È indispensabile avvicinarsi al gas russo.

 

È indispensabile avvicinarsi al gas russo.

 

 

 

Il gas russo ha solo cambiato forma

 ma continua ad arrivare in Europa e Italia.

Il ruolo chiave della Spagna.

Ilfattoquotidiano.it - Luisiana Gaita – (9 – aprile -2026) – Redazione – ci dice:

 

Il gas russo ha solo cambiato forma ma continua ad arrivare in Europa e Italia. Il ruolo chiave della Spagna.

In Europa si predica la fine della dipendenza dal gas russo, ma la verità è che il gas russo continua ad arrivare ai paesi dell’Unione europea.

Lo dimostrano i dati sulle esportazioni di Gas naturale liquefatto (GNL), il business su cui puntano diversi stati, fra cui l’Italia.

Nel 2022, come racconta la ong “Re Common” nel report “Sicurezza energetica per chi?”, sugli interessi italiani nel settore, le esportazioni russe sono cresciute del 10% e circa il 43% del totale è stata destinata a paesi dell’Unione europea.

Una crescita guidata dalla società russa Novate, il cui gas arriva per lo più da “Yama Lang”, impianto di liquefazione di gas nella Russia siberiana e tra i più grandi progetti estrattivi al mondo.

 Nel 2016 Intesa Sanpaolo ha versato, dietro garanzia dell’assicuratore pubblico Sacie, 750 milioni di euro nelle casse di Novate per il progetto Yama Lang.

 Ma come arriva il GNL russo?

Buona parte di questo gas liquefatto non arriva direttamente ai terminal dei paesi destinatari, ma passa prima da alcuni impianti chiave europei, tra cui quello di Barcellona, attraverso procedure poco trasparenti.

 

Il passaggio del Gas russo in Europa e il ruolo della Spagna – I paesi europei che hanno importato volumi di GNL russo nel 2022 sono stati, infatti, Spagna, Belgio, Francia, Paesi Bassi e, infine, Italia. Eppure la Spagna è uno dei pochi paesi dell’Unione che non ha dovuto attrezzarsi per diversificare le importazioni di gas. “Con una relazione stabile con l’Algeria e sette terminal di rigassificazione ampiamente sottoutilizzati – racconta “Re Common “– fino a gennaio del 2022 non aveva importato un solo metro cubo di gas dalla Russia”.

Il boom di GNL verso l’Ue, però, ha travolto anche il paese iberico “e nel calderone è finita anche una buona fetta di importazioni di gas russo”.

Oggi la Russia è il terzo fornitore di gas della Spagna (dopo Usa e Algeria) “che arriva via nave ed è rivenduto ad altri paesi europei (e non solo), Italia inclusa” spiega” Re Common”.

In questo passaggio ha un ruolo chiave il porto di Barcellona, dove si trova il rigassificatore più grande del Mediterraneo.

Oggi il terminal ha una capacità di 17 miliardi di metri cubi di gas.

 

 

La proprietà dell’impianto è di ENAGAS, società di trasporto del gas spagnola, business partner di Snam.

Cosa avviene lo ha spiegato alla ong, Josep Nuala Copra, ricercatore dell’Osservatori del Beute en la Globalizzaci.

Da qualche anno la regolamentazione spagnola ha adottato la misura del ‘tanker unico’: gli stoccaggi di gas sono gestiti come un unico deposito aggregato.

Questo significa che, per esempio, un terminal in Galizia può ricevere GNL proveniente dalla penisola di Yama in Russia e rivenderlo dal terminal di Barcellona a qualsiasi paese nel Mediterraneo o nel mondo.

Dall’inizio del conflitto, il terminal ha iniziato così a rivendere gas anche nel Mediterraneo “senza alcuna trasparenza rispetto alla sua origine”.

 

 

Proprio da Barcellona passa la risposta italiana alla crisi – Questi dati riguardano l’Italia da vicino.

È stato l’ex ministro della Transizione ecologica, “Roberto Cingolani”, a sancire il nuovo collegamento tra il terminal per l’import di Panicaglia (in Liguria), controllato da Snam e i terminali spagnoli, in particolare proprio quello di Barcellona.

 Inoltre, a maggio 2022 Snam ed ENAGAS hanno firmato un memorandum di intesa per la costruzione di un gasdotto lungo oltre 700 chilometri che dovrebbe collegare in maniera permanente il terminal di Barcellona a quello di Livorno.

 Il progetto, che rientrerebbe tra quelli strategici dell’Ue come parte del pacchetto di misure “Re Power EU”, potrebbe costare fino a 2,5 miliardi di euro.

“La narrativa della sicurezza energetica giustifica l’espansione dei due terminali di Snam, Pangalli e Livorno, che dovrebbero ricevere il gas spagnolo” denuncia “Re Common”, che si domanda “quali siano le garanzie che alla fine quello acquistato non sia sempre gas russo”.

 

Lo storico legame con Mosca – Ma il collegamento con il gas russo è anche un altro e ha radici più profonde.

Non c’è solo il finanziamento di Intesa Sanpaolo al progetto Yama Lang di Novate. Nel 2021, Intesa Sanpaolo e Cassa Depositi e Prestiti avevano anche confermato il sostegno (per una somma complessiva di circa 560 milioni di dollari) ad Artic Lng-2, mega-progetto di liquefazione di gas sempre in capo a Novate, in una delle aree più a rischio dell’Artico russo.

In seguito all’entrata in vigore delle sanzioni varate dall’Unione europea nei confronti del Cremlino, Intesa Sanpaolo (che aveva già sborsato 50 milioni di dollari) e Cassa Depositi e Prestiti hanno deciso di congelare il prestito. Resta il fatto che, fra il 2016 e il 2022, Intesa Sanpaolo ha concesso circa 5 miliardi di dollari all’industria fossile russa, di cui 2,9 miliardi a Gazprom, la principale società energetica russa controllata dallo Stato.

 L’istituto di credito, inoltre, è al secondo posto tra le istituzioni finanziarie private, seconda solo alla banca statunitense JP Morgan, per esposizione finanziaria ai progetti guidati da multinazionali energetiche russe (Novate, Gazprom, Rosneft) più altamente impattanti in termini di emissioni di Co2 nell’atmosfera.

 

 

 

 

 

La Rivoluzione che Sta Accadendo nel Mondo…

Conoscenzealconfine.it – (8 Aprile 2026) - Gabriele Sannino – ci dice:

 

La RIVOLUZIONE che sta accadendo nel mondo è talmente GRANDE che neanche la cosiddetta “contro-informazione” (legata, a questo punto, alle vecchie logiche e vibrazioni) riesce a comprenderla.

Si sta distruggendo, infatti, TUTTA l’architettura INTERNAZIONALE degli ultimi decenni, e, se si pensa al nuovo sistema finanziario, addirittura di secoli.

Donald Trump – piaccia o meno perché è “bullo”, ha i capelli rossi, è “narcisista” e altre sciocchezze simili – sta seguendo un PIANO POLITICO-MILITARE che è ormai evidente a CHIUNQUE sia ancora libero da ideologie e stupidi preconcetti.

Questo piano prevede la distruzione dell’europeismo, della NATO, dell’ONU, dell’OMS, dell’attuale sistema finanziario, dunque, alla fine, dello stesso SIONISMO che ne detiene le chiavi.

Mi sembra chiaro: non puoi distruggere tutto se, dietro le quinte, non hai un nuovo modello.

 

Cominciamo col Guardare a Questo “Piano di Smantellamento”:

UNIONE EUROPEA: sepolta da dazi, obblighi di acquisti di energia, si scopre ormai DEBOLISSIMA, senza industria, materie prime e senza energia, ISOLATA sia da Trump che da Putin (in quest’ultimo caso per la stessa volontà dell’UE) ma anche da Xi in Cina.

 L’unica speranza per la sopravvivenza dell’UE non saranno affatto gli STUPIDI e INFANTILI lockdown energetici (il piano globalista è FALLITO ormai in tutto il mondo, così come tutte le agende e i programmi globalisti), anzi questi non saranno per nulla accettati dai cittadini…

che chiederanno in MASSA un accordo proprio con la Russia “cattivona” di Putin.

 I paesi dovranno per forza di cose andare in ordine sparso per SOPRAVVIVERE, dato che l’UE sarà troppo corrotta per uscire dalla lavanderia finanziaria dell’Ucraina.

Bye Bye Europa…

 

NATO: qui lo scenario è ancora più GODIBILE, dato che ormai tutta l’amministrazione Trump parla di questa “alleanza” come di una tigre di carta, di una organizzazione costosa che non permette neanche l’uso delle basi (a proposito, la mossa del Governo Meloni sul rifiuto di Sigonella è stata ottima, dato che ha dato un assist incredibile alla causa!).

Per la NATO, prima si è alzata la posta per aumentare i contributi, adesso si parla di mancanza di aiuti militari e logistici. Solo gli emotivi sui social non capiscono che queste sono STRATEGIE.

 

– OMS-ONU: sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che l’organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) sono, ormai, del tutto irrilevanti. Sono state entrambe derise e criticate dall’attuale amministrazione, e l’uscita dall’OMS e da molti programmi dell’ONU sta a significare solo una cosa: presto queste organizzazioni non esisteranno più. La demolizione dello USAID (un fondo che conteneva tutti i programmi e i progetti del Deep State internazionale) ha aiutato tantissimo, ma tant’è Trump è “l’alcolico biondo che fa impazzire il mondo”.

 

SISTEMA FINANZIARIO: stiamo assistendo, ormai da tempo, alla fine del petrodollaro, una moneta fiat TOSSICA che a Trump non interessa più, dato che, dietro le quinte del mondo, c’è già un sistema per trasformare l’attuale moneta debito in CREDITO, non facendola più gestire ai banchieri sionisti.

È la fine del petrodollaro che reca con sé, tra le altre cose, la fine della NATO, dato che agli Stati Uniti non interessa più predare – pardon “difendere” – gli asset economici dell’élite sionista nel mondo.

Tra le altre cose, il nuovo sistema garantisce prosperità per tutti, e gli Stati Uniti gioveranno tantissimo da questo nuovo sistema.

 

SIONISMO: stiamo assistendo, anche qui, alla distruzione di Israele, e del suo Mossad, con una strategia militare che è bellissima nella sua semplicità.

Fai negoziati con una parte del paese per eliminare dallo stesso il terrorismo gestito dal “Deep State” (parliamo dell’Iran, ovviamente) ma i sionisti legati al Mossad non ci stanno, dato che le loro guerre dipendono proprio da quelle frange terroriste.

 Ecco che Intervieni in una guerra mossa da loro e, alla fine, i due paesi in Medio Oriente in mano a quello stesso “Deep State” si distruggono a vicenda.

Ci sono molti innocenti purtroppo che ci vanno di mezzo, lo sappiamo, ma siamo in guerra, e questa è l’ULTIMA guerra.

Ad oggi le strutture del Mossad sono state decapitate sia in Iran che in Israele, ma tant’è.

 

Il mondo sta cambiando ma voi non ve ne state accorgendo. Anzi, tuonate contro quell’uomo che sta distruggendo l’intero sistema che avete denunciato per anni, solo perché i suoi modi non vi piacciono (già, perché con una élite satanista puoi andarci per il sottile!)

 

Non ve ne accorgete perché, sempre secondo voi, nello studio ovale prevale il narcisismo di Trump… e non le strategie politico-militari nazionali e… internazionali.

 Che tenerezza.

(Gabriele Sannino).

(t.me/gabrielesannino).

 

L’UE vieta tutte le importazioni di gas

russo dopo un accordo dell’ultimo minuto.

Rinnovabili.it - Erminia Voccia – (3 Dicembre 2025) – ci dice:

 

A seguito della prevista approvazione definitiva da parte di Parlamento e Consiglio, la legge entrerà in vigore a partire dal primo gennaio del prossimo anno e si applicherà a diverse tipologie di gas con tempistiche diverse e graduali.

 

Importazioni-di-gas-russo-Ue.

On 3 December 2025, Ursula von der Leyen, President of the European Commission, Dan Jørgensen, European Commissioner for Energy and Housing and Fatih Birol, Executive Director of the International Energy Agency (IEA), gave a press statement on the provisional agreement on the phasing out of Russian fossil fuels under REPowerEU.

Credits: Unione Europea, 2025.

L’Europa questa notte ha raggiunto un accordo politico storico per rinunciare definitivamente alle importazioni di gas russo.

 L’Unione Europea inizierà a vietarle dall’inizio del prossimo anno, dopo che legislatori, funzionari e diplomatici europei sono riusciti ad accordarsi su un atto legislativo fondamentale e destinato a riscrivere la storia del settore energetico europeo.

 

Indice dei contenuti:

Una nuova era libera da gas e petrolio russi.

Fine della dipendenza energetica europea da Mosca.

La legge per lo stop alle importazioni di gas russo.

Prossimi passi.

Una nuova era libera da gas e petrolio russi.

“All’inizio della guerra versavamo alla Russia 12 miliardi di euro al mese per i combustibili fossili.

Ora siamo scesi a 1,5 miliardi di euro al mese.

 Puntiamo ad arrivare allo zero“, ha dichiarato la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

 “Questo è un giorno positivo per l’Europa e per la nostra indipendenza dai combustibili fossili russi: è così che rendiamo l’Europa resiliente“.

 

“Negli ultimi anni, l’Europa ha raggiunto risultati concreti e ha risolto ciò che molti ritenevano impossibile.

Abbiamo diversificato il nostro approvvigionamento con nuove partnership affidabili.

Abbiamo investito massicciamente nelle energie rinnovabili.

E, inverno dopo inverno, abbiamo mantenuto le nostre case calde, le luci accese e tutti noi al sicuro, con “RE Power EU”.

Metà della nostra elettricità ora proviene da fonti rinnovabili.

Le nostre importazioni di gas dalla Russia sono scese all’11%, dal precedente 45%“, ha affermato von der Leyen.

 

“Stiamo parlando di un risultato storico.

Ha dichiarato invece il capogruppo della Commissione Industria, “Ricerca ed Energia”, Ville Niinistö (Verdi/ALE, Finlandia) – l’UE sta compiendo passi enormi verso una nuova era libera da gas e petrolio russi.

La Russia non potrà mai più usare le esportazioni di combustibili fossili come arma contro l’Europa.

Il Parlamento Europeo aveva come priorità assoluta accelerare il più possibile i tempi per vietare le importazioni di gas russo tramite gasdotto, vietare i contratti di GNL a lungo termine con un anno di anticipo e impedire che le regole vengano aggirate”.

 

“Ora dobbiamo agire presto per finalizzare questo accordo e rivolgere la nostra attenzione alle importazioni di petrolio, dove ci impegneremo a rispettare l’impegno della Commissione Europea di presentare una proposta legislativa all’inizio del prossimo anno“.

 

Fine della dipendenza energetica europea da Mosca.

Durante la scorsa estate la Commissione aveva presentato il disegno di legge finalizzato a porre fine alla dipendenza energetica europea da Mosca.

Le importazioni europee di gas proveniente dalla Russia sono diminuite drasticamente dal 2022 ad oggi e l’acquisto di gas russo è già soggetto a sanzioni da rinnovare ogni sei mesi.

 Le nuove norme, invece, mirano a definire in maniera permanente la rottura dei legami con Mosca.

 

Ad ottobre, i Ventisette avevano concordato la posizione negoziale del Consiglio, semplificando gli obblighi doganali rispetto alla proposta avanzata dalla Commissione e introducendo ulteriori meccanismi di monitoraggio.

 

Con questa legge l’Europa vuole interrompere per sempre la sistematica militarizzazione delle forniture energetiche da parte della Russia, aggravatasi con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio del 2022.

 Dallo scoppio della guerra, avvenuto ormai quasi quattro anni fa, Mosca ha volutamente manipolato il mercato, interrompendo spesso bruscamente il funzionamento dei gasdotti.

