I difetti dell’unione europea.

 

I difetti dell’unione europea.

 

 

 

Non solo il Morandi: negli Usa

sono crollati 1062 ponti in 32 anni.

ilsole24ore.com - Rosalba Reggio – (26 agosto 2018) – Redazione -ci dice:

 

Il ponte Morandi di Genova, è crollato lo scorso 14 agosto (Ansa).

Tecniche di costruzione, utilizzo, manutenzione, politiche strategiche di viabilità, ma anche eventi imprevedibili.

 La vita di un ponte è legata a numerose variabili che, se sommate o mal combinate tra loro, possono portare talvolta al collasso della struttura. «È importante capire - spiega Marco Di Prisco, docente di Progetto di strutture al Politecnico di Milano – che l'ingegneria civile opera per la mitigazione del rischio, ma non esiste il rischio zero, in Italia, come nel mondo.

Chi progetta, quindi, lavora con un metodo che accetta sempre una probabilità di rottura».

 

Ma come si misura il rischio e perché cadono i ponti?

 

Le motivazioni di un crollo possono essere le più varie.

Distinguerei però un crollo avvenuto dopo almeno 20 o 30 anni, da un crollo che può avvenire durante la costruzione, o qualche tempo dopo. Nel secondo caso, normalmente c'è un errore progettuale di calcolo, oppure si è sbagliato non considerando delle fasi transitorie, oppure è intervenuto un problema legato alla geotecnica, cioè al terreno, come è successo recentemente in Sicilia.

 In questi casi i problemi si evidenziano nei primi anni di vita della infrastruttura.

Quando gli anni trascorsi dalla costruzione sono molti, invece, iniziano ad apparire i due guai più pericolosi per qualunque ponte:

da un lato l'incremento dei carichi, dall'altro il problema del degrado. Nel tempo, tutte le strutture tendono ad essere maggiormente caricate, ma la loro capacità resistente diminuisce.

Dopo il noto incidente di “Ronan Point” avvenuto nel 1968 a Londra, quando un palazzo di circa una ventina di piani crollò per lo scoppio di una bombola di gas, l'ingegneria strutturale intuì l'esistenza del collasso progressivo, cioè un danno di molto sproporzionato rispetto all'evento.

 

Lo chiamavano il ponte di Brooklyn:

storia del viadotto Morandi, dalle polemiche al crollo.

Da allora, i progettisti lavorano per una vita utile della infrastruttura, accettando una certa probabilità di rottura, che per un ponte nuovo è tra il 10 alla meno 6 e il 10 alla meno 7.

Poi, questo coefficiente di sicurezza viene aumentato perché le tecnologie costruttive, inevitabilmente, introducono dei difetti.

Questo livello di rischio, però, non fa i conti con delle cause impreviste.

 È per questo che il FIB, la Federazione internazionale del calcestruzzo strutturale sta studiando un codice modello che possa servire da riferimento per tutti i codici internazionali, in relazione alle strutture in calcestruzzo armato e precompresso.

 L'ultimo codice modello, del 2010, ha introdotto il concetto della robustezza strutturale.

Dall'incidente di Londra, quindi, si è arrivati nel 2010 alla teorizzazione di questo concetto, che consiste in qualcosa di molto semplice:

 davanti a una causa imprevista, bisogna fare in modo che la struttura sia in grado di rispondere con un effetto che è proporzionale alla causa che lo ingenera.

Quindi un collasso locale non può ingenerare il collasso di un ponte.

 

Le indagini in corso accerteranno le reali cause, ma certamente si è trattato di un collasso non legato a un carico massimo, quindi conseguente a un degrado.

Nel ponte Morandi, probabilmente, c'erano fessure e distacchi che hanno incrementato i fenomeni ossidativi.

E in quella situazione è molto difficile intervenire, perché andrebbe rimosso tutto il calcestruzzo per sostituire i cavi.

 Un problema, quello del degrado, non solo italiano:

gli Stati Uniti hanno un patrimonio di 600mila ponti, contro i 46mila italiani ma in 32 anni hanno avuto ben 1062 collassi.

Un numero non paragonabile al nostro.

 

Il problema è il calcestruzzo?

 

Assolutamente no.

I ponti in calcestruzzo sono quelli che possono avere la migliore durata, ovviamente sfruttando tutto quello che dal 1960 ad oggi si è scoperto. Dal 1980 a oggi il calcestruzzo ha quadruplicato la sua capacità resistente:

oggi, in laboratorio, siamo in grado creare calcestruzzi a 300 mega pascal in compressione, quando l'acciaio normale da profili resiste nell'armamento 235.

Chiaramente non si elimina la dissimmetria:

 cioè il materiale calcestruzzo resiste sempre tanto a compressione e poco a trazione.

Per questo, insieme a un collega di Brescia, ho introdotto nel codice modello e anche nella normativa nazionale, il concetto di calcestruzzo fibro-rinforzato, cioè arricchito da fibre di varia natura, per dare al calcestruzzo la capacità di resistere, di mantenere il valore di sforzo di trazione vicino al mega pascal, mantenendolo per un certo valore di apertura di fessure, in modo tale che non ci sia un crollo repentino ma che ci sia una certa duttilità.

 

Meglio l'acciaio o il calcestruzzo, dunque?

 

Non sarebbe corretto decidere di fare i ponti in un solo materiale.

 Le esigenze possono essere diverse.

Comunque è importante dire che tutti i tiranti sono in acciaio:

 a volte sono protetti con il calcestruzzo, a volte tenuti a vista e protetti in superficie.

L'importante è proteggere l'acciaio che è molto vulnerabile all'aggressione degli agenti atmosferici e al fuoco.

Nel mondo infatti, si continua a costruire in calcestruzzo e il problema di manutenzione interessa entrambi i materiali.

 La giusta domanda da porsi oggi è: che cosa fare alla fine della vita prevista di una struttura?

Oggi stiamo cercando di risolvere questo problema che interessa il mondo con il codice modello, ma la soluzione ancora non c'è.

 

Quali precauzioni usare per ridurre i rischi?

 

Oltre a un codice che suggerisca un comportamento avallato dal consenso della comunità scientifica, certamente una politica strategica urbanistica:

diminuire il carico di alcune infrastrutture ne allunga la vita.

Se si fosse fatta la Gronda a Genova, per esempio, il traffico pesante sarebbe stato deviato lì.

 Inoltre, è importante avere meccanismi resistenti paralleli che riescono a limitare il più possibile i danni di un evento non previsto:

un ponte con un solo strallo, se questo viene lesionato, cade.

Se gli stralli sono venti, il collasso non avviene.

 

 

 

“Aristo Draghi”. La Globalizzazione

 e la Politica Senza Popolo.

Conoscenzealconfine.it – (20 Febbraio 2026) - Danilo Stentella – Redazione – ci dice:

 

La questione non è se queste figure siano competenti. La questione è chi decide che debbano essere loro a decidere.

Le recenti riflessioni di Mario Draghi sul tramonto di un ordine economico fondato su interdipendenza, catene globali del valore e primato dei mercati arrivano da chi per decenni ha operato esattamente dentro quell’architettura, contribuendo a definirne regole e priorità.

 

Non è una contraddizione personale, è il segno di un’epoca che finisce. Ma proprio per questo impone una domanda politica, non tecnica:

 chi ha costruito quell’epoca può oggi presentarsi come semplice analista dei suoi limiti?

 Da dirigente apicale del Ministero del Tesoro negli anni Novanta, Draghi fu tra i protagonisti della stagione delle privatizzazioni che ridisegnò profondamente il perimetro economico dello Stato italiano.

Quella stagione è stata presentata come modernizzazione inevitabile, in realtà fu una scelta politica precisa finalizzata a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia, trasferire leve strategiche al mercato e alla finanza, favorire l’ingresso dell’Italia in una nuova normalità europea e finanziaria.

 

Ma esiste un’altra lettura, mai davvero riassorbita nel discorso pubblico. Per una parte consistente del Paese quella stagione coincise con una perdita di controllo pubblico su settori decisivi e con l’imposizione di un dogma, lo Stato doveva farsi da parte perché lo chiedevano i mercati.

Il risultato fu la cessione di asset strategici e l’arretramento del pubblico da ambiti chiave.

Non una riorganizzazione ma un cambio di paradigma, il pubblico smetteva di essere strumento di politica economica, il mercato diventava la misura di tutte le scelte.

 

In questa prospettiva l’eredità culturale keynesiana, attenta al ruolo pubblico dell’economia, che si associa al nome di “Federico Caffè”, maestro di Draghi, appare rovesciata, la visione che ha guidato quella stagione è l’esatto opposto, non più lo Stato come strumento di riequilibrio e protezione, ma lo Stato come soggetto chiamato a farsi da parte.

 

La sua traiettoria non racconta un semplice passaggio tra incarichi diversi ma l’appartenenza stabile a uno spazio in cui i confini tra interesse pubblico e finanza globale diventano porosi.

Draghi ha operato a lungo in un circuito in cui le stesse persone che regolano il sistema ne condividono linguaggio, priorità e visione del mondo.

 

È qui che nasce il problema politico, lì dove chi dovrebbe rappresentare l’interesse collettivo proviene dallo stesso ambiente che di quelle decisioni beneficia, la distinzione tra arbitro e giocatore smette di essere percepibile.

Mister” Whatever it Takes” (noto anche per una pedagogia pubblica basata su nessi elementari tra comportamento e conseguenze estreme: “non ti vaccini ti ammali e muori”) incarna una classe dirigente tecnocratica che si muove con naturalezza tra istituzioni pubbliche e finanza globale, parlando il linguaggio dei mercati molto più di quello delle società che quelle scelte le subiscono, che negli ultimi decenni ha orientato scelte decisive presentandole come necessità tecniche, come risposte obbligate alle leggi dei mercati e della stabilità finanziaria.

In questo quadro le decisioni economiche più rilevanti come debito, spesa pubblica, privatizzazioni, riforme strutturali, tendono a essere sottratte al conflitto politico aperto e ricondotte al linguaggio della competenza.

 

La competenza non è il problema, diventa un problema quando si trasforma in uno scudo che copre scelte politiche travestite da necessità tecniche.

 È lì che la cosa pubblica viene sottratta al conflitto democratico, alla decisione tra interessi diversi, alla responsabilità verso i cittadini.

 

Qui sta il nodo.

Non è in discussione la capacità tecnica di Draghi ma il modello di governo che la sua figura rappresenta.

 Quando decisioni che ridefiniscono il destino economico di un Paese vengono presentate come vincoli oggettivi e non come opzioni politiche si produce una frattura, i cittadini smettono di sentirsi sovrani e iniziano a sentirsi amministrati.

 

Il ritorno periodico di figure come Draghi sulla scena pubblica non appare allora come un normale confronto politico tra visioni alternative ma come la riaffermazione di un paradigma in cui la direzione del Paese è affidata a una ristretta cerchia di decisori ritenuti necessari, quasi indipendenti dal mandato popolare.

È la gestione del potere senza mandato politico, la direzione del Paese affidata a figure ritenute necessarie più che scelte, il governo della cosa pubblica senza confronto pubblico.

 

La storia europea offre esempi estremi di ciò che accade quando la distanza tra classi dirigenti e società diventa percepita come incolmabile.

 Durante la Rivoluzione francese Maria Antonietta non fu processata solo come persona ma come simbolo di un potere ritenuto estraneo al popolo.

I capi d’accusa che le vennero attribuiti, dalla dilapidazione delle finanze pubbliche alla cospirazione contro la sicurezza dello Stato, fino al tradimento degli interessi nazionali a vantaggio di potenze straniere esprimevano, in forma giuridica e violenta, una rottura politica già avvenuta nella coscienza collettiva.

 

Al di là del giudizio storico su quel processo resta la dinamica.

 Quando le élite vengono percepite come amministratrici del patrimonio comune secondo logiche separate dal destino della comunità, la critica politica tende a trasformarsi in accusa morale e l’accusa morale in delegittimazione radicale.

 

È un monito che riguarda le epoche di transizione come la nostra.

Non per evocare tribunali ma per ricordare che la legittimità del governo della cosa pubblica non nasce dalla competenza tecnica né dal prestigio internazionale, bensì dal rapporto di fiducia con il popolo. Quando quel rapporto si consuma la storia accelera, raramente in modo ordinato.

 

La questione non è se queste figure siano competenti.

 La questione è chi decide che debbano essere loro a decidere.

 

Il lascito più concreto di quella stagione, della quale Draghi rappresenta uno dei più evidenti simboli, non è un dibattito accademico ma un dato strutturale, meno patrimonio pubblico, meno leve industriali, più dipendenza dai mercati finanziari.

 Le privatizzazioni di fine Novecento non hanno solo cambiato proprietari, hanno cambiato il rapporto tra Stato ed economia, riducendo la capacità pubblica di guidare scelte strategiche.

 È un danno che non si misura solo nei bilanci ma nella perdita di sovranità economica.

 

Le privatizzazioni di fine Novecento hanno lasciato uno Stato più leggero, non nel debito ma nel potere, con meno strumenti, meno margini, più vincoli, in una stagione che simbolicamente si apriva anche con riunioni come quella sul panfilo Britannia, dove il futuro del patrimonio pubblico italiano entrava nel linguaggio e nelle logiche della grande finanza internazionale.

È questo il contesto dentro cui oggi si parla di limiti della globalizzazione, un Paese che ha ceduto leve strategiche si trova ora a discutere di come governare un’economia che non governa più.

(Articolo di Danilo Stentella -Vice Presidente Centro Studi Politici e Sociali “Franco Maria Malfatti”).

(imolaoggi.it/2026/02/13/aristodraghi-la-globalizzazione-e-la-politica-senza-popolo/).

 

 

Dall'Europa all'Unione europea.

I problemi principali e

da dove ripartire.

Ilfoglio.it - Andrea Graziosi – (24 dic. 2024) – Redazione – ci dice:

    

È necessario rafforzare la dimensione statuale dell’Ue, dal sistema decisionale alla difesa passando dal nodo culturale, cioè i princìpi che ci uniscono.

Ecco una guida contro le derive ideologiche, per la nostra sicurezza.

Sullo stesso argomento:

Il viaggio azzardato di von der Leyen in Turchia per discutere di Siria.

 Denunciare la minaccia di Putin per l'occidente non è militarismo, è imparare a difendersi.

 Come trasformare in realtà le indicazioni di Draghi sulle università.

Almeno in termini di presenza “imperiale”, nell’Europa centro-orientale il 1945 è finito nel 1991, quando le basi sovietiche sono state chiuse e i reparti rimpatriati.

Nell’Europa occidentale questo non è avvenuto anche perché quello americano è stato un “impero liberale”, cui si aderiva spesso con convinzione, un impero fondato su forti affinità e legami etnici e culturali, oltre che valoriali, e che rimpiangeremo anche per i grandi vantaggi che procurava.

Quei legami cominciarono ad allentarsi con la fine dell’emigrazione europea, azzerata dal benessere e dalla crisi demografica, e il loro disfarsi fu accelerato dalle conseguenze del collasso sovietico e quindi dal venir meno della paura, nonché dalla crescita dell’Asia, e in particolare della Cina.

È poi venuto il 2008 – una data della cui importanza non abbiamo forse ancora sufficiente coscienza – l’anno della crisi ma anche di Obama e del suo focalizzare l’attenzione di Washington sulle riforme all’interno e sul Pacifico in campo internazionale, due scelte che sono rimaste da allora al centro della politica statunitense, ancorché declinate in modo diverso.

 

L’entità della crisi del 2008 (basta andarsi a vedere il peso dell’Europa nella produzione mondiale di autoveicoli o le curve dei redditi reali) e il significato profondo del riorientamento americano non li abbiamo visti perché vedere il presente è sempre difficile ma anche perché farlo è spesso scomodo:

lo confermano quanto è accaduto con la caduta della natalità, già conclamata nel 1972, e i problemi posti dal crescente invecchiamento, emersi negli anni Ottanta.

