Diritto internazionale per tutti o per nessuno.

 

Diritto internazionale per tutti o per nessuno.

 

 

La favola del “diritto internazionale”:

vale per tutti, tranne

per chi comanda.

Kulturjam.it - Sira Becker - (7 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

La favola del diritto internazionale vale per tutti, tranne per chi comanda.

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La cronaca continuamente ci ricorda l’ipocrisia del diritto internazionale: rigoroso con i deboli, inesistente per i forti.

Dal confronto con Russia-Ucraina e Cina-Taiwan emerge un sistema fondato su doppi standard e forza, non giustizia.

 

La favola del “diritto internazionale”.

C’è un momento, puntualmente ignorato, in cui il dibattito sul diritto internazionale smette di essere giuridico e diventa teologico.

 Accade ogni volta che gli Stati Uniti violano apertamente qualunque principio di sovranità altrui e qualcuno, con aria improvvisamente disincantata, scopre che il diritto internazionale “in fondo non è mai esistito”.

Osservazione non priva di fondamento, certo, ma spesso usata come una comoda assoluzione preventiva.

Se non esiste, allora nessuno lo viola davvero.

Peccato che le cose siano un po’ più complicate.

 

Dal punto di vista teorico, l’obiezione è antica:

 tra Stati sovrani non può esistere un diritto pienamente vincolante, perché manca un’autorità terza capace di imporre norme e sanzioni efficaci.

 L’ONU nasce proprio per colmare questo vuoto.

Il problema è che, nella pratica, l’ONU funziona come un tribunale selettivo: severissimo con i deboli, distratto con i forti.

 Le “condanne” diventano operative solo quando colpiscono Paesi periferici;

quando invece il banco degli imputati dovrebbe ospitare Washington, il procedimento si dissolve in un comunicato stampa.

 

Il diritto senza giustizia.

Fin qui, verrebbe da dire, nulla di nuovo.

Ma fermarsi a questa constatazione significa confondere il diritto con il suo simulacro.

Il diritto è la forma, non la sostanza.

Senza un senso di giustizia – informale, non codificabile, ma essenziale – ogni sistema giuridico è un involucro vuoto.

Possiamo anche vantare la “Costituzione più bella del mondo”, ma se chi la interpreta è privo di qualsiasi tensione verso la giustizia, resta poco più di un soprammobile istituzionale.

 

Quando si passa dal piano formale a quello sostanziale, la realtà diventa meno rassicurante.

 Non esistono quasi mai divisioni nette tra giusto e sbagliato, bensì proporzioni, pesi, contesti.

 È un terreno scomodo, che richiede onestà intellettuale e una certa resistenza alla propaganda.

Non sorprende che venga frequentato da minoranze sempre più esigue.

 

Un modo utile per orientarsi è il confronto tra casi simili.

 Ed è qui che l’intervento militare statunitense in Venezuela diventa istruttivo.

Dalle dichiarazioni pubbliche di Trump emergono con chiarezza non solo le consuete giustificazioni di facciata – narcotraffico, sicurezza interna, presenze straniere ostili – ma anche qualcosa di più brutale e, almeno, sincero:

il controllo diretto della produzione petrolifera venezuelana e una gestione americana del Paese “fino a una transizione adeguata”.

Tradotto: “occupazione temporanea, a tempo indeterminato.

 

A corollario, l’avvertimento neppure troppo velato a Colombia e dintorni: quanto accaduto a Caracas può succedere a chiunque.

 È la dottrina Monroe in versione reality show, con Trump nel ruolo di presentatore.

Doppi standard ben oliati.

Le motivazioni addotte sono tre:

sicurezza interna degli Stati Uniti, controllo delle risorse energetiche (il Venezuela possiede circa il 20% dei giacimenti mondiali di petrolio) e riaffermazione del ruolo coloniale di Washington in America Latina. Nulla che non conoscessimo già, ma raramente espresso con tanta disinvoltura.

 

Ora, proviamo a confrontare questo caso con altri due che infiammano il dibattito globale.

 Primo: Russia e Donbass.

 Qui la violazione del diritto internazionale è evidente.

 L’invasione di uno Stato sovrano lo è sempre, come lo sono state quelle americane in Iraq, Libia o altrove.

Tuttavia, sul piano informale, Mosca ha addotto motivazioni non campate in aria:

 la minaccia concreta dell’allargamento NATO ai propri confini più vulnerabili e la tutela di popolazioni russofone effettivamente discriminate.

Questo non assolve la Russia, ma rende il quadro più complesso di quanto raccontato nei talk show.

 

Secondo caso: Cina e Taiwan.

 Se Pechino intervenisse militarmente, ci troveremmo di fronte a una violazione del diritto internazionale molto più ambigua.

 Taiwan non è uno Stato pienamente riconosciuto;

lo è da una manciata di Paesi minori.

Fino a quando gli Stati Uniti non hanno iniziato a militarizzare l’isola, la Cina aveva gestito la questione con relativa cautela.

 Oggi, con basi americane che stringono il suo spazio marittimo come una morsa, le preoccupazioni di sicurezza cinesi appaiono tutt’altro che fantasiose.

 Per di più, Taiwan è culturalmente e linguisticamente cinese.

Un dettaglio che, curiosamente, scompare dalle analisi indignate.

 

A questo punto il confronto è impietoso.

Il Venezuela non confina con gli Stati Uniti, non minaccia i loro confini, non appartiene alla loro sfera culturale.

Eppure viene trattato come un protettorato ribelle.

Se domani qualcuno fingerà stupore di fronte all’ennesima escalation, sarà solo l’ennesima replica di una commedia già vista.

Con finale annunciato.

 

 

 

 

La diplomazia americana non negozia: pretende.

E quando non ottiene, finge.

   Kulturjam.it - Zela Santi – (12 Aprile 2026) – ci dice:

La diplomazia americana non negozia pretende.

E quando non ottiene, finge.

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Gli USA tentano di ottenere nei negoziati ciò che non hanno ottenuto militarmente.

 Il fallimento sull’ asse Iran-Libano conferma un’America subordinata a Israele, incoerente e sempre meno credibile.

 Cresce lo spazio per Russia e Cina.

 

Diplomazia americana: negoziare ciò che non si è vinto.

Nel tentativo messo in scena a Islamabad di trovare una quadra “diplomatica” al conflitto nel Golfo, la linea tra negoziato e imposizione è diventata talmente sottile da risultare invisibile.

 L’ultimo tentativo di mediazione statunitense lo dimostra con chiarezza quasi imbarazzante:

 Washington cerca al tavolo ciò che non è riuscita a strappare sul campo

 Solo che, questa volta, il tavolo si è rovesciato.

 

Il fallimento del negoziato sull’asse Iran-Libano non è un incidente ma la conseguenza logica di una strategia che confonde diplomazia e propaganda.

 

L’idea americana di trattativa internazionale si fonda su un presupposto implicito:

l’avversario deve concedere, anche quando ha dimostrato di non essere stato sconfitto.

 Una concezione che funziona finché esiste una sproporzione di forza evidente.

Ma quando questa si riduce, la retorica resta, la realtà cambia.

 

La linea impostata da Donald Trump ha oscillato con una rapidità quasi caricaturale.

Prima apertura a una tregua estesa, poi improvviso dietrofront sulla questione libanese, con la delega operativa a J.D. Vance, trasformato in portavoce di una linea che non controlla davvero.

 

Il risultato è una coreografia diplomatica dove i veri protagonisti restano dietro le quinte.

 Figure come” Jared Kushner” e “Steve Tinkoff” – interlocutori percepiti come fortemente allineati alle posizioni israeliane – hanno orientato il processo, lasciando a “Vance” il ruolo di copertura politica.

 

Il sabotaggio interno: quando l’alleato detta la linea.

Il nodo centrale resta uno:

l’irremovibilità del governo di Benjamin Netanyahu sulla prosecuzione delle operazioni in Libano.

Una posizione che ha di fatto reso impossibile qualsiasi architettura negoziale coerente.

 

Il cessate il fuoco inizialmente ipotizzato includeva una de-escalation anche sul fronte libanese ma la prosecuzione dei bombardamenti ha svuotato di senso l’intero impianto diplomatico, trasformandolo in una finzione.

 

A quel punto, Washington ha scelto nuovamente l’allineamento strategico con Israele, anche a costo di compromettere la propria credibilità negoziale.

Le conseguenze sono evidenti con la perdita di fiducia da parte dei Paesi del Golfo, pesantemente colpiti, non solo dai missili di Teheran, ma nella percezione di stabilità interna e dell’intero quadrante;

la crescente diffidenza europea, chiamata a pagare i costi di crisi internazionali che non gestisce ne ha modo di gestire.

 Dulcis in fundo, il rafforzamento del ruolo di mediatori alternativi come Russia e Cina.

Non è un caso che sempre più capitali guardino a Mosca e Pechino come attori prevedibili – non necessariamente benevoli, ma almeno coerenti.

 

La narrativa che non regge: nucleare, fake news e realtà parallele.

Nel tentativo di giustificare il fallimento, la Casa Bianca ha rilanciato il tema nucleare iraniano.

 Un argomento troppo debole e poco credibile.

Teheran ha più volte ribadito la disponibilità a limitare l’arricchimento dell’uranio a fini civili.

 Le agenzie internazionali, pur mantenendo un atteggiamento prudente, non hanno mai certificato un programma militare imminente.

Eppure la narrativa persiste, non per convinzione, ma per necessità politica.

 

Qui emerge un elemento più inquietante: la crescente disconnessione tra dichiarazioni e realtà.

L’amministrazione Trump accusa sistematicamente media e avversari di diffondere fake news, mentre produce versioni dei fatti che cambiano nel giro di ore e chi non si adegua diventa automaticamente nemico.

Gli Stati Uniti, dunque, non riescono più a imporre né a costruire ordine: la forza militare resta enorme, ma la capacità di tradurla in risultati politici si è ridotta drasticamente.

 E quando la diplomazia diventa estensione della propaganda, il risultato è inevitabile disastroso.

 

Nel frattempo, l’opzione militare resta sul tavolo.

Ma sempre meno praticabile, sempre più rischiosa.

 

 

 

Perché chiamiamo “democrazia”

ciò che non lo è mai stato?

  Kulturjam.it - Redazione – (12 Aprile 2026) – ci dice:

 

Perché chiamiamo “democrazia” ciò che non lo è mai stato.

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Non siamo mai stati democratici: abbiamo solo imparato a chiamare “libertà” un sistema che decide senza di noi.

La democrazia non è un rito elettorale, ma una condizione culturale che abbiamo smesso di coltivare.

 

La democrazia che non c’è mai stata.

La democrazia è oggi una parola-talismano:

 viene agitata come una reliquia laica, ma raramente interrogata nella sua sostanza.

 Tutti ne parlano, quasi nessuno la conosce.

 E forse non è un caso.

Perché se la democrazia fosse davvero ciò che proclama di essere, il nostro mondo politico apparirebbe per quello che è:

un sofisticato sistema di esclusione mascherato da partecipazione.

 

Come recentemente ha ricordato “Pierluigi Faga”, Machiavelli, nei “Discorsi”, osservava con lucidità spietata che gli intellettuali del suo tempo si piegavano sempre al potere dominante, trovando il coraggio di insultare il popolo solo quando questo non contava nulla.

Cinque secoli dopo, la scena non è cambiata:

le élite culturali continuano a parlare di ciò che non conoscono, maneggiando concetti astratti come amuleti, mentre la realtà politica resta sospesa, lontana, inafferrabile.

 Parlano di “democrazia” come si parla di una divinità invisibile:

 nessuno l’ha mai vista, ma tutti giurano che esiste.

 

Una tradizione amputata.

La nostra idea di democrazia nasce già mutilata.

I testi politici dell’antica Grecia che ci sono stati trasmessi sono quasi esclusivamente ostili al governo del popolo.

Platone, l’Anonimo Oligarca, i detrattori sistematici.

Le voci favorevoli furono cancellate, perse, distrutte.

 Pro agorà, Democrito, Anassagora, Clistene, Filate:

fantasmi senza opere.

Persino Pericle ci arriva filtrato da Tucidide, che democratico non era.

 

Aristotele, con la sua “Politica”, rientra in Europa solo tra Duecento e Trecento, recuperato nelle biblioteche islamiche di al-Andaluz.

Fino alla scoperta, nel 1880, della “Costituzione degli Ateniesi”, nessuno in Occidente aveva una reale conoscenza delle procedure democratiche ateniesi.

Eppure, per secoli, filosofi e giuristi hanno discusso di una democrazia che non conoscevano.

Non è ignoranza: è costruzione ideologica.

 

I romani scrivevano sotto l’impero, i medievali sotto il doppio potere di trono e altare, i moderni dentro sistemi dominati dalla ricchezza.

Noi occidentali non siamo mai stati democratici, né nei fatti né nel pensiero.

Eppure continuiamo a raccontarci il contrario, come una favola identitaria.

 

Chi decide davvero?

Negli anni Venti del Novecento, il giurista “Richard Thoma” riprese una domanda già formulata da Erodoto: “chi decide?”.

 È l’unica questione che conta.

Uno solo? Pochi? Molti?

Tutto il resto è decorazione.

 

Per “Thoma”, la democrazia esiste solo quando la comunità dei cittadini adulti governa sé stessa.

 Non quando delega in bianco a professionisti del potere.

 Il sistema rappresentativo moderno, celebrato come apice della civiltà, è in realtà una forma oligarchica mascherata.

Una delega vaga, non revocabile, esercitata da cittadini che spesso non hanno strumenti culturali per comprendere ciò su cui votano.

 La propaganda sostituisce l’informazione, la competenza è un lusso, il tempo per capire non esiste.

 

I liberali hanno svuotato la parola “democrazia” per riempirla di elogi al parlamentarismo.

 I socialisti, dopo aver promesso rivoluzioni e mondi nuovi, si sono limitati ad amministrare lo stesso sistema, senza mai chiarire come costruire politicamente ciò che sognano economicamente.

 Due retoriche diverse, stesso risultato:

la conservazione dell’ordine.

 

La democrazia, in realtà, non è una forma di governo:

è una condizione culturale.

Dipende dal livello di conoscenza diffusa, dalla qualità del dibattito, dalla possibilità reale di informarsi e di partecipare.

Come in agricoltura, non è la pianta a fare la differenza, ma il terreno, l’acqua, il clima.

Senza queste condizioni, il voto è solo un rituale vuoto.

Viviamo in società che ci ossessionano con l’auto-miglioramento, ma ci educano a disinteressarci della cosa pubblica.

Gli antichi greci chiamavano questo tipo di cittadino “idiote”:

colui che pensa solo a sé.

Oggi non è una devianza, è una virtù di sistema.

 

Le nostre repubbliche non sono democrazie.

Sono amministrazioni di massa dell’apatia.

E noi, con disciplinata obbedienza, le chiamiamo libertà.

 

 

 

Teheran non crede al bluff americano,

 interrotti i colloqui a Islamabad.

Kulturjam.it - Zela Santi –(12 Aprile 2026 ) – Redazione – ci dice: 

Teheran non crede al bluff americano, interrotti i colloqui a Islamabad.

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Gli USA raccontano vittorie nel Golfo, ma i fatti mostrano limiti operativi e industriali.

Armi costose contro droni economici, produzione lenta, dipendenza dalla Cina.

La superpotenza regge sulla narrazione, mentre la realtà strategica scricchiola e i negoziati con l’Iran falliscono.

 

Superpotenza di carta: la guerra che Washington racconta (ma non regge).

C’è un dettaglio che tradisce più di mille dichiarazioni ufficiali:

 quando una potenza deve raccontare di aver vinto, anziché dimostrarlo. È esattamente ciò che sta accadendo all’amministrazione di Donald Trump, impegnata a costruire una narrazione di dominio nel Golfo mentre la realtà suggerisce tutt’altro.

