Guerra mondiale degli islamici.

 

Guerra mondiale degli islamici.

 

 

 

Trump: “Gli Usa Forniranno

Assicurazione alle Petroliere in

transito nello Stretto di Hormuz.”

Conoscenzealconfine.it – (5 Marzo 2026) – Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:

 

Trump ordina di assicurare le navi togliendo il pane dalla bocca ai Lloyd’s di Londra che da sempre dominano le assicurazioni marittime.

Come al solito, al netto dello show messo in piedi per le masse, per comprendere realmente cosa stia davvero succedendo, bisogna vedere i movimenti economici e finanziari.

Tutto pare già scritto come in una partita di scacchi, dove l’Intelligence che c’è dietro Trump ha già ampiamente previsto le mosse dell’avversario e preparato tutte le contromosse per raggiungere l’obiettivo sperato.

Ovvero: distruggere il deep state di Londra-Parigi.

 

Dopo gli attacchi, l’Iran ha chiuso lo stretto di Hormuz.

Mossa obbligata ed aspettata con impazienza.

Nel mentre arriva l’altra, anche questa forzata:

 i Lloyd’s, hanno drasticamente ridotto o ritirato la copertura assicurativa per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico a causa dell’escalation del conflitto con l’Iran.

 

Anche qui si usa la vecchia ma sempre funzionale strategia per arrivare alla soluzione designata in partenza:

Problema-Reazione-Soluzione.

Dopo queste azioni, Trump mette sul tavolo la mossa che aveva già preparato, affilata, immediata, inevitabile:

 “Con effetto IMMEDIATO, ho ordinato alla United States Development Finance Corporation (DFC) di fornire, a un prezzo molto ragionevole, assicurazione contro il rischio politico e garanzie per la Sicurezza Finanziaria di TUTTO il Commercio Marittimo, in particolare l’Energia, in transito attraverso il Golfo.

 Questo sarà disponibile per tutte le Compagnie di Navigazione.

Se necessario, la Marina degli Stati Uniti inizierà a scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, il prima possibile.

Qualunque cosa accada, gli Stati Uniti garantiranno il LIBERO FLUSSO di ENERGIA verso il MONDO.

La POTENZA ECONOMICA e MILITARE degli Stati Uniti è la PIÙ GRANDE SULLA TERRA –

Altre azioni in arrivo.

Grazie per la vostra attenzione a questa questione!”

 (Presidente DONALD J. TRUMP).

In questo modo, le navi continueranno a transitare, assicurate ed eventualmente scortate e, allo stesso tempo, i Lloyd’s di Londra, avranno perso quote importanti di mercato ed una montagna di denaro in quanto gli armatori nel frattempo avranno cambiato compagnia assicuratrice.

Anche le quotazioni di gas e petrolio potranno a questo punto normalizzarsi, bloccando al contempo i soliti criminali speculatori globalisti, che vanno a braccetto con le compagnie petrolifere.

E tanti saluti a Londra.

Il deep state non lo si batte con i muscoli o con le armi.

Occorrono neuroni e sinapsi.

(aljazeera.com/news/2026/3/3/us-will-provide-insurance-for-ships-in-gulf-amid-iranian-attacks-trump).

(t.me/In_Telegram_Veritas).

(t.me/gabrielesannino).


L’irrisolvibile questione palestinese.

Ilpensierostorico.com - Giampietro “Nico” Berti – (31 gennaio 2025) – ci dice:

 

Proviamo a fare questa semplice ipotesi.

Poniamo che da domani fra palestinesi e israeliani si instauri una pace vera, senza più alcun odio fra le parti.

I palestinesi hanno il loro Stato che convive in assoluta armonia con quello di Israele.

Fra le due entità statali, che sono territorialmente contigue, esiste una frontiera solo simbolica:

 ogni israeliano può andare a suo piacimento nello Stato palestinese, ogni palestinese può andare a sua volta nello Stato israeliano.

 Tutti sono liberi in tutto.

Gli israeliani possono continuare a vivere in Israele ma, se lo vogliono, possono abitare nello Stato palestinese e seguire la lingua, la cultura, i costumi, le scuole di quello Stato.

Ugualmente i palestinesi sono liberi di rimanere a casa propria, di seguire la loro cultura, le loro tradizioni, la loro lingua, la loro religione, la loro politica;

ma possono, se lo desiderano, passare nello Stato d’Israele e vivere come vivono gli israeliani.

Ripeto: tutti sono liberi in tutto senza condizionamenti di alcun genere e tipo.

 

A questo punto formuliamo la seguente domanda:

dopo cinque, dieci, quindici anni saranno gli israeliani che copieranno i palestinesi o i palestinesi che copieranno gli israeliani?

In modo più chiaro:

 nella massima, assoluta libertà sarà la cultura islamo-arabo-mussulmano-palestinese a mutuare quella occidentale o sarà la cultura occidentale a mutuare quella islamo -arabo-mussulmano-palestinese?

 In conclusione, quale sarà il modello politico-culturale che risulterà vincente?

 Porre questo quesito significa già risolverlo:

tutti sappiamo che la stragrande maggioranza dei palestinesi finirebbe per assumere lo stile, la cultura – e dunque anche il modo di vedere il mondo – israeliani.

 

Se questo è vero, allora si deve concludere che, a competizione libera e pacifica, il modello occidentale – ovvero, più propriamente, il modello socioeconomico capitalistico – è destinato a imporsi inevitabilmente e irreversibilmente, che piaccia o no.

Del tutto utopica, nel senso banale di una sua impossibilità pratica, è l’idea che le due civiltà o, se vogliamo, i due tipi di società, siano destinati eternamente a convivere, mantenendo le proprie caratteristiche strutturali di fondo, dato che la contiguità e il confronto comportano necessariamente la supremazia di uno dei due;

una supremazia che non si può certo misurare con le spanne di qualche decennio, ma che si attuerà comunque, dato che lo sviluppo storico – ogni sviluppo storico – impone di per sé la scelta, la selezione e, dunque, l’inevitabile valorizzazione.

 

Dal punto di vista economico-sociale il mondo islamico può soltanto subire l’iniziativa capitalista.

 Esso non ha un suo specifico sistema di produzione e di distribuzione della ricchezza, né di organizzazione tecnica delle risorse, vale a dire un sistema che sia congruo – in termini di rapporto razionale tra mezzi e scopi – al proprio finalismo religioso.

 L’Islam è radicalmente opposto all’Occidente solo in termini religiosi e politici.

 È evidente infatti che, se esso fosse l’indice estremo di una questione economica, un proletariato arabo consapevole della propria condizione avrebbe già spazzato via la realtà feudale che lo opprime;

 avrebbe, inoltre, fatto piazza pulita delle frange estreme che lo guidano e, con esse, anche tutti i deliri religiosi che lo pervadono.

 E ciò perché queste élites rivoluzionarie, a fronte di una possibile crescita della coscienza proletaria araba, non avrebbero modo di perpetuarsi come leadership, indicando e realizzando un sistema sociale capace di produrre più benessere del capitalismo.

 

Ecco, dunque, il problema decisivo relativo alla riflessione storico-filosofica contemporanea:

 il senso e il destino dell’uomo a fronte del contrapporsi di civiltà diverse motivate da fini opposti e non compatibili.

In altri termini, la questione fondamentale dell’antropologia, e cioè il problema di una sua veridicità fondativa a valenza universale e il travagliato e contraddittorio manifestarsi della sua risoluzione, che sembra darsi come insopprimibile tendenza spontanea del genere umano.

Cosa significa infatti affermare che, a competizione libera e pacifica, il modello socioeconomico capitalistico è destinato a vincere, se non dichiarare di fatto che esso rappresenta, per ora, il punto più avanzato – in quanto liberamente riconosciuto – dell’incivilimento umano?

Ciò vale per qualsiasi altro confronto passato e presente.

 

Infatti, questa stessa ipotesi avremmo potuto formularla anche venti, trent’anni fa, paragonando qualsiasi mondo comunista a qualsiasi mondo capitalista.

Anche allora, prendendo a confronto il migliore Stato comunista e il peggiore Stato capitalista, avremmo avuto il medesimo risultato:

la stragrande maggioranza dei cittadini del migliore Stato comunista avrebbe finito per scegliere di vivere nel peggiore Stato capitalista (dal 1961 al 1989 non abbiamo visto nessuno – pazzi compresi – scavalcare il muro da Berlino ovest per fuggire a Berlino est).

La conferma storica di questa scelta è perfettamente avvenuta, come è stato dimostrato dalla catastrofe del comunismo e dalla contemporanea vittoria del capitalismo, eventi che sono stati la prova indubitabile di quanto abbiamo appena affermato, e cioè che alla lunga il capitalismo è vincente e che l’unico modo per ostacolare questa vittoria è di impedire una pacificazione generale, mantenendo per conseguenza uno stato permanente di guerra o di terrorismo.

Questo è ciò che è Hamas e tutti coloro che appoggiano la sua politica criminale contro Israele e l’Occidente.

 

La vittoria del capitalismo come affermazione della libertà.

 

I nemici della “società aperta” sostengono che la vittoria della civiltà occidentale significherà la vittoria di un pensiero unico, il liberalismo, il quale finirà per creare una sorta di totalitarismo, nel senso che ogni altra alternativa sarà risucchiata, annullata o declassata.

Diventeremo tutti, nel futuro mondo globalizzato, pervasivamente simili, con grave danno della diversità e della possibilità del mutamento. E con ciò il liberalismo dimostrerebbe di negare il suo principio informatore: la libertà.

Come dire: anche il liberalismo ha un fondo antiliberale.

 

Si tratta naturalmente di un gioco di parole perché se l’alternativa alla civiltà liberale è, che ne so? il comunismo o il nazismo o il fondamentalismo islamico, allora non vi è dubbio che c’è da augurarsi la vittoria definitiva dello stesso liberalismo e tutto ciò che esso comporta.

Vale a dire che è veramente privo di senso ogni discorso che tenti di contrabbandare per libertà ogni possibilità alternativa all’esistente, se questa possibilità è antiliberale o, più in generale, se nega, per principio, il principio della libertà.

Non c’è dubbio, invece, che l’effettiva affermazione di una concezione liberale del mondo escluda a priori ogni altra espressione non liberale (come direbbe Karl Popper).

Però è ridicolo pensare che questo esistente sarebbe totalitario, dato che il totalitarismo non consiste in una universale uniformità di vedute (cosa, comunque, che non si darebbe mai), ma in una uniformità coatta di vedute.

Certamente vi deve essere la libertà di diventare musulmano, ma si è sempre nella più perfetta libertà anche il negare a questo qualcuno la libertà – la sua libertà – di imporre coattivamente ad altri la sua fede.

Né vale sostenere che non siamo in un orizzonte di libertà se si pone gerarchicamente la libertà stessa come valore primario.

Una libertà come valore primario che gerarchicamente schiaccia ogni altro valore, e così facendo nega in pratica sé stessa, è ancora una volta un semplice gioco di parole.

 

Diversamente un contesto privo della logica universale della laicità sarebbe incapace di impedire che il confronto degenerasse in una competizione distruttiva.

È vero che la storia del secondo dopoguerra ha dimostrato la possibilità di una coesistenza tra sistemi opposti, da una parte l’URSS e il mondo comunista, dall’altra l’Occidente e il mondo libero.

Ma si è trattato, come tutti sanno, della “guerra fredda”.

Vale a dire che tale convivenza è stata possibile appunto perché chi viveva oltre la cortina di ferro era coattivamente impedito di scegliere un’altra soluzione, tanto è vero che appena vi è stato il crollo del muro di Berlino si è potuto assistere al dilagare immediato del capitalismo sopra le macerie del comunismo.

 

Si deve allora concludere che, inevitabilmente, vi sarà l’affermazione generale della democrazia liberale nelle aree più sviluppate del mondo?

Sì, se continuerà una sostanziale competizione pacifica fra tutte le civiltà, dato che sembra ormai insopprimibile una generale spinta antropologica del tutto conforme alle tendenze della cultura occidentale (Kant e i McDonald’s, prima o poi, arrivano dappertutto);

no, se tale competizione si trasformerà in uno scontro militare generalizzato.

La logica economica si afferma in condizioni di pacifica convivenza, diversamente la sua vittoria non è assicurata perché, lo sappiamo, molti altri fattori incidono sulla condotta umana.

 

L’avverarsi di un sistema unico – e di un pensiero unico – è una distopia inesistente.

Chiamare unico un sistema sociale che si regge sul principio della laicità è non aver capito il DNA della libertà, dato che questa non può mai, di per sé stessa, designare un’unicità.

D’altronde non può esistere concettualmente e praticamente un contesto più grande della libertà (un qualcosa che sia di più) nel quale vi sia la possibilità di far convivere, per esempio, due sistemi sociali opposti, l’uno fondato sul principio della libertà e l’altro fondato su un principio diverso.

 Un tale contesto non potrebbe che risolversi in una soluzione di laicismo universale, assetto che, ancora una volta, non uscirebbe dal liberalismo.

(Info Autore e Articoli pubblicati).

(Giampietro "Nico" Berti (1943) ha insegnato Storia contemporanea all'Università di Padova ed è ritenuto il massimo esperto italiano di storia dell'anarchismo. Ha scritto testi fondamentali sull’evoluzione del pensiero anarchico nei suoi 150 anni di storia, rivolgendo una particolare attenzione all’anarchismo classico (Proudhon, Kropotkin, Bakunin, Malatesta). Ma si è più in generale occupato di storiografia dell’anarchismo, che ha riassunto nella nota formula da lui coniata «nella storia ma contro la storia». È stato il coordinatore nazionale del Dizionario biografico degli anarchici italiani (2003-2004). Tra le sue numerosissime pubblicazioni: Un’idea esagerata di libertà. Introduzione al pensiero anarchico (1994); Il pensiero anarchico. Dal Settecento al Novecento (1998); Errico Malatesta e il movimento anarchico e internazionale. 1872-1932(2003); Socialismo, anarchismo e sindacalismo rivoluzionario nel Veneto tra Otto e Novecento (2004); Intervista agli anarchici. Nico Berti,a cura di Mimmo Pucciarelli (2009); Il comunismo anarchico, in L'età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945,a cura di P.P. Poggio (2010, pp. 61-76); Libertà senza rivoluzione: l'anarchismo fra la sconfitta del comunismo e la vittoria del capitalismo (2012); Contro la storia. Cinquant'anni di anarchismo in Italia. 1962-2012 (2016); Crisi della civiltà liberale e destino dell’Occidente nella coscienza europea fra le due guerre (2021); Il principe e l’anarchia. Per una lettura anarchica di machiavelli alla luce di una lettura machiavelliana dell'anarchismo -2023).

 

 

 

 

Le guerre civili di

religione nell’Islam.

Ilpensierostorico.com – Danilo Breschi – (19 ottobre 2023) – Redazione – ci dice:

 

Con il definitivo prevalere della componente jihadista dentro Hamas, non è più una questione nazionale, di irredentismo nazionalista, ma è una questione strettamente o eminentemente religiosa.

 La rivendicazione della liberazione e indipendenza del popolo palestinese è divenuta meramente strumentale, ormai.

 La questione israelo-palestinese si è dunque trasformata in un problema politico pensabile non in termini strettamente occidentali, ma islamici.

 Anche, se non prevalentemente, islamici.

Anzi, di islamismo politico.

Affinché si trovi una soluzione di pace occorre comprendere come ragiona il nemico.

Occorre concentrarsi sulla distinzione tra “dār al-Islām” e “dār al-ḥarb”. Così ragiona l’integralismo islamico, secondo cui l’organizzazione della società dovrebbe essere interamente sottomessa alla precettistica religiosa, peraltro letta ed interpretata nella sua versione più rigida e intransigente.

La teocrazia vigente in Iran costituisce pertanto un modello da seguire, almeno per l’”Islam sciita”.

 

Recita così la Treccani: dār al-ḥarb è «espressione araba divenuta tecnica nel diritto musulmano, la quale significa “sede della guerra” e designa il complesso dei territori soggetti a dominio non islamico e non abitati da musulmani. […]

 L’infedele del dār al-ḥarb, cioè non suddito dello stato musulmano, si chiama (ḥarbī (vocabolo tradotto con hostis nelle versioni ufficiali francese e italiana del Codice dello statuto personale musulmano egiziano del 1875);

i suoi beni e la sua persona sono fuori legge e quindi leciti a qualsiasi musulmano, a meno che egli penetri in territorio musulmano munito di amān (v.) o salvacondotto;

in questo caso diventa musta’min “che ha ricevuto sicurtà”, ma se prolunga senza interruzione per oltre un anno la sua dimora in terra islamica si trasforma in dhimmī (v.), ossia infedele suddito dello stato musulmano.

