Diritto internazionale per tutti o per nessuno.
Diritto
internazionale per tutti o per nessuno.
La
favola del “diritto internazionale”:
vale
per tutti, tranne
per
chi comanda.
Kulturjam.it
- Sira Becker - (7 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
La
favola del diritto internazionale vale per tutti, tranne per chi comanda.
(“Kulturjam.it”
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La
cronaca continuamente ci ricorda l’ipocrisia del diritto internazionale:
rigoroso con i deboli, inesistente per i forti.
Dal
confronto con Russia-Ucraina e Cina-Taiwan emerge un sistema fondato su doppi
standard e forza, non giustizia.
La
favola del “diritto internazionale”.
C’è un
momento, puntualmente ignorato, in cui il dibattito sul diritto internazionale
smette di essere giuridico e diventa teologico.
Accade ogni volta che gli Stati Uniti violano
apertamente qualunque principio di sovranità altrui e qualcuno, con aria improvvisamente
disincantata, scopre che il diritto internazionale “in fondo non è mai
esistito”.
Osservazione
non priva di fondamento, certo, ma spesso usata come una comoda assoluzione
preventiva.
Se non
esiste, allora nessuno lo viola davvero.
Peccato
che le cose siano un po’ più complicate.
Dal
punto di vista teorico, l’obiezione è antica:
tra Stati sovrani non può esistere un diritto
pienamente vincolante, perché manca un’autorità terza capace di imporre norme e
sanzioni efficaci.
L’ONU nasce proprio per colmare questo vuoto.
Il
problema è che, nella pratica, l’ONU funziona come un tribunale selettivo:
severissimo con i deboli, distratto con i forti.
Le “condanne” diventano operative solo quando
colpiscono Paesi periferici;
quando
invece il banco degli imputati dovrebbe ospitare Washington, il procedimento si
dissolve in un comunicato stampa.
Il
diritto senza giustizia.
Fin
qui, verrebbe da dire, nulla di nuovo.
Ma
fermarsi a questa constatazione significa confondere il diritto con il suo
simulacro.
Il
diritto è la forma, non la sostanza.
Senza
un senso di giustizia – informale, non codificabile, ma essenziale – ogni
sistema giuridico è un involucro vuoto.
Possiamo
anche vantare la “Costituzione più bella del mondo”, ma se chi la interpreta è
privo di qualsiasi tensione verso la giustizia, resta poco più di un
soprammobile istituzionale.
Quando
si passa dal piano formale a quello sostanziale, la realtà diventa meno
rassicurante.
Non esistono quasi mai divisioni nette tra
giusto e sbagliato, bensì proporzioni, pesi, contesti.
È un terreno scomodo, che richiede onestà
intellettuale e una certa resistenza alla propaganda.
Non
sorprende che venga frequentato da minoranze sempre più esigue.
Un
modo utile per orientarsi è il confronto tra casi simili.
Ed è qui che l’intervento militare statunitense in
Venezuela diventa istruttivo.
Dalle
dichiarazioni pubbliche di Trump emergono con chiarezza non solo le consuete
giustificazioni di facciata – narcotraffico, sicurezza interna, presenze
straniere ostili – ma anche qualcosa di più brutale e, almeno, sincero:
il
controllo diretto della produzione petrolifera venezuelana e una gestione
americana del Paese “fino a una transizione adeguata”.
Tradotto:
“occupazione temporanea, a tempo indeterminato.
A
corollario, l’avvertimento neppure troppo velato a Colombia e dintorni: quanto
accaduto a Caracas può succedere a chiunque.
È la dottrina Monroe in versione reality show,
con Trump nel ruolo di presentatore.
Doppi
standard ben oliati.
Le
motivazioni addotte sono tre:
sicurezza
interna degli Stati Uniti, controllo delle risorse energetiche (il Venezuela
possiede circa il 20% dei giacimenti mondiali di petrolio) e riaffermazione del
ruolo coloniale di Washington in America Latina. Nulla che non conoscessimo già, ma
raramente espresso con tanta disinvoltura.
Ora,
proviamo a confrontare questo caso con altri due che infiammano il dibattito
globale.
Primo: Russia e Donbass.
Qui la violazione del diritto internazionale è
evidente.
L’invasione di uno Stato sovrano lo è sempre,
come lo sono state quelle americane in Iraq, Libia o altrove.
Tuttavia,
sul piano informale, Mosca ha addotto motivazioni non campate in aria:
la minaccia concreta dell’allargamento NATO ai
propri confini più vulnerabili e la tutela di popolazioni russofone
effettivamente discriminate.
Questo
non assolve la Russia, ma rende il quadro più complesso di quanto raccontato
nei talk show.
Secondo
caso: Cina e Taiwan.
Se Pechino intervenisse militarmente, ci
troveremmo di fronte a una violazione del diritto internazionale molto più
ambigua.
Taiwan non è uno Stato pienamente
riconosciuto;
lo è
da una manciata di Paesi minori.
Fino a
quando gli Stati Uniti non hanno iniziato a militarizzare l’isola, la Cina
aveva gestito la questione con relativa cautela.
Oggi, con basi americane che stringono il suo
spazio marittimo come una morsa, le preoccupazioni di sicurezza cinesi appaiono
tutt’altro che fantasiose.
Per di più, Taiwan è culturalmente e
linguisticamente cinese.
Un
dettaglio che, curiosamente, scompare dalle analisi indignate.
A
questo punto il confronto è impietoso.
Il
Venezuela non confina con gli Stati Uniti, non minaccia i loro confini, non
appartiene alla loro sfera culturale.
Eppure
viene trattato come un protettorato ribelle.
Se
domani qualcuno fingerà stupore di fronte all’ennesima escalation, sarà solo
l’ennesima replica di una commedia già vista.
Con
finale annunciato.
La
diplomazia americana non negozia: pretende.
E
quando non ottiene, finge.
Kulturjam.it - Zela Santi – (12 Aprile 2026)
– ci dice:
La
diplomazia americana non negozia pretende.
E
quando non ottiene, finge.
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Gli
USA tentano di ottenere nei negoziati ciò che non hanno ottenuto militarmente.
Il fallimento sull’ asse Iran-Libano conferma
un’America subordinata a Israele, incoerente e sempre meno credibile.
Cresce lo spazio per Russia e Cina.
Diplomazia
americana: negoziare ciò che non si è vinto.
Nel
tentativo messo in scena a Islamabad di trovare una quadra “diplomatica” al
conflitto nel Golfo, la linea tra negoziato e imposizione è diventata talmente
sottile da risultare invisibile.
L’ultimo tentativo di mediazione statunitense
lo dimostra con chiarezza quasi imbarazzante:
Washington cerca al tavolo ciò che non è riuscita a
strappare sul campo
Solo che, questa volta, il tavolo si è
rovesciato.
Il
fallimento del negoziato sull’asse Iran-Libano non è un incidente ma la
conseguenza logica di una strategia che confonde diplomazia e propaganda.
L’idea
americana di trattativa internazionale si fonda su un presupposto implicito:
l’avversario
deve concedere, anche quando ha dimostrato di non essere stato sconfitto.
Una concezione che funziona finché esiste una
sproporzione di forza evidente.
Ma
quando questa si riduce, la retorica resta, la realtà cambia.
La
linea impostata da Donald Trump ha oscillato con una rapidità quasi
caricaturale.
Prima
apertura a una tregua estesa, poi improvviso dietrofront sulla questione libanese,
con la delega operativa a J.D. Vance, trasformato in portavoce di una linea che
non controlla davvero.
Il
risultato è una coreografia diplomatica dove i veri protagonisti restano dietro
le quinte.
Figure come” Jared Kushner” e “Steve Tinkoff” –
interlocutori percepiti come fortemente allineati alle posizioni israeliane –
hanno orientato il processo, lasciando a “Vance” il ruolo di copertura
politica.
Il
sabotaggio interno: quando l’alleato detta la linea.
Il
nodo centrale resta uno:
l’irremovibilità
del governo di Benjamin Netanyahu sulla prosecuzione delle operazioni in
Libano.
Una
posizione che ha di fatto reso impossibile qualsiasi architettura negoziale
coerente.
Il
cessate il fuoco inizialmente ipotizzato includeva una de-escalation anche sul
fronte libanese ma la prosecuzione dei bombardamenti ha svuotato di senso
l’intero impianto diplomatico, trasformandolo in una finzione.
A quel
punto, Washington ha scelto nuovamente l’allineamento strategico con Israele,
anche a costo di compromettere la propria credibilità negoziale.
Le
conseguenze sono evidenti con la perdita di fiducia da parte dei Paesi del
Golfo, pesantemente colpiti, non solo dai missili di Teheran, ma nella
percezione di stabilità interna e dell’intero quadrante;
la
crescente diffidenza europea, chiamata a pagare i costi di crisi internazionali
che non gestisce ne ha modo di gestire.
Dulcis in fundo, il rafforzamento del ruolo di
mediatori alternativi come Russia e Cina.
Non è
un caso che sempre più capitali guardino a Mosca e Pechino come attori
prevedibili – non necessariamente benevoli, ma almeno coerenti.
La
narrativa che non regge: nucleare, fake news e realtà parallele.
Nel
tentativo di giustificare il fallimento, la Casa Bianca ha rilanciato il tema
nucleare iraniano.
Un argomento troppo debole e poco credibile.
Teheran
ha più volte ribadito la disponibilità a limitare l’arricchimento dell’uranio a
fini civili.
Le agenzie internazionali, pur mantenendo un
atteggiamento prudente, non hanno mai certificato un programma militare
imminente.
Eppure
la narrativa persiste, non per convinzione, ma per necessità politica.
Qui
emerge un elemento più inquietante: la crescente disconnessione tra
dichiarazioni e realtà.
L’amministrazione
Trump accusa sistematicamente media e avversari di diffondere fake news, mentre
produce versioni dei fatti che cambiano nel giro di ore e chi non si adegua
diventa automaticamente nemico.
Gli
Stati Uniti, dunque, non riescono più a imporre né a costruire ordine: la forza
militare resta enorme, ma la capacità di tradurla in risultati politici si è
ridotta drasticamente.
E quando la diplomazia diventa estensione della
propaganda, il risultato è inevitabile disastroso.
Nel
frattempo, l’opzione militare resta sul tavolo.
Ma
sempre meno praticabile, sempre più rischiosa.
Perché
chiamiamo “democrazia”
ciò
che non lo è mai stato?
Kulturjam.it - Redazione – (12 Aprile 2026) –
ci dice:
Perché
chiamiamo “democrazia” ciò che non lo è mai stato.
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Non
siamo mai stati democratici: abbiamo solo imparato a chiamare “libertà” un
sistema che decide senza di noi.
La
democrazia non è un rito elettorale, ma una condizione culturale che abbiamo
smesso di coltivare.
La
democrazia che non c’è mai stata.
La
democrazia è oggi una parola-talismano:
viene agitata come una reliquia laica, ma
raramente interrogata nella sua sostanza.
Tutti ne parlano, quasi nessuno la conosce.
E forse non è un caso.
Perché
se la democrazia fosse davvero ciò che proclama di essere, il nostro mondo
politico apparirebbe per quello che è:
un
sofisticato sistema di esclusione mascherato da partecipazione.
Come
recentemente ha ricordato “Pierluigi Faga”, Machiavelli, nei “Discorsi”,
osservava con lucidità spietata che gli intellettuali del suo tempo si
piegavano sempre al potere dominante, trovando il coraggio di insultare il
popolo solo quando questo non contava nulla.
Cinque
secoli dopo, la scena non è cambiata:
le
élite culturali continuano a parlare di ciò che non conoscono, maneggiando
concetti astratti come amuleti, mentre la realtà politica resta sospesa,
lontana, inafferrabile.
Parlano di “democrazia” come si parla di una
divinità invisibile:
nessuno l’ha mai vista, ma tutti giurano che
esiste.
Una
tradizione amputata.
La
nostra idea di democrazia nasce già mutilata.
I
testi politici dell’antica Grecia che ci sono stati trasmessi sono quasi
esclusivamente ostili al governo del popolo.
Platone,
l’Anonimo Oligarca, i detrattori sistematici.
Le
voci favorevoli furono cancellate, perse, distrutte.
Pro agorà, Democrito, Anassagora, Clistene,
Filate:
fantasmi
senza opere.
Persino
Pericle ci arriva filtrato da Tucidide, che democratico non era.
Aristotele,
con la sua “Politica”, rientra in Europa solo tra Duecento e Trecento,
recuperato nelle biblioteche islamiche di al-Andaluz.
Fino
alla scoperta, nel 1880, della “Costituzione degli Ateniesi”, nessuno in
Occidente aveva una reale conoscenza delle procedure democratiche ateniesi.
Eppure,
per secoli, filosofi e giuristi hanno discusso di una democrazia che non
conoscevano.
Non è
ignoranza: è costruzione ideologica.
I
romani scrivevano sotto l’impero, i medievali sotto il doppio potere di trono e
altare, i moderni dentro sistemi dominati dalla ricchezza.
Noi
occidentali non siamo mai stati democratici, né nei fatti né nel pensiero.
Eppure
continuiamo a raccontarci il contrario, come una favola identitaria.
Chi
decide davvero?
Negli
anni Venti del Novecento, il giurista “Richard Thoma” riprese una domanda già
formulata da Erodoto: “chi decide?”.
È l’unica questione che conta.
Uno
solo? Pochi? Molti?
Tutto
il resto è decorazione.
Per “Thoma”,
la democrazia esiste solo quando la comunità dei cittadini adulti governa sé
stessa.
Non quando delega in bianco a professionisti
del potere.
Il sistema rappresentativo moderno, celebrato
come apice della civiltà, è in realtà una forma oligarchica mascherata.
Una
delega vaga, non revocabile, esercitata da cittadini che spesso non hanno
strumenti culturali per comprendere ciò su cui votano.
La propaganda sostituisce l’informazione, la
competenza è un lusso, il tempo per capire non esiste.
I
liberali hanno
svuotato la parola “democrazia” per riempirla di elogi al parlamentarismo.
I socialisti, dopo aver promesso rivoluzioni e
mondi nuovi, si sono limitati ad amministrare lo stesso sistema, senza mai
chiarire come costruire politicamente ciò che sognano economicamente.
Due retoriche diverse, stesso risultato:
la
conservazione dell’ordine.
La
democrazia, in realtà, non è una forma di governo:
è una
condizione culturale.
Dipende
dal livello di conoscenza diffusa, dalla qualità del dibattito, dalla
possibilità reale di informarsi e di partecipare.
Come
in agricoltura, non è la pianta a fare la differenza, ma il terreno, l’acqua,
il clima.
Senza
queste condizioni, il voto è solo un rituale vuoto.
Viviamo
in società che ci ossessionano con l’auto-miglioramento, ma ci educano a
disinteressarci della cosa pubblica.
Gli
antichi greci chiamavano questo tipo di cittadino “idiote”:
colui
che pensa solo a sé.
Oggi
non è una devianza, è una virtù di sistema.
Le
nostre repubbliche non sono democrazie.
Sono
amministrazioni di massa dell’apatia.
E noi,
con disciplinata obbedienza, le chiamiamo libertà.
Teheran
non crede al bluff americano,
interrotti i colloqui a Islamabad.
Kulturjam.it
- Zela Santi –(12 Aprile 2026 ) – Redazione – ci dice:
Teheran
non crede al bluff americano, interrotti i colloqui a Islamabad.
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Gli
USA raccontano vittorie nel Golfo, ma i fatti mostrano limiti operativi e
industriali.
Armi
costose contro droni economici, produzione lenta, dipendenza dalla Cina.
La
superpotenza regge sulla narrazione, mentre la realtà strategica scricchiola e
i negoziati con l’Iran falliscono.
Superpotenza
di carta: la guerra che Washington racconta (ma non regge).
C’è un
dettaglio che tradisce più di mille dichiarazioni ufficiali:
quando una potenza deve raccontare di aver
vinto, anziché dimostrarlo. È esattamente ciò che sta accadendo all’amministrazione di
Donald Trump, impegnata a costruire una narrazione di dominio nel Golfo mentre
la realtà suggerisce tutt’altro.
Il
fallimento delle trattative a Islamabad, con la delegazione statunitense che ha
abbandonato in fretta e furia la capitale pakistana, ha dato il via a una serie di “strabilianti
fake” sullo sminamento di Hormuz.