 

Il fallimento delle trattative a Islamabad, con la delegazione statunitense che ha abbandonato in fretta e furia la capitale pakistana, ha dato il via a una serie di “strabilianti fake” sullo sminamento di Hormuz.

 

La vicenda dello Stretto è emblematica.

Il CENTCOM ha diffuso la notizia di un dispiegamento navale volto prima allo sminamento, poi alla difesa della “libera navigazione”.

Una versione prontamente smentita non solo dai Pasdaran – le Guardie Rivoluzionarie iraniane – ma anche da fonti indipendenti basate su tracciamenti “OSINT” e aggiornamenti delle agenzie internazionali.

 

La necessità stessa di diffondere una notizia di quel tipo evidenzia il problema:

se davvero si fosse trattato di una dimostrazione di forza, non ci sarebbe stato bisogno di raccontarla: sarebbe stata evidente.

 

La guerra raccontata e quella reale.

Washington insiste nel sostenere di aver inflitto colpi decisivi alle capacità militari iraniane.

 Distruzione della marina, neutralizzazione dei vettori missilistici, superiorità tecnologica ristabilita.

Una sceneggiatura perfetta, se non fosse che gli episodi sul campo raccontano altro.

 

Un cacciatorpediniere statunitense, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento – attività per cui, incidentalmente, la flotta USA nel Golfo non dispone più di unità adeguate da anni – è stato costretto a ritirarsi dopo un ultimatum iraniano di trenta minuti.

 Un fatto documentato, ma trattato mediaticamente come un incidente minore, quando in realtà rappresenta un segnale politico e militare di ben altra portata.

 

Il silenzio su episodi di questo tipo non è casuale ma funzionale.

 Serve a mantenere intatta la narrazione della superpotenza che controlla lo scenario.

Anche quando, nei fatti, lo scenario la costringe alla prudenza.

 

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille.

Se però si abbandona il piano della propaganda e si osservano i dati materiali, il quadro diventa ancora più eloquente.

 

Un missile Patriot richiede tra i 18 e i 24 mesi di produzione, con costi che oscillano tra i 4 e i 5 milioni di dollari per unità.

 I Tomahawk viaggiano su tempi simili, attorno ai due anni, per circa 3,6 milioni di dollari ciascuno.

 I sistemi THAAD, più sofisticati, non superano le 100 unità annue, con un costo di oltre 12 milioni a pezzo.

 

Dall’altra parte, l’Iran impiega una logica completamente diversa.

I droni Shake – nelle versioni 131 e 136 – hanno costi stimati tra i 7.000 e i 20.000 dollari e possono essere prodotti fino a 200 unità al giorno.

 I missili balistici a corto raggio si attestano attorno ai 160.000 dollari, mentre quelli più avanzati arrivano a circa un milione.

 

Il confronto è brutale nella sua semplicità:

 da un lato sistemi ipertecnologici, costosi e lenti da produrre;

dall’altro armi più rudimentali, ma economiche, scalabili e rapidamente replicabili.

In una guerra di attrito, questo squilibrio non è secondario ma decisivo.

 

Ogni intercettazione con un Patriot contro un drone da poche migliaia di dollari rappresenta, di fatto, una perdita economica netta.

 Moltiplicata per centinaia di ingaggi, diventa un problema strutturale. Ma il nodo vero non è nemmeno il costo unitario: è la capacità produttiva.

 

Gli Stati Uniti, come molte economie occidentali, scontano decenni di deindustrializzazione.

Le catene di approvvigionamento per componenti critici – dai semiconduttori ai minerali rari – sono oggi fortemente dipendenti da attori esterni, in primis la Cina.

Questo significa che la capacità di sostenere un conflitto prolungato non dipende solo dalla volontà politica o dalla superiorità tecnologica, ma dalla resilienza industriale.

E su questo terreno, Washington mostra fragilità evidenti.

 

Essere una superpotenza implica poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico.

Non solo vincere una battaglia narrativa.

Quando produzione, costi e logistica iniziano a scricchiolare, anche la proiezione di potenza ne risente.

 

Il sipario sulla narrazione.

Resta quindi la comunicazione, la costruzione di una realtà alternativa in cui tutto è sotto controllo, tutto è previsto, tutto è già stato vinto.

 Ma la distanza tra narrazione e realtà, quando diventa troppo ampia, non rafforza la credibilità: la erode.

 

E così, mentre i dati raccontano una guerra economicamente insostenibile e strategicamente complessa, il discorso pubblico si rifugia nelle dichiarazioni trionfali e nelle operazioni mediatiche.

Non è la prima volta nella storia che accade.

Ma raramente è stato così evidente.

 

E così si arriva all’attualità di queste ultime ore:

“Vance” è duro dopo i colloqui interrotti in Pakistan.

“Non è stato raggiunto nessun accordo – ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti in conferenza stampa – Non hanno accettato le nostre condizioni”.

 In particolare ha citato lo sviluppo del nucleare.

“Devono capire che questa era la nostra offerta finale”.

E poi è ripartito per gli Usa.

Per la tv di Stato di Teheran si trattava di “proposte irricevibili”.

 

La sensazione è quella di una partita a poker in cui Teheran chiede continuamente a Washington, rilanciando, di vedere le carte, certa del bluff.

 

 

 

Il diritto internazionale oggi:

 cos’è, perché non arresta nessuno.

E come ripensare l’Onu.

Lacnews24.it – Marco Pugliese –6 gennaio 2026) – ci dice:

 

Il diritto internazionale dipende dalla cooperazione degli Stati: senza forza coercitiva reale, condanne e mandati restano simbolici.

Ripensare l’Onu attorno a un Consiglio G20 potrebbe renderlo operativo e concreto.

 

Il diritto internazionale non è una super-legge globale.

 È un patto tra Stati sovrani che accettano regole comuni finché conviene loro.

Non esistono governo mondiale, polizia globale o tribunale con forza coercitiva automatica.

 Questo dato, spesso rimosso dal dibattito, spiega perché molte decisioni “storiche” restano simboliche.

 

Il fulcro del problema è l’”United Nations”, in particolare il “Consiglio di Sicurezza”:

cinque membri permanenti con veto, un’architettura del 1945 pensata per evitare una terza guerra mondiale e oggi divenuta macchina di paralisi.

Se una grande potenza è coinvolta, tutto si blocca.

 Il diritto resta sulla carta, la politica di potenza decide sul terreno.

 

In questo contesto proliferano i mandati di arresto “fantasma”.

La “International Criminale Court “può emettere mandati, ma non ha esercito né polizia.

Dipende dalla cooperazione degli Stati.

 Se il Paese interessato non collabora, o se gli alleati chiudono le porte, l’atto resta una dichiarazione morale.

Utile per fissare responsabilità storiche, inefficace per fermare i forti.

 Ne deriva una giustizia selettiva:

incisiva con gli Stati deboli, impotente con quelli strategici.

 

Da qui l’illusione collettiva:

 si annuncia “l’arresto” di leader che non viaggeranno mai in Stati ostili. Si confonde legittimità con capacità di enforcement.

Il sistema non è rotto perché non punisce sempre;

 è limitato perché non è stato progettato per governare il mondo.

 

Serve allora un salto politico, non solo giuridico.

Una proposta realistica è ripensare l’ONU attorno a un Consiglio di governance basato sul G-20.

Il G20 rappresenta oggi l’80% del PIL mondiale e le principali leve finanziarie, industriali e militari.

Un Consiglio G-20 ONU potrebbe:

– sostituire o affiancare l’attuale Consiglio di Sicurezza.

– ridurre o sospendere il veto su crimini di massa.

– collegare decisioni politiche a strumenti economici reali (sanzioni, accesso a mercati e finanza).

riflettere il mondo reale, non quello del 1945.

 

Non sarebbe perfetto, ma sarebbe operativo.

Finché il diritto internazionale resterà separato dal potere che può farlo valere, continueremo a vedere condanne senza conseguenze.

 

Il futuro chiede meno retorica e istituzioni che contino, oltre a politici e commentatori che vadano nei talk a spiegare come funzioni il tutto, non raccontando che si possa arrestare un capo di Stato (accusato da una Corte che non riconosce) che sorvola il nostro spazio aereo.

 

La prepotenza sfonda quando l’ignoranza invade le camere di potere al livello medio, i fili sono sempre turati da chi è preparato e lavora per obiettivi occulti che all’improvviso affiorano nei più svariati modi, chi si meraviglia dei blitz non ha speso, ad esempio, una sillaba per la guerra economica in atto dal 2007, ben nota in certi ambienti, ignoranza o collusione?

(Marco Pugliese - Analista economico, giornalista, docente).

 

 

Nessuno per tutti, tutti per nessuno:

la clausola vuota di difesa collettiva dell’Ue.

Davidcarretta.substack.com - David Carretta, Christian Spellman, e Oliver Grimm – (mar. 04, 2026) -ci dicono:

 

Il Mattinale Europeo.

Buongiorno! Siamo David Carretta, Christian Spellman e Oliver Grimm, gli autori del Mattinale Europeo.

 

L’analisi del giorno è dedicata al mitologico articolo 42(7) del trattato dell’Ue.

Cipro è direttamente minacciato dall’Iran, dopo che un drone ha colpito una base militare britannica sull’isola.

Oliver spiega che la clausola di difesa collettiva dell’Ue - quella che dovrebbe essere l’equivalente dell’articolo 5 della Nato - in realtà è vuota. Non c’è nemmeno un documento che definisca come renderla operativa.

 

Nelle brevi del giorno ci occupiamo della guerra di Trump contro l’Iran.

 Il presidente americano ha minacciato la Spagna di ritorsioni commerciali dopo il rifiuto di Sanchez di autorizzare l’uso delle basi per il conflitto.

 Merz ha confermato il sostegno al cambio di regime in Iran. Sull’Ucraina Viktor Orban ha ribadito il veto sul prestito da 90 miliardi di euro e Ursula von der Leyen ha fatto pressioni su Volodymyr Zelensky sull’oleodotto Diruba.

 Oggi la Commissione presenterà l’”Industrial Accelerator Act” che dovrebbe introdurre una (piccola) “preferenza europea”.

 

Nessuno per tutti, tutti per nessuno: la clausola vuota di difesa collettiva dell’Ue,

di Oliver Grimm.

 

Che differenza fa una guerra. O forse no?

 Solo due settimane fa, alla “Conferenza sulla sicurezza di Monaco”, Ursula von der Leyen invitava gli Stati membri a dare finalmente vita alla “clausola di mutua assistenza” prevista dall’articolo 42(7) del Trattato sull’Unione europea.

 “La difesa reciproca non è facoltativa per l’Ue. È un obbligo sancito dal nostro stesso Trattato”, osservava von der Leyen.

Quindici giorni dopo, droni kamikaze iraniani hanno colpito una base navale francese ad Abu Dhabi e una base aerea britannica a Cipro a poche ore di distanza l’una dall’altra.

Ma né Parigi né Nicosia hanno invocato l’appello a “restare gli uni al fianco degli altri in caso di aggressione”, lanciato solennemente da von der Leyen dal podio di Monaco.

 

“In parole semplici: uno per tutti e tutti per uno.

 Questo è il senso dell’Europa”, aveva detto von der Leyen alla Conferenza sulla sicurezza. In realtà, il motto dell’articolo 42(7) sembra “nessuno per tutti, e tutti per nessuno”.

 La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran mette a nudo le aspettative eccessive riposte in una clausola, che è un’eredità dei primi anni Cinquanta e dell’ormai defunta “Unione dell’Europa occidentale”.

Il testo prevede che “qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri gli debbano aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere”.

 Ma, consapevoli dell’imbarazzo che ciò creerebbe per paesi neutrali come Austria, Irlanda, Malta e Cipro, i redattori aggiunsero subito una clausola di salvaguardia:

“Questo non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”.

 

Furono Germania e Francia a sostenere con forza questa disposizione durante la Convenzione europea del 2002–2003, chiamata a redigere un progetto di Costituzione per l’Europa, come ricorda uno studio approfondito pubblicato nel 2022 dal “Clangendole Institute”, think tank del ministero degli Esteri olandese.

 La Costituzione naufragò dopo i “no” nei referendum in Francia e nei Paesi Bassi nel 2005. Ma la clausola sopravvisse, trasfusa nel Trattato di Lisbona.

 

Due equivoci dominano il dibattito pubblico.

 Il primo: la clausola crea un obbligo reciproco di assistenza, ma non un sistema di difesa collettiva sul modello dell’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico.

L’articolo 42 presenta due debolezze.

“Anzitutto, il suo effetto deterrente è significativamente più debole di quello dell’articolo 5 della Nato”, osserva “Gesini Weber” del “Center for Security Studies” dell’ETH di Zurigo.

 “Gli Stati Uniti e il Regno Unito sono firmatari di quell’articolo:

prima di attaccare, ci si pensa due volte”, dice Weber.

 Inoltre, prosegue Weber, “non esiste alcuna esperienza di difesa nazionale e alleata nel quadro dell’Ue. Bisognerebbe decidere chi dispiega quali truppe, e dove. Ma prima ancora, servirebbe la volontà politica”.

Questa volontà latita da anni.

Già nell’aprile 2016 “Federica Mogherini”, allora “Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza”, invitò gli Stati membri a concordare un “protocollo operativo comune” per chiarire come applicare l’obbligo di mutua assistenza in caso di “minaccia ibrida grave e diffusa”.

 Dieci anni dopo, il manuale d’istruzioni dell’articolo 42 ancora non esiste.

Nel suo discorso alla Conferenza degli ambasciatori dell’Ue il 28 gennaio, “Kaja Kallas” ha detto che è arrivato il momento di “rendere operativo il nostro articolo 42(7) del trattato dell’Ue”.

 

Gli autori dello studio del Clangendole notano che nel 2021 il Servizio europeo di azione esterna - sotto la guida del successore di Mogherini, “Josep Borrell” – almeno aveva simulato scenari su come la clausola potrebbe contribuire a rispondere a cyberattacchi su larga scala, campagne di disinformazione, massicci flussi di rifugiati e gruppi armati non identificati.

 

I risultati sono rimasti strettamente riservati.

Il Segretariato del Consiglio non ha confermato se esercitazioni simili si siano svolte dopo il 2021.

In un rapporto di avanzamento sulla “Bussola strategica”, il principale documento di politica di sicurezza dell’Ue, il Consiglio si limita ad affermare che “continuerà a rafforzare la preparazione alla mutua assistenza in caso di aggressione armata sul territorio di uno Stato membro… anche organizzando e conducendo esercitazioni regolari”.

 

Il secondo equivoco è ancora più radicale:

 a rigore, l’articolo 42(7) non è una politica dell’Ue.

 “Non è previsto alcun ruolo per le istituzioni europee, né è richiesto il loro consenso per attivarlo”, sottolinea lo studio del Clangendole. Weber riassume così: “L’articolo 42(7) è, in fondo, superfluo. È un quadro simbolico che deve essere declinato bilateralmente”.

E anche se la volontà politica esistesse, l’applicazione della clausola è strettamente delimitata.

Gli attacchi con droni iraniani lo dimostrano.

Abu Dhabi non è il “territorio di uno Stato membro”.

La base di Akrotiri, a Cipro, è territorio britannico.

 

“Occorre poi chiarire come includere paesi terzi colpiti dalla stessa situazione di sicurezza dell’Ue”, osserva Weber.

“Per esempio, non riesco a immaginare che i britannici resterebbero fuori se scoppiasse una crisi nei Baltici.

Ma istituzionalmente sarebbe difficile per il Regno Unito farlo nell’ambito dell’articolo 42(7)”.

 

In definitiva, la clausola di mutua assistenza è al più una misura di ripiego per quei casi in cui la Nato non intervenga collettivamente ai sensi dell’articolo 5.

