Il nuovo ordine mondiale è fornito dal potere di Trump, Putin e Xijping.

Il nuovo ordine mondiale è fornito dal potere di Trump, Putin e Xijping.

 

 

Il nuovo ordine mondiale:

Trump (e Netanyahu) – Xi -Putin.

Liberioltreleillusioni.it – (10 marzo 2026) – Vittorio Todorov – ci dice:

 

 

Il nuovo ordine mondiale: Trump (e Netanyahu) – Xi – Putin.

Dall’insediamento di Donald Trump abbiamo assistito al ritorno di fenomeni che pensavamo appartenere al passato:

 l’ascesa di un esecutivo forte, sempre meno soggetto a vincoli e contrappesi, e una politica estera sempre più aggressiva.

Guardiamo alle grandi potenze globali:

 Stati Uniti, Cina e Russia.

Due sono apertamente autoritarie, mentre la terza pare muoversi in una direzione che mette sempre più alla prova i limiti delle proprie istituzioni.

 

Questo nuovo contesto ha riportato in auge una visione dell’ordine mondiale che ricorda logiche ottocentesche: quella di un mondo diviso in sfere di influenza.

 Gli Stati Uniti mirano a consolidare il proprio peso nelle Americhe e a mantenere un’influenza significativa in Europa;

la Cina rivendica invece il controllo su Taiwan e rafforza la propria posizione nell’Asia orientale;

 mentre la Russia tenta di preservare la propria sfera d’influenza nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, spingendosi fino all’aggressione dell’Ucraina.

 

A questo quadro si aggiunge il ruolo di Israele in Medio Oriente:

dopo l’attacco all’Iran, il suo allineamento strategico-militare con gli Stati Uniti appare evidente.

La domanda che inevitabilmente dobbiamo porci è una sola: in questo nuovo ordine mondiale, l’Europa cosa sta facendo?

L’internazionale nera e la “nuova guerra santa.”

Esiste oggi una nuova sfaccettatura del movimento MAGA (Make America Great Again), una dimensione che supera i confini degli Stati Uniti e coinvolge sempre più Paesi.

 Il paradosso è evidente:

un movimento nato per difendere esclusivamente gli interessi nazionali americani si è trasformato, nel tempo, in un fenomeno politico internazionale.

 

La domanda, allora, è inevitabile: perché un movimento profondamente nazionalista è diventato globale?

 La risposta si trova osservando il comportamento dello stesso presidente degli Stati Uniti.

Alla promessa elettorale di isolazionismo è seguita una realtà ben diversa:

 gli Stati Uniti continuano a essere coinvolti, direttamente o indirettamente, in questioni che riguardano praticamente ogni area del pianeta.

 

È in questo contesto che alcuni analisti parlano di “internazionale nera”:

una rete informale di governi, partiti e movimenti che si riconoscono negli ideali e nella retorica politica di Donald Trump, sostenendone apertamente la leadership simbolica.

 Tra questi vengono spesso citati Paesi come Italia e Ungheria, insieme ad altri attori politici che condividono un’agenda nazionalista, anti-immigrazione e profondamente scettica nei confronti delle istituzioni multilaterali.

 

Ora proviamo a unire i puntini.

 Il movimento MAGA non nasce nel vuoto, bensì affonda le proprie radici in tradizioni politiche e culturali del Novecento che hanno fatto del nazionalismo, della centralità dello Stato e della diffidenza verso le istituzioni internazionali i propri pilastri ideologici.

 In questo senso, il legame tra MAGA e la così definita “internazionale nera” diventa più chiaro.

I movimenti che si riconoscono in questa rete condividono infatti una serie di ideali:

forte nazionalismo, retorica anti-immigrazione e anti-vaccinazione, diffidenza verso le istituzioni multilaterali e un costante richiamo “nostalgico” a un passato percepito come più stabile e ordinato.

 

L’idea di “nuova guerra santa” si riferisce invece alla dimensione culturale e identitaria che caratterizza parte di questa narrativa politica: la difesa della civiltà occidentale, cristiana e bianca, percepita come minacciata dall’immigrazione di massa e dall’instabilità proveniente dal Medio Oriente.

In questo discorso politico gli immigrati diventano il primo bersaglio polemico, mentre i movimenti islamisti radicali vengono presentati come una minaccia esistenziale, soprattutto nel contesto del conflitto che coinvolge Israele.

 

Il risultato è una retorica che, almeno sul piano simbolico, assume i tratti di una crociata culturale e politica, dove identità, religione e sicurezza nazionale vengono intrecciate e usate in una narrazione di scontro tra civiltà.

 

L’asse del male: i dittatori da non disturbare.

Osservando gli ultimi anni, emergono nuovi equilibri geopolitici e nuove alleanze che fanno riflettere e, in alcuni casi, preoccupano.

Sempre più spesso si assiste alla convergenza di interessi tra paesi come Russia, Iran e Cina, oppure tra l’Iran e gruppi armati regionali come gli Houthi o Hezbollah, senza dimenticare il sostegno a vari attori non statali in Medio Oriente.

 

Alcuni commentatori e giornalisti hanno definito queste convergenze “l’asse del male”, riprendendo una formula già utilizzata in passato per indicare un blocco di regimi accomunati da una caratteristica fondamentale: l’assenza di istituzioni democratiche e una forte concentrazione del potere politico nelle mani di élite religiose radicali e di ristretti clan di potere, come quello che ha ruotato per decenni attorno alla figura di Ali Khamenei.

Non si tratta necessariamente di un’alleanza formale, quanto di una comunità di interessi strategici con al centro l’annientamento dell’Occidente.

 

In questo contesto emerge anche una lezione che le guerre degli ultimi decenni hanno reso evidente.

Gli interventi in Iraq e Afghanistan hanno mostrato con chiarezza i limiti di un’idea che per anni ha guidato parte della politica estera occidentale:

 la convinzione che la democrazia potesse essere esportata (con la forza).

I risultati di quelle operazioni hanno lasciato una conclusione difficile da ignorare:

costruire istituzioni democratiche richiede processi lunghi, radicati nella società e nelle strutture politiche interne di un Paese.

 

Per questo motivo alcuni analisti parlano oggi, provocatoriamente, di “dittatori da non disturbare”.

 Non come giustificazione dei regimi autoritari, ma come riconoscimento di un dato di fatto geopolitico:

rovesciare un regime dall’esterno non garantisce la nascita di una democrazia stabile e può, al contrario, produrre instabilità regionale, conflitti prolungati e vuoti di potere.

 

Il dilemma per le democrazie occidentali diventa quindi sempre più complesso:

come contenere regimi autoritari ostili senza ripetere gli errori degli interventi militari del passato?

È una domanda che rimane aperta e che probabilmente definirà gran parte della politica internazionale nei prossimi anni.

 

L’incapacità dell’Europa.

In tutto questo scenario emerge con chiarezza un dato: un’Europa divisa.

Divisa al suo interno, divisa nelle priorità strategiche e divisa nella capacità di esprimere una politica estera realmente comune.

Questa frammentazione impedisce all’Unione Europea di sviluppare una linea diplomatica solida e coerente, capace di difendere realmente i princìpi che dice di rappresentare:

 i diritti umani, la democrazia e il rispetto del diritto internazionale.

Lo vediamo chiaramente su diversi fronti.

Vediamo un’impotenza nel conflitto israelo-palestinese, dove l’Europa appare incapace di parlare con una sola voce, oscillando tra sostegno a Israele o alla Palestina, il quale sembra più un tifo da stadio piuttosto che il suggerimento di politiche mirate al miglioramento del conflitto e delle condizioni umane dei civili.

 

Vediamo un’impotenza nel conflitto russo-ucraino dove, nonostante il sostegno economico e militare a Kyiv, si vedono divisioni interne (le più recenti tra Zelensky contro Orban e Salvini), che nascono da posizioni filorusse all’interno dell’Unione Europea, le quali minano la coerenza di solidarietà al popolo ucraino e al suo diritto all’autodeterminazione.

 

E ora vediamo anche un’impotenza nella crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran, dove l’Europa si trova in una situazione di silenzio, obbligata solo a reagire quando lo stimolo proviene dagli Stati Uniti.

Il risultato è un continente che, pur essendo una delle più grandi potenze economiche del mondo, fatica a tradurre il proprio peso in influenza geopolitica.

La domanda allora diventa inevitabile: come possiamo contare qualcosa in questo nuovo ordine mondiale?

Nelle scorse settimane abbiamo però visto anche alcuni segnali interessanti.

Da una parte il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha deciso di opporsi apertamente alla linea di Donald Trump sulla crisi iraniana, rifiutando di permettere l’uso delle basi spagnole per operazioni militari e denunciando possibili violazioni del diritto internazionale.

Si tratta di una delle prime vere forme di disobbedienza politica europea nei confronti della linea statunitense degli ultimi anni.

Una posizione che ha irritato profondamente Washington, ma che ha mostrato anche una cosa importante ai nuovi “sudditi” degli Stati Uniti:

dire no è possibile.

 

Da un’altra parte troviamo il presidente francese Emmanuel Macron, che ha rilanciato l’idea di rafforzare la deterrenza nucleare europea e costruire una maggiore autonomia strategica del continente.

Il messaggio è chiaro:

 senza credibilità militare e politica l’Europa non potrà mai avere voce nelle grandi crisi internazionali, da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran all’Ucraina, fino ad altri scenari instabili come il Venezuela.

Conclusioni.

In ogni caso una cosa è chiara: l’Europa non deve restare immobile.

Negli ultimi cinquant’anni il continente si è cullato sotto l’ombrello della protezione americana, dando quasi per scontato che gli Stati Uniti avrebbero sempre garantito sicurezza e stabilità.

Oggi quella protezione non è più così certa.

Forse esiste ancora, ma solo a condizione di accettare una subordinazione politica sempre più evidente.

E sappiamo bene come funziona il potere:

 quando si stringe lo scettro del re, è il re che dà gli ordini.

L’Europa non può accettare una simile subordinazione, soprattutto quando chi impugna quello scettro non rappresenta i valori di libertà e democrazia, sui quali invece il continente si è costruito nell’ultimo secolo.

Se l’Europa vuole contare qualcosa nel nuovo ordine mondiale deve ritrovare una linea politica chiara, fondata su valori liberali e democratici coerenti:

 la difesa dei diritti umani, il rispetto del diritto internazionale e l’autonomia nelle scelte strategiche.

Perché il vero problema non è solo la debolezza. Il vero problema è l’incoerenza.

Ed è proprio qui che la politica europea deve cambiare rotta.

Oggi più che mai, la linea che dovrebbe guidare i leader europei è una sola:

 la coerenza.

 

 

 

 

 

Perché con la guerra contro l’Iran

Trump si è fatto un autogol in Asia.

 It.insideover.com - Federico Giuliani – (21 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

Niente da fare.

Cina, Corea del Sud e Giappone hanno risposto picche alla richiesta di Donald Trump.

Il presidente statunitense aveva implicitamente chiesto il loro contributo per riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso l’invio navi da guerra in loco per difendere le petroliere e le altre imbarcazioni commerciali dagli attacchi iraniani.

 “Noi ricaviamo meno dell’1% del nostro petrolio dallo stretto.

Il Giappone il 95%. La Cina il 90%.

Molti europei ne detengono una quota considerevole.

 La Corea del Sud il 35%.

Quindi vogliamo che vengano ad aiutarci”, aveva dichiarato l’inquilino della Casa Bianca.

Un appello che, di fatto, ha però avuto lo stesso effetto di un sasso gettato in acqua.

Nessun governo asiatico, infatti, intende assecondare una simile richiesta correndo il rischio di ritrovarsi in un conflitto lontano e pericoloso.

Nel frattempo Trump, a causa dei guai mediorientali, ha persino lasciato intendere di voler posticipare l’attesissimo incontro con Xi Jinping in programma a fine marzo.

 

Incrociando gli ultimi avvenimenti emergono con chiarezza almeno due aspetti da considerare.

 Il primo:

i Paesi asiatici, persino i più stretti alleati degli Stati Uniti, non hanno alcuna intenzione di essere risucchiati da una guerra che sta già drenando loro importanti risorse energetiche.

 Il secondo:

se la priorità degli Usa coincide adesso con l’Iran, e più in generale il Medio Oriente, allora i dossier asiatici – che di fatto, fino a qualche settimana fa, erano i più importanti dell’agenda Usa – rischiano di scivolare in secondo piano.

 

Usa.

Effetti collaterali.

Meno pressione, interesse, attenzione statunitense sugli affari asiatici significa automaticamente maggiore libertà di manovra per i governi regionali.

Ci sono, non a caso, da segnalare interessanti manovre diplomatiche nell’intero continente.

Cina e India, per esempio, hanno avviato una decisa de escalation, con Delhi che ha allentato alcune norme che limitavano gli investimenti cinesi, mentre Pechino ha deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione energetica con la Russia a causa dei tumulti nello Stretto di Hormuz.

 

Sul fronte militare pesa, poi, la decisione degli Usa di spostare alcuni importanti armamenti dalla Corea del Sud al quadrante mediorientale. Il riferimento è ai sistemi di difesa missilistica “Thaad” (Terminal High-Altitude Area Defense), che da Seongjin sono in procinto di essere trasferiti altrove, in Medio Oriente appunto, dove infuria la guerra contro l’Iran.

 E pensare che dieci anni fa, quando i “Thaad” erano stati piazzati in questo tranquillo villaggio sudcoreano, il governo sudcoreano dell’epoca aveva ignorato le fortissime proteste della popolazione locale, per niente felice di accogliere un dispiegamento militare che, in caso di tensioni, avrebbe potuto trasformare l’intera area in un bersaglio prediletto per i missili balistici della Corea del Nord.

 La replica di Seoul?

 I “Thaad” rappresentavano il metodo più efficace per localizzare e distruggere i missili nordcoreani prima che minacciassero la Corea del Sud e le 28.500 truppe statunitensi stanziate al suo interno.

Il trasferimento é in corso di alcuni sistemi di difesa “Thaad”.

L’autogol di Trump sull’Asia.

Adesso è a dir poco complicato, se non impossibile, giustificare lo spostamento di una parte dei “Thaad”.

 Se per quasi un decennio queste armi erano la garanzia assoluta contro i missili di “Kim Jong Un”, adesso che stanno per essere trasportati in Medio Oriente chi o che cosa difenderà la Corea del Sud?

 

Perché, tuona l’opposizione sudcoreana, i conservatori di Seoul hanno investito così tanto capitale politico in un sistema di difesa che un giorno sarebbe stato smantellato?

