Trump sfida i cinesi.
Trump
sfida i cinesi.
Trump
e la Cina: meno centrale del previsto?
Ispionline.it
– (13 febbraio 2026) – Matteo Dian – Redazione – ci dice:
Tra
de-escalation economica e rivalità strutturale, Washington e Pechino
sperimentano nuove forme di gestione della competizione senza tornare a una
cooperazione stabile.
La
strategia promossa nella seconda parte del 2025 dal presidente degli Stati
Uniti (Usa) Donald Trump nei confronti della Repubblica popolare cinese (RPC)
ha parzialmente sorpreso analisti ed esperti.
La Cina, diversamente alle attese, non occupa
una posizione di assoluta centralità per la grand strategy dell’amministrazione
Trump.
Inoltre, il ritorno di Trump alla Casa Bianca
non ha indotto un’accelerazione della competizione tra le due grandi potenze,
come era successo nel 2017.
La National security strategy (NSS) 2025,
pubblicata il 4 dicembre, presenta infatti la competizione con la RPC come una
delle diverse priorità per l’amministrazione insieme alla riduzione
dell’immigrazione, il consolidamento dell’influenza sull’America latina, il
ribilanciamento dei rapporti commerciali con i maggiori partner internazionali,
ed un profondo ripensamento dei rapporti con l’Europa.
La NSS
presenta la sfida cinese soprattutto in termini economici.
Viene
aspramente criticata l’eredità della “politica dell’engagement”, che avrebbe –
secondo il documento – “permesso alla Cina di diventare ricca e potente, con la
scusa dell’integrazione nell’ordine internazionale basato su norme e regole”.
Ciò,
continua il documento, ha danneggiato l’economia statunitense, erodendone la
sua base industriale e manifatturiera.
Di
conseguenza, viene auspicato un ripensamento delle relazioni economiche con la
RPC con l’obiettivo di “riequilibrare le relazioni economiche tra America e
Cina, dando priorità alla reciprocità e all’equità per ripristinare
l’indipendenza economica statunitense”.
Da
questo punto di vista le politiche cinesi considerate come dannose per gli
interessi economici degli Usa sono di diversi tipi:
dai
sussidi alle imprese di stato in settori sensibili, lo spionaggio industriale,
la restrizione all’accesso alle terre rare, l’esportazione di precursori
chimici di “fentanyl” e altre droghe sintetiche, fino al più generico
“distruzione di posti di lavoro americani”.
In
questo contesto, il ruolo strategico-militare degli Usa nella regione e la
promozione della deterrenza estesa nei confronti della Cina vengono descritti
soprattutto come funzionali agli interessi economici e allo sforzo di
riequilibrare la natura del rapporto economico con la RPC – oltre che al
mantenimento di un equilibrio di potenza favorevole – attribuendo ai partner
regionali un ruolo marginale.
Questa
posizione costituisce una rottura significativa con il passato, ed in
particolare con l’approccio dell’amministrazione Biden, che considerava le
alleanze regionali come pilastri fondamentali della strategia del
“Indo-Pacifico libero e aperto”, ovvero un concetto di ordine regionale basato
su una leadership politica e ideologica delle democrazie liberali regionali e
sul consolidamento del diritto internazionale e del multilateralismo.
Coerentemente
con questa impostazione, le alleanze con Giappone e Corea del Sud vengono
menzionate quasi esclusivamente nel contesto di politiche di “burden sharing”,
ovvero nella richiesta di Washington di assumere un ruolo più significativo per
la difesa e per la stabilità regionali, iniziando con un aumento del budget
militare.
La NSS
2025 adotta inoltre una posizione esplicita su Taiwan, esprimendosi a favore
del mantenimento dello status quo.
Ciò
non è motivato da un sostegno del principio di autodeterminazione della
democrazia taiwanese, ma da interessi economici e strategici:
la centralità taiwanese nel settore dei
semiconduttori, la sua collocazione nella prima catena di isole e la stabilità
delle linee di comunicazione marittima.
Questo
sostegno si è manifestato con l’approvazione della vendita di armamenti a
Taiwan per un valore di $11 miliardi.
Pechino ha risposto a queste prese di
posizione con nuove esercitazioni militari tra il 29 e il 30 dicembre, che
hanno simulato sia il blocco aereo e marittimo, sia un potenziale attacco nei
confronti di Taiwan.
Queste
esercitazioni hanno coinvolto un’area più vasta rispetto al passato e sono da
considerarsi come un messaggio sia per il governo taiwanese, guidata dal
Partito democratico progressista tradizionalmente ostile a Pechino, sia per gli
Usa e il Giappone. Dimostrando le proprie capacità militari, la leadership
cinese cerca infatti di isolare Taiwan, evidenziando quanto un intervento in
sua difesa sarebbe estremamente costoso per Washington o per altri attori
regionali.
Una
tregua nella guerra commerciale.
Gli
obiettivi descritti nella NSS 2025 hanno guidato le politiche
dell’amministrazione Trump già dai primi mesi del 2025.
Come
discusso in una recente analisi per questo focus, l’amministrazione Trump aveva
già riavviato la “guerra commerciale” con Pechino con l’imposizione di dazi del
10% su tutti i prodotti importati dalla Cina il 22 gennaio, a cui era seguita
un’imposta del 25% su acciaio e alluminio il 22 febbraio e poi un ulteriore 10%
su tutte le importazioni il 27 febbraio.
Con il
cosiddetto Liberation Day, Trump aveva annunciato dazi molto elevati non solo
verso la Cina, ma verso tutti i maggiori partner commerciali.
Le
reazioni negative dei mercati e dei partner, assieme all’opposizione dei
maggiori gruppi economici e finanziari statunitensi aveva poi portato a
sospendere temporaneamente l’imposizione dei dazi.
Tuttavia,
la sospensione non era stata applicata alla RPC, a cui erano state imposte
tariffe fino al 145%.
Pechino
aveva, quindi, risposto con restrizioni sugli acquisti di soia, prodotti
agricoli, materie prime, limitando l’esportazione delle terre rare e alzando i
dazi in ingresso per i prodotti statunitensi.
L’incontro
del 12 maggio a Ginevra tra il segretario al Tesoro “Scott Bessent” e il
vicepremier cinese “He Lifeng” aveva portato a una prima fase di
“de-escalation”, con una riduzione temporanea delle tariffe reciproche e la
creazione di un framework negoziale per discutere gli sviluppi successivi.
Una serie di accordi bilaterali tra giugno e
agosto ha poi portato a un ulteriore congelamento delle restrizioni
commerciali.
A settembre, i dati pubblicati dal ministero
del Commercio cinese hanno rilevato un drastico calo (-15%) delle esportazioni
cinesi verso gli Usa. Tuttavia, emerge che questo calo è stato compensato da un
incremento delle esportazioni verso l’Europa e verso il Sud globale.
A metà
settembre è stato raggiunto anche un accordo su TikTok”, trasferendo il
controllo delle operazioni negli Usa a investitori statunitensi e partner
internazionali.
Il
piano prevede che una joint venture controllata principalmente da investitori
statunitensi gestisca “TikTok” negli Stati Uniti garantendo maggiori protezioni
sui dati e sull’algoritmo per motivi di sicurezza nazionale, mentre alla
società cinese “ByteDance” è stato permesso di mantenere una quota di
minoranza.
Tuttavia,
tra settembre e ottobre, sia Washington sia Pechino hanno messo in atto nuove
politiche mirate a mettere pressione sulla controparte.
Gli
Stati Uniti hanno notevolmente espanso la lista di aziende cinesi soggette a
restrizioni delle esportazioni in quanto legate al complesso militare
industriale cinese e quindi considerate una minaccia alla sicurezza nazione,
approvando la cosiddetta “regola del 50%”.
Inoltre, l’amministrazione Trump ha imposto
pesanti tasse portuali alle imbarcazioni commerciali cinesi, con lo scopo di
ridurre le importazioni e di colpire il settore cantieristico cinese.
La
Cina ha risposto con stringenti limiti alle esportazioni di terre rare e
batterie al litio e imposto a sua volta tasse portuali sulle imbarcazioni
commerciali statunitensi.
Questa
fase è stata caratterizzata da un tentativo di consolidare, da entrambe le
parti, la posizione negoziale in vista del vertice del 30 ottobre a Busan, in
Corea del Sud ai margini del vertice dell’Asia-Pacific economic cooperation
(Apec).
(Fig.
2 – Valore del commercio Rpc-Usa sul totale del commercio internazionale
statunitense).
Il
Summit di Busan del 30 ottobre.
Il 30
ottobre, dunque, il presidente Trump e il leader cinese Xi Jinping si sono
incontrati ai margini del vertice Apec.
Le due
parti hanno concordato una riduzione parziale dei dazi e una sospensione
temporanea di alcune misure commerciali, come i controlli sulle esportazioni di
terre rare, in cambio dell’impegno cinese di riprendere l’acquisto di prodotti
agricoli statunitensi.
Gli Usa da parte loro hanno limitato sia la
tassazione sul transito delle imbarcazioni commerciali nei propri porti, sia le
restrizioni sulle esportazioni alle aziende cinesi associate alla “regola del
50%”. L’incontro bilaterale ha portato a un accordo che può essere considerato
un periodo di tregua, associato a un tentativo di moderare le conseguenze
destabilizzanti della “guerra commerciale”.
Questo
accordo non ha però risolto i problemi strutturali che riguardano la relazione
economica bilaterale, quali il trasferimento tecnologico forzato e la sicurezza
delle catene globali del valore, né quelli che riguardano il rapporto tra Cina
e il resto del sistema economico globale, come la sovrapproduzione cinese, la
tendenza a usare coercizione economica e la crescente dipendenza globale dal
settore manufatturiero cinese in particolare nei settori critici.
Questa
fase di pausa non segnala la fine delle tensioni tra le due potenze, ma
sottolinea come sia molto improbabile che la relazione bilaterale torni a uno
status quo ante sostanzialmente collaborativo.
Di
fatto, nel 2025 Cina e Usa hanno dimostrato una crescente dimestichezza nella
gestione strategica della cosiddetta “weaponised interdependence”.
I due
paesi hanno affinato i loro strumenti nel settore della diplomazia economica
coercitiva, migliorando la capacità di imporre costi economici e politici alla
controparte, per mettere pressione negoziale.
Il
summit di Busan ha anche messo in evidenza le diverse priorità dei leader.
Trump,
dopo aver presentato il risultato del summit bilaterale come un grande successo
personale davanti alla propria opinione pubblica, ha lasciato la Corea del Sud,
senza partecipare al vertice multilaterale Apec di Gyeongju, nel quale i leader
del bacino del Pacifico hanno discusso di temi fondamentali quali ruolo
dell’intelligenza artificiale (IA), ambiente, crescita inclusiva, trend
demografici e stabilità delle catene del valore.
Diversamente,
Xi Jinping ha partecipato attivamente al summit, presentando la Cina come un
partner economico affidabile per la regione, in contrasto con gli Usa di Trump,
che appaiono caratterizzati da imprevedibilità, spinte protezionistiche e
imposizione del proprio interesse unilaterale.
Infine,
questo summit ha avuto conseguenze limitate sui settori politico-militare e
diplomatico.
Questioni
strategiche fondamentali quali Taiwan, il mar Cinese Meridionale o il ruolo
delle alleanze internazionali non sembrano essere state al centro delle
discussioni, probabilmente in modo intenzionale. Ciò potrebbe indicare la
volontà delle due parti di isolare la tregua commerciale da altre dimensioni
nelle quali le posizioni sono decisamente divergenti.
Semiconduttori
e settore tecnologico.
La
de-escalation nel settore commerciale è stata accompagnata anche da un nuovo
approccio alla competizione tecnologica. Fino al 2024, l’amministrazione Biden
aveva promosso una politica di controllo delle esportazioni, in particolare nel
settore dei semiconduttori, che mirava a limitare l’accesso cinese alle
tecnologie statunitensi di avanguardia.
Questo
approccio, definito “small yard, high fence”, poneva limiti rilevanti al
trasferimento delle tecnologie più avanzate in stretto coordinamento con i
paesi alleati che occupano ruoli cruciali nella complessa catena produttiva dei
semiconduttori quali Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Paesi Bassi.
L’obiettivo
principale era quello di rallentare i progressi cinesi sia nel settore
militare, sia nello sviluppo dell’IA.
L’approccio
di Biden divideva gli altri paesi in “alleati fidati”, “altri paesi” e
“avversari”, negando completamente l’accesso alle tecnologie avanzate a questi
ultimi.
L’amministrazione Trump ha invece introdotto
una nuova politica che considera le esportazioni di semiconduttori avanzati,
come quelli prodotti da Nvidia, una pedina di scambio in negoziati bilaterali
nel campo commerciale o diplomatico.
Per
questo, in un contesto di de-escalation della guerra commerciale,
l’amministrazione ha permesso a Nvidia di vendere alla Cina alcuni dei
semiconduttori più avanzati, quali il modello H200 AI, anche se per il momento
il governo cinese non ha approvato il permesso per l’acquisto.
Questa
mossa è stata criticata, sia da membri del congresso sia da analisti, come un
danno alla sicurezza nazionale nel contesto della competizione con la Cina,
oltre che a una concessione non necessaria per soddisfare gli interessi delle
aziende produttrici di semiconduttori.
Conclusione.
La
seconda metà del 2025 è stata caratterizzata da una fase di de-escalation e di
assestamento nella competizione sino-americana ed in particolare nella guerra
commerciale.
Entrambe
le parti hanno cercato sia di rafforzare la propria posizione negoziale sia di
trovare un compromesso che evitasse ulteriori costi e instabilità economica,
facendo emergere come entrambi i sistemi siano in parte vulnerabili e sensibili
ai costi economici e alle possibili conseguenze politiche.
In
questo contesto, contrariamente alle aspettative, l’amministrazione Trump non
ha attribuito alla competizione con la Cina la centralità attesa,
concentrandosi su priorità e aree diverse, dall’America latina, alla Russia e
il Medio Oriente.
La
politica nei confronti della RPC continua a essere definita dal
“transazionalismo amorale” tipico dell’approccio di Trump, che considera
elementi fondamentali dell’ordine a guida statunitense, quali alleanze e
accordi multilaterali, come pedine di scambio da utilizzare per ottenere vantaggi
di breve periodo.
La
strategia di Trump nei confronti della Cina e dell’Indo-Pacifico continuerà
probabilmente a essere caratterizzato da questa continua rinegoziazione, tesa a
massimizzare l’interesse di breve periodo, mettendo in secondo piano gli
interessi degli alleati e i principi considerati fino a poco tempo fa
fondamentali per l’ordine internazionale a guida statunitense.
Sistemi
missilistici a un passo
dalla
Cina: così Trump sfida XI.
Ilgiornale.it
- Federico Giuliani – (20 febbraio 2026) – Redazione – ci dice:
Gli
Stati Uniti rafforzano le Filippine con nuovi sistemi missilistici. L’obiettivo
di Washington: contenere la Cina nel Mar Cinese Meridionale.
Sistemi
missilistici a un passo dalla Cina: così Trump sfida XI
Gli
Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incrementare la presenza di
sistemi missilistici avanzati e altre capacità militari nelle Filippine.
La mossa pensata da Washington serve a
scoraggiare l’aggressione cinese nel Mar Cinese Meridionale.
Il
Dipartimento di Stato ha infatti sottolineato che l’obiettivo è quello di
rafforzare un alleato chiave in Asia, consolidando una strategia difensiva che
negli ultimi anni ha attirato l’ira di Pechino.
L’annuncio
degli Usa segue incontri tra funzionari statunitensi e filippini a Manila, dove
si sono svolti i colloqui annuali sull’alleanza, basata sul trattato di mutua
difesa firmato nel 1951.
Nella dichiarazione congiunta, Washington e
Manila hanno condannato le cosiddette attività illegali della Cina nella
regione, con riferimento ai frequenti interventi di navi cinesi che bloccano
l’accesso filippino a aree marittime contese.
La
mossa Usa nelle Filippine.
Secondo
quanto riportato dal “Wall Street Journal”, gli Stati Uniti hanno già spostato
in passato sistemi missilistici “Typhon” nelle Filippine settentrionali e hanno
mantenuto la loro presenza dopo esercitazioni congiunte, mentre i Marines hanno
installato missili antinave a corto raggio sull’isola di Luzon, vicina a
Taiwan.
Simili
dispiegamenti rappresentino non solo un rafforzamento della difesa filippina,
ma anche e soprattutto un serio ammonimento alla Cina:
Washington
intende usare Manila come punto strategico per proteggere Taiwan e monitorare
le attività cinesi nella regione.
La
portata di tali sistemi consente di colpire sia obiettivi militari sia
infrastrutture civili nel territorio cinese, aumentando la pressione
geopolitica su Pechino in un momento di crescente tensione tra le due
superpotenze.
La
Cina nel mirino.
L’ampliamento
della presenza militare americana nelle Filippine arriva mentre la Cina celebra
il Capodanno lunare.
Gli Stati Uniti e Manila hanno ribadito il
loro impegno al trattato di mutua difesa, che prevede protezione reciproca in
caso di attacchi contro le forze, gli aerei e le navi di entrambi i Paesi.
Le
esercitazioni annuali previste ad aprile rappresentano un’opportunità concreta
per aumentare ulteriormente la presenza di missili all’avanguardia e sistemi
senza pilota, consolidando il ruolo strategico delle Filippine come punto di
riferimento della difesa statunitense in Asia.
