Iran, la guerra dei droni.

 

Iran, la guerra dei droni.

 

 

Iran, la guerra dei droni e il falso mito delle armi economiche.

Parla il Prof. Gilli.

 

Msn.com(14 – 03 – 2026) – Storia AdnKronos – Redazione – Giorgio Rutelli - ci dice:

 

 

Iran, la guerra dei droni e il falso mito delle armi economiche.

Parla il prof. Gilli.

(Adnkronos) – La guerra in corso tra Iran, Israele e Stati Uniti sta riportando al centro del dibattito strategico uno dei temi più delicati per le forze armate occidentali: la sostenibilità della difesa aerea nell’era dei droni e dei missili a basso costo.

 

Gli attacchi iraniani contro obiettivi nella regione del Golfo hanno mostrato come sistemi relativamente economici possano mettere sotto pressione difese estremamente sofisticate e costose.

Allo stesso tempo, la risposta militare occidentale – fondata su sistemi avanzati e sulla superiorità aerea – continua a dimostrare un vantaggio tecnologico significativo.

 

Secondo Mauro Gilli, professore di Strategia e Tecnologia Militare alla Herbie School di Berlino, il rischio è però quello di trarre conclusioni troppo rapide.

“In molti stanno sostenendo che dobbiamo abbandonare le piattaforme militari più sofisticate e puntare su sistemi molto più economici”, spiega all’Adnkronos. “Ma la questione è più complessa:

bisogna capire quale tipo di guerra vogliamo combattere e in quali condizioni siamo più forti”.

 

Professore, che cosa ci sta insegnando il conflitto con l’Iran sulle capacità militari della regione e sulle strategie dei Paesi del Golfo?

 

 Non è ancora facile dare una risposta definitiva perché le informazioni disponibili sono incomplete.

 Direi che ci sono due dimensioni principali.

La prima è di natura politica.

Sembra che la risposta iraniana a un eventuale attacco israeliano o americano non sia stata pienamente considerata nella sua interezza.

Oggi vediamo attacchi che coinvolgono diversi attori regionali e non solo Israele.

 

Secondo alcune ricostruzioni apparse sulla stampa americana, nemmeno la possibile chiusura dello stretto di Hormuz sarebbe stata presa pienamente in considerazione in alcune discussioni interne all’amministrazione americana.

Questo è sorprendente, perché molti analisti ritenevano proprio quella una delle risposte più probabili da parte di Teheran.

 

La seconda dimensione è più strettamente militare.

 I Paesi del Golfo hanno investito moltissimo negli ultimi anni in sistemi avanzati per intercettare missili balistici iraniani.

 Questo era comprensibile, perché il programma missilistico iraniano era percepito come la minaccia principale.

 

Eppure sembra che alcuni di questi Paesi abbiano sottovalutato un altro sviluppo parallelo:

 la crescita delle capacità iraniane nel campo dei droni.

 

Perché i droni stanno diventando così centrali nei conflitti contemporanei?

Per una ragione molto semplice:

il rapporto tra costo e impatto operativo.

I droni Shahid iraniani, per esempio, sono relativamente economici e non richiedono tecnologie particolarmente sofisticate per essere prodotti o utilizzati.

Questo consente di impiegarli in grandi quantità.

 

Ed è proprio la quantità che crea problemi alla difesa.

Dal punto di vista tecnologico questi droni non sono particolarmente difficili da intercettare.

Le tecnologie necessarie esistono già e sono ampiamente disponibili nei Paesi occidentali.

l problema è farlo in modo sostenibile nel tempo.

Se per abbattere un drone relativamente economico si utilizzano missili intercettori molto costosi, si crea uno squilibrio.

Ma non è solo un problema di costo economico: è soprattutto un problema industriale.

 

Il costo elevato dei missili intercettori riflette anche la complessità della loro produzione.

Se un Paese riesce a produrre cento droni nello stesso tempo in cui l’avversario riesce a produrre dieci intercettori, è evidente che nel lungo periodo la difesa rischia di esaurire le proprie scorte.

 

L’Iran può sostenere questo ritmo di attacchi ancora a lungo?

I dati disponibili sono basati su stime.

Prima dell’inizio del conflitto si parlava di uno stock iraniano compreso tra circa 2.000 e 2.500 missili balistici.

 Da un lato l’Iran ha utilizzato parte di queste capacità.

Dall’altro lato Israele e Stati Uniti stanno cercando di distruggere non solo i missili ma soprattutto i sistemi di lancio.

Questo è un punto molto importante.

I missili balistici, a differenza dei droni, richiedono piattaforme specifiche per essere lanciati.

Spesso si tratta di sistemi mobili montati su camion con infrastrutture di lancio dedicate.

Se questi sistemi vengono distrutti, anche uno stock numeroso di missili diventa molto meno utile.

 

Per questo si può dire che siamo di fronte a una sorta di gara contro il tempo.

Non sappiamo se l’Iran stia adottando una strategia graduale – conservando parte delle scorte per il futuro – oppure una strategia più massimalista con attacchi intensivi nelle prime fasi del conflitto.

 

Si è parlato anche del coinvolgimento di Russia e Cina.

Che ruolo stanno giocando in questa crisi?

 

 Direi che sarebbe sorprendente se Russia e Cina fossero assenti.

 L’Iran non è formalmente un alleato, ma ha certamente una convergenza strategica con Mosca e Pechino.

 La Cina, per esempio, acquistava prima dell’inizio del conflitto circa l’80% del petrolio iraniano.

Pechino ha un interesse evidente alla stabilità del regime iraniano.

Da parte russa c’è poi un’altra considerazione:

il coinvolgimento occidentale nella regione.

 Per Mosca creare difficoltà agli Stati Uniti e ai loro alleati può essere visto come un modo per esercitare pressione indiretta sull’Occidente, anche nel contesto della guerra in Ucraina.

 

È inevitabile quindi che vi siano forme di supporto, per esempio nella condivisione di informazioni o di intelligence.

 La differenza rispetto al caso ucraino è che Israele e Stati Uniti hanno attualmente la superiorità aerea sull’Iran.

Questo rende molto più difficile trasferire nuove tecnologie o equipaggiamenti avanzati nel Paese, come è avvenuto nei mesi e negli anni scorsi.

 

Molti analisti sostengono che questa guerra cambierà completamente il modo in cui gli eserciti occidentali acquistano armamenti.

 

Direi che il dibattito è legittimo, ma bisogna fare attenzione a non trarre conclusioni troppo affrettate.

Negli Stati Uniti e in Europa esiste oggi una corrente di pensiero – sostenuta anche da imprenditori della tecnologia e da alcune startup della difesa – secondo cui le piattaforme militari tradizionali sono troppo complesse e troppo costose.

 

Secondo questa visione dovremmo abbandonare sistemi sofisticati e puntare su tecnologie molto più semplici e prodotte in grandi quantità.

 Io sono un po’ scettico su questa conclusione.

 Il motivo è semplice: la complessità di alcune piattaforme militari non è casuale. Deriva dal tipo di missioni che devono svolgere.

 E poi bisogna chiedersi una cosa:

se dall’altra parte ci sono Russia e anche Cina, e quest’ultima è in grado di produrre tecnologia in grandi quantità e a un costo più basso rispetto all’Occidente, ha davvero senso puntare tutto sulla quantità rinunciando alla qualità e alla superiorità tecnologica?

 

Può fare un esempio concreto?

Prendiamo il caso dell’F-35.

È spesso criticato per il suo costo elevato.

 Ma nel conflitto attuale abbiamo visto come la capacità di Israele e degli Stati Uniti, dotati di caccia di quinta generazione, di ottenere la superiorità aerea rappresenti un vantaggio enorme.

La superiorità aerea cambia completamente la natura del conflitto.

 Un Paese che controlla lo spazio aereo può colpire infrastrutture, logistica e rifornimenti con grande precisione e con rischi relativamente ridotti.

La Russia, per esempio, dopo quattro anni di guerra non è riuscita a ottenere una vera superiorità aerea sull’Ucraina.

Questo ha contribuito a trasformare il conflitto in una guerra di logoramento e di trincea.

 

Il punto però è anche strategico.

 La guerra non è un processo lineare in cui si comprano semplicemente le armi più economiche:

le scelte sugli investimenti servono anche a costringere l’avversario a combattere nel modo in cui siamo più forti noi.

In altre parole, si tratta di creare dilemmi per il nemico e spingerlo a confrontarsi sul terreno che ci è più favorevole.

 

Se, per esempio, i Paesi europei rinunciassero alla capacità di ottenere il controllo dello spazio aereo, il rischio sarebbe quello di trovarsi costretti a combattere in un modo simile a quello che vediamo oggi in Ucraina:

una guerra di trincea che richiede molti più soldati sul campo.

 E la domanda allora diventa:

è davvero questo il tipo di conflitto che le società europee vogliono prepararsi a combattere?

 

Sul piano tecnologico quali sono le innovazioni più promettenti per contrastare i droni?

 

 Non esiste una soluzione unica.

La difesa moderna è sempre più un sistema integrato composto da diversi livelli: sensori, sistemi di tracciamento e strumenti di ingaggio.

 Gli ucraini hanno sperimentato una soluzione interessante:

utilizzare droni difensivi per intercettare quelli offensivi.

Se il drone intercettore costa magari il doppio del drone d’attacco ma resta comunque relativamente economico, il sistema rimane sostenibile.

 

Un’altra tecnologia promettente è rappresentata dai laser.

I laser hanno il vantaggio di ridurre drasticamente il costo per intercettazione, perché non richiedono l’impiego di munizioni.

Se si dispone di una fonte di energia stabile, si può ingaggiare il bersaglio con un fascio continuo.

 

Ma anche in questo caso esistono limiti importanti: condizioni atmosferiche come nebbia o pioggia possono ridurre l’efficacia del sistema e il raggio operativo è relativamente limitato.

 Per questo è probabile che queste tecnologie diventino componenti di un sistema di difesa integrato piuttosto che sostituire completamente i sistemi esistenti.

 

Passando all’Europa: stiamo davvero assistendo a un cambio di strategia nella difesa?

 

Dipende molto dai Paesi.

 I Paesi baltici e nordici, per esempio, percepiscono chiaramente la minaccia russa e stanno investendo molto seriamente nelle proprie capacità militari.

Anche la Polonia si sta muovendo in questa direzione, addirittura ipotizzando di dotarsi dell’atomica.

La Germania sembra aver deciso di cambiare rotta in modo significativo.

Il nuovo governo ha detto che il Paese deve assumersi maggiori responsabilità nella difesa europea.

 In altri Paesi invece la questione è vissuta come meno urgente, anche per ragioni economiche (troppo debito) e politiche.

 

E sul tema dell’autonomia europea dagli Stati Uniti?

Qui bisogna essere realistici.

 Ci sono alcune capacità militari – per esempio nei sistemi di comunicazione avanzati o nel tracciamento di obiettivi a lungo raggio – in cui gli Stati Uniti hanno un vantaggio enorme.

Replicare completamente queste infrastrutture richiederebbe investimenti giganteschi, tempi molto lunghi e probabilmente anche diversi fallimenti tecnologici.

Per questo molti Paesi europei stanno adottando un approccio pragmatico: rafforzare alcune capacità autonome ma continuare a collaborare strettamente con gli Stati Uniti per le tecnologie più avanzate.

(Giorgio Rutelli).

(webinfo@adnkronos.com-Web Info).

 

 

Guerra Iran, raid su Teheran.

Colpiti Paesi del Golfo. Pasdaran

minacciano Netanyahu.

Tg24.sky.it - Mondo – (15 mar. 2026) – Redazione – ci dice:

 

Mastaba Khamenei sta bene e governa l'Iran":

il ministro degli Esteri iraniano ha risposto così alle voci sull'assenza della Guida suprema dalla vita pubblica e in tv da quando è stato eletto. "La situazione nel Paese è stabile", ha aggiunto.

 Attacchi su Kuwait, Emirati e Arabia Saudita.

Forti esplosioni nella zona meridionale di Teheran.

 Le Guardie rivoluzionarie iraniane:

"Se Netanyahu, questo criminale assassino di bambini è ancora vivo, continueremo a dargli la caccia e a ucciderlo con tutte le nostre forze."

 

"La Guida Suprema Mastaba Khamenei gode di buona salute e governa pienamente il Paese".

Lo ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Saraghi”, in risposta alle notizie sull'assenza di Khamenei dalla vita pubblica e in tv da quando è stato eletto la scorsa settimana.

"La situazione nel Paese è stabile", ha aggiunto Saraghi, citato dall'agenzia Irna.

 Il presidente Donald Trump aveva dichiarato ieri di non sapere nemmeno se “Mastaba Khamenei “fosse vivo.

Anche il segretario alla Difesa Pete Hester aveva affermato che Khamenei è "ferito e probabilmente sfigurato".

 

"Non intendiamo avviare colloqui diretti con il governo libanese nei prossimi giorni."

Lo ha detto il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar smentendo la notizia riportata ieri da alcuni media.