 “Il dovere del capo dello stato islamico, quando abbia la forza necessaria, è di muover guerra ai territorî del” dār al–ḥarb” e conquistarli, salvo che con essi esista trattato di tregua la pace perpetua con essi è inammissibile».

Su questo non vi sono divergenze particolari tra “sunniti” e “sciiti”, specie se guardiamo alle rispettive diramazioni integraliste e radicalizzate.

 

L’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 dimostra come molte tecniche di lotta dei terroristi dell’Isis siano state riprese dai miliziani dell’ala armata di Hamas, le “Brigate Ezzedin al-Qassam”, divenute un vero e proprio esercito finanziato ed armato dal Qatar.

 La stessa ferocia e barbarie, alimentate dal fanatismo religioso.

 Per questo merita ripartire dalla situazione creatasi circa nove anni fa, quando l’Isis sorgeva tra Iraq e Siria, spadroneggiando e destabilizzando il Vicino Oriente.

 Oggi come allora bisogna che all’uso necessario della forza, ben calibrata nei tempi e nei modi, Israele, Europa e Stati Uniti affianchino un’azione diplomatica accorta ed incisiva, che tenga conto di due criteri-guida:

 1) il principio pluralistico, dunque liberale, della possibile e doverosa convivenza tra diversi (per religione, lingua, cultura), da cui consegue il diritto dello Stato di Israele ad esistere e la ferma condanna di chi lo nega e ne sostiene la cancellazione da quelle terre, dal che consegue che pure uno Stato palestinese ha analogo diritto;

 2) non pensare l’Islam come un monolite, un unico universo religioso, culturale, politico e sociale, tanto che nemmeno lo jihadismo è (era?) univoco (l’Isis considerava i Fratelli Musulmani come degli apostati, al-Qaeda odiava l’Isis ideologicamente, etc.) e dunque consegue che bisogna impedirne compattamenti in chiave tattica, accentuandone semmai le divisioni, che vanno ben oltre quella tra sunniti e sciiti.

 Per tutti questi motivi ripropongo un mio articolo del 2015 come punto di ripartenza per affrontare con consapevolezza storico-culturale e lungimiranza politica la gravissima crisi attuale (DB).

 

Integralismo islamico, si dice.

 Teniamo bene a mente l’uso, oramai diffuso su tutti i media e nel linguaggio pubblico, di questo termine.

Il fatto che sia un “ismo”, appunto.

Cosa ci segnala?

Che ciò di cui stiamo parlando non è solo e tanto l’Islam della tradizione, che pur unisce il politico e il religioso.

Come ogni “ismo” che si rispetti, con integralismo islamico noi stiamo denotando un’ideologia e un programma per porre un preciso, peculiare ordine alla vita quotidiana e in comune.

 Stiamo dunque parlando di un’ideologia potente di cui si sono avvalsi fino ad oggi gruppi armati diversi e sparsi in differenti Paesi di una comunità, quella musulmana, composta da oltre un miliardo di persone che abitano dalle Filippine del Sud alla Nigeria.

 E, da qualche decennio a questa parte, sta popolando sempre più anche il vecchio continente europeo.

Ovviamente, l’obiettivo primo ed essenziale è che l’intero dār al-Islām (in arabo: : دار الإسلام , letteralmente “Casa dell’Islam”), ossia i territori che, secondo la tradizione islamica, sono sottoposti all’imperio politico e giuridico dell’Islam, dove i musulmani possono compiere gli obblighi loro richiesti in quanto credenti, in particolare lo svolgimento dei cinque pilastri dell’Islam.

Il fatto che la giurisprudenza islamica (non la teologia islamica) suddivida il mondo in” dār al-Islām” e “dār al-ḥarb”, e che quest’ultima, ossia il territorio non-islamico, significhi “Dimora della guerra”, è alquanto eloquente.

Ma fin qui è tradizione, che può essere interpretata e riattivata in modi e con intensità differenti.

 

Nella “dār al-Islām” hanno diritto di vivere e operare solo i musulmani e, con diverse limitazioni (come ad esempio il divieto di proselitismo e di erigere nuove chiese o monasteri) gli appartenenti alle cosiddette religioni “del Libro” (Ahl al-Kitāb), mentre ne sono esclusi i politeisti e gli atei.

Ovviamente, da quando il mondo islamico ha assunto un assetto nazionale analogo a quello dell’Occidente cristiano, le cose sono cambiate, ma il neonato Stato islamico (Isis) si sta muovendo proprio con l’intenzione di cancellare la geografia politico-territoriale e i relativi confini statuali segnati dalle potenze europee già all’indomani della prima guerra mondiale.

Come ha spiegato bene” Bernard Lewis”, tra i maggiori storici dell’Islam e del Medio Oriente a livello mondiale,

 «quando noi occidentali, cresciuti in una tradizione occidentale, adoperiamo i termini ‘Islam’ e ‘islamico’, tendiamo naturalmente a commettere un errore:

assumiamo cioè che la religione, per i musulmani, abbia lo stesso significato che ha avuto nel mondo occidentale, anche nel Medioevo; vale a dire che essa segni un settore o uno scomparto di vita riservato a certe faccende, distinto o per lo meno separabile da altri settori designati ad occuparsi di altro».

 Le distinzioni tra Chiesa e Stato, fra spirituale e temporale, ecclesiastico e laico, religioso e secolare non avevano corso nell’Islam prima della sua occidentalizzazione più o meno forzata seguita alla colonizzazione o al crollo dell’Impero ottomano.

 Di qui il ruolo “rivoluzionario” che ebbero, per un verso, l’opera di “Kemal Atatürk” in Turchia e, per un altro verso, opposto e reattivo, l’”Ayatollah Khomeini” in Iran.

La Tunisia è oggi un ulteriore rivoluzione da quando è stata approvata la Costituzione nel gennaio del 2014.

L’Islam è religione di Stato ma viene garantita la libertà di coscienza.

La convivenza dell’Islam con i principi liberal-democratici viene rimarcata anche nelle prime due disposizioni costituzionali:

secondo l’art. 1, infatti, «La Tunisia è uno Stato libero, indipendente e sovrano; la sua religione è l’Islam, la sua lingua l’arabo e il suo regime la Repubblica», mentre l’art. 2 sancisce che «La Tunisia è uno Stato civile basato sulla cittadinanza, la volontà popolare e lo Stato di diritto».

 L’articolo 20 afferma l’eguaglianza di diritti e doveri dei due sessi, mentre l’articolo 45 impone che il governo non solo protegga i diritti delle donne, ma garantisca le pari opportunità anche all’interno dei consigli elettivi.

Nella nuova Costituzione si sancisce poi che l’islam è la religione di Stato ma si esclude la “sharia” – la legge islamica – come base del diritto del Paese.

Ma nell’articolo 6 viene garantita la libertà di fede e di coscienza e viene posto anche il divieto di accusare qualcuno di apostasia.

 

L’integralismo islamico ha cominciato a diffondersi con efficacia nel mondo arabo-musulmano grazie a tre eventi politici cruciali:

 la sconfitta dell’Egitto di Nasser, secolarista, da parte di Israele nella guerra dei sei giorni (1967), appunto la rivoluzione khomeinista in Iran (1979) e l’invasione sovietica nell’Afghanistan.

La prima guerra del Golfo (1990-91) avrebbe poi rincarato la dose.

Ma non possiamo nasconderci che il vaso di Pandora è stato scoperchiato dall’intervento statunitense in Iraq nel 2003, ancor più che da quello dell’anno precedente in Afghanistan.

 Ed è stato poi definitivamente frantumato dal più recente intervento franco-anglo-italiano (con avallo e supporto made in Usa) nella Libia di Gheddafi, con lo scopo di abbatterne il regime senza averne previamente preparata un’adeguata sostituzione.

Si sono aperti varchi che hanno consentito a movimenti come quelli di al Qaeda prima, dell’Isis poi, di espandersi ed affermare la propria egemonia a scapito della mappa geopolitica e dei confini fino ad allora esistenti.

 

Siccome parliamo di un “ismo”, non possiamo non attingere alla comparazione con l’Europa e la sua storia, fucina di ideologie come nessun’altra parte del mondo.

E, soprattutto, incubatrice di ideologie nel Vicino Oriente, per esser quest’area limitrofa nonché colonizzata in vario tempo e in vario modo. L’integralismo islamico come ideologizzazione di una tradizione che si era attenuata con la più o meno avanzata occidentalizzazione e laicizzazione dei regimi politici sorti nel mondo musulmano durante l’ultimo secolo.

Dunque, pur essendo oggetto di abbondante e acuto studio da parte di esperti di giurisprudenza, teologia e storia islamica, sarebbe opportuno intavolare un confronto con quel che è accaduto in passato nel nostro vecchio continente.

E sarebbe opportuno da parte dei mezzi di informazione di massa, tanto allarmistici quanto pressapochisti.

L’impressione è che nel Vicino e Medio Oriente sia in corso qualcosa di analogo ad una serie di guerre civili di religione, le stesse per modalità, finalità e conseguenze che divamparono e martoriarono mezza Europa tra la metà del ’500 e la metà del ’600.

Guerre di religione e, insieme, guerre politiche.

Il calvinismo, come il luteranesimo, gli altri cristianesimi riformati, e il loro acerrimo nemico, il cattolicesimo e la sua istituzionalizzazione nella Chiesa di Roma, erano all’epoca anche ideologie politiche, esplicitamente o meno, dal momento che intendevano uniformare la vita pubblica al credo e ai dogmi.

Tanto i cattolici quanto i calvinisti, ad esempio, avevano come obiettivo l’integrale conversione degli altri. Emblematico quanto dichiarava nel 1570 il successore di Calvino alla guida della repubblica teocratica di Ginevra, il teologo francese “Théodore de Bèze”:

“Diremo che si deve permettere la libertà di coscienza? Per nulla al mondo! Si tratta di consentire la libertà di adorare Dio a ciascuno a proprio modo? È un regime diabolico!”.

 E ancor più eloquente un dialogo intercorso tra Caterina de’ Medici, regina consorte di Francia dal 1547 al 1559 come sposa di Enrico II di Valois, e il visconte di Turenne, ugonotto, ossia calvinista francese:

 “Il re non vuole che una religione nel suo Stato”, dichiarò la regina; “Noi anche, ma che sia la nostra!”, rispondeva il Turenne.

Due integralismi, o intransigenze ed espansionismi teologico-politici, l’un contro l’altro armato, in lotta, con uno più forte in certe regioni e in certi regni, l’altro più forte altrove.

 Il tutto culminò tra 1618 e 1648 nella cosiddetta “Guerra dei trent’anni” che sterminò almeno un quarto della popolazione della Germania.

E non dimentichiamo che, una volta avviatesi a ritmo vieppiù crescente la secolarizzazione e la laicizzazione della vita politica europea, il vecchio continente vide comunque il diciottesimo e diciannovesimo secolo dilaniarsi in tempi differiti per la lotta tra monarchismo e costituzionalismo.

Inutile, ma forse no, ricordare come il ventesimo secolo abbia assistito alla guerra tra liberalismo (con alleato comunista dal 1941) e nazismo, nella sua prima metà, e tra liberalismo e comunismo, nella seconda metà.

Guerra calda, guerra fredda, ma sempre guerra.

 

La memoria di quel che l’Europa ha vissuto in questi tre lunghi periodi di scontro ideologico può fornire utili lezioni per leggere quanto sta accadendo nel Medio Oriente.

 La storia europea ci insegna, ad esempio, quanto l’integralismo islamico jihadista, ora di marca “Isis”, si nutra del conflitto regionale che ha contribuito a creare con i suoi predecessori, al-Zarqawi in testa, nell’Iraq occupato dalle truppe americane.

 Ci insegna anche quanto esso metta a nudo la fragilità di confini statuali del tutto arbitrari rispetto alla trasversalità, e trans-territorialità, di alcune etnie, a loro volta suddivise spesso in diverse sette confessionali, quando non anche in tribù o clan più o meno estesi. Tra Siria e Iraq, ma anche in Libia, si stanno muovendo forze militari, ideologicamente mobilitate e mobilitanti, con il dichiarato scopo di ridefinire l’ordine regionale.

L’Isis sta cercando di reclutare le formazioni guerrigliere e/o terroristiche locali da tempo operanti in nome dell’islamismo integrale e di inserirle dentro il proprio progetto egemonico e imperialista.

 

Con la comparazione, o, per meglio dire, con l’analogia storica, non troviamo soluzioni politiche, ma senz’altro togliamo alle guerre dell’Isis l’alone della unicità, della novità assoluta.

E si comprende, ed eventualmente combatte, meglio il noto che l’ignoto. La storia non si ripete, ma fa rima.

Ciò detto, non si nega la peculiarità del fenomeno Isis, né la sua diversità e relativa novità rispetto ad al Qaeda e al terrorismo islamista fino a ieri conosciuto.

Solo negli ultimissimi anni l’integralismo islamico, sorto in Egitto poco meno di un secolo fa, sta ridefinendo il mondo musulmano nei suoi confini politici.

Nemmeno la rivoluzione khomeinista era riuscita a tanto.

 È oggi in atto una guerra civile di religione islamica, intra-musulmana.

 Non si tratta più solo di una lotta tra islamismo e secolarismo moderno di marca occidentale.

Continuando ad essere anche questo, lo scontro con la formazione dello Stato islamico a cavallo fra territori siriani e territori iracheni, si è evoluto in una più complessa, e confusa, guerra che intende, fra l’altro, cancellare governi e Stati consolidatisi da molti decenni, talora da circa un secolo.

D’altro canto, anche l’Isis punta sulla forma-Stato, tipicamente europea e moderna, per ristabilire e consolidare la sharia in nome dell’autoproclamatosi “Califfo Abu Omar al-Baghdadi”, che nell’ottobre del 2006 ha dato vita allo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, sigla che raccoglie diverse formazioni.

 

Tutta questa comparazione, o analogia, a che pro? Forse per ridimensionare il fenomeno? Per ridurre l’allarme? Non necessariamente.

Lo spiega bene “John M. Owen IV” nel suo libro appena uscito per Princeton University Press: Confronting Political Islam: Six Lessons From the West’s Past.

Anzitutto, sondaggi recenti, condotti fra 2012 e 2013, rivelano come in molti Stati dell’area, dalla Tunisia allo Yemen, la maggioranza della popolazione sia a favore della “sharia quale legge dello Stato”.

 La laicità dello Stato è un concetto tutto nostro, frutto finale di quelle guerre civili di religione che ci hanno dilaniato e stremato per oltre un secolo.

Il fatto poi che l’integralismo islamico si presenti come un’ideologia antimoderna e retrograda (ai nostri occhi) non costituisce motivo per credere che sia destinata a soccombere, e soprattutto in tempi brevi.

Ad ammaestrarci in tal senso è proprio il nostro passato, remoto e prossimo.

Chi avrebbe detto che la Germania sarebbe stata travolta e trascinata con entusiasmo dal nazismo in pieno ventesimo secolo?

 Così affascinata che gran parte della popolazione se ne fece supporto convinto e ostinato fin quasi alla Berlino in fiamme del maggio 1945?

E tornando alle guerre civili di religione, quanto tempo l’Europa occidentale ha dovuto aspettare affinché ci si convincesse che una stabilità politica permanente non aveva bisogno di uniformità religiosa entro i confini nazional-statuali?

Non bastò la pace di Augusta (1555), né l’Editto di Nantes (1598). Ci volle la pace di Vestfalia (1648), e non ovunque bastò.

 La conquista del pluralismo religioso, e non della semplice e pericolante tolleranza, è stata assai lunga e sanguinosa, lastricata di persecuzioni e massacri.

Ha richiesto secoli, come la stabilizzazione della mappa geopolitica europea.

 Per non parlare del pluralismo politico, che tutto l’Est europeo ha cominciato ad assaporare dopo il 1989, non senza esitazioni e nostalgie.

 

La comparazione col nostro passato aiuta comunque a vedere quanto anarchica e variabile sia la conflittualità interna al Medio Oriente.

 Nel 2011, durante le cosiddette “Primavere arabe”, l’”Arabia Saudita guidata da Sunniti” ha inviato truppe in Bahrain per contribuire a fermare una ribellione sciita, al fine di contenere l’espansione indiretta di un Iran a guida sciita.

Poco dopo l’Iran è intervenuto in Siria per sostenere il regime di Assad contro i ribelli sunniti, sostenuti dall’Isis, allo scopo di impedire una possibile futura alleanza con l’Arabia Saudita.