Non
solo: lo scorso luglio, l’esercito americano ha stabilito una presenza
rotazionale nel Paese del Sud-Est asiatico sotto il comando di U.S.
Army
Pacific e con il coordinamento della nuova Task Force Philippines. Una
decisione confermata solo di recente, quasi sottotraccia.
Il modello adottato da Washington è chiaro:
presenza non permanente, numeri contenuti,
cooperazione strutturata.
Corridoi
strategici, IA, Difesa:
così
la Cina progetta il suo futuro.
Ilgiornale.it
- Federico Giuliani – (9 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Il
nuovo piano quinquennale 2026-2030 punta su IA, corridoi strategici, difesa e
nuove tecnologie per rafforzare autonomia e ruolo globale della Cina.
Corridoi
strategici, IA, Difesa: così la Cina progetta il suo futuro.
La
Cina si sta preparando ai prossimi cinque anni affinando un piano che punta a
rafforzare sicurezza economica, autonomia tecnologica e capacità militare.
Il
nuovo piano quinquennale 2026-2030, presentato a Pechino durante le annuali Due
Sessioni del Parlamento e dell’”organo consultivo politico”, rappresenta la
bussola con cui il Paese intende affrontare una fase internazionale sempre più
competitiva e instabile.
L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre le
vulnerabilità strategiche, soprattutto nei settori tecnologici e nelle catene
di approvvigionamento. Nel documento emergono alcune priorità chiare:
sviluppo dell’intelligenza artificiale,
ricerca avanzata sull’energia, rafforzamento delle infrastrutture strategiche e
modernizzazione delle forze armate.
Pechino
punta inoltre a costruire una rete industriale più resiliente, con nuovi poli
produttivi nelle regioni interne per ridurre i rischi legati a possibili crisi
o shock esterni.
Il
piano della Cina.
Secondo
il” South China Morning Post”, il piano quinquennale mette particolare enfasi
sulla creazione di nuovi “corridoi strategici” infrastrutturali e logistici,
pensati per rafforzare i collegamenti tra regioni chiave come Xinjiang e Tibet
e il resto del Paese.
Queste arterie economiche e infrastrutturali
dovrebbero garantire maggiore integrazione territoriale e migliorare la
sicurezza delle frontiere.
Parallelamente,
il piano prevede un’accelerazione nello sviluppo delle tecnologie militari
emergenti, con particolare attenzione alla guerra intelligente e ai sistemi
senza pilota.
L’intelligenza artificiale diventa uno dei
pilastri della strategia cinese: Pechino punta non solo a sviluppare tecnologie
avanzate, ma anche a definire standard globali per la governance dell’IA,
soprattutto nei Paesi del cosiddetto Sud Globale.
In
quest’ottica, il governo cinese intende creare nuove piattaforme di
cooperazione tecnologica nell’ambito della “Belt and Road Initiative” e
promuovere ecosistemi open-source per favorire innovazione e sviluppo
industriale.
La
leadership cinese mira poi a rafforzare la propria influenza nella definizione
delle regole della futura economia digitale, dalla gestione dei dati alle
tecnologie spaziali, cercando di trasformare il peso economico del Paese in una
leva normativa globale.
Pechino
guarda al futuro.
Accanto
all’intelligenza artificiale, il piano quinquennale punta su alcuni settori
considerati essere le frontiere scientifiche del futuro.
Tra questi spicca la fusione nucleare
controllata, vista come una possibile chiave per l’indipendenza energetica di
lungo periodo.
Pechino intende non a caso accelerare lo
sviluppo del programma relativo al suo reattore sperimentale che punta a
replicare sulla Terra i processi di fusione del Sole.
Di
pari passo il governo vuole rafforzare gli investimenti in tecnologie
quantistiche, con l’obiettivo di costruire una rete nazionale di comunicazioni
quantistiche integrata tra Spazio e infrastrutture terrestri.
Un
altro tassello centrale è l’espansione della potenza di calcolo nazionale
attraverso una rete di centri dati distribuiti nel Paese, destinata a sostenere
ricerca scientifica e sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Allo
stesso tempo la Cina vuole attrarre talenti scientifici dall’estero,
facilitando la cooperazione accademica e la mobilità dei ricercatori per
trasformare il Paese in uno dei principali hub scientifici e tecnologici del
mondo.
Trump
sfida ancora la Cina:
dall’Iran
al Venezuela, tutte
le volte che gli Usa si sono
infilati
negli affari di Pechino.
Ilfattoquotidiano.it
- Davide Cancarini – (13 gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
L’attivismo
del presidente Usa rappresenta un elemento di novità che non può essere
sottovalutato e che ha influenza sui vari teatri che vedono Washington e
Pechino faccia a faccia.
Trump
sfida ancora la Cina: dall’Iran al Venezuela, tutte le volte che gli Usa si
sono infilati negli affari di Pechino.
Non
solo quello che è successo in Venezuela. Anche ciò che sta accadendo in Iran,
dove le proteste di massa contro il regime degli ayatollah crescono d’intensità
giorno dopo giorno, mostra plasticamente una spaccatura: quella tra Stati Uniti
e Cina. L’attivismo, quando non la vera e propria schizofrenia, del presidente
Usa Donald Trump rappresenta un elemento di novità che non può essere
sottovalutato e che ha influenza sui vari teatri che vedono Washington e
Pechino faccia a faccia.
Iran.
Potrebbe
essere una provocazione, ma Trump ha abituato ad azioni repentine:
il
presidente Usa ha minacciato di intervenire militarmente qualora il regime
iraniano ordinasse una repressione violenta delle proteste che scuotono la
Repubblica Islamica.
Minacce
rimandate al mittente dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, a cui ha fatto eco la
Cina che si è espressa molto duramente contro le possibili interferenze
esterne.
Per Pechino l’instabilità nel Paese è già di
per sé un problema, ma se lo scenario di un intervento statunitense dovesse
concretizzarsi, la situazione potrebbe diventare ancora più complessa.
Il
motivo è presto spiegato:
la domanda interna cinese di petrolio è
soddisfatta per il 70% dalle importazioni, con la Russia a farla da padrona e
l’Iran è tra i fornitori principali.
Che
non si trova nelle classifiche ufficiali, perché le forniture avvengono molto
spesso in maniera opaca attraverso Paesi terzi, come la Malesia, e utilizzando
le ormai famose “flotte fantasma “.
Un
canale di approvvigionamento a basso costo molto utile per far trottare
l’economia del Paese asiatico e a cui sarebbe difficile rinunciare.
Venezuela.
Seppur
con un peso minore rispetto all’Iran, il Paese sudamericano è (o è stato) un
altro dei principali fornitori di greggio alla Repubblica Popolare.
E dopo l’arresto da parte statunitense del
presidente Nicolás Maduro è quindi arrivata la condanna cinese di prammatica.
In
questo caso c’è stato pure un risvolto prettamente politico: l’operazione per
catturare Maduro è avvenuta poche ore dopo che una delegazione cinese lo aveva
incontrato.
Un
colpo basso per la diplomazia di Pechino, sempre attenta anche alla simbologia
che circonda la sua azione.
Dal
punto di vista geopolitico, la perdita di un alleato come il Venezuela è un
duro colpo per la proiezione nel continente americano della Cina di Xi Jinping
che, almeno per il momento, deve ridimensionare le sue ambizioni nell’area.
Panama.
Rimanendo
nella regione, ma spostandoci leggermente più a nord, c’è una delle
infrastrutture più note e strategiche a livello globale, il Canale di Panama.
I principali porti alle due estremità
dell’istmo, costruiti con investimenti statunitensi, per anni sono stati
gestiti dalla “Panama Ports Company”, filiale di un conglomerato con sede a
Hong Kong e con forti legami con Pechino.
A
marzo 2025 è però arrivato l’avvio di un percorso per l’acquisizione da parte
di un consorzio di società statunitensi, non ancora giunto a conclusione anche
per l’opposizione cinese.
La
mossa ha comunque fatto gongolare Trump che nei giorni precedenti si era
espresso molto duramente rispetto all’influenza cinese sul Paese
centroamericano, al punto da spingere il governo locale a dichiarare la volontà
di non rinnovare il grande progetto infrastrutturale della Repubblica Popolare,
la “Belt & Road Initiative”.
Groenlandia.
Subito
dopo la conclusione dell’operazione in Venezuela, Trump ha di nuovo spostato la
sua attenzione verso la Groenlandia.
Tra le
varie motivazioni che ai suoi occhi giustificherebbero un’eventuale annessione
Usa del territorio danese vi è anche la sicurezza nazionale e la presenza di
navi cinesi e russe che si muovono attorno all’area.
La
Cina ha grandi progetti riguardo all’Artico e l’aggressività del presidente
statunitense potrebbe farne naufragare molti ancora prima della loro ideazione.
Pechino
guarda al territorio soprattutto dal punto di vista del forziere energetico e
di minerali che potrebbe contenere.
Un’attenzione
ricambiata, considerando che una rappresentanza ufficiale del governo
groenlandese ha aperto i battenti nella capitale cinese nel 2023.
D’altronde,
non più tardi del maggio 2025, Naja Nathanielsen, ministra groenlandese per il
Commercio e le Risorse Minerarie, ha dichiarato che in assenza di progetti Usa
o europei Nuuk si sarebbe potuta rivolgere alla Cina per ottenere i
finanziamenti necessari alle operazioni di esplorazione minerarie.
Va
detto che finora passi rilevanti dal punto di vista degli investimenti del
Paese asiatico in Groenlandia non sono stati fatti, ma il lavorio dietro le
quinte che sta senza dubbio avvenendo potrebbe prima o poi dare i suoi frutti.
La
lista dei punti di attrito tra Stati Uniti e Cina potrebbe essere ben più
lunga, considerando che la proiezione di Washington e Pechino è globale e tocca
numerosissimi ambiti.
La grande spregiudicatezza di Trump mostra la capacità
statunitense di intervenire con la forza laddove i reali o presunti interessi
americani sono più rilevanti o a rischio, una risolutezza che rende evidente la
parallela incapacità o l’assenza di volontà cinese di fare altrettanto.
E
questo è un messaggio che arriva forte proprio laddove è più importante lo
faccia:
a
Taiwan, il più probabile teatro di confronto militare futuro tra le due
potenze.
Ecco
come Trump sfiderà
davvero
la Cina.
Report
Bloomberg.
Starmag.it
– Marco Orioles – (18 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Trump
spinge per rompere il dominio cinese sui minerali rari, e nel 2025 gli
investitori hanno riversato un record di capitali nelle startup Usa del
settore, sostenuti da fondi pubblici e grandi accordi come quello di “Apple”
con “MP Materiali”.
Come
scrive Bloomberg in un nuovo report, Trump ha messo nel mirino il predominio
cinese sui minerali rari, quei 17 elementi fondamentali per tutto: dagli
smartphone alle auto elettriche, fino ai caccia militari.
Con
l’impegno a garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento e la
promessa di tagliare la dipendenza da Pechino, l’amministrazione sta dando una
spinta enorme al settore americano.
Gli
investitori ci hanno creduto: nel 2025 le startup statunitensi hanno raccolto
oltre 628 milioni di dollari, praticamente il 90% di tutto il capitale mondiale
investito nel comparto.
È un
balzo impressionante rispetto all’anno prima, e il governo ci sta mettendo del
suo con soldi e garanzie.
L’obiettivo
è quello di rafforzare la produzione interna, mettere al sicuro difesa e
transizione energetica, e dimostrare che gli Stati Uniti possono ancora fare la
differenza, anche se la strada è in salita.
Il
predominio cinese.
La
Cina estrae circa il 60% di tutti i minerali rari del pianeta e ne raffina più
del 90%.
In pratica, quasi tutto il mondo dipende da loro per
avere terbio, disprosio, neodimio e tutti gli altri.
Se
Pechino decide di stringere i rubinetti – cosa che ha già fatto in passato –
intere filiere americane rischiano il blackout.
Questa
realtà è stata messa nero su bianco dall’Agenzia Internazionale dell’Energia in
un report di ottobre.
La
corsa degli investitori.
Nel
2025 i venture capital hanno versato più di 628 milioni nelle startup americane
del settore:
una
cifra che pesa per il 90% del totale globale e rappresenta un balzo del 3.000%
rispetto al 2024.
E
questi numeri non contano nemmeno i soldi pubblici, come i 400 milioni che il
Pentagono ha messo in MP Materiali, la società quotata che sta diventando il
simbolo del rilancio Usa.
L’interesse
non è solo finanziario.
Apple,
per dire, ha firmato un contratto da 500 milioni con MP Materiali appena cinque
giorni dopo l’investimento del Dipartimento della Difesa.
Nel
frattempo l’amministrazione Trump sta garantendo prezzi minimi ai produttori e
sta tessendo alleanze con altri paesi per creare filiere alternative.
Tutto
questo rende il settore meno rischioso agli occhi di chi investe.
Fondamentali
per la transizione verde.
Le
auto elettriche, i bus, persino le bici elettriche hanno consumato nel 2024 il
22% dei magneti permanenti a base di terre rare prodotti negli Stati Uniti.
La
difesa ne ha presi il 12%.
Per
questo molti, come “James Lindsay” di “Builders Vision”, li considerano un tema
climatico prima ancora che strategico:
senza
questi elementi la transizione energetica si ferma, e con lei tanti progetti
industriali dei prossimi vent’anni.
Cina
contro Stati Uniti.
Sui
minerali rari, la rivalità tra Pechino e Washington è conclamata, e non sono
mancati i colpi bassi da ambedue le parti.
Ad
aprile la Cina ha risposto alle tariffe americane con nuovi controlli sulle
esportazioni di materiali strategici.
È
proprio per spezzare questa morsa che Trump sta premendo l’acceleratore:
startup
come” Phoenix Taiping” hanno chiuso affari da 76 milioni (33 solo nell’ultimo
anno) e a ottobre hanno inaugurato in New Hampshire una raffineria “zero Cina”,
capace di gestire 200 tonnellate l’anno.
Piccoli
passi.
“Phoenix
Taiping” fornisce già clienti nel settore difesa, producendo elementi pesanti
come terbio e disprosio, che gli Stati Uniti non riescono ancora a produrre su
scala industriale.
La
produzione totale Usa è di circa 67.000 tonnellate all’anno, contro le oltre
620.000 della Cina.
Però
ci sono segnali incoraggianti: aziende come “Alta Resource Technologies” stanno
usando intelligenza artificiale e biochimica per rendere i processi più
economici e puntano a essere competitive entro il 2027.
Tutte
le conseguenze energetiche
del
blocco di Hormuz.
Starmag.it
– Giancarlo Terlizzi – (8 – 3 – 2026) – Redazione – ci dice:
A una
settimana dall’inizio della guerra con l'Iran, domina l’incertezza sulla durata
e sulla sicurezza dei flussi energetici nel Golfo.
Washington
cerca di contenere i prezzi del petrolio mentre il Pentagono prepara uno
scenario di guerra lunga:
gli
Stati Uniti sono relativamente protetti, l’Europa molto meno. L'analisi di
Gianclaudio Terlizzi tratta dal suo profilo “X”.
A una
settimana dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, ciò che continua a
destabilizzare i mercati è l’enorme incertezza sulla durata del conflitto.
DOSSIER
ENERGIA A HORMUZ.
Il
primo canale di trasmissione è quello energetico:
lo
Stretto di Hormuz è davvero aperto?
Quanto sono vulnerabili le infrastrutture petrolifere
e del gas nel Golfo? E soprattutto, quanto di questo rischio è già incorporato
nei prezzi?
Da qui il contagio si estende rapidamente ai
soliti fronti: propensione al rischio, timori di rallentamento economico,
aspettative di inflazione e capacità delle banche centrali di intervenire.
LE
MIRE DELLA CASA BIANCA.
La
Casa Bianca, scrive “Politico”, sta “guardando sotto ogni pietra” per ridurre i
prezzi dell’energia.
Il
primo passo è stato concedere alle raffinerie indiane una deroga temporanea per
tornare ad acquistare greggio russo.
Una
decisione che dovrebbe preoccupare l’Europa, perché rivela chiaramente dove si
collocano le priorità di Washington.
L’IRAN
NON È IL VENEZUELA.
L’operazione
militare contro l’Iran può anche essere stata un successo operativo, ma Teheran
non è il Venezuela.
Il Pentagono sta già rivedendo le proprie aspettative
e il comando centrale americano ritiene ora che il conflitto potrebbe protrarsi
fino a settembre.
QUALI
SONO I VERI FINI DI TRUMP.
Gli
obiettivi dichiarati da Stati Uniti e Israele appaiono sempre più incerti.
Con il
collasso immediato del regime iraniano fuori discussione, i decisori politici
sembrano alla ricerca di un piano B.
Eliminare
la leadership è una cosa; sostituirla è un’altra.
Il
regime è profondamente radicato e un vero cambio di regime richiederebbe o
truppe sul terreno o un’opposizione interna organizzata. Trump non vuole la
prima opzione e l’Iran non dispone della seconda.
COSA
FA L’IRAN.
Nel
frattempo, la capacità dell’Iran di reprimere la propria popolazione resta
molto superiore alla sua capacità di proiettare potenza all’estero, anche se
gli attacchi nel Golfo stanno progressivamente unendo i vicini contro Teheran.
Azerbaigian
è stato colpito, diversi governi regionali discutono apertamente di ritorsioni,
il Pakistan ha ricordato il proprio patto di difesa con l’Arabia Saudita e
persino la Cina ha mostrato irritazione per i rischi ai flussi energetici
attraverso Hormuz.
