È indispensabile avvicinarsi al gas russo.
È
indispensabile avvicinarsi al gas russo.
Il gas
russo ha solo cambiato forma
ma continua ad arrivare in Europa e Italia.
Il
ruolo chiave della Spagna.
Ilfattoquotidiano.it
- Luisiana Gaita – (9 – aprile -2026) – Redazione – ci dice:
Il gas
russo ha solo cambiato forma ma continua ad arrivare in Europa e Italia. Il
ruolo chiave della Spagna.
In
Europa si predica la fine della dipendenza dal gas russo, ma la verità è che il
gas russo continua ad arrivare ai paesi dell’Unione europea.
Lo
dimostrano i dati sulle esportazioni di Gas naturale liquefatto (GNL), il
business su cui puntano diversi stati, fra cui l’Italia.
Nel
2022, come racconta la ong “Re Common” nel report “Sicurezza energetica per
chi?”, sugli interessi italiani nel settore, le esportazioni russe sono
cresciute del 10% e circa il 43% del totale è stata destinata a paesi
dell’Unione europea.
Una
crescita guidata dalla società russa Novate, il cui gas arriva per lo più da “Yama
Lang”, impianto di liquefazione di gas nella Russia siberiana e tra i più
grandi progetti estrattivi al mondo.
Nel 2016 Intesa Sanpaolo ha versato, dietro
garanzia dell’assicuratore pubblico Sacie, 750 milioni di euro nelle casse di
Novate per il progetto Yama Lang.
Ma come arriva il GNL russo?
Buona
parte di questo gas liquefatto non arriva direttamente ai terminal dei paesi
destinatari, ma passa prima da alcuni impianti chiave europei, tra cui quello
di Barcellona, attraverso procedure poco trasparenti.
Il
passaggio del Gas russo in Europa e il ruolo della Spagna – I paesi europei che
hanno importato volumi di GNL russo nel 2022 sono stati, infatti, Spagna,
Belgio, Francia, Paesi Bassi e, infine, Italia. Eppure la Spagna è uno dei
pochi paesi dell’Unione che non ha dovuto attrezzarsi per diversificare le
importazioni di gas. “Con una relazione stabile con l’Algeria e sette terminal
di rigassificazione ampiamente sottoutilizzati – racconta “Re Common “– fino a
gennaio del 2022 non aveva importato un solo metro cubo di gas dalla Russia”.
Il
boom di GNL verso l’Ue, però, ha travolto anche il paese iberico “e nel
calderone è finita anche una buona fetta di importazioni di gas russo”.
Oggi
la Russia è il terzo fornitore di gas della Spagna (dopo Usa e Algeria) “che
arriva via nave ed è rivenduto ad altri paesi europei (e non solo), Italia
inclusa” spiega” Re Common”.
In
questo passaggio ha un ruolo chiave il porto di Barcellona, dove si trova il
rigassificatore più grande del Mediterraneo.
Oggi
il terminal ha una capacità di 17 miliardi di metri cubi di gas.
La
proprietà dell’impianto è di ENAGAS, società di trasporto del gas spagnola,
business partner di Snam.
Cosa
avviene lo ha spiegato alla ong, Josep Nuala Copra, ricercatore dell’Osservatori
del Beute en la Globalizzaci.
Da
qualche anno la regolamentazione spagnola ha adottato la misura del ‘tanker
unico’: gli stoccaggi di gas sono gestiti come un unico deposito aggregato.
Questo
significa che, per esempio, un terminal in Galizia può ricevere GNL proveniente
dalla penisola di Yama in Russia e rivenderlo dal terminal di Barcellona a
qualsiasi paese nel Mediterraneo o nel mondo.
Dall’inizio
del conflitto, il terminal ha iniziato così a rivendere gas anche nel
Mediterraneo “senza alcuna trasparenza rispetto alla sua origine”.
Proprio
da Barcellona passa la risposta italiana alla crisi – Questi dati riguardano
l’Italia da vicino.
È
stato l’ex ministro della Transizione ecologica, “Roberto Cingolani”, a sancire
il nuovo collegamento tra il terminal per l’import di Panicaglia (in Liguria),
controllato da Snam e i terminali spagnoli, in particolare proprio quello di
Barcellona.
Inoltre, a maggio 2022 Snam ed ENAGAS hanno
firmato un memorandum di intesa per la costruzione di un gasdotto lungo oltre
700 chilometri che dovrebbe collegare in maniera permanente il terminal di
Barcellona a quello di Livorno.
Il progetto, che rientrerebbe tra quelli
strategici dell’Ue come parte del pacchetto di misure “Re Power EU”, potrebbe
costare fino a 2,5 miliardi di euro.
“La
narrativa della sicurezza energetica giustifica l’espansione dei due terminali
di Snam, Pangalli e Livorno, che dovrebbero ricevere il gas spagnolo” denuncia “Re
Common”, che si domanda “quali siano le garanzie che alla fine quello
acquistato non sia sempre gas russo”.
Lo
storico legame con Mosca – Ma il collegamento con il gas russo è anche un altro
e ha radici più profonde.
Non
c’è solo il finanziamento di Intesa Sanpaolo al progetto Yama Lang di Novate.
Nel 2021, Intesa Sanpaolo e Cassa Depositi e Prestiti avevano anche confermato
il sostegno (per una somma complessiva di circa 560 milioni di dollari) ad Artic
Lng-2, mega-progetto di liquefazione di gas sempre in capo a Novate, in una
delle aree più a rischio dell’Artico russo.
In
seguito all’entrata in vigore delle sanzioni varate dall’Unione europea nei
confronti del Cremlino, Intesa Sanpaolo (che aveva già sborsato 50 milioni di
dollari) e Cassa Depositi e Prestiti hanno deciso di congelare il prestito.
Resta il fatto che, fra il 2016 e il 2022, Intesa Sanpaolo ha concesso circa 5
miliardi di dollari all’industria fossile russa, di cui 2,9 miliardi a Gazprom,
la principale società energetica russa controllata dallo Stato.
L’istituto di credito, inoltre, è al secondo
posto tra le istituzioni finanziarie private, seconda solo alla banca
statunitense JP Morgan, per esposizione finanziaria ai progetti guidati da
multinazionali energetiche russe (Novate, Gazprom, Rosneft) più altamente
impattanti in termini di emissioni di Co2 nell’atmosfera.
La
Rivoluzione che Sta Accadendo nel Mondo…
Conoscenzealconfine.it
– (8 Aprile 2026) - Gabriele Sannino – ci dice:
La
RIVOLUZIONE che sta accadendo nel mondo è talmente GRANDE che neanche la
cosiddetta “contro-informazione” (legata, a questo punto, alle vecchie logiche
e vibrazioni) riesce a comprenderla.
Si sta
distruggendo, infatti, TUTTA l’architettura INTERNAZIONALE degli ultimi
decenni, e, se si pensa al nuovo sistema finanziario, addirittura di secoli.
Donald
Trump – piaccia o meno perché è “bullo”, ha i capelli rossi, è “narcisista” e
altre sciocchezze simili – sta seguendo un PIANO POLITICO-MILITARE che è ormai
evidente a CHIUNQUE sia ancora libero da ideologie e stupidi preconcetti.
Questo
piano prevede la distruzione dell’europeismo, della NATO, dell’ONU, dell’OMS,
dell’attuale sistema finanziario, dunque, alla fine, dello stesso SIONISMO che
ne detiene le chiavi.
Mi
sembra chiaro: non puoi distruggere tutto se, dietro le quinte, non hai un
nuovo modello.
Cominciamo
col Guardare a Questo “Piano di Smantellamento”:
– UNIONE EUROPEA: sepolta da dazi, obblighi di
acquisti di energia, si scopre ormai DEBOLISSIMA, senza industria, materie
prime e senza energia, ISOLATA sia da Trump che da Putin (in quest’ultimo caso
per la stessa volontà dell’UE) ma anche da Xi in Cina.
L’unica speranza per la sopravvivenza dell’UE
non saranno affatto gli STUPIDI e INFANTILI lockdown energetici (il piano
globalista è FALLITO ormai in tutto il mondo, così come tutte le agende e i
programmi globalisti), anzi questi non saranno per nulla accettati dai
cittadini…
che
chiederanno in MASSA un accordo proprio con la Russia “cattivona” di Putin.
I paesi dovranno per forza di cose andare in
ordine sparso per SOPRAVVIVERE, dato che l’UE sarà troppo corrotta per uscire
dalla lavanderia finanziaria dell’Ucraina.
Bye
Bye Europa…
– NATO: qui lo scenario è ancora più
GODIBILE, dato che ormai tutta l’amministrazione Trump parla di questa
“alleanza” come di una tigre di carta, di una organizzazione costosa che non
permette neanche l’uso delle basi (a proposito, la mossa del Governo Meloni sul
rifiuto di Sigonella è stata ottima, dato che ha dato un assist incredibile
alla causa!).
Per la
NATO, prima si è alzata la posta per aumentare i contributi, adesso si parla di
mancanza di aiuti militari e logistici. Solo gli emotivi sui social non
capiscono che queste sono STRATEGIE.
–
OMS-ONU:
sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che l’organizzazione delle
Nazioni Unite (ONU) sono, ormai, del tutto irrilevanti. Sono state entrambe
derise e criticate dall’attuale amministrazione, e l’uscita dall’OMS e da molti
programmi dell’ONU sta a significare solo una cosa: presto queste
organizzazioni non esisteranno più. La demolizione dello USAID (un fondo che
conteneva tutti i programmi e i progetti del Deep State internazionale) ha
aiutato tantissimo, ma tant’è Trump è “l’alcolico biondo che fa impazzire il
mondo”.
– SISTEMA FINANZIARIO: stiamo assistendo, ormai da tempo,
alla fine del petrodollaro, una moneta fiat TOSSICA che a Trump non interessa
più, dato che, dietro le quinte del mondo, c’è già un sistema per trasformare
l’attuale moneta debito in CREDITO, non facendola più gestire ai banchieri
sionisti.
È la
fine del petrodollaro che reca con sé, tra le altre cose, la fine della NATO,
dato che agli Stati Uniti non interessa più predare – pardon “difendere” – gli
asset economici dell’élite sionista nel mondo.
Tra le
altre cose, il nuovo sistema garantisce prosperità per tutti, e gli Stati Uniti
gioveranno tantissimo da questo nuovo sistema.
– SIONISMO: stiamo assistendo, anche qui, alla
distruzione di Israele, e del suo Mossad, con una strategia militare che è
bellissima nella sua semplicità.
Fai
negoziati con una parte del paese per eliminare dallo stesso il terrorismo
gestito dal “Deep State” (parliamo dell’Iran, ovviamente) ma i sionisti legati
al Mossad non ci stanno, dato che le loro guerre dipendono proprio da quelle
frange terroriste.
Ecco che Intervieni in una guerra mossa da
loro e, alla fine, i due paesi in Medio Oriente in mano a quello stesso “Deep
State” si distruggono a vicenda.
Ci
sono molti innocenti purtroppo che ci vanno di mezzo, lo sappiamo, ma siamo in
guerra, e questa è l’ULTIMA guerra.
Ad
oggi le strutture del Mossad sono state decapitate sia in Iran che in Israele,
ma tant’è.
Il
mondo sta cambiando ma voi non ve ne state accorgendo. Anzi, tuonate contro
quell’uomo che sta distruggendo l’intero sistema che avete denunciato per anni,
solo perché i suoi modi non vi piacciono (già, perché con una élite satanista
puoi andarci per il sottile!)
Non ve
ne accorgete perché, sempre secondo voi, nello studio ovale prevale il
narcisismo di Trump… e non le strategie politico-militari nazionali e…
internazionali.
Che tenerezza.
(Gabriele
Sannino).
(t.me/gabrielesannino).
L’UE
vieta tutte le importazioni di gas
russo
dopo un accordo dell’ultimo minuto.
Rinnovabili.it
- Erminia Voccia – (3 Dicembre 2025) – ci dice:
A
seguito della prevista approvazione definitiva da parte di Parlamento e
Consiglio, la legge entrerà in vigore a partire dal primo gennaio del prossimo
anno e si applicherà a diverse tipologie di gas con tempistiche diverse e
graduali.
Importazioni-di-gas-russo-Ue.
On 3
December 2025, Ursula von der Leyen, President of the European Commission, Dan
Jørgensen, European Commissioner for Energy and Housing and Fatih Birol,
Executive Director of the International Energy Agency (IEA), gave a press
statement on the provisional agreement on the phasing out of Russian fossil
fuels under REPowerEU.
Credits:
Unione Europea, 2025.
L’Europa
questa notte ha raggiunto un accordo politico storico per rinunciare
definitivamente alle importazioni di gas russo.
L’Unione Europea inizierà a vietarle dall’inizio del
prossimo anno, dopo che legislatori, funzionari e diplomatici europei sono
riusciti ad accordarsi su un atto legislativo fondamentale e destinato a
riscrivere la storia del settore energetico europeo.
Indice
dei contenuti:
Una
nuova era libera da gas e petrolio russi.
Fine
della dipendenza energetica europea da Mosca.
La legge
per lo stop alle importazioni di gas russo.
Prossimi
passi.
Una
nuova era libera da gas e petrolio russi.
“All’inizio
della guerra versavamo alla Russia 12 miliardi di euro al mese per i
combustibili fossili.
Ora
siamo scesi a 1,5 miliardi di euro al mese.
Puntiamo ad arrivare allo zero“, ha dichiarato
la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.
“Questo è un giorno positivo per l’Europa e
per la nostra indipendenza dai combustibili fossili russi: è così che rendiamo
l’Europa resiliente“.
“Negli
ultimi anni, l’Europa ha raggiunto risultati concreti e ha risolto ciò che
molti ritenevano impossibile.
Abbiamo
diversificato il nostro approvvigionamento con nuove partnership affidabili.
Abbiamo
investito massicciamente nelle energie rinnovabili.
E,
inverno dopo inverno, abbiamo mantenuto le nostre case calde, le luci accese e
tutti noi al sicuro, con “RE Power EU”.
Metà
della nostra elettricità ora proviene da fonti rinnovabili.
Le
nostre importazioni di gas dalla Russia sono scese all’11%, dal precedente
45%“, ha affermato von der Leyen.
“Stiamo
parlando di un risultato storico.
Ha
dichiarato invece il capogruppo della Commissione Industria, “Ricerca ed
Energia”, Ville Niinistö (Verdi/ALE, Finlandia) – l’UE sta compiendo passi
enormi verso una nuova era libera da gas e petrolio russi.
La
Russia non potrà mai più usare le esportazioni di combustibili fossili come
arma contro l’Europa.
Il
Parlamento Europeo aveva come priorità assoluta accelerare il più possibile i
tempi per vietare le importazioni di gas russo tramite gasdotto, vietare i
contratti di GNL a lungo termine con un anno di anticipo e impedire che le
regole vengano aggirate”.
“Ora
dobbiamo agire presto per finalizzare questo accordo e rivolgere la nostra
attenzione alle importazioni di petrolio, dove ci impegneremo a rispettare
l’impegno della Commissione Europea di presentare una proposta legislativa
all’inizio del prossimo anno“.
Fine
della dipendenza energetica europea da Mosca.
Durante
la scorsa estate la Commissione aveva presentato il disegno di legge
finalizzato a porre fine alla dipendenza energetica europea da Mosca.
Le
importazioni europee di gas proveniente dalla Russia sono diminuite
drasticamente dal 2022 ad oggi e l’acquisto di gas russo è già soggetto a
sanzioni da rinnovare ogni sei mesi.
Le nuove norme, invece, mirano a definire in
maniera permanente la rottura dei legami con Mosca.
Ad
ottobre, i Ventisette avevano concordato la posizione negoziale del Consiglio,
semplificando gli obblighi doganali rispetto alla proposta avanzata dalla
Commissione e introducendo ulteriori meccanismi di monitoraggio.
Con
questa legge l’Europa vuole interrompere per sempre la sistematica
militarizzazione delle forniture energetiche da parte della Russia, aggravatasi
con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio del 2022.
Dallo scoppio della guerra, avvenuto ormai
quasi quattro anni fa, Mosca ha volutamente manipolato il mercato,
interrompendo spesso bruscamente il funzionamento dei gasdotti.
