Chi ha il controllo della situazione geopolitica attuale.

 

Chi ha il controllo della situazione geopolitica attuale.

 

 

Chi controlla i dati controlla la guerra.

Ilsole24ore.com – (9 aprile 2025) - Mariarosaria Taddeo – Redazione – ci dice:

 

Sovranità digitale, Ai e sicurezza dei dati militari devono diventare una priorità geopolitica. Serve un’alleanza tra Stato e industria.

In un contesto geopolitico segnato dalla crescente instabilità, dalla guerra in Ucraina alla corsa globale agli armamenti tecnologici, l’Europa deve costruire la sua autonomia strategica, che passa per il digitale e la digitalizzazione della difesa.

Gli sforzi dei piani europei per la difesa vanno in questa direzione, ma non basta sviluppare l’industria della difesa.

 Quando questa incontra il digitale, servono misure di governane adeguate.

 La gran quantità di dati generati in scenari di guerra – posizioni, movimenti, condizioni ambientali, performance umane – viene oggi gestita da aziende tecnologiche private, spesso non europee.

Questi dati non sono solo risorse operative: sono asset strategici.

Se non li controlliamo, perdiamo sovranità e sicurezza.

 

Nel mondo della difesa contemporanea, il dominio non è più solo aereo, terrestre o navale.

 È digitale.

L’informazione, e soprattutto il dato, è diventato l’elemento chiave per l’efficacia tattica e strategica di ogni operazione.

Droni, satelliti, cyber warfare, sistemi predittivi e decision-making automatizzato:

tutto ruota attorno all’acquisizione, elaborazione e interpretazione dei dati.

Un campo in cui l’intelligenza artificiale gioca un ruolo crescente.

 

Ma la catena di controllo dei dati è oggi opaca, frammentata, sbilanciata e spesso esternalizzata.

 

Una parte significativa dei dati prodotti in contesti militari e difensivi passa da infrastrutture digitali gestite da privati.

 In molti casi, i governi non detengono il controllo.

Questo squilibrio ha conseguenze enormi: etiche, legali, operative e geopolitiche.

In un’Europa che punta all’autonomia strategica, non è più possibile affidare la sicurezza digitale a logiche di mercato.

La sovranità digitale è una priorità di sicurezza nazionale.

Questo significa costruire infrastrutture pubbliche o europee per la gestione dei dati sensibili;

imporre criteri di trasparenza e audio alle tecnologie usate nella difesa; regolare con standard etici e giuridici l’uso dell’intelligenza artificiale; incentivare una nuova alleanza tra Stato, industria e ricerca per uno sviluppo tecnologico etico, sicuro e indipendente.

 

Non basta dotarsi di IA:

occorre decidere quali IA, con quali regole, e per quale visione politica del conflitto e della pace.

 Altrimenti, la superiorità non sarà più nelle mani dei governi, ma di chi possiede gli algoritmi.

Occorre un’agenda condivisa, che parta da una governance pubblica dei dati di difesa:

evitare che le informazioni più sensibili (da sensori, missioni, soldati) siano gestite o archiviate da soggetti privati extraeuropei.

Sui modelli di AI affidabili e verificabili bisogna ispirarsi ai principi già adottati da USA, Regno Unito e Nato per uno sviluppo responsabile delle tecnologie autonome.

E valorizzare la ricerca europea: sostenere università, centri militari e industria tech affinché l’Europa non resti dipendente da soluzioni esterne in un campo così delicato.

Chi guida l’evoluzione digitale della difesa non può limitarsi a rincorrere la tecnologia.

Deve avere il coraggio di darle forma.

(Mariarosaria Taddeo- Professoressa di etica digitale e tecnologie per la difesa presso l’Oxford internet institute dell’università di Oxford e direttrice del Gruppo di ricerca).

 

 

 

 

“BiBi Files”!

Conoscenzealconfine.it – (30 Marzo 2026) - Umberto Pascali – ci dice:

“Bibi Files”! “Filmati segreti degli interrogatori della polizia su Netanyahu…”

 L’ultimo attacco di Tucker Carlson a Netanyahu: segnale di svolta nell’opinione pubblica (e nel governo) statunitense.

L’ Ultimo Affondo di Tucker Carlson Contro Netanyahu: un Campanello d’Allarme per l’America.

Il 27 marzo 2026 Tucker Carlson, uno dei commentatori più seguiti e influenti degli Stati Uniti, ha dedicato un intero episodio del suo show a Benjamin Netanyahu.

 Il titolo è esplicito:

“Leaked Police Interrogation Footage of Netanyahu, and How He Cowers Behind War to Keep Power” (“Filmati segreti degli interrogatori della polizia su Netanyahu e come si nasconde dietro la guerra per mantenere il potere”).

 

Nell’episodio, Carlson intervista il regista premio Oscar “Alex Gibney”, che ha avuto accesso a oltre “1.000 ore” di video riservati degli interrogatori della polizia israeliana a Netanyahu, alla moglie Sara, al figlio Yair e ad altri personaggi vicini al premier.

Questi filmati, al centro del documentario “The Bibi Files” (disponibile in streaming sulla piattaforma di Tucker), rivelano accuse di corruzione sistematica:

regali di lusso, sigari cubani costosissimi, gioielli, favori in cambio di copertura mediatica positiva e codici segreti per le tangenti.

 Il documentario è stato “vietato in Israele”, segno evidente di quanto sia scomodo per il governo Netanyahu.

 

Ma il vero cuore dell’intervista non è solo il denaro.

“Tucker” e “Girne” sostengono che Netanyahu abbia trasformato la guerra permanente – prima a Gaza, poi con l’Iran – in uno strumento per sfuggire ai processi e restare al potere.

Finché c’è un’emergenza nazionale, Bibi rimane “il leader in tempo di guerra”: i tribunali rallentano, l’opinione pubblica si compatta e gli avversari interni tacciono.

 

(Per vedere il documentario completo “The Bibi Files”: (tuckercarlson.com/watchthebibifiles)).

 

Pochi giorni prima, il 23 marzo 2026, Tucker aveva già ospitato “Avraham Burg”, ex speaker della “Knesset” e ex presidente ad interim di Israele, che ha criticato duramente Netanyahu definendo la sua strategia: “non può mai fermarsi, solo uccidere”.

In questi stessi giorni anche Donald Trump ha puntato i riflettori su Netanyahu.

Il presidente americano ha mostrato segni di irritazione verso le scelte di Gerusalemme, criticando pubblicamente alcuni insediamenti e prendendo le distanze da un’escalation troppo rapida con l’Iran.

 Non è più il rapporto di ferro di una volta:

 Trump appare sempre più orientato a mettere gli interessi americani al primo posto e a frenare chi, da fuori, sembra voler trascinare Washington in conflitti senza fine.

 

Data l’enorme popolarità di “Tucker Carlson” tra i conservatori e gli indipendenti americani, questo tipo di narrazione ha un peso notevole. Quando un opinion leader con milioni di spettatori dice chiaramente che Netanyahu sta usando la guerra come assicurazione sulla poltrona e che sta trascinando gli Stati Uniti in nuovi rischi, il messaggio arriva a un pubblico vasto.

Il rigetto verso la “voglia di guerra e caos” di Bibi non è più solo una voce di minoranza:

sta diventando un sentimento diffuso anche nel conservatorismo americano, stanco di aiuti miliardari e di avventure militari infinite.

 

Le Radici Storiche del “Sionismo Politico”.

Tucker, nel suo stile diretto, collega il presente alle origini.

Il sionismo politico moderno non nasce dal nulla:

 affonda le radici nel sostegno britannico del primo Novecento.

Fu la famiglia Rothschild, in particolare Walter Lionel Rothschild (2° barone Rothschild), a ricevere la storica “Dichiarazione Balfour” del 2 novembre 1917.

In quella lettera, il ministro degli Esteri britannico “Arthur Balfour” prometteva al popolo ebraico una “casa nazionale” in Palestina, all’epoca sotto controllo ottomano e poi mandato britannico.

 Londra vedeva nel sionismo uno strumento geopolitico utile per controllare il Medio Oriente dopo la Prima Guerra Mondiale:

(rothschildarchive.org/family/family_interests/walter_rothschild_and_the_balfour_declaration)

 

Quel filo britannico si è poi intrecciato con l’influenza americana.

Negli anni Novanta i neoconservatori statunitensi, con Richard Perle in testa, prepararono per Netanyahu il documento “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm” (1996).

Si trattava di una vera e propria strategia che consigliava a Israele di rompere gli “Accordi di Oslo” (13 settembre 1993: sancivano il reciproco riconoscimento tra Israele e l’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Prevedevano un percorso graduale di pace, il ritiro delle truppe israeliane da Gaza e Gerico, e l’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese ANP per l’autogoverno provvisorio nei territori occupati.), colpire duramente i vicini (Siria, Iraq, Iran) e puntare a un’egemonia regionale sostenuta dagli Stati Uniti.

Molti di quei neocons hanno poi influenzato la politica estera americana sotto Bush e oltre. Il documento originale è consultabile qui:

 (dougfeith.com/docs/Clean_Break.pdf ).

Oggi quel lungo ciclo – nato a Londra con il sostegno Rothschild e proseguito con i neocons a Washington – sembra avvicinarsi alla fine.

 Le rivelazioni di “The Bibi Files”, le “interviste di Tucker”, le” crepe nel rapporto “Trump-Netanyahu” e la crescente stanchezza dell’opinione pubblica americana per le guerre senza fine indicano un cambiamento profondo.

 

Non si tratta di essere contro Israele come Stato, ma contro un modello di potere basato sulla corruzione, sulla guerra permanente e sull’idea che gli interessi di un leader straniero debbano prevalere su quelli degli Stati Uniti.

Tucker Carlson, con il suo approccio documentato e senza filtri, ha acceso un faro potente.

 E l’America, in questo momento, sta guardando con attenzione.

(Umberto Pascali).

(umbertopascali.substack.com/p/bibi-files-filmati-segreti).

 

 

 

Il Programma della Geoingegneria

 Iniziato da Lyndon Johnson e le

 Origini della Guerra Climatica.

Conoscenzealconfine.it – (29 Marzo 2026) - Cesare Sacchetti – ci dice:

 

Il cielo non è più blu, a differenza di quello che cantava un tempo Rino Gaetano.

Sono ormai sempre più frequenti le segnalazioni di costanti irrorazioni dei cieli italiani ed europei che avvengono da diversi anni a questa parte.

Gli effetti sull’atmosfera e sul meteo sono a dir poco disastrosi, ma gli organi di stampa ultimamente sembrano essere entrati in un paradossale corto circuito.

Se da un lato diversi organi di (dis)informazione si trincerano ancora dietro lo stupidario di vuote parole come “complottismo” nel tentativo di liquidare il fenomeno, dall’altro invece riportano dei casi di modifica del meteo avvenuti, ad esempio, nei Paesi del Golfo Persico, affetti da lunghi periodi di siccità, e che si ritrovano grazie a droni di vario tipo che inseminano le nuvole sommersi da abbondanti piogge.

 

I balzi in avanti della tecnologia hanno portato l’uomo ad assistere a quegli scenari che si vedevano nel film “Geostorm”, nel quale si vedevano dei deserti ricoperti da abbondanti nevicate per via dell’effetto dei satelliti utilizzati per via della modifica del clima.

Quel film in realtà non ha immaginato qualcosa che viene dalla sola fantasia creativa dei suoi sceneggiatori, ma è stato ispirato dagli esperimenti che sono in corso da diversi decenni, dei quali si parla in diversi documenti ufficiali, nonostante la stampa si premuri di non darne mai notizia.

 

È il caso, ad esempio, di un documento di 18 pagine redatto dalla “Central Intelligence Agency”, la “CIA”, che nel 1965 si stava dando molto da fare per studiare varie tecniche di geoingegneria per modificare determinati eventi atmosferici, seppur, almeno nelle dichiarazioni, per usi “benevoli”.

 

A Langley (quartier generale della CIA), si parlava già allora dell’uso di determinate tecniche di alterazione delle nuvole che, a seconda dei metodi impiegati, avrebbe potuto provocare piogge laddove sarebbero state ritenute necessarie oppure diminuire le precipitazioni in altre zone.

 

Se ne era già parlato prima del 1965 in realtà, quando negli stati della Pennsylvania, della Virginia Orientale, e del Maryland, tra il finire degli anni’50 e ’60 vennero eseguiti tutta una serie di esperimenti da parte della “General Electric” per provocare delle precipitazioni, i quali ebbero però risultati disastrosi per le zone rurali interessate che si ritrovarono a fare i conti con siccità e morte del bestiame.

 

Lyndon Johnson e il Controllo del Meteo.

 

Johnson era però un entusiasta della geoingegneria.

Già nei suoi primi anni da senatore del Texas, il politico democratico sembrava molto edotto sulla geoingegneria, tanto da affermare che il clima poteva essere effettivamente modificato dallo spazio attraverso l’uso dei satelliti.

 

Si era appena agli inizi della corsa della geoingegneria, eppure l’uso dei satelliti per modificare il clima sembrava già essere noto a diversi uomini del Congresso americano.

Johnson era tornato sulla questione nel 1962, quando da vicepresidente nell’amministrazione Kennedy aveva affermato che chiunque sarebbe stato in controllo del clima, sarebbe stato in controllo del mondo.

 

Il vicepresidente democratico aveva chiaramente una visione, ma non una che voleva studiare il meteo per sondare la possibilità di modifiche per delle finalità positive, anche se, come si è visto, non ce ne sono. Johnson aveva in mente di servirsi della geoingegneria come un’arma, come uno strumento per colpire una potenza nemica.

 

Una volta entrato nell’ufficio Ovale, il presidente Johnson manifesta tutto il suo entusiasmo per il discorso fatto dal segretario al Commercio, “John T. Connor”, sulla possibilità di modificare il clima, e di lì a pochi anni si poté vedere che le applicazioni non erano affatto benevole.

 

L’Esordio della Geoingegneria Come Arma di Guerra: il Vietnam.

Gli Stati Uniti si trovavano impegnati in una guerra lunga e sanguinosa quale quella del Vietnam.

Il conflitto si stava rivelando più complicato del previsto, e al dipartimento di Stato allora presieduto dalla storica eminenza grigia della” governance globale”,” Henry Kissinger, venne deciso di dare vita ad un programma clandestino chiamato “Popeye“, non autorizzato dal segretario alla Difesa,” Melvin Laird,” ma vagliato invece da Johnson che diede il via libera all’operazione.

 

Il progetto Popeye è semplicemente il futuro.