LE
RAPPRESAGLIE IRANIANE.
In
questo contesto non si possono escludere scenari che vanno da rappresaglie
regionali fino a pattugliamenti navali cinesi.
L’impatto di una chiusura dello Stretto non
sarebbe uniforme.
L’Asia
è la più esposta: circa il 60% del petrolio e delle materie prime
petrolchimiche consumate nella regione proviene dal Medio Oriente. Senza quei flussi, le raffinerie
dalla Cina al Sud-Est asiatico devono cercare alternative costose e lente ad
arrivare.
Petrolio
proveniente dall’Africa occidentale o dalle Americhe impiega fino a due mesi
per raggiungere la Cina, contro i circa 25 giorni via Hormuz.
Inoltre,
cambiare qualità di greggio significa modificare la configurazione delle
raffinerie, i tagli di distillazione e le miscele di carburanti.
QUESTIONE
GREGGIO.
Non è
un processo semplice.
Giappone
e Cina dispongono di riserve strategiche – rispettivamente circa 250 e 78
giorni – ma anche loro restano fortemente legati al greggio mediorientale.
Nel
lungo periodo, alcuni paesi asiatici potrebbero reagire riducendo il peso del
gas nel mix energetico e rafforzando l’uso di carbone e rinnovabili.
COSA
DICONO I MERCATI.
Nel
frattempo i mercati stanno iniziando a valutare un altro scenario:
il miglioramento delle ragioni di scambio per
i paesi esportatori di energia.
In
parte è proprio questa la scommessa geopolitica di Trump.
Gli
Stati Uniti sono esportatori netti di petrolio, ma il quadro è più complesso:
le
raffinerie americane sono configurate per greggi pesanti importati da Canada o
Messico, mentre il greggio leggero domestico viene esportato verso Europa e
Asia.
LA
RESILIENZA.
Ciò
che è certo è che gli Stati Uniti non affrontano il rischio immediato di
carenze energetiche che minaccia invece alcune economie emergenti asiatiche.
Questa
resilienza, unita al ruolo centrale del dollaro nei pagamenti delle materie
prime, potrebbe rafforzare sia il biglietto verde sia i mercati finanziari
americani se la crisi dovesse protrarsi.
Ma il
margine di errore resta enorme.
Un
collasso caotico del regime iraniano scuoterebbe i mercati globali, mentre la
sua sopravvivenza solleverebbe interrogativi sulla credibilità strategica
americana.
In
ogni caso, se gli Stati Uniti possono affrontare questa tempesta con una
relativa protezione energetica e geografica, l’Europa non gode dello stesso
lusso.
L'America
sta vincendo o
perdendo
la guerra con l'Iran?
Unz.com
- The Unz Revieu - Ron Unz- (9 marzo
2026) – ci dice:
Per
secoli, le nazioni moderne avevano generalmente condotto le loro guerre in modo
piuttosto gentiluomo, sforzandosi di solito per rispettare tutte le leggi ei
trattati internazionali che regolavano tali conflitti.
Una
guerra poteva spesso iniziare con un ambasciatore abbattuto che consegnava una
nota diplomatica al governo accreditato, informando la sua leadership politica
che, a meno che certe richieste cruciali non fossero stati immediatamente
soddisfatte, si doveva presumere che lo stato di guerra esistesse entro
mezzogiorno del giorno seguente.
Dopo
aver svolto quel compito triste, il diplomatico e il suo staff tornavano
all'ambasciata, preparavano le valigie, bruciavano i documenti segreti e
prendevano il prossimo treno per la frontiera.
Anche
il famigerato attacco a sorpresa giapponese del 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor
era stato pensato idealmente per preservare tutte queste formalità
legalistiche.
Da
quello che ho letto, l'ambasciatore giapponese e i suoi collaboratori erano
stati incaricati di consegnare personalmente una dichiarazione di guerra al
nostro presidente forse cinque o dieci minuti prima che gli aerei del loro
paese iniziassero a sganciare le bombe sulla nostra flotta ancorata dall'altra
parte del mondo, rispettando così la lettera del diritto internazionale pur
violandone massicciamente lo spirito.
Ma i
ritardi nella decodifica delle istruzioni diplomatiche o altri errori
accidentali portarono a un pasticcio in cui l'attacco militare avvenne
effettivamente prima della dichiarazione ufficiale di guerra che lo consentiva
legalmente, dando vita a un'eredità duratura di rancore tra i nostri due paesi.
Tuttavia,
l'America si è sempre vantato delle sue innovazioni e negli ultimi anni abbiamo
applicato questo approccio all'inizio dei conflitti militari, seguendo
l'esempio dei nostri mentori israeliani in tal senso.
Un esempio perfetto è stato come abbiamo iniziato la
nostra attuale guerra contro l'Iran.
L'Iran
era estremamente desideroso di evitare un tale conflitto militare, così,
proprio come in passato, riuscimmo a coinvolgerli in diversi round di lunghe
trattative di pace con gli inviati personali del presidente Donald Trump.
Secondo
i resoconti dei media, erano stati fatti notevoli progressi nei colloqui e gli
iraniani avevano già accettato molte delle nostre richieste. Stavano valutando
di farlo anche con altri, facendo concessioni maggiori di quanto chiunque si
fosse aspettato all'inizio.
Le trattative quindi se sono sospese per un
paio di giorni e sono state programmate per riprendere il lunedì successivo.
Gli
iraniani naturalmente hanno dovuto riflettere a lungo prima di accettare tutte
le nostre condizioni.
Pertanto,
avremo una riunione completa della loro leadership per decidere se procedere.
Ma
spingere gli iraniani a tenere un incontro di così alto livello era
apparentemente l'obiettivo sottostante dell'intera nostra strategia negoziale.
Come
riportò il “New York Times” il giorno successivo, con così tanti leader
iraniani così riuniti in un unico luogo, furono tutti uccisi da un attacco
missilistico israeliano, un attacco che costituiva essenzialmente la nostra
dichiarazione ufficiale di guerra:
Israele,
utilizzando l'intelligence statunitense e la propria, avrebbe eseguito
un'operazione che stava pianificando da mesi: l'uccisione mirata dei leader di
alto livello iraniani.
I
governi degli Stati Uniti e di Israele, che inizialmente avevano pianificato di
lanciare un attacco notturno sotto la copertura dell'oscurità, hanno deciso di
modificare l'orario per sfruttare le informazioni sul raduno presso il
complesso governativo di Teheran sabato mattina.
I
leader si sarebbero incontrati nel luogo in cui hanno sede gli uffici della
presidenza iraniana, della guida suprema e del Consiglio di sicurezza nazionale
dell'Iran.
Israele
aveva deciso che all'incontro avrebbero partecipato alti funzionari della
difesa iraniana, tra cui “Mohammad Pakpour”, comandante in capo del Corpo delle
Guardie della Rivoluzione Islamica; “Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa;
l'ammiraglio Ali Shamkhani, capo del Consiglio militare; Seyed Majid Mousavi,
comandante della Forza aerospaziale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione
Islamica; Mohammad Shirazi, viceministro dell'intelligence; e altri.
Lo
stesso articolo del “Times” ha pubblicato un utile grafico che mostra quanti
dei massimi vertici militari e della sicurezza nazionale dell'Iran siano stati
eliminati in quell'improvviso e inaspettato attacco missilistico.
Guidati
dall'ampia copertura mediatica del Times e del Wall Street Journal, tutti i
nostri successivi resoconti sui media mainstream hanno sottolineato la natura
devastante del colpo inferto da America e Israele alla leadership politica e
militare dell'Iran, immediatamente seguito dalla massiccia campagna di
bombardamenti che ne è seguita.
Tutti questi articoli hanno suggerito il
totale successo della nostra strategia militare, minimizzando naturalmente gli
aspetti del tutto illegali e piuttosto insidiosi dell'uso dello stratagemma dei
negoziati di pace per lanciare un attacco a sorpresa e decapitante che ha
ucciso così tanti dei massimi leader iraniani.
Se
l'attacco a sorpresa del Giappone a Pearl Harbor del 1941 fosse stato combinato
con l'assassinio simultaneo del presidente Franklin Roosevelt, di diversi
membri del suo gabinetto e della maggior parte della maggior parte del nostro
alto comando militare a Washington, oserei dire che i media americani avrebbero
descritto tali operazioni giapponesi di successo in una luce piuttosto poco
lusinghiera.
Il mio
articolo è stato pubblicato meno di 48 ore dopo il primo attacco missilistico
che ha dato inizio alla guerra e, data la mia scarsa competenza militare, ho
adottato un approccio molto cauto nel riassumere lo scoppio del conflitto.
Ancora
una volta, abbiamo usato lo stratagemma dei negoziati di pace in corso nella
speranza di indurre i nostri avversari a un falso senso di sicurezza.
I nostri attacchi iniziali contro i massimi
leader iraniani hanno avuto un discreto successo e, alla fine del primo giorno,
fonti iraniane hanno confermato che avevamo assassinato con successo l'Ayatollah Ali Khamenei, l'86enne
Guida Suprema dell'Iran, nonché il Ministro della Difesa del Paese e numerosi
altri alti comandanti militari...
Nonostante
queste perdite di leadership, gli iraniani risposero quasi immediatamente con
una raffica di missili balistici a medio e lungo raggio, esattamente come
avevano minacciato di fare, colpendo le nostre principali basi militari nella
regione così come siti in Israele.
La
censura rigorosa e la nebbia di guerra rendono difficile valutare con
precisione l'entità totale dei danni subiti da entrambe le parti nel conflitto.
Sebbene
tutti i nostri organi di stampa stessero riportando il nostro totale successo
militare, ho sottolineato le potenziali difficoltà che avremmo incontrato
nell'attaccare un Paese di dimensioni paragonabili a quelle dell'intera Europa
occidentale e con una popolazione di oltre 90 milioni di abitanti.
Ho
notato che esperti militari competenti avevano lanciato avvertimenti simili.
Ad
esempio, il colonnello “Larry Wilkinson” , per lungo tempo capo di stato
maggiore di “Colin Powell”, aveva sostenuto che avremmo potuto affrontare sfide
più grandi di quelle di qualsiasi guerra precedente, a partire dal conflitto
coreano, che avevamo combattuto fino alla resa dei conti tre generazioni prima.
In effetti, poco prima dello scoppio della
guerra, i nostri media avevano pubblicato articoli che sostenevano molti di
questi stessi punti.
Sebbene
tutti i nostri principali organi di informazione si fossero mostrati
ferocemente ostili all'Iran, negli ultimi giorni prima dell'attacco americano è
improvvisamente apparsa una raffica di notizie che sottolineavano le gravi
difficoltà che avremmo potuto incontrare in una guerra del genere, e queste
sembravano basate su fughe di notizie provenienti da fonti importanti del
Pentagono.
Il
governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu era stato la forza
principale che aveva fatto pressione su Trump per un attacco immediato, ma il
Financial Times ha citato un rapporto israeliano secondo cui l'America avrebbe
probabilmente esaurito le munizioni disponibili dopo solo pochi giorni di
combattimento, e molti esperti militari americani avevano affermato la stessa
cosa.
Se
questi fatti fossero corretti, una guerra contro l'Iran sembrava l'apice della
follia.
Come
potremmo vincere una guerra se saremmo quasi sempre senza missili e bombe in
meno di una settimana?
Ma le preoccupazioni più grandi che ho
sottolineato erano politiche, e sia prima che dopo l'attacco, queste sono state
espresse da individui riflessivi di tutto lo spettro ideologico.
Tucker
Carlson ha trascorso l'ultimo decennio come figura di spicco dei media
conservatori americani e un sostenitore cruciale di Trump.
Poco
prima del nostro attacco all'Iran, ha ospitato il suo collega di Fox News “Clayton
Morris”, autore del popolare podcast Redaste.
Entrambi
hanno concordato sul fatto che un attacco all'Iran sarebbe disastroso e
assolutamente contrario agli interessi nazionali americani, sottolineando anche
che solo il 20% circa degli americani era favorevole all'idea.
Un
paio di giorni dopo, un Carlson indignato ha immediatamente condannato il
nostro attacco all'Iran definendolo "assolutamente disgustoso e
malvagio".
Altre
figure di spicco del movimento MAGA, come l'ex deputata repubblicana “Marjory
Taylor Greene” e Alex Jones, hanno denunciato la guerra all'Iran di Trump in
termini altrettanto aspri.
Greene
ha dichiarato: "Abbiamo votato per l'America First e ZERO guerre",
condannando l'amministrazione come un "branco di bugiardi malati".
Il
giornalista “Glenn Greenwald” ha sottolineato l'enorme ipocrisia del fatto che
Trump sia tornato con successo alla Casa Bianca nel 2024 candidandosi come
candidato per la pace, ma ora abbia iniziato la più grande guerra che abbiamo
combattuto almeno negli ultimi cinquant'anni dalla nostra debacle in Vietnam.
In un
tweet visualizzato milioni di volte, Greenwald ha denunciato la candidatura
ufficiale "pro-pace" di Trump come "una delle campagne
presidenziali più sfacciatamente fraudolente della storia americana".
“Chas
Freeman” è considerato uno dei nostri diplomatici più illustri e ha anche
ricoperto il ruolo di assistente segretario alla Difesa.
In un'intervista rilasciata subito dopo
l'attacco, ha avvertito che il nostro governo aveva ridotto il mondo intero in
uno stato di completa anarchia, con conseguenze fatali per tutte le nazioni,
compresa certamente la nostra.
Il Prof. Jeffrey Sachs della Columbia University ha
espresso osservazioni altrettanto scoraggianti in un'intervista sullo stesso
canale YouTube.
Ho
riferito gli enormi dubbi sollevati da Freeman circa l'andamento della guerra.
Insieme
a molti esperti militari, Freeman ha anche sostenuto che l'Iran potrebbe in
realtà essere in una posizione migliore per vincere una lunga guerra di
logoramento contro i suoi nemici americani e israeliani, forse avendo a
disposizione scorte di missili balistici molto più grandi.
Ancora
più importante, lo Stretto di Hormuz è il punto di strozzatura petrolifera più
critico al mondo, una stretta via d'acqua al largo della costa iraniana
attraverso la quale deve passare un quinto di tutte le spedizioni di petrolio,
insieme a una frazione analoga delle esportazioni di GNL.
Gli iraniani controllavano quella rotta di
transito con i loro enormi numeri di missili a corto raggio e avevano
ripetutamente minacciato di chiuderla in caso di attacco.
Quando
gli Houthi, molto più deboli, avevano chiuso il Mar Rosso al trasporto merci
nel 2024 e nel 2025, i ripetuti tentativi delle task force americane di
riaprirlo si erano rivelati un fiasco.
Avendo
ricoperto il ruolo di ambasciatore in Arabia Saudita durante la Guerra del
Golfo, “Freeman “è estremamente esperto di geopolitica del petrolio e ha
sottolineato che la dimensione militare di una simile chiusura è del tutto
secondaria.
Non
appena gli iraniani dichiararono che avrebbero imposto un blocco e preso di
mira le petroliere, le compagnie assicurative avrebbero immediatamente ritirato
la loro copertura, quindi poche, se non nessuna, di queste navi si sarebbero
assunte il rischio di un simile passaggio.
In
effetti, secondo le notizie, il traffico di petroliere è già diminuito di circa
il 70% e, se la chiusura dovesse continuare per un'altra settimana o due,
possiamo aspettarci un'enorme impennata dei prezzi mondiali del petrolio e del
gas naturale, con gravi ripercussioni sull'economia mondiale.
Nonostante
queste difficoltà a lungo termine, una volta iniziata la guerra i nostri media
hanno descritto in modo uniforme le prospettive militari dell'Iran come molto
cupe, presentando una narrazione che inizialmente ho trovato ragionevolmente
plausibile e convincente.
Secondo
questi resoconti, l'annientamento dei vertici dell'Iran aveva gravemente
indebolito la reazione militare del Paese, con attacchi missilistici di
rappresaglia frammentati e disorganizzati.
I nostri media hanno descritto la risposta
iraniana come qualcosa di simile alle temporanee e disperate percosse di una
nazione decapitata, priva del comando e del controllo necessari per renderla
efficace.
In
effetti, secondo numerosi articoli sul “Times” , sul Journal e su altri media,
sebbene l'Iran possedesse un enorme arsenale di missili balistici, avevamo già
distrutto gran parte di tutti i lanciatori necessari.
Ora
stavamo dando la caccia ed eliminando con successo la maggior parte dei
restanti, bombardando anche gli ingressi ai siti di stoccaggio sotterranei.
Questa
analisi sembrava corroborata dal rapidissimo calo del numero giornaliero di
missili iraniani lanciati, che era sceso dell'85% o più dopo solo i primi due
giorni.
E
nonostante il numero di missili iraniani fosse drasticamente diminuito, le
nostre efficacissime difese aeree stavano abbattendo circa il 90% di quei pochi
missili lanciati contro i territori dei nostri alleati arabi del Golfo o contro
Israele.
Ci è
stato anche detto che avevamo eliminato con successo la maggior parte della
limitata rete di difesa aerea iraniana, ottenendo il controllo quasi completo
dei cieli del Paese e consentendo alla nostra schiacciante potenza aerea di
completare la distruzione militare del Paese.
Pertanto,
ci stavamo dirigendo verso una vittoria schiacciante nel giro di pochi giorni,
esattamente come Trump e i suoi principali collaboratori avevano promesso con
vanagloria.
