflitto dall’esito totalmente imprevedibile; scoperchiato il vaso di Pandora
con l’assassinio di Khamenei; non dobbiamo schierarci, ma dobbiamo sfilarci dal
parossismo bellicista; il contrasto al riarmo come urgente necessità politica
per uscire dal vortice delle guerre.
(28
febbraio 2026. Il presidente Usa Donald Trump monitora l’“Operazione Epic
Fury”, l’attacco all’Iran -Imago economica, via Casa Bianca).
Comunque
vada a finire, l’Unione Europea e in particolare l’Italia non devono essere
coinvolte nel conflitto scatenato dall’attacco all’Iran.
La ragione è semplice:
Trump
e Netanyahu hanno avviato una guerra dall’esito totalmente imprevedibile.
Lo
afferma il Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres: “l’azione militare – ha detto –
comporta il rischio di innescare una catena di eventi che nessuno può
controllare, nella regione più instabile del mondo”.
(Lo ayatollah
Khamenei ucciso a Teheran il 28 febbraio 2026 - Imago economica)
Non
siamo davanti soltanto a un’aggressione militare su vastissima scala, ancorché
minimizzata dalla quasi totalità dei media italiani secondo l’abusato criterio
del doppio standard; con l’assassinio di Khamenei, “guida suprema dell’Iran”,
si è scoperchiato il vaso di Pandora, perché l’ayatollah era sì il simbolo
della classe dirigente conservatrice del Paese, ma era anche il capo spirituale
degli sciiti, che, assieme ai sunniti, costituiscono i due grandi rami
dell’Islam.
(Area
di diffusione dell’Islam: in arancione i territori a maggioranza sciita).
Il
presidente iraniano Massoud Pezeshkian, che nella geografia interna alle
gerarchie politiche del Paese è da considerarsi un riformista moderato, ha
dichiarato che “l’assassinio della più alta autorità politica della Repubblica islamica
dell’Iran e di un importante leader dello sciismo mondiale è percepito come
un’aperta dichiarazione di guerra contro i musulmani, e contro gli sciiti, in
tutto il mondo”. Questo è il punto.
(1°
marzo, riunione di Netanyahu con il ministro della Difesa e i vertici del
Mossad, e delle forze armate israeliane -Imago economica).
Nell’Islam
gli sciiti sono una minoranza – circa il 15% – ma sono maggioranza in Iran,
Iraq, Bahrein, Azerbagian, e sono fortemente presenti in Libano, in Yemen, in
Pakistan, dove, dopo l’assassinio di Khamenei, è stata assaltata l’ambasciata
americana.
Si stima che i musulmani nel mondo siano poco
meno di due miliardi, circa un quarto del totale della popolazione del pianeta.
È
prevedibile che l’assassinio di un leader spirituale possa scatenare un’ondata
di odio e di desiderio di vendetta. Contro chi?
Ma contro l’Occidente, ovviamente,
rappresentato da due leader che sempre più e più di ogni altro sono ritenuti
pressappoco dei fuorilegge internazionali.
(Imago economica, Giulia Parmigiani).
Non
c’è dubbio sul fatto che Khamenei fosse un violento oscurantista, responsabile
delle spietate repressioni nei confronti delle manifestazioni di protesta degli
ultimi anni.
Tali
manifestazioni sono state giustamente sostenute dall’Anpi, a difesa dei diritti
civili e più in generale dei diritti umani, a cominciare da quelli delle donne,
anche a causa della efferata spietatezza delle punizioni e delle esecuzioni da
parte del regime di Teheran.
Ma non
va dimenticato che il regime è sostenuto da parti fondamentali, probabilmente
maggioritarie, della popolazione iraniana, e che comunque, davanti ai
bombardamenti israeliani e americani, è naturale un compattamento popolare a
difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della patria, a maggior ragione
considerando la profonda impopolarità (per usare un eufemismo) di cui Stati
Uniti e Israele godono in Iran.
(Iran,
durante gli attacchi è stata colpita una scuola - Imago economica).
Indipendentemente
dall’esito del conflitto, è perciò prevedibile un’ondata di ostilità verso
l’Occidente che potrà trasformarsi, come la storia insegna (ma non ha scolari,
come scriveva Gramsci), in una serie di attentati terroristici.
Sta di
fatto che a pochi giorni dall’inizio dei bombardamenti la guerra ha già una
dimensione regionale a causa della reazione iraniana che ha colpito le Petro-monarchie
alleate degli Stati Uniti, oltreché – per inciso – sunnite.
Ed ha
anche un risvolto che colpisce immediatamente l’economia mondiale:
i
pasdaran hanno immediatamente chiuso lo Stretto di Hormuz, rotta strategica per
il trasporto marittimo di petrolio.
(Barili
di petrolio. Imago economica, Carlo Carino by Ai Midi).
È
evidente la supremazia militare degli Stati Uniti e di Israele, ma è in parte
oscura la reale capacità di resistenza e di contrattacco dell’Iran;
né sono ancora del tutto definite le reazioni
della Russia e della Cina, la prima alleata di Teheran a sua volta fornitrice
di droni nella guerra contro l’Ucraina, e la seconda fondamentale importatrice
del petrolio iraniano. Entrambi questi Paesi si sono finora limitati ad aspre
dichiarazioni di condanna dell’aggressione.
Ma si
limiteranno a questo?
Peraltro
l’obiettivo di Trump, alle prese con l’incolmabile debito degli Stati Uniti, è
quello di accaparrarsi con ogni mezzo ogni tipo di risorsa; l’acquisizione
forzosa del petrolio venezuelano, assieme a quella probabile dell’Iran, ove gli
Stati Uniti vincessero il conflitto con un cambio di regime a loro favorevole,
strozzerebbe ancora di più l’approvvigionamento energetico di Pechino rendendo
plausibile ogni tipo di risposta.
Di che
natura?
La
politica estera del gigante asiatico non fa pensare tanto a un intervento
militare in Medio Oriente, quanto a radicali interventi di politica finanziaria per
indebolire il dollaro e forse a una qualche azione di forza nei confronti di
Taiwan.