L’unico precedente lo conferma:

nel 2015, dopo gli attentati jihadisti a Parigi, la Francia chiese assistenza agli altri Stati membri, ottenendola sotto forma di cooperazione rafforzata in materia d’intelligence e di condivisione degli oneri nelle missioni antiterrorismo nel Sahel.

Ma anche allora si trattò più di un segnale politico che di una necessità militare.

I francesi lo dissero apertamente: l’attivazione dell’articolo 42(7) è stata “anzitutto un atto politico”, aveva detto l’allora ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian.

 

“È proprio per questo che l’articolo è praticabile nell’Ue: esclude gli Stati neutrali o ostruzionisti”, osserva Weber.

 “È una buona notizia per chi è sotto attacco, perché non ci sono problemi di veto.

 E consente ai paesi neutrali di preservare la propria cultura strategica. Fatico a immaginare che l’Austria, per esempio, non rilascerebbe almeno una dichiarazione di solidarietà”.

 

Il fatto è che le dichiarazioni di solidarietà non proteggeranno cittadini e soldati europei se l’Iran decidesse di colpirli - come ha minacciato martedì il ministero degli Esteri di Teheran.

 

La frase:

 

“Taglieremo tutto il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere niente a che fare con la Spagna”.

Donald Trump, incontrando Friedrich Merz, dopo che Pedro Sanchez ha vietato l’uso delle basi spagnole per la guerra contro l’Iran.

 

Il Mattinale Europeo.

Geopolitica.

 

Macron indica la strada all’Ue nella guerra di Trump in Iran – Il presidente francese, Emmanuel Macron, ieri ha attribuito all’Iran la “responsabilità principale” della guerra in Medio Oriente, ma ha anche riconosciuto che l’attacco condotto da Donald Trump e Benjamin Netanyahu è stato realizzato “al di fuori del diritto internazionale”.

Mentre l’Ue è divisa su questo conflitto, Macron ha adottato una posizione equilibrata, senza rinunciare a un ruolo per gli europei.

“La Repubblica islamica dell’Iran porta la responsabilità principale di questa situazione.

 È lei che ha sviluppato un programma nucleare pericoloso e capacità balistiche senza precedenti, che ha armato e finanziato gruppi terroristici nei paesi vicini”, ha dichiarato Macron.

 “Gli Stati Uniti d’America e Israele hanno deciso di lanciare operazioni militari, sono state condotte al di fuori del diritto internazionale, cosa che non possiamo approvare.

Resta il fatto che la Storia non piange mai i carnefici del proprio popolo.

E nessuno di loro sarà rimpianto”, ha aggiunto il presidente francese, prima di annunciare una serie di iniziative concrete per assumersi le proprie responsabilità nella guerra.

 

La Francia schiera le sue forze nel Mediterraneo e lancia una coalizione per Hormuz – Emmanuel Macron ha annunciato di aver ordinato alla portaerei Charles de Gaulle di raggiungere il Mediterraneo per posizionare i suoi mezzi aerei e il gruppo navale a sostegno dei paesi colpiti dalla guerra contro l’Iran, scatenata da Stati Uniti e Israele.

“Dobbiamo onorare i nostri impegni con il Qatar, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq, la Giordania, il Libano e Cipro”, ha spiegato il presidente in un discorso televisivo, giustificando questo dispiegamento di forze al quarto giorno del conflitto.

“La Francia rimane una potenza che cerca di preservare la pace, una forza solida e stabile”, ha dichiarato Macron, il giorno dopo i suoi annunci sulla deterrenza nucleare.

 Il presidente francese, alla fine del suo mandato, intende con queste decisioni affermare una leadership militare all’interno dell’Unione europea.

 Le forze francesi hanno schierato Rafale e sistemi antiaerei utilizzati per abbattere droni fin dal primo giorno del conflitto “per difendere lo spazio aereo dei nostri alleati”, ha precisato il presidente.

La Francia sostiene anche Cipro, membro dell’Ue e “partner strategico”, inviando la fregata “Languedoc” e sistemi di difesa antiaerea.

“La situazione del commercio internazionale, i prezzi del gas e del petrolio sono profondamente turbati da questa guerra.

Lo stretto di Hormuz è oggi chiuso.

Questo stretto vede passare il 20% del petrolio e del GNL prodotti nel mondo.

Anche il canale di Suez e il Mar Rosso sono sotto tensione e minacciati (...)”, ha spiegato ieri Macron.

Il presidente francese ha annunciato una coalizione dei volenterosi.

 “Prendiamo l’iniziativa di costruire una coalizione per riunire i mezzi, anche militari, necessari per riprendere e garantire la sicurezza del traffico in queste vie marittime essenziali per l’economia mondiale”, ha detto Macron.

 

Trump attacca la Spagna, Merz sostiene il cambio di regime in Iran – “Siamo d’accordo sull’eliminazione del terribile regime iraniano”, ha detto ieri il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, incontrando il presidente americano Donald Trump alla Casa Bianca, esprimendo il suo sostegno alla guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica.

Merz ha spiegato che intendeva parlare con Trump del “giorno dopo”.

In realtà, gli obiettivi di Trump non sono chiari.

L’incontro con Merz è stato per Trump l’occasione di attaccare la Spagna, che rifiuta di concedere l’uso delle basi sul suo territorio per la guerra.

Il premier Pedro Sanchez ha anche definito illegale l’attacco contro l’Iran.

“Alcuni paesi europei, come la Spagna, sono stati terribili.

In effetti, ho detto a Scott (Besson, il segretario al Tesoro) di tagliare tutti gli accordi con la Spagna”, ha detto Trump.

“La Spagna ha detto che non possiamo usare le sue basi. Potremmo usare le loro basi se volessimo. Possiamo volare lì e usarle. Nessuno ci dirà di non usarle. Non dobbiamo farlo. Ma erano contrari, quindi ho detto loro che non volevamo farlo. La Spagna non ha assolutamente nulla che ci interessi, tranne la sua gente, che è fantastica”, ha detto Trump, senza alcuna reazione da parte di Merz.

 

Von der Leyen fa pressioni su Zelensky per sbloccare Diruba e il prestito – Ursula von der Leyen la scorsa settimana a Kyiv aveva assicurato di avere diverse “opzioni” per superare il veto di Viktor Orban sul prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina e che i soldi sarebbero stati sbloccati “in un modo o nell’altro”.

Una settimana dopo la presidente della Commissione è costretta a fare pressioni non sul premier ungherese, ma su “Volodymyr Zelensky” per cercare di uscire dallo stallo.

Von der Leyen ieri ha avuto una conversazione telefonica con il presidente ucraino, durante la quale hanno discusso del prestito e di sicurezza energetica.

Secondo diverse fonti, la Commissione sta facendo pressioni su Kyiv per consentire un’ispezione all’oleodotto “Diruba”, danneggiato da un attacco russo in gennaio, al fine di verificare se effettivamente non è in grado di trasportare il greggio dalla Russia in Ungheria e Slovacchia. Orban ieri ha scritto nuovamente a von der Leyen sostenendo di avere prove satellitari in base alle quali non c’è ragione tecnica o operativa che impedirebbe all’oleodotto di tornare immediatamente a operazioni normali.

“La mancanza di volontà da parte dell’Ucraina di riaprire l’oleodotto Diruba è dovuta unicamente a ragioni politiche”.

Orban ha anche confermato che non è “nella posizione di sostenere alcuna decisione nell’Ue che favorisca l’Ucraina”.

Il veto di Ungheria e Slovacchia blocca anche il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia.

 

La Russia davanti alla Corte di giustizia dell’Ue per gli attivi sovrani.

 La Banca centrale russa ha annunciato di aver presentato ricorso contro il regolamento introdotto lo scorso dicembre per immobilizzare a tempo indeterminato i 210 miliardi di attivi sovrani che sono congelati negli istituti finanziari dell’Ue nell’ambito delle sanzioni per la guerra in Ucraina.

Secondo la Banca centrale russa, il provvedimento “viola i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, di inviolabilità della proprietà, nonché il principio dell’immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali”.

La Commissione ha spiegato di non essere sorpresa, dato “il numero crescente di ricorsi legali da parte della Russia in merito alle nostre misure di sostegno all’Ucraina”.

La Commissione è “pienamente convinta della legalità di questo regolamento e della sua compatibilità con il diritto dell’Ue e il diritto internazionale”, ha spiegato un suo portavoce.

 

Riarmo.

 

Polonia nucleare?

Il primo ministro polacco, Donald Tusk, ieri ha lasciato intendere che la Polonia potrebbe lanciarsi in una corsa all’armamento nucleare, in quella che potrebbe essere una corsa all’atomica in Europa a seguito del ritiro degli Stati Uniti dalla sicurezza del continente.

 “La Polonia prende la sicurezza nucleare molto seriamente”, ha detto Tusk:

 “Ci sforzeremo di preparare la Polonia per le azioni più autonome possibile in questa materia in futuro”.

Tusk ha anche confermato che il suo paese sta discutendo con la Francia dell’offerta di Emmanuel Macron di dispiegare capacità nucleari in altri paesi europei.

 

L’Ue e Trump.

 

I giudici della CPI sanzionati da Trump in audizione davanti al Consiglio Giustizia.

Due giudici europei della Corte penale internazionale che stanno subendo le conseguenze delle sanzioni di Trump saranno ascoltati dai ministri dei ventisette Stati membri durante la riunione di venerdì del Consiglio Giustizia.

L’iniziativa è stata chiesta da Francia e Slovenia, i paesi di nazionalità dei giudici Nicolas Guello e Betti Kohler.

I due avranno l’occasione di raccontare la loro esperienza personale, nel momento in cui sono impossibilitati a usare carte di credito e servizi di ogni tipo forniti da società americane.

Ma, secondo una fonte, la Commissione non sembra intenzionata per il momento ricorrere al cosiddetto “statuto di blocco” che permette di neutralizzare gli effetti extraterritoriali delle sanzioni americane nell’Ue, almeno in parte.

Non c’è nemmeno una seria pressione da parte degli Stati membri, se non quelli direttamente coinvolti.

 Lo statuto di blocco vieta ai residenti e alle imprese dell’Ue (“operatori”) di rispettare le disposizioni degli atti normativi extraterritoriali, a meno che non siano eccezionalmente autorizzati a farlo dalla Commissione.

Inoltre consente il risarcimento dei danni derivanti dai suddetti atti normativi dalle persone o entità che li hanno provocati e annulla l’effetto nell’Ue di sentenze di organi giurisdizionali stranieri basate su questi atti.

 L’Ue l’ha usato in passato per le sanzioni degli Stati Uniti contro Cuba e contro l’Iran.

 

Una banca del Lussemburgo chiude i conti della Corte penale internazionale.

Dopo i suoi giudici, ora è anche la stessa Corte penale internazionale a pagare il prezzo dell’inazione dei paesi europei di fronte alle sanzioni imposte da Donald Trump per i mandati d’arresto rivolti contro il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e l’ex ministro della difesa, Yoav Gallant, per la guerra a Gaza.

Il nostro collega Diego Velazquez di Luxemburg Worth ha rivelato che una banca del Lussemburgo ha deciso di chiudere i conti della Corte penale internazionale, che ha sede all’Aia, per non correre il rischio di incorrere nelle ire di Trump.

Si tratterebbe di una misura preventiva, dato che la CPI non è sanzionata direttamente.

La decisione della banca Spuerkeess è stata presa a fine febbraio.

La CPI aveva distribuito circa 17 milioni di euro su due conti, prima di decidere di spostare il denaro nei Paesi Bassi all’inizio del 2025 temendo le sanzioni di Trump.

 

Preferenza europea.

 

Dal “Made in Europe” al “Made with Europe.”

Alla fine non ci sarà l’ennesimo rinvio.

La proposta dell’”Industrial Accelerator Act,” il provvedimento che deve introdurre la “preferenza europea” (chiamata anche “Made in Europe” o “Buy Europea”) per i settori strategici sarà adottata oggi dalla Commissione di Ursula von der Leyen.

Il vicepresidente responsabile del dossier, il francese Stéphane Sojourner, potrà rivendicare un successo per aver imposto il principio della preferenza europea negli appalti pubblici o nei settori che beneficiano di aiuti statali.

 In realtà, nei negoziati interni, il “Made in Europe” è diventato sempre meno europeo.

Alcuni settori inseriti nelle prime bozze (in particolare le tecnologie legate ai semiconduttori, all’intelligenza artificiale e al quantum) sono stati eliminati.

Altri (come la chimica) dovrebbero entrarci in un secondo momento. Rimarranno green tech, acciaio e automobili.

Ma i meccanismi per verificare le componenti europee dei singoli prodotti rischiano di creare nuova burocrazia.

 Inoltre, il concetto di Europa sarà molto esteso:

non solo i paesi dell’Area Economica Europea (Norvegia, Islanda e Liechtenstein), ma anche quelli con accordi commerciali che prevedano reciprocità.

 “Nel discutere questi temi, è importante rimanere mirati e focalizzati, perché è fin troppo facile scivolare verso un protezionismo generalizzato”, ha detto ieri il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, durante un forum della BEI.

 “Personalmente preferisco non parlare di ‘made in Europe’, ma di ‘made with Europe’, per assicurarci di lavorare in modo inclusivo e costruttivo con i partner internazionali disposti a cooperare con noi a condizioni eque”, ha aggiunto Dombrovskis.

 

Sovranità digitale.

Sei mesi per formare un gruppo sulla protezione dei minori online – Domani Ursula von der Leyen presiederà la prima riunione del “Panel sulla sicurezza dei bambini online”, ha annunciato la portavoce della Commissione.

 Ci sono voluti sei mesi, dall’annuncio nel discorso sullo Stato dell’Unione, per mettere in piedi questo gruppo che deve consigliare la Commissione sulle regole da introdurre per l’uso delle piattaforme da parte dei minori.

Nel frattempo, diversi Stati membri hanno deciso di muoversi unilateralmente, introducendo un’età minima per l’uso dei social media.

“Il gruppo consiglierà la presidente e la Commissione nel suo insieme sulle misure potenziali addizionali da mettere in opera per proteggere i nostri bambini online”, ha spiegato un altro portavoce.

“Siamo tutti consapevoli di quanto orribile sia la situazione per i bambini online”.

 Eppure la Commissione non sembra avere fretta di agire.

Il gruppo “fornirà delle raccomandazioni in estate e poi riprenderemo da lì”, ha spiegato il portavoce.

 

 

 

 

Per Tajani ‘quello che dice il diritto

è importante ma fino a un certo punto.’

Cioè quale?

Ilfattoquotidiano.it - Fabio Marcelli - Giurista internazionale – (3 ottobre 2025) – ci dice:

L’avversione al diritto internazionale manifestata da Tajani colle sue frasi sibilline significa anche negazione di ogni ordinamento giuridico internazionale.

Per Tajani ‘quello che dice il diritto è importante ma fino a un certo punto.’

 Cioè quale?

Una delle precipue e per loro in certo senso utili caratteristiche dell’attuale classe dirigente italiana è senza dubbio l’essere svergognati, nel senso di assenza evidente del pur minimo senso del pudore.

 Un’altra è il semianalfabetismo, un’altra ancora la smodata avidità personale, una quarta, quella probabilmente decisiva, è la servile disponibilità a soddisfare le richieste dei poteri di qualsivoglia natura.

 Il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, primeggia senz’altro in quest’ultima.

 

Le recenti esternazioni di Tajani sulla funzione del diritto marcano invece un vero e proprio exploit nel primo dei quattro settori indicati. Commentando l’ennesimo crimine internazionale nonché atto di pirateria israeliano, consistente nell’arrembaggio alla Surud Flovilla e nel sequestro dei suoi circa 400 membri dell’equipaggio, impegnati nella sacrosanta missione del soccorso umanitario alla popolazione gazawi e nella violazione dell’illecito e criminale blocco marittimo funzionale al genocidio di detta popolazione, Tajani ha infatti testualmente detto, intervenendo nel salottino filogovernativo di Porta a Porta:

 “Il diritto è stato violato … Ma il diritto è importante fino a un certo punto.“

Poche parole, ma davvero rivoluzionarie ed epocali.