 Seguendo questo ragionamento Trump ha accettato di sacrificare un decisivo partner asiatico per risolvere la contesa iraniana. Dimenticandosi, non solo che, oltre il 38esimo parallelo, Pyongyang è più viva e pimpante che mai, ma che i “Thaad” erano in qualche modo riusciti a compromettere i rapporti diplomatici della Corea del Sud con Cina e Russia.

 Il dispiegamento dell’arma aveva infatti suscitato le ire di Pechino e Mosca, convince che il potente radar del “Thaad” avesse potuto compromettere la loro sicurezza.

Xi e Vladimir Putin saranno dunque felicissimi di aver risolto un problema senza muovere un dito.

 

Con la guerra in corso, infine, potrebbero esserci meno armi statunitensi disponibili per Taiwan.

 Anzi: l’intera questione potrebbe scivolare nel quasi dimenticatoio, tanto più se i colloqui a distanza tra Cina e Usa dovessero andare nel verso giusto.

In sostanza, il dispiegamento militare e politico degli Stati Uniti dall’Asia portato avanti da Trump potrebbe assomigliare molto a un autogol.

Per anni i funzionari americani hanno definito l’Indo-Pacifico una priorità assoluta.

Oggi, però, stanno facendo esattamente l’opposto.

 Spostando navi da guerra, missili e sistemi di difesa aerea verso il Medio Oriente.

E allontanandosi dal continente asiatico e dai loro partner.

 

 

 

Xi, Putin, Modi e

il nuovo ordine globale.

Ispionline.it – (2 settembre 2025) – Alessia De Luca – Redazione - ci dice:

 

A “Tianjin” i leader di Cina, Russia e India rivendicano un “vero multilateralismo” e delineano le prospettive di un nuovo ordine globale.

(“Daily Focus Asia).

In un mondo che attraversa turbolenze e cambiamenti, è tempo che il Sud globale contribuisca alla nascita di un nuovo ordine multilaterale.

 È il messaggio, forte e chiaro, inviato dalla città portuale di Tianjin, a sud di Pechino, dove il presidente cinese” Xi Jinping “ha accolto i Capi di Stato di Russia, India, Pakistan, Iran e altri 22 Paesi non occidentali in occasione del 25esimo vertice dell’”Organizzazione per la cooperazione di Shanghai” (SCO).

Nel suo discorso alla plenaria Xi ha criticato il “comportamento prepotente” di altri paesi e, pur senza nominare Donald Trump, ha esortato i partecipanti a opporsi alla “mentalità da guerra fredda”, per costruire un nuovo modello più giusto di “vero multilateralismo”.

Il leader cinese ha sollecitato una maggiore cooperazione per incrementare il commercio e gli investimenti, e ha affermato che Pechino fornirà 2 miliardi di yuan (circa 280 milioni di dollari) di aiuti a fondo perduto agli stati membri quest’anno e ulteriori 10 miliardi di yuan di prestiti a una banca di sviluppo SCO nei prossimi 3 anni.

 Si tratta di un impegno rilevante, accompagnato da una diversa interpretazione dei fatti attuali e della storia.

 Per questo, nel comunicato finale, l’Organizzazione chiede alla comunità internazionale di sostenere una prospettiva “corretta” sulla Seconda guerra mondiale, evidenziando il ruolo della Cina accanto a quello dell’Unione Sovietica, nella sconfitta di Giappone e Germania.

Significativo anche il fatto che molti dei capi di Stato presenti al vertice, conclusosi formalmente ieri, resteranno a Pechino domani per assistere alla parata militare per gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, a cui parteciperà anche il leader nordcoreano Kim Jong-un.

 

Putin non è affatto isolato?

Il vertice ha offerto a Vladimir Putin un palcoscenico ideale.

 Durante il suo discorso, il presidente russo ha difeso la decisione di invadere l’Ucraina su vasta scala all’inizio del 2022, sostenendo che il conflitto fosse “il risultato di un colpo di stato a Kiev, sostenuto e provocato dall’Occidente, in riferimento alle sanguinose proteste di Euro -maidan del 2014, che si sono concluse con la destituzione del presidente alleato del Cremlino “Viktor Yanukovych”.

 “La seconda causa della crisi sono i continui tentativi dell’Occidente di trascinare l’Ucraina nella NATO” ha aggiunto Putin.

Già passato il presidente russo aveva lanciato accuse analoghe senza fornire prove, ma il contesto odierno è differente:

a tre anni e mezzo dall’inizio del conflitto Putin non è affatto isolato sulla scena internazionale.

Anzi, in qualità di ospite d’onore ad un vertice a cui erano presenti decine di leader mondiali, ha colto l’occasione di ribadire la sua narrativa sulla guerra, nel plauso generale.

Intanto, l’ultimatum di Washington a Mosca per i negoziati con Kiev era scaduto senza alcuna conseguenza.

A Tianjin, inoltre, Mosca e Pechino hanno firmato un accordo per la costruzione del gasdotto “Power of Siberia 2”, un progetto che potrebbe rimodellare i flussi energetici globali.

Tuttavia – secondo il Financial Times – il documento definisce solo i termini generali, senza fornire dettagli sui prezzi, per anni il principale ostacolo nei negoziati. 

 

Trump spinge Modi verso Xi?

Oltre a Vladimir Putin, tra i partecipanti più attesi alla SCO figuravano anche il Primo Ministro indiano Narendra Modi e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Si è parlato molto della visita di Modi in Cina – la prima in sette anni – proprio perché avvenuta mentre i rapporti tra India e Washington sprofondano, dopo che Trump ha raddoppiato i dazi sulle esportazioni indiane al 50%, citando il rifiuto di Delhi di interrompere gli acquisti di petrolio russo.

“India e Russia hanno una partnership privilegiata” ha sentenziato Modi nel suo intervento e, con buona pace del consigliere di Trump, Peter Navarro, che aveva definito il conflitto in Ucraina “la guerra di Modi” e l’India “la lavanderia del Cremlino”, ha invitato Putin in India il prossimo dicembre.

 Anche sul fronte indo-cinese, segnato da una lunga disputa sul confine himalayano, controversie commerciali e dal sostegno della Cina al Pakistan, Tianjin ha inviato inequivocabili segnali di disgelo.

 Secondo quanto riportato dai media statali, Xi ha affermato che i legami con New Dehli potrebbero essere “stabili e di vasta portata” se entrambi si concentrassero sul considerarsi reciprocamente come partner anziché come rivali.

Nel corso del vertice Xi, Putin e Modi sono stati visti più volte chiacchierare, affiancati dai loro interpreti ufficiali.

Un’immagine potente che segna la fine di decenni di sforzi diplomatici volti a fare dell’India un contrappeso strategico all’ascesa cinese.

 

 Europa, alleato o ostaggio?

Mentre il “Washington Consensus” scricchiola sotto i colpi della politica trumpiana, Pechino ha abilmente sfruttato la due giorni per presentarsi come pilastro di una governance globale alternativa.

“Lo spirito di Tianjin”, come l’ha definito Xi Jinping, rappresenta circa metà dell’economia globale, 25 Paesi membri e il 40% della popolazione mondiale.

Il momento appare propizio:

 la Cina prova a raccogliere consenso mentre Trump porta acqua al suo mulino;

la guerra dei dazi voluta dal tycoon ha colpito mezzo mondo, partner e non, inimicandosi potenziali alleati nella partita contro Pechino.

Da migliaia di chilometri di distanza, l’Europa, ostaggio della propria dipendenza dagli Stati Uniti a causa della guerra alle porte, ha seguito il vertice di Tianjin con timore.

Gli europei sembrano aver perso la capacità di incarnare una “terza via” da contrapporre al mondo di Trump e a quello caldeggiato dal triumvirato di altrettante potenze nucleari che possono contare, rispettivamente, sul secondo, terzo e quarto esercito più grande del mondo. 

I sorrisi e le strette di mano a favore di telecamere hanno fornito un messaggio potente:

 dal caos nutrito da Donald Trump emergerà un nuovo ordine di cui l’Occidente rischia di essere solo spettatore

 

Il commento. 

(Filippo Fasulo, Co-Head, Osservatorio Geoeconomia ISPI.)

“Le regole del mondo non sono più un affare esclusivo del blocco transatlantico e, a differenza del passato, gli “altri” alla volontà politica possono affiancare il peso economico.

 È questo il senso dei grandi proclami emersi dal Summit Sco ospitato dalla Cina di Xi Jinping a Tianjin.

Inoltre, la Cina padrone di casa punta a legittimare il suo ruolo di vero interprete di un ordine che non sia egemonico (con gli Usa al centro), ma fondato su un meccanismo egualitario in termini di peso internazionale (sul modello delle Nazioni Unite), grazie alla rivalutazione del suo contributo alla guerra contro i “fascismi” della Seconda guerra mondiale.

 L’India di Modi partecipa in prima fila nel proclamare la propria indipendenza in politica estera dagli Usa di Trump mostrando uno stretto rapporto con Putin e distendendo le tensioni con Pechino.

Tuttavia, questo blocco deve ancora dimostrare di ottenere risultati concreti e il riavvicinamento tra il Dragone e l’Elefante non nasconde del tutto una diffidenza tra India e Cina che è strutturale e non può essere risolta con un solo incontro.”

 

 

 

 

 

Sicurezza energetica in pericolo:

i politici ignorano l’abisso.

Laleggepertutti.it – (21 Marzo 2026) - Angelo Greco – Redazione – ci dice:       

 

Sicurezza energetica in pericolo: i politici ignorano l’abisso.

“Fatih Birol” lancia l’allarme sulla crisi energetica mondiale.

Rischi per l’economia e nuove regole per il risparmio dei consumi.

Il conflitto in Medio Oriente ha innescato una trasformazione violenta degli equilibri mondiali.

Siamo di fronte alla maggiore minaccia alla sicurezza energetica globale della storia.

 I numeri superano ogni precedente crisi e delineano uno scenario dove la stabilità economica vacilla sotto il peso di carenze strutturali.

La regola generale è chiara:

quando il transito delle risorse primarie si interrompe, lo Stato ha il dovere di intervenire con la gestione delle scorte strategiche e con limitazioni immediate ai consumi per evitare il default finanziario.

 I responsabili politici mondiali non comprendono la gravità della situazione.

 Questa crisi colpisce i conti pubblici e rischia di trascinare i Paesi emergenti in una spirale mortale.

 Non si tratta di una fluttuazione temporanea, ma di un’emergenza che richiede una cooperazione internazionale senza precedenti per garantire la sopravvivenza dei mercati (acc. int. “Aie”).

 

Numeri da brivido: la crisi attuale è peggiore degli anni Settanta.

Il confronto con il passato è impietoso e mostra una realtà drammatica. Durante le crisi petrolifere del 1973 e del 1979 il mondo perde circa 10 milioni di barili di greggio al giorno.

Oggi la perdita ammonta a 11 milioni di barili quotidiani.

La situazione del gas naturale è ancora più allarmante.

 L’invasione russa dell’Ucraina sottrae al mercato 75 miliardi di metri cubi.

Attualmente mancano all’appello 140 miliardi di metri cubi di “GNL”, una cifra doppia rispetto al precedente shock.

Il mercato soffre anche per la carenza di fertilizzanti, elio e prodotti petrolchimici.

Questa simultaneità di eventi paralizza l’economia globale.

 Se il prezzo del petrolio rimane sopra i 110 dollari, la domanda subisce un rallentamento forzato.

I Paesi emergenti affrontano rischi estremi perché possiedono margini di manovra fiscale ridotti rispetto alle economie avanzate.

 

Strategie di emergenza e obblighi previsti dalla legge.

Le autorità internazionali attivano protocolli straordinari per mitigare l’impatto sui cittadini.

L’”Agenzia internazionale dell’energia” annuncia il rilascio di 400 milioni di barili dalle scorte petrolifere strategiche (norme “Aie”).

Tuttavia, il solo annuncio provoca un balzo del prezzo del greggio di 18 dollari.

La legge prevede che i governi possano imporre misure restrittive per ridurre la domanda energetica.

Un esempio pratico è l’adozione dello “smart working” obbligatorio o la limitazione dei viaggi aerei per ridurre i consumi di carburante.

Altre indicazioni operative includono:

 

l’introduzione delle targhe alterne per la circolazione stradale;

la promozione delle domeniche a piedi nei centri urbani;

la riduzione delle temperature negli edifici pubblici e privati;

l’incentivo all’uso dei mezzi di trasporto collettivi.

 

Questi interventi servono ad attenuare l’impatto negativo sull’economia ma non risolvono il problema alla radice.

 

Lo Stretto di Hormuz e il blocco che strangola il mercato.

Il vero ostacolo alla stabilità non è la disponibilità delle risorse ma il loro trasporto.

Il blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta il fattore di rischio principale per l’inflazione e la crescita economica. Fino a quando il passaggio rimane chiuso, le implicazioni per l’economia globale restano gravi.

Il ritorno alla normalità richiede tempi lunghissimi che la politica spesso sottovaluta.

 Il ripristino dei giacimenti e la riparazione degli oleodotti non sono operazioni immediate.

Ad esempio, per normalizzare la produzione in Qatar servono fino a cinque anni.

 In altri contesti sono necessari mesi solo per rendere di nuovo operativi gli impianti petrolchimici.

La sicurezza dipende dalla possibilità di trasportare petrolio e gas dal Golfo ai mercati internazionali senza interruzioni.

 

Transizione forzata e il ritorno del nucleare civile.

La risposta politica allo shock energetico deve essere strutturale e non solo emergenziale.

Come accade dopo gli anni Settanta, il mondo affronta una trasformazione del sistema produttivo.

 In quel periodo nasce oltre il 40% delle centrali nucleari oggi attive.

Anche oggi si assiste a un nuovo impulso per l’energia nucleare e per le fonti rinnovabili.

L’industria automobilistica accelera la transizione verso i motori elettrici per dimezzare il consumo di petrolio necessario a percorrere cento chilometri.

 Esiste però un rischio concreto: se i prezzi del gas continuano a salire, molti Paesi asiatici aumenteranno l’uso del carbone.

La cooperazione tra i membri dell’“Aie” e il “Segretario all’Energia Usa” rimane fondamentale per evitare decisioni unilaterali che danneggino il commercio globale.

Senza una comprensione reale della gravità del problema, i danni strutturali all’economia diventano irreversibili.

(Angelo Greco).

 

 

 

 

Energia, crisi e futuro: il nucleare

torna al centro del dibattito?

Un modo per restituire al Paese

un'indipendenza energetica.

Ilgiornaleditalia.it – (21 marzo 2026) – Gianfranco Petrecca – Redazione – ci dice:

Ogni escalation internazionale si traduce immediatamente in incertezza, aumento dei prezzi e timori per famiglie e imprese.

È in questo scenario che torna prepotentemente al centro del dibattito una soluzione troppo a lungo accantonata: l’energia nucleare.

