L’oligarchia capitalista colpevole della decadenza civile.

 

L’oligarchia capitalista colpevole della decadenza civile.

 

 

 

Ideologie di un capitalismo che

nega sé stesso.

Quinterna.org – (Rivista n.52 - n+1) – (10- luglio -2025) – ci dice:

 

Altruismo efficace, lungo termine e accelerazione.

Il tema della catastrofe è all'ordine del giorno.

 È diffusa la percezione che ci sono delle accelerazioni in corso e che alla fine una qualche forma di "singolarità" (passaggio repentino di stato) dovrà verificarsi.

 Dato che il problema dell'inquinamento e del cambiamento climatico è sentito, soprattutto dalle nuove generazioni, politici e tecnici vari (come Bernie Sanders, Jeremy Corbyn e Yanis Varoufakis) cercano di appropriarsene e si fanno portavoce della richiesta, capitalistica, di un “Green New Deal”.

 

Recentemente è stato coniato dalla pubblicistica borghese il termine "poli-crisi" (crisi che coinvolge più aspetti e questioni, e che ben si presta a descrivere il tempo in cui viviamo:

 eventi atmosferici disastrosi, guerre generalizzate, incendi fuori controllo, virus micidiali, ecc.).

Il mondo capitalistico sta diventando sempre più inospitale per la specie umana, e su questa rivista abbiamo recensito più di un saggio che mette in guardia da un'imminente calamità.

L'economista Nouriel Roubini, ad esempio, sostiene che si sta preparando una “crisi enorme”, la madre di tutte le crisi (La grande catastrofe).

 

Non ci troviamo teoricamente impreparati rispetto a quello che sta succedendo, sapevamo in anticipo che il capitalismo avrebbe provocato tali disastrose conseguenze, anche quando stuoli di pensatori della borghesia ci volevano far credere che fossero stati raggiunti traguardi tali da far sì che ci trovassimo nel migliore dei mondi possibili.

 

Per la corrente cui facciamo riferimento, la “Sinistra Comunista” "italiana", la rivoluzione è da intendersi come un lungo processo, quello che lega l'uomo lottatore con le belve all'uomo della società futura.

 La rottura rivoluzionaria è invece il rovesciamento della prassi, guidato dal comunismo che va affermandosi e rivelandosi sempre più chiaramente come unica prospettiva per l'umanità;

o, meglio, guidato dal programma comunista, che è un piano di vita per la specie.

 

Il pianeta ha dei limiti fisici e non può sopportare a lungo una dinamica predatoria come quella in corso (vedi "impronta ecologica" umana sul pianeta, ovvero l'indice di mineralizzazione sociale).

Alle crisi ambientali si assommano quelle sociali legate al male di vivere, da cui l'individuo cerca di difendersi ricorrendo a farmaci contro la depressione, abusando di alcolici e droga.

Negli USA il problema della tossicodipendenza è diventato un'emergenza nazionale, dato che vi è una vera e propria pandemia da “Fentanyl”, un oppioide sintetico che è decine di volte più potente dell'eroina.

È nata addirittura una nuova patologia:

 FOBO ("Fear Of Better Option"), lo stress da scelta.

Secondo gli psicologi, è una nuova forma di ansia dovuta ai troppi stimoli, all'esagerata offerta di merci nei centri commerciali o nelle piattaforme di shopping on line.

 

Per noi si tratta di fenomeni da inquadrare in quella che, più in generale, abbiamo definito "vita senza senso".

L'umanità è soffocata da ritmi di lavoro folli, dall'immensa quantità di merci prodotte, dalla pubblicità, dal marketing, che contribuisce ad alimentare angoscia, senso di impotenza, ecc.

Troppe merci, troppo capitale, troppa ricchezza ad un polo e troppa miseria all'altro.

 

Come vedremo, alcuni settori della borghesia, quelli più lungimiranti, hanno colto con tempestività l'occasione e stanno facendo affari nei campi più svariati sfruttando la preoccupazione generalizzata per un futuro pieno di incognite.

C'è chi punta sulle auto elettriche, chi sulle energie rinnovabili, chi sul riciclaggio dei rifiuti, chi sugli indumenti ecosostenibili, chi sul turismo responsabile, ecc.

 

Non è da escludere che tra i ranghi della borghesia ci sia anche chi è realmente preoccupato per i destini dell'umanità e cerchi delle soluzioni consone, magari più "altruistiche".

Spesso citiamo il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma (1972), e non mettiamo in dubbio che i suoi estensori volessero dimostrare la pericolosità dell'attuale sistema e la necessità di una svolta radicale.

 

Il ricercatore” Johan Rockstar”, dello “Stockholm Resilience Centre”, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature, ha definito, adottando criteri di misura e un metodo prettamente scientifici, i planetari bonarie, i limiti planetari da non superare:

 il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, il ciclo dell'azoto e del fosforo, l'inquinamento da sostanze chimiche, la modifica del sistema agrario, l'utilizzo delle acque dolci, l'acidificazione degli oceani e la riduzione dello strato di ozono.

Secondo gli studi di Rockstar e dei suoi collaboratori, nel 2023 abbiamo già superato sei dei nove limiti planetari.

 Il Pianeta e i suoi abitanti sono dunque in pericolo, anche perché è difficile prevedere nel breve e medio termine come il superamento di un parametro possa influire sugli altri.

 

Naturalmente, chi si occupa di questi problemi afferma che è essenziale agire ora, tutti insieme, cittadini, politici e comunità scientifica.

Della serie: siamo tutti sulla stessa barca, lasciamo da parte le differenze di classe e uniamoci per il bene comune.

Resta il fatto che gli appelli interclassisti, come quelli del Club di Roma, non hanno sortito effetti, sono semmai fattori di disorientamento e disfattismo rispetto alla preparazione della lotta contro questo sistema.

 

Infatti, come andiamo ripetendo da anni, rimanendo all'interno di” n “non si possono che riprodurre le sue categorie, un vero cambiamento è possibile solamente proiettandosi in “n+1”.

Se si accetta il sistema del lavoro salariato si devono accettare di conseguenza i danni che esso provoca.

 

Il solito vecchio plusvalore.

La rete Internet collega tutti e tutto, uomini e cose, e rende possibile un'enorme produzione di dati.

 Alcuni "esperti" in nuove tecnologie sostengono che i dati sono il nuovo petrolio (vedi il nostro articolo "Intelligenza al tempo dei Big Data", n+1 n. 56), ma bisogna ricordare che l'unico nutrimento dell'attuale vampiresco modo di produzione è il plusvalore prodotto dai salariati, sottoposti ad un'intensificazione dello sfruttamento per mezzo della generalizzazione del macchinismo e della sua evoluzione informatica.

 

L'accesso a grandi quantità di dati avvantaggia soprattutto chi li può accumulare e li sa usare per massimizzare la produzione di plusvalore e controllare pervasivamente i lavoratori.

 Come nel caso di Amazon, che attraverso gli scanner utilizzati dai “picker” nei magazzini per movimentare la merce, recepisce i dati relativi alla velocità con cui questi lavorano introducendo un sistema di premi e punizioni.

 

Con lo sviluppo della tecnologia e la sua applicazione al lavoro, ad un certo punto, dice Marx nel “Il Libro del Capitale”, si ha "la trasformazione della grandezza estensiva in grandezza intensiva o di grado."

 Non si tratta più semplicemente di aumentare la giornata lavorativa; lo "smisurato prolungamento della giornata lavorativa, che le macchine producono in mano al capitale, suscita poi la reazione della società minacciata nelle radici della sua stessa vita, e quindi la limitazione per legge della giornata lavorativa normale."

 

È necessario quindi accrescere l'intensità del lavoro in fabbrica, diminuendo il tempo in cui l'operaio produce per sé (lavoro necessario) e aumentando quello devoluto al capitale (plusvalore). Data l'intensificazione dello sfruttamento, il capitale può accettare una riduzione della giornata di lavoro dato che comunque vede aumentata la massa del plusvalore.

 

La robotica, le reti, l'automazione dei processi sono funzionali all'estrazione di plusvalore relativo.

 Lo sfruttamento dell'operaio diventa un'operazione scientifica, e la sua produttività viene stabilita tramite algoritmi che ricavano dati da una molteplicità di sensori presenti nel luogo di lavoro.

 È il caso di ricordare il sistema in essere nei magazzini di Amazon dove, gli operai che non rispettano determinati parametri di produttività (soprattutto i precari e gli stagionali) vengono espulsi.

 

Per quanto riguarda i dati, anche quelli relativi alle prestazioni del lavoratore, come abbiamo detto, non basta accumularli, è fondamentale saperli trattare, serve dunque un'infrastruttura di calcolo, basata su cavi e satelliti.

 La leggerezza dei bit si basa su strutture pesanti, sull'hardware.

È inoltre necessaria una quantità crescente di energia per fare funzionare l'intero procedimento, per alimentare i futuri data center c'è chi propone l'utilizzo dell'energia nucleare. 

Stiamo descrivendo una rivoluzione in corso, che sta modificando i rapporti di produzione, e di conseguenza tutti i nostri rapporti sociali.

 

Altro fenomeno che si è sviluppato sull'onda della "rettificazione" della società è il business delle criptovalute, le quali potenzialmente potrebbero dar vita ad aree di circolazione di merci e capitali autonome dagli Stati e dai loro vincoli monetari.

La Rete rende possibile il fenomeno della disintermediazione con il ridimensionamento dell'attività degli istituti di credito a favore della finanza decentralizzata.

Pensiamo a PayPal, società americana di servizi di pagamento digitale, dei cui fondatori ci occuperemo nel corso del presente lavoro.

 

Negli ultimi anni si è sviluppata una tecnologia per lo scambio di criptovalute, la blockchain;

essa rende possibile evitare una serie di passaggi e mettere direttamente in contatto il cliente con le piattaforme on line.

 Queste tecnologie permettono addirittura di bypassare il controllo delle istituzioni pubbliche, ed infatti anarco-capitalisti e libertari le considerano strumenti di liberazione.

 Ringraziano sentitamente le mafie e i gruppi criminali che fanno i loro traffici sotto anonimato.

Nel saggio “Chip war”.

La sfida tra Cina e USA per il controllo della tecnologia che deciderà il nostro futuro, il giornalista “Chris Miller” afferma che siccome i microchip sono fondamentali per la produzione di tutte le apparecchiature che oggigiorno vengono utilizzate, dai missili ai forni a microonde, dagli smartphone ai computer, avere il controllo della produzione di questo componente elettronico incide sulla capacità bellica di uno stato.

La produzione di microchip avviene in pochi paesi, tra cui Taiwan e Corea del Sud ed alcuni europei, ma soprattutto in Cina.

 

Infatti, quando gli USA si sono resi conto di dipendere troppo dall'estero per l'approvvigionamento di microchip, hanno cominciato a parlare di re-sharing, ovvero di riportare le industrie in patria per avere un'indipendenza in questo settore così strategico, agendo anche con l'arma dei dazi.

 In quest'epoca di mercato globale il protezionismo è una pratica estremamente contraddittoria dato che i capitali americani vanno a valorizzarsi in Cina, e questa possiede buona parte dei titoli del debito americano.

 

Il tentativo di disaccoppiare l'economia statunitense e i suoi satelliti dal blocco rappresentato dalla Cina è antistorico, così come l'idea di far ritornare grande e industriale l'America.

Vi sono vari progetti in cantiere negli USA per reindustrializzare il paese, tra cui “Stargate”, finalizzato alla costruzione di grandi data center per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale (IA).

Il piano prevede un investimento totale di circa 500 miliardi di dollari in quattro anni con una partnership tra pubblico e privato (OpenAI, Oracle e Soft Bank).

 

Per quanto importante sia questo tipo di progetto, checché ne dicano i suoi sponsor non genererà milioni di nuovi posti di lavoro, richiedendo queste produzioni un'altissima composizione organica del capitale, quindi tante macchine in rapporto alla forza lavoro impiegata.

 

La rivoluzione digitale, il cui ultimo sviluppo è rappresentato dall'IA, è resa possibile da un'infrastruttura fisica fatta di cavi, server, satelliti e fabbriche.

Parte delle ideologie di cui ci occuperemo nel corso del presente lavoro, affondano le loro radici in trasformazioni avvenute nell'industria, nello sviluppo di specifici sistemi e mezzi di produzione.

Le idee degli uomini sono sempre il riflesso di processi materiali.

 

Le aziende che riescono a trarre grandi volumi di profitto dal maneggio dei big data sono poche e molto potenti.

I nomi li conosciamo tutti:

Amazon si candida a diventare l'unico emporio dell'umanità; Facebook è un social network che mette in contatto tre miliardi di persone; Google punta ad essere il motore di ricerca più usato. Apple, Microsoft, Tesla ambiscono anch'esse a posizioni di monopolio.

 

Club del trilione di dollari.

Il giornalista “Riccardo Staglianò” nel 2022 ha scritto un saggio intitolato “Gigacapitalisti”, dedicato al "trillion dollar club", ovvero al gruppo di capitalisti che vede come nomi conosciuti Bezos, Musk, Zuckerberg, le cui aziende valgono, da sole, più del PIL di molti stati.

Ci riferiamo al loro valore in borsa:

 non bisogna infatti confondere il fatturato di un'azienda con la sua capitalizzazione, che è il valore di mercato di tutte le sue azioni;

 quindi, è il prezzo che gli investitori sarebbero disposti a pagare per comprarla.

 

Nel 1955 - scrive Staglianò -, la rivista Forbes pubblicò una lista delle 500 principali aziende americane, e al primo posto vi era “General Motor”, che vendeva la metà delle auto che circolavano negli Stati Uniti e aveva un fatturato di circa 10 miliardi di dollari.

Oggi, ad esclusione di Tesla che produce ancora automobili, il resto delle aziende del "trillion dollar club" non produce nulla di tangibile.

È vero che Amazon consegna pacchi a casa del cliente, ma è merce prodotta da altri;

Apple vende apparecchiatura elettronica, ma in realtà per la produzione si affida a terzi (quattro quinti dei suoi iPhone e Mac sono assemblati in Cina).

Come già scriveva Amadeo Bordiga negli anni 50', la moderna impresa capitalistica è quella senza impianti di proprietà.

 

Pur essendo capitalizzata in borsa per un trilione di dollari, Apple non fa parte della classifica dei primi cinquanta datori di lavoro del mondo per numero di dipendenti, ne ha 154mila, che è una quantità irrisoria rispetto alla massa di capitale che riesce a muovere.

 Staglianò fa notare che la General Motor nel 1955 aveva 752mila operai per una capitalizzazione di borsa sei volte inferiore a quella di Apple.

 

Cresce dunque la capitalizzazione in borsa delle mega-aziende hi tech, ma diminuisce il numero dei dipendenti e aumenta proporzionalmente il lavoro svolto dalle macchine.

 Tale processo era stato previsto dalla teoria rivoluzionaria:

il lavoro morto si erge come un dominatore su quello vivo schiacciandolo sotto il suo peso.

Questo però è solo un lato della medaglia: aumentando la forza produttiva sociale si gettano le basi per passare ad un'altra forma sociale, a più alto rendimento energetico.

Il processo di negazione del capitale per opera del capitale stesso è stato descritto da Marx in pagine memorabili dei “Grundrisse” ("Frammento sulle macchine"):

 

"L'accrescimento della produttività del lavoro e la massima negazione del lavoro necessario è la tendenza necessaria del capitale. La realizzazione di questa tendenza è la trasformazione del mezzo di lavoro in macchinario."

 

Macchinario oggi, come abbiamo visto, sono i microchip, i circuiti, i satelliti, quell'insieme integrato di tecnologie che avvolge la Terra.

 Un robot che fa il giro del mondo, e che sta imparando a svolgere tutta una serie di mansioni che una volta erano prerogativa dell'uomo.

 

Se ci sono capitalisti senza capitale, ci sono anche lavoratori senza padroni, e datori di lavoro senza lavoratori.

 La vecchia fabbrica novecentesca è stata scomposta dal dirompente sviluppo tecnologico degli ultimi anni, divisa in più moduli, collegati tra loro per mezzo della logistica, per cui si è ricomposta nel territorio come fabbrica globale reticolare.