La
vicenda dello Stretto è emblematica.
Il
CENTCOM ha diffuso la notizia di un dispiegamento navale volto prima allo
sminamento, poi alla difesa della “libera navigazione”.
Una
versione prontamente smentita non solo dai Pasdaran – le Guardie Rivoluzionarie
iraniane – ma
anche da fonti indipendenti basate su tracciamenti “OSINT” e aggiornamenti
delle agenzie internazionali.
La
necessità stessa di diffondere una notizia di quel tipo evidenzia il problema:
se
davvero si fosse trattato di una dimostrazione di forza, non ci sarebbe stato
bisogno di raccontarla: sarebbe stata evidente.
La
guerra raccontata e quella reale.
Washington
insiste nel sostenere di aver inflitto colpi decisivi alle capacità militari
iraniane.
Distruzione della marina, neutralizzazione dei
vettori missilistici, superiorità tecnologica ristabilita.
Una
sceneggiatura perfetta, se non fosse che gli episodi sul campo raccontano
altro.
Un
cacciatorpediniere statunitense, ufficialmente impegnato in operazioni di
sminamento – attività per cui, incidentalmente, la flotta USA nel Golfo non
dispone più di unità adeguate da anni – è stato costretto a ritirarsi dopo un
ultimatum iraniano di trenta minuti.
Un fatto documentato, ma trattato mediaticamente come
un incidente minore, quando in realtà rappresenta un segnale politico e
militare di ben altra portata.
Il
silenzio su episodi di questo tipo non è casuale ma funzionale.
Serve a mantenere intatta la narrazione della
superpotenza che controlla lo scenario.
Anche
quando, nei fatti, lo scenario la costringe alla prudenza.
L’economia
della guerra: il vero tallone d’Achille.
Se
però si abbandona il piano della propaganda e si osservano i dati materiali, il
quadro diventa ancora più eloquente.
Un
missile Patriot richiede tra i 18 e i 24 mesi di produzione, con costi che oscillano tra
i 4 e i 5 milioni di dollari per unità.
I Tomahawk viaggiano su tempi simili, attorno ai
due anni, per circa 3,6 milioni di dollari ciascuno.
I sistemi THAAD, più sofisticati, non superano le
100 unità annue, con un costo di oltre 12 milioni a pezzo.
Dall’altra
parte, l’Iran impiega una logica completamente diversa.
I
droni Shake – nelle versioni 131 e 136 – hanno costi stimati tra i 7.000 e i 20.000
dollari e possono essere prodotti fino a 200 unità al giorno.
I missili balistici a corto raggio si attestano
attorno ai 160.000 dollari, mentre quelli più avanzati arrivano a circa un
milione.
Il
confronto è brutale nella sua semplicità:
da un lato sistemi ipertecnologici, costosi e
lenti da produrre;
dall’altro
armi più rudimentali, ma economiche, scalabili e rapidamente replicabili.
In una
guerra di attrito, questo squilibrio non è secondario ma decisivo.
Ogni
intercettazione con un Patriot contro un drone da poche migliaia di dollari
rappresenta, di fatto, una perdita economica netta.
Moltiplicata per centinaia di ingaggi, diventa un
problema strutturale. Ma il nodo vero non è nemmeno il costo unitario: è la
capacità produttiva.
Gli
Stati Uniti, come molte economie occidentali, scontano decenni di
deindustrializzazione.
Le
catene di approvvigionamento per componenti critici – dai semiconduttori ai
minerali rari – sono oggi fortemente dipendenti da attori esterni, in primis la
Cina.
Questo
significa che la capacità di sostenere un conflitto prolungato non dipende solo
dalla volontà politica o dalla superiorità tecnologica, ma dalla resilienza
industriale.
E su
questo terreno, Washington mostra fragilità evidenti.
Essere
una superpotenza implica poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico.
Non
solo vincere una battaglia narrativa.
Quando
produzione, costi e logistica iniziano a scricchiolare, anche la proiezione di
potenza ne risente.
Il
sipario sulla narrazione.
Resta quindi
la comunicazione, la costruzione di una realtà alternativa in cui tutto è sotto
controllo, tutto è previsto, tutto è già stato vinto.
Ma la distanza tra narrazione e realtà, quando
diventa troppo ampia, non rafforza la credibilità: la erode.
E
così, mentre i dati raccontano una guerra economicamente insostenibile e
strategicamente complessa, il discorso pubblico si rifugia nelle dichiarazioni
trionfali e nelle operazioni mediatiche.
Non è
la prima volta nella storia che accade.
Ma
raramente è stato così evidente.
E così
si arriva all’attualità di queste ultime ore:
“Vance”
è duro dopo i colloqui interrotti in Pakistan.
“Non è
stato raggiunto nessun accordo – ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti
in conferenza stampa – Non hanno accettato le nostre condizioni”.
In particolare ha citato lo sviluppo del
nucleare.
“Devono
capire che questa era la nostra offerta finale”.
E poi
è ripartito per gli Usa.
Per la
tv di Stato di Teheran si trattava di “proposte irricevibili”.
La
sensazione è quella di una partita a poker in cui Teheran chiede continuamente
a Washington, rilanciando, di vedere le carte, certa del bluff.
Il
diritto internazionale oggi:
cos’è, perché non arresta nessuno.
E come
ripensare l’Onu.
Lacnews24.it
– Marco Pugliese –6 gennaio 2026) – ci dice:
Il
diritto internazionale dipende dalla cooperazione degli Stati: senza forza
coercitiva reale, condanne e mandati restano simbolici.
Ripensare
l’Onu attorno a un Consiglio G20 potrebbe renderlo operativo e concreto.
Il
diritto internazionale non è una super-legge globale.
È un patto tra Stati sovrani che accettano
regole comuni finché conviene loro.
Non
esistono governo mondiale, polizia globale o tribunale con forza coercitiva
automatica.
Questo dato, spesso rimosso dal dibattito,
spiega perché molte decisioni “storiche” restano simboliche.
Il
fulcro del problema è l’”United Nations”, in particolare il “Consiglio di
Sicurezza”:
cinque
membri permanenti con veto, un’architettura del 1945 pensata per evitare una
terza guerra mondiale e oggi divenuta macchina di paralisi.
Se una
grande potenza è coinvolta, tutto si blocca.
Il diritto resta sulla carta, la politica di
potenza decide sul terreno.
In
questo contesto proliferano i mandati di arresto “fantasma”.
La
“International Criminale Court “può emettere mandati, ma non ha esercito né
polizia.
Dipende
dalla cooperazione degli Stati.
Se il Paese interessato non collabora, o se
gli alleati chiudono le porte, l’atto resta una dichiarazione morale.
Utile
per fissare responsabilità storiche, inefficace per fermare i forti.
Ne deriva una giustizia selettiva:
incisiva
con gli Stati deboli, impotente con quelli strategici.
Da qui
l’illusione collettiva:
si annuncia “l’arresto” di leader che non
viaggeranno mai in Stati ostili. Si confonde legittimità con capacità di
enforcement.
Il
sistema non è rotto perché non punisce sempre;
è limitato perché non è stato progettato per
governare il mondo.
Serve
allora un salto politico, non solo giuridico.
Una
proposta realistica è ripensare l’ONU attorno a un Consiglio di governance
basato sul G-20.
Il G20
rappresenta oggi l’80% del PIL mondiale e le principali leve finanziarie,
industriali e militari.
Un
Consiglio G-20 ONU potrebbe:
–
sostituire o affiancare l’attuale Consiglio di Sicurezza.
–
ridurre o sospendere il veto su crimini di massa.
–
collegare decisioni politiche a strumenti economici reali (sanzioni, accesso a mercati e
finanza).
– riflettere il mondo reale, non quello
del 1945.
Non
sarebbe perfetto, ma sarebbe operativo.
Finché
il diritto internazionale resterà separato dal potere che può farlo valere,
continueremo a vedere condanne senza conseguenze.
Il
futuro chiede meno retorica e istituzioni che contino, oltre a politici e
commentatori che vadano nei talk a spiegare come funzioni il tutto, non raccontando che si possa
arrestare un capo di Stato (accusato da una Corte che non riconosce) che
sorvola il nostro spazio aereo.
La
prepotenza sfonda quando l’ignoranza invade le camere di potere al livello
medio, i fili sono sempre turati da chi è preparato e lavora per obiettivi
occulti che all’improvviso affiorano nei più svariati modi, chi si meraviglia
dei blitz non ha speso, ad esempio, una sillaba per la guerra economica in atto
dal 2007, ben nota in certi ambienti, ignoranza o collusione?
(Marco
Pugliese - Analista economico, giornalista, docente).
Nessuno
per tutti, tutti per nessuno:
la
clausola vuota di difesa collettiva dell’Ue.
Davidcarretta.substack.com
- David Carretta, Christian Spellman, e Oliver Grimm – (mar. 04, 2026) -ci
dicono:
Il
Mattinale Europeo.
Buongiorno!
Siamo David Carretta, Christian Spellman e Oliver Grimm, gli autori del
Mattinale Europeo.
L’analisi
del giorno è dedicata al mitologico articolo 42(7) del trattato dell’Ue.
Cipro
è direttamente minacciato dall’Iran, dopo che un drone ha colpito una base
militare britannica sull’isola.
Oliver spiega che la clausola di difesa
collettiva dell’Ue - quella che dovrebbe essere l’equivalente dell’articolo 5
della Nato - in realtà è vuota. Non c’è nemmeno un documento che definisca come
renderla operativa.
Nelle
brevi del giorno ci occupiamo della guerra di Trump contro l’Iran.
Il presidente americano ha minacciato la
Spagna di ritorsioni commerciali dopo il rifiuto di Sanchez di autorizzare l’uso delle basi per
il conflitto.
Merz ha confermato il sostegno al cambio
di regime in Iran. Sull’Ucraina Viktor Orban ha ribadito il veto sul prestito da
90 miliardi di euro e Ursula von der Leyen ha fatto pressioni su Volodymyr
Zelensky sull’oleodotto Diruba.
Oggi la Commissione presenterà l’”Industrial
Accelerator Act” che dovrebbe introdurre una (piccola) “preferenza europea”.
Nessuno
per tutti, tutti per nessuno: la clausola vuota di difesa collettiva dell’Ue,
di
Oliver Grimm.
Che
differenza fa una guerra. O forse no?
Solo due settimane fa, alla “Conferenza sulla
sicurezza di Monaco”, Ursula von der Leyen invitava gli Stati membri a dare
finalmente vita alla “clausola di mutua assistenza” prevista dall’articolo
42(7) del Trattato
sull’Unione europea.
“La difesa reciproca non è facoltativa per
l’Ue. È un obbligo sancito dal nostro stesso Trattato”, osservava von der
Leyen.
Quindici
giorni dopo, droni kamikaze iraniani hanno colpito una base navale francese ad
Abu Dhabi e una base aerea britannica a Cipro a poche ore di distanza l’una
dall’altra.
Ma né
Parigi né Nicosia hanno invocato l’appello a “restare gli uni al fianco degli
altri in caso di aggressione”, lanciato solennemente da von der Leyen dal podio
di Monaco.
“In
parole semplici: uno per tutti e tutti per uno.
Questo è il senso dell’Europa”, aveva detto
von der Leyen alla Conferenza sulla sicurezza. In realtà, il motto
dell’articolo 42(7) sembra “nessuno per tutti, e tutti per nessuno”.
La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro
l’Iran mette a nudo le aspettative eccessive riposte in una clausola, che è
un’eredità dei primi anni Cinquanta e dell’ormai defunta “Unione dell’Europa
occidentale”.
Il
testo prevede che “qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel
suo territorio, gli altri Stati membri gli debbano aiuto e assistenza con tutti
i mezzi in loro potere”.
Ma, consapevoli dell’imbarazzo che ciò
creerebbe per paesi neutrali come Austria, Irlanda, Malta e Cipro, i redattori
aggiunsero subito una clausola di salvaguardia:
“Questo
non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa
di taluni Stati membri”.
Furono
Germania e Francia a sostenere con forza questa disposizione durante la
Convenzione europea del 2002–2003, chiamata a redigere un progetto di
Costituzione per l’Europa, come ricorda uno studio approfondito pubblicato nel
2022 dal “Clangendole Institute”, think tank del ministero degli Esteri
olandese.
La Costituzione naufragò dopo i “no” nei referendum in
Francia e nei Paesi Bassi nel 2005. Ma la clausola sopravvisse, trasfusa nel
Trattato di Lisbona.
Due
equivoci dominano il dibattito pubblico.
Il primo: la clausola crea un obbligo
reciproco di assistenza, ma non un sistema di difesa collettiva sul modello
dell’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico.
L’articolo
42 presenta due debolezze.
“Anzitutto,
il suo effetto deterrente è significativamente più debole di quello
dell’articolo 5 della Nato”, osserva “Gesini Weber” del “Center for Security
Studies” dell’ETH di Zurigo.
“Gli Stati Uniti e il Regno Unito sono
firmatari di quell’articolo:
prima
di attaccare, ci si pensa due volte”, dice Weber.
Inoltre, prosegue Weber, “non esiste alcuna esperienza di
difesa nazionale e alleata nel quadro dell’Ue. Bisognerebbe decidere chi
dispiega quali truppe, e dove. Ma prima ancora, servirebbe la volontà
politica”.
Questa
volontà latita da anni.
Già
nell’aprile 2016 “Federica Mogherini”, allora “Alto rappresentante per la
politica estera e di sicurezza”, invitò gli Stati membri a concordare un
“protocollo operativo comune” per chiarire come applicare l’obbligo di mutua assistenza
in caso di “minaccia ibrida grave e diffusa”.
Dieci anni dopo, il manuale d’istruzioni
dell’articolo 42 ancora non esiste.
Nel
suo discorso alla Conferenza degli ambasciatori dell’Ue il 28 gennaio, “Kaja Kallas” ha detto che è arrivato
il momento di “rendere operativo il nostro articolo 42(7) del trattato dell’Ue”.
Gli
autori dello studio del Clangendole notano che nel 2021 il Servizio europeo di
azione esterna - sotto la guida del successore di Mogherini, “Josep Borrell” – almeno aveva simulato scenari su come
la clausola potrebbe contribuire a rispondere a cyberattacchi su larga scala,
campagne di disinformazione, massicci flussi di rifugiati e gruppi armati non
identificati.
I
risultati sono rimasti strettamente riservati.
Il
Segretariato del Consiglio non ha confermato se esercitazioni simili si siano
svolte dopo il 2021.
In un
rapporto di avanzamento sulla “Bussola strategica”, il principale documento di
politica di sicurezza dell’Ue, il Consiglio si limita ad affermare che “continuerà a rafforzare la
preparazione alla mutua assistenza in caso di aggressione armata sul territorio
di uno Stato membro… anche organizzando e conducendo esercitazioni regolari”.
Il
secondo equivoco è ancora più radicale:
a rigore, l’articolo 42(7) non è una politica
dell’Ue.
“Non è previsto alcun ruolo per le istituzioni
europee, né è richiesto il loro consenso per attivarlo”, sottolinea lo studio
del Clangendole. Weber riassume così: “L’articolo 42(7) è, in fondo,
superfluo. È un quadro simbolico che deve essere declinato bilateralmente”.
E
anche se la volontà politica esistesse, l’applicazione della clausola è
strettamente delimitata.
Gli
attacchi con droni iraniani lo dimostrano.
Abu
Dhabi non è il “territorio di uno Stato membro”.
La
base di Akrotiri, a Cipro, è territorio britannico.
“Occorre
poi chiarire come includere paesi terzi colpiti dalla stessa situazione di
sicurezza dell’Ue”, osserva Weber.
“Per
esempio, non riesco a immaginare che i britannici resterebbero fuori se
scoppiasse una crisi nei Baltici.
Ma
istituzionalmente sarebbe difficile per il Regno Unito farlo nell’ambito
dell’articolo 42(7)”.
In
definitiva, la clausola di mutua assistenza è al più una misura di ripiego per
quei casi in cui la Nato non intervenga collettivamente ai sensi dell’articolo
5.
L’unico
precedente lo conferma:
nel
2015, dopo gli attentati jihadisti a Parigi, la Francia chiese assistenza agli
altri Stati membri, ottenendola sotto forma di cooperazione rafforzata in
materia d’intelligence e di condivisione degli oneri nelle missioni
antiterrorismo nel Sahel.