 

Energia nucleare, ok della Camera alla mozione di maggioranza: valutare “mix energetico Energia nucleare” (fonte: Twitter.)

La nuova crisi energetica innescata dalle tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran ripropone con forza una domanda che l’Italia tende da decenni a eludere: come garantire sicurezza, autonomia e stabilità negli approvvigionamenti energetici?

 

Ancora una volta, gli equilibri geopolitici dimostrano quanto sia fragile un sistema fortemente dipendente dall’estero e dalle fonti fossili.

 Ogni escalation internazionale si traduce immediatamente in incertezza, aumento dei prezzi e timori per famiglie e imprese.

È in questo scenario che torna prepotentemente al centro del dibattito una soluzione troppo a lungo accantonata: l’energia nucleare.

 

Non si tratta più del nucleare del passato, legato nell’immaginario collettivo alla tragedia del “disastro di Chernobyl”, che segnò profondamente l’opinione pubblica italiana fino a determinarne scelte referendarie drastiche.

Oggi la tecnologia ha compiuto passi avanti significativi.

In particolare, la prospettiva della fusione nucleare — ancora in fase di sviluppo ma sempre più concreta — promette un’energia pulita, virtualmente inesauribile e con rischi incomparabilmente inferiori rispetto alla fissione tradizionale.

 

Continuare a rimanere ancorati a decisioni prese sull’onda emotiva di un evento storico, per quanto drammatico, rischia di essere miope.

 Il mondo sta cambiando rapidamente:

diversi Paesi europei e globali stanno investendo massicciamente nel nucleare di nuova generazione, considerandolo una componente essenziale del mix energetico del futuro.

 

L’Italia, al contrario, resta in una posizione di dipendenza strutturale, esposta alle crisi internazionali e priva di una strategia di lungo periodo realmente autonoma.

In questo contesto, riaprire seriamente il dossier nucleare non è più un tabù ideologico, ma una necessità pragmatica.

Una eventuale scelta in questa direzione da parte del governo guidato dall’On. Giorgia Meloni avrebbe un significato che va ben oltre l’immediata risposta all’emergenza.

 

Sarebbe un investimento sul futuro, una decisione strutturale capace di restituire al Paese una maggiore indipendenza energetica e di ridurre la vulnerabilità rispetto agli shock esterni.

Soprattutto, sarebbe una scelta a favore delle nuove generazioni. Perché la vera questione non è solo affrontare la crisi di oggi, ma costruire un sistema energetico sostenibile, sicuro e competitivo per i decenni a venire.

 

Non è più il tempo delle esitazioni! …

l’attuale crisi, impone di essere decisionisti.

(Gianfranco Petrecca.)

 

 

 

 

 

Sicurezza energetica.

Crisi energetica e SMR rimettono

il nucleare sul tavolo delle scelte politiche

ESG360.it – (17 marzo 2026) – Mauro Bellini – Redazione – ci dice:

 

(Mauro Bellini -Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech)

 

Energy Trasformazione.

La Commissione europea torna considerare il nucleare nell’ambito di un piano che punta a far coesistere sicurezza energetica, decarbonizzazione e competitività.

L’innovazione che arriva con gli “Small Modular Reattori SMR” si candida per rispondere sia al bisogno di energia delle industrie UE sia nell’integrazione con le rinnovabili.

 La roadmap UE prevede investimenti, standard condivisi e aree pilota, ma restano ancora aperte le sfide regolatorie e tecnologiche.

Crisi energetica SMR nucleare.

 

La scelta del nucleare è una decisione politica storica (referendum 1987 e 2011) riemersa con le crisi energetiche; Ursula von der Leyen ne ha rivendicato il ruolo per prezzi accessibili e competitività.

Gli SMR (Small Modular Reattori) offrono modularità, scalabilità e integrazione con rinnovabili, favorendo flessibilità di rete, decarbonizzazione e servizi a poli industriali energivori.

La Commissione europea mira ai primi SMR operativi entro i primi anni del 2030 con un approccio fleetbased, standard comuni e investimenti secondo il PINC (oltre 240 miliardi di euro entro il 2050), tutelando lautonomia strategica.

(Riassunto generato con AI).

Se è vero che l’energia, qualunque sia la fonte per produrla, rappresenta una scelta politica, il nucleare è certamente l’esempio che più di altri ha incarnato nel tempo questa dimensione.

 La scelta del nucleare in Italia è stata posta all’attenzione dei cittadini con due referendum (che si articolavano in quattro quesiti referendari) prima nel 1987 e poi nel 2011.

Il tema è da sempre fortemente divisivo e per lunghi anni è rimasto ai margini del dibattito politico, per poi rientrare, prima sottotraccia e poi in modo più palese e deciso, sulla spinta delle urgenze causate dalle crisi energetiche e delle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, in termini di tipologie di impianti per l’energia nucleare.

 

Indice degli argomenti.

La debolezza di un sistema energetico troppo sbilanciato sui combustibili fossili.

La crescita di attenzione verso gli Small Modular Reattori.

La dichiarazione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in occasione del World Nucleare Energy Summit a Parigi.

La strategia della Commissione europea per avere attivi i primi impianti SMR all’inizio del 2030.

I presupposti della roadmap della Commissione europea.

Flessibilità di impiego, costi e ricadute sulla decarbonizzazione

Il ruolo degli Small Modular Reattori nella strategia energetica europea.

Vantaggi e applicazioni degli SMR per la decarbonizzazione e la competitività industriale.

Una possibile soluzione per compensare l’intermittenza delle fonti rinnovabili.

Energia termica ed elettrica low-carbon a costi contenuti.

Quali sono le azioni della Commissione per accelerare lo sviluppo degli SMR in Europa.

Dentro il Piano tra investimenti, cooperazione e creazione di una catena del valore paneuropea.

Una catena del valore focalizzata su ricerca, formazione tecnica avanzata e protezione della proprietà intellettuale.

La necessità strategica di un controllo – e dunque di una autonomia UE – sulle tecnologie.

La debolezza di un sistema energetico troppo sbilanciato sui combustibili fossili.

 

La Guerra Russia Ucraina prima e la Guerra USA Israele Iran poi hanno mostrato tutte le debolezze di un sistema energetico europeo e italiano troppo sbilanciato verso i combustibili fossili, dove lo sviluppo delle energie rinnovabili, per quanto in forte miglioramento, è ben lontano dalla capacità di rispondere al calo nelle forniture di gas o petrolio e di garantire una indipendenza energetica.

 Al netto di qualsiasi considerazione legata alle scelte politiche i paesi europei che dispongono di un portfolio energetico nel quale è presente il nucleare, come la Francia, la Spagna, la Svezia, il Belgio solo per citarne alcuni, sono meno esposti a queste crisi, o meglio dispongono di maggiori strumenti per governarle.

 

Crisi energetica SMR nucleare.

La crescita di attenzione verso gli Small Modular Reattori.

Nello stesso tempo l’innovazione ha fatto la sua parte e un ruolo crescente, in termini di prospettive di sviluppo del nucleare, è stato occupato dagli Small Modular Reattori (SMR), reattori di minori dimensioni, caratterizzati da una struttura modulare che consente sia una riduzione dei costi di produzione e installazione sia una migliore flessibilità d’impiego per alimentare reti elettriche di dimensioni più contenute, come nel caso della produzione di energia per specifici distretti industriali.

 

La dichiarazione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in occasione del World Nucleare Energy Summit a Parigi.

In questo scenario si colloca la scelta della presidente della commissione europea Ursula von der Leyen di aprire la sessione plenaria del vertice sull’energia nucleare dell’AIEA a Parigi dichiarando – a sorpresa – che “I prezzi dell’elettricità in Europa sono strutturalmente troppo alti.

E questo rappresenta un problema estremamente importante, perché un’elettricità accessibile non è solo essenziale per il costo della vita dei nostri cittadini, ma è anche cruciale per la competitività delle industrie.”

 (Si legga a questo proposito anche il servizio sul Decreto Bollette n.d.r.).

 

Sino a prima della Guerra che ha bloccato lo Stretto di Hormuz una affermazione come questa era appannaggio delle opposizioni.

Adesso (con i prezzi dell’energia in continua crescita) torna prepotentemente al centro della scena politica.

Ma la von der Leyen ha anche tenuto a precisare che “Nel 1990 un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, mentre oggi è solo il 15%“, per arrivare poi al punto chiave della sua dichiarazione nella quale ha sottolineato che “voltare le spalle a una fonte energetica affidabile, economica e a basse emissioni sia stato un errore strategico da parte dell’Europa”.

 

Il discorso della presidente della Commissione europea dovrebbe probabilmente essere messo in diretta relazione con i contenuti e gli obiettivi dell’Industrial Acceleratore Act IAA, (e del Clan Industrial ACT) anche perché in un altro passaggio la von der Leyen afferma da una parte che “Nucleare e rinnovabili devono svolgere un ruolo chiave per garantire insieme indipendenza, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività”.

E poi, in particolare, a completamento della propria riflessione, la presidente della Commissione europea sottolinea il ruolo dei reattori nucleari di nuova generazione e (soprattutto) il ruolo che l‘industria europea può e deve svolgere in termini di innovazione ad alto valore aggiunto.

 

La strategia della Commissione europea per avere attivi i primi impianti SMR all’inizio del 2030.

Ed è in questo contesto che occorre leggere la scelta della Commissione di presentare la strategia per avere pronte (in rete) i primi SMR europei entro i primi anni del 2030.

 

I presupposti della roadmap della Commissione europea.

I due punti di riferimento per interpretare l’impegno della commissione europea nell’adozione di “Small Modular Reattori” all’interno della propria strategia energetica sono da individuare nella necessità di rispondere alle richieste di “sicurezza energetica “ con un portfolio di fonti energetiche più ampio e più flessibile rispetto a quello attuale.

 In secondo luogo il tema della transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio si è naturalmente saldato con il tema della competitività dell’industria europea che sta pagando un prezzo dell’energia decisamente superiore a quello di altre aree del pianeta, come nel caso degli Stati Uniti e della Cina (e che sta spingendo anche alla richiesta di sospendere o rimodulare il peso degli “EU ETS Emissioni Trading System” per alleggerire i costi dell’energia).

 

Crisi energetica SMR nucleare.

Per queste ragioni soprattutto gli “Small Modular Reattori” (SMR) stanno guadagnando spazio nel dibattito sulle strategie future per la produzione di energia.

 

Flessibilità di impiego, costi e ricadute sulla decarbonizzazione.

Il potenziale degli SMR risiede soprattutto nella flessibilità d’impiego e nella capacità di integrarsi sia nelle reti esistenti che in contesti industriali specifici e si tratta di una soluzione che può avere ricadute dirette sulla decarbonizzazione.

La Commissione europea ha scelto di avviare un percorso volto a favorirne lo sviluppo attraverso misure dedicate, stimolando investimenti e collaborazione tra gli Stati membri.

Non vanno però dimenticate o trascurate le potenziali criticità:

 il percorso verso una diffusione su larga scala richiede ancora un sistema regolatorio adeguato, una chiara visione industriale condivisa e un rigoroso framework di controlli per quanto attiene alla sicurezza.

 

Il ruolo degli “Small Modular Reattori” nella strategia energetica europea.

Ora, se si guarda alla strategia per la transizione energetica europea, gli “Small Modular Reattori” (SMR) vanno a collocarsi in un quadro strategico che, anche alla luce delle dichiarazioni della von der Leyen, si sta ridefinendo sulla base di priorità che partono dalla sicurezza energetica e dalla competitività industriale.

 La modularità dell’SMR consente una flessibilità progettuale che si adatta all’integrazione con le reti esistenti e permette un impiego in aree dove è necessario disporre di una capacità produttiva crescente in funzione della crescita del business, come possono essere poli industriali o grandi data centre.

Gli SMR, uniscono le dimensioni ridotte, ovviamente rispetto ai tradizionali reattori nucleari, e la possibilità di gestire la scalabilità. Sono nello stesso tempo delle soluzioni che possono contribuire alla stabilità delle reti o possono diventare delle infrastrutture abilitanti per creare e gestire nuovi modelli di approvvigionamento energetico distribuito.

 

Sulla base di questi presupposti è stata predisposta la strategia presentata dalla Commissione che punta sostanzialmente a superare le barriere normative e industriali, favorendo un’azione coordinata tra gli Stati membri.

L’obiettivo di evitare la frammentazione delle iniziative si unisce alla volontà di creare un mercato continentale integrato che possa prendere in considerazione gli SMR come una risposta tecnologica ed economica alle politiche energetiche nazionali.

 

Vantaggi e applicazioni degli SMR per la decarbonizzazione e la competitività industriale.

Nel comunicato ufficiale della Commissione europea (QUI per maggiori dettagli n.d.r.) si sottolinea come gli “Small Modular Reattori” si prestano a rispondere a una gamma ampia di applicazioni che comprendono naturalmente la produzione elettrica, ma che in particolare rappresentano anche il supporto ai processi industriali più energivori, il teleriscaldamento urbano e la fornitura di calore per industrie chimiche o siderurgiche, ovvero una risposta al mondo delle imprese che rientrano nella categoria hard to abate.

 

Una possibile soluzione per compensare l’intermittenza delle fonti rinnovabili.

Un’altra caratteristica sulla quale la strategia della Commissione intende fare leva riguarda la possibilità di utilizzare la flessibilità degli “Small Modular Reattori” per operare in sinergia con infrastrutture basate su fonti rinnovabili.

In questo caso l’idea è quella di sfruttare gli SMR per compensare l’intermittenza tipica di eolico e solare, fornendo stabilità operativa alle reti e contribuendo agli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Unione Europea.

 

Energia termica ed elettrica low-carbon a costi contenuti.

Gli SMR sono anche una potenziale risposta alla domanda del mondo industriale che chiede energia termica ed elettrica low-carbon a costi contenuti per proteggere o aumentare la propria competitività sui mercati internazionali.

 

Si traduce in un vantaggio competitivo per i settori più esposti alla concorrenza internazionale e ai costi delle emissioni.

 Un altro aspetto che nella prospettiva della strategia della Commissione europea può rappresentare una importante opportunità riguarda il fatto che l’adozione degli SMR può rappresentare un supporto importante allo sviluppo delle filiere europee dell’idrogeno verde o delle tecnologie power-to-X, accelerando l’innovazione nei comparti ad alta intensità energetica.

 

In particolare gli SMR possono contribuire alla produzione di idrogeno low-carbon portando stabilità ed efficienza alla più stabile ed efficiente la filiera dell’idrogeno.

 

Quali sono le azioni della Commissione per accelerare lo sviluppo degli SMR in Europa.

La Commissione punta a sostenere il percorso verso la prima generazione di “SMR operativi” già nei primi anni del 2030.