Truppe
Usa in Afghanistan.
In
ogni caso la potenza militare dell’Iran non è paragonabile con quella della
Siria, della Libia, dell’Iraq.
Né va
dimenticato il pantano in cui gli Stati Uniti – e con loro gli alleati
occidentali – si sono trascinati nella lunghissima e fallimentare guerra in
Afghanistan.
Va
ricordato che l’Iran è un grande Paese con più di 92 milioni di abitanti, una
popolazione multietnica la cui maggioranza assoluta è di origine persiana e non
araba.
Tutto
questo per confermare l’imprevedibilità dell’esito del conflitto in Medio
Oriente, tranne che per un dato:
le
lancette dell’Orologio dell’Apocalisse si avvicinano sempre più alla
mezzanotte.
Certo,
è una metafora, ma quanto mai corrispondente alla realtà di una guerra che può
finire tra una settimana con una mediazione o la sconfitta di una delle parti
in causa – realisticamente l’Iran -, può estendersi cronicamente nella regione,
può coinvolgere il mondo.
Giorgia
Meloni e Donald Trump (Imago economica).
Sono
queste alcune delle ragioni che dovrebbero spingere i Paesi dell’Unione Europa,
in particolare l’Italia, al riconoscimento della plateale violazione del
diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e Israele e alla condanna di
Netanyahu e di Trump, il primo, peraltro, inseguito da un mandato di cattura
per crimini contro l’umanità, il secondo responsabile di una politica estera
aggressiva e ricattatoria e di una politica interna violenta e repressiva.
(Imago economica, Carino by Ai Mid).
Né si
capirebbe per quali ragioni l’Unione Europea dovrebbe ancora dimostrarsi serva
di un presidente USA che ne sta taglieggiando l’economia in ogni modo, dai dazi
all’imposizione dell’acquisto di armamenti e di gas, per non parlare degli
espliciti tentativi statunitensi di delegittimare l’esistenza stessa
dell’Unione.
Ciononostante, le dichiarazioni di autorevoli
dirigenti dell’Unione Europea portano ancora il segno del vassallaggio:
sussurri
e grida;
si
sussurra nei confronti dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, si
grida, anzi si strepita, contro gli attacchi iraniani alle Petro-monarchie.
(Imago
economica).
Con
questa linea l’Unione Europea, già coinvolta nel conflitto in Ucraina dopo
l’invasione russa per le sanzioni a Mosca e le armi a Kiev, corre il rischio di
diventare bersaglio, in questo crescendo inaudito di eventi bellici.
La corsa agli armamenti non è un deterrente ma
un ulteriore incentivo a rappresentarsi in qualche modo come sostegno a un
belligerante;
fino a
quando potrà andare avanti questo camminare sul filo del trapezista che ad oggi
ha portato l’Unione Europea ad una gravissima crisi economico-sociale e
all’autoesclusione da qualsiasi ruolo in un possibile tavolo negoziale fra
Russia e Ucraina?
Ma diciamolo in modo più semplice:
di per
sé il riarmo non rappresenta una garanzia di difesa contro qualcuno:
se X si riarma contro Y, Y avrà una buona
ragione per riarmarsi maggiormente; così scoppiano le guerre mondiali.
Un
panorama di Dubai, Emirati Arabi.
Se
questo vale per l’Unione Europea, a maggior ragione vale per il nostro Paese:
il
fatto che il ministro della Difesa (della Difesa!) Crosetto si trovasse in
vacanza a Dubai, nella totale ignoranza sua e dell’intero governo italiano
dell’imminente attacco americano all’Iran, la dice lunga sulla considerazione
che il presidente Trump ha del ruolo del nostro Paese.
Peraltro è mancata da parte del governo
italiano la condanna dell’aggressione all’Iran, in piena rimozione dell’art. 11
della Costituzione, ove com’è noto – si proclama il ripudio della guerra “come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali”.
Né c’entra in alcun modo l’adesione dell’Italia alla
Nato, i cui compiti esulano totalmente dal conflitto in corso in Iran.
(Al
centro della foto il ministro della difesa italiano, Guido Crosetto -Imago economica,
Alessandro Amoruso).
In
questo scenario il contrasto al riarmo – gli 800 miliardi per gli armamenti
agli Stati dell’Unione, l’abnorme piano di riarmo della Germania – non è
soltanto una ideale petizione di principio e neppure soltanto la necessaria
conseguenza del disposto pur vincolante dell’art. 11 della Costituzione.
È una
urgente necessità politica per evitare che il nostro Paese, e più in generale
l’Unione Europea, siano coinvolti nel vortice di guerra sempre più ampio e
tumultuoso che sta incatenando progressivamente il mondo intero.
Si
intende incardinare il nuovo ordine mondiale sulla legge del più forte,
distruggendo l’intero apparato internazionale politico e organizzativo teso a
regolare la convivenza fra i popoli, a cominciare dalle Nazioni Unite.
Tecnicamente,
si chiama delirio di onnipotenza.
Se è
vero, come ha detto Papa Francesco, che è in corso la terza guerra mondiale a
pezzi, a maggior ragione non dobbiamo schierarci, ma dobbiamo sfilarci dal
parossismo della guerra: non esistono guerre di civiltà e tantomeno guerre per
portare la pace;
chi
dice “se vuoi la pace prepara la guerra” in realtà vuole la guerra.
E noi
tutti non la vogliamo.
Dunque
niente riarmo; ma allora che cosa?
Molte
cose, per esempio un ruolo diplomatico attivo dell’ONU, dell’UE, dell’Italia
per l’immediata cessazione dell’aggressione all’Iran, il rilancio di un sistema
internazionale a difesa della pace e a tutela dei diritti dei popoli, cioè una
profonda riforma democratica delle Nazioni Unite, una conferenza europea –
Helsinki 2 – che ponga le basi di una nuova coesistenza pacifica, un progetto
condiviso per la non proliferazione nucleare e per la trasparenza degli
armamenti atomici attuali (in particolare per Israele e per la Corea del Nord),
il rifiuto netto e incontrovertibile del Board of peace.