 

 

 

Se il giurista tedesco von Hirschman (Die Wertlosigkeit der Jurisprudenz als Wissenschaft, 1848) passò alla storia per aver enunciato la ben nota teoria secondo la quale basta una parola del legislatore per mandare al macero intere biblioteche giuridiche, Tajani è ben oltre.

Bastano infatti due sue frasette pronunciate alla presenza del Gran Ciambellano dell’italica insensatezza “Bruno Vespa”, che poche sere prima si era permesso di svillaneggiare in diretta il bravo pilota di una precedente Flovilla, “Tony La Piccirella,” per mandare al macero non solo decine di migliaia di testi giuridici scritti in numerose lingue, migliaia e migliaia di trattati, migliaia di risoluzioni di organizzazioni internazionali e in fin dei conti tutte le Nazioni Unite, specie le sue odiate appendici giudiziarie (Corte internazionale di giustizia e Corte penale internazionale in primis), ecc.

 

Interessante sarebbe cercare di capire, approfondendo la criptica logica di Tajani, quale sia il punto oltre il quale il diritto internazionale, pur così importante fino a quel punto, non è più importante.

Azzardiamo un’ipotesi:

il punto in questione coincide con il momento nel quale il signore e padrone della politica estera italiana e quindi il dominus incontrastato dello stesso Tajani e di tutto il Ministero degli Esteri decide quale sia la via da seguire, infischiandosene ovviamente di ogni regola giuridica. Scendendo nel concreto della fattispecie il momento in cui il diritto internazionale non vale più è quello nel quale Netanyahu, il quale pur essendo un criminale terrorista e genocida è nostro “amico”, decide di violare le regole gettandole nel nulla al pari di oltre sessantamila (ma sicuramente molti di più) palestinesi di Gaza, di cui circa ventimila bambini, massacrati da Israele negli ultimi due anni.

Che Netanyahu debba essere ad ogni costo nostro “amico” lo ha deciso da molto tempo il nostro padrone e cioè il governo degli Stati Uniti d’America.

Quindi tanti saluti al diritto, che in fin dei conti è una costruzione astratta e arida che nulla conta di fronte all’autentico sentimento dell’amicizia.

Tanto radicato nei cuori italici che ad esso si appella, nella scena iniziale del “Padrino”, don Vito Corleone, rimproverando l’imprenditore di successo che è ricorso ai suoi servigi dopo aver constatato il fallimento della giustizia statunitense, incapace di punire adeguatamente i due giovinastri che avevano stuprato e malmenato la figlia.

Ma almeno quell’amicizia di tipo mafioso aveva un suo senso, per quanto perverso, mentre quella di Tajani nei confronti di Netanyahu è pura sottomissione, che implica quindi necessariamente la complicità nei crimini atroci di Israele, a partire dal genocidio in corso (firmate la denuncia alla Corte penale internazionale su www.giuristiavvocatiperlapalestina.org).

 

Ma l’avversione al diritto internazionale manifestata da Tajani colle sue frasi sibilline significa anche negazione di ogni ordinamento giuridico internazionale e quindi della possibilità di trovare soluzioni consensuali e razionali ai gravi problemi che affliggono l’umanità, tra i quali prioritario quello della guerra mondiale che si avvicina a grandi passi.

Una vera sciagura per noi tutti e più ancora per le generazioni future (se mai ci saranno) si conferma quindi questa classe dirigente che del resto continua a restare il potere solo grazie alla palese incapacità e inadeguatezza di coloro che si ripromettono di sostituirla.

 Ma la poderosa forza popolare che si sta esprimendo in questi giorni in Italia lascia tutto sommato sperare bene per il futuro.

 

 

 

«Il diritto internazionale è sempre

 sotto attacco, ma resta l’unico

 scudo contro la barbarie...»

Ildubbio.news.it - (18 Giugno 2025) - Gennaro Gramolati – ci dice:

 

Il prof. Giuseppe Pacione analizza lo “jus ad bellum” e spiega perché la Carta dell’Onu resta il pilastro dei rapporti tra Stati.

«Il diritto internazionale è sempre sotto attacco, ma resta l’unico scudo contro la barbarie...»

Nella guerra tra Israele e Iran il diritto internazionale è morto?

 È una domanda che tanti giuristi si stanno facendo in questi giorni.

 Il dibattito sulla violazione delle norme internazionali che regolano i rapporti tra le nazioni è stato affossato dalle analisi di opinionisti, esperti di geopolitica e generali a riposo.

Eppure, senza diritto neanche la geopolitica potrebbe esistere e reggersi su solide fondamenta.

Ne è convinto Giuseppe Pacione, professore di Diritto internazionale umanitario dell’Università “N. Cusano”.

 

Professor Pacione, in questo momento storico il diritto internazionale che fine ha fatto?

Anche se qualcuno lo ha considerato ormai morto, il diritto internazionale è vivo e vegeto.

Anzi, serve ancora per disciplinare la vita e i rapporti fra gli Stati che costituiscono la comunità internazionale, ma è anche un freno per evitare che l’umanità possa precipitare nel flagello di un Terzo conflitto mondiale e mettere a repentaglio le future generazioni.

Va ricordato che la vita di relazione fra gli Stati sovrani e indipendenti si conforma a un insieme di norme di condotta vincolanti.

Se non si rispettano tali regole, ci può essere il rischio che tutti i tasselli che uniscono la pace e la sicurezza globale possano saltare e trascinare la società internazionale a un punto di non ritorno.

Ecco perché è fondamentale che gli Stati si attengano al rispetto delle regole della vita sociale della famiglia umana.

 

Israele ha il diritto di esercitare tutta la sua forza contro il nemico iraniano, senza rendere conto alla comunità internazionale?

 

Ciascuno Stato può esercitare il diritto di ricorrere allo “jus ad bellum” contro l’avversario che sferra un attacco, purché tale ricorso sia giustificato per autotutela o legittima difesa.

Ciò deve seguire il percorso stabilito dal “diritto internazionale” e dalla “Carta onusiana”, nel senso che, pur essendo l’uso della forza vietato nelle relazioni internazionali, ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 4, la stessa Carta fornisce, in base dell’articolo 51, qualche eccezione fondata sul diritto intrinseco di ricorrere allo strumento coercitivo di forza per legittima difesa nel caso in cui si verifichi un attacco armato.

 In sostanza, l’impiego della forza in autodifesa corrisponde al principio cardine “è lecito respingere la forza con la forza”.

Israele, prima di avviare l’operazione “Leone nascente”, doveva tenere al corrente la comunità internazionale, rappresentata dalle Nazioni Unite, e rispettare le norme di diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

 Spetta al “Consiglio di Sicurezza” intraprendere ogni azione necessaria per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

 Israele ha violato, sotto certi versi, la Carta e il diritto internazionale che inibiscono il ricorso all’atto coercitivo armato contro la sovranità e l’integrità territoriale iraniana con l’escalation del conflitto che rischia di allargarsi.

 

Non possiamo però dimenticare le continue minacce di distruzione di Israele, rivolte dall’Iran anche con l’utilizzo dell’arma nucleare

 

Ogni genere di minaccia può essere considerato uno strumento illecito che viola l’ordinamento giuridico internazionale, ma anche l’anticamera dell’uso della forza.

Come giustamente lei ha rilevato, spesso l’Iran ha sbandierato la minaccia dell’utilizzo delle armi di distruzione di massa contro Israele. Che l’Iran rappresenti una minaccia significativa per lo Stato israeliano è fuor di dubbio.

Il fatto che la minaccia sia nucleare la rende esistenziale. Non è una minaccia che lo Stato d’Israele può ignorare e, a mio parere, la sua gravità concede a Israele un margine di manovra maggiore in base allo “ius ad bellum” rispetto a una minaccia minore.

 Il problema della liceità delle armi atomiche è una vexata quaestio, perché ritenuta un’arma indiscriminata, cagiona sofferenze non necessarie che si possono ripercuotere su altri Stati che non sono coinvolti nel conflitto, per questo, a mio parere, sia Israele che l’Iran devono assolutamente attenersi al rispetto del “Trattato per la proibizione delle armi di distruzione di massa”.

L’Iran non può continuare a minacciare il ricorso all’arma nucleare sostenendo che si tratti sola di una minaccia.

 

Il diritto internazionale offre un quadro chiaro per prevenire i conflitti e come comportarsi nel caso in cui dovessero verificarsi.

 La legge internazionale sembra essere finita in secondo piano.

Cosa ne pensa?

 

La Carta delle Nazioni Unite parla chiaro.

Sulla prevenzione di ogni genere di scontro bellico stabilisce che gli Stati devono risolvere le loro controversie con mezzi pacifici, se si vuole evitare che i pilastri della pace e della sicurezza internazionali siano posti in pericolo.

Vi è pure un capitolo dedicato alla soluzione pacifica delle controversie che obbliga le parti di una disputa a intraprendere la via dei negoziati, della mediazione e della conciliazione per evitare che i pilastri citati finiscano per essere indeboliti pericolosamente.

 Iran e Israele devono seguire le norme del diritto internazionale, se si vuole evitare il peggio.

 

Stiamo assistendo anche ad un ruolo marginale delle Nazioni Unite. Sono state definitivamente scavalcate?

 

Spiace dover constatare che non si è mai voluta affrontare una seria riforma dello “Statuto di San Francisco” da parte degli Stati, necessaria per evitare il solito scavalcamento e direi anche la paralisi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nel 1945 si decise che alle Nazioni Unite spettasse il compito di salvaguardare le future generazioni dal flagello della guerra, dopo i disastri dei decenni precedenti.

 Il rischio è che, scavalcando le Nazioni Unite, in particolar modo l’organo politico onusiano, a cui è stato affidato il compito di gendarme internazionale a tutela della pace e della sicurezza dell’intero pianeta, si rischia di finire nel vortice di un terzo conflitto mondiale.

 Le Nazioni Unite sono il punto di riferimento per ciascuno Stato, parte della comunità internazionale, ogni volta che si verifica una controversia.

Sappiamo bene che il fine primario di questa organizzazione, a carattere universale, è mantenere la pace e la sicurezza internazionale, come pure adottare misure efficaci per rimuovere le minacce alla pace.

Compiti affidati al Consiglio di Sicurezza.

 

 

 

 

«Tirare a campare?

Meloni non ha tante alternative...»

Ildubbio.news.it – (11 aprile 2026) – Giacomo Paletti – ci dice:

 

Intervista a Giovanni Orsina:

 «La premier potrebbe sottolineare di essere circondata da multiple crisi internazionali e non è il momento per farsi venire idee strane, come andare al voto...»

«Tirare a campare? Meloni non ha tante alternative...»

Direttore Orsina, come le è sembrato il discorso in Parlamento della presidente del Consiglio?

 

È stato un discorso puramente melonaio.

Era proprio lei. Nel senso che ha detto “Io ho la mia linea, sottoposta e approvata dagli elettori, e vado avanti consapevole di quello che devo fare.

Può darsi che alcune cose io le abbia fatte meno bene di quel che volevo e cercherò di fare di più ma io sono questa e non sono disposta a modificare la mia linea”.

 Per così dire, un discorso luci e ombre.

 La luce è che è lineare e prevedibile. Perfino testarda.

E molto convinta di dover salvaguardare l'immagine di coerenza con sé stessa.

 L'ombra è che è una leader che non ha colpi d'ala, che non è in grado di scartare.

È una locomotiva, non un bufalo, per citare “De Gregori”.

 

Basterà questo per portare la barca in porto, cioè far durare il governo fino alla fine della legislatura?

 

Secondo me non c'è alternativa al tirare a campare.

 Quelli che criticano il governo dicendo che ha fatto poco qualche ragione ce l'hanno.

Se l'unico colpo d'ala che ha avuto, cioè la riforma della giustizia, è finito com’è finito, è difficile immaginare che nell'ultimo anno e mezzo di legislatura – quando tutte le tensioni si addensano – Meloni possa avere lo slancio che non ha avuto finora.

Insomma: non credo ci siano le condizioni, adesso, per fare il bufalo. Peraltro, nel fare la locomotiva c'è qualche giustificazione.

E cioè che Meloni potrebbe sottolineare di essere circondata da eserciti nemici che le sparano addosso – fuor di metafora: le multiple crisi internazionali – e non è il momento per farsi venire idee strane, come andare al voto.

Che poi è quello che ha detto in Parlamento.

 

Pensa che questo porterà a maggiori tensioni tra alleati di governo?

 

Penso sia improbabile.

Gli ultimi sei mesi prima del voto ciascun partito cercherà di diversificarsi.

Ma manca ancora tempo rispetto a quel periodo e comunque negli ultimi mesi si farà poco a livello di governo.

Per il resto mi sembra che sia Forza Italia che la Lega siano in situazioni di difficoltà interna ma non tali da portare verso sconvolgimenti profondi, anche in questo caso per inesistenza di alternative, sia nei partiti che sistemiche.

È possibile immaginare una Forza Italia che rompe col governo sun una piattaforma liberale, ad esempio? Direi di no.

Nella grande ribellione interna a Forza Italia il non detto è che non c'è alternativa a Tajani, come nella Lega non c'è a Salvini.

 

L’elefante nella stanza è la legge elettorale: si andrà a votare con quella attuale o ci saranno modifiche?

 

Ci sono due impossibilità.

La prima è quella di andare a votare con la legge attuale perché sarebbe una catastrofe per Meloni ma anche per Schlein, visto che con ogni probabilità costringerebbe alle larghe intese.

Ma c'è anche l'impossibilità di fare una riforma della legge elettorale con ampia convergenza, perché all'opposizione conviene che la maggioranza la faccia da sola, così da poterla attaccare.

Siamo dentro un blocco e in una situazione come questa l'unica via d'uscita che intravedo è una riforma della legge elettorale a colpi di maggioranza, con tutti gli strascichi che questo comporta.

Che saranno pessimi.

 

Dall’altra parte il campo largo si dice pronto a governare: è così?

 

Diciamoci la verità: non sono pronti ma non lo saranno neanche tra un anno o un anno e mezzo.

Mi sembra un balletto sul posto in cui si gira e rigira ma si rimane sempre lì.

 Fin quando non si sa con che regole si va a votare, tutti questi dibattiti sulla leadership e le primarie sono dibattiti di scuola, ma la verità è che nel campo largo non mi sembra ci siano eventi risolutivi che possano cambiare il quadro.

Ci sono troppi tatticismi.

E questo mi porta alla tristissima conclusone verso la quale mi sto dirigendo:

 le prossime elezioni non saranno un “vinca il migliore” ma un “perda il peggiore”.

 

Cioè?

Ci saranno due schieramenti deboli. Uno più compatto, quello di destra, ma logorato dai cinque anni di governo, e un altro abbastanza raffazzonato, quello di sinistra, sicuramente più debole ma con il vantaggio di arrivare dall'opposizione.

E gli italiani dovranno scegliere se confermare un governo che non li ha entusiasmati o gettarsi e scommettere su un'opposizione ancora immatura.

Che è la strada verso cui vanno le democrazie in generale.

 

E che è anche il tema del suo ultimo libro Controrivoluzione: una storia politica del nostro tempo ...

 

Questo è il tema o quantomeno la conclusione del mio libro, anche questa “traboccante di ottimismo”.

Stiamo vivendo un interregno.

Si sta disfacendo un ordine nato negli ultimi decenni del Novecento da una rivoluzione liberale e quindi incentrato sulla libertà dell'individuo.

Ora quell'ordine non funziona più né a livello globale né all'interno delle singole democrazie liberali.

Quelli che noi chiamiamo populisti, come Trump, Meloni o Le Pen, sono il frutto della ribellione in corso contro questo ordine e la sua crisi.

