“Il Grande“ è un pericolo per la democrazia.
“Il
Grande“ è un pericolo per la democrazia.
La
Democrazia in pericolo.
Interrogativi
sulle incertezze
del
presente.
Confronti.net
- Salvatore Piromalli – (27 Gennaio 2026) – ci dice:
La
democrazia in pericolo. Interrogativi sulle incertezze del presente.
Dove
sta andando la convivenza democratica e il sistema di regole, doveri e diritti
sperimentato per decenni?
È
importante riflettere sulla crisi delle democrazie, sempre più esposte a derive
autoritarie che nascono dall’interno e si legittimano anche attraverso l’apatia
civile.
La
perdita di partecipazione, l’erosione dei diritti e l’indebolimento dello
spirito democratico sono come segnali di una trasformazione profonda del
presente.
«Che
cosa hai “sentito” quando hai appreso la notizia delle bombe Usa su Caracas e
del sequestro del dittatore Maduro, sorpreso e prelevato insieme alla moglie,
in piena notte, nella loro stanza da letto?».
È la
domanda che un’amica ha posto ai presenti, durante la pausa conviviale di un
seminario sui rapporti tra filosofia e psicologia.
Non
quali analisi razionali la notizia ha innescato, ma quale è stato il
“sentimento” prevalente, la reazione impulsiva spontanea, la sfumatura
emozionale immediata.
Sgomento? Angoscia? Paura? Rabbia? Nausea?
Indifferenza?
Diversi di noi hanno faticato a circoscrivere
esattamente la propria tonalità emotiva, e le risposte si sono infine
concentrate sugli elementi “freddi” della reazione:
il ragionamento, il pensiero critico, il
commento etico-politico del fatto.
Mi
sono chiesto:
forse è in corso una forma inconsapevole di
anestesia, di confusione emotiva o di paralisi della sensibilità?
Ci
stiamo abituando allo strapotere del “capo”, al bullismo politico, alle nuove
forme di colonialismo e imperialismo, alla logica della sopraffazione e della
repressione, all’aperta e quasi esibita violazione dei diritti e delle regole
(interne e internazionali) che credevamo patrimonio acquisito e inamovibile?
Forse,
in questa “apatia” che si allarga a macchia d’olio (a-pathos, mancanza di sofferenza, di
passioni e intensità emotiva),
si gioca qualcosa che ha a che fare con la
saturazione indotta dalla logica della guerra e della violenza, dalla
spettacolarizzazione della morte e dell’uccisione di migliaia di persone, senza
alcuno scrupolo etico, giuridico e politico?
Forse,
non siamo più capaci di mantenere desta e alta dentro di noi la pulsione a
indignarci, a reagire, l’attitudine a rivoltarci davanti a quella che Callicle
(nel Gorgia di Platone) definiva la “naturale” logica del più forte, destinata
a prevalere sul più debole nonostante le leggi e i limiti del diritto, e anzi
piegando quelle al proprio tornaconto?
Stiamo
davvero cedendo a una semplificante e spietata logica darwinistica applicata
alle relazioni umane e alla politica, verso un realismo arrendevole e
assolutista – di hobbesiana memoria – che accetta come inevitabile la
supremazia del sovrano sui sudditi, che esclude il “Leviatano” dalla
sottoposizione alla legge, come se fosse sciolto (ab-solutus) dalla legalità e
dal dovere di rendere conto delle proprie azioni?
Autocrati che emergono come funghi in ogni parte del
globo, più o meno democraticamente eletti, capi-popolo non più soggetti alla
legge e al diritto, portatori di un “ordine nuovo” eversivo, iper-populista e
demagogico, che reprime, perseguita, incarcera, tortura e uccide impunemente
migranti, critici, oppositori, cittadini che protestano per le strade.
Forse
che, non confessata, anche durante la lunga parentesi democratica del
dopoguerra, abbiamo sempre pensato che la democrazia fosse un’eccezione,
un’anomalia provvisoria della politica, una bolla utopica gonfiatasi sull’onda
della fine delle esperienze totalitarie, destinata a disintegrarsi in un
invisibile sbuffo d’aria, lasciando il campo a forme inedite e quasi
“distopiche” di autocrazia politica, tecnologica e finanziaria, a leadership
forti solo della propria arroganza?
A
prescindere dalla nostra più o meno acuta sensibilità emotiva, i fatti del
presente a cui assistiamo attoniti stanno inaugurando una fase politica
inedita, che vede la rinascita prepotente di forze politiche apertamente
ispirate ai miti politici e ai simboli dell’estrema destra.
Proprio
nel cuore dell’Occidente liberale, illuminista e post-totalitario, si assiste
d’altro canto alla caduta a picco della partecipazione democratica e
all’asservimento volontario (sebbene suggellato da legittime elezioni) delle
masse e dei popoli alla volontà, al capriccio, al dispotismo capriccioso di un
capo e dei suoi portavoce e ministri.
Scriveva
profeticamente il filosofo, politico e giurista francese “Étienne de La Boétie”,
nel lontano 1554:
«È cosa davvero sorprendente, eppure tanto
comune da doversene rattristare piuttosto che stupire, vedere migliaia d’uomini
asserviti miseramente, con il collo sotto il giogo, non già costretti da una
forza più grande, ma in qualche modo, come sembra, incantati e affascinati dal
solo nome di uno, di cui non dovrebbero né temere la potenza, poiché egli è
solo, né amare le qualità, poiché nei riguardi di tutti loro è disumano e
feroce»
(Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere, 2020, p. 5).
Le
democrazie sono sotto stress, un fenomeno singolare e repentino che anche le
nostre nominazioni fanno fatica a dire esaustivamente, arrancando dietro a
neologismi, ossimori e definizioni improvvisate: “democrazia illiberale”,
“democratura”, “presidenzialismo”, “monarchia repubblicana”, “torsione
autocratica”, “sovranismo”, “populismo”.
Formule
che, mentre tentano di intercettare fenomeni in atto, mettono in piena luce la
vulnerabilità e il rischio delle “vecchie” democrazie liberali, attraversate da
un’inesorabile erosione di diritti e libertà acquisite, da una radicale messa
in discussione della legalità e del diritto internazionale, di quella distinzione dei poteri che
Beccaria aveva posto a fondamento dello Stato di diritto.
Non si
tratta affatto di “colpi di stato”, di cambiamenti eversivi violenti del regime
politico, ma (e questo è l’aspetto più inquietante) di un movimento endogeno in
cui la democrazia minaccia sé stessa:
una
sorta di malattia autoimmunitaria della politica (Roberto Esposito, Immunitas.
Protezione e negazione della vita, Einaudi 2021), in cui le società
democratiche distruggono il proprio sistema di salvaguardia dalle infezioni
autoritarie, demoliscono uno ad uno i baluardi irrinunciabili del funzionamento
democratico, eretti in decenni di lotte, di riforme, di passaggi politici.
Uno
svuotamento delle democrazie che parte dunque dall’interno e passa attraverso
vari processi e meccanismi, tutti connessi tra loro e che avvengono quasi
invisibilmente e legalmente, senza strappi o attraverso minuscole, inapparenti
ma decisive forzature della legalità:
dalla
delegittimazione dei corpi intermedi, all’indebolimento dei sindacati e
dell’associazionismo, all’attenuazione dei diritti costituzionali e delle
libertà individuali, alla messa fuori gioco di forme di mediazione deliberativa
e partecipativa, alla rinascita di forme violente di razzismo e
discriminazione, alla personalizzazione “bonapartistica” del potere attraverso
logiche salvifiche e carismatiche, che scavalcano la discussione e la lenta
decisionalità parlamentare a favore del pensiero unico, del protagonismo del
capo e della centralità delle logiche plebiscitarie, promosse in nome di una
sbandierata, piena sovranità del popolo.
Siamo
davvero sull’orlo di un precipizio, al limite di un’esperienza che non ha più
avvenire, che non trova più fili e nodi per continuare a tessere il reticolo
difficile e fragile della democrazia?
Non
siamo più disposti (se mai lo siamo davvero stati) a giocarci insieme nella
fragilità di questa avventura, a tentare ancora di costruire un ordito fatto di
tanti e differenti desideri e interessi da intrecciare, in un patchwork
policromatico e polifonico, sempre mobile e in fieri?
È
davvero moribondo l’ideale democratico, la democrazia intesa non come procedura
tecnica di amministrazione politica, ma come “sinfonia” sempre da eseguire,
come diceva la filosofa Maria Zambrano, come una “syn-poiesis” (l’esito
generativo di una produzione comune) a cui ciascuno/a è chiamato/a a dare il
proprio timbro e il proprio ritmo?
Che ne
è oggi dello “spirito” democratico che aleggiava da decenni sull’Occidente e
sull’Europa, quel «soffio dell’uomo che supera infinitamente l’uomo» (Jean-Luc
Nancy, Verità della democrazia, Cronopio, 2009), quell’apertura di possibilità
che fa della democrazia non un’opera compiuta ma un’aspirazione incessante, una
visione sempre “a-venire” che resta «indefinitamente perfettibile, e dunque
sempre insufficiente e futura» (Jacques Derrida, Politiche dell’amicizia,
Cortina, 1995)?
Dove
sono finiti il gusto e il piacere “antichi” (radicati nella tradizione politica
delle póleis greche) di esporsi sulla scena pubblica, di prendere la parola, di
sperimentare la libertà come partecipazione, come Hannah Arendt e Giorgio
Gaber, con mezzi e linguaggi diversi, avevano auspicato?
IL
VENTO DELL’INQUIETUDINE,
Non ci
sono, per adesso, risposte a questi interrogativi.
È
questo il motivo del nostro rimanere attoniti e apparentemente senza emozioni
definite, in una sfocatura del sentire e del pensare.
Siamo
nello spaesamento, non ci sentiamo più a casa in questo mondo alterato e in
mutamento, non riusciamo a intravedere uscite, soglie, possibilità. La
risposta, forse, “sta soffiando nel vento”, come dice una canzone d’altri tempi
di Bob Dylan.
Per
questo, porsi e porre insieme domande sui processi che stanno accadendo sotto i
nostri occhi, non smettere di fare della messa in questione uno strumento
inquieto e non rassegnato di critica e di ricerca di possibilità diverse, è un
modo (non l’unico, certo) per restare desti, vigili, sensibili, sebbene privi
di un orientamento pragmatico certo.
Un
modo per rimanere in contatto con quel vento che soffia da qualche parte, anche
se non ne avvertiamo il movimento, il respiro.
Interrogativi
per “resistere” nelle incertezze del presente, per evitare quello che la
filosofa e psicoanalista slovena “Alenka Zupančič” chiama il “disconoscimento”:
la credenza illusoria di sapere, conoscere e
padroneggiare i problemi (da quello ecologico-climatico a quello politico),
coltivando in realtà un atteggiamento di sostanziale rassegnazione, escludendo
ogni possibile cambiamento, negando la gravità di ciò che accade, rifiutando
talvolta l’esistenza stessa dei problemi, avvolgendosi in una spirale di
realismo cinico e di nichilismo, che finisce per rendere normale e pacifica
l’eccezione e per accettare come inevitabile la crisi permanente della vita e
della politica.
Si tratta – secondo la lettura lacaniana che
l’autrice adotta – di una nuova forma di godimento perverso dell’individuo
passivo contemporaneo, una pulsione oscura e arcaica che finisce per fare dello
status quo e della “dittatura del presente” l’unico mondo possibile in cui ci
tocca vivere.
Un
mondo asfittico, che reclama aria, vento, soffio, l’inquietudine che non smette
di domandare e pretendere altro.
(Salvatore
Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale.)
Troppe
disuguaglianze, democrazia a rischio.
“Perini”:
«L’alternativa
è nel
paradigma dell’Economia Civile».
Greenreport.it
- Luca Aterini – (30 Gennaio 2026) – intervista a Perini – ci dice:
Il
presidente di Confservizi Cispel Toscana presenta il convegno in agenda a
Firenze il 4 febbraio 2026.
«È
necessaria una riflessione sulla funzione dei servizi pubblici locali nella
nostra epoca, alla luce dei mutamenti politici, sociali ed economici a cui
abbiamo stiamo assistendo».
Un’occasione
per discutere del valore civico dei servizi pubblici, un elemento che diviene
cruciale nel contrasto alle diseguaglianze, sempre più marcate in questi ultimi
anni, e nella tenuta del sistema democratico.
È il
convegno “Servizi Pubblici locali e democrazia”, organizzato da “Confservizi
Cispel Toscana” il 4 febbraio all’Auditorium al Duomo a Firenze.
In
programma gli interventi del Prof. Mario Biggeri, ordinario di Economia
applicata, e del Prof. Andrea Simoncini, ordinario di Diritto Costituzionale e
Pubblico, dell’Università di Firenze.
A introdurre i lavori, il presidente dell’associazione
che riunisce le aziende di servizio pubblico locale in Toscana, “Nicola Perini”.
SPL e
Democrazia programma 4 febbraio 2026.
«È
necessaria – afferma Perini – una riflessione sulla funzione dei servizi
pubblici locali nella nostra epoca, alla luce dei mutamenti politici, sociali
ed economici a cui abbiamo stiamo assistendo.
È un
dato condiviso che i servizi pubblici abbiano un’immediata incidenza nella
qualità della vita dei cittadini; che siano fondamentali per la competitività
dei territori e come sia necessario che le loro aziende siano un attore
economico di primo piano nel tessuto locale. Ma nel contesto attuale, quale
funzione ulteriore spetta al sistema dei servizi pubblici?
A
questo cerchiamo di dare una risposta:
quali
ulteriori funzioni sono richieste oggi per la difesa, la dignità e la potestà
dell’Ente pubblico locale».
Intervista.
Presidente,
perché parliamo di rischi per la democrazia?
Perché
ci troviamo in una fase in cui varie dinamiche mettono in discussione i valori
che sono per noi fondamentali.
E il
contesto internazionale di oggi accelera questa crisi aggravando fenomeni che
erano già in corso.
La finanza speculativa sta distruggendo
l’economia reale e questo ha un impatto crescente sulla vita di tutti, a tutte
le latitudini:
dagli anni ’90 il peso della finanza e dei
mercati è cresciuto costantemente, e oggi vale nove volte l’economia reale.
Da una
parte abbiamo accettato la separazione tra etica ed economia, dall’altra
abbiamo anche accettato l’esistenza di una “doppia morale” per la finanza, che
agisce quindi priva di qualunque principio etico.
È stata l’ingordigia del mondo occidentale
dagli anni ’70 che ha consentito la nascita di pratiche come il” land grabbing”
o” i paradisi fiscali”.
Questa
è l’affermazione di quei sistemi che nel 1987 “Papa Giovanni Paolo II”
identificò come “strutture di peccato” nell’enciclica “Sollicitudo Rei
Socialis”, un sistema finanziario che emargina i più deboli e concentra le
ricchezze nelle mani di pochi.
Qual è
la sua lettura di questo fenomeno e quali dinamiche ritiene più pericolose per
la tenuta del nostro modello economico e democratico?
Il più
evidente e dannoso esito sono le disuguaglianze:
la
concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone e poche società in
questi anni ha visto una tremenda accelerazione, e lo dice chiaramente l’ultimo rapporto Oxfam:
in
soli cinque anni il valore dei patrimoni dei miliardari globali è cresciuto
dell’81% e, da soli, 12 tra gli individui più ricchi del pianeta detengono più
ricchezza del 50% più povero dell’umanità.
Assistiamo a questo anche in Italia:
tra il
giugno 2024 e il giugno 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta del 3,6%,
passando da 10.610 miliardi a 10.990 miliardi di euro, ma quasi due terzi di
questa crescita (il 64%) sono stati appannaggio del 5% delle famiglie più
facoltose;
quasi
nello stesso arco di tempo la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata, in
termini reali, di 54,6 miliardi di euro, raggiungendo un valore complessivo di
307,5 miliardi di euro, detenuto da 79 individui.
Questo
è frutto di regole strutturali, che moltiplicano i guadagni dei più ricchi e
delle economie più prospere, ma distruggono la dignità umana e il bene comune
perché tolgono agli altri.