Tali azioni hanno causato un aumento dei prezzi dell’energia calcolato fino a otto volte rispetto ai livelli pre-crisi.

 

La legge per lo stop alle importazioni di gas russo.

A seguito della prevista approvazione definitiva da parte di Parlamento e Consiglio, la legge entrerà in vigore a partire dal primo gennaio del prossimo anno e si applicherà a diverse tipologie di gas con tempistiche diverse e graduali.

 L’acquisto di gas sul mercato spot sarà vietato già a partire dalla fine del 2025, mentre i contratti a breve e lungo termine esistenti saranno vietati dal 2026 e dal 2027.

Il divieto di importazione di gas tramite gasdotto si applicherà a partire da settembre 2027 e non prima, a causa principalmente delle preoccupazioni dei Paesi ancora fortemente dipendenti dal gas russo, come Slovacchia e Ungheria.

 

Più nello specifico, i contratti a lungo termine per i gasdotti, considerati i più critici, saranno vietati a partire dal 30 settembre 2027, a condizione che i livelli di stoccaggio siano sufficienti, e comunque non oltre il primo novembre 2027.

 Per il gas naturale liquefatto, i contratti a lungo termine saranno vietati a partire dal primo gennaio 2027, come aveva chiesto la Presidente della Commissione.

 I contratti a breve termine verranno vietati prima:

dal 25 aprile 2026 per il GNL e dal 17 giugno 2026 per le forniture tramite gasdotto.

 

Gli europarlamentari hanno insistito molto per accelerare il “phase-out” del petrolio e gas russo e alla fine e sono riusciti a non posticipare alcun divieto oltre 2027.

 Il Parlamento UE ha anche ottenuto l’impegno da parte dei Governi nazionali ad armonizzare le sanzioni alle imprese che violano le norme, imponendo una delle tre seguenti penalità finanziarie:

una sanzione forfettaria di 40 milioni di euro;

il 3,5% del fatturato annuo o il 300% del valore della transazione illecita.

 

Prossimi passi.

L’accordo necessita ancora dell’approvazione formale sia del Parlamento che del Consiglio dell’Unione Europea per poter diventare legge.

 Le Commissioni Industria, Ricerca ed Energia e Commercio Internazionale voteranno insieme l’accordo l’11 dicembre.

Il Parlamento invece lo farà nel corso della sessione plenaria del 15-18 dicembre.

(Erminia Voccia - Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali.)

 

 

 

 

 

 

Ecco perché riaprire al gas russo

è più facile a dirsi che a

farsi per l’Europa.

 

Energiaoltre.it – (9 Aprile 2026) – Alessandro Sperandio – ci dice:

Tra infrastrutture sabotate, sanzioni tecnologiche e una cronica carenza di navi rompighiaccio, Mosca non dispone più dell’architettura necessaria per soccorrere il mercato globale.

 

Mentre la crisi nello Stretto di Hormuz stringe i mercati energetici mondiali in una morsa, l’ipotesi di un ritorno massiccio al gas russo per stabilizzare i prezzi in Europa si scontra con una realtà tecnica e geopolitica invalicabile. Nonostante la Russia detenga le maggiori riserve di gas al mondo, il suo sistema di esportazione verso l’Occidente è oggi un guscio svuotato:

 i gasdotti Nord Stream sono distrutti, il transito attraverso l’Ucraina è politicamente congelato dalla guerra e il settore del gas naturale liquefatto (GNL) è paralizzato dalla mancanza di tecnologie e navi specializzate.

 

Come sottolineato dall’esperto Gianclaudio Terlizzi di “T Commodity”, Mosca non ha più la flessibilità logistica per capitalizzare lo shock energetico causato dal conflitto in Medio Oriente.

 

L’ARCHITETTURA DEI GASDOTTI È ORMAI COMPROMESSA.

Riaprire i flussi via tubo è un’operazione che trascende la semplice volontà politica.

 “Nord Stream è fuori gioco, il transito da Polonia o Ucraina è impraticabile finché dura la guerra”, spiega Terlizzi.

L’unico corridoio rimasto verso l’Europa è la seconda linea del “Turk Stream”, che serve Ungheria, Austria e Serbia, ma la sua portata è limitata a circa 16-17 miliardi di metri cubi annui ed è recentemente stata oggetto di danneggiamenti.

 

Se nel 2021 l’Europa importava 140 miliardi di metri cubi dalla Russia, oggi quei volumi sono fisicamente impossibili da ripristinare.

 Anche se le esportazioni tramite” Turk Stream” sono aumentate del 22% a marzo 2026 a causa del blocco di Hormuz, i flussi totali verso il continente restano ai minimi storici dagli anni ’70, segnando un degrado strategico che nessun accordo bilaterale limitato potrebbe invertire.

 

IL COLLO DI BOTTIGLIA LOGISTICO DEL GNL ARTICO.

La strategia russa per aggirare la rigidità dei tubi puntava tutto sul gas naturale liquefatto, ma le sanzioni hanno colpito il cuore operativo del sistema: la logistica.

Mosca dispone di una capacità produttiva nominale di 46 milioni di tonnellate annue, ma nel 2025 la produzione effettiva è rimasta ferma a 33 milioni.

 

Il problema non è la scarsità di risorsa, ma l’impossibilità di trasportarla. Per operare nell’Artico, impianti come Kamal e Artic LNG-2 necessitano di metaniere rompighiaccio di classe Arc7.

 La flotta attuale è insufficiente per coprire le rotte verso l’Asia, che richiedono tempi di navigazione tripli rispetto all’Europa.

 

Senza queste navi, che i cantieri occidentali non forniscono più e che la Cina non ha ancora consegnato, la Russia è costretta a ridurre la produzione o a restare vincolata ai terminali europei, dai quali l’UE intende sganciarsi definitivamente entro il 2027.

 

LA NUOVA DIPENDENZA DAL MERCATO CINESE.

Il tanto sbandierato riorientamento verso Est ha trasformato la Russia da partner strategico a fornitore subordinato.

Sebbene il gasdotto “Power of Siberia 1” abbia consegnato quasi 39 miliardi di metri cubi alla Cina nel 2025, esso attinge da giacimenti che non sono mai stati collegati alla rete che riforniva l’Europa.

 

Il progetto “Power of Siberia 2”, l’unico che potrebbe ricollegare le risorse siberiane occidentali a un grande mercato estero, rimane bloccato in una fase di “lavori preparatori” nel Piano quinquennale cinese.

Pechino negozia da una posizione di estrema forza, imponendo prezzi vicini alle tariffe interne russe.

 In questo scenario, la Russia non è più un attore in grado di influenzare il mercato globale tramite l’offerta, ma è diventata una risorsa di “assicurazione strategica” per la Cina, soggetta alle condizioni e ai tempi decisi dal Dragone.

 

UNA “TRAPPOLA STRUTTURALE” CHE RIDUCE L’AUTONOMIA DI MOSCA.

La crisi del gas innescata dalla guerra in Iran ha reso visibile quella che gli analisti definiscono una “trappola strutturale”. A differenza del petrolio, che può essere reindirizzato via nave con relativa facilità, il gas richiede infrastrutture fisiche e immateriali – assicurazioni, canali di pagamento e servizi di trasbordo – che la Russia ha perso quasi integralmente in Occidente.

 

Il sistema è sopravvissuto spostando l’adeguamento verso l’interno, aumentando il consumo industriale domestico a prezzi bassissimi, ma questo garantisce solo la stabilità fisica del settore a scapito di quella finanziaria.

 Il futuro della Russia non sarà una grande ripresa dei fasti energetici passati, ma un modello frammentato di lavorazione interna (petrolchimica e fertilizzanti) e una monetizzazione di qualità inferiore, che conferma un degrado strutturale ormai irreversibile.

 

 

 

 

 

L’Europa e il dilemma energetico:

tornare al gas russo per sopravvivere?

Pensalibero.it – Angelo Santoro – (5 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

C’è un principio brutale ma spesso evocato nei momenti di crisi: sacrificare uno per salvarne mille.

 Oggi per l’Europa quel principio torna a farsi strada in modo inquietante nel dibattito pubblico.

 Dopo oltre quattro anni di sostegno totale all’Ucraina, l’Unione Europea ha dimostrato di non essere rimasta indifferente davanti all’invasione ordinata da Vladimir Putin.

Le sanzioni contro Mosca, inclusa la drastica riduzione degli acquisti di gas e petrolio, hanno rappresentato un costo enorme.

Non solo politico, ma anche economico e sociale.

L’Europa ha scelto di pagare quel prezzo firmando contratti energetici più onerosi e ridefinendo in fretta i propri equilibri.

 

 Ma oggi lo scenario è cambiato.

La tensione nel Golfo è sempre più instabile e, anche nella migliore delle ipotesi, le conseguenze economiche e strategiche si trascineranno a lungo.

 Se la situazione dovesse peggiorare – ed è un rischio concreto – il costo per cittadini e imprese europee potrebbe diventare insostenibile.

 In questo contesto la domanda che fino a ieri era impensabile torna ad affacciarsi:

l’Europa può permettersi di non riaprire un canale energetico con la Russia?

 Il comportamento degli Stati Uniti aggiunge ulteriore incertezza.

 Il presidente Donald Trump ha dimostrato più volte di essere imprevedibile nelle sue scelte di politica estera.

Un eventuale cambio di rotta improvviso – o, al contrario, un’escalation – potrebbe avere conseguenze globali difficilmente calcolabili.

Anche scenari estremi, che evocano i fantasmi di bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, non possono più essere esclusi dal campo delle ipotesi più cupe.

In una simile cornice il tema energetico diventa questione di sopravvivenza.

Non solo economica, ma anche sociale.

 Il rischio concreto è che l’Europa si trovi costretta a fare ciò che fino a poco tempo fa considerava inaccettabile:

tornare a negoziare con Mosca da una posizione di debolezza, chiedendo forniture per evitare un inverno segnato da razionamenti e crisi diffuse.

È una prospettiva che pesa anche sul piano politico e simbolico.

Per molti cittadini significherebbe ammettere il fallimento – o almeno il limite – delle strategie adottate finora.

Eppure mentre il costo della vita cresce, la percezione è che le classi dirigenti restino relativamente protette, meno esposte agli effetti più duri della crisi.

Nel dibattito politico che si riapre dopo il referendum emerge allora una domanda cruciale:

esiste una forza capace di andare oltre la contrapposizione ideologica e proporre soluzioni concrete, anche scomode, nell’interesse dei cittadini? Perché al di là delle posizioni di principio la realtà impone scelte difficili. E il tempo per rinviarle potrebbe essere già scaduto.

(Angelo Santoro).

 

 

 

 

Gas russo: via libera definitivo

dell’UE al divieto graduale

di importazione.

Astrolabio.amicidellaterra.it – (04-02-2026) – Redazione – ci dice:

QUEL CHE C'È DA SAPERE.

 

Il 26 gennaio il Consiglio dell’Unione europea ha adottato formalmente il Regolamento che prevede l’eliminazione progressiva delle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) e di gas trasportato via gasdotto dalla Russia, nell’ambito dell’ultimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.

 

Il Regolamento introduce un divieto generale di importazione di gas russo, che entrerà in vigore sei settimane dopo l’entrata in vigore formale del testo. Per i contratti già in essere è previsto un periodo transitorio, pensato per limitare l’impatto sui prezzi e sulla stabilità dei mercati energetici.

 

Il calendario stabilito prevede il divieto totale di importazione di GNL russo a partire dall’inizio del 2027 e lo stop alle importazioni di gas via gasdotto dall’autunno 2027.

 

Per evitare elusioni del divieto, prima di autorizzare l’ingresso del gas nel mercato europeo gli Stati membri dovranno verificare il paese di produzione effettiva del combustibile.

 

Il mancato rispetto delle nuove norme potrà comportare sanzioni significative: fino a 2,5 milioni di euro per le persone fisiche e fino a 40 milioni di euro per le imprese, pari ad almeno il 3,5% del fatturato annuo mondiale complessivo o al 300% del valore stimato delle transazioni coinvolte.

 

Entro il 1° marzo 2026, gli Stati membri saranno inoltre tenuti a presentare piani nazionali di diversificazione delle forniture di gas, indicando le criticità legate alla sostituzione del gas russo.

 Le aziende dovranno notificare alle autorità nazionali e alla Commissione eventuali contratti ancora in vigore con fornitori russi.

 Un obbligo analogo riguarda anche i paesi che continuano a importare petrolio dalla Russia.

 

In caso di emergenze o gravi rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, la Commissione europea potrà sospendere temporaneamente il divieto di importazione per un massimo di quattro settimane.

 

Il Regolamento sarà pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE ed entrerà in vigore il giorno successivo alla pubblicazione, con applicazione diretta in tutti gli Stati membri.

La Commissione ha infine annunciato l’intenzione di presentare una proposta legislativa per eliminare gradualmente anche le importazioni di petrolio russo entro la fine del 2027.

 

 

 

 

Lo stop definitivo al gas russo avrà

un effetto ovvio:

spendere ancora di più.

Ilfattoquotidiano.it - Ugo Bardi Prof.- (20 ottobre 2025) – ci dice:

Sui costi energetici siamo messi parecchio male: siamo fra i paesi europei che pagano il gas più caro – solo l’Olanda e la Svezia lo pagano più di noi. C'è solo una cosa da fare-

Lo stop definitivo al gas russo avrà un effetto ovvio: spendere ancora di più.

Arriva in questi giorni la notizia che il Consiglio Europeo ha deciso di fermare completamente le importazioni di gas naturale dalla Russia.

 Lo stop sarà graduale ma, se non ci saranno ripensamenti, entro un paio d’anni i gasdotti che portavano gas in Europa dalla Russia dovranno essere chiusi definitivamente.

 

Non entro in ragionamenti geopolitici sull’opportunità di questa decisione, sarebbe cosa troppo lunga.

 Vediamo piuttosto quali potrebbero essere le conseguenze pratiche di questa decisione.

Non che cambino molte cose perché lo “sganciamento” dal gas russo è in atto ormai da qualche anno. Tuttavia, questa accelerazione avrà un effetto ovvio: dovremo pagare il gas ancora più caro di quanto lo paghiamo oggi.

 

C’è poco da fare.

La manovra che è cominciata nel 2022 con la crisi in Ucraina consiste nel sostituire il gas Russo con gas dagli Stati Uniti.

Questo tipo di gas (LNG: Gas Naturale Liquido) è più caro di quello Russo perché per trasportarlo ci vuole un processo complicato e costoso di liquefazione, trasporto marittimo, e poi rigassificazione.

L’effetto è che oggi paghiamo il gas naturale oltre tre volte tanto di prima della crisi.

Nella pratica, abbiamo il privilegio di essere fra i paesi europei che pagano il gas più caro – solo l’Olanda e la Svezia lo pagano più di noi. Questo è dovuto in gran parte ai costi di trasporto/liquefazione/rigassificazione.

Il costo del gas, poi, si riflette sul costo dell’energia elettrica, che tuttora in Italia si produce in gran parte usando il gas naturale, che fornisce circa il 44% del totale.

Da questo, si capisce come mai il costo dell’energia elettrica in Italia sia anche quello fra i più alti in Europa.

In effetti, al momento sono i più alti in assoluto.

 

 

Insomma sui costi energetici siamo messi parecchio male.

 A parte il rischio di dover stare al freddo questo inverno, questi costi alti si riflettono sul sistema industriale italiano, che sta andando decisamente male.

Se vi incuriosisce, la Germania sta andando anche peggio, probabilmente per le stesse ragioni, ma è una magra consolazione.

 Il problema è che i nostri prodotti non sono più concorrenziali sul mercato internazionale rispetto a quelli di paesi che hanno costi energetici bassi perché hanno risorse fossili per il momento abbondanti, come gli Stati Uniti.