Tali
azioni hanno causato un aumento dei prezzi dell’energia calcolato fino a otto
volte rispetto ai livelli pre-crisi.
La
legge per lo stop alle importazioni di gas russo.
A
seguito della prevista approvazione definitiva da parte di Parlamento e
Consiglio, la legge entrerà in vigore a partire dal primo gennaio del prossimo
anno e si applicherà a diverse tipologie di gas con tempistiche diverse e
graduali.
L’acquisto di gas sul mercato spot sarà
vietato già a partire dalla fine del 2025, mentre i contratti a breve e lungo
termine esistenti saranno vietati dal 2026 e dal 2027.
Il
divieto di importazione di gas tramite gasdotto si applicherà a partire da
settembre 2027 e non prima, a causa principalmente delle preoccupazioni dei
Paesi ancora fortemente dipendenti dal gas russo, come Slovacchia e Ungheria.
Più nello
specifico, i contratti a lungo termine per i gasdotti, considerati i più
critici, saranno vietati a partire dal 30 settembre 2027, a condizione che i
livelli di stoccaggio siano sufficienti, e comunque non oltre il primo novembre
2027.
Per il gas naturale liquefatto, i contratti a
lungo termine saranno vietati a partire dal primo gennaio 2027, come aveva
chiesto la Presidente della Commissione.
I contratti a breve termine verranno vietati
prima:
dal 25
aprile 2026 per il GNL e dal 17 giugno 2026 per le forniture tramite gasdotto.
Gli
europarlamentari hanno insistito molto per accelerare il “phase-out” del
petrolio e gas russo e alla fine e sono riusciti a non posticipare alcun
divieto oltre 2027.
Il Parlamento UE ha anche ottenuto l’impegno
da parte dei Governi nazionali ad armonizzare le sanzioni alle imprese che
violano le norme, imponendo una delle tre seguenti penalità finanziarie:
una
sanzione forfettaria di 40 milioni di euro;
il
3,5% del fatturato annuo o il 300% del valore della transazione illecita.
Prossimi
passi.
L’accordo
necessita ancora dell’approvazione formale sia del Parlamento che del Consiglio
dell’Unione Europea per poter diventare legge.
Le Commissioni Industria, Ricerca ed Energia e
Commercio Internazionale voteranno insieme l’accordo l’11 dicembre.
Il
Parlamento invece lo farà nel corso della sessione plenaria del 15-18 dicembre.
(Erminia
Voccia - Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle
dinamiche globali.)
Ecco
perché riaprire al gas russo
è più
facile a dirsi che a
farsi
per l’Europa.
Energiaoltre.it
– (9 Aprile 2026) – Alessandro Sperandio – ci dice:
Tra
infrastrutture sabotate, sanzioni tecnologiche e una cronica carenza di navi
rompighiaccio, Mosca non dispone più dell’architettura necessaria per soccorrere il
mercato globale.
Mentre
la crisi nello Stretto di Hormuz stringe i mercati energetici mondiali in una
morsa, l’ipotesi di un ritorno massiccio al gas russo per stabilizzare i prezzi
in Europa si scontra con una realtà tecnica e geopolitica invalicabile. Nonostante la Russia detenga le
maggiori riserve di gas al mondo, il suo sistema di esportazione verso
l’Occidente è oggi un guscio svuotato:
i gasdotti Nord Stream sono distrutti, il
transito attraverso l’Ucraina è politicamente congelato dalla guerra e il
settore del gas naturale liquefatto (GNL) è paralizzato dalla mancanza di
tecnologie e navi specializzate.
Come
sottolineato dall’esperto Gianclaudio Terlizzi di “T Commodity”, Mosca non ha
più la flessibilità logistica per capitalizzare lo shock energetico causato dal
conflitto in Medio Oriente.
L’ARCHITETTURA
DEI GASDOTTI È ORMAI COMPROMESSA.
Riaprire
i flussi via tubo è un’operazione che trascende la semplice volontà politica.
“Nord Stream è fuori gioco, il transito da
Polonia o Ucraina è impraticabile finché dura la guerra”, spiega Terlizzi.
L’unico
corridoio rimasto verso l’Europa è la seconda linea del “Turk Stream”, che
serve Ungheria, Austria e Serbia, ma la sua portata è limitata a circa 16-17
miliardi di metri cubi annui ed è recentemente stata oggetto di danneggiamenti.
Se nel
2021 l’Europa importava 140 miliardi di metri cubi dalla Russia, oggi quei
volumi sono fisicamente impossibili da ripristinare.
Anche se le esportazioni tramite” Turk Stream”
sono aumentate del 22% a marzo 2026 a causa del blocco di Hormuz, i flussi
totali verso il continente restano ai minimi storici dagli anni ’70, segnando
un degrado strategico che nessun accordo bilaterale limitato potrebbe
invertire.
IL
COLLO DI BOTTIGLIA LOGISTICO DEL GNL ARTICO.
La
strategia russa per aggirare la rigidità dei tubi puntava tutto sul gas
naturale liquefatto, ma le sanzioni hanno colpito il cuore operativo del
sistema: la logistica.
Mosca
dispone di una capacità produttiva nominale di 46 milioni di tonnellate annue,
ma nel 2025 la produzione effettiva è rimasta ferma a 33 milioni.
Il
problema non è la scarsità di risorsa, ma l’impossibilità di trasportarla. Per
operare nell’Artico, impianti come Kamal e Artic LNG-2 necessitano di metaniere
rompighiaccio di classe Arc7.
La flotta attuale è insufficiente per coprire
le rotte verso l’Asia, che richiedono tempi di navigazione tripli rispetto
all’Europa.
Senza
queste navi, che i cantieri occidentali non forniscono più e che la Cina non ha
ancora consegnato, la Russia è costretta a ridurre la produzione o a restare
vincolata ai terminali europei, dai quali l’UE intende sganciarsi
definitivamente entro il 2027.
LA
NUOVA DIPENDENZA DAL MERCATO CINESE.
Il
tanto sbandierato riorientamento verso Est ha trasformato la Russia da partner
strategico a fornitore subordinato.
Sebbene
il gasdotto “Power of Siberia 1” abbia consegnato quasi 39 miliardi di metri
cubi alla Cina nel 2025, esso attinge da giacimenti che non sono mai stati
collegati alla rete che riforniva l’Europa.
Il
progetto “Power of Siberia 2”, l’unico che potrebbe ricollegare le risorse
siberiane occidentali a un grande mercato estero, rimane bloccato in una fase
di “lavori preparatori” nel Piano quinquennale cinese.
Pechino
negozia da una posizione di estrema forza, imponendo prezzi vicini alle tariffe
interne russe.
In questo scenario, la Russia non è più un
attore in grado di influenzare il mercato globale tramite l’offerta, ma è
diventata una risorsa di “assicurazione strategica” per la Cina, soggetta alle
condizioni e ai tempi decisi dal Dragone.
UNA “TRAPPOLA
STRUTTURALE” CHE RIDUCE L’AUTONOMIA DI MOSCA.
La
crisi del gas innescata dalla guerra in Iran ha reso visibile quella che gli
analisti definiscono una “trappola strutturale”. A differenza del petrolio, che
può essere reindirizzato via nave con relativa facilità, il gas richiede
infrastrutture fisiche e immateriali – assicurazioni, canali di pagamento e
servizi di trasbordo – che la Russia ha perso quasi integralmente in Occidente.
Il
sistema è sopravvissuto spostando l’adeguamento verso l’interno, aumentando il
consumo industriale domestico a prezzi bassissimi, ma questo garantisce solo la
stabilità fisica del settore a scapito di quella finanziaria.
Il futuro della Russia non sarà una grande
ripresa dei fasti energetici passati, ma un modello frammentato di lavorazione
interna (petrolchimica e fertilizzanti) e una monetizzazione di qualità
inferiore, che conferma un degrado strutturale ormai irreversibile.
L’Europa
e il dilemma energetico:
tornare
al gas russo per sopravvivere?
Pensalibero.it
– Angelo Santoro – (5 aprile 2026) – Redazione – ci dice:
C’è un
principio brutale ma spesso evocato nei momenti di crisi: sacrificare uno per
salvarne mille.
Oggi per l’Europa quel principio torna a farsi
strada in modo inquietante nel dibattito pubblico.
Dopo oltre quattro anni di sostegno totale
all’Ucraina, l’Unione Europea ha dimostrato di non essere rimasta indifferente
davanti all’invasione ordinata da Vladimir Putin.
Le
sanzioni contro Mosca, inclusa la drastica riduzione degli acquisti di gas e
petrolio, hanno rappresentato un costo enorme.
Non
solo politico, ma anche economico e sociale.
L’Europa
ha scelto di pagare quel prezzo firmando contratti energetici più onerosi e
ridefinendo in fretta i propri equilibri.
Ma oggi lo scenario è cambiato.
La
tensione nel Golfo è sempre più instabile e, anche nella migliore delle
ipotesi, le conseguenze economiche e strategiche si trascineranno a lungo.
Se la situazione dovesse peggiorare – ed è un
rischio concreto – il costo per cittadini e imprese europee potrebbe diventare
insostenibile.
In questo contesto la domanda che fino a ieri
era impensabile torna ad affacciarsi:
l’Europa
può permettersi di non riaprire un canale energetico con la Russia?
Il comportamento degli Stati Uniti aggiunge
ulteriore incertezza.
Il presidente Donald Trump ha dimostrato più
volte di essere imprevedibile nelle sue scelte di politica estera.
Un
eventuale cambio di rotta improvviso – o, al contrario, un’escalation –
potrebbe avere conseguenze globali difficilmente calcolabili.
Anche
scenari estremi, che evocano i fantasmi di bombardamenti atomici di Hiroshima e
Nagasaki, non possono più essere esclusi dal campo delle ipotesi più cupe.
In una
simile cornice il tema energetico diventa questione di sopravvivenza.
Non
solo economica, ma anche sociale.
Il rischio concreto è che l’Europa si trovi
costretta a fare ciò che fino a poco tempo fa considerava inaccettabile:
tornare
a negoziare con Mosca da una posizione di debolezza, chiedendo forniture per
evitare un inverno segnato da razionamenti e crisi diffuse.
È una
prospettiva che pesa anche sul piano politico e simbolico.
Per
molti cittadini significherebbe ammettere il fallimento – o almeno il limite –
delle strategie adottate finora.
Eppure
mentre il costo della vita cresce, la percezione è che le classi dirigenti
restino relativamente protette, meno esposte agli effetti più duri della crisi.
Nel
dibattito politico che si riapre dopo il referendum emerge allora una domanda
cruciale:
esiste
una forza capace di andare oltre la contrapposizione ideologica e proporre
soluzioni concrete, anche scomode, nell’interesse dei cittadini? Perché al di
là delle posizioni di principio la realtà impone scelte difficili. E il tempo
per rinviarle potrebbe essere già scaduto.
(Angelo
Santoro).
Gas
russo: via libera definitivo
dell’UE
al divieto graduale
di
importazione.
Astrolabio.amicidellaterra.it
– (04-02-2026) – Redazione – ci dice:
QUEL
CHE C'È DA SAPERE.
Il 26
gennaio il Consiglio dell’Unione europea ha adottato formalmente il Regolamento
che prevede l’eliminazione progressiva delle importazioni di gas naturale
liquefatto (GNL) e di gas trasportato via gasdotto dalla Russia, nell’ambito
dell’ultimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Il
Regolamento introduce un divieto generale di importazione di gas russo, che
entrerà in vigore sei settimane dopo l’entrata in vigore formale del testo. Per
i contratti già in essere è previsto un periodo transitorio, pensato per
limitare l’impatto sui prezzi e sulla stabilità dei mercati energetici.
Il
calendario stabilito prevede il divieto totale di importazione di GNL russo a
partire dall’inizio del 2027 e lo stop alle importazioni di gas via gasdotto
dall’autunno 2027.
Per
evitare elusioni del divieto, prima di autorizzare l’ingresso del gas nel
mercato europeo gli Stati membri dovranno verificare il paese di produzione
effettiva del combustibile.
Il
mancato rispetto delle nuove norme potrà comportare sanzioni significative:
fino a 2,5 milioni di euro per le persone fisiche e fino a 40 milioni di euro
per le imprese, pari ad almeno il 3,5% del fatturato annuo mondiale complessivo
o al 300% del valore stimato delle transazioni coinvolte.
Entro
il 1° marzo 2026, gli Stati membri saranno inoltre tenuti a presentare piani
nazionali di diversificazione delle forniture di gas, indicando le criticità
legate alla sostituzione del gas russo.
Le aziende dovranno notificare alle autorità
nazionali e alla Commissione eventuali contratti ancora in vigore con fornitori
russi.
Un obbligo analogo riguarda anche i paesi che
continuano a importare petrolio dalla Russia.
In
caso di emergenze o gravi rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento
energetico, la Commissione europea potrà sospendere temporaneamente il divieto
di importazione per un massimo di quattro settimane.
Il
Regolamento sarà pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE ed entrerà in
vigore il giorno successivo alla pubblicazione, con applicazione diretta in
tutti gli Stati membri.
La
Commissione ha infine annunciato l’intenzione di presentare una proposta
legislativa per eliminare gradualmente anche le importazioni di petrolio russo
entro la fine del 2027.
Lo
stop definitivo al gas russo avrà
un
effetto ovvio:
spendere
ancora di più.
Ilfattoquotidiano.it
- Ugo Bardi Prof.- (20 ottobre 2025) – ci dice:
Sui
costi energetici siamo messi parecchio male: siamo fra i paesi europei che
pagano il gas più caro – solo l’Olanda e la Svezia lo pagano più di noi. C'è
solo una cosa da fare-
Lo
stop definitivo al gas russo avrà un effetto ovvio: spendere ancora di più.
Arriva
in questi giorni la notizia che il Consiglio Europeo ha deciso di fermare
completamente le importazioni di gas naturale dalla Russia.
Lo stop sarà graduale ma, se non ci saranno
ripensamenti, entro un paio d’anni i gasdotti che portavano gas in Europa dalla
Russia dovranno essere chiusi definitivamente.
Non
entro in ragionamenti geopolitici sull’opportunità di questa decisione, sarebbe
cosa troppo lunga.
Vediamo piuttosto quali potrebbero essere le
conseguenze pratiche di questa decisione.
Non
che cambino molte cose perché lo “sganciamento” dal gas russo è in atto ormai
da qualche anno. Tuttavia, questa accelerazione avrà un effetto ovvio: dovremo
pagare il gas ancora più caro di quanto lo paghiamo oggi.
C’è
poco da fare.
La
manovra che è cominciata nel 2022 con la crisi in Ucraina consiste nel
sostituire il gas Russo con gas dagli Stati Uniti.
Questo
tipo di gas (LNG: Gas Naturale Liquido) è più caro di quello Russo perché per
trasportarlo ci vuole un processo complicato e costoso di liquefazione,
trasporto marittimo, e poi rigassificazione.
L’effetto
è che oggi paghiamo il gas naturale oltre tre volte tanto di prima della crisi.
Nella
pratica, abbiamo il privilegio di essere fra i paesi europei che pagano il gas
più caro – solo l’Olanda e la Svezia lo pagano più di noi. Questo è dovuto in gran parte ai
costi di trasporto/liquefazione/rigassificazione.
Il
costo del gas, poi, si riflette sul costo dell’energia elettrica, che tuttora
in Italia si produce in gran parte usando il gas naturale, che fornisce circa
il 44% del totale.
Da
questo, si capisce come mai il costo dell’energia elettrica in Italia sia anche
quello fra i più alti in Europa.
In
effetti, al momento sono i più alti in assoluto.
Insomma
sui costi energetici siamo messi parecchio male.
A parte il rischio di dover stare al freddo
questo inverno, questi costi alti si riflettono sul sistema industriale
italiano, che sta andando decisamente male.
Se vi
incuriosisce, la Germania sta andando anche peggio, probabilmente per le stesse
ragioni, ma è una magra consolazione.
Il problema è che i nostri prodotti non sono più
concorrenziali sul mercato internazionale rispetto a quelli di paesi che hanno
costi energetici bassi perché hanno risorse fossili per il momento abbondanti,
come gli Stati Uniti.
