I difetti dell’unione europea.
I
difetti dell’unione europea.
Non
solo il Morandi: negli Usa
sono
crollati 1062 ponti in 32 anni.
ilsole24ore.com
- Rosalba Reggio – (26 agosto 2018) – Redazione -ci dice:
Il
ponte Morandi di Genova, è crollato lo scorso 14 agosto (Ansa).
Tecniche
di costruzione, utilizzo, manutenzione, politiche strategiche di viabilità, ma
anche eventi imprevedibili.
La vita di un ponte è legata a numerose
variabili che, se sommate o mal combinate tra loro, possono portare talvolta al
collasso della struttura. «È importante capire - spiega Marco Di Prisco, docente di
Progetto di strutture al Politecnico di Milano – che l'ingegneria civile opera
per la mitigazione del rischio, ma non esiste il rischio zero, in Italia, come
nel mondo.
Chi
progetta, quindi, lavora con un metodo che accetta sempre una probabilità di
rottura».
Ma
come si misura il rischio e perché cadono i ponti?
Le
motivazioni di un crollo possono essere le più varie.
Distinguerei
però un crollo avvenuto dopo almeno 20 o 30 anni, da un crollo che può avvenire
durante la costruzione, o qualche tempo dopo. Nel secondo caso, normalmente c'è
un errore progettuale di calcolo, oppure si è sbagliato non considerando delle
fasi transitorie, oppure è intervenuto un problema legato alla geotecnica, cioè
al terreno, come è successo recentemente in Sicilia.
In questi casi i problemi si evidenziano nei
primi anni di vita della infrastruttura.
Quando
gli anni trascorsi dalla costruzione sono molti, invece, iniziano ad apparire i
due guai più pericolosi per qualunque ponte:
da un
lato l'incremento dei carichi, dall'altro il problema del degrado. Nel tempo,
tutte le strutture tendono ad essere maggiormente caricate, ma la loro capacità
resistente diminuisce.
Dopo
il noto incidente di “Ronan Point” avvenuto nel 1968 a Londra, quando un
palazzo di circa una ventina di piani crollò per lo scoppio di una bombola di
gas, l'ingegneria strutturale intuì l'esistenza del collasso progressivo, cioè
un danno di molto sproporzionato rispetto all'evento.
Lo
chiamavano il ponte di Brooklyn:
storia
del viadotto Morandi, dalle polemiche al crollo.
Da
allora, i progettisti lavorano per una vita utile della infrastruttura,
accettando una certa probabilità di rottura, che per un ponte nuovo è tra il 10
alla meno 6 e il 10 alla meno 7.
Poi,
questo coefficiente di sicurezza viene aumentato perché le tecnologie
costruttive, inevitabilmente, introducono dei difetti.
Questo
livello di rischio, però, non fa i conti con delle cause impreviste.
È per questo che il FIB, la Federazione
internazionale del calcestruzzo strutturale sta studiando un codice modello che
possa servire da riferimento per tutti i codici internazionali, in relazione
alle strutture in calcestruzzo armato e precompresso.
L'ultimo codice modello, del 2010, ha
introdotto il concetto della robustezza strutturale.
Dall'incidente
di Londra, quindi, si è arrivati nel 2010 alla teorizzazione di questo
concetto, che consiste in qualcosa di molto semplice:
davanti a una causa imprevista, bisogna fare
in modo che la struttura sia in grado di rispondere con un effetto che è
proporzionale alla causa che lo ingenera.
Quindi
un collasso locale non può ingenerare il collasso di un ponte.
Le
indagini in corso accerteranno le reali cause, ma certamente si è trattato di
un collasso non legato a un carico massimo, quindi conseguente a un degrado.
Nel
ponte Morandi, probabilmente, c'erano fessure e distacchi che hanno
incrementato i fenomeni ossidativi.
E in
quella situazione è molto difficile intervenire, perché andrebbe rimosso tutto
il calcestruzzo per sostituire i cavi.
Un problema, quello del degrado, non solo
italiano:
gli
Stati Uniti hanno un patrimonio di 600mila ponti, contro i 46mila italiani ma
in 32 anni hanno avuto ben 1062 collassi.
Un
numero non paragonabile al nostro.
Il
problema è il calcestruzzo?
Assolutamente
no.
I
ponti in calcestruzzo sono quelli che possono avere la migliore durata,
ovviamente sfruttando tutto quello che dal 1960 ad oggi si è scoperto. Dal 1980
a oggi il calcestruzzo ha quadruplicato la sua capacità resistente:
oggi,
in laboratorio, siamo in grado creare calcestruzzi a 300 mega pascal in
compressione, quando l'acciaio normale da profili resiste nell'armamento 235.
Chiaramente
non si elimina la dissimmetria:
cioè il materiale calcestruzzo resiste sempre
tanto a compressione e poco a trazione.
Per
questo, insieme a un collega di Brescia, ho introdotto nel codice modello e
anche nella normativa nazionale, il concetto di calcestruzzo fibro-rinforzato,
cioè arricchito da fibre di varia natura, per dare al calcestruzzo la capacità
di resistere, di mantenere il valore di sforzo di trazione vicino al mega pascal,
mantenendolo per un certo valore di apertura di fessure, in modo tale che non
ci sia un crollo repentino ma che ci sia una certa duttilità.
Meglio
l'acciaio o il calcestruzzo, dunque?
Non
sarebbe corretto decidere di fare i ponti in un solo materiale.
Le esigenze possono essere diverse.
Comunque
è importante dire che tutti i tiranti sono in acciaio:
a volte sono protetti con il calcestruzzo, a
volte tenuti a vista e protetti in superficie.
L'importante
è proteggere l'acciaio che è molto vulnerabile all'aggressione degli agenti
atmosferici e al fuoco.
Nel
mondo infatti, si continua a costruire in calcestruzzo e il problema di
manutenzione interessa entrambi i materiali.
La giusta domanda da porsi oggi è: che cosa
fare alla fine della vita prevista di una struttura?
Oggi
stiamo cercando di risolvere questo problema che interessa il mondo con il
codice modello, ma la soluzione ancora non c'è.
Quali
precauzioni usare per ridurre i rischi?
Oltre
a un codice che suggerisca un comportamento avallato dal consenso della
comunità scientifica, certamente una politica strategica urbanistica:
diminuire
il carico di alcune infrastrutture ne allunga la vita.
Se si
fosse fatta la Gronda a Genova, per esempio, il traffico pesante sarebbe stato
deviato lì.
Inoltre, è importante avere meccanismi
resistenti paralleli che riescono a limitare il più possibile i danni di un
evento non previsto:
un
ponte con un solo strallo, se questo viene lesionato, cade.
Se gli
stralli sono venti, il collasso non avviene.
“Aristo
Draghi”. La Globalizzazione
e la Politica Senza Popolo.
Conoscenzealconfine.it
– (20 Febbraio 2026) - Danilo Stentella – Redazione – ci dice:
La
questione non è se queste figure siano competenti. La questione è chi decide
che debbano essere loro a decidere.
Le
recenti riflessioni di Mario Draghi sul tramonto di un ordine economico fondato
su interdipendenza, catene globali del valore e primato dei mercati arrivano da
chi per decenni ha operato esattamente dentro quell’architettura, contribuendo
a definirne regole e priorità.
Non è
una contraddizione personale, è il segno di un’epoca che finisce. Ma proprio
per questo impone una domanda politica, non tecnica:
chi ha costruito quell’epoca può oggi
presentarsi come semplice analista dei suoi limiti?
Da dirigente apicale del Ministero del Tesoro
negli anni Novanta, Draghi fu tra i protagonisti della stagione delle
privatizzazioni che ridisegnò profondamente il perimetro economico dello Stato
italiano.
Quella
stagione è stata presentata come modernizzazione inevitabile, in realtà fu una
scelta politica precisa finalizzata a ridurre il ruolo dello Stato
nell’economia, trasferire leve strategiche al mercato e alla finanza, favorire
l’ingresso dell’Italia in una nuova normalità europea e finanziaria.
Ma
esiste un’altra lettura, mai davvero riassorbita nel discorso pubblico. Per una
parte consistente del Paese quella stagione coincise con una perdita di
controllo pubblico su settori decisivi e con l’imposizione di un dogma, lo
Stato doveva farsi da parte perché lo chiedevano i mercati.
Il
risultato fu la cessione di asset strategici e l’arretramento del pubblico da
ambiti chiave.
Non
una riorganizzazione ma un cambio di paradigma, il pubblico smetteva di essere
strumento di politica economica, il mercato diventava la misura di tutte le
scelte.
In
questa prospettiva l’eredità culturale keynesiana, attenta al ruolo pubblico
dell’economia, che si associa al nome di “Federico Caffè”, maestro di Draghi,
appare rovesciata, la visione che ha guidato quella stagione è l’esatto
opposto, non
più lo Stato come strumento di riequilibrio e protezione, ma lo Stato come
soggetto chiamato a farsi da parte.
La sua
traiettoria non racconta un semplice passaggio tra incarichi diversi ma
l’appartenenza stabile a uno spazio in cui i confini tra interesse pubblico e
finanza globale diventano porosi.
Draghi
ha operato a lungo in un circuito in cui le stesse persone che regolano il
sistema ne condividono linguaggio, priorità e visione del mondo.
È qui
che nasce il problema politico, lì dove chi dovrebbe rappresentare l’interesse
collettivo proviene dallo stesso ambiente che di quelle decisioni beneficia, la
distinzione tra arbitro e giocatore smette di essere percepibile.
Mister”
Whatever it Takes” (noto anche per una pedagogia pubblica basata su nessi
elementari tra comportamento e conseguenze estreme: “non ti vaccini ti ammali e
muori”) incarna una classe dirigente tecnocratica che si muove con naturalezza
tra istituzioni pubbliche e finanza globale, parlando il linguaggio dei mercati
molto più di quello delle società che quelle scelte le subiscono, che negli
ultimi decenni ha orientato scelte decisive presentandole come necessità
tecniche, come risposte obbligate alle leggi dei mercati e della stabilità
finanziaria.
In
questo quadro le decisioni economiche più rilevanti come debito, spesa
pubblica, privatizzazioni, riforme strutturali, tendono a essere sottratte al
conflitto politico aperto e ricondotte al linguaggio della competenza.
La
competenza non è il problema, diventa un problema quando si trasforma in uno
scudo che copre scelte politiche travestite da necessità tecniche.
È lì che la cosa pubblica viene sottratta al
conflitto democratico, alla decisione tra interessi diversi, alla
responsabilità verso i cittadini.
Qui
sta il nodo.
Non è
in discussione la capacità tecnica di Draghi ma il modello di governo che la
sua figura rappresenta.
Quando decisioni che ridefiniscono il destino
economico di un Paese vengono presentate come vincoli oggettivi e non come
opzioni politiche si produce una frattura, i cittadini smettono di sentirsi
sovrani e iniziano a sentirsi amministrati.
Il
ritorno periodico di figure come Draghi sulla scena pubblica non appare allora
come un normale confronto politico tra visioni alternative ma come la
riaffermazione di un paradigma in cui la direzione del Paese è affidata a una
ristretta cerchia di decisori ritenuti necessari, quasi indipendenti dal
mandato popolare.
È la
gestione del potere senza mandato politico, la direzione del Paese affidata a
figure ritenute necessarie più che scelte, il governo della cosa pubblica senza
confronto pubblico.
La
storia europea offre esempi estremi di ciò che accade quando la distanza tra
classi dirigenti e società diventa percepita come incolmabile.
Durante la Rivoluzione francese Maria
Antonietta non fu processata solo come persona ma come simbolo di un potere
ritenuto estraneo al popolo.
I capi
d’accusa che le vennero attribuiti, dalla dilapidazione delle finanze pubbliche
alla cospirazione contro la sicurezza dello Stato, fino al tradimento degli
interessi nazionali a vantaggio di potenze straniere esprimevano, in forma
giuridica e violenta, una rottura politica già avvenuta nella coscienza
collettiva.
Al di
là del giudizio storico su quel processo resta la dinamica.
Quando le élite vengono percepite come
amministratrici del patrimonio comune secondo logiche separate dal destino
della comunità, la critica politica tende a trasformarsi in accusa morale e
l’accusa morale in delegittimazione radicale.
È un
monito che riguarda le epoche di transizione come la nostra.
Non
per evocare tribunali ma per ricordare che la legittimità del governo della
cosa pubblica non nasce dalla competenza tecnica né dal prestigio
internazionale, bensì dal rapporto di fiducia con il popolo. Quando quel
rapporto si consuma la storia accelera, raramente in modo ordinato.
La
questione non è se queste figure siano competenti.
La questione è chi decide che debbano essere
loro a decidere.
Il
lascito più concreto di quella stagione, della quale Draghi rappresenta uno dei
più evidenti simboli, non è un dibattito accademico ma un dato strutturale,
meno patrimonio pubblico, meno leve industriali, più dipendenza dai mercati
finanziari.
Le privatizzazioni di fine Novecento non hanno solo
cambiato proprietari, hanno cambiato il rapporto tra Stato ed economia,
riducendo la capacità pubblica di guidare scelte strategiche.
È un danno che non si misura solo nei bilanci
ma nella perdita di sovranità economica.
Le
privatizzazioni di fine Novecento hanno lasciato uno Stato più leggero, non nel
debito ma nel potere, con meno strumenti, meno margini, più vincoli, in una stagione che simbolicamente si
apriva anche con riunioni come quella sul panfilo Britannia, dove il futuro del
patrimonio pubblico italiano entrava nel linguaggio e nelle logiche della
grande finanza internazionale.
È
questo il contesto dentro cui oggi si parla di limiti della globalizzazione, un
Paese che ha ceduto leve strategiche si trova ora a discutere di come governare
un’economia che non governa più.
(Articolo
di Danilo Stentella -Vice Presidente Centro Studi Politici e Sociali “Franco
Maria Malfatti”).
(imolaoggi.it/2026/02/13/aristodraghi-la-globalizzazione-e-la-politica-senza-popolo/).
Dall'Europa
all'Unione europea.
I
problemi principali e
da
dove ripartire.
Ilfoglio.it
- Andrea Graziosi – (24 dic. 2024) – Redazione – ci dice:
È
necessario rafforzare la dimensione statuale dell’Ue, dal sistema decisionale
alla difesa passando dal nodo culturale, cioè i princìpi che ci uniscono.
Ecco una
guida contro le derive ideologiche, per la nostra sicurezza.
Sullo
stesso argomento:
Il
viaggio azzardato di von der Leyen in Turchia per discutere di Siria.
Denunciare la minaccia di Putin per l'occidente non è
militarismo, è imparare a difendersi.
Come trasformare in realtà le indicazioni di Draghi
sulle università.
Almeno
in termini di presenza “imperiale”, nell’Europa centro-orientale il 1945 è
finito nel 1991, quando le basi sovietiche sono state chiuse e i reparti
rimpatriati.
Nell’Europa
occidentale questo non è avvenuto anche perché quello americano è stato un
“impero liberale”, cui si aderiva spesso con convinzione, un impero fondato su
forti affinità e legami etnici e culturali, oltre che valoriali, e che
rimpiangeremo anche per i grandi vantaggi che procurava.
Quei
legami cominciarono ad allentarsi con la fine dell’emigrazione europea,
azzerata dal benessere e dalla crisi demografica, e il loro disfarsi fu
accelerato dalle conseguenze del collasso sovietico e quindi dal venir meno
della paura, nonché dalla crescita dell’Asia, e in particolare della Cina.
È poi
venuto il 2008 – una data della cui importanza non abbiamo forse ancora
sufficiente coscienza – l’anno della crisi ma anche di Obama e del suo
focalizzare l’attenzione di Washington sulle riforme all’interno e sul Pacifico
in campo internazionale, due scelte che sono rimaste da allora al centro della
politica statunitense, ancorché declinate in modo diverso.
L’entità
della crisi del 2008 (basta andarsi a vedere il peso dell’Europa nella
produzione mondiale di autoveicoli o le curve dei redditi reali) e il
significato profondo del riorientamento americano non li abbiamo visti perché
vedere il presente è sempre difficile ma anche perché farlo è spesso scomodo:
lo
confermano quanto è accaduto con la caduta della natalità, già conclamata nel
1972, e i problemi posti dal crescente invecchiamento, emersi negli anni
Ottanta.