 E nemmeno con paesi che stanno aggressivamente investendo sulle energie rinnovabili, come la Cina.

Cosa dovremmo fare?

 Beh, la strada è una sola:

liberarci prima possibile del peso delle importazioni di gas naturale (e anche di quelle di petrolio, che sono un’altra palla al piede per l’economia).

Per il futuro si parla di nuovi tipi di energia nucleare, ma per questo ci vorranno anni o decenni, mentre il problema è adesso.

Quindi, dobbiamo installare impianti rinnovabili, eolico e fotovoltaico, ovunque possibile e il prima possibile.

E anche elettrificare tutto il possibile: sia il trasporto, veicoli elettrici, come pure gli usi domestici.

 

Cominciate a pensare a scaldare la casa con una pompa di calore, e, appena potete, liberatevi dei vecchi fornelli a gas e sostituiteli con fornelli a induzione.

 Fra le altre cose, oltre a rovinarvi il portafoglio, i fornelli a gas sono molto dannosi per la salute come sappiamo da studi recenti.

E allora diamoci da fare.

 Avanti con l’energia rinnovabile!

 

 

 

 

 

 

L’UE può fare a meno del gas di Putin,

ma anche di quello di Trump.

Renewablematter.eu – (7 -05 -2025) - Roberto Giovannini – ci dice:

La Commissione ha presentato una roadmap per fermare le importazioni di gas dalla Russia ma il rischio è di sostituire la dipendenza da Mosca con una da Washington.

Sarebbe una follia passare dalla dipendenza energetica dalla Russia di Vladimir Putin a una dagli Stati Uniti di Donald Trump, a maggior ragione visto che l’Europa vuole decarbonizzare il proprio sistema e arrivare a emissioni zero nel 2050.

 

Ieri, martedì 6 maggio, la Commissione europea ha presentato la sua Roadmap per la fine delle importazioni energetiche dalla Russia (“Roadmap Towers bending Russian energy imports”), che sostanzialmente prevede la cessazione dei contratti a breve termine per l’acquisto di gas (sia di quelli nuovi che di quelli esistenti) entro la fine di quest’anno, e il divieto totale a partire dal 31 dicembre 2027.

 

Diciamo che il pacchetto arriva con notevole ritardo:

secondo i calcoli del “Centre for Research on Energy and Clean Air “(CREA), dal 2022 a oggi l’UE ha speso la bellezza di 101 miliardi di euro per comprare gas russo.

 

Prima dell’invasione dell’Ucraina, circa il 45% delle importazioni totali di gas dell’UE proveniva dalla Russia, quota che si è ridotta al 19% nel 2024, e scenderà ulteriormente nel 2025 grazie allo stop del gasdotto attraverso l’Ucraina.

Come dice il commissario europeo per l’energia “Dan Jorgensen”, nel 2024 i 27 hanno versato 23 miliardi di euro nelle casse di Mosca per le importazioni energetiche, quasi 1,8 miliardi al mese.

 

Il piano UE per fermare le importazioni di gas russo.

La roadmap della Commissione europea conferma sostanzialmente gli obiettivi del” RE Power EU”, il piano presentato nel maggio 2022 per rinunciare alle fonti fossili di Putin e affrontare la decarbonizzazione del nostro sistema energetico.

Ovvero: risparmio energetico, elettrificazione, aumento della produzione proveniente da fonti a zero emissioni (solare, eolico, idroelettrico, geotermia e nucleare) e, nel breve periodo, diversificazione delle fonti di approvvigionamento dei combustibili fossili.

 

Tra le novità, l’esecutivo comunitario presenterà una proposta legislativa per vietare dalla fine del 2025 le importazioni di gas russo nell’ambito dei contratti cosiddetti “spot” (a breve termine) nuovi ed esistenti. Dopo, bandirà il combustibile di Mosca anche dai contratti a lungo termine dalla fine del 2027.

 

Inoltre, per la prima volta viene affrontato seriamente il problema della tracciabilità, che finora ha reso possibile l’importazione illegale di gas attraverso passaggi di carte e “flotte ombra”.

 Il vuoto normativo in tema di trasparenza e monitoraggio verrà colmato con misure vincolanti che, per esempio, obbligheranno le aziende a comunicare le informazioni sui contratti di fornitura alle autorità nazionali e alla Commissione europea.

 

Infine, si propongono meccanismi collettivi di sostituzione del gas russo, tra cui il varo di una piattaforma comune per l’acquisto di biogas, biometano e altri gas non fossili.

 

Sostituire una dipendenza con un’altra.

Tutto bellissimo, ma è inutile girarci intorno.

 C’è il rischio concreto di sprecare un’opportunità storica e compiere un drammatico errore strategico, se la riduzione del gas russo sarà compensata da una nuova dipendenza:

 quella dal gas naturale liquefatto (GNL) proveniente in particolare dagli Stati Uniti.

 

Oggi, l’Unione Europea acquista da paesi extra-UE circa il 90% di quello che utilizza: il 62% da Norvegia, Algeria, Libia, Azerbaijan, Russia e Regno Unito, il resto dal GNL che arriva per mare ai rigassificatori. Ma se dal 2021 a oggi l’Unione ha ridotto il consumo di gas del 20% (da 412 miliardi di metri cubi a 332), anche grazie all’impennata delle rinnovabili e a una crescente efficienza energetica, le importazioni di GNL sono aumentate del 48%.

 

Qui sta il punto debole della nuova roadmap:

se uscire dalla relazione tossica con Mosca è doveroso, rischia di minare gli obiettivi di autonomia strategica, climatica ed economica dell’Unione Europea sostituirla con un’altra dipendenza.

E da un alleato “agitato”.

 

Come spiega” Davide Panzeri”, del think tank ECCO, “proprio la dipendenza dalle fonti fossili è la causa principale della volatilità e dei maggiori costi degli approvvigionamenti energetici dell’Unione. Ridurre la dipendenza da combustibili fossili di qualunque origine significa difendere l’indipendenza e la competitività europee”.

 

L’Europa ha davvero bisogno del GNL?

Le analisi più recenti confermano che l’Europa può fare a meno del gas russo senza dover firmare nuovi contratti per il GNL statunitense. Secondo uno studio del think tank “Strategic Perspettive”, accelerando la transizione energetica l’UE potrà ridurre la domanda di gas di circa 50 miliardi di metri cubi entro il 2027.

Quanto basta per evitare ulteriori legami con Washington. E non è tutto.

 

Il centro studi “Ember” stima che già nel 2030 l’offerta supererà la domanda del 26%, ovvero di 131 miliardi di metri cubi, rendendo superfluo ogni nuovo impegno di lungo termine con fornitori esterni.

 Il messaggio è chiaro: l’Europa non ha bisogno di scambiare una dipendenza con un’altra, ma di affrancarsi del tutto dalle fonti fossili.

 

Investire miliardi in nuove infrastrutture per importare GNL statunitense − come nuovi gasdotti o terminali di rigassificazione − rischia non solo di sprecare risorse preziose, ma di ancorare l’Europa a un modello energetico obsoleto.

 Come sottolinea “Linda Alche”, direttrice di “Strategic Perspettive”, “sostituire il gas russo con il GNL americano è una scommessa geopolitica e peggiora la sicurezza energetica dell’UE.

I miliardi di euro sprecati ogni anno per le importazioni andrebbero spesi meglio nell’economia europea per ridurre il fabbisogno di gas: potenziando l’elettrificazione, isolando le abitazioni e affrontando la povertà energetica.”

 

 

 

Cosa sta succedendo in Iran e perché

 Israele e Stati Uniti hanno attaccato.

Renewablematter.eu – (28 feb.2026) - Sara Perinetti - ci dice:

 

L’obiettivo di Netanyahu e Trump sarebbe rovesciare il regime islamico e incitano il popolo iraniano alla rivolta. Intanto è stata accertata la morte di Khamenei.

Aggiornamento: nella serata del 28 febbraio la Guida Suprema Ali Khamenei è stato dichiarato morto dalle autorità israeliane. Nella mattinata del 1° marzo è arrivata anche la conferma iraniana.

 

Nelle prime ore della mattina (in Italia erano circa le 7) di sabato 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran con un’azione militare chiamata da Tel Aviv “Ruggito del Leone” e da Washington “Operation Epic Fury”.

L’attacco, definito da Trump e Netanyahu “preventivo”, era atteso da settimane, considerata la tensione crescente e l’andamento insoddisfacente dei negoziati USA-Iran sul nucleare, e avrebbe, a detta dei due stessi leader, l’obiettivo di rovesciare il regime islamico.

 

La risposta di Teheran è stata immediata:

 circa 35 missili balistici sono stati lanciati verso Israele, secondo le Forze di difesa israeliane (IDF), con esplosioni avvertite a Tel Aviv e sirene d'allarme attivate a Gerusalemme, mentre i pasdaran annunciavano l’operazione “True Promise 4” contro basi USA in Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

 

Secondo fonti citate dal “New York Times”, nel mirino israeliano ci sarebbe l’apparato militare iraniano oltre ai siti nucleari (Teheran disporrebbe infatti di circa 2.000 missili balistici distribuiti nel paese), con almeno trenta obiettivi colpiti in quattro città iraniane, inclusa Teheran, con raid “via aria e mare” partiti da basi USA in Medio Oriente e da portaerei.

Media iraniani riferiscono di esplosioni a Isfahan, Shiraz, Tabriz e nelle aree portuali del Golfo Persico, cruciali per l’export petrolifero, con vittime civili, tra cui studenti di una scuola.

 

“Channel 12 “riporta la distruzione del complesso della “Guida Suprema Ali Khamenei”, che per tutta la giornata è stato dichiarato in salvo in un luogo sicuro dalle autorità iraniane.

Ma poco prima delle ore 21.00 del 28 febbraio, l'agenzia di stampa Reuters ha riportato la notizia della sua morte, citando le autorità israeliane che hanno dichiarato all'agenzia stessa di aver recuperato il suo corpo.

Khamenei sarebbe rimasto ucciso negli attacchi che hanno distrutto il palazzo in cui si trovava, dalle cui macerie, riportano le fonti israeliane, è stato estratto.

 Secondo quanto riporta “Channel 12”, inoltre, Benjamin Netanyahu ha preso visione di fotografie del cadavere di Khamenei.

Dopo varie smentite, nella mattinata del 1° marzo anche le autorità iraniane hanno confermato la morte di Ali Khamenei.

 

Il nodo nucleare e la strategia preventiva.

Le tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti hanno una storia lunga decenni, ma la motivazione ufficiale dell’operazione odierna, più vasta di quella dello scorso giugno, ruota attorno alla necessità di neutralizzare il programma nucleare iraniano.

Donald Trump ha infatti dichiarato:

“Distruggeremo i loro missili e ci assicureremo che l'Iran non abbia il nucleare.

 Il regime imparerà a breve che non bisogna sfidare la forza delle forze armate americane.

Deponete le armi e sarete trattati giustamente con l'immunità totale o affronterete una morte certa", per poi esortare il popolo iraniano a "prendere il controllo del proprio governo".

Benjamin Netanyahu ha invece parlato di minaccia esistenziale, sostenendo che Teheran avrebbe accelerato l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti compatibili con un uso civile.

 

I negoziati indiretti condotti a Ginevra nelle scorse settimane precedenti non hanno inoltre prodotto risultati concreti.

 Secondo il ministro degli esteri dell’Oman,” Badr Absidi”, l’Iran avrebbe accettato di non accumulare uranio arricchito ma rifiutato altre richieste su missili balistici e sostegno a gruppi regionali.

L'Oman ha comunque condannato l'attacco all'Iran.

 

Dal punto di vista giuridico internazionale, l’attacco solleva interrogativi sulla legittimità della dottrina dell’azione preventiva, soprattutto in assenza di un attacco iraniano imminente formalmente accertato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma l’azione militare si inserisce in un contesto politico interno delicato per Israele, con elezioni previste entro l’autunno che vedono Netanyahu in una posizione precaria e desideroso di ristabilire la propria immagine di “garante della sicurezza di Israele”, mentre gli Stati Uniti stanno ridefinendo la strategia nell’area indo-pacifica e mediorientale.

 

Impatti su energia e mercati.

L’attacco all’Iran ha avuto ripercussioni immediate sui mercati energetici:

dal Golfo Persico dipende infatti circa il 30% del traffico mondiale di greggio via mare, ed eventuali blocchi nello Stretto di Hormuz potrebbero ridurre significativamente l’offerta globale, con effetti diretti su prezzi, inflazione e crescita economica.

 

Gli analisti stimano che un’interruzione prolungata delle esportazioni iraniane – pari a circa 3 milioni di barili al giorno – potrebbe generare un aumento del prezzo del Brent superiore al 20% nel breve termine.

 Le borse asiatiche hanno registrato cali nelle ore successive ai raid, mentre oro e dollaro hanno rafforzato la propria posizione come beni rifugio.

 

In questo contesto è facile capire anche la volontà di Donald Trump di esercitare un maggior controllo su un’area cruciale per gli scambi economici mondiali, soprattutto di petrolio, su cui il presidente sta puntando molto la propria politica, a scapito delle rinnovabili e della transizione energetica.

 

Il rischio di un’escalation regionale.

La risposta iraniana è stata immediata.

Le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato l’operazione “Truth Promise 4” (o “True Promise 4”), definendola una replica all’“aggressione americano-sionista”.

 Secondo le forze armate israeliane, circa 35 missili balistici sono stati lanciati verso Israele nelle prime ore successive all’attacco, con intercettazioni da parte dei sistemi di difesa aerea e almeno un ferito lieve a Umm al-Fahm, nell’area di Haifa.

 

Missili e droni avrebbero colpito anche la base della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, oltre a obiettivi in Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Il Bahrein ha confermato di essere sotto attacco.

 Esplosioni sono state segnalate ad Abu Dhabi, Doha e Riad, a dimostrazione di un conflitto ormai regionalizzato.

 

Il rischio sistemico è elevato: le rotte energetiche del Golfo Persico, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, sono esposte a potenziali interruzioni.

Le esplosioni segnalate nei pressi di città portuali strategiche come “Salute” accrescono l’incertezza sui mercati energetici globali, con possibili ripercussioni su prezzi, inflazione e crescita.

 

Le reazioni internazionali.

L’Unione Europea ha attivato la rete consolare e ritirato il personale non essenziale, mentre l’Alta rappresentante “Kaja Kallas” ha dichiarato su “X”:

 “Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente sono pericolosi. Il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone. I suoi programmi missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale. Ho parlato con il ministro degli esteri israeliano Saar e con altri ministri della regione. L'UE si sta inoltre coordinando strettamente con i partner arabi per esplorare vie diplomatiche”.

Kallas ha sottolineato che “la protezione dei civili e il diritto internazionale umanitario sono una priorità.

 La nostra rete consolare è pienamente impegnata ad agevolare la partenza dei cittadini dell'UE.

Il personale non essenziale dell'UE viene ritirato dalla regione”.

 Intanto la “missione navale europea Aspides” resta in stato di massima allerta nel Mar Rosso, “pronta a contribuire a mantenere aperto il corridoio marittimo”.

 

Parigi, che ha delle basi e una presenza armata regolare in Medio Oriente, ha fatto sapere all’”Associated Press” attraverso il portavoce militare, colonnello “Guillaume Vernet”, che la presenza militare francese nell’area “garantisce la valutazione indipendente della situazione da parte della Francia”.

 La sottosegretaria alla difesa “Alice Rufo” ha inoltre dichiarato alla rete televisiva “France-2” che “è in corso un'escalation militare […] Non è il momento di negoziare. Siamo in una situazione di guerra. La nostra priorità è la protezione dei nostri cittadini e delle nostre forze nella regione”.

