Chi ha il controllo della situazione geopolitica attuale.
Chi ha
il controllo della situazione geopolitica attuale.
Chi
controlla i dati controlla la guerra.
Ilsole24ore.com
– (9 aprile 2025) - Mariarosaria Taddeo – Redazione – ci dice:
Sovranità
digitale, Ai e sicurezza dei dati militari devono diventare una priorità
geopolitica. Serve un’alleanza tra Stato e industria.
In un
contesto geopolitico segnato dalla crescente instabilità, dalla guerra in
Ucraina alla corsa globale agli armamenti tecnologici, l’Europa deve costruire
la sua autonomia strategica, che passa per il digitale e la digitalizzazione
della difesa.
Gli
sforzi dei piani europei per la difesa vanno in questa direzione, ma non basta
sviluppare l’industria della difesa.
Quando questa incontra il digitale, servono
misure di governane adeguate.
La gran quantità di dati generati in scenari
di guerra – posizioni, movimenti, condizioni ambientali, performance umane –
viene oggi gestita da aziende tecnologiche private, spesso non europee.
Questi
dati non sono solo risorse operative: sono asset strategici.
Se non
li controlliamo, perdiamo sovranità e sicurezza.
Nel
mondo della difesa contemporanea, il dominio non è più solo aereo, terrestre o
navale.
È digitale.
L’informazione,
e soprattutto il dato, è diventato l’elemento chiave per l’efficacia tattica e
strategica di ogni operazione.
Droni,
satelliti, cyber warfare, sistemi predittivi e decision-making automatizzato:
tutto
ruota attorno all’acquisizione, elaborazione e interpretazione dei dati.
Un
campo in cui l’intelligenza artificiale gioca un ruolo crescente.
Ma la
catena di controllo dei dati è oggi opaca, frammentata, sbilanciata e spesso
esternalizzata.
Una
parte significativa dei dati prodotti in contesti militari e difensivi passa da
infrastrutture digitali gestite da privati.
In molti casi, i governi non detengono il
controllo.
Questo
squilibrio ha conseguenze enormi: etiche, legali, operative e geopolitiche.
In
un’Europa che punta all’autonomia strategica, non è più possibile affidare la
sicurezza digitale a logiche di mercato.
La
sovranità digitale è una priorità di sicurezza nazionale.
Questo
significa costruire infrastrutture pubbliche o europee per la gestione dei dati
sensibili;
imporre
criteri di trasparenza e audio alle tecnologie usate nella difesa; regolare con
standard etici e giuridici l’uso dell’intelligenza artificiale; incentivare una
nuova alleanza tra Stato, industria e ricerca per uno sviluppo tecnologico
etico, sicuro e indipendente.
Non
basta dotarsi di IA:
occorre
decidere quali IA, con quali regole, e per quale visione politica del conflitto
e della pace.
Altrimenti, la superiorità non sarà più nelle
mani dei governi, ma di chi possiede gli algoritmi.
Occorre
un’agenda condivisa, che parta da una governance pubblica dei dati di difesa:
evitare
che le informazioni più sensibili (da sensori, missioni, soldati) siano gestite
o archiviate da soggetti privati extraeuropei.
Sui
modelli di AI affidabili e verificabili bisogna ispirarsi ai principi già
adottati da USA, Regno Unito e Nato per uno sviluppo responsabile delle
tecnologie autonome.
E
valorizzare la ricerca europea: sostenere università, centri militari e
industria tech affinché l’Europa non resti dipendente da soluzioni esterne in
un campo così delicato.
Chi
guida l’evoluzione digitale della difesa non può limitarsi a rincorrere la
tecnologia.
Deve
avere il coraggio di darle forma.
(Mariarosaria
Taddeo- Professoressa di etica digitale e tecnologie per la difesa presso
l’Oxford internet institute dell’università di Oxford e direttrice del Gruppo
di ricerca).
“BiBi
Files”!
Conoscenzealconfine.it
– (30 Marzo 2026) - Umberto Pascali – ci dice:
“Bibi
Files”! “Filmati segreti degli interrogatori della polizia su Netanyahu…”
L’ultimo attacco di Tucker Carlson a
Netanyahu: segnale di svolta nell’opinione pubblica (e nel governo)
statunitense.
L’
Ultimo Affondo di Tucker Carlson Contro Netanyahu: un Campanello d’Allarme per
l’America.
Il 27
marzo 2026 Tucker Carlson, uno dei commentatori più seguiti e influenti degli
Stati Uniti, ha dedicato un intero episodio del suo show a Benjamin Netanyahu.
Il titolo è esplicito:
“Leaked
Police Interrogation Footage of Netanyahu, and How He Cowers Behind War to Keep
Power” (“Filmati
segreti degli interrogatori della polizia su Netanyahu e come si nasconde
dietro la guerra per mantenere il potere”).
Nell’episodio,
Carlson intervista il regista premio Oscar “Alex Gibney”, che ha avuto accesso
a oltre “1.000 ore” di video riservati degli interrogatori della polizia
israeliana a Netanyahu, alla moglie Sara, al figlio Yair e ad altri personaggi
vicini al premier.
Questi
filmati, al centro del documentario “The Bibi Files” (disponibile in streaming
sulla piattaforma di Tucker), rivelano accuse di corruzione sistematica:
regali
di lusso, sigari cubani costosissimi, gioielli, favori in cambio di copertura
mediatica positiva e codici segreti per le tangenti.
Il documentario è stato “vietato in Israele”,
segno evidente di quanto sia scomodo per il governo Netanyahu.
Ma il
vero cuore dell’intervista non è solo il denaro.
“Tucker”
e “Girne” sostengono che Netanyahu abbia trasformato la guerra permanente –
prima a Gaza, poi con l’Iran – in uno strumento per sfuggire ai processi e
restare al potere.
Finché
c’è un’emergenza nazionale, Bibi rimane “il leader in tempo di guerra”: i tribunali rallentano, l’opinione
pubblica si compatta e gli avversari interni tacciono.
(Per
vedere il documentario completo “The Bibi Files”: (tuckercarlson.com/watchthebibifiles)).
Pochi
giorni prima, il 23 marzo 2026, Tucker aveva già ospitato “Avraham Burg”, ex
speaker della “Knesset” e ex presidente ad interim di Israele, che ha criticato duramente
Netanyahu definendo la sua strategia: “non può mai fermarsi, solo uccidere”.
In
questi stessi giorni anche Donald Trump ha puntato i riflettori su Netanyahu.
Il
presidente americano ha mostrato segni di irritazione verso le scelte di
Gerusalemme, criticando pubblicamente alcuni insediamenti e prendendo le
distanze da un’escalation troppo rapida con l’Iran.
Non è più il rapporto di ferro di una volta:
Trump appare sempre più orientato a mettere
gli interessi americani al primo posto e a frenare chi, da fuori, sembra voler
trascinare Washington in conflitti senza fine.
Data
l’enorme popolarità di “Tucker Carlson” tra i conservatori e gli indipendenti
americani, questo tipo di narrazione ha un peso notevole. Quando un opinion leader con milioni
di spettatori dice chiaramente che Netanyahu sta usando la guerra come
assicurazione sulla poltrona e che sta trascinando gli Stati Uniti in nuovi
rischi, il messaggio arriva a un pubblico vasto.
Il
rigetto verso la “voglia di guerra e caos” di Bibi non è più solo una voce di
minoranza:
sta
diventando un sentimento diffuso anche nel conservatorismo americano, stanco di
aiuti miliardari e di avventure militari infinite.
Le
Radici Storiche del “Sionismo Politico”.
Tucker,
nel suo stile diretto, collega il presente alle origini.
Il
sionismo politico moderno non nasce dal nulla:
affonda le radici nel sostegno britannico del
primo Novecento.
Fu la
famiglia Rothschild, in particolare Walter Lionel Rothschild (2° barone
Rothschild), a ricevere la storica “Dichiarazione Balfour” del 2 novembre 1917.
In
quella lettera, il ministro degli Esteri britannico “Arthur Balfour” prometteva
al popolo ebraico una “casa nazionale” in Palestina, all’epoca sotto controllo
ottomano e poi mandato britannico.
Londra vedeva nel sionismo uno strumento
geopolitico utile per controllare il Medio Oriente dopo la Prima Guerra
Mondiale:
(rothschildarchive.org/family/family_interests/walter_rothschild_and_the_balfour_declaration)
Quel
filo britannico si è poi intrecciato con l’influenza americana.
Negli
anni Novanta i neoconservatori statunitensi, con Richard Perle in testa,
prepararono per Netanyahu il documento “A Clean Break: A New Strategy for
Securing the Realm” (1996).
Si
trattava di una vera e propria strategia che consigliava a Israele di rompere
gli “Accordi di Oslo” (13 settembre 1993: sancivano il reciproco riconoscimento
tra Israele e l’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Prevedevano un percorso graduale di pace, il ritiro delle truppe israeliane da
Gaza e Gerico, e l’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese ANP per
l’autogoverno provvisorio nei territori occupati.), colpire duramente i vicini
(Siria, Iraq, Iran) e puntare a un’egemonia regionale sostenuta dagli Stati
Uniti.
Molti
di quei neocons hanno poi influenzato la politica estera americana sotto Bush e
oltre. Il documento originale è consultabile qui:
(dougfeith.com/docs/Clean_Break.pdf ).
Oggi
quel lungo ciclo – nato a Londra con il sostegno Rothschild e proseguito con i
neocons a Washington – sembra avvicinarsi alla fine.
Le rivelazioni di “The Bibi Files”, le “interviste
di Tucker”, le” crepe nel rapporto “Trump-Netanyahu” e la crescente stanchezza
dell’opinione pubblica americana per le guerre senza fine indicano un
cambiamento profondo.
Non si
tratta di essere contro Israele come Stato, ma contro un modello di potere
basato sulla corruzione, sulla guerra permanente e sull’idea che gli interessi
di un leader straniero debbano prevalere su quelli degli Stati Uniti.
Tucker
Carlson, con il suo approccio documentato e senza filtri, ha acceso un faro
potente.
E l’America, in questo momento, sta guardando
con attenzione.
(Umberto
Pascali).
(umbertopascali.substack.com/p/bibi-files-filmati-segreti).
Il
Programma della Geoingegneria
Iniziato da Lyndon Johnson e le
Origini della Guerra Climatica.
Conoscenzealconfine.it
– (29 Marzo 2026) - Cesare Sacchetti – ci dice:
Il
cielo non è più blu, a differenza di quello che cantava un tempo Rino Gaetano.
Sono
ormai sempre più frequenti le segnalazioni di costanti irrorazioni dei cieli
italiani ed europei che avvengono da diversi anni a questa parte.
Gli
effetti sull’atmosfera e sul meteo sono a dir poco disastrosi, ma gli organi di
stampa ultimamente sembrano essere entrati in un paradossale corto circuito.
Se da
un lato diversi organi di (dis)informazione si trincerano ancora dietro lo
stupidario di vuote parole come “complottismo” nel tentativo di liquidare il
fenomeno, dall’altro invece riportano dei casi di modifica del meteo avvenuti,
ad esempio, nei Paesi del Golfo Persico, affetti da lunghi periodi di siccità,
e che si ritrovano grazie a droni di vario tipo che inseminano le nuvole
sommersi da abbondanti piogge.
I
balzi in avanti della tecnologia hanno portato l’uomo ad assistere a quegli
scenari che si vedevano nel film “Geostorm”, nel quale si vedevano dei deserti
ricoperti da abbondanti nevicate per via dell’effetto dei satelliti utilizzati
per via della modifica del clima.
Quel
film in realtà non ha immaginato qualcosa che viene dalla sola fantasia
creativa dei suoi sceneggiatori, ma è stato ispirato dagli esperimenti che sono
in corso da diversi decenni, dei quali si parla in diversi documenti ufficiali,
nonostante la stampa si premuri di non darne mai notizia.
È il
caso, ad esempio, di un documento di 18 pagine redatto dalla “Central
Intelligence Agency”, la “CIA”, che nel 1965 si stava dando molto da fare per
studiare varie tecniche di geoingegneria per modificare determinati eventi
atmosferici, seppur, almeno nelle dichiarazioni, per usi “benevoli”.
A
Langley (quartier generale della CIA), si parlava già allora dell’uso di
determinate tecniche di alterazione delle nuvole che, a seconda dei metodi
impiegati, avrebbe potuto provocare piogge laddove sarebbero state ritenute
necessarie oppure diminuire le precipitazioni in altre zone.
Se ne
era già parlato prima del 1965 in realtà, quando negli stati della
Pennsylvania, della Virginia Orientale, e del Maryland, tra il finire degli
anni’50 e ’60 vennero eseguiti tutta una serie di esperimenti da parte della
“General Electric” per provocare delle precipitazioni, i quali ebbero però
risultati disastrosi per le zone rurali interessate che si ritrovarono a fare i
conti con siccità e morte del bestiame.
Lyndon
Johnson e il Controllo del Meteo.
Johnson
era però un entusiasta della geoingegneria.
Già
nei suoi primi anni da senatore del Texas, il politico democratico sembrava
molto edotto sulla geoingegneria, tanto da affermare che il clima poteva essere
effettivamente modificato dallo spazio attraverso l’uso dei satelliti.
Si era
appena agli inizi della corsa della geoingegneria, eppure l’uso dei satelliti
per modificare il clima sembrava già essere noto a diversi uomini del Congresso
americano.
Johnson
era tornato sulla questione nel 1962, quando da vicepresidente
nell’amministrazione Kennedy aveva affermato che chiunque sarebbe stato in
controllo del clima, sarebbe stato in controllo del mondo.
Il
vicepresidente democratico aveva chiaramente una visione, ma non una che voleva
studiare il meteo per sondare la possibilità di modifiche per delle finalità
positive, anche se, come si è visto, non ce ne sono. Johnson aveva in mente di
servirsi della geoingegneria come un’arma, come uno strumento per colpire una
potenza nemica.
Una
volta entrato nell’ufficio Ovale, il presidente Johnson manifesta tutto il suo
entusiasmo per il discorso fatto dal segretario al Commercio, “John T. Connor”,
sulla possibilità di modificare il clima, e di lì a pochi anni si poté vedere
che le applicazioni non erano affatto benevole.
L’Esordio
della Geoingegneria Come Arma di Guerra: il Vietnam.
Gli
Stati Uniti si trovavano impegnati in una guerra lunga e sanguinosa quale
quella del Vietnam.
Il
conflitto si stava rivelando più complicato del previsto, e al dipartimento di
Stato allora presieduto dalla storica eminenza grigia della” governance globale”,”
Henry Kissinger, venne deciso di dare vita ad un programma clandestino chiamato
“Popeye“, non autorizzato dal segretario alla Difesa,” Melvin Laird,” ma
vagliato invece da Johnson che diede il via libera all’operazione.
Il
progetto Popeye è semplicemente il futuro.
