“Il Grande“ è un pericolo per la democrazia.

 

“Il Grande“ è un pericolo per la democrazia.

 

 

La Democrazia in pericolo.

Interrogativi sulle incertezze

del presente.

Confronti.net - Salvatore Piromalli – (27 Gennaio 2026) – ci dice:

 

La democrazia in pericolo. Interrogativi sulle incertezze del presente.

Dove sta andando la convivenza democratica e il sistema di regole, doveri e diritti sperimentato per decenni?

È importante riflettere sulla crisi delle democrazie, sempre più esposte a derive autoritarie che nascono dall’interno e si legittimano anche attraverso l’apatia civile.

La perdita di partecipazione, l’erosione dei diritti e l’indebolimento dello spirito democratico sono come segnali di una trasformazione profonda del presente.

 

«Che cosa hai “sentito” quando hai appreso la notizia delle bombe Usa su Caracas e del sequestro del dittatore Maduro, sorpreso e prelevato insieme alla moglie, in piena notte, nella loro stanza da letto?».

È la domanda che un’amica ha posto ai presenti, durante la pausa conviviale di un seminario sui rapporti tra filosofia e psicologia.

Non quali analisi razionali la notizia ha innescato, ma quale è stato il “sentimento” prevalente, la reazione impulsiva spontanea, la sfumatura emozionale immediata.

 Sgomento? Angoscia? Paura? Rabbia? Nausea? Indifferenza?

 Diversi di noi hanno faticato a circoscrivere esattamente la propria tonalità emotiva, e le risposte si sono infine concentrate sugli elementi “freddi” della reazione:

 il ragionamento, il pensiero critico, il commento etico-politico del fatto.

Mi sono chiesto:

 forse è in corso una forma inconsapevole di anestesia, di confusione emotiva o di paralisi della sensibilità?

Ci stiamo abituando allo strapotere del “capo”, al bullismo politico, alle nuove forme di colonialismo e imperialismo, alla logica della sopraffazione e della repressione, all’aperta e quasi esibita violazione dei diritti e delle regole (interne e internazionali) che credevamo patrimonio acquisito e inamovibile?

 

Forse, in questa “apatia” che si allarga a macchia d’olio (a-pathos, mancanza di sofferenza, di passioni e intensità emotiva),

 si gioca qualcosa che ha a che fare con la saturazione indotta dalla logica della guerra e della violenza, dalla spettacolarizzazione della morte e dell’uccisione di migliaia di persone, senza alcuno scrupolo etico, giuridico e politico?

 

Forse, non siamo più capaci di mantenere desta e alta dentro di noi la pulsione a indignarci, a reagire, l’attitudine a rivoltarci davanti a quella che Callicle (nel Gorgia di Platone) definiva la “naturale” logica del più forte, destinata a prevalere sul più debole nonostante le leggi e i limiti del diritto, e anzi piegando quelle al proprio tornaconto?

 

Stiamo davvero cedendo a una semplificante e spietata logica darwinistica applicata alle relazioni umane e alla politica, verso un realismo arrendevole e assolutista – di hobbesiana memoria – che accetta come inevitabile la supremazia del sovrano sui sudditi, che esclude il “Leviatano” dalla sottoposizione alla legge, come se fosse sciolto (ab-solutus) dalla legalità e dal dovere di rendere conto delle proprie azioni?

 Autocrati che emergono come funghi in ogni parte del globo, più o meno democraticamente eletti, capi-popolo non più soggetti alla legge e al diritto, portatori di un “ordine nuovo” eversivo, iper-populista e demagogico, che reprime, perseguita, incarcera, tortura e uccide impunemente migranti, critici, oppositori, cittadini che protestano per le strade.

 

Forse che, non confessata, anche durante la lunga parentesi democratica del dopoguerra, abbiamo sempre pensato che la democrazia fosse un’eccezione, un’anomalia provvisoria della politica, una bolla utopica gonfiatasi sull’onda della fine delle esperienze totalitarie, destinata a disintegrarsi in un invisibile sbuffo d’aria, lasciando il campo a forme inedite e quasi “distopiche” di autocrazia politica, tecnologica e finanziaria, a leadership forti solo della propria arroganza?

 

A prescindere dalla nostra più o meno acuta sensibilità emotiva, i fatti del presente a cui assistiamo attoniti stanno inaugurando una fase politica inedita, che vede la rinascita prepotente di forze politiche apertamente ispirate ai miti politici e ai simboli dell’estrema destra.

Proprio nel cuore dell’Occidente liberale, illuminista e post-totalitario, si assiste d’altro canto alla caduta a picco della partecipazione democratica e all’asservimento volontario (sebbene suggellato da legittime elezioni) delle masse e dei popoli alla volontà, al capriccio, al dispotismo capriccioso di un capo e dei suoi portavoce e ministri.

 

Scriveva profeticamente il filosofo, politico e giurista francese “Étienne de La Boétie”, nel lontano 1554:

 «È cosa davvero sorprendente, eppure tanto comune da doversene rattristare piuttosto che stupire, vedere migliaia d’uomini asserviti miseramente, con il collo sotto il giogo, non già costretti da una forza più grande, ma in qualche modo, come sembra, incantati e affascinati dal solo nome di uno, di cui non dovrebbero né temere la potenza, poiché egli è solo, né amare le qualità, poiché nei riguardi di tutti loro è disumano e feroce» (Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere, 2020, p. 5).

 

Le democrazie sono sotto stress, un fenomeno singolare e repentino che anche le nostre nominazioni fanno fatica a dire esaustivamente, arrancando dietro a neologismi, ossimori e definizioni improvvisate: “democrazia illiberale”, “democratura”, “presidenzialismo”, “monarchia repubblicana”, “torsione autocratica”, “sovranismo”, “populismo”.

Formule che, mentre tentano di intercettare fenomeni in atto, mettono in piena luce la vulnerabilità e il rischio delle “vecchie” democrazie liberali, attraversate da un’inesorabile erosione di diritti e libertà acquisite, da una radicale messa in discussione della legalità e del diritto internazionale, di quella distinzione dei poteri che Beccaria aveva posto a fondamento dello Stato di diritto.

 

Non si tratta affatto di “colpi di stato”, di cambiamenti eversivi violenti del regime politico, ma (e questo è l’aspetto più inquietante) di un movimento endogeno in cui la democrazia minaccia sé stessa:

una sorta di malattia autoimmunitaria della politica (Roberto Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi 2021), in cui le società democratiche distruggono il proprio sistema di salvaguardia dalle infezioni autoritarie, demoliscono uno ad uno i baluardi irrinunciabili del funzionamento democratico, eretti in decenni di lotte, di riforme, di passaggi politici.

 

Uno svuotamento delle democrazie che parte dunque dall’interno e passa attraverso vari processi e meccanismi, tutti connessi tra loro e che avvengono quasi invisibilmente e legalmente, senza strappi o attraverso minuscole, inapparenti ma decisive forzature della legalità:

dalla delegittimazione dei corpi intermedi, all’indebolimento dei sindacati e dell’associazionismo, all’attenuazione dei diritti costituzionali e delle libertà individuali, alla messa fuori gioco di forme di mediazione deliberativa e partecipativa, alla rinascita di forme violente di razzismo e discriminazione, alla personalizzazione “bonapartistica” del potere attraverso logiche salvifiche e carismatiche, che scavalcano la discussione e la lenta decisionalità parlamentare a favore del pensiero unico, del protagonismo del capo e della centralità delle logiche plebiscitarie, promosse in nome di una sbandierata, piena sovranità del popolo.

 

Siamo davvero sull’orlo di un precipizio, al limite di un’esperienza che non ha più avvenire, che non trova più fili e nodi per continuare a tessere il reticolo difficile e fragile della democrazia?

Non siamo più disposti (se mai lo siamo davvero stati) a giocarci insieme nella fragilità di questa avventura, a tentare ancora di costruire un ordito fatto di tanti e differenti desideri e interessi da intrecciare, in un patchwork policromatico e polifonico, sempre mobile e in fieri?

È davvero moribondo l’ideale democratico, la democrazia intesa non come procedura tecnica di amministrazione politica, ma come “sinfonia” sempre da eseguire, come diceva la filosofa Maria Zambrano, come una “syn-poiesis” (l’esito generativo di una produzione comune) a cui ciascuno/a è chiamato/a a dare il proprio timbro e il proprio ritmo?

 

Che ne è oggi dello “spirito” democratico che aleggiava da decenni sull’Occidente e sull’Europa, quel «soffio dell’uomo che supera infinitamente l’uomo» (Jean-Luc Nancy, Verità della democrazia, Cronopio, 2009), quell’apertura di possibilità che fa della democrazia non un’opera compiuta ma un’aspirazione incessante, una visione sempre “a-venire” che resta «indefinitamente perfettibile, e dunque sempre insufficiente e futura» (Jacques Derrida, Politiche dell’amicizia, Cortina, 1995)?

Dove sono finiti il gusto e il piacere “antichi” (radicati nella tradizione politica delle póleis greche) di esporsi sulla scena pubblica, di prendere la parola, di sperimentare la libertà come partecipazione, come Hannah Arendt e Giorgio Gaber, con mezzi e linguaggi diversi, avevano auspicato?

 

IL VENTO DELL’INQUIETUDINE,

 

Non ci sono, per adesso, risposte a questi interrogativi.

È questo il motivo del nostro rimanere attoniti e apparentemente senza emozioni definite, in una sfocatura del sentire e del pensare.

Siamo nello spaesamento, non ci sentiamo più a casa in questo mondo alterato e in mutamento, non riusciamo a intravedere uscite, soglie, possibilità. La risposta, forse, “sta soffiando nel vento”, come dice una canzone d’altri tempi di Bob Dylan.

Per questo, porsi e porre insieme domande sui processi che stanno accadendo sotto i nostri occhi, non smettere di fare della messa in questione uno strumento inquieto e non rassegnato di critica e di ricerca di possibilità diverse, è un modo (non l’unico, certo) per restare desti, vigili, sensibili, sebbene privi di un orientamento pragmatico certo.

Un modo per rimanere in contatto con quel vento che soffia da qualche parte, anche se non ne avvertiamo il movimento, il respiro.

Interrogativi per “resistere” nelle incertezze del presente, per evitare quello che la filosofa e psicoanalista slovena “Alenka Zupančič” chiama il “disconoscimento”:

 la credenza illusoria di sapere, conoscere e padroneggiare i problemi (da quello ecologico-climatico a quello politico), coltivando in realtà un atteggiamento di sostanziale rassegnazione, escludendo ogni possibile cambiamento, negando la gravità di ciò che accade, rifiutando talvolta l’esistenza stessa dei problemi, avvolgendosi in una spirale di realismo cinico e di nichilismo, che finisce per rendere normale e pacifica l’eccezione e per accettare come inevitabile la crisi permanente della vita e della politica.

 Si tratta – secondo la lettura lacaniana che l’autrice adotta – di una nuova forma di godimento perverso dell’individuo passivo contemporaneo, una pulsione oscura e arcaica che finisce per fare dello status quo e della “dittatura del presente” l’unico mondo possibile in cui ci tocca vivere.

Un mondo asfittico, che reclama aria, vento, soffio, l’inquietudine che non smette di domandare e pretendere altro.

(Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale.)

 

 

Troppe disuguaglianze, democrazia a rischio.

“Perini”: «L’alternativa

è nel paradigma dell’Economia Civile».

Greenreport.it - Luca Aterini – (30 Gennaio 2026) – intervista a Perini – ci dice:

 

Il presidente di Confservizi Cispel Toscana presenta il convegno in agenda a Firenze il 4 febbraio 2026.

«È necessaria una riflessione sulla funzione dei servizi pubblici locali nella nostra epoca, alla luce dei mutamenti politici, sociali ed economici a cui abbiamo stiamo assistendo».

 

Un’occasione per discutere del valore civico dei servizi pubblici, un elemento che diviene cruciale nel contrasto alle diseguaglianze, sempre più marcate in questi ultimi anni, e nella tenuta del sistema democratico.

È il convegno “Servizi Pubblici locali e democrazia”, organizzato da “Confservizi Cispel Toscana” il 4 febbraio all’Auditorium al Duomo a Firenze.

In programma gli interventi del Prof. Mario Biggeri, ordinario di Economia applicata, e del Prof. Andrea Simoncini, ordinario di Diritto Costituzionale e Pubblico, dell’Università di Firenze.

 A introdurre i lavori, il presidente dell’associazione che riunisce le aziende di servizio pubblico locale in Toscana, “Nicola Perini”.

 

SPL e Democrazia programma 4 febbraio 2026.

 

«È necessaria – afferma Perini – una riflessione sulla funzione dei servizi pubblici locali nella nostra epoca, alla luce dei mutamenti politici, sociali ed economici a cui abbiamo stiamo assistendo.

È un dato condiviso che i servizi pubblici abbiano un’immediata incidenza nella qualità della vita dei cittadini; che siano fondamentali per la competitività dei territori e come sia necessario che le loro aziende siano un attore economico di primo piano nel tessuto locale. Ma nel contesto attuale, quale funzione ulteriore spetta al sistema dei servizi pubblici?

A questo cerchiamo di dare una risposta:

quali ulteriori funzioni sono richieste oggi per la difesa, la dignità e la potestà dell’Ente pubblico locale».

 

Intervista.

Presidente, perché parliamo di rischi per la democrazia?

 

Perché ci troviamo in una fase in cui varie dinamiche mettono in discussione i valori che sono per noi fondamentali.

E il contesto internazionale di oggi accelera questa crisi aggravando fenomeni che erano già in corso.

 La finanza speculativa sta distruggendo l’economia reale e questo ha un impatto crescente sulla vita di tutti, a tutte le latitudini:

 dagli anni ’90 il peso della finanza e dei mercati è cresciuto costantemente, e oggi vale nove volte l’economia reale.

Da una parte abbiamo accettato la separazione tra etica ed economia, dall’altra abbiamo anche accettato l’esistenza di una “doppia morale” per la finanza, che agisce quindi priva di qualunque principio etico.

 È stata l’ingordigia del mondo occidentale dagli anni ’70 che ha consentito la nascita di pratiche come il” land grabbing” o” i paradisi fiscali”.

Questa è l’affermazione di quei sistemi che nel 1987 “Papa Giovanni Paolo II” identificò come “strutture di peccato” nell’enciclica “Sollicitudo Rei Socialis”, un sistema finanziario che emargina i più deboli e concentra le ricchezze nelle mani di pochi.

 

Qual è la sua lettura di questo fenomeno e quali dinamiche ritiene più pericolose per la tenuta del nostro modello economico e democratico?

 

Il più evidente e dannoso esito sono le disuguaglianze:

la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone e poche società in questi anni ha visto una tremenda accelerazione, e lo dice chiaramente l’ultimo rapporto Oxfam:

in soli cinque anni il valore dei patrimoni dei miliardari globali è cresciuto dell’81% e, da soli, 12 tra gli individui più ricchi del pianeta detengono più ricchezza del 50% più povero dell’umanità.

 Assistiamo a questo anche in Italia:

tra il giugno 2024 e il giugno 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta del 3,6%, passando da 10.610 miliardi a 10.990 miliardi di euro, ma quasi due terzi di questa crescita (il 64%) sono stati appannaggio del 5% delle famiglie più facoltose;

quasi nello stesso arco di tempo la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata, in termini reali, di 54,6 miliardi di euro, raggiungendo un valore complessivo di 307,5 miliardi di euro, detenuto da 79 individui.

 

Questo è frutto di regole strutturali, che moltiplicano i guadagni dei più ricchi e delle economie più prospere, ma distruggono la dignità umana e il bene comune perché tolgono agli altri.