 Vedere significa infatti capire che non si può più vivere come nel passato, un passato che piaceva anche perché era piacevole ed è quindi duro lasciarsi alle spalle, e questo è specialmente vero per l’Europa occidentale.

Al contrario dell’Urss, crollata, gli Stati Uniti resteranno infatti comunque una grandissima potenza e il loro declino è solo relativo: negli ultimi decenni la loro economia, la loro tecnologia ecc. hanno continuato a crescere, molto più delle nostre anche se meno di quelle cinesi o indiane, che hanno attraversato un periodo straordinario, paragonabile ai nostri “miracoli”.

 Noi invece, se è possibile usare il pronome collettivo, siamo messi molto peggio non solo dal punto di vista demografico o economico, ma anche perché le bombe che ci proteggono nel nuovo mondo annunciato dalle guerre degli ultimi anni hanno il bottone a Washington, e le nostre principali basi militari sono ancora sotto il controllo statunitense.

 E perché la Nato, preziosissima e per fortuna ancora funzionante, non è riuscita a rinnovare la sua identità dopo il 1991 e rischia quindi la crisi perché espressione di un mondo che non c’è più, quello dominato dall’Atlantico e imperniato sull’Europa, almeno come principale oggetto del contendere tra le due nuove superpotenze del 1945, sostituito da un mondo che guarda al Pacifico e in cui l’Europa è solo parte, certo ancora rilevante, di dinamiche diventate globali.

 

 

Questa nuova situazione ci permette di vedere quanto sia intellettualmente e politicamente sbagliato confondere Europa e Unione europea, come invece di regola facciamo, e non solo perché – come dimostra la sua storia dal XVIII secolo – un’Europa senza Londra e San Pietroburgo/Mosca semplicemente non è tale.

La nebbia retorica generata da questa confusione ci impedisce infatti di affrontare le sfide che ci stanno oggi di fronte:

esse sono infatti sfide di costruzione statale e se è certo molto difficile introdurre più forti elementi statuali nell’Unione europea, farlo per l’“Europa” è semplicemente impossibile.

Sarebbe quindi meglio provare a smettere di dire Europa e concentrarci invece sull’Unione europea, con la coscienza che le condizioni straordinariamente positive degli ultimi decenni sono purtroppo finite.

 Potremmo così vedere con più chiarezza quel che sarebbe in teoria necessario fare e ragionare su quali obiettivi sia realisticamente possibile perseguire, e come.

La via che seguirò è quindi quella di elencare in breve i problemi principali oggi di fronte alla nostra Unione, che dovremmo per prima cosa mettere, almeno nelle nostre menti, tra virgolette, senza per questo smettere di apprezzarla.

Essa non è infatti davvero una unione malgrado nel 1992 si sia data, e per fortuna, questo nome.

 Lo dimostra il suo aver fatto proprio il principio di unanimità (che equivale al libero veto che causò il crollo della Confederazione polacco-lituana) adottato già dal Trattato di Roma, da cui nacque nel 1957 una Comunità di soli sei stati.

La sua genesi fu condizionata dalla sconfitta nel 1952 del “progetto di Comunità europea di difesa,” dapprima sostenuto e poi affondato – non a caso – dalla Francia, e il principio di unanimità fu ribadito nell’Atto unico europeo nel 1986, che pure diede nuovo slancio all’integrazione e fu firmato da 12 paesi, il doppio di quelli del 1957.

 Pur riducendo le materie per le quali era richiesta l’unanimità per legiferare, esso non toccò infatti quelle che stanno al cuore di qualunque formazione statale.

 

La situazione non è cambiata dopo il “Trattato di Lisbona” redatto per sostituire un progetto di Costituzione bocciato nel 2005 dai referendum francese e olandese e firmato tra il 2008 e il 2009 da un numero di paesi di nuovo e più che raddoppiato (27).

Il Trattato aumentò infatti il numero dei settori strategici su cui il Consiglio poteva decidere a maggioranza qualificata, ma lasciò il vincolo dell’unanimità per politica estera e di difesa, polizia, imposizione fiscale, sicurezza e protezione sociale, e allargamento dell’Unione, cioè i campi essenziali all’autonomia e all’esistenza di qualunque stato.

L’unica posizione “statuale” conquistata dall’Unione è quindi quella della moneta unica che – visto che non tutti i paesi membri vi aderiscono – ha di fatto già introdotto il regime dei cerchi concentrici, indicando una strada praticabile anche in altri settori.

 Malgrado i grandi benefici che arreca, l’euro resta quindi minato dalla sua “solitudine”, di cui si potrebbe prima o poi pagare il prezzo.

 

 

Si è discusso di quanto la moltiplicazione degli stati membri e la loro crescente disomogeneità abbiano reso problematico gestire l’Unione col criterio dell’unanimità.

La cosa è senz’altro vera, anche se sarebbe sbagliato dedurne che l’errore fu quello di un allargamento che ha garantito stabilità e grandi opportunità, e non solo ai nuovi membri.

Ma il nocciolo del problema resta il fatto che, malgrado il suo nome e i progressi fatti, l’Unione è rimasta essenzialmente un condominio di stati riuniti per il legittimo perseguimento del loro utile, una scelta tra l’altro non priva di sostegno popolare anche se non adatta ai nuovi tempi, come dimostrarono già venti anni fa i ricordati referendum contro una Costituzione certo affondata anche da scelte incaute e non priva di una sua fragilità.

 Sembra inoltre di poter dire che l’avanzare di invecchiamento e aspettative decrescenti, nonché il senso di debolezza “identitario” acuito dalla perdita di status dell’Europa e da consistenti e sempre più diversificate correnti migratorie abbiano da allora accresciuto la diffidenza verso il progetto europeo e rafforzato la presa degli stati nazionali.

 

 

Il punto chiave, tuttavia, è che la storia della costruzione europea dimostra nel suo complesso l’indiscutibile vittoria politica della visione gaullista di una “Europa delle nazioni”, o meglio degli “stati-nazione”, che si è ammantata di una fitta e potente retorica europeista, non priva di una sua utilità ma anche ingannatrice.

Anche per la sua radicale quanto ottimista astrattezza, il federalismo europeo non è mai riuscito a costituire una valida alternativa, e l’Unione europea è quindi così perché così la hanno voluta e la vogliono i suoi stati membri e le sue popolazioni.

È da questo punto di vista paradossale ascoltare i lamenti sul suo indubbio carattere burocratico pronunciati da chi si è opposto a una sua maggiore politicizzazione, incentivando quindi la sua natura amministrativa.

 

Le sconfitte dei tentativi di introdurre più politica hanno educato negli anni gli europeisti ad abbandonare la strada delle richieste dirette, rafforzando la loro convinzione circa l’opportunità di insistere piuttosto sulla strada tracciata da Schuman dopo il fallimento del progetto di difesa europeo.

La soluzione migliore è parsa da allora il puntare a una maggiore integrazione facendo leva su interessi comuni visti come la somma di quelli di stati membri convinti appunto dal loro soddisfacimento a sostenere quella integrazione.

Tale via si è col tempo intrecciata col principio di sussidiarietà, che affonda le sue radici nella cultura cattolica e nelle preoccupazioni di élite politiche comprensibilmente sospettose, dopo le catastrofi delle due guerre mondiali, dello strapotere degli stati nazione centralizzati e dei nazionalismi.

Bruxelles ha quindi distribuito e distribuisce risorse senza rivendicare l’averlo fatto, e i suoi finanziamenti hanno paradossalmente rafforzato statalismi e regionalismi di ogni tipo, come se di quei finanziamenti ci si dovesse in qualche modo vergognare e se essi non dovessero in alcun caso essere usati per costruire una comunità politica superiore a quelle nazionali.

 

 

Questa strategia è stata ravvivata dall’esperienza del Covid, che ha portato all’approvazione del piano di ripresa “Next Generation Eu”, finanziato in modo massiccio da un indebitamento in parte diretto dell’Unione, che ha preso quindi a prestito sui mercati come fanno gli stati “normali”.

Come dimostra il PNRR italiano, la sua applicazione ha però confermato l’uso essenzialmente nazionale dei finanziamenti europei, anche di quelli derivati da un indebitamento europeo diretto.

Persino nel campo dell’università e della ricerca, che è per sua natura il più favorevole a cooperazione e apertura, essi sono stati concessi e vengono gestiti praticamente senza vincoli tesi a farne degli strumenti di una costruzione appunto “europea”.

L’Unione quindi continua a pagare per rafforzare i suoi membri, senza spingerli a integrarsi.

 

 

Non c’è dubbio che la strategia “schumanniana” abbia dato buoni frutti, anche per le ricordate, straordinarie condizioni godute dal nostro continente fino al 2008.

Ed essa funziona ancora, come dimostra il “Next generation Eu”: trovare occasioni per emettere debito europeo sembra perciò a molti il miglior modo per perseguirla, unendo l’interesse di stati appesantiti dal loro debito pubblico a una narrazione europea più forte dal punto di vista retorico che nella realtà:

se infatti il soggetto europeo sarebbe irrobustito dalla titolarità di un debito che i singoli stati non sarebbero in condizione di contrarre se non a condizioni molto peggiori, a meno di un auspicabile cambio di pratiche i finanziamenti così generati servirebbero solo a rafforzare gli stati esistenti, come è giusto che sia, ma non a integrarli.

 

 

Il vero problema è comunque un altro.

È certo possibile andare avanti per la vecchia strada, nobilitando con la retorica europeista gli interessi degli stati, ricorrendo a metodi indiretti per fare dei non disprezzabili passi avanti e “sciogliendo” con delle elargizioni le resistenze dei membri più riottosi, come l’Ungheria di Orbán.

Ed è difficile fare altro.

 Ma la domanda che occorre porsi è se questa strategia permetta di far fronte ai problemi e alle sfide di un mondo nuovo, segnato dal progressivo distacco degli Stati uniti dall’Europa, dall’emergere definitivo dell’Asia e da una guerra europea che nel 2014 né Washington né l’Europa hanno voluto vedere (basti pensare al rifiuto di Obama di armare l’Ucraina e alla scelta tedesca ma anche italiana di business as usual con la Russia) ed è potuta anche per questo esplodere con rinnovata violenza nel 2022.

 

 

La risposta è purtroppo no: così non si costruisce coi tempi e l’intensità richiesti dalla nuova situazione, dal ritorno della guerra e dalla nuova scala necessaria per “esserci” in un mondo dove le potenze indipendenti hanno ormai centinaia di milioni di abitanti, tutti più o meno istruiti, e sono dotate di armamento nucleare.

Dal punto di vista immediatamente politico la questione del salto di scala è forse la più importante e in questa prospettiva emerge l’affinità tra le condizioni in cui si trovano oggi gli stati europei e quelle in cui si trovarono gli stati della penisola italiana nel XV secolo, uniti nella Lega italica ma travolti dal mancato raggiungimento di nuove dimensioni diventate indispensabili.

Il perno della questione è quindi come rafforzare, al massimo e il meglio possibile, la dimensione statuale dell’Unione europea, senza ambizioni irrealistiche e ricordando che, come ha dimostrato il XX secolo, le forme-stato sono molto più numerose e malleabili di quelle consacrate dal pensiero giuridico e politico europeo, e che ci sono quindi più opportunità di quanto si possa pensare.

Solo facendolo potremo tra l’altro mettere in sicurezza la geniale, ma anche azzardata, creazione dell’euro, forse prima grande moneta di un grande non-stato e che, come tale, potrebbe non reggere le tensioni legate alla ricomparsa della guerra, alle conseguenze di una guerra dei dazi con gli Stati Uniti, e all’approfondimento della crisi causata da denatalità e invecchiamento.

 

Un esercizio utile è identificare quali sono i terreni decisivi in cui operare, e il più importante è forse quello del sistema decisionale dell’Unione, che rischia di portare alla disgregazione in una situazione che sarà probabilmente segnata da pressioni sempre più forti sia interne sia internazionali.

Per indebolire la regola dell’unanimità (che equivale al veto) si potrebbe per esempio imboccare con più decisione la via “indiretta” dei cerchi concentrici e magari anche profittare dei passi falsi di uno stato membro per sospenderlo, come le regole permettono, perché non è solo con premi e lusinghe che si costruisce.

                  

Almeno altrettanto importante è il terreno della difesa, in cui, a complicare le cose, la strategia dell’indebitamento comune ha grosse difficoltà:

non è infatti semplice consentire alla creazione di debito comune in questo campo per stati (Finlandia, Paesi baltici, Polonia, Ungheria e Grecia) che già superano l’obiettivo del 2 per cento del pil.

 Essi si troverebbero così a finanziare il raggiungimento di un impegno comune da parte di paesi ben più ricchi di loro, dalla Francia, che al 2 per cento è prossima, a Germania, Italia, e Spagna che viaggiano sull’1,5 per cento, all’Irlanda, col suo 0,2.

 

Ma la questione più delicata è quella del possesso di un proprio deterrente nucleare, su cui l’Unione possa decidere in autonomia.

 Oggi il nostro deterrente principale è quello di una Nato almeno da questo punto di vista sotto stretto controllo americano, cui si affianca la piccola ma indipendente force de frappe francese.

 Per riprendere il controllo sulla nostra difesa e quindi sulla nostra sicurezza, ridiventando “adulti” (che non è mai solo bello), ci sarebbe quindi bisogno di discutere con Parigi, riconoscendole la supremazia che di fatto ha in questo campo (una discussione non facile visti i problemi di Macron e quello che dicono i sondaggi), e porre apertamente il problema di una riforma della Nato che stia naturalmente attentissima a non liquidarla, ma sappia piuttosto usarne la struttura.

Sarebbe per esempio bello almeno ipotizzare un’alleanza globale (e quindi per definizione non occidentale) politica e militare dei paesi liberal-democratici, con Stati Uniti, Unione europea, Regno Unito ma anche Canada, Australia, Giappone, Corea del sud, Israele e magari un domani India e chissà quanti e quali altri membri, che unisca chi crede negli stessi princìpi politici, sociali ed economici al di là del suo colore e della sua collocazione geografica e sia quindi più adatta al mondo di oggi di un’ alleanza “nord-atlantica” che ha fatto tanto bene ma le cui basi, un tempo solidissime, sono state fragilizzate dalla storia.

 

Alla capacità di difesa è strettamente legato il problema delle frontiere dell’Unione, oggi illuminato dall’aggressione russa all’Ucraina, ma anche dai conflitti in medio oriente e dalle politiche di una Turchia che l’Unione, dopo averla a lungo illusa, ha poi respinto senza alcuna seria discussione.

a questo punto di vista, la “soluzione” per esclusione della questione turca è stata la prima, ipocrita, manifestazione della realtà che – come ogni altro stato – anche l’Ue, se vuole esistere, deve avere dei confini, che non servono solo a tener fuori prodotti e pratiche che non ne rispettano gli standard.

Essi devono poter essere controllati e difesi, come le eventuali trattative per un armistizio in Ucraina rendono chiaro: per esempio, chi presidierà, e come, quello che potrebbe diventare in futuro il confine orientale dell’Unione?

 

Un altro nodo fondamentale è quello che si potrebbe definire culturale. Per esistere e funzionare qualunque stato, anche il più lontano dallo standard europeo classico, ha bisogno di un discorso legittimante comune;

di una lingua ufficiale di governo e amministrazione possibilmente neutra (che non privilegi cioè una parte significativa dei suoi cittadini, come ci insegna il caso indiano o quello dei tanti paesi plurietnici africani che l’hanno seguita nel mantenere la lingua dei colonizzatori); nonché di almeno un abbozzo di opinione pubblica e di stampa “unitari”.