Il problema è che questa ribellione – se vogliamo nobilitarla parafrasando Eugenio Montale – sa che cosa non vuole ma non sa che cosa vuole.

Che è un po' quello che stiamo vivendo con Trump, molto chiaro e netto quando dice che l'ordine multilaterale con lui non ha nulla a che vedere ma poi incapace di disegnare una via d’uscita.

 

 

 

 

Putin Manda un Clamoroso

 “Vaffa” alla Gran Bretagna.

Conoscenzealconfine.it – (13 Aprile 2026) - Umberto Pascali – ci dice:

Andrew Bolt (conduttore Sky News Australia):

 “La Russia ha appena umiliato la Gran Bretagna in un modo che è divertente, ma spaventoso.

Vladimir Putin ha ora mandato alla Gran Bretagna un grosso ‘vaffa’… scusate il linguaggio”.

 

“La Russia ha mandato una grossa petroliera proprio attraverso il Canale della Manica, ma questa volta con una fregata russa a tenerle compagnia.”

 

Putin da una lezione navale a Stormer nel Canale della Manica.

 La British Navy è impotente di fronte alle petroliere della “Flotta fantasma” russa, scortate dalla fregata missilistica “Admiral Grigorovich”.

Le cosiddette sanzioni hanno perso ogni peso!

 

La Russia Difende il “Diritto alla Libera Navigazione”: una Lezione Meritata all’Arroganza di Keri Stormer.

L’8 aprile 2026 la fregata missilistica russa “Admiral Grigorovich”, della Flotta del Mar Nero, ha scortato attraverso il Canale della Manica due petroliere russe impegnate nel trasporto regolare del petrolio:

 la Universal (bandiera russa) e l’Enigma (bandiera camerunese).

Si è trattato di un’operazione perfettamente legittima di protezione del proprio commercio marittimo.

Una nave ausiliaria della Royal Navy, la “RFA Tedofore,” ha seguito il convoglio a distanza senza poter fare nulla.

 

Il contesto è chiaro.

 Dopo l’annuncio unilaterale del premier britannico Keri Stormer, che a fine marzo 2026 aveva dichiarato di voler autorizzare la Royal Navy a fermare, perquisire e sequestrare le navi della cosiddetta “Shadow fleet” russa che transitano nel Canale della Manica, la Russia ha risposto con fermezza e professionalità.

 Le petroliere stavano semplicemente trasportando petrolio russo verso i mercati legittimi – come è loro pieno diritto secondo il diritto internazionale della navigazione – aggirando sanzioni che molti considerano illegittime e discriminatorie.

 

Stormer, con tono arrogante e prepotente, aveva promesso di “colpire le fonti di finanziamento di Putin”.

La risposta russa è stata esemplare:

 la fregata armata si è posizionata tra le due petroliere, rendendo impossibile qualsiasi tentativo di abbordaggio senza rischiare uno scontro aperto.

La Royal Navy ha potuto solo osservare.

È stata una chiara e meritata lezione all’arroganza britannica:

 Londra non ha né il diritto né la forza per impedire legalmente il libero transito di navi mercantili russe in acque internazionali.

 

Come ha sottolineato “Patrick Christy di “GB News” nel corso del programma, la Marina britannica attuale è ridotta a livelli minimi (una sola destriero operativa e in manutenzione), mentre la Russia ha dimostrato di saper proteggere con efficacia il proprio commercio.

Il contrasto con la gloriosa tradizione navale del Regno Unito è evidente: oggi Londra fatica persino a gestire le piccole barche dei migranti nella Manica, ma pretende di dettare legge sul traffico marittimo russo.

 

L’episodio visto come un “affronto” e un caso di “Lesa Maestà” dalla scornata British oligarchia, è semplicemente la riaffermazione di un principio sacrosanto: ogni nazione ha il diritto di trasportare i propri prodotti in mare aperto senza interferenze illegali. Putin ha semplicemente protetto gli interessi economici russi, mentre Stormer ha ricevuto una lezione di umiltà che il suo governo laburista, indebolito da tagli alla difesa e da una retorica bellicosa, meritava pienamente.

(Umberto Pascali).

Qui sotto il video col dialogo tra Andrew Bolt (conduttore Ski News Australia) e Patrick Christy:

(youtube.com/watch?v=Soism6Ymsgg).

Per la traduzione integrale del video:

(umbertopascali.substack.com/p/la-russia-ha-appena-umiliato-la-granbretagna).

 

 

 

Il diritto internazionale

non è uguale per tutti.

Ilmondodiart.com – (3 Ottobre 2025) – Nicola Randone – Redazione – ci dice:

 

Non mi piace parlare di geopolitica perché non ho alcuna competenza in merito, tra l’altro da diverso tempo non vedo più i TG né le notizie sui giornali visto che mi deprimono e voglio evitare di fare la parte del classico italiano “tuttologo”, che trovo piuttosto patetica.

Una cosa, però, mi salta immediatamente agli occhi in tutto quello che sta succedendo in questo periodo — mi riferisco al tentativo di genocidio da parte di Israele nei confronti dei palestinesi di Gaza.

La mia impressione, che forse è scontata per molti, è che i governi non agiscano sulla base del diritto internazionale, ma solo per interessi economici.

 

Quando diversi anni fa la Russia ha attaccato l’Ucraina, l’occidente si è mosso immediatamente, ed è stato compatto e deciso:

sanzioni pesantissime, aiuti in armi agli ucraini, propaganda anti Russia martellante.

 Insomma, non c’è stato bisogno di fare alcuno sciopero e personalmente ho pensato che in fondo, nelle cose importanti, anche quei gran delinquenti dei politici fanno le cose giuste.

 

Al contrario, da quando è iniziato l’attacco scellerato di Israele contro i cittadini di Gaza, nessun governo si è realmente mosso a difesa dei palestinesi.

 Qualcuno ha espresso biasimo, ma di fatto non sono state imposte sanzioni, né embarghi, né tantomeno inviati aiuti in armi.

 Quando, col passare dei mesi, è diventato evidente anche al più sciocco degli uomini che l’obiettivo del primo ministro israeliano non era più eliminare il terrorismo di Hamas, ma colpire l’intera popolazione palestinese, l’intero mondo libero ha continuato ad infischiarsene salvo, forse, l’America con il suo ultimatum mascherato da trattato di pace.

 

A quel punto, sono state le persone comuni a mobilitarsi.

Oggi è stato indetto uno sciopero generale che uno dei nostri politici — uno dei tanti delinquenti ben seduti sulla propria poltrona — ha avuto persino il coraggio di definire “illegittimo”.

 Altri, ancora più cinici, hanno condannato perfino le azioni dei singoli cittadini che provano a fare qualcosa di concreto.

 Mi riferisco all’eroismo dell’equipaggio della Flovilla, che trasportava beni di prima necessità per il popolo stremato della Striscia e che, negli ultimi giorni, è stata abbordata dall’esercito israeliano affinché non completasse la sua missione… e tutto questo in acque internazionali, che ufficialmente non erano neanche di Israele.

 

Ecco, come legge questi fatti uno che, come me, non ne capisce nulla di geopolitica:

semplicemente, si rende conto che la legge non è uguale per tutti. Mentre la Russia è stata pesantemente sanzionata per aver attaccato l’Ucraina e gli ucraini sono stati ampiamente aiutati.

Non è stato lo stesso per i palestinesi che sono stati lasciati soli a sé stessi, in una lotta impari con un invasore il cui desiderio è sempre stato impossessarsi delle loro terre.

 

La scusa dei delinquenti?

Israele deve debellare il terrorismo di Hamas!

 Ma credo sia piuttosto evidente che costoro stiano facendo piazza pulita di un intero popolo!

 Sono solo io, insieme a quella che mi sembra buona parte dell’opinione pubblica, a credere che sia una reazione spropositata?

È un po’ come quando Putin sosteneva di attaccare l’Ucraina “perché c’erano i fascisti”.

Ecco, visto che abbiamo tirato in ballo un altro sociopatico delinquente, quando costui sostiene che i politici europei e americani non fanno altro che alimentare nei propri cittadini sentimenti anti-russi, forse non ha tutti i torti.

La Russia è sempre rimasta piuttosto isolata:

non esistevano veri legami economici con l’Occidente.

Anzi, agli Stati Uniti fa probabilmente piacere che Mosca subisca sanzioni ed embarghi, perché così si indebolisce ulteriormente.

Sbaglio a pensarla così?

La Russia è un pericolo per la democrazia o lo è per le tasche di qualche miliardario nostrano?

 

In definitiva, quello che sta accadendo mi porta a pensare che i governi non seguano alcuna regola morale nel decidere se salvare o abbandonare un popolo: conta solo il denaro.

E lo scopo dei potenti è convincere le masse di avere ragione.

 Con la Russia è stato facile; con Israele, invece, la narrazione trova più ostacoli.

 

Ecco, volevo scriverlo per ricordarlo a me stesso, visto che con tutto il rumore che fa il mondo, pian piano le cose infami che sono accadute vengono dimenticate.

 Ma lo scrivo soprattutto perché possano leggerlo i miei figli e, in questo modo, imparino a distaccarsi un po’ di più dalla propaganda che anche quando assume la forma della verità oggettiva, nasconde sempre e solo interessi personali.

 

 

Sono invecchiato improvvisamente.

Lmondodiart.com – (27 Gennaio 2026) – Nicola Randone – Redazione – ci dice:

 

Sono invecchiato improvvisamente.

Non so dire quando sia successo davvero.

Forse qualche avvisaglia c’è stata negli ultimi dieci anni, ma non le ho mai lette come segnali di anzianità, anche perché l’idea di vecchiaia che mi portavo dietro era quella dell’infanzia.

Alle elementari, quando mi imbattevo in una persona anziana, la prima cosa che mi veniva in mente era: come sarà stato questo tizio da giovane.

Gli adulti mi ripetevano che anche loro erano stati bambini, ma io non riuscivo a figurarmi un vecchio in versione giovane, nemmeno guardandone le fotografie.

L’immagine che mi evocava era solo quella di un’anima esiliata sulla terra al solo scopo d’essere d’aiuto ai figli coi nipoti, vittima di un lento ma inesorabile decadimento cognitivo.

 In definitiva, una persona che cercava di sentirsi ancora utile, ma di cui il mondo poteva fare tranquillamente a meno.

 

Vi chiederete perché e come, all’improvviso, io sia invecchiato.

Beh, anzitutto per alcune tipicità a livello fisico.

Le cosiddette macchie della vecchiaia ad esempio, che somigliano allo stampo lasciato da una tazzina di caffè su di un foglio sgualcito, di cui ho un magnifico esemplare ben stampato in faccia.

Poi, mettendo da parte i vari acciacchi — già presenti nell’elenco delle avvisaglie —, i limiti ahimè più evidenti sono quelli cognitivi.

Tra i primi segnali evidenti nella mia esperienza?

Muovere per esempio il puntatore del mouse sullo schermo dimenticando su quale applicazione dovevo cliccare;

non riuscire più a fare le 2 di notte, anche le 6 del mattino in effetti, per tirar fuori canzoni, progetti grafici compiuti, idee fiche in generale, attirato come sono nel buco nero della lobotomia televisiva con contorno di lievi ansie domate a forza di poche gocce.

 

A questo cambiamento radicale, certo, non sono arrivato dall’oggi al domani.

Fino ai quarant’anni, credo, biasimavo fortemente le persone che soggiornavano periodicamente davanti alla televisione o ad un videogioco, mi sembrava che sprecassero il loro tempo;

ed il tempo è una delle poche cose nella vita che non puoi mai recuperare.

C’era troppo da fare, avevo la testa piena di idee a cui dare forma e soprattutto da portare a termine perché, dopo la mia vita, volevo lasciare qualcosa di me ai posteri.

Per qualche motivo però, dopo i 40, ho iniziato a rifugiarmi lentamente nell’oblio serale dello schermo televisivo, prima la serie TV 24 (che ficata), poi Lost (che finale di merda) e via discorrendo.

 

Ad ogni modo, per quanto sia seccante, questi sono stati cambiamenti di cui mi sono accorto.

 Mi dicevo sempre che era sbagliato perder tempo così, ma allo stesso tempo mi ripetevo che non c’era niente di male a spegnere il cervello di tanto in tanto, che poteva anche farmi bene.

Anche la storia del computer, beh…

il fatto che non riuscissi più a mantenere la concentrazione come facevo una volta… in qualche modo l’ho metabolizzato ed accettato, comunque in confronto a tanti altri restavo sempre molte spanne sopra.

Non avevo però fatto i conti con quello che è cambiato e di cui non mi sono accorto.

Ad esempio il giorno in cui ho scoperto d’essermi rallentato nella loquela.

Per caso, mi sono ritrovato a riascoltare un mio messaggio vocale su Whatsapp a velocità normale (di default, la tengo sempre a 1.5). All’inizio non ci credevo, pensavo fosse un errore, o forse l’abitudine ad ascoltarmi veloce, fatto sta che a velocità normale, dal modo in cui parlavo sembrava che il cervello non riuscisse più a trasmettere le informazioni all’apparato vocale con la giusta rapidità.

Questa della parlata da “abbominato” è stata una di quelle che mi ha scioccato parecchio: la dura verità sbattuta in faccia da un’applicazione che mi fa pure antipatia.

 

Poi sono arrivati i figli… molti dicono che sia questo il motivo per il quale quando diventiamo genitori, cessiamo d’essere individui, e la funzione primaria della nostra esistenza diventa prendersi cura di loro, pensare al loro benessere, costruire il loro futuro.

È una cosa bellissima, intendiamoci, quando guardo “Corrado Santiago” negli occhi non posso che sentirmi fiero di contribuire al modo in cui affronterà il mondo, e lo stesso con Edoardo…

anche se al momento credo che lui apprezzi maggiormente le volte in cui gli tolgo la cacca dal pannolino che quelle in cui gli racconto qualcosa della vita.

Ecco… superando la divagazione sulla cacca… è bellissimo pensare di poter essere determinanti alla formazione di due nuove coscienze, a volte mi sembra persino troppo grande per me, ma per fortuna vedo gli altri e penso che siamo tutti nella stessa barca e Katz… facciamo il meglio che possiamo.

Ciò non toglie che se metto per un attimo da parte la grande missione del papà, beh… non credo di avere più un sogno per me stesso.

 Il desiderio di fare musica e trasmetterla al mondo, non esiste più… anche quando mi metto al piano ed inizio a suonare una canzone, butto giù due parole, penso: ma sai, potrei anche tirarne fuori qualcosa per un nuovo album… passa un anno e la trovo ancora lì, su un foglio scarabocchiato, incompleta.

20 anni fa non sarei andato a letto se non fossi riuscito a completarla. Non riesco neanche più a cambiare lavoro, quando prima non riuscivo a starmene sulla stessa sedia per più di 2 anni.

 

Insomma, è come se un capitolo della mia vita si fosse chiuso per non riaprirsi mai più;

un periodo straordinariamente eccitante di cui adesso non raccolgo che le briciole.

Forse, a voi che leggete è venuta la tristezza e state già pensando di abbandonarmi al mio malumore, ma in realtà non sono depresso, o almeno ogni giorno lotto per non diventare:

 perché quando inizi a non stare bene dentro al tuo corpo, allora ti ammali, e quella è una strada senza ritorno purtroppo.

Al contrario, mi sforzo di affrontare la realtà per quella che è, anche se fa schifo, ed in questo processo devo dire di essere sufficientemente preparato, grazie alla grande ammirazione che da ragazzo provavo per Giacomo Leopardi:

diciamo che in tempi non sospetti ero già più che preparato ad affrontare l'”arido vero”.

 

Che fare allora con questa storia d’essere invecchiato?