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane minacciano Netanyahu:

"Se questo criminale assassino di bambini è ancora vivo, continueremo a dargli la caccia e a ucciderlo con tutte le nostre forze".

 

Trump ha colpito ieri l'isola iraniana di Khar da cui passa l'80% del petrolio di Teheran.

“Distrutti 90 obiettivi militari, preservando le infrastrutture per il greggio”, ha detto il Comando americano, mentre il tycoon ha chiesto agli “altri Paesi coinvolti” di inviare navi per difendere Hormuz e riferito che diversi Paesi si sono impegnati a contribuire alla sicurezza dello Stretto.

Ma la Francia: “La nostra portaerei rimane dov'è”.

“Distruggeremo i vostri terminal e i porti degli Emirati sono obiettivi legittimi”, ha detto il regime iraniano.

 

Notte di bombardamenti su Israele, due feriti. I pasdaran:

"Se Netanyahu è ancora vivo, lo braccheremo e lo uccideremo".

Lo Stato ebraico intanto è pronto a invadere il Libano per smantellare le postazioni di Hezbollah.

Cisgiordania, i media palestinesi: sterminata dall'IDF una famiglia con due bambini, altri due piccoli feriti.

 

 

 

La guerra nel Golfo.

La minaccia "Shahed": i droni iraniani

che hanno cambiato la storia dei conflitti.

Rainews.it – (12/03/2026) – Redazione – ci dice<.

 

I velivoli senza pilota economici e letali “Shahed”, protagonisti dall'Ucraina al Medio Oriente.

 Ed anche Washington punta su armi low cost.

Il drone americano Lockheed Martin RQ-170 “Sentinel.”

 

È così, a fronte di spese miliardarie su pallottole, eserciti e grandi mezzi militari come costosissimi aerei di ultima generazione e quant'altro, è un'arma da 25mila euro a cambiare il corso della storia, con effetti sconvolgenti sui conflitti scoppiati negli ultimi 4 anni, dall'invasione Ucraina in poi.

 Si tratta dei droni “made in Iran” “Shahed,” che un quindicennio dopo la loro prima apparizione nel 2010, hanno rivoluzionato la strategia militare fino a costringere giganti come gli Usa, la Cina e la Russia a copiare la tecnologia partorita dalla Repubblica islamica.

 

Il nuovo drone kamikaze “Uav Shahed 136-b” iraniano.

Dal drone “Karrar”, allo “Shahed”.

All'epoca, il regime degli ayatollah annunciò al mondo il primo drone a lungo raggio, il “Karrar” capace di trasportare missili aria-terra, ma è solo nel 2012 che venne svelato lo 'Shahed-129', il padre dei micidiali droni Shahed-136 che oggi fanno strage in Ucraina o colpiscono gli obiettivi nel mirino della rappresaglia iraniana nel Golfo Persico e nei Paesi vicini.

 

Un mini reattore al posto dell'elica: cosi, potenziato il “drone Shahed iraniano”.

Il drone americano Lockheed Martin RQ-170 Sentinel

La leggenda narra che gli iraniani abbiano realizzato quest'arma basandosi sulla tecnologia di un drone americano Lockheed Martin RQ-170 Sentinel, catturato nel nordest del Paese nel settembre del 2011.

Altri esperti ritengono però che il modello Shahed (che in farsi significa testimone) sia più simile a un drone tedesco degli anni '80, il “Die Drohne Antiradar” (Dar), con cui condivide le sembianze e anche l'idea di fondo, quella di essere un'arma 'kamikaze' economica per distruggere le infrastrutture nemiche senza impegnare asset più importanti e impegnativi come aerei, navi o batterie mobili.

 

 Lockheed Martin RQ-170 “Sentinel”.

Il mirino inquadra l'aereo iraniano: quando un missile lo centra e lo distrugge.

I sauditi sono stati i primi a pagare il prezzo dell'avvento della nuova tecnologia: nel settembre 2019 droni Shahed del modello 131 vennero utilizzati negli attacchi contro gli impianti petroliferi della Aramco a Abqaiq e Khurais, nell'est del Paese, dove ci vollero ore per estinguere gli incendi causati dalle esplosioni.

 Un attacco rivendicato dagli Houthi, ma attribuito a Teheran.

 

Il drone iraniano Shahed-191.

Nuovi attacchi aerei notturni dell’Iran contro i paesi vicini.

Lo Shahed-131 ha una gittata di 700-900 chilometri, mentre lo Shahed-136, più grande con i suoi tre metri e mezzo di lunghezza e due e mezzo di apertura alare, ha una gittata di almeno 2.000 km.

 Volano lungo coordinate geografiche inserite manualmente prima di colpire i bersagli e grazie all'assemblaggio - nonostante le sanzioni - di una varietà di tecnologie commerciali di fabbricazione occidentale - è difficile intercettarli.

 

E Mosca fabbrica i “Geran”, che martellano l'Ucraina.

I russi hanno iniziato a fabbricarli in casa, si chiamano Geran-1 e Geran-2, e quotidianamente martellano con sciami di droni gli obiettivi ucraini, mentre i cinesi hanno puntato su droni di nuova generazione che si ritiene siano dotati di IA.

 E, a sorpresa, anche a Washington hanno "clonato" lo Shahed, copiandolo.

 In un'era che sembra sempre più vicina alle Guerre Stellari di George Lucas e Steven Spielberg, gli Stati Uniti hanno colto l'occasione dell'attacco all'Iran per far debuttare i loro Lucas:

un acronimo che evoca la saga dei Jedi ma che in realtà sta per 'Low-Cost Uncrewed Combat Attack System', letteralmente 'sistemi economici d'attacco senza equipaggio'.

 

Un drone Shahed 136 (Geranium-2) di progettazione iraniana è stato fotografato durante l'attacco russo su Kiev del 27 dicembre 2025.

Presentati lo scorso luglio, hanno colpito obiettivi in Iran sin dal primo giorno di offensiva.

 Sono collegati a reti satellitari come “Starlink”, possono essere lanciati da terra o da un camion, e hanno un costo simile a quelli iraniani, 35.000 dollari.

 I droni da combattimento utilizzati dagli Usa sinora, soprattutto in funzione antiterrorismo dallo Yemen fino in Afghanistan, i MQ-9 Reaper sono certamente più sofisticati ma costano tra i 20 e i 40 milioni di dollari l'uno.

 

 

Peter “Thiel”, il miliardario USA

di “Palantir” a Roma: ecco perché

il Vaticano ha eretto una grande muraglia.

Msn.com - Storia di Franca Gian soldati – Il Messaggero – (16 – 3 -2026) – ci dice:

 

Per capire la grande muraglia che il Vaticano ha eretto davanti alle idee professate da” Peter Thiel”, il miliardario americano fondatore di “Palantir Techologies”, nota società di software di intelligenza artificiale con profondi legami con le agenzie di difesa e intelligence statunitensi, basta andare a rileggersi un documento chiave che risale al G7 in Puglia al quale prese parte personalmente Papa Francesco.

 In un passaggio del documento preparato dal pontefice della Fratelli Tutti e della “Laudato Sì”, è stata condensata la visione della Chiesa circa l'applicazione concreta degli algoritmi nella vita di tutti i giorni.

«Non possiamo nascondere il rischio concreto che l’intelligenza artificiale limiti la visione del mondo a realtà esprimibili in numeri e racchiuse in categorie preconfezionate, estromettendo l’apporto di altre forme di verità e imponendo modelli antropologici, socio-economici e culturali uniformi.

Il paradigma tecnologico incarnato dall’intelligenza artificiale rischia allora di fare spazio a un paradigma ben più pericoloso, che ho identificato con il nome di “paradigma tecnocratico”.

Non possiamo permettere a uno strumento così potente e così indispensabile come l’intelligenza artificiale di rinforzare un tale paradigma, ma anzi, dobbiamo fare dell’intelligenza artificiale un baluardo proprio contro la sua espansione».

 Praticamente due visioni agli antipodi.

 

 

La visita nella “Città Eterna” di Thiel cade – chissà se per pura casualità - alla vigilia della pubblicazione dell'enciclica di Leone XIV dedicata alla AI e ai suoi rischi.

 Un lungo testo, frutto di più riflessioni, che di fatto ingloba le tracce del documento di Francesco diffuso durante il G7.

A spiegare i motivi per i quali la Chiesa non può che contrastare la visione tecnocratica di Thiel è stato padre Paolo Benanti in un saggio su “Le Grand Continent” in cui spiega che «bisogna leggere la visione di “Thiel” non come un semplice rifiuto dei valori occidentali ma come la radicalizzazione patologica di alcune delle loro componenti - la competizione, la tecnologia, l'individuo - che, erette in un'unica bussola, portano a risultati radicalmente divergenti del progetto democratico comune».

 

E ancora. «Lungi dal ridursi a una semplice strategia commerciale, la sua visione costituisce la traduzione operativa di un'antropologia filosofica precisa - quella di René Girard - incarnata e poi diffusa attraverso una delle reti di potere più influenti della storia recente: quella che si chiama la “PayPal Mafia”».

Figure come Elon Musk, Larry Page, Sergey Brin e Peter Thiel incarnano l'avanguardia di una generazione che detiene oggi le chiavi del potere.

 Occupa più della metà delle posizioni di leadership mondiale nel settore tecnologico.

Padre Benanti sottolineava pure che accettando la tecnologia di “Thiel” attraverso la scrittura del reale di “Palantir”, le istituzioni adottano implicitamente la sua diagnosi.

Ovvero che «la società sarebbe una massa mimetica incapace di autogovernarsi, e l'unica alternativa all'apocalisse sarebbe un ordine tecnocratico imposto da un'élite di sovrani.

In questa visione, la democrazia intesa come autogoverno di cittadini uguali è già morta - e non resta che, nell'oscurità di un data center, la gestione clinica del suo cadavere».

Dopo avere peregrinato in alcune capitali europee a parlare della sua visione apocalittica “Thiel” arriva in Italia avvolto dalla solita aura di mistero.

Inviti ristretti, divieto di registrare le conferenze, segretezza sul luogo della convention.

Stasera era atteso a una messa in latino a “San Giovanni dei Fiorentini”. Il resto delle giornate, invece, si svilupperanno secondo conferenze e cene ristrette probabilmente a “Palazzo Taverna”, anche se la location cambia in continuazione.

 Inizialmente si era pure detto che la conferenza era all'Angelicum ma il rettore, il domenicano “padre White”, ha smentito categoricamente questa possibilità, anche se lui stesso dovrebbe essere uno degli invitati selezionati per via di comuni conoscenze oxfordiane.

 

Le conferenze, come si sa, vertono sul concetto di Anticristo, visione apocalittica alla quale “Thiel” ha dedicato una crescente attenzione mescolando diverse idee religiose e filosofiche.

Cresciuto in una famiglia cristiana evangelica 58 anni fa, sposato con un compagno e padre di una bambina, il miliardario della Silicon Valley ha affermato che il cristianesimo modella la sua visione del mondo. Tuttavia la sua posizione sembra più attinente alla teologia della prosperità, che non al cattolicesimo classico o al magistero degli ultimi pontefici, mescolandovi dottrine reazionarie di diversa provenienza e una visione dirigista del mondo con funzioni legate al potere politico ed economico.

 

Padre Benanti che all'Onu continua a gettare ponti per rafforzare legami tra etica e intelligenza artificiale ha ben pochi dubbi.

A suo dire l'intera azione di “Thiel” può essere letta come un atto prolungato di eresia contro il consenso liberale:

 una contestazione dei fondamenti stessi della convivenza civile, che ora ritiene superati.

 

 

 

 

Iran. La guerra dei magazzini:

droni economici contro intercettori milionari.

Notiziegeopolitiche.net – (5 Marzo 2026) - Giuseppe Gagliano – ci dice:

 

C’è una distanza sempre più evidente tra la retorica politica dell’“arsenale infinito” e la realtà della guerra moderna.

Nel conflitto che da giorni vede contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran, la vera linea di frattura non passa tra armi più o meno potenti, ma tra ciò che è facilmente rimpiazzabile e ciò che non lo è.

Le munizioni offensive possono essere prodotte e integrate con una certa elasticità industriale.

Gli intercettori della difesa aerea, invece, restano costosi, complessi e soprattutto limitati.

È su questo squilibrio che si gioca una parte decisiva dello scontro.

 Ogni ondata di missili e droni lanciata dall’Iran non è soltanto una risposta militare:

è anche un modo per consumare progressivamente le scorte difensive degli avversari.

La guerra diventa così una competizione logistica oltre che militare, in cui conta chi riesce a sostenere più a lungo il ritmo di consumo delle munizioni.

Il problema centrale è economico prima ancora che tattico.

 Un intercettore moderno può costare milioni di dollari, mentre un drone d’attacco unidirezionale ha costi molto più bassi e può essere prodotto in serie.

Le difese aeree tradizionali sono state progettate per affrontare aerei e missili, non sciami di bersagli lenti e numerosi.

 Quando l’attaccante satura i sistemi difensivi con grandi quantità di droni, la difesa è costretta a una scelta difficile:

abbattere tutto consumando rapidamente le scorte oppure lasciare passare parte degli attacchi con conseguenze politiche e operative.