 Kissinger autorizza l’irrorazione dei cieli del Sud-Est asiatico per prolungare le piogge che si verificano frequentemente in quell’area, e dal 1967 al 1972, i vari abitanti del Vietnam e del Laos, spesso anche quelli non coinvolti nel conflitto, e persino dalla parte degli Stati Uniti, si sono dovuti sorbire frequenti spruzzate di varie sostanze che hanno aumentato le precipitazioni nell’area.

 

La geoingegneria entra così nella storia militare e diviene un’arma di guerra.

I propositi di Johnson di manipolare il clima per colpire le altre nazioni si stavano tramutando in realtà, ma erano soltanto i primi vagiti della geoingegneria.

 

A Washington, sapevano molto bene che l’Unione Sovietica era al lavoro sugli stessi programmi, ed era ormai iniziata una vera e propria corsa per il clima.

Se ne parlò pure, incredibilmente, sul “New York Times”, il quale in un articolo del lontano 1976, scrisse di questa guerra climatica e della concreta possibilità attraverso il programma del Pentagono chiamato “Climate Dynamics” di creare eventi artificiali climatici per danneggiare un Paese.

 

Vennero fatte alcune sollecitazioni a mettere al bando l’uso a scopi bellici di queste tecnologie, ma non se ne fece nulla.

Si continuò ad andare nella stessa direzione, fino a quando negli anni’80 e ’90 il fenomeno dell’irrorazione dei cieli iniziò a diventare sempre più frequente, tanto che la NASA decise di mandare i suoi “informatori” nelle scuole per dire che non c’era in corso nessun esperimento di irrorazione dei cieli.

 

Secondo l’agenzia spaziale americana nulla di anomalo era in corso, anche se proprio uno dei suoi scienziati, “Patrick Minni”, disse che alcuni aerei emettono delle scie chimiche, ben diverse da quelle di condensa che evaporano molto rapidamente, in grado di surriscaldare l’aria e innalzare le temperature attraverso la formazione dei cosiddetti cirri, ovvero delle formazioni di nubi.

 

Se ne dovrebbe dedurre che i tanto discussi “cambiamenti climatici” sono reali, ma non sono nulla di quello di cui parlano gli organi di stampa.

Sono in realtà degli esperimenti illegali che vanno avanti da molto tempo, negati dai vari governi, i quali hanno investito molti soldi pubblici su queste tecnologie, sia nel campo delle applicazioni della guerra tecnologica, sia per incentivare una certa agenda neomaltusiana che vuole far credere che il colpevole del cosiddetto “riscaldamento globale”, smentito, tra l’altro, dai dati, sia l’uomo comune attraverso la sua vettura utilitaria.

 

La Manipolazione della Ionosfera: HAARP.

Il balzo che viene fatto tra gli anni’70 e gli anni’90 nel campo della geoingegneria è a dir poco impressionante.

Se si legge un documento scritto nel 1996 da diversi uomini delle forze armate americane dal titolo “Il meteo come moltiplicatore della forza: possedere il meteo nel 2025” si traccia il percorso che devono compiere gli Stati Uniti per diventare i padroni assoluti dell’atmosfera.

 

Nel documento vengono presi in esame diversi scenari per manipolare il meteo, tra i quali in particolare c’è quella della manipolazione della ionosfera attraverso l’emissione di onde radio.

 Ad arrivare allo sviluppo di questa tecnologia era stato in realtà già nel 1993 il deputato dell’Alaska, “Ted Stevens”.

Stevens presentò al Congresso un progetto chiamato “HAARP”, da lui presentato come una tecnologia in grado di migliorare le comunicazioni radio, salutato dal falco sionista “John McCain” come una grande innovazione tecnologica.

 

HAARP” era tutto quello che veniva descritto nel 1996 dagli ufficiali dell’aereonautica americana. Attraverso queste potentissime onde ad alta frequenza la ionosfera viene, per così dire, bucata e si generano dei disastrosi eventi climatici.

 

Se n’è parlato in diverse sedi istituzionali, persino nella più insospettabile di tutte, quale il “Parlamento europeo”, quando nel 1999 la deputata socialdemocratica svedese “Maj Britt Theory”, ne descrisse gli effetti:

“HAARP è un progetto di ricerca in cui, attraverso impianti basati a terra e una serie di antenne, ciascuna alimentata da un proprio trasmettitore, si riscaldano con potenti onde radio parti della ionosfera. L’energia così generata riscalda talune parti della ionosfera provocando buchi e lenti artificiali.

 

“HAARP” può essere impiegato per molti scopi.

Manipolando le proprietà elettriche dell’atmosfera si diventa in grado di porre sotto controllo forze immani.

Facendovi ricorso quale arma militare, le conseguenze potrebbero essere devastanti per il nemico.

Attraverso “HAARP” è possibile convogliare in una zona prestabilita energia milioni di volte più intensa di quella che sarebbe possibile inviare con qualsiasi altro trasmettitore tradizionale.

L’energia può anche essere indirizzata verso un obiettivo mobile, per cui si potrebbe applicare anche contro i missili del nemico.

Il progetto consente anche di migliorare le comunicazioni con i sommergibili e di manipolare la situazione meteorologica globale.”

 

Mere esagerazioni della ex eurodeputata Theory?

Non proprio, soprattutto perché a ritenere HAARP responsabile di disastrosi eventi atmosferici sono stati, tra gli altri, “Eric Hecke”, scienziato consulente della “National Science Foundation” e il generale “Fabio Mini”, già comandante NATO, il quale rilasciò una intervista nel 2012 dove affrontava proprio l’argomento delle manipolazioni climatiche.

Mini aveva già scritto un articolo sulla rivista “Limes”, diretta da Lucio Caracciolo, dove parlava dei terremoti causati da varie esplosioni nel sottosuolo.

Lo scambio che segue con la giornalista che intervista il generale è particolarmente rivelatorio.

 

“Intervistatrice:

Quindi io posso con le… mi scusi se la interrompo: quindi io posso con una esplosione, un esperimento, creare un sisma anche in qualche modo voluto?

 

Gen. Mini:

Ma assolutamente vero, nel senso che questo non è ormai una fantasia o una illazione, sono cose ormai che sono tecnicamente e scientificamente provate.

Quello che manca è la prova che qualcuno deliberatamente lo abbia già fatto, però se si vanno a vedere quali sono le linee di frattura o le faglie che ci sono nella crosta terrestre e si può immaginare che se uno agisce in un punto, per esempio in mezzo al pacifico con una esplosione controllata nucleare o anche soltanto non nucleare o anche soltanto convenzionale, bene il riverbero delle onde sismiche che produce questa esplosione può arrivare e alimentare e provocare addirittura lo tsunami; ma adesso lo tsunami è una forma così che tutti quanti conoscono ma i terremoti in genere possono essere in questo senso

 

Intervistatrice:

Ecco scusi, io la interrompo sempre perché… negli ultimi anni io ho fatto delle ricerche e ho sempre visto proprio facendo delle tabelle di raffronto che dove c’erano state delle esplosioni sotterranee, io ho seguito anche alcune esplosioni che venivano fatte dai francesi nel Sahara, poi Mururoa, poi in India e in Pakistan, poi a breve distanza venivano fuori dei terremoti, quindi a volte erano sperimentazioni, quindi si può anche pensare che si possano creare al di là dei terremoti anche dei sisma, anche delle frane, delle valanghe, delle inondazioni, cioè degli scienziati in questo caso molto bravi ma in negativo possono in qualche modo condizionare l’ambiente e quindi l’economia anche di un Paese.

 

Gen. Mini:

Ma assolutamente sì cioè questa è una capacità tecnica, tecnico operativa, che esiste.”

 

Il generale dunque non ha il minimo dubbio che esista una tecnologia in grado di provocare dei sismi artificiali, nonostante le reiterate smentite di tutta una serie di geologi molto vicini agli istituti Euro-Atlantici, impegnati da tempo in una campagna “negazionista” poiché al grande pubblico dev’essere negata la possibilità di sapere che ci sono apparati militari che dispongono di tali devastanti tecnologie.

Ci sono uomini, più semplicemente, che giocano a fare Dio, che pensano di poter manipolare a piacimento il clima senza curarsi delle terribili conseguenze.

 

Si interessò della questione dei terremoti artificiali anche il fisico brasiliano “Fran de Aquino”, che pubblicò un dettagliato studio scientifico nel quale spiegava come la “tecnologia HAARP” fosse in grado di provocare “terremoti, cicloni, e forte riscaldamento localizzato”.

 

“HAARP” ha aperto la porta di cambiamenti climatici così vasti da far apparire come “primitive” le piogge provocate dagli aerei delle forze armate americane sul Sud-Est asiatico.

 

La guerra climatica ha raggiunto la frontiera della distruzione di città e di villaggi attraverso sismi artificiali, che, secondo de Aquino, possono essere riconosciuti tramite determinate anomalie nella rilevazione delle frequenze sismiche.

 

Solo pochi mesi addietro nel Sud d’Italia e in Sardegna si verificò un potentissimo ciclone, chiamato “Harry”, mai visto prima nel Mediterraneo, che distrusse diverse località costiere tanto da provocare delle faglie che hanno spaccato la terra, come quelle enormi viste a “Niscemi”, a pochi passi dal” Muso”, un sistema che si serve di potenti satelliti, in grado, secondo diversi fisici, di causare effetti simili a quelli provocati da HAARP.

 

Harry è già uscito dalle cronache come sono usciti dalle cronache i danni enormi procurati da lui o da coloro che lo hanno scatenato se si è trattato di un evento climatico artificiale.

 

C’è comunque la certezza che l’esistenza della geoingegneria è stata riconosciuta ufficialmente anche dal governo degli Stati Uniti attraverso la dichiarazione del segretario alla Salute,” Robert Kennedy”, che ha parlato apertamente delle scie chimiche che vengono irrorate nei cieli tramite l’immissione di agenti chimici nel combustibile degli aerei.

Gli Stati Uniti un tempo impegnati nello sviluppo di tali armi climatiche sono oggi i primi a riconoscere ufficialmente la minaccia, ma ciò non cambia un fatto.

 Ci sono ancora degli apparati militari atlantici che dispongono di tali tecnologie.

 Ci sono ancora apparati che usano il clima come un’arma militare.

(Articolo di Cesare Sacchetti).

(lacrunadellago.net/il-programma-della-geoingegneria-iniziato-da-lyndon-johnson-e-le-origini-della-guerra-climatica/).

 

Il Doppio Gioco dell’Amministrazione Usa

e la Fine delle Relazioni

tra Stati Uniti e Israele.

Conoscenzealconfine.it – (27 Marzo 2026) - Galactica Press – Redazione – ci dice:

“Alexis Cossette-Trudel” nell’ambito del suo “web journal” ha fornito tasselli essenziali per l’attuale puzzle geopolitico.

Al centro della sua argomentazione c’è “Joel Kent, presentato come “l’ultimo tassello del puzzle”.

 Ex Ranger, Berretto Verde, con undici missioni in Iraq, ex direttore del “Centro antiterrorismo” e vicino all’amministrazione statunitense, Joel Kent incarna perfettamente l’approccio “America First” .

Le sue recenti dimissioni e le dichiarazioni pubbliche secondo cui “questa non è la nostra guerra” (riferendosi al conflitto con l’Iran) sono perfettamente coerenti con la strategia dell’amministrazione statunitense dal 2016.

 

“Alexis” spiega che l’amministrazione americana ha a lungo praticato un deliberato doppio standard, o un linguaggio ambiguo.

 Lo abbiamo visto con “Epstein”, con i vaccini anti- COVID e ora con Israele e l’Iran.

 Questa strategia di comunicazione a due livelli consente loro di rassicurare alcuni alleati, avanzando al contempo in modo discreto verso il loro obiettivo principale: il graduale ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente.

 

Molti analisti francofoni, sostiene, cadono nella trappola di un’analisi superficiale.

Si lamentano della sconfitta dell’amministrazione americana, dell’umiliazione degli Stati Uniti, dello scoppio della Terza Guerra Mondiale o del controllo totale di Israele su Washington.

Tuttavia, leggendo i documenti ufficiali americani (Strategia di Sicurezza Nazionale), gli Accordi di Abramo, il discorso di Riyadh e la dottrina “America First “, il piano diventa chiarissimo:

stabilizzare la regione, ridurre drasticamente le capacità militari dell’Iran (missili balistici, marina, aeronautica), orientare la leadership iraniana verso una linea più riformista e poi ritirarsi gradualmente.

 

L’operazione “Epic Fury” è stata specificamente concepita per raggiungere questi obiettivi:

 distruggere i lanciatori di missili, le fabbriche, le capacità missilistiche balistiche e le capacità navali dell’Iran, evitando al contempo un completo cambio di regime.

L’amministrazione statunitense ha ribadito che questi obiettivi sono sulla buona strada per essere raggiunti e che gli Stati Uniti stanno già valutando la possibilità di ridurre la propria presenza militare nella regione.

Lo Stretto di Hormuz sarà infine monitorato dalle nazioni che effettivamente lo utilizzano, anziché dagli Stati Uniti.

 

“Alexis” sottolinea con forza che chi parla di “sconfitta” o “umiliazione” semplicemente non ha letto i documenti ufficiali americani. L’amministrazione americana non ha mai nascosto il suo desiderio di riportare a casa le truppe.

 “America First” significa proprio questo:

porre fine alle guerre infinite, interrompere i finanziamenti a entrambe le parti, smantellare gradualmente l’impero americano oltremare, chiudere l’”USAID”, ridurre il coinvolgimento della NATO e rifocalizzare gli Stati Uniti sul proprio emisfero interno.

 

Joel Kent, dimettendosi pubblicamente e rilasciando numerose interviste (a Tucker Carlson, Megan Kelly, ecc.), ha svolto un ruolo educativo fondamentale.

 In particolare, ha rivelato che alcune milizie iraniane e siriane erano finanziate dagli Stati Uniti stessi, una realtà che illustra le lotte di potere interne tra il Dipartimento di Stato, la CIA e il Pentagono.

 I suoi interventi, ampiamente pubblicizzati, sono serviti a educare l’opinione pubblica americana sulle operazioni del “deep state” e a normalizzare l’idea di un graduale disaccoppiamento da Israele.

 

Questa strategia si inserisce in una guerra di quinta generazione: indiretta, informativa e psicologica.

 L’amministrazione americana sta giocando una partita a scacchi ad alto rischio, in cui ogni apparente segno di debolezza maschera un vantaggio strategico.

 L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk è stata decisiva:

 senza la ritrovata libertà di espressione, il movimento America First non avrebbe mai potuto acquisire tale slancio.

