Una delle vere leader del mondo.

 

Una delle vere leader del mondo.

 

 

 

 

La Germania e la frattura dell’Ue

con l’America Maga di Trump.

Meloni sta con il tycoon:

“Non sono d’accordo con Merz.”

Ilfattoquotidiano.it – Mondo – (14 Febbraio 2026) - Redazione Esteri – ci dice:

 

Dall'Etiopia la premier, sollecitata dai giornalisti, dice chiaramente di non concordare con Berlino: “Sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene”.

Il cancelliere aveva detto a Monaco:

“Tra Usa e Ue si è aperto un divario; la cultura Maga non è la nostra; l'ordine del dopoguerra non c'è più e bisogna rifondare l'Alleanza atlantica.”

La Germania e la frattura dell’Ue con l’America Maga di Trump. Meloni sta con il tycoon: “Non sono d’accordo con Merz.”

Alla conferenza di Monaco, la premier Giorgia Meloni è assente.

 Il motivo è legato al suo impegno in Etiopia, ad Addis Abeba, per discutere il “piano Mattei”.

Tuttavia, la frattura rilevata dal cancelliere Merz rispetto all’America “Maga” e alla concezione del mondo di Donald Trump, spinge Meloni ad un intervento a distanza, sollecitata da alcuni giornalisti.

 “È evidente che siamo in una fase molto complessa delle relazioni internazionali, siamo anche in una fase particolare dei rapporti tra Europa e Stati Uniti.

Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di sé stessa, che deve fare di più sulla sicurezza, sulla colonna europea della Nato.

Su questo io sono d’accordo, indipendentemente, come ho detto tante volte, dal rapporto con gli Stati Uniti”.

 

Sul concetto di “Make America Great Again”, Meloni cerca la distanza con Berlino:

“No, direi di no”, dice la premier a chi le chiede se concorda con Merz su Maga, e continua:

 “Sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene ma non è un tema di competenza dell’Unione europea, sono valutazioni dei partiti politici”.

Il cancelliere ieri era stato esplicito:

“Tra Usa e Ue si è aperto un divario; la cultura Maga non è la nostra; l’ordine del dopoguerra non c’è più e bisogna rifondare l’Alleanza atlantica”.

Dunque, Meloni prosegue la sua linea cercando di restare allineata e coperta con l’Unione senza urtare la sensibilità di The Donald.

 

Non è la prima volta che la premier mostra vicinanza al mondo Maga.

Lo scorso aprile, dopo l’incontro alla Casa Bianca con il presidente americano, aveva persino coniato uno slogan partendo da quello originale:

 “Rendiamo l’Occidente di nuovo grande. Make the West Great Again. Quando parlo di Occidente, non parlo di uno spazio geografico ma di una civiltà.

E voglio rendere questa civiltà più forte”.

Durante la conferenza stampa di inizio 2026, Giorgia Meloni ha difeso le scelte della Casa Bianca anche su temi come Venezuela e Groenlandia, di cui il tycoon rivendica il possesso per far meglio dell’Europa che – a suo dire – l’ha lasciata in balia di Cina e Russia.

La premier in quella occasione ha però ribadito che mantiene una libertà di pensiero rispetto alle strategie di The Donald:

“Quando non sono d’accordo, glielo dico”.

Sicuramente lo ha fatto sapere in tempo reale alla Germania:

l’America Maga non si tocca.

Parola di Meloni.

 

 

 

 

Da Trump a Meloni, la classifica

di “Politico” delle 28 persone

più influenti in Europa.

Tg24.sky.it - Mondo – (11 dic. 2025) - ©Getty – Redazione – ci dice:

 

Donald Trump è la persona più influente in Europa: a dirlo è “Politico”, il giornale statunitense che annualmente stila la classifica dei protagonisti della politica del Vecchio Continente.

 Se l’anno scorso in testa c’era la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, quest’anno il quotidiano a stelle e strisce ha scelto l’inquilino della Casa Bianca.

E non è l’unica sorpresa di questo elenco.

 

Perché Donald Trump è in prima posizione.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, guida la classifica delle figure più influenti per l’Europa nel 2026 sebbene non sia - ovviamente - un leader europeo.

 Politico sottolinea come le sue azioni abbiano ridefinito la politica del Continente, "criticando la correttezza politica e le politiche migratorie europee, avvicinandosi a Putin, mettendo da parte Zelensky e imponendo i dazi".

 Secondo il giornale americano “l’ombra di Trump incombe così pesantemente sulle capitali europee che le sue decisioni, o i suoi sfoghi, hanno ridefinito ogni aspetto, dai bilanci della difesa alla politica commerciale, fino alla politica interna”.

(Sondaggio, il 51% degli italiani non crede alle nuove trattative sulla guerra in Ucraina).

In seconda posizione “Mette Frederiksen”.

Dietro al 47esimo presidente degli Stati Uniti, a occupare le altre due posizioni del podio sono leader europei:

la ‘medaglia d’argento’ è assegnata da “Politico” alla presidente del Consiglio della Danimarca, “Mette Frederiksen”.

 Secondo il giornale negli ultimi 6 anni Frederiksen ha “esportato silenziosamente la sua immagine di socialdemocrazia in tutto il Continente – un mix di politica assistenziale di sinistra e durezza di destra su immigrazione e difesa – ribaltando nel frattempo lo storico euroscetticismo del suo Paese”.

 Per Politico a rendere così influente la premier danese è anche il suo sostegno all’Ucraina, con Copenaghen che è il Paese ad aver investito la maggior quantità di denaro in rapporto al Pil nella difesa di Kiev.

 Infine, si è dimostrata capace di tenere testa a Trump nel caso della tensione intorno alla Groenlandia.

 

In terza posizione Friedrich Merz.

A chiudere il podio dei leader più influenti è Friedrich Merz.

Il cancelliere tedesco è descritto da Politico come “riluttante radicale” e “l’uomo che sta rompendo i tabù della Germania post-bellica”. Nonostante in passato sia stato un sostenitore dell’ortodossia conservatrice del suo Paese, per il giornale americano oggi “con una guerra nel Continente e l’economia tedesca stagnante, Merz ha cambiato copione:

 molta spesa pubblica, riarmarsi rapidamente e dichiarare che Berlino e l’Ue devono essere pronti ad andare avanti da soli”.

Inoltre, nonostante le difficoltà interne della sua coalizione e l’ascesa nei sondaggi del partito di estrema destra AFD, per Politico Merz governa un Paese economicamente e politicamente più stabile della Francia di Emmanuel Macron e del Regno Unito di Keri Stormer.

 

Marine Le Pen e Vladimir Putin.

Se la prima posizione della classifica può essere considerata sorprendente, non da meno sono le posizioni subito successive al podio. A posizionarsi come quarta persona più influente in Europa è infatti Marine Le Pen:

la leader dell’estrema destra francese - nonostante abbia subìto una condanna che le impedisce di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027 - continua a esercitare un’enorme pressione politica sul presidente Macron, il cui secondo mandato è stato segnato dalla mancanza di una maggioranza in Parlamento.

 E subito dietro a Le Pen, in quinta posizione, c’è il presidente russo Vladimir Putin:

lo ‘zar’ di Mosca secondo Politico sta “plasmando l’Europa dai suoi confini, un atto di aggressione alla volta”.

 Con la guerra in Ucraina e i test alle difese della NATO condotti con “assalti ibridi, incursioni di droni e aerei da combattimento”, per il giornale americano Putin ha raggiunto il suo obiettivo:

“Destabilizzare l’Europa e rendere chiaro che lui è una persona che nessuno nel Continente può ignorare”.

 

Da Nigel Farage a von der Leyen.

La sesta posizione di questa classifica è occupata da un leader fuori dai palazzi del potere europei:

 è” Nigel Farage”, descritto come “disrupter-in-chief” della politica del Regno Unito e secondo i sondaggi favorito a insediarsi al numero 10 di Downing Street in caso di elezioni anticipate.

Per trovare un’altra leader della politica istituzionale europea bisogna attendere la settima posizione, occupata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che secondo Politico ha mostrato in diverse occasioni di saper estendere “il potere del suo incarico ben al di là del mandato tradizionale”.

 Dopo la leader dell’esecutivo europeo, in ottava posizione c’è “Mark Rutte”: il segretario generale della NATO secondo il quotidiano americano ha un compito preciso:

“Mantenere Donald Trump impegnato con la difesa dell’Alleanza atlantica”.

 

Giorgia Meloni in nona posizione.

Dopo von der Leyen e Rutte, al nono posto della classifica c’è Giorgia Meloni.

La premier italiana viene definita "role model", il modello della destra europea emergente.

 Secondo Politico Meloni ha dimostrato che una leader di estrema destra “può governare una grande economia dell’Ue senza provocare caos istituzionale".

Inoltre la sua moderazione dopo l’arrivo al governo nel 2022, con una retorica meno aggressiva su migranti e diritti Lgbt, ha rafforzato la sua immagine internazionale e contribuito a rassicurare Bruxelles.

 Il cosiddetto "effetto Meloni" ha ispirato altri leader in Europa:

"Anche a livello internazionale, Meloni rassicura che la destra radicale non intende stravolgere l'ordine mondiale.

La sua politica estera si è distinta più per le spettacolari alzate di occhi al cielo che per risultati concreti a favore dell’Italia o dell’Ue, ma ha resistito agli impulsi di scombussolare Bruxelles e mantenuto una posizione ferma a sostegno dell’Ucraina".

 

Gli altri leader in classifica.

Il primo ministro inglese, Keri Stormer, chiude la top10 dei leader più influenti in Europa.

Tra le altre figure politiche note, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (in foto) si piazza in 14esima posizione:

secondo Politico adesso “può solo sperare che l'anno per lui finisca meglio di come è iniziato", ricordando lo scontro nello Studio Ovale con Trump e JD Vance dello scorso febbraio.

Se il presidente francese Emmanuel Macron è solamente 19esimo, subito dopo c’è l’ex premier ed ex governatore della BCE Mario Draghi, pur da anni privo di qualsivoglia incarico ufficiale.

Un altro italiano è in 25esima posizione, ed è l’amministratore delegato di UniCredit “Andrea Orcel,” definito “il Napoleone del sistema bancario”.

A chiudere la classifica è il presidente della FIFA, Gianni Infantino, definito l’uomo che sussurra nelle orecchie “di Trump di maggior successo in Europa”.

Leader più potenti d'Europa,

la classifica di «Politico»:

«Il primo è Trump, nona Meloni.

 E Putin è quinto».

  Corriere.it - Alessandra Muglia – (11 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

La classifica di Politico mostra che gli europei condividono l’opinione del presidente Usa secondo cui i loro leader sono «deboli».

Donald Trump, in calo di popolarità negli Usa, svetta invece come leader più influente in Europa.

Mentre in casa perde colpi per via del carovita e della sua politica anti immigrati (lo ha ammesso lui stesso per la prima volta due settimane fa: «i miei sondaggi sono un po’ scesi»), primeggia nella classifica delle persone più potenti nel Vecchio continente stilata dal sito Politico Europe.

 

Nella lista - stilata ogni anno dal giornale insieme con l’”Wistituto Public First” - il primo posto del podio spetta al tycoon che evidentemente non ha bisogno di sedere ai tavoli di Bruxelles per influenzarli:

nessuno avrebbe inciso più di lui sulle decisioni prese nelle capitali del continente.

Come a dire che l’Europa viene vista più come in balia di agende altrui che un soggetto capace di influenzare il resto del mondo.

Il sondaggio online, che ha coinvolto oltre 10mila intervistati provenienti da Usa, Canada e dalle tre maggiori economie europee – Germania, Francia e Regno Unito – mostra che gli europei condividono l’opinione di Trump secondo cui i loro leader sono deboli e considerano il presidente degli Stati Uniti più risoluto.

 

Il paradosso è quindi che la persona considerata più potente nella politica europea non è europea.

La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen si piazza soltanto settima.

Seconda dopo Trump, ma prima europea in classifica, è la premier danese Mette Frederiksen, socialdemocratica ma con posizioni di destra sulla gestione delle frontiere: è a favore della detenzione dei richiedenti asilo e dei rimpatri accelerati, in linea con la premier Giorgia Meloni, arrivata nona, dopo il segretario della Nato Mark Rutte ma prima del premier britannico Keri Stormer.

 

Al terzo posto c’è Friedrich Merz, l’uomo che sta infrangendo i tabù del dopoguerra in Germania, titola politico.eu.

È l'uomo simbolo della riscossa dell'Europa davanti alla minaccia russa, il cancelliere che - con una massiccia politica di riarmo e la riattivazione della leva militare - sta guidando il nuovo posizionamento della Germania da potenza economica a leader della difesa di un'Europa costretta ora a cavarsela da sola.

 

Al quarto posto Marine Le Pen, in pole position malgrado la condanna che rischia di escluderla dalle prossime elezioni presidenziali francesi. Davanti di parecchio rispetto all’attuale inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, solo 19esimo:

 il presidente francese è visto dai suoi stessi elettori come un leader che finora non è riuscito a gestire efficacemente l’imprevedibile presidente americano.

 

Davanti a Macron c'è anche il provatissimo Volodymyr Zelensky, piazzatosi quattordicesimo. Ma Vladimir Putin è quinto: sintesi inquinante dei rapporti di forza (percepiti) nel continente.

 

 

 

Trump vuole “rifare l’America” in

 un mondo che non torna indietro:

 Iran, Venezuela, Groenlandia, Gaza.

 

Wordnews.it – (4 febbraio 2026) – Marco Giuseppe Toma – Intervista al Prof. D’Orsi – ci dice:

 

L'INTERVISTA. Il prof. D’Orsi smonta miti, narrazioni e interessi: quando l’informazione diventa arma e la politica ne segue l’eco.

In questo momento storico il mondo sta attraversando una fase delicata e pericolosa.

Le guerre del decennio 2020 potrebbero essere un capitolo di un futuro libro di storia.

E su tutto sembra vertere il tentativo del presidente Donald Trump di riscattare e ricostruire il primato americano in un mondo irrimediabilmente cambiato nel nuovo multipolarismo.

 

Le situazioni più in vista: Venezuela, Iran, Groenlandia, Palestina.

Iran, ora, è al centro dell’occhio del ciclone mediatico e, a un’analisi attenta, presenta dinamiche molto simili a quelle del Venezuela.

Primo mito da sfatare:

una rivolta nata come reazione a una esasperata e parossistica crisi economica e a una corruzione ormai stratificata a tutti i livelli amministrativi, più che contro il regime (come espone la narrativa mainstream dei grandi media).

 

Un paese mediorientale che di certo non è l’Afghanistan, ma una nazione in continuo divenire, con un tasso elevatissimo di scolarizzazione, di studenti universitari e, in maggioranza, donne;

un contesto in cui esistono grandi centri urbani dove quasi nessuno porta più il chador, dentro un regime liberista di Stato rielaborato in funzione locale (quasi un modello delle teorie economiche liberali di Friedrich Hayek).

 

E che è ormai una potenza regionale anche a livello militare, come dimostrerebbero la guerra dei 13 giorni e i danni causati dalle armi ipersoniche a strutture come l’Aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, completamente distrutto.

E su tutto c’è un altro aspetto:

il fenomeno della creazione mediale di una realtà parallela non vera da parte del sistema dell’informazione e del giornalismo mondiale, in cui non è più la politica a influenzare il giornalista, ma il contrario;

un paradosso in cui il sistema informativo è solo propaganda non obiettiva e, al tempo stesso, condiziona le scelte dei governi.

 

La crisi economica in Iran sarebbe provocata proprio dalle sanzioni statunitensi iniziate nel primo mandato Trump.