Lo vediamo anche nelle aziende:

siamo passati dagli imprenditori ai fondi d’investimento, che utilizzano manager proiettati alla crescita immediata a tutti i costi.

 È indicativo il divario tra i guadagni dei top manager e i loro dipendenti: negli anni ’60 Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, guadagnava circa 12 volte lo stipendio di un suo operaio.

Oggi i guadagni dell’amministratore delegato di Stellantis, “Carlos Tavares”, sono valutati tra le 800 e le 1.000 volte lo stipendio di un operaio.

Un divario reso possibile dalla finanza, non certo dai sistemi industriali. Queste dinamiche oggi vengono addirittura esaltate:

 i multimiliardari e i grandi gruppi si vantano dei loro immensi patrimoni e hanno originato una “teologia della prosperità” secondo la quale ricchezza e felicità sono il segno di una benedizione divina, mentre povertà, malattia e infelicità sono, al contrario, una colpa.

E queste élite dominano attivamente mercato, politica e istituzioni.

 

Come si riflette questo nella nostra realtà?

 

Influenzando le scelte:

 si fa passare il concetto che la crescita sia tutto quello che necessita ad una comunità.

 L’aumento del Pil è il ‘valore’ più importante, l’ossessione degli indici economici condiziona l’attività delle aziende, anche di chi è al servizio della collettività.

 Al contrario, questi anni hanno dimostrato il fallimento della “trickle-down theory”, la “teoria dello sgocciolamento” che ha regolato le politiche economiche dagli anni ’80 in poi, secondo cui l’aumento della ricchezza si sarebbe esteso anche alle classi meno abbienti.

 Invece, oggi, vediamo che i maggiori guadagni si concentrano, e restano, nelle mani di pochissimi.

La crescita delle diseguaglianze, la concentrazione della ricchezza, quali rischi comportano?

 

Lo ha spiegato quasi un secolo fa il giurista statunitense “Louis Brandeis”, con una frase oggi purtroppo tornata attuale:

"Possiamo avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche mani.

Ma non possiamo avere queste due cose insieme".

È quello a cui stiamo assistendo oggi, con élite finanziarie che stanno dominando il potere economico e politico.

Lo stiamo vedendo negli Stati Uniti.

“Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”, ha affermato “Peter Thiel”, il miliardario a capo di “Palantir”, ovvero:

la democrazia, intesa come governo della maggioranza, limita la libertà economica e il potere degli individui, mentre il capitalismo ha bisogno di una "macchina della libertà" che renda il mondo sicuro indipendentemente dai processi democratici.

 

Ma la spinta a mettere in discussione la democrazia non arriva solo dalle élite, come ha sottolineato il presidente Mattarella parlando all’assemblea di Confindustria nel 2023 e ricordando come gli effetti della Grande Depressione del 1929 aprirono la strada al nazismo:

 “La crisi del capitalismo, in quegli anni, mise in discussione anche gli ordini politici esistenti, registrando un diffuso malcontento verso la democrazia, ritenuta noiosa e inefficace rispetto ai totalitarismi che si erano affacciati e che si stavano consolidando… in alcune situazioni europee, come è noto, la crisi economica concorse alla crisi della democrazia ed ecco perché, al contrario, un’economia in salute contribuisce al bene del sistema democratico e della libertà, alla coesione della nostra comunità”.

 

Ma capitalismo e democrazia non sono stati sempre considerati inscindibili?

 

Dagli anni ‘90 si è perso un vincolo stringente del capitalismo, ovvero che questo sistema economico potesse svilupparsi solo nella democrazia.

Ma questo non è più vero, perché il capitalismo è stato sposato da paesi come la Cina o la Russia, Stati che non hanno quelle che potremmo definire complessità, ma anche “buone regole di contrappesi”, per la salvaguardia dei diritti collettivi.

 E questa mancanza li fa sembrare modelli di efficienza persino migliori dei Paesi democratici.

Ma la democrazia è retta anche da questi contrappesi, per cui dobbiamo trovare l’efficienza dentro questo sistema complesso, altrimenti perdiamo il valore della democrazia e rincorriamo i modelli totalitari.

 Il nostro concetto di efficienza sta dentro le regole democratiche.

Ed è questo il concetto della grande responsabilità del pubblico: non alimentare questa tendenza.

Ma se il pubblico non agisce in questo senso, contribuisce a farla crescere.

 

Nell’era della tecnologia e dell’intelligenza artificiale quali scenari si aprono?

Il quadro oggi è ancora più preoccupante:

lo sviluppo di queste tecnologie sembra non avere limite, è puro post-umanesimo, addirittura con la tentazione di sperimentare soluzioni bio-tecnologiche al di là dell’etica.

Le nuove tecnologie, l’AI, se non impariamo e soprattutto non insegniamo a gestirle, potrebbero portare alla sostituzione dell’uomo con la macchina, amplificando la concentrazione della ricchezza nelle mani di chi ne ha il controllo, portandoci in breve alla perdita di un enorme numero di posti di lavoro e ad una ulteriore marginalizzazione dell’uomo.

 La transizione digitale va invece governata, è un procedimento complesso ma necessario perché l’AI sia un’alleata degli strumenti di sviluppo, e non di retrocessione della dignità dell’essere umano.

 

Come è possibile contrastare le disuguaglianze?

L’alternativa a questo modello è nel paradigma dell’”Economia Civile”, con elementi concreti di aiuto che potranno arrivare dalla “Sussidiarietà circolare”, un modello di governance utile a promuovere la figura dell’imprenditore e necessario a sviluppare il bene comune, anche tutelando il lavoro e i lavoratori.

Dobbiamo riscoprire la funzione strategica degli imprenditori, che sono un tassello importante di un nuovo Umanesimo.

Oggi invece il sistema produce una grave crisi industriale che non risparmia neppure la nostra regione, e una delle ragioni è la diminuzione significativa delle figure imprenditoriali, una forte contrazione di iniziativa che impoverisce paurosamente di opportunità lavorative intere aree.

 La finanziarizzazione dell’economia ha portato la proprietà delle società nelle mani dei grandi fondi e la gestione ad essere affidata ai manager, orientati all’ottimizzazione nel breve del risultato economico.

 

Ma l’industrializzazione e la crescita non passano dai manager.

Lo vediamo nella crisi dei nostri distretti.

Questo avviene anche perché gli imprenditori sono mortificati da un sistema disincentivante.

Innanzitutto, dal divario fra la facile e rapida redditività della finanza e la scarsa redditività delle aziende di mercato:

negli ultimi quattro anni in Italia il dato medio della redditività è stato, per le aziende, del 4% – contro il 38% del sistema bancario, che si alimenta anche dai proventi del debito alle aziende e dai nostri depositi – e dal 28% delle Public Utilities, attraverso le bollette, ovvero da sistemi che dovrebbero essere regolati a difesa dei consumatori.

 E nello stesso periodo di tempo, le buste paga dei lavoratori sono diminuite del 9% e hanno perso l’11% del potere d’acquisto.

Ed è poi lo stesso sistema fiscale ad essere filosoficamente sbagliato: mira, infatti, a tassare il salario ed il profitto e a liberare la rendita, mentre sarebbe indispensabile invertire questo modello, alleggerendo il peso della fiscalità su salario e profitto e tassando maggiormente la rendita.

 

Infine, anche da parte della pubblica amministrazione c’è da sempre un atteggiamento fortemente negativo verso l’iniziativa privata, vista continuamente come un pericolo, come nel caso di rischi ambientali.

 

Dovremmo quindi ripensare alle aziende, a come sono strutturate oggi?

 

Dobbiamo ripensare principalmente al lavoro, e a come incide sulla qualità delle nostre vite. Il lavoro non è solo un diritto, non è solo reddito:

è un bene primario fondamentale per la realizzazione dell’essere umano.

Deve essere giusto, pagare giusti contratti e tutelare i lavoratori, ma soprattutto deve essere dignitoso, senza umiliare la persona e consentendo di affermare la propria identità ed indipendenza.

 Il lavoro è la principale realizzazione dell’essere umano.

Invece troppe aziende, anche pubbliche, sono governate con metodi tayloristi.

 

Dalla riflessione su temi di questa importanza quali risposte si aspetta?

 

L’incontro ha la funzione di condividere informazione e sarà prezioso il contributo che potranno dare due docenti di grande capacità come Biggeri e Simoncini.

 Cercheremo di capire se i servizi pubblici possono contrastare queste prospettive ed essere uno strumento per le pubbliche amministrazioni per dare risposte alla nostra comunità.

Non vorremmo che la Toscana, culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, perdesse l’occasione di proporre un modello nuovo e ci limitassimo a utilizzare lo stesso linguaggio e le stesse dinamiche che vediamo in tutto il mondo, rinunciando alla possibilità di dare risposte di civiltà importanti.

 Dobbiamo sentire la responsabilità di introdurre pensiero e azione, cercando di condividere tutti insieme questi aspetti e di individuare le funzioni condivise affinché i servizi pubblici possano essere una leva positiva e importante.

(Luca Aterini – Intervista a Perini).

 

 

 

 

Oxfam: la concentrazione di ricchezza

mette a rischio la democrazia globale.

Asvis.it – (19 gennaio 2026) – Ivan Manzo – Redazione – ci dice:

(Asvis – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile).

Miliardari ed élite influenzano governi e media erodendo diritti e spazi democratici.

 I 12 miliardari più ricchi possiedono una ricchezza superiore a 4 miliardi di persone.

La situazione è peggiorata con Trump.

Oxfam: la concentrazione di ricchezza mette a rischio la democrazia globale.

Il divario crescente tra ricchi e il resto della popolazione non è solo una questione economica:

sta alimentando un deficit politico sempre più pericoloso e strutturale.

 Le scelte dei governi sono orientate a tutelare gli interessi delle élite e a difendere la concentrazione della ricchezza, mentre diritti sociali e spazi democratici vengono compressi.

Il risultato è una miscela esplosiva di frustrazione e risentimenti, in un contesto in cui per una parte crescente della popolazione l’accesso a una vita dignitosa diventa ogni giorno più difficile, se non impossibile.

 La povertà economica genera fame, quella politica genera rabbia.

E nessuna società può considerarsi immune da queste dinamiche.

 

A lanciare l’allarme è il rapporto Oxfam “Resisting the rule of the rich: protecting freedom from billionaire power”.

Pubblicato in occasione dell'apertura del “World economic forum di Davos”, lo studio ricostruisce come i super-ricchi stiano consolidando il proprio potere politico, incidendo sempre più sulle economie e sulle democrazie.

“La velocità con cui la disuguaglianza economica e politica accelera l'erosione dei diritti e della sicurezza delle persone può essere spaventosamente rapida.

Le nostre società oggi si sentono più tossiche.

 L'enorme influenza che i super-ricchi hanno sui nostri politici, sulle nostre economie e sui nostri media ha aggravato le disuguaglianze e ci ha portato ben lontano dalla lotta alla povertà.

 I ​​governi dovrebbero ascoltare le esigenze delle persone su temi come l'assistenza sanitaria, l'azione contro la crisi climatica e l'equità fiscale", ha dichiarato “Amitabh Behar”, direttore esecutivo di “Oxfam International”.

 

Oxfam ricorda che la ricchezza dei miliardari è aumentata di oltre il 16% nel 2025:

tre volte più velocemente rispetto alla media degli ultimi cinque anni, raggiungendo i 18,3 mila miliardi di dollari, il livello più alto della storia. In termini reali, la ricchezza complessiva dei miliardari è aumentata di 2,5 mila miliardi di dollari nell’ultimo anno:

 cifra che sfiora l’intero patrimonio detenuto dalla metà più povera dell’umanità, pari a 4,1 miliardi di persone.

 In generale, i 12 miliardari più ricchi possiedono una ricchezza superiore di queste 4,1 miliardi di persone.

 

Nel 2025 il numero dei miliardari ha superato per la prima volta quota 3000, tra questi “Elon Musk” è diventato il primo individuo nella storia a oltrepassare la soglia dei 500 miliardi di dollari di patrimonio personale.

 

La ricchezza dei miliardari è aumentata dell'81% dal 2020, una dinamica che segna un’accelerazione senza precedenti nella concentrazione della ricchezza globale.

 Il tutto, mentre una persona su quattro non ha abbastanza cibo e quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà.

 

 Il peggioramento con Trump.

L’impennata della ricchezza dei miliardari si inserisce in un contesto politico preciso, segnato dal perseguimento di un’agenda favorevole alla grande ricchezza da parte dell’amministrazione Trump.

Durante la sua presidenza sono state ridotte le tasse per i più ricchi, indeboliti i tentativi di coordinamento globale per tassare le multinazionali, smantellate le politiche di contrasto al potere monopolistico.

 In questo contesto si inserisce anche la corsa all’intelligenza artificiale, un settore alimentato da Trump e divenuto una nuova miniera d’oro per gli ultra-ricchi.

 

Ma il segnale lanciato da questa stagione politica va ben oltre i confini degli Stati Uniti, Oxfam sul tema è netta: “non si tratta di un’anomalia nazionale bensì di una tendenza globale”. Un’anomalia, identificata nel processo di crescita dell’oligarchia economica, che sta progressivamente erodendo le basi sociali e democratiche di molti Paesi.

 

Disuguaglianze ed erosione democratica.

La concentrazione della ricchezza si traduce sempre più in concentrazione del potere politico.

Secondo il Rapporto, i miliardari hanno una probabilità di ricoprire incarichi pubblici fino a 4mila volte superiore rispetto alle persone comuni.

 E la sproporzione appare ancora più evidente se si considera che l’aumento di ricchezza di 2,5 mila miliardi di dollari registrato nel 2025 sarebbe sufficiente a sradicare la povertà estrema nel mondo per ben 26 volte.

 

L’erosione democratica procede di pari passo con l’aumento delle disuguaglianze.

Oxfam sottolinea che il rischio di arretramento democratico è sette volte maggiore nei Paesi caratterizzati da livelli elevati di disuguaglianza.

 

La percezione di un sistema politico ed economico allo sbando è ormai diffusa.

Un’indagine sui valori mondiali condotta in 66 Paesi rileva che quasi la metà degli intervistati e delle intervistate ritiene che i ricchi comprino spesso le elezioni nei rispettivi contesti nazionali.

Nel frattempo, i progressi nella lotta alla povertà si sono arrestati:

 il tasso di riduzione è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2019, mentre in Africa la povertà estrema è tornata a crescere.

Le scelte politiche compiute dai governi nel corso dell’ultimo anno, in particolare i tagli ai budget destinati agli aiuti internazionali, hanno colpito direttamente le popolazioni più vulnerabili e, secondo le stime, potrebbero provocare oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030.

 

Media sempre meno liberi.

Oxfam dedica ampio spazio al ruolo dei media.

In questo contesto, i governi stanno consentendo ai super-ricchi di esercitare un’influenza crescente sui sistemi informativi:

i miliardari possiedono oltre la metà delle maggiori aziende mediatiche globali e controllano tutte le principali piattaforme di social media, con un impatto diretto sulla formazione dell’opinione pubblica e sul funzionamento delle democrazie.

 

Come esempio il Rapporto cita l'acquisto del Washington Post da parte di Jeff Bezos, quello di Twitter/X da parte di Elon Musk, quello del Los Angeles Times da parte di Patrick Soon-Shiong e un consorzio di miliardari che ha acquistato ingenti quote dell'Economist. 

In Francia, il miliardario di estrema destra Vincent Bolloré ora controlla “CNews, trasformata nell’equivalente dell’americana “Fox News”.

Nel Regno Unito, tre quarti della diffusione dei quotidiani è controllata da quattro famiglie super-ricche.

A questa concentrazione economica si somma una marcata omogeneità nelle stanze del potere editoriale.