Di quest’ultima è assai probabile la forte preoccupazione per un’espansione di un fenomeno come l’Isis, destabilizzante l’intera regione.

 L’acquisizione dell’arma nucleare da parte dell’Iran sarebbe un ulteriore fattore di destabilizzazione.

Anzitutto all’interno dell’area mediorientale, ancor prima che nel più vasto ordine internazionale.

Al momento, possiamo solo dire che l’integralismo islamico è tutt’altro che monolitico, e l’Isis sta sconvolgendo assetti ed equilibri in modo da raccogliere sia consensi e adesioni sia dissensi e oppositori tra le società e gli Stati musulmani.

 Anche sui metodi di lotta non vi è unanimità tra gli stessi gruppi integralisti sparsi nei vari Paesi dal Maghreb al Pakistan.

Quel che il raffronto con la storia europea infine ci insegna è che soltanto combinati con una prolungata crisi di legittimità la povertà e la memoria della dominazione coloniale possono produrre quel caos che oggi devasta il Medio Oriente.

“John M. Owen IV” ribadisce nel suo libro l’impressione che oramai dovrebbe esser chiara a tutti gli osservatori e politici occidentali più attenti:

un intervento armato di Stati Uniti o Paesi europei servirebbe a rendere unito ciò che al momento è massimamente diviso e conflittuale al proprio interno, cosicché il primo interesse a fermare l’Isis alberga nei desideri di molti popoli, confessioni e governi dello stesso Islam.

Il che non vuol dire che questi siano laici e “moderati” nel senso occidentale.

Ma la differenza c’è, evidente.

È lì semmai che occorre agire, diplomaticamente, economicamente, socialmente.

In Medio Oriente e in parte del Maghreb è in corso qualcosa di non molto dissimile da quanto gli europei sperimentarono tra Cinque e Seicento e dal 1914 al 1945.

Due guerre civili-religiose continentali.

La seconda ci ha portato sull’orlo del suicidio, senza che nessun Stato europeo-occidentale potesse davvero cantare vittoria nell’estate di settant’anni fa.

Il silenzio delle macerie e dei campi di sterminio dominava su tutto e su tutti.

(Info Autore - Danilo Breschi.

Danilo Breschi è professore associato (abilitato al ruolo di prima fascia - professore ordinario) di Storia del pensiero politico presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna Storia umana e civiltà delle macchine, Teorie dei conflitti ed Elementi di politica internazionale. Per dieci anni ha diretto «Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee». Fra le sue pubblicazioni più recenti: Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea (2017); Mussolini e la città. Il fascismo tra anti-urbanesimo e modernità (2018); Quale democrazia per la Repubblica? Culture politiche nell’Italia della transizione 1943-1946 (2020); Yukio Mishima. Enigma in cinque atti (2020); La globalizzazione imprevidente. Mappe nel nuovo (dis)ordine internazionale (con Z. Ciuffoletti e E. Tabasso; 2020); Ciò che è vivo e ciò che è morto del Dio cristiano (con F. Felice; 2021); Sfide a sinistra. Storie di vincenti e perdenti nell'Italia del Novecento (con Z. Ciuffoletti; 2023); Il mondo come unità e programmazione. La filosofia sociale di Ugo Spirito (2024). Ha introdotto e curato un'antologia di scritti giornalistici di Ugo Spirito: L'avvenire della globalizzazione. Scritti giornalistici (1969-79) [2022]. Ha altresì curato e introdotto nuove edizioni dell’Utopia di T. Moro (2018), della Leggenda del Grande Inquisitore di F. Dostoevskij (2020), di Socialismo liberale di C. Rosselli (2024) e La tragedia di Matteotti di F. Turati e A. Kuliscioff (2025). Altri suoi scritti si trovano nel blog: danilobreschi.com.)

 

 

 

 

 

Ecco la vera guerra mondiale

 in corso: non c’entrano gli Stati

, ma potenze finanziarie.

 Ilfattoquotidiano.it - Paolo Ercolani – (6 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

(Paolo Ercolani - Filosofo, Università di Urbino "Carlo Bo").

 

Poteri sovranazionali, in grado di controllare i governi, giocano a Risiko per il dominio mondiale.

 Il quoziente intellettivo medio della popolazione sta degradando.

Ecco la vera guerra mondiale in corso: non c’entrano gli Stati, ma potenze finanziarie.

Quando si evocano i rischi di una guerra mondiale, non si tiene conto del fatto che essa è già in corso.

Non mi riferisco agli scenari bellici, crescenti e pericolosi – dalla Russia con l’Ucraina a Israele con alcuni stati islamici del Medioriente, fino alla Cina con Taiwan – né al rinascente e preoccupante empito imperialistico mostrato dagli Usa di Trump.

Si tratta di eventi tutti delicati e rischiosi, è innegabile, connotati da complesse dialettiche di potere e beni materiali.

 

Ma per fortuna non è (ancora?) la guerra mondiale a cui faccio riferimento quando affermo che è già in corso.

Anche perché non utilizzo l’aggettivo “mondiale” intendendo una guerra che coinvolge molti Stati del pianeta, come è avvenuto con i due conflitti mondiali del Novecento.

Mi riferisco a una guerra mondiale perché condotta contro l’umanità di tutto il mondo.

Nello specifico, una guerra condotta contro le abilità cognitive e il benessere psicofisico di una popolazione trattata come disabile dalle grandi multinazionali del digitale e dell’Intelligenza artificiale.

Sì, disabile.

Pensiamoci bene: il supporto tecnologico, benvenuto e benemerito, tradizionalmente è servito, e serve ancora oggi a maggior ragione, per compensare disabilità fisiche o a vario titolo patologiche delle persone.

Ma oggi, con gli smartphone che filtrano ogni aspetto della nostra esistenza (conoscenza, informazione, relazioni sociali etc.) e, soprattutto, con l’Intelligenza artificiale che può supportarci nel pensiero, nello studio, nella scrittura, nella creatività e così via, si parte dal presupposto per cui l’umanità, come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, è un qualcosa di insufficiente e inadeguato.

Qualcosa da aumentare, potenziare, integrare, ovviamente a pagamento.

Alla fine, l’umanità sarà qualcosa da sostituire con i cyborg.

 

 

“Quello non è Jim Carrey, ma un suo clone”: la partecipazione dell’attore “irriconoscibile” ai Cesar Awards scatena le teorie complottiste.

A scanso di equivoci, questo è ciò che viene teorizzato dai transumanisti (si pensi ai libri di “Raymond Kurzweil”, solo per fare un esempio), e il transumanesimo è la “filosofia” a cui sostengono di appartenere tutti i principali guru delle nuove tecnologie.

Dietro a questo sacrificio dell’umanità che abbiamo conosciuto fino ad oggi, v’è però la promessa di realizzare il più grande e antico sogno dell’uomo: l’immortalità.

Sì, l’obiettivo estremo di questi signori è quello di trasferire la personalità e la mente di ciascuno di noi in avatar destinati a vivere per sempre nel Metaverso.

 

Messa in questi termini, al netto degli aspetti obiettivamente inquietanti, più di una persona potrebbe non comprendere perché sto parlando di una guerra mondiale contro l’umanità, considerato che sembra di essere all’interno di un grande progetto positivo.

Già, ma positivo per chi, se escludiamo le pochissime multinazionali che stanno accumulando profitti stratosferici, pagando tasse irrisorie grazie ai governi nazionali sottomessi e imponendo condizioni di lavoro degradanti e poco (o per nulla) tutelate!

 

Il quoziente intellettivo medio della popolazione sta degradando, insieme a tutta una serie di abilità, competenze e conoscenze.

 In compenso stanno aumentando disagio e patologie psicologiche, fra giovani e giovanissimi ma non solo, a causa di smartphone e social network programmati per generare dipendenza, nonché per spingere le persone a un’omologazione che le riduce allo stato di automi che si fanno i selfie (puntualmente ritoccati).

 

Due squadre di volley, Roberto Mancini, Awudu Abass: chi sono gli sportivi italiani (e non) bloccati nel Golfo dalla guerra.

A tutto questo si aggiunge un fatto di cronaca estremamente significativo, perché capace di riassumere la fase attuale con tanto di guerra israelo-statunitense contro l’Iran:

mi riferisco alla diatriba fra l’amministrazione Trump e la società” Anthropic “dell’italo-americano “Dario Amodei”, con quest’ultimo nei panni di Ceo di una società che offre servizi di Intelligenza artificiale anche per le azioni di guerra, ma che in questi giorni si è rifiutato di togliere i paletti all’uso dell’IA in guerra, specialmente nella misura in cui possa essere utilizzata per tracciare tutti i cittadini e per gestire in maniera autonoma l’uso di armi devastanti.

 

Amodei ha messo in guardia sui rischi per la democrazia e per l’umanità in genere, se si decidesse di lasciare carta bianca a una tecnologia che, sia chiaro, sarebbe a piena disposizione di quei governi disposti a pagare per utilizzarla.

In uno scenario in cui i governi sono perlopiù genuflessi a pochi capi del mondo (Usa, Cina, India), che insieme alle pochissime multinazionali della tecnologia si stanno letteralmente giocando il predominio mondiale a livello tanto militare quanto finanziario, possiamo ben comprendere come la guerra mondiale è già in corso.

 

Con una dinamica mai come oggi evidentissima:

a scontrarsi non sono potenze nazionali.

Bensì poteri sovranazionali che, di origine finanziaria e in grado di controllare i governi, giocano a Risiko per il dominio mondiale.

Con la larghissima parte dell’umanità che, comunque finirà il conflitto, risulterà perdente.

Anche della vita.

 

 

 

Tensioni in Israele, la Guerra

Presenterà il Conto Anche

a Netanyahu.

Conoscenzealconfine.it – (6 Marzo 2026) - Nicola Scopelliti – ci dice:

Dietro l’apparente compattarsi intorno al primo ministro, c’è una società israeliana profondamente divisa la cui tenuta dipenderà molto dall’esito della guerra all’Iran.

Inquietudine e incertezza anche nei territori palestinesi. E il Patriarcato latino, per motivi di sicurezza, chiude il “Santo Sepolcro a Gerusalemme”.

 

Israele è una polveriera: la guerra contro l’Iran, scatenata insieme agli Stati Uniti, ha mandato in frantumi ogni certezza.

 La coesione nazionale?

Una maschera, dietro la quale si celano nervosismi e tensioni che minacciano di deflagrare da un momento all’altro.

Netanyahu galvanizza la Knesset, sventola la bandiera della “difesa esistenziale”, trasforma il Parlamento in una roccaforte dell’unanimità e della concordia.

Ma sotto le apparenze, il Paese è attraversato da divisioni profonde.

Gli israeliani vivono sospesi tra orgoglio e terrore.

Il futuro è una roulette: in gioco non c’è solo la sicurezza nazionale, ma la sopravvivenza stessa della nazione.

 

Nelle strade riecheggia un silenzio teso.

Nelle scuole, nei mercati, nelle famiglie dei 50mila riservisti mobilitati, ovunque si respira un’aria pesante, carica di inquietudine.

La gente si unisce, si mobilita, costruisce reti di sostegno psicologico.

 Ma il costo è altissimo:

incertezza che logora, stanchezza che paralizza, tensione che brucia. Ogni giorno è un salto nel buio, ogni notte una veglia nell’incubo di nuovi attacchi.

Il filo su cui cammina la società è sottile, pronto a spezzarsi. (nella foto sopra LaPresse: cittadini israeliani si riparano al suono delle sirene che avvertono di attacchi missilistici iraniani)

 

Ma non tutti si piegano.

Attivisti, accademici ed ex vertici della sicurezza lanciano l’allarme:

una guerra aperta all’Iran può isolare Israele, distruggerne l’economia, radicalizzare il conflitto e moltiplicare i morti.

Manifestazioni isolate squarciano la calma apparente, ricordando che il consenso non è mai totale.

Nei pochi spazi di dibattito pubblico si insinua il timore che Israele abbia imboccato una strada senza ritorno.

 La guerra non è solo questione di militari, ma sociale e psicologica.

 Il futuro si gioca tra la forza della coesione e il peso insostenibile di una nuova escalation regionale.

E poi… la paura degli attentati.

Non solo in Israele ma in tutto il mondo.

 

Il primo ministro Netanyahu, solitamente, divide la società, ma nei momenti di crisi raccoglie un sostegno che in tempi di pace svanisce come neve al sole.

La storia si ripete: la minaccia esterna produce compattezza interna.

Ma basta che l’emergenza si prolunghi perché riemergano crepe, critiche, fratture.

Tra i partiti di destra il sostegno è granitico, la linea dura è un dogma. Anche nei settori di centro la paura spinge a stringersi attorno al governo. Ma la fiducia è fragile, pronta a svanire se la guerra si farà interminabile.

 

L’esercito miete rispetto e fiducia.

Ogni famiglia ha un legame diretto:

 il servizio obbligatorio è coesione sociale.

In questi primi giorni del conflitto il sostegno è solido, quasi rituale.

La minaccia esistenziale spinge la società a distinguere tra politica e operazioni militari.

 L’esercito è visto come l’unico baluardo.

 I sondaggi lo consacrano tra le istituzioni più stimate, ben più dei partiti o del governo.

Ma il consenso non è eterno: errori, perdite, mancanza di risultati potrebbero minare questa fede incrollabile. Tutto dipenderà dall’evoluzione della guerra.

 

Il nuovo fronte con l’Iran ha già stritolato l’economia israeliana, piegata da anni di tensioni e instabilità.

 Netanyahu corre ai ripari: mobilitazione dei riservisti, fondi di emergenza, sostegno alle imprese e ai lavoratori colpiti.

Il Ministero delle Finanze apre linee di credito, garantisce le imprese nelle zone a rischio missilistico.

Ma ogni giorno di guerra è una ferita aperta: la spesa pubblica s’impenna, il bilancio vacilla.

Israele è sull’orlo del precipizio perché la guerra non perdona.

 

L’inizio del conflitto ha avuto un’immediata ricaduta anche sui territori palestinesi, dove la reazione si muove su più livelli: politico, militare, ma soprattutto sociale.

In un contesto già segnato da fragilità economica e tensioni croniche, la contrapposizione tra Israele e Iran è percepita come un ulteriore fattore di instabilità.

 

A Gaza il primo effetto tangibile è stato l’aumento dell’ansia collettiva. La popolazione teme che il conflitto possa tradursi in nuove chiusure dei valichi, restrizioni ai movimenti e blocchi delle forniture.

In un territorio dove l’accesso ai beni essenziali è precario, ogni crisi regionale si riflette immediatamente sulla vita quotidiana.

Nei mercati si registrano acquisti accelerati di generi alimentari di base, mentre le famiglie cercano di prepararsi a eventuali interruzioni prolungate.

 

Sul piano politico, il movimento di Hamas ha condannato con vigore l’azione militare israeliana, definendola un’aggressione che destabilizza ulteriormente l’intera regione.

Il gruppo islamista, che governa Gaza, ha espresso solidarietà a Teheran, sottolineando il legame politico e strategico costruito negli anni.

 La retorica ufficiale parla di un fronte comune contro quella che viene descritta come un’espansione militare israeliana.

Anche altre fazioni, come la “Palestinian Islamic Jihad”, hanno utilizzato le stesse parole, ribadendo il sostegno all’Iran e denunciando il rischio di un conflitto su scala più ampia.

 

In Cisgiordania, la situazione appare altrettanto tesa.

Nelle città e nei campi profughi si respira un clima di preoccupazione per possibili ripercussioni sul terreno:

aumento dei controlli, incursioni militari, scontri con i coloni israeliani. L’Autorità Nazionale Palestinese mantiene una posizione più prudente sul piano diplomatico, ma all’interno della società civile prevale un sentimento di sfiducia verso qualsiasi dinamica che possa aggravare le già difficili condizioni di vita.

 

Tra i cittadini comuni domina soprattutto l’incertezza.

Molti temono che il conflitto tra Israele e Iran finisca per offuscare ulteriormente la causa palestinese sul piano internazionale, mentre altri vedono nella crisi un potenziale elemento di ridefinizione degli equilibri regionali.

A Ramallah, Betlemme, Bei Satoru le discussioni oscillano tra timore di nuove sofferenze e speranza che l’attenzione globale possa riportare la questione palestinese al centro dell’agenda diplomatica.

 

La reazione palestinese non è omogenea: condanna netta di Israele da parte dei gruppi armati, cautela delle istituzioni, inquietudine diffusa nella popolazione.