Che ha, in questa dinamica, qualcosa di simile, per non dire uguale, con il Venezuela.

 

Il caso Maduro e la scelta di conservare, poi, il governo chavista, sostituendo soltanto il leader con il vicepresidente Rodriguez.

E il tacere da parte del mainstream che il paese latinoamericano non è vero che abbia avuto un raid incruento, ma avrebbe subito perdite civili e danni infrastrutturali notevoli.

E su tutto la figura di Donald Trump, paragonabile per molti versi a quella del gradasso dei testi letterari del Medioevo e del Rinascimento, che da solo sgomina con la violenza tutti.

 

E appunto, da qui, si passa alla questione della Groenlandia.

Si evince soprattutto una cosa fondamentale:

l’ipocrisia di un Occidente, in particolare l’Unione europea, che in realtà il pensiero coloniale e neocoloniale non lo ha mai abbandonato.

 

Il caso Groenlandia è l’esempio pratico di un revanscismo di questo tipo da parte della Danimarca, con il ritorno al passato delle pretese della monarchia danese sull’isola.

In questo strano inizio di conflitto interno all’Occidente, almeno Trump avrebbe fatto in modo di far gettare la maschera ai governanti del vecchio continente.

 

E infine, la guerra Gaza/Israele.

 

Con la spiegazione del perché sia valido il termine genocidio, riconosciuto dalla maggior parte degli studiosi internazionali, e della nuova connotazione di come sarebbe stato effettuato.

Dopo quello a livello industriale della Germania nazista, si arriverebbe a quello attuale di Israele sui palestinesi di Striscia di Gaza, che avrebbe una caratteristica innovativa e altrettanto terribile:

 essere stato visto a livello globale e testimoniato in diretta dai media di tutto il mondo.

(Questi argomenti e ulteriori approfondimenti in questa intervista non mainstream con il Prof. Angelo D’Orsi.)

 

 

 

 

Trump vuole riportare

 l’ordine internazionale

all’Ottocento.

Linkiesta.it – (22 gennaio 2026) – Robert Kagan – redazione -ci dice:

Con la sua politica pazzoide il presidente americano indebolisce gli Stati Uniti e rende il mondo intero meno sicuro, come nel XIX secolo

L’amministrazione Trump lo ha messo nero su bianco nella sua “National Security Strategy”:

l’ordine mondiale liberale dominato dagli Stati Uniti è finito.

Non perché gli Stati Uniti si siano dimostrati materialmente incapaci di sostenerlo.

 L’ordine americano è finito perché gli Stati Uniti hanno deciso di non voler più svolgere il ruolo, senza precedenti storici, di garanti della sicurezza globale.

La potenza americana che ha sostenuto l’ordine mondiale degli ultimi 80 anni verrà ora usata, invece, per distruggerlo.

 

Gli americani stanno entrando nel mondo più pericoloso che abbiano conosciuto dalla Seconda guerra mondiale, un mondo che farà apparire la Guerra fredda come un gioco da ragazzi e il periodo post–Guerra fredda come un paradiso.

Questo nuovo mondo, in realtà, assomiglierà molto a quello precedente al 1945, con molteplici grandi potenze e una competizione e conflitti in costante aumento.

Gli Stati Uniti non potranno contare su amici o alleati affidabili e dovranno contare esclusivamente sulla propria forza per sopravvivere e prosperare.

 Ciò richiederà una spesa militare maggiore, non minore, perché l’accesso aperto alle risorse d’oltremare, ai mercati e alle basi strategiche di cui gli americani hanno goduto non sarà più un beneficio automatico delle alleanze.

Dovrà invece essere conteso e difeso contro altre grandi potenze.

 

Gli americani non sono né materialmente né psicologicamente pronti per questo futuro.

Per otto decenni hanno vissuto all’interno di un ordine internazionale liberale plasmato dal predominio americano.

Si sono abituati a un mondo che funziona in un certo modo:

alleati europei e asiatici perlopiù collaborativi e militarmente passivi cooperano con gli Stati Uniti su questioni economiche e di sicurezza.

Gli sfidanti dell’ordine, come Russia e Cina, sono contenuti dalla ricchezza e dalla potenza combinate degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

Il commercio globale è generalmente libero e non ostacolato dalla rivalità geopolitica, gli oceani sono sicuri per la navigazione, e le armi nucleari sono limitate da accordi sulla loro produzione e sul loro impiego.

Gli americani sono così abituati a questo mondo fondamentalmente pacifico, prospero e aperto da tendere a considerarlo lo stato normale delle relazioni internazionali, destinato a durare indefinitamente.

Non riescono a immaginare che possa disfarsi – e ancor meno cosa significherà per loro quel disfacimento.

E chi può biasimarli?

Secondo Francis Fukuyama, la storia era «finita» nel 1989 con il trionfo del liberalismo – persino l’istinto umano primordiale alla violenza era stato «fondamentalmente trasformato».

Chi aveva bisogno di un’America potente per difendere qualcosa che, comunque, era destinato a prevalere?

Dalla fine della Guerra fredda, critici influenti hanno sostenuto che il predominio americano fosse superfluo e costoso nella migliore delle ipotesi, distruttivo e pericoloso nella peggiore.

 

Alcuni commentatori che salutano con favore un mondo post-americano e il ritorno alla multipolarità suggeriscono che la maggior parte dei benefici dell’ordine americano per gli Stati Uniti possa essere mantenuta.

L’America deve solo imparare a contenersi, rinunciare a sforzi utopici per plasmare il mondo e accettare «la realtà» che altri Paesi «cercano di stabilire i propri ordini internazionali governati dalle proprie regole», come ha affermato” Graham Allison”, politologo di Harvard.

 

 

Anzi, sostengono Allison e altri, l’insistenza americana sul predominio avrebbe causato la maggior parte dei conflitti con Russia e Cina.

Gli americani dovrebbero abbracciare la multipolarità come più pacifica e meno onerosa.

Di recente, i sostenitori di Trump tra le élite di politica estera hanno persino iniziato a indicare il Concerto d’Europa dei primi decenni dell’Ottocento come modello per il futuro,” suggerendo che una diplomazia abile tra le grandi potenze possa preservare la pace più efficacemente di quanto abbia fatto il sistema a guida statunitense nel mondo unipolare.

 

Da un punto di vista puramente storico, tutto ciò è un’illusione.

 Anche gli ordini multipolari meglio gestiti sono stati significativamente più brutali e inclini alla guerra rispetto al mondo che gli americani hanno conosciuto negli ultimi 80 anni.

Prendiamo un esempio:

durante quello che alcuni definiscono la “lunga pace” in Europa, dal 1815 al 1914, le grandi potenze (incluse Russia e Impero ottomano) combatterono decine di guerre tra loro e contro Stati più piccoli per difendere o acquisire vantaggi strategici, risorse e sfere di influenza.

Non si trattava di scaramucce, ma di conflitti su vasta scala, che di solito costavano decine – talvolta centinaia – di migliaia di vite.

 Circa mezzo milione di persone morì nella guerra di Crimea (1853-56);

la guerra franco-prussiana (1870-71) causò circa 180.000 morti militari e fino a 250.000 vittime civili in meno di un anno di combattimenti.

 Quasi ogni decennio dal 1815 al 1914 vide almeno una guerra che coinvolse due o più grandi potenze.

 

L’equivalente odierno della multipolarità ottocentesca sarebbe un mondo in cui Cina, Russia, Stati Uniti, Germania, Giappone e altri grandi Stati combattessero una guerra importante, in qualche combinazione, almeno una volta per decennio – ridisegnando confini nazionali, spostando popolazioni, sconvolgendo il commercio internazionale e rischiando un conflitto globale su scala devastante.

 Questo è stato il mondo per secoli prima del 1945.

Credere che un simile mondo non possa mai tornare equivarrebbe al massimo grado di utopismo.

 

Proprio per sfuggire a questo ciclo di conflitti, le generazioni di americani che vissero due guerre mondiali gettarono le basi dell’ordine mondiale liberale guidato dagli Stati Uniti.

Erano i veri realisti, perché non nutrivano illusioni sulla multipolarità:

 ne avevano vissuto per intero le conseguenze orribili.

 

Dopo il 1945, invece di ristabilire un sistema multipolare, trasformarono gli Stati Uniti in una forza globale, responsabile non solo della propria sicurezza ma di quella del mondo.

Ciò significava impedire l’ascesa di egemoni regionali, soprattutto in Europa e in Asia orientale.

Lo fecero non perché volessero ricreare il mondo a immagine dell’America, ma perché avevano imparato che il mondo moderno era interconnesso in modi che avrebbero comunque trascinato gli Stati Uniti nei conflitti tra grandi potenze dell’Eurasia.

Nessun Paese aveva mai svolto prima il ruolo che gli Stati Uniti, tradizionalmente distaccati, assunsero dopo il 1945.

 In parte perché nessun’altra potenza godeva delle circostanze uniche dell’America – largamente invulnerabile a invasioni straniere grazie alla propria forza e alla distanza dalle altre grandi potenze, e quindi capace di proiettare forza a migliaia di chilometri da casa senza mettersi a rischio.

Questa combinazione di geografia e capacità permise agli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, di portare pace e sicurezza in Europa e in Asia orientale.

Nazioni segnate dalla guerra riversarono le loro energie nel diventare potenze economiche.

Ciò rese possibile la prosperità globale e la cooperazione internazionale.

 

Forse ancora più straordinaria della capacità e della volontà dell’America di svolgere il ruolo dominante fu la disponibilità della maggior parte delle altre grandi potenze ad abbracciarne e legittimarne il predominio – persino a scapito della propria potenza.

Nei decenni successivi al 1945, quasi tutti i Paesi che avevano combattuto nelle guerre mondiali rinunciarono alle ambizioni territoriali, alle sfere di influenza e persino, in una certa misura, al potere stesso.

 Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone non solo abbandonarono secoli di mentalità e comportamento da grandi potenze, ma affidarono la propria sicurezza e il benessere dei loro popoli alla lontana superpotenza americana.

 

Questo fu un comportamento davvero anomalo e smentì tutte le teorie delle relazioni internazionali e i precedenti storici.

La risposta normale all’ascesa di una nuova potenza predominante era che le altre si coalizzassero per bilanciarla.

Così era avvenuto contro Luigi XIV, Napoleone, la Germania imperiale e quella nazista, e il Giappone imperiale.

 Eppure, invece di considerare gli Stati Uniti un pericolo da contenere, la maggior parte delle potenze mondiali li vide come un partner da coinvolgere.

Gli alleati dell’America fecero due scommesse straordinarie:

che gli Stati Uniti potessero essere considerati affidabili nel difenderli quando necessario, e che non avrebbero sfruttato la loro sproporzionata potenza per arricchirsi o rafforzarsi a spese altrui.

Al contrario, avrebbero promosso e beneficiato della prosperità economica dei loro alleati.

 

Questo fu il grande patto dell’ordine americano dopo il 1945.

Ed è ciò che rese possibile la straordinaria pace e stabilità dei decenni successivi, persino durante la Guerra fredda.

 L’ordine americano creò armonia tra le grandi potenze al suo interno e lasciò quelle esterne – Russia e Cina – relativamente isolate e insicure, insoddisfatte dell’assetto globale ma limitate nella loro capacità di cambiarlo.

 

Tutto questo ora sta finendo.

Trump ha celebrato apertamente la fine del grande patto.

La sua amministrazione ha detto agli europei di prepararsi a provvedere da soli alla propria difesa entro il 2027 e ha suggerito che alleati e partner strategici, tra cui Giappone, Taiwan e Corea del Sud, dovrebbero pagare gli Stati Uniti per la protezione.

Trump ha lanciato aggressive guerre tariffarie contro praticamente tutti gli alleati dell’America.

Ha condotto una guerra ideologica e politica contro i governi europei e ha minacciato esplicitamente aggressioni territoriali contro due alleati della Nato, Canada e Danimarca.

 

Nel frattempo, la “National Security Strategy” dell’amministrazione considera Russia e Cina non come avversari o persino concorrenti, ma come partner nella spartizione del mondo.

Con la sua forte enfasi sul ripristino della «preminenza americana» nell’emisfero occidentale, la strategia di Trump abbraccia un mondo multipolare in cui Russia, Cina e Stati Uniti esercitano un dominio totale nelle rispettive sfere di interesse.

 

Trump e i suoi sostenitori sembrano credere che il resto del mondo si adatterà semplicemente a questo nuovo approccio americano e che, in particolare, gli alleati continueranno a restare al seguito, sottomessi a un’America che li scarica sul piano strategico, esige da loro un pesante tributo economico e cerca di stabilire un “concerto” con le potenze che li minacciano direttamente.

Ma un cambiamento così radicale nella strategia statunitense deve inevitabilmente costringere a cambiamenti altrettanto radicali da parte degli ex amici e alleati.

 

Che cosa farà, per esempio, l’Europa, ora che si trova ad affrontare grandi potenze ostili e aggressive su entrambi i fianchi, orientale e occidentale?

 Non solo la Russia, ma ora anche gli Stati Uniti minacciano la sicurezza e l’integrità territoriale degli Stati europei e lavorano per minarne i governi liberali.

 Un’Europa passiva potrebbe diventare un insieme di feudi – alcuni sotto l’influenza russa, altri sotto quella americana, altri forse sotto quella cinese – con la sovranità degli Stati ridotta e le loro economie saccheggiate da uno o più dei tre imperi. Le - un tempo - grandi nazioni europee accetteranno questo destino?

 

Se la storia è una guida, sceglieranno invece il riarmo.

 Il compito sarà monumentale.

Per approntare una difesa credibile contro ulteriori aggressioni territoriali russe e allo stesso tempo dissuadere un’aggressione americana non basteranno aumenti marginali della spesa per la difesa, ma sarà necessaria una ri-orientazione strategica ed economica su vasta scala verso l’autosufficienza – una ristrutturazione delle industrie, delle economie e delle società europee.

 Ma se Germania, Gran Bretagna, Francia e Polonia si armassero fino al limite delle loro capacità, anche con armi nucleari, e decidessero di difendere con fermezza la propria indipendenza economica, eserciterebbero collettivamente una potenza sufficiente sia a dissuadere la Russia sia a indurre un presidente americano a riflettere due volte prima di intimidirle.

Se l’alternativa è la sottomissione, gli europei potrebbero ben essere all’altezza di una simile sfida.

 

I partner asiatici degli Stati Uniti si troveranno di fronte a una scelta simile.

I leader giapponesi mettono in dubbio l’affidabilità americana da tempo, ma l’atteggiamento di Trump impone una decisione.

 Egli ha imposto dazi agli alleati asiatici dell’America e ha ripetutamente suggerito che dovrebbero pagare gli Stati Uniti per la loro protezione («non è diverso da una compagnia assicurativa»).

La “National Security Strategy “di Trump si concentra intensamente sull’emisfero occidentale, a scapito dell’Asia, e l’amministrazione desidera ardentemente un accordo commerciale e un coordinamento strategico con Pechino.

 Il Giappone potrebbe dover scegliere tra accettare la sottomissione alla Cina e costruire la capacità militare necessaria a una deterrenza indipendente.

 

La recente elezione di una prima ministra nazionalista di destra, “Sanae Takaichi”, suggerisce quale di queste strade i giapponesi intendano imboccare.

Trump e i suoi consiglieri possono immaginare di vedere dei compagni di viaggio intenzionati a “Make Japan Great Again”, ma l’ascesa del nazionalismo giapponese è una risposta diretta al timore legittimo che il Giappone non possa più fare affidamento sugli Stati Uniti per la propria difesa.

