Iran, la guerra dei droni.
Iran,
la guerra dei droni.
Iran,
la guerra dei droni e il falso mito delle armi economiche.
Parla
il Prof. Gilli.
Msn.com – (14 – 03 – 2026) – Storia AdnKronos –
Redazione – Giorgio Rutelli - ci dice:
Iran,
la guerra dei droni e il falso mito delle armi economiche.
Parla
il prof. Gilli.
(Adnkronos)
– La
guerra in corso tra Iran, Israele e Stati Uniti sta riportando al centro del
dibattito strategico uno dei temi più delicati per le forze armate occidentali:
la sostenibilità della difesa aerea nell’era dei droni e dei missili a basso
costo.
Gli
attacchi iraniani contro obiettivi nella regione del Golfo hanno mostrato come
sistemi relativamente economici possano mettere sotto pressione difese
estremamente sofisticate e costose.
Allo
stesso tempo, la risposta militare occidentale – fondata su sistemi avanzati e
sulla superiorità aerea – continua a dimostrare un vantaggio tecnologico
significativo.
Secondo
Mauro Gilli, professore di Strategia e Tecnologia Militare alla Herbie School
di Berlino, il rischio è però quello di trarre conclusioni troppo rapide.
“In
molti stanno sostenendo che dobbiamo abbandonare le piattaforme militari più
sofisticate e puntare su sistemi molto più economici”, spiega all’Adnkronos.
“Ma la questione è più complessa:
bisogna
capire quale tipo di guerra vogliamo combattere e in quali condizioni siamo più
forti”.
Professore,
che cosa ci sta insegnando il conflitto con l’Iran sulle capacità militari
della regione e sulle strategie dei Paesi del Golfo?
Non è ancora facile dare una risposta
definitiva perché le informazioni disponibili sono incomplete.
Direi che ci sono due dimensioni principali.
La
prima è di natura politica.
Sembra
che la risposta iraniana a un eventuale attacco israeliano o americano non sia
stata pienamente considerata nella sua interezza.
Oggi
vediamo attacchi che coinvolgono diversi attori regionali e non solo Israele.
Secondo
alcune ricostruzioni apparse sulla stampa americana, nemmeno la possibile
chiusura dello stretto di Hormuz sarebbe stata presa pienamente in
considerazione in alcune discussioni interne all’amministrazione americana.
Questo
è sorprendente, perché molti analisti ritenevano proprio quella una delle
risposte più probabili da parte di Teheran.
La
seconda dimensione è più strettamente militare.
I Paesi del Golfo hanno investito moltissimo
negli ultimi anni in sistemi avanzati per intercettare missili balistici
iraniani.
Questo era comprensibile, perché il programma
missilistico iraniano era percepito come la minaccia principale.
Eppure
sembra che alcuni di questi Paesi abbiano sottovalutato un altro sviluppo
parallelo:
la crescita delle capacità iraniane nel campo
dei droni.
Perché
i droni stanno diventando così centrali nei conflitti contemporanei?
Per
una ragione molto semplice:
il
rapporto tra costo e impatto operativo.
I
droni Shahid iraniani, per esempio, sono relativamente economici e non
richiedono tecnologie particolarmente sofisticate per essere prodotti o
utilizzati.
Questo
consente di impiegarli in grandi quantità.
Ed è
proprio la quantità che crea problemi alla difesa.
Dal
punto di vista tecnologico questi droni non sono particolarmente difficili da
intercettare.
Le
tecnologie necessarie esistono già e sono ampiamente disponibili nei Paesi
occidentali.
l
problema è farlo in modo sostenibile nel tempo.
Se per
abbattere un drone relativamente economico si utilizzano missili intercettori
molto costosi, si crea uno squilibrio.
Ma non
è solo un problema di costo economico: è soprattutto un problema industriale.
Il
costo elevato dei missili intercettori riflette anche la complessità della loro
produzione.
Se un
Paese riesce a produrre cento droni nello stesso tempo in cui l’avversario
riesce a produrre dieci intercettori, è evidente che nel lungo periodo la
difesa rischia di esaurire le proprie scorte.
L’Iran
può sostenere questo ritmo di attacchi ancora a lungo?
I dati
disponibili sono basati su stime.
Prima
dell’inizio del conflitto si parlava di uno stock iraniano compreso tra circa
2.000 e 2.500 missili balistici.
Da un lato l’Iran ha utilizzato parte di
queste capacità.
Dall’altro
lato Israele e Stati Uniti stanno cercando di distruggere non solo i missili ma
soprattutto i sistemi di lancio.
Questo
è un punto molto importante.
I
missili balistici, a differenza dei droni, richiedono piattaforme specifiche
per essere lanciati.
Spesso
si tratta di sistemi mobili montati su camion con infrastrutture di lancio
dedicate.
Se
questi sistemi vengono distrutti, anche uno stock numeroso di missili diventa
molto meno utile.
Per
questo si può dire che siamo di fronte a una sorta di gara contro il tempo.
Non
sappiamo se l’Iran stia adottando una strategia graduale – conservando parte
delle scorte per il futuro – oppure una strategia più massimalista con attacchi
intensivi nelle prime fasi del conflitto.
Si è
parlato anche del coinvolgimento di Russia e Cina.
Che
ruolo stanno giocando in questa crisi?
Direi che sarebbe sorprendente se Russia e
Cina fossero assenti.
L’Iran non è formalmente un alleato, ma ha
certamente una convergenza strategica con Mosca e Pechino.
La Cina, per esempio, acquistava prima
dell’inizio del conflitto circa l’80% del petrolio iraniano.
Pechino
ha un interesse evidente alla stabilità del regime iraniano.
Da
parte russa c’è poi un’altra considerazione:
il
coinvolgimento occidentale nella regione.
Per Mosca creare difficoltà agli Stati Uniti e
ai loro alleati può essere visto come un modo per esercitare pressione
indiretta sull’Occidente, anche nel contesto della guerra in Ucraina.
È
inevitabile quindi che vi siano forme di supporto, per esempio nella
condivisione di informazioni o di intelligence.
La differenza rispetto al caso ucraino è che
Israele e Stati Uniti hanno attualmente la superiorità aerea sull’Iran.
Questo
rende molto più difficile trasferire nuove tecnologie o equipaggiamenti
avanzati nel Paese, come è avvenuto nei mesi e negli anni scorsi.
Molti
analisti sostengono che questa guerra cambierà completamente il modo in cui gli
eserciti occidentali acquistano armamenti.
Direi
che il dibattito è legittimo, ma bisogna fare attenzione a non trarre
conclusioni troppo affrettate.
Negli
Stati Uniti e in Europa esiste oggi una corrente di pensiero – sostenuta anche
da imprenditori della tecnologia e da alcune startup della difesa – secondo cui
le piattaforme militari tradizionali sono troppo complesse e troppo costose.
Secondo
questa visione dovremmo abbandonare sistemi sofisticati e puntare su tecnologie
molto più semplici e prodotte in grandi quantità.
Io sono un po’ scettico su questa conclusione.
Il motivo è semplice: la complessità di alcune
piattaforme militari non è casuale. Deriva dal tipo di missioni che devono
svolgere.
E poi bisogna chiedersi una cosa:
se
dall’altra parte ci sono Russia e anche Cina, e quest’ultima è in grado di
produrre tecnologia in grandi quantità e a un costo più basso rispetto
all’Occidente, ha davvero senso puntare tutto sulla quantità rinunciando alla
qualità e alla superiorità tecnologica?
Può
fare un esempio concreto?
Prendiamo
il caso dell’F-35.
È
spesso criticato per il suo costo elevato.
Ma nel conflitto attuale abbiamo visto come la
capacità di Israele e degli Stati Uniti, dotati di caccia di quinta
generazione, di ottenere la superiorità aerea rappresenti un vantaggio enorme.
La
superiorità aerea cambia completamente la natura del conflitto.
Un Paese che controlla lo spazio aereo può
colpire infrastrutture, logistica e rifornimenti con grande precisione e con
rischi relativamente ridotti.
La
Russia, per esempio, dopo quattro anni di guerra non è riuscita a ottenere una
vera superiorità aerea sull’Ucraina.
Questo
ha contribuito a trasformare il conflitto in una guerra di logoramento e di
trincea.
Il
punto però è anche strategico.
La guerra non è un processo lineare in cui si
comprano semplicemente le armi più economiche:
le
scelte sugli investimenti servono anche a costringere l’avversario a combattere
nel modo in cui siamo più forti noi.
In
altre parole, si tratta di creare dilemmi per il nemico e spingerlo a
confrontarsi sul terreno che ci è più favorevole.
Se,
per esempio, i Paesi europei rinunciassero alla capacità di ottenere il
controllo dello spazio aereo, il rischio sarebbe quello di trovarsi costretti a
combattere in un modo simile a quello che vediamo oggi in Ucraina:
una
guerra di trincea che richiede molti più soldati sul campo.
E la domanda allora diventa:
è
davvero questo il tipo di conflitto che le società europee vogliono prepararsi
a combattere?
Sul
piano tecnologico quali sono le innovazioni più promettenti per contrastare i
droni?
Non esiste una soluzione unica.
La
difesa moderna è sempre più un sistema integrato composto da diversi livelli:
sensori, sistemi di tracciamento e strumenti di ingaggio.
Gli ucraini hanno sperimentato una soluzione
interessante:
utilizzare
droni difensivi per intercettare quelli offensivi.
Se il
drone intercettore costa magari il doppio del drone d’attacco ma resta comunque
relativamente economico, il sistema rimane sostenibile.
Un’altra
tecnologia promettente è rappresentata dai laser.
I
laser hanno il vantaggio di ridurre drasticamente il costo per intercettazione,
perché non richiedono l’impiego di munizioni.
Se si
dispone di una fonte di energia stabile, si può ingaggiare il bersaglio con un
fascio continuo.
Ma
anche in questo caso esistono limiti importanti: condizioni atmosferiche come
nebbia o pioggia possono ridurre l’efficacia del sistema e il raggio operativo
è relativamente limitato.
Per questo è probabile che queste tecnologie
diventino componenti di un sistema di difesa integrato piuttosto che sostituire
completamente i sistemi esistenti.
Passando
all’Europa: stiamo davvero assistendo a un cambio di strategia nella difesa?
Dipende
molto dai Paesi.
I Paesi baltici e nordici, per esempio,
percepiscono chiaramente la minaccia russa e stanno investendo molto seriamente
nelle proprie capacità militari.
Anche
la Polonia si sta muovendo in questa direzione, addirittura ipotizzando di
dotarsi dell’atomica.
La
Germania sembra aver deciso di cambiare rotta in modo significativo.
Il
nuovo governo ha detto che il Paese deve assumersi maggiori responsabilità
nella difesa europea.
In altri Paesi invece la questione è vissuta
come meno urgente, anche per ragioni economiche (troppo debito) e politiche.
E sul
tema dell’autonomia europea dagli Stati Uniti?
Qui
bisogna essere realistici.
Ci sono alcune capacità militari – per esempio
nei sistemi di comunicazione avanzati o nel tracciamento di obiettivi a lungo
raggio – in cui gli Stati Uniti hanno un vantaggio enorme.
Replicare
completamente queste infrastrutture richiederebbe investimenti giganteschi,
tempi molto lunghi e probabilmente anche diversi fallimenti tecnologici.
Per
questo molti Paesi europei stanno adottando un approccio pragmatico: rafforzare
alcune capacità autonome ma continuare a collaborare strettamente con gli Stati
Uniti per le tecnologie più avanzate.
(Giorgio
Rutelli).
(webinfo@adnkronos.com-Web
Info).
Guerra
Iran, raid su Teheran.
Colpiti
Paesi del Golfo. Pasdaran
minacciano
Netanyahu.
Tg24.sky.it
- Mondo – (15 mar. 2026) – Redazione – ci dice:
Mastaba
Khamenei sta bene e governa l'Iran":
il
ministro degli Esteri iraniano ha risposto così alle voci sull'assenza della
Guida suprema dalla vita pubblica e in tv da quando è stato eletto. "La
situazione nel Paese è stabile", ha aggiunto.
Attacchi su Kuwait, Emirati e Arabia Saudita.
Forti
esplosioni nella zona meridionale di Teheran.
Le Guardie rivoluzionarie iraniane:
"Se
Netanyahu, questo criminale assassino di bambini è ancora vivo, continueremo a
dargli la caccia e a ucciderlo con tutte le nostre forze."
"La
Guida Suprema Mastaba Khamenei gode di buona salute e governa pienamente il
Paese".
Lo ha
dichiarato oggi il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Saraghi”, in risposta
alle notizie sull'assenza di Khamenei dalla vita pubblica e in tv da quando è
stato eletto la scorsa settimana.
"La
situazione nel Paese è stabile", ha aggiunto Saraghi, citato dall'agenzia
Irna.
Il presidente Donald Trump aveva dichiarato
ieri di non sapere nemmeno se “Mastaba Khamenei “fosse vivo.
Anche
il segretario alla Difesa Pete Hester aveva affermato che Khamenei è
"ferito e probabilmente sfigurato".
"Non
intendiamo avviare colloqui diretti con il governo libanese nei prossimi giorni."
Lo ha
detto il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar smentendo la notizia
riportata ieri da alcuni media.
Le
Guardie Rivoluzionarie iraniane minacciano Netanyahu:
"Se
questo criminale assassino di bambini è ancora vivo, continueremo a dargli la
caccia e a ucciderlo con tutte le nostre forze".
Trump
ha colpito ieri l'isola iraniana di Khar da cui passa l'80% del petrolio di
Teheran.
“Distrutti
90 obiettivi militari, preservando le infrastrutture per il greggio”, ha detto
il Comando americano, mentre il tycoon ha chiesto agli “altri Paesi coinvolti”
di inviare navi per difendere Hormuz e riferito che diversi Paesi si sono
impegnati a contribuire alla sicurezza dello Stretto.
Ma la
Francia: “La nostra portaerei rimane dov'è”.
“Distruggeremo
i vostri terminal e i porti degli Emirati sono obiettivi legittimi”, ha detto
il regime iraniano.
Notte
di bombardamenti su Israele, due feriti. I pasdaran:
"Se
Netanyahu è ancora vivo, lo braccheremo e lo uccideremo".
Lo
Stato ebraico intanto è pronto a invadere il Libano per smantellare le
postazioni di Hezbollah.
Cisgiordania,
i media palestinesi: sterminata dall'IDF una famiglia con due bambini, altri
due piccoli feriti.
La
guerra nel Golfo.
La
minaccia "Shahed": i droni iraniani
che
hanno cambiato la storia dei conflitti.
Rainews.it
– (12/03/2026) – Redazione – ci dice<.
I
velivoli senza pilota economici e letali “Shahed”, protagonisti dall'Ucraina al
Medio Oriente.
Ed anche Washington punta su armi low cost.
Il
drone americano Lockheed Martin RQ-170 “Sentinel.”
È
così, a fronte di spese miliardarie su pallottole, eserciti e grandi mezzi
militari come costosissimi aerei di ultima generazione e quant'altro, è un'arma
da 25mila euro a cambiare il corso della storia, con effetti sconvolgenti sui
conflitti scoppiati negli ultimi 4 anni, dall'invasione Ucraina in poi.
Si tratta dei droni “made in Iran” “Shahed,”
che un quindicennio dopo la loro prima apparizione nel 2010, hanno
rivoluzionato la strategia militare fino a costringere giganti come gli Usa, la
Cina e la Russia a copiare la tecnologia partorita dalla Repubblica islamica.