 Secondo il Rapporto, solo il 27% dei principali redattori a livello globale è donna e appena il 23% appartiene a gruppi di razza (gruppi categorizzati sulla base di differenze fisiche, sociali o culturali).

 Una composizione che contribuisce all’emarginazione di intere fasce della popolazione dal dibattito pubblico, mentre minoranze come immigrati e persone di colore vengono spesso stigmatizzate, utilizzate come capri espiatori e private di spazi di rappresentazione.

I critici, al contrario, tendono a essere silenziati o marginalizzati.

 

Le proposte di Oxfam.

Di fronte a questo scenario in rapida evoluzione, Oxfam sollecita una risposta politica strutturale.

 L’organizzazione invita i governi a dotarsi di piani nazionali di riduzione delle disuguaglianze basati su obiettivi misurabili e su un monitoraggio regolare dei risultati.

Al centro delle raccomandazioni c’è anche una tassazione efficace dei super-ricchi, attraverso imposte progressive su redditi e patrimoni, con aliquote sufficientemente elevate da incidere realmente sui livelli estremi di concentrazione della ricchezza.

 

Un altro nodo cruciale riguarda il rapporto tra denaro e potere politico. Oxfam chiede barriere più robuste tra ricchezza e decisioni pubbliche, rafforzando le norme contro il lobbying e il finanziamento delle campagne elettorali, garantendo una reale indipendenza dei media e contrastando in modo esplicito l’incitamento all’odio.

Infine, il Rapporto richiama la necessità di restituire centralità politica ai cittadini e alle cittadine.

Solo così si potrà costruire un’agenda orientata alla giustizia sociale e necessaria alla sopravvivenza delle democrazie contemporanee.

 

 

 

 

 

I grandi fondi statunitensi e

il pericolo per la democrazia.

Ilmanifesto.it - Paolo Andruccioli – (22/10/2024) – Redazione – ci dice:

 

Saggi «I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia» è il nuovo libro di “Alessandro Volpi” per Laterza.

Me Ma.

Gestiscono quote di risparmio immense, partecipano al capitale di aziende strategiche, hanno rapporti stretti con i governi su cui esercitano un’influenza politica.

Sono i grandi fondi finanziari (americani), che stanno diventando sempre più importanti e protagonisti delle scelte strategiche di vari Paesi.

Ma al tempo stesso hanno introdotto pratiche che mettono a rischio gli assetti democratici.

Questa è la tesi «radicale» sostenuta dallo storico “Alessandro Volpi “nel libro I padroni del mondo.

 Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, pp. 190).

 

Un fenomeno che viene ancora poco studiato nonostante le evidenze venute a galla dopo la crisi finanziaria del 2008 e dopo vari episodi di cronaca che avrebbero dovuto insospettire la politica e l’opinione pubblica, oltre la cerchia degli addetti ai lavori e degli esperti.

Se ne riparla in questi giorni anche in Italia dopo alcuni incontri della presidente del Consiglio, Meloni con i big della finanza mondiale.

Sui media il governo ha fatto circolare un messaggio rassicurante:

 il governo sta cercando risorse finanziarie per affrontare una manovra economica difficile e sta cercando investitori esteri per rafforzare il “made in Italy”.

 Volpi, con il suo libro, sostiene invece una tesi opposta.

Da una parte il governo che nasce sulle ceneri della cosiddetta «destra sociale» ha bisogno di accreditarsi nei salotti buoni della finanza che conta.

E QUESTO SPIEGHEREBBE il grande orgoglio con cui Giorgia Meloni fa sapere dei suoi incontri con Elon Musk, Brad Smith (presidente di Microsoft), Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock.

Dall’altra un governo che si basa sui dogmi del neoliberismo ha bisogno di partner importanti per proseguire nell’opera di smantellamento del Welfare.

Quali alleati migliori delle assicurazioni e dei fondi di risparmio?

Nel libro troviamo la «mappa» di questo potere finanziar politico. Troviamo cioè la descrizione delle grandi società di gestione del risparmio, a cominciare da BlackRock, Vanguard e State Street, che hanno attivi per poco meno di 30mila miliardi di dollari, e che hanno costruito la loro fortuna soprattutto dopo la crisi del 2008, prendendo il posto delle principali banche americane, di cui poi hanno rilevato fette importanti di azionariato a cominciare da JP Morgan.

 

La loro forza, spiega l’autore, dipende da un carattere originale del loro modo di operare sulle piazze mondiali:

hanno avuto la capacità di mettere sul mercato strumenti finanziari poco costosi, con ridotti oneri di intermediazione per i clienti, che dopo lo scoppio della «bolla» del 2008, disorientati dalla crisi finanziaria, si sono indirizzati verso tali società.

 

CON QUESTE ENORMI disponibilità finanziarie, BlackRock e Vanguard hanno partecipato alle varie ondate di privatizzazioni, e nel caso italiano sono diventati centrali, tanto che BlackRock, con partecipazioni in Eni, Enel, Terna, Unicredit e varie altre società, risulta il primo azionista privato alla Borsa di Milano.

 Nel libro si racconta anche delle vicende di “Kkr” che ha avuto ruolo (molto negativo) su alcuni casi di crisi industriali come per esempio quello della “Magneti Marelli”.

 

Si tratta di un fenomeno che non può essere sottovalutato e che la politica (soprattutto le forze di opposizione a un governo che sembra già allineato e coperto) deve riportare al centro dell’attenzione, quanto meno dal punto di vista della trasparenza.

Di quello che si sono detti Giorgia Meloni e Larry Fink non abbiamo saputo nulla.

Sappiamo solo che sui tavoli di questi incontri ci sono le privatizzazioni che sono state annunciate, quelle che Volpi definisce «cavalli di Troia» per penetrare nell’economia italiana.

Ma l’invasione è già cominciata e nei «padroni del mondo» si racconta quello che è già successo:

 l’ingresso dei fondi nelle società di gestione delle reti, nelle partecipate, nelle multiutility e ovviamente nell’industria della finanza.

Dopo le banche, le reti di comunicazione, l’iper-turismo, ora toccherà alla sanità e ai trasporti?

 

 

 

 

La democrazia è in pericolo:

dal servilismo un po' viscido

filo-trumpiano allo smantellamento

dell'Europa sono sempre di più

i campanelli d'allarme.

Idolomiti.it - Raffaele Crocco – (11 febbraio 2025) – Redazione – ci dice:

 

Siamo in pericolo. È tempo di dirlo, senza allarmismi, ma con sano realismo. Si, siamo in pericolo.

 La democrazia italiana e le democrazie in genere lo sono.

 Lo sappiamo da tempo, ma ora i segni sono evidenti, palpabili e, purtroppo, sempre più concreti.

Mettiamone in fila alcuni, in ordine di memoria, non di importanza.

 

In Senato, in Italia, c’è in discussione il disegno di legge sulla sicurezza.

 È terrificante.

Lo è per moltissimi aspetti, ma sostanzialmente quella legge è pericolosa e orribile, perché non è concepita per combattere la grande criminalità organizzata o per contrastare la microcriminalità delle città.

L’anima di quella norma è nella semplice e diretta volontà di reprimere ogni forma di dissenso o protesta.

Negherà ai cittadini la possibilità di manifestazione e espressione democratica della propria opinione.

Esempio pratico:

 se un gruppo di lavoratori organizzerà una manifestazione davanti alla propria azienda, per rivendicare un qualsiasi diritto negato o il licenziamento improvviso, verranno dispersi con la forza e imprigionati. E’ solo un esempio, perché dovremmo parlare anche dei nuovi poteri dati alla polizia – ad esempio, portare l’arma anche fuori servizio – delle misure antisommossa in carcere e di altri particolari non da poco.

 

 È palese la restrittiva interpretazione degli articoli 17 (I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica) e 21 (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione) della nostra Costituzione.

È evidente il tentativo di restringere lo spazio democratico.

In Parlamento giace anche un altro progetto di legge, firmato Fratelli d’Italia.

 In Commissione Difesa della Camera, infatti, si sta discutendo l’ipotesi di dare ai militari impegnati nell’operazione “Strade Sicure” poteri permanenti di perquisizione dei cittadini.

Diventerebbero, di fatto, un organo di polizia.

Succede da sempre nei Paesi con una dittatura.

La cosa – lo sostiene Pietro Colapietro, segretario generale della Silp Cgil, un sindacato di polizia – è semplicemente agghiacciante.

 La Costituzione Italiana spiega con chiarezza come la sicurezza dei cittadini sia affidata all’ordinamento civile, non militare.

 L’attribuzione della qualifica di pubblico ufficiale al personale delle Forze armate, impiegato in operazioni di controllo del territorio, permetterebbe di fornire loro “il potere di perquisizione di persone e mezzi”.

Potere che oggi non hanno, coerentemente al quadro democratico stabilito dalla Costituzione.

 Le Forze Armate italiane, tutte, in forza del comma 3 dell’articolo 52 della Costituzione devono solo uniformarsi “allo spirito democratico della Repubblica” e – comma 1 dello stesso articolo – dedicarsi alla difesa della Patria.

 

 Il governo italiano, questo governo italiano, sta lavorando con solerzia allo smantellamento dell’Unione Europea, cioè dell’unica realtà concreta che può contrastare – sul piano del diritto e dell’autorevolezza – la deriva autoritaria nazionale.

Ora, è vero: non è che l’Unione Europea attuale sia un luogo di meraviglioso rispetto dei diritti umani.

 Ma è il miglior strumento di garanzia democratica che abbiamo.

 È la speranza concreta di superamento dei nazionalismi ottusi e sempre razzisti.

L’attuale governo italiano, composto per due terzi da partiti da sempre sovranisti o ultranazionalisti ed antieuropei e per un terzo da personaggi che si dicono moderati, ma sono prevalentemente opportunisti, sta contribuendo alla morte del progetto europeo appiattendosi – come violenta tradizione opportunistico-fascista vuole – sulle posizioni del ritornante presidente statunitense Trump.

 

 Di qui, l’azione di Salvini per far uscire l’Italia dall’Organizzazione Mondiale della salute (Oms), le dichiarazioni del ministro degli Esteri Tajani sulle ragioni del mancato riconoscimento dello Stato di Palestina e sulla volontà italiana di non finanziare più l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.

Una scopiazzatura delle scelte di Trump, per mostrarsi condiscendenti al di là dei trattati internazionali e delle “Dichiarazione dei Diritti” firmati dalla nostra Repubblica nei decenni passati. A questo si aggiungono – in puro spirito trumpiano – gli attacchi alla Corte Penale Internazionale, che ricordiamolo poggia la propria esistenza sullo “Statuto di Roma” e il silenzio agghiacciante sulle ipotesi del capo della Casa Bianca di prendersi, con la forza, la Groenlandia, cioè una parte dell’Unione Europea e, ricordiamolo, territorio della Nato.

 

Un servilismo viscido e untuoso che male si addice a chi strepita di continuo di “valori della Nazione” e di “difesa della Patria”, ma è utile invece a chi vuole restare in sella, creando un grande fronte internazionale antidemocratico.

 

 Sono solo tre delle tante “bandiere rosse” d’allarme che si vedono. Potremmo aggiungere la riforma della giustizia, l’abbaiare televisivo di una sottosegretaria per impedire un dibattito, le continue querele ai giornalisti per metterli a tacere.

 Niente di buono, con un’opposizione che non presenta un progetto politico e sociale alternativo.

Nulla di sensato se pensiamo che questo governo ci sta portando verso un “autoritarismo consensuale” (attenzione, lo è stato anche il fascismo per almeno due decenni), pur avendo un quarto dei voti dei potenziali elettori italiani, cioè 12milioni di voti su 48milioni di votanti.

 Andremo a sbattere contro un muro grazie ad una minoranza.

 In fondo, è vero:

basta poca gente determinata ad uccidere una democrazia fondata sull’indifferenza.

 

 

 

 

 

Democrazia a rischio: sì,

il rischio non si chiama Meloni

ne Schlein, ma Intelligenza artificiale.

Ingenio-web.it – (20.10.2025) - Andrea Dari – Redazione - ci dice:

 

Non sono i governi o i partiti a mettere in pericolo la libertà, ma l’algoritmo.

 Con “Google AI Mode” la ricerca diventa informazione preconfezionata: non cerchiamo più, riceviamo risposte.

 È comodo ma rischioso, perché l’informazione perde il suo presidio umano e nessuno risponde degli errori.

 La libertà, oggi, è nel continuare a dubitare.

Ma forse non è più sufficiente.

 

Mentre Schlein si scaglia contro Meloni:

 "Con l'estrema destra al governo la libertà è a rischio" arriva in Italia “Google AI Mode”.

È impressionante come chi governa - a prescindere dal colore politico - il nostro Paese non si accorga che il vero pericolo sia un altro.

 E non è un problema di business delle testate editoriali, è un problema di libertà.

Con l’arrivo di Google AI Mode, la ricerca diventa informazione preconfezionata: non cerchiamo più, riceviamo risposte.

È comodo, ma pericoloso.

L’algoritmo decide cosa è rilevante, sostituendo la nostra libertà di analisi con una verità sintetizzata.

E se la risposta è sbagliata, chi ne risponde? Nessuno:

né un giornalista, né un direttore, né Google.

Così, l’informazione perde il suo presidio umano e la responsabilità evapora.

La vera libertà oggi non è chiedere a un’AI, ma continuare a dubitare delle sue risposte.

Goethe scriveva:

«Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo».

Per chi ne vuole sapere di più ecco il mio articolo.

 

Immagine creata con ChatGPT: oggi il confine tra realtà e virtuale non è definito.

Google AI Mode, la morte dell'informazione

La parola “informazione” deriva dal latino” informatio”, composto da in- (“dentro”) e formatio (“formazione”, da formare = “dare forma”). Letteralmente significa “dare forma dentro”:

imprimere una forma alla mente, plasmare il pensiero attraverso la conoscenza.

Nel latino classico, “informatio” indicava l’atto di modellare o educare; solo più tardi, con l’Umanesimo e poi con la Rivoluzione scientifica, assunse il significato di trasmissione di notizie e conoscenze.

 

Etimologicamente, quindi, informare non è “riempire” di dati, ma dare forma alla mente:

un processo attivo, creativo e responsabile — esattamente ciò che rischiamo di perdere se a “informarci” è un algoritmo.

 

Perché questa precisazione etimologica?

 Perché in Italia arriva “Google AI Mode”.

 

Il 5 marzo 2025 Google ha pubblicato un post sul proprio blog dal titolo “Expanding AI Overviews and introducing AI Mode” firmato da Robby Stein, Vice President di Product per Google Search. (LINK)

 

Cosa annuncia Google: sintesi.

Il programma sperimentale “AI Mode” è un nuovo modo di fare ricerca/informazione integrato direttamente nella ricerca Google.

Google lo descrive come «la modalità più potente di AI per la ricerca: chiedi qualsiasi cosa e ottieni una risposta alimentata da AI, con la possibilità di approfondire con domande successive e link utili».

“AI Mode” si basa su un modello personalizzato del sistema “Gemini 2.0”, con capacità di ragionamento avanzato, capacità multimodali (testo + immagini) e utilizzo della tecnica “query fan-out“, cioè scomposizione della domanda in sottotemi e ricerca simultanea su più fonti per costruire una risposta articolata.

Viene inoltre dichiarato che” AI Mode” non sostituirà i link al web:

 la risposta “migliore” sarà, ove possibile, quella generata dall’AI;

se la fiducia è bassa, Google mostrerà nuovamente un insieme di risultati standard.

La funzione è indicata come “early experiment” (“esperimento”):

Google esplicita che «non sempre otteniamo la risposta giusta».