Anche Corea del Sud e Australia stanno riconsiderando le loro politiche di difesa ed economiche, mentre prendono coscienza delle sfide provenienti sia da Est sia da Ovest.

 

La conseguenza di Stati Uniti diventati inaffidabili e persino ostili sarà quindi, con ogni probabilità, un significativo riarmo da parte degli ex alleati.

Questo non significherà condividere il peso della sicurezza collettiva, perché queste nazioni riarmate non saranno più alleate dell’America. Saranno grandi potenze indipendenti che perseguiranno i propri interessi strategici in un mondo multipolare.

 Non dovranno nulla agli Stati Uniti;

 al contrario, li guarderanno con lo stesso antagonismo e timore che riservano a Russia e Cina.

 Anzi, dopo essere state abbandonate strategicamente dagli Stati Uniti, aver subito la predazione economica americana e forse persino aggressioni territoriali, è probabile che diventino focolai di antiamericanismo.

 Quanto meno, non saranno più i Paesi che gli americani conoscono oggi.

 

Prendiamo la Germania.

 La Germania democratica e pacifica di oggi è cresciuta all’interno dell’ordine internazionale liberale dominato dagli Stati Uniti. Quell’ordine ha contribuito a rendere possibile il miracolo economico tedesco occidentale degli anni Cinquanta, che a sua volta ha fatto del Paese un motore della crescita economica globale e un pilastro di prosperità e stabilità democratica in Europa.

 Le tentazioni di perseguire una normale politica estera da grande potenza indipendente sono state smorzate sia dagli interessi economici sia dall’ambiente relativamente benigno in cui i tedeschi potevano vivere le loro vite, così diverso da quello del passato.

Per quanto tempo la Germania sarebbe stata disposta a restare una nazione anomala – rinunciando ad ambizioni geopolitiche, interessi egoistici e orgoglio nazionalista – era una domanda aperta già prima che l’attuale ordine liberale iniziasse a sgretolarsi.

Ora, grazie al cambiamento strategico americano, la Germania non ha altra scelta che tornare a essere “normale”, e rapidamente.

 

E così come la strategia americana costringe i tedeschi a riarmarsi, essa garantisce che lo facciano in un’Europa sempre più nazionalista e divisa. I fondatori dell’ordine americano lavorarono negli anni del dopoguerra per smorzare il nazionalismo europeo, anche sostenendo istituzioni paneuropee.

 Il diplomatico americano dell’era della Guerra fredda “George Kinan” riteneva che l’unificazione europea fosse «l’unica soluzione concepibile» al problema tedesco.

Eppure oggi quelle istituzioni sono sotto pressione e, se l’amministrazione Trump avrà la meglio, scompariranno del tutto.

Allo stesso tempo, l’amministrazione sta cercando di infiammare il nazionalismo europeo, soprattutto in Germania, dove potrebbe ben riuscirci.

 Il partito nazionalista di destra Alternative für Deutschland è la seconda forza nel Parlamento tedesco, proprio come il Partito nazista lo era nel 1930.

 

Che soccomba o meno all’estrema destra, una Germania riarmata senza una garanzia di sicurezza americana adotterà necessariamente una visione più nazionalista dei propri interessi.

 Lo stesso faranno tutti i suoi vicini.

 La Polonia, schiacciata tra una Germania potente a un confine e una Russia potente all’altro, è stata nel corso dei secoli ripetutamente spartita, occupata e talvolta cancellata come entità sovrana.

Senza una lontana superpotenza a proteggerli, i polacchi probabilmente decideranno di costruire una propria capacità militare, comprese armi nucleari.

Nel frattempo, la Francia è a una sola elezione da una vittoria nazionalista che colpirebbe l’Europa come un terremoto.

 I leader francesi hanno già detto al Paese di prepararsi a una guerra contro la Russia.

Ma si immagini una Francia riarmata e nazionalista di fronte a una Germania riarmata e nazionalista.

Le due nazioni potrebbero trovare un terreno comune contro le crescenti minacce provenienti dagli Stati Uniti e dalla Russia, ma hanno anche una storia complessa, avendo combattuto tre grandi guerre l’una contro l’altra nei settant’anni precedenti a quando gli Stati Uniti contribuirono a stabilire una pace duratura tra loro.

 

Il riarmo giapponese avrà conseguenze simili.

Aumenterà il nervosismo tra i vicini del Giappone, inclusa la Corea del Sud, un altro alleato che ora dubita dell’impegno di Washington a difenderlo.

Quanto tempo passerà prima che anche i coreani decidano di doversi riarmare, comprese armi nucleari, mentre affrontano una Corea del Nord ostile e dotata di armi nucleari e un Giappone riarmato, forse nucleare, che in passato ha invaso e occupato la Corea tre volte?

 

In un mondo multipolare, tutto è contendibile e i punti di frizione per potenziali conflitti si moltiplicano.

Per otto decenni, l’ordine americano ha fornito non solo impegni di sicurezza ad alleati e partner, ma anche accesso comune a risorse vitali, basi militari, vie marittime e spazio aereo – ciò che i teorici chiamano beni pubblici.

In assenza degli Stati Uniti in questo ruolo, tutti questi elementi tornano a essere obiettivi di una competizione su più fronti.

 

Questa competizione non si limiterà all’Europa e all’Asia orientale. Finora, per esempio, Germania e Giappone si sono accontentati di fare affidamento sugli Stati Uniti per garantire l’accesso navale al petrolio del Golfo Persico.

Ora loro – e altre potenze in fase di riarmo, tra cui India, Gran Bretagna e Francia – dovranno trovare nuovi modi per provvedere a sé stesse.

 La Cina ha mostrato come ciò possa essere fatto.

Vent’anni fa non aveva praticamente una marina e nessuna base nel Golfo Persico.

Oggi ha la marina più grande del mondo, una base a Gibuti e accordi di cooperazione con Emirati Arabi Uniti e Oman per costruire infrastrutture utilizzabili dalla Cina.

 

In un mondo multipolare, le sfere di interesse tornano a essere centrali.

Per secoli, la capacità di mantenere e proteggere una sfera di interesse è stata parte integrante dell’essere una grande potenza.

È stata anche una delle fonti più comuni di guerra, poiché le sfere spesso si sovrapponevano.

L’apparente interminabile lotta a tre tra Russia, Austria e Impero ottomano per il controllo dei Balcani fu all’origine di numerosi conflitti, inclusa la Prima guerra mondiale.

Il desiderio di riconquistare o creare sfere di interesse fu uno dei principali motivi delle tre potenze “senza impero” che contribuirono a provocare la Seconda guerra mondiale: Germania, Giappone e Italia.

 

La conclusione di quella guerra portò a un abbandono globale delle sfere di interesse.

Parte di ciò che rendeva liberale l’ordine mondiale liberale era il principio di autodeterminazione sancito dalla Carta Atlantica e dalla Carta delle Nazioni Unite. Questo principio fu talvolta violato, anche dagli Stati Uniti.

 Ma nei precedenti ordini multipolari le grandi potenze non dovevano nemmeno prendere in considerazione i diritti delle piccole nazioni – e infatti non lo facevano.

 Al contrario, il liberalismo dell’ordine americano esercitò una pressione sulle grandi potenze affinché cedessero sovranità e indipendenza agli Stati più piccoli all’interno delle loro orbite.

 

I britannici smantellarono gradualmente il loro impero, così come fecero i francesi.

 La Germania fu costretta a rinunciare ai sogni di Mitteleuropa, proprio come il Giappone accettò la fine della propria sfera di interesse nel continente asiatico, per la quale aveva combattuto numerose guerre tra il 1895 e il 1945.

 Sotto l’ordine guidato dagli Stati Uniti, queste potenze non tentarono mai di riconquistare tali sfere.

La Cina, dopo la Seconda guerra mondiale, era così priva di una sfera di interesse da non poter nemmeno rivendicare Taiwan, un’isola vicina abitata da persone che un tempo erano suoi cittadini.

 L’unica sfera rimasta, oltre a quella americana, fu quella che l’Unione Sovietica ottenne a Yalta nell’Europa orientale e centrale.

 Ma anche quella fu sotto pressione fin dall’inizio, e lo sforzo necessario a mantenerla superò infine le capacità sovietiche, portando al collasso dell’URSS.

 

La mera esistenza degli Stati Uniti e dell’ordine liberale che sostenevano offrì alle piccole e medie potenze un’opportunità che secoli di multipolarità avevano loro negato.

Gli Stati satelliti di Mosca in Europa orientale e centrale non sarebbero stati così determinati a fuggire se non ci fosse stato nulla verso cui fuggire.

L’ordine americano prometteva un più alto tenore di vita, sovranità nazionale e uguaglianza giuridica e istituzionale.

Questo diede alle nazioni che vivevano all’ombra dell’Unione Sovietica un’alternativa all’accomodamento, e quando si presentò l’occasione di sottrarsi al controllo di Mosca, la colsero.

 

Negli ultimi anni, vari sedicenti realisti hanno invitato gli Stati Uniti ad accettare il ritorno alle sfere di interesse come alternativa all’uni-polarità.

 Ma nella maggior parte dei casi hanno riconosciuto solo le sfere russa e cinese.

E già queste sono problematiche.

Sappiamo fin dove si estenda la percezione cinese della propria sfera legittima?

Include il Vietnam? Tutto il Sud-est asiatico? La Corea?

 E che dire di quella che la Cina chiama la Prima Catena di Isole, che include il Giappone?

 La sfera tradizionale di interesse della Russia fin dai tempi di Pietro il Grande ha sempre incluso gli Stati baltici e almeno parte della Polonia. Vladimir Putin sta apertamente emulando Pietro ed è esplicito nel suo desiderio di restaurare l’impero sovietico così come esisteva durante la Guerra fredda.

 

Riconoscere le sfere di interesse di Russia e Cina significherebbe accettare la loro egemonia su una vasta area di nazioni che oggi godono di piena sovranità.

E in questo nuovo mondo emergente, Russia e Cina non saranno le uniche a cercare di espandere le proprie sfere.

 Se Germania e Giappone devono tornare a essere grandi potenze, avranno anch’essi sfere di interesse, che inevitabilmente si sovrapporranno a quelle russe e cinesi, dando luogo a numerosi conflitti nel futuro multipolare, così come nel passato multipolare.

 

Ed eccoci così all’idea, molto pubblicizzata, di un nuovo accordo tra Stati Uniti, Cina e Russia, equivalente al Concerto d’Europa del XIX secolo. Un’intesa di successo dovrebbe stabilire i confini delle rispettive sfere di interesse.

 È possibile un simile accordo?

La risposta è no, perché il nuovo mondo multipolare non avrà le stesse caratteristiche di quello di due secoli fa. L’Austria di Metternich era una potenza dello status quo, interessata solo a proteggere un ordine conservatore dai suoi sfidanti liberali. Bismarck considerava la Germania appena unificata della fine del XIX secolo una potenza “sazia”.

Entrambi cercavano un equilibrio per conservare ciò che avevano, non per ottenere di più.

 

Cina e Russia, invece, non sono affatto potenze sazie e soddisfatte dello status quo.

 Sono potenze insoddisfatte, “senza impero”.

Dalla fine della Guerra fredda, sono state cronicamente infelici della supremazia globale americana e hanno cercato di ripristinare quella che considerano la loro naturale e tradizionale dominazione regionale. Ancora oggi, la Cina esercita solo un controllo parziale sul Sud-est asiatico e non controlla Taiwan, né gode della sottomissione che ritiene dovuta da Giappone e Corea del Sud.

Anche la Russia è solo alle prime fasi della ricostruzione della propria sfera tradizionale in Europa orientale e centrale.

L’Ucraina non è la fine, ma l’inizio dell’ordine immaginato da Putin.

 

Che tipo di accordo con gli Stati Uniti potrebbe soddisfare queste ambizioni?

Non uno che si limiti a codificare lo status quo, come tentava di fare il Concerto d’Europa.

Dovrebbe invece accogliere la radicale trasformazione geopolitica dell’Europa e dell’Asia che Russia e Cina considerano essenziale, e per la quale la Russia, almeno, si è dimostrata disposta a fare la guerra.

Una trasformazione simile non sarà un processo piacevole per le piccole e medie potenze costrette a rinunciare alla propria indipendenza e ad accettare il dominio di Pechino, Mosca o Washington – e forse, in seguito, di Berlino, Tokyo o chissà chi altro.

 Se i primi quattro decenni del XX secolo ci hanno insegnato qualcosa, è che raggiungere una pace stabile con potenze insoddisfatte è difficile. Ogni nazione o territorio concesso le rafforza e le incoraggia a formulare la richiesta successiva.

 

In realtà, Pechino e Mosca non hanno né il desiderio né il bisogno di un accordo restrittivo con gli Stati Uniti.

Al contrario, hanno tutte le ragioni per credere che questo sia il momento di avanzare.

Xi Jinping ha parlato di «grandi cambiamenti mai visti in un secolo», che offrono alla Cina un «periodo di opportunità strategica».

 Per Putin, la distruzione dell’alleanza transatlantica da parte di Trump è uno di questi grandi cambiamenti.

 Perché non dovrebbe cogliere l’occasione?

 Non può sapere quanto durerà la fase Trump negli Stati Uniti e, se gli europei si riarmassero, la finestra di opportunità del Cremlino potrebbe chiudersi.

 Finora, Putin si è mosso lentamente:

sei anni tra l’invasione della Georgia e l’annessione della Crimea, poi altri otto anni prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, che è stata fortemente ostacolata dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

Ora gli americani hanno frantumato quella solidarietà, e Putin potrebbe ben credere che questo sia il momento di accelerare i suoi piani di conquista.

 

Ciò significa che i primi anni della nuova era multipolare non saranno caratterizzati da una diplomazia abile e reciprocamente accomodante, ma da un’intensa competizione e da un confronto aperto.

 Il mondo assomiglierà più all’era multipolare brutale dei primi decenni del XX secolo che a quella, più ordinata ma pur sempre brutale, del XIX.

 

Questo è il nuovo mondo in cui l’America sta entrando, spogliata volontariamente dei suoi più grandi punti di forza.

 L’influente stratega cinese Yann Xuetong osservò una volta che il divario più importante tra Stati Uniti e Cina non era il potere militare o economico, entrambi accumulabili dalla Cina, ma il sistema globale di alleanze e partenariati degli Stati Uniti.

 

Quando Russia o Cina andavano in guerra, lo facevano da sole.

 Quando gli Stati Uniti andavano in guerra, persino in un conflitto impopolare come quello in Iraq, avevano il sostegno di decine di alleati.

 La capacità americana di proiezione della potenza militare è dipesa da basi sparse in tutto il mondo, fornite da Paesi che si fidavano degli Stati Uniti come partner ed erano disposti a sopportare gli inconvenienti della presenza di soldati americani.

Ma potrebbero ripensarci se gli Stati Uniti non garantissero più la loro sicurezza e, al contrario, conducessero guerre economiche contro di loro e imponessero richieste politiche e ideologiche che trovano offensive.

I funzionari di Trump sembrano aspettarsi che i Paesi europei e asiatici si schierino con gli Stati Uniti ogni volta che Washington ne ha bisogno o lo desidera – per esempio per fare pressione sulla Cina – anche se gli Stati Uniti non offrono nulla in cambio.

Ma si possono abbandonare gli alleati e allo stesso tempo pretendere di averli?

 

Sarebbe un conto se gli Stati Uniti si stessero davvero ritirando nel proprio emisfero, tornando all’isolazionismo e all’indifferenza globale del XIX secolo.

Ma una delle cose più notevoli della politica estera di questa amministrazione è che, nonostante tutta la retorica di “America First”, Trump mostra un’ambizione globale apparentemente illimitata.