Per questo la strategia occidentale punta sempre più alla cosiddetta difesa avanzata:

 colpire depositi, infrastrutture e lanciatori prima che le armi entrino in volo.

 È una logica efficace ma non risolve completamente il problema, perché finché l’avversario conserva capacità di lancio la difesa continua a consumare intercettori.

La guerra diventa quindi una corsa contro il tempo tra la distruzione delle capacità iraniane e l’esaurimento delle scorte difensive.

Il dispiegamento di sistemi antibalistici e antiaerei in Israele e nei Paesi del Golfo evidenzia anche un’altra dimensione dello scontro. Washington non sta difendendo soltanto un alleato ma l’intera architettura regionale su cui si fonda la sua presenza militare:

 basi, infrastrutture energetiche, porti e sedi diplomatiche.

Colpire questi obiettivi non ha solo un effetto pratico sulla libertà operativa americana, ma mette alla prova la credibilità della protezione offerta agli alleati.

La dispersione geografica dei bersagli complica ulteriormente il quadro. Se gli attacchi si estendono a più Paesi, le difese devono coprire un’area molto più ampia, con catene di comando e regole operative differenti e soprattutto con un limite fisico: il numero di missili disponibili.

Parallelamente si osserva un cambiamento nella condotta delle operazioni aeree.

Se la difesa nemica viene indebolita, diventa possibile ridurre l’uso di munizioni a lungo raggio, più rare e costose, e ricorrere maggiormente a bombe guidate tradizionali.

Questa scelta sposta il peso della campagna dall’impiego di armi sofisticate all’attrito operativo, ma comporta anche rischi maggiori per gli equipaggi che operano nello spazio aereo avversario.

Dal lato iraniano la strategia sembra puntare sulla saturazione. L’impiego massiccio di droni economici e missili consente di mantenere la pressione anche sotto bombardamenti, dimostrando una capacità di resilienza organizzativa più che di pura potenza militare.

La produzione relativamente semplice di questi sistemi permette di sostenere attacchi prolungati e di mettere in crisi difese molto più costose.

La risposta statunitense è soprattutto industriale.

 Washington spinge per aumentare rapidamente la produzione di intercettori e altre munizioni critiche, ma ampliare una filiera complessa richiede tempo:

 nuovi impianti, componenti, personale specializzato e una rete di subfornitori che deve crescere di pari passo.

Inoltre la domanda globale resta elevata, tra Medio Oriente, Europa e Indo-Pacifico.

Una guerra ad alta intensità produce così una doppia tensione economica.

Da un lato alimenta la spesa militare e le commesse industriali; dall’altro costringe governi e alleati a scegliere dove destinare risorse limitate.

Ogni intercettore inviato in Medio Oriente è un intercettore in meno disponibile altrove.

In questo contesto la posta in gioco geopolitica va oltre il campo di battaglia.

La credibilità della protezione americana, la stabilità delle alleanze regionali e la resilienza delle catene industriali occidentali diventano parte integrante dello scontro.

Se la percezione di una difesa non totale dovesse diffondersi tra gli alleati, molti attori regionali potrebbero iniziare a ricalibrare le proprie strategie.

Alla fine, il fattore decisivo potrebbe non essere la superiorità tecnologica degli aerei o dei missili più avanzati.

 Nella guerra moderna conta soprattutto ciò che resta nei depositi. Missili intercettori, pezzi di ricambio e capacità produttiva determinano quanto a lungo un Paese può sostenere il conflitto.

L’Iran, con la sua strategia basata su droni e saturazione, tenta proprio questo:

spostare la guerra dal cielo ai magazzini.

E quando la logistica entra in crisi, anche l’arma più sofisticata perde gran parte del suo vantaggio.

 

 

“Kharg” nel mirino degli Stati Uniti:

colpito il cuore petrolifero dell’Iran.

 Notiziegeopolitiche.net – (14 Marzo 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:

 

L’isola di “Kharg”, principale snodo delle esportazioni di greggio iraniano, entra nel mirino degli Stati Uniti segnando un salto di livello nello scontro con Teheran.

Washington ha colpito installazioni militari sull’isola senza distruggere i terminali petroliferi, ma il segnale politico e strategico è chiaro:

gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter toccare il punto più sensibile dell’economia iraniana.

 Secondo” Reuters”, da “Kharg” transita circa il 90 per cento delle esportazioni di petrolio della Repubblica islamica.

L’isola può stoccare fino a 30 milioni di barili e all’inizio di marzo ne conteneva circa 18 milioni.

Le strutture energetiche non sono state colpite direttamente, ma la minaccia resta aperta nel caso in cui Teheran continui a interferire con il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.

Sul piano militare la scelta americana appare calibrata.

Colpire “Kharg” senza distruggere i terminali equivale a esercitare una pressione massima senza provocare subito un incendio energetico globale.

Washington invia a Teheran un messaggio diretto:

il principale tallone d’Achille dell’Iran è vulnerabile.

 Allo stesso tempo evita, almeno per ora, un collasso immediato delle esportazioni iraniane che potrebbe spingere Teheran a una ritorsione su larga scala contro infrastrutture petrolifere del Golfo, rotte commerciali e flotte occidentali presenti nella regione.

“Reuters” riferisce che Donald Trump ha minacciato esplicitamente la rete petrolifera dell’isola se il traffico nello Stretto di Hormuz resterà bloccato.

Il nodo centrale resta proprio Hormuz.

 Il valore strategico di” Kharg” dipende dal controllo di questo passaggio marittimo, uno dei più importanti del mondo per il commercio energetico.

Se l’Iran riuscisse a rendere instabile lo stretto, la pressione non colpirebbe solo gli Stati Uniti ma l’intero sistema energetico globale.

Il “Guardian” riferisce che Washington sta rafforzando la presenza militare nell’area con circa 2.500 marines e con il gruppo anfibio legato alla USS Tripoli, segnale che la fase navale e missilistica dello scontro è tutt’altro che conclusa.

Il rischio più grave riguarda però l’economia mondiale.

“Reuters” ricorda che l’Iran esportava circa 1,7 milioni di barili al giorno e che la perdita del terminale di “Kharg” potrebbe sottrarre fino a 2 milioni di barili quotidiani al mercato globale.

Secondo le stime citate dal Guardian, un attacco diretto alle infrastrutture petrolifere dell’isola potrebbe spingere il prezzo del greggio verso i 150 dollari al barile.

Un simile aumento avrebbe effetti immediati sull’inflazione globale, sui trasporti e sulla crescita delle economie importatrici, trasformando un conflitto regionale in una crisi economica internazionale.

Per Teheran “Kharg” rappresenta molto più di un semplice “hub logistico”.

 È il punto in cui convergono entrate fiscali, valuta estera e risorse finanziarie per sostenere l’apparato statale e militare.

 Proprio per questo un attacco diretto alle infrastrutture energetiche potrebbe provocare una risposta asimmetrica.

L’Iran potrebbe colpire impianti petroliferi dei Paesi del Golfo, intensificare sabotaggi navali o utilizzare droni, mine e missili costieri contro il traffico marittimo e gli interessi occidentali nella regione. Reuters e il Guardian ricordano che Teheran ha già minacciato ritorsioni contro asset energetici legati agli Stati Uniti.

Dietro la crisi emerge anche una strategia geopolitica più ampia.

 Alcuni settori dell’establishment israeliano sostengono apertamente che colpire l’industria energetica iraniana possa indebolire il regime.

 Il Guardian cita la posizione dell’opposizione israeliana guidata da “Yair Lapid”, che ha chiesto di prendere di mira giacimenti e infrastrutture energetiche dell’isola.

 In questa prospettiva il conflitto si sposta dal contenimento nucleare alla pressione economica diretta sul sistema di sopravvivenza dello Stato iraniano.

La dimensione geoeconomica rende la crisi ancora più complessa. Un’escalation nel Golfo farebbe aumentare il premio di rischio su tutto il mercato petrolifero globale.

 La Cina, principale acquirente del greggio iraniano via mare, verrebbe colpita sul piano degli approvvigionamenti, mentre l’Europa subirebbe l’impatto dell’aumento dei prezzi.

I produttori del Golfo, infine, si troverebbero esposti a possibili ritorsioni iraniane contro i loro impianti energetici.

Lo scenario più favorevole per Washington è che la pressione su “Kharg” costringa Teheran a ridurre le minacce sul traffico nello Stretto di Hormuz senza arrivare alla distruzione dell’hub petrolifero.

Il rischio opposto è che l’isola diventi il detonatore di una guerra energetica regionale con attacchi a terminali, petroliere, impianti di liquefazione e basi navali.

 In quel caso il conflitto uscirebbe dalla dimensione militare tradizionale per trasformarsi in una crisi economica globale legata al petrolio.

 

Iran. La strategia iraniana

contro l’asse Usa – Israele.

Notiziegeopolitiche.net – (14 Marzo 2026) - Giuseppe Lai  - Redazione – ci dice:

 

L’offensiva militare congiunta USA-Israele contro l’Iran, lanciata il 28 febbraio scorso, ha dimostrato l’eccezionale portata della guerra di precisione moderna.

Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, insieme ad alti comandanti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e a importanti funzionari dell’intelligence.

Un evento che Washington e Gerusalemme hanno descritto come un colpo decisivo alla struttura di comando di Teheran finalizzato a destabilizzare il regime.

Eppure, nel giro di poche ore ogni speranza che gli attacchi mirati limitassero l’ampiezza della guerra è stata infranta.

 L’Iran ha risposto con il lancio di centinaia di missili balistici e droni non solo contro Israele ma anche in tutto il Golfo Persico, con notevoli ripercussioni sugli impianti civili e militari dei paesi allineati agli Stati Uniti e danni considerevoli all’immagine di stabilità e sicurezza dell’intera regione.

Sarebbe riduttivo interpretare la risposta iraniana come puro atto di rappresaglia o come sfogo di un regime in fase terminale.

È invece più realistico rappresentarla come strategia mirata, tesa a trasformare la posta in gioco del conflitto ampliandone il campo e la durata, una tattica che ha un nome ben preciso: escalation orizzontale.

Tale condotta può essere adottata in caso di asimmetria tra gli apparati militari dei contendenti, come nel conflitto iraniano, e permette al combattente più debole di modificare i calcoli strategici del combattente più forte.

L’Iran, nella convinzione di non poter sconfiggere gli Stati Uniti e Israele in una competizione militare convenzionale, ha ampliato l’ambito geografico del conflitto, coinvolgendo ulteriori Stati e settori socioeconomici al fine di ottenere maggiore leva politica.

Come ha ben descritto il professor “Robert A. Pape” in un recente articolo della rivista “Foreign Affairs”, la strategia dell’escalation orizzontale segue uno schema definito.

 Lanciando una rappresaglia su larga scala a poche ore dalla perdita della “Guida Suprema” e di molti comandanti superiori, Teheran intende attuare una mossa strategica con una pluralità di obbiettivi.

 In primo luogo affermare la continuità del comando e della capacità operativa, dando prova di resilienza agli attacchi di decapitazione statunitensi volti a paralizzare l’esercito iraniano.

Ciò è avvenuto con l’elezione di “Mastaba Khamenei” a Guida suprema e la pronta reazione all’intervento di Stati Uniti e Israele.

In secondo luogo, ampliando il conflitto oltre il territorio iraniano. Attraverso quella che gli analisti chiamano la “moltiplicazione dell’esposizione”, l’Iran intende veicolare un messaggio inequivocabile:

i Paesi che ospitano le forze americane dovranno affrontare gravi conseguenze e la guerra iniziata da Israele e Stati Uniti si diffonderà.

La logica di tale postura si è già evidenziata in una serie di effetti a cascata come la chiusura di aeroporti, l’incendio di proprietà commerciali, l’uccisione di lavoratori stranieri e la perturbazione dei mercati energetici e assicurativi a seguito delle minacce di attentati sullo stretto di Hormuz.

Tali eventi definiscono i contorni di un approccio strategico che ha in ultima analisi finalità politiche:

 gli Stati che appoggiano l’asse USA-Israele dovranno bilanciare gli impegni dell’alleanza con la loro stabilità interna ed economica.

Per quanto riguarda l’area del Golfo, ad esempio, gli attacchi di Teheran alterano la percezione dell’invulnerabilità di città come Dubai e Doha, che si promuovono nel mondo come sicuri centri di finanza, turismo e logistica.

Indipendentemente dai danni strutturali e dalle intercettazioni dei sistemi di difesa, quando gli allarmi missilistici interrompono le operazioni all’aeroporto internazionale di Dubai, uno dei più trafficati al mondo, il costo in termini di immagine e sicurezza diventa elevato, così come le morti di lavoratori stranieri negli Emirati Arabi sottolineano che i civili non sono più al sicuro negli Stati del Golfo.