 

Non sono sicuro di saperlo ancora, o meglio, preferisco non affrontare la questione con troppa fretta visto che in questo momento ho davvero tante cose da fare come ad esempio, sostenere la paternità a 53 anni suonati, una roba che chi non ci passa non può capire.

 Sicuramente il passo più importante sarà di sognare ancora da individuo, perché è sempre bellissimo che i miei figli siano al centro di ogni scopo e ragione di ciò che faccio, ma ogni tanto devo poter credere di avere ancora dei desideri che riguardano solo me stesso, anzitutto perché non voglio autorealizzare su di me il cliché che avevo da bambino, e poi perché temo davvero quel mostro che ti assale quando non ti piace più stare dentro quel corpo.

 

Visto però che in questo momento sono papà di due bimbi piccoli, approfitto ancora una volta per lasciare una piccola eredità di consapevolezza.

 

Oggi sono qui a parlare di vecchiaia, di spinta individuale al successo, di sogni personali perché per quelli della mia generazione, è stato scontato avere davanti un futuro nel quale sperare e per il quale darsi da fare. Insomma, quando ero giovane io, i computer erano ancora agli inizi, la musica si faceva ancora nei garage, Internet era uno sconosciuto… ti veniva voglia di studiare (anche se io non l’ho fatto a scuola) per diventare un mago dei PC che tutti avrebbero richiesto, e poi un fiero compositore di “pro rock” visto che per un po’ di tempo abbiamo vissuto l’illusione che il genere stesse ritornando di moda.

 A prescindere da come poi sia andata, ho vissuto un momento storico di grande benessere, dove la guerra era lontana e le persone erano mediamente soddisfatte del proprio tenore di vita.

 

A guardare il mondo di oggi, non riesco davvero ad immaginare come potrà essere difficile per voi, come possa essere difficile per i giovani di adesso, riuscire ad intravedere un orizzonte decente davanti agli occhi, con i nazionalismi che prendono sempre più piede, con lo stato di diritto che viene calpestato dal più forte, con l’umanità che sembra alienarsi sempre di più nella peggiore delle fantasie distopiche.

Dev’essere difficile per un giovane, oggi più che in qualsiasi altra epoca, trovare un significato con il quale condurre la propria esistenza:

la mano dritta al timone, mi diceva sempre un vecchio amico, gli occhi alle stelle;

ma oggi vedo un cielo sempre velato ed il mare costantemente in tempesta.

 

Potrei consigliarvi di rifugiarvi nella natura, perché quella roba lì funziona sempre, ma non si può vivere come la famiglia nel bosco, e non perché non sia bellissimo, ma perché la nostra natura ci impone di vivere nel mondo e di creare un contatto sano con il prossimo.

 

Poi c’è questa tecnologia che è diventata tutto quello che non avrei voluto.

Sono sempre stato un’entusiasta, uno di quelli che provava un sentimento di gioia puro quando usciva una versione aggiornata di Windows o del pacchetto Adobe.

Poi però sono arrivati i social, è arrivato “WhatsApp”, la tecnologia ha preso potere su cose dalle quali doveva restare fuori.

Mi sembra che oggi possa decidere se avrai degli amici e chi saranno (visto che se non hai il telefono, c’è il rischio di restare isolato) e chi sposerete.

Non so se in futuro le persone riusciranno ad utilizzarla in maniera tale da non far decidere ad un algoritmo come andrà la loro vita.

 

Non voglio fare il profeta di ciò che accadrà perché è naturale che io veda il mondo andare a rotoli visto che la mia prospettiva sul futuro è limitata dal tempo che ho a disposizione.

Un vecchio non dovrebbe mai dire ad un giovane che non c’è un futuro per lui, e questo perché il suo cervello ha un modo diverso di percepire il futuro.

 

Ricordo bene quand’ero giovane, sentivo la morte talmente lontana da credere di poter essere immortale.

 Quando pensavo a cosa ne sarebbe stato di me, se ci sarebbe stato un paradiso o se sarei semplicemente scomparso nella terra, pensavo che nel corso della vita mi sarebbe di sicuro arrivata qualche illuminazione, che avevo ancora tempo.

 Oggi non riesco neppure lontanamente ad avvicinarmi a quella sensazione, e questo perché sono invecchiato, ed invecchiando ho iniziato a sentire l’odore della fine.

Nessun vecchio avrà mai la capacità di vedere chiaramente nel futuro, perché la sua visione non andrà mai oltre l’odore di morte che lo avvolge.

 

Per voi che siete giovani, il futuro deve essere luminoso e spero davvero che troviate la forza ed il coraggio di cambiare questa merda che vi stiamo lasciando.

 Per quanto mi riguarda cercherò sempre di evitare di fare il solito vecchiaccio di merda che critica i giovani e che ripete sempre “ai miei tempi”.

 Ecco, questa è un’altra cosa che un vecchio non dovrebbe dire ad un giovane, perché il nostro passato è solo sabbia del deserto, ed il vento l’ha spazzata via da un po’.

 

 

 

 

Il diritto internazionale come ideale da difendere.

Cespi.it – (24 febbraio 2025) - Antonio Marchesi – Redazione – ci dice:

 

(Antonio Marchesi -Professore di Diritto internazionale nell’Università di Teramo e Direttore del Graduate Program in Peace Studies and “Conflitto Resoluto” della American University of Rome.)

Un po’ di chiarezza.

Diritti umani: mantenere una comprensione comune è ancora possibile?

Che la situazione in cui versa attualmente il mondo sia fonte di angoscia per molti e non induca in generale all’ottimismo è un dato piuttosto incontrovertibile.

 A pesare sono innanzitutto i fatti.

Nel contesto dei numerosi conflitti armati in essere, sia noti che ignorati, e di altre “minacce alla pace” in senso lato, vengono ripetutamente commesse violazioni gravi e sistematiche sia del diritto internazionale umanitario che del diritto internazionale dei diritti umani.

 E la giustizia penale internazionale, che ha compiuto progressi notevolissimi negli Anni Novanta, va incontro a gravi ostacoli.

Al di là dei fatti, però, a preoccupare oggi è la tendenza di alcuni leader mondiali a mettere in discussione, a delegittimare e svuotare del loro contenuto le norme fondamentali che quei fatti inaccettabili vietano.

 

Di fronte a questo stato di cose, vi è chi sostiene che “il diritto internazionale non esiste più”, che “le Nazioni Unite sono inutili” o, ancora, che “il multilateralismo è in una crisi irreversibile”.

Se il sentimento di sconforto che questa narrazione genera è comprensibile, ciò non esonera dal dovere di provare a fare chiarezza sui termini reali delle principali questioni che ci affliggono:

allo scopo di non nutrire aspettative sbagliate, fraintendendo natura e ruolo del diritto internazionale e delle organizzazioni internazionali;

al fine di non trascurare o sottovalutare sviluppi importanti avvenuti in un arco di tempo più ampio di quello che siamo abituati a prendere in considerazione (e che tendono a restare fuori dalla narrazione corrente); last but not least, in vista della promozione di forme di resistenza, di difesa strenua di quella parte del sistema giuridico internazionale che esprime valori a nostro avviso essenziali, che meritano di essere custoditi.

 

Quale diritto internazionale?

Proviamo allora a domandarci innanzitutto se sia corretto decretare, come molti un po’ sbrigativamente fanno, la fine del diritto internazionale.

Per dare una risposta occorre, a costo di essere un po’ didascalici, precisare quale sia l’oggetto del contendere.

Secondo la ricostruzione più comune, il diritto internazionale nasce attorno alla metà del Seicento per regolare i rapporti fra nuovi enti politici sorti dal disfacimento dell’Europa medievale.

Ciascuno di quegli enti – antenati degli attuali stati europei – esercita su un territorio un potere esclusivo e non riconosce (più) alcuna autorità al di sopra di sé.

A nascere, in altre parole, è una collettività (qualcuno preferisce convivenza, altri parlano di società) di enti sovrani, non organizzati in un sistema accentrato e gerarchico.

A tenerla insieme è soprattutto l’equilibrio di potere. Quando questo viene meno, e fino a quando non venga ristabilito … c’è la guerra.

 

La struttura (decentrata, orizzontale, per qualcuno “anarchica”) della comunità internazionale determina il modo di essere del suo sistema giuridico (che gradualmente si forma … perché nessuna società può fare a meno di regole).

 Questo non viene imposto dall’alto, perché sopra gli stati, essendo questi sovrani, non vi è nulla.

Il diritto è quello che gli stessi stati scelgono di darsi.

Oltre a non esistere un potere legislativo accentrato, del resto, non esistono neppure un potere giudiziario e un potere esecutivo accentrati. L’assenza di un’autorità sovra-ordinata ai membri della società internazionale, e il decentramento delle principali funzioni dell’ordinamento, sono elementi che in linea di massima ancora caratterizzano il mondo di oggi;

anche se la coesistenza (e la crescente interdipendenza e la necessità di collaborare) fanno sì che sia nell’interesse di tutti avere delle regole e anche se oggi il diritto internazionale, dal punto di vista dei contenuti, si è notevolmente arricchito.

 

Ciò premesso – e ci scusiamo per la lunghezza di questa spiegazione – ha senso parlare di morte o fine del diritto internazionale?

Pensiamo di no.

 Non solo perché, come si è detto, ogni comunità ha bisogno di regole ma anche perché la comunità internazionale di oggi assomiglia per certi aspetti fondamentali (anche se non per altri) a quella che al diritto internazionale ha dato origine.

 È tuttora formata da enti dotati di sovranità ed è tuttora priva di una vera e propria struttura istituzionale.

E il diritto internazionale, con le sue modalità di produzione, accertamento e attuazione del diritto, assai diverse da quelle degli ordinamenti interni, riflette appieno le caratteristiche strutturali della comunità di cui costituisce l’elemento organizzativo necessario.

 

Se, dunque, non è vero che il diritto internazionale sia morto, qual è il problema con cui dobbiamo confrontarci? A cosa si allude, in realtà, quando si ripetono le narrazioni di cui abbiamo detto in apertura?

 Il problema che si pone oggi è quello della sopravvivenza e dell’integrità (oltre che dell’effettività) di alcune regole, o meglio di certi settori del diritto internazionale, nati all’indomani della seconda guerra mondiale, che esprimono quei valori che sono oggi, oltre che traditi nei fatti, bersaglio di attacchi ideologici.

 Il problema, in altri termini, è un problema di violazioni ma anche, al tempo stesso, di delegittimazione:

 non del sistema giuridico internazionale tout court (che continuerà a esistere) ma di quella parte del diritto internazionale a cui teniamo (molti di noi tengono) di più, e che siamo abituati a conoscere e ad apprezzare.

 

Il diritto internazionale da difendere: pace, diritti e giustizia.

Di quali ambiti di disciplina internazionale, di quali valori ad essi sottesi, stiamo parlando?

 Innanzitutto, delle norme per il mantenimento della pace, di quel progetto visionario di “pace attraverso il diritto” accolto nella Carta delle Nazioni Unite e comprensivo del divieto di ricorso unilaterale alla forza, da un lato, e dell’attribuzione alle stesse Nazioni Unite di poteri e mezzi adeguati per imporre quel divieto, dall’altro.

Un’idea meravigliosa, che avrebbe rivoluzionato il sistema delle relazioni internazionali … se solo fosse stata attuata.

Non potendoci dilungare, ci limitiamo a ricordare come quel progetto non sia stato realizzato, fra le altre cose, perché già alla fine degli Anni Quaranta gli stati avevano scelto di non dotare le Nazioni Unite di un proprio esercito, come invece previsto nella Carta, e che queste, da allora, hanno dovuto perseguire un obiettivo ambizioso con pochissimi mezzi per realizzarlo (e la collaborazione soltanto sporadica e selettiva degli stati membri).

Non pare proprio che le forze attualmente dominanti sulla scena internazionale siano disposte a mettere le Nazioni Unite e l’approccio multilaterale che incarnano al centro della scena.

Si rema, semmai, nella direzione opposta.

 

Agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale risale, però, anche un’altra novità, che non è esagerato definire rivoluzionaria.

Per la prima volta nella storia vengono introdotte regole internazionali che limitano l’esercizio del potere interno degli stati.

Il diritto internazionale non ha più, da quel momento, il solo fine di disciplinare i rapporti di coesistenza/convivenza tra stati (le relazioni internazionali, in tempo di pace e in tempo di guerra) ma anche il rapporto fra autorità di governo e persone sottoposte a quelle autorità (i diritti umani);

il diritto dei conflitti armati interni (le guerre civili, non solo quelle internazionali);

la giustizia penale (a partire dall’idea che certi crimini sono lesivi di valori universali e che è nell’interesse della comunità internazionale non lasciarli impuniti).

 

Questo “nuovo” diritto internazionale trova fondamento nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, approvando la quale gli stati hanno accettato, oltre ai limiti internazionali all’esercizio del loro potere interno, anche di dover rendere conto, di essere accomunabile, alla comunità internazionale;

si fonda sulle quattro Convenzioni di Ginevra sul diritto dei conflitti armati del 1949, ciascuna dedicata a una diversa categoria di “persona protetta” (che codificano lo “ius in bello”, applicabile a tutte le parti in conflitto, anche a chi abbia fatto ricorso alla forza armata in legittima difesa);

 si fonda, infine, sulla “Norimberga legacy”, l’eredità di Norimberga, e sull’idea che l’accertamento e la punizione di certi crimini – che poi altro non sono che violazioni gravi dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, considerate dal punto di vista della responsabilità penale individuale – non debbano essere di competenza del solo stato sul cui territorio sono stati commessi ma possano essere, quando quest’ultimo non offre risposte adeguate, affidate alle corti di altri stati (giurisdizione universale) o a tribunali penali internazionali.

 

Una sfida per i prossimi anni.

Il “nuovo” diritto internazionale è dunque frutto di conquiste relativamente recenti.

 Prima non c’era: meno di un secolo fa, il ricorso alla forza armata era soggetto a pochi limiti;

il diritto dei conflitti armati non si applicava alle guerre civili (neppure alle guerre coloniali, combattute contro popoli a cui non si riconosceva alcuno status) e i diritti umani erano un “affare interno”, non essendo internazionalmente riconosciuti.

Oggi quel diritto c’è, e la sua stessa esistenza è ovviamente di un’importanza vitale.

 

Ciò non significa, ovviamente, che nel periodo che ci separa dalla fine della seconda guerra mondiale, non siano mancati i conflitti armati, le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in gran numero, tantomeno l’impunità per quelle violazioni. La percezione che vi sia stato un periodo in cui tutto è filato liscio, per così dire, e che solo oggi il diritto internazionale è violato è frutto, almeno in parte, della nostra memoria corta e di una prospettiva ristretta (che ci porta ad accorgerci di guerre e di crimini internazionali solo se avvengono vicino a noi o in contesti rilevanti per l’Europa o per l’Occidente).

 

Ora, però, c’è, in effetti, qualcosa di nuovo.

C’è un problema ulteriore che spiega i sentimenti di angoscia e di sconforto diffusi.

Il problema odierno non è (o non è più soltanto) l’esistenza di conflitti, la violazione di principi di umanità, il rifiuto di una giustizia uguale per tutti.

È, invece, il disprezzo ostentato da parte dei soggetti più influenti della comunità internazionale per quelle norme di civiltà che avevamo, forse in modo poco lungimirante, dato per scontate.

 È il rischio di fare un passo indietro sul piano non tanto e non solo delle condotte ma delle regole che quelle condotte qualificano come illecite.

È a questa tendenza che bisogna reagire in tutti i modi possibili.

 Si tratta allora di impegnarsi, di battersi affinché i valori incarnati dal nuovo diritto internazionale siano tenuti in vita.

Non il diritto internazionale in quanto tale (che continuerà sicuramente ad esistere), ma la pace attraverso il diritto, i diritti umani e il diritto umanitario, la giustizia internazionale.

 Vincere la battaglia culturale e politica per difendere le norme che esprimono questi valori è la sfida più importante dei prossimi anni.

