Trump sfida i cinesi.

 

Trump sfida i cinesi.

 

 

 

Trump e la Cina: meno centrale del previsto?

Ispionline.it – (13 febbraio 2026) – Matteo Dian – Redazione – ci dice:

Tra de-escalation economica e rivalità strutturale, Washington e Pechino sperimentano nuove forme di gestione della competizione senza tornare a una cooperazione stabile.

La strategia promossa nella seconda parte del 2025 dal presidente degli Stati Uniti (Usa) Donald Trump nei confronti della Repubblica popolare cinese (RPC) ha parzialmente sorpreso analisti ed esperti.

 La Cina, diversamente alle attese, non occupa una posizione di assoluta centralità per la grand strategy dell’amministrazione Trump.

 Inoltre, il ritorno di Trump alla Casa Bianca non ha indotto un’accelerazione della competizione tra le due grandi potenze, come era successo nel 2017.

 La National security strategy (NSS) 2025, pubblicata il 4 dicembre, presenta infatti la competizione con la RPC come una delle diverse priorità per l’amministrazione insieme alla riduzione dell’immigrazione, il consolidamento dell’influenza sull’America latina, il ribilanciamento dei rapporti commerciali con i maggiori partner internazionali, ed un profondo ripensamento dei rapporti con l’Europa.

 

La NSS presenta la sfida cinese soprattutto in termini economici.

Viene aspramente criticata l’eredità della “politica dell’engagement”, che avrebbe – secondo il documento – “permesso alla Cina di diventare ricca e potente, con la scusa dell’integrazione nell’ordine internazionale basato su norme e regole”.

Ciò, continua il documento, ha danneggiato l’economia statunitense, erodendone la sua base industriale e manifatturiera.

Di conseguenza, viene auspicato un ripensamento delle relazioni economiche con la RPC con l’obiettivo di “riequilibrare le relazioni economiche tra America e Cina, dando priorità alla reciprocità e all’equità per ripristinare l’indipendenza economica statunitense”.

Da questo punto di vista le politiche cinesi considerate come dannose per gli interessi economici degli Usa sono di diversi tipi:

dai sussidi alle imprese di stato in settori sensibili, lo spionaggio industriale, la restrizione all’accesso alle terre rare, l’esportazione di precursori chimici di “fentanyl” e altre droghe sintetiche, fino al più generico “distruzione di posti di lavoro americani”.

 

In questo contesto, il ruolo strategico-militare degli Usa nella regione e la promozione della deterrenza estesa nei confronti della Cina vengono descritti soprattutto come funzionali agli interessi economici e allo sforzo di riequilibrare la natura del rapporto economico con la RPC – oltre che al mantenimento di un equilibrio di potenza favorevole – attribuendo ai partner regionali un ruolo marginale.

Questa posizione costituisce una rottura significativa con il passato, ed in particolare con l’approccio dell’amministrazione Biden, che considerava le alleanze regionali come pilastri fondamentali della strategia del “Indo-Pacifico libero e aperto”, ovvero un concetto di ordine regionale basato su una leadership politica e ideologica delle democrazie liberali regionali e sul consolidamento del diritto internazionale e del multilateralismo.

Coerentemente con questa impostazione, le alleanze con Giappone e Corea del Sud vengono menzionate quasi esclusivamente nel contesto di politiche di “burden sharing”, ovvero nella richiesta di Washington di assumere un ruolo più significativo per la difesa e per la stabilità regionali, iniziando con un aumento del budget militare.

La NSS 2025 adotta inoltre una posizione esplicita su Taiwan, esprimendosi a favore del mantenimento dello status quo.

Ciò non è motivato da un sostegno del principio di autodeterminazione della democrazia taiwanese, ma da interessi economici e strategici:

 la centralità taiwanese nel settore dei semiconduttori, la sua collocazione nella prima catena di isole e la stabilità delle linee di comunicazione marittima.

Questo sostegno si è manifestato con l’approvazione della vendita di armamenti a Taiwan per un valore di $11 miliardi.

 Pechino ha risposto a queste prese di posizione con nuove esercitazioni militari tra il 29 e il 30 dicembre, che hanno simulato sia il blocco aereo e marittimo, sia un potenziale attacco nei confronti di Taiwan.

Queste esercitazioni hanno coinvolto un’area più vasta rispetto al passato e sono da considerarsi come un messaggio sia per il governo taiwanese, guidata dal Partito democratico progressista tradizionalmente ostile a Pechino, sia per gli Usa e il Giappone. Dimostrando le proprie capacità militari, la leadership cinese cerca infatti di isolare Taiwan, evidenziando quanto un intervento in sua difesa sarebbe estremamente costoso per Washington o per altri attori regionali.

 

Una tregua nella guerra commerciale.

Gli obiettivi descritti nella NSS 2025 hanno guidato le politiche dell’amministrazione Trump già dai primi mesi del 2025.

Come discusso in una recente analisi per questo focus, l’amministrazione Trump aveva già riavviato la “guerra commerciale” con Pechino con l’imposizione di dazi del 10% su tutti i prodotti importati dalla Cina il 22 gennaio, a cui era seguita un’imposta del 25% su acciaio e alluminio il 22 febbraio e poi un ulteriore 10% su tutte le importazioni il 27 febbraio.

Con il cosiddetto Liberation Day, Trump aveva annunciato dazi molto elevati non solo verso la Cina, ma verso tutti i maggiori partner commerciali.

Le reazioni negative dei mercati e dei partner, assieme all’opposizione dei maggiori gruppi economici e finanziari statunitensi aveva poi portato a sospendere temporaneamente l’imposizione dei dazi.

Tuttavia, la sospensione non era stata applicata alla RPC, a cui erano state imposte tariffe fino al 145%.

Pechino aveva, quindi, risposto con restrizioni sugli acquisti di soia, prodotti agricoli, materie prime, limitando l’esportazione delle terre rare e alzando i dazi in ingresso per i prodotti statunitensi.

 

L’incontro del 12 maggio a Ginevra tra il segretario al Tesoro “Scott Bessent” e il vicepremier cinese “He Lifeng” aveva portato a una prima fase di “de-escalation”, con una riduzione temporanea delle tariffe reciproche e la creazione di un framework negoziale per discutere gli sviluppi successivi.

 Una serie di accordi bilaterali tra giugno e agosto ha poi portato a un ulteriore congelamento delle restrizioni commerciali.

 A settembre, i dati pubblicati dal ministero del Commercio cinese hanno rilevato un drastico calo (-15%) delle esportazioni cinesi verso gli Usa. Tuttavia, emerge che questo calo è stato compensato da un incremento delle esportazioni verso l’Europa e verso il Sud globale.

A metà settembre è stato raggiunto anche un accordo su TikTok”, trasferendo il controllo delle operazioni negli Usa a investitori statunitensi e partner internazionali.

Il piano prevede che una joint venture controllata principalmente da investitori statunitensi gestisca “TikTok” negli Stati Uniti garantendo maggiori protezioni sui dati e sull’algoritmo per motivi di sicurezza nazionale, mentre alla società cinese “ByteDance” è stato permesso di mantenere una quota di minoranza.

 

Tuttavia, tra settembre e ottobre, sia Washington sia Pechino hanno messo in atto nuove politiche mirate a mettere pressione sulla controparte.

Gli Stati Uniti hanno notevolmente espanso la lista di aziende cinesi soggette a restrizioni delle esportazioni in quanto legate al complesso militare industriale cinese e quindi considerate una minaccia alla sicurezza nazione, approvando la cosiddetta “regola del 50%”.

 Inoltre, l’amministrazione Trump ha imposto pesanti tasse portuali alle imbarcazioni commerciali cinesi, con lo scopo di ridurre le importazioni e di colpire il settore cantieristico cinese.

La Cina ha risposto con stringenti limiti alle esportazioni di terre rare e batterie al litio e imposto a sua volta tasse portuali sulle imbarcazioni commerciali statunitensi.

Questa fase è stata caratterizzata da un tentativo di consolidare, da entrambe le parti, la posizione negoziale in vista del vertice del 30 ottobre a Busan, in Corea del Sud ai margini del vertice dell’Asia-Pacific economic cooperation (Apec).

 

(Fig. 2 – Valore del commercio Rpc-Usa sul totale del commercio internazionale statunitense).

 

Il Summit di Busan del 30 ottobre.

Il 30 ottobre, dunque, il presidente Trump e il leader cinese Xi Jinping si sono incontrati ai margini del vertice Apec.

Le due parti hanno concordato una riduzione parziale dei dazi e una sospensione temporanea di alcune misure commerciali, come i controlli sulle esportazioni di terre rare, in cambio dell’impegno cinese di riprendere l’acquisto di prodotti agricoli statunitensi.

 Gli Usa da parte loro hanno limitato sia la tassazione sul transito delle imbarcazioni commerciali nei propri porti, sia le restrizioni sulle esportazioni alle aziende cinesi associate alla “regola del 50%”. L’incontro bilaterale ha portato a un accordo che può essere considerato un periodo di tregua, associato a un tentativo di moderare le conseguenze destabilizzanti della “guerra commerciale”.

Questo accordo non ha però risolto i problemi strutturali che riguardano la relazione economica bilaterale, quali il trasferimento tecnologico forzato e la sicurezza delle catene globali del valore, né quelli che riguardano il rapporto tra Cina e il resto del sistema economico globale, come la sovrapproduzione cinese, la tendenza a usare coercizione economica e la crescente dipendenza globale dal settore manufatturiero cinese in particolare nei settori critici.

 

Questa fase di pausa non segnala la fine delle tensioni tra le due potenze, ma sottolinea come sia molto improbabile che la relazione bilaterale torni a uno status quo ante sostanzialmente collaborativo.

Di fatto, nel 2025 Cina e Usa hanno dimostrato una crescente dimestichezza nella gestione strategica della cosiddetta “weaponised interdependence”. 

I due paesi hanno affinato i loro strumenti nel settore della diplomazia economica coercitiva, migliorando la capacità di imporre costi economici e politici alla controparte, per mettere pressione negoziale.

Il summit di Busan ha anche messo in evidenza le diverse priorità dei leader. 

Trump, dopo aver presentato il risultato del summit bilaterale come un grande successo personale davanti alla propria opinione pubblica, ha lasciato la Corea del Sud, senza partecipare al vertice multilaterale Apec di Gyeongju, nel quale i leader del bacino del Pacifico hanno discusso di temi fondamentali quali ruolo dell’intelligenza artificiale (IA), ambiente, crescita inclusiva, trend demografici e stabilità delle catene del valore.

Diversamente, Xi Jinping ha partecipato attivamente al summit, presentando la Cina come un partner economico affidabile per la regione, in contrasto con gli Usa di Trump, che appaiono caratterizzati da imprevedibilità, spinte protezionistiche e imposizione del proprio interesse unilaterale.

 

Infine, questo summit ha avuto conseguenze limitate sui settori politico-militare e diplomatico.

Questioni strategiche fondamentali quali Taiwan, il mar Cinese Meridionale o il ruolo delle alleanze internazionali non sembrano essere state al centro delle discussioni, probabilmente in modo intenzionale. Ciò potrebbe indicare la volontà delle due parti di isolare la tregua commerciale da altre dimensioni nelle quali le posizioni sono decisamente divergenti.

 

Semiconduttori e settore tecnologico.

La de-escalation nel settore commerciale è stata accompagnata anche da un nuovo approccio alla competizione tecnologica. Fino al 2024, l’amministrazione Biden aveva promosso una politica di controllo delle esportazioni, in particolare nel settore dei semiconduttori, che mirava a limitare l’accesso cinese alle tecnologie statunitensi di avanguardia.

Questo approccio, definito “small yard, high fence”, poneva limiti rilevanti al trasferimento delle tecnologie più avanzate in stretto coordinamento con i paesi alleati che occupano ruoli cruciali nella complessa catena produttiva dei semiconduttori quali Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Paesi Bassi.

L’obiettivo principale era quello di rallentare i progressi cinesi sia nel settore militare, sia nello sviluppo dell’IA.

 

L’approccio di Biden divideva gli altri paesi in “alleati fidati”, “altri paesi” e “avversari”, negando completamente l’accesso alle tecnologie avanzate a questi ultimi.

 L’amministrazione Trump ha invece introdotto una nuova politica che considera le esportazioni di semiconduttori avanzati, come quelli prodotti da Nvidia, una pedina di scambio in negoziati bilaterali nel campo commerciale o diplomatico.

Per questo, in un contesto di de-escalation della guerra commerciale, l’amministrazione ha permesso a Nvidia di vendere alla Cina alcuni dei semiconduttori più avanzati, quali il modello H200 AI, anche se per il momento il governo cinese non ha approvato il permesso per l’acquisto.

Questa mossa è stata criticata, sia da membri del congresso sia da analisti, come un danno alla sicurezza nazionale nel contesto della competizione con la Cina, oltre che a una concessione non necessaria per soddisfare gli interessi delle aziende produttrici di semiconduttori.

 

Conclusione.

La seconda metà del 2025 è stata caratterizzata da una fase di de-escalation e di assestamento nella competizione sino-americana ed in particolare nella guerra commerciale.

Entrambe le parti hanno cercato sia di rafforzare la propria posizione negoziale sia di trovare un compromesso che evitasse ulteriori costi e instabilità economica, facendo emergere come entrambi i sistemi siano in parte vulnerabili e sensibili ai costi economici e alle possibili conseguenze politiche.

In questo contesto, contrariamente alle aspettative, l’amministrazione Trump non ha attribuito alla competizione con la Cina la centralità attesa, concentrandosi su priorità e aree diverse, dall’America latina, alla Russia e il Medio Oriente.

La politica nei confronti della RPC continua a essere definita dal “transazionalismo amorale” tipico dell’approccio di Trump, che considera elementi fondamentali dell’ordine a guida statunitense, quali alleanze e accordi multilaterali, come pedine di scambio da utilizzare per ottenere vantaggi di breve periodo.

La strategia di Trump nei confronti della Cina e dell’Indo-Pacifico continuerà probabilmente a essere caratterizzato da questa continua rinegoziazione, tesa a massimizzare l’interesse di breve periodo, mettendo in secondo piano gli interessi degli alleati e i principi considerati fino a poco tempo fa fondamentali per l’ordine internazionale a guida statunitense.

 

 

 

Sistemi missilistici a un passo

dalla Cina: così Trump sfida XI.

Ilgiornale.it - Federico Giuliani – (20 febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

Gli Stati Uniti rafforzano le Filippine con nuovi sistemi missilistici. L’obiettivo di Washington: contenere la Cina nel Mar Cinese Meridionale.

 

Sistemi missilistici a un passo dalla Cina: così Trump sfida XI  

Gli Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incrementare la presenza di sistemi missilistici avanzati e altre capacità militari nelle Filippine.

 La mossa pensata da Washington serve a scoraggiare l’aggressione cinese nel Mar Cinese Meridionale.

Il Dipartimento di Stato ha infatti sottolineato che l’obiettivo è quello di rafforzare un alleato chiave in Asia, consolidando una strategia difensiva che negli ultimi anni ha attirato l’ira di Pechino.

L’annuncio degli Usa segue incontri tra funzionari statunitensi e filippini a Manila, dove si sono svolti i colloqui annuali sull’alleanza, basata sul trattato di mutua difesa firmato nel 1951.

 Nella dichiarazione congiunta, Washington e Manila hanno condannato le cosiddette attività illegali della Cina nella regione, con riferimento ai frequenti interventi di navi cinesi che bloccano l’accesso filippino a aree marittime contese.

 

La mossa Usa nelle Filippine.

Secondo quanto riportato dal “Wall Street Journal”, gli Stati Uniti hanno già spostato in passato sistemi missilistici “Typhon” nelle Filippine settentrionali e hanno mantenuto la loro presenza dopo esercitazioni congiunte, mentre i Marines hanno installato missili antinave a corto raggio sull’isola di Luzon, vicina a Taiwan.

 

Simili dispiegamenti rappresentino non solo un rafforzamento della difesa filippina, ma anche e soprattutto un serio ammonimento alla Cina:

Washington intende usare Manila come punto strategico per proteggere Taiwan e monitorare le attività cinesi nella regione.

La portata di tali sistemi consente di colpire sia obiettivi militari sia infrastrutture civili nel territorio cinese, aumentando la pressione geopolitica su Pechino in un momento di crescente tensione tra le due superpotenze.

La Cina nel mirino.

L’ampliamento della presenza militare americana nelle Filippine arriva mentre la Cina celebra il Capodanno lunare.

 Gli Stati Uniti e Manila hanno ribadito il loro impegno al trattato di mutua difesa, che prevede protezione reciproca in caso di attacchi contro le forze, gli aerei e le navi di entrambi i Paesi.

 

Le esercitazioni annuali previste ad aprile rappresentano un’opportunità concreta per aumentare ulteriormente la presenza di missili all’avanguardia e sistemi senza pilota, consolidando il ruolo strategico delle Filippine come punto di riferimento della difesa statunitense in Asia.