 

Quello della costruzione di un discorso legittimante europeo è un problema affascinante e difficile, affrontato spesso in maniera ideologica e banale e complicato da un passato imperiale che non ci ha resi popolari nel mondo, nonché dalle scelte del 1991-92, che hanno messo coraggiosamente insieme due Europe che hanno vissuto XX secoli molto diversi, in cui parole come comunismo, socialismo e nazionalismo non hanno lo stesso significato.

Ho per qualche tempo pensato che l’esperienza che ha accomunato questi due XX secoli fosse quella della sconfitta (tutte o quasi le capitali continentali sono state per esempio occupate dal nemico e spesso più di una volta) e che quindi si potrebbe forse elaborare un discorso comune basato sulla sconfitta e la saggezza che ne deriva.

Penso ancora che la sconfitta sia un tema ineludibile, ma credo che per stare nel mondo di oggi occorra un discorso capace anche di fare i conti con l’imperialismo e il razzismo europei, ammettendoli ma ricordando che essi discendevano da un senso di superiorità e di potenza garantite dalle straordinarie scoperte della cultura e soprattutto di una scienza nata appunto in Europa.

È questa scienza che permette oggi alla maggior parte di un mondo che ne fa uso di vivere una vita più lunga, più sana e più agiata che in passato, una vita cui tutti ambiscono e della cui possibilità possiamo andare fieri (più complicato è esserlo per sistemi liberaldemocratici che convivevano con impero, razzismo e oppressione).

Non si tratta insomma di compiacere, ma piuttosto di avere la dignità e la visione critica di chi siamo stati e di chi siamo.

 

Quanto alla lingua ufficiale, la Brexit rende oggi più facile adottare un inglese che non è lingua ufficiale di nessun grande paese dell’Unione, e ha quindi quella caratteristica di neutralità fondamentale in tutte le formazioni statali plurinazionali.

 Questa adozione renderebbe possibile investire per creare una stampa, dei media e un’opinione pubblica di un’Unione la cui natura “retorica” è confermata dal fatto che oggi esistono al suo interno unicamente quelle nazionali.

Solo così, tra l’altro, sarà possibile arginare la deriva ideologica e autoreferenziale del linguaggio delle burocrazie europee, che nasce e cresce in bolle di isolamento e privilegio che solo un’opinione pubblica europea potrebbe forare, favorendone l’evoluzione.

 

Del nodo “culturale” fa parte infine la costruzione di una vera rete scientifica e universitaria europea della conoscenza, indispensabile anche allo sviluppo di una industria e di servizi tecnologicamente avanzati, e che è la principale risorsa di un continente non ricco di materie prime.

 In questo caso potrebbe essere seguita la strategia del debito comune, cercando però di non ripetere gli errori “autarchici” del PNRR.

 

L’ultimo grande nodo, e forse il più importante e complesso, è quello della crisi demografica, fatta di denatalità e invecchiamento, e del suo legame con un’immigrazione necessaria, ma che tanti temono ed è destinata comunque a provarsi un’opportunità “temporanea” visto che il crollo della natalità si espande in tutto il mondo seguendo l’avanzata di un sia pur relativo benessere.

È qui importante far capire il prima possibile che la crisi è tale da richiedere scelte di portata ben superiore a quelle cui siamo abituati a pensare: questo sia come individui sia come società, in termini di attitudini e mentalità da cambiare e di risorse che è necessario spostare per almeno attutire la contraddizione tra interessi di breve-medio a non fare figli, e medio-lungo periodo a farli, che è la molla della trappola in cui ci troviamo.

Anche in questo caso la creazione di debito europeo teso a trasferire risorse importanti alla parte più giovane della popolazione europea potrebbe essere una parte della soluzione.

 

Quanto all’immigrazione, la cui utilità va sempre ricordata e spiegata, occorre sia riconoscere diritti e prospettive di integrazione agli immigrati che tener conto di timori che esistono e orientano la politica. La creazione di una grande agenzia europea che studi le pratiche migliori e proponga politiche capaci di tenere il più possibile insieme quei due poli fondamentali sarebbe un passo avanti importante.

Al tempo stesso, se vuole farsi più stato, ancorché originale e diverso, l’Unione, come tutti gli stati, deve avere il controllo delle sue frontiere anche da questo punto di vista.

 

I problemi sono quindi grandi e le soluzioni difficili ma, come indica il “Rapporto Draghi”, un gruppo dirigente europeo potrebbe trovare un approccio più diretto ed elastico, capace di andare oltre il binarismo che ha contrapposto l’ideale federalista europeo all’Europa gaullista delle nazioni, diradando la nebbia retorica che ricopre entrambi.

 In ogni caso, dato il nuovo mondo in cui viviamo, varrebbe la pena provarci anche perché esistono forze su cui fare affidamento.

Tra esse c’è ovviamente la convenienza materiale, umana e culturale dell’Unione per i suoi cittadini, come gli inglesi hanno avuto di recente modo di sperimentare;

e c’è in particolare la sua enorme convenienza economica, di cui spesso però non si riescono a percepire le reali dimensioni.

 C’è poi una struttura giuridica la cui solidità è stata misurata dal modo ordinato con cui l’Unione ha risposto al Covid, e ci sono forse e soprattutto la nostra organizzazione sociale e il nostro stile di vita, permesso dalla scienza, che esercitano un’attrazione fortissima in tutto il mondo, come dimostrano le direzioni dei flussi migratori o la scelta degli ucraini.

 

È quindi lecito sperare che l’Unione europea non faccia la fine della Lega italica e magari anche che il passato aiuti i politici italiani a giocare un ruolo significativo nel suo rinnovamento, garantendo così un futuro migliore anche al nostro paese.

Vedere con chiarezza i problemi sarebbe un piccolo passo avanti in questa direzione.

 

 

 

 

L’Unione Europea ha un

problema di “azione collettiva.”

Tuttieuropaventitrenta.eu - Andrea Mairate - (19 Ago. 2025) - Redazione – ci dice:

 

L’Unione Europea ha un problema di “azione collettiva.”

Nel suo recente discorso di Aquisgrana, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen si è espressa per una Europa indipendente.

Nei fatti, il concetto di autonomia strategica, proposto dal presidente Macron si è rivelato privo di sostanza.

 L’Europa teme infatti di essere indipendente in aree cruciali, soprattutto in materia di politica estera e di sicurezza dove vige la regola dell’unanimità.

 

La risposta a questa domanda, per quanto irriverente possa sembrare, è che l’UE ha un problema di ‘azione collettiva’,- problema teorizzato da Olson nel 1971-  laddove gli individui ( in questo caso gli Stati) starebbero in una situazione più vantaggiosa se decidessero di cooperare, ma non lo fanno a causa di conflitti e di interessi contrapposti che ne limitano l’azione comune.

Nella letteratura economica questa situazione viene descritta come la ‘tragedia dei beni comuni’ in cui gli individui (gli Stati) perseguendo i propri interessi finiscono col distruggere risorse condivise.

Eppure, il modus operandi dell’UE – definito dal Trattato sul funzionamento dell’UE meglio conosciuto come” Trattato di Lisbona”- non permette di affrontare questo problema.

 

La guerra commerciale con gli Stati Uniti ne costituisce un caso emblematico.

Praticamente tutti gli economisti che hanno commentato la risposta dell’UE all’offensiva dei dazi americani hanno sottovalutato il problema di ‘azione collettiva’.

Non è sorprendente il fatto che il cancelliere tedesco abbia spinto la Commissione ad evitare misure di ritorsione e quindi alzare la bandiera bianca nei negoziati perché un tutt’altro scenario (come il ricorso allo strumento anti-coercizione) sarebbe catastrofico per l’industria tedesca nel breve periodo.

Tuttavia, nel breve periodo, ci saranno degli effetti negativi sull’ economia tedesca e di conseguenza quei paesi dell’UE come la Polonia e l’Italia che sono fortemente dipendenti dall’industria tedesca.

 

Di fatto l’accordo di principio siglato tra la Commissione europea (che ha condotto i negoziati per conto dell’UE) et gli Stati Uniti il 28 luglio in Scozia costituisce un cattivo risultato per gli europei.

 Molti esponenti politici ed analisti considerano che sia una vera capitolazione da parte dell’UE nei confronti degli Stati Uniti.

Se analizziamo la questione in termini economici, si tratta in realtà di un gioco a somma negativa nel senso che i dazi americani (15% come base che comprende il 4,8% pre-esistente quindi analogo a quello imposto al Regno Unito) avranno un duplice effetto.

Da un lato, colpiranno le aziende e i consumatori americani attraverso un aumento di prezzi, a meno che le prime non accettino di ridurre i loro margini di profitto e il governo non imponga un controllo dei prezzi, essendo entrambi i casi molto improbabili;

dall’altro, le imprese esportatrici dell’UE dovranno far fronte ad un rincaro dei loro prodotti per effetto cumulato dei dazi e dell’apprezzamento dell’euro (circa il 10% da gennaio), quindi in totale un costo maggiorato del 25%.

 Ciò potrebbe portare alcune aziende a rilocalizzare una parte degli impianti produttivi negli Stati Uniti:

questa è in fondo l’unica cosa che interessa Trump, cioè attirare 600 miliardi di investimenti provenienti da governi e imprese europee.

La Commissione europea può fare ben poco per garantire un tale impegno perché sono scelte che dipendono dalle singole aziende.

Il rischio è che qualora questo obiettivo non si realizzasse, Trump potrebbe minacciare altri dazi sulle importazioni di beni europei.

 

Quindi è sul piano strategico che l’UE ha perso.

La posta in gioco va oltre i dazi perché si estende al cuore della sovranità europea – l’energia, la difesa, gli investimenti strategici- che ci renderà ancora più dipendenti dagli Stati Uniti in un gioco asimmetrico, non cooperativo dove prevale solo il rapporto di forza tra potenze ormai rivali.

 

L’Unione europea ha mostrato la sua fragilità strutturale legata al suo modello economico dipendente dai surplus della bilancia corrente.

La versione europea del mercantilismo è fragile perché si basa su input che non provengono da fonti interne – mentre la Cina ha costruito il suo mercantilismo attorno all’idea di indipendenza delle supply chain nazionali.

L’Europa non è ricca di risorse naturali come la Cina e la Russia, né ha un clima o caratteristiche geologiche favorevoli alle energie rinnovabili.

In cambio, l’Europa dispone di una forza lavoro molto qualificata, e in particolare delle competenze ingegneristiche che non hanno pari nel mondo. 

Gli Stati Uniti e la Cina sfruttano spietatamente i loro monopoli – gli Stati Uniti sulla finanza globale e la Cina riguardo le terre rare.

L’UE non è costruita per sfruttare i suoi vantaggi nello stesso modo.

Ma anche senza un chiaro disegno geopolitico, l’UE potrebbe fare di più di quanto non faccia oggi, come costruire relazioni strategiche con paesi terzi, far passare l’accordo con il Mercosur e sviluppare un partenariato ‘funzionale’ con la Cina su temi comuni come il clima e la difesa del multilateralismo.

Anche senza monopoli sulle risorse naturali, ci sono accordi da fare nel mondo facendo a meno del beneplacito degli Stati Uniti.

 

Di fronte a queste sfide esterne sempre più complesse, vi sono delle opportunità per cambiare di modello economico.

Sarebbe assurdo rimanere legati alla mondializzazione come se dovesse durare in eterno mentre i mercati tendono sempre di più a chiudersi.

 Per questa ragione, la realizzazione di un’unione economica più integrata diventa sempre più necessaria – come richiamato con forza nei rapporti Letta e Draghi.

La storia ci insegna che l’Europa può trasformare l’avversità in un vantaggio.

 L’UE ha fatto notevoli progressi sul piano dell’integrazione degli scambi tra i suoi stati membri, ma rimangono ancora molti ostacoli.

Come ha dimostrato una ricerca recente condotta dal FMI, le barriere interne sono stimate ad un costo equivalente al 44% per i beni manifatturieri e al 110% per i servizi, costi (o dazi) che gravano sui consumatori e aziende sotto forma di prezzi più alti e minore produttività.

Un mercato unico pienamente integrato – accompagnato da una politica industriale rivolta alle sfide del 21emo secolo- potrebbe rafforzare la resilienza economica dell’Europa in quanto potenza economica in un mondo pericoloso, sempre più imprevedibile.

 

Allo stato attuale, l’UE non è in grado di combattere una guerra commerciale, ma dispone degli strumenti idonei per difendersi da atteggiamenti predatori da parte delle potenze rivali.

La debolezza non è uno stato naturale delle cose; è anche una scelta politica.

Più che mai, l’UE deve prendere in mano il proprio destino per garantire il futuro delle giovani generazioni.

 E lo può fare risolvendo il suo problema di azione collettiva attraverso riforme urgenti nel modo di funzionamento dell’UE.

 

 

 

Unione Europea, crisi economiche

 e crisi dei debiti sovrani.

Politicasemplice.it – (24 -02 -2026) – Redazione – ci dice:

 

La globalizzazione sta cambiando progressivamente gli equilibri geopolitici ed economici tra le superpotenze mondiali.

Mentre un tempo il mondo era sostanzialmente diviso in due sfere d’influenza (USA e URSS) che spingevano gli Stati europei da una parte o dall’altra, oggi la situazione è molto cambiata e in continuo divenire.

Gli Stati europei hanno dovuto organizzarsi e affrettare il processo di costituzione dell’Unione Europea per evitare di subire passivamente gli accordi tra superpotenze vecchie e nuove.

Considerando la consistenza degli ostacoli frapposti al processo di integrazione politica, le istituzioni europee hanno dato priorità all’integrazione economica tra i paesi membri.

 Questa modalità di costituzione dell’Unione Europea ha comportato dei vantaggi ma anche alcuni svantaggi.

Ad esempio, l’assenza di una integrazione politica ha spesso determinato una mancanza di unanimità dei paesi membri sul posizionamento che le istituzioni europee avrebbero dovuto tenere in merito ad alcune questioni internazionali, indebolendo il peso dell’Unione Europea nello scacchiere geopolitico.

Altresì, le crisi finanziarie del 2007 e del 2011 hanno evidenziato i limiti del processo di costituzione dell’Unione Europea basato su una integrazione economica non adeguatamente bilanciata da quella politica.

Unione Europea - simbolo

 

Le crisi economiche dei paesi aderenti all'Euro hanno evidenziato alcuni punti deboli del processo di unificazione europea.

 Il processo di integrazione europea si trova in una fase abbastanza avanzata da vincolare i paesi membri a determinati parametri di finanza pubblica, ma allo stesso non così avanzata da consentire un intervento diretto delle istituzioni europee nelle situazioni di crisi, o per prevenirle.

Non è infatti un caso che le istituzioni europee si siano fatte cogliere impreparate dalla crisi finanziaria internazionale del 2007 e dalla crisi dei debiti sovrani del 2011, tuttavia proprio a causa dell’incompiutezza del processo di unificazione europea risulta difficile separare nettamente le responsabilità delle istituzioni europee da quelle dei singoli Stati membri e degli Stati più influenti, come la Germania.

 

Occorre evidenziare come gran parte dei problemi che affliggono le economie dei paesi occidentali sia dovuta all'inarrestabile processo di globalizzazione, ovvero alla internazionalizzazione dei sistemi economici e finanziari e all'ingresso di nuovi protagonisti nella scena economica mondiale, come la Cina, l'India e i paesi emergenti.

 Poiché l'internazionalizzazione dei mercati genera una competizione economica tra paesi con strutture civili ed industriali profondamente diverse, per contrastare gli effetti negativi della globalizzazione è fondamentale stabilire regole comuni a livello internazionale per tentare di governare e indirizzare il processo di globalizzazione, piuttosto che subirlo passivamente.

Per raggiungere questo obiettivo sono state costituite organizzazioni internazionali che consentono agli Stati e alle economie più influenti di esercitare un certo grado di controllo sui mercati economici e finanziari internazionali.