E il piano prevede un approccio “fleet-based” con il quale favorire economie di scala nella produzione e nell’implementazione dei reattori modulari, con misure di accompagnamento e di rafforzamento della cooperazione tra industria e autorità regolatorie.

Tra le misure chiave figurano l’introduzione di standard industriali condivisi, la semplificazione delle procedure amministrative su base europea e la creazione di aree pilota denominate “SMR Valleys”, pensate come hub per testare tecnologie e modelli organizzativi innovativi.

 

L’iniziativa punta anche a promuovere percorsi comuni per l’omologazione dei progetti attraverso strumenti come le revisioni regolatorie congiunte e i cosiddetti “regulatory sandboxes” previsti dal Net-Zero Industry Act. Una speciale attenzione è poi prevista per attuare forme di coinvolgimento del settore privato con incentivi attraverso piattaforme collaborative e alleanze industriali dedicate.

 

Dentro il Piano tra investimenti, cooperazione e creazione di una catena del valore paneuropea.

Tradurre in pratica un piano di questa portata, al di là della sfida sul piano politico e sociale, implica un impegno straordinario in termini economici.

 A questo proposito la nota della Commissione fa esplicito riferimento al Piano Illustrativo Nucleare (PINC) secondo il quale saranno necessari investimenti per oltre 240 miliardi di euro entro il 2050 da destinare sia all’ammodernamento degli impianti esistenti sia alla realizzazione delle nuove infrastrutture modulari.

 

Crisi energetica SMR nucleare.

Una catena del valore focalizzata su ricerca, formazione tecnica avanzata e protezione della proprietà intellettuale.

Per l’attuazione di questo piano la Commissione UE prevede la costruzione di una catena del valore paneuropea competitiva pensata per concentrare un impegno specifico e coordinato a livello paneuropeo su temi come la ricerca, la formazione tecnica avanzata e la protezione della proprietà intellettuale.

I temi chiave che rappresentano anche a tutti gli effetti i fattori abilitanti del progetto riguardano prima di tutto la maturità tecnologica dei progetti – ancora in fase dimostrativa – a cui si deve aggiungere l’allineamento normativo tra i diversi Paesi membri e la capacità del settore pubblico-privato di condividere sia i rischi finanziari collegati alla implementazione di queste progettualità sia la expertise ingegneristica.

 

La necessità strategica di un controllo – e dunque di una autonomia UE – sulle tecnologie.

Sullo sfondo resta centrale il tema dell’autonomia strategica europea:

pur aprendosi al confronto internazionale su standard e best practice, la Commissione sottolinea l’importanza di mantenere il controllo sulle tecnologie strategiche per evitare che questa scelta, motivata anche dalla necessità di liberarsi da ingombranti e pericolose dipendenze nelle forniture di combustibili fossili non debba a sua volta far ricadere l’Europa in nuove e magari diverse dipendenze critiche nelle filiere energetiche.

(Mauro Bellini).

 

 

 

 

 

Un antidoto alla propaganda

nucleare del governo.

Greenreport.it – (17 Marzo 2026) – Editoriale - Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio – ci dicono:

 

In un momento in cui il dibattito energetico italiano sembra intrappolato tra slogan e falsi miti, che non cessano nemmeno davanti all’ennesima crisi petrolifera, abbiamo cercato di fare una mappa delle questioni e dimostrare non solo l’illusorietà del rilancio del nucleare ma anche che le rinnovabili sono una alternativa credibile anche in Italia.

 

Nel mondo occidentale la tecnologia nucleare è in declino da anni:

Stati Uniti e Francia, i due grandi Paesi “nucleari” democratici, hanno visto invecchiare il proprio parco reattori senza riuscire a produrre i nuovi reattori di generazione III+ a costi sensati.

Questi, infatti, si sono rivelati un disastro economico, con costi al kW che continuano a salire invece di scendere.

 Il caso più eclatante riguarda i reattori francesi EPR:

ogni nuovo impianto in costruzione vede salire i costi, nonostante sia sempre la stessa tecnologia e, soprattutto, la stessa azienda EDF tra quelle con maggiore esperienza nella cantieristica nucleare.

Il governo punta sui piccoli reattori modulari, gli SMR.

Ad oggi, va ricordato, non esiste ancora un solo prototipo industriale funzionante nei Paesi occidentali.

Promettere in Italia almeno 7,6 GW di questi reattori (20-25 di impianti da 300-400 MW ciascuno) in un Paese che non ha ancora una strategia credibile sui rifiuti nucleari va oltre qualunque senso minimo di realtà.

Peraltro i futuribili SMR produrranno, a parità di energia prodotta, più rifiuti nucleari rispetto agli impianti di maggior potenza e, come rivelano gli studi effettuati, avrà un costo del kWh sicuramente superiore.

 

Il governo giustifica il nucleare sostenendo che un sistema 100% rinnovabili costerebbe 17 miliardi in più al 2050.

Una cifra che suona elevata - ma che va considerata nell’arco di 25 anni - e che comunque non è mai stata dimostrata da nessuno dei documenti resi disponibili dalla piattaforma nucleare sostenibile.

 Il “PNIEC” poggia quindi su un sostanziale falso ideologico.

Nessun investitore privato è interessato, il ministro “Pichetto Frattin” ha escluso finanziamenti pubblici:

saranno le singole aziende a realizzare gli SMR, dice.

Gli unici fondi certi saranno quelli per la propaganda nucleare, finanziata coi soldi dei cittadini.

Da questo punto di vista il libro vuole essere un antidoto a questa propaganda - basata sul nulla come si cerca di dimostrare.

Il controcanto a questa opzione illusoria è dato dalla transizione verso le rinnovabili, che è già in corso.

Il solare è passato dall’1% dell’elettricità mondiale nel 2015 al 6,9% nel 2024 e all’8,8% nella prima metà del 2025.

Gli investimenti globali nella transizione energetica hanno toccato i 2,4 trilioni di dollari nel 2024 (+20%).

I veicoli elettrici raggiungeranno il 26% del mercato nel 2026. L’efficienza energetica, l’elettrificazione, le pompe di calore e i sistemi di accumulo stanno già riducendo i fossili molto più velocemente di quanto previsto.

 

Il nucleare, invece, è sceso dal 17,6% al 9% della produzione elettrica mondiale.

Mentre le rinnovabili sottraggono spazio al carbone (che ha già raggiunto o è vicino al picco secondo l’ultimo World Energy Outlook dell’AIE), gli SMR si presentano come un miraggio che fa solo perdere tempo e risorse.

Per non parlare della fusione nucleare che viene venduta come di imminente commercializzazione quando è ancora, e per molto tempo rimarrà, un oggetto di ricerca.

 

Questa situazione è determinata dalla “resistenza fossile” che ostacola autorizzazioni, impone moratorie regionali e usa il nucleare come diversivo per difendere il gas, ancora dominante nel mix elettrico.

Se Terna parla di costi crescenti superato il 90% di rinnovabili, va ricordato che i costi dei sistemi di accumulo vanno continuamente scendendo e che nel 2025 il costo delle batterie industriali è sceso del 43% in un solo anno.

E che si stanno sviluppando sistemi di accumulo di lunga durata (giorni, settimane, mesi).

Un sistema 100% rinnovabile è dunque tecnicamente fattibile e auspicabile, come dimostra il documento del network “100% Rinnovabili” firmato da oltre cento esperti, industriali e sindacalisti, network che vede gli autori tra i promotori.

(Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio).

 

 

 

 

Quando il Dissenso Diventa Colpa:

il Caso Merz e la Trasformazione dell’UE.

Conoscenzealconfine.it – (22 Marzo 2026) - Patrizio Ricci - Redazione – ci dice:

Il contesto dello scontro: Budapest ha esercitato il proprio diritto di veto, previsto dai Trattati per decisioni di particolare rilevanza.

Le dichiarazioni del cancelliere tedesco “Friedrich Merz”, arrivano al termine di un” Consiglio Europeo” segnato da uno stallo significativo.

Al centro dello scontro vi è il blocco, da parte dell’Ungheria, di un pacchetto di circa 90 miliardi di euro di prestiti destinati all’Ucraina, insieme all’apertura di nuovi capitoli nei negoziati di adesione di Kiev all’Unione Europea.

Budapest ha esercitato il proprio diritto di veto, previsto dai Trattati per decisioni di particolare rilevanza.

 

È in questo contesto che “Merz” ha parlato di “atto di grave slealtà”, evocando “conseguenze ben oltre questo singolo episodio” e lasciando intravedere la possibilità di rimettere in discussione il principio dell’unanimità in favore della maggioranza qualificata.

Parole che non si limitano a fotografare una crisi politica contingente, ma che aprono interrogativi più profondi sulla natura stessa dell’Unione Europea.

 

Una Frattura Più Profonda.

Le parole pronunciate dal cancelliere tedesco “Friedrich Merz” al termine del Consiglio Europeo meritano una riflessione attenta, perché non si tratta soltanto di una polemica contingente con l’Ungheria, ma di qualcosa di più profondo: una tensione crescente tra la struttura originaria dell’Unione Europea e la sua evoluzione politica attuale.

 

Definire “atto di grave slealtà” la posizione di uno Stato membro che esercita un diritto previsto dai Trattati significa, di fatto, mettere in discussione il fondamento stesso dell’architettura europea.

L’unanimità non è un incidente procedurale né un ostacolo burocratico: è una garanzia.

È stata pensata proprio per le decisioni più sensibili, quelle che incidono sulla sovranità, sugli equilibri geopolitici e sulla vita concreta dei cittadini europei.

 

Il Nodo Democratico.

Quando “Merz” lascia intendere che questo meccanismo sia un problema da superare, si apre un nodo politico cruciale.

 Perché se la regola dell’unanimità viene considerata illegittima nel momento in cui produce un esito sgradito, allora il problema non è più procedurale, ma democratico.

Significa che la legittimità non deriva più dal rispetto delle regole condivise, ma dalla conformità al risultato atteso.

In definitiva è come pretendere di cambiare le regole durante la partita. Ma qui non siamo in un campo sportivo.

 Qui si tratta di decisioni che riguardano finanziamenti miliardari, equilibri di guerra e pace, e il futuro stesso dell’Unione.

Il passaggio implicito è inquietante:

se uno Stato blocca, allora si cambia la regola per aggirarlo.

Questo non è adattamento istituzionale; è un precedente.

 

Il Dissenso Come Problema.

Il caso specifico – il prestito all’Ucraina e l’apertura di nuovi capitoli negoziali – si inserisce inoltre in un contesto già segnato da una crescente militarizzazione del discorso europeo e da una progressiva compressione del dissenso interno.

 Che si condivida o meno la posizione di “Viktor Orbán”, il punto non è il merito della decisione, ma il diritto di opporsi.

Senza questo diritto, l’Unione perde la sua natura di comunità di Stati sovrani e si trasforma in un sistema gerarchico.

 

Colpisce, nelle parole di “Merz”, anche il riferimento a “conseguenze ben oltre questo singolo episodio”.

 È una frase che suona come un avvertimento politico più che come una constatazione.

E pone una domanda inevitabile: quali conseguenze?

Pressioni finanziarie? Isolamento politico?

 Ridefinizione delle regole per marginalizzare i dissenzienti?

 

Una Trasformazione Silenziosa.

Se così fosse, saremmo di fronte a una mutazione significativa dell’Unione Europea, da spazio di mediazione tra interessi nazionali a struttura in cui il consenso viene progressivamente sostituito dall’allineamento.

 

I “padri fondatori” (facevano meglio a non fidarla affatto – nota di conoscenze al confine), nel secondo dopoguerra, avevano in mente un progetto essenziale: evitare che l’Europa tornasse a essere teatro di conflitti distruttivi.

 La logica dell’unanimità, per quanto imperfetta, rispondeva proprio a questa esigenza:

nessuna decisione cruciale senza il consenso di tutti.

 Era un freno, sì, ma un freno voluto, perché la storia europea aveva dimostrato cosa accade quando le decisioni vengono imposte.

 

Il Bivio Europeo.

Oggi sembra emergere una visione diversa:

 più efficiente, più rapida, ma anche più incline a considerare il dissenso come un’anomalia da correggere.

 In questo senso, le parole di Merz non sono un semplice sfogo politico, ma il sintomo di una trasformazione.

 

La vera questione, allora, non è l’Ungheria.

È capire se l’Unione Europea intenda restare fedele ai propri principi fondativi oppure imboccare una strada in cui la legittimità deriva dalla forza dei numeri – o peggio, dal peso politico di alcuni Stati – più che dal rispetto delle regole condivise.

 

Perché nel momento in cui il diritto di veto viene dipinto come slealtà, il rischio non è solo uno scontro istituzionale.

È l’erosione silenziosa di quel fragile equilibrio che, per decenni, ha garantito all’Europa qualcosa di sempre più raro nel mondo contemporaneo: la pace.

(Patrizio Ricci).

(vietatoparlare.it/quando-il-dissenso-diventa-colpa-il-caso-merz-e-la-trasformazione-dellue/).

 

 

 

 

Iran, il cambio di rotta di Trump:

la mediazione dell'intelligence

egiziana per il cessate il fuoco.

 Ma Teheran teme una «trappola»

Msn.com – Il messaggero - Storia di Redazione Web – ci dice:

 

Come mai Donald Trump ha frenato (all'improvviso) sugli attacchi all'Iran?

Cosa c'è dietro.

Una serie di incontri a porte chiuse fra i ministri degli esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan a Riad ha aperto la strada al «cambio di rotta» di Trump sull'Iran.

 L'intelligence egiziana - riporta il Wall Street Journal - è riuscita ad aprire la scorsa settimana un canale di comunicazione con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie e avanzare una proposta per una sospensione delle ostilità di cinque giorni nel tentativo creare le premesse per un cessate il fuoco.

 Gli Stati Uniti hanno aperto alla via diplomatica in seguito agli sforzi degli intermediari e Trump ha annunciato che le trattative erano in corso.

 

Lo scetticismo.

 

Nonostante questo, fra i mediatori arabi c'è scetticismo sulla possibilità che un'intesa possa essere raggiunta a breve fra Washington e Teheran visto che le posizioni sono ancora molto distanti.

Come condizione per mettere fine alla guerra, l'Iran ha chiesto che Stati Uniti e Israele si impegnino a non sferrare futuri attacchi.

 Teheran chiede anche un risarcimento per i danni subiti durante il conflitto.

Nel corso delle trattative dei giorni scorsi, particolare attenzione è stata dedicata alla riapertura dello Stretto di Hormuz con la richiesta che sia supervisionato da un comitato neutrale.

 L'Iran però ha chiesto di essere pagato per il transito delle navi, così come l'Egitto fa per il Canale di Suez.