E nemmeno con paesi che stanno aggressivamente
investendo sulle energie rinnovabili, come la Cina.
Cosa
dovremmo fare?
Beh, la strada è una sola:
liberarci
prima possibile del peso delle importazioni di gas naturale (e anche di quelle
di petrolio, che sono un’altra palla al piede per l’economia).
Per il
futuro si parla di nuovi tipi di energia nucleare, ma per questo ci vorranno
anni o decenni, mentre il problema è adesso.
Quindi,
dobbiamo installare impianti rinnovabili, eolico e fotovoltaico, ovunque
possibile e il prima possibile.
E
anche elettrificare tutto il possibile: sia il trasporto, veicoli elettrici,
come pure gli usi domestici.
Cominciate
a pensare a scaldare la casa con una pompa di calore, e, appena potete,
liberatevi dei vecchi fornelli a gas e sostituiteli con fornelli a induzione.
Fra le altre cose, oltre a rovinarvi il
portafoglio, i fornelli a gas sono molto dannosi per la salute come sappiamo da
studi recenti.
E
allora diamoci da fare.
Avanti con l’energia rinnovabile!
L’UE
può fare a meno del gas di Putin,
ma
anche di quello di Trump.
Renewablematter.eu
– (7 -05 -2025) - Roberto Giovannini – ci dice:
La
Commissione ha presentato una roadmap per fermare le importazioni di gas dalla
Russia ma il rischio è di sostituire la dipendenza da Mosca con una da
Washington.
Sarebbe
una follia passare dalla dipendenza energetica dalla Russia di Vladimir Putin a
una dagli Stati Uniti di Donald Trump, a maggior ragione visto che l’Europa
vuole decarbonizzare il proprio sistema e arrivare a emissioni zero nel 2050.
Ieri,
martedì 6 maggio, la Commissione europea ha presentato la sua Roadmap per la
fine delle importazioni energetiche dalla Russia (“Roadmap Towers bending
Russian energy imports”), che sostanzialmente prevede la cessazione dei
contratti a breve termine per l’acquisto di gas (sia di quelli nuovi che di
quelli esistenti) entro la fine di quest’anno, e il divieto totale a partire
dal 31 dicembre 2027.
Diciamo
che il pacchetto arriva con notevole ritardo:
secondo
i calcoli del “Centre for Research on Energy and Clean Air “(CREA), dal 2022 a
oggi l’UE ha speso la bellezza di 101 miliardi di euro per comprare gas russo.
Prima
dell’invasione dell’Ucraina, circa il 45% delle importazioni totali di gas
dell’UE proveniva dalla Russia, quota che si è ridotta al 19% nel 2024, e
scenderà ulteriormente nel 2025 grazie allo stop del gasdotto attraverso
l’Ucraina.
Come
dice il commissario europeo per l’energia “Dan Jorgensen”, nel 2024 i 27 hanno
versato 23 miliardi di euro nelle casse di Mosca per le importazioni
energetiche, quasi 1,8 miliardi al mese.
Il
piano UE per fermare le importazioni di gas russo.
La
roadmap della Commissione europea conferma sostanzialmente gli obiettivi del”
RE Power EU”, il piano presentato nel maggio 2022 per rinunciare alle fonti
fossili di Putin e affrontare la decarbonizzazione del nostro sistema
energetico.
Ovvero:
risparmio energetico, elettrificazione, aumento della produzione proveniente da
fonti a zero emissioni (solare, eolico, idroelettrico, geotermia e nucleare) e,
nel breve periodo, diversificazione delle fonti di approvvigionamento dei
combustibili fossili.
Tra le
novità, l’esecutivo comunitario presenterà una proposta legislativa per vietare
dalla fine del 2025 le importazioni di gas russo nell’ambito dei contratti
cosiddetti “spot” (a breve termine) nuovi ed esistenti. Dopo, bandirà il
combustibile di Mosca anche dai contratti a lungo termine dalla fine del 2027.
Inoltre,
per la prima volta viene affrontato seriamente il problema della tracciabilità,
che finora ha reso possibile l’importazione illegale di gas attraverso passaggi
di carte e “flotte ombra”.
Il vuoto normativo in tema di trasparenza e
monitoraggio verrà colmato con misure vincolanti che, per esempio,
obbligheranno le aziende a comunicare le informazioni sui contratti di
fornitura alle autorità nazionali e alla Commissione europea.
Infine,
si propongono meccanismi collettivi di sostituzione del gas russo, tra cui il
varo di una piattaforma comune per l’acquisto di biogas, biometano e altri gas
non fossili.
Sostituire
una dipendenza con un’altra.
Tutto
bellissimo, ma è inutile girarci intorno.
C’è il rischio concreto di sprecare
un’opportunità storica e compiere un drammatico errore strategico, se la
riduzione del gas russo sarà compensata da una nuova dipendenza:
quella dal gas naturale liquefatto (GNL)
proveniente in particolare dagli Stati Uniti.
Oggi,
l’Unione Europea acquista da paesi extra-UE circa il 90% di quello che
utilizza: il 62% da Norvegia, Algeria, Libia, Azerbaijan, Russia e Regno Unito,
il resto dal GNL che arriva per mare ai rigassificatori. Ma se dal 2021 a oggi
l’Unione ha ridotto il consumo di gas del 20% (da 412 miliardi di metri cubi a
332), anche grazie all’impennata delle rinnovabili e a una crescente efficienza
energetica, le importazioni di GNL sono aumentate del 48%.
Qui
sta il punto debole della nuova roadmap:
se
uscire dalla relazione tossica con Mosca è doveroso, rischia di minare gli
obiettivi di autonomia strategica, climatica ed economica dell’Unione Europea
sostituirla con un’altra dipendenza.
E da
un alleato “agitato”.
Come
spiega” Davide Panzeri”, del think tank ECCO, “proprio la dipendenza dalle
fonti fossili è la causa principale della volatilità e dei maggiori costi degli
approvvigionamenti energetici dell’Unione. Ridurre la dipendenza da
combustibili fossili di qualunque origine significa difendere l’indipendenza e
la competitività europee”.
L’Europa
ha davvero bisogno del GNL?
Le
analisi più recenti confermano che l’Europa può fare a meno del gas russo senza
dover firmare nuovi contratti per il GNL statunitense. Secondo uno studio del
think tank “Strategic Perspettive”, accelerando la transizione energetica l’UE
potrà ridurre la domanda di gas di circa 50 miliardi di metri cubi entro il
2027.
Quanto
basta per evitare ulteriori legami con Washington. E non è tutto.
Il
centro studi “Ember” stima che già nel 2030 l’offerta supererà la domanda del
26%, ovvero di 131 miliardi di metri cubi, rendendo superfluo ogni nuovo
impegno di lungo termine con fornitori esterni.
Il messaggio è chiaro: l’Europa non ha bisogno
di scambiare una dipendenza con un’altra, ma di affrancarsi del tutto dalle
fonti fossili.
Investire
miliardi in nuove infrastrutture per importare GNL statunitense − come nuovi
gasdotti o terminali di rigassificazione − rischia non solo di sprecare risorse
preziose, ma di ancorare l’Europa a un modello energetico obsoleto.
Come sottolinea “Linda Alche”, direttrice di “Strategic
Perspettive”, “sostituire il gas russo con il GNL americano è una scommessa
geopolitica e peggiora la sicurezza energetica dell’UE.
I
miliardi di euro sprecati ogni anno per le importazioni andrebbero spesi meglio
nell’economia europea per ridurre il fabbisogno di gas: potenziando
l’elettrificazione, isolando le abitazioni e affrontando la povertà
energetica.”
Cosa
sta succedendo in Iran e perché
Israele e Stati Uniti hanno attaccato.
Renewablematter.eu
– (28 feb.2026) - Sara Perinetti - ci dice:
L’obiettivo
di Netanyahu e Trump sarebbe rovesciare il regime islamico e incitano il popolo
iraniano alla rivolta. Intanto è stata accertata la morte di Khamenei.
Aggiornamento:
nella serata del 28 febbraio la Guida Suprema Ali Khamenei è stato dichiarato
morto dalle autorità israeliane. Nella mattinata del 1° marzo è arrivata anche
la conferma iraniana.
Nelle
prime ore della mattina (in Italia erano circa le 7) di sabato 28 febbraio, Stati
Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran con un’azione militare chiamata da Tel
Aviv “Ruggito del Leone” e da Washington “Operation Epic Fury”.
L’attacco,
definito da Trump e Netanyahu “preventivo”, era atteso da settimane,
considerata la tensione crescente e l’andamento insoddisfacente dei negoziati
USA-Iran sul nucleare, e avrebbe, a detta dei due stessi leader, l’obiettivo di
rovesciare il regime islamico.
La
risposta di Teheran è stata immediata:
circa 35 missili balistici sono stati lanciati
verso Israele, secondo le Forze di difesa israeliane (IDF), con esplosioni
avvertite a Tel Aviv e sirene d'allarme attivate a Gerusalemme, mentre i
pasdaran annunciavano l’operazione “True Promise 4” contro basi USA in Bahrein,
Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Secondo
fonti citate dal “New York Times”, nel mirino israeliano ci sarebbe l’apparato
militare iraniano oltre ai siti nucleari (Teheran disporrebbe infatti di circa
2.000 missili balistici distribuiti nel paese), con almeno trenta obiettivi
colpiti in quattro città iraniane, inclusa Teheran, con raid “via aria e mare”
partiti da basi USA in Medio Oriente e da portaerei.
Media
iraniani riferiscono di esplosioni a Isfahan, Shiraz, Tabriz e nelle aree
portuali del Golfo Persico, cruciali per l’export petrolifero, con vittime
civili, tra cui studenti di una scuola.
“Channel
12 “riporta la distruzione del complesso della “Guida Suprema Ali Khamenei”,
che per tutta la giornata è stato dichiarato in salvo in un luogo sicuro dalle
autorità iraniane.
Ma
poco prima delle ore 21.00 del 28 febbraio, l'agenzia di stampa Reuters ha
riportato la notizia della sua morte, citando le autorità israeliane che hanno
dichiarato all'agenzia stessa di aver recuperato il suo corpo.
Khamenei
sarebbe rimasto ucciso negli attacchi che hanno distrutto il palazzo in cui si
trovava, dalle cui macerie, riportano le fonti israeliane, è stato estratto.
Secondo quanto riporta “Channel 12”, inoltre,
Benjamin Netanyahu ha preso visione di fotografie del cadavere di Khamenei.
Dopo
varie smentite, nella mattinata del 1° marzo anche le autorità iraniane hanno
confermato la morte di Ali Khamenei.
Il
nodo nucleare e la strategia preventiva.
Le
tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti hanno una storia lunga decenni, ma la
motivazione ufficiale dell’operazione odierna, più vasta di quella dello scorso
giugno, ruota attorno alla necessità di neutralizzare il programma nucleare
iraniano.
Donald
Trump ha infatti dichiarato:
“Distruggeremo
i loro missili e ci assicureremo che l'Iran non abbia il nucleare.
Il regime imparerà a breve che non bisogna sfidare la
forza delle forze armate americane.
Deponete
le armi e sarete trattati giustamente con l'immunità totale o affronterete una
morte certa", per poi esortare il popolo iraniano a "prendere il
controllo del proprio governo".
Benjamin
Netanyahu ha invece parlato di minaccia esistenziale, sostenendo che Teheran
avrebbe accelerato l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti compatibili con
un uso civile.
I
negoziati indiretti condotti a Ginevra nelle scorse settimane precedenti non
hanno inoltre prodotto risultati concreti.
Secondo il ministro degli esteri dell’Oman,” Badr
Absidi”, l’Iran avrebbe accettato di non accumulare uranio arricchito ma
rifiutato altre richieste su missili balistici e sostegno a gruppi regionali.
L'Oman
ha comunque condannato l'attacco all'Iran.
Dal
punto di vista giuridico internazionale, l’attacco solleva interrogativi sulla
legittimità della dottrina dell’azione preventiva, soprattutto in assenza di un
attacco iraniano imminente formalmente accertato dal Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite, ma l’azione militare si inserisce in un contesto politico
interno delicato per Israele, con elezioni previste entro l’autunno che vedono
Netanyahu in una posizione precaria e desideroso di ristabilire la propria
immagine di “garante della sicurezza di Israele”, mentre gli Stati Uniti stanno
ridefinendo la strategia nell’area indo-pacifica e mediorientale.
Impatti
su energia e mercati.
L’attacco
all’Iran ha avuto ripercussioni immediate sui mercati energetici:
dal
Golfo Persico dipende infatti circa il 30% del traffico mondiale di greggio via
mare, ed eventuali blocchi nello Stretto di Hormuz potrebbero ridurre
significativamente l’offerta globale, con effetti diretti su prezzi, inflazione
e crescita economica.
Gli
analisti stimano che un’interruzione prolungata delle esportazioni iraniane –
pari a circa 3 milioni di barili al giorno – potrebbe generare un aumento del
prezzo del Brent superiore al 20% nel breve termine.
Le borse asiatiche hanno registrato cali nelle
ore successive ai raid, mentre oro e dollaro hanno rafforzato la propria
posizione come beni rifugio.
In
questo contesto è facile capire anche la volontà di Donald Trump di esercitare
un maggior controllo su un’area cruciale per gli scambi economici mondiali,
soprattutto di petrolio, su cui il presidente sta puntando molto la propria
politica, a scapito delle rinnovabili e della transizione energetica.
Il
rischio di un’escalation regionale.
La
risposta iraniana è stata immediata.
Le
Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato l’operazione “Truth Promise 4” (o “True
Promise 4”), definendola una replica all’“aggressione americano-sionista”.
Secondo le forze armate israeliane, circa 35
missili balistici sono stati lanciati verso Israele nelle prime ore successive
all’attacco, con intercettazioni da parte dei sistemi di difesa aerea e almeno
un ferito lieve a Umm al-Fahm, nell’area di Haifa.
Missili
e droni avrebbero colpito anche la base della Quinta Flotta statunitense in
Bahrein, oltre a obiettivi in Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Il Bahrein ha
confermato di essere sotto attacco.
Esplosioni sono state segnalate ad Abu Dhabi,
Doha e Riad, a dimostrazione di un conflitto ormai regionalizzato.
Il
rischio sistemico è elevato: le rotte energetiche del Golfo Persico, da cui
transita circa il 20% del petrolio mondiale, sono esposte a potenziali
interruzioni.
Le
esplosioni segnalate nei pressi di città portuali strategiche come “Salute”
accrescono l’incertezza sui mercati energetici globali, con possibili
ripercussioni su prezzi, inflazione e crescita.
Le
reazioni internazionali.
L’Unione
Europea ha attivato la rete consolare e ritirato il personale non essenziale,
mentre l’Alta rappresentante “Kaja Kallas” ha dichiarato su “X”:
“Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente sono
pericolosi. Il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone. I suoi programmi
missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici,
rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale. Ho parlato con il
ministro degli esteri israeliano Saar e con altri ministri della regione. L'UE
si sta inoltre coordinando strettamente con i partner arabi per esplorare vie
diplomatiche”.
Kallas
ha sottolineato che “la protezione dei civili e il diritto internazionale
umanitario sono una priorità.
La nostra rete consolare è pienamente
impegnata ad agevolare la partenza dei cittadini dell'UE.
Il
personale non essenziale dell'UE viene ritirato dalla regione”.
Intanto la “missione navale europea Aspides”
resta in stato di massima allerta nel Mar Rosso, “pronta a contribuire a
mantenere aperto il corridoio marittimo”.
Parigi,
che ha delle basi e una presenza armata regolare in Medio Oriente, ha fatto
sapere all’”Associated Press” attraverso il portavoce militare, colonnello “Guillaume
Vernet”, che la presenza militare francese nell’area “garantisce la valutazione
indipendente della situazione da parte della Francia”.
La sottosegretaria alla difesa “Alice Rufo” ha inoltre
dichiarato alla rete televisiva “France-2” che “è in corso un'escalation
militare […] Non è il momento di negoziare. Siamo in una situazione di guerra.
La nostra priorità è la protezione dei nostri cittadini e delle nostre forze
nella regione”.