Vedere significa infatti capire che non si può
più vivere come nel passato, un passato che piaceva anche perché era piacevole
ed è quindi duro lasciarsi alle spalle, e questo è specialmente vero per
l’Europa occidentale.
Al
contrario dell’Urss, crollata, gli Stati Uniti resteranno infatti comunque una
grandissima potenza e il loro declino è solo relativo: negli ultimi decenni la
loro economia, la loro tecnologia ecc. hanno continuato a crescere, molto più
delle nostre anche se meno di quelle cinesi o indiane, che hanno attraversato
un periodo straordinario, paragonabile ai nostri “miracoli”.
Noi invece, se è possibile usare il pronome
collettivo, siamo messi molto peggio non solo dal punto di vista demografico o
economico, ma anche perché le bombe che ci proteggono nel nuovo mondo
annunciato dalle guerre degli ultimi anni hanno il bottone a Washington, e le
nostre principali basi militari sono ancora sotto il controllo statunitense.
E perché la Nato, preziosissima e per fortuna
ancora funzionante, non è riuscita a rinnovare la sua identità dopo il 1991 e
rischia quindi la crisi perché espressione di un mondo che non c’è più, quello
dominato dall’Atlantico e imperniato sull’Europa, almeno come principale
oggetto del contendere tra le due nuove superpotenze del 1945, sostituito da un
mondo che guarda al Pacifico e in cui l’Europa è solo parte, certo ancora
rilevante, di dinamiche diventate globali.
Questa
nuova situazione ci permette di vedere quanto sia intellettualmente e
politicamente sbagliato confondere Europa e Unione europea, come invece di
regola facciamo, e non solo perché – come dimostra la sua storia dal XVIII
secolo – un’Europa senza Londra e San Pietroburgo/Mosca semplicemente non è
tale.
La
nebbia retorica generata da questa confusione ci impedisce infatti di
affrontare le sfide che ci stanno oggi di fronte:
esse
sono infatti sfide di costruzione statale e se è certo molto difficile
introdurre più forti elementi statuali nell’Unione europea, farlo per
l’“Europa” è semplicemente impossibile.
Sarebbe
quindi meglio provare a smettere di dire Europa e concentrarci invece
sull’Unione europea, con la coscienza che le condizioni straordinariamente
positive degli ultimi decenni sono purtroppo finite.
Potremmo così vedere con più chiarezza quel che
sarebbe in teoria necessario fare e ragionare su quali obiettivi sia
realisticamente possibile perseguire, e come.
La via
che seguirò è quindi quella di elencare in breve i problemi principali oggi di
fronte alla nostra Unione, che dovremmo per prima cosa mettere, almeno nelle
nostre menti, tra virgolette, senza per questo smettere di apprezzarla.
Essa
non è infatti davvero una unione malgrado nel 1992 si sia data, e per fortuna,
questo nome.
Lo dimostra il suo aver fatto proprio il
principio di unanimità (che equivale al libero veto che causò il crollo della
Confederazione polacco-lituana) adottato già dal Trattato di Roma, da cui
nacque nel 1957 una Comunità di soli sei stati.
La sua
genesi fu condizionata dalla sconfitta nel 1952 del “progetto di Comunità
europea di difesa,” dapprima sostenuto e poi affondato – non a caso – dalla
Francia, e il principio di unanimità fu ribadito nell’Atto unico europeo nel
1986, che pure diede nuovo slancio all’integrazione e fu firmato da 12 paesi,
il doppio di quelli del 1957.
Pur riducendo le materie per le quali era
richiesta l’unanimità per legiferare, esso non toccò infatti quelle che stanno
al cuore di qualunque formazione statale.
La
situazione non è cambiata dopo il “Trattato di Lisbona” redatto per sostituire
un progetto di Costituzione bocciato nel 2005 dai referendum francese e
olandese e firmato tra il 2008 e il 2009 da un numero di paesi di nuovo e più
che raddoppiato (27).
Il
Trattato aumentò infatti il numero dei settori strategici su cui il Consiglio
poteva decidere a maggioranza qualificata, ma lasciò il vincolo dell’unanimità
per politica estera e di difesa, polizia, imposizione fiscale, sicurezza e
protezione sociale, e allargamento dell’Unione, cioè i campi essenziali
all’autonomia e all’esistenza di qualunque stato.
L’unica
posizione “statuale” conquistata dall’Unione è quindi quella della moneta unica
che – visto che non tutti i paesi membri vi aderiscono – ha di fatto già
introdotto il regime dei cerchi concentrici, indicando una strada praticabile
anche in altri settori.
Malgrado i grandi benefici che arreca, l’euro
resta quindi minato dalla sua “solitudine”, di cui si potrebbe prima o poi
pagare il prezzo.
Si è
discusso di quanto la moltiplicazione degli stati membri e la loro crescente
disomogeneità abbiano reso problematico gestire l’Unione col criterio
dell’unanimità.
La
cosa è senz’altro vera, anche se sarebbe sbagliato dedurne che l’errore fu
quello di un allargamento che ha garantito stabilità e grandi opportunità, e
non solo ai nuovi membri.
Ma il
nocciolo del problema resta il fatto che, malgrado il suo nome e i progressi
fatti, l’Unione è rimasta essenzialmente un condominio di stati riuniti per il
legittimo perseguimento del loro utile, una scelta tra l’altro non priva di
sostegno popolare anche se non adatta ai nuovi tempi, come dimostrarono già
venti anni fa i ricordati referendum contro una Costituzione certo affondata
anche da scelte incaute e non priva di una sua fragilità.
Sembra inoltre di poter dire che l’avanzare di
invecchiamento e aspettative decrescenti, nonché il senso di debolezza
“identitario” acuito dalla perdita di status dell’Europa e da consistenti e
sempre più diversificate correnti migratorie abbiano da allora accresciuto la
diffidenza verso il progetto europeo e rafforzato la presa degli stati
nazionali.
Il
punto chiave, tuttavia, è che la storia della costruzione europea dimostra nel
suo complesso l’indiscutibile vittoria politica della visione gaullista di una
“Europa delle nazioni”, o meglio degli “stati-nazione”, che si è ammantata di
una fitta e potente retorica europeista, non priva di una sua utilità ma anche
ingannatrice.
Anche
per la sua radicale quanto ottimista astrattezza, il federalismo europeo non è
mai riuscito a costituire una valida alternativa, e l’Unione europea è quindi
così perché così la hanno voluta e la vogliono i suoi stati membri e le sue
popolazioni.
È da
questo punto di vista paradossale ascoltare i lamenti sul suo indubbio
carattere burocratico pronunciati da chi si è opposto a una sua maggiore
politicizzazione, incentivando quindi la sua natura amministrativa.
Le
sconfitte dei tentativi di introdurre più politica hanno educato negli anni gli
europeisti ad abbandonare la strada delle richieste dirette, rafforzando la
loro convinzione circa l’opportunità di insistere piuttosto sulla strada
tracciata da Schuman dopo il fallimento del progetto di difesa europeo.
La
soluzione migliore è parsa da allora il puntare a una maggiore integrazione
facendo leva su interessi comuni visti come la somma di quelli di stati membri
convinti appunto dal loro soddisfacimento a sostenere quella integrazione.
Tale
via si è col tempo intrecciata col principio di sussidiarietà, che affonda le
sue radici nella cultura cattolica e nelle preoccupazioni di élite politiche
comprensibilmente sospettose, dopo le catastrofi delle due guerre mondiali,
dello strapotere degli stati nazione centralizzati e dei nazionalismi.
Bruxelles
ha quindi distribuito e distribuisce risorse senza rivendicare l’averlo fatto,
e i suoi finanziamenti hanno paradossalmente rafforzato statalismi e
regionalismi di ogni tipo, come se di quei finanziamenti ci si dovesse in
qualche modo vergognare e se essi non dovessero in alcun caso essere usati per
costruire una comunità politica superiore a quelle nazionali.
Questa
strategia è stata ravvivata dall’esperienza del Covid, che ha portato
all’approvazione del piano di ripresa “Next Generation Eu”, finanziato in modo
massiccio da un indebitamento in parte diretto dell’Unione, che ha preso quindi
a prestito sui mercati come fanno gli stati “normali”.
Come
dimostra il PNRR italiano, la sua applicazione ha però confermato l’uso
essenzialmente nazionale dei finanziamenti europei, anche di quelli derivati da
un indebitamento europeo diretto.
Persino
nel campo dell’università e della ricerca, che è per sua natura il più
favorevole a cooperazione e apertura, essi sono stati concessi e vengono
gestiti praticamente senza vincoli tesi a farne degli strumenti di una
costruzione appunto “europea”.
L’Unione
quindi continua a pagare per rafforzare i suoi membri, senza spingerli a
integrarsi.
Non
c’è dubbio che la strategia “schumanniana” abbia dato buoni frutti, anche per
le ricordate, straordinarie condizioni godute dal nostro continente fino al
2008.
Ed
essa funziona ancora, come dimostra il “Next generation Eu”: trovare occasioni
per emettere debito europeo sembra perciò a molti il miglior modo per
perseguirla, unendo l’interesse di stati appesantiti dal loro debito pubblico a
una narrazione europea più forte dal punto di vista retorico che nella realtà:
se
infatti il soggetto europeo sarebbe irrobustito dalla titolarità di un debito
che i singoli stati non sarebbero in condizione di contrarre se non a
condizioni molto peggiori, a meno di un auspicabile cambio di pratiche i
finanziamenti così generati servirebbero solo a rafforzare gli stati esistenti,
come è giusto che sia, ma non a integrarli.
Il
vero problema è comunque un altro.
È
certo possibile andare avanti per la vecchia strada, nobilitando con la
retorica europeista gli interessi degli stati, ricorrendo a metodi indiretti
per fare dei non disprezzabili passi avanti e “sciogliendo” con delle
elargizioni le resistenze dei membri più riottosi, come l’Ungheria di Orbán.
Ed è
difficile fare altro.
Ma la domanda che occorre porsi è se questa strategia
permetta di far fronte ai problemi e alle sfide di un mondo nuovo, segnato dal
progressivo distacco degli Stati uniti dall’Europa, dall’emergere definitivo
dell’Asia e da una guerra europea che nel 2014 né Washington né l’Europa hanno
voluto vedere (basti pensare al rifiuto di Obama di armare l’Ucraina e alla
scelta tedesca ma anche italiana di business as usual con la Russia) ed è
potuta anche per questo esplodere con rinnovata violenza nel 2022.
La
risposta è purtroppo no: così non si costruisce coi tempi e l’intensità
richiesti dalla nuova situazione, dal ritorno della guerra e dalla nuova scala
necessaria per “esserci” in un mondo dove le potenze indipendenti hanno ormai
centinaia di milioni di abitanti, tutti più o meno istruiti, e sono dotate di
armamento nucleare.
Dal
punto di vista immediatamente politico la questione del salto di scala è forse
la più importante e in questa prospettiva emerge l’affinità tra le condizioni
in cui si trovano oggi gli stati europei e quelle in cui si trovarono gli stati
della penisola italiana nel XV secolo, uniti nella Lega italica ma travolti dal
mancato raggiungimento di nuove dimensioni diventate indispensabili.
Il
perno della questione è quindi come rafforzare, al massimo e il meglio
possibile, la dimensione statuale dell’Unione europea, senza ambizioni
irrealistiche e ricordando che, come ha dimostrato il XX secolo, le forme-stato
sono molto più numerose e malleabili di quelle consacrate dal pensiero
giuridico e politico europeo, e che ci sono quindi più opportunità di quanto si
possa pensare.
Solo
facendolo potremo tra l’altro mettere in sicurezza la geniale, ma anche
azzardata, creazione dell’euro, forse prima grande moneta di un grande
non-stato e che, come tale, potrebbe non reggere le tensioni legate alla
ricomparsa della guerra, alle conseguenze di una guerra dei dazi con gli Stati
Uniti, e all’approfondimento della crisi causata da denatalità e
invecchiamento.
Un
esercizio utile è identificare quali sono i terreni decisivi in cui operare, e
il più importante è forse quello del sistema decisionale dell’Unione, che
rischia di portare alla disgregazione in una situazione che sarà probabilmente
segnata da pressioni sempre più forti sia interne sia internazionali.
Per
indebolire la regola dell’unanimità (che equivale al veto) si potrebbe per
esempio imboccare con più decisione la via “indiretta” dei cerchi concentrici e
magari anche profittare dei passi falsi di uno stato membro per sospenderlo,
come le regole permettono, perché non è solo con premi e lusinghe che si
costruisce.
Almeno
altrettanto importante è il terreno della difesa, in cui, a complicare le cose,
la strategia dell’indebitamento comune ha grosse difficoltà:
non è
infatti semplice consentire alla creazione di debito comune in questo campo per
stati (Finlandia, Paesi baltici, Polonia, Ungheria e Grecia) che già superano
l’obiettivo del 2 per cento del pil.
Essi si troverebbero così a finanziare il
raggiungimento di un impegno comune da parte di paesi ben più ricchi di loro,
dalla Francia, che al 2 per cento è prossima, a Germania, Italia, e Spagna che
viaggiano sull’1,5 per cento, all’Irlanda, col suo 0,2.
Ma la
questione più delicata è quella del possesso di un proprio deterrente nucleare,
su cui l’Unione possa decidere in autonomia.
Oggi il nostro deterrente principale è quello di una
Nato almeno da questo punto di vista sotto stretto controllo americano, cui si
affianca la piccola ma indipendente force de frappe francese.
Per riprendere il controllo sulla nostra
difesa e quindi sulla nostra sicurezza, ridiventando “adulti” (che non è mai
solo bello), ci sarebbe quindi bisogno di discutere con Parigi, riconoscendole
la supremazia che di fatto ha in questo campo (una discussione non facile visti
i problemi di Macron e quello che dicono i sondaggi), e porre apertamente il
problema di una riforma della Nato che stia naturalmente attentissima a non
liquidarla, ma sappia piuttosto usarne la struttura.
Sarebbe
per esempio bello almeno ipotizzare un’alleanza globale (e quindi per
definizione non occidentale) politica e militare dei paesi liberal-democratici,
con Stati Uniti, Unione europea, Regno Unito ma anche Canada, Australia,
Giappone, Corea del sud, Israele e magari un domani India e chissà quanti e
quali altri membri, che unisca chi crede negli stessi princìpi politici,
sociali ed economici al di là del suo colore e della sua collocazione
geografica e sia quindi più adatta al mondo di oggi di un’ alleanza
“nord-atlantica” che ha fatto tanto bene ma le cui basi, un tempo solidissime,
sono state fragilizzate dalla storia.
Alla
capacità di difesa è strettamente legato il problema delle frontiere
dell’Unione, oggi illuminato dall’aggressione russa all’Ucraina, ma anche dai
conflitti in medio oriente e dalle politiche di una Turchia che l’Unione, dopo
averla a lungo illusa, ha poi respinto senza alcuna seria discussione.
a
questo punto di vista, la “soluzione” per esclusione della questione turca è
stata la prima, ipocrita, manifestazione della realtà che – come ogni altro
stato – anche l’Ue, se vuole esistere, deve avere dei confini, che non servono
solo a tener fuori prodotti e pratiche che non ne rispettano gli standard.
Essi
devono poter essere controllati e difesi, come le eventuali trattative per un
armistizio in Ucraina rendono chiaro: per esempio, chi presidierà, e come,
quello che potrebbe diventare in futuro il confine orientale dell’Unione?
Un
altro nodo fondamentale è quello che si potrebbe definire culturale. Per
esistere e funzionare qualunque stato, anche il più lontano dallo standard
europeo classico, ha bisogno di un discorso legittimante comune;
di una
lingua ufficiale di governo e amministrazione possibilmente neutra (che non
privilegi cioè una parte significativa dei suoi cittadini, come ci insegna il
caso indiano o quello dei tanti paesi plurietnici africani che l’hanno seguita
nel mantenere la lingua dei colonizzatori); nonché di almeno un abbozzo di
opinione pubblica e di stampa “unitari”.