Un'idea a cui l'Arabia Saudita si è opposta non essendo intenzionata a concedere a Teheran la leva maggiore nelle operazioni nello Stretto.

Iran, il cambio di rotta di Trump:

la mediazione dell'intelligence egiziana per il cessate il fuoco. Ma Teheran teme una «trappola».

Le pressioni saudite.

 Il principe saudita “Mohammed bin Salman” sta facendo pressione su Trump affinché prosegua la guerra contro l'Iran che, a suo avviso, è un'«opportunità storica» per rifondare il Medio Oriente.

Lo riporta il “New York Times “citando alcune fonti, secondo le quali nell'ultima settimana “bin Salman” ha fatto capire a Trump che dovrebbe spingere per la distruzione del governo iraniano.

Per l'Arabia Saudita, l'Iran è una minaccia di lungo termine per il Golfo che può essere eliminata solo rimuovendo il suo governo.

 

La trappola.

 

L'Iran teme che le trattative per mettere fine al conflitto possano essere una trappola e puntare a uccidere “Mohammad-Bagher Ghalib”, il presidente del parlamento iraniano.

Lo riporta il “Wall Street Journal” citando alcune fonti, secondo le quali l'annuncio di Donald Trump di sospendere gli attacchi alle infrastrutture energetiche sia solo un tentativo di far calare i prezzi del petrolio prima di riprendere i raid.

 

Iran, il cambio di rotta di Trump: la mediazione dell'intelligence egiziana per il cessate il fuoco. Ma Teheran teme una «trappola».

I negoziati.

 

 Il primo ministro pakistano “Sheehan Sharif” ha dichiarato che Islamabad è disposta ad ospitare i negoziati per porre fine alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, dopo le crescenti speculazioni sul fatto che il Paese possa fungere da mediatore.

 «Il Pakistan accoglie con favore e sostiene pienamente gli sforzi in corso per perseguire il dialogo volto a porre fine alla guerra in Medio Oriente, nell'interesse della pace e della stabilità nella regione e oltre», ha scritto su X.

«Previo consenso degli Usa e dell'Iran, il Pakistan è pronto e onorato di ospitare i colloqui».

 

L'India.

 

Il premier indiano “Narendra Modi” ha reso noto di aver ricevuto una telefonata da Trump, con il quale ha «avuto un proficuo scambio di opinioni sulla situazione in Asia occidentale».

 «L'India sostiene l’allentamento delle tensioni e il ripristino della pace nel più breve tempo possibile - ha scritto Modi su “X “- Garantire che lo “Stretto di Hormuz” rimanga aperto, sicuro e accessibile è fondamentale per il mondo intero.

Abbiamo concordato di rimanere in contatto riguardo agli sforzi volti a promuovere la pace e la stabilità".

 

 

 

 

La chimera italiana dell’

eterno ritorno nucleare.

Greenreport.it - Oreste Patrone – (23 Marzo 2026) - Nuove energie – ci dice:

 

Costi elevati, tempi incerti, diffidenza sociale:

 mentre il Governo prova a riportare l’energia dall’atomo al centro del dibattito politico, la realtà del Paese guarda da tutt’altra parte.

 

Con l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri dello schema di Ddl sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, il nucleare rientra ufficialmente nel perimetro delle politiche energetiche nazionali.

 Il provvedimento si muove in una direzione chiara – decarbonizzazione, sicurezza energetica, autonomia strategica – ma lo fa proiettando queste ambizioni su un terreno tutto da ricostruire.

 

Dell’ambizioso programma nucleare nazionale, che portò l’Italia a essere tra i primi Paesi al mondo per potenza installata, oggi non rimane infatti che il ricordo.

 Eppure, il nucleare continua a riaffiorare nel dibattito pubblico, come se non si rassegnasse a essere un capitolo chiuso della nostra storia.

 Gli ostacoli a un nuovo programma restano, tuttavia, significativi.

 

Secondo una recente analisi di “Luciano Lavecchia” e “Alessandra Pasquini” per Bankitalia, la reintroduzione del nucleare non avrebbe effetti significativi sulla riduzione dei prezzi dell’energia elettrica.

Sul fronte della dipendenza energetica, la riduzione delle importazioni di idrocarburi verrebbe compensata da una maggiore importazione di tecnologie e combustibili nucleari

 

Inoltre, il nucleare non è affatto marginale dal punto di vista climatico. Le emissioni durante il ciclo vita sono basse e la produzione avviene senza rilascio diretto di CO₂, ma il punto riguarda i tempi con cui questo può tradursi in effetti reali.

 La costruzione di centrali è caratterizzata infatti da un’elevata incertezza sui costi e sui tempi.

 I grandi progetti recenti mostrano ritardi sistematici e incrementi rispetto alle stime iniziali, legati non solo alla complessità tecnologica, ma anche alla gestione dei cantieri, alla regolazione e alla natura stessa di infrastrutture così complesse.

Progetti europei come “Flamanville” o “Olkiluoto” hanno registrato ritardi di oltre un decennio e costi moltiplicati rispetto alle previsioni iniziali.

 Anche nei contesti più avanzati, la costruzione di nuovi reattori resta un’operazione lunga, incerta e fortemente esposta al rischio finanziario.

 

Negli ultimi anni, una parte del dibattito si è concentrata sui cosiddetti “Small modular reactors” (Smr), presentati come una possibile soluzione a questi problemi.

Tuttavia, le evidenze disponibili suggeriscono che i pochi progetti realizzati o avviati mostrano dinamiche molto simili a quelle delle centrali tradizionali, con costi in aumento e ritardi significativi

 

Il nucleare si basa su grandi impianti centralizzati, progettati per funzionare per decenni.

Le rinnovabili, al contrario, si sviluppano attraverso una molteplicità di installazioni distribuite, più rapide da realizzare e più flessibili nell’adattarsi alla domanda.

Questa differenza diventa ancora più evidente se si guarda alle dinamiche recenti del sistema energetico globale.

Infine, un elemento decisivo riguarda il fattore sociale.

 Il nucleare richiede livelli molto elevati di fiducia nelle istituzioni, nella regolazione e nella capacità di gestire rischi complessi nel lungo periodo. Non è un caso che lo stesso disegno di legge individui tra le principali criticità proprio la diffidenza delle comunità locali verso la realizzazione degli impianti.

 

Se, da un lato, il nucleare offre la promessa di produrre grandi quantità di energia elettrica a basse emissioni, dall’altro, ogni volta che si entra nel merito emergono gli stessi nodi che accompagnano questa tecnologia da decenni.

Forse è per questo che il nucleare continua a comparire nel dibattito nazionale come una presenza intermittente.

(Oreste Patrone).

 

 

 

 

Nucleare: la (finta) conversione

di Von der Leyen sulla via di Parigi.

 Rivistaenergia.it - Domenicantonio De Giorgio – (24 Marzo 2026) – ci dice:

 

A Parigi, Ursula von der Leyen ha pubblicamente confessato che ridurre la capacità nucleare dell’Europa è stato “un errore strategico”, ma  la redenzione resta solo a parole, l’apparato normativo verde – Tassonomia, green bond, “Sfdr” – rimane intatto e pienamente operativo.

 

“Nel 1990, un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare.

Oggi è solo circa il 15%. Questa riduzione della quota del nucleare è stata una scelta.

 E, col senno di poi, è stato un errore strategico.”

È quanto ha pubblicamente confessato Ursula von der Leyen al “Vertice sull’energia nucleare dell’Aiea”, tenutosi a Parigi il 10 marzo 2026.

 

Il problema è che l’apparato normativo costruito durante gli anni del fondamentalismo verde – la Tassonomia Ue, lo standard europeo per i green bond, la “Sustainable finance disclosure regulation” (Sfdr) – rimane intatto e pienamente operativo, sancendo nella legge una visione del mondo che il suo stesso architetto ora rinnega, ma solo a parole, davanti ai microfoni.

 

Oggi, sull’onda della crisi iraniana e del nuovo aumento dei prezzi del gas, riscoprire il pragmatismo è facile.

 Ma il danno è fatto e le sue radici sono più profonde di quanto qualsiasi vertice parigino possa sanare.

 

Uscire dal nucleare: una consapevole e scellerata scelta politica.

 

Von der Leyen ha dichiarato a Parigi ciò che chiunque abbia seguito con onestà intellettuale la politica energetica sapeva già da anni:

 ridurre la quota del nucleare nella produzione di energia elettrica europea da un terzo negli anni ‘90 ad appena il 15% di oggi non è stato il risultato neutro delle forze di mercato, ma una “scelta” – termine da lei stessa utilizzato – guidata da motivazioni politiche e ideologiche, aggiungiamo noi.

 

Una scelta che ha lasciato l’Europa “completamente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili costosi e volatili”, ponendola in una “posizione di svantaggio strutturale” rispetto ad altre regioni.

 

La diagnosi è corretta, il problema è chi l’ha data:

 la stessa von der Leyen era ministro nel governo Merkel quando, nel 2011, sull’onda dell’emotività post-Fukushima – un incidente che non ha causato alcun decesso per radiazioni in Germania – è stata data una decisiva accelerazione all’”Atomausstieg”, la progressiva chiusura del parco nucleare tedesco.

 Un parco invidiato a livello mondiale: sicuro, maturo e completamente decarbonizzato.

 

L’ambiguo mea culpa tedesco.

 

Il cancelliere tedesco “Friedrich Merz”, membro della Cdu come von der Leyen, ha usato lo stesso linguaggio nel gennaio 2026 con riferimento al “phase out nucleare”: “un grave errore strategico”.

 Eppure, la Germania era vistosamente assente dalle 40 nazioni presenti al vertice dell’Aiea a Parigi.

Un’assenza eloquente.

 Il ministro dell’Ambiente tedesco, “Carsten Schneider”, ha liquidato la posizione della von der Leyen come una “strategia retrospettiva”, riaffermando la supremazia dell’eolico e del solare.

La liturgia verde continua, anche se il tempio sta bruciando.

 

Per comprendere la profondità del problema, occorre andare alla radice: la” EU Taxonomy for Sustainable Finance” (Regolamento Ue 2020/852). Nata con la lodevole ambizione di definire scientificamente cosa sia “verde”, è diventata – nel modo in cui è stata costruita, applicata e difesa – qualcosa di molto diverso:

un sistema di classificazione di dogmatica rigidità.

 

Il comitato tecnico della Tassonomia (poi diventato la Piattaforma sulla finanza sostenibile) ha operato con l’assoluta certezza di chi possiede la verità rivelata.

Chiunque fosse al di fuori del canone – in primis, nucleare e gas – era semplicemente eretico, indipendentemente da ciò che avevano da dire la fisica, l’IPCC o l’Agenzia internazionale per l’energia.

 

L’energia nucleare, fonte di energia a basse emissioni di carbonio per eccellenza, con emissioni durante il ciclo di vita paragonabili a quelle eoliche e inferiori a quelle solari, è rimasta esclusa dalla categoria “verde” del primo atto delegato sul clima (gennaio 2022).

Non per ragioni scientifiche – l’IPCC la include esplicitamente tra le tecnologie di decarbonizzazione – ma per ragioni di equilibrio politico all’interno dell’Ue, con Austria, Germania e Lussemburgo che hanno svolto il ruolo di cardinali conservatori in un conclave in cui la fisica non aveva diritto di voto.

Un atto di mascherato pragmatismo.

 

Il 2 febbraio 2022, tre settimane prima dell’invasione russa dell’Ucraina, mentre i carri armati si ammassavano al confine, la Commissione europea ha adottato l’atto delegato complementare sul clima (CCDA). Per la prima volta, il nucleare e il gas sono stati inclusi nella Tassonomia.

 L’Europa si è affrettata a presentare la misura come un atto di pragmatismo.

In realtà, si è trattato di una mezza misura mascherata da compromesso.

 

La distinzione è fondamentale, ma è stata deliberatamente oscurata nel dibattito pubblico:

il nucleare e il gas non entrano nella Tassonomia come “attività verdi”, ma come “attività di transizione” ai sensi dell’articolo 10, paragrafo 2, del regolamento.

 Ovvero, sono tollerati temporaneamente.

 

Le condizioni imposte al nucleare per l’allineamento alla Tassonomia formano un labirinto burocratico:

adozione di combustibili tolleranti agli incidenti (ATF) entro il 2025, pianificazione dettagliata dello smaltimento dei rifiuti con approvazione normativa entro il 2050, piena conformità alle direttive EURATOM.

Per il gas, la qualifica scade nel 2035 e richiede una transizione obbligatoria verso gas a basse emissioni di carbonio.

 

Un danno strutturale, irreversibile nel breve termine.

 

Nessuna delle due fonti può fregiarsi dell’etichetta verde.

Sono tollerate. Provvisoriamente.

Questo non è pragmatismo. La conversione è apparente.

L’architettura normativa sottostante rimane intatta, insieme a tutte le sue conseguenze per i mercati dei capitali.

È qui che il danno diventa strutturale, irreversibile nel breve termine e devastante per le prospettive di finanziamento del nucleare europeo.

 

I “green bond” sono lo strumento cardine attraverso il quale il capitale privato viene indirizzato verso la transizione energetica.

Il mercato globale dei green bond ha superato i mille miliardi di dollari di emissioni annuali.

In Europa, il quadro più ambizioso è lo standard Ue per i green bond (EUGBS) (regolamento Ue 2023/2631, in vigore dal 20 dicembre 2023 e applicabile dal 21 dicembre 2024).

 

Il principio è semplice e letale per il nucleare:

 il 100% dei proventi di qualsiasi obbligazione che porta l’etichetta “European Green Bond” deve essere investito in attività allineate alla Tassonomia.

Poiché il nucleare rientra nella Tassonomia solo come attività di transizione, il perimetro di ammissibilità per un EUGB che incorpora il nucleare è estremamente ristretto.

 

Ma c’è di più.

Il mercato privato dei green bond, dominato dai principi dell’”International capital market association” (ICMA) e dagli standard della” Climate Bonds Initiative” (Cbi).

Quest’ultimo, in particolare, è ancora più restrittivo escludendo esplicitamente il gas fossile non abbattuto dalla sua Tassonomia e mantiene posizioni critiche sull’inclusione del nucleare.

Il suo “Green Bond Database£, ampiamente utilizzato dagli investitori istituzionali per costruire indici ESQ, esclude i progetti legati al gas fossile non abbattuto.

 

All’atto pratico, un operatore che cerchi di raccogliere finanziamenti tramite green bond per una nuova centrale nucleare in Europa si troverà di fronte a una giungla normativa, a un sistema di rating ESQ ostile e a un universo di investitori istituzionali che hanno incorporato esclusioni settoriali nelle loro politiche di investimento.

Esclusioni che sono estremamente difficili da rimuovere nel breve termine.

 

Una profezia che si autoavvera.