Lo
vediamo anche nelle aziende:
siamo
passati dagli imprenditori ai fondi d’investimento, che utilizzano manager
proiettati alla crescita immediata a tutti i costi.
È indicativo il divario tra i guadagni dei top
manager e i loro dipendenti: negli anni ’60 Vittorio Valletta, amministratore delegato
della Fiat, guadagnava circa 12 volte lo stipendio di un suo operaio.
Oggi i
guadagni dell’amministratore delegato di Stellantis, “Carlos Tavares”, sono
valutati tra le 800 e le 1.000 volte lo stipendio di un operaio.
Un
divario reso possibile dalla finanza, non certo dai sistemi industriali. Queste
dinamiche oggi vengono addirittura esaltate:
i multimiliardari e i grandi gruppi si vantano
dei loro immensi patrimoni e hanno originato una “teologia della prosperità”
secondo la quale ricchezza e felicità sono il segno di una benedizione divina,
mentre povertà, malattia e infelicità sono, al contrario, una colpa.
E
queste élite dominano attivamente mercato, politica e istituzioni.
Come
si riflette questo nella nostra realtà?
Influenzando
le scelte:
si fa passare il concetto che la crescita sia
tutto quello che necessita ad una comunità.
L’aumento del Pil è il ‘valore’ più
importante, l’ossessione degli indici economici condiziona l’attività delle
aziende, anche di chi è al servizio della collettività.
Al contrario, questi anni hanno dimostrato il
fallimento della “trickle-down theory”, la “teoria dello sgocciolamento” che ha
regolato le politiche economiche dagli anni ’80 in poi, secondo cui l’aumento
della ricchezza si sarebbe esteso anche alle classi meno abbienti.
Invece, oggi, vediamo che i maggiori guadagni
si concentrano, e restano, nelle mani di pochissimi.
La
crescita delle diseguaglianze, la concentrazione della ricchezza, quali rischi
comportano?
Lo ha
spiegato quasi un secolo fa il giurista statunitense “Louis Brandeis”, con una
frase oggi purtroppo tornata attuale:
"Possiamo
avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche
mani.
Ma non
possiamo avere queste due cose insieme".
È
quello a cui stiamo assistendo oggi, con élite finanziarie che stanno dominando
il potere economico e politico.
Lo
stiamo vedendo negli Stati Uniti.
“Non
credo più che libertà e democrazia siano compatibili”, ha affermato “Peter Thiel”, il
miliardario a capo di “Palantir”, ovvero:
la
democrazia, intesa come governo della maggioranza, limita la libertà economica
e il potere degli individui, mentre il capitalismo ha bisogno di una
"macchina della libertà" che renda il mondo sicuro indipendentemente
dai processi democratici.
Ma la
spinta a mettere in discussione la democrazia non arriva solo dalle élite, come
ha sottolineato il presidente Mattarella parlando all’assemblea di
Confindustria nel 2023 e ricordando come gli effetti della Grande Depressione
del 1929 aprirono la strada al nazismo:
“La crisi del capitalismo, in quegli anni, mise in
discussione anche gli ordini politici esistenti, registrando un diffuso
malcontento verso la democrazia, ritenuta noiosa e inefficace rispetto ai
totalitarismi che si erano affacciati e che si stavano consolidando… in alcune
situazioni europee, come è noto, la crisi economica concorse alla crisi della
democrazia ed ecco perché, al contrario, un’economia in salute contribuisce al
bene del sistema democratico e della libertà, alla coesione della nostra comunità”.
Ma
capitalismo e democrazia non sono stati sempre considerati inscindibili?
Dagli
anni ‘90 si è perso un vincolo stringente del capitalismo, ovvero che questo
sistema economico potesse svilupparsi solo nella democrazia.
Ma
questo non è più vero, perché il capitalismo è stato sposato da paesi come la
Cina o la Russia, Stati che non hanno quelle che potremmo definire complessità,
ma anche “buone regole di contrappesi”, per la salvaguardia dei diritti
collettivi.
E questa mancanza li fa sembrare modelli di
efficienza persino migliori dei Paesi democratici.
Ma la
democrazia è retta anche da questi contrappesi, per cui dobbiamo trovare
l’efficienza dentro questo sistema complesso, altrimenti perdiamo il valore
della democrazia e rincorriamo i modelli totalitari.
Il nostro concetto di efficienza sta dentro le
regole democratiche.
Ed è
questo il concetto della grande responsabilità del pubblico: non alimentare
questa tendenza.
Ma se
il pubblico non agisce in questo senso, contribuisce a farla crescere.
Nell’era
della tecnologia e dell’intelligenza artificiale quali scenari si aprono?
Il
quadro oggi è ancora più preoccupante:
lo
sviluppo di queste tecnologie sembra non avere limite, è puro post-umanesimo,
addirittura con la tentazione di sperimentare soluzioni bio-tecnologiche al di
là dell’etica.
Le
nuove tecnologie, l’AI, se non impariamo e soprattutto non insegniamo a
gestirle, potrebbero portare alla sostituzione dell’uomo con la macchina,
amplificando la concentrazione della ricchezza nelle mani di chi ne ha il
controllo, portandoci in breve alla perdita di un enorme numero di posti di
lavoro e ad una ulteriore marginalizzazione dell’uomo.
La transizione digitale va invece governata, è
un procedimento complesso ma necessario perché l’AI sia un’alleata degli
strumenti di sviluppo, e non di retrocessione della dignità dell’essere umano.
Come è
possibile contrastare le disuguaglianze?
L’alternativa
a questo modello è nel paradigma dell’”Economia Civile”, con elementi concreti
di aiuto che potranno arrivare dalla “Sussidiarietà circolare”, un modello di
governance utile a promuovere la figura dell’imprenditore e necessario a
sviluppare il bene comune, anche tutelando il lavoro e i lavoratori.
Dobbiamo
riscoprire la funzione strategica degli imprenditori, che sono un tassello
importante di un nuovo Umanesimo.
Oggi
invece il sistema produce una grave crisi industriale che non risparmia neppure
la nostra regione, e una delle ragioni è la diminuzione significativa delle
figure imprenditoriali, una forte contrazione di iniziativa che impoverisce
paurosamente di opportunità lavorative intere aree.
La finanziarizzazione dell’economia ha portato
la proprietà delle società nelle mani dei grandi fondi e la gestione ad essere
affidata ai manager, orientati all’ottimizzazione nel breve del risultato
economico.
Ma
l’industrializzazione e la crescita non passano dai manager.
Lo
vediamo nella crisi dei nostri distretti.
Questo
avviene anche perché gli imprenditori sono mortificati da un sistema
disincentivante.
Innanzitutto,
dal divario fra la facile e rapida redditività della finanza e la scarsa
redditività delle aziende di mercato:
negli
ultimi quattro anni in Italia il dato medio della redditività è stato, per le
aziende, del 4% – contro il 38% del sistema bancario, che si alimenta anche dai
proventi del debito alle aziende e dai nostri depositi – e dal 28% delle Public
Utilities, attraverso le bollette, ovvero da sistemi che dovrebbero essere
regolati a difesa dei consumatori.
E nello stesso periodo di tempo, le buste paga
dei lavoratori sono diminuite del 9% e hanno perso l’11% del potere d’acquisto.
Ed è
poi lo stesso sistema fiscale ad essere filosoficamente sbagliato: mira,
infatti, a tassare il salario ed il profitto e a liberare la rendita, mentre
sarebbe indispensabile invertire questo modello, alleggerendo il peso della
fiscalità su salario e profitto e tassando maggiormente la rendita.
Infine,
anche da parte della pubblica amministrazione c’è da sempre un atteggiamento
fortemente negativo verso l’iniziativa privata, vista continuamente come un
pericolo, come nel caso di rischi ambientali.
Dovremmo
quindi ripensare alle aziende, a come sono strutturate oggi?
Dobbiamo
ripensare principalmente al lavoro, e a come incide sulla qualità delle nostre
vite. Il lavoro non è solo un diritto, non è solo reddito:
è un
bene primario fondamentale per la realizzazione dell’essere umano.
Deve
essere giusto, pagare giusti contratti e tutelare i lavoratori, ma soprattutto
deve essere dignitoso, senza umiliare la persona e consentendo di affermare la
propria identità ed indipendenza.
Il lavoro è la principale realizzazione
dell’essere umano.
Invece
troppe aziende, anche pubbliche, sono governate con metodi tayloristi.
Dalla
riflessione su temi di questa importanza quali risposte si aspetta?
L’incontro
ha la funzione di condividere informazione e sarà prezioso il contributo che
potranno dare due docenti di grande capacità come Biggeri e Simoncini.
Cercheremo di capire se i servizi pubblici
possono contrastare queste prospettive ed essere uno strumento per le pubbliche
amministrazioni per dare risposte alla nostra comunità.
Non
vorremmo che la Toscana, culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, perdesse
l’occasione di proporre un modello nuovo e ci limitassimo a utilizzare lo
stesso linguaggio e le stesse dinamiche che vediamo in tutto il mondo,
rinunciando alla possibilità di dare risposte di civiltà importanti.
Dobbiamo sentire la responsabilità di
introdurre pensiero e azione, cercando di condividere tutti insieme questi
aspetti e di individuare le funzioni condivise affinché i servizi pubblici
possano essere una leva positiva e importante.
(Luca
Aterini – Intervista a Perini).
Oxfam:
la concentrazione di ricchezza
mette
a rischio la democrazia globale.
Asvis.it – (19 gennaio 2026) – Ivan
Manzo – Redazione – ci dice:
(Asvis
– Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile).
Miliardari
ed élite influenzano governi e media erodendo diritti e spazi democratici.
I 12 miliardari più ricchi possiedono una
ricchezza superiore a 4 miliardi di persone.
La
situazione è peggiorata con Trump.
Oxfam:
la concentrazione di ricchezza mette a rischio la democrazia globale.
Il
divario crescente tra ricchi e il resto della popolazione non è solo una
questione economica:
sta
alimentando un deficit politico sempre più pericoloso e strutturale.
Le scelte dei governi sono orientate a
tutelare gli interessi delle élite e a difendere la concentrazione della
ricchezza, mentre diritti sociali e spazi democratici vengono compressi.
Il
risultato è una miscela esplosiva di frustrazione e risentimenti, in un
contesto in cui per una parte crescente della popolazione l’accesso a una vita
dignitosa diventa ogni giorno più difficile, se non impossibile.
La povertà economica genera fame, quella
politica genera rabbia.
E
nessuna società può considerarsi immune da queste dinamiche.
A
lanciare l’allarme è il rapporto Oxfam “Resisting the rule of the rich:
protecting freedom from billionaire power”.
Pubblicato
in occasione dell'apertura del “World economic forum di Davos”, lo studio
ricostruisce come i super-ricchi stiano consolidando il proprio potere
politico, incidendo sempre più sulle economie e sulle democrazie.
“La
velocità con cui la disuguaglianza economica e politica accelera l'erosione dei
diritti e della sicurezza delle persone può essere spaventosamente rapida.
Le
nostre società oggi si sentono più tossiche.
L'enorme influenza che i super-ricchi hanno
sui nostri politici, sulle nostre economie e sui nostri media ha aggravato le
disuguaglianze e ci ha portato ben lontano dalla lotta alla povertà.
I governi dovrebbero ascoltare le esigenze
delle persone su temi come l'assistenza sanitaria, l'azione contro la crisi
climatica e l'equità fiscale", ha dichiarato “Amitabh Behar”, direttore
esecutivo di “Oxfam International”.
Oxfam
ricorda che la ricchezza dei miliardari è aumentata di oltre il 16% nel 2025:
tre
volte più velocemente rispetto alla media degli ultimi cinque anni,
raggiungendo i 18,3 mila miliardi di dollari, il livello più alto della storia.
In termini reali, la ricchezza complessiva dei miliardari è aumentata di 2,5
mila miliardi di dollari nell’ultimo anno:
cifra che sfiora l’intero patrimonio detenuto
dalla metà più povera dell’umanità, pari a 4,1 miliardi di persone.
In generale, i 12 miliardari più ricchi
possiedono una ricchezza superiore di queste 4,1 miliardi di persone.
Nel
2025 il numero dei miliardari ha superato per la prima volta quota 3000, tra
questi “Elon Musk” è diventato il primo individuo nella storia a oltrepassare
la soglia dei 500 miliardi di dollari di patrimonio personale.
La
ricchezza dei miliardari è aumentata dell'81% dal 2020, una dinamica che segna
un’accelerazione senza precedenti nella concentrazione della ricchezza globale.
Il tutto, mentre una persona su quattro non ha
abbastanza cibo e quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà.
Il peggioramento con Trump.
L’impennata
della ricchezza dei miliardari si inserisce in un contesto politico preciso,
segnato dal perseguimento di un’agenda favorevole alla grande ricchezza da
parte dell’amministrazione Trump.
Durante
la sua presidenza sono state ridotte le tasse per i più ricchi, indeboliti i
tentativi di coordinamento globale per tassare le multinazionali, smantellate
le politiche di contrasto al potere monopolistico.
In questo contesto si inserisce anche la corsa
all’intelligenza artificiale, un settore alimentato da Trump e divenuto una
nuova miniera d’oro per gli ultra-ricchi.
Ma il
segnale lanciato da questa stagione politica va ben oltre i confini degli Stati
Uniti, Oxfam sul tema è netta: “non si tratta di un’anomalia nazionale bensì di una
tendenza globale”. Un’anomalia, identificata nel processo di crescita dell’oligarchia
economica, che sta progressivamente erodendo le basi sociali e democratiche di
molti Paesi.
Disuguaglianze
ed erosione democratica.
La
concentrazione della ricchezza si traduce sempre più in concentrazione del
potere politico.
Secondo
il Rapporto, i miliardari hanno una probabilità di ricoprire incarichi pubblici
fino a 4mila volte superiore rispetto alle persone comuni.
E la sproporzione appare ancora più evidente
se si considera che l’aumento di ricchezza di 2,5 mila miliardi di dollari
registrato nel 2025 sarebbe sufficiente a sradicare la povertà estrema nel
mondo per ben 26 volte.
L’erosione
democratica procede di pari passo con l’aumento delle disuguaglianze.
Oxfam
sottolinea che il rischio di arretramento democratico è sette volte maggiore
nei Paesi caratterizzati da livelli elevati di disuguaglianza.
La
percezione di un sistema politico ed economico allo sbando è ormai diffusa.
Un’indagine
sui valori mondiali condotta in 66 Paesi rileva che quasi la metà degli
intervistati e delle intervistate ritiene che i ricchi comprino spesso le
elezioni nei rispettivi contesti nazionali.
Nel
frattempo, i progressi nella lotta alla povertà si sono arrestati:
il tasso di riduzione è rimasto
sostanzialmente invariato rispetto al 2019, mentre in Africa la povertà estrema
è tornata a crescere.
Le
scelte politiche compiute dai governi nel corso dell’ultimo anno, in
particolare i tagli ai budget destinati agli aiuti internazionali, hanno
colpito direttamente le popolazioni più vulnerabili e, secondo le stime,
potrebbero provocare oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030.
Media
sempre meno liberi.
Oxfam
dedica ampio spazio al ruolo dei media.
In
questo contesto, i governi stanno consentendo ai super-ricchi di esercitare
un’influenza crescente sui sistemi informativi:
i
miliardari possiedono oltre la metà delle maggiori aziende mediatiche globali e
controllano tutte le principali piattaforme di social media, con un impatto
diretto sulla formazione dell’opinione pubblica e sul funzionamento delle
democrazie.
Come
esempio il Rapporto cita l'acquisto del Washington Post da parte di Jeff Bezos,
quello di Twitter/X da parte di Elon Musk, quello del Los Angeles Times da
parte di Patrick Soon-Shiong e un consorzio di miliardari che ha acquistato
ingenti quote dell'Economist.
In
Francia, il miliardario di estrema destra Vincent Bolloré ora controlla “CNews,
trasformata nell’equivalente dell’americana “Fox News”.
Nel
Regno Unito, tre quarti della diffusione dei quotidiani è controllata da
quattro famiglie super-ricche.
A
questa concentrazione economica si somma una marcata omogeneità nelle stanze
del potere editoriale.
