Una delle vere leader del mondo.
Una
delle vere leader del mondo.
La
Germania e la frattura dell’Ue
con
l’America Maga di Trump.
Meloni
sta con il tycoon:
“Non
sono d’accordo con Merz.”
Ilfattoquotidiano.it
– Mondo – (14 Febbraio 2026) - Redazione Esteri – ci dice:
Dall'Etiopia
la premier, sollecitata dai giornalisti, dice chiaramente di non concordare con
Berlino: “Sono
valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene”.
Il
cancelliere aveva detto a Monaco:
“Tra
Usa e Ue si è aperto un divario; la cultura Maga non è la nostra; l'ordine del
dopoguerra non c'è più e bisogna rifondare l'Alleanza atlantica.”
La
Germania e la frattura dell’Ue con l’America Maga di Trump. Meloni sta con il
tycoon: “Non sono d’accordo con Merz.”
Alla
conferenza di Monaco, la premier Giorgia Meloni è assente.
Il motivo è legato al suo impegno in Etiopia, ad Addis
Abeba, per discutere il “piano Mattei”.
Tuttavia,
la frattura rilevata dal cancelliere Merz rispetto all’America “Maga” e alla
concezione del mondo di Donald Trump, spinge Meloni ad un intervento a
distanza, sollecitata da alcuni giornalisti.
“È evidente che siamo in una fase molto
complessa delle relazioni internazionali, siamo anche in una fase particolare
dei rapporti tra Europa e Stati Uniti.
Credo
che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve
occuparsi di sé stessa, che deve fare di più sulla sicurezza, sulla colonna
europea della Nato.
Su
questo io sono d’accordo, indipendentemente, come ho detto tante volte, dal
rapporto con gli Stati Uniti”.
Sul
concetto di “Make America Great Again”, Meloni cerca la distanza con Berlino:
“No,
direi di no”, dice la premier a chi le chiede se concorda con Merz su Maga, e
continua:
“Sono valutazioni politiche, ogni leader le fa
come ritiene ma non è un tema di competenza dell’Unione europea, sono
valutazioni dei partiti politici”.
Il
cancelliere ieri era stato esplicito:
“Tra
Usa e Ue si è aperto un divario; la cultura Maga non è la nostra; l’ordine del
dopoguerra non c’è più e bisogna rifondare l’Alleanza atlantica”.
Dunque,
Meloni prosegue la sua linea cercando di restare allineata e coperta con
l’Unione senza urtare la sensibilità di The Donald.
Non è
la prima volta che la premier mostra vicinanza al mondo Maga.
Lo
scorso aprile, dopo l’incontro alla Casa Bianca con il presidente americano,
aveva persino coniato uno slogan partendo da quello originale:
“Rendiamo l’Occidente di nuovo grande. Make the West
Great Again. Quando parlo di Occidente, non parlo di uno spazio geografico ma
di una civiltà.
E
voglio rendere questa civiltà più forte”.
Durante
la conferenza stampa di inizio 2026, Giorgia Meloni ha difeso le scelte della
Casa Bianca anche su temi come Venezuela e Groenlandia, di cui il tycoon
rivendica il possesso per far meglio dell’Europa che – a suo dire – l’ha
lasciata in balia di Cina e Russia.
La
premier in quella occasione ha però ribadito che mantiene una libertà di
pensiero rispetto alle strategie di The Donald:
“Quando
non sono d’accordo, glielo dico”.
Sicuramente
lo ha fatto sapere in tempo reale alla Germania:
l’America
Maga non si tocca.
Parola
di Meloni.
Da
Trump a Meloni, la classifica
di
“Politico” delle 28 persone
più
influenti in Europa.
Tg24.sky.it
- Mondo – (11 dic. 2025) - ©Getty – Redazione – ci dice:
Donald
Trump è la persona più influente in Europa: a dirlo è “Politico”, il giornale
statunitense che annualmente stila la classifica dei protagonisti della
politica del Vecchio Continente.
Se l’anno scorso in testa c’era la presidente
del Consiglio italiana Giorgia Meloni, quest’anno il quotidiano a stelle e
strisce ha scelto l’inquilino della Casa Bianca.
E non
è l’unica sorpresa di questo elenco.
Perché
Donald Trump è in prima posizione.
Il
presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, guida la classifica delle figure
più influenti per l’Europa nel 2026 sebbene non sia - ovviamente - un leader
europeo.
Politico sottolinea come le sue azioni abbiano
ridefinito la politica del Continente, "criticando la correttezza politica e
le politiche migratorie europee, avvicinandosi a Putin, mettendo da parte
Zelensky e imponendo i dazi".
Secondo il giornale americano “l’ombra di Trump incombe così
pesantemente sulle capitali europee che le sue decisioni, o i suoi sfoghi,
hanno ridefinito ogni aspetto, dai bilanci della difesa alla politica
commerciale, fino alla politica interna”.
(Sondaggio,
il 51% degli italiani non crede alle nuove trattative sulla guerra in Ucraina).
In
seconda posizione “Mette Frederiksen”.
Dietro
al 47esimo presidente degli Stati Uniti, a occupare le altre due posizioni del
podio sono leader europei:
la
‘medaglia d’argento’ è assegnata da “Politico” alla presidente del Consiglio
della Danimarca, “Mette Frederiksen”.
Secondo il giornale negli ultimi 6 anni
Frederiksen ha “esportato silenziosamente la sua immagine di socialdemocrazia
in tutto il Continente – un mix di politica assistenziale di sinistra e durezza
di destra su immigrazione e difesa – ribaltando nel frattempo lo storico
euroscetticismo del suo Paese”.
Per Politico a rendere così influente la premier
danese è anche il suo sostegno all’Ucraina, con Copenaghen che è il Paese ad
aver investito la maggior quantità di denaro in rapporto al Pil nella difesa di
Kiev.
Infine, si è dimostrata capace di tenere testa
a Trump nel caso della tensione intorno alla Groenlandia.
In
terza posizione Friedrich Merz.
A
chiudere il podio dei leader più influenti è Friedrich Merz.
Il
cancelliere tedesco è descritto da Politico come “riluttante radicale” e
“l’uomo che sta rompendo i tabù della Germania post-bellica”. Nonostante in
passato sia stato un sostenitore dell’ortodossia conservatrice del suo Paese,
per il giornale americano oggi “con una guerra nel Continente e l’economia
tedesca stagnante, Merz ha cambiato copione:
molta spesa pubblica, riarmarsi rapidamente e
dichiarare che Berlino e l’Ue devono essere pronti ad andare avanti da soli”.
Inoltre,
nonostante le difficoltà interne della sua coalizione e l’ascesa nei sondaggi
del partito di estrema destra AFD, per Politico Merz governa un Paese
economicamente e politicamente più stabile della Francia di Emmanuel Macron e
del Regno Unito di Keri Stormer.
Marine
Le Pen e Vladimir Putin.
Se la
prima posizione della classifica può essere considerata sorprendente, non da
meno sono le posizioni subito successive al podio. A posizionarsi come quarta
persona più influente in Europa è infatti Marine Le Pen:
la
leader dell’estrema destra francese - nonostante abbia subìto una condanna che
le impedisce di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027 - continua a
esercitare un’enorme pressione politica sul presidente Macron, il cui secondo
mandato è stato segnato dalla mancanza di una maggioranza in Parlamento.
E subito dietro a Le Pen, in quinta posizione,
c’è il presidente russo Vladimir Putin:
lo
‘zar’ di Mosca secondo Politico sta “plasmando l’Europa dai suoi confini, un
atto di aggressione alla volta”.
Con la guerra in Ucraina e i test alle difese
della NATO condotti con “assalti ibridi, incursioni di droni e aerei da
combattimento”, per il giornale americano Putin ha raggiunto il suo obiettivo:
“Destabilizzare
l’Europa e rendere chiaro che lui è una persona che nessuno nel Continente può
ignorare”.
Da
Nigel Farage a von der Leyen.
La
sesta posizione di questa classifica è occupata da un leader fuori dai palazzi
del potere europei:
è” Nigel Farage”, descritto come “disrupter-in-chief”
della politica del Regno Unito e secondo i sondaggi favorito a insediarsi al
numero 10 di Downing Street in caso di elezioni anticipate.
Per
trovare un’altra leader della politica istituzionale europea bisogna attendere
la settima posizione, occupata dalla presidente della Commissione europea
Ursula von der Leyen, che secondo Politico ha mostrato in diverse occasioni di
saper estendere “il potere del suo incarico ben al di là del mandato
tradizionale”.
Dopo la leader dell’esecutivo europeo, in
ottava posizione c’è “Mark Rutte”: il segretario generale della NATO secondo il
quotidiano americano ha un compito preciso:
“Mantenere
Donald Trump impegnato con la difesa dell’Alleanza atlantica”.
Giorgia
Meloni in nona posizione.
Dopo
von der Leyen e Rutte, al nono posto della classifica c’è Giorgia Meloni.
La
premier italiana viene definita "role model", il modello della destra
europea emergente.
Secondo Politico Meloni ha dimostrato che una
leader di estrema destra “può governare una grande economia dell’Ue senza
provocare caos istituzionale".
Inoltre
la sua moderazione dopo l’arrivo al governo nel 2022, con una retorica meno
aggressiva su migranti e diritti Lgbt, ha rafforzato la sua immagine
internazionale e contribuito a rassicurare Bruxelles.
Il cosiddetto "effetto Meloni" ha ispirato
altri leader in Europa:
"Anche
a livello internazionale, Meloni rassicura che la destra radicale non intende
stravolgere l'ordine mondiale.
La sua
politica estera si è distinta più per le spettacolari alzate di occhi al cielo
che per risultati concreti a favore dell’Italia o dell’Ue, ma ha resistito agli
impulsi di scombussolare Bruxelles e mantenuto una posizione ferma a sostegno
dell’Ucraina".
Gli
altri leader in classifica.
Il
primo ministro inglese, Keri Stormer, chiude la top10 dei leader più influenti
in Europa.
Tra le
altre figure politiche note, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (in foto)
si piazza in 14esima posizione:
secondo
Politico adesso “può solo sperare che l'anno per lui finisca meglio di come è
iniziato", ricordando lo scontro nello Studio Ovale con Trump e JD Vance
dello scorso febbraio.
Se il
presidente francese Emmanuel Macron è solamente 19esimo, subito dopo c’è l’ex
premier ed ex governatore della BCE Mario Draghi, pur da anni privo di
qualsivoglia incarico ufficiale.
Un
altro italiano è in 25esima posizione, ed è l’amministratore delegato di
UniCredit “Andrea Orcel,” definito “il Napoleone del sistema bancario”.
A
chiudere la classifica è il presidente della FIFA, Gianni Infantino, definito
l’uomo che sussurra nelle orecchie “di Trump di maggior successo in Europa”.
Leader
più potenti d'Europa,
la
classifica di «Politico»:
«Il
primo è Trump, nona Meloni.
E Putin è quinto».
Corriere.it - Alessandra Muglia – (11
dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
La
classifica di Politico mostra che gli europei condividono l’opinione del
presidente Usa secondo cui i loro leader sono «deboli».
Donald
Trump, in calo di popolarità negli Usa, svetta invece come leader più influente
in Europa.
Mentre
in casa perde colpi per via del carovita e della sua politica anti immigrati
(lo ha ammesso lui stesso per la prima volta due settimane fa: «i miei sondaggi
sono un po’ scesi»), primeggia nella classifica delle persone più potenti nel
Vecchio continente stilata dal sito Politico Europe.
Nella
lista - stilata ogni anno dal giornale insieme con l’”Wistituto Public First” -
il primo posto del podio spetta al tycoon che evidentemente non ha bisogno di
sedere ai tavoli di Bruxelles per influenzarli:
nessuno
avrebbe inciso più di lui sulle decisioni prese nelle capitali del continente.
Come a
dire che l’Europa viene vista più come in balia di agende altrui che un
soggetto capace di influenzare il resto del mondo.
Il
sondaggio online, che ha coinvolto oltre 10mila intervistati provenienti da
Usa, Canada e dalle tre maggiori economie europee – Germania, Francia e Regno
Unito – mostra che gli europei condividono l’opinione di Trump secondo cui i
loro leader sono deboli e considerano il presidente degli Stati Uniti più
risoluto.
Il
paradosso è quindi che la persona considerata più potente nella politica
europea non è europea.
La
presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen si piazza soltanto
settima.
Seconda
dopo Trump, ma prima europea in classifica, è la premier danese Mette
Frederiksen, socialdemocratica ma con posizioni di destra sulla gestione delle
frontiere: è a favore della detenzione dei richiedenti asilo e dei rimpatri
accelerati, in linea con la premier Giorgia Meloni, arrivata nona, dopo il
segretario della Nato Mark Rutte ma prima del premier britannico Keri Stormer.
Al
terzo posto c’è Friedrich Merz, l’uomo che sta infrangendo i tabù del
dopoguerra in Germania, titola politico.eu.
È
l'uomo simbolo della riscossa dell'Europa davanti alla minaccia russa, il
cancelliere che - con una massiccia politica di riarmo e la riattivazione della
leva militare - sta guidando il nuovo posizionamento della Germania da potenza
economica a leader della difesa di un'Europa costretta ora a cavarsela da sola.
Al
quarto posto Marine Le Pen, in pole position malgrado la condanna che rischia
di escluderla dalle prossime elezioni presidenziali francesi. Davanti di
parecchio rispetto all’attuale inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, solo
19esimo:
il presidente francese è visto dai suoi stessi
elettori come un leader che finora non è riuscito a gestire efficacemente
l’imprevedibile presidente americano.
Davanti
a Macron c'è anche il provatissimo Volodymyr Zelensky, piazzatosi quattordicesimo.
Ma Vladimir Putin è quinto: sintesi inquinante dei rapporti di forza
(percepiti) nel continente.
Trump
vuole “rifare l’America” in
un mondo che non torna indietro:
Iran, Venezuela, Groenlandia, Gaza.
Wordnews.it
– (4 febbraio 2026) – Marco Giuseppe Toma – Intervista al Prof. D’Orsi – ci
dice:
L'INTERVISTA.
Il prof. D’Orsi smonta miti, narrazioni e interessi: quando l’informazione
diventa arma e la politica ne segue l’eco.
In
questo momento storico il mondo sta attraversando una fase delicata e
pericolosa.
Le
guerre del decennio 2020 potrebbero essere un capitolo di un futuro libro di
storia.
E su
tutto sembra vertere il tentativo del presidente Donald Trump di riscattare e
ricostruire il primato americano in un mondo irrimediabilmente cambiato nel
nuovo multipolarismo.
Le
situazioni più in vista: Venezuela, Iran, Groenlandia, Palestina.
Iran,
ora, è al centro dell’occhio del ciclone mediatico e, a un’analisi attenta,
presenta dinamiche molto simili a quelle del Venezuela.
Primo
mito da sfatare:
una
rivolta nata come reazione a una esasperata e parossistica crisi economica e a
una corruzione ormai stratificata a tutti i livelli amministrativi, più che
contro il regime (come espone la narrativa mainstream dei grandi media).
Un
paese mediorientale che di certo non è l’Afghanistan, ma una nazione in
continuo divenire, con un tasso elevatissimo di scolarizzazione, di studenti
universitari e, in maggioranza, donne;
un
contesto in cui esistono grandi centri urbani dove quasi nessuno porta più il
chador, dentro un regime liberista di Stato rielaborato in funzione locale
(quasi un modello delle teorie economiche liberali di Friedrich Hayek).
E che
è ormai una potenza regionale anche a livello militare, come dimostrerebbero la
guerra dei 13 giorni e i danni causati dalle armi ipersoniche a strutture come
l’Aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, completamente distrutto.
E su
tutto c’è un altro aspetto:
il
fenomeno della creazione mediale di una realtà parallela non vera da parte del
sistema dell’informazione e del giornalismo mondiale, in cui non è più la
politica a influenzare il giornalista, ma il contrario;
un
paradosso in cui il sistema informativo è solo propaganda non obiettiva e, al
tempo stesso, condiziona le scelte dei governi.
La
crisi economica in Iran sarebbe provocata proprio dalle sanzioni statunitensi
iniziate nel primo mandato Trump.