Non solo: lo scorso luglio, l’esercito americano ha stabilito una presenza rotazionale nel Paese del Sud-Est asiatico sotto il comando di U.S.

Army Pacific e con il coordinamento della nuova Task Force Philippines. Una decisione confermata solo di recente, quasi sottotraccia.

 Il modello adottato da Washington è chiaro:

 presenza non permanente, numeri contenuti, cooperazione strutturata.

 

 

 

 

Corridoi strategici, IA, Difesa:

così la Cina progetta il suo futuro.

Ilgiornale.it - Federico Giuliani – (9 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il nuovo piano quinquennale 2026-2030 punta su IA, corridoi strategici, difesa e nuove tecnologie per rafforzare autonomia e ruolo globale della Cina.

Corridoi strategici, IA, Difesa: così la Cina progetta il suo futuro.

La Cina si sta preparando ai prossimi cinque anni affinando un piano che punta a rafforzare sicurezza economica, autonomia tecnologica e capacità militare.

Il nuovo piano quinquennale 2026-2030, presentato a Pechino durante le annuali Due Sessioni del Parlamento e dell’”organo consultivo politico”, rappresenta la bussola con cui il Paese intende affrontare una fase internazionale sempre più competitiva e instabile.

 L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre le vulnerabilità strategiche, soprattutto nei settori tecnologici e nelle catene di approvvigionamento. Nel documento emergono alcune priorità chiare:

 sviluppo dell’intelligenza artificiale, ricerca avanzata sull’energia, rafforzamento delle infrastrutture strategiche e modernizzazione delle forze armate.

Pechino punta inoltre a costruire una rete industriale più resiliente, con nuovi poli produttivi nelle regioni interne per ridurre i rischi legati a possibili crisi o shock esterni.

Il piano della Cina.

Secondo il” South China Morning Post”, il piano quinquennale mette particolare enfasi sulla creazione di nuovi “corridoi strategici” infrastrutturali e logistici, pensati per rafforzare i collegamenti tra regioni chiave come Xinjiang e Tibet e il resto del Paese.

 Queste arterie economiche e infrastrutturali dovrebbero garantire maggiore integrazione territoriale e migliorare la sicurezza delle frontiere.

 

Parallelamente, il piano prevede un’accelerazione nello sviluppo delle tecnologie militari emergenti, con particolare attenzione alla guerra intelligente e ai sistemi senza pilota.

 L’intelligenza artificiale diventa uno dei pilastri della strategia cinese: Pechino punta non solo a sviluppare tecnologie avanzate, ma anche a definire standard globali per la governance dell’IA, soprattutto nei Paesi del cosiddetto Sud Globale.

 

In quest’ottica, il governo cinese intende creare nuove piattaforme di cooperazione tecnologica nell’ambito della “Belt and Road Initiative” e promuovere ecosistemi open-source per favorire innovazione e sviluppo industriale.

La leadership cinese mira poi a rafforzare la propria influenza nella definizione delle regole della futura economia digitale, dalla gestione dei dati alle tecnologie spaziali, cercando di trasformare il peso economico del Paese in una leva normativa globale.

 

Pechino guarda al futuro.

Accanto all’intelligenza artificiale, il piano quinquennale punta su alcuni settori considerati essere le frontiere scientifiche del futuro.

 Tra questi spicca la fusione nucleare controllata, vista come una possibile chiave per l’indipendenza energetica di lungo periodo.

 Pechino intende non a caso accelerare lo sviluppo del programma relativo al suo reattore sperimentale che punta a replicare sulla Terra i processi di fusione del Sole.

 

Di pari passo il governo vuole rafforzare gli investimenti in tecnologie quantistiche, con l’obiettivo di costruire una rete nazionale di comunicazioni quantistiche integrata tra Spazio e infrastrutture terrestri.

 

Un altro tassello centrale è l’espansione della potenza di calcolo nazionale attraverso una rete di centri dati distribuiti nel Paese, destinata a sostenere ricerca scientifica e sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Allo stesso tempo la Cina vuole attrarre talenti scientifici dall’estero, facilitando la cooperazione accademica e la mobilità dei ricercatori per trasformare il Paese in uno dei principali hub scientifici e tecnologici del mondo.

 

 

 

 

Trump sfida ancora la Cina:

dall’Iran al Venezuela, tutte

 le volte che gli Usa si sono

infilati negli affari di Pechino.

Ilfattoquotidiano.it - Davide Cancarini – (13 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

L’attivismo del presidente Usa rappresenta un elemento di novità che non può essere sottovalutato e che ha influenza sui vari teatri che vedono Washington e Pechino faccia a faccia.

Trump sfida ancora la Cina: dall’Iran al Venezuela, tutte le volte che gli Usa si sono infilati negli affari di Pechino.

Non solo quello che è successo in Venezuela. Anche ciò che sta accadendo in Iran, dove le proteste di massa contro il regime degli ayatollah crescono d’intensità giorno dopo giorno, mostra plasticamente una spaccatura: quella tra Stati Uniti e Cina. L’attivismo, quando non la vera e propria schizofrenia, del presidente Usa Donald Trump rappresenta un elemento di novità che non può essere sottovalutato e che ha influenza sui vari teatri che vedono Washington e Pechino faccia a faccia.

 

Iran.

Potrebbe essere una provocazione, ma Trump ha abituato ad azioni repentine:

il presidente Usa ha minacciato di intervenire militarmente qualora il regime iraniano ordinasse una repressione violenta delle proteste che scuotono la Repubblica Islamica.

Minacce rimandate al mittente dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, a cui ha fatto eco la Cina che si è espressa molto duramente contro le possibili interferenze esterne.

 Per Pechino l’instabilità nel Paese è già di per sé un problema, ma se lo scenario di un intervento statunitense dovesse concretizzarsi, la situazione potrebbe diventare ancora più complessa.

Il motivo è presto spiegato:

 la domanda interna cinese di petrolio è soddisfatta per il 70% dalle importazioni, con la Russia a farla da padrona e l’Iran è tra i fornitori principali.

Che non si trova nelle classifiche ufficiali, perché le forniture avvengono molto spesso in maniera opaca attraverso Paesi terzi, come la Malesia, e utilizzando le ormai famose “flotte fantasma “.

Un canale di approvvigionamento a basso costo molto utile per far trottare l’economia del Paese asiatico e a cui sarebbe difficile rinunciare.

 

Venezuela.

Seppur con un peso minore rispetto all’Iran, il Paese sudamericano è (o è stato) un altro dei principali fornitori di greggio alla Repubblica Popolare.

 E dopo l’arresto da parte statunitense del presidente Nicolás Maduro è quindi arrivata la condanna cinese di prammatica.

In questo caso c’è stato pure un risvolto prettamente politico: l’operazione per catturare Maduro è avvenuta poche ore dopo che una delegazione cinese lo aveva incontrato.

Un colpo basso per la diplomazia di Pechino, sempre attenta anche alla simbologia che circonda la sua azione.

Dal punto di vista geopolitico, la perdita di un alleato come il Venezuela è un duro colpo per la proiezione nel continente americano della Cina di Xi Jinping che, almeno per il momento, deve ridimensionare le sue ambizioni nell’area.

 

Panama.

Rimanendo nella regione, ma spostandoci leggermente più a nord, c’è una delle infrastrutture più note e strategiche a livello globale, il Canale di Panama.

 I principali porti alle due estremità dell’istmo, costruiti con investimenti statunitensi, per anni sono stati gestiti dalla “Panama Ports Company”, filiale di un conglomerato con sede a Hong Kong e con forti legami con Pechino.

A marzo 2025 è però arrivato l’avvio di un percorso per l’acquisizione da parte di un consorzio di società statunitensi, non ancora giunto a conclusione anche per l’opposizione cinese.

La mossa ha comunque fatto gongolare Trump che nei giorni precedenti si era espresso molto duramente rispetto all’influenza cinese sul Paese centroamericano, al punto da spingere il governo locale a dichiarare la volontà di non rinnovare il grande progetto infrastrutturale della Repubblica Popolare, la “Belt & Road Initiative”.

 

Groenlandia.

Subito dopo la conclusione dell’operazione in Venezuela, Trump ha di nuovo spostato la sua attenzione verso la Groenlandia.

Tra le varie motivazioni che ai suoi occhi giustificherebbero un’eventuale annessione Usa del territorio danese vi è anche la sicurezza nazionale e la presenza di navi cinesi e russe che si muovono attorno all’area.

La Cina ha grandi progetti riguardo all’Artico e l’aggressività del presidente statunitense potrebbe farne naufragare molti ancora prima della loro ideazione.

Pechino guarda al territorio soprattutto dal punto di vista del forziere energetico e di minerali che potrebbe contenere.

Un’attenzione ricambiata, considerando che una rappresentanza ufficiale del governo groenlandese ha aperto i battenti nella capitale cinese nel 2023.

D’altronde, non più tardi del maggio 2025, Naja Nathanielsen, ministra groenlandese per il Commercio e le Risorse Minerarie, ha dichiarato che in assenza di progetti Usa o europei Nuuk si sarebbe potuta rivolgere alla Cina per ottenere i finanziamenti necessari alle operazioni di esplorazione minerarie.

Va detto che finora passi rilevanti dal punto di vista degli investimenti del Paese asiatico in Groenlandia non sono stati fatti, ma il lavorio dietro le quinte che sta senza dubbio avvenendo potrebbe prima o poi dare i suoi frutti.

 

La lista dei punti di attrito tra Stati Uniti e Cina potrebbe essere ben più lunga, considerando che la proiezione di Washington e Pechino è globale e tocca numerosissimi ambiti.

 La grande spregiudicatezza di Trump mostra la capacità statunitense di intervenire con la forza laddove i reali o presunti interessi americani sono più rilevanti o a rischio, una risolutezza che rende evidente la parallela incapacità o l’assenza di volontà cinese di fare altrettanto.

E questo è un messaggio che arriva forte proprio laddove è più importante lo faccia:

a Taiwan, il più probabile teatro di confronto militare futuro tra le due potenze.

 

 

 

Ecco come Trump sfiderà

davvero la Cina.

Report Bloomberg.

Starmag.it – Marco Orioles – (18 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Trump spinge per rompere il dominio cinese sui minerali rari, e nel 2025 gli investitori hanno riversato un record di capitali nelle startup Usa del settore, sostenuti da fondi pubblici e grandi accordi come quello di “Apple” con “MP Materiali”.

 

Come scrive Bloomberg in un nuovo report, Trump ha messo nel mirino il predominio cinese sui minerali rari, quei 17 elementi fondamentali per tutto: dagli smartphone alle auto elettriche, fino ai caccia militari.

Con l’impegno a garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento e la promessa di tagliare la dipendenza da Pechino, l’amministrazione sta dando una spinta enorme al settore americano.

 

Gli investitori ci hanno creduto: nel 2025 le startup statunitensi hanno raccolto oltre 628 milioni di dollari, praticamente il 90% di tutto il capitale mondiale investito nel comparto.

È un balzo impressionante rispetto all’anno prima, e il governo ci sta mettendo del suo con soldi e garanzie.

 

L’obiettivo è quello di rafforzare la produzione interna, mettere al sicuro difesa e transizione energetica, e dimostrare che gli Stati Uniti possono ancora fare la differenza, anche se la strada è in salita.

 

Il predominio cinese.

La Cina estrae circa il 60% di tutti i minerali rari del pianeta e ne raffina più del 90%.

 In pratica, quasi tutto il mondo dipende da loro per avere terbio, disprosio, neodimio e tutti gli altri.

Se Pechino decide di stringere i rubinetti – cosa che ha già fatto in passato – intere filiere americane rischiano il blackout.

Questa realtà è stata messa nero su bianco dall’Agenzia Internazionale dell’Energia in un report di ottobre.

 

La corsa degli investitori.

 

Nel 2025 i venture capital hanno versato più di 628 milioni nelle startup americane del settore:

una cifra che pesa per il 90% del totale globale e rappresenta un balzo del 3.000% rispetto al 2024.

 

E questi numeri non contano nemmeno i soldi pubblici, come i 400 milioni che il Pentagono ha messo in MP Materiali, la società quotata che sta diventando il simbolo del rilancio Usa.

L’interesse non è solo finanziario.

Apple, per dire, ha firmato un contratto da 500 milioni con MP Materiali appena cinque giorni dopo l’investimento del Dipartimento della Difesa.

Nel frattempo l’amministrazione Trump sta garantendo prezzi minimi ai produttori e sta tessendo alleanze con altri paesi per creare filiere alternative.

Tutto questo rende il settore meno rischioso agli occhi di chi investe.

 

Fondamentali per la transizione verde.

 

Le auto elettriche, i bus, persino le bici elettriche hanno consumato nel 2024 il 22% dei magneti permanenti a base di terre rare prodotti negli Stati Uniti.

La difesa ne ha presi il 12%.

 

Per questo molti, come “James Lindsay” di “Builders Vision”, li considerano un tema climatico prima ancora che strategico:

senza questi elementi la transizione energetica si ferma, e con lei tanti progetti industriali dei prossimi vent’anni.

 

Cina contro Stati Uniti.

 

Sui minerali rari, la rivalità tra Pechino e Washington è conclamata, e non sono mancati i colpi bassi da ambedue le parti.

Ad aprile la Cina ha risposto alle tariffe americane con nuovi controlli sulle esportazioni di materiali strategici.

 

È proprio per spezzare questa morsa che Trump sta premendo l’acceleratore:

startup come” Phoenix Taiping” hanno chiuso affari da 76 milioni (33 solo nell’ultimo anno) e a ottobre hanno inaugurato in New Hampshire una raffineria “zero Cina”, capace di gestire 200 tonnellate l’anno.

 

Piccoli passi.

 

“Phoenix Taiping” fornisce già clienti nel settore difesa, producendo elementi pesanti come terbio e disprosio, che gli Stati Uniti non riescono ancora a produrre su scala industriale.

La produzione totale Usa è di circa 67.000 tonnellate all’anno, contro le oltre 620.000 della Cina.

Però ci sono segnali incoraggianti: aziende come “Alta Resource Technologies” stanno usando intelligenza artificiale e biochimica per rendere i processi più economici e puntano a essere competitive entro il 2027.

Tutte le conseguenze energetiche

del blocco di Hormuz.

Starmag.it – Giancarlo Terlizzi – (8 – 3 – 2026) – Redazione – ci dice:

A una settimana dall’inizio della guerra con l'Iran, domina l’incertezza sulla durata e sulla sicurezza dei flussi energetici nel Golfo.

Washington cerca di contenere i prezzi del petrolio mentre il Pentagono prepara uno scenario di guerra lunga:

gli Stati Uniti sono relativamente protetti, l’Europa molto meno. L'analisi di Gianclaudio Terlizzi tratta dal suo profilo “X”.

 

A una settimana dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, ciò che continua a destabilizzare i mercati è l’enorme incertezza sulla durata del conflitto.

 

DOSSIER ENERGIA A HORMUZ.

Il primo canale di trasmissione è quello energetico:

lo Stretto di Hormuz è davvero aperto?

 Quanto sono vulnerabili le infrastrutture petrolifere e del gas nel Golfo? E soprattutto, quanto di questo rischio è già incorporato nei prezzi?

 Da qui il contagio si estende rapidamente ai soliti fronti: propensione al rischio, timori di rallentamento economico, aspettative di inflazione e capacità delle banche centrali di intervenire.

 

LE MIRE DELLA CASA BIANCA.

La Casa Bianca, scrive “Politico”, sta “guardando sotto ogni pietra” per ridurre i prezzi dell’energia.

Il primo passo è stato concedere alle raffinerie indiane una deroga temporanea per tornare ad acquistare greggio russo.

Una decisione che dovrebbe preoccupare l’Europa, perché rivela chiaramente dove si collocano le priorità di Washington.

 

L’IRAN NON È IL VENEZUELA.

L’operazione militare contro l’Iran può anche essere stata un successo operativo, ma Teheran non è il Venezuela.

 Il Pentagono sta già rivedendo le proprie aspettative e il comando centrale americano ritiene ora che il conflitto potrebbe protrarsi fino a settembre.

 

QUALI SONO I VERI FINI DI TRUMP.

Gli obiettivi dichiarati da Stati Uniti e Israele appaiono sempre più incerti.

Con il collasso immediato del regime iraniano fuori discussione, i decisori politici sembrano alla ricerca di un piano B.

Eliminare la leadership è una cosa; sostituirla è un’altra.

Il regime è profondamente radicato e un vero cambio di regime richiederebbe o truppe sul terreno o un’opposizione interna organizzata. Trump non vuole la prima opzione e l’Iran non dispone della seconda.

 

COSA FA L’IRAN.

Nel frattempo, la capacità dell’Iran di reprimere la propria popolazione resta molto superiore alla sua capacità di proiettare potenza all’estero, anche se gli attacchi nel Golfo stanno progressivamente unendo i vicini contro Teheran.

Azerbaigian è stato colpito, diversi governi regionali discutono apertamente di ritorsioni, il Pakistan ha ricordato il proprio patto di difesa con l’Arabia Saudita e persino la Cina ha mostrato irritazione per i rischi ai flussi energetici attraverso Hormuz.