Quello
della costruzione di un discorso legittimante europeo è un problema
affascinante e difficile, affrontato spesso in maniera ideologica e banale e
complicato da un passato imperiale che non ci ha resi popolari nel mondo,
nonché dalle scelte del 1991-92, che hanno messo coraggiosamente insieme due
Europe che hanno vissuto XX secoli molto diversi, in cui parole come comunismo,
socialismo e nazionalismo non hanno lo stesso significato.
Ho per
qualche tempo pensato che l’esperienza che ha accomunato questi due XX secoli
fosse quella della sconfitta (tutte o quasi le capitali continentali sono state
per esempio occupate dal nemico e spesso più di una volta) e che quindi si
potrebbe forse elaborare un discorso comune basato sulla sconfitta e la
saggezza che ne deriva.
Penso
ancora che la sconfitta sia un tema ineludibile, ma credo che per stare nel
mondo di oggi occorra un discorso capace anche di fare i conti con
l’imperialismo e il razzismo europei, ammettendoli ma ricordando che essi
discendevano da un senso di superiorità e di potenza garantite dalle
straordinarie scoperte della cultura e soprattutto di una scienza nata appunto
in Europa.
È
questa scienza che permette oggi alla maggior parte di un mondo che ne fa uso
di vivere una vita più lunga, più sana e più agiata che in passato, una vita
cui tutti ambiscono e della cui possibilità possiamo andare fieri (più
complicato è esserlo per sistemi liberaldemocratici che convivevano con impero,
razzismo e oppressione).
Non si
tratta insomma di compiacere, ma piuttosto di avere la dignità e la visione
critica di chi siamo stati e di chi siamo.
Quanto
alla lingua ufficiale, la Brexit rende oggi più facile adottare un inglese che
non è lingua ufficiale di nessun grande paese dell’Unione, e ha quindi quella
caratteristica di neutralità fondamentale in tutte le formazioni statali
plurinazionali.
Questa adozione renderebbe possibile investire
per creare una stampa, dei media e un’opinione pubblica di un’Unione la cui
natura “retorica” è confermata dal fatto che oggi esistono al suo interno
unicamente quelle nazionali.
Solo
così, tra l’altro, sarà possibile arginare la deriva ideologica e
autoreferenziale del linguaggio delle burocrazie europee, che nasce e cresce in
bolle di isolamento e privilegio che solo un’opinione pubblica europea potrebbe
forare, favorendone l’evoluzione.
Del
nodo “culturale” fa parte infine la costruzione di una vera rete scientifica e
universitaria europea della conoscenza, indispensabile anche allo sviluppo di
una industria e di servizi tecnologicamente avanzati, e che è la principale
risorsa di un continente non ricco di materie prime.
In questo caso potrebbe essere seguita la
strategia del debito comune, cercando però di non ripetere gli errori
“autarchici” del PNRR.
L’ultimo
grande nodo, e forse il più importante e complesso, è quello della crisi
demografica, fatta di denatalità e invecchiamento, e del suo legame con
un’immigrazione necessaria, ma che tanti temono ed è destinata comunque a
provarsi un’opportunità “temporanea” visto che il crollo della natalità si
espande in tutto il mondo seguendo l’avanzata di un sia pur relativo benessere.
È qui
importante far capire il prima possibile che la crisi è tale da richiedere
scelte di portata ben superiore a quelle cui siamo abituati a pensare: questo
sia come individui sia come società, in termini di attitudini e mentalità da
cambiare e di risorse che è necessario spostare per almeno attutire la
contraddizione tra interessi di breve-medio a non fare figli, e medio-lungo
periodo a farli, che è la molla della trappola in cui ci troviamo.
Anche
in questo caso la creazione di debito europeo teso a trasferire risorse
importanti alla parte più giovane della popolazione europea potrebbe essere una
parte della soluzione.
Quanto
all’immigrazione, la cui utilità va sempre ricordata e spiegata, occorre sia
riconoscere diritti e prospettive di integrazione agli immigrati che tener
conto di timori che esistono e orientano la politica. La creazione di una
grande agenzia europea che studi le pratiche migliori e proponga politiche
capaci di tenere il più possibile insieme quei due poli fondamentali sarebbe un
passo avanti importante.
Al
tempo stesso, se vuole farsi più stato, ancorché originale e diverso, l’Unione,
come tutti gli stati, deve avere il controllo delle sue frontiere anche da
questo punto di vista.
I
problemi sono quindi grandi e le soluzioni difficili ma, come indica il
“Rapporto Draghi”, un gruppo dirigente europeo potrebbe trovare un approccio
più diretto ed elastico, capace di andare oltre il binarismo che ha
contrapposto l’ideale federalista europeo all’Europa gaullista delle nazioni,
diradando la nebbia retorica che ricopre entrambi.
In ogni caso, dato il nuovo mondo in cui
viviamo, varrebbe la pena provarci anche perché esistono forze su cui fare
affidamento.
Tra
esse c’è ovviamente la convenienza materiale, umana e culturale dell’Unione per
i suoi cittadini, come gli inglesi hanno avuto di recente modo di sperimentare;
e c’è
in particolare la sua enorme convenienza economica, di cui spesso però non si
riescono a percepire le reali dimensioni.
C’è poi una struttura giuridica la cui
solidità è stata misurata dal modo ordinato con cui l’Unione ha risposto al
Covid, e ci sono forse e soprattutto la nostra organizzazione sociale e il
nostro stile di vita, permesso dalla scienza, che esercitano un’attrazione
fortissima in tutto il mondo, come dimostrano le direzioni dei flussi migratori
o la scelta degli ucraini.
È
quindi lecito sperare che l’Unione europea non faccia la fine della Lega
italica e magari anche che il passato aiuti i politici italiani a giocare un
ruolo significativo nel suo rinnovamento, garantendo così un futuro migliore
anche al nostro paese.
Vedere
con chiarezza i problemi sarebbe un piccolo passo avanti in questa direzione.
L’Unione
Europea ha un
problema
di “azione collettiva.”
Tuttieuropaventitrenta.eu
- Andrea Mairate - (19 Ago. 2025) - Redazione – ci dice:
L’Unione
Europea ha un problema di “azione collettiva.”
Nel
suo recente discorso di Aquisgrana, la presidente della Commissione europea,
Ursula von der Leyen si è espressa per una Europa indipendente.
Nei
fatti, il concetto di autonomia strategica, proposto dal presidente Macron si è
rivelato privo di sostanza.
L’Europa teme infatti di essere indipendente
in aree cruciali, soprattutto in materia di politica estera e di sicurezza dove
vige la regola dell’unanimità.
La
risposta a questa domanda, per quanto irriverente possa sembrare, è che l’UE ha
un problema di ‘azione collettiva’,- problema teorizzato da Olson nel
1971- laddove gli individui ( in questo
caso gli Stati) starebbero in una situazione più vantaggiosa se decidessero di
cooperare, ma non lo fanno a causa di conflitti e di interessi contrapposti che
ne limitano l’azione comune.
Nella
letteratura economica questa situazione viene descritta come la ‘tragedia dei
beni comuni’ in cui gli individui (gli Stati) perseguendo i propri interessi
finiscono col distruggere risorse condivise.
Eppure,
il modus operandi dell’UE – definito dal Trattato sul funzionamento dell’UE
meglio conosciuto come” Trattato di Lisbona”- non permette di affrontare questo
problema.
La
guerra commerciale con gli Stati Uniti ne costituisce un caso emblematico.
Praticamente
tutti gli economisti che hanno commentato la risposta dell’UE all’offensiva dei
dazi americani hanno sottovalutato il problema di ‘azione collettiva’.
Non è
sorprendente il fatto che il cancelliere tedesco abbia spinto la Commissione ad
evitare misure di ritorsione e quindi alzare la bandiera bianca nei negoziati
perché un tutt’altro scenario (come il ricorso allo strumento anti-coercizione)
sarebbe catastrofico per l’industria tedesca nel breve periodo.
Tuttavia,
nel breve periodo, ci saranno degli effetti negativi sull’ economia tedesca e
di conseguenza quei paesi dell’UE come la Polonia e l’Italia che sono
fortemente dipendenti dall’industria tedesca.
Di
fatto l’accordo di principio siglato tra la Commissione europea (che ha
condotto i negoziati per conto dell’UE) et gli Stati Uniti il 28 luglio in
Scozia costituisce un cattivo risultato per gli europei.
Molti esponenti politici ed analisti
considerano che sia una vera capitolazione da parte dell’UE nei confronti degli
Stati Uniti.
Se
analizziamo la questione in termini economici, si tratta in realtà di un gioco
a somma negativa nel senso che i dazi americani (15% come base che comprende il
4,8% pre-esistente quindi analogo a quello imposto al Regno Unito) avranno un
duplice effetto.
Da un
lato, colpiranno le aziende e i consumatori americani attraverso un aumento di
prezzi, a meno che le prime non accettino di ridurre i loro margini di profitto
e il governo non imponga un controllo dei prezzi, essendo entrambi i casi molto
improbabili;
dall’altro,
le imprese esportatrici dell’UE dovranno far fronte ad un rincaro dei loro
prodotti per effetto cumulato dei dazi e dell’apprezzamento dell’euro (circa il
10% da gennaio), quindi in totale un costo maggiorato del 25%.
Ciò potrebbe portare alcune aziende a
rilocalizzare una parte degli impianti produttivi negli Stati Uniti:
questa
è in fondo l’unica cosa che interessa Trump, cioè attirare 600 miliardi di
investimenti provenienti da governi e imprese europee.
La
Commissione europea può fare ben poco per garantire un tale impegno perché sono
scelte che dipendono dalle singole aziende.
Il
rischio è che qualora questo obiettivo non si realizzasse, Trump potrebbe
minacciare altri dazi sulle importazioni di beni europei.
Quindi
è sul piano strategico che l’UE ha perso.
La
posta in gioco va oltre i dazi perché si estende al cuore della sovranità
europea – l’energia,
la difesa, gli investimenti strategici- che ci renderà ancora più
dipendenti dagli Stati Uniti in un gioco asimmetrico, non cooperativo dove
prevale solo il rapporto di forza tra potenze ormai rivali.
L’Unione
europea ha mostrato la sua fragilità strutturale legata al suo modello
economico dipendente dai surplus della bilancia corrente.
La
versione europea del mercantilismo è fragile perché si basa su input che non
provengono da fonti interne – mentre la Cina ha costruito il suo mercantilismo
attorno all’idea di indipendenza delle supply chain nazionali.
L’Europa
non è ricca di risorse naturali come la Cina e la Russia, né ha un clima o
caratteristiche geologiche favorevoli alle energie rinnovabili.
In
cambio, l’Europa dispone di una forza lavoro molto qualificata, e in
particolare delle competenze ingegneristiche che non hanno pari nel mondo.
Gli
Stati Uniti e la Cina sfruttano spietatamente i loro monopoli – gli Stati Uniti
sulla finanza globale e la Cina riguardo le terre rare.
L’UE
non è costruita per sfruttare i suoi vantaggi nello stesso modo.
Ma
anche senza un chiaro disegno geopolitico, l’UE potrebbe fare di più di quanto
non faccia oggi, come costruire relazioni strategiche con paesi terzi, far
passare l’accordo con il Mercosur e sviluppare un partenariato ‘funzionale’ con
la Cina su temi comuni come il clima e la difesa del multilateralismo.
Anche
senza monopoli sulle risorse naturali, ci sono accordi da fare nel mondo
facendo a meno del beneplacito degli Stati Uniti.
Di
fronte a queste sfide esterne sempre più complesse, vi sono delle opportunità
per cambiare di modello economico.
Sarebbe
assurdo rimanere legati alla mondializzazione come se dovesse durare in eterno
mentre i mercati tendono sempre di più a chiudersi.
Per questa ragione, la realizzazione di
un’unione economica più integrata diventa sempre più necessaria – come
richiamato con forza nei rapporti Letta e Draghi.
La
storia ci insegna che l’Europa può trasformare l’avversità in un vantaggio.
L’UE ha fatto notevoli progressi sul piano
dell’integrazione degli scambi tra i suoi stati membri, ma rimangono ancora
molti ostacoli.
Come
ha dimostrato una ricerca recente condotta dal FMI, le barriere interne sono
stimate ad un costo equivalente al 44% per i beni manifatturieri e al 110% per
i servizi, costi (o dazi) che gravano sui consumatori e aziende sotto forma di
prezzi più alti e minore produttività.
Un
mercato unico pienamente integrato – accompagnato da una politica industriale
rivolta alle sfide del 21emo secolo- potrebbe rafforzare la resilienza
economica dell’Europa in quanto potenza economica in un mondo pericoloso,
sempre più imprevedibile.
Allo
stato attuale, l’UE non è in grado di combattere una guerra commerciale, ma
dispone degli strumenti idonei per difendersi da atteggiamenti predatori da
parte delle potenze rivali.
La
debolezza non è uno stato naturale delle cose; è anche una scelta politica.
Più
che mai, l’UE deve prendere in mano il proprio destino per garantire il futuro
delle giovani generazioni.
E lo può fare risolvendo il suo problema di
azione collettiva attraverso riforme urgenti nel modo di funzionamento dell’UE.
Unione
Europea, crisi economiche
e crisi dei debiti sovrani.
Politicasemplice.it
– (24 -02 -2026) – Redazione – ci dice:
La
globalizzazione sta cambiando progressivamente gli equilibri geopolitici ed
economici tra le superpotenze mondiali.
Mentre
un tempo il mondo era sostanzialmente diviso in due sfere d’influenza (USA e
URSS) che spingevano gli Stati europei da una parte o dall’altra, oggi la
situazione è molto cambiata e in continuo divenire.
Gli
Stati europei hanno dovuto organizzarsi e affrettare il processo di
costituzione dell’Unione Europea per evitare di subire passivamente gli accordi
tra superpotenze vecchie e nuove.
Considerando
la consistenza degli ostacoli frapposti al processo di integrazione politica,
le istituzioni europee hanno dato priorità all’integrazione economica tra i
paesi membri.
Questa modalità di costituzione dell’Unione
Europea ha comportato dei vantaggi ma anche alcuni svantaggi.
Ad
esempio, l’assenza di una integrazione politica ha spesso determinato una
mancanza di unanimità dei paesi membri sul posizionamento che le istituzioni
europee avrebbero dovuto tenere in merito ad alcune questioni internazionali,
indebolendo il peso dell’Unione Europea nello scacchiere geopolitico.
Altresì,
le crisi finanziarie del 2007 e del 2011 hanno evidenziato i limiti del
processo di costituzione dell’Unione Europea basato su una integrazione
economica non adeguatamente bilanciata da quella politica.
Unione
Europea - simbolo
Le
crisi economiche dei paesi aderenti all'Euro hanno evidenziato alcuni punti
deboli del processo di unificazione europea.
Il processo di integrazione europea si trova
in una fase abbastanza avanzata da vincolare i paesi membri a determinati
parametri di finanza pubblica, ma allo stesso non così avanzata da consentire
un intervento diretto delle istituzioni europee nelle situazioni di crisi, o
per prevenirle.
Non è
infatti un caso che le istituzioni europee si siano fatte cogliere impreparate
dalla crisi finanziaria internazionale del 2007 e dalla crisi dei debiti
sovrani del 2011, tuttavia proprio a causa dell’incompiutezza del processo di
unificazione europea risulta difficile separare nettamente le responsabilità
delle istituzioni europee da quelle dei singoli Stati membri e degli Stati più
influenti, come la Germania.
Occorre
evidenziare come gran parte dei problemi che affliggono le economie dei paesi
occidentali sia dovuta all'inarrestabile processo di globalizzazione, ovvero
alla internazionalizzazione dei sistemi economici e finanziari e all'ingresso
di nuovi protagonisti nella scena economica mondiale, come la Cina, l'India e i
paesi emergenti.
Poiché l'internazionalizzazione dei mercati
genera una competizione economica tra paesi con strutture civili ed industriali
profondamente diverse, per contrastare gli effetti negativi della
globalizzazione è fondamentale stabilire regole comuni a livello internazionale
per tentare di governare e indirizzare il processo di globalizzazione,
piuttosto che subirlo passivamente.
Per
raggiungere questo obiettivo sono state costituite organizzazioni
internazionali che consentono agli Stati e alle economie più influenti di
esercitare un certo grado di controllo sui mercati economici e finanziari
internazionali.