 

La catena di montaggio è uscita dalle mura aziendali e la rete logistica ha ricoperto il mondo intero;

ciò ha conseguenze anche sulle modalità con cui si presenta lo scontro tra proletari e capitale nel XXI secolo.

 

I” rider”, ad esempio, che lottano contro le grandi piattaforme digitali (Uber, Glovo, Just Eat), non si interfacciano più con i datori di lavoro e non hanno un luogo di lavoro, a meno di non considerare luogo di lavoro la metropoli dove sfrecciano con i loro motorini o le loro biciclette.

In una recensione al saggio Il tuo capo è un algoritmo (Antonio Aloisi, Valerio De Stefano), abbiamo visto che il padrone in carne ed ossa è stato sostituito da un algoritmo, e con esso sono spariti sia il posto di lavoro che il contratto.

Si tratta di un cambiamento profondo con risvolti importanti non soltanto a livello di prestazione lavorativa.

Si pensi al fatto che le interfacce tra programmi, software e utente sono rese sempre più facili da utilizzare grazie al fenomeno della “gamification” (utilizzo di elementi mutuati dai giochi in contesti non ludici).

 Il riformismo ha fatto il suo tempo, le forze della conservazione sono sempre più in difficoltà, non riescono a tenere il passo dell'evoluzione tecnologica, sono come quell'apprendista stregone che non sa più dominare gli spiriti che ha evocato (Manifesto).

 Detto questo, il capitalismo è resiliente, non funziona più come una volta ma trova dei modi per tirare avanti, per posticipare il crollo finale. Ma più questi espedienti sono efficaci, più sono dirompenti rispetto allo stato di cose presente, disruptive, come direbbe Elon Musk.

 

Le aziende hi tech di cui ci stiamo occupando sono arrivate a valere in Borsa un trilione di dollari con una velocità di crescita incredibile.

Se la Ford ha impiegato decenni per affermarsi come impresa che produce automobili, Facebook ha raggiunto quota 1 trilione in 15-20 anni di vita, Tesla in 18 anni, Alphabet in 20.

 

Le nuove tecnologie producono delle accelerazioni, esse sono il motore principale della rivoluzione in corso.

 Il ricercatore “Raymond Kurzweil” ha spiegato questa impennata con la legge dei ritorni acceleranti:

ogni innovazione tecnologica ne rende possibili altre di livello più elevato in sempre meno tempo: un fenomeno di crescita esponenziale.

 

Tutto Giga.

Il gigacapitalismo non può che produrre gigacapitalisti. “Peter Thiel”, fondatore insieme a “Elon Musk “di Pay Pal, comprese precocemente come Internet rappresentasse un'opportunità per fondare nuovi business.

“ Thiel” è stato un finanziatore esterno di Facebook e, negli anni, ha maturato posizioni politiche "estremiste", mettendosi in luce come uno dei sostenitori di Donald Trump.

È un capitalista che sostiene, tra le altre cose, la formazione di micro-nazioni in una rete di isole sperdute nell'Oceano, in grado di ospitare qualche milione di persone, e dove non ci sia il controllo dello Stato, dove si possano sviluppare valute autonome, e dove si possano sperimentare nuove forme di governo ispirate alle idee libertarie, che hanno nell'economista della scuola austriaca “Murray Newton Gotthard” (1926-1995) e nella scrittrice “Ayn Rand” (1905-1982) i punti di riferimento.

 

Thiel”, definito dalla stampa come un anarco-capitalista, un libertariano, un capitalista militante, è la personificazione del nuovo tipo di capitalismo tecno-digitale americano, a cui le vecchie regole del gioco stanno strette.

 

“Palantir Technologies”, la sua società, si occupa di analisi dei grandi volumi di dati operando su diverse piattaforme, tra cui “Gotham”, Foundry e Meta Constellation.

 Tali piattaforme sono collegate tra di loro, lavorano in sinergia, sono in grado di elaborare una grande mole di dati e di agire in autonomia, relegando l'operatore umano a un ruolo subalterno.

 

Nel 2017 il dipartimento della Difesa americano aveva lanciato il progetto” Maven” con l'obiettivo di integrare nelle operazioni militari “sistemi di IA” finalizzati alla sorveglianza aerea tramite droni (impiegando dati in arrivo anche dai radar e da sensori di varia natura). Il suo utilizzo permetteva di analizzare velocemente l'enorme volume di dati disponibili di modo che diventava possibile prendere decisioni sulla situazione in tempi brevissimi.

 

Maven” è stato sviluppato da “Palantir”, e ha visto inizialmente la partecipazione di Google, che ha però scatenato proteste da parte dei suoi dipendenti, i quali hanno considerato immorale contribuire allo sviluppo di progetti bellici.

A seguito delle pressioni interne, Google decideva nel 2018 di non rinnovare il contratto di collaborazione.

 

Tale decisione fu criticata da “Thiel” e da “Palmer Luke” (il fondatore di Abdurli, una società americana di difesa specializzata in sistemi autonomi), "sostenitori di una visione in cui la tecnologia americana deve servire la sicurezza nazionale piuttosto che espandersi nei mercati degli avversari, in primis dell'avversario cinese."

Inchieste giornalistiche del “Washington Post” e del “Guardian” dimostrano come le grandi aziende americane del settore “hi tech” partecipino direttamente alla guerra della Striscia di Gaza, in supporto all'esercito israeliano con le loro infrastrutture digitali; i nomi sono i soliti: Google, Amazon, Microsoft.

 

Nel suo ultimo discorso dalla Casa Bianca, Joey Biden aveva lanciato un avvertimento sulla "minaccia" per "la democrazia, i diritti fondamentali e la libertà" rappresentata dal tecno-capitalismo, ricalcando la famosa dichiarazione di Dwight Eisenhower (1961) sul complesso industrial-militare, ovvero sulla pericolosità dell'intreccio tra potere politico, industria bellica e gerarchie militari.

 

"Oggi in America sta prendendo forma un'oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza", dichiarò Biden, affermando di essere "preoccupato per la potenziale ascesa di un complesso tecnologico-industriale che potrebbe rappresentare un pericolo reale anche per il nostro Paese".

 

Trump non può però essere ritenuto il responsabile di tale processo, semmai è lo strumento utile per l'imporsi di determinati interessi.

Chi "decide" gli investimenti non è tanto il battilocchio di turno alla guida del paese, ma grandi monopoli che si sottraggono a qualsiasi tipo di controllo. Il fatto che il complesso politico-militare-industriale si stia autonomizzando dallo stato centrale non è dovuto alla rapacità dei singoli capitalisti, oppure ai progetti totalitari di qualche circolo di potere, ma dal più generale processo di autonomizzazione del capitale.

 

Questa autonomizzazione, l'abbiamo visto più volte, permette all'intero sistema economico e sociale di sfuggire agli effetti dei suoi meccanismi intrinseci a livello locale ma non lo mette al riparo dalle leggi globali che ne determinano l'incombente dissoluzione.

 L'esigenza perenne di riparare una struttura contraddittoria come il capitalismo produce da una parte il ricorso a teorie, metodi e strumenti che furono tipici di una grande rivoluzione, quella borghese; dall'altra, induce la classe dominante a difendersi con ogni mezzo dai pericoli che minacciano la propria esistenza.

 

Contrariamente a quanto sembrano pensare i sostenitori di un turbocapitalismo ultraliberista, lo sviluppo del sistema sociale presente non dipende dalla conquista di ulteriori gradi di libertà da parte del capitale investito in quanto posseduto da un proprietario ma, al contrario, dalla sua capacità e possibilità di indirizzare il plusvalore prodotto.

 Enormi masse di capitali, quelle che secondo le illusioni di ogni riformista dovrebbero alimentare gli "investimenti produttivi" utili a scongiurare crisi catastrofiche, si raccolgono intorno a poli di attrazione che non sono più semplicemente raggruppamenti di capitali privati che tendono a organizzarsi per agire di concerto entro il sistema del credito, bensì anonimi fondi speculativi tanto potenti da produrre effetti materiali anche se materialmente non esistono.

 

Lenin nel “L'imperialismo”, fase suprema del capitalismo criticava la borghesia che vedeva nel gigantesco movimento mondiale di capitali semplicemente un "intreccio" di interessi tra possessori di denaro pubblico e privato, tra stato, industria e finanza.

Lo stesso "intreccio" che avrebbe tanto preoccupato Eisenhower, e che divenne sempre più marcato giungendo a coinvolgere il flusso internazionale di merci e capitali.

 Pur sotto controllo condizionato da parte degli stati, negli anni '50 tale intreccio era ancora a uno stadio embrionale rispetto a quanto sarebbe avvenuto già nel mezzo secolo successivo.

Ma in pochi anni quello che sembrava capitale da investimento attraverso il normale funzionamento del credito si dimostrò immaginario.

 

Nel lessico delle varie "sinistre" odierne l'imperialismo è la forma sociale che si caratterizza come "capitalismo di stato":

 lo stato controlla il capitale.

 In realtà la fase suprema del capitalismo, fase che stiamo percorrendo sotto il dominio del capitale autonomizzato, è controllo da parte del capitale su tutta la società.

 

La guerra evidenzia più duramente il rapporto tra stato e capitale.

 E dove da almeno sessant'anni lo stato non controlla più il capitale, le oscillazioni quantitative si confondono sempre di più con la crescita qualitativa fino a rendere quest'ultima dipendente da dette oscillazioni. La massa di prodotti che copre il mondo già da molto tempo può essere considerata come una merce unica (Marx, VI capitolo inedito).

Dapprima ferrovie e telegrafi, infine Internet e IA.

Il capitalismo è unico per tutto il mondo, gli aspetti differenziali tra le diverse aree non sono che espressione dei differenti gradi del suo sviluppo.

 

Spettacolari colpi di scena, guerre locali che trascendono i confini diventando globali, minacce di blocco economico, sanzioni, deterrenze, ricatti, deportazioni, massacri e configurazioni di scenari da guerra mondiale fanno da sfondo a una spasmodica ricerca di dottrine compatibili con una maturazione oggettiva della geopolitica.

 

A lungo andare sui mercati, come in guerra, si stabilisce una qualche simmetria.

 Se gli USA hanno i GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), la Cina ha i BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi).

Anche Pechino, dunque, ha i suoi tecno-capitalisti, sta supportando e cerca di pilotare gli investimenti nel settore tecnologico privato, come dimostra il summit dello scorso febbraio con i grandi del tech:

tra i top manager presenti all'incontro con gli alti funzionari del Partito, c'erano i fondatori delle aziende di telefonia Huawei e di e-car Byd, Ren Zhengfei e Wang Chuanfu, nonché Lei Jun di Xiaomi e Jack Ma, il fondatore di Alibaba.

 

Pechino sta preparando una legge ad hoc per far crescere le aziende private che operano in questi settori di punta.

Quindi sostegno economico del governo alle imprese e ai diritti degli imprenditori all'insegna della celebre esortazione di Deng Xiaoping: "arricchirsi è glorioso"!

 

La concorrenza è una "cosa" da perdenti.

“Thiel”, oltre a fare affari con le piattaforme Internet (ha investito in LinkedIn, SpaceX, Airbnb, ecc.), e al fine di sponsorizzare la sua persona tramite la “Thiel Foundation”, che lavora per promuovere il progresso tecnologico e le sue idee sul futuro, si è cimentato nel campo della saggistica, scrivendo un libro, “Da zero a uno”.

I segreti delle startup, ovvero come si costruisce il futuro, i cui contenuti sono stati anticipati dall'articolo "La concorrenza è una cosa da perdenti" apparso sul Wall Street Journal nel 2014.

 

Com'è possibile che un anarco-capitalista sia contro la concorrenza?

 

“Thie”l sostiene che solo attraverso il monopolio si può stare al passo con le sfide poste dal futuro, e si scaglia con veemenza contro il sistema scolastico americano, che guida e riflette l'ossessione per la concorrenza.

 Il capitalismo si basa sull'accumulazione di capitale, ma in regime di concorrenza i profitti dei singoli imprenditori sono costantemente messi a repentaglio, appunto, dalla concorrenza.

Nel saggio citato sostiene che:

1) il progresso discende dal monopolio e non dalla competizione;

2) fare meglio qualcosa che già sappiamo fare ci porta da 1 a n, con un progresso orizzontale, per fare qualcosa di veramente nuovo in modo da passare da 0 a 1 c'è bisogno di un progresso verticale, quindi di un salto di paradigma;

3) la competizione comporta come conseguenza che non ci sia profitto per nessuno;

 i capitalisti troppo distratti dal "farsi le scarpe" perdono di vista il fine del fare impresa, che per Thiel è lo sviluppo tecnologico e l'innovazione.

 

I monopolisti sarebbero gli unici che innovano perché hanno profitti così alti da potersi permettere piani a lungo termine conditi da ambiziosi progetti di ricerca.

 “Thiel” e i suoi colleghi tecno-capitalisti di successo hanno fatto nascere delle nicchie di mercato in quanto, anziché copiare sistemi che funzionavano, ne hanno realizzati di nuovi.

 Le loro "creazioni" godono, inoltre, dell'effetto rete per cui incentivando l'uso di un prodotto questo viene ritenuto, e di conseguenza diviene, sempre più "utile".

Esempio: se tutte le persone che conoscete sono su Facebook o X, è molto probabile che anche voi vi iscriviate.

Così facendo invitate naturalmente sempre più persone nel social network.

 

Gli investimenti a lungo termine sono anche quelli che rendono possibile, come vedremo, la cosiddetta corsa alla conquista dello spazio. Bezos, Musk, Branson (Virgin Group), Kalanick (Uber), sono stati i primi imprenditori che hanno fatto dello spazio un nuovo settore di business. Prima i viaggi spaziali erano pertinenza delle agenzie statali, le uniche ad avere i fondi, le competenze e le tecnologie necessarie; ora è il "privato" che riesce ad attirare i capitali in cerca di valorizzazione sul mercato, in vista di un nuovo eldorado.

Ogni tecno-azienda vuole avere i propri satelliti, per avere il controllo sulla propria, ed eventualmente l'altrui, produzione di dati.

 È ovvio che in ambito capitalistico le cosiddette missioni spaziali non sono solo strumenti di ampliamento della conoscenza scientifica ma attività a scopo di lucro.

 

Il fatto che vi siano capitalisti di primo piano che investono nel settore spaziale presenta un vantaggio strategico per il paese d'origine (tecnologie dual use, di uso sia civile che militare).

 Gli stati trovano vantaggioso, magari anche prestigioso, che queste corporation abbiamo la sede sul loro territorio, sono disponibili anche a finanziarle, mettono a disposizione le loro infrastrutture.

Esse assumono così sempre più potere, come nel caso di “Space X”, e gareggiano con gli stati in quanto a capacità di intelligence.

 

Trump, per esempio, ha minacciato Zelensky:

"O accordo sui minerali o stop a Starlink" (la rete di satelliti di proprietà di Musk che rende possibile la connessione Internet civile e militare dell'Ucraina).

 Gli Stati Uniti giocano la carta delle comunicazioni satellitari con il presidente ucraino, e si preparano per quando le terre rare cinesi diventeranno indisponibili (la Cina domina il settore con quasi il 90% della capacità globale di raffinazione, lasciando le altre nazioni in una posizione di forte dipendenza).

 Di qui la spiegazione delle dichiarazioni bellicose di Trump verso Groenlandia e Canada, paesi ricchi di materie prime.

 

Nessuno può permettersi che le mega aziende del tech falliscano, sono troppo grandi (too big to fail), ne conseguirebbe un effetto domino sul sistema bancario, su quello finanziario e quindi sulla stessa tenuta degli stati.

 Esse hanno un'enorme arma di ricatto verso i governi, tanto che c'è chi afferma che siamo entrati in un'epoca di tecno feudalesimo o tecno assolutismo.

 

Ma al di là di quello che viene sostenuto da Thiel o dai suoi critici, dal tempo di Marx sappiamo che è proprio la concorrenza che conduce al monopolio, e che il processo di accumulazione capitalistico porta alla polarizzazione dei redditi, con progressiva crisi e scomparsa della piccola borghesia.

 

Lenin dimostrò con successivi studi come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione e come questa… conduca al monopolio.

 

Il capitalismo è fin dalle sue origini un monopolio di classe, il capitale si accumula in sempre meno mani fino ad autonomizzarsi completamente dai singoli proprietari per assumere la forma di grandi conglomerati

finanziari.