In
parole povere una svolta politica di 180 gradi che metta finalmente al centro
la pace come bene comune e quindi il futuro dell’umanità.
(Gianfranco
Pagliarulo, presidente nazionale Anpi).
Breve
storia dell’Islam, dalla nascita
nella
Penisola araba alla
diffusione
mondiale.
Geopop.it
– (26 ottobre 2023) - Erminio Fonzo – ci dice:
Circa
due miliardi di persone professano la fede islamica. L’Islam è diffuso in tutto
il mondo ed è la religione predominante nei Paesi del Nord Africa e del Medio
Oriente. Non tutti i credenti, però, professano la fede allo stesso modo.
L’Islam
è una religione monoteistica abramitica diffusa in tutto il mondo, con
prevalenza in Medio Oriente e Nord Africa, fondata da Maometto nel VII secolo
d.C. nella Penisola araba, ma anche un sistema socio-culturale e politico.
Come
numero di fedeli (circa 2 miliardi) il credo è secondo solo al cristianesimo.
Si
basa sul concetto della sottomissione dell’uomo alla volontà di Dio e
prevede che i fedeli osservino cinque precetti fondamentali.
A
differenza del cristianesimo, la religione islamica non prevede che i sacerdoti
fungano da “intermediari” tra l’uomo e Dio.
La
storia dell’Islam ha avuto inizio nel VII secolo, quando Muhammad (Maometto),
un mercante della città araba di Mecca, iniziò a divulgare il nuovo credo,
sostenendo che gli fosse stato rivelato da Dio.
Nel
volgere di alcuni decenni i suoi seguaci conquistarono un vasto territorio in
Medio Oriente e Nord Africa, ma il mondo musulmano si divise in numerosi Stati
indipendenti.
In
Occidente l’Islam è a volte guardato con sospetto, ma in genere la paura nasce
dalla mancanza di conoscenza.
Sommario:
1-Cos’è
l’Islam.
2-La
teologia islamica.
3-I
cinque pilastri dell’Islam e il jihad.
4-Le
divisioni dell’Islam e l’assenza del clero.
5-Le
origini dell’Islam.
6-Il
califfato e la frammentazione.
7-Fondamentalismo
e islamofobia.
Cos’è
l’Islam-.
L’Islam
è, insieme al cristianesimo e all’ebraismo, una delle tre grandi religioni
rivelate.
La
parola Islam significa letteralmente “sottomissione”, sottinteso a Dio, e i
fedeli sono definiti musulmani, cioè “sottomessi”.
Il
numero dei musulmani si aggira intorno ai 2 miliardi, pari a circa un
quarto della popolazione mondiale.
L’Islam è perciò la seconda religione con più
fedeli dopo il cristianesimo (che ne conta circa 2,4 miliardi di credenti,
divisi in diverse confessioni).
I
musulmani sono maggioritari in Medio Oriente, in Nord-Africa e in alcuni Paesi
asiatici, ma sono presenti, come minoranza, in quasi tutto il mondo.
(Storia del tè: dalle origini alla
diffusione della bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua).
Popolazione
musulmana nel mondo. (Credits: M Tracy Hunte)r.
L’Islam
è nato in Arabia e considera l’arabo come sua lingua sacra. Attenzione
però a non confondere gli arabi con i musulmani. Gli arabi sono un
popolo, non una comunità di fedeli, e costituiscono solo il 25% dei
musulmani.
Inoltre,
sebbene tra di loro l’Islam sia maggioritario, esistono anche arabi che
professano altre religioni.
La
teologia islamica.
I
musulmani credono in un Dio unico e onnipotente (Allah è la traduzione
della parola “Dio” in arabo).
Dio,
secondo i teologi dell’Islam, ha inviato sulla Terra venticinque profeti, tra i
quali Abramo e Gesù.
L’ultimo
profeta è stato Muhammad, al quale Dio ha rivelato il Corano, che contiene
il completamento della rivelazione iniziata con i profeti precedenti.
Come
in altre religioni, anche nell’Islam Dio premia i giusti e punisce i malvagi.
Dopo
la morte agli uomini può toccare il paradiso (detto Janna) o un
castigo simile all’inferno del cristianesimo.
Il
nome di Allah in arabo.
I
cinque pilastri dell’Islam e il jihad.
I
fedeli musulmani sono tenuti a rispettare cinque precetti:
la “Shahada”,
professione della fede in Dio e in “Muhammad” come suo profeta;
la “Salat”,
preghiera da effettuare cinque volte al giorno;
la “Zakat”,
elemosina da elargire ai poveri;
il “digiuno
diurno” nel mese sacro del Ramadan;
l’”Hajj”,
pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita.
Naturalmente,
il rispetto dei precetti varia a seconda delle persone: esistono musulmani
osservanti e musulmani che, pur credendo in Dio, non praticano il culto.
In
media, però, i seguaci dell’Islam sono più rispettosi dei precetti religiosi
rispetto a quelli delle altre confessioni.
Molte
scuole religiose islamiche prevedono anche altre norme di comportamento, come
il “jihad”.
Letteralmente la parola significa “sforzo” ed
è intesa come impegno per il miglioramento di sé (jihad superiore) e per la
propagazione della fede (jihad inferiore).
In
Occidente in genere jihad è interpretato come “guerra santa”, perché in passato
lo “sforzo” per la propagazione della fede ha incluso anche la guerra.
Tuttavia,
“guerra santa” non è il significato prevalente nel mondo islamico.
(Preghiera
al Cairo -dipinto del 1865).
Le
divisioni dell’Islam e l’assenza del clero.
L’Islam
è diviso in più confessioni. Le due più importanti sono il “sunnismo”, che è
largamente maggioritaria, e lo “sciismo.”
La
presenza di sacerdoti, intesi come coloro che “portano” la parola di Dio ai
fedeli, non è prevista.
Esistono
però delle figure alle quali, per la loro competenza teologica, è riconosciuto
un ruolo di guida della comunità.
Tra
loro vi sono gli imam, che “guidano” la preghiera nelle moschee, e gli “ulema”,
i dotti che interpretano il Corano.