Che
ha, in questa dinamica, qualcosa di simile, per non dire uguale, con il
Venezuela.
Il
caso Maduro e la scelta di conservare, poi, il governo chavista, sostituendo
soltanto il leader con il vicepresidente Rodriguez.
E il
tacere da parte del mainstream che il paese latinoamericano non è vero che
abbia avuto un raid incruento, ma avrebbe subito perdite civili e danni infrastrutturali
notevoli.
E su
tutto la figura di Donald Trump, paragonabile per molti versi a quella del
gradasso dei testi letterari del Medioevo e del Rinascimento, che da solo
sgomina con la violenza tutti.
E
appunto, da qui, si passa alla questione della Groenlandia.
Si
evince soprattutto una cosa fondamentale:
l’ipocrisia
di un Occidente, in particolare l’Unione europea, che in realtà il pensiero
coloniale e neocoloniale non lo ha mai abbandonato.
Il
caso Groenlandia è l’esempio pratico di un revanscismo di questo tipo da parte
della Danimarca, con il ritorno al passato delle pretese della monarchia danese
sull’isola.
In
questo strano inizio di conflitto interno all’Occidente, almeno Trump avrebbe
fatto in modo di far gettare la maschera ai governanti del vecchio continente.
E
infine, la guerra Gaza/Israele.
Con la
spiegazione del perché sia valido il termine genocidio, riconosciuto dalla
maggior parte degli studiosi internazionali, e della nuova connotazione di come
sarebbe stato effettuato.
Dopo
quello a livello industriale della Germania nazista, si arriverebbe a quello
attuale di Israele sui palestinesi di Striscia di Gaza, che avrebbe una
caratteristica innovativa e altrettanto terribile:
essere stato visto a livello globale e
testimoniato in diretta dai media di tutto il mondo.
(Questi
argomenti e ulteriori approfondimenti in questa intervista non mainstream con
il Prof. Angelo D’Orsi.)
Trump
vuole riportare
l’ordine internazionale
all’Ottocento.
Linkiesta.it
– (22 gennaio 2026) – Robert Kagan – redazione -ci dice:
Con la
sua politica pazzoide il presidente americano indebolisce gli Stati Uniti e
rende il mondo intero meno sicuro, come nel XIX secolo
L’amministrazione
Trump lo ha messo nero su bianco nella sua “National Security Strategy”:
l’ordine
mondiale liberale dominato dagli Stati Uniti è finito.
Non
perché gli Stati Uniti si siano dimostrati materialmente incapaci di
sostenerlo.
L’ordine americano è finito perché gli Stati
Uniti hanno deciso di non voler più svolgere il ruolo, senza precedenti
storici, di garanti della sicurezza globale.
La
potenza americana che ha sostenuto l’ordine mondiale degli ultimi 80 anni verrà
ora usata, invece, per distruggerlo.
Gli
americani stanno entrando nel mondo più pericoloso che abbiano conosciuto dalla
Seconda guerra mondiale, un mondo che farà apparire la Guerra fredda come un
gioco da ragazzi e il periodo post–Guerra fredda come un paradiso.
Questo
nuovo mondo, in realtà, assomiglierà molto a quello precedente al 1945, con
molteplici grandi potenze e una competizione e conflitti in costante aumento.
Gli
Stati Uniti non potranno contare su amici o alleati affidabili e dovranno
contare esclusivamente sulla propria forza per sopravvivere e prosperare.
Ciò richiederà una spesa militare maggiore,
non minore, perché l’accesso aperto alle risorse d’oltremare, ai mercati e alle
basi strategiche di cui gli americani hanno goduto non sarà più un beneficio
automatico delle alleanze.
Dovrà
invece essere conteso e difeso contro altre grandi potenze.
Gli
americani non sono né materialmente né psicologicamente pronti per questo
futuro.
Per
otto decenni hanno vissuto all’interno di un ordine internazionale liberale
plasmato dal predominio americano.
Si
sono abituati a un mondo che funziona in un certo modo:
alleati
europei e asiatici perlopiù collaborativi e militarmente passivi cooperano con
gli Stati Uniti su questioni economiche e di sicurezza.
Gli
sfidanti dell’ordine, come Russia e Cina, sono contenuti dalla ricchezza e
dalla potenza combinate degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Il
commercio globale è generalmente libero e non ostacolato dalla rivalità
geopolitica, gli oceani sono sicuri per la navigazione, e le armi nucleari sono
limitate da accordi sulla loro produzione e sul loro impiego.
Gli
americani sono così abituati a questo mondo fondamentalmente pacifico, prospero
e aperto da tendere a considerarlo lo stato normale delle relazioni
internazionali, destinato a durare indefinitamente.
Non
riescono a immaginare che possa disfarsi – e ancor meno cosa significherà per
loro quel disfacimento.
E chi
può biasimarli?
Secondo
Francis Fukuyama, la storia era «finita» nel 1989 con il trionfo del
liberalismo – persino l’istinto umano primordiale alla violenza era stato
«fondamentalmente trasformato».
Chi
aveva bisogno di un’America potente per difendere qualcosa che, comunque, era
destinato a prevalere?
Dalla
fine della Guerra fredda, critici influenti hanno sostenuto che il predominio
americano fosse superfluo e costoso nella migliore delle ipotesi, distruttivo e
pericoloso nella peggiore.
Alcuni
commentatori che salutano con favore un mondo post-americano e il ritorno alla
multipolarità suggeriscono che la maggior parte dei benefici dell’ordine
americano per gli Stati Uniti possa essere mantenuta.
L’America
deve solo imparare a contenersi, rinunciare a sforzi utopici per plasmare il
mondo e accettare «la realtà» che altri Paesi «cercano di stabilire i propri
ordini internazionali governati dalle proprie regole», come ha affermato”
Graham Allison”, politologo di Harvard.
Anzi,
sostengono Allison e altri, l’insistenza americana sul predominio avrebbe
causato la maggior parte dei conflitti con Russia e Cina.
Gli
americani dovrebbero abbracciare la multipolarità come più pacifica e meno
onerosa.
Di
recente, i sostenitori di Trump tra le élite di politica estera hanno persino
iniziato a indicare il “Concerto d’Europa dei primi decenni dell’Ottocento come
modello per il futuro,” suggerendo che una diplomazia abile tra le grandi potenze
possa preservare la pace più efficacemente di quanto abbia fatto il sistema a
guida statunitense nel mondo unipolare.
Da un
punto di vista puramente storico, tutto ciò è un’illusione.
Anche gli ordini multipolari meglio gestiti
sono stati significativamente più brutali e inclini alla guerra rispetto al
mondo che gli americani hanno conosciuto negli ultimi 80 anni.
Prendiamo
un esempio:
durante
quello che alcuni definiscono la “lunga pace” in Europa, dal 1815 al 1914, le
grandi potenze (incluse Russia e Impero ottomano) combatterono decine di guerre
tra loro e contro Stati più piccoli per difendere o acquisire vantaggi
strategici, risorse e sfere di influenza.
Non si
trattava di scaramucce, ma di conflitti su vasta scala, che di solito costavano
decine – talvolta centinaia – di migliaia di vite.
Circa mezzo milione di persone morì nella
guerra di Crimea (1853-56);
la
guerra franco-prussiana (1870-71) causò circa 180.000 morti militari e fino a
250.000 vittime civili in meno di un anno di combattimenti.
Quasi ogni decennio dal 1815 al 1914 vide
almeno una guerra che coinvolse due o più grandi potenze.
L’equivalente
odierno della multipolarità ottocentesca sarebbe un mondo in cui Cina, Russia,
Stati Uniti, Germania, Giappone e altri grandi Stati combattessero una guerra
importante, in qualche combinazione, almeno una volta per decennio –
ridisegnando confini nazionali, spostando popolazioni, sconvolgendo il
commercio internazionale e rischiando un conflitto globale su scala devastante.
Questo è stato il mondo per secoli prima del
1945.
Credere
che un simile mondo non possa mai tornare equivarrebbe al massimo grado di
utopismo.
Proprio
per sfuggire a questo ciclo di conflitti, le generazioni di americani che
vissero due guerre mondiali gettarono le basi dell’ordine mondiale liberale
guidato dagli Stati Uniti.
Erano
i veri realisti, perché non nutrivano illusioni sulla multipolarità:
ne avevano vissuto per intero le conseguenze
orribili.
Dopo
il 1945, invece di ristabilire un sistema multipolare, trasformarono gli Stati
Uniti in una forza globale, responsabile non solo della propria sicurezza ma di
quella del mondo.
Ciò
significava impedire l’ascesa di egemoni regionali, soprattutto in Europa e in
Asia orientale.
Lo
fecero non perché volessero ricreare il mondo a immagine dell’America, ma
perché avevano imparato che il mondo moderno era interconnesso in modi che
avrebbero comunque trascinato gli Stati Uniti nei conflitti tra grandi potenze
dell’Eurasia.
Nessun
Paese aveva mai svolto prima il ruolo che gli Stati Uniti, tradizionalmente
distaccati, assunsero dopo il 1945.
In parte perché nessun’altra potenza godeva
delle circostanze uniche dell’America – largamente invulnerabile a invasioni
straniere grazie alla propria forza e alla distanza dalle altre grandi potenze,
e quindi capace di proiettare forza a migliaia di chilometri da casa senza
mettersi a rischio.
Questa
combinazione di geografia e capacità permise agli Stati Uniti, dopo la Seconda
guerra mondiale, di portare pace e sicurezza in Europa e in Asia orientale.
Nazioni
segnate dalla guerra riversarono le loro energie nel diventare potenze
economiche.
Ciò
rese possibile la prosperità globale e la cooperazione internazionale.
Forse
ancora più straordinaria della capacità e della volontà dell’America di
svolgere il ruolo dominante fu la disponibilità della maggior parte delle altre
grandi potenze ad abbracciarne e legittimarne il predominio – persino a scapito
della propria potenza.
Nei
decenni successivi al 1945, quasi tutti i Paesi che avevano combattuto nelle
guerre mondiali rinunciarono alle ambizioni territoriali, alle sfere di
influenza e persino, in una certa misura, al potere stesso.
Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone non solo
abbandonarono secoli di mentalità e comportamento da grandi potenze, ma
affidarono la propria sicurezza e il benessere dei loro popoli alla lontana
superpotenza americana.
Questo
fu un comportamento davvero anomalo e smentì tutte le teorie delle relazioni
internazionali e i precedenti storici.
La
risposta normale all’ascesa di una nuova potenza predominante era che le altre
si coalizzassero per bilanciarla.
Così
era avvenuto contro Luigi XIV, Napoleone, la Germania imperiale e quella
nazista, e il Giappone imperiale.
Eppure, invece di considerare gli Stati Uniti
un pericolo da contenere, la maggior parte delle potenze mondiali li vide come
un partner da coinvolgere.
Gli
alleati dell’America fecero due scommesse straordinarie:
che
gli Stati Uniti potessero essere considerati affidabili nel difenderli quando
necessario, e che non avrebbero sfruttato la loro sproporzionata potenza per
arricchirsi o rafforzarsi a spese altrui.
Al
contrario, avrebbero promosso e beneficiato della prosperità economica dei loro
alleati.
Questo
fu il grande patto dell’ordine americano dopo il 1945.
Ed è
ciò che rese possibile la straordinaria pace e stabilità dei decenni
successivi, persino durante la Guerra fredda.
L’ordine americano creò armonia tra le grandi
potenze al suo interno e lasciò quelle esterne – Russia e Cina – relativamente
isolate e insicure, insoddisfatte dell’assetto globale ma limitate nella loro
capacità di cambiarlo.
Tutto
questo ora sta finendo.
Trump
ha celebrato apertamente la fine del grande patto.
La sua
amministrazione ha detto agli europei di prepararsi a provvedere da soli alla
propria difesa entro il 2027 e ha suggerito che alleati e partner strategici,
tra cui Giappone, Taiwan e Corea del Sud, dovrebbero pagare gli Stati Uniti per
la protezione.
Trump
ha lanciato aggressive guerre tariffarie contro praticamente tutti gli alleati
dell’America.
Ha
condotto una guerra ideologica e politica contro i governi europei e ha
minacciato esplicitamente aggressioni territoriali contro due alleati della
Nato, Canada e Danimarca.
Nel
frattempo, la “National Security Strategy” dell’amministrazione considera
Russia e Cina non come avversari o persino concorrenti, ma come partner nella
spartizione del mondo.
Con la
sua forte enfasi sul ripristino della «preminenza americana» nell’emisfero
occidentale, la strategia di Trump abbraccia un mondo multipolare in cui Russia, Cina
e Stati Uniti esercitano un dominio totale nelle rispettive sfere di interesse.
Trump
e i suoi sostenitori sembrano credere che il resto del mondo si adatterà
semplicemente a questo nuovo approccio americano e che, in particolare, gli
alleati continueranno a restare al seguito, sottomessi a un’America che li
scarica sul piano strategico, esige da loro un pesante tributo economico e
cerca di stabilire un “concerto” con le potenze che li minacciano direttamente.
Ma un
cambiamento così radicale nella strategia statunitense deve inevitabilmente
costringere a cambiamenti altrettanto radicali da parte degli ex amici e
alleati.
Che
cosa farà, per esempio, l’Europa, ora che si trova ad affrontare grandi potenze
ostili e aggressive su entrambi i fianchi, orientale e occidentale?
Non solo la Russia, ma ora anche gli Stati
Uniti minacciano la sicurezza e l’integrità territoriale degli Stati europei e
lavorano per minarne i governi liberali.
Un’Europa passiva potrebbe diventare un
insieme di feudi – alcuni sotto l’influenza russa, altri sotto quella
americana, altri forse sotto quella cinese – con la sovranità degli Stati
ridotta e le loro economie saccheggiate da uno o più dei tre imperi. Le - un
tempo - grandi nazioni europee accetteranno questo destino?
Se la
storia è una guida, sceglieranno invece il riarmo.
Il compito sarà monumentale.
Per
approntare una difesa credibile contro ulteriori aggressioni territoriali russe
e allo stesso tempo dissuadere un’aggressione americana non basteranno aumenti
marginali della spesa per la difesa, ma sarà necessaria una ri-orientazione
strategica ed economica su vasta scala verso l’autosufficienza – una
ristrutturazione delle industrie, delle economie e delle società europee.
Ma se Germania, Gran Bretagna, Francia e
Polonia si armassero fino al limite delle loro capacità, anche con armi
nucleari, e decidessero di difendere con fermezza la propria indipendenza
economica, eserciterebbero collettivamente una potenza sufficiente sia a
dissuadere la Russia sia a indurre un presidente americano a riflettere due
volte prima di intimidirle.
Se
l’alternativa è la sottomissione, gli europei potrebbero ben essere all’altezza
di una simile sfida.
I
partner asiatici degli Stati Uniti si troveranno di fronte a una scelta simile.
I
leader giapponesi mettono in dubbio l’affidabilità americana da tempo, ma
l’atteggiamento di Trump impone una decisione.
Egli ha imposto dazi agli alleati asiatici
dell’America e ha ripetutamente suggerito che dovrebbero pagare gli Stati Uniti
per la loro protezione («non è diverso da una compagnia assicurativa»).
La “National
Security Strategy “di Trump si concentra intensamente sull’emisfero
occidentale, a scapito dell’Asia, e l’amministrazione desidera ardentemente un
accordo commerciale e un coordinamento strategico con Pechino.
Il Giappone potrebbe dover scegliere tra
accettare la sottomissione alla Cina e costruire la capacità militare
necessaria a una deterrenza indipendente.
La
recente elezione di una prima ministra nazionalista di destra, “Sanae Takaichi”,
suggerisce quale di queste strade i giapponesi intendano imboccare.
Trump
e i suoi consiglieri possono immaginare di vedere dei compagni di viaggio
intenzionati a “Make Japan Great Again”, ma l’ascesa del nazionalismo
giapponese è una risposta diretta al timore legittimo che il Giappone non possa
più fare affidamento sugli Stati Uniti per la propria difesa.
Anche
Corea del Sud e Australia stanno riconsiderando le loro politiche di difesa ed
economiche, mentre prendono coscienza delle sfide provenienti sia da Est sia da
Ovest.