La
Russia, invece, tramite il proprio ministro degli esteri, ha dichiarato
l’attacco “un atto di aggressione armata pianificato e immotivato contro uno
stato membro sovrano e indipendente delle Nazioni Unite, in violazione dei
principi e delle norme fondamentali del diritto internazionale”.
La
posizione dell’Italia.
In
risposta allo stato di crisi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha
convocato una riunione telefonica con i vertici dell’esecutivo, tra cui il
ministro degli esteri Antonio Tajani e il ministro della difesa Guido Crosetto.
Palazzo
Chigi ha poi riferito che il governo “si terrà in contatto con i principali
alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere
ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”.
A “Sky
TG24” Tajani, secondo cui non si tratta di "una guerra lampo" ma
"durerà giorni", ha dichiarato che “la situazione è molto
preoccupante, già abbiamo ridotto da alcune settimane al minimo la presenza
diplomatica a Teheran.
Siamo
pronti all'evacuazione anche degli italiani che volessero farlo, come abbiamo
fatto in occasione della guerra di qualche mese fa", aggiungendo poi che
al momento "non c'è neanche un italiano coinvolto negli attacchi
molteplici che ci sono stati in Iran e nei paesi dell'area del Golfo”.
I
militari italiani presenti in Kuwait, nella base attaccata con missili
iraniani, risultano tutti incolumi, pur a fronte di “danni ingenti alla pista”.
A Roma è stata poi innalzata l’attenzione su
obiettivi sensibili, comprese ambasciate e luoghi di culto.
Il
blocco dello stretto di Hormuz
minaccia
anche la filiera dei fertilizzanti.
Renewablematter.eu
– (3 marzo 2026) - Simone Fant – ci dice:
Dallo
stretto passa quasi metà dell’urea globale: una chiusura prolungata farebbe
impennare i prezzi, colpendo soprattutto Brasile e India.
Da
sabato 28 febbraio sono state bombardate tre petroliere, è rimasto ucciso un
membro dell'equipaggio di una nave cargo battente bandiera delle Isole Marshall
e circa duecento navi mercantili sono rimaste bloccate.
In
risposta agli attacchi missilistici lanciati da Israele e Stati Uniti, l’Iran,
come più volte minacciato, ha trasformato lo stretto di Hormuz in uno strumento
di ritorsione militare e commerciale, chiudendolo al passaggio.
Secondo
quanto riportato dai media iraniani, un alto funzionario delle Guardie
rivoluzionarie ha dichiarato lunedì 2 marzo che l’esercito aprirà il fuoco su
qualsiasi nave che tenti di attraversarlo.
Da
questo stretto corridoio marittimo che separa l’Iran dalla penisola di “Musando”,
in Oman, non solo transita circa un quinto delle esportazioni globali di
petrolio e gas, ma anche milioni di tonnellate di fertilizzanti azotati, tra
cui ammoniaca e urea (il 45% dell’urea globale). Se il blocco di Hormuz dovesse
protrarsi a lungo, i paesi più esposti sul fronte agroalimentare sarebbero
Brasile e India, ma il rialzo dei prezzi dei fertilizzanti potrebbe impattare
anche l’Europa.
L’export
di urea dai paesi del golfo.
Circa
la metà della produzione alimentare mondiale dipende dai fertilizzanti.
Senza
di essi le rese agricole crollerebbero in modo significativo, mettendo a
rischio gli equilibri della sicurezza alimentare globale.
La
loro produzione industriale si fonda in larga parte sul processo “Haber-Bosch”,
sviluppato da “Fritz Haber” e poi industrializzato da “Carl Bosch”, che combina
l'azoto presente nell’aria con l’idrogeno, oggi ottenuto prevalentemente dal
gas naturale, per sintetizzare ammoniaca.
L’ammoniaca
costituisce la materia prima essenziale da cui derivano molti fertilizzanti
azotati, tra cui l’urea, il concime chimico più diffuso al mondo.
Secondo
un’analisi di “Rabobank”, una quota rilevante dell’urea che transita attraverso
lo Stretto di Hormuz proviene da” Qatar” e “Iran”, con un flusso stimato di
circa 5 milioni di tonnellate annue, mentre Emirati Arabi Uniti e Arabia
Saudita contribuiscono con circa 2 milioni di tonnellate all’anno.
Un’eventuale
chiusura dello stretto avrebbe un impatto immediato sui prezzi globali dei
fertilizzanti, anche se le conseguenze sull’agricoltura si manifesterebbero in
modo differenziato tra le varie regioni del mondo. Sarebbe la stagionalità
della domanda e le dinamiche agricole a determinare la tempistica e l’intensità
degli effetti.
Secondo
le previsioni degli analisti di “Rabobank”, i paesi più vulnerabili sarebbero
quelli strutturalmente più deficitari nella produzione di urea, ovvero Brasile
e India.
Mentre
il Brasile importa tra i 7,5 e gli 8,5 milioni di tonnellate di urea all’anno e
copre oltre il 90% del proprio fabbisogno attraverso le importazioni, la
domanda di Nuova Delhi oscilla tra i 7 e gli 11 milioni di tonnellate annue, a
seconda delle politiche di sussidio e dei programmi governativi di supporto
all’agricoltura.
In un
contesto di tensioni logistiche o geopolitiche, un aumento dei prezzi
internazionali dei fertilizzanti si tradurrebbe in costi più elevati per il
settore agricolo locale e, più in generale, per le filiere alimentari che
comprano prodotti da questi paesi.
L’Unione
Europea a prova di dazi.
A
giugno l’Unione Europea ha imposto nuovi dazi sull’importazione di
fertilizzanti provenienti da Russia e Bielorussia: ora serve reperirne circa un
milione di tonnellate altrove.
Le
aree favorite sarebbero il Nord Africa, da cui l’Europa importa già cospicue
quantità di urea, e il Medio Oriente.
Tuttavia
entrambe presentano dei rischi geopolitici.
Per
esempio, lo scorso giugno la sospensione del gas israeliano verso l’Egitto ha
bloccato parte della produzione di urea del paese, facendo salire i prezzi in
Europa.
I
produttori europei potrebbero provare ad aumentare la produzione interna, ma
verosimilmente a costi energetici più elevati, in un contesto in cui i
conflitti incidono anche sui mercati di gas e petrolio.
A
queste incertezze si sommano i costi legati all’entrata in vigore del
meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), attivo
dall’inizio di quest’anno.
Dopo
forti pressioni da parte dell’industria agroalimentare, soprattutto italiana,
la scorsa settimana Bruxelles si è aperta alla possibilità di sospendere
temporaneamente i dazi sull’import di ammoniaca e urea. “La proposta mira a calmierare i
costi per gli agricoltori e l’industria dei fertilizzanti di circa 60 milioni
di euro”, ha dichiarato la Commissione in una nota.
Decreto
bollette o decreto energia?
Una
partita da miliardi sul futuro delle rinnovabili.
Renewable.eu
– (18 FEB 2026) - Stefania Divertito – ci dice:
Il
provvedimento ha luci e ombre: il vero banco di prova sarà nei prossimi mesi,
ma intanto la transizione energetica italiana continua a procedere a colpi di
decreto-legge.
A
seconda delle fonti viene chiamato “decreto bollette” o “decreto energia”.
Il primo nome enfatizza la norma che dà
sollievo alla povertà energetica, ma il secondo è più veritiero.
Nel
decreto approdato finalmente in Consiglio dei ministri oggi, 18 febbraio, la
norma che aiuta le famiglie a pagare le bollette è solo una piccola parte del
tutto.
È nel resto che c’è molto di più.
Un
provvedimento omnibus, dodici articoli distribuiti su due capi, che riscrive
pezzi importanti del mercato elettrico italiano:
dagli
incentivi al fotovoltaico alle connessioni di rete, dal gas nazionale al
biometano, fino all’autorizzazione dei data center.
Il
cuore politico del decreto non è nelle bollette delle famiglie.
È nel rapporto tra stato, produttori di energia e
transizione energetica.
La
presidente Meloni ha rivendicato il provvedimento come una risposta
“strutturale, non emergenziale”, quantificando l’impatto complessivo in “oltre
cinque miliardi di euro” di risparmi per famiglie e imprese.
Il
ministro “Pichetto Frattin” parla di “oltre tre miliardi” e di “risparmi
effettivi per competitività e crescita”.
Le due
cifre non coincidono e nessuna è accompagnata da un dettaglio metodologico che
consenta di verificarle.
Il
bonus bollette per le famiglie: poco e volontario.
L’articolo
1 – quello su cui è stata costruita la comunicazione governativa – prevede un
contributo straordinario di 115 euro per i titolari del bonus sociale, le
famiglie con ISEE sotto i 9.796 euro.
Meloni
ha sottolineato che lo sconto si aggiunge ai 200 euro del bonus già in vigore,
portando il sostegno totale a 315 euro per 2,7 milioni di nuclei vulnerabili.
La
copertura è di 315 milioni, attinti interamente da fondi già esistenti nel
bilancio del MASE:
proventi
delle aste ETS, risorse del decreto legislativo 199/2021 e del decreto
sull’efficienza energetica.
Non un
euro in più.
Per le
famiglie con ISEE fino a 25.000 euro il meccanismo è diverso e più fragile:
un
contributo volontario che i venditori di energia possono, ma non devono,
riconoscere ai propri clienti.
Chi
aderisce riceve un’attestazione spendibile a fini commerciali, una sorta di
bollino reputazionale.
L’”Unione
Nazionale Consumatori” ha definito la misura “un grave arretramento rispetto al
bonus straordinario di 200 euro del 2025”. Federconsumatori parla di un
provvedimento che “riesce a scontentare tutti”.
Il
dato di fondo: per il ceto medio sotto i 25.000 euro di ISEE – fino a 4 milioni
di famiglie potenziali – non c’è nessuna garanzia di copertura pubblica.
Il
nodo fotovoltaico: il ritorno dello spalma-incentivi.
È
l’articolo 2 il cuore più controverso del decreto per il settore delle
rinnovabili.
I
titolari di impianti fotovoltaici con potenza superiore a 20 kW, ancora
incentivati con il vecchio Conto energia (dal primo al quinto), possono aderire
volontariamente a due schemi di riduzione temporanea della tariffa premio:
taglio al 15% o al 30% nel periodo luglio
2026-dicembre 2027, in cambio di un’estensione della convenzione
rispettivamente di 3 o 6 mesi.
Ma il
vero meccanismo strategico è un altro:
l’uscita
anticipata dal “Conto energia” a partire dal 2028, con un corrispettivo pari al
90% del valore attualizzato dei flussi residui, erogato in rate decennali.
Il
contingente massimo è fissato a 10 GW.
La
condizione per accedere al corrispettivo è stringente:
rifacimento integrale dell’impianto entro il
2030, con raddoppio della producibilità e obbligo di utilizzare moduli iscritti
al registro europeo, di fatto: pannelli prodotti in Europa.
Ma non
è chiaro cosa accada in caso di ripensamenti nei quattro anni successivi.
Il
meccanismo ricorda lo “spalma-incentivi” del 2014, anche se tecnicamente è
diverso:
là fu un taglio obbligatorio; qui l’adesione è
volontaria.
Il
parallelo resta politicamente significativo.
Italia
Solare ha scritto direttamente alla presidente Meloni denunciando che la misura
porterebbe “un beneficio stimato di appena un centesimo di euro per kWh in
bolletta, a fronte di un forte impatto in termini di incertezza regolatoria”.
Confagricoltura
avverte che “negli ultimi anni abbiamo già assistito a troppe norme
retroattive” e che il costante cambio di regole frena proprio il settore a cui
l’Italia affida la quota maggiore degli obiettivi di decarbonizzazione.
L’obiettivo
dichiarato del governo è ridurre la componente ASOS (gli oneri generali di
sistema per il sostegno alle rinnovabili) che oggi pesa fino al 18% della
bolletta delle imprese.
Ma la
riduzione effettiva dipenderà da quanti operatori aderiranno e dal tasso di
attualizzazione che il GSE applicherà ai corrispettivi.
Se
pochi impianti aderissero, il risparmio sarebbe marginale.
Se
molti uscissero, si aprirebbe una finestra importante per il repowering del
parco fotovoltaico italiano − fermo in larga parte a tecnologie di 12-15 anni
fa − ma al prezzo di un segnale di instabilità regolatoria che potrebbe
scoraggiare nuovi investimenti.
IRAP,
PPA e bioenergie: le altre leve del decreto.
Oltre
al Conto energia, il decreto interviene sulla componente ASOS attraverso altre
tre leve.
L’articolo
3 aumenta di due punti percentuali l’aliquota IRAP per le imprese del comparto
energetico − estrattive, raffinazione, produzione e distribuzione di energia −
per i periodi d’imposta 2026 e 2027.
Il
gettito atteso è di 431,5 milioni nel 2026 e 501,1 nel 2027, interamente
destinati alla riduzione dell’ASOS per le utenze non domestiche.
È di
fatto una sovrattassa settoriale temporanea sulle utility energetiche.
Meloni ha presentato questa misura e il taglio
dei tempi di versamento degli oneri di sistema da parte dei distributori come i
“due pilastri” del decreto a sostegno delle imprese, le cui risorse servono ad
“abbattere gli oneri di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro
milioni di imprese”.
L’articolo
4 punta a strutturare il mercato dei contratti a lungo termine (PPA) per
l’energia da fonti rinnovabili, coinvolgendo anche le piccole e medie imprese.
La bacheca GSE viene potenziata, Acquirente
unico assume un ruolo di aggregatore della domanda, e SACE è autorizzata a
rilasciare garanzie fino a 250 milioni nel 2026 a supporto dei contratti.
I
consorzi per le aree di sviluppo industriale (ASI) possono individuare
superfici per impianti rinnovabili destinati alla contrattualizzazione a lungo
termine.
È un tentativo di creare un’infrastruttura di
mercato che oggi manca, ma la cui efficacia dipenderà dalla rapidità dei
decreti attuativi.
L’articolo
5, quasi ignorato dal dibattito pubblico, ridisegna il regime dei prezzi minimi
garantiti per le bioenergie – bioliquidi, biogas e biomasse – fino al 2037,
condizionando gli impianti a biogas sopra 300 kW alla riconversione a
biometano.
Una razionalizzazione attesa da tempo, che vale
centinaia di milioni annui sugli oneri di sistema.
Il
rimborso ETS ai produttori di gas: la misura più costosa e più problematica.
L’articolo
6 è probabilmente la norma più costosa dell’intero decreto, e la più esposta a
rischi giuridici e politici.
Il
comma 2 prevede che, dal 2027, i corrispettivi variabili della tariffa di
trasporto del gas oggi a carico dei produttori termoelettrici siano rimborsati
e trasferiti come oneri sui prelievi di energia elettrica.
Il comma 3 aggiunge il rimborso dei costi sostenuti
per le quote ETS, calibrato su “un impianto a ciclo combinato a gas
efficiente”.
Secondo
le stime del think tank ECCO, il valore complessivo del rimborso ETS è compreso
tra 3 e 4 miliardi di euro.
La
copertura viene interamente scaricata sulle bollette elettriche dei
consumatori.
La
logica del governo: se i produttori termoelettrici non sostengono più il costo
ETS, il prezzo marginale all’ingrosso scende, beneficiandone tutti.
La
teoria è corretta in un mercato perfettamente concorrenziale.
Ma
presenta almeno tre problemi strutturali.
Primo:
l’enforcement.
Il
comma 4 prevede che ARERA verifichi il trasferimento dei rimborsi nelle offerte
di vendita, con obbligo di restituzione e sanzioni in caso negativo.
È un
meccanismo sulla carta, ma l’efficacia dipenderà dalla capacità dell’autorità
di condurre verifiche puntuali.
Secondo:
il danno collaterale alle rinnovabili.
Quando le centrali a gas fissano il prezzo
marginale, il costo ETS incorporato in quel prezzo è anche il margine che i
produttori da fonti rinnovabili incassano come profitto infra-marginale.
Con le
quote ETS a circa 70 euro/t CO₂, si tratta di 25-30 euro/MWh di mancato ricavo
per fotovoltaico, eolico e idroelettrico:
abbassare
il prezzo all’ingrosso tramite il rimborso ETS significa tagliare i ricavi
delle rinnovabili, proprio le fonti su cui si basa il PNIEC.