In un aggiornamento del 30 settembre 2025 Google annuncia che AI Mode “can now help you search and explore visually”, introducendo una modalità di ricerca visiva, upload di immagini, descrizioni conversazionali (“barrel jeans che non siano troppo larghi”) integrata nel flusso.

In questi giorni gli editori di giornali associati alla Fieg hanno presentato un reclamo formale all'Agcom, nel suo ruolo di Coordinatore nazionale dei Servizi Digitali, contro il servizio "AI Overviews" di Google.

 Analoga azione, promossa da Enpa, è in corso presso i Coordinatori dei Servizi Digitali di altri Paesi Ue, con l'obiettivo comune e condiviso di ottenere dalla Commissione Europea l'apertura di un procedimento ai sensi del Dsa (Digital Services Act).

Con l'introduzione di “AI Overviews” in Italia, e ancor più di recente della sua funzione “AI Mode”, Google viola alcune disposizioni fondamentali del DSA, con effetti pregiudizievoli.

 Nella nota tecnica Fieg spiega come Google stia diventando un 'traffic killer':

Google sta anteponendo le sue risposte AI alle query degli utenti integrandole direttamente nell'elenco dei risultati, senza dover cliccare sulle fonti originali, ossia i siti degli editori.

Stiamo parlando di un prodotto - sostiene ancora la Fieg - che non solo si pone in diretta concorrenza con i contenuti prodotti dalle aziende editoriali ma che determina anche una riduzione della loro visibilità e reperibilità, e quindi dei relativi introiti pubblicitari, minacciando il loro rifinanziamento.

Ciò ha gravi conseguenze per la sostenibilità economica e la diversità dei media, con tutti i rischi correlati alla mancanza di trasparenza e al proliferare dei fenomeni di disinformazione nel dibattito democratico.

 

ANSA, LINK.

Considerazioni: quali implicazioni operative.

Per l’utente, la promessa è di poter fare “una ricerca” più articolata (multi-parte, complessa, visiva) e ottenere direttamente una risposta compiuta, senza dover saltare fra decine di pagine web oppure riformulare la domanda in modo iterativo.

 

Non si tratta di un cambiamento minimo, è un cambio di paradigma: per Google, si tratta di trasformare la funzione “motore di ricerca” (search engine) verso una “machine di risposta” (answer engine) o “modo conversazionale di ricerca/informazione”.

 

Diventa a tutti gli effetti un editore, perché fornisce informazioni complete, dietro un'elaborazione algoritmica di cui non si conoscono le regole.

 Ma avendolo chiamato "esperimento" non si assumano la responsabilità di quello che scrivono, non ci mettono la faccia, non ci mettono la firma.

Ho provato a fare un esempio, ho chiesto a un chat bot "Chi ha ragione tra la Schlein e la Meloni nella polemica che si è creata?".

 Ecco la risposta:

In sintesi: entrambi colgono un pezzo della realtà, ma nessuno la racconta per intero.

 

Se Schlein sottolinea le fragilità democratiche e sociali, non considera abbastanza i contesti internazionali, le scelte del governo e le resistenze che esistono anche nel suo campo.

Se Meloni enfatizza la continuità e i risultati, non spiega sempre le criticità strutturali — salari bassi, servizio pubblico sotto pressione, disparità — e reagisce con attacchi che polarizzano invece di favorire il dialogo.

Se fossi in te, suggerirei di considerare la polemica come un allarme utile — non tanto per valorizzare chi “vince” lo scontro, ma per porre la domanda:

quanto è forte il pluralismo, quanto è rispettato il dissenso, quanto è fatto per affrontare le disuguaglianze?

 

È a tutti gli effetti una risposta politica.

 

Mi torna in mente una frase di Goethe — «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo» — possiamo porre alcuni interrogativi critici sul nuovo scenario dell’informazione.

 

Affidare all’AI l’azione di ricerca-analisi-verifica-pubblicazione.

Oggi gran parte dell’informazione — specialmente online — prevede che un giornalista o un editor (responsabile) faccia:

verifica delle fonti, analisi dei dati, eventuali richieste di approfondimento, pubblicazione, attribuzione della responsabilità.

 

Con AI Mode e strumenti simili, stiamo progressivamente affidando a un algoritmo – non a una persona – queste funzioni:

La ricerca (l’AI scansiona il web, divide la domanda in sottotemi);

L’analisi (l’AI “ragiona” su cosa cercare e come presentare la risposta);

La sintesi/pubblicazione (l’AI produce una risposta integrata, presentata come “risposta”).

Questo sposta il paradigma: non più “io cerco e approfondisco”, ma “l’AI mi dà la risposta”.

 

Il rischio, e qui entriamo nel nodo della libertà:

 se credo di essere libero — posso chiedere, ottenere, decidere — ma in realtà la mia ricerca è guidata da un algoritmo che definisce i percorsi di approfondimento, le fonti visibili, le risposte principali, allora… non sono effettivamente libero.

Mi illudo di esserlo.

 E quindi — eccomi, schiavo:

 schiavo di una logica algoritmica che potrei non controllare, e che potrebbe indirizzarmi in modo sub-ottimale.

 

E la domanda da porsi è: Chi risponde se la risposta è sbagliata?

Facciamo un esempio concreto:

uso AI Mode per un quesito critico – ad esempio un dato tecnico per un progetto, o un’informazione per un articolo.

L’AI fornisce una risposta errata e ciò mi causa un danno — reputazionale, tecnico, economico.

Chi ne risponde?

 

Non è il giornalista (non ha scritto, verificato – l’algoritmo ha scritto);

Non è l’editor responsabile nel senso tradizionale (non ha supervisionato l’intero processo, se l’AI risulta una “black box”).

È Google (fornitore della piattaforma)?

Ma l’utente/azienda può obiettare: “è un esperimento, me l’hanno detto”.

È l’utente che ha usato lo strumento?

Si può dire che l’utente avrebbe dovuto verificare autonomamente: ma allora quale vantaggio ha avuto affidarsi all’AI?

Il risultato è un buco responsabile: la responsabilità editoriale, storicamente della persona fisica o giuridica che pubblica, oggi si smarrisce.

 Se l’AI diventa “autore” di fatto, ma non è una persona giuridica responsabile, chi risponde?

Ed entrando nel giornalismo: se un‘AI produce un articolo, chi risponde dell’errore?

 Il direttore responsabile (“direttore responsabile” nella normativa italiana)?

Ma se non ha controllato parola per parola, ma solo “lasciato fare” all’AI, la responsabilità è elastica.

 

L’informazione è a rischio?

Sì — almeno in parte — e per più motivi:

 

Verifica delle fonti e trasparenza: Quando la risposta è generata dall’AI, che fonde contenuti, si rischia un mix non sempre tracciabile.

 Se manca trasparenza su “da quali fonti sono state estratte queste informazioni” o su come è arrivata la conclusione, la fiducia cala.

Monopolizzazione del traffico informativo:

Se Google – con AI Mode – presenta risposte dirette che riducono il click verso i siti autori, i giornali e i siti specializzati perdono visibilità, risorse (pubblicitarie) e quindi capacità di produrre informazione di qualità. Questo è già denunciato in Italia.

Effetti collaterali sulla pluralità:

Se poche “risposte AI” diventano standard, e l’utente si fida, potrebbe ridursi il confronto fra fonti, l’approfondimento, la dissidenza.

In un certo senso l’AI potrebbe diventare filtro unico, e dunque un rischio per la diversità informativa.

Errore e danno:

Come detto sopra, se la risposta è sbagliata, chi fa da guardiano?

 Se l’utente non verifica, l’errore può propagarsi (pubblicazione, citazione, decisione progettuale).

Illusione di controllo:

 Tornando alla frase di Goethe — si può pensare che l’utente “libero” stia usando lo strumento come preferisce, ma in realtà sta usando strumenti che possono pilotare la ricerca, filtrare le opzioni, orientare la risposta.

Se non vigila, non è più “libero”.

Ma c'è un problema anche di natura culturale, perché l'informazione non è più informazione, perché come avevamo evidenziato in testa a questo articolo informare non è “riempire” di dati, ma dare forma alla mente, è un processo attivo, creativo e responsabile, è un percorso di approfondimento, di costruzione di un'opinione, di consolidamento di conoscenza, non ottenere una risposta precostruita — esattamente ciò che rischiamo di perdere se a “informarci” è un algoritmo.

 

La frase di Goethe ci avverte: se pensiamo di essere liberi — di cercare, esplorare, decidere — ma accettiamo passivamente soluzioni “chiavi in mano” senza assumerci la responsabilità della verifica, potremmo trovarci più schiavi di prima.

L’introduzione di “Google AI Mode” segna una svolta nella modalità di accesso all’informazione:

più rapida, conversazionale, potente — ma anche più rischiosa se non accompagnata da consapevolezza, trasparenza e responsabilità.

(Andrea Dari).

PS. Se questo vale per l'informazione, vale anche per altri ambiti e professioni: penso a ingegneri, architetti, geometri per il nostro settore, ma anche a avvocati, medici, commercialisti ... che la società artificiale cercherà di sostituire con risposte generate da un algoritmo. Il prossimo piano urbanistico lo fare l'intelligenza artificiale sulla base dei dati del Digital Twuin, il progetto architettonico lo elaborerà direttamente un AGENS di Intelligenza artificiale dialogando con il committente, pubblico o privato, che gli spiegherà le sue esigenze, il calcolo strutturale lo farà poi un altro AGENS, dialogando direttamente con l'altro AGENS ... "Matrix" è sempre più vicina.

(Andrea Dari - Ingegnere, Presidente della Casa Editrice IMREADY e direttore Responsabile di INGENIO).

(ingenio-web.it/articoli/democrazia-a-rischio-si-il-rischio-non-si-chiama-ne-meloni-ne-schlein-ma-intelligenza-artificiale/).

 

 

 

 

 

Intelligenza Artificiale: approvata

la prima legge organica. Contenuti, raccordo con l’”AI Act e impatti”.

Ingenio-web.it – (19.09.2025) - Stefania Alessandrini - AI ChatGPT- Redazione – ci dice:

Con il voto del 17 settembre 2025 il DDL  1146-B diventa la prima legge organica italiana sull’IA.

Il provvedimento definisce principi e governance nazionale, disciplina usi in PA, giustizia, sanità e lavoro, raccorda gli obblighi con l’AI Act e chiarisce interferenze con GDPR/Codice Privacy, responsabilità e attuazione operativa.

 

L’approvazione della legge italiana sull’intelligenza artificiale segna un passaggio di sistema:

non un provvedimento spot, ma una cornice che organizza principi, ruoli istituzionali e settori d’impiego in coerenza con il quadro europeo.

 Per chi progetta, gestisce e utilizza sistemi di IA – dalla PA alle strutture sanitarie, fino agli studi professionali – cambiano i presupposti di responsabilità, trasparenza e documentazione.

 

La decisione rimane umana, ma i processi si attrezzano:

servono tracciabilità, misure tecniche ed evidenze di conformità.

 Il raccordo con l’”AI Act” evita sovrapposizioni e concentra la legge nazionale su governance, profili penali, ambiti sensibili e indicazioni per l’attuazione.

 

Il risultato è un percorso più chiaro per integrare l’IA nei servizi pubblici e nelle attività professionali, con tutele rafforzate su privacy, sicurezza e diritti fondamentali.

Legge italiana IA 2025: principi, ambiti e finalità.

Per inquadrare correttamente il testo, è utile evidenziare l’architettura normativa e gli obiettivi di fondo su cui poggia l’intervento.

 

La legge si articola in più Capi che definiscono:

 

Principi generali (antropocentrica, trasparenza, proporzionalità, sicurezza, qualità e accuratezza, non discriminazione, parità di genere, sostenibilità, sorveglianza umana, cybersicurezza lungo il ciclo di vita);

Governance nazionale (Strategia, autorità competenti, coordinamento);

Disposizioni settoriali per PA, giustizia, sanità, lavoro e professioni;

Presidi su diritto d’autore e profili penali;

Disposizioni finali e deleghe per l’attuazione.

Finalità:

favorire ricerca, sviluppo e impiego responsabile dei sistemi di IA, prevenendo rischi per diritti e libertà fondamentali e assicurandone la coerenza con il “Regolamento (UE) 2024/1689 – AI Act”, che costituisce il quadro vincolante di riferimento.

La legge nazionale non introduce oneri tecnici ulteriori rispetto all’AI Act, ma disciplina ruoli, processi e ambiti di competenza interna.

Struttura e principi generali della legge sull’Intelligenza Artificiale.

La legge approvata presenta un impianto ordinato in principi e disposizioni generali, cui seguono norme dedicate agli ambiti sensibili (PA, giustizia, sanità, lavoro e professioni) e una delega al Governo per l’adozione di decreti legislativi entro 12 mesi dall’entrata in vigore.

 L’obiettivo è raccordare l’ordinamento interno all’AI Act evitando sovrapposizioni, chiarendo ruoli e procedure nazionali e predisponendo gli strumenti attuativi per i settori più esposti.

 

Principi fondamentali.

Prima di entrare nel dettaglio applicativo, il legislatore fissa una serie di principi cardine che guidano interpretazione e attuazione della disciplina.

 In sintesi:

 

Centralità della persona e impostazione antropocentrica dell’IA, con decisione finale in capo all’umano.

Trasparenza ed elementi di spiegazione dei sistemi, proporzionati al rischio e al contesto d’uso.

Responsabilità degli operatori lungo il ciclo di vita (progettazione, addestramento, impiego, monitoraggio).

Non discriminazione e inclusione, con presidi su qualità dei dati e mitigazione dei bias.

Tutela della dignità e dei diritti fondamentali, anche nei casi d’uso automatizzati o ad alto impatto.

Protezione dei dati personali e cybersicurezza, secondo il principio di privacy/security by design.

Questi principi, sebbene di natura generale, costituiscono la cornice interpretativa delle norme delegate e dovranno orientare sia i decreti legislativi sia le linee guida delle autorità competenti.

 

Governance.

Il disegno istituzionale assegna un ruolo centrale ad AgID e ACN: la prima come autorità di notifica e conformità (notifiche, accreditamento e monitoraggio degli organismi di valutazione), la seconda come autorità di vigilanza del mercato, con poteri ispettivi e sanzionatori e responsabilità sui profili di cybersicurezza.

Il coordinamento avviene in raccordo con la Presidenza del Consiglio e le autorità indipendenti – in primis il Garante per la protezione dei dati personali (nonché AGCOM e, per il settore finanziario, Banca d’Italia, CONSOB e IVASS).

A livello politico-amministrativo opera un Comitato di coordinamento presso la Presidenza del Consiglio, con funzioni di indirizzo e raccordo interministeriale e con il compito di allineare strategie, attuazione e sandbox regolamentari.

Raccordo con il diritto dell’Unione. “AI Act” e prevalenza del diritto UE.

Prima di entrare nei capitoli settoriali, va chiarito come la normativa si posizioni rispetto al quadro europeo, per evitare equivoci su obblighi e competenze.

 

La legge si applica e si interpreta in coerenza con l’AI Act, che prevale quale regolamento direttamente applicabile. Al livello nazionale sono regolati:

 

l’architettura istituzionale (autorità, coordinamento, sandbox),

alcuni settori di impiego (PA, giustizia, sanità, lavoro, professioni),

i profili penali e le deleghe per definire gli usi illeciti.

Per operatori e fornitori resta centrale l’adeguamento all’AI Act (gestione del rischio, qualità dei dati, documentazione tecnica, trasparenza, marcatura CE ove prevista); la legge italiana assicura attuazione e vigilanza nel contesto nazionale.

 

Regole sull'Intelligenza Artificiale: ci siamo, l'AI ACT europeo diventa operativo.