La sua guerra contro l'Iran sarebbe stata una vittoria
quasi altrettanto facile del suo raid in Venezuela e della cattura del suo
presidente un paio di mesi prima.
A
prima vista, un esito militare così unilaterale non avrebbe dovuto sorprendere
più di tanto. Anzi, a posteriori, sembrava quasi assurdo aspettarsi qualcosa di
diverso.
Il
bilancio della difesa iraniano per il 2024 era stimato in 8 miliardi di
dollari, meno dell'1% dei mille miliardi di dollari che noi stessi abbiamo
utilizzato.
Quindi
spendevamo più di 100 volte di più degli iraniani in questioni militari e
avevamo una popolazione quasi 4 volte maggiore.
Come
poteva l'esito di una guerra tra le nostre due nazioni essere diverso da quello
che i media riportavano, soprattutto considerando che avevamo iniziato
decapitando con successo la leadership avversaria?
Come prevedibile, il nostro improvviso e
devastante attacco a sorpresa contro l'Iran ha suscitato serie preoccupazioni
altrove, in particolare in Russia.
Abbiamo subito ripubblicato un articolo di un
importante analista politico russo di nome” Ivan Timofeev” che riassumeva molte
di queste preoccupazioni:
I
massicci attacchi aerei di Israele e Stati Uniti contro l'Iran non erano del
tutto inaspettati.
Le
forze d'attacco si stavano radunando nel Golfo Persico da mesi.
I
negoziati iraniano-americani erano in stallo e offrivano scarse prospettive di
successo.
Eppure,
l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, di membri della sua famiglia e di
diversi alti funzionari iraniani ha provocato un'onda d'urto ben oltre la
regione.
L'Iran
ha risposto con attacchi missilistici contro Israele e strutture statunitensi
in Medio Oriente.
Le ripercussioni sono state immediate:
interruzioni delle spedizioni di petrolio nel Golfo
Persico e instabilità nelle infrastrutture finanziarie e di trasporto negli
Emirati Arabi Uniti e in Qatar...
Per la
Russia, la crisi offre dure lezioni.
Lezione
1: Le sanzioni raramente sono la fase finale.
Lezione
2: La pressione è a lungo termine.
Lezione
3: Le concessioni non garantiscono sollievo.
Lezione
4: I leader sono sempre più bersagli.
Lezione
5: L'instabilità interna invita la pressione esterna.
Lezione
6: I "cavalieri neri" hanno dei limiti.
Lezione
7: L'equilibrio deve essere credibile.
…L'Iran
non è indifeso. I suoi attacchi missilistici e con droni dimostrano capacità e
determinazione.
Azioni
come il tentativo di limitare la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz
dimostrano la volontà di aumentare i costi.
Eppure
Stati Uniti e Israele sembrano giudicare la rappresaglia iraniana come dolorosa
ma accettabile.
La
deterrenza non dipende solo dalla capacità, ma anche dalla sensibilità
dell'avversario al danno.
In uno
scontro prolungato, la tolleranza alle perdite può aumentare. Il XX secolo ha
dimostrato come l'escalation politica possa erodere la moderazione anche in
ambito nucleare.
La
Russia possiede una capacità di ritorsione molto maggiore dell'Iran. Ma questo
da solo non garantisce la stabilità.
Un
avversario che ritenga il danno sopportabile potrebbe continuare l'escalation.
La
crisi iraniana rivela uno stato d'animo più profondo che emerge nella politica
globale: una determinazione fatalista.
Le grandi potenze sembrano sempre più disposte
ad assorbire il rischio e ad accettare l'instabilità, il che potrebbe
rappresentare la lezione più preoccupante di tutte.
Gli
eventi in Iran non sono un episodio regionale isolato. Fanno parte di una più
ampia trasformazione del sistema internazionale. È una trasformazione in cui le
sanzioni si trasformano in scioperi, i negoziati coesistono con l'attrito e la
leadership stessa diventa un bersaglio.
Considerati
i passati attacchi alla capacità di deterrenza nucleare della Russia, gli
assassinii di numerosi generali russi di alto rango e i nostri apparenti
tentativi di assassinare il presidente russo Vladimir Putin, le implicazioni
del nostro devastante e decapitante primo attacco contro l'Iran e la sua
leadership non sono certo sfuggite ai russi.
Nel caso dell'Iran, il nostro attacco a
sorpresa aveva ottenuto un successo tattico totale e tutti i primi segnali
indicavano che avremmo ottenuto una facile vittoria militare.
Ma il
successo nelle operazioni di combattimento non equivale necessariamente a
vincere una guerra, e continuavo a sospettare che avremmo potuto subire una
sconfitta strategica e geopolitica a lungo termine come conseguenza della
nostra decisione sconsiderata.
Secondo
Wikipedia, nel mondo ci sono tra i 200 e i 260 milioni di musulmani sciiti e,
nel pieno del mese sacro del Ramadan, abbiamo assassinato a tradimento l'86enne
Ayatollah Khamenei.
In
questa immensa comunità religiosa globale, Khamenei era probabilmente secondo
per influenza solo al 95enne Grande Ayatollah Ali al-Sistani di Najaf, in Iraq.
Inoltre,
avevamo ucciso la maggior parte della famiglia di Khamenei nel nostro attacco
al suo complesso personale, tra cui sua moglie, sua figlia, suo genero, sua
nuora e il nipote di quattro anni.
Suo figlio e successore appena nominato, Mastaba
Khamenei, è entrato in carica piangendo la morte della sua famiglia.
Nella
stessa ondata di attacchi missilistici iniziali, avevamo ucciso 165 bambine
nella loro scuola elementare in un'altra città e distrutto numerose altre
scuole e ospedali, uccidendo un numero enorme di civili iraniani.
In
tutte le questioni militari, abbiamo ormai modellato i nostri metodi di
combattimento su quelli impiegati da tempo dal nostro alleato israeliano, forse
con conseguenze di vasta portata per il futuro del nostro Paese.
Sebbene
i media occidentali, fortemente faziosi, non siano riusciti a coprire in modo
appropriato queste orribili atrocità, queste sono state trasmesse in tutto il
mondo, infiammando al contempo la popolazione iraniana di oltre 90 milioni di
persone e riducendo notevolmente ogni possibilità che il Paese accolga le
richieste americane.
Inoltre,
come previsto, l'Iran ha annunciato che avrebbe bloccato lo Stretto di Hormuz a
quasi tutto il traffico merci.
Il passaggio attraverso quella via d'acqua
molto stretta potrebbe essere facilmente interdetto da missili a corto raggio,
droni o persino artiglieria terrestre di vecchia concezione, tutti nascosti
lungo la lunga costa montuosa.
In
precedenza non eravamo riusciti a rompere il blocco del Mar Rosso imposto dagli
Houthi, molto più deboli, quindi vedevo poche possibilità che l'America
riuscisse a superare con successo gli sforzi iraniani.
Dopo
un paio di settimane, la conseguente perdita di ingenti quantitativi di
petrolio a livello globale sarebbe devastante per l'economia americana e per
quella del resto del mondo.
Ieri i
prezzi del petrolio sono saliti ben oltre i 100 dollari al barile, con alcune
stime che potrebbero presto raggiungere i 150 dollari o livelli molto più alti.
Inoltre, anche i ricchi stati arabi del Golfo
dipendono fortemente dalle spedizioni di cibo che percorrono la stessa rotta e,
se queste venissero interrotte, potrebbero iniziare a soffrire di enormi
problemi interni, spingendoli forse a fare pressioni disperate per la pace.
Sebbene tutte queste considerazioni
strategiche più ampie fossero certamente presenti nella mia mente, tutto ciò
che leggevo indicava che le nostre forze armate stavano ottenendo una rapida e
schiacciante vittoria militare sull'Iran.
Ma non
ero ancora del tutto convinto nemmeno di quella situazione.
L'America
possiede molte potenti armi strategiche, ma forse la più potente di tutte è la
nostra eccezionale macchina propagandistica, assolutamente ineguagliata da
qualsiasi combinazione dei suoi rivali in tutto il mondo. Nei decenni passati, una propaganda
così astuta ma disonesta aveva convinto con successo la maggior parte dei
nostri cittadini che stavamo ottenendo enormi vittorie in Vietnam e in Iraq,
anche se la realtà era ben diversa.
Il mio
vecchio amico “Bill Odom” era stato il generale a tre stelle che dirigeva la
NSA per Ronald Reagan e in un articolo del 2008 ho descritto la sua totale
indignazione per le bugie e gli inganni che circondavano la nostra disastrosa
guerra in Iraq:
La
guerra in Iraq era stata solo uno dei tanti inganni dei media americani e in
passato ne avevo subiti alcuni.
Quindi
ho attentamente riservato il mio giudizio sull'effettivo corso della guerra in
Iran fino a quando non fossero emerse ulteriori informazioni. In mancanza di competenze militari,
avrei avuto bisogno che altri analizzassero le prove frammentarie ed
emettessero i loro verdetti sulla situazione del combattimento.
Nel
giro di 48 ore, qualcosa di tutto questo cominciò ad accadere. Il Colonnello
Daniel Davis e il Commodoro Steven Jeremy sono analisti militari esperti, e ho
visto il Prof. Glenn Diesel intervistarli sul suo canale.
In quelle discussioni, entrambi hanno
sollevato numerosi punti di vista eccellenti, e nessuno dei due sembrava
pensare che la guerra stesse andando molto bene per gli americani.
Alastair
Croke era un ex alto ufficiale dell'MI6 che aveva trascorso decenni in Medio
Oriente e quello stesso giorno fornì anche una prospettiva sulla guerra molto
diversa da quella presentata dai nostri media.
Quei
primi colloqui mi lasciarono sospettoso, ma la svolta cruciale nella mia
valutazione militare arrivò un paio di giorni dopo, quando guardai uno dei
programmi di Tucker Carlson sul conflitto, una parte che consiglio vivamente a
tutti.
La
prima metà ha offerto una prospettiva molto interessante e cruciale sulle
origini e le motivazioni della guerra, una guerra che Carlson temeva
fortemente potesse sfuggire al controllo, trasformandosi in un conflitto
religioso globale che avrebbe contrapposto più di due miliardi di cristiani a
un numero analogo di musulmani.
Ma ha
dedicato la seconda parte della puntata a un'intervista con un analista
militare di nome “Brandon J. Reichert ,”
che considerava piuttosto competente e obiettivo.
Sebbene fosse un convinto sostenitore di Trump
di destra, Reichert era estremamente preoccupato per la piega che stava
prendendo la guerra.
Secondo
Reichert, tutti gli avvertimenti pubblici dei nostri generali erano stati
assolutamente corretti.
A
quanto pare avevamo esaurito le nostre scorte di munizioni a corto raggio, e ci
eravamo quindi cacciati in una situazione critica.
Sebbene
piuttosto datati e lenti, i missili da crociera Tomahawk costituiscono il
grosso di quell'arsenale, e nei soli primi quattro giorni di combattimento
avevamo già esaurito circa il 10% dell'intero arsenale, il che rappresenta ben
otto anni di nuova produzione.
In
effetti, secondo altre stime che ho sentito in seguito, avevamo effettivamente
lanciato qualcosa di più vicino al 20% dell'intero inventario globale di
Tomahawk.
Quindi,
in un certo senso, l'America stava subendo qualcosa di simile a un disarmo
unilaterale involontario come conseguenza della nostra inutile guerra contro
l'Iran.
Nel
frattempo, gli iraniani resistevano con successo, distruggendo tutte le nostre
basi militari negli Stati del Golfo e bombardando Israele, lasciandoci sempre
meno possibilità di ottenere una qualsiasi vittoria militare.
In
effetti, Reichert sembrava piuttosto preoccupato che potesse esserci una
crescente pressione su Trump o sugli israeliani affinché utilizzassero le armi
nucleari come unica speranza di ottenere una vittoria militare. Questo sarebbe il primo e unico
utilizzo di armi nucleari sul campo di battaglia dai tempi di Hiroshima e
Nagasaki, più di ottant'anni fa, e ovviamente porterebbe il mondo intero in una
direzione molto oscura e pericolosa.
Il giorno dopo, un autorevole blogger di
affari militari che si faceva chiamare “Simplicio” rivelò che gli iraniani
avevano di fatto accecato le nostre forze armate distruggendo la maggior parte
dei nostri radar strategici nella regione.
Questi sistemi radar di fascia altissima costavano
circa un miliardo di dollari ciascuno e potevamo costruirne solo uno o due
all'anno.
Eppure, solo nei primi giorni, gli attacchi
dei droni iraniani avevano distrutto quasi la metà del nostro inventario
globale:
In
particolare, il NYT e altre testate hanno confermato il totale abbandono degli
insostituibili radar statunitensi AN/TPY-2, destinati al THAAD e ad altri
sistemi di fascia alta.
Questo
radar ha un costo di oltre 1 miliardo di dollari e conta solo una dozzina di
esemplari.
Al
massimo, se ne possono costruire solo una o due unità all'anno.
L'Iran ha appena potenzialmente distrutto il
50% o più dell'intera riserva globale di questo raro e insostituibile sistema
degli Stati Uniti...
Alcuni
analisti hanno calcolato il numero come segue:
L'Iran
è riuscito a colpire diversi radar statunitensi di fascia alta, per un valore
di oltre 3 miliardi di dollari, che costituiscono il nucleo fondamentale del
sistema di difesa missilistica balistica (BMD) statunitense in Medio Oriente:
Base
aerea di Muwaffaq Salti: AN/TPY-2.
Umm
Dahal: AN-FPS-132.
Base aerea
Prince Sultan: AN/TPY-2.
Basi
aeree di Al Ruwais e Al Sader: 2x AN/TPY-2.
Anche
i resoconti “OSINT” della propaganda fortemente filoamericana sono costretti ad
ammettere le perdite:
Lo
shock dell'esito non può essere sottovalutato:
l'Iran
sta letteralmente accecando gli Stati Uniti nella regione.
E, in
seguito, sta lanciando contro Israele i suoi missili balistici ipersonici più
avanzati, i “Khorramshahr-4”, noti anche come Kebab, ora invulnerabili
all'interdizione.
Si
dice che rilascino più di 80 submunizioni in uno schema serrato.
Quindi,
secondo “Simplicio”, gli iraniani se la stavano cavando molto, molto meglio di
quanto lui o chiunque altro si fosse mai aspettato.
Il
giorno seguente, un'altra lunga intervista podcast ha confermato queste stesse
affermazioni e ha dipinto un quadro altrettanto fosco dell'attuale sforzo
bellico americano.
Prima
di lasciare l'esercito per diventare un” podcast” storico molto popolare, “Darryl
Cooper” aveva trascorso la sua lunga carriera lavorando su missili e sistemi di
difesa aerea, ed era un convinto sostenitore di Trump, votandolo tutte e tre le
volte in cui era stato candidato.
Ma considerava il nostro attuale sforzo militare un
disastroso fallimento, e lo ha detto apertamente.
Secondo
Cooper, il motivo per cui le ondate di missili iraniani erano diminuite così
drasticamente era che non c'era più molto da colpire.
La maggior parte delle basi americane nella
regione era stata quasi completamente distrutta e forse non ci saremmo più
presi la briga di tornarci.
Le
nostre scorte di munizioni e di intercettori per la difesa aerea erano esaurite
e avevamo abbandonato tutti i nostri alleati arabi, lasciandoli colpire mentre
spostavamo i nostri restanti sistemi difensivi in Israele, cosa che
sicuramente ricorderanno a lungo.
Gli
iraniani avevano raggiunto il completo predominio dell'escalation. Dato il
disastro militare totale e la mancanza di opzioni che ci trovavamo ad
affrontare, Cooper si unì a Reichert nell'accennare al pericolo che Trump o
Israele ricorressero all'uso di armi nucleari nella disperata speranza di
salvare una qualche forma di vittoria.
Invece
di combattere una guerra di nostra scelta, il nostro attacco all'Iran era stato
una guerra dettata dal capriccio, e avevamo perso ogni briciolo del nostro
onore militare nel modo in cui lo avevamo combattuto, in totale contrasto con
la tradizione occidentale.
Mentre
gli iraniani erano ancora onorevoli, noi avevamo combattuto nel modo più vile
che si potesse immaginare.
Il
verdetto estremamente duro di Cooper è stato ripreso in modo pungente dalla
blogger australiana “Caitlin Johnstone”, che ha definito l'attacco di Trump
all'Iran come "Ancora più stupido e folle della guerra in Iraq" in un
post con lo stesso titol, un sentimento espresso anche su Twitter dal
giornalista “Mehdi Hasan”.
E un
commentatore ha ridicolizzato Trump e la sua guerra insensata contro l'Iran in
modo simile, suggerendo che contro ogni previsione era riuscito a superare la
stupidità da record di Bush.
In
questo caso, una cosa va detta di Trump: non ha paura di tentare l'impossibile
e di riuscirci, laddove tutti pensavano che un simile obiettivo fosse
irraggiungibile e si erano arresi.
È in
un certo senso ammirevole, nel suo bizzarro modo di essere, da "piccola
locomotiva che potrebbe".
In
futuro, gli insegnanti di prima elementare potrebbero ispirare i loro ingenui
alunni raccontando loro di un presidente idiota, così stupido che tutti lo
consideravano l'uomo più stupido della storia, finché un altro presidente non
si è fatto avanti e si è dimostrato ancora più stupido.