Secondo il Rapporto, solo il 27% dei
principali redattori a livello globale è donna e appena il 23% appartiene a
gruppi di razza (gruppi categorizzati sulla base di differenze fisiche, sociali
o culturali).
Una composizione che contribuisce all’emarginazione di
intere fasce della popolazione dal dibattito pubblico, mentre minoranze come
immigrati e persone di colore vengono spesso stigmatizzate, utilizzate come
capri espiatori e private di spazi di rappresentazione.
I
critici, al contrario, tendono a essere silenziati o marginalizzati.
Le
proposte di Oxfam.
Di
fronte a questo scenario in rapida evoluzione, Oxfam sollecita una risposta
politica strutturale.
L’organizzazione invita i governi a dotarsi di
piani nazionali di riduzione delle disuguaglianze basati su obiettivi
misurabili e su un monitoraggio regolare dei risultati.
Al
centro delle raccomandazioni c’è anche una tassazione efficace dei
super-ricchi, attraverso imposte progressive su redditi e patrimoni, con
aliquote sufficientemente elevate da incidere realmente sui livelli estremi di
concentrazione della ricchezza.
Un
altro nodo cruciale riguarda il rapporto tra denaro e potere politico. Oxfam
chiede barriere più robuste tra ricchezza e decisioni pubbliche, rafforzando le
norme contro il lobbying e il finanziamento delle campagne elettorali,
garantendo una reale indipendenza dei media e contrastando in modo esplicito
l’incitamento all’odio.
Infine,
il Rapporto richiama la necessità di restituire centralità politica ai
cittadini e alle cittadine.
Solo
così si potrà costruire un’agenda orientata alla giustizia sociale e necessaria
alla sopravvivenza delle democrazie contemporanee.
I
grandi fondi statunitensi e
il
pericolo per la democrazia.
Ilmanifesto.it
- Paolo Andruccioli – (22/10/2024) – Redazione – ci dice:
Saggi
«I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e
la democrazia» è il nuovo libro di “Alessandro Volpi” per Laterza.
Me Ma.
Gestiscono
quote di risparmio immense, partecipano al capitale di aziende strategiche,
hanno rapporti stretti con i governi su cui esercitano un’influenza politica.
Sono i
grandi fondi finanziari (americani), che stanno diventando sempre più
importanti e protagonisti delle scelte strategiche di vari Paesi.
Ma al
tempo stesso hanno introdotto pratiche che mettono a rischio gli assetti
democratici.
Questa
è la tesi «radicale» sostenuta dallo storico “Alessandro Volpi “nel libro I
padroni del mondo.
Come i fondi finanziari stanno distruggendo il
mercato e la democrazia (Laterza, pp. 190).
Un
fenomeno che viene ancora poco studiato nonostante le evidenze venute a galla
dopo la crisi finanziaria del 2008 e dopo vari episodi di cronaca che avrebbero
dovuto insospettire la politica e l’opinione pubblica, oltre la cerchia degli
addetti ai lavori e degli esperti.
Se ne
riparla in questi giorni anche in Italia dopo alcuni incontri della presidente
del Consiglio, Meloni con i big della finanza mondiale.
Sui
media il governo ha fatto circolare un messaggio rassicurante:
il governo sta cercando risorse finanziarie
per affrontare una manovra economica difficile e sta cercando investitori
esteri per rafforzare il “made in Italy”.
Volpi, con il suo libro, sostiene invece una
tesi opposta.
Da una
parte il governo che nasce sulle ceneri della cosiddetta «destra sociale» ha
bisogno di accreditarsi nei salotti buoni della finanza che conta.
E
QUESTO SPIEGHEREBBE il grande orgoglio con cui Giorgia Meloni fa sapere dei
suoi incontri con Elon Musk, Brad Smith (presidente di Microsoft), Larry Fink,
amministratore delegato di Black Rock.
Dall’altra
un governo che si basa sui dogmi del neoliberismo ha bisogno di partner
importanti per proseguire nell’opera di smantellamento del Welfare.
Quali
alleati migliori delle assicurazioni e dei fondi di risparmio?
Nel
libro troviamo la «mappa» di questo potere finanziar politico. Troviamo cioè la
descrizione delle grandi società di gestione del risparmio, a cominciare da
BlackRock, Vanguard e State Street, che hanno attivi per poco meno di 30mila
miliardi di dollari, e che hanno costruito la loro fortuna soprattutto dopo la
crisi del 2008, prendendo il posto delle principali banche americane, di cui
poi hanno rilevato fette importanti di azionariato a cominciare da JP Morgan.
La
loro forza, spiega l’autore, dipende da un carattere originale del loro modo di
operare sulle piazze mondiali:
hanno
avuto la capacità di mettere sul mercato strumenti finanziari poco costosi, con
ridotti oneri di intermediazione per i clienti, che dopo lo scoppio della
«bolla» del 2008, disorientati dalla crisi finanziaria, si sono indirizzati
verso tali società.
CON
QUESTE ENORMI disponibilità finanziarie, BlackRock e Vanguard hanno partecipato
alle varie ondate di privatizzazioni, e nel caso italiano sono diventati
centrali, tanto che BlackRock, con partecipazioni in Eni, Enel, Terna,
Unicredit e varie altre società, risulta il primo azionista privato alla Borsa
di Milano.
Nel libro si racconta anche delle vicende di “Kkr”
che ha avuto ruolo (molto negativo) su alcuni casi di crisi industriali come
per esempio quello della “Magneti Marelli”.
Si
tratta di un fenomeno che non può essere sottovalutato e che la politica
(soprattutto le forze di opposizione a un governo che sembra già allineato e
coperto) deve riportare al centro dell’attenzione, quanto meno dal punto di
vista della trasparenza.
Di
quello che si sono detti Giorgia Meloni e Larry Fink non abbiamo saputo nulla.
Sappiamo
solo che sui tavoli di questi incontri ci sono le privatizzazioni che sono
state annunciate, quelle che Volpi definisce «cavalli di Troia» per penetrare
nell’economia italiana.
Ma
l’invasione è già cominciata e nei «padroni del mondo» si racconta quello che è
già successo:
l’ingresso dei fondi nelle società di gestione
delle reti, nelle partecipate, nelle multiutility e ovviamente nell’industria
della finanza.
Dopo
le banche, le reti di comunicazione, l’iper-turismo, ora toccherà alla sanità e
ai trasporti?
La
democrazia è in pericolo:
dal
servilismo un po' viscido
filo-trumpiano
allo smantellamento
dell'Europa
sono sempre di più
i
campanelli d'allarme.
Idolomiti.it
- Raffaele Crocco – (11 febbraio 2025) – Redazione – ci dice:
Siamo
in pericolo. È tempo di dirlo, senza allarmismi, ma con sano realismo. Si,
siamo in pericolo.
La democrazia italiana e le democrazie in
genere lo sono.
Lo sappiamo da tempo, ma ora i segni sono
evidenti, palpabili e, purtroppo, sempre più concreti.
Mettiamone
in fila alcuni, in ordine di memoria, non di importanza.
In
Senato, in Italia, c’è in discussione il disegno di legge sulla sicurezza.
È terrificante.
Lo è
per moltissimi aspetti, ma sostanzialmente quella legge è pericolosa e
orribile, perché non è concepita per combattere la grande criminalità
organizzata o per contrastare la microcriminalità delle città.
L’anima
di quella norma è nella semplice e diretta volontà di reprimere ogni forma di
dissenso o protesta.
Negherà
ai cittadini la possibilità di manifestazione e espressione democratica della
propria opinione.
Esempio
pratico:
se un gruppo di lavoratori organizzerà una
manifestazione davanti alla propria azienda, per rivendicare un qualsiasi
diritto negato o il licenziamento improvviso, verranno dispersi con la forza e
imprigionati. E’ solo un esempio, perché dovremmo parlare anche dei nuovi
poteri dati alla polizia – ad esempio, portare l’arma anche fuori servizio –
delle misure antisommossa in carcere e di altri particolari non da poco.
È palese la restrittiva interpretazione degli
articoli 17 (I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le
riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle
riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che
possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità
pubblica) e
21 (Tutti
hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo
scritto e ogni altro mezzo di diffusione) della nostra Costituzione.
È
evidente il tentativo di restringere lo spazio democratico.
In
Parlamento giace anche un altro progetto di legge, firmato Fratelli d’Italia.
In Commissione Difesa della Camera, infatti,
si sta discutendo l’ipotesi di dare ai militari impegnati nell’operazione
“Strade Sicure” poteri permanenti di perquisizione dei cittadini.
Diventerebbero,
di fatto, un organo di polizia.
Succede
da sempre nei Paesi con una dittatura.
La
cosa – lo sostiene Pietro Colapietro, segretario generale della Silp Cgil, un
sindacato di polizia – è semplicemente agghiacciante.
La Costituzione Italiana spiega con chiarezza come la
sicurezza dei cittadini sia affidata all’ordinamento civile, non militare.
L’attribuzione della qualifica di pubblico
ufficiale al personale delle Forze armate, impiegato in operazioni di controllo
del territorio, permetterebbe di fornire loro “il potere di perquisizione di
persone e mezzi”.
Potere
che oggi non hanno, coerentemente al quadro democratico stabilito dalla
Costituzione.
Le Forze Armate italiane, tutte, in forza del comma 3
dell’articolo 52 della Costituzione devono solo uniformarsi “allo spirito
democratico della Repubblica” e – comma 1 dello stesso articolo – dedicarsi
alla difesa della Patria.
Il governo italiano, questo governo italiano, sta
lavorando con solerzia allo smantellamento dell’Unione Europea, cioè dell’unica
realtà concreta che può contrastare – sul piano del diritto e
dell’autorevolezza – la deriva autoritaria nazionale.
Ora, è
vero: non è che l’Unione Europea attuale sia un luogo di meraviglioso rispetto
dei diritti umani.
Ma è il miglior strumento di garanzia
democratica che abbiamo.
È la speranza concreta di superamento dei
nazionalismi ottusi e sempre razzisti.
L’attuale
governo italiano, composto per due terzi da partiti da sempre sovranisti o
ultranazionalisti ed antieuropei e per un terzo da personaggi che si dicono
moderati, ma sono prevalentemente opportunisti, sta contribuendo alla morte del
progetto europeo appiattendosi – come violenta tradizione
opportunistico-fascista vuole – sulle posizioni del ritornante presidente
statunitense Trump.
Di qui, l’azione di Salvini per far uscire
l’Italia dall’Organizzazione Mondiale della salute (Oms), le dichiarazioni del
ministro degli Esteri Tajani sulle ragioni del mancato riconoscimento dello
Stato di Palestina e sulla volontà italiana di non finanziare più l’UNRWA,
l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.
Una
scopiazzatura delle scelte di Trump, per mostrarsi condiscendenti al di là dei
trattati internazionali e delle “Dichiarazione dei Diritti” firmati dalla
nostra Repubblica nei decenni passati. A questo si aggiungono – in puro spirito
trumpiano – gli attacchi alla Corte Penale Internazionale, che ricordiamolo
poggia la propria esistenza sullo “Statuto di Roma” e il silenzio agghiacciante
sulle ipotesi del capo della Casa Bianca di prendersi, con la forza, la
Groenlandia, cioè una parte dell’Unione Europea e, ricordiamolo, territorio
della Nato.
Un
servilismo viscido e untuoso che male si addice a chi strepita di continuo di
“valori della Nazione” e di “difesa della Patria”, ma è utile invece a chi
vuole restare in sella, creando un grande fronte internazionale
antidemocratico.
Sono solo tre delle tante “bandiere rosse”
d’allarme che si vedono. Potremmo aggiungere la riforma della giustizia,
l’abbaiare televisivo di una sottosegretaria per impedire un dibattito, le
continue querele ai giornalisti per metterli a tacere.
Niente di buono, con un’opposizione che non
presenta un progetto politico e sociale alternativo.
Nulla
di sensato se pensiamo che questo governo ci sta portando verso un
“autoritarismo consensuale” (attenzione, lo è stato anche il fascismo per
almeno due decenni), pur avendo un quarto dei voti dei potenziali elettori
italiani, cioè 12milioni di voti su 48milioni di votanti.
Andremo a sbattere contro un muro grazie ad
una minoranza.
In fondo, è vero:
basta
poca gente determinata ad uccidere una democrazia fondata sull’indifferenza.
Democrazia
a rischio: sì,
il
rischio non si chiama Meloni
ne
Schlein, ma Intelligenza artificiale.
Ingenio-web.it
– (20.10.2025) - Andrea Dari – Redazione - ci dice:
Non
sono i governi o i partiti a mettere in pericolo la libertà, ma l’algoritmo.
Con “Google AI Mode” la ricerca diventa
informazione preconfezionata: non cerchiamo più, riceviamo risposte.
È comodo ma rischioso, perché l’informazione
perde il suo presidio umano e nessuno risponde degli errori.
La libertà, oggi, è nel continuare a dubitare.
Ma
forse non è più sufficiente.
Mentre
Schlein si scaglia contro Meloni:
"Con l'estrema destra al governo la
libertà è a rischio" arriva in Italia “Google AI Mode”.
È
impressionante come chi governa - a prescindere dal colore politico - il nostro
Paese non si accorga che il vero pericolo sia un altro.
E non è un problema di business delle testate
editoriali, è un problema di libertà.
Con
l’arrivo di Google AI Mode, la ricerca diventa informazione preconfezionata:
non cerchiamo più, riceviamo risposte.
È
comodo, ma pericoloso.
L’algoritmo
decide cosa è rilevante, sostituendo la nostra libertà di analisi con una
verità sintetizzata.
E se
la risposta è sbagliata, chi ne risponde? Nessuno:
né un
giornalista, né un direttore, né Google.
Così,
l’informazione perde il suo presidio umano e la responsabilità evapora.
La
vera libertà oggi non è chiedere a un’AI, ma continuare a dubitare delle sue
risposte.
Goethe
scriveva:
«Nessuno
è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo».
Per
chi ne vuole sapere di più ecco il mio articolo.
Immagine
creata con ChatGPT: oggi il confine tra realtà e virtuale non è definito.
Google
AI Mode, la morte dell'informazione
La
parola “informazione” deriva dal latino” informatio”, composto da in-
(“dentro”) e formatio (“formazione”, da formare = “dare forma”). Letteralmente
significa “dare forma dentro”:
imprimere
una forma alla mente, plasmare il pensiero attraverso la conoscenza.
Nel
latino classico, “informatio” indicava l’atto di modellare o educare; solo più
tardi, con l’Umanesimo e poi con la Rivoluzione scientifica, assunse il
significato di trasmissione di notizie e conoscenze.
Etimologicamente,
quindi, informare non è “riempire” di dati, ma dare forma alla mente:
un
processo attivo, creativo e responsabile — esattamente ciò che rischiamo di
perdere se a “informarci” è un algoritmo.
Perché
questa precisazione etimologica?
Perché in Italia arriva “Google AI Mode”.
Il 5
marzo 2025 Google ha pubblicato un post sul proprio blog dal titolo “Expanding AI Overviews and
introducing AI Mode” firmato da Robby Stein, Vice President di Product per
Google Search. (LINK)
Cosa
annuncia Google: sintesi.
Il
programma sperimentale “AI Mode” è un nuovo modo di fare ricerca/informazione
integrato direttamente nella ricerca Google.
Google
lo descrive come «la modalità più potente di AI per la ricerca: chiedi
qualsiasi cosa e ottieni una risposta alimentata da AI, con la possibilità di
approfondire con domande successive e link utili».
“AI
Mode” si basa su un modello personalizzato del sistema “Gemini 2.0”, con
capacità di ragionamento avanzato, capacità multimodali (testo + immagini) e
utilizzo della tecnica “query fan-out“, cioè scomposizione della domanda in
sottotemi e ricerca simultanea su più fonti per costruire una risposta
articolata.
Viene
inoltre dichiarato che” AI Mode” non sostituirà i link al web:
la risposta “migliore” sarà, ove possibile,
quella generata dall’AI;
se la
fiducia è bassa, Google mostrerà nuovamente un insieme di risultati standard.
La
funzione è indicata come “early experiment” (“esperimento”):
Google
esplicita che «non sempre otteniamo la risposta giusta».