 

Quando è stata creata la Comunità economica europea la preoccupazione principale degli stati aderenti era di regolare i rapporti interni tra gli Stati europei ed evitare che il sorgere di nuovi conflitti potesse generare nuove guerre.

Con la globalizzazione la funzione dell'Unione Europea si è estesa, poiché l'aggregazione dei singoli Stati europei si è rivelata utile sia per preparare le loro economie ad affrontare il libero mercato, sia per aumentarne il peso complessivo sui tavoli dei trattati e delle organizzazioni internazionali.

Presi singolarmente i paesi membri dell'Europa non avrebbero sufficiente forza per trattare da pari con paesi di grande dimensione economica, come ad esempio Stati Uniti, Cina e India.

Se l'Europa fosse unita anche politicamente oltre che economicamente potrebbe influenzare con ancora più forza le politiche degli organismi internazionali di controllo dell'economia e della finanza che, essendo frutto di accordi tra stati sovrani, sono istituzioni tecnocratiche non indirizzate attraverso processi di rappresentanza democratica.

 

In sintesi, l'Unione Europea aiuta i cittadini dei paesi europei a contare di più in un mondo sempre più globale e dominato dalle grandi economie.

Tuttavia, l'attuale Unione Europa non riesce ancora a svolgere un ruolo di primo piano nello scenario mondiale poiché non ha ancora acquisito la credibilità di soggetto unitario.

L'Unione Europa, non essendo abbastanza integrata politicamente, non è riuscita a dotarsi di un ordinamento federale.

 In effetti, l'Unione Europea è un cantiere, una organizzazione economica e politica che si va formando attraverso un mercato unico, una moneta unica ed un processo di integrazione con delle istituzioni a supporto di queste funzioni.

 

A ben vedere, nonostante il processo di integrazione economica sia molto più avanzato rispetto a quello politico, occorre notare come le agenzie internazionali di valutazione economica non considerino affatto l'economia europea come un tutt'uno e rappresentino le prestazioni economiche dell'Europa come la somma algebrica dell'andamento delle economie dei singoli Stati membri, i quali hanno pesi economici differenti.

 In sostanza, un'analisi dei problemi dell'economia europea comporta ancora tante analisi quanti sono i paesi dell'Eurozona.

 

Questa premessa sulla natura dell'Unione Europea aiuta anche a comprendere perché le istituzioni europee non sono in grado di intervenire direttamente per indirizzare o per risolvere i problemi economici dei singoli paesi membri che conservano gran parte della loro sovranità.

 Infatti, gli Stati aderenti all'Unione Europea se per un verso hanno contratto degli obblighi attraverso i trattati multilaterali costitutivi dell'Unione Europea, per l'altro verso non hanno concesso alle istituzioni europee il potere di intervenire direttamente all'interno dei singoli paesi per l'attuazione degli interventi necessari al rispetto dei suddetti obblighi.

In sostanza, l'attuazione delle politiche dell'Unione Europea dipende dai singoli governi nazionali degli Stati membri.

 

Poiché non tutte le istituzioni di governo degli Stati membri sono efficaci ed efficienti, l'attuazione delle politiche comunitarie non è uniforme, risente di eventuali problemi politici interni dei singoli paesi e, a volte, è frutto di furbi compromessi o colpevoli mancanze.

La risposta alle crisi economiche dei singoli paesi membri dell'UE è inoltre fortemente condizionata dalla mancanza di una politica fiscale unitaria. Insomma, fino a quando il processo di integrazione europea non sarà completato, le responsabilità connesse all'amministrazione e all'economia dei singoli Stati membri sono completamente a carico dei Parlamenti e dei Governi nazionali e comportano un confronto, a volte ambiguo, tra le istituzioni europee e le istituzioni di governo degli Stati membri.

 Per inciso, questa natura pattizia tra istituzioni europee e paesi membri permane anche quando il mancato rispetto dei vincoli di bilancio stabiliti dai trattati europei determina il commissariamento europeo o della cosiddetta troika (BCE, Commissione UE e FMI).

 

Infatti, uno dei compiti delle istituzioni europee è di verificare il rispetto degli accordi sottoscritti dagli stessi Stati membri.

 Questi accordi impegnano collettivamente tutti i paesi aderenti a procedere su un percorso di riforme per allineare i diversi sistemi economici e consentire una maggiore integrazione economica e politica dell'Unione Europea.

 In pratica, le istituzioni europee verificano periodicamente il rispetto di determinati parametri e chiedono conto agli Stati aderenti degli scostamenti, prima di applicare eventuali sanzioni o ulteriori prescrizioni.

 

I principali vincoli economici imposti agli Stati membri dall'adesione all'Unione Europea sono:

- il rispetto dei parametri stabiliti nei vari trattati europei, poi confluiti nel "Trattato di Lisbona" che obbliga gli Stati a mantenere il deficit pubblico sotto la soglia del 3% ed il debito pubblico sotto la soglia del 60% del PIL o comunque a diminuirlo progressivamente se più elevato;

- il rispetto dei parametri stabiliti nel "Patto di bilancio europeo" o "Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell'unione economica e monetaria" (sottoscritto nel marzo 2012 dagli allora 27 Paesi dell'Unione europea, con l'esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, ed entrato in vigore il 1 Gennaio 2013) che obbliga i 25 Stati firmatari a inserire in Costituzione il pareggio di bilancio, a mantenere il deficit pubblico sotto la soglia dello 0,5% ed a ridurre il debito pubblico sotto la soglia del 60% entro venti anni.

 

Se i governi ed i parlamenti nazionali si dimostrano incapaci di raggiungere gli obiettivi prefissati nei tempi prestabiliti (ovvero se hanno irresponsabilmente firmato i trattati europei pur sapendo di non poterli rispettare) scattano delle procedure di infrazione seguite da sanzioni o da un commissariamento, per cui gli Stati membri inadempienti sono costretti ad attuare una accelerazione delle riforme ritenute necessarie ai fini dell'integrazione europea.

Purtroppo una accelerazione nelle riforme può comportare interventi drastici non diluiti nel tempo, ovvero una tempistica che non tiene conto di eventuali altri problemi che il paese sta attraversando, determinando così la conseguenza che le riforme necessarie per "restare" in Europa sono pagate a caro prezzo dai cittadini di quei paesi. Infatti, le forze politiche euroscettiche contestano alle istituzioni europee che le riforme ed i tagli di bilancio, imposti ai Paesi membri in difficoltà come condizione per ottenere gli aiuti finanziari, comportano sacrifici ingiusti per le popolazioni e non per i governi o i governanti che hanno precedentemente commesso errori.

 

Ad esempio, questo è quanto accaduto con la crisi finanziaria internazionale del 2007, quando le economie reali sono state contagiate dalla crisi finanziaria ed alcuni Stati membri dell'UE si sono trovati ad affrontare contemporaneamente la crisi economica ed il mancato rispetto dei vincoli imposti dai trattati europei.

 

I paesi della zona Euro che avevano accumulato un ritardo nel cammino verso l'integrazione europea sono stati colpiti dalla crisi economica più pesantemente rispetto ai paesi che avevano già consolidato le loro economie nel quadro europeo, allontanandosi ulteriormente dagli obiettivi stabiliti dai vincoli di bilancio europei.

 I governi di questi paesi sono stati quindi costretti ad interventi economici che avevano obiettivi in parte contrastanti: da un lato combattere la crisi economica per minimizzare gli effetti negativi sulla popolazione, dall'altro attuare le riforme necessarie per rientrare nei vincoli di bilancio imposti dall'adesione all'UE.

Quale dei due obiettivi abbia prevalso costituisce un motivo di recriminazione per il modo in cui si sta costruendo l'Unione Europea ed è uno dei principali argomenti a sostegno delle tesi degli euroscettici.

 

Tuttavia, se per un verso il processo di integrazione europea può avere delle responsabilità sull'aggravamento delle conseguenze provocate dalle crisi economiche alle popolazioni di alcuni Stati membri, per l'altro verso occorre considerare la protezione implicita che l'appartenenza alla zona Euro ha conferito e conferisce ai paesi aderenti, oltre agli aiuti economici che l'Europa elargisce alle regioni sottosviluppate nell'ambito dei programmi di coesione territoriale.

 

Le responsabilità delle istituzioni europee e soprattutto della linea politica dei cosiddetti falchi dell'Unione Europea, invece, sono più definite per quanto riguarda la crisi dei debiti sovrani del 2011.

Infatti, per alcuni Stati europei l'adesione all'Euro ha effettivamente rischiato di trasformarsi in un boomerang quando si è verificata una crisi di fiducia nei confronti dei paesi con un elevato debito pubblico e le istituzioni europee non sono intervenute tempestivamente, lasciando che la speculazione finanziaria materializzasse dei rischi di default. Tra il 2010 ed il 2011 alcuni paesi dell'Eurozona hanno subito una crisi dei debiti sovrani che ha rischiato di far saltare l'intero processo di integrazione europea.

 

La crisi del debito sovrano consiste in un rialzo eccessivo dei tassi di interesse sui titoli di stato che vengono periodicamente messi all'asta per finanziare il rinnovo e la crescita del debito pubblico.

 Lo Stato per riuscire a vendere i propri titoli di debito può essere costretto ad alzare il tasso di interesse, ma un tasso d'interesse troppo alto, in presenza di una grande quantità di debito, può minare la capacità dello Stato di far fronte al pagamento del debito.

 È quanto accaduto a Grecia, Irlanda e Portogallo, dove il default del debito sovrano è stato evitato solo grazie all'intervento dell'Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale che hanno finanziato con ingenti prestiti i piani di salvataggio predisposti dai governi nazionali.

 È quanto accaduto all'Italia quando nel mese di Giugno 2011 lo "spread", cioè il differenziale di rendimento fra titoli di stato italiani e quelli tedeschi presi come riferimento, cominciò a crescere di mese in mese arrivando a superare i 500 punti nel mese di Novembre, causando la crisi del governo Berlusconi e la nascita di un governo tecnico di emergenza guidato da Mario Monti.

 

Non solo le istituzioni europee non avevano previsto dei meccanismi automatici di riequilibrio degli spread sui tassi d'interesse dei titoli del debito pubblico emessi dagli Stati membri, ma sono anche intervenute tardivamente nel predisporre quegli strumenti in grado di sanare gli squilibri finanziari all'interno dell'Eurozona su richiesta dei singoli Stati membri. Infatti, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), istituito nel marzo 2011 sarebbe dovuto entrare in vigore addirittura a metà 2013 e solamente dopo accese discussioni ne fu anticipata l'adozione al mese di Luglio 2011.

 

Oltre ai ritardi, è stato contestato alle istituzioni europee di applicare in modo troppo rigido i parametri del patto di stabilità a quei paesi che hanno un debito pubblico elevato e che si trovano così nella difficile condizione di dovere adottare politiche di bilancio restrittive anche in periodi di crisi, quando invece sarebbe necessario adottare politiche espansive.

 La richiesta di una maggiore flessibilità nell'applicare i vincoli imposti dal patto di stabilità viene anche dalle forze politiche moderate nei paesi dove gli effetti della crisi economica hanno esacerbato la popolazione e favorito l'ascesa di forze politiche populiste o estremiste, spesso contrarie al processo di integrazione europea.

 

Tuttavia, le istituzioni europee non hanno molti margini per applicare in modo discrezionale i vincoli europei, a meno che non siano previste specifiche clausole o vi sia unanime accordo di tutti gli aderenti ai trattati essendo questi di natura multilaterale, mentre una eventuale rimodulazione dei trattati al fine di consentire maggiore flessibilità non sembra al momento una via percorribile a meno di non voler interrompere il processo di integrazione europea.

 

Probabilmente le polemiche sulle modalità con le quali si sta realizzando il processo di integrazione europea sono destinate a durare almeno fino a quando questo non sarà completato, o se dovesse fallire anche oltre, mentre per i normali cittadini è sempre più complicato comprendere dove vengono prese le decisioni economiche che riguardano la loro vita di tutti i giorni, se a livello nazionale, europeo o internazionale.

 

Politica di coesione UE,

i rischi dell’accentramento.

Balcanicaucaso.org – (29 gennaio 2025) - Federico Baccini – Bruxelles – ci dice:             

La tentazione di accentrare la gestione dei fondi di coesione dell’UE è un errore, sostiene l’economista “Andrés Rodríguez-Pose”, che ha curato per la Commissione europea un rapporto sul futuro di questa politica. Un’intervista.

(© Ivan Michailovich/Shutterstock).

La Commissione europea sta valutando una rivoluzione nell’architettura generale del prossimo bilancio dell’UE, che coprirà per il settennio 2028-2034.

Il modello per l’elargizione e la gestione dei fondi europei, come quelli di coesione, potrebbe subire una forte centralizzazione:

"sarebbe un errore terribile”, dichiara a “OBCT “”Andrés Rodríguez-Pose”, professore di geografia economica presso la “London School of Economics”.

 

“Rodríguez-Pose” ha presieduto il gruppo di specialisti di alto livello istituito dalla Commissione europea proprio allo scopo di delineare possibili riforme della politica di coesione.

 I lavori del gruppo, durati circa un anno, sono sfociati nel febbraio 2024 nella presentazione di un rapporto, le cui linee guida sono più attuali che mai.

Così evidenziato anche dal presidente del Comitato economico e sociale europeo “Oliver Röpke”, la spinta verso una centralizzazione nella gestione dei fondi di coesione – sulla falsariga dei Piani nazionali di ripresa e resilienza – potrebbe compromettere la fiducia dei cittadini verso le istituzioni dell’Unione.

 

Secondo” Rodríguez-Pose”, "uno dei grandi punti di forza della politica di coesione è rappresentato dalle sue solide radici democratiche”.

Lo abbiamo intervistato.

 

Quali dovrebbero essere secondo lei i principi guida della futura politica di coesione dell’UE?

 

La politica di coesione è necessaria non solo per creare un sistema più equo di sviluppo per tutta l’Unione europea, ma anche per innescare la crescita e la competitività.

Non si può costruire un’Europa competitiva se non si attiva il potenziale che si trova distribuito nei vari territori: molti dei settori dinamici non si trovano necessariamente nelle grandi città.

 

Servono quindi politiche territoriali che migliorino la capacità e l’efficienza delle istituzioni, così da garantire una migliore attuazione delle politiche pubbliche e favorire un maggiore sviluppo economico complessivo.

È fondamentale che i fondi di coesione non si trasformino in uno strumento per affrontare le emergenze, ma rimangano uno strumento che crea le condizioni necessarie per promuovere lo sviluppo: il ruolo della politica di coesione non è riparare i problemi, ma innescare il dinamismo.

Rispetto al momento in cui la politica di coesione fu creata, le sfide oggi sono diverse.

 Non c’è solo bisogno di affrontare la mancanza di sviluppo, ma anche di rispondere ai bisogni delle regioni che stanno stagnando in termini di crescita economica, produttività e creazione di nuova occupazione, oltre a quelle dove mancano opportunità per i cittadini.

 

Verso quali direzioni dovrebbe evolvere la politica di coesione?

 

La politica di coesione deve continuare a investire nel potenziale delle regioni che si trovano in ritardo di sviluppo, ma anche di quelle alle prese con processi di stagnazione.

Mi riferisco a regioni che sono considerate ricche, ma che di fatto non crescono da decenni perché sono afflitte dalla cosiddetta “trappola dello sviluppo”.

 

Oggi nell’UE ci sono 60 milioni di persone che vivono in luoghi dove il Pil pro capite è più basso rispetto al livello del 2000, e 75 milioni di persone che vivono in aree dove la crescita annua del Pil è stata inferiore allo 0,5% in questi decenni.

 Circa un terzo della popolazione dell’UE vive in luoghi sempre più percepiti come privi di futuro – ce ne sono molti anche in Italia, in regioni come la Valle D’Aosta, il Piemonte, la Lombardia.