 

Alexs” mette inoltre in guardia contro la retorica apocalittica che prospera in certi ambienti cristiani francofoni o complottisti:

 se c’è pace, è “la pace dell’Anticristo”; se c’è guerra, è “Armageddon”.

Pertanto, non ci sarebbe mai spazio per un semplice periodo di prosperità come il boom economico successivo al 1945.

 Questa visione binaria oscura la realtà:

l’amministrazione americana sta cercando di stabilizzare la regione in modo da potersi ritirare senza causare il caos.

 

In conclusione:

per comprendere gli eventi, dobbiamo smettere di ripetere i cliché mediatici e approfondire i documenti, i discorsi e la continuità delle azioni intraprese dal 2016.

L’amministrazione americana non è né sciocca né una marionetta.

Sta pazientemente attuando una strategia a lungo termine con un obiettivo chiaro:

riportare a casa le truppe e porre fine all’era delle guerre infinite in Medio Oriente.

 

Il “divorzio” tra Stati Uniti e Israele non è più un’ipotesi lontana. È in atto, passo dopo passo, con intelligenza e determinazione.

(Riassunto del “web journ LE DIVORCE” di Radio Québec.)

(Scritto e condiviso da Galactica Press).

(pressegalactique.com/2026/03/25/le-double-jeu-de-ladministration-americaine-et-la-fin-du-couple-etats-unis-israel/).

 

 

 

 

L’Astro-capitalismo, Elon Musk e l’ultima frontiera.

Equilibrimagazine.it - Alessandro Leonardi – (10 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:

 

 

L'ascesa dell'Astro-capitalismo incarnato da Elon Musk è figlia della nuova fase industriale-tecnologica della Modernità.

Nell’anno 2050 la popolazione terrestre avrà superato probabilmente i 9,5 miliardi di individui, mentre allo stesso tempo su Marte verrà celebrato il traguardo raggiunto dall’imponente città edificata dall’azienda aerospaziale “Space X”:

oltre un milione di abitanti e il primo vero avamposto extra-terrestre che avrà reso la nostra specie multi-planetaria.

Questo è il grande disegno perseguito dall’imprenditore Elon Musk, che negli ultimi 20 anni ha speso tutte le sue energie per garantire il futuro dell’homo sapiens oltre il pianeta Terra dove l’umanità verrà evoluta tramite il potere tecnologico.

 La particolare visione tecno-futuristica legata alla corrente culturale del transumanesimo è una costante nei discorsi del magnate americano, ossessionato dall’idea di salvare il genere umano prima di un’eventuale catastrofe globale:

 «C’è grande urgenza nel rendere la vita multi-planetaria. Dobbiamo farlo mentre la civiltà è ancora forte» ha dichiarato negli ultimi tempi.

 

Le paure di Musk non sono dei timori campati in aria, considerate le gravi crisi sistemiche che stanno investendo il nostro modello di sviluppo, come quella climatica-ambientale o le grandi tensioni geopolitiche che stanno emergendo nel nuovo mondo multipolare caotico.

 Da quando gli esseri umani hanno creato un sistema industrializzato su scala planetaria imperniato sulla crescita senza limiti, inventando pure le armi di distruzione di massa in grado di annientare la civiltà moderna, gli allarmi sui rischi esistenziali si sono moltiplicati e l’enorme pressione esercitata sull’ecosistema da 8,2 miliardi di consumatori sta diventando letteralmente insostenibile.

Una serie di allarmi che ha radici molto antiche, ma che soprattutto dagli anni ’70 del secolo scorso ha generato un intenso dibattito sul futuro della nostra specie e su come garantire una cornice di sicurezza alla nostra civiltà avanzata.

Se da una parte queste critiche sono state ripetutamente bollate come catastrofiste e pessimiste dai cantori del “Sistema odierno”, dall’altra parte diversi miliardari della Silicon Valley le hanno valutate seriamente, adoperandosi concretamente anche per la loro personale salvezza.

Ed è in questo clima da fine impero che l’esplorazione spaziale di massa è tornata ad essere un’ipotesi concreta, riecheggiando le parole espresse dall’astronomo “Carl Sagan “nei lontani anni ’90:

«Poiché, sul lungo termine, ogni società planetaria sarà messa in pericolo dagli impatti provenienti dallo spazio, ogni civiltà esistente sarà obbligata a diventare spaziale – non per chissà quale zelo romantico o esplorativo, ma per la ragione più pratica immaginabile:

restare in vita».

Ma dietro questo azzardato tentativo di salvataggio dell’uomo contemporaneo, si celano le ben più complesse dinamiche della “Modernità”, dell’”industrialismo odierno” e di una sua nuova variante: l’Astro capitalismo.

 

La spinta sistemica verso le Stelle – TECNOLOGIA.

La “space economy”, e lo sviluppo delle tecnologie legate ad essa, rappresentano un nuovo potente volano per la crescita economica mondiale, che nel settore aerospaziale potrebbe raggiungere il valore di 1800 miliardi di dollari entro il 2035.

Una crescita impetuosa dettata dalla rinnovata competizione fra le grandi Potenze e dalla necessità stessa del “Sistema globale” di trovare nuovi mercati, nuove tecnologie e ulteriori strumenti per alimentare la sua espansione senza limiti.

Proprio la situazione internazionale in rapida mutazione sta favorendo la nuova corsa verso lo Spazio, guidata non solo dagli Stati Uniti, ma anche dalla Cina e da altre nazioni come l’India o i Paesi dell’Unione Europea.

 La Potenza cinese ha delineato l’anno scorso il suo programma spaziale di lungo termine, dal 2024 al 2050, che dovrebbe proiettare ai massimi livelli lo sforzo tecnologico-scientifico del Paese orientale, rivaleggiando a pari grado con gli avversari statunitensi.

Non solo puntando a migliorare le capacità di innovazione degli apparati burocratici-statali legati al settore dell’aerospazio, ma alimentando anche il prezioso dinamismo del settore privato, in modo da colmare il persistente gap con i competitor americani.

 

In questo particolare contesto si inserisce anche la spinta dettata dalle turbolenze geopolitiche del XXI secolo, come per esempio la guerra in Ucraina, dove l’apporto fondamentale della “costellazione satellitare Starlink” ha mostrato il valore aggiunto di questo settore industriale.

Forza militare, innovazione tecnologica, crescita economica e l’interesse a conseguire il predominio regionale o globale tramite la” space economy”, sono sempre più al centro delle strategie delle grandi Potenze, a partire dagli Stati Uniti d’America.

 Ma proprio la superpotenza americana presenta un’evoluzione diversa rispetto alla precedente corsa verso lo Spazio – quella della Guerra Fredda -, in quanto il suo sviluppo aerospaziale non è dettato principalmente dalle iniziative della “NASA”, ma dall’azione ben più serrata di una nuova classe imprenditoriale promotrice delle tecnologie più avanzate.

 Infatti, dopo un lungo periodo di torpore verso l’esplorazione del cosmo, causato soprattutto dalle difficoltà tecnologiche e dalle questioni politiche-economiche in vigore negli anni ’90, un’élite di miliardari ha iniziato progressivamente ad investire nel settore rilanciando l’interesse per la frontiera stellare.

Non solo il famoso “Elon Musk”, ma anche una serie di magnati come il fondatore di Amazon “Jeff Bezos,” che ha coniugato lo sviluppo dell’Astro-capitalismo con la visione di una futura umanità residente nel cosmo, in grandi colonie extra-planetarie, mentre la Terra verrà progressivamente salvata dai disastri ambientali causati dall’industrializzazione moderna.

Le dinamiche del tardo-capitalismo vengono così re-inquadrate in nuovo slancio prometeico votato, non solo a generare profitti immensi per le élite tecno-utopiste al comando, ma anche a ridisegnare il futuro della specie e delle comunità umane.

 

In questa corsa verso l’ignoto il più determinato, entusiasta e visionario, rimane il miliardario Elon Musk, punta di diamante della nuova fase industriale-tecnologica e uno dei massimi esponenti dell’élite in accelerazione, tecno-reazionaria, emersa dalla Silicon Valley.

 Al contrario di molti altri imprenditori occidentali, focalizzati principalmente sull’accumulazione di capitale o sull’espansione del loro impero economico, Musk ha consacrato totalmente la sua esistenza, le sue imprese e il suo immenso patrimonio alla missione di portare l’umanità verso una nuova fase di civilizzazione, multi-planetaria, in grado di fondere al meglio l’essere umano con il mondo artificiale.

 Le sue società – “Space X”, “Tesla”, “X”, Neuralink, “xAI”, “The Boring Company” – costituiscono i principali pilastri di questo titanico sforzo e per quanto sia diventato l’uomo più ricco del pianeta, con oltre 400 miliardi di dollari di patrimonio, l’accumulazione di denaro non è mai stato il suo obiettivo principale, ma solo uno dei tanti mezzi per realizzare la sua visione tecno-futuristica.

 

Infatti il carismatico imprenditore, perennemente in azione con ritmi estremi e uno zelo quasi messianico, ha motivato ferocemente i suoi dipendenti, così come i suoi tanti estimatori in giro per il mondo, reiterando costantemente le necessità di impegnarsi fino in fondo per portare gli esseri umani su Marte, ritagliandosi il ruolo del profeta di una nuova Era.

Una convinzione ferrea, ossessiva, che si lega all’ondata culturale/ideologica riassunta nell’acronimo “TESCREAL3” e al tentativo di superare gli ultimi limiti terrestri.

 

Accelerazione.

La costruzione di una colonia marziana, così come l’automazione di gran parte della società attuale o il potenziamento transumanista degli stessi esseri umani, non possono prescindere dalla gestione del potere politico e dal controllo della narrazione mediatica. In questo senso le elezioni presidenziali americane del 2024 hanno mostrato una particolare mutazione delle democrazie occidentali, dove una parte delle élite della Silicon Valley ha deciso di esporsi in prima persona nell’arena elettorale; sia dal punto di vista ideologico con l’importante ruolo di eminenza grigia incarnato da “Peter Thiem”, sia nell’agire politico con il decisivo ruolo di Elon Musk, diventato un attore di primo piano a livello nazionale e internazionale.

Fino a qualche anno prima il fondatore di “Space X” si era mostrato poco interessato alle dinamiche di potere presenti a Washington, ma la necessità di accelerare la conquista dello Spazio lo ha spinto progressivamente verso l’intervento diretto.

Ovviamente le cause di questa rapida radicalizzazione politica sono molteplici, dal rapporto rovinoso con la figlia transgender “Vivian Jenna Wilson” – ex “Xavier Musk” -, all’ostilità verso il “Partito Democratico di Biden”, fino alla necessità di tutelare legalmente il suo impero industriale di fronte ad una serie di inchieste federali.

Ma al centro di ogni mossa rimane sempre l’obiettivo finale della sua visione, con cui ha giustificato anche l’acquisizione di Twitter:

 «All’inizio pensavo che non rientrasse nelle mie grandi missioni primarie.

Ma sono arrivato a credere che possa far parte della missione atta a preservare la civiltà, dando alla nostra società più tempo per diventare multi-planetaria». Infatti il controllo di X – ex Twitter -, giustificato con la crociata a favore del free speech, ha consentito al magnate di raggiungere un’influenza senza pari nel dibattito culturale-politico globale, proiettando il suo potere sul governo degli USA e i suoi alleati.

 

La vittoria di Donald Trump e l’instaurazione del “DOGE “- “Department of Government Efficiency”-, rappresentano una palese ristrutturazione degli assetti occidentali, ma per i tecno-oligarchi questa è soprattutto la grande occasione per spingere fino all’estremo le dinamiche della Modernità, incardinate sulla rottura di qualsiasi limite umano-terrestre e sulla crescita infinita.

 La stessa vita personale di Elon Musk è pesantemente condizionata dai ritmi alienanti del “Sistema globale”, imperniata ogni giorno su velocità, innovazione, efficienza e sacrificio esistenziale in nome del Meccanismo industriale-tecnologico.

Un mix che viene imposto brutalmente anche ai suoi dipendenti, dalle lunghe ore di lavoro fino alla rinuncia a qualsiasi vita sociale, anche a costo di notevoli sofferenze psicologiche.

Il profeta e gli individui al suo comando somigliano sempre di più a degli ‘ingranaggi’ al servizio della “Macchina artificiale”, ma con una visione tecno-messianica pronta a giustificare tale sacrificio in nome della nuova fase capitalistica.

Un sacrificio obbligatorio che presenta notevoli e inquietanti rischi.

 

L’infinito e i suoi pericoli.

La crescita senza limiti è il dogma supremo della nostra epoca e nessuna leadership ha mai osato sfidare questo comandamento, con buona pace dei teorici della ‘decrescita’ aggrappati alla famosa frase dell’economista “Kenneth Building”:

 «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista».

O un esponente della Silicon Valley…

Lo sforzo prometeico verso lo Spazio, verso il superamento delle fragilità dell’Homo Sapiens, così come la radicale trasformazione del mondo, si inquadrano perfettamente nel lungo arco della Modernità dove il Progresso non ha limiti e non può avere limiti.

Le stesse dottrine che permeano i tecno-oligarchi americani sono il frutto di un complesso intreccio culturale risalente a secoli fa, fra cui la corrente di pensiero del “Cosmismo russo” nata verso la fine del 1800 che rappresenta sotto alcuni aspetti un precursore del transumanesimo attuale e della sua volontà di elevare l’umanità nelle Stelle.

 Ma nell’attuale corsa allo Spazio emergono sostanziali differenze fra le aspirazioni dei pensatori russi e il futuro promosso dai miliardari statunitensi:

 

«C’è poi, nel “cosmismo”, un “universalismo” e un senso della fine della storia che sono completamente assenti in Musk.

 L’ardire tecnico è il risultato di un’umanità che è finalmente approdata a un obiettivo transnazionale.

Niente di più lontano dalle voglie di deportazione di Trump o dai proclami dell’AFD (il partito tedesco di estrema destra che secondo Musk salverebbe la Germania).

Di più: nel caso del “cosmismo sovietico”, alla storia come risultato di forze che l’uomo evoca ma non sa governare, farebbe posto una società senza classi e un mondo nel quale l’uomo è finalmente il soggetto consapevole del suo destino.

Esattamente il contrario di un Musk che postula la conquista di Marte allo scopo di preservare il genere umano dai possibili disastri che potrebbe compiere, suo malgrado, quaggiù: dai cambiamenti climatici all’olocausto nucleare».

 

Sottolinea il giornalista “Maurizio Carta”.