 

 

 

L’Onu e il diritto internazionale

come linguaggio di speranza.

Vaticannews.va - Francesco Recanati – Città del Vaticano – (24 ottobre 2025) – ci dice:

 

80 anni fa entrava in vigore la Carta delle Nazioni Unite, gli allora ideali risuonano oggi più urgenti che mai, in un mondo in cui guerre, corsa agli armamenti, sfiducia e paura continuano a minare la cooperazione tra i popoli e ad affievolire la speranza delle persone.

 

«Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […], a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà […], abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini».

Queste parole aprono il Preambolo della Carta delle Nazioni Unite, entrata in vigore il 24 ottobre 1945.

È come sentire, tra le macerie di un secolo ferito, un’eco di fiducia nell’umanità.

I principi proclamati tra le rovine della guerra continuano a parlare al cuore e alla coscienza di ogni persona.

In essi si riconosce un anelito antico e sempre nuovo, una speranza che attraversa i tempi e le generazioni, il desiderio di un ordine fondato sulla dignità, sulla giustizia e sulla pace.

 È la stessa fede che invita l’umanità a perseverare con coraggio e fiducia nel costruire, come ricorda papa” Leone XIV”, «ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo, sempre in pace».

 

La sede delle Nazioni Unite a New York.

 

A distanza di 80 anni, gli ideali che hanno ispirato l’Onu continuano a risuonare come un appello oggi più che mai urgente.

Allora i Paesi fondatori erano 50, oggi gli Stati membri sono 193, praticamente l’intera comunità delle nazioni.

La Santa Sede e la Palestina partecipano con lo status di osservatori permanenti.

È un segno che, almeno in linea di principio, l’umanità continua a riconoscersi in quella visione di giustizia e di pace che la Carta del 1945 seppe tradurre in parole.

E tuttavia, le vecchie e nuove guerre, la corsa agli armamenti, la sfiducia e la paura continuano a minare la cooperazione tra i popoli e ad affievolire la speranza delle persone.

La politica internazionale appare spesso dominata più da strategie di potere e da logiche di convenienza che da «relazioni amichevoli fondate sul rispetto del principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli», come recita il punto 2 dell’art. 1 della Carta.

 

Ma la fede incoraggia a credere che «a Dio nulla è impossibile» e che la grazia continua ad agire là dove la ragione si arresta e le strategie umane falliscono.

Chi avrebbe potuto immaginare, agli inizi del Novecento, che popoli segnati da due guerre devastanti si sarebbero uniti, pochi anni dopo, dando vita a istituzioni comuni come l’Onu e la Comunità Europea?

Segni imperfetti, certo, ma reali e concreti, di una volontà di pace che lo spirito di fraternità ha saputo ispirare proprio attraverso le debolezze umane e persino nelle contraddizioni della storia.

 

Viviamo in un’epoca in cui la scienza e la tecnica hanno conosciuto uno sviluppo senza precedenti.

E tuttavia, sembra evidente che ciò non basti a orientare il cammino umano verso il bene comune, se non resta viva la coscienza di una meta condivisa, di un destino che ci unisce e ci trascende, e l’ascolto di quella voce interiore che richiama ciascuno e l’intera umanità alla responsabilità morale.

Si richiama spesso il primato del diritto e la necessità di rafforzare regole comuni per garantire la pace e la giustizia.

Ma il diritto, se privo del suo autentico fondamento, rischia di ridursi a mera espressione di potere.

Non è la forza o l’autorità che lo rendono giusto, ma la sua fedeltà alla verità dell’uomo e a una giustizia che non si esaurisce nella legalità.

Pio XII, nel messaggio di Natale del 1942, ammoniva che il diritto, se separato dalla morale, può condurre a conseguenze aberranti per la persona e per la società.

Quelle parole profetiche, pronunciate tra le tenebre della guerra, ricordano che nessun ordinamento giuridico è autenticamente umano se smarrisce il fondamento della dignità della persona e, con esso, della giustizia.

 È un richiamo che affonda le radici nella sapienza di sant’Agostino, per il quale «tolta la giustizia, i regni non sono altro che grandi latrocini».

 

Quando l’umanità smarrisce la rotta, non basta più la forza del vento per condurla verso il Bene.

«Nessun vento è favorevole al marinaio che non sa verso quale porto dirigersi», scriveva Seneca.

 Per indicare quel porto, non solo politico ma anche spirituale, vent’anni dopo la nascita dell’Onu, nel 1965, Paolo VI si recò a New York come “pellegrino di pace”, portando nel foro mondiale della politica la voce della coscienza e della speranza.

 Il Papa non si presentò per benedire un potere o un’istituzione, ma per richiamare tutti, credenti e non credenti, alla responsabilità morale della pace.

«Mai più la guerra, mai più la guerra! Pace, è la pace che deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!», proclamò Papa Montini con una forza che commosse il mondo.

 

Nonostante le contraddizioni del tempo presente, è innegabile che una più profonda coscienza della dignità umana e una più intensa ricerca di forme comuni di giustizia abbiano aperto vie nuove, talvolta fragili ma concrete.

 Il diritto internazionale, pur indebolito e talvolta impotente, continua a rappresentare un linguaggio comune di speranza e di fraternità, che richiama gli Stati alla consapevolezza che nessun ordine può dirsi giusto se fondato sulla paura, sulla minaccia e sulla forza.

 

La Dottrina sociale della Chiesa invita a riconoscere nel diritto non un sistema di potere, ma un atto di fiducia nell’uomo, nella sua libertà e nella sua vocazione al bene, ricordando che il diritto conserva il suo senso solo se fondato sul rispetto della persona umana nel suo valore inviolabile e fondamentale, perché creata a immagine e somiglianza di Dio.

 È in questo riconoscimento che si radica la possibilità stessa di una convivenza giusta e pacifica, non come un’idea astratta ma come un principio vivo e concreto che trova espressione nella vita dei popoli attraverso la carità e la misericordia.

La voce della morale e del diritto, sostenute da istituzioni giuste e credibili, non avrà la forza spaventosa delle armi, ma ha in sé una “potenza” più profonda e costante, quella che persuade le coscienze e disarma i cuori.

 

Nel celebrare l’anniversario della sua fondazione, l’Onu può ritrovare nella propria vocazione originaria un richiamo sempre attuale:

essere segno e strumento di quella fraternità universale che può dare stabilità, giustizia e pace al mondo.

 

 

 

Ignorare il Diritto Internazionale

è una minaccia globale

per umanità e democrazia.

 Friulisera.it - Redazione · (Pubblicato 8 Ottobre 2025) – ci dice:

 

“Il Diritto Internazionale conta fino a un certo punto”.

Lo ha dichiarato di recente il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, riferendosi all’abbordaggio da parte delle forze armate israeliane della Flottiglia con a bordo civili, attivisti e aiuti umanitari per Gaza.

L’azione ha violato palesemente il diritto internazionale di difesa dei civili disarmati nelle acque internazionali.

 

L’affermazione di Tajani, che ha suscitato scalpore, ha di fatto accentuato le polemiche e gli interrogativi sul rispetto del diritto internazionale sollevato dopo l’abbordaggio — o aggressione, come gli attivisti la suggestione — e l’arresto dei partecipanti, ma aggiungiamo, certe norme sovraniste in tema migranti sono spinte da disprezzo delle leggi internazionali, prima fra tutte la “legge del mare”, basti pensare alla costrizione per le navi delle Ong di vedersi assegnare i “porti sicuri” a giorni di navigazione.

 Comunque è il caso flottiglia che ha fatto certamente da detonatore di un malcontento che covava da settimane se non da mesi nel vedere i continui massacro di innocenti a Gaza, che cero non possono essere giustificati dalla vendetta per quanto di orribile accaduto il 7 ottobre di due anni fa.

Così centinaia di migliaia di persone sono scese nelle strade di tutta Italia, sostenute anche dallo sciopero generale, per gridare la loro indignazione, riaffermare il sostegno alla Flottiglia e a Gaza e protestare contro un governo italiano (ed europeo) che condanna solo a parole il genocidio di Netanyahu.

 

L’operazione contro navi civili in acque internazionali, secondo il diritto marittimo (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare), è illegittima, poiché tale azione è consentita solo in caso di pirateria, di motivi di sicurezza comprovati o di blocco navale.

 

La questione si sposta allora sulla validità legale del blocco navale imposto da Israele, che la Flottiglia intendeva rompere perché giudicato illegale e finalizzato ad aprire un corridoio umanitario permanente.

 

Legittimità o violazione del diritto internazionale?

Per Israele il blocco ha lo scopo di impedire il traffico di armi verso Hamas, organizzazione considerata terroristica da Israele, Stati Uniti e Unione Europea.

Si tratterebbe dunque, secondo Israele e i suoi alleati, di una misura di autodifesa legittima anche secondo un parere ONU, ma solo in tempo di conflitto armato e purché non provochi sofferenze alla popolazione civile.

 

Al contrario, il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, numerose ONG e soprattutto la Corte Penale Internazionale (CPI) ritengono il blocco illegittimo per gli effetti devastanti su oltre due milioni di civili a Gaza, avendo limitato l’accesso a cibo, medicina, elettricità e carburante, senza distinguere tra obiettivi militari e popolazione civile.

 

Per l’elevato numero di morti e per le atrocità quotidiane, una Commissione ONU ha definito come genocidio i crimini di Israele.

 È stato così violato il principio di proporzionalità nel diritto di difesa durante un conflitto armato, che in nessun caso può travolgere i diritti della popolazione civile.

 

Sovranità assoluta o giustizia universale?

Lo Stato, per proteggere la propria sicurezza, può compromettere i diritti fondamentali di un’intera popolazione?

Può far prevalere la logica di una sovranità assoluta?

 

A Gaza la logica di morte, in nome della sicurezza, sta prevalendo oltre ogni diritto.

È in atto una crescente disaffezione verso il diritto internazionale e un rifiuto della cooperazione necessaria a mantenere un ordine giuridico globale.

 

Si sta mettendo in discussione, in nome della sovranità, il principio di giustizia universale, compromettendo l’efficacia del CPI come deterrente dei crimini più gravi.

Se viene meno un consenso giuridico condiviso, il sistema internazionale rischia di regredire a settant’anni fa, verso dinamiche fondate sulla forza e non sul diritto.

 

La mancata tutela delle vittime, come accade oggi a Gaza sotto gli occhi del mondo, rafforza la cultura dell’impunità, minando quell’architettura multilaterale costruita dopo la Seconda guerra mondiale per garantire la pace e la protezione dei diritti umani.

 

Il ruolo della Corte Penale Internazionale.

Con l’istituzione del CPI si è creduto nel valore della giustizia come fondamento della pace.

Fin dal suo Statuto, la Corte ha il compito di reprimere i crimini più gravi che minacciano la pace e la sicurezza mondiale: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione.

Ma la Corte non può funzionare senza il sostegno e la cooperazione degli Stati.

Come affermò il giurista Niemeyer, “il diritto internazionale è un bellissimo edificio costruito su un vulcano: quando si risveglia, c’è un terremoto.

E il vulcano è la sovranità statale.”

 

Ogni volta che uno Stato non coopera, vi è una piccola scossa per l’edificio della Corte.

La CPI non può eseguire autonomamente i mandati d’arresto, ma deve rivolgersi agli Stati per ottenere esecuzione e collaborazione.

 

Un fragile pilastro della giustizia globale.

Istituita nel 2002 con il Trattato di Roma, la Corte nasce per deliberare i crimini più gravi contro l’umanità.

Eppure Stati geopoliticamente influenti come Stati Uniti, Russia, Cina e Israele non hanno ratificato lo Statuto, minando l’efficacia.

 

Se uno Stato potente rifiuta di riconoscere la giurisdizione della Corte e viola il diritto internazionale senza conseguenze, si genera un effetto domino:

altri si sentiranno legittimati a fare lo stesso, alimentando l’impunità e l’instabilità.

Il rischio è che il diritto diventi un lusso nel tempo di pace , ma inefficace nei momenti di crisi, quando più servirebbe come barriera contro l’anarchia globale.

 

Senza diritto non c’è pace.

Disconoscere il diritto internazionale è pericoloso:

 ogni Stato si sentirebbe libero di decidere quali leggi seguire e quali ignorare, basandosi solo sui propri interessi nazionali.

In questo scenario, il dialogo verrebbe sostituito dalla forza, la diplomazia dall’arbitrio, la cooperazione dalla sfiducia.

Il mondo ha già conosciuto le conseguenze di una sovranità esercitata senza limiti: guerre mondiali, genocidi, regimi dittatoriali.

Per questo è stato costruito un sistema di diritto internazionale vincolante: rinnegarlo oggi significa tornare indietro.

 

Non rispettare la Corte significa ignorare la voce delle vittime.

Pur con i suoi limiti, la CPI è l’unico tribunale permanente capace di dare giustizia ai popoli oppressi.

Lasciare impuniti i crimini significa perpetuare il trauma, alimentando odio e nuovi cicli di violenza.

Oggi il mondo è di fronte a un bivio: rafforzare il sistema giuridico internazionale o cedere alla logica di potere che giustifica ogni abuso.

Il rispetto del diritto non è un atto burocratico:

è una condizione essenziale di sopravvivenza per la convivenza pacifica tra i popoli.

Delegittimare o ignorare il Diritto non ci rende più liberi, ma tutti più vulnerabili.

(Statuto di Roma – Corte Penale Internazionale (ICC)).

(Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare- (UNCLOS).

(Rapporto ONU sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati.)

 

 

 

 

Il senso di Trump per il diritto internazionale:

i diktat contro Francesca Albanese

e le violazioni della Carta ONU.

Giustiziainsieme.it - Marina Castellaneta – (31 luglio 2025) – Redazione – ci dice:

Diritti Stranieri.

Il senso di Trump per il diritto internazionale: i diktat contro Francesca Albanese e le violazioni della Carta ONU.

Sommario:

1. L’Executive Order voluto da Trump contro la Relatrice speciale ONU Francesca Albanese –

 2. Le funzioni dei Relatori speciali nominati dal Consiglio per i diritti umani all’interno del sistema ONU: prerogative e immunità –

 3. La comunità internazionale tra sostegno, dichiarazioni di facciata e “rumorosi” silenzi.

 

1. L’Executive Order voluto da Trump contro la Relatrice speciale ONU Francesca Albanese.

 

Una sicura violazione del diritto internazionale, una delle tante, ma di una particolare gravità perché colpisce le Nazioni Unite e le poche voci ancora rimaste in grado di mettere la comunità internazionale di fronte alle proprie responsabilità.

L’Executive Order 14203del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump con il quale sono state decise sanzioni unilaterali nei confronti della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, non è solo una delle tante e sicuramente non è l'ultima azione in contrasto con le regole del diritto internazionale del Presidente Trump, ma un colpo all’essenza stessa dell’ordinamento perché mina il principio dell’immunità, in questo caso di esperti indipendenti dell’Onu, che sono centrali per il funzionamento delle Nazioni Unite (alla base del multilateralismo) e per l’accertamento delle violazioni dei diritti umani. E talvolta anche l’unico strumento per accendere i riflettori su catastrofi umanitarie in corso e sulle repressioni di diritti e di libertà fondamentali.

 A sostegno delle vittime, per impedire che la comunità internazionale le releghi in zone d’ombra, sommerse da parole ma mai accompagnate da fatti che facciano cessare situazioni, come quella della Striscia di Gaza che ha portato all’uccisione di migliaia di civili, inclusi bambini, uccisi anche dalla fame a causa del blocco degli aiuti umanitari imposto dal Governo israeliano.

 

È evidente che gli Stati Uniti e Israele perseguono lo stesso obiettivo: screditare ogni attività di accertamento dei fatti e fare calare il silenzio, anche impedendo, tra le altre misure, ai giornalisti di accedere a Gaza e colpendo il lavoro della Relatrice speciale.