Il
nuovo drone kamikaze “Uav Shahed 136-b” iraniano.
Dal
drone “Karrar”, allo “Shahed”.
All'epoca,
il regime degli ayatollah annunciò al mondo il primo drone a lungo raggio, il
“Karrar” capace di trasportare missili aria-terra, ma è solo nel 2012 che venne svelato lo 'Shahed-129', il
padre dei micidiali droni Shahed-136 che oggi fanno strage in Ucraina o
colpiscono gli obiettivi nel mirino della rappresaglia iraniana nel Golfo
Persico e nei Paesi vicini.
Un
mini reattore al posto dell'elica: cosi, potenziato il “drone Shahed iraniano”.
Il
drone americano Lockheed Martin RQ-170 Sentinel
La
leggenda narra che gli iraniani abbiano realizzato quest'arma basandosi sulla
tecnologia di un drone americano Lockheed Martin RQ-170 Sentinel, catturato nel
nordest del Paese nel settembre del 2011.
Altri
esperti ritengono però che il modello Shahed (che in farsi significa testimone)
sia più simile a un drone tedesco degli anni '80, il “Die Drohne Antiradar”
(Dar), con cui condivide le sembianze e anche l'idea di fondo, quella di essere
un'arma 'kamikaze' economica per distruggere le infrastrutture nemiche senza
impegnare asset più importanti e impegnativi come aerei, navi o batterie
mobili.
Lockheed Martin RQ-170 “Sentinel”.
Il
mirino inquadra l'aereo iraniano: quando un missile lo centra e lo distrugge.
I
sauditi sono stati i primi a pagare il prezzo dell'avvento della nuova
tecnologia: nel settembre 2019 droni Shahed del modello 131 vennero utilizzati
negli attacchi contro gli impianti petroliferi della Aramco a Abqaiq e Khurais,
nell'est del Paese, dove ci vollero ore per estinguere gli incendi causati
dalle esplosioni.
Un attacco rivendicato dagli Houthi, ma
attribuito a Teheran.
Il
drone iraniano Shahed-191.
Nuovi
attacchi aerei notturni dell’Iran contro i paesi vicini.
Lo
Shahed-131 ha una gittata di 700-900 chilometri, mentre lo Shahed-136, più
grande con i suoi tre metri e mezzo di lunghezza e due e mezzo di apertura
alare, ha una gittata di almeno 2.000 km.
Volano lungo coordinate geografiche inserite
manualmente prima di colpire i bersagli e grazie all'assemblaggio - nonostante
le sanzioni - di una varietà di tecnologie commerciali di fabbricazione
occidentale - è difficile intercettarli.
E
Mosca fabbrica i “Geran”, che martellano l'Ucraina.
I
russi hanno iniziato a fabbricarli in casa, si chiamano Geran-1 e Geran-2, e
quotidianamente martellano con sciami di droni gli obiettivi ucraini, mentre i
cinesi hanno puntato su droni di nuova generazione che si ritiene siano dotati
di IA.
E, a sorpresa, anche a Washington hanno
"clonato" lo Shahed, copiandolo.
In un'era che sembra sempre più vicina alle Guerre
Stellari di George Lucas e Steven Spielberg, gli Stati Uniti hanno colto
l'occasione dell'attacco all'Iran per far debuttare i loro Lucas:
un
acronimo che evoca la saga dei Jedi ma che in realtà sta per 'Low-Cost Uncrewed
Combat Attack System', letteralmente 'sistemi economici d'attacco senza
equipaggio'.
Un
drone Shahed 136 (Geranium-2) di progettazione iraniana è stato fotografato
durante l'attacco russo su Kiev del 27 dicembre 2025.
Presentati
lo scorso luglio, hanno colpito obiettivi in Iran sin dal primo giorno di
offensiva.
Sono collegati a reti satellitari come “Starlink”,
possono essere lanciati da terra o da un camion, e hanno un costo simile a
quelli iraniani, 35.000 dollari.
I droni da combattimento utilizzati dagli Usa sinora,
soprattutto in funzione antiterrorismo dallo Yemen fino in Afghanistan, i MQ-9
Reaper sono certamente più sofisticati ma costano tra i 20 e i 40 milioni di
dollari l'uno.
Peter “Thiel”,
il miliardario USA
di “Palantir”
a Roma: ecco perché
il
Vaticano ha eretto una grande muraglia.
Msn.com
- Storia di Franca Gian soldati – Il Messaggero – (16 – 3 -2026) – ci dice:
Per
capire la grande muraglia che il Vaticano ha eretto davanti alle idee
professate da” Peter Thiel”, il miliardario americano fondatore di “Palantir
Techologies”, nota società di software di intelligenza artificiale con profondi
legami con le agenzie di difesa e intelligence statunitensi, basta andare a
rileggersi un documento chiave che risale al G7 in Puglia al quale prese parte
personalmente Papa Francesco.
In un passaggio del documento preparato dal
pontefice della Fratelli Tutti e della “Laudato Sì”, è stata condensata la
visione della Chiesa circa l'applicazione concreta degli algoritmi nella vita
di tutti i giorni.
«Non
possiamo nascondere il rischio concreto che l’intelligenza artificiale limiti
la visione del mondo a realtà esprimibili in numeri e racchiuse in categorie
preconfezionate, estromettendo l’apporto di altre forme di verità e imponendo
modelli antropologici, socio-economici e culturali uniformi.
Il
paradigma tecnologico incarnato dall’intelligenza artificiale rischia allora di
fare spazio a un paradigma ben più pericoloso, che ho identificato con il nome
di “paradigma tecnocratico”.
Non
possiamo permettere a uno strumento così potente e così indispensabile come
l’intelligenza artificiale di rinforzare un tale paradigma, ma anzi, dobbiamo
fare dell’intelligenza artificiale un baluardo proprio contro la sua
espansione».
Praticamente due visioni agli antipodi.
La
visita nella “Città Eterna” di Thiel cade – chissà se per pura casualità - alla
vigilia della pubblicazione dell'enciclica di Leone XIV dedicata alla AI e ai
suoi rischi.
Un lungo testo, frutto di più riflessioni, che
di fatto ingloba le tracce del documento di Francesco diffuso durante il G7.
A
spiegare i motivi per i quali la Chiesa non può che contrastare la visione
tecnocratica di Thiel è stato padre Paolo Benanti in un saggio su “Le Grand
Continent” in cui spiega che «bisogna leggere la visione di “Thiel” non come un semplice
rifiuto dei valori occidentali ma come la radicalizzazione patologica di alcune
delle loro componenti - la competizione, la tecnologia, l'individuo - che,
erette in un'unica bussola, portano a risultati radicalmente divergenti del progetto
democratico comune».
E
ancora.
«Lungi dal ridursi a una semplice strategia commerciale, la sua visione
costituisce la traduzione operativa di un'antropologia filosofica precisa -
quella di René Girard - incarnata e poi diffusa attraverso una delle reti di
potere più influenti della storia recente: quella che si chiama la “PayPal
Mafia”».
Figure
come Elon Musk, Larry Page, Sergey Brin e Peter Thiel incarnano l'avanguardia
di una generazione che detiene oggi le chiavi del potere.
Occupa più della metà delle posizioni di leadership
mondiale nel settore tecnologico.
Padre
Benanti sottolineava pure che accettando la tecnologia di “Thiel” attraverso la
scrittura del reale di “Palantir”, le istituzioni adottano implicitamente la
sua diagnosi.
Ovvero
che «la
società sarebbe una massa mimetica incapace di autogovernarsi, e l'unica
alternativa all'apocalisse sarebbe un ordine tecnocratico imposto da un'élite
di sovrani.
In
questa visione, la democrazia intesa come autogoverno di cittadini uguali è già
morta - e non resta che, nell'oscurità di un data center, la gestione clinica
del suo cadavere».
Dopo
avere peregrinato in alcune capitali europee a parlare della sua visione
apocalittica “Thiel” arriva in Italia avvolto dalla solita aura di mistero.
Inviti
ristretti, divieto di registrare le conferenze, segretezza sul luogo della
convention.
Stasera
era atteso a una messa in latino a “San Giovanni dei Fiorentini”. Il resto
delle giornate, invece, si svilupperanno secondo conferenze e cene ristrette
probabilmente a “Palazzo Taverna”, anche se la location cambia in
continuazione.
Inizialmente si era pure detto che la
conferenza era all'Angelicum ma il rettore, il domenicano “padre White”, ha
smentito categoricamente questa possibilità, anche se lui stesso dovrebbe
essere uno degli invitati selezionati per via di comuni conoscenze oxfordiane.
Le
conferenze, come si sa, vertono sul concetto di Anticristo, visione
apocalittica alla quale “Thiel” ha dedicato una crescente attenzione mescolando
diverse idee religiose e filosofiche.
Cresciuto
in una famiglia cristiana evangelica 58 anni fa, sposato con un compagno e
padre di una bambina, il miliardario della Silicon Valley ha affermato che il
cristianesimo modella la sua visione del mondo. Tuttavia la sua posizione sembra più
attinente alla teologia della prosperità, che non al cattolicesimo classico o
al magistero degli ultimi pontefici, mescolandovi dottrine reazionarie di
diversa provenienza e una visione dirigista del mondo con funzioni legate al
potere politico ed economico.
Padre
Benanti che all'Onu continua a gettare ponti per rafforzare legami tra etica e
intelligenza artificiale ha ben pochi dubbi.
A suo
dire l'intera azione di “Thiel” può essere letta come un atto prolungato di
eresia contro il consenso liberale:
una contestazione dei fondamenti stessi della
convivenza civile, che ora ritiene superati.
Iran.
La guerra dei magazzini:
droni
economici contro intercettori milionari.
Notiziegeopolitiche.net
– (5 Marzo 2026) - Giuseppe Gagliano – ci dice:
C’è
una distanza sempre più evidente tra la retorica politica dell’“arsenale
infinito” e la realtà della guerra moderna.
Nel
conflitto che da giorni vede contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran, la
vera linea di frattura non passa tra armi più o meno potenti, ma tra ciò che è
facilmente rimpiazzabile e ciò che non lo è.
Le
munizioni offensive possono essere prodotte e integrate con una certa
elasticità industriale.
Gli
intercettori della difesa aerea, invece, restano costosi, complessi e
soprattutto limitati.
È su
questo squilibrio che si gioca una parte decisiva dello scontro.
Ogni ondata di missili e droni lanciata dall’Iran non
è soltanto una risposta militare:
è
anche un modo per consumare progressivamente le scorte difensive degli
avversari.
La
guerra diventa così una competizione logistica oltre che militare, in cui conta
chi riesce a sostenere più a lungo il ritmo di consumo delle munizioni.
Il
problema centrale è economico prima ancora che tattico.
Un intercettore moderno può costare milioni di
dollari, mentre un drone d’attacco unidirezionale ha costi molto più bassi e
può essere prodotto in serie.
Le
difese aeree tradizionali sono state progettate per affrontare aerei e missili,
non sciami di bersagli lenti e numerosi.
Quando l’attaccante satura i sistemi difensivi
con grandi quantità di droni, la difesa è costretta a una scelta difficile:
abbattere
tutto consumando rapidamente le scorte oppure lasciare passare parte degli
attacchi con conseguenze politiche e operative.
Per
questo la strategia occidentale punta sempre più alla cosiddetta difesa
avanzata:
colpire depositi, infrastrutture e lanciatori
prima che le armi entrino in volo.
È una logica efficace ma non risolve
completamente il problema, perché finché l’avversario conserva capacità di
lancio la difesa continua a consumare intercettori.
La
guerra diventa quindi una corsa contro il tempo tra la distruzione delle
capacità iraniane e l’esaurimento delle scorte difensive.
Il
dispiegamento di sistemi antibalistici e antiaerei in Israele e nei Paesi del
Golfo evidenzia anche un’altra dimensione dello scontro. Washington non sta
difendendo soltanto un alleato ma l’intera architettura regionale su cui si
fonda la sua presenza militare:
basi, infrastrutture energetiche, porti e sedi
diplomatiche.
Colpire
questi obiettivi non ha solo un effetto pratico sulla libertà operativa
americana, ma mette alla prova la credibilità della protezione offerta agli
alleati.
La
dispersione geografica dei bersagli complica ulteriormente il quadro. Se gli attacchi si estendono a più
Paesi, le difese devono coprire un’area molto più ampia, con catene di comando
e regole operative differenti e soprattutto con un limite fisico: il numero di
missili disponibili.
Parallelamente
si osserva un cambiamento nella condotta delle operazioni aeree.
Se la
difesa nemica viene indebolita, diventa possibile ridurre l’uso di munizioni a
lungo raggio, più rare e costose, e ricorrere maggiormente a bombe guidate
tradizionali.
Questa
scelta sposta il peso della campagna dall’impiego di armi sofisticate
all’attrito operativo, ma comporta anche rischi maggiori per gli equipaggi che
operano nello spazio aereo avversario.
Dal
lato iraniano la strategia sembra puntare sulla saturazione. L’impiego massiccio di droni
economici e missili consente di mantenere la pressione anche sotto
bombardamenti, dimostrando una capacità di resilienza organizzativa più che di
pura potenza militare.
La
produzione relativamente semplice di questi sistemi permette di sostenere
attacchi prolungati e di mettere in crisi difese molto più costose.
La
risposta statunitense è soprattutto industriale.
Washington spinge per aumentare rapidamente la
produzione di intercettori e altre munizioni critiche, ma ampliare una filiera
complessa richiede tempo:
nuovi impianti, componenti, personale
specializzato e una rete di subfornitori che deve crescere di pari passo.
Inoltre
la domanda globale resta elevata, tra Medio Oriente, Europa e Indo-Pacifico.
Una
guerra ad alta intensità produce così una doppia tensione economica.
Da un
lato alimenta la spesa militare e le commesse industriali; dall’altro costringe
governi e alleati a scegliere dove destinare risorse limitate.
Ogni
intercettore inviato in Medio Oriente è un intercettore in meno disponibile
altrove.
In
questo contesto la posta in gioco geopolitica va oltre il campo di battaglia.
La
credibilità della protezione americana, la stabilità delle alleanze regionali e
la resilienza delle catene industriali occidentali diventano parte integrante
dello scontro.
Se la
percezione di una difesa non totale dovesse diffondersi tra gli alleati, molti
attori regionali potrebbero iniziare a ricalibrare le proprie strategie.
Alla
fine, il fattore decisivo potrebbe non essere la superiorità tecnologica degli
aerei o dei missili più avanzati.
Nella guerra moderna conta soprattutto ciò che
resta nei depositi. Missili intercettori, pezzi di ricambio e capacità
produttiva determinano quanto a lungo un Paese può sostenere il conflitto.
L’Iran,
con la sua strategia basata su droni e saturazione, tenta proprio questo:
spostare
la guerra dal cielo ai magazzini.
E
quando la logistica entra in crisi, anche l’arma più sofisticata perde gran
parte del suo vantaggio.
“Kharg”
nel mirino degli Stati Uniti:
colpito
il cuore petrolifero dell’Iran.
Notiziegeopolitiche.net – (14 Marzo 2026) -
Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:
L’isola
di “Kharg”, principale snodo delle esportazioni di greggio iraniano, entra nel
mirino degli Stati Uniti segnando un salto di livello nello scontro con
Teheran.