Dobbiamo aspettare che Cremona, Pavia o Biella diventino come la Calabria sul piano dello sviluppo prima di investirci dei fondi europei? Per contrastare il rischio di declino permanente, occorre fare degli interventi mirati.

 

Non possiamo neanche dimenticare la necessità di intervenire a sostegno delle categorie sociali che hanno meno opportunità, come le donne, i giovani e i membri delle minoranze.

Questi soggetti si trovano in tutti i territori:

quando parliamo di Parigi o Bruxelles, per esempio, pensiamo a regioni ricche e prospere, ma in realtà anche in queste città esistono delle aree dove ci sono meno opportunità che nel resto d’Europa.

 

Un maggiore coordinamento tra la politica di coesione e altre politiche dell’UE potrebbe aiutare?

 

Sì, è necessario un maggiore coordinamento.

Se vogliamo avere un mercato unico che funzioni, una transizione verde e digitale e un’Europa più competitiva e innovativa, non si può lasciare che gran parte dei territori dell’UE rimangano esclusi da questi processi.

 

La transizione verde è un chiaro esempio.

 È necessaria e bisogna farla velocemente, ma comporterà delle misure molto dure che avranno un impatto positivo solo nel lungo termine. Molte regioni avranno problemi a realizzare la transizione, perché si troveranno ad affrontare enormi rischi di perdita di occupazione e la loro capacità di trarre benefici dai nuovi investimenti è insufficiente.

 

Cosa ne pensa dell’idea di applicare ai fondi di coesione un modello simile a quello introdotto con i “PNRR”, cioè un unico programma nazionale per ogni Stato e investimenti legati alle riforme?

 

In un momento in cui si registra una crescita enorme del malcontento rispetto all’integrazione europea, sarebbe un grande errore orientarsi verso una politica – reale o percepita – diretta dall’alto verso il basso. Prima di tutto, non è detto che questo tipo di impostazione sia più efficace – anzi di solito è proprio il contrario.

Inoltre, se i cittadini non vengono inclusi e sentono che la propria voce non è ascoltata, il successo dell’intervento sarà minore.

 

Al contrario, la politica di coesione attualmente incoraggia la partecipazione dei cittadini e il coordinamento a livello orizzontale. Questo permette di canalizzare con maggiore inclusività le richieste della popolazione e degli agenti economici e sociali.

È vero che questo tipo di politica richiede molto più tempo, ma esistono meccanismi per facilitare interventi mirati e dispiegare il potenziale dei territori.

 

Il Dispositivo per la ripresa e la resilienza [alla base dei PNRR, ndr] ha funzionato perché era un programma di emergenza per una situazione di emergenza.

Se quello diventa il principio alla base della politica, continuerà a crescere il solco tra i cittadini e chi prende le decisioni.

Vedremo molta meno efficacia negli interventi, più disaffezione verso l’UE e un’erosione della capacità di mantenere il nostro modello economico-sociale.

 A quel punto potremo dire addio alla nostra speranza di diventare più competitivi, compromettendo la nostra capacità di affrontare le sfide globali.

 

Quali sono le sue aspettative per l’imminente proposta della Commissione europea sul futuro bilancio dell’UE?

 

Mi aspetto che la Commissione tratti la politica di coesione come uno strumento per lo sviluppo di tutta l’Unione europea.

 L’Europa non può essere competitiva se i suoi territori non vanno tutti allo stesso passo.

Se la politica apportasse dei benefici solo alle zone più dinamiche, avremmo prima di tutto un problema economico – staremmo sprecando il potenziale di molte aree –, ma anche politico e sociale.

In una società frammentata non si può fare attività economica e crescere.

 

La Commissione europea dovrebbe orientarsi sul costruire una governance più trasparente e semplificata per la politica di coesione, che permetta di utilizzare i fondi in modo molto più flessibile rispetto a oggi.

 Il miglioramento della governance dovrebbe includere anche dei canali trasparenti per l’integrazione, la partecipazione e la coesione a livello orizzontale – cioè all’interno delle singole regioni e tra regioni diverse –, e a livello verticale tra governi locali, regionali, nazionali e l’Unione europea.

 

Si dovrebbe infine evitare di rendere la politica di coesione uno strumento per sussidiare o compensare le zone che non beneficiano dell’integrazione europea tanto quanto si aspettavano – lo abbiamo detto chiaramente nel nostro rapporto.

Si tratta di una politica di sviluppo che deve rendere più dinamiche tutte le regioni dell’UE, potenzialmente anche nei nuovi Paesi membri.

 

La politica di coesione odierna potrebbe reggere un allargamento dell’UE a nuovi membri?

L’allargamento è una sfida enorme per tutta l’Unione europea, che richiede di ripensare in modo complessivo le forme di intervento dell’UE.

 

La politica di coesione è nata proprio per facilitare la crescita e lo sviluppo territoriale, integrando via via nuovi Stati membri più poveri del resto dell’Unione.

Tuttavia, non sarebbe possibile applicare la politica di coesione a un’Europa allargata con i criteri che abbiamo adesso – significherebbe togliere quasi tutti gli investimenti dei fondi di coesione dagli attuali Paesi membri per destinarli ai nuovi membri.

 Uno scenario non ideale, né dal punto di vista politico, né da quello sociale ed economico.

 

(Questo materiale è pubblicato nel contesto del progetto "Cohesion4Climate" cofinanziato dall’Unione europea.

 L’UE non è in alcun modo responsabile delle informazioni o dei punti di vista espressi nel quadro del progetto; la responsabilità sui contenuti è unicamente di “OBCT”.)

 

 

 

 

Ucraina, 4 anni di guerra.

Camporini: «Putin non si ferma,

 l'Europa ha bisogno di un esercito

e ci sta lavorando.»

 msn.com – Leggo – Redazione - Storia di Valerio Salviani – ci dice:

 

Le prime immagini che sono arrivate dall'Ucraina alle luci dell'alba di quel 24 febbraio del 2022 ce le ricordiamo tutti.

Le nuvole di fumo create dai bombardamenti degli aerei di Putin, i carri armati che avanzavano e la paura per un conflitto che sembrava potersi allargare in fretta.

Dopo quattro anni la guerra c'è ancora, ma è rimasta dentro i confini dello stato ucraino.

Eppure nessuno si sente al sicuro e il timore di un conflitto che ci riguardi direttamente è ancora fortissimo.

 

Il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare (2006-2008) e della Difesa (2008-2011), fa il punto sul conflitto e prova ad immaginare una strada concreta verso la pace.

 Secondo Camporini il Cremlino punta alla capitolazione di Kiev, mentre l’Ucraina chiede garanzie concrete per evitare nuove aggressioni, a partire dalla presenza di truppe alleate sul terreno.

 

 

Generale, qual è la situazione dal punto di vista militare?

 

«Al momento è statica.

Le condizioni ambientali, con un inverno particolarmente rigido, non consentono grandi movimenti.

Ci sono piccoli spostamenti.

 Gli ucraini avrebbero recuperato qualche chilometro quadrato di territorio, ma non si tratta di conquiste significative ai fini dei combattimenti.

Continua la campagna di attacchi aerei quotidiani e molto pesanti da parte dei russi contro infrastrutture anche civili.

Si cerca così di fiaccare il fronte interno e la resistenza».

 

Dal punto di vista diplomatico invece ci sono passi avanti?

 

«Anche lì c'è uno stallo.

 La Russia chiede la capitolazione totale dell’Ucraina, mentre Kiev pretende almeno la garanzia che in futuro un’aggressione del genere non si ripeterà.

 Per avere questa certezza è necessaria la presenza di truppe alleate sul terreno:

non si può pensare a una garanzia del genere senza questa condizione. Non vedo passi avanti, dovremo attendere la primavera».

 

Si aspettava di arrivare a questo triste anniversario, quattro anni dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022?

 

«Mi aspettavo la resistenza tenace dell’Ucraina.

Ero tra coloro che consideravano improbabile un attacco russo, mi sembrava un’ipotesi priva di consistenza.

Putin si aspettava sicuramente un epilogo rapido, pensava di avere campo libero, ma ha trovato un popolo che sta opponendo una resistenza ammirevole.

Questo smentisce la narrazione di chi parla di guerra per procura dell’Occidente.

 Nessun popolo avrebbe lottato con così tanta determinazione per un ideale del genere: è un dato di fatto che qualcuno non vuole vedere».

 

Quanto è stato importante l’intervento dell’Europa secondo lei?

 

«Direi che l’Europa ha avuto un ruolo fondamentale, soprattutto di fronte alle retromarce di Trump e dell’amministrazione americana.

Un mio commento sul presidente statunitense sarebbe troppo amaro. Putin ha l’obiettivo di frammentare il mondo occidentale:

sta riuscendo a complicare il rapporto tra Europa e Stati Uniti, ma la solidarietà tra gli Stati europei è sicuramente cresciuta».

 

E il ruolo dell’Italia come lo giudica?

 

«A volte imbarazzante.

 C’è sempre il tentativo di restare a metà, anche per la componente filorussa presente in uno dei rami della maggioranza.

Stiamo facendo qualcosa, ma potremmo fare di più, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione attiva ai tavoli negoziali.

Penso ad esempio al tavolo dei cosiddetti “volenterosi”.

Arriviamo sempre con scarso protagonismo».

 

Putin sta raggiungendo i suoi obiettivi?

 

«Putin voleva trasformare l’Ucraina in una nuova Bielorussia, ma non ci sta riuscendo.

Ha schierato 700 mila effettivi sul terreno, ma con forze ridotte Kiev sta resistendo efficacemente.

Inoltre, a livello internazionale, la Russia si sta mettendo al collo il cappio della Cina.

Dal punto di vista militare, l’efficacia delle forze russe ne esce ridimensionata».

 

Come immagina un epilogo di questa guerra?

 

«Gli epiloghi appartengono più ai romanzi: la storia non finisce mai.

 Se Putin mettesse un freno alla sua spinta imperialistica, le cose si potrebbero in qualche modo congelare.

 A quel punto si potrebbe riprendere la complessa opera diplomatica per ristabilire relazioni quanto meno non conflittuali tra Russia e Ucraina.

 È possibile arrivare a un compromesso con qualche sacrificio territoriale da parte di Kiev, ma l’Ucraina fa ormai parte del mondo occidentale e non credo possano esserci dubbi a riguardo.

Il sostegno europeo è imprescindibile nonostante l'UE non disponga ancora di una forza militare adeguata, anche se si sta lavorando in questa direzione.

Una futura adesione alla Nato non credo sia ipotizzabile, ma non sarebbe necessaria per garantire all’Ucraina la solidarietà dei Paesi europei».

Perché l’Europa non sta né crollando

 né si sta risvegliando, e perché

questo è il pericolo maggiore.

Xpert.digital.it – (23 dicembre 2025) - Konrad Wolfenstein – Redazione – ci dice

 

Perché l’Europa non sta né crollando né si sta risvegliando, e perché questo è il pericolo maggiore.

Un divario del 33 percento: la cruda verità sul nostro divario economico con gli Stati Uniti.

Non crisi, ma paralisi: perché il vero declino dell'Europa passa inosservato.

L'Europa si trova in una delle situazioni più pericolose della sua storia recente, non perché sia ​​in fiamme, ma perché la fiamma si sta lentamente spegnendo senza che nessuno lanci l'allarme.

Osservando i dati economici europei odierni, non si assiste a un crollo drammatico, come spesso prevedono i catastrofisti.

Si rivela invece un fenomeno molto più insidioso:

un'erosione cronica e strisciante di sostanza, mascherata da stabilità.

 

Mentre gli Stati Uniti avanzano tecnologicamente e la Cina si riarma strategicamente nonostante i propri problemi, l'Europa rimane in una paralisi istituzionale.

 La crescita stagna appena sopra lo zero, il divario di produttività con l'America è più ampio che mai negli ultimi decenni e in settori cruciali per il futuro – dall'intelligenza artificiale alla moderna politica di difesa – il continente rischia di essere relegato al ruolo di mero spettatore.

 

La seguente analisi mette in luce i difetti di un'architettura politica fondata sul consenso, che è diventata un ostacolo in un mondo di decisioni rapide.

Dimostra perché la mancanza di un "big bang" non sia Seggenza una maledizione, impedendo le necessarie riforme radicali.

Dalla frammentazione dell'industria della difesa e dalla mancata rivoluzione dell'intelligenza artificiale al ritorno delle politiche protezionistiche statunitensi, analizziamo le scomode verità di una superpotenza invecchiata che deve decidere se gestire il suo lento declino o reinventarsi dolorosamente.

 

La crisi silenziosa dell'Europa:

tra l'illusione di stabilità e la graduale erosione della sostanza economica.

L'Europa si trova in una situazione paradossale.

Mentre media e analisti sono dominati da una retorica di declino e paura del collasso, l'economia continentale non appare in superficie come un sistema catastroficamente fallimentare, ma piuttosto come un sistema cronicamente sottoperformante.

 È proprio questo che rende la situazione europea così pericolosa.

Un crollo drammatico avrebbe già portato a riforme fondamentali, sconvolgimenti politici radicali e ristrutturazioni strutturali.

Tuttavia, la paralisi strisciante che caratterizza l'attuale situazione europea sta portando all'inerzia istituzionale, alla compiacenza culturale e all'incapacità di riconoscere la piena portata del pericolo.

 

È vero che l'Unione Europea si trova ad affrontare sfide significative.

 La situazione di sicurezza in seguito all'attacco russo all'Ucraina ha messo in luce la vulnerabilità strategica del continente.

 I fondamentali economici sono deboli, con tassi di crescita che rimangono al di sotto dell'1% nell'Eurozona e che stanno già scivolando in territorio negativo in Germania.

 La situazione geopolitica è ulteriormente instabile a causa del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

Eppure, occasionali pessimisti parlano di un crollo imminente che non si materializza mai, e una certa circolarità nel dibattito europeo fa sì che ogni avvertimento venga percepito come un grido di allarme.

 

Il problema fondamentale non risiede nella mancanza di risorse o di intelligence tra le élite europee.

 Il problema fondamentale risiede nell'architettura politica e istituzionale che frammenta tali risorse e paralizza tali intelligence.

Allo stesso tempo, è un equivoco fondamentale considerare l'America o la Cina come mega-macchine armoniose che funzionano senza contraddizioni interne.

 Entrambe le superpotenze si trovano ad affrontare problemi significativi, entrambe attraversano periodi di fragilità ed entrambe sono soggette a battute d'arresto sconvolgenti.

 La differenza non risiede nell'assenza di problemi, ma nella velocità con cui questi vengono diagnosticati, politicizzati e affrontati.

 L'America e la Cina operano all'interno di strutture decisionali autoritarie o quasi dittatoriali, mentre l'Europa è vincolata dai vincoli del consenso e della negoziazione.

 

La realtà economica tra stagnazione e declino strutturale.

La crescita del PIL dell'Unione Europea nel 2024 è stata dello 0,9%.

Le previsioni per il 2025 sono leggermente superiori, tra l'1,1 e l'1,3%, ma queste cifre mascherano un malessere più profondo.

 I paesi dell'eurozona rimangono in uno stato di sottoutilizzo permanente.

La Germania, il fiore all'occhiello dell'economia europea, si è contratta dello 0,5% nel 2024 e si prevede che crescerà solo dello 0,2% nel 2025. Questa non è crescita in senso economico; è stagnazione con miglioramenti superficiali.

Francia, Spagna e Italia mostrano uno slancio leggermente migliore, ma nessuno di questi paesi sta crescendo a un ritmo tale da soddisfare le sfide geopolitiche o le esigenze di maggiori investimenti.

 

Il divario di produttività tra gli Stati Uniti e le principali economie europee è diventato un problema esistenziale.