Dal 2 agosto 2025 l’intelligenza artificiale entra nell’età della responsabilità:

l’AI Act diventa operativo, il Codice di condotta GPAI offre una corsia di conformità, e in Italia scatta il pacchetto di decreti attuativi. Trasparenza sui dataset, tutela copyright e redteaming non saranno più opzioni ma obblighi.

 Scopri regole, scadenze, opportunità per imprese, sviluppatori e pubbliche amministrazioni che puntano sullinnovazione in Europa.

 

Governance nazionale: ruoli, coordinamento e sandbox.

AgID, ACN e Comitato di coordinamento per l’IA.

Il funzionamento concreto del sistema passa dalla governance: chi fa cosa, con quali poteri e come si sperimentano soluzioni innovative in modo controllato.

 

AgID è autorità di notifica e conformità: gestisce notifiche, accreditamento e monitoraggio degli organismi di valutazione e supporta l’implementazione dei processi di conformità.

ACN è autorità di vigilanza del mercato: esercita poteri ispettivi e sanzionatori, con attenzione ai profili di cybersicurezza dei sistemi di IA, ai requisiti di resilienza, integrità e gestione degli incidenti.

Presso la Presidenza del Consiglio è istituito un Comitato di coordinamento, per l’allineamento tra amministrazioni e autorità indipendenti (Garante, AGCOM e – per il settore finanziario – Banca d’Italia, CONSOB, IVASS).

Sono previsti spazi di sperimentazione regolamentata (sandbox), utili per progetti innovativi con controllo dei rischi e misure di salvaguardia: strumento strategico per PA, utility e filiere critiche.

Cosa comporta per i progettisti/fornitori: procedure più chiare per la conformità e canali definiti per il dialogo regolatorio (sandbox), con effetti diretti sulla pianificazione di audit, test, red teaming e piani di gestione del rischio.

 

 Intelligenza artificiale nella PA: trasparenza, tracciabilità e controllo umano.

Nel perimetro pubblico, l’IA è uno strumento abilitante per efficienza e qualità dei servizi, ma non sostituisce la decisione umana. Occorre quindi impostare sin dall’inizio regole chiare di uso e di responsabilità.

 

La PA può impiegare l’IA per migliorare efficienza e qualità dei servizi, ma l’uso resta strumentale e di supporto:

va garantita la conoscibilità di finalità, funzionamento essenziale e limiti dei sistemi;

deve essere assicurata la tracciabilità dell’uso (logiche, esiti, interventi umani significativi);

la decisione resta in capo alla persona (funzione di controllo/sorveglianza);

occorrono misure tecniche, organizzative e formative adeguate.

Correzione applicata: anziché parlare di “registri d’uso” (non espressamente nominati), si raccomanda di prevedere misure documentali e di tracciabilità che permettano l’audio e accountability dei processi decisionali e dei risultati.

 

Indicazioni pratiche per capitolati e progetti PA.

Per trasformare i principi in pratica operativa, nei progetti e nei bandi conviene strutturare i requisiti come segue:

Mappatura dei processi e basi giuridiche (GDPR, Codice Privacy, AI Act).

Tracciabilità: log degli eventi chiave, versioni dei modelli, politiche di aggiornamento e roll-back.

Human-in-the-loop: definizione di soglie e casi di intervento umano obbligatorio.

Trasparenza verso l’utenza: informative e segnalazioni quando l’esito è assistito da sistemi di IA.

Formazione e policy interne su qualità dei dati, bias, gestione degli incidenti.

IA nei tribunali: divieto di sostituzione del giudice, uso ausiliario ammesso.

Il capitolo giustizia è quello in cui il confine tra supporto tecnologico e decisione è più delicato.

La legge lo traccia con nettezza, tutelando terzietà e diritti delle parti.

 

Divieto espresso:

 l’IA non può sostituire il magistrato in interpretazione e applicazione della legge, valutazione dei fatti e delle prove, adozione dei provvedimenti.

 

Uso ammesso:

strumenti organizzativi e di supporto (smistamento, ricerche, gestione agenda/atti, reportistica), sperimentazioni autorizzate dal Ministero della Giustizia con garanzie e limiti temporali, in attesa della piena attuazione dell’AI Act.

Implicazioni progettuali: le soluzioni per uffici giudiziari dovranno privilegiare explainability, verificabilità e audit trail, con chiara separazione tra supporto tecnologico e momento decisionale umano.

 

IA e lavoro: informazione al lavoratore, dignità, non discriminazione.

Nei processi HR l’uso dell’IA può accelerare selezione e valutazione, ma espone a rischi di bias e opacità.

Il legislatore interviene su tutele e informazioni dovute ai lavoratori.

La legge afferma che l’IA deve migliorare sicurezza, affidabilità e qualità dell’organizzazione del lavoro nel rispetto di dignità e non discriminazione.

 

Obbligo di informativa ai lavoratori sugli strumenti di IA che incidono su assunzione, valutazione, monitoraggio, mansioni (richiamo al d.lgs. 152/1997).

Istituzione di un Osservatorio presso il Ministero del Lavoro per strategia, monitoraggio degli impatti, settori più esposti e formazione.

Coerenza con l’AI Act:

i sistemi di IA impiegati per selezione, valutazione e gestione del personale rientrano tra quelli ad alto rischio, con requisiti di gestione del rischio, qualità dei dati e misure anti-bias.

Per le imprese e gli studi:

serve una valutazione d’impatto sui processi HR (rischi di discriminazione, errori sistematici, explainability) e l’adozione di controlli umani significativi nei passaggi critici.

IA nelle professioni intellettuali: supporto sì, prevale l’opera intellettuale.

La disciplina per le professioni mira a valorizzare l’innovazione senza comprimere l’autonomia e la responsabilità del professionista verso il cliente.

Per ingegneri, architetti, geometri e altre professioni, l’IA è strumento di supporto; deve comunque prevalere l’opera intellettuale del professionista.

Va comunicato al cliente, con linguaggio chiaro e completo, se e come l’IA viene impiegata nella prestazione (es. generazione di elaborati, analisi dati, simulazioni).

Nelle politiche interne, indicare criteri di qualità dei dati, versioni dei modelli, verifica dei risultati e responsabilità finale del professionista.

 

Sanità digitale, dati per ricerca e garanzie privacy.

In ambito sanitario la legge apre spazi importanti per ricerca e sperimentazione, bilanciando innovazione e protezione dei dati sensibili.

La legge prevede una cornice per la ricerca e la sperimentazione in ambito sanitario (pubblico e privato senza scopo di lucro), con uso secondario dei dati anche di categorie particolari, nel rispetto di privacy by design e criteri di minimizzazione.

 

Il Ministero della Salute emanerà un decreto che disciplina trattamento, modalità semplificate e uso secondario dei dati in progetti di IA/ML (sentito il Garante); sono previsti termini procedurali.

È valorizzato l’impiego di anonimizzazione, pseudo-nimizzazione e dati sintetici (con linee guida AGENAS previo parere del Garante).

Comunicazione al Garante: per specifici trattamenti, invio di una comunicazione contenente gli elementi richiesti dal GDPR (artt. 24, 25, 32, 35). Decorso di 30 giorni, in assenza di provvedimenti di blocco, l’attività può essere avviata.

Per strutture sanitarie e IRCCS: predisporre DPIA quando richiesto, mantenere cataloghi dei dataset, tracciare catene di trasformazione (anonimizzazione/sintesi) e documentare finalità e basi giuridiche anche nell’uso secondario.

Diritto d’autore e contenuti generati con IA.

L’evoluzione degli strumenti generativi impone un aggiornamento delle regole su creazione, riuso e diritti di terzi.

Il testo interviene in questa direzione con impatti pratici per progettazione e comunicazione tecnica.

Il testo interviene per aggiornare la disciplina del diritto d’autore rispetto ad opere e contenuti realizzati con l’ausilio dell’IA. Per i professionisti (progetti, grafica, modellazione, BIM, reportistica) ciò implica:

chiarire nei contratti processo creativo e apporto umano;

gestire diritti di terzi su dataset e materiali di training;

predisporre metadati e policy per l’uso editoriale e pubblico dei contenuti generati/assistiti.

 

Reati, illeciti e responsabilità da IA: cosa sapere.

Sul fronte sanzionatorio la legge aggiorna fattispecie penali e prefigura ulteriori interventi delegati, mentre per la responsabilità civile resta applicabile il mosaico di regole generali.

Il Capo V aggiorna alcune fattispecie penali e introduce riferimenti a condotte mediate dall’IA (fra cui interventi su aggiotaggio, plagio e manipolazioni del mercato informativo).

Sul piano civile non vi è – ad oggi – una disciplina organica autonoma del danno da IA: si applicano le regole generali (contrattuale/extracontrattuale), integrate dagli obblighi di conformità dell’AI Act.

Le deleghe legislative annunciano ulteriori interventi su usi illeciti dell’IA e possibili coordinamenti con il diritto UE (anche con le evoluzioni in materia di responsabilità prodotto/AI).

Suggerimento operativo:

nei contratti di fornitura e servizio includere clausole di allocazione del rischio, piani di incident response, assicurazioni dedicate, e obblighi documentali coerenti con l’AI Act (risk management, logging, data governance, testing).

 

Appalti pubblici ed e-procurement.

Il tema della localizzazione dei dati si traduce in un indirizzo per le piattaforme di acquisto pubbliche, non in un obbligo generalizzato. Serve quindi una modulazione caso per caso.

 

La legge indirizza (non impone in via generalizzata) le piattaforme di e-procurement a privilegiare soluzioni che garantiscano, quando in gioco vi siano dati strategici, la localizzazione e l’elaborazione in data center sul territorio nazionale, con disaster recovery e business continuity anch’essi in Italia.

Il tutto nel rispetto di concorrenza, non discriminazione e proporzionalità.

Per i RUP e i progettisti di gara: inserire requisiti tecnici e di sicurezza graduati sul rischio del dato (strategico vs non strategico), con valutazioni d’impatto e metriche su disponibilità, integrità e riservatezza.

Privacy e Codice Privacy: interferenze e adempimenti.

Il raccordo con GDPR e Codice Privacy è trasversale:

senza basi giuridiche solide, informative chiare e misure tecniche adeguate, l’adozione dell’IA non è sostenibile né conforme.

Il testo rafforza l’approccio privacy by design:

Informativa trasparente e linguaggio chiaro, con attenzione ai minori: sotto i 14 anni serve il consenso del titolare della responsabilità genitoriale; dai 14 ai 18 anni il minore può prestare consenso se adeguatamente informato.

Basi giuridiche coerenti con le finalità; DPIA per trattamenti ad alto rischio; misure tecniche e organizzative (minimizzazione, pseudo-anonimizzazione/anonimizzazione, sicurezza by design).

Raffronto con “AI Act”: i requisiti di trasparenza, qualità dei dati e gestione del rischio dei sistemi di IA si sommano – senza sovrapporsi – agli obblighi GDPR.

  Attuazione pratica: checklist per PA, studi e fornitore.

Per agevolare l’implementazione, di seguito una checklist essenziale, anticipata da una breve guida alla sua applicazione.

Come usare la checklist,

Leggere ogni punto come un requisito da pianificare e documentare: definire responsabili, tempistiche, evidenze e criteri di verifica.

Per la PA:

Mappare processi e basi giuridiche;

Definire misure di tracciabilità (log eventi, versioni modello, explainability);

Prevedere intervento umano nei casi ad alto impatto;

Informative chiare agli utenti;

Piano formazione e gestione incidenti;

Valutare, nei capitolati, requisiti su sicurezza e – dove pertinente – localizzazione dei dati strategici.

Per studi e imprese,

Per i soggetti privati valgono logiche simili, con maggiore attenzione a clausole contrattuali e responsabilità professionale:

 

Dichiarare ai clienti se e come l’IA supporta l’attività professionale;

Politiche su qualità dei dati, verifica dei risultati, diritti d’autore;

DPIA e misure anti-bias per sistemi HR;

Contratti con clausole su responsabilità, assicurazioni, audit e piani di premeditazioni.

PER APPROFONDIRE

SCARICARE IL DOCUMENTO APPROVATIO DAL SENATO (DDL 1146-B) E IL RELATIVO DOSSIER.

(Stefania Alessandrini - AI ChatGPT).

(ingenio-web.it/articoli/prima-legge-organica-italiana-ia-contenuti-raccordo-con-l-ai-act-e-impatti/).

 

 

 

Le crepe nella falsa

democrazia patinata.

Ilmanifesto.it - Alessandra Agostino – (18 -12 – 2025) – ci dice:

Centri sociali La democrazia è pluralismo e conflitto, anche quando questo urta e inquieta.

Aggiungo: i centri sociali si muovono nel segno della Costituzione.

Me Ma.

Pratiche di resistenza, analisi controcorrente, cultura alternativa, ricostruzione del legame sociale, solidarietà dal basso, autogestione.

I centri sociali, nell’eterogeneità e dinamicità delle loro storie, veicolano conflitto, dissenso, libertà di pensiero.

 

Nell’antagonismo delle proposte politiche e nell’eterodossia delle espressioni musicali e artistiche, praticano forme di mutualismo e solidarietà sociale.

La loro esistenza, al netto di qualsivoglia idealizzazione (come in tutte le esperienze non mancano contraddizioni, rigidità, ombre), rappresenta un elemento di vitalità della democrazia.

 E questo, a prescindere dal fatto che si condividano o meno approcci e azioni (e, sia chiaro, non è una presa di distanza).

 

La democrazia è pluralismo e conflitto, anche quando questo urta e inquieta.

Aggiungo: i centri sociali si muovono nel segno della Costituzione. Costruiscono partecipazione effettiva;

concretizzano il principio di solidarietà, che sia con gli sportelli (per i migranti, per il diritto alla casa), che sia con la costruzione di spazi di aggregazione sociale; esercitano diritti costituzionali come la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto di riunione.

Del resto, si può annotare, è la Costituzione stessa che “disturba”, è della Costituzione stessa che ci si vuol disfare:

è una Costituzione antagonista al neoliberismo autoritario e alle brame belliche.

 

Per inciso, questo rende evidente l’errore del ragionamento “dopo il Leoncavallo, almeno sgomberate Casa Pound”:

l’esperienza di Casa Pound è in radicale antitesi alla Costituzione, costituisce una riorganizzazione del partito fascista, vietata dalla Costituzione.

Casa Pound va sgomberata in nome dell’antifascismo e dei valori ad esso sottesi, che la Costituzione (tutta) sancisce.

 Non sono situazioni equiparabili.

 

Veniamo alla questione dell’illegalità.

Alcuni centri sociali sono occupati: vivono attraverso l’occupazione di un immobile.

Due annotazioni.

Primo: in una democrazia, vi deve essere «tolleranza del dissenso sino all’estremo limite possibile» (Passerin d’Entrèves);

 una democrazia non si regge sul comando e sull’obbedienza, sul principio di autorità, ma sulla partecipazione effettiva e sul dissenso.

I centri sociali stimolano, interrogano, evidenziano le ambiguità della democrazia.

 La democrazia si spegne anche nell’apatia, nell’indifferenza, nella passività, nell’omologazione.

 Una democrazia, certo.

Invero, lo sgombero del Leoncavallo è l’ennesimo segnale (in perfetta coerenza con la legge n. 80 del 2025, la legge sulla sicurezza) di una democrazia in rapida caduta verso l’autoritarismo:

per il mutamento, di diritto e di fatto, delle sue forme istituzionali (premierato, sistemi elettorali escludenti, sottomissione della magistratura all’esecutivo), delle sue precondizioni (la garanzia, su base universale, dei diritti sociali e il perseguimento dell’uguaglianza sostanziale), della sua essenza (il riconoscimento del conflitto nella pace, sostituito dalla normalizzazione della guerra e dalla costruzione del nemico).