Washington
ha colpito installazioni militari sull’isola senza distruggere i terminali
petroliferi, ma il segnale politico e strategico è chiaro:
gli
Stati Uniti hanno dimostrato di poter toccare il punto più sensibile
dell’economia iraniana.
Secondo” Reuters”, da “Kharg” transita circa il 90 per
cento delle esportazioni di petrolio della Repubblica islamica.
L’isola
può stoccare fino a 30 milioni di barili e all’inizio di marzo ne conteneva
circa 18 milioni.
Le
strutture energetiche non sono state colpite direttamente, ma la minaccia resta
aperta nel caso in cui Teheran continui a interferire con il traffico marittimo
nello Stretto di Hormuz.
Sul
piano militare la scelta americana appare calibrata.
Colpire
“Kharg” senza distruggere i terminali equivale a esercitare una pressione
massima senza provocare subito un incendio energetico globale.
Washington
invia a Teheran un messaggio diretto:
il
principale tallone d’Achille dell’Iran è vulnerabile.
Allo stesso tempo evita, almeno per ora, un
collasso immediato delle esportazioni iraniane che potrebbe spingere Teheran a
una ritorsione su larga scala contro infrastrutture petrolifere del Golfo,
rotte commerciali e flotte occidentali presenti nella regione.
“Reuters”
riferisce che Donald Trump ha minacciato esplicitamente la rete petrolifera
dell’isola se il traffico nello Stretto di Hormuz resterà bloccato.
Il
nodo centrale resta proprio Hormuz.
Il valore strategico di” Kharg” dipende dal
controllo di questo passaggio marittimo, uno dei più importanti del mondo per
il commercio energetico.
Se
l’Iran riuscisse a rendere instabile lo stretto, la pressione non colpirebbe
solo gli Stati Uniti ma l’intero sistema energetico globale.
Il “Guardian”
riferisce che Washington sta rafforzando la presenza militare nell’area con
circa 2.500 marines e con il gruppo anfibio legato alla USS Tripoli, segnale
che la fase navale e missilistica dello scontro è tutt’altro che conclusa.
Il
rischio più grave riguarda però l’economia mondiale.
“Reuters”
ricorda che l’Iran esportava circa 1,7 milioni di barili al giorno e che la
perdita del terminale di “Kharg” potrebbe sottrarre fino a 2 milioni di barili
quotidiani al mercato globale.
Secondo
le stime citate dal Guardian, un attacco diretto alle infrastrutture
petrolifere dell’isola potrebbe spingere il prezzo del greggio verso i 150
dollari al barile.
Un
simile aumento avrebbe effetti immediati sull’inflazione globale, sui trasporti
e sulla crescita delle economie importatrici, trasformando un conflitto
regionale in una crisi economica internazionale.
Per
Teheran “Kharg” rappresenta molto più di un semplice “hub logistico”.
È il punto in cui convergono entrate fiscali,
valuta estera e risorse finanziarie per sostenere l’apparato statale e
militare.
Proprio per questo un attacco diretto alle
infrastrutture energetiche potrebbe provocare una risposta asimmetrica.
L’Iran
potrebbe colpire impianti petroliferi dei Paesi del Golfo, intensificare
sabotaggi navali o utilizzare droni, mine e missili costieri contro il traffico
marittimo e gli interessi occidentali nella regione. Reuters e il Guardian ricordano che
Teheran ha già minacciato ritorsioni contro asset energetici legati agli Stati
Uniti.
Dietro
la crisi emerge anche una strategia geopolitica più ampia.
Alcuni settori dell’establishment israeliano
sostengono apertamente che colpire l’industria energetica iraniana possa
indebolire il regime.
Il Guardian cita la posizione dell’opposizione
israeliana guidata da “Yair Lapid”, che ha chiesto di prendere di mira
giacimenti e infrastrutture energetiche dell’isola.
In questa prospettiva il conflitto si sposta
dal contenimento nucleare alla pressione economica diretta sul sistema di
sopravvivenza dello Stato iraniano.
La
dimensione geoeconomica rende la crisi ancora più complessa. Un’escalation nel
Golfo farebbe aumentare il premio di rischio su tutto il mercato petrolifero
globale.
La Cina, principale acquirente del greggio iraniano
via mare, verrebbe colpita sul piano degli approvvigionamenti, mentre l’Europa
subirebbe l’impatto dell’aumento dei prezzi.
I
produttori del Golfo, infine, si troverebbero esposti a possibili ritorsioni
iraniane contro i loro impianti energetici.
Lo
scenario più favorevole per Washington è che la pressione su “Kharg” costringa
Teheran a ridurre le minacce sul traffico nello Stretto di Hormuz senza
arrivare alla distruzione dell’hub petrolifero.
Il
rischio opposto è che l’isola diventi il detonatore di una guerra energetica
regionale con attacchi a terminali, petroliere, impianti di liquefazione e basi
navali.
In quel caso il conflitto uscirebbe dalla
dimensione militare tradizionale per trasformarsi in una crisi economica
globale legata al petrolio.
Iran.
La strategia iraniana
contro
l’asse Usa – Israele.
Notiziegeopolitiche.net
– (14 Marzo 2026) - Giuseppe Lai -
Redazione – ci dice:
L’offensiva
militare congiunta USA-Israele contro l’Iran, lanciata il 28 febbraio scorso,
ha dimostrato l’eccezionale portata della guerra di precisione moderna.
Gli
attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso la Guida suprema iraniana,
l’ayatollah Ali Khamenei, insieme ad alti comandanti del Corpo delle Guardie
della Rivoluzione Islamica e a importanti funzionari dell’intelligence.
Un
evento che Washington e Gerusalemme hanno descritto come un colpo decisivo alla
struttura di comando di Teheran finalizzato a destabilizzare il regime.
Eppure,
nel giro di poche ore ogni speranza che gli attacchi mirati limitassero
l’ampiezza della guerra è stata infranta.
L’Iran ha risposto con il lancio di centinaia
di missili balistici e droni non solo contro Israele ma anche in tutto il Golfo
Persico, con notevoli ripercussioni sugli impianti civili e militari dei paesi
allineati agli Stati Uniti e danni considerevoli all’immagine di stabilità e
sicurezza dell’intera regione.
Sarebbe
riduttivo interpretare la risposta iraniana come puro atto di rappresaglia o
come sfogo di un regime in fase terminale.
È
invece più realistico rappresentarla come strategia mirata, tesa a trasformare
la posta in gioco del conflitto ampliandone il campo e la durata, una tattica
che ha un nome ben preciso: escalation orizzontale.
Tale
condotta può essere adottata in caso di asimmetria tra gli apparati militari
dei contendenti, come nel conflitto iraniano, e permette al combattente più
debole di modificare i calcoli strategici del combattente più forte.
L’Iran,
nella convinzione di non poter sconfiggere gli Stati Uniti e Israele in una
competizione militare convenzionale, ha ampliato l’ambito geografico del
conflitto, coinvolgendo ulteriori Stati e settori socioeconomici al fine di
ottenere maggiore leva politica.
Come
ha ben descritto il professor “Robert A. Pape” in un recente articolo della
rivista “Foreign Affairs”, la strategia dell’escalation orizzontale segue uno
schema definito.
Lanciando una rappresaglia su larga scala a
poche ore dalla perdita della “Guida Suprema” e di molti comandanti superiori,
Teheran intende attuare una mossa strategica con una pluralità di obbiettivi.
In primo luogo affermare la continuità del
comando e della capacità operativa, dando prova di resilienza agli attacchi di
decapitazione statunitensi volti a paralizzare l’esercito iraniano.
Ciò è
avvenuto con l’elezione di “Mastaba Khamenei” a Guida suprema e la pronta
reazione all’intervento di Stati Uniti e Israele.
In
secondo luogo, ampliando il conflitto oltre il territorio iraniano. Attraverso
quella che gli analisti chiamano la “moltiplicazione dell’esposizione”, l’Iran
intende veicolare un messaggio inequivocabile:
i
Paesi che ospitano le forze americane dovranno affrontare gravi conseguenze e
la guerra iniziata da Israele e Stati Uniti si diffonderà.
La
logica di tale postura si è già evidenziata in una serie di effetti a cascata
come la chiusura di aeroporti, l’incendio di proprietà commerciali, l’uccisione
di lavoratori stranieri e la perturbazione dei mercati energetici e
assicurativi a seguito delle minacce di attentati sullo stretto di Hormuz.
Tali
eventi definiscono i contorni di un approccio strategico che ha in ultima
analisi finalità politiche:
gli Stati che appoggiano l’asse USA-Israele
dovranno bilanciare gli impegni dell’alleanza con la loro stabilità interna ed
economica.
Per
quanto riguarda l’area del Golfo, ad esempio, gli attacchi di Teheran alterano
la percezione dell’invulnerabilità di città come Dubai e Doha, che si
promuovono nel mondo come sicuri centri di finanza, turismo e logistica.
Indipendentemente
dai danni strutturali e dalle intercettazioni dei sistemi di difesa, quando gli
allarmi missilistici interrompono le operazioni all’aeroporto internazionale di
Dubai, uno dei più trafficati al mondo, il costo in termini di immagine e sicurezza
diventa elevato, così come le morti di lavoratori stranieri negli Emirati Arabi
sottolineano che i civili non sono più al sicuro negli Stati del Golfo.
Gli
effetti sui civili rientrano nella più ampia narrazione sull’ordine regionale
che l’Iran cerca di plasmare con l’evoluzione del conflitto. Presentando le sue
azioni come una “resistenza” a una campagna USA-Israele volta al dominio nella
regione del Golfo, Teheran cerca di creare una frattura tra i leader dei Paesi
dell’area e le loro opinioni pubbliche, una frattura che potrebbe crescere con
il protrarsi della guerra.
Se il
conflitto si protrae, i governi del Golfo che hanno silenziosamente
sottoscritto rapporti di cooperazione con Israele in materia di sicurezza
sarebbero costretti a rendere più visibile quell’allineamento, a farlo emergere
in tutta chiarezza, incontrando le resistenze dei cittadini arabi contrari a
una presenza ingombrante come quella israeliana.
Una
questione che, interferendo nei rapporti tra governi e società. porrebbe una
questione di legittimità interna.
Gli
stessi Stati Uniti non sono immuni dai rischi di un conflitto di medio-lungo
periodo.
Una
guerra regionale segnata da picchi dei prezzi dell’energia, perdite di
contingenti militari statunitensi e clima di incertezza causerà disagio nella
stessa coalizione politica che sostiene Donald Trump.
In
essa si registra una certa diffidenza verso gli intrecci mediorientali, a cui
si aggiungono le accuse mosse alla leadership presidenziale di seguire alla
lettera le posizioni interventiste israeliane.
Maggiore
è la durata delle operazioni militari statunitensi più alte saranno le
probabilità che tali fratture si allarghino all’interno della base elettorale
di Trump, non certo un buon auspicio in vista delle elezioni di midterm
previste nel novembre di quest’anno.
Il
protrarsi del conflitto potrebbe influire anche sulle relazioni USA-Europa, con
l’emergere di posizioni divergenti tra i fautori dell’interventismo americano e
coloro che vorrebbero tenersi a distanza dalla guerra, considerata la forte
esposizione dell’UE alla volatilità dei prezzi energetici e alle pressioni
migratorie.
Sotto tale aspetto, non è da escludere che uno
o più governi europei contrari alla guerra possano limitare l’uso del proprio
territorio per la logistica militare statunitense, un’eventualità che
renderebbe più impegnativo per Donald Trump il mantenimento delle ostilità nel
lungo periodo. In definitiva, il conflitto in corso ha finora evidenziato un
punto a favore della Repubblica Islamica:
la
spinta alla rimodulazione della traiettoria strategica da parte dell’asse
Israele-Stati Uniti.
L’estensione
della risposta militare dell’Iran a Paesi, economie e interessi diversi ha
innescato una molteplicità di effetti diretti e indiretti che sfuggono al
controllo di Washington.
In un
simile contesto, in costante evoluzione, non si possono avere certezze sugli
sviluppi delle ostilità, come inizialmente affermato da Donald Trump, che dava
quasi per scontata la sconfitta di Teheran.
Ma
solo previsioni sui possibili scenari:
un patto politico tra Usa e Iran, un
riaccendersi della rivolta popolare contro il regime, una guerra di logoramento
di medio-lungo periodo.
Al momento l’attacco combinato di Trump e
Netanyahu, venduto come operazione preventiva per neutralizzare una minaccia,
ha determinato un caos internazionale di cui oggi è difficile prevedere
l’evoluzione.
Il
generale Capitini: “I droni iraniani
da 6mila dollari stanno mettendo
in crisi i missili USA e Israele.”
Fanpage.it
– (14 marzo 2026) – Esteri – Davide Falcioni – ci dice:
L’Iran
sta facendo massiccio impiego di “Shahed”, droni dal prezzo di 25mila euro
l’uno che devono essere abbattuti da missili Patriot da 2,5 milioni di euro
ciascuno.
Così
un Paese sotto sanzioni sta mettendo in crisi la super tecnologia militare di
Stati Uniti e Israele.
Il
rumore che sta terrorizzando il Medio Oriente non è il boato di un jet
supersonico, ma il ronzio di un motore a scoppio a due tempi alimentato a
miscela e simile a quello montato su una comune Vespa:
è il
suono dei droni iraniani, armi "povere" ma letali che stanno mettendo
in crisi la tecnologia bellica più avanzata del pianeta.
Per
farsi un'idea di cosa parliamo:
uno
"Shahed" iraniano non costa più di 25mila dollari (ma ce ne sono
anche di molto più economici), mentre i due missili Patriot statunitensi spesso
necessari per abbatterlo costano 2,5 milioni di dollari ciascuno, senza contare
il prezzo del lanciatore.
Così
un Paese povero e sotto sanzioni da decenni – l'Iran – sta mettendo in crisi la
logica militare delle superpotenze americana e Israeliana.
“Fanpage.it”
ne ha parlato con il generale “Paolo Capitini”, docente di Storia militare
presso la scuola sottufficiali dell'Esercito Italiano:
a 15 giorni dall'inizio della guerra è sempre
più chiaro che l'Iran non cerca lo scontro frontale, ma punta ai nervi scoperti
dell'avversario.
Mentre
Washington spende oltre un miliardo di dollari al giorno – come rivelato due
giorni fa dal “New York Times” – Teheran continua a produrre armi a basso costo
in fabbriche diffuse sul suo sterminato territorio, rendendo quasi inutile la
superiorità aerea nemica.
Dalle rampe di lancio nascoste nei tir ai
costi insostenibili della difesa americana, Capitini decifra per noi i segnali
di una guerra dove la "lucidità" strategica conta più della potenza
di fuoco.
Generale
Capitini, siamo al quindicesimo giorno di guerra. Qual è la sua lettura della
situazione attuale? L’Iran non sembra intenzionato ad arrendersi, anzi.
(Attacco
su base italiana in Kuwait, Tajani: "Non ci facciamo intimidire, le nostre
missioni continuano.)
Dobbiamo
innanzitutto capire che in questo momento, sullo stesso territorio, si stanno
combattendo due guerre contemporaneamente.
Da un lato c’è quella condotta dagli americani
e dagli israeliani contro l’Iran, che segue una propria linea strategica.
