Il nuovo ordine mondiale è fornito dal potere di Trump, Putin e Xijping.
Il
nuovo ordine mondiale è fornito dal potere di Trump, Putin e Xijping.
Il
nuovo ordine mondiale:
Trump
(e Netanyahu) – Xi -Putin.
Liberioltreleillusioni.it
– (10 marzo 2026) – Vittorio Todorov – ci dice:
Il
nuovo ordine mondiale: Trump (e Netanyahu) – Xi – Putin.
Dall’insediamento
di Donald Trump abbiamo assistito al ritorno di fenomeni che pensavamo
appartenere al passato:
l’ascesa di un esecutivo forte, sempre meno
soggetto a vincoli e contrappesi, e una politica estera sempre più aggressiva.
Guardiamo
alle grandi potenze globali:
Stati Uniti, Cina e Russia.
Due
sono apertamente autoritarie, mentre la terza pare muoversi in una direzione
che mette sempre più alla prova i limiti delle proprie istituzioni.
Questo
nuovo contesto ha riportato in auge una visione dell’ordine mondiale che
ricorda logiche ottocentesche: quella di un mondo diviso in sfere di influenza.
Gli Stati Uniti mirano a consolidare il
proprio peso nelle Americhe e a mantenere un’influenza significativa in Europa;
la
Cina rivendica invece il controllo su Taiwan e rafforza la propria posizione
nell’Asia orientale;
mentre la Russia tenta di preservare la
propria sfera d’influenza nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, spingendosi fino
all’aggressione dell’Ucraina.
A
questo quadro si aggiunge il ruolo di Israele in Medio Oriente:
dopo
l’attacco all’Iran, il suo allineamento strategico-militare con gli Stati Uniti
appare evidente.
La
domanda che inevitabilmente dobbiamo porci è una sola: in questo nuovo ordine
mondiale, l’Europa cosa sta facendo?
L’internazionale
nera e la “nuova guerra santa.”
Esiste
oggi una nuova sfaccettatura del movimento MAGA (Make America Great Again), una
dimensione che supera i confini degli Stati Uniti e coinvolge sempre più Paesi.
Il paradosso è evidente:
un
movimento nato per difendere esclusivamente gli interessi nazionali americani
si è trasformato, nel tempo, in un fenomeno politico internazionale.
La
domanda, allora, è inevitabile: perché un movimento profondamente nazionalista
è diventato globale?
La risposta si trova osservando il
comportamento dello stesso presidente degli Stati Uniti.
Alla
promessa elettorale di isolazionismo è seguita una realtà ben diversa:
gli Stati Uniti continuano a essere coinvolti,
direttamente o indirettamente, in questioni che riguardano praticamente ogni
area del pianeta.
È in
questo contesto che alcuni analisti parlano di “internazionale nera”:
una
rete informale di governi, partiti e movimenti che si riconoscono negli ideali
e nella retorica politica di Donald Trump, sostenendone apertamente la
leadership simbolica.
Tra questi vengono spesso citati Paesi come Italia e
Ungheria, insieme ad altri attori politici che condividono un’agenda
nazionalista, anti-immigrazione e profondamente scettica nei confronti delle
istituzioni multilaterali.
Ora
proviamo a unire i puntini.
Il movimento MAGA non nasce nel vuoto, bensì
affonda le proprie radici in tradizioni politiche e culturali del Novecento che
hanno fatto del nazionalismo, della centralità dello Stato e della diffidenza
verso le istituzioni internazionali i propri pilastri ideologici.
In questo senso, il legame tra MAGA e la così
definita “internazionale nera” diventa più chiaro.
I
movimenti che si riconoscono in questa rete condividono infatti una serie di
ideali:
forte
nazionalismo, retorica anti-immigrazione e anti-vaccinazione, diffidenza verso
le istituzioni multilaterali e un costante richiamo “nostalgico” a un passato
percepito come più stabile e ordinato.
L’idea
di “nuova guerra santa” si riferisce invece alla dimensione culturale e
identitaria che caratterizza parte di questa narrativa politica: la difesa
della civiltà occidentale, cristiana e bianca, percepita come minacciata
dall’immigrazione di massa e dall’instabilità proveniente dal Medio Oriente.
In
questo discorso politico gli immigrati diventano il primo bersaglio polemico, mentre i movimenti islamisti radicali
vengono presentati come una minaccia esistenziale, soprattutto nel contesto del
conflitto che coinvolge Israele.
Il
risultato è una retorica che, almeno sul piano simbolico, assume i tratti di
una crociata culturale e politica, dove identità, religione e sicurezza
nazionale vengono intrecciate e usate in una narrazione di scontro tra civiltà.
L’asse
del male: i dittatori da non disturbare.
Osservando
gli ultimi anni, emergono nuovi equilibri geopolitici e nuove alleanze che
fanno riflettere e, in alcuni casi, preoccupano.
Sempre
più spesso si assiste alla convergenza di interessi tra paesi come Russia, Iran
e Cina, oppure tra l’Iran e gruppi armati regionali come gli Houthi o
Hezbollah, senza dimenticare il sostegno a vari attori non statali in Medio
Oriente.
Alcuni
commentatori e giornalisti hanno definito queste convergenze “l’asse del male”,
riprendendo una formula già utilizzata in passato per indicare un blocco di
regimi accomunati da una caratteristica fondamentale: l’assenza di istituzioni
democratiche e una forte concentrazione del potere politico nelle mani di élite
religiose radicali e di ristretti clan di potere, come quello che ha ruotato
per decenni attorno alla figura di Ali Khamenei.
Non si
tratta necessariamente di un’alleanza formale, quanto di una comunità di
interessi strategici con al centro l’annientamento dell’Occidente.
In
questo contesto emerge anche una lezione che le guerre degli ultimi decenni
hanno reso evidente.
Gli
interventi in Iraq e Afghanistan hanno mostrato con chiarezza i limiti di
un’idea che per anni ha guidato parte della politica estera occidentale:
la convinzione che la democrazia potesse
essere esportata (con la forza).
I
risultati di quelle operazioni hanno lasciato una conclusione difficile da
ignorare:
costruire
istituzioni democratiche richiede processi lunghi, radicati nella società e
nelle strutture politiche interne di un Paese.
Per
questo motivo alcuni analisti parlano oggi, provocatoriamente, di “dittatori da
non disturbare”.
Non come giustificazione dei regimi
autoritari, ma come riconoscimento di un dato di fatto geopolitico:
rovesciare
un regime dall’esterno non garantisce la nascita di una democrazia stabile e
può, al contrario, produrre instabilità regionale, conflitti prolungati e vuoti
di potere.
Il
dilemma per le democrazie occidentali diventa quindi sempre più complesso:
come
contenere regimi autoritari ostili senza ripetere gli errori degli interventi
militari del passato?
È una
domanda che rimane aperta e che probabilmente definirà gran parte della
politica internazionale nei prossimi anni.
L’incapacità
dell’Europa.
In
tutto questo scenario emerge con chiarezza un dato: un’Europa divisa.
Divisa
al suo interno, divisa nelle priorità strategiche e divisa nella capacità di
esprimere una politica estera realmente comune.
Questa
frammentazione impedisce all’Unione Europea di sviluppare una linea diplomatica
solida e coerente, capace di difendere realmente i princìpi che dice di
rappresentare:
i diritti umani, la democrazia e il rispetto
del diritto internazionale.
Lo
vediamo chiaramente su diversi fronti.
Vediamo
un’impotenza nel conflitto israelo-palestinese, dove l’Europa appare incapace
di parlare con una sola voce, oscillando tra sostegno a Israele o alla
Palestina, il quale sembra più un tifo da stadio piuttosto che il suggerimento
di politiche mirate al miglioramento del conflitto e delle condizioni umane dei
civili.
Vediamo
un’impotenza nel conflitto russo-ucraino dove, nonostante il sostegno economico
e militare a Kyiv, si vedono divisioni interne (le più recenti tra Zelensky
contro Orban e Salvini), che nascono da posizioni filorusse all’interno
dell’Unione Europea, le quali minano la coerenza di solidarietà al popolo
ucraino e al suo diritto all’autodeterminazione.
E ora
vediamo anche un’impotenza nella crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran, dove l’Europa
si trova in una situazione di silenzio, obbligata solo a reagire quando lo
stimolo proviene dagli Stati Uniti.
Il
risultato è un continente che, pur essendo una delle più grandi potenze
economiche del mondo, fatica a tradurre il proprio peso in influenza
geopolitica.
La
domanda allora diventa inevitabile: come possiamo contare qualcosa in questo
nuovo ordine mondiale?
Nelle
scorse settimane abbiamo però visto anche alcuni segnali interessanti.
Da una
parte il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha deciso di opporsi
apertamente alla linea di Donald Trump sulla crisi iraniana, rifiutando di
permettere l’uso delle basi spagnole per operazioni militari e denunciando
possibili violazioni del diritto internazionale.
Si
tratta di una delle prime vere forme di disobbedienza politica europea nei
confronti della linea statunitense degli ultimi anni.
Una
posizione che ha irritato profondamente Washington, ma che ha mostrato anche
una cosa importante ai nuovi “sudditi” degli Stati Uniti:
dire
no è possibile.
Da
un’altra parte troviamo il presidente francese Emmanuel Macron, che ha
rilanciato l’idea di rafforzare la deterrenza nucleare europea e costruire una
maggiore autonomia strategica del continente.
Il
messaggio è chiaro:
senza credibilità militare e politica l’Europa
non potrà mai avere voce nelle grandi crisi internazionali, da Gaza alla
Cisgiordania, dall’Iran all’Ucraina, fino ad altri scenari instabili come il
Venezuela.
Conclusioni.
In
ogni caso una cosa è chiara: l’Europa non deve restare immobile.
Negli
ultimi cinquant’anni il continente si è cullato sotto l’ombrello della
protezione americana, dando quasi per scontato che gli Stati Uniti avrebbero
sempre garantito sicurezza e stabilità.
Oggi
quella protezione non è più così certa.
Forse
esiste ancora, ma solo a condizione di accettare una subordinazione politica
sempre più evidente.
E
sappiamo bene come funziona il potere:
quando si stringe lo scettro del re, è il re
che dà gli ordini.
L’Europa
non può accettare una simile subordinazione, soprattutto quando chi impugna
quello scettro non rappresenta i valori di libertà e democrazia, sui quali
invece il continente si è costruito nell’ultimo secolo.
Se
l’Europa vuole contare qualcosa nel nuovo ordine mondiale deve ritrovare una
linea politica chiara, fondata su valori liberali e democratici coerenti:
la difesa dei diritti umani, il rispetto del
diritto internazionale e l’autonomia nelle scelte strategiche.
Perché
il vero problema non è solo la debolezza. Il vero problema è l’incoerenza.
Ed è
proprio qui che la politica europea deve cambiare rotta.
Oggi
più che mai, la linea che dovrebbe guidare i leader europei è una sola:
la coerenza.
Perché
con la guerra contro l’Iran
Trump
si è fatto un autogol in Asia.
It.insideover.com - Federico Giuliani – (21
Marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Niente
da fare.
Cina,
Corea del Sud e Giappone hanno risposto picche alla richiesta di Donald Trump.
Il
presidente statunitense aveva implicitamente chiesto il loro contributo per
riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso l’invio navi da guerra in loco per
difendere le petroliere e le altre imbarcazioni commerciali dagli attacchi
iraniani.
“Noi ricaviamo meno dell’1% del nostro
petrolio dallo stretto.
Il
Giappone il 95%. La Cina il 90%.
Molti
europei ne detengono una quota considerevole.
La Corea del Sud il 35%.
Quindi
vogliamo che vengano ad aiutarci”, aveva dichiarato l’inquilino della Casa
Bianca.
Un
appello che, di fatto, ha però avuto lo stesso effetto di un sasso gettato in
acqua.
Nessun
governo asiatico, infatti, intende assecondare una simile richiesta correndo il
rischio di ritrovarsi in un conflitto lontano e pericoloso.
Nel
frattempo Trump, a causa dei guai mediorientali, ha persino lasciato intendere
di voler posticipare l’attesissimo incontro con Xi Jinping in programma a fine
marzo.
Incrociando
gli ultimi avvenimenti emergono con chiarezza almeno due aspetti da
considerare.
Il primo:
i
Paesi asiatici, persino i più stretti alleati degli Stati Uniti, non hanno
alcuna intenzione di essere risucchiati da una guerra che sta già drenando loro
importanti risorse energetiche.
Il secondo:
se la
priorità degli Usa coincide adesso con l’Iran, e più in generale il Medio
Oriente, allora i dossier asiatici – che di fatto, fino a qualche settimana fa,
erano i più importanti dell’agenda Usa – rischiano di scivolare in secondo
piano.
Usa.
Effetti
collaterali.
Meno
pressione, interesse, attenzione statunitense sugli affari asiatici significa
automaticamente maggiore libertà di manovra per i governi regionali.
Ci
sono, non a caso, da segnalare interessanti manovre diplomatiche nell’intero
continente.
Cina e
India, per esempio, hanno avviato una decisa de escalation, con Delhi che ha
allentato alcune norme che limitavano gli investimenti cinesi, mentre Pechino ha deciso di
rafforzare ulteriormente la cooperazione energetica con la Russia a causa dei
tumulti nello Stretto di Hormuz.
Sul
fronte militare pesa, poi, la decisione degli Usa di spostare alcuni importanti
armamenti dalla Corea del Sud al quadrante mediorientale. Il riferimento è ai
sistemi di difesa missilistica “Thaad” (Terminal High-Altitude Area Defense),
che da Seongjin sono in procinto di essere trasferiti altrove, in Medio Oriente
appunto, dove infuria la guerra contro l’Iran.
E pensare che dieci anni fa, quando i “Thaad”
erano stati piazzati in questo tranquillo villaggio sudcoreano, il governo
sudcoreano dell’epoca aveva ignorato le fortissime proteste della popolazione
locale, per niente felice di accogliere un dispiegamento militare che, in caso
di tensioni, avrebbe potuto trasformare l’intera area in un bersaglio
prediletto per i missili balistici della Corea del Nord.
La replica di Seoul?
I “Thaad” rappresentavano il metodo più
efficace per localizzare e distruggere i missili nordcoreani prima che
minacciassero la Corea del Sud e le 28.500 truppe statunitensi stanziate al suo
interno.
Il
trasferimento é in corso di alcuni sistemi di difesa “Thaad”.
L’autogol
di Trump sull’Asia.
Adesso
è a dir poco complicato, se non impossibile, giustificare lo spostamento di una
parte dei “Thaad”.
Se per quasi un decennio queste armi erano la
garanzia assoluta contro i missili di “Kim Jong Un”, adesso che stanno per
essere trasportati in Medio Oriente chi o che cosa difenderà la Corea del Sud?
Perché,
tuona l’opposizione sudcoreana, i conservatori di Seoul hanno investito così
tanto capitale politico in un sistema di difesa che un giorno sarebbe stato
smantellato?