In un
aggiornamento del 30 settembre 2025 Google annuncia che AI Mode “can now help you search and explore
visually”,
introducendo una modalità di ricerca visiva, upload di immagini, descrizioni
conversazionali (“barrel jeans che non siano troppo larghi”) integrata nel
flusso.
In
questi giorni gli editori di giornali associati alla Fieg hanno presentato un
reclamo formale all'Agcom, nel suo ruolo di Coordinatore nazionale dei Servizi
Digitali, contro il servizio "AI Overviews" di Google.
Analoga azione, promossa da Enpa, è in corso
presso i Coordinatori dei Servizi Digitali di altri Paesi Ue, con l'obiettivo
comune e condiviso di ottenere dalla Commissione Europea l'apertura di un
procedimento ai sensi del Dsa (Digital Services Act).
Con
l'introduzione di “AI Overviews” in Italia, e ancor più di recente della sua
funzione “AI Mode”, Google viola alcune disposizioni fondamentali del DSA, con
effetti pregiudizievoli.
Nella nota tecnica Fieg spiega come Google
stia diventando un 'traffic killer':
Google
sta anteponendo le sue risposte AI alle query degli utenti integrandole
direttamente nell'elenco dei risultati, senza dover cliccare sulle fonti
originali, ossia i siti degli editori.
Stiamo
parlando di un prodotto - sostiene ancora la Fieg - che non solo si pone in
diretta concorrenza con i contenuti prodotti dalle aziende editoriali ma che
determina anche una riduzione della loro visibilità e reperibilità, e quindi
dei relativi introiti pubblicitari, minacciando il loro rifinanziamento.
Ciò ha
gravi conseguenze per la sostenibilità economica e la diversità dei media, con
tutti i rischi correlati alla mancanza di trasparenza e al proliferare dei
fenomeni di disinformazione nel dibattito democratico.
ANSA,
LINK.
Considerazioni:
quali implicazioni operative.
Per
l’utente, la promessa è di poter fare “una ricerca” più articolata
(multi-parte, complessa, visiva) e ottenere direttamente una risposta compiuta,
senza dover saltare fra decine di pagine web oppure riformulare la domanda in
modo iterativo.
Non si
tratta di un cambiamento minimo, è un cambio di paradigma: per Google, si
tratta di trasformare la funzione “motore di ricerca” (search engine) verso una
“machine di risposta” (answer engine) o “modo conversazionale di
ricerca/informazione”.
Diventa
a tutti gli effetti un editore, perché fornisce informazioni complete, dietro
un'elaborazione algoritmica di cui non si conoscono le regole.
Ma avendolo chiamato "esperimento"
non si assumano la responsabilità di quello che scrivono, non ci mettono la
faccia, non ci mettono la firma.
Ho
provato a fare un esempio, ho chiesto a un chat bot "Chi ha ragione tra la
Schlein e la Meloni nella polemica che si è creata?".
Ecco la risposta:
In
sintesi: entrambi colgono un pezzo della realtà, ma nessuno la racconta per
intero.
Se
Schlein sottolinea le fragilità democratiche e sociali, non considera
abbastanza i contesti internazionali, le scelte del governo e le resistenze che
esistono anche nel suo campo.
Se
Meloni enfatizza la continuità e i risultati, non spiega sempre le criticità
strutturali — salari bassi, servizio pubblico sotto pressione, disparità — e
reagisce con attacchi che polarizzano invece di favorire il dialogo.
Se
fossi in te, suggerirei di considerare la polemica come un allarme utile — non
tanto per valorizzare chi “vince” lo scontro, ma per porre la domanda:
quanto
è forte il pluralismo, quanto è rispettato il dissenso, quanto è fatto per
affrontare le disuguaglianze?
È a
tutti gli effetti una risposta politica.
Mi
torna in mente una frase di Goethe — «Nessuno è più schiavo di colui che
si ritiene libero senza esserlo» — possiamo porre alcuni interrogativi critici sul
nuovo scenario dell’informazione.
Affidare
all’AI l’azione di ricerca-analisi-verifica-pubblicazione.
Oggi
gran parte dell’informazione — specialmente online — prevede che un giornalista
o un editor (responsabile) faccia:
verifica
delle fonti, analisi dei dati, eventuali richieste di approfondimento,
pubblicazione, attribuzione della responsabilità.
Con AI
Mode e strumenti simili, stiamo progressivamente affidando a un algoritmo – non
a una persona – queste funzioni:
La
ricerca (l’AI scansiona il web, divide la domanda in sottotemi);
L’analisi
(l’AI “ragiona” su cosa cercare e come presentare la risposta);
La sintesi/pubblicazione
(l’AI produce una risposta integrata, presentata come “risposta”).
Questo
sposta il paradigma: non più “io cerco e approfondisco”, ma “l’AI mi dà la
risposta”.
Il
rischio, e qui entriamo nel nodo della libertà:
se credo di essere libero — posso chiedere,
ottenere, decidere — ma in realtà la mia ricerca è guidata da un algoritmo che
definisce i percorsi di approfondimento, le fonti visibili, le risposte
principali, allora… non sono effettivamente libero.
Mi
illudo di esserlo.
E quindi — eccomi, schiavo:
schiavo di una logica algoritmica che potrei
non controllare, e che potrebbe indirizzarmi in modo sub-ottimale.
E la
domanda da porsi è: Chi risponde se la risposta è sbagliata?
Facciamo
un esempio concreto:
uso AI
Mode per un quesito critico – ad esempio un dato tecnico per un progetto, o
un’informazione per un articolo.
L’AI
fornisce una risposta errata e ciò mi causa un danno — reputazionale, tecnico,
economico.
Chi ne
risponde?
Non è
il giornalista (non ha scritto, verificato – l’algoritmo ha scritto);
Non è
l’editor responsabile nel senso tradizionale (non ha supervisionato l’intero
processo, se l’AI risulta una “black box”).
È
Google (fornitore della piattaforma)?
Ma
l’utente/azienda può obiettare: “è un esperimento, me l’hanno detto”.
È
l’utente che ha usato lo strumento?
Si può
dire che l’utente avrebbe dovuto verificare autonomamente: ma allora quale
vantaggio ha avuto affidarsi all’AI?
Il
risultato è un buco responsabile: la responsabilità editoriale, storicamente
della persona fisica o giuridica che pubblica, oggi si smarrisce.
Se l’AI diventa “autore” di fatto, ma non è
una persona giuridica responsabile, chi risponde?
Ed
entrando nel giornalismo: se un‘AI produce un articolo, chi risponde
dell’errore?
Il direttore responsabile (“direttore
responsabile” nella normativa italiana)?
Ma se
non ha controllato parola per parola, ma solo “lasciato fare” all’AI, la
responsabilità è elastica.
L’informazione
è a rischio?
Sì —
almeno in parte — e per più motivi:
Verifica
delle fonti e trasparenza: Quando la risposta è generata dall’AI, che fonde
contenuti, si rischia un mix non sempre tracciabile.
Se manca trasparenza su “da quali fonti sono
state estratte queste informazioni” o su come è arrivata la conclusione, la
fiducia cala.
Monopolizzazione
del traffico informativo:
Se
Google – con AI Mode – presenta risposte dirette che riducono il click verso i
siti autori, i giornali e i siti specializzati perdono visibilità, risorse
(pubblicitarie) e quindi capacità di produrre informazione di qualità. Questo è già denunciato in Italia.
Effetti
collaterali sulla pluralità:
Se
poche “risposte AI” diventano standard, e l’utente si fida, potrebbe ridursi il
confronto fra fonti, l’approfondimento, la dissidenza.
In un
certo senso l’AI potrebbe diventare filtro unico, e dunque un rischio per la
diversità informativa.
Errore
e danno:
Come
detto sopra, se la risposta è sbagliata, chi fa da guardiano?
Se l’utente non verifica, l’errore può propagarsi (pubblicazione, citazione, decisione
progettuale).
Illusione
di controllo:
Tornando alla frase di Goethe — si può pensare
che l’utente “libero” stia usando lo strumento come preferisce, ma in realtà
sta usando strumenti che possono pilotare la ricerca, filtrare le opzioni,
orientare la risposta.
Se non
vigila, non è più “libero”.
Ma c'è
un problema anche di natura culturale, perché l'informazione non è più
informazione, perché come avevamo evidenziato in testa a questo articolo
informare non è “riempire” di dati, ma dare forma alla mente, è un processo
attivo, creativo e responsabile, è un percorso di approfondimento, di
costruzione di un'opinione, di consolidamento di conoscenza, non ottenere una
risposta precostruita — esattamente ciò che rischiamo di perdere se a
“informarci” è un algoritmo.
La
frase di Goethe ci avverte: se pensiamo di essere liberi — di cercare,
esplorare, decidere — ma accettiamo passivamente soluzioni “chiavi in mano”
senza assumerci la responsabilità della verifica, potremmo trovarci più schiavi
di prima.
L’introduzione
di “Google AI Mode” segna una svolta nella modalità di accesso
all’informazione:
più
rapida, conversazionale, potente — ma anche più rischiosa se non accompagnata
da consapevolezza, trasparenza e responsabilità.
(Andrea
Dari).
PS. Se
questo vale per l'informazione, vale anche per altri ambiti e professioni:
penso a ingegneri, architetti, geometri per il nostro settore, ma anche a
avvocati, medici, commercialisti ... che la società artificiale cercherà di
sostituire con risposte generate da un algoritmo. Il prossimo piano urbanistico
lo fare l'intelligenza artificiale sulla base dei dati del Digital Twuin, il
progetto architettonico lo elaborerà direttamente un AGENS di Intelligenza
artificiale dialogando con il committente, pubblico o privato, che gli
spiegherà le sue esigenze, il calcolo strutturale lo farà poi un altro AGENS,
dialogando direttamente con l'altro AGENS ... "Matrix" è sempre più
vicina.
(Andrea
Dari - Ingegnere, Presidente della Casa Editrice IMREADY e direttore
Responsabile di INGENIO).
(ingenio-web.it/articoli/democrazia-a-rischio-si-il-rischio-non-si-chiama-ne-meloni-ne-schlein-ma-intelligenza-artificiale/).
Intelligenza
Artificiale: approvata
la
prima legge organica. Contenuti, raccordo con l’”AI Act e impatti”.
Ingenio-web.it
– (19.09.2025) - Stefania Alessandrini - AI ChatGPT- Redazione – ci dice:
Con il
voto del 17 settembre 2025 il DDL 1146-B
diventa la prima legge organica italiana sull’IA.
Il
provvedimento definisce principi e governance nazionale, disciplina usi in PA,
giustizia, sanità e lavoro, raccorda gli obblighi con l’AI Act e chiarisce
interferenze con GDPR/Codice Privacy, responsabilità e attuazione operativa.
L’approvazione
della legge italiana sull’intelligenza artificiale segna un passaggio di
sistema:
non un
provvedimento spot, ma una cornice che organizza principi, ruoli istituzionali
e settori d’impiego in coerenza con il quadro europeo.
Per chi progetta, gestisce e utilizza sistemi
di IA – dalla PA alle strutture sanitarie, fino agli studi professionali –
cambiano i presupposti di responsabilità, trasparenza e documentazione.
La
decisione rimane umana, ma i processi si attrezzano:
servono
tracciabilità, misure tecniche ed evidenze di conformità.
Il raccordo con l’”AI Act” evita
sovrapposizioni e concentra la legge nazionale su governance, profili penali,
ambiti sensibili e indicazioni per l’attuazione.
Il
risultato è un percorso più chiaro per integrare l’IA nei servizi pubblici e
nelle attività professionali, con tutele rafforzate su privacy, sicurezza e
diritti fondamentali.
Legge
italiana IA 2025: principi, ambiti e finalità.
Per
inquadrare correttamente il testo, è utile evidenziare l’architettura normativa
e gli obiettivi di fondo su cui poggia l’intervento.
La
legge si articola in più Capi che definiscono:
Principi
generali (antropocentrica,
trasparenza, proporzionalità, sicurezza, qualità e accuratezza, non discriminazione,
parità di genere, sostenibilità, sorveglianza umana, cybersicurezza lungo il
ciclo di vita);
Governance
nazionale (Strategia,
autorità competenti, coordinamento);
Disposizioni
settoriali per PA, giustizia, sanità, lavoro e professioni;
Presidi
su diritto d’autore e profili penali;
Disposizioni
finali e deleghe per l’attuazione.
Finalità:
favorire
ricerca, sviluppo e impiego responsabile dei sistemi di IA, prevenendo rischi
per diritti e libertà fondamentali e assicurandone la coerenza con il “Regolamento
(UE) 2024/1689 – AI Act”, che costituisce il quadro vincolante di riferimento.
La
legge nazionale non introduce oneri tecnici ulteriori rispetto all’AI Act, ma
disciplina ruoli, processi e ambiti di competenza interna.
Struttura
e principi generali della legge sull’Intelligenza Artificiale.
La
legge approvata presenta un impianto ordinato in principi e disposizioni
generali, cui seguono norme dedicate agli ambiti sensibili (PA, giustizia,
sanità, lavoro e professioni) e una delega al Governo per l’adozione di decreti
legislativi entro 12 mesi dall’entrata in vigore.
L’obiettivo è raccordare l’ordinamento interno
all’AI Act evitando sovrapposizioni, chiarendo ruoli e procedure nazionali e
predisponendo gli strumenti attuativi per i settori più esposti.
Principi
fondamentali.
Prima
di entrare nel dettaglio applicativo, il legislatore fissa una serie di
principi cardine che guidano interpretazione e attuazione della disciplina.
In sintesi:
Centralità
della persona e impostazione antropocentrica dell’IA, con decisione finale in
capo all’umano.
Trasparenza
ed elementi di spiegazione dei sistemi, proporzionati al rischio e al contesto
d’uso.
Responsabilità
degli operatori lungo il ciclo di vita (progettazione, addestramento, impiego,
monitoraggio).
Non
discriminazione e inclusione, con presidi su qualità dei dati e mitigazione dei
bias.
Tutela
della dignità e dei diritti fondamentali, anche nei casi d’uso automatizzati o
ad alto impatto.
Protezione
dei dati personali e cybersicurezza, secondo il principio di privacy/security
by design.
Questi
principi, sebbene di natura generale, costituiscono la cornice interpretativa
delle norme delegate e dovranno orientare sia i decreti legislativi sia le
linee guida delle autorità competenti.
Governance.
Il
disegno istituzionale assegna un ruolo centrale ad AgID e ACN: la prima come
autorità di notifica e conformità (notifiche, accreditamento e monitoraggio
degli organismi di valutazione), la seconda come autorità di vigilanza del
mercato, con poteri ispettivi e sanzionatori e responsabilità sui profili di
cybersicurezza.
Il
coordinamento avviene in raccordo con la Presidenza del Consiglio e le autorità
indipendenti – in primis il Garante per la protezione dei dati personali
(nonché AGCOM e, per il settore finanziario, Banca d’Italia, CONSOB e IVASS).
A
livello politico-amministrativo opera un Comitato di coordinamento presso la
Presidenza del Consiglio, con funzioni di indirizzo e raccordo
interministeriale e con il compito di allineare strategie, attuazione e sandbox
regolamentari.
Raccordo
con il diritto dell’Unione. “AI Act” e prevalenza del diritto UE.
Prima
di entrare nei capitoli settoriali, va chiarito come la normativa si posizioni
rispetto al quadro europeo, per evitare equivoci su obblighi e competenze.
La
legge si applica e si interpreta in coerenza con l’AI Act, che prevale quale
regolamento direttamente applicabile. Al livello nazionale sono regolati:
l’architettura
istituzionale (autorità, coordinamento, sandbox),
alcuni
settori di impiego (PA, giustizia, sanità, lavoro, professioni),
i
profili penali e le deleghe per definire gli usi illeciti.
Per
operatori e fornitori resta centrale l’adeguamento all’AI Act (gestione del
rischio, qualità dei dati, documentazione tecnica, trasparenza, marcatura CE
ove prevista); la legge italiana assicura attuazione e vigilanza nel contesto
nazionale.
Regole
sull'Intelligenza Artificiale: ci siamo, l'AI ACT europeo diventa operativo.