 

La Russia, invece, tramite il proprio ministro degli esteri, ha dichiarato l’attacco “un atto di aggressione armata pianificato e immotivato contro uno stato membro sovrano e indipendente delle Nazioni Unite, in violazione dei principi e delle norme fondamentali del diritto internazionale”.

 

La posizione dell’Italia.

In risposta allo stato di crisi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione telefonica con i vertici dell’esecutivo, tra cui il ministro degli esteri Antonio Tajani e il ministro della difesa Guido Crosetto.

Palazzo Chigi ha poi riferito che il governo “si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”.

 

A “Sky TG24” Tajani, secondo cui non si tratta di "una guerra lampo" ma "durerà giorni", ha dichiarato che “la situazione è molto preoccupante, già abbiamo ridotto da alcune settimane al minimo la presenza diplomatica a Teheran.

Siamo pronti all'evacuazione anche degli italiani che volessero farlo, come abbiamo fatto in occasione della guerra di qualche mese fa", aggiungendo poi che al momento "non c'è neanche un italiano coinvolto negli attacchi molteplici che ci sono stati in Iran e nei paesi dell'area del Golfo”.

I militari italiani presenti in Kuwait, nella base attaccata con missili iraniani, risultano tutti incolumi, pur a fronte di “danni ingenti alla pista”.

 A Roma è stata poi innalzata l’attenzione su obiettivi sensibili, comprese ambasciate e luoghi di culto.

 

 

 

Il blocco dello stretto di Hormuz

minaccia anche la filiera dei fertilizzanti.

Renewablematter.eu – (3 marzo 2026) - Simone Fant – ci dice:

 

Dallo stretto passa quasi metà dell’urea globale: una chiusura prolungata farebbe impennare i prezzi, colpendo soprattutto Brasile e India.

Da sabato 28 febbraio sono state bombardate tre petroliere, è rimasto ucciso un membro dell'equipaggio di una nave cargo battente bandiera delle Isole Marshall e circa duecento navi mercantili sono rimaste bloccate.

In risposta agli attacchi missilistici lanciati da Israele e Stati Uniti, l’Iran, come più volte minacciato, ha trasformato lo stretto di Hormuz in uno strumento di ritorsione militare e commerciale, chiudendolo al passaggio.

Secondo quanto riportato dai media iraniani, un alto funzionario delle Guardie rivoluzionarie ha dichiarato lunedì 2 marzo che l’esercito aprirà il fuoco su qualsiasi nave che tenti di attraversarlo.

 

Da questo stretto corridoio marittimo che separa l’Iran dalla penisola di “Musando”, in Oman, non solo transita circa un quinto delle esportazioni globali di petrolio e gas, ma anche milioni di tonnellate di fertilizzanti azotati, tra cui ammoniaca e urea (il 45% dell’urea globale). Se il blocco di Hormuz dovesse protrarsi a lungo, i paesi più esposti sul fronte agroalimentare sarebbero Brasile e India, ma il rialzo dei prezzi dei fertilizzanti potrebbe impattare anche l’Europa.

 

L’export di urea dai paesi del golfo.

Circa la metà della produzione alimentare mondiale dipende dai fertilizzanti.

Senza di essi le rese agricole crollerebbero in modo significativo, mettendo a rischio gli equilibri della sicurezza alimentare globale.

La loro produzione industriale si fonda in larga parte sul processo “Haber-Bosch”, sviluppato da “Fritz Haber” e poi industrializzato da “Carl Bosch”, che combina l'azoto presente nell’aria con l’idrogeno, oggi ottenuto prevalentemente dal gas naturale, per sintetizzare ammoniaca.

 

L’ammoniaca costituisce la materia prima essenziale da cui derivano molti fertilizzanti azotati, tra cui l’urea, il concime chimico più diffuso al mondo.

Secondo un’analisi di “Rabobank”, una quota rilevante dell’urea che transita attraverso lo Stretto di Hormuz proviene da” Qatar” e “Iran”, con un flusso stimato di circa 5 milioni di tonnellate annue, mentre Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita contribuiscono con circa 2 milioni di tonnellate all’anno.

Un’eventuale chiusura dello stretto avrebbe un impatto immediato sui prezzi globali dei fertilizzanti, anche se le conseguenze sull’agricoltura si manifesterebbero in modo differenziato tra le varie regioni del mondo. Sarebbe la stagionalità della domanda e le dinamiche agricole a determinare la tempistica e l’intensità degli effetti.

 

Secondo le previsioni degli analisti di “Rabobank”, i paesi più vulnerabili sarebbero quelli strutturalmente più deficitari nella produzione di urea, ovvero Brasile e India.

Mentre il Brasile importa tra i 7,5 e gli 8,5 milioni di tonnellate di urea all’anno e copre oltre il 90% del proprio fabbisogno attraverso le importazioni, la domanda di Nuova Delhi oscilla tra i 7 e gli 11 milioni di tonnellate annue, a seconda delle politiche di sussidio e dei programmi governativi di supporto all’agricoltura.

 

In un contesto di tensioni logistiche o geopolitiche, un aumento dei prezzi internazionali dei fertilizzanti si tradurrebbe in costi più elevati per il settore agricolo locale e, più in generale, per le filiere alimentari che comprano prodotti da questi paesi.

 

L’Unione Europea a prova di dazi.

A giugno l’Unione Europea ha imposto nuovi dazi sull’importazione di fertilizzanti provenienti da Russia e Bielorussia: ora serve reperirne circa un milione di tonnellate altrove.

Le aree favorite sarebbero il Nord Africa, da cui l’Europa importa già cospicue quantità di urea, e il Medio Oriente.

Tuttavia entrambe presentano dei rischi geopolitici.

Per esempio, lo scorso giugno la sospensione del gas israeliano verso l’Egitto ha bloccato parte della produzione di urea del paese, facendo salire i prezzi in Europa.

 

I produttori europei potrebbero provare ad aumentare la produzione interna, ma verosimilmente a costi energetici più elevati, in un contesto in cui i conflitti incidono anche sui mercati di gas e petrolio.

A queste incertezze si sommano i costi legati all’entrata in vigore del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), attivo dall’inizio di quest’anno.

Dopo forti pressioni da parte dell’industria agroalimentare, soprattutto italiana, la scorsa settimana Bruxelles si è aperta alla possibilità di sospendere temporaneamente i dazi sull’import di ammoniaca e urea. “La proposta mira a calmierare i costi per gli agricoltori e l’industria dei fertilizzanti di circa 60 milioni di euro”, ha dichiarato la Commissione in una nota.

 

 

 

 

Decreto bollette o decreto energia?

Una partita da miliardi sul futuro delle rinnovabili.

Renewable.eu – (18 FEB 2026) - Stefania Divertito – ci dice:

 

Il provvedimento ha luci e ombre: il vero banco di prova sarà nei prossimi mesi, ma intanto la transizione energetica italiana continua a procedere a colpi di decreto-legge.

A seconda delle fonti viene chiamato “decreto bollette” o “decreto energia”.

 Il primo nome enfatizza la norma che dà sollievo alla povertà energetica, ma il secondo è più veritiero.

Nel decreto approdato finalmente in Consiglio dei ministri oggi, 18 febbraio, la norma che aiuta le famiglie a pagare le bollette è solo una piccola parte del tutto.

 È nel resto che c’è molto di più.

 

Un provvedimento omnibus, dodici articoli distribuiti su due capi, che riscrive pezzi importanti del mercato elettrico italiano:

dagli incentivi al fotovoltaico alle connessioni di rete, dal gas nazionale al biometano, fino all’autorizzazione dei data center.

Il cuore politico del decreto non è nelle bollette delle famiglie.

 È nel rapporto tra stato, produttori di energia e transizione energetica.

La presidente Meloni ha rivendicato il provvedimento come una risposta “strutturale, non emergenziale”, quantificando l’impatto complessivo in “oltre cinque miliardi di euro” di risparmi per famiglie e imprese.

Il ministro “Pichetto Frattin” parla di “oltre tre miliardi” e di “risparmi effettivi per competitività e crescita”.

Le due cifre non coincidono e nessuna è accompagnata da un dettaglio metodologico che consenta di verificarle.

 

Il bonus bollette per le famiglie: poco e volontario.

L’articolo 1 – quello su cui è stata costruita la comunicazione governativa – prevede un contributo straordinario di 115 euro per i titolari del bonus sociale, le famiglie con ISEE sotto i 9.796 euro.

Meloni ha sottolineato che lo sconto si aggiunge ai 200 euro del bonus già in vigore, portando il sostegno totale a 315 euro per 2,7 milioni di nuclei vulnerabili.

La copertura è di 315 milioni, attinti interamente da fondi già esistenti nel bilancio del MASE:

proventi delle aste ETS, risorse del decreto legislativo 199/2021 e del decreto sull’efficienza energetica.

Non un euro in più.

Per le famiglie con ISEE fino a 25.000 euro il meccanismo è diverso e più fragile:

un contributo volontario che i venditori di energia possono, ma non devono, riconoscere ai propri clienti.

Chi aderisce riceve un’attestazione spendibile a fini commerciali, una sorta di bollino reputazionale.

L’”Unione Nazionale Consumatori” ha definito la misura “un grave arretramento rispetto al bonus straordinario di 200 euro del 2025”. Federconsumatori parla di un provvedimento che “riesce a scontentare tutti”.

Il dato di fondo: per il ceto medio sotto i 25.000 euro di ISEE – fino a 4 milioni di famiglie potenziali – non c’è nessuna garanzia di copertura pubblica.

 

Il nodo fotovoltaico: il ritorno dello spalma-incentivi.

È l’articolo 2 il cuore più controverso del decreto per il settore delle rinnovabili.

I titolari di impianti fotovoltaici con potenza superiore a 20 kW, ancora incentivati con il vecchio Conto energia (dal primo al quinto), possono aderire volontariamente a due schemi di riduzione temporanea della tariffa premio:

 taglio al 15% o al 30% nel periodo luglio 2026-dicembre 2027, in cambio di un’estensione della convenzione rispettivamente di 3 o 6 mesi.

 

Ma il vero meccanismo strategico è un altro:

l’uscita anticipata dal “Conto energia” a partire dal 2028, con un corrispettivo pari al 90% del valore attualizzato dei flussi residui, erogato in rate decennali.

Il contingente massimo è fissato a 10 GW.

La condizione per accedere al corrispettivo è stringente:

 rifacimento integrale dell’impianto entro il 2030, con raddoppio della producibilità e obbligo di utilizzare moduli iscritti al registro europeo, di fatto: pannelli prodotti in Europa.

Ma non è chiaro cosa accada in caso di ripensamenti nei quattro anni successivi.

 

Il meccanismo ricorda lo “spalma-incentivi” del 2014, anche se tecnicamente è diverso:

 là fu un taglio obbligatorio; qui l’adesione è volontaria.

Il parallelo resta politicamente significativo.

Italia Solare ha scritto direttamente alla presidente Meloni denunciando che la misura porterebbe “un beneficio stimato di appena un centesimo di euro per kWh in bolletta, a fronte di un forte impatto in termini di incertezza regolatoria”.

Confagricoltura avverte che “negli ultimi anni abbiamo già assistito a troppe norme retroattive” e che il costante cambio di regole frena proprio il settore a cui l’Italia affida la quota maggiore degli obiettivi di decarbonizzazione.

 

L’obiettivo dichiarato del governo è ridurre la componente ASOS (gli oneri generali di sistema per il sostegno alle rinnovabili) che oggi pesa fino al 18% della bolletta delle imprese.

Ma la riduzione effettiva dipenderà da quanti operatori aderiranno e dal tasso di attualizzazione che il GSE applicherà ai corrispettivi.

Se pochi impianti aderissero, il risparmio sarebbe marginale.

Se molti uscissero, si aprirebbe una finestra importante per il repowering del parco fotovoltaico italiano − fermo in larga parte a tecnologie di 12-15 anni fa − ma al prezzo di un segnale di instabilità regolatoria che potrebbe scoraggiare nuovi investimenti.

 

IRAP, PPA e bioenergie: le altre leve del decreto.

Oltre al Conto energia, il decreto interviene sulla componente ASOS attraverso altre tre leve.

L’articolo 3 aumenta di due punti percentuali l’aliquota IRAP per le imprese del comparto energetico − estrattive, raffinazione, produzione e distribuzione di energia − per i periodi d’imposta 2026 e 2027.

Il gettito atteso è di 431,5 milioni nel 2026 e 501,1 nel 2027, interamente destinati alla riduzione dell’ASOS per le utenze non domestiche.

È di fatto una sovrattassa settoriale temporanea sulle utility energetiche.

 Meloni ha presentato questa misura e il taglio dei tempi di versamento degli oneri di sistema da parte dei distributori come i “due pilastri” del decreto a sostegno delle imprese, le cui risorse servono ad “abbattere gli oneri di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro milioni di imprese”.

 

L’articolo 4 punta a strutturare il mercato dei contratti a lungo termine (PPA) per l’energia da fonti rinnovabili, coinvolgendo anche le piccole e medie imprese.

 La bacheca GSE viene potenziata, Acquirente unico assume un ruolo di aggregatore della domanda, e SACE è autorizzata a rilasciare garanzie fino a 250 milioni nel 2026 a supporto dei contratti.

I consorzi per le aree di sviluppo industriale (ASI) possono individuare superfici per impianti rinnovabili destinati alla contrattualizzazione a lungo termine.

 È un tentativo di creare un’infrastruttura di mercato che oggi manca, ma la cui efficacia dipenderà dalla rapidità dei decreti attuativi.

 

L’articolo 5, quasi ignorato dal dibattito pubblico, ridisegna il regime dei prezzi minimi garantiti per le bioenergie – bioliquidi, biogas e biomasse – fino al 2037, condizionando gli impianti a biogas sopra 300 kW alla riconversione a biometano.

 Una razionalizzazione attesa da tempo, che vale centinaia di milioni annui sugli oneri di sistema.

 

Il rimborso ETS ai produttori di gas: la misura più costosa e più problematica.

L’articolo 6 è probabilmente la norma più costosa dell’intero decreto, e la più esposta a rischi giuridici e politici.

Il comma 2 prevede che, dal 2027, i corrispettivi variabili della tariffa di trasporto del gas oggi a carico dei produttori termoelettrici siano rimborsati e trasferiti come oneri sui prelievi di energia elettrica.

 Il comma 3 aggiunge il rimborso dei costi sostenuti per le quote ETS, calibrato su “un impianto a ciclo combinato a gas efficiente”.

Secondo le stime del think tank ECCO, il valore complessivo del rimborso ETS è compreso tra 3 e 4 miliardi di euro.

 

La copertura viene interamente scaricata sulle bollette elettriche dei consumatori.

La logica del governo: se i produttori termoelettrici non sostengono più il costo ETS, il prezzo marginale all’ingrosso scende, beneficiandone tutti.

La teoria è corretta in un mercato perfettamente concorrenziale.

Ma presenta almeno tre problemi strutturali.

Primo: l’enforcement.

Il comma 4 prevede che ARERA verifichi il trasferimento dei rimborsi nelle offerte di vendita, con obbligo di restituzione e sanzioni in caso negativo.

È un meccanismo sulla carta, ma l’efficacia dipenderà dalla capacità dell’autorità di condurre verifiche puntuali.

 

Secondo: il danno collaterale alle rinnovabili.

 Quando le centrali a gas fissano il prezzo marginale, il costo ETS incorporato in quel prezzo è anche il margine che i produttori da fonti rinnovabili incassano come profitto infra-marginale.

Con le quote ETS a circa 70 euro/t CO₂, si tratta di 25-30 euro/MWh di mancato ricavo per fotovoltaico, eolico e idroelettrico:

abbassare il prezzo all’ingrosso tramite il rimborso ETS significa tagliare i ricavi delle rinnovabili, proprio le fonti su cui si basa il PNIEC.