Seguendo questo ragionamento Trump ha
accettato di sacrificare un decisivo partner asiatico per risolvere la contesa
iraniana. Dimenticandosi, non solo che, oltre il 38esimo parallelo, Pyongyang è
più viva e pimpante che mai, ma che i “Thaad” erano in qualche modo riusciti a
compromettere i rapporti diplomatici della Corea del Sud con Cina e Russia.
Il dispiegamento dell’arma aveva infatti
suscitato le ire di Pechino e Mosca, convince che il potente radar del “Thaad”
avesse potuto compromettere la loro sicurezza.
Xi e
Vladimir Putin saranno dunque felicissimi di aver risolto un problema senza
muovere un dito.
Con la
guerra in corso, infine, potrebbero esserci meno armi statunitensi disponibili
per Taiwan.
Anzi: l’intera questione potrebbe scivolare
nel quasi dimenticatoio, tanto più se i colloqui a distanza tra Cina e Usa
dovessero andare nel verso giusto.
In
sostanza, il dispiegamento militare e politico degli Stati Uniti dall’Asia
portato avanti da Trump potrebbe assomigliare molto a un autogol.
Per
anni i funzionari americani hanno definito l’Indo-Pacifico una priorità
assoluta.
Oggi,
però, stanno facendo esattamente l’opposto.
Spostando navi da guerra, missili e sistemi di
difesa aerea verso il Medio Oriente.
E
allontanandosi dal continente asiatico e dai loro partner.
Xi,
Putin, Modi e
il
nuovo ordine globale.
Ispionline.it
– (2 settembre 2025) – Alessia De Luca – Redazione - ci dice:
A “Tianjin”
i leader di Cina, Russia e India rivendicano un “vero multilateralismo” e
delineano le prospettive di un nuovo ordine globale.
(“Daily
Focus Asia).
In un
mondo che attraversa turbolenze e cambiamenti, è tempo che il Sud globale
contribuisca alla nascita di un nuovo ordine multilaterale.
È il messaggio, forte e chiaro, inviato dalla
città portuale di Tianjin, a sud di Pechino, dove il presidente cinese” Xi
Jinping “ha accolto i Capi di Stato di Russia, India, Pakistan, Iran e altri 22
Paesi non occidentali in occasione del 25esimo vertice dell’”Organizzazione per
la cooperazione di Shanghai” (SCO).
Nel
suo discorso alla plenaria Xi ha criticato il “comportamento prepotente” di
altri paesi e, pur senza nominare Donald Trump, ha esortato i partecipanti a
opporsi alla “mentalità da guerra fredda”, per costruire un nuovo modello più
giusto di “vero multilateralismo”.
Il
leader cinese ha sollecitato una maggiore cooperazione per incrementare il
commercio e gli investimenti, e ha affermato che Pechino fornirà 2 miliardi di
yuan (circa 280 milioni di dollari) di aiuti a fondo perduto agli stati membri
quest’anno e ulteriori 10 miliardi di yuan di prestiti a una banca di sviluppo
SCO nei prossimi 3 anni.
Si tratta di un impegno rilevante,
accompagnato da una diversa interpretazione dei fatti attuali e della storia.
Per questo, nel comunicato finale, l’Organizzazione
chiede alla comunità internazionale di sostenere una prospettiva “corretta”
sulla Seconda guerra mondiale, evidenziando il ruolo della Cina accanto a
quello dell’Unione Sovietica, nella sconfitta di Giappone e Germania.
Significativo
anche il fatto che molti dei capi di Stato presenti al vertice, conclusosi
formalmente ieri, resteranno a Pechino domani per assistere alla parata
militare per gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, a cui
parteciperà anche il leader nordcoreano Kim Jong-un.
Putin
non è affatto isolato?
Il
vertice ha offerto a Vladimir Putin un palcoscenico ideale.
Durante il suo discorso, il presidente russo ha difeso
la decisione di invadere l’Ucraina su vasta scala all’inizio del 2022,
sostenendo che il conflitto fosse “il risultato di un colpo di stato a Kiev,
sostenuto e provocato dall’Occidente, in riferimento alle sanguinose proteste
di Euro -maidan del 2014, che si sono concluse con la destituzione del
presidente alleato del Cremlino “Viktor Yanukovych”.
“La seconda causa della crisi sono i continui
tentativi dell’Occidente di trascinare l’Ucraina nella NATO” ha aggiunto Putin.
Già
passato il presidente russo aveva lanciato accuse analoghe senza fornire prove,
ma il contesto odierno è differente:
a tre
anni e mezzo dall’inizio del conflitto Putin non è affatto isolato sulla scena
internazionale.
Anzi,
in qualità di ospite d’onore ad un vertice a cui erano presenti decine di
leader mondiali, ha colto l’occasione di ribadire la sua narrativa sulla
guerra, nel plauso generale.
Intanto,
l’ultimatum di Washington a Mosca per i negoziati con Kiev era scaduto senza
alcuna conseguenza.
A
Tianjin, inoltre, Mosca e Pechino hanno firmato un accordo per la costruzione
del gasdotto “Power of Siberia 2”, un progetto che potrebbe rimodellare i
flussi energetici globali.
Tuttavia
– secondo il Financial Times – il documento definisce solo i termini generali,
senza fornire dettagli sui prezzi, per anni il principale ostacolo nei
negoziati.
Trump
spinge Modi verso Xi?
Oltre
a Vladimir Putin, tra i partecipanti più attesi alla SCO figuravano anche il
Primo Ministro indiano Narendra Modi e il Presidente turco Recep Tayyip
Erdogan.
Si è
parlato molto della visita di Modi in Cina – la prima in sette anni – proprio
perché avvenuta mentre i rapporti tra India e Washington sprofondano, dopo che
Trump ha raddoppiato i dazi sulle esportazioni indiane al 50%, citando il
rifiuto di Delhi di interrompere gli acquisti di petrolio russo.
“India
e Russia hanno una partnership privilegiata” ha sentenziato Modi nel suo
intervento e, con buona pace del consigliere di Trump, Peter Navarro, che aveva
definito il conflitto in Ucraina “la guerra di Modi” e l’India “la lavanderia
del Cremlino”, ha invitato Putin in India il prossimo dicembre.
Anche sul fronte indo-cinese, segnato da una
lunga disputa sul confine himalayano, controversie commerciali e dal sostegno
della Cina al Pakistan, Tianjin ha inviato inequivocabili segnali di disgelo.
Secondo quanto riportato dai media statali, Xi
ha affermato che i legami con New Dehli potrebbero essere “stabili e di vasta
portata” se entrambi si concentrassero sul considerarsi reciprocamente come
partner anziché come rivali.
Nel
corso del vertice Xi, Putin e Modi sono stati visti più volte chiacchierare,
affiancati dai loro interpreti ufficiali.
Un’immagine
potente che segna la fine di decenni di sforzi diplomatici volti a fare
dell’India un contrappeso strategico all’ascesa cinese.
Europa,
alleato o ostaggio?
Mentre
il “Washington Consensus” scricchiola sotto i colpi della politica trumpiana,
Pechino ha abilmente sfruttato la due giorni per presentarsi come pilastro di
una governance globale alternativa.
“Lo
spirito di Tianjin”, come l’ha definito Xi Jinping, rappresenta circa metà
dell’economia globale, 25 Paesi membri e il 40% della popolazione mondiale.
Il
momento appare propizio:
la Cina prova a raccogliere consenso mentre Trump
porta acqua al suo mulino;
la
guerra dei dazi voluta dal tycoon ha colpito mezzo mondo, partner e non,
inimicandosi potenziali alleati nella partita contro Pechino.
Da
migliaia di chilometri di distanza, l’Europa, ostaggio della propria dipendenza
dagli Stati Uniti a causa della guerra alle porte, ha seguito il vertice di
Tianjin con timore.
Gli
europei sembrano aver perso la capacità di incarnare una “terza via” da
contrapporre al mondo di Trump e a quello caldeggiato dal triumvirato di
altrettante potenze nucleari che possono contare, rispettivamente, sul secondo,
terzo e quarto esercito più grande del mondo.
I
sorrisi e le strette di mano a favore di telecamere hanno fornito un messaggio
potente:
dal caos nutrito da Donald Trump emergerà un
nuovo ordine di cui l’Occidente rischia di essere solo spettatore.
Il
commento.
(Filippo
Fasulo, Co-Head, Osservatorio Geoeconomia ISPI.)
“Le
regole del mondo non sono più un affare esclusivo del blocco transatlantico e,
a differenza del passato, gli “altri” alla volontà politica possono affiancare
il peso economico.
È questo il senso dei grandi proclami emersi
dal Summit Sco ospitato dalla Cina di Xi Jinping a Tianjin.
Inoltre,
la Cina padrone di casa punta a legittimare il suo ruolo di vero interprete di
un ordine che non sia egemonico (con gli Usa al centro), ma fondato su un
meccanismo egualitario in termini di peso internazionale (sul modello delle
Nazioni Unite), grazie alla rivalutazione del suo contributo alla guerra contro
i “fascismi” della Seconda guerra mondiale.
L’India di Modi partecipa in prima fila nel
proclamare la propria indipendenza in politica estera dagli Usa di Trump
mostrando uno stretto rapporto con Putin e distendendo le tensioni con Pechino.
Tuttavia,
questo blocco deve ancora dimostrare di ottenere risultati concreti e il
riavvicinamento tra il Dragone e l’Elefante non nasconde del tutto una
diffidenza tra India e Cina che è strutturale e non può essere risolta con un
solo incontro.”
Sicurezza
energetica in pericolo:
i
politici ignorano l’abisso.
Laleggepertutti.it
– (21 Marzo 2026) - Angelo Greco – Redazione – ci dice:
Sicurezza
energetica in pericolo: i politici ignorano l’abisso.
“Fatih
Birol” lancia l’allarme sulla crisi energetica mondiale.
Rischi
per l’economia e nuove regole per il risparmio dei consumi.
Il
conflitto in Medio Oriente ha innescato una trasformazione violenta degli
equilibri mondiali.
Siamo
di fronte alla maggiore minaccia alla sicurezza energetica globale della
storia.
I numeri superano ogni precedente crisi e
delineano uno scenario dove la stabilità economica vacilla sotto il peso di
carenze strutturali.
La
regola generale è chiara:
quando
il transito delle risorse primarie si interrompe, lo Stato ha il dovere di
intervenire con la gestione delle scorte strategiche e con limitazioni
immediate ai consumi per evitare il default finanziario.
I responsabili politici mondiali non
comprendono la gravità della situazione.
Questa crisi colpisce i conti pubblici e
rischia di trascinare i Paesi emergenti in una spirale mortale.
Non si tratta di una fluttuazione temporanea,
ma di un’emergenza che richiede una cooperazione internazionale senza
precedenti per garantire la sopravvivenza dei mercati (acc. int. “Aie”).
Numeri
da brivido: la crisi attuale è peggiore degli anni Settanta.
Il
confronto con il passato è impietoso e mostra una realtà drammatica. Durante le crisi petrolifere del 1973
e del 1979 il mondo perde circa 10 milioni di barili di greggio al giorno.
Oggi
la perdita ammonta a 11 milioni di barili quotidiani.
La
situazione del gas naturale è ancora più allarmante.
L’invasione russa dell’Ucraina sottrae al
mercato 75 miliardi di metri cubi.
Attualmente
mancano all’appello 140 miliardi di metri cubi di “GNL”, una cifra doppia
rispetto al precedente shock.
Il
mercato soffre anche per la carenza di fertilizzanti, elio e prodotti
petrolchimici.
Questa
simultaneità di eventi paralizza l’economia globale.
Se il prezzo del petrolio rimane sopra i 110
dollari, la domanda subisce un rallentamento forzato.
I
Paesi emergenti affrontano rischi estremi perché possiedono margini di manovra
fiscale ridotti rispetto alle economie avanzate.
Strategie
di emergenza e obblighi previsti dalla legge.
Le
autorità internazionali attivano protocolli straordinari per mitigare l’impatto
sui cittadini.
L’”Agenzia
internazionale dell’energia” annuncia il rilascio di 400 milioni di barili
dalle scorte petrolifere strategiche (norme “Aie”).
Tuttavia,
il solo annuncio provoca un balzo del prezzo del greggio di 18 dollari.
La
legge prevede che i governi possano imporre misure restrittive per ridurre la
domanda energetica.
Un
esempio pratico è l’adozione dello “smart working” obbligatorio o la
limitazione dei viaggi aerei per ridurre i consumi di carburante.
Altre
indicazioni operative includono:
l’introduzione
delle targhe alterne per la circolazione stradale;
la
promozione delle domeniche a piedi nei centri urbani;
la
riduzione delle temperature negli edifici pubblici e privati;
l’incentivo
all’uso dei mezzi di trasporto collettivi.
Questi
interventi servono ad attenuare l’impatto negativo sull’economia ma non
risolvono il problema alla radice.
Lo
Stretto di Hormuz e il blocco che strangola il mercato.
Il
vero ostacolo alla stabilità non è la disponibilità delle risorse ma il loro
trasporto.
Il
blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta il fattore di rischio principale per
l’inflazione e la crescita economica. Fino a quando il passaggio rimane
chiuso, le implicazioni per l’economia globale restano gravi.
Il
ritorno alla normalità richiede tempi lunghissimi che la politica spesso
sottovaluta.
Il ripristino dei giacimenti e la riparazione
degli oleodotti non sono operazioni immediate.
Ad
esempio, per normalizzare la produzione in Qatar servono fino a cinque anni.
In altri contesti sono necessari mesi solo per
rendere di nuovo operativi gli impianti petrolchimici.
La
sicurezza dipende dalla possibilità di trasportare petrolio e gas dal Golfo ai
mercati internazionali senza interruzioni.
Transizione
forzata e il ritorno del nucleare civile.
La
risposta politica allo shock energetico deve essere strutturale e non solo
emergenziale.
Come
accade dopo gli anni Settanta, il mondo affronta una trasformazione del sistema
produttivo.
In quel periodo nasce oltre il 40% delle centrali
nucleari oggi attive.
Anche
oggi si assiste a un nuovo impulso per l’energia nucleare e per le fonti
rinnovabili.
L’industria
automobilistica accelera la transizione verso i motori elettrici per dimezzare
il consumo di petrolio necessario a percorrere cento chilometri.
Esiste però un rischio concreto: se i prezzi del gas continuano a
salire, molti Paesi asiatici aumenteranno l’uso del carbone.
La
cooperazione tra i membri dell’“Aie” e il “Segretario all’Energia Usa” rimane
fondamentale per evitare decisioni unilaterali che danneggino il commercio
globale.
Senza
una comprensione reale della gravità del problema, i danni strutturali
all’economia diventano irreversibili.
(Angelo
Greco).
Energia,
crisi e futuro: il nucleare
torna
al centro del dibattito?
Un
modo per restituire al Paese
un'indipendenza
energetica.
Ilgiornaleditalia.it
– (21 marzo 2026) – Gianfranco Petrecca – Redazione – ci dice:
Ogni
escalation internazionale si traduce immediatamente in incertezza, aumento dei
prezzi e timori per famiglie e imprese.
È in
questo scenario che torna prepotentemente al centro del dibattito una soluzione
troppo a lungo accantonata: l’energia nucleare.