 

LE RAPPRESAGLIE IRANIANE.

In questo contesto non si possono escludere scenari che vanno da rappresaglie regionali fino a pattugliamenti navali cinesi.

 L’impatto di una chiusura dello Stretto non sarebbe uniforme.

L’Asia è la più esposta: circa il 60% del petrolio e delle materie prime petrolchimiche consumate nella regione proviene dal Medio Oriente. Senza quei flussi, le raffinerie dalla Cina al Sud-Est asiatico devono cercare alternative costose e lente ad arrivare.

Petrolio proveniente dall’Africa occidentale o dalle Americhe impiega fino a due mesi per raggiungere la Cina, contro i circa 25 giorni via Hormuz.

Inoltre, cambiare qualità di greggio significa modificare la configurazione delle raffinerie, i tagli di distillazione e le miscele di carburanti.

 

QUESTIONE GREGGIO.

Non è un processo semplice.

Giappone e Cina dispongono di riserve strategiche – rispettivamente circa 250 e 78 giorni – ma anche loro restano fortemente legati al greggio mediorientale.

Nel lungo periodo, alcuni paesi asiatici potrebbero reagire riducendo il peso del gas nel mix energetico e rafforzando l’uso di carbone e rinnovabili.

 

COSA DICONO I MERCATI.

Nel frattempo i mercati stanno iniziando a valutare un altro scenario:

 il miglioramento delle ragioni di scambio per i paesi esportatori di energia.

In parte è proprio questa la scommessa geopolitica di Trump.

Gli Stati Uniti sono esportatori netti di petrolio, ma il quadro è più complesso:

le raffinerie americane sono configurate per greggi pesanti importati da Canada o Messico, mentre il greggio leggero domestico viene esportato verso Europa e Asia.

 

LA RESILIENZA.

Ciò che è certo è che gli Stati Uniti non affrontano il rischio immediato di carenze energetiche che minaccia invece alcune economie emergenti asiatiche.

Questa resilienza, unita al ruolo centrale del dollaro nei pagamenti delle materie prime, potrebbe rafforzare sia il biglietto verde sia i mercati finanziari americani se la crisi dovesse protrarsi.

Ma il margine di errore resta enorme.

Un collasso caotico del regime iraniano scuoterebbe i mercati globali, mentre la sua sopravvivenza solleverebbe interrogativi sulla credibilità strategica americana.

 

In ogni caso, se gli Stati Uniti possono affrontare questa tempesta con una relativa protezione energetica e geografica, l’Europa non gode dello stesso lusso.

 

 

L'America sta vincendo o

perdendo la guerra con l'Iran?

Unz.com - The Unz Revieu - Ron Unz- (9 marzo 2026) – ci dice:

 

Per secoli, le nazioni moderne avevano generalmente condotto le loro guerre in modo piuttosto gentiluomo, sforzandosi di solito per rispettare tutte le leggi ei trattati internazionali che regolavano tali conflitti.

Una guerra poteva spesso iniziare con un ambasciatore abbattuto che consegnava una nota diplomatica al governo accreditato, informando la sua leadership politica che, a meno che certe richieste cruciali non fossero stati immediatamente soddisfatte, si doveva presumere che lo stato di guerra esistesse entro mezzogiorno del giorno seguente.

Dopo aver svolto quel compito triste, il diplomatico e il suo staff tornavano all'ambasciata, preparavano le valigie, bruciavano i documenti segreti e prendevano il prossimo treno per la frontiera.

 

Anche il famigerato attacco a sorpresa giapponese del 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor era stato pensato idealmente per preservare tutte queste formalità legalistiche.

Da quello che ho letto, l'ambasciatore giapponese e i suoi collaboratori erano stati incaricati di consegnare personalmente una dichiarazione di guerra al nostro presidente forse cinque o dieci minuti prima che gli aerei del loro paese iniziassero a sganciare le bombe sulla nostra flotta ancorata dall'altra parte del mondo, rispettando così la lettera del diritto internazionale pur violandone massicciamente lo spirito.

Ma i ritardi nella decodifica delle istruzioni diplomatiche o altri errori accidentali portarono a un pasticcio in cui l'attacco militare avvenne effettivamente prima della dichiarazione ufficiale di guerra che lo consentiva legalmente, dando vita a un'eredità duratura di rancore tra i nostri due paesi.

Tuttavia, l'America si è sempre vantato delle sue innovazioni e negli ultimi anni abbiamo applicato questo approccio all'inizio dei conflitti militari, seguendo l'esempio dei nostri mentori israeliani in tal senso.

 Un esempio perfetto è stato come abbiamo iniziato la nostra attuale guerra contro l'Iran.

 

L'Iran era estremamente desideroso di evitare un tale conflitto militare, così, proprio come in passato, riuscimmo a coinvolgerli in diversi round di lunghe trattative di pace con gli inviati personali del presidente Donald Trump.

Secondo i resoconti dei media, erano stati fatti notevoli progressi nei colloqui e gli iraniani avevano già accettato molte delle nostre richieste. Stavano valutando di farlo anche con altri, facendo concessioni maggiori di quanto chiunque si fosse aspettato all'inizio.

 Le trattative quindi se sono sospese per un paio di giorni e sono state programmate per riprendere il lunedì successivo.

 

Gli iraniani naturalmente hanno dovuto riflettere a lungo prima di accettare tutte le nostre condizioni.

Pertanto, avremo una riunione completa della loro leadership per decidere se procedere.

Ma spingere gli iraniani a tenere un incontro di così alto livello era apparentemente l'obiettivo sottostante dell'intera nostra strategia negoziale.

Come riportò il “New York Times” il giorno successivo, con così tanti leader iraniani così riuniti in un unico luogo, furono tutti uccisi da un attacco missilistico israeliano, un attacco che costituiva essenzialmente la nostra dichiarazione ufficiale di guerra:

 

Israele, utilizzando l'intelligence statunitense e la propria, avrebbe eseguito un'operazione che stava pianificando da mesi: l'uccisione mirata dei leader di alto livello iraniani.

I governi degli Stati Uniti e di Israele, che inizialmente avevano pianificato di lanciare un attacco notturno sotto la copertura dell'oscurità, hanno deciso di modificare l'orario per sfruttare le informazioni sul raduno presso il complesso governativo di Teheran sabato mattina.

I leader si sarebbero incontrati nel luogo in cui hanno sede gli uffici della presidenza iraniana, della guida suprema e del Consiglio di sicurezza nazionale dell'Iran.

Israele aveva deciso che all'incontro avrebbero partecipato alti funzionari della difesa iraniana, tra cui “Mohammad Pakpour”, comandante in capo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica; “Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa; l'ammiraglio Ali Shamkhani, capo del Consiglio militare; Seyed Majid Mousavi, comandante della Forza aerospaziale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica; Mohammad Shirazi, viceministro dell'intelligence; e altri.

 

Lo stesso articolo del “Times” ha pubblicato un utile grafico che mostra quanti dei massimi vertici militari e della sicurezza nazionale dell'Iran siano stati eliminati in quell'improvviso e inaspettato attacco missilistico.

Guidati dall'ampia copertura mediatica del Times e del Wall Street Journal, tutti i nostri successivi resoconti sui media mainstream hanno sottolineato la natura devastante del colpo inferto da America e Israele alla leadership politica e militare dell'Iran, immediatamente seguito dalla massiccia campagna di bombardamenti che ne è seguita.

 Tutti questi articoli hanno suggerito il totale successo della nostra strategia militare, minimizzando naturalmente gli aspetti del tutto illegali e piuttosto insidiosi dell'uso dello stratagemma dei negoziati di pace per lanciare un attacco a sorpresa e decapitante che ha ucciso così tanti dei massimi leader iraniani.

 

Se l'attacco a sorpresa del Giappone a Pearl Harbor del 1941 fosse stato combinato con l'assassinio simultaneo del presidente Franklin Roosevelt, di diversi membri del suo gabinetto e della maggior parte della maggior parte del nostro alto comando militare a Washington, oserei dire che i media americani avrebbero descritto tali operazioni giapponesi di successo in una luce piuttosto poco lusinghiera.

Il mio articolo è stato pubblicato meno di 48 ore dopo il primo attacco missilistico che ha dato inizio alla guerra e, data la mia scarsa competenza militare, ho adottato un approccio molto cauto nel riassumere lo scoppio del conflitto.

 

Ancora una volta, abbiamo usato lo stratagemma dei negoziati di pace in corso nella speranza di indurre i nostri avversari a un falso senso di sicurezza.

 I nostri attacchi iniziali contro i massimi leader iraniani hanno avuto un discreto successo e, alla fine del primo giorno, fonti iraniane hanno confermato che avevamo assassinato con successo l'Ayatollah Ali Khamenei, l'86enne Guida Suprema dell'Iran, nonché il Ministro della Difesa del Paese e numerosi altri alti comandanti militari...

 

Nonostante queste perdite di leadership, gli iraniani risposero quasi immediatamente con una raffica di missili balistici a medio e lungo raggio, esattamente come avevano minacciato di fare, colpendo le nostre principali basi militari nella regione così come siti in Israele.

La censura rigorosa e la nebbia di guerra rendono difficile valutare con precisione l'entità totale dei danni subiti da entrambe le parti nel conflitto.

 

Sebbene tutti i nostri organi di stampa stessero riportando il nostro totale successo militare, ho sottolineato le potenziali difficoltà che avremmo incontrato nell'attaccare un Paese di dimensioni paragonabili a quelle dell'intera Europa occidentale e con una popolazione di oltre 90 milioni di abitanti.

Ho notato che esperti militari competenti avevano lanciato avvertimenti simili.

 

Ad esempio, il colonnello “Larry Wilkinson” , per lungo tempo capo di stato maggiore di “Colin Powell”, aveva sostenuto che avremmo potuto affrontare sfide più grandi di quelle di qualsiasi guerra precedente, a partire dal conflitto coreano, che avevamo combattuto fino alla resa dei conti tre generazioni prima.

 In effetti, poco prima dello scoppio della guerra, i nostri media avevano pubblicato articoli che sostenevano molti di questi stessi punti.

 

Sebbene tutti i nostri principali organi di informazione si fossero mostrati ferocemente ostili all'Iran, negli ultimi giorni prima dell'attacco americano è improvvisamente apparsa una raffica di notizie che sottolineavano le gravi difficoltà che avremmo potuto incontrare in una guerra del genere, e queste sembravano basate su fughe di notizie provenienti da fonti importanti del Pentagono.

 

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu era stato la forza principale che aveva fatto pressione su Trump per un attacco immediato, ma il Financial Times ha citato un rapporto israeliano secondo cui l'America avrebbe probabilmente esaurito le munizioni disponibili dopo solo pochi giorni di combattimento, e molti esperti militari americani avevano affermato la stessa cosa.

Se questi fatti fossero corretti, una guerra contro l'Iran sembrava l'apice della follia.

Come potremmo vincere una guerra se saremmo quasi sempre senza missili e bombe in meno di una settimana?

 

 Ma le preoccupazioni più grandi che ho sottolineato erano politiche, e sia prima che dopo l'attacco, queste sono state espresse da individui riflessivi di tutto lo spettro ideologico.

 

Tucker Carlson ha trascorso l'ultimo decennio come figura di spicco dei media conservatori americani e un sostenitore cruciale di Trump.

Poco prima del nostro attacco all'Iran, ha ospitato il suo collega di Fox News “Clayton Morris”, autore del popolare podcast Redaste.

Entrambi hanno concordato sul fatto che un attacco all'Iran sarebbe disastroso e assolutamente contrario agli interessi nazionali americani, sottolineando anche che solo il 20% circa degli americani era favorevole all'idea.

 

Un paio di giorni dopo, un Carlson indignato ha immediatamente condannato il nostro attacco all'Iran definendolo "assolutamente disgustoso e malvagio".

Altre figure di spicco del movimento MAGA, come l'ex deputata repubblicana “Marjory Taylor Greene” e Alex Jones, hanno denunciato la guerra all'Iran di Trump in termini altrettanto aspri.

Greene ha dichiarato: "Abbiamo votato per l'America First e ZERO guerre", condannando l'amministrazione come un "branco di bugiardi malati".

 

Il giornalista “Glenn Greenwald” ha sottolineato l'enorme ipocrisia del fatto che Trump sia tornato con successo alla Casa Bianca nel 2024 candidandosi come candidato per la pace, ma ora abbia iniziato la più grande guerra che abbiamo combattuto almeno negli ultimi cinquant'anni dalla nostra debacle in Vietnam.

In un tweet visualizzato milioni di volte, Greenwald ha denunciato la candidatura ufficiale "pro-pace" di Trump come "una delle campagne presidenziali più sfacciatamente fraudolente della storia americana".

 

“Chas Freeman” è considerato uno dei nostri diplomatici più illustri e ha anche ricoperto il ruolo di assistente segretario alla Difesa.

 In un'intervista rilasciata subito dopo l'attacco, ha avvertito che il nostro governo aveva ridotto il mondo intero in uno stato di completa anarchia, con conseguenze fatali per tutte le nazioni, compresa certamente la nostra.

 Il Prof. Jeffrey Sachs della Columbia University ha espresso osservazioni altrettanto scoraggianti in un'intervista sullo stesso canale YouTube.

 

Ho riferito gli enormi dubbi sollevati da Freeman circa l'andamento della guerra.

Insieme a molti esperti militari, Freeman ha anche sostenuto che l'Iran potrebbe in realtà essere in una posizione migliore per vincere una lunga guerra di logoramento contro i suoi nemici americani e israeliani, forse avendo a disposizione scorte di missili balistici molto più grandi.

 

Ancora più importante, lo Stretto di Hormuz è il punto di strozzatura petrolifera più critico al mondo, una stretta via d'acqua al largo della costa iraniana attraverso la quale deve passare un quinto di tutte le spedizioni di petrolio, insieme a una frazione analoga delle esportazioni di GNL.

 Gli iraniani controllavano quella rotta di transito con i loro enormi numeri di missili a corto raggio e avevano ripetutamente minacciato di chiuderla in caso di attacco.

Quando gli Houthi, molto più deboli, avevano chiuso il Mar Rosso al trasporto merci nel 2024 e nel 2025, i ripetuti tentativi delle task force americane di riaprirlo si erano rivelati un fiasco.

 

Avendo ricoperto il ruolo di ambasciatore in Arabia Saudita durante la Guerra del Golfo, “Freeman “è estremamente esperto di geopolitica del petrolio e ha sottolineato che la dimensione militare di una simile chiusura è del tutto secondaria.

Non appena gli iraniani dichiararono che avrebbero imposto un blocco e preso di mira le petroliere, le compagnie assicurative avrebbero immediatamente ritirato la loro copertura, quindi poche, se non nessuna, di queste navi si sarebbero assunte il rischio di un simile passaggio.

In effetti, secondo le notizie, il traffico di petroliere è già diminuito di circa il 70% e, se la chiusura dovesse continuare per un'altra settimana o due, possiamo aspettarci un'enorme impennata dei prezzi mondiali del petrolio e del gas naturale, con gravi ripercussioni sull'economia mondiale.

 

Nonostante queste difficoltà a lungo termine, una volta iniziata la guerra i nostri media hanno descritto in modo uniforme le prospettive militari dell'Iran come molto cupe, presentando una narrazione che inizialmente ho trovato ragionevolmente plausibile e convincente.

Secondo questi resoconti, l'annientamento dei vertici dell'Iran aveva gravemente indebolito la reazione militare del Paese, con attacchi missilistici di rappresaglia frammentati e disorganizzati.

 I nostri media hanno descritto la risposta iraniana come qualcosa di simile alle temporanee e disperate percosse di una nazione decapitata, priva del comando e del controllo necessari per renderla efficace.

 

In effetti, secondo numerosi articoli sul “Times” , sul Journal e su altri media, sebbene l'Iran possedesse un enorme arsenale di missili balistici, avevamo già distrutto gran parte di tutti i lanciatori necessari.

Ora stavamo dando la caccia ed eliminando con successo la maggior parte dei restanti, bombardando anche gli ingressi ai siti di stoccaggio sotterranei.

 

Questa analisi sembrava corroborata dal rapidissimo calo del numero giornaliero di missili iraniani lanciati, che era sceso dell'85% o più dopo solo i primi due giorni.

E nonostante il numero di missili iraniani fosse drasticamente diminuito, le nostre efficacissime difese aeree stavano abbattendo circa il 90% di quei pochi missili lanciati contro i territori dei nostri alleati arabi del Golfo o contro Israele.

 

Ci è stato anche detto che avevamo eliminato con successo la maggior parte della limitata rete di difesa aerea iraniana, ottenendo il controllo quasi completo dei cieli del Paese e consentendo alla nostra schiacciante potenza aerea di completare la distruzione militare del Paese.

Pertanto, ci stavamo dirigendo verso una vittoria schiacciante nel giro di pochi giorni, esattamente come Trump e i suoi principali collaboratori avevano promesso con vanagloria.