Quando
è stata creata la Comunità economica europea la preoccupazione principale degli
stati aderenti era di regolare i rapporti interni tra gli Stati europei ed
evitare che il sorgere di nuovi conflitti potesse generare nuove guerre.
Con la
globalizzazione la funzione dell'Unione Europea si è estesa, poiché
l'aggregazione dei singoli Stati europei si è rivelata utile sia per preparare
le loro economie ad affrontare il libero mercato, sia per aumentarne il peso
complessivo sui tavoli dei trattati e delle organizzazioni internazionali.
Presi
singolarmente i paesi membri dell'Europa non avrebbero sufficiente forza per
trattare da pari con paesi di grande dimensione economica, come ad esempio
Stati Uniti, Cina e India.
Se
l'Europa fosse unita anche politicamente oltre che economicamente potrebbe
influenzare con ancora più forza le politiche degli organismi internazionali di
controllo dell'economia e della finanza che, essendo frutto di accordi tra
stati sovrani, sono istituzioni tecnocratiche non indirizzate attraverso
processi di rappresentanza democratica.
In
sintesi, l'Unione Europea aiuta i cittadini dei paesi europei a contare di più
in un mondo sempre più globale e dominato dalle grandi economie.
Tuttavia,
l'attuale Unione Europa non riesce ancora a svolgere un ruolo di primo piano
nello scenario mondiale poiché non ha ancora acquisito la credibilità di
soggetto unitario.
L'Unione
Europa, non essendo abbastanza integrata politicamente, non è riuscita a
dotarsi di un ordinamento federale.
In effetti, l'Unione Europea è un cantiere, una
organizzazione economica e politica che si va formando attraverso un mercato
unico, una moneta unica ed un processo di integrazione con delle istituzioni a
supporto di queste funzioni.
A ben
vedere, nonostante il processo di integrazione economica sia molto più avanzato
rispetto a quello politico, occorre notare come le agenzie internazionali di
valutazione economica non considerino affatto l'economia europea come un
tutt'uno e rappresentino le prestazioni economiche dell'Europa come la somma
algebrica dell'andamento delle economie dei singoli Stati membri, i quali hanno
pesi economici differenti.
In sostanza, un'analisi dei problemi
dell'economia europea comporta ancora tante analisi quanti sono i paesi
dell'Eurozona.
Questa
premessa sulla natura dell'Unione Europea aiuta anche a comprendere perché le
istituzioni europee non sono in grado di intervenire direttamente per
indirizzare o per risolvere i problemi economici dei singoli paesi membri che
conservano gran parte della loro sovranità.
Infatti, gli Stati aderenti all'Unione Europea
se per un verso hanno contratto degli obblighi attraverso i trattati
multilaterali costitutivi dell'Unione Europea, per l'altro verso non hanno
concesso alle istituzioni europee il potere di intervenire direttamente
all'interno dei singoli paesi per l'attuazione degli interventi necessari al
rispetto dei suddetti obblighi.
In
sostanza, l'attuazione delle politiche dell'Unione Europea dipende dai singoli
governi nazionali degli Stati membri.
Poiché
non tutte le istituzioni di governo degli Stati membri sono efficaci ed
efficienti, l'attuazione delle politiche comunitarie non è uniforme, risente di
eventuali problemi politici interni dei singoli paesi e, a volte, è frutto di
furbi compromessi o colpevoli mancanze.
La
risposta alle crisi economiche dei singoli paesi membri dell'UE è inoltre
fortemente condizionata dalla mancanza di una politica fiscale unitaria.
Insomma, fino a quando il processo di integrazione europea non sarà completato,
le responsabilità connesse all'amministrazione e all'economia dei singoli Stati
membri sono completamente a carico dei Parlamenti e dei Governi nazionali e
comportano un confronto, a volte ambiguo, tra le istituzioni europee e le
istituzioni di governo degli Stati membri.
Per inciso, questa natura pattizia tra
istituzioni europee e paesi membri permane anche quando il mancato rispetto dei
vincoli di bilancio stabiliti dai trattati europei determina il
commissariamento europeo o della cosiddetta troika (BCE, Commissione UE e FMI).
Infatti,
uno dei compiti delle istituzioni europee è di verificare il rispetto degli
accordi sottoscritti dagli stessi Stati membri.
Questi accordi impegnano collettivamente tutti
i paesi aderenti a procedere su un percorso di riforme per allineare i diversi
sistemi economici e consentire una maggiore integrazione economica e politica
dell'Unione Europea.
In pratica, le istituzioni europee verificano
periodicamente il rispetto di determinati parametri e chiedono conto agli Stati
aderenti degli scostamenti, prima di applicare eventuali sanzioni o ulteriori
prescrizioni.
I
principali vincoli economici imposti agli Stati membri dall'adesione all'Unione
Europea sono:
- il
rispetto dei parametri stabiliti nei vari trattati europei, poi confluiti nel
"Trattato di Lisbona" che obbliga gli Stati a mantenere il deficit
pubblico sotto la soglia del 3% ed il debito pubblico sotto la soglia del 60%
del PIL o comunque a diminuirlo progressivamente se più elevato;
- il
rispetto dei parametri stabiliti nel "Patto di bilancio europeo" o
"Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell'unione
economica e monetaria" (sottoscritto nel marzo 2012 dagli allora 27 Paesi
dell'Unione europea, con l'esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca,
ed entrato in vigore il 1 Gennaio 2013) che obbliga i 25 Stati firmatari a
inserire in Costituzione il pareggio di bilancio, a mantenere il deficit
pubblico sotto la soglia dello 0,5% ed a ridurre il debito pubblico sotto la
soglia del 60% entro venti anni.
Se i
governi ed i parlamenti nazionali si dimostrano incapaci di raggiungere gli
obiettivi prefissati nei tempi prestabiliti (ovvero se hanno irresponsabilmente
firmato i trattati europei pur sapendo di non poterli rispettare) scattano
delle procedure di infrazione seguite da sanzioni o da un commissariamento, per
cui gli Stati membri inadempienti sono costretti ad attuare una accelerazione
delle riforme ritenute necessarie ai fini dell'integrazione europea.
Purtroppo
una accelerazione nelle riforme può comportare interventi drastici non diluiti
nel tempo, ovvero una tempistica che non tiene conto di eventuali altri
problemi che il paese sta attraversando, determinando così la conseguenza che
le riforme necessarie per "restare" in Europa sono pagate a caro
prezzo dai cittadini di quei paesi. Infatti, le forze politiche euroscettiche
contestano alle istituzioni europee che le riforme ed i tagli di bilancio,
imposti ai Paesi membri in difficoltà come condizione per ottenere gli aiuti
finanziari, comportano sacrifici ingiusti per le popolazioni e non per i
governi o i governanti che hanno precedentemente commesso errori.
Ad
esempio, questo è quanto accaduto con la crisi finanziaria internazionale del
2007, quando le economie reali sono state contagiate dalla crisi finanziaria ed
alcuni Stati membri dell'UE si sono trovati ad affrontare contemporaneamente la
crisi economica ed il mancato rispetto dei vincoli imposti dai trattati
europei.
I
paesi della zona Euro che avevano accumulato un ritardo nel cammino verso
l'integrazione europea sono stati colpiti dalla crisi economica più
pesantemente rispetto ai paesi che avevano già consolidato le loro economie nel
quadro europeo, allontanandosi ulteriormente dagli obiettivi stabiliti dai
vincoli di bilancio europei.
I governi di questi paesi sono stati quindi
costretti ad interventi economici che avevano obiettivi in parte contrastanti:
da un lato combattere la crisi economica per minimizzare gli effetti negativi
sulla popolazione, dall'altro attuare le riforme necessarie per rientrare nei
vincoli di bilancio imposti dall'adesione all'UE.
Quale
dei due obiettivi abbia prevalso costituisce un motivo di recriminazione per il
modo in cui si sta costruendo l'Unione Europea ed è uno dei principali
argomenti a sostegno delle tesi degli euroscettici.
Tuttavia,
se per un verso il processo di integrazione europea può avere delle
responsabilità sull'aggravamento delle conseguenze provocate dalle crisi
economiche alle popolazioni di alcuni Stati membri, per l'altro verso occorre
considerare la protezione implicita che l'appartenenza alla zona Euro ha
conferito e conferisce ai paesi aderenti, oltre agli aiuti economici che
l'Europa elargisce alle regioni sottosviluppate nell'ambito dei programmi di
coesione territoriale.
Le
responsabilità delle istituzioni europee e soprattutto della linea politica dei
cosiddetti falchi dell'Unione Europea, invece, sono più definite per quanto
riguarda la crisi dei debiti sovrani del 2011.
Infatti,
per alcuni Stati europei l'adesione all'Euro ha effettivamente rischiato di
trasformarsi in un boomerang quando si è verificata una crisi di fiducia nei
confronti dei paesi con un elevato debito pubblico e le istituzioni europee non
sono intervenute tempestivamente, lasciando che la speculazione finanziaria
materializzasse dei rischi di default. Tra il 2010 ed il 2011 alcuni paesi
dell'Eurozona hanno subito una crisi dei debiti sovrani che ha rischiato di far
saltare l'intero processo di integrazione europea.
La
crisi del debito sovrano consiste in un rialzo eccessivo dei tassi di interesse
sui titoli di stato che vengono periodicamente messi all'asta per finanziare il
rinnovo e la crescita del debito pubblico.
Lo Stato per riuscire a vendere i propri
titoli di debito può essere costretto ad alzare il tasso di interesse, ma un
tasso d'interesse troppo alto, in presenza di una grande quantità di debito,
può minare la capacità dello Stato di far fronte al pagamento del debito.
È quanto accaduto a Grecia, Irlanda e
Portogallo, dove il default del debito sovrano è stato evitato solo grazie
all'intervento dell'Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale che
hanno finanziato con ingenti prestiti i piani di salvataggio predisposti dai
governi nazionali.
È quanto accaduto all'Italia quando nel mese
di Giugno 2011 lo "spread", cioè il differenziale di rendimento fra
titoli di stato italiani e quelli tedeschi presi come riferimento, cominciò a
crescere di mese in mese arrivando a superare i 500 punti nel mese di Novembre,
causando la crisi del governo Berlusconi e la nascita di un governo tecnico di
emergenza guidato da Mario Monti.
Non
solo le istituzioni europee non avevano previsto dei meccanismi automatici di
riequilibrio degli spread sui tassi d'interesse dei titoli del debito pubblico
emessi dagli Stati membri, ma sono anche intervenute tardivamente nel
predisporre quegli strumenti in grado di sanare gli squilibri finanziari
all'interno dell'Eurozona su richiesta dei singoli Stati membri. Infatti, il
Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), istituito nel marzo 2011 sarebbe dovuto
entrare in vigore addirittura a metà 2013 e solamente dopo accese discussioni
ne fu anticipata l'adozione al mese di Luglio 2011.
Oltre
ai ritardi, è stato contestato alle istituzioni europee di applicare in modo
troppo rigido i parametri del patto di stabilità a quei paesi che hanno un
debito pubblico elevato e che si trovano così nella difficile condizione di
dovere adottare politiche di bilancio restrittive anche in periodi di crisi,
quando invece sarebbe necessario adottare politiche espansive.
La richiesta di una maggiore flessibilità
nell'applicare i vincoli imposti dal patto di stabilità viene anche dalle forze
politiche moderate nei paesi dove gli effetti della crisi economica hanno
esacerbato la popolazione e favorito l'ascesa di forze politiche populiste o
estremiste, spesso contrarie al processo di integrazione europea.
Tuttavia,
le istituzioni europee non hanno molti margini per applicare in modo
discrezionale i vincoli europei, a meno che non siano previste specifiche
clausole o vi sia unanime accordo di tutti gli aderenti ai trattati essendo
questi di natura multilaterale, mentre una eventuale rimodulazione dei trattati
al fine di consentire maggiore flessibilità non sembra al momento una via
percorribile a meno di non voler interrompere il processo di integrazione
europea.
Probabilmente
le polemiche sulle modalità con le quali si sta realizzando il processo di
integrazione europea sono destinate a durare almeno fino a quando questo non
sarà completato, o se dovesse fallire anche oltre, mentre per i normali
cittadini è sempre più complicato comprendere dove vengono prese le decisioni
economiche che riguardano la loro vita di tutti i giorni, se a livello
nazionale, europeo o internazionale.
Politica
di coesione UE,
i
rischi dell’accentramento.
Balcanicaucaso.org
– (29 gennaio 2025) - Federico Baccini – Bruxelles – ci dice:
La
tentazione di accentrare la gestione dei fondi di coesione dell’UE è un errore,
sostiene l’economista “Andrés Rodríguez-Pose”, che ha curato per la Commissione
europea un rapporto sul futuro di questa politica. Un’intervista.
(©
Ivan Michailovich/Shutterstock).
La
Commissione europea sta valutando una rivoluzione nell’architettura generale
del prossimo bilancio dell’UE, che coprirà per il settennio 2028-2034.
Il
modello per l’elargizione e la gestione dei fondi europei, come quelli di
coesione, potrebbe subire una forte centralizzazione:
"sarebbe
un errore terribile”, dichiara a “OBCT “”Andrés Rodríguez-Pose”, professore di
geografia economica presso la “London School of Economics”.
“Rodríguez-Pose”
ha presieduto il gruppo di specialisti di alto livello istituito dalla
Commissione europea proprio allo scopo di delineare possibili riforme della
politica di coesione.
I lavori del gruppo, durati circa un anno,
sono sfociati nel febbraio 2024 nella presentazione di un rapporto, le cui
linee guida sono più attuali che mai.
Così
evidenziato anche dal presidente del Comitato economico e sociale europeo “Oliver
Röpke”, la spinta verso una centralizzazione nella gestione dei fondi di
coesione – sulla falsariga dei Piani nazionali di ripresa e resilienza –
potrebbe compromettere la fiducia dei cittadini verso le istituzioni
dell’Unione.
Secondo”
Rodríguez-Pose”, "uno dei grandi punti di forza della politica di coesione
è rappresentato dalle sue solide radici democratiche”.
Lo
abbiamo intervistato.
Quali
dovrebbero essere secondo lei i principi guida della futura politica di
coesione dell’UE?
La
politica di coesione è necessaria non solo per creare un sistema più equo di
sviluppo per tutta l’Unione europea, ma anche per innescare la crescita e la
competitività.
Non si
può costruire un’Europa competitiva se non si attiva il potenziale che si trova
distribuito nei vari territori: molti dei settori dinamici non si trovano
necessariamente nelle grandi città.
Servono
quindi politiche territoriali che migliorino la capacità e l’efficienza delle
istituzioni, così da garantire una migliore attuazione delle politiche
pubbliche e favorire un maggiore sviluppo economico complessivo.
È
fondamentale che i fondi di coesione non si trasformino in uno strumento per
affrontare le emergenze, ma rimangano uno strumento che crea le condizioni
necessarie per promuovere lo sviluppo: il ruolo della politica di coesione non
è riparare i problemi, ma innescare il dinamismo.
Rispetto
al momento in cui la politica di coesione fu creata, le sfide oggi sono
diverse.
Non c’è solo bisogno di affrontare la mancanza
di sviluppo, ma anche di rispondere ai bisogni delle regioni che stanno
stagnando in termini di crescita economica, produttività e creazione di nuova
occupazione, oltre a quelle dove mancano opportunità per i cittadini.
Verso
quali direzioni dovrebbe evolvere la politica di coesione?
La
politica di coesione deve continuare a investire nel potenziale delle regioni
che si trovano in ritardo di sviluppo, ma anche di quelle alle prese con
processi di stagnazione.
Mi
riferisco a regioni che sono considerate ricche, ma che di fatto non crescono
da decenni perché sono afflitte dalla cosiddetta “trappola dello sviluppo”.
Oggi
nell’UE ci sono 60 milioni di persone che vivono in luoghi dove il Pil pro
capite è più basso rispetto al livello del 2000, e 75 milioni di persone che
vivono in aree dove la crescita annua del Pil è stata inferiore allo 0,5% in
questi decenni.
Circa un terzo della popolazione dell’UE vive in
luoghi sempre più percepiti come privi di futuro – ce ne sono molti anche in
Italia, in regioni come la Valle D’Aosta, il Piemonte, la Lombardia.