Ciò
darà alla giovane fiducia in sé stessi e orgoglio patriottico.
Sia Reichert
che Cooper sembravano piuttosto competenti in tutte queste questioni militari,
e lo stesso valeva per il blogger di Simplicio. Tutto ciò che dicevano sembrava
corretto o almeno ragionevole sulla base delle prove esistenti.
Ma
nessuno di questi individui possedeva le credenziali che avrebbero potuto
impressionare terzi scettici, quindi sono stato molto lieto di ascoltare il
punto di vista di un rinomato accademico che ne aveva sicuramente a palate.
Per
decenni, il Prof. Tedi Posto del MIT è stato considerato uno dei nostri massimi
esperti di tecnologia militare, in particolare per quanto riguarda i sistemi
missilistici, e nel corso della sua lunga carriera ha regolarmente avuto a che
fare con gruppi di ufficiali di prima fascia a tre e quattro stelle in
condizioni di piena parità o superiori.
Ma ha
anche spesso attirato l'inimicizia dei lobbisti aziendali per le sue
valutazioni schiette e spesso poco lusinghiere dei costosissimi sistemi d'arma
che questi ultimi vendevano al nostro ingenuo governo.
Sebbene
si sia ritirato dal suo incarico accademico circa otto anni fa, ha mantenuto un
forte interesse per la sua specializzazione tecnica.
Quindi,
mentre i suoi briefing passati sarebbero stati riservati ai ranghi più alti
delle nostre forze armate, ora sono disponibili a chiunque si prenda la briga
di guardare una delle sue interviste su YouTube.
Ho
trovato particolarmente illuminante il suo colloquio del 5 marzo con il
Colonnello Daniel Davis.
Come
ha spiegato Posto, le affermazioni diffuse dai media secondo cui i nostri
intercettori di difesa aerea avrebbero avuto successo contro i missili
balistici iraniani sembravano del tutto fallaci.
In
realtà, queste false affermazioni sono state facilmente smentite da numerosi
video circolanti su Internet che, al contrario, rivelavano la totale
inefficacia di quei sistemi difensivi.
Avevo
promosso la sua intervista in un commento in cui riportavo le sue conclusioni.
Nei
video che mostra, quasi nessuno dei sistemi antimissile israeliani o americani
ha mai colpito il bersaglio.
Gli
israeliani lanciano tre intercettori Patriot contro un missile iraniano in
arrivo, ma tutti e tre mancano il bersaglio.
Gli
israeliani sparano una dozzina di intercettori Irons Dome contro un missile
iraniano in arrivo, ma tutti mancano il bersaglio.
Il
tasso di successo dell'intercettazione antimissile sembra oscillare tra lo 0% e
il 5%.
Molto
presto israeliani e americani saranno senza intercettori e totalmente indifesi.
Ma dato che gli intercettori comunque non funzionano, forse non è poi così
grave.
Nel
frattempo, i disonesti media mainstream dichiarano che quasi tutti i missili
iraniani sono stati intercettati e abbattuti con successo.
E
Trump ha chiesto la RESA INCONDIZIONATA!
Il
tutto sembra uno sketch dei Monty Python...
Posto
ha poi spiegato che molti dei resoconti dei media su un tasso di
intercettazione riuscito dell'85-90% provenivano apparentemente dal lavoro di
uno scienziato politico di Stanford di nome “Scott Sagan”, che Posto ha
ridicolizzato definendolo un imbroglione accademico:
TED
POSTO:
visto
che ho parlato di accademici e frodi, c'è questo tizio, Scott Sagan.
È il direttore del Center for International
Security and Cooperazioni di Stanford.
Ha appena pubblicato un articolo sul Bulletin of the
Atomic Scientists in cui affermava un tasso di intercettazione dell'87% per l'Irons
Dome. E abbiamo appena visto a quanto ammonta questo tasso di intercettazione:
ben al di sotto del 5%...
Ecco
fatto, signor Grande Uomo.
E lui,
tra l'altro, mi ha appena vietato di partecipare ai seminari a Stanford. Ora
sono stato bandito da Scott Sagan.
Quello
che gli piace fare è agire alle tue spalle e fare false affermazioni.
DANIEL
DAVIS: Beh, dai, amico. Come si può affermare che il tasso di successo sia
dell'87%? In quel video che hai mostrato, c'era un intero sciame di missili che
cadeva...
TED
POSTO:
Voglio
dire, non lo capisci proprio. Ha più titoli – non so come faccia a inserire un
articolo, perché ha così tanti titoli nei suoi articoli che non so dove ci sia
spazio per tutto.
Questo
è il tipo di frode accademica che ormai è diventata la norma alla Stanford
University.
Tutto ciò ha dimostrato l'impatto
trasformativo dei cambiamenti tecnologici e dei potenti canali informativi che
hanno reso possibili.
Nei decenni passati, l'esclusione di Posto da
quel seminario di Stanford da parte di Sagan avrebbe relegato quest'ultimo e le
sue opinioni nel più totale anonimato.
Ma
ora, grazie a Internet e alla piattaforma YouTube, Sagan potrebbe parlare a 40
o forse 400 persone, mentre le idee contrarie di Posto raggiungevano un
pubblico globale di 400.000 persone.
Secondo
l'analisi di Posto, gli iraniani sembrano lanciare i loro missili balistici da
singole postazioni sotterranee, tutte coperte da sottili strati di terreno
superficiale.
Tali
postazioni di tiro non potrebbero essere rilevate dai nostri satelliti o
persino da aerei o droni in volo, e quindi non potrebbero essere prese di mira
e distrutte.
Altri
esperti militari hanno osservato che molti o la maggior parte dei bersagli che
presumibilmente avremmo colpito erano apparentemente solo finti oggetti di
cartone, quindi si trattava probabilmente dei lanciamissili mobili distrutti di
cui il nostro governo si era apparentemente vantato.
Inoltre,
Posto ha spiegato che i nuovi missili balistici iraniani sono spesso dotati di
più esche o di testate submunizioni, queste ultime in grado di produrre un
bombardamento a saturazione di un'area bersaglio.
Ha
sottolineato che gli iraniani disponevano di un'enorme riserva di grandi droni
d'attacco, ciascuno dotato di una testata da 200 libbre sufficientemente
potente da distruggere un sistema radar.
Pertanto,
i difensori americani e israeliani non potevano ignorare tali attacchi e
sarebbero stati costretti a spendere uno o più intercettori da 4 milioni di
dollari per un drone che probabilmente sarebbe costato solo tra i 10.000 e i
30.000 dollari.
Quel
che è ancora peggio per i loro avversari è che gli iraniani avevano
equipaggiato alcuni dei loro droni con sistemi di comunicazione satellitare Iridio,
in grado di trasmettere immagini video ai loro controllori umani, consentendo
così di colpire con precisione determinati edifici o siti militari.
Tutti
questi fattori tecnologici sembravano dare agli iraniani un vantaggio notevole
nell'attuale situazione bellica.
Domenica
sera il Prof. Diesel ha rilasciato un'ulteriore intervista di un'ora a Posto,
nella quale quest'ultimo ha affinato e ampliato la sua discussione sulla
maggior parte di questi stessi punti.
Tra le
altre cose, ha spiegato di aver trascorso gli ultimi trent'anni a spiegare
regolarmente ai massimi funzionari del Pentagono quanto facilmente i loro
sistemi di difesa antimissile potessero essere facilmente sconfitti da queste
contromisure, e gli iraniani stavano ora dimostrando che questa analisi era del tutto
corretta.
Ma,
cosa ancora più importante, ha sottolineato la sua profonda preoccupazione per
il fatto che la guerra con l'Iran possa essere sul punto di trasformarsi in una
guerra nucleare.
Ha
ripetutamente descritto Netanyahu come "un maniaco omicida" che
potrebbe essere sul punto di usare armi nucleari contro l'Iran perché Israele
non ha altra scelta per far fronte al bombardamento incessante di missili
balistici e droni iraniani.
Quel
che è peggio è che gli stessi iraniani erano una potenza nucleare di soglia e,
se fossero stati attaccati con armi nucleari, nulla avrebbe potuto impedir loro
di assemblare rapidamente forse dieci piccole testate atomiche e di lanciarne
alcune contro Israele per rappresaglia, producendo così il tipo di scenario da
incubo che il mondo teme da più di tre generazioni.
Posto
temeva fortemente che un simile scambio nucleare non sarebbe rimasto confinato
al Medio Oriente e avrebbe potuto facilmente sfociare in una guerra nucleare
globale su vasta scala.
Posto
e altri sono convinti che il mondo stia affrontando un grave rischio di guerra
nucleare e le opzioni valide sembrano essere poche, quindi potrebbe valere la
pena valutare quali potrebbero essere le meno peggiori.
Consideriamo
che l'Iran sia riuscito a imporre con successo un blocco navale dello Stretto
di Hormuz senza schierare una sola nave e senza sparare un solo colpo.
Nel
mio articolo della scorsa settimana, ho sostenuto che la Cina potrebbe imporre
un blocco aereo/navale altrettanto rigido sulla propria provincia riconosciuta
di Taiwan utilizzando mezzi molto simili.
Due
settimane fa, un importante articolo del New York Times riportava le
implicazioni:
Secondo
i funzionari, un blocco cinese di Taiwan potrebbe soffocare la fornitura di
chip per computer prodotti sull'isola e mettere in ginocchio l'industria
tecnologica statunitense...
"La
più grande minaccia per l'economia mondiale, il più grande punto di fallimento,
è che il 97% dei chip di fascia alta è prodotto a Taiwan", ha dichiarato
il Segretario al Tesoro Scott Besson il mese scorso al World Economic Forum di
Davos, in Svizzera, esagerando leggermente le stime del settore.
"Se quell'isola fosse sotto assedio, se
quella capacità produttiva venisse distrutta, sarebbe un'apocalisse
economica"...
Un
rapporto confidenziale commissionato nel 2022 dalla “Semi-conduttore Industry
Association” per i suoi membri, tra cui figurano le maggiori aziende
statunitensi produttrici di chip, affermava che tagliare la fornitura di chip
da Taiwan avrebbe portato alla più grande crisi economica dai tempi della
Grande Depressione.
La
produzione economica statunitense sarebbe crollata dell'11%, il doppio rispetto
alla recessione del 2008…
Ma ora
più che mai è diventato chiaro che Taiwan è fondamentale per la sopravvivenza
economica dell'America, soprattutto perché l'intelligenza artificiale,
sviluppata utilizzando chip realizzati a Taiwan, guida il mercato azionario
statunitense e alimenta la crescita economica...
…la
Semi conduttore Industry Association ha incaricato McKinsey di dare
un'occhiata. Sono partiti da una domanda fondamentale: cosa succederebbe se le
aziende non riuscissero a procurarsi chip dall'isola?
Una
sintesi del rapporto si apriva con una mappa di Taiwan che illustrava
dettagliatamente quanto l'isola sia fondamentale per l'economia globale.
Taiwan
ha generato circa 10.000 miliardi di dollari del prodotto interno lordo
mondiale.
Ha
prodotto chip per iPhone e più della metà dei cosiddetti chip di memoria per
automobili, ed è stata leader nell'assemblaggio di chip per l'intelligenza
artificiale...
Altri
rapporti, tra cui uno del servizio di ricerca “Bloomberg Economica” , stimano
che un conflitto costerebbe all'economia globale più di 10 trilioni di dollari.
Pertanto,
ho sostenuto che una semplice dichiarazione cinese di un blocco aereo/marittimo
di Taiwan avrebbe provocato un crollo immediato dell'attuale bolla di
intelligenza artificiale americana e del suo intero sistema finanziario:
Negli
ultimi anni, il gigantesco boom dell'intelligenza artificiale ha spinto i
valori di mercato delle principali aziende tecnologiche a livelli senza
precedenti.
Si è
ampiamente sostenuto che stiamo vivendo un'evidente bolla dell'intelligenza
artificiale, con migliaia di miliardi di dollari stanziati per spese in conto
capitale in quel settore.
In effetti, secondo alcune stime, l'America
sarebbe probabilmente già caduta in recessione nel 2025 se non fosse stato per
l'enorme spesa in data center e altri progetti legati all'intelligenza
artificiale, con l'intelligenza artificiale che ha rappresentato il 40%
dell'intera crescita del PIL americano lo scorso anno.
La
nostra economia è stata inoltre sostenuta dall'"effetto ricchezza"
dei consumatori prodotto dall'enorme rialzo dei titoli tecnologici, quasi
interamente trainato dal boom dell'intelligenza artificiale.
Le
sette maggiori aziende per valore di mercato sono tutte aziende tecnologiche,
in gran parte sostenute dalle prospettive dell'intelligenza artificiale, e il
loro valore totale supera i 20.000 miliardi di dollari.
Altre
aziende tecnologiche, pubbliche o private, aggiungono molte migliaia di
miliardi di dollari al loro valore di mercato aggiuntivo...
Potrei
facilmente immaginare i titoli tecnologici più grandi e sopravvalutati crollare
del 50% o più, cancellando migliaia di miliardi di dollari di ricchezza degli
investitori.
Gli
hedge fund sovra indebitati andrebbero sicuramente in fallimento, aggravando la
situazione. Wall Street potrebbe assistere a uno dei peggiori crolli della sua
storia...
Penso
che ogni importante dirigente del settore tecnologico e ogni ricco investitore
farebbero un'enorme pressione sui governi americano e taiwanese affinché si
arrendessero...
Il
governo americano non avrebbe altre opzioni possibili.
…in
questo particolare momento, un blocco cinese di Taiwan equivarrebbe a mettere
le mani sulla trachea di tutte le principali aziende tecnologiche occidentali,
di tutti i ricchi investitori di Wall Street e, in larga misura, dell'intera
economia americana.
Ora è
il momento giusto per la Cina di colpire e far scoppiare la bolla dell'impero
americano del presidente Donald Trump.
Penso
che il risultato sarebbe un crollo finanziario americano che potrebbe portare a
una rapida resa, costringendo alla fine immediata della guerra con l'Iran e
salvando il mondo da un imminente disastro nucleare.
LA
GUERRA SANTA TRA IL PARADISO
ISLAMICO
E IL PARADISO FISCALE.
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (9 Marzo 2026) – Comidad – ci dice:
Il
buffo caso del ministro Guido Crosetto, bloccato a Dubai dai missili iraniani,
rischia di essere sottovalutato proprio a causa della sua comicità.
Ovviamente
non ha alcun senso recriminare sul fatto che il governo italiano non fosse
stato preavvertito dell’attacco all’Iran da parte del cosiddetto alleato USA o
dal cosiddetto alleato israeliano, poiché questo era un dato scontato.
Il
punto è che erano di pubblico dominio sia l’eventualità di un imminente
attacco, sia il coinvolgimento nel conflitto di tutti i paesi del Golfo che
ospitano basi statunitensi, visto che l’Iran lo aveva più volte preannunciato.
Era
inoltre probabile che, rispetto allo scorso anno, il contrattacco iraniano
partisse dopo pochi minuti, e non a molte ore dall’attacco israelo-americano,
come invece era accaduto nel giugno scorso.
Si
deve quindi constatare che il nostro ministro della Difesa ha mancato a
qualsiasi norma di prudenza e di buonsenso; tanto più incauto perché a Dubai ci
aveva spedito anche la famiglia.
Il
ministro quindi non può pretendere che questa vicenda passi come una sua
questione privata.
Se
Crosetto non ritiene di dare lui le dovute spiegazioni, starà agli altri
cercarle.
Crosetto
è notoriamente un consulente del maggior appaltatore del ministero della
Difesa, “Leonardo SPA”, che è presente in tutte le edizioni di quella grande
vetrina delle armi che è l’”Airshow” che si svolge a Dubai.
In
base alle informazioni fornite dal sito della stessa azienda, sappiamo che dal
novembre dello scorso anno “Leonardo SPA” sta allestendo un insediamento
industriale negli Emirati Arabi Uniti, insieme con investitori locali.
Nulla
di strano perciò che il ministro della Difesa Crosetto fosse a Dubai in veste
informale per fornire i suoi buoni uffici per la conclusione del mega-affare.
Se
bisognava poi fornire una copertura al carattere ufficioso e riservato della
missione d’affari di Crosetto, non appare tanto strana neppure la presenza
della sua famiglia, a conferire l’apparenza di una vacanza.
Chi
pensasse che Crosetto stesse a Dubai a gestire il flusso dei soldi, sarebbe
fuori strada.
In realtà è il flusso di soldi a gestire
Crosetto. Se si sta in quel giro, non ci si può tirare indietro.
In tutta la vicenda di questa assurda guerra,
l’unico elemento costante è il flusso dei soldi.
Uno dei maggiori donatori alle campagne
elettorali di Donald Trump è Miriam Adelson.
Questa
signora è un interessante ibrido mitologico, poiché combina le caratteristiche
di “imprenditore del gioco d’azzardo” (cioè proprietaria di casinò) e di
“filantropo”, in quanto gestisce un giro di donazioni per organizzazioni non
profit di “beneficenza” a favore degli insediamenti di coloni israeliani in
Cisgiordania.
Pare che il missile iraniano che sabato scorso
ha beccato nove coloni israeliani, abbia bruscamente interrotto proprio una
riunione di beneficenza;
il che
confermerebbe ciò che dice Trump sulla malvagità del regime iraniano.
Ora,
cosa hanno in comune il gioco d’azzardo e la beneficenza?