 

Tale processo è arrivato alle estreme conseguenze:

 si sono formati dei giganti economici che hanno quasi più potere degli apparati statali, come nel caso dell'azienda di e-commerce di Seattle che con la sussidiaria Amazon Web Service offre i suoi servizi di cloud computing a terzi, ramificandosi nella società civile, entrando in aziende, banche, università e istituzioni pubbliche.

 

Navigando sui siti delle aziende di vendita di beni e servizi produciamo di continuo dati che servono alla nostra "profilazione".

La vera fonte di profitti dell'azienda Amazon non sta infatti nei prodotti che vende ma nell'immane mole di informazioni che accumula dai clienti.

 

Amazon ha due canali di vendita:

“Amazon Retail”, attraverso cui acquista i prodotti dai rivenditori e li rivende a sua volta, e “Amazon Marketplace”, il canale di vendita affittato a terzi, uno spazio virtuale interno alla sua piattaforma di e-commerce su cui un privato può aprire un negozio.

 

Il colosso di Seattle dispone così dei dati dei propri clienti ma anche di quelli di aziende esterne che si appoggiano alle sue piattaforme Internet.

 

Grande Spettacolo Spaziale Bis.

Nell'articolo "Assalto al Pianeta rosso" (n+1 n. 41), abbiamo analizzato il gran parlare di conquista di Marte.

Musk, questo strano imprenditore di origine sudafricana, stava diventando molto famoso e il suo progetto negli anni si stava sviluppando portando all'elaborazione di un'ideologia apposita.

 

Il primo grande spettacolo spaziale, quello che sparò l'uomo sulla Luna, e di cui si occupò la “Sinistra Comunista” "italiana" negli anni 60',  nasceva dalla competizione USA-URSS nel contesto della Guerra Fredda.

Oggi la situazione è diversa anche dal punto di vista imperialistico, dato che alla base dei progetti di conquista del Pianeta rosso, da una parte vi è l'idea di ridare lustro ad un'America in profonda crisi ("Make America Great Again"), dall'altra il proposito di raccogliere risorse economiche da indirizzare in un grande progetto pubblico-privato che rappresenti uno sbocco per un capitalismo, americano ma anche internazionale, in evidente crisi di valorizzazione.

 

Nessun essere umano è andato più lontano della Luna. 

Gli uomini, per adesso, sono arrivati a vivere nella Stazione Spaziale Internazionale (distante circa 400km dalla Terra) solo per brevi periodi, al massimo per un anno.

Siamo ancora distanti dalla realizzazione di colonie in altri pianeti o nello spazio (a parte che nello spazio ci siamo già come pianeta Terra!).

 

Non ci soffermiamo qui su quanto sia tecnicamente complicato portare degli esseri umani su Marte e soprattutto costruirvi delle colonie in grado di ospitare centinaia di migliaia o addirittura milioni di uomini, lo abbiamo fatto nell'articolo ricordato, a cui rimandiamo il lettore.

Basti sottolineare come, nonostante siano decine i veicoli inviati sul Pianeta rosso, che hanno permesso l'analisi del suolo e delle rocce, non siano stati fatti passi avanti significativi nella propulsione spaziale.

Ammesso che le navicelle di Musk arrivino su Marte, con tanto di equipaggio, non avranno abbastanza carburante per ritornare.

Il modo in cui “Space X” intende affrontare questo problema è produrre metano combustibile dall'atmosfera marziana, ad elevata concentrazione di anidride carbonica, e dal ghiaccio presente nel sottosuolo.

 

Tecnicamente la missione dalla Terra a Marte è composta di diverse fasi, tra cui il lancio in un'orbita terrestre bassa delle navicelle spaziali e il loro successivo lancio verso Marte con l'accensione dei motori.

Il viaggio di andata durerebbe dai tre mesi ad un anno, e già questo pone una serie di problemi di sopravvivenza all'equipaggio.

 Non è da escludere nessuna ipotesi, ma realisticamente i problemi da risolvere per l'invio di uomini sul Pianeta rosso sono ancora molti.

 

Anche la Cina sta attivamente esplorando Marte attraverso la missione “Tianwen-1” della Agenzia spaziale nazionale (CNSA) che ha portato a importanti risultati come l'atterraggio del “rover Zhurong” nel 2021.

 Ed ha pianificato una missione, “Tianwen-3”, prevista per il 2028, volta a riportare campioni di Marte sulla Terra.

Ha approvato inoltre un programma per l'esplorazione lunare.

Tra l'altro è l'unico Paese che è riuscito a far atterrare una sonda sul lato nascosto della Luna, ovvero l'emisfero che non vediamo dalla Terra.

 

Dietro la grande narrazione di Musk in merito alla conquista di Marte vi è però la spedizione, questa sì realizzata, di migliaia di satelliti in orbita. Inoltre, il fatto che il razzo ausiliario (o booster) riesca a rientrare alla base rappresenta un grande risparmio economico per la sua azienda.

 Questo successo ha spinto altri sulla stessa strada.

Tant'è che la compagnia “Blue Origin”, di proprietà di Jeff Bezos”, ha inviato un razzo orbitale nello spazio, entrando in concorrenza con “Space X”.

 

Il 16 gennaio dalla piattaforma 36 della Cape Canaveral Space Force Station, in Florida,” Blue Origin” ha lanciato “New Glenn”, un veicolo di lancio orbitale alto circa 98 metri.

La parte superiore del razzo è entrata nell'orbita terrestre senza però raggiungere la piattaforma predisposta per l'atterraggio.

A differenza di Musk, che vorrebbe conquistare Marte, Bezos punta a costruire gigantesche città spaziali, riprendendo gli studi di “Gerard O'Neill”, fisico statunitense che immaginava la realizzazione nello spazio di habitat simili alla Terra.

 

Nel sito di Blue Origin è riportata l'idea di Bezos riguardo allo sviluppo e agli scopi dei voli spaziali:

"La vision di Blue Origin è un futuro in cui milioni di persone vivono e lavorano nello spazio. Se vogliamo preservare la Terra, la nostra casa, per i nipoti dei nostri nipoti, dobbiamo andare nello spazio e attingere alle sue risorse e alla sua energia, entrambe illimitate. Se riusciremo ad abbassare il costo di accesso allo spazio con vettori di lancio riutilizzabili, renderemo possibile un futuro dinamico per l'umanità." (Our Vision: Millions of People Living and Working in Space, blueorigin.com.)

 

Tornando alle realizzazioni di Amazon, le “Amazon Spheres”, spazi sferici presenti nel campus della sede centrale di Seattle, che ospitano decine di migliaia di piante, spazi per riunioni e negozi, è un'opera architettonica che vuole mettere in luce la simbiosi tra uomo, industria e natura.

Le sfere di Amazon, misto di piante, uomini, acciaio, plastica e vetro, ricordano la navicella autosufficiente descritta da Kevin Kelly nel saggio “Out of control”.

La nuova biologia delle macchine, dei sistemi sociali e del mondo dell'economia.

 L'autore vi sostiene che tutta l'evoluzione terrestre, inclusa quelle delle macchine prodotte dall'uomo, è una coevoluzione:

 

"La vita è una cosa in rete - un essere distribuito, un organismo esteso nello spazio e nel tempo.

Non c'è una vita individuale.

Da nessuna parte troviamo un organismo che vive da solo.

 La vita è sempre plurale (e fino a che non diventa plurale riproducendo sé stessa, non può essere chiamata vita).

La vita comporta interconnessioni, anelli multipli condivisi."

 

In Out of control” vi è una parte dedicata agli esperimenti russi e americani del secolo scorso volti alla costruzione di habitat su basi biologiche che potessero far vivere al loro interno esseri umani.

Tali progetti erano diretti alla costruzione di navicelle spaziali sferiche, dei satelliti viventi.

L'intento era di riprodurre la natura olistica del Pianeta in cui viviamo nello spazio.

 

Uno dei progetti portato avanti da "privati" era stato chiamato “Bio2”, seconda Biosfera (la prima era la Terra).

 L'idea era di costruire una stazione su Marte, un enorme sistema chiuso con all'interno una biosfera paragonabile a quella terrestre. "Eco -tecnica" sarebbe stata la tecnologia basata sulla convergenza delle macchine e degli organismi viventi per sostenere futuri habitat umani.

 

Si potrebbe dire che la “Terra madre” (Gaia di J. Lovelock) sta studiando come produrre “Terre figlie” da inviare altrove nello spazio.

 

La tendenza umana ad espandersi.

In "Assalto al Pianeta rosso" abbiamo scritto che la tendenza a conquistare nuovi spazi fa parte del patrimonio genetico della nostra specie; essa nel corso dei millenni si è espansa su tutto il pianeta, ma lo ha fatto in maniera anarchica, dato che sta ancora vivendo la sua fase preistorica, e quindi non ha ancora fatto chiarezza in sé stessa.

In questa corsa all'espansione non possiamo escludere in assoluto che la specie umana tra 100 o 1000 anni vada a vivere in altri pianeti.

 Ma in un'altra forma sociale se si deciderà di prendere in considerazione una tale opzione, non sarà più nell'ottica di soddisfare un bisogno di valorizzazione del capitale bensì per un bisogno di specie.

 

L'espansione di “Homo sapiens sul globo è avvenuta in modo disordinato, in misura ineguagliata nel capitalismo, visto che siamo arrivati ad assurdi come la concentrazione di venti o trenta milioni di esseri umani in un unico agglomerato urbano.

Negli ultimi due secoli sono stati rotti tutta una serie di equilibri, tanto che si è cominciato a parlare di” Antropocene”, epoca nella quale l'uomo con i suoi interventi ha alterato massicciamente le caratteristiche della biosfera. 

Nessun altro mammifero ha colonizzato così completamente e velocemente il pianeta, per cui è lecito spiegare tale fenomeno con la capacità tutta umana di rovesciare la prassi ("Genesi dell'uomo-industria", n+1, n. 19).

La nostra specie ha dimostrato di avere notevoli capacità di progetto, dalla prima pietra scheggiata, passando per il telaio meccanico, per arrivare alla fabbrica automatizzata;

ma tale capacità di pianificazione è locale (a livello di piano di produzione), a livello globale regna il caos, come dimostra il proliferare di guerre e crisi.

L'attuale forma sociale è schiacciata dalle contrastanti esigenze di valorizzazione dei singoli capitali, ognuno in lotta con gli altri.

 

L'impossibilità di pianificazione generale da parte di quella che è ormai un'inetta classe borghese, è dovuta al fatto che essa non ha più futuro, questo appartiene ad un'altra forma sociale.

Le manca dunque il terreno sotto i piedi, per cui si dibatte alla ricerca di soluzioni che non fanno che ingigantire i problemi che ha prodotto, invece di risolverli.

 

Nella fase senile del capitalismo, la colonizzazione di un paese significa che un altro più potente preleva senza contropartita risorse utili da quel territorio.

Le colonie, classicamente intese, non ci sono più, e il capitalismo non può fare altro che colonizzare… sé stesso (essendoci un limite anche a questo tipo di colonizzazione, cerca di programmare uno spostamento su altri pianeti).

 

La scala dei sistemi produttivi all'epoca della prima pietra scheggiata non si discostava molto da quella dei sistemi naturali, come la diga costruita dai castori.

Non veniva alterato il metabolismo del pianeta;

oggi invece la nostra capacità di trasformare la materia rappresenta una minaccia per l'ecosistema.

 Qualsiasi curva, che si tratti della produzione industriale, del progresso tecnologico o del consumo di energia, ha un andamento esponenziale.

La crescita non può durare all'infinito.

 

Hanno dunque ragione coloro che paventano un rischio di estinzione?

Il rischio effettivamente c'è se non si supera l'attuale modo di produzione.

 

La nostra specie è sia egoista (gene egoista, R. Dawkins), dato che ogni individuo vuole diffondere il proprio patrimonio genetico, che é collaborativo, dato che esso ha socializzato il lavoro a scala globale (endosimbiosi, L. Margulis).

Noi diremmo che Homo sapiens è soprattutto collaborativo, dato che si è evoluto grazie al lavoro svolto in maniera cooperativa, ma nelle società di classe è l'aspetto egoistico ad imporsi.

Il capitalismo, come abbiamo visto, è un modo di produzione sostanzialmente competitivo, tra individui, aziende e stati.

E la concorrenza commerciale si trasforma sovente in guerra guerreggiata.

Musk, imprenditore e politico intergalattico.

Obiettivo dichiarato di Musk quello di trasformare gli umani in una specie multiplanetaria.

 

Nel suo discorso Making Humans a Multiplanetary Species, al 67° Congresso Astronautico Internazionale, Guadalajara (Messico, 27 settembre 2016), disponibile anche su YouTube, ha detto:

 

"Parlando dell'architettura di “Space X Mars”, voglio far sembrare possibile Marte, far sembrare che sia qualcosa che possiamo fare nel corso della nostra vita. […]

Perché andare da qualche parte?

 Penso che ci siano davvero due percorsi fondamentali.

La storia si biforcherà lungo due direzioni.

Un percorso è rimanere sulla Terra per sempre, e poi ci sarà un evento di estinzione finale.

Non ho una profezia catastrofica immediata, ma alla fine, la storia suggerisce, ci sarà un evento catastrofico.

 L'alternativa è diventare una civiltà spaziale e una specie multi-planetaria, che spero siate d'accordo che sia la strada giusta da percorrere."

 

Musk, oltre a finanziare fondazioni no profit volte ad evitare rischi su larga scala per la specie umana, ha contribuito a fondarne una, il “Future of Life Institute”, che ha come scopo ufficiale quello di indirizzare la tecnologia verso il benessere collettivo, con particolare attenzione al rischio esistenziale derivante dallo sviluppo dell'IA generale.

Tale fondazione ha migliaia di finanziatori, tra cui “Vitali Butteri!, il padre della criptovaluta “Eterea”.

 

La tecnologia per Musk rappresenta un pericolo ma anche la speranza in una salvezza ultima:

il nostro tempo, quello in cui l' “IA forte” non si è ancora sviluppata a pieno, è una finestra di opportunità che bisogna sfruttare, per mettere al sicuro l'umanità.

 

Come nel caso di “Thiel” con le sue isole autonome da cui iniziare sperimentazioni sociali e politiche, così Musk punta su Marte per creare una nuova civiltà.

 

Per Musk avranno sicuramente un ruolo di primo piano nella società marziana gli ingegneri, sarà il loro lavoro a rendere possibile la vita sul Pianeta rosso.

 Ci sono dunque delle suggestioni tecnocratiche nel suo progetto, volto non solo a mettere in salvezza l'umanità ma anche a governare ingegneristicamente il futuro.

Non si possono capire le posizioni politiche di Musk, se non si ha presente il suo chiodo fisso della colonizzazione di Marte.

 Tutto, almeno a livello propagandistico, è subordinato a questo scopo, dal business legato alle sue molte attività imprenditoriali, all'alleanza politica con Donald Trump.

 

Musk ha lanciato l'idea del “MEGA”, "Make Europe Great Again", che ha prodotto un primo incontro tra gruppi politici europei aderenti a tale proposta.

Ed è il megafono di forze disruptive, quelle del settore hi tech, tese a far saltare i vecchi equilibri economico-politici.

 

Anche Trump strizza l'occhio ai gruppi di destra in Europa, come l'”AFD” in Germania che ha scombussolato il panorama politico nazionale.

In realtà, sarebbe meglio dire che è la crisi economica a scombussolare gli assetti politici, portando alla ribalta forze populiste "antisistema". Dal palco della Conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera, il vicepresidente statunitense “J. D. Vance” ha rivolto dure critiche ai paesi europei, esprimendo il suo sostegno alle forze di estrema destra.

Nel suo intervento ha stigmatizzato la "ritirata dell'Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti".

 Il problema arriverebbe, dunque, dall'interno del Vecchio Continente, sempre meno democratico e liberale.

 

Per “Musk”, l'appoggio a forze di destra e a Trump è subordinato ad un progetto più ampio che, come dice “Fabio Chiusi” nel saggio “L'uomo che vuole risolvere il futuro”, si può riassumere con l'espressione "Make Humanity Great Again", rendiamo l'umanità di nuovo grande.

 

La fuga in altri pianeti.