Ma
anche allora si trattò più di un segnale politico che di una necessità
militare.
I
francesi lo dissero apertamente: l’attivazione dell’articolo 42(7) è stata “anzitutto
un atto politico”, aveva detto l’allora ministro della Difesa Jean-Yves Le
Drian.
“È
proprio per questo che l’articolo è praticabile nell’Ue: esclude gli Stati
neutrali o ostruzionisti”, osserva Weber.
“È una buona notizia per chi è sotto attacco,
perché non ci sono problemi di veto.
E consente ai paesi neutrali di preservare la
propria cultura strategica. Fatico a immaginare che l’Austria, per esempio, non
rilascerebbe almeno una dichiarazione di solidarietà”.
Il
fatto è che le dichiarazioni di solidarietà non proteggeranno cittadini e
soldati europei se l’Iran decidesse di colpirli - come ha minacciato martedì il
ministero degli Esteri di Teheran.
La
frase:
“Taglieremo
tutto il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere niente a che fare con la
Spagna”.
Donald
Trump, incontrando Friedrich Merz, dopo che Pedro Sanchez ha vietato l’uso
delle basi spagnole per la guerra contro l’Iran.
Il
Mattinale Europeo.
Geopolitica.
Macron
indica la strada all’Ue nella guerra di Trump in Iran – Il presidente francese,
Emmanuel Macron, ieri ha attribuito all’Iran la “responsabilità principale”
della guerra in Medio Oriente, ma ha anche riconosciuto che l’attacco condotto
da Donald Trump e Benjamin Netanyahu è stato realizzato “al di fuori del
diritto internazionale”.
Mentre
l’Ue è divisa su questo conflitto, Macron ha adottato una posizione
equilibrata, senza rinunciare a un ruolo per gli europei.
“La
Repubblica islamica dell’Iran porta la responsabilità principale di questa
situazione.
È lei che ha sviluppato un programma nucleare
pericoloso e capacità balistiche senza precedenti, che ha armato e finanziato
gruppi terroristici nei paesi vicini”, ha dichiarato Macron.
“Gli Stati Uniti d’America e Israele hanno
deciso di lanciare operazioni militari, sono state condotte al di fuori del
diritto internazionale, cosa che non possiamo approvare.
Resta
il fatto che la Storia non piange mai i carnefici del proprio popolo.
E
nessuno di loro sarà rimpianto”, ha aggiunto il presidente francese, prima di
annunciare una serie di iniziative concrete per assumersi le proprie
responsabilità nella guerra.
La
Francia schiera le sue forze nel Mediterraneo e lancia una coalizione per
Hormuz – Emmanuel Macron ha annunciato di aver ordinato alla portaerei Charles
de Gaulle di raggiungere il Mediterraneo per posizionare i suoi mezzi aerei e
il gruppo navale a sostegno dei paesi colpiti dalla guerra contro l’Iran,
scatenata da Stati Uniti e Israele.
“Dobbiamo
onorare i nostri impegni con il Qatar, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti,
l’Iraq, la Giordania, il Libano e Cipro”, ha spiegato il presidente in un
discorso televisivo, giustificando questo dispiegamento di forze al quarto
giorno del conflitto.
“La
Francia rimane una potenza che cerca di preservare la pace, una forza solida e
stabile”, ha dichiarato Macron, il giorno dopo i suoi annunci sulla deterrenza
nucleare.
Il presidente francese, alla fine del suo
mandato, intende con queste decisioni affermare una leadership militare
all’interno dell’Unione europea.
Le forze francesi hanno schierato Rafale e sistemi
antiaerei utilizzati per abbattere droni fin dal primo giorno del conflitto
“per difendere lo spazio aereo dei nostri alleati”, ha precisato il presidente.
La
Francia sostiene anche Cipro, membro dell’Ue e “partner strategico”, inviando
la fregata “Languedoc” e sistemi di difesa antiaerea.
“La
situazione del commercio internazionale, i prezzi del gas e del petrolio sono
profondamente turbati da questa guerra.
Lo
stretto di Hormuz è oggi chiuso.
Questo
stretto vede passare il 20% del petrolio e del GNL prodotti nel mondo.
Anche
il canale di Suez e il Mar Rosso sono sotto tensione e minacciati (...)”, ha
spiegato ieri Macron.
Il
presidente francese ha annunciato una coalizione dei volenterosi.
“Prendiamo l’iniziativa di costruire una
coalizione per riunire i mezzi, anche militari, necessari per riprendere e
garantire la sicurezza del traffico in queste vie marittime essenziali per
l’economia mondiale”, ha detto Macron.
Trump
attacca la Spagna, Merz sostiene il cambio di regime in Iran – “Siamo d’accordo
sull’eliminazione del terribile regime iraniano”, ha detto ieri il cancelliere
tedesco, Friedrich Merz, incontrando il presidente americano Donald Trump alla
Casa Bianca, esprimendo il suo sostegno alla guerra lanciata da Stati Uniti e
Israele contro la Repubblica islamica.
Merz
ha spiegato che intendeva parlare con Trump del “giorno dopo”.
In
realtà, gli obiettivi di Trump non sono chiari.
L’incontro
con Merz è stato per Trump l’occasione di attaccare la Spagna, che rifiuta di
concedere l’uso delle basi sul suo territorio per la guerra.
Il
premier Pedro Sanchez ha anche definito illegale l’attacco contro l’Iran.
“Alcuni
paesi europei, come la Spagna, sono stati terribili.
In
effetti, ho detto a Scott (Besson, il segretario al Tesoro) di tagliare tutti
gli accordi con la Spagna”, ha detto Trump.
“La
Spagna ha detto che non possiamo usare le sue basi. Potremmo usare le loro basi
se volessimo. Possiamo volare lì e usarle. Nessuno ci dirà di non usarle. Non
dobbiamo farlo. Ma erano contrari, quindi ho detto loro che non volevamo farlo.
La Spagna non ha assolutamente nulla che ci interessi, tranne la sua gente, che
è fantastica”, ha detto Trump, senza alcuna reazione da parte di Merz.
Von
der Leyen fa pressioni su Zelensky per sbloccare Diruba e il prestito – Ursula
von der Leyen la scorsa settimana a Kyiv aveva assicurato di avere diverse
“opzioni” per superare il veto di Viktor Orban sul prestito da 90 miliardi di
euro all’Ucraina e che i soldi sarebbero stati sbloccati “in un modo o nell’altro”.
Una
settimana dopo la presidente della Commissione è costretta a fare pressioni non
sul premier ungherese, ma su “Volodymyr Zelensky” per cercare di uscire dallo
stallo.
Von
der Leyen ieri ha avuto una conversazione telefonica con il presidente ucraino,
durante la quale hanno discusso del prestito e di sicurezza energetica.
Secondo
diverse fonti, la Commissione sta facendo pressioni su Kyiv per consentire
un’ispezione all’oleodotto “Diruba”, danneggiato da un attacco russo in
gennaio, al fine di verificare se effettivamente non è in grado di trasportare
il greggio dalla Russia in Ungheria e Slovacchia. Orban ieri ha scritto nuovamente a
von der Leyen sostenendo di avere prove satellitari in base alle quali non c’è
ragione tecnica o operativa che impedirebbe all’oleodotto di tornare
immediatamente a operazioni normali.
“La
mancanza di volontà da parte dell’Ucraina di riaprire l’oleodotto Diruba è
dovuta unicamente a ragioni politiche”.
Orban
ha anche confermato che non è “nella posizione di sostenere alcuna decisione
nell’Ue che favorisca l’Ucraina”.
Il
veto di Ungheria e Slovacchia blocca anche il ventesimo pacchetto di sanzioni
contro la Russia.
La
Russia davanti alla Corte di giustizia dell’Ue per gli attivi sovrani.
La Banca centrale russa ha annunciato di aver
presentato ricorso contro il regolamento introdotto lo scorso dicembre per
immobilizzare a tempo indeterminato i 210 miliardi di attivi sovrani che sono
congelati negli istituti finanziari dell’Ue nell’ambito delle sanzioni per la
guerra in Ucraina.
Secondo
la Banca centrale russa, il provvedimento “viola i diritti fondamentali e
inalienabili di accesso alla giustizia, di inviolabilità della proprietà,
nonché il principio dell’immunità sovrana degli Stati e delle loro banche
centrali”.
La
Commissione ha spiegato di non essere sorpresa, dato “il numero crescente di
ricorsi legali da parte della Russia in merito alle nostre misure di sostegno
all’Ucraina”.
La
Commissione è “pienamente convinta della legalità di questo regolamento e della
sua compatibilità con il diritto dell’Ue e il diritto internazionale”, ha
spiegato un suo portavoce.
Riarmo.
Polonia
nucleare?
Il primo
ministro polacco, Donald Tusk, ieri ha lasciato intendere che la Polonia
potrebbe lanciarsi in una corsa all’armamento nucleare, in quella che potrebbe
essere una corsa all’atomica in Europa a seguito del ritiro degli Stati Uniti
dalla sicurezza del continente.
“La Polonia prende la sicurezza nucleare molto
seriamente”, ha detto Tusk:
“Ci sforzeremo di preparare la Polonia per le
azioni più autonome possibile in questa materia in futuro”.
Tusk
ha anche confermato che il suo paese sta discutendo con la Francia dell’offerta
di Emmanuel Macron di dispiegare capacità nucleari in altri paesi europei.
L’Ue e
Trump.
I
giudici della CPI sanzionati da Trump in audizione davanti al Consiglio
Giustizia.
Due
giudici europei della Corte penale internazionale che stanno subendo le
conseguenze delle sanzioni di Trump saranno ascoltati dai ministri dei
ventisette Stati membri durante la riunione di venerdì del Consiglio Giustizia.
L’iniziativa
è stata chiesta da Francia e Slovenia, i paesi di nazionalità dei giudici
Nicolas Guello e Betti Kohler.
I due
avranno l’occasione di raccontare la loro esperienza personale, nel momento in
cui sono impossibilitati a usare carte di credito e servizi di ogni tipo
forniti da società americane.
Ma, secondo
una fonte, la Commissione non sembra intenzionata per il momento ricorrere al
cosiddetto “statuto di blocco” che permette di neutralizzare gli effetti
extraterritoriali delle sanzioni americane nell’Ue, almeno in parte.
Non
c’è nemmeno una seria pressione da parte degli Stati membri, se non quelli
direttamente coinvolti.
Lo statuto di blocco vieta ai residenti e alle
imprese dell’Ue (“operatori”) di rispettare le disposizioni degli atti
normativi extraterritoriali, a meno che non siano eccezionalmente autorizzati a
farlo dalla Commissione.
Inoltre
consente il risarcimento dei danni derivanti dai suddetti atti normativi dalle
persone o entità che li hanno provocati e annulla l’effetto nell’Ue di sentenze
di organi giurisdizionali stranieri basate su questi atti.
L’Ue l’ha usato in passato per le sanzioni
degli Stati Uniti contro Cuba e contro l’Iran.
Una
banca del Lussemburgo chiude i conti della Corte penale internazionale.
Dopo i
suoi giudici, ora è anche la stessa Corte penale internazionale a pagare il
prezzo dell’inazione dei paesi europei di fronte alle sanzioni imposte da
Donald Trump per i mandati d’arresto rivolti contro il premier israeliano,
Benjamin Netanyahu, e l’ex ministro della difesa, Yoav Gallant, per la guerra a
Gaza.
Il
nostro collega Diego Velazquez di Luxemburg Worth ha rivelato che una banca del
Lussemburgo ha deciso di chiudere i conti della Corte penale internazionale,
che ha sede all’Aia, per non correre il rischio di incorrere nelle ire di
Trump.
Si
tratterebbe di una misura preventiva, dato che la CPI non è sanzionata
direttamente.
La
decisione della banca Spuerkeess è stata presa a fine febbraio.
La CPI
aveva distribuito circa 17 milioni di euro su due conti, prima di decidere di
spostare il denaro nei Paesi Bassi all’inizio del 2025 temendo le sanzioni di
Trump.
Preferenza
europea.
Dal
“Made in Europe” al “Made with Europe.”
Alla
fine non ci sarà l’ennesimo rinvio.
La
proposta dell’”Industrial Accelerator Act,” il provvedimento che deve
introdurre la “preferenza europea” (chiamata anche “Made in Europe” o “Buy Europea”)
per i settori strategici sarà adottata oggi dalla Commissione di Ursula von der
Leyen.
Il
vicepresidente responsabile del dossier, il francese Stéphane Sojourner, potrà
rivendicare un successo per aver imposto il principio della preferenza europea
negli appalti pubblici o nei settori che beneficiano di aiuti statali.
In realtà, nei negoziati interni, il “Made in
Europe” è diventato sempre meno europeo.
Alcuni
settori inseriti nelle prime bozze (in particolare le tecnologie legate ai
semiconduttori, all’intelligenza artificiale e al quantum) sono stati
eliminati.
Altri
(come la chimica) dovrebbero entrarci in un secondo momento. Rimarranno green tech, acciaio e
automobili.
Ma i
meccanismi per verificare le componenti europee dei singoli prodotti rischiano
di creare nuova burocrazia.
Inoltre, il concetto di Europa sarà molto
esteso:
non
solo i paesi dell’Area Economica Europea (Norvegia, Islanda e Liechtenstein),
ma anche quelli con accordi commerciali che prevedano reciprocità.
“Nel discutere questi temi, è importante
rimanere mirati e focalizzati, perché è fin troppo facile scivolare verso un
protezionismo generalizzato”, ha detto ieri il commissario all’Economia, Valdis
Dombrovskis, durante un forum della BEI.
“Personalmente preferisco non parlare di ‘made in
Europe’, ma di ‘made with Europe’, per assicurarci di lavorare in modo
inclusivo e costruttivo con i partner internazionali disposti a cooperare con
noi a condizioni eque”, ha aggiunto Dombrovskis.
Sovranità
digitale.
Sei
mesi per formare un gruppo sulla protezione dei minori online – Domani Ursula
von der Leyen presiederà la prima riunione del “Panel sulla sicurezza dei bambini
online”,
ha annunciato la portavoce della Commissione.
Ci sono voluti sei mesi, dall’annuncio nel
discorso sullo Stato dell’Unione, per mettere in piedi questo gruppo che deve
consigliare la Commissione sulle regole da introdurre per l’uso delle
piattaforme da parte dei minori.
Nel
frattempo, diversi Stati membri hanno deciso di muoversi unilateralmente,
introducendo un’età minima per l’uso dei social media.
“Il
gruppo consiglierà la presidente e la Commissione nel suo insieme sulle misure
potenziali addizionali da mettere in opera per proteggere i nostri bambini
online”, ha spiegato un altro portavoce.
“Siamo
tutti consapevoli di quanto orribile sia la situazione per i bambini online”.
Eppure la Commissione non sembra avere fretta di
agire.
Il
gruppo “fornirà delle raccomandazioni in estate e poi riprenderemo da lì”, ha
spiegato il portavoce.
Per
Tajani ‘quello che dice il diritto
è
importante ma fino a un certo punto.’
Cioè
quale?
Ilfattoquotidiano.it
- Fabio Marcelli - Giurista internazionale – (3 ottobre 2025) – ci dice:
L’avversione
al diritto internazionale manifestata da Tajani colle sue frasi sibilline
significa anche negazione di ogni ordinamento giuridico internazionale.
Per
Tajani ‘quello che dice il diritto è importante ma fino a un certo punto.’
Cioè quale?
Una
delle precipue e per loro in certo senso utili caratteristiche dell’attuale
classe dirigente italiana è senza dubbio l’essere svergognati, nel senso di
assenza evidente del pur minimo senso del pudore.
Un’altra è il semianalfabetismo, un’altra
ancora la smodata avidità personale, una quarta, quella probabilmente decisiva,
è la servile disponibilità a soddisfare le richieste dei poteri di qualsivoglia
natura.
Il nostro ministro degli Esteri, Antonio
Tajani, primeggia senz’altro in quest’ultima.
Le
recenti esternazioni di Tajani sulla funzione del diritto marcano invece un
vero e proprio exploit nel primo dei quattro settori indicati. Commentando
l’ennesimo crimine internazionale nonché atto di pirateria israeliano,
consistente nell’arrembaggio alla Surud Flovilla e nel sequestro dei suoi circa
400 membri dell’equipaggio, impegnati nella sacrosanta missione del soccorso
umanitario alla popolazione gazawi e nella violazione dell’illecito e criminale
blocco marittimo funzionale al genocidio di detta popolazione, Tajani ha
infatti testualmente detto, intervenendo nel salottino filogovernativo di Porta
a Porta:
“Il diritto è stato violato … Ma il diritto è
importante fino a un certo punto.“
Poche
parole, ma davvero rivoluzionarie ed epocali.