Gli piace esercitare il potere americano mentre lo consuma.

Nel suo primo anno di ritorno alla Casa Bianca, ha lanciato attacchi contro Iran e Siria;

ha minacciato di annettere Canada e Groenlandia;

ha decapitato il governo del Venezuela e promesso di gestire il Paese;

si è intromesso senza efficacia in guerre nel Sud-est asiatico, nell’Africa centrale e in Medio Oriente;

e ha perfino proposto progetti edilizi nella Striscia di Gaza che avrebbero dovuto essere difesi da forze americane.

 

È questo che si intende per moderazione?

Gli intellettuali che lo sostengono lo esaltano per aver abbandonato gli «utopici obiettivi insensati» di «élite sprovvedute», ma subito dopo lo lodano per non cercare niente di meno che «rimodellare» l’intero mondo.

Rimodellarlo per quale scopo?

Per riempire le tasche di Trump e conferirgli gloria?

 

La megalomania di Trump sta trasformando gli Stati Uniti da leader internazionale in” paria” internazionale, e il popolo americano ne subirà le conseguenze per anni.

 Nel 1916, il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann Hollweg temeva che il comportamento del suo Paese rischiasse di renderlo «il cane rabbioso tra le nazioni» e di provocare «la condanna dell’intero mondo civilizzato».

 Aveva ragione.

I leader tedeschi erano orgogliosi del loro inflessibile realismo e credevano che la franca e brutale ricerca dell’interesse personale fosse semplicemente ciò che fanno le nazioni.

Ma, come osservò lo storico “Paul Kennedy”, il costante richiamo della Germania «al codice della nuda Macht politik» contribuì a unire le grandi potenze mondiali nel provocarne la sconfitta.

 

L’amministrazione Trump si compiace della ricerca dell’interesse personale e dell’esercizio della forza fine a sé stessa, con un’allegra indifferenza per gli interessi altrui.

 Come scrisse l’ex consigliere per la sicurezza nazionale del primo mandato di Trump,” H. R. Mc Master”, in un saggio cofirmato con l’economista “Gary Cohn”, il mondo non è una «comunità globale», ma «un’arena in cui nazioni, attori non governativi e imprese si confrontano e competono per ottenere vantaggi», e in questo mondo di Macht politik gli Stati Uniti godrebbero di un potere «senza pari».

Ma per quanto tempo?

La formulazione di Mc Master, come l’esaltazione trumpiana dell’egoismo, poggia su una profonda ignoranza delle vere fonti della forza americana.

Gran parte dell’influenza degli Stati Uniti nel mondo è derivata dal trattare gli altri come parte di una comunità di nazioni democratiche o di partner strategici.

 

Altri lo capiscono, anche se molti americani no.

Yann, il pensatore cinese, ha osservato che uno degli elementi che tenevano insieme l’ordine americano era la reputazione degli Stati Uniti per moralità e rispetto delle norme internazionali.

Theodore Roosevelt, spesso considerato il realista americano per eccellenza e certo non timido nell’uso del potere, riteneva che le grandi nazioni dovessero essere guidate, in ultima analisi, da una «coscienza sociale internazionale» che tenesse conto non solo dei propri interessi, ma anche di «quelli degli altri».

 Una grande potenza di successo, osservava, non poteva agire «senza riguardo per i principi essenziali della vera moralità».

 

Per decenni, gran parte del mondo ha sostenuto gli Stati Uniti che agivano secondo questi principi e ha accettato il potere americano, nonostante i suoi difetti e i suoi errori, proprio perché non agiva esclusivamente in base a un ristretto interesse personale – e tanto meno nell’interesse ristretto e egoistico di un singolo governante.

 

Quell’epoca è finita.

In appena un anno, Trump è riuscito a distruggere l’ordine americano che è stato e ha indebolito la capacità degli Stati Uniti di proteggere i propri interessi nel mondo che verrà.

Se gli americani pensavano che difendere l’ordine mondiale liberale fosse troppo costoso, aspettino di vedere quanto costerà pagare per ciò che verrà dopo.

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’Atlantic.”

Robert Kagan è autore di “Insurrezione” (Linkiesta Books).

 

 

“Sos Geopolitica”, l’Occidente non fa

 mai tesoro degli errori e degli orrori.

 Lagazzettadelmezzogiorno.it - Luigi Cazzato – (22 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

L'editoriale di Luigi Cazzato: «Sos Geopolitica, l’Occidente non fa mai tesoro degli errori e degli orrori».

Siamo di fronte a una nuova fase storica imperiale e coloniale che fa a

Grande confusione sotto il cielo, la situazione dovrebbe essere eccellente?

A Davos, sulla Alpi svizzere, l’America di Trump vuole sostituire l’assetto mondiale figlio del dopoguerra con quello del «Board of Peace», una sorta di nuova ONU simile più a un club privato con entrata a gettone che a un organismo frutto di un diritto internazionale condiviso.

L’America di Trump vuole suddividere il mondo in zone di influenza.

 Per dirla in modo brusco:

 il continente americano tutto agli americani, il continente asiatico ai russi e ai cinesi, con la debole e antica Europa (la vecchia genitrice di America e Russia insieme?) spartita fra l’una e l’altra sfera.

 In questo caso «Occidente» vorrebbe dire solo America poiché la sua culla storica, l’Europa, ne verrebbe espunta.

Insomma, siamo di fronte a una nuova fase storica imperiale e coloniale che fa a meno delle maschere retoriche del passato.

 

Un po’ di storia.

Durante la modernità, al lungo processo di colonizzazione europeo (specialmente britannico e francese), attuato sotto la bandiera della missione civilizzatrice, è corrisposto un processo anti-coloniale di de-colonizzazione, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, al quale è seguito un tentativo di ri-colonizzazione.

 Un esempio è il Congo belga, colonia privata del crudele Re Leopoldo, il quale dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1960 fu ri-colonizzato, eliminando il leader liberatore Lumumba e mettendo sotto il controllo di una multinazionale franco-belga le risorse del paese.

 

La risposta al processo di liberazione intrapreso dal Terzo Mondo dopo la Seconda guerra mondiale è stata la sua neo-colonizzazione da parte di USA (Primo mondo) e URSS (Secondo mondo):

 i primi sotto il vessillo della libertà, i secondi sotto quello dell’uguaglianza, in concorrenza fra di loro per il primato sul pianeta e il controllo della normalità colonialista.

Cioè le leve epistemiche, prima che economiche e militari, del discorso coloniale.

Dopo caduta del muro di Berlino nel 1989, ex Primo ed ex Secondo mondo, non si vogliono rassegnare a perdere questo controllo.

Che è una delle cause della guerra in Ucraina.

 

Arrivano quindi i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che provano ad attivare il processo di de-occidentalizzazione del pianeta.

Non è un caso che Russia, Cina e Iran stiano tenendo esercitazioni navali congiunte in Sudafrica.

Come non è un caso che questi siano più o meno gli stessi paesi contro cui vengono assestati i dazi americani più alti, dopo che la sbornia della cosiddetta globalizzazione ha cominciato a inebriare più i mercati orientali che quelli occidentali.

 

La risposta, soprattutto americana, è ri-occidentalizzare il mondo.

 Da qui il sostegno al genocidio di Israele a Gaza (per non perdere lo storico controllo sul Medio Oriente), la cattura corsara di Maduro (per riprendere il controllo del petrolio venezuelano dopo la sua nazionalizzazione da parte di Hugo Chavez nel 2008) e il possibile intervento definitivo in Iran, a «difesa del popolo iraniano» (per eliminare l’ultimo grande ostacolo al controllo delle cospicue risorse energetiche iraniane nazionalizzate dal leader persiano Mossadeq nel 1953).

 

Di questo si tratta.

 Un nuovo grande tentativo di colonizzazione, una ri-colonizzazione e ri-occidentalizzazione, che ricorda il processo storico addirittura pre-Ottocento, quando non occorreva indossare solenni maschere per giustificare la conquista coloniale.

 Come invece è avvenuto nel primo e soprattutto secondo ‘900 con la maschera dell’esportazione dello sviluppo o della democrazia.

 

Gli USA adesso stanno facendo ri-vedere il volto più feroce e vero del dominio imperiale.

 Non occorrono ipocrite giustificazioni:

 «Prenderemo la Groenlandia, in un modo o nell'altro», dichiara Trump. Quella Groenlandia che è anch’essa una ex-colonia europea, oggi territorio autonomo all'interno del Regno di Danimarca.

Col paradosso, uno dei tanti, che è Trump, di origine tedesca e scozzese, a ricordare ai danesi che sbarcare lì due secoli fa non consente loro di avere dei diritti su quella terra.

 

È interessante notare la differenza delle reazioni europee di fronte al diritto internazionale che Trump ha fatto diventare carta straccia, sostituendolo con la carta personale della propria moralità.

Meloni lo giustifica goffamente con la retorica della difesa della sicurezza nazionale.

Macron, forse ancor più goffamente, lo contrasta con l’accusa di neo-colonialismo, mentre tanti Paesi africani usano ancora il franco come moneta nazionale.

Qui sta la differenza fra il debole imperialismo italiano e quello forte francese.

 Il risultato?

 La fine del progetto dell’Europa unita come vogliono i neocon americani, con Orban che sta con Putin e Meloni con Trump.

Si tratta, dunque, di cose già viste e riviste nella storia della modernità, una lunga storia in cui russi, indiani, arabi, cinesi, africani hanno conosciuto l’Occidente come il continuo aggressore, direbbe lo storico “Tonde”, checché ne pensino i suoi strenui difensori.

 

C’è da chiedersi se, dopo cinque secoli di dominio, questo tentativo di «fare di nuovo grande l’Occidente americano» senza la madrepatria europea riuscirà.

 Oppure sarà solo l’ultimo colpo di coda o canto del cigno («ultimo atto» lo chiama Luciano Canfora) di una «civiltà» destinata a farsi da parte, come è sempre successo nella storia dell’umanità.

 

Davanti a noi, soprattutto noi Europei, c’è però una scelta: farci da parte riconoscendo che il tempo è arrivato, il tempo cioè di riconoscere il proprio tramonto, oppure continuare a fare finta di niente e riaccendere la miccia dei cannoni, ammesso sia mai stata spenta.

Davanti a noi, ci sarebbe soprattutto la difficile ma dirimente strada della de- colonialità, cioè la dismissione del ruolo di dominatore universale e il riconoscimento della pluri- versalità del mondo.

 Una strada ardua, utopica, forse oramai tremendamente difficile da intraprendere, visto che gli altri hanno imparato bene la nostra lezione.

 

Grande è la confusione sotto il cielo e la situazione potrebbe essere eccellente solo se l’Occidente e il mondo intero imparassero dagli errori e orrori che hanno già fin troppo conosciuto.

 

 

 

 

L’altra America a Monaco, quella

che non si arrende all’isolazionismo.

Lavocedinewyork.com – (16-2-2026) – Massimo Jaus – Redazione – ci dice:

La frattura è sempre più evidente: da una parte la Casa Bianca, dall'altra una parte significativa dell’establishment democratico.

L’altra America a Monaco, quella che non si arrende all’isolazionismo.

A Monaco non si è parlato soltanto di sicurezza, di Ucraina o di deterrenza, ma di identità politica americana.

 Di quale America rappresenti davvero Washington oggi.

Da un lato la linea della Casa Bianca, più cauta nei toni, ma sempre segnata da una visione sovranista e diffidente verso gli alleati storici.

Dall’altro, un’altra America, inquieta, critica, consapevole del danno reputazionale che questa Casa Bianca sta accumulando nelle relazioni transatlantiche.

 

Il discorso di Marco Rubio è stato accolto con applausi, parole concilianti, richiami alla civiltà comune, al legame storico con l’Europa.

Ma dietro la retorica rassicurante, molti osservatori hanno colto una continuità sostanziale con l’approccio isolazionista della Casa Bianca, solo reso più presentabile sul piano diplomatico.

La visita successiva a leader come Viktor Orbán ha rafforzato la percezione che la bussola strategica non sia cambiata, semmai solo raffinata nel linguaggio.

 

E proprio questo scarto tra forma e sostanza ha dato voce, nei corridoi del “Bayerischer Hof”, a una reazione politica che non proveniva dall’Europa, ma dagli stessi americani presenti alla conferenza.

 

Occaso-Cortez e l’avvertimento sociale.

 

Ad aprire il fronte più netto è stata la parlamentare democratica Alexandria Occaso-Cortez, che ha spostato il dibattito su un terreno meno militare e più politico, quasi sociale.

 Il suo intervento ha suonato come un monito alle élite occidentali riunite a discutere di ordine internazionale mentre, ha detto in sostanza, la classe lavoratrice continua a sentirsi tradita.

Per la deputata di New York il rischio non è soltanto geopolitico, ma interno:

se le democrazie non offrono “conquiste materiali” ai lavoratori, l’autoritarismo troverà terreno fertile.

Un messaggio che, a Monaco, è stato letto anche come una critica indiretta alla deriva isolazionista, perché un mondo più frammentato, ha sostenuto, finirebbe per essere governato da regimi che non offrono nulla ai cittadini comuni.

 

Quando ha parlato delle minacce sulla Groenlandia e delle relazioni con gli alleati, Occaso-Cortez ha pronunciato una frase che ha riecheggiato tra i delegati europei:

la stragrande maggioranza degli americani non vuole vedere logorate le alleanze. Non è solo una posizione politica, ma un tentativo di separare il Paese reale dalla sua attuale leadership.

 

Newsroom e il danno percepito dagli alleati.

Se Occaso-Cortez ha parlato al cuore sociale del problema, Gavin Newsroom ha toccato quello diplomatico.

 Nei colloqui informali, il governatore della California ha registrato un sentimento diffuso tra i leader europei, la convinzione che gli Stati Uniti siano diventati inaffidabili, e che il danno all’alleanza transatlantica possa essere persino irreversibile.

“Ci vedono come una palla da demolizione”, ha ammesso, con una franchezza rara per un politico americano in un contesto internazionale. Non un attacco diretto alla Casa Bianca, ma una diagnosi del clima politico che si respira fuori dagli Stati Uniti.

 E allo stesso tempo una promessa implicita, quella di un’America che potrebbe tornare a una postura più cooperativa.

 

Newsroom, come altri democratici presenti, non si è limitato a criticare. Ha cercato di rassicurare gli interlocutori europei, insistendo sul fatto che il rapporto con l’Europa può ancora essere riparato, anche se ormai serviranno anni, forse generazioni, per ricostruire la fiducia.

 

Clinton, Kelly e il coro della diffidenza.

 

Il disagio non si è fermato ai governatori o alla nuova generazione progressista.

Anche figure storiche del Partito Democratico, come Hillary Clinton, hanno osservato con crescente preoccupazione il mutamento della politica estera americana, interpretandolo come una rottura con il ruolo tradizionale di guida dell’Occidente.

 

Il senatore “Mark Kelly” ha usato parole ancora più dure, sintetizzando in una frase la percezione che aleggiava tra le delegazioni:

 gli alleati non si fidano più degli Stati Uniti.

Una constatazione che a Monaco è stata ripetuta più volte, quasi sottovoce, nei panel e nei colloqui riservati.

Secondo Kelly, mentre a Monaco si applaudiva formalmente il discorso di Rubio, a Mosca e Pechino si aprivano le bottiglie di champagne.

 

È un’immagine retorica, ma efficace, che descrive il timore di una leadership americana percepita come intermittente, selettiva, ideologicamente orientata più verso alcuni governi sovranisti europei che verso le storiche capitali atlantiche.

 

L’America che resta atlantica.