Kissinger autorizza l’irrorazione dei cieli
del Sud-Est asiatico per prolungare le piogge che si verificano frequentemente
in quell’area, e dal 1967 al 1972, i vari abitanti del Vietnam e del Laos,
spesso anche quelli non coinvolti nel conflitto, e persino dalla parte degli
Stati Uniti, si sono dovuti sorbire frequenti spruzzate di varie sostanze che
hanno aumentato le precipitazioni nell’area.
La
geoingegneria entra così nella storia militare e diviene un’arma di guerra.
I
propositi di Johnson di manipolare il clima per colpire le altre nazioni si
stavano tramutando in realtà, ma erano soltanto i primi vagiti della
geoingegneria.
A
Washington, sapevano molto bene che l’Unione Sovietica era al lavoro sugli
stessi programmi, ed era ormai iniziata una vera e propria corsa per il clima.
Se ne
parlò pure, incredibilmente, sul “New York Times”, il quale in un articolo del
lontano 1976, scrisse di questa guerra climatica e della concreta possibilità
attraverso il programma del Pentagono chiamato “Climate Dynamics” di creare
eventi artificiali climatici per danneggiare un Paese.
Vennero
fatte alcune sollecitazioni a mettere al bando l’uso a scopi bellici di queste
tecnologie, ma non se ne fece nulla.
Si
continuò ad andare nella stessa direzione, fino a quando negli anni’80 e ’90 il
fenomeno dell’irrorazione dei cieli iniziò a diventare sempre più frequente,
tanto che la NASA decise di mandare i suoi “informatori” nelle scuole per dire
che non c’era in corso nessun esperimento di irrorazione dei cieli.
Secondo
l’agenzia spaziale americana nulla di anomalo era in corso, anche se proprio
uno dei suoi scienziati, “Patrick Minni”, disse che alcuni aerei emettono delle
scie chimiche, ben diverse da quelle di condensa che evaporano molto
rapidamente, in grado di surriscaldare l’aria e innalzare le temperature
attraverso la formazione dei cosiddetti cirri, ovvero delle formazioni di nubi.
Se ne
dovrebbe dedurre che i tanto discussi “cambiamenti climatici” sono reali, ma
non sono nulla di quello di cui parlano gli organi di stampa.
Sono
in realtà degli esperimenti illegali che vanno avanti da molto tempo, negati
dai vari governi, i quali hanno investito molti soldi pubblici su queste
tecnologie, sia nel campo delle applicazioni della guerra tecnologica, sia per
incentivare una certa agenda neomaltusiana che vuole far credere che il
colpevole del cosiddetto “riscaldamento globale”, smentito, tra l’altro, dai
dati, sia l’uomo comune attraverso la sua vettura utilitaria.
La
Manipolazione della Ionosfera: HAARP.
Il
balzo che viene fatto tra gli anni’70 e gli anni’90 nel campo della
geoingegneria è a dir poco impressionante.
Se si
legge un documento scritto nel 1996 da diversi uomini delle forze armate
americane dal titolo “Il meteo come moltiplicatore della forza: possedere il meteo
nel 2025” si traccia il percorso che devono compiere gli Stati Uniti per
diventare i padroni assoluti dell’atmosfera.
Nel
documento vengono presi in esame diversi scenari per manipolare il meteo, tra i
quali in particolare c’è quella della manipolazione della ionosfera attraverso
l’emissione di onde radio.
Ad arrivare allo sviluppo di questa tecnologia era
stato in realtà già nel 1993 il deputato dell’Alaska, “Ted Stevens”.
Stevens
presentò al Congresso un progetto chiamato “HAARP”, da lui presentato come una
tecnologia in grado di migliorare le comunicazioni radio, salutato dal falco
sionista “John McCain” come una grande innovazione tecnologica.
“HAARP” era tutto quello che veniva
descritto nel 1996 dagli ufficiali dell’aereonautica americana. Attraverso
queste potentissime onde ad alta frequenza la ionosfera viene, per così dire,
bucata e si generano dei disastrosi eventi climatici.
Se n’è
parlato in diverse sedi istituzionali, persino nella più insospettabile di
tutte, quale il “Parlamento europeo”, quando nel 1999 la deputata
socialdemocratica svedese “Maj Britt Theory”, ne descrisse gli effetti:
“HAARP
è un progetto di ricerca in cui, attraverso impianti basati a terra e una serie
di antenne, ciascuna alimentata da un proprio trasmettitore, si riscaldano con
potenti onde radio parti della ionosfera. L’energia così generata riscalda
talune parti della ionosfera provocando buchi e lenti artificiali.
“HAARP”
può essere impiegato per molti scopi.
Manipolando
le proprietà elettriche dell’atmosfera si diventa in grado di porre sotto
controllo forze immani.
Facendovi
ricorso quale arma militare, le conseguenze potrebbero essere devastanti per il
nemico.
Attraverso
“HAARP” è possibile convogliare in una zona prestabilita energia milioni di
volte più intensa di quella che sarebbe possibile inviare con qualsiasi altro
trasmettitore tradizionale.
L’energia
può anche essere indirizzata verso un obiettivo mobile, per cui si potrebbe
applicare anche contro i missili del nemico.
Il
progetto consente anche di migliorare le comunicazioni con i sommergibili e di
manipolare la situazione meteorologica globale.”
Mere
esagerazioni della ex eurodeputata Theory?
Non
proprio, soprattutto perché a ritenere HAARP responsabile di disastrosi eventi
atmosferici sono stati, tra gli altri, “Eric Hecke”, scienziato consulente
della “National Science Foundation” e il generale “Fabio Mini”, già comandante
NATO, il quale rilasciò una intervista nel 2012 dove affrontava proprio
l’argomento delle manipolazioni climatiche.
Mini
aveva già scritto un articolo sulla rivista “Limes”, diretta da Lucio
Caracciolo, dove parlava dei terremoti causati da varie esplosioni nel
sottosuolo.
Lo scambio
che segue con la giornalista che intervista il generale è particolarmente
rivelatorio.
“Intervistatrice:
Quindi
io posso con le… mi scusi se la interrompo: quindi io posso con una esplosione,
un esperimento, creare un sisma anche in qualche modo voluto?
Gen.
Mini:
Ma
assolutamente vero, nel senso che questo non è ormai una fantasia o una
illazione, sono cose ormai che sono tecnicamente e scientificamente provate.
Quello
che manca è la prova che qualcuno deliberatamente lo abbia già fatto, però se
si vanno a vedere quali sono le linee di frattura o le faglie che ci sono nella
crosta terrestre e si può immaginare che se uno agisce in un punto, per esempio
in mezzo al pacifico con una esplosione controllata nucleare o anche soltanto
non nucleare o anche soltanto convenzionale, bene il riverbero delle onde
sismiche che produce questa esplosione può arrivare e alimentare e provocare
addirittura lo tsunami; ma adesso lo tsunami è una forma così che tutti quanti
conoscono ma i terremoti in genere possono essere in questo senso…
Intervistatrice:
Ecco
scusi, io la interrompo sempre perché… negli ultimi anni io ho fatto delle
ricerche e ho sempre visto proprio facendo delle tabelle di raffronto che dove
c’erano state delle esplosioni sotterranee, io ho seguito anche alcune
esplosioni che venivano fatte dai francesi nel Sahara, poi Mururoa, poi in
India e in Pakistan, poi a breve distanza venivano fuori dei terremoti, quindi
a volte erano sperimentazioni, quindi si può anche pensare che si possano
creare al di là dei terremoti anche dei sisma, anche delle frane, delle
valanghe, delle inondazioni, cioè degli scienziati in questo caso molto bravi
ma in negativo possono in qualche modo condizionare l’ambiente e quindi
l’economia anche di un Paese.
Gen.
Mini:
Ma
assolutamente sì cioè questa è una capacità tecnica, tecnico operativa, che
esiste.”
Il
generale dunque non ha il minimo dubbio che esista una tecnologia in grado di
provocare dei sismi artificiali, nonostante le reiterate smentite di tutta una
serie di geologi molto vicini agli istituti Euro-Atlantici, impegnati da tempo
in una campagna “negazionista” poiché al grande pubblico dev’essere negata la
possibilità di sapere che ci sono apparati militari che dispongono di tali
devastanti tecnologie.
Ci
sono uomini, più semplicemente, che giocano a fare Dio, che pensano di poter
manipolare a piacimento il clima senza curarsi delle terribili conseguenze.
Si
interessò della questione dei terremoti artificiali anche il fisico brasiliano “Fran
de Aquino”, che pubblicò un dettagliato studio scientifico nel quale spiegava
come la “tecnologia HAARP” fosse in grado di provocare “terremoti, cicloni, e
forte riscaldamento localizzato”.
“HAARP”
ha aperto la porta di cambiamenti climatici così vasti da far apparire come
“primitive” le piogge provocate dagli aerei delle forze armate americane sul
Sud-Est asiatico.
La
guerra climatica ha raggiunto la frontiera della distruzione di città e di
villaggi attraverso sismi artificiali, che, secondo de Aquino, possono essere
riconosciuti tramite determinate anomalie nella rilevazione delle frequenze
sismiche.
Solo
pochi mesi addietro nel Sud d’Italia e in Sardegna si verificò un potentissimo
ciclone, chiamato “Harry”, mai visto prima nel Mediterraneo, che distrusse
diverse località costiere tanto da provocare delle faglie che hanno spaccato la
terra, come quelle enormi viste a “Niscemi”, a pochi passi dal” Muso”, un
sistema che si serve di potenti satelliti, in grado, secondo diversi fisici, di
causare effetti simili a quelli provocati da HAARP.
Harry
è già uscito dalle cronache come sono usciti dalle cronache i danni enormi
procurati da lui o da coloro che lo hanno scatenato se si è trattato di un
evento climatico artificiale.
C’è
comunque la certezza che l’esistenza della geoingegneria è stata riconosciuta
ufficialmente anche dal governo degli Stati Uniti attraverso la dichiarazione
del segretario alla Salute,” Robert Kennedy”, che ha parlato apertamente delle
scie chimiche che vengono irrorate nei cieli tramite l’immissione di agenti
chimici nel combustibile degli aerei.
Gli
Stati Uniti un tempo impegnati nello sviluppo di tali armi climatiche sono oggi
i primi a riconoscere ufficialmente la minaccia, ma ciò non cambia un fatto.
Ci sono ancora degli apparati militari
atlantici che dispongono di tali tecnologie.
Ci sono ancora apparati che usano il clima
come un’arma militare.
(Articolo
di Cesare Sacchetti).
(lacrunadellago.net/il-programma-della-geoingegneria-iniziato-da-lyndon-johnson-e-le-origini-della-guerra-climatica/).
Il
Doppio Gioco dell’Amministrazione Usa
e la
Fine delle Relazioni
tra
Stati Uniti e Israele.
Conoscenzealconfine.it
– (27 Marzo 2026) - Galactica Press – Redazione – ci dice:
“Alexis
Cossette-Trudel” nell’ambito del suo “web journal” ha fornito tasselli
essenziali per l’attuale puzzle geopolitico.
Al
centro della sua argomentazione c’è “Joel Kent, presentato come “l’ultimo
tassello del puzzle”.
Ex Ranger, Berretto Verde, con undici missioni
in Iraq, ex direttore del “Centro antiterrorismo” e vicino all’amministrazione
statunitense, Joel Kent incarna perfettamente l’approccio “America First” .
Le sue
recenti dimissioni e le dichiarazioni pubbliche secondo cui “questa non è la
nostra guerra” (riferendosi al conflitto con l’Iran) sono perfettamente
coerenti con la strategia dell’amministrazione statunitense dal 2016.
“Alexis”
spiega che l’amministrazione americana ha a lungo praticato un deliberato
doppio standard, o un linguaggio ambiguo.
Lo abbiamo visto con “Epstein”, con i vaccini
anti- COVID e ora con Israele e l’Iran.
Questa strategia di comunicazione a due
livelli consente loro di rassicurare alcuni alleati, avanzando al contempo in
modo discreto verso il loro obiettivo principale: il graduale ritiro degli
Stati Uniti dal Medio Oriente.
Molti
analisti francofoni, sostiene, cadono nella trappola di un’analisi
superficiale.
Si
lamentano della sconfitta dell’amministrazione americana, dell’umiliazione
degli Stati Uniti, dello scoppio della Terza Guerra Mondiale o del controllo
totale di Israele su Washington.
Tuttavia,
leggendo i documenti ufficiali americani (Strategia di Sicurezza Nazionale),
gli Accordi di Abramo, il discorso di Riyadh e la dottrina “America First “, il
piano diventa chiarissimo:
stabilizzare
la regione, ridurre drasticamente le capacità militari dell’Iran (missili
balistici, marina, aeronautica), orientare la leadership iraniana verso una
linea più riformista e poi ritirarsi gradualmente.
L’operazione
“Epic Fury” è stata specificamente concepita per raggiungere questi obiettivi:
distruggere i lanciatori di missili, le
fabbriche, le capacità missilistiche balistiche e le capacità navali dell’Iran,
evitando al contempo un completo cambio di regime.
L’amministrazione
statunitense ha ribadito che questi obiettivi sono sulla buona strada per
essere raggiunti e che gli Stati Uniti stanno già valutando la possibilità di
ridurre la propria presenza militare nella regione.
Lo
Stretto di Hormuz sarà infine monitorato dalle nazioni che effettivamente lo
utilizzano, anziché dagli Stati Uniti.
“Alexis”
sottolinea con forza che chi parla di “sconfitta” o “umiliazione” semplicemente
non ha letto i documenti ufficiali americani. L’amministrazione americana non
ha mai nascosto il suo desiderio di riportare a casa le truppe.
“America First” significa proprio questo:
porre
fine alle guerre infinite, interrompere i finanziamenti a entrambe le parti,
smantellare gradualmente l’impero americano oltremare, chiudere l’”USAID”,
ridurre il coinvolgimento della NATO e rifocalizzare gli Stati Uniti sul
proprio emisfero interno.
Joel
Kent, dimettendosi pubblicamente e rilasciando numerose interviste (a Tucker
Carlson, Megan Kelly, ecc.), ha svolto un ruolo educativo fondamentale.
In particolare, ha rivelato che alcune milizie
iraniane e siriane erano finanziate dagli Stati Uniti stessi, una realtà che
illustra le lotte di potere interne tra il Dipartimento di Stato, la CIA e il
Pentagono.
I suoi interventi, ampiamente pubblicizzati,
sono serviti a educare l’opinione pubblica americana sulle operazioni del “deep
state” e a normalizzare l’idea di un graduale disaccoppiamento da Israele.
Questa
strategia si inserisce in una guerra di quinta generazione: indiretta,
informativa e psicologica.
L’amministrazione americana sta giocando una
partita a scacchi ad alto rischio, in cui ogni apparente segno di debolezza
maschera un vantaggio strategico.
L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk è
stata decisiva:
senza la ritrovata libertà di espressione, il
movimento America First non avrebbe mai potuto acquisire tale slancio.
“Alexs” mette inoltre in guardia
contro la retorica apocalittica che prospera in certi ambienti cristiani
francofoni o complottisti:
se c’è pace, è “la pace dell’Anticristo”; se
c’è guerra, è “Armageddon”.
Pertanto,
non ci sarebbe mai spazio per un semplice periodo di prosperità come il boom
economico successivo al 1945.