 

Secondo: esistono altre vie rispetto allo sgombero – e nel caso del Leoncavallo erano in corso trattative con il Comune -, quali comodati, intese e forme giuridiche nuove come il bene comune (in tal senso, è la recente esperienza torinese del centro sociale Askatasuna);

ricordando che la proprietà, per la nostra Costituzione, non è più un diritto “sacro e inviolabile” ma può essere limitata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti» (articolo 42).

 

Ancora.

Lo sgombero restituisce la scelta per una sicurezza urbana unicamente concepita come ordine pubblico, in luogo della sicurezza sociale e dei diritti.

È la sicurezza ad uso e consumo di un modello di città, la città consumista di Pasolini, la città capitalista, la global city, la smart city;

è la città dalla quale estrarre valore di scambio (Milano ne è esempio paradigmatico con la sua ossessiva gentrificazione);

è la città che occulta ed espelle le diseguaglianze con il daspo urbano;

 è la città vuota di relazioni dell’individualismo neoliberista.

I centri sociali esprimono invece il senso di una città che affronta le sue contraddizioni, che si pone come luogo di vita, una vita dignitosa.

 

Lo sgombero del Leoncavallo è un altro passo nella chiusura degli spazi politici, nella costruzione di una falsa democrazia, forma piatta e levigata dietro la quale occultare diseguaglianze e reprimere divergenze.

Apriamo crepe e scendiamo in piazza.

 

 

 

 

Per la critica della

democrazia politica.

Machina-derivieapprodi.com - Mario Tronti – (27 feb. 2024) – ci dice:

«Il movimento operaio non è stato sconfitto dal capitalismo.

 Il movimento operaio è stato sconfitto dalla democrazia».

 Così scriveva Mario Tronti ne «La politica al tramonto» (testo fondamentale scritto sul finire del Novecento, che a inizio marzo DeriveApprodi renderà disponibile in una nuova edizione).

La critica della democrazia politica, del resto, è uno dei grandi temi della ricerca di Tronti.

Pubblichiamo qui la trascrizione della lezione seminariale tenuta mercoledì 12 dicembre 2007 da Tronti alla facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, organizzata dalla Rete per l’autoformazione.

 

 Avete fatto molto bene ad assumere il tema della democrazia attraverso una riflessione lunga, attraversandolo dal punto di vista teorico e con gli autori che lo hanno approfondito.

 E concordo anche sulla preoccupazione che c’è nell’assumere questo tema attraverso una formula così decisa: per la critica della democrazia.

Avete detto senza aggettivi.

 In realtà se dovessimo comporre tutta la definizione dovremmo dire: per la critica della democrazia politica.

Che non è una aggiunta come le altre, ma è la specificazione del tema.

E io la assumo in assonanza a un’altra formula che è molto attinente a questa, molto simile, possiamo dire quella originaria.

Voglio insistere sulla critica, che è poi la mossa marxiana nell’atteggiamento alternativo e antagonistico verso la società capitalistica.

 L’assonanza è appunto per la critica dell’economia politica.

Dirò poi del nesso che vi è tra democrazia ed economia, di come sia cresciuto e si sia sviluppato fino a una sorta di scambio e nello stesso tempo di identificazione tra le due dimensioni.

 

Dire critica non è solo l’assunzione della formula, ma anche del metodo. Perché quando Marx diceva per la critica dell’economia politica, come sappiamo, assumeva tutta la tradizione teorica dell’economia politica, attraversando e facendo il grande lavoro di lettura dei testi degli economisti classici.

 Questo in un doppio senso:

 faceva sì critica di quell’elaborazione, ma assumendo poi contemporaneamente la sostanza del discorso.

Per la critica dell’economia politica per lui voleva dire formulare la struttura della sua opera maggiore, Il capitale, nonché di tutti gli studi che lo precedevano, che usciranno come “Grundrisse”.

C’era questo doppio livello: impegnarsi in qualcosa che deriva da una lunga storia moderna significa criticarla e assumerla come propria.

 

Le riflessioni che proverò a fare vanno nel senso di una messa in discussione anche di questo approccio marxiano alla critica dell’economia politica senza riuscire a fuoriuscire dall’economia politica stessa, come a un certo punto mi sembra sia accaduto per Marx.

Per dare la dimensione dei problemi che oggi dobbiamo affrontare, dico che per noi critica dell’economia politica vuol dire che non può esserci un’economia politica alternativa.

 Il fatto che da Marx sia venuta una ricerca continua di un’altra economia politica, è stato in fondo uno degli handicap che la tradizione marxista e poi la tradizione del movimento operaio ha assunto.

 

Analogamente si può dire per una critica della democrazia politica.

Mi sembra di essere arrivato a una prima conclusione:

dire per una critica della democrazia politica presuppone la non possibilità o l’impossibilità di una democrazia politica alternativa.

E quindi è una critica totale, di fondo.

C’è un attraversamento teorico che è stato fatto, che io in parte ho fatto, saggi a cui rimando perché non voglio riprenderli ora:

 il testo nel libro “Guerra e democrazia”, un saggio pubblicato sulla rivista «Democrazia e libertà».

 Oggi vorrei provare ad assumere il tema dal punto di vista della storia politica, più che della teoria politica

 Intanto diciamo che noi ci occupiamo della democrazia dei moderni.

Il discorso sulla democrazia degli antichi non ci interessa, ci porta fuori strada;

è il discorso continuamente riproposto della democrazia della polis greca.

La democrazia dei moderni è quella che sta dentro lo sviluppo del pensiero politico moderno, quel passaggio che va dal liberalismo alla democrazia.

Perché c’è un passaggio anche di origine teorica della democrazia dal liberalismo, anche se non possiamo affrontarlo approfonditamente perché dovremmo ripartire da autori come Montesquieu, Locke, Rousseau e così via.

Assumerei proprio dal liberalismo alla democrazia, dall’Ottocento al Novecento come passaggio da cui iniziare:

dal capitalismo libero concorrenziale al sistema del capitale sociale.

Ha coinciso con la formula dello Stato interventista in economia, con lo Stato sociale, che ha visto il massimo di sviluppo della democrazia politica.

 

Il rapporto quindi è tra economia e politica, tra individuo e Stato, e questo rapporto è passato nel Novecento attraverso esperienze politiche concrete.

 Due passaggi sono decisivi per comprendere appieno lo stato della democrazia politica oggi.

Anzitutto il passaggio del totalitarismo nel Novecento e il passaggio della crisi dello Stato liberale che si verifica subito dopo la Prima grande guerra;

 una sorta di crisi complessiva dello Stato, una grande crisi susseguita alla grande guerra, dove vengono fuori due grandi direzioni del problema della democrazia.

Uno è all’interno dei totalitarismi ed è quello della nazionalizzazione delle masse, laddove la democrazia politica ha sempre a che fare con il concetto storico di massa.

 L’altra direzione è la socializzazione delle masse, che ha preso spunto dopo la Prima grande guerra dalla rivoluzione operaia in Russia e analogamente poi in Occidente, attraverso la forma politica dello Stato sociale, forma anch’essa di socializzazione delle masse.

 

Anche la Grande guerra aveva operato queste due cose contemporaneamente, nazionalizzazione e socializzazione delle masse, però poi la declinazione che ne dà la rivoluzione operaia è alternativa. Poiché quello che non era riuscito, o era riuscito solo in parte a tutto il movimento operaio socialista, cioè organizzare i lavoratori e quindi socializzare l’esperienza del lavoro, socializzare le masse lavoratrici e organizzarle attraverso i grandi temi non solo ideologici della solidarietà di classe ma anche attraverso le forme politiche dei partiti e dei sindacati – ecco, quello che non era riuscito fin lì, riesce attraverso la guerra.

 In fondo gli operai e i contadini vengono socializzati come soldati.

È una cosa su cui non si riflette abbastanza:

nelle trincee della Prima guerra mondiale c’è una grande forma di socializzazione, si è dentro qualcosa che è al di sopra di sé stessi, dentro una forma-guerra che imponeva sia la solidarietà tra soldati sia la messa in gioco tra nemici.

Non è un caso che da qui la rivoluzione operaia in Russia si ponga come grande alleanza tra soldati e operai.

Se si prendono i soviet si può vedere questo misto, soldati e operai, soldati e contadini.

È lì in fondo che c’è il germe della democrazia novecentesca. In questo caso un germe positivo.

 

La guerra è antiliberale, nel senso che provoca la grande crisi dell’assetto liberale dello Stato politico e della società politica.

Da lì in poi la soluzione del problema politico si divarica in due grandi direzioni:

la dittatura da un lato (da qua i totalitarismi negli anni Venti e Trenta, con anche la dittatura del proletariato subito dopo la rivoluzione), e la democrazia dall’altro.

Dalla guerra, e poi dalla crisi che è anch’essa un portato della grande guerra, inizia il processo delle democrazie occidentali.

Ma parte anche qualcosa di più.

Dopo la Seconda guerra queste due direzioni diventano una sola.

Nel senso che viene sconfitta la soluzione totalitaria e trionfa la soluzione democratica.

Qui il destino della democrazia viene segnato in modo ormai definitivo, decisivo.

 Noi dobbiamo partire dalla democrazia del secondo dopoguerra che si presenta subito – con la lotta contro il fascismo e nazismo, con la Resistenza – come la democrazia delle masse e dei partiti di massa. Attraverso questo strumento si acquisiscono conquiste, in parte riformisti, assetti costituzionali avanzati, welfare, stato sociale, anche alcune forme di nazionalizzazione e di proprietà pubblica.

 È qui che comincia un rapporto tra Europa e democrazia che non c’era mai stato, perché l’Europa era il luogo della grande tradizione liberale. La cosa più europea non era lo Stato democratico, bensì lo Stato liberale.

Nel momento in cui vince l’aspetto democratico, anche in Europa comincia a vincere il modello americano.

Perché se l’Europa era il luogo della forma e del pensiero liberale, gli Stati Uniti sono il luogo di nascita della democrazia moderna.

 Non a caso l’opera fondamentale per la critica della democrazia politica continua a essere quel classico che è” La democrazia in America” di Tocqueville, dove troviamo il discorso non tanto di uno Stato democratico, quanto piuttosto di una società democratica, perché la democrazia è soprattutto società.

 L’eguaglianza degli individui, con tutto quello che comporta la forma del sistema politico.

Insomma, se è vero che emerge da bisogni inerenti ai passaggi di grande guerra in cui l’Europa era stata coinvolta, dire democrazia in Europa equivale a dire una sua americanizzazione.

Vorrei che lo si capisse, perché è un punto essenziale.

È attraverso la democrazia che l’Europa si americanizza.

 

Ed è attraverso quel passaggio che si può riassumere nella formula «dalle masse alla massa».

 Le masse erano uno sfondo sociale articolato, all’interno del quale esistevano le componenti che le definivano, ovvero le classi sociali, e le espressioni delle classi sociali attraverso le forme politiche come sindacati e partiti.

 Invece è questa massa indistinta che sempre più diventerà il luogo di formazione della scelta democratica.

Si passa quindi dalla fase di nazionalizzazione e socializzazione delle masse a una forma di massificazione della società e dello Stato.

Un passaggio dove nazionalizzazione o socializzazione, processi separati prima, diventano una cosa unica nella forma di massificazione sia della società che dello Stato.

 

Quando parliamo della vera democrazia, ci riferiamo a quella democrazia che nasce negli Stati Uniti d’America e viene esportata attraverso la guerra.

Perché l’esportazione della democrazia non è qualcosa di oggi, è una cosa che gli Stati Uniti hanno sempre fatto.

 Io sostengo che hanno esportato la democrazia in Europa attraverso la Seconda grande guerra, riuscendo nel loro intento.

Da quel momento in poi ci troviamo di fronte a una sorta di democrazia reale.

 Io la chiamo così, come il socialismo reale; democrazia realizzata e socialismo realizzato, si può dire anche in questo modo.

 E questo è il dato per me di partenza.

Quando c’era il socialismo reale nell’Unione Sovietica, c’erano anche quelli che criticavano quella forma di socialismo e avevano in mente un socialismo ideale che si poteva realizzare in altro modo.

Ma la forma di realizzazione di un ideale è sempre talmente forte, ha una tale potenza in sé che non permette nessun’altra alternativa di carattere ideale.

Oggi sostengo che non possiamo più parlare di socialismo, perché è una parola che si è consumata in una realizzazione storica che l’ha di fatto abolita come possibilità ideale.

La realizzazione della storia ha una potenza invincibile con cui noi dobbiamo sempre fare i conti.

 E non possiamo salvare l’idea da una sua realizzazione già data.

Non è possibile ripresentare il modello di socialismo, per quanti sforzi di specificazione si facciano resterà un’opera vana.

Il socialismo è stato quello lì.

Analogamente per me accade con la democrazia reale.

 La democrazia è appunto quella americana.

E possiamo anche dire mille cose su una democrazia diversa, ma non approderemo a nulla perché la realizzazione di quell’idea di democrazia così come si è incarnata in quel paese e poi esportata in altri paesi, compresa l’Europa, ha definitivamente chiuso la partita.

 E questo è il tema del nome e dei nomi.

 

Per cui la democrazia intanto non è un valore.

Dalla definizione «la democrazia è un valore», traggo l’idea del suicidio del movimento operaio.

Quando il movimento operaio ha detto questo, si voleva chiuderne la storia, questo era il senso di tale affermazione.

Ne ”La politica al tramonto” ho scritto una frase che non è stata veramente presa sul serio, perché ciò comporterebbe una ricollocazione teorica, cosa che la pigrizia intellettuale in genere non ama molto:

si diceva che il movimento operaio non è stato sconfitto dal capitalismo, ma è stato sconfitto dalla democrazia.

 Il movimento operaio con il capitalismo ha avuto un rapporto di lotta alla pari.

Sono state due potenze che si sono affrontate in una grande epoca della lotta di classe, dall’una e dall’altra parte ci sono state vittorie e sconfitte, ma non c’è stata una sconfitta del movimento operaio nel confronto con il capitalismo come potere diretto.

C’è stata invece una sconfitta attraverso la democrazia, dell’universalismo democratico che aboliva le differenze di classe.

Quando Carl Schmitt ha parlato della democrazia, soprattutto nelle importanti pagine di “Dottrina della costituzione”, dice che la democrazia è il principio di identità.

La democrazia è per natura identitaria. La democrazia è nemica della differenza.

Questo il pensiero femminile lo ha capito molto bene e ha rappresentato uno degli spunti più avanzati di critica della democrazia, soprattutto quella parte di femminismo che ha puntato sull’idea e sulla pratica della differenza.

 Perché la democrazia è identità; non è masse ma è massa, è massificazione.

E la democrazia ha una dimensione fortemente quantitativa.

In questo è molto vicina all’economia.

Economia e democrazia hanno in comune questa dimensione quantitativa della vita. Della vita reale, dell’esistenza.

È il quanto dove il quale scompare, non ha più nessuna presenza e consistenza.

Quindi, la democrazia in questo caso è veramente organica al capitalismo, molto più di quanto non lo fossero il liberalismo o la tradizione liberale, o anche la tradizione individualistica del liberalismo.

 Non è vero che la cifra vera del capitalismo è l’individuo.

Semmai questo lo poteva dire chi ha vissuto il capitalismo dell’Ottocento.

Ma chi ha vissuto il Novecento e ne ha colto l’esito finale, post-novecentesco del capitalismo, ha colto come non è l’individuo l’elemento centrale della società capitalistica ma proprio la massa, la massificazione, l’individuo massificato.