I
musulmani dispongono di appositi edifici di culto, le moschee, ma possono
pregare in qualsiasi luogo. La venerazione dei santi e delle immagini non è
ammessa.
(La
grande moschea di Mecca. Credits: Saudipics.)
Le
origini dell’Islam.
L’Islam
è nato nel VII secolo d. C. nella Penisola araba.
Nell’anno
610 un mercante della città di Mecca, Muhammad, radunò un gruppo di seguaci,
sostenendo di aver ricevuto da Dio la rivelazione della fede.
Entrato
in contrasto con altri clan di Mecca, nel 622 Muhammad si trasferì in un’altra
città araba, “Yathrib”, poi chiamata “Medina”.
La fuga, conosciuta come “egira”, è
considerata l’inizio dell’era islamica ed è l’evento dal quale i musulmani
contano gli anni.
Dopo
l’”egira”, infatti, “Muhammad” e i suoi seguaci si riorganizzarono e riuscirono
a conquistare Mecca e tutta la Penisola araba, aggregando un numero sempre
maggiore di fedeli.
Ma
perché l’Islam ebbe successo?
In
sintesi, perché era un credo facilmente comprensibile alla gente comune e
capace di fornire un superiore ideale di vita.
Erano,
almeno in parte, gli stessi fattori che alcuni secoli prima avevano permesso il
successo del cristianesimo.
Il
califfato e la frammentazione.
Muhammad
morì nel 632.
Alla
guida della comunità musulmana si susseguirono i califfi, cioè i suoi
“vicari”, che continuarono l’espansione, conquistando il Medio Oriente, il Nord
Africa e alcuni territori europei. In, genere, i musulmani non imponevano la
loro fede ai popoli sottomessi, se questi erano di religione cristiana o
ebraica (non accettavano invece i culti politeisti), ma
esercitavano pressioni di vario genere per favorire le conversioni.
Espansione
islamica.
Rosso scuro: conquiste di Maometto; Arancione:
conquiste del Califfato elettivo (fino al 661); Giallo: conquiste del Califfato
omayyade -fino al 750).
L’unità
del mondo musulmano venne presto meno.
Già
durante il VII secolo gli sciiti si separarono dalla comunità.
Nei
secoli successivi il califfato si suddivise in numerosi Stati indipendenti,
talvolta in guerra tra loro.
Nel
XVI secolo, il titolo di califfo fu assunto dal sultano dell’Impero ottomano,
che però non controllava tutto il mondo musulmano.
Nel
1924, dopo che l’impero era crollato, il titolo fu abolito e oggi non esiste un
califfo universalmente riconosciuto.
Fondamentalismo
e islamofobia.
Negli
ultimi decenni, e in particolare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, in
Occidente l’Islam è spesso associato agli attentati compiuti da
fondamentalisti.
Dal
terrorismo è derivata una vera e proprio di paura dell’Islam, visto da alcuni
cittadini come una religione che vuole “conquistare” il mondo occidentale.
Tuttavia
il fondamentalismo, pur sfruttando argomenti religiosi, nasce da ragioni
politico-sociali più che dalla fede.
Il
terrorismo, più specificamente, non è contemplato dalla dottrina
musulmana e i dotti dell’Islam ritengono che sia non solo ingiusto, ma
anche contrario alla volontà di Dio.
Inoltre,
sebbene il terrorismo islamista sia spesso rappresentato come un attacco contro
l’Occidente, in realtà le sue vittime sono in larga maggioranza
musulmani e gli attentati avvengono soprattutto in paesi islamici.
(geopop.it/breve-storia-dellislam-dalla-nascita-nella-penisola-araba-alla-diffusione-mondiale).
Iran,
la via verso
la
democrazia.
Mag.unitn.it
– (5 marzo 2026) – Prof. Permani Abdolmohammadi – Redazione – ci dice:
(professore
di Storia dei paesi islamici all’Università di Trento)
Tra
rivolta e aiuti esterni, il piano strategico per un Medio Oriente stabile.
Il
professor Permani Abdolmohammadi ©UniTrento ph. Pierluigi Cattani Faggion.
Libertà,
democrazia e laicità sono i tre principi cardine su cui si fonda la rivoluzione
nazionale degli iraniani.
A partire dal 28 dicembre fino alla fine di
gennaio si sono viste, in oltre 250 città iraniane, oltre 4-5 milioni di
cittadini, civili e disarmati, scendere in piazza contro la Repubblica
islamica.
Secondo
varie fonti interne e organizzazioni per i diritti umani, tra i 32 e i 40 mila
cittadini sono stati repressi nel sangue, uccisi dallo stato islamico.
Da
quel momento gli iraniani hanno continuato le loro proteste all’interno delle
università e lanciando slogan anti-regime dalle finestre delle loro case.
La
nazione iraniana, nella sua gran parte, ha chiesto un intervento di liberazione
in stile Seconda guerra mondiale da parte della comunità internazionale.
Questo
intervento, sotto il profilo del diritto internazionale, non è stato palesato
dalle organizzazioni responsabili, quali le Nazioni unite.
Anzi, proprio qualche settimana dopo il
massacro avvenuto, sorprendentemente le Nazioni unite hanno nominato il
rappresentante della Repubblica islamica come vicepresidenza della Commissione
delle Nazioni unite per lo Sviluppo sociale.
Episodi
come questo hanno fatto sì che una maggioranza di voci iraniane, delusa dal
diritto internazionale, si sia sollevata sia dall’Iran che dalla diaspora per
chiedere l’aiuto degli Stati Uniti d’America in qualità di attore
internazionale.
Un
aiuto che è giunto sotto forma di un attacco missilistico chirurgico insieme
alla potenza regionale israeliana.
L’attacco,
ancora in corso, mira a facilitare il cambio di regime in Iran attraverso
l’eliminazione di tutti quei centri militari e di intelligence responsabili
della repressione e del massacro dei cittadini iraniani.
Chiaramente
gli Stati Uniti e Israele, sul piano del realismo politico, hanno anche un loro
interesse geopolitico preciso:
Washington
necessita di avere come alleato un nuovo Medio Oriente stabile, pacifico, e
prospero sul piano del commercio internazionale.