Questa visione binaria oscura la realtà:
l’amministrazione
americana sta cercando di stabilizzare la regione in modo da potersi ritirare
senza causare il caos.
In
conclusione:
per
comprendere gli eventi, dobbiamo smettere di ripetere i cliché mediatici e
approfondire i documenti, i discorsi e la continuità delle azioni intraprese
dal 2016.
L’amministrazione
americana non è né sciocca né una marionetta.
Sta
pazientemente attuando una strategia a lungo termine con un obiettivo chiaro:
riportare
a casa le truppe e porre fine all’era delle guerre infinite in Medio Oriente.
Il
“divorzio” tra Stati Uniti e Israele non è più un’ipotesi lontana. È in atto,
passo dopo passo, con intelligenza e determinazione.
(Riassunto
del “web journ LE DIVORCE” di Radio Québec.)
(Scritto
e condiviso da Galactica Press).
(pressegalactique.com/2026/03/25/le-double-jeu-de-ladministration-americaine-et-la-fin-du-couple-etats-unis-israel/).
L’Astro-capitalismo,
Elon Musk e l’ultima frontiera.
Equilibrimagazine.it
- Alessandro Leonardi – (10 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:
L'ascesa
dell'Astro-capitalismo incarnato da Elon Musk è figlia della nuova fase
industriale-tecnologica della Modernità.
Nell’anno
2050 la popolazione terrestre avrà superato probabilmente i 9,5 miliardi di
individui, mentre allo stesso tempo su Marte verrà celebrato il traguardo
raggiunto dall’imponente città edificata dall’azienda aerospaziale “Space X”:
oltre
un milione di abitanti e il primo vero avamposto extra-terrestre che avrà reso
la nostra specie multi-planetaria.
Questo
è il grande disegno perseguito dall’imprenditore Elon Musk, che negli ultimi 20
anni ha speso tutte le sue energie per garantire il futuro dell’homo sapiens
oltre il pianeta Terra dove l’umanità verrà evoluta tramite il potere
tecnologico.
La particolare visione tecno-futuristica
legata alla corrente culturale del transumanesimo è una costante nei discorsi
del magnate americano, ossessionato dall’idea di salvare il genere umano prima
di un’eventuale catastrofe globale:
«C’è grande urgenza nel rendere la vita
multi-planetaria. Dobbiamo farlo mentre la civiltà è ancora forte» ha
dichiarato negli ultimi tempi.
Le
paure di Musk non sono dei timori campati in aria, considerate le gravi crisi
sistemiche che stanno investendo il nostro modello di sviluppo, come quella
climatica-ambientale o le grandi tensioni geopolitiche che stanno emergendo nel
nuovo mondo multipolare caotico.
Da quando gli esseri umani hanno creato un sistema
industrializzato su scala planetaria imperniato sulla crescita senza limiti,
inventando pure le armi di distruzione di massa in grado di annientare la
civiltà moderna, gli allarmi sui rischi esistenziali si sono moltiplicati e
l’enorme pressione esercitata sull’ecosistema da 8,2 miliardi di consumatori
sta diventando letteralmente insostenibile.
Una
serie di allarmi che ha radici molto antiche, ma che soprattutto dagli anni ’70
del secolo scorso ha generato un intenso dibattito sul futuro della nostra
specie e su come garantire una cornice di sicurezza alla nostra civiltà
avanzata.
Se da
una parte queste critiche sono state ripetutamente bollate come catastrofiste e
pessimiste dai cantori del “Sistema odierno”, dall’altra parte diversi
miliardari della Silicon Valley le hanno valutate seriamente, adoperandosi
concretamente anche per la loro personale salvezza.
Ed è
in questo clima da fine impero che l’esplorazione spaziale di massa è tornata
ad essere un’ipotesi concreta, riecheggiando le parole espresse dall’astronomo “Carl
Sagan “nei lontani anni ’90:
«Poiché,
sul lungo termine, ogni società planetaria sarà messa in pericolo dagli impatti
provenienti dallo spazio, ogni civiltà esistente sarà obbligata a diventare
spaziale – non per chissà quale zelo romantico o esplorativo, ma per la ragione
più pratica immaginabile:
restare
in vita».
Ma
dietro questo azzardato tentativo di salvataggio dell’uomo contemporaneo, si
celano le ben più complesse dinamiche della “Modernità”, dell’”industrialismo
odierno” e di una sua nuova variante: l’Astro capitalismo.
La
spinta sistemica verso le Stelle – TECNOLOGIA.
La “space
economy”, e lo sviluppo delle tecnologie legate ad essa, rappresentano un nuovo
potente volano per la crescita economica mondiale, che nel settore aerospaziale
potrebbe raggiungere il valore di 1800 miliardi di dollari entro il 2035.
Una
crescita impetuosa dettata dalla rinnovata competizione fra le grandi Potenze e
dalla necessità stessa del “Sistema globale” di trovare nuovi mercati, nuove
tecnologie e ulteriori strumenti per alimentare la sua espansione senza limiti.
Proprio
la situazione internazionale in rapida mutazione sta favorendo la nuova corsa
verso lo Spazio, guidata non solo dagli Stati Uniti, ma anche dalla Cina e da
altre nazioni come l’India o i Paesi dell’Unione Europea.
La Potenza cinese ha delineato l’anno scorso
il suo programma spaziale di lungo termine, dal 2024 al 2050, che dovrebbe
proiettare ai massimi livelli lo sforzo tecnologico-scientifico del Paese
orientale, rivaleggiando a pari grado con gli avversari statunitensi.
Non
solo puntando a migliorare le capacità di innovazione degli apparati
burocratici-statali legati al settore dell’aerospazio, ma alimentando anche il
prezioso dinamismo del settore privato, in modo da colmare il persistente gap
con i competitor americani.
In
questo particolare contesto si inserisce anche la spinta dettata dalle
turbolenze geopolitiche del XXI secolo, come per esempio la guerra in Ucraina,
dove l’apporto fondamentale della “costellazione satellitare Starlink” ha
mostrato il valore aggiunto di questo settore industriale.
Forza
militare, innovazione tecnologica, crescita economica e l’interesse a
conseguire il predominio regionale o globale tramite la” space economy”, sono
sempre più al centro delle strategie delle grandi Potenze, a partire dagli
Stati Uniti d’America.
Ma proprio la superpotenza americana presenta
un’evoluzione diversa rispetto alla precedente corsa verso lo Spazio – quella
della Guerra Fredda -, in quanto il suo sviluppo aerospaziale non è dettato
principalmente dalle iniziative della “NASA”, ma dall’azione ben più serrata di
una nuova classe imprenditoriale promotrice delle tecnologie più avanzate.
Infatti, dopo un lungo periodo di torpore verso
l’esplorazione del cosmo, causato soprattutto dalle difficoltà tecnologiche e
dalle questioni politiche-economiche in vigore negli anni ’90, un’élite di
miliardari ha iniziato progressivamente ad investire nel settore rilanciando
l’interesse per la frontiera stellare.
Non
solo il famoso “Elon Musk”, ma anche una serie di magnati come il fondatore di
Amazon “Jeff Bezos,” che ha coniugato lo sviluppo dell’Astro-capitalismo con la
visione di una futura umanità residente nel cosmo, in grandi colonie
extra-planetarie, mentre la Terra verrà progressivamente salvata dai disastri
ambientali causati dall’industrializzazione moderna.
Le
dinamiche del tardo-capitalismo vengono così re-inquadrate in nuovo slancio
prometeico votato, non solo a generare profitti immensi per le élite
tecno-utopiste al comando, ma anche a ridisegnare il futuro della specie e
delle comunità umane.
In
questa corsa verso l’ignoto il più determinato, entusiasta e visionario, rimane
il miliardario Elon Musk, punta di diamante della nuova fase
industriale-tecnologica e uno dei massimi esponenti dell’élite in accelerazione,
tecno-reazionaria, emersa dalla Silicon Valley.
Al contrario di molti altri imprenditori
occidentali, focalizzati principalmente sull’accumulazione di capitale o
sull’espansione del loro impero economico, Musk ha consacrato totalmente la sua
esistenza, le sue imprese e il suo immenso patrimonio alla missione di portare
l’umanità verso una nuova fase di civilizzazione, multi-planetaria, in grado di
fondere al meglio l’essere umano con il mondo artificiale.
Le sue società – “Space X”, “Tesla”, “X”,
Neuralink, “xAI”, “The Boring Company” – costituiscono i principali pilastri di
questo titanico sforzo e per quanto sia diventato l’uomo più ricco del pianeta,
con oltre 400 miliardi di dollari di patrimonio, l’accumulazione di denaro non
è mai stato il suo obiettivo principale, ma solo uno dei tanti mezzi per
realizzare la sua visione tecno-futuristica.
Infatti
il carismatico imprenditore, perennemente in azione con ritmi estremi e uno
zelo quasi messianico, ha motivato ferocemente i suoi dipendenti, così come i
suoi tanti estimatori in giro per il mondo, reiterando costantemente le
necessità di impegnarsi fino in fondo per portare gli esseri umani su Marte,
ritagliandosi il ruolo del profeta di una nuova Era.
Una
convinzione ferrea, ossessiva, che si lega all’ondata culturale/ideologica
riassunta nell’acronimo “TESCREAL3” e al tentativo di superare gli ultimi
limiti terrestri.
Accelerazione.
La
costruzione di una colonia marziana, così come l’automazione di gran parte
della società attuale o il potenziamento transumanista degli stessi esseri
umani, non possono prescindere dalla gestione del potere politico e dal
controllo della narrazione mediatica. In questo senso le elezioni presidenziali
americane del 2024 hanno mostrato una particolare mutazione delle democrazie
occidentali, dove una parte delle élite della Silicon Valley ha deciso di
esporsi in prima persona nell’arena elettorale; sia dal punto di vista
ideologico con l’importante ruolo di eminenza grigia incarnato da “Peter Thiem”,
sia nell’agire politico con il decisivo ruolo di Elon Musk, diventato un attore
di primo piano a livello nazionale e internazionale.
Fino a
qualche anno prima il fondatore di “Space X” si era mostrato poco interessato
alle dinamiche di potere presenti a Washington, ma la necessità di accelerare
la conquista dello Spazio lo ha spinto progressivamente verso l’intervento
diretto.
Ovviamente
le cause di questa rapida radicalizzazione politica sono molteplici, dal
rapporto rovinoso con la figlia transgender “Vivian Jenna Wilson” – ex “Xavier
Musk” -, all’ostilità verso il “Partito Democratico di Biden”, fino alla
necessità di tutelare legalmente il suo impero industriale di fronte ad una
serie di inchieste federali.
Ma al
centro di ogni mossa rimane sempre l’obiettivo finale della sua visione, con
cui ha giustificato anche l’acquisizione di Twitter:
«All’inizio pensavo che non rientrasse nelle
mie grandi missioni primarie.
Ma
sono arrivato a credere che possa far parte della missione atta a preservare la
civiltà, dando alla nostra società più tempo per diventare multi-planetaria».
Infatti il controllo di X – ex Twitter -, giustificato con la crociata a favore
del free speech, ha consentito al magnate di raggiungere un’influenza senza
pari nel dibattito culturale-politico globale, proiettando il suo potere sul
governo degli USA e i suoi alleati.
La
vittoria di Donald Trump e l’instaurazione del “DOGE “- “Department of
Government Efficiency”-, rappresentano una palese ristrutturazione degli
assetti occidentali, ma per i tecno-oligarchi questa è soprattutto la grande
occasione per spingere fino all’estremo le dinamiche della Modernità,
incardinate sulla rottura di qualsiasi limite umano-terrestre e sulla crescita
infinita.
La stessa vita personale di Elon Musk è
pesantemente condizionata dai ritmi alienanti del “Sistema globale”, imperniata
ogni giorno su velocità, innovazione, efficienza e sacrificio esistenziale in
nome del Meccanismo industriale-tecnologico.
Un mix
che viene imposto brutalmente anche ai suoi dipendenti, dalle lunghe ore di
lavoro fino alla rinuncia a qualsiasi vita sociale, anche a costo di notevoli
sofferenze psicologiche.
Il
profeta e gli individui al suo comando somigliano sempre di più a degli
‘ingranaggi’ al servizio della “Macchina artificiale”, ma con una visione
tecno-messianica pronta a giustificare tale sacrificio in nome della nuova fase
capitalistica.
Un
sacrificio obbligatorio che presenta notevoli e inquietanti rischi.
L’infinito
e i suoi pericoli.
La
crescita senza limiti è il dogma supremo della nostra epoca e nessuna
leadership ha mai osato sfidare questo comandamento, con buona pace dei teorici
della ‘decrescita’ aggrappati alla famosa frase dell’economista “Kenneth Building”:
«Chi crede che una crescita esponenziale possa
continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista».
O un
esponente della Silicon Valley…
Lo
sforzo prometeico verso lo Spazio, verso il superamento delle fragilità
dell’Homo Sapiens, così come la radicale trasformazione del mondo, si
inquadrano perfettamente nel lungo arco della Modernità dove il Progresso non
ha limiti e non può avere limiti.
Le
stesse dottrine che permeano i tecno-oligarchi americani sono il frutto di un
complesso intreccio culturale risalente a secoli fa, fra cui la corrente di
pensiero del “Cosmismo russo” nata verso la fine del 1800 che rappresenta sotto
alcuni aspetti un precursore del transumanesimo attuale e della sua volontà di
elevare l’umanità nelle Stelle.
Ma nell’attuale corsa allo Spazio emergono
sostanziali differenze fra le aspirazioni dei pensatori russi e il futuro
promosso dai miliardari statunitensi:
«C’è
poi, nel “cosmismo”, un “universalismo” e un senso della fine della storia che
sono completamente assenti in Musk.
L’ardire tecnico è il risultato di un’umanità
che è finalmente approdata a un obiettivo transnazionale.
Niente
di più lontano dalle voglie di deportazione di Trump o dai proclami dell’AFD (il partito tedesco di estrema destra
che secondo Musk salverebbe la Germania).
Di
più: nel caso del “cosmismo sovietico”, alla storia come risultato di forze che
l’uomo evoca ma non sa governare, farebbe posto una società senza classi e un
mondo nel quale l’uomo è finalmente il soggetto consapevole del suo destino.
Esattamente
il contrario di un Musk che postula la conquista di Marte allo scopo di
preservare il genere umano dai possibili disastri che potrebbe compiere, suo
malgrado, quaggiù: dai cambiamenti climatici all’olocausto nucleare».
Sottolinea
il giornalista “Maurizio Carta”.
Se da
una parte non si può tornare indietro, specialmente con 8,2 miliardi di
consumatori-produttori inseriti nell’architettura economica globale, dall’altra
non rimane altro che accelerare disperatamente secondo i teorici delle
«magnifiche sorti e progressive»;
non in
maniera collettiva e democratica, ma sotto la guida libertaria-reazionaria di
poche élite visionarie.