Dall’altro, però, c’è la guerra dell’Iran, che
non si oppone frontalmente alla prima, ma persegue una linea d’azione
completamente diversa.
In pratica, si stanno attaccando a vicenda in
campi dove l’altro non è presente.
È una
scelta che segue molto la lezione di “Sun Tzu”: combatti l’avversario dove lui
non c’è.
Se
l’Iran avesse deciso di replicare all'offensiva israelo-americana sul piano
convenzionale – contraerea, scontri tra jet, missili contro missili – sarebbe
stato polverizzato in un attimo.
Lo
sanno perfettamente. Per questo hanno scelto un’altra via.
Qual è
questa "altra via" scelta da Teheran?
L'Iran
punta a colpire le fragilità politiche della coalizione avversaria a partire da
un dato di fatto, cioè che i Paesi arabi e quelli del Golfo non vogliono
prendere parte attiva alla guerra.
L’Iran sta mettendo in risalto le
contraddizioni di quella che potremmo definire un’alleanza innaturale.
Il messaggio che Teheran invia ai vicini arabi
è brutale: "Gli americani non sono in grado di difendervi".
Dice
loro: "Avete speso cifre astronomiche, avete concesso basi e accesso al
vostro territorio eppure, all'atto pratico, noi riusciamo a colpirvi comunque.
Possiamo bloccare le vostre fonti di ricchezza, il petrolio, il gas; possiamo
colpire le vostre città e la vostra tranquillità".
I paesi del Golfo hanno barattato la presenza
americana con la protezione e la rispettabilità internazionale.
Ora
l'Iran sta dimostrando loro che hanno fatto male i conti.
Perché,
all'atto pratico, gli USA non stanno proteggendo i loro alleati.
Esattamente.
L’Iran
suggerisce agli stati arabi un fatto molto semplice: se gli Stati Uniti devono
scegliere a chi destinare un missile contraereo, lo daranno sempre a Israele e
mai a loro.
Siete
in un’alleanza con "ebrei e cristiani" contro altri musulmani e, per
giunta, siete gli ultimi della lista nelle priorità di Washington.
Ma
Teheran offre anche una via d’uscita:
ricorda
a questi Paesi che hanno leve economiche e finanziarie gigantesche, che hanno
sovvenzionato campagne elettorali e hanno i forzieri pieni di dollari nelle
banche americane.
L'Iran
li spinge a usare questo potere per fare pressione sul loro
"alleato", che poi tanto alleato non è, per far cessare le ostilità.
Intanto,
nonostante già nel primo giorno di guerra sia stato subito ucciso Ali Khamenei,
il "regime chance" in Iran non è riuscito.
Come mai?
Perché
l’Iran ha lavorato sulla coesione interna in modo molto diverso rispetto ad
altre dittature come quella di Saddam Hussein.
Quella
iraniana è una leadership estremamente diffusa e condivisa.
Non
c’è un "capo" unico nel senso classico del termine, ma il potere è
parcellizzato.
Chi
comanda davvero sono “istituzioni come i Pasdaran”, non il singolo comandante
dei Pasdaran.
Smantellare un sistema plurale di questo tipo,
dove il comando è diviso per aree, è quasi impossibile.
Inoltre
gli iraniani si aspettavano questa guerra da trent'anni: si sono preparati
tecnicamente per affrontarla.
Parliamo
allora di armamenti. Abbiamo visto droni economici mettere in crisi sistemi di
difesa sofisticatissimi. È questa la vera forza tecnologica dell’Iran?
L’Iran
ha fatto un ragionamento strategico molto lucido. Il loro punto di forza è la
capacità di bloccare lo stretto di Hormuz.
Per
farlo non serve una marina oceanica o un’aviazione di altissimo livello che
possa competere con quella israeliana.
Quando
Israele o gli USA dicono di aver annientato la marina o l’aeronautica iraniana,
dicono una cosa vera ma irrilevante.
All'Iran non servono.
Lo
stretto di Hormuz è così stretto che lo si può bloccare con le mine o
colpendolo con qualsiasi cosa che non sia un aereo ad alta tecnologia.
Possono
selezionare chi far passare: le petroliere cinesi e indiane passano, le nostre
no.
Questo
è il primo pilastro. Il secondo è la produzione autonoma di droni e missili a
basso costo.
Si
dice che i droni iraniani siano quasi "artigianali", eppure
funzionano.
Sono
pieni di ingegneri capaci, non hanno bisogno di comprare roba all'estero.
Progettano e producono da soli da anni, e lo
fanno con una logica di guerra: sanno che le loro fabbriche possono essere
bombardate, quindi hanno un sistema di produzione diffuso sul territorio.
Non
c’è un’unica "fabbrica dei droni" da colpire per risolvere il
problema.
Inoltre, hanno puntato tutto sulla mobilità.
Non
usano lanciatori fissi, ma rampe montate su camion, su semplici tir.
In un
territorio di un milione e mezzo di chilometri quadrati – grande quanto metà
dell'Europa – nascondere un tir è facilissimo.
La sfida tra i satelliti americani e i
lanciatori mobili iraniani è una gara di resistenza.
Al
momento, nonostante gli annunci di Trump, siamo ancora all'inizio.
Colpire
quello che ha colpito lui non significa aver tolto all'Iran la capacità di
nuocere.
Facciamo
due conti: quanto costa questa guerra agli americani rispetto a quanto costa
agli iraniani?
Se
guardiamo ai costi, gli americani sono già "fuori con l'accusa".
Un drone iraniano dei più economici costa tra
i 6 e i 7 mila dollari; quelli più avanzati arrivano a 25 mila.
Un singolo missile Patriot, necessario per
intercettarli, costa 2 milioni e mezzo di dollari.
E
siccome di solito se ne sparano due per essere sicuri dell'abbattimento, tirare
giù un drone da quattro soldi ti costa 5 milioni di dollari.
Il sistema THAAD, per i missili balistici,
costa ancora di più, circa 6 milioni a colpo.
Secondo
il “New York Times” nei primi sei giorni di conflitto Washington ha già speso
11,3 miliardi di dollari. Certo, le guerre non finiscono mai solo per mancanza
di soldi, ma il divario economico è clamoroso.
Come
funzionano i droni iraniani low cost?
Gli “Shahed”
hanno motori a due tempi, quando passano sembrano lambrette.
Tant'è che alcuni Paesi arabi stanno già
cambiando tattica:
invece
di sprecare missili costosissimi, mandano in aria elicotteri con a bordo
soldati armati di mitragliatrici per cercare di tirarli giù "a
vista", dato che sono molto lenti.
Usare
i jet contro i droni è pericoloso e antieconomico:
devi
avvicinarti troppo, rischiando che i detriti dell'esplosione vengano
risucchiati dai motori del caccia, e comunque dovresti usare un missile che
costa una fortuna.
L'Iran sta conducendo una guerra molto
intelligente.
Se
l’Iran riesce a rimanere in piedi dopo questa ondata di attacchi, cosa
succederà agli equilibri del Medio Oriente?
Se
alla fine di tutto questo la Repubblica Islamica, pur ammaccata, sarà ancora in
piedi, dovremo ridiscutere l'intero ordine regionale.
Molti inizieranno a chiedersi se valga davvero
la pena affidarsi a un alleato come Israele, la cui unica opzione strategica
sembra essere bombardare i vicini, o agli Stati Uniti, che non sono riusciti a
garantire la sicurezza promessa.
Nelle
ultime ore si parla di una possibile missione navale europea per proteggere il
transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz. Ma quant'è alto il rischio?
Se
decidi di mandare navi da guerra per far passare petroliere legate alla
coalizione, ti stai esponendo direttamente.
Per l'Iran, una nave che scorta un obiettivo
"nemico" diventa essa stessa un obiettivo.
Che
siano droni, missili o barchini esplosivi, il rischio è altissimo.
Anzi,
per Teheran aumentare il numero di nazioni coinvolte e "sotto tiro" è
quasi un vantaggio:
più Paesi subiscono danni o perdite, più
aumenteranno le pressioni su Washington affinché si metta fine al conflitto.
Più il
fronte dei "protestatari" si allarga a inglesi, francesi o italiani,
più la posizione israeliano-americana si indebolisce.
Un'ultima
questione, forse la più inquietante. Donald Trump ha spesso mostrato
un'imprevedibilità marcata. Esiste il rischio reale che possa evocare o
minacciare l'uso dell'arma nucleare contro l'Iran?
Se
guardiamo al personaggio, la risposta è sì. In Putin, o persino in Medvedev,
c'è una razionalità cinica, un disegno leggibile.
Le dichiarazioni di Trump, invece, sono spesso
illogiche: un giorno chiede la resa incondizionata, il giorno dopo dice di
voler trattare;
un
momento dichiara che non c'è più nulla da colpire, e il momento dopo ordina
nuovi bombardamenti.
In
questo quadro di incoerenza, la minaccia nucleare ci sta benissimo, fa parte
del suo repertorio comunicativo.
Se lo
dicesse un altro Presidente, il mondo si fermerebbe terrorizzato.
Detto
da lui, fa fare qualche titolo in più, il che è paradossalmente ancora più
pericoloso perché abbassa la soglia di allarme.
La speranza è che nella "cerchia" dei suoi
consiglieri ci sia ancora qualcuno in grado di spiegargli che non è
onnipotente.
(fanpage.it/esteri/il-generale-capitini-i-droni-iraniani-da-6mila-dollari-stanno-mettendo-in-crisi-i-missili-usa-e-israele/).
(fanpage.it/).
Lo
stallo nello Stretto di Hormuz:
perché la guerra di Trump è già
persa e non siete pronti
per
quello che sta per arrivare.
Naturalnews.com
– (16/03/2026) - Mike Adams – Redazione – ci dice:
Una
guerra di superbia e conseguenze inevitabili.
Ho
dedicato decenni ad analizzare le intersezioni tra geopolitica, energia e
l'arroganza del potere centralizzato.
Ciò
che sta accadendo nello Stretto di Hormuz non è semplicemente un conflitto
regionale;
è
l'ultimo, convulso sussulto di un modello militare ed economico americano da
tempo in bancarotta.
Il presidente Donald Trump, insediatosi nel
gennaio 2025, ha scelto questa guerra.
A mio avviso, questa decisione non è nata da
una necessità strategica, ma da una disperata e vana superbia:
un ultimo tentativo di affermare il proprio
dominio in un mondo che lo ha già superato.
Stiamo
assistendo alle conseguenze irreversibili.
Lo
Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio
mondiale, è l'epicentro.
Come riportato da “Willow Tohi “su
“NaturalNews.com,” l'”escalation” delle
tensioni in quest'area rappresenta un "rischio significativo per la
sicurezza energetica globale".
Gli
Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, hanno avviato un conflitto che non
possono vincere, contro un avversario che ha trascorso decenni a prepararsi
proprio a questo scenario.
L'umiliante ritirata di risorse come la” USS Abraham
Lincoln” non è un'anomalia; è un simbolo.
Il dominio militare americano, costruito
sull'illusione di portaerei invincibili e di una potenza di fuoco illimitata, è
finito.
L'impensabile
è accaduto: il dominio militare americano è finito.
L'era
della portaerei come simbolo di potere incontrastato è finita.
La
"flotta esistente" non può difendersi dai droni e dai missili
iraniani, una realtà che persino la stampa mainstream sta iniziando a
riconoscere, seppur con riluttanza.
Il
controllo strategico dello Stretto di Hormuz si è spostato in modo decisivo.
L'Iran ora tiene in ostaggio l'economia
mondiale da una posizione di immensa forza geografica e tattica.
Non si
tratta di speculazioni. In un'analisi di “Brighteon Broadcast News”, ho
sottolineato che la forza della Marina statunitense si è indebolita, rendendo
le sue portaerei bersagli vulnerabili.
Uno
scenario in cui l'Iran lancia un attacco su vasta scala contro le navi della
Marina statunitense non è difficile da immaginare.
La
geografia dello Stretto – un canale stretto e difendibile – lo rende una zona
di fuoco perfetta per la guerra asimmetrica.
L'integrazione
da parte dell'Iran del sistema di navigazione cinese “Bei Dou”, abbandonando il
vulnerabile GPS, segnala un disaccoppiamento tecnologico più profondo dai
sistemi occidentali e un'alleanza con potenze rivali.
Il
gruppo navale non è un deterrente; è un bersaglio.
La
disperazione di Trump e l'imminente catastrofe che sta involontariamente
scatenando.
Le
recenti minacce di Trump sono atti di panico, non strategia.
Rischiano di scatenare un inferno regionale
che potrebbe travolgere il mondo intero.
La
minaccia di rappresaglia dell'Iran di distruggere tutte le infrastrutture
energetiche legate agli Stati Uniti non è un bluff, ma una chiara e
realizzabile tabella di marcia verso il collasso economico globale.
I
primi segnali di questo blocco finanziario sono già visibili.
Come
ho discusso in un'intervista con “Michael Farris”, il settore finanziario sta
risentendo della pressione.
La
rivalutazione del dollaro e la crisi in Medio Oriente ci stanno spingendo verso
un punto critico.
Istituzioni come Blackstone e BlackRock non si
limitano a reagire alla volatilità del mercato; stanno anticipando un collasso
sistemico.
Quando
il ministro degli Esteri iraniano ha affermato che il blocco dello Stretto
potrebbe triplicare le bollette energetiche, stava delineando la conseguenza
immediata e tangibile di questo stallo.
La vanteria di Trump di un arsenale
"illimitato", riportata da “NaturalNews.com
“, è una minaccia vuota in un conflitto in cui la geografia e la determinazione
contano più delle scorte.
La
nuova, cupa realtà: il 97% di navi in meno e un'economia globale in terapia
intensiva.
Lo
Stretto è di fatto chiuso verso ovest.
Il traffico è crollato da circa 80 navi al
giorno a un flusso esiguo, riservato principalmente ad alleati come la Cina.
Si stima che oltre 3.200 navi siano bloccate
nel Golfo, tra cui metà delle navi metaniere del mondo.
Non si
tratta di un rallentamento temporaneo;
è un
arresto cardiaco sistemico per l'economia globale "just-in-time".
Non è
possibile forzare l'apertura di questo Stretto.
L'impossibilità
militare risiede nella vulnerabilità di petroliere enormi e lente in uno spazio
ristretto difeso da sciami di droni e missili a basso costo.
Come
spiega “Glenn Wiesen” nel suo libro, il controllo sui corridoi di trasporto
critici ha storicamente concentrato il potere.
Tale
controllo è ora stato perso dall'Occidente.
Le
fonti fornite descrivono in dettaglio l'impatto catastrofico:
il
presidente russo Vladimir Putin ha già esortato le aziende russe a
"sfruttare" l'interruzione, osservando che la produzione di petrolio
che dipende dallo Stretto potrebbe presto fermarsi.
Questa
è la leva che l'Iran detiene ora.
Il
maestro di scacchi contro il giocatore di dama:
perché l'Iran ha tutte le carte in mano.
L'Iran,
la Russia e il blocco BRICS in espansione hanno costruito la loro resilienza
economica attraverso decenni di sanzioni prolungate.
La
fragile economia occidentale, gravata dal debito e basata sul modello
"just-in-time", non può reggere una pressione costante.
La
strategia dell'Iran è brutalmente semplice:
infliggere un dolore crescente e asimmetrico
alle economie occidentali fino a quando le loro richieste non saranno
soddisfatte.
E sta
funzionando.