Dobbiamo
aspettare che Cremona, Pavia o Biella diventino come la Calabria sul piano
dello sviluppo prima di investirci dei fondi europei? Per contrastare il
rischio di declino permanente, occorre fare degli interventi mirati.
Non
possiamo neanche dimenticare la necessità di intervenire a sostegno delle
categorie sociali che hanno meno opportunità, come le donne, i giovani e i
membri delle minoranze.
Questi
soggetti si trovano in tutti i territori:
quando
parliamo di Parigi o Bruxelles, per esempio, pensiamo a regioni ricche e
prospere, ma in realtà anche in queste città esistono delle aree dove ci sono
meno opportunità che nel resto d’Europa.
Un
maggiore coordinamento tra la politica di coesione e altre politiche dell’UE
potrebbe aiutare?
Sì, è
necessario un maggiore coordinamento.
Se
vogliamo avere un mercato unico che funzioni, una transizione verde e digitale
e un’Europa più competitiva e innovativa, non si può lasciare che gran parte
dei territori dell’UE rimangano esclusi da questi processi.
La
transizione verde è un chiaro esempio.
È necessaria e bisogna farla velocemente, ma
comporterà delle misure molto dure che avranno un impatto positivo solo nel
lungo termine. Molte regioni avranno problemi a realizzare la transizione, perché si
troveranno ad affrontare enormi rischi di perdita di occupazione e la loro
capacità di trarre benefici dai nuovi investimenti è insufficiente.
Cosa
ne pensa dell’idea di applicare ai fondi di coesione un modello simile a quello
introdotto con i “PNRR”, cioè un unico programma nazionale per ogni Stato e
investimenti legati alle riforme?
In un
momento in cui si registra una crescita enorme del malcontento rispetto
all’integrazione europea, sarebbe un grande errore orientarsi verso una
politica – reale o percepita – diretta dall’alto verso il basso. Prima di
tutto, non è detto che questo tipo di impostazione sia più efficace – anzi di
solito è proprio il contrario.
Inoltre,
se i cittadini non vengono inclusi e sentono che la propria voce non è
ascoltata, il successo dell’intervento sarà minore.
Al
contrario, la politica di coesione attualmente incoraggia la partecipazione dei
cittadini e il coordinamento a livello orizzontale. Questo permette di canalizzare con
maggiore inclusività le richieste della popolazione e degli agenti economici e
sociali.
È vero
che questo tipo di politica richiede molto più tempo, ma esistono meccanismi
per facilitare interventi mirati e dispiegare il potenziale dei territori.
Il
Dispositivo per la ripresa e la resilienza [alla base dei PNRR, ndr] ha
funzionato perché era un programma di emergenza per una situazione di
emergenza.
Se
quello diventa il principio alla base della politica, continuerà a crescere il
solco tra i cittadini e chi prende le decisioni.
Vedremo
molta meno efficacia negli interventi, più disaffezione verso l’UE e
un’erosione della capacità di mantenere il nostro modello economico-sociale.
A quel punto potremo dire addio alla nostra
speranza di diventare più competitivi, compromettendo la nostra capacità di
affrontare le sfide globali.
Quali
sono le sue aspettative per l’imminente proposta della Commissione europea sul
futuro bilancio dell’UE?
Mi
aspetto che la Commissione tratti la politica di coesione come uno strumento
per lo sviluppo di tutta l’Unione europea.
L’Europa non può essere competitiva se i suoi
territori non vanno tutti allo stesso passo.
Se la
politica apportasse dei benefici solo alle zone più dinamiche, avremmo prima di
tutto un problema economico – staremmo sprecando il potenziale di molte aree –,
ma anche politico e sociale.
In una
società frammentata non si può fare attività economica e crescere.
La
Commissione europea dovrebbe orientarsi sul costruire una governance più
trasparente e semplificata per la politica di coesione, che permetta di
utilizzare i fondi in modo molto più flessibile rispetto a oggi.
Il miglioramento della governance dovrebbe includere
anche dei canali trasparenti per l’integrazione, la partecipazione e la
coesione a livello orizzontale – cioè all’interno delle singole regioni e tra
regioni diverse –, e a livello verticale tra governi locali, regionali,
nazionali e l’Unione europea.
Si
dovrebbe infine evitare di rendere la politica di coesione uno strumento per
sussidiare o compensare le zone che non beneficiano dell’integrazione europea
tanto quanto si aspettavano – lo abbiamo detto chiaramente nel nostro rapporto.
Si
tratta di una politica di sviluppo che deve rendere più dinamiche tutte le
regioni dell’UE, potenzialmente anche nei nuovi Paesi membri.
La
politica di coesione odierna potrebbe reggere un allargamento dell’UE a nuovi
membri?
L’allargamento
è una sfida enorme per tutta l’Unione europea, che richiede di ripensare in
modo complessivo le forme di intervento dell’UE.
La
politica di coesione è nata proprio per facilitare la crescita e lo sviluppo
territoriale, integrando via via nuovi Stati membri più poveri del resto
dell’Unione.
Tuttavia,
non sarebbe possibile applicare la politica di coesione a un’Europa allargata
con i criteri che abbiamo adesso – significherebbe togliere quasi tutti gli
investimenti dei fondi di coesione dagli attuali Paesi membri per destinarli ai
nuovi membri.
Uno scenario non ideale, né dal punto di vista
politico, né da quello sociale ed economico.
(Questo
materiale è pubblicato nel contesto del progetto "Cohesion4Climate"
cofinanziato dall’Unione europea.
L’UE non è in alcun modo responsabile delle
informazioni o dei punti di vista espressi nel quadro del progetto; la
responsabilità sui contenuti è unicamente di “OBCT”.)
Ucraina,
4 anni di guerra.
Camporini:
«Putin non si ferma,
l'Europa ha bisogno di un esercito
e ci
sta lavorando.»
msn.com – Leggo – Redazione - Storia di
Valerio Salviani – ci dice:
Le
prime immagini che sono arrivate dall'Ucraina alle luci dell'alba di quel 24
febbraio del 2022 ce le ricordiamo tutti.
Le
nuvole di fumo create dai bombardamenti degli aerei di Putin, i carri armati
che avanzavano e la paura per un conflitto che sembrava potersi allargare in
fretta.
Dopo
quattro anni la guerra c'è ancora, ma è rimasta dentro i confini dello stato
ucraino.
Eppure
nessuno si sente al sicuro e il timore di un conflitto che ci riguardi
direttamente è ancora fortissimo.
Il
generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare
(2006-2008) e della Difesa (2008-2011), fa il punto sul conflitto e prova ad
immaginare una strada concreta verso la pace.
Secondo Camporini il Cremlino punta alla
capitolazione di Kiev, mentre l’Ucraina chiede garanzie concrete per evitare
nuove aggressioni, a partire dalla presenza di truppe alleate sul terreno.
Generale,
qual è la situazione dal punto di vista militare?
«Al
momento è statica.
Le
condizioni ambientali, con un inverno particolarmente rigido, non consentono
grandi movimenti.
Ci
sono piccoli spostamenti.
Gli ucraini avrebbero recuperato qualche
chilometro quadrato di territorio, ma non si tratta di conquiste significative
ai fini dei combattimenti.
Continua
la campagna di attacchi aerei quotidiani e molto pesanti da parte dei russi
contro infrastrutture anche civili.
Si
cerca così di fiaccare il fronte interno e la resistenza».
Dal
punto di vista diplomatico invece ci sono passi avanti?
«Anche
lì c'è uno stallo.
La Russia chiede la capitolazione totale
dell’Ucraina, mentre Kiev pretende almeno la garanzia che in futuro
un’aggressione del genere non si ripeterà.
Per avere questa certezza è necessaria la
presenza di truppe alleate sul terreno:
non si
può pensare a una garanzia del genere senza questa condizione. Non vedo passi
avanti, dovremo attendere la primavera».
Si
aspettava di arrivare a questo triste anniversario, quattro anni dopo
l’invasione russa del 24 febbraio 2022?
«Mi
aspettavo la resistenza tenace dell’Ucraina.
Ero
tra coloro che consideravano improbabile un attacco russo, mi sembrava
un’ipotesi priva di consistenza.
Putin
si aspettava sicuramente un epilogo rapido, pensava di avere campo libero, ma
ha trovato un popolo che sta opponendo una resistenza ammirevole.
Questo
smentisce la narrazione di chi parla di guerra per procura dell’Occidente.
Nessun popolo avrebbe lottato con così tanta
determinazione per un ideale del genere: è un dato di fatto che qualcuno non
vuole vedere».
Quanto
è stato importante l’intervento dell’Europa secondo lei?
«Direi
che l’Europa ha avuto un ruolo fondamentale, soprattutto di fronte alle
retromarce di Trump e dell’amministrazione americana.
Un mio
commento sul presidente statunitense sarebbe troppo amaro. Putin ha l’obiettivo
di frammentare il mondo occidentale:
sta
riuscendo a complicare il rapporto tra Europa e Stati Uniti, ma la solidarietà
tra gli Stati europei è sicuramente cresciuta».
E il
ruolo dell’Italia come lo giudica?
«A
volte imbarazzante.
C’è sempre il tentativo di restare a metà,
anche per la componente filorussa presente in uno dei rami della maggioranza.
Stiamo
facendo qualcosa, ma potremmo fare di più, soprattutto per quanto riguarda la
partecipazione attiva ai tavoli negoziali.
Penso
ad esempio al tavolo dei cosiddetti “volenterosi”.
Arriviamo
sempre con scarso protagonismo».
Putin
sta raggiungendo i suoi obiettivi?
«Putin
voleva trasformare l’Ucraina in una nuova Bielorussia, ma non ci sta riuscendo.
Ha
schierato 700 mila effettivi sul terreno, ma con forze ridotte Kiev sta
resistendo efficacemente.
Inoltre,
a livello internazionale, la Russia si sta mettendo al collo il cappio della
Cina.
Dal
punto di vista militare, l’efficacia delle forze russe ne esce ridimensionata».
Come
immagina un epilogo di questa guerra?
«Gli
epiloghi appartengono più ai romanzi: la storia non finisce mai.
Se Putin mettesse un freno alla sua spinta
imperialistica, le cose si potrebbero in qualche modo congelare.
A quel punto si potrebbe riprendere la
complessa opera diplomatica per ristabilire relazioni quanto meno non
conflittuali tra Russia e Ucraina.
È possibile arrivare a un compromesso con
qualche sacrificio territoriale da parte di Kiev, ma l’Ucraina fa ormai parte
del mondo occidentale e non credo possano esserci dubbi a riguardo.
Il
sostegno europeo è imprescindibile nonostante l'UE non disponga ancora di una
forza militare adeguata, anche se si sta lavorando in questa direzione.
Una
futura adesione alla Nato non credo sia ipotizzabile, ma non sarebbe necessaria
per garantire all’Ucraina la solidarietà dei Paesi europei».
Perché
l’Europa non sta né crollando
né si sta risvegliando, e perché
questo
è il pericolo maggiore.
Xpert.digital.it
– (23 dicembre 2025) - Konrad Wolfenstein – Redazione – ci dice
Perché
l’Europa non sta né crollando né si sta risvegliando, e perché questo è il
pericolo maggiore.
Un
divario del 33 percento: la cruda verità sul nostro divario economico con gli
Stati Uniti.
Non
crisi, ma paralisi: perché il vero declino dell'Europa passa inosservato.
L'Europa
si trova in una delle situazioni più pericolose della sua storia recente, non
perché sia in fiamme, ma perché la fiamma si sta lentamente spegnendo senza
che nessuno lanci l'allarme.
Osservando
i dati economici europei odierni, non si assiste a un crollo drammatico, come
spesso prevedono i catastrofisti.
Si
rivela invece un fenomeno molto più insidioso:
un'erosione
cronica e strisciante di sostanza, mascherata da stabilità.
Mentre
gli Stati Uniti avanzano tecnologicamente e la Cina si riarma strategicamente
nonostante i propri problemi, l'Europa rimane in una paralisi istituzionale.
La crescita stagna appena sopra lo zero, il
divario di produttività con l'America è più ampio che mai negli ultimi decenni
e in settori cruciali per il futuro – dall'intelligenza artificiale alla
moderna politica di difesa – il continente rischia di essere relegato al ruolo
di mero spettatore.
La
seguente analisi mette in luce i difetti di un'architettura politica fondata
sul consenso, che è diventata un ostacolo in un mondo di decisioni rapide.
Dimostra
perché la mancanza di un "big bang" non sia Seggenza una maledizione,
impedendo le necessarie riforme radicali.
Dalla
frammentazione dell'industria della difesa e dalla mancata rivoluzione dell'intelligenza
artificiale al ritorno delle politiche protezionistiche statunitensi,
analizziamo le scomode verità di una superpotenza invecchiata che deve decidere
se gestire il suo lento declino o reinventarsi dolorosamente.
La
crisi silenziosa dell'Europa:
tra
l'illusione di stabilità e la graduale erosione della sostanza economica.
L'Europa
si trova in una situazione paradossale.
Mentre
media e analisti sono dominati da una retorica di declino e paura del collasso,
l'economia continentale non appare in superficie come un sistema
catastroficamente fallimentare, ma piuttosto come un sistema cronicamente
sottoperformante.
È proprio questo che rende la situazione
europea così pericolosa.
Un
crollo drammatico avrebbe già portato a riforme fondamentali, sconvolgimenti
politici radicali e ristrutturazioni strutturali.
Tuttavia,
la paralisi strisciante che caratterizza l'attuale situazione europea sta
portando all'inerzia istituzionale, alla compiacenza culturale e all'incapacità
di riconoscere la piena portata del pericolo.
È vero
che l'Unione Europea si trova ad affrontare sfide significative.
La situazione di sicurezza in seguito
all'attacco russo all'Ucraina ha messo in luce la vulnerabilità strategica del
continente.
I fondamentali economici sono deboli, con
tassi di crescita che rimangono al di sotto dell'1% nell'Eurozona e che stanno
già scivolando in territorio negativo in Germania.
La situazione geopolitica è ulteriormente
instabile a causa del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Eppure,
occasionali pessimisti parlano di un crollo imminente che non si materializza
mai, e una certa circolarità nel dibattito europeo fa sì che ogni avvertimento
venga percepito come un grido di allarme.
Il
problema fondamentale non risiede nella mancanza di risorse o di intelligence
tra le élite europee.
Il problema fondamentale risiede nell'architettura
politica e istituzionale che frammenta tali risorse e paralizza tali
intelligence.
Allo
stesso tempo, è un equivoco fondamentale considerare l'America o la Cina come
mega-macchine armoniose che funzionano senza contraddizioni interne.
Entrambe le superpotenze si trovano ad
affrontare problemi significativi, entrambe attraversano periodi di fragilità
ed entrambe sono soggette a battute d'arresto sconvolgenti.
La differenza non risiede nell'assenza di
problemi, ma nella velocità con cui questi vengono diagnosticati, politicizzati
e affrontati.
L'America e la Cina operano all'interno di
strutture decisionali autoritarie o quasi dittatoriali, mentre l'Europa è
vincolata dai vincoli del consenso e della negoziazione.
La
realtà economica tra stagnazione e declino strutturale.
La
crescita del PIL dell'Unione Europea nel 2024 è stata dello 0,9%.
Le
previsioni per il 2025 sono leggermente superiori, tra l'1,1 e l'1,3%, ma
queste cifre mascherano un malessere più profondo.
I paesi dell'eurozona rimangono in uno stato
di sottoutilizzo permanente.
La
Germania, il fiore all'occhiello dell'economia europea, si è contratta dello
0,5% nel 2024 e si prevede che crescerà solo dello 0,2% nel 2025. Questa non è
crescita in senso economico; è stagnazione con miglioramenti superficiali.
Francia,
Spagna e Italia mostrano uno slancio leggermente migliore, ma nessuno di questi
paesi sta crescendo a un ritmo tale da soddisfare le sfide geopolitiche o le
esigenze di maggiori investimenti.
Il
divario di produttività tra gli Stati Uniti e le principali economie europee è
diventato un problema esistenziale.
Secondo i calcoli della società di consulenza
aziendale “McKinsey”, questo divario si è ampliato a circa 33 punti
percentuali.
Un
lavoratore americano genera in media circa 83 euro di valore aggiunto all'ora,
mentre i suoi colleghi europei restano indietro.