La
conseguenza di Stati Uniti diventati inaffidabili e persino ostili sarà quindi,
con ogni probabilità, un significativo riarmo da parte degli ex alleati.
Questo
non significherà condividere il peso della sicurezza collettiva, perché queste
nazioni riarmate non saranno più alleate dell’America. Saranno grandi potenze
indipendenti che perseguiranno i propri interessi strategici in un mondo
multipolare.
Non dovranno nulla agli Stati Uniti;
al contrario, li guarderanno con lo stesso
antagonismo e timore che riservano a Russia e Cina.
Anzi, dopo essere state abbandonate strategicamente
dagli Stati Uniti, aver subito la predazione economica americana e forse
persino aggressioni territoriali, è probabile che diventino focolai di
antiamericanismo.
Quanto meno, non saranno più i Paesi che gli
americani conoscono oggi.
Prendiamo
la Germania.
La Germania democratica e pacifica di oggi è
cresciuta all’interno dell’ordine internazionale liberale dominato dagli Stati
Uniti. Quell’ordine ha contribuito a rendere possibile il miracolo economico
tedesco occidentale degli anni Cinquanta, che a sua volta ha fatto del Paese un
motore della crescita economica globale e un pilastro di prosperità e stabilità
democratica in Europa.
Le tentazioni di perseguire una normale
politica estera da grande potenza indipendente sono state smorzate sia dagli
interessi economici sia dall’ambiente relativamente benigno in cui i tedeschi
potevano vivere le loro vite, così diverso da quello del passato.
Per
quanto tempo la Germania sarebbe stata disposta a restare una nazione anomala –
rinunciando ad ambizioni geopolitiche, interessi egoistici e orgoglio
nazionalista – era una domanda aperta già prima che l’attuale ordine liberale
iniziasse a sgretolarsi.
Ora,
grazie al cambiamento strategico americano, la Germania non ha altra scelta che
tornare a essere “normale”, e rapidamente.
E così
come la strategia americana costringe i tedeschi a riarmarsi, essa garantisce
che lo facciano in un’Europa sempre più nazionalista e divisa. I fondatori dell’ordine americano
lavorarono negli anni del dopoguerra per smorzare il nazionalismo europeo,
anche sostenendo istituzioni paneuropee.
Il diplomatico americano dell’era della Guerra
fredda “George Kinan” riteneva che l’unificazione europea fosse «l’unica
soluzione concepibile» al problema tedesco.
Eppure
oggi quelle istituzioni sono sotto pressione e, se l’amministrazione Trump avrà
la meglio, scompariranno del tutto.
Allo
stesso tempo, l’amministrazione sta cercando di infiammare il nazionalismo
europeo, soprattutto in Germania, dove potrebbe ben riuscirci.
Il partito nazionalista di destra Alternative
für Deutschland è la seconda forza nel Parlamento tedesco, proprio come il
Partito nazista lo era nel 1930.
Che
soccomba o meno all’estrema destra, una Germania riarmata senza una garanzia di
sicurezza americana adotterà necessariamente una visione più nazionalista dei
propri interessi.
Lo stesso faranno tutti i suoi vicini.
La Polonia, schiacciata tra una Germania potente a un
confine e una Russia potente all’altro, è stata nel corso dei secoli
ripetutamente spartita, occupata e talvolta cancellata come entità sovrana.
Senza
una lontana superpotenza a proteggerli, i polacchi probabilmente decideranno di
costruire una propria capacità militare, comprese armi nucleari.
Nel
frattempo, la Francia è a una sola elezione da una vittoria nazionalista che
colpirebbe l’Europa come un terremoto.
I leader francesi hanno già detto al Paese di
prepararsi a una guerra contro la Russia.
Ma si
immagini una Francia riarmata e nazionalista di fronte a una Germania riarmata
e nazionalista.
Le due
nazioni potrebbero trovare un terreno comune contro le crescenti minacce
provenienti dagli Stati Uniti e dalla Russia, ma hanno anche una storia
complessa, avendo combattuto tre grandi guerre l’una contro l’altra nei
settant’anni precedenti a quando gli Stati Uniti contribuirono a stabilire una
pace duratura tra loro.
Il
riarmo giapponese avrà conseguenze simili.
Aumenterà
il nervosismo tra i vicini del Giappone, inclusa la Corea del Sud, un altro
alleato che ora dubita dell’impegno di Washington a difenderlo.
Quanto
tempo passerà prima che anche i coreani decidano di doversi riarmare, comprese
armi nucleari, mentre affrontano una Corea del Nord ostile e dotata di armi
nucleari e un Giappone riarmato, forse nucleare, che in passato ha invaso e
occupato la Corea tre volte?
In un
mondo multipolare, tutto è contendibile e i punti di frizione per potenziali
conflitti si moltiplicano.
Per
otto decenni, l’ordine americano ha fornito non solo impegni di sicurezza ad
alleati e partner, ma anche accesso comune a risorse vitali, basi militari, vie
marittime e spazio aereo – ciò che i teorici chiamano beni pubblici.
In
assenza degli Stati Uniti in questo ruolo, tutti questi elementi tornano a
essere obiettivi di una competizione su più fronti.
Questa
competizione non si limiterà all’Europa e all’Asia orientale. Finora, per
esempio, Germania e Giappone si sono accontentati di fare affidamento sugli
Stati Uniti per garantire l’accesso navale al petrolio del Golfo Persico.
Ora
loro – e altre potenze in fase di riarmo, tra cui India, Gran Bretagna e
Francia – dovranno trovare nuovi modi per provvedere a sé stesse.
La Cina ha mostrato come ciò possa essere
fatto.
Vent’anni
fa non aveva praticamente una marina e nessuna base nel Golfo Persico.
Oggi
ha la marina più grande del mondo, una base a Gibuti e accordi di cooperazione
con Emirati Arabi Uniti e Oman per costruire infrastrutture utilizzabili dalla
Cina.
In un
mondo multipolare, le sfere di interesse tornano a essere centrali.
Per
secoli, la capacità di mantenere e proteggere una sfera di interesse è stata
parte integrante dell’essere una grande potenza.
È
stata anche una delle fonti più comuni di guerra, poiché le sfere spesso si
sovrapponevano.
L’apparente
interminabile lotta a tre tra Russia, Austria e Impero ottomano per il
controllo dei Balcani fu all’origine di numerosi conflitti, inclusa la Prima
guerra mondiale.
Il
desiderio di riconquistare o creare sfere di interesse fu uno dei principali
motivi delle tre potenze “senza impero” che contribuirono a provocare la
Seconda guerra mondiale: Germania, Giappone e Italia.
La
conclusione di quella guerra portò a un abbandono globale delle sfere di
interesse.
Parte
di ciò che rendeva liberale l’ordine mondiale liberale era il principio di
autodeterminazione sancito dalla Carta Atlantica e dalla Carta delle Nazioni
Unite.
Questo principio fu talvolta violato, anche dagli Stati Uniti.
Ma nei precedenti ordini multipolari le grandi
potenze non dovevano nemmeno prendere in considerazione i diritti delle piccole
nazioni – e infatti non lo facevano.
Al contrario, il liberalismo dell’ordine
americano esercitò una pressione sulle grandi potenze affinché cedessero
sovranità e indipendenza agli Stati più piccoli all’interno delle loro orbite.
I
britannici smantellarono gradualmente il loro impero, così come fecero i
francesi.
La Germania fu costretta a rinunciare ai sogni
di Mitteleuropa, proprio come il Giappone accettò la fine della propria sfera
di interesse nel continente asiatico, per la quale aveva combattuto numerose
guerre tra il 1895 e il 1945.
Sotto l’ordine guidato dagli Stati Uniti,
queste potenze non tentarono mai di riconquistare tali sfere.
La
Cina, dopo la Seconda guerra mondiale, era così priva di una sfera di interesse
da non poter nemmeno rivendicare Taiwan, un’isola vicina abitata da persone che
un tempo erano suoi cittadini.
L’unica sfera rimasta, oltre a quella americana, fu
quella che l’Unione Sovietica ottenne a Yalta nell’Europa orientale e centrale.
Ma anche quella fu sotto pressione fin dall’inizio, e
lo sforzo necessario a mantenerla superò infine le capacità sovietiche,
portando al collasso dell’URSS.
La
mera esistenza degli Stati Uniti e dell’ordine liberale che sostenevano offrì
alle piccole e medie potenze un’opportunità che secoli di multipolarità avevano
loro negato.
Gli
Stati satelliti di Mosca in Europa orientale e centrale non sarebbero stati
così determinati a fuggire se non ci fosse stato nulla verso cui fuggire.
L’ordine
americano prometteva un più alto tenore di vita, sovranità nazionale e
uguaglianza giuridica e istituzionale.
Questo
diede alle nazioni che vivevano all’ombra dell’Unione Sovietica un’alternativa
all’accomodamento, e quando si presentò l’occasione di sottrarsi al controllo di
Mosca, la colsero.
Negli
ultimi anni, vari sedicenti realisti hanno invitato gli Stati Uniti ad
accettare il ritorno alle sfere di interesse come alternativa all’uni-polarità.
Ma nella maggior parte dei casi hanno riconosciuto
solo le sfere russa e cinese.
E già
queste sono problematiche.
Sappiamo
fin dove si estenda la percezione cinese della propria sfera legittima?
Include
il Vietnam? Tutto il Sud-est asiatico? La Corea?
E che dire di quella che la Cina chiama la
Prima Catena di Isole, che include il Giappone?
La sfera tradizionale di interesse della
Russia fin dai tempi di Pietro il Grande ha sempre incluso gli Stati baltici e
almeno parte della Polonia. Vladimir Putin sta apertamente emulando Pietro ed è
esplicito nel suo desiderio di restaurare l’impero sovietico così come esisteva
durante la Guerra fredda.
Riconoscere
le sfere di interesse di Russia e Cina significherebbe accettare la loro
egemonia su una vasta area di nazioni che oggi godono di piena sovranità.
E in
questo nuovo mondo emergente, Russia e Cina non saranno le uniche a cercare di
espandere le proprie sfere.
Se Germania e Giappone devono tornare a essere
grandi potenze, avranno anch’essi sfere di interesse, che inevitabilmente si
sovrapporranno a quelle russe e cinesi, dando luogo a numerosi conflitti nel
futuro multipolare, così come nel passato multipolare.
Ed
eccoci così all’idea, molto pubblicizzata, di un nuovo accordo tra Stati Uniti,
Cina e Russia, equivalente al Concerto d’Europa del XIX secolo. Un’intesa di
successo dovrebbe stabilire i confini delle rispettive sfere di interesse.
È possibile un simile accordo?
La
risposta è no, perché il nuovo mondo multipolare non avrà le stesse
caratteristiche di quello di due secoli fa. L’Austria di Metternich era una
potenza dello status quo, interessata solo a proteggere un ordine conservatore
dai suoi sfidanti liberali. Bismarck considerava la Germania appena unificata della fine
del XIX secolo una potenza “sazia”.
Entrambi
cercavano un equilibrio per conservare ciò che avevano, non per ottenere di
più.
Cina e
Russia, invece, non sono affatto potenze sazie e soddisfatte dello status quo.
Sono potenze insoddisfatte, “senza impero”.
Dalla
fine della Guerra fredda, sono state cronicamente infelici della supremazia
globale americana e hanno cercato di ripristinare quella che considerano la
loro naturale e tradizionale dominazione regionale. Ancora oggi, la Cina
esercita solo un controllo parziale sul Sud-est asiatico e non controlla
Taiwan, né gode della sottomissione che ritiene dovuta da Giappone e Corea del
Sud.
Anche
la Russia è solo alle prime fasi della ricostruzione della propria sfera
tradizionale in Europa orientale e centrale.
L’Ucraina
non è la fine, ma l’inizio dell’ordine immaginato da Putin.
Che
tipo di accordo con gli Stati Uniti potrebbe soddisfare queste ambizioni?
Non
uno che si limiti a codificare lo status quo, come tentava di fare il Concerto
d’Europa.
Dovrebbe
invece accogliere la radicale trasformazione geopolitica dell’Europa e
dell’Asia che Russia e Cina considerano essenziale, e per la quale la Russia,
almeno, si è dimostrata disposta a fare la guerra.
Una
trasformazione simile non sarà un processo piacevole per le piccole e medie
potenze costrette a rinunciare alla propria indipendenza e ad accettare il
dominio di Pechino, Mosca o Washington – e forse, in seguito, di Berlino, Tokyo
o chissà chi altro.
Se i primi quattro decenni del XX secolo ci
hanno insegnato qualcosa, è che raggiungere una pace stabile con potenze
insoddisfatte è difficile. Ogni nazione o territorio concesso le rafforza e le
incoraggia a formulare la richiesta successiva.
In
realtà, Pechino e Mosca non hanno né il desiderio né il bisogno di un accordo
restrittivo con gli Stati Uniti.
Al
contrario, hanno tutte le ragioni per credere che questo sia il momento di
avanzare.
Xi
Jinping ha parlato di «grandi cambiamenti mai visti in un secolo», che offrono
alla Cina un «periodo di opportunità strategica».
Per Putin, la distruzione dell’alleanza transatlantica
da parte di Trump è uno di questi grandi cambiamenti.
Perché non dovrebbe cogliere l’occasione?
Non può sapere quanto durerà la fase Trump
negli Stati Uniti e, se gli europei si riarmassero, la finestra di opportunità
del Cremlino potrebbe chiudersi.
Finora, Putin si è mosso lentamente:
sei
anni tra l’invasione della Georgia e l’annessione della Crimea, poi altri otto
anni prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, che è stata fortemente
ostacolata dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Ora
gli americani hanno frantumato quella solidarietà, e Putin potrebbe ben credere
che questo sia il momento di accelerare i suoi piani di conquista.
Ciò
significa che i primi anni della nuova era multipolare non saranno
caratterizzati da una diplomazia abile e reciprocamente accomodante, ma da
un’intensa competizione e da un confronto aperto.
Il mondo assomiglierà più all’era multipolare
brutale dei primi decenni del XX secolo che a quella, più ordinata ma pur
sempre brutale, del XIX.
Questo
è il nuovo mondo in cui l’America sta entrando, spogliata volontariamente dei
suoi più grandi punti di forza.
L’influente stratega cinese Yann Xuetong
osservò una volta che il divario più importante tra Stati Uniti e Cina non era
il potere militare o economico, entrambi accumulabili dalla Cina, ma il sistema
globale di alleanze e partenariati degli Stati Uniti.
Quando
Russia o Cina andavano in guerra, lo facevano da sole.
Quando gli Stati Uniti andavano in guerra,
persino in un conflitto impopolare come quello in Iraq, avevano il sostegno di
decine di alleati.
La capacità americana di proiezione della potenza
militare è dipesa da basi sparse in tutto il mondo, fornite da Paesi che si
fidavano degli Stati Uniti come partner ed erano disposti a sopportare gli
inconvenienti della presenza di soldati americani.
Ma
potrebbero ripensarci se gli Stati Uniti non garantissero più la loro sicurezza
e, al contrario, conducessero guerre economiche contro di loro e imponessero
richieste politiche e ideologiche che trovano offensive.
I
funzionari di Trump sembrano aspettarsi che i Paesi europei e asiatici si
schierino con gli Stati Uniti ogni volta che Washington ne ha bisogno o lo
desidera – per esempio per fare pressione sulla Cina – anche se gli Stati Uniti
non offrono nulla in cambio.
Ma si
possono abbandonare gli alleati e allo stesso tempo pretendere di averli?
Sarebbe
un conto se gli Stati Uniti si stessero davvero ritirando nel proprio emisfero,
tornando all’isolazionismo e all’indifferenza globale del XIX secolo.
Ma una
delle cose più notevoli della politica estera di questa amministrazione è che,
nonostante tutta la retorica di “America First”, Trump mostra un’ambizione
globale apparentemente illimitata.
Gli
piace esercitare il potere americano mentre lo consuma.
Nel
suo primo anno di ritorno alla Casa Bianca, ha lanciato attacchi contro Iran e
Siria;
ha
minacciato di annettere Canada e Groenlandia;
ha
decapitato il governo del Venezuela e promesso di gestire il Paese;
si è
intromesso senza efficacia in guerre nel Sud-est asiatico, nell’Africa centrale
e in Medio Oriente;
e ha
perfino proposto progetti edilizi nella Striscia di Gaza che avrebbero dovuto
essere difesi da forze americane.