 Secondo i calcoli della società di consulenza aziendale “McKinsey”, questo divario si è ampliato a circa 33 punti percentuali.

Un lavoratore americano genera in media circa 83 euro di valore aggiunto all'ora, mentre i suoi colleghi europei restano indietro.

Questo divario non è il risultato di inerzia o incompetenza, ma piuttosto la manifestazione di profonde differenze strutturali nell'allocazione del capitale, nell'adozione della tecnologia e nella flessibilità organizzativa.

 

Le cause di questo divario sono ampiamente studiate e note, ma per colmarlo sono necessarie misure fondamentalmente opposte alle politiche europee.

Il mercato del lavoro americano è flessibile.

 Un'azienda negli Stati Uniti può assumere e licenziare dipendenti a una velocità semplicemente impossibile per le aziende tedesche.

La sicurezza del posto di lavoro, i contratti collettivi di lavoro, i diritti di codeterminazione e la burocrazia dilagante in Germania non sono ostacoli facili da superare.

Si tratta di strutture istituzionali profondamente radicate nella cultura e nelle reti di lobbying del Paese.

Un'azienda che deve adattarsi rapidamente alle nuove condizioni di mercato può agire in America; in Germania, è spesso paralizzata.

 

Il divario negli investimenti è particolarmente evidente.

 Le aziende americane investono, in media, il doppio del capitale in macchinari, sistemi informatici e software rispetto alle loro controparti europee.

 Questo spiega direttamente perché i lavoratori americani siano più produttivi.

 Non lavorano di più, non lavorano in modo più intelligente, ma lavorano con tecnologie migliori e più recenti.

Un ingegnere tedesco altamente qualificato con utensili elettrici moderni sarà più produttivo di uno con attrezzature obsolete, e questo fenomeno si riflette sull'economia in generale.

 

La politica monetaria della Banca Centrale Europea ha poco margine di manovra per affrontare questo problema strutturale.

 La BCE può tagliare i tassi di interesse, può fornire liquidità, ma queste misure non possono costringere le aziende a effettuare investimenti rischiosi e ad alta intensità di capitale in nuove tecnologie se il contesto normativo ed economico non riesce a incentivarli.

 In effetti, una crescita cronicamente bassa, abbinata a politiche legate al consolidamento fiscale, è la ricetta per una spirale discendente che si autoalimenta.

Una crescita debole porta a minori entrate fiscali, aumentando la pressione per ridurre i deficit, il che a sua volta frena gli investimenti pubblici e raffredda gli investimenti privati ​​a causa dell'incertezza.

 

Il divario tecnologico e il momento dell'IA come punto di svolta.

Se il divario di produttività dell'Europa è già allarmante, la situazione nell'innovazione tecnologica e nell'intelligenza artificiale è critica.

 Il mercato globale degli investimenti in R&S è dominato dagli Stati Uniti, che rappresentano circa il 37% della spesa mondiale in R&S delle 2.500 maggiori aziende.

L'Unione Europea rappresenta circa il 27% e la Cina circa il 10%, ma la Cina si sta espandendo in questo segmento a un ritmo che dovrebbe spaventare l'Europa.

Nel 2000, la spesa europea in R&S era cinque volte superiore a quella cinese.

Nel 2014, i due Paesi erano più o meno alla pari.

Nel 2019, la Cina investiva già un terzo in più in ricerca e sviluppo rispetto all'Unione Europea.

 

Anche la differenza nella composizione di queste spese in R&S è significativa.

 Degli investimenti americani in R&S, circa il 78% è destinato a settori ad alta tecnologia come software, hardware, farmaceutica e aerospaziale. Per l'Unione Europea, questa percentuale è solo del 39%. Il resto è distribuito tra settori a media tecnologia come l'industria automobilistica e meccanica, che, pur essendo importanti, non offrono le dinamiche di crescita esponenziale offerte dal settore ad alta tecnologia.

 L'attenzione dell'Europa verso i settori a media tecnologia è storicamente radicata, economicamente razionale e produce prodotti di alta qualità, ma in un'epoca in cui il futuro economico è guidato da software, semiconduttori e intelligenza artificiale, questa attenzione rappresenta un handicap strutturale.

 

L'intelligenza artificiale non è un fenomeno marginale, ma una forza trasformativa.

Mentre aziende americane come Microsoft, OpenAI, Google e altre stanno investendo in tecnologie di intelligenza artificiale a una velocità e su una scala tali da dettare l'agenda globale, molte aziende europee sono ancora in fase pilota.

Questo viene spesso interpretato come avversione al rischio, ma è più una manifestazione della diversa disponibilità di capitale di rischio, del diverso ritmo della deregolamentazione e del fatto che le principali trasformazioni tecnologiche sono concentrate negli Stati Uniti.

 

Questo è fondamentale perché l'intelligenza artificiale non è semplicemente un settore tra tanti, ma una tecnologia multiuso che potrebbe potenzialmente trasformare la produttività in quasi tutti i settori economici.

 Se l'America dominasse il momento dell'intelligenza artificiale e l'Europa rimanesse indietro, il divario di produttività non solo persisterebbe, ma si amplierebbe esponenzialmente.

Un'azienda europea che non avesse implementato processi basati sull'intelligenza artificiale entro il 2030 non sarebbe competitiva rispetto a un'azienda americana che lo avesse fatto anni prima.

 

C'è anche una dimensione culturale in tutto questo.

L'Europa è perfezionista sotto molti aspetti.

Il controllo qualità tedesco, la sottigliezza francese, il design italiano: questi sono valori che da tempo caratterizzano le industrie europee.

 Ma nell'era dell'intelligenza artificiale, il perfezionismo può rappresentare un ostacolo all'innovazione.

 In America, l'approccio è spesso più pragmatico:

 si costruisce un prodotto corretto al 70 o 80%, lo si lancia rapidamente, si impara dagli utenti e si procede con l'iterazione.

Questa tolleranza agli errori e questa rapida iterazione sono caratteristiche che promuovono modelli e sistemi di intelligenza artificiale, perché i sistemi di intelligenza artificiale vengono migliorati grazie ai dati provenienti da applicazioni reali, non da una pianificazione teorica preventiva.

 

Il dilemma della politica di sicurezza e la frammentazione dell’industria europea degli armamenti.

La situazione della sicurezza in Europa è direttamente collegata alla sua debolezza economica.

In seguito all'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, l'Europa è stata costretta a riconoscere che i suoi bilanci della difesa, precedentemente sottofinanziati, richiedevano aumenti radicali.

Nel 2024, la spesa militare totale europea è aumentata del 17%, raggiungendo circa 693 miliardi di dollari, con un aumento complessivo dell'83% dal 2015.

 La Germania ha aumentato il suo bilancio per la difesa del 31,5% e la Polonia del 44,3%.

Queste cifre sono impressionanti e dimostrano un autentico impegno nei confronti della politica di sicurezza.

 

Eppure, il modo in cui queste risorse vengono impiegate è un classico esempio di inefficienza europea.

 Il mercato europeo della difesa rimane altamente frammentato.

Ogni Stato membro acquista le proprie armi, finanzia i propri sistemi d'arma e sviluppa la propria capacità industriale.

 Ciò significa che laddove potrebbe esistere un'industria europea della difesa integrata – con economie di scala, specializzazione e allocazione ottimizzata del capitale – abbiamo invece 27 mercati nazionali operativi, spesso in competizione piuttosto che cooperare.

 Un elicottero in Germania non sarà equipaggiato con missili francesi, anche se ciò potrebbe essere tecnicamente possibile ed economicamente sostenibile.

Un carro armato italiano non sarà equipaggiato con ottiche tedesche, nonostante la Germania sia leader in questo settore.

 

Questa frammentazione non è solo inefficiente, ma anche strategicamente svantaggiosa.

Mentre l'America gestisce un'industria della difesa integrata con enormi economie di scala – gli Stati Uniti spendono circa 997 miliardi di dollari all'anno per la difesa e possono quindi sviluppare sistemi d'arma che nessun'altra nazione può imitare – il bilancio della difesa europeo, significativamente più ridotto, è frammentato in 27 programmi nazionali.

La Cina investe circa 314 miliardi di dollari nella difesa, ma può allocare questi fondi centralmente per perseguire obiettivi strategici.

 

Anche le istituzioni europee per le questioni di difesa sono deboli.

 Non esiste una commissione europea centralizzata per gli armamenti in grado di stabilire le priorità.

 Le decisioni sugli acquisti di armi vengono prese a livello nazionale, dove interessi particolari – preservare i posti di lavoro nell'industria bellica nazionale, orgoglio nazionale – spesso prevalgono sulla razionalità economica.

La Germania vuole acquistare carri armati tedeschi, anche se quelli francesi potrebbero essere migliori.

 La Francia vuole caccia francesi, anche se la cooperazione europea sarebbe più conveniente.

 Il risultato è uno spreco enorme.

 

Non si tratta di un problema nuovo.

 È stato documentato e analizzato fin dall'inizio della cooperazione europea in materia di difesa.

Tuttavia, l'attuale crisi di sicurezza ha reso il problema ancora più urgente.

L'Ucraina ha bisogno di enormi quantità di munizioni e armi.

 La capacità dell'Europa di fornirle è cronicamente limitata, non perché non sia sufficientemente ricca, ma perché la sua industria della difesa non è organizzata per fornire con la rapidità richiesta per un'intensa campagna di difesa.

 

Eppure, anche in questo momento critico, l'Europa ha faticato a sviluppare una politica di difesa europea coerente.

 La Commissione europea ha proposto un programma "Re Arm Europe", ma i disaccordi sugli obiettivi di debito e sul coordinamento tra UE e NATO ne ostacolano l'attuazione.

Paesi come l'Ungheria hanno tentato di bloccare le sanzioni europee contro la Russia.

L'inerzia istituzionale che affligge la struttura economica europea sta riemergendo nella politica di sicurezza.

Le sfide poste da Trump e le nuove dinamiche commerciali.

La rielezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti ha introdotto una nuova dimensione di incertezza nelle relazioni tra Europa e Stati Uniti.

Trump ha annunciato l'intenzione di imporre dazi sulle importazioni fino al 20% sui beni europei;

alcuni scenari suggeriscono addirittura dazi fino al 60% su determinati articoli.

Secondo i calcoli di “Bloomberg Economics”, un dazio sproporzionato del 20% sui beni europei ridurrebbe le esportazioni dell'UE verso gli Stati Uniti di circa il 50%.

 

Ciò rappresenta una minaccia esistenziale per alcuni settori dell'industria europea.

 La Germania è un'economia trainata dalle esportazioni, fortemente dipendente dal mercato statunitense.

Le aziende francesi e italiane sono meno dipendenti dalle esportazioni, ma anch'esse soffrirebbero del protezionismo americano.

 L'incertezza stessa, nemmeno i dazi, frenerebbe la crescita.

Se un imprenditore europeo non sa se verranno imposti dazi, rimanderà investimenti importanti, e questo soffocherà ulteriormente la crescita europea.

 

È istruttivo che Trump lo faccia non per ragioni ideologiche, ma per una logica mercantilista e transazionale.

Le sue amministrazioni stanno cercando di ridurre il deficit commerciale bilaterale.

 L'America importa dall'Europa più di quanto esporti, e Trump vede i dazi come un meccanismo per correggere questo squilibrio.

Questo è economicamente discutibile – i dazi commerciali in genere fanno più male che bene – ma è politicamente logico in un sistema in cui i posti di lavoro nell'industria negli Stati Uniti sono considerati un indicatore di forza nazionale.

 

Per l'Europa, le implicazioni sono chiare:

 l'iniziativa "Security Action for Europe", con il suo programma di prestiti per la difesa da 150 miliardi di euro, può essere necessaria, ma non sarà sufficiente se l'accesso al mercato statunitense verrà contemporaneamente limitato e le aziende europee dovranno far fronte ai dazi americani.

L'Europa deve contemporaneamente aumentare la spesa per la difesa, riorganizzare la propria industria bellica, garantire l'approvvigionamento energetico e mantenere aperto il mercato di fronte al protezionismo americano.

 

La nostra competenza nell'UE e in Germania nello sviluppo aziendale, nelle vendite e nel marketing.

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Il problema della situazione di stallo in Europa: perché la paralisi istituzionale sta diventando un rischio strategico.

I problemi della Cina e l'illusione della sua ascesa inarrestabile.

Mentre l'analisi europea spesso tratta la Cina come una mega-macchina indifferenziata che si espande e si consolida senza sosta, la situazione reale nella Repubblica Popolare è considerevolmente più complessa.

La Cina si trova ad affrontare significativi problemi strutturali che ne rallenteranno la crescita nei prossimi anni.

Il primo problema è la crisi immobiliare.

Per decenni, il mercato immobiliare cinese è stato alimentato dal presupposto che i prezzi degli immobili sarebbero aumentati indefinitamente.

Le amministrazioni provinciali, dipendenti dai ricavi delle vendite immobiliari, hanno promosso enormi progetti di costruzione. Sviluppatori come “Evergrande” e “Country Garden” si sono espansi fino a diventare giganti.

Ma a un certo punto, le fondamenta sono diventate troppo deboli. C'erano più appartamenti che acquirenti, i prezzi sono rimasti stagnanti, per poi crollare.

Un costruttore che ha finanziato un progetto immobiliare basandosi sul presupposto di un aumento dei prezzi si ritrova improvvisamente in difficoltà.

I ​​prestiti si interrompono e i progetti successivi non vengono completati. Questo è un classico caso di scoppio di una bolla speculativa.

 

Il secondo problema è il declino demografico.

La popolazione cinese sta invecchiando rapidamente.

 Il tasso di natalità è significativamente inferiore al tasso di sostituzione. Ciò significa che tra qualche decennio la popolazione cinese in età lavorativa si ridurrà.

 Un paese con una forza lavoro in calo genererà meno crescita a meno che la produttività pro capite non aumenti drasticamente.

 La Cina non può compensare questo malessere demografico attraverso l'immigrazione: le barriere culturali e politiche sono troppo elevate.

 

Il terzo fattore è il debito.

I governi provinciali cinesi sono fortemente indebitati perché hanno investito in infrastrutture e progetti edilizi. Questo debito era gestibile durante il boom economico, ma con il calo della crescita sta diventando un peso.

Un paese con un debito pubblico elevato in rapporto al reddito ha meno margine di manovra fiscale per assorbire gli shock economici.

 

Il quarto fattore è la debole domanda dei consumatori.

I consumatori cinesi stanno risparmiando troppo e consumando troppo poco.

Ciò è in parte dovuto alla diffusa incertezza sulla sicurezza pensionistica e sulla qualità del sistema sanitario, ma significa anche che l'economia cinese non può crescere grazie alla domanda interna e rimane dipendente dalle esportazioni.

Con la debole domanda globale e i dazi americani, questo modello di esportazione sta diventando fragile.

 

Tutto ciò si manifesta in tendenze deflazionistiche.

Mentre la maggior parte dei paesi industrializzati lottava contro problemi di inflazione, la Cina stava attraversando un periodo di calo dei prezzi.

 La deflazione è insidiosa perché porta a una riduzione dei consumi:

i consumatori rimandano gli acquisti nella speranza che i prezzi scendano ulteriormente.

Questo frena i consumi e aggrava la debolezza economica.

 

La previsione ufficiale per la crescita della Cina nel 2024 era del 5%, obiettivo raggiunto di poco, seppur con significative concessioni statistiche.

Molti analisti indipendenti ritengono che la crescita effettiva sia stata considerevolmente inferiore, probabilmente tra il 2,4 e il 2,8%.

Per il 2025, la maggior parte delle previsioni prevede una crescita di circa il 4,4%, ben al di sotto dell'obiettivo ufficiale del 5%.

Le prospettive per il 2026 sono ancora più fosche.

 

Questo non significa che la Cina crollerà.