In un territorio già segnato da anni di conflitto, questa guerra viene vissuta come un possibile acceleratore di instabilità, capace di incidere direttamente sulla vita quotidiana e sugli equilibri futuri della regione.

 

In un recente intervento, il patriarca di Gerusalemme del Latini, il cardinale “Pierbattista Pizzaballa”, ha lanciato un accorato appello affinché tutte le popolazioni del Medio Oriente “possano vivere una vita dignitosa”, collegando la drammatica situazione regionale – con particolare riferimento agli eventi che coinvolgono l’Iran e i conflitti in corso – alla necessità universale di giustizia, pace e dignità.

Secondo il patriarca, nemmeno la guerra e le tensioni possono cancellare il desiderio umano di una società fondata su valori essenziali, esortando a cercare soluzioni pacifiche che evitino una degenerazione della violenza.

 La sua dichiarazione risuona come un invito a non perdere la speranza e a perseguire con determinazione la via del dialogo e della riconciliazione.

 

In questo clima di tensione, il Patriarcato ha comunicato la chiusura temporanea del Santo Sepolcro, per ragioni di sicurezza.

La decisione ha un impatto diretto sulle comunità cristiane che vivono a Gerusalemme, costrette ad adattarsi ad un contesto sempre più instabile e pericoloso.

La chiusura del luogo sacro rappresenta un segnale tangibile delle difficoltà che la crisi mediorientale sta imponendo anche alla dimensione spirituale e religiosa delle popolazioni locali, e non solo, richiamando l’urgenza di fermare un conflitto prima che sia troppo tardi.

(Articolo di Nicola Scopelliti).

(lanuovabq.it/it/tensioni-in-israele-la-guerra-presentera-il-conto-anche-a-netanyahu).

 

 

 

 

La guerra più

lunga del mondo. 

Ispionline.it – (17 Ott. 2023) – Ugo Traballi – ci dice:

 

Il conflitto fra israeliani e palestinesi è antico. Il tempo, che di solito placa i rancori, in questo caso li ha inaspriti.

“Una terra senza popolo per un popolo senza terra”, era uno degli slogan del sionismo, verso la fine del XIX secolo.

Che gli ebrei europei fossero un popolo senza un’identità nazionale, era vero:

il vecchio continente cristiano continuava a negare loro il diritto a un’autentica assimilazione.

Che tuttavia la terra indicata, la Palestina, fosse priva di abitanti, era una falsità a fini politici.

Oggi la chiameremmo fake news.

 

Il conflitto fra israeliani e palestinesi è antico.

Il tempo, che di solito placa i rancori, in questo caso li ha inaspriti.

È cominciato alla fine del XIX secolo con l’arrivo in Palestina dei primi sionisti dall’Europa orientale;

è proseguito in diverse forme lungo tutto il XX, e nel XXI non dà segni di accomodamento.

Allora non esisteva un risorgimento nazionale palestinese:

nell’impero ottomano quel territorio era parte della Grande Siria.

Furono gli inglesi, alla fine della I Guerra Mondiale, a impadronirsene e a creare il mandato di Palestina in quella che oggi è Israele, Gaza e Cisgiordania.

 

Un nazionalismo arabo palestinese incominciò a prendere corpo osservando la crescita e l’organizzarsi di un nazionalismo ebraico:

 una bandiera, un inno, una milizia, scuole, una banca, il sindacato Stardust.

 Sin dall’inizio furono pochi i tentativi di creare una stabile convivenza. Anche il sindacato ebraico di matrice marxista stabiliva che gli operai arabi dovessero avere salari inferiori a quelli degli ebrei.

 

Il primo scontro dell’infinito conflitto fra ebrei e palestinesi, avvenne nel 1918, un anno dopo la conquista britannica.

Un gruppo di studenti ebrei con il loro insegnante issarono uno striscione inneggiante al sionismo sulla porta di Jaffa nella città vecchia.

Due giovani palestinesi, un cristiano e un musulmano, assalirono il gruppo e strapparono lo striscione.

 I due ragazzi furono condannati a scusarsi con l’insegnante che avevano colpito con l’asta della sua bandiera, e a pagare lo striscione distrutto. In seguito non sarebbe più andata così.

Dai timidi tentativi di comunicare, le due comunità scivolarono sempre più verso la completa incomprensione.

“Non sono a favore di nessuno ma di entrambi”, scrisse nelle sue memorie “Ronald Storr”, il primo governatore britannico della Palestina. “Due ore di lamentele arabe mi spingono in una sinagoga;

dopo un corso intenso di propaganda sionista sono pronto ad abbracciare l’Islam”.

 Un sentimento che nei decenni successivi avrebbero provato molti corrispondenti.

Ci fu una prima sanguinosa rivolta araba nel 1929 con 133 ebrei e 116 palestinesi uccisi.

 La “Grande rivolta” avvenne fra il 1936 e il 39: per la prima volta gli arabi chiesero l’indipendenza e protestarono contro le politiche britanniche a favore della migrazione ebraica.

 In pochi anni gli ebrei di Palestina passarono da 56 a 320mila.

 

La calma non fu più ripristinata fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e lo scontro riprese immediatamente dopo.

Entrambi i nemici fecero ampio uso di metodi terroristici.

Stanchi di perdere uomini, denaro e tempo, nel 1947 gli inglesi posero fine al loro mandato e affidarono alle Nazioni Unite, quello che l’ultimo alto commissario definì “Una Palestina intera”.

Come nel Sub-continente indiano e in diverse altre parti del mondo, il compito dell’Onu fu invece quello di preparare un piano di spartizione fra uno stato ebraico e uno arabo.”

 

Istigati dai paesi arabi circostanti, il cui obiettivo non era promuovere uno stato palestinese ma spartirsi il territorio, i palestinesi rifiutarono il compromesso.

 La guerra fu totale, parteciparono tutti i paesi arabi della regione: non con i loro eserciti ma mandando contingenti impreparati e male armati. Anche gli ebrei lo erano ma rappresentavano la crema dell’intelligenza europea che l’Europa aveva perseguitato; i paesi arabi erano sottosviluppati.

Lo stato ebraico appena nato conquistò più territorio di quello che era stato offerto dall’Onu.

Nel 1948 oltre 700mila palestinesi furono cacciati o fuggirono dalle loro terre.

Fu la Nakba, la catastrofe, che ogni 15 maggio viene celebrata con dolore.

 Lo stesso giorno in cui gli israeliani festeggiano il loro Independence Day.

Altre centinaia di migliaia di palestinesi sarebbero diventati profughi nel 1967.

 

“Il mio è un appello urgente a causa della mobilitazione delle forze del fondamentalismo atavico sia fra i sionisti che fra gli arabi. In assenza di una modica quantità di giustizia per il popolo palestinese queste forze potrebbero rovinare anche nel secolo a venire le vite delle generazioni non ancora nate”.

 Lo scrisse nel 1992 Rashid Khalid, un famoso professore palestinese che insegnava ad Harvard.

Era la prefazione del suo “Tutto quel che resta”, il volume che voleva salvare la memoria dei 418 villaggi palestinesi distrutti nel 1948, durante la Nakba:

dove, quanta gente, cosa producevano.

 Non c’è stata alcuna modica giustizia proposta da Khalid.

Ha vinto il “fondamentalismo atavico” delle due parti.

Guerra Iran-Occidente, il mondo

si ridisegna: cosa sta davvero

accadendo dietro il nuovo terremoto

geopolitico.

 Triesteallnews.it – (5 Marzo 2026) - Stefano Silvio Draganti – ci dice:

 

05.03.2026 – Premessa – L’attacco americano–israeliano contro l’Iran continua incessantemente: siamo al quinto giorno di combattimenti.

L’Iran risponde, oggettivamente, con sempre meno capacità ed efficacia.

Non emergono, al momento, evidenze che possano far prevedere una fine imminente del conflitto.

 Nell’articolo di oggi, allo scopo di comprendere meglio le dinamiche politiche e militari in atto, poniamo la lente d’ingrandimento su alcune posizioni americane, israeliane, russe e cinesi, alcune delle quali spesso poco rappresentate dai media.

Dare la parola a tutti, senza pregiudizi né manipolazioni.

Conferenza stampa del Segretario alla Guerra, “Pete Hegseth” – 4 marzo 2026.

Desidero proporvi la lettura di alcuni stralci di questa conferenza stampa, perché ci fornisce elementi operativi dell’operazione militare complessa “Epic Fury” in atto, utili alla comprensione della situazione generale.

 Dal sito statunitense del Dipartimento della Guerra, infatti, si legge:

Nel corso della seconda conferenza stampa del “Dipartimento della Guerra” dopo il lancio dell’operazione “Epic Fury” da parte di Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano il 28 febbraio, il Segretario alla Guerra “Pete Hegseth” e il generale dell’Aeronautica “Dan Caine”, presidente dello “Stato Maggiore Congiunto”, hanno affermato oggi che l’America sta compiendo decisivi progressi offensivi nel conflitto.

“Sono qui oggi davanti a voi con un messaggio inequivocabile sull’operazione “Epic Fury”:

 l’America sta vincendo in modo decisivo, devastante e senza pietà”, ha dichiarato Hegseth ai media dalla sala stampa del Pentagono.

 “Siamo solo al quarto giorno di questa operazione e i risultati sono stati incredibili, storici, davvero.

Solo gli Stati Uniti potevano guidare questa missione.

Ma se si aggiungono le “Forze di Difesa Israeliane”, una forza dalle capacità devastanti, la combinazione è pura distruzione per i nostri avversari iraniani islamici radicali”, ha detto “Hegseth”.

 

Nel suo intervento, “Caine” ha ribadito che la missione congiunta su tre fronti di Stati Uniti e Israele nella regione è quella di colpire ed eliminare i sistemi missilistici balistici dell’Iran, distruggere la marina iraniana e garantire che l’Iran non possa ricostruire o ricostituire la propria capacità o potenza di combattimento, incluso assicurare che il Paese non ottenga mai armi nucleari.

“Caine” ha precisato che c’è stato un calo complessivo dell’86% nei lanci di missili balistici iraniani dal primo giorno dei combattimenti e un calo del 23% solo nelle ultime 24 ore.

 Inoltre, ha aggiunto che si registra una diminuzione del 73% nei colpi di droni d’attacco iraniani unidirezionali sparati dall’inizio del conflitto.

 Per quanto riguarda la potenza aerea, “Hegseth” ha affermato che le forze statunitensi e israeliane sono pronte ad assumere il controllo completo dello spazio aereo iraniano entro i prossimi giorni.

“Spero che tutti coloro che guardano capiscano cosa significano spazio aereo incontrastato e controllo completo:

significa che voleremo tutto il giorno e tutta la notte, trovando, colpendo e distruggendo i missili e la base industriale di difesa dell’esercito iraniano;

trovando e colpendo i loro leader e i loro comandanti militari; sorvolando Teheran, con i leader iraniani che guardano in alto e vedono solo la potenza aerea statunitense e israeliana ogni minuto di ogni giorno, finché non decideremo che è finita e che l’Iran non potrà farci nulla”, ha detto “Hegseth”.

 

In mare, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato ieri che più di 20 navi della marina iraniana sono state distrutte, tra cui l’affondamento di una nave da combattimento iraniana nell’Oceano Indiano da parte di un sottomarino d’attacco veloce della marina statunitense.

È la prima volta dal 1945 che un sottomarino statunitense utilizza un siluro Mark 48 per affondare una nave nemica, ha osservato” Caine”. “Voglio ricordare a tutti che questa è una dimostrazione incredibile della portata globale dell’America. Stanare, trovare e uccidere un agente fuori area è qualcosa che solo gli Stati Uniti possono fare su questa scala”, ha affermato.

Ha aggiunto che, poiché molti dei leader iraniani di alto rango sono stati uccisi nel primo giorno dell’operazione “Epic Fury”, l’esercito non è in grado di comunicare in modo efficace né, tantomeno, di organizzare un’offensiva coordinata e sostenuta.

“…Epic Fury ha già scatenato una potenza aerea doppia rispetto alla fase iniziale ‘shock and awe’ dell’”Operazione Iraqi Freedom nel 2003”. Guardando al futuro, Caine ha affermato che il “Centcom” continuerà a colpire le infrastrutture del regime, tra cui la caccia e l’eliminazione dei lanciatori di missili balistici e delle capacità di attacco unidirezionale, oltre a continuare ad attaccare le capacità navali dell’Iran.

“Siamo solo all’inizio”, ha affermato “Hegseth”.

(Conferenza completa nel link in descrizione: war.gov/News/News-Stories/Article/Article/4420831/four-days-in-hegseth-caine-say-us-making-decisive-progress-in-iran/).

 

La percezione del “Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs” dell’attuale complesso mondo persiano, con particolare riferimento al famigerato Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran, stimati in oltre 200mila unità).

 

L’analisi che segue è stata redatta da “Oded Ailam”, esperto analista ed ex responsabile della “Divisione controterrorismo del Mossad”, come noto l’intelligence estera israeliana.

Desidero proporvela integralmente perché non solo ci offre uno spaccato decisamente diverso da quello che solitamente ascoltiamo, ma anche perché ci permette di comprendere meglio la percezione israeliana dell’attuale Repubblica Islamica dell’Iran, che, come noto, viene da sempre considerata da Gerusalemme una “minaccia esistenziale”.

 “Da quando ha preso il controllo dell’Iran quasi cinquant’anni fa, il Corpo delle “Guardie della Rivoluzione Islamica” (IRGC) ha costruito qualcosa di raro nella storia:

un progetto politico-religioso che è riuscito a rimodellare il Medio Oriente.

La rivoluzione del 1979 non è stata semplicemente un cambio di regime. È stato un terremoto culturale.

Per secoli gli sciiti erano stati una minoranza perseguitata, dispersi come polvere tra montagne e città, non più di un quinto della popolazione nel mare sunnita che li circondava.

 Improvvisamente è sorto uno Stato che ha dato loro un nome, un volto e una voce.

Da Teheran è arrivato il messaggio:

lo sciismo non è più una setta vittima che nuota sotto i colpi.

 È una fonte di potere, il cuore pulsante di una rivoluzione globale.

Per anni è sembrato che il motore della rivoluzione non facesse altro che rafforzarsi.

La rivoluzione ha esteso le sue braccia in tutto il mondo:

Sud America, Libano, Iraq, Yemen, Sudan.

Anche quando alcune parti scricchiolavano, anche quando il fumo saliva dal suo interno, continuava a muoversi.

Ma i motori che ignorano le spie luminose non funzionano per sempre.” Ora le cose stanno iniziando a incepparsi.

Una serie di errori colossali, una cattiva interpretazione dell’amministrazione americana, una sottovalutazione della comunità internazionale e la dipendenza da mecenati infidi, Russia e Cina, hanno condotto la leadership iraniana sull’orlo dell’abisso.

Ciò che è stato costruito nel corso di decenni come un palazzo di fiducia rivoluzionaria ora inizia ad apparire come un magnifico edificio le cui fondamenta stanno lentamente sprofondando nella sabbia.

 

Ed è proprio in momenti come questi, quando un giocatore si rende conto che la partita è finita, che emerge il vero carattere.

La condotta dell’Iran e dei suoi alleati, che sparano contro gli Stati vicini e allargano i fronti di guerra, non è un’espressione di forza.

Assomiglia piuttosto a un giocatore di scacchi che, in preda alla rabbia, fa cadere i pezzi dalla scacchiera mentre si avvicina lo scacco matto: rumore, caos e inutilità.

In queste crepe si insinua la questione della successione.

Il nome che ricorre più volte è “Mojtaba Khamenei”, figlio della Guida Suprema.

 Eppure Mojtaba non è un leader cresciuto nella tradizione religiosa: non ha spina dorsale nella legge religiosa, non possiede l’aura di un ecclesiastico erudito e non ha una vera esperienza militare al suo attivo. Se nominato, sarà una sedia senza gambe, una figura che detiene il titolo ma è detenuta dalle Guardie Rivoluzionarie.

Non un leader che guida il sistema, ma un burattino che il sistema pone su un piedistallo.

Accanto a lui aleggia anche l’ombra di un’altra possibile nomina, “Ahmad Vahidi”, ex ministro della Difesa, comandante di alto rango delle Guardie, e ricercato a livello internazionale per il suo coinvolgimento nell’attentato del 1994 al centro della comunità ebraica di Buenos Aires.

Il suo nome è un silenzioso promemoria del carattere dell’élite della sicurezza che crede di poter governare lo Stato:

persone cresciute in una cultura in cui la violenza non è un fallimento della politica, ma uno strumento operativo.

 

In pratica è chiaro da tempo chi governa il Paese.