Pertanto,
questo ipotetico “nuovo Medio Oriente” potrebbe essere realizzato soltanto con
un nuovo patto strategico che vede coinvolti i paesi arabi musulmani, Israele,
e la Persia (ovvero l’Iran).
Tale
obiettivo strategico non potrebbe essere raggiunto se i promotori
dell’instabilità e del terrorismo regionale – quali la Repubblica islamica –
mantenessero le redini del potere a Teheran.
Dall’altro
canto invece Israele, dopo la tragedia del 7 ottobre, ha concentrato le sue
forze per smantellare definitivamente le forze radicali islamiche (come ad
esempio Hezbollah, Hamas e Houthi) guidate appunto dalla Repubblica islamica.
In
tale quadro, quindi, assistiamo in questi giorni a un’alleanza tra la nazione
iraniana, Stati Uniti e Israele contro un blocco che promuove il radicalismo
islamico e sistemi autoritari nella regione.
Questi
sistemi autoritari, come Teheran, hanno anche il pieno sostegno della Cina e
della Russia.
Il
ruolo, invece, degli altri attori regionali e globali rimane in questo momento
ambiguo.
L’Unione
europea è divisa tra una parte che sostiene la ripresa di diplomazia e del
diritto internazionale, e una parte che invece appoggia l’alleanza per la
liberazione iraniana.
La
stessa divisione la notiamo sul fronte mediorientale:
i sauditi e i qatarioti, contrari sin
dall’inizio ad un intervento militare di aiuto, oggi chiedono il ritorno al
negoziato, mentre gli emiratini, ad esempio, essendo più orientati al nuovo
paradigma mediorientale, continuano a sostenere la spallata al cambio del
sistema autoritario-islamico iraniano.
Nella
teoria delle transizioni dei regimi vi sono diverse variabili da essere
realizzate per un cambio di regime:
la
prima è quella di avere un ampio consenso popolare;
la seconda è quella di avere un contesto
internazionale, almeno un attore globale, favorevole;
la
terza è quella di avere una leadership condivisa ed una organizzazione tra le
forze di cambiamento;
la quarta consiste nell’avere le forze di
sicurezza e di intelligence spaccate, con una parte che si schiera a favore
della popolazione.
Oggi,
nel caso iraniano, le prime tre sono presenti, mentre la variabile ancora
mancante è la quarta – vale a dire la spaccatura delle forze di sicurezza.
I
prossimi giorni, o forse le prossime settimane, saranno pertanto decisive al
fine di osservare se la spallata statunitense e israeliana porterà
all’indebolimento strutturale delle forze di sicurezza che di conseguenza
permetterebbero a quelle forze armate vicine alla popolazione di uscire e
schierarsi con la nazione iraniana.
Se ciò
dovesse accadere gli iraniani sarebbero nuovamente pronti a uscire in milioni
in piazza, a seguito della chiamata del figlio dello Shah, designato da milioni
di iraniani come garante nella transizione.
Se
invece questo intervento non dovesse portare alla realizzazione di questa
variabile, potremmo aspettarci l’allargamento dell’instabilità della regione,
la sopravvivenza del regime islamico, l’aumento del terrorismo islamico in
Europa, e infine il rafforzamento dello stato cinese.
Attendiamo
le prossime giornate per valutare se le forze pro-libertà riusciranno a
rovesciare il dispotismo di matrice islamica di Teheran.
L’Islam
politico in Europa:
sfide
e implicazioni.
Ispionline.it
– (20 Mar. 2025) – Mohamed Ali Adoravi – Redazione – ci dice:
L’ascesa
di alcuni gruppi musulmani ha portato questa visione dell’Islam al centro di
molte discussioni politiche, mediatiche e sociali in Europa.
(Commentari
Europa e Governance Globale · Medio Oriente e Nord Africa)
L’Islam
politico è senza dubbio diventato un tema di intenso dibattito in Europa negli
ultimi decenni.
L’ascesa
di alcuni gruppi musulmani, concentrati sia sulla predicazione che
sull’attivismo politico, che si è unita ai cambiamenti geopolitici globali, ha
portato questa visione dell’Islam al centro di molte discussioni politiche,
mediatiche e sociali.
L’Islam
politico, spesso definito islamismo, anche se diverse forme di Islam puritano o
radicale come il “salafismo” non possono necessariamente essere etichettate
come tale, è un termine ampio che include movimenti e ideologie che cercano di
integrare i principi islamici nella governance e nella vita pubblica.
Mentre alcune manifestazioni dell’Islam
politico sono moderate e cercano di adattarsi ai principi democratici, altre
sono più aggressive e contestatarie.
In Europa, la presenza dell’Islam politico ha
suscitato dibattiti più ampi sull’integrazione, il multiculturalismo, la
sicurezza, il pluralismo e il ruolo della religione nelle società secolari.
È
impossibile determinare il numero esatto di paesi in cui si trovano gruppi o
associazioni islamiste, così come non esiste uno studio scientifico rigoroso
che indichi quanti musulmani europei siano caratterizzati dall’appartenenza a
determinate tematiche proprie dell’Islam politico.
Tuttavia, si può sottolineare come negli
ultimi decenni ci sia stata probabilmente una crescente prevalenza – sebbene in
forme diverse e per lo più non violente e rimanendo in gran parte al di fuori
dell’arena politica istituzionale – di discorsi, pratiche e tipi di
mobilitazione tradizionalmente corrispondenti allo storico immaginario
islamista, soprattutto nelle società dell’Europa occidentale (un maggiore ruolo dei riferimenti
religiosi nel modo di presentarsi e fare appello alle autorità pubbliche; una
maggiore connessione con le cause musulmane nel resto del mondo come la
Palestina, etc.).
Comprendere
le radici storiche e i movimenti chiave dell’Islam politico è fondamentale per
capire le sfide legate a questa visione dell’Islam in Europa.
Questo
soprattutto perché l’Europa (potrebbe) rispondere a tale sfida con politiche e
cambiamenti nel suo discorso pubblico:
gestire
l’Islam politico in Europa ha infatti implicazioni a lungo termine sia per la
democrazia che per la coesione sociale.