Dal 2
agosto 2025 l’intelligenza artificiale entra nell’età della responsabilità:
l’AI Act
diventa operativo, il Codice di condotta GPAI offre una corsia di conformità, e
in Italia scatta il pacchetto di decreti attuativi. Trasparenza sui dataset,
tutela copyright e red‑
teaming
non saranno più
opzioni ma obblighi.
Scopri regole, scadenze, opportunità per imprese, sviluppatori e
pubbliche amministrazioni che puntano sull’innovazione in Europa.
Governance
nazionale: ruoli, coordinamento e sandbox.
AgID,
ACN e Comitato di coordinamento per l’IA.
Il
funzionamento concreto del sistema passa dalla governance: chi fa cosa, con
quali poteri e come si sperimentano soluzioni innovative in modo controllato.
AgID è
autorità di notifica e conformità: gestisce notifiche, accreditamento e
monitoraggio degli organismi di valutazione e supporta l’implementazione dei
processi di conformità.
ACN è
autorità di vigilanza del mercato: esercita poteri ispettivi e sanzionatori,
con attenzione ai profili di cybersicurezza dei sistemi di IA, ai requisiti di
resilienza, integrità e gestione degli incidenti.
Presso
la Presidenza del Consiglio è istituito un Comitato di coordinamento, per
l’allineamento tra amministrazioni e autorità indipendenti (Garante, AGCOM e –
per il settore finanziario – Banca d’Italia, CONSOB, IVASS).
Sono
previsti spazi di sperimentazione regolamentata (sandbox), utili per progetti
innovativi con controllo dei rischi e misure di salvaguardia: strumento
strategico per PA, utility e filiere critiche.
Cosa
comporta per i progettisti/fornitori: procedure più chiare per la conformità e
canali definiti per il dialogo regolatorio (sandbox), con effetti diretti sulla
pianificazione di audit, test, red teaming e piani di gestione del rischio.
Intelligenza artificiale nella PA:
trasparenza, tracciabilità e controllo umano.
Nel
perimetro pubblico, l’IA è uno strumento abilitante per efficienza e qualità
dei servizi, ma non sostituisce la decisione umana. Occorre quindi impostare
sin dall’inizio regole chiare di uso e di responsabilità.
La PA
può impiegare l’IA per migliorare efficienza e qualità dei servizi, ma l’uso
resta strumentale e di supporto:
va
garantita la conoscibilità di finalità, funzionamento essenziale e limiti dei
sistemi;
deve
essere assicurata la tracciabilità dell’uso (logiche, esiti, interventi umani
significativi);
la
decisione resta in capo alla persona (funzione di controllo/sorveglianza);
occorrono
misure tecniche, organizzative e formative adeguate.
Correzione
applicata: anziché parlare di “registri d’uso” (non espressamente nominati), si
raccomanda di prevedere misure documentali e di tracciabilità che permettano l’audio
e accountability dei processi decisionali e dei risultati.
Indicazioni
pratiche per capitolati e progetti PA.
Per
trasformare i principi in pratica operativa, nei progetti e nei bandi conviene
strutturare i requisiti come segue:
Mappatura
dei processi e basi giuridiche (GDPR, Codice Privacy, AI Act).
Tracciabilità:
log degli eventi chiave, versioni dei modelli, politiche di aggiornamento e
roll-back.
Human-in-the-loop:
definizione di soglie e casi di intervento umano obbligatorio.
Trasparenza
verso l’utenza: informative e segnalazioni quando l’esito è assistito da
sistemi di IA.
Formazione
e policy interne su qualità dei dati, bias, gestione degli incidenti.
IA nei
tribunali: divieto di sostituzione del giudice, uso ausiliario ammesso.
Il
capitolo giustizia è quello in cui il confine tra supporto tecnologico e
decisione è più delicato.
La
legge lo traccia con nettezza, tutelando terzietà e diritti delle parti.
Divieto
espresso:
l’IA non può sostituire il magistrato in
interpretazione e applicazione della legge, valutazione dei fatti e delle
prove, adozione dei provvedimenti.
Uso
ammesso:
strumenti
organizzativi e di supporto (smistamento, ricerche, gestione agenda/atti,
reportistica), sperimentazioni autorizzate dal Ministero della Giustizia con
garanzie e limiti temporali, in attesa della piena attuazione dell’AI Act.
Implicazioni
progettuali: le soluzioni per uffici giudiziari dovranno privilegiare
explainability, verificabilità e audit trail, con chiara separazione tra
supporto tecnologico e momento decisionale umano.
IA e
lavoro: informazione al lavoratore, dignità, non discriminazione.
Nei
processi HR l’uso dell’IA può accelerare selezione e valutazione, ma espone a
rischi di bias e opacità.
Il
legislatore interviene su tutele e informazioni dovute ai lavoratori.
La
legge afferma che l’IA deve migliorare sicurezza, affidabilità e qualità
dell’organizzazione del lavoro nel rispetto di dignità e non discriminazione.
Obbligo
di informativa ai lavoratori sugli strumenti di IA che incidono su assunzione,
valutazione, monitoraggio, mansioni (richiamo al d.lgs. 152/1997).
Istituzione
di un Osservatorio presso il Ministero del Lavoro per strategia, monitoraggio
degli impatti, settori più esposti e formazione.
Coerenza
con l’AI Act:
i
sistemi di IA impiegati per selezione, valutazione e gestione del personale
rientrano tra quelli ad alto rischio, con requisiti di gestione del rischio,
qualità dei dati e misure anti-bias.
Per le
imprese e gli studi:
serve
una valutazione d’impatto sui processi HR (rischi di discriminazione, errori
sistematici, explainability) e l’adozione di controlli umani significativi nei
passaggi critici.
IA
nelle professioni intellettuali: supporto sì, prevale l’opera intellettuale.
La
disciplina per le professioni mira a valorizzare l’innovazione senza comprimere
l’autonomia e la responsabilità del professionista verso il cliente.
Per
ingegneri, architetti, geometri e altre professioni, l’IA è strumento di
supporto; deve comunque prevalere l’opera intellettuale del professionista.
Va
comunicato al cliente, con linguaggio chiaro e completo, se e come l’IA viene impiegata
nella prestazione (es. generazione di elaborati, analisi dati, simulazioni).
Nelle
politiche interne, indicare criteri di qualità dei dati, versioni dei modelli,
verifica dei risultati e responsabilità finale del professionista.
Sanità
digitale, dati per ricerca e garanzie privacy.
In
ambito sanitario la legge apre spazi importanti per ricerca e sperimentazione,
bilanciando innovazione e protezione dei dati sensibili.
La
legge prevede una cornice per la ricerca e la sperimentazione in ambito
sanitario (pubblico e privato senza scopo di lucro), con uso secondario dei
dati anche di categorie particolari, nel rispetto di privacy by design e
criteri di minimizzazione.
Il
Ministero della Salute emanerà un decreto che disciplina trattamento, modalità
semplificate e uso secondario dei dati in progetti di IA/ML (sentito il
Garante); sono previsti termini procedurali.
È
valorizzato l’impiego di anonimizzazione, pseudo-nimizzazione e dati sintetici
(con linee guida AGENAS previo parere del Garante).
Comunicazione
al Garante: per specifici trattamenti, invio di una comunicazione contenente
gli elementi richiesti dal GDPR (artt. 24, 25, 32, 35). Decorso di 30 giorni,
in assenza di provvedimenti di blocco, l’attività può essere avviata.
Per
strutture sanitarie e IRCCS: predisporre DPIA quando richiesto, mantenere
cataloghi dei dataset, tracciare catene di trasformazione
(anonimizzazione/sintesi) e documentare finalità e basi giuridiche anche
nell’uso secondario.
Diritto
d’autore e contenuti generati con IA.
L’evoluzione
degli strumenti generativi impone un aggiornamento delle regole su creazione,
riuso e diritti di terzi.
Il
testo interviene in questa direzione con impatti pratici per progettazione e
comunicazione tecnica.
Il
testo interviene per aggiornare la disciplina del diritto d’autore rispetto ad
opere e contenuti realizzati con l’ausilio dell’IA. Per i professionisti
(progetti, grafica, modellazione, BIM, reportistica) ciò implica:
chiarire
nei contratti processo creativo e apporto umano;
gestire
diritti di terzi su dataset e materiali di training;
predisporre
metadati e policy per l’uso editoriale e pubblico dei contenuti
generati/assistiti.
Reati,
illeciti e responsabilità da IA: cosa sapere.
Sul
fronte sanzionatorio la legge aggiorna fattispecie penali e prefigura ulteriori
interventi delegati, mentre per la responsabilità civile resta applicabile il
mosaico di regole generali.
Il
Capo V aggiorna alcune fattispecie penali e introduce riferimenti a condotte
mediate dall’IA (fra cui interventi su aggiotaggio, plagio e manipolazioni del mercato
informativo).
Sul
piano civile non vi è – ad oggi – una disciplina organica autonoma del danno da
IA: si applicano le regole generali (contrattuale/extracontrattuale), integrate
dagli obblighi di conformità dell’AI Act.
Le
deleghe legislative annunciano ulteriori interventi su usi illeciti dell’IA e
possibili coordinamenti con il diritto UE (anche con le evoluzioni in materia
di responsabilità prodotto/AI).
Suggerimento
operativo:
nei
contratti di fornitura e servizio includere clausole di allocazione del
rischio, piani di incident response, assicurazioni dedicate, e obblighi
documentali coerenti con l’AI Act (risk management, logging, data governance,
testing).
Appalti
pubblici ed e-procurement.
Il
tema della localizzazione dei dati si traduce in un indirizzo per le
piattaforme di acquisto pubbliche, non in un obbligo generalizzato. Serve
quindi una modulazione caso per caso.
La
legge indirizza (non impone in via generalizzata) le piattaforme di
e-procurement a privilegiare soluzioni che garantiscano, quando in gioco vi
siano dati strategici, la localizzazione e l’elaborazione in data center sul
territorio nazionale, con disaster recovery e business continuity anch’essi in
Italia.
Il
tutto nel rispetto di concorrenza, non discriminazione e proporzionalità.
Per i
RUP e i progettisti di gara: inserire requisiti tecnici e di sicurezza graduati
sul rischio del dato (strategico vs non strategico), con valutazioni d’impatto
e metriche su disponibilità, integrità e riservatezza.
Privacy
e Codice Privacy: interferenze e adempimenti.
Il
raccordo con GDPR e Codice Privacy è trasversale:
senza
basi giuridiche solide, informative chiare e misure tecniche adeguate,
l’adozione dell’IA non è sostenibile né conforme.
Il
testo rafforza l’approccio privacy by design:
Informativa
trasparente e linguaggio chiaro, con attenzione ai minori: sotto i 14 anni
serve il consenso del titolare della responsabilità genitoriale; dai 14 ai 18
anni il minore può prestare consenso se adeguatamente informato.
Basi
giuridiche coerenti con le finalità; DPIA per trattamenti ad alto rischio;
misure tecniche e organizzative (minimizzazione, pseudo-anonimizzazione/anonimizzazione,
sicurezza by design).
Raffronto
con “AI Act”: i requisiti di trasparenza, qualità dei dati e gestione del rischio dei
sistemi di IA si sommano – senza sovrapporsi – agli obblighi GDPR.
Attuazione pratica: checklist per PA, studi e
fornitore.
Per
agevolare l’implementazione, di seguito una checklist essenziale, anticipata da
una breve guida alla sua applicazione.
Come
usare la checklist,
Leggere
ogni punto come un requisito da pianificare e documentare: definire
responsabili, tempistiche, evidenze e criteri di verifica.
Per la
PA:
Mappare
processi e basi giuridiche;
Definire
misure di tracciabilità (log eventi, versioni modello, explainability);
Prevedere
intervento umano nei casi ad alto impatto;
Informative
chiare agli utenti;
Piano
formazione e gestione incidenti;
Valutare,
nei capitolati, requisiti su sicurezza e – dove pertinente – localizzazione dei
dati strategici.
Per
studi e imprese,
Per i
soggetti privati valgono logiche simili, con maggiore attenzione a clausole
contrattuali e responsabilità professionale:
Dichiarare
ai clienti se e come l’IA supporta l’attività professionale;
Politiche
su qualità dei dati, verifica dei risultati, diritti d’autore;
DPIA e
misure anti-bias per sistemi HR;
Contratti
con clausole su responsabilità, assicurazioni, audit e piani di premeditazioni.
PER
APPROFONDIRE
SCARICARE
IL DOCUMENTO APPROVATIO DAL SENATO (DDL 1146-B) E IL RELATIVO DOSSIER.
(Stefania
Alessandrini - AI ChatGPT).
(ingenio-web.it/articoli/prima-legge-organica-italiana-ia-contenuti-raccordo-con-l-ai-act-e-impatti/).
Le
crepe nella falsa
democrazia
patinata.
Ilmanifesto.it
- Alessandra Agostino – (18 -12 – 2025) – ci dice:
Centri
sociali La democrazia è pluralismo e conflitto, anche quando questo urta e
inquieta.
Aggiungo:
i centri sociali si muovono nel segno della Costituzione.
Me Ma.
Pratiche
di resistenza, analisi controcorrente, cultura alternativa, ricostruzione del
legame sociale, solidarietà dal basso, autogestione.
I
centri sociali, nell’eterogeneità e dinamicità delle loro storie, veicolano
conflitto, dissenso, libertà di pensiero.
Nell’antagonismo
delle proposte politiche e nell’eterodossia delle espressioni musicali e
artistiche, praticano forme di mutualismo e solidarietà sociale.
La
loro esistenza, al netto di qualsivoglia idealizzazione (come in tutte le
esperienze non mancano contraddizioni, rigidità, ombre), rappresenta un
elemento di vitalità della democrazia.
E questo, a prescindere dal fatto che si
condividano o meno approcci e azioni (e, sia chiaro, non è una presa di
distanza).
La
democrazia è pluralismo e conflitto, anche quando questo urta e inquieta.
Aggiungo:
i centri sociali si muovono nel segno della Costituzione. Costruiscono
partecipazione effettiva;
concretizzano
il principio di solidarietà, che sia con gli sportelli (per i migranti, per il
diritto alla casa), che sia con la costruzione di spazi di aggregazione
sociale; esercitano diritti costituzionali come la libertà di manifestazione
del pensiero e il diritto di riunione.
Del
resto, si può annotare, è la Costituzione stessa che “disturba”, è della
Costituzione stessa che ci si vuol disfare:
è una
Costituzione antagonista al neoliberismo autoritario e alle brame belliche.
Per
inciso, questo rende evidente l’errore del ragionamento “dopo il Leoncavallo,
almeno sgomberate Casa Pound”:
l’esperienza
di Casa Pound è in radicale antitesi alla Costituzione, costituisce una
riorganizzazione del partito fascista, vietata dalla Costituzione.
Casa
Pound va sgomberata in nome dell’antifascismo e dei valori ad esso sottesi, che
la Costituzione (tutta) sancisce.
Non sono situazioni equiparabili.
Veniamo
alla questione dell’illegalità.
Alcuni
centri sociali sono occupati: vivono attraverso l’occupazione di un immobile.
Due
annotazioni.
Primo: in una democrazia, vi deve essere
«tolleranza del dissenso sino all’estremo limite possibile» (Passerin
d’Entrèves);
una democrazia non si regge sul comando e
sull’obbedienza, sul principio di autorità, ma sulla partecipazione effettiva e
sul dissenso.
I
centri sociali stimolano, interrogano, evidenziano le ambiguità della
democrazia.
La democrazia si spegne anche nell’apatia,
nell’indifferenza, nella passività, nell’omologazione.
Una democrazia, certo.
Invero,
lo sgombero del Leoncavallo è l’ennesimo segnale (in perfetta coerenza con la
legge n. 80 del 2025, la legge sulla sicurezza) di una democrazia in rapida
caduta verso l’autoritarismo:
per il
mutamento, di diritto e di fatto, delle sue forme istituzionali (premierato,
sistemi elettorali escludenti, sottomissione della magistratura all’esecutivo),
delle sue precondizioni (la garanzia, su base universale, dei diritti sociali e
il perseguimento dell’uguaglianza sostanziale), della sua essenza (il
riconoscimento del conflitto nella pace, sostituito dalla normalizzazione della
guerra e dalla costruzione del nemico).