 Le Guardie Rivoluzionarie non sono semplicemente un esercito: sono un impero.

Economicamente e ideologicamente, a loro avviso, l’attuale campagna è un’unica battaglia, la battaglia di Karbala che si ripete di generazione in generazione.

 La storica battaglia in cui fu versato il sangue di” Husayn ibn Ali” è diventata la lente attraverso cui leggono la realtà.

Ogni scontro è un nuovo capitolo nell’eterno dramma di una minoranza fedele contro un mondo ostile e, quindi, ogni compromesso sembra un tradimento.

Questa logica spiega anche la pressione esercitata su Hezbollah.

Le Guardie Rivoluzionarie hanno chiarito all’organizzazione in Libano: se non si aderisce ora, il rapporto finisce.

 Hezbollah si è trovato tra l’incudine e il martello.

Un rifiuto l’avrebbe separata dal suo protettore a Teheran, dal denaro, dalle armi e dall’ideologia, e il suo destino di organizzazione religiosa rivoluzionaria sarebbe stato segnato.

Eppure entrare nello scontro avrebbe potuto accendere un fuoco in Libano, anche tra gli sciiti che non ardono più per la rivoluzione.

La scelta di Hezbollah ne ha di fatto segnato il destino.

Qual è esattamente la strategia delle Guardie Rivoluzionarie?

Credono in uno scenario di redenzione differita:

 è sufficiente infliggere perdite agli americani, chiudere gli stretti e attaccare gli Stati petroliferi.

 I prezzi del petrolio saliranno alle stelle e l’opinione pubblica statunitense costringerà Trump a porre fine al conflitto.

Eppure, anche in questo caso, potrebbero leggere una vecchia mappa. Invece di un ritiro americano, la pressione potrebbe convergere verso l’interno e trasformarsi in un anello sempre più stretto attorno al collo del regime stesso.

Un’altra settimana di scontri potrebbe iniziare a disgregare le maglie della situazione.

 Le diserzioni nell’esercito regolare e l’erosione all’interno delle Guardie Rivoluzionarie non sono più scenari teorici.

Parti dell’esercito potrebbero diventare “lampeggianti”:

non ribellione, ma semplicemente una presenza che svanisce. I

n quel vuoto probabilmente entreranno le minoranze: i curdi nel nord-ovest, i beluci nel sud-est, gli ahwazi e altri.

Quando il cuore smette di mandare sangue, gli arti iniziano a muoversi secondo le proprie leggi.

 E se le masse scenderanno in piazza, come hanno già fatto ripetutamente, in ondate di protesta che crescevano ogni volta, l’Iran sarà travolto da una tempesta senza sovranità.

Così la rivoluzione del 1979 potrebbe giungere alla sua ora finale.

Quella che era stata costruita come una fortezza si rivelerà un palazzo di vetro, imponente dall’esterno ma fragile al tatto.

E poi un antico proverbio persiano, che i persiani conoscevano molto prima che l’Islam si stabilisse nella loro terra, si rivelerà di nuovo vero:

“La candela che si presenta come il sole si spegne per prima.”

 

(Analisi completa nel link in descrizione: jcfa.org/the-irgc-faces-defeat/).

Dichiarazioni alla stampa della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

Nella serata del 4 marzo u.s. i media russi hanno pubblicato una lunga e articolata conferenza stampa della portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Desidero proporvela in alcuni passaggi, sia perché emerge chiaramente la “forte irritazione russa” per la deriva medio-orientale, sia perché appare evidente come il focus centrale per Mosca rimanga l’Ucraina, unitamente all’atteggiamento ritenuto “ostile” dell’Europa, con particolare riferimento a Francia e Gran Bretagna.

Nella conferenza, inoltre, vengono spesso utilizzati toni aspri, non certo diplomatici, con esplicito riferimento al presidente ucraino.

 Dai media russi e dal portale del Ministero degli Esteri di Mosca leggiamo:

 

Crisi in Medio Oriente.

“Stiamo osservando con grande preoccupazione ciò di cui abbiamo ripetutamente parlato in precedenza e di cui il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha parlato dettagliatamente.

 Vediamo — e ora tutti hanno le idee chiare — che stiamo assistendo a un’escalation di tensione senza precedenti nella regione, derivante da un attacco immotivato all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Attraverso le loro azioni irresponsabili e sconsiderate, Washington e Tel Aviv stanno — permettetemi di usare un’espressione che forse non è ampiamente utilizzata nel diritto internazionale ma che descrive accuratamente ciò che sta accadendo sul campo — scatenando il caos, violando palesemente norme e principi del diritto internazionale e umanitario e facendo sprofondare la regione sempre più nel caos.

 La comunità internazionale deve fornire una valutazione oggettiva e intransigente di questi atti di illegalità.”

“In realtà Washington non lo nasconde più e dichiara apertamente di volere un cambio di regime in Iran.

 Il fallimento dello scenario della rivoluzione colorata ha innescato i drammatici eventi.

A gennaio gli oppositori della Repubblica Islamica hanno tentato senza successo di imporlo alla società iraniana e al popolo iraniano, che ha vissuto per lunghi anni sotto il peso delle sanzioni.

Questo peso non è nato dal nulla.

Ha i suoi artefici e i suoi esecutori: tutti coloro che in realtà volevano cambiare il regime in Iran.

In precedenza si sono affidati a sanzioni illegali e illegittime, alla morsa del blocco economico e a ogni altro metodo possibile.

 Quando anche questo è fallito sono passati allo scenario successivo.

Gli attuali appelli dei Paesi occidentali agli iraniani affinché «prendano il potere nelle proprie mani» non sono una coincidenza.

 Ripeto ancora una volta ciò che tutti sanno:

 si tratta di un’ingerenza vergognosa negli affari interni di uno Stato sovrano.

È ancora più cinico e disumano ascoltare appelli agli iraniani affinché prendano, come dice l’Occidente, il potere nelle proprie mani in un momento in cui lo stesso Occidente sta letteralmente strappando le mani agli iraniani.”

 

Francia e Gran Bretagna.

 

L’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron circa l’intenzione di Parigi di avviare un’espansione opaca del suo arsenale nucleare — uno sviluppo intrinsecamente destabilizzante — deve essere considerato in un contesto più ampio.

Questa mossa, accompagnata da una retorica ostile nei confronti del nostro Paese (non è chiaro perché abbia scelto questo momento storico per ricordarcelo), è pienamente in linea con le tendenze fortemente negative che si stanno cristallizzando, sotto gli slogan anti-russi della NATO, nella sfera militare-nucleare.

Come leader di una potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il presidente Macron avrebbe potuto ritenere opportuno riflettere — forse persino lanciare un appello — sulla situazione in Medio Oriente.

Ad esempio, assistendo ad attacchi vicino a impianti nucleari, avrebbe potuto lanciare avvertimenti, esortare alla moderazione e sottolineare i rischi associati.

 Avrebbe potuto istruire i rappresentanti francesi presso l’AIEA ad adottare la posizione evidentemente necessaria e l’unica corretta: richiamare l’attenzione su come il programma nucleare iraniano sia stato manipolato non per migliorare la sicurezza globale, ma per perseguire obiettivi a breve termine, cambi di regime e così via.

Avrebbe potuto usare la sua eloquenza sulle piattaforme internazionali per mettere in luce il ricatto nucleare, così di moda oggigiorno.

Ma no.

 Abbiamo invece notato l’attenzione di Macron su altre questioni, indirizzando inspiegabilmente altrove la sua abilità retorica.

 

In precedenza la Gran Bretagna aveva annunciato un approccio sostanzialmente analogo a quello ora adottato dalla Francia, avendo recentemente avviato una significativa espansione del proprio arsenale nucleare nazionale e riducendone al contempo la trasparenza.

Inoltre, in base agli accordi tra Stati Uniti e Regno Unito, Londra acquisirà — oltre alla sua attuale componente marittima — sistemi di lancio nucleare aviotrasportati e, con il consenso degli Stati Uniti, l’accesso alle bombe nucleari americane di recente dispiegamento sul suolo britannico.

 Ciò aumenterà ulteriormente il numero di testate che questo Paese potrebbe utilizzare in un potenziale conflitto.

Oltre a rafforzare le proprie capacità militari nucleari nazionali, Gran Bretagna e Francia stanno collaborando con gli alleati per creare un cosiddetto “deterrente nucleare paneuropeo”, indipendente o autonomo.

 I primi tentativi ipocriti di presentarlo come un’alternativa all’ombrello nucleare americano hanno rapidamente ceduto il passo ad ammissioni evidenti:

si tratta di un’espansione della componente nucleare europea della NATO, che si affianca alle attuali “missioni nucleari congiunte” dell’Alleanza, basate sulle armi nucleari statunitensi.

 In questo modo il potenziale nucleare complessivo della NATO viene significativamente rafforzato:

una capacità che, in un conflitto militare diretto con la Russia, potrebbe essere coordinata non solo attraverso il suo segmento europeo, ma anche nella sua interezza, incluso l’arsenale statunitense.

 

Crisi ucraina.

Il regime neonazista della “banderuola”, con il pretesto della cosiddetta convenienza militare, continua a violare il diritto internazionale umanitario, a perpetrare attacchi terroristici e a sfogare sui civili la propria frustrazione per i fallimenti sul campo di battaglia.

 Le Forze armate ucraine (AFU) hanno nuovamente deliberatamente preso di mira strutture puramente civili — edifici residenziali, istituti medici ed educativi, imprese civili e sociali estranee al complesso militare-industriale — utilizzando droni e lanciarazzi multipli.

Nell’ultima settimana, devo ribadire, sono stati colpiti più di 150 civili, tra cui un bambino.

Ventidue persone hanno perso la vita.

 Temendo tagli al sostegno militare e finanziario occidentale con l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente, Vladimir Zelensky sta lottando per rimanere sotto i riflettori.

 Ora ne abbiamo sentite e viste parecchie.

 Sappiamo di quali sostanze si è fatto, ma mi sembra che sia passato a sniffare lucido da scarpe.

Secondo Bloomberg, il 2 marzo ha annunciato che Kiev è pronta ad aiutare i Paesi mediorientali a combattere i droni iraniani. Manualmente, presumibilmente.

Ha anche suggerito che i leader delle monarchie del Golfo potrebbero usare i loro “eccellenti” rapporti con la Russia per convincere Mosca a implementare un cessate il fuoco di un mese.

 

Un’altra citazione diretta di Zelensky:

«Non appena sarà in vigore un cessate il fuoco, invieremo i nostri migliori operatori di intercettori di droni in Medio Oriente, in modo da poter aiutare i Paesi mediorientali a proteggere i civili».

Viene da chiedersi: si tratta di una sconcertante incompetenza o solo di menzogne sataniche?

 Proteggere i civili?

 Quali civili Zelensky intende proteggere?

 Il suo curriculum è fatto di uccisioni.

Il suo obiettivo principale sembra essere quello di versare più sangue possibile con questi attacchi terroristici.

E questi “operatori” — ha intenzione di radunarli dalle strade delle città ucraine?

Sapete, quelli trascinati fuori dai loro appartamenti e dalle loro case? Quelli che questi ladri di persone sparano quando si rifiutano di salire volontariamente sulle “automobili dei ladri”?

Ha intenzione di inviare proprio questi specialisti in Medio Oriente o ne hanno un’altra scorta da qualche parte?

Questo è particolarmente pertinente ora, quando persino i funzionari della Casa Bianca hanno ammesso pubblicamente di aver avviato colloqui con l’Iran solo come cortina fumogena per preparare la propria operazione.

 Zelensky sta ancora una volta usando la questione del cessate il fuoco come tattica manipolatoria, come se credesse davvero che qualcuno possa cascarci.

La realtà è che Kiev, che insiste costantemente con i suoi sponsor per ottenere maggiori forniture di difesa aerea, non è assolutamente in grado di aiutare nessuno in alcun modo.

 È tutto un bluff, alimentato dall’esigenza personale di Zelensky di rubare un po’ di scena al conflitto in Medio Oriente.

È tutto per finta, per far credere che siano i buoni.

(Conferenza stampa completa nei link in descrizione: mid.ru/en/foreign_policy/news/2084103/

tass.com/politics/2096327).

 

Una posizione cinese diplomatica da comprendere.

In questa ultima parte desidero porre alla vostra attenzione tre brevi resoconti relativi ai contatti intervenuti, in questi primi giorni di marzo, tra il ministro degli Esteri cinese e i suoi omologhi dell’Iran, dell’Arabia Saudita e di Israele.

I toni sono tipici del linguaggio diplomatico e sembrano diretti a evidenziare una Cina “chiaramente irritata” ma, al tempo stesso, disponibile alla mediazione.

Un approccio culturale diverso, non facilmente decifrabile con i nostri parametri occidentali.

 

Colloquio telefonico tra Wang Yi e il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.

 

Il 2 marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi, su richiesta di quest’ultimo.

Il ministro Abbas Araghchi ha informato Wang Yi sugli ultimi sviluppi della situazione in Iran, sottolineando che gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iran per la seconda volta durante i negoziati in corso.

Sebbene le due parti abbiano compiuto progressi positivi nell’ultimo round di negoziati, l’azione degli Stati Uniti viola tutte le leggi internazionali e calpesta, arrivando perfino a oltrepassare, la linea rossa dell’Iran.

 La parte iraniana non ha altra scelta che difendersi a tutti i costi.

 La Cina ha espresso pubblicamente la sua richiesta di equità e giustizia e l’Iran spera che continui a svolgere un ruolo proattivo nel prevenire l’escalation delle tensioni nella regione.

Wang Yi ha ribadito la posizione di principio della Cina sulla situazione attuale in Iran. H

a osservato che la Cina apprezza la tradizionale amicizia tra Cina e Iran e sostiene l’Iran nel salvaguardare la propria sovranità, sicurezza, integrità territoriale e dignità nazionale, nonché nel difendere i propri diritti e interessi legittimi.

Wang Yi ha inoltre affermato che la Cina ha esortato Stati Uniti e Israele a cessare immediatamente le azioni militari per evitare un’ulteriore escalation delle tensioni e impedire che il conflitto si espanda all’intera regione del Medio Oriente.

 La Cina ritiene che, nell’attuale situazione grave e complessa, l’Iran manterrà la propria stabilità nazionale e sociale, prenderà sul serio le legittime preoccupazioni dei Paesi vicini e garantirà la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni cinesi presenti in Iran.

Seyed Abbas Araghchi ha osservato che la parte iraniana farà tutto il possibile per garantire la sicurezza del personale e delle istituzioni cinesi.

 

Colloquio telefonico tra il ministro Wang Yi e il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.

Il 3 marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, su richiesta.

 Dopo aver ascoltato il briefing di Gideon Sa’ar sulle posizioni di Israele rispetto alla situazione attuale, Wang Yi ha osservato che la Cina sostiene costantemente la risoluzione delle questioni internazionali e regionali più critiche attraverso il dialogo e la consultazione.

Tutte le parti dovrebbero rispettare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e astenersi dall’uso o dalla minaccia dell’uso della forza nelle relazioni internazionali.

Ciò è anche nell’interesse fondamentale di tutte le parti coinvolte, incluso Israele.

Nel corso degli anni la Cina si è impegnata a promuovere una soluzione politica della questione nucleare iraniana.

 I recenti negoziati tra Iran e Stati Uniti avevano registrato notevoli progressi, tenendo conto anche delle preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza.

 Purtroppo questo processo è stato interrotto dagli attacchi militari.

La Cina si oppone a tali attacchi lanciati da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran.

L’uso della forza non può realmente risolvere i problemi.

Al contrario, ne creerà di nuovi e lascerà gravi conseguenze.

 Il vero valore della potenza militare non risiede nel campo di battaglia, ma nella prevenzione della guerra.

La Cina chiede quindi l’immediata cessazione delle azioni militari per impedire che il conflitto si inasprisca ulteriormente e diventi incontrollabile.

Sulla questione mediorientale la Cina mantiene sempre una posizione equa e continuerà a svolgere un ruolo costruttivo nel ridurre l’escalation della situazione.

Wang Yi ha inoltre invitato Israele ad adottare misure concrete per garantire la sicurezza del personale e delle istituzioni cinesi.

Sa’ar ha osservato che Israele attribuisce grande importanza a questo aspetto e che agirà di conseguenza.

 

Colloquio telefonico tra il ministro Wang Yi e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud.

 

Il 4 marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud.

Faisal bin Farhan Al Saud ha informato Wang Yi sugli ultimi sviluppi della situazione in Medio Oriente, affermando che l’Arabia Saudita non desidera vedere la regione coinvolta in una guerra.