Energia
nucleare, ok della Camera alla mozione di maggioranza: valutare “mix energetico
Energia nucleare” (fonte: Twitter.)
La
nuova crisi energetica innescata dalle tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran
ripropone con forza una domanda che l’Italia tende da decenni a eludere: come
garantire sicurezza, autonomia e stabilità negli approvvigionamenti energetici?
Ancora
una volta, gli equilibri geopolitici dimostrano quanto sia fragile un sistema
fortemente dipendente dall’estero e dalle fonti fossili.
Ogni escalation internazionale si traduce
immediatamente in incertezza, aumento dei prezzi e timori per famiglie e
imprese.
È in
questo scenario che torna prepotentemente al centro del dibattito una soluzione
troppo a lungo accantonata: l’energia nucleare.
Non si
tratta più del nucleare del passato, legato nell’immaginario collettivo alla
tragedia del “disastro di Chernobyl”, che segnò profondamente l’opinione
pubblica italiana fino a determinarne scelte referendarie drastiche.
Oggi
la tecnologia ha compiuto passi avanti significativi.
In
particolare, la prospettiva della fusione nucleare — ancora in fase di sviluppo
ma sempre più concreta — promette un’energia pulita, virtualmente inesauribile
e con rischi incomparabilmente inferiori rispetto alla fissione tradizionale.
Continuare
a rimanere ancorati a decisioni prese sull’onda emotiva di un evento storico,
per quanto drammatico, rischia di essere miope.
Il mondo sta cambiando rapidamente:
diversi
Paesi europei e globali stanno investendo massicciamente nel nucleare di nuova
generazione, considerandolo una componente essenziale del mix energetico del
futuro.
L’Italia,
al contrario, resta in una posizione di dipendenza strutturale, esposta alle
crisi internazionali e priva di una strategia di lungo periodo realmente
autonoma.
In
questo contesto, riaprire seriamente il dossier nucleare non è più un tabù
ideologico, ma una necessità pragmatica.
Una
eventuale scelta in questa direzione da parte del governo guidato dall’On.
Giorgia Meloni avrebbe un significato che va ben oltre l’immediata risposta
all’emergenza.
Sarebbe
un investimento sul futuro, una decisione strutturale capace di restituire al
Paese una maggiore indipendenza energetica e di ridurre la vulnerabilità
rispetto agli shock esterni.
Soprattutto,
sarebbe una scelta a favore delle nuove generazioni. Perché la vera questione
non è solo affrontare la crisi di oggi, ma costruire un sistema energetico
sostenibile, sicuro e competitivo per i decenni a venire.
Non è
più il tempo delle esitazioni! …
l’attuale
crisi, impone di essere decisionisti.
(Gianfranco
Petrecca.)
Sicurezza
energetica.
Crisi energetica
e SMR rimettono
il
nucleare sul tavolo delle scelte politiche
ESG360.it
– (17 marzo 2026) – Mauro Bellini – Redazione – ci dice:
(Mauro
Bellini -Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech)
Energy
Trasformazione.
La
Commissione europea torna considerare il nucleare nell’ambito di un piano che
punta a far coesistere sicurezza energetica, decarbonizzazione e competitività.
L’innovazione
che arriva con gli “Small Modular Reattori SMR” si candida per rispondere sia
al bisogno di energia delle industrie UE sia nell’integrazione con le
rinnovabili.
La roadmap UE prevede investimenti, standard
condivisi e aree pilota, ma restano ancora aperte le sfide regolatorie e
tecnologiche.
Crisi
energetica SMR nucleare.
La
scelta del nucleare è una decisione politica storica (referendum 1987 e 2011)
riemersa con le crisi energetiche; Ursula von der Leyen ne ha rivendicato il
ruolo per prezzi accessibili e competitività.
Gli
SMR (Small Modular Reattori) offrono modularità, scalabilità e integrazione con
rinnovabili, favorendo flessibilità di rete, decarbonizzazione e servizi a poli
industriali energivori.
La
Commissione europea mira ai primi SMR operativi entro i primi anni del 2030 con
un approccio fleet‑based, standard comuni e investimenti
secondo il PINC (oltre 240 miliardi di euro entro il 2050), tutelando l’autonomia strategica.
(Riassunto
generato con AI).
Se è
vero che l’energia, qualunque sia la fonte per produrla, rappresenta una scelta
politica, il nucleare è certamente l’esempio che più di altri ha incarnato nel
tempo questa dimensione.
La scelta del nucleare in Italia è stata posta
all’attenzione dei cittadini con due referendum (che si articolavano in quattro
quesiti referendari) prima nel 1987 e poi nel 2011.
Il
tema è da sempre fortemente divisivo e per lunghi anni è rimasto ai margini del
dibattito politico, per poi rientrare, prima sottotraccia e poi in modo più
palese e deciso, sulla spinta delle urgenze causate dalle crisi energetiche e
delle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, in termini di tipologie
di impianti per l’energia nucleare.
Indice
degli argomenti.
La
debolezza di un sistema energetico troppo sbilanciato sui combustibili fossili.
La
crescita di attenzione verso gli Small Modular Reattori.
La
dichiarazione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen
in occasione del World Nucleare Energy Summit a Parigi.
La
strategia della Commissione europea per avere attivi i primi impianti SMR
all’inizio del 2030.
I
presupposti della roadmap della Commissione europea.
Flessibilità
di impiego, costi e ricadute sulla decarbonizzazione
Il
ruolo degli Small Modular Reattori nella strategia energetica europea.
Vantaggi
e applicazioni degli SMR per la decarbonizzazione e la competitività
industriale.
Una
possibile soluzione per compensare l’intermittenza delle fonti rinnovabili.
Energia
termica ed elettrica low-carbon a costi contenuti.
Quali
sono le azioni della Commissione per accelerare lo sviluppo degli SMR in Europa.
Dentro
il Piano tra investimenti, cooperazione e creazione di una catena del valore
paneuropea.
Una
catena del valore focalizzata su ricerca, formazione tecnica avanzata e
protezione della proprietà intellettuale.
La
necessità strategica di un controllo – e dunque di una autonomia UE – sulle
tecnologie.
La
debolezza di un sistema energetico troppo sbilanciato sui combustibili fossili.
La
Guerra Russia Ucraina prima e la Guerra USA Israele Iran poi hanno mostrato
tutte le debolezze di un sistema energetico europeo e italiano troppo
sbilanciato verso i combustibili fossili, dove lo sviluppo delle energie
rinnovabili, per quanto in forte miglioramento, è ben lontano dalla capacità di
rispondere al calo nelle forniture di gas o petrolio e di garantire una
indipendenza energetica.
Al netto di qualsiasi considerazione legata
alle scelte politiche i paesi europei che dispongono di un portfolio energetico
nel quale è presente il nucleare, come la Francia, la Spagna, la Svezia, il
Belgio solo per citarne alcuni, sono meno esposti a queste crisi, o meglio
dispongono di maggiori strumenti per governarle.
Crisi
energetica SMR nucleare.
La
crescita di attenzione verso gli Small Modular Reattori.
Nello
stesso tempo l’innovazione ha fatto la sua parte e un ruolo crescente, in
termini di prospettive di sviluppo del nucleare, è stato occupato dagli Small
Modular Reattori (SMR), reattori di minori dimensioni, caratterizzati da una
struttura modulare che consente sia una riduzione dei costi di produzione e installazione
sia una migliore flessibilità d’impiego per alimentare reti elettriche di
dimensioni più contenute, come nel caso della produzione di energia per
specifici distretti industriali.
La
dichiarazione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen
in occasione del World Nucleare Energy Summit a Parigi.
In
questo scenario si colloca la scelta della presidente della commissione europea
Ursula von der Leyen di aprire la sessione plenaria del vertice sull’energia
nucleare dell’AIEA a Parigi dichiarando – a sorpresa – che “I prezzi
dell’elettricità in Europa sono strutturalmente troppo alti.
E
questo rappresenta un problema estremamente importante, perché un’elettricità
accessibile non è solo essenziale per il costo della vita dei nostri cittadini,
ma è anche cruciale per la competitività delle industrie.”
(Si legga a questo proposito anche il servizio sul Decreto
Bollette n.d.r.).
Sino a
prima della Guerra che ha bloccato lo Stretto di Hormuz una affermazione come
questa era appannaggio delle opposizioni.
Adesso
(con i prezzi dell’energia in continua crescita) torna prepotentemente al
centro della scena politica.
Ma la
von der Leyen ha anche tenuto a precisare che “Nel 1990 un terzo
dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, mentre oggi è solo il 15%“,
per arrivare poi al punto chiave della sua dichiarazione nella quale ha
sottolineato che “voltare le spalle a una fonte energetica affidabile,
economica e a basse emissioni sia stato un errore strategico da parte
dell’Europa”.
Il
discorso della presidente della Commissione europea dovrebbe probabilmente
essere messo in diretta relazione con i contenuti e gli obiettivi
dell’Industrial Acceleratore Act IAA, (e del Clan Industrial ACT) anche perché
in un altro passaggio la von der Leyen afferma da una parte che “Nucleare e
rinnovabili devono svolgere un ruolo chiave per garantire insieme indipendenza,
sicurezza degli approvvigionamenti e competitività”.
E poi,
in particolare, a completamento della propria riflessione, la presidente della
Commissione europea sottolinea il ruolo dei reattori nucleari di nuova
generazione e (soprattutto) il ruolo che l‘industria europea può e deve
svolgere in termini di innovazione ad alto valore aggiunto.
La
strategia della Commissione europea per avere attivi i primi impianti SMR
all’inizio del 2030.
Ed è
in questo contesto che occorre leggere la scelta della Commissione di
presentare la strategia per avere pronte (in rete) i primi SMR europei entro i
primi anni del 2030.
I
presupposti della roadmap della Commissione europea.
I due
punti di riferimento per interpretare l’impegno della commissione europea
nell’adozione di “Small Modular Reattori” all’interno della propria strategia
energetica sono da individuare nella necessità di rispondere alle richieste di “sicurezza
energetica “ con un portfolio di fonti energetiche più ampio e più flessibile
rispetto a quello attuale.
In secondo luogo il tema della transizione
verso un’economia a basse emissioni di carbonio si è naturalmente saldato con
il tema della competitività dell’industria europea che sta pagando un prezzo
dell’energia decisamente superiore a quello di altre aree del pianeta, come nel
caso degli Stati Uniti e della Cina (e che sta spingendo anche alla
richiesta di sospendere o rimodulare il peso degli “EU ETS Emissioni Trading
System” per alleggerire i costi dell’energia).
Crisi
energetica SMR nucleare.
Per
queste ragioni soprattutto gli “Small Modular Reattori” (SMR) stanno
guadagnando spazio nel dibattito sulle strategie future per la produzione di
energia.
Flessibilità
di impiego, costi e ricadute sulla decarbonizzazione.
Il
potenziale degli SMR risiede soprattutto nella flessibilità d’impiego e nella
capacità di integrarsi sia nelle reti esistenti che in contesti industriali
specifici e si tratta di una soluzione che può avere ricadute dirette sulla
decarbonizzazione.
La
Commissione europea ha scelto di avviare un percorso volto a favorirne lo
sviluppo attraverso misure dedicate, stimolando investimenti e collaborazione
tra gli Stati membri.
Non
vanno però dimenticate o trascurate le potenziali criticità:
il percorso verso una diffusione su larga
scala richiede ancora un sistema regolatorio adeguato, una chiara visione
industriale condivisa e un rigoroso framework di controlli per quanto attiene
alla sicurezza.
Il
ruolo degli “Small Modular Reattori” nella strategia energetica europea.
Ora,
se si guarda alla strategia per la transizione energetica europea, gli “Small
Modular Reattori” (SMR) vanno a collocarsi in un quadro strategico che, anche
alla luce delle dichiarazioni della von der Leyen, si sta ridefinendo sulla
base di priorità che partono dalla sicurezza energetica e dalla competitività
industriale.
La modularità dell’SMR consente una
flessibilità progettuale che si adatta all’integrazione con le reti esistenti e
permette un impiego in aree dove è necessario disporre di una capacità
produttiva crescente in funzione della crescita del business, come possono
essere poli industriali o grandi data centre.
Gli
SMR, uniscono le dimensioni ridotte, ovviamente rispetto ai tradizionali
reattori nucleari, e la possibilità di gestire la scalabilità. Sono nello
stesso tempo delle soluzioni che possono contribuire alla stabilità delle reti
o possono diventare delle infrastrutture abilitanti per creare e gestire nuovi
modelli di approvvigionamento energetico distribuito.
Sulla
base di questi presupposti è stata predisposta la strategia presentata dalla
Commissione che punta sostanzialmente a superare le barriere normative e
industriali, favorendo un’azione coordinata tra gli Stati membri.
L’obiettivo
di evitare la frammentazione delle iniziative si unisce alla volontà di creare
un mercato continentale integrato che possa prendere in considerazione gli SMR
come una risposta tecnologica ed economica alle politiche energetiche
nazionali.
Vantaggi
e applicazioni degli SMR per la decarbonizzazione e la competitività
industriale.
Nel
comunicato ufficiale della Commissione europea (QUI per maggiori dettagli n.d.r.) si sottolinea come gli “Small
Modular Reattori” si prestano a rispondere a una gamma ampia di applicazioni
che comprendono naturalmente la produzione elettrica, ma che in particolare rappresentano
anche il supporto ai processi industriali più energivori, il teleriscaldamento
urbano e la fornitura di calore per industrie chimiche o siderurgiche, ovvero
una risposta al mondo delle imprese che rientrano nella categoria hard to
abate.
Una
possibile soluzione per compensare l’intermittenza delle fonti rinnovabili.
Un’altra
caratteristica sulla quale la strategia della Commissione intende fare leva
riguarda la possibilità di utilizzare la flessibilità degli “Small Modular
Reattori” per operare in sinergia con infrastrutture basate su fonti
rinnovabili.
In
questo caso l’idea è quella di sfruttare gli SMR per compensare l’intermittenza
tipica di eolico e solare, fornendo stabilità operativa alle reti e
contribuendo agli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Unione Europea.
Energia
termica ed elettrica low-carbon a costi contenuti.
Gli
SMR sono anche una potenziale risposta alla domanda del mondo industriale che
chiede energia termica ed elettrica low-carbon a costi contenuti per proteggere
o aumentare la propria competitività sui mercati internazionali.
Si
traduce in un vantaggio competitivo per i settori più esposti alla concorrenza
internazionale e ai costi delle emissioni.
Un altro aspetto che nella prospettiva della
strategia della Commissione europea può rappresentare una importante
opportunità riguarda il fatto che l’adozione degli SMR può rappresentare un
supporto importante allo sviluppo delle filiere europee dell’idrogeno verde o
delle tecnologie power-to-X, accelerando l’innovazione nei comparti ad alta
intensità energetica.
In
particolare gli SMR possono contribuire alla produzione di idrogeno low-carbon
portando stabilità ed efficienza alla più stabile ed efficiente la filiera
dell’idrogeno.
Quali
sono le azioni della Commissione per accelerare lo sviluppo degli SMR in Europa.