I titoli ENEL, A2a ed ERG hanno perso terreno in Borsa alla diffusione della bozza.

 

Terzo: il paradosso climatico.

L’ETS è lo strumento cardine della politica climatica europea. Rimborsarne il costo neutralizza il segnale di prezzo della CO₂ nel settore elettrico.

Michele Governatori (esperto senior energia di “ECCO”) osserva che “per abbassare il prezzo elettrico nel lungo periodo occorre ridurre le ore in cui serve accendere gli impianti a gas: questo è l’unico decoupling concreto”.

Il rimborso ETS fa il contrario: rende il gas più competitivo.

Il comma 6 subordina la misura all’autorizzazione della Commissione europea sugli aiuti di stato.

L’AD di Edison, Monti, ha definito “improbabile una modifica unilaterale di un provvedimento europeo”.

 ECCO ricorda che lo stato ha già a disposizione circa 4 miliardi dalle aste ETS e altri 4 dall’extra-gettito IVA.

Angelo Bonelli (di Europa Verde) parla di “un decreto salasso per le famiglie italiane”: quello che si toglie a monte ai produttori si recupera a valle dai consumatori.

 

Reti, data center e gas.

Quasi ignorato dai comunicati stampa, l’articolo 7 affronta la saturazione virtuale delle reti:

 il fenomeno per cui la capacità di connessione alla rete elettrica è formalmente prenotata da progetti che non si realizzeranno mai, bloccando l’accesso ai nuovi impianti rinnovabili.

Terna pubblicherà trimestralmente la capacità disponibile per zona e le soluzioni non validate decadranno automaticamente.

È l’equivalente energetico di una pulizia catastale.

 

Il PNIEC prevede 80 GW di solare al 2030; oggi l’Italia è a circa 37 GW, e migliaia di MW sono bloccati in coda.

Se funzionerà, potrebbe essere il fattore chiave per accelerare le installazioni. Se i decreti attuativi tarderanno – ARERA ha 180 giorni – resterà un’altra promessa sulla carta.

 

L’articolo 8 introduce un procedimento autorizzativo unico con tempi dimezzati per i data center, senza alcun obbligo di approvvigionamento da fonti rinnovabili: un’assenza significativa, considerando che un hyper scale data center può assorbire tra 100 e 500 MW di potenza.

 Pichetto Frattin ha evidenziato anche il servizio di liquidità gestito da SNAM (articolo 10), che punta a eliminare il differenziale di circa due euro al MWh tra il PSV italiano e il TTF europeo.

L’articolo 9 ordina la vendita del gas stoccato a beneficio delle imprese industriali;

 l’articolo 11 riforma le concessioni di gas nazionale e apre al biometano per gli usi hard-to-abate, con un primo quadro di princìpi per la cattura e lo stoccaggio della CO₂ (CCUS).

 

Il decreto energia è un provvedimento complesso, con luci e ombre.

Il vero banco di prova sarà nei prossimi mesi:

 quanti operatori fotovoltaici aderiranno all’uscita anticipata, quanto rapidamente ARERA adotterà le nuove regole sulle connessioni, e se la Commissione europea darà il via libera al rimborso ETS.

La transizione energetica italiana continua a procedere a colpi di decreto-legge, e questa ne è l’ennesima conferma.

 

 

 

 

Poca Benzina

e Vigile Attesa.

Conoscenzealconfine.it – (10 Aprile 2026) - Saura Plesio -Nessie – ci dice:

 

Peggio della guerra… c’è la UE.

A ben rifletterci, la UE è sempre stata in guerra contro i suoi cittadini anche quando non c’erano bombe sul Golfo Persico.

Lo stato d’eccezione, per Bruxelles, è ormai diventata la regola e l’emergenza è diventata la quotidianità.

 

Perciò, riecco apparire i chiusuristi del confinamento coatto, delle misure restrittive in nome di qualche ignobile causa.

Il nome anglo è già bell’e pronto: lockdown energetico.

 E c’è pure un euro-komiSSar all’energia, un socialdemocratico danese a nome “Dan Jorgensen”, che è stato il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi e spostamenti (tiè!), di “stare a casa”, ma con riscaldamento abbassato, magari cucinando poco, limitando l’uso dei fornelli a gas.

 

Insomma, aspettiamoci pure i protocolli energetici, esattamente come prima c’erano i protocolli sanitari.

E sapete chi li farà?

Ma la commissione europea, naturalmente.

Inutile per il cittadino deluso aspettarsi che venga fatta giustizia su tutti gli odiosi soprusi relativi alla “pandemia” e ai vaccini della baronessa von der Leyen e della sua corrispondenza di amorosi sensi con il CEO di Pfizer “Albert Burla”, coi famosi messaggi compromettenti cancellati.

Quando ci sono cose terribili da sistemare, usano un barbatrucco formidabile: farne arrivare di peggiori.

 Nel febbraio del 2022 Draghi proclamò la fine dell’“emergenza Covid” in nome di una nuova emergenza arrivataci tra capo e collo:

la guerra russo-ucraina.

 

Da allora, sappiamo già come è andata: paghiamo armamenti da quattro anni, per la nobile causa ucraina. 

E ora che i conflitti si sono allargati a dismisura, tanto per non farci mancare di niente, c’è già chi invoca domeniche a piedi o in bicicletta, targhe alterne, aerei che non volano e così via.

Con buona pace per interi settori-chiave dell’economia reale di cui non frega una cippa ai banker della BCE.

Del resto la guerra e le guerre sono un modo per realizzare in fretta quel Grande Reset, promessoci da tempo dal World Economico Forum.

 

Ovviamente, se i soldi da stanziare per le armi si trovano anche sforando e facendo debito, per i bisogni essenziali dei cittadini non si può e non si deve oltrepassare quel famigerato 3% del patto di stabilità.

 Nessuna deroga ai vincoli di bilancio.

E pure niente tagli alle accise.

Per ironia del destino, gli orfani covid-idioti delle “misure sanitarie” ora si riciclano in sacerdoti dell’austerity energetica.

 Lotta al condizionatore estivo, lotta al termosifone, lotta alle docce calde, lavatrice a pieno carico solo di domenica…Il decalogo da rispettare è ampio.

 

È perfino spuntato quel” Nino Caltabellotta” del GIMBE, uno di quelle virostar prezzemolati, già pronto a pontificare:

“Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi”.

Non si capisce bene il legame tra questo gastroenterologo con la guerra israelita-americana sull’Iran con conseguente blocco delle forniture petrolifere, ma tant’è…

Più che l’amore per la scienza, poté il bisogno di riapparire in tv.

 

La via e i mezzi per non precipitare nella recessione e in un’altra depressione economica simile a quella della dittatura sanitaria subita per tre anni, ci sarebbe:

acquistare (o meglio, riacquistare) gas da Putin.

Ma sono scorciatoie non previste dalle anime belle della Ue.

Perciò, mettersi nelle mani di Trump e del suo diabolico mentore Netanyahu, nella speranza che la tregua appena proclamata con l’Iran possa durare, e la via del greggio dallo stretto di Hormuz, possa riprendere il suo corso, è peggio che gettarsi negli artigli del Diavolo.

Poca benzina e vigile attesa – sembra essere il nuovo slogan di una guerra che non può che impoverirci.

 C’è da credere che in caso di misure repressive, ci saranno ancora mansueti pecoroni, spioni e delatori, così come è avvenuto durante la” Pan demenza virale”.  

 

L’unico protocollo che le persone libere possono adottare per evitare di venire rinchiuse e impedite nella loro quotidianità, è quello di disobbedire.

Già lo facemmo non molto tempo fa…

(Saura Plesio-Nessie)

(sauraplesio.blogspot.com/).

 

 

 

 

 

Ungheria ha firmato in sordina

piano in 12 punti con la Russia”, la rivelazione.

Spazio50.org - Redazione – Adnkronos – Web info - (8 Aprile 2026) – ci dice:

 

Il governo ungherese avrebbe firmato un accordo con quello russo, non reso noto finora, “per espandere i legami economici, commerciali, energetici e culturali tra i due Paesi”.

Lo rende noto “Politico”, spiegando di aver ottenuto documenti redatti dal governo russo che “sottolineano in modo netto quanto Budapest e Mosca sperano di avvicinarsi”.

 Da tali documenti si apprende che lo scorso 9 dicembre, nel corso del loro incontro nella capitale russa, il ministro degli Esteri ungherese “Peter Szijjarto” e quello della Sanità russo “Mikhail Murasaki” hanno firmato un piano in 12 punti che stabilisce la misura in cui i due governi si allineerebbero in settori che spaziano dal combustibile nucleare all’istruzione e lo sport.

 L’occasione della firma era il 16° incontro della Commissione intergovernativa russo-ungherese per la cooperazione economica, istituita nel 2005 e riunitasi ogni anno, con una pausa tra il 14° incontro a novembre 2021 e il 15° a settembre 2024, ricostruisce la testata paneuropea.

 Secondo i documenti, Russia e Ungheria “hanno affrontato le questioni attuali della cooperazione commerciale ed economica bilaterale, le attività congiunte nel settore energetico, nell’industria, nella sanità, nell’agricoltura, nell’edilizia e in altre aree di interesse reciproco, nonché nella sfera culturale e umanitaria”, sottolineando anche l’importanza di “sviluppare legami a lungo termine e reciprocamente vantaggiosi tra i due Paesi in settori di interesse comune”.

“Politico”, che sottolinea di non essere riuscita a verificare autonomamente i documenti, spiega anche di aver chiesto un commento a “Szijjarto” stesso, il quale ha risposto che “la cooperazione bilaterale dell’Ungheria è guidata dall’interesse nazionale, non dà alcuna pressione a conformarsi ai media mainstream liberali estremamente di parte.

Continuate pure il vostro lavoro tendenzioso!”.

Tra i punti dell’accordo spicca l’impegno a “invertire la tendenza negativa nel commercio bilaterale”, diminuito a causa delle sanzioni Ue contro la Russia, e l’apertura alle aziende russe per l’avvio di nuovi progetti di energia elettrica e idrogeno in Ungheria, nonché una più stretta cooperazione su petrolio, gas e combustibile nucleare.

 “Budapest ha accettato di esplorare il rafforzamento dell’insegnamento della lingua russa nel Paese importando insegnanti dalla Russia, oltre a rafforzare il riconoscimento reciproco delle qualifiche e ad aprire programmi di scambio per studenti laureati, secondo il testo dell’accordo”, prosegue la testata, aggiungendo che Budapest”, stando ai documenti, avrebbe sostenuto “programmi di scambio in corso in ogni campo, dallo sport alle arti circensi, anche se Mosca è stata costantemente accusata di utilizzare eventi culturali per propagare le sue narrazioni sulla guerra in Ucraina e per conferire legittimità al regime di Mosca.

 

Le due parti hanno sostenuto anche l’idea di un piano d’azione 2026-2027 per la collaborazione congiunta nello sport”.

Infine, spiega “Politico”, in uno dei documenti si puntualizza che il rafforzamento dei legami tra Ungheria e Russia non deve essere “incoerente con gli obblighi dell’Ungheria derivanti dalla sua appartenenza all’Unione europea”.

(internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com -Web Info).

 

 

 

 

 

Le entrate petrolifere russe

crollano con le sanzioni e

zavorrano l'economia,

it.euronews.com - Euronews with AP – (10/02/2026) – Redazione - ci dice:

ARCHIVIO - Una petroliera è ormeggiata al complesso” Sheskharis”, parte di” Chernomortransneft JSC”, controllata da “Transneft PJSC”, a Novorossijsk, Russia, 11 ottobre 2022.

Diritti d'autore AP.

 

Questo testo è stato tradotto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale e originariamente pubblicato in inglese.

Il Cremlino ha aumentato tasse e indebitamento per colmare il vuoto lasciato dal calo dei proventi petroliferi e dal rallentamento della crescita economica.

Le esportazioni di petrolio e gas hanno sostenuto le finanze della Russia per tutta la guerra contro l'Ucraina.

 Ma, con l'avvicinarsi del quarto anniversario dell'invasione su larga scala, quei flussi di cassa si sono improvvisamente ridotti ai livelli più bassi degli ultimi anni.

È il risultato delle nuove misure punitive di Stati Uniti e Unione europea, della pressione tariffaria esercitata dal presidente statunitense Donald Trump sull'India e di una stretta crescente sulla flotta di petroliere che eludono le sanzioni trasportando greggio russo.

 

Il calo delle entrate sta spingendo il presidente Vladimir Putin a indebitarsi con le banche russe e ad aumentare le tasse, mantenendo per ora i conti pubblici in equilibrio.

Ma queste misure non fanno che accrescere le tensioni in un'economia di guerra ormai segnata dal rallentamento della crescita e da un'inflazione ostinata.

 

A gennaio le entrate fiscali dello Stato russo provenienti dalle industrie del petrolio e del gas sono scese a 393 miliardi di rubli (4,27 miliardi di euro).

 Erano 587 miliardi (6,37 miliardi di euro) a dicembre e 1,12 trilioni di rubli (12,16 miliardi di euro) a gennaio 2025.

Si tratta del livello più basso dai tempi della pandemia di COVID-19, spiega “Janis Kluge”, esperto di economia russa presso il “German Institute for International and Security Affairs”.

 

Un nuovo approccio alle sanzioni.

Per fare pressione sul Cremlino perché interrompa i combattimenti in Ucraina, l'amministrazione Trump ha imposto dal 21 novembre sanzioni contro le due maggiori compagnie petrolifere russe, Rosneft e Lukoil.

Ciò significa che chiunque acquisti o trasporti il loro petrolio rischia di essere escluso dal sistema bancario statunitense, una prospettiva molto seria per qualsiasi multinazionale.

Inoltre, dal 21 gennaio l'Ue ha iniziato a vietare i carburanti ottenuti da greggio russo: non possono più essere raffinati altrove e poi spediti in Europa sotto forma di benzina o diesel.

 

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha proposto venerdì un divieto totale dei servizi di trasporto per il petrolio russo, sostenendo che le sanzioni offrono uno strumento di pressione per spingere Mosca a fermare i combattimenti.

«Dobbiamo essere lucidi: la Russia si siederà al tavolo con intenzioni genuine solo se verrà messa sotto pressione», ha dichiarato.

 

Ue pronta a colpire il petrolio russo:

la proposta è lo stop ai servizi marittimi.

Il divieto generalizzato, già sostenuto in passato da Finlandia e Svezia, vieterebbe alle aziende dell'Ue di fornire qualsiasi tipo di servizio, come assicurazione, trasporto o accesso ai porti, alle navi che trasportano greggio russo.

Le ultime sanzioni vanno oltre il tetto al prezzo del petrolio imposto dalle democrazie del G7 sotto l'amministrazione Biden.

 

Il tetto di 60 dollari (50,37 euro) al barile, applicato tramite le compagnie assicurative e di navigazione con sede nei Paesi del G7, puntava a ridurre i profitti della Russia, non a vietare le importazioni, per timore di un rincaro dei prezzi dell'energia.

Il tetto ha effettivamente ridotto per un periodo le entrate petrolifere del governo, soprattutto dopo che il divieto dell'Ue sulla maggior parte del petrolio russo trasportato via mare aveva costretto Mosca a spostare le vendite verso Cina e India.

 Ma la Russia ha creato una «flotta ombra» di vecchie petroliere che operano al di fuori della portata del tetto, e le entrate sono tornate a crescere.

 

Pressioni sull'India perché fermi le importazioni di petrolio russo.

Il 3 febbraio Trump ha accettato di ridurre i dazi sull'India dal 25% al 18%, affermando che il presidente indiano Narendra Modi aveva accettato di fermare le importazioni di greggio russo.