Tuttavia è preoccupante che il conflitto continui a diffondersi e mostri segnali di ulteriore escalation.

L’Arabia Saudita ha dato prova di moderazione, pur riservandosi il diritto all’autodifesa, ed esprime la speranza che la crisi possa essere evitata da un’ulteriore escalation e avviata verso una de-escalation.

L’Arabia Saudita apprezza l’enfasi posta dalla Cina sulla sicurezza e sulla stabilità regionale, nonché il suo ruolo attivo in tal senso.

La parte saudita è pronta a intensificare la comunicazione e il coordinamento con la Cina per promuovere la pace, porre fine alle ostilità e raggiungere rapidamente la stabilità in Medio Oriente.

Wang Yi ha affermato che l’estensione del conflitto in Medio Oriente, che colpisce i Paesi del Golfo — tra cui l’Arabia Saudita — non è ciò che la Cina desidera vedere. Indipendentemente dalle giustificazioni addotte, l’uso indiscriminato della forza è inaccettabile e qualsiasi attacco contro civili innocenti e obiettivi non militari dovrebbe essere condannato.

 La Cina apprezza la moderazione dell’Arabia Saudita e il suo impegno a favore di mezzi pacifici per risolvere le divergenze.

La riconciliazione tra i Paesi della regione è stata duramente conquistata e merita di essere apprezzata e promossa.

La Cina è sempre stata una forza costante per la pace, è pronta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo e invierà il suo inviato speciale sulla questione mediorientale nei Paesi della regione per favorire la mediazione.

 La parte cinese esorta fermamente tutte le parti a cessare le azioni militari, a riprendere al più presto il dialogo e i negoziati e a prevenire un’ulteriore escalation delle tensioni.

(Testi completi nel link in descrizione: fmprc.gov.cn/eng/).

Conclusione –

Stiamo assistendo a una reale rivoluzione geopolitica globale, a una progressiva spartizione del mondo in “nuove” aree di influenza.

In tale contesto merita grande attenzione la posizione netta del Vaticano, che invita a guardare profondamente dentro noi stessi con un senso etico autentico, privo di menzogne esistenziali.

In particolare, recentemente Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, di fronte ai raid contro l’Iran ha voluto ribadire la posizione costante della Santa Sede:

 «La pace e la sicurezza devono essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali».

Il porporato ha ricordato lo spirito che animò i fondatori dell’ONU dopo la Seconda guerra mondiale — evitare ai popoli l’orrore già sperimentato — e ha constatato come oggi quello sforzo multilaterale appaia indebolito.

 «Si va sostituendo una diplomazia della forza», ha affermato, con Stati o gruppi di alleati che ritengono di poter «perseguire la pace mediante le armi».

Su questo sfondo si colloca il tema della cosiddetta “guerra preventiva”, invocata come motivazione dell’attacco.

Parolin ha rimarcato con forza che il ricorso alla forza può essere considerato solo come «ultima e gravissima istanza», dopo aver esaurito ogni canale politico e diplomatico, e sempre all’interno di un quadro multilaterale.

Riconoscere agli Stati il diritto a un’azione preventiva significa spalancare la porta a un mondo «in fiamme».

«Alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza», ha avvertito il cardinale, «con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».

(Stefano Silvio Draganti già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri.)

(Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.)

 

(È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Edition, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.)

 

 

 

 

 

 

La follia dell’attacco all’Iran:

fermare le lancette dell’Orologio

della Mezzanotte

Patriaindipendente.it - Gianfranco Pagliarulo – (2 -03 – 2026) – ci dice:

 

Un conflitto dall’esito totalmente imprevedibile; scoperchiato il vaso di Pandora con l’assassinio di Khamenei; non dobbiamo schierarci, ma dobbiamo sfilarci dal parossismo bellicista; il contrasto al riarmo come urgente necessità politica per uscire dal vortice delle guerre.

 

(28 febbraio 2026. Il presidente Usa Donald Trump monitora l’“Operazione Epic Fury”, l’attacco all’Iran -Imago economica, via Casa Bianca).

Comunque vada a finire, l’Unione Europea e in particolare l’Italia non devono essere coinvolte nel conflitto scatenato dall’attacco all’Iran.

 La ragione è semplice:

Trump e Netanyahu hanno avviato una guerra dall’esito totalmente imprevedibile.

Lo afferma il Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres: “l’azione militare – ha detto – comporta il rischio di innescare una catena di eventi che nessuno può controllare, nella regione più instabile del mondo”.

(Lo ayatollah Khamenei ucciso a Teheran il 28 febbraio 2026 - Imago economica)

Non siamo davanti soltanto a un’aggressione militare su vastissima scala, ancorché minimizzata dalla quasi totalità dei media italiani secondo l’abusato criterio del doppio standard; con l’assassinio di Khamenei, “guida suprema dell’Iran”, si è scoperchiato il vaso di Pandora, perché l’ayatollah era sì il simbolo della classe dirigente conservatrice del Paese, ma era anche il capo spirituale degli sciiti, che, assieme ai sunniti, costituiscono i due grandi rami dell’Islam.

 

(Area di diffusione dell’Islam: in arancione i territori a maggioranza sciita).

Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, che nella geografia interna alle gerarchie politiche del Paese è da considerarsi un riformista moderato, ha dichiarato che “l’assassinio della più alta autorità politica della Repubblica islamica dell’Iran e di un importante leader dello sciismo mondiale è percepito come un’aperta dichiarazione di guerra contro i musulmani, e contro gli sciiti, in tutto il mondo”. Questo è il punto.

 

(1° marzo, riunione di Netanyahu con il ministro della Difesa e i vertici del Mossad, e delle forze armate israeliane -Imago economica).

Nell’Islam gli sciiti sono una minoranza – circa il 15% – ma sono maggioranza in Iran, Iraq, Bahrein, Azerbagian, e sono fortemente presenti in Libano, in Yemen, in Pakistan, dove, dopo l’assassinio di Khamenei, è stata assaltata l’ambasciata americana.

 Si stima che i musulmani nel mondo siano poco meno di due miliardi, circa un quarto del totale della popolazione del pianeta.

È prevedibile che l’assassinio di un leader spirituale possa scatenare un’ondata di odio e di desiderio di vendetta. Contro chi?

 Ma contro l’Occidente, ovviamente, rappresentato da due leader che sempre più e più di ogni altro sono ritenuti pressappoco dei fuorilegge internazionali.

 

(Imago economica, Giulia Parmigiani).

Non c’è dubbio sul fatto che Khamenei fosse un violento oscurantista, responsabile delle spietate repressioni nei confronti delle manifestazioni di protesta degli ultimi anni.

Tali manifestazioni sono state giustamente sostenute dall’Anpi, a difesa dei diritti civili e più in generale dei diritti umani, a cominciare da quelli delle donne, anche a causa della efferata spietatezza delle punizioni e delle esecuzioni da parte del regime di Teheran.

Ma non va dimenticato che il regime è sostenuto da parti fondamentali, probabilmente maggioritarie, della popolazione iraniana, e che comunque, davanti ai bombardamenti israeliani e americani, è naturale un compattamento popolare a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della patria, a maggior ragione considerando la profonda impopolarità (per usare un eufemismo) di cui Stati Uniti e Israele godono in Iran.

 

(Iran, durante gli attacchi è stata colpita una scuola - Imago economica).

Indipendentemente dall’esito del conflitto, è perciò prevedibile un’ondata di ostilità verso l’Occidente che potrà trasformarsi, come la storia insegna (ma non ha scolari, come scriveva Gramsci), in una serie di attentati terroristici.

 

Sta di fatto che a pochi giorni dall’inizio dei bombardamenti la guerra ha già una dimensione regionale a causa della reazione iraniana che ha colpito le Petro-monarchie alleate degli Stati Uniti, oltreché – per inciso – sunnite.

Ed ha anche un risvolto che colpisce immediatamente l’economia mondiale:

i pasdaran hanno immediatamente chiuso lo Stretto di Hormuz, rotta strategica per il trasporto marittimo di petrolio.

 

(Barili di petrolio. Imago economica, Carlo Carino by Ai Midi).

È evidente la supremazia militare degli Stati Uniti e di Israele, ma è in parte oscura la reale capacità di resistenza e di contrattacco dell’Iran;

 né sono ancora del tutto definite le reazioni della Russia e della Cina, la prima alleata di Teheran a sua volta fornitrice di droni nella guerra contro l’Ucraina, e la seconda fondamentale importatrice del petrolio iraniano. Entrambi questi Paesi si sono finora limitati ad aspre dichiarazioni di condanna dell’aggressione.

Ma si limiteranno a questo?

Peraltro l’obiettivo di Trump, alle prese con l’incolmabile debito degli Stati Uniti, è quello di accaparrarsi con ogni mezzo ogni tipo di risorsa; l’acquisizione forzosa del petrolio venezuelano, assieme a quella probabile dell’Iran, ove gli Stati Uniti vincessero il conflitto con un cambio di regime a loro favorevole, strozzerebbe ancora di più l’approvvigionamento energetico di Pechino rendendo plausibile ogni tipo di risposta.

Di che natura?

La politica estera del gigante asiatico non fa pensare tanto a un intervento militare in Medio Oriente, quanto a radicali interventi di politica finanziaria per indebolire il dollaro e forse a una qualche azione di forza nei confronti di Taiwan.

 

Truppe Usa in Afghanistan.

In ogni caso la potenza militare dell’Iran non è paragonabile con quella della Siria, della Libia, dell’Iraq.

Né va dimenticato il pantano in cui gli Stati Uniti – e con loro gli alleati occidentali – si sono trascinati nella lunghissima e fallimentare guerra in Afghanistan.

Va ricordato che l’Iran è un grande Paese con più di 92 milioni di abitanti, una popolazione multietnica la cui maggioranza assoluta è di origine persiana e non araba.

 

Tutto questo per confermare l’imprevedibilità dell’esito del conflitto in Medio Oriente, tranne che per un dato:

le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse si avvicinano sempre più alla mezzanotte.

Certo, è una metafora, ma quanto mai corrispondente alla realtà di una guerra che può finire tra una settimana con una mediazione o la sconfitta di una delle parti in causa – realisticamente l’Iran -, può estendersi cronicamente nella regione, può coinvolgere il mondo.

 

Giorgia Meloni e Donald Trump (Imago economica).

Sono queste alcune delle ragioni che dovrebbero spingere i Paesi dell’Unione Europa, in particolare l’Italia, al riconoscimento della plateale violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e Israele e alla condanna di Netanyahu e di Trump, il primo, peraltro, inseguito da un mandato di cattura per crimini contro l’umanità, il secondo responsabile di una politica estera aggressiva e ricattatoria e di una politica interna violenta e repressiva.

(Imago economica, Carino by Ai Mid).

Né si capirebbe per quali ragioni l’Unione Europea dovrebbe ancora dimostrarsi serva di un presidente USA che ne sta taglieggiando l’economia in ogni modo, dai dazi all’imposizione dell’acquisto di armamenti e di gas, per non parlare degli espliciti tentativi statunitensi di delegittimare l’esistenza stessa dell’Unione.

 Ciononostante, le dichiarazioni di autorevoli dirigenti dell’Unione Europea portano ancora il segno del vassallaggio:

sussurri e grida;

si sussurra nei confronti dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, si grida, anzi si strepita, contro gli attacchi iraniani alle Petro-monarchie.

(Imago economica).

Con questa linea l’Unione Europea, già coinvolta nel conflitto in Ucraina dopo l’invasione russa per le sanzioni a Mosca e le armi a Kiev, corre il rischio di diventare bersaglio, in questo crescendo inaudito di eventi bellici.

 La corsa agli armamenti non è un deterrente ma un ulteriore incentivo a rappresentarsi in qualche modo come sostegno a un belligerante;

fino a quando potrà andare avanti questo camminare sul filo del trapezista che ad oggi ha portato l’Unione Europea ad una gravissima crisi economico-sociale e all’autoesclusione da qualsiasi ruolo in un possibile tavolo negoziale fra Russia e Ucraina?

 Ma diciamolo in modo più semplice:

di per sé il riarmo non rappresenta una garanzia di difesa contro qualcuno:

 se X si riarma contro Y, Y avrà una buona ragione per riarmarsi maggiormente; così scoppiano le guerre mondiali.

 

Un panorama di Dubai, Emirati Arabi.

Se questo vale per l’Unione Europea, a maggior ragione vale per il nostro Paese:

il fatto che il ministro della Difesa (della Difesa!) Crosetto si trovasse in vacanza a Dubai, nella totale ignoranza sua e dell’intero governo italiano dell’imminente attacco americano all’Iran, la dice lunga sulla considerazione che il presidente Trump ha del ruolo del nostro Paese.

 Peraltro è mancata da parte del governo italiano la condanna dell’aggressione all’Iran, in piena rimozione dell’art. 11 della Costituzione, ove com’è noto – si proclama il ripudio della guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

 Né c’entra in alcun modo l’adesione dell’Italia alla Nato, i cui compiti esulano totalmente dal conflitto in corso in Iran.

(Al centro della foto il ministro della difesa italiano, Guido Crosetto -Imago economica, Alessandro Amoruso).

In questo scenario il contrasto al riarmo – gli 800 miliardi per gli armamenti agli Stati dell’Unione, l’abnorme piano di riarmo della Germania – non è soltanto una ideale petizione di principio e neppure soltanto la necessaria conseguenza del disposto pur vincolante dell’art. 11 della Costituzione.

È una urgente necessità politica per evitare che il nostro Paese, e più in generale l’Unione Europea, siano coinvolti nel vortice di guerra sempre più ampio e tumultuoso che sta incatenando progressivamente il mondo intero.

Si intende incardinare il nuovo ordine mondiale sulla legge del più forte, distruggendo l’intero apparato internazionale politico e organizzativo teso a regolare la convivenza fra i popoli, a cominciare dalle Nazioni Unite.

Tecnicamente, si chiama delirio di onnipotenza.

Se è vero, come ha detto Papa Francesco, che è in corso la terza guerra mondiale a pezzi, a maggior ragione non dobbiamo schierarci, ma dobbiamo sfilarci dal parossismo della guerra: non esistono guerre di civiltà e tantomeno guerre per portare la pace;

chi dice “se vuoi la pace prepara la guerra” in realtà vuole la guerra.

E noi tutti non la vogliamo.

 

Dunque niente riarmo; ma allora che cosa?

Molte cose, per esempio un ruolo diplomatico attivo dell’ONU, dell’UE, dell’Italia per l’immediata cessazione dell’aggressione all’Iran, il rilancio di un sistema internazionale a difesa della pace e a tutela dei diritti dei popoli, cioè una profonda riforma democratica delle Nazioni Unite, una conferenza europea – Helsinki 2 – che ponga le basi di una nuova coesistenza pacifica, un progetto condiviso per la non proliferazione nucleare e per la trasparenza degli armamenti atomici attuali (in particolare per Israele e per la Corea del Nord), il rifiuto netto e incontrovertibile del Board of peace.

In parole povere una svolta politica di 180 gradi che metta finalmente al centro la pace come bene comune e quindi il futuro dell’umanità.

(Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi).

 

 

 

Breve storia dell’Islam, dalla nascita

nella Penisola araba alla

diffusione mondiale.

Geopop.it – (26 ottobre 2023) - Erminio Fonzo – ci dice:

 

Circa due miliardi di persone professano la fede islamica. L’Islam è diffuso in tutto il mondo ed è la religione predominante nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Non tutti i credenti, però, professano la fede allo stesso modo.

L’Islam è una religione monoteistica abramitica diffusa in tutto il mondo, con prevalenza in Medio Oriente e Nord Africa, fondata da Maometto nel VII secolo d.C. nella Penisola araba, ma anche un sistema socio-culturale e politico.

Come numero di fedeli (circa 2 miliardi) il credo è secondo solo al cristianesimo.

Si basa sul concetto della sottomissione dell’uomo alla volontà di Dio e prevede che i fedeli osservino cinque precetti fondamentali.

A differenza del cristianesimo, la religione islamica non prevede che i sacerdoti fungano da “intermediari” tra l’uomo e Dio.

La storia dell’Islam ha avuto inizio nel VII secolo, quando Muhammad (Maometto), un mercante della città araba di Mecca, iniziò a divulgare il nuovo credo, sostenendo che gli fosse stato rivelato da Dio.

Nel volgere di alcuni decenni i suoi seguaci conquistarono un vasto territorio in Medio Oriente e Nord Africa, ma il mondo musulmano si divise in numerosi Stati indipendenti.