È
questo che si intende per moderazione?
Gli
intellettuali che lo sostengono lo esaltano per aver abbandonato gli «utopici
obiettivi insensati» di «élite sprovvedute», ma subito dopo lo lodano per non
cercare niente di meno che «rimodellare» l’intero mondo.
Rimodellarlo
per quale scopo?
Per
riempire le tasche di Trump e conferirgli gloria?
La
megalomania di Trump sta trasformando gli Stati Uniti da leader internazionale
in” paria” internazionale, e il popolo americano ne subirà le conseguenze per
anni.
Nel 1916, il cancelliere tedesco Theobald von
Bethmann Hollweg temeva che il comportamento del suo Paese rischiasse di
renderlo «il cane rabbioso tra le nazioni» e di provocare «la condanna
dell’intero mondo civilizzato».
Aveva ragione.
I
leader tedeschi erano orgogliosi del loro inflessibile realismo e credevano che
la franca e brutale ricerca dell’interesse personale fosse semplicemente ciò
che fanno le nazioni.
Ma,
come osservò lo storico “Paul Kennedy”, il costante richiamo della Germania «al
codice della nuda Macht politik» contribuì a unire le grandi potenze mondiali
nel provocarne la sconfitta.
L’amministrazione
Trump si compiace della ricerca dell’interesse personale e dell’esercizio della
forza fine a sé stessa, con un’allegra indifferenza per gli interessi altrui.
Come scrisse l’ex consigliere per la sicurezza
nazionale del primo mandato di Trump,” H. R. Mc Master”, in un saggio cofirmato
con l’economista “Gary Cohn”, il mondo non è una «comunità globale», ma
«un’arena in cui nazioni, attori non governativi e imprese si confrontano e
competono per ottenere vantaggi», e in questo mondo di Macht politik gli Stati
Uniti godrebbero di un potere «senza pari».
Ma per
quanto tempo?
La
formulazione di Mc Master, come l’esaltazione trumpiana dell’egoismo, poggia su
una profonda ignoranza delle vere fonti della forza americana.
Gran
parte dell’influenza degli Stati Uniti nel mondo è derivata dal trattare gli
altri come parte di una comunità di nazioni democratiche o di partner
strategici.
Altri
lo capiscono, anche se molti americani no.
Yann,
il pensatore cinese, ha osservato che uno degli elementi che tenevano insieme
l’ordine americano era la reputazione degli Stati Uniti per moralità e rispetto
delle norme internazionali.
Theodore
Roosevelt, spesso considerato il realista americano per eccellenza e certo non
timido nell’uso del potere, riteneva che le grandi nazioni dovessero essere
guidate, in ultima analisi, da una «coscienza sociale internazionale» che
tenesse conto non solo dei propri interessi, ma anche di «quelli degli altri».
Una grande potenza di successo, osservava, non
poteva agire «senza riguardo per i principi essenziali della vera moralità».
Per
decenni, gran parte del mondo ha sostenuto gli Stati Uniti che agivano secondo
questi principi e ha accettato il potere americano, nonostante i suoi difetti e
i suoi errori, proprio perché non agiva esclusivamente in base a un ristretto
interesse personale – e tanto meno nell’interesse ristretto e egoistico di un
singolo governante.
Quell’epoca
è finita.
In
appena un anno, Trump è riuscito a distruggere l’ordine americano che è stato e
ha indebolito la capacità degli Stati Uniti di proteggere i propri interessi
nel mondo che verrà.
Se gli
americani pensavano che difendere l’ordine mondiale liberale fosse troppo
costoso, aspettino di vedere quanto costerà pagare per ciò che verrà dopo.
(Questo
articolo è stato originariamente pubblicato sull’Atlantic.”
Robert
Kagan è autore di “Insurrezione” (Linkiesta Books).
“Sos
Geopolitica”, l’Occidente non fa
mai tesoro degli errori e degli orrori.
Lagazzettadelmezzogiorno.it - Luigi Cazzato –
(22 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
L'editoriale
di Luigi Cazzato: «Sos Geopolitica, l’Occidente non fa mai tesoro degli errori
e degli orrori».
Siamo
di fronte a una nuova fase storica imperiale e coloniale che fa a
Grande
confusione sotto il cielo, la situazione dovrebbe essere eccellente?
A
Davos, sulla Alpi svizzere, l’America di Trump vuole sostituire l’assetto
mondiale figlio del dopoguerra con quello del «Board of Peace», una sorta di
nuova ONU simile più a un club privato con entrata a gettone che a un organismo
frutto di un diritto internazionale condiviso.
L’America
di Trump vuole suddividere il mondo in zone di influenza.
Per dirla in modo brusco:
il continente americano tutto agli americani,
il continente asiatico ai russi e ai cinesi, con la debole e antica Europa (la
vecchia genitrice di America e Russia insieme?) spartita fra l’una e l’altra
sfera.
In questo caso «Occidente» vorrebbe dire solo
America poiché la sua culla storica, l’Europa, ne verrebbe espunta.
Insomma,
siamo di fronte a una nuova fase storica imperiale e coloniale che fa a meno
delle maschere retoriche del passato.
Un po’
di storia.
Durante
la modernità, al lungo processo di colonizzazione europeo (specialmente
britannico e francese), attuato sotto la bandiera della missione
civilizzatrice, è corrisposto un processo anti-coloniale di de-colonizzazione,
soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, al quale è seguito un tentativo di
ri-colonizzazione.
Un esempio è il Congo belga, colonia privata del
crudele Re Leopoldo, il quale dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1960
fu ri-colonizzato, eliminando il leader liberatore Lumumba e mettendo sotto il
controllo di una multinazionale franco-belga le risorse del paese.
La
risposta al processo di liberazione intrapreso dal Terzo Mondo dopo la Seconda
guerra mondiale è stata la sua neo-colonizzazione da parte di USA (Primo mondo)
e URSS (Secondo mondo):
i primi sotto il vessillo della libertà, i
secondi sotto quello dell’uguaglianza, in concorrenza fra di loro per il
primato sul pianeta e il controllo della normalità colonialista.
Cioè
le leve epistemiche, prima che economiche e militari, del discorso coloniale.
Dopo
caduta del muro di Berlino nel 1989, ex Primo ed ex Secondo mondo, non si
vogliono rassegnare a perdere questo controllo.
Che è
una delle cause della guerra in Ucraina.
Arrivano
quindi i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che provano
ad attivare il processo di de-occidentalizzazione del pianeta.
Non è
un caso che Russia, Cina e Iran stiano tenendo esercitazioni navali congiunte
in Sudafrica.
Come
non è un caso che questi siano più o meno gli stessi paesi contro cui vengono
assestati i dazi americani più alti, dopo che la sbornia della cosiddetta
globalizzazione ha cominciato a inebriare più i mercati orientali che quelli
occidentali.
La
risposta, soprattutto americana, è ri-occidentalizzare il mondo.
Da qui il sostegno al genocidio di Israele a Gaza (per
non perdere lo storico controllo sul Medio Oriente), la cattura corsara di
Maduro (per riprendere il controllo del petrolio venezuelano dopo la sua
nazionalizzazione da parte di Hugo Chavez nel 2008) e il possibile intervento
definitivo in Iran, a «difesa del popolo iraniano» (per eliminare l’ultimo
grande ostacolo al controllo delle cospicue risorse energetiche iraniane
nazionalizzate dal leader persiano Mossadeq nel 1953).
Di
questo si tratta.
Un nuovo grande tentativo di colonizzazione, una
ri-colonizzazione e ri-occidentalizzazione, che ricorda il processo storico
addirittura pre-Ottocento, quando non occorreva indossare solenni maschere per
giustificare la conquista coloniale.
Come invece è avvenuto nel primo e soprattutto
secondo ‘900 con la maschera dell’esportazione dello sviluppo o della
democrazia.
Gli
USA adesso stanno facendo ri-vedere il volto più feroce e vero del dominio
imperiale.
Non occorrono ipocrite giustificazioni:
«Prenderemo la Groenlandia, in un modo o
nell'altro», dichiara Trump. Quella Groenlandia che è anch’essa una ex-colonia
europea, oggi territorio autonomo all'interno del Regno di Danimarca.
Col
paradosso, uno dei tanti, che è Trump, di origine tedesca e scozzese, a
ricordare ai danesi che sbarcare lì due secoli fa non consente loro di avere
dei diritti su quella terra.
È
interessante notare la differenza delle reazioni europee di fronte al diritto
internazionale che Trump ha fatto diventare carta straccia, sostituendolo con
la carta personale della propria moralità.
Meloni
lo giustifica goffamente con la retorica della difesa della sicurezza
nazionale.
Macron,
forse ancor più goffamente, lo contrasta con l’accusa di neo-colonialismo,
mentre tanti Paesi africani usano ancora il franco come moneta nazionale.
Qui
sta la differenza fra il debole imperialismo italiano e quello forte francese.
Il risultato?
La fine del progetto dell’Europa unita come
vogliono i neocon americani, con Orban che sta con Putin e Meloni con Trump.
Si
tratta, dunque, di cose già viste e riviste nella storia della modernità, una
lunga storia in cui russi, indiani, arabi, cinesi, africani hanno conosciuto
l’Occidente come il continuo aggressore, direbbe lo storico “Tonde”, checché ne
pensino i suoi strenui difensori.
C’è da
chiedersi se, dopo cinque secoli di dominio, questo tentativo di «fare di nuovo
grande l’Occidente americano» senza la madrepatria europea riuscirà.
Oppure sarà solo l’ultimo colpo di coda o
canto del cigno («ultimo atto» lo chiama Luciano Canfora) di una «civiltà»
destinata a farsi da parte, come è sempre successo nella storia dell’umanità.
Davanti
a noi, soprattutto noi Europei, c’è però una scelta: farci da parte
riconoscendo che il tempo è arrivato, il tempo cioè di riconoscere il proprio
tramonto, oppure continuare a fare finta di niente e riaccendere la miccia dei
cannoni, ammesso sia mai stata spenta.
Davanti
a noi, ci sarebbe soprattutto la difficile ma dirimente strada della de- colonialità,
cioè la dismissione del ruolo di dominatore universale e il riconoscimento
della pluri- versalità del mondo.
Una strada ardua, utopica, forse oramai
tremendamente difficile da intraprendere, visto che gli altri hanno imparato
bene la nostra lezione.
Grande
è la confusione sotto il cielo e la situazione potrebbe essere eccellente solo
se l’Occidente e il mondo intero imparassero dagli errori e orrori che hanno
già fin troppo conosciuto.
L’altra
America a Monaco, quella
che
non si arrende all’isolazionismo.
Lavocedinewyork.com
– (16-2-2026) – Massimo Jaus – Redazione – ci dice:
La
frattura è sempre più evidente: da una parte la Casa Bianca, dall'altra una
parte significativa dell’establishment democratico.
L’altra
America a Monaco, quella che non si arrende all’isolazionismo.
A
Monaco non si è parlato soltanto di sicurezza, di Ucraina o di deterrenza, ma
di identità politica americana.
Di quale America rappresenti davvero
Washington oggi.
Da un
lato la linea della Casa Bianca, più cauta nei toni, ma sempre segnata da una
visione sovranista e diffidente verso gli alleati storici.
Dall’altro,
un’altra America, inquieta, critica, consapevole del danno reputazionale che
questa Casa Bianca sta accumulando nelle relazioni transatlantiche.
Il
discorso di Marco Rubio è stato accolto con applausi, parole concilianti,
richiami alla civiltà comune, al legame storico con l’Europa.
Ma
dietro la retorica rassicurante, molti osservatori hanno colto una continuità
sostanziale con l’approccio isolazionista della Casa Bianca, solo reso più
presentabile sul piano diplomatico.
La
visita successiva a leader come Viktor Orbán ha rafforzato la percezione che la
bussola strategica non sia cambiata, semmai solo raffinata nel linguaggio.
E
proprio questo scarto tra forma e sostanza ha dato voce, nei corridoi del “Bayerischer
Hof”, a una reazione politica che non proveniva dall’Europa, ma dagli stessi
americani presenti alla conferenza.
Occaso-Cortez
e l’avvertimento sociale.
Ad
aprire il fronte più netto è stata la parlamentare democratica Alexandria Occaso-Cortez,
che ha spostato il dibattito su un terreno meno militare e più politico, quasi
sociale.
Il suo intervento ha suonato come un monito alle élite
occidentali riunite a discutere di ordine internazionale mentre, ha detto in
sostanza, la classe lavoratrice continua a sentirsi tradita.
Per la
deputata di New York il rischio non è soltanto geopolitico, ma interno:
se le
democrazie non offrono “conquiste materiali” ai lavoratori, l’autoritarismo
troverà terreno fertile.
Un
messaggio che, a Monaco, è stato letto anche come una critica indiretta alla
deriva isolazionista, perché un mondo più frammentato, ha sostenuto, finirebbe
per essere governato da regimi che non offrono nulla ai cittadini comuni.
Quando
ha parlato delle minacce sulla Groenlandia e delle relazioni con gli alleati,
Occaso-Cortez ha pronunciato una frase che ha riecheggiato tra i delegati
europei:
la
stragrande maggioranza degli americani non vuole vedere logorate le alleanze.
Non è solo una posizione politica, ma un tentativo di separare il Paese reale
dalla sua attuale leadership.
Newsroom
e il danno percepito dagli alleati.
Se Occaso-Cortez
ha parlato al cuore sociale del problema, Gavin Newsroom ha toccato quello
diplomatico.
Nei colloqui informali, il governatore della
California ha registrato un sentimento diffuso tra i leader europei, la
convinzione che gli Stati Uniti siano diventati inaffidabili, e che il danno
all’alleanza transatlantica possa essere persino irreversibile.
“Ci
vedono come una palla da demolizione”, ha ammesso, con una franchezza rara per
un politico americano in un contesto internazionale. Non un attacco diretto alla Casa
Bianca, ma una diagnosi del clima politico che si respira fuori dagli Stati
Uniti.
E allo stesso tempo una promessa implicita,
quella di un’America che potrebbe tornare a una postura più cooperativa.
Newsroom,
come altri democratici presenti, non si è limitato a criticare. Ha cercato di rassicurare gli
interlocutori europei, insistendo sul fatto che il rapporto con l’Europa può
ancora essere riparato, anche se ormai serviranno anni, forse generazioni, per
ricostruire la fiducia.
Clinton,
Kelly e il coro della diffidenza.
Il
disagio non si è fermato ai governatori o alla nuova generazione progressista.
Anche
figure storiche del Partito Democratico, come Hillary Clinton, hanno osservato
con crescente preoccupazione il mutamento della politica estera americana,
interpretandolo come una rottura con il ruolo tradizionale di guida
dell’Occidente.
Il
senatore “Mark Kelly” ha usato parole ancora più dure, sintetizzando in una
frase la percezione che aleggiava tra le delegazioni:
gli alleati non si fidano più degli Stati
Uniti.
Una
constatazione che a Monaco è stata ripetuta più volte, quasi sottovoce, nei
panel e nei colloqui riservati.
Secondo
Kelly, mentre a Monaco si applaudiva formalmente il discorso di Rubio, a Mosca
e Pechino si aprivano le bottiglie di champagne.
È
un’immagine retorica, ma efficace, che descrive il timore di una leadership
americana percepita come intermittente, selettiva, ideologicamente orientata
più verso alcuni governi sovranisti europei che verso le storiche capitali
atlantiche.
L’America
che resta atlantica.
Accanto
a loro si sono mossi anche altri esponenti democratici, da Chris Murphy a Jason
Crow, fino a figure emergenti come Gretchen Whisker e Ruben Gallego, tutti
accomunati da un obiettivo politico preciso: dimostrare agli alleati che l’America
non coincide interamente con la linea della Casa Bianca.
Molti
di loro sono arrivati a Monaco nonostante la delegazione ufficiale del
Congresso fosse stata ridimensionata, quasi come una missione parallela, non
diplomatica ma politica.