La
diffusione dei Fratelli Musulmani in Europa guidata dagli immigrati più
istruiti.
L’Islam
politico ha le sue origini nei primi decenni del XX secolo con movimenti come i
Fratelli Musulmani in Egitto (fondati nel 1928 da Hasan Al Banna) e la Jamaat al Islami (“Associazione islamica”) nel Sud Asia (di cui il fondatore nel 1941 è
Sayyid Abu A’la Al-Mawdudi).
Questi
movimenti cercavano di resistere all’influenza coloniale occidentale e miravano
a istituire società basate sui principi islamici.
Nel tempo, l’Islam politico si è
diversificato, comprendendo sia l’impegno democratico che interpretazioni
radicali che giustificavano la violenza.
Può
sembrare quindi contraddittorio, a prima vista, menzionare l’Islam politico nel
continente europeo, dato che per l’appunto in origine questa ideologia è in
gran parte il risultato dell’opposizione ideologica, politica e religiosa alla
presenza nel mondo musulmano delle potenze coloniali come Gran Bretagna,
Francia, Paesi Bassi, Germania.
Tuttavia, in Europa, l’importanza crescente
dell’Islam politico è più legata all’aumento dell’immigrazione di religione
musulmana, in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, e successivamente
all’arrivo di individui più istruiti.
Questo è stato evidente in molti paesi europei
come la Francia, che, alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni
Ottanta, ha visto una nuova ondata di studenti e attivisti formatisi nelle
società della sponda Sud del Mediterraneo.
È il caso, ad esempio, di “Abdullah Ben
Mansour”, uno studente tunisino che si stabilì in Francia all’inizio degli anni
Ottanta, ideologicamente formatosi nel Movimento della Tendenza Islamica –
l’organizzazione che alcuni anni dopo è divenuta “Ennahda” – e che divenne uno
dei fondatori dell’Unione delle Organizzazioni Islamiche di Francia.
Si
tratta di un movimento che dal 2017 ha assunto la denominazione di Musulmani di
Francia, ed è legato all’eredità dei Fratelli Musulmani in un paese che conta
la popolazione musulmana più alta dell’Europa occidentale.
Altri
paesi europei hanno vissuto un processo simile, come la Germania con la “Comunità
Islamica di Germania,” che è stata costituita sotto l’influenza di “Said
Ramadan”, genero del fondatore dei Fratelli Musulmani, che era qui in esilio
perché in fuga dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser, e che si era poi stabilito
definitivamente in Svizzera dove morì nel 1994.
A partire dagli anni Novanta i suoi figli, in
particolare “Tariq” e “Hani” “Ramadan”, divennero predicatori e intellettuali
di spicco, in particolare nel mondo di lingua francese.
Più
precisamente, per una parte delle giovani generazioni di musulmani europei
discendenti da precedenti ondate migratorie e alla ricerca di un discorso
“Euro-Islamico”, “Tariq Ramadan” (1962- ) diventerà una figura di punta,
essendo uno dei massimi teorizzatori di tale concetto.
“Ramadan”,
in questi anni, si è guadagnato sia l’elogio di chi lo vede come una figura di
sintesi tra Islam e modernità, sia le critiche di chi considera la sua
posizione come un tentativo nascosto di diffondere il pensiero e l’azione dei
Fratelli Musulmani in una parte del mondo che, un tempo, era lontana dalla sua
influenza.
Dai
Fratelli Musulmani al Jihadismo: l’ampio spettro dell’Islam politico in Europa.
In
questi decenni diversi movimenti e organizzazioni che rappresentano l’Islam
politico sono quindi emersi in Europa, ognuno con ideologie e obiettivi
distinti. I più importanti sono:
1) I Fratelli Musulmani e i suoi
affiliati che hanno plasmato numerose organizzazioni islamiche europee, come la
Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa e il Consiglio Europeo per
la Fatwa e la Ricerca che promuovono l’impegno politico e i valori islamici pur
operando all’interno di quadri democratici, suscitando dibattiti intensi sulla
compatibilità di questa visione dell’Islam con il contesto fortemente
laicizzato della maggior parte dei paesi europei;
2)
Hizb ut-Tahrir (“Il partito della liberazione”) che è un’organizzazione
islamista transnazionale fondata a Gerusalemme nel 1953 e che cerca di stabilire un califfato
islamico globale, ma rifiutando i mezzi violenti. Hizb ut-Tahrir opera in
diversi paesi europei, sostenendo l’idea di un sistema politico islamico,
scontrandosi spesso con le autorità secolari;
3) vari movimenti salafiti che si
richiamano a un’interpretazione conservatrice dell’Islam e che hanno guadagnato
un notevole consenso in Europa.
Sebbene la maggior parte di questi gruppi
salafiti siano non violenti, alcuni sostengono il disimpegno politico, mentre
altri tendono verso l’attivismo sociale e religioso per difendere l’Islam e i
musulmani sotto attacco.
Molte
delle comunità salafite europee sono vicine alle istituzioni religiose saudite
e ai suoi ulema, che considerano una delle fonti di autorità islamica più
competenti;
4)
infine le reti jihadiste, ovvero quelle organizzazioni jihadiste, come Al-Qaeda
e ISIS, che hanno reclutato musulmani europei, sfruttando risentimenti sociali
e narrazioni ideologiche per giustificare la violenza.
Queste
reti rappresentano una sfida alla sicurezza per gli Stati europei. Dal 2014, più di 30 attacchi mortali
sono stati compiuti in Europa.
L’Islam
politico: una sfida per i governi europei.
La
presenza dell’Islam politico in Europa ha presentato nuove sfide a cui i
governi, la società civile e le agenzie di sicurezza hanno risposto.
Le questioni che emergono da tale sfida hanno
a che fare con:
1) l’integrazione e l’identità, dato che l’ascesa dell’Islam
politico ha evidenziato le tensioni tra alcuni tipi di identità islamica e i
valori europei laici. Molti musulmani europei lottano per conciliare la propria
identità religiosa con le esigenze delle società secolari, e questo genera
dibattiti sull’assimilazione culturale e le libertà religiose;
2) la
radicalizzazione e le minacce alla sicurezza che sono connesse al terrorismo e
all’estremismo violento.