Gli effetti sui civili rientrano nella più ampia narrazione sull’ordine regionale che l’Iran cerca di plasmare con l’evoluzione del conflitto. Presentando le sue azioni come una “resistenza” a una campagna USA-Israele volta al dominio nella regione del Golfo, Teheran cerca di creare una frattura tra i leader dei Paesi dell’area e le loro opinioni pubbliche, una frattura che potrebbe crescere con il protrarsi della guerra.

Se il conflitto si protrae, i governi del Golfo che hanno silenziosamente sottoscritto rapporti di cooperazione con Israele in materia di sicurezza sarebbero costretti a rendere più visibile quell’allineamento, a farlo emergere in tutta chiarezza, incontrando le resistenze dei cittadini arabi contrari a una presenza ingombrante come quella israeliana.

Una questione che, interferendo nei rapporti tra governi e società. porrebbe una questione di legittimità interna.

Gli stessi Stati Uniti non sono immuni dai rischi di un conflitto di medio-lungo periodo.

Una guerra regionale segnata da picchi dei prezzi dell’energia, perdite di contingenti militari statunitensi e clima di incertezza causerà disagio nella stessa coalizione politica che sostiene Donald Trump.

In essa si registra una certa diffidenza verso gli intrecci mediorientali, a cui si aggiungono le accuse mosse alla leadership presidenziale di seguire alla lettera le posizioni interventiste israeliane.

Maggiore è la durata delle operazioni militari statunitensi più alte saranno le probabilità che tali fratture si allarghino all’interno della base elettorale di Trump, non certo un buon auspicio in vista delle elezioni di midterm previste nel novembre di quest’anno.

Il protrarsi del conflitto potrebbe influire anche sulle relazioni USA-Europa, con l’emergere di posizioni divergenti tra i fautori dell’interventismo americano e coloro che vorrebbero tenersi a distanza dalla guerra, considerata la forte esposizione dell’UE alla volatilità dei prezzi energetici e alle pressioni migratorie.

 Sotto tale aspetto, non è da escludere che uno o più governi europei contrari alla guerra possano limitare l’uso del proprio territorio per la logistica militare statunitense, un’eventualità che renderebbe più impegnativo per Donald Trump il mantenimento delle ostilità nel lungo periodo. In definitiva, il conflitto in corso ha finora evidenziato un punto a favore della Repubblica Islamica:

la spinta alla rimodulazione della traiettoria strategica da parte dell’asse Israele-Stati Uniti.

L’estensione della risposta militare dell’Iran a Paesi, economie e interessi diversi ha innescato una molteplicità di effetti diretti e indiretti che sfuggono al controllo di Washington.

In un simile contesto, in costante evoluzione, non si possono avere certezze sugli sviluppi delle ostilità, come inizialmente affermato da Donald Trump, che dava quasi per scontata la sconfitta di Teheran.

Ma solo previsioni sui possibili scenari:

 un patto politico tra Usa e Iran, un riaccendersi della rivolta popolare contro il regime, una guerra di logoramento di medio-lungo periodo.

 Al momento l’attacco combinato di Trump e Netanyahu, venduto come operazione preventiva per neutralizzare una minaccia, ha determinato un caos internazionale di cui oggi è difficile prevedere l’evoluzione.

 

 

 

 

Il generale Capitini: “I droni iraniani

 da 6mila dollari stanno mettendo

 in crisi i missili USA e Israele.”

Fanpage.it – (14 marzo 2026) – Esteri – Davide Falcioni – ci dice:

 

L’Iran sta facendo massiccio impiego di “Shahed”, droni dal prezzo di 25mila euro l’uno che devono essere abbattuti da missili Patriot da 2,5 milioni di euro ciascuno.

Così un Paese sotto sanzioni sta mettendo in crisi la super tecnologia militare di Stati Uniti e Israele.

 

Il rumore che sta terrorizzando il Medio Oriente non è il boato di un jet supersonico, ma il ronzio di un motore a scoppio a due tempi alimentato a miscela e simile a quello montato su una comune Vespa:

è il suono dei droni iraniani, armi "povere" ma letali che stanno mettendo in crisi la tecnologia bellica più avanzata del pianeta.

Per farsi un'idea di cosa parliamo:

uno "Shahed" iraniano non costa più di 25mila dollari (ma ce ne sono anche di molto più economici), mentre i due missili Patriot statunitensi spesso necessari per abbatterlo costano 2,5 milioni di dollari ciascuno, senza contare il prezzo del lanciatore.

Così un Paese povero e sotto sanzioni da decenni – l'Iran – sta mettendo in crisi la logica militare delle superpotenze americana e Israeliana.

“Fanpage.it” ne ha parlato con il generale “Paolo Capitini”, docente di Storia militare presso la scuola sottufficiali dell'Esercito Italiano:

 a 15 giorni dall'inizio della guerra è sempre più chiaro che l'Iran non cerca lo scontro frontale, ma punta ai nervi scoperti dell'avversario.

Mentre Washington spende oltre un miliardo di dollari al giorno – come rivelato due giorni fa dal “New York Times” – Teheran continua a produrre armi a basso costo in fabbriche diffuse sul suo sterminato territorio, rendendo quasi inutile la superiorità aerea nemica.

 Dalle rampe di lancio nascoste nei tir ai costi insostenibili della difesa americana, Capitini decifra per noi i segnali di una guerra dove la "lucidità" strategica conta più della potenza di fuoco.

 

Generale Capitini, siamo al quindicesimo giorno di guerra. Qual è la sua lettura della situazione attuale? L’Iran non sembra intenzionato ad arrendersi, anzi.

(Attacco su base italiana in Kuwait, Tajani: "Non ci facciamo intimidire, le nostre missioni continuano.)

Dobbiamo innanzitutto capire che in questo momento, sullo stesso territorio, si stanno combattendo due guerre contemporaneamente.

 Da un lato c’è quella condotta dagli americani e dagli israeliani contro l’Iran, che segue una propria linea strategica.

 Dall’altro, però, c’è la guerra dell’Iran, che non si oppone frontalmente alla prima, ma persegue una linea d’azione completamente diversa.

 In pratica, si stanno attaccando a vicenda in campi dove l’altro non è presente.

È una scelta che segue molto la lezione di “Sun Tzu”: combatti l’avversario dove lui non c’è.

Se l’Iran avesse deciso di replicare all'offensiva israelo-americana sul piano convenzionale – contraerea, scontri tra jet, missili contro missili – sarebbe stato polverizzato in un attimo.

Lo sanno perfettamente. Per questo hanno scelto un’altra via.

 

Qual è questa "altra via" scelta da Teheran? 

 

L'Iran punta a colpire le fragilità politiche della coalizione avversaria a partire da un dato di fatto, cioè che i Paesi arabi e quelli del Golfo non vogliono prendere parte attiva alla guerra.

 L’Iran sta mettendo in risalto le contraddizioni di quella che potremmo definire un’alleanza innaturale.

 Il messaggio che Teheran invia ai vicini arabi è brutale: "Gli americani non sono in grado di difendervi".

Dice loro: "Avete speso cifre astronomiche, avete concesso basi e accesso al vostro territorio eppure, all'atto pratico, noi riusciamo a colpirvi comunque. Possiamo bloccare le vostre fonti di ricchezza, il petrolio, il gas; possiamo colpire le vostre città e la vostra tranquillità".

 I paesi del Golfo hanno barattato la presenza americana con la protezione e la rispettabilità internazionale.

Ora l'Iran sta dimostrando loro che hanno fatto male i conti.

 

Perché, all'atto pratico, gli USA non stanno proteggendo i loro alleati.

Esattamente.

L’Iran suggerisce agli stati arabi un fatto molto semplice: se gli Stati Uniti devono scegliere a chi destinare un missile contraereo, lo daranno sempre a Israele e mai a loro.

Siete in un’alleanza con "ebrei e cristiani" contro altri musulmani e, per giunta, siete gli ultimi della lista nelle priorità di Washington.

Ma Teheran offre anche una via d’uscita:

ricorda a questi Paesi che hanno leve economiche e finanziarie gigantesche, che hanno sovvenzionato campagne elettorali e hanno i forzieri pieni di dollari nelle banche americane.

L'Iran li spinge a usare questo potere per fare pressione sul loro "alleato", che poi tanto alleato non è, per far cessare le ostilità.

 

Intanto, nonostante già nel primo giorno di guerra sia stato subito ucciso Ali Khamenei, il "regime chance" in Iran non è riuscito.

 Come mai?

 

Perché l’Iran ha lavorato sulla coesione interna in modo molto diverso rispetto ad altre dittature come quella di Saddam Hussein.

Quella iraniana è una leadership estremamente diffusa e condivisa.

Non c’è un "capo" unico nel senso classico del termine, ma il potere è parcellizzato.

Chi comanda davvero sono “istituzioni come i Pasdaran”, non il singolo comandante dei Pasdaran.

 Smantellare un sistema plurale di questo tipo, dove il comando è diviso per aree, è quasi impossibile.

Inoltre gli iraniani si aspettavano questa guerra da trent'anni: si sono preparati tecnicamente per affrontarla.

Parliamo allora di armamenti. Abbiamo visto droni economici mettere in crisi sistemi di difesa sofisticatissimi. È questa la vera forza tecnologica dell’Iran?

L’Iran ha fatto un ragionamento strategico molto lucido. Il loro punto di forza è la capacità di bloccare lo stretto di Hormuz.

Per farlo non serve una marina oceanica o un’aviazione di altissimo livello che possa competere con quella israeliana.

Quando Israele o gli USA dicono di aver annientato la marina o l’aeronautica iraniana, dicono una cosa vera ma irrilevante.

 All'Iran non servono.

Lo stretto di Hormuz è così stretto che lo si può bloccare con le mine o colpendolo con qualsiasi cosa che non sia un aereo ad alta tecnologia.

Possono selezionare chi far passare: le petroliere cinesi e indiane passano, le nostre no.

Questo è il primo pilastro. Il secondo è la produzione autonoma di droni e missili a basso costo.

 

Si dice che i droni iraniani siano quasi "artigianali", eppure funzionano.

Sono pieni di ingegneri capaci, non hanno bisogno di comprare roba all'estero.

 Progettano e producono da soli da anni, e lo fanno con una logica di guerra: sanno che le loro fabbriche possono essere bombardate, quindi hanno un sistema di produzione diffuso sul territorio.

Non c’è un’unica "fabbrica dei droni" da colpire per risolvere il problema.

 Inoltre, hanno puntato tutto sulla mobilità.

Non usano lanciatori fissi, ma rampe montate su camion, su semplici tir.

In un territorio di un milione e mezzo di chilometri quadrati – grande quanto metà dell'Europa – nascondere un tir è facilissimo.

 La sfida tra i satelliti americani e i lanciatori mobili iraniani è una gara di resistenza.

Al momento, nonostante gli annunci di Trump, siamo ancora all'inizio.

Colpire quello che ha colpito lui non significa aver tolto all'Iran la capacità di nuocere.

 

Facciamo due conti: quanto costa questa guerra agli americani rispetto a quanto costa agli iraniani?

Se guardiamo ai costi, gli americani sono già "fuori con l'accusa".

 Un drone iraniano dei più economici costa tra i 6 e i 7 mila dollari; quelli più avanzati arrivano a 25 mila.

 Un singolo missile Patriot, necessario per intercettarli, costa 2 milioni e mezzo di dollari.

E siccome di solito se ne sparano due per essere sicuri dell'abbattimento, tirare giù un drone da quattro soldi ti costa 5 milioni di dollari.

 Il sistema THAAD, per i missili balistici, costa ancora di più, circa 6 milioni a colpo.

Secondo il “New York Times” nei primi sei giorni di conflitto Washington ha già speso 11,3 miliardi di dollari. Certo, le guerre non finiscono mai solo per mancanza di soldi, ma il divario economico è clamoroso.

 

Come funzionano i droni iraniani low cost?

Gli “Shahed” hanno motori a due tempi, quando passano sembrano lambrette.

 Tant'è che alcuni Paesi arabi stanno già cambiando tattica:

invece di sprecare missili costosissimi, mandano in aria elicotteri con a bordo soldati armati di mitragliatrici per cercare di tirarli giù "a vista", dato che sono molto lenti.

Usare i jet contro i droni è pericoloso e antieconomico:

devi avvicinarti troppo, rischiando che i detriti dell'esplosione vengano risucchiati dai motori del caccia, e comunque dovresti usare un missile che costa una fortuna.

 L'Iran sta conducendo una guerra molto intelligente.

 

Se l’Iran riesce a rimanere in piedi dopo questa ondata di attacchi, cosa succederà agli equilibri del Medio Oriente?

Se alla fine di tutto questo la Repubblica Islamica, pur ammaccata, sarà ancora in piedi, dovremo ridiscutere l'intero ordine regionale.

 Molti inizieranno a chiedersi se valga davvero la pena affidarsi a un alleato come Israele, la cui unica opzione strategica sembra essere bombardare i vicini, o agli Stati Uniti, che non sono riusciti a garantire la sicurezza promessa.

 

Nelle ultime ore si parla di una possibile missione navale europea per proteggere il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz. Ma quant'è alto il rischio?