Secondo:
esistono
altre vie rispetto allo sgombero – e nel caso del Leoncavallo erano in corso
trattative con il Comune -, quali comodati, intese e forme giuridiche nuove
come il bene comune (in tal senso, è la recente esperienza torinese del centro
sociale Askatasuna);
ricordando
che la proprietà, per la nostra Costituzione, non è più un diritto “sacro e
inviolabile” ma può essere limitata «allo scopo di assicurarne la funzione
sociale e di renderla accessibile a tutti» (articolo 42).
Ancora.
Lo
sgombero restituisce la scelta per una sicurezza urbana unicamente concepita
come ordine pubblico, in luogo della sicurezza sociale e dei diritti.
È la
sicurezza ad uso e consumo di un modello di città, la città consumista di
Pasolini, la città capitalista, la global city, la smart city;
è la
città dalla quale estrarre valore di scambio (Milano ne è esempio paradigmatico
con la sua ossessiva gentrificazione);
è la
città che occulta ed espelle le diseguaglianze con il daspo urbano;
è la città vuota di relazioni
dell’individualismo neoliberista.
I
centri sociali esprimono invece il senso di una città che affronta le sue
contraddizioni, che si pone come luogo di vita, una vita dignitosa.
Lo
sgombero del Leoncavallo è un altro passo nella chiusura degli spazi politici,
nella costruzione di una falsa democrazia, forma piatta e levigata dietro la
quale occultare diseguaglianze e reprimere divergenze.
Apriamo
crepe e scendiamo in piazza.
Per la
critica della
democrazia
politica.
Machina-derivieapprodi.com
- Mario Tronti – (27 feb. 2024) – ci dice:
«Il
movimento operaio non è stato sconfitto dal capitalismo.
Il movimento operaio è stato sconfitto dalla
democrazia».
Così scriveva Mario Tronti ne «La politica al tramonto» (testo fondamentale scritto sul
finire del Novecento, che a inizio marzo DeriveApprodi renderà disponibile in
una nuova edizione).
La
critica della democrazia politica, del resto, è uno dei grandi temi della
ricerca di Tronti.
Pubblichiamo
qui la trascrizione della lezione seminariale tenuta mercoledì 12 dicembre 2007
da Tronti alla facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di
Roma, organizzata dalla Rete per l’autoformazione.
“Avete fatto molto bene ad assumere il tema della
democrazia attraverso una riflessione lunga, attraversandolo dal punto di vista
teorico e con gli autori che lo hanno approfondito.
E concordo anche sulla preoccupazione che c’è
nell’assumere questo tema attraverso una formula così decisa: per la critica della democrazia.
Avete
detto senza aggettivi.
In realtà se dovessimo comporre tutta la
definizione dovremmo dire: per la critica della democrazia politica.
Che
non è una aggiunta come le altre, ma è la specificazione del tema.
E io
la assumo in assonanza a un’altra formula che è molto attinente a questa, molto
simile, possiamo dire quella originaria.
Voglio
insistere sulla critica, che è poi la mossa marxiana nell’atteggiamento
alternativo e antagonistico verso la società capitalistica.
L’assonanza è appunto per la critica
dell’economia politica.
Dirò
poi del nesso che vi è tra democrazia ed economia, di come sia cresciuto e si
sia sviluppato fino a una sorta di scambio e nello stesso tempo di
identificazione tra le due dimensioni.
Dire
critica non è solo l’assunzione della formula, ma anche del metodo. Perché
quando Marx diceva per la critica dell’economia politica, come sappiamo,
assumeva tutta la tradizione teorica dell’economia politica, attraversando e
facendo il grande lavoro di lettura dei testi degli economisti classici.
Questo in un doppio senso:
faceva sì critica di quell’elaborazione, ma
assumendo poi contemporaneamente la sostanza del discorso.
Per la
critica dell’economia politica per lui voleva dire formulare la struttura della
sua opera maggiore, Il capitale, nonché di tutti gli studi che lo precedevano,
che usciranno come “Grundrisse”.
C’era
questo doppio livello: impegnarsi in qualcosa che deriva da una lunga storia
moderna significa criticarla e assumerla come propria.
Le
riflessioni che proverò a fare vanno nel senso di una messa in discussione
anche di questo approccio marxiano alla critica dell’economia politica senza
riuscire a fuoriuscire dall’economia politica stessa, come a un certo punto mi
sembra sia accaduto per Marx.
Per
dare la dimensione dei problemi che oggi dobbiamo affrontare, dico che per noi
critica dell’economia politica vuol dire che non può esserci un’economia
politica alternativa.
Il fatto che da Marx sia venuta una ricerca continua
di un’altra economia politica, è stato in fondo uno degli handicap che la
tradizione marxista e poi la tradizione del movimento operaio ha assunto.
Analogamente
si può dire per una critica della democrazia politica.
Mi
sembra di essere arrivato a una prima conclusione:
dire
per una critica della democrazia politica presuppone la non possibilità o
l’impossibilità di una democrazia politica alternativa.
E
quindi è una critica totale, di fondo.
C’è un
attraversamento teorico che è stato fatto, che io in parte ho fatto, saggi a
cui rimando perché non voglio riprenderli ora:
il testo nel libro “Guerra e democrazia”, un saggio
pubblicato sulla rivista «Democrazia e libertà».
Oggi vorrei provare ad assumere il tema dal
punto di vista della storia politica, più che della teoria politica
Intanto diciamo che noi ci occupiamo della
democrazia dei moderni.
Il
discorso sulla democrazia degli antichi non ci interessa, ci porta fuori
strada;
è il
discorso continuamente riproposto della democrazia della polis greca.
La
democrazia dei moderni è quella che sta dentro lo sviluppo del pensiero
politico moderno, quel passaggio che va dal liberalismo alla democrazia.
Perché
c’è un passaggio anche di origine teorica della democrazia dal liberalismo,
anche se non possiamo affrontarlo approfonditamente perché dovremmo ripartire
da autori come Montesquieu, Locke, Rousseau e così via.
Assumerei
proprio dal liberalismo alla democrazia, dall’Ottocento al Novecento come
passaggio da cui iniziare:
dal
capitalismo libero concorrenziale al sistema del capitale sociale.
Ha
coinciso con la formula dello Stato interventista in economia, con lo Stato
sociale, che ha visto il massimo di sviluppo della democrazia politica.
Il
rapporto quindi è tra economia e politica, tra individuo e Stato, e questo
rapporto è passato nel Novecento attraverso esperienze politiche concrete.
Due passaggi sono decisivi per comprendere
appieno lo stato della democrazia politica oggi.
Anzitutto
il passaggio del totalitarismo nel Novecento e il passaggio della crisi dello
Stato liberale che si verifica subito dopo la Prima grande guerra;
una sorta di crisi complessiva dello Stato,
una grande crisi susseguita alla grande guerra, dove vengono fuori due grandi
direzioni del problema della democrazia.
Uno è
all’interno dei totalitarismi ed è quello della nazionalizzazione delle masse,
laddove la democrazia politica ha sempre a che fare con il concetto storico di
massa.
L’altra direzione è la socializzazione delle
masse, che ha preso spunto dopo la Prima grande guerra dalla rivoluzione
operaia in Russia e analogamente poi in Occidente, attraverso la forma politica
dello Stato sociale, forma anch’essa di socializzazione delle masse.
Anche
la Grande guerra aveva operato queste due cose contemporaneamente,
nazionalizzazione e socializzazione delle masse, però poi la declinazione che
ne dà la rivoluzione operaia è alternativa. Poiché quello che non era riuscito,
o era riuscito solo in parte a tutto il movimento operaio socialista, cioè
organizzare i lavoratori e quindi socializzare l’esperienza del lavoro,
socializzare le masse lavoratrici e organizzarle attraverso i grandi temi non
solo ideologici della solidarietà di classe ma anche attraverso le forme
politiche dei partiti e dei sindacati – ecco, quello che non era riuscito fin
lì, riesce attraverso la guerra.
In fondo gli operai e i contadini vengono
socializzati come soldati.
È una
cosa su cui non si riflette abbastanza:
nelle
trincee della Prima guerra mondiale c’è una grande forma di socializzazione, si
è dentro qualcosa che è al di sopra di sé stessi, dentro una forma-guerra che
imponeva sia la solidarietà tra soldati sia la messa in gioco tra nemici.
Non è
un caso che da qui la rivoluzione operaia in Russia si ponga come grande
alleanza tra soldati e operai.
Se si
prendono i soviet si può vedere questo misto, soldati e operai, soldati e
contadini.
È lì
in fondo che c’è il germe della democrazia novecentesca. In questo caso un
germe positivo.
La
guerra è antiliberale, nel senso che provoca la grande crisi dell’assetto
liberale dello Stato politico e della società politica.
Da lì
in poi la soluzione del problema politico si divarica in due grandi direzioni:
la
dittatura da un lato (da qua i totalitarismi negli anni Venti e Trenta, con
anche la dittatura del proletariato subito dopo la rivoluzione), e la
democrazia dall’altro.
Dalla
guerra, e poi dalla crisi che è anch’essa un portato della grande guerra,
inizia il processo delle democrazie occidentali.
Ma
parte anche qualcosa di più.
Dopo
la Seconda guerra queste due direzioni diventano una sola.
Nel
senso che viene sconfitta la soluzione totalitaria e trionfa la soluzione
democratica.
Qui il
destino della democrazia viene segnato in modo ormai definitivo, decisivo.
Noi dobbiamo partire dalla democrazia del
secondo dopoguerra che si presenta subito – con la lotta contro il fascismo e
nazismo, con la Resistenza – come la democrazia delle masse e dei partiti di
massa. Attraverso questo strumento si acquisiscono conquiste, in parte
riformisti, assetti costituzionali avanzati, welfare, stato sociale, anche
alcune forme di nazionalizzazione e di proprietà pubblica.
È qui che comincia un rapporto tra Europa e
democrazia che non c’era mai stato, perché l’Europa era il luogo della grande
tradizione liberale. La cosa più europea non era lo Stato democratico, bensì lo
Stato liberale.
Nel
momento in cui vince l’aspetto democratico, anche in Europa comincia a vincere
il modello americano.
Perché
se l’Europa era il luogo della forma e del pensiero liberale, gli Stati Uniti
sono il luogo di nascita della democrazia moderna.
Non a caso l’opera fondamentale per la critica
della democrazia politica continua a essere quel classico che è” La democrazia
in America” di Tocqueville, dove troviamo il discorso non tanto di uno Stato
democratico, quanto piuttosto di una società democratica, perché la democrazia è
soprattutto società.
L’eguaglianza degli individui, con tutto
quello che comporta la forma del sistema politico.
Insomma,
se è vero che emerge da bisogni inerenti ai passaggi di grande guerra in cui
l’Europa era stata coinvolta, dire democrazia in Europa equivale a dire una sua
americanizzazione.
Vorrei
che lo si capisse, perché è un punto essenziale.
È
attraverso la democrazia che l’Europa si americanizza.
Ed è
attraverso quel passaggio che si può riassumere nella formula «dalle masse alla massa».
Le masse erano uno sfondo sociale articolato,
all’interno del quale esistevano le componenti che le definivano, ovvero le
classi sociali, e le espressioni delle classi sociali attraverso le forme
politiche come sindacati e partiti.
Invece è questa massa indistinta che sempre
più diventerà il luogo di formazione della scelta democratica.
Si
passa quindi dalla fase di nazionalizzazione e socializzazione delle masse a
una forma di massificazione della società e dello Stato.
Un
passaggio dove nazionalizzazione o socializzazione, processi separati prima,
diventano una cosa unica nella forma di massificazione sia della società che
dello Stato.
Quando
parliamo della vera democrazia, ci riferiamo a quella democrazia che nasce
negli Stati Uniti d’America e viene esportata attraverso la guerra.
Perché
l’esportazione della democrazia non è qualcosa di oggi, è una cosa che gli
Stati Uniti hanno sempre fatto.
Io sostengo che hanno esportato la democrazia in
Europa attraverso la Seconda grande guerra, riuscendo nel loro intento.
Da
quel momento in poi ci troviamo di fronte a una sorta di democrazia reale.
Io la chiamo così, come il socialismo reale;
democrazia realizzata e socialismo realizzato, si può dire anche in questo
modo.
E questo è il dato per me di partenza.
Quando
c’era il socialismo reale nell’Unione Sovietica, c’erano anche quelli che
criticavano quella forma di socialismo e avevano in mente un socialismo ideale
che si poteva realizzare in altro modo.
Ma la
forma di realizzazione di un ideale è sempre talmente forte, ha una tale
potenza in sé che non permette nessun’altra alternativa di carattere ideale.
Oggi
sostengo che non possiamo più parlare di socialismo, perché è una parola che si
è consumata in una realizzazione storica che l’ha di fatto abolita come
possibilità ideale.
La
realizzazione della storia ha una potenza invincibile con cui noi dobbiamo
sempre fare i conti.
E non possiamo salvare l’idea da una sua
realizzazione già data.
Non è
possibile ripresentare il modello di socialismo, per quanti sforzi di
specificazione si facciano resterà un’opera vana.
Il
socialismo è stato quello lì.
Analogamente
per me accade con la democrazia reale.
La democrazia è appunto quella americana.
E
possiamo anche dire mille cose su una democrazia diversa, ma non approderemo a
nulla perché la realizzazione di quell’idea di democrazia così come si è
incarnata in quel paese e poi esportata in altri paesi, compresa l’Europa, ha
definitivamente chiuso la partita.
E questo è il tema del nome e dei nomi.
Per
cui la democrazia intanto non è un valore.
Dalla
definizione «la democrazia è un valore», traggo l’idea del suicidio del
movimento operaio.
Quando
il movimento operaio ha detto questo, si voleva chiuderne la storia, questo era
il senso di tale affermazione.
Ne ”La
politica al tramonto” ho scritto una frase che non è stata veramente presa sul
serio, perché ciò comporterebbe una ricollocazione teorica, cosa che la
pigrizia intellettuale in genere non ama molto:
si
diceva che il movimento operaio non è stato sconfitto dal capitalismo, ma è
stato sconfitto dalla democrazia.
Il movimento operaio con il capitalismo ha
avuto un rapporto di lotta alla pari.
Sono
state due potenze che si sono affrontate in una grande epoca della lotta di
classe, dall’una e dall’altra parte ci sono state vittorie e sconfitte, ma non
c’è stata una sconfitta del movimento operaio nel confronto con il capitalismo
come potere diretto.
C’è
stata invece una sconfitta attraverso la democrazia, dell’universalismo
democratico che aboliva le differenze di classe.
Quando
Carl Schmitt ha parlato della democrazia, soprattutto nelle importanti pagine
di “Dottrina della costituzione”, dice che la democrazia è il principio di
identità.
La
democrazia è per natura identitaria. La democrazia è nemica della differenza.
Questo
il pensiero femminile lo ha capito molto bene e ha rappresentato uno degli
spunti più avanzati di critica della democrazia, soprattutto quella parte di
femminismo che ha puntato sull’idea e sulla pratica della differenza.
Perché la democrazia è identità; non è masse
ma è massa, è massificazione.
E la
democrazia ha una dimensione fortemente quantitativa.
In
questo è molto vicina all’economia.
Economia
e democrazia hanno in comune questa dimensione quantitativa della vita. Della
vita reale, dell’esistenza.
È il
quanto dove il quale scompare, non ha più nessuna presenza e consistenza.
Quindi,
la democrazia in questo caso è veramente organica al capitalismo, molto più di quanto non lo fossero
il liberalismo o la tradizione liberale, o anche la tradizione individualistica
del liberalismo.
Non è vero che la cifra vera del capitalismo è
l’individuo.
Semmai
questo lo poteva dire chi ha vissuto il capitalismo dell’Ottocento.
Ma chi
ha vissuto il Novecento e ne ha colto l’esito finale, post-novecentesco del
capitalismo, ha colto come non è l’individuo l’elemento centrale della società
capitalistica ma proprio la massa, la massificazione, l’individuo massificato.