 La sua guerra contro l'Iran sarebbe stata una vittoria quasi altrettanto facile del suo raid in Venezuela e della cattura del suo presidente un paio di mesi prima.

 

A prima vista, un esito militare così unilaterale non avrebbe dovuto sorprendere più di tanto. Anzi, a posteriori, sembrava quasi assurdo aspettarsi qualcosa di diverso.

 

Il bilancio della difesa iraniano per il 2024 era stimato in 8 miliardi di dollari, meno dell'1% dei mille miliardi di dollari che noi stessi abbiamo utilizzato.

Quindi spendevamo più di 100 volte di più degli iraniani in questioni militari e avevamo una popolazione quasi 4 volte maggiore.

Come poteva l'esito di una guerra tra le nostre due nazioni essere diverso da quello che i media riportavano, soprattutto considerando che avevamo iniziato decapitando con successo la leadership avversaria?

 

 Come prevedibile, il nostro improvviso e devastante attacco a sorpresa contro l'Iran ha suscitato serie preoccupazioni altrove, in particolare in Russia.

 Abbiamo subito ripubblicato un articolo di un importante analista politico russo di nome” Ivan Timofeev” che riassumeva molte di queste preoccupazioni:

 

I massicci attacchi aerei di Israele e Stati Uniti contro l'Iran non erano del tutto inaspettati.

Le forze d'attacco si stavano radunando nel Golfo Persico da mesi.

I negoziati iraniano-americani erano in stallo e offrivano scarse prospettive di successo.

Eppure, l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, di membri della sua famiglia e di diversi alti funzionari iraniani ha provocato un'onda d'urto ben oltre la regione.

 

L'Iran ha risposto con attacchi missilistici contro Israele e strutture statunitensi in Medio Oriente.

 Le ripercussioni sono state immediate:

 interruzioni delle spedizioni di petrolio nel Golfo Persico e instabilità nelle infrastrutture finanziarie e di trasporto negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar...

 

Per la Russia, la crisi offre dure lezioni.

 

Lezione 1: Le sanzioni raramente sono la fase finale.

Lezione 2: La pressione è a lungo termine.

Lezione 3: Le concessioni non garantiscono sollievo.

Lezione 4: I leader sono sempre più bersagli.

Lezione 5: L'instabilità interna invita la pressione esterna.

Lezione 6: I "cavalieri neri" hanno dei limiti.

Lezione 7: L'equilibrio deve essere credibile.

…L'Iran non è indifeso. I suoi attacchi missilistici e con droni dimostrano capacità e determinazione.

Azioni come il tentativo di limitare la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz dimostrano la volontà di aumentare i costi.

Eppure Stati Uniti e Israele sembrano giudicare la rappresaglia iraniana come dolorosa ma accettabile.

 

La deterrenza non dipende solo dalla capacità, ma anche dalla sensibilità dell'avversario al danno.

In uno scontro prolungato, la tolleranza alle perdite può aumentare. Il XX secolo ha dimostrato come l'escalation politica possa erodere la moderazione anche in ambito nucleare.

 

La Russia possiede una capacità di ritorsione molto maggiore dell'Iran. Ma questo da solo non garantisce la stabilità.

Un avversario che ritenga il danno sopportabile potrebbe continuare l'escalation.

La crisi iraniana rivela uno stato d'animo più profondo che emerge nella politica globale: una determinazione fatalista.

 Le grandi potenze sembrano sempre più disposte ad assorbire il rischio e ad accettare l'instabilità, il che potrebbe rappresentare la lezione più preoccupante di tutte.

 

Gli eventi in Iran non sono un episodio regionale isolato. Fanno parte di una più ampia trasformazione del sistema internazionale. È una trasformazione in cui le sanzioni si trasformano in scioperi, i negoziati coesistono con l'attrito e la leadership stessa diventa un bersaglio.

 

Considerati i passati attacchi alla capacità di deterrenza nucleare della Russia, gli assassinii di numerosi generali russi di alto rango e i nostri apparenti tentativi di assassinare il presidente russo Vladimir Putin, le implicazioni del nostro devastante e decapitante primo attacco contro l'Iran e la sua leadership non sono certo sfuggite ai russi.

 

 Nel caso dell'Iran, il nostro attacco a sorpresa aveva ottenuto un successo tattico totale e tutti i primi segnali indicavano che avremmo ottenuto una facile vittoria militare.

Ma il successo nelle operazioni di combattimento non equivale necessariamente a vincere una guerra, e continuavo a sospettare che avremmo potuto subire una sconfitta strategica e geopolitica a lungo termine come conseguenza della nostra decisione sconsiderata.

 

Secondo Wikipedia, nel mondo ci sono tra i 200 e i 260 milioni di musulmani sciiti e, nel pieno del mese sacro del Ramadan, abbiamo assassinato a tradimento l'86enne Ayatollah Khamenei.

In questa immensa comunità religiosa globale, Khamenei era probabilmente secondo per influenza solo al 95enne Grande Ayatollah Ali al-Sistani di Najaf, in Iraq.

 

Inoltre, avevamo ucciso la maggior parte della famiglia di Khamenei nel nostro attacco al suo complesso personale, tra cui sua moglie, sua figlia, suo genero, sua nuora e il nipote di quattro anni.

 Suo figlio e successore appena nominato, Mastaba Khamenei, è entrato in carica piangendo la morte della sua famiglia.

Nella stessa ondata di attacchi missilistici iniziali, avevamo ucciso 165 bambine nella loro scuola elementare in un'altra città e distrutto numerose altre scuole e ospedali, uccidendo un numero enorme di civili iraniani.

In tutte le questioni militari, abbiamo ormai modellato i nostri metodi di combattimento su quelli impiegati da tempo dal nostro alleato israeliano, forse con conseguenze di vasta portata per il futuro del nostro Paese.

 

Sebbene i media occidentali, fortemente faziosi, non siano riusciti a coprire in modo appropriato queste orribili atrocità, queste sono state trasmesse in tutto il mondo, infiammando al contempo la popolazione iraniana di oltre 90 milioni di persone e riducendo notevolmente ogni possibilità che il Paese accolga le richieste americane.

Inoltre, come previsto, l'Iran ha annunciato che avrebbe bloccato lo Stretto di Hormuz a quasi tutto il traffico merci.

 Il passaggio attraverso quella via d'acqua molto stretta potrebbe essere facilmente interdetto da missili a corto raggio, droni o persino artiglieria terrestre di vecchia concezione, tutti nascosti lungo la lunga costa montuosa.

In precedenza non eravamo riusciti a rompere il blocco del Mar Rosso imposto dagli Houthi, molto più deboli, quindi vedevo poche possibilità che l'America riuscisse a superare con successo gli sforzi iraniani.

 

Dopo un paio di settimane, la conseguente perdita di ingenti quantitativi di petrolio a livello globale sarebbe devastante per l'economia americana e per quella del resto del mondo.

Ieri i prezzi del petrolio sono saliti ben oltre i 100 dollari al barile, con alcune stime che potrebbero presto raggiungere i 150 dollari o livelli molto più alti.

 Inoltre, anche i ricchi stati arabi del Golfo dipendono fortemente dalle spedizioni di cibo che percorrono la stessa rotta e, se queste venissero interrotte, potrebbero iniziare a soffrire di enormi problemi interni, spingendoli forse a fare pressioni disperate per la pace.

 

 Sebbene tutte queste considerazioni strategiche più ampie fossero certamente presenti nella mia mente, tutto ciò che leggevo indicava che le nostre forze armate stavano ottenendo una rapida e schiacciante vittoria militare sull'Iran.

Ma non ero ancora del tutto convinto nemmeno di quella situazione.

L'America possiede molte potenti armi strategiche, ma forse la più potente di tutte è la nostra eccezionale macchina propagandistica, assolutamente ineguagliata da qualsiasi combinazione dei suoi rivali in tutto il mondo. Nei decenni passati, una propaganda così astuta ma disonesta aveva convinto con successo la maggior parte dei nostri cittadini che stavamo ottenendo enormi vittorie in Vietnam e in Iraq, anche se la realtà era ben diversa.

 

Il mio vecchio amico “Bill Odom” era stato il generale a tre stelle che dirigeva la NSA per Ronald Reagan e in un articolo del 2008 ho descritto la sua totale indignazione per le bugie e gli inganni che circondavano la nostra disastrosa guerra in Iraq:

 

La guerra in Iraq era stata solo uno dei tanti inganni dei media americani e in passato ne avevo subiti alcuni.

Quindi ho attentamente riservato il mio giudizio sull'effettivo corso della guerra in Iran fino a quando non fossero emerse ulteriori informazioni. In mancanza di competenze militari, avrei avuto bisogno che altri analizzassero le prove frammentarie ed emettessero i loro verdetti sulla situazione del combattimento.

 

Nel giro di 48 ore, qualcosa di tutto questo cominciò ad accadere. Il Colonnello Daniel Davis e il Commodoro Steven Jeremy sono analisti militari esperti, e ho visto il Prof. Glenn Diesel intervistarli sul suo canale.

 In quelle discussioni, entrambi hanno sollevato numerosi punti di vista eccellenti, e nessuno dei due sembrava pensare che la guerra stesse andando molto bene per gli americani.

Alastair Croke era un ex alto ufficiale dell'MI6 che aveva trascorso decenni in Medio Oriente e quello stesso giorno fornì anche una prospettiva sulla guerra molto diversa da quella presentata dai nostri media.

Quei primi colloqui mi lasciarono sospettoso, ma la svolta cruciale nella mia valutazione militare arrivò un paio di giorni dopo, quando guardai uno dei programmi di Tucker Carlson sul conflitto, una parte che consiglio vivamente a tutti.

La prima metà ha offerto una prospettiva molto interessante e cruciale sulle origini e le motivazioni della guerra, una guerra che Carlson temeva fortemente potesse sfuggire al controllo, trasformandosi in un conflitto religioso globale che avrebbe contrapposto più di due miliardi di cristiani a un numero analogo di musulmani.

 

Ma ha dedicato la seconda parte della puntata a un'intervista con un analista militare di nome “Brandon J. Reichert ,”  che considerava piuttosto competente e obiettivo.

 Sebbene fosse un convinto sostenitore di Trump di destra, Reichert era estremamente preoccupato per la piega che stava prendendo la guerra.

 

Secondo Reichert, tutti gli avvertimenti pubblici dei nostri generali erano stati assolutamente corretti.

A quanto pare avevamo esaurito le nostre scorte di munizioni a corto raggio, e ci eravamo quindi cacciati in una situazione critica.

 

Sebbene piuttosto datati e lenti, i missili da crociera Tomahawk costituiscono il grosso di quell'arsenale, e nei soli primi quattro giorni di combattimento avevamo già esaurito circa il 10% dell'intero arsenale, il che rappresenta ben otto anni di nuova produzione.

In effetti, secondo altre stime che ho sentito in seguito, avevamo effettivamente lanciato qualcosa di più vicino al 20% dell'intero inventario globale di Tomahawk.

Quindi, in un certo senso, l'America stava subendo qualcosa di simile a un disarmo unilaterale involontario come conseguenza della nostra inutile guerra contro l'Iran.

 

Nel frattempo, gli iraniani resistevano con successo, distruggendo tutte le nostre basi militari negli Stati del Golfo e bombardando Israele, lasciandoci sempre meno possibilità di ottenere una qualsiasi vittoria militare.

In effetti, Reichert sembrava piuttosto preoccupato che potesse esserci una crescente pressione su Trump o sugli israeliani affinché utilizzassero le armi nucleari come unica speranza di ottenere una vittoria militare. Questo sarebbe il primo e unico utilizzo di armi nucleari sul campo di battaglia dai tempi di Hiroshima e Nagasaki, più di ottant'anni fa, e ovviamente porterebbe il mondo intero in una direzione molto oscura e pericolosa.

 

 Il giorno dopo, un autorevole blogger di affari militari che si faceva chiamare “Simplicio” rivelò che gli iraniani avevano di fatto accecato le nostre forze armate distruggendo la maggior parte dei nostri radar strategici nella regione.

 Questi sistemi radar di fascia altissima costavano circa un miliardo di dollari ciascuno e potevamo costruirne solo uno o due all'anno.

 Eppure, solo nei primi giorni, gli attacchi dei droni iraniani avevano distrutto quasi la metà del nostro inventario globale:

 

In particolare, il NYT e altre testate hanno confermato il totale abbandono degli insostituibili radar statunitensi AN/TPY-2, destinati al THAAD e ad altri sistemi di fascia alta.

Questo radar ha un costo di oltre 1 miliardo di dollari e conta solo una dozzina di esemplari.

Al massimo, se ne possono costruire solo una o due unità all'anno.

 L'Iran ha appena potenzialmente distrutto il 50% o più dell'intera riserva globale di questo raro e insostituibile sistema degli Stati Uniti...

 

Alcuni analisti hanno calcolato il numero come segue:

L'Iran è riuscito a colpire diversi radar statunitensi di fascia alta, per un valore di oltre 3 miliardi di dollari, che costituiscono il nucleo fondamentale del sistema di difesa missilistica balistica (BMD) statunitense in Medio Oriente:

Base aerea di Muwaffaq Salti: AN/TPY-2.

Umm Dahal: AN-FPS-132.

Base aerea Prince Sultan: AN/TPY-2.

Basi aeree di Al Ruwais e Al Sader: 2x AN/TPY-2.

 

Anche i resoconti “OSINT” della propaganda fortemente filoamericana sono costretti ad ammettere le perdite:

Lo shock dell'esito non può essere sottovalutato:

l'Iran sta letteralmente accecando gli Stati Uniti nella regione.

E, in seguito, sta lanciando contro Israele i suoi missili balistici ipersonici più avanzati, i “Khorramshahr-4”, noti anche come Kebab, ora invulnerabili all'interdizione.

Si dice che rilascino più di 80 submunizioni in uno schema serrato.

 

Quindi, secondo “Simplicio”, gli iraniani se la stavano cavando molto, molto meglio di quanto lui o chiunque altro si fosse mai aspettato.

Il giorno seguente, un'altra lunga intervista podcast ha confermato queste stesse affermazioni e ha dipinto un quadro altrettanto fosco dell'attuale sforzo bellico americano.

 

Prima di lasciare l'esercito per diventare un” podcast” storico molto popolare, “Darryl Cooper” aveva trascorso la sua lunga carriera lavorando su missili e sistemi di difesa aerea, ed era un convinto sostenitore di Trump, votandolo tutte e tre le volte in cui era stato candidato.

 Ma considerava il nostro attuale sforzo militare un disastroso fallimento, e lo ha detto apertamente.

Secondo Cooper, il motivo per cui le ondate di missili iraniani erano diminuite così drasticamente era che non c'era più molto da colpire.

 La maggior parte delle basi americane nella regione era stata quasi completamente distrutta e forse non ci saremmo più presi la briga di tornarci.

 

Le nostre scorte di munizioni e di intercettori per la difesa aerea erano esaurite e avevamo abbandonato tutti i nostri alleati arabi, lasciandoli colpire mentre spostavamo i nostri restanti sistemi difensivi in ​​Israele, cosa che sicuramente ricorderanno a lungo.

 

Gli iraniani avevano raggiunto il completo predominio dell'escalation. Dato il disastro militare totale e la mancanza di opzioni che ci trovavamo ad affrontare, Cooper si unì a Reichert nell'accennare al pericolo che Trump o Israele ricorressero all'uso di armi nucleari nella disperata speranza di salvare una qualche forma di vittoria.

Invece di combattere una guerra di nostra scelta, il nostro attacco all'Iran era stato una guerra dettata dal capriccio, e avevamo perso ogni briciolo del nostro onore militare nel modo in cui lo avevamo combattuto, in totale contrasto con la tradizione occidentale.

Mentre gli iraniani erano ancora onorevoli, noi avevamo combattuto nel modo più vile che si potesse immaginare.

Il verdetto estremamente duro di Cooper è stato ripreso in modo pungente dalla blogger australiana “Caitlin Johnstone”, che ha definito l'attacco di Trump all'Iran come "Ancora più stupido e folle della guerra in Iraq" in un post con lo stesso titol, un sentimento espresso anche su Twitter dal giornalista “Mehdi Hasan”.

E un commentatore ha ridicolizzato Trump e la sua guerra insensata contro l'Iran in modo simile, suggerendo che contro ogni previsione era riuscito a superare la stupidità da record di Bush.

In questo caso, una cosa va detta di Trump: non ha paura di tentare l'impossibile e di riuscirci, laddove tutti pensavano che un simile obiettivo fosse irraggiungibile e si erano arresi.

È in un certo senso ammirevole, nel suo bizzarro modo di essere, da "piccola locomotiva che potrebbe".

In futuro, gli insegnanti di prima elementare potrebbero ispirare i loro ingenui alunni raccontando loro di un presidente idiota, così stupido che tutti lo consideravano l'uomo più stupido della storia, finché un altro presidente non si è fatto avanti e si è dimostrato ancora più stupido.

 

Ciò darà alla giovane fiducia in sé stessi e orgoglio patriottico.