La
Commissione punta a sostenere il percorso verso la prima generazione di “SMR
operativi” già nei primi anni del 2030.
E il
piano prevede un approccio “fleet-based” con il quale favorire economie di
scala nella produzione e nell’implementazione dei reattori modulari, con misure
di accompagnamento e di rafforzamento della cooperazione tra industria e
autorità regolatorie.
Tra le
misure chiave figurano l’introduzione di standard industriali condivisi, la
semplificazione delle procedure amministrative su base europea e la creazione
di aree pilota denominate “SMR Valleys”, pensate come hub per testare
tecnologie e modelli organizzativi innovativi.
L’iniziativa
punta anche a promuovere percorsi comuni per l’omologazione dei progetti
attraverso strumenti come le revisioni regolatorie congiunte e i cosiddetti “regulatory
sandboxes” previsti dal Net-Zero Industry Act. Una speciale attenzione è poi
prevista per attuare forme di coinvolgimento del settore privato con incentivi
attraverso piattaforme collaborative e alleanze industriali dedicate.
Dentro
il Piano tra investimenti, cooperazione e creazione di una catena del valore
paneuropea.
Tradurre
in pratica un piano di questa portata, al di là della sfida sul piano politico
e sociale, implica un impegno straordinario in termini economici.
A questo proposito la nota della Commissione
fa esplicito riferimento al Piano Illustrativo Nucleare (PINC) secondo il quale
saranno necessari investimenti per oltre 240 miliardi di euro entro il 2050 da
destinare sia all’ammodernamento degli impianti esistenti sia alla
realizzazione delle nuove infrastrutture modulari.
Crisi
energetica SMR nucleare.
Una
catena del valore focalizzata su ricerca, formazione tecnica avanzata e
protezione della proprietà intellettuale.
Per
l’attuazione di questo piano la Commissione UE prevede la costruzione di una
catena del valore paneuropea competitiva pensata per concentrare un impegno
specifico e coordinato a livello paneuropeo su temi come la ricerca, la
formazione tecnica avanzata e la protezione della proprietà intellettuale.
I temi
chiave che rappresentano anche a tutti gli effetti i fattori abilitanti del
progetto riguardano prima di tutto la maturità tecnologica dei progetti –
ancora in fase dimostrativa – a cui si deve aggiungere l’allineamento normativo
tra i diversi Paesi membri e la capacità del settore pubblico-privato di
condividere sia i rischi finanziari collegati alla implementazione di queste
progettualità sia la expertise ingegneristica.
La
necessità strategica di un controllo – e dunque di una autonomia UE – sulle
tecnologie.
Sullo
sfondo resta centrale il tema dell’autonomia strategica europea:
pur
aprendosi al confronto internazionale su standard e best practice, la
Commissione sottolinea l’importanza di mantenere il controllo sulle tecnologie
strategiche per evitare che questa scelta, motivata anche dalla necessità di
liberarsi da ingombranti e pericolose dipendenze nelle forniture di
combustibili fossili non debba a sua volta far ricadere l’Europa in nuove e magari
diverse dipendenze critiche nelle filiere energetiche.
(Mauro
Bellini).
Un
antidoto alla propaganda
nucleare
del governo.
Greenreport.it
– (17 Marzo 2026) – Editoriale - Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio – ci
dicono:
In un
momento in cui il dibattito energetico italiano sembra intrappolato tra slogan
e falsi miti, che non cessano nemmeno davanti all’ennesima crisi petrolifera,
abbiamo cercato di fare una mappa delle questioni e dimostrare non solo
l’illusorietà del rilancio del nucleare ma anche che le rinnovabili sono una
alternativa credibile anche in Italia.
Nel
mondo occidentale la tecnologia nucleare è in declino da anni:
Stati
Uniti e Francia, i due grandi Paesi “nucleari” democratici, hanno visto
invecchiare il proprio parco reattori senza riuscire a produrre i nuovi
reattori di generazione III+ a costi sensati.
Questi,
infatti, si sono rivelati un disastro economico, con costi al kW che continuano
a salire invece di scendere.
Il caso più eclatante riguarda i reattori
francesi EPR:
ogni
nuovo impianto in costruzione vede salire i costi, nonostante sia sempre la
stessa tecnologia e, soprattutto, la stessa azienda EDF tra quelle con maggiore
esperienza nella cantieristica nucleare.
Il
governo punta sui piccoli reattori modulari, gli SMR.
Ad
oggi, va ricordato, non esiste ancora un solo prototipo industriale funzionante
nei Paesi occidentali.
Promettere
in Italia almeno 7,6 GW di questi reattori (20-25 di impianti da 300-400 MW
ciascuno) in un Paese che non ha ancora una strategia credibile sui rifiuti
nucleari va oltre qualunque senso minimo di realtà.
Peraltro
i futuribili SMR produrranno, a parità di energia prodotta, più rifiuti
nucleari rispetto agli impianti di maggior potenza e, come rivelano gli studi
effettuati, avrà un costo del kWh sicuramente superiore.
Il
governo giustifica il nucleare sostenendo che un sistema 100% rinnovabili
costerebbe 17 miliardi in più al 2050.
Una
cifra che suona elevata - ma che va considerata nell’arco di 25 anni - e che
comunque non è mai stata dimostrata da nessuno dei documenti resi disponibili
dalla piattaforma nucleare sostenibile.
Il “PNIEC” poggia quindi su un sostanziale
falso ideologico.
Nessun
investitore privato è interessato, il ministro “Pichetto Frattin” ha escluso
finanziamenti pubblici:
saranno
le singole aziende a realizzare gli SMR, dice.
Gli
unici fondi certi saranno quelli per la propaganda nucleare, finanziata coi
soldi dei cittadini.
Da
questo punto di vista il libro vuole essere un antidoto a questa propaganda -
basata sul nulla come si cerca di dimostrare.
Il
controcanto a questa opzione illusoria è dato dalla transizione verso le
rinnovabili, che è già in corso.
Il
solare è passato dall’1% dell’elettricità mondiale nel 2015 al 6,9% nel 2024 e
all’8,8% nella prima metà del 2025.
Gli
investimenti globali nella transizione energetica hanno toccato i 2,4 trilioni
di dollari nel 2024 (+20%).
I
veicoli elettrici raggiungeranno il 26% del mercato nel 2026. L’efficienza
energetica, l’elettrificazione, le pompe di calore e i sistemi di accumulo
stanno già riducendo i fossili molto più velocemente di quanto previsto.
Il
nucleare, invece, è sceso dal 17,6% al 9% della produzione elettrica mondiale.
Mentre
le rinnovabili sottraggono spazio al carbone (che ha già raggiunto o è vicino al
picco secondo l’ultimo World Energy Outlook dell’AIE), gli SMR si presentano come un
miraggio che fa solo perdere tempo e risorse.
Per
non parlare della fusione nucleare che viene venduta come di imminente
commercializzazione quando è ancora, e per molto tempo rimarrà, un oggetto di
ricerca.
Questa
situazione è determinata dalla “resistenza fossile” che ostacola
autorizzazioni, impone moratorie regionali e usa il nucleare come diversivo per
difendere il gas, ancora dominante nel mix elettrico.
Se
Terna parla di costi crescenti superato il 90% di rinnovabili, va ricordato che
i costi dei sistemi di accumulo vanno continuamente scendendo e che nel 2025 il
costo delle batterie industriali è sceso del 43% in un solo anno.
E che
si stanno sviluppando sistemi di accumulo di lunga durata (giorni, settimane,
mesi).
Un
sistema 100% rinnovabile è dunque tecnicamente fattibile e auspicabile, come
dimostra il documento del network “100% Rinnovabili” firmato da oltre cento
esperti, industriali e sindacalisti, network che vede gli autori tra i
promotori.
(Gianni
Silvestrini e Giuseppe Onufrio).
Quando
il Dissenso Diventa Colpa:
il
Caso Merz e la Trasformazione dell’UE.
Conoscenzealconfine.it
– (22 Marzo 2026) - Patrizio Ricci - Redazione – ci dice:
Il
contesto dello scontro: Budapest ha esercitato il proprio diritto di veto,
previsto dai Trattati per decisioni di particolare rilevanza.
Le
dichiarazioni del cancelliere tedesco “Friedrich Merz”, arrivano al termine di
un” Consiglio Europeo” segnato da uno stallo significativo.
Al
centro dello scontro vi è il blocco, da parte dell’Ungheria, di un pacchetto di
circa 90 miliardi di euro di prestiti destinati all’Ucraina, insieme
all’apertura di nuovi capitoli nei negoziati di adesione di Kiev all’Unione
Europea.
Budapest
ha esercitato il proprio diritto di veto, previsto dai Trattati per decisioni
di particolare rilevanza.
È in
questo contesto che “Merz” ha parlato di “atto di grave slealtà”, evocando
“conseguenze ben oltre questo singolo episodio” e lasciando intravedere la
possibilità di rimettere in discussione il principio dell’unanimità in favore
della maggioranza qualificata.
Parole
che non si limitano a fotografare una crisi politica contingente, ma che aprono
interrogativi più profondi sulla natura stessa dell’Unione Europea.
Una
Frattura Più Profonda.
Le
parole pronunciate dal cancelliere tedesco “Friedrich Merz” al termine del
Consiglio Europeo meritano una riflessione attenta, perché non si tratta soltanto di una
polemica contingente con l’Ungheria, ma di qualcosa di più profondo: una
tensione crescente tra la struttura originaria dell’Unione Europea e la sua
evoluzione politica attuale.
Definire
“atto di grave slealtà” la posizione di uno Stato membro che esercita un
diritto previsto dai Trattati significa, di fatto, mettere in discussione il
fondamento stesso dell’architettura europea.
L’unanimità
non è un incidente procedurale né un ostacolo burocratico: è una garanzia.
È
stata pensata proprio per le decisioni più sensibili, quelle che incidono sulla
sovranità, sugli equilibri geopolitici e sulla vita concreta dei cittadini
europei.
Il
Nodo Democratico.
Quando
“Merz” lascia intendere che questo meccanismo sia un problema da superare, si
apre un nodo politico cruciale.
Perché se la regola dell’unanimità viene
considerata illegittima nel momento in cui produce un esito sgradito, allora il
problema non è più procedurale, ma democratico.
Significa
che la legittimità non deriva più dal rispetto delle regole condivise, ma dalla
conformità al risultato atteso.
In
definitiva è come pretendere di cambiare le regole durante la partita. Ma qui
non siamo in un campo sportivo.
Qui si tratta di decisioni che riguardano
finanziamenti miliardari, equilibri di guerra e pace, e il futuro stesso
dell’Unione.
Il
passaggio implicito è inquietante:
se uno
Stato blocca, allora si cambia la regola per aggirarlo.
Questo
non è adattamento istituzionale; è un precedente.
Il
Dissenso Come Problema.
Il
caso specifico – il prestito all’Ucraina e l’apertura di nuovi capitoli
negoziali – si inserisce inoltre in un contesto già segnato da una crescente
militarizzazione del discorso europeo e da una progressiva compressione del
dissenso interno.
Che si condivida o meno la posizione di “Viktor
Orbán”, il punto non è il merito della decisione, ma il diritto di opporsi.
Senza
questo diritto, l’Unione perde la sua natura di comunità di Stati sovrani e si
trasforma in un sistema gerarchico.
Colpisce,
nelle parole di “Merz”, anche il riferimento a “conseguenze ben oltre questo
singolo episodio”.
È una frase che suona come un avvertimento
politico più che come una constatazione.
E pone
una domanda inevitabile: quali conseguenze?
Pressioni
finanziarie? Isolamento politico?
Ridefinizione delle regole per marginalizzare
i dissenzienti?
Una
Trasformazione Silenziosa.
Se
così fosse, saremmo di fronte a una mutazione significativa dell’Unione
Europea, da
spazio di mediazione tra interessi nazionali a struttura in cui il consenso
viene progressivamente sostituito dall’allineamento.
I
“padri fondatori” (facevano meglio a non fidarla affatto – nota di conoscenze al
confine),
nel secondo dopoguerra, avevano in mente un progetto essenziale: evitare che
l’Europa tornasse a essere teatro di conflitti distruttivi.
La logica dell’unanimità, per quanto
imperfetta, rispondeva proprio a questa esigenza:
nessuna
decisione cruciale senza il consenso di tutti.
Era un freno, sì, ma un freno voluto, perché
la storia europea aveva dimostrato cosa accade quando le decisioni vengono
imposte.
Il
Bivio Europeo.
Oggi
sembra emergere una visione diversa:
più efficiente, più rapida, ma anche più
incline a considerare il dissenso come un’anomalia da correggere.
In questo senso, le parole di Merz non sono un
semplice sfogo politico, ma il sintomo di una trasformazione.
La vera questione, allora, non è
l’Ungheria.
È
capire se l’Unione Europea intenda restare fedele ai propri principi fondativi
oppure imboccare una strada in cui la legittimità deriva dalla forza dei numeri
– o peggio, dal peso politico di alcuni Stati – più che dal rispetto delle
regole condivise.
Perché
nel momento in cui il diritto di veto viene dipinto come slealtà, il rischio
non è solo uno scontro istituzionale.
È
l’erosione silenziosa di quel fragile equilibrio che, per decenni, ha garantito
all’Europa qualcosa di sempre più raro nel mondo contemporaneo: la pace.
(Patrizio
Ricci).
(vietatoparlare.it/quando-il-dissenso-diventa-colpa-il-caso-merz-e-la-trasformazione-dellue/).
Iran,
il cambio di rotta di Trump:
la
mediazione dell'intelligence
egiziana
per il cessate il fuoco.
Ma Teheran teme una «trappola»
Msn.com
– Il messaggero - Storia di Redazione Web – ci dice:
Come
mai Donald Trump ha frenato (all'improvviso) sugli attacchi all'Iran?
Cosa
c'è dietro.
Una
serie di incontri a porte chiuse fra i ministri degli esteri di Egitto,
Turchia, Arabia Saudita e Pakistan a Riad ha aperto la strada al «cambio di
rotta» di Trump sull'Iran.
L'intelligence egiziana - riporta il Wall
Street Journal - è riuscita ad aprire la scorsa settimana un canale di
comunicazione con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie e avanzare una proposta
per una sospensione delle ostilità di cinque giorni nel tentativo creare le
premesse per un cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti hanno aperto alla via
diplomatica in seguito agli sforzi degli intermediari e Trump ha annunciato che
le trattative erano in corso.
Lo
scetticismo.
Nonostante
questo, fra i mediatori arabi c'è scetticismo sulla possibilità che un'intesa
possa essere raggiunta a breve fra Washington e Teheran visto che le posizioni
sono ancora molto distanti.
Come
condizione per mettere fine alla guerra, l'Iran ha chiesto che Stati Uniti e
Israele si impegnino a non sferrare futuri attacchi.
Teheran chiede anche un risarcimento per i
danni subiti durante il conflitto.
Nel
corso delle trattative dei giorni scorsi, particolare attenzione è stata dedicata
alla riapertura dello Stretto di Hormuz con la richiesta che sia supervisionato
da un comitato neutrale.