Negli
ultimi anni, specialmente dopo l’acquisizione di Twitter, Elon Musk ha mostrato
più volte un ampio interesse per il pensiero di “Ayn Rand”, di “Milton Friedman”
e altri teorici del capitalismo moderno, seppure non con la stessa profondità
ideologica di “Peter Thiem”.
Nella
sua mente la colonizzazione di Marte rappresenta una possibile realizzazione di
queste idee, con un mix fra individualismo, anarco-capitalismo,” Stato minimo e
il problematico lungo-terminismo”, atto a moltiplicare le potenzialità della
nostra specie.
Ma questo ‘sogno’ inseguito fin
dall’adolescenza si scontra inevitabilmente con le problematiche del nostro
mondo e gli aspetti oscuri del progresso moderno.
Mentre
le crisi globali si moltiplicano, la realizzazione di una città di 1 milione di
abitanti sul pianeta rosso rimane una pericolosa fantasia criticata da numerosi
scienziati, astronauti e politici.
Inoltre
un’eventuale colonizzazione spaziale potrebbe aprire paradossalmente la porta
al definitivo consumo e distruzione della Terra, in nome di
un’industrializzazione ancora più esasperata, abbandonando al loro destino
miliardi di persone inchiodate nelle degradate lande terrestri.
Un’inquietante
distopia che ricorda il film” Elisio”.
Lo
stesso Musk che aveva criticato l’ingenuo ottimismo dei confronti dello
sviluppo dell’”Intelligenza Artificiale Generale” (AGI), rifiutando anche la
visione post-umana del fondatore di Google” Larry Page”, si è successivamente
lanciato a capofitto nella lotta per il predominio in questo ambito,
giustificando il tutto con la necessità di garantire un’IA benevola nei
confronti dell’umanità.
Le
logiche implacabili del tardo-capitalismo, alimentate anche dal “destino
manifesto” di matrice americana e dal ‘mito della frontiera’, spingono il
magnate a rilanciare costantemente, a correre ogni rischio, a sfidare qualsiasi
limite, come un Icaro tecnologico che accelera verso il Sole.
Probabilmente
Elon Musk non ha mai letto gli ammonimenti di “Bertrand Russell”…
O
forse sì…
Ma
ormai il dado è tratto: verso l’infinito del cosmo o la tragica implosione
della Modernità.
I luddisti,
la tecnologia e perché
il
nemico non sono le macchine.
Terzomillennio.uil.it
– (07.01.2026) – Roberto Campo – Redazione – ci dice:
Società
e Cultura.
“Sangue
nelle macchine”, di “Brian Merchant”, giornalista americano, scrittore di
tecnologia.
Sottotitolo: le origini della ribellione contro la
tecnologia.
Prima edizione, 2023; in Italiano, 2025.
Parla del luddismo, con amore.
E
confronta gli sconvolgimenti che la tecnologia provocò con la Rivoluzione
industriale con quelli causati oggi da Big Tech e ulteriormente attesi dagli
sviluppi sempre più veloci e di ampia portata dell’Intelligenza Artificiale.
Da una
analisi storica di “Brian Merchant”.
Il
leitmotiv del libro è l’analogia che l’autore rileva tra la lotta dei
lavoratori tessili inglesi del primo decennio dell’Ottocento, per il controllo
dell’uso della tecnologia dell’epoca, e le problematiche di controllo che ci
pone oggi lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.
È
un’opinione osteggiata da quanti ritengono falsa l’attualità del luddismo, ma
che Brian Merchant esplora per sollecitare una presa di coscienza della
necessità di guidare la nuova rivoluzione tecnologica in atto e non lasciarla
condurre dai nuovi liberisti.
Il libro è stato lodato da “Wired”, dal “Financial
Times” e da “The New Yorker”.
Chi
erano veramente i luddisti.
Merchant
rifiuta l’accusa e il dileggio rivolti ai distruttori dei telai meccanici e
delle garzatrici, bollati come tecnofobi.
I Luddisti non erano dei primitivi, ma una
formidabile organizzazione di lavoratori tessili il cui mondo stava tramontando
rapidamente a causa dell’introduzione massiccia delle prime macchine
automatiche, che dequalificavano e sottomettevano il lavoro manuale.
Un’organizzazione clandestina, perché in quegli anni
alla luce del sole non era consentita alcuna attività di tipo proto-sindacale
da parte dei lavoratori, e nemmeno una generica forma di associazionismo.
E
questo proprio nel mentre la tecnologia stava cambiando radicalmente il lavoro.
Dunque,
un libro su uno passato lontano ma attuale e un centrato anche sull’oggi in cui
le promesse e le preoccupazioni dell’Intelligenza Artificiale presentano
nuovamente il problema – mai risolto una volta per tutte – del governo
dell’innovazione tecnologica.
Alcuni
anniversari importanti per il movimento operaio.
Due
anniversari recenti hanno arricchito la rievocazione dei primi passi del
sindacalismo britannico:
i 200 anni dal “massacro di Manchester”,
cosiddetto di “Peterloo” (1819), emblematico della violenza con cui si cercò di
scoraggiare la nascita di un movimento operaio, e i 200 anni dalla fine dei
“Combination Acts (1824), che renderà finalmente possibile l’organizzazione
sindacale legale.
Si
vedano il film di “Mike Leigh”, Peterloo, del 2018, e il “CD The Road to
Peterloo”, di “Pete Coe,” “Brian Peters” e “Laura Smyth” (2019), che potete
ascoltare dal portale” Band camp”.
Tra le
canzoni più significative, questa sui cimatori luddisti, l’aristocrazia dei
pannaioli, sfidata dalle nuove macchine:
Voi, cimatori di chiara fama / bevitori di
birra scura forte / Abbattete i tiranni arroganti / con accetta, picca e fucile
// Io sto con i cimatori / sono ragazzi in gamba / Con colpi ben assestati
distruggono le macchine / Io sto con i cimatori! // E notte dopo notte, quando
tutto tace / e la luna è nascosta dietro le colline / Noi si marcia per fare il
nostro volere / con accetta, picca e fucile // Il Grande Enoch in testa / Lo
fermi chi ha fegato, lo fermi chi può / Avanti, galantuomini / Con accetta, picca
e fucile!
Per
quanto riguarda la nuova frontiera tecnologica, l’arrivo di “ChatGPT”, nel
2022, ha segnato un’ulteriore ondata di attenzione e di interrogativi sulla
portata del cambiamento in atto.
Il
tema del controllo della tecnologia e del governo dei tempi, dei modi e degli
obiettivi della sua introduzione vale per le origini della Rivoluzione
industriale che per l’oggi.
“New
Ludd” e la repressione violenta del luddismo.
Il
Luddismo prende il nome da un mitico personaggio, New Ludd, che avrebbe guidato
negli anni Dieci dell’Ottocento le spedizioni degli artigiani ben organizzati,
mascherati, anonimi, che si opponevano ai robot dei loro tempi, alle modalità
del loro impiego e, armati di grandi martelli, i “big Enoch”, compivano blitz
di distruzione delle macchine installate nelle prime fabbriche.
L’imprenditore
“Richard Cartwright” aveva cominciato a meccanizzare la filatura;
il
collega “Edmund Cartwright” sosteneva che si dovesse automatizzare anche
l’altra metà del processo: la tessitura.
Le
invenzioni chiamavano altre invenzioni.
John
Key brevettò la “Spinning Jenny” (1733), che rendeva il telaio maneggiabile da
un solo tessitore invece di due; James Watt la macchina a vapore (1769).
Si
muoveva anche un mondo progressista, da “William Godwin”, filosofo politico
libertario e anarchico, alla figlia “Mary Godwin”, che sarà l’autrice di
Frankenstein (1818), al poeta scozzese Robert Burns, con la sua meravigliosa
canzone del 1795, A Man’s a Man for A’ That (il rango sociale non è che la
stampigliatura sulla moneta: è l’uomo che è l’oro!); dai poeti romantici Lord Byron
e Percy Bysshe Shelly, che simpatizzarono per i Luddisti, alla scrittrice
Charlotte Brontë, autrice del romanzo di ispirazione luddista Shirley, che
tanto piacque a William Beveridge, che sottotitolò il suo rapporto del 1944 “la
miseria genera odio”.
Il
culmine del Luddismo si ebbe nel 1811. La repressione fu durissima, a partire
dalla pena di morte per chi avesse danneggiato le macchine (1812).
Il
libro di Merchant è molto valido nella descrizione dei principali episodi della
sollevazione luddista e dei personaggi che la animarono, alcuni davvero
notevoli, come “George Mellon”, cimatore di tessuti di lana Huddersfield, West
Yorkshire, giustiziato per aver assassinato un industriale, e “Gravane Henson”,
magliaio di Nottingham, impegnato anche con petizioni indirizzate al
Parlamento.
Lo storico E. P. Thompson riporta nel suo
capolavoro “The Making of the English Working Class”, del 1963, tradotto in
italiano come Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, l’ipotesi che proprio Gravener
Henson potesse essere stato il capo del movimento, magari New Ludd in persona,
e anche Brian Merchant riprende questo sospetto.
Ma E. P. Thompson si risponde: “probabilmente no, ma
certamente conosceva bene tutto del Luddismo”.
Uno
sguardo critico sull’oggi.
E
oggi?
Brian
Merchant non ha dubbi: “Siamo ancora soggetti a quella che, in ultima analisi,
è una modalità profondamente antidemocratica di sviluppo, introduzione e
integrazione della tecnologia nella società”.
Gli
imprenditori che guidano questi processi, gli “Elon Musk”, i “Mark Zuckerberg”,
i “Jeff Bezos”, non sono meno selvaggi e privi di scrupoli degli industriali
del primo Ottocento, gli Cartwright.
Soprattutto,
a Merchant preme dire che né ieri né oggi il nemico sono le macchine, ma i
tempi, i modi e gli obiettivi del loro utilizzo.
Insomma,
colpa dei padroni, non delle macchine.
(Roberto
Campo - Presidente Istituto studi sindacali Italo Viglianesi).
Artemis
II: l’umanità è pronta
per
tornare sulla Luna.
Spazio50.org - Anna Costalunga – (1° Aprile
2026) – Redazione - ci dice:
Una
nuova era sta per iniziare mentre la geopolitica e le risorse del satellite
ridisegnano il futuro dello spazio.
Sta
per partire il countdown per Artemis II, la missione che segna il primo volo
umano oltre l’orbita terrestre bassa dal dicembre 1972, quando gli ultimi
uomini dell’Apollo 17 lasciarono la superficie lunare.
Il decollo è fissato per le 18:24 di oggi in
Florida, cioè le 00:24 del 2 aprile in Italia, quando quattro astronauti, il
comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, gli specialisti Christina
Koch e Jeremy Hansen, saliranno a bordo della capsula Orion.
Consapevoli che la loro missione cambierà il
futuro spaziale e gli equilibri geopolitici sulla Terra.
Artemis
II non prevede un allunaggio:
il piano è un sorvolo della Luna e poi il
rientro sulla Terra.
Il
grande passo — il primo allunaggio del nuovo millennio — è atteso con Artemis
IV, non prima del 2028.
Ma
questa volta, come ha chiarito più volte la Nasa, non si tornerà per piantare
una bandiera.
Si tornerà per restare.
Chi
guida la nuova “NASA”.
Il
cammino verso il lancio non è stato privo di ostacoli.
Inizialmente
previsto per febbraio, il decollo è stato posticipato più volte a causa di
problemi tecnici ricorrenti, tra cui una perdita di elio rilevata allo stadio
superiore del lanciatore SLS.
Un
gigante tecnologico che è anche un simbolo delle difficoltà di un’agenzia
spaziale in profonda trasformazione.
Solo il 20 marzo lo “Space Lunch System” è
tornato sulla piattaforma 39B, aprendo la strada al lancio.
Artemis
II porta con sé il peso di ritardi, tagli e rimandi.
Alla guida della Nasa oggi non c’è un generale
o un politico, ma “Jared Salman”, un miliardario e astronauta privato,
confermato dal Senato a dicembre dopo una travagliata trattativa che ha visto
intrecciarsi gli interessi di “Donald Trump”, “Elon Musk” e i “grandi
contractor” dell’industria spaziale.
La sua
presenza riflette una svolta epocale:
la frontiera lunare è sempre più
un’opportunità commerciale, con aziende come “Space X” di Musk e “Blue Origin”
che si contendono gli appalti per costruire i lander lunari.
Artemis
II e la sfida con la Cina.
Questa
trasformazione arriva in un momento delicato per le finanze dell’agenzia.
La proposta di budget per il 2026 prevede un
taglio di circa il 25%, una manovra chirurgica che sacrifica pesantemente la
ricerca scientifica (con un -47% al portafoglio scientifico e la chiusura di
programmi storici come il Mars Sample Return) per preservare i programmi di
esplorazione umana.
Un
azzardo calcolato, che punta tutto sull’idea che la Luna non sia solo un
traguardo, ma un’opportunità economica.
E
mentre Washington riorganizza le proprie forze, dall’altra parte del mondo la
Cina avanza con passo svelto.
Pechino
ha individuato una rosa di siti per il proprio allunaggio abitato e sta
costruendo un blocco alternativo di alleanze spaziali, in risposta diretta agli
Accordi Artemis promossi dagli Stati Uniti.
Caccia
grossa alle risorse.
Rispetto
agli anni Sessanta, il contesto è radicalmente cambiato.
Questa
non è più una sfida solitaria tra superpotenze nel vuoto della Guerra Fredda:
la gara è aperta, affollata e con poste in
gioco che vanno ben oltre il prestigio nazionale.
La Cina ha già individuato i siti per
l’allunaggio dei propri astronauti e sta costruendo un blocco di alleanze
alternative a quelle guidate da Washington.
Al
Polo Sud lunare, dove crateri perennemente in ombra custodiscono ghiaccio
d’acqua e minerali preziosi, si gioca una partita di primissimo piano.
Secondo
i dati del “Lunar Reconnaissance Orbiter”, i poli lunari contengono oltre 600
miliardi di chilogrammi di ghiaccio:
scisso
per elettrolisi, produce ossigeno per respirare e idrogeno per il propellente.
Una
base in quel punto diventerebbe, nei fatti, la prima stazione di servizio
dell’umanità nello spazio profondo e la testa di ponte verso Marte.
Chi
comanda nello spazio?
A
rendere il quadro ancora più intricato è la questione normativa.
Il “Trattato
sullo Spazio Esterno “del 1967 vieta rivendicazioni di sovranità sui corpi
celesti, ma l’”Accordo sulla Luna del 1979 — che avrebbe dichiarato il
satellite “patrimonio comune dell’umanità” — non è mai stato ratificato né
dagli Stati Uniti, né dalla Cina, né dalla Russia.
In
questo vuoto giuridico, Washington ha costruito la propria risposta: gli “Accordi
Artemis”, firmati da oltre cinquanta Paesi, che aprono di fatto la strada allo
sfruttamento privato delle risorse spaziali bypassando qualsiasi governance
collettiva.
Pechino, a sua volta, edifica il proprio
sistema di alleanze parallele.
La
capsula Orion vola, dunque, in un cielo già molto affollato di interessi.
Il
contributo dell’Italia.