Hanno
in comune il fatto di essere strumenti privilegiati di riciclaggio di denaro,
in quanto consentono entrambi di spostare grosse somme di denaro senza la pezza
d’appoggio della fornitura di una merce o di un servizio a giustificare la
transazione.
Rispetto
al gioco d’azzardo, la beneficenza ha più virtù, infatti si avvantaggia
dell’immunità fiscale.
A
conferma del fatto che “Miriam Adelson “non rappresenta un esempio isolato ma,
al contrario, è l’esponente di uno schema ricorrente e consolidato, c’è il caso
di un altro proprietario di casinò e filantropo, “Irving Moskowitz,” anche lui
benefattore e donatore degli insediamenti dei coloni israeliani in
Cisgiordania.
Il
quotidiano “Times of Israel” ha celebrato con toni accorati e nostalgici la
memoria dell’illustre biscazziere/benefattore prematuramente scomparso a soli
ottantotto anni.
Impressionante
come siano commoventi i soldi.
Alcune
organizzazioni palestinesi hanno obiettato che questo palese e sfacciato giro
di evasione fiscale e di riciclaggio di denaro va a finanziare l’apartheid e il
genocidio in Cisgiordania, perciò non potrebbe essere considerato beneficenza.
Ma è una questione di punti di vista.
Mentre
gli sciiti retrogradi e oscurantisti aspirano al paradiso islamico, i sionisti
si fabbricano il loro paradiso fiscale, costituito dalle “non profit”.
In questi giorni una pattuglia di iraniani di mestiere
fa la spola tra le città italiane per pregare di bombardare l’Iran in nome
della libertà. Insomma, le bombe dovrebbero cadere lì, ma intanto questi “iraniani” se
ne starebbero al sicuro qui; solo i nostri media non notano la stranezza della
cosa.
Ovviamente
per la gran parte degli iraniani la vera minaccia è esistenziale, poiché non si
tratta della fine del regime clepto-clericale, bensì di quello che è il vero
obiettivo israeliano, cioè la balcanizzazione, la dissoluzione dell’Iran in
tante entità tribali in perenne conflitto tra loro; insomma, un’altra Siria,
un’altra Libia.
Ma per
Israele preservare il flusso di denaro è altrettanto esistenziale.
Qui
infatti non si tratta di scelte da ponderare caso per caso in base al grado di
consapevolezza e alla volontà:
se
stai nel giro del denaro, per te la pace rappresenta una minaccia esistenziale,
perché soltanto se la sopravvivenza di Israele è continuamente messa in
pericolo da Israele stesso, si riesce a mobilitare una tale quantità di soldi.
La
narrativa occidentalista ci fa credere che la minaccia alla pace provenga dal
mitico dittatore pazzo, e forse invece il problema è il donatore pazzo.
Infatti
le ONG non profit che veicolano soldi verso Israele, proliferano come
metastasi.
Sono
centinaia e centinaia; e non si riesce nemmeno ad aggiornare il loro numero
poiché se ne aggiungono sempre di nuove.
(Comidad).
( comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=1318).
L’intelligenza
artificiale e il
complesso
militare-industriale.
Comedonchisciotte.org
– Redazione CDC – (9 Marzo 2026) – Movisol – ci dice:
L’intelligenza
artificiale è molto più integrata nelle politiche di difesa delle grandi
potenze di quanto si possa pensare, nonostante i suoi evidenti limiti.
Il
pericolo di affidarsi a tali tecnologie nel mondo reale è stato recentemente
sottolineato in una serie di “scenari di guerra” condotti dal professor “Kenneth
Payne” del “King’s College “di Londra.
Lo studio ha messo a confronto tre modelli
leader di IA:
GPT-5.2, Claude Sonnet 4 e Gemini 3 Flash –
in un
“torneo” di 21 scenari simulati di crisi nucleare, al fine di testare le forme
emergenti di quella che il professore chiama “psicologia delle macchine” in
tali condizioni.
Nel
95% dei casi, il conflitto è degenerato fino all’uso di armi nucleari tattiche
in almeno uno dei modelli di IA e nel 75% dei casi, fino all’impiego di armi
nucleari strategiche!
Secondo
il professor Payne, nessuno dei modelli ha mai scelto la conciliazione o la
resa.
Anche se erano disponibili “otto opzioni
esplicite di de-escalation”, nessuna di esse è mai stata utilizzata.
Gli strateghi della difesa ci assicurano che
non verrebbero mai effettuati attacchi militari senza l’intervento umano per
prendere la decisione finale, ma molti temono che in momenti di estrema
pressione temporale e incertezza, si potrebbero prendere scorciatoie.
(kcl.ac.uk/shall-we-play-a-game).
Nel
frattempo, nel Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (ribattezzato
Dipartimento della Guerra), è scoppiata un’altra disputa riguardante questo
argomento.
Dal
2024, il Pentagono utilizza, su reti protette, il modello di intelligenza
artificiale” Claude” di” Anthropic” per l’analisi delle informazioni, le
operazioni informatiche e la pianificazione delle missioni.
Tuttavia,
l’amministratore delegato “Dario Amodei” ha posto due limiti al suo utilizzo:
nessuna
sorveglianza di massa degli americani e nessuna arma completamente autonoma.
L’attuale IA, ha sostenuto, non è abbastanza
affidabile per prendere decisioni letali senza l’intervento umano e la raccolta
di dati in massa sui cittadini senza mandato è incompatibile con la democrazia
che le forze armate hanno il compito di difendere.
Il “Dipartimento
della Guerra”, sostenendo che non aveva intenzione di violare nessuna delle due
condizioni, ha comunque chiesto che tali impegni etici fossero rimossi.
Il 27
febbraio, quando “Anthropic” ha rifiutato, il Segretario alla Guerra “Pete
Hester” l’ha definita un “rischio per la sicurezza nazionale nella catena di
approvvigionamento”.
Con
effetto immediato, ha affermato, nessun appaltatore militare avrebbe dovuto
intrattenere rapporti commerciali con l’azienda.
Mentre
“Anthropic” sta contestando la decisione in tribunale, l’amministratore
delegato di Open AI, “Sam Altman”, ha annunciato quasi immediatamente che la
sua azienda aveva raggiunto un accordo per l’uso sulla rete riservata del
Pentagono.
Ha
precisato che l’accordo include gli stessi divieti di sorveglianza e armi
autonome che esigeva Anthropic, ma ciò sembra altamente improbabile.
Anche
se il Pentagono è autorizzato a ordinare alle aziende di fornire determinati
beni fisici in tempo di guerra, questa è la prima volta che un governo minaccia
di farlo per costringere un’azienda a produrre e consegnare un prodotto che
l’azienda ha scelto di non produrre, in questo caso un sistema di intelligenza
artificiale senza restrizioni di sorveglianza interna o l’uccisione autonoma.
Quando un governo esige non solo che le
aziende gli vendano i propri prodotti, ma anche che li producano secondo le sue
specifiche e rinuncino ai propri vincoli etici pena l’inserimento in una lista
nera, esso va oltre il semplice “approvvigionamento” e si avvicina al
corporativismo diretto dallo Stato.
(Movisol)
(movisol.org/lintelligenza-artificiale-e-il-complesso-militare-industriale/).
La
nuova fase della guerra
commerciale
tra America e Cina,
e il
rischio di un collasso globale.
Linkiesta.it - Alessandro Cappelli- (17
ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
Dazi,
navi e terre rare, Trump sfida XI Jinping con minacce e retorica aggressiva per
rassicurare il suo elettorato Maga. Ma così scuote i mercati e manda nel caos
la logistica mondiale.
Con
l’amministrazione Trump le polemiche e i litigi diplomatici si ripetono con
insospettabile ciclicità.
Dopo
aver fatto da regista per la pace in Medio Oriente – sulla cui tenuta è bene
sospendere il giudizio –, in settimana Donald Trump è tornato a parlare di
economia, dazi e guerra commerciale con la Cina.
Su Truth Social ha promesso «dazi del cento
per cento su ogni prodotto cinese».
Potrebbe
aver fatto copia e incolla da un post di aprile o di luglio.
Una
storia che va avanti così da quando è tornato alla Casa Bianca, sempre uguale.
O quasi.
Perché
poche ore dopo Trump ha cambiato registro:
«Non bisogna preoccuparsi della Cina, andrà
tutto bene! Gli Stati Uniti vogliono aiutare la Cina, non danneggiarla!».
In
quarantotto ore, la politica commerciale americana è passata dalla guerra
totale all’abbraccio strategico.
E i
mercati, dopo un tonfo e un rimbalzo, hanno ricordato l’acronimo “Taco”: “Trump
Always chickens out”, alla fine il presidente se la fa sotto.
«I
messaggi contrastanti sembrano aver aperto una finestra sul tira e molla di
Trump», ha scritto il New York Times.
Da un
lato c’è l’istinto populista da campagna elettorale, il bisogno ontologico di
parlare alla pancia dell’America manifatturiera, l’idea che i dazi siano una
prova di forza patriottica.
Dall’altro,
la consapevolezza – se non di Trump, almeno di qualcuno nella sua cerchia – che
la Cina sia un partner commerciale essenziale e un avversario che conviene
maneggiare con cautela.
Le
contraddizioni di suoi annunci si riflettono nelle reazioni dei mercati. Quando Trump minaccia, le borse
cadono; quando fa marcia indietro, risalgono.
È una diplomazia da montagne russe, in cui
ogni tweet o post su Truth Social muove miliardi di dollari e qualche punto nei
sondaggi del Midwest, fondamentale in vista delle elezioni di midterm di
novembre 2026.
In
questo caso la giravolta è arrivata nel momento più delicato della nuova guerra
commerciale tra Washington e Pechino, un conflitto che non riguarda più solo
prodotti di consumo, chip e semiconduttori, ma arriva a strutture e
infrastrutture, ai porti, alle navi, al mare.
Tutto
è cominciato con le terre rare.
Giovedì scorso Pechino ha imposto nuove
restrizioni all’esportazione di questi minerali strategici, citando ragioni di
sicurezza nazionale.
È una
mossa che vale più di qualsiasi minaccia a parole, perché la Cina produce oltre
il novanta per cento delle terre rare lavorate al mondo e controlla circa il
settanta per cento delle attività minerarie globali.
Come
ha ricordato il Guardian, «la stretta cinese sulla filiera globale delle terre
rare è stata un punto di svolta nella guerra commerciale».
Perché
si tratta di elementi indispensabili per produrre chip, batterie, motori
elettrici, armi di precisione e ogni genere di tecnologia avanzata. Per questo
Trump ha risposto definendo la decisione cinese «sinistra e ostile»,
annunciando dazi generalizzati del cento per cento su tutte le importazioni
cinesi.
In pratica, una mossa che avrebbe potuto far saltare
le catene di approvvigionamento globali.
Eppure,
come spesso accade, alla furia ha fatto seguito la carezza.
In poche ore, la Casa Bianca ha provato a
correggere il tiro con il messaggio di ammorbidimento – strappo ricucito a
metà: i mercati asiatici erano già crollati e le imprese americane avevano già
messo in pausa ordini e contratti.
Secondo
gli analisti dell’”Atlantic Council”, Trump avrebbe interpretato le nuove
restrizioni cinesi come un affronto:
Pechino
avrebbe violato una tregua temporanea concordata in primavera.
Ma lo
stesso team della Casa Bianca – dal Segretario del Tesoro Scott Besson al
vicepresidente J.D. Vance – continua a predicare calma, perché a fine ottobre
dovrebbe esserci un bilaterale con XI Jinping in Corea del Sud.
E come
sempre, anche stavolta, Trump vorrebbe presentarsi come il gran maestro delle
trattative.
Nel
frattempo, scrive la BBC, la guerra dei dazi si è spostata dalla terraferma al
mare.
Da
martedì 14 ottobre, Stati Uniti e Cina hanno iniziato ad applicare nuove tasse
portuali alle rispettive navi.
Washington
sostiene che le imposte servano a «sostenere la cantieristica navale americana»
e a ridurre la dipendenza da compagnie cinesi.
Pechino
le considera misure «discriminatorie» e ha risposto imponendo dazi su tutte le
navi di proprietà statunitense o battenti bandiera a stelle e strisce.
«I dazi raggiungeranno i 1.120 yuan a
tonnellata nel 2028», scrive la BBC, cifre che per una grande nave cargo
significano fino a dieci milioni di dollari in tasse portuali.
La
conseguenza più ovvia per una politica così aggressiva è un gigantesco effetto
domino lungo tutte le catene di approvvigionamento. Le compagnie cinesi
ridurranno i viaggi verso gli Stati Uniti, i costi di spedizione saliranno, i
container saranno sempre pochi. E, come ha sintetizzato un analista citato da
Politico, «potremmo vedere scaffali vuoti durante il periodo natalizio», almeno
negli Stati Uniti. Il paradosso è che le misure di Trump pensate per difendere
la produzione nazionale finiscono per far salire i prezzi ai consumatori
americani: un classico del trumpismo economico, dove la politica commerciale è
prima di tutto uno spettacolo di potenza simbolica, con effetti nulli o
controproducenti.
I dazi
sono l’artiglieria pesante della retorica trumpiana, servono per decantare la
rinascita industriale americana, un modo per rassicurare i sindacati,
mobilitare l’elettorato operaio, mostrare che “America First” non è solo uno
slogan.
D’altronde, lo ha scritto in settimana “Politico”,
le nuove misure nascono da una petizione presentata dai sindacati dei
lavoratori metalmeccanici e dei lavoratori aerospaziali:
la
Cina, dicono, ha «danneggiato in modo irreparabile» la cantieristica americana.
Trump
ha colto l’occasione e applicato tasse portuali, incentivi federali, e un
ordine esecutivo per ripristinare il predominio marittimo americano.
È una
narrazione semplice e perfetta per un’America che, dopo decenni di
globalizzazione, vuole credere di poter tornare a costruire tutto da sola.
Pur
sapendo che si tratta di un obiettivo irrealizzabile: oggi meno dell’un per
cento delle navi statunitensi che attraccano in Cina batte bandiera americana.
È una guerra simbolica, più utile alla
propaganda che alla produzione.
Solo
pochi mesi fa, Washington e Pechino sembravano vicini a una tregua. Era stato
trovato un compromesso su “TikTok”, alcuni dazi erano stati ridotti, c’era
stata perfino una delegazione di parlamentari americani in visita in Cina per
la prima volta dal 2019.
Poi è bastato un nuovo pacchetto di controlli
sulle esportazioni di chip perché tutto saltasse di nuovo.
L'ennesimo
conflitto tra Pakistan
e
Afghanistan è anche il segno
delle
tensioni tra Usa e Cina.
Lavialibera.it-Lucia
Vastano- (2- 3 – 2026) – Redazione – ci dice:
La
guerra Pakistan-Afghanistan riesplosa la notte del 26 febbraio può essere letta
come uno scambio di messaggi tra Usa e Cina.
Trump ha manifestato la volontà di riprendersi
la base militare di Bagram, a nord di Kabul, ma la presenza americana nella
capitale rappresenterebbe una sfida non certo gradita a Pechino.
Dalla
notte del 26 febbraio 2026 l’Afghanistan è di nuovo in guerra con il Pakistan,
che ha sferrato bombardamenti aerei sulla capitale Kabul, su Kandahar, Ghazni e
sulle rispettive province, in risposta agli attentati talebani oltre i confini
orientali di Gorham.
È la
sera di venerdì 27 febbraio quando riesco a mettermi in contatto con Mohammad,
amico e giornalista di Kabul:
“Le bombe hanno colpito la zona dell’aeroporto
e dell’Almond Palace, lontano dal centro. L’attacco era nell’aria, ma noi
afghani sappiamo che in pentola bolle molto altro.
Dopo
una mattina di paura in attesa del peggio, la vita è tornata alla normalità, la
nostra normalità che ci ha abituato alle esplosioni, anche se questa volta
abbiamo temuto che la situazione potesse degenerare. Forse accadrà domani,
magari appena oltre i nostri confini”.
La
pericolosa ambiguità del Pakistan.
Parole
profetiche le sue.
L’Iran è sotto attacco da Israele e Usa, e
l’ayatollah Ali Khamenei, da 37 anni guida suprema del clero sciita, è stato
“neutralizzato” insieme ai vertici del regime.
La
fine della dittatura, secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump,
sarà conclusa in una decina di giorni.
Ma
cosa succederà dopo?
Chi
occuperà il vuoto di potere lasciato dal regime?
Sarà
Ali Larijani, politico e comandante delle guardie rivoluzionarie (ha represso
nel sangue la rivolta dei giovani iraniani), o Reza Pahlavi, erede del defunto
shah, gradito ad americani e israeliani?
O la ricerca del nuovo leader condurrà alla
guerra civile?
Come reagiranno gli stati già coinvolti nel
conflitto, dal Dubai, al Kuwait, al Qatar, all’Oman?
Afghanistan
come cartina di tornasole.
L’Afghanistan
ci può aiutare a capire.
Il suo territorio è come il prezzemolo, lo
sfruttano tutti, da secoli, per la sua posizione strategica.
Mohammad
è già al lavoro dall’alba:
“Questa
mattina sono continuati gli attacchi aerei pakistani su Kabul – racconta – ed è
entrata in azione la contraerea talebana.
Si
parla di numerose vittime, soprattutto verso i confini a Jalalabad, ma la
notizia non è stata ancora confermata.
C’è
stato poi l’attentato all’ambasciata Usa a Islamabad.
Ricordo
che il Pakistan è sostenuto dalla Cina.