 

Se da una parte non si può tornare indietro, specialmente con 8,2 miliardi di consumatori-produttori inseriti nell’architettura economica globale, dall’altra non rimane altro che accelerare disperatamente secondo i teorici delle «magnifiche sorti e progressive»;

non in maniera collettiva e democratica, ma sotto la guida libertaria-reazionaria di poche élite visionarie.

Negli ultimi anni, specialmente dopo l’acquisizione di Twitter, Elon Musk ha mostrato più volte un ampio interesse per il pensiero di “Ayn Rand”, di “Milton Friedman” e altri teorici del capitalismo moderno, seppure non con la stessa profondità ideologica di “Peter Thiem”.

Nella sua mente la colonizzazione di Marte rappresenta una possibile realizzazione di queste idee, con un mix fra individualismo, anarco-capitalismo,” Stato minimo e il problematico lungo-terminismo”, atto a moltiplicare le potenzialità della nostra specie.

 Ma questo ‘sogno’ inseguito fin dall’adolescenza si scontra inevitabilmente con le problematiche del nostro mondo e gli aspetti oscuri del progresso moderno.

 

Mentre le crisi globali si moltiplicano, la realizzazione di una città di 1 milione di abitanti sul pianeta rosso rimane una pericolosa fantasia criticata da numerosi scienziati, astronauti e politici.

Inoltre un’eventuale colonizzazione spaziale potrebbe aprire paradossalmente la porta al definitivo consumo e distruzione della Terra, in nome di un’industrializzazione ancora più esasperata, abbandonando al loro destino miliardi di persone inchiodate nelle degradate lande terrestri.

Un’inquietante distopia che ricorda il film” Elisio”.

Lo stesso Musk che aveva criticato l’ingenuo ottimismo dei confronti dello sviluppo dell’”Intelligenza Artificiale Generale” (AGI), rifiutando anche la visione post-umana del fondatore di Google” Larry Page”, si è successivamente lanciato a capofitto nella lotta per il predominio in questo ambito, giustificando il tutto con la necessità di garantire un’IA benevola nei confronti dell’umanità.

Le logiche implacabili del tardo-capitalismo, alimentate anche dal “destino manifesto” di matrice americana e dal ‘mito della frontiera’, spingono il magnate a rilanciare costantemente, a correre ogni rischio, a sfidare qualsiasi limite, come un Icaro tecnologico che accelera verso il Sole.

Probabilmente Elon Musk non ha mai letto gli ammonimenti di “Bertrand Russell”…

O forse sì…

Ma ormai il dado è tratto: verso l’infinito del cosmo o la tragica implosione della Modernità.

 

 

 

 

I luddisti, la tecnologia e perché

il nemico non sono le macchine.

Terzomillennio.uil.it – (07.01.2026) – Roberto Campo – Redazione – ci dice:

 

Società e Cultura.

“Sangue nelle macchine”, di “Brian Merchant”, giornalista americano, scrittore di tecnologia.

 Sottotitolo: le origini della ribellione contro la tecnologia. Prima edizione, 2023; in Italiano, 2025.

 Parla del luddismo, con amore.

E confronta gli sconvolgimenti che la tecnologia provocò con la Rivoluzione industriale con quelli causati oggi da Big Tech e ulteriormente attesi dagli sviluppi sempre più veloci e di ampia portata dell’Intelligenza Artificiale.

 

Da una analisi storica di “Brian Merchant”.

Il leitmotiv del libro è l’analogia che l’autore rileva tra la lotta dei lavoratori tessili inglesi del primo decennio dell’Ottocento, per il controllo dell’uso della tecnologia dell’epoca, e le problematiche di controllo che ci pone oggi lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.

È un’opinione osteggiata da quanti ritengono falsa l’attualità del luddismo, ma che Brian Merchant esplora per sollecitare una presa di coscienza della necessità di guidare la nuova rivoluzione tecnologica in atto e non lasciarla condurre dai nuovi liberisti.

 Il libro è stato lodato da “Wired”, dal “Financial Times” e da “The New Yorker”.

 

Chi erano veramente i luddisti.

Merchant rifiuta l’accusa e il dileggio rivolti ai distruttori dei telai meccanici e delle garzatrici, bollati come tecnofobi.

 I Luddisti non erano dei primitivi, ma una formidabile organizzazione di lavoratori tessili il cui mondo stava tramontando rapidamente a causa dell’introduzione massiccia delle prime macchine automatiche, che dequalificavano e sottomettevano il lavoro manuale.

 Un’organizzazione clandestina, perché in quegli anni alla luce del sole non era consentita alcuna attività di tipo proto-sindacale da parte dei lavoratori, e nemmeno una generica forma di associazionismo.

E questo proprio nel mentre la tecnologia stava cambiando radicalmente il lavoro.

Dunque, un libro su uno passato lontano ma attuale e un centrato anche sull’oggi in cui le promesse e le preoccupazioni dell’Intelligenza Artificiale presentano nuovamente il problema – mai risolto una volta per tutte – del governo dell’innovazione tecnologica.

 

Alcuni anniversari importanti per il movimento operaio.

Due anniversari recenti hanno arricchito la rievocazione dei primi passi del sindacalismo britannico:

 i 200 anni dal “massacro di Manchester”, cosiddetto di “Peterloo” (1819), emblematico della violenza con cui si cercò di scoraggiare la nascita di un movimento operaio, e i 200 anni dalla fine dei “Combination Acts (1824), che renderà finalmente possibile l’organizzazione sindacale legale.

Si vedano il film di “Mike Leigh”, Peterloo, del 2018, e il “CD The Road to Peterloo”, di “Pete Coe,” “Brian Peters” e “Laura Smyth” (2019), che potete ascoltare dal portale” Band camp”.

Tra le canzoni più significative, questa sui cimatori luddisti, l’aristocrazia dei pannaioli, sfidata dalle nuove macchine:

 Voi, cimatori di chiara fama / bevitori di birra scura forte / Abbattete i tiranni arroganti / con accetta, picca e fucile // Io sto con i cimatori / sono ragazzi in gamba / Con colpi ben assestati distruggono le macchine / Io sto con i cimatori! // E notte dopo notte, quando tutto tace / e la luna è nascosta dietro le colline / Noi si marcia per fare il nostro volere / con accetta, picca e fucile // Il Grande Enoch in testa / Lo fermi chi ha fegato, lo fermi chi può / Avanti, galantuomini / Con accetta, picca e fucile!

 

Per quanto riguarda la nuova frontiera tecnologica, l’arrivo di “ChatGPT”, nel 2022, ha segnato un’ulteriore ondata di attenzione e di interrogativi sulla portata del cambiamento in atto.

Il tema del controllo della tecnologia e del governo dei tempi, dei modi e degli obiettivi della sua introduzione vale per le origini della Rivoluzione industriale che per l’oggi.

 

“New Ludd” e la repressione violenta del luddismo.

Il Luddismo prende il nome da un mitico personaggio, New Ludd, che avrebbe guidato negli anni Dieci dell’Ottocento le spedizioni degli artigiani ben organizzati, mascherati, anonimi, che si opponevano ai robot dei loro tempi, alle modalità del loro impiego e, armati di grandi martelli, i “big Enoch”, compivano blitz di distruzione delle macchine installate nelle prime fabbriche.

 

L’imprenditore “Richard Cartwright” aveva cominciato a meccanizzare la filatura;

il collega “Edmund Cartwright” sosteneva che si dovesse automatizzare anche l’altra metà del processo: la tessitura.

Le invenzioni chiamavano altre invenzioni.

John Key brevettò la “Spinning Jenny” (1733), che rendeva il telaio maneggiabile da un solo tessitore invece di due; James Watt la macchina a vapore (1769).

 

Si muoveva anche un mondo progressista, da “William Godwin”, filosofo politico libertario e anarchico, alla figlia “Mary Godwin”, che sarà l’autrice di Frankenstein (1818), al poeta scozzese Robert Burns, con la sua meravigliosa canzone del 1795, A Man’s a Man for A’ That (il rango sociale non è che la stampigliatura sulla moneta: è l’uomo che è l’oro!); dai poeti romantici Lord Byron e Percy Bysshe Shelly, che simpatizzarono per i Luddisti, alla scrittrice Charlotte Brontë, autrice del romanzo di ispirazione luddista Shirley, che tanto piacque a William Beveridge, che sottotitolò il suo rapporto del 1944 “la miseria genera odio”.

 

Il culmine del Luddismo si ebbe nel 1811. La repressione fu durissima, a partire dalla pena di morte per chi avesse danneggiato le macchine (1812).

 

Il libro di Merchant è molto valido nella descrizione dei principali episodi della sollevazione luddista e dei personaggi che la animarono, alcuni davvero notevoli, come “George Mellon”, cimatore di tessuti di lana Huddersfield, West Yorkshire, giustiziato per aver assassinato un industriale, e “Gravane Henson”, magliaio di Nottingham, impegnato anche con petizioni indirizzate al Parlamento.

 Lo storico E. P. Thompson riporta nel suo capolavoro “The Making of the English Working Class”, del 1963, tradotto in italiano come Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, l’ipotesi che proprio Gravener Henson potesse essere stato il capo del movimento, magari New Ludd in persona, e anche Brian Merchant riprende questo sospetto.

 Ma E. P. Thompson si risponde: “probabilmente no, ma certamente conosceva bene tutto del Luddismo”.

 

Uno sguardo critico sull’oggi.

E oggi?

Brian Merchant non ha dubbi: “Siamo ancora soggetti a quella che, in ultima analisi, è una modalità profondamente antidemocratica di sviluppo, introduzione e integrazione della tecnologia nella società”.

Gli imprenditori che guidano questi processi, gli “Elon Musk”, i “Mark Zuckerberg”, i “Jeff Bezos”, non sono meno selvaggi e privi di scrupoli degli industriali del primo Ottocento, gli Cartwright.

Soprattutto, a Merchant preme dire che né ieri né oggi il nemico sono le macchine, ma i tempi, i modi e gli obiettivi del loro utilizzo.

Insomma, colpa dei padroni, non delle macchine.

(Roberto Campo - Presidente Istituto studi sindacali Italo Viglianesi).

 

 

 

 

Artemis II: l’umanità è pronta

per tornare sulla Luna.

 Spazio50.org - Anna Costalunga – (1° Aprile 2026) – Redazione - ci dice:

 

Una nuova era sta per iniziare mentre la geopolitica e le risorse del satellite ridisegnano il futuro dello spazio.

 

Sta per partire il countdown per Artemis II, la missione che segna il primo volo umano oltre l’orbita terrestre bassa dal dicembre 1972, quando gli ultimi uomini dell’Apollo 17 lasciarono la superficie lunare.

 Il decollo è fissato per le 18:24 di oggi in Florida, cioè le 00:24 del 2 aprile in Italia, quando quattro astronauti, il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, gli specialisti Christina Koch e Jeremy Hansen, saliranno a bordo della capsula Orion.

 Consapevoli che la loro missione cambierà il futuro spaziale e gli equilibri geopolitici sulla Terra.

Artemis II non prevede un allunaggio:

 il piano è un sorvolo della Luna e poi il rientro sulla Terra.

Il grande passo — il primo allunaggio del nuovo millennio — è atteso con Artemis IV, non prima del 2028.

Ma questa volta, come ha chiarito più volte la Nasa, non si tornerà per piantare una bandiera.

 Si tornerà per restare.

 

Chi guida la nuova “NASA”.

Il cammino verso il lancio non è stato privo di ostacoli.

Inizialmente previsto per febbraio, il decollo è stato posticipato più volte a causa di problemi tecnici ricorrenti, tra cui una perdita di elio rilevata allo stadio superiore del lanciatore SLS.

Un gigante tecnologico che è anche un simbolo delle difficoltà di un’agenzia spaziale in profonda trasformazione.

 Solo il 20 marzo lo “Space Lunch System” è tornato sulla piattaforma 39B, aprendo la strada al lancio.

Artemis II porta con sé il peso di ritardi, tagli e rimandi.

 Alla guida della Nasa oggi non c’è un generale o un politico, ma “Jared Salman”, un miliardario e astronauta privato, confermato dal Senato a dicembre dopo una travagliata trattativa che ha visto intrecciarsi gli interessi di “Donald Trump”, “Elon Musk” e i “grandi contractor” dell’industria spaziale.

La sua presenza riflette una svolta epocale:

 la frontiera lunare è sempre più un’opportunità commerciale, con aziende come “Space X” di Musk e “Blue Origin” che si contendono gli appalti per costruire i lander lunari.

 

Artemis II e la sfida con la Cina.

Questa trasformazione arriva in un momento delicato per le finanze dell’agenzia.

 La proposta di budget per il 2026 prevede un taglio di circa il 25%, una manovra chirurgica che sacrifica pesantemente la ricerca scientifica (con un -47% al portafoglio scientifico e la chiusura di programmi storici come il Mars Sample Return) per preservare i programmi di esplorazione umana.

Un azzardo calcolato, che punta tutto sull’idea che la Luna non sia solo un traguardo, ma un’opportunità economica.

E mentre Washington riorganizza le proprie forze, dall’altra parte del mondo la Cina avanza con passo svelto.

Pechino ha individuato una rosa di siti per il proprio allunaggio abitato e sta costruendo un blocco alternativo di alleanze spaziali, in risposta diretta agli Accordi Artemis promossi dagli Stati Uniti.

 

Caccia grossa alle risorse.

Rispetto agli anni Sessanta, il contesto è radicalmente cambiato.

Questa non è più una sfida solitaria tra superpotenze nel vuoto della Guerra Fredda:

 la gara è aperta, affollata e con poste in gioco che vanno ben oltre il prestigio nazionale.

 La Cina ha già individuato i siti per l’allunaggio dei propri astronauti e sta costruendo un blocco di alleanze alternative a quelle guidate da Washington.

Al Polo Sud lunare, dove crateri perennemente in ombra custodiscono ghiaccio d’acqua e minerali preziosi, si gioca una partita di primissimo piano.

Secondo i dati del “Lunar Reconnaissance Orbiter”, i poli lunari contengono oltre 600 miliardi di chilogrammi di ghiaccio:

scisso per elettrolisi, produce ossigeno per respirare e idrogeno per il propellente.

Una base in quel punto diventerebbe, nei fatti, la prima stazione di servizio dell’umanità nello spazio profondo e la testa di ponte verso Marte.

 

Chi comanda nello spazio?

A rendere il quadro ancora più intricato è la questione normativa.

Il “Trattato sullo Spazio Esterno “del 1967 vieta rivendicazioni di sovranità sui corpi celesti, ma l’”Accordo sulla Luna del 1979 — che avrebbe dichiarato il satellite “patrimonio comune dell’umanità” — non è mai stato ratificato né dagli Stati Uniti, né dalla Cina, né dalla Russia.