Il
ministro delle Imprese e del Made in Italy “Adolfo Urso” e l’amministratore
Nasa “Jared Salman” hanno formalizzato un’intesa che inserisce i moduli
abitativi pressurizzati Mph — costruiti in Italia — nel programma Artemis come
componente strutturale delle future basi sulla superficie lunare.
Non
una partecipazione simbolica:
i
moduli italiani sono tecnologia sviluppata nell’ambito dell’accordo bilaterale
tra l’”Agenzia Spaziale Italiana” e la” Nasa” firmato quattro anni fa.
L’arrivo dei primi moduli sulla Luna è
previsto non prima del 2033.
Non solo.
Un
astronauta italiano camminerà sul suolo lunare.
I nomi, per ora, restano riservati — la rosa
dovrebbe includere i membri italiani del corpo astronauti dell’ESA — ma la
prospettiva è ufficiale. «Una lunga cooperazione spaziale, oggi ancor più
profonda tra Nasa e Assi, porterà a realizzare un campo base sulla Luna e un
astronauta italiano a camminare sulla superficie lunare», ha scritto il
presidente dell’Assi “Teodoro Valente”, presente alla firma degli accordi a
Washington.
Hormuz,
33 Paesi contro il blocco iraniano.
Spazio50.org
- Dario De Felici – (30 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Cresce
la coalizione internazionale per riaprire lo Stretto.
Diciassette attacchi alle navi in un mese,
petrolio a 100 dollari e riserve strategiche sbloccate:
la
crisi pesa già sull’economia globale.
Lo
Stretto che tiene in scacco il mondo.
Attraverso
lo Stretto di Hormuz passa circa il 20% del petrolio mondiale e il 19% del gas
naturale liquefatto globale.
Un
collo di bottiglia largo poche miglia, controllato dalle “Guardie della
rivoluzione islamica”, che dal 28 febbraio 2026, giorno in cui Stati Uniti e
Israele hanno avviato le operazioni militari contro l’Iran, è diventato il
punto più caldo del pianeta.
Le
compagnie di assicurazione marittima lo classificano come zona a rischio
critico.
Gli
armatori lo evitano.
I
prezzi dell’energia schizzano.
La
chiusura non è formale nel senso giuridico del termine, ma il risultato
operativo è praticamente identico:
traffico
commerciale quasi azzerato, forniture bloccate, rotte energetiche mondiali
sotto pressione.
Il
“Corpo delle Guardie rivoluzionarie” ha dichiarato il controllo iraniano
sull’intera area, le batterie missilistiche costiere sono in allerta permanente
e interferenze ai sistemi di navigazione GPS e AIS rendono il transito
pericoloso.
Tra il
1° marzo e la metà del mese si sono contati almeno 17 attacchi contro navi
commerciali, 13 dei quali confermati dalle autorità marittime internazionali.
Il più grave si è verificato nella notte tra
il 10 e l’11 marzo, quando un drone kamikaze ha colpito a poppa la “ONE
MAJESTY”, una portacontainer giapponese di 300 metri di lunghezza.
La nave ha riportato danni significativi ma ha
proseguito la rotta.
Il
petrolio a 100 dollari e le riserve strategiche sbloccate
I
mercati non hanno atteso.
Intorno
al 10 marzo il prezzo del greggio ha sfondato la soglia dei 100 dollari al
barile, un livello che non si vedeva da anni, scatenando allarme tra i governi
occidentali e le grandi economie importatrici.
L’”Agenzia Internazionale dell’Energia” ha
risposto con una misura straordinaria:
il
rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei
Paesi membri, di cui 172 milioni provenienti dagli Stati Uniti.
Si
tratta di una delle operazioni di questo tipo più imponenti mai deliberate
dall’IEA dalla sua fondazione.
L’obiettivo
dichiarato è tamponare l’impatto sul mercato e scoraggiare la speculazione, ma
gli analisti avvertono che si tratta di una misura tampone:
se lo
Stretto resta bloccato per settimane, nessuna riserva strategica sarà
sufficiente a compensare il deficit.
33
Paesi firmano per la riapertura.
La
risposta diplomatica collettiva è arrivata il 19 marzo, quando Regno Unito,
Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno pubblicato una
dichiarazione congiunta di condanna e disponibilità ad agire.
Da
allora, altri 27 Paesi hanno aderito: Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda,
Danimarca, Lettonia, Slovenia, Estonia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica
Ceca, Romania, Bahrein, Lituania, Australia, Emirati Arabi Uniti, Portogallo,
Trinidad e Tobago, Repubblica Dominicana, Croazia, Bulgaria, Kosovo, Panama,
Macedonia del Nord, Nigeria, Montenegro e Albania.
La coalizione sfiora ormai quota 33 nazioni,
molte delle quali membri NATO.
Il
segretario generale dell’Alleanza “Mark Rutte” ha confermato la crescita del
fronte, pur ammettendo che gli alleati avevano avuto bisogno di tempo per
coordinarsi, anche perché Washington non li aveva avvisati in anticipo
dell’attacco all’Iran.
La
dichiarazione comune condanna gli attacchi alle navi mercantili disarmate, il
bombardamento di impianti petroliferi e del gas e la chiusura di fatto dello
Stretto.
I firmatari chiedono una moratoria immediata su tutti
gli attacchi alle infrastrutture civili, la fine della posa di mine e la
cessazione degli attacchi con droni e missili.
Ribadiscono
che la libertà di navigazione è un principio cardine del diritto internazionale
e avvertono che le conseguenze della crisi colpiranno in primo luogo i Paesi
più vulnerabili.
Italia
e Germania frenano.
Non
tutti i firmatari, però, interpretano allo stesso modo il proprio impegno.
L’Italia
ha posto condizioni chiare:
la Farnesina tiene aperto il sostegno ai
partner del Golfo sul piano della difesa aerea, ma esclude automatismi militari
dentro lo Stretto.
Berlino
condivide la stessa linea e si oppone all’estensione della “missione navale
europea Aspide”, attiva nel Mar Rosso, fino a Hormuz.
Sul
tavolo c’è anche l’ipotesi di riattivare “EMA SOHO”, la missione europea già
operativa nello Stretto e ora dormiente, a cui l’Italia ha partecipato in
passato anche con il ruolo di Force Commander.
Ma
qualsiasi operazione di sminamento richiederebbe cacciamine e droni subacquei
specializzati:
l’US
Navy dispone già nell’area di tre “Littoral Combat Ship “potenzialmente
attrezzabili per questo scopo, ma un’eventuale operazione coordinata resta
subordinata a decisioni politiche ancora lontane dall’essere prese.
Teheran
difende il blocco.
L’Iran
non accetta la narrazione di chi parla di blocco illegale.
Il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Saraghi”
ha dichiarato che gli attacchi nella regione sono diretti esclusivamente contro
obiettivi americani e che la crisi è stata provocata da Washington e Tel Aviv.
Teheran
sostiene che lo Stretto non sia formalmente chiuso:
dall’inizio
del conflitto circa 92 navi sono transitate, quasi tutte dirette in Cina e in
India, Paesi considerati neutrali o comunque non ostili.
Nel
frattempo, l’Iran ha iniziato ad applicare tariffe di transito ad alcune navi
commerciali:
secondo
Bloomberg i pagamenti richiesti possono arrivare fino a 2 milioni di dollari
per viaggio, imposti caso per caso.
Alcune
navi hanno già pagato.
Il
caso più discusso è quello della Spagna.
Madrid
ha vietato l’uso delle basi militari di “Rota” e “Morò” per operazioni belliche
nel conflitto, scatenando le critiche di Trump e di Israele, ma ottenendo in
cambio da Teheran la garanzia di transito per le navi con interessi spagnoli.
L’accordo,
però, rischia di creare tensioni significative all’interno dell’Unione Europea
tra chi sceglie la neutralità e chi invece ha firmato la dichiarazione del 19
marzo.
Le
trattative e l’ipotesi Khar.
Sullo
sfondo si muove una diplomazia ancora incerta.
Trump
ha evocato una possibile gestione congiunta dello Stretto con la leadership
iraniana.
Teheran
ha risposto ponendo condizioni precise:
impegno da parte di USA e Israele a non
sferrare nuovi attacchi, riconoscimento di un risarcimento per i danni subiti,
supervisione dello Stretto affidata a un comitato neutrale e istituzione di un
pedaggio sul modello del Canale di Suez.
L’Arabia
Saudita si è opposta con forza a quest’ultima ipotesi.
Secondo alcune fonti della difesa americana,
Washington starebbe valutando anche un’operazione militare sull’isola di Khar,
terminal attraverso cui passa circa il 90% dell’export di greggio iraniano.
Un’ipotesi che implicherebbe l’impiego di truppe di terra e rischi operativi
considerevoli, e che per ora resta sul tavolo senza decisioni formali.
La
partita su Hormuz, insomma, è ancora apertissima.
E il
suo esito peserà sulle economie di tutto il mondo molto più di quanto i
comunicati diplomatici lascino trasparire.
Chi
controlla lo spazio controlla
anche
la Terra. Il futuro della
geopolitica
è tra i pianeti.
Ufficiostampa.provincia.tn.it
– (24 maggio 2025) – Redazione Ufficio Stampa – ci dice:
Che
cos’è lo spazio? È così importante oggi?
Quali
sono gli attori principali e quali le visioni in competizione?
Ne ha parlato “Emilio Cozzi”, giornalista
esperto del tema, divulgatore scientifico e autore del volume “Geopolitica
dello spazio” nell’omonimo incontro condotto dal giornalista “Luca De Biase”
all’ombra delle mura di Piazza Fiera nell’ambito della terza giornata del “Festival
dell’Economia di Trento”.
(Geopolitica
dello spazio Nella foto: Emilio Cozzi, Luca De Biase ( Simone Esposito -
Archivio Ufficio Stampa PAT).
Storia,
attualità e prospettive di un tema che appassiona perché è molto più vicino
alla vita di ognuno di noi di quanto si possa pensare.
“Lo spazio non è solo un argomento di moda -
spiega Cozzi – ma assumerà una dimensione sempre più quotidiana.
È una
sorta di nuovo continente, un dominio operativo dove cose molto importanti
stanno già succedendo, dove vengono testate tecnologie di avanguardia che
influenzano la vita sulla Terra, dal GPS che gestisce i singoli spostamenti ai
traffici aerei e marittimi”.
Non
solo.
Osservare la Terra dallo spazio consente di avere una
visione privilegiata e di agire di conseguenza.
Basti
pensare agli interventi della protezione civile, alla creazione di agricolture
intelligenti o alla individuazione dei nemici e al blocco delle loro
operazioni.
“Lo
spazio soddisfa esigenze civili e militari – prosegue – e chi controlla lo
spazio controlla anche la Terra”.
A tale
proposito torna, nel corso dell’incontro, più volte il nome di “Elon Musk” e il
potere che deriva dalla sua esclusiva tecnologia spaziale a banda larga, alta
velocità e bassa latenza, in grado di influenzare profondamente la politica
estera.
Come quando tolse “Starlink agli ucraini”
impedendo loro di utilizzare i suoi satelliti per attaccare la flotta russa.
“Un intervento di influenza privata in
politica estera che per la sua spudoratezza rappresentò un’assoluta novità”.
Grazie
a lui l’America ha un ruolo nello spazio che stava perdendo, nonostante sia
sempre stato tra i principali attori di questo campo, insieme alla Russia.
Oggi
la Cina rappresenta la seconda potenza mondiale, anche se fino a vent’anni fa
non era così, ma si stanno affacciando anche Paesi del Golfo, l’Africa o
l’India.
L’Europa fa alcune delle migliori ricerche
spaziali, ma è rimasta indietro di quindici anni, è stato detto.
L’Italia,
che a sorpresa nella storica corsa tra America e Russia manteneva uno
strategico terzo posto, oggi è tra i pochissimi Paesi al mondo a vantare una
completa filiera spaziale di valore.
L’Italia costruisce alcuni tra i migliori
satelliti al mondo e moduli pressurizzati, ma purtroppo non ha una potenza
spaziale altrettanto forte, anche per ragioni di dimensioni.
Importante capire quanto sia strategico
continuare a investire in queste tecnologie e non restare indietro.
La
grande novità del settore sono i privati, che prima non c’erano, e che hanno
inciso anche sui costi produttivi.
A Musk si affiancano infatti “Blue Origin” di
Jeff Bezos, “Virgin Galactic “di Richard Branson e “Axiom Space”.
E gli
obiettivi del futuro?
Rimane la volontà di tornare sulla Luna come quello di
raggiungere Marte, anche se ad oggi è molto utopistico e prevede una serie di
impedimenti importanti (dalla durata del viaggio alle difficoltà comunicative, fino
ai pericolosissimi raggi cosmici).
I
motivi dell’esplorazione sono comunque legati alle risorse, come acqua, elio-3,
terre rare e energia solare pulita e illimitata da inviare sulla Terra.
Ma
nello spazio si costruiscono le infrastrutture militari del futuro, come
sistemi d’arma anti satelliti, vengono sviluppate armi laser spaziali e si
prevede di custodire i data server, che sarebbero più al sicuro e più
proteggibili.
Insomma
anche se per diverso tempo dallo sbarco sulla Luna sembrava che il progresso
nello spazio si fosse fermato, oggi si è ad un punto cruciale:
è a
400 chilometri dalla Terra che alcuni ritengono si possa fare business e
costruire potere.
(Ufficio
Stampa).
VERSO
NUOVI EQUILIBRI
GEOPOLITICI
GLOBALI.
Casadellacultura.it
- Vincenzo Visco – (13 maggio 2025) – Redazione – ci dice:
È
possibile che possa avvenire in modo pacifico e ordinato?
Viviamo
un periodo di grande complessità e, con ogni probabilità, di grandi
cambiamenti.
Ciò produce una difficoltà di comprensione e
una certa confusione sia nell’analisi che nell’azione politica.
In altre parole, la situazione odierna è molto
diversa da quella di cui ci occupavamo con “Salvatore Basco” alcuni anni fa, e
che si concentrava soprattutto sugli effetti della globalizzazione ipotizzando
la possibilità di una ripresa della sinistra socialdemocratica.
Vediamo
alcuni punti.
Da
alcuni anni ormai è evidente che la fase storica in cui viviamo è
caratterizzata dalla crisi dell’egemonia americana.
Il declino dell’impero americano è evidente,
così come l’ascesa della potenza cinese.
Ciò
implica, anzi richiede, nuovi equilibri politici a livello geopolitico globale.
È difficile che ciò possa avvenire in modo
pacifico ed ordinato, forse è impossibile.
Ci
troviamo in una situazione di “trappola di Tucidide” che, secondo lo storico
ateniese porta inevitabilmente alla guerra per ridefinire i rapporti di forza.
È in questo contesto che vanno collocati i
conflitti in corso che sono tutt’altro che periferici, anche se lo scontro
strategico principale riguarda l’area del pacifico.
La
divisione politica interna agli Stati Uniti riguarda la strategia da adottare
per fronteggiare la Cina.