L'Iran però ha chiesto di essere pagato per il
transito delle navi, così come l'Egitto fa per il Canale di Suez.
Un'idea
a cui l'Arabia Saudita si è opposta non essendo intenzionata a concedere a
Teheran la leva maggiore nelle operazioni nello Stretto.
Iran,
il cambio di rotta di Trump:
la
mediazione dell'intelligence egiziana per il cessate il fuoco. Ma Teheran teme
una «trappola».
Le pressioni
saudite.
Il principe saudita “Mohammed bin Salman” sta facendo
pressione su Trump affinché prosegua la guerra contro l'Iran che, a suo avviso,
è un'«opportunità storica» per rifondare il Medio Oriente.
Lo
riporta il “New York Times “citando alcune fonti, secondo le quali nell'ultima
settimana “bin Salman” ha fatto capire a Trump che dovrebbe spingere per la
distruzione del governo iraniano.
Per
l'Arabia Saudita, l'Iran è una minaccia di lungo termine per il Golfo che può
essere eliminata solo rimuovendo il suo governo.
La
trappola.
L'Iran
teme che le trattative per mettere fine al conflitto possano essere una
trappola e puntare a uccidere “Mohammad-Bagher Ghalib”, il presidente del
parlamento iraniano.
Lo
riporta il “Wall Street Journal” citando alcune fonti, secondo le quali
l'annuncio di Donald Trump di sospendere gli attacchi alle infrastrutture
energetiche sia solo un tentativo di far calare i prezzi del petrolio prima di
riprendere i raid.
Iran,
il cambio di rotta di Trump: la mediazione dell'intelligence egiziana per il
cessate il fuoco. Ma Teheran teme una «trappola».
I
negoziati.
Il primo ministro pakistano “Sheehan Sharif”
ha dichiarato che Islamabad è disposta ad ospitare i negoziati per porre fine
alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, dopo le crescenti speculazioni sul
fatto che il Paese possa fungere da mediatore.
«Il Pakistan accoglie con favore e sostiene pienamente
gli sforzi in corso per perseguire il dialogo volto a porre fine alla guerra in
Medio Oriente, nell'interesse della pace e della stabilità nella regione e
oltre», ha scritto su X.
«Previo
consenso degli Usa e dell'Iran, il Pakistan è pronto e onorato di ospitare i
colloqui».
L'India.
Il
premier indiano “Narendra Modi” ha reso noto di aver ricevuto una telefonata da
Trump, con il quale ha «avuto un proficuo scambio di opinioni sulla situazione
in Asia occidentale».
«L'India sostiene l’allentamento delle
tensioni e il ripristino della pace nel più breve tempo possibile - ha scritto
Modi su “X “- Garantire che lo “Stretto di Hormuz” rimanga aperto, sicuro e
accessibile è fondamentale per il mondo intero.
Abbiamo
concordato di rimanere in contatto riguardo agli sforzi volti a promuovere la
pace e la stabilità".
La
chimera italiana dell’
eterno
ritorno nucleare.
Greenreport.it
- Oreste Patrone – (23 Marzo 2026) - Nuove energie – ci dice:
Costi
elevati, tempi incerti, diffidenza sociale:
mentre il Governo prova a riportare l’energia
dall’atomo al centro del dibattito politico, la realtà del Paese guarda da
tutt’altra parte.
Con
l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri dello schema di Ddl sul
cosiddetto “nucleare sostenibile”, il nucleare rientra ufficialmente nel
perimetro delle politiche energetiche nazionali.
Il provvedimento si muove in una direzione
chiara – decarbonizzazione, sicurezza energetica, autonomia strategica – ma lo
fa proiettando queste ambizioni su un terreno tutto da ricostruire.
Dell’ambizioso
programma nucleare nazionale, che portò l’Italia a essere tra i primi Paesi al
mondo per potenza installata, oggi non rimane infatti che il ricordo.
Eppure, il nucleare continua a riaffiorare nel
dibattito pubblico, come se non si rassegnasse a essere un capitolo chiuso
della nostra storia.
Gli ostacoli a un nuovo programma restano,
tuttavia, significativi.
Secondo
una recente analisi di “Luciano Lavecchia” e “Alessandra Pasquini” per
Bankitalia, la reintroduzione del nucleare non avrebbe effetti significativi
sulla riduzione dei prezzi dell’energia elettrica.
Sul
fronte della dipendenza energetica, la riduzione delle importazioni di
idrocarburi verrebbe compensata da una maggiore importazione di tecnologie e
combustibili nucleari.
Inoltre,
il nucleare non è affatto marginale dal punto di vista climatico. Le emissioni
durante il ciclo vita sono basse e la produzione avviene senza rilascio diretto
di CO₂, ma il punto riguarda i tempi con cui questo può tradursi in effetti
reali.
La costruzione di centrali è caratterizzata
infatti da un’elevata incertezza sui costi e sui tempi.
I grandi progetti recenti mostrano ritardi
sistematici e incrementi rispetto alle stime iniziali, legati non solo alla
complessità tecnologica, ma anche alla gestione dei cantieri, alla regolazione
e alla natura stessa di infrastrutture così complesse.
Progetti
europei come “Flamanville” o “Olkiluoto” hanno registrato ritardi di oltre un
decennio e costi moltiplicati rispetto alle previsioni iniziali.
Anche nei contesti più avanzati, la
costruzione di nuovi reattori resta un’operazione lunga, incerta e fortemente
esposta al rischio finanziario.
Negli
ultimi anni, una parte del dibattito si è concentrata sui cosiddetti “Small
modular reactors” (Smr), presentati come una possibile soluzione a questi
problemi.
Tuttavia,
le evidenze disponibili suggeriscono che i pochi progetti realizzati o avviati
mostrano dinamiche molto simili a quelle delle centrali tradizionali, con costi
in aumento e ritardi significativi.
Il
nucleare si basa su grandi impianti centralizzati, progettati per funzionare
per decenni.
Le
rinnovabili, al contrario, si sviluppano attraverso una molteplicità di
installazioni distribuite, più rapide da realizzare e più flessibili
nell’adattarsi alla domanda.
Questa
differenza diventa ancora più evidente se si guarda alle dinamiche recenti del
sistema energetico globale.
Infine,
un elemento decisivo riguarda il fattore sociale.
Il nucleare richiede livelli molto elevati di fiducia
nelle istituzioni, nella regolazione e nella capacità di gestire rischi
complessi nel lungo periodo. Non è un caso che lo stesso disegno di legge
individui tra le principali criticità proprio la diffidenza delle comunità
locali verso la realizzazione degli impianti.
Se, da
un lato, il nucleare offre la promessa di produrre grandi quantità di energia
elettrica a basse emissioni, dall’altro, ogni volta che si entra nel merito
emergono gli stessi nodi che accompagnano questa tecnologia da decenni.
Forse
è per questo che il nucleare continua a comparire nel dibattito nazionale come
una presenza intermittente.
(Oreste
Patrone).
Nucleare:
la (finta) conversione
di Von
der Leyen sulla via di Parigi.
Rivistaenergia.it - Domenicantonio De Giorgio
– (24 Marzo 2026) – ci dice:
A
Parigi, Ursula von der Leyen ha pubblicamente confessato che ridurre la
capacità nucleare dell’Europa è stato “un errore strategico”, ma la redenzione resta solo a parole, l’apparato
normativo verde – Tassonomia, green bond, “Sfdr” – rimane intatto e pienamente
operativo.
“Nel
1990, un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare.
Oggi è
solo circa il 15%. Questa riduzione della quota del nucleare è stata una
scelta.
E, col senno di poi, è stato un errore
strategico.”
È
quanto ha pubblicamente confessato Ursula von der Leyen al “Vertice
sull’energia nucleare dell’Aiea”, tenutosi a Parigi il 10 marzo 2026.
Il
problema è che l’apparato normativo costruito durante gli anni del
fondamentalismo verde – la Tassonomia Ue, lo standard europeo per i green bond,
la “Sustainable
finance disclosure regulation” (Sfdr) – rimane intatto e pienamente
operativo, sancendo nella legge una visione del mondo che il suo stesso
architetto ora rinnega, ma solo a parole, davanti ai microfoni.
Oggi,
sull’onda della crisi iraniana e del nuovo aumento dei prezzi del gas,
riscoprire il pragmatismo è facile.
Ma il danno è fatto e le sue radici sono più
profonde di quanto qualsiasi vertice parigino possa sanare.
Uscire
dal nucleare: una consapevole e scellerata scelta politica.
Von
der Leyen ha dichiarato a Parigi ciò che chiunque abbia seguito con onestà
intellettuale la politica energetica sapeva già da anni:
ridurre la quota del nucleare nella produzione
di energia elettrica europea da un terzo negli anni ‘90 ad appena il 15% di
oggi non è stato il risultato neutro delle forze di mercato, ma una “scelta” –
termine da lei stessa utilizzato – guidata da motivazioni politiche e
ideologiche, aggiungiamo noi.
Una
scelta che ha lasciato l’Europa “completamente dipendente dalle importazioni di
combustibili fossili costosi e volatili”, ponendola in una “posizione di
svantaggio strutturale” rispetto ad altre regioni.
La
diagnosi è corretta, il problema è chi l’ha data:
la stessa von der Leyen era ministro nel
governo Merkel quando, nel 2011, sull’onda dell’emotività post-Fukushima – un
incidente che non ha causato alcun decesso per radiazioni in Germania – è stata
data una decisiva accelerazione all’”Atomausstieg”, la progressiva chiusura del
parco nucleare tedesco.
Un parco invidiato a livello mondiale: sicuro,
maturo e completamente decarbonizzato.
L’ambiguo
mea culpa tedesco.
Il
cancelliere tedesco “Friedrich Merz”, membro della Cdu come von der Leyen, ha
usato lo stesso linguaggio nel gennaio 2026 con riferimento al “phase out
nucleare”: “un grave errore strategico”.
Eppure, la Germania era vistosamente assente
dalle 40 nazioni presenti al vertice dell’Aiea a Parigi.
Un’assenza
eloquente.
Il ministro dell’Ambiente tedesco, “Carsten
Schneider”, ha liquidato la posizione della von der Leyen come una “strategia
retrospettiva”, riaffermando la supremazia dell’eolico e del solare.
La
liturgia verde continua, anche se il tempio sta bruciando.
Per
comprendere la profondità del problema, occorre andare alla radice: la” EU
Taxonomy for Sustainable Finance” (Regolamento Ue 2020/852). Nata con la
lodevole ambizione di definire scientificamente cosa sia “verde”, è diventata –
nel modo in cui è stata costruita, applicata e difesa – qualcosa di molto
diverso:
un
sistema di classificazione di dogmatica rigidità.
Il
comitato tecnico della Tassonomia (poi diventato la Piattaforma sulla finanza
sostenibile) ha operato con l’assoluta certezza di chi possiede la verità
rivelata.
Chiunque
fosse al di fuori del canone – in primis, nucleare e gas – era semplicemente
eretico, indipendentemente da ciò che avevano da dire la fisica, l’IPCC o
l’Agenzia internazionale per l’energia.
L’energia
nucleare, fonte di energia a basse emissioni di carbonio per eccellenza, con
emissioni durante il ciclo di vita paragonabili a quelle eoliche e inferiori a
quelle solari, è rimasta esclusa dalla categoria “verde” del primo atto
delegato sul clima (gennaio 2022).
Non
per ragioni scientifiche – l’IPCC la include esplicitamente tra le tecnologie
di decarbonizzazione – ma per ragioni di equilibrio politico all’interno
dell’Ue, con Austria, Germania e Lussemburgo che hanno svolto il ruolo di
cardinali conservatori in un conclave in cui la fisica non aveva diritto di
voto.
Un
atto di mascherato pragmatismo.
Il 2 febbraio
2022, tre settimane prima dell’invasione russa dell’Ucraina, mentre i carri
armati si ammassavano al confine, la Commissione europea ha adottato l’atto
delegato complementare sul clima (CCDA). Per la prima volta, il nucleare e il
gas sono stati inclusi nella Tassonomia.
L’Europa si è affrettata a presentare la
misura come un atto di pragmatismo.
In
realtà, si è trattato di una mezza misura mascherata da compromesso.
La
distinzione è fondamentale, ma è stata deliberatamente oscurata nel dibattito
pubblico:
il
nucleare e il gas non entrano nella Tassonomia come “attività verdi”, ma come
“attività di transizione” ai sensi dell’articolo 10, paragrafo 2, del
regolamento.
Ovvero, sono tollerati temporaneamente.
Le
condizioni imposte al nucleare per l’allineamento alla Tassonomia formano un
labirinto burocratico:
adozione
di combustibili tolleranti agli incidenti (ATF) entro il 2025, pianificazione
dettagliata dello smaltimento dei rifiuti con approvazione normativa entro il
2050, piena conformità alle direttive EURATOM.
Per il
gas, la qualifica scade nel 2035 e richiede una transizione obbligatoria verso
gas a basse emissioni di carbonio.
Un
danno strutturale, irreversibile nel breve termine.
Nessuna
delle due fonti può fregiarsi dell’etichetta verde.
Sono
tollerate. Provvisoriamente.
Questo
non è pragmatismo. La conversione è apparente.
L’architettura
normativa sottostante rimane intatta, insieme a tutte le sue conseguenze per i
mercati dei capitali.
È qui
che il danno diventa strutturale, irreversibile nel breve termine e devastante
per le prospettive di finanziamento del nucleare europeo.
I “green
bond” sono lo strumento cardine attraverso il quale il capitale privato viene
indirizzato verso la transizione energetica.
Il
mercato globale dei green bond ha superato i mille miliardi di dollari di
emissioni annuali.
In
Europa, il quadro più ambizioso è lo standard Ue per i green bond (EUGBS)
(regolamento Ue 2023/2631, in vigore dal 20 dicembre 2023 e applicabile dal 21
dicembre 2024).
Il
principio è semplice e letale per il nucleare:
il 100% dei proventi di qualsiasi obbligazione
che porta l’etichetta “European Green Bond” deve essere investito in attività
allineate alla Tassonomia.
Poiché
il nucleare rientra nella Tassonomia solo come attività di transizione, il
perimetro di ammissibilità per un EUGB che incorpora il nucleare è estremamente
ristretto.
Ma c’è
di più.
Il
mercato privato dei green bond, dominato dai principi dell’”International
capital market association” (ICMA) e dagli standard della” Climate Bonds
Initiative” (Cbi).
Quest’ultimo,
in particolare, è ancora più restrittivo escludendo esplicitamente il gas
fossile non abbattuto dalla sua Tassonomia e mantiene posizioni critiche
sull’inclusione del nucleare.
Il suo
“Green Bond Database£, ampiamente utilizzato dagli investitori istituzionali
per costruire indici ESQ, esclude i progetti legati al gas fossile non
abbattuto.
All’atto
pratico, un operatore che cerchi di raccogliere finanziamenti tramite green
bond per una nuova centrale nucleare in Europa si troverà di fronte a una
giungla normativa, a un sistema di rating ESQ ostile e a un universo di
investitori istituzionali che hanno incorporato esclusioni settoriali nelle
loro politiche di investimento.