In questo vuoto giuridico, Washington ha costruito la propria risposta: gli “Accordi Artemis”, firmati da oltre cinquanta Paesi, che aprono di fatto la strada allo sfruttamento privato delle risorse spaziali bypassando qualsiasi governance collettiva.

 Pechino, a sua volta, edifica il proprio sistema di alleanze parallele.

La capsula Orion vola, dunque, in un cielo già molto affollato di interessi.

Il contributo dell’Italia.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy “Adolfo Urso” e l’amministratore Nasa “Jared Salman” hanno formalizzato un’intesa che inserisce i moduli abitativi pressurizzati Mph — costruiti in Italia — nel programma Artemis come componente strutturale delle future basi sulla superficie lunare.

Non una partecipazione simbolica:

i moduli italiani sono tecnologia sviluppata nell’ambito dell’accordo bilaterale tra l’”Agenzia Spaziale Italiana” e la” Nasa” firmato quattro anni fa.

 L’arrivo dei primi moduli sulla Luna è previsto non prima del 2033.

 Non solo.

Un astronauta italiano camminerà sul suolo lunare.

 I nomi, per ora, restano riservati — la rosa dovrebbe includere i membri italiani del corpo astronauti dell’ESA — ma la prospettiva è ufficiale. «Una lunga cooperazione spaziale, oggi ancor più profonda tra Nasa e Assi, porterà a realizzare un campo base sulla Luna e un astronauta italiano a camminare sulla superficie lunare», ha scritto il presidente dell’Assi “Teodoro Valente”, presente alla firma degli accordi a Washington.

 

 

 

Hormuz, 33 Paesi contro il blocco iraniano.

Spazio50.org - Dario De Felici – (30 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:

Cresce la coalizione internazionale per riaprire lo Stretto.

 Diciassette attacchi alle navi in un mese, petrolio a 100 dollari e riserve strategiche sbloccate:

la crisi pesa già sull’economia globale.

Lo Stretto che tiene in scacco il mondo.

Attraverso lo Stretto di Hormuz passa circa il 20% del petrolio mondiale e il 19% del gas naturale liquefatto globale.

Un collo di bottiglia largo poche miglia, controllato dalle “Guardie della rivoluzione islamica”, che dal 28 febbraio 2026, giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno avviato le operazioni militari contro l’Iran, è diventato il punto più caldo del pianeta.

Le compagnie di assicurazione marittima lo classificano come zona a rischio critico.

Gli armatori lo evitano.

I prezzi dell’energia schizzano.

La chiusura non è formale nel senso giuridico del termine, ma il risultato operativo è praticamente identico:

traffico commerciale quasi azzerato, forniture bloccate, rotte energetiche mondiali sotto pressione.

Il “Corpo delle Guardie rivoluzionarie” ha dichiarato il controllo iraniano sull’intera area, le batterie missilistiche costiere sono in allerta permanente e interferenze ai sistemi di navigazione GPS e AIS rendono il transito pericoloso.

 

Tra il 1° marzo e la metà del mese si sono contati almeno 17 attacchi contro navi commerciali, 13 dei quali confermati dalle autorità marittime internazionali.

 Il più grave si è verificato nella notte tra il 10 e l’11 marzo, quando un drone kamikaze ha colpito a poppa la “ONE MAJESTY”, una portacontainer giapponese di 300 metri di lunghezza.

 La nave ha riportato danni significativi ma ha proseguito la rotta.

 

Il petrolio a 100 dollari e le riserve strategiche sbloccate

I mercati non hanno atteso.

Intorno al 10 marzo il prezzo del greggio ha sfondato la soglia dei 100 dollari al barile, un livello che non si vedeva da anni, scatenando allarme tra i governi occidentali e le grandi economie importatrici.

 L’”Agenzia Internazionale dell’Energia” ha risposto con una misura straordinaria:

il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei Paesi membri, di cui 172 milioni provenienti dagli Stati Uniti.

Si tratta di una delle operazioni di questo tipo più imponenti mai deliberate dall’IEA dalla sua fondazione.

L’obiettivo dichiarato è tamponare l’impatto sul mercato e scoraggiare la speculazione, ma gli analisti avvertono che si tratta di una misura tampone:

se lo Stretto resta bloccato per settimane, nessuna riserva strategica sarà sufficiente a compensare il deficit.

 

33 Paesi firmano per la riapertura.

La risposta diplomatica collettiva è arrivata il 19 marzo, quando Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno pubblicato una dichiarazione congiunta di condanna e disponibilità ad agire.

 

Da allora, altri 27 Paesi hanno aderito: Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Slovenia, Estonia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrein, Lituania, Australia, Emirati Arabi Uniti, Portogallo, Trinidad e Tobago, Repubblica Dominicana, Croazia, Bulgaria, Kosovo, Panama, Macedonia del Nord, Nigeria, Montenegro e Albania.

 La coalizione sfiora ormai quota 33 nazioni, molte delle quali membri NATO.

 

Il segretario generale dell’Alleanza “Mark Rutte” ha confermato la crescita del fronte, pur ammettendo che gli alleati avevano avuto bisogno di tempo per coordinarsi, anche perché Washington non li aveva avvisati in anticipo dell’attacco all’Iran.

 

La dichiarazione comune condanna gli attacchi alle navi mercantili disarmate, il bombardamento di impianti petroliferi e del gas e la chiusura di fatto dello Stretto.

 I firmatari chiedono una moratoria immediata su tutti gli attacchi alle infrastrutture civili, la fine della posa di mine e la cessazione degli attacchi con droni e missili.

Ribadiscono che la libertà di navigazione è un principio cardine del diritto internazionale e avvertono che le conseguenze della crisi colpiranno in primo luogo i Paesi più vulnerabili.

 

Italia e Germania frenano.

Non tutti i firmatari, però, interpretano allo stesso modo il proprio impegno.

L’Italia ha posto condizioni chiare:

 la Farnesina tiene aperto il sostegno ai partner del Golfo sul piano della difesa aerea, ma esclude automatismi militari dentro lo Stretto.

Berlino condivide la stessa linea e si oppone all’estensione della “missione navale europea Aspide”, attiva nel Mar Rosso, fino a Hormuz.

 

Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di riattivare “EMA SOHO”, la missione europea già operativa nello Stretto e ora dormiente, a cui l’Italia ha partecipato in passato anche con il ruolo di Force Commander.

Ma qualsiasi operazione di sminamento richiederebbe cacciamine e droni subacquei specializzati:

l’US Navy dispone già nell’area di tre “Littoral Combat Ship “potenzialmente attrezzabili per questo scopo, ma un’eventuale operazione coordinata resta subordinata a decisioni politiche ancora lontane dall’essere prese.

 

Teheran difende il blocco.

L’Iran non accetta la narrazione di chi parla di blocco illegale.

 Il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Saraghi” ha dichiarato che gli attacchi nella regione sono diretti esclusivamente contro obiettivi americani e che la crisi è stata provocata da Washington e Tel Aviv.

Teheran sostiene che lo Stretto non sia formalmente chiuso:

dall’inizio del conflitto circa 92 navi sono transitate, quasi tutte dirette in Cina e in India, Paesi considerati neutrali o comunque non ostili.

Nel frattempo, l’Iran ha iniziato ad applicare tariffe di transito ad alcune navi commerciali:

secondo Bloomberg i pagamenti richiesti possono arrivare fino a 2 milioni di dollari per viaggio, imposti caso per caso.

Alcune navi hanno già pagato.

 

Il caso più discusso è quello della Spagna.

Madrid ha vietato l’uso delle basi militari di “Rota” e “Morò” per operazioni belliche nel conflitto, scatenando le critiche di Trump e di Israele, ma ottenendo in cambio da Teheran la garanzia di transito per le navi con interessi spagnoli.

L’accordo, però, rischia di creare tensioni significative all’interno dell’Unione Europea tra chi sceglie la neutralità e chi invece ha firmato la dichiarazione del 19 marzo.

 

Le trattative e l’ipotesi Khar.

Sullo sfondo si muove una diplomazia ancora incerta.

Trump ha evocato una possibile gestione congiunta dello Stretto con la leadership iraniana.

Teheran ha risposto ponendo condizioni precise:

 impegno da parte di USA e Israele a non sferrare nuovi attacchi, riconoscimento di un risarcimento per i danni subiti, supervisione dello Stretto affidata a un comitato neutrale e istituzione di un pedaggio sul modello del Canale di Suez.

L’Arabia Saudita si è opposta con forza a quest’ultima ipotesi.

 Secondo alcune fonti della difesa americana, Washington starebbe valutando anche un’operazione militare sull’isola di Khar, terminal attraverso cui passa circa il 90% dell’export di greggio iraniano. Un’ipotesi che implicherebbe l’impiego di truppe di terra e rischi operativi considerevoli, e che per ora resta sul tavolo senza decisioni formali.

 

La partita su Hormuz, insomma, è ancora apertissima.

E il suo esito peserà sulle economie di tutto il mondo molto più di quanto i comunicati diplomatici lascino trasparire.

 

 

Chi controlla lo spazio controlla

anche la Terra. Il futuro della

geopolitica è tra i pianeti.

Ufficiostampa.provincia.tn.it – (24 maggio 2025) – Redazione Ufficio Stampa – ci dice:

 

Che cos’è lo spazio? È così importante oggi?

Quali sono gli attori principali e quali le visioni in competizione?

 Ne ha parlato “Emilio Cozzi”, giornalista esperto del tema, divulgatore scientifico e autore del volume “Geopolitica dello spazio” nell’omonimo incontro condotto dal giornalista “Luca De Biase” all’ombra delle mura di Piazza Fiera nell’ambito della terza giornata del “Festival dell’Economia di Trento”.

 

(Geopolitica dello spazio Nella foto: Emilio Cozzi, Luca De Biase ( Simone Esposito - Archivio Ufficio Stampa PAT).

Storia, attualità e prospettive di un tema che appassiona perché è molto più vicino alla vita di ognuno di noi di quanto si possa pensare.

 “Lo spazio non è solo un argomento di moda - spiega Cozzi – ma assumerà una dimensione sempre più quotidiana.

È una sorta di nuovo continente, un dominio operativo dove cose molto importanti stanno già succedendo, dove vengono testate tecnologie di avanguardia che influenzano la vita sulla Terra, dal GPS che gestisce i singoli spostamenti ai traffici aerei e marittimi”.

Non solo.

 Osservare la Terra dallo spazio consente di avere una visione privilegiata e di agire di conseguenza.

Basti pensare agli interventi della protezione civile, alla creazione di agricolture intelligenti o alla individuazione dei nemici e al blocco delle loro operazioni.

 

“Lo spazio soddisfa esigenze civili e militari – prosegue – e chi controlla lo spazio controlla anche la Terra”.

A tale proposito torna, nel corso dell’incontro, più volte il nome di “Elon Musk” e il potere che deriva dalla sua esclusiva tecnologia spaziale a banda larga, alta velocità e bassa latenza, in grado di influenzare profondamente la politica estera.

 Come quando tolse “Starlink agli ucraini” impedendo loro di utilizzare i suoi satelliti per attaccare la flotta russa.

 “Un intervento di influenza privata in politica estera che per la sua spudoratezza rappresentò un’assoluta novità”.

 

Grazie a lui l’America ha un ruolo nello spazio che stava perdendo, nonostante sia sempre stato tra i principali attori di questo campo, insieme alla Russia.

Oggi la Cina rappresenta la seconda potenza mondiale, anche se fino a vent’anni fa non era così, ma si stanno affacciando anche Paesi del Golfo, l’Africa o l’India.

 L’Europa fa alcune delle migliori ricerche spaziali, ma è rimasta indietro di quindici anni, è stato detto.

L’Italia, che a sorpresa nella storica corsa tra America e Russia manteneva uno strategico terzo posto, oggi è tra i pochissimi Paesi al mondo a vantare una completa filiera spaziale di valore.

 L’Italia costruisce alcuni tra i migliori satelliti al mondo e moduli pressurizzati, ma purtroppo non ha una potenza spaziale altrettanto forte, anche per ragioni di dimensioni.

 Importante capire quanto sia strategico continuare a investire in queste tecnologie e non restare indietro.

La grande novità del settore sono i privati, che prima non c’erano, e che hanno inciso anche sui costi produttivi.

 A Musk si affiancano infatti “Blue Origin” di Jeff Bezos, “Virgin Galactic “di Richard Branson e “Axiom Space”.

 

E gli obiettivi del futuro?

 Rimane la volontà di tornare sulla Luna come quello di raggiungere Marte, anche se ad oggi è molto utopistico e prevede una serie di impedimenti importanti (dalla durata del viaggio alle difficoltà comunicative, fino ai pericolosissimi raggi cosmici).

I motivi dell’esplorazione sono comunque legati alle risorse, come acqua, elio-3, terre rare e energia solare pulita e illimitata da inviare sulla Terra.

 

Ma nello spazio si costruiscono le infrastrutture militari del futuro, come sistemi d’arma anti satelliti, vengono sviluppate armi laser spaziali e si prevede di custodire i data server, che sarebbero più al sicuro e più proteggibili.

Insomma anche se per diverso tempo dallo sbarco sulla Luna sembrava che il progresso nello spazio si fosse fermato, oggi si è ad un punto cruciale:

è a 400 chilometri dalla Terra che alcuni ritengono si possa fare business e costruire potere.

(Ufficio Stampa).

 

 

 

 

VERSO NUOVI EQUILIBRI

GEOPOLITICI GLOBALI.

Casadellacultura.it - Vincenzo Visco – (13 maggio 2025) – Redazione – ci dice:

 

 

È possibile che possa avvenire in modo pacifico e ordinato?

Viviamo un periodo di grande complessità e, con ogni probabilità, di grandi cambiamenti.

 Ciò produce una difficoltà di comprensione e una certa confusione sia nell’analisi che nell’azione politica.

 In altre parole, la situazione odierna è molto diversa da quella di cui ci occupavamo con “Salvatore Basco” alcuni anni fa, e che si concentrava soprattutto sugli effetti della globalizzazione ipotizzando la possibilità di una ripresa della sinistra socialdemocratica.

Vediamo alcuni punti.

 

Da alcuni anni ormai è evidente che la fase storica in cui viviamo è caratterizzata dalla crisi dell’egemonia americana.

 Il declino dell’impero americano è evidente, così come l’ascesa della potenza cinese.

Ciò implica, anzi richiede, nuovi equilibri politici a livello geopolitico globale.

 È difficile che ciò possa avvenire in modo pacifico ed ordinato, forse è impossibile.