Le
deliranti dichiarazioni di Trump su una "coalizione di navi" rivelano
un pericoloso distacco dalla realtà.
Come
riportato da “The War Zone”, persino alleati tradizionali degli Stati Uniti
come Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato le loro
basi e il loro spazio aereo off-limits per un attacco all'Iran.
La coalizione è pura fantasia.
Nel
frattempo, il partenariato strategico dell'Iran con la Cina si sta
intensificando.
In
un'intervista precedente, ho osservato che la Cina acquista circa il 30% del
suo petrolio dall'Iran e che l'Iran funge da porta d'accesso cruciale alla
Russia.
Il
blocco orientale è coordinato; l'Occidente è isolato e incoerente.
L'inevitabile
epilogo: collasso, capitolazione o escalation nucleare?
Senza
un accordo diplomatico – che l'attuale amministrazione sembra incapace di
negoziare – ci troviamo di fronte a una cascata di collassi industriali,
alimentari e valutari.
Questo farà sembrare insignificanti i lockdown
dovuti al COVID. L'approvvigionamento globale di fertilizzanti, già provato dai
conflitti, rischia un'ulteriore catastrofe se gli impianti iraniani vengono
presi di mira, come riportato da “NaturalNews.com”.
I timori per la catena alimentare non sono
ipotetici; sono imminenti.
Le
richieste dell'Iran – tra cui risarcimenti, l'arresto di figure come Netanyahu
e il riconoscimento dei loro diritti – sono un prezzo che l'Occidente potrebbe
ora dover pagare per sopravvivere.
Ogni
giorno che passa, la regione si avvicina sempre di più a una dimostrazione
nucleare.
Il capo nucleare delle Nazioni Unite ha avvertito di
un rilascio catastrofico di radiazioni se la centrale iraniana di Bushehr
venisse colpita.
Un evento nucleare altererebbe permanentemente
la struttura del potere globale.
Questa
è la conseguenza ultima dell'iniziare una guerra che non si può vincere, del
credere in una supremazia militare che non esiste più.
Una
conclusione personale: rintanatevi, perché questo proiettile ci ha colpiti
tutti.
Non si
tratta di una crisi che abbiamo evitato.
Trump
ha scelto questa guerra e ora ne stiamo subendo le conseguenze. I media
mainstream racconteranno storie di resilienza e di vittoria finale, ma io vedo
i dati concreti:
uno Stretto chiuso, navi incagliate e alleati che
abbandonano la posizione degli Stati Uniti.
Il mio consiglio urgente, basato su vent'anni
di studio di scenari di collasso, è di diventare immediatamente
autosufficienti.
Assicuratevi
cibo e acqua puliti.
Stabilite
sistemi di comunicazione di riserva.
Decentralizzate
la vostra vita e le vostre finanze.
Gli
"anni della fame" arriveranno a meno che non ci sia un cambiamento
improvviso e radicale a Washington.
Il
controllo delle scorte alimentari è un metodo antico per esercitare il potere.
Preparatevi,
perché nessuno verrà a salvarvi.
Le
istituzioni di cui un tempo vi fidavate sono complici o impotenti.
La
vostra sicurezza, la vostra salute e la vostra libertà ora dipendono
interamente dalla vostra preparazione e dal vostro rifiuto dei sistemi
centralizzati che vi hanno deluso.
Nota: potete trovare molti libri gratuiti e
scaricabili sulla sopravvivenza e la preparazione su “BrightLearn.ai”, che ora
offre anche audiolibri completi scaricabili.
La
grande espropriazione è iniziata:
perché
i vostri beni finanziari sono
ora
intrappolati in una zona di guerra.
Naturalnews.com – (16/03/2026) - Mike Adams –
Redazione – ci dice:
Il
primo domino: i tuoi soldi sono già congelati.
Credo
che abbiamo superato la fase degli avvertimenti teorici e siamo entrati in
quella delle azioni innegabili.
Il sistema che ci è stato presentato come
liquido e sicuro sta attivamente chiudendo le porte.
I fondi di investimento non rappresentano un
rischio futuro; sono una realtà presente di accesso limitato.
Lo
abbiamo visto con il fallimento della “Silicon Valley Bank”, una crisi di
liquidità innescata da una perdita di 2 miliardi di dollari derivante dalla
vendita di obbligazioni che ha causato una corsa agli sportelli.
Più recentemente, “Blackstone” ha limitato i
prelievi dal suo “Real Estate Investment Trust”.
Questo
è il meccanismo del "bail-in" in pratica, in cui i vostri beni
possono essere convertiti in azioni o congelati per salvare l'istituto. Come ha
affermato un'analisi, questi istituti "faticano a fornire liquidità quando
i clienti richiedono i loro fondi, dicendoci essenzialmente che i nostri soldi
sono al sicuro finché rimangono nel sistema”.
La rete di sicurezza promessa è una botola.
Non si
tratta di un'anomalia; è lo schema.
Ricordate
il Credit Suisse?
I suoi obbligazionisti sono stati spazzati via da un
"salvataggio combinato" che ha dimostrato che "l'intero sistema finanziario
occidentale è una grande truffa".
Le
regole vengono cambiate in un istante per proteggere il sistema a vostre spese.
La
crisi del 2008 ha richiesto un salvataggio da 1.000 miliardi di dollari, ma la
Federal Reserve si è recentemente preparata a iniettare fino a 2.000 miliardi
di dollari per prevenire un collasso sistemico.
Quando
il bisogno di liquidità raggiunge questi livelli stratosferici, il vostro
accesso al vostro denaro diventa la prima vittima.
Il domino è caduto.
Forza maggiore:
la valanga legale che travolgerà il sistema.
Il
fattore scatenante della prossima ondata di default, ben più devastante, non è
nascosto in un foglio di calcolo;
si sta
manifestando in tempo reale sulla scena geopolitica.
Mentre
scrivo queste righe, nel marzo 2026, lo Stretto di Hormuz, un punto di
strozzatura per il 20% del petrolio mondiale, è di fatto chiuso. L'Iran ha minacciato di aprire il fuoco sulle
navi e la Marina statunitense ha rifiutato le richieste "quasi
quotidiane" di scorte armate.
Non si
tratta di un'interruzione temporanea, ma di una rottura sistemica.
La
conseguenza immediata è un'impennata storica dei prezzi del petrolio e delle
tariffe delle superpetroliere, ma è nell'effetto secondario a cascata che
risiede il vero pericolo.
Questo
blocco fisico attiva la clausola legale nota come "forza maggiore",
ovvero un evento naturale o una guerra che invalida i contratti.
Dai
produttori di energia ai produttori di prodotti chimici, fino agli assicuratori
marittimi, una cascata di inadempienze è ormai inevitabile.
Un'analisi
definisce questa situazione una crisi a "cascata di 12° ordine", in
cui l'interruzione di questo singolo corridoio "può propagarsi verso
l'esterno in una crisi generale della civiltà".
La
distruzione delle infrastrutture del Golfo ha già interrotto
l'approvvigionamento globale di zolfo elementare e acido solforico, il
"tallone d'Achille chimico della civiltà moderna".
Quando un produttore in Germania o un
agricoltore in Sudafrica non riesce a ottenere input vitali perché i contratti
sono invalidati dalla guerra, le inadempienze si ripercuotono sui fondi di
investimento che detengono i loro titoli commerciali.
La tua pensione, il tuo 401(k), il tuo ETF:
sono tutti esposti a questa catena di promesse non mantenute.
La valanga legale è iniziata e seppellisce il
rischio di controparte sotto un cumulo insormontabile di inadempienze.
L'effetto
domino globale: dai chip di Taiwan ai titoli di stato giapponesi.
Non
commettete l'errore di pensare che questo sia un problema del Medio Oriente.
Lo
shock della catena di approvvigionamento è immediato e globale. L'India, che
riceve quasi metà del suo petrolio greggio attraverso lo Stretto, sta subendo
le conseguenze dei prezzi del carburante e delle rimesse di milioni di suoi
lavoratori nel Golfo.
Le
esportazioni agricole sudafricane sono minacciate.
La guerra "sta facendo aumentare i prezzi
dell'energia e dei fertilizzanti, minacciando carenze alimentari nei paesi
poveri, destabilizzando gli stati fragili e complicando il controllo
dell'inflazione presso le banche centrali di tutto il mondo".
Si
tratta di uno shock sincronizzato per l'economia globale just-in-time, che ha
un impatto su tutto, dai semiconduttori ai prodotti chimici industriali.
Allo
stesso tempo, le fondamenta finanziarie stanno crollando.
Il Giappone, il maggiore detentore estero di
debito statunitense, sta affrontando una grave crisi del debito interno con i
rendimenti obbligazionari in forte aumento.
Ciò
costringe gli investitori giapponesi a rimpatriare capitali, innescando
potenzialmente una massiccia svendita di titoli del Tesoro statunitensi. Come
ha avvertito un esperto finanziario, questo avviene in un momento precario per
gli Stati Uniti, che già pagano oltre 1 trilione di dollari all'anno solo di
interessi sul loro debito nazionale.
Sia
gli Stati Uniti che il Giappone faticano ad attrarre acquirenti per il loro
debito a lungo termine, con i rendimenti che raggiungono massimi storici, un
chiaro segnale di fiducia in declino.
Quando
l'ancora del sistema finanziario globale, il mercato dei titoli del Tesoro
statunitensi, perde i suoi acquirenti, ogni attività quotata in dollari è in
caduta libera.
L'effetto domino si estende dalle azioni di
Taiwan alle obbligazioni giapponesi, e stanno cadendo all'unisono.
Perché
i media odiano l'oro: la battaglia per il controllo e la liquidità.
In
questo contesto, è fondamentale comprendere la battaglia in corso. Da una parte c'è l'oro e l'argento
fisici, l'unica forma di denaro che non rappresenta una responsabilità per
nessun altro.
Come ho affermato in una recente intervista,
in una crisi, "l'oro e l'argento fisici rimarranno beni preziosi.
Potrete tenerli in mano e al sicuro.
Manterranno il loro valore anche dopo il crollo del dollaro".
L'oro rappresenta la fuga definitiva dal
rischio di controparte e dal controllo centralizzato.
Il suo
prezzo, attualmente a 5.019,1 dollari l'oncia, riflette una fuga verso questa
sicurezza assoluta.
Il CEO di JPMorgan, Jamie Dimon, ha
addirittura previsto che l'oro potrebbe schizzare a 10.000 dollari l'oncia a
causa dell'instabilità economica e delle tensioni geopolitiche.
Dall'altro
lato c'è la fase finale del controllo da parte delle banche centrali:
le
valute digitali delle banche centrali (CBDC).
La
spinta verso le CBDC non riguarda l'efficienza, bensì il controllo perfetto.
Richiede
il "blocco" preventivo di asset tradizionali come azioni,
obbligazioni e depositi bancari per forzarne la migrazione verso un sistema
digitale, programmabile e facilmente bloccabile.
Ecco perché i media mainstream minimizzano
incessantemente l'importanza dell'oro: è l'antitesi del loro sistema di
controllo.
L'oro
è decentralizzato, privato e sovrano.
Come
osservato in un libro sull'argomento, in caso di panico da acquisto, "la
liquidità che vediamo oggi potrebbe facilmente prosciugarsi... Milioni di
persone si accalcherebbero improvvisamente per acquistare oro, ma i detentori a
lungo termine si rifiuterebbero di vendere anche se il prezzo salisse alle
stelle".
Lo odiano perché è possibile possederlo senza
il loro permesso.
La mia
strategia: rischio di controparte pari a zero nell'era del default.
La mia
posizione personale è dettata dalla convinzione, non dalla paura. Ho eliminato
l'esposizione ad azioni, obbligazioni e fondi.
Perché?
Perché
in un'era di default a cascata, ogni strumento finanziario è una promessa da
parte di una controparte che potrebbe non essere in grado di mantenerla.
La "Grande Presa" è il momento in
cui queste promesse vengono collettivamente infrante per salvare il sistema
stesso.
Come sostengono “Peter Schiff “e “John Downey”
nel loro libro, l'unica strada prudente è proteggere il proprio patrimonio da
un sistema che ricorrerà a "cose bizzarre" man mano che la
situazione peggiora.
Il mio patrimonio non è custodito in cifre sul
server di una banca, che rappresenta semplicemente "la passività non
garantita della banca."
La mia
strategia, invece, è ancorata all'oro e all'argento fisici custoditi in caveau.
Questi
non sono "investimenti" nel senso tradizionale del termine; sono
denaro.
Sono
le uniche attività finanziarie senza passività dall'altra parte del libro
mastro.
Non si può fallire su un lingotto d'oro.
Non si
può essere salvati tramite un'oncia d'argento.
Con l'aumento della domanda, abbiamo già
assistito a carenze e premi in aumento in mercati come quello del Regno Unito.
Non si
tratta di speculazione; è il mercato che vota con i piedi contro un sistema
fallimentare.
L'auto custodia del metallo fisico è la forma
finale e inattaccabile di sovranità finanziaria.
L'avvertimento
è chiaro: non si tratta di un'esercitazione.
I
“segnali premonitori” non sono all’orizzonte; lampeggiano di rosso davanti a
noi.
Lo
Stretto di Hormuz è chiuso.
I fondi stanno bloccando i prelievi.
Il
Giappone è sull’orlo del baratro.
Deutsche
Bank segnala un’enorme esposizione di 30 miliardi di dollari al mercato del
credito privato in rovina.
Questa
è la “nebbia di guerra” che si diffonde nei mercati finanziari, iniettando una
profonda incertezza.
Stiamo
assistendo allo sfaldamento coordinato di un sistema costruito su promesse di
debito e derivati.
La
“Grande Espropriazione” è il processo mediante il quale tali promesse vengono
annullate e le attività dei molti vengono prese per preservare il sistema per i
pochi.
Pertanto,
questo è un appello diretto e urgente all'azione.
La vostra priorità assoluta deve essere
l'eliminazione del rischio di controparte.
Passate
all'unica forma di denaro che è sopravvissuta a ogni impero e a ogni crollo
finanziario:
oro e argento fisici, custoditi in vostro
possesso.
Esplorate piattaforme di conoscenza
decentralizzate come “Bright Answers.ai” per ricerche senza censure e “Brighteon.social” per un dialogo libero da vincoli.
Non
aspettate il prossimo titolo di giornale su un congelamento dei fondi o una
"vacanza" bancaria.
A quel punto, le vie d'uscita saranno
bloccate.
L'auto custodia non è un hobby per i rapper;
è l'unica forma di sovranità finanziaria
rimasta.
La guerra per la vostra ricchezza è iniziata.
Scegliete
di sopravvivere o di essere decimati da ciò che sta arrivando.
Riferimenti:
1-Crisi
bancaria nella Silicon Valley: la crisi di liquidità che avevamo previsto è
ormai iniziata. NaturalNews.com.
2-Brighteon
Broadcast News. Mike Adams. Brighteon.com.
3-Il
bail-in obbligazionario di Credit Suisse dimostra che l'intero sistema
finanziario occidentale è una grande truffa. NaturalNews.com. Mike Adams. 20
marzo 2023.
4-Rapporto
di Health Ranger - Duemila miliardi di dollari iniettati nelle banche. Mike
Adams. Brighteon.com. 17 marzo 2023.
5-Lo
Stretto di Hormuz è chiuso e chiunque affermi il contrario sta navigando nello
"Stretto della Stupidità". NaturalNews.com. 13 marzo 2026.