Se il
giurista tedesco von Hirschman (Die Wertlosigkeit der Jurisprudenz als Wissenschaft,
1848) passò
alla storia per aver enunciato la ben nota teoria secondo la quale basta una
parola del legislatore per mandare al macero intere biblioteche giuridiche,
Tajani è ben oltre.
Bastano
infatti due sue frasette pronunciate alla presenza del Gran Ciambellano
dell’italica insensatezza “Bruno Vespa”, che poche sere prima si era permesso
di svillaneggiare in diretta il bravo pilota di una precedente Flovilla, “Tony
La Piccirella,” per mandare al macero non solo decine di migliaia di testi giuridici
scritti in numerose lingue, migliaia e migliaia di trattati, migliaia di
risoluzioni di organizzazioni internazionali e in fin dei conti tutte le
Nazioni Unite, specie le sue odiate appendici giudiziarie (Corte internazionale di giustizia e
Corte penale internazionale in primis), ecc.
Interessante
sarebbe cercare di capire, approfondendo la criptica logica di Tajani, quale
sia il punto oltre il quale il diritto internazionale, pur così importante fino
a quel punto, non è più importante.
Azzardiamo un’ipotesi:
il
punto in questione coincide con il momento nel quale il signore e padrone della
politica estera italiana e quindi il dominus incontrastato dello stesso Tajani
e di tutto il Ministero degli Esteri decide quale sia la via da seguire,
infischiandosene ovviamente di ogni regola giuridica. Scendendo nel concreto della
fattispecie il momento in cui il diritto internazionale non vale più è quello nel
quale Netanyahu, il quale pur essendo un criminale terrorista e genocida è
nostro “amico”, decide di violare le regole gettandole nel nulla al pari di
oltre sessantamila (ma sicuramente molti di più) palestinesi di Gaza, di cui
circa ventimila bambini, massacrati da Israele negli ultimi due anni.
Che
Netanyahu debba essere ad ogni costo nostro “amico” lo ha deciso da molto tempo
il nostro padrone e cioè il governo degli Stati Uniti d’America.
Quindi
tanti saluti al diritto, che in fin dei conti è una costruzione astratta e
arida che nulla conta di fronte all’autentico sentimento dell’amicizia.
Tanto
radicato nei cuori italici che ad esso si appella, nella scena iniziale del
“Padrino”, don Vito Corleone, rimproverando l’imprenditore di successo che è
ricorso ai suoi servigi dopo aver constatato il fallimento della giustizia
statunitense, incapace di punire adeguatamente i due giovinastri che avevano
stuprato e malmenato la figlia.
Ma
almeno quell’amicizia di tipo mafioso aveva un suo senso, per quanto perverso,
mentre quella di Tajani nei confronti di Netanyahu è pura sottomissione, che
implica quindi necessariamente la complicità nei crimini atroci di Israele, a
partire dal genocidio in corso (firmate la denuncia alla Corte penale internazionale su
www.giuristiavvocatiperlapalestina.org).
Ma
l’avversione al diritto internazionale manifestata da Tajani colle sue frasi
sibilline significa anche negazione di ogni ordinamento giuridico
internazionale e quindi della possibilità di trovare soluzioni consensuali e
razionali ai gravi problemi che affliggono l’umanità, tra i quali prioritario
quello della guerra mondiale che si avvicina a grandi passi.
Una
vera sciagura per noi tutti e più ancora per le generazioni future (se mai ci
saranno) si conferma quindi questa classe dirigente che del resto continua a
restare il potere solo grazie alla palese incapacità e inadeguatezza di coloro
che si ripromettono di sostituirla.
Ma la poderosa forza popolare che si sta
esprimendo in questi giorni in Italia lascia tutto sommato sperare bene per il
futuro.
«Il
diritto internazionale è sempre
sotto attacco, ma resta l’unico
scudo contro la barbarie...»
Ildubbio.news.it
- (18 Giugno 2025) - Gennaro Gramolati – ci dice:
Il
prof. Giuseppe Pacione analizza lo “jus ad bellum” e spiega perché la Carta
dell’Onu resta il pilastro dei rapporti tra Stati.
«Il
diritto internazionale è sempre sotto attacco, ma resta l’unico scudo contro la
barbarie...»
Nella
guerra tra Israele e Iran il diritto internazionale è morto?
È una domanda che tanti giuristi si stanno
facendo in questi giorni.
Il dibattito sulla violazione delle norme
internazionali che regolano i rapporti tra le nazioni è stato affossato dalle
analisi di opinionisti, esperti di geopolitica e generali a riposo.
Eppure,
senza diritto neanche la geopolitica potrebbe esistere e reggersi su solide
fondamenta.
Ne è
convinto Giuseppe Pacione, professore di Diritto internazionale umanitario
dell’Università “N. Cusano”.
Professor
Pacione, in questo momento storico il diritto internazionale che fine ha fatto?
Anche
se qualcuno lo ha considerato ormai morto, il diritto internazionale è vivo e
vegeto.
Anzi,
serve ancora per disciplinare la vita e i rapporti fra gli Stati che
costituiscono la comunità internazionale, ma è anche un freno per evitare che
l’umanità possa precipitare nel flagello di un Terzo conflitto mondiale e
mettere a repentaglio le future generazioni.
Va
ricordato che la vita di relazione fra gli Stati sovrani e indipendenti si
conforma a un insieme di norme di condotta vincolanti.
Se non
si rispettano tali regole, ci può essere il rischio che tutti i tasselli che
uniscono la pace e la sicurezza globale possano saltare e trascinare la società
internazionale a un punto di non ritorno.
Ecco
perché è fondamentale che gli Stati si attengano al rispetto delle regole della
vita sociale della famiglia umana.
Israele
ha il diritto di esercitare tutta la sua forza contro il nemico iraniano, senza
rendere conto alla comunità internazionale?
Ciascuno
Stato può esercitare il diritto di ricorrere allo “jus ad bellum” contro
l’avversario che sferra un attacco, purché tale ricorso sia giustificato per
autotutela o legittima difesa.
Ciò
deve seguire il percorso stabilito dal “diritto internazionale” e dalla “Carta
onusiana”, nel senso che, pur essendo l’uso della forza vietato nelle relazioni
internazionali, ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 4, la stessa Carta
fornisce, in base dell’articolo 51, qualche eccezione fondata sul diritto
intrinseco di ricorrere allo strumento coercitivo di forza per legittima difesa
nel caso in cui si verifichi un attacco armato.
In sostanza, l’impiego della forza in
autodifesa corrisponde al principio cardine “è lecito respingere la forza con
la forza”.
Israele,
prima di avviare l’operazione “Leone nascente”, doveva tenere al corrente la
comunità internazionale, rappresentata dalle Nazioni Unite, e rispettare le
norme di diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.
Spetta al “Consiglio di Sicurezza”
intraprendere ogni azione necessaria per il mantenimento della pace e della
sicurezza internazionale.
Israele ha violato, sotto certi versi, la
Carta e il diritto internazionale che inibiscono il ricorso all’atto coercitivo
armato contro la sovranità e l’integrità territoriale iraniana con l’escalation
del conflitto che rischia di allargarsi.
Non
possiamo però dimenticare le continue minacce di distruzione di Israele,
rivolte dall’Iran anche con l’utilizzo dell’arma nucleare…
Ogni
genere di minaccia può essere considerato uno strumento illecito che viola
l’ordinamento giuridico internazionale, ma anche l’anticamera dell’uso della
forza.
Come
giustamente lei ha rilevato, spesso l’Iran ha sbandierato la minaccia
dell’utilizzo delle armi di distruzione di massa contro Israele. Che l’Iran rappresenti una minaccia
significativa per lo Stato israeliano è fuor di dubbio.
Il
fatto che la minaccia sia nucleare la rende esistenziale. Non è una minaccia
che lo Stato d’Israele può ignorare e, a mio parere, la sua gravità concede a
Israele un margine di manovra maggiore in base allo “ius ad bellum” rispetto a
una minaccia minore.
Il problema della liceità delle armi atomiche
è una vexata quaestio, perché ritenuta un’arma indiscriminata, cagiona
sofferenze non necessarie che si possono ripercuotere su altri Stati che non
sono coinvolti nel conflitto, per questo, a mio parere, sia Israele che l’Iran
devono assolutamente attenersi al rispetto del “Trattato per la proibizione delle
armi di distruzione di massa”.
L’Iran
non può continuare a minacciare il ricorso all’arma nucleare sostenendo che si
tratti sola di una minaccia.
Il
diritto internazionale offre un quadro chiaro per prevenire i conflitti e come
comportarsi nel caso in cui dovessero verificarsi.
La legge internazionale sembra essere finita
in secondo piano.
Cosa
ne pensa?
La
Carta delle Nazioni Unite parla chiaro.
Sulla
prevenzione di ogni genere di scontro bellico stabilisce che gli Stati devono
risolvere le loro controversie con mezzi pacifici, se si vuole evitare che i
pilastri della pace e della sicurezza internazionali siano posti in pericolo.
Vi è
pure un capitolo dedicato alla soluzione pacifica delle controversie che
obbliga le parti di una disputa a intraprendere la via dei negoziati, della
mediazione e della conciliazione per evitare che i pilastri citati finiscano
per essere indeboliti pericolosamente.
Iran e Israele devono seguire le norme del diritto
internazionale, se si vuole evitare il peggio.
Stiamo
assistendo anche ad un ruolo marginale delle Nazioni Unite. Sono state
definitivamente scavalcate?
Spiace
dover constatare che non si è mai voluta affrontare una seria riforma dello “Statuto
di San Francisco” da parte degli Stati, necessaria per evitare il solito
scavalcamento e direi anche la paralisi del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite.
Nel
1945 si decise che alle Nazioni Unite spettasse il compito di salvaguardare le
future generazioni dal flagello della guerra, dopo i disastri dei decenni
precedenti.
Il rischio è che, scavalcando le Nazioni
Unite, in particolar modo l’organo politico onusiano, a cui è stato affidato il
compito di gendarme internazionale a tutela della pace e della sicurezza
dell’intero pianeta, si rischia di finire nel vortice di un terzo conflitto
mondiale.
Le Nazioni Unite sono il punto di riferimento
per ciascuno Stato, parte della comunità internazionale, ogni volta che si
verifica una controversia.
Sappiamo
bene che il fine primario di questa organizzazione, a carattere universale, è
mantenere la pace e la sicurezza internazionale, come pure adottare misure
efficaci per rimuovere le minacce alla pace.
Compiti
affidati al Consiglio di Sicurezza.
«Tirare
a campare?
Meloni
non ha tante alternative...»
Ildubbio.news.it
– (11 aprile 2026) – Giacomo Paletti – ci dice:
Intervista
a Giovanni Orsina:
«La premier potrebbe sottolineare di essere
circondata da multiple crisi internazionali e non è il momento per farsi venire
idee strane, come andare al voto...»
«Tirare
a campare? Meloni non ha tante alternative...»
Direttore
Orsina, come le è sembrato il discorso in Parlamento della presidente del
Consiglio?
È
stato un discorso puramente melonaio.
Era
proprio lei. Nel senso che ha detto “Io ho la mia linea, sottoposta e
approvata dagli elettori, e vado avanti consapevole di quello che devo fare.
Può
darsi che alcune cose io le abbia fatte meno bene di quel che volevo e cercherò
di fare di più ma io sono questa e non sono disposta a modificare la mia
linea”.
Per così dire, un discorso luci e ombre.
La luce è che è lineare e prevedibile. Perfino
testarda.
E
molto convinta di dover salvaguardare l'immagine di coerenza con sé stessa.
L'ombra è che è una leader che non ha colpi
d'ala, che non è in grado di scartare.
È una
locomotiva, non un bufalo, per citare “De Gregori”.
Basterà
questo per portare la barca in porto, cioè far durare il governo fino alla fine
della legislatura?
Secondo
me non c'è alternativa al tirare a campare.
Quelli che criticano il governo dicendo che ha
fatto poco qualche ragione ce l'hanno.
Se
l'unico colpo d'ala che ha avuto, cioè la riforma della giustizia, è finito
com’è finito, è difficile immaginare che nell'ultimo anno e mezzo di
legislatura – quando tutte le tensioni si addensano – Meloni possa avere lo
slancio che non ha avuto finora.
Insomma:
non credo ci siano le condizioni, adesso, per fare il bufalo. Peraltro, nel
fare la locomotiva c'è qualche giustificazione.
E cioè
che Meloni potrebbe sottolineare di essere circondata da eserciti nemici che le
sparano addosso – fuor di metafora: le multiple crisi internazionali – e non è
il momento per farsi venire idee strane, come andare al voto.
Che
poi è quello che ha detto in Parlamento.
Pensa
che questo porterà a maggiori tensioni tra alleati di governo?
Penso
sia improbabile.
Gli
ultimi sei mesi prima del voto ciascun partito cercherà di diversificarsi.
Ma
manca ancora tempo rispetto a quel periodo e comunque negli ultimi mesi si farà
poco a livello di governo.
Per il
resto mi sembra che sia Forza Italia che la Lega siano in situazioni di
difficoltà interna ma non tali da portare verso sconvolgimenti profondi, anche
in questo caso per inesistenza di alternative, sia nei partiti che sistemiche.
È
possibile immaginare una Forza Italia che rompe col governo sun una piattaforma
liberale, ad esempio? Direi di no.
Nella
grande ribellione interna a Forza Italia il non detto è che non c'è alternativa
a Tajani, come nella Lega non c'è a Salvini.
L’elefante
nella stanza è la legge elettorale: si andrà a votare con quella attuale o ci
saranno modifiche?
Ci
sono due impossibilità.
La
prima è quella di andare a votare con la legge attuale perché sarebbe una
catastrofe per Meloni ma anche per Schlein, visto che con ogni probabilità
costringerebbe alle larghe intese.
Ma c'è
anche l'impossibilità di fare una riforma della legge elettorale con ampia
convergenza, perché all'opposizione conviene che la maggioranza la faccia da
sola, così da poterla attaccare.
Siamo
dentro un blocco e in una situazione come questa l'unica via d'uscita che
intravedo è una riforma della legge elettorale a colpi di maggioranza, con
tutti gli strascichi che questo comporta.
Che
saranno pessimi.
Dall’altra
parte il campo largo si dice pronto a governare: è così?
Diciamoci
la verità: non sono pronti ma non lo saranno neanche tra un anno o un anno e
mezzo.
Mi
sembra un balletto sul posto in cui si gira e rigira ma si rimane sempre lì.
Fin quando non si sa con che regole si va a
votare, tutti questi dibattiti sulla leadership e le primarie sono dibattiti di
scuola, ma la verità è che nel campo largo non mi sembra ci siano eventi
risolutivi che possano cambiare il quadro.
Ci
sono troppi tatticismi.
E
questo mi porta alla tristissima conclusone verso la quale mi sto dirigendo:
le prossime elezioni non saranno un “vinca il
migliore” ma un “perda il peggiore”.
Cioè?
Ci
saranno due schieramenti deboli. Uno più compatto, quello di destra, ma
logorato dai cinque anni di governo, e un altro abbastanza raffazzonato, quello
di sinistra, sicuramente più debole ma con il vantaggio di arrivare
dall'opposizione.
E gli
italiani dovranno scegliere se confermare un governo che non li ha entusiasmati
o gettarsi e scommettere su un'opposizione ancora immatura.
Che è
la strada verso cui vanno le democrazie in generale.
E che
è anche il tema del suo ultimo libro Controrivoluzione: una storia politica del
nostro tempo ...
Questo
è il tema o quantomeno la conclusione del mio libro, anche questa “traboccante
di ottimismo”.
Stiamo
vivendo un interregno.
Si sta
disfacendo un ordine nato negli ultimi decenni del Novecento da una rivoluzione
liberale e quindi incentrato sulla libertà dell'individuo.
Ora
quell'ordine non funziona più né a livello globale né all'interno delle singole
democrazie liberali.
Quelli
che noi chiamiamo populisti, come Trump, Meloni o Le Pen, sono il frutto della
ribellione in corso contro questo ordine e la sua crisi.