 

Accanto a loro si sono mossi anche altri esponenti democratici, da Chris Murphy a Jason Crow, fino a figure emergenti come Gretchen Whisker e Ruben Gallego, tutti accomunati da un obiettivo politico preciso: dimostrare agli alleati che l’America non coincide interamente con la linea della Casa Bianca.

Molti di loro sono arrivati a Monaco nonostante la delegazione ufficiale del Congresso fosse stata ridimensionata, quasi come una missione parallela, non diplomatica ma politica.

Un gesto simbolico, che dice molto del momento storico:

parlamentari che cercano di rassicurare gli alleati su un futuro americano diverso, mentre il presente resta segnato da ambiguità strategiche.

 

In questo contesto, anche il tono più morbido di Rubio è apparso, agli occhi dei democratici, come un tentativo di gestione dell’immagine più che un cambio di rotta.

 

Una frattura che guarda alle “Mid Term”.

 

Sul fondo resta una consapevolezza condivisa tra i democratici presenti: la politica estera è ormai intrecciata con la battaglia interna americana. Con l’approvazione di Trump in calo e le “Mid Term” all’orizzonte, Monaco è diventata anche una vetrina elettorale, oltre che diplomatica.

 

Non a caso molti dei protagonisti di questa “altra America” sono anche possibili candidati del futuro, e parlano già come se dovessero ricostruire un rapporto con gli alleati dopo una stagione di diffidenza.

È una narrazione che prova a distinguere tra governo e Paese, tra linea ufficiale e sentimento popolare.

Alla fine, la conferenza ha restituito un’immagine chiara:

 l’isolazionismo della Casa Bianca non è condiviso da tutti gli americani presenti a Monaco.

È stato, piuttosto, contestato, smussato, contraddetto.

 

Un’America meno rumorosa, forse meno potente nelle decisioni immediate, ma ancora profondamente legata all’idea di un ordine internazionale condiviso.

Un’America che parla sottovoce nei corridoi diplomatici, mentre la politica ufficiale continua a cambiare tono, senza cambiare davvero direzione.

(Massimo Jaus).

 

 

 

 

 

 

Noi americani saremo sempre

figli dell’Europa. Parola di Marco Rubio.

Starmag.it -Mondo – Redazione start magazine- (15-02-2026) – Marco Rubio – ci dice:

Il testo integrale dell'intervento del Segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, tenuto a Monaco tradotto da Dario D'Angelo su” X”.

Il testo integrale dell’intervento del Segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, tenuto all’interno della sala conferenze del Bayerischer Hof Hotel di Monaco, tradotto da Dario D’Angelo.

“Ci riuniamo qui oggi come membri di un’alleanza storica, un’alleanza che ha salvato e cambiato il mondo.

Sapete, quando questa conferenza ebbe inizio nel 1963, una nazione – anzi, un continente – era diviso contro sé stesso.

 

La linea tra comunismo e libertà attraversava il cuore della Germania. Le prime recinzioni di filo spinato del Muro di Berlino erano state erette appena due anni prima.

 E solo pochi mesi prima di quella prima conferenza, prima che i nostri predecessori si incontrassero qui, qui a Monaco, la crisi dei missili di Cuba aveva portato il mondo sull’orlo della distruzione nucleare.

Mentre la Seconda guerra mondiale era ancora viva nella memoria degli americani e degli europei, ci trovavamo sull’orlo di una nuova catastrofe globale, una catastrofe con il potenziale di una nuova forma di distruzione, più apocalittica e definitiva di qualsiasi cosa mai vista prima nella storia dell’umanità.

 

Al tempo di quel primo incontro, il comunismo sovietico era in avanzata.

Migliaia di anni di civiltà occidentale erano in bilico.

 Allora, la vittoria era tutt’altro che certa. Ma eravamo animati da uno scopo comune. Eravamo uniti non solo da ciò contro cui combattevamo. Eravamo uniti da ciò per cui combattevamo. E insieme, Europa e America prevalsero. E un continente fu ricostruito. I nostri popoli prosperarono.

 

Col tempo, i blocchi orientale e occidentale furono riunificati.

 La civiltà tornò a essere unita. Quel famigerato muro che aveva diviso questa nazione in due cadde, e con esso un impero malvagio.

 E l’Est e l’Ovest tornarono a essere uno.

 

Ma l’euforia di quel trionfo ci portò a una pericolosa illusione:

 che fossimo entrati, cito, nella “fine della storia”;

che ogni nazione sarebbe ormai diventata una democrazia liberale;

che i legami creati dal commercio e dagli scambi avrebbero sostituito il concetto stesso di nazione;

 che l’ordine globale basato sulle regole – un termine abusato – avrebbe sostituito gli interessi nazionali;

e che avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo.

 

Questa era un’idea sciocca che ignorava sia la natura umana sia le lezioni di oltre 5.000 anni di storia documentata dell’umanità.

E ci è costata cara.

In questa illusione, abbiamo abbracciato una visione dogmatica del libero commercio senza freni, mentre alcune nazioni proteggevano le proprie economie e sovvenzionavano le proprie aziende per minare sistematicamente le nostre, chiudendo i nostri stabilimenti, causando la deindustrializzazione di ampie parti della nostra società, trasferendo milioni di posti di lavoro della classe operaia e della classe media all’estero e consegnando il controllo delle nostre catene di approvvigionamento critiche sia ad avversari sia a rivali.

 

Abbiamo progressivamente esternalizzato la nostra sovranità a istituzioni internazionali, mentre molte nazioni investivano in massicci stati assistenziali a scapito del mantenimento della capacità di difendersi.

Questo, mentre altri Paesi hanno investito nel più rapido rafforzamento militare della storia dell’umanità e non hanno esitato a usare il potere duro per perseguire i propri interessi.

 

Per compiacere il culto del clima, ci siamo imposti politiche energetiche che stanno impoverendo i nostri popoli, mentre i nostri concorrenti sfruttano petrolio, carbone, gas naturale e qualsiasi altra risorsa, non solo per alimentare le loro economie, ma per usarle come leva contro le nostre.

 

E nella ricerca di un mondo senza confini, abbiamo aperto le nostre porte a un’ondata senza precedenti di immigrazione di massa che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro dei nostri popoli.

Abbiamo commesso questi errori insieme.

E ora, insieme, dobbiamo ai nostri popoli di affrontare questi fatti e andare avanti per ricostruire.

Sotto il presidente Trump, gli Stati Uniti d’America torneranno ad assumersi il compito del rinnovamento e della restaurazione, guidati da una visione di un futuro orgoglioso, sovrano e vitale quanto il passato della nostra civiltà.

 

E sebbene siamo pronti, se necessario, a farlo da soli, la nostra preferenza ed è la nostra speranza sono di farlo insieme a voi, ai nostri amici qui in Europa.

Per gli Stati Uniti e l’Europa, apparteniamo gli uni agli altri.

L’America è stata fondata 250 anni fa, ma le sue radici sono iniziate qui, su questo continente, molto prima.

Gli uomini che si stabilirono e costruirono la nazione in cui sono nato arrivarono sulle nostre coste portando con sé i ricordi, le tradizioni e la fede cristiana dei loro antenati come un’eredità sacra, un legame indissolubile tra il Vecchio e il Nuovo Mondo.

 

Noi siamo parte di un’unica civiltà, la civiltà occidentale.

Siamo legati gli uni agli altri dai vincoli più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, eredità, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri padri hanno compiuto insieme per la civiltà comune della quale siamo divenuti eredi.

Ed è per questo che noi americani possiamo talvolta apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. È per questo che il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa.

 

Il motivo, amici miei, è che ci importa profondamente.

Ci importa profondamente del vostro futuro e del nostro.

E se a volte siamo in disaccordo, i nostri disaccordi nascono dal nostro profondo senso di preoccupazione per un’Europa alla quale siamo legati.

Non solo economicamente, non solo militarmente: siamo legati spiritualmente e culturalmente.

 

Vogliamo che l’Europa sia forte.

 Crediamo che l’Europa debba sopravvivere, perché le due grandi guerre del secolo scorso sono per noi un costante promemoria storico che, in ultima analisi, il nostro destino è e sarà sempre intrecciato al vostro. Perché sappiamo che il destino dell’Europa non sarà mai irrilevante per il nostro.

 

La sicurezza nazionale, di cui questa conferenza si occupa in larga parte, non è semplicemente una serie di questioni tecniche.

 Quanto spendiamo per la difesa o dove e come la dispieghiamo sono domande importanti, lo sono davvero.

 Ma non sono quella fondamentale.

La domanda fondamentale che dobbiamo porci fin dall’inizio è: che cosa stiamo esattamente difendendo?

 

Perché gli eserciti non combattono per astrazioni.

Gli eserciti combattono per un popolo.

Gli eserciti combattono per una nazione. Gli eserciti combattono per uno stile di vita.

 Ed è questo che stiamo difendendo.

 

Una grande civiltà che ha ogni motivo di essere orgogliosa della propria storia, fiduciosa nel proprio futuro e determinata a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico.

È stato qui, in Europa, che sono nate le idee che hanno piantato i semi della libertà e cambiato il mondo.

È stato qui che il mondo ha ricevuto lo Stato di diritto, le università e la rivoluzione scientifica.

È questo continente che ha prodotto il genio di Mozart e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e da Vinci. Dei Beatles e dei Rolling Stones.

Ed è questo il luogo dove le volte della Cappella Sistina e le guglie svettanti delle grandi cattedrali testimoniano non solo la grandezza del nostro passato o il Dio che ha ispirato tali meraviglie.

Prefigurano le meraviglie che ci attendono nel nostro futuro.

 Ma solo se saremo senza complessi riguardo alla nostra eredità e orgogliosi di questa comune appartenenza, potremo insieme iniziare il lavoro di immaginare e plasmare il nostro futuro economico e politico.

 

La deindustrializzazione non è stata inevitabile.

 È stata una scelta politica consapevole, un’impresa economica durata decenni che ha spogliato le nostre nazioni della loro ricchezza, della loro capacità produttiva e della loro indipendenza.

La perdita della sovranità sulle nostre catene di approvvigionamento non è stata il risultato di un sistema commerciale globale prospero e sano.

 È stata una trasformazione sciocca ma volontaria della nostra economia che ci ha resi dipendenti dagli altri per i nostri bisogni e pericolosamente vulnerabili alle crisi.

 

L’immigrazione di massa non è stata, e non è, una preoccupazione marginale di scarsa importanza.

È stata e continua a essere una crisi che sta trasformando e destabilizzando le società in tutto l’Occidente.

 

Insieme possiamo reindustrializzare le nostre economie e ricostruire la nostra capacità di difendere i nostri popoli.

 Ma il lavoro di questa nuova alleanza non dovrebbe concentrarsi solo sulla cooperazione militare e sul recupero delle industrie del passato. Dovrebbe anche concentrarsi sull’avanzamento dei nostri interessi comuni verso nuove frontiere, liberando il nostro ingegno, la nostra creatività e il nostro spirito dinamico per costruire un nuovo secolo occidentale.

 

Il turismo spaziale commerciale e l’intelligenza artificiale all’avanguardia, l’automazione industriale e la manifattura flessibile, la creazione di una catena di approvvigionamento occidentale per i minerali critici non vulnerabile al ricatto di altre potenze, e uno sforzo unificato per competere per quote di mercato nelle economie del Sud globale.

Insieme possiamo non solo riprendere il controllo delle nostre industrie e delle nostre catene di approvvigionamento, ma prosperare nei settori che definiranno il XXI secolo.

 

Ma dobbiamo anche riprendere il controllo delle nostre frontiere nazionali.

Controllare chi e quante persone entrano nei nostri Paesi non è un’espressione di xenofobia.

Non è odio.

 È un atto fondamentale di sovranità nazionale.

 E il fallimento nel farlo non è solo un’abdicazione di uno dei nostri doveri più elementari verso il nostro popolo.

È una minaccia urgente al tessuto delle nostre società e alla sopravvivenza stessa della nostra civiltà.

E infine, non possiamo più porre il cosiddetto ordine globale al di sopra degli interessi vitali dei nostri popoli e delle nostre nazioni.

 Non dobbiamo abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato, né smantellare le istituzioni globali dell’ordine precedente che abbiamo costruito insieme.

Ma devono essere riformate. Devono essere ricostruite.

 

Per esempio, le Nazioni Unite hanno ancora un enorme potenziale per essere uno strumento di bene nel mondo, ma non possiamo ignorare che oggi, sulle questioni più urgenti che abbiamo davanti, non hanno risposte e non hanno svolto praticamente alcun ruolo.

Non hanno potuto risolvere la guerra a Gaza.

 È stata invece la leadership americana a liberare ostaggi dai barbari e a ottenere una fragile tregua.

 

Non hanno risolto la guerra in Ucraina.

 È stata necessaria la leadership americana, in partnership con molti dei Paesi qui presenti oggi, anche solo per portare le due parti al tavolo dei negoziati alla ricerca di una pace ancora sfuggente.

Sono state impotenti nel contenere il programma nucleare dei radicali sciiti a Teheran.

Ci sono volute 14 bombe sganciate con precisione da bombardieri americani B-2.

Non sono state in grado di affrontare la minaccia alla nostra sicurezza rappresentata da un dittatore narco-terrorista in Venezuela.

È stato necessario l’intervento delle forze speciali americane per consegnare questo fuggitivo alla giustizia.

 

In un mondo perfetto, tutti questi problemi e molti altri sarebbero risolti dai diplomatici e da risoluzioni dal linguaggio severo.

Ma non viviamo in un mondo perfetto.

E non possiamo continuare a permettere che coloro che minacciano apertamente i nostri cittadini e mettono in pericolo la stabilità globale si proteggano dietro astrazioni di diritto internazionale che essi stessi violano abitualmente.

 

Questo è il percorso che il presidente Trump e gli Stati Uniti hanno intrapreso.

 È il percorso che chiediamo a voi qui in Europa di percorrere con noi.

È il percorso che abbiamo già fatto insieme in passato e che speriamo di percorrere di nuovo insieme.

 

Per cinque secoli prima della fine della Seconda guerra mondiale, l’Occidente era stato in espansione.

I suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, insediarsi in nuovi continenti, costruire vasti imperi estesi in tutto il globo.

 

Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione.

 L’Europa era in rovina.

Metà di essa viveva dietro una Cortina di Ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto.

 I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e da sollevazioni anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e avrebbero steso la falce e il martello rossi su vaste porzioni della mappa negli anni a venire.

 

In quel contesto, allora come oggi, molti arrivarono a credere che l’epoca del predominio occidentale fosse giunta alla fine e che il nostro futuro fosse destinato a essere una pallida e debole eco del nostro passato.

Ma insieme, i nostri predecessori riconobbero che il declino era una scelta, ed era una scelta che rifiutarono di compiere.

Questo è ciò che facemmo insieme una volta, ed è ciò che il presidente Trump e gli Stati Uniti vogliono fare di nuovo ora, insieme a voi.

Ed è per questo che non vogliamo alleati deboli, perché ciò ci rende più deboli.

 Vogliamo alleati che possano difendersi da soli, affinché nessun avversario sia mai tentato di mettere alla prova la nostra forza collettiva.

 

È per questo che non vogliamo alleati incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna.

Vogliamo alleati orgogliosi della loro cultura e della loro eredità, che comprendano di essere eredi della stessa grande e nobile civiltà e che insieme a noi siano disposti e capaci di difenderla.

Ed è per questo che non vogliamo alleati che razionalizzino uno status quo rotto invece di fare i conti con ciò che è necessario per sistemarlo.

Perché noi in America non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del declino gestito dell’Occidente.

Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana.