I governi europei hanno investito molto
nell’antiterrorismo per monitorare e smantellare le reti estremiste,
promuovendo al contempo programmi di deradicalizzazione;
3) i
conflitti legali e politici collegati ad alcune interpretazioni dell’Islam
politico contrarie alle legislazioni europee, in particolare riguardo alla parità
di genere, alla libertà di espressione e al ruolo della Shari’a.
I tribunali europei hanno affrontato casi
relativi all’arbitrato basato sulla Sharia e all’espressione religiosa nelle
istituzioni pubbliche;
4) le
influenze esterne, ovvero il fatto che molti movimenti islamici in Europa
ricevono finanziamenti e supporto ideologico da stati esteri, tra cui Turchia,
Arabia Saudita e Qatar;
ciò ha
suscitato preoccupazioni riguardo all’interferenza politica di Stati esteri e
alla promozione di ideologie conservatrici o radicali;
5) la
polarizzazione della società e la crescita del populismo di destra dovuti ai
timori nei confronti dell’Islam politico dato che i partiti di estrema destra
sfruttano spesso le paure per spingere su tematiche anti-immigrazione e
nazionaliste, esacerbando le divisioni sociali e ostacolando il dialogo
costruttivo.
I
governi europei hanno adottato politiche diverse per affrontare l’Islam
politico, spaziando da misure restrittive ad approcci inclusivi.
Le strategie principali includono:
1)
misure legislative: alcuni paesi hanno adottato leggi che vietano il velo
integrale, limitano il finanziamento estero per le moschee e monitorano le
organizzazioni religiose. La Francia, ad esempio, ha applicato un rigoroso
laicismo, vietando i simboli religiosi nelle istituzioni pubbliche;
2)
antiterrorismo: i governi hanno implementato programmi di sorveglianza, iniziative di
deradicalizzazione e programmi di riabilitazione per gli estremisti. L’Unione
Europea ha rafforzato i meccanismi di condivisione delle informazioni per
combattere il terrorismo;
3)
dialogo interreligioso e coinvolgimento comunitario: alcuni governi hanno promosso il
dialogo tra le comunità musulmane e le istituzioni statali per favorire
l’integrazione e prevenire la radicalizzazione. Germania e Regno Unito, ad
esempio, hanno sostenuto iniziative che potenziano le voci islamiche rappresentative;
4)
programmi educativi e culturali: sono state promosse iniziative per promuovere
l’educazione civica e combattere la disinformazione sull’Islam nelle scuole e
nel discorso pubblico. Alcuni paesi europei hanno introdotto programmi di
teologia islamica nelle università per formare Imam nati in Europa che
aderiscano ai valori democratici.
Implicazioni
per la democrazia e la coesione sociale europea.
La
presenza dell’Islam politico in Europa solleva questioni più ampie sulla
democrazia, il multiculturalismo e il futuro della coesione sociale, in particolare le implicazioni più
importanti riguardano:
1) la
ricerca di un equilibrio tra libertà religiosa e laicismo: le democrazie europee devono, cioè,
bilanciare la necessità di proteggere la libertà religiosa per tutte le fedi
con il sostegno ai principi laici. Trovare questo equilibrio è cruciale per
mantenere l’armonia sociale;
2)
prevenire la radicalizzazione senza però alienare le comunità musulmane:
politiche
troppo repressive rischiano infatti di spingere potenzialmente gli individui
verso la radicalizzazione. Gli approcci inclusivi che affrontano le
disuguaglianze socio-economiche e promuovono il dialogo sono invece essenziali;
3) rafforzare le istituzioni democratiche: l’impegno delle comunità musulmane
nei processi democratici può migliorare la rappresentanza politica e ridurre
l’appeal delle ideologie estremiste. Incoraggiare la partecipazione civica è
una strategia a lungo termine per l’integrazione;
4)
affrontare le disparità socio-economiche:
molti
musulmani europei vivono in condizioni di marginalizzazione economica e
sociale, che può spingerli verso la radicalizzazione.
Le politiche che affrontano la disoccupazione,
la discriminazione e le lacune educative possono aiutare a mitigare questi
problemi.
Risposte
sfaccettate all’Islam politico come mezzo per un dialogo migliore con le
comunità musulmane europee.
Le
richieste fatte da alcune organizzazioni islamiste non sono sempre illegittime
e possono, in effetti, riguardare un pubblico molto più ampio al di là degli
attori islamisti (come nel caso, per esempio, della lotta contro la
discriminazione).
Pertanto,
è cruciale che le autorità pubbliche in Europa e in particolare quelle dei
singoli governi facciano una distinzione precisa tra quelle attività che
rientrano nel quadro legislativo e rispecchiano i principi di base dei singoli
Stati e quelle che invece ricercano una certa influenza politica e sociale.
L’Islam politico in Europa è un fenomeno
complesso e in evoluzione che si interseca con questioni di identità,
sicurezza, cultura, laicismo, democrazia, razzismo e governance;
sebbene
si manifesti in forme diverse, che vanno dall’impegno democratico
all’estremismo radicale, le risposte europee devono essere sfumate e
sfaccettate.
I governi devono bilanciare le preoccupazioni
per la sicurezza con la necessità di integrazione e libertà religiosa.
Promuovendo
politiche inclusive, dialogo interreligioso e affrontando le disparità
socio-economiche, l’Europa può affrontare le sfide poste dall’Islam politico,
mantenendo i valori democratici e la coesione sociale.
Il
futuro dell’islamismo in Europa dipenderà dalla capacità dei responsabili
politici, della società civile e delle comunità musulmane di impegnarsi in un
dialogo costruttivo e cooperativo.
(Mohamed-Ali
Adromi - Assistant Professor, Department of Islam Studies, Radboud University
Europa
Politica Islam).
Iran.