Non è
un caso che da tempo Trump ha manifestato la volontà di riprendersi la base
militare di Bagram (100 chilometri a nord di Kabul) ceduta ai talebani nell’agosto 2021”.
L’Afghanistan
ci può aiutare a capire. Il suo territorio è come il prezzemolo, lo sfruttano
tutti, da secoli, per la sua posizione strategica.
Trump
avrebbe già pagato 45 milioni di dollari.
La notizia non è stata confermata, ma il
presidente degli Usa ha ripetuto più volte che è la cosa giusta da fare:
“È una delle basi aeree più forti del mondo,
in termini di potenza e di lunghezza della pista. Ci serve per la nostra
sicurezza”.
A meno
di un’ora di volo vi è la fabbrica nucleare cinese dove si lavora a pieno ritmo
per colmare, entro il 2030, il gap di missili con gli Usa (circa 500 a fronte
di 5.000).
Tornare
a Bagram sarebbe un messaggio chiaro per Pechino.
Siamo qui, vi teniamo d’occhio.
“I
talebani – continua Mohammad – sono reticenti per gli stretti rapporti
americani con Israele.
Alcune
fonti danno però per scontato che i soldi siano già nelle loro tasche.
‘I
nostri due Paesi hanno bisogno di interagire e possono avere relazioni
economiche e politiche basate sul reciproco rispetto e su interessi comuni’, le
parole di “Zakir Jalla”, direttore del ministero degli Esteri afghano, sembrano
confermare questa tesi”.
Uno
scambio di messaggi tra Usa e Cina.
La
guerra Pakistan-Afghanistan è in fondo questo:
uno
scambio di messaggi tra Usa e Cina.
E
anche all’India di Modi, che ha rafforzato i suoi rapporti con Israele e
comprato il porto di Haifa per sottrarlo alle mire del PCC.
“L’Afghanistan dipende dai cinesi. Quasi tutti
i prodotti di consumo sono made in China e così molti investimenti. La presenza
americana rappresenterebbe una sfida non certo gradita a Pechino”.
Afghanistan,
vent'anni fa la fuga dai bombardamenti Usa.
Siamo
tornati all’Ottocento, ai tempi del Grande gioco, più propriamente definito dai
russi il “Torneo delle ombre”.
Molte sono le ombre che muovono la politica
mondiale.
A
subire sono però sempre e soprattutto i civili.
Da anni gli afghani residenti in Pakistan sono
espulsi con la forza. Considerati, famiglie comprese, terroristi talebani.
“La polizia pakistana ci dà la caccia. Ci
vengono a prendere a casa, nei nostri negozi. Molti miei amici sono stati
torturati”, dice Asif, che vende stoffe al Saldar bazaar di Peshawar.
“Non so cosa fare – continua –, in Afghanistan
non ho più nessuno, i talebani mi hanno ammazzato i parenti. Qui non ci
vogliono, la diplomazia internazionale ci ignora. Non contiamo per nessuno.
Molti di noi scavalcavano i confini con l’Iran
nella speranza di raggiungere la Turchia.
Ma ora
sarebbe come cadere dalla padella alla brace”.
Siamo
tornati all’Ottocento, ai tempi del Grande gioco, più propriamente definito dai
russi il Torneo delle ombre. Molte sono le ombre che muovono la politica
mondiale.
“Queste
notti Kabul non ha dormito. La nostra vita era già dura, ora sarà ancora
peggio. Vi prego, ascoltateci, dateci una mano”, dice Alina, che prima del
ritorno dei talebani era infermiera all’Indira Gandhi Children Hospital.
Da
anni chiede aiuto: “La mia famiglia ha le carte in regola per ottenere i visti.
Abbiamo il diritto di salire su un aereo, destinazione pace, ovunque essa sia.
Forse adesso che ci bombardano ci prenderanno in considerazione”, aggiunge
disperata.
Non vuole capire che per l’Occidente il
diritto internazionale viene dopo altri interessi.
Il
cinismo, l’indifferenza, l’impotenza hanno corroso l’anima anche di chi tra noi
vorrebbe fare qualcosa.
Ci limitiamo a guardare.
Così
non può che fare anche l’Onu, sopraffatta dal “Board of peace”.
Libertà
dai tiranni, giustizia? Specchietti per le allodole.
“Hi my
friend please, please answer my message”, mi scrive Rose.
Anche
lei, figlia di un pashtun scappato in Turchia, in cerca di aiuto. Alda, ancora
bimba, mi invia i suoi disegni, ritratti degli eroi Manga giapponesi.
“Mi
piace tantissimo dipingere su tela. Questo significa che nel futuro diventerò
una grande pittrice.
Per questo mi fai venire nel tuo Paese?”.
“L’Afghanistan e la sua gente sono solo una
pedina nel gioco della pace. Un giorno potreste anche voi diventarle, magari
già lo siete”, mi saluta Mohammad sarcastico.
Di questi tempi la parola pace fa paura.
Ma noi
abbiamo Sanremo.
Il
secolo cinese di Donald Trump: sabotando gli Stati Uniti, la Casa Bianca
rafforza la Cina di XI.
Legrandcontinent.eu
– (11 giugno 2025) – Louis de Matheu – Inchiesta – ci dice:
Interviste
Asia orientale.
Kyle
Chan — Con
le sue azioni irrazionali, l'amministrazione Trump sembra fare di tutto per
preparare l'avvento di un secolo cinese.
Sabotando
i pilastri stessi che hanno reso possibile la prosperità economica americana –
ricerca scientifica all'avanguardia, inclusione nell'economia globalizzata,
attrattiva internazionale, Stato di diritto – le politiche di Trump incoraggiano
un'ascesa cinese di cui ancora fatichiamo a comprendere la portata.
Il
lavoro di Kyle Chan documenta questo grande capovolgimento, che noi
incontriamo.
Lei ha
recentemente pubblicato un editoriale sul” New York Times “ in cui spiega che
molte delle misure adottate dall’amministrazione Trump potrebbero danneggiare
gli interessi politici ed economici a lungo termine degli Stati Uniti e aprire
la strada a un “secolo cinese”.
Tra le numerose misure e decreti attuati dal
20 gennaio, quali ritiene più significativi?
Mi
limiterò a sottolineare quelle che sono state prese in tre settori che sono
stati storicamente alla base della potenza degli Stati Uniti e che, a mio
avviso, l’amministrazione Trump ha recentemente minato.
Il
primo settore è quello degli investimenti nella ricerca e sviluppo pubblici.
Comprende
il finanziamento di agenzie e istituzioni come la “National Science Foundation”,
i “National Institutes of Health”, il “Dipartimento dell’Energia”, nonché le
università e parte del settore privato che contribuiscono a creare un
ecosistema di ricercatori scientifici all’avanguardia.
Questi
meccanismi sono alla base di tutto ciò che gli Stati Uniti hanno costruito nel
corso dell’ultimo secolo.
Oggi l’attenzione è maggiormente focalizzata
sulle grandi aziende come “Nvidia” o “Google”, o su alcuni imprenditori, ma
tutti questi successi esistono grazie alle basi scientifiche che gli Stati
Uniti hanno sviluppato nel corso di un lungo periodo.
L’amministrazione
Trump sta riducendo i finanziamenti in questi settori, compromettendo
gravemente la ricerca scientifica a lungo termine.
Va
anche notato che gli effetti non saranno immediatamente visibili. Ovviamente
dovremo affrontare il malcontento dei ricercatori che non potranno svolgere il
loro lavoro nell’immediato, ma l’impatto sull’intero Paese si manifesterà solo
dopo un certo tempo e sarà molto più significativo di quanto si possa
immaginare oggi.
L’impatto
sull’intero Paese si manifesterà solo dopo un certo tempo e sarà molto più
significativo di quanto si possa immaginare oggi.
Kyle
Chan
Il
secondo settore è quello dell’immigrazione.
Gli
Stati Uniti hanno un vantaggio di lunga data su molti altri paesi in questo
settore, in particolare rispetto alla Cina, nella “guerra dei talenti” in cui
cercano di attirare le persone più brillanti e qualificate del mondo.
Oggi,
però, l’amministrazione Trump sta allontanando gli stranieri, compresi
ricercatori e imprenditori, che potrebbero creare la prossima impresa high-tech
negli Stati Uniti o svolgere lavori pionieristici nel campo della tecnologia
quantistica, ad esempio. Questi talenti potrebbero quindi prendere in
considerazione altre destinazioni che ritengono meno ostili agli stranieri.
L’incertezza
sullo status dei visti negli Stati Uniti, anche per i titolari di permessi di
soggiorno che in precedenza costituivano una categoria molto stabile e protetta
dalla legge, sta anche portando alcuni a riconsiderare i loro piani di viaggio
all’estero. Conosco personalmente molte persone che ora temono di non poter
tornare negli Stati Uniti se partono per una conferenza nel Regno Unito o in
altre parti del mondo. Tutto questo sta seminando paura in tutta la comunità
degli stranieri negli Stati Uniti, una comunità che ha svolto un ruolo cruciale
sotto molti aspetti per l’industria e la ricerca.
L’ultimo
elemento decisivo riguarda i dazi doganali.
Qual è
la sua opinione sui dazi doganali introdotti da Trump?
I dazi
hanno una loro ragion d’essere — se applicati in modo selettivo e con
attenzione.
Ma non
è ciò che sta facendo l’amministrazione Trump.
Non hanno una strategia. Non hanno un piano. Cambiano
direzione continuamente — e con «loro» intendo in realtà “lui”, Trump stesso,
perché alla fine tutto si riduce a lui.
In
realtà, queste misure danneggiano la competitività delle industrie americane.
Sono contrarie all’obiettivo stesso che Trump sta cercando di raggiungere,
ovvero rilanciare l’industria manifatturiera e rendere gli Stati Uniti nuovamente
competitivi in alcuni settori: dall’industria siderurgica e navale alle
industrie high-tech.
I dazi
doganali rendono molto più difficile l’acquisto di materie prime e
l’importazione di macchinari e attrezzature da altre regioni del mondo, in
particolare dall’Europa, dalla Cina e da altri paesi asiatici. Ironia della
sorte, il ritorno dell’industria manifatturiera negli Stati Uniti richiederebbe
l’adozione di numerose misure che sono diametralmente opposte a quelle
attualmente attuate dall’amministrazione Trump.
I dazi hanno una loro ragion d’essere — se
applicati in modo selettivo e con attenzione. Ma non è ciò che sta facendo
l’amministrazione Trump. Non hanno una strategia. Non hanno un piano
Kyle
Chan
Nel
complesso, penso che questo crei purtroppo una situazione ideale per minare la
leadership americana in molti settori.
Si
potrebbe pensare anche a un quarto ambito in cui l’attuale governo americano
sta minando un pilastro essenziale della prosperità degli Stati Uniti: lo Stato
di diritto.
Non crede che questo potrebbe avere un forte
impatto, forse anche più delle altre questioni?
Assolutamente
sì. Si potrebbe dire che lo Stato di diritto è “il pilastro dei pilastri”, un
elemento ancora più decisivo degli altri.
Lo
Stato di diritto è l’aspetto più fondamentale – insieme alla democrazia stessa
– degli Stati Uniti.
È al centro non solo del potere americano, ma
anche dei valori e dell’identità degli Stati Uniti come nazione.
Gli attacchi allo Stato di diritto, al sistema
giudiziario o agli studi legali contribuiscono realmente a minare uno dei
pilastri più importanti della prosperità americana.
Lo
stesso vale per le manovre dell’amministrazione Trump, che cerca di avvicinarsi
alle zone grigie della legge, o addirittura di oltrepassarle, per poi affermare
di non aver fatto nulla di male.
Gli
Stati Uniti starebbero diventando simili al loro principale rivale, la Cina?
Per
spingere l’analogia un po’ oltre, si potrebbe dire che gli Stati Uniti si
stanno avvicinando alla Cina nella misura in cui aumenta l’influenza di un
singolo individuo sull’economia politica e il peso che lo Stato può esercitare
sulle imprese private e sui cittadini.
Trump
non può arrestare tutti i giudici e gli avvocati, ma può esercitare un’enorme
pressione utilizzando i poteri del governo federale.
Ad
esempio, può vietare l’accesso degli studi legali agli edifici federali:
una
misura che può sembrare banale nella sua semplicità, ma che impedisce
completamente a uno studio legale di svolgere il proprio lavoro.
Questo
tipo di leva è familiare a tutti coloro che conoscono la Cina e il modo in cui
lo Stato esercita tutto il suo potere sul settore privato.
Tuttavia,
nel complesso, oggi in Cina il sistema è più stabile che negli Stati Uniti in
termini di politica economica e orientamento generale delle priorità politiche.
Non credo che i diritti delle imprese private siano necessariamente meglio
tutelati in Cina, certamente no. Ma penso che questo tipo di stabilità offra
molti vantaggi.
Nel
complesso, oggi in Cina il sistema è più stabile che negli Stati Uniti.
Kyle
Chan.
Un
tempo i ruoli erano ben distinti: Stato di diritto negli Stati Uniti, “Stato
per diritto” in Cina.
Oggi
Washington sembra sempre più governata dagli stati d’animo e dai capricci del
presidente.
Secondo
lei, quale potrebbe essere l’impatto a lungo termine delle misure
dell’amministrazione Trump sugli Stati Uniti?
Le
conseguenze sono ancora difficili da immaginare oggi, perché siamo abituati a
un mondo in cui gli Stati Uniti dominano molti settori, in particolare la
ricerca scientifica e medica, e dove molte delle loro aziende sono marchi
riconosciuti a livello mondiale.
Tuttavia,
ritengo che se si facesse una proiezione tenendo conto delle traiettorie
attuali dei due paesi – una Cina che raddoppia la posta in gioco nell’industria
manifatturiera, nella politica industriale e nelle industrie ad alta
tecnologia, di fronte a Stati Uniti che, allo stesso tempo, si sabotano da soli
– la possibilità di un “secolo cinese” diventa sempre più credibile.
Alcuni
di questi effetti non si faranno sentire prima di un decennio o due. Ma a quel
punto sarà troppo tardi per invertire la tendenza.
Se
prendiamo l’esempio degli investimenti nella ricerca scientifica, sappiamo che
le cure contro il cancro, o le medicine miracolose di domani, sono già allo
studio nei laboratori.
I progetti di ricerca che potrebbero portare a
cure mediche tra diversi decenni devono essere avviati oggi.
Come
si può capire che questi attacchi ai pilastri della prosperità americana siano
politicamente possibili?
Sembra
che ci troviamo di fronte a una reazione completamente eccessiva a
rivendicazioni che da tempo preoccupano diversi settori dell’elettorato
americano.
Oggi,
chi ha votato per Trump constata che la sua amministrazione ha finalmente dato
seguito a queste rivendicazioni, ma è andata ben oltre ciò che alcuni dei suoi
elettori desideravano.
Gli
attacchi alle università ne sono un esempio.
Diverse
questioni sociali erano già fonte di preoccupazione, dalle proteste nei campus
ai problemi legati alla diversità, al reclutamento e all’ammissione degli
studenti.
Alcune
di queste questioni erano oggetto di dibattiti di lunga data.
Ma
l’amministrazione Trump sta affrontando queste questioni senza pensare alle
conseguenze più ampie che ciò potrebbe avere, a scapito dell’economia e delle
istituzioni americane.
Questo
atteggiamento è in gran parte motivato dal desiderio di “punire” le università
e un’élite liberale che gli elettori di Trump considerano indifferente alle
loro preoccupazioni o incapace di rispondere adeguatamente.
Cercando di interpretare tutto questo nel modo
più benevolo possibile, si potrebbe vedere una forma di “vendetta” contro
istituzioni da cui le persone si sentivano escluse o che non potevano
controllare direttamente.
L’amministrazione
Trump sta affrontando la questione delle università senza pensare alle
conseguenze più ampie che ciò potrebbe avere — a scapito dell’economia e delle
istituzioni americane.
Kyle
Chan.
Alcune
di queste tendenze sono globali.
Stiamo
assistendo, ad esempio, all’ascesa dell’estrema destra populista in alcuni
paesi europei o a un forte movimento di reazione antifemminista in alcune
regioni dell’Asia.
Non si
tratta quindi di un fenomeno esclusivamente americano, anche se Trump
rappresenta forse una sorta di culmine di questa tendenza.
Ciò
sembra comprensibile dal punto di vista degli elettori trumpisti, ma più
difficile da accettare per l’élite tecnocratica che oggi svolge un ruolo
centrale a Washington.
Mentre Trump adotta misure sfavorevoli all’ecosistema
della Silicon Valley, in particolare la riduzione dei fondi destinati alla
ricerca scientifica, come si spiega la debolezza delle reazioni?
Penso
che parte del “talento” politico di Trump – in mancanza di un termine migliore
– risieda nella sua capacità di far credere che ogni persona e ogni gruppo di
interesse possa trovare un vantaggio nelle sue politiche.
Si
potrebbe pensare che i finanzieri di Wall Street vorrebbero, in teoria, che i
mercati finanziari fossero stabili e che quindi sarebbero contrari a una serie
di dazi doganali.
Ma
hanno scelto di minimizzare questa possibilità, ritenendo che Trump non
prendesse sul serio i dazi e che volesse usarli come strumento di negoziazione.
Si
sono concentrati su ciò che volevano vedere: una deregolamentazione e regole
più flessibili per il settore bancario.