Gli scenari di un crollo drammatico sono esagerati.

Ma significa che l'era cinese degli elevati tassi di crescita a una sola cifra è finita.

 Il Paese entrerà in una fase di aggiustamento strutturale più lento. Questo sarà politicamente difficile, perché il Partito Comunista ha in parte costruito la propria legittimità sulla promessa di un rapido progresso economico.

 

La vitalità dell'America e i limiti della sua forza.

Gli Stati Uniti si presentano attualmente come la potenza economica dominante a livello mondiale.

Gli Stati Uniti vantano elevati tassi di crescita – ben oltre il due percento annuo – un dinamico panorama del capitale di rischio, una posizione di leadership nel settore della tecnologia e del software e mercati del lavoro flessibili.

 L'amministrazione Biden e ora l'amministrazione Trump hanno implementato politiche industriali aggressive, con l'”Inflation Reduction Act” e altri programmi, volti a riportare la produzione manifatturiera in America e a ridurre la dipendenza tecnologica.

 

Gli Stati Uniti rappresentano circa il 37% della spesa globale in ricerca e sviluppo e dominano i settori high-tech.

Criptovalute, intelligenza artificiale, biotecnologie: questi sono i settori in cui gli Stati Uniti dettano l'agenda.

La Silicon Valley, le narrazioni della Singolarità e la fede incondizionata nella disruption e nella crescita guidata dalla tecnologia plasmano la cultura economica americana.

 

Ma anche l'America ha i suoi problemi.

La situazione fiscale è problematica.

Il deficit di bilancio americano è colossale e il rapporto debito pubblico/PIL è in continuo aumento.

Un'ipotetica amministrazione Trump che taglia le tasse e aumenta la spesa pubblica potrebbe aggravare questi problemi.

Anche il debito privato è elevato.

 Un aumento dei tassi di interesse oltre i livelli attuali potrebbe portare a problemi di servizio del debito per imprese e famiglie.

 

Le infrastrutture stanno invecchiando.

L'America non investe abbastanza nelle sue infrastrutture fisiche, e questo soffocherà la produttività nel medio termine.

 La disuguaglianza geografica all'interno degli Stati Uniti è acuta, con città industriali devastate nel Midwest e nel Nordest accanto a fiorenti centri tecnologici sulla costa.

Queste tensioni interne sono politicamente esplosive.

 

Anche la situazione geopolitica è complicata.

Mentre la Cina rappresenta una minaccia, l'amministrazione Trump ha danneggiato l'alleanza transatlantica prendendo le distanze dagli impegni NATO ed esitando a sostenere l'Ucraina.

Questo è strategicamente discutibile, perché l'America ha un interesse a lungo termine in una regione europea stabile e prospera, non dominata da forze autoritarie.

Anche l'eccezionalismo americano – il presupposto che gli Stati Uniti rimarranno inevitabilmente la potenza dominante e che l'innovazione dirompente porti automaticamente al predominio americano – non è del tutto garantito.

Non esiste una regola storica che affermi che le superpotenze economiche siano stabili.

Roma era dominante, poi non lo fu più. L'Impero britannico era egemone, poi non lo fu più.

 

La paralisi istituzionale dell’Europa e il costo dell’unanimità.

Il problema centrale dell'Europa è istituzionale e politico, non principalmente economico.

L'Europa ha ricchezza, competenze, tecnologia e una popolazione altamente istruita.

Ciò che manca all'Europa è una struttura istituzionale efficace per uno sviluppo e un'attuazione politica rapidi e coerenti.

Questa è l'eredità del progetto di integrazione europea, che si basa sul presupposto che la sovranità nazionale debba essere rispettata e che le decisioni debbano essere prese per consenso.

 

La logica del dopoguerra e della Guerra Fredda era razionale: l'integrazione economica avrebbe reso impossibile la guerra tra le nazioni europee.

Le istituzioni sovranazionali avrebbero creato fiducia tra le nazioni. Questo modello si dimostrò vincente.

Ci fu pace nell'Europa occidentale, ci fu una crescente prosperità e ci fu un significativo trasferimento economico verso le regioni più povere.

 

Tuttavia, il modello consensuale ha anche rivelato debolezze sistemiche, soprattutto in un mondo in rapida evoluzione.

Se 27 Stati membri richiedono l'unanimità, allora ogni Stato membro ha di fatto un diritto di veto.

 Ciò consente di bloccare le coalizioni.

 L'Ungheria può bloccare le sanzioni europee contro la Russia.

Un Paese può bloccare la politica europea sugli armamenti se i suoi interessi nazionali differiscono.

Un Paese può sabotare la politica climatica.

 

Le istituzioni europee tentano di aggirare questi giochi di veto attraverso il requisito dell'unanimità, ma ciò comporta un'inflazione dei processi amministrativi e ritardi significativi.

 Una semplice legge che potrebbe essere approvata in un parlamento nazionale in pochi mesi richiede anni a Bruxelles.

Questa non è solo una perdita di efficienza; è una perdita di capacità strategica.

Nel mondo frenetico di oggi, la capacità di prendere decisioni rapide è una risorsa, non uno spreco.

La mancanza di riforme istituzionali non è un'omissione casuale.

È il risultato della volontà di importanti attori nazionali – Francia, Germania, Polonia – di preservare il proprio potere nazionale.

 La Francia non vuole che Bruxelles imponga la politica estera.

La Germania non vuole che Bruxelles imponga la politica fiscale.

La Polonia non vuole che Bruxelles imponga i sistemi giudiziari.

Questo è comprensibile da una prospettiva nazionale, ma è anche fondamentalmente paralizzante a livello europeo.

 

La Banca Centrale Europea è un esempio di istituzione che funziona perché le è stato conferito un mandato relativamente chiaro e perché esiste un consenso sui suoi obiettivi.

Tuttavia, anche la BCE è limitata dalle sue strutture istituzionali.

Può condurre la politica monetaria, ma non può attuare riforme strutturali.

Non può creare un'unione fiscale europea.

Non può risolvere i problemi energetici.

 

La Commissione Europea cerca di compensare questa situazione attraverso il potere normativo.

Il GDPR” – il Regolamento Generale Europeo sulla Protezione dei Dati – è un esempio di come il potere normativo europeo possa essere applicato a livello globale.

 Anche le direttive sulla transizione verso l'energia verde sono esempi di potere normativo europeo.

Tuttavia, questo potere normativo ha anche un lato negativo:

 rende più difficile l'imprenditorialità, riduce la flessibilità nell'allocazione del capitale e può soffocare l'innovazione.

 

Un imprenditore europeo che voglia testare un nuovo modello di business deve confrontarsi con le leggi europee sulla protezione dei dati, sulla sicurezza sul lavoro e sull'ambiente.

Questo non è intrinsecamente sbagliato – queste leggi spesso servono a scopi importanti – ma significa anche che i costi dell'imprenditorialità sono più elevati rispetto agli Stati Uniti, dove il contesto normativo è meno restrittivo.

 

Cosa riserva il futuro se non si prendono misure drastiche.

Gli scenari per i prossimi cinque-dieci anni non sono drammatici. L'Europa non crollerà.

Non diventerà un attore periferico.

Non sarà dominata militarmente.

Ma potrebbe trasformarsi in uno stato di lenta contrazione della ricchezza.

Un continente ricco, stabile, ma non dinamico, che perderà inesorabilmente peso e influenza a favore di potenze tecnologicamente più dinamiche e strategicamente più aggressive.

 

La Germania continuerà a esportare prodotti di alta qualità, ma perderà quote di mercato a favore di Stati Uniti e Cina.

La Francia manterrà standard elevati, ma continuerà a lottare in modo frammentato contro la resistenza nazionale.

 L'Italia continuerà a produrre design ammirati in tutto il mondo, ma dovrà fare i conti con problemi fiscali cronici.

La Spagna rimarrà più stabile rispetto ad altri paesi dell'Europa meridionale, ma non avrà la crescita dinamica necessaria per superare le sfide demografiche.

 

Allo stesso tempo, Stati Uniti e Cina rafforzeranno le loro posizioni relative.

L'America continuerà a dominare nell'intelligenza artificiale e nella biotecnologia.

Continuerà ad attrarre capitali di rischio e imprenditorialità.

Se le politiche industriali di Trump dovessero entrare in vigore, l'America potrebbe persino registrare un calo della produzione in alcuni settori, non perché ciò sia economicamente razionale, ma perché è politicamente necessario per mantenere l'egemonia.

 

Nonostante i suoi attuali problemi, la Cina cercherà di intensificare i suoi sforzi tecnologici.

 Con ingenti investimenti statali in semiconduttori, intelligenza artificiale e informatica quantistica, la Cina tenterà di ridurre la sua dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti.

Sarà costoso, non sarà efficiente, ma può funzionare.

 

Esistono anche diversi scenari imprevedibili.

Una guerra per Taiwan cambierebbe tutto.

 Un crollo incontrollato della Cina destabilizzerebbe l'ordine globale.

Un drammatico crollo fiscale americano è improbabile, ma non impossibile.

Una grande guerra per la sicurezza europea, innescata da un'avventura russa contro un membro della NATO, imporrebbe cambiamenti radicali.

 

Ma in uno scenario “di base”, in cui questi eventi estremi non si verificano, il futuro dell’Europa non appare come un disastro, bensì come un declino relativo cronico e autoalimentante.

 

Superare la paralisi: le scomode verità.

I problemi dell'Europa non sono insormontabili.

 Tuttavia, richiedono un'azione drastica, e un'azione drastica è politicamente difficile.

L'Europa deve attuare riforme istituzionali.

Ciò significa introdurre il voto a maggioranza qualificata in politica estera, limitare il potere di veto dei singoli paesi e consentire un processo decisionale più rapido.

 

L'Europa deve consolidare e integrare la sua industria della difesa.

Ciò comporterà difficili dibattiti nazionali sulle sedi industriali e sui posti di lavoro.

Ciò significa che le aziende francesi, tedesche e spagnole dovranno cooperare o consolidarsi.

Si tratta di una sfida politica.

 

L'Europa dovrebbe investire massicciamente in ricerca e sviluppo, soprattutto nell'intelligenza artificiale e nei semiconduttori.

 Questo comporta costi e richiede cooperazione fiscale.

 Richiede che paesi fiscalmente conservatori come la Germania siano disposti ad accettare prestiti europei congiunti.

 Questo è politicamente controverso.

 

L'Europa deve rendere più flessibile il suo mercato del lavoro. Ciò significa ridurre la sicurezza del posto di lavoro, ridurre la copertura della contrattazione collettiva e ridurre la burocrazia. Questo incontrerebbe la resistenza di lavoratori, sindacati e partiti di sinistra. È una battaglia politica profonda.

 

L'Europa deve trasformare la propria infrastruttura energetica.

Ciò significa ingenti investimenti in energie rinnovabili, tecnologie di stoccaggio e infrastrutture per l'idrogeno.

Si tratta di un processo costoso e che richiederà decenni.

 

Queste cose non sono impossibili. Non sono tecnicamente irrealizzabili. Ma richiedono un livello di volontà politica che le democrazie europee attualmente non sembrano essere in grado di mobilitare.

Questo è il vero problema in Europa. Non è che la soluzione sia sconosciuta.

 È che i costi della soluzione sono elevati e ricadrebbero su gruppi che hanno il potere politico per bloccarla.

E così l'Europa rimane intrappolata nella sua situazione attuale.

 Non al collasso, non in crisi, ma in una cronica sottoperformance, guidata da una paralisi strutturale e da inefficienze istituzionali difficili da risolvere.

 Questo è esattamente il pericolo più difficile da riconoscere rispetto a un drammatico declino.

 

 

I limiti dell'Unione Europea tra

l’accordo UE-Mercosur bloccato,

le tensioni globali e le nuove

sfide economiche.

Ersaf.it -Ente di Ricerca Scientifica ed alte Formazioni – (27 Gennaio 2026) – Mondo – Redazione – ci dice:

(l'articolo completo su EduNews24.it).

L'Unione Europea si trova oggi in una fase complessa, attraversata da una profonda crisi economica e da difficili relazioni diplomatiche con importanti partner mondiali.

Il blocco dell'accordo UE-Mercosur da parte del Parlamento europeo ha evidenziato le criticità interne dell'Unione, rivelando divergenze fra Stati membri e un'incapacità di avere una politica commerciale coerente.

Questo accordo, sebbene strategico per l'accesso a un mercato da oltre 260 milioni di consumatori, è stato fermato ufficialmente per preoccupazioni legate all'ambiente e ai diritti sociali, anche se molti analisti ritengono che il vero problema risieda nelle fratture interne.

 Le difficoltà non si limitano al commercio:

 le politiche economiche adottate, in particolare quelle rigide in materia di bilanci e investimenti, hanno contribuito a una stagnazione della crescita e ad alti livelli di disoccupazione.

Inoltre, trattative con altri importanti partner come l'India evidenziano analoghe difficoltà dovute a differenze normative e protezionismo emergente.

 

Il Parlamento europeo, al centro delle decisioni più controverse, mostra segni di frammentazione politica e lentezza nelle decisioni, fattori che limitano la capacità dell'UE di agire con efficacia.

La crisi politica culminata nelle dimissioni sfiorate della Presidente Ursula von der Leyen ha ulteriormente messo in luce la fragilità istituzionale dell'Unione, minacciando la stabilità e la leadership in un momento in cui la competizione globale si fa sempre più aspra.

Gli Stati Uniti, con le oscillazioni politiche di figure come Donald Trump, complicano ulteriormente il quadro, imponendo all'UE la necessità di ripensare le strategie diplomatiche e commerciali in un contesto internazionale instabile.

 

Complessivamente, l'Unione Europea appare oggi bloccata da difetti strutturali quali lentezza decisionale, frammentazione politica e una sostanziale incapacità di adattarsi alle sfide di un mondo globalizzato. Il mix di crisi economica interna, scarsa coesione politica e relazioni internazionali incerte rischia di isolare ulteriormente l'UE sul piano globale.

 Tuttavia, questa situazione critica può rappresentare un'opportunità per un cambiamento radicale:

 serve una classe dirigente innovativa, unitaria e aperta verso le sfide esterne per rilanciare il progetto europeo e recuperare la sua autorevolezza a livello mondiale.

Solo attraverso scelte coraggiose sarà possibile trasformare le debolezze attuali in punti di forza per il futuro.

 

 

 

Per l’Unione Europea è stata

 la settimana più difficile

della sua storia.

Investireoggi.it - Giuseppe Timpone – (6 settembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

La crisi dell'Unione Europea è diventata più grave che mai. Persino l'asse franco-tedesco mette in discussione le istituzioni comunitarie.

Crisi nera dell'Unione Europea.

 

È stata una settimana tragica per l’Unione Europea, che vive la sua crisi più grave da quando è nata.

 Gli anni dello spread alle stelle si pensava che fossero stati i più micidiali per la sopravvivenza delle istituzioni comunitarie.

Poi sono schizzati i consensi per le formazioni sovraniste e anche questo aspetto ha messo in dubbio la capacità di Bruxelles di andare avanti.

 Ma la vera picconata sta arrivando dall’esterno con ripercussioni politiche continentali fortissime.

 In Scozia, domenica scorsa la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, stringeva un accordo sui dazi con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

UE umiliata dagli USA di Trump.

L’intesa è stata considerata umiliante da quasi tutti i commentatori e analisti dentro e fuori l’UE.

L’America imporrà dazi al 15% sulle nostre esportazioni e pretenderà che acquistiamo energia per 750 miliardi di dollari (oltre che armi) e che vi investiamo 600 miliardi.

In cambio, l’UE non alzerà i dazi sulle importazioni dagli USA.

Termini completamente sbilanciati in favore di Washington.

Più che responsabilità singole, siamo di fronte al naufragio di decenni di politiche inconsistenti di Bruxelles.