I
titoli ENEL, A2a ed ERG hanno perso terreno in Borsa alla diffusione della
bozza.
Terzo:
il paradosso climatico.
L’ETS
è lo strumento cardine della politica climatica europea. Rimborsarne il costo
neutralizza il segnale di prezzo della CO₂ nel settore elettrico.
Michele
Governatori (esperto senior energia di “ECCO”) osserva che “per abbassare il
prezzo elettrico nel lungo periodo occorre ridurre le ore in cui serve
accendere gli impianti a gas: questo è l’unico decoupling concreto”.
Il
rimborso ETS fa il contrario: rende il gas più competitivo.
Il
comma 6 subordina la misura all’autorizzazione della Commissione europea sugli
aiuti di stato.
L’AD
di Edison, Monti, ha definito “improbabile una modifica unilaterale di un
provvedimento europeo”.
ECCO ricorda che lo stato ha già a
disposizione circa 4 miliardi dalle aste ETS e altri 4 dall’extra-gettito IVA.
Angelo
Bonelli (di Europa Verde) parla di “un decreto salasso per le famiglie
italiane”: quello che si toglie a monte ai produttori si recupera a valle dai
consumatori.
Reti,
data center e gas.
Quasi
ignorato dai comunicati stampa, l’articolo 7 affronta la saturazione virtuale
delle reti:
il fenomeno per cui la capacità di connessione
alla rete elettrica è formalmente prenotata da progetti che non si
realizzeranno mai, bloccando l’accesso ai nuovi impianti rinnovabili.
Terna
pubblicherà trimestralmente la capacità disponibile per zona e le soluzioni non
validate decadranno automaticamente.
È
l’equivalente energetico di una pulizia catastale.
Il
PNIEC prevede 80 GW di solare al 2030; oggi l’Italia è a circa 37 GW, e
migliaia di MW sono bloccati in coda.
Se
funzionerà, potrebbe essere il fattore chiave per accelerare le installazioni.
Se i decreti attuativi tarderanno – ARERA ha 180 giorni – resterà un’altra
promessa sulla carta.
L’articolo
8 introduce un procedimento autorizzativo unico con tempi dimezzati per i data
center, senza alcun obbligo di approvvigionamento da fonti rinnovabili:
un’assenza significativa, considerando che un hyper scale data center può
assorbire tra 100 e 500 MW di potenza.
Pichetto Frattin ha evidenziato anche il
servizio di liquidità gestito da SNAM (articolo 10), che punta a eliminare il
differenziale di circa due euro al MWh tra il PSV italiano e il TTF europeo.
L’articolo
9 ordina la vendita del gas stoccato a beneficio delle imprese industriali;
l’articolo 11 riforma le concessioni di gas
nazionale e apre al biometano per gli usi hard-to-abate, con un primo quadro di
princìpi per la cattura e lo stoccaggio della CO₂ (CCUS).
Il
decreto energia è un provvedimento complesso, con luci e ombre.
Il vero
banco di prova sarà nei prossimi mesi:
quanti operatori fotovoltaici aderiranno
all’uscita anticipata, quanto rapidamente ARERA adotterà le nuove regole sulle
connessioni, e se la Commissione europea darà il via libera al rimborso ETS.
La
transizione energetica italiana continua a procedere a colpi di decreto-legge,
e questa ne è l’ennesima conferma.
Poca
Benzina
e
Vigile Attesa.
Conoscenzealconfine.it
– (10 Aprile 2026) - Saura Plesio -Nessie – ci dice:
Peggio
della guerra… c’è la UE.
A ben
rifletterci, la UE è sempre stata in guerra contro i suoi cittadini anche
quando non c’erano bombe sul Golfo Persico.
Lo
stato d’eccezione, per Bruxelles, è ormai diventata la regola e l’emergenza è
diventata la quotidianità.
Perciò,
riecco apparire i chiusuristi del confinamento coatto, delle misure restrittive
in nome di qualche ignobile causa.
Il
nome anglo è già bell’e pronto: lockdown energetico.
E c’è pure un euro-komiSSar all’energia, un
socialdemocratico danese a nome “Dan Jorgensen”, che è stato il primo a parlare
di razionamenti, di limitare viaggi e spostamenti (tiè!), di “stare a casa”, ma
con riscaldamento abbassato, magari cucinando poco, limitando l’uso dei
fornelli a gas.
Insomma,
aspettiamoci pure i protocolli energetici, esattamente come prima c’erano i
protocolli sanitari.
E
sapete chi li farà?
Ma la
commissione europea, naturalmente.
Inutile
per il cittadino deluso aspettarsi che venga fatta giustizia su tutti gli
odiosi soprusi relativi alla “pandemia” e ai vaccini della baronessa von der
Leyen e della sua corrispondenza di amorosi sensi con il CEO di Pfizer “Albert
Burla”, coi famosi messaggi compromettenti cancellati.
Quando
ci sono cose terribili da sistemare, usano un barbatrucco formidabile: farne
arrivare di peggiori.
Nel febbraio del 2022 Draghi proclamò la fine
dell’“emergenza Covid” in nome di una nuova emergenza arrivataci tra capo e
collo:
la
guerra russo-ucraina.
Da
allora, sappiamo già come è andata: paghiamo armamenti da quattro anni, per la
nobile causa ucraina.
E ora
che i conflitti si sono allargati a dismisura, tanto per non farci mancare di
niente, c’è già chi invoca domeniche a piedi o in bicicletta, targhe alterne,
aerei che non volano e così via.
Con
buona pace per interi settori-chiave dell’economia reale di cui non frega una
cippa ai banker della BCE.
Del
resto la guerra e le guerre sono un modo per realizzare in fretta quel Grande
Reset, promessoci da tempo dal World Economico Forum.
Ovviamente,
se i soldi da stanziare per le armi si trovano anche sforando e facendo debito,
per i bisogni essenziali dei cittadini non si può e non si deve oltrepassare
quel famigerato 3% del patto di stabilità.
Nessuna deroga ai vincoli di bilancio.
E pure
niente tagli alle accise.
Per
ironia del destino, gli orfani covid-idioti delle “misure sanitarie” ora si
riciclano in sacerdoti dell’austerity energetica.
Lotta al condizionatore estivo, lotta al
termosifone, lotta alle docce calde, lavatrice a pieno carico solo di
domenica…Il decalogo da rispettare è ampio.
È
perfino spuntato quel” Nino Caltabellotta” del GIMBE, uno di quelle virostar
prezzemolati, già pronto a pontificare:
“Bisogna
preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i
consumi”.
Non si
capisce bene il legame tra questo gastroenterologo con la guerra israelita-americana
sull’Iran con conseguente blocco delle forniture petrolifere, ma tant’è…
Più
che l’amore per la scienza, poté il bisogno di riapparire in tv.
La via
e i mezzi per non precipitare nella recessione e in un’altra depressione
economica simile a quella della dittatura sanitaria subita per tre anni, ci
sarebbe:
acquistare
(o meglio, riacquistare) gas da Putin.
Ma
sono scorciatoie non previste dalle anime belle della Ue.
Perciò,
mettersi nelle mani di Trump e del suo diabolico mentore Netanyahu, nella
speranza che la tregua appena proclamata con l’Iran possa durare, e la via del
greggio dallo stretto di Hormuz, possa riprendere il suo corso, è peggio che
gettarsi negli artigli del Diavolo.
Poca
benzina e vigile attesa – sembra essere il nuovo slogan di una guerra che non
può che impoverirci.
C’è da credere che in caso di misure
repressive, ci saranno ancora mansueti pecoroni, spioni e delatori, così come è
avvenuto durante la” Pan demenza virale”.
L’unico
protocollo che le persone libere possono adottare per evitare di venire
rinchiuse e impedite nella loro quotidianità, è quello di disobbedire.
Già lo
facemmo non molto tempo fa…
(Saura
Plesio-Nessie)
(sauraplesio.blogspot.com/).
Ungheria
ha firmato in sordina
piano
in 12 punti con la Russia”, la rivelazione.
Spazio50.org
- Redazione – Adnkronos – Web info - (8 Aprile 2026) – ci dice:
Il
governo ungherese avrebbe firmato un accordo con quello russo, non reso noto
finora, “per espandere i legami economici, commerciali, energetici e culturali
tra i due Paesi”.
Lo
rende noto “Politico”, spiegando di aver ottenuto documenti redatti dal governo
russo che “sottolineano in modo netto quanto Budapest e Mosca sperano di
avvicinarsi”.
Da tali documenti si apprende che lo scorso 9
dicembre, nel corso del loro incontro nella capitale russa, il ministro degli
Esteri ungherese “Peter Szijjarto” e quello della Sanità russo “Mikhail
Murasaki” hanno firmato un piano in 12 punti che stabilisce la misura in cui i
due governi si allineerebbero in settori che spaziano dal combustibile nucleare
all’istruzione e lo sport.
L’occasione della firma era il 16° incontro
della Commissione intergovernativa russo-ungherese per la cooperazione
economica, istituita nel 2005 e riunitasi ogni anno, con una pausa tra il 14°
incontro a novembre 2021 e il 15° a settembre 2024, ricostruisce la testata
paneuropea.
Secondo i documenti, Russia e Ungheria “hanno
affrontato le questioni attuali della cooperazione commerciale ed economica
bilaterale, le attività congiunte nel settore energetico, nell’industria, nella
sanità, nell’agricoltura, nell’edilizia e in altre aree di interesse reciproco,
nonché nella sfera culturale e umanitaria”, sottolineando anche l’importanza di
“sviluppare legami a lungo termine e reciprocamente vantaggiosi tra i due Paesi
in settori di interesse comune”.
“Politico”,
che sottolinea di non essere riuscita a verificare autonomamente i documenti,
spiega anche di aver chiesto un commento a “Szijjarto” stesso, il quale ha
risposto che “la cooperazione bilaterale dell’Ungheria è guidata dall’interesse
nazionale, non dà alcuna pressione a conformarsi ai media mainstream liberali
estremamente di parte.
Continuate
pure il vostro lavoro tendenzioso!”.
Tra i
punti dell’accordo spicca l’impegno a “invertire la tendenza negativa nel
commercio bilaterale”, diminuito a causa delle sanzioni Ue contro la Russia, e
l’apertura alle aziende russe per l’avvio di nuovi progetti di energia
elettrica e idrogeno in Ungheria, nonché una più stretta cooperazione su
petrolio, gas e combustibile nucleare.
“Budapest ha accettato di esplorare il rafforzamento
dell’insegnamento della lingua russa nel Paese importando insegnanti dalla
Russia, oltre a rafforzare il riconoscimento reciproco delle qualifiche e ad
aprire programmi di scambio per studenti laureati, secondo il testo
dell’accordo”, prosegue la testata, aggiungendo che Budapest”, stando ai
documenti, avrebbe sostenuto “programmi di scambio in corso in ogni campo,
dallo sport alle arti circensi, anche se Mosca è stata costantemente accusata
di utilizzare eventi culturali per propagare le sue narrazioni sulla guerra in
Ucraina e per conferire legittimità al regime di Mosca.
Le due
parti hanno sostenuto anche l’idea di un piano d’azione 2026-2027 per la
collaborazione congiunta nello sport”.
Infine,
spiega “Politico”, in uno dei documenti si puntualizza che il rafforzamento dei
legami tra Ungheria e Russia non deve essere “incoerente con gli obblighi
dell’Ungheria derivanti dalla sua appartenenza all’Unione europea”.
(internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com
-Web Info).
Le
entrate petrolifere russe
crollano
con le sanzioni e
zavorrano
l'economia,
it.euronews.com
- Euronews with AP – (10/02/2026) – Redazione - ci dice:
ARCHIVIO
- Una petroliera è ormeggiata al complesso” Sheskharis”, parte di”
Chernomortransneft JSC”, controllata da “Transneft PJSC”, a Novorossijsk,
Russia, 11 ottobre 2022.
Diritti
d'autore AP.
Questo
testo è stato tradotto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale e
originariamente pubblicato in inglese.
Il
Cremlino ha aumentato tasse e indebitamento per colmare il vuoto lasciato dal
calo dei proventi petroliferi e dal rallentamento della crescita economica.
Le
esportazioni di petrolio e gas hanno sostenuto le finanze della Russia per
tutta la guerra contro l'Ucraina.
Ma, con l'avvicinarsi del quarto anniversario
dell'invasione su larga scala, quei flussi di cassa si sono improvvisamente
ridotti ai livelli più bassi degli ultimi anni.
È il
risultato delle nuove misure punitive di Stati Uniti e Unione europea, della
pressione tariffaria esercitata dal presidente statunitense Donald Trump
sull'India e di una stretta crescente sulla flotta di petroliere che eludono le
sanzioni trasportando greggio russo.
Il
calo delle entrate sta spingendo il presidente Vladimir Putin a indebitarsi con
le banche russe e ad aumentare le tasse, mantenendo per ora i conti pubblici in
equilibrio.
Ma
queste misure non fanno che accrescere le tensioni in un'economia di guerra
ormai segnata dal rallentamento della crescita e da un'inflazione ostinata.
A
gennaio le entrate fiscali dello Stato russo provenienti dalle industrie del
petrolio e del gas sono scese a 393 miliardi di rubli (4,27 miliardi di euro).
Erano 587 miliardi (6,37 miliardi di euro) a
dicembre e 1,12 trilioni di rubli (12,16 miliardi di euro) a gennaio 2025.
Si
tratta del livello più basso dai tempi della pandemia di COVID-19, spiega “Janis
Kluge”, esperto di economia russa presso il “German Institute for International
and Security Affairs”.
Un
nuovo approccio alle sanzioni.
Per
fare pressione sul Cremlino perché interrompa i combattimenti in Ucraina,
l'amministrazione Trump ha imposto dal 21 novembre sanzioni contro le due
maggiori compagnie petrolifere russe, Rosneft e Lukoil.
Ciò
significa che chiunque acquisti o trasporti il loro petrolio rischia di essere
escluso dal sistema bancario statunitense, una prospettiva molto seria per
qualsiasi multinazionale.
Inoltre,
dal 21 gennaio l'Ue ha iniziato a vietare i carburanti ottenuti da greggio
russo: non possono più essere raffinati altrove e poi spediti in Europa sotto
forma di benzina o diesel.
La
presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha proposto venerdì
un divieto totale dei servizi di trasporto per il petrolio russo, sostenendo
che le sanzioni offrono uno strumento di pressione per spingere Mosca a fermare
i combattimenti.
«Dobbiamo
essere lucidi: la Russia si siederà al tavolo con intenzioni genuine solo se
verrà messa sotto pressione», ha dichiarato.
Ue
pronta a colpire il petrolio russo:
la
proposta è lo stop ai servizi marittimi.
Il
divieto generalizzato, già sostenuto in passato da Finlandia e Svezia,
vieterebbe alle aziende dell'Ue di fornire qualsiasi tipo di servizio, come
assicurazione, trasporto o accesso ai porti, alle navi che trasportano greggio
russo.
Le
ultime sanzioni vanno oltre il tetto al prezzo del petrolio imposto dalle
democrazie del G7 sotto l'amministrazione Biden.
Il
tetto di 60 dollari (50,37 euro) al barile, applicato tramite le compagnie
assicurative e di navigazione con sede nei Paesi del G7, puntava a ridurre i
profitti della Russia, non a vietare le importazioni, per timore di un rincaro
dei prezzi dell'energia.
Il
tetto ha effettivamente ridotto per un periodo le entrate petrolifere del
governo, soprattutto dopo che il divieto dell'Ue sulla maggior parte del
petrolio russo trasportato via mare aveva costretto Mosca a spostare le vendite
verso Cina e India.
Ma la Russia ha creato una «flotta ombra» di
vecchie petroliere che operano al di fuori della portata del tetto, e le
entrate sono tornate a crescere.
Pressioni
sull'India perché fermi le importazioni di petrolio russo.
Il 3
febbraio Trump ha accettato di ridurre i dazi sull'India dal 25% al 18%,
affermando che il presidente indiano Narendra Modi aveva accettato di fermare
le importazioni di greggio russo.