Che quantitativamente produce, quantitativamente consuma, quantitativamente scambia.

La cifra del capitalismo è la quantità.

 C‘è allora un rapporto molto stretto tra democrazia e capitalismo, forse la forma del capitalismo democratico ne è la forma matura e conclusiva. Di nuovo, appunto, quella forma che va dall’America all’Europa. Per cui la qualità è anticapitalistica.

 

Ragionando su come riproporre una lotta per l’egemonia, per l’egemonia culturale, come lotta politica, vado dicendo che bisogna declinarla nella lotta tra qualità e quantità.

Dobbiamo essere insomma i paladini del quale contro il quanto.

Come si declina l’egemonia culturale capitalistica oggi?

In due modi: quanti soldi hai, quanti voti hai. Queste due cose sono estremamente organiche tra loro.

 Si conteggia.

Il calcolo è la cifra di definizione della società e della società in cui viviamo.

Voi guardate il luogo che dovrebbe essere il luogo della politica per eccellenza, il governo politico di una nazione: che cosa fanno tutto il giorno questi signori?

Stanno sempre lì a fare i conti, con il tono dei ragionieri:

queste sono le entrate e queste le uscite, questo è il debito, bisogna rientrare dal debito, allora bisogna tassare di qua o di là.

Tutto il giorno lo passano in questo modo.

 L’Europa politica non è altro che un gruppo di persone che dice: «attenzione, siete usciti, dovete rientrare nel debito…».

 Questo è il primato dell’economia, il primato della quantità.

 

Come facciamo a staccare l’idea e la pratica di democrazia da questo principio, che è un principio assoluto?

A proposito di democrazia assoluta, intendo un principio di maggioranza.

Io mi chiedo sempre: perché questo principio è così assoluto?

Perché se la maggioranza decide una cosa, quella è la cosa giusta?

Non c’è alcun nesso tra queste due cose: la maggioranza decide la cosa sbagliata, come quasi sempre avviene, essendo una maggioranza massificata dentro un certo ordine, ordinata quindi dentro un sistema di consenso.

Insomma, oggi la democrazia è un principio di maggioranza, così come quando diciamo socialismo è la proprietà statale dei mezzi di produzione.

Ecco perché oggi dire un’altra democrazia, come dire un altro socialismo, non è più possibile.

 Proprio su questo si è persa quella lotta per l’egemonia che era la sostanza della lotta di classe, perché le classi lottavano su questo terreno dell’egemonia, su chi aveva la maggior forza di convinzione.

Ma nel momento in cui le maggioranze non possono essere spostate, che si fa?

Qual è infatti lo spostamento possibile della maggioranza?

 

Ad esempio, c’è l’illusione di fare una critica del capitalismo attraverso l’espansione della democrazia, indirizzo che si è rivelato a un certo punto una grande tesi revisionista (il primo che l’ha elaborata è stato Bernstein).

Si pensava che, man mano che si fosse sviluppata, la democrazia politica sarebbe dovuta diventare incompatibile con una forma capitalistica di produzione e di scambio.

Questa prospettiva è risultata del tutto impraticabile.

Il principio della democrazia «una testa un voto», che si ripropone come cardine della democrazia politica, è ciò che l’esperienza della rivoluzione operaia ha subito criticato.

 Lenin e i bolscevichi pensavano all’inizio, anche se poi non sono riusciti a praticarla, che la cosa più corretta fosse eliminare il principio «una testa un voto».

 Infatti in alcuni esperimenti dicevano:

il voto dell’operaio vale tre e quello del contadino vale uno.

Questo principio sostanzialmente antidemocratico corrispondeva di più alla realtà delle cose, e alla possibilità di cambiare le cose stesse.

Nel momento in cui si accetta «una testa un voto», la prospettiva rivoluzionaria cade.

 Non solo oggi, ma questo è avvenuto sempre nel passato dei sistemi politici capitalisti.

Pensate a un referendum che chiedesse «volete abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione?»: avrebbe la maggioranza dei consensi?

Evidentemente no.

Questo per dire che acquisire la pratica democratica è dichiarare chiuso il processo rivoluzionario.

Non c’è possibilità, a meno di non considerare la democrazia come si è fatto in alcune parti del movimento operaio, ovvero come il terreno più avanzato di lotta per cambiare le leggi di sistema.

Più favorevole della forma totalitaria, del sistema dove la lotta politica, non essendo praticabile in modo aperto, diventava più difficile.

Qual era la soluzione?

In alcuni partiti comunisti era il tema della doppiezza:

 assumiamo il terreno democratico come terreno più favorevole; diciamo che siamo per i sistemi democratici ma non perché la democrazia sia un valore universale, ma solo perché è il terreno più favorevole in cui proporre il superamento del capitalismo organizzando masse e lotte di massa.

Al di fuori della doppiezza, la democrazia non è utilizzabile.

 

Dobbiamo ragionare su un passaggio fondamentale: da classe a popolo. C’è un passaggio teorico che possiamo solo accennare, è da approfondire.

Questo passaggio implica anche quello da popolo a classe: in fondo la classe operaia ha un’origine di popolo.

Noi, durante l’esperienza operaista, abbiamo detto che la classe operaia aveva avuto questa grande importanza perché si era emancipata dal popolo.

Era diventata qualche cosa di più di popolo, era classe sociale.

Anche se poi si è verificato esattamente l’opposto:

la classe che si è emancipata dal popolo è stata reintegrata e re inclusa nel popolo.

E quello che era stato il passaggio da popolo a classe si è ridefinito come un passaggio da classe a popolo.

Il popolo che precedeva la classe era una forma sociale ancora di base, mentre questo popolo che vince dopo la lotta di classe è un popolo politico, proprio della sovranità popolare.

Se riteniamo giusta la tesi di “Carl Schmitt” secondo cui tutti i concetti politici moderni sono concetti teologici secolarizzati, allora ci possiamo chiedere: che cosa secolarizza la democrazia?

Questo è un tema teorico specifico.

Secondo me la democrazia politica secolarizza il concetto di popolo di Dio.

Concetto antico, del primo testamento, il popolo scelto da Dio per una missione salvifica.

Tutte cose e inflessioni che ritrovate molto organiche alla democrazia americana.

 Non solo a quella di oggi, di Bush e dei neocons, ma alla democrazia americana così come è sorta.

Non è un caso che negli americani ci sia questo Dio sempre in mezzo, nella costituzione come nel discorso del presidente. Deriva da lì, dalla commistione tra religione e politica che è implicita nella pratica e idea della democrazia americana.

Perché il popolo americano è il popolo di Dio, che lo ha scelto perché civilizzi il mondo ed esporti ovunque questa civiltà.

 È il popolo eletto, che produce attraverso le forme della democrazia e delle primarie.

Questo è il rapporto diretto che si stabilisce tra i cittadini e il potere, una forma immediata, non diretta ma immediata:

 è dentro questo processo che il popolo parla, dando direttamente l’investitura al capo, il qual capo poi si incarica di una missione che deriva dal mandato popolare.

Quindi tutto torna, nel senso che il popolo di Dio è il popolo democratico.

 

Per concludere, che cosa comporta questo?

Una cosa anzitutto. Noi dobbiamo abbandonare una volta per tutte il principio di maggioranza.

In questa forma sociale, nel criterio politico che noi preferiamo, cioè nel rapporto nemico-amico, la maggioranza è il nemico.

Noi dobbiamo elaborare un pensiero non dico antidemocratico, perché ciò penderebbe pericolosamente dalla parte di soluzioni totalitarie che sono già state viste: ma un pensiero non democratico, a-democratico.

Un pensiero che non sia un pensiero politico democratico.

E bisogna riproporre una grande teoria della minoranza: una teoria politica di questa come minoranza agente, una minoranza centrale.

Una minoranza non marginale.

È possibile la centralità politica di una minoranza?

 Io penso di sì, perché la ricavo da un modello all’interno della nostra formazione e del percorso che abbiamo fatto: un cammino con salti in avanti e passaggi che hanno negato quello precedente, ma sempre dentro una logica.

E qui la logica del pensiero operaista c’è tutta.

Perché la classe operaia era una minoranza.

 Noi combattevamo contro l’idea che essa fosse classe generale, classe universale.

È la classe parziale. Nel momento in cui riconoscevamo alla classe operaia la sua parzialità riconoscevamo che era una minoranza.

 Anche se si fosse votato, nel momento in cui la classe operaia era centrale dal punto di vista sociale come di fatto allora era, anche allora nel contesto delle cosiddette maggioranze tutto il voto operaio compattamente inteso sarebbe stato un voto di minoranza rispetto all’insieme della società.

La classe operaia era minoritaria dal punto di vista qualitativo, ma qualitativamente centrale.

Tanto è vero che esprimeva politica, forma organizzata e cultura, appunto esercitava egemonia nella società seppure in una posizione di minoranza.

Quindi classe non marginale, tanto meno emarginata.

Nella grande autorità di presenza politica.

 

Qui c’è un ultimo passaggio teorico che bisognerebbe approfondire, e lo dico anzitutto a me che non l’ho ancora elaborato fino in fondo.

Da un lato oggi dobbiamo contrapporre democrazia e libertà.

Dobbiamo declinare la libertà in senso non democratico.

E questo è possibile farlo in molti modi: perché se democrazia è opinione massificata, libertà è critica di tutto ciò che è.

Ma, dall’altro, vi è un altro passaggio molto più delicato, tradizionale nel pensiero politico classico:

il rapporto tra legittimità e legalità.

Questa minoranza ha una sua sostanza di legittimità che non corrisponde, che alle volte è diversa dallo stesso concetto di legalità. Dobbiamo pensare la rivoluzione come una cosa che è legittima anche se non è legale.

Dobbiamo rivendicare una legittimità senza legalità.

È una cosa che attiene al tema del rapporto tra eccezione e ordine.

La legalità è sempre il terreno dell’ordine, la legittimità nasce sempre dentro lo stato di eccezione, dove chi ha più forza di rivendicare la propria legittimità è chi decide nello stato di eccezione, che può dichiarare e far accettare a tutti che la sua rivendicazione è legittima anche se non è legale, dentro appunto le leggi dell’ordine esistente. Ecco, queste sono le cose che cerco.

 

Quella della democrazia e della critica alla democrazia è una frontiera che noi dobbiamo superare in un balzo, punto decisivo anche nello sviluppo del rapporto con il mondo che ci sta davanti e dentro cui noi siamo.

Consideriamolo come un luogo di passaggio stretto, perché sono discorsi che non si possono fare dappertutto.

Io li faccio con voi e non altrove.

È giusto farli con voi, al vostro livello: a questo livello di pensiero ancora libero.

Al di là di questo c’è un’opacità che non è che impedisca di fare questo discorso:

semplicemente è un discorso che non si capisce, se lo fai in altri luoghi ti ritrovi occhi sbarrati.

Insomma, mi raccomando di affrontare questo tema pulendo la testa da altre cose.

Credo che sia un terreno molto proficuo, di scoperte possibili.

Io ho detto solo alcune delle cose che stanno al di là di questa frontiera, ma ce ne sono molte altre.

È un discorso che apre ad altre dimensioni e che vi raccomando di continuare.

(Mario Tronti - critica alla democrazia.)

 

 

 

 

L’uomo contemporaneo

e l’idea di democrazia.

It.gariwo.net - Erminio Maglione – (15 aprile 2025) - Redazione – ci dice:

 

Mercoledì 26 febbraio 2025 si è inaugurata la seconda edizione del ciclo di conferenze “Le parole e le storie”, frutto della collaborazione scientifica fra la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (UNISR) e la Fondazione Gariwo, dedicato quest’anno alle sfide future della democrazia.

Il primo incontro, a cui hanno partecipato Gianluca Briguglia (UNISR) e Giordano Ghirelli (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) affrontando il tema della democrazia dal punto di vista della storia del pensiero politico e della storia della cultura, ha fatto emergere la complessità di definizione e la stratificazione simbolica del paradigma democratico.

Vale allora la pena tornare ad approfondire la questione dal punto di vista della storia delle idee, seguendone le “avventure” e i cambi di prospettiva, nella consapevolezza che, l’attuale conformazione delle società democratiche in cui viviamo, è il frutto mai scontato di cambiamenti epocali la cui importanza esula dei soli confini della cultura europea.

 

La necessità di discutere e inquadrare il problema della democrazia, descrivendone pregi ed eventuali aspetti critici, è antica quanto la stessa speculazione sugli elementi fondamentali della politica e verrà formulata, subendo molteplici variazioni e trasformazioni, praticamente in tutte le epoche della storia della cultura occidentale.

 

L’analisi dell’attuale paradigma democratico, dunque, non può prescindere dalla considerazione della sua evoluzione e della sua trasformazione storica e politico-culturale nel corso delle varie epoche.

Come vedremo, infatti, l’idea di democrazia è caratterizzata da svariati livelli interpretativi che la rendono, senza dubbio, uno dei concetti più complessi, anche prescindendo dal solo campo del lessico politico, dell’intera storia del pensiero.

 In ogni caso, senza guardare alla genesi di questa idea fondamentale, evitando di seguirne le metamorfosi e i “punti di rottura” sul piano semantico, risulta impossibile comprendere criticamente il nostro presente, oltre alle molteplici sfide future che esso ci riserva.

Volendo iniziare proponendo una semplice definizione del concetto per come oggi lo intendiamo, potremmo descrivere la democrazia come quel particolare sistema politico-istituzionale in cui la titolarità del potere appartiene al popolo.

Parallelamente a questo, di centrale importanza diviene garantire la libertà dei cittadini intesa come autonomia di scelta, oltre ad assicurare la loro uguaglianza politica.

 Democratico, allora, sarà quell’orientamento politico avente come fine la difesa e la promozione della sovranità popolare, le cui premesse logiche e pratiche sono individuabili nella libertà come autonomia e nell’uguaglianza dei diritti.

 

Se però si pone mente al fatto che il concetto di democrazia è considerato fra i più antichi del lessico politico, difficilmente lo si potrà immaginare come un’entità statica e sempre uguale a sé stessa.

 Il termine si è trasformato variamente nel corso del tempo, mutando in maniera profonda la propria accezione, elemento che fa dell’attuale concezione democratica una conquista recente e nient’affatto ovvia.

 

L’inizio della riflessione sui caratteri della democrazia si fa risalire alle Storie di Erodoto dove il termine compare con il significato di potere (krátos) del popolo (démos).

Sorprendente è però notare come, a partire dal III secolo a.C. sino all’Ottocento, il termine mantenga un significato sostanzialmente negativo che si mitigherà, mutandosi in senso positivo, solo nel corso del XIX secolo.

Siamo, insomma, abituati ad immaginarci la democrazia come qualcosa di per sé buono e preferibile ma, l’analisi genealogica della sua storia e della sua evoluzione, dimostra esattamente il contrario, evidenziando le resistenze e le critiche che essa generò sin dal suo primo apparire nella scena culturale.

 

È indubbio che il giudizio negativo di Aristotele contenuto nella Politica abbia contribuito a determinare la cattiva fama del concetto per almeno duemila anni, assumendo il valore di una vera e propria condanna.

Egli struttura infatti la sua tipologia delle forme di governo, individuando le forme “buone” e quelle “cattive”, partendo da due principi fondamentali:

il numero dei governanti e l’interesse che essi seguono (l’interesse generale o proprio).

Le possibilità divengono allora le seguenti:

il governo di uno, con forma pura la monarchia e forma corrotta la tirannide;

il governo dei pochi, con forma pura l’aristocrazia e forma corrotta l’oligarchia (condannabile perché i ricchi governano tenendo conto esclusivamente dei propri interessi);

 e, in ultimo, il governo dei molti di cui la politéia è la forma “sana” e la democrazia quella cattiva.