Venerdì scorso, gli Stati Uniti hanno inoltre revocato un dazio aggiuntivo del 25% imposto a causa del proseguimento delle importazioni di petrolio russo.

 

Modi non ha commentato. Il portavoce del ministero degli Esteri, “Ranghi Jais al,” ha dichiarato che la strategia dell'India consiste nel «diversificare le nostre fonti di approvvigionamento energetico in linea con le condizioni oggettive di mercato».

 

Il portavoce del Cremlino “Dmitry Peskov” ha fatto sapere che Mosca sta monitorando le dichiarazioni e resta impegnata nella nostra «partnership strategica avanzata» con Nuova Delhi.

In ogni caso, le spedizioni di petrolio russo verso l'India sono diminuite nelle ultime settimane, da 2 milioni di barili al giorno a ottobre a 1,3 milioni al giorno a dicembre, secondo i dati della “Kyiv School of Economics” e della “US Energy Information Administration”.

 La società di analisi “Kpler” ritiene che «nel breve periodo è improbabile che l'India si disimpegni del tutto» dall'energia russa a basso costo.

 

Gli alleati dell'Ucraina hanno sanzionato in misura crescente singole navi della flotta ombra per scoraggiare i clienti dall'acquistare il loro petrolio, portando il numero complessivo a 640 tra Stati Uniti, Regno Unito e Ue.

 

Le forze statunitensi hanno sequestrato navi legate al petrolio venezuelano sanzionato, tra cui una battente bandiera russa, mentre la Francia ha intercettato per breve tempo una nave sospettata di appartenere alla flotta ombra. Gli attacchi ucraini hanno colpito raffinerie, oleodotti, terminal di esportazione e petroliere russe.

 

Il petrolio russo viene venduto con forti sconti.

Gli acquirenti chiedono ora sconti sempre più consistenti sul petrolio russo per compensare il rischio di violare le sanzioni statunitensi e le difficoltà di trovare sistemi di pagamento alternativi che aggirino le banche riluttanti a trattare queste operazioni.

A dicembre lo sconto è salito a circa 25 dollari (21 euro) al barile, mentre il principale greggio d'esportazione russo, l'Urals, è sceso sotto i 38 dollari (32 euro) al barile, contro circa 62,50 dollari (52,48 euro) per il Brent, il riferimento internazionale.

 

Poiché le tasse russe sulla produzione di petrolio sono calcolate in base al prezzo del greggio, questo riduce le entrate dello Stato.

 

«È un effetto a catena, o effetto domino», spiega Mark Esposito, analista senior specializzato nel greggio trasportato via mare presso S&P Global Energy.

L'inclusione di diesel e benzina ha creato «un pacchetto di sanzioni davvero dinamico, un uno-due che colpisce non solo i flussi di greggio, ma anche quelli dei prodotti raffinati ottenuti da quei barili... Un modo universale per dire che, se proviene da greggio russo, è fuori».

 

La riluttanza a prendere in consegna il greggio ha fatto sì che una quantità enorme, circa 125 milioni di barili, resti accumulata in petroliere in mare. Ciò ha fatto impennare i costi della capacità disponibile, con le tariffe per le superpetroliere che hanno raggiunto i 125 mila dollari (104.965 euro) al giorno.

 

La crescita in frenata mette sotto pressione il bilancio russo.

A questo si aggiunge il rallentamento della crescita economica, perché l'effetto trainante della spesa militare sta raggiungendo il proprio limite e la carenza di manodopera frena l'espansione delle imprese. E una crescita più debole significa meno entrate fiscali.

Nel terzo trimestre il prodotto interno lordo è aumentato solo dello 0,1%. Le previsioni per quest'anno oscillano tra lo 0,6% e lo 0,9%, in calo rispetto a oltre il 4% registrato nel 2023 e nel 2024.

 

«Penso che al Cremlino siano preoccupati per l'equilibrio complessivo del bilancio, perché coincide con la fase di rallentamento economico», osserva Klug.

 «E allo stesso tempo i costi della guerra non stanno diminuendo».

 

Il Cremlino risponde alzando le tasse e aumentando il debito.

Il Cremlino è ricorso a un aumento delle tasse e del ricorso al debito per colmare il vuoto lasciato dal calo delle entrate petrolifere e dal rallentamento dell'economia.

Il parlamento controllato dal Cremlino, la Duma, ha aumentato l'Iva pagata sui consumi al dettaglio dal 20% al 22% e ha alzato le accise sulle importazioni di automobili, sigarette e alcolici.

 

Il governo ha incrementato il proprio indebitamento presso le banche nazionali allineate al potere. E il fondo sovrano dispone ancora di riserve per coprire i buchi di bilancio.

Il Cremlino, dunque, dispone di risorse, almeno per ora.

Ma l'aumento delle tasse può frenare ulteriormente la crescita.

E un maggiore ricorso al debito rischia di riaccendere l'inflazione, riportata al 5,6% grazie a tassi di interesse al 16% da parte della banca centrale, in calo rispetto al picco del 21%.

 

«Tra sei mesi o un anno anche questo potrebbe influenzare il loro modo di pensare alla guerra», aggiunge Klug.

«Non credo che cercheranno un accordo di pace per questo motivo, ma potrebbero voler ridurre l'intensità dei combattimenti, concentrarsi su alcune aree del fronte e rallentare il ritmo della guerra. Sarebbe questa la risposta se il conflitto diventasse troppo costoso».

 

L’Europa e il dilemma energetico:

tornare al gas russo per sopravvivere?

 Avantionline.it - Angelo Santoro -  (3 Aprile 2026) – ci dice:

 

C’è un principio brutale ma spesso evocato nei momenti di crisi: sacrificare uno per salvarne mille.

 Oggi per l’Europa quel principio torna a farsi strada in modo inquietante nel dibattito pubblico.

Dopo oltre quattro anni di sostegno totale all’Ucraina, l’Unione Europea ha dimostrato di non essere rimasta indifferente davanti all’invasione ordinata da Vladimir Putin.

 Le sanzioni contro Mosca, inclusa la drastica riduzione degli acquisti di gas e petrolio, hanno rappresentato un costo enorme.

Non solo politico, ma anche economico e sociale.

L’Europa ha scelto di pagare quel prezzo firmando contratti energetici più onerosi e ridefinendo in fretta i propri equilibri.

Ma oggi lo scenario è cambiato.

La tensione nel Golfo è sempre più instabile e, anche nella migliore delle ipotesi, le conseguenze economiche e strategiche si trascineranno a lungo.

Se la situazione dovesse peggiorare – ed è un rischio concreto – il costo per cittadini e imprese europee potrebbe diventare insostenibile.

 In questo contesto la domanda che fino a ieri era impensabile torna ad affacciarsi:

 l’Europa può permettersi di non riaprire un canale energetico con la Russia?

Il comportamento degli Stati Uniti aggiunge ulteriore incertezza.

Il presidente Donald Trump ha dimostrato più volte di essere imprevedibile nelle sue scelte di politica estera.

 Un eventuale cambio di rotta improvviso – o, al contrario, un’escalation – potrebbe avere conseguenze globali difficilmente calcolabili.

Anche scenari estremi, che evocano i fantasmi di bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, non possono più essere esclusi dal campo delle ipotesi più cupe.

In una simile cornice il tema energetico diventa questione di sopravvivenza.

Non solo economica, ma anche sociale.

Il rischio concreto è che l’Europa si trovi costretta a fare ciò che fino a poco tempo fa considerava inaccettabile: tornare a negoziare con Mosca da una posizione di debolezza, chiedendo forniture per evitare un inverno segnato da razionamenti e crisi diffuse.

 È una prospettiva che pesa anche sul piano politico e simbolico.

Per molti cittadini significherebbe ammettere il fallimento – o almeno il limite – delle strategie adottate finora.

Eppure mentre il costo della vita cresce, la percezione è che le classi dirigenti restino relativamente protette, meno esposte agli effetti più duri della crisi.

Nel dibattito politico che si riapre dopo il referendum emerge allora una domanda cruciale:

esiste una forza capace di andare oltre la contrapposizione ideologica e proporre soluzioni concrete, anche scomode, nell’interesse dei cittadini? Perché al di là delle posizioni di principio la realtà impone scelte difficili. E il tempo per rinviarle potrebbe essere già scaduto.

 

 

 

 

Sicurezza energetica:

la Roadmap UE senza gas russo.

 

Elettromagazine.it – (20 Maggio 2025) - Andrea Balocchi – ci dice:

 

L’Unione Europea deve eliminare la propria dipendenza dall’import di gas, petrolio e nucleare russo per accrescere la propria sicurezza energetica.

Per questo, la Commissione Europea ha pubblicato una Roadmap per riuscire nell’intento, a partire dal blocco totale di gas russo entro fine 2027.

 I timori che non si riesca ci sono.

Ecco cosa occorre per (sperare di) riuscire nell’intento.

Attualità, Energia.

Sicurezza energetica: più rinnovabili, stop al gas russo. La Roadmap UE e la necessità di una transizione reale.

La Commissione Europea ha pubblicato, dopo alcuni mesi di attesa, la Roadmap per porre fine alle importazioni di energia russa, che punta alla sicurezza energetica dell’Europa, alla sua capacità di diversificare le fonti e dall’attuazione della transizione energetica, oltre dalla capacità di efficientamento delle risorse.

 

La tabella di marcia prevede la graduale eliminazione del petrolio, del gas e dell’energia nucleare russi dai mercati dell’UE, in modo coordinato e sicuro, parallelamente alla transizione dell’UE “verso l’energia pulita”.

 Comporta alcuni passaggi.

Uno di questi contempla, entro la fine del 2025, la preparazione di piani nazionali che definiranno arrivare allo stop dell’import.

Allo stesso tempo, continueranno gli sforzi per accelerare il passaggio alle fonti energetiche rinnovabili dell’UE e per diversificare l’approvvigionamento energetico.

La tabella di marcia prevede il blocco di tutte le importazioni di gas russo entro la fine del 2027, migliorando la trasparenza, il monitoraggio e la tracciabilità del gas russo nei mercati dell’UE.

 Saranno vietati nuovi contratti con i fornitori di gas russo e i contratti spot (con pagamento immediato) saranno sospesi entro la fine del 2025.

 

Sommario.

Il contributo delle rinnovabili.

La sicurezza energetica UE e lo stop dell’import dalla Russia.

I risultati ottenuti e le prossime tappe.

La tabella di marcia e le azioni fissate.

Sicurezza energetica: gli obiettivi della Roadmap UE e le difficoltà ad attuarli.

Slovacchia e Ungheria.

Import aumentato.

Rumori e proposte.

Sicurezza energetica: cosa serve all’UE, secondo Draghi.

Il contributo delle rinnovabili.

Partiamo dalla progressiva diffusione delle energie rinnovabili: fotovoltaico, eolico & C, insieme agli interventi di risparmio energetico hanno consentito una riduzione di oltre 60 miliardi di metri cubi all’anno nelle importazioni di gas tra il 2022 e il 2024, ricorda la Commissione UE. Sono gli effetti tangibili del piano” RE Power EU”.

Sicurezza energetica grazie a rinnovabili

Tuttavia c’è ancora molto da fare se – come si legge nello stesso documento – nel 2024 l’Unione Europea ha importato ancora 52 miliardi di metri cubi di gas russo (tramite gasdotto e GNL), ovvero circa il 19% delle importazioni totali di gas dell’UE, nonché 13 milioni di tonnellate di petrolio greggio e oltre 2800 tonnellate di uranio in forma arricchita o combustibile.

 

La domanda è: si riuscirà davvero a tagliare i ponti con l’import dalla Russia?

 

La sicurezza energetica UE e lo stop dell’import dalla Russia.

Prima di motivare i dubbi, partiamo dalla Roadmap e dalla necessità di attuare una cesura dalla dipendenza dal gas russo, nonché dal petrolio e dal nucleare.

La riduzione della dipendenza dai combustibili fossili rafforzerà ulteriormente la sicurezza energetica dell’UE, in linea con l’obiettivo di neutralità climatica che si persegue al 2050.

 

Cosa serve per raggiungere questi obiettivi?

 Una combinazione virtuosa tra la diffusione delle energie rinnovabili, compresi i gas rinnovabili (biogas, biometano, idrogeno verde e metano sintetico), un’ulteriore elettrificazione dei consumi, l’efficienza energetica e le fonti di approvvigionamento alternative.

 “L’eliminazione graduale dei combustibili russi contribuirà al raggiungimento degli obiettivi del” Clean Industrial Deal” e del “Piano d’azione per un’energia accessibile”, evidenzia la stessa Commissione Europea.

 

Il passaggio dai fossili all’energia da fonti rinnovabili è il vero fulcro per rendere concreto l’obiettivo dell’UE.

 Lo riporta la stessa Roadmap, prevedendo che la piena attuazione della transizione energetica e il recente Piano d’azione per un’energia accessibile sostituiranno fino a 100 miliardi di metri cubi di gas naturale entro il 2030.

Ciò corrisponde a un risparmio per l’UE di oltre 15 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ovvero a un’ulteriore riduzione della domanda di gas di 40-50 miliardi di metri cubi entro il 2027, che faciliterà anche l’eliminazione graduale dell’import di gas russo.

 

I risultati ottenuti e le prossime tappe.

“Grazie all’azione coordinata tra la Commissione e gli Stati membri e al rafforzamento della diplomazia energetica dell’UE con i partner internazionali, le importazioni di gas dalla Russia sono diminuite dal 45% nel 2021 al 19% nel 2024”.

Queste importazioni sono state sostituite da forniture provenienti da fonti più affidabili, energia prodotta internamente, e sono state rese possibili grazie alla riduzione dei consumi.

 

Le installazioni di eolico aumentano la sicurezza energetica europea.

Le proiezioni indicano un ulteriore calo al 13% nel 2025 con la fine del transito attraverso l’Ucraina. Anche la quota delle importazioni di petrolio russo si è ridotta dal 27% all’inizio del 2022 al 3% attuale. Nonostante i progressi significativi, le forniture russe di gas, petrolio e nucleare continuano a far parte del mix energetico dell’UE, ponendo rischi per la sicurezza energetica ed economica e consentendo il sostegno finanziario all’economia di guerra russa.

Da qui la necessità di ridurre ulteriormente l’import e la dipendenza dall’energia via Mosca.

 

La tabella di marcia e le azioni fissate.

Le azioni presentate in questa tabella di marcia dovrebbero essere attuate a livello UE e in modo coordinato, rileva il documento della Commissione UE, elencando le azioni necessarie perché si riesca nell’obiettivo.

 

Trasparenza, monitoraggio, tracciabilità.

Innanzitutto, serve piena trasparenza, nonché azioni di monitoraggio e tracciabilità.

A oggi, infatti, non esiste un quadro UE coerente in materia sulle importazioni di gas russo nell’UE.

 

Piani nazionali a sostegno dell’azione dell’UE per l’eliminazione graduale del gas russo.

Servono poi piani nazionali a sostegno dell’azione dell’UE per eliminare gradualmente il combustibile da Mosca.

La Commissione intende proporre una legislazione che obblighi gli Stati membri a pianificare e monitorare questa eliminazione.

 

Divieto graduale delle importazioni di gas russo.

Come terza azione, comprendendo che non sia così facile togliere il combustibile fossile russo, si punta a proporre misure legali per l’effettiva, graduale eliminazione.

La Commissione intende garantire che le misure finalizzate allo scopo siano concepite in modo da ridurre al minimo l’impatto economico sugli attori del mercato e “siano pienamente conformi al diritto dell’UE e agli obblighi derivanti dal diritto internazionale”.

Si dovranno cercare fornitori alternativi, come la Norvegia, i paesi partner in Medio Oriente e l’Africa settentrionale. In parallelo, sarà necessario aumentare la produzione in UE di biogas, biometano, idrogeno verde.