Se decidi di mandare navi da guerra per far passare petroliere legate alla coalizione, ti stai esponendo direttamente.

 Per l'Iran, una nave che scorta un obiettivo "nemico" diventa essa stessa un obiettivo.

Che siano droni, missili o barchini esplosivi, il rischio è altissimo.

Anzi, per Teheran aumentare il numero di nazioni coinvolte e "sotto tiro" è quasi un vantaggio:

 più Paesi subiscono danni o perdite, più aumenteranno le pressioni su Washington affinché si metta fine al conflitto.

Più il fronte dei "protestatari" si allarga a inglesi, francesi o italiani, più la posizione israeliano-americana si indebolisce.

 

Un'ultima questione, forse la più inquietante. Donald Trump ha spesso mostrato un'imprevedibilità marcata. Esiste il rischio reale che possa evocare o minacciare l'uso dell'arma nucleare contro l'Iran?

Se guardiamo al personaggio, la risposta è sì. In Putin, o persino in Medvedev, c'è una razionalità cinica, un disegno leggibile.

 Le dichiarazioni di Trump, invece, sono spesso illogiche: un giorno chiede la resa incondizionata, il giorno dopo dice di voler trattare;

un momento dichiara che non c'è più nulla da colpire, e il momento dopo ordina nuovi bombardamenti.

In questo quadro di incoerenza, la minaccia nucleare ci sta benissimo, fa parte del suo repertorio comunicativo.

Se lo dicesse un altro Presidente, il mondo si fermerebbe terrorizzato.

Detto da lui, fa fare qualche titolo in più, il che è paradossalmente ancora più pericoloso perché abbassa la soglia di allarme.

 La speranza è che nella "cerchia" dei suoi consiglieri ci sia ancora qualcuno in grado di spiegargli che non è onnipotente.

(fanpage.it/esteri/il-generale-capitini-i-droni-iraniani-da-6mila-dollari-stanno-mettendo-in-crisi-i-missili-usa-e-israele/).

(fanpage.it/).

 

 

Lo stallo nello Stretto di Hormuz:

 perché la guerra di Trump è già

 persa e non siete pronti

per quello che sta per arrivare.

 

Naturalnews.com – (16/03/2026) - Mike Adams – Redazione – ci dice:

 

Una guerra di superbia e conseguenze inevitabili.

Ho dedicato decenni ad analizzare le intersezioni tra geopolitica, energia e l'arroganza del potere centralizzato.

Ciò che sta accadendo nello Stretto di Hormuz non è semplicemente un conflitto regionale;

è l'ultimo, convulso sussulto di un modello militare ed economico americano da tempo in bancarotta.

 Il presidente Donald Trump, insediatosi nel gennaio 2025, ha scelto questa guerra.

 A mio avviso, questa decisione non è nata da una necessità strategica, ma da una disperata e vana superbia:

 un ultimo tentativo di affermare il proprio dominio in un mondo che lo ha già superato.

 

 

Stiamo assistendo alle conseguenze irreversibili.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale, è l'epicentro.

 Come riportato da “Willow Tohi “su “NaturalNews.com,”  l'”escalation” delle tensioni in quest'area rappresenta un "rischio significativo per la sicurezza energetica globale".

Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, hanno avviato un conflitto che non possono vincere, contro un avversario che ha trascorso decenni a prepararsi proprio a questo scenario.

 L'umiliante ritirata di risorse come la” USS Abraham Lincoln” non è un'anomalia; è un simbolo.

 Il dominio militare americano, costruito sull'illusione di portaerei invincibili e di una potenza di fuoco illimitata, è finito.

 

L'impensabile è accaduto: il dominio militare americano è finito.

L'era della portaerei come simbolo di potere incontrastato è finita.

La "flotta esistente" non può difendersi dai droni e dai missili iraniani, una realtà che persino la stampa mainstream sta iniziando a riconoscere, seppur con riluttanza.

Il controllo strategico dello Stretto di Hormuz si è spostato in modo decisivo.

 L'Iran ora tiene in ostaggio l'economia mondiale da una posizione di immensa forza geografica e tattica.

Non si tratta di speculazioni. In un'analisi di “Brighteon Broadcast News”, ho sottolineato che la forza della Marina statunitense si è indebolita, rendendo le sue portaerei bersagli vulnerabili.

Uno scenario in cui l'Iran lancia un attacco su vasta scala contro le navi della Marina statunitense non è difficile da immaginare.

La geografia dello Stretto – un canale stretto e difendibile – lo rende una zona di fuoco perfetta per la guerra asimmetrica.

L'integrazione da parte dell'Iran del sistema di navigazione cinese “Bei Dou”, abbandonando il vulnerabile GPS, segnala un disaccoppiamento tecnologico più profondo dai sistemi occidentali e un'alleanza con potenze rivali.

Il gruppo navale non è un deterrente; è un bersaglio.

 

La disperazione di Trump e l'imminente catastrofe che sta involontariamente scatenando.

Le recenti minacce di Trump sono atti di panico, non strategia.

 Rischiano di scatenare un inferno regionale che potrebbe travolgere il mondo intero.

La minaccia di rappresaglia dell'Iran di distruggere tutte le infrastrutture energetiche legate agli Stati Uniti non è un bluff, ma una chiara e realizzabile tabella di marcia verso il collasso economico globale.

I primi segnali di questo blocco finanziario sono già visibili.

Come ho discusso in un'intervista con “Michael Farris”, il settore finanziario sta risentendo della pressione.

La rivalutazione del dollaro e la crisi in Medio Oriente ci stanno spingendo verso un punto critico.

 Istituzioni come Blackstone e BlackRock non si limitano a reagire alla volatilità del mercato; stanno anticipando un collasso sistemico.

Quando il ministro degli Esteri iraniano ha affermato che il blocco dello Stretto potrebbe triplicare le bollette energetiche, stava delineando la conseguenza immediata e tangibile di questo stallo.

 La vanteria di Trump di un arsenale "illimitato", riportata da  “NaturalNews.com “, è una minaccia vuota in un conflitto in cui la geografia e la determinazione contano più delle scorte.

 

La nuova, cupa realtà: il 97% di navi in ​​meno e un'economia globale in terapia intensiva.

Lo Stretto è di fatto chiuso verso ovest.

 Il traffico è crollato da circa 80 navi al giorno a un flusso esiguo, riservato principalmente ad alleati come la Cina.

 Si stima che oltre 3.200 navi siano bloccate nel Golfo, tra cui metà delle navi metaniere del mondo.

Non si tratta di un rallentamento temporaneo;

è un arresto cardiaco sistemico per l'economia globale "just-in-time".

Non è possibile forzare l'apertura di questo Stretto.

L'impossibilità militare risiede nella vulnerabilità di petroliere enormi e lente in uno spazio ristretto difeso da sciami di droni e missili a basso costo.

Come spiega “Glenn Wiesen” nel suo libro, il controllo sui corridoi di trasporto critici ha storicamente concentrato il potere.

Tale controllo è ora stato perso dall'Occidente.

Le fonti fornite descrivono in dettaglio l'impatto catastrofico:

il presidente russo Vladimir Putin ha già esortato le aziende russe a "sfruttare" l'interruzione, osservando che la produzione di petrolio che dipende dallo Stretto potrebbe presto fermarsi.

Questa è la leva che l'Iran detiene ora.

 

Il maestro di scacchi contro il giocatore di dama:

 perché l'Iran ha tutte le carte in mano.

L'Iran, la Russia e il blocco BRICS in espansione hanno costruito la loro resilienza economica attraverso decenni di sanzioni prolungate.

La fragile economia occidentale, gravata dal debito e basata sul modello "just-in-time", non può reggere una pressione costante.

La strategia dell'Iran è brutalmente semplice:

 infliggere un dolore crescente e asimmetrico alle economie occidentali fino a quando le loro richieste non saranno soddisfatte.

E sta funzionando.

Le deliranti dichiarazioni di Trump su una "coalizione di navi" rivelano un pericoloso distacco dalla realtà.

Come riportato da “The War Zone”, persino alleati tradizionali degli Stati Uniti come Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato le loro basi e il loro spazio aereo off-limits per un attacco all'Iran.

 La coalizione è pura fantasia.

Nel frattempo, il partenariato strategico dell'Iran con la Cina si sta intensificando.

In un'intervista precedente, ho osservato che la Cina acquista circa il 30% del suo petrolio dall'Iran e che l'Iran funge da porta d'accesso cruciale alla Russia.

Il blocco orientale è coordinato; l'Occidente è isolato e incoerente.

 

L'inevitabile epilogo: collasso, capitolazione o escalation nucleare?

Senza un accordo diplomatico – che l'attuale amministrazione sembra incapace di negoziare – ci troviamo di fronte a una cascata di collassi industriali, alimentari e valutari.

 Questo farà sembrare insignificanti i lockdown dovuti al COVID. L'approvvigionamento globale di fertilizzanti, già provato dai conflitti, rischia un'ulteriore catastrofe se gli impianti iraniani vengono presi di mira, come riportato da “NaturalNews.com”.

 I timori per la catena alimentare non sono ipotetici; sono imminenti.

 

Le richieste dell'Iran – tra cui risarcimenti, l'arresto di figure come Netanyahu e il riconoscimento dei loro diritti – sono un prezzo che l'Occidente potrebbe ora dover pagare per sopravvivere.

Ogni giorno che passa, la regione si avvicina sempre di più a una dimostrazione nucleare.

 Il capo nucleare delle Nazioni Unite ha avvertito di un rilascio catastrofico di radiazioni se la centrale iraniana di Bushehr venisse colpita.

 Un evento nucleare altererebbe permanentemente la struttura del potere globale.

Questa è la conseguenza ultima dell'iniziare una guerra che non si può vincere, del credere in una supremazia militare che non esiste più.

 

Una conclusione personale: rintanatevi, perché questo proiettile ci ha colpiti tutti.

Non si tratta di una crisi che abbiamo evitato.

Trump ha scelto questa guerra e ora ne stiamo subendo le conseguenze. I media mainstream racconteranno storie di resilienza e di vittoria finale, ma io vedo i dati concreti:

 uno Stretto chiuso, navi incagliate e alleati che abbandonano la posizione degli Stati Uniti.

 Il mio consiglio urgente, basato su vent'anni di studio di scenari di collasso, è di diventare immediatamente autosufficienti.

Assicuratevi cibo e acqua puliti.

Stabilite sistemi di comunicazione di riserva.

Decentralizzate la vostra vita e le vostre finanze.

Gli "anni della fame" arriveranno a meno che non ci sia un cambiamento improvviso e radicale a Washington.

Il controllo delle scorte alimentari è un metodo antico per esercitare il potere.

Preparatevi, perché nessuno verrà a salvarvi.

Le istituzioni di cui un tempo vi fidavate sono complici o impotenti.

La vostra sicurezza, la vostra salute e la vostra libertà ora dipendono interamente dalla vostra preparazione e dal vostro rifiuto dei sistemi centralizzati che vi hanno deluso.

 Nota: potete trovare molti libri gratuiti e scaricabili sulla sopravvivenza e la preparazione su “BrightLearn.ai”, che ora offre anche audiolibri completi scaricabili.

 

 

 

 

La grande espropriazione è iniziata:

perché i vostri beni finanziari sono

ora intrappolati in una zona di guerra.

 Naturalnews.com – (16/03/2026) - Mike Adams – Redazione – ci dice:

 

Il primo domino: i tuoi soldi sono già congelati.

Credo che abbiamo superato la fase degli avvertimenti teorici e siamo entrati in quella delle azioni innegabili.

 Il sistema che ci è stato presentato come liquido e sicuro sta attivamente chiudendo le porte.

 I fondi di investimento non rappresentano un rischio futuro; sono una realtà presente di accesso limitato.

Lo abbiamo visto con il fallimento della “Silicon Valley Bank”, una crisi di liquidità innescata da una perdita di 2 miliardi di dollari derivante dalla vendita di obbligazioni che ha causato una corsa agli sportelli.

 Più recentemente, “Blackstone” ha limitato i prelievi dal suo “Real Estate Investment Trust”.

Questo è il meccanismo del "bail-in" in pratica, in cui i vostri beni possono essere convertiti in azioni o congelati per salvare l'istituto. Come ha affermato un'analisi, questi istituti "faticano a fornire liquidità quando i clienti richiedono i loro fondi, dicendoci essenzialmente che i nostri soldi sono al sicuro finché rimangono nel sistema”.

 La rete di sicurezza promessa è una botola.

 

Non si tratta di un'anomalia; è lo schema.

Ricordate il Credit Suisse?

 I suoi obbligazionisti sono stati spazzati via da un "salvataggio combinato" che ha dimostrato che "l'intero sistema finanziario occidentale è una grande truffa".

Le regole vengono cambiate in un istante per proteggere il sistema a vostre spese.

La crisi del 2008 ha richiesto un salvataggio da 1.000 miliardi di dollari, ma la Federal Reserve si è recentemente preparata a iniettare fino a 2.000 miliardi di dollari per prevenire un collasso sistemico.

Quando il bisogno di liquidità raggiunge questi livelli stratosferici, il vostro accesso al vostro denaro diventa la prima vittima.