Il capitalismo è il modo di produzione più pericoloso mai visto nella storia perché, se la sua dotazione tecnologica cresce in maniera esponenziale, non cresce con la stessa velocità la consapevolezza umana dei cambiamenti in corso.

 D'altronde, la rivoluzione non ha un andamento graduale ma una natura catastrofica:

 un accumulo continuo di fatti porta ad una soluzione discontinua.

 

Di fronte a questa situazione, si fa strada tra gli stessi capitalisti l'idea della fuga in altri pianeti che nasce da una parte da una preoccupazione reale, dall'altra dalla spinta a ingigantire la paura di catastrofi utilizzandola per attirare investimenti e supportare carriere accademiche e politiche.

 

Anche l'industria cinematografica macina profitti producendo film sull'argomento, tanto che negli ultimi anni è nato un filone sul tema. Alla fine degli anni '90 uscirono ed ebbero un discreto successo nelle sale due film, “Deep Impact” e “Armageddon”, che avevano come soggetto la minaccia di uno schianto di una cometa sulla Terra, il primo;

l'impatto imminente di un asteroide il secondo.

Con conseguente annientamento del nostro pianeta.

 

E un paio d'anni fa fece piuttosto scalpore il film “Don't look up,” una satira feroce della situazione in cui è piombata la specie umana, di nuovo per la prospettiva dell'arrivo di una cometa potenzialmente in grado di distruggere la Terra:

una metafora delle tante emergenze (crisi climatica, pandemie, crisi energetica, ecc.) che incombono sulla nostra società e che non vengono affrontate adeguatamente dagli stati, che pur ne avrebbero i mezzi.

La pellicola (di Adam Makaay) mostra come gli allarmi inascoltati degli scienziati possono avere conseguenze catastrofiche e denuncia una classe interessata unicamente ai propri tornaconti politici ed economici mentre la vita intera sulla Terra è in pericolo:

la grande illusione della democrazia è sbeffeggiata vistosamente e i governanti altro non sono che semplici burattini in mano alle grandi lobby.

Più volte abbiamo detto che il cinema rispecchia la società, in questo caso la sua decadenza.

 

Nel corso del presente lavoro riporteremo una serie di teorie che giustificano la tendenza del capitalismo a spingersi oltre sé stesso, oltre il pianeta Terra, ma anche verso altre realtà (metaverso).

Cercheremo di individuare l'origine di tali ideologie, da che interessi sono scaturite, e vedremo gli strumenti umani che le confezionano e le veicolano.

Non è tanto la creatività degli uomini capitalistici a produrre nuove teorie ma il capitalismo a fornire agli uomini l'ideologia necessaria per battere nuove strade.

 

Citiamo di nuovo il nostro articolo "Assalto al Pianeta Rosso", a proposito dei progetti marziani di Musk:

"Per mantenere la fiducia conquistata (che vuol dire anche aver ottenuto capitali per decine di miliardi), non basta presentare un bilancio con la sua brava previsione a un anno o due, occorre qualcosa di dirompente di cui tutti siano costretti a parlare."

Siamo di fronte ad un rigurgito di ideologia da conquista dello spazio?

In realtà, come già detto, si tratta di qualcosa di un po' diverso rispetto alla situazione degli anni 60', dato che nel frattempo è cambiato il mondo, le forze produttive si sono sviluppate enormemente mettendo in discussione i meccanismi di funzionamento del capitalismo.

 

Esso cerca di sfuggire alla legge della caduta del saggio di profitto (legge degli incrementi decrescenti) investendo in robotica e sistemi automatici di produzione, ma così facendo accelera, e non solo implicitamente, la propria fine.

Avrebbe la necessità di aumentare la produttività del lavoro per aumentare la massa del plusvalore, ma aumentare anche di poco la produttività del lavoro comporta un aumento considerevole del capitale costante.

 

Il ritorno dei cosmisti.

Essendo la Terra satura di merce e capitale, per alcuni capitalisti sarebbe arrivato il momento di spingersi altrove per avviare nuovi cicli di valorizzazione.

 

Nel 1906 “Werner Slombar”, economista e sociologo tedesco, scrive un saggio dal titolo significativo:

Perché negli Stati Uniti non c'è il socialismo?

Nel testo si riporta un'intervista ad un sindacalista americano dell'AFL, il quale affermava di non essere pregiudizialmente contrario al capitalismo, al sistema del lavoro salariato, a patto che questo migliorasse le condizioni di vita dei lavoratori;

 se, invece, tale sistema non funzionasse, sarebbe necessario cambiare radicalmente rotta.

Per Slombar il socialismo non si radicò negli USA perché c'erano ancora spazi vergini da conquistare.

Oggi, con la scomparsa di questi spazi, l'America è con l'acqua alla gola.

Slombar non era certo un comunista, ma era abbastanza lucido da delineare le cause che hanno impedito il sorgere del socialismo negli USA e quelle che contribuiranno a farlo emergere.

 

Il ragionamento fatto da Slombar per gli USA vale per il mondo intero: il capitale, messo con le spalle al muro sulla Terra, vuole spingersi nello spazio.

 

Non è nuova la spinta a uscire dal pianeta Terra, ci avevano già pensato alcuni studiosi russi ad inizio secolo, mescolando mistica, scienza e politica.

Quando sembra che la storia produca nuove ideologie, andando a scavare nel passato ci si accorge che c'è sempre qualche anticipazione, qualche vecchia idea a cui agganciarsi.

Ricordiamo, non a caso, il” cosmismo”, una corrente filosofica che nasce in Russia tra la fine dell'800 e l'inizio del 900.

Konstantin Ciajkovskij (1857-1935), esponente di tale corrente, è il padre del programma spaziale sovietico, ma anche del volo spaziale umano. Pur avendo un approccio scientifico (scrisse centinaia di articoli sull'aeronautica, l'aerodinamica, l'astronomia e la biochimica), fu influenzato pesantemente dal cosmismo.

Conobbe il padre del movimento cosmista, “Nikolaj Fedorov”, frequentando la biblioteca di Mosca, in cui egli lavorava come bibliotecario.

Fedorov era ossessionato dall'idea del superamento della morte per mezzo della scienza (idea ripresa ai giorni nostri da “Peter Thiel”, che ha annunciato che vorrà essere crio-conservato).

La sua fiducia nel progresso della conoscenza umana gli faceva credere che qualsiasi limite fisico poteva essere superato, sarebbe stata solo una questione di tempo.

 

Sembra che lo stesso Stalin abbia manifestato un forte interesse per questo tipo di ricerca, spingendo gli scienziati russi a indirizzarlo in merito al prolungamento della vita.

Tutti i battilocchi puntano all'immortalità di sé.

 Lenin, che non aspirava certo a vivere in eterno e a diventare un battilocchio, è finito suo malgrado imbalsamato, "vittima" del pensiero corrente.

 

Nella sua opera principale, pubblicata postuma, La filosofia dell'opera comune, “Fedorov” delinea il grande compito dell'umanità, che oltre a resuscitare i morti, tramite lo sviluppo di conoscenze scientifiche come la manipolazione delle particelle, sarà quello di regolare l'omeostasi del pianeta avvolgendolo di cavi elettrici e tecnologie.

Dato il sovrappopolamento della Terra, dovuto alla raggiunta immortalità della specie umana per opera della scienza, si sarebbe resa necessaria la colonizzazione di altri pianeti.

 

"Gli esseri umani" afferma, "danno il meglio di sé quando avanzano compatti e uniti per la stessa causa, come dimostra il progresso scientifico."

 

Il cosmismo è la fede nello sviluppo scientifico, che consentirà di giungere a risultati comunemente inimmaginabili, dall'immortalità degli uomini alla possibilità di far viaggiare la navicella-Terra nello spazio.

 

Per Ciajkovskij saranno le missioni spaziali a rendere possibile, un domani, la colonizzazione di altri pianeti.

 Accanto ai suoi studi scientifici, egli coltiva la passione per la scrittura di romanzi di fantascienza, tramite i quali poteva divulgare le sue idee con la libertà che solo la letteratura può dare.

 

Nel romanzo “Oltre la Terra”, Ciajkovskij vuole dimostrare la tesi che "con il proprio impegno razionale e collettivo, gli esseri umani sono in grado di superare gli ostacoli posti dalle forze cieche dello spazio."

 

"La Terra è la culla dell'Umanità, ma non si può vivere per sempre in una culla", afferma sempre Konstantin.

Frase ripresa, vari decenni dopo, da Musk.

 

L'ultimo cosmista che ricorderemo è “Aleksandr Aleksandrovič Bogdanov”, uno dei fondatori del bolscevismo, che nel suo celebre romanzo “La stella rossa”, descrive un'umanità che vive in un altro pianeta, “Marte”, in cui vige un'organizzazione di tipo comunistico.

 

Medico di professione, Bogdanov fu il fondatore del primo Istituto di Ematologia al mondo, morì a causa di una delle sue periodiche trasfusioni di sangue, mezzo attraverso il quale voleva contrastare l'invecchiamento.

 

Oggi le idee cosmiste sono tornate alla ribalta con la pubblicazione nel 2010 del “Manifesto cosmista”, un aggiornamento del cosmismo russo al XXI secolo, e con un convegno che si è tenuto a New York qualche anno dopo, nel 2015, sul "Modern Cosmisme".

Dal punto di vista teorico il transumanesimo dei guru della Silicon Valley gli è debitore, come scrive “Michel Eltchaninoff,” nel saggio “Lenin ha camminato sulla Luna”:

 

"Negli Stati Uniti, ormai da parecchio tempo il progetto di vivere in eterno e colonizzare gli astri non è più un sogno da filosofi. I grandi magnati delle tecnologie digitali seguono le orme dei capi bolscevichi del primo Novecento e degli studiosi cosmisti.

Sergej Brin, cofondatore di Google e direttore del laboratorio di ricerca X;

 Larry Ellison, cofondatore di Oracle;

Peter Thiel, ideatore di PayPal; J

eff Bezos, fondatore di Amazon... questi dirigenti di primo piano ritengono che la morte e i vincoli che trattengono gli esseri umani sulla Terra siano limiti superabili e, anzi, rappresentino la nuova frontiera da oltrepassare."

 

C'è quindi un nesso tra il "moderno" transumanesimo e il cosmismo russo?

 Per” Eltchaninoff” ce ne sarebbero più di uno, a cominciare dal rifiuto di ammettere qualsiasi limite alle possibilità umane.

Si fanno sempre più visibili i collegamenti tra la mescolanza di teorie emerse dalla” California New Age “degli anni 60' e il misto di teosofia, occultismo, sciamanismo, parapsicologia e mistica, mai venuto meno in Russia, anche durante il periodo sovietico.

 C'è chi fa notare che correnti come il “costruttivismo russo” abbinate al sogno di emancipazione umana sovietico hanno molti punti in comune con il “transumanesimo contemporaneo”.

 

Volendo trovare delle invarianze potremmo dire che il “cosmismo russo” con il suo sovrapporsi di conservazione e rivoluzione segnava la fine un'epoca e l'inizio di una nuova, così come le attuali ideologie del capitalismo senile sono il sintomo di una dissoluzione in atto e di profondi cambiamenti a venire.

 

La fuga in realtà virtuali (virtualizzazione del capitalismo),

Oltre ai tentativi di fuga nello spazio, a causa dell'invivibilità in questo Pianeta, ci sono anche quelli di fuga in altre realtà, tra i quali anche….

 i tentativi di raggiungere la vita eterna.

 

Il filosofo “Nick Bostrom”, famoso per i suoi scritti sul "rischio esistenziale", si domanda se sia possibile che la nostra realtà sia una simulazione. 

In effetti, che cosa è "reale" e che cosa è "irreale"?

 

Dato che l'attuale forma sociale sta simulando sé stessa attraverso videogiochi e realtà virtuale, non è da escludere che altre civiltà, in altri pianeti o galassie, abbiano vissuto o vivano situazioni analoghe, e nemmeno si può escludere – dice Bostrom - che la nostra civiltà sia stata costruita da una civiltà superiore.

 

E quindi: stiamo forse vivendo in una simulazione al computer? Bostrom nel saggio “Superintelligenza”.

 Tendenze, pericoli, strategie, scrive:

 

"I miglioramenti delle tecniche di programmazione e l'aumento della potenza di calcolo permetteranno di realizzare mondi virtuali più ricchi e complicati.

Una superintelligenza matura potrebbe creare mondi virtuali che ai loro abitanti appaiono più o meno come il nostro mondo appare a noi.

Potrebbe creare un gran numero di questi mondi, facendo girare la medesima simulazione molte volte o con piccole variazioni.

Gli abitanti non sarebbero necessariamente in grado di dire se il loro mondo è simulato o no, ma se fossero abbastanza intelligenti potrebbero prendere in considerazione questa possibilità e assegnarle una probabilità diversa da zero."

 

Un'ipotesi comune nella filosofia della mente è quella dell'indipendenza dell'intelletto dal substrato, dal corpo in carne ed ossa.

 L'idea è che gli stati mentali possano esistere su substrati fisici artificiali.

Già oggi il cervello è potenziato da una serie di dispositivi informatici, i quali hanno spinto all'elaborazione della teoria della "mente estesa": la mente, cioè, si estenderebbe oltre il corpo umano.

 

“Bostrom” non esclude l'ipotesi che un domani potremmo arrivare a riprodurre la copia del nostro cervello su un dispositivo digitale (mind up-loading).

 Così come gli attuali calcolatori possono essere caricati con software di vecchi videogiochi, così un futuro computer potrebbe replicare le funzioni di un cervello umano, trasferirle in un robot o in una qualche realtà virtuale.

Per il filosofo non è una proprietà essenziale della coscienza essere implementata su reti neurali biologiche basate sul carbonio all'interno di un cranio:

processori basati sul silicio all'interno di un computer potrebbero in linea di principio diventare coscienti, ammesso che si sappia spiegare che cosa sia la coscienza.

 

I software implementati nei computer sono "macchine virtuali", un concetto familiare all'informatica, come spiega “Alan Turing” con la sua macchina astratta, che legge e scrive dati su un nastro potenzialmente infinito, ed è in grado di simulare la logica di qualsiasi algoritmo computazionale.

Le macchine virtuali si possono "impilare":

 è possibile simulare una macchina che simula un'altra macchina, e così via, in un numero arbitrario di passaggi.

 La cosiddetta realtà, per “Bostrom”, potrebbe quindi contenere molti livelli, e noi fare parte di un livello inferiore.

 

C'è chi fa notare come un oggetto che a prima vista sembra solido e pieno sia, a livello subatomico, composto di spazi vuoti.

Il filosofo David J. Chalmers nel saggio Reality+:

 “Virtual Worlds and the Problems of Philosophy”, si chiede se la realtà aumentata sia reale come quella fisica, ed arriva alla conclusione che ogni mondo virtuale è una nuova realtà:

 quella aumentata implica aggiunte alla realtà "reale".

Potremmo dunque scoprire l'esistenza di un'infinità di realtà multiple, e faticare a capire in quale di queste ci troviamo, come nel film” eXistenZ” di David Cronenberg.

La teoria elaborata da Chalmers è il frutto di speculazioni filosofiche sull'impatto delle nuove tecnologie, ma offre degli spunti di riflessione.

 

Abbiamo visto che le nuove tecnologie trasformano i processi di produzione e circolazione del valore.

Il capitale fittizio che si muove sui circuiti finanziari sotto forma di bit, pur essendo intangibile produce degli effetti materiali, può portare al crollo delle borse o a quello di intere economie.

Con lo sviluppo della realtà virtuale immersiva (resa possibile da dispositivi come visori e controller che simulano i sensi) si apre uno spazio virtuale di valorizzazione del capitale - molto ristretto però, visto il grande utilizzo di computer e dati e il minimo impiego di forza lavoro -, ed è quello che il filosofo “Éric Sadin” definisce un'economia digitale integrale che tenderà a soppiantare quella "reale".

 

Per i "simulazionisti" l'universo fisico potrebbe essere generato da una riproduzione informatica, potrebbe essere costituito di pura matematica, non solo descritto dalla matematica.

 Del resto, una formula matematica presente sullo schermo di un computer, o anche su di un foglio di carta, è una precisa configurazione atomica, non è qualcosa di metafisico.