 

Azioni volte a eliminare il nucleare russo.

Oltre al gas, si vogliono mettere in atto piani nazionali per l’eliminazione graduale del petrolio russo e garantire forniture alternative.

 

Altre azioni della Roadmap riguardano il nucleare russo.

Per questo l’UE intende attuare nuove restrizioni per eliminare gradualmente le importazioni russe di uranio, uranio arricchito e altri materiali nucleari, oltre a individuare fornitori alternativi. Anche in questo caso, è fondamentale per la sicurezza energetica UE, e non certo facile. Tutt’altro.

Rispetto al gas, le dipendenze nel settore nucleare “sono molteplici” e “potrebbero ancora sorgere rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento nel breve e medio termine”.

 

Sicurezza energetica: gli obiettivi della Roadmap UE e le difficoltà ad attuarli.

Torniamo alla domanda iniziale si riuscirà davvero a “tagliare i ponti energetici” con la Russia?

Sono diversi i timori che si pongono sulla strada verso la sicurezza energetica UE.

 

Slovacchia e Ungheria.

Innanzitutto, ci sono Paesi che più degli altri sono dipendenti dal gas russo. Successivamente all’uscita della Roadmap, il CSD (Center for Study of Democracy) ha pubblicato uno studio sul “phase out” da petrolio e gas russi nell’Europa centrale, mettendo in risalto il caso dell’Ungheria e della Slovacchia.

La loro dipendenza dall’import dei combustibili fossili russi avrebbe indebolito le sanzioni dell’UE e rafforzato la potenza economica e militare della Russia.

 

“Nonostante le esenzioni dell’UE che consentono a questi paesi di mantenere le importazioni di petrolio russo, che hanno generato 5,4 miliardi di euro di entrate fiscali per il Cremlino, sono stati compiuti scarsi sforzi per svincolarsi dalle fonti energetiche russe”, scrive il CSD. Questa situazione ha portato a un aumento di volumi di greggio russo “di quasi il 50% dal 2021”.

 Inoltre, l’espansione del gasdotto “Turk Stream” avrebbe trasformato l’Ungheria in un hub strategico del gas sostenuto dal Cremlino.

 

La posizione dell’Ungheria e della Slovacchia trovano conferme anche nell’analisi di Bruegel, che ha ampliato lo sguardo anche alla dipendenza dal nucleare russo.

 

Import aumentato.

“Ember”, lo scorso marzo, ha messo in evidenza che le importazioni di gas russo sono addirittura aumentate nel 2024 (del 18%), nonostante il piano di eliminazione graduale nel 2027.

 

I prezzi del gas nell’UE sono aumentati del 59% lo scorso anno, determinando un aumento dei prezzi dell’energia elettrica.

 

Inoltre, gli Stati membri dell’UE stanno investendo “in modo massiccio” nelle infrastrutture del gas, nonostante la stagnazione della domanda. Entro il 2030, una parte significativa di tale capacità potrebbe essere sottoutilizzata, distogliendo risorse finanziarie da investimenti a lungo termine come le energie rinnovabili e le misure di efficienza energetica.

 

Rumori e proposte.

C’è poi una notizia riportata da Reuters in questi giorni secondo cui funzionari di Washington e Mosca avrebbero discusso della possibilità che gli Stati Uniti contribuiscano a rilanciare le vendite di gas russo al continente europeo.

 

Vogliamo aggiungere al dibattito anche l’uscita di “Roberto Vannacci” (divenuto uno dei quattro vice segretari della Lega) sulla proposta di un «ritorno al gas russo a basso costo per sostenere la competitività delle nostre imprese».

 

Sicurezza energetica: cosa serve all’UE, secondo Draghi.

Intervenuto al XVIII summit della “Fondazione Cotec”, Mario Draghi ha parlato anche di energia e della questione annosa della dipendenza UE dall’import di gas dalla Russia, che hanno continuato a crescere, “anche dopo l’invasione della Crimea, e ben dopo che l’ostilità di Putin verso l’Occidente e l’UE era stata ampiamente dichiarata”.

 

La conseguente interruzione, decisa a seguito dell’invasione dell’Ucraina, è stato un duro contraccolpo, e ora “stiamo cercando di accelerare la transizione verso le energie rinnovabili per rafforzare la nostra indipendenza energetica. Ma questo richiede una trasformazione radicale del nostro sistema energetico che non siamo stati in grado di realizzare”.

 

Ecco allora cosa c’è bisogno:

 innanzitutto, serve un ampio piano di investimenti a livello europeo per costruire le reti e gli inter-connettori necessari a rendere una rete basata sulle energie rinnovabili adeguata alla transizione energetica auspicata. Inoltre, è necessario riformare il funzionamento del nostro mercato energetico, allentando il legame tra i prezzi del gas e quelli delle energie rinnovabili.

Come terzo punto, ha evidenziato la necessità di essere pronti a utilizzare tutte le possibili fonti di energia pulita e a una neutralità nei confronti delle nuove soluzioni energetiche.

 

 

 

Petrolio, perché dovremmo comprarlo

dalla Russia come fanno tutti e

chiudere la guerra in Ucraina

con un’azione lampo.

Ilgiornaleditalia.it – Antonio Amorosi – (31 marzo 2026) – ci dice:

 

Cercasi disperatamente politici in Europa:

è solo realpolitik di Antonio Amorosi del 31 Marzo 2026.

Petrolio, perché dovremmo comprarlo dalla Russia come fanno tutti e chiudere la guerra in Ucraina con un’azione lampo.

(Petrolio: fonte twitter @siracusaoggi).

(Advertisement1771964922579.gif).

Gli USA aprono un nuovo conflitto al mese e l’unica potenza che sta morendo è l’Europa.

 L’Italia è paralizzata.

Lo Stretto di Hormuz resta bloccato e il mancato arrivo delle risorse energetiche che dal Golfo Persico stanno mandando i prezzi alle stelle con i governi Europei che restano inerti.

A questo punto buon senso vorrebbe che con un processo diplomatico lampo venisse chiusa la guerra in Ucraina e riacquistassimo petrolio dalla Russia.

Sarebbe ma un atto di sopravvivenza economica per Italia e per la UE.

Bisognerebbe comprare comunque comprare l’energia dalla Russia.

Mentiremmo se dicessimo che solo Ungheria e Slovacchia traggono beneficio dal greggio russo.

Budapest acquista apertamente il petrolio di Mosca, giustificando la scelta con la mancanza di alternative fisiche e infrastrutturali.

La realtà, però, è più complessa e scomoda per Bruxelles.

 

Molte altre nazioni europee, che pubblicamente tuonano contro Mosca, continuano a importare derivati del petrolio russo con il greggio di Mosca che viene raffinato in paesi terzi (come l'India o la Turchia), perde la sua "etichetta" originale, e rientra in Europa come prodotto finito.

Il gioco di prestigio permette a molti di risparmiare sui costi energetici senza sporcarsi le mani.

 L'Ungheria, guidata da Orbán, commette solo il peccato originale di farlo alla luce del sole, e per questo viene attaccata, mentre chi lo fa di nascosto resta in silenzio.

 

L'Ungheria giustifica la scelta come un atto di difesa della propria economia nazionale.

Per Budapest, l'energia a buon mercato è una questione di sicurezza nazionale, non una concessione a Putin.

 Perché l’Italia non può farlo?

Il fallimento della strategia della sostituzione.

Spostare i soldi dalle casse del Cremlino a quelle dello Zio Sam, non è una grande conquista di sovranità, tanto più con una America folle.

L’opinione pubblica USA dà Trump a picco nei sondaggi.

Gli americani sono stanchi di queste continue guerre.

Washington ha creato le condizioni per un'instabilità permanente in Medio Oriente e nel mondo e l'Europa paga il conto.

 

La rottura con Mosca ha portato a una nuova dipendenza più costosa dagli Stati Uniti.

Bruxelles ha scambiato un fornitore vicino con uno lontano, pagando un prezzo più salato e una maggiore esposizione alla volatilità del mercato globale.

 Il petrolio e il gas russo arrivavano tramite condotte dirette, un sistema efficiente e a basso costo.

Oggi, l'Europa acquista Gas Naturale Liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti, trasportato da navi cisterna attraverso l'oceano.

 

Nel 2025, quasi il 60% delle importazioni europee di GNL proveniva dagli USA.

L'Unione Europea si è impegnata in un accordo commerciale che prevede l'acquisto di 750 miliardi di dollari di energia americana in tre anni.

Ma sostituire una dipendenza con un'altra, per l'Italia, Paese manifatturiero, è un dramma.

L'energia costosa rappresenta un dramma per gli abitanti, un taglio alla competitività, alla domanda interna e delle nostre esportazioni.

 

Il paradosso iraniano e il doppio gioco americano.

Aggiungiamo un elemento di follia ulteriore:

 l'Iran sta facendo soldi sulla guerra voluta dagli USA.

Il blocco dello Stretto fa impennare il prezzo globale del greggio.

 L'Iran, pur essendo un produttore, può vendere il proprio petrolio a prezzi molto più alti grazie alla crisi che esso stesso contribuisce a creare.

 Più gli USA spingono per l'isolamento di Teheran, più il regime iraniano incassa denaro dalla vendita di greggio a Paesi come Cina e India.

 L'Europa paga il conto di questa partita a scacchi tra due avversari storici.

Mentre americani e iraniani si sfidano nel Golfo, le nostre fabbriche pagano l'energia a prezzi da record.

L'interesse europeo contro l'egemonia degli USA sempre più folli.

 

L'Europa deve smettere di agire come il soldato più fedele della Nato e iniziare a perseguire i propri interessi nazionali e continentali.

 Intanto la Russia continua a vendere il suo greggio a prezzo di mercato. Perché l'Europa dovrebbe rifiutare questa fonte?

 Servono politici che abbiano il coraggio e la visione per perseguire gli interessi UE, non degli Stati Uniti o di qualcun altro.

Esiste una nuova richiesta di politici come all'epoca dei tedeschi Schröder e Merkel, che coltivarono rapporti diretti con Mosca per il benessere tedesco.

 Dovremmo tornare a una realpolitik:

un'Europa che persegue i propri interessi energetici e commerciali, non quelli dei "deliri guerrafondai" americani che distruggono la nostra economia.

 

 

 

 

Stop totale al gas russo dal 2028:

le decisioni del Consiglio Ue.

Qualeenergia.it - Massimiliano Cassano – (21 Ottobre 2025) – ci dice:

 

CATEGORIE: Politiche Energia.

I ministri dell’Energia dei Paesi membri deliberano sul divieto di importazione via pipeline e GNL a partire dal 2026, con un periodo di transizione di due anni per i contratti esistenti.

 

I ministri dell’Energia dei Paesi membri dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo per “eliminare gradualmente” le rimanenti importazioni di gas dalla Russia.

L’intesa si applica sia al GNL sia agli approvvigionamenti via gasdotto. Ungheria e Slovacchia sono stati gli unici Stati ad aver dato parere contrario.

 

Secondo quanto stabilito ieri (20 ottobre) nel corso del Consiglio “Trasporti, Telecomunicazioni ed Energia”, lo stop avrà un’attuazione graduale.

Le importazioni saranno infatti vietate a partire dal 1° gennaio 2026, pur mantenendo un periodo di transizione per gli accordi esistenti.

 In particolare, i contratti a breve termine conclusi prima del 17 giugno 2025 potranno essere mantenuti fino al 17 giugno 2026, mentre quelli a lungo termine potranno valere fino al 1° gennaio 2028.

 

Saranno inoltre consentite modifiche alle intese già stipulate, ma solo “per scopi operativi strettamente definiti”, e non potranno comportare un aumento dei volumi, fatta eccezione per alcune flessibilità specifiche per gli Stati membri senza sbocco sul mare.

 

Procedure doganali e autorizzazioni.

Il Consiglio ha inoltre semplificato gli obblighi doganali per le importazioni di gas non russo, stabilendo requisiti e procedure documentali più snelle.

In tali casi, prima che il gas entri nel territorio doganale dell’Ue, alle autorità competenti dovrà essere fornita solo la prova del Paese di produzione, mentre per le importazioni di gas dalla Russia durante la fase transitoria saranno richieste maggiori informazioni (tra cui la data e la durata del contratto di fornitura, oppure i quantitativi contrattualizzati).

 

È stato inoltre introdotto l’obbligo per entrambe le categorie di importazioni di sottoscrivere un regime di autorizzazione preventiva.

 In particolare:

per il gas russo e le importazioni che rientrano nel periodo di transizione, le informazioni richieste per l’autorizzazione devono essere presentate almeno un mese prima;

per il gas non russo, la prova deve essere fornita almeno cinque giorni prima dell’ingresso nel mercato Ue.

Gli Stati membri hanno concordato che questa procedura non si applicherà alle importazioni provenienti da Paesi che soddisfano alcuni criteri, come essere grandi produttori ed esportatori di gas, oppure aver già vietato le importazioni di gas russo.

Ciò garantisce che solo le importazioni più rilevanti da controllare siano soggette ad autorizzazione preventiva.

 

Sono stati anche disposti ulteriori meccanismi di monitoraggio per impedire che il flusso da Mosca entri nell’Ue soltanto per transitare verso altre destinazioni, senza entrare nel mercato comunitario.

Il regolamento proposto dal Consiglio impone poi a tutti gli Stati membri di presentare piani nazionali di diversificazione delle loro forniture di gas.

Anche in questo caso sono esentati i Paesi che possono dimostrare di non ricevere più importazioni dirette o indirette di gas russo.

Ricordiamo che proprio in un’ottica di diversificazione la Commissione europea ha stipulato con gli Stati Uniti un contestato piano di acquisto di petrolio, GNL e combustibili nucleari per 250 miliardi di dollari all’anno per tre anni.

Un accordo che oltre ad essere irrealizzabile, fornisce uno sfrontato assist alle fossili (per approfondire Il grande bluff energetico Ue-Usa: 750 miliardi ai fossili, meno sicurezza e transizione).

 

I prossimi passi.

Rispetto alle iniziali proposte della Commissione europea, il Consiglio ha ulteriormente sviluppato le disposizioni sullo scambio di informazioni tra le autorità nazionali, l’Acer e la Commissione europea, e ha chiesto a quest’ultima di riesaminare l’attuazione del regolamento entro due anni dalla sua entrata in vigore.

 

Ha inoltre chiarito la clausola di sospensione, specificando quali tipi di problemi nella sicurezza dell’approvvigionamento potrebbero giustificare una revoca temporanea del divieto di importazione o del requisito di autorizzazione preventiva.

La presidenza del Consiglio avvierà ora i negoziati con il Parlamento europeo per concordare il testo definitivo di uno specifico regolamento Ue.

 

Proprio pochi giorni fa, il 17 ottobre, le commissioni per l’Industria, l’Energia e il Commercio internazionale dell’Eurocamera avevano approvato una bozza di piano che prevedeva, oltre allo stop al gas russo, anche il divieto di tutte le importazioni di petrolio da Mosca, compresi i prodotti derivati ​​dal greggio russo.

 

Il testo votato affrontava esplicitamente anche i rischi di elusione, come le importazioni ri-etichettate, le flotte ombra e il transito attraverso Paesi terzi, imponendo la certificazione di origine per gli oleodotti, audit trimestrali e un elenco di terminali GNL ad alto rischio.

 

L’elettrificazione come motore della transizione.

I ministri dell’Energia dei Paesi Ue hanno inoltre discusso ieri del ruolo dell’elettrificazione per garantire “una transizione competitiva e pulita”.

Il confronto confluirà nel futuro piano d’azione per l’elettrificazione che la Commissione europea dovrebbe presentare all’inizio del 2026.

 

Il Consiglio si è concentrato sulle opportunità della decarbonizzazione in settori chiave, con particolare attenzione al potenziale di elettrificazione dell’industria.