In Occidente l’Islam è a volte guardato con sospetto, ma in genere la paura nasce dalla mancanza di conoscenza.

 

Sommario:

1-Cos’è l’Islam.

2-La teologia islamica.

3-I cinque pilastri dell’Islam e il jihad.

4-Le divisioni dell’Islam e l’assenza del clero.

5-Le origini dell’Islam.

6-Il califfato e la frammentazione.

7-Fondamentalismo e islamofobia.

Cos’è l’Islam-.

L’Islam è, insieme al cristianesimo e all’ebraismo, una delle tre grandi religioni rivelate.

La parola Islam significa letteralmente “sottomissione”, sottinteso a Dio, e i fedeli sono definiti musulmani, cioè “sottomessi”.

Il numero dei musulmani si aggira intorno ai 2 miliardi, pari a circa un quarto della popolazione mondiale.

 L’Islam è perciò la seconda religione con più fedeli dopo il cristianesimo (che ne conta circa 2,4 miliardi di credenti, divisi in diverse confessioni).

I musulmani sono maggioritari in Medio Oriente, in Nord-Africa e in alcuni Paesi asiatici, ma sono presenti, come minoranza, in quasi tutto il mondo.

(Storia del tè: dalle origini alla diffusione della bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua).

 

Popolazione musulmana nel mondo. (Credits: M Tracy Hunte)r.

L’Islam è nato in Arabia e considera l’arabo come sua lingua sacra. Attenzione però a non confondere gli arabi con i musulmani. Gli arabi sono un popolo, non una comunità di fedeli, e costituiscono solo il 25% dei musulmani.

Inoltre, sebbene tra di loro l’Islam sia maggioritario, esistono anche arabi che professano altre religioni.

 

La teologia islamica.

I musulmani credono in un Dio unico e onnipotente (Allah è la traduzione della parola “Dio” in arabo).

Dio, secondo i teologi dell’Islam, ha inviato sulla Terra venticinque profeti, tra i quali Abramo e Gesù.

L’ultimo profeta è stato Muhammad, al quale Dio ha rivelato il Corano, che contiene il completamento della rivelazione iniziata con i profeti precedenti.

 

Come in altre religioni, anche nell’Islam Dio premia i giusti e punisce i malvagi.

Dopo la morte agli uomini può toccare il paradiso (detto Janna) o un castigo simile all’inferno del cristianesimo.

Il nome di Allah in arabo.

I cinque pilastri dell’Islam e il jihad.

I fedeli musulmani sono tenuti a rispettare cinque precetti:

la “Shahada”, professione della fede in Dio e in “Muhammad” come suo profeta;

la “Salat”, preghiera da effettuare cinque volte al giorno;

la “Zakat”, elemosina da elargire ai poveri;

il “digiuno diurno” nel mese sacro del Ramadan;

l’”Hajj”, pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita.

 

Naturalmente, il rispetto dei precetti varia a seconda delle persone: esistono musulmani osservanti e musulmani che, pur credendo in Dio, non praticano il culto.

In media, però, i seguaci dell’Islam sono più rispettosi dei precetti religiosi rispetto a quelli delle altre confessioni.

 

Molte scuole religiose islamiche prevedono anche altre norme di comportamento, come il “jihad”.

 Letteralmente la parola significa “sforzo” ed è intesa come impegno per il miglioramento di sé (jihad superiore) e per la propagazione della fede (jihad inferiore).

In Occidente in genere jihad è interpretato come “guerra santa”, perché in passato lo “sforzo” per la propagazione della fede ha incluso anche la guerra.

Tuttavia, “guerra santa” non è il significato prevalente nel mondo islamico.

 

(Preghiera al Cairo -dipinto del 1865).

 

Le divisioni dell’Islam e l’assenza del clero.

L’Islam è diviso in più confessioni. Le due più importanti sono il “sunnismo”, che è largamente maggioritaria, e lo “sciismo.”

 

La presenza di sacerdoti, intesi come coloro che “portano” la parola di Dio ai fedeli, non è prevista.

Esistono però delle figure alle quali, per la loro competenza teologica, è riconosciuto un ruolo di guida della comunità.

Tra loro vi sono gli imam, che “guidano” la preghiera nelle moschee, e gli “ulema”, i dotti che interpretano il Corano.

 

I musulmani dispongono di appositi edifici di culto, le moschee, ma possono pregare in qualsiasi luogo. La venerazione dei santi e delle immagini non è ammessa.

 

(La grande moschea di Mecca. Credits: Saudipics.)

Le origini dell’Islam.

L’Islam è nato nel VII secolo d. C. nella Penisola araba.

Nell’anno 610 un mercante della città di Mecca, Muhammad, radunò un gruppo di seguaci, sostenendo di aver ricevuto da Dio la rivelazione della fede.

Entrato in contrasto con altri clan di Mecca, nel 622 Muhammad si trasferì in un’altra città araba, “Yathrib”, poi chiamata “Medina”.

 La fuga, conosciuta come “egira”, è considerata l’inizio dell’era islamica ed è l’evento dal quale i musulmani contano gli anni.

Dopo l’”egira”, infatti, “Muhammad” e i suoi seguaci si riorganizzarono e riuscirono a conquistare Mecca e tutta la Penisola araba, aggregando un numero sempre maggiore di fedeli.

 

Ma perché l’Islam ebbe successo?

In sintesi, perché era un credo facilmente comprensibile alla gente comune e capace di fornire un superiore ideale di vita.

Erano, almeno in parte, gli stessi fattori che alcuni secoli prima avevano permesso il successo del cristianesimo.

 

Il califfato e la frammentazione.

Muhammad morì nel 632.

Alla guida della comunità musulmana si susseguirono i califfi, cioè i suoi “vicari”, che continuarono l’espansione, conquistando il Medio Oriente, il Nord Africa e alcuni territori europei. In, genere, i musulmani non imponevano la loro fede ai popoli sottomessi, se questi erano di religione cristiana o ebraica (non accettavano invece i culti politeisti), ma esercitavano pressioni di vario genere per favorire le conversioni.

 

Espansione islamica.

 Rosso scuro: conquiste di Maometto; Arancione: conquiste del Califfato elettivo (fino al 661); Giallo: conquiste del Califfato omayyade -fino al 750).

L’unità del mondo musulmano venne presto meno.

Già durante il VII secolo gli sciiti si separarono dalla comunità.

Nei secoli successivi il califfato si suddivise in numerosi Stati indipendenti, talvolta in guerra tra loro.

Nel XVI secolo, il titolo di califfo fu assunto dal sultano dell’Impero ottomano, che però non controllava tutto il mondo musulmano.

Nel 1924, dopo che l’impero era crollato, il titolo fu abolito e oggi non esiste un califfo universalmente riconosciuto.

 

Fondamentalismo e islamofobia.

Negli ultimi decenni, e in particolare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, in Occidente l’Islam è spesso associato agli attentati compiuti da fondamentalisti.

Dal terrorismo è derivata una vera e proprio di paura dell’Islam, visto da alcuni cittadini come una religione che vuole “conquistare” il mondo occidentale.

Tuttavia il fondamentalismo, pur sfruttando argomenti religiosi, nasce da ragioni politico-sociali più che dalla fede.

Il terrorismo, più specificamente, non è contemplato dalla dottrina musulmana e i dotti dell’Islam ritengono che sia non solo ingiusto, ma anche contrario alla volontà di Dio.

Inoltre, sebbene il terrorismo islamista sia spesso rappresentato come un attacco contro l’Occidente, in realtà le sue vittime sono in larga maggioranza musulmani e gli attentati avvengono soprattutto in paesi islamici.

(geopop.it/breve-storia-dellislam-dalla-nascita-nella-penisola-araba-alla-diffusione-mondiale).

  

 

 

 

Iran, la via verso

la democrazia.

Mag.unitn.it – (5 marzo 2026) – Prof. Permani Abdolmohammadi – Redazione – ci dice:

(professore di Storia dei paesi islamici all’Università di Trento)

Tra rivolta e aiuti esterni, il piano strategico per un Medio Oriente stabile.

Il professor Permani Abdolmohammadi ©UniTrento ph. Pierluigi Cattani Faggion.

Libertà, democrazia e laicità sono i tre principi cardine su cui si fonda la rivoluzione nazionale degli iraniani.

 A partire dal 28 dicembre fino alla fine di gennaio si sono viste, in oltre 250 città iraniane, oltre 4-5 milioni di cittadini, civili e disarmati, scendere in piazza contro la Repubblica islamica.

Secondo varie fonti interne e organizzazioni per i diritti umani, tra i 32 e i 40 mila cittadini sono stati repressi nel sangue, uccisi dallo stato islamico.

Da quel momento gli iraniani hanno continuato le loro proteste all’interno delle università e lanciando slogan anti-regime dalle finestre delle loro case.

La nazione iraniana, nella sua gran parte, ha chiesto un intervento di liberazione in stile Seconda guerra mondiale da parte della comunità internazionale.

Questo intervento, sotto il profilo del diritto internazionale, non è stato palesato dalle organizzazioni responsabili, quali le Nazioni unite.

 Anzi, proprio qualche settimana dopo il massacro avvenuto, sorprendentemente le Nazioni unite hanno nominato il rappresentante della Repubblica islamica come vicepresidenza della Commissione delle Nazioni unite per lo Sviluppo sociale.

Episodi come questo hanno fatto sì che una maggioranza di voci iraniane, delusa dal diritto internazionale, si sia sollevata sia dall’Iran che dalla diaspora per chiedere l’aiuto degli Stati Uniti d’America in qualità di attore internazionale.

Un aiuto che è giunto sotto forma di un attacco missilistico chirurgico insieme alla potenza regionale israeliana.

L’attacco, ancora in corso, mira a facilitare il cambio di regime in Iran attraverso l’eliminazione di tutti quei centri militari e di intelligence responsabili della repressione e del massacro dei cittadini iraniani.

Chiaramente gli Stati Uniti e Israele, sul piano del realismo politico, hanno anche un loro interesse geopolitico preciso:

Washington necessita di avere come alleato un nuovo Medio Oriente stabile, pacifico, e prospero sul piano del commercio internazionale.

Pertanto, questo ipotetico “nuovo Medio Oriente” potrebbe essere realizzato soltanto con un nuovo patto strategico che vede coinvolti i paesi arabi musulmani, Israele, e la Persia (ovvero l’Iran).

Tale obiettivo strategico non potrebbe essere raggiunto se i promotori dell’instabilità e del terrorismo regionale – quali la Repubblica islamica – mantenessero le redini del potere a Teheran.

Dall’altro canto invece Israele, dopo la tragedia del 7 ottobre, ha concentrato le sue forze per smantellare definitivamente le forze radicali islamiche (come ad esempio Hezbollah, Hamas e Houthi) guidate appunto dalla Repubblica islamica.

In tale quadro, quindi, assistiamo in questi giorni a un’alleanza tra la nazione iraniana, Stati Uniti e Israele contro un blocco che promuove il radicalismo islamico e sistemi autoritari nella regione.

Questi sistemi autoritari, come Teheran, hanno anche il pieno sostegno della Cina e della Russia.

Il ruolo, invece, degli altri attori regionali e globali rimane in questo momento ambiguo.

L’Unione europea è divisa tra una parte che sostiene la ripresa di diplomazia e del diritto internazionale, e una parte che invece appoggia l’alleanza per la liberazione iraniana.

La stessa divisione la notiamo sul fronte mediorientale:

 i sauditi e i qatarioti, contrari sin dall’inizio ad un intervento militare di aiuto, oggi chiedono il ritorno al negoziato, mentre gli emiratini, ad esempio, essendo più orientati al nuovo paradigma mediorientale, continuano a sostenere la spallata al cambio del sistema autoritario-islamico iraniano.

Nella teoria delle transizioni dei regimi vi sono diverse variabili da essere realizzate per un cambio di regime:

la prima è quella di avere un ampio consenso popolare;

 la seconda è quella di avere un contesto internazionale, almeno un attore globale, favorevole;

la terza è quella di avere una leadership condivisa ed una organizzazione tra le forze di cambiamento;

 la quarta consiste nell’avere le forze di sicurezza e di intelligence spaccate, con una parte che si schiera a favore della popolazione.

Oggi, nel caso iraniano, le prime tre sono presenti, mentre la variabile ancora mancante è la quarta – vale a dire la spaccatura delle forze di sicurezza.

I prossimi giorni, o forse le prossime settimane, saranno pertanto decisive al fine di osservare se la spallata statunitense e israeliana porterà all’indebolimento strutturale delle forze di sicurezza che di conseguenza permetterebbero a quelle forze armate vicine alla popolazione di uscire e schierarsi con la nazione iraniana.

Se ciò dovesse accadere gli iraniani sarebbero nuovamente pronti a uscire in milioni in piazza, a seguito della chiamata del figlio dello Shah, designato da milioni di iraniani come garante nella transizione.

Se invece questo intervento non dovesse portare alla realizzazione di questa variabile, potremmo aspettarci l’allargamento dell’instabilità della regione, la sopravvivenza del regime islamico, l’aumento del terrorismo islamico in Europa, e infine il rafforzamento dello stato cinese.

Attendiamo le prossime giornate per valutare se le forze pro-libertà riusciranno a rovesciare il dispotismo di matrice islamica di Teheran.

 

 

 

L’Islam politico in Europa:

sfide e implicazioni.

Ispionline.it – (20 Mar. 2025) – Mohamed Ali Adoravi – Redazione – ci dice:

L’ascesa di alcuni gruppi musulmani ha portato questa visione dell’Islam al centro di molte discussioni politiche, mediatiche e sociali in Europa.

(Commentari Europa e Governance Globale · Medio Oriente e Nord Africa)

 

L’Islam politico è senza dubbio diventato un tema di intenso dibattito in Europa negli ultimi decenni.

L’ascesa di alcuni gruppi musulmani, concentrati sia sulla predicazione che sull’attivismo politico, che si è unita ai cambiamenti geopolitici globali, ha portato questa visione dell’Islam al centro di molte discussioni politiche, mediatiche e sociali.

L’Islam politico, spesso definito islamismo, anche se diverse forme di Islam puritano o radicale come il “salafismo” non possono necessariamente essere etichettate come tale, è un termine ampio che include movimenti e ideologie che cercano di integrare i principi islamici nella governance e nella vita pubblica.

 Mentre alcune manifestazioni dell’Islam politico sono moderate e cercano di adattarsi ai principi democratici, altre sono più aggressive e contestatarie.

 In Europa, la presenza dell’Islam politico ha suscitato dibattiti più ampi sull’integrazione, il multiculturalismo, la sicurezza, il pluralismo e il ruolo della religione nelle società secolari.

 

È impossibile determinare il numero esatto di paesi in cui si trovano gruppi o associazioni islamiste, così come non esiste uno studio scientifico rigoroso che indichi quanti musulmani europei siano caratterizzati dall’appartenenza a determinate tematiche proprie dell’Islam politico.

 Tuttavia, si può sottolineare come negli ultimi decenni ci sia stata probabilmente una crescente prevalenza – sebbene in forme diverse e per lo più non violente e rimanendo in gran parte al di fuori dell’arena politica istituzionale – di discorsi, pratiche e tipi di mobilitazione tradizionalmente corrispondenti allo storico immaginario islamista, soprattutto nelle società dell’Europa occidentale (un maggiore ruolo dei riferimenti religiosi nel modo di presentarsi e fare appello alle autorità pubbliche; una maggiore connessione con le cause musulmane nel resto del mondo come la Palestina, etc.).

 

Comprendere le radici storiche e i movimenti chiave dell’Islam politico è fondamentale per capire le sfide legate a questa visione dell’Islam in Europa.

Questo soprattutto perché l’Europa (potrebbe) rispondere a tale sfida con politiche e cambiamenti nel suo discorso pubblico:

gestire l’Islam politico in Europa ha infatti implicazioni a lungo termine sia per la democrazia che per la coesione sociale.

 

La diffusione dei Fratelli Musulmani in Europa guidata dagli immigrati più istruiti.

L’Islam politico ha le sue origini nei primi decenni del XX secolo con movimenti come i Fratelli Musulmani in Egitto (fondati nel 1928 da Hasan Al Banna) e la Jamaat al Islami (“Associazione islamica”) nel Sud Asia (di cui il fondatore nel 1941 è Sayyid Abu A’la Al-Mawdudi).

Questi movimenti cercavano di resistere all’influenza coloniale occidentale e miravano a istituire società basate sui principi islamici.

 Nel tempo, l’Islam politico si è diversificato, comprendendo sia l’impegno democratico che interpretazioni radicali che giustificavano la violenza.