Questo
divario non è il risultato di inerzia o incompetenza, ma piuttosto la
manifestazione di profonde differenze strutturali nell'allocazione del
capitale, nell'adozione della tecnologia e nella flessibilità organizzativa.
Le
cause di questo divario sono ampiamente studiate e note, ma per colmarlo sono
necessarie misure fondamentalmente opposte alle politiche europee.
Il
mercato del lavoro americano è flessibile.
Un'azienda negli Stati Uniti può assumere e
licenziare dipendenti a una velocità semplicemente impossibile per le aziende
tedesche.
La
sicurezza del posto di lavoro, i contratti collettivi di lavoro, i diritti di
codeterminazione e la burocrazia dilagante in Germania non sono ostacoli facili
da superare.
Si
tratta di strutture istituzionali profondamente radicate nella cultura e nelle
reti di lobbying del Paese.
Un'azienda
che deve adattarsi rapidamente alle nuove condizioni di mercato può agire in
America; in Germania, è spesso paralizzata.
Il
divario negli investimenti è particolarmente evidente.
Le aziende americane investono, in media, il doppio
del capitale in macchinari, sistemi informatici e software rispetto alle loro
controparti europee.
Questo spiega direttamente perché i lavoratori
americani siano più produttivi.
Non lavorano di più, non lavorano in modo più
intelligente, ma lavorano con tecnologie migliori e più recenti.
Un
ingegnere tedesco altamente qualificato con utensili elettrici moderni sarà più
produttivo di uno con attrezzature obsolete, e questo fenomeno si riflette
sull'economia in generale.
La
politica monetaria della Banca Centrale Europea ha poco margine di manovra per
affrontare questo problema strutturale.
La BCE può tagliare i tassi di interesse, può
fornire liquidità, ma queste misure non possono costringere le aziende a
effettuare investimenti rischiosi e ad alta intensità di capitale in nuove
tecnologie se il contesto normativo ed economico non riesce a incentivarli.
In effetti, una crescita cronicamente bassa,
abbinata a politiche legate al consolidamento fiscale, è la ricetta per una
spirale discendente che si autoalimenta.
Una
crescita debole porta a minori entrate fiscali, aumentando la pressione per
ridurre i deficit, il che a sua volta frena gli investimenti pubblici e
raffredda gli investimenti privati a causa dell'incertezza.
Il
divario tecnologico e il momento dell'IA come punto di svolta.
Se il
divario di produttività dell'Europa è già allarmante, la situazione
nell'innovazione tecnologica e nell'intelligenza artificiale è critica.
Il mercato globale degli investimenti in
R&S è dominato dagli Stati Uniti, che rappresentano circa il 37% della
spesa mondiale in R&S delle 2.500 maggiori aziende.
L'Unione
Europea rappresenta circa il 27% e la Cina circa il 10%, ma la Cina si sta
espandendo in questo segmento a un ritmo che dovrebbe spaventare l'Europa.
Nel
2000, la spesa europea in R&S era cinque volte superiore a quella cinese.
Nel
2014, i due Paesi erano più o meno alla pari.
Nel
2019, la Cina investiva già un terzo in più in ricerca e sviluppo rispetto
all'Unione Europea.
Anche
la differenza nella composizione di queste spese in R&S è significativa.
Degli investimenti americani in R&S, circa
il 78% è destinato a settori ad alta tecnologia come software, hardware,
farmaceutica e aerospaziale. Per l'Unione Europea, questa percentuale è solo del 39%. Il resto è distribuito tra settori a
media tecnologia come l'industria automobilistica e meccanica, che, pur essendo
importanti, non offrono le dinamiche di crescita esponenziale offerte dal
settore ad alta tecnologia.
L'attenzione dell'Europa verso i settori a
media tecnologia è storicamente radicata, economicamente razionale e produce
prodotti di alta qualità, ma in un'epoca in cui il futuro economico è guidato da
software, semiconduttori e intelligenza artificiale, questa attenzione
rappresenta un handicap strutturale.
L'intelligenza
artificiale non è un fenomeno marginale, ma una forza trasformativa.
Mentre
aziende americane come Microsoft, OpenAI, Google e altre stanno investendo in
tecnologie di intelligenza artificiale a una velocità e su una scala tali da
dettare l'agenda globale, molte aziende europee sono ancora in fase pilota.
Questo
viene spesso interpretato come avversione al rischio, ma è più una
manifestazione della diversa disponibilità di capitale di rischio, del diverso
ritmo della deregolamentazione e del fatto che le principali trasformazioni
tecnologiche sono concentrate negli Stati Uniti.
Questo
è fondamentale perché l'intelligenza artificiale non è semplicemente un settore
tra tanti, ma
una tecnologia multiuso che potrebbe potenzialmente trasformare la produttività
in quasi tutti i settori economici.
Se l'America dominasse il momento
dell'intelligenza artificiale e l'Europa rimanesse indietro, il divario di
produttività non solo persisterebbe, ma si amplierebbe esponenzialmente.
Un'azienda
europea che non avesse implementato processi basati sull'intelligenza
artificiale entro il 2030 non sarebbe competitiva rispetto a un'azienda
americana che lo avesse fatto anni prima.
C'è
anche una dimensione culturale in tutto questo.
L'Europa
è perfezionista sotto molti aspetti.
Il
controllo qualità tedesco, la sottigliezza francese, il design italiano: questi
sono valori che da tempo caratterizzano le industrie europee.
Ma nell'era dell'intelligenza artificiale, il
perfezionismo può rappresentare un ostacolo all'innovazione.
In America, l'approccio è spesso più
pragmatico:
si costruisce un prodotto corretto al 70 o
80%, lo si lancia rapidamente, si impara dagli utenti e si procede con
l'iterazione.
Questa
tolleranza agli errori e questa rapida iterazione sono caratteristiche che
promuovono modelli e sistemi di intelligenza artificiale, perché i sistemi di intelligenza
artificiale vengono migliorati grazie ai dati provenienti da applicazioni
reali, non da una pianificazione teorica preventiva.
Il
dilemma della politica di sicurezza e la frammentazione dell’industria europea
degli armamenti.
La
situazione della sicurezza in Europa è direttamente collegata alla sua
debolezza economica.
In
seguito all'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, l'Europa è stata costretta a
riconoscere che i suoi bilanci della difesa, precedentemente sottofinanziati,
richiedevano aumenti radicali.
Nel
2024, la spesa militare totale europea è aumentata del 17%, raggiungendo circa
693 miliardi di dollari, con un aumento complessivo dell'83% dal 2015.
La Germania ha aumentato il suo bilancio per
la difesa del 31,5% e la Polonia del 44,3%.
Queste
cifre sono impressionanti e dimostrano un autentico impegno nei confronti della
politica di sicurezza.
Eppure,
il modo in cui queste risorse vengono impiegate è un classico esempio di
inefficienza europea.
Il mercato europeo della difesa rimane
altamente frammentato.
Ogni
Stato membro acquista le proprie armi, finanzia i propri sistemi d'arma e
sviluppa la propria capacità industriale.
Ciò significa che laddove potrebbe esistere
un'industria europea della difesa integrata – con economie di scala,
specializzazione e allocazione ottimizzata del capitale – abbiamo invece 27
mercati nazionali operativi, spesso in competizione piuttosto che cooperare.
Un elicottero in Germania non sarà
equipaggiato con missili francesi, anche se ciò potrebbe essere tecnicamente
possibile ed economicamente sostenibile.
Un
carro armato italiano non sarà equipaggiato con ottiche tedesche, nonostante la
Germania sia leader in questo settore.
Questa
frammentazione non è solo inefficiente, ma anche strategicamente svantaggiosa.
Mentre
l'America gestisce un'industria della difesa integrata con enormi economie di
scala – gli Stati Uniti spendono circa 997 miliardi di dollari all'anno per la
difesa e possono quindi sviluppare sistemi d'arma che nessun'altra nazione può
imitare – il bilancio della difesa europeo, significativamente più ridotto, è
frammentato in 27 programmi nazionali.
La
Cina investe circa 314 miliardi di dollari nella difesa, ma può allocare questi
fondi centralmente per perseguire obiettivi strategici.
Anche
le istituzioni europee per le questioni di difesa sono deboli.
Non esiste una commissione europea
centralizzata per gli armamenti in grado di stabilire le priorità.
Le decisioni sugli acquisti di armi vengono
prese a livello nazionale, dove interessi particolari – preservare i posti di
lavoro nell'industria bellica nazionale, orgoglio nazionale – spesso prevalgono
sulla razionalità economica.
La
Germania vuole acquistare carri armati tedeschi, anche se quelli francesi
potrebbero essere migliori.
La Francia vuole caccia francesi, anche se la
cooperazione europea sarebbe più conveniente.
Il risultato è uno spreco enorme.
Non si
tratta di un problema nuovo.
È stato documentato e analizzato fin
dall'inizio della cooperazione europea in materia di difesa.
Tuttavia,
l'attuale crisi di sicurezza ha reso il problema ancora più urgente.
L'Ucraina
ha bisogno di enormi quantità di munizioni e armi.
La capacità dell'Europa di fornirle è cronicamente
limitata, non perché non sia sufficientemente ricca, ma perché la sua industria
della difesa non è organizzata per fornire con la rapidità richiesta per
un'intensa campagna di difesa.
Eppure,
anche in questo momento critico, l'Europa ha faticato a sviluppare una politica
di difesa europea coerente.
La Commissione europea ha proposto un
programma "Re Arm Europe", ma i disaccordi sugli obiettivi di debito
e sul coordinamento tra UE e NATO ne ostacolano l'attuazione.
Paesi
come l'Ungheria hanno tentato di bloccare le sanzioni europee contro la Russia.
L'inerzia
istituzionale che affligge la struttura economica europea sta riemergendo nella
politica di sicurezza.
Le
sfide poste da Trump e le nuove dinamiche commerciali.
La
rielezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti ha introdotto una
nuova dimensione di incertezza nelle relazioni tra Europa e Stati Uniti.
Trump
ha annunciato l'intenzione di imporre dazi sulle importazioni fino al 20% sui
beni europei;
alcuni
scenari suggeriscono addirittura dazi fino al 60% su determinati articoli.
Secondo
i calcoli di “Bloomberg Economics”, un dazio sproporzionato del 20% sui beni
europei ridurrebbe le esportazioni dell'UE verso gli Stati Uniti di circa il
50%.
Ciò
rappresenta una minaccia esistenziale per alcuni settori dell'industria
europea.
La Germania è un'economia trainata dalle
esportazioni, fortemente dipendente dal mercato statunitense.
Le
aziende francesi e italiane sono meno dipendenti dalle esportazioni, ma
anch'esse soffrirebbero del protezionismo americano.
L'incertezza stessa, nemmeno i dazi,
frenerebbe la crescita.
Se un
imprenditore europeo non sa se verranno imposti dazi, rimanderà investimenti
importanti, e questo soffocherà ulteriormente la crescita europea.
È
istruttivo che Trump lo faccia non per ragioni ideologiche, ma per una logica
mercantilista e transazionale.
Le sue
amministrazioni stanno cercando di ridurre il deficit commerciale bilaterale.
L'America importa dall'Europa più di quanto
esporti, e Trump vede i dazi come un meccanismo per correggere questo
squilibrio.
Questo
è economicamente discutibile – i dazi commerciali in genere fanno più male che
bene – ma è politicamente logico in un sistema in cui i posti di lavoro
nell'industria negli Stati Uniti sono considerati un indicatore di forza
nazionale.
Per
l'Europa, le implicazioni sono chiare:
l'iniziativa "Security Action for
Europe", con il suo programma di prestiti per la difesa da 150 miliardi di
euro, può essere necessaria, ma non sarà sufficiente se l'accesso al mercato
statunitense verrà contemporaneamente limitato e le aziende europee dovranno
far fronte ai dazi americani.
L'Europa
deve contemporaneamente aumentare la spesa per la difesa, riorganizzare la
propria industria bellica, garantire l'approvvigionamento energetico e
mantenere aperto il mercato di fronte al protezionismo americano.
La
nostra competenza nell'UE e in Germania nello sviluppo aziendale, nelle vendite
e nel marketing.
La
nostra competenza nell’UE e in Germania nello sviluppo aziendale, nelle vendite
e nel marketing.
Focus
del settore: B2B, digitalizzazione (dall'intelligenza artificiale alla realtà
aumentata), ingegneria meccanica, logistica, energie rinnovabili e industria.
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affari e della tecnologia.
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digitalizzazione e sulle innovazioni del settore.
Il
problema della situazione di stallo in Europa: perché la paralisi istituzionale
sta diventando un rischio strategico.
I
problemi della Cina e l'illusione della sua ascesa inarrestabile.
Mentre
l'analisi europea spesso tratta la Cina come una mega-macchina indifferenziata
che si espande e si consolida senza sosta, la situazione reale nella Repubblica
Popolare è considerevolmente più complessa.
La
Cina si trova ad affrontare significativi problemi strutturali che ne
rallenteranno la crescita nei prossimi anni.
Il
primo problema è la crisi immobiliare.
Per
decenni, il mercato immobiliare cinese è stato alimentato dal presupposto che i
prezzi degli immobili sarebbero aumentati indefinitamente.
Le
amministrazioni provinciali, dipendenti dai ricavi delle vendite immobiliari,
hanno promosso enormi progetti di costruzione. Sviluppatori come “Evergrande” e
“Country Garden” si sono espansi fino a diventare giganti.
Ma a
un certo punto, le fondamenta sono diventate troppo deboli. C'erano più
appartamenti che acquirenti, i prezzi sono rimasti stagnanti, per poi crollare.
Un
costruttore che ha finanziato un progetto immobiliare basandosi sul presupposto
di un aumento dei prezzi si ritrova improvvisamente in difficoltà.
I
prestiti si interrompono e i progetti successivi non vengono completati.
Questo è un classico caso di scoppio di una bolla speculativa.
Il
secondo problema è il declino demografico.
La
popolazione cinese sta invecchiando rapidamente.
Il tasso di natalità è significativamente
inferiore al tasso di sostituzione. Ciò significa che tra qualche decennio la
popolazione cinese in età lavorativa si ridurrà.
Un paese con una forza lavoro in calo genererà
meno crescita a meno che la produttività pro capite non aumenti drasticamente.
La Cina non può compensare questo malessere
demografico attraverso l'immigrazione: le barriere culturali e politiche sono
troppo elevate.
Il
terzo fattore è il debito.
I
governi provinciali cinesi sono fortemente indebitati perché hanno investito in infrastrutture e
progetti edilizi. Questo debito era gestibile durante il boom economico, ma con il calo
della crescita sta diventando un peso.
Un
paese con un debito pubblico elevato in rapporto al reddito ha meno margine di
manovra fiscale per assorbire gli shock economici.
Il
quarto fattore è la debole domanda dei consumatori.
I
consumatori cinesi stanno risparmiando troppo e consumando troppo poco.
Ciò è
in parte dovuto alla diffusa incertezza sulla sicurezza pensionistica e sulla
qualità del sistema sanitario, ma significa anche che l'economia cinese non può
crescere grazie alla domanda interna e rimane dipendente dalle esportazioni.
Con la
debole domanda globale e i dazi americani, questo modello di esportazione sta
diventando fragile.
Tutto
ciò si manifesta in tendenze deflazionistiche.
Mentre
la maggior parte dei paesi industrializzati lottava contro problemi di
inflazione, la Cina stava attraversando un periodo di calo dei prezzi.
La deflazione è insidiosa perché porta a una
riduzione dei consumi:
i
consumatori rimandano gli acquisti nella speranza che i prezzi scendano
ulteriormente.
Questo
frena i consumi e aggrava la debolezza economica.
La
previsione ufficiale per la crescita della Cina nel 2024 era del 5%, obiettivo
raggiunto di poco, seppur con significative concessioni statistiche.
Molti
analisti indipendenti ritengono che la crescita effettiva sia stata
considerevolmente inferiore, probabilmente tra il 2,4 e il 2,8%.
Per il
2025, la maggior parte delle previsioni prevede una crescita di circa il 4,4%,
ben al di sotto dell'obiettivo ufficiale del 5%.
Le
prospettive per il 2026 sono ancora più fosche.