Un
gesto simbolico, che dice molto del momento storico:
parlamentari
che cercano di rassicurare gli alleati su un futuro americano diverso, mentre
il presente resta segnato da ambiguità strategiche.
In
questo contesto, anche il tono più morbido di Rubio è apparso, agli occhi dei
democratici, come un tentativo di gestione dell’immagine più che un cambio di
rotta.
Una
frattura che guarda alle “Mid Term”.
Sul
fondo resta una consapevolezza condivisa tra i democratici presenti: la
politica estera è ormai intrecciata con la battaglia interna americana. Con
l’approvazione di Trump in calo e le “Mid Term” all’orizzonte, Monaco è
diventata anche una vetrina elettorale, oltre che diplomatica.
Non a
caso molti dei protagonisti di questa “altra America” sono anche possibili
candidati del futuro, e parlano già come se dovessero ricostruire un rapporto
con gli alleati dopo una stagione di diffidenza.
È una
narrazione che prova a distinguere tra governo e Paese, tra linea ufficiale e
sentimento popolare.
Alla
fine, la conferenza ha restituito un’immagine chiara:
l’isolazionismo della Casa Bianca non è condiviso da
tutti gli americani presenti a Monaco.
È
stato, piuttosto, contestato, smussato, contraddetto.
Un’America
meno rumorosa, forse meno potente nelle decisioni immediate, ma ancora
profondamente legata all’idea di un ordine internazionale condiviso.
Un’America
che parla sottovoce nei corridoi diplomatici, mentre la politica ufficiale
continua a cambiare tono, senza cambiare davvero direzione.
(Massimo
Jaus).
Noi
americani saremo sempre
figli
dell’Europa. Parola di Marco Rubio.
Starmag.it
-Mondo – Redazione start magazine- (15-02-2026) – Marco Rubio – ci dice:
Il
testo integrale dell'intervento del Segretario di Stato degli Stati Uniti,
Marco Rubio, tenuto a Monaco tradotto da Dario D'Angelo su” X”.
Il
testo integrale dell’intervento del Segretario di Stato degli Stati Uniti,
Marco Rubio, tenuto all’interno della sala conferenze del Bayerischer Hof Hotel
di Monaco, tradotto da Dario D’Angelo.
“Ci
riuniamo qui oggi come membri di un’alleanza storica, un’alleanza che ha
salvato e cambiato il mondo.
Sapete,
quando questa conferenza ebbe inizio nel 1963, una nazione – anzi, un
continente – era diviso contro sé stesso.
La
linea tra comunismo e libertà attraversava il cuore della Germania. Le prime recinzioni di filo spinato
del Muro di Berlino erano state erette appena due anni prima.
E solo pochi mesi prima di quella prima
conferenza, prima che i nostri predecessori si incontrassero qui, qui a Monaco,
la crisi dei missili di Cuba aveva portato il mondo sull’orlo della distruzione
nucleare.
Mentre
la Seconda guerra mondiale era ancora viva nella memoria degli americani e
degli europei, ci trovavamo sull’orlo di una nuova catastrofe globale, una
catastrofe con il potenziale di una nuova forma di distruzione, più
apocalittica e definitiva di qualsiasi cosa mai vista prima nella storia
dell’umanità.
Al
tempo di quel primo incontro, il comunismo sovietico era in avanzata.
Migliaia
di anni di civiltà occidentale erano in bilico.
Allora, la vittoria era tutt’altro che certa.
Ma eravamo animati da uno scopo comune. Eravamo uniti non solo da ciò contro
cui combattevamo. Eravamo uniti da ciò per cui combattevamo. E insieme, Europa
e America prevalsero. E un continente fu ricostruito. I nostri popoli
prosperarono.
Col
tempo, i blocchi orientale e occidentale furono riunificati.
La civiltà tornò a essere unita. Quel
famigerato muro che aveva diviso questa nazione in due cadde, e con esso un
impero malvagio.
E l’Est e l’Ovest tornarono a essere uno.
Ma
l’euforia di quel trionfo ci portò a una pericolosa illusione:
che fossimo entrati, cito, nella “fine della
storia”;
che
ogni nazione sarebbe ormai diventata una democrazia liberale;
che i
legami creati dal commercio e dagli scambi avrebbero sostituito il concetto
stesso di nazione;
che l’ordine globale basato sulle regole – un
termine abusato – avrebbe sostituito gli interessi nazionali;
e che
avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati
cittadini del mondo.
Questa
era un’idea sciocca che ignorava sia la natura umana sia le lezioni di oltre
5.000 anni di storia documentata dell’umanità.
E ci è
costata cara.
In
questa illusione, abbiamo abbracciato una visione dogmatica del libero
commercio senza freni, mentre alcune nazioni proteggevano le proprie economie e
sovvenzionavano le proprie aziende per minare sistematicamente le nostre,
chiudendo i nostri stabilimenti, causando la deindustrializzazione di ampie
parti della nostra società, trasferendo milioni di posti di lavoro della classe
operaia e della classe media all’estero e consegnando il controllo delle nostre
catene di approvvigionamento critiche sia ad avversari sia a rivali.
Abbiamo
progressivamente esternalizzato la nostra sovranità a istituzioni
internazionali, mentre molte nazioni investivano in massicci stati
assistenziali a scapito del mantenimento della capacità di difendersi.
Questo,
mentre altri Paesi hanno investito nel più rapido rafforzamento militare della
storia dell’umanità e non hanno esitato a usare il potere duro per perseguire i
propri interessi.
Per
compiacere il culto del clima, ci siamo imposti politiche energetiche che
stanno impoverendo i nostri popoli, mentre i nostri concorrenti sfruttano
petrolio, carbone, gas naturale e qualsiasi altra risorsa, non solo per
alimentare le loro economie, ma per usarle come leva contro le nostre.
E
nella ricerca di un mondo senza confini, abbiamo aperto le nostre porte a
un’ondata senza precedenti di immigrazione di massa che minaccia la coesione
delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro dei nostri
popoli.
Abbiamo
commesso questi errori insieme.
E ora,
insieme, dobbiamo ai nostri popoli di affrontare questi fatti e andare avanti
per ricostruire.
Sotto
il presidente Trump, gli Stati Uniti d’America torneranno ad assumersi il
compito del rinnovamento e della restaurazione, guidati da una visione di un
futuro orgoglioso, sovrano e vitale quanto il passato della nostra civiltà.
E
sebbene siamo pronti, se necessario, a farlo da soli, la nostra preferenza ed è
la nostra speranza sono di farlo insieme a voi, ai nostri amici qui in Europa.
Per
gli Stati Uniti e l’Europa, apparteniamo gli uni agli altri.
L’America
è stata fondata 250 anni fa, ma le sue radici sono iniziate qui, su questo
continente, molto prima.
Gli
uomini che si stabilirono e costruirono la nazione in cui sono nato arrivarono
sulle nostre coste portando con sé i ricordi, le tradizioni e la fede cristiana
dei loro antenati come un’eredità sacra, un legame indissolubile tra il Vecchio
e il Nuovo Mondo.
Noi
siamo parte di un’unica civiltà, la civiltà occidentale.
Siamo
legati gli uni agli altri dai vincoli più profondi che le nazioni possano
condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura,
eredità, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri padri hanno compiuto
insieme per la civiltà comune della quale siamo divenuti eredi.
Ed è
per questo che noi americani possiamo talvolta apparire un po’ diretti e
pressanti nei nostri consigli. È per questo che il presidente Trump esige
serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa.
Il
motivo, amici miei, è che ci importa profondamente.
Ci
importa profondamente del vostro futuro e del nostro.
E se a
volte siamo in disaccordo, i nostri disaccordi nascono dal nostro profondo
senso di preoccupazione per un’Europa alla quale siamo legati.
Non
solo economicamente, non solo militarmente: siamo legati spiritualmente e
culturalmente.
Vogliamo
che l’Europa sia forte.
Crediamo che l’Europa debba sopravvivere,
perché le due grandi guerre del secolo scorso sono per noi un costante
promemoria storico che, in ultima analisi, il nostro destino è e sarà sempre
intrecciato al vostro. Perché sappiamo che il destino dell’Europa non sarà mai
irrilevante per il nostro.
La
sicurezza nazionale, di cui questa conferenza si occupa in larga parte, non è
semplicemente una serie di questioni tecniche.
Quanto spendiamo per la difesa o dove e come
la dispieghiamo sono domande importanti, lo sono davvero.
Ma non sono quella fondamentale.
La
domanda fondamentale che dobbiamo porci fin dall’inizio è: che cosa stiamo
esattamente difendendo?
Perché
gli eserciti non combattono per astrazioni.
Gli
eserciti combattono per un popolo.
Gli
eserciti combattono per una nazione. Gli eserciti combattono per uno stile di
vita.
Ed è questo che stiamo difendendo.
Una
grande civiltà che ha ogni motivo di essere orgogliosa della propria storia,
fiduciosa nel proprio futuro e determinata a essere sempre padrona del proprio
destino economico e politico.
È
stato qui, in Europa, che sono nate le idee che hanno piantato i semi della
libertà e cambiato il mondo.
È
stato qui che il mondo ha ricevuto lo Stato di diritto, le università e la
rivoluzione scientifica.
È
questo continente che ha prodotto il genio di Mozart e Beethoven, di Dante e
Shakespeare, di Michelangelo e da Vinci. Dei Beatles e dei Rolling Stones.
Ed è
questo il luogo dove le volte della Cappella Sistina e le guglie svettanti
delle grandi cattedrali testimoniano non solo la grandezza del nostro passato o
il Dio che ha ispirato tali meraviglie.
Prefigurano
le meraviglie che ci attendono nel nostro futuro.
Ma solo se saremo senza complessi riguardo alla nostra
eredità e orgogliosi di questa comune appartenenza, potremo insieme iniziare il
lavoro di immaginare e plasmare il nostro futuro economico e politico.
La
deindustrializzazione non è stata inevitabile.
È stata una scelta politica consapevole,
un’impresa economica durata decenni che ha spogliato le nostre nazioni della
loro ricchezza, della loro capacità produttiva e della loro indipendenza.
La
perdita della sovranità sulle nostre catene di approvvigionamento non è stata
il risultato di un sistema commerciale globale prospero e sano.
È stata una trasformazione sciocca ma volontaria della
nostra economia che ci ha resi dipendenti dagli altri per i nostri bisogni e
pericolosamente vulnerabili alle crisi.
L’immigrazione
di massa non è stata, e non è, una preoccupazione marginale di scarsa
importanza.
È
stata e continua a essere una crisi che sta trasformando e destabilizzando le
società in tutto l’Occidente.
Insieme
possiamo reindustrializzare le nostre economie e ricostruire la nostra capacità
di difendere i nostri popoli.
Ma il lavoro di questa nuova alleanza non
dovrebbe concentrarsi solo sulla cooperazione militare e sul recupero delle
industrie del passato. Dovrebbe anche concentrarsi sull’avanzamento dei nostri
interessi comuni verso nuove frontiere, liberando il nostro ingegno, la nostra
creatività e il nostro spirito dinamico per costruire un nuovo secolo
occidentale.
Il
turismo spaziale commerciale e l’intelligenza artificiale all’avanguardia,
l’automazione industriale e la manifattura flessibile, la creazione di una
catena di approvvigionamento occidentale per i minerali critici non vulnerabile
al ricatto di altre potenze, e uno sforzo unificato per competere per quote di
mercato nelle economie del Sud globale.
Insieme
possiamo non solo riprendere il controllo delle nostre industrie e delle nostre
catene di approvvigionamento, ma prosperare nei settori che definiranno il XXI
secolo.
Ma
dobbiamo anche riprendere il controllo delle nostre frontiere nazionali.
Controllare
chi e quante persone entrano nei nostri Paesi non è un’espressione di
xenofobia.
Non è
odio.
È un atto fondamentale di sovranità nazionale.
E il fallimento nel farlo non è solo
un’abdicazione di uno dei nostri doveri più elementari verso il nostro popolo.
È una
minaccia urgente al tessuto delle nostre società e alla sopravvivenza stessa
della nostra civiltà.
E
infine, non possiamo più porre il cosiddetto ordine globale al di sopra degli
interessi vitali dei nostri popoli e delle nostre nazioni.
Non dobbiamo abbandonare il sistema di cooperazione
internazionale che abbiamo creato, né smantellare le istituzioni globali
dell’ordine precedente che abbiamo costruito insieme.
Ma
devono essere riformate. Devono essere ricostruite.
Per
esempio, le Nazioni Unite hanno ancora un enorme potenziale per essere uno
strumento di bene nel mondo, ma non possiamo ignorare che oggi, sulle questioni
più urgenti che abbiamo davanti, non hanno risposte e non hanno svolto
praticamente alcun ruolo.
Non
hanno potuto risolvere la guerra a Gaza.
È stata invece la leadership americana a
liberare ostaggi dai barbari e a ottenere una fragile tregua.
Non
hanno risolto la guerra in Ucraina.
È stata necessaria la leadership americana, in
partnership con molti dei Paesi qui presenti oggi, anche solo per portare le
due parti al tavolo dei negoziati alla ricerca di una pace ancora sfuggente.
Sono
state impotenti nel contenere il programma nucleare dei radicali sciiti a
Teheran.
Ci
sono volute 14 bombe sganciate con precisione da bombardieri americani B-2.
Non
sono state in grado di affrontare la minaccia alla nostra sicurezza
rappresentata da un dittatore narco-terrorista in Venezuela.
È
stato necessario l’intervento delle forze speciali americane per consegnare
questo fuggitivo alla giustizia.
In un
mondo perfetto, tutti questi problemi e molti altri sarebbero risolti dai
diplomatici e da risoluzioni dal linguaggio severo.
Ma non
viviamo in un mondo perfetto.
E non
possiamo continuare a permettere che coloro che minacciano apertamente i nostri
cittadini e mettono in pericolo la stabilità globale si proteggano dietro astrazioni
di diritto internazionale che essi stessi violano abitualmente.
Questo
è il percorso che il presidente Trump e gli Stati Uniti hanno intrapreso.
È il percorso che chiediamo a voi qui in
Europa di percorrere con noi.
È il
percorso che abbiamo già fatto insieme in passato e che speriamo di percorrere
di nuovo insieme.
Per
cinque secoli prima della fine della Seconda guerra mondiale, l’Occidente era
stato in espansione.
I suoi
missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si
riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, insediarsi in nuovi
continenti, costruire vasti imperi estesi in tutto il globo.
Ma nel
1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione.
L’Europa era in rovina.
Metà
di essa viveva dietro una Cortina di Ferro e il resto sembrava destinato a
seguirla presto.
I grandi imperi occidentali erano entrati in
un declino terminale accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e da
sollevazioni anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e avrebbero steso
la falce e il martello rossi su vaste porzioni della mappa negli anni a venire.
In
quel contesto, allora come oggi, molti arrivarono a credere che l’epoca del
predominio occidentale fosse giunta alla fine e che il nostro futuro fosse
destinato a essere una pallida e debole eco del nostro passato.
Ma
insieme, i nostri predecessori riconobbero che il declino era una scelta, ed
era una scelta che rifiutarono di compiere.
Questo
è ciò che facemmo insieme una volta, ed è ciò che il presidente Trump e gli
Stati Uniti vogliono fare di nuovo ora, insieme a voi.
Ed è
per questo che non vogliamo alleati deboli, perché ciò ci rende più deboli.
Vogliamo alleati che possano difendersi da
soli, affinché nessun avversario sia mai tentato di mettere alla prova la
nostra forza collettiva.
È per
questo che non vogliamo alleati incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna.
Vogliamo
alleati orgogliosi della loro cultura e della loro eredità, che comprendano di
essere eredi della stessa grande e nobile civiltà e che insieme a noi siano
disposti e capaci di difenderla.
Ed è
per questo che non vogliamo alleati che razionalizzino uno status quo rotto
invece di fare i conti con ciò che è necessario per sistemarlo.
Perché
noi in America non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati
del declino gestito dell’Occidente.
Non
cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la
più grande civiltà della storia umana.
Ciò
che vogliamo è un’alleanza rinvigorita che riconosca che ciò che ha afflitto le
nostre società non è solo un insieme di cattive politiche, ma un malessere
fatto di mancanza di speranza e di compiacimento.