Biden
e i democratici ritengono che si debba proseguire lungo la tradizionale
strategia politica americana condivisa con i new cons repubblicani:
riportare sotto controllo l’Europa e
schierarla compatta contro la Russia, espandendo la Nato verso est, sostenendo
Israele in medio oriente, e rafforzando le alleanze in oriente, assumendo un
atteggiamento aggressivo verso la Cina, sostenendo Taiwan, anche se non la
hanno mai riconosciuta come stato autonomo.
È una ricetta piuttosto problematica,
sostenuta dal complesso militare-industriale tradizionale, e dal “deep state” e
che non fa i conti con le difficoltà strutturali dell’economia americana.
Trump
ha una visione diversa, non solo e non tanto isolazionista, quanto
nazionalista, che non sembra porsi il problema delle alleanze tradizionali, e
anzi indirizzata a togliere ai paesi “amici” ogni copertura militare, a meno
che non paghino per essa, e riequilibrino le loro bilance commerciali con gli
Stati Uniti.
Appoggia
Israele, ma il suo obiettivo di fondo è l’Iran e il suo sistema di alleanze, e
vuole estendere il patto di Abramo, senza finora riconoscere l’esistenza di un
problema palestinese.
Quanto
alla Cina, essa è il nemico principale, ma Trump ritiene di poter gestire il
problema a colpi di dazi e di chiusure commerciali, e secondo alcuni
collaboratori sarebbe pronto anche a mollare Taiwan.
Non
sembra una strategia coerente e neppure consapevole.
In
sostanza, ambedue i campi politici americani prospettano strategie incoerenti e
di scarso realismo.
In più
Trump prospetta soluzioni chiaramente eversive dell’assetto istituzionale
americano, e vuole scardinare quello che finora è stato il modello non solo
politico militare, ma anche economico su cui gli Stati Uniti hanno fatto
affidamento per decenni, basato sull’alleanza tra Presidenza, Pentagono,
commesse militari, industria bellica, nuove tecnologie …
Trump,
ma soprattutto Musk, hanno una visione diversa, che è la completa
privatizzazione dell’apparato difensivo americano (e non solo) che dovrebbe
essere affidato alle grandi corporations private innovative, a partire dalle
sue che già controllano buona parte del sistema satellitare utilizzato dalla
difesa, la ricerca spaziale, parte dei media, ecc.
Perciò
Trump e Musk vogliono liquidare il potere dei generali e del Pentagono,
controllare il FBI e gli altri servizi segreti.
Su
questo punto la lotta interna sarà durissima.
Trump
inoltre vuole riportare sotto controllo la FED (non diversamente da quanto la
Lega propone per la Banca d’Italia) e anche le Università e i programmi
scolastici.
Trump
aspira a diventare un autocrate, a liberarsi dei condizionamenti tipici della
democrazia americana, in modo da poter competere ad armi pari con” XI” e il “resto
del mondo”.
Si basa sul consenso non solo di capitalisti
tradizionali, ma ora anche di settori della Silicon Valley, che vedono il mondo
futuro regolato dall’intelligenza artificiale, dalle loro imprese globali,
dalla loro ricchezza e dal loro potere, e non più dai politici tradizionali e
dai loro elettori.
E su un consenso di massa dei “forgotten
people” che imputano le loro difficoltà alla deindustrializzazione provocata
dalla globalizzazione, agli immigrati, alle élites istruite che sono venute
meno ai loro compiti e alle loro responsabilità, e che hanno fatto crescere le
diseguaglianze senza sapere o volere porvi rimedio, preferendo occuparsi di
genere, razza, aborto, diritti, arte, musica …
Quanto
durerà questo consenso di fronte alle politiche economiche di Trump: dazi +
detassazione dei ricchi e delle corporations + deregolamentazione della finanza
+ bit coins, ecc., e difficile prevedere.
Ma è
piuttosto evidente che il voto di novembre, più che un voto pro-Trump, che ha
mantenuto più o meno i voti delle presidenziali di quattro anni fa, è stato un
voto contro il Partito democratico che ha perso ben 10 milioni di voti.
E che
gli elettori hanno preferito eleggere un governo che sarà chiaramente corrotto,
in conflitto di interessi, di scarsa o nulla competenza, preda di fantasie e
complottismi vari, piuttosto che affidarsi di nuovo all’establishment abituale,
democratico o repubblicano che fosse.
A
tutto ciò si aggiunge la questione climatica che presenta ormai caratteri di
urgenza.
Secondo
alcuni esperti, tra trenta anni ampie zone dell’Africa saranno inabitabili, il
clima di regioni come la Sicilia sarà simile a quello dell’attuale Africa del
nord, e in maniera analoga cambierà il clima nel resto dell’Italia.
Ciò
determinerà enormi pressioni migratorie ed esigenze infrastrutturali che
nessuno oggi immagina o progetta.
Trump, come tutte le destre sovraniste è negazionista
sul clima, quindi altro tempo andrà perduto, ed altre catastrofi a cui non
siamo preparati ci attendono.
L’attenzione
su questa questione si è molto attenuata, mentre sarebbe necessaria un’attività
di spiegazione, rassicurazione e convinzione.
Tutto
ciò avrà forti ripercussioni in Europa, dove peraltro certe dinamiche politiche
sono già in atto da tempo.
Già la
politica di Biden nei confronti dell’Europa era volta a colpire le aspirazioni
di indipendenza economica e politica del vecchio continente.
La guerra in Ucraina, che doveva e poteva
essere bloccata sul nascere, è stata lasciata proseguire fino a impantanarsi
dopo aver provocato distruzioni enormi e oltre mezzo milioni di vittime,
ottenendo però la fine del modello di sviluppo basato sulla centralità della
Germania, e anche la fine dell’Europa Occidentale, con il baricentro politico
che si è spostato ad est, verso la Polonia, i Paesi Nordici, i Baltici, la Nato
e … l’Inghilterra.
Ciò ha portato alla progressiva
disarticolazione dell’Unione e alla paralisi operativa che si è chiaramente
manifestata nelle difficoltà di partenza della nuova Commissione.
Lo spostamento a destra dell’Europa è
destinato a continuare.
Vedremo
cosa accadrà tra breve in Germania e in Francia, ma è difficile che nel breve
periodo le sinistre possano ottenere qualcosa di più di una limitazione dei
danni.
Significativa appare in questo contesto la
nomina ad ambasciatore a Parigi del consuocero di Trump.
Ed è
anche probabile che, come già accaduto al Parlamento Europeo, le forze di
centro cercheranno un accordo con i sovranisti.
È
difficile prevedere cosa tutto ciò comporterà per la coesione dell’Europa, ma
l’illusione che una maggiore autonomia nazionale possa portare a risultati
positivi può apparire attraente non solo a destra, ma anche a sinistra, con
conseguenze imprevedibili che potrebbero portare anche alla crisi della moneta
unica.
Di
certo l’Europa dovrà aumentare le spese militari, e quindi la divisione attuale
tra pacifisti e no, diventerà futile. Inoltre, alcuni Paesi, Germania e Italia
in primis dovranno fare i conti con l’obiettivo di Trump di azzerare il deficit
commerciale americano nei confronti dei due Paesi.
Questo
rischio, nel breve termine può portare ad un aumento di consenso per Meloni e
il suo governo ritenuto maggiormente in grado di trattare con gli americani.
La
lotta per l’egemonia sarà centrale nei prossimi anni con gli Stati Uniti in
evidente difficoltà.
L’economia sembra andare bene, ma le debolezze
strutturali sono evidenti:
bassa
produttività, elevati disavanzi pubblici, debito pubblico di dimensioni
inusitate, egemonia del dollaro in discussione, isolamento nei confronti dei
BRICS, limitato sostegno alla guerra in Ucraina, isolamento di Israele, ecc.
Le
politiche economiche di Trump, inoltre, provocheranno un aumento dei prezzi
interni, oltre a maggiori profitti per le imprese nazionali interessate ai
dazi, ma non saranno in grado di reindustrializzare il Paese, e rischiano di
provocare ritorsioni e guerre commerciali, oltre a provocare recessione nei
Paesi colpiti dalle tariffe.
Il
funzionamento del capitalismo liberista degli ultimi decenni si è basato sulla
finanziarizzazione delle economie, l’indebitamento pubblico e privato, il
contenimento dei costi (salari), l’aumento delle diseguaglianze, l’instabilità
finanziaria.
Non è
un modello di sviluppo che possa proseguire a lungo con successo, ma non sembra
proprio che Trump abbia consapevolezza ed idee in proposito:
Egli
sembra piuttosto convinto di poter conciliare dazi e liberismo finanziario.
La
globalizzazione ha prodotto danni molto seri alle economie avanzate
dell’occidente, ma ha facilitato, anzi per molti versi provocato, la crescita
esponenziale della Cina, dell’India e di altri Paesi che oggi si collocano su
posizioni di indipendenza e di competizione con gli USA.
È la
favola dell’apprendista stregone che si è materializzata.
D’altra
parte non mancano i problemi economici anche per la Cina e soprattutto per la
Russia che comincia a pagare il prezzo della guerra ucraina con una carenza di
personale militare e di lavoratori per la produzione, e soprattutto con una
inflazione molto elevata che rischia di andare fuori controllo.
Ciò
porta a ritenere che Putin dovrà in qualche modo accettare le proposte di
tregua di Trump.
La
democrazia è in crisi dovunque.
Il
sistema non sembra in grado di funzionare in maniera efficiente.
Di
fronte alla stabilità delle autocrazie, l’instabilità e le difficoltà di
governo dei Paesi democratici sono leve formidabili per svolte di tipo
autoritario anche in Europa oltre che negli USA, senza che le masse popolari
siano particolarmente interessate alla tutela dei diritti politici: di fronte
alle difficoltà ed emergenze economiche, ai timori e all’incertezza per il
futuro, diritti politici e civili appaiono scarsamente rilevanti, e tutto
sommato poco attraenti.
La gente, sempre di più desidera ordine,
decisionismo e tutele, vere o presunte che esse siano.
I
giochi, naturalmente non sono fatti, ma grande è il disordine sotto il cielo, e
la situazione non è per nulle eccellente.
Per la sinistra si prospetta un periodo di
resistenza, piuttosto che di espansione, con molti rischi e anche molte
contraddizioni interne.
Per esempio, una posizione accettabile sulla
guerra potrebbe comportare la richiesta di cessare il fuoco e, per l’Ucraina,
la rinuncia alla Crimea, l’autonomia delle zone contestate, la neutralità del
Paese e l’accordo sulla fine di ogni espansione della Nato ad est anche per il
futuro;
per il
medio oriente, il riconoscimento dello Stato di Palestina e la fine di ogni
vendita di armi ad Israele.
Ambedue
queste proposte determinerebbero oggi una spaccatura del PD.
Domani chi sa.
Se le
cose stanno così, allora gli argomenti da approfondire dovrebbero essere
individuati ed estratti dalla analisi precedente, almeno così mi sembra.
Altrimenti si rischia di “pestare acqua nel
mortaio”.
(Vincenzo
Visco).
“Dopo
di me il disastro”. Benvenuti
nella
geopolitica dell’egoismo malvagio.
Altreconomia.it
- Alessandro Volpi – (1° Aprile 2026) – Redazione – ci dice:
La
guerra di Trump e Netanyahu all’Iran è il peggior incubo per le economie
neoliberali che continuano a credere nel feticcio della globalizzazione:
in un
mondo dove le merci viaggiano via mare e le rotte globali devono passare per
pochissimi snodi, l’illusione dell’egemonia del capitalismo è naufragata.
Dinanzi
alla sconfitta l’amministrazione americana ha scelto l’opzione del caos
energetico.
(L’analisi
di Alessandro Volpi).
Gli
Houthi, in Yemen, hanno deciso di partecipare alla guerra a fianco dell’Iran.
Ciò
significa che oltre allo Stretto di Hormuz potrebbe chiudersi anche lo Stretto
di “Bab el Mandeb” un passaggio di meno di 30 chilometri indispensabile per far
funzionare il Canale di Suez.
Si
tratterebbe del collasso dell’economia globale a cominciare dai Paesi del
Mediterraneo, dove l’unica apertura rimarrebbe quella di Gibilterra.
Il
dramma sarebbe pesantissimo per l’Europa che senza gas russo, senza Hormuz e
con Suez chiuso non disporrebbe più neppure del gas liquefatto (GNL) importato
via mare, perché l’unica strada sarebbe quella della circumnavigazione
dell’Africa.
In questa logica acquisirebbe un peso ancora
più rilevante lo “Stretto dei Dardanelli”, in pratica unica strada di uscita
dal Mar Nero.
Alla
luce di ciò è bene ricordare che il 90% dei volumi del commercio mondiale e
l’80% del valore viaggiano via mare.
La
guerra di Trump è il peggior incubo per le economie neoliberali che avevano
creduto, e continuano a credere, nel feticcio della globalizzazione:
in un
mondo dove le merci viaggiano via mare e le rotte globali devono passare per
pochissimi snodi estremamente piccoli, l’illusione dell’egemonia politica ed
economica del capitalismo è ormai tragicamente naufragata.
In questo quadro diventa fondamentale per
l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo
Stretto di Malacca (tra Sumatra e la Malesia continentale e principale via di
comunicazione tra Oceano Indiano e Pacifico), da dove ormai passano quasi tutti
i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la
paralisi della Cina in pochi giorni.
Ora quello Stretto è aperto ma per effetto
della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di
settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna
aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il
basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in
tale senso, accentuati dalle attività di pirateria.
Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso
e Suez a “scartamento ridotto”, la recessione sarebbe immediata.
Per la
prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto
della speculazione finanziaria me è dettata dalla follia imperiale di Stati
Uniti e Israele.
Peraltro
Trump ipotizza di inviare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare
il suo Paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% sui
decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per
la guerra.
Naturalmente quei tassi di interesse
obbligheranno debiti “deboli” come quello italiano a pagare altrettanto e avere
quindi un macigno sui propri conti pubblici.
Con
Hormuz chiuso e con Malacca congestionata la Cina dovrà approvvigionarsi sempre
più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Stati
Uniti.
Ma
l’impressione “peggiore” è che la soluzione di Trump alla guerra sia il
disastro.
Il “presidente Maga” ha intrapreso la guerra in Iran
perché la profondità della crisi degli Stati Uniti -con un debito, pubblico e
privato, insostenibile, con un dollaro in declino, con una strutturale
debolezza produttiva e con un costante disavanzo commerciale- lo ha convinto
che la sola strada praticabile fosse quella dell’imperialismo, basata sulla
conquista del monopolio energetico in un mondo dipendente ancora molto dai
combustibili fossili.
Il
presidente statunitense conosceva le difficoltà di una simile soluzione ma,
insieme a Israele, pensava di non trovare troppi ostacoli e così di restaurare
l’egemonia in una vasta area geografica e, appunto, di ottenere una nuova
credibilità in grado di reggere debito e dollaro, altrimenti spacciati.
Ora la guerra è diventata complicatissima e
Trump vuole uscirne, a mio parere, con il disastro.