Questo
non significa che la Cina crollerà.
Gli
scenari di un crollo drammatico sono esagerati.
Ma
significa che l'era cinese degli elevati tassi di crescita a una sola cifra è
finita.
Il Paese entrerà in una fase di aggiustamento
strutturale più lento. Questo sarà politicamente difficile, perché il Partito
Comunista ha in parte costruito la propria legittimità sulla promessa di un
rapido progresso economico.
La
vitalità dell'America e i limiti della sua forza.
Gli
Stati Uniti si presentano attualmente come la potenza economica dominante a
livello mondiale.
Gli
Stati Uniti vantano elevati tassi di crescita – ben oltre il due percento annuo
– un dinamico panorama del capitale di rischio, una posizione di leadership nel
settore della tecnologia e del software e mercati del lavoro flessibili.
L'amministrazione Biden e ora
l'amministrazione Trump hanno implementato politiche industriali aggressive,
con l'”Inflation Reduction Act” e altri programmi, volti a riportare la
produzione manifatturiera in America e a ridurre la dipendenza tecnologica.
Gli
Stati Uniti rappresentano circa il 37% della spesa globale in ricerca e
sviluppo e dominano i settori high-tech.
Criptovalute,
intelligenza artificiale, biotecnologie: questi sono i settori in cui gli Stati
Uniti dettano l'agenda.
La
Silicon Valley, le narrazioni della Singolarità e la fede incondizionata nella
disruption e nella crescita guidata dalla tecnologia plasmano la cultura
economica americana.
Ma
anche l'America ha i suoi problemi.
La
situazione fiscale è problematica.
Il
deficit di bilancio americano è colossale e il rapporto debito pubblico/PIL è
in continuo aumento.
Un'ipotetica
amministrazione Trump che taglia le tasse e aumenta la spesa pubblica potrebbe
aggravare questi problemi.
Anche
il debito privato è elevato.
Un aumento dei tassi di interesse oltre i
livelli attuali potrebbe portare a problemi di servizio del debito per imprese
e famiglie.
Le
infrastrutture stanno invecchiando.
L'America
non investe abbastanza nelle sue infrastrutture fisiche, e questo soffocherà la
produttività nel medio termine.
La disuguaglianza geografica all'interno degli
Stati Uniti è acuta, con città industriali devastate nel Midwest e nel Nordest
accanto a fiorenti centri tecnologici sulla costa.
Queste
tensioni interne sono politicamente esplosive.
Anche
la situazione geopolitica è complicata.
Mentre
la Cina rappresenta una minaccia, l'amministrazione Trump ha danneggiato
l'alleanza transatlantica prendendo le distanze dagli impegni NATO ed esitando
a sostenere l'Ucraina.
Questo
è strategicamente discutibile, perché l'America ha un interesse a lungo termine
in una regione europea stabile e prospera, non dominata da forze autoritarie.
Anche
l'eccezionalismo americano – il presupposto che gli Stati Uniti rimarranno
inevitabilmente la potenza dominante e che l'innovazione dirompente porti
automaticamente al predominio americano – non è del tutto garantito.
Non
esiste una regola storica che affermi che le superpotenze economiche siano
stabili.
Roma
era dominante, poi non lo fu più. L'Impero britannico era egemone, poi non lo
fu più.
La
paralisi istituzionale dell’Europa e il costo dell’unanimità.
Il
problema centrale dell'Europa è istituzionale e politico, non principalmente
economico.
L'Europa
ha ricchezza, competenze, tecnologia e una popolazione altamente istruita.
Ciò
che manca all'Europa è una struttura istituzionale efficace per uno sviluppo e
un'attuazione politica rapidi e coerenti.
Questa
è l'eredità del progetto di integrazione europea, che si basa sul presupposto
che la sovranità nazionale debba essere rispettata e che le decisioni debbano
essere prese per consenso.
La
logica del dopoguerra e della Guerra Fredda era razionale: l'integrazione
economica avrebbe reso impossibile la guerra tra le nazioni europee.
Le
istituzioni sovranazionali avrebbero creato fiducia tra le nazioni. Questo
modello si dimostrò vincente.
Ci fu
pace nell'Europa occidentale, ci fu una crescente prosperità e ci fu un
significativo trasferimento economico verso le regioni più povere.
Tuttavia,
il modello consensuale ha anche rivelato debolezze sistemiche, soprattutto in
un mondo in rapida evoluzione.
Se 27
Stati membri richiedono l'unanimità, allora ogni Stato membro ha di fatto un
diritto di veto.
Ciò consente di bloccare le coalizioni.
L'Ungheria può bloccare le sanzioni europee
contro la Russia.
Un
Paese può bloccare la politica europea sugli armamenti se i suoi interessi
nazionali differiscono.
Un
Paese può sabotare la politica climatica.
Le
istituzioni europee tentano di aggirare questi giochi di veto attraverso il
requisito dell'unanimità, ma ciò comporta un'inflazione dei processi
amministrativi e ritardi significativi.
Una semplice legge che potrebbe essere
approvata in un parlamento nazionale in pochi mesi richiede anni a Bruxelles.
Questa
non è solo una perdita di efficienza; è una perdita di capacità strategica.
Nel
mondo frenetico di oggi, la capacità di prendere decisioni rapide è una
risorsa, non uno spreco.
La
mancanza di riforme istituzionali non è un'omissione casuale.
È il
risultato della volontà di importanti attori nazionali – Francia, Germania,
Polonia – di preservare il proprio potere nazionale.
La Francia non vuole che Bruxelles imponga la
politica estera.
La
Germania non vuole che Bruxelles imponga la politica fiscale.
La
Polonia non vuole che Bruxelles imponga i sistemi giudiziari.
Questo
è comprensibile da una prospettiva nazionale, ma è anche fondamentalmente
paralizzante a livello europeo.
La
Banca Centrale Europea è un esempio di istituzione che funziona perché le è
stato conferito un mandato relativamente chiaro e perché esiste un consenso sui
suoi obiettivi.
Tuttavia,
anche la BCE è limitata dalle sue strutture istituzionali.
Può
condurre la politica monetaria, ma non può attuare riforme strutturali.
Non
può creare un'unione fiscale europea.
Non
può risolvere i problemi energetici.
La
Commissione Europea cerca di compensare questa situazione attraverso il potere
normativo.
Il
GDPR” – il Regolamento Generale Europeo sulla Protezione dei Dati – è un
esempio di come il potere normativo europeo possa essere applicato a livello
globale.
Anche le direttive sulla transizione verso
l'energia verde sono esempi di potere normativo europeo.
Tuttavia,
questo potere normativo ha anche un lato negativo:
rende più difficile l'imprenditorialità,
riduce la flessibilità nell'allocazione del capitale e può soffocare
l'innovazione.
Un
imprenditore europeo che voglia testare un nuovo modello di business deve
confrontarsi con le leggi europee sulla protezione dei dati, sulla sicurezza
sul lavoro e sull'ambiente.
Questo
non è intrinsecamente sbagliato – queste leggi spesso servono a scopi
importanti – ma significa anche che i costi dell'imprenditorialità sono più elevati
rispetto agli Stati Uniti, dove il contesto normativo è meno restrittivo.
Cosa
riserva il futuro se non si prendono misure drastiche.
Gli
scenari per i prossimi cinque-dieci anni non sono drammatici. L'Europa non
crollerà.
Non
diventerà un attore periferico.
Non
sarà dominata militarmente.
Ma
potrebbe trasformarsi in uno stato di lenta contrazione della ricchezza.
Un
continente ricco, stabile, ma non dinamico, che perderà inesorabilmente peso e
influenza a favore di potenze tecnologicamente più dinamiche e strategicamente
più aggressive.
La
Germania continuerà a esportare prodotti di alta qualità, ma perderà quote di
mercato a favore di Stati Uniti e Cina.
La
Francia manterrà standard elevati, ma continuerà a lottare in modo frammentato
contro la resistenza nazionale.
L'Italia continuerà a produrre design ammirati
in tutto il mondo, ma dovrà fare i conti con problemi fiscali cronici.
La
Spagna rimarrà più stabile rispetto ad altri paesi dell'Europa meridionale, ma
non avrà la crescita dinamica necessaria per superare le sfide demografiche.
Allo
stesso tempo, Stati Uniti e Cina rafforzeranno le loro posizioni relative.
L'America
continuerà a dominare nell'intelligenza artificiale e nella biotecnologia.
Continuerà
ad attrarre capitali di rischio e imprenditorialità.
Se le
politiche industriali di Trump dovessero entrare in vigore, l'America potrebbe
persino registrare un calo della produzione in alcuni settori, non perché ciò
sia economicamente razionale, ma perché è politicamente necessario per
mantenere l'egemonia.
Nonostante
i suoi attuali problemi, la Cina cercherà di intensificare i suoi sforzi
tecnologici.
Con ingenti investimenti statali in semiconduttori,
intelligenza artificiale e informatica quantistica, la Cina tenterà di ridurre
la sua dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti.
Sarà
costoso, non sarà efficiente, ma può funzionare.
Esistono
anche diversi scenari imprevedibili.
Una
guerra per Taiwan cambierebbe tutto.
Un crollo incontrollato della Cina
destabilizzerebbe l'ordine globale.
Un
drammatico crollo fiscale americano è improbabile, ma non impossibile.
Una
grande guerra per la sicurezza europea, innescata da un'avventura russa contro
un membro della NATO, imporrebbe cambiamenti radicali.
Ma in
uno scenario “di base”, in cui questi eventi estremi non si verificano, il
futuro dell’Europa non appare come un disastro, bensì come un declino relativo
cronico e autoalimentante.
Superare
la paralisi: le scomode verità.
I
problemi dell'Europa non sono insormontabili.
Tuttavia, richiedono un'azione drastica, e
un'azione drastica è politicamente difficile.
L'Europa
deve attuare riforme istituzionali.
Ciò
significa introdurre il voto a maggioranza qualificata in politica estera,
limitare il potere di veto dei singoli paesi e consentire un processo
decisionale più rapido.
L'Europa
deve consolidare e integrare la sua industria della difesa.
Ciò
comporterà difficili dibattiti nazionali sulle sedi industriali e sui posti di
lavoro.
Ciò
significa che le aziende francesi, tedesche e spagnole dovranno cooperare o
consolidarsi.
Si
tratta di una sfida politica.
L'Europa
dovrebbe investire massicciamente in ricerca e sviluppo, soprattutto
nell'intelligenza artificiale e nei semiconduttori.
Questo comporta costi e richiede cooperazione
fiscale.
Richiede che paesi fiscalmente conservatori
come la Germania siano disposti ad accettare prestiti europei congiunti.
Questo è politicamente controverso.
L'Europa
deve rendere più flessibile il suo mercato del lavoro. Ciò significa ridurre la
sicurezza del posto di lavoro, ridurre la copertura della contrattazione
collettiva e ridurre la burocrazia. Questo incontrerebbe la resistenza di
lavoratori, sindacati e partiti di sinistra. È una battaglia politica profonda.
L'Europa
deve trasformare la propria infrastruttura energetica.
Ciò
significa ingenti investimenti in energie rinnovabili, tecnologie di stoccaggio
e infrastrutture per l'idrogeno.
Si
tratta di un processo costoso e che richiederà decenni.
Queste
cose non sono impossibili. Non sono tecnicamente irrealizzabili. Ma richiedono
un livello di volontà politica che le democrazie europee attualmente non
sembrano essere in grado di mobilitare.
Questo
è il vero problema in Europa. Non è che la soluzione sia sconosciuta.
È che i costi della soluzione sono elevati e
ricadrebbero su gruppi che hanno il potere politico per bloccarla.
E così
l'Europa rimane intrappolata nella sua situazione attuale.
Non al collasso, non in crisi, ma in una
cronica sottoperformance, guidata da una paralisi strutturale e da inefficienze
istituzionali difficili da risolvere.
Questo è esattamente il pericolo più difficile
da riconoscere rispetto a un drammatico declino.
I
limiti dell'Unione Europea tra
l’accordo
UE-Mercosur bloccato,
le
tensioni globali e le nuove
sfide
economiche.
Ersaf.it
-Ente di Ricerca Scientifica ed alte Formazioni – (27 Gennaio 2026) – Mondo –
Redazione – ci dice:
(l'articolo
completo su EduNews24.it).
L'Unione
Europea si trova oggi in una fase complessa, attraversata da una profonda crisi
economica e da difficili relazioni diplomatiche con importanti partner
mondiali.
Il
blocco dell'accordo UE-Mercosur da parte del Parlamento europeo ha evidenziato
le criticità interne dell'Unione, rivelando divergenze fra Stati membri e
un'incapacità di avere una politica commerciale coerente.
Questo
accordo, sebbene strategico per l'accesso a un mercato da oltre 260 milioni di
consumatori, è stato fermato ufficialmente per preoccupazioni legate
all'ambiente e ai diritti sociali, anche se molti analisti ritengono che il
vero problema risieda nelle fratture interne.
Le difficoltà non si limitano al commercio:
le politiche economiche adottate, in
particolare quelle rigide in materia di bilanci e investimenti, hanno
contribuito a una stagnazione della crescita e ad alti livelli di
disoccupazione.
Inoltre,
trattative con altri importanti partner come l'India evidenziano analoghe
difficoltà dovute a differenze normative e protezionismo emergente.
Il
Parlamento europeo, al centro delle decisioni più controverse, mostra segni di
frammentazione politica e lentezza nelle decisioni, fattori che limitano la
capacità dell'UE di agire con efficacia.
La
crisi politica culminata nelle dimissioni sfiorate della Presidente Ursula von
der Leyen ha ulteriormente messo in luce la fragilità istituzionale
dell'Unione, minacciando la stabilità e la leadership in un momento in cui la
competizione globale si fa sempre più aspra.
Gli
Stati Uniti, con le oscillazioni politiche di figure come Donald Trump,
complicano ulteriormente il quadro, imponendo all'UE la necessità di ripensare
le strategie diplomatiche e commerciali in un contesto internazionale
instabile.
Complessivamente,
l'Unione Europea appare oggi bloccata da difetti strutturali quali lentezza
decisionale, frammentazione politica e una sostanziale incapacità di adattarsi
alle sfide di un mondo globalizzato. Il mix di crisi economica interna, scarsa
coesione politica e relazioni internazionali incerte rischia di isolare
ulteriormente l'UE sul piano globale.
Tuttavia, questa situazione critica può rappresentare
un'opportunità per un cambiamento radicale:
serve una classe dirigente innovativa,
unitaria e aperta verso le sfide esterne per rilanciare il progetto europeo e
recuperare la sua autorevolezza a livello mondiale.
Solo
attraverso scelte coraggiose sarà possibile trasformare le debolezze attuali in
punti di forza per il futuro.
Per
l’Unione Europea è stata
la settimana più difficile
della
sua storia.
Investireoggi.it
- Giuseppe Timpone – (6 settembre 2025) – Redazione – ci dice:
La
crisi dell'Unione Europea è diventata più grave che mai. Persino l'asse franco-tedesco
mette in discussione le istituzioni comunitarie.
Crisi
nera dell'Unione Europea.
È
stata una settimana tragica per l’Unione Europea, che vive la sua crisi più
grave da quando è nata.
Gli anni dello spread alle stelle si pensava
che fossero stati i più micidiali per la sopravvivenza delle istituzioni
comunitarie.
Poi
sono schizzati i consensi per le formazioni sovraniste e anche questo aspetto
ha messo in dubbio la capacità di Bruxelles di andare avanti.
Ma la vera picconata sta arrivando
dall’esterno con ripercussioni politiche continentali fortissime.
In Scozia, domenica scorsa la presidente della
Commissione, Ursula von der Leyen, stringeva un accordo sui dazi con il
presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
UE
umiliata dagli USA di Trump.
L’intesa
è stata considerata umiliante da quasi tutti i commentatori e analisti dentro e
fuori l’UE.
L’America
imporrà dazi al 15% sulle nostre esportazioni e pretenderà che acquistiamo
energia per 750 miliardi di dollari (oltre che armi) e che vi investiamo 600
miliardi.
In
cambio, l’UE non alzerà i dazi sulle importazioni dagli USA.
Termini
completamente sbilanciati in favore di Washington.