L’alleanza
che vogliamo è un’alleanza che non sia paralizzata nell’inazione dalla paura –
paura del cambiamento climatico, paura della guerra, paura della tecnologia.
Al
contrario, vogliamo un’alleanza che corra audacemente verso il futuro.
E
l’unica paura che abbiamo è la paura della vergogna di non lasciare ai nostri
figli nazioni più orgogliose, più forti e più ricche.
Un’alleanza pronta a difendere i nostri
popoli, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d’azione
che ci consente di plasmare il nostro destino.
Non
un’alleanza che esista per gestire uno stato sociale globale e per espiare i
presunti peccati delle generazioni passate.
Un’alleanza
che non permetta che il proprio potere venga esternalizzato, limitato o
subordinato a sistemi al di fuori del proprio controllo.
Un’alleanza
che non dipenda da altri per le necessità critiche della propria vita
nazionale.
E che
non mantenga la falsa pretesa che il nostro stile di vita sia soltanto uno tra
i tanti, per poi chiedere il permesso prima di agire.
E soprattutto, un’alleanza fondata sul
riconoscimento che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme qualcosa che è
unico, distintivo e insostituibile.
Perché
questa, dopotutto, è la vera base del legame transatlantico.
Agendo
insieme in questo modo, non solo contribuiremo a recuperare una politica estera
sensata, ma ritroveremo un chiaro senso di noi stessi. Ritroveremo il nostro
posto nel mondo.
E così
facendo, respingeremo e dissuaderemo le forze che oggi minacciano l’America e
l’Europa allo stesso modo.
Così,
in un tempo in cui i titoli annunciano la fine dell’era transatlantica, sia
chiaro a tutti che questo non è né il nostro obiettivo né il nostro desiderio.
Perché
per noi americani, la nostra casa può trovarsi nell’emisfero occidentale, ma
saremo sempre figli dell’Europa.
La
nostra storia è iniziata con un esploratore italiano che si avventurò nel
grande ignoto per scoprire un nuovo mondo, portò il cristianesimo nelle
Americhe e divenne la leggenda che ha definito l’immaginazione della nostra
nazione pioniera.
Le
nostre prime colonie furono fondate da coloni inglesi ai quali dobbiamo non
solo la lingua che parliamo, ma l’intero nostro sistema politico e giuridico.
Le
nostre frontiere furono plasmate dagli scozzesi-irlandesi, quel fiero e
resistente clan delle colline dell’Ulster che ci ha dato Davy Crockett, Mark
Twain, Teddy Roosevelt e Neil Armstrong.
Il
nostro grande cuore industriale del Midwest fu costruito da agricoltori e
artigiani tedeschi che trasformarono pianure vuote in una potenza agricola
globale.
E, a
proposito, migliorarono drasticamente la qualità della birra americana!
La
nostra espansione verso l’interno seguì le orme dei commercianti di pellicce e
degli esploratori francesi, i cui nomi, tra l’altro, adornano ancora oggi i
cartelli stradali e i nomi delle città lungo tutta la valle del Mississippi.
I
nostri cavalli, i nostri ranch, i nostri rodei, l’intero romanticismo
dell’archetipo del cowboy che è diventato sinonimo dell’Ovest americano – tutto
questo nacque in Spagna.
E la
nostra città più grande e iconica si chiamava “New Amsterdam” prima di
chiamarsi “New York”.
E
sapete che nell’anno in cui il mio Paese fu fondato, Lorenzo e Catalina Geroldi
vivevano a Casale Monferrato nel Regno di Piemonte-Sardegna. E José e Manuel
Arena vivevano a Siviglia, in Spagna.
Non so
cosa, se qualcosa, sapessero delle 13 colonie che avevano ottenuto
l’indipendenza dall’Impero britannico.
Ma di
una cosa sono certo: non avrebbero mai potuto immaginare che 250 anni dopo, uno
dei loro discendenti diretti sarebbe tornato qui oggi su questo continente come
capo diplomatico di quella giovane nazione.
Eppure
eccomi qui, con la mia stessa storia a ricordarmi che le nostre storie e i
nostri destini saranno sempre legati.
Insieme
abbiamo ricostruito un continente devastato all’indomani di due guerre mondiali
distruttive.
Quando
ci siamo trovati divisi ancora una volta dalla Cortina di Ferro, l’Occidente
libero ha unito le braccia con i coraggiosi dissidenti che lottavano contro la
tirannia a Est per sconfiggere il comunismo sovietico.
Abbiamo
combattuto gli uni contro gli altri, poi ci siamo riconciliati, poi abbiamo
combattuto, poi ci siamo riconciliati di nuovo.
E
abbiamo versato sangue e siamo morti fianco a fianco sui campi di battaglia, da
Kapyiong a Kandahar.
E sono
qui oggi per chiarire che l’America sta tracciando la rotta per un nuovo secolo
di prosperità e che, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, i nostri
cari alleati e i nostri più vecchi amici.
Vogliamo
farlo insieme a voi, con un’Europa orgogliosa della propria eredità e della
propria storia, con un’Europa che abbia lo spirito di creazione e di libertà
che ha mandato navi in mari inesplorati e ha dato vita alla nostra civiltà, con
un’Europa che abbia i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere.
Dovremmo
essere orgogliosi di ciò che abbiamo realizzato insieme nel secolo scorso.
Ma ora
dobbiamo affrontare e abbracciare le opportunità di quello nuovo.
Perché
ieri è finito. Il futuro è inevitabile.
E il nostro destino, insieme, ci attende.
Grazie”.
Un
anno di Trump: l’Occidente
non è
più lo stesso.
Ispionline.it
– (19 gennaio 2026) – Alessia de Luca – Redazione – Relazioni Transatlantiche -
ci dice:
In
dodici mesi Donald Trump ha portato le relazioni transatlantiche al punto di
rottura.
La crisi sulla Groenlandia è lo spartiacque
che costringe l’Europa alla fermezza strategica.
È
passato un anno dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, insediatosi il 20
gennaio del 2025.
Ed è stato sufficiente per precipitare le relazioni
transatlantiche al livello più basso mai raggiunto e sprofondare la Nato in una
crisi esistenziale.
Per un
anno i leader europei hanno sperimentato diverse strade, dall’adulazione alla
sottomissione, ma ormai è evidente che il presidente americano rispetta solo
chi gli tiene testa.
Usando toni sempre più minacciosi, ha reso
chiaro agli alleati che non intende fare marcia indietro sulla Groenlandia il
cui possesso, afferma, è essenziale per la sicurezza nazionale americana.
Domenica
ha annunciato nuovi dazi, del 10% contro otto Paesi europei tra i quali
Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Svezia, ‘colpevoli’ di aver
inviato alcune decine di militari sull’isola artica a supporto della sovranità
danese (i dazi salirebbero poi al 25% se entro il primo giugno non dovessero
fare un passo indietro).
A nulla sono valse precisazioni e distinguo di chi ha
fatto notare che il gesto europeo era stato frainteso e che le truppe in
questione erano state inviate nell’ambito di un’esercitazione per rafforzare la
sicurezza artica.
“Gli
Stati Uniti proiettano forza, l’Europa solo debolezza”, ha tagliato corto
“Stephen Miller”, consigliere della Casa Bianca ed eminenza grigia della
dottrina ‘America First’ applicata alla politica estera.
Per
l’Europa è arrivato il momento di una scelta di campo tra il vassallaggio verso
cui la spinge Trump e un’emancipazione dolorosa. Contrariamente ai timori degli
ultimi mesi, questo momento non è arrivato in seguito alle divergenze tra
Washington e Bruxelles sulla guerra in Ucraina, ma per la Groenlandia, oggetto
di brame imperialiste.
Ciò
non cambia il fatto che la posta in gioco di questo braccio di ferro tra le due
sponde dell’Atlantico sia esistenziale per il futuro del continente.
Europa
costretta alla fermezza?
L’annuncio
di sanzioni commerciali volte a forzare la cessione della Groenlandia – un
territorio sotto sovranità della Danimarca, paese membro dell’Ue, protetto
dalla Nato – suggerisce che la strategia europea di appeasement nei confronti
del presidente degli Stati Uniti sia fallita.
L’ennesima
minaccia contro il continente ha avuto l’effetto di unire l’intero arco del
Parlamento europeo nella decisione di non ratificare l’accordo commerciale
firmato l’estate scorsa dalla presidente della Commissione Ursula von der
Leyen, una mossa che potrebbe accendere la miccia di una guerra commerciale
transatlantica.
La ragione implicita per accettare l’intesa –
che molti avevano definito ‘iniqua’ – era la speranza che avrebbe garantito
stabilità nelle relazioni con gli Stati Uniti e che questi avrebbero continuato
a sostenere l’Ucraina.
Oggi, tuttavia, il rischio di veder violata la
propria sovranità territoriale costringe l’Europa alla fermezza.
Accettare
l’annessione della Groenlandia pur di non compromettere i rapporti con
Washington sarebbe da parte dei 27 una scelta suicida: Cina e Russia la
interpreterebbero come una resa, annullando ogni ambizione per l’Ue di
ricoprire un ruolo geopolitico e alimentando dubbi sul suo impegno nei
confronti di Kiev.
Un
futuro post-Usa?
Il
presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di usare per la prima volta lo
strumento anti-coercizione europeo (ICE), concepito per difendersi dalla Cina
ma potenzialmente utile anche per permettere ai 27 di resistere alle pressioni
statunitensi.
Il
regolamento, definito come il “grande bazooka”, consentirebbe all’Ue – con il
consenso di almeno il 55% degli Stati membri, che rappresentino il 65% della
popolazione – di imporre ampie restrizioni su beni e servizi statunitensi,
sospendere gli investimenti o le tutele della proprietà intellettuale.
La
Commissione potrebbe quindi emanare un elenco di dazi di ritorsione su circa 93
miliardi di euro di merci provenienti dagli Stati Uniti, che aveva preparato in
risposta agli aumenti tariffari americani della scorsa primavera.
Anche se nelle prossime ore, con la
partecipazione di Trump al “World Economic Forum” di Davos, si fa strada la
possibilità di colloqui faccia a faccia tra la parte europea e quella
americana, cresce l’urgenza di avviare rapidamente discussioni su una nuova
architettura di sicurezza europea.
Il
presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, ha convocato in tutta fretta un
vertice di emergenza nei prossimi giorni per calibrare una risposta alle
minacce alla Groenlandia, ma la discussione potrebbe spaziare ben oltre.
L’ora
della verità?
Finora,
Trump non si è mai trovato davvero di fronte a una volontà europea compatta e
determinata nel contrastarlo.
Eppure, quando è stato messo davanti a un rapporto di
forza credibile, ha già fatto marcia indietro: è successo con Canada, Messico e
Cina.
“Trump
è spesso costretto a ritirare le sue minacce man mano che le circostanze
evolvono”, osserva “Daniel Fried”, ex ambasciatore statunitense e membro dell’”Atlantic
Council”.
“I suoi alleati europei e il Congresso
americano hanno una leva – se decidono di usarla”.
Anche
all’interno del Partito Repubblicano emergono segnali di resistenza:
alcuni
membri del Congresso hanno avvertito che prenderebbero in considerazione
l’impeachment qualora Trump tentasse un’azione militare contro la Groenlandia.
È vero
anche che molte minacce del presidente si sono già rivelate prive di seguito –
dai dazi del 100% sui film prodotti all’estero a quelli del 200% sullo
champagne, fino al recente annuncio di un’imposta del 25% su chi commercia con
l’Iran – ma il punto resta.
L’idea
che non valga la pena rischiare l’alleanza transatlantica per opporsi a Trump è
essa stessa un fattore di rischio.
Tra
gli esiti più pericolosi c’è infatti la disintegrazione dell’alleanza
occidentale, Nato compresa.
Per
preservarne almeno quello che resta, la strategia migliore potrebbe essere far
capire a Trump che con la Groenlandia può anche guadagnare un’isola.
Ma
rischia di perdere un continente.
Rubio
"risponde” a Merz:
se
l’Europa non apre gli occhi
l’intero
Occidente è finito.
Epochtimes.it
– Redazione ETI – (15 febbraio 2026) – ci dice:
Il
ritorno al controllo dell'immigrazione e alla sovranità industriale sono
l'unica via per non autodistruggersi.
L'attuale
divisione fa gioco solo ai nemici della civiltà occidentale, ovvero la
dittatura cinese e i suoi alleati, dice il capo della diplomazia statunitense.
Europa
e Stati Uniti devono e possono riunirsi tornando alle politiche di "buon
senso" che per quattro decenni hanno portato all'Occidente il periodo di
maggiore benessere e pace della Storia.
Il
ministro degli Esteri americano Marco Rubio a margine della Conferenza sulla
sicurezza di Monaco, a Monaco di Baviera, Germania, 14 febbraio 2026.
Il
ministro degli Esteri statunitense Marco Rubio ha assicurato alla “Conferenza
sulla Sicurezza di Monaco” che Washington non abbandonerà la Nato, ma ha
invocato, al contempo, un’alleanza atlantica rinnovata, orientata al rilancio
nazionale, a controlli più rigidi alle frontiere e al ritorno della forza
industriale e militare.
Nel
suo intervento, il ministro ha rassicurato i governi europei fortemente
preoccupati dalle tensioni su commercio, spesa per la difesa e, in alcuni casi,
dalle critiche mosse dagli Stati Uniti verso la Nato.
Al
tempo stesso ha chiarito che l’impegno americano sarà focalizzato su un
«rinnovamento civile», che chiama l’Europa a rafforzare le proprie difese e a
rivedere fortemente le proprie politiche su migrazione, clima e globalizzazione
economica.
Il
capo della diplomazia americana, pur riconoscendo il ruolo dell’alleanza
transatlantica nell’aver sconfitto l’«impero del male» sovietico, ha denunciato
l’«illusione pericolosa» seguita alla fine della Guerra Fredda.
Per
Rubio infatti, il concetto che la Guerra Fredda fosse finita, che ogni Paese
sarebbe diventato una democrazia liberale e che l’interesse nazionale sarebbe
stato assorbito da un ordine mondiale basato su regole e privo di frontiere, ha
rappresentato «un’idea folle che ha ignorato la natura umana e 5 mila anni di
storia dell’umanità. Una vera e propria illusione che ci è costata molto cara».
Ha poi
dichiarato che l’Occidente ha abbracciato ciecamente l’ideologia dogmatica di
un “commercio libero”, mentre altri Paesi hanno ben protetto le proprie
economie.
L’Europa, sottolinea Rubio, ha costantemente
deindustrializzato trasferendo milioni di posti di lavoro all’estero e
consegnando buona parte del proprio settore industriale a nazioni nemiche come
la Repubblica Popolare Cinese.
Rubio
ha poi evidenziato l’ipocrisia, come ormai è diventato particolarmente
evidente, delle scellerate politiche energetiche dell’Europa, che hanno
impoverito i cittadini «per assecondare un vero e proprio culto del clima»,
mentre, paradossalmente, il Partito comunista cinese e altri regimi hanno
sistematicamente sfruttato i combustibili fossili a discapito delle economie
europee e americane.
Il
capo della diplomazia statunitense ha poi fortemente difeso i controlli alle
frontiere, un tema sempre più preoccupante in Europa:
«controllare i confini nazionali non è espressione di
xenofobia o odio. È un atto fondamentale di sovranità nazionale.
E
fallire in questo aspetto costituisce una minaccia al tessuto delle nostre
società e alla sopravvivenza stessa della nostra civiltà».
Rubio
ha poi spiegato alle élite europee che il «rinnovamento» dell’Occidente deve
essere uno sforzo condiviso e non un’azione esclusiva degli Stati Uniti.
Pur
ribadendo che gli Stati Uniti d’America sono pronti ad agire da soli, se
necessario, ha presentato il programma dell’amministrazione Trump come un
invito al Vecchio Continente per ricostruire insieme agli Stati Uniti l’intero
Occidente, definendo gli Stati Uniti come «i figli dell’Europa», plasmati da
secoli di Storia, fede, cultura, diritto e tradizioni.