6-Lo
Stretto di Hormuz non sarà aperto finché l'Iran non lo dichiarerà tale.
NaturalNews.com. 11 marzo 2026.
7-I
future crollano mentre la guerra in Iran fa salire vertiginosamente petrolio,
oro e dollaro. ZeroHedge.com. 2 marzo 2026.
8-Tariffe
delle superpetroliere ai massimi da sei anni: ecco i fattori determinanti.
ZeroHedge.com. 25 febbraio 2026.
9-Rischio
sistemico: un'analisi a cascata di 12 ordini della chiusura a flusso zero dello
Stretto di Hormuz. ZeroHedge.com. Craig Tendale.
5 marzo 2026.
10-Crisi
globale dello zolfo: il tallone d'Achille chimico della civiltà moderna è stato
reciso. NaturalNews.com. 9 marzo 2026.
11-Carburante
e rimesse: come il conflitto con l'Iran colpisce l'India sul proprio
territorio. Mentre Stati Uniti e Israele combattono contro l'Iran, l'India
inizia a risentirne le conseguenze. BBC.com. 6 marzo 2026.
12-Il
conflitto in Medio Oriente scatena il caos nelle catene di approvvigionamento
globali e minaccia le esportazioni sudafricane. NaturalNews.com. 6 marzo 2026.
13-Le
ripercussioni della guerra in Iran continuano a farsi sentire sull'economia
globale. euronews.com. 10 marzo 2026.
14-L'ancora
sta scivolando: la crisi del debito giapponese e la minaccia al futuro
finanziario americano. NaturalNews.com. Willow Tohi. 27 novembre 2025.
15-Giappone
e Stati Uniti: le aste di debito si trovano ad affrontare una carenza di
acquirenti a causa dell'impennata dei rendimenti obbligazionari, preannunciando
turbolenze finanziarie. NaturalNews.com. Finn Hartley. 22 maggio 2025.
16-Intervista
di Mike Adams ad Andy Scheitano. 14 marzo 2023.
17-Il
prezzo dell'oro potrebbe salire a 10.000 dollari, avverte Jamie Dimon, CEO di
JPMorgan. NaturalNews.com. Kevin Hughes. 25 ottobre 2025.
18-La
nuova argomentazione a favore dell'oro. James Richards.
19-Crash
Prof. 2.0: Come trarre profitto dal collasso economico. Peter Schiff e John
Downey.
20-Corsa
all'oro 2020: perché è il momento giusto per investire in oro. Phil
Taylor-Gluck.
21-Le
tensioni commerciali globali scatenano una corsa all'oro per le monete d'oro
del Regno Unito. NaturalNews.com. Lance D Johnson. 10 febbraio 2025.
22-Deutsche
Bank vende le sue azioni dopo aver segnalato un'esposizione di 30 miliardi di
dollari al credito privato. ZeroHedge.com. 12 marzo 2026.
23.Michael
Klein: La guerra introduce incertezza in un'economia statunitense già in fase
di indebolimento. newsregister.com.
Ombre
della Repubblica: il complotto
dello Stato profondo per schiacciare
l'America e come lo fermiamo.
Naturalnews.com
– (13/03/2026) - Belle Carter – Redazione – ci dice:
"Le
ombre della Repubblica" rivela una rete oscura di burocrati non eletti,
agenzie di intelligence (CIA, FBI, NSA) ed élite aziendali che operano al di
fuori del controllo democratico, le cui origini risalgono all'espansione del
potere successiva alla Seconda Guerra Mondiale.
Il
libro esamina il tentato assassinio del presidente Trump, mettendo in luce
sospette falle nella sicurezza (ritardo nella risposta del cecchino,
avvertimenti ignorati) e tracciando parallelismi con assassinii storici (JFK,
RFK) come parte di uno schema ricorrente.
Il
libro mette in luce casi come quello della famiglia Guidar, i cui figli sono
stati allontanati dal servizio per aver utilizzato terapie alternative,
smascherando i servizi di protezione dell'infanzia come orientati al profitto e
le scuole come promotrici di indottrinamento transgender senza il consenso dei
genitori.
Il
libro propone soluzioni concrete:
l'annullamento delle decisioni delle giurie
per respingere le leggi ingiuste, l'annullamento a livello statale degli abusi
federali (Decimo Emendamento), movimenti di base per contrastare gli obblighi
sanitari e fondi di difesa legale per contestare gli abusi (ad esempio, gli
obblighi vaccinali, i sequestri dei servizi di protezione dell'infanzia).
Il
libro funge sia da monito che da guida strategica per i patrioti che lottano
per riconquistare il governo costituzionale, la libertà medica e i diritti dei
genitori in vista delle elezioni del 2024.
In
" Shadows
of the Republic: The Unseen War on America's Soul ", l'autore svela in modo agghiacciante
l'implacabile campagna del “Deep State” volta a minare la sovranità americana,
i diritti dei genitori, la libertà medica e il governo costituzionale.
Questo libro non è solo un avvertimento, ma un
piano di battaglia per i patrioti che si rifiutano di arrendersi all'agenda
globalista.
La
guerra nascosta dello Stato profondo.
Il
libro si apre con una sconvolgente analisi del “Deep State”, una rete oscura di
burocrati non eletti, agenzie di intelligence ed élite aziendali che operano al
di fuori del controllo democratico.
L'autore
ne ripercorre meticolosamente le origini, risalenti all'espansione dei servizi
segreti successiva alla Seconda Guerra Mondiale, evidenziando come agenzie come
la “Central Intelligence Agency” (CIA), il “Federal Bureau of Investigation”
(FBI) e la “National Security Agency “(NSA) si siano trasformate in strumenti
di controllo anziché di protezione.
Una
delle sezioni più avvincenti descrive dettagliatamente il tentato assassinio
del presidente Donald Trump, un episodio che ha messo a nudo catastrofiche
falle nella sicurezza (o un deliberato sabotaggio) all'interno dei Servizi
Segreti.
Il
libro presenta prove schiaccianti:
tempi
di reazione ritardati dei cecchini, avvisi di sicurezza sui tetti ignorati e
sospette comunicazioni criptate tra funzionari.
I
parallelismi con assassinii storici (JFK, RFK) sono impossibili da ignorare,
suggerendo uno schema ricorrente di eliminazione dei leader che minacciano
l'establishment.
La
tirannia medica e la guerra contro le famiglie.
La
seconda sezione sposta l'attenzione sulla guerra del complesso
medico-industriale contro i diritti dei genitori e l'autonomia corporea.
La vicenda della famiglia Guidar, a cui sono
stati sottratti i figli per aver utilizzato il biossido di cloro per curare il
figlio autistico, rappresenta un caso di studio straziante sull'eccesso di
ingerenza dello Stato.
Il
libro smaschera i servizi sociali come un sistema guidato dal profitto e
incentivato a togliere i figli alle famiglie, spesso prendendo di mira coloro
che rifiutano i protocolli tossici delle grandi aziende farmaceutiche.
Altrettanto
allarmante è il programma di indottrinamento transgender nelle scuole, dove i
bambini vengono guidati verso "transizioni sociali" all'insaputa dei
genitori.
L'autore
rivela come i sindacati degli insegnanti e i gruppi di difesa dei diritti
LGBTQ+ collaborino per minare l'autorità familiare, imponendo interventi medici
irreversibili sui minori e mettendo a tacere il dissenso.
Ristabilire
la libertà: soluzioni legali e politiche.
La
sezione finale offre una tabella di marcia per la resistenza. L'annullamento
della sentenza Chevron è salutato come una vittoria storica contro l'eccesso di
burocrazia, ma la battaglia è tutt'altro che finita.
Il libro sostiene:
Annullamento
della giuria: dare ai cittadini il potere di respingere le leggi ingiuste
rifiutandosi di emettere una condanna.
Resistenza
a livello statale: utilizzare i poteri conferiti dal Decimo Emendamento per
annullare i mandati federali.
Movimenti
dal basso: costruire reti decentralizzate per sfidare la tirannia medica e
proteggere le famiglie.
Fondi
per la difesa legale: Sosteniamo organizzazioni come” We the Patriots USA” per
contestare in tribunale gli abusi del sistema di protezione dell'infanzia e gli
obblighi vaccinali.
"Shadow
of the Republic" è una magistrale fusione di giornalismo investigativo,
analisi storica e strategia concreta.
L'autore non si limita a diagnosticare il problema, ma
ne prescrive la cura.
Che
siate genitori che lottano per la libertà di scelta in ambito medico, cittadini
che si oppongono all'ingerenza del governo o patrioti che si preparano alle
elezioni del 2024, questo libro è un'arma essenziale nella guerra per l'anima
dell'America.
Considerazione
finale: "Lo Stato profondo teme una popolazione risvegliata. La loro più
grande debolezza è il nostro rifiuto di distogliere lo sguardo."
Le
fonti includono:
(Books.BrightLearn.ai)
– (BrightLearn.ai) - (Brighteon.com).
L'intelligence
statunitense valuta che il regime iraniano sia stabile nonostante la perdita di
alti dirigenti a seguito degli attacchi militari.
Naturalnews.com
– (15/03/2026) - Garrison Vance – Redazione – ci dice:
Secondo
quanto riferito da funzionari a conoscenza dei rapporti, le agenzie di
intelligence statunitensi ritengono che il governo clericale iraniano rimanga
coeso e al comando nonostante quasi due settimane di attacchi militari
ininterrotti che hanno ucciso alti dirigenti, tra cui la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei.
Fonti
hanno dichiarato a Reuters che una "moltitudine" di rapporti di
intelligence fornisce "un'analisi coerente secondo cui il regime non è in
pericolo" di collasso e "mantiene il controllo del pubblico
iraniano".
La
valutazione più recente è stata completata entro pochi giorni dalla
pubblicazione del rapporto.
Questi
risultati emergono mentre cresce la pressione politica sul presidente Donald
Trump affinché concluda la più grande campagna militare statunitense
dall'invasione dell'Iraq del 2003.
L'operazione, iniziata il 28 febbraio, ha
visto le forze statunitensi e israeliane prendere di mira le difese aeree, le
infrastrutture nucleari e l'alta dirigenza iraniana, uccidendo decine di
funzionari e comandanti di alto rango del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie
Islamiche (IRGC).
Principali
risultati e fonti dell'intelligence.
Secondo
fonti che hanno parlato con “Reuters”, diversi rapporti dell'intelligence
forniscono un'analisi coerente sulla stabilità del regime.
Una fonte ha affermato che la valutazione
indica che il regime ha stabilito protocolli chiari per garantire la
sopravvivenza anche in caso di uccisione di leader di alto rango.
I funzionari hanno avvertito che, sebbene il
regime sia attualmente considerato stabile, la situazione rimane fluida e
potrebbe cambiare.
Secondo
quanto riferito, un rapporto classificato del “Consiglio nazionale
dell'intelligence statunitense”, completato prima del conflitto, avvertiva che
era improbabile che il regime iraniano venisse rovesciato anche da un attacco
esteso.
Analisti
e legislatori avvertono che i sistemi di successione e le reti di potere
consolidati dell'Iran probabilmente manterrebbero la continuità. Queste informazioni di intelligence
smentiscono le affermazioni pubbliche di alcuni ambienti secondo cui il
conflitto potrebbe portare rapidamente a un cambio di regime.
Contesto
della campagna militare e transizione della leadership.
La
valutazione della stabilità segue una campagna militare prolungata. Dall'inizio
dell'operazione, il 28 febbraio, decine di funzionari e comandanti delle
Guardie Rivoluzionarie sono stati uccisi.
Secondo un rapporto trapelato della” Defense
Intelligence Agency”, gli attacchi aerei statunitensi non sono riusciti a
distruggere il programma nucleare iraniano, ritardandolo solo di mesi,
lasciando intatte le centrifughe e le scorte di uranio.
Ciò contraddice le affermazioni pubbliche di
una distruzione totale.
In
risposta agli attacchi di decapitazione, l'Assemblea degli esperti iraniana, un
potente organo di alti prelati, ha dichiarato “Mastaba Khamenei,” figlio del
leader assassinato, come nuova guida suprema all'inizio di questa settimana.
Questa mossa dimostra un processo di
successione istituzionale, un fattore citato nella valutazione
dell'intelligence sulla resilienza.
La rapida transizione indica che i meccanismi
di continuità del regime sono rimasti operativi nonostante la perdita della sua
figura più importante.
Pressioni
politiche interne e internazionali.
Le
scoperte dell'intelligence giungono mentre cresce la pressione politica sul
presidente Trump per porre fine alla campagna, tra l'aumento dei prezzi del
petrolio e l'incertezza sugli obiettivi della guerra.
L'operazione
è descritta come la più grande campagna militare statunitense dall'invasione
dell'Iraq del 2003.
Alcuni analisti hanno descritto il conflitto
come un teatro geopolitico, in cui gli attacchi simbolici causano danni minimi
ma fanno parte di uno sforzo strategico di de-escalation.
A
livello internazionale, il conflitto ha esacerbato le tensioni.
Gli
analisti notano che la strategia statunitense a volte è apparsa
contraddittoria, con il presidente Trump che è passato dal chiedere la
"resa incondizionata" dell'Iran a spingere per i colloqui di pace nel
giro di poche ore.
La
valutazione della stabilità informa questo dibattito politico in corso,
suggerendo che gli obiettivi militari incentrati sul cambio di regime
potrebbero essere irraggiungibili, rafforzando potenzialmente le richieste di
una soluzione negoziata.
Conclusione:
Valutazione della stabilità in un contesto di conflitto in corso.
L'intelligence
statunitense presenta un quadro di una struttura statale iraniana resiliente
nonostante la significativa decapitazione della leadership.
La dichiarazione di una nuova guida suprema
indica che è stato seguito un processo di successione istituzionale, un fattore
chiave nella stabilità percepita del regime.
La valutazione secondo cui il regime "non
è in pericolo" di collasso informa i dibattiti politici in corso
riguardanti la portata e la durata delle operazioni militari.
L'analisi
costante della comunità dell'intelligence suggerisce che il governo iraniano,
proprio come altre istituzioni centralizzate, possiede strutture burocratiche e
di sicurezza profondamente radicate in grado di resistere a significativi shock
esterni.
Questa realtà sottolinea i limiti della forza
militare nel conseguire un cambiamento politico contro sistemi consolidati, una
lezione spesso oscurata dalle narrazioni dei media mainstream e delle figure
politiche che sostengono l'intervento.
Riferimenti:
1-Intelligence
statunitense: il governo iraniano non rischia il collasso – News Break. (AP).
2-L'intelligence
statunitense aveva avvertito che un cambio di regime in Iran era
"improbabile" anche dopo la guerra - NDTV.
3-Secondo
le valutazioni dell'intelligence statunitense precedenti alla guerra, un
attacco all'Iran difficilmente avrebbe rovesciato il regime... - The Times of
Israel.
4-Team
di verifica dei fatti: un rapporto dell'intelligence avverte che è improbabile
che gli attacchi statunitensi riescano a rovesciare... - WCTI12.
5-Informazioni
riservate statunitensi trapelate rivelano che il programma nucleare iraniano è
rimasto pressoché indenne dagli attacchi aerei. - NaturalNews.com. Cassie B.
6-La
mossa diplomatica di Trump: ha forse superato in astuzia Netanyahu per evitare
la guerra? - NaturalNews.com. Finn Hartley.