Più
che responsabilità singole, siamo di fronte al naufragio di decenni di
politiche inconsistenti di Bruxelles.
Non
avevamo alcuna leva negoziale per negoziare alla pari o con maggiore forza.
Se
Trump volesse, sarebbe ancora in tempo per chiederci le mutande e dovremmo
consegnargliele per assenza di alternative migliori.
La
debolezza dell’UE è diventata insostenibile sul piano politico anche per i
governi che finora l’hanno sostenuta senza tentennamenti.
Critiche
più o meno feroci sono state espresse da Francia e Germania.
I contribuenti di tutta l’area iniziano a
chiedersi sul serio se abbia senso finanziare un baraccone, che risulta
incapace di fare meglio di quanto farebbero singolarmente gli stati membri sul
piano negoziale.
Per
decenni ci siamo raccontati che l’UE, con tutti i suoi difetti, servisse per
contare di più in un mondo sempre più grande.
Abbiamo
avuto la prova che non è così.
Il
Regno Unito ha strappato agli USA dazi al 10%, il Giappone quanto noi.
Insomma,
l’UE raduna 27 stati e ottiene meno di uno solo di medie dimensioni.
Francia
e Germania critiche con Bruxelles.
La
crisi europea è ormai esistenziale.
Una qualsiasi sovrastruttura perde di
significato se non riesce a garantire alcun valore aggiunto a chi la finanzia.
Perché
nei prossimi anni economie come Germania, Francia e Italia dovranno versare
centinaia di miliardi a fronte di obiettivi scadentissimi?
Non è più una questione di essere sovranisti o
europeisti.
Gli
stessi tedeschi e francesi stanno dubitando della necessità di mantenere
istituzioni pletoriche e ridicolizzate all’infuori del continente. I grandi della Terra si muovono
secondo logiche politiche, mentre Bruxelles è la negazione della politica e
rappresenta il trionfo della burocrazia elefantiaca.
Per la
prima volta ci sentiamo di affermare che anche i più accaniti sostenitori siano
consapevoli che così com’è, l’UE non può tirare avanti. Ne va dei loro stessi
interessi e, quindi, anche della tenuta delle istituzioni nazionali.
I
popoli ad ogni elezione si stanno rivoltando contro gli apparati comunitari.
La
Francia è ormai in pieno caos politico, mentre la Germania rischia di fare la stessa
fine se entro breve il suo governo non sarà in grado di riportare l’economia in
crescita.
Crisi
europea per mancanza di politica.
La
crisi europea è esplosa in tutta la sua drammaticità per mano dell’alleato più
forte e prezioso degli ultimi 80 anni.
Ha
evidenziato come dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ci siamo ridotti a
una succursale degli americani sul piano geopolitico, senza l’elaborazione di
una propria identità in difesa dei propri interessi.
Ci
siamo concentrati su aspetti secondari e persino idealistici (vedi Green Deal)
con il risultato di avere indebolito la struttura industriale e ignorato quella
finanziaria, al contempo restando alla mercé altrui sul piano tecnologico.
Un
flop che rende inevitabile l’umiliazione di questi giorni e obbligatoria la
revisione di ciò che ad oggi è stata la UE.
(Giuseppe
Timpone).
L'Europa
afflitta dal mal di Francia.
Liberoquotidiano.it
– (21 -02 – 2026) – Lodovico Festa – Redazione – ci dice:
Il
peso delle (troppe) scelte schizofreniche di Emmanuel Macron, il galletto che
non riesce a fare i conti con il suo fallimento.
L'Europa
afflitta dal mal di Francia.
Non è
inutile riflettere in modo articolato sul comportamento nevrotico - di cui si è
già scritto su Libero - di un Emmanuel Macron nella fase in cui deve fare i
conti con il suo fallimento.
In
tante questioni comunitarie e globali l’Eliseo sembra in preda a una sorta di
stato confusionale:
un
giorno si vogliono mandare truppe francesi in Ucraina, quello dopo si vuole
trattare con Vladimir Trump indipendentemente dagli americani; si vuole
rafforzare il libero scambio nel mondo e non si riesce ad approvare il trattato
Ue-Mercosur;
a lungo si sostiene l’obiettivo di isolare
Israele poi si chiede all’Onu di troncare i rapporti tra Francese Albanese, con
un’evidente apertura allo Stato ebraico;
si partecipa alla preparazione di un trattato
di libero scambio dell’Unione europea con l’India e poi ci si concentra solo
sui rapporti tra Parigi e Nuova Delhi;
si
dice di voler costruire una protezione nucleare autonoma dell’Europa e poi si
dice che le bombe francesi saranno sempre e solo sotto il comando dell’esercito
francese suscitando malumori tedesco e addirittura insulti belgi;
si lancia la proposta del “buy Europe” e si
rimane del tutto isolati.
E lasciamo perdere la questione già ben
esaminata degli insulti a Giorgia Meloni perché si è allarmata dell’assassinio
di un giovane di destra a Lione.
Naturalmente
parte del marasma marconiano deriva anche da un’amministrazione Trump che
troppo spesso sostituisce la retorica alla politica, l’unilateralismo a
rapporti istituzionalmente impeccabili con gli alleati, e dimostra
un’insofferenza per un’Unione europea magari pasticciata ma ancora baluardo
insostituibile contro il caos globale.
Però
gli atteggiamenti di Parigi non solo non rimediano i difetti di Washington ma
alla fine finiscono quasi per giustificarli.
Il
problema principale per la Francia peraltro non è determinato dal quadro
internazionale, ma dai processi interni che hanno portato alla deriva attuale.
Nel 2017 Macron ha approfittato del fatto che
il candidato che avrebbe vinto sicuramente le presidenziali del 2017, il
gollista François Fillon, venne fatto fuori da una magistratura accompagnata da
un particolarmente mobilitato contorno mediatico.
Tutto
ciò non nacque da un intrigo (il complottismo è la principale malattia
infantile dell’opinionismo) ma (anche) da un comune sentire di un establishment
francese poco attratto da un politico forse un po’ troppo cattolico.
Approfittando
di questa situazione e di un presidente socialista uscente come François
Hollande completamente bollito, il quarantenne banchiere già ministro
dell’Economia di un governo socialista non si è posto l’obiettivo di guidare da
liberale la destra moderata o da ex ministro socialista la sinistra, ma ha
scelto di disgregare programmaticamente destra e sinistra vantando la
superiorità di una soluzione tecnocratica che poi ha in qualche modo cercato di
imporre all’Europa, grazie a un rapporto con una Germania in crisi per gli
errori commessi da Angela Merkel.
Questa
linea marconiana si è rivelata catastrofica anche sul piano comunitario perché
tra l’altro l’alternanza in Francia tra socialisti e gollisti consentiva a
Parigi di assumere una linea abbastanza costruttiva grazie al susseguirsi dei
più europeisti Mitterrand e Delors, con i più moderatamente nazionalisti Chirac
e Sarkozy. La sterilizzazione marconiana, invece, della politica ha alimentato
anche su scala continentale devastanti e insensate politiche tecnocratiche tipo
il Green Deal.
Naturalmente
le scelte dell’Eliseo post 2017 sono state disastrose innanzi tutto sul piano
interno con una nazione molto politica che non ha più potuto esprimersi in una
vera dialettica.
Per
capire in che girone infernale ci si è cacciati, basta ragionare sul fatto che
nell’estate del 2025 si è di fatto promosso un fronte popolare con un
estremista come Jean Luc Mélenchon per bloccare Marine Le Pen, mentre oggi si
assiste a una sorta di crescente alleanza nazionale anche con Rassemblement
national per bloccare le follie islamo-gauchiste ispirate dallo stesso
Mélenchon.
In
questa situazione il “comune sentire” di un establishment di cui si è detto ha
messo insieme un processo alla Le Pen su un terreno parzialmente scivoloso,
cioè su quanto gli assistenti agli europarlamentari del Rassemblement national
a Strasburgo lavorassero per Strasburgo e quanto invece solo per il loro
partito.
Su
questa base si sono portate solide prove di diverse scelte dei seguaci di Lepen
sostanzialmente illegali e si è emessa una sentenza particolarmente severa che
precludeva alla “Le Pendi” presentarsi come candidato alle presidenziali del
2027.
Oggi,
però, i sondaggi indicano che il delfino Jordan Bardella prenderebbe 3 punti
percentuali di voti in più rispetto a Marine, e il “comune sentire” non sa più
come orientarsi, e ha rimandato tutte le decisioni al 7 luglio.
Intanto
il disperato monsieur le “Président”, come un Viktor Orbàn qualsiasi, pare
voler piazzare in posti strategici, grazie a opportune dimissioni di chi oggi
ha responsabilità ora in banche centrali nazionali ora europee, suoi
fedelissimi, impedendo quel noioso funzionamento di uno Stato governato secondo
i principi della sovranità popolare.
Che
cosa imparare da queste vicende?
Che la
lotta alle posizioni estremiste si fa isolando le idee sbagliate ma recuperando
le capacità individuali e le forze sociali che hanno appoggiato queste idee
sbagliate:
così
come è avvenuto, pur con alterni risultati, in Austria, Olanda, Svezia,
Finlandia, Italia.
E non
si pratica, invece, una strategia di pura emarginazione che indebolisce
l’insieme del sistema democratico.
Le vicende in corso poi suggeriscono pure che
per rilanciare pragmaticamente e con modi di Draghi l’Unione europea, vanno
formate variegate alleanze che funzioneranno però solo se rinunceranno a
sostituire la politica con la tecnocrazia.
Quale
futuro per l’Europa?
Lafionda.org
– (18 Feb.,2026) - Stefano Sylos Labini – ci dice:
Un commento
sul summit sulla competitività.
Al
summit informale sulla competitività dell’Unione Europea, al castello di “Alde
–Biesen” nelle Fiandre, si sono confrontate due visioni dell’Europa.
Quella di “Mario Draghi” che spinge verso una
centralizzazione decisionale sul modello federale degli Stati Uniti con debito
comune e investimenti pubblici europei e quella di” Merz e Meloni” che puntano
sulla Confederazione in cui ogni Stato conserva maggiore autonomia politica ed
economica.
Entrambi
gli approcci hanno dei punti deboli insuperabili.
Il
modello federale di Mario Draghi oltre ad essere osteggiato dalla Germania,
richiederebbe una Costituzione europea e un assetto politico – istituzionale
equivalente a quello degli Stati Uniti con un Presidente eletto dal popolo, un
ministro dell’Economia, degli Esteri, della Difesa.
Una
prospettiva impensabile nel breve periodo.
Inoltre
la costituzione di un bilancio federale implica anche tasse europee:
chi è
disposto a versare dei soldi ad un organismo senza legittimità democratica?
In questa fase il percorso verso l’Europa
federale si dovrebbe fondare sulle cooperazioni rafforzate tipico termine del
fanatismo tecnocratico.
Si
tratta di un’idea impraticabile.
Il
modello confederale di Merz e Meloni invece può andare molto bene per la
Germania che ha ampi margini di intervento essendo il rapporto debito/Pil circa
la metà di quello italiano, ma non serve all’Italia che è strangolata dalle
politiche di austerità imposte dal Patto di Stabilità e dunque non ha nessun
margine di intervento.
E qui
entra in gioco la proposta della “Moneta Fiscale” che è stata concepita perché:
1.
L’Europa federale è irrealizzabile e le cosiddette cooperazioni rafforzate lo
dimostrano.
2. La
rottura dell’euro oggi non è un’opzione politica.
3. Le
regole europee per ridurre il debito pubblico affossano l’economia.
La
Moneta Fiscale dovrebbe essere una scelta naturale per chi punta ad una
Confederazione di Stati e non ad una Federazione. Ma il centrodestra che si è
schierato per la Confederazione non ha capito l’importanza della Moneta Fiscale
che permette di avere maggiore autonomia nella politica economica.
Ciò perché l’emissione di crediti fiscali a
libera circolazione sul mercato è una prerogativa dei singoli Stati nazionali e
permette di finanziare l’economia senza chiedere soldi in prestito sui mercati.
Diversa
è la posizione del PD che continua a sostenere l’Europa federale e l’agenda
Draghi.
Infine
c’è il M5S che era concentrato solo sul superbonus, non ha nessuna visione
macroeconomica e ora sta spingendo per gli Eurobond che richiedono la
costruzione dell’Europa federale.
In
questo quadro, la Moneta Fiscale rappresenta l’unica opzione che possiamo
sfruttare in una situazione che non è destinata a cambiare in tempi brevi e che
sta mettendo sotto pressione l’economia italiana.
A
livello aggregato siamo in stagnazione, a livello industriale siamo precipitati
in una recessione che dura ormai da tre anni mentre la crescita
dell’occupazione ha riguardato lavoratori anziani, a basso salario e a bassa
produttività.
Dobbiamo
agire in fretta e con la Moneta Fiscale è possibile farlo.
La
valuta fiscale viene distribuita secondo diversi criteri di allocazione, sotto
forma di certificati di credito d’imposta trasferibili e negoziabili che
comportano riduzioni fiscali a scadenze predeterminate e scaglionate.
Questi
certificati diventano moneta solo se liberamente trasferibili e possono
circolare nell’economia.
In questo modo, possono stimolare la crescita
economica attraverso un effetto moltiplicatore aumentando il gettito fiscale
per compensare la diminuzione del gettito derivante dall’esercizio degli sconti
fiscali.
In
questa forma, l’utilizzo della valuta fiscale emessa rientra in una politica
pubblica volta a incoraggiare gli investimenti e la spesa privata e si
esaurisce attraverso una compensazione alla scadenza fissata.
Se si
specifica che il credito d’imposta, quando non utilizzato interamente come
compensazione fiscale, non è rimborsabile in moneta legale da parte dello
Stato, allora, in conformità con i principi contabili europei e internazionali,
è “non pagabile” in euro e non costituisce un obbligo di pagamento alla data di
emissione.
In
questo caso, il suo impatto sul bilancio pubblico si farà sentire solo quando
verrà utilizzato come credito d’imposta. Ciò significa che questo tipo di
credito d’imposta non dovrebbe essere registrato come un aumento del deficit al
momento della sua emissione.
L’esperienza
storica più importante di questo tipo di credito d’imposta trasferibile e non
pagabile è quella italiana delle ristrutturazioni edilizie del settore privato
in un’ottica di transizione energetica ed ecologica.
L’operazione
è stata lanciata nel 2020 dal governo M5S – PD guidato da Giuseppe Conte ed era
stata presentata nel 2014 dal Gruppo della Moneta Fiscale costituito da Biagio
Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e dal sottoscritto, con la
partecipazione del compianto Luciano Gallino e il contributo di Enrico Grazzini
e Giovanni Zibordi.
Analogamente,
nel 2022, negli Stati Uniti sono stati introdotti crediti d’imposta
trasferibili per finanziare la transizione ecologica attraverso il “Clean
Energy Inflation Reduction Act” (IRA).
I
crediti d’imposta italiani sono stati oggetto di una vera e propria battaglia
politico-istituzionale, sia a livello nazionale che europeo, che ho descritto
nel libro pubblicato nel 2022 dal Ponte editore e intitolato “La battaglia
della Moneta Fiscale”. L’idea, i rapporti politici, gli allegati, le prime
applicazioni, le prospettive.
Infatti,
sebbene gli effetti dei “Certificati di Credito Fiscale” si siano dimostrati
economicamente significativi in termini di stimolo agli investimenti e
riduzione del debito pubblico che è crollato di 20 punti % nel periodo 2020/23,
i governi conservatori di Mario Draghi e Giorgia Meloni, che si sono succeduti
al potere dal 2021 in poi, non hanno fatto altro che smantellarli anziché
cercare di migliorarli correggendone i difetti di attuazione (dovuti
principalmente a un controllo insufficiente sulla distribuzione dei crediti
fiscali, sull’entità degli incentivi e sulla qualità delle opere).
Oggi
la Moneta Fiscale andrebbe rilanciata facendo tesoro dell’esperienza passata.
Il
problema è che si tratta di un progetto politico trasversale che richiede
un’ampia collaborazione tra le forze politiche e il coinvolgimento delle forze
produttive e delle istituzioni finanziarie.
Per
questo è un compito arduo.
L’alternativa
è quella di continuare ad affondare inesorabilmente.
(Stefano
Sylos Labini).
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