Ci troviamo in una situazione di “trappola di Tucidide” che, secondo lo storico ateniese porta inevitabilmente alla guerra per ridefinire i rapporti di forza.

 È in questo contesto che vanno collocati i conflitti in corso che sono tutt’altro che periferici, anche se lo scontro strategico principale riguarda l’area del pacifico.

La divisione politica interna agli Stati Uniti riguarda la strategia da adottare per fronteggiare la Cina.

Biden e i democratici ritengono che si debba proseguire lungo la tradizionale strategia politica americana condivisa con i new cons repubblicani:

 riportare sotto controllo l’Europa e schierarla compatta contro la Russia, espandendo la Nato verso est, sostenendo Israele in medio oriente, e rafforzando le alleanze in oriente, assumendo un atteggiamento aggressivo verso la Cina, sostenendo Taiwan, anche se non la hanno mai riconosciuta come stato autonomo.

 È una ricetta piuttosto problematica, sostenuta dal complesso militare-industriale tradizionale, e dal “deep state” e che non fa i conti con le difficoltà strutturali dell’economia americana.

 

Trump ha una visione diversa, non solo e non tanto isolazionista, quanto nazionalista, che non sembra porsi il problema delle alleanze tradizionali, e anzi indirizzata a togliere ai paesi “amici” ogni copertura militare, a meno che non paghino per essa, e riequilibrino le loro bilance commerciali con gli Stati Uniti.

Appoggia Israele, ma il suo obiettivo di fondo è l’Iran e il suo sistema di alleanze, e vuole estendere il patto di Abramo, senza finora riconoscere l’esistenza di un problema palestinese.

Quanto alla Cina, essa è il nemico principale, ma Trump ritiene di poter gestire il problema a colpi di dazi e di chiusure commerciali, e secondo alcuni collaboratori sarebbe pronto anche a mollare Taiwan.

Non sembra una strategia coerente e neppure consapevole.

 

In sostanza, ambedue i campi politici americani prospettano strategie incoerenti e di scarso realismo.

In più Trump prospetta soluzioni chiaramente eversive dell’assetto istituzionale americano, e vuole scardinare quello che finora è stato il modello non solo politico militare, ma anche economico su cui gli Stati Uniti hanno fatto affidamento per decenni, basato sull’alleanza tra Presidenza, Pentagono, commesse militari, industria bellica, nuove tecnologie …

 

Trump, ma soprattutto Musk, hanno una visione diversa, che è la completa privatizzazione dell’apparato difensivo americano (e non solo) che dovrebbe essere affidato alle grandi corporations private innovative, a partire dalle sue che già controllano buona parte del sistema satellitare utilizzato dalla difesa, la ricerca spaziale, parte dei media, ecc.

Perciò Trump e Musk vogliono liquidare il potere dei generali e del Pentagono, controllare il FBI e gli altri servizi segreti.

Su questo punto la lotta interna sarà durissima.

Trump inoltre vuole riportare sotto controllo la FED (non diversamente da quanto la Lega propone per la Banca d’Italia) e anche le Università e i programmi scolastici.

 

Trump aspira a diventare un autocrate, a liberarsi dei condizionamenti tipici della democrazia americana, in modo da poter competere ad armi pari con” XI” e il “resto del mondo”.

 Si basa sul consenso non solo di capitalisti tradizionali, ma ora anche di settori della Silicon Valley, che vedono il mondo futuro regolato dall’intelligenza artificiale, dalle loro imprese globali, dalla loro ricchezza e dal loro potere, e non più dai politici tradizionali e dai loro elettori.

 E su un consenso di massa dei “forgotten people” che imputano le loro difficoltà alla deindustrializzazione provocata dalla globalizzazione, agli immigrati, alle élites istruite che sono venute meno ai loro compiti e alle loro responsabilità, e che hanno fatto crescere le diseguaglianze senza sapere o volere porvi rimedio, preferendo occuparsi di genere, razza, aborto, diritti, arte, musica …

 

Quanto durerà questo consenso di fronte alle politiche economiche di Trump: dazi + detassazione dei ricchi e delle corporations + deregolamentazione della finanza + bit coins, ecc., e difficile prevedere.

Ma è piuttosto evidente che il voto di novembre, più che un voto pro-Trump, che ha mantenuto più o meno i voti delle presidenziali di quattro anni fa, è stato un voto contro il Partito democratico che ha perso ben 10 milioni di voti.

E che gli elettori hanno preferito eleggere un governo che sarà chiaramente corrotto, in conflitto di interessi, di scarsa o nulla competenza, preda di fantasie e complottismi vari, piuttosto che affidarsi di nuovo all’establishment abituale, democratico o repubblicano che fosse.

 

A tutto ciò si aggiunge la questione climatica che presenta ormai caratteri di urgenza.

Secondo alcuni esperti, tra trenta anni ampie zone dell’Africa saranno inabitabili, il clima di regioni come la Sicilia sarà simile a quello dell’attuale Africa del nord, e in maniera analoga cambierà il clima nel resto dell’Italia.

Ciò determinerà enormi pressioni migratorie ed esigenze infrastrutturali che nessuno oggi immagina o progetta.

 Trump, come tutte le destre sovraniste è negazionista sul clima, quindi altro tempo andrà perduto, ed altre catastrofi a cui non siamo preparati ci attendono.

L’attenzione su questa questione si è molto attenuata, mentre sarebbe necessaria un’attività di spiegazione, rassicurazione e convinzione.

Tutto ciò avrà forti ripercussioni in Europa, dove peraltro certe dinamiche politiche sono già in atto da tempo.

Già la politica di Biden nei confronti dell’Europa era volta a colpire le aspirazioni di indipendenza economica e politica del vecchio continente.

 La guerra in Ucraina, che doveva e poteva essere bloccata sul nascere, è stata lasciata proseguire fino a impantanarsi dopo aver provocato distruzioni enormi e oltre mezzo milioni di vittime, ottenendo però la fine del modello di sviluppo basato sulla centralità della Germania, e anche la fine dell’Europa Occidentale, con il baricentro politico che si è spostato ad est, verso la Polonia, i Paesi Nordici, i Baltici, la Nato e … l’Inghilterra.

 Ciò ha portato alla progressiva disarticolazione dell’Unione e alla paralisi operativa che si è chiaramente manifestata nelle difficoltà di partenza della nuova Commissione.

 Lo spostamento a destra dell’Europa è destinato a continuare.

Vedremo cosa accadrà tra breve in Germania e in Francia, ma è difficile che nel breve periodo le sinistre possano ottenere qualcosa di più di una limitazione dei danni.

 Significativa appare in questo contesto la nomina ad ambasciatore a Parigi del consuocero di Trump.

Ed è anche probabile che, come già accaduto al Parlamento Europeo, le forze di centro cercheranno un accordo con i sovranisti.

È difficile prevedere cosa tutto ciò comporterà per la coesione dell’Europa, ma l’illusione che una maggiore autonomia nazionale possa portare a risultati positivi può apparire attraente non solo a destra, ma anche a sinistra, con conseguenze imprevedibili che potrebbero portare anche alla crisi della moneta unica.

 

Di certo l’Europa dovrà aumentare le spese militari, e quindi la divisione attuale tra pacifisti e no, diventerà futile. Inoltre, alcuni Paesi, Germania e Italia in primis dovranno fare i conti con l’obiettivo di Trump di azzerare il deficit commerciale americano nei confronti dei due Paesi.

Questo rischio, nel breve termine può portare ad un aumento di consenso per Meloni e il suo governo ritenuto maggiormente in grado di trattare con gli americani.

 

La lotta per l’egemonia sarà centrale nei prossimi anni con gli Stati Uniti in evidente difficoltà.

 L’economia sembra andare bene, ma le debolezze strutturali sono evidenti:

bassa produttività, elevati disavanzi pubblici, debito pubblico di dimensioni inusitate, egemonia del dollaro in discussione, isolamento nei confronti dei BRICS, limitato sostegno alla guerra in Ucraina, isolamento di Israele, ecc.

Le politiche economiche di Trump, inoltre, provocheranno un aumento dei prezzi interni, oltre a maggiori profitti per le imprese nazionali interessate ai dazi, ma non saranno in grado di reindustrializzare il Paese, e rischiano di provocare ritorsioni e guerre commerciali, oltre a provocare recessione nei Paesi colpiti dalle tariffe.

 

Il funzionamento del capitalismo liberista degli ultimi decenni si è basato sulla finanziarizzazione delle economie, l’indebitamento pubblico e privato, il contenimento dei costi (salari), l’aumento delle diseguaglianze, l’instabilità finanziaria.

Non è un modello di sviluppo che possa proseguire a lungo con successo, ma non sembra proprio che Trump abbia consapevolezza ed idee in proposito:

Egli sembra piuttosto convinto di poter conciliare dazi e liberismo finanziario.

 

La globalizzazione ha prodotto danni molto seri alle economie avanzate dell’occidente, ma ha facilitato, anzi per molti versi provocato, la crescita esponenziale della Cina, dell’India e di altri Paesi che oggi si collocano su posizioni di indipendenza e di competizione con gli USA.

È la favola dell’apprendista stregone che si è materializzata.

D’altra parte non mancano i problemi economici anche per la Cina e soprattutto per la Russia che comincia a pagare il prezzo della guerra ucraina con una carenza di personale militare e di lavoratori per la produzione, e soprattutto con una inflazione molto elevata che rischia di andare fuori controllo.

Ciò porta a ritenere che Putin dovrà in qualche modo accettare le proposte di tregua di Trump.

 

La democrazia è in crisi dovunque.

Il sistema non sembra in grado di funzionare in maniera efficiente.

Di fronte alla stabilità delle autocrazie, l’instabilità e le difficoltà di governo dei Paesi democratici sono leve formidabili per svolte di tipo autoritario anche in Europa oltre che negli USA, senza che le masse popolari siano particolarmente interessate alla tutela dei diritti politici: di fronte alle difficoltà ed emergenze economiche, ai timori e all’incertezza per il futuro, diritti politici e civili appaiono scarsamente rilevanti, e tutto sommato poco attraenti.

 La gente, sempre di più desidera ordine, decisionismo e tutele, vere o presunte che esse siano.

 

I giochi, naturalmente non sono fatti, ma grande è il disordine sotto il cielo, e la situazione non è per nulle eccellente.

 Per la sinistra si prospetta un periodo di resistenza, piuttosto che di espansione, con molti rischi e anche molte contraddizioni interne.

 Per esempio, una posizione accettabile sulla guerra potrebbe comportare la richiesta di cessare il fuoco e, per l’Ucraina, la rinuncia alla Crimea, l’autonomia delle zone contestate, la neutralità del Paese e l’accordo sulla fine di ogni espansione della Nato ad est anche per il futuro;

per il medio oriente, il riconoscimento dello Stato di Palestina e la fine di ogni vendita di armi ad Israele.

Ambedue queste proposte determinerebbero oggi una spaccatura del PD.

 Domani chi sa.

Se le cose stanno così, allora gli argomenti da approfondire dovrebbero essere individuati ed estratti dalla analisi precedente, almeno così mi sembra.

 Altrimenti si rischia di “pestare acqua nel mortaio”.

(Vincenzo Visco).

 

 

 

“Dopo di me il disastro”. Benvenuti

nella geopolitica dell’egoismo malvagio.

 

Altreconomia.it - Alessandro Volpi – (1° Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

La guerra di Trump e Netanyahu all’Iran è il peggior incubo per le economie neoliberali che continuano a credere nel feticcio della globalizzazione:

in un mondo dove le merci viaggiano via mare e le rotte globali devono passare per pochissimi snodi, l’illusione dell’egemonia del capitalismo è naufragata.

Dinanzi alla sconfitta l’amministrazione americana ha scelto l’opzione del caos energetico.

(L’analisi di Alessandro Volpi).

 

Gli Houthi, in Yemen, hanno deciso di partecipare alla guerra a fianco dell’Iran.

Ciò significa che oltre allo Stretto di Hormuz potrebbe chiudersi anche lo Stretto di “Bab el Mandeb” un passaggio di meno di 30 chilometri indispensabile per far funzionare il Canale di Suez.

 

Si tratterebbe del collasso dell’economia globale a cominciare dai Paesi del Mediterraneo, dove l’unica apertura rimarrebbe quella di Gibilterra.

Il dramma sarebbe pesantissimo per l’Europa che senza gas russo, senza Hormuz e con Suez chiuso non disporrebbe più neppure del gas liquefatto (GNL) importato via mare, perché l’unica strada sarebbe quella della circumnavigazione dell’Africa.

 In questa logica acquisirebbe un peso ancora più rilevante lo “Stretto dei Dardanelli”, in pratica unica strada di uscita dal Mar Nero.

Alla luce di ciò è bene ricordare che il 90% dei volumi del commercio mondiale e l’80% del valore viaggiano via mare.

 

La guerra di Trump è il peggior incubo per le economie neoliberali che avevano creduto, e continuano a credere, nel feticcio della globalizzazione:

in un mondo dove le merci viaggiano via mare e le rotte globali devono passare per pochissimi snodi estremamente piccoli, l’illusione dell’egemonia politica ed economica del capitalismo è ormai tragicamente naufragata.

 

 In questo quadro diventa fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca (tra Sumatra e la Malesia continentale e principale via di comunicazione tra Oceano Indiano e Pacifico), da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.

La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni.

 Ora quello Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.

Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria.

 Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a “scartamento ridotto”, la recessione sarebbe immediata.

 

Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria me è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele.

Peraltro Trump ipotizza di inviare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo Paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% sui decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.

 Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti “deboli” come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici.

Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Stati Uniti.

 

Ma l’impressione “peggiore” è che la soluzione di Trump alla guerra sia il disastro.

 Il “presidente Maga” ha intrapreso la guerra in Iran perché la profondità della crisi degli Stati Uniti -con un debito, pubblico e privato, insostenibile, con un dollaro in declino, con una strutturale debolezza produttiva e con un costante disavanzo commerciale- lo ha convinto che la sola strada praticabile fosse quella dell’imperialismo, basata sulla conquista del monopolio energetico in un mondo dipendente ancora molto dai combustibili fossili.

 

Il presidente statunitense conosceva le difficoltà di una simile soluzione ma, insieme a Israele, pensava di non trovare troppi ostacoli e così di restaurare l’egemonia in una vasta area geografica e, appunto, di ottenere una nuova credibilità in grado di reggere debito e dollaro, altrimenti spacciati.

 Ora la guerra è diventata complicatissima e Trump vuole uscirne, a mio parere, con il disastro.