 La tesi che tutto sia matematica è quella elaborata dal cosmologo del MIT “Max Tegmark” (membro del “Future of Life Institute” di Musk) nel saggio” L'universo matematico”.

 La ricerca della natura ultima della realtà.

 

Un mondo post-singolarità (in cui le macchine ci avranno superato in intelligenza) è un mondo in cui ambienti reali e ambienti virtuali saranno sempre più sfumati.

Per i transumanisti, per i quali l'umanità sarà radicalmente trasformata dalla tecnologia del futuro, la distinzione tra vita fisica e digitale verrà meno.

 Comunque, si può stare tranquilli, per Tecmar è possibile avere una vita degna di essere vissuta anche nella “virtual reality,” nel capitalismo virtualizzato!

Un'esistenza incorporea sotto forma di pura informazione.

 

Espropriazione e centralizzazione.

Siamo arrivati al punto in cui non solo il valore comanda gli uomini, ma tenta di fare a meno di loro, come in certi film di fantascienza, dove le macchine li adoperano alla stregua di schiavi o addirittura facendoli sopravvivere come batterie ricaricabili.

 

Ma se arriviamo alla fabbrica completamente automatizzata, di Matrix, il celebre film di” Andy e Larry Wachowski”, non ci sarebbe più produzione di plusvalore.

Abbiamo visto che oggi Apple o Facebook hanno un numero irrisorio di lavoratori rispetto al loro valore in borsa.

E un domani tali lavoratori saranno sostituiti del tutto da algoritmi. Queste aziende incamerano valore prodotto altrove, vivono grazie ad una particolare forma di rendita.

Esse non si basano tanto sulla produzione di plusvalore, quanto sullo sviluppo accelerato di elementi che lo negano (a cominciare dagli investimenti in IA).

Per questo le definiamo imprese che si muovono sulle terre di confine tra capitalismo in coma e società futura.

 

La vecchia concentrazione di capitali, analizzata da Lenin (cartelli, trust), è stata sostituita da una loro centralizzazione.

 Con la prima grande rivoluzione industriale si è avuta una concentrazione verticale della proprietà;

in seguito, lo sviluppo dei mezzi di produzione ha portato ad una centralizzazione della proprietà industriale, e la finanza ha inglobato grande e piccola impresa in una rete di interessi in cui scompare il singolo capitalista, oppure rimane sulla scena come semplice battilocchio, mentre domina incontrastato il capitale impersonale.

 

Il processo di espropriazione e centralizzazione dei capitali è connaturato allo sviluppo del modo di produzione capitalistico.

 La concorrenza genera il monopolio, ed esso esprime la tendenza all'intervento pianificato per contrastare l'anarchia intrinseca al modo di funzionare del capitale.

 

È quanto scritto negli "Elementi dell'economia marxista" (cap. 53):

"Non è più il piccolo produttore ad essere espropriato, ma sono i capitalisti più piccoli che sono espropriati dai grandi.

 La piccola azienda di una volta è sparita, ma le nuove aziende collettive divengono sempre troppo piccole rispetto alle risorse della tecnica e cedono il passo a nuove aziende più perfette e più grandi.

Si sviluppano in proporzioni sempre crescenti la applicazione della scienza ai mezzi tecnici, nel senso di sempre maggiore collegamento tra i vari centri produttivi, tra le varie sfere di attività, tra i vari paesi del mondo.

 Macchinismo, telegrafia e radiotelegrafia, ferrovie, navigazione, aviazione, ecc. rendono sempre più necessaria tecnicamente la risoluzione dei problemi produttivi su scala non solo nazionale ma mondiale.

Al perfezionamento tecnico ostava una volta la piccolezza delle aziende, oggi vi osta la loro autonomia privata, anche se sono aziende vaste e poderose.

 Lo sviluppo era ieri inceppato dalla proprietà privata personale, oggi lo è di nuovo dalla proprietà privata capitalistica."

 

Questo sistema basato su grandi "aziende collettive" procede verso un'integrazione della sua struttura materiale, l'integrazione della sovrastruttura è una sua conseguenza logica.

Difficile però che ciò avvenga pacificamente, difficile soprattutto che possa avvenire all'interno della presente forma sociale, quando i diversi Stati hanno interessi contrastanti e "si muovono" in base a questi.

L'ipotesi "Singleton" di “Nick Bostrom” è l'idea che la vita intelligente sulla Terra finirà per realizzare un unico agglomerato:

dalle prime tribù fino ai moderni stati l'umanità procede, sull'onda dello sviluppo tecnologico, verso un aggregato unico mondiale.

 In effetti, il collegamento dei piani di produzione attraverso reti logistiche ed informatiche, e adesso anche tramite” agenti di IA”, sta cambiando la società e sta portando alla formazione di un "sistema di sistemi" che potrebbe arrivare a dedurre, formulare ed eseguire autonomamente i compiti che le situazioni richiedono.

 

I borghesi più perspicaci arrivano ad intravedere alcuni aspetti della traiettoria capitalistica, ma essendo sprovvisti di una teoria che spieghi il divenire sociale aggiungono considerazioni soggettive, parziali.

Lenin, in tempi non sospetti, ovvero nel 1894, scrisse un saggio intitolato “Che cosa sono gli "amici del popolo" e come lottano contro i socialdemocratici”, in cui, partendo dai risultati raggiunti dal lavoro di Marx, descrive il comunismo come un fatto materiale e non di volontà di qualche singolo o gruppo:

 

"Tutte le produzioni si fondono in un unico processo sociale di produzione, mentre ogni produzione è diretta da un singolo capitalista, dipende dal suo arbitrio, e gli dà i prodotti sociali a titolo di proprietà privata.

Non è forse chiaro che la forma di produzione entra in contraddizione inconciliabile con la forma dell'appropriazione?

 Non è forse evidente che quest'ultima non può non adattarsi alla prima, non può non divenire anch'essa sociale, cioè socialista?"

 

Per Marx come per Lenin, il capitalismo si sviluppa solo negando sé stesso ad un livello sempre più alto.

 

Ogni società che invecchia presenta al suo interno dei caratteri che anticipano la futura forma sociale.

 Al confine tra capitalismo e società futura vi è una situazione ibrida.

La forma aziendale passa dalla struttura classica a quella modernissima basata sul capitale creditizio (rentier, staccatore di cedole), cambiando la propria struttura ed erodendo dall'interno il modo di produzione capitalistico.

 

Il profitto si presenta come mera appropriazione di lavoro altrui e la classe che si accaparra il plusvalore sempre più si dimostra superflua e parassitaria:

 

"Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un punto di passaggio necessario per la riconversione del capitale in proprietà dei produttori, ma non più come proprietà privata di produttori isolati, bensì come loro proprietà in quanto produttori associati, come proprietà sociale immediata." (Il Capitale, cap. XXVII del III Libro)

 

Anche se la lotta di classe non è sempre evidente, è il capitalismo stesso a rivoluzionare continuamente la società, a generare le premesse per il suo superamento:

 

"La rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio.

Lavora con metodo. (...) Non ha condotto a termine che la prima metà della sua preparazione: ora sta compiendo l'altra metà.

Prima ha elaborato alla perfezione il potere parlamentare, per poterlo rovesciare.

Ora che ha raggiunto questo risultato, essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura, lo isola, se lo pone di fronte come l'unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di distruzione." (Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, 1852)

 

La citazione si conclude con la celebre frase " ben scavato, vecchia talpa!"

Capitalismo che non è più sé stesso.

Alla fiera della tecnologia a Parigi, “Viva Tech 2024”, è intervenuto Musk che, parlando degli effetti sociali dello sviluppo dell'IA, ha dichiarato:

 "Probabilmente nessuno di noi avrà un lavoro. Se vuoi fare un lavoro puoi tenertelo come hobby.

L'intelligenza artificiale e i robot forniranno tutti i beni e i servizi che desideri".

 

Echeggia ciò che diceva la “Sinistra Comunista” negli anni 50'! Nel prospetto introduttivo al testo “Mai la Merce sfamerà l'uomo in riferimento ai processi di automazione industriale”, si affermava:

 

"Resterà, direte, all'uomo l'opera organizzativa, direttiva, il girare le chiavette interruttrici.

Ma hanno detto ultimamente che una macchina della macchina sostituirà l'uomo alle manopole di questa, dopo aver registrato con processi elettronici il comportarsi effettivo dell'uomo, il trucco che lo distingue, per ritrasmetterlo identico.

 Allora sarà invero la natura che ci darà tutto, cominciando dal vassoio della prima colazione che arriverà senza che lo porti nessuno."

 

Alcuni dei giga-capitalisti che abbiamo menzionato sostengono la necessità di un reddito universale di base.

È ormai chiaro che di qui in avanti le macchine saranno in grado di svolgere sempre più mansioni che erano svolte da uomini, i quali saranno catapultati in un mondo senza lavoro.

L'intelligenza artificiale "magnetica" è progettata per agire in modo autonomo, e potrebbe diventare essa stessa forza lavoro, operando in modo del tutto indipendente dall'uomo dopo che gli è stato assegnano un compito.

Chi si occupa dello sviluppo e dello studio di questi sistemi si rende conto che ci sarà bisogno di un reddito sganciato dalla prestazione lavorativa. Ma guai a quella società, dice Marx, che invece di sfruttare i propri schiavi è costretta a mantenerli.

 

Le dichiarazioni di Musk sulla fine del lavoro sono significative, pensiamo solo al fatto che nella “Critica al programma di Gotha” (1875) Marx descrive un modello sociale assimilabile alla fase inferiore del comunismo, in cui vi è ancora una relazione tra lavoro erogato e beni ricevuti sotto forma di buoni di lavoro non cumulabili.

 

L'erogazione di un reddito di base universale sarebbe già il superamento della fase inferiore del comunismo.

 Ma tra le proposte e la loro realizzazione si intromette l'ostacolo rappresentato dalle loro incompatibilità con l'attuale modo di produzione.

Sia i super capitalisti che gli stati, pur ponendosi il problema di sperimentare forme di reddito di cittadinanza e di riduzione della settimana lavorativa,

  devono sottostare alle leggi di mercato.

 

Comunque, c'è addirittura chi, come nel caso di” Sam Altman”, capo di “OpenAI”, l'azienda che ha prodotto “Chat Gpt”, propone che il reddito di base venga corrisposto tramite cripto-valute, un cripto-reddito universale versato a chiunque abbia uno smartphone. 

“Thiel” sembra superare tutti:

 per il giga-imprenditore, infatti, l'importante non è l'erogazione di redditi di base o sussidi ai disoccupati, bensì arrivare ad una società in cui tutti siano degli imprenditori.

 Il lavoro salariato, nella visione di Thiel, sarà un domani superato a favore di attività inventive e libere, dato che la produzione sarà completamente automatizzata.

Quello che descrive è una sorta di comunismo negativo o, meglio, la proiezione delle categorie capitalistiche in una società futura che capitalistica non sarà più.

 

La Grande Transizione.

Uno dei concetti chiave cui prestare attenzione per comprendere l'opera di Marx è quello di "dissoluzione", presente sia nei Grundrisse che nel Capitale, che sta a significare il passaggio da una forma sociale all'altra: passaggio che vede la sovrapposizione di elementi invarianti ma anche di elementi trasformati.

 

Abbiamo ripreso il tema in articoli come "Struttura frattale delle rivoluzioni" (n+1, n. 26), "La prima grande transizione" (n+1, n. 27), "Modo di produzione asiatico" (n+1, n. 28).

 In quest'ultimo abbiamo analizzato la dissoluzione delle società non classiste e l'instaurarsi di quelle classiste.

In tutti i passaggi tra modi di produzione, vi sono differenze nelle transizioni dall'uno all'altro, ma all'interno di ognuno sono riscontrabili caratteri auto-somiglianti: appunto, degli invarianti.

 Le grandi dissoluzioni sono anticipate da una serie di micro-dissoluzioni.

 

Il prossimo passaggio rivoluzionario sarà la dissoluzione delle “n” forme classiste nella forma “n+1”.

In ogni transizione vi è una forma che si dissolve e una nuova che si presenta attraverso dei potenziali anticipati.

 

Quella che stiamo vivendo è una fase storica ibrida, che vede retaggi di forme passate (denaro, classi, ecc.) e anticipazioni di forme future (gratuità, scambi peer to peer, ecc.).

 Oggi c'è uno scollegamento tra ciò che produce il cervello sociale e ciò che produce il singolo individuo:

 quest'ultimo non è produttivo, il singolo è impotente senza il collegamento con altri individui, solo il “general intellect” è realmente produttivo.

 

Un'altra caratteristica delle transizioni è lo sviluppo di organismi deputati a conservare il vecchio assetto sociale, ma che ad un certo punto si autonomizzano e diventano grimaldelli per aprire le porte alla società futura.

Lo Stato nasce come organismo di produzione e distribuzione atto a conservare il comunismo originario, ma si erge e si sviluppa in un organismo antagonistico alla società, diventando una struttura di dominio di classe ("Contributo per una teoria comunista dello Stato", n+1, n. 48).

 

Lo stesso vale per il denaro, come scritto nell'articolo "Dimenticare Babilonia" (n+1, n. 43):

 

"La struttura contabile nelle antiche società di cui ci stiamo occupando proprio perché sorprendentemente simile a quella del capitalismo potrebbe essere una prova della simmetria storica:

come si è passati dalle cretule alla complessità contabile, così si passerà dalla complessità contabile alle” cretule del futuro”, cioè ai segni elettronici della produzione-ridistribuzione esenti da riferimento al valore."

 

Il capitalismo da una parte cerca disperatamente di omeostatizzarsi, ma dall'altra rifugge la stasi, è caratterizzato dal movimento continuo, dalla dinamicità, tende ad infrangere tutti gli ostacoli che si trova davanti. Il capitale deve costantemente rivoluzionare le tecniche e i modi di produzione, e rivoluzionare conseguentemente tutto quanto gli sta intorno.

 

Questa incessante rivoluzione viene a cozzare contro gli stessi rapporti di produzione capitalistici. Come dice Marx nel Manifesto, il proletariato non è l'assassino del capitalismo, è il suo becchino.

Il capitalismo è già morto, si è suicidato, è un cadavere che ancora cammina.

 

L'apocalisse prossima ventura.

Abbiamo visto che i giga-capitalisti sostengono che solo grazie al monopolio è possibile concentrarsi sugli investimenti a lungo termine.

 Il lungo terminismo è appunto il nome di una "nuova" ideologia, che vuole mettere insieme grandi volumi di affari con l'idea che si debba fare del bene all'umanità per i millenni a venire.

 

Il teorico dei media “Douglas Rush off”, nel libro “Solo i più ricchi come i tecno -miliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui”, racconta una storia che avrebbe vissuto in prima persona.

 Studioso di impatti sociali dovuti allo sviluppo tecnologico, ne richiedono la consulenza alcuni tra i più ricchi capitalisti del mondo.

 Nel resoconto riferisce il dialogo avuto con i super-ricchi che ragionano su come allestire il loro rifugio in attesa dell'apocalisse;

che chiedono tra l'altro i suoi lumi su quali criptovalute investire in previsione di una situazione in cui il denaro non avrà più alcun valore (ma bisognerà comunque pagare le guardie del corpo!) o consigli su come proteggere il proprio bunker da folle inferocite.

 Potrebbe essere la trama dell'ennesimo film catastrofico;

ma negli Stati Uniti da anni decine di migliaia di persone si dedicano al “survivalismo”, pratica che consiste nell'acquisire competenze tecniche individuali o di gruppo per sopravvivere dopo una qualche catastrofe.

 

Anche in Europa, l'argomento attira l'attenzione della politica e dei media, in vista dell'estendersi di conflitti bellici o catastrofi sociali. Arriva dunque il tragicomico kit da campeggio della Ue (cibo a lunga conservazione, fiammiferi, un coltellino svizzero e un power bank), che permetterebbe di resistere 72 ore in caso di guerra improvvisa.

 

Qualche anno fa era stato pubblicato il saggio “La conoscenza necessaria.”

Come ricostruire la nostra civiltà da zero in caso di catastrofe di “Lewis Darteli”, che cercava di dare indicazioni su come riavviare velocemente i processi tecnologici dopo una catastrofe globale balzando direttamente a un livello tale da far risparmiare secoli di sviluppo incrementale, ma che possa essere raggiunto usando materiali e metodologie rudimentali.