 Il domino è caduto.

 

Forza maggiore: la valanga legale che travolgerà il sistema.

Il fattore scatenante della prossima ondata di default, ben più devastante, non è nascosto in un foglio di calcolo;

si sta manifestando in tempo reale sulla scena geopolitica.

Mentre scrivo queste righe, nel marzo 2026, lo Stretto di Hormuz, un punto di strozzatura per il 20% del petrolio mondiale, è di fatto chiuso.  L'Iran ha minacciato di aprire il fuoco sulle navi e la Marina statunitense ha rifiutato le richieste "quasi quotidiane" di scorte armate.

Non si tratta di un'interruzione temporanea, ma di una rottura sistemica.

La conseguenza immediata è un'impennata storica dei prezzi del petrolio e delle tariffe delle superpetroliere, ma è nell'effetto secondario a cascata che risiede il vero pericolo.

 

Questo blocco fisico attiva la clausola legale nota come "forza maggiore", ovvero un evento naturale o una guerra che invalida i contratti.

Dai produttori di energia ai produttori di prodotti chimici, fino agli assicuratori marittimi, una cascata di inadempienze è ormai inevitabile.

Un'analisi definisce questa situazione una crisi a "cascata di 12° ordine", in cui l'interruzione di questo singolo corridoio "può propagarsi verso l'esterno in una crisi generale della civiltà".

La distruzione delle infrastrutture del Golfo ha già interrotto l'approvvigionamento globale di zolfo elementare e acido solforico, il "tallone d'Achille chimico della civiltà moderna".

 Quando un produttore in Germania o un agricoltore in Sudafrica non riesce a ottenere input vitali perché i contratti sono invalidati dalla guerra, le inadempienze si ripercuotono sui fondi di investimento che detengono i loro titoli commerciali.

 La tua pensione, il tuo 401(k), il tuo ETF: sono tutti esposti a questa catena di promesse non mantenute.

 La valanga legale è iniziata e seppellisce il rischio di controparte sotto un cumulo insormontabile di inadempienze.

 

L'effetto domino globale: dai chip di Taiwan ai titoli di stato giapponesi.

Non commettete l'errore di pensare che questo sia un problema del Medio Oriente.

Lo shock della catena di approvvigionamento è immediato e globale. L'India, che riceve quasi metà del suo petrolio greggio attraverso lo Stretto, sta subendo le conseguenze dei prezzi del carburante e delle rimesse di milioni di suoi lavoratori nel Golfo.

Le esportazioni agricole sudafricane sono minacciate.

 La guerra "sta facendo aumentare i prezzi dell'energia e dei fertilizzanti, minacciando carenze alimentari nei paesi poveri, destabilizzando gli stati fragili e complicando il controllo dell'inflazione presso le banche centrali di tutto il mondo".

Si tratta di uno shock sincronizzato per l'economia globale just-in-time, che ha un impatto su tutto, dai semiconduttori ai prodotti chimici industriali.

 

Allo stesso tempo, le fondamenta finanziarie stanno crollando.

 Il Giappone, il maggiore detentore estero di debito statunitense, sta affrontando una grave crisi del debito interno con i rendimenti obbligazionari in forte aumento.

Ciò costringe gli investitori giapponesi a rimpatriare capitali, innescando potenzialmente una massiccia svendita di titoli del Tesoro statunitensi. Come ha avvertito un esperto finanziario, questo avviene in un momento precario per gli Stati Uniti, che già pagano oltre 1 trilione di dollari all'anno solo di interessi sul loro debito nazionale.

Sia gli Stati Uniti che il Giappone faticano ad attrarre acquirenti per il loro debito a lungo termine, con i rendimenti che raggiungono massimi storici, un chiaro segnale di fiducia in declino.

Quando l'ancora del sistema finanziario globale, il mercato dei titoli del Tesoro statunitensi, perde i suoi acquirenti, ogni attività quotata in dollari è in caduta libera.

 L'effetto domino si estende dalle azioni di Taiwan alle obbligazioni giapponesi, e stanno cadendo all'unisono.

 

Perché i media odiano l'oro: la battaglia per il controllo e la liquidità.

In questo contesto, è fondamentale comprendere la battaglia in corso. Da una parte c'è l'oro e l'argento fisici, l'unica forma di denaro che non rappresenta una responsabilità per nessun altro.

 Come ho affermato in una recente intervista, in una crisi, "l'oro e l'argento fisici rimarranno beni preziosi.

 Potrete tenerli in mano e al sicuro. Manterranno il loro valore anche dopo il crollo del dollaro".

 L'oro rappresenta la fuga definitiva dal rischio di controparte e dal controllo centralizzato.

Il suo prezzo, attualmente a 5.019,1 dollari l'oncia, riflette una fuga verso questa sicurezza assoluta.

 Il CEO di JPMorgan, Jamie Dimon, ha addirittura previsto che l'oro potrebbe schizzare a 10.000 dollari l'oncia a causa dell'instabilità economica e delle tensioni geopolitiche.

 

Dall'altro lato c'è la fase finale del controllo da parte delle banche centrali:

le valute digitali delle banche centrali (CBDC).

La spinta verso le CBDC non riguarda l'efficienza, bensì il controllo perfetto.

Richiede il "blocco" preventivo di asset tradizionali come azioni, obbligazioni e depositi bancari per forzarne la migrazione verso un sistema digitale, programmabile e facilmente bloccabile.

 Ecco perché i media mainstream minimizzano incessantemente l'importanza dell'oro: è l'antitesi del loro sistema di controllo.

L'oro è decentralizzato, privato e sovrano.

Come osservato in un libro sull'argomento, in caso di panico da acquisto, "la liquidità che vediamo oggi potrebbe facilmente prosciugarsi... Milioni di persone si accalcherebbero improvvisamente per acquistare oro, ma i detentori a lungo termine si rifiuterebbero di vendere anche se il prezzo salisse alle stelle".

 Lo odiano perché è possibile possederlo senza il loro permesso.

 

La mia strategia: rischio di controparte pari a zero nell'era del default.

La mia posizione personale è dettata dalla convinzione, non dalla paura. Ho eliminato l'esposizione ad azioni, obbligazioni e fondi.

Perché?

Perché in un'era di default a cascata, ogni strumento finanziario è una promessa da parte di una controparte che potrebbe non essere in grado di mantenerla.

 La "Grande Presa" è il momento in cui queste promesse vengono collettivamente infrante per salvare il sistema stesso.

 Come sostengono “Peter Schiff “e “John Downey” nel loro libro, l'unica strada prudente è proteggere il proprio patrimonio da un sistema che ricorrerà a "cose ​​bizzarre" man mano che la situazione peggiora.

 Il mio patrimonio non è custodito in cifre sul server di una banca, che rappresenta semplicemente "la passività non garantita della banca." 

 

La mia strategia, invece, è ancorata all'oro e all'argento fisici custoditi in caveau.

Questi non sono "investimenti" nel senso tradizionale del termine; sono denaro.

Sono le uniche attività finanziarie senza passività dall'altra parte del libro mastro.

 Non si può fallire su un lingotto d'oro.

Non si può essere salvati tramite un'oncia d'argento.

 Con l'aumento della domanda, abbiamo già assistito a carenze e premi in aumento in mercati come quello del Regno Unito.

Non si tratta di speculazione; è il mercato che vota con i piedi contro un sistema fallimentare.

 L'auto custodia del metallo fisico è la forma finale e inattaccabile di sovranità finanziaria.

 

L'avvertimento è chiaro: non si tratta di un'esercitazione.

I “segnali premonitori” non sono all’orizzonte; lampeggiano di rosso davanti a noi.

Lo Stretto di Hormuz è chiuso.

 I fondi stanno bloccando i prelievi.

Il Giappone è sull’orlo del baratro.

Deutsche Bank segnala un’enorme esposizione di 30 miliardi di dollari al mercato del credito privato in rovina.

Questa è la “nebbia di guerra” che si diffonde nei mercati finanziari, iniettando una profonda incertezza.

Stiamo assistendo allo sfaldamento coordinato di un sistema costruito su promesse di debito e derivati.

La “Grande Espropriazione” è il processo mediante il quale tali promesse vengono annullate e le attività dei molti vengono prese per preservare il sistema per i pochi.

 

Pertanto, questo è un appello diretto e urgente all'azione.

 La vostra priorità assoluta deve essere l'eliminazione del rischio di controparte.

Passate all'unica forma di denaro che è sopravvissuta a ogni impero e a ogni crollo finanziario:

 oro e argento fisici, custoditi in vostro possesso.

 Esplorate piattaforme di conoscenza decentralizzate come “Bright Answers.ai” per ricerche senza censure e  “Brighteon.social”  per un dialogo libero da vincoli.

Non aspettate il prossimo titolo di giornale su un congelamento dei fondi o una "vacanza" bancaria.

 A quel punto, le vie d'uscita saranno bloccate.

 L'auto custodia non è un hobby per i rapper;

 è l'unica forma di sovranità finanziaria rimasta.

 La guerra per la vostra ricchezza è iniziata.

Scegliete di sopravvivere o di essere decimati da ciò che sta arrivando.

 

Riferimenti:

 

1-Crisi bancaria nella Silicon Valley: la crisi di liquidità che avevamo previsto è ormai iniziata. NaturalNews.com.

2-Brighteon Broadcast News. Mike Adams. Brighteon.com.

3-Il bail-in obbligazionario di Credit Suisse dimostra che l'intero sistema finanziario occidentale è una grande truffa. NaturalNews.com. Mike Adams. 20 marzo 2023.

4-Rapporto di Health Ranger - Duemila miliardi di dollari iniettati nelle banche. Mike Adams. Brighteon.com. 17 marzo 2023.

5-Lo Stretto di Hormuz è chiuso e chiunque affermi il contrario sta navigando nello "Stretto della Stupidità". NaturalNews.com. 13 marzo 2026.

6-Lo Stretto di Hormuz non sarà aperto finché l'Iran non lo dichiarerà tale. NaturalNews.com. 11 marzo 2026.

7-I future crollano mentre la guerra in Iran fa salire vertiginosamente petrolio, oro e dollaro. ZeroHedge.com. 2 marzo 2026.

8-Tariffe delle superpetroliere ai massimi da sei anni: ecco i fattori determinanti. ZeroHedge.com. 25 febbraio 2026.

9-Rischio sistemico: un'analisi a cascata di 12 ordini della chiusura a flusso zero dello Stretto di Hormuz. ZeroHedge.com. Craig Tendale.

 5 marzo 2026.

10-Crisi globale dello zolfo: il tallone d'Achille chimico della civiltà moderna è stato reciso. NaturalNews.com. 9 marzo 2026.

11-Carburante e rimesse: come il conflitto con l'Iran colpisce l'India sul proprio territorio. Mentre Stati Uniti e Israele combattono contro l'Iran, l'India inizia a risentirne le conseguenze. BBC.com. 6 marzo 2026.

12-Il conflitto in Medio Oriente scatena il caos nelle catene di approvvigionamento globali e minaccia le esportazioni sudafricane. NaturalNews.com. 6 marzo 2026.

13-Le ripercussioni della guerra in Iran continuano a farsi sentire sull'economia globale. euronews.com. 10 marzo 2026.

14-L'ancora sta scivolando: la crisi del debito giapponese e la minaccia al futuro finanziario americano. NaturalNews.com. Willow Tohi. 27 novembre 2025.

15-Giappone e Stati Uniti: le aste di debito si trovano ad affrontare una carenza di acquirenti a causa dell'impennata dei rendimenti obbligazionari, preannunciando turbolenze finanziarie. NaturalNews.com. Finn Hartley. 22 maggio 2025.

16-Intervista di Mike Adams ad Andy Scheitano. 14 marzo 2023.

17-Il prezzo dell'oro potrebbe salire a 10.000 dollari, avverte Jamie Dimon, CEO di JPMorgan. NaturalNews.com. Kevin Hughes. 25 ottobre 2025.

18-La nuova argomentazione a favore dell'oro. James Richards.

19-Crash Prof. 2.0: Come trarre profitto dal collasso economico. Peter Schiff e John Downey.

20-Corsa all'oro 2020: perché è il momento giusto per investire in oro. Phil Taylor-Gluck.

21-Le tensioni commerciali globali scatenano una corsa all'oro per le monete d'oro del Regno Unito. NaturalNews.com. Lance D Johnson. 10 febbraio 2025.

22-Deutsche Bank vende le sue azioni dopo aver segnalato un'esposizione di 30 miliardi di dollari al credito privato. ZeroHedge.com. 12 marzo 2026.

23.Michael Klein: La guerra introduce incertezza in un'economia statunitense già in fase di indebolimento. newsregister.com.

 

 

 

 

Ombre della Repubblica: il complotto

 dello Stato profondo per schiacciare

 l'America e come lo fermiamo.