Beemagazine.it
– Maurizio Bianconi – (6 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Dietro
le giustificazioni ufficiali – nucleare, proxy, cambio di regime – si nasconde
la vera causa del conflitto:
il
controllo dello Stretto di Hormuz, chiave della strategia commerciale e
marittima dell’”America First”.
Sullo
sfondo, la guerra millenaria fra sciiti e sunniti per l’egemonia sul mondo
islamico, e un’Europa che non esiste come attore di politica estera.
Sulla
guerra in Iran molta polemica spicciola e schermaglie perlopiù inutili.
Meglio fare il punto su cause e motivazioni.
Nel modo più semplice e sintetico.
USA.
Se gli
americani vantano un primato storicamente indiscusso è la capacità di motivare
in guisa quasi fascinosa le azioni compiute a danno di stati terzi, ma anche di
nemici interni.
Sempre
buoni contro cattivi e per ragioni apparentemente giuste.
In
questo caso sono rimasti a corto – o meglio a lungo – di argomenti.
Molte
le cause addotte, indice di giustificazioni incomplete e malpensate.
Stop
programma nucleare Iran, bloccare i gruppi armati sostenuti da Teheran in Medio
Oriente, far cadere il regime teocratico.
I commentatori ne hanno aggiunte altre, fra le
quali rinsaldare il rapporto con Israele o indebolire Cina e Russia.
Inspiegabilmente
non è comparsa la vera causa della guerra totale scatenata da Trump.
L’”America
First” prevede una ripresa della produzione industriale e il dominio del
commercio mondiale.
Il
trasporto delle merci si svolge per mare per il 90%.
Il
controllo delle rotte, degli stretti e degli itinerari migliori divengono
essenziali per quel target.
Ecco
le pretese sulla Groenlandia, il ritiro russo dai porti della Siria e il
rapporto con Arabia, Emirati, Egitto per il controllo del canale di Suez.
Infine il re-impossessamento del canale di
Panama.
Lo
stretto di Hormuz passaggio fondamentale per merci e per il 20 % del greggio e
del gas diviene elemento dirimente nelle strategie di Trump. Quel braccio di
mare è sotto il controllo dell’Iran.
Anomalia
gravissima da eliminare.
Iran.
Qui
sfugge ai più l’essenza della questione.
Come è noto l’Islam è suddiviso (in estrema
semplificazione) in due scuole di fede: gli sciiti e i sunniti.
Confessioni
a loro volta formate da varie famiglie.
Gli
sciiti sono una minoranza agguerritissima (15%) che vanta come leadership
l’Iran, repubblica teocratica armata fino ai denti, in odore di potenza
nucleare.
Le sue
gemmazioni sono i terroristi Hezbollah in Libano, Houthi in Yemen e anche Hamas
(non sciita ma parto dell’Iran), fino ai talebani afghani.
Sunniti
sono Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia.
Esiste
un conflitto permanente e aperto fra le due parti per il primato sul mondo
islamico.
Primato che si è fondato per il proprio
prestigio soprattutto nella contrapposizione verso gli infedeli occidentali e
Israele e nelle azioni conseguenti.
Di
talché ogni iniziativa bellica, ogni atto terroristico, ogni attentato ha come
obbiettivo apparente nei fini ma concreto nei fatti gli occidentali e gli
ebrei.
L’obbiettivo
politico e reale è invece l’accrescimento dell’autorevolezza nel mondo islamico
e negli islamici nel mondo.
Sicché
l’Iran gonfia il petto contro Usa, occidentali, Israele ma prima di tutto per
sconfiggere i sunniti, i nemici veri e concorrenti per la supremazia su un
miliardo e mezzo di persone sparse nel mondo.
Il
cosiddetto allargamento del conflitto operato con l’inclusione negli obbiettivi
di Emirati, Arabia, Turchia (con il finto equivoco del missile destinato
altrove) corrisponde alla necessità di indebolire il primo vero nemico
(sunniti) in una congiuntura di particolare sofferenza della credibilità
sciita.
Un
messaggio più che in bottiglia in missili.
Israele.
Si è
convinti che Israele di questa recrudescenza ne avrebbe fatto volentieri a
meno.
Perlomeno
adesso, quando cioè Gaza si è tradotta in discredito mondiale e i cittadini
sono provati dallo stato di guerra permanente. Tuttavia se guerra deve essere,
che guerra sia.
E irrompe nel più fastidioso dei fronti, il
Libano meridionale.
Cercherà
comunque di trarre il maggior vantaggio possibile dalle contingenze che gli
consentono di ripararsi dietro lo scudo americano, primo obbiettivo del
bombardamento dell’opinione pubblica mondiale.
Russia
e Cina.
Quanti
continuano a tirare in ballo le contrapposizioni Usa, Federazione russa e
Repubblica popolare cinese mostrano di non aver inteso le mutazioni in corso
che portano in auge l’adagio:
cane
non mangia cane.
C’è
sicuramente competizione per le aree di influenza, ma anche più o meno tacita
convivenza fra i tre poli ormai costituiti che si stanno dividendo il dominio planetario.
Ci saranno danni secondari (niente droni
iraniani per la Russia belligerante difficoltà nella circolazione delle merci e
altro), ma la sostanza resta quella.
Ai
piani alti si contende non si combatte.
La
vocazione imperiale dell’Iran non fa certo piacere a nessuno.
Che le
cose dunque vadano come è destino che vadano.
Parole
a sostegno sì, ma niente fatti.
Europa.
Il
dato che tutti sembrano ignorare è che l’Unione Europea non ha per sua regola
una politica estera comune.
Pare
impossibile che nessuno si sia accorto che non esistono ambasciate e
ambasciatori UE.
Che invece ci sono ambasciate e ambasciatori
dei singoli stati membri. Che per la politica estera ogni stato membro è
sovrano e non c’è vincolo alcuno.
Che la
responsabile esteri dell’UE è soltanto una portavoce di eventuali posizioni
unanimi espresse dal Consiglio.
Le
posizioni dei singoli stati più importanti e anche del Regno Unito riflettono
l’ambizione dichiarata in chiaro di realizzare il proprio interesse nazionale.
Auspicabile
che l’Italia segua la stessa stella polare e con la stessa determinazione e
linearità.
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