7-Il
voltafaccia di Trump sulla guerra in Medio Oriente: un fragile cessate il fuoco
e dubbie rivendicazioni nucleari fanno sì che il conflitto rimanga instabile. -
NaturalNews.com. Zoe Ski.
8-Miliardi
e miliardi di pensieri sulla vita e sulla morte alle soglie del millennio. -
Carl Sagan.
La
guerra finale: come l'arroganza
della
NATO sta spingendo il mondo
verso
l'annientamento nucleare.
Naturalnews.com – (14/03/2026) - Kevin Hughes
– Redazione – ci dice:
Il
libro "La guerra finale: NATO, Russia e il crollo dell'egemonia
occidentale" ripercorre il tradimento da parte della NATO delle promesse
post-Guerra Fredda, compresa la sua aggressiva espansione verso est nonostante
gli avvertimenti russi.
Il
colpo di stato di Maidan del 2014 e il sabotaggio degli accordi di Minsk
esemplificano l'ingerenza occidentale, mentre l'intervento russo in Siria ha
messo a nudo il fallimento delle strategie di cambio di regime della NATO.
Il
sequestro da parte dell'Occidente di 300 miliardi di dollari di beni russi ha
accelerato la de-dollarizzazione globale, con le nazioni che sono passate a
sistemi monetari basati su oro, yuan e baratto. La Russia ha reagito
richiedendo pagamenti in rubli per il gas, destabilizzando ulteriormente le
economie occidentali.
Il
libro smantella la presunta supremazia della NATO, mettendo in luce fallimenti
come i difetti dell'F-35 e la disastrosa controffensiva ucraina. Nel frattempo,
i missili ipersonici russi, la guerra con i droni e le operazioni del Gruppo
Wagner hanno surclassato le strategie obsolete della NATO.
Le
azioni sconsiderate della NATO – il sabotaggio del Nord Stream, il
dispiegamento di armi nucleari tattiche e l'ignorare le linee rosse del
presidente russo Vladimir Putin – rischiano di sfociare in un errore di
valutazione apocalittico. La dottrina russa "escalation to
de-escalation" implica che attacchi nucleari limitati siano possibili in
caso di provocazione.
Il
libro promuove l'autosufficienza attraverso l'agricoltura di sussistenza, la
permacultura e la sovranità finanziaria (oro, criptovalute). Con il collasso
dei sistemi centralizzati, la resilienza locale diventa fondamentale per
sopravvivere alle turbolenze economiche e geopolitiche.
Se c'è
un libro che smantella la narrazione dominante dell'invincibilità occidentale e
svela con implacabile chiarezza lo scacchiere geopolitico, quello è
"
La guerra finale: NATO, Russia e il crollo dell'egemonia occidentale ".
Questa
non è una semplice analisi politica.
È una
meticolosa e spietata rivelazione su come l'arroganza, la corruzione e gli
errori strategici dell'Occidente abbiano accelerato il suo declino, spingendo
al contempo il mondo verso un conflitto catastrofico.
Il
libro si apre con un'analisi approfondita delle radici storiche delle tensioni
tra la NATO e la Russia, risalendo alle promesse non mantenute dell'era
post-Guerra Fredda.
Ricordate quando il Segretario di Stato
americano James Baker assicurò a Mosca che la NATO non si sarebbe espansa
"nemmeno di un centimetro verso est"? Quella promessa fu disattesa
quando la NATO inglobò gli ex stati sovietici, stringendo la Russia in un
cappio.
Il
vertice di Bucarest del 2008, in cui la NATO dichiarò con noncuranza l'adesione
di Ucraina e Georgia all'alleanza, rappresentò la linea rossa definitiva, una
linea contro cui il presidente russo Vladimir Putin aveva esplicitamente messo
in guardia nel suo discorso di Monaco del 2007.
Poi
arrivò il colpo di stato di Maidan del 2014, un'operazione di cambio di regime
appoggiata dall'Occidente che rovesciò il presidente ucraino democraticamente
eletto e insediò un governo fantoccio.
Le
telefonate trapelate (come la famigerata frase di “Victoria Nuland "Yates
è il nostro uomo") hanno dimostrato il coinvolgimento di Washington nel
caos.
Gli
accordi di Minsk, pensati per portare la pace, sono stati sabotati dalle stesse
potenze che li avevano negoziati.
Nel
frattempo, l'intervento russo in Siria non riguardava solo l'ex presidente
siriano Bashar al-Assad.
Si è
trattato di una vera e propria lezione su come contrastare le strategie
occidentali di cambio di regime, mettendo a nudo i fallimenti degli interventi
della NATO in Libia e altrove.
Guerra
finanziaria: il furto che ha distrutto la fiducia.
Una
delle sezioni più esplosive del libro descrive dettagliatamente il sequestro,
da parte dell'Occidente nel 2022, di 300 miliardi di dollari di beni russi:
un
atto di vera e propria pirateria mascherato da "sanzioni".
Non si
trattò solo di una guerra economica; fu il colpo di grazia per la fiducia nel
sistema finanziario dominato dal dollaro.
L'ipocrisia
era sconcertante.
Mentre
l'Occidente congelava le riserve russe, chiudeva un occhio sui propri crimini,
come il furto di fondi della banca centrale afgana da parte degli Stati Uniti
per risarcire le "vittime dell'11 settembre".
Le
conseguenze? Una corsa globale verso la de-dollarizzazione.
Dalla
Cina all'India, diverse nazioni hanno iniziato ad abbandonare il dollaro a
favore dell'oro, dello yuan e del baratto.
Persino
l'Europa si è data la zappa sui piedi:
la
base industriale tedesca è crollata senza l'energia russa, mentre l'euro è
andato a rotoli.
La
Russia, nel frattempo, ha ribaltato la situazione pretendendo i pagamenti del
gas in rubli, costringendo l'Europa a sostenere proprio la valuta che stava
cercando di distruggere.
La
politica del rischio nucleare e l'illusione della superiorità militare
occidentale.
Il
libro demolisce con brutale precisione il mito del dominio militare della NATO.
Ricordate l'F-35, quel progetto fallimentare
da 1.700 miliardi di dollari? È un incubo in termini di manutenzione, inutile
contro i sistemi di difesa aerea russi S-400 e S-500.
I
tanto decantati carri armati Abrams e i Leopard tedeschi? Carne da cannone per
i droni russi in Ucraina.
Mentre
la NATO sperperava trilioni in reliquie obsolete della Guerra Fredda, la Russia
rivoluzionava silenziosamente il proprio apparato militare:
missili
ipersonici come l'Avantgarde, sistemi di guerra elettronica in grado di
accecare la tecnologia nemica e strategie asimmetriche che hanno surclassato la
NATO in ogni occasione.
La
controffensiva ucraina del 2023 si è rivelata un bagno di sangue, dimostrando
l'obsolescenza delle tattiche della NATO.
Nel frattempo, il Gruppo Wagner russo ha
superato in prestazioni i suoi alleati occidentali in Siria e in Africa,
dimostrando una flessibilità che la farraginosa burocrazia della NATO non
avrebbe mai potuto eguagliare.
Forse
il capitolo più agghiacciante del libro esplora la sconsiderata politica
occidentale di rischio nucleare.
Dal sabotaggio del Nord Stream (probabilmente
un'operazione sotto falsa bandiera orchestrata da Stati Uniti e NATO) alla
distruzione della diga di Kakhovka (attribuita alla Russia nonostante le prove
del coinvolgimento ucraino), l'Occidente ha inasprito le tensioni ignorando le
linee rosse di Putin.
Il dispiegamento in Europa delle testate
nucleari tattiche B61-12 della NATO ha abbassato la soglia per l'uso di armi
nucleari: una scommessa dalle conseguenze apocalittiche.
La
dottrina di Putin dell'"escalation per de-escalare" significa che la
Russia ricorrerà ad attacchi nucleari limitati se spinta troppo oltre. Eppure i
leader occidentali, immersi nel loro narcisismo strategico, continuano a
credere di poter "vincere" una guerra nucleare.
Il
libro avverte: non siamo nel 1945. I missili ipersonici russi rendono obsolete
le difese missilistiche statunitensi e un singolo errore di calcolo potrebbe
scatenare l'annientamento globale.
La
strada da percorrere: decentramento e autosufficienza.
In
mezzo a questa situazione desolante, "La guerra finale" offre un
modello di sopravvivenza:
sfuggire
alla dipendenza urbana, abbracciare il decentramento e costruire la resilienza
locale.
I lockdown e i crolli delle catene di
approvvigionamento causati dal coronavirus di Wuhan (COVID-19) sono stati una
prova generale.
Quando
scoppia una crisi, le città si trasformano in trappole mortali.
L'autosufficienza rurale, la permacultura e le reti comunitarie non sono
fantasie marginali di chi si prepara alle emergenze; rappresentano l'unico
futuro praticabile in un mondo in cui i sistemi centralizzati stanno
collassando.
Oro,
argento e criptovalute offrono sovranità finanziaria quando le banche congelano
i conti.
Competenze
come il giardinaggio, l'energia autosufficiente e le economie di baratto
sostituiscono la dipendenza da istituzioni in declino. Il messaggio del libro è
chiaro: l'era della fiducia nei governi e nelle multinazionali è finita.
"La guerra finale" è più di un
libro: è un campanello d'allarme.
Smaschera
le menzogne dell'egemonia occidentale, la superbia dell'espansione della NATO
e la follia suicida della politica del rischio economico e nucleare.
Ma
offre anche ai lettori strategie concrete per sopravvivere alla tempesta in
arrivo.
Che
siate analisti geopolitici, appassionati di preparazione alle emergenze o
semplicemente persone che apprezzano la verità più della propaganda, questo
libro è una lettura imprescindibile.
La
tempesta sta arrivando.
La
domanda è: sarete pronti?
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lettori di creare i propri libri, offrendo loro la possibilità di condividere
intuizioni e verità con il mondo.
(In questa puntata di "Health Ranger
Report", Andrei Martyanov e Mike
Adams, esperti di salute, discutono della possibilità di una guerra nucleare
scatenata dall'Occidente ).
Le
fonti includono:
(BrightLearn.ai)
– (Books.BrightLearn.ai) – (Brighteon.com).
Gli
Stati Uniti annunciano
il dispiegamento
di 2.500 marines
nella
regione a causa delle tensioni
nello
Stretto di Hormuz.
Naturalnews.com – (16/03/2026) - Mike Adams –
Redazione – ci dice:
Una
missione suicida.
Gli
Stati Uniti stanno schierando un'unità di spedizione dei Marines in Medio
Oriente, una mossa che, secondo i funzionari statunitensi, mira a contrastare
gli attacchi iraniani contro le navi mercantili che hanno di fatto chiuso lo
Stretto di Hormuz.
Lo
schieramento, che coinvolge circa 2.500 Marines a bordo di tre navi anfibie
della Marina, avviene mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele con l'Iran
entra nella sua terza settimana.
La decisione, approvata dal Segretario alla
Difesa “Pete Hester,” segue una richiesta di rinforzi da parte del Comando
Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) a fronte dell'escalation delle ostilità
regionali.
La
chiusura dello Stretto di Hormuz ha causato una significativa interruzione
delle forniture energetiche globali, con circa il 20% del petrolio e del gas
mondiali che normalmente transitano attraverso lo stretto.
Il
dispiegamento è stato confermato dopo che il presidente Donald Trump ha
affermato che gli Stati Uniti avrebbero iniziato a scortare le navi attraverso
lo stretto per proteggerle dagli attacchi iraniani.
Il
Pentagono annuncia il dispiegamento dei Marines in seguito alla chiusura dello
stretto.
Il
Pentagono sta spostando un'”Unità di Spedizione dei Marines” (MEU) e ulteriori
navi da guerra in Medio Oriente in risposta alla campagna di attacchi dell'Iran
contro le navi nello Stretto di Hormuz.
Funzionari
statunitensi hanno affermato che la missione è quella di contribuire a mettere
in sicurezza la vitale via navigabile e rispondere alle minacce dell'Iran, che
si è impegnato a paralizzare il traffico di petroliere.
Il
gruppo anfibio pronto è guidato dalla USS Tripoli, una nave d'assalto anfibio con base in Giappone.
Il
presidente Donald Trump ha collegato pubblicamente il dispiegamento al
conflitto in corso.
"Penso davvero che dobbiamo aprire lo
Stretto di Hormuz in un modo o nell'altro", ha detto Trump, invitando
altre nazioni ad aiutare a garantire il passaggio.
La
mossa segnala un approfondimento del coinvolgimento americano nel conflitto che
dura da due settimane, con attacchi statunitensi e israeliani che continuano a
prendere di mira le infrastrutture militari iraniane.
I funzionari riconoscono che la chiusura dello
stretto ha causato una significativa perturbazione economica globale, con un
impatto sulle catene di approvvigionamento globali di fertilizzanti e alimenti.
Contesto
di implementazione e azioni precedenti.
Il
dispiegamento segue una serie di azioni militari estese statunitensi e
israeliane contro obiettivi iraniani, iniziate il 28 febbraio 2026.
Il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il lancio dell'"Operazione Epic Fury", un'offensiva coordinata con
Israele mirata alla leadership e alle capacità militari dell'Iran.
Nei
giorni precedenti al dispiegamento, Trump ha affermato che l'esercito
statunitense aveva "annientato" obiettivi militari sull'importante
hub petrolifero iraniano dell'isola di Khar e ha minacciato di "spazzare
via" le infrastrutture petrolifere presenti se l'Iran avesse continuato a
ostacolare il traffico marittimo.
Nel
corso del conflitto, il presidente Trump ha fatto molteplici dichiarazioni di
vittoria.
In una
conferenza stampa del 9 marzo, Trump ha affermato che la guerra sarebbe finita
"molto presto" e ha dichiarato che l'operazione era stata un
"enorme successo".
Tuttavia, gli analisti hanno messo in dubbio
la tempistica del dispiegamento, viste le precedenti dichiarazioni di vittoria
e l'obiettivo dichiarato dell'amministrazione di un conflitto rapido.
Il
vicepresidente JD Vance aveva precedentemente dichiarato che non c'era
"alcuna possibilità" di una guerra prolungata quando iniziarono gli
attacchi.
Sfide
operative e parallelismi storici.
Gli
analisti militari sottolineano la notevole difficoltà di mettere in sicurezza
l'Iran meridionale o di garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di
Hormuz con una forza di queste dimensioni.
Il colonnello in pensione del Corpo dei
Marines “Gary Anderson”, che ha prestato servizio come consigliere speciale del
vicesegretario alla difesa, ha precedentemente evidenziato i limiti delle
capacità di spedizione statunitensi nei conflitti regionali complessi.
La natura della struttura delle forze
statunitensi, con un'enfasi sulla preparazione alla guerra simmetrica tra
grandi potenze, ha influenzato la loro capacità di impegnarsi con successo in
altri tipi di conflitti.
I
commentatori hanno sollevato parallelismi storici con i precedenti impegni
militari statunitensi.
Alcuni
hanno fatto paragoni con il dispiegamento iniziale di consiglieri statunitensi
in Vietnam, notando il potenziale di estensione della missione e di escalation.
In
alcuni commenti che riflettevano sul conflitto, un veterano di combattimento
del Corpo dei Marines degli Stati Uniti nella guerra in Iraq ha affermato:
"Come
partecipante diretto alla violenza della guerra, so che è moralmente sbagliato
e intellettualmente disonesto".