Il “governo della maggioranza” o “della moltitudine”, distinto dal governo di uno solo o dei pochi, assume il nome di” politìa”, mentre il termine “democrazia” è utilizzato per designare specificamente la sua forma corrotta definita, in maniera del tutto peculiare, il governo “a vantaggio dei poveri” in contrapposizione a quello nell’interesse del monarca (tirannide) o dei ricchi (oligarchia).

La “politèia”, in base al suo significato greco più proprio, rappresenta quindi la costituzione per antonomasia, designata da Aristotele come la forma buona del governo dei molti.

 

Salvo casi rarissimi, questo schema tripartito sarà accolto unanimemente in tutta la tradizione della riflessione successiva, giungendo sino al cuore della filosofia classica tedesca e diventando un autentico luogo comune, più o meno abusato, della trattatistica politica. Per avere contezza della longevità di questa interpretazione basti pensare che essa sarà chiaramente riconoscibile in Marsilio da Padova, Hobbes, Locke e Rousseau, sino ad arrivare a Kant e ad Hegel.

 

Per millenni dunque, prendendo le mosse dalla scansione della tipologia aristotelica, il miglior regime politico verrà definito con il termine di “repubblica” (da res publica, cosa di tutti) e non con quello di “democrazia”.

Non bisogna dunque sorprendersi nel leggere quanto scritto da Kant nel suo “Per la pace perpetua” (1795) ove definisce la democrazia come “necessariamente un dispotismo” che porterebbe alla “contraddizione della volontà generale con sé stessa e con la libertà” poiché qui, il filosofo di Königsberg, non farebbe altro che ripetere un argomento che allora faceva praticamente parte integrante del senso comune.

 

Giudizio parimenti negativo si registrerà presso i padri fondatori degli Stati Uniti, come prova il caso di “Alexander Hamilton “che, nei “Federalist Papers” (1788), non utilizzerà mai il termine “democrazia”, se non in chiave critica, preferendo ad esso sempre quello di “repubblica rappresentativa”.

L’ideale repubblicano sarà ovviamente centrale anche nella dottrina politica che animerà la Rivoluzione francese – non a caso, frutto di quest’ultima, sarà la “République française” che, nata nel settembre del 1792, durerà sino al maggio del 1804, quando Napoleone si autoproclama imperatore – e rappresenterà un caso isolato quello di Robespierre che, nel pieno del Terrore (1794), utilizzerà il concetto di democrazia in chiave positiva, contribuendo così ad alimentare il generale pregiudizio negativo ancora per lungo tempo.

 

Una variazione interpretativa degna di nota si registrerà solo verso la metà dell’Ottocento, periodo in cui il concetto di democrazia godrà di una grande diffusione, assumendo una tonalità sempre più positiva.

 

 A tal riguardo, di grande importanza saranno le riflessioni contenute nell’opera “La democrazia in America” (1835) di Alexis de Tocqueville che, visitando gli Stati Uniti nel 1831, si propone di comparare sul piano politico-culturale l’esperienza americana e quella europea.

L’interesse di questa scelta teorica risiede, tra l’altro, nel fatto che egli, convintamente inserito nel solco del pensiero liberale, si propose di ragionare sulla democrazia americana quando ancora quest’ultima, tecnicamente, ancora non esisteva.

A livello di sistema politico, infatti, l’America si dichiarava una “repubblica” e non certo una “democrazia”, ulteriore testimonianza questa della lenta diffusione, che prima citavamo, del paradigma democratico positivamente inteso.

 

Lo studio di Tocqueville, caratterizzato da un originale impianto che ne fa uno dei primi esempi di sociologia politica, si pone l’obiettivo di analizzare l’evoluzione in senso democratico delle istituzioni nate dalla ribellione delle ex colonie inglesi.

La democrazia americana, improntata ad un deciso “spirito egualitario”, si presenta come una società caratterizzata dall’eguaglianza di condizioni in cui l’orizzontalità della struttura sociale si contrappone al verticalismo tipico delle formazioni aristocratiche.

Se però noi siamo abituati ad intendere l’idea democratica come immediatamente contrapposta a quella di regime oppressivo, qui bisogna appunto intendere l’utilizzo del termine in polemica rispetto a quello di “aristocrazia”.

 

Tali considerazioni del filosofo e giurista francese saranno approfondite, ed ulteriormente elaborate, da “James Bryce” nel suo “The American commonwealth” (1888) in cui la democrazia assumerà i contorni di un vero e proprio ethos, di un particolare tipo di relazione e di convivenza fra i cittadini che diviene la condizione generale del funzionamento sociale.

 L’interpretazione di Bryce rappresenta un importante capitolo nella storia dell’idea di democrazia perché, seppure tenda ad enfatizzare i risvolti più squisitamente politici della questione, individua come suo tratto principale l’“eguaglianza di stima” ovvero l’attribuzione dell’eguale valore che le persone si riconoscono reciprocamente.

Definire democratica una forma di aggregazione sociale basata su un ethos egualitario è per noi operazione scontata e addirittura banale, ma gioverà ricordare che ciò non lo era affatto nell’Ottocento americano dove la schiavitù – il cui presupposto teorico è appunto la “disuguaglianza delle razze umane” per citare il titolo del saggio di “Arthur de Gobineau” (1853-1855), uno dei primi esempi di razzismo scientifico – verrà abolita solo nel 1865 con l’approvazione del XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti a seguito della guerra di secessione.

 

La questione dell’ethos egualitario sarà, dunque, il terreno su cui convergeranno le analisi di Tocqueville e Bryce, secondo cui la democrazia è da intendersi come quella società in cui, sia sul piano pratico che su quello dei principi ideali, i propri membri si considerano socialmente uguali in quanto portatori di pari diritti.

 Bisogna notare, però, che la posizione di Tocqueville sull’argomento non risulta priva di sfaccettature, anzi:

 se si registra infatti, negli anni 1835-1834, una lettura certamente positiva del fenomeno democratico, egli manifesta a più riprese il suo timore riguardo alla “dittatura della maggioranza” e alla sua possibile traduzione in un “dispotismo democratico” che, attraverso la creazione di un pensiero unico sostenuto dalle grandi masse votanti, tenderebbe ad omologare bisogni e interessi, riducendo all’irrilevanza quelli delle minoranze, la cui visione può talvolta risultare più autorevole o maggiormente in linea con le esigenze “tattiche” di una particolare congiuntura storica.

 L’opera del pensatore francese è allora importante perché, lungi dal rappresentare un mero elogio dell’esperienza democratica tout court, tende a metterne in evidenza i pericoli e le possibili degenerazioni (qui risiede il tratto che potremmo definire “aristotelico” del pensiero di Tocqueville, interessato anche democrazia come “patologia” connessa al governo sregolato della maggioranza).

 

Ulteriore elemento d’interesse del suo pensiero è però, sul piano della storia intellettuale europea, l’aver contribuito in maniera sostanziale alla nascita della moderna concezione del paradigma liberaldemocratico.

Sino all’epoca dei moti rivoluzionari del 1848 egli fu, infatti, un convinto sostenitore della netta separazione fra democrazia e liberalismo, opinione che sarà però emendata, come testimonia il discorso all’assemblea Costituente nell’ambito del dibattito sul diritto al lavoro (2 settembre 1848), a favore di una nuova dicotomia che, questa volta, vede contrapposte frontalmente democrazia e socialismo:

 «La democrazia e il socialismo sono congiunti solo da una parola, l’eguaglianza;

ma si noti la differenza: la democrazia vuole l'eguaglianza nella libertà, il socialismo vuole l'eguaglianza nel disagio e nella servitù».

 Attraverso questa affermazione, lapidaria e alquanto perentoria, prende forma quel nesso genetico fra libertà e uguaglianza che sarà alla base del liberalismo come orientamento politico i cui valori imprescindibili sono la libertà individuale, concepita principalmente come “non impedimento”, affiancata alla tolleranza e alla laicità di uno Stato che, rispettoso degli ambiti riservati alla sfera privata dell’individuo, professa la propria neutralità rispetto alle questioni religiose e valoriali.

Tale movimento di progressiva limitazione delle sfere d’azione dello Stato e del cittadino, coinvolge anche il piano statutario attraverso la limitazione del potere attraverso vincolanti norme costituzionali.

È così che, nel processo di limitazione del potere e nell’esercizio congiunto della libertà e del principio di uguaglianza, Tocqueville individua i tratti salienti di quella che diventerà l’odierna democrazia liberale.

 

Se, dunque, è assodato che la diffusione dell’accezione positiva del paradigma democratico fu dovuta in parte anche all’apporto teorico del pensiero liberale – nel cui alveo, oltre a Tocqueville, si fanno tradizionalmente convergere Locke, Montesquieu e Kant e, nell’Ottocento, Benjamin Constant e John Stuart Mill –, ciò non basta ancora a spiegare completamente lo iato fra la nostra concezione della democrazia e quella del pensiero greco.

 È chiaro, infatti, che nell’Antichità, quando si parlava di democrazia, ci si riferiva a un’idea molto diversa dalla nostra, anche se quest’ultima resta ovviamente legata in maniera profonda, sul piano della propria nascita e dell’evoluzione concettuale, alle prime occorrenze registrate dal termine.

 Non bisogna, poi, trascurare il fatto che, la stessa liberaldemocrazia, se pone le proprie radici nella discussione aristotelica attorno alle tre forme di governo, risulta però al contempo debitrice sia della riflessione romano-medievale sulla sovranità popolare (si pensi a Marsilio da Padova), sia ovviamente della tradizione repubblicana moderna per come viene esposta, ad esempio, nell’opera di Niccolò Machiavelli.

Nonostante però le stratificazioni concettuali verificatesi a partire dal pensiero greco, passando per il Medioevo per giungere poi all’età moderna e contemporanea, l’idea tenderà a mantenere, primariamente e in ogni epoca, il significato sostanziale di “governo del popolo”;

il punto che sarà necessario chiarire, invece, sarà piuttosto legato alle modalità di espressione politica dei cittadini e, di conseguenza, alle forme della loro partecipazione alla vita associata.

 

Riguardo a ciò, l’antropologia degli Antichi è ben esemplificata dalla definizione aristotelica dell’uomo come «animale politico» (Politica, I, 2, 1253a) secondo cui, appunto, l’uomo raggiungerebbe la sua massima espressione solo partecipando attivamente alla vita della pòlis.

 La partecipazione politica per i Greci non è dunque semplicemente assimilabile ad uno fra i tanti ambiti dell’esistenza;

essa costituiva, al contrario, l’autentica essenza della vita umana, il suo più perfetto livello di espressione.

In quest’ottica, l’uomo impolitico era definito un” idion” – termine che rimanda alla parola “idiota”, opposto di “koinòn,” che indica ciò che è comune e dunque, perciò stesso, buono –, un’entità incompleta la cui insufficienza consisteva esattamente nella sua estraneità alla vita politica.

Secondo questa concezione, come fra gli altri ha ben messo in luce Giovanni Sartori, vi era una corrispondenza perfetta fra uomo e cittadino (polítes) e la città aveva la priorità su ogni cosa; era infatti il cittadino a dover servire la pòlis e non viceversa (cfr. Id., Democrazia, Treccani, Roma 2023).

 

L’idea moderna della partecipazione politica, naturalmente, funziona tutta all’opposto:

il cittadino non si considera totalmente risolto nei servizi resi allo Stato ma, al contrario, si intende quest’ultimo, in quanto democratico, come al servizio dei cittadini.

Oltre alla sfera della pubblicità, insomma, si annovera anche uno spazio privato in cui l’individuo possa esprimersi e realizzarsi, nella convinzione che la persona sia un valore in sé, indipendentemente dall’appartenenza o meno allo Stato.

L’individuo, per i moderni, esiste anche al di fuori (e secondo alcune letture più controverse, a maggior ragione) dalle mura della città.

A ben vedere allora, il ribaltamento fra la visione del mondo degli antichi e dei moderni – la cui differenza aveva messo in evidenza a suo tempo Benjamin Constant –, si consuma anche sul piano della concezione della persona, tassello fondamentale nella definizione di democrazia.

 

Si registra, quindi, una vera e propria rivoluzione culturale nel passaggio dall’antichità alla modernità, quest’ultima arricchita dai guadagni etici e filosofici della cultura cristiana, del Rinascimento, delle riflessioni sul diritto naturale e, naturalmente, dell’Illuminismo.

Agli antichi era infatti completamente estranea la nozione di individuo-persona e, quindi, non era possibile concepire la dimensione privata come quella sfera morale e giuridica luogo di libertà e di autodeterminazione.

Conferendo il giusto peso storico-culturale a questa istanza, ovvero il mancato riconoscimento dell’individuo come persona al di là dell’organismo della pòlis, sia detto per inciso, è forse possibile comprendere meglio talune condotte che nell’Antichità erano perfettamente integrate nella vita quotidiana e che oggi non possono che risultare inutilmente spietate o crudeli, come l’istituzione della schiavitù o l’ampio utilizzo della tortura (basanos, “ciò che mette alla prova”) sia in funzione “punitiva” che “giudiziaria”.

 

Stante ciò, è naturalmente corretto affermare che i Greci fossero liberi, ma non però nell’accezione di libertà individuale per come si configura negli attuali regimi democratici.

Nell’Antichità praticamente l’unica espressione di libertà del “polítes” risiedeva nell’esercizio collettivo del potere, essendo l’individuo totalmente risolto nella sfera della pubblicità connessa all’attività politica.

Il tema dei “diritti” del soggetto e quello di una razionale strutturazione delle garanzie giuridiche finalizzate alla sua difesa era, ovviamente, questione ancora di là da venire.

Questo stato di cose fu descritto efficacemente dallo storico francese “Numa Denis Fustel de Coulanges” che, nel suo “La città antica” (1864), sostenne che «avere diritti politici, votare, nominare magistrati, poter essere arconte, ecco ciò che [nelle città antiche] si chiamava libertà; ma non per questo l’uomo [era] meno asservito allo Stato» (Id., La città antica. Studio sul culto, il diritto, le istituzioni di Grecia e di Roma, 2 voll., Laterza, Bari 1925, vol. I, p. 325).

 

Su questa dimensione eminentemente storico-culturale si gioca, allora, tutta la differenza fra la concezione della partecipazione politica presso gli antichi e i moderni.

Negli attuali regimi democratici, infatti, vi è una netta distinzione fra le dimensioni della titolarità e dell’esercizio del potere in quanto, nelle democrazie di tipo rappresentativo, il potere dell’amministrazione della “cosa pubblica” non è esercitato direttamente dai votanti ma dai rappresentati eletti da questi ultimi.

La partecipazione politica per come la intendevano i Greci, invece, funzionava sulla base del meccanismo della democrazia diretta, descritto perfettamente da Aristotele quando afferma che, in questo particolare contesto, «tutti comandavano a ciascuno, e ciascuno comandava a sua volta a tutti» (Politica, 1317b).

La possibilità di governare era, infatti, distribuita largamente tramite la rapida rotazione delle cariche pubbliche, la maggior parte delle quali era attribuita per sorteggio.

 Se tutti avevano a turno la possibilità di auto-governarsi con le medesime probabilità, non vi era dunque lo spazio per distinguere fra il piano dell’esercizio e quello della titolarità del potere.

Per i Greci, titolare del potere è il popolo che direttamente lo esercita, senza eleggere dei “corpi intermedi” che lo facciano in sua vece.

Sulla base di questa mancanza di mediazione, sull’inesistenza di un “termine medio”, oltre che sulla differente concezione dell’individuo, si instituisce la differenza fondamentale fra la democrazia diretta degli antichi e la democrazia rappresentativa dei moderni.

 

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