Sia Reichert che Cooper sembravano piuttosto competenti in tutte queste questioni militari, e lo stesso valeva per il blogger di Simplicio. Tutto ciò che dicevano sembrava corretto o almeno ragionevole sulla base delle prove esistenti.

Ma nessuno di questi individui possedeva le credenziali che avrebbero potuto impressionare terzi scettici, quindi sono stato molto lieto di ascoltare il punto di vista di un rinomato accademico che ne aveva sicuramente a palate.

 

Per decenni, il Prof. Tedi Posto del MIT è stato considerato uno dei nostri massimi esperti di tecnologia militare, in particolare per quanto riguarda i sistemi missilistici, e nel corso della sua lunga carriera ha regolarmente avuto a che fare con gruppi di ufficiali di prima fascia a tre e quattro stelle in condizioni di piena parità o superiori.

Ma ha anche spesso attirato l'inimicizia dei lobbisti aziendali per le sue valutazioni schiette e spesso poco lusinghiere dei costosissimi sistemi d'arma che questi ultimi vendevano al nostro ingenuo governo.

Sebbene si sia ritirato dal suo incarico accademico circa otto anni fa, ha mantenuto un forte interesse per la sua specializzazione tecnica.

Quindi, mentre i suoi briefing passati sarebbero stati riservati ai ranghi più alti delle nostre forze armate, ora sono disponibili a chiunque si prenda la briga di guardare una delle sue interviste su YouTube.

Ho trovato particolarmente illuminante il suo colloquio del 5 marzo con il Colonnello Daniel Davis.

 

Come ha spiegato Posto, le affermazioni diffuse dai media secondo cui i nostri intercettori di difesa aerea avrebbero avuto successo contro i missili balistici iraniani sembravano del tutto fallaci.

In realtà, queste false affermazioni sono state facilmente smentite da numerosi video circolanti su Internet che, al contrario, rivelavano la totale inefficacia di quei sistemi difensivi.

 

Avevo promosso la sua intervista in un commento in cui riportavo le sue conclusioni.

Nei video che mostra, quasi nessuno dei sistemi antimissile israeliani o americani ha mai colpito il bersaglio.

Gli israeliani lanciano tre intercettori Patriot contro un missile iraniano in arrivo, ma tutti e tre mancano il bersaglio.

Gli israeliani sparano una dozzina di intercettori Irons Dome contro un missile iraniano in arrivo, ma tutti mancano il bersaglio.

Il tasso di successo dell'intercettazione antimissile sembra oscillare tra lo 0% e il 5%.

 

Molto presto israeliani e americani saranno senza intercettori e totalmente indifesi. Ma dato che gli intercettori comunque non funzionano, forse non è poi così grave.

Nel frattempo, i disonesti media mainstream dichiarano che quasi tutti i missili iraniani sono stati intercettati e abbattuti con successo.

E Trump ha chiesto la RESA INCONDIZIONATA!

 

Il tutto sembra uno sketch dei Monty Python...

 

Posto ha poi spiegato che molti dei resoconti dei media su un tasso di intercettazione riuscito dell'85-90% provenivano apparentemente dal lavoro di uno scienziato politico di Stanford di nome “Scott Sagan”, che Posto ha ridicolizzato definendolo un imbroglione accademico:

 

TED POSTO:

visto che ho parlato di accademici e frodi, c'è questo tizio, Scott Sagan.

 È il direttore del Center for International Security and Cooperazioni di Stanford.

 Ha appena pubblicato un articolo sul Bulletin of the Atomic Scientists in cui affermava un tasso di intercettazione dell'87% per l'Irons Dome. E abbiamo appena visto a quanto ammonta questo tasso di intercettazione: ben al di sotto del 5%...

 

Ecco fatto, signor Grande Uomo.

E lui, tra l'altro, mi ha appena vietato di partecipare ai seminari a Stanford. Ora sono stato bandito da Scott Sagan.

Quello che gli piace fare è agire alle tue spalle e fare false affermazioni.

DANIEL DAVIS: Beh, dai, amico. Come si può affermare che il tasso di successo sia dell'87%? In quel video che hai mostrato, c'era un intero sciame di missili che cadeva...

 

TED POSTO:

Voglio dire, non lo capisci proprio. Ha più titoli – non so come faccia a inserire un articolo, perché ha così tanti titoli nei suoi articoli che non so dove ci sia spazio per tutto.

Questo è il tipo di frode accademica che ormai è diventata la norma alla Stanford University.

 

 Tutto ciò ha dimostrato l'impatto trasformativo dei cambiamenti tecnologici e dei potenti canali informativi che hanno reso possibili.

 Nei decenni passati, l'esclusione di Posto da quel seminario di Stanford da parte di Sagan avrebbe relegato quest'ultimo e le sue opinioni nel più totale anonimato.

Ma ora, grazie a Internet e alla piattaforma YouTube, Sagan potrebbe parlare a 40 o forse 400 persone, mentre le idee contrarie di Posto raggiungevano un pubblico globale di 400.000 persone.

 

Secondo l'analisi di Posto, gli iraniani sembrano lanciare i loro missili balistici da singole postazioni sotterranee, tutte coperte da sottili strati di terreno superficiale.

Tali postazioni di tiro non potrebbero essere rilevate dai nostri satelliti o persino da aerei o droni in volo, e quindi non potrebbero essere prese di mira e distrutte.

Altri esperti militari hanno osservato che molti o la maggior parte dei bersagli che presumibilmente avremmo colpito erano apparentemente solo finti oggetti di cartone, quindi si trattava probabilmente dei lanciamissili mobili distrutti di cui il nostro governo si era apparentemente vantato.

 

Inoltre, Posto ha spiegato che i nuovi missili balistici iraniani sono spesso dotati di più esche o di testate submunizioni, queste ultime in grado di produrre un bombardamento a saturazione di un'area bersaglio.

 

Ha sottolineato che gli iraniani disponevano di un'enorme riserva di grandi droni d'attacco, ciascuno dotato di una testata da 200 libbre sufficientemente potente da distruggere un sistema radar.

Pertanto, i difensori americani e israeliani non potevano ignorare tali attacchi e sarebbero stati costretti a spendere uno o più intercettori da 4 milioni di dollari per un drone che probabilmente sarebbe costato solo tra i 10.000 e i 30.000 dollari.

 

Quel che è ancora peggio per i loro avversari è che gli iraniani avevano equipaggiato alcuni dei loro droni con sistemi di comunicazione satellitare Iridio, in grado di trasmettere immagini video ai loro controllori umani, consentendo così di colpire con precisione determinati edifici o siti militari.

 

Tutti questi fattori tecnologici sembravano dare agli iraniani un vantaggio notevole nell'attuale situazione bellica.

Domenica sera il Prof. Diesel ha rilasciato un'ulteriore intervista di un'ora a Posto, nella quale quest'ultimo ha affinato e ampliato la sua discussione sulla maggior parte di questi stessi punti.

 

Tra le altre cose, ha spiegato di aver trascorso gli ultimi trent'anni a spiegare regolarmente ai massimi funzionari del Pentagono quanto facilmente i loro sistemi di difesa antimissile potessero essere facilmente sconfitti da queste contromisure, e gli iraniani stavano ora dimostrando che questa analisi era del tutto corretta.

 

Ma, cosa ancora più importante, ha sottolineato la sua profonda preoccupazione per il fatto che la guerra con l'Iran possa essere sul punto di trasformarsi in una guerra nucleare.

Ha ripetutamente descritto Netanyahu come "un maniaco omicida" che potrebbe essere sul punto di usare armi nucleari contro l'Iran perché Israele non ha altra scelta per far fronte al bombardamento incessante di missili balistici e droni iraniani.

Quel che è peggio è che gli stessi iraniani erano una potenza nucleare di soglia e, se fossero stati attaccati con armi nucleari, nulla avrebbe potuto impedir loro di assemblare rapidamente forse dieci piccole testate atomiche e di lanciarne alcune contro Israele per rappresaglia, producendo così il tipo di scenario da incubo che il mondo teme da più di tre generazioni.

 

Posto temeva fortemente che un simile scambio nucleare non sarebbe rimasto confinato al Medio Oriente e avrebbe potuto facilmente sfociare in una guerra nucleare globale su vasta scala.

Posto e altri sono convinti che il mondo stia affrontando un grave rischio di guerra nucleare e le opzioni valide sembrano essere poche, quindi potrebbe valere la pena valutare quali potrebbero essere le meno peggiori.

 

Consideriamo che l'Iran sia riuscito a imporre con successo un blocco navale dello Stretto di Hormuz senza schierare una sola nave e senza sparare un solo colpo.

Nel mio articolo della scorsa settimana, ho sostenuto che la Cina potrebbe imporre un blocco aereo/navale altrettanto rigido sulla propria provincia riconosciuta di Taiwan utilizzando mezzi molto simili.

Due settimane fa, un importante articolo del New York Times riportava le implicazioni:

 

Secondo i funzionari, un blocco cinese di Taiwan potrebbe soffocare la fornitura di chip per computer prodotti sull'isola e mettere in ginocchio l'industria tecnologica statunitense...

 

"La più grande minaccia per l'economia mondiale, il più grande punto di fallimento, è che il 97% dei chip di fascia alta è prodotto a Taiwan", ha dichiarato il Segretario al Tesoro Scott Besson il mese scorso al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, esagerando leggermente le stime del settore.

 "Se quell'isola fosse sotto assedio, se quella capacità produttiva venisse distrutta, sarebbe un'apocalisse economica"...

 

Un rapporto confidenziale commissionato nel 2022 dalla “Semi-conduttore Industry Association” per i suoi membri, tra cui figurano le maggiori aziende statunitensi produttrici di chip, affermava che tagliare la fornitura di chip da Taiwan avrebbe portato alla più grande crisi economica dai tempi della Grande Depressione.

La produzione economica statunitense sarebbe crollata dell'11%, il doppio rispetto alla recessione del 2008…

 

Ma ora più che mai è diventato chiaro che Taiwan è fondamentale per la sopravvivenza economica dell'America, soprattutto perché l'intelligenza artificiale, sviluppata utilizzando chip realizzati a Taiwan, guida il mercato azionario statunitense e alimenta la crescita economica...

 

…la Semi conduttore Industry Association ha incaricato McKinsey di dare un'occhiata. Sono partiti da una domanda fondamentale: cosa succederebbe se le aziende non riuscissero a procurarsi chip dall'isola?

 

Una sintesi del rapporto si apriva con una mappa di Taiwan che illustrava dettagliatamente quanto l'isola sia fondamentale per l'economia globale.

Taiwan ha generato circa 10.000 miliardi di dollari del prodotto interno lordo mondiale.

Ha prodotto chip per iPhone e più della metà dei cosiddetti chip di memoria per automobili, ed è stata leader nell'assemblaggio di chip per l'intelligenza artificiale...

 

Altri rapporti, tra cui uno del servizio di ricerca “Bloomberg Economica” , stimano che un conflitto costerebbe all'economia globale più di 10 trilioni di dollari.

Pertanto, ho sostenuto che una semplice dichiarazione cinese di un blocco aereo/marittimo di Taiwan avrebbe provocato un crollo immediato dell'attuale bolla di intelligenza artificiale americana e del suo intero sistema finanziario:

Negli ultimi anni, il gigantesco boom dell'intelligenza artificiale ha spinto i valori di mercato delle principali aziende tecnologiche a livelli senza precedenti.

Si è ampiamente sostenuto che stiamo vivendo un'evidente bolla dell'intelligenza artificiale, con migliaia di miliardi di dollari stanziati per spese in conto capitale in quel settore.

 In effetti, secondo alcune stime, l'America sarebbe probabilmente già caduta in recessione nel 2025 se non fosse stato per l'enorme spesa in data center e altri progetti legati all'intelligenza artificiale, con l'intelligenza artificiale che ha rappresentato il 40% dell'intera crescita del PIL americano lo scorso anno.

La nostra economia è stata inoltre sostenuta dall'"effetto ricchezza" dei consumatori prodotto dall'enorme rialzo dei titoli tecnologici, quasi interamente trainato dal boom dell'intelligenza artificiale.

 

Le sette maggiori aziende per valore di mercato sono tutte aziende tecnologiche, in gran parte sostenute dalle prospettive dell'intelligenza artificiale, e il loro valore totale supera i 20.000 miliardi di dollari.

Altre aziende tecnologiche, pubbliche o private, aggiungono molte migliaia di miliardi di dollari al loro valore di mercato aggiuntivo...

 

Potrei facilmente immaginare i titoli tecnologici più grandi e sopravvalutati crollare del 50% o più, cancellando migliaia di miliardi di dollari di ricchezza degli investitori.

Gli hedge fund sovra indebitati andrebbero sicuramente in fallimento, aggravando la situazione. Wall Street potrebbe assistere a uno dei peggiori crolli della sua storia...

 

Penso che ogni importante dirigente del settore tecnologico e ogni ricco investitore farebbero un'enorme pressione sui governi americano e taiwanese affinché si arrendessero...

Il governo americano non avrebbe altre opzioni possibili.

 

…in questo particolare momento, un blocco cinese di Taiwan equivarrebbe a mettere le mani sulla trachea di tutte le principali aziende tecnologiche occidentali, di tutti i ricchi investitori di Wall Street e, in larga misura, dell'intera economia americana.

Ora è il momento giusto per la Cina di colpire e far scoppiare la bolla dell'impero americano del presidente Donald Trump.

Penso che il risultato sarebbe un crollo finanziario americano che potrebbe portare a una rapida resa, costringendo alla fine immediata della guerra con l'Iran e salvando il mondo da un imminente disastro nucleare.

 

 

 

LA GUERRA SANTA TRA IL PARADISO

ISLAMICO E IL PARADISO FISCALE.

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (9 Marzo 2026) – Comidad – ci dice:

 

Il buffo caso del ministro Guido Crosetto, bloccato a Dubai dai missili iraniani, rischia di essere sottovalutato proprio a causa della sua comicità.

Ovviamente non ha alcun senso recriminare sul fatto che il governo italiano non fosse stato preavvertito dell’attacco all’Iran da parte del cosiddetto alleato USA o dal cosiddetto alleato israeliano, poiché questo era un dato scontato.

Il punto è che erano di pubblico dominio sia l’eventualità di un imminente attacco, sia il coinvolgimento nel conflitto di tutti i paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, visto che l’Iran lo aveva più volte preannunciato.

Era inoltre probabile che, rispetto allo scorso anno, il contrattacco iraniano partisse dopo pochi minuti, e non a molte ore dall’attacco israelo-americano, come invece era accaduto nel giugno scorso.

Si deve quindi constatare che il nostro ministro della Difesa ha mancato a qualsiasi norma di prudenza e di buonsenso; tanto più incauto perché a Dubai ci aveva spedito anche la famiglia.

 

Il ministro quindi non può pretendere che questa vicenda passi come una sua questione privata.

Se Crosetto non ritiene di dare lui le dovute spiegazioni, starà agli altri cercarle.

Crosetto è notoriamente un consulente del maggior appaltatore del ministero della Difesa, “Leonardo SPA”, che è presente in tutte le edizioni di quella grande vetrina delle armi che è l’”Airshow” che si svolge a Dubai.

In base alle informazioni fornite dal sito della stessa azienda, sappiamo che dal novembre dello scorso anno “Leonardo SPA” sta allestendo un insediamento industriale negli Emirati Arabi Uniti, insieme con investitori locali.

Nulla di strano perciò che il ministro della Difesa Crosetto fosse a Dubai in veste informale per fornire i suoi buoni uffici per la conclusione del mega-affare.

 

Se bisognava poi fornire una copertura al carattere ufficioso e riservato della missione d’affari di Crosetto, non appare tanto strana neppure la presenza della sua famiglia, a conferire l’apparenza di una vacanza.

 

Chi pensasse che Crosetto stesse a Dubai a gestire il flusso dei soldi, sarebbe fuori strada.

 In realtà è il flusso di soldi a gestire Crosetto. Se si sta in quel giro, non ci si può tirare indietro.

 In tutta la vicenda di questa assurda guerra, l’unico elemento costante è il flusso dei soldi.

 Uno dei maggiori donatori alle campagne elettorali di Donald Trump è Miriam Adelson.

Questa signora è un interessante ibrido mitologico, poiché combina le caratteristiche di “imprenditore del gioco d’azzardo” (cioè proprietaria di casinò) e di “filantropo”, in quanto gestisce un giro di donazioni per organizzazioni non profit di “beneficenza” a favore degli insediamenti di coloni israeliani in Cisgiordania.

 Pare che il missile iraniano che sabato scorso ha beccato nove coloni israeliani, abbia bruscamente interrotto proprio una riunione di beneficenza;

il che confermerebbe ciò che dice Trump sulla malvagità del regime iraniano.

Ora, cosa hanno in comune il gioco d’azzardo e la beneficenza?

Hanno in comune il fatto di essere strumenti privilegiati di riciclaggio di denaro, in quanto consentono entrambi di spostare grosse somme di denaro senza la pezza d’appoggio della fornitura di una merce o di un servizio a giustificare la transazione.