Parte
del “talento” politico di Trump risiede nella sua capacità di far credere che
ogni persona e ogni gruppo di interesse possa trarre vantaggio dalle sue
politiche.
Kyle
Chan.
Quello
che sta succedendo con la Silicon Valley è simile.
C’è
stato un interessante dibattito all’interno del Partito Repubblicano sui
lavoratori stranieri altamente qualificati.
La Silicon Valley è favorevole all’arrivo di
un maggior numero di immigrati altamente qualificati:
vuole
vincere la “guerra dei talenti” e disporre di informatici in grado di creare
modelli di intelligenza artificiale che la aiutino a trionfare. Vedeva in Trump
qualcuno che l’avrebbe aiutata a costruire centri dati, a ridurre le formalità
amministrative e ad alleggerire la regolamentazione, in particolare per le
aziende della Big Tech.
Per questo motivo tutti i CEO era presente alla sua
inaugurazione, pagando ciascuno un milione di dollari per partecipare.
Hanno
scelto di minimizzare la probabilità che Trump facesse tutte le altre cose che
non sostengono necessariamente.
Nelle
politiche di Trump, ogni gruppo di interesse ha visto solo ciò che voleva
vedere e ignorato ciò che non gli piaceva.
Nel
frattempo, Trump ha fatto ciò che voleva con una direzione che cambiava di
giorno in giorno e che alla fine non corrispondeva alle aspettative di nessun
gruppo.
«Nell'ambito
del programma «Dieci città, mille veicoli», diverse città sono state
selezionate per testare diverse misure.
Queste
includevano sovvenzioni per l'acquisto di veicoli elettrici, l'installazione di
stazioni di ricarica negli edifici, nei parcheggi e lungo le strade, ma anche
strategie di acquisto pubblico.
Il
comune di Shenzhen, ad esempio, ha acquistato autobus elettrici BYD per la
flotta di autobus pubblici e auto elettriche BYD per la flotta di taxi
controllata dalle autorità locali».
«La
Cina sta cercando di preservare alcuni settori industriali con cui è legata da
vent'anni, trent'anni, persino cinquant'anni, come quello tessile e quello
degli elettrodomestici. Allo stesso tempo, però, molti non si sono resi conto che la
Cina ha scalato la catena del valore per lanciarsi in settori ad alta
tecnologia».
«Nell’ambito
del programma «Dieci città, mille veicoli», diverse città sono state
selezionate per testare diverse misure.
Queste includevano sovvenzioni per l’acquisto
di veicoli elettrici, l’installazione di stazioni di ricarica negli edifici,
nei parcheggi e lungo le strade, ma anche strategie di acquisto pubblico. Il
comune di Shenzhen, ad esempio, ha acquistato autobus elettrici BYD per la
flotta di autobus pubblici e auto elettriche BYD per la flotta di taxi
controllata dalle autorità locali».
«La
Cina sta cercando di preservare alcuni settori industriali con cui è legata da
vent’anni, trent’anni, persino cinquant’anni, come quello tessile e quello
degli elettrodomestici. Allo stesso tempo, però, molti non si sono resi conto
che la Cina ha scalato la catena del valore per lanciarsi in settori ad alta
tecnologia».
Lei
contrappone la linea di condotta dell’amministrazione Trump a quella della
Cina.
A
leggerla, sembrerebbe che la Cina sia in grado di guidare la propria economia
nella giusta direzione.
Come
funziona?
Si
tratta di un sistema decisionale puramente centralizzato, in cui le politiche
economiche vengono attuate senza il contributo dei governi locali o delle
imprese?
È più
complesso di così.
Non si
tratta semplicemente di una struttura top-down.
Il modello economico cinese si è allontanato
dalla vecchia e piuttosto rudimentale struttura dell’economia pianificata.
Dopo
aver provato questo sistema, i cinesi si sono resi conto che non permetteva
loro di raggiungere obiettivi come l’aumento della produzione o lo sviluppo di
industrie strategiche.
Oggi,
quindi, il modello economico cinese si basa su diversi elementi.
Esiste
un programma industriale, che comprende diverse politiche, volte a incoraggiare
e sostenere lo sviluppo dei governi locali e delle imprese.
Al
vertice della gerarchia c’è un segnale, o un piano, o anche semplicemente una
lista di desideri, sull’orientamento generale dell’economia auspicata da
Pechino, con piani come il Made in China 2025.
Ma i dettagli dell’attuazione spettano ai governi
locali, ai governi provinciali e ai singoli istituti di ricerca che cercano di
concretizzare questi piani nella loro dimensione scientifica e tecnologica.
Gli
obiettivi generali rimangono quindi piuttosto centralizzati.
Esiste
una visione di come dovrebbe essere la Cina tra dieci, vent’anni o addirittura
tra diversi decenni: un’economia high-tech e orientata all’industria
manifatturiera.
Ma la
maggior parte dei dettagli di attuazione sono lasciati alla discrezione degli
altri attori del sistema.
È così
che descriverei la situazione in Cina: un mix di controllo centralizzato e
attuazione decentralizzata.
Potrebbe
illustrare il funzionamento di questo sistema?
La
politica in materia di veicoli elettrici ne è un buon esempio.
La
Cina cerca da tempo di sviluppare la propria industria automobilistica.
Ha
cercato di stringere partnership con aziende straniere come Volkswagen, General
Motor e Toyota per produrre auto in Cina per il mercato cinese.
Questo
ha funzionato bene per un certo periodo, ma molti lo hanno considerato un
fallimento, in quanto questa politica non ha permesso alla Cina di diventare un
attore veramente internazionale, ma solo di produrre auto per il mercato
locale.
Un
cambiamento importante è avvenuto quando l’attenzione si è concentrata sui
veicoli elettrici, che includono veicoli a batteria elettrica, ibridi e a celle
a combustibile a idrogeno. Poiché l’industria cinese non riusciva a battere
direttamente gli attori industriali esistenti, i leader cinesi hanno capito che
Pechino avrebbe potuto riuscirci adottando una nuova tecnologia.
Al
vertice della gerarchia c’è un segnale, o un piano, o anche solo una lista di
desideri, sulla direzione generale che Pechino vuole dare all’economia — ma i
dettagli dell’attuazione spettano agli altri attori del sistema.
Kyle
Chan.
Sebbene
questo obiettivo generale fosse quello del governo centrale, molti dettagli
sono stati lasciati alla discrezione dei governi locali, che hanno sperimentato
diverse politiche.
Nell’ambito
del programma “Dieci città, mille veicoli”, diverse città sono state
selezionate per testare diverse misure. Queste includevano sovvenzioni per
l’acquisto di veicoli elettrici, l’installazione di stazioni di ricarica negli
edifici, nei parcheggi e lungo le strade, ma anche strategie di acquisto
pubblico. Il comune di Shenzhen, ad esempio, ha acquistato autobus elettrici
BYD per la flotta di autobus pubblici e auto elettriche BYD per la flotta di
taxi controllata dalle autorità locali.
La
misura più nota è senza dubbio l’uso della politica di restrizione delle
targhe, inizialmente destinata a combattere il traffico e l’inquinamento
atmosferico. È stato deciso che questa misura regolamentasse rigorosamente
l’accesso alla città, ad eccezione dei veicoli elettrici, che consentivano
quindi di aggirare un ostacolo molto costoso all’acquisto di un’auto in città.
Ciò ha incoraggiato i cittadini con redditi medi e alti ad acquistare auto
elettriche.
Alcune
misure sperimentate a livello locale sono state estese a livello nazionale.
La politica relativa alle targhe
automobilistiche, inizialmente introdotta in città come Pechino e Shanghai, è
stata così diffusa in molte altre città.
Questo
tipo di misura è accompagnato anche da finanziamenti per la ricerca sulle
batterie elettriche e dall’introduzione di dazi doganali o barriere commerciali
nei confronti dei produttori di batterie giapponesi e coreani al fine di
proteggere il mercato, almeno nel breve termine.
Direbbe
che gli europei e gli americani non hanno compreso appieno il progresso
tecnologico della Cina?
Molti
occidentali hanno ancora un’immagine della Cina come produttore low cost di
prodotti low tech.
A mio
avviso, lo dimostra la dichiarazione di Trump secondo cui gli americani non
hanno bisogno di acquistare così tante bambole o giocattoli dalla Cina. Ciò
riflette l’idea che non abbiamo bisogno dei prodotti cinesi perché sono
economici e di scarsa qualità.
Ovviamente
è falso — ma non totalmente.
La
Cina sta cercando di preservare alcune industrie con cui è legata da venti o
trent’anni — se non cinquant’anni — come il tessile e gli elettrodomestici.
Allo stesso tempo, però, molti non si sono resi conto che la Cina ha scalato la
catena del valore per lanciarsi in settori ad alta tecnologia.
Potrebbe
fare un esempio?
Nell’industria
degli smartphone, questo passaggio a prodotti di fascia più alta è evidente.
La
Cina ha iniziato dal basso, assemblando iPhone.
Un
esercito di un milione di lavoratori svolge il tipo di lavoro che Trump ha
promesso di riportare negli Stati Uniti.
Nel
corso del tempo, le aziende cinesi hanno iniziato a inserirsi in alcune parti
della catena del valore e sono diventate fornitori di diversi componenti.
Hanno
iniziato con i componenti di fascia bassa, per poi passare a quelli di fascia
alta, in particolare gli obiettivi, alcuni sensori e moduli per fotocamere, le
batterie e, infine, i chip stessi, in particolare quelli di memoria.
Molti
non si sono resi conto che la Cina aveva scalato la catena del valore per
entrare in settori ad alta tecnologia.
Kyle
Chan.
Si è
trattato di una strategia deliberata del governo cinese: il recente libro Apple
in China 2 tratta questo argomento.
Si
tratta di un volume molto documentato che mostra come la Cina abbia cercato
deliberatamente di ottenere sempre più valore e tecnologia sul proprio
territorio.
Questo
tipo di strategia viene costantemente applicata in tutti i settori, dai treni
ad alta velocità agli aerei commerciali alle apparecchiature mediche.
Lo
stesso vale per le apparecchiature di telecomunicazione e l’ascesa di Huawei.
Nel
corso del tempo, la Cina ha fatto progressi settore dopo settore e Deep Seek è
stato probabilmente il momento che ha permesso a molte persone al di fuori
della Cina, che di solito non seguono questo fenomeno, di rendersene conto.
L’ascesa
della Cina sembra ancora più accentuata se si considera che gli Stati Uniti
sembrano essere in fase di declino… Ritiene tuttavia che alcuni ostacoli
potrebbero frenare questa avanzata cinese?
Assolutamente
sì, perché la Cina deve affrontare molte sfide.
Una di
queste è quella delle esportazioni.
La
Cina deve fare i conti con le reazioni negative di Europa, Stati Uniti, Brasile
e India, molti dei suoi principali partner commerciali. Questi paesi non vedono
di buon occhio l’afflusso di prodotti cinesi, in particolare quando questi sono
in concorrenza con industrie che sono il cuore della loro economia.
Il
miglior esempio è ancora una volta quello dell’industria automobilistica e
dell’ascesa dei veicoli elettrici cinesi. In alcuni casi, vengono applicati
dazi doganali e altre misure per cercare di affrontare questa situazione e
preservare i posti di lavoro per paura di un possibile “shock cinese 2.0”.
Si
tratta di un settore in cui la Cina sta già iniziando a modificare la propria
strategia e in cui le aziende cinesi stanno cercando di investire a livello
locale.
BYD ne
è un esempio classico: l’azienda sta costruendo stabilimenti in Brasile,
Ungheria, Turchia, Thailandia e Indonesia per continuare ad accedere a questi
mercati e rispondere alle preoccupazioni relative a un modello puramente
esportatore.
Le
relazioni con le imprese straniere e le tecnologie straniere costituiscono
un’altra sfida importante per Pechino…
Sarebbe
infatti un errore prendere alla lettera i messaggi di Pechino e credere che la
Cina sia autosufficiente e non abbia bisogno delle tecnologie di altri paesi.
La
Cina rimane fortemente dipendente dalle imprese straniere e dalle
collaborazioni universitarie internazionali, dalle quali trae numerosi
vantaggi.
Molte
aziende occidentali come Bosch o Nvidia hanno centri di ricerca e sviluppo in
Cina, e la Repubblica Popolare ne trae grandi benefici.
Se le
relazioni con gli Stati Uniti, o con l’Occidente in generale, dovessero
deteriorarsi, ciò potrebbe rendere più difficile l’accesso alle tecnologie
avanzate e portare a una frammentazione del mercato.
C’è
spazio per l’Europa in questo scenario?
In
Europa si percepisce molta preoccupazione e ansia.
Tra
gli Stati Uniti da un lato e la Cina dall’altro, l’Unione si interroga sul
ruolo che può assumere in un mondo dominato da queste due potenze.
Credo
tuttavia che questo momento rappresenti un’incredibile opportunità per il
continente.
Mentre
gli Stati Uniti si stanno dando la zappa sui piedi e alcuni paesi esitano ad
avvicinarsi maggiormente alla Cina alla ricerca di altri partner, l’Europa potrebbe assumere un ruolo
più importante sulla scena internazionale.
In
materia di ricerca scientifica e tecnologia, presenta molte caratteristiche
simili agli Stati Uniti: università, istituti di ricerca all’avanguardia,
alcuni pubblici e altri privati. Persone che conosco personalmente in Europa
lavorano alla tecnologia quantistica, alla fusione nucleare e ad altre
tecnologie di nuova generazione in cui l’Europa è all’avanguardia.
In
materia di ricerca scientifica e tecnologia, l’Europa possiede molti punti di
forza simili a quelli degli Stati Uniti.
Kyle
Chan.
Inoltre,
l’Europa dispone di un’eccellente base industriale manifatturiera nel settore
delle attrezzature all’avanguardia.
Questo vale per gran parte dell’Europa, molto più di
quanto si pensi generalmente, con i produttori di macchinari in Italia, il
settore automobilistico in Spagna, l’aerospaziale e il nucleare in Francia.
Tutti i settori possono essere coperti in Europa.
Dispone
quindi già di un ricco patrimonio scientifico da un lato e di capacità
produttive dall’altro.
Resta
da capire come mobilitarli…
Il
fattore più importante per farlo è probabilmente il completamento del mercato
unico.
Si
porrà anche la questione di come proteggere o almeno mettere al riparo le
industrie europee dalla concorrenza cinese e americana in modo da dare loro la
possibilità di svilupparsi ed essere competitive.
Alcuni
puntano il dito contro il fallimento di Northvolt, ponendolo al centro di una
dimostrazione secondo cui l’Europa non potrebbe avere successo.
Si
tratta di un ragionamento fuorviante: in Cina ci sono probabilmente migliaia di
fallimenti.
Nel
settore dei veicoli elettrici, probabilmente ogni settimana in Cina fallisce
un’azienda, ma non è questo che attira l’attenzione.
Ci si
concentra sui successi cinesi dimenticando che si tratta di un’economia vasta
che deve affrontare anche fallimenti clamorosi.
Gli
europei avrebbero tutto l’interesse ad adottare una visione più ampia e a non
concentrarsi su un unico settore.
Northvolt
rappresenta un fallimento molto mediatico, e questo è deplorevole, ma in Europa
esistono le basi per far emergere aziende competitive.
In
altri settori, come l’IA, l’Europa ha molti talenti e stanno nascendo numerosi
modelli innovativi.
La Francia è chiaramente in testa al momento.
In
questo campo, gli Stati Uniti sono lontani dall’avere il vantaggio
considerevole di cui godono in altri settori.
Si
tratta di un campo completamente nuovo, un territorio da conquistare in cui
nessun paese ha necessariamente un vantaggio naturale. Per questo motivo, nel
campo dell’IA, si ha l’impressione che i vincitori e i vinti cambino
continuamente.
Ci
sono quindi motivi per essere ottimisti.
Ma la domanda è:
esiste
la volontà politica di unirsi, sia per affrontare le sfide poste dalla Russia,
sia per diventare uno dei leader nella lotta contro il cambiamento climatico
dopo il ritiro degli Stati Uniti?
In
materia di politica economica europea, il rapporto Draghi è attualmente il
principale punto di riferimento:
come valuta il suo impatto?
È
reale ma insufficiente:
se Mario Draghi non riesce a risvegliare
l’Europa, ci si chiede chi può farlo!
Per
quale motivo, secondo lei?
In
India, dove ho lavorato a lungo, ho notato che spesso c’erano ottimi rapporti
settoriali che raccomandavano riforme.
Quando
si parla con le persone di come riformare il settore ferroviario o il diritto
del lavoro, ad esempio, si riscontra un ampio consenso tra gli esperti e i
burocrati che lavoravano in questi settori.
A
volte mi piace dire che sto cercando di svegliare l’Europa di fronte alle sfide
che deve affrontare. Ma se Mario Draghi non ci riesce, nessuno potrà farlo.
Kyle
Chan.
È
difficile leggere il rapporto Draghi senza essere d’accordo. Molti dei suoi
punti sembrano molto pertinenti. Ma la cosa più difficile, in casi come questo,
è renderli politicamente accettabili per garantirne l’attuazione.
Non
cosa fare — ma come farlo?
Avremmo
bisogno di qualcuno che sia profondamente radicato nell’economia politica
europea e nazionale per capire cosa potrebbe rendere queste politiche non solo
realizzabili, ma anche politicamente auspicabili.
In
altre parole: capire l’articolazione che fa sì che il rapporto Draghi possa
farvi vincere le elezioni.
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