Che
quantitativamente produce, quantitativamente consuma, quantitativamente
scambia.
La
cifra del capitalismo è la quantità.
C‘è allora un rapporto molto stretto tra
democrazia e capitalismo, forse la forma del capitalismo democratico ne è la
forma matura e conclusiva. Di nuovo, appunto, quella forma che va dall’America
all’Europa. Per cui la qualità è anticapitalistica.
Ragionando
su come riproporre una lotta per l’egemonia, per l’egemonia culturale, come
lotta politica, vado dicendo che bisogna declinarla nella lotta tra qualità e
quantità.
Dobbiamo
essere insomma i paladini del quale contro il quanto.
Come
si declina l’egemonia culturale capitalistica oggi?
In due
modi: quanti soldi hai, quanti voti hai. Queste due cose sono estremamente
organiche tra loro.
Si conteggia.
Il
calcolo è la cifra di definizione della società e della società in cui viviamo.
Voi
guardate il luogo che dovrebbe essere il luogo della politica per eccellenza,
il governo politico di una nazione: che cosa fanno tutto il giorno questi
signori?
Stanno
sempre lì a fare i conti, con il tono dei ragionieri:
queste
sono le entrate e queste le uscite, questo è il debito, bisogna rientrare dal
debito, allora bisogna tassare di qua o di là.
Tutto
il giorno lo passano in questo modo.
L’Europa politica non è altro che un gruppo di persone
che dice: «attenzione, siete usciti, dovete rientrare nel debito…».
Questo è il primato dell’economia, il primato
della quantità.
Come
facciamo a staccare l’idea e la pratica di democrazia da questo principio, che
è un principio assoluto?
A
proposito di democrazia assoluta, intendo un principio di maggioranza.
Io mi
chiedo sempre: perché questo principio è così assoluto?
Perché
se la maggioranza decide una cosa, quella è la cosa giusta?
Non
c’è alcun nesso tra queste due cose: la maggioranza decide la cosa
sbagliata, come quasi sempre avviene, essendo una maggioranza massificata
dentro un certo ordine, ordinata quindi dentro un sistema di consenso.
Insomma,
oggi la democrazia è un principio di maggioranza, così come quando diciamo
socialismo è la proprietà statale dei mezzi di produzione.
Ecco
perché oggi dire un’altra democrazia, come dire un altro socialismo, non è più
possibile.
Proprio su questo si è persa quella lotta per
l’egemonia che era la sostanza della lotta di classe, perché le classi
lottavano su questo terreno dell’egemonia, su chi aveva la maggior forza di
convinzione.
Ma nel
momento in cui le maggioranze non possono essere spostate, che si fa?
Qual è
infatti lo spostamento possibile della maggioranza?
Ad
esempio, c’è l’illusione di fare una critica del capitalismo attraverso
l’espansione della democrazia, indirizzo che si è rivelato a un certo punto una
grande tesi revisionista (il primo che l’ha elaborata è stato Bernstein).
Si
pensava che, man mano che si fosse sviluppata, la democrazia politica sarebbe
dovuta diventare incompatibile con una forma capitalistica di produzione e di
scambio.
Questa
prospettiva è risultata del tutto impraticabile.
Il
principio della democrazia «una testa un voto», che si ripropone come cardine
della democrazia politica, è ciò che l’esperienza della rivoluzione operaia ha
subito criticato.
Lenin e i bolscevichi pensavano all’inizio,
anche se poi non sono riusciti a praticarla, che la cosa più corretta fosse
eliminare il principio «una testa un voto».
Infatti in alcuni esperimenti dicevano:
il
voto dell’operaio vale tre e quello del contadino vale uno.
Questo
principio sostanzialmente antidemocratico corrispondeva di più alla realtà
delle cose, e alla possibilità di cambiare le cose stesse.
Nel
momento in cui si accetta «una testa un voto», la prospettiva rivoluzionaria
cade.
Non solo oggi, ma questo è avvenuto sempre nel
passato dei sistemi politici capitalisti.
Pensate
a un referendum che chiedesse «volete abolire la proprietà privata dei mezzi di
produzione?»: avrebbe la maggioranza dei consensi?
Evidentemente
no.
Questo
per dire che acquisire la pratica democratica è dichiarare chiuso il processo
rivoluzionario.
Non
c’è possibilità, a meno di non considerare la democrazia come si è fatto in
alcune parti del movimento operaio, ovvero come il terreno più avanzato di
lotta per cambiare le leggi di sistema.
Più
favorevole della forma totalitaria, del sistema dove la lotta politica, non
essendo praticabile in modo aperto, diventava più difficile.
Qual
era la soluzione?
In
alcuni partiti comunisti era il tema della doppiezza:
assumiamo il terreno democratico come terreno
più favorevole; diciamo che siamo per i sistemi democratici ma non perché la
democrazia sia un valore universale, ma solo perché è il terreno più favorevole
in cui proporre il superamento del capitalismo organizzando masse e lotte di
massa.
Al di
fuori della doppiezza, la democrazia non è utilizzabile.
Dobbiamo
ragionare su un passaggio fondamentale: da classe a popolo. C’è un passaggio
teorico che possiamo solo accennare, è da approfondire.
Questo
passaggio implica anche quello da popolo a classe: in fondo la classe operaia
ha un’origine di popolo.
Noi,
durante l’esperienza operaista, abbiamo detto che la classe operaia aveva avuto
questa grande importanza perché si era emancipata dal popolo.
Era
diventata qualche cosa di più di popolo, era classe sociale.
Anche
se poi si è verificato esattamente l’opposto:
la
classe che si è emancipata dal popolo è stata reintegrata e re inclusa nel
popolo.
E
quello che era stato il passaggio da popolo a classe si è ridefinito come un
passaggio da classe a popolo.
Il
popolo che precedeva la classe era una forma sociale ancora di base, mentre
questo popolo che vince dopo la lotta di classe è un popolo politico, proprio
della sovranità popolare.
Se
riteniamo giusta la tesi di “Carl Schmitt” secondo cui tutti i concetti
politici moderni sono concetti teologici secolarizzati, allora ci possiamo
chiedere: che cosa secolarizza la democrazia?
Questo
è un tema teorico specifico.
Secondo
me la democrazia politica secolarizza il concetto di popolo di Dio.
Concetto
antico, del primo testamento, il popolo scelto da Dio per una missione
salvifica.
Tutte
cose e inflessioni che ritrovate molto organiche alla democrazia americana.
Non solo a quella di oggi, di Bush e dei
neocons, ma alla democrazia americana così come è sorta.
Non è
un caso che negli americani ci sia questo Dio sempre in mezzo, nella
costituzione come nel discorso del presidente. Deriva da lì, dalla commistione tra
religione e politica che è implicita nella pratica e idea della democrazia
americana.
Perché
il popolo americano è il popolo di Dio, che lo ha scelto perché civilizzi il
mondo ed esporti ovunque questa civiltà.
È il popolo eletto, che produce attraverso le
forme della democrazia e delle primarie.
Questo
è il rapporto diretto che si stabilisce tra i cittadini e il potere, una forma
immediata, non diretta ma immediata:
è dentro questo processo che il popolo parla,
dando direttamente l’investitura al capo, il qual capo poi si incarica di una
missione che deriva dal mandato popolare.
Quindi
tutto torna, nel senso che il popolo di Dio è il popolo democratico.
Per
concludere, che cosa comporta questo?
Una
cosa anzitutto. Noi dobbiamo abbandonare una volta per tutte il principio di maggioranza.
In
questa forma sociale, nel criterio politico che noi preferiamo, cioè nel
rapporto nemico-amico, la maggioranza è il nemico.
Noi
dobbiamo elaborare un pensiero non dico antidemocratico, perché ciò penderebbe
pericolosamente dalla parte di soluzioni totalitarie che sono già state viste:
ma un pensiero non democratico, a-democratico.
Un
pensiero che non sia un pensiero politico democratico.
E
bisogna riproporre una grande teoria della minoranza: una teoria politica di questa come
minoranza agente, una minoranza centrale.
Una
minoranza non marginale.
È
possibile la centralità politica di una minoranza?
Io penso di sì, perché la ricavo da un modello
all’interno della nostra formazione e del percorso che abbiamo fatto: un
cammino con salti in avanti e passaggi che hanno negato quello precedente, ma
sempre dentro una logica.
E qui
la logica del pensiero operaista c’è tutta.
Perché
la classe operaia era una minoranza.
Noi combattevamo contro l’idea che essa fosse
classe generale, classe universale.
È la
classe parziale. Nel momento in cui riconoscevamo alla classe operaia la sua parzialità
riconoscevamo che era una minoranza.
Anche se si fosse votato, nel momento in cui
la classe operaia era centrale dal punto di vista sociale come di fatto allora
era, anche allora nel contesto delle cosiddette maggioranze tutto il voto
operaio compattamente inteso sarebbe stato un voto di minoranza rispetto
all’insieme della società.
La
classe operaia era minoritaria dal punto di vista qualitativo, ma
qualitativamente centrale.
Tanto
è vero che esprimeva politica, forma organizzata e cultura, appunto esercitava
egemonia nella società seppure in una posizione di minoranza.
Quindi
classe non marginale, tanto meno emarginata.
Nella
grande autorità di presenza politica.
Qui
c’è un ultimo passaggio teorico che bisognerebbe approfondire, e lo dico
anzitutto a me che non l’ho ancora elaborato fino in fondo.
Da un
lato oggi dobbiamo contrapporre democrazia e libertà.
Dobbiamo
declinare la libertà in senso non democratico.
E
questo è possibile farlo in molti modi: perché se democrazia è opinione
massificata, libertà è critica di tutto ciò che è.
Ma,
dall’altro, vi è un altro passaggio molto più delicato, tradizionale nel
pensiero politico classico:
il
rapporto tra legittimità e legalità.
Questa
minoranza ha una sua sostanza di legittimità che non corrisponde, che alle
volte è diversa dallo stesso concetto di legalità. Dobbiamo pensare la rivoluzione come
una cosa che è legittima anche se non è legale.
Dobbiamo
rivendicare una legittimità senza legalità.
È una
cosa che attiene al tema del rapporto tra eccezione e ordine.
La
legalità è sempre il terreno dell’ordine, la legittimità nasce sempre dentro lo
stato di eccezione, dove chi ha più forza di rivendicare la propria legittimità
è chi decide nello stato di eccezione, che può dichiarare e far accettare a
tutti che la sua rivendicazione è legittima anche se non è legale, dentro
appunto le leggi dell’ordine esistente. Ecco, queste sono le cose che cerco.
Quella
della democrazia e della critica alla democrazia è una frontiera che noi
dobbiamo superare in un balzo, punto decisivo anche nello sviluppo del rapporto
con il mondo che ci sta davanti e dentro cui noi siamo.
Consideriamolo
come un luogo di passaggio stretto, perché sono discorsi che non si possono
fare dappertutto.
Io li
faccio con voi e non altrove.
È
giusto farli con voi, al vostro livello: a questo livello di pensiero ancora
libero.
Al di
là di questo c’è un’opacità che non è che impedisca di fare questo discorso:
semplicemente
è un discorso che non si capisce, se lo fai in altri luoghi ti ritrovi occhi
sbarrati.
Insomma,
mi raccomando di affrontare questo tema pulendo la testa da altre cose.
Credo
che sia un terreno molto proficuo, di scoperte possibili.
Io ho
detto solo alcune delle cose che stanno al di là di questa frontiera, ma ce ne
sono molte altre.
È un
discorso che apre ad altre dimensioni e che vi raccomando di continuare.
(Mario
Tronti - critica alla democrazia.)
L’uomo
contemporaneo
e
l’idea di democrazia.
It.gariwo.net
- Erminio Maglione – (15 aprile 2025) - Redazione – ci dice:
Mercoledì
26 febbraio 2025 si è inaugurata la seconda edizione del ciclo di conferenze
“Le parole e le storie”, frutto della collaborazione scientifica fra la Facoltà
di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (UNISR) e la
Fondazione Gariwo, dedicato quest’anno alle sfide future della democrazia.
Il
primo incontro, a cui hanno partecipato Gianluca Briguglia (UNISR) e Giordano
Ghirelli (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) affrontando il tema della
democrazia dal punto di vista della storia del pensiero politico e della storia
della cultura, ha fatto emergere la complessità di definizione e la
stratificazione simbolica del paradigma democratico.
Vale
allora la pena tornare ad approfondire la questione dal punto di vista della
storia delle idee, seguendone le “avventure” e i cambi di prospettiva, nella
consapevolezza che, l’attuale conformazione delle società democratiche in cui
viviamo, è il frutto mai scontato di cambiamenti epocali la cui importanza
esula dei soli confini della cultura europea.
La
necessità di discutere e inquadrare il problema della democrazia, descrivendone
pregi ed eventuali aspetti critici, è antica quanto la stessa speculazione
sugli elementi fondamentali della politica e verrà formulata, subendo
molteplici variazioni e trasformazioni, praticamente in tutte le epoche della
storia della cultura occidentale.
L’analisi
dell’attuale paradigma democratico, dunque, non può prescindere dalla
considerazione della sua evoluzione e della sua trasformazione storica e
politico-culturale nel corso delle varie epoche.
Come
vedremo, infatti, l’idea di democrazia è caratterizzata da svariati livelli
interpretativi che la rendono, senza dubbio, uno dei concetti più complessi,
anche prescindendo dal solo campo del lessico politico, dell’intera storia del
pensiero.
In ogni caso, senza guardare alla genesi di questa
idea fondamentale, evitando di seguirne le metamorfosi e i “punti di rottura”
sul piano semantico, risulta impossibile comprendere criticamente il nostro
presente, oltre alle molteplici sfide future che esso ci riserva.
Volendo
iniziare proponendo una semplice definizione del concetto per come oggi lo
intendiamo, potremmo descrivere la democrazia come quel particolare sistema
politico-istituzionale in cui la titolarità del potere appartiene al popolo.
Parallelamente
a questo, di centrale importanza diviene garantire la libertà dei cittadini
intesa come autonomia di scelta, oltre ad assicurare la loro uguaglianza
politica.
Democratico, allora, sarà quell’orientamento politico
avente come fine la difesa e la promozione della sovranità popolare, le cui
premesse logiche e pratiche sono individuabili nella libertà come autonomia e
nell’uguaglianza dei diritti.
Se
però si pone mente al fatto che il concetto di democrazia è considerato fra i
più antichi del lessico politico, difficilmente lo si potrà immaginare come
un’entità statica e sempre uguale a sé stessa.
Il termine si è trasformato variamente nel
corso del tempo, mutando in maniera profonda la propria accezione, elemento che
fa dell’attuale concezione democratica una conquista recente e nient’affatto
ovvia.
L’inizio
della riflessione sui caratteri della democrazia si fa risalire alle Storie di
Erodoto dove il termine compare con il significato di potere (krátos) del
popolo (démos).
Sorprendente
è però notare come, a partire dal III secolo a.C. sino all’Ottocento, il
termine mantenga un significato sostanzialmente negativo che si mitigherà,
mutandosi in senso positivo, solo nel corso del XIX secolo.
Siamo,
insomma, abituati ad immaginarci la democrazia come qualcosa di per sé buono e
preferibile ma, l’analisi genealogica della sua storia e della sua evoluzione,
dimostra esattamente il contrario, evidenziando le resistenze e le critiche che
essa generò sin dal suo primo apparire nella scena culturale.
È
indubbio che il giudizio negativo di Aristotele contenuto nella Politica abbia
contribuito a determinare la cattiva fama del concetto per almeno duemila anni,
assumendo il valore di una vera e propria condanna.
Egli
struttura infatti la sua tipologia delle forme di governo, individuando le
forme “buone” e quelle “cattive”, partendo da due principi fondamentali:
il
numero dei governanti e l’interesse che essi seguono (l’interesse generale o
proprio).
Le
possibilità divengono allora le seguenti:
il
governo di uno, con forma pura la monarchia e forma corrotta la tirannide;
il
governo dei pochi, con forma pura l’aristocrazia e forma corrotta l’oligarchia
(condannabile perché i ricchi governano tenendo conto esclusivamente dei propri
interessi);
e, in ultimo, il governo dei molti di cui la
politéia è la forma “sana” e la democrazia quella cattiva.