Rispetto al gioco d’azzardo, la beneficenza ha più virtù, infatti si avvantaggia dell’immunità fiscale.

 

A conferma del fatto che “Miriam Adelson “non rappresenta un esempio isolato ma, al contrario, è l’esponente di uno schema ricorrente e consolidato, c’è il caso di un altro proprietario di casinò e filantropo, “Irving Moskowitz,” anche lui benefattore e donatore degli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania.

Il quotidiano “Times of Israel” ha celebrato con toni accorati e nostalgici la memoria dell’illustre biscazziere/benefattore prematuramente scomparso a soli ottantotto anni.

Impressionante come siano commoventi i soldi.

 

Alcune organizzazioni palestinesi hanno obiettato che questo palese e sfacciato giro di evasione fiscale e di riciclaggio di denaro va a finanziare l’apartheid e il genocidio in Cisgiordania, perciò non potrebbe essere considerato beneficenza.

 Ma è una questione di punti di vista.

 

Mentre gli sciiti retrogradi e oscurantisti aspirano al paradiso islamico, i sionisti si fabbricano il loro paradiso fiscale, costituito dalle “non profit”.

 In questi giorni una pattuglia di iraniani di mestiere fa la spola tra le città italiane per pregare di bombardare l’Iran in nome della libertà. Insomma, le bombe dovrebbero cadere lì, ma intanto questi “iraniani” se ne starebbero al sicuro qui; solo i nostri media non notano la stranezza della cosa.

 

Ovviamente per la gran parte degli iraniani la vera minaccia è esistenziale, poiché non si tratta della fine del regime clepto-clericale, bensì di quello che è il vero obiettivo israeliano, cioè la balcanizzazione, la dissoluzione dell’Iran in tante entità tribali in perenne conflitto tra loro; insomma, un’altra Siria, un’altra Libia.

Ma per Israele preservare il flusso di denaro è altrettanto esistenziale.

Qui infatti non si tratta di scelte da ponderare caso per caso in base al grado di consapevolezza e alla volontà:

se stai nel giro del denaro, per te la pace rappresenta una minaccia esistenziale, perché soltanto se la sopravvivenza di Israele è continuamente messa in pericolo da Israele stesso, si riesce a mobilitare una tale quantità di soldi.

 

La narrativa occidentalista ci fa credere che la minaccia alla pace provenga dal mitico dittatore pazzo, e forse invece il problema è il donatore pazzo.

Infatti le ONG non profit che veicolano soldi verso Israele, proliferano come metastasi.

Sono centinaia e centinaia; e non si riesce nemmeno ad aggiornare il loro numero poiché se ne aggiungono sempre di nuove.

(Comidad).

( comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=1318).

 

 

 

L’intelligenza artificiale e il

complesso militare-industriale.

Comedonchisciotte.org – Redazione CDC – (9 Marzo 2026) – Movisol – ci dice:

L’intelligenza artificiale è molto più integrata nelle politiche di difesa delle grandi potenze di quanto si possa pensare, nonostante i suoi evidenti limiti.

Il pericolo di affidarsi a tali tecnologie nel mondo reale è stato recentemente sottolineato in una serie di “scenari di guerra” condotti dal professor “Kenneth Payne” del “King’s College “di Londra.

 Lo studio ha messo a confronto tre modelli leader di IA:

 GPT-5.2, Claude Sonnet 4 e Gemini 3 Flash –

in un “torneo” di 21 scenari simulati di crisi nucleare, al fine di testare le forme emergenti di quella che il professore chiama “psicologia delle macchine” in tali condizioni.

 

Nel 95% dei casi, il conflitto è degenerato fino all’uso di armi nucleari tattiche in almeno uno dei modelli di IA e nel 75% dei casi, fino all’impiego di armi nucleari strategiche!

Secondo il professor Payne, nessuno dei modelli ha mai scelto la conciliazione o la resa.

 Anche se erano disponibili “otto opzioni esplicite di de-escalation”, nessuna di esse è mai stata utilizzata.

 Gli strateghi della difesa ci assicurano che non verrebbero mai effettuati attacchi militari senza l’intervento umano per prendere la decisione finale, ma molti temono che in momenti di estrema pressione temporale e incertezza, si potrebbero prendere scorciatoie.

(kcl.ac.uk/shall-we-play-a-game).

Nel frattempo, nel Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (ribattezzato Dipartimento della Guerra), è scoppiata un’altra disputa riguardante questo argomento.

Dal 2024, il Pentagono utilizza, su reti protette, il modello di intelligenza artificiale” Claude” di” Anthropic” per l’analisi delle informazioni, le operazioni informatiche e la pianificazione delle missioni.

Tuttavia, l’amministratore delegato “Dario Amodei” ha posto due limiti al suo utilizzo:

nessuna sorveglianza di massa degli americani e nessuna arma completamente autonoma.

 L’attuale IA, ha sostenuto, non è abbastanza affidabile per prendere decisioni letali senza l’intervento umano e la raccolta di dati in massa sui cittadini senza mandato è incompatibile con la democrazia che le forze armate hanno il compito di difendere.

 

Il “Dipartimento della Guerra”, sostenendo che non aveva intenzione di violare nessuna delle due condizioni, ha comunque chiesto che tali impegni etici fossero rimossi.

Il 27 febbraio, quando “Anthropic” ha rifiutato, il Segretario alla Guerra “Pete Hester” l’ha definita un “rischio per la sicurezza nazionale nella catena di approvvigionamento”.

Con effetto immediato, ha affermato, nessun appaltatore militare avrebbe dovuto intrattenere rapporti commerciali con l’azienda.

Mentre “Anthropic” sta contestando la decisione in tribunale, l’amministratore delegato di Open AI, “Sam Altman”, ha annunciato quasi immediatamente che la sua azienda aveva raggiunto un accordo per l’uso sulla rete riservata del Pentagono.

Ha precisato che l’accordo include gli stessi divieti di sorveglianza e armi autonome che esigeva Anthropic, ma ciò sembra altamente improbabile.

 

Anche se il Pentagono è autorizzato a ordinare alle aziende di fornire determinati beni fisici in tempo di guerra, questa è la prima volta che un governo minaccia di farlo per costringere un’azienda a produrre e consegnare un prodotto che l’azienda ha scelto di non produrre, in questo caso un sistema di intelligenza artificiale senza restrizioni di sorveglianza interna o l’uccisione autonoma.

 Quando un governo esige non solo che le aziende gli vendano i propri prodotti, ma anche che li producano secondo le sue specifiche e rinuncino ai propri vincoli etici pena l’inserimento in una lista nera, esso va oltre il semplice “approvvigionamento” e si avvicina al corporativismo diretto dallo Stato.

(Movisol)

(movisol.org/lintelligenza-artificiale-e-il-complesso-militare-industriale/).

 

 

 

 

La nuova fase della guerra

commerciale tra America e Cina,

e il rischio di un collasso globale.

 Linkiesta.it - Alessandro Cappelli- (17 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Dazi, navi e terre rare, Trump sfida XI Jinping con minacce e retorica aggressiva per rassicurare il suo elettorato Maga. Ma così scuote i mercati e manda nel caos la logistica mondiale.

 

Con l’amministrazione Trump le polemiche e i litigi diplomatici si ripetono con insospettabile ciclicità.

Dopo aver fatto da regista per la pace in Medio Oriente – sulla cui tenuta è bene sospendere il giudizio –, in settimana Donald Trump è tornato a parlare di economia, dazi e guerra commerciale con la Cina.

 Su Truth Social ha promesso «dazi del cento per cento su ogni prodotto cinese».

Potrebbe aver fatto copia e incolla da un post di aprile o di luglio.

Una storia che va avanti così da quando è tornato alla Casa Bianca, sempre uguale. O quasi.

Perché poche ore dopo Trump ha cambiato registro:

 «Non bisogna preoccuparsi della Cina, andrà tutto bene! Gli Stati Uniti vogliono aiutare la Cina, non danneggiarla!».

In quarantotto ore, la politica commerciale americana è passata dalla guerra totale all’abbraccio strategico.

E i mercati, dopo un tonfo e un rimbalzo, hanno ricordato l’acronimo “Taco”: “Trump Always chickens out”, alla fine il presidente se la fa sotto.

 

«I messaggi contrastanti sembrano aver aperto una finestra sul tira e molla di Trump», ha scritto il New York Times.

Da un lato c’è l’istinto populista da campagna elettorale, il bisogno ontologico di parlare alla pancia dell’America manifatturiera, l’idea che i dazi siano una prova di forza patriottica.

Dall’altro, la consapevolezza – se non di Trump, almeno di qualcuno nella sua cerchia – che la Cina sia un partner commerciale essenziale e un avversario che conviene maneggiare con cautela.

 

Le contraddizioni di suoi annunci si riflettono nelle reazioni dei mercati. Quando Trump minaccia, le borse cadono; quando fa marcia indietro, risalgono.

 È una diplomazia da montagne russe, in cui ogni tweet o post su Truth Social muove miliardi di dollari e qualche punto nei sondaggi del Midwest, fondamentale in vista delle elezioni di midterm di novembre 2026.

In questo caso la giravolta è arrivata nel momento più delicato della nuova guerra commerciale tra Washington e Pechino, un conflitto che non riguarda più solo prodotti di consumo, chip e semiconduttori, ma arriva a strutture e infrastrutture, ai porti, alle navi, al mare.

Tutto è cominciato con le terre rare.

 Giovedì scorso Pechino ha imposto nuove restrizioni all’esportazione di questi minerali strategici, citando ragioni di sicurezza nazionale.

È una mossa che vale più di qualsiasi minaccia a parole, perché la Cina produce oltre il novanta per cento delle terre rare lavorate al mondo e controlla circa il settanta per cento delle attività minerarie globali.

Come ha ricordato il Guardian, «la stretta cinese sulla filiera globale delle terre rare è stata un punto di svolta nella guerra commerciale».

Perché si tratta di elementi indispensabili per produrre chip, batterie, motori elettrici, armi di precisione e ogni genere di tecnologia avanzata. Per questo Trump ha risposto definendo la decisione cinese «sinistra e ostile», annunciando dazi generalizzati del cento per cento su tutte le importazioni cinesi.

 In pratica, una mossa che avrebbe potuto far saltare le catene di approvvigionamento globali.

Eppure, come spesso accade, alla furia ha fatto seguito la carezza.

 In poche ore, la Casa Bianca ha provato a correggere il tiro con il messaggio di ammorbidimento – strappo ricucito a metà: i mercati asiatici erano già crollati e le imprese americane avevano già messo in pausa ordini e contratti.

Secondo gli analisti dell’”Atlantic Council”, Trump avrebbe interpretato le nuove restrizioni cinesi come un affronto:

Pechino avrebbe violato una tregua temporanea concordata in primavera.

Ma lo stesso team della Casa Bianca – dal Segretario del Tesoro Scott Besson al vicepresidente J.D. Vance – continua a predicare calma, perché a fine ottobre dovrebbe esserci un bilaterale con XI Jinping in Corea del Sud.

E come sempre, anche stavolta, Trump vorrebbe presentarsi come il gran maestro delle trattative.

 

Nel frattempo, scrive la BBC, la guerra dei dazi si è spostata dalla terraferma al mare.

Da martedì 14 ottobre, Stati Uniti e Cina hanno iniziato ad applicare nuove tasse portuali alle rispettive navi.

Washington sostiene che le imposte servano a «sostenere la cantieristica navale americana» e a ridurre la dipendenza da compagnie cinesi.

Pechino le considera misure «discriminatorie» e ha risposto imponendo dazi su tutte le navi di proprietà statunitense o battenti bandiera a stelle e strisce.

 «I dazi raggiungeranno i 1.120 yuan a tonnellata nel 2028», scrive la BBC, cifre che per una grande nave cargo significano fino a dieci milioni di dollari in tasse portuali.

 

La conseguenza più ovvia per una politica così aggressiva è un gigantesco effetto domino lungo tutte le catene di approvvigionamento. Le compagnie cinesi ridurranno i viaggi verso gli Stati Uniti, i costi di spedizione saliranno, i container saranno sempre pochi. E, come ha sintetizzato un analista citato da Politico, «potremmo vedere scaffali vuoti durante il periodo natalizio», almeno negli Stati Uniti. Il paradosso è che le misure di Trump pensate per difendere la produzione nazionale finiscono per far salire i prezzi ai consumatori americani: un classico del trumpismo economico, dove la politica commerciale è prima di tutto uno spettacolo di potenza simbolica, con effetti nulli o controproducenti.

 

I dazi sono l’artiglieria pesante della retorica trumpiana, servono per decantare la rinascita industriale americana, un modo per rassicurare i sindacati, mobilitare l’elettorato operaio, mostrare che “America First” non è solo uno slogan.

 D’altronde, lo ha scritto in settimana “Politico”, le nuove misure nascono da una petizione presentata dai sindacati dei lavoratori metalmeccanici e dei lavoratori aerospaziali:

la Cina, dicono, ha «danneggiato in modo irreparabile» la cantieristica americana.

Trump ha colto l’occasione e applicato tasse portuali, incentivi federali, e un ordine esecutivo per ripristinare il predominio marittimo americano.

È una narrazione semplice e perfetta per un’America che, dopo decenni di globalizzazione, vuole credere di poter tornare a costruire tutto da sola.

Pur sapendo che si tratta di un obiettivo irrealizzabile: oggi meno dell’un per cento delle navi statunitensi che attraccano in Cina batte bandiera americana.

 È una guerra simbolica, più utile alla propaganda che alla produzione.

Solo pochi mesi fa, Washington e Pechino sembravano vicini a una tregua. Era stato trovato un compromesso su “TikTok”, alcuni dazi erano stati ridotti, c’era stata perfino una delegazione di parlamentari americani in visita in Cina per la prima volta dal 2019.

 Poi è bastato un nuovo pacchetto di controlli sulle esportazioni di chip perché tutto saltasse di nuovo.

 

 

 

 

L'ennesimo conflitto tra Pakistan

e Afghanistan è anche il segno

delle tensioni tra Usa e Cina.

Lavialibera.it-Lucia Vastano- (2- 3 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

La guerra Pakistan-Afghanistan riesplosa la notte del 26 febbraio può essere letta come uno scambio di messaggi tra Usa e Cina.

 Trump ha manifestato la volontà di riprendersi la base militare di Bagram, a nord di Kabul, ma la presenza americana nella capitale rappresenterebbe una sfida non certo gradita a Pechino.

 

Dalla notte del 26 febbraio 2026 l’Afghanistan è di nuovo in guerra con il Pakistan, che ha sferrato bombardamenti aerei sulla capitale Kabul, su Kandahar, Ghazni e sulle rispettive province, in risposta agli attentati talebani oltre i confini orientali di Gorham.

È la sera di venerdì 27 febbraio quando riesco a mettermi in contatto con Mohammad, amico e giornalista di Kabul:

 “Le bombe hanno colpito la zona dell’aeroporto e dell’Almond Palace, lontano dal centro. L’attacco era nell’aria, ma noi afghani sappiamo che in pentola bolle molto altro.

Dopo una mattina di paura in attesa del peggio, la vita è tornata alla normalità, la nostra normalità che ci ha abituato alle esplosioni, anche se questa volta abbiamo temuto che la situazione potesse degenerare. Forse accadrà domani, magari appena oltre i nostri confini”.

 

La pericolosa ambiguità del Pakistan.

 

Parole profetiche le sue.

 L’Iran è sotto attacco da Israele e Usa, e l’ayatollah Ali Khamenei, da 37 anni guida suprema del clero sciita, è stato “neutralizzato” insieme ai vertici del regime.

La fine della dittatura, secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sarà conclusa in una decina di giorni.

Ma cosa succederà dopo?

Chi occuperà il vuoto di potere lasciato dal regime?

Sarà Ali Larijani, politico e comandante delle guardie rivoluzionarie (ha represso nel sangue la rivolta dei giovani iraniani), o Reza Pahlavi, erede del defunto shah, gradito ad americani e israeliani?

 O la ricerca del nuovo leader condurrà alla guerra civile?

 Come reagiranno gli stati già coinvolti nel conflitto, dal Dubai, al Kuwait, al Qatar, all’Oman?

Afghanistan come cartina di tornasole.

L’Afghanistan ci può aiutare a capire.

 Il suo territorio è come il prezzemolo, lo sfruttano tutti, da secoli, per la sua posizione strategica.

Mohammad è già al lavoro dall’alba:

“Questa mattina sono continuati gli attacchi aerei pakistani su Kabul – racconta – ed è entrata in azione la contraerea talebana.

Si parla di numerose vittime, soprattutto verso i confini a Jalalabad, ma la notizia non è stata ancora confermata.

C’è stato poi l’attentato all’ambasciata Usa a Islamabad.

Ricordo che il Pakistan è sostenuto dalla Cina.

Non è un caso che da tempo Trump ha manifestato la volontà di riprendersi la base militare di Bagram (100 chilometri a nord di Kabul) ceduta ai talebani nell’agosto 2021”.