 

Naturalnews.com – (13/03/2026) - Belle Carter – Redazione – ci dice:

"Le ombre della Repubblica" rivela una rete oscura di burocrati non eletti, agenzie di intelligence (CIA, FBI, NSA) ed élite aziendali che operano al di fuori del controllo democratico, le cui origini risalgono all'espansione del potere successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Il libro esamina il tentato assassinio del presidente Trump, mettendo in luce sospette falle nella sicurezza (ritardo nella risposta del cecchino, avvertimenti ignorati) e tracciando parallelismi con assassinii storici (JFK, RFK) come parte di uno schema ricorrente.

 

Il libro mette in luce casi come quello della famiglia Guidar, i cui figli sono stati allontanati dal servizio per aver utilizzato terapie alternative, smascherando i servizi di protezione dell'infanzia come orientati al profitto e le scuole come promotrici di indottrinamento transgender senza il consenso dei genitori.

 

Il libro propone soluzioni concrete:

 l'annullamento delle decisioni delle giurie per respingere le leggi ingiuste, l'annullamento a livello statale degli abusi federali (Decimo Emendamento), movimenti di base per contrastare gli obblighi sanitari e fondi di difesa legale per contestare gli abusi (ad esempio, gli obblighi vaccinali, i sequestri dei servizi di protezione dell'infanzia).

 

Il libro funge sia da monito che da guida strategica per i patrioti che lottano per riconquistare il governo costituzionale, la libertà medica e i diritti dei genitori in vista delle elezioni del 2024.

In " Shadows of the Republic: The Unseen War on America's Soul ", l'autore svela in modo agghiacciante l'implacabile campagna del “Deep State” volta a minare la sovranità americana, i diritti dei genitori, la libertà medica e il governo costituzionale.

 Questo libro non è solo un avvertimento, ma un piano di battaglia per i patrioti che si rifiutano di arrendersi all'agenda globalista.

 

La guerra nascosta dello Stato profondo.

Il libro si apre con una sconvolgente analisi del “Deep State”, una rete oscura di burocrati non eletti, agenzie di intelligence ed élite aziendali che operano al di fuori del controllo democratico.

L'autore ne ripercorre meticolosamente le origini, risalenti all'espansione dei servizi segreti successiva alla Seconda Guerra Mondiale, evidenziando come agenzie come la “Central Intelligence Agency” (CIA), il “Federal Bureau of Investigation” (FBI) e la “National Security Agency “(NSA) si siano trasformate in strumenti di controllo anziché di protezione.

Una delle sezioni più avvincenti descrive dettagliatamente il tentato assassinio del presidente Donald Trump, un episodio che ha messo a nudo catastrofiche falle nella sicurezza (o un deliberato sabotaggio) all'interno dei Servizi Segreti.

Il libro presenta prove schiaccianti:

tempi di reazione ritardati dei cecchini, avvisi di sicurezza sui tetti ignorati e sospette comunicazioni criptate tra funzionari.

I parallelismi con assassinii storici (JFK, RFK) sono impossibili da ignorare, suggerendo uno schema ricorrente di eliminazione dei leader che minacciano l'establishment.

 

La tirannia medica e la guerra contro le famiglie.

La seconda sezione sposta l'attenzione sulla guerra del complesso medico-industriale contro i diritti dei genitori e l'autonomia corporea.

 La vicenda della famiglia Guidar, a cui sono stati sottratti i figli per aver utilizzato il biossido di cloro per curare il figlio autistico, rappresenta un caso di studio straziante sull'eccesso di ingerenza dello Stato.

Il libro smaschera i servizi sociali come un sistema guidato dal profitto e incentivato a togliere i figli alle famiglie, spesso prendendo di mira coloro che rifiutano i protocolli tossici delle grandi aziende farmaceutiche.

Altrettanto allarmante è il programma di indottrinamento transgender nelle scuole, dove i bambini vengono guidati verso "transizioni sociali" all'insaputa dei genitori.

L'autore rivela come i sindacati degli insegnanti e i gruppi di difesa dei diritti LGBTQ+ collaborino per minare l'autorità familiare, imponendo interventi medici irreversibili sui minori e mettendo a tacere il dissenso.

 

Ristabilire la libertà: soluzioni legali e politiche.

La sezione finale offre una tabella di marcia per la resistenza. L'annullamento della sentenza Chevron è salutato come una vittoria storica contro l'eccesso di burocrazia, ma la battaglia è tutt'altro che finita.

 Il libro sostiene:

Annullamento della giuria: dare ai cittadini il potere di respingere le leggi ingiuste rifiutandosi di emettere una condanna.

Resistenza a livello statale: utilizzare i poteri conferiti dal Decimo Emendamento per annullare i mandati federali.

Movimenti dal basso: costruire reti decentralizzate per sfidare la tirannia medica e proteggere le famiglie.

Fondi per la difesa legale: Sosteniamo organizzazioni come” We the Patriots USA” per contestare in tribunale gli abusi del sistema di protezione dell'infanzia e gli obblighi vaccinali.

"Shadow of the Republic" è una magistrale fusione di giornalismo investigativo, analisi storica e strategia concreta.

 L'autore non si limita a diagnosticare il problema, ma ne prescrive la cura.

Che siate genitori che lottano per la libertà di scelta in ambito medico, cittadini che si oppongono all'ingerenza del governo o patrioti che si preparano alle elezioni del 2024, questo libro è un'arma essenziale nella guerra per l'anima dell'America.

Considerazione finale: "Lo Stato profondo teme una popolazione risvegliata. La loro più grande debolezza è il nostro rifiuto di distogliere lo sguardo."

Le fonti includono:

(Books.BrightLearn.ai) – (BrightLearn.ai) - (Brighteon.com).

 

 

 

 

 

L'intelligence statunitense valuta che il regime iraniano sia stabile nonostante la perdita di alti dirigenti a seguito degli attacchi militari.

Naturalnews.com – (15/03/2026) - Garrison Vance – Redazione – ci dice:

 

Secondo quanto riferito da funzionari a conoscenza dei rapporti, le agenzie di intelligence statunitensi ritengono che il governo clericale iraniano rimanga coeso e al comando nonostante quasi due settimane di attacchi militari ininterrotti che hanno ucciso alti dirigenti, tra cui la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei.

Fonti hanno dichiarato a Reuters che una "moltitudine" di rapporti di intelligence fornisce "un'analisi coerente secondo cui il regime non è in pericolo" di collasso e "mantiene il controllo del pubblico iraniano".

La valutazione più recente è stata completata entro pochi giorni dalla pubblicazione del rapporto.

 

Questi risultati emergono mentre cresce la pressione politica sul presidente Donald Trump affinché concluda la più grande campagna militare statunitense dall'invasione dell'Iraq del 2003.

 L'operazione, iniziata il 28 febbraio, ha visto le forze statunitensi e israeliane prendere di mira le difese aeree, le infrastrutture nucleari e l'alta dirigenza iraniana, uccidendo decine di funzionari e comandanti di alto rango del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

 

Principali risultati e fonti dell'intelligence.

Secondo fonti che hanno parlato con “Reuters”, diversi rapporti dell'intelligence forniscono un'analisi coerente sulla stabilità del regime.

 Una fonte ha affermato che la valutazione indica che il regime ha stabilito protocolli chiari per garantire la sopravvivenza anche in caso di uccisione di leader di alto rango.

 I funzionari hanno avvertito che, sebbene il regime sia attualmente considerato stabile, la situazione rimane fluida e potrebbe cambiare.

 

Secondo quanto riferito, un rapporto classificato del “Consiglio nazionale dell'intelligence statunitense”, completato prima del conflitto, avvertiva che era improbabile che il regime iraniano venisse rovesciato anche da un attacco esteso.

Analisti e legislatori avvertono che i sistemi di successione e le reti di potere consolidati dell'Iran probabilmente manterrebbero la continuità.  Queste informazioni di intelligence smentiscono le affermazioni pubbliche di alcuni ambienti secondo cui il conflitto potrebbe portare rapidamente a un cambio di regime.

 

Contesto della campagna militare e transizione della leadership.

La valutazione della stabilità segue una campagna militare prolungata. Dall'inizio dell'operazione, il 28 febbraio, decine di funzionari e comandanti delle Guardie Rivoluzionarie sono stati uccisi.

 Secondo un rapporto trapelato della” Defense Intelligence Agency”, gli attacchi aerei statunitensi non sono riusciti a distruggere il programma nucleare iraniano, ritardandolo solo di mesi, lasciando intatte le centrifughe e le scorte di uranio.

 Ciò contraddice le affermazioni pubbliche di una distruzione totale.

 

In risposta agli attacchi di decapitazione, l'Assemblea degli esperti iraniana, un potente organo di alti prelati, ha dichiarato “Mastaba Khamenei,” figlio del leader assassinato, come nuova guida suprema all'inizio di questa settimana.

 Questa mossa dimostra un processo di successione istituzionale, un fattore citato nella valutazione dell'intelligence sulla resilienza.

 La rapida transizione indica che i meccanismi di continuità del regime sono rimasti operativi nonostante la perdita della sua figura più importante.

 

Pressioni politiche interne e internazionali.

Le scoperte dell'intelligence giungono mentre cresce la pressione politica sul presidente Trump per porre fine alla campagna, tra l'aumento dei prezzi del petrolio e l'incertezza sugli obiettivi della guerra.

L'operazione è descritta come la più grande campagna militare statunitense dall'invasione dell'Iraq del 2003.

 Alcuni analisti hanno descritto il conflitto come un teatro geopolitico, in cui gli attacchi simbolici causano danni minimi ma fanno parte di uno sforzo strategico di de-escalation.

 

A livello internazionale, il conflitto ha esacerbato le tensioni.

Gli analisti notano che la strategia statunitense a volte è apparsa contraddittoria, con il presidente Trump che è passato dal chiedere la "resa incondizionata" dell'Iran a spingere per i colloqui di pace nel giro di poche ore.

La ​​valutazione della stabilità informa questo dibattito politico in corso, suggerendo che gli obiettivi militari incentrati sul cambio di regime potrebbero essere irraggiungibili, rafforzando potenzialmente le richieste di una soluzione negoziata.

 

Conclusione: Valutazione della stabilità in un contesto di conflitto in corso.

L'intelligence statunitense presenta un quadro di una struttura statale iraniana resiliente nonostante la significativa decapitazione della leadership.

 La dichiarazione di una nuova guida suprema indica che è stato seguito un processo di successione istituzionale, un fattore chiave nella stabilità percepita del regime.

 La valutazione secondo cui il regime "non è in pericolo" di collasso informa i dibattiti politici in corso riguardanti la portata e la durata delle operazioni militari.

 

L'analisi costante della comunità dell'intelligence suggerisce che il governo iraniano, proprio come altre istituzioni centralizzate, possiede strutture burocratiche e di sicurezza profondamente radicate in grado di resistere a significativi shock esterni.

 Questa realtà sottolinea i limiti della forza militare nel conseguire un cambiamento politico contro sistemi consolidati, una lezione spesso oscurata dalle narrazioni dei media mainstream e delle figure politiche che sostengono l'intervento.

 

Riferimenti:

1-Intelligence statunitense: il governo iraniano non rischia il collasso – News Break. (AP).

2-L'intelligence statunitense aveva avvertito che un cambio di regime in Iran era "improbabile" anche dopo la guerra - NDTV.

3-Secondo le valutazioni dell'intelligence statunitense precedenti alla guerra, un attacco all'Iran difficilmente avrebbe rovesciato il regime... - The Times of Israel.

4-Team di verifica dei fatti: un rapporto dell'intelligence avverte che è improbabile che gli attacchi statunitensi riescano a rovesciare... - WCTI12.

5-Informazioni riservate statunitensi trapelate rivelano che il programma nucleare iraniano è rimasto pressoché indenne dagli attacchi aerei. - NaturalNews.com. Cassie B.

6-La mossa diplomatica di Trump: ha forse superato in astuzia Netanyahu per evitare la guerra? - NaturalNews.com. Finn Hartley.

 

7-Il voltafaccia di Trump sulla guerra in Medio Oriente: un fragile cessate il fuoco e dubbie rivendicazioni nucleari fanno sì che il conflitto rimanga instabile. - NaturalNews.com. Zoe Ski.

8-Miliardi e miliardi di pensieri sulla vita e sulla morte alle soglie del millennio. - Carl Sagan.

 

 

 

La guerra finale: come l'arroganza

della NATO sta spingendo il mondo

verso l'annientamento nucleare.

 Naturalnews.com – (14/03/2026) - Kevin Hughes – Redazione – ci dice:

 

Il libro "La guerra finale: NATO, Russia e il crollo dell'egemonia occidentale" ripercorre il tradimento da parte della NATO delle promesse post-Guerra Fredda, compresa la sua aggressiva espansione verso est nonostante gli avvertimenti russi.

Il colpo di stato di Maidan del 2014 e il sabotaggio degli accordi di Minsk esemplificano l'ingerenza occidentale, mentre l'intervento russo in Siria ha messo a nudo il fallimento delle strategie di cambio di regime della NATO.