Può sembrare uno scenario inverosimile nel breve termine quello del crollo della civiltà così come la conosciamo, però il mercato dei bunker negli USA ha avuto un boom negli ultimi anni, quantomeno dal periodo del Covid in poi.

Una delle aziende che sta accumulando profitti con questi "prodotti" è la “Strategically Armored & Fortified Environments” (Safe), con sede in Virginia, che si sta specializzando nella costruzione di bunker antiatomici per ricchi.

"Faranno parte di una rete di proprietà simili che si rivolgono all'1% più ricco, offrendo loro un'opportunità unica per salvaguardare il proprio futuro, indipendentemente dai disastri che potrebbero verificarsi" scrive Forbes.

 

Zuckerberg si è comprato un'isola nella Hawaii con l'idea di costruirvi un mega rifugio sotterraneo con scorte di acqua, cibo ed energia.

Anche Bill Gates ha optato per una scelta simile, come molti attori e cantanti americani.

L'1% teme l'apocalisse e si prepara di conseguenza, ma se saltassero veramente le catene logistiche, anche chi dispone di scorte alimentari, rifugi blindati e risorse economiche sarebbe travolto dallo sconvolgimento generale.

 

Marx ci dice che per capire le idee degli uomini bisogna partire dalla struttura materiale della società, dal modo di produzione dominante. Prima lo abbiamo fatto parlando di come il capitalismo negli ultimi anni abbia rivoluzionato modi e tecniche di produzione, e di come si stia avviando verso la propria fine.

 Appurato questo, possiamo fare l'operazione contraria: partire dalle ideologie attuali per spiegare la struttura materiale della società.

 

Il già menzionato “Bostrom” è uno dei fondatori del” Future of Humanity Institute” presso l'università di Oxford.

 Da qualche anno a questa parte nel prestigioso istituto si è formato questo think thank, che ha lo scopo di studiare le sfide e i rischi a cui va incontro l'umanità e i modi per porvi rimedio.

Bostrom parla crudamente di "rischio esistenziale", che nel saggio “Superintelligenza” descrive così:

 

"Un rischio è detto esistenziale se minaccia di provocare l'estinzione delle forme di vita intelligenti che hanno avuto origine sulla Terra o altrimenti di distruggere in modo permanente e drastico il suo potenziale di sviluppo desiderabile."

 

E ha intitolato un suo libro “Rischio della catastrofe globale”, in cui sostiene che l'IA, la bioingegneria, le nanotecnologie, il nucleare, le pandemie, il cambiamento climatico rappresentano un serio rischio per l'umanità. Bisogna dunque attivarsi sia per evitare l'estinzione che per sviluppare il potenziale dell'umanità per i tempi a venire.

 

Il “World Economic Forum” pubblica annualmente il bollettino "Global Risks Report", giunto alla sua ventesima edizione:

 i rischi globali immediati più urgenti per il 2025 sono la sostenibilità ambientale, gli eventi meteorologici estremi, la perdita di biodiversità e il collasso degli ecosistemi.

 

Rischio esistenziale, catastrofe globale, guerre e pandemie.

 Da parte della borghesia si è giunti all'ammissione che questo sistema ha problemi che non si è in grado di risolvere, vera e propria sua capitolazione ideologica di fronte al marxismo. Il tentativo di rilanciare il capitalismo è ormai fuori tempo massimo!

Vedremo più avanti perché.

 

Il vecchio utilitarismo.

Per capire la matrice teorica da cui nasce il lungo-terminismo, bisogna fare un salto indietro e, oltre ad analizzare l'altruismo efficace, trovare degli antecedenti.

 Scavando nel passato si arriva all'utilitarismo di Jeremy Bentham, James Mill e del figlio di questo, John Stuart Mill.

 

L'utilitarismo, corrente filosofica che si afferma in Europa nel corso dell'Ottocento, prende le mosse dall'empirismo inglese, dall'illuminismo e dal positivismo.

 A ben vedere, le ideologie della classe dominante, per quanto questa tenti di presentarle con una veste moderna, non sono affatto "nuove". Esse si basano sul binomio giustizia e libertà, parole tipiche dell'ideologia borghese.

L'utilitarismo non chiede che il singolo rinunci al proprio egoismo, ma che lo adatti a delle regole, morali e giuridiche, in modo che possa comunque emergerne un po' di altruismo!

Tuttavia, in ambito capitalistico, dove vige la guerra di tutti contro tutti dovuta alla concorrenza, l'armonizzazione degli interessi individuali e collettivi è impossibile.

 Lo ha tentato il fascismo con il corporativismo, ma non è riuscito ad eliminare la lotta di classe.

 

Com'è teoricamente invariante il programma della rivoluzione, nella sua organicità tra mezzi e fini, così lo è quello della controrivoluzione, nella sua contraddittorietà e assenza di scientificità.

 

L'utilitarismo, afferma uno dei suoi massimi rappresentanti, “J. S. Mill”, è "quella dottrina che accetta come fondamento della morale l'utilità, o il principio della massima felicità, (e che) sostiene che le azioni sono lecite in quanto tendono a promuovere la felicità e illecite se tendono a generare il suo opposto" (J. S. Mill, L'utilitarismo, ed. 1988).

 

Per Bentham si tratta di trasformare la morale in una "aritmetica morale", in modo da eliminarne l'aspetto soggettivistico, applicando regole scientifiche alla ricerca del piacere sia del singolo che della collettività.

 

Si può dunque misurare la felicità?

E, soprattutto, come la si può raggiungere?

Per i comunisti la felicità è il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, il suo opposto è il permanere di una società alienata come quella borghese. Per cui potremmo dire:

felicità comunista = libertà = rovesciamento della prassi = facoltà di infrangere l'ordine costituito (nientemeno) introducendovi nuova informazione.

 

Marx, nella sua critica all'utilitarismo, si riferisce al principale rappresentante di tale corrente, Bentham, come "l'oracolo aridamente loquace e pedantesco del senso comune borghese nel secolo XIX", e scrive:

"Il 'principio di utilità' non è affatto una scoperta di Bentham.

 Egli si è limitato a riprodurre piattamente quello che Helvétius ed altri francesi del secolo XVIII avevano detto con genialità.

Se per esempio si vuol sapere che cosa sia utile a un cane, bisogna studiare la natura del cane:

non si può costruire questa natura partendo dal 'principio di utilità'. Applicando lo stesso criterio all'uomo, se si vogliono giudicare tutti gli atti, movimenti, rapporti ecc. umani in base al 'principio di utilità', bisogna indagare anzitutto la natura umana in generale, poi la natura umana storicamente modificata in ogni epoca.

Bentham non fa molti complimenti.

Con la vacuità più ingenua, egli presuppone come uomo normale il moderno borghesuccio, in specie il borghesuccio inglese:

 e tutto ciò ch'è utile a questo sgorbio di uomo normale è utile in sé e per sé. Con questo metro, poi, egli giudica il passato, il presente e l'avvenire."

 

I discendenti filosofici di questi geni in stupidità borghese sono quelli che misurano la felicità umana con criteri di valore, con il metro del dare e dell'avere, alla ricerca di pretese nuove teorie per giustificare il persistere di un modo di produzione che ormai fa acqua da tutte le parti. Essi vogliono convincerci che le nostre scelte comportano delle conseguenze per noi e per gli altri e quindi devono essere dirette secondo logiche (borghesi) "efficaci".

 

Altruismo efficace.

Come abbiamo visto, le nuove ideologie del “capitalismo hi tech”, sono in realtà la solita solfa riformista, e Marx basta e avanza per metterle al tappeto.

Noi, infatti, ci limiteremo ad usare gli strumenti teorici che ci ha messo a disposizione il "marxismo" per dimostrare la loro vacuità.

 

Cominciamo col dire che non vi è un confine netto tra altruismo efficace e lungo terminismo.

Il secondo si sviluppa sulla falsariga del primo.

L'altruismo efficace si basa sul principio utilitaristico che la beneficenza può essere calcolata con criteri capitalistici.

Non ogni altruismo sarebbe quindi efficace.

Ogni azione filantropica dev'essere calcolata perché sia “un fare del bene il più utile possibile”.

 Visto che normalmente i filantropi sono persone che dispongono di patrimoni consistenti, si fabbricano delle ideologie che giustifichino il loro status.

Invece di limitarsi a svolgere un lavoro poco remunerativo, che costringe a limitare la possibilità di "fare beneficenza", bisogna puntare agli affari redditizi, al successo, che ne permettano la prassi.

Nel rapporto costi-benefici, più alti saranno i profitti maggiore sarà la beneficenza.

 Il ragionamento borghese ha una sua logica, quella degli affari.

È ovviamente importante influenzare la "politica" in modo da dirottare investimenti pubblici verso la ricerca e i progetti a lungo termine.

 

Il lungo terminismo è un'evoluzione del consequenzialismo, per cui un comportamento è giusto se produce buone conseguenze.

 

“William MacAskill” è uno dei teorici di riferimento della corrente che nel mondo anglosassone è conosciuta come” longtermism”.

 È professore associato di filosofia e ricercatore senior presso il “Global Priorities Institute” dell'Università di Oxford, il centro da cui si irradia questo pensiero verso altre università inglesi e americane.

 Il suo saggio più conosciuto è “Che cosa dobbiamo al futuro. Prospettive per il prossimo milione di anni”.

 

Per “MacAskill” ognuno deve impegnarsi in piccoli miglioramenti in direzione del futuro, concentrare la beneficenza nel modo più efficace possibile.

È un'ideologia, quella di MacAskill, che giustifica il "fare business", magari speculando nel campo finanziario.

 

Il filosofo” Émile Torres”, ex adepto dell'altruismo efficace, sostiene ora che il lungo terminismo è una delle ideologie più pericolose del mondo moderno:

 

"Elevare il compimento del presunto potenziale umano al di sopra di qualunque altra cosa rischia di aumentare in maniera non trascurabile la probabilità che delle persone vere e proprie – quelle vive oggi e nel futuro vicino – subiscano gravi danni, compresa la morte. (…)

Se anche il cambiamento climatico causasse la scomparsa di intere nazioni, scatenasse migrazioni di massa e uccidesse milioni di persone, potrebbe comunque non compromettere il nostro potenziale di lungo termine, relativo alle prossime migliaia di miliardi di anni.

Se si assume una visione cosmica della situazione, anche qualora una catastrofe climatica eliminasse il 75% della popolazione sarebbe, nel grande disegno delle cose, niente più di un piccolo incidente".

 

Dunque, se il fine giustifica i mezzi, e si ritiene che i fini siano estremamente importanti, come la difesa del potenziale dell'umanità nei millenni a venire, nulla resterà intentato per raggiungere questo obiettivo: sfruttamento, saccheggi, atrocità saranno giustificati.

Per Torres il lungo terminismo è incompatibile con il raggiungimento della sicurezza esistenziale, il che significa che l'unico modo per ridurre realmente la probabilità di estinzione dell'umanità è quello di abbandonarne completamente l'ideologia che, aggiungiamo noi, non è altro che una delle tante manifestazioni di quella capitalistica.

 

Torres, insieme all'informatica “Timnit Gebru”, ha coniato il neologismo TESCREAL, che racchiude transumanesimo, estropianesimo, singolaritanismo, cosmismo, razionalismo, altruismo efficace e lungo terminismo.

Lo usano per identificare quell'insieme di teorie, a volte anche in contrapposizione tra di loro, che escono dal mondo della Silicon Valley e cioè dal mondo delle élite tecnologiche che stanno acquisendo sempre più influenza nel mondo politico, universitario e sui nuovi media.

 

Per i critici del long termism, tale ideologia deve il suo successo principalmente non al valore – discutibile – della sua teoria morale, ma alla sua compatibilità con le istituzioni politiche ed economiche responsabili dei problemi che pretende di risolvere.

 

Gli altruisti efficaci si chiedono: perché limitarsi ad aiutare il senza tetto accampato sotto casa e non l'indigente che vive a migliaia di chilometri di distanza?

 Ma, soprattutto, perché preoccuparsi solo degli esseri umani a noi contemporanei e non alle generazioni future?

 La nostra empatia non può incontrare dei limiti.

 Scrive MacAskil nel suo saggio:

 

"La distanza nel tempo è come la distanza nello spazio. Le persone valgono anche se vivono a migliaia di chilometri di distanza, ed è così anche se vivono a migliaia di anni nel futuro.

 In entrambi i casi è facile confondere la distanza con la negazione della realtà, considerare i limiti di ciò che possiamo vedere come limiti del mondo.

 Ma come questo non finisce alla nostra porta di casa o ai confini del nostro Paese, non finisce nemmeno con la nostra generazione o con la prossima."

 

Nel caso di “Peter Singer”, altro teorico del lungo terminismo, tale empatia deve comprendere anche il mondo animale con la diffusione del vegetarianismo.

Suo il famoso testo del 1975, “Liberazione animale”.

 

Noi, secondo MacAskill, viviamo nella fase adolescente dell'umanità, la quale non è che un fanciullo incauto, e le sue decisioni attuali possono avere un impatto su tutto il resto della sua lunga esistenza. Vivrà decine di migliaia di anni dopo di noi, bisogna quindi sviluppare un'empatia transgenerazionale.

 

In questa visione a lungo termine dell'altruismo efficace si intende la vita degli esseri umani esistenti nel futuro di importanza pari a quella delle generazioni viventi, perché il numero degli abitanti che vivranno in futuro sul Pianeta potrebbe essere enorme.

In un'intervista del 2018 per “Business Insider”, Bezos, echeggiando le teorie lungo terministe, aveva affermato che non avrebbe sprecato soldi per mettere fine alla fame e alla povertà nell'immediato:

"L'unico modo che vedo di disporre di queste risorse finanziarie è usare i ricavi di Amazon per i viaggi spaziali".

 

Per Bezos vivere nello spazio è un modo per bypassare i limiti dello sviluppo su questo pianeta, e mettere al sicuro la specie dai danni che essa ha prodotto.

Nella logica utilitarista (massima felicità per il maggior numero di persone) ha senso sacrificare la vita di un uomo se questo porterà beneficio a migliaia di persone nel futuro.

Nella logica calcolante del dare e dell'avere, dare un valore agli esseri umani, come ad una merce, è perfettamente sensato.

Compito dell'altruismo efficace è dunque valutare quantitativamente l'effettivo impatto delle nostre scelte nel futuro.

 

Per questa corrente di pensiero, noi contemporanei abbiamo una grande responsabilità verso il potenziale rappresentato dalle generazioni future.

 Il futuro dell'umanità, citando di nuovo MacAskil, "è un territorio vasto e inesplorato e la sua prosperità o il suo declino dipendono, in gran parte, da ciò che facciamo oggi."

 

I lungo terministi sono preoccupati per il "rischio esistenziale", perciò tutti i capitali, tutte le energie, e tutte le intelligenze devono essere indirizzate allo scopo di salvare anche solo una minoranza dell'umanità in modo che la specie possa riprodursi nei millenni a venire.

 

Il capitalismo ci ha portato a questa situazione, viene detto, ma lo stesso capitalismo spinto nella giusta direzione può rappresentare uno strumento utile all'umanità.

Queste idee possono sembrare strampalate, e in effetti lo sono, ma sono state sviluppate dall'università di Oxford e in collegamento con i giga-capitalisti della Silicon Valley, con gli uomini più ricchi del mondo.

I teorici del lungo terminismo ricevono da loro finanziamenti, e si sono formate istituzioni culturali, fondazioni, pubblicazioni, dedicate a promuovere tali teorie.

 

Abbiamo visto che ad Oxford è nato il “Future of Humanity Institute”, nel 2018 nasce il “Global Priorities Institute,” entrambi sono think thank che offrono borse di studio, opportunità di ricerca e di lavoro.

Alle spalle di questi organismi e a loro sostegno c'è la “Effective Venture,” una federazione di organizzazioni che si impegna per promuovere un impatto positivo sul mondo.

 

“Toby Ord”, un altro dei teorici del lungo terminismo, è stato consigliere dell'OMS, della BM, del WTO e per il governo britannico.

Questi influencer borghesi hanno ramificazioni estese, che arrivano all'interno di gangli strategici di organizzazioni governative.