Una campagna iniziata da tempo e che ha visto il suo culmine a seguito dell’adozione dell’ultimo rapporto della Relatrice speciale presentato il 16 giugno 2025 e intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, in cui vi sono nomi e cognomi delle aziende che ricevono vantaggi ad ampio raggio supportando le attività militari direttamente o indirettamente di Israele.

Questo ha portato all’esplosione delle reazioni di Stati Uniti e Israele (che già a febbraio 2024 aveva dichiarato Albanese come persona non grata) che non hanno tollerato quanto scritto nel documento nel quale si denunciano, tra l’altro, “i meccanismi delle aziende che sostengono il progetto coloniale israeliano di trasferimento e sostituzione dei palestinesi”, indicando 60 aziende come possibili complici degli atti genocidari in Palestina.

 

Come detto non si tratta delle prime sanzioni contro persone che svolgono un ruolo indipendente sul piano internazionale.

 Con l’aggiunta di un ulteriore elemento di gravità rispetto alle altre misure imposte da Trump perché se già in passato erano state disposte sanzioni nei confronti di funzionari della Corte penale internazionale è la prima volta che gli Stati Uniti colpiscono direttamente funzionari dell’organizzazione che hanno contribuito, in modo determinante, a fondare.

 

Prima di passare ad analizzare le norme violate, appare opportuno inquadrare il ruolo e il fondamento giuridico delle attività dei Relatori speciali.

2. Le funzioni dei Relatori speciali nominati dal Consiglio per i diritti umani all’interno del sistema ONU: prerogative e immunità.

 

I Relatori speciali nominati dal Consiglio per i diritti umani, all’interno dell’ONU, sono incaricati di monitorare specifiche situazioni relative alla tutela dei diritti dell’uomo e comprendono numerosi settori, con un mandato che non può superare i 6 anni.

La loro istituzione è stata decisa nel 1979 e ha avuto subito la caratteristica di individuare queste figure per lo svolgimento di funzioni di monitoraggio di specifiche situazioni in soggetti esperti non dipendenti dell’Onu, ma indipendenti, che operano a titolo personale, senza ricevere alcuna retribuzione.

La nomina è del Consiglio per i diritti umani al quale i Relatori speciali sottopongono studi e documenti frutto delle proprie attività svolte in modo indipendente.

 Sono poi tenuti a presentare una relazione annuale al Consiglio per i diritti umani e a illustrare i propri risultati all’Assemblea generale ONU. Attualmente sono in attività 60 Relatori speciali:

46 hanno mandati tematici e 14 si occupano delle situazioni in specifici Paesi come la Corea del Nord, la Bielorussia, l’Iran, la Russia e l’Afghanistan.

 

Naturalmente, è apparso subito necessario istituire un Relatore speciale per la Palestina e, infatti, il Consiglio ha deciso l’istituzione di questo ruolo nel 1993 con un mandato chiaro: seguire e preparare rapporti sulle violazioni dei diritti umani nei territori occupati e lavorare con governi, società civile e altri soggetti per rafforzare la cooperazione internazionale.

 Per attuare in modo concreto questo compito è prevista la possibilità per l’incaricato di svolgere visite nei territori, attività che è stata del tutto preclusa alla Relatrice speciale Francesca Albanese dal Governo israeliano.

 In primo piano, in quest’attività di monitoraggio, le indagini sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in tempo di guerra del 12 agosto 1949, la raccolta di testimonianze e documenti al fine di indicare raccomandazioni al Consiglio per i diritti umani.

 

La Relatrice Francesca Albanese (l’ottava relatrice), nominata a marzo 2022 dal Consiglio per i diritti umani, ha preso servizio dal 1° maggio 2022.

 

Se le campagne contro la Relatrice sono state da tempo svolte ad ampio raggio, con vere e proprie iniziative d’odio e contenuti diffamatori, un salto di livello in negativo si è avuto con le misure contenute nell’Executive Order “Imposing Sanctions on the International Criminal Court”.

Tali misure erano state preannunciate, il 9 luglio, dal Segretario di Stato statunitense “Marco Rubio” il quale, senza tema del ridicolo, ha dichiarato che le sanzioni erano necessarie per tutelare la sovranità di Israele e Stati Uniti perché la collaborazione con la Corte penale internazionale nelle indagini nei confronti di cittadini degli Stati Uniti e di Israele “senza il consenso di questi due Paesi”, che non sono parti allo Statuto di Roma, sarebbe una sostanziale minaccia all’integrità dei due Stati.

 E, in questa direzione, Rubio ha scritto che “The United States has repeatedly condemned and objected to the biased and malicious activities of Albanese that have long made her unfit for service as a Special Rapporteur”, accusandola di spargere antisemitismo e finanche di supportare il terrorismo.

Poi Rubio ha colpito l’ultimo rapporto presentato da Francesca Albanese accusata di aver “puntato il dito” verso alcune società americane e di aver raccomandato alla Corte penale internazionale indagini nei confronti degli amministratori di queste aziende, definendo queste accuse come atti che fanno parte di una campagna di guerra politica ed economica che minaccia gli interessi nazionali e la sovranità degli Stati Uniti.

 

Le sanzioni contro Albanese seguono quelle indirizzate ai giudici della Corte penale internazionale Reine Adelaide Sophie Alapini Gansou, Solomy Balungi Bossa, Luz del Carmen Ibáñez Carranza e Beti Hohler, in aggiunta a quelle che avevano già colpito il Procuratore Karim A.A. Khan, con l’applicazione del divieto di ingresso sul territorio Usa – che vuol dire anche impedire ai destinatari di recarsi nella sede principale dell’Onu a New York nonché il congelamento di conti e beni che si trovano sul territorio statunitense.

 

Al di là dell’evidente messaggio di odio politico che tra l’altro rischia di additare la Relatrice speciale come bersaglio dei milioni di sostenitori di Trump e Netanyahu, l’Executive Order è adottato in aperta violazione degli obblighi derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare con riguardo al rispetto dell’immunità.

 

Il quadro normativo non dà adito ad alcun dubbio.

Accanto ad alcune norme della Carta che garantiscono all’ONU l’esercizio delle proprie funzioni per il conseguimento dei fini fissati nello Statuto (articolo 104) e che assicurano all’Organizzazione, nel territorio degli Stati membri, i privilegi e le immunità “necessari per il conseguimento dei suoi fini” (con la previsione dell’immunità ai funzionari ONU, articolo 105), la Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite del 13 febbraio 1946, pur non contenendo, come è ovvio, una specifica disciplina per i Relatori speciali, all’articolo VI, sezione 22 dedicata agli esperti in missione per l’organizzazione, dispone che “gli esperti (diversi dai funzionari elencati nell’articolo V) in missione per l’Organizzazione godono dei privilegi e delle immunità necessari per esercitare in piena indipendenza le loro funzioni durante tutta la durata della missione, incluso il tempo del viaggio.

Essi godono in particolare dei privilegi e delle immunità seguenti:

a) immunità da arresto o da detenzione e sequestro dei loro bagagli personali;

b) immunità da qualsiasi giurisdizione per quanto concerne gli atti da essi compiuti durante le loro missioni (parole e scritti compresi)”;

c) inviolabilità di qualsiasi pratica e documento;

d) diritto di fare uso di codici e di ricevere documenti o corrispondenza per corriere o valigie sigillate per le loro comunicazioni con l’Organizzazione;

 e) stesse agevolazioni concesse ai rappresentanti dei Governi stranieri in missione ufficiale temporanea, in materia monetaria o di cambio;

 f) stesse immunità e agevolazioni concesse agli agenti diplomatici per i loro bagagli personali”.

La norma è chiara e vincolante per gli Stati Uniti, che hanno aderito alla Convenzione il 29 aprile 1970, ed è funzionale a proteggere i Relatori speciali da attacchi di Governi e altri che, proprio con la previsione di sanzioni o azioni giurisdizionali, possono mettere a rischio le funzioni loro attribuite.

 

Come detto, l’immunità copre gli atti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni: è proprio il caso di Francesca Albanese che ha svolto il compito attribuito dalle Nazioni Unite.

 

Inoltre, la norma stabilisce che l’immunità “continua a essere loro concessa anche dopo la conclusione delle loro missioni per l’Organizzazione” e solo il Segretario generale può revocare “l’immunità concessa a un esperto in tutti i casi in cui ritenga che essa ostacoli l’azione della giustizia e qualora possa essere revocata senza pregiudicare gli interessi dell’Organizzazione”.

 

A ulteriore conferma di quanto affermato nella Convenzione, è intervenuta, in passato, la Corte internazionale di giustizia nel parere del 29 aprile 1999 nel caso “Divergenza in tema di immunità processuale di un Relatore speciale della Commissione dei diritti umani”.

 La richiesta di parere era arrivata dal Consiglio economico e sociale e riguardava proprio l’applicazione dell’articolo VI, sezione 22 al Relatore speciale Param Cumaras wamy, nominato dall’allora Commissione sui diritti umani per monitorare la situazione dell’indipendenza di giudici e avvocati.

Il Relatore speciale era stato oggetto di azioni giudiziarie vessatorie e abusive in Malesia per alcune interviste rilasciate a giornali di quel Paese proprio sulla mancata indipendenza del sistema giudiziario ed era stato destinatario di richieste di risarcimento pari a 112 milioni di dollari.

Dal canto suo, il Segretario generale aveva chiarito che il Relatore speciale parlava nelle sue funzioni ufficiali ed era così tutelato dall’immunità.

Nel parere, la Corte ha riconosciuto l’immunità del Relatore speciale in base all’articolo VI della Convenzione, precisando che spettava unicamente al Segretario generale privarlo dell’immunità diplomatica. Ancora prima, nel parere del 15 dicembre 1989, nel caso dell’ “Applicabilità della sezione 22 dell’articolo VI della Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite” (nota anche come “Mazilu case”, dal nome del cittadino rumeno membro della Sottocommissione per la lotta contro le discriminazioni e la tutela delle minoranze al quale il Governo di Bucarest impediva di lasciare il Paese e di ricevere documenti delle Nazioni Unite), la Corte ha precisato che l’indicata sezione 22 comprende anche l’invio di esperti così come coloro ai quali è stato affidato l’incarico di preparare rapporti, svolgere inchieste e attività di analogo tenore per consentire lo svolgimento delle funzioni affidate a esperti che non hanno lo status di funzionari dell’Organizzazione.

Sul punto, in un’ottica di ampliamento dell’attribuzione di tali immunità a esperti nominati dall’Organizzazione, la Corte ha precisato che “The essence of the matter lies not in their administrative position but in the nature of their mission (par. 47).

 

 3. La comunità internazionale tra sostegno, dichiarazioni di facciata e “rumorosi” silenzi.

 

Dal quadro descritto è evidente che l’Executive Order è stato adottato in violazione degli obblighi internazionali assunti dagli Stati Uniti che, come detto, hanno ratificato la Convenzione del 1946. Né gli Stati Uniti possono sostenere di poter agire svincolati da regole internazionali sul proprio territorio perché sono ancora parte del sistema ONU.

 

Le sanzioni imposte nei confronti della Relatrice speciale, che ha agito nel pieno rispetto del mandato assegnatole dal Consiglio per i diritti umani e del codice di condotta adottato il 6 dicembre 2007 con risoluzione 5/2 del Consiglio per i diritti umani, hanno un mero fine politico, con gli Stati Uniti che usano tali misure al solo fine di impedire lo svolgimento di attività che oggi sono più che mai essenziali in ragione dei crimini in corso da lungo tempo, ben sapendo, per di più, che ogni azione giudiziaria volta ad impugnare l’Executive Order risulterà inutile.

 

Ma c’è di più perché è innegabile che le sanzioni unilaterali di così ampia portata non colpiscono il singolo relatore ma hanno un sicuro “chilling effect” sull’intero operato di altri esperti che, oggi più che in passato, svolgono un ruolo fondamentale nel monitorare le violazioni e nel mostrare la situazione all’intera comunità internazionale, in modo che nessuno, tra Stati, imprese e privati, possa dire di non sapere.

 

Le Nazioni Unite hanno reagito:

il Presidente del Consiglio per i diritti umani, Jürg Lauber, ha protestato immediatamente, presentando, il 10 luglio, una dichiarazione con la quale ha ricordato gli obblighi di tutti gli Stati membri dell’ONU di cooperare con i relatori speciali e di astenersi da ogni atto di intimidazione o rappresaglia.

Così, il supporto è arrivato dal Segretario generale António Guterres il quale ha dichiarato che “The use of unilateral sanctions against Special Rapporteurs, or any other UN expert or official is unacceptable” e dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, che è intervenuto chiedendo l’immediata cessazione delle misure che costituiscono un attacco alle Nazioni Unite.

 

Anche altre organizzazioni hanno espresso supporto alla Relatrice speciale Francesca Albanese, ben consapevoli dell’importanza di sostenere il lavoro di chi è impegnato a far luce sulle gravissime violazioni dei diritti umani in Palestina a nome dell’intera comunità internazionale, a rischio anche della propria incolumità.

Così, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, l’11 luglio, ha espresso una forte condanna nei confronti dell’amministrazione americana e forti preoccupazioni per misure che minano l’indipendenza e l’integrità del sistema ONU.

In particolare, oltre a sostenere il lavoro della Relatrice speciale, è stato sottolineato che i tentativi di intimidire o punire i funzionari dell’ONU che svolgono il proprio dovere tra numerose difficoltà è un attacco ai principi del multilateralismo e all’ordine giuridico internazionale al quale gli Stati sono vincolati.

 

Colpisce il sostanziale silenzio dell’Unione europea perché non bastano le dichiarazioni di facciata e questo in particolare quando vengono colpiti cittadini europei.

 È nota solo una dichiarazione del portavoce del Consiglio Anouar El Anouni, il quale ha affermato: “We deeply regret the decision to impose sanctions on Francesca Albanese", e che l’Unione europea "strongly supports the United Nations human rights system”.

 Totale silenzio dall’Alta rappresentante per gli affari esteri e per la politica di sicurezza “Kalia Kallas”, dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal “Parlamento europeo”.

 

E arriviamo al grande assente, il Paese del quale Francesca Albanese ha la cittadinanza.

Il ministro degli esteri Tajani, con una dichiarazione singolare resa nel corso di un’intervista, ha affermato che non è necessario occuparsi di ciò che riguarda cittadini italiani, colpiti in modo unilaterale da uno Stato straniero, nell’esercizio delle funzioni in qualità di soggetti che hanno un incarico dell’ONU e non in quanto cittadini italiani.

 Inutile, quindi, sperare, anche in futuro, in un’azione in protezione diplomatica.

Eppure, qualora fosse necessario, bisogna ricordare che il relatore speciale non perde naturalmente la sua nazionalità e, quindi, a fronte di misure illegittime nei confronti di un proprio cittadino lo Stato dovrebbe intervenire a suo supporto non fosse altro per impedire che analoghe situazioni si riproducano in futuro.

Basterebbe prendere l’esempio da altri Stati e da quanto affermato dalla Corte internazionale di giustizia:

 proprio all’inizio dell’attività dell’Onu nel caso Bernadotte, inviato dell’Onu come mediatore tra arabi e israeliani e ucciso a Gerusalemme il 17 settembre 1948, la Corte internazionale di giustizia, nel parere dell’11 aprile 1949 relativo “alla riparazione per danni subiti al servizio delle Nazioni Unite”, ha chiarito che le azioni di risarcimento avviate dall’ONU concorrevano con quelle dello Stato di cittadinanza, in quel caso la Svezia che, infatti, era intervenuta a supporto dei familiari del proprio cittadino.

C’è poco da aggiungere se non che se gli esperti, funzionari o giudici hanno la nazionalità italiana e sono colpiti da sanzioni illegittime, Trump può dormire sonni tranquilli.

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