Il
problema è che questa ribellione – se vogliamo nobilitarla parafrasando Eugenio
Montale – sa che cosa non vuole ma non sa che cosa vuole.
Che è
un po' quello che stiamo vivendo con Trump, molto chiaro e netto quando dice
che l'ordine multilaterale con lui non ha nulla a che vedere ma poi incapace di
disegnare una via d’uscita.
Putin
Manda un Clamoroso
“Vaffa” alla Gran Bretagna.
Conoscenzealconfine.it
– (13 Aprile 2026) - Umberto Pascali – ci dice:
Andrew
Bolt (conduttore Sky News Australia):
“La Russia ha appena umiliato la Gran Bretagna
in un modo che è divertente, ma spaventoso.
Vladimir
Putin ha ora mandato alla Gran Bretagna un grosso ‘vaffa’… scusate il
linguaggio”.
“La
Russia ha mandato una grossa petroliera proprio attraverso il Canale della
Manica, ma questa volta con una fregata russa a tenerle compagnia.”
Putin
da una lezione navale a Stormer nel Canale della Manica.
La British Navy è impotente di fronte alle
petroliere della “Flotta fantasma” russa, scortate dalla fregata missilistica
“Admiral Grigorovich”.
Le
cosiddette sanzioni hanno perso ogni peso!
La
Russia Difende il “Diritto alla Libera Navigazione”: una Lezione Meritata
all’Arroganza di Keri Stormer.
L’8
aprile 2026 la fregata missilistica russa “Admiral Grigorovich”, della Flotta
del Mar Nero, ha scortato attraverso il Canale della Manica due petroliere
russe impegnate nel trasporto regolare del petrolio:
la Universal (bandiera russa) e l’Enigma (bandiera
camerunese).
Si è
trattato di un’operazione perfettamente legittima di protezione del proprio
commercio marittimo.
Una
nave ausiliaria della Royal Navy, la “RFA Tedofore,” ha seguito il convoglio a
distanza senza poter fare nulla.
Il
contesto è chiaro.
Dopo l’annuncio unilaterale del premier
britannico Keri Stormer, che a fine marzo 2026 aveva dichiarato di voler
autorizzare la Royal Navy a fermare, perquisire e sequestrare le navi della
cosiddetta “Shadow fleet” russa che transitano nel Canale della Manica, la
Russia ha risposto con fermezza e professionalità.
Le petroliere stavano semplicemente
trasportando petrolio russo verso i mercati legittimi – come è loro pieno
diritto secondo il diritto internazionale della navigazione – aggirando
sanzioni che molti considerano illegittime e discriminatorie.
Stormer,
con tono arrogante e prepotente, aveva promesso di “colpire le fonti di
finanziamento di Putin”.
La
risposta russa è stata esemplare:
la fregata armata si è posizionata tra le due
petroliere, rendendo impossibile qualsiasi tentativo di abbordaggio senza
rischiare uno scontro aperto.
La
Royal Navy ha potuto solo osservare.
È
stata una chiara e meritata lezione all’arroganza britannica:
Londra non ha né il diritto né la forza per
impedire legalmente il libero transito di navi mercantili russe in acque
internazionali.
Come
ha sottolineato “Patrick Christy di “GB News” nel corso del programma, la
Marina britannica attuale è ridotta a livelli minimi (una sola destriero
operativa e in manutenzione), mentre la Russia ha dimostrato di saper
proteggere con efficacia il proprio commercio.
Il
contrasto con la gloriosa tradizione navale del Regno Unito è evidente: oggi
Londra fatica persino a gestire le piccole barche dei migranti nella Manica, ma
pretende di dettare legge sul traffico marittimo russo.
L’episodio
visto come un “affronto” e un caso di “Lesa Maestà” dalla scornata British oligarchia,
è semplicemente la riaffermazione di un principio sacrosanto: ogni nazione ha
il diritto di trasportare i propri prodotti in mare aperto senza interferenze
illegali. Putin ha semplicemente protetto gli
interessi economici russi, mentre Stormer ha ricevuto una lezione di umiltà che
il suo governo laburista, indebolito da tagli alla difesa e da una retorica
bellicosa, meritava pienamente.
(Umberto
Pascali).
Qui
sotto il video col dialogo tra Andrew Bolt (conduttore Ski News Australia) e
Patrick Christy:
(youtube.com/watch?v=Soism6Ymsgg).
Per la
traduzione integrale del video:
(umbertopascali.substack.com/p/la-russia-ha-appena-umiliato-la-granbretagna).
Il
diritto internazionale
non è
uguale per tutti.
Ilmondodiart.com
– (3 Ottobre 2025) – Nicola Randone – Redazione – ci dice:
Non mi
piace parlare di geopolitica perché non ho alcuna competenza in merito, tra
l’altro da diverso tempo non vedo più i TG né le notizie sui giornali visto che
mi deprimono e voglio evitare di fare la parte del classico italiano
“tuttologo”, che trovo piuttosto patetica.
Una
cosa, però, mi salta immediatamente agli occhi in tutto quello che sta
succedendo in questo periodo — mi riferisco al tentativo di genocidio da parte di
Israele nei confronti dei palestinesi di Gaza.
La mia
impressione, che forse è scontata per molti, è che i governi non agiscano sulla
base del diritto internazionale, ma solo per interessi economici.
Quando
diversi anni fa la Russia ha attaccato l’Ucraina, l’occidente si è mosso
immediatamente, ed è stato compatto e deciso:
sanzioni
pesantissime, aiuti in armi agli ucraini, propaganda anti Russia martellante.
Insomma, non c’è stato bisogno di fare alcuno sciopero
e personalmente ho pensato che in fondo, nelle cose importanti, anche quei gran
delinquenti dei politici fanno le cose giuste.
Al
contrario, da quando è iniziato l’attacco scellerato di Israele contro i
cittadini di Gaza, nessun governo si è realmente mosso a difesa dei
palestinesi.
Qualcuno ha espresso biasimo, ma di fatto non
sono state imposte sanzioni, né embarghi, né tantomeno inviati aiuti in armi.
Quando, col passare dei mesi, è diventato evidente
anche al più sciocco degli uomini che l’obiettivo del primo ministro israeliano
non era più eliminare il terrorismo di Hamas, ma colpire l’intera popolazione
palestinese, l’intero mondo libero ha continuato ad infischiarsene salvo,
forse, l’America con il suo ultimatum mascherato da trattato di pace.
A quel
punto, sono state le persone comuni a mobilitarsi.
Oggi è
stato indetto uno sciopero generale che uno dei nostri politici — uno dei tanti
delinquenti ben seduti sulla propria poltrona — ha avuto persino il coraggio di
definire “illegittimo”.
Altri, ancora più cinici, hanno condannato
perfino le azioni dei singoli cittadini che provano a fare qualcosa di
concreto.
Mi riferisco all’eroismo dell’equipaggio della
Flovilla, che trasportava beni di prima necessità per il popolo stremato della
Striscia e che, negli ultimi giorni, è stata abbordata dall’esercito israeliano
affinché non completasse la sua missione… e tutto questo in acque
internazionali, che ufficialmente non erano neanche di Israele.
Ecco,
come legge questi fatti uno che, come me, non ne capisce nulla di geopolitica:
semplicemente,
si rende conto che la legge non è uguale per tutti. Mentre la Russia è stata
pesantemente sanzionata per aver attaccato l’Ucraina e gli ucraini sono stati
ampiamente aiutati.
Non è
stato lo stesso per i palestinesi che sono stati lasciati soli a sé stessi, in
una lotta impari con un invasore il cui desiderio è sempre stato impossessarsi
delle loro terre.
La
scusa dei delinquenti?
Israele
deve debellare il terrorismo di Hamas!
Ma credo sia piuttosto evidente che costoro
stiano facendo piazza pulita di un intero popolo!
Sono solo io, insieme a quella che mi sembra
buona parte dell’opinione pubblica, a credere che sia una reazione
spropositata?
È un
po’ come quando Putin sosteneva di attaccare l’Ucraina “perché c’erano i
fascisti”.
Ecco,
visto che abbiamo tirato in ballo un altro sociopatico delinquente, quando
costui sostiene che i politici europei e americani non fanno altro che
alimentare nei propri cittadini sentimenti anti-russi, forse non ha tutti i
torti.
La
Russia è sempre rimasta piuttosto isolata:
non
esistevano veri legami economici con l’Occidente.
Anzi,
agli Stati Uniti fa probabilmente piacere che Mosca subisca sanzioni ed
embarghi, perché così si indebolisce ulteriormente.
Sbaglio
a pensarla così?
La
Russia è un pericolo per la democrazia o lo è per le tasche di qualche
miliardario nostrano?
In
definitiva, quello che sta accadendo mi porta a pensare che i governi non
seguano alcuna regola morale nel decidere se salvare o abbandonare un popolo:
conta solo il denaro.
E lo
scopo dei potenti è convincere le masse di avere ragione.
Con la Russia è stato facile; con Israele,
invece, la narrazione trova più ostacoli.
Ecco,
volevo scriverlo per ricordarlo a me stesso, visto che con tutto il rumore che
fa il mondo, pian piano le cose infami che sono accadute vengono dimenticate.
Ma lo scrivo soprattutto perché possano leggerlo i
miei figli e, in questo modo, imparino a distaccarsi un po’ di più dalla
propaganda che anche quando assume la forma della verità oggettiva, nasconde
sempre e solo interessi personali.
Sono
invecchiato improvvisamente.
Lmondodiart.com
– (27 Gennaio 2026) – Nicola Randone – Redazione – ci dice:
Sono
invecchiato improvvisamente.
Non so
dire quando sia successo davvero.
Forse
qualche avvisaglia c’è stata negli ultimi dieci anni, ma non le ho mai lette
come segnali di anzianità, anche perché l’idea di vecchiaia che mi portavo
dietro era quella dell’infanzia.
Alle
elementari, quando mi imbattevo in una persona anziana, la prima cosa che mi
veniva in mente era: come sarà stato questo tizio da giovane.
Gli
adulti mi ripetevano che anche loro erano stati bambini, ma io non riuscivo a
figurarmi un vecchio in versione giovane, nemmeno guardandone le fotografie.
L’immagine
che mi evocava era solo quella di un’anima esiliata sulla terra al solo scopo
d’essere d’aiuto ai figli coi nipoti, vittima di un lento ma inesorabile
decadimento cognitivo.
In definitiva, una persona che cercava di
sentirsi ancora utile, ma di cui il mondo poteva fare tranquillamente a meno.
Vi
chiederete perché e come, all’improvviso, io sia invecchiato.
Beh,
anzitutto per alcune tipicità a livello fisico.
Le
cosiddette macchie della vecchiaia ad esempio, che somigliano allo stampo
lasciato da una tazzina di caffè su di un foglio sgualcito, di cui ho un
magnifico esemplare ben stampato in faccia.
Poi,
mettendo da parte i vari acciacchi — già presenti nell’elenco delle avvisaglie
—, i limiti ahimè più evidenti sono quelli cognitivi.
Tra i
primi segnali evidenti nella mia esperienza?
Muovere
per esempio il puntatore del mouse sullo schermo dimenticando su quale
applicazione dovevo cliccare;
non riuscire
più a fare le 2 di notte, anche le 6 del mattino in effetti, per tirar fuori
canzoni, progetti grafici compiuti, idee fiche in generale, attirato come sono
nel buco nero della lobotomia televisiva con contorno di lievi ansie domate a
forza di poche gocce.
A
questo cambiamento radicale, certo, non sono arrivato dall’oggi al domani.
Fino
ai quarant’anni, credo, biasimavo fortemente le persone che soggiornavano
periodicamente davanti alla televisione o ad un videogioco, mi sembrava che
sprecassero il loro tempo;
ed il
tempo è una delle poche cose nella vita che non puoi mai recuperare.
C’era
troppo da fare, avevo la testa piena di idee a cui dare forma e soprattutto da
portare a termine perché, dopo la mia vita, volevo lasciare qualcosa di me ai
posteri.
Per
qualche motivo però, dopo i 40, ho iniziato a rifugiarmi lentamente nell’oblio
serale dello schermo televisivo, prima la serie TV 24 (che ficata), poi Lost
(che finale di merda) e via discorrendo.
Ad
ogni modo, per quanto sia seccante, questi sono stati cambiamenti di cui mi
sono accorto.
Mi dicevo sempre che era sbagliato perder
tempo così, ma allo stesso tempo mi ripetevo che non c’era niente di male a
spegnere il cervello di tanto in tanto, che poteva anche farmi bene.
Anche
la storia del computer, beh…
il
fatto che non riuscissi più a mantenere la concentrazione come facevo una
volta… in qualche modo l’ho metabolizzato ed accettato, comunque in confronto a
tanti altri restavo sempre molte spanne sopra.
Non
avevo però fatto i conti con quello che è cambiato e di cui non mi sono
accorto.
Ad
esempio il giorno in cui ho scoperto d’essermi rallentato nella loquela.
Per
caso, mi sono ritrovato a riascoltare un mio messaggio vocale su Whatsapp a
velocità normale (di default, la tengo sempre a 1.5). All’inizio non ci
credevo, pensavo fosse un errore, o forse l’abitudine ad ascoltarmi veloce,
fatto sta che a velocità normale, dal modo in cui parlavo sembrava che il
cervello non riuscisse più a trasmettere le informazioni all’apparato vocale
con la giusta rapidità.
Questa
della parlata da “abbominato” è stata una di quelle che mi ha scioccato
parecchio: la dura verità sbattuta in faccia da un’applicazione che mi fa pure
antipatia.
Poi
sono arrivati i figli… molti dicono che sia questo il motivo per il quale
quando diventiamo genitori, cessiamo d’essere individui, e la funzione primaria
della nostra esistenza diventa prendersi cura di loro, pensare al loro
benessere, costruire il loro futuro.
È una
cosa bellissima, intendiamoci, quando guardo “Corrado Santiago” negli occhi non
posso che sentirmi fiero di contribuire al modo in cui affronterà il mondo, e
lo stesso con Edoardo…
anche
se al momento credo che lui apprezzi maggiormente le volte in cui gli tolgo la
cacca dal pannolino che quelle in cui gli racconto qualcosa della vita.
Ecco…
superando la divagazione sulla cacca… è bellissimo pensare di poter essere
determinanti alla formazione di due nuove coscienze, a volte mi sembra persino
troppo grande per me, ma per fortuna vedo gli altri e penso che siamo tutti
nella stessa barca e Katz… facciamo il meglio che possiamo.
Ciò
non toglie che se metto per un attimo da parte la grande missione del papà,
beh… non credo di avere più un sogno per me stesso.
Il desiderio di fare musica e trasmetterla al
mondo, non esiste più… anche quando mi metto al piano ed inizio a suonare una
canzone, butto giù due parole, penso: ma sai, potrei anche tirarne fuori
qualcosa per un nuovo album… passa un anno e la trovo ancora lì, su un foglio
scarabocchiato, incompleta.
20
anni fa non sarei andato a letto se non fossi riuscito a completarla. Non
riesco neanche più a cambiare lavoro, quando prima non riuscivo a starmene
sulla stessa sedia per più di 2 anni.
Insomma,
è come se un capitolo della mia vita si fosse chiuso per non riaprirsi mai più;
un
periodo straordinariamente eccitante di cui adesso non raccolgo che le
briciole.
Forse,
a voi che leggete è venuta la tristezza e state già pensando di abbandonarmi al
mio malumore, ma in realtà non sono depresso, o almeno ogni giorno lotto per
non diventare:
perché quando inizi a non stare bene dentro al
tuo corpo, allora ti ammali, e quella è una strada senza ritorno purtroppo.
Al
contrario, mi sforzo di affrontare la realtà per quella che è, anche se fa
schifo, ed in questo processo devo dire di essere sufficientemente preparato,
grazie alla grande ammirazione che da ragazzo provavo per Giacomo Leopardi:
diciamo
che in tempi non sospetti ero già più che preparato ad affrontare l'”arido
vero”.
Che
fare allora con questa storia d’essere invecchiato?
Non
sono sicuro di saperlo ancora, o meglio, preferisco non affrontare la questione
con troppa fretta visto che in questo momento ho davvero tante cose da fare
come ad esempio, sostenere la paternità a 53 anni suonati, una roba che chi non
ci passa non può capire.