Esclusioni
che sono estremamente difficili da rimuovere nel breve termine.
Una
profezia che si autoavvera.
Non si
tratta di mera burocrazia:
è una
profezia che si autoavvera.
Se non
è possibile finanziare il nucleare con capitali verdi – e i capitali verdi sono
diventati la principale fonte di finanziamento per le infrastrutture
energetiche – allora il nucleare non viene sviluppato.
La
Germania è il caso di studio definitivo e il più istruttivo, perché ha portato
questa logica alle sue estreme conseguenze.
L’”Energie wende” ha deliberatamente smantellato un
parco nucleare di livello mondiale, costruito decine di gigawatt di energia
eolica e solare finendo per bruciare più carbone dell’Italia, pagando alcuni
dei prezzi dell’elettricità industriale più alti d’Europa e dipendendo dal gas
russo per l’energia di base.
Nel
2010, secondo i dati del “Fraunhofer ISE, le centrali nucleari tedesche hanno
generato circa 140 TWh, quasi un quarto della produzione totale.
Entro
il 2024, l’ultimo reattore è stato chiuso e in molti casi fisicamente demolito,
rendendo il processo di fatto irreversibile.
Nucleare
von der leyen.
Tra il
2019 e il 2025, la produzione netta di elettricità in Germania è crollata del
28%.
I prezzi dell’elettricità industriale, un
fattore critico per la competitività manifatturiera, sono più che raddoppiati
rispetto alla media del 2010.
L’impietoso
confronto con il Texas.
Tutto
questo mentre il Texas ha raggiunto il 30% di energia eolica e solare nel suo
mix elettrico senza destabilizzare la rete e ha registrato aumenti di prezzo di
circa il 12% in un decennio.
La
differenza non è geografica: è metodologica.
È la differenza tra aggiungere e sottrarre.
Chi aggiunge ottiene resilienza, chi sottrae ottiene vulnerabilità.
Il
confronto con il Texas (si veda il mio articolo Texas: un modello per la transizione
energetica europea su “RivistaEnergia.it”) non è nostalgia per i combustibili
fossili, né una negazione del cambiamento climatico, ma un mix energetico meno
“ideologicamente corretto” e molto più pragmatico.
È la dimostrazione empirica che la transizione
energetica funziona quando è guidata dalla fisica e dall’economia, non
dall’ideologia.
L’Europa
ha fatto esattamente il contrario:
ha
eliminato le fonti di energia di base prima che fossero disponibili alternative
adeguate, creando una fragilità sistemica, poi ha cercato di colmare le lacune
con GNL importato a prezzi di mercato mondiali, gas russo e, quando ciò non è
stato sufficiente, carbone.
Si
veda il caso dell’inverno 2024-2025 quando i livelli di stoccaggio del gas sono
diminuiti del 66% nonostante le temperature miti e la domanda industriale
depressa (per
approfondire si rimanda a Mercato, concorrenza, regole per una versione estesa
e a RivistaEnergia.it per una versione breve).
Il
ruolo della finanza ESQ.
Non è
possibile comprendere la profondità del problema senza analizzare il ruolo
della finanza ESQ.
Quando
i criteri ambientali, sociali e di governance hanno iniziato a infiltrarsi
negli indici azionari globali, il meccanismo ideologico ha acquisito una
portata sistemica.
Non era più solo una questione di politica
energetica: era diventata una questione di accesso al capitale.
Un’azienda
nucleare che ottiene un punteggio EDQ basso perché gestisce scorie radioattive
deve affrontare un costo del capitale più elevato, l’esclusione dai fondi
pensione, dalla finanza d’impatto e dai green bond.
Questa
è la vera “tassa” sull’energia nucleare che nessun legislatore ha mai votato
esplicitamente, ma che è stata imposta attraverso l’architettura finanziaria.
È più
efficace di qualsiasi divieto formale, perché agisce sui flussi di cassa
piuttosto che sulle normative.
Lo
standard europeo per i green bond, nella sua forma attuale, consolida questa
struttura.
Legando
il 100% dei proventi delle obbligazioni all’allineamento alla Tassonomia e
mantenendo il nucleare in una categoria di transizione gravata da condizioni
quasi proibitive, l’EUGBS codifica nell’architettura finanziaria europea la
gerarchia di valori del fondamentalismo verde.
Ora
von der Leyen promette 200 milioni di euro in garanzie per tecnologie nucleari
innovative, finanziate attraverso il sistema ETS.
Una
cifra simbolica, lodevole nella direzione, ma che non intacca l’architettura
sottostante.
EDF ha
bisogno di decine di miliardi per i nuovi EPR.
Il
Regno Unito spenderà 30 miliardi solo per Hinkley Point C.
Duecento milioni di euro di garanzie europee
non cambiano l’equazione del finanziamento nucleare fintanto che lo standard
dei green bond rimane quello attuale.
Parole
al vento.
La
conversione nucleare della Von der Leyen è strutturalmente incompleta.
Riconoscere l’errore a parole senza modificare
le architetture normative che lo hanno prodotto è una forma sofisticata di
ipocrisia istituzionale.
La
costruzione di nuovi reattori nucleari richiede dai dieci ai quindici anni in
condizioni ottimali.
La
Germania ha fisicamente demolito i suoi impianti, rendendo impossibile
qualsiasi inversione di rotta nel breve termine.
Il cancelliere Merz parla di un «errore
madornale», ma non ha avviato un nuovo programma nucleare.
Nel
frattempo, la crisi con l’Iran – che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e
riattivato lo spettro dello shock energetico del 2022 – ha semplicemente
accelerato la narrazione, senza modificare la sostanza normativa.
I green bond rimangono tali e quali.
La
Tassonomia rimane tale e quale.
Il
nucleare rimane “transitorio”.
Il gas
mantiene la scadenza del 2035.
L’architettura
della fede è intatta. Solo il sermone è cambiato.
Per
decenni, l’Europa ha scelto di gestire la complessità energetica attraverso una
semplificazione ideologica.
La
lezione non è che le energie rinnovabili siano sbagliate:
è che
la loro integrazione richiede un sistema robusto e dispacciabile, e l’energia
nucleare – stabile, a basse emissioni di carbonio, ad alta densità energetica –
è la fonte più naturale per questo ruolo.
Ciò
che serve è una riforma strutturale dell’architettura normativa europea in
materia di finanza sostenibile:
il
nucleare deve entrare nello standard Ue per i green bond senza condizioni
proibitive;
la
Tassonomia deve riconoscerlo come un’attività pienamente verde, alla luce di
quanto affermato da anni dall’IPCC e dall’AIE; i criteri ESQ incorporati negli
indici finanziari devono essere riscritti sulla base di prove scientifiche, non
di pressioni ideologiche.
Fino a
quando ciò non accadrà, la conversione nucleare della von der Leyen rimarrà ciò
che è: un mero discorso pronunciato a Parigi davanti alle telecamere.
Crisi
petrolifera e ritorno al nucleare:
l'Europa
scommette sui mini reattori modulari
Edunews24.it
– (24 -03 – 2026) – Matteo Ciccarelli – Redazione – ci dice:
La
crisi dello stretto di Hormuz rilancia il nucleare in Europa. Bruxelles stanzia
200 milioni per i reattori modulari SMR, con l'Italia pronta a rientrare nel
settore.
Sommario.
Lo
stretto di Hormuz e il risveglio nucleare europeo.
La
strategia di Bruxelles: 200 milioni per il nucleare innovativo.
Cosa
sono i reattori modulari SMR e come funzionano.
Rischi
e criticità: il nodo sicurezza e scorie.
La
mappa europea: chi investe e quanto.
L'Italia
torna in gioco: la posizione del governo.
Le
reazioni: entusiasmo industriale e resistenze ambientaliste.
Alternative
percorribili e scenario futuro.
Domande
frequenti.
Lo
stretto di Hormuz e il risveglio nucleare europeo.
Il
blocco dello stretto di Hormuz ha fatto quello che anni di dibattiti
parlamentari non erano riusciti a ottenere:
rimettere
il nucleare al centro dell'agenda politica europea.
La crisi dell'approvvigionamento petrolifero
dal Medio Oriente, aggravata dal conflitto in Iran, ha esposto con brutalità la
dipendenza strutturale dell'Unione dai combustibili fossili.
Gas e
petrolio restano pilastri del mix energetico continentale, nonostante i
progressi compiuti sulle rinnovabili negli ultimi dieci anni. Le importazioni di greggio via mare,
concentrate in pochi colli di bottiglia geografici, si sono rivelate un tallone
d'Achille strategico.
Ora i
decisori politici e l'industria si ritrovano costretti a ragionare su una fonte
di base affidabile, indipendente dalle rotte marittime e dalle tensioni
geopolitiche che ciclicamente le attraversano.
Il nucleare, a lungo relegato ai margini del
dibattito europeo dopo i disastri di Chernobyl e Fukushima, torna
prepotentemente sotto i riflettori.
Non si
tratta di nostalgia tecnologica.
È una
risposta pragmatica a una vulnerabilità che la crisi ha reso impossibile da
ignorare.
L'Europa
cerca sicurezza energetica, e la cerca in fretta.
La
strategia di Bruxelles: 200 milioni per il nucleare innovativo.
La
risposta della Commissione europea è arrivata con una strategia approvata dal
collegio dei Commissari durante il secondo “World Summit on Nuclear Energy” di
Parigi.
Nei prossimi due anni, Bruxelles potrà
mobilitare fino a 200 milioni di euro dall'”Emissions Trading System” (ETS) per finanziare lo sviluppo di
tecnologie nucleari innovative.
I fondi, destinati a sopperire temporaneamente
al programma “Invest EU”, copriranno progetti di ricerca sul nucleare avanzato
e lo sviluppo dei cosiddetti reattori modulari di piccola taglia (SMR).
La
presidente Ursula von der Leyen ha delineato una tabella di marcia ambiziosa:
dopo
l'autorizzazione sul design, servirebbero tra i tre e i quattro anni per
completare i primi impianti.
Tradotto
in termini concreti, entro il 2030 l'Europa potrebbe vedere i suoi primi
reattori di nuova generazione operativi.
La strategia prevede anche la creazione di un
quadro normativo armonizzato per accelerare le procedure di licenza, oggi
frammentate tra i singoli Stati membri.
L'obiettivo
dichiarato è duplice: garantire la sicurezza energetica del continente e
rispettare gli impegni climatici al 2050.
Cosa
sono i reattori modulari SMR e come funzionano.
I
reattori modulari SMR, acronimo di “Small Modular Reactors”, rappresentano un
cambio di paradigma rispetto alle centrali nucleari tradizionali.
Sono
impianti compatti, con una potenza generalmente inferiore ai 300 megawatt,
progettati per essere costruiti in fabbrica e assemblati direttamente in loco.
La
strategia europea distingue diverse categorie:
Impianti
ad acqua leggera, evoluzione diretta della tecnologia esistente.
Reattori
avanzati di Quarta Generazione, che impiegano refrigeranti come metallo
liquido, sale fuso o gas ad alta temperatura.
Micro reattori
capaci di produrre meno di 10 megawatt, con cicli di rifornimento lunghi fino a
vent'anni
Proprio
la modularità è il punto di forza:
componenti standardizzati, tempi di
costruzione ridotti, costi iniziali più contenuti rispetto ai mega-impianti e
possibilità di trasporto su mezzi convenzionali.
Un
approccio industriale che punta sulla serialità produttiva, replicando il
modello che ha rivoluzionato altri settori manifatturieri.
A
differenza delle grandi centrali, gli SMR possono essere installati in aree più
piccole, vicino ai centri di consumo, riducendo le perdite di trasmissione
lungo la rete elettrica.
Rischi
e criticità: il nodo sicurezza e scorie.
Nessuna
tecnologia è priva di ombre, e gli SMR non fanno eccezione.
Il primo interrogativo riguarda le scorie
radioattive: anche i “reattori modulari” producono rifiuti nucleari che
richiedono stoccaggio sicuro per migliaia di anni.
Alcuni
studi suggeriscono che i reattori di quarta generazione potrebbero ridurre
significativamente il volume dei rifiuti, ma la questione resta aperta e
politicamente esplosiva.
C'è poi il tema della proliferazione nucleare:
la diffusione capillare di piccoli impianti
moltiplica i siti da sorvegliare e complica il lavoro delle agenzie di
controllo internazionali.
Sul
piano economico, i critici sottolineano un dato incontrovertibile: nessun SMR è
ancora operativo su scala commerciale in Europa, e i costi reali potrebbero
lievitare rispetto alle stime iniziali.
La
storia del nucleare europeo insegna prudenza.
I ritardi di Flamanville in Francia, dove il
reattore EPR ha accumulato oltre un decennio di slittamenti, e quelli di
Olkiluoto in Finlandia dimostrano che le previsioni ottimistiche vanno sempre
prese con cautela.
Il rischio concreto è promettere energia a
basso costo e consegnarla a prezzi ben diversi.
La
mappa europea: chi investe e quanto.
L'entusiasmo
per il nucleare attraversa il continente in modo disomogeneo ma crescente.
La
Francia guida la classifica con il 45% della produzione nucleare europea e un
piano ambizioso per la costruzione di nuovi impianti EPR2.
La
Polonia ha stanziato 150 miliardi di euro entro il 2040, avviando il progetto
della prima centrale a “Lubiatowo-Kopalino” con consegna prevista nel 2033, una
scelta storica per un Paese che non ha mai avuto reattori commerciali.
In Belgio, alcuni impianti resteranno attivi
fino al 2045 per garantire la sicurezza energetica, ribaltando la precedente
decisione di uscita dal nucleare.
Ungheria,
Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania pianificano nuovi reattori, con progetti a
diversi stadi di avanzamento.
La Finlandia ospita già “Olkiluoto 3”,
reattore di terza generazione da 1.600 megawatt, il più potente del Vecchio
Continente.
Una
coalizione di oltre 14 Paesi chiede investimenti su larga scala, inclusi gli
SMR.
Svezia,
Slovenia e Paesi Bassi completano il quadro degli Stati interessati a questa
nuova stagione atomica.
L'Italia
torna in gioco: la posizione del governo.
Tra i
firmatari della coalizione nucleare europea figura anche l'Italia, che dopo i
referendum del 1987 e del 2011 sembrava aver chiuso definitivamente con
l'atomo.
Il
ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, “Gilberto Pichetto Fratin”,
al vertice di Parigi ha dichiarato che Roma sta "affrontando con realismo
e responsabilità la possibilità di reintrodurre la produzione di energia
nucleare nel proprio mix energetico".
Una
svolta significativa per un Paese che ha smantellato le proprie centrali e
disperso gran parte delle competenze industriali nel settore.
Il
titolare del “Masse” ha poi annunciato l'adesione italiana all'impegno di
triplicare la capacità nucleare globale, aggiungendo che in un sistema sempre
più elettrificato il nucleare può contribuire alla decarbonizzazione, alla
stabilità della rete e alla sicurezza degli approvvigionamenti.
L'Italia
è inoltre tra i promotori del primo progetto nucleare comune europeo, insieme a
Francia e Romania. Resta da capire come il governo intenda gestire l'opinione
pubblica, storicamente contraria, e dove localizzare eventuali impianti.