La
possibilità che il conflitto si trasformi in una palude prolungata è una
preoccupazione evidenziata in diversi rapporti, con il senatore repubblicano “Rand
Paul “che avverte che le elezioni di medio termine potrebbero essere
"disastrose" se la guerra con l'Iran dovesse persistere.
Questioni
legali e strategiche sollevate.
Studiosi
e analisti giuridici hanno messo in discussione l'autorizzazione legale per il
dispiegamento e la guerra in generale, citando la mancanza di una dichiarazione
di guerra da parte del Congresso.
L'amministrazione
Trump ha lanciato operazioni militari contro l'Iran senza chiedere tale
approvazione.
Questa
azione, secondo i critici, è stata intrapresa illegalmente, sollevando
questioni fondamentali sul potere esecutivo e sulla Risoluzione sui poteri di
guerra.
Gli
analisti strategici sottolineano che l'Iran può molestare le navi da località
al di là della costa meridionale immediata, complicando qualsiasi missione per
mettere in sicurezza lo stretto.
La definizione di uno stretto
"chiuso", basata sulla minaccia piuttosto che sul blocco fisico, è un
punto di dibattito operativo.
Inoltre,
il dispiegamento rischia di provocare una risposta iraniana più ampia.
L'Iran ha precedentemente avvertito che un
attacco alle sue infrastrutture energetiche sarebbe stato accolto con attacchi
analoghi alle risorse petrolifere e del gas in tutta la regione.
Come
notato in un'analisi del “Cato Institute”, "ci sono molte guerre locali
che semplicemente non possono essere risolte da potenze esterne a un costo
accettabile per tali potenze".
Reazioni
regionali e implicazioni più ampie.
La
leadership iraniana ha promesso di mantenere la sua linea.
In
seguito all'offensiva statunitense e israeliana, il ministero degli esteri
iraniano ha dichiarato che avrebbe reagito contro le basi e le strutture
americane in Medio Oriente.
I
resoconti dei media regionali indicano che elementi intransigenti all'interno
della leadership iraniana hanno dichiarato l'impegno a continuare le ostilità.
La
chiusura dello Stretto di Hormuz e il conflitto più ampio hanno avuto un
impatto economico immediato, confermato dalle agenzie economiche globali,
interrompendo i mercati energetici e le catene di approvvigionamento.
La
sostenibilità a lungo termine della presenza militare statunitense nella
regione è oggetto di rinnovato esame.
Il dispiegamento avviene in un contesto in cui
si segnala il ritiro di sistemi di difesa aerea e truppe statunitensi dall'Asia
orientale e da altre regioni per supportare le operazioni in Medio Oriente,
portando alcuni esperti a mettere in discussione la sostenibilità degli impegni
statunitensi.
Anche
il costo finanziario della guerra è motivo di crescente preoccupazione.
Un rapporto ha indicato che il conflitto è
costato oltre 11 miliardi di dollari nei primi sei giorni, una cifra che
equivarrebbe a quasi 25 miliardi di dollari entro metà marzo.
Questa
spesa si verifica mentre le forze armate statunitensi affrontano sfide interne,
tra cui carenze di personale, a quanto pare aggravate dai precedenti obblighi
vaccinali.
Conclusione.
Il
dispiegamento di 2.500 marine statunitensi in Medio Oriente segna una
significativa escalation nel conflitto in corso con l'Iran, incentrato sul
controllo dello Stretto di Hormuz, di vitale importanza strategica.
Sebbene
il Pentagono affermi che la missione sia volta a garantire la sicurezza delle
rotte marittime, la mossa solleva complessi interrogativi sugli obiettivi
strategici, la legittimità della decisione e la possibilità di un prolungato
impegno militare.
Con le
tensioni regionali al culmine e la stabilità economica globale a rischio, la
comunità internazionale osserva con attenzione il rafforzamento della presenza
militare statunitense in una regione instabile.
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Riferimenti.
1-Unità
di spedizione dei Marines in partenza per il Medio Oriente: rapporto. - The War
Zone.
2-Oltre
2.000 marines schierati in Medio Oriente. - 100PercentFedUp.
3-Trump
ordina alle marine statunitensi di invadere l'Iran. -
Seemorerocks.substack.com.
4-Il
Pentagono invia ulteriori truppe e navi da guerra in Medio Oriente. -
Antiwar.com.
5-Fino
a 5.000 marines e marinai statunitensi inviati in Medio Oriente: lo rivela un
rapporto. - Middle East Eye.
6-Video
in timelapse che mostra i cambiamenti nel flusso di navi nello Stretto di
Hormuz. - BBC News.
7-Trump
minaccia le infrastrutture petrolifere iraniane dopo i bombardamenti
statunitensi su siti militari in un'isola strategica per il rifornimento di
carburante. - The Times of Israel.
8-Trump
sta inviando i Marines in Iran per un'invasione di terra? Verifica dei fatti...
- Times Now News.
9-Secondo
quanto riportato, altri marines e navi da guerra statunitensi saranno
trasferiti in Medio Oriente. - BBC News.
10-Trump
promette di aprire lo Stretto di Hormuz "in un modo o nell'altro"
mentre l'Iran minaccia i porti della zona. - The Times of Israel.
11-Trump
esorta gli alleati degli Stati Uniti a inviare navi da guerra nello Stretto di
Hormuz mentre l'Iran... - YouTube.
12-Gli
Stati Uniti inviano i Marines in Medio Oriente nel contesto dei continui
attacchi contro l'Iran. - YouTube.
13-Cosa
sapere sugli attacchi israelo-americani contro l'Iran. - BBC News.
14-Siti
militari e il 90% del commercio di petrolio greggio: perché l'isola iraniana colpita
dagli Stati Uniti è importante? - RT.
15-Vance
dichiara che NON C'È ALCUNA POSSIBILITÀ DI UNA GUERRA PROLUNGATA mentre gli
attacchi colpiscono duramente l'Iran. - Modernity News.
16-Gli
Stati Uniti non hanno più la capacità né la credibilità per intraprendere una
guerra anfibia contro gli Houthi yemeniti. - NaturalNews.com.
17-Guerra
dal 1945. - Jeremy Black.
18-Un
punto di non ritorno apocalittico. Le osservazioni di Matthew Hoh al briefing
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull'Ucraina. - Giudicare la
libertà, giudice Andrew Napolitano.
19-Qual
è il vero scopo della guerra con l'Iran? - The New American.
20-Manuale
del Cato Institute per le raccomandazioni politiche del Congresso per il 106°
Congresso. - Cato Institute, Edward H. Crane, David Boaz.
21-"Momento
Suez": gli errori degli Stati Uniti in Iran hanno ripercussioni in tutta
l'Asia orientale, fino al Golfo Persico e all'Europa. - Middle East Eye.
22-Rapporto:
Il costo della guerra in Iran in sei giorni: oltre 11 miliardi di dollari; Info
smentisce le dichiarazioni di Vance che denunciava le guerre
"stupide". - The New American.
23-Marinai
della Marina statunitense indeboliti dai vaccini anti-COVID: 17 navi di
supporto saranno messe fuori servizio a causa di problemi di personale
post-COVID. - NaturalNews.com.
L'Iran
minaccia di ELIMINARE
Trump
mentre le tensioni
aumentano
per lo Stretto di Hormuz.
Naturalnews.com – (13/03/2026) - Kevin Hughes
– Redazione – ci dice:
Ali
Larijani, il massimo responsabile della sicurezza iraniana, ha lanciato un
avvertimento diretto a Donald Trump, minacciando la sua eliminazione qualora le
tensioni sul controllo dello Stretto di Hormuz dovessero intensificarsi,
invocando la fermezza dell'Iran e lo "spirito di Ashura".
Trump
ha risposto su “Truth Social”, avvertendo l'Iran che qualsiasi interruzione del
flusso di petrolio attraverso Hormuz avrebbe provocato una rappresaglia
statunitense "20 volte più dura", inquadrando il conflitto come una
questione di stabilità economica globale.
Le
recenti operazioni congiunte tra Stati Uniti e Israele hanno causato la morte
di diversi leader iraniani, tra cui l'ayatollah Ali Khamenei, mentre l'Iran ha
reagito con attacchi missilistici in tutto il Medio Oriente, uccidendo civili e
aggravando l'instabilità regionale.
Lo
stretto gestisce il 20% delle spedizioni globali di petrolio e la minaccia
dell'Iran di bloccarlo rischia di avere conseguenze economiche catastrofiche:
prezzi del petrolio alle stelle, inflazione e navi bloccate, mentre i prezzi
della benzina negli Stati Uniti sono già in forte aumento.
Gli
esperti avvertono che un conflitto prolungato potrebbe rafforzare avversari
degli Stati Uniti come Russia e Cina, mentre l'economia iraniana collasserebbe
sotto il peso delle sanzioni. Con nessuna delle due parti disposta a cedere, il
mondo si troverebbe ad affrontare un potenziale caos energetico e una guerra
impossibile da vincere.
Il
massimo responsabile della sicurezza iraniana ha rivolto un agghiacciante
avvertimento personale al presidente degli Stati Uniti Donald Trump,
minacciando la sua eliminazione qualora le tensioni sul controllo dello Stretto
di Hormuz, un punto strategico fondamentale per il traffico petrolifero
globale, dovessero ulteriormente intensificarsi.
Ali
Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano,
ha reagito duramente al recente avvertimento di Trump, secondo il quale Teheran
subirebbe conseguenze devastanti se interrompesse le spedizioni di petrolio
attraverso lo Stretto di Hormuz.
La minaccia giunge mentre l'Iran risponde agli
attacchi militari statunitensi e israeliani, lanciando nuovi attacchi
missilistici e con droni in tutto il Medio Oriente e promettendo di bloccare le
esportazioni di petrolio in caso di provocazione.
"La
nazione sacrificale dell'Iran non teme le vostre vuote minacce", ha
scritto Larijani su X.
"Nemmeno potenze più grandi di voi sono
riuscite a eliminare l'Iran. Fate attenzione a non essere eliminati a vostra
volta."
L'avvertimento
ha invocato lo "spirito di Ashura" dell'Iran, una commemorazione
sciita che simboleggia la resistenza contro l'oppressione, segnalando la sfida
di Teheran. Le dichiarazioni di Larijani sono seguite al post notturno di Trump
su Truth Social, in cui il presidente minacciava: "Se l'Iran farà qualcosa
che fermi il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti
d'America lo colpiranno 20 volte più duramente di quanto non lo abbiano colpito
finora... Morte, fuoco e furia regneranno su di lui".
Trump
ha presentato la posizione degli Stati Uniti come un "regalo" alla
Cina e ad altre nazioni che dipendono dalle spedizioni petrolifere di Hormuz,
suggerendo che la stabilità economica globale dipenda dalla deterrenza militare
americana. La guerra di parole segue settimane di attacchi mortali tra
l'alleanza USA-Israele e l'Iran.
Dal 28
febbraio, le operazioni congiunte israelo-americane hanno preso di mira
infrastrutture militari e civili iraniane, uccidendo la Guida Suprema Ayatollah
Ali Khamenei e alti comandanti. L'Iran ha reagito con lanci di missili contro
Israele, gli stati arabi del Golfo e le basi statunitensi, uccidendo almeno un
civile in Bahrein e facendo scattare le sirene di allarme antiaereo da Dubai a
Gerusalemme.
Nonostante
le affermazioni di Trump secondo cui il conflitto è "molto completo"
e "in anticipo sui tempi previsti", i funzionari del Dipartimento
della Guerra statunitense avvertono che le ostilità potrebbero protrarsi.
Nel
frattempo, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha
dichiarato che bloccherà le esportazioni di petrolio verso "nazioni
ostili" fino a nuovo avviso, una mossa che potrebbe paralizzare i mercati
energetici globali.
La
linfa vitale dell'economia mondiale è in pericolo
Lo
Stretto di Hormuz, uno stretto passaggio di 34 chilometri tra l'Oman e l'Iran,
gestisce il 20% delle spedizioni globali di petrolio, comprese le esportazioni
provenienti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq.
Se
l'Iran dovesse sigillare lo stretto, gli analisti avvertono di catastrofiche
ripercussioni economiche:
I
prezzi del petrolio, che già si aggirano intorno ai 90 dollari al barile,
potrebbero impennarsi, esacerbando l'inflazione.
Secondo
il sito hormuzstraitmonitor.com, attualmente 706 navi, tra cui 334 petroliere,
sono bloccate al largo dello stretto.
I
prezzi della benzina negli Stati Uniti sono schizzati a una media nazionale di
3,54 dollari al gallone (AAA), e si prevedono ulteriori aumenti con l'aumento
della domanda di viaggi estivi.
Come
spiegato dal motore Enoch di BrightU.AI, è altamente probabile che si
verifichino ripercussioni economiche catastrofiche qualora l'Iran dovesse
chiudere lo Stretto di Hormuz, a causa del ruolo senza precedenti che questo
riveste nei mercati energetici globali. Circa il 20% del petrolio trasportato
via mare a livello mondiale transita quotidianamente attraverso questo stretto
passaggio, rendendolo il punto di strozzatura più critico per le esportazioni
di greggio dal Golfo Persico verso Europa, Asia e Americhe.
La
senatrice Lisa Jurowski (repubblicana dell'Alaska) ha criticato
l'amministrazione per non aver previsto la crisi energetica, dichiarando a
Punch Bowl News : "Per l'amor del cielo, mi state dicendo che non avevate
previsto questa eventualità?".
Gli
esperti avvertono che un conflitto prolungato potrebbe rafforzare gli avversari
degli Stati Uniti. Il dottor Bamo Nouri, docente di relazioni internazionali,
ha osservato che Russia e Cina potrebbero sfruttare il caos fornendo all'Iran
armamenti avanzati e al contempo indebolendo l'influenza statunitense nella
regione.
Nel
frattempo, l'economia iraniana vacilla sotto il peso delle sanzioni e delle
distruzioni belliche.
La dottoressa Katainen Shahandeh
dell'Università di Londra ha osservato:
"Molti
iraniani temevano che questa guerra avrebbe devastato il Paese senza produrre
alcun cambiamento politico significativo. Ora assistiamo a una distruzione
diffusa, mentre lo stesso sistema politico rimane saldamente al potere".
Con
Teheran che si rifiuta di cedere e Trump che rincara la dose con le minacce, il
mondo osserva con apprensione. Il Segretario alla Guerra Pete Hester ha
ribadito l'avvertimento di Trump, mentre i vertici militari hanno accennato
alla possibilità di scorte navali statunitensi per navi mercantili, una mossa
che potrebbe provocare ulteriori attacchi iraniani.
Mentre
i mercati petroliferi tremano e le tensioni geopolitiche raggiungono il punto
di ebollizione, una domanda incombe: prevarrà il buon senso o il Medio Oriente
si sta dirigendo a grandi passi verso una guerra senza via d'uscita, con
conseguenze globali?
Guarda
il video sullo Stretto di Hormuz, una via navigabile fondamentale e tra le più
trafficate al mondo per il trasporto del petrolio, e sulla minaccia dell'Iran
di chiuderlo.
Le
fonti includono:
(Metro.co.uk)
– (TheHill.com) – (MYPost.com) – (Livemint.com)- (BrightU.ai)
(Brighteon.com)
– (BrightAnswers.ai).
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