Ciò che vogliamo è un’alleanza rinvigorita che riconosca che ciò che ha afflitto le nostre società non è solo un insieme di cattive politiche, ma un malessere fatto di mancanza di speranza e di compiacimento.

L’alleanza che vogliamo è un’alleanza che non sia paralizzata nell’inazione dalla paura – paura del cambiamento climatico, paura della guerra, paura della tecnologia.

 

Al contrario, vogliamo un’alleanza che corra audacemente verso il futuro.

E l’unica paura che abbiamo è la paura della vergogna di non lasciare ai nostri figli nazioni più orgogliose, più forti e più ricche.

 Un’alleanza pronta a difendere i nostri popoli, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d’azione che ci consente di plasmare il nostro destino.

Non un’alleanza che esista per gestire uno stato sociale globale e per espiare i presunti peccati delle generazioni passate.

 

Un’alleanza che non permetta che il proprio potere venga esternalizzato, limitato o subordinato a sistemi al di fuori del proprio controllo.

Un’alleanza che non dipenda da altri per le necessità critiche della propria vita nazionale.

E che non mantenga la falsa pretesa che il nostro stile di vita sia soltanto uno tra i tanti, per poi chiedere il permesso prima di agire.

 E soprattutto, un’alleanza fondata sul riconoscimento che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme qualcosa che è unico, distintivo e insostituibile.

Perché questa, dopotutto, è la vera base del legame transatlantico.

 

Agendo insieme in questo modo, non solo contribuiremo a recuperare una politica estera sensata, ma ritroveremo un chiaro senso di noi stessi. Ritroveremo il nostro posto nel mondo.

E così facendo, respingeremo e dissuaderemo le forze che oggi minacciano l’America e l’Europa allo stesso modo.

 

Così, in un tempo in cui i titoli annunciano la fine dell’era transatlantica, sia chiaro a tutti che questo non è né il nostro obiettivo né il nostro desiderio.

Perché per noi americani, la nostra casa può trovarsi nell’emisfero occidentale, ma saremo sempre figli dell’Europa.

La nostra storia è iniziata con un esploratore italiano che si avventurò nel grande ignoto per scoprire un nuovo mondo, portò il cristianesimo nelle Americhe e divenne la leggenda che ha definito l’immaginazione della nostra nazione pioniera.

 

Le nostre prime colonie furono fondate da coloni inglesi ai quali dobbiamo non solo la lingua che parliamo, ma l’intero nostro sistema politico e giuridico.

Le nostre frontiere furono plasmate dagli scozzesi-irlandesi, quel fiero e resistente clan delle colline dell’Ulster che ci ha dato Davy Crockett, Mark Twain, Teddy Roosevelt e Neil Armstrong.

 

Il nostro grande cuore industriale del Midwest fu costruito da agricoltori e artigiani tedeschi che trasformarono pianure vuote in una potenza agricola globale.

E, a proposito, migliorarono drasticamente la qualità della birra americana!

 

La nostra espansione verso l’interno seguì le orme dei commercianti di pellicce e degli esploratori francesi, i cui nomi, tra l’altro, adornano ancora oggi i cartelli stradali e i nomi delle città lungo tutta la valle del Mississippi.

I nostri cavalli, i nostri ranch, i nostri rodei, l’intero romanticismo dell’archetipo del cowboy che è diventato sinonimo dell’Ovest americano – tutto questo nacque in Spagna.

 

E la nostra città più grande e iconica si chiamava “New Amsterdam” prima di chiamarsi “New York”.

E sapete che nell’anno in cui il mio Paese fu fondato, Lorenzo e Catalina Geroldi vivevano a Casale Monferrato nel Regno di Piemonte-Sardegna. E José e Manuel Arena vivevano a Siviglia, in Spagna.

 

Non so cosa, se qualcosa, sapessero delle 13 colonie che avevano ottenuto l’indipendenza dall’Impero britannico.

Ma di una cosa sono certo: non avrebbero mai potuto immaginare che 250 anni dopo, uno dei loro discendenti diretti sarebbe tornato qui oggi su questo continente come capo diplomatico di quella giovane nazione.

Eppure eccomi qui, con la mia stessa storia a ricordarmi che le nostre storie e i nostri destini saranno sempre legati.

Insieme abbiamo ricostruito un continente devastato all’indomani di due guerre mondiali distruttive.

 

Quando ci siamo trovati divisi ancora una volta dalla Cortina di Ferro, l’Occidente libero ha unito le braccia con i coraggiosi dissidenti che lottavano contro la tirannia a Est per sconfiggere il comunismo sovietico.

Abbiamo combattuto gli uni contro gli altri, poi ci siamo riconciliati, poi abbiamo combattuto, poi ci siamo riconciliati di nuovo.

E abbiamo versato sangue e siamo morti fianco a fianco sui campi di battaglia, da Kapyiong a Kandahar.

 

E sono qui oggi per chiarire che l’America sta tracciando la rotta per un nuovo secolo di prosperità e che, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, i nostri cari alleati e i nostri più vecchi amici.

Vogliamo farlo insieme a voi, con un’Europa orgogliosa della propria eredità e della propria storia, con un’Europa che abbia lo spirito di creazione e di libertà che ha mandato navi in mari inesplorati e ha dato vita alla nostra civiltà, con un’Europa che abbia i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere.

Dovremmo essere orgogliosi di ciò che abbiamo realizzato insieme nel secolo scorso.

Ma ora dobbiamo affrontare e abbracciare le opportunità di quello nuovo.

Perché ieri è finito. Il futuro è inevitabile.

 E il nostro destino, insieme, ci attende.

Grazie”.

 

 

 

Un anno di Trump: l’Occidente

non è più lo stesso.

Ispionline.it – (19 gennaio 2026) – Alessia de Luca – Redazione – Relazioni Transatlantiche - ci dice:

In dodici mesi Donald Trump ha portato le relazioni transatlantiche al punto di rottura.

 La crisi sulla Groenlandia è lo spartiacque che costringe l’Europa alla fermezza strategica.

È passato un anno dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, insediatosi il 20 gennaio del 2025.

 Ed è stato sufficiente per precipitare le relazioni transatlantiche al livello più basso mai raggiunto e sprofondare la Nato in una crisi esistenziale.

Per un anno i leader europei hanno sperimentato diverse strade, dall’adulazione alla sottomissione, ma ormai è evidente che il presidente americano rispetta solo chi gli tiene testa.

 Usando toni sempre più minacciosi, ha reso chiaro agli alleati che non intende fare marcia indietro sulla Groenlandia il cui possesso, afferma, è essenziale per la sicurezza nazionale americana.

Domenica ha annunciato nuovi dazi, del 10% contro otto Paesi europei tra i quali Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Svezia, ‘colpevoli’ di aver inviato alcune decine di militari sull’isola artica a supporto della sovranità danese (i dazi salirebbero poi al 25% se entro il primo giugno non dovessero fare un passo indietro).

 A nulla sono valse precisazioni e distinguo di chi ha fatto notare che il gesto europeo era stato frainteso e che le truppe in questione erano state inviate nell’ambito di un’esercitazione per rafforzare la sicurezza artica.

“Gli Stati Uniti proiettano forza, l’Europa solo debolezza”, ha tagliato corto “Stephen Miller”, consigliere della Casa Bianca ed eminenza grigia della dottrina ‘America First’ applicata alla politica estera.

Per l’Europa è arrivato il momento di una scelta di campo tra il vassallaggio verso cui la spinge Trump e un’emancipazione dolorosa. Contrariamente ai timori degli ultimi mesi, questo momento non è arrivato in seguito alle divergenze tra Washington e Bruxelles sulla guerra in Ucraina, ma per la Groenlandia, oggetto di brame imperialiste.

Ciò non cambia il fatto che la posta in gioco di questo braccio di ferro tra le due sponde dell’Atlantico sia esistenziale per il futuro del continente.

 

Europa costretta alla fermezza?

L’annuncio di sanzioni commerciali volte a forzare la cessione della Groenlandia – un territorio sotto sovranità della Danimarca, paese membro dell’Ue, protetto dalla Nato – suggerisce che la strategia europea di appeasement nei confronti del presidente degli Stati Uniti sia fallita.

L’ennesima minaccia contro il continente ha avuto l’effetto di unire l’intero arco del Parlamento europeo nella decisione di non ratificare l’accordo commerciale firmato l’estate scorsa dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, una mossa che potrebbe accendere la miccia di una guerra commerciale transatlantica.

 La ragione implicita per accettare l’intesa – che molti avevano definito ‘iniqua’ – era la speranza che avrebbe garantito stabilità nelle relazioni con gli Stati Uniti e che questi avrebbero continuato a sostenere l’Ucraina.

 Oggi, tuttavia, il rischio di veder violata la propria sovranità territoriale costringe l’Europa alla fermezza.

Accettare l’annessione della Groenlandia pur di non compromettere i rapporti con Washington sarebbe da parte dei 27 una scelta suicida: Cina e Russia la interpreterebbero come una resa, annullando ogni ambizione per l’Ue di ricoprire un ruolo geopolitico e alimentando dubbi sul suo impegno nei confronti di Kiev.

 

Un futuro post-Usa?

Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di usare per la prima volta lo strumento anti-coercizione europeo (ICE), concepito per difendersi dalla Cina ma potenzialmente utile anche per permettere ai 27 di resistere alle pressioni statunitensi.

Il regolamento, definito come il “grande bazooka”, consentirebbe all’Ue – con il consenso di almeno il 55% degli Stati membri, che rappresentino il 65% della popolazione – di imporre ampie restrizioni su beni e servizi statunitensi, sospendere gli investimenti o le tutele della proprietà intellettuale.

La Commissione potrebbe quindi emanare un elenco di dazi di ritorsione su circa 93 miliardi di euro di merci provenienti dagli Stati Uniti, che aveva preparato in risposta agli aumenti tariffari americani della scorsa primavera.

 Anche se nelle prossime ore, con la partecipazione di Trump al “World Economic Forum” di Davos, si fa strada la possibilità di colloqui faccia a faccia tra la parte europea e quella americana, cresce l’urgenza di avviare rapidamente discussioni su una nuova architettura di sicurezza europea.

Il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, ha convocato in tutta fretta un vertice di emergenza nei prossimi giorni per calibrare una risposta alle minacce alla Groenlandia, ma la discussione potrebbe spaziare ben oltre.

 

L’ora della verità?

Finora, Trump non si è mai trovato davvero di fronte a una volontà europea compatta e determinata nel contrastarlo.

 Eppure, quando è stato messo davanti a un rapporto di forza credibile, ha già fatto marcia indietro: è successo con Canada, Messico e Cina.

“Trump è spesso costretto a ritirare le sue minacce man mano che le circostanze evolvono”, osserva “Daniel Fried”, ex ambasciatore statunitense e membro dell’”Atlantic Council”.

 “I suoi alleati europei e il Congresso americano hanno una leva – se decidono di usarla”.

Anche all’interno del Partito Repubblicano emergono segnali di resistenza:

alcuni membri del Congresso hanno avvertito che prenderebbero in considerazione l’impeachment qualora Trump tentasse un’azione militare contro la Groenlandia.

È vero anche che molte minacce del presidente si sono già rivelate prive di seguito – dai dazi del 100% sui film prodotti all’estero a quelli del 200% sullo champagne, fino al recente annuncio di un’imposta del 25% su chi commercia con l’Iran – ma il punto resta.

L’idea che non valga la pena rischiare l’alleanza transatlantica per opporsi a Trump è essa stessa un fattore di rischio.

Tra gli esiti più pericolosi c’è infatti la disintegrazione dell’alleanza occidentale, Nato compresa.

Per preservarne almeno quello che resta, la strategia migliore potrebbe essere far capire a Trump che con la Groenlandia può anche guadagnare un’isola.

Ma rischia di perdere un continente.

 

 

 

 

Rubio "risponde” a Merz:

se l’Europa non apre gli occhi

l’intero Occidente è finito.

Epochtimes.it – Redazione ETI – (15 febbraio 2026) – ci dice:

 

Il ritorno al controllo dell'immigrazione e alla sovranità industriale sono l'unica via per non autodistruggersi.

L'attuale divisione fa gioco solo ai nemici della civiltà occidentale, ovvero la dittatura cinese e i suoi alleati, dice il capo della diplomazia statunitense.

Europa e Stati Uniti devono e possono riunirsi tornando alle politiche di "buon senso" che per quattro decenni hanno portato all'Occidente il periodo di maggiore benessere e pace della Storia.

Il ministro degli Esteri americano Marco Rubio a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, a Monaco di Baviera, Germania, 14 febbraio 2026.

 

Il ministro degli Esteri statunitense Marco Rubio ha assicurato alla “Conferenza sulla Sicurezza di Monaco” che Washington non abbandonerà la Nato, ma ha invocato, al contempo, un’alleanza atlantica rinnovata, orientata al rilancio nazionale, a controlli più rigidi alle frontiere e al ritorno della forza industriale e militare.

Nel suo intervento, il ministro ha rassicurato i governi europei fortemente preoccupati dalle tensioni su commercio, spesa per la difesa e, in alcuni casi, dalle critiche mosse dagli Stati Uniti verso la Nato.

Al tempo stesso ha chiarito che l’impegno americano sarà focalizzato su un «rinnovamento civile», che chiama l’Europa a rafforzare le proprie difese e a rivedere fortemente le proprie politiche su migrazione, clima e globalizzazione economica.

Il capo della diplomazia americana, pur riconoscendo il ruolo dell’alleanza transatlantica nell’aver sconfitto l’«impero del male» sovietico, ha denunciato l’«illusione pericolosa» seguita alla fine della Guerra Fredda.

Per Rubio infatti, il concetto che la Guerra Fredda fosse finita, che ogni Paese sarebbe diventato una democrazia liberale e che l’interesse nazionale sarebbe stato assorbito da un ordine mondiale basato su regole e privo di frontiere, ha rappresentato «un’idea folle che ha ignorato la natura umana e 5 mila anni di storia dell’umanità. Una vera e propria illusione che ci è costata molto cara».

Ha poi dichiarato che l’Occidente ha abbracciato ciecamente l’ideologia dogmatica di un “commercio libero”, mentre altri Paesi hanno ben protetto le proprie economie.

 L’Europa, sottolinea Rubio, ha costantemente deindustrializzato trasferendo milioni di posti di lavoro all’estero e consegnando buona parte del proprio settore industriale a nazioni nemiche come la Repubblica Popolare Cinese.

Rubio ha poi evidenziato l’ipocrisia, come ormai è diventato particolarmente evidente, delle scellerate politiche energetiche dell’Europa, che hanno impoverito i cittadini «per assecondare un vero e proprio culto del clima», mentre, paradossalmente, il Partito comunista cinese e altri regimi hanno sistematicamente sfruttato i combustibili fossili a discapito delle economie europee e americane.

Il capo della diplomazia statunitense ha poi fortemente difeso i controlli alle frontiere, un tema sempre più preoccupante in Europa:

 «controllare i confini nazionali non è espressione di xenofobia o odio. È un atto fondamentale di sovranità nazionale.

E fallire in questo aspetto costituisce una minaccia al tessuto delle nostre società e alla sopravvivenza stessa della nostra civiltà».

Rubio ha poi spiegato alle élite europee che il «rinnovamento» dell’Occidente deve essere uno sforzo condiviso e non un’azione esclusiva degli Stati Uniti.

Pur ribadendo che gli Stati Uniti d’America sono pronti ad agire da soli, se necessario, ha presentato il programma dell’amministrazione Trump come un invito al Vecchio Continente per ricostruire insieme agli Stati Uniti l’intero Occidente, definendo gli Stati Uniti come «i figli dell’Europa», plasmati da secoli di Storia, fede, cultura, diritto e tradizioni.