Venerdì
scorso, gli Stati Uniti hanno inoltre revocato un dazio aggiuntivo del 25%
imposto a causa del proseguimento delle importazioni di petrolio russo.
Modi
non ha commentato. Il portavoce del ministero degli Esteri, “Ranghi Jais al,”
ha dichiarato che la strategia dell'India consiste nel «diversificare le nostre
fonti di approvvigionamento energetico in linea con le condizioni oggettive di
mercato».
Il
portavoce del Cremlino “Dmitry Peskov” ha fatto sapere che Mosca sta
monitorando le dichiarazioni e resta impegnata nella nostra «partnership
strategica avanzata» con Nuova Delhi.
In
ogni caso, le spedizioni di petrolio russo verso l'India sono diminuite nelle
ultime settimane, da 2 milioni di barili al giorno a ottobre a 1,3 milioni al
giorno a dicembre, secondo i dati della “Kyiv School of Economics” e della “US
Energy Information Administration”.
La società di analisi “Kpler” ritiene che «nel breve
periodo è improbabile che l'India si disimpegni del tutto» dall'energia russa a
basso costo.
Gli
alleati dell'Ucraina hanno sanzionato in misura crescente singole navi della
flotta ombra per scoraggiare i clienti dall'acquistare il loro petrolio,
portando il numero complessivo a 640 tra Stati Uniti, Regno Unito e Ue.
Le
forze statunitensi hanno sequestrato navi legate al petrolio venezuelano
sanzionato, tra cui una battente bandiera russa, mentre la Francia ha
intercettato per breve tempo una nave sospettata di appartenere alla flotta
ombra. Gli attacchi ucraini hanno colpito raffinerie, oleodotti, terminal di
esportazione e petroliere russe.
Il
petrolio russo viene venduto con forti sconti.
Gli
acquirenti chiedono ora sconti sempre più consistenti sul petrolio russo per
compensare il rischio di violare le sanzioni statunitensi e le difficoltà di
trovare sistemi di pagamento alternativi che aggirino le banche riluttanti a
trattare queste operazioni.
A
dicembre lo sconto è salito a circa 25 dollari (21 euro) al barile, mentre il
principale greggio d'esportazione russo, l'Urals, è sceso sotto i 38 dollari
(32 euro) al barile, contro circa 62,50 dollari (52,48 euro) per il Brent, il
riferimento internazionale.
Poiché
le tasse russe sulla produzione di petrolio sono calcolate in base al prezzo
del greggio, questo riduce le entrate dello Stato.
«È un
effetto a catena, o effetto domino», spiega Mark Esposito, analista senior
specializzato nel greggio trasportato via mare presso S&P Global Energy.
L'inclusione
di diesel e benzina ha creato «un pacchetto di sanzioni davvero dinamico, un
uno-due che colpisce non solo i flussi di greggio, ma anche quelli dei prodotti
raffinati ottenuti da quei barili... Un modo universale per dire che, se
proviene da greggio russo, è fuori».
La
riluttanza a prendere in consegna il greggio ha fatto sì che una quantità
enorme, circa 125 milioni di barili, resti accumulata in petroliere in mare.
Ciò ha fatto impennare i costi della capacità disponibile, con le tariffe per
le superpetroliere che hanno raggiunto i 125 mila dollari (104.965 euro) al
giorno.
La
crescita in frenata mette sotto pressione il bilancio russo.
A
questo si aggiunge il rallentamento della crescita economica, perché l'effetto
trainante della spesa militare sta raggiungendo il proprio limite e la carenza
di manodopera frena l'espansione delle imprese. E una crescita più debole
significa meno entrate fiscali.
Nel
terzo trimestre il prodotto interno lordo è aumentato solo dello 0,1%. Le
previsioni per quest'anno oscillano tra lo 0,6% e lo 0,9%, in calo rispetto a
oltre il 4% registrato nel 2023 e nel 2024.
«Penso
che al Cremlino siano preoccupati per l'equilibrio complessivo del bilancio,
perché coincide con la fase di rallentamento economico», osserva Klug.
«E allo stesso tempo i costi della guerra non
stanno diminuendo».
Il
Cremlino risponde alzando le tasse e aumentando il debito.
Il
Cremlino è ricorso a un aumento delle tasse e del ricorso al debito per colmare
il vuoto lasciato dal calo delle entrate petrolifere e dal rallentamento
dell'economia.
Il
parlamento controllato dal Cremlino, la Duma, ha aumentato l'Iva pagata sui
consumi al dettaglio dal 20% al 22% e ha alzato le accise sulle importazioni di
automobili, sigarette e alcolici.
Il
governo ha incrementato il proprio indebitamento presso le banche nazionali
allineate al potere. E il fondo sovrano dispone ancora di riserve per coprire i
buchi di bilancio.
Il
Cremlino, dunque, dispone di risorse, almeno per ora.
Ma
l'aumento delle tasse può frenare ulteriormente la crescita.
E un
maggiore ricorso al debito rischia di riaccendere l'inflazione, riportata al
5,6% grazie a tassi di interesse al 16% da parte della banca centrale, in calo
rispetto al picco del 21%.
«Tra
sei mesi o un anno anche questo potrebbe influenzare il loro modo di pensare
alla guerra», aggiunge Klug.
«Non
credo che cercheranno un accordo di pace per questo motivo, ma potrebbero voler
ridurre l'intensità dei combattimenti, concentrarsi su alcune aree del fronte e
rallentare il ritmo della guerra. Sarebbe questa la risposta se il conflitto
diventasse troppo costoso».
L’Europa
e il dilemma energetico:
tornare
al gas russo per sopravvivere?
Avantionline.it - Angelo Santoro - (3 Aprile 2026) – ci dice:
C’è un
principio brutale ma spesso evocato nei momenti di crisi: sacrificare uno per
salvarne mille.
Oggi per l’Europa quel principio torna a farsi
strada in modo inquietante nel dibattito pubblico.
Dopo
oltre quattro anni di sostegno totale all’Ucraina, l’Unione Europea ha
dimostrato di non essere rimasta indifferente davanti all’invasione ordinata da
Vladimir Putin.
Le sanzioni contro Mosca, inclusa la drastica
riduzione degli acquisti di gas e petrolio, hanno rappresentato un costo
enorme.
Non
solo politico, ma anche economico e sociale.
L’Europa
ha scelto di pagare quel prezzo firmando contratti energetici più onerosi e
ridefinendo in fretta i propri equilibri.
Ma
oggi lo scenario è cambiato.
La
tensione nel Golfo è sempre più instabile e, anche nella migliore delle
ipotesi, le conseguenze economiche e strategiche si trascineranno a lungo.
Se la
situazione dovesse peggiorare – ed è un rischio concreto – il costo per
cittadini e imprese europee potrebbe diventare insostenibile.
In questo contesto la domanda che fino a ieri
era impensabile torna ad affacciarsi:
l’Europa può permettersi di non riaprire un
canale energetico con la Russia?
Il
comportamento degli Stati Uniti aggiunge ulteriore incertezza.
Il
presidente Donald Trump ha dimostrato più volte di essere imprevedibile nelle
sue scelte di politica estera.
Un eventuale cambio di rotta improvviso – o,
al contrario, un’escalation – potrebbe avere conseguenze globali difficilmente
calcolabili.
Anche
scenari estremi, che evocano i fantasmi di bombardamenti atomici di Hiroshima e
Nagasaki, non possono più essere esclusi dal campo delle ipotesi più cupe.
In una
simile cornice il tema energetico diventa questione di sopravvivenza.
Non
solo economica, ma anche sociale.
Il
rischio concreto è che l’Europa si trovi costretta a fare ciò che fino a poco
tempo fa considerava inaccettabile: tornare a negoziare con Mosca da una
posizione di debolezza, chiedendo forniture per evitare un inverno segnato da
razionamenti e crisi diffuse.
È una prospettiva che pesa anche sul piano politico e
simbolico.
Per
molti cittadini significherebbe ammettere il fallimento – o almeno il limite –
delle strategie adottate finora.
Eppure
mentre il costo della vita cresce, la percezione è che le classi dirigenti
restino relativamente protette, meno esposte agli effetti più duri della crisi.
Nel
dibattito politico che si riapre dopo il referendum emerge allora una domanda
cruciale:
esiste
una forza capace di andare oltre la contrapposizione ideologica e proporre
soluzioni concrete, anche scomode, nell’interesse dei cittadini? Perché al di
là delle posizioni di principio la realtà impone scelte difficili. E il tempo
per rinviarle potrebbe essere già scaduto.
Sicurezza
energetica:
la
Roadmap UE senza gas russo.
Elettromagazine.it
– (20 Maggio 2025) - Andrea Balocchi – ci dice:
L’Unione
Europea deve eliminare la propria dipendenza dall’import di gas, petrolio e
nucleare russo per accrescere la propria sicurezza energetica.
Per
questo, la Commissione Europea ha pubblicato una Roadmap per riuscire
nell’intento, a partire dal blocco totale di gas russo entro fine 2027.
I timori che non si riesca ci sono.
Ecco
cosa occorre per (sperare di) riuscire nell’intento.
Attualità,
Energia.
Sicurezza
energetica: più rinnovabili, stop al gas russo. La Roadmap UE e la necessità di
una transizione reale.
La
Commissione Europea ha pubblicato, dopo alcuni mesi di attesa, la Roadmap per
porre fine alle importazioni di energia russa, che punta alla sicurezza
energetica dell’Europa, alla sua capacità di diversificare le fonti e
dall’attuazione della transizione energetica, oltre dalla capacità di
efficientamento delle risorse.
La
tabella di marcia prevede la graduale eliminazione del petrolio, del gas e
dell’energia nucleare russi dai mercati dell’UE, in modo coordinato e sicuro,
parallelamente alla transizione dell’UE “verso l’energia pulita”.
Comporta alcuni passaggi.
Uno di
questi contempla, entro la fine del 2025, la preparazione di piani nazionali
che definiranno arrivare allo stop dell’import.
Allo
stesso tempo, continueranno gli sforzi per accelerare il passaggio alle fonti
energetiche rinnovabili dell’UE e per diversificare l’approvvigionamento
energetico.
La
tabella di marcia prevede il blocco di tutte le importazioni di gas russo entro
la fine del 2027, migliorando la trasparenza, il monitoraggio e la
tracciabilità del gas russo nei mercati dell’UE.
Saranno vietati nuovi contratti con i fornitori di gas
russo e i contratti spot (con pagamento immediato) saranno sospesi entro la
fine del 2025.
Sommario.
Il
contributo delle rinnovabili.
La
sicurezza energetica UE e lo stop dell’import dalla Russia.
I
risultati ottenuti e le prossime tappe.
La
tabella di marcia e le azioni fissate.
Sicurezza
energetica: gli obiettivi della Roadmap UE e le difficoltà ad attuarli.
Slovacchia
e Ungheria.
Import
aumentato.
Rumori
e proposte.
Sicurezza
energetica: cosa serve all’UE, secondo Draghi.
Il
contributo delle rinnovabili.
Partiamo
dalla progressiva diffusione delle energie rinnovabili: fotovoltaico, eolico
& C, insieme agli interventi di risparmio energetico hanno consentito una
riduzione di oltre 60 miliardi di metri cubi all’anno nelle importazioni di gas
tra il 2022 e il 2024, ricorda la Commissione UE. Sono gli effetti tangibili
del piano” RE Power EU”.
Sicurezza
energetica grazie a rinnovabili
Tuttavia
c’è ancora molto da fare se – come si legge nello stesso documento – nel 2024
l’Unione Europea ha importato ancora 52 miliardi di metri cubi di gas russo
(tramite gasdotto e GNL), ovvero circa il 19% delle importazioni totali di gas
dell’UE, nonché 13 milioni di tonnellate di petrolio greggio e oltre 2800
tonnellate di uranio in forma arricchita o combustibile.
La
domanda è: si riuscirà davvero a tagliare i ponti con l’import dalla Russia?
La
sicurezza energetica UE e lo stop dell’import dalla Russia.
Prima
di motivare i dubbi, partiamo dalla Roadmap e dalla necessità di attuare una
cesura dalla dipendenza dal gas russo, nonché dal petrolio e dal nucleare.
La
riduzione della dipendenza dai combustibili fossili rafforzerà ulteriormente la
sicurezza energetica dell’UE, in linea con l’obiettivo di neutralità climatica
che si persegue al 2050.
Cosa
serve per raggiungere questi obiettivi?
Una combinazione virtuosa tra la diffusione
delle energie rinnovabili, compresi i gas rinnovabili (biogas, biometano,
idrogeno verde e metano sintetico), un’ulteriore elettrificazione dei consumi,
l’efficienza energetica e le fonti di approvvigionamento alternative.
“L’eliminazione graduale dei combustibili russi
contribuirà al raggiungimento degli obiettivi del” Clean Industrial Deal” e del
“Piano d’azione per un’energia accessibile”, evidenzia la stessa Commissione
Europea.
Il
passaggio dai fossili all’energia da fonti rinnovabili è il vero fulcro per
rendere concreto l’obiettivo dell’UE.
Lo riporta la stessa Roadmap, prevedendo che
la piena attuazione della transizione energetica e il recente Piano d’azione
per un’energia accessibile sostituiranno fino a 100 miliardi di metri cubi di
gas naturale entro il 2030.
Ciò
corrisponde a un risparmio per l’UE di oltre 15 miliardi di metri cubi di gas
all’anno, ovvero a un’ulteriore riduzione della domanda di gas di 40-50
miliardi di metri cubi entro il 2027, che faciliterà anche l’eliminazione
graduale dell’import di gas russo.
I
risultati ottenuti e le prossime tappe.
“Grazie
all’azione coordinata tra la Commissione e gli Stati membri e al rafforzamento
della diplomazia energetica dell’UE con i partner internazionali, le
importazioni di gas dalla Russia sono diminuite dal 45% nel 2021 al 19% nel
2024”.
Queste
importazioni sono state sostituite da forniture provenienti da fonti più
affidabili, energia prodotta internamente, e sono state rese possibili grazie
alla riduzione dei consumi.
Le
installazioni di eolico aumentano la sicurezza energetica europea.
Le
proiezioni indicano un ulteriore calo al 13% nel 2025 con la fine del transito
attraverso l’Ucraina. Anche la quota delle importazioni di petrolio russo si è
ridotta dal 27% all’inizio del 2022 al 3% attuale. Nonostante i progressi
significativi, le forniture russe di gas, petrolio e nucleare continuano a far
parte del mix energetico dell’UE, ponendo rischi per la sicurezza energetica ed
economica e consentendo il sostegno finanziario all’economia di guerra russa.
Da qui
la necessità di ridurre ulteriormente l’import e la dipendenza dall’energia via
Mosca.
La
tabella di marcia e le azioni fissate.
Le
azioni presentate in questa tabella di marcia dovrebbero essere attuate a
livello UE e in modo coordinato, rileva il documento della Commissione UE,
elencando le azioni necessarie perché si riesca nell’obiettivo.
Trasparenza,
monitoraggio, tracciabilità.
Innanzitutto,
serve piena trasparenza, nonché azioni di monitoraggio e tracciabilità.
A
oggi, infatti, non esiste un quadro UE coerente in materia sulle importazioni
di gas russo nell’UE.
Piani
nazionali a sostegno dell’azione dell’UE per l’eliminazione graduale del gas
russo.
Servono
poi piani nazionali a sostegno dell’azione dell’UE per eliminare gradualmente
il combustibile da Mosca.
La
Commissione intende proporre una legislazione che obblighi gli Stati membri a
pianificare e monitorare questa eliminazione.
Divieto
graduale delle importazioni di gas russo.
Come
terza azione, comprendendo che non sia così facile togliere il combustibile
fossile russo, si punta a proporre misure legali per l’effettiva, graduale
eliminazione.
La
Commissione intende garantire che le misure finalizzate allo scopo siano
concepite in modo da ridurre al minimo l’impatto economico sugli attori del
mercato e “siano pienamente conformi al diritto dell’UE e agli obblighi
derivanti dal diritto internazionale”.
Si
dovranno cercare fornitori alternativi, come la Norvegia, i paesi partner in
Medio Oriente e l’Africa settentrionale. In parallelo, sarà necessario
aumentare la produzione in UE di biogas, biometano, idrogeno verde.