Può sembrare quindi contraddittorio, a prima vista, menzionare l’Islam politico nel continente europeo, dato che per l’appunto in origine questa ideologia è in gran parte il risultato dell’opposizione ideologica, politica e religiosa alla presenza nel mondo musulmano delle potenze coloniali come Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Germania.

 Tuttavia, in Europa, l’importanza crescente dell’Islam politico è più legata all’aumento dell’immigrazione di religione musulmana, in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, e successivamente all’arrivo di individui più istruiti.

 Questo è stato evidente in molti paesi europei come la Francia, che, alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, ha visto una nuova ondata di studenti e attivisti formatisi nelle società della sponda Sud del Mediterraneo.

 È il caso, ad esempio, di “Abdullah Ben Mansour”, uno studente tunisino che si stabilì in Francia all’inizio degli anni Ottanta, ideologicamente formatosi nel Movimento della Tendenza Islamica – l’organizzazione che alcuni anni dopo è divenuta “Ennahda” – e che divenne uno dei fondatori dell’Unione delle Organizzazioni Islamiche di Francia.

Si tratta di un movimento che dal 2017 ha assunto la denominazione di Musulmani di Francia, ed è legato all’eredità dei Fratelli Musulmani in un paese che conta la popolazione musulmana più alta dell’Europa occidentale.

 

Altri paesi europei hanno vissuto un processo simile, come la Germania con la “Comunità Islamica di Germania,” che è stata costituita sotto l’influenza di “Said Ramadan”, genero del fondatore dei Fratelli Musulmani, che era qui in esilio perché in fuga dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser, e che si era poi stabilito definitivamente in Svizzera dove morì nel 1994.

 A partire dagli anni Novanta i suoi figli, in particolare “Tariq” e “Hani” “Ramadan”, divennero predicatori e intellettuali di spicco, in particolare nel mondo di lingua francese.

Più precisamente, per una parte delle giovani generazioni di musulmani europei discendenti da precedenti ondate migratorie e alla ricerca di un discorso “Euro-Islamico”, “Tariq Ramadan” (1962- ) diventerà una figura di punta, essendo uno dei massimi teorizzatori di tale concetto.

“Ramadan”, in questi anni, si è guadagnato sia l’elogio di chi lo vede come una figura di sintesi tra Islam e modernità, sia le critiche di chi considera la sua posizione come un tentativo nascosto di diffondere il pensiero e l’azione dei Fratelli Musulmani in una parte del mondo che, un tempo, era lontana dalla sua influenza.

 

Dai Fratelli Musulmani al Jihadismo: l’ampio spettro dell’Islam politico in Europa.

In questi decenni diversi movimenti e organizzazioni che rappresentano l’Islam politico sono quindi emersi in Europa, ognuno con ideologie e obiettivi distinti. I più importanti sono:

 1) I Fratelli Musulmani e i suoi affiliati che hanno plasmato numerose organizzazioni islamiche europee, come la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa e il Consiglio Europeo per la Fatwa e la Ricerca che promuovono l’impegno politico e i valori islamici pur operando all’interno di quadri democratici, suscitando dibattiti intensi sulla compatibilità di questa visione dell’Islam con il contesto fortemente laicizzato della maggior parte dei paesi europei;

2) Hizb ut-Tahrir (“Il partito della liberazione”) che è un’organizzazione islamista transnazionale fondata a Gerusalemme nel 1953 e che cerca di stabilire un califfato islamico globale, ma rifiutando i mezzi violenti. Hizb ut-Tahrir opera in diversi paesi europei, sostenendo l’idea di un sistema politico islamico, scontrandosi spesso con le autorità secolari;

3) vari movimenti salafiti che si richiamano a un’interpretazione conservatrice dell’Islam e che hanno guadagnato un notevole consenso in Europa.

 Sebbene la maggior parte di questi gruppi salafiti siano non violenti, alcuni sostengono il disimpegno politico, mentre altri tendono verso l’attivismo sociale e religioso per difendere l’Islam e i musulmani sotto attacco.

Molte delle comunità salafite europee sono vicine alle istituzioni religiose saudite e ai suoi ulema, che considerano una delle fonti di autorità islamica più competenti;

4) infine le reti jihadiste, ovvero quelle organizzazioni jihadiste, come Al-Qaeda e ISIS, che hanno reclutato musulmani europei, sfruttando risentimenti sociali e narrazioni ideologiche per giustificare la violenza.

Queste reti rappresentano una sfida alla sicurezza per gli Stati europei. Dal 2014, più di 30 attacchi mortali sono stati compiuti in Europa.

 

L’Islam politico: una sfida per i governi europei.

La presenza dell’Islam politico in Europa ha presentato nuove sfide a cui i governi, la società civile e le agenzie di sicurezza hanno risposto.

 Le questioni che emergono da tale sfida hanno a che fare con:

 1) l’integrazione e l’identità, dato che l’ascesa dell’Islam politico ha evidenziato le tensioni tra alcuni tipi di identità islamica e i valori europei laici. Molti musulmani europei lottano per conciliare la propria identità religiosa con le esigenze delle società secolari, e questo genera dibattiti sull’assimilazione culturale e le libertà religiose;

2) la radicalizzazione e le minacce alla sicurezza che sono connesse al terrorismo e all’estremismo violento.

 I governi europei hanno investito molto nell’antiterrorismo per monitorare e smantellare le reti estremiste, promuovendo al contempo programmi di deradicalizzazione;

3) i conflitti legali e politici collegati ad alcune interpretazioni dell’Islam politico contrarie alle legislazioni europee, in particolare riguardo alla parità di genere, alla libertà di espressione e al ruolo della Shari’a.

 I tribunali europei hanno affrontato casi relativi all’arbitrato basato sulla Sharia e all’espressione religiosa nelle istituzioni pubbliche;

4) le influenze esterne, ovvero il fatto che molti movimenti islamici in Europa ricevono finanziamenti e supporto ideologico da stati esteri, tra cui Turchia, Arabia Saudita e Qatar;

ciò ha suscitato preoccupazioni riguardo all’interferenza politica di Stati esteri e alla promozione di ideologie conservatrici o radicali;

5) la polarizzazione della società e la crescita del populismo di destra dovuti ai timori nei confronti dell’Islam politico dato che i partiti di estrema destra sfruttano spesso le paure per spingere su tematiche anti-immigrazione e nazionaliste, esacerbando le divisioni sociali e ostacolando il dialogo costruttivo.

 

I governi europei hanno adottato politiche diverse per affrontare l’Islam politico, spaziando da misure restrittive ad approcci inclusivi.

 Le strategie principali includono:

1) misure legislative: alcuni paesi hanno adottato leggi che vietano il velo integrale, limitano il finanziamento estero per le moschee e monitorano le organizzazioni religiose. La Francia, ad esempio, ha applicato un rigoroso laicismo, vietando i simboli religiosi nelle istituzioni pubbliche;

2) antiterrorismo: i governi hanno implementato programmi di sorveglianza, iniziative di deradicalizzazione e programmi di riabilitazione per gli estremisti. L’Unione Europea ha rafforzato i meccanismi di condivisione delle informazioni per combattere il terrorismo;

3) dialogo interreligioso e coinvolgimento comunitario: alcuni governi hanno promosso il dialogo tra le comunità musulmane e le istituzioni statali per favorire l’integrazione e prevenire la radicalizzazione. Germania e Regno Unito, ad esempio, hanno sostenuto iniziative che potenziano le voci islamiche rappresentative;

4) programmi educativi e culturali: sono state promosse iniziative per promuovere l’educazione civica e combattere la disinformazione sull’Islam nelle scuole e nel discorso pubblico. Alcuni paesi europei hanno introdotto programmi di teologia islamica nelle università per formare Imam nati in Europa che aderiscano ai valori democratici.

 

Implicazioni per la democrazia e la coesione sociale europea.

La presenza dell’Islam politico in Europa solleva questioni più ampie sulla democrazia, il multiculturalismo e il futuro della coesione sociale, in particolare le implicazioni più importanti riguardano:

1) la ricerca di un equilibrio tra libertà religiosa e laicismo: le democrazie europee devono, cioè, bilanciare la necessità di proteggere la libertà religiosa per tutte le fedi con il sostegno ai principi laici. Trovare questo equilibrio è cruciale per mantenere l’armonia sociale;

2) prevenire la radicalizzazione senza però alienare le comunità musulmane:

politiche troppo repressive rischiano infatti di spingere potenzialmente gli individui verso la radicalizzazione. Gli approcci inclusivi che affrontano le disuguaglianze socio-economiche e promuovono il dialogo sono invece essenziali;

 3) rafforzare le istituzioni democratiche: l’impegno delle comunità musulmane nei processi democratici può migliorare la rappresentanza politica e ridurre l’appeal delle ideologie estremiste. Incoraggiare la partecipazione civica è una strategia a lungo termine per l’integrazione;

4) affrontare le disparità socio-economiche:

molti musulmani europei vivono in condizioni di marginalizzazione economica e sociale, che può spingerli verso la radicalizzazione.

 Le politiche che affrontano la disoccupazione, la discriminazione e le lacune educative possono aiutare a mitigare questi problemi.

 

Risposte sfaccettate all’Islam politico come mezzo per un dialogo migliore con le comunità musulmane europee.

Le richieste fatte da alcune organizzazioni islamiste non sono sempre illegittime e possono, in effetti, riguardare un pubblico molto più ampio al di là degli attori islamisti (come nel caso, per esempio, della lotta contro la discriminazione).

Pertanto, è cruciale che le autorità pubbliche in Europa e in particolare quelle dei singoli governi facciano una distinzione precisa tra quelle attività che rientrano nel quadro legislativo e rispecchiano i principi di base dei singoli Stati e quelle che invece ricercano una certa influenza politica e sociale.

 L’Islam politico in Europa è un fenomeno complesso e in evoluzione che si interseca con questioni di identità, sicurezza, cultura, laicismo, democrazia, razzismo e governance;

sebbene si manifesti in forme diverse, che vanno dall’impegno democratico all’estremismo radicale, le risposte europee devono essere sfumate e sfaccettate.

 I governi devono bilanciare le preoccupazioni per la sicurezza con la necessità di integrazione e libertà religiosa.

Promuovendo politiche inclusive, dialogo interreligioso e affrontando le disparità socio-economiche, l’Europa può affrontare le sfide poste dall’Islam politico, mantenendo i valori democratici e la coesione sociale.

Il futuro dell’islamismo in Europa dipenderà dalla capacità dei responsabili politici, della società civile e delle comunità musulmane di impegnarsi in un dialogo costruttivo e cooperativo.

(Mohamed-Ali Adromi - Assistant Professor, Department of Islam Studies, Radboud University

Europa Politica Islam).

 

Iran.

Beemagazine.it – Maurizio Bianconi – (6 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

Dietro le giustificazioni ufficiali – nucleare, proxy, cambio di regime – si nasconde la vera causa del conflitto:

il controllo dello Stretto di Hormuz, chiave della strategia commerciale e marittima dell’”America First”.

Sullo sfondo, la guerra millenaria fra sciiti e sunniti per l’egemonia sul mondo islamico, e un’Europa che non esiste come attore di politica estera.

Sulla guerra in Iran molta polemica spicciola e schermaglie perlopiù inutili.

 Meglio fare il punto su cause e motivazioni. Nel modo più semplice e sintetico.

 

USA.

Se gli americani vantano un primato storicamente indiscusso è la capacità di motivare in guisa quasi fascinosa le azioni compiute a danno di stati terzi, ma anche di nemici interni.

Sempre buoni contro cattivi e per ragioni apparentemente giuste.

In questo caso sono rimasti a corto – o meglio a lungo – di argomenti.

Molte le cause addotte, indice di giustificazioni incomplete e malpensate.

Stop programma nucleare Iran, bloccare i gruppi armati sostenuti da Teheran in Medio Oriente, far cadere il regime teocratico.

 I commentatori ne hanno aggiunte altre, fra le quali rinsaldare il rapporto con Israele o indebolire Cina e Russia.

Inspiegabilmente non è comparsa la vera causa della guerra totale scatenata da Trump.

 

L’”America First” prevede una ripresa della produzione industriale e il dominio del commercio mondiale.

Il trasporto delle merci si svolge per mare per il 90%.

Il controllo delle rotte, degli stretti e degli itinerari migliori divengono essenziali per quel target.

Ecco le pretese sulla Groenlandia, il ritiro russo dai porti della Siria e il rapporto con Arabia, Emirati, Egitto per il controllo del canale di Suez.

 Infine il re-impossessamento del canale di Panama.

Lo stretto di Hormuz passaggio fondamentale per merci e per il 20 % del greggio e del gas diviene elemento dirimente nelle strategie di Trump. Quel braccio di mare è sotto il controllo dell’Iran.

Anomalia gravissima da eliminare.

 

Iran.

Qui sfugge ai più l’essenza della questione.

 Come è noto l’Islam è suddiviso (in estrema semplificazione) in due scuole di fede: gli sciiti e i sunniti.

Confessioni a loro volta formate da varie famiglie.

Gli sciiti sono una minoranza agguerritissima (15%) che vanta come leadership l’Iran, repubblica teocratica armata fino ai denti, in odore di potenza nucleare.

Le sue gemmazioni sono i terroristi Hezbollah in Libano, Houthi in Yemen e anche Hamas (non sciita ma parto dell’Iran), fino ai talebani afghani.

Sunniti sono Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia.

 

Esiste un conflitto permanente e aperto fra le due parti per il primato sul mondo islamico.

 Primato che si è fondato per il proprio prestigio soprattutto nella contrapposizione verso gli infedeli occidentali e Israele e nelle azioni conseguenti.

Di talché ogni iniziativa bellica, ogni atto terroristico, ogni attentato ha come obbiettivo apparente nei fini ma concreto nei fatti gli occidentali e gli ebrei.

L’obbiettivo politico e reale è invece l’accrescimento dell’autorevolezza nel mondo islamico e negli islamici nel mondo.

 

Sicché l’Iran gonfia il petto contro Usa, occidentali, Israele ma prima di tutto per sconfiggere i sunniti, i nemici veri e concorrenti per la supremazia su un miliardo e mezzo di persone sparse nel mondo.

Il cosiddetto allargamento del conflitto operato con l’inclusione negli obbiettivi di Emirati, Arabia, Turchia (con il finto equivoco del missile destinato altrove) corrisponde alla necessità di indebolire il primo vero nemico (sunniti) in una congiuntura di particolare sofferenza della credibilità sciita.

Un messaggio più che in bottiglia in missili.

 

Israele.

Si è convinti che Israele di questa recrudescenza ne avrebbe fatto volentieri a meno.

Perlomeno adesso, quando cioè Gaza si è tradotta in discredito mondiale e i cittadini sono provati dallo stato di guerra permanente. Tuttavia se guerra deve essere, che guerra sia.

 E irrompe nel più fastidioso dei fronti, il Libano meridionale.

Cercherà comunque di trarre il maggior vantaggio possibile dalle contingenze che gli consentono di ripararsi dietro lo scudo americano, primo obbiettivo del bombardamento dell’opinione pubblica mondiale.

 

Russia e Cina.

Quanti continuano a tirare in ballo le contrapposizioni Usa, Federazione russa e Repubblica popolare cinese mostrano di non aver inteso le mutazioni in corso che portano in auge l’adagio:

cane non mangia cane.

C’è sicuramente competizione per le aree di influenza, ma anche più o meno tacita convivenza fra i tre poli ormai costituiti che si stanno dividendo il dominio planetario.

 Ci saranno danni secondari (niente droni iraniani per la Russia belligerante difficoltà nella circolazione delle merci e altro), ma la sostanza resta quella.

Ai piani alti si contende non si combatte.

La vocazione imperiale dell’Iran non fa certo piacere a nessuno.

Che le cose dunque vadano come è destino che vadano.

Parole a sostegno sì, ma niente fatti.

 

Europa.

Il dato che tutti sembrano ignorare è che l’Unione Europea non ha per sua regola una politica estera comune.

Pare impossibile che nessuno si sia accorto che non esistono ambasciate e ambasciatori UE.

 Che invece ci sono ambasciate e ambasciatori dei singoli stati membri. Che per la politica estera ogni stato membro è sovrano e non c’è vincolo alcuno.

Che la responsabile esteri dell’UE è soltanto una portavoce di eventuali posizioni unanimi espresse dal Consiglio.

Le posizioni dei singoli stati più importanti e anche del Regno Unito riflettono l’ambizione dichiarata in chiaro di realizzare il proprio interesse nazionale.

Auspicabile che l’Italia segua la stessa stella polare e con la stessa determinazione e linearità.

 

 

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