Tra i principali argomenti di discussione figuravano il modo in cui l’Ue avrebbe potuto creare il quadro giusto per incentivare l’elettrificazione delle imprese, consentendo al contempo a queste ultime di rispondere in modo flessibile ai segnali di prezzo e alla domanda.

Ci si è interrogati inoltre su quali settori offrissero il maggiore potenziale per una rapida elettrificazione e su come eventualmente supportarli nell’ambito del piano d’azione di prossima emanazione.

 

Un recente studio del think tank britannico “Ember” intitolato “Shockproof: how electrification can strengthen EU energy security” entra proprio nel merito dei vantaggi dell’elettrificazione per i Paesi membri Ue.

Secondo i dati raccolti, grazie al ruolo crescente dell’energia elettrica nei consumi finali, a livello comunitario si potrebbe quasi dimezzare la percentuale di dipendenza dalle importazioni di fonti fossili nell’energia primaria entro il 2040 (dal 58% nel 2023 al 30% tra quindici anni).

 

Eliminare definitivamente gli acquisti di gas e petrolio dalla Russia andrebbe in questa direzione, ma occorre anche ridurre l’import fossile dagli altri mercati fornitori e al contempo puntare maggiormente su rinnovabili ed efficienza energetica.

 

 

 

Russia-Cina, siglato accordo

per un nuovo gasdotto.

Qualeenergia.it - Redazione QualEnergia.it – (2 Settembre 2025) – ci dice:

 

 

CATEGORIE: Fonti Fossili, Mercato energetico.

Putin e XI Jinping firmano un memorandum per il progetto "Power of Siberia 2" e per aumentare le forniture di gas naturale da Mosca a Pechino.

 

La Russia e la Cina si sono accordate per aumentare le forniture di gas naturale da Mosca e per iniziare i lavori di costruzione del gasdotto “Power of Siberia 2”.

Un passo che cementa la loro alleanza energetica e commerciale in un momento di crescente tensione con l’amministrazione Trump.

 

Dopo aver perso una fetta consistente del mercato europeo del gas (Stop al gas russo e maggiore cooperazione: le decisioni del Consiglio Ue sull’Energia) in risposta all’invasione dell’Ucraina, Mosca ha intensificato i rapporti con Pechino.

 La firma dell’intesa è arrivata al termine dei colloqui avvenuti nella capitale cinese tra i presidenti Vladimir Putin e XI Jinping ed è stata annunciata dal capo del colosso degli idrocarburi Gazprom, “Alexei Miller”.

L’agenzia di stampa statale russa “Interfax” ha spiegato che ai colloqui ha partecipato anche il leader della Mongolia, “Khürelsükh Kuna”, paese che fungerà da punto di transito per la nuova infrastruttura.

 

“Oggi è stato firmato un memorandum giuridicamente vincolante per la costruzione del gasdotto “Power of Siberia 2” e del gasdotto di transito “Soyuz Vostok” attraverso la “Mongolia”, ha dichiarato “Miller2 alle agenzie di stampa russe, aggiungendo che l’accordo prevede l’aumento delle forniture attraverso l’oleodotto esistente “Power of Siberia” da 38 a 44 miliardi di metri cubi all’anno.

 

È stata raggiunta anche un’intesa per aumentare la quantità di gas che la Cina acquista tramite un gasdotto dall’isola di “Sakhalin”, nell’estremo oriente russo, a 12 miliardi di metri cubi all’anno, rispetto al precedente patto da 10 miliardi di metri cubi.

 

Complessivamente, Mosca e Pechino hanno concordato di incrementare le esportazioni di gas russo verso la Cina fino a 106 miliardi di metri cubi.

Per un paragone, prima dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, la Russia esportava annualmente in Europa oltre 150 miliardi di metri cubi di gas (il record nel 2019 quando si toccò quota 177 miliardi di mc).

 

Le commesse previste dal nuovo accordo relativo al “Power of Siberia 2” avranno una durata di 30 anni.

Tuttavia, il prezzo del gas fornito tramite il gasdotto, uno dei fattori chiave per comprendere i costi di costruzione dell’infrastruttura e come gli oneri saranno ripartiti tra le parti coinvolte, non è stato ancora definito e verrà concordato separatamente.

 

Miller ha però spiegato che il prezzo sarà inferiore a quello applicato da Gazprom agli acquirenti europei, mentre stime effettuate nel 2022, all’inizio delle discussioni sull’opera, parlavano di un costo complessivo di 13,6 miliardi di dollari.

 

Dopo l’incontro tra Putin, XI e il presidente mongolo “Kuna” a Pechino, il Cremlino ha dichiarato che durante i colloqui con la Cina sono stati firmati 22 accordi, tra cui un’intesa per sancire una nuova cooperazione strategica tra “Gazprom” e la” China National Petroleum Corporation” e un memorandum tra Rosatom e l’Agenzia cinese per l’energia atomica.

 

 

 

 

 

“Ungheria ha firmato in sordina

 piano in 12 punti con la Russia”,

la rivelazione.

Sudefuturi.it – (08/04/2026) - internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com -Web Info – redazione – ci dice:

 

(Adnkronos) – Il governo ungherese avrebbe firmato un accordo con quello russo, non reso noto finora, "per espandere i legami economici, commerciali, energetici e culturali tra i due Paesi".

Lo rende noto “Politico”, spiegando di aver ottenuto documenti redatti dal governo russo che "sottolineano in modo netto quanto Budapest e Mosca sperano di avvicinarsi".

Da tali documenti si apprende che lo scorso 9 dicembre, nel corso del loro incontro nella capitale russa, il ministro degli Esteri ungherese

“ Peter Szijjarto” e quello della Sanità russo “Mikhail Murasaki” hanno firmato un piano in 12 punti che stabilisce la misura in cui i due governi si allineerebbero in settori che spaziano dal combustibile nucleare all'istruzione e lo sport.

 L'occasione della firma era il 16° incontro della “Commissione intergovernativa russo-ungherese per la cooperazione economica”, istituita nel 2005 e riunitasi ogni anno, con una pausa tra il 14° incontro a novembre 2021 e il 15° a settembre 2024, ricostruisce la testata paneuropea.

 Secondo i documenti, Russia e Ungheria "hanno affrontato le questioni attuali della cooperazione commerciale ed economica bilaterale, le attività congiunte nel settore energetico, nell'industria, nella sanità, nell'agricoltura, nell'edilizia e in altre aree di interesse reciproco, nonché nella sfera culturale e umanitaria", sottolineando anche l'importanza di "sviluppare legami a lungo termine e reciprocamente vantaggiosi tra i due Paesi in settori di interesse comune".

Politico”, che sottolinea di non essere riuscita a verificare autonomamente i documenti, spiega anche di aver chiesto un commento a “Szijjarto” stesso, il quale ha risposto che "la cooperazione bilaterale dell'Ungheria è guidata dall'interesse nazionale, non da alcuna pressione a conformarsi ai media mainstream liberali estremamente di parte.

Continuate pure il vostro lavoro tendenzioso!".

Tra i punti dell'accordo spicca l'impegno a "invertire la tendenza negativa nel commercio bilaterale", diminuito a causa delle sanzioni Ue contro la Russia, e l'apertura alle aziende russe per l'avvio di nuovi progetti di energia elettrica e idrogeno in Ungheria, nonché una più stretta cooperazione su petrolio, gas e combustibile nucleare.

"Budapest ha accettato di esplorare il rafforzamento dell'insegnamento della lingua russa nel Paese importando insegnanti dalla Russia, oltre a rafforzare il riconoscimento reciproco delle qualifiche e ad aprire programmi di scambio per studenti laureati, secondo il testo dell'accordo", prosegue la testata, aggiungendo che Budapest", stando ai documenti, avrebbe sostenuto "programmi di scambio in corso in ogni campo, dallo sport alle arti circensi, anche se Mosca è stata costantemente accusata di utilizzare eventi culturali per propagare le sue narrazioni sulla guerra in Ucraina e per conferire legittimità al regime di Mosca.

 Le due parti hanno sostenuto anche l'idea di un piano d'azione 2026-2027 per la collaborazione congiunta nello sport".

 Infine, spiega Politico, in uno dei documenti si puntualizza che il rafforzamento dei legami tra Ungheria e Russia non deve essere "incoerente con gli obblighi dell'Ungheria derivanti dalla sua appartenenza all'Unione europea".

 

 

 

 

Elezioni in Ungheria, chi è Magyar:

l’ex insider che può battere Orban.

Sudefuturi.it – Redazione – Adnkronos – (12/04/2026) – ci dice:

 

(Adnkronos) – Vent'anni fa un giovane avvocato aderì alla protesta anti-corruzione guidata dall'allora leader dell'opposizione, Viktor Orban, creando un gruppo di assistenza legale chiamato "non abbiate paura".

Ed ora “Peter Magyar” sta usando lo stesso slogan, 'non abbiate paura', per lanciare, da ex insider, la sfida elettorale più temibile che il premier nazionalista ungherese si trova ad affrontare da quando ha assunto il potere nel 2010.

   "E' una grande storia, il principe giovane, Davide contro Golia, ognuno si può identificare con lui", dice al “Financial Times” del 45enne leader di “Tisza”, “Balint Ruff”, stratega e direttore di uno show politico in Ungheria.

 In realtà, Magyar è un Davide particolare, cresciuto in una famiglia dell'establishment intellettuale cristiano democratico post comunista, dove sin da piccolo sentiva di discussioni di politica a cena, tra il padre avvocato e la madre alto funzionario della Corte Suprema, il nonno, “Pall Eros”, commentatore politico e tra i parenti “Ferenc MAD”, che è stato presidente tra il 2000 e il 2005. 

Entrato nella Fidesz di Orban nel 2003, Magyar ha sposato nel 2006 la collega di partito” Judit Varga” e poi si sono trasferiti per diversi anni a Bruxelles, lui con un incarico diplomatico e lei come assistente di un europarlamentare.

La coppia, che intanto aveva avuto tre figli, torna in Ungheria nel 2018, e l'anno seguente Varga viene nominata ministro della Giustizia. Secondo “Miklos Yukos”, politologo dell'università di Copenaghen intervistato da Politico, l'ascesa politica della moglie è fonte di frustrazione per Magyar a cui sarebbero negati incarichi importanti proprio perché "troppo ambizioso e indipendente". 

 L'ascesa di Varga conosce però una brusca battura d'arresto:

 durante la campagna elettorale per le Europee del 2024 viene investita dallo scandalo, che travolge anche l'allora presidente “Katalin Novak,” per la grazia concessa, quando era ministro della Giustizia, ad un ex funzionario coinvolto in una vicenda di pedofilia.

Novak è costretta a dimettersi e Varga a rinunciare alla candidatura, e Magyar, che intanto aveva divorziato dalla moglie, coglie l'occasione di cavalcare il movimento di protesta provocato dallo scandalo:

lascia Fidesz e accusa Orban di "nascondersi dietro le gonne delle donne", offrendo Novak e la sua ex moglie come capri espiatori di un sistema più ampio di corruzione e declino morale. 

"Per molto tempo ho creduto nell'ideale di un'Ungheria patriottica e sovrana, ma negli ultimi anni ho realizzato che non è altro che un prodotto politico, la perpetuazione del potere e l'accumulo di un enorme ricchezza", scrisse nel febbraio 2024, lanciando la sfida da ex insider al granitico potere di Orban.

 Dopo una manifestazione a marzo con 50mila persone, Magyar inizia a costruire un team di imprenditori e figure pubbliche per un movimento anti-corruzione.

E non esita a pubblicare una registrazione audio in cui l'ex moglie parla di un tentativo di insabbiamento di accuse di corruzione di alcuni alti funzionari vicini ad Orban, in particolare il suo capo di gabinetto, “Antal Rogan”. 

Per partecipare alle elezioni europee di giugno, il gruppo si appoggia a un partito poco conosciuto, appunto “Tisza”, che con una campagna elettorale di pochi mesi, puntata tutta sulla presenza digitale e reti di contatti locali gestite da migliaia di volontari, ottiene il 29,6%, con Fidesz che scende al 44,8%, il risultato più basso mai ottenuto.

 Tisza così ha 7 eurodeputati che entrano nel gruppo del Ppe, il Partito popolare europeo che Fidesz ha lasciato nel 2021 dopo che da anni i rapporti si erano fatti sempre più tesi a causa dei principi dichiaratamente illiberali di Orban.

A differenza di altri leader dell'opposizione che in questi anni hanno cercato di sfidare Orban, Magyar ha dalla sua il fatto che viene visto come "un insider che aveva un posto in prima fila nel sistema di Orban, che comprende il sistema ed è capace di batterlo", spiega a Politico “Katalin Cseh,” deputata ungherese indipendente. 

Per aggirare lo stretto controllo di Orban sui media ungheresi, Magyar inizia a percorrere il Paese, letteralmente:

 nel maggio del 2024 cammina 250 chilometri da Budapest alla regione di Oradea, nel nord ovest della Romania, per cercare il sostegno delle minoranze ungheresi, tradizionale bacino di Fidesz, nei Paesi confinanti. E anche negli ultimi giorni di campagna elettorale prima del voto di domenica, ha continuato a fare tappa in almeno sei località al giorno.   

Fondamentale, ovviamente, l'uso dei social media, in particolare Facebook, per raggiungere gli elettori, tanto che il governo ungherese accusa Meta di favorire Magyar, dal momento che il suo "algoritmo fondamentale sta lavorando contro i partiti governativi", ha dichiarato a Politico il portavoce di Orban Zoltan Kovacs.

"Magyar ha qualcosa che è molto raro oggi in politica, parla il linguaggio dell'algoritmo, ma costruisce anche una fiducia personale", sintetizza il capo degli affari europei di Tisza Marton Hindu. 

Non manca, comunque, chi descrive Magyar come una figura polarizzante, che in pochi mesi ha imposto all'interno di Tisza, una cultura "tossica", che ricorda quella di Fidesz:

"la cultura interna al partito è simile, basata sulla fedeltà e non sui risultati", racconta Desco Farka, imprenditore che è stato tra i primi nel 2024 a rispondere all'appello per la creazione della nuova formazione politica che poi ha lasciato dopo le Europee.

 Lo stesso Magyar ammette di avere un carattere difficile e descrive il partito come "un one-man show":

lui è l'unico che può concedere interviste, lasciando agli altri esponenti solo brevi dichiarazioni, mentre sostenitori e volontari non parlano con la stampa, come ha osservato ancora Politico.

Per i sostenitori questa disciplina è necessaria per non dare alla stampa filogovernativa munizioni e mantenere il partito concentrato sull'obiettivo centrale di battere Orban. 

"Non ci sono stati veri scandali che lo hanno bruciato, forse perché lui ha avvisato sempre in tempo la sua base elettorale", commenta “Peter Cheko”, consulente elettorale ungherese.

In realtà la scorsa estate, Varga, che è rimasta fedele ad Orban ma è uscita dalla politica avviando una società con il suo nuovo partner, ha accusato l'ex marito di abusi fisici e verbali, anche di averla chiusa a chiave in una stanza.

Accuse che Magyar sostiene essere una mossa della 'propaganda' di Orban.

 Ma con i sondaggi che continuavano a dare Tisza in testa anche alla vigilia del voto, per molti Magyar è diventato qualcosa che esula la sua persona e il suo messaggio politico:

è la prima vera chance in 16 anni di rimuovere un premier dichiarato sostenitore di una democrazia illiberale.

"Noi non votiamo per Tisza, noi votiamo contro Fidesz, è questa la cosa centrale, gli ungheresi voterebbero per una capra a questo punto se questa sfidasse Orban", sintetizza Timea Sabot, deputata verde che ha ritirato la sua candidatura per favorire il candidato del partito di Magyar.  

(internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com -Web Info).

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