 

Non si tratta di mera burocrazia:

è una profezia che si autoavvera.

Se non è possibile finanziare il nucleare con capitali verdi – e i capitali verdi sono diventati la principale fonte di finanziamento per le infrastrutture energetiche – allora il nucleare non viene sviluppato.

 

La Germania è il caso di studio definitivo e il più istruttivo, perché ha portato questa logica alle sue estreme conseguenze.

 L’”Energie wende” ha deliberatamente smantellato un parco nucleare di livello mondiale, costruito decine di gigawatt di energia eolica e solare finendo per bruciare più carbone dell’Italia, pagando alcuni dei prezzi dell’elettricità industriale più alti d’Europa e dipendendo dal gas russo per l’energia di base.

 

Nel 2010, secondo i dati del “Fraunhofer ISE, le centrali nucleari tedesche hanno generato circa 140 TWh, quasi un quarto della produzione totale.

Entro il 2024, l’ultimo reattore è stato chiuso e in molti casi fisicamente demolito, rendendo il processo di fatto irreversibile.

 

Nucleare von der leyen.

Tra il 2019 e il 2025, la produzione netta di elettricità in Germania è crollata del 28%.

 I prezzi dell’elettricità industriale, un fattore critico per la competitività manifatturiera, sono più che raddoppiati rispetto alla media del 2010.

 

L’impietoso confronto con il Texas.

 

Tutto questo mentre il Texas ha raggiunto il 30% di energia eolica e solare nel suo mix elettrico senza destabilizzare la rete e ha registrato aumenti di prezzo di circa il 12% in un decennio.

La differenza non è geografica: è metodologica.

 È la differenza tra aggiungere e sottrarre. Chi aggiunge ottiene resilienza, chi sottrae ottiene vulnerabilità.

Il confronto con il Texas (si veda il mio articolo Texas: un modello per la transizione energetica europea su “RivistaEnergia.it”) non è nostalgia per i combustibili fossili, né una negazione del cambiamento climatico, ma un mix energetico meno “ideologicamente corretto” e molto più pragmatico.

 È la dimostrazione empirica che la transizione energetica funziona quando è guidata dalla fisica e dall’economia, non dall’ideologia.

 

L’Europa ha fatto esattamente il contrario:

ha eliminato le fonti di energia di base prima che fossero disponibili alternative adeguate, creando una fragilità sistemica, poi ha cercato di colmare le lacune con GNL importato a prezzi di mercato mondiali, gas russo e, quando ciò non è stato sufficiente, carbone.

 

Si veda il caso dell’inverno 2024-2025 quando i livelli di stoccaggio del gas sono diminuiti del 66% nonostante le temperature miti e la domanda industriale depressa (per approfondire si rimanda a Mercato, concorrenza, regole per una versione estesa e a RivistaEnergia.it per una versione breve).

 

Il ruolo della finanza ESQ.

 

Non è possibile comprendere la profondità del problema senza analizzare il ruolo della finanza ESQ.

Quando i criteri ambientali, sociali e di governance hanno iniziato a infiltrarsi negli indici azionari globali, il meccanismo ideologico ha acquisito una portata sistemica.

 Non era più solo una questione di politica energetica: era diventata una questione di accesso al capitale.

 

Un’azienda nucleare che ottiene un punteggio EDQ basso perché gestisce scorie radioattive deve affrontare un costo del capitale più elevato, l’esclusione dai fondi pensione, dalla finanza d’impatto e dai green bond.

Questa è la vera “tassa” sull’energia nucleare che nessun legislatore ha mai votato esplicitamente, ma che è stata imposta attraverso l’architettura finanziaria.

È più efficace di qualsiasi divieto formale, perché agisce sui flussi di cassa piuttosto che sulle normative.

 

Lo standard europeo per i green bond, nella sua forma attuale, consolida questa struttura.

Legando il 100% dei proventi delle obbligazioni all’allineamento alla Tassonomia e mantenendo il nucleare in una categoria di transizione gravata da condizioni quasi proibitive, l’EUGBS codifica nell’architettura finanziaria europea la gerarchia di valori del fondamentalismo verde.

 

Ora von der Leyen promette 200 milioni di euro in garanzie per tecnologie nucleari innovative, finanziate attraverso il sistema ETS.

Una cifra simbolica, lodevole nella direzione, ma che non intacca l’architettura sottostante.

EDF ha bisogno di decine di miliardi per i nuovi EPR.

Il Regno Unito spenderà 30 miliardi solo per Hinkley Point C.

 Duecento milioni di euro di garanzie europee non cambiano l’equazione del finanziamento nucleare fintanto che lo standard dei green bond rimane quello attuale.

 

Parole al vento.

La conversione nucleare della Von der Leyen è strutturalmente incompleta.

 Riconoscere l’errore a parole senza modificare le architetture normative che lo hanno prodotto è una forma sofisticata di ipocrisia istituzionale.

 

La costruzione di nuovi reattori nucleari richiede dai dieci ai quindici anni in condizioni ottimali.

La Germania ha fisicamente demolito i suoi impianti, rendendo impossibile qualsiasi inversione di rotta nel breve termine.

 Il cancelliere Merz parla di un «errore madornale», ma non ha avviato un nuovo programma nucleare.

 

Nel frattempo, la crisi con l’Iran – che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e riattivato lo spettro dello shock energetico del 2022 – ha semplicemente accelerato la narrazione, senza modificare la sostanza normativa.

 I green bond rimangono tali e quali.

La Tassonomia rimane tale e quale.

Il nucleare rimane “transitorio”.

Il gas mantiene la scadenza del 2035.

L’architettura della fede è intatta. Solo il sermone è cambiato.

 

Per decenni, l’Europa ha scelto di gestire la complessità energetica attraverso una semplificazione ideologica.

La lezione non è che le energie rinnovabili siano sbagliate:

è che la loro integrazione richiede un sistema robusto e dispacciabile, e l’energia nucleare – stabile, a basse emissioni di carbonio, ad alta densità energetica – è la fonte più naturale per questo ruolo.

 

Ciò che serve è una riforma strutturale dell’architettura normativa europea in materia di finanza sostenibile:

il nucleare deve entrare nello standard Ue per i green bond senza condizioni proibitive;

la Tassonomia deve riconoscerlo come un’attività pienamente verde, alla luce di quanto affermato da anni dall’IPCC e dall’AIE; i criteri ESQ incorporati negli indici finanziari devono essere riscritti sulla base di prove scientifiche, non di pressioni ideologiche.

 

Fino a quando ciò non accadrà, la conversione nucleare della von der Leyen rimarrà ciò che è: un mero discorso pronunciato a Parigi davanti alle telecamere.

 

 

 

Crisi petrolifera e ritorno al nucleare:

l'Europa scommette sui mini reattori modulari

Edunews24.it – (24 -03 – 2026) – Matteo Ciccarelli – Redazione – ci dice:

La crisi dello stretto di Hormuz rilancia il nucleare in Europa. Bruxelles stanzia 200 milioni per i reattori modulari SMR, con l'Italia pronta a rientrare nel settore.

 

Sommario.

Lo stretto di Hormuz e il risveglio nucleare europeo.

La strategia di Bruxelles: 200 milioni per il nucleare innovativo.

Cosa sono i reattori modulari SMR e come funzionano.

Rischi e criticità: il nodo sicurezza e scorie.

La mappa europea: chi investe e quanto.

L'Italia torna in gioco: la posizione del governo.

Le reazioni: entusiasmo industriale e resistenze ambientaliste.

Alternative percorribili e scenario futuro.

Domande frequenti.

Lo stretto di Hormuz e il risveglio nucleare europeo.

Il blocco dello stretto di Hormuz ha fatto quello che anni di dibattiti parlamentari non erano riusciti a ottenere:

rimettere il nucleare al centro dell'agenda politica europea.

 La crisi dell'approvvigionamento petrolifero dal Medio Oriente, aggravata dal conflitto in Iran, ha esposto con brutalità la dipendenza strutturale dell'Unione dai combustibili fossili.

Gas e petrolio restano pilastri del mix energetico continentale, nonostante i progressi compiuti sulle rinnovabili negli ultimi dieci anni. Le importazioni di greggio via mare, concentrate in pochi colli di bottiglia geografici, si sono rivelate un tallone d'Achille strategico.

Ora i decisori politici e l'industria si ritrovano costretti a ragionare su una fonte di base affidabile, indipendente dalle rotte marittime e dalle tensioni geopolitiche che ciclicamente le attraversano.

 Il nucleare, a lungo relegato ai margini del dibattito europeo dopo i disastri di Chernobyl e Fukushima, torna prepotentemente sotto i riflettori.

Non si tratta di nostalgia tecnologica.

È una risposta pragmatica a una vulnerabilità che la crisi ha reso impossibile da ignorare.

L'Europa cerca sicurezza energetica, e la cerca in fretta.

 

La strategia di Bruxelles: 200 milioni per il nucleare innovativo.

La risposta della Commissione europea è arrivata con una strategia approvata dal collegio dei Commissari durante il secondo “World Summit on Nuclear Energy” di Parigi.

 Nei prossimi due anni, Bruxelles potrà mobilitare fino a 200 milioni di euro dall'”Emissions Trading System” (ETS) per finanziare lo sviluppo di tecnologie nucleari innovative.

 I fondi, destinati a sopperire temporaneamente al programma “Invest EU”, copriranno progetti di ricerca sul nucleare avanzato e lo sviluppo dei cosiddetti reattori modulari di piccola taglia (SMR).

La presidente Ursula von der Leyen ha delineato una tabella di marcia ambiziosa:

dopo l'autorizzazione sul design, servirebbero tra i tre e i quattro anni per completare i primi impianti.

Tradotto in termini concreti, entro il 2030 l'Europa potrebbe vedere i suoi primi reattori di nuova generazione operativi.

 La strategia prevede anche la creazione di un quadro normativo armonizzato per accelerare le procedure di licenza, oggi frammentate tra i singoli Stati membri.

L'obiettivo dichiarato è duplice: garantire la sicurezza energetica del continente e rispettare gli impegni climatici al 2050.

 

Cosa sono i reattori modulari SMR e come funzionano.

I reattori modulari SMR, acronimo di “Small Modular Reactors”, rappresentano un cambio di paradigma rispetto alle centrali nucleari tradizionali.

Sono impianti compatti, con una potenza generalmente inferiore ai 300 megawatt, progettati per essere costruiti in fabbrica e assemblati direttamente in loco.

La strategia europea distingue diverse categorie:

 

Impianti ad acqua leggera, evoluzione diretta della tecnologia esistente.

Reattori avanzati di Quarta Generazione, che impiegano refrigeranti come metallo liquido, sale fuso o gas ad alta temperatura.

Micro reattori capaci di produrre meno di 10 megawatt, con cicli di rifornimento lunghi fino a vent'anni

Proprio la modularità è il punto di forza:

 componenti standardizzati, tempi di costruzione ridotti, costi iniziali più contenuti rispetto ai mega-impianti e possibilità di trasporto su mezzi convenzionali.

Un approccio industriale che punta sulla serialità produttiva, replicando il modello che ha rivoluzionato altri settori manifatturieri.

A differenza delle grandi centrali, gli SMR possono essere installati in aree più piccole, vicino ai centri di consumo, riducendo le perdite di trasmissione lungo la rete elettrica.

 

Rischi e criticità: il nodo sicurezza e scorie.

Nessuna tecnologia è priva di ombre, e gli SMR non fanno eccezione.

 Il primo interrogativo riguarda le scorie radioattive: anche i “reattori modulari” producono rifiuti nucleari che richiedono stoccaggio sicuro per migliaia di anni.

Alcuni studi suggeriscono che i reattori di quarta generazione potrebbero ridurre significativamente il volume dei rifiuti, ma la questione resta aperta e politicamente esplosiva.

 C'è poi il tema della proliferazione nucleare:

 la diffusione capillare di piccoli impianti moltiplica i siti da sorvegliare e complica il lavoro delle agenzie di controllo internazionali.

Sul piano economico, i critici sottolineano un dato incontrovertibile: nessun SMR è ancora operativo su scala commerciale in Europa, e i costi reali potrebbero lievitare rispetto alle stime iniziali.

La storia del nucleare europeo insegna prudenza.

 I ritardi di Flamanville in Francia, dove il reattore EPR ha accumulato oltre un decennio di slittamenti, e quelli di Olkiluoto in Finlandia dimostrano che le previsioni ottimistiche vanno sempre prese con cautela.

 Il rischio concreto è promettere energia a basso costo e consegnarla a prezzi ben diversi.

 

La mappa europea: chi investe e quanto.

L'entusiasmo per il nucleare attraversa il continente in modo disomogeneo ma crescente.

La Francia guida la classifica con il 45% della produzione nucleare europea e un piano ambizioso per la costruzione di nuovi impianti EPR2.

La Polonia ha stanziato 150 miliardi di euro entro il 2040, avviando il progetto della prima centrale a “Lubiatowo-Kopalino” con consegna prevista nel 2033, una scelta storica per un Paese che non ha mai avuto reattori commerciali.

 In Belgio, alcuni impianti resteranno attivi fino al 2045 per garantire la sicurezza energetica, ribaltando la precedente decisione di uscita dal nucleare.

 

Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania pianificano nuovi reattori, con progetti a diversi stadi di avanzamento.

 La Finlandia ospita già “Olkiluoto 3”, reattore di terza generazione da 1.600 megawatt, il più potente del Vecchio Continente.

Una coalizione di oltre 14 Paesi chiede investimenti su larga scala, inclusi gli SMR.

Svezia, Slovenia e Paesi Bassi completano il quadro degli Stati interessati a questa nuova stagione atomica.

 

L'Italia torna in gioco: la posizione del governo.

Tra i firmatari della coalizione nucleare europea figura anche l'Italia, che dopo i referendum del 1987 e del 2011 sembrava aver chiuso definitivamente con l'atomo.

Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, “Gilberto Pichetto Fratin”, al vertice di Parigi ha dichiarato che Roma sta "affrontando con realismo e responsabilità la possibilità di reintrodurre la produzione di energia nucleare nel proprio mix energetico".

Una svolta significativa per un Paese che ha smantellato le proprie centrali e disperso gran parte delle competenze industriali nel settore.

Il titolare del “Masse” ha poi annunciato l'adesione italiana all'impegno di triplicare la capacità nucleare globale, aggiungendo che in un sistema sempre più elettrificato il nucleare può contribuire alla decarbonizzazione, alla stabilità della rete e alla sicurezza degli approvvigionamenti.

L'Italia è inoltre tra i promotori del primo progetto nucleare comune europeo, insieme a Francia e Romania. Resta da capire come il governo intenda gestire l'opinione pubblica, storicamente contraria, e dove localizzare eventuali impianti.