Non avevamo alcuna leva negoziale per negoziare alla pari o con maggiore forza.

Se Trump volesse, sarebbe ancora in tempo per chiederci le mutande e dovremmo consegnargliele per assenza di alternative migliori.

 

La debolezza dell’UE è diventata insostenibile sul piano politico anche per i governi che finora l’hanno sostenuta senza tentennamenti.

Critiche più o meno feroci sono state espresse da Francia e Germania.

 I contribuenti di tutta l’area iniziano a chiedersi sul serio se abbia senso finanziare un baraccone, che risulta incapace di fare meglio di quanto farebbero singolarmente gli stati membri sul piano negoziale.

Per decenni ci siamo raccontati che l’UE, con tutti i suoi difetti, servisse per contare di più in un mondo sempre più grande.

Abbiamo avuto la prova che non è così.

Il Regno Unito ha strappato agli USA dazi al 10%, il Giappone quanto noi.

Insomma, l’UE raduna 27 stati e ottiene meno di uno solo di medie dimensioni.

 

Francia e Germania critiche con Bruxelles.

La crisi europea è ormai esistenziale.

 Una qualsiasi sovrastruttura perde di significato se non riesce a garantire alcun valore aggiunto a chi la finanzia.

Perché nei prossimi anni economie come Germania, Francia e Italia dovranno versare centinaia di miliardi a fronte di obiettivi scadentissimi?

 Non è più una questione di essere sovranisti o europeisti.

Gli stessi tedeschi e francesi stanno dubitando della necessità di mantenere istituzioni pletoriche e ridicolizzate all’infuori del continente. I grandi della Terra si muovono secondo logiche politiche, mentre Bruxelles è la negazione della politica e rappresenta il trionfo della burocrazia elefantiaca.

Per la prima volta ci sentiamo di affermare che anche i più accaniti sostenitori siano consapevoli che così com’è, l’UE non può tirare avanti. Ne va dei loro stessi interessi e, quindi, anche della tenuta delle istituzioni nazionali.

I popoli ad ogni elezione si stanno rivoltando contro gli apparati comunitari.

La Francia è ormai in pieno caos politico, mentre la Germania rischia di fare la stessa fine se entro breve il suo governo non sarà in grado di riportare l’economia in crescita.

Crisi europea per mancanza di politica.

La crisi europea è esplosa in tutta la sua drammaticità per mano dell’alleato più forte e prezioso degli ultimi 80 anni.

Ha evidenziato come dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ci siamo ridotti a una succursale degli americani sul piano geopolitico, senza l’elaborazione di una propria identità in difesa dei propri interessi.

Ci siamo concentrati su aspetti secondari e persino idealistici (vedi Green Deal) con il risultato di avere indebolito la struttura industriale e ignorato quella finanziaria, al contempo restando alla mercé altrui sul piano tecnologico.

Un flop che rende inevitabile l’umiliazione di questi giorni e obbligatoria la revisione di ciò che ad oggi è stata la UE.

(Giuseppe Timpone).

L'Europa afflitta dal mal di Francia.

Liberoquotidiano.it – (21 -02 – 2026) – Lodovico Festa – Redazione – ci dice:

 

Il peso delle (troppe) scelte schizofreniche di Emmanuel Macron, il galletto che non riesce a fare i conti con il suo fallimento.

 

L'Europa afflitta dal mal di Francia.

Non è inutile riflettere in modo articolato sul comportamento nevrotico - di cui si è già scritto su Libero - di un Emmanuel Macron nella fase in cui deve fare i conti con il suo fallimento.

 

In tante questioni comunitarie e globali l’Eliseo sembra in preda a una sorta di stato confusionale:

un giorno si vogliono mandare truppe francesi in Ucraina, quello dopo si vuole trattare con Vladimir Trump indipendentemente dagli americani; si vuole rafforzare il libero scambio nel mondo e non si riesce ad approvare il trattato Ue-Mercosur;

 a lungo si sostiene l’obiettivo di isolare Israele poi si chiede all’Onu di troncare i rapporti tra Francese Albanese, con un’evidente apertura allo Stato ebraico;

 si partecipa alla preparazione di un trattato di libero scambio dell’Unione europea con l’India e poi ci si concentra solo sui rapporti tra Parigi e Nuova Delhi;

si dice di voler costruire una protezione nucleare autonoma dell’Europa e poi si dice che le bombe francesi saranno sempre e solo sotto il comando dell’esercito francese suscitando malumori tedesco e addirittura insulti belgi;

 si lancia la proposta del “buy Europe” e si rimane del tutto isolati.

 E lasciamo perdere la questione già ben esaminata degli insulti a Giorgia Meloni perché si è allarmata dell’assassinio di un giovane di destra a Lione.

Naturalmente parte del marasma marconiano deriva anche da un’amministrazione Trump che troppo spesso sostituisce la retorica alla politica, l’unilateralismo a rapporti istituzionalmente impeccabili con gli alleati, e dimostra un’insofferenza per un’Unione europea magari pasticciata ma ancora baluardo insostituibile contro il caos globale.

Però gli atteggiamenti di Parigi non solo non rimediano i difetti di Washington ma alla fine finiscono quasi per giustificarli.

 

Il problema principale per la Francia peraltro non è determinato dal quadro internazionale, ma dai processi interni che hanno portato alla deriva attuale.

 Nel 2017 Macron ha approfittato del fatto che il candidato che avrebbe vinto sicuramente le presidenziali del 2017, il gollista François Fillon, venne fatto fuori da una magistratura accompagnata da un particolarmente mobilitato contorno mediatico.

Tutto ciò non nacque da un intrigo (il complottismo è la principale malattia infantile dell’opinionismo) ma (anche) da un comune sentire di un establishment francese poco attratto da un politico forse un po’ troppo cattolico.

Approfittando di questa situazione e di un presidente socialista uscente come François Hollande completamente bollito, il quarantenne banchiere già ministro dell’Economia di un governo socialista non si è posto l’obiettivo di guidare da liberale la destra moderata o da ex ministro socialista la sinistra, ma ha scelto di disgregare programmaticamente destra e sinistra vantando la superiorità di una soluzione tecnocratica che poi ha in qualche modo cercato di imporre all’Europa, grazie a un rapporto con una Germania in crisi per gli errori commessi da Angela Merkel.

 

Questa linea marconiana si è rivelata catastrofica anche sul piano comunitario perché tra l’altro l’alternanza in Francia tra socialisti e gollisti consentiva a Parigi di assumere una linea abbastanza costruttiva grazie al susseguirsi dei più europeisti Mitterrand e Delors, con i più moderatamente nazionalisti Chirac e Sarkozy. La sterilizzazione marconiana, invece, della politica ha alimentato anche su scala continentale devastanti e insensate politiche tecnocratiche tipo il Green Deal.

 

Naturalmente le scelte dell’Eliseo post 2017 sono state disastrose innanzi tutto sul piano interno con una nazione molto politica che non ha più potuto esprimersi in una vera dialettica.

Per capire in che girone infernale ci si è cacciati, basta ragionare sul fatto che nell’estate del 2025 si è di fatto promosso un fronte popolare con un estremista come Jean Luc Mélenchon per bloccare Marine Le Pen, mentre oggi si assiste a una sorta di crescente alleanza nazionale anche con Rassemblement national per bloccare le follie islamo-gauchiste ispirate dallo stesso Mélenchon.

In questa situazione il “comune sentire” di un establishment di cui si è detto ha messo insieme un processo alla Le Pen su un terreno parzialmente scivoloso, cioè su quanto gli assistenti agli europarlamentari del Rassemblement national a Strasburgo lavorassero per Strasburgo e quanto invece solo per il loro partito.

Su questa base si sono portate solide prove di diverse scelte dei seguaci di Lepen sostanzialmente illegali e si è emessa una sentenza particolarmente severa che precludeva alla “Le Pendi” presentarsi come candidato alle presidenziali del 2027.

Oggi, però, i sondaggi indicano che il delfino Jordan Bardella prenderebbe 3 punti percentuali di voti in più rispetto a Marine, e il “comune sentire” non sa più come orientarsi, e ha rimandato tutte le decisioni al 7 luglio.

 

Intanto il disperato monsieur le “Président”, come un Viktor Orbàn qualsiasi, pare voler piazzare in posti strategici, grazie a opportune dimissioni di chi oggi ha responsabilità ora in banche centrali nazionali ora europee, suoi fedelissimi, impedendo quel noioso funzionamento di uno Stato governato secondo i principi della sovranità popolare.

Che cosa imparare da queste vicende?

Che la lotta alle posizioni estremiste si fa isolando le idee sbagliate ma recuperando le capacità individuali e le forze sociali che hanno appoggiato queste idee sbagliate:

così come è avvenuto, pur con alterni risultati, in Austria, Olanda, Svezia, Finlandia, Italia.

E non si pratica, invece, una strategia di pura emarginazione che indebolisce l’insieme del sistema democratico.

 Le vicende in corso poi suggeriscono pure che per rilanciare pragmaticamente e con modi di Draghi l’Unione europea, vanno formate variegate alleanze che funzioneranno però solo se rinunceranno a sostituire la politica con la tecnocrazia.

 

 

 

 

Quale futuro per l’Europa?

Lafionda.org – (18 Feb.,2026) - Stefano Sylos Labini – ci dice:    

 

Un commento sul summit sulla competitività.

Al summit informale sulla competitività dell’Unione Europea, al castello di “Alde –Biesen” nelle Fiandre, si sono confrontate due visioni dell’Europa.

 Quella di “Mario Draghi” che spinge verso una centralizzazione decisionale sul modello federale degli Stati Uniti con debito comune e investimenti pubblici europei e quella di” Merz e Meloni” che puntano sulla Confederazione in cui ogni Stato conserva maggiore autonomia politica ed economica.

 

Entrambi gli approcci hanno dei punti deboli insuperabili.

 

Il modello federale di Mario Draghi oltre ad essere osteggiato dalla Germania, richiederebbe una Costituzione europea e un assetto politico – istituzionale equivalente a quello degli Stati Uniti con un Presidente eletto dal popolo, un ministro dell’Economia, degli Esteri, della Difesa.

Una prospettiva impensabile nel breve periodo.

Inoltre la costituzione di un bilancio federale implica anche tasse europee:

chi è disposto a versare dei soldi ad un organismo senza legittimità democratica?

 In questa fase il percorso verso l’Europa federale si dovrebbe fondare sulle cooperazioni rafforzate tipico termine del fanatismo tecnocratico.

Si tratta di un’idea impraticabile.

 

Il modello confederale di Merz e Meloni invece può andare molto bene per la Germania che ha ampi margini di intervento essendo il rapporto debito/Pil circa la metà di quello italiano, ma non serve all’Italia che è strangolata dalle politiche di austerità imposte dal Patto di Stabilità e dunque non ha nessun margine di intervento.

 

E qui entra in gioco la proposta della “Moneta Fiscale” che è stata concepita perché:

 

1. L’Europa federale è irrealizzabile e le cosiddette cooperazioni rafforzate lo dimostrano.

 

2. La rottura dell’euro oggi non è un’opzione politica. 

3. Le regole europee per ridurre il debito pubblico affossano l’economia.

La Moneta Fiscale dovrebbe essere una scelta naturale per chi punta ad una Confederazione di Stati e non ad una Federazione. Ma il centrodestra che si è schierato per la Confederazione non ha capito l’importanza della Moneta Fiscale che permette di avere maggiore autonomia nella politica economica.

 Ciò perché l’emissione di crediti fiscali a libera circolazione sul mercato è una prerogativa dei singoli Stati nazionali e permette di finanziare l’economia senza chiedere soldi in prestito sui mercati.

Diversa è la posizione del PD che continua a sostenere l’Europa federale e l’agenda Draghi.

Infine c’è il M5S che era concentrato solo sul superbonus, non ha nessuna visione macroeconomica e ora sta spingendo per gli Eurobond che richiedono la costruzione dell’Europa federale.

 

In questo quadro, la Moneta Fiscale rappresenta l’unica opzione che possiamo sfruttare in una situazione che non è destinata a cambiare in tempi brevi e che sta mettendo sotto pressione l’economia italiana.

A livello aggregato siamo in stagnazione, a livello industriale siamo precipitati in una recessione che dura ormai da tre anni mentre la crescita dell’occupazione ha riguardato lavoratori anziani, a basso salario e a bassa produttività.

Dobbiamo agire in fretta e con la Moneta Fiscale è possibile farlo.

La valuta fiscale viene distribuita secondo diversi criteri di allocazione, sotto forma di certificati di credito d’imposta trasferibili e negoziabili che comportano riduzioni fiscali a scadenze predeterminate e scaglionate.

 

Questi certificati diventano moneta solo se liberamente trasferibili e possono circolare nell’economia.

 In questo modo, possono stimolare la crescita economica attraverso un effetto moltiplicatore aumentando il gettito fiscale per compensare la diminuzione del gettito derivante dall’esercizio degli sconti fiscali.

 

In questa forma, l’utilizzo della valuta fiscale emessa rientra in una politica pubblica volta a incoraggiare gli investimenti e la spesa privata ​​e si esaurisce attraverso una compensazione alla scadenza fissata.

 

Se si specifica che il credito d’imposta, quando non utilizzato interamente come compensazione fiscale, non è rimborsabile in moneta legale da parte dello Stato, allora, in conformità con i principi contabili europei e internazionali, è “non pagabile” in euro e non costituisce un obbligo di pagamento alla data di emissione.

 

In questo caso, il suo impatto sul bilancio pubblico si farà sentire solo quando verrà utilizzato come credito d’imposta. Ciò significa che questo tipo di credito d’imposta non dovrebbe essere registrato come un aumento del deficit al momento della sua emissione.

 

L’esperienza storica più importante di questo tipo di credito d’imposta trasferibile e non pagabile è quella italiana delle ristrutturazioni edilizie del settore privato in un’ottica di transizione energetica ed ecologica.

 

L’operazione è stata lanciata nel 2020 dal governo M5S – PD guidato da Giuseppe Conte ed era stata presentata nel 2014 dal Gruppo della Moneta Fiscale costituito da Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e dal sottoscritto, con la partecipazione del compianto Luciano Gallino e il contributo di Enrico Grazzini e Giovanni Zibordi.

 

Analogamente, nel 2022, negli Stati Uniti sono stati introdotti crediti d’imposta trasferibili per finanziare la transizione ecologica attraverso il “Clean Energy Inflation Reduction Act” (IRA).

 

I crediti d’imposta italiani sono stati oggetto di una vera e propria battaglia politico-istituzionale, sia a livello nazionale che europeo, che ho descritto nel libro pubblicato nel 2022 dal Ponte editore e intitolato “La battaglia della Moneta Fiscale”. L’idea, i rapporti politici, gli allegati, le prime applicazioni, le prospettive.

 

Infatti, sebbene gli effetti dei “Certificati di Credito Fiscale” si siano dimostrati economicamente significativi in ​​termini di stimolo agli investimenti e riduzione del debito pubblico che è crollato di 20 punti % nel periodo 2020/23, i governi conservatori di Mario Draghi e Giorgia Meloni, che si sono succeduti al potere dal 2021 in poi, non hanno fatto altro che smantellarli anziché cercare di migliorarli correggendone i difetti di attuazione (dovuti principalmente a un controllo insufficiente sulla distribuzione dei crediti fiscali, sull’entità degli incentivi e sulla qualità delle opere).

 

Oggi la Moneta Fiscale andrebbe rilanciata facendo tesoro dell’esperienza passata.

Il problema è che si tratta di un progetto politico trasversale che richiede un’ampia collaborazione tra le forze politiche e il coinvolgimento delle forze produttive e delle istituzioni finanziarie.

Per questo è un compito arduo.

L’alternativa è quella di continuare ad affondare inesorabilmente.

(Stefano Sylos Labini).

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