Le
reazioni: entusiasmo industriale e resistenze ambientaliste.
Le
reazioni alla svolta nucleare europea sono nettamente polarizzate.
Il
settore industriale accoglie con favore la prospettiva di un'energia di base
stabile e programmabile, indispensabile per alimentare processi produttivi ad
alta intensità energetica e i futuri data center dell'intelligenza artificiale,
il cui fabbisogno elettrico cresce a ritmi vertiginosi.
Diverse
aziende europee, tra cui la francese EDF e numerose startup tecnologiche, si
posizionano già nella filiera degli SMR, fiutando un mercato potenzialmente
miliardario.
Sul
fronte opposto, le organizzazioni ambientaliste denunciano una distrazione
pericolosa dalle rinnovabili.
Greenpeace e altre ONG sostengono che i
miliardi destinati al nucleare andrebbero investiti in eolico, solare e sistemi
di accumulo, tecnologie già mature e prive di rischi legati alle scorie.
"Ogni euro speso per il nucleare è un
euro sottratto alla transizione verde", sintetizzano i critici.
Anche parte del mondo politico resta scettica,
temendo che i tempi lunghi del nucleare, storicamente sottostimati, non
rispondano all'urgenza della crisi climatica.
Il dibattito è destinato a intensificarsi nei
prossimi mesi.
Alternative
percorribili e scenario futuro.
Il
nucleare modulare non è l'unica carta sul tavolo.
L'eolico offshore, il solare con sistemi di accumulo a
batteria e l'idrogeno verde rappresentano alternative concrete per ridurre la
dipendenza dai fossili.
La
stessa Commissione europea continua a finanziare massicciamente le rinnovabili,
che nel 2025 hanno superato per la prima volta il 40% della produzione
elettrica continentale, un traguardo impensabile solo un decennio fa.
Il
punto, però, è che sole e vento sono fonti intermittenti: senza una base
programmabile, la rete rischia instabilità nei picchi di domanda invernali e
nelle ore notturne.
È qui
che il nucleare, tradizionale o modulare, trova la sua ragion d'essere nel mix
energetico del futuro.
Lo
scenario più probabile è un sistema diversificato, dove SMR e rinnovabili
coesistono in un equilibrio pragmatico piuttosto che ideologico.
La
crisi del Medio Oriente ha reso evidente una lezione semplice ma troppo a lungo
trascurata: affidarsi a un'unica fonte o a un'unica rotta di approvvigionamento
è un lusso che l'Europa non può più permettersi. La partita si giocherà nei
prossimi cinque anni, tra promesse tecnologiche e realtà industriali.
Domande
frequenti:
Cosa
sono i reattori modulari SMR e quali vantaggi offrono rispetto alle centrali
nucleari tradizionali?
I
reattori modulari SMR (Small Modular Reactors) sono impianti nucleari compatti,
generalmente inferiori a 300 megawatt, prefabbricati e assemblati in loco.
Offrono vantaggi come tempi di costruzione ridotti, costi iniziali più
contenuti, modularità e possibilità di installazione vicino ai centri di
consumo.
Quali
sono i principali rischi e criticità associati agli SMR?
I
principali rischi riguardano la gestione delle scorie radioattive, la sicurezza
degli impianti e il rischio di proliferazione nucleare dovuto alla diffusione
di molti piccoli siti. Inoltre, non esistono ancora SMR operativi su scala
commerciale in Europa e i costi potrebbero essere superiori alle stime
iniziali.
Quali
paesi europei stanno investendo maggiormente nel nucleare e negli SMR?
La
Francia è il principale investitore, seguita da Polonia, Belgio, Ungheria,
Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Finlandia e altri. Una coalizione di oltre
14 Paesi, inclusa l'Italia, sta spingendo per investimenti su larga scala negli
SMR e nel nucleare avanzato.
Qual è
la posizione attuale dell'Italia riguardo il ritorno al nucleare?
L'Italia
ha riaperto il dibattito sull'energia nucleare aderendo alla coalizione europea
e promuovendo il primo progetto nucleare comune con Francia e Romania. Il
governo considera il nucleare una possibile soluzione per la decarbonizzazione
e la sicurezza energetica, pur dovendo affrontare la storica opposizione
dell'opinione pubblica.
Quali
sono le alternative al nucleare nel mix energetico europeo e quali sono i loro
limiti?
Le
principali alternative sono l'eolico offshore, il solare con accumulo e
l'idrogeno verde. Tuttavia, queste fonti sono intermittenti e possono causare
instabilità della rete senza una base di produzione programmabile, ruolo che il
nucleare può ricoprire per garantire la sicurezza energetica.
Come
stanno reagendo industria e ambientalisti alla nuova strategia nucleare
europea?
L'industria
accoglie positivamente il nucleare come fonte stabile e programmabile, utile
anche per settori ad alta intensità energetica. Al contrario, le organizzazioni
ambientaliste criticano l'investimento nel nucleare, sostenendo che le risorse
dovrebbero essere destinate esclusivamente alle energie rinnovabili già mature
e prive di rischi legati alle scorie.
(Matteo
Ciccarelli).
Iran.
Tra escalation militare
e
crisi energetica globale.
Notiziegeopolitiche.net – (20 Marzo 2026) -
Shorts Summe – Redazione – ci dice:
Le
valutazioni e le analisi israeliane indicano che gli sviluppi della guerra in
corso con l’Iran si intrecciano con complessi calcoli politici, economici e
militari, in un contesto segnato da continui attacchi e da crescenti
preoccupazioni per le ripercussioni sui mercati energetici e sulla stabilità
regionale.
Un’analisi
pubblicata da “Haaretz” suggerisce che la crisi energetica derivante dal
conflitto, in particolare dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, abbia
iniziato a influenzare anche le valutazioni statunitensi, nonostante il
presidente Donald Trump continui a minimizzare le conseguenze economiche.
Secondo il quotidiano, l’aumento dei prezzi del
carburante e le pressioni interne negli Stati Uniti potrebbero spingere
Washington a considerare una rapida conclusione della guerra.
Sul
terreno, gli attacchi americani e israeliani contro obiettivi in Iran
proseguono, mentre resta incerta la prospettiva di una soluzione politica o di
un possibile rovesciamento del regime.
Parallelamente, continuano i lanci di missili
dall’Iran e dal Libano, e sono emerse nuove capacità militari finora
sconosciute all’interno di Hezbollah.
Tutto ciò rafforza l’ipotesi che il conflitto possa
trasformarsi in una lunga guerra di logoramento, piuttosto che in un’operazione
rapida e decisiva.
Nel
frattempo, Trump ha dichiarato che la guerra con l’Iran sarebbe “quasi
conclusa”, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano intensificato le operazioni
militari a un ritmo superiore alle previsioni.
Ha
inoltre espresso insoddisfazione per la nomina di “Mojtaba Khamenei” a Guida
Suprema, successore del padre! Ali Khamenei”, ucciso durante l’Operazione
“Leone Nascente”.
Pur
insinuando che la scelta del giovane Khamenei possa rivelarsi un errore per
Teheran, il presidente statunitense si è astenuto dal rivolgergli minacce
dirette.
Allo
stesso tempo, il “Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche” ha dichiarato
fedeltà alla nuova guida, mentre tra i residenti di Teheran prevale un diffuso
pessimismo sulla possibilità di un cambiamento.
Trump
ha inoltre confermato che Washington non ha ancora deciso se avviare
un’operazione di terra per mettere in sicurezza l’uranio arricchito a Isfahan,
pur avendo discusso questa opzione con Israele.
Le
valutazioni americane e dei Paesi del Golfo indicano anche la possibilità che
l’Iran intensifichi gli attacchi contro impianti petroliferi e del gas nella
regione, nel tentativo di esercitare pressione sugli Stati Uniti attraverso un
ulteriore aumento dei prezzi del petrolio.
Si
prevede inoltre che Trump presenti alla nuova leadership iraniana un ultimatum,
accettare le condizioni americane sul programma nucleare, sui missili e sul
ruolo regionale, in cambio della cessazione degli attacchi.
È
ampiamente previsto che Teheran respinga tali condizioni.
Secondo
diverse stime, gli attacchi statunitensi e israeliani continueranno per diversi
giorni e potrebbero estendersi fino a colpire impianti nucleari e petroliferi.
Nel
frattempo, Washington valuta misure per proteggere il traffico petrolifero nel
Golfo e aumentare le forniture globali, mentre l’Iran minaccia di intensificare
ulteriormente gli attacchi e di lanciare missili più potenti, alimentando i
timori di un confronto regionale ancora più ampio.
Usa.
Economia tra dichiarazioni e realtà:
i
numeri che smentiscono Trump.
Notiziegeopolitiche.net
– (24 Marzo 2026) - Shorts Summe – Redazione – ci dice:
Il
presidente Donald Trump sostiene che gli Stati Uniti abbiano “la migliore
economia che abbiamo mai conosciuto”.
Tuttavia,
la maggior parte degli indicatori economici da lui citati non conferma questa
affermazione.
Anzi,
un’analisi attenta dei dati racconta una storia molto diversa, una storia che
il presidente preferirebbe non venisse messa in luce.
Il
punto di partenza è l’ultimo rapporto sull’occupazione, che registra una
perdita di 92.000 posti di lavoro nell’economia statunitense nel mese di
febbraio.
Non si
tratta di un episodio isolato:
secondo
il “Bureau of Labor Statistics”, l’economia ha perso posti di lavoro in sei
degli ultimi quattordici mesi.
Già lo scorso giugno, quando il rapporto
mensile segnalò un calo di 20.000 posti, Trump reagì con irritazione e licenziò
la commissaria del Bureau, “Erika Mc Intarfer”.
Resta
ora da capire chi sarà il prossimo a pagare il prezzo di questi dati.
Passando
al settore manifatturiero, nel settembre 2024 Trump dichiarò con sicurezza:
“Assisteremo
a un boom del settore manifatturiero”.
La realtà è che, durante il suo primo anno di
mandato, gli Stati Uniti hanno perso oltre 100.000 posti di lavoro in questo
comparto.
È vero
che il declino dell’occupazione manifatturiera era iniziato prima del suo
ritorno alla Casa Bianca e che diversi fattori hanno contribuito a questa
tendenza.
Tuttavia, il presidente ha più volte sostenuto
che le sue politiche, in particolare l’espansione dei dazi doganali, avrebbero
invertito la rotta. Finora, ciò non è avvenuto.
Un
altro elemento chiave è l’inflazione.
Nel
discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha affermato: “In soli 12 mesi, abbiamo portato
l’inflazione di base al livello più basso degli ultimi cinque anni. E negli
ultimi tre mesi del 2025 era all’1,7%”.
Definire
questa affermazione “fuorviante” è forse riduttivo.
Numerosi economisti e giornalisti hanno
dichiarato di non comprendere come il presidente sia arrivato a quel dato. La
spiegazione, però, sembra piuttosto semplice e sorprendente.
L’inflazione
di base era al 2,6% a novembre e dicembre dello scorso anno e al 2,5% a
gennaio, in calo rispetto al 3,3% di gennaio 2025.
Trump
ha citato la media degli ultimi tre mesi del 2025 includendo ottobre.
Tuttavia,
il” Bureau of Labor Statistics” non ha pubblicato i dati di ottobre a causa
dello “shot down” governativo. Sembra quindi che gli analisti del presidente abbiano
sommato i dati di novembre e dicembre, pari a 5,2, e poi diviso per tre mesi
anziché due, oppure abbiano considerato ottobre come zero, ottenendo così una
media dell’1,7%.
Trump
avrebbe potuto utilizzare il dato di settembre, pari al 3%, per colmare il
vuoto di ottobre, oppure citare il 2,5% di gennaio, l’ultimo disponibile prima
del discorso. Entrambe le opzioni avrebbero fornito un quadro più accurato. Il
presidente ha invece scelto la strada meno solida.
La
terza questione riguarda il deficit di bilancio federale, cioè la differenza
tra spese ed entrate annuali.
In un editoriale pubblicato sul The Wall
Street Journal lo scorso gennaio, Trump ha scritto:
“Grazie
ai dazi doganali, abbiamo ridotto il deficit federale di un impressionante 27%
in un anno”.
Analizzando
i numeri, emergono incongruenze evidenti.
Secondo
il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, il deficit federale previsto per
il 2025 era di circa 1.780 miliardi di dollari.
Per risultare inferiore del 27% rispetto al
deficit del 2024 sotto l’amministrazione Biden, quest’ultimo avrebbe dovuto
raggiungere i 2.400 miliardi.
I dati
ufficiali mostrano invece che si è fermato a 1.830 miliardi.
Il
deficit del 2023 era di 1.700 miliardi e quello del 2022 di 1.380 miliardi,
entrambi inferiori alla cifra prevista da Trump per il 2025.
Infine,
il deficit commerciale, un indicatore che molti economisti considerano
secondario ma che per Trump è sempre stato centrale.
Nello
stesso articolo, il presidente ha dichiarato:
“Abbiamo
ridotto il nostro deficit commerciale mensile di un incredibile 77%, e tutto
questo praticamente senza inflazione”.
Chiarita
l’infondatezza dell’affermazione sull’inflazione, resta da verificare quella
sul deficit commerciale.
Sembra
che Trump abbia semplicemente confrontato il deficit mensile più alto del 2025,
pari a 136 miliardi di dollari a marzo, con quello più basso, pari a 29
miliardi a ottobre.
Tuttavia,
il picco di marzo è stato causato dall’accumulo di importazioni da parte delle
aziende statunitensi in vista dell’annuncio delle “tariffe reciproche” previsto
per aprile.
Il
crollo di ottobre, invece, potrebbe essere stato influenzato dallo shot down
governativo.
In
altre parole, sono stati messi a confronto due valori eccezionali, il più alto
e il più basso dell’anno, entrambi atipici.
In
realtà, il deficit commerciale è risalito a 53 miliardi di dollari a novembre e
a 70 miliardi a dicembre, l’ultimo dato disponibile, quasi il doppio rispetto a
due mesi prima. Un andamento che suggerisce una tendenza al rialzo che il presidente
preferisce non evidenziare.
La
fiducia del pubblico nei dati diffusi dal presidente e dal suo team economico è
fondamentale. Purtroppo, nel caso di Trump, questa fiducia risulta spesso difficile da
concedere.
La
guerra in Iran allunga
la
vita del carbone.
Internazionale.it
- Alessandro Lubello, giornalista – (21.3.2026) – ci dice:
(Nella
miniera di carbone di Dhanbad, India, 31 agosto 2024 - Anindito Mukherjee,
Bloomberg/Getty Images).
Fedele
all’unico principio che lo guida – “La mia moralità. La mia mente è l’unica
cosa che può fermarmi” – Donald Trump continua a incendiare il mondo.
Mentre
vanno letteralmente a fuoco i pozzi e i depositi di petrolio e gas naturale in
Medio Oriente, mentre lo stretto di Hormuz è ancora paralizzato e aziende e persone comuni cominciano a fare i
conti con l’aumento dei prezzi dell’energia, i governi fanno a gara per
accaparrarsi le scorte di greggio e gas in circolazione e cercano di capire a
quali fonti si possa ricorrere per compensare gli effetti della guerra in Iran
e garantire la propria sicurezza energetica.