La vera sfida per l’alleanza quindi, precisa
il ministro degli Esteri americano, non è solo una mera questione di “quanto
spendere” per la difesa o come dispiegare le forze armate:
«gli
eserciti non combattono per astrazioni, combattono per un popolo, per una
nazione e per un modo di vivere dignitoso».
«Quello
che noi vogliamo – conclude Rubio – è un’alleanza rivitalizzata in grado di
evitare che il proprio potere venga esternalizzato, vincolato o subordinato a
sistemi oltre il suo controllo».
La
strategia del governo Meloni
contro
l’immigrazione clandestina.
Epochtimes.it
– Roberta Chiarello – (16 febbraio 2026) – Redazione – ci dice:
La
legge votata dal Parlamento europeo sui 'Paesi sicuri' dovrebbe superare lo
scoglio giudiziario.
Dal
Protocollo Italia-Albania al Piano Mattei, la strategia del governo Meloni per
gestire i flussi migratori passa attraverso accordi bilaterali e memorandum
d'intesa con i Paesi d'origine dei migranti.
La
creazione di hub extraterritoriali per il trattamento delle domande d'asilo, la
sottoscrizione di partenariati strategici con i Paesi che registrano il più
alto numero di partenze e ingenti finanziamenti per stabilizzare le regioni
interessate dal fenomeno migratorio sono i pilastri dell'approccio italiano.
(Giorgia
Meloni all'assemblea dei capi di Stato e di governo dell'Unione africana al
termine del secondo vertice Italia-Africa, ad Addis Abeba, 14 febbraio 2026.
Foto ANSA Filippo Attili - Ufficio stampa Palazzo Chigi.)
Uno
dei pilastri della strategia attuata dal governo di Giorgia Meloni per il
contenimento dei flussi migratori consiste nella sottoscrizione di accordi
bilaterali e memorandum d’intesa con le nazioni maggiormente interessate dal
fenomeno, che spaziano dal bacino del Mediterraneo all’Africa subsahariana,
fino all’Asia centrale e al subcontinente indiano. Sono tre le principali
direttrici dell’approccio italiano:
la
creazione di hub extraterritoriali per il trattamento delle domande d’asilo, la
sottoscrizione di partenariati strategici con Paesi che – a patto di un più
rigoroso controllo delle partenze – ricevono aiuti economici, e
l’implementazione del Piano Mattei per l’Africa per stabilizzare le aree di
origine e transito dei migranti.
IL
PROTOCOLLO ITALIA-ALBANIA.
L’iniziativa
del governo Meloni sicuramente più rilevante e dibattuta è il Protocollo tra
Italia e Albania, siglato nel 2023 e ratificato nel 2024. Consiste in un
meccanismo di gestione extraterritoriale delle procedure di asilo e rimpatrio,
operando sotto giurisdizione italiana ma su suolo straniero.
L’accordo
– dal valore di oltre 650 milioni di euro per i primi cinque anni – prevede la
concessione gratuita da parte dell’Albania di due aree destinate alla
realizzazione di strutture italiane:
il
porto di Seongjin, dove avvengono le procedure di sbarco e identificazione, e
dove le autorità italiane effettuano il primo screening dei migranti salvati in
mare da navi italiane;
c’è poi l’area di Grader – nell’entroterra –
nella quale sono stati costruiti tre differenti centri:
una
struttura in cui vengono accertati i presupposti per il riconoscimento della
protezione internazionale, un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) e
un’area di detenzione per i reati commessi all’interno dei centri.
Possono
accedere a questi centri solo uomini adulti provenienti dai Paesi di origine
considerati “sicuri”, mentre sono esclusi minori, donne e soggetti vulnerabili.
Nei
centri in Albania, la capienza massima prevista è di 3 mila persone, con
l’obiettivo di esaminare fino a 39 mila domande ogni anno, sebbene queste cifre
siano ancora lontane dalla realtà, anche a causa dei numerosi stop giudiziari.
Una
serie di sentenze della magistratura italiana, appoggiate dalla giurisprudenza
della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha infatti ostacolato
l’operatività del Protocollo Albania.
Uno
stallo che dovrebbe sbloccarsi dopo che il Parlamento europeo ha approvato il
nuovo” Patto su Migrazione e Asilo”, stilando per la prima volta una lista
europea ufficiale di Paesi sicuri.
Lista che comprende anche gli Stati
attualmente candidati a essere ammessi nell’Ue, come l’Albania.
Allo
stesso tempo, il governo italiano ha approvato in Consiglio dei ministri un
nuovo disegno di legge proprio per l’attuazione del Patto europeo su Migrazione
e Asilo.
GLI
ACCORDI CON I PAESI AFRICANI.
Un
altro importante tassello delle politiche migratorie italiane risiede nei “Partenariati Strategici e Globali” con i Paesi di partenza della rotta
del Mediterraneo centrale.
Tali
accordi nascono con l’obiettivo di controllare le partenze già dalle nazioni di
origine dei migranti, tramite ingenti aiuti economici e investimenti
infrastrutturali.
A
luglio del 2023, su forte impulso dell’Italia, l’Unione europea ha firmato un “Memorandum
di intesa” con la Tunisia per la cooperazione nella gestione dei flussi
migratori, e – nel successivo marzo 2024 – il nostro Paese ha siglato un
protocollo esecutivo per l’attuazione dell’accordo europeo.
Il protocollo prevede l’assegnazione di 12 mila
permessi di soggiorno non stagionali a lavoratori tunisini in un periodo di tre
anni.
A
gennaio 2026 è poi entrato in vigore un nuovo memorandum tra Italia e Tunisia,
che prevede l’ingresso legale in Italia di 4 mila lavoratori tunisini non
stagionali ogni anno.
L’accordo introduce procedure semplificate per
l’ottenimento di visti e permessi di soggiorno, permettendo ai lavoratori di
prolungare la permanenza anche oltre la scadenza del primo contratto, qualora
emergano nuove opportunità occupazionali.
Anche
l’Egitto, nel 2024, ha firmato un’intesa con l’Ue per contrastare il traffico
migratorio in cambio di robusti finanziamenti: 7 miliardi e 400 milioni di euro
in tre anni).
Anche
in questo caso, l’Italia ha integrato questo quadro con accordi bilaterali
mirati non solo all’immigrazione legale, ma anche alla formazione
professionale.
Rientra nel progetto, per esempio, la cooperazione tra
il ministero del Turismo e la “Scuola italiana di Ospitalità” per formare
giovani egiziani nel settore turistico-alberghiero, facilitando poi il loro
ingresso regolare in Italia per colmare i vuoti del mercato del lavoro
nazionale.
Con la
Libia, poi, l’Italia ha stipulato un memorandum nel 2017 che, nonostante le
preoccupazioni espresse a vario titolo sul mancato rispetto dei diritti umani
da parte delle autorità libiche, ha continuato a essere rinnovato
automaticamente.
L’intesa
ha validità triennale, ma è previsto che venga tacitamente rinnovata alla
scadenza per un periodo equivalente, salvo notifica per iscritto di una delle
due parti contraenti, almeno tre mesi prima della scadenza del periodo di
validità.
L’ultimo
rinnovo, per ulteriori 3 anni, è scattato lo scorso novembre.
Il
“Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto
all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul
rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la
Repubblica Italiana” prevede da una parte l’impegno dell’Italia a fornire
supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta
contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di
frontiera e dalla guardia costiera.
Dall’altra,
l’Italia si impegna a fornire sostegno e finanziamento a programmi di crescita
nelle regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione clandestina, in settori
diversi, tra cui le energie rinnovabili, le infrastrutture, la sanità, i
trasporti, lo sviluppo delle risorse umane, l’insegnamento, la formazione del
personale e la ricerca scientifica.
Ma a
fare da cornice a tutti gli accordi bilaterali del governo Meloni in materia di
immigrazione con l’Africa è il Piano Mattei, presentato ufficialmente nel
gennaio 2024 durante il Vertice Italia – Africa.
Giorgia
Meloni ha infatti appena concluso l’ennesima visita ufficiale in Africa (gli
incontri previsti nell’ambito del Piano Mattei sono varie decine).
Scopo
del Piano è costruire un rapporto «paritario e non predatorio» con le nazioni
africane, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare partnership energetiche,
sostenere crescita economica e infrastrutture nel continente africano e quindi
anche ridurre le cause dell’immigrazione.
Gli
Stati africani coinvolti erano inizialmente nove: Marocco, Tunisia, Algeria,
Egitto, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Repubblica del Congo e Mozambico.
Dal
2025, si sono aggiunti Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania e Senegal.
(Roberta Chiarello).
XI
Jinping "chiede aiuto” a Trump
e
Putin.
Epochtimes.it
– Redazione ETI – Alex Wu – (16 febbraio 2026) – ci dice:
Dopo
le forze armate, il dittatore cinese inizia a perdere anche il controllo del
Partito.
L’ultima
epurazione di Xi Jinping ai vertici delle forze armate ha causato forte
malcontento anche all’interno del Partito comunista cinese.
Per
questo, secondo diversi osservatori, il capo del regime punterebbe a rafforzare
la propria immagine internazionale nel tentativo di consolidare il proprio
potere sul fronte interno.
Il
segretario generale del Partito comunista cinese Xi Jinping ha avuto, il 4
febbraio, colloqui separati con Vladimir Putin e con Donald Trump, affrontando
questioni di rilievo internazionale e promettendo al secondo un consistente
aumento degli acquisti di prodotti agricoli statunitensi.
Secondo
gli analisti, la mossa di “XI” si inserisce nel contesto delle aspre tensioni
interne al Partito, seguite alla recente rimozione del generale Zhang Yuxi:
l’iniziativa diplomatica verrebbe interpretata come un
tentativo di utilizzare le relazioni estere per rafforzare la propria posizione
e ottenere sostegno a livello internazionale, vista la brutta situazione sul
fronte interno.
Secondo
quanto riferito dallo stesso Trump, XI avrebbe promesso l’acquisto di 20
milioni di tonnellate di soia statunitense nel trimestre in corso e di
ulteriori 25 milioni nel trimestre successivo, un quantitativo quasi doppio ai
25 milioni di tonnellate per l’intero 2025.
La Cina aumenterebbe inoltre le importazioni
di petrolio, gas naturale e motori aeronautici provenienti dagli Stati Uniti.
Poche
ore prima della telefonata con Trump, XI aveva avuto un incontro in
videoconferenza con Putin, nel quale i due avrebbero discusso del rafforzamento
della cooperazione multilaterale in qualità di membri permanenti del consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite.
Diversi
analisti e commentatori politici hanno osservato che, stando agli stessi
comunicati del ministero degli Esteri cinese, nessuna delle due telefonate
sarebbe stata richiesta dall’altra parte, il che indicherebbe un’iniziativa
partita da XI Jinping, e sarebbe significativo il fatto che il capo del Partito
abbia scelto di parlare con entrambi nello stesso giorno: Trump, il principale
antagonista, e Putin, il più stretto alleato, entrambi in grado di incidere
sulla sua posizione politica.
«XI intende acquistare prodotti americani,
concedendo a Trump vantaggi economici in cambio di ritorni politici.
In questo modo, nelle sue intenzioni,
rafforzerà il proprio prestigio internazionale, per stabilizzarsi di
conseguenza sul fronte interno».
Una complicata manovra resasi necessaria da un
calcolo sbagliato:
il capo del regime cinese avrebbe
sottovalutato «le reazioni suscitate dall’epurazione dei generali Zhang Yuxi e
Liù Zeli».
Oltre a essersi inimicato le forze armate,
infatti, il potere personale XI risulta anche avere seri problemi in seno al
Partito comunista cinese, molti dirigenti del quale stanno mantenendo un
preoccupante «silenzio» ed evitano di mostrare fedeltà a XI.
Diversi
uffici della Commissione militare centrale e i vertici militari, a differenza
di precedenti analoghi, non hanno infatti espresso alcun sostegno ufficiale
all’ultima epurazione eccellente di XI Jinping.
Questo insolito silenzio suggerisce che la
vicenda non sia del tutto chiara e conferma il forte dissenso degli ambienti
militari alla destituzione dei due potenti generali.
Crollano
le vendite di
auto
elettriche in America.
Epochtimes.it
– Redazione ETI – Kevin StocK lin – (16 febbraio 2026) – ci dice:
Senza
soldi pubblici le auto elettriche non si vendono.
Solo
pochi anni fa i vertici delle principali case automobilistiche statunitensi
annunciavano con entusiasmo la conversione all’elettrico, gli analisti
prevedevano un’espansione esponenziale delle vendite ritenendo ormai prossimo
il tramonto de veicoli tradizionali.
Nel quarto trimestre del 2025, invece, si sono
fermate a 234 mila unità, con un calo del 46 per cento rispetto al trimestre
precedente.
Dopo
che Donald Trump ha posto fine, nel settembre 2025, al credito d’imposta
federale di 7.500 dollari per l’acquisto di veicoli elettrici, le vendite negli
Stati Uniti hanno subìto un drastico calo.
Nel
quarto trimestre del 2025 si sono fermate a 234 mila unità, con un calo del 46
per cento rispetto al trimestre precedente, secondo i dati diffusi da Cox
Automotive.
Anche la quota di mercato si è ridotta
sensibilmente:
dal
10,5 per cento delle nuove immatricolazioni nel terzo trimestre del 2025 al 5,8
per cento nel quarto trimestre.
«Le
auto elettriche cresceranno molto lentamente d’ora in avanti, a causa di un
mercato saturo e di una domanda insufficiente», ha affermato l’esperto “Robert
Bryce” a “Epoch Times Usa”.
Le
case automobilistiche statunitensi ed europee, che – spinte dai governi –
avevano puntato con decisione sulla transizione elettrica, stanno ora facendo i
conti con perdite di miliardi.
Ford,
General Motors, Mercedes-Benz, Stellantis e Volkswagen hanno accumulato
complessivamente 140 miliardi di dollari di perdite legate all’elettrico tra il
2022 e inizio 2026.
Nel
dicembre 2025 Ford ha comunicato la cancellazione del suo veicolo elettrico di
punta, l’F-150 Lightning.
Dopo
aver registrato perdite per 13 miliardi nella divisione elettrica dal 2023,
l’azienda tramite l’amministratore delegato “Jim Farley” ha annunciato una
svalutazione di 19,5 miliardi nel quarto trimestre del 2025:
«Il
contesto operativo è cambiato e stiamo riallocando capitali verso aree di
crescita più redditizie come il Ford Pro, i nostri camion e furgoni di punta, i
modelli ibridi e lo stoccaggio energetico a batteria».
Anche
Tesla ha recentemente segnalato un calo di vendite e utili virando verso il
comparto della robotica, dopo il “sorpasso” del costruttore cinese “Byd” per
quanto riguarda il numero di veicoli venduti nel mondo.
Da
questo quadro emerge che l’auto con motore a combustione interna è tutt’altro
che finito.
Per
molte case automobilistiche, la scommessa sull’elettrico si è rivelata costosa,
fortemente dipendente dal sostegno pubblico e vulnerabile alla concorrenza
cinese.
«Il
mercato dei veicoli elettrici negli Stati Uniti è nato soprattutto grazie a
obblighi normativi e incentivi pubblici», ha spiegato “Paul Mueller”,
economista dell’”American Institute for Economic Research”.
«Perfino
Tesla non sarebbe sopravvissuta senza consistenti sussidi governativi di oltre
3 miliardi di dollari».
In
base alle normative americane sulle emissioni, inasprite durante
l’amministrazione Biden, i produttori di veicoli a benzina concentrati sui
modelli più redditizi — come camion e Suv — sono stati costretti ad acquistare
crediti dalle aziende produttrici di auto elettriche per compensare il mancato
rispetto degli standard medi di consumo.
Ma
anche questo meccanismo, che valeva miliardi di dollari, è stato ridimensionato
dall’amministrazione Trump attraverso la legge denominata “One Big Beautiful
Bill”, firmata nel luglio 2025, che ha eliminato sia il credito d’imposta di
7.500 dollari per i veicoli nuovi sia quello di 4 mila dollari per l’usato.
In
Europa, invece, dove restano attivi incentivi per gli acquirenti, il mercato
dell’elettrico è cresciuto del 33 per cento nel 2025.