 

L’Afghanistan ci può aiutare a capire. Il suo territorio è come il prezzemolo, lo sfruttano tutti, da secoli, per la sua posizione strategica.

Trump avrebbe già pagato 45 milioni di dollari.

 La notizia non è stata confermata, ma il presidente degli Usa ha ripetuto più volte che è la cosa giusta da fare:

 “È una delle basi aeree più forti del mondo, in termini di potenza e di lunghezza della pista. Ci serve per la nostra sicurezza”.

A meno di un’ora di volo vi è la fabbrica nucleare cinese dove si lavora a pieno ritmo per colmare, entro il 2030, il gap di missili con gli Usa (circa 500 a fronte di 5.000).

Tornare a Bagram sarebbe un messaggio chiaro per Pechino.

 Siamo qui, vi teniamo d’occhio.

“I talebani – continua Mohammad – sono reticenti per gli stretti rapporti americani con Israele.

Alcune fonti danno però per scontato che i soldi siano già nelle loro tasche.

‘I nostri due Paesi hanno bisogno di interagire e possono avere relazioni economiche e politiche basate sul reciproco rispetto e su interessi comuni’, le parole di “Zakir Jalla”, direttore del ministero degli Esteri afghano, sembrano confermare questa tesi”.

 

Uno scambio di messaggi tra Usa e Cina.

La guerra Pakistan-Afghanistan è in fondo questo:

uno scambio di messaggi tra Usa e Cina.

E anche all’India di Modi, che ha rafforzato i suoi rapporti con Israele e comprato il porto di Haifa per sottrarlo alle mire del PCC.

 “L’Afghanistan dipende dai cinesi. Quasi tutti i prodotti di consumo sono made in China e così molti investimenti. La presenza americana rappresenterebbe una sfida non certo gradita a Pechino”.

 

Afghanistan, vent'anni fa la fuga dai bombardamenti Usa.

Siamo tornati all’Ottocento, ai tempi del Grande gioco, più propriamente definito dai russi il “Torneo delle ombre”.

 Molte sono le ombre che muovono la politica mondiale.

A subire sono però sempre e soprattutto i civili.

 Da anni gli afghani residenti in Pakistan sono espulsi con la forza. Considerati, famiglie comprese, terroristi talebani.

 “La polizia pakistana ci dà la caccia. Ci vengono a prendere a casa, nei nostri negozi. Molti miei amici sono stati torturati”, dice Asif, che vende stoffe al Saldar bazaar di Peshawar.

 “Non so cosa fare – continua –, in Afghanistan non ho più nessuno, i talebani mi hanno ammazzato i parenti. Qui non ci vogliono, la diplomazia internazionale ci ignora. Non contiamo per nessuno.

 Molti di noi scavalcavano i confini con l’Iran nella speranza di raggiungere la Turchia.

Ma ora sarebbe come cadere dalla padella alla brace”.

 

Siamo tornati all’Ottocento, ai tempi del Grande gioco, più propriamente definito dai russi il Torneo delle ombre. Molte sono le ombre che muovono la politica mondiale.

“Queste notti Kabul non ha dormito. La nostra vita era già dura, ora sarà ancora peggio. Vi prego, ascoltateci, dateci una mano”, dice Alina, che prima del ritorno dei talebani era infermiera all’Indira Gandhi Children Hospital.

Da anni chiede aiuto: “La mia famiglia ha le carte in regola per ottenere i visti. Abbiamo il diritto di salire su un aereo, destinazione pace, ovunque essa sia. Forse adesso che ci bombardano ci prenderanno in considerazione”, aggiunge disperata.

 Non vuole capire che per l’Occidente il diritto internazionale viene dopo altri interessi.

Il cinismo, l’indifferenza, l’impotenza hanno corroso l’anima anche di chi tra noi vorrebbe fare qualcosa.

 Ci limitiamo a guardare.

Così non può che fare anche l’Onu, sopraffatta dal “Board of peace”.

Libertà dai tiranni, giustizia? Specchietti per le allodole.

“Hi my friend please, please answer my message”, mi scrive Rose.

Anche lei, figlia di un pashtun scappato in Turchia, in cerca di aiuto. Alda, ancora bimba, mi invia i suoi disegni, ritratti degli eroi Manga giapponesi.

“Mi piace tantissimo dipingere su tela. Questo significa che nel futuro diventerò una grande pittrice.

 Per questo mi fai venire nel tuo Paese?”.

 “L’Afghanistan e la sua gente sono solo una pedina nel gioco della pace. Un giorno potreste anche voi diventarle, magari già lo siete”, mi saluta Mohammad sarcastico.

 Di questi tempi la parola pace fa paura.

Ma noi abbiamo Sanremo.

 

 

 

 

Il secolo cinese di Donald Trump: sabotando gli Stati Uniti, la Casa Bianca rafforza la Cina di XI.

Legrandcontinent.eu – (11 giugno 2025) – Louis de Matheu – Inchiesta – ci dice:

 

Interviste Asia orientale.

 

Kyle Chan — Con le sue azioni irrazionali, l'amministrazione Trump sembra fare di tutto per preparare l'avvento di un secolo cinese.

Sabotando i pilastri stessi che hanno reso possibile la prosperità economica americana – ricerca scientifica all'avanguardia, inclusione nell'economia globalizzata, attrattiva internazionale, Stato di diritto – le politiche di Trump incoraggiano un'ascesa cinese di cui ancora fatichiamo a comprendere la portata.

 

Il lavoro di Kyle Chan documenta questo grande capovolgimento, che noi incontriamo.

Lei ha recentemente pubblicato un editoriale sul” New York Times “ in cui spiega che molte delle misure adottate dall’amministrazione Trump potrebbero danneggiare gli interessi politici ed economici a lungo termine degli Stati Uniti e aprire la strada a un “secolo cinese”.

 Tra le numerose misure e decreti attuati dal 20 gennaio, quali ritiene più significativi?

Mi limiterò a sottolineare quelle che sono state prese in tre settori che sono stati storicamente alla base della potenza degli Stati Uniti e che, a mio avviso, l’amministrazione Trump ha recentemente minato.

 

Il primo settore è quello degli investimenti nella ricerca e sviluppo pubblici.

Comprende il finanziamento di agenzie e istituzioni come la “National Science Foundation”, i “National Institutes of Health”, il “Dipartimento dell’Energia”, nonché le università e parte del settore privato che contribuiscono a creare un ecosistema di ricercatori scientifici all’avanguardia.

Questi meccanismi sono alla base di tutto ciò che gli Stati Uniti hanno costruito nel corso dell’ultimo secolo.

 Oggi l’attenzione è maggiormente focalizzata sulle grandi aziende come “Nvidia” o “Google”, o su alcuni imprenditori, ma tutti questi successi esistono grazie alle basi scientifiche che gli Stati Uniti hanno sviluppato nel corso di un lungo periodo.

L’amministrazione Trump sta riducendo i finanziamenti in questi settori, compromettendo gravemente la ricerca scientifica a lungo termine.

Va anche notato che gli effetti non saranno immediatamente visibili. Ovviamente dovremo affrontare il malcontento dei ricercatori che non potranno svolgere il loro lavoro nell’immediato, ma l’impatto sull’intero Paese si manifesterà solo dopo un certo tempo e sarà molto più significativo di quanto si possa immaginare oggi.

L’impatto sull’intero Paese si manifesterà solo dopo un certo tempo e sarà molto più significativo di quanto si possa immaginare oggi.

 

Kyle Chan

Il secondo settore è quello dell’immigrazione.

 

Gli Stati Uniti hanno un vantaggio di lunga data su molti altri paesi in questo settore, in particolare rispetto alla Cina, nella “guerra dei talenti” in cui cercano di attirare le persone più brillanti e qualificate del mondo.

 

Oggi, però, l’amministrazione Trump sta allontanando gli stranieri, compresi ricercatori e imprenditori, che potrebbero creare la prossima impresa high-tech negli Stati Uniti o svolgere lavori pionieristici nel campo della tecnologia quantistica, ad esempio. Questi talenti potrebbero quindi prendere in considerazione altre destinazioni che ritengono meno ostili agli stranieri.

 

L’incertezza sullo status dei visti negli Stati Uniti, anche per i titolari di permessi di soggiorno che in precedenza costituivano una categoria molto stabile e protetta dalla legge, sta anche portando alcuni a riconsiderare i loro piani di viaggio all’estero. Conosco personalmente molte persone che ora temono di non poter tornare negli Stati Uniti se partono per una conferenza nel Regno Unito o in altre parti del mondo. Tutto questo sta seminando paura in tutta la comunità degli stranieri negli Stati Uniti, una comunità che ha svolto un ruolo cruciale sotto molti aspetti per l’industria e la ricerca.

 

L’ultimo elemento decisivo riguarda i dazi doganali.

 

Qual è la sua opinione sui dazi doganali introdotti da Trump?

I dazi hanno una loro ragion d’essere — se applicati in modo selettivo e con attenzione.

Ma non è ciò che sta facendo l’amministrazione Trump.

 Non hanno una strategia. Non hanno un piano. Cambiano direzione continuamente — e con «loro» intendo in realtà “lui”, Trump stesso, perché alla fine tutto si riduce a lui.

 

In realtà, queste misure danneggiano la competitività delle industrie americane. Sono contrarie all’obiettivo stesso che Trump sta cercando di raggiungere, ovvero rilanciare l’industria manifatturiera e rendere gli Stati Uniti nuovamente competitivi in alcuni settori: dall’industria siderurgica e navale alle industrie high-tech.

I dazi doganali rendono molto più difficile l’acquisto di materie prime e l’importazione di macchinari e attrezzature da altre regioni del mondo, in particolare dall’Europa, dalla Cina e da altri paesi asiatici. Ironia della sorte, il ritorno dell’industria manifatturiera negli Stati Uniti richiederebbe l’adozione di numerose misure che sono diametralmente opposte a quelle attualmente attuate dall’amministrazione Trump.

 

 I dazi hanno una loro ragion d’essere — se applicati in modo selettivo e con attenzione. Ma non è ciò che sta facendo l’amministrazione Trump. Non hanno una strategia. Non hanno un piano

 

Kyle Chan

Nel complesso, penso che questo crei purtroppo una situazione ideale per minare la leadership americana in molti settori.

 

Si potrebbe pensare anche a un quarto ambito in cui l’attuale governo americano sta minando un pilastro essenziale della prosperità degli Stati Uniti: lo Stato di diritto.

 Non crede che questo potrebbe avere un forte impatto, forse anche più delle altre questioni?

Assolutamente sì. Si potrebbe dire che lo Stato di diritto è “il pilastro dei pilastri”, un elemento ancora più decisivo degli altri.

 

Lo Stato di diritto è l’aspetto più fondamentale – insieme alla democrazia stessa – degli Stati Uniti.

 È al centro non solo del potere americano, ma anche dei valori e dell’identità degli Stati Uniti come nazione.

 Gli attacchi allo Stato di diritto, al sistema giudiziario o agli studi legali contribuiscono realmente a minare uno dei pilastri più importanti della prosperità americana.

 

Lo stesso vale per le manovre dell’amministrazione Trump, che cerca di avvicinarsi alle zone grigie della legge, o addirittura di oltrepassarle, per poi affermare di non aver fatto nulla di male.

 

Gli Stati Uniti starebbero diventando simili al loro principale rivale, la Cina?

Per spingere l’analogia un po’ oltre, si potrebbe dire che gli Stati Uniti si stanno avvicinando alla Cina nella misura in cui aumenta l’influenza di un singolo individuo sull’economia politica e il peso che lo Stato può esercitare sulle imprese private e sui cittadini.

 

Trump non può arrestare tutti i giudici e gli avvocati, ma può esercitare un’enorme pressione utilizzando i poteri del governo federale.

Ad esempio, può vietare l’accesso degli studi legali agli edifici federali:

una misura che può sembrare banale nella sua semplicità, ma che impedisce completamente a uno studio legale di svolgere il proprio lavoro.

Questo tipo di leva è familiare a tutti coloro che conoscono la Cina e il modo in cui lo Stato esercita tutto il suo potere sul settore privato.

 

Tuttavia, nel complesso, oggi in Cina il sistema è più stabile che negli Stati Uniti in termini di politica economica e orientamento generale delle priorità politiche. Non credo che i diritti delle imprese private siano necessariamente meglio tutelati in Cina, certamente no. Ma penso che questo tipo di stabilità offra molti vantaggi.

 

Nel complesso, oggi in Cina il sistema è più stabile che negli Stati Uniti.

 

Kyle Chan.

Un tempo i ruoli erano ben distinti: Stato di diritto negli Stati Uniti, “Stato per diritto” in Cina.

Oggi Washington sembra sempre più governata dagli stati d’animo e dai capricci del presidente.

 

Secondo lei, quale potrebbe essere l’impatto a lungo termine delle misure dell’amministrazione Trump sugli Stati Uniti?

Le conseguenze sono ancora difficili da immaginare oggi, perché siamo abituati a un mondo in cui gli Stati Uniti dominano molti settori, in particolare la ricerca scientifica e medica, e dove molte delle loro aziende sono marchi riconosciuti a livello mondiale.

 

Tuttavia, ritengo che se si facesse una proiezione tenendo conto delle traiettorie attuali dei due paesi – una Cina che raddoppia la posta in gioco nell’industria manifatturiera, nella politica industriale e nelle industrie ad alta tecnologia, di fronte a Stati Uniti che, allo stesso tempo, si sabotano da soli – la possibilità di un “secolo cinese” diventa sempre più credibile.

 

Alcuni di questi effetti non si faranno sentire prima di un decennio o due. Ma a quel punto sarà troppo tardi per invertire la tendenza.

Se prendiamo l’esempio degli investimenti nella ricerca scientifica, sappiamo che le cure contro il cancro, o le medicine miracolose di domani, sono già allo studio nei laboratori.

 I progetti di ricerca che potrebbero portare a cure mediche tra diversi decenni devono essere avviati oggi.

 

Come si può capire che questi attacchi ai pilastri della prosperità americana siano politicamente possibili?

Sembra che ci troviamo di fronte a una reazione completamente eccessiva a rivendicazioni che da tempo preoccupano diversi settori dell’elettorato americano.

 

Oggi, chi ha votato per Trump constata che la sua amministrazione ha finalmente dato seguito a queste rivendicazioni, ma è andata ben oltre ciò che alcuni dei suoi elettori desideravano.

 

Gli attacchi alle università ne sono un esempio.

 

Diverse questioni sociali erano già fonte di preoccupazione, dalle proteste nei campus ai problemi legati alla diversità, al reclutamento e all’ammissione degli studenti.

Alcune di queste questioni erano oggetto di dibattiti di lunga data.

Ma l’amministrazione Trump sta affrontando queste questioni senza pensare alle conseguenze più ampie che ciò potrebbe avere, a scapito dell’economia e delle istituzioni americane.

 

Questo atteggiamento è in gran parte motivato dal desiderio di “punire” le università e un’élite liberale che gli elettori di Trump considerano indifferente alle loro preoccupazioni o incapace di rispondere adeguatamente.

 Cercando di interpretare tutto questo nel modo più benevolo possibile, si potrebbe vedere una forma di “vendetta” contro istituzioni da cui le persone si sentivano escluse o che non potevano controllare direttamente.

L’amministrazione Trump sta affrontando la questione delle università senza pensare alle conseguenze più ampie che ciò potrebbe avere — a scapito dell’economia e delle istituzioni americane.

 

Kyle Chan.

Alcune di queste tendenze sono globali.

 

Stiamo assistendo, ad esempio, all’ascesa dell’estrema destra populista in alcuni paesi europei o a un forte movimento di reazione antifemminista in alcune regioni dell’Asia.

Non si tratta quindi di un fenomeno esclusivamente americano, anche se Trump rappresenta forse una sorta di culmine di questa tendenza.

 

Ciò sembra comprensibile dal punto di vista degli elettori trumpisti, ma più difficile da accettare per l’élite tecnocratica che oggi svolge un ruolo centrale a Washington.

 Mentre Trump adotta misure sfavorevoli all’ecosistema della Silicon Valley, in particolare la riduzione dei fondi destinati alla ricerca scientifica, come si spiega la debolezza delle reazioni?

Penso che parte del “talento” politico di Trump – in mancanza di un termine migliore – risieda nella sua capacità di far credere che ogni persona e ogni gruppo di interesse possa trovare un vantaggio nelle sue politiche.

 

Si potrebbe pensare che i finanzieri di Wall Street vorrebbero, in teoria, che i mercati finanziari fossero stabili e che quindi sarebbero contrari a una serie di dazi doganali.

Ma hanno scelto di minimizzare questa possibilità, ritenendo che Trump non prendesse sul serio i dazi e che volesse usarli come strumento di negoziazione.

Si sono concentrati su ciò che volevano vedere: una deregolamentazione e regole più flessibili per il settore bancario.

 

Parte del “talento” politico di Trump risiede nella sua capacità di far credere che ogni persona e ogni gruppo di interesse possa trarre vantaggio dalle sue politiche.