Sicuramente il passo più importante sarà di
sognare ancora da individuo, perché è sempre bellissimo che i miei figli siano
al centro di ogni scopo e ragione di ciò che faccio, ma ogni tanto devo poter
credere di avere ancora dei desideri che riguardano solo me stesso, anzitutto
perché non voglio autorealizzare su di me il cliché che avevo da bambino, e poi
perché temo davvero quel mostro che ti assale quando non ti piace più stare
dentro quel corpo.
Visto
però che in questo momento sono papà di due bimbi piccoli, approfitto ancora
una volta per lasciare una piccola eredità di consapevolezza.
Oggi
sono qui a parlare di vecchiaia, di spinta individuale al successo, di sogni
personali perché per quelli della mia generazione, è stato scontato avere
davanti un futuro nel quale sperare e per il quale darsi da fare. Insomma,
quando ero giovane io, i computer erano ancora agli inizi, la musica si faceva
ancora nei garage, Internet era uno sconosciuto… ti veniva voglia di studiare
(anche se io non l’ho fatto a scuola) per diventare un mago dei PC che tutti
avrebbero richiesto, e poi un fiero compositore di “pro rock” visto che per un
po’ di tempo abbiamo vissuto l’illusione che il genere stesse ritornando di
moda.
A prescindere da come poi sia andata, ho vissuto un
momento storico di grande benessere, dove la guerra era lontana e le persone
erano mediamente soddisfatte del proprio tenore di vita.
A
guardare il mondo di oggi, non riesco davvero ad immaginare come potrà essere
difficile per voi, come possa essere difficile per i giovani di adesso,
riuscire ad intravedere un orizzonte decente davanti agli occhi, con i
nazionalismi che prendono sempre più piede, con lo stato di diritto che viene
calpestato dal più forte, con l’umanità che sembra alienarsi sempre di più
nella peggiore delle fantasie distopiche.
Dev’essere
difficile per un giovane, oggi più che in qualsiasi altra epoca, trovare un
significato con il quale condurre la propria esistenza:
la
mano dritta al timone, mi diceva sempre un vecchio amico, gli occhi alle
stelle;
ma
oggi vedo un cielo sempre velato ed il mare costantemente in tempesta.
Potrei
consigliarvi di rifugiarvi nella natura, perché quella roba lì funziona sempre,
ma non si può vivere come la famiglia nel bosco, e non perché non sia
bellissimo, ma perché la nostra natura ci impone di vivere nel mondo e di
creare un contatto sano con il prossimo.
Poi
c’è questa tecnologia che è diventata tutto quello che non avrei voluto.
Sono
sempre stato un’entusiasta, uno di quelli che provava un sentimento di gioia
puro quando usciva una versione aggiornata di Windows o del pacchetto Adobe.
Poi
però sono arrivati i social, è arrivato “WhatsApp”, la tecnologia ha preso
potere su cose dalle quali doveva restare fuori.
Mi
sembra che oggi possa decidere se avrai degli amici e chi saranno (visto che se
non hai il telefono, c’è il rischio di restare isolato) e chi sposerete.
Non so
se in futuro le persone riusciranno ad utilizzarla in maniera tale da non far
decidere ad un algoritmo come andrà la loro vita.
Non
voglio fare il profeta di ciò che accadrà perché è naturale che io veda il
mondo andare a rotoli visto che la mia prospettiva sul futuro è limitata dal
tempo che ho a disposizione.
Un
vecchio non dovrebbe mai dire ad un giovane che non c’è un futuro per lui, e
questo perché il suo cervello ha un modo diverso di percepire il futuro.
Ricordo
bene quand’ero giovane, sentivo la morte talmente lontana da credere di poter
essere immortale.
Quando pensavo a cosa ne sarebbe stato di me,
se ci sarebbe stato un paradiso o se sarei semplicemente scomparso nella terra,
pensavo che nel corso della vita mi sarebbe di sicuro arrivata qualche
illuminazione, che avevo ancora tempo.
Oggi non riesco neppure lontanamente ad
avvicinarmi a quella sensazione, e questo perché sono invecchiato, ed
invecchiando ho iniziato a sentire l’odore della fine.
Nessun
vecchio avrà mai la capacità di vedere chiaramente nel futuro, perché la sua
visione non andrà mai oltre l’odore di morte che lo avvolge.
Per
voi che siete giovani, il futuro deve essere luminoso e spero davvero che
troviate la forza ed il coraggio di cambiare questa merda che vi stiamo
lasciando.
Per quanto mi riguarda cercherò sempre di
evitare di fare il solito vecchiaccio di merda che critica i giovani e che
ripete sempre “ai miei tempi”.
Ecco, questa è un’altra cosa che un vecchio
non dovrebbe dire ad un giovane, perché il nostro passato è solo sabbia del
deserto, ed il vento l’ha spazzata via da un po’.
Il
diritto internazionale come ideale da difendere.
Cespi.it
– (24 febbraio 2025) - Antonio Marchesi – Redazione – ci dice:
(Antonio
Marchesi -Professore di Diritto internazionale nell’Università di Teramo e
Direttore del Graduate Program in Peace Studies and “Conflitto Resoluto” della
American University of Rome.)
Un po’
di chiarezza.
Diritti
umani: mantenere una comprensione comune è ancora possibile?
Che la
situazione in cui versa attualmente il mondo sia fonte di angoscia per molti e
non induca in generale all’ottimismo è un dato piuttosto incontrovertibile.
A pesare sono innanzitutto i fatti.
Nel
contesto dei numerosi conflitti armati in essere, sia noti che ignorati, e di
altre “minacce alla pace” in senso lato, vengono ripetutamente commesse
violazioni gravi e sistematiche sia del diritto internazionale umanitario che
del diritto internazionale dei diritti umani.
E la giustizia penale internazionale, che ha
compiuto progressi notevolissimi negli Anni Novanta, va incontro a gravi
ostacoli.
Al di
là dei fatti, però, a preoccupare oggi è la tendenza di alcuni leader mondiali
a mettere in discussione, a delegittimare e svuotare del loro contenuto le
norme fondamentali che quei fatti inaccettabili vietano.
Di
fronte a questo stato di cose, vi è chi sostiene che “il diritto internazionale
non esiste più”, che “le Nazioni Unite sono inutili” o, ancora, che “il
multilateralismo è in una crisi irreversibile”.
Se il
sentimento di sconforto che questa narrazione genera è comprensibile, ciò non
esonera dal dovere di provare a fare chiarezza sui termini reali delle
principali questioni che ci affliggono:
allo
scopo di non nutrire aspettative sbagliate, fraintendendo natura e ruolo del
diritto internazionale e delle organizzazioni internazionali;
al
fine di non trascurare o sottovalutare sviluppi importanti avvenuti in un arco
di tempo più ampio di quello che siamo abituati a prendere in considerazione (e
che tendono a restare fuori dalla narrazione corrente); last but not least, in vista della promozione di forme
di resistenza, di difesa strenua di quella parte del sistema giuridico
internazionale che esprime valori a nostro avviso essenziali, che meritano di
essere custoditi.
Quale
diritto internazionale?
Proviamo
allora a domandarci innanzitutto se sia corretto decretare, come molti un po’
sbrigativamente fanno, la fine del diritto internazionale.
Per
dare una risposta occorre, a costo di essere un po’ didascalici, precisare
quale sia l’oggetto del contendere.
Secondo
la ricostruzione più comune, il diritto internazionale nasce attorno alla metà
del Seicento per regolare i rapporti fra nuovi enti politici sorti dal
disfacimento dell’Europa medievale.
Ciascuno
di quegli enti – antenati degli attuali stati europei – esercita su un
territorio un potere esclusivo e non riconosce (più) alcuna autorità al di
sopra di sé.
A
nascere, in altre parole, è una collettività (qualcuno preferisce convivenza,
altri parlano di società) di enti sovrani, non organizzati in un sistema
accentrato e gerarchico.
A
tenerla insieme è soprattutto l’equilibrio di potere. Quando questo viene meno, e fino a
quando non venga ristabilito … c’è la guerra.
La
struttura (decentrata, orizzontale, per qualcuno “anarchica”) della comunità
internazionale determina il modo di essere del suo sistema giuridico (che
gradualmente si forma … perché nessuna società può fare a meno di regole).
Questo non viene imposto dall’alto, perché
sopra gli stati, essendo questi sovrani, non vi è nulla.
Il
diritto è quello che gli stessi stati scelgono di darsi.
Oltre
a non esistere un potere legislativo accentrato, del resto, non esistono
neppure un potere giudiziario e un potere esecutivo accentrati. L’assenza di
un’autorità sovra-ordinata ai membri della società internazionale, e il
decentramento delle principali funzioni dell’ordinamento, sono elementi che in
linea di massima ancora caratterizzano il mondo di oggi;
anche
se la coesistenza (e la crescente interdipendenza e la necessità di
collaborare) fanno sì che sia nell’interesse di tutti avere delle regole e
anche se oggi il diritto internazionale, dal punto di vista dei contenuti, si è
notevolmente arricchito.
Ciò
premesso – e ci scusiamo per la lunghezza di questa spiegazione – ha senso
parlare di morte o fine del diritto internazionale?
Pensiamo
di no.
Non solo perché, come si è detto, ogni
comunità ha bisogno di regole ma anche perché la comunità internazionale di
oggi assomiglia per certi aspetti fondamentali (anche se non per altri) a
quella che al diritto internazionale ha dato origine.
È tuttora formata da enti dotati di sovranità ed è
tuttora priva di una vera e propria struttura istituzionale.
E il
diritto internazionale, con le sue modalità di produzione, accertamento e
attuazione del diritto, assai diverse da quelle degli ordinamenti interni,
riflette appieno le caratteristiche strutturali della comunità di cui
costituisce l’elemento organizzativo necessario.
Se,
dunque, non è vero che il diritto internazionale sia morto, qual è il problema
con cui dobbiamo confrontarci? A cosa si allude, in realtà, quando si ripetono le
narrazioni di cui abbiamo detto in apertura?
Il problema che si pone oggi è quello della
sopravvivenza e dell’integrità (oltre che dell’effettività) di alcune regole, o
meglio di certi settori del diritto internazionale, nati all’indomani della
seconda guerra mondiale, che esprimono quei valori che sono oggi, oltre che
traditi nei fatti, bersaglio di attacchi ideologici.
Il problema, in altri termini, è un problema
di violazioni ma anche, al tempo stesso, di delegittimazione:
non del sistema giuridico internazionale tout
court (che continuerà a esistere) ma di quella parte del diritto internazionale
a cui teniamo (molti di noi tengono) di più, e che siamo abituati a conoscere e
ad apprezzare.
Il
diritto internazionale da difendere: pace, diritti e giustizia.
Di
quali ambiti di disciplina internazionale, di quali valori ad essi sottesi,
stiamo parlando?
Innanzitutto, delle norme per il mantenimento della
pace, di quel progetto visionario di “pace attraverso il diritto” accolto nella
Carta delle Nazioni Unite e comprensivo del divieto di ricorso unilaterale alla
forza, da un lato, e dell’attribuzione alle stesse Nazioni Unite di poteri e
mezzi adeguati per imporre quel divieto, dall’altro.
Un’idea
meravigliosa, che avrebbe rivoluzionato il sistema delle relazioni
internazionali … se solo fosse stata attuata.
Non
potendoci dilungare, ci limitiamo a ricordare come quel progetto non sia stato
realizzato, fra le altre cose, perché già alla fine degli Anni Quaranta gli
stati avevano scelto di non dotare le Nazioni Unite di un proprio esercito,
come invece previsto nella Carta, e che queste, da allora, hanno dovuto
perseguire un obiettivo ambizioso con pochissimi mezzi per realizzarlo (e la
collaborazione soltanto sporadica e selettiva degli stati membri).
Non
pare proprio che le forze attualmente dominanti sulla scena internazionale
siano disposte a mettere le Nazioni Unite e l’approccio multilaterale che
incarnano al centro della scena.
Si
rema, semmai, nella direzione opposta.
Agli
anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale risale, però, anche
un’altra novità, che non è esagerato definire rivoluzionaria.
Per la
prima volta nella storia vengono introdotte regole internazionali che limitano
l’esercizio del potere interno degli stati.
Il
diritto internazionale non ha più, da quel momento, il solo fine di
disciplinare i rapporti di coesistenza/convivenza tra stati (le relazioni
internazionali, in tempo di pace e in tempo di guerra) ma anche il rapporto fra
autorità di governo e persone sottoposte a quelle autorità (i diritti umani);
il
diritto dei conflitti armati interni (le guerre civili, non solo quelle
internazionali);
la
giustizia penale (a partire dall’idea che certi crimini sono lesivi di valori
universali e che è nell’interesse della comunità internazionale non lasciarli
impuniti).
Questo
“nuovo” diritto internazionale trova fondamento nella Dichiarazione universale
dei diritti umani del 1948, approvando la quale gli stati hanno accettato,
oltre ai limiti internazionali all’esercizio del loro potere interno, anche di
dover rendere conto, di essere accomunabile, alla comunità internazionale;
si
fonda sulle quattro Convenzioni di Ginevra sul diritto dei conflitti armati del
1949, ciascuna dedicata a una diversa categoria di “persona protetta” (che
codificano lo “ius in bello”, applicabile a tutte le parti in conflitto, anche
a chi abbia fatto ricorso alla forza armata in legittima difesa);
si fonda, infine, sulla “Norimberga legacy”,
l’eredità di Norimberga, e sull’idea che l’accertamento e la punizione di certi
crimini – che poi altro non sono che violazioni gravi dei diritti umani e del
diritto internazionale umanitario, considerate dal punto di vista della
responsabilità penale individuale – non debbano essere di competenza del solo
stato sul cui territorio sono stati commessi ma possano essere, quando
quest’ultimo non offre risposte adeguate, affidate alle corti di altri stati
(giurisdizione universale) o a tribunali penali internazionali.
Una
sfida per i prossimi anni.
Il
“nuovo” diritto internazionale è dunque frutto di conquiste relativamente
recenti.
Prima non c’era: meno di un secolo fa, il
ricorso alla forza armata era soggetto a pochi limiti;
il
diritto dei conflitti armati non si applicava alle guerre civili (neppure alle
guerre coloniali, combattute contro popoli a cui non si riconosceva alcuno
status) e i diritti umani erano un “affare interno”, non essendo
internazionalmente riconosciuti.
Oggi
quel diritto c’è, e la sua stessa esistenza è ovviamente di un’importanza
vitale.
Ciò
non significa, ovviamente, che nel periodo che ci separa dalla fine della
seconda guerra mondiale, non siano mancati i conflitti armati, le violazioni
dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in gran numero,
tantomeno l’impunità per quelle violazioni. La percezione che vi sia stato un
periodo in cui tutto è filato liscio, per così dire, e che solo oggi il diritto
internazionale è violato è frutto, almeno in parte, della nostra memoria corta
e di una prospettiva ristretta (che ci porta ad accorgerci di guerre e di
crimini internazionali solo se avvengono vicino a noi o in contesti rilevanti
per l’Europa o per l’Occidente).
Ora,
però, c’è, in effetti, qualcosa di nuovo.
C’è un
problema ulteriore che spiega i sentimenti di angoscia e di sconforto diffusi.
Il
problema odierno non è (o non è più soltanto) l’esistenza di conflitti, la
violazione di principi di umanità, il rifiuto di una giustizia uguale per
tutti.
È,
invece, il disprezzo ostentato da parte dei soggetti più influenti della
comunità internazionale per quelle norme di civiltà che avevamo, forse in modo
poco lungimirante, dato per scontate.
È il rischio di fare un passo indietro sul
piano non tanto e non solo delle condotte ma delle regole che quelle condotte
qualificano come illecite.
È a
questa tendenza che bisogna reagire in tutti i modi possibili.
Si tratta allora di impegnarsi, di battersi
affinché i valori incarnati dal nuovo diritto internazionale siano tenuti in
vita.
Non il
diritto internazionale in quanto tale (che continuerà sicuramente ad esistere),
ma la pace attraverso il diritto, i diritti umani e il diritto umanitario, la
giustizia internazionale.
Vincere la battaglia culturale e politica per
difendere le norme che esprimono questi valori è la sfida più importante dei prossimi
anni.
L’Onu
e il diritto internazionale
come
linguaggio di speranza.