Se non
è possibile una vittoria chiara, allora meglio far deflagrare una vera e
propria guerra dell’energia destinata a causare una drammatica recessione, da
cui Trump spera che gli Stati Uniti, proprio perché potenza fossile, possano
uscire meglio di economie dipendenti dall’energia importata e da merci che
devono passare dall’incendiato percorso di Hormuz, Suez, Gibuti e persino dello
Stretto di Malacca.
In
estrema sintesi un mondo molto più povero, in preda a una crisi economica senza
precedenti, dove gli Stati Uniti starebbero meno peggio di altri:
per
evitare un inesorabile e rapido crollo, gli Stati Uniti scommettono sulla loro
capacità di tenuta in un Pianeta in fiamme.
La
geopolitica dell’egoismo malvagio.
(Alessandro
Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze
politiche dell’Università di Pisa.)
Scenari
geopolitici.
Cesmar.it – Daniela - (Mar. 25, 2026) –
Redazione – ci dice:
Sintesi
quotidiana di geopolitica marittima globale.
Il 24
marzo 2026 si è configurato come una giornata di straordinaria intensità
geopolitica, dominata dalla crisi iraniana e dalle sue molteplici proiezioni
globali.
Il
conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran, con il coinvolgimento diretto di
Israele e la reazione delle monarchie del Golfo, ridefinisce gli equilibri
energetici, marittimi e strategici su scala planetaria, mentre l’Europa e le
potenze emergenti si trovano a dover posizionare i propri interessi in un
ordine internazionale sempre più frammentato e instabile.
Eventi
clou.
Tre
eventi spiccano per rilevanza geopolitica immediata nel quadro complessivo
della giornata del 24 marzo 2026.
L’Iran
subordina il transito di Hormuz al coordinamento con Teheran. L’Iran ha formalmente comunicato alle
Nazioni Unite che le navi “non ostili” possono transitare dallo Stretto di
Hormuz a condizione di coordinarsi preventivamente con le autorità iraniane.
La mossa, riportata da “Captai”, rappresenta
un tentativo di Teheran di riaffermare la propria sovranità funzionale sullo
stretto, trasformando un corridoio internazionale in uno strumento di pressione
diplomatica e militare.
La dichiarazione giunge mentre il “Bahrein”
promuove in sede ONU una risoluzione per autorizzare l’uso della forza navale
nel Golfo Persico, e mentre gli Stati Uniti inviano ulteriori 2.500 militari
nella regione.
La
frase di Trump su Teheran e il” re pricing di Wall Street” Il 23 marzo 2026,
Donald Trump ha diffuso un messaggio su “Truth Social “descrivendo i colloqui
con Teheran come “very good and productive”, annunciando contestualmente un
rinvio di cinque giorni delle operazioni offensive.
Teheran ha quasi immediatamente smentito.
Come
analizzato da” Filippo Sardella” su” IARI”, i mercati hanno reagito come se il
rischio di shock nel Golfo si fosse ridotto, con conseguenti azioni in rialzo,
petrolio in forte calo e volatilità in contrazione. L’episodio dimostra come la
comunicazione strategica sia diventata parte integrante della formazione del
prezzo geopolitico globale.
È evidente che, se qualcuno fosse stato a
conoscenza anticipata della frase del presidente Trump, ciò avrebbe potuto
generare vantaggi economici nelle transazioni finanziarie.
Il
caso “Khar Island”:
dalla
guerra aerea al controllo dei nodi energetici.
Secondo
un’indiscrezione rilanciata da “The Independent” e analizzata da “IARI”,
Washington starebbe valutando l’impiego di circa 3.000 uomini della “Immediate
Response Force dell’82nd Airborne” per operazioni su Khar Island, il principale
terminal petrolifero dell’Iran.
Come
sottolinea l’analisi, la questione centrale è se la guerra stia evolvendo da
una campagna di raid e interdizione marittima verso il controllo fisico di nodi
economici e geografici essenziali al metabolismo energetico globale.
Khar gestisce circa l’80% dell’export
petrolifero iraniano, e la sua neutralizzazione avrebbe ripercussioni immediate
e potenziali ritorsioni iraniane.
Sintesi
dei fatti per teatro operativo.
Mediterraneo
Allargato.
Il Golfo Persico resta il teatro più caldo.
Gli Stati Uniti continuano a colpire impianti
energetici iraniani, mentre l’Iran esercita pressione su Hormuz e il Bahrein
accelera i tempi per una risoluzione ONU che autorizzi l’uso della forza
navale.
Il
Consiglio di Sicurezza ha adottato una risoluzione contro gli attacchi iraniani
ai Paesi del Golfo, aprendo uno spazio giuridico per future azioni militari.
Trump tenta un’apertura negoziale che si
scontra con il veto israeliano.
La
Turchia mantiene una posizione ambigua tra rischi del conflitto Iran-Israele e
opportunità di mediazione regionale.
Nel
Mediterraneo meridionale, la Francia costruisce un asse con Grecia e Cipro,
mentre l’Italia mantiene una postura attendista.
La
petroliera russa “Artic Meata”, in avaria e alla deriva da giorni, è stata
infine messa in sicurezza, segnalando fragilità nella flotta ombra di Mosca.
Heartland
Euro-Asiatico.
La Russia rimane marginalmente presente nel dibattito
del giorno, ma il tema dell’abbandono dell’energia russa da parte dell’Europa
emerge con forza.
Il
conflitto in Iran complica la transizione energetica europea, poiché la
riduzione delle forniture di gas russo non trova immediata compensazione in un
mercato GNL già perturbato.
Teatro
Operativo Boreale-Artico.
Sul
fronte nordico, la Danimarca è al centro di una controversia legata al presunto
sabotaggio preventivo di piste in Groenlandia per ostacolare le ambizioni
americane sull’isola.
Teatro
Operativo Australe-Antartico.
Il Brasile conferma la propria riluttanza a scegliere
tra Washington e Pechino, mantenendo un equilibrio diplomatico su minerali
critici e potere strategico.
L’Argentina
si muove analogamente in uno spazio di sovranità negoziale con implicazioni per
la geopolitica delle materie prime.
Indo-Pacifico.
Taiwan
osserva con attenzione la guerra contro l’Iran, traendone lezioni operative in
termini di deterrenza e gestione del rischio di escalation.
Il
CSIS analizza le rotte dei cavi sottomarini nell’Indo-Pacifico come
infrastruttura critica vulnerabile.
Giappone
e Stati Uniti pianificano una cooperazione rafforzata nella regione.
La Cina emerge come protagonista.
Attraverso
un’inchiesta Reuters del 24 marzo che evidenzia una campagna sistematica di
mappatura e impiego di sensori sui fondali marini, interpretata come
preparazione di un ecosistema militare subacqueo integrato.
La
Royal Navy annuncia che i sottomarini SSN-AUKUS includeranno sistemi VLS,
segnalando una crescente integrazione capacitiva transatlantica.
Conseguenze
dei fatti accaduti.
Conseguenze
geopolitiche.
La crisi iraniana sta ridisegnando le geometrie di
potere nel Grande Medio Oriente in modo profondo e probabilmente irreversibile.
Il tentativo iraniano di trasformare lo
Stretto di Hormuz in uno strumento di coercizione diplomatica rappresenta un
cambiamento della grammatica giuridica internazionale:
se
accettato, sancirebbe una forma di sovranità funzionale dell’Iran su un
corridoio marittimo attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio
mondiale.
L’adozione
di una risoluzione ONU contro gli attacchi iraniani ai Paesi del Golfo apre
invece uno spazio di legittimazione per azioni militari future, modificando il
quadro di diritto internazionale applicabile.
L’apertura di Trump verso Teheran, per quanto
strumentale e parzialmente smentita, suggerisce che Washington non persegua al
momento la distruzione del regime iraniano ma la sua resa funzionale.
Questo
obiettivo limitato si scontra con il massimalismo israeliano, che punta a una
destabilizzazione strutturale della Repubblica Islamica.
Il
veto israeliano a qualsiasi tregua negoziata rischia di prolungare il conflitto
oltre le intenzioni americane.
Al
contempo, il mondo arabo cerca nuovi partner strategici, coinvolgendo potenze
emergenti come India, Turchia e Brasile.
Conseguenze
strategiche.
Il “RUSI” ha pubblicato il 24 marzo un’analisi
di grande rilevanza operativa:
in soli 16 giorni di guerra contro l’Iran, gli
Stati Uniti hanno impiegato oltre 11.000 munizioni.
Il
concetto chiave è quello di “command of the reload”:
la capacità di sostenere un ritmo di fuoco
elevato dipende dalla velocità di rifornimento della base industriale.
Questo
solleva interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo della campagna.
La
guerra multi-dominio mostra come le operazioni cyber siano ormai il tessuto
connettivo del conflitto moderno.
L’ipotesi
di un’operazione terrestre su “Khar Island” trasformerebbe radicalmente la
natura del conflitto, introducendo elementi di occupazione temporanea di un
asset economico sovrano.
Conseguenze
economiche, tecnologiche, finanziarie ed energetiche.
L’episodio Trump-Teheran ha dimostrato come le
dichiarazioni politiche siano diventate variabili finanziarie autonome.
Sul
piano tecnologico, l’Europa affronta una sfida di sovranità industriale legata
alla dipendenza da tecnologie esterne.
La campagna cinese di mappatura dei fondali
aggiunge una dimensione strategica:
il controllo della conoscenza marittima
diventa leva di potere.
Sul
fronte energetico, l’abbandono dell’energia russa da parte dell’Europa si
complica in un mercato GNL già perturbato, con prezzi in salita e rotte più
lunghe.
Conseguenze
marittime.
Lo Stretto di Hormuz è tornato al centro della
riflessione strategica globale, questa volta non come ipotesi ma come teatro
operativo attivo. La dichiarazione iraniana modifica de facto le condizioni di
libertà di navigazione:
se
Teheran imponesse anche informalmente il proprio sistema, trasformerebbe un
diritto universale in una concessione negoziabile. L’analisi evidenzia il
divario tra narrativa di controllo e realtà operativa, in cui la “US Navy”
mantiene superiorità tattica.
La
presenza navale si intensifica:
nuovi sistemi “AUKUS”, rinforzi americani e
vulnerabilità digitali emergenti nelle forze armate occidentali.
Sul piano subacqueo, la strategia cinese di mappatura
dei fondali rappresenta uno sviluppo di lungo periodo cruciale.
Conseguenze
per l’Italia.
L’Italia
si trova esposta su più fronti.
Sul
piano militare, il collaudo del missile “Aster 30” dalla “nave Montecuccoli”
rappresenta un avanzamento rilevante nelle capacità di difesa aerea navale.
Sul piano energetico, l’instabilità nel Golfo e nel Mar
Rosso si riflette direttamente sui costi industriali e sull’inflazione.
Sul
piano politico, l’Italia mantiene una postura prudente, allineata alla NATO ma
senza iniziative autonome.
Il
rafforzamento dell’asse UE-Australia apre opportunità per l’industria della
difesa.
Conclusioni.
La
giornata del 24 marzo 2026 conferma che il conflitto con l’Iran è un evento
strutturante dell’ordine internazionale.
Le
variabili in gioco sono interconnesse in un sistema che rende ogni escalation
potenzialmente globale.
Monitorare
l’ipotesi operativa su “Khar Island”, i negoziati USA-Iran, la risoluzione ONU
promossa dal Bahrein e la capacità industriale americana sarà cruciale per
comprendere l’evoluzione del conflitto.
Nei
giorni successivi saranno determinanti anche la risposta israeliana, le
dinamiche ONU e la progressione della strategia subacquea cinese.
Questa sintesi è stata elaborata sulla base degli
articoli provenienti da diverse fonti aperte di analisi geopolitica e
strategica, tra cui:
Center for Maritime Strategy, CIMSEC, Reuters,
ShipMag, Navy Lookout, National Interest, Seapower Magazine, CSIS, RUSI, War on
the Rocks, IISS, Responsible Statecraft, Foreign Affairs, Formiche.net, Il
Sussidiario, Start Magazine, Inside Over, Notizie Geopolitiche, IARI,
Dissipatio, Analisi Difesa, Jamestown Foundation, “Atlantic Council”, “RAND
Corporation”.
I
CONTRIBUTI SONO DIRETTA RESPONSABILITÀ DELLA REDAZIONE E NE RISPECCHIANO LE
IDEE. LA RIPRODUZIONE, TOTALE O PARZIALE, È AUTORIZZATA A CONDIZIONE DI CITARE
LA FONTE.
LA
STRUTTURAZIONE E L’INTERPRETAZIONE DEI DATI SONO FRUTTO DI UN PROCESSO DI
SINTESI VOLTO A CREARE UN QUADRO ANALITICO COERENTE E ORGANICO. LA SINTESI NON
RAPPRESENTA UN’ANALISI ORIGINALE, MA UNA RIORGANIZZAZIONE STRUTTURATA DELLE
INFORMAZIONI RACCOLTE E SCELTE BASATA SULLA EXPERTISE DEI NOSTRI STUDIOSI CHE
NE HANNO POI ESTRAPOLATO LE CONSEGUENZE NEI CAMPI GEOPOLITICO, STRATEGICO,
MARITTIMO E LEGATO ALL’ITALIA.
Il
Ruolo del Mare nella Geopolitica
Mondiale:
Perché il Controllo
degli
Oceani è Centrale per l’Egemonia
Anglosassone
e per l’Economia Globale.
Geopolitica.it
– (Dicembre 25, 2025) - Danilo Tozzi – Redazione – ci dice:
Cina,
GEOECONOMIA, GEOPOLITICA, GEOSTRATEGIA, IMPERO USA, INGHILTERRA, IRAN, Russia.
Nel
dibattito geopolitico contemporaneo, spesso dominato da temi come tecnologia,
risorse energetiche e competizione industriale, il ruolo del mare tende a
essere dato per scontato.
Eppure, gli oceani continuano a rappresentare
la struttura portante del sistema economico e strategico globale.
Il controllo dei mari non è soltanto una
questione militare, ma un fattore decisivo per l’egemonia politica, la
stabilità economica e la capacità di influenzare l’ordine mondiale.
Dalla
fine della Seconda guerra mondiale, l’egemonia anglosassone – prima britannica
e poi statunitense – si è fondata in larga misura sulla supremazia marittima.
Gli
Stati Uniti, eredi della tradizione navale britannica, hanno costruito un
sistema globale basato sulla libertà di navigazione, sulla sicurezza delle
rotte commerciali e sulla capacità di proiettare potenza attraverso gli oceani.
In un mondo in cui oltre l’80% del commercio
globale viaggia via mare, il controllo delle rotte marittime equivale, di
fatto, al controllo dell’economia mondiale.
Oggi,
però, questo dominio è messo in discussione dall’ascesa di potenze continentali
e marittime come “Cina” e “Russia”, sostenute da attori regionali strategici
come l’”Iran”.
La
competizione tra questi blocchi non si gioca soltanto sulla terraferma o nello
spazio digitale, ma sempre più sul mare, che torna a essere il principale
teatro della rivalità sistemica globale.
Il
mare come fondamento del potere globale.