Le
auto a batteria si sono rivelate particolarmente appetibili per tragitti
quotidiani brevi e possibilità di ricarica domestica.
Come prodotto di massa, però, hanno incontrato diversi
ostacoli:
prezzi di listino elevati, autonomia
insufficiente, tempi di ricarica lunghi, affidabilità e prestazioni scarse
specie con il freddo e, come emerso durante recenti tempeste di neve con
blackout negli Stati Uniti, difficoltà di utilizzo in situazioni di emergenza.
Dal
punto di vista industriale, puntare in modo eccessivo sulle auto a batteria
mette in difficoltà finanziaria le case automobilistiche occidentali sia per la
perdita di competenze ingegneristiche e reputazione, costruite in decenni di
esperienza nei motori a combustione, che per il controllo cinese sulle materie
prime per le batterie e sui costi di produzione.
Nel
2025 le vendite di veicoli elettrici nel mondo sono cresciute del 20 per cento,
ma la maggior parte degli acquisti si è concentrata in Cina, secondo “Benchmark
Mineral Intelligence”.
Secondo
l’Agenzia internazionale dell’energia, oltre il 70 per cento di tutte le
batterie per veicoli elettrici prodotte finora è stato realizzato in Cina,
favorendo l’ascesa di grandi produttori come “Catl “e “Byd”, che hanno
concentrato conoscenze e innovazione nel settore.
Il controllo cinese delle materie prime e
delle catene di approvvigionamento ha spesso relegato i costruttori occidentali
a un ruolo prevalentemente di “assemblaggio finale”.
Nel
2025 “Byd” ha superato Tesla per numero di veicoli venduti nel mondo. In
diversi mercati le sue auto elettriche costano fino al 30 per cento in meno
rispetto ad altri marchi internazionali, offrendo maggiore autonomia e finiture
di qualità superiore.
Le
case automobilistiche cinesi hanno già conquistato il 10 per cento del mercato
europeo.
Intanto,
in Europa e in diversi Stati americani democratici, si è comunque cercato di
imporre l’abbandono dei veicoli a benzina e diesel: l’Unione europea ha
stabilito il divieto di vendita di nuove auto con motore termico a partire dal
2035;
negli
Stati Uniti hanno approvato o annunciato piani analoghi per il 2035 Stati come
California, Washington, Oregon, New York, New Jersey, Rhode Island,
Massachusetts, Delaware e Maryland.
Tali
programmi potrebbero però essere facilmente rivisti, soprattutto se le case
automobilistiche non produrranno un numero sufficiente di veicoli elettrici per
soddisfare la domanda imposta per legge.
Preoccupata per il futuro di un comparto che
rappresenta il 7 per cento del prodotto interno lordo europeo e impiega 13
milioni di lavoratori, l’Unione Europea sta infatti già facendo marcia indietro
sui divieti annunciati, e nel dicembre 2025 Bruxelles ha ridotto dal 100 al 90
per cento l’obiettivo di nuove immatricolazioni a zero emissioni, dopo che
l’Associazione dei costruttori europei di automobili aveva giudicato del tutto
irrealistico un simile obiettivo.
(Redazione Eti - Kevin Stock in).
Rubio
vola alto ma, a Monaco,
vi è
un contrasto ideologico
non
riassorbibile.
Nicolaporro.it
– Musso – (16 Febbraio 2026) – Redazione – ci dice:
Per il
secondo anno l'amministrazione Trump viene a Monaco per spingere gli europei a
smettere il proprio lento suicidio, ma gli europei si negano ancora.
I no
di Macron e Merz, il passo avanti di Meloni.
Merz,
Stormer, Macron a Monaco.
Abbiamo
letto, voracemente, i grandi discorsi pronunciati alla Conferenza per la
sicurezza di Monaco di Baviera.
E ci pare di riconoscere un contrasto
ideologico non riassorbibile, fra americani che volano molto alto ed europei
che pasturano molto basso.
Mattarella.
Cominciamo
dalle basi, esposte un anno orsono da Sergio Mattarella: non casualmente lui e
non casualmente in Francia.
In un
discorso nel quale egli aveva ben spiegato come – secondo lui – non esisterebbe
una civiltà occidentale ma, anzi, l’Europa e l’America ne avrebbero due
distinte.
Per
poi concludere – preso atto della detta asserita radicale distanza valoriale e,
addirittura, civilizzazione, fra Europa ed Usa – che la Nato è – per Mattarella
– transeunte, cioè destinata a passare, in quanto soggetto alla legge del
divenire.
Chiosavamo:
“addio, caro vecchio Occidente, e avanti verso il nuovo che emerge, avanti
verso i Brics”.
Rubio.
Un
annetto più tardi, a Mattarella risponde Rubio:
“siamo parte di una sola civiltà – la civiltà
occidentale”.
Cioè, di una cosa che per Mattarella non
esiste.
E non una civiltà qualunque, bensì “una grande
e nobile civiltà”, “la più grande civiltà nella storia umana”.
Una
civiltà, “che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme”: noi, europei e
americani.
Non:
noi discendiamo da voi, in un rapporto culturalmente gerarchico. No no, noi
entrambe “apparteniamo l’uno all’altro”.
Che è
come dire: noi siamo voi come voi siete noi.
Una
unica civiltà, che non è la civiltà europea e non è la civiltà americana … ma è
la “civiltà occidentale”, appunto.
Casomai
qualcuno non avesse capito, aggiunge che, a questa civiltà, appartengono: non
solo Cristoforo Colombo, i coloni inglesi, i “contadini e artigiani tedeschi”
del Midwest, i “commercianti di pellicce ed esploratori francesi” della Valle
del Mississippi, i cavalli-ranch-rodei che “nacquero in Spagna”, gli olandesi
di New Amsterdam.
Ma
pure “Lorenzo e Catalina Geroldi” di “Casale Monferrato nel Regno di
Piemonte-Sardegna”, che sarebbero gli antenati suoi, di Rubio.
E pure
lui stesso: Rubio … evidentemente con tutti noi parte di una stessa civiltà … qualsiasi
cosa ne dica Mattarella.
La
povera Italia.
Stabilito
che di una sola civiltà si tratta, Rubio ce ne mostra il cemento: “i ricordi, le tradizioni” va bene,
ma pure “la fede cristiana … come eredità sacra, un legame indissolubile tra il
vecchio mondo e il nuovo”.
D’altronde,
il gran merito di Colombo è che “portò il cristianesimo nelle Americhe”.
A
parte Colombo e gli antenati propri, di fronte agli uditori Rubio lascia
scorrere Dante, Michelangelo, Da Vinci e la Cappella Sistina: che fanno 4 delle
10 meraviglie menzionate dal nostro.
Non
trascurabile.
A
condizione di comprendere bene che tali meraviglie non sono solo nostre:
italiane.
Ma pure loro: in quanto discendenti de li
medesimi, allo stesso titolo al quale ne siamo discendenti noi: “ciò che
abbiamo ereditato insieme”.
C’è
anche un secondo passaggio rivelatore:
i “sacrifici che i nostri antenati hanno fatto
insieme per la civiltà comune della quale siamo eredi”. I nostri antenati, non
i vostri antenati.
Ed è
come se dicesse: non furono i vostri antenati a fare il culo ad Annibale e al
Gran Turco, a liberare Gerusalemme … ma i nostri antenati: di tutte e due.
Laddove
non si sfugge da una impressione forte:
che l’America che sta a parlarci, non sia solo
la vecchia nazione Wasp. Bensì anche una America profondamente ibridata della
sua più recente latinità:
ben impersonata da Rubio stesso il cubano e da
Donaldo il nuovayorkese (una parte del mondo dove di italiani ce n’è tanti, ma
tanti, tanti).
Noialtri
cittadini della povera Italia, avremo più a che fare con loro? O con un estone
ed un finlandese? La risposta, a noi, pare scontata.
Il
legame transatlantico.
Quanto
sopra, cosa conta? Moltissimo.
Il riconoscimento che “ciò che abbiamo
ereditato insieme è qualcosa di unico, distintivo e insostituibile”, questo “è
il vero fondamento del legame transatlantico”.
Kapisa?
Non è
per esigenze geopolitiche che gli americani han sostenuto la Guerra Fredda, ma
perché “migliaia di anni di civiltà occidentale erano in bilico”.
E,
quando quella Guerra Fredda è stata vinta, “una civiltà è stata nuovamente resa
integra”: una civiltà, che è sempre la civiltà occidentale
. E
quella Guerra Fredda è stata vinta per una ragione specifica: “eravamo uniti
non solo da ciò contro cui combattevamo; eravamo uniti da ciò per cui
combattevamo” … la civiltà occidentale.
Civilizational
Erasure.
Dopo,
però, le cose sono cambiate.
Dopo è cominciata la “civilizational erasure”.
Un’espressione letteralmente traducibile in
“cancellazione della civiltà”. Non di qualsiasi civiltà, ma di una in
particolare: la civiltà occidentale. Così ben descritta nel resto del discorso.
Cancellazione
della civiltà occidentale, spinta da forze che Rubio non rifugge affatto
dall’elencare:
(i) la
“idea sciocca” della fine della storia, “che avremmo vissuto in un mondo senza
confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo”;
(ii) “una visione dogmatica del libero
commercio senza freni”, che ha portato alla deindustrializzazione;
(iii) l’aver “esternalizzato la nostra
sovranità a istituzioni internazionali;”
(iv) l’aver investito in “enormi stati
assistenziali, a scapito della capacità di difendersi”;
(v) il “culto climatico”;
(vi) le “migrazione di massa” che è “una
minaccia urgente al tessuto delle nostre società e alla sopravvivenza della
stessa nostra civiltà”.
(Vii) Non
cita la repressione della libera espressione, ma tanto già ci aveva pensato l’ottimo
Vance, un anno prima.
Tutti questi sono “errori” che abbiamo “commesso
insieme”: europei e americani.
Rinnovamento
e restaurazione.
Ma che
ora gli americani hanno riconosciuto come tali.
Di più: hanno maturato la volontà di
“ricostruire”: tradotto, ricostruire la civiltà occidentale.
Il
ruolo di Trump, per la precisione, è di “rinnovamento e restaurazione”,
“rinnovare la più grande civiltà nella storia umana”: tradotto, rinnovare e
restaurare la civiltà occidentale. In difetto, saremmo deboli: “ciò ci rende
più deboli”.
Va
bene, gli americani lo hanno capito.
Ma gli
europei?
Gli
europei, no: “non vogliamo alleati deboli … non vogliamo alleati incatenati
dalla colpa e dalla vergogna”, tutti intenti ad “espiare i presunti peccati
delle generazioni passate”.
Perciò, non disposti a difendersi:
“vogliamo alleati orgogliosi della loro
cultura e del loro patrimonio, che comprendano di essere eredi della medesima
grande e nobile civiltà, e che, insieme a noi, siano disposti e capaci di
difenderla”.
Perché,
“solo se saremo senza vergogna per la nostra comune eredità ed, anzi,
orgogliosi di essa”, sapremo difenderla.
Ed è
questo il cuore del discorso:
quanto
spendiamo per la difesa o dove, come la dispieghiamo, queste sono domande
importanti.
Ma non
sono quelle fondamentali.
La
domanda fondamentale che dobbiamo porci è:
cosa stiamo difendendo.
Perché
gli eserciti non combattono per astrazioni:
gli eserciti combattono per un popolo;
combattono per una nazione; combattono per uno stile di vita.
Ed è questo che stiamo difendendo:
una
grande civiltà che ha ogni motivo di essere orgogliosa della propria storia,
fiduciosa nel proprio futuro e che mira a essere sempre padrona del proprio
destino economico e politico.
Kapisa?
Un
nuovo secolo occidentale.
Funzionerebbe?
Alla
grande: “un nuovo secolo occidentale”. Di più, “è una strada che abbiamo
percorso insieme in passato” … quando abbiamo fatto il culo ai sovietici,
appunto.
Se gli
Europei lo capiranno, meglio:
“la nostra preferenza e la nostra speranza è
di farlo insieme a voi, amici qui in Europa”.
Se non
lo capiranno, amen: “siamo pronti, se necessario, a farlo da soli”, “per noi
americani, la nostra casa può essere nell’emisfero occidentale, anche se saremo
sempre figli dell’Europa”.
Appendice
ucraina.
Due
parole due sull’Ucraina:
“è
servita la leadership americana e la partnership con molti dei Paesi qui oggi,
solo per portare le due parti al tavolo in cerca di una pace ancora elusiva”.
Di
nuovo, nelle Q&A:
“la
domanda alla quale non possiamo rispondere è se esista un risultato con cui
l’Ucraina possa convivere e che la Russia accetterà.
E
direi che, sino ad oggi, la risposta è stata elusiva”.
Evidentemente,
non è l’Ucraina il problema principale.
Manifestamente,
la fine del delirio della “Greta” conta molto più del Donbass.
Reazioni
Europee.
La
reazione è venuta da tre politici assai sfortunatamente di primo piano:
tre che più Europei non si può.
Cominciamo
dal fondo della sentina, dalla Kaja Kallas.
Per la quale: “contrariamente a quanto alcuni
potrebbero dire: l’Europa woke e decadente non sta affrontando alcuna
cancellazione della civiltà. In effetti, gente vuole ancora unirsi al nostro
club”.
Come se l’adesione della Moldova potesse
motivare i nativi francesi a morire per Chisinau.
Una
che non ci fa, ma ci è.
Venendo
a Macron, il suo discorso a Monaco è zeppo di “un’Europa più forte”, “l’Europa
deve diventare una potenza geopolitica”, “il potere, il potere ora, è il potere
a livello europeo”, etc. insomma, la solita zuppa.
Da
notare solo il passaggio ove egli difende la repressione della libertà
d’espressione:
“dobbiamo
proteggere la nostra sovranità e l’integrità del dibattito pubblico, la nostra
democrazia” il problema – per lui – sarebbero “le menti e i cuori dei giovani
che potrebbero non condividere i nostri valori“…
cioè,
tradotto, potrebbero non voler tagliarsi il pisello o sopportare bande pro pal
che vanno in giro ad ammazzare chi non la pensa come a sinistra (testé accaduto
a Lione).
In
sostanza, Macron sta ancora rispondendo al discorso di Vance: sta un anno in
ritardo.
Ma sta
comunque rispondendo: Non!
Merz,
infine: “l’Europa deve diventare un attore geopolitico con una propria
strategia di politica di sicurezza”, “ho avviato, con il presidente francese, i
primi colloqui sulla deterrenza nucleare europea”. Insomma, le solite palle.
Da
nuovo, solo un accennato tentativo di trasformare il retorico e vuoto art. 42
TEU (“qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel proprio
territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza
con tutti i mezzi in loro possesso”) in qualcosa di più stringente: “ora
dobbiamo definire come vogliamo organizzare questo a livello europeo”.
Roba
molto di Macron e da evitare come la peste.
Pure
in materia di repressione della libertà di espressione, egli è molto in stile Macron:
“la
libertà di parola finisce, qui da noi, quando questa parola si rivolge contro
la dignità umana e la Costituzione”.
Solo,
a differenza di Macron, Merz fa un temino un poco più completo, elencando la
propria essenza di Macron pure in tema
di politiche commerciali, organizzazioni internazionali, Groenlandia.
Complessivamente, nei rapporti con gli Usa, “sospetto che in futuro saremo più
spesso in disaccordo rispetto al passato”.
Che è
un bello e grosso:
Nein!
Contro-reazione
italiana.
È ai
tre europei incapaci che risponde una ottima Giorgia Meloni.
Con poche parole sul se condivida le riflessioni di Merz: “no, direi di no”.
Soprattutto, con un passo diplomatico molto
spesso:
aderire
al “Board of Peace” voluto da Trump, sia pur come osservatore.
Ciò di
cui la ringraziamo sentitamente.
Conclusioni.
È il
secondo anno che l’amministrazione Trump viene a Monaco, per spingere gli
europei a smettere il proprio lento suicidio.
Ed è il secondo anno che gli europei si
negano.
Di
nuovo, c’è solo una spessa analisi ideologica di parte americana:
che
recide fin dalle radici la mala pianta del delirio europeo.
Una
spessa analisi che non sapremmo come non condividere e per la quale gioiamo.
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