Vaticannews.va
- Francesco Recanati – Città del Vaticano – (24 ottobre 2025) – ci dice:
80
anni fa entrava in vigore la Carta delle Nazioni Unite, gli allora ideali
risuonano oggi più urgenti che mai, in un mondo in cui guerre, corsa agli
armamenti, sfiducia e paura continuano a minare la cooperazione tra i popoli e
ad affievolire la speranza delle persone.
«Noi,
popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello
della guerra […], a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo,
nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti
degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le
condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai
trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere
mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita
in una più ampia libertà […], abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il
raggiungimento di tali fini».
Queste
parole aprono il Preambolo della Carta delle Nazioni Unite, entrata in vigore
il 24 ottobre 1945.
È come
sentire, tra le macerie di un secolo ferito, un’eco di fiducia nell’umanità.
I
principi proclamati tra le rovine della guerra continuano a parlare al cuore e
alla coscienza di ogni persona.
In
essi si riconosce un anelito antico e sempre nuovo, una speranza che attraversa
i tempi e le generazioni, il desiderio di un ordine fondato sulla dignità,
sulla giustizia e sulla pace.
È la stessa fede che invita l’umanità a
perseverare con coraggio e fiducia nel costruire, come ricorda papa” Leone XIV”,
«ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo
popolo, sempre in pace».
La
sede delle Nazioni Unite a New York.
A
distanza di 80 anni, gli ideali che hanno ispirato l’Onu continuano a risuonare
come un appello oggi più che mai urgente.
Allora
i Paesi fondatori erano 50, oggi gli Stati membri sono 193, praticamente
l’intera comunità delle nazioni.
La
Santa Sede e la Palestina partecipano con lo status di osservatori permanenti.
È un
segno che, almeno in linea di principio, l’umanità continua a riconoscersi in
quella visione di giustizia e di pace che la Carta del 1945 seppe tradurre in
parole.
E
tuttavia, le vecchie e nuove guerre, la corsa agli armamenti, la sfiducia e la
paura continuano a minare la cooperazione tra i popoli e ad affievolire la
speranza delle persone.
La
politica internazionale appare spesso dominata più da strategie di potere e da
logiche di convenienza che da «relazioni amichevoli fondate sul rispetto del
principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli»,
come recita il punto 2 dell’art. 1 della Carta.
Ma la
fede incoraggia a credere che «a Dio nulla è impossibile» e che la grazia
continua ad agire là dove la ragione si arresta e le strategie umane
falliscono.
Chi
avrebbe potuto immaginare, agli inizi del Novecento, che popoli segnati da due
guerre devastanti si sarebbero uniti, pochi anni dopo, dando vita a istituzioni
comuni come l’Onu e la Comunità Europea?
Segni
imperfetti, certo, ma reali e concreti, di una volontà di pace che lo spirito
di fraternità ha saputo ispirare proprio attraverso le debolezze umane e
persino nelle contraddizioni della storia.
Viviamo
in un’epoca in cui la scienza e la tecnica hanno conosciuto uno sviluppo senza
precedenti.
E
tuttavia, sembra evidente che ciò non basti a orientare il cammino umano verso
il bene comune, se non resta viva la coscienza di una meta condivisa, di un
destino che ci unisce e ci trascende, e l’ascolto di quella voce interiore che
richiama ciascuno e l’intera umanità alla responsabilità morale.
Si
richiama spesso il primato del diritto e la necessità di rafforzare regole
comuni per garantire la pace e la giustizia.
Ma il
diritto, se privo del suo autentico fondamento, rischia di ridursi a mera
espressione di potere.
Non è
la forza o l’autorità che lo rendono giusto, ma la sua fedeltà alla verità
dell’uomo e a una giustizia che non si esaurisce nella legalità.
Pio
XII, nel messaggio di Natale del 1942, ammoniva che il diritto, se separato
dalla morale, può condurre a conseguenze aberranti per la persona e per la
società.
Quelle
parole profetiche, pronunciate tra le tenebre della guerra, ricordano che
nessun ordinamento giuridico è autenticamente umano se smarrisce il fondamento
della dignità della persona e, con esso, della giustizia.
È un richiamo che affonda le radici nella
sapienza di sant’Agostino, per il quale «tolta la giustizia, i regni non sono
altro che grandi latrocini».
Quando
l’umanità smarrisce la rotta, non basta più la forza del vento per condurla
verso il Bene.
«Nessun
vento è favorevole al marinaio che non sa verso quale porto dirigersi»,
scriveva Seneca.
Per indicare quel porto, non solo politico ma
anche spirituale, vent’anni dopo la nascita dell’Onu, nel 1965, Paolo VI si
recò a New York come “pellegrino di pace”, portando nel foro mondiale della
politica la voce della coscienza e della speranza.
Il Papa non si presentò per benedire un potere
o un’istituzione, ma per richiamare tutti, credenti e non credenti, alla
responsabilità morale della pace.
«Mai
più la guerra, mai più la guerra! Pace, è la pace che deve guidare le sorti dei
popoli e dell’intera umanità!», proclamò Papa Montini con una forza che
commosse il mondo.
Nonostante
le contraddizioni del tempo presente, è innegabile che una più profonda
coscienza della dignità umana e una più intensa ricerca di forme comuni di
giustizia abbiano aperto vie nuove, talvolta fragili ma concrete.
Il diritto internazionale, pur indebolito e talvolta
impotente, continua a rappresentare un linguaggio comune di speranza e di
fraternità, che richiama gli Stati alla consapevolezza che nessun ordine può dirsi giusto se
fondato sulla paura, sulla minaccia e sulla forza.
La
Dottrina sociale della Chiesa invita a riconoscere nel diritto non un sistema
di potere, ma un atto di fiducia nell’uomo, nella sua libertà e nella sua
vocazione al bene, ricordando che il diritto conserva il suo senso solo se
fondato sul rispetto della persona umana nel suo valore inviolabile e
fondamentale, perché creata a immagine e somiglianza di Dio.
È in questo riconoscimento che si radica la
possibilità stessa di una convivenza giusta e pacifica, non come un’idea
astratta ma come un principio vivo e concreto che trova espressione nella vita
dei popoli attraverso la carità e la misericordia.
La
voce della morale e del diritto, sostenute da istituzioni giuste e credibili,
non avrà la forza spaventosa delle armi, ma ha in sé una “potenza” più profonda
e costante, quella che persuade le coscienze e disarma i cuori.
Nel
celebrare l’anniversario della sua fondazione, l’Onu può ritrovare nella
propria vocazione originaria un richiamo sempre attuale:
essere
segno e strumento di quella fraternità universale che può dare stabilità,
giustizia e pace al mondo.
Ignorare
il Diritto Internazionale
è una
minaccia globale
per
umanità e democrazia.
Friulisera.it - Redazione · (Pubblicato 8
Ottobre 2025) – ci dice:
“Il
Diritto Internazionale conta fino a un certo punto”.
Lo ha
dichiarato di recente il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani,
riferendosi all’abbordaggio da parte delle forze armate israeliane della
Flottiglia con a bordo civili, attivisti e aiuti umanitari per Gaza.
L’azione
ha violato palesemente il diritto internazionale di difesa dei civili disarmati
nelle acque internazionali.
L’affermazione
di Tajani, che ha suscitato scalpore, ha di fatto accentuato le polemiche e gli
interrogativi sul rispetto del diritto internazionale sollevato dopo
l’abbordaggio — o aggressione, come gli attivisti la suggestione — e l’arresto
dei partecipanti, ma aggiungiamo, certe norme sovraniste in tema migranti sono
spinte da disprezzo delle leggi internazionali, prima fra tutte la “legge del
mare”, basti pensare alla costrizione per le navi delle Ong di vedersi
assegnare i “porti sicuri” a giorni di navigazione.
Comunque è il caso flottiglia che ha fatto
certamente da detonatore di un malcontento che covava da settimane se non da
mesi nel vedere i continui massacro di innocenti a Gaza, che cero non possono
essere giustificati dalla vendetta per quanto di orribile accaduto il 7 ottobre
di due anni fa.
Così
centinaia di migliaia di persone sono scese nelle strade di tutta Italia,
sostenute anche dallo sciopero generale, per gridare la loro indignazione,
riaffermare il sostegno alla Flottiglia e a Gaza e protestare contro un governo
italiano (ed europeo) che condanna solo a parole il genocidio di Netanyahu.
L’operazione
contro navi civili in acque internazionali, secondo il diritto marittimo
(Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare), è illegittima, poiché
tale azione è consentita solo in caso di pirateria, di motivi di sicurezza
comprovati o di blocco navale.
La
questione si sposta allora sulla validità legale del blocco navale imposto da
Israele, che la Flottiglia intendeva rompere perché giudicato illegale e
finalizzato ad aprire un corridoio umanitario permanente.
Legittimità
o violazione del diritto internazionale?
Per
Israele il blocco ha lo scopo di impedire il traffico di armi verso Hamas,
organizzazione considerata terroristica da Israele, Stati Uniti e Unione
Europea.
Si
tratterebbe dunque, secondo Israele e i suoi alleati, di una misura di
autodifesa legittima anche secondo un parere ONU, ma solo in tempo di conflitto
armato e purché non provochi sofferenze alla popolazione civile.
Al
contrario, il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, numerose ONG e soprattutto
la Corte Penale Internazionale (CPI) ritengono il blocco illegittimo per gli
effetti devastanti su oltre due milioni di civili a Gaza, avendo limitato
l’accesso a cibo, medicina, elettricità e carburante, senza distinguere tra
obiettivi militari e popolazione civile.
Per l’elevato
numero di morti e per le atrocità quotidiane, una Commissione ONU ha definito
come genocidio i crimini di Israele.
È stato così violato il principio di
proporzionalità nel diritto di difesa durante un conflitto armato, che in
nessun caso può travolgere i diritti della popolazione civile.
Sovranità
assoluta o giustizia universale?
Lo
Stato, per proteggere la propria sicurezza, può compromettere i diritti
fondamentali di un’intera popolazione?
Può
far prevalere la logica di una sovranità assoluta?
A Gaza
la logica di morte, in nome della sicurezza, sta prevalendo oltre ogni diritto.
È in
atto una crescente disaffezione verso il diritto internazionale e un rifiuto
della cooperazione necessaria a mantenere un ordine giuridico globale.
Si sta
mettendo in discussione, in nome della sovranità, il principio di giustizia
universale, compromettendo l’efficacia del CPI come deterrente dei crimini più
gravi.
Se
viene meno un consenso giuridico condiviso, il sistema internazionale rischia
di regredire a settant’anni fa, verso dinamiche fondate sulla forza e non sul
diritto.
La
mancata tutela delle vittime, come accade oggi a Gaza sotto gli occhi del
mondo, rafforza la cultura dell’impunità, minando quell’architettura
multilaterale costruita dopo la Seconda guerra mondiale per garantire la pace e
la protezione dei diritti umani.
Il
ruolo della Corte Penale Internazionale.
Con
l’istituzione del CPI si è creduto nel valore della giustizia come fondamento
della pace.
Fin
dal suo Statuto, la Corte ha il compito di reprimere i crimini più gravi che
minacciano la pace e la sicurezza mondiale: genocidio, crimini contro
l’umanità, crimini di guerra e aggressione.
Ma la
Corte non può funzionare senza il sostegno e la cooperazione degli Stati.
Come
affermò il giurista Niemeyer, “il diritto internazionale è un bellissimo
edificio costruito su un vulcano: quando si risveglia, c’è un terremoto.
E il
vulcano è la sovranità statale.”
Ogni
volta che uno Stato non coopera, vi è una piccola scossa per l’edificio della
Corte.
La CPI
non può eseguire autonomamente i mandati d’arresto, ma deve rivolgersi agli
Stati per ottenere esecuzione e collaborazione.
Un
fragile pilastro della giustizia globale.
Istituita
nel 2002 con il Trattato di Roma, la Corte nasce per deliberare i crimini più
gravi contro l’umanità.
Eppure
Stati geopoliticamente influenti come Stati Uniti, Russia, Cina e Israele non
hanno ratificato lo Statuto, minando l’efficacia.
Se uno
Stato potente rifiuta di riconoscere la giurisdizione della Corte e viola il
diritto internazionale senza conseguenze, si genera un effetto domino:
altri
si sentiranno legittimati a fare lo stesso, alimentando l’impunità e
l’instabilità.
Il
rischio è che il diritto diventi un lusso nel tempo di pace , ma inefficace nei
momenti di crisi, quando più servirebbe come barriera contro l’anarchia
globale.
Senza
diritto non c’è pace.
Disconoscere
il diritto internazionale è pericoloso:
ogni Stato si sentirebbe libero di decidere
quali leggi seguire e quali ignorare, basandosi solo sui propri interessi
nazionali.
In
questo scenario, il dialogo verrebbe sostituito dalla forza, la diplomazia
dall’arbitrio, la cooperazione dalla sfiducia.
Il
mondo ha già conosciuto le conseguenze di una sovranità esercitata senza
limiti: guerre mondiali, genocidi, regimi dittatoriali.
Per
questo è stato costruito un sistema di diritto internazionale vincolante:
rinnegarlo oggi significa tornare indietro.
Non
rispettare la Corte significa ignorare la voce delle vittime.
Pur
con i suoi limiti, la CPI è l’unico tribunale permanente capace di dare
giustizia ai popoli oppressi.
Lasciare
impuniti i crimini significa perpetuare il trauma, alimentando odio e nuovi
cicli di violenza.
Oggi
il mondo è di fronte a un bivio: rafforzare il sistema giuridico internazionale
o cedere alla logica di potere che giustifica ogni abuso.
Il
rispetto del diritto non è un atto burocratico:
è una
condizione essenziale di sopravvivenza per la convivenza pacifica tra i popoli.
Delegittimare
o ignorare il Diritto non ci rende più liberi, ma tutti più vulnerabili.
(Statuto
di Roma – Corte Penale Internazionale (ICC)).
(Convenzione
delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare- (UNCLOS).
(Rapporto
ONU sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati.)
Il
senso di Trump per il diritto internazionale:
i
diktat contro Francesca Albanese
e le
violazioni della Carta ONU.
Giustiziainsieme.it
- Marina Castellaneta – (31 luglio 2025) – Redazione – ci dice:
Diritti
Stranieri.
Il
senso di Trump per il diritto internazionale: i diktat contro Francesca
Albanese e le violazioni della Carta ONU.
Sommario:
1.
L’Executive Order voluto da Trump contro la Relatrice speciale ONU Francesca
Albanese –
2. Le funzioni dei Relatori speciali nominati
dal Consiglio per i diritti umani all’interno del sistema ONU: prerogative e
immunità –
3. La comunità internazionale tra sostegno,
dichiarazioni di facciata e “rumorosi” silenzi.
1.
L’Executive Order voluto da Trump contro la Relatrice speciale ONU Francesca
Albanese.
Una
sicura violazione del diritto internazionale, una delle tante, ma di una
particolare gravità perché colpisce le Nazioni Unite e le poche voci ancora
rimaste in grado di mettere la comunità internazionale di fronte alle proprie
responsabilità.
L’Executive
Order 14203del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump con il quale sono
state decise sanzioni unilaterali nei confronti della Relatrice speciale delle
Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi
occupati dal 1967, Francesca Albanese, non è solo una delle tante e sicuramente
non è l'ultima azione in contrasto con le regole del diritto internazionale del
Presidente Trump, ma un colpo all’essenza stessa dell’ordinamento perché mina
il principio dell’immunità, in questo caso di esperti indipendenti dell’Onu,
che sono centrali per il funzionamento delle Nazioni Unite (alla base del
multilateralismo) e per l’accertamento delle violazioni dei diritti umani. E
talvolta anche l’unico strumento per accendere i riflettori su catastrofi
umanitarie in corso e sulle repressioni di diritti e di libertà fondamentali.
A sostegno delle vittime, per impedire che la comunità
internazionale le releghi in zone d’ombra, sommerse da parole ma mai
accompagnate da fatti che facciano cessare situazioni, come quella della
Striscia di Gaza che ha portato all’uccisione di migliaia di civili, inclusi
bambini, uccisi anche dalla fame a causa del blocco degli aiuti umanitari
imposto dal Governo israeliano.
È
evidente che gli Stati Uniti e Israele perseguono lo stesso obiettivo:
screditare ogni attività di accertamento dei fatti e fare calare il silenzio,
anche impedendo, tra le altre misure, ai giornalisti di accedere a Gaza e
colpendo il lavoro della Relatrice speciale.