 La vera sfida per l’alleanza quindi, precisa il ministro degli Esteri americano, non è solo una mera questione di “quanto spendere” per la difesa o come dispiegare le forze armate:

«gli eserciti non combattono per astrazioni, combattono per un popolo, per una nazione e per un modo di vivere dignitoso».

«Quello che noi vogliamo – conclude Rubio – è un’alleanza rivitalizzata in grado di evitare che il proprio potere venga esternalizzato, vincolato o subordinato a sistemi oltre il suo controllo».

 

 

 

La strategia del governo Meloni

contro l’immigrazione clandestina.

Epochtimes.it – Roberta Chiarello – (16 febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

La legge votata dal Parlamento europeo sui 'Paesi sicuri' dovrebbe superare lo scoglio giudiziario.

Dal Protocollo Italia-Albania al Piano Mattei, la strategia del governo Meloni per gestire i flussi migratori passa attraverso accordi bilaterali e memorandum d'intesa con i Paesi d'origine dei migranti.

La creazione di hub extraterritoriali per il trattamento delle domande d'asilo, la sottoscrizione di partenariati strategici con i Paesi che registrano il più alto numero di partenze e ingenti finanziamenti per stabilizzare le regioni interessate dal fenomeno migratorio sono i pilastri dell'approccio italiano.

(Giorgia Meloni all'assemblea dei capi di Stato e di governo dell'Unione africana al termine del secondo vertice Italia-Africa, ad Addis Abeba, 14 febbraio 2026. Foto ANSA Filippo Attili - Ufficio stampa Palazzo Chigi.)

 

Uno dei pilastri della strategia attuata dal governo di Giorgia Meloni per il contenimento dei flussi migratori consiste nella sottoscrizione di accordi bilaterali e memorandum d’intesa con le nazioni maggiormente interessate dal fenomeno, che spaziano dal bacino del Mediterraneo all’Africa subsahariana, fino all’Asia centrale e al subcontinente indiano. Sono tre le principali direttrici dell’approccio italiano:

la creazione di hub extraterritoriali per il trattamento delle domande d’asilo, la sottoscrizione di partenariati strategici con Paesi che – a patto di un più rigoroso controllo delle partenze – ricevono aiuti economici, e l’implementazione del Piano Mattei per l’Africa per stabilizzare le aree di origine e transito dei migranti.

IL PROTOCOLLO ITALIA-ALBANIA.

L’iniziativa del governo Meloni sicuramente più rilevante e dibattuta è il Protocollo tra Italia e Albania, siglato nel 2023 e ratificato nel 2024. Consiste in un meccanismo di gestione extraterritoriale delle procedure di asilo e rimpatrio, operando sotto giurisdizione italiana ma su suolo straniero.

L’accordo – dal valore di oltre 650 milioni di euro per i primi cinque anni – prevede la concessione gratuita da parte dell’Albania di due aree destinate alla realizzazione di strutture italiane:

il porto di Seongjin, dove avvengono le procedure di sbarco e identificazione, e dove le autorità italiane effettuano il primo screening dei migranti salvati in mare da navi italiane;

 c’è poi l’area di Grader – nell’entroterra – nella quale sono stati costruiti tre differenti centri:

una struttura in cui vengono accertati i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale, un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) e un’area di detenzione per i reati commessi all’interno dei centri.

Possono accedere a questi centri solo uomini adulti provenienti dai Paesi di origine considerati “sicuri”, mentre sono esclusi minori, donne e soggetti vulnerabili.

Nei centri in Albania, la capienza massima prevista è di 3 mila persone, con l’obiettivo di esaminare fino a 39 mila domande ogni anno, sebbene queste cifre siano ancora lontane dalla realtà, anche a causa dei numerosi stop giudiziari.

Una serie di sentenze della magistratura italiana, appoggiate dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha infatti ostacolato l’operatività del Protocollo Albania.

Uno stallo che dovrebbe sbloccarsi dopo che il Parlamento europeo ha approvato il nuovo” Patto su Migrazione e Asilo”, stilando per la prima volta una lista europea ufficiale di Paesi sicuri.

 Lista che comprende anche gli Stati attualmente candidati a essere ammessi nell’Ue, come l’Albania.

Allo stesso tempo, il governo italiano ha approvato in Consiglio dei ministri un nuovo disegno di legge proprio per l’attuazione del Patto europeo su Migrazione e Asilo.

GLI ACCORDI CON I PAESI AFRICANI.

Un altro importante tassello delle politiche migratorie italiane risiede nei “Partenariati Strategici e Globali” con i Paesi di partenza della rotta del Mediterraneo centrale.

Tali accordi nascono con l’obiettivo di controllare le partenze già dalle nazioni di origine dei migranti, tramite ingenti aiuti economici e investimenti infrastrutturali.

A luglio del 2023, su forte impulso dell’Italia, l’Unione europea ha firmato un “Memorandum di intesa” con la Tunisia per la cooperazione nella gestione dei flussi migratori, e – nel successivo marzo 2024 – il nostro Paese ha siglato un protocollo esecutivo per l’attuazione dell’accordo europeo.

 Il protocollo prevede l’assegnazione di 12 mila permessi di soggiorno non stagionali a lavoratori tunisini in un periodo di tre anni.

A gennaio 2026 è poi entrato in vigore un nuovo memorandum tra Italia e Tunisia, che prevede l’ingresso legale in Italia di 4 mila lavoratori tunisini non stagionali ogni anno.

 L’accordo introduce procedure semplificate per l’ottenimento di visti e permessi di soggiorno, permettendo ai lavoratori di prolungare la permanenza anche oltre la scadenza del primo contratto, qualora emergano nuove opportunità occupazionali.

Anche l’Egitto, nel 2024, ha firmato un’intesa con l’Ue per contrastare il traffico migratorio in cambio di robusti finanziamenti: 7 miliardi e 400 milioni di euro in tre anni).

Anche in questo caso, l’Italia ha integrato questo quadro con accordi bilaterali mirati non solo all’immigrazione legale, ma anche alla formazione professionale.

 Rientra nel progetto, per esempio, la cooperazione tra il ministero del Turismo e la “Scuola italiana di Ospitalità” per formare giovani egiziani nel settore turistico-alberghiero, facilitando poi il loro ingresso regolare in Italia per colmare i vuoti del mercato del lavoro nazionale.

Con la Libia, poi, l’Italia ha stipulato un memorandum nel 2017 che, nonostante le preoccupazioni espresse a vario titolo sul mancato rispetto dei diritti umani da parte delle autorità libiche, ha continuato a essere rinnovato automaticamente.

L’intesa ha validità triennale, ma è previsto che venga tacitamente rinnovata alla scadenza per un periodo equivalente, salvo notifica per iscritto di una delle due parti contraenti, almeno tre mesi prima della scadenza del periodo di validità.

L’ultimo rinnovo, per ulteriori 3 anni, è scattato lo scorso novembre.

Il “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana” prevede da una parte l’impegno dell’Italia a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera.

Dall’altra, l’Italia si impegna a fornire sostegno e finanziamento a programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione clandestina, in settori diversi, tra cui le energie rinnovabili, le infrastrutture, la sanità, i trasporti, lo sviluppo delle risorse umane, l’insegnamento, la formazione del personale e la ricerca scientifica.

Ma a fare da cornice a tutti gli accordi bilaterali del governo Meloni in materia di immigrazione con l’Africa è il Piano Mattei, presentato ufficialmente nel gennaio 2024 durante il Vertice Italia – Africa.

Giorgia Meloni ha infatti appena concluso l’ennesima visita ufficiale in Africa (gli incontri previsti nell’ambito del Piano Mattei sono varie decine). 

Scopo del Piano è costruire un rapporto «paritario e non predatorio» con le nazioni africane, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare partnership energetiche, sostenere crescita economica e infrastrutture nel continente africano e quindi anche ridurre le cause dell’immigrazione.

Gli Stati africani coinvolti erano inizialmente nove: Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Repubblica del Congo e Mozambico.

Dal 2025, si sono aggiunti Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania e Senegal.

(Roberta Chiarello).

 

 

 

XI Jinping "chiede aiuto” a Trump

e Putin.

Epochtimes.it – Redazione ETI – Alex Wu – (16 febbraio 2026) – ci dice:

 

Dopo le forze armate, il dittatore cinese inizia a perdere anche il controllo del Partito.

L’ultima epurazione di Xi Jinping ai vertici delle forze armate ha causato forte malcontento anche all’interno del Partito comunista cinese.

Per questo, secondo diversi osservatori, il capo del regime punterebbe a rafforzare la propria immagine internazionale nel tentativo di consolidare il proprio potere sul fronte interno.

 

Il segretario generale del Partito comunista cinese Xi Jinping ha avuto, il 4 febbraio, colloqui separati con Vladimir Putin e con Donald Trump, affrontando questioni di rilievo internazionale e promettendo al secondo un consistente aumento degli acquisti di prodotti agricoli statunitensi.

Secondo gli analisti, la mossa di “XI” si inserisce nel contesto delle aspre tensioni interne al Partito, seguite alla recente rimozione del generale Zhang Yuxi:

 l’iniziativa diplomatica verrebbe interpretata come un tentativo di utilizzare le relazioni estere per rafforzare la propria posizione e ottenere sostegno a livello internazionale, vista la brutta situazione sul fronte interno.

Secondo quanto riferito dallo stesso Trump, XI avrebbe promesso l’acquisto di 20 milioni di tonnellate di soia statunitense nel trimestre in corso e di ulteriori 25 milioni nel trimestre successivo, un quantitativo quasi doppio ai 25 milioni di tonnellate per l’intero 2025.

 La Cina aumenterebbe inoltre le importazioni di petrolio, gas naturale e motori aeronautici provenienti dagli Stati Uniti.

Poche ore prima della telefonata con Trump, XI aveva avuto un incontro in videoconferenza con Putin, nel quale i due avrebbero discusso del rafforzamento della cooperazione multilaterale in qualità di membri permanenti del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Diversi analisti e commentatori politici hanno osservato che, stando agli stessi comunicati del ministero degli Esteri cinese, nessuna delle due telefonate sarebbe stata richiesta dall’altra parte, il che indicherebbe un’iniziativa partita da XI Jinping, e sarebbe significativo il fatto che il capo del Partito abbia scelto di parlare con entrambi nello stesso giorno: Trump, il principale antagonista, e Putin, il più stretto alleato, entrambi in grado di incidere sulla sua posizione politica.

 

 «XI intende acquistare prodotti americani, concedendo a Trump vantaggi economici in cambio di ritorni politici.

 In questo modo, nelle sue intenzioni, rafforzerà il proprio prestigio internazionale, per stabilizzarsi di conseguenza sul fronte interno».

 Una complicata manovra resasi necessaria da un calcolo sbagliato:

 il capo del regime cinese avrebbe sottovalutato «le reazioni suscitate dall’epurazione dei generali Zhang Yuxi e Liù Zeli».

 Oltre a essersi inimicato le forze armate, infatti, il potere personale XI risulta anche avere seri problemi in seno al Partito comunista cinese, molti dirigenti del quale stanno mantenendo un preoccupante «silenzio» ed evitano di mostrare fedeltà a XI.

Diversi uffici della Commissione militare centrale e i vertici militari, a differenza di precedenti analoghi, non hanno infatti espresso alcun sostegno ufficiale all’ultima epurazione eccellente di XI Jinping.

 Questo insolito silenzio suggerisce che la vicenda non sia del tutto chiara e conferma il forte dissenso degli ambienti militari alla destituzione dei due potenti generali.

 

 

Crollano le vendite di

auto elettriche in America.

Epochtimes.it – Redazione ETI – Kevin StocK lin – (16 febbraio 2026) – ci dice:

Senza soldi pubblici le auto elettriche non si vendono.

Solo pochi anni fa i vertici delle principali case automobilistiche statunitensi annunciavano con entusiasmo la conversione all’elettrico, gli analisti prevedevano un’espansione esponenziale delle vendite ritenendo ormai prossimo il tramonto de veicoli tradizionali.

 Nel quarto trimestre del 2025, invece, si sono fermate a 234 mila unità, con un calo del 46 per cento rispetto al trimestre precedente.

 

Dopo che Donald Trump ha posto fine, nel settembre 2025, al credito d’imposta federale di 7.500 dollari per l’acquisto di veicoli elettrici, le vendite negli Stati Uniti hanno subìto un drastico calo.

Nel quarto trimestre del 2025 si sono fermate a 234 mila unità, con un calo del 46 per cento rispetto al trimestre precedente, secondo i dati diffusi da Cox Automotive.

 Anche la quota di mercato si è ridotta sensibilmente:

dal 10,5 per cento delle nuove immatricolazioni nel terzo trimestre del 2025 al 5,8 per cento nel quarto trimestre.

«Le auto elettriche cresceranno molto lentamente d’ora in avanti, a causa di un mercato saturo e di una domanda insufficiente», ha affermato l’esperto “Robert Bryce” a “Epoch Times Usa”.

Le case automobilistiche statunitensi ed europee, che – spinte dai governi – avevano puntato con decisione sulla transizione elettrica, stanno ora facendo i conti con perdite di miliardi.

Ford, General Motors, Mercedes-Benz, Stellantis e Volkswagen hanno accumulato complessivamente 140 miliardi di dollari di perdite legate all’elettrico tra il 2022 e inizio 2026.

Nel dicembre 2025 Ford ha comunicato la cancellazione del suo veicolo elettrico di punta, l’F-150 Lightning.

Dopo aver registrato perdite per 13 miliardi nella divisione elettrica dal 2023, l’azienda tramite l’amministratore delegato “Jim Farley” ha annunciato una svalutazione di 19,5 miliardi nel quarto trimestre del 2025:

«Il contesto operativo è cambiato e stiamo riallocando capitali verso aree di crescita più redditizie come il Ford Pro, i nostri camion e furgoni di punta, i modelli ibridi e lo stoccaggio energetico a batteria».

Anche Tesla ha recentemente segnalato un calo di vendite e utili virando verso il comparto della robotica, dopo il “sorpasso” del costruttore cinese “Byd” per quanto riguarda il numero di veicoli venduti nel mondo.

Da questo quadro emerge che l’auto con motore a combustione interna è tutt’altro che finito.

Per molte case automobilistiche, la scommessa sull’elettrico si è rivelata costosa, fortemente dipendente dal sostegno pubblico e vulnerabile alla concorrenza cinese.

«Il mercato dei veicoli elettrici negli Stati Uniti è nato soprattutto grazie a obblighi normativi e incentivi pubblici», ha spiegato “Paul Mueller”, economista dell’”American Institute for Economic Research”.

«Perfino Tesla non sarebbe sopravvissuta senza consistenti sussidi governativi di oltre 3 miliardi di dollari».

In base alle normative americane sulle emissioni, inasprite durante l’amministrazione Biden, i produttori di veicoli a benzina concentrati sui modelli più redditizi — come camion e Suv — sono stati costretti ad acquistare crediti dalle aziende produttrici di auto elettriche per compensare il mancato rispetto degli standard medi di consumo.

Ma anche questo meccanismo, che valeva miliardi di dollari, è stato ridimensionato dall’amministrazione Trump attraverso la legge denominata “One Big Beautiful Bill”, firmata nel luglio 2025, che ha eliminato sia il credito d’imposta di 7.500 dollari per i veicoli nuovi sia quello di 4 mila dollari per l’usato.

In Europa, invece, dove restano attivi incentivi per gli acquirenti, il mercato dell’elettrico è cresciuto del 33 per cento nel 2025.