 

Se non è possibile una vittoria chiara, allora meglio far deflagrare una vera e propria guerra dell’energia destinata a causare una drammatica recessione, da cui Trump spera che gli Stati Uniti, proprio perché potenza fossile, possano uscire meglio di economie dipendenti dall’energia importata e da merci che devono passare dall’incendiato percorso di Hormuz, Suez, Gibuti e persino dello Stretto di Malacca.

 

In estrema sintesi un mondo molto più povero, in preda a una crisi economica senza precedenti, dove gli Stati Uniti starebbero meno peggio di altri:

per evitare un inesorabile e rapido crollo, gli Stati Uniti scommettono sulla loro capacità di tenuta in un Pianeta in fiamme.

La geopolitica dell’egoismo malvagio.

(Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.)

 

 

Scenari geopolitici.

  Cesmar.it – Daniela - (Mar. 25, 2026) – Redazione – ci dice:

Sintesi quotidiana di geopolitica marittima globale.

Il 24 marzo 2026 si è configurato come una giornata di straordinaria intensità geopolitica, dominata dalla crisi iraniana e dalle sue molteplici proiezioni globali.

Il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran, con il coinvolgimento diretto di Israele e la reazione delle monarchie del Golfo, ridefinisce gli equilibri energetici, marittimi e strategici su scala planetaria, mentre l’Europa e le potenze emergenti si trovano a dover posizionare i propri interessi in un ordine internazionale sempre più frammentato e instabile.

 

Eventi clou.

 

Tre eventi spiccano per rilevanza geopolitica immediata nel quadro complessivo della giornata del 24 marzo 2026.

L’Iran subordina il transito di Hormuz al coordinamento con Teheran. L’Iran ha formalmente comunicato alle Nazioni Unite che le navi “non ostili” possono transitare dallo Stretto di Hormuz a condizione di coordinarsi preventivamente con le autorità iraniane.

 La mossa, riportata da “Captai”, rappresenta un tentativo di Teheran di riaffermare la propria sovranità funzionale sullo stretto, trasformando un corridoio internazionale in uno strumento di pressione diplomatica e militare.

 La dichiarazione giunge mentre il “Bahrein” promuove in sede ONU una risoluzione per autorizzare l’uso della forza navale nel Golfo Persico, e mentre gli Stati Uniti inviano ulteriori 2.500 militari nella regione.

 

La frase di Trump su Teheran e il” re pricing di Wall Street” Il 23 marzo 2026, Donald Trump ha diffuso un messaggio su “Truth Social “descrivendo i colloqui con Teheran come “very good and productive”, annunciando contestualmente un rinvio di cinque giorni delle operazioni offensive.

 Teheran ha quasi immediatamente smentito.

Come analizzato da” Filippo Sardella” su” IARI”, i mercati hanno reagito come se il rischio di shock nel Golfo si fosse ridotto, con conseguenti azioni in rialzo, petrolio in forte calo e volatilità in contrazione. L’episodio dimostra come la comunicazione strategica sia diventata parte integrante della formazione del prezzo geopolitico globale.

 È evidente che, se qualcuno fosse stato a conoscenza anticipata della frase del presidente Trump, ciò avrebbe potuto generare vantaggi economici nelle transazioni finanziarie.

 

Il caso “Khar Island”:

dalla guerra aerea al controllo dei nodi energetici.

Secondo un’indiscrezione rilanciata da “The Independent” e analizzata da “IARI”, Washington starebbe valutando l’impiego di circa 3.000 uomini della “Immediate Response Force dell’82nd Airborne” per operazioni su Khar Island, il principale terminal petrolifero dell’Iran.

Come sottolinea l’analisi, la questione centrale è se la guerra stia evolvendo da una campagna di raid e interdizione marittima verso il controllo fisico di nodi economici e geografici essenziali al metabolismo energetico globale.

 Khar gestisce circa l’80% dell’export petrolifero iraniano, e la sua neutralizzazione avrebbe ripercussioni immediate e potenziali ritorsioni iraniane.

 

Sintesi dei fatti per teatro operativo.

 

Mediterraneo Allargato.

 Il Golfo Persico resta il teatro più caldo.

 Gli Stati Uniti continuano a colpire impianti energetici iraniani, mentre l’Iran esercita pressione su Hormuz e il Bahrein accelera i tempi per una risoluzione ONU che autorizzi l’uso della forza navale.

Il Consiglio di Sicurezza ha adottato una risoluzione contro gli attacchi iraniani ai Paesi del Golfo, aprendo uno spazio giuridico per future azioni militari.

 Trump tenta un’apertura negoziale che si scontra con il veto israeliano.

La Turchia mantiene una posizione ambigua tra rischi del conflitto Iran-Israele e opportunità di mediazione regionale.

Nel Mediterraneo meridionale, la Francia costruisce un asse con Grecia e Cipro, mentre l’Italia mantiene una postura attendista.

La petroliera russa “Artic Meata”, in avaria e alla deriva da giorni, è stata infine messa in sicurezza, segnalando fragilità nella flotta ombra di Mosca.

Heartland Euro-Asiatico.

 La Russia rimane marginalmente presente nel dibattito del giorno, ma il tema dell’abbandono dell’energia russa da parte dell’Europa emerge con forza.

Il conflitto in Iran complica la transizione energetica europea, poiché la riduzione delle forniture di gas russo non trova immediata compensazione in un mercato GNL già perturbato.

 

Teatro Operativo Boreale-Artico.

Sul fronte nordico, la Danimarca è al centro di una controversia legata al presunto sabotaggio preventivo di piste in Groenlandia per ostacolare le ambizioni americane sull’isola.

Teatro Operativo Australe-Antartico.

 Il Brasile conferma la propria riluttanza a scegliere tra Washington e Pechino, mantenendo un equilibrio diplomatico su minerali critici e potere strategico.

L’Argentina si muove analogamente in uno spazio di sovranità negoziale con implicazioni per la geopolitica delle materie prime.

 

Indo-Pacifico.

Taiwan osserva con attenzione la guerra contro l’Iran, traendone lezioni operative in termini di deterrenza e gestione del rischio di escalation.

Il CSIS analizza le rotte dei cavi sottomarini nell’Indo-Pacifico come infrastruttura critica vulnerabile.

Giappone e Stati Uniti pianificano una cooperazione rafforzata nella regione.

 La Cina emerge come protagonista.

Attraverso un’inchiesta Reuters del 24 marzo che evidenzia una campagna sistematica di mappatura e impiego di sensori sui fondali marini, interpretata come preparazione di un ecosistema militare subacqueo integrato.

La Royal Navy annuncia che i sottomarini SSN-AUKUS includeranno sistemi VLS, segnalando una crescente integrazione capacitiva transatlantica.

 

Conseguenze dei fatti accaduti.

 

Conseguenze geopolitiche.

 La crisi iraniana sta ridisegnando le geometrie di potere nel Grande Medio Oriente in modo profondo e probabilmente irreversibile.

 Il tentativo iraniano di trasformare lo Stretto di Hormuz in uno strumento di coercizione diplomatica rappresenta un cambiamento della grammatica giuridica internazionale:

se accettato, sancirebbe una forma di sovranità funzionale dell’Iran su un corridoio marittimo attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale.

L’adozione di una risoluzione ONU contro gli attacchi iraniani ai Paesi del Golfo apre invece uno spazio di legittimazione per azioni militari future, modificando il quadro di diritto internazionale applicabile.

 L’apertura di Trump verso Teheran, per quanto strumentale e parzialmente smentita, suggerisce che Washington non persegua al momento la distruzione del regime iraniano ma la sua resa funzionale.

Questo obiettivo limitato si scontra con il massimalismo israeliano, che punta a una destabilizzazione strutturale della Repubblica Islamica.

Il veto israeliano a qualsiasi tregua negoziata rischia di prolungare il conflitto oltre le intenzioni americane.

Al contempo, il mondo arabo cerca nuovi partner strategici, coinvolgendo potenze emergenti come India, Turchia e Brasile.

 

Conseguenze strategiche.

 Il “RUSI” ha pubblicato il 24 marzo un’analisi di grande rilevanza operativa:

 in soli 16 giorni di guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno impiegato oltre 11.000 munizioni.

Il concetto chiave è quello di “command of the reload”:

 la capacità di sostenere un ritmo di fuoco elevato dipende dalla velocità di rifornimento della base industriale.

Questo solleva interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo della campagna.

La guerra multi-dominio mostra come le operazioni cyber siano ormai il tessuto connettivo del conflitto moderno.

L’ipotesi di un’operazione terrestre su “Khar Island” trasformerebbe radicalmente la natura del conflitto, introducendo elementi di occupazione temporanea di un asset economico sovrano.

 

Conseguenze economiche, tecnologiche, finanziarie ed energetiche.

 L’episodio Trump-Teheran ha dimostrato come le dichiarazioni politiche siano diventate variabili finanziarie autonome.

Sul piano tecnologico, l’Europa affronta una sfida di sovranità industriale legata alla dipendenza da tecnologie esterne.

 La campagna cinese di mappatura dei fondali aggiunge una dimensione strategica:

 il controllo della conoscenza marittima diventa leva di potere.

Sul fronte energetico, l’abbandono dell’energia russa da parte dell’Europa si complica in un mercato GNL già perturbato, con prezzi in salita e rotte più lunghe.

 

Conseguenze marittime.

 Lo Stretto di Hormuz è tornato al centro della riflessione strategica globale, questa volta non come ipotesi ma come teatro operativo attivo. La dichiarazione iraniana modifica de facto le condizioni di libertà di navigazione:

se Teheran imponesse anche informalmente il proprio sistema, trasformerebbe un diritto universale in una concessione negoziabile. L’analisi evidenzia il divario tra narrativa di controllo e realtà operativa, in cui la “US Navy” mantiene superiorità tattica.

La presenza navale si intensifica:

 nuovi sistemi “AUKUS”, rinforzi americani e vulnerabilità digitali emergenti nelle forze armate occidentali.

 Sul piano subacqueo, la strategia cinese di mappatura dei fondali rappresenta uno sviluppo di lungo periodo cruciale.

 

Conseguenze per l’Italia.

L’Italia si trova esposta su più fronti.

Sul piano militare, il collaudo del missile “Aster 30” dalla “nave Montecuccoli” rappresenta un avanzamento rilevante nelle capacità di difesa aerea navale.

 Sul piano energetico, l’instabilità nel Golfo e nel Mar Rosso si riflette direttamente sui costi industriali e sull’inflazione.

Sul piano politico, l’Italia mantiene una postura prudente, allineata alla NATO ma senza iniziative autonome.

Il rafforzamento dell’asse UE-Australia apre opportunità per l’industria della difesa.

 

Conclusioni.

 

La giornata del 24 marzo 2026 conferma che il conflitto con l’Iran è un evento strutturante dell’ordine internazionale.

Le variabili in gioco sono interconnesse in un sistema che rende ogni escalation potenzialmente globale.

Monitorare l’ipotesi operativa su “Khar Island”, i negoziati USA-Iran, la risoluzione ONU promossa dal Bahrein e la capacità industriale americana sarà cruciale per comprendere l’evoluzione del conflitto.

Nei giorni successivi saranno determinanti anche la risposta israeliana, le dinamiche ONU e la progressione della strategia subacquea cinese.

 

 Questa sintesi è stata elaborata sulla base degli articoli provenienti da diverse fonti aperte di analisi geopolitica e strategica, tra cui:

 Center for Maritime Strategy, CIMSEC, Reuters, ShipMag, Navy Lookout, National Interest, Seapower Magazine, CSIS, RUSI, War on the Rocks, IISS, Responsible Statecraft, Foreign Affairs, Formiche.net, Il Sussidiario, Start Magazine, Inside Over, Notizie Geopolitiche, IARI, Dissipatio, Analisi Difesa, Jamestown Foundation, “Atlantic Council”, “RAND Corporation”.

 

I CONTRIBUTI SONO DIRETTA RESPONSABILITÀ DELLA REDAZIONE E NE RISPECCHIANO LE IDEE. LA RIPRODUZIONE, TOTALE O PARZIALE, È AUTORIZZATA A CONDIZIONE DI CITARE LA FONTE.

LA STRUTTURAZIONE E L’INTERPRETAZIONE DEI DATI SONO FRUTTO DI UN PROCESSO DI SINTESI VOLTO A CREARE UN QUADRO ANALITICO COERENTE E ORGANICO. LA SINTESI NON RAPPRESENTA UN’ANALISI ORIGINALE, MA UNA RIORGANIZZAZIONE STRUTTURATA DELLE INFORMAZIONI RACCOLTE E SCELTE BASATA SULLA EXPERTISE DEI NOSTRI STUDIOSI CHE NE HANNO POI ESTRAPOLATO LE CONSEGUENZE NEI CAMPI GEOPOLITICO, STRATEGICO, MARITTIMO E LEGATO ALL’ITALIA.

 

 

 

 

Il Ruolo del Mare nella Geopolitica

Mondiale: Perché il Controllo

degli Oceani è Centrale per l’Egemonia

Anglosassone e per l’Economia Globale.

Geopolitica.it – (Dicembre 25, 2025) - Danilo Tozzi – Redazione – ci dice:

 

Cina, GEOECONOMIA, GEOPOLITICA, GEOSTRATEGIA, IMPERO USA, INGHILTERRA, IRAN, Russia.

Nel dibattito geopolitico contemporaneo, spesso dominato da temi come tecnologia, risorse energetiche e competizione industriale, il ruolo del mare tende a essere dato per scontato.

 Eppure, gli oceani continuano a rappresentare la struttura portante del sistema economico e strategico globale.

 Il controllo dei mari non è soltanto una questione militare, ma un fattore decisivo per l’egemonia politica, la stabilità economica e la capacità di influenzare l’ordine mondiale.

 

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’egemonia anglosassone – prima britannica e poi statunitense – si è fondata in larga misura sulla supremazia marittima.

Gli Stati Uniti, eredi della tradizione navale britannica, hanno costruito un sistema globale basato sulla libertà di navigazione, sulla sicurezza delle rotte commerciali e sulla capacità di proiettare potenza attraverso gli oceani.

 In un mondo in cui oltre l’80% del commercio globale viaggia via mare, il controllo delle rotte marittime equivale, di fatto, al controllo dell’economia mondiale.

 

Oggi, però, questo dominio è messo in discussione dall’ascesa di potenze continentali e marittime come “Cina” e “Russia”, sostenute da attori regionali strategici come l’”Iran”.

La competizione tra questi blocchi non si gioca soltanto sulla terraferma o nello spazio digitale, ma sempre più sul mare, che torna a essere il principale teatro della rivalità sistemica globale.

Il mare come fondamento del potere globale.