 

Il sequestro da parte dell'Occidente di 300 miliardi di dollari di beni russi ha accelerato la de-dollarizzazione globale, con le nazioni che sono passate a sistemi monetari basati su oro, yuan e baratto. La Russia ha reagito richiedendo pagamenti in rubli per il gas, destabilizzando ulteriormente le economie occidentali.

 

Il libro smantella la presunta supremazia della NATO, mettendo in luce fallimenti come i difetti dell'F-35 e la disastrosa controffensiva ucraina. Nel frattempo, i missili ipersonici russi, la guerra con i droni e le operazioni del Gruppo Wagner hanno surclassato le strategie obsolete della NATO.

 

Le azioni sconsiderate della NATO – il sabotaggio del Nord Stream, il dispiegamento di armi nucleari tattiche e l'ignorare le linee rosse del presidente russo Vladimir Putin – rischiano di sfociare in un errore di valutazione apocalittico. La dottrina russa "escalation to de-escalation" implica che attacchi nucleari limitati siano possibili in caso di provocazione.

 

Il libro promuove l'autosufficienza attraverso l'agricoltura di sussistenza, la permacultura e la sovranità finanziaria (oro, criptovalute). Con il collasso dei sistemi centralizzati, la resilienza locale diventa fondamentale per sopravvivere alle turbolenze economiche e geopolitiche.

Se c'è un libro che smantella la narrazione dominante dell'invincibilità occidentale e svela con implacabile chiarezza lo scacchiere geopolitico, quello è

" La guerra finale: NATO, Russia e il crollo dell'egemonia occidentale ".

 

Questa non è una semplice analisi politica.

È una meticolosa e spietata rivelazione su come l'arroganza, la corruzione e gli errori strategici dell'Occidente abbiano accelerato il suo declino, spingendo al contempo il mondo verso un conflitto catastrofico.

 

Il libro si apre con un'analisi approfondita delle radici storiche delle tensioni tra la NATO e la Russia, risalendo alle promesse non mantenute dell'era post-Guerra Fredda.

 Ricordate quando il Segretario di Stato americano James Baker assicurò a Mosca che la NATO non si sarebbe espansa "nemmeno di un centimetro verso est"? Quella promessa fu disattesa quando la NATO inglobò gli ex stati sovietici, stringendo la Russia in un cappio.

 

Il vertice di Bucarest del 2008, in cui la NATO dichiarò con noncuranza l'adesione di Ucraina e Georgia all'alleanza, rappresentò la linea rossa definitiva, una linea contro cui il presidente russo Vladimir Putin aveva esplicitamente messo in guardia nel suo discorso di Monaco del 2007.

Poi arrivò il colpo di stato di Maidan del 2014, un'operazione di cambio di regime appoggiata dall'Occidente che rovesciò il presidente ucraino democraticamente eletto e insediò un governo fantoccio.

 

Le telefonate trapelate (come la famigerata frase di “Victoria Nuland "Yates è il nostro uomo") hanno dimostrato il coinvolgimento di Washington nel caos.

Gli accordi di Minsk, pensati per portare la pace, sono stati sabotati dalle stesse potenze che li avevano negoziati.

Nel frattempo, l'intervento russo in Siria non riguardava solo l'ex presidente siriano Bashar al-Assad.

Si è trattato di una vera e propria lezione su come contrastare le strategie occidentali di cambio di regime, mettendo a nudo i fallimenti degli interventi della NATO in Libia e altrove.

 

Guerra finanziaria: il furto che ha distrutto la fiducia.

Una delle sezioni più esplosive del libro descrive dettagliatamente il sequestro, da parte dell'Occidente nel 2022, di 300 miliardi di dollari di beni russi:

un atto di vera e propria pirateria mascherato da "sanzioni".

Non si trattò solo di una guerra economica; fu il colpo di grazia per la fiducia nel sistema finanziario dominato dal dollaro.

L'ipocrisia era sconcertante.

Mentre l'Occidente congelava le riserve russe, chiudeva un occhio sui propri crimini, come il furto di fondi della banca centrale afgana da parte degli Stati Uniti per risarcire le "vittime dell'11 settembre".

Le conseguenze? Una corsa globale verso la de-dollarizzazione.

Dalla Cina all'India, diverse nazioni hanno iniziato ad abbandonare il dollaro a favore dell'oro, dello yuan e del baratto.

Persino l'Europa si è data la zappa sui piedi:

la base industriale tedesca è crollata senza l'energia russa, mentre l'euro è andato a rotoli.

La Russia, nel frattempo, ha ribaltato la situazione pretendendo i pagamenti del gas in rubli, costringendo l'Europa a sostenere proprio la valuta che stava cercando di distruggere.

 

La politica del rischio nucleare e l'illusione della superiorità militare occidentale.

Il libro demolisce con brutale precisione il mito del dominio militare della NATO.

 Ricordate l'F-35, quel progetto fallimentare da 1.700 miliardi di dollari? È un incubo in termini di manutenzione, inutile contro i sistemi di difesa aerea russi S-400 e S-500.

 

I tanto decantati carri armati Abrams e i Leopard tedeschi? Carne da cannone per i droni russi in Ucraina.

Mentre la NATO sperperava trilioni in reliquie obsolete della Guerra Fredda, la Russia rivoluzionava silenziosamente il proprio apparato militare:

missili ipersonici come l'Avantgarde, sistemi di guerra elettronica in grado di accecare la tecnologia nemica e strategie asimmetriche che hanno surclassato la NATO in ogni occasione.

La controffensiva ucraina del 2023 si è rivelata un bagno di sangue, dimostrando l'obsolescenza delle tattiche della NATO.

 Nel frattempo, il Gruppo Wagner russo ha superato in prestazioni i suoi alleati occidentali in Siria e in Africa, dimostrando una flessibilità che la farraginosa burocrazia della NATO non avrebbe mai potuto eguagliare.

 

Forse il capitolo più agghiacciante del libro esplora la sconsiderata politica occidentale di rischio nucleare.

 Dal sabotaggio del Nord Stream (probabilmente un'operazione sotto falsa bandiera orchestrata da Stati Uniti e NATO) alla distruzione della diga di Kakhovka (attribuita alla Russia nonostante le prove del coinvolgimento ucraino), l'Occidente ha inasprito le tensioni ignorando le linee rosse di Putin.

 Il dispiegamento in Europa delle testate nucleari tattiche B61-12 della NATO ha abbassato la soglia per l'uso di armi nucleari: una scommessa dalle conseguenze apocalittiche.

La dottrina di Putin dell'"escalation per de-escalare" significa che la Russia ricorrerà ad attacchi nucleari limitati se spinta troppo oltre. Eppure i leader occidentali, immersi nel loro narcisismo strategico, continuano a credere di poter "vincere" una guerra nucleare.

Il libro avverte: non siamo nel 1945. I missili ipersonici russi rendono obsolete le difese missilistiche statunitensi e un singolo errore di calcolo potrebbe scatenare l'annientamento globale.

 

La strada da percorrere: decentramento e autosufficienza.

In mezzo a questa situazione desolante, "La guerra finale" offre un modello di sopravvivenza:

sfuggire alla dipendenza urbana, abbracciare il decentramento e costruire la resilienza locale.

 I lockdown e i crolli delle catene di approvvigionamento causati dal coronavirus di Wuhan (COVID-19) sono stati una prova generale.

 

Quando scoppia una crisi, le città si trasformano in trappole mortali. L'autosufficienza rurale, la permacultura e le reti comunitarie non sono fantasie marginali di chi si prepara alle emergenze; ​​rappresentano l'unico futuro praticabile in un mondo in cui i sistemi centralizzati stanno collassando.

Oro, argento e criptovalute offrono sovranità finanziaria quando le banche congelano i conti.

Competenze come il giardinaggio, l'energia autosufficiente e le economie di baratto sostituiscono la dipendenza da istituzioni in declino. Il messaggio del libro è chiaro: l'era della fiducia nei governi e nelle multinazionali è finita.

 

"La guerra finale" è più di un libro: è un campanello d'allarme.

Smaschera le menzogne ​​dell'egemonia occidentale, la superbia dell'espansione della NATO e la follia suicida della politica del rischio economico e nucleare.

Ma offre anche ai lettori strategie concrete per sopravvivere alla tempesta in arrivo.

 

Che siate analisti geopolitici, appassionati di preparazione alle emergenze o semplicemente persone che apprezzano la verità più della propaganda, questo libro è una lettura imprescindibile.

La tempesta sta arrivando.

La domanda è: sarete pronti?

Scarica una copia di "The Final War: NATO, Russia, and the Collapse of Western Hegemony" tramite questo link . Scopri questo libro e molte altre interessanti letture su  Books.BrightLearn.AI  , con migliaia di libri e un catalogo in continuo aggiornamento, tutti disponibili per il download, la lettura e la condivisione gratuiti.

 Il motore decentralizzato di BrightLearn.AI  permette inoltre ai lettori di creare i propri libri, offrendo loro la possibilità di condividere intuizioni e verità con il mondo.

 (In questa puntata di "Health Ranger Report", Andrei  Martyanov e Mike Adams, esperti di salute, discutono della possibilità di una guerra nucleare scatenata dall'Occidente ).

Le fonti includono:

(BrightLearn.ai) – (Books.BrightLearn.ai) – (Brighteon.com).

 

 

 

 

Gli Stati Uniti annunciano

il dispiegamento di 2.500 marines

nella regione a causa delle tensioni

nello Stretto di Hormuz.

  Naturalnews.com – (16/03/2026) - Mike Adams – Redazione – ci dice:

 

Una missione suicida.

Gli Stati Uniti stanno schierando un'unità di spedizione dei Marines in Medio Oriente, una mossa che, secondo i funzionari statunitensi, mira a contrastare gli attacchi iraniani contro le navi mercantili che hanno di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz.

Lo schieramento, che coinvolge circa 2.500 Marines a bordo di tre navi anfibie della Marina, avviene mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele con l'Iran entra nella sua terza settimana.

 La decisione, approvata dal Segretario alla Difesa “Pete Hester,” segue una richiesta di rinforzi da parte del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) a fronte dell'escalation delle ostilità regionali.

 

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha causato una significativa interruzione delle forniture energetiche globali, con circa il 20% del petrolio e del gas mondiali che normalmente transitano attraverso lo stretto.

Il dispiegamento è stato confermato dopo che il presidente Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti avrebbero iniziato a scortare le navi attraverso lo stretto per proteggerle dagli attacchi iraniani.

 

Il Pentagono annuncia il dispiegamento dei Marines in seguito alla chiusura dello stretto.

Il Pentagono sta spostando un'”Unità di Spedizione dei Marines” (MEU) e ulteriori navi da guerra in Medio Oriente in risposta alla campagna di attacchi dell'Iran contro le navi nello Stretto di Hormuz.

Funzionari statunitensi hanno affermato che la missione è quella di contribuire a mettere in sicurezza la vitale via navigabile e rispondere alle minacce dell'Iran, che si è impegnato a paralizzare il traffico di petroliere.

Il gruppo anfibio pronto è guidato dalla USS Tripoli, una nave d'assalto anfibio con base in Giappone.

 

Il presidente Donald Trump ha collegato pubblicamente il dispiegamento al conflitto in corso.

 "Penso davvero che dobbiamo aprire lo Stretto di Hormuz in un modo o nell'altro", ha detto Trump, invitando altre nazioni ad aiutare a garantire il passaggio.

La mossa segnala un approfondimento del coinvolgimento americano nel conflitto che dura da due settimane, con attacchi statunitensi e israeliani che continuano a prendere di mira le infrastrutture militari iraniane.

 I funzionari riconoscono che la chiusura dello stretto ha causato una significativa perturbazione economica globale, con un impatto sulle catene di approvvigionamento globali di fertilizzanti e alimenti.

 

Contesto di implementazione e azioni precedenti.

Il dispiegamento segue una serie di azioni militari estese statunitensi e israeliane contro obiettivi iraniani, iniziate il 28 febbraio 2026.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il lancio dell'"Operazione Epic Fury", un'offensiva coordinata con Israele mirata alla leadership e alle capacità militari dell'Iran.

Nei giorni precedenti al dispiegamento, Trump ha affermato che l'esercito statunitense aveva "annientato" obiettivi militari sull'importante hub petrolifero iraniano dell'isola di Khar e ha minacciato di "spazzare via" le infrastrutture petrolifere presenti se l'Iran avesse continuato a ostacolare il traffico marittimo.

 

Nel corso del conflitto, il presidente Trump ha fatto molteplici dichiarazioni di vittoria.

In una conferenza stampa del 9 marzo, Trump ha affermato che la guerra sarebbe finita "molto presto" e ha dichiarato che l'operazione era stata un "enorme successo".

 Tuttavia, gli analisti hanno messo in dubbio la tempistica del dispiegamento, viste le precedenti dichiarazioni di vittoria e l'obiettivo dichiarato dell'amministrazione di un conflitto rapido.

Il vicepresidente JD Vance aveva precedentemente dichiarato che non c'era "alcuna possibilità" di una guerra prolungata quando iniziarono gli attacchi.

 

Sfide operative e parallelismi storici.

Gli analisti militari sottolineano la notevole difficoltà di mettere in