Le auto a batteria si sono rivelate particolarmente appetibili per tragitti quotidiani brevi e possibilità di ricarica domestica.

 Come prodotto di massa, però, hanno incontrato diversi ostacoli:

 prezzi di listino elevati, autonomia insufficiente, tempi di ricarica lunghi, affidabilità e prestazioni scarse specie con il freddo e, come emerso durante recenti tempeste di neve con blackout negli Stati Uniti, difficoltà di utilizzo in situazioni di emergenza.

Dal punto di vista industriale, puntare in modo eccessivo sulle auto a batteria mette in difficoltà finanziaria le case automobilistiche occidentali sia per la perdita di competenze ingegneristiche e reputazione, costruite in decenni di esperienza nei motori a combustione, che per il controllo cinese sulle materie prime per le batterie e sui costi di produzione.

Nel 2025 le vendite di veicoli elettrici nel mondo sono cresciute del 20 per cento, ma la maggior parte degli acquisti si è concentrata in Cina, secondo “Benchmark Mineral Intelligence”.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, oltre il 70 per cento di tutte le batterie per veicoli elettrici prodotte finora è stato realizzato in Cina, favorendo l’ascesa di grandi produttori come “Catl “e “Byd”, che hanno concentrato conoscenze e innovazione nel settore.

 Il controllo cinese delle materie prime e delle catene di approvvigionamento ha spesso relegato i costruttori occidentali a un ruolo prevalentemente di “assemblaggio finale”.

Nel 2025 “Byd” ha superato Tesla per numero di veicoli venduti nel mondo. In diversi mercati le sue auto elettriche costano fino al 30 per cento in meno rispetto ad altri marchi internazionali, offrendo maggiore autonomia e finiture di qualità superiore.

Le case automobilistiche cinesi hanno già conquistato il 10 per cento del mercato europeo.

Intanto, in Europa e in diversi Stati americani democratici, si è comunque cercato di imporre l’abbandono dei veicoli a benzina e diesel: l’Unione europea ha stabilito il divieto di vendita di nuove auto con motore termico a partire dal 2035;

negli Stati Uniti hanno approvato o annunciato piani analoghi per il 2035 Stati come California, Washington, Oregon, New York, New Jersey, Rhode Island, Massachusetts, Delaware e Maryland.

Tali programmi potrebbero però essere facilmente rivisti, soprattutto se le case automobilistiche non produrranno un numero sufficiente di veicoli elettrici per soddisfare la domanda imposta per legge.

 Preoccupata per il futuro di un comparto che rappresenta il 7 per cento del prodotto interno lordo europeo e impiega 13 milioni di lavoratori, l’Unione Europea sta infatti già facendo marcia indietro sui divieti annunciati, e nel dicembre 2025 Bruxelles ha ridotto dal 100 al 90 per cento l’obiettivo di nuove immatricolazioni a zero emissioni, dopo che l’Associazione dei costruttori europei di automobili aveva giudicato del tutto irrealistico un simile obiettivo.

 (Redazione Eti - Kevin Stock in).

 

 

 

 

 

Rubio vola alto ma, a Monaco,

vi è un contrasto ideologico

non riassorbibile.

Nicolaporro.it – Musso – (16 Febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Per il secondo anno l'amministrazione Trump viene a Monaco per spingere gli europei a smettere il proprio lento suicidio, ma gli europei si negano ancora.

I no di Macron e Merz, il passo avanti di Meloni.

Merz, Stormer, Macron a Monaco.

Abbiamo letto, voracemente, i grandi discorsi pronunciati alla Conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera.

 E ci pare di riconoscere un contrasto ideologico non riassorbibile, fra americani che volano molto alto ed europei che pasturano molto basso.

 

 

Mattarella.

Cominciamo dalle basi, esposte un anno orsono da Sergio Mattarella: non casualmente lui e non casualmente in Francia.

In un discorso nel quale egli aveva ben spiegato come – secondo lui – non esisterebbe una civiltà occidentale ma, anzi, l’Europa e l’America ne avrebbero due distinte.

 

Per poi concludere – preso atto della detta asserita radicale distanza valoriale e, addirittura, civilizzazione, fra Europa ed Usa – che la Nato è – per Mattarella – transeunte, cioè destinata a passare, in quanto soggetto alla legge del divenire.

Chiosavamo: “addio, caro vecchio Occidente, e avanti verso il nuovo che emerge, avanti verso i Brics”.

 

Rubio.

Un annetto più tardi, a Mattarella risponde Rubio:

 “siamo parte di una sola civiltà – la civiltà occidentale”.

 Cioè, di una cosa che per Mattarella non esiste.

 E non una civiltà qualunque, bensì “una grande e nobile civiltà”, “la più grande civiltà nella storia umana”.

 

Una civiltà, “che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme”: noi, europei e americani.

Non: noi discendiamo da voi, in un rapporto culturalmente gerarchico. No no, noi entrambe “apparteniamo l’uno all’altro”.

Che è come dire: noi siamo voi come voi siete noi.

Una unica civiltà, che non è la civiltà europea e non è la civiltà americana … ma è la “civiltà occidentale”, appunto.

Casomai qualcuno non avesse capito, aggiunge che, a questa civiltà, appartengono: non solo Cristoforo Colombo, i coloni inglesi, i “contadini e artigiani tedeschi” del Midwest, i “commercianti di pellicce ed esploratori francesi” della Valle del Mississippi, i cavalli-ranch-rodei che “nacquero in Spagna”, gli olandesi di New Amsterdam.

Ma pure “Lorenzo e Catalina Geroldi” di “Casale Monferrato nel Regno di Piemonte-Sardegna”, che sarebbero gli antenati suoi, di Rubio.

E pure lui stesso: Rubio … evidentemente con tutti noi parte di una stessa civiltà … qualsiasi cosa ne dica Mattarella.

 

La povera Italia.

Stabilito che di una sola civiltà si tratta, Rubio ce ne mostra il cemento: “i ricordi, le tradizioni” va bene, ma pure “la fede cristiana … come eredità sacra, un legame indissolubile tra il vecchio mondo e il nuovo”.

D’altronde, il gran merito di Colombo è che “portò il cristianesimo nelle Americhe”.

A parte Colombo e gli antenati propri, di fronte agli uditori Rubio lascia scorrere Dante, Michelangelo, Da Vinci e la Cappella Sistina: che fanno 4 delle 10 meraviglie menzionate dal nostro.

Non trascurabile.

A condizione di comprendere bene che tali meraviglie non sono solo nostre: italiane.

 Ma pure loro: in quanto discendenti de li medesimi, allo stesso titolo al quale ne siamo discendenti noi: “ciò che abbiamo ereditato insieme”.

 

C’è anche un secondo passaggio rivelatore:

 i “sacrifici che i nostri antenati hanno fatto insieme per la civiltà comune della quale siamo eredi”. I nostri antenati, non i vostri antenati.

Ed è come se dicesse: non furono i vostri antenati a fare il culo ad Annibale e al Gran Turco, a liberare Gerusalemme … ma i nostri antenati: di tutte e due.

 

Laddove non si sfugge da una impressione forte:

 che l’America che sta a parlarci, non sia solo la vecchia nazione Wasp. Bensì anche una America profondamente ibridata della sua più recente latinità:

 ben impersonata da Rubio stesso il cubano e da Donaldo il nuovayorkese (una parte del mondo dove di italiani ce n’è tanti, ma tanti, tanti).

Noialtri cittadini della povera Italia, avremo più a che fare con loro? O con un estone ed un finlandese? La risposta, a noi, pare scontata.

Il legame transatlantico.

Quanto sopra, cosa conta? Moltissimo.

 Il riconoscimento che “ciò che abbiamo ereditato insieme è qualcosa di unico, distintivo e insostituibile”, questo “è il vero fondamento del legame transatlantico”.

Kapisa?

 

Non è per esigenze geopolitiche che gli americani han sostenuto la Guerra Fredda, ma perché “migliaia di anni di civiltà occidentale erano in bilico”.

E, quando quella Guerra Fredda è stata vinta, “una civiltà è stata nuovamente resa integra”: una civiltà, che è sempre la civiltà occidentale

. E quella Guerra Fredda è stata vinta per una ragione specifica: “eravamo uniti non solo da ciò contro cui combattevamo; eravamo uniti da ciò per cui combattevamo” … la civiltà occidentale.

 

Civilizational Erasure.

Dopo, però, le cose sono cambiate.

 Dopo è cominciata la “civilizational erasure”.

 Un’espressione letteralmente traducibile in “cancellazione della civiltà”. Non di qualsiasi civiltà, ma di una in particolare: la civiltà occidentale. Così ben descritta nel resto del discorso.

 

Cancellazione della civiltà occidentale, spinta da forze che Rubio non rifugge affatto dall’elencare:

(i) la “idea sciocca” della fine della storia, “che avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo”;

 (ii) “una visione dogmatica del libero commercio senza freni”, che ha portato alla deindustrializzazione;

 (iii) l’aver “esternalizzato la nostra sovranità a istituzioni internazionali;”

 (iv) l’aver investito in “enormi stati assistenziali, a scapito della capacità di difendersi”;

 (v) il “culto climatico”;

 (vi) le “migrazione di massa” che è “una minaccia urgente al tessuto delle nostre società e alla sopravvivenza della stessa nostra civiltà”.

(Vii) Non cita la repressione della libera espressione, ma tanto già ci aveva pensato l’ottimo Vance, un anno prima.

 Tutti questi sono “errori” che abbiamo “commesso insieme”: europei e americani.

 

Rinnovamento e restaurazione.

Ma che ora gli americani hanno riconosciuto come tali.

 Di più: hanno maturato la volontà di “ricostruire”: tradotto, ricostruire la civiltà occidentale.

Il ruolo di Trump, per la precisione, è di “rinnovamento e restaurazione”, “rinnovare la più grande civiltà nella storia umana”: tradotto, rinnovare e restaurare la civiltà occidentale. In difetto, saremmo deboli: “ciò ci rende più deboli”.

 

Va bene, gli americani lo hanno capito.

Ma gli europei?

Gli europei, no: “non vogliamo alleati deboli … non vogliamo alleati incatenati dalla colpa e dalla vergogna”, tutti intenti ad “espiare i presunti peccati delle generazioni passate”.

 Perciò, non disposti a difendersi:

 “vogliamo alleati orgogliosi della loro cultura e del loro patrimonio, che comprendano di essere eredi della medesima grande e nobile civiltà, e che, insieme a noi, siano disposti e capaci di difenderla”.

Perché, “solo se saremo senza vergogna per la nostra comune eredità ed, anzi, orgogliosi di essa”, sapremo difenderla.

 

Ed è questo il cuore del discorso:

 

quanto spendiamo per la difesa o dove, come la dispieghiamo, queste sono domande importanti.

Ma non sono quelle fondamentali.

 

La domanda fondamentale che dobbiamo porci è:

 cosa stiamo difendendo.

Perché gli eserciti non combattono per astrazioni:

 gli eserciti combattono per un popolo; combattono per una nazione; combattono per uno stile di vita.

 Ed è questo che stiamo difendendo:

una grande civiltà che ha ogni motivo di essere orgogliosa della propria storia, fiduciosa nel proprio futuro e che mira a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico.

 

Kapisa?

 

Un nuovo secolo occidentale.

Funzionerebbe?

Alla grande: “un nuovo secolo occidentale”. Di più, “è una strada che abbiamo percorso insieme in passato” … quando abbiamo fatto il culo ai sovietici, appunto.

 

Se gli Europei lo capiranno, meglio:

 “la nostra preferenza e la nostra speranza è di farlo insieme a voi, amici qui in Europa”.

Se non lo capiranno, amen: “siamo pronti, se necessario, a farlo da soli”, “per noi americani, la nostra casa può essere nell’emisfero occidentale, anche se saremo sempre figli dell’Europa”.

 

Appendice ucraina.

Due parole due sull’Ucraina:

“è servita la leadership americana e la partnership con molti dei Paesi qui oggi, solo per portare le due parti al tavolo in cerca di una pace ancora elusiva”.

Di nuovo, nelle Q&A:

“la domanda alla quale non possiamo rispondere è se esista un risultato con cui l’Ucraina possa convivere e che la Russia accetterà.

E direi che, sino ad oggi, la risposta è stata elusiva”.

Evidentemente, non è l’Ucraina il problema principale.

Manifestamente, la fine del delirio della “Greta” conta molto più del Donbass.

 

Reazioni Europee.

La reazione è venuta da tre politici assai sfortunatamente di primo piano:

 tre che più Europei non si può.

Cominciamo dal fondo della sentina, dalla Kaja Kallas.

 Per la quale: “contrariamente a quanto alcuni potrebbero dire: l’Europa woke e decadente non sta affrontando alcuna cancellazione della civiltà. In effetti, gente vuole ancora unirsi al nostro club”.

 Come se l’adesione della Moldova potesse motivare i nativi francesi a morire per Chisinau.

Una che non ci fa, ma ci è.

 

Venendo a Macron, il suo discorso a Monaco è zeppo di “un’Europa più forte”, “l’Europa deve diventare una potenza geopolitica”, “il potere, il potere ora, è il potere a livello europeo”, etc. insomma, la solita zuppa.

 

Da notare solo il passaggio ove egli difende la repressione della libertà d’espressione:

“dobbiamo proteggere la nostra sovranità e l’integrità del dibattito pubblico, la nostra democrazia” il problema – per lui – sarebbero “le menti e i cuori dei giovani che potrebbero non condividere i nostri valori“…

cioè, tradotto, potrebbero non voler tagliarsi il pisello o sopportare bande pro pal che vanno in giro ad ammazzare chi non la pensa come a sinistra (testé accaduto a Lione).

In sostanza, Macron sta ancora rispondendo al discorso di Vance: sta un anno in ritardo.

Ma sta comunque rispondendo: Non!

 

Merz, infine: “l’Europa deve diventare un attore geopolitico con una propria strategia di politica di sicurezza”, “ho avviato, con il presidente francese, i primi colloqui sulla deterrenza nucleare europea”. Insomma, le solite palle.

 

Da nuovo, solo un accennato tentativo di trasformare il retorico e vuoto art. 42 TEU (“qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel proprio territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”) in qualcosa di più stringente: “ora dobbiamo definire come vogliamo organizzare questo a livello europeo”.

Roba molto di Macron e da evitare come la peste.

 

Pure in materia di repressione della libertà di espressione, egli è molto in stile Macron:

“la libertà di parola finisce, qui da noi, quando questa parola si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione”.

Solo, a differenza di Macron, Merz fa un temino un poco più completo, elencando la propria essenza di Macron  pure in tema di politiche commerciali, organizzazioni internazionali, Groenlandia. Complessivamente, nei rapporti con gli Usa, “sospetto che in futuro saremo più spesso in disaccordo rispetto al passato”.

Che è un bello e grosso:

 Nein!

 

Contro-reazione italiana.

È ai tre europei incapaci che risponde una ottima Giorgia Meloni.

 Con poche parole sul se condivida le riflessioni di Merz: “no, direi di no”.

 Soprattutto, con un passo diplomatico molto spesso:

aderire al “Board of Peace” voluto da Trump, sia pur come osservatore.

Ciò di cui la ringraziamo sentitamente.

 

Conclusioni.

È il secondo anno che l’amministrazione Trump viene a Monaco, per spingere gli europei a smettere il proprio lento suicidio.

 Ed è il secondo anno che gli europei si negano.

Di nuovo, c’è solo una spessa analisi ideologica di parte americana:

che recide fin dalle radici la mala pianta del delirio europeo.

Una spessa analisi che non sapremmo come non condividere e per la quale gioiamo.

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