Azioni
volte a eliminare il nucleare russo.
Oltre
al gas, si vogliono mettere in atto piani nazionali per l’eliminazione graduale
del petrolio russo e garantire forniture alternative.
Altre
azioni della Roadmap riguardano il nucleare russo.
Per
questo l’UE intende attuare nuove restrizioni per eliminare gradualmente le
importazioni russe di uranio, uranio arricchito e altri materiali nucleari,
oltre a individuare fornitori alternativi. Anche in questo caso, è fondamentale
per la sicurezza energetica UE, e non certo facile. Tutt’altro.
Rispetto
al gas, le dipendenze nel settore nucleare “sono molteplici” e “potrebbero
ancora sorgere rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento nel breve e
medio termine”.
Sicurezza
energetica: gli obiettivi della Roadmap UE e le difficoltà ad attuarli.
Torniamo
alla domanda iniziale si riuscirà davvero a “tagliare i ponti energetici” con
la Russia?
Sono
diversi i timori che si pongono sulla strada verso la sicurezza energetica UE.
Slovacchia
e Ungheria.
Innanzitutto,
ci sono Paesi che più degli altri sono dipendenti dal gas russo.
Successivamente all’uscita della Roadmap, il CSD (Center for Study of
Democracy) ha pubblicato uno studio sul “phase out” da petrolio e gas russi
nell’Europa centrale, mettendo in risalto il caso dell’Ungheria e della
Slovacchia.
La
loro dipendenza dall’import dei combustibili fossili russi avrebbe indebolito
le sanzioni dell’UE e rafforzato la potenza economica e militare della Russia.
“Nonostante
le esenzioni dell’UE che consentono a questi paesi di mantenere le importazioni
di petrolio russo, che hanno generato 5,4 miliardi di euro di entrate fiscali
per il Cremlino, sono stati compiuti scarsi sforzi per svincolarsi dalle fonti
energetiche russe”, scrive il CSD. Questa situazione ha portato a un aumento di
volumi di greggio russo “di quasi il 50% dal 2021”.
Inoltre, l’espansione del gasdotto “Turk Stream”
avrebbe trasformato l’Ungheria in un hub strategico del gas sostenuto dal
Cremlino.
La
posizione dell’Ungheria e della Slovacchia trovano conferme anche nell’analisi
di Bruegel, che ha ampliato lo sguardo anche alla dipendenza dal nucleare
russo.
Import
aumentato.
“Ember”,
lo scorso marzo, ha messo in evidenza che le importazioni di gas russo sono
addirittura aumentate nel 2024 (del 18%), nonostante il piano di eliminazione
graduale nel 2027.
I
prezzi del gas nell’UE sono aumentati del 59% lo scorso anno, determinando un
aumento dei prezzi dell’energia elettrica.
Inoltre,
gli Stati membri dell’UE stanno investendo “in modo massiccio” nelle
infrastrutture del gas, nonostante la stagnazione della domanda. Entro il 2030,
una parte significativa di tale capacità potrebbe essere sottoutilizzata,
distogliendo risorse finanziarie da investimenti a lungo termine come le
energie rinnovabili e le misure di efficienza energetica.
Rumori
e proposte.
C’è
poi una notizia riportata da Reuters in questi giorni secondo cui funzionari di
Washington e Mosca avrebbero discusso della possibilità che gli Stati Uniti
contribuiscano a rilanciare le vendite di gas russo al continente europeo.
Vogliamo
aggiungere al dibattito anche l’uscita di “Roberto Vannacci” (divenuto uno dei
quattro vice segretari della Lega) sulla proposta di un «ritorno al gas russo a
basso costo per sostenere la competitività delle nostre imprese».
Sicurezza
energetica:
cosa serve all’UE, secondo Draghi.
Intervenuto
al XVIII summit della “Fondazione Cotec”, Mario Draghi ha parlato anche di
energia e della questione annosa della dipendenza UE dall’import di gas dalla
Russia, che hanno continuato a crescere, “anche dopo l’invasione della Crimea,
e ben dopo che l’ostilità di Putin verso l’Occidente e l’UE era stata
ampiamente dichiarata”.
La
conseguente interruzione, decisa a seguito dell’invasione dell’Ucraina, è stato
un duro contraccolpo, e ora “stiamo cercando di accelerare la transizione verso
le energie rinnovabili per rafforzare la nostra indipendenza energetica. Ma
questo richiede una trasformazione radicale del nostro sistema energetico che
non siamo stati in grado di realizzare”.
Ecco
allora cosa c’è bisogno:
innanzitutto, serve un ampio piano di
investimenti a livello europeo per costruire le reti e gli inter-connettori
necessari a rendere una rete basata sulle energie rinnovabili adeguata alla
transizione energetica auspicata. Inoltre, è necessario riformare il
funzionamento del nostro mercato energetico, allentando il legame tra i prezzi
del gas e quelli delle energie rinnovabili.
Come
terzo punto, ha evidenziato la necessità di essere pronti a utilizzare tutte le
possibili fonti di energia pulita e a una neutralità nei confronti delle nuove
soluzioni energetiche.
Petrolio,
perché dovremmo comprarlo
dalla
Russia come fanno tutti e
chiudere
la guerra in Ucraina
con
un’azione lampo.
Ilgiornaleditalia.it
– Antonio Amorosi – (31 marzo 2026) – ci dice:
Cercasi
disperatamente politici in Europa:
è solo
realpolitik di Antonio Amorosi del 31 Marzo 2026.
Petrolio,
perché dovremmo comprarlo dalla Russia come fanno tutti e chiudere la guerra in
Ucraina con un’azione lampo.
(Petrolio:
fonte twitter @siracusaoggi).
(Advertisement1771964922579.gif).
Gli
USA aprono un nuovo conflitto al mese e l’unica potenza che sta morendo è
l’Europa.
L’Italia è paralizzata.
Lo
Stretto di Hormuz resta bloccato e il mancato arrivo delle risorse energetiche
che dal Golfo Persico stanno mandando i prezzi alle stelle con i governi
Europei che restano inerti.
A
questo punto buon senso vorrebbe che con un processo diplomatico lampo venisse
chiusa la guerra in Ucraina e riacquistassimo petrolio dalla Russia.
Sarebbe
ma un atto di sopravvivenza economica per Italia e per la UE.
Bisognerebbe
comprare comunque comprare l’energia dalla Russia.
Mentiremmo
se dicessimo che solo Ungheria e Slovacchia traggono beneficio dal greggio
russo.
Budapest
acquista apertamente il petrolio di Mosca, giustificando la scelta con la
mancanza di alternative fisiche e infrastrutturali.
La
realtà, però, è più complessa e scomoda per Bruxelles.
Molte
altre nazioni europee, che pubblicamente tuonano contro Mosca, continuano a
importare derivati del petrolio russo con il greggio di Mosca che viene
raffinato in paesi terzi (come l'India o la Turchia), perde la sua
"etichetta" originale, e rientra in Europa come prodotto finito.
Il
gioco di prestigio permette a molti di risparmiare sui costi energetici senza
sporcarsi le mani.
L'Ungheria, guidata da Orbán, commette solo il
peccato originale di farlo alla luce del sole, e per questo viene attaccata,
mentre chi lo fa di nascosto resta in silenzio.
L'Ungheria
giustifica la scelta come un atto di difesa della propria economia nazionale.
Per
Budapest, l'energia a buon mercato è una questione di sicurezza nazionale, non
una concessione a Putin.
Perché l’Italia non può farlo?
Il
fallimento della strategia della sostituzione.
Spostare
i soldi dalle casse del Cremlino a quelle dello Zio Sam, non è una grande
conquista di sovranità, tanto più con una America folle.
L’opinione
pubblica USA dà Trump a picco nei sondaggi.
Gli
americani sono stanchi di queste continue guerre.
Washington
ha creato le condizioni per un'instabilità permanente in Medio Oriente e nel
mondo e l'Europa paga il conto.
La
rottura con Mosca ha portato a una nuova dipendenza più costosa dagli Stati
Uniti.
Bruxelles
ha scambiato un fornitore vicino con uno lontano, pagando un prezzo più salato
e una maggiore esposizione alla volatilità del mercato globale.
Il petrolio e il gas russo arrivavano tramite
condotte dirette, un sistema efficiente e a basso costo.
Oggi,
l'Europa acquista Gas Naturale Liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti, trasportato
da navi cisterna attraverso l'oceano.
Nel
2025, quasi il 60% delle importazioni europee di GNL proveniva dagli USA.
L'Unione
Europea si è impegnata in un accordo commerciale che prevede l'acquisto di 750
miliardi di dollari di energia americana in tre anni.
Ma
sostituire una dipendenza con un'altra, per l'Italia, Paese manifatturiero, è
un dramma.
L'energia
costosa rappresenta un dramma per gli abitanti, un taglio alla competitività,
alla domanda interna e delle nostre esportazioni.
Il
paradosso iraniano e il doppio gioco americano.
Aggiungiamo
un elemento di follia ulteriore:
l'Iran sta facendo soldi sulla guerra voluta
dagli USA.
Il
blocco dello Stretto fa impennare il prezzo globale del greggio.
L'Iran, pur essendo un produttore, può vendere
il proprio petrolio a prezzi molto più alti grazie alla crisi che esso stesso
contribuisce a creare.
Più gli USA spingono per l'isolamento di
Teheran, più il regime iraniano incassa denaro dalla vendita di greggio a Paesi
come Cina e India.
L'Europa paga il conto di questa partita a
scacchi tra due avversari storici.
Mentre
americani e iraniani si sfidano nel Golfo, le nostre fabbriche pagano l'energia
a prezzi da record.
L'interesse
europeo contro l'egemonia degli USA sempre più folli.
L'Europa
deve smettere di agire come il soldato più fedele della Nato e iniziare a
perseguire i propri interessi nazionali e continentali.
Intanto la Russia continua a vendere il suo
greggio a prezzo di mercato. Perché l'Europa dovrebbe rifiutare questa fonte?
Servono politici che abbiano il coraggio e la
visione per perseguire gli interessi UE, non degli Stati Uniti o di qualcun
altro.
Esiste
una nuova richiesta di politici come all'epoca dei tedeschi Schröder e Merkel,
che coltivarono rapporti diretti con Mosca per il benessere tedesco.
Dovremmo tornare a una realpolitik:
un'Europa
che persegue i propri interessi energetici e commerciali, non quelli dei
"deliri guerrafondai" americani che distruggono la nostra economia.
Stop
totale al gas russo dal 2028:
le
decisioni del Consiglio Ue.
Qualeenergia.it
- Massimiliano Cassano – (21 Ottobre 2025) – ci dice:
CATEGORIE:
Politiche Energia.
I
ministri dell’Energia dei Paesi membri deliberano sul divieto di importazione
via pipeline e GNL a partire dal 2026, con un periodo di transizione di due
anni per i contratti esistenti.
I
ministri dell’Energia dei Paesi membri dell’Unione europea hanno raggiunto un
accordo per “eliminare gradualmente” le rimanenti importazioni di gas dalla
Russia.
L’intesa
si applica sia al GNL sia agli approvvigionamenti via gasdotto. Ungheria e Slovacchia sono stati gli
unici Stati ad aver dato parere contrario.
Secondo
quanto stabilito ieri (20 ottobre) nel corso del Consiglio “Trasporti,
Telecomunicazioni ed Energia”, lo stop avrà un’attuazione graduale.
Le
importazioni saranno infatti vietate a partire dal 1° gennaio 2026, pur
mantenendo un periodo di transizione per gli accordi esistenti.
In particolare, i contratti a breve termine
conclusi prima del 17 giugno 2025 potranno essere mantenuti fino al 17 giugno
2026, mentre quelli a lungo termine potranno valere fino al 1° gennaio 2028.
Saranno
inoltre consentite modifiche alle intese già stipulate, ma solo “per scopi
operativi strettamente definiti”, e non potranno comportare un aumento dei
volumi, fatta eccezione per alcune flessibilità specifiche per gli Stati membri
senza sbocco sul mare.
Procedure
doganali e autorizzazioni.
Il
Consiglio ha inoltre semplificato gli obblighi doganali per le importazioni di
gas non russo, stabilendo requisiti e procedure documentali più snelle.
In
tali casi, prima che il gas entri nel territorio doganale dell’Ue, alle
autorità competenti dovrà essere fornita solo la prova del Paese di produzione,
mentre per le importazioni di gas dalla Russia durante la fase transitoria
saranno richieste maggiori informazioni (tra cui la data e la durata del
contratto di fornitura, oppure i quantitativi contrattualizzati).
È
stato inoltre introdotto l’obbligo per entrambe le categorie di importazioni di
sottoscrivere un regime di autorizzazione preventiva.
In particolare:
per il
gas russo e le importazioni che rientrano nel periodo di transizione, le
informazioni richieste per l’autorizzazione devono essere presentate almeno un
mese prima;
per il
gas non russo, la prova deve essere fornita almeno cinque giorni prima
dell’ingresso nel mercato Ue.
Gli
Stati membri hanno concordato che questa procedura non si applicherà alle
importazioni provenienti da Paesi che soddisfano alcuni criteri, come essere
grandi produttori ed esportatori di gas, oppure aver già vietato le
importazioni di gas russo.
Ciò
garantisce che solo le importazioni più rilevanti da controllare siano soggette
ad autorizzazione preventiva.
Sono
stati anche disposti ulteriori meccanismi di monitoraggio per impedire che il
flusso da Mosca entri nell’Ue soltanto per transitare verso altre destinazioni,
senza entrare nel mercato comunitario.
Il
regolamento proposto dal Consiglio impone poi a tutti gli Stati membri di
presentare piani nazionali di diversificazione delle loro forniture di gas.
Anche
in questo caso sono esentati i Paesi che possono dimostrare di non ricevere più
importazioni dirette o indirette di gas russo.
Ricordiamo
che proprio in un’ottica di diversificazione la Commissione europea ha
stipulato con gli Stati Uniti un contestato piano di acquisto di petrolio, GNL
e combustibili nucleari per 250 miliardi di dollari all’anno per tre anni.
Un
accordo che oltre ad essere irrealizzabile, fornisce uno sfrontato assist alle
fossili (per
approfondire Il grande bluff energetico Ue-Usa: 750 miliardi ai fossili, meno
sicurezza e transizione).
I
prossimi passi.
Rispetto
alle iniziali proposte della Commissione europea, il Consiglio ha ulteriormente
sviluppato le disposizioni sullo scambio di informazioni tra le autorità
nazionali, l’Acer e la Commissione europea, e ha chiesto a quest’ultima di
riesaminare l’attuazione del regolamento entro due anni dalla sua entrata in
vigore.
Ha
inoltre chiarito la clausola di sospensione, specificando quali tipi di
problemi nella sicurezza dell’approvvigionamento potrebbero giustificare una
revoca temporanea del divieto di importazione o del requisito di autorizzazione
preventiva.
La
presidenza del Consiglio avvierà ora i negoziati con il Parlamento europeo per
concordare il testo definitivo di uno specifico regolamento Ue.
Proprio
pochi giorni fa, il 17 ottobre, le commissioni per l’Industria, l’Energia e il
Commercio internazionale dell’Eurocamera avevano approvato una bozza di piano
che prevedeva, oltre allo stop al gas russo, anche il divieto di tutte le
importazioni di petrolio da Mosca, compresi i prodotti derivati dal greggio
russo.
Il
testo votato affrontava esplicitamente anche i rischi di elusione, come le
importazioni ri-etichettate, le flotte ombra e il transito attraverso Paesi
terzi, imponendo la certificazione di origine per gli oleodotti, audit
trimestrali e un elenco di terminali GNL ad alto rischio.
L’elettrificazione
come motore della transizione.
I
ministri dell’Energia dei Paesi Ue hanno inoltre discusso ieri del ruolo
dell’elettrificazione per garantire “una transizione competitiva e pulita”.
Il
confronto confluirà nel futuro piano d’azione per l’elettrificazione che la
Commissione europea dovrebbe presentare all’inizio del 2026.