Hanno sicuramente più vantaggi i paesi che
dispongono del nucleare e di una buona produzione di energia rinnovabile;
per
tutti gli altri, spesso, la scelta più immediata è puntare sul carbone, la
fonte più inquinante.
Una
cattiva notizia per l’ambiente.
Il
problema riguarda soprattutto l’Asia, ma non solo.
Il 16
marzo il governo della Corea del Sud ha dichiarato che innalzerà la soglia
massima per la generazione di elettricità con il carbone (finora fissata all’80
per cento della capacità) e rafforzerà la produzione delle centrali nucleari.
In
particolare Seul ha intenzione di completare al più presto i lavori di
manutenzione in corso in sei impianti nucleari.
Al
centro dell’attenzione anche il settore della petrolchimica, messo in
difficoltà dalla carenza di alluminio e zolfo, oltre che dal forte rincaro del
prezzo della nafta.
Anche
le Filippine, che poco meno di un anno fa avevano annunciato il calo del
consumo di carbone per la prima volta in 17 anni grazie all’impiego del gas
naturale liquefatto (GNL), dichiarano che nei prossimi mesi saranno costrette a
ricorrere di più a questa fonte.
Il governo di Manila ha avviato trattative con
l’Indonesia per aumentare le importazioni della materia prima, ma Giacarta ha
fatto sapere che darà priorità ai suoi bisogni nazionali.
Il Bangladesh, invece, ha deciso di puntare
per il momento su blackout programmati e su potenti (ma dispendiosi e
inquinanti) generatori di elettricità alimentati con il diesel per compensare
il calo di produzione delle centrali a gas.
Stanno
puntando sul carbone anche la Thailandia, Taiwan e il Pakistan.
L’economia
globale è sotto shock.
Alla
tendenza non sfuggono neanche le due principali economie del continente.
L’India ha detto di essere pronta per una domanda di
carbone “senza precedenti” per soddisfare il fabbisogno energetico nazionale.
Secondo il governo di New Delhi, la produzione
del settore ha raggiunto livelli inediti:
il 9
marzo il colosso COAL l’India disponeva di 121 milioni di tonnellate di
carbone, contro i 106 milioni di un anno fa; in questo momento il paese ha
complessivamente 210 milioni di tonnellate, il livello più alto di sempre.
Intanto
molte famiglie e aziende della ristorazione indiane a corto di gas hanno
cominciato a usare la legna per cucinare.
Da
parte sua la Cina può contare su solide riserve di gas e petrolio e soprattutto
sullo straordinario sviluppo delle fonti rinnovabili;
eppure
già un anno fa batteva ogni record nell’uso del carbone, confermandosi tra i
leader mondiali nelle emissioni nocive, con una quota del 30 per cento.
L’anno scorso Pechino stava costruendo
centrali elettriche alimentate a carbone per una potenza complessiva di 94,5
gigawatt, la più alta degli ultimi dieci anni.
Allo
stesso tempo il governo cinese aveva riattivato progetti sospesi che
aggiungeranno altri 3,3 gigawatt di potenza.
È improbabile che la crisi iraniana aiuti a
invertire la tendenza.
A
quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, e dopo essersi resa
indipendente dalle forniture energetiche della Russia, è in difficoltà anche
l’Unione europea, dove i prezzi del gas attualmente sono superiori del 50 per
cento rispetto all’inizio del 2022 e i serbatoi sono pericolosamente vuoti.
In questi anni Bruxelles ha scelto di puntare
sul GNL proveniente da varie zone del mondo, tra cui gli Stati Uniti e il
Qatar.
Ora però deve contendere alla concorrenza
asiatica le poche navi in circolazione.
È
frequente in questi giorni che imbarcazioni con carichi di GNL destinati
all’Europa cambino rotta in pieno oceano perché un altro cliente offre di più.
Il
settore della navigazione commerciale, scrive il “Financial Times”, si è
trasformato in un “selvaggio west”:
intimorite dagli attacchi in Medio Oriente,
“le maggiori compagnie di spedizioni marittime, tra cui MSC, Maersk, CMA CGM e
Hapag-Lloyd, si riservano di ricorrere a una norma dell’ottocento che gli
consente di lasciare il carico al porto più vicino disponibile a spese del
cliente”.
Il
costo dell’energia è stato al centro di un incontro dei ministri dell’energia
europei il 16 marzo e soprattutto del vertice dei capi di stato del 19 marzo.
I paesi sono divisi sulla linea da adottare.
Al
centro dei contrasti c’è la necessità avanzata da alcuni governi, tra cui
quello italiano, di allentare le norme sugli obiettivi di decarbonizzazione.
In
particolare si chiede di sospendere l’Emissions trading system (Ets), il meccanismo di scambio di anidride
carbonica che prevede di ridurre le emissioni imponendo maggiori costi alle industrie
che ne producono di più.
Tra
gli effetti di una misura simile ci sarebbe proprio il ricorso più facile al
carbone:
il ministro italiano dell’ambiente, “Gilberto
Pichetto Frattin”, ha affermato che “in un momento di difficoltà internazionale
non vorrei mai riattivare le centrali a carbone, ma so che vanno considerate
come riserva, nell’interesse del nostro paese”. Soprattutto se i prezzi
dovessero crescere ancora.
La
reazione dei mercati spaventa Trump.
Ora i
governi saranno costretti ad adattarsi al nuovo scenario dei mercati mondiali
introducendo forme di sovvenzione per calmierare i prezzi e ricorrendo di più
al carbone per garantire la sicurezza energetica, quanto fino al termine del
conflitto.
Ma,
come ricorda il “New York Times”, nel medio e lungo periodo dovrebbero
guadagnare terreno le fonti rinnovabili, che permetterebbero a tutti di non
dipendere eccessivamente dal gas e dal petrolio, oltre che dai rovesci della
geopolitica, senza allo stesso tempo affossare l’ambiente.
Dopo
l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ha rafforzato gli investimenti
nell’energia solare passando da quaranta a 65 gigawatt all’anno (un gigawatt
produce l’energia sufficiente a circa trecentomila abitazioni).
Secondo
l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2025 sono stati spesi più di 780
miliardi nelle rinnovabili, molto più di quanto è stato investito nelle
infrastrutture petrolifere.
Tuttavia,
aggiunge il quotidiano statunitense, “ci sono ancora ostacoli che mercati
come quello europeo o quello indiano devono superare, per esempio l’adeguamento
della rete elettrica”.
Un’altra
opzione, conclude il New York Times, è il nucleare.
Il Giappone sta facendo ripartire gradualmente
i suoi impianti, chiusi nel 2011 dopo la catastrofe di Fukushima.
Di nucleare si parla anche in Europa –
compresa l’Italia – e negli Stati Uniti (l’amministrazione Trump ha studiato un
piano da ottanta miliardi di dollari per finanziare nuove strutture).
Ma
anche in questo campo bisogna fare i conti con la Cina, che da almeno vent’anni
sta investendo pesantemente nel settore.
Oltre
a essere il paese che ha installato più pannelli solari e pale eoliche rispetto
al resto del mondo messo insieme, il gigante asiatico sta costruendo decine di
impianti nucleari.
Come
scrive Bloomberg, la Cina procede al ritmo di dieci centrali all’anno, e di
questo passo diventerà la leader mondiale entro il 2032.
Anche
perché riesce a farlo a costi inferiori di un quinto rispetto a quelli
sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Europa.
La
grande frenata dell’auto elettrica:
chi la
lascia nel 2026.
Scenarieconomici.it
– (23 Marzo 2026) - Fabio Lugano – Redazione – ci dice:
Il
mercato frena sull’elettrico:
Honda
prevede perdite per 14 miliardi di euro e torna all’ibrido, guidando la marcia
indietro di ben 12 case automobilistiche, tra cui Audi, Mercedes e Rolls-Royce.
Ecco perché i motori termici non andranno in
pensione.
Il
mercato automobilistico globale sta affrontando un vero e proprio bagno di
realtà.
Per
anni la transizione verso il veicolo esclusivamente a batteria è stata
presentata come una marcia ineluttabile, sostenuta da massicci incentivi
pubblici, ma oggi i bilanci aziendali presentano un conto che non può più
essere ignorato.
L’emblema
di questa brusca inversione di rotta è Honda.
La
casa automobilistica giapponese ha infatti annunciato la cancellazione di
svariati modelli chiave della sua attesa “Serie 0”, decidendo di riorientare il
proprio piano strategico industriale verso i veicoli ibridi.
(Articolo:
Trump vuole tagliare 21 miliardi per Auto EV ed Energie Rinnovabili.
Articolo:
L’Australia pensa a una tassa sugli extraprofitti per gas e carbone: sollievo
per i cittadini o autogol energetico?
Articolo:
Il 57% della filiera automotive italiana non prevede a breve investimenti in
Innovazione.)
La
decisione non nasce certo dal caso.
Per la
prima volta nei suoi settant’anni di storia in borsa, Honda prevede di chiudere
l’anno fiscale 2026 con una perdita monstre di 14 miliardi di euro.
Quando si forza l’offerta senza una reale e solida
base di domanda aggregata, il risultato macroeconomico tende inevitabilmente a
tradursi in perdite per il settore produttivo.
E l’industria automobilistica, pilastro
dell’occupazione e del PIL manifatturiero, sta semplicemente correndo ai
ripari.
Il
tramonto degli incentivi e la reazione del mercato
Con la
casa nipponica, salgono ormai a 12 i grandi costruttori che hanno inserito la
retromarcia, riducendo in modo drastico i propri piani per l’elettrico puro.
La
causa è duplice: da un lato si registra una domanda ostinatamente resiliente
per i tradizionali motori a combustione, dall’altro si assiste al progressivo
ridimensionamento delle politiche di sussidio sia negli Stati Uniti che in
Europa.
Con
l’abolizione degli incentivi fiscali, il prezzo reale dei veicoli elettrici
torna a gravare interamente sul consumatore finale, frenando le vendite e
rendendo insostenibili i margini per le aziende.
Di
seguito proponiamo la lista aggiornata dei grandi marchi che stanno
abbandonando o ridimensionando le ambizioni 100% elettriche in questo 2026:
Honda:
Cancellazione
di modelli elettrici strategici, ritorno all’ibrido dopo una perdita prevista
di 14 miliardi di euro.
Mercedes-Benz,
Stellantis, Ford e Volvo Cars: Congelamento o taglio degli obiettivi di produzione per i
veicoli completamente elettrici.
Rolls-Royce: Abbandono formale del piano di
transizione al 100% elettrico entro il 2030, a fronte di mutate condizioni di
mercato.
Audi: Estensione del ciclo di vita dei
motori a combustione termica ben oltre le scadenze precedentemente fissate.
Bentley,
Lotus e Porsche: Drastica riduzione (fino all’80%) della produzione elettrica prevista
per il prossimo decennio, a favore dell’ibrido plug-in.
Ferrari:
Dimezzamento
degli obiettivi di produzione elettrica per il 2030, pur mantenendo in sviluppo
il progetto “Luce”.
Per
chiarezza espositiva, ecco una tabella riassuntiva del cambio di paradigma nel
settore lusso e sportivo:
Produttore Strategia originaria Nuova rotta (2026)
Rolls-Royce 100% Elettrico entro il 2030 Abbandono dell’obiettivo, ritorno al
termico/ibrido
Audi Fine produzione endotermica imminente Prolungamento del ciclo di vita dei motori a
combustione
Porsche
/ Bentley Rapida transizione
all’elettrico Virata strategica
sull’ibrido plug-in
Ferrari Target EV ambiziosi al 2030 Obiettivi di produzione elettrica
dimezzati
La
variabile del “piacere di guida.”
Oltre
ai nudi dati economici, emerge un fattore che la pianificazione industriale
aveva sottovalutato: l’emotività dell’acquirente.
Stephan Winkelmann, CEO e presidente di Lamborghini,
ha evidenziato come il tasso di rifiuto per le auto completamente elettriche
sia in costante aumento.
L’assenza delle vibrazioni, della tradizionale
dinamica di frenata, ma soprattutto la mancanza del suono del motore, si sono
rivelati ostacoli insormontabili per gli appassionati.
Anche
Ferrari, pur portando avanti il suo primo modello elettrico, ha ribadito che il
“piacere di guida” resterà il faro di ogni sua vettura, indipendentemente dalla
motorizzazione.
La
transizione ecologica imposta dall’alto si sta scontrando con la fisiologia
dell’economia reale.
Senza
la leva del deficit pubblico a sostenerne artificialmente le vendite, l’auto
elettrica torna a essere ciò che al momento è:
una
valida alternativa, ma non ancora un monopolio inevitabile.
L’Iran
Nega le Accuse di Aver
Colpito
la Base di Diego Garcia.
Conoscenzealconfine.it
- 24 Marzo 2026 - t.me/In_Telegram_Veritas – ci dice:
L’Iran
nega l’attacco alla base angloamericana Diego Garcia lontana 4 mila Km: la
solita false flag sionista!
Dietro
l’attacco alla base Diego Garcia vi è la solita false flag sionista, ordinata
da Londra.
Ansa:
(ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2026/03/21/teheran-conferma-lattacco-allisola-di-diego-garcia-a-4mila-km-da-iran_bfa317c4-178d-44a6-af68-05e18c298410.html),
gestita dai Servizi inglesi, citando l’agenzia iraniana Mehr
(en.mehrnews.com/news/242799/Iran-targets-US-Diego-Garcia-base-with-2-ballistic-missiles),
che a sua volta riportava la notizia del WSJ
(wsj.com/world/middle-east/iran-brings-europe-into-range-with-missiles-fired-at-diego-garcia-bdc71ab2)
(deep state), aveva confermato che l’attacco fosse da parte iraniana. Nelle
notizie però, nessuna fonte ufficiale di Teheran che confermi l’attacco,
successivamente negato.
Altro
che professionisti dell’informazione: sono un covo di clown.
Quello
di Kiev col naso incipriato è in ottima compagnia.
I
radar militari NATO stanno sicuramente rilevando tutto e potrebbero fornirci
molte informazioni, ma essendo il braccio della governance globale, tacciono
miserabilmente.
L’obiettivo
delle falseflag è duplice:
1- Espandere il teatro di guerra
colpendo la base americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano – formalmente
territorio britannico – per forzare il coinvolgimento diretto del Regno Unito
ed eventualmente della NATO.
2- Intimidire l’Europa agitando lo
spettro dei missili iraniani a lungo raggio (4 mila km di gittata), allo scopo
di costringere l’intera Unione Europea a entrare nella spirale bellica
I
missili con quella gittata (oltre a 300-400 atomiche) sono invece posseduti
dallo Stato canaglia sionista, sempre pilotato abilmente da Londra-Parigi, in
ottica dell’unico salvacondotto che hanno: allargare il conflitto a livello
mondiale.
Ormai
smascherare le loro false flag è diventato un esercizio quotidiano, come lo
stretching mattutino dei gatti.
(t.me/In_Telegram_Veritas).
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