Tant'è che “Ord” ha redatto un documento per le Nazioni Unite intitolato "La nostra agenda comune", in cui riprendendo concetti lungo terministi, invita alla "solidarietà tra i popoli e le generazioni future".

In un suo libro intitolato Il “precipizio parla della specie umana come di una catena ininterrotta di generazioni e afferma che l'umanità è un agente collettivo”.

 

Ogni volta che la borghesia fa business cerca di giustificarlo con gli interessi generali della società.

 Il tentativo è quello di arrivare alla formazione di un corporativismo cibernetico (robotica, sistemi cyber-fisici, IA, ecc.), il cui fine è il controllo sociale.

 Molti lungo terministi sono infatti a favore di un controllo pervasivo della società per evitare che singoli o gruppi si impossessino di mezzi tecnologici che possano essere usati con modalità e fini pericolosi; e, guarda caso, questo controllo sarebbe esercitato proprio tramite tecnologie avanzate.

 

Bostrom sostiene che dovremmo prendere in considerazione l'istituzione di un sistema di sorveglianza mondiale che monitori il comportamento di ogni persona in tempo reale, in modo da prevenire comportamenti che mettano a rischio l'umanità. Gli Stati e le polizie dovrebbero dotarsi di strumenti per agire preventivamente per evitare le catastrofi esistenziali; sembra arrivare a queste affermazioni prendendo spunto dalla figura dei “Precog”, individui dotati di particolari poteri di precognizione, che compaiono nel film Minority Report (Steven Spielberg)!

 

Cambiamento climatico, disastri naturali, guerre, sono minacce su cui speculare, su cui costruire carriere accademiche.

 

E non sono solo i lungo terministi a vendere libri, ci sono anche i critici di sinistra come il filosofo Kohei Saito (Il capitale nell'Antropocene) che scopre nientemeno un Marx ecologista e, tutto sommato, democratico.

Secondo “Kohei Saito” il capitalismo usa ogni mezzo a sua disposizione per dirottare costantemente sulla periferia e nel futuro qualunque risvolto negativo dovuto al suo sviluppo. Ma prima che finisca il capitalismo, c'è il rischio che sia la Terra a finire. Non esiste - egli dice - un piano B. Alla crescita economica verde egli oppone un non meglio specificato "comunismo della decrescita".

 

Per i lungo terministi invece, il piano B per l'umanità esiste, e su quello bisogna lavorare.

 

Sull'ansia rispetto alla catastrofe incombente è nata una serie di movimenti giovanili. Ultima Generazione, Extinction Rebellion (XR), Fridays for Future, fondato da Greta Thumberg. E si è diffusa una nuova patologia: l'eco-ansia. Inquietudine, senso di colpa, depressione suscitati dal pensiero delle possibili e temibili conseguenze del cambiamento climatico.

 L'apocalitticismo, ovvero la convinzione che la fine dei tempi sia imminente, non è una novità, affonda le radici nei testi sacri delle principali religioni, ma oggi si basa su evidenze scientifiche.

 

Di pari passo con la contestazione ambientalista si è creato il business della catastrofe, o "marketing della catastrofe". La giornalista Naomi Klein, nel saggio Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, dimostra che il capitalismo d'oggi sfrutta i disastri che produce per fare business: al cambiamento climatico e all'inquinamento esso risponde con autovetture elettriche, pannelli fotovoltaici e borracce salva-ambiente.

 

Di fronte alla bancarotta generale del sistema, il capitalismo ha un colpo di coda, e per bocca dei suoi rappresentanti afferma: posso ancora dare qualcosa, posso garantire il futuro alla specie, magari non a tutta, ma almeno ad una élite, costruendo una nuova Arca di Noè che traghetterà una parte dell'umanità verso il futuro. Bisogna però che il proletariato accetti dei sacrifici oggi in modo da trarne benefici a lungo termine. Gli operai di Tesla, di Amazon o quelli di Foxconn devono acconsentire, magari con gioia, a uno sfruttamento sempre maggiore, visto che contribuiscono con il loro lavoro ad un progetto di grande respiro come la salvezza della specie. Lo slogan di Amazon è "Work hard, have fun, make history" ("Lavora sodo, divertiti, fai la storia").

 

I senza riserve del sud e del nord del mondo devono adattarsi a condizioni sempre più pesanti per salvare il potenziale dell'umanità futura. Come ha scritto il filosofo lungo terminista Kieran Setiya, "se potessi salvare un milione di vite oggi o evitare che ci sia lo 0,0001% di probabilità di una prematura estinzione dell'essere umano – una chance su un milione di salvare 8 miliardi di vite – dovresti optare per quest'ultima".

 

Jacques Attali, economista, banchiere, scrittore, consulente di vari presidenti francesi, ha scritto un libro che si intitola Breve storia del futuro, in cui riassume il suo pensiero rispetto alla situazione geopolitica mondiale.

 

L'umanità si trova davanti a cinque ondate di futuro: sconvolgimenti demografici, terrorismo, cambiamenti climatici, pandemie, esaurimento delle risorse. Questa serie di cataclismi non porterà all'annientamento totale dell'umanità ma ad un iper-conflitto dalle conseguenze inimmaginabili da cui però potrebbe emergere una nuova categoria di uomini, gli "iperumani": ovvero "individui particolarmente sensibili a questa storia del futuro che riusciranno a dar vita a una nuova classe creativa, portatrice di innovazioni sociali, tecnologiche e artistiche, sulla cui base si potrà costituire una iper-democrazia a livello planetario in cui la povertà sarà eliminata, la libertà tutelata dai suoi nemici, l'altruismo assunto come valore essenziale. Allora nuovi modi di vivere germoglieranno e le generazioni future erediteranno un mondo e un ambiente migliori".

 

Siamo alla teorizzazione dello Übermensch, il superuomo di Nietzsche in chiave moderna, il tecno-capitalista che incarna lo spirito della Disruptive Innovation.

 

L'unico vero lungo terminismo è quello comunista

Provocatoriamente, potremmo dire che solo noi comunisti siamo dei lungo terministi. Per il teorico di punta del lungo terminismo, MacAskill,  è fondamentale diffondere le idee di questo movimento e convincere il più alto numero possibile di essere umani a preoccuparsi delle generazioni future, e agire per influire positivamente, appunto, sul lungo termine.

 

La differenza tra noi e gli attuali lungo terministi è basata sostanzialmente sul rifiuto dell'interclassismo. Il partito rivoluzionario ammette al suo interno membri di tutte le classi che si siano strappati di dosso l'anagrafe borghese in cui li iscrisse l'attuale società capitalista, e ritiene uno dei fattori fondamentali del cambiamento sociale il comparire sulla scena della classe dei senza riserve, quella che regge il peso di tutta la società. La rivoluzione la faranno i nuovi barbari, il partito-comunità è l'organo che guida il proletariato nel suo processo di liberazione, ovvero di auto-negazione.

 

Nelle "Considerazioni sull'organica attività del partito"  si parla del "grande ponte" tra l'australopiteco e l'uomo futuro. I comunisti non si fermano agli interessi immediati del proletariato, ma perorano i fini ultimi del movimento, ragionano cioè con un'ottica di specie, e proprio per questo le conclusioni cui giungono sono diametralmente opposte a quelle di MacAskill, Musk & C.

 

Il "nostro lungo terminismo" è motivato dal fatto che tutte le strategie politiche a breve termine (fronte unico, governo operaio, conquista della maggioranza, ecc.) hanno portato ai disastri le cui conseguenze pesano ancora adesso.

 

In un semilavorato del PCI nt., intitolato "Il programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà del suolo, degli impianti di produzione e dei prodotti del lavoro",  si afferma che la forma di proprietà tipica della borghesia è lo ius utendi et abutendi, ossia la facoltà del proprietario di usare la cosa che possiede in modo pieno ed esclusivo, il che implica anche la possibilità di decidere se e come usarla, di trasformarla e, al limite, di distruggerla.

 

L'unica forma giuridica che può essere utile per spiegare il futuro rapporto della specie con la Terra è l'usufrutto, forma che prevede non si possa distruggere o rovinare il bene di cui si usufruisce:

 

"Teoricamente il proprietario può distruggere il suo bene; ad esempio, irrigare il suo campo con acqua salata, sterilizzandolo, come i romani fecero, dopo averla bruciata, sul suolo di Cartagine.

I giuristi di oggi sottilizzano su di un limite sociale, ma questa non è scienza, è solo paura di classe.

L'usufruttuario invece ha un diritto più ristretto del proprietario: l'uso, sì; l'abuso, no.

Scaduto il termine dell'usufrutto, o morto il godente nel caso del vitalizio, la terra ritorna al proprietario.

 La legge positiva impone che vi ritorni nella stessa efficienza dell'inizio del periodo di usufrutto."

 

La società, quindi, può disporre solo dell'uso e non della proprietà della Terra:

 

"L'antitesi tra proprietà ed usufrutto si riporta a quella capitale fisso - capitale circolante; e a quella del lavoro morto - lavoro vivente.

 Noi siamo dalla parte dell'eterna vita della specie, i nostri nemici dalla parte sinistra della morte eterna. E la vita li travolgerà, sintetizzando quegli opposti nella realtà del comunismo.

 La rivoluzione comunista è l'uccisione del mercantilismo."

 

E più avanti nel testo:

 

"Le questioni di azione contingente e di programma futuro non sono che due lati dialettici dello stesso problema, come tanti interventi di Marx fino alla sua morte, e di Engels e di Lenin (tesi di aprile, comitato centrale di ottobre!) hanno dimostrato. Ogni accostata verso questi rombi insidiosi per un apparente vantaggio, vale il sacrificio dell'avvenire del partito al successo del giorno, o dell'anno; vale la resa a discrezione davanti al Mostro della controrivoluzione."

 

Vi è un collegamento stretto tra l'azione contingente del partito di specie e il programma storico. Quando non si tengono insieme questi due elementi si finisce nel sacrificio dell'avvenire del partito al presunto successo del giorno.

 

L'attivismo marxistoide è una tirannia del presente sul futuro.

 

Il programma immediato della rivoluzione anticapitalista

Il tema del programma immediato della rivoluzione (Punti di Forlì del 1952) è stato recentemente ripreso in una corrispondenza con un lettore che è stata pubblicata sul numero 55 di questa rivista. Tale programma riguarda i compiti immediati della rivoluzione comunista nell'Occidente capitalistico. I punti sintetizzati nella serie di Forlì sono "vecchi", ma anche i punti immediati del Manifesto del partito comunista pur se superati (istruzione pubblica, accentramento del credito in mano allo Stato, ecc.) mostrano ancora adesso le connessioni con un futuro possibile.

 Non si tratta di riscriverli ma di contestualizzali rispetto al grado di sviluppo delle forze produttive.

Tra l'altro, i Punti di Forlì avevano come obiettivo una critica al PCI che si aspettava ancora un capitalismo riformabile.

La nostra corrente dice, già all'epoca, che non c'è più nulla da "edificare": alla riforma rispondiamo con l'anti riforma.

Non si tratta di costruire scuole, fabbriche, infrastrutture, ma di distruggere le barriere che impediscono l'avvento della società futura.

 

Se il programma è immediato, vuol dire che esso non ha più bisogno di una mediazione sociale per una fase di transizione, poiché si è già in una transizione di fase.

 

Non bisogna perciò dimenticare che i punti da noi sviluppati (Elementi della transizione rivoluzionaria come manifesto politico) sono oggi immediati proprio perché sono tutti praticabili entro questo futuro possibile. Non sono rivendicazioni da realizzare in un indefinito e immaginario futuro.

 

In un filo del tempo, "La batracomiomachia", si parla dello Stato e della fase di transizione. Anche lo Stato, in quanto organismo tipico delle società di classe, ha una genesi, uno sviluppo e una morte. Esso non può abolirsi per decreto, si dissolve:

 

"Quindi lo Stato non si abolisce, ma se ne fonda uno nuovo rovesciando l'antico.

Con quel lungo processo, la cui lunghezza dipende dal grado di sviluppo interno delle forze sociali e dai rapporti internazionali di forza delle classi, lo Stato si estingue".

 

Più il capitalismo è sviluppato, più si accorcia il tempo della transizione alla piena società futura.

 

L'esempio è quello della Russia del '17, in cui il partito bolscevico ha dovuto farsi carico di una rivoluzione non sua, ha dovuto, cioè, portare a termine la rivoluzione borghese. Di qui la definizione di "doppia rivoluzione": borghese da un punto di vista economico, proletaria dal punto di vista della direzione politica.

 

Chiediamoci allora quanto lunga potrà essere la fase di transizione, dato lo sviluppo oggi raggiunto dalle forze produttive. Tale fase sarà ridotta al minimo, al periodo in cui è necessaria l'anti riforma, la distruzione dell'involucro capitalistico.

 

Se lo Stato è il prodotto dell'evoluzione della struttura sociale, che a sua volta è il risultato dello sviluppo raggiunto dalle forze produttive, adesso siamo arrivati al punto che queste ultime si stanno autonomizzando e tendono a sostituirsi alla sovrastruttura.

Essa cade e una struttura prende il suo posto ma con funzioni diverse. Superamento dei dualismi sociali all'interno del capitalismo? Non proprio, non ancora almeno, si tratta di potenti spinte ad andare oltre l'attuale assetto sociale.

Un capitalismo senza Stato non riuscirebbe a sopravvivere. L'editore Tim O'Reilly, promotore del software open source e fervente libertariano, vede nello sviluppo delle nuove tecnologie la possibilità che esse portino al superamento della forma statale.  Nel suo progetto, "Government as a Platform", propone un modello di società governata da algoritmi, in cui intelligenza artificiale e biologica collaborino nella gestione complessiva della società (produzione, servizi, ecc.). Tale idea ricorda quanto afferma, da un punto di vista politico differente, Nick Dyer-Witheford nell'articolo "Red Plenty Platforms":

 istituire un sistema completamente computerizzato di programmazione economica. Suggestione che ha degli antecedenti nelle teorie del movimento tecnocratico (T. Veblen, "Soviet of Technicians").

 

Il mondo è maturo da un pezzo per il comunismo, non c'è fra capitalismo e comunismo una terza forma sociale, un post-capitalismo o un pre-comunismo.

 La socialdemocrazia è morta con la sua dialettica espressione fascista.

 

Accelerazionismo efficace.

Qualche mese fa si è verificato uno scontro all'interno di OpenAI, società fondata nel 2015 da Musk e Sam Altman, e che si occupa di IA. Inizialmente no profit, una sua branca è successivamente diventata profit, aprendo le porte ai fondi di rischio, motivo per cui Musk ha intentato causa al cofondatore, che avrebbe tradito il progetto originario:

 

"Il nostro obiettivo è quello di far progredire l'intelligenza digitale nel modo più vantaggioso per l'umanità nel suo complesso, senza essere vincolati dalla necessità di generare un ritorno economico.

Poiché la nostra ricerca è libera da obblighi finanziari, possiamo concentrarci meglio su un impatto umano positivo".

 

Lo scontro interno all'azienda, e che ha portato al licenziamento da parte del Consiglio di amministrazione di Sam Altman, presidente di OpenAI, il 17 novembre del 2023, poi revocato in seguito a varie vicende, riguardava comunque anche altre questioni.

Dalle indiscrezioni di stampa sembra di capire che in OpenAI si stessero scontrando due correnti di pensiero.  Una parte del Consiglio di amministrazione si rifà all'altruismo efficace, Altman invece è collegato all'accelerazionismo efficace (effective accelerationism, "e/acc"). Tralasciando rivalità e arrivismi, si è delineato uno scontro tra "catastrofisti" e "tecno-ottimisti".

 

Queste correnti di opinione sono l'espressione di diversi interessi economici, che prendono infine la forma di ideologie divergenti.

 

Da una parte si sente la necessità di frenare, moderare, controllare, lo sviluppo dell'IA. Si ricerca insomma una transizione graduale ai nuovi assetti tecnologici. Altman invece vuole dare briglia sciolta allo sviluppo dell'IA, anche per attirare maggiori investimenti in OpenAI. "Poiché il vantaggio dell'AGI è così grande, non crediamo che sia possibile o auspicabile che la società ne interrompa per sempre lo sviluppo; invece, la società e gli sviluppatori di AGI devono capire come farlo bene", afferma Altman.