 

Le reazioni: entusiasmo industriale e resistenze ambientaliste.

Le reazioni alla svolta nucleare europea sono nettamente polarizzate.

Il settore industriale accoglie con favore la prospettiva di un'energia di base stabile e programmabile, indispensabile per alimentare processi produttivi ad alta intensità energetica e i futuri data center dell'intelligenza artificiale, il cui fabbisogno elettrico cresce a ritmi vertiginosi.

Diverse aziende europee, tra cui la francese EDF e numerose startup tecnologiche, si posizionano già nella filiera degli SMR, fiutando un mercato potenzialmente miliardario.

 

Sul fronte opposto, le organizzazioni ambientaliste denunciano una distrazione pericolosa dalle rinnovabili.

 Greenpeace e altre ONG sostengono che i miliardi destinati al nucleare andrebbero investiti in eolico, solare e sistemi di accumulo, tecnologie già mature e prive di rischi legati alle scorie.

 "Ogni euro speso per il nucleare è un euro sottratto alla transizione verde", sintetizzano i critici.

 Anche parte del mondo politico resta scettica, temendo che i tempi lunghi del nucleare, storicamente sottostimati, non rispondano all'urgenza della crisi climatica.

 Il dibattito è destinato a intensificarsi nei prossimi mesi.

 

Alternative percorribili e scenario futuro.

Il nucleare modulare non è l'unica carta sul tavolo.

 L'eolico offshore, il solare con sistemi di accumulo a batteria e l'idrogeno verde rappresentano alternative concrete per ridurre la dipendenza dai fossili.

La stessa Commissione europea continua a finanziare massicciamente le rinnovabili, che nel 2025 hanno superato per la prima volta il 40% della produzione elettrica continentale, un traguardo impensabile solo un decennio fa.

Il punto, però, è che sole e vento sono fonti intermittenti: senza una base programmabile, la rete rischia instabilità nei picchi di domanda invernali e nelle ore notturne.

È qui che il nucleare, tradizionale o modulare, trova la sua ragion d'essere nel mix energetico del futuro.

 

Lo scenario più probabile è un sistema diversificato, dove SMR e rinnovabili coesistono in un equilibrio pragmatico piuttosto che ideologico.

La crisi del Medio Oriente ha reso evidente una lezione semplice ma troppo a lungo trascurata: affidarsi a un'unica fonte o a un'unica rotta di approvvigionamento è un lusso che l'Europa non può più permettersi. La partita si giocherà nei prossimi cinque anni, tra promesse tecnologiche e realtà industriali.

 

Domande frequenti:

Cosa sono i reattori modulari SMR e quali vantaggi offrono rispetto alle centrali nucleari tradizionali?

I reattori modulari SMR (Small Modular Reactors) sono impianti nucleari compatti, generalmente inferiori a 300 megawatt, prefabbricati e assemblati in loco. Offrono vantaggi come tempi di costruzione ridotti, costi iniziali più contenuti, modularità e possibilità di installazione vicino ai centri di consumo.

 

Quali sono i principali rischi e criticità associati agli SMR?

I principali rischi riguardano la gestione delle scorie radioattive, la sicurezza degli impianti e il rischio di proliferazione nucleare dovuto alla diffusione di molti piccoli siti. Inoltre, non esistono ancora SMR operativi su scala commerciale in Europa e i costi potrebbero essere superiori alle stime iniziali.

 

Quali paesi europei stanno investendo maggiormente nel nucleare e negli SMR?

La Francia è il principale investitore, seguita da Polonia, Belgio, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Finlandia e altri. Una coalizione di oltre 14 Paesi, inclusa l'Italia, sta spingendo per investimenti su larga scala negli SMR e nel nucleare avanzato.

 

Qual è la posizione attuale dell'Italia riguardo il ritorno al nucleare?

L'Italia ha riaperto il dibattito sull'energia nucleare aderendo alla coalizione europea e promuovendo il primo progetto nucleare comune con Francia e Romania. Il governo considera il nucleare una possibile soluzione per la decarbonizzazione e la sicurezza energetica, pur dovendo affrontare la storica opposizione dell'opinione pubblica.

 

Quali sono le alternative al nucleare nel mix energetico europeo e quali sono i loro limiti?

Le principali alternative sono l'eolico offshore, il solare con accumulo e l'idrogeno verde. Tuttavia, queste fonti sono intermittenti e possono causare instabilità della rete senza una base di produzione programmabile, ruolo che il nucleare può ricoprire per garantire la sicurezza energetica.

 

Come stanno reagendo industria e ambientalisti alla nuova strategia nucleare europea?

L'industria accoglie positivamente il nucleare come fonte stabile e programmabile, utile anche per settori ad alta intensità energetica. Al contrario, le organizzazioni ambientaliste criticano l'investimento nel nucleare, sostenendo che le risorse dovrebbero essere destinate esclusivamente alle energie rinnovabili già mature e prive di rischi legati alle scorie.

(Matteo Ciccarelli).

 

 

 

 

 

Iran. Tra escalation militare

e crisi energetica globale.

 Notiziegeopolitiche.net – (20 Marzo 2026) - Shorts Summe – Redazione – ci dice:

 

Le valutazioni e le analisi israeliane indicano che gli sviluppi della guerra in corso con l’Iran si intrecciano con complessi calcoli politici, economici e militari, in un contesto segnato da continui attacchi e da crescenti preoccupazioni per le ripercussioni sui mercati energetici e sulla stabilità regionale.

Un’analisi pubblicata da “Haaretz” suggerisce che la crisi energetica derivante dal conflitto, in particolare dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, abbia iniziato a influenzare anche le valutazioni statunitensi, nonostante il presidente Donald Trump continui a minimizzare le conseguenze economiche.

 Secondo il quotidiano, l’aumento dei prezzi del carburante e le pressioni interne negli Stati Uniti potrebbero spingere Washington a considerare una rapida conclusione della guerra.

Sul terreno, gli attacchi americani e israeliani contro obiettivi in Iran proseguono, mentre resta incerta la prospettiva di una soluzione politica o di un possibile rovesciamento del regime.

 Parallelamente, continuano i lanci di missili dall’Iran e dal Libano, e sono emerse nuove capacità militari finora sconosciute all’interno di Hezbollah.

 Tutto ciò rafforza l’ipotesi che il conflitto possa trasformarsi in una lunga guerra di logoramento, piuttosto che in un’operazione rapida e decisiva.

Nel frattempo, Trump ha dichiarato che la guerra con l’Iran sarebbe “quasi conclusa”, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano intensificato le operazioni militari a un ritmo superiore alle previsioni.

Ha inoltre espresso insoddisfazione per la nomina di “Mojtaba Khamenei” a Guida Suprema, successore del padre! Ali Khamenei”, ucciso durante l’Operazione “Leone Nascente”.

Pur insinuando che la scelta del giovane Khamenei possa rivelarsi un errore per Teheran, il presidente statunitense si è astenuto dal rivolgergli minacce dirette.

Allo stesso tempo, il “Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche” ha dichiarato fedeltà alla nuova guida, mentre tra i residenti di Teheran prevale un diffuso pessimismo sulla possibilità di un cambiamento.

Trump ha inoltre confermato che Washington non ha ancora deciso se avviare un’operazione di terra per mettere in sicurezza l’uranio arricchito a Isfahan, pur avendo discusso questa opzione con Israele.

Le valutazioni americane e dei Paesi del Golfo indicano anche la possibilità che l’Iran intensifichi gli attacchi contro impianti petroliferi e del gas nella regione, nel tentativo di esercitare pressione sugli Stati Uniti attraverso un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio.

Si prevede inoltre che Trump presenti alla nuova leadership iraniana un ultimatum, accettare le condizioni americane sul programma nucleare, sui missili e sul ruolo regionale, in cambio della cessazione degli attacchi.

È ampiamente previsto che Teheran respinga tali condizioni.

Secondo diverse stime, gli attacchi statunitensi e israeliani continueranno per diversi giorni e potrebbero estendersi fino a colpire impianti nucleari e petroliferi.

Nel frattempo, Washington valuta misure per proteggere il traffico petrolifero nel Golfo e aumentare le forniture globali, mentre l’Iran minaccia di intensificare ulteriormente gli attacchi e di lanciare missili più potenti, alimentando i timori di un confronto regionale ancora più ampio.

 

 

 

 

Usa. Economia tra dichiarazioni e realtà:

i numeri che smentiscono Trump.

Notiziegeopolitiche.net – (24 Marzo 2026) - Shorts Summe – Redazione – ci dice:

 

Il presidente Donald Trump sostiene che gli Stati Uniti abbiano “la migliore economia che abbiamo mai conosciuto”.

Tuttavia, la maggior parte degli indicatori economici da lui citati non conferma questa affermazione.

Anzi, un’analisi attenta dei dati racconta una storia molto diversa, una storia che il presidente preferirebbe non venisse messa in luce.

Il punto di partenza è l’ultimo rapporto sull’occupazione, che registra una perdita di 92.000 posti di lavoro nell’economia statunitense nel mese di febbraio.

Non si tratta di un episodio isolato:

secondo il “Bureau of Labor Statistics”, l’economia ha perso posti di lavoro in sei degli ultimi quattordici mesi.

 Già lo scorso giugno, quando il rapporto mensile segnalò un calo di 20.000 posti, Trump reagì con irritazione e licenziò la commissaria del Bureau, “Erika Mc Intarfer”.

Resta ora da capire chi sarà il prossimo a pagare il prezzo di questi dati.

Passando al settore manifatturiero, nel settembre 2024 Trump dichiarò con sicurezza:

“Assisteremo a un boom del settore manifatturiero”.

 La realtà è che, durante il suo primo anno di mandato, gli Stati Uniti hanno perso oltre 100.000 posti di lavoro in questo comparto.

È vero che il declino dell’occupazione manifatturiera era iniziato prima del suo ritorno alla Casa Bianca e che diversi fattori hanno contribuito a questa tendenza.

 Tuttavia, il presidente ha più volte sostenuto che le sue politiche, in particolare l’espansione dei dazi doganali, avrebbero invertito la rotta. Finora, ciò non è avvenuto.

Un altro elemento chiave è l’inflazione.

Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha affermato: “In soli 12 mesi, abbiamo portato l’inflazione di base al livello più basso degli ultimi cinque anni. E negli ultimi tre mesi del 2025 era all’1,7%”.

Definire questa affermazione “fuorviante” è forse riduttivo.

 Numerosi economisti e giornalisti hanno dichiarato di non comprendere come il presidente sia arrivato a quel dato. La spiegazione, però, sembra piuttosto semplice e sorprendente.

L’inflazione di base era al 2,6% a novembre e dicembre dello scorso anno e al 2,5% a gennaio, in calo rispetto al 3,3% di gennaio 2025.

Trump ha citato la media degli ultimi tre mesi del 2025 includendo ottobre.

Tuttavia, il” Bureau of Labor Statistics” non ha pubblicato i dati di ottobre a causa dello “shot down” governativo. Sembra quindi che gli analisti del presidente abbiano sommato i dati di novembre e dicembre, pari a 5,2, e poi diviso per tre mesi anziché due, oppure abbiano considerato ottobre come zero, ottenendo così una media dell’1,7%.

Trump avrebbe potuto utilizzare il dato di settembre, pari al 3%, per colmare il vuoto di ottobre, oppure citare il 2,5% di gennaio, l’ultimo disponibile prima del discorso. Entrambe le opzioni avrebbero fornito un quadro più accurato. Il presidente ha invece scelto la strada meno solida.

La terza questione riguarda il deficit di bilancio federale, cioè la differenza tra spese ed entrate annuali.

 In un editoriale pubblicato sul The Wall Street Journal lo scorso gennaio, Trump ha scritto:

“Grazie ai dazi doganali, abbiamo ridotto il deficit federale di un impressionante 27% in un anno”.

Analizzando i numeri, emergono incongruenze evidenti.

Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, il deficit federale previsto per il 2025 era di circa 1.780 miliardi di dollari.

 Per risultare inferiore del 27% rispetto al deficit del 2024 sotto l’amministrazione Biden, quest’ultimo avrebbe dovuto raggiungere i 2.400 miliardi.

I dati ufficiali mostrano invece che si è fermato a 1.830 miliardi.

Il deficit del 2023 era di 1.700 miliardi e quello del 2022 di 1.380 miliardi, entrambi inferiori alla cifra prevista da Trump per il 2025.

Infine, il deficit commerciale, un indicatore che molti economisti considerano secondario ma che per Trump è sempre stato centrale.

Nello stesso articolo, il presidente ha dichiarato:

“Abbiamo ridotto il nostro deficit commerciale mensile di un incredibile 77%, e tutto questo praticamente senza inflazione”.

Chiarita l’infondatezza dell’affermazione sull’inflazione, resta da verificare quella sul deficit commerciale.

Sembra che Trump abbia semplicemente confrontato il deficit mensile più alto del 2025, pari a 136 miliardi di dollari a marzo, con quello più basso, pari a 29 miliardi a ottobre.

Tuttavia, il picco di marzo è stato causato dall’accumulo di importazioni da parte delle aziende statunitensi in vista dell’annuncio delle “tariffe reciproche” previsto per aprile.

Il crollo di ottobre, invece, potrebbe essere stato influenzato dallo shot down governativo.

In altre parole, sono stati messi a confronto due valori eccezionali, il più alto e il più basso dell’anno, entrambi atipici.

In realtà, il deficit commerciale è risalito a 53 miliardi di dollari a novembre e a 70 miliardi a dicembre, l’ultimo dato disponibile, quasi il doppio rispetto a due mesi prima. Un andamento che suggerisce una tendenza al rialzo che il presidente preferisce non evidenziare.

La fiducia del pubblico nei dati diffusi dal presidente e dal suo team economico è fondamentale. Purtroppo, nel caso di Trump, questa fiducia risulta spesso difficile da concedere.

 

 

 

La guerra in Iran allunga

la vita del carbone.

Internazionale.it - Alessandro Lubello, giornalista – (21.3.2026) – ci dice:

(Nella miniera di carbone di Dhanbad, India, 31 agosto 2024 - Anindito Mukherjee, Bloomberg/Getty Images).

 

Fedele all’unico principio che lo guida – “La mia moralità. La mia mente è l’unica cosa che può fermarmi” – Donald Trump continua a incendiare il mondo.

Mentre vanno letteralmente a fuoco i pozzi e i depositi di petrolio e gas naturale in Medio Oriente, mentre lo stretto di Hormuz è ancora paralizzato e aziende e persone comuni cominciano a fare i conti con l’aumento dei prezzi dell’energia, i governi fanno a gara per accaparrarsi le scorte di greggio e gas in circolazione e cercano di capire a quali fonti si possa ricorrere per compensare gli effetti della guerra in Iran e garantire la propria sicurezza energetica.