Il
mare è storicamente il mezzo attraverso cui le potenze hanno esteso la propria
influenza ben oltre i confini territoriali.
A
differenza della terra, che è limitata e frammentata da confini politici, gli
oceani rappresentano uno spazio continuo, aperto, in cui chi possiede la
capacità di navigare, proteggere e controllare può influenzare interi
continenti.
Il
potere marittimo consente a uno Stato di garantire l’accesso ai mercati,
assicurare l’approvvigionamento di risorse critiche e intervenire rapidamente
in aree lontane.
Questo
principio, formulato già alla fine del XIX secolo dal teorico navale “Alfred
Thayer Makan”, rimane valido ancora oggi.
Le grandi potenze non dominano il mondo solo
perché producono di più, ma perché controllano i flussi attraverso cui beni,
energia e capitali si muovono.
Nel
sistema internazionale contemporaneo, il mare è diventato il principale spazio
di interconnessione globale.
Le
catene del valore, la logistica industriale, il commercio energetico e
alimentare dipendono in modo diretto dalla sicurezza delle rotte marittime.
Qualsiasi
perturbazione in questo sistema ha effetti immediati sui prezzi, sulla
produzione e sulla stabilità economica globale.
L’egemonia
anglosassone e il controllo dei mari.
L’egemonia
anglosassone si è sviluppata storicamente come egemonia marittima.
L’Impero
britannico, nel suo apice, controllava i principali colli di bottiglia del
commercio globale, garantendo sicurezza alle proprie rotte e imponendo regole
che favorivano i suoi interessi economici.
Dopo
il declino britannico, gli Stati Uniti hanno assunto questo ruolo, costruendo
una marina senza precedenti per dimensioni, capacità tecnologica e presenza
globale.
La
Marina statunitense non è soltanto uno strumento militare, ma il pilastro di un
ordine economico internazionale basato sulla globalizzazione dei mercati.
La
presenza navale americana nei principali oceani ha reso possibile un sistema in
cui merci prodotte in Asia possono arrivare in Europa o negli Stati Uniti con
costi relativamente bassi e tempi prevedibili.
Questo
ha favorito l’espansione delle multinazionali, l’integrazione delle economie e
la centralità del dollaro come valuta di riferimento.
Il
controllo marittimo consente inoltre agli Stati Uniti di esercitare un potere
coercitivo indiretto.
Sanzioni
economiche, blocchi commerciali e pressioni diplomatiche sono credibili solo
perché esiste una capacità concreta di influenzare o interrompere i flussi
marittimi globali.
In questo senso, il mare diventa uno strumento
di governance globale, non semplicemente un campo di battaglia.
Il
mare e l’economia mondiale.
L’economia
mondiale moderna è impensabile senza il mare.
Le grandi navi portacontainer, le petroliere e
le metaniere costituiscono l’infrastruttura invisibile che sostiene la vita
quotidiana di miliardi di persone.
Dalle
materie prime ai prodotti finiti, tutto passa attraverso gli oceani.
Il
settore energetico è particolarmente dipendente dal trasporto marittimo.
Petrolio
e gas naturale liquefatto viaggiano lungo rotte ben precise, spesso
attraversando strettoie strategiche come lo Stretto di Hormuz, il Canale di
Suez o lo Stretto di Malacca.
Il
controllo o l’instabilità in queste aree ha un impatto immediato sui mercati
globali, sui prezzi dell’energia e sull’inflazione.
Anche
la produzione industriale è sempre più legata alla puntualità delle consegne
marittime.
Il modello della produzione “just in time”
rende le economie vulnerabili a qualsiasi interruzione delle rotte navali.
La
pandemia e le crisi logistiche degli ultimi anni hanno dimostrato quanto il
sistema sia fragile e quanto il mare resti centrale per il funzionamento
dell’economia globale.
La
sfida di Cina e Russia alla supremazia marittima.
Negli
ultimi vent’anni, la Cina ha compreso che il suo sviluppo economico e la sua
sicurezza nazionale dipendono in larga misura dal mare.
Pechino
ha investito massicciamente nella modernizzazione della propria marina,
trasformandola da forza costiera a strumento di proiezione globale.
L’obiettivo
cinese non è solo difensivo, ma strategico:
garantire
la sicurezza delle proprie rotte commerciali e ridurre la dipendenza dal
controllo navale statunitense.
La
Russia, pur avendo un approccio diverso e più selettivo, considera il mare un
elemento essenziale della propria strategia di deterrenza.
Il controllo di mari chiave come il Mar Nero,
l’Artico e alcune aree del Pacifico permette a Mosca di compensare la propria
debolezza economica con una postura militare credibile.
L’Iran,
a sua volta, gioca un ruolo cruciale in aree strategiche come il Golfo Persico,
influenzando uno dei principali snodi energetici mondiali.
Questi
attori non mirano necessariamente a sostituire l’egemonia marittima
statunitense su scala globale, ma a limitarla, renderla più costosa e meno
efficace.
È una
strategia di erosione, non di sostituzione immediata, che punta a creare un
mondo più multipolare anche sul piano marittimo.
Il
mare come nuovo fronte della competizione strategica.
In
questo contesto, il mare diventa il principale teatro della competizione tra
grandi potenze.
Non si
tratta soltanto di una rivalità militare, ma di una lotta per il controllo
delle regole del commercio, della sicurezza energetica e delle infrastrutture
globali.
Le
flotte navali, i porti, le basi logistiche e persino i cavi sottomarini
assumono un valore strategico crescente.
Gli
Stati Uniti vedono nella protezione delle rotte marittime non solo un interesse
nazionale, ma una responsabilità globale.
Tuttavia,
dal punto di vista di Pechino e Mosca, questa “protezione” appare sempre più
come uno strumento di pressione politica.
La
presenza navale americana vicino alle coste cinesi o russe è percepita come una
minaccia diretta, alimentando una spirale di sfiducia e riarmo.
La
possibilità che il mare diventi il luogo di crisi future non deriva da una
volontà esplicita di conflitto, ma dalla sovrapposizione di interessi vitali. Ogni grande potenza dipende dal mare
per la propria sicurezza economica e strategica, e nessuna è disposta a
rinunciare a questo spazio senza reagire.
Scenari
futuri e rischi sistemici.
Il
rischio principale non è una guerra navale totale, ma una crescente instabilità
marittima.
Incidenti, dimostrazioni di forza, pressioni
indirette e crisi regionali potrebbero avere effetti sproporzionati
sull’economia globale.
Il mare, proprio perché è il cuore del sistema
economico mondiale, diventa anche il suo punto più vulnerabile.
Gli
Stati Uniti, nel tentativo di preservare la propria egemonia, continueranno a
puntare sulla deterrenza navale, sul rafforzamento delle alleanze e sulla
presenza nei mari strategici.
Cina e Russia, dal canto loro, cercheranno di
costruire alternative continentali e marittime per ridurre la propria
esposizione a un sistema dominato dall’Occidente.
Il
futuro dell’ordine mondiale dipenderà in larga misura da come questa
competizione verrà gestita.
Un equilibrio marittimo instabile potrebbe
rallentare la globalizzazione, frammentare i mercati e aumentare i costi
economici per tutti.
Al contrario, una gestione cooperativa degli
oceani potrebbe garantire stabilità e prosperità anche in un mondo multipolare.
Conclusione.
Il
mare resta il grande protagonista silenzioso della geopolitica mondiale.
Il suo controllo è essenziale per l’egemonia
anglosassone, per la sicurezza delle economie moderne e per la stabilità
dell’ordine globale. La competizione tra Stati Uniti, Cina, Russia e altri
attori non è soltanto una sfida militare, ma una battaglia per il controllo dei
flussi che tengono insieme il mondo.
In
un’epoca di transizione verso il multipolarismo, gli oceani rappresentano allo
stesso tempo una fonte di potere e una potenziale linea di frattura.
Comprendere
il ruolo del mare significa comprendere il futuro della geopolitica globale,
perché chi controlla il mare, oggi come ieri, continua a esercitare
un’influenza decisiva sul destino del mondo.
Trump-Europa:
abisso transatlantico.
Ispionline.it
– (1°aprile 2026) – Alessia De Luca – Redazione – ci dice:
Trump
si scaglia contro gli alleati: tra accuse, minacce di un ritiro dalla Nato e tensioni
su Hormuz, la guerra nel Golfo mette a nudo la crisi nei rapporti
transatlantici.
(Daly
Focus Medio Oriente e Nord Africa · Relazioni Transatlantiche).
A
oltre un mese dall’inizio della guerra all’Iran, le capitali del Medio Oriente
soggette ai bombardamenti non sono le uniche vittime del conflitto:
se non
sul piano materiale, almeno su quello diplomatico le relazioni transatlantiche,
che pure hanno conosciuto alti e bassi nel corso della loro lunga storia,
vivono forse il momento peggiore di sempre.
Al linguaggio felpato di diplomatici e leader europei,
che si sforzano di ripetere come tra le due sponde dell’Atlantico nulla sia
cambiato, si contrappongono le invettive sempre più dure e sfrontate del
presidente Donald Trump.
Il
quale, ancora una volta, sul suo “social Truth” ha accusato gli alleati di non
averlo sostenuto nel conflitto e detto ai governi preoccupati per i prezzi del
carburante di “andarsi a procurare il petrolio da soli”.
“Fatevi
coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo.
Dovrete
imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi,
proprio come voi non siete stati lì per noi”, ha scritto il tycoon, aggiungendo
che una volta chiuse le ostilità con Teheran la responsabilità di mantenere
aperto lo stretto di Hormuz spetterà ai Paesi che ne dipendono.
“Non è compito nostro…sarà compito di chiunque
utilizzi lo stretto”.
Parole
che sembrano confermare quanto rivelato nei giorni scorsi dal “Wall Street
Journal”, secondo cui il presidente americano avrebbe confidato in più di
un’occasione ai suoi consiglieri di voler porre fine alle ostilità contro
Teheran anche senza ottenere la riapertura dello Stretto da cui passa oltre un
quinto del petrolio e del gas naturale mondiale.
Usa e
Ue ai ferri corti?
Che
gli europei guardassero alla guerra contro Teheran come a un disastro da
evitare non è un segreto per nessuno.
Come pure il fatto che, fin dalle prime ore, abbiano
iniziato manovre volte a evitare ogni coinvolgimento in un conflitto
considerato illegale dal punto di vista del diritto internazionale e
controproducente per i loro interessi.
Il
primo a rompere le righe è stato “Pedro Sanchez”.
Il leader spagnolo ha accusato Trump di aver scatenato
un conflitto dalle conseguenze imprevedibili, negando agli Stati Uniti l’uso
delle basi Nato e del suo spazio aereo per la guerra.
Se gli
altri leader europei non sono stati altrettanto diretti, nessuno tuttavia ha
colto l’invito del tycoon ad assistere gli Usa nel Golfo.
Man
mano che la guerra proseguiva, e l’opinione pubblica europea si mostrava sempre
più contraria, timidi segnali di reazione hanno cominciato a manifestarsi:
la
Francia ha bloccato il transito di aerei carichi di rifornimenti militari
diretti in Israele, mentre l’Italia ha negato all’ultimo minuto il permesso di
atterraggio in Sicilia ai bombardieri statunitensi.
Il
Regno Unito, dal canto suo, ha permesso agli Usa di utilizzare le sue basi per
una guerra che il governo di Londra ha definito “illegale”, ricevendo comunque
un pubblico biasimo da Trump.
Trump
sta fallendo?
Se c’è
una cosa che la frustrazione di Trump nei confronti degli europei rivela, è il
fatto che la strategia del tycoon non sta dando i frutti sperati e che
Washington si trova in una situazione da cui è difficile uscire:
Ia
minaccia del presidente di “obliterare” la Repubblica Islamica non sta
scalfendo i resti del regime iraniano, mentre quest’ultimo a sua volta sta
dimostrando di saper fare buon uso dei suoi asset.
Se gli Usa non opteranno per un intervento di
terra, un’opzione ad altissimo rischio, potrebbero dover essere costretti a un
umiliante patteggiamento.
Secondo
“Axios” Cina e Pakistan hanno presentato una nuova iniziativa per porre fine
alla guerra, che includerebbe un cessate il fuoco in cambio della riapertura
dello Stretto.
A fare
la differenza, per Teheran, sarebbero le garanzie poste da Pechino che si
affermerebbe come il vero deal-maker della trattativa.
Certo Trump dissimulerebbe, presentando
l’accordo come una vittoria ‘assoluta’ ma il mondo è pronto a giudicarlo al di
là della sua roboante retorica.
“Proprio
come la Cina ha scoperto l’anno scorso con le terre rare, l’Iran ha trovato una
presa letale sui mercati globali” in grado di indurre Trump “a fare Taco”
osserva “Edward Luce” sul “Financial Times”, aggiungendo che “anche se
dichiarasse una vittoria unilaterale nel Golfo, l’Iran sa ormai di avere più
influenza di lui sull’inflazione statunitense”.
Via
dalla Nato?
Al di
là dell’Iran, la crisi transatlantica rivela una spaccatura sempre più
profonda.
Negli
ultimi 15 mesi, dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump si è comportato in modo
sprezzante nei confronti di coloro che fanno sempre più fatica a definirsi suoi
alleati che ne hanno subito le intemperie per non compromettere quel che resta
del sostegno americano all’Ucraina o la coesione della Nato.
Anche questo ultimo baluardo, però, sembra stia per
crollare: rispondendo alla domanda di un giornalista del “Telegraph”, il
presidente Usa si è spinto oltre le consuete critiche, chiarendo senza mezzi
termini di stare “seriamente valutando” il ritiro degli Stati Uniti
dall’Alleanza Atlantica.
“Non sono mai stato convinto dalla Nato.
Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e
lo sa anche Putin”.
Gli
occhi di tutti, perciò, sono puntati sullo Studio Ovale, dove Trump terrà
questa sera un discorso in prima serata sull’Iran, il primo dall’inizio della
guerra.
L’ipotesi
più accreditata è che annunci un accordo formale con l’Iran o un graduale
ritiro degli Stati Uniti dichiarando che Washington ha raggiunto i suoi
obiettivi.
Quanto
agli alleati, Trump ha annunciato che esprimerà il suo “disgusto” per la Nato.
Per l’asse transatlantico è giunto il momento
della verità?
Se così non fosse, l’impressione è che non
bisognerà aspettare molto.
Il
commento.
Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po.
“Torna
ad attaccare la Nato e gli alleati europei, Donald Trump.
Prospettando
uscite dall’alleanza in realtà impossibili a realizzarsi, ché dovrebbero essere
ratificate da una maggioranza dei due terzi del Senato.
E
minacciando un ben più realistico disimpegno statunitense che svuoterebbe la
Nato di senso e capacità.
Sullo
sfondo agiscono sia la visione imperiale di Trump sia un antieuropeismo, se non
una vera e propria eurofobia, ormai sempre più diffusi e condivisi tra
l’elettorato di destra negli Usa.
In
virtù dei quali l’Europa costituisce al meglio interlocutore subalterno, se non
vera e propria colonia di Washington, e al peggio un nemico politico e
ideologico”.
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