Il
Consiglio si è concentrato sulle opportunità della decarbonizzazione in settori
chiave, con particolare attenzione al potenziale di elettrificazione
dell’industria.
Tra i
principali argomenti di discussione figuravano il modo in cui l’Ue avrebbe
potuto creare il quadro giusto per incentivare l’elettrificazione delle
imprese, consentendo al contempo a queste ultime di rispondere in modo
flessibile ai segnali di prezzo e alla domanda.
Ci si
è interrogati inoltre su quali settori offrissero il maggiore potenziale per
una rapida elettrificazione e su come eventualmente supportarli nell’ambito del
piano d’azione di prossima emanazione.
Un
recente studio del think tank britannico “Ember” intitolato “Shockproof: how electrification can
strengthen EU energy security” entra proprio nel merito dei vantaggi
dell’elettrificazione per i Paesi membri Ue.
Secondo
i dati raccolti, grazie al ruolo crescente dell’energia elettrica nei consumi
finali, a livello comunitario si potrebbe quasi dimezzare la percentuale di dipendenza
dalle importazioni di fonti fossili nell’energia primaria entro il 2040 (dal
58% nel 2023 al 30% tra quindici anni).
Eliminare
definitivamente gli acquisti di gas e petrolio dalla Russia andrebbe in questa
direzione, ma occorre anche ridurre l’import fossile dagli altri mercati
fornitori e al contempo puntare maggiormente su rinnovabili ed efficienza
energetica.
Russia-Cina,
siglato accordo
per un
nuovo gasdotto.
Qualeenergia.it
- Redazione QualEnergia.it – (2 Settembre 2025) – ci dice:
CATEGORIE:
Fonti Fossili, Mercato energetico.
Putin
e XI Jinping firmano un memorandum per il progetto "Power of Siberia
2" e per aumentare le forniture di gas naturale da Mosca a Pechino.
La
Russia e la Cina si sono accordate per aumentare le forniture di gas naturale
da Mosca e per iniziare i lavori di costruzione del gasdotto “Power of Siberia
2”.
Un
passo che cementa la loro alleanza energetica e commerciale in un momento di
crescente tensione con l’amministrazione Trump.
Dopo
aver perso una fetta consistente del mercato europeo del gas (Stop al gas russo
e maggiore cooperazione: le decisioni del Consiglio Ue sull’Energia) in
risposta all’invasione dell’Ucraina, Mosca ha intensificato i rapporti con
Pechino.
La firma dell’intesa è arrivata al termine dei
colloqui avvenuti nella capitale cinese tra i presidenti Vladimir Putin e XI
Jinping ed è stata annunciata dal capo del colosso degli idrocarburi Gazprom,
“Alexei Miller”.
L’agenzia
di stampa statale russa “Interfax” ha spiegato che ai colloqui ha partecipato
anche il leader della Mongolia, “Khürelsükh Kuna”, paese che fungerà da punto
di transito per la nuova infrastruttura.
“Oggi
è stato firmato un memorandum giuridicamente vincolante per la costruzione del
gasdotto “Power of Siberia 2” e del gasdotto di transito “Soyuz Vostok”
attraverso la “Mongolia”, ha dichiarato “Miller2 alle agenzie di stampa russe,
aggiungendo che l’accordo prevede l’aumento delle forniture attraverso
l’oleodotto esistente “Power of Siberia” da 38 a 44 miliardi di metri cubi
all’anno.
È
stata raggiunta anche un’intesa per aumentare la quantità di gas che la Cina
acquista tramite un gasdotto dall’isola di “Sakhalin”, nell’estremo oriente
russo, a 12 miliardi di metri cubi all’anno, rispetto al precedente patto da 10
miliardi di metri cubi.
Complessivamente,
Mosca e Pechino hanno concordato di incrementare le esportazioni di gas russo
verso la Cina fino a 106 miliardi di metri cubi.
Per un
paragone, prima dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, la Russia esportava
annualmente in Europa oltre 150 miliardi di metri cubi di gas (il record nel
2019 quando si toccò quota 177 miliardi di mc).
Le
commesse previste dal nuovo accordo relativo al “Power of Siberia 2” avranno
una durata di 30 anni.
Tuttavia,
il prezzo del gas fornito tramite il gasdotto, uno dei fattori chiave per
comprendere i costi di costruzione dell’infrastruttura e come gli oneri saranno
ripartiti tra le parti coinvolte, non è stato ancora definito e verrà
concordato separatamente.
Miller
ha però spiegato che il prezzo sarà inferiore a quello applicato da Gazprom
agli acquirenti europei, mentre stime effettuate nel 2022, all’inizio delle
discussioni sull’opera, parlavano di un costo complessivo di 13,6 miliardi di
dollari.
Dopo
l’incontro tra Putin, XI e il presidente mongolo “Kuna” a Pechino, il Cremlino
ha dichiarato che durante i colloqui con la Cina sono stati firmati 22 accordi,
tra cui un’intesa per sancire una nuova cooperazione strategica tra “Gazprom” e
la” China National Petroleum Corporation” e un memorandum tra Rosatom e
l’Agenzia cinese per l’energia atomica.
“Ungheria
ha firmato in sordina
piano in 12 punti con la Russia”,
la
rivelazione.
Sudefuturi.it
– (08/04/2026) - internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com -Web Info – redazione
– ci dice:
(Adnkronos)
– Il governo ungherese avrebbe firmato un accordo con quello russo, non reso
noto finora, "per espandere i legami economici, commerciali, energetici e
culturali tra i due Paesi".
Lo
rende noto “Politico”, spiegando di aver ottenuto documenti redatti dal governo
russo che "sottolineano in modo netto quanto Budapest e Mosca sperano di
avvicinarsi".
Da
tali documenti si apprende che lo scorso 9 dicembre, nel corso del loro
incontro nella capitale russa, il ministro degli Esteri ungherese
“
Peter Szijjarto” e quello della Sanità russo “Mikhail Murasaki” hanno firmato
un piano in 12 punti che stabilisce la misura in cui i due governi si
allineerebbero in settori che spaziano dal combustibile nucleare all'istruzione
e lo sport.
L'occasione della firma era il 16° incontro
della “Commissione intergovernativa russo-ungherese per la cooperazione
economica”, istituita nel 2005 e riunitasi ogni anno, con una pausa tra il 14°
incontro a novembre 2021 e il 15° a settembre 2024, ricostruisce la testata
paneuropea.
Secondo i documenti, Russia e Ungheria
"hanno affrontato le questioni attuali della cooperazione commerciale ed
economica bilaterale, le attività congiunte nel settore energetico,
nell'industria, nella sanità, nell'agricoltura, nell'edilizia e in altre aree
di interesse reciproco, nonché nella sfera culturale e umanitaria",
sottolineando anche l'importanza di "sviluppare legami a lungo termine e
reciprocamente vantaggiosi tra i due Paesi in settori di interesse
comune".
“Politico”, che sottolinea di non
essere riuscita a verificare autonomamente i documenti, spiega anche di aver
chiesto un commento a “Szijjarto” stesso, il quale ha risposto che "la
cooperazione bilaterale dell'Ungheria è guidata dall'interesse nazionale, non
da alcuna pressione a conformarsi ai media mainstream liberali estremamente di
parte.
Continuate
pure il vostro lavoro tendenzioso!".
Tra i
punti dell'accordo spicca l'impegno a "invertire la tendenza negativa nel
commercio bilaterale", diminuito a causa delle sanzioni Ue contro la
Russia, e l'apertura alle aziende russe per l'avvio di nuovi progetti di
energia elettrica e idrogeno in Ungheria, nonché una più stretta cooperazione
su petrolio, gas e combustibile nucleare.
"Budapest
ha accettato di esplorare il rafforzamento dell'insegnamento della lingua russa
nel Paese importando insegnanti dalla Russia, oltre a rafforzare il
riconoscimento reciproco delle qualifiche e ad aprire programmi di scambio per
studenti laureati, secondo il testo dell'accordo", prosegue la testata,
aggiungendo che Budapest", stando ai documenti, avrebbe sostenuto
"programmi di scambio in corso in ogni campo, dallo sport alle arti
circensi, anche se Mosca è stata costantemente accusata di utilizzare eventi
culturali per propagare le sue narrazioni sulla guerra in Ucraina e per
conferire legittimità al regime di Mosca.
Le due parti hanno sostenuto anche l'idea di un piano
d'azione 2026-2027 per la collaborazione congiunta nello sport".
Infine, spiega Politico, in uno dei documenti
si puntualizza che il rafforzamento dei legami tra Ungheria e Russia non deve
essere "incoerente con gli obblighi dell'Ungheria derivanti dalla sua
appartenenza all'Unione europea".
Elezioni
in Ungheria, chi è Magyar:
l’ex
insider che può battere Orban.
Sudefuturi.it
– Redazione – Adnkronos – (12/04/2026) – ci dice:
(Adnkronos)
– Vent'anni fa un giovane avvocato aderì alla protesta anti-corruzione guidata
dall'allora leader dell'opposizione, Viktor Orban, creando un gruppo di
assistenza legale chiamato "non abbiate paura".
Ed ora
“Peter Magyar” sta usando lo stesso slogan, 'non abbiate paura', per lanciare,
da ex insider, la sfida elettorale più temibile che il premier nazionalista
ungherese si trova ad affrontare da quando ha assunto il potere nel 2010.
"E' una grande storia, il principe
giovane, Davide contro Golia, ognuno si può identificare con lui", dice al
“Financial Times” del 45enne leader di “Tisza”, “Balint Ruff”, stratega e
direttore di uno show politico in Ungheria.
In realtà, Magyar è un Davide particolare,
cresciuto in una famiglia dell'establishment intellettuale cristiano
democratico post comunista, dove sin da piccolo sentiva di discussioni di
politica a cena, tra il padre avvocato e la madre alto funzionario della Corte
Suprema, il nonno, “Pall Eros”, commentatore politico e tra i parenti “Ferenc MAD”,
che è stato presidente tra il 2000 e il 2005.
Entrato
nella Fidesz di Orban nel 2003, Magyar ha sposato nel 2006 la collega di
partito” Judit Varga” e poi si sono trasferiti per diversi anni a Bruxelles,
lui con un incarico diplomatico e lei come assistente di un europarlamentare.
La
coppia, che intanto aveva avuto tre figli, torna in Ungheria nel 2018, e l'anno
seguente Varga viene nominata ministro della Giustizia. Secondo “Miklos Yukos”,
politologo dell'università di Copenaghen intervistato da Politico, l'ascesa
politica della moglie è fonte di frustrazione per Magyar a cui sarebbero negati
incarichi importanti proprio perché "troppo ambizioso e indipendente".
L'ascesa di Varga conosce però una brusca
battura d'arresto:
durante la campagna elettorale per le Europee
del 2024 viene investita dallo scandalo, che travolge anche l'allora presidente
“Katalin Novak,” per la grazia concessa, quando era ministro della Giustizia,
ad un ex funzionario coinvolto in una vicenda di pedofilia.
Novak
è costretta a dimettersi e Varga a rinunciare alla candidatura, e Magyar, che
intanto aveva divorziato dalla moglie, coglie l'occasione di cavalcare il
movimento di protesta provocato dallo scandalo:
lascia
Fidesz e accusa Orban di "nascondersi dietro le gonne delle donne",
offrendo Novak e la sua ex moglie come capri espiatori di un sistema più ampio
di corruzione e declino morale.
"Per
molto tempo ho creduto nell'ideale di un'Ungheria patriottica e sovrana, ma
negli ultimi anni ho realizzato che non è altro che un prodotto politico, la
perpetuazione del potere e l'accumulo di un enorme ricchezza", scrisse nel
febbraio 2024, lanciando la sfida da ex insider al granitico potere di Orban.
Dopo una manifestazione a marzo con 50mila
persone, Magyar inizia a costruire un team di imprenditori e figure pubbliche
per un movimento anti-corruzione.
E non
esita a pubblicare una registrazione audio in cui l'ex moglie parla di un
tentativo di insabbiamento di accuse di corruzione di alcuni alti funzionari
vicini ad Orban, in particolare il suo capo di gabinetto, “Antal Rogan”.
Per
partecipare alle elezioni europee di giugno, il gruppo si appoggia a un partito
poco conosciuto, appunto “Tisza”, che con una campagna elettorale di pochi
mesi, puntata tutta sulla presenza digitale e reti di contatti locali gestite
da migliaia di volontari, ottiene il 29,6%, con Fidesz che scende al 44,8%, il
risultato più basso mai ottenuto.
Tisza così ha 7 eurodeputati che entrano nel
gruppo del Ppe, il Partito popolare europeo che Fidesz ha lasciato nel 2021
dopo che da anni i rapporti si erano fatti sempre più tesi a causa dei principi
dichiaratamente illiberali di Orban.
A
differenza di altri leader dell'opposizione che in questi anni hanno cercato di
sfidare Orban, Magyar ha dalla sua il fatto che viene visto come "un
insider che aveva un posto in prima fila nel sistema di Orban, che comprende il
sistema ed è capace di batterlo", spiega a Politico “Katalin Cseh,”
deputata ungherese indipendente.
Per
aggirare lo stretto controllo di Orban sui media ungheresi, Magyar inizia a
percorrere il Paese, letteralmente:
nel maggio del 2024 cammina 250 chilometri da
Budapest alla regione di Oradea, nel nord ovest della Romania, per cercare il
sostegno delle minoranze ungheresi, tradizionale bacino di Fidesz, nei Paesi
confinanti. E anche negli ultimi giorni di campagna elettorale prima del voto
di domenica, ha continuato a fare tappa in almeno sei località al giorno.
Fondamentale,
ovviamente, l'uso dei social media, in particolare Facebook, per raggiungere
gli elettori, tanto che il governo ungherese accusa Meta di favorire Magyar,
dal momento che il suo "algoritmo fondamentale sta lavorando contro i
partiti governativi", ha dichiarato a Politico il portavoce di Orban
Zoltan Kovacs.
"Magyar
ha qualcosa che è molto raro oggi in politica, parla il linguaggio
dell'algoritmo, ma costruisce anche una fiducia personale", sintetizza il
capo degli affari europei di Tisza Marton Hindu.
Non
manca, comunque, chi descrive Magyar come una figura polarizzante, che in pochi
mesi ha imposto all'interno di Tisza, una cultura "tossica", che
ricorda quella di Fidesz:
"la
cultura interna al partito è simile, basata sulla fedeltà e non sui
risultati", racconta Desco Farka, imprenditore che è stato tra i primi nel
2024 a rispondere all'appello per la creazione della nuova formazione politica
che poi ha lasciato dopo le Europee.
Lo stesso Magyar ammette di avere un carattere
difficile e descrive il partito come "un one-man show":
lui è
l'unico che può concedere interviste, lasciando agli altri esponenti solo brevi
dichiarazioni, mentre sostenitori e volontari non parlano con la stampa, come
ha osservato ancora Politico.
Per i
sostenitori questa disciplina è necessaria per non dare alla stampa
filogovernativa munizioni e mantenere il partito concentrato sull'obiettivo
centrale di battere Orban.
"Non
ci sono stati veri scandali che lo hanno bruciato, forse perché lui ha avvisato
sempre in tempo la sua base elettorale", commenta “Peter Cheko”,
consulente elettorale ungherese.
In
realtà la scorsa estate, Varga, che è rimasta fedele ad Orban ma è uscita dalla
politica avviando una società con il suo nuovo partner, ha accusato l'ex marito
di abusi fisici e verbali, anche di averla chiusa a chiave in una stanza.
Accuse
che Magyar sostiene essere una mossa della 'propaganda' di Orban.
Ma con i sondaggi che continuavano a dare
Tisza in testa anche alla vigilia del voto, per molti Magyar è diventato
qualcosa che esula la sua persona e il suo messaggio politico:
è la
prima vera chance in 16 anni di rimuovere un premier dichiarato sostenitore di
una democrazia illiberale.
"Noi
non votiamo per Tisza, noi votiamo contro Fidesz, è questa la cosa centrale,
gli ungheresi voterebbero per una capra a questo punto se questa sfidasse
Orban", sintetizza Timea Sabot, deputata verde che ha ritirato la sua
candidatura per favorire il candidato del partito di Magyar.
(internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com
-Web Info).
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