Il
“governo della maggioranza” o “della moltitudine”, distinto dal governo di uno
solo o dei pochi, assume il nome di” politìa”, mentre il termine “democrazia” è
utilizzato per designare specificamente la sua forma corrotta definita, in
maniera del tutto peculiare, il governo “a vantaggio dei poveri” in
contrapposizione a quello nell’interesse del monarca (tirannide) o dei ricchi
(oligarchia).
La
“politèia”, in base al suo significato greco più proprio, rappresenta quindi la
costituzione per antonomasia, designata da Aristotele come la forma buona del
governo dei molti.
Salvo
casi rarissimi, questo schema tripartito sarà accolto unanimemente in tutta la
tradizione della riflessione successiva, giungendo sino al cuore della
filosofia classica tedesca e diventando un autentico luogo comune, più o meno
abusato, della trattatistica politica. Per avere contezza della longevità di
questa interpretazione basti pensare che essa sarà chiaramente riconoscibile in
Marsilio da Padova, Hobbes, Locke e Rousseau, sino ad arrivare a Kant e ad
Hegel.
Per
millenni dunque, prendendo le mosse dalla scansione della tipologia
aristotelica, il miglior regime politico verrà definito con il termine di
“repubblica” (da res publica, cosa di tutti) e non con quello di “democrazia”.
Non
bisogna dunque sorprendersi nel leggere quanto scritto da Kant nel suo “Per la
pace perpetua” (1795) ove definisce la democrazia come “necessariamente un
dispotismo” che porterebbe alla “contraddizione della volontà generale con sé
stessa e con la libertà” poiché qui, il filosofo di Königsberg, non farebbe
altro che ripetere un argomento che allora faceva praticamente parte integrante
del senso comune.
Giudizio
parimenti negativo si registrerà presso i padri fondatori degli Stati Uniti,
come prova il caso di “Alexander Hamilton “che, nei “Federalist Papers” (1788),
non
utilizzerà mai il termine “democrazia”, se non in chiave critica, preferendo ad
esso sempre quello di “repubblica rappresentativa”.
L’ideale
repubblicano sarà ovviamente centrale anche nella dottrina politica che animerà
la Rivoluzione francese – non a caso, frutto di quest’ultima, sarà la “République
française” che, nata nel settembre del 1792, durerà sino al maggio del 1804,
quando Napoleone si autoproclama imperatore – e rappresenterà un caso isolato
quello di Robespierre che, nel pieno del Terrore (1794), utilizzerà il concetto
di democrazia in chiave positiva, contribuendo così ad alimentare il generale
pregiudizio negativo ancora per lungo tempo.
Una
variazione interpretativa degna di nota si registrerà solo verso la metà
dell’Ottocento, periodo in cui il concetto di democrazia godrà di una grande
diffusione, assumendo una tonalità sempre più positiva.
A tal riguardo, di grande importanza saranno
le riflessioni contenute nell’opera “La democrazia in America” (1835) di Alexis
de Tocqueville che, visitando gli Stati Uniti nel 1831, si propone di comparare
sul piano politico-culturale l’esperienza americana e quella europea.
L’interesse
di questa scelta teorica risiede, tra l’altro, nel fatto che egli,
convintamente inserito nel solco del pensiero liberale, si propose di ragionare
sulla democrazia americana quando ancora quest’ultima, tecnicamente, ancora non
esisteva.
A
livello di sistema politico, infatti, l’America si dichiarava una “repubblica”
e non certo una “democrazia”, ulteriore testimonianza questa della lenta
diffusione, che prima citavamo, del paradigma democratico positivamente inteso.
Lo
studio di Tocqueville, caratterizzato da un originale impianto che ne fa uno
dei primi esempi di sociologia politica, si pone l’obiettivo di analizzare
l’evoluzione in senso democratico delle istituzioni nate dalla ribellione delle
ex colonie inglesi.
La
democrazia americana, improntata ad un deciso “spirito egualitario”, si
presenta come una società caratterizzata dall’eguaglianza di condizioni in cui
l’orizzontalità della struttura sociale si contrappone al verticalismo tipico
delle formazioni aristocratiche.
Se
però noi siamo abituati ad intendere l’idea democratica come immediatamente
contrapposta a quella di regime oppressivo, qui bisogna appunto intendere
l’utilizzo del termine in polemica rispetto a quello di “aristocrazia”.
Tali
considerazioni del filosofo e giurista francese saranno approfondite, ed
ulteriormente elaborate, da “James Bryce” nel suo “The American commonwealth”
(1888) in cui la democrazia assumerà i contorni di un vero e proprio ethos, di
un particolare tipo di relazione e di convivenza fra i cittadini che diviene la
condizione generale del funzionamento sociale.
L’interpretazione di Bryce rappresenta un
importante capitolo nella storia dell’idea di democrazia perché, seppure tenda
ad enfatizzare i risvolti più squisitamente politici della questione, individua
come suo tratto principale l’“eguaglianza di stima” ovvero l’attribuzione
dell’eguale valore che le persone si riconoscono reciprocamente.
Definire
democratica una forma di aggregazione sociale basata su un ethos egualitario è
per noi operazione scontata e addirittura banale, ma gioverà ricordare che ciò
non lo era affatto nell’Ottocento americano dove la schiavitù – il cui
presupposto teorico è appunto la “disuguaglianza delle razze umane” per citare
il titolo del saggio di “Arthur de Gobineau” (1853-1855), uno dei primi esempi
di razzismo scientifico – verrà abolita solo nel 1865 con l’approvazione del
XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti a seguito della guerra di
secessione.
La
questione dell’ethos egualitario sarà, dunque, il terreno su cui convergeranno
le analisi di Tocqueville e Bryce, secondo cui la democrazia è da intendersi
come quella società in cui, sia sul piano pratico che su quello dei principi
ideali, i propri membri si considerano socialmente uguali in quanto portatori
di pari diritti.
Bisogna notare, però, che la posizione di
Tocqueville sull’argomento non risulta priva di sfaccettature, anzi:
se si registra infatti, negli anni 1835-1834, una
lettura certamente positiva del fenomeno democratico, egli manifesta a più
riprese il suo timore riguardo alla “dittatura della maggioranza” e alla sua
possibile traduzione in un “dispotismo democratico” che, attraverso la
creazione di un pensiero unico sostenuto dalle grandi masse votanti, tenderebbe
ad omologare bisogni e interessi, riducendo all’irrilevanza quelli delle
minoranze, la cui visione può talvolta risultare più autorevole o maggiormente
in linea con le esigenze “tattiche” di una particolare congiuntura storica.
L’opera del pensatore francese è allora
importante perché, lungi dal rappresentare un mero elogio dell’esperienza
democratica tout court, tende a metterne in evidenza i pericoli e le possibili
degenerazioni (qui risiede il tratto che potremmo definire “aristotelico” del
pensiero di Tocqueville, interessato anche democrazia come “patologia” connessa
al governo sregolato della maggioranza).
Ulteriore
elemento d’interesse del suo pensiero è però, sul piano della storia
intellettuale europea, l’aver contribuito in maniera sostanziale alla nascita
della moderna concezione del paradigma liberaldemocratico.
Sino
all’epoca dei moti rivoluzionari del 1848 egli fu, infatti, un convinto
sostenitore della netta separazione fra democrazia e liberalismo, opinione che
sarà però emendata, come testimonia il discorso all’assemblea Costituente
nell’ambito del dibattito sul diritto al lavoro (2 settembre 1848), a favore di
una nuova dicotomia che, questa volta, vede contrapposte frontalmente
democrazia e socialismo:
«La democrazia e il socialismo sono congiunti
solo da una parola, l’eguaglianza;
ma si
noti la differenza: la democrazia vuole l'eguaglianza nella libertà, il
socialismo vuole l'eguaglianza nel disagio e nella servitù».
Attraverso questa affermazione, lapidaria e
alquanto perentoria, prende forma quel nesso genetico fra libertà e uguaglianza
che sarà alla base del liberalismo come orientamento politico i cui valori
imprescindibili sono la libertà individuale, concepita principalmente come “non
impedimento”, affiancata alla tolleranza e alla laicità di uno Stato che,
rispettoso degli ambiti riservati alla sfera privata dell’individuo, professa
la propria neutralità rispetto alle questioni religiose e valoriali.
Tale
movimento di progressiva limitazione delle sfere d’azione dello Stato e del
cittadino, coinvolge anche il piano statutario attraverso la limitazione del
potere attraverso vincolanti norme costituzionali.
È così
che, nel processo di limitazione del potere e nell’esercizio congiunto della
libertà e del principio di uguaglianza, Tocqueville individua i tratti
salienti di quella che diventerà l’odierna democrazia liberale.
Se,
dunque, è assodato che la diffusione dell’accezione positiva del paradigma
democratico fu dovuta in parte anche all’apporto teorico del pensiero liberale
– nel cui alveo, oltre a Tocqueville, si fanno tradizionalmente convergere
Locke, Montesquieu e Kant e, nell’Ottocento, Benjamin Constant e John Stuart
Mill –, ciò non basta ancora a spiegare completamente lo iato fra la nostra
concezione della democrazia e quella del pensiero greco.
È chiaro, infatti, che nell’Antichità, quando
si parlava di democrazia, ci si riferiva a un’idea molto diversa dalla nostra,
anche se quest’ultima resta ovviamente legata in maniera profonda, sul piano
della propria nascita e dell’evoluzione concettuale, alle prime occorrenze
registrate dal termine.
Non bisogna, poi, trascurare il fatto che, la stessa
liberaldemocrazia, se pone le proprie radici nella discussione aristotelica
attorno alle tre forme di governo, risulta però al contempo debitrice sia della
riflessione romano-medievale sulla sovranità popolare (si pensi a Marsilio da
Padova), sia ovviamente della tradizione repubblicana moderna per come viene
esposta, ad esempio, nell’opera di Niccolò Machiavelli.
Nonostante
però le stratificazioni concettuali verificatesi a partire dal pensiero greco,
passando per il Medioevo per giungere poi all’età moderna e contemporanea, l’idea tenderà a mantenere,
primariamente e in ogni epoca, il significato sostanziale di “governo del
popolo”;
il
punto che sarà necessario chiarire, invece, sarà piuttosto legato alle modalità
di espressione politica dei cittadini e, di conseguenza, alle forme della loro
partecipazione alla vita associata.
Riguardo
a ciò, l’antropologia degli Antichi è ben esemplificata dalla definizione
aristotelica dell’uomo come «animale politico» (Politica, I, 2, 1253a) secondo
cui, appunto, l’uomo raggiungerebbe la sua massima espressione solo
partecipando attivamente alla vita della pòlis.
La partecipazione politica per i Greci non è
dunque semplicemente assimilabile ad uno fra i tanti ambiti dell’esistenza;
essa
costituiva, al contrario, l’autentica essenza della vita umana, il suo più
perfetto livello di espressione.
In
quest’ottica, l’uomo impolitico era definito un” idion” – termine che rimanda
alla parola “idiota”, opposto di “koinòn,” che indica ciò che è comune e
dunque, perciò stesso, buono –, un’entità incompleta la cui insufficienza
consisteva esattamente nella sua estraneità alla vita politica.
Secondo
questa concezione, come fra gli altri ha ben messo in luce Giovanni Sartori, vi
era una corrispondenza perfetta fra uomo e cittadino (polítes) e la città aveva
la priorità su ogni cosa; era infatti il cittadino a dover servire la pòlis e
non viceversa (cfr. Id., Democrazia, Treccani, Roma 2023).
L’idea
moderna della partecipazione politica, naturalmente, funziona tutta
all’opposto:
il
cittadino non si considera totalmente risolto nei servizi resi allo Stato ma,
al contrario, si intende quest’ultimo, in quanto democratico, come al servizio
dei cittadini.
Oltre
alla sfera della pubblicità, insomma, si annovera anche uno spazio privato in
cui l’individuo possa esprimersi e realizzarsi, nella convinzione che la
persona sia un valore in sé, indipendentemente dall’appartenenza o meno allo
Stato.
L’individuo,
per i moderni, esiste anche al di fuori (e secondo alcune letture più
controverse, a maggior ragione) dalle mura della città.
A ben
vedere allora, il ribaltamento fra la visione del mondo degli antichi e dei
moderni – la cui differenza aveva messo in evidenza a suo tempo Benjamin
Constant –, si consuma anche sul piano della concezione della persona, tassello
fondamentale nella definizione di democrazia.
Si
registra, quindi, una vera e propria rivoluzione culturale nel passaggio
dall’antichità alla modernità, quest’ultima arricchita dai guadagni etici e
filosofici della cultura cristiana, del Rinascimento, delle riflessioni sul
diritto naturale e, naturalmente, dell’Illuminismo.
Agli
antichi era infatti completamente estranea la nozione di individuo-persona e,
quindi, non era possibile concepire la dimensione privata come quella sfera
morale e giuridica luogo di libertà e di autodeterminazione.
Conferendo
il giusto peso storico-culturale a questa istanza, ovvero il mancato
riconoscimento dell’individuo come persona al di là dell’organismo della pòlis,
sia detto per inciso, è forse possibile comprendere meglio talune condotte che
nell’Antichità erano perfettamente integrate nella vita quotidiana e che oggi
non possono che risultare inutilmente spietate o crudeli, come l’istituzione
della schiavitù o l’ampio utilizzo della tortura (basanos, “ciò che mette alla
prova”) sia in funzione “punitiva” che “giudiziaria”.
Stante
ciò, è naturalmente corretto affermare che i Greci fossero liberi, ma non però
nell’accezione di libertà individuale per come si configura negli attuali
regimi democratici.
Nell’Antichità
praticamente l’unica espressione di libertà del “polítes” risiedeva
nell’esercizio collettivo del potere, essendo l’individuo totalmente risolto
nella sfera della pubblicità connessa all’attività politica.
Il
tema dei “diritti” del soggetto e quello di una razionale strutturazione delle
garanzie giuridiche finalizzate alla sua difesa era, ovviamente, questione
ancora di là da venire.
Questo
stato di cose fu descritto efficacemente dallo storico francese “Numa Denis
Fustel de Coulanges” che, nel suo “La città antica” (1864), sostenne che «avere diritti politici, votare,
nominare magistrati, poter essere arconte, ecco ciò che [nelle città antiche]
si chiamava libertà; ma non per questo l’uomo [era] meno asservito allo Stato» (Id., La città antica. Studio sul
culto, il diritto, le istituzioni di Grecia e di Roma, 2 voll., Laterza, Bari
1925, vol. I, p. 325).
Su
questa dimensione eminentemente storico-culturale si gioca, allora, tutta la
differenza fra la concezione della partecipazione politica presso gli antichi e
i moderni.
Negli
attuali regimi democratici, infatti, vi è una netta distinzione fra le
dimensioni della titolarità e dell’esercizio del potere in quanto, nelle
democrazie di tipo rappresentativo, il potere dell’amministrazione della
“cosa pubblica” non è esercitato direttamente dai votanti ma dai rappresentati
eletti da questi ultimi.
La
partecipazione politica per come la intendevano i Greci, invece, funzionava
sulla base del meccanismo della democrazia diretta, descritto perfettamente da
Aristotele quando afferma che, in questo particolare contesto, «tutti
comandavano a ciascuno, e ciascuno comandava a sua volta a tutti» (Politica, 1317b).
La
possibilità di governare era, infatti, distribuita largamente tramite la rapida
rotazione delle cariche pubbliche, la maggior parte delle quali era attribuita
per sorteggio.
Se tutti avevano a turno la possibilità di
auto-governarsi con le medesime probabilità, non vi era dunque lo spazio per
distinguere fra il piano dell’esercizio e quello della titolarità del potere.
Per i
Greci, titolare del potere è il popolo che direttamente lo esercita, senza
eleggere dei “corpi intermedi” che lo facciano in sua vece.
Sulla
base di questa mancanza di mediazione, sull’inesistenza di un “termine medio”,
oltre che sulla differente concezione dell’individuo, si instituisce la
differenza fondamentale fra la democrazia diretta degli antichi e la democrazia
rappresentativa dei moderni.
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