 

Kyle Chan.

Quello che sta succedendo con la Silicon Valley è simile.

 

C’è stato un interessante dibattito all’interno del Partito Repubblicano sui lavoratori stranieri altamente qualificati.

 La Silicon Valley è favorevole all’arrivo di un maggior numero di immigrati altamente qualificati:

vuole vincere la “guerra dei talenti” e disporre di informatici in grado di creare modelli di intelligenza artificiale che la aiutino a trionfare. Vedeva in Trump qualcuno che l’avrebbe aiutata a costruire centri dati, a ridurre le formalità amministrative e ad alleggerire la regolamentazione, in particolare per le aziende della Big Tech.

 Per questo motivo tutti i CEO era presente alla sua inaugurazione, pagando ciascuno un milione di dollari per partecipare.

Hanno scelto di minimizzare la probabilità che Trump facesse tutte le altre cose che non sostengono necessariamente.

 

Nelle politiche di Trump, ogni gruppo di interesse ha visto solo ciò che voleva vedere e ignorato ciò che non gli piaceva.

Nel frattempo, Trump ha fatto ciò che voleva con una direzione che cambiava di giorno in giorno e che alla fine non corrispondeva alle aspettative di nessun gruppo.

 

«Nell'ambito del programma «Dieci città, mille veicoli», diverse città sono state selezionate per testare diverse misure.

Queste includevano sovvenzioni per l'acquisto di veicoli elettrici, l'installazione di stazioni di ricarica negli edifici, nei parcheggi e lungo le strade, ma anche strategie di acquisto pubblico.

Il comune di Shenzhen, ad esempio, ha acquistato autobus elettrici BYD per la flotta di autobus pubblici e auto elettriche BYD per la flotta di taxi controllata dalle autorità locali».

«La Cina sta cercando di preservare alcuni settori industriali con cui è legata da vent'anni, trent'anni, persino cinquant'anni, come quello tessile e quello degli elettrodomestici. Allo stesso tempo, però, molti non si sono resi conto che la Cina ha scalato la catena del valore per lanciarsi in settori ad alta tecnologia».

«Nell’ambito del programma «Dieci città, mille veicoli», diverse città sono state selezionate per testare diverse misure.

 Queste includevano sovvenzioni per l’acquisto di veicoli elettrici, l’installazione di stazioni di ricarica negli edifici, nei parcheggi e lungo le strade, ma anche strategie di acquisto pubblico. Il comune di Shenzhen, ad esempio, ha acquistato autobus elettrici BYD per la flotta di autobus pubblici e auto elettriche BYD per la flotta di taxi controllata dalle autorità locali».

«La Cina sta cercando di preservare alcuni settori industriali con cui è legata da vent’anni, trent’anni, persino cinquant’anni, come quello tessile e quello degli elettrodomestici. Allo stesso tempo, però, molti non si sono resi conto che la Cina ha scalato la catena del valore per lanciarsi in settori ad alta tecnologia».

Lei contrappone la linea di condotta dell’amministrazione Trump a quella della Cina.

A leggerla, sembrerebbe che la Cina sia in grado di guidare la propria economia nella giusta direzione.

Come funziona?

Si tratta di un sistema decisionale puramente centralizzato, in cui le politiche economiche vengono attuate senza il contributo dei governi locali o delle imprese?

È più complesso di così.

 

Non si tratta semplicemente di una struttura top-down.

 Il modello economico cinese si è allontanato dalla vecchia e piuttosto rudimentale struttura dell’economia pianificata.

Dopo aver provato questo sistema, i cinesi si sono resi conto che non permetteva loro di raggiungere obiettivi come l’aumento della produzione o lo sviluppo di industrie strategiche.

 

Oggi, quindi, il modello economico cinese si basa su diversi elementi.

 

Esiste un programma industriale, che comprende diverse politiche, volte a incoraggiare e sostenere lo sviluppo dei governi locali e delle imprese.

Al vertice della gerarchia c’è un segnale, o un piano, o anche semplicemente una lista di desideri, sull’orientamento generale dell’economia auspicata da Pechino, con piani come il Made in China 2025.

 Ma i dettagli dell’attuazione spettano ai governi locali, ai governi provinciali e ai singoli istituti di ricerca che cercano di concretizzare questi piani nella loro dimensione scientifica e tecnologica.

Gli obiettivi generali rimangono quindi piuttosto centralizzati.

Esiste una visione di come dovrebbe essere la Cina tra dieci, vent’anni o addirittura tra diversi decenni: un’economia high-tech e orientata all’industria manifatturiera.

Ma la maggior parte dei dettagli di attuazione sono lasciati alla discrezione degli altri attori del sistema.

 

È così che descriverei la situazione in Cina: un mix di controllo centralizzato e attuazione decentralizzata.

 

Potrebbe illustrare il funzionamento di questo sistema?

La politica in materia di veicoli elettrici ne è un buon esempio.

 

La Cina cerca da tempo di sviluppare la propria industria automobilistica.

Ha cercato di stringere partnership con aziende straniere come Volkswagen, General Motor e Toyota per produrre auto in Cina per il mercato cinese.

Questo ha funzionato bene per un certo periodo, ma molti lo hanno considerato un fallimento, in quanto questa politica non ha permesso alla Cina di diventare un attore veramente internazionale, ma solo di produrre auto per il mercato locale.

 

Un cambiamento importante è avvenuto quando l’attenzione si è concentrata sui veicoli elettrici, che includono veicoli a batteria elettrica, ibridi e a celle a combustibile a idrogeno. Poiché l’industria cinese non riusciva a battere direttamente gli attori industriali esistenti, i leader cinesi hanno capito che Pechino avrebbe potuto riuscirci adottando una nuova tecnologia.

 

Al vertice della gerarchia c’è un segnale, o un piano, o anche solo una lista di desideri, sulla direzione generale che Pechino vuole dare all’economia — ma i dettagli dell’attuazione spettano agli altri attori del sistema.

 

Kyle Chan.

Sebbene questo obiettivo generale fosse quello del governo centrale, molti dettagli sono stati lasciati alla discrezione dei governi locali, che hanno sperimentato diverse politiche.

 

Nell’ambito del programma “Dieci città, mille veicoli”, diverse città sono state selezionate per testare diverse misure. Queste includevano sovvenzioni per l’acquisto di veicoli elettrici, l’installazione di stazioni di ricarica negli edifici, nei parcheggi e lungo le strade, ma anche strategie di acquisto pubblico. Il comune di Shenzhen, ad esempio, ha acquistato autobus elettrici BYD per la flotta di autobus pubblici e auto elettriche BYD per la flotta di taxi controllata dalle autorità locali.

 

La misura più nota è senza dubbio l’uso della politica di restrizione delle targhe, inizialmente destinata a combattere il traffico e l’inquinamento atmosferico. È stato deciso che questa misura regolamentasse rigorosamente l’accesso alla città, ad eccezione dei veicoli elettrici, che consentivano quindi di aggirare un ostacolo molto costoso all’acquisto di un’auto in città. Ciò ha incoraggiato i cittadini con redditi medi e alti ad acquistare auto elettriche.

 

Alcune misure sperimentate a livello locale sono state estese a livello nazionale.

 La politica relativa alle targhe automobilistiche, inizialmente introdotta in città come Pechino e Shanghai, è stata così diffusa in molte altre città.

 

Questo tipo di misura è accompagnato anche da finanziamenti per la ricerca sulle batterie elettriche e dall’introduzione di dazi doganali o barriere commerciali nei confronti dei produttori di batterie giapponesi e coreani al fine di proteggere il mercato, almeno nel breve termine.

 

Direbbe che gli europei e gli americani non hanno compreso appieno il progresso tecnologico della Cina?

Molti occidentali hanno ancora un’immagine della Cina come produttore low cost di prodotti low tech.

A mio avviso, lo dimostra la dichiarazione di Trump secondo cui gli americani non hanno bisogno di acquistare così tante bambole o giocattoli dalla Cina. Ciò riflette l’idea che non abbiamo bisogno dei prodotti cinesi perché sono economici e di scarsa qualità.

 

Ovviamente è falso — ma non totalmente.

 

La Cina sta cercando di preservare alcune industrie con cui è legata da venti o trent’anni — se non cinquant’anni — come il tessile e gli elettrodomestici. Allo stesso tempo, però, molti non si sono resi conto che la Cina ha scalato la catena del valore per lanciarsi in settori ad alta tecnologia.

 

Potrebbe fare un esempio?

Nell’industria degli smartphone, questo passaggio a prodotti di fascia più alta è evidente.

 

La Cina ha iniziato dal basso, assemblando iPhone.

Un esercito di un milione di lavoratori svolge il tipo di lavoro che Trump ha promesso di riportare negli Stati Uniti.

 

Nel corso del tempo, le aziende cinesi hanno iniziato a inserirsi in alcune parti della catena del valore e sono diventate fornitori di diversi componenti.

Hanno iniziato con i componenti di fascia bassa, per poi passare a quelli di fascia alta, in particolare gli obiettivi, alcuni sensori e moduli per fotocamere, le batterie e, infine, i chip stessi, in particolare quelli di memoria.

 

Molti non si sono resi conto che la Cina aveva scalato la catena del valore per entrare in settori ad alta tecnologia.

 

Kyle Chan.

Si è trattato di una strategia deliberata del governo cinese: il recente libro Apple in China 2 tratta questo argomento.

Si tratta di un volume molto documentato che mostra come la Cina abbia cercato deliberatamente di ottenere sempre più valore e tecnologia sul proprio territorio.

 

Questo tipo di strategia viene costantemente applicata in tutti i settori, dai treni ad alta velocità agli aerei commerciali alle apparecchiature mediche.

 

Lo stesso vale per le apparecchiature di telecomunicazione e l’ascesa di Huawei.

Nel corso del tempo, la Cina ha fatto progressi settore dopo settore e Deep Seek è stato probabilmente il momento che ha permesso a molte persone al di fuori della Cina, che di solito non seguono questo fenomeno, di rendersene conto.

 

L’ascesa della Cina sembra ancora più accentuata se si considera che gli Stati Uniti sembrano essere in fase di declino… Ritiene tuttavia che alcuni ostacoli potrebbero frenare questa avanzata cinese?

Assolutamente sì, perché la Cina deve affrontare molte sfide.

 

Una di queste è quella delle esportazioni.

 

La Cina deve fare i conti con le reazioni negative di Europa, Stati Uniti, Brasile e India, molti dei suoi principali partner commerciali. Questi paesi non vedono di buon occhio l’afflusso di prodotti cinesi, in particolare quando questi sono in concorrenza con industrie che sono il cuore della loro economia.

 

Il miglior esempio è ancora una volta quello dell’industria automobilistica e dell’ascesa dei veicoli elettrici cinesi. In alcuni casi, vengono applicati dazi doganali e altre misure per cercare di affrontare questa situazione e preservare i posti di lavoro per paura di un possibile “shock cinese 2.0”.

 

Si tratta di un settore in cui la Cina sta già iniziando a modificare la propria strategia e in cui le aziende cinesi stanno cercando di investire a livello locale.

BYD ne è un esempio classico: l’azienda sta costruendo stabilimenti in Brasile, Ungheria, Turchia, Thailandia e Indonesia per continuare ad accedere a questi mercati e rispondere alle preoccupazioni relative a un modello puramente esportatore.

 

Le relazioni con le imprese straniere e le tecnologie straniere costituiscono un’altra sfida importante per Pechino…

Sarebbe infatti un errore prendere alla lettera i messaggi di Pechino e credere che la Cina sia autosufficiente e non abbia bisogno delle tecnologie di altri paesi.

La Cina rimane fortemente dipendente dalle imprese straniere e dalle collaborazioni universitarie internazionali, dalle quali trae numerosi vantaggi.

Molte aziende occidentali come Bosch o Nvidia hanno centri di ricerca e sviluppo in Cina, e la Repubblica Popolare ne trae grandi benefici.

 

Se le relazioni con gli Stati Uniti, o con l’Occidente in generale, dovessero deteriorarsi, ciò potrebbe rendere più difficile l’accesso alle tecnologie avanzate e portare a una frammentazione del mercato.

 

C’è spazio per l’Europa in questo scenario?

In Europa si percepisce molta preoccupazione e ansia.

 

Tra gli Stati Uniti da un lato e la Cina dall’altro, l’Unione si interroga sul ruolo che può assumere in un mondo dominato da queste due potenze.

 

Credo tuttavia che questo momento rappresenti un’incredibile opportunità per il continente.

 

Mentre gli Stati Uniti si stanno dando la zappa sui piedi e alcuni paesi esitano ad avvicinarsi maggiormente alla Cina alla ricerca di altri partner, l’Europa potrebbe assumere un ruolo più importante sulla scena internazionale.

 

In materia di ricerca scientifica e tecnologia, presenta molte caratteristiche simili agli Stati Uniti: università, istituti di ricerca all’avanguardia, alcuni pubblici e altri privati. Persone che conosco personalmente in Europa lavorano alla tecnologia quantistica, alla fusione nucleare e ad altre tecnologie di nuova generazione in cui l’Europa è all’avanguardia.

 

In materia di ricerca scientifica e tecnologia, l’Europa possiede molti punti di forza simili a quelli degli Stati Uniti.

 

Kyle Chan.

Inoltre, l’Europa dispone di un’eccellente base industriale manifatturiera nel settore delle attrezzature all’avanguardia.

 Questo vale per gran parte dell’Europa, molto più di quanto si pensi generalmente, con i produttori di macchinari in Italia, il settore automobilistico in Spagna, l’aerospaziale e il nucleare in Francia. Tutti i settori possono essere coperti in Europa.

 

Dispone quindi già di un ricco patrimonio scientifico da un lato e di capacità produttive dall’altro.

 

Resta da capire come mobilitarli…

Il fattore più importante per farlo è probabilmente il completamento del mercato unico.

 

Si porrà anche la questione di come proteggere o almeno mettere al riparo le industrie europee dalla concorrenza cinese e americana in modo da dare loro la possibilità di svilupparsi ed essere competitive.

 

Alcuni puntano il dito contro il fallimento di Northvolt, ponendolo al centro di una dimostrazione secondo cui l’Europa non potrebbe avere successo.

Si tratta di un ragionamento fuorviante: in Cina ci sono probabilmente migliaia di fallimenti.

Nel settore dei veicoli elettrici, probabilmente ogni settimana in Cina fallisce un’azienda, ma non è questo che attira l’attenzione.

Ci si concentra sui successi cinesi dimenticando che si tratta di un’economia vasta che deve affrontare anche fallimenti clamorosi.

Gli europei avrebbero tutto l’interesse ad adottare una visione più ampia e a non concentrarsi su un unico settore.

Northvolt rappresenta un fallimento molto mediatico, e questo è deplorevole, ma in Europa esistono le basi per far emergere aziende competitive.

 

In altri settori, come l’IA, l’Europa ha molti talenti e stanno nascendo numerosi modelli innovativi.

 La Francia è chiaramente in testa al momento.

In questo campo, gli Stati Uniti sono lontani dall’avere il vantaggio considerevole di cui godono in altri settori.

Si tratta di un campo completamente nuovo, un territorio da conquistare in cui nessun paese ha necessariamente un vantaggio naturale. Per questo motivo, nel campo dell’IA, si ha l’impressione che i vincitori e i vinti cambino continuamente.

 

Ci sono quindi motivi per essere ottimisti.

 Ma la domanda è:

esiste la volontà politica di unirsi, sia per affrontare le sfide poste dalla Russia, sia per diventare uno dei leader nella lotta contro il cambiamento climatico dopo il ritiro degli Stati Uniti?

 

In materia di politica economica europea, il rapporto Draghi è attualmente il principale punto di riferimento:

 come valuta il suo impatto?

È reale ma insufficiente:

 se Mario Draghi non riesce a risvegliare l’Europa, ci si chiede chi può farlo!

 

Per quale motivo, secondo lei?

In India, dove ho lavorato a lungo, ho notato che spesso c’erano ottimi rapporti settoriali che raccomandavano riforme.

Quando si parla con le persone di come riformare il settore ferroviario o il diritto del lavoro, ad esempio, si riscontra un ampio consenso tra gli esperti e i burocrati che lavoravano in questi settori.

 

A volte mi piace dire che sto cercando di svegliare l’Europa di fronte alle sfide che deve affrontare. Ma se Mario Draghi non ci riesce, nessuno potrà farlo.

 

Kyle Chan.

È difficile leggere il rapporto Draghi senza essere d’accordo. Molti dei suoi punti sembrano molto pertinenti. Ma la cosa più difficile, in casi come questo, è renderli politicamente accettabili per garantirne l’attuazione.

 

Non cosa fare — ma come farlo?

Avremmo bisogno di qualcuno che sia profondamente radicato nell’economia politica europea e nazionale per capire cosa potrebbe rendere queste politiche non solo realizzabili, ma anche politicamente auspicabili.

In altre parole: capire l’articolazione che fa sì che il rapporto Draghi possa farvi vincere le elezioni.

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