 Hanno sicuramente più vantaggi i paesi che dispongono del nucleare e di una buona produzione di energia rinnovabile;

per tutti gli altri, spesso, la scelta più immediata è puntare sul carbone, la fonte più inquinante.

Una cattiva notizia per l’ambiente.

 

Il problema riguarda soprattutto l’Asia, ma non solo.

Il 16 marzo il governo della Corea del Sud ha dichiarato che innalzerà la soglia massima per la generazione di elettricità con il carbone (finora fissata all’80 per cento della capacità) e rafforzerà la produzione delle centrali nucleari.

In particolare Seul ha intenzione di completare al più presto i lavori di manutenzione in corso in sei impianti nucleari.

Al centro dell’attenzione anche il settore della petrolchimica, messo in difficoltà dalla carenza di alluminio e zolfo, oltre che dal forte rincaro del prezzo della nafta.

 

Anche le Filippine, che poco meno di un anno fa avevano annunciato il calo del consumo di carbone per la prima volta in 17 anni grazie all’impiego del gas naturale liquefatto (GNL), dichiarano che nei prossimi mesi saranno costrette a ricorrere di più a questa fonte.

 Il governo di Manila ha avviato trattative con l’Indonesia per aumentare le importazioni della materia prima, ma Giacarta ha fatto sapere che darà priorità ai suoi bisogni nazionali.

 Il Bangladesh, invece, ha deciso di puntare per il momento su blackout programmati e su potenti (ma dispendiosi e inquinanti) generatori di elettricità alimentati con il diesel per compensare il calo di produzione delle centrali a gas.

Stanno puntando sul carbone anche la Thailandia, Taiwan e il Pakistan.

L’economia globale è sotto shock.

Alla tendenza non sfuggono neanche le due principali economie del continente.

 L’India ha detto di essere pronta per una domanda di carbone “senza precedenti” per soddisfare il fabbisogno energetico nazionale.

 Secondo il governo di New Delhi, la produzione del settore ha raggiunto livelli inediti:

il 9 marzo il colosso COAL l’India disponeva di 121 milioni di tonnellate di carbone, contro i 106 milioni di un anno fa; in questo momento il paese ha complessivamente 210 milioni di tonnellate, il livello più alto di sempre.

Intanto molte famiglie e aziende della ristorazione indiane a corto di gas hanno cominciato a usare la legna per cucinare.

 

Da parte sua la Cina può contare su solide riserve di gas e petrolio e soprattutto sullo straordinario sviluppo delle fonti rinnovabili;

eppure già un anno fa batteva ogni record nell’uso del carbone, confermandosi tra i leader mondiali nelle emissioni nocive, con una quota del 30 per cento.

 L’anno scorso Pechino stava costruendo centrali elettriche alimentate a carbone per una potenza complessiva di 94,5 gigawatt, la più alta degli ultimi dieci anni.

Allo stesso tempo il governo cinese aveva riattivato progetti sospesi che aggiungeranno altri 3,3 gigawatt di potenza.

 È improbabile che la crisi iraniana aiuti a invertire la tendenza.

A quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, e dopo essersi resa indipendente dalle forniture energetiche della Russia, è in difficoltà anche l’Unione europea, dove i prezzi del gas attualmente sono superiori del 50 per cento rispetto all’inizio del 2022 e i serbatoi sono pericolosamente vuoti.

 In questi anni Bruxelles ha scelto di puntare sul GNL proveniente da varie zone del mondo, tra cui gli Stati Uniti e il Qatar.

 Ora però deve contendere alla concorrenza asiatica le poche navi in circolazione.

 

È frequente in questi giorni che imbarcazioni con carichi di GNL destinati all’Europa cambino rotta in pieno oceano perché un altro cliente offre di più.

Il settore della navigazione commerciale, scrive il “Financial Times”, si è trasformato in un “selvaggio west”:

 intimorite dagli attacchi in Medio Oriente, “le maggiori compagnie di spedizioni marittime, tra cui MSC, Maersk, CMA CGM e Hapag-Lloyd, si riservano di ricorrere a una norma dell’ottocento che gli consente di lasciare il carico al porto più vicino disponibile a spese del cliente”.

 

Il costo dell’energia è stato al centro di un incontro dei ministri dell’energia europei il 16 marzo e soprattutto del vertice dei capi di stato del 19 marzo.

 I paesi sono divisi sulla linea da adottare.

Al centro dei contrasti c’è la necessità avanzata da alcuni governi, tra cui quello italiano, di allentare le norme sugli obiettivi di decarbonizzazione.

In particolare si chiede di sospendere l’Emissions trading system (Ets), il meccanismo di scambio di anidride carbonica che prevede di ridurre le emissioni imponendo maggiori costi alle industrie che ne producono di più.

 

Tra gli effetti di una misura simile ci sarebbe proprio il ricorso più facile al carbone:

 il ministro italiano dell’ambiente, “Gilberto Pichetto Frattin”, ha affermato che “in un momento di difficoltà internazionale non vorrei mai riattivare le centrali a carbone, ma so che vanno considerate come riserva, nell’interesse del nostro paese”. Soprattutto se i prezzi dovessero crescere ancora.

 

La reazione dei mercati spaventa Trump.

Ora i governi saranno costretti ad adattarsi al nuovo scenario dei mercati mondiali introducendo forme di sovvenzione per calmierare i prezzi e ricorrendo di più al carbone per garantire la sicurezza energetica, quanto fino al termine del conflitto.

Ma, come ricorda il “New York Times”, nel medio e lungo periodo dovrebbero guadagnare terreno le fonti rinnovabili, che permetterebbero a tutti di non dipendere eccessivamente dal gas e dal petrolio, oltre che dai rovesci della geopolitica, senza allo stesso tempo affossare l’ambiente.

 

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ha rafforzato gli investimenti nell’energia solare passando da quaranta a 65 gigawatt all’anno (un gigawatt produce l’energia sufficiente a circa trecentomila abitazioni).

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2025 sono stati spesi più di 780 miliardi nelle rinnovabili, molto più di quanto è stato investito nelle infrastrutture petrolifere.

Tuttavia, aggiunge il quotidiano statunitense, “ci sono ancora ostacoli che mercati come quello europeo o quello indiano devono superare, per esempio l’adeguamento della rete elettrica”.

 

Un’altra opzione, conclude il New York Times, è il nucleare.

 Il Giappone sta facendo ripartire gradualmente i suoi impianti, chiusi nel 2011 dopo la catastrofe di Fukushima.

 Di nucleare si parla anche in Europa – compresa l’Italia – e negli Stati Uniti (l’amministrazione Trump ha studiato un piano da ottanta miliardi di dollari per finanziare nuove strutture).

Ma anche in questo campo bisogna fare i conti con la Cina, che da almeno vent’anni sta investendo pesantemente nel settore.

 

Oltre a essere il paese che ha installato più pannelli solari e pale eoliche rispetto al resto del mondo messo insieme, il gigante asiatico sta costruendo decine di impianti nucleari.

Come scrive Bloomberg, la Cina procede al ritmo di dieci centrali all’anno, e di questo passo diventerà la leader mondiale entro il 2032.

Anche perché riesce a farlo a costi inferiori di un quinto rispetto a quelli sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Europa.

 

 

 

La grande frenata dell’auto elettrica:

chi la lascia nel 2026.

Scenarieconomici.it – (23 Marzo 2026) - Fabio Lugano – Redazione – ci dice:

Il mercato frena sull’elettrico:

Honda prevede perdite per 14 miliardi di euro e torna all’ibrido, guidando la marcia indietro di ben 12 case automobilistiche, tra cui Audi, Mercedes e Rolls-Royce.

 Ecco perché i motori termici non andranno in pensione.

 

Il mercato automobilistico globale sta affrontando un vero e proprio bagno di realtà.

Per anni la transizione verso il veicolo esclusivamente a batteria è stata presentata come una marcia ineluttabile, sostenuta da massicci incentivi pubblici, ma oggi i bilanci aziendali presentano un conto che non può più essere ignorato.

L’emblema di questa brusca inversione di rotta è Honda.

La casa automobilistica giapponese ha infatti annunciato la cancellazione di svariati modelli chiave della sua attesa “Serie 0”, decidendo di riorientare il proprio piano strategico industriale verso i veicoli ibridi.

 

(Articolo: Trump vuole tagliare 21 miliardi per Auto EV ed Energie Rinnovabili.

Articolo: L’Australia pensa a una tassa sugli extraprofitti per gas e carbone: sollievo per i cittadini o autogol energetico?

Articolo: Il 57% della filiera automotive italiana non prevede a breve investimenti in Innovazione.)

La decisione non nasce certo dal caso.

Per la prima volta nei suoi settant’anni di storia in borsa, Honda prevede di chiudere l’anno fiscale 2026 con una perdita monstre di 14 miliardi di euro.

 Quando si forza l’offerta senza una reale e solida base di domanda aggregata, il risultato macroeconomico tende inevitabilmente a tradursi in perdite per il settore produttivo.

 E l’industria automobilistica, pilastro dell’occupazione e del PIL manifatturiero, sta semplicemente correndo ai ripari.

Il tramonto degli incentivi e la reazione del mercato

Con la casa nipponica, salgono ormai a 12 i grandi costruttori che hanno inserito la retromarcia, riducendo in modo drastico i propri piani per l’elettrico puro.

La causa è duplice: da un lato si registra una domanda ostinatamente resiliente per i tradizionali motori a combustione, dall’altro si assiste al progressivo ridimensionamento delle politiche di sussidio sia negli Stati Uniti che in Europa.

Con l’abolizione degli incentivi fiscali, il prezzo reale dei veicoli elettrici torna a gravare interamente sul consumatore finale, frenando le vendite e rendendo insostenibili i margini per le aziende.

 

Di seguito proponiamo la lista aggiornata dei grandi marchi che stanno abbandonando o ridimensionando le ambizioni 100% elettriche in questo 2026:

 

Honda: Cancellazione di modelli elettrici strategici, ritorno all’ibrido dopo una perdita prevista di 14 miliardi di euro.

Mercedes-Benz, Stellantis, Ford e Volvo Cars: Congelamento o taglio degli obiettivi di produzione per i veicoli completamente elettrici.

Rolls-Royce: Abbandono formale del piano di transizione al 100% elettrico entro il 2030, a fronte di mutate condizioni di mercato.

Audi: Estensione del ciclo di vita dei motori a combustione termica ben oltre le scadenze precedentemente fissate.

Bentley, Lotus e Porsche: Drastica riduzione (fino all’80%) della produzione elettrica prevista per il prossimo decennio, a favore dell’ibrido plug-in.

Ferrari: Dimezzamento degli obiettivi di produzione elettrica per il 2030, pur mantenendo in sviluppo il progetto “Luce”.

 

Per chiarezza espositiva, ecco una tabella riassuntiva del cambio di paradigma nel settore lusso e sportivo:

 

Produttore          Strategia originaria   Nuova rotta (2026)

Rolls-Royce         100% Elettrico entro il 2030        Abbandono dell’obiettivo, ritorno al termico/ibrido

Audi Fine produzione endotermica imminente    Prolungamento del ciclo di vita dei motori a combustione

Porsche / Bentley       Rapida transizione all’elettrico   Virata strategica sull’ibrido plug-in

Ferrari       Target EV ambiziosi al 2030        Obiettivi di produzione elettrica dimezzati

La variabile del “piacere di guida.”

Oltre ai nudi dati economici, emerge un fattore che la pianificazione industriale aveva sottovalutato: l’emotività dell’acquirente.

 Stephan Winkelmann, CEO e presidente di Lamborghini, ha evidenziato come il tasso di rifiuto per le auto completamente elettriche sia in costante aumento.

 L’assenza delle vibrazioni, della tradizionale dinamica di frenata, ma soprattutto la mancanza del suono del motore, si sono rivelati ostacoli insormontabili per gli appassionati.

Anche Ferrari, pur portando avanti il suo primo modello elettrico, ha ribadito che il “piacere di guida” resterà il faro di ogni sua vettura, indipendentemente dalla motorizzazione.

 

La transizione ecologica imposta dall’alto si sta scontrando con la fisiologia dell’economia reale.

Senza la leva del deficit pubblico a sostenerne artificialmente le vendite, l’auto elettrica torna a essere ciò che al momento è:

una valida alternativa, ma non ancora un monopolio inevitabile.

 

 

 

 

 

L’Iran Nega le Accuse di Aver

Colpito la Base di Diego Garcia.

Conoscenzealconfine.it - 24 Marzo 2026 - t.me/In_Telegram_Veritas – ci dice:

 

L’Iran nega l’attacco alla base angloamericana Diego Garcia lontana 4 mila Km: la solita false flag sionista!

 

Dietro l’attacco alla base Diego Garcia vi è la solita false flag sionista, ordinata da Londra.

 

Ansa:

(ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2026/03/21/teheran-conferma-lattacco-allisola-di-diego-garcia-a-4mila-km-da-iran_bfa317c4-178d-44a6-af68-05e18c298410.html), gestita dai Servizi inglesi, citando l’agenzia iraniana Mehr (en.mehrnews.com/news/242799/Iran-targets-US-Diego-Garcia-base-with-2-ballistic-missiles), che a sua volta riportava la notizia del WSJ (wsj.com/world/middle-east/iran-brings-europe-into-range-with-missiles-fired-at-diego-garcia-bdc71ab2) (deep state), aveva confermato che l’attacco fosse da parte iraniana. Nelle notizie però, nessuna fonte ufficiale di Teheran che confermi l’attacco, successivamente negato.

 

Altro che professionisti dell’informazione: sono un covo di clown.

Quello di Kiev col naso incipriato è in ottima compagnia.

 

I radar militari NATO stanno sicuramente rilevando tutto e potrebbero fornirci molte informazioni, ma essendo il braccio della governance globale, tacciono miserabilmente.

L’obiettivo delle falseflag è duplice:

 

1- Espandere il teatro di guerra colpendo la base americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano – formalmente territorio britannico – per forzare il coinvolgimento diretto del Regno Unito ed eventualmente della NATO.

2- Intimidire l’Europa agitando lo spettro dei missili iraniani a lungo raggio (4 mila km di gittata), allo scopo di costringere l’intera Unione Europea a entrare nella spirale bellica

I missili con quella gittata (oltre a 300-400 atomiche) sono invece posseduti dallo Stato canaglia sionista, sempre pilotato abilmente da Londra-Parigi, in ottica dell’unico salvacondotto che hanno: allargare il conflitto a livello mondiale.

 

Ormai smascherare le loro false flag è diventato un esercizio quotidiano, come lo stretching mattutino dei gatti.

(t.me/In_Telegram_Veritas). 

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