 

L'accelerazionismo efficace ha vari punti in comune con il movimento libertariano, in quanto sostiene che il progresso tecnologico non deve avere nessuna limitazione, esso non è il problema ma la soluzione.

 È la soluzione alla povertà, al cambiamento climatico, alla fatica del lavoro.

In realtà sappiamo che è proprio l'economia di mercato a rappresentare un freno allo sviluppo delle forze produttive (con le licenze private, i brevetti, ecc.).

 

L'accelerazionismo efficace è una variante dell'accelerazionismo classico, che ha avuto come rappresentanti il filosofo britannico Nick Land e due suoi continuatori-critici, Alex Williams e Nick Srnicek, i quali hanno scritto prima il Manifesto accelerazionista e in seguito il saggio Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro.

 

Il ceppo originario dell'accelerazionismo prende atto del fatto che cresce sempre di più la parte di popolazione esclusa dal mondo del lavoro, che vive grazie a sussidi statali e lavori occasionali.

Quindi (programma che abbiamo già ricordato) bisogna arrivare a qualche forma di reddito universale e, soprattutto, non bisogna avere un atteggiamento negativo rispetto ai cambiamenti tecnologici, atteggiamento che è tipico della sinistra tradizionale.

Si deve rispondere alla sfida tecnologica con forme di reddito di base e riduzione della giornata lavorativa, avanzando una critica all'etica del lavoro.

 

Il primo accelerazionismo, nonostante fosse intriso di ideologia democratica, aveva degli spunti interessanti, sosteneva che i vantaggi portati dalla scienza moderna "non dovevano essere invertiti, ma accelerati oltre le restrizioni della forma valore capitalista" (Manifesto accelerazionista).

Invece in quest'ultima variante iper-capitalistica si presuppone si debbano puntare tutte le risorse possibili sullo sviluppo capitalistico, senza freni e senza regole, perché si possa giungere ad un cambiamento radicale della società, ad una singolarità tecno-capitalistica per balzare in un nuovo sistema.

 

Ben Buchanan, ex consigliere per l'IA per la Casa Bianca, afferma che l'accelerazionismo è diventato la dottrina ufficiale dell'amministrazione Trump, con conseguenze potenzialmente rivoluzionarie.

Per il nuovo esecutivo americano la vera minaccia non è la mancanza di regole, bensì il rischio di non stare al passo nella corsa globale all'IA generale.

I meccanismi di funzionamento dello stato americano sono troppo lenti rispetto alla velocità dello sviluppo di innovazioni tecnologiche;

 perciò, è necessaria una "distruzione creatrice" di schumpeteriana memoria.

Di qui i piani di licenziamento dei lavoratori da parte del “DOGE “(Dipartimento per l'efficienza governativa statunitense) presieduto da Musk.

 Sembra che parte dei 1.500 dipendenti federali della “General Services Administration “recentemente allontanati dal posto di lavoro verranno sostituiti dalla “chatbot GSAI.

 

L'economista “Joseph Schumpeter” aveva sviluppato nel secolo scorso la teoria della "distruzione creatrice" basandosi su una lettura "soggettiva" dell'opera di Marx, in particolare del passaggio del Manifesto del partito comunista in cui si afferma che la società borghese è costretta a rivoluzionare "di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti sociali".

 

Ogniqualvolta il capitale riesce a superare una crisi, nega sé stesso ad un livello sempre più alto.

L'imporsi di nuove forme porta alla distruzione di quelle precedenti (l'automobile elimina la carrozza).

 L'accelerazionismo efficace e il lungo terminismo, seppure le due teorie sembrino antitetiche, hanno vari punti in comune, come ad esempio la fede nel progresso tecnologico guidato dal capitalismo.

Musk è tra coloro che vogliono limitare, se non eliminare, le vecchie istituzioni sociali, adottando un approccio disruptive nei confronti delle burocrazie annidate nei vari dipartimenti statali.

 

La velocità delle trasformazioni in ambito tecnologico, geopolitico e bellico, rende necessario un esecutivo snello, celere ed efficace, non troppo imbrigliato da "lacci e lacciuoli".

Samuel Paparo, il responsabile del comando statunitense per l'Indo-Pacifico, ha affermato che la "moneta corrente nel regno del XXI secolo è la rapidità.

Vince chi agisce più velocemente».

Il riferimento è, naturalmente, alla capacità americana di esercitare deterrenza nei confronti della Cina.

 

Il capitalismo hi-tech è entrato nelle stanze del potere politico americano, ma le ideologie che esprime sono estremamente contradditorie:

da una parte Musk & C. vogliono accelerare lo sviluppo tecnologico, dall'altra firmano appelli per vincolare lo sviluppo dell'IA, temendo che essa possa andare fuori controllo.

Marx, non a caso, paragonava i borghesi ad apprendisti stregoni, incapaci di dominare gli spiriti che essi stessi avevano evocato.

 

In “The Techno-Optimist Manifesto”,  l'accelerazionista efficace e venture capitalist “Marc Andreessen”, fondatore dell'azienda di servizi informatici “Netscape”, sostiene che la "macchina tecno-capitalista" è "una spirale che va continuamente verso l'alto", quando non è impedita da vincoli di natura etica o morale.

 Andreessen sostiene l'idea di uno Stato fondato su una non meglio specificata costituzione algoritmica.

 Attacca i critici dell'IA, secondo i quali detta tecnologia eliminerebbe lavoro umano, ridurrebbe i salari, aumenterebbe le disuguaglianze, minaccerebbe la nostra salute, rovinerebbe l'ambiente, ecc.

 Per Andreessen invece, la tecnologia è la punta di lancia del progresso e della realizzazione del potenziale umano:

solo lo sviluppo tecnologico permette la crescita economica, impedisce la stagnazione, che porta al degrado, al collasso e, infine, alla morte.

 La concorrenza è un modo intrinsecamente individualistico per ottenere risultati collettivi superiori. Insomma, il capitalismo è il motore della perpetua creazione, della crescita e dell'abbondanza materiale.

Dio è morto ma i "tecno-ottimisti" della Silicon Valley, e non solo, hanno inventato il culto del capitalismo digitale.

 

In realtà c'è un'altra opzione, ben più razionale di quella tecno-capitalista:

utilizzare la potenza tecnologica oggi a disposizione per attuare un piano di vita razionale, e qui ritorniamo a quanto detto prima citando i Punti di Forlì del 1952.

 

Conclusioni.

Abbiamo ribadito che il capitalismo mette a rischio la vita di specie (lo diceva già Marx nel Manifesto non escludendo la possibilità di una comune rovina delle classi in lotta).

Lo avvalora la Sinistra Comunista "italiana" negli "Elementi dell'economia marxista" del 1929 (cap. 53), in cui afferma che, pur essendo l'avvento del comunismo una conclusione scientifica altamente probabile,

"Le vicende della lotta dell'uomo contro la natura potrebbero essere lentamente o anche bruscamente invertite da fatti di ordine fisico contro cui la società umana mancherebbe di possibilità, come un mutamento di temperatura, umidità, composizione dell'atmosfera, una collisione di astri, ecc., fatti, però, assai poco probabili.

Anche fattori d'ordine sociale potrebbero invertire la direzione dello sviluppo, come ad es. una guerra chimica che avvelenasse stabilmente vari strati dell'atmosfera terrestre e qualche cosa di simile."

 

In una nota agli "Elementi" si menzionano anche le catastrofiche "conseguenze dell'impiego di armi a disintegrazione atomica ", ma molti di coloro che si occupano della teoria del "rischio esistenziale" considerano le pandemie indotte da virus artificiali la seconda causa più probabile di una nostra possibile futura scomparsa dal Pianeta, collocata ora in graduatoria subito dopo l'IA.

Il lungo terminista “Ord” stima al 3% il rischio di estinzione della specie Homo sapiens in questo secolo a causa di pandemie ingegnerizzate.

 

La differenza tra noi e i catastrofisti borghesi è data dal fatto che già dal Manifesto dei comunisti abbiamo individuato il "colpevole", ovvero un ben preciso modo di produzione, e non riponiamo nessuna fiducia sulla capacità del sistema attuale di risolvere i problemi che esso stesso genera a scala sempre più vasta.

 

Il capitalismo è uno zombi che più continua a trascinarsi su questo Pianeta più lo ammorba, rendendo concreta la probabilità di un'estinzione della specie umana.

 

Il solo modo per salvaguardare il futuro della specie è rivendicare un altro mondo, qui e ora (come diceva “Occupy Wall Street”), non in un domani indefinito.

 L'unico lungo terminismo che può avere senso è quello comunista, perché è il solo che può assicurare un futuro alla specie.

Allo stesso tempo, l'unico accelerazionismo efficace è quello che punta a liberarsi il più presto possibile di tutti i retaggi del passato, dalla democrazia e dal parlamentarismo (che servono solo a mistificare la dittatura del capitale), dal produttivismo e dalla fede acritica nel progresso:

 

"L'età capitalista è più carica di superstizioni di tutte quelle che l'hanno preceduta.

 La storia rivoluzionaria non la definirà età del razionale, ma età della magagna.

Di tutti gli idoli che ha conosciuto l'uomo sarà quello del progresso moderno della tecnica che cadrà dagli altari col più tremendo fragore."

 

Soltanto la rivoluzione sociale può dare una spinta al sapere della specie.

Essa passa per la distruzione di rapporti di produzione antiquati, che imbrigliano potenzialità già oggi esistenti.

E per assecondare tale processo non serve un'opera di preparazione culturale, ma di preparazione rivoluzionaria.

Per la Sinistra, infatti, prima viene la pancia, poi il cervello, prima la passione, poi l'algebra.

 

Le teorie che qui abbiano analizzato sono approdate nelle stanze della Casa Bianca.

Donald Trump nel suo discorso di insediamento dopo il giuramento come quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti ha detto:

 

"Gli Stati Uniti si considereranno di nuovo una nazione in crescita, con l'aumento della ricchezza, l'espansione dei territori, la costruzione di città, l'aumento delle nostre aspettative, per portare la nostra bandiera in nuovi bellissimi orizzonti.

E perseguiremo il nostro destino manifesto fino alle stelle, lanciando gli astronauti americani a piantare la bandiera a stelle e strisce su Marte."

 

Un nuovo corporativismo tecnologicamente avanzato sta prendendo piede (composto da sistemi di IA collegati ad una miriade di sensori) e ad esso non è sensato rispondere con un frontismo tipo Terza Internazionale, già sbagliato ed inefficace all'epoca in cui venne teorizzato.

Non serve nemmeno ripetere come pappagalli gli slogan della rivoluzione passata, la realtà materiale ci spinge oltre, modificando approcci e linguaggi;

chi non si adatta al cambiamento adottando un paradigma di tipo cibernetico è destinato all'estinzione.

Non c'è invarianza (rivoluzionaria) nel tempo senza trasformazione.

 

Gli autoproclamati conquistatori di Marte aspirano ad una nuova opera comune a cui tutti devono collaborare.

Che sia un progetto di colonizzazione di un altro pianeta oppure l'obiettivo di aumentare la produttività del lavoro per salvare l'economia, quello che il capitale chiede ai proletari è di rinnovare il patto interclassista suggellato negli anni '20 con l'avvento del fascismo.

 

Il programma della rivoluzione è antiriformista, non scende a patti con l'esistente.

Esso, naturalmente, ha un fine, e questo determina i mezzi per il suo raggiungimento.

Se diciamo che il capitalismo è già morto, che il comunismo è sempre più maturo, allora vuol dire che i vigenti rapporti di produzione, ovvero l'insieme delle relazioni sociali che regolano la produzione, non potranno ancora reggere a lungo.

 D'altronde, le crepe sono sempre più visibili.

 

 

 

La teocrazia non è sconfitta.

 Ma tra i Paesi arabi cresce

la rabbia contro Teheran.

Msn.com - Storia di Gaia Cesare – Il Giornale – (03 -03 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

"La teocrazia non è sconfitta. Ma tra i Paesi arabi cresce la rabbia contro Teheran".

"La decapitazione dei vertici della Repubblica islamica non è ancora la fine della teocrazia, di cui è prematuro parlare.

Siamo in una fase di transizione e il regime iraniano ha mostrato fin qui resilienza e resistenza, ma molte cose sono cambiate nelle 24 ore successive all'attacco congiunto Usa-Israele", spiega “Avi Melamed”, ex funzionario del “Mossad” e consigliere senior per gli Affari arabi, oggi analista strategico di intelligence ed esperto geopolitico.

 

Il regime iraniano è stato decapitato con l'eliminazione di decine di figure di spicco, a partire dall'ayatollah Khamenei.

Teheran ha un piano B?

 

"Ci sono ancora molte cerchie di potere pronte a prendere il comando. Nelle prossime ore tenteranno di raggrupparsi e riorganizzarsi, faranno di tutto per tenere in piedi la dittatura".

Tra i possibili successori di Khamenei si fa il nome del figlio, “Mojtaba”, 56 anni.

Potrebbe essere lui a subentrare?

 

"Il figlio di Khamenei figura tra le vittime degli attacchi, nonostante non ci sia ancora conferma.

In ogni caso, il secondogenito della “Guida Suprema” non ha grande supporto e adesso altri gruppi di potere si faranno avanti e designeranno un proprio uomo di punta per gestire questa fase".

 

L'attacco Usa-Israele è stato definito una "sorpresa tattica".

Quanto il regime di Teheran è stato colto di sorpresa?

 

"L'Iran ha creduto di poter navigare fino alla fine le acque della diplomazia, ha fatto affidamento sulle voci che si alzavano contro la guerra e pensato che, alla fine, Trump si sarebbe tirato indietro.

 Ma Teheran ha sbagliato i conti".

 

Il conflitto può davvero cambiare il Medioriente?

 

"La dinamica di inizio guerra è interessante, perché tutto è cominciato senza che si parlasse di cambio di regime in Iran, ma in 24 ore le cose sono cambiate.

 C' è stato una modifica degli obiettivi americani, che ora puntano a traguardi più ambiziosi per avviare il regime change".

In che modo gli Stati Uniti possono spingere ancora per la fine della dittatura?

 

"Dopo aver preso di mira i Pasdaran, possono puntare sui quartier generali dei basiji (i paramilitari volontari, NDA) e prendere di mira i comandanti della polizia.

 Anche i Paesi arabi potrebbero avere un ruolo proattivo per spingere verso il cambio di regime.

 Ma molto dipende da come la situazione evolverà".

 

La rappresaglia iraniana ha preso di mira anche i vicini arabi e musulmani.

Qual è il clima in questa galassia?

 

"C'è un senso di delusione, frustrazione e perfino rabbia, se non furia vera e propria, per la reazione iraniana.

Nel mirino sono finiti Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Kuwait, Giordania ed Emirati arabi uniti.

L'Iran ha dimostrato che non distingue fra amici e nemici e questo può cambiare molte cose".

 

I vicini non si aspettavano gli attacchi dell'Iran?

 

"I Paesi del Golfo hanno sempre avuto legami molto stretti con Teheran e hanno fatto grande pressione per evitare un'azione militare contro l'Iran.

Volevano una soluzione diplomatica ed erano al fianco dell'Iran, pensando di guadagnare un'assicurazione sulla vita.

Hanno fatto male i calcoli e le loro posizioni stanno cambiando. Soprattutto in Arabia saudita".

 

La prospettiva è cambiata?

 

"Se finora Riad ha lavorato per la distensione, adesso i sauditi sono totalmente al fianco degli Stati Uniti e fanno pressione su Washington perché continui con l'azione militare.

È un cambio che riguarda le ultime ore e non è affatto da sottovalutare".

 

Cosa dobbiamo attenderci dai proxy, da Hamas a Hezbollah?

 

"Finora si sono tenuti in disparte, sono sospettosi e credo che il regime non abbia ancora ordinato loro di rendersi operativi. Ma temo che le cose cambieranno".

 

Che altre forme di rappresaglia possiamo aspettarci?

 

"Ci saranno sviluppi nell'arena marina, soprattutto nel nord dell'Oceano Indiano.

 Non possiamo escludere nemmeno attacchi in Europa, nonostante dal presidente francese Macron al premier spagnolo Sánchez alcuni leader europei abbiano fatto il gioco del regime.

Volevano evitare un confronto diretto, ma hanno finito per accreditare la teocrazia".

 

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