Il mare è storicamente il mezzo attraverso cui le potenze hanno esteso la propria influenza ben oltre i confini territoriali.

A differenza della terra, che è limitata e frammentata da confini politici, gli oceani rappresentano uno spazio continuo, aperto, in cui chi possiede la capacità di navigare, proteggere e controllare può influenzare interi continenti.

 

Il potere marittimo consente a uno Stato di garantire l’accesso ai mercati, assicurare l’approvvigionamento di risorse critiche e intervenire rapidamente in aree lontane.

Questo principio, formulato già alla fine del XIX secolo dal teorico navale “Alfred Thayer Makan”, rimane valido ancora oggi.

 Le grandi potenze non dominano il mondo solo perché producono di più, ma perché controllano i flussi attraverso cui beni, energia e capitali si muovono.

 

Nel sistema internazionale contemporaneo, il mare è diventato il principale spazio di interconnessione globale.

Le catene del valore, la logistica industriale, il commercio energetico e alimentare dipendono in modo diretto dalla sicurezza delle rotte marittime.

Qualsiasi perturbazione in questo sistema ha effetti immediati sui prezzi, sulla produzione e sulla stabilità economica globale.

 

L’egemonia anglosassone e il controllo dei mari.

L’egemonia anglosassone si è sviluppata storicamente come egemonia marittima.

L’Impero britannico, nel suo apice, controllava i principali colli di bottiglia del commercio globale, garantendo sicurezza alle proprie rotte e imponendo regole che favorivano i suoi interessi economici.

Dopo il declino britannico, gli Stati Uniti hanno assunto questo ruolo, costruendo una marina senza precedenti per dimensioni, capacità tecnologica e presenza globale.

 

La Marina statunitense non è soltanto uno strumento militare, ma il pilastro di un ordine economico internazionale basato sulla globalizzazione dei mercati.

La presenza navale americana nei principali oceani ha reso possibile un sistema in cui merci prodotte in Asia possono arrivare in Europa o negli Stati Uniti con costi relativamente bassi e tempi prevedibili.

Questo ha favorito l’espansione delle multinazionali, l’integrazione delle economie e la centralità del dollaro come valuta di riferimento.

 

Il controllo marittimo consente inoltre agli Stati Uniti di esercitare un potere coercitivo indiretto.

Sanzioni economiche, blocchi commerciali e pressioni diplomatiche sono credibili solo perché esiste una capacità concreta di influenzare o interrompere i flussi marittimi globali.

 In questo senso, il mare diventa uno strumento di governance globale, non semplicemente un campo di battaglia.

 

Il mare e l’economia mondiale.

L’economia mondiale moderna è impensabile senza il mare.

 Le grandi navi portacontainer, le petroliere e le metaniere costituiscono l’infrastruttura invisibile che sostiene la vita quotidiana di miliardi di persone.

Dalle materie prime ai prodotti finiti, tutto passa attraverso gli oceani.

 

Il settore energetico è particolarmente dipendente dal trasporto marittimo.

Petrolio e gas naturale liquefatto viaggiano lungo rotte ben precise, spesso attraversando strettoie strategiche come lo Stretto di Hormuz, il Canale di Suez o lo Stretto di Malacca.

Il controllo o l’instabilità in queste aree ha un impatto immediato sui mercati globali, sui prezzi dell’energia e sull’inflazione.

Anche la produzione industriale è sempre più legata alla puntualità delle consegne marittime.

 Il modello della produzione “just in time” rende le economie vulnerabili a qualsiasi interruzione delle rotte navali.

La pandemia e le crisi logistiche degli ultimi anni hanno dimostrato quanto il sistema sia fragile e quanto il mare resti centrale per il funzionamento dell’economia globale.

 

La sfida di Cina e Russia alla supremazia marittima.

Negli ultimi vent’anni, la Cina ha compreso che il suo sviluppo economico e la sua sicurezza nazionale dipendono in larga misura dal mare.

Pechino ha investito massicciamente nella modernizzazione della propria marina, trasformandola da forza costiera a strumento di proiezione globale.

L’obiettivo cinese non è solo difensivo, ma strategico:

garantire la sicurezza delle proprie rotte commerciali e ridurre la dipendenza dal controllo navale statunitense.

 

La Russia, pur avendo un approccio diverso e più selettivo, considera il mare un elemento essenziale della propria strategia di deterrenza.

 Il controllo di mari chiave come il Mar Nero, l’Artico e alcune aree del Pacifico permette a Mosca di compensare la propria debolezza economica con una postura militare credibile.

L’Iran, a sua volta, gioca un ruolo cruciale in aree strategiche come il Golfo Persico, influenzando uno dei principali snodi energetici mondiali.

 

Questi attori non mirano necessariamente a sostituire l’egemonia marittima statunitense su scala globale, ma a limitarla, renderla più costosa e meno efficace.

È una strategia di erosione, non di sostituzione immediata, che punta a creare un mondo più multipolare anche sul piano marittimo.

 

Il mare come nuovo fronte della competizione strategica.

In questo contesto, il mare diventa il principale teatro della competizione tra grandi potenze.

Non si tratta soltanto di una rivalità militare, ma di una lotta per il controllo delle regole del commercio, della sicurezza energetica e delle infrastrutture globali.

Le flotte navali, i porti, le basi logistiche e persino i cavi sottomarini assumono un valore strategico crescente.

 

Gli Stati Uniti vedono nella protezione delle rotte marittime non solo un interesse nazionale, ma una responsabilità globale.

Tuttavia, dal punto di vista di Pechino e Mosca, questa “protezione” appare sempre più come uno strumento di pressione politica.

La presenza navale americana vicino alle coste cinesi o russe è percepita come una minaccia diretta, alimentando una spirale di sfiducia e riarmo.

 

La possibilità che il mare diventi il luogo di crisi future non deriva da una volontà esplicita di conflitto, ma dalla sovrapposizione di interessi vitali. Ogni grande potenza dipende dal mare per la propria sicurezza economica e strategica, e nessuna è disposta a rinunciare a questo spazio senza reagire.

 

Scenari futuri e rischi sistemici.

Il rischio principale non è una guerra navale totale, ma una crescente instabilità marittima.

 Incidenti, dimostrazioni di forza, pressioni indirette e crisi regionali potrebbero avere effetti sproporzionati sull’economia globale.

 Il mare, proprio perché è il cuore del sistema economico mondiale, diventa anche il suo punto più vulnerabile.

 

Gli Stati Uniti, nel tentativo di preservare la propria egemonia, continueranno a puntare sulla deterrenza navale, sul rafforzamento delle alleanze e sulla presenza nei mari strategici.

 Cina e Russia, dal canto loro, cercheranno di costruire alternative continentali e marittime per ridurre la propria esposizione a un sistema dominato dall’Occidente.

 

Il futuro dell’ordine mondiale dipenderà in larga misura da come questa competizione verrà gestita.

 Un equilibrio marittimo instabile potrebbe rallentare la globalizzazione, frammentare i mercati e aumentare i costi economici per tutti.

 Al contrario, una gestione cooperativa degli oceani potrebbe garantire stabilità e prosperità anche in un mondo multipolare.

 

Conclusione.

Il mare resta il grande protagonista silenzioso della geopolitica mondiale.

 Il suo controllo è essenziale per l’egemonia anglosassone, per la sicurezza delle economie moderne e per la stabilità dell’ordine globale. La competizione tra Stati Uniti, Cina, Russia e altri attori non è soltanto una sfida militare, ma una battaglia per il controllo dei flussi che tengono insieme il mondo.

In un’epoca di transizione verso il multipolarismo, gli oceani rappresentano allo stesso tempo una fonte di potere e una potenziale linea di frattura.

Comprendere il ruolo del mare significa comprendere il futuro della geopolitica globale, perché chi controlla il mare, oggi come ieri, continua a esercitare un’influenza decisiva sul destino del mondo.

 

 

 

 

Trump-Europa: abisso transatlantico.

Ispionline.it – (1°aprile 2026) – Alessia De Luca – Redazione – ci dice:

Trump si scaglia contro gli alleati: tra accuse, minacce di un ritiro dalla Nato e tensioni su Hormuz, la guerra nel Golfo mette a nudo la crisi nei rapporti transatlantici.

(Daly Focus Medio Oriente e Nord Africa · Relazioni Transatlantiche).

 

A oltre un mese dall’inizio della guerra all’Iran, le capitali del Medio Oriente soggette ai bombardamenti non sono le uniche vittime del conflitto:

se non sul piano materiale, almeno su quello diplomatico le relazioni transatlantiche, che pure hanno conosciuto alti e bassi nel corso della loro lunga storia, vivono forse il momento peggiore di sempre.

 Al linguaggio felpato di diplomatici e leader europei, che si sforzano di ripetere come tra le due sponde dell’Atlantico nulla sia cambiato, si contrappongono le invettive sempre più dure e sfrontate del presidente Donald Trump.

Il quale, ancora una volta, sul suo “social Truth” ha accusato gli alleati di non averlo sostenuto nel conflitto e detto ai governi preoccupati per i prezzi del carburante di “andarsi a procurare il petrolio da soli”.

“Fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo.

Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi”, ha scritto il tycoon, aggiungendo che una volta chiuse le ostilità con Teheran la responsabilità di mantenere aperto lo stretto di Hormuz spetterà ai Paesi che ne dipendono.

 “Non è compito nostro…sarà compito di chiunque utilizzi lo stretto”.

Parole che sembrano confermare quanto rivelato nei giorni scorsi dal “Wall Street Journal”, secondo cui il presidente americano avrebbe confidato in più di un’occasione ai suoi consiglieri di voler porre fine alle ostilità contro Teheran anche senza ottenere la riapertura dello Stretto da cui passa oltre un quinto del petrolio e del gas naturale mondiale.

 

Usa e Ue ai ferri corti?

Che gli europei guardassero alla guerra contro Teheran come a un disastro da evitare non è un segreto per nessuno.

 Come pure il fatto che, fin dalle prime ore, abbiano iniziato manovre volte a evitare ogni coinvolgimento in un conflitto considerato illegale dal punto di vista del diritto internazionale e controproducente per i loro interessi.

Il primo a rompere le righe è stato “Pedro Sanchez”.

 Il leader spagnolo ha accusato Trump di aver scatenato un conflitto dalle conseguenze imprevedibili, negando agli Stati Uniti l’uso delle basi Nato e del suo spazio aereo per la guerra.

Se gli altri leader europei non sono stati altrettanto diretti, nessuno tuttavia ha colto l’invito del tycoon ad assistere gli Usa nel Golfo.

Man mano che la guerra proseguiva, e l’opinione pubblica europea si mostrava sempre più contraria, timidi segnali di reazione hanno cominciato a manifestarsi:

la Francia ha bloccato il transito di aerei carichi di rifornimenti militari diretti in Israele, mentre l’Italia ha negato all’ultimo minuto il permesso di atterraggio in Sicilia ai bombardieri statunitensi.

Il Regno Unito, dal canto suo, ha permesso agli Usa di utilizzare le sue basi per una guerra che il governo di Londra ha definito “illegale”, ricevendo comunque un pubblico biasimo da Trump.

 

Trump sta fallendo?

Se c’è una cosa che la frustrazione di Trump nei confronti degli europei rivela, è il fatto che la strategia del tycoon non sta dando i frutti sperati e che Washington si trova in una situazione da cui è difficile uscire:

Ia minaccia del presidente di “obliterare” la Repubblica Islamica non sta scalfendo i resti del regime iraniano, mentre quest’ultimo a sua volta sta dimostrando di saper fare buon uso dei suoi asset.

 Se gli Usa non opteranno per un intervento di terra, un’opzione ad altissimo rischio, potrebbero dover essere costretti a un umiliante patteggiamento.

Secondo “Axios” Cina e Pakistan hanno presentato una nuova iniziativa per porre fine alla guerra, che includerebbe un cessate il fuoco in cambio della riapertura dello Stretto.

A fare la differenza, per Teheran, sarebbero le garanzie poste da Pechino che si affermerebbe come il vero deal-maker della trattativa.

 Certo Trump dissimulerebbe, presentando l’accordo come una vittoria ‘assoluta’ ma il mondo è pronto a giudicarlo al di là della sua roboante retorica.

“Proprio come la Cina ha scoperto l’anno scorso con le terre rare, l’Iran ha trovato una presa letale sui mercati globali” in grado di indurre Trump “a fare Taco” osserva “Edward Luce” sul “Financial Times”, aggiungendo che “anche se dichiarasse una vittoria unilaterale nel Golfo, l’Iran sa ormai di avere più influenza di lui sull’inflazione statunitense”.

 

Via dalla Nato?

Al di là dell’Iran, la crisi transatlantica rivela una spaccatura sempre più profonda.

Negli ultimi 15 mesi, dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump si è comportato in modo sprezzante nei confronti di coloro che fanno sempre più fatica a definirsi suoi alleati che ne hanno subito le intemperie per non compromettere quel che resta del sostegno americano all’Ucraina o la coesione della Nato.

 Anche questo ultimo baluardo, però, sembra stia per crollare: rispondendo alla domanda di un giornalista del “Telegraph”, il presidente Usa si è spinto oltre le consuete critiche, chiarendo senza mezzi termini di stare “seriamente valutando” il ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica.

 “Non sono mai stato convinto dalla Nato.

 Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e lo sa anche Putin”.

Gli occhi di tutti, perciò, sono puntati sullo Studio Ovale, dove Trump terrà questa sera un discorso in prima serata sull’Iran, il primo dall’inizio della guerra.

L’ipotesi più accreditata è che annunci un accordo formale con l’Iran o un graduale ritiro degli Stati Uniti dichiarando che Washington ha raggiunto i suoi obiettivi.

Quanto agli alleati, Trump ha annunciato che esprimerà il suo “disgusto” per la Nato.

 Per l’asse transatlantico è giunto il momento della verità?

 Se così non fosse, l’impressione è che non bisognerà aspettare molto.

 

Il commento.

 Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po.

 

“Torna ad attaccare la Nato e gli alleati europei, Donald Trump.

Prospettando uscite dall’alleanza in realtà impossibili a realizzarsi, ché dovrebbero essere ratificate da una maggioranza dei due terzi del Senato.

E minacciando un ben più realistico disimpegno statunitense che svuoterebbe la Nato di senso e capacità.

Sullo sfondo agiscono sia la visione imperiale di Trump sia un antieuropeismo, se non una vera e propria eurofobia, ormai sempre più diffusi e condivisi tra l’elettorato di destra negli Usa.

In virtù dei quali l’Europa costituisce al meglio interlocutore subalterno, se non vera e propria colonia di Washington, e al peggio un nemico politico e ideologico”.

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