Una
campagna iniziata da tempo e che ha visto il suo culmine a seguito
dell’adozione dell’ultimo rapporto della Relatrice speciale presentato il 16
giugno 2025 e intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, in cui vi sono nomi e cognomi delle
aziende che ricevono vantaggi ad ampio raggio supportando le attività militari
direttamente o indirettamente di Israele.
Questo
ha portato all’esplosione delle reazioni di Stati Uniti e Israele (che già a
febbraio 2024 aveva dichiarato Albanese come persona non grata) che non hanno
tollerato quanto scritto nel documento nel quale si denunciano, tra l’altro, “i meccanismi delle aziende che
sostengono il progetto coloniale israeliano di trasferimento e sostituzione dei
palestinesi”, indicando 60 aziende come possibili complici degli atti
genocidari in Palestina.
Come
detto non si tratta delle prime sanzioni contro persone che svolgono un ruolo
indipendente sul piano internazionale.
Con l’aggiunta di un ulteriore elemento di gravità
rispetto alle altre misure imposte da Trump perché se già in passato erano
state disposte sanzioni nei confronti di funzionari della Corte penale
internazionale è la prima volta che gli Stati Uniti colpiscono direttamente
funzionari dell’organizzazione che hanno contribuito, in modo determinante, a
fondare.
Prima
di passare ad analizzare le norme violate, appare opportuno inquadrare il ruolo
e il fondamento giuridico delle attività dei Relatori speciali.
2. Le
funzioni dei Relatori speciali nominati dal Consiglio per i diritti umani
all’interno del sistema ONU: prerogative e immunità.
I
Relatori speciali nominati dal Consiglio per i diritti umani, all’interno
dell’ONU, sono incaricati di monitorare specifiche situazioni relative alla
tutela dei diritti dell’uomo e comprendono numerosi settori, con un mandato che
non può superare i 6 anni.
La
loro istituzione è stata decisa nel 1979 e ha avuto subito la caratteristica di
individuare queste figure per lo svolgimento di funzioni di monitoraggio di
specifiche situazioni in soggetti esperti non dipendenti dell’Onu, ma
indipendenti, che operano a titolo personale, senza ricevere alcuna
retribuzione.
La
nomina è del Consiglio per i diritti umani al quale i Relatori speciali
sottopongono studi e documenti frutto delle proprie attività svolte in modo
indipendente.
Sono poi tenuti a presentare una relazione
annuale al Consiglio per i diritti umani e a illustrare i propri risultati
all’Assemblea generale ONU. Attualmente sono in attività 60 Relatori speciali:
46
hanno mandati tematici e 14 si occupano delle situazioni in specifici Paesi
come la Corea del Nord, la Bielorussia, l’Iran, la Russia e l’Afghanistan.
Naturalmente,
è apparso subito necessario istituire un Relatore speciale per la Palestina e,
infatti, il Consiglio ha deciso l’istituzione di questo ruolo nel 1993 con un
mandato chiaro: seguire e preparare rapporti sulle violazioni dei diritti umani
nei territori occupati e lavorare con governi, società civile e altri soggetti
per rafforzare la cooperazione internazionale.
Per attuare in modo concreto questo compito è prevista
la possibilità per l’incaricato di svolgere visite nei territori, attività che
è stata del tutto preclusa alla Relatrice speciale Francesca Albanese dal
Governo israeliano.
In primo piano, in quest’attività di
monitoraggio, le indagini sulle violazioni del diritto internazionale
umanitario e della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in tempo
di guerra del 12 agosto 1949, la raccolta di testimonianze e documenti al fine
di indicare raccomandazioni al Consiglio per i diritti umani.
La
Relatrice Francesca Albanese (l’ottava relatrice), nominata a marzo 2022 dal
Consiglio per i diritti umani, ha preso servizio dal 1° maggio 2022.
Se le
campagne contro la Relatrice sono state da tempo svolte ad ampio raggio, con
vere e proprie iniziative d’odio e contenuti diffamatori, un salto di livello
in negativo si è avuto con le misure contenute nell’Executive Order “Imposing Sanctions on the
International Criminal Court”.
Tali
misure erano state preannunciate, il 9 luglio, dal Segretario di Stato
statunitense “Marco Rubio” il quale, senza tema del ridicolo, ha dichiarato che
le sanzioni erano necessarie per tutelare la sovranità di Israele e Stati Uniti
perché la collaborazione con la Corte penale internazionale nelle indagini nei
confronti di cittadini degli Stati Uniti e di Israele “senza il consenso di
questi due Paesi”, che non sono parti allo Statuto di Roma, sarebbe una
sostanziale minaccia all’integrità dei due Stati.
E, in questa direzione, Rubio ha scritto che “The United States has repeatedly
condemned and objected to the biased and malicious activities of Albanese that
have long made her unfit for service as a Special Rapporteur”, accusandola di
spargere antisemitismo e finanche di supportare il terrorismo.
Poi
Rubio ha colpito l’ultimo rapporto presentato da Francesca Albanese accusata di
aver “puntato il dito” verso alcune società americane e di aver raccomandato
alla Corte penale internazionale indagini nei confronti degli amministratori di
queste aziende, definendo queste accuse come atti che fanno parte di una
campagna di guerra politica ed economica che minaccia gli interessi nazionali e
la sovranità degli Stati Uniti.
Le
sanzioni contro Albanese seguono quelle indirizzate ai giudici della Corte
penale internazionale Reine Adelaide Sophie Alapini Gansou, Solomy Balungi
Bossa, Luz del Carmen Ibáñez Carranza e Beti Hohler, in aggiunta a quelle che
avevano già colpito il Procuratore Karim A.A. Khan, con l’applicazione del
divieto di ingresso sul territorio Usa – che vuol dire anche impedire ai
destinatari di recarsi nella sede principale dell’Onu a New York nonché il
congelamento di conti e beni che si trovano sul territorio statunitense.
Al di
là dell’evidente messaggio di odio politico che tra l’altro rischia di additare
la Relatrice speciale come bersaglio dei milioni di sostenitori di Trump e
Netanyahu, l’Executive Order è adottato in aperta violazione degli obblighi
derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare con riguardo al
rispetto dell’immunità.
Il
quadro normativo non dà adito ad alcun dubbio.
Accanto
ad alcune norme della Carta che garantiscono all’ONU l’esercizio delle proprie
funzioni per il conseguimento dei fini fissati nello Statuto (articolo 104) e
che assicurano all’Organizzazione, nel territorio degli Stati membri, i
privilegi e le immunità “necessari per il conseguimento dei suoi fini” (con la
previsione dell’immunità ai funzionari ONU, articolo 105), la Convenzione sui
privilegi e le immunità delle Nazioni Unite del 13 febbraio 1946, pur non
contenendo, come è ovvio, una specifica disciplina per i Relatori speciali,
all’articolo VI, sezione 22 dedicata agli esperti in missione per
l’organizzazione, dispone che “gli esperti (diversi dai funzionari elencati
nell’articolo V) in missione per l’Organizzazione godono dei privilegi e delle
immunità necessari per esercitare in piena indipendenza le loro funzioni
durante tutta la durata della missione, incluso il tempo del viaggio.
Essi
godono in particolare dei privilegi e delle immunità seguenti:
a)
immunità da arresto o da detenzione e sequestro dei loro bagagli personali;
b)
immunità da qualsiasi giurisdizione per quanto concerne gli atti da essi
compiuti durante le loro missioni (parole e scritti compresi)”;
c)
inviolabilità di qualsiasi pratica e documento;
d)
diritto di fare uso di codici e di ricevere documenti o corrispondenza per
corriere o valigie sigillate per le loro comunicazioni con l’Organizzazione;
e) stesse agevolazioni concesse ai
rappresentanti dei Governi stranieri in missione ufficiale temporanea, in
materia monetaria o di cambio;
f) stesse immunità e agevolazioni concesse
agli agenti diplomatici per i loro bagagli personali”.
La
norma è chiara e vincolante per gli Stati Uniti, che hanno aderito alla
Convenzione il 29 aprile 1970, ed è funzionale a proteggere i Relatori speciali
da attacchi di Governi e altri che, proprio con la previsione di sanzioni o
azioni giurisdizionali, possono mettere a rischio le funzioni loro attribuite.
Come
detto, l’immunità copre gli atti compiuti nell’esercizio delle proprie
funzioni: è proprio il caso di Francesca Albanese che ha svolto il compito
attribuito dalle Nazioni Unite.
Inoltre,
la norma stabilisce che l’immunità “continua a essere loro concessa anche dopo
la conclusione delle loro missioni per l’Organizzazione” e solo il Segretario
generale può revocare “l’immunità concessa a un esperto in tutti i casi in cui
ritenga che essa ostacoli l’azione della giustizia e qualora possa essere
revocata senza pregiudicare gli interessi dell’Organizzazione”.
A
ulteriore conferma di quanto affermato nella Convenzione, è intervenuta, in
passato, la Corte internazionale di giustizia nel parere del 29 aprile 1999 nel
caso “Divergenza in tema di immunità processuale di un Relatore speciale della
Commissione dei diritti umani”.
La richiesta di parere era arrivata dal
Consiglio economico e sociale e riguardava proprio l’applicazione dell’articolo
VI, sezione 22 al Relatore speciale Param Cumaras wamy, nominato dall’allora
Commissione sui diritti umani per monitorare la situazione dell’indipendenza di
giudici e avvocati.
Il
Relatore speciale era stato oggetto di azioni giudiziarie vessatorie e abusive
in Malesia per alcune interviste rilasciate a giornali di quel Paese proprio
sulla mancata indipendenza del sistema giudiziario ed era stato destinatario di
richieste di risarcimento pari a 112 milioni di dollari.
Dal
canto suo, il Segretario generale aveva chiarito che il Relatore speciale
parlava nelle sue funzioni ufficiali ed era così tutelato dall’immunità.
Nel
parere, la Corte ha riconosciuto l’immunità del Relatore speciale in base
all’articolo VI della Convenzione, precisando che spettava unicamente al
Segretario generale privarlo dell’immunità diplomatica. Ancora prima, nel
parere del 15 dicembre 1989, nel caso dell’ “Applicabilità della sezione 22
dell’articolo VI della Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni
Unite” (nota anche come “Mazilu case”, dal nome del cittadino rumeno membro
della Sottocommissione per la lotta contro le discriminazioni e la tutela delle
minoranze al quale il Governo di Bucarest impediva di lasciare il Paese e di
ricevere documenti delle Nazioni Unite), la Corte ha precisato che l’indicata
sezione 22 comprende anche l’invio di esperti così come coloro ai quali è stato
affidato l’incarico di preparare rapporti, svolgere inchieste e attività di
analogo tenore per consentire lo svolgimento delle funzioni affidate a esperti
che non hanno lo status di funzionari dell’Organizzazione.
Sul
punto, in un’ottica di ampliamento dell’attribuzione di tali immunità a esperti
nominati dall’Organizzazione, la Corte ha precisato che “The essence of the matter lies not
in their administrative position but in the nature of their mission (par. 47).
3. La comunità internazionale tra sostegno,
dichiarazioni di facciata e “rumorosi” silenzi.
Dal
quadro descritto è evidente che l’Executive Order è stato adottato in
violazione degli obblighi internazionali assunti dagli Stati Uniti che, come
detto, hanno ratificato la Convenzione del 1946. Né gli Stati Uniti possono
sostenere di poter agire svincolati da regole internazionali sul proprio
territorio perché sono ancora parte del sistema ONU.
Le
sanzioni imposte nei confronti della Relatrice speciale, che ha agito nel pieno
rispetto del mandato assegnatole dal Consiglio per i diritti umani e del codice
di condotta adottato il 6 dicembre 2007 con risoluzione 5/2 del Consiglio per i
diritti umani, hanno un mero fine politico, con gli Stati Uniti che usano tali
misure al solo fine di impedire lo svolgimento di attività che oggi sono più
che mai essenziali in ragione dei crimini in corso da lungo tempo, ben sapendo,
per di più, che ogni azione giudiziaria volta ad impugnare l’Executive Order
risulterà inutile.
Ma c’è
di più perché è innegabile che le sanzioni unilaterali di così ampia portata
non colpiscono il singolo relatore ma hanno un sicuro “chilling effect”
sull’intero operato di altri esperti che, oggi più che in passato, svolgono un
ruolo fondamentale nel monitorare le violazioni e nel mostrare la situazione
all’intera comunità internazionale, in modo che nessuno, tra Stati, imprese e
privati, possa dire di non sapere.
Le
Nazioni Unite hanno reagito:
il
Presidente del Consiglio per i diritti umani, Jürg Lauber, ha protestato immediatamente,
presentando, il 10 luglio, una dichiarazione con la quale ha ricordato gli
obblighi di tutti gli Stati membri dell’ONU di cooperare con i relatori
speciali e di astenersi da ogni atto di intimidazione o rappresaglia.
Così,
il supporto è arrivato dal Segretario generale António Guterres il quale ha
dichiarato che “The use of unilateral sanctions against Special Rapporteurs, or any other
UN expert or official is unacceptable” e dall’Alto Commissario delle
Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, che è intervenuto chiedendo
l’immediata cessazione delle misure che costituiscono un attacco alle Nazioni
Unite.
Anche
altre organizzazioni hanno espresso supporto alla Relatrice speciale Francesca
Albanese, ben consapevoli dell’importanza di sostenere il lavoro di chi è
impegnato a far luce sulle gravissime violazioni dei diritti umani in Palestina
a nome dell’intera comunità internazionale, a rischio anche della propria
incolumità.
Così,
l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, l’11 luglio, ha espresso una
forte condanna nei confronti dell’amministrazione americana e forti
preoccupazioni per misure che minano l’indipendenza e l’integrità del sistema
ONU.
In
particolare, oltre a sostenere il lavoro della Relatrice speciale, è stato
sottolineato che i tentativi di intimidire o punire i funzionari dell’ONU che
svolgono il proprio dovere tra numerose difficoltà è un attacco ai principi del
multilateralismo e all’ordine giuridico internazionale al quale gli Stati sono
vincolati.
Colpisce
il sostanziale silenzio dell’Unione europea perché non bastano le dichiarazioni
di facciata e questo in particolare quando vengono colpiti cittadini europei.
È nota solo una dichiarazione del portavoce
del Consiglio Anouar El Anouni, il quale ha affermato: “We deeply regret the decision to
impose sanctions on Francesca Albanese", e che l’Unione europea
"strongly supports the United Nations human rights system”.
Totale silenzio dall’Alta rappresentante per
gli affari esteri e per la politica di sicurezza “Kalia Kallas”, dalla
Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal “Parlamento
europeo”.
E
arriviamo al grande assente, il Paese del quale Francesca Albanese ha la
cittadinanza.
Il
ministro degli esteri Tajani, con una dichiarazione singolare resa nel corso di
un’intervista, ha affermato che non è necessario occuparsi di ciò che riguarda
cittadini italiani, colpiti in modo unilaterale da uno Stato straniero,
nell’esercizio delle funzioni in qualità di soggetti che hanno un incarico
dell’ONU e non in quanto cittadini italiani.
Inutile, quindi, sperare, anche in futuro, in
un’azione in protezione diplomatica.
Eppure,
qualora fosse necessario, bisogna ricordare che il relatore speciale non perde
naturalmente la sua nazionalità e, quindi, a fronte di misure illegittime nei
confronti di un proprio cittadino lo Stato dovrebbe intervenire a suo supporto
non fosse altro per impedire che analoghe situazioni si riproducano in futuro.
Basterebbe
prendere l’esempio da altri Stati e da quanto affermato dalla Corte
internazionale di giustizia:
proprio all’inizio dell’attività dell’Onu nel
caso Bernadotte, inviato dell’Onu come mediatore tra arabi e israeliani e
ucciso a Gerusalemme il 17 settembre 1948, la Corte internazionale di
giustizia, nel parere dell’11 aprile 1949 relativo “alla riparazione per danni
subiti al servizio delle Nazioni Unite”, ha chiarito che le azioni di
risarcimento avviate dall’ONU concorrevano con quelle dello Stato di
cittadinanza, in quel caso la Svezia che, infatti, era intervenuta a supporto
dei familiari del proprio cittadino.
C’è
poco da aggiungere se non che se gli esperti, funzionari o giudici hanno la
nazionalità italiana e sono colpiti da sanzioni illegittime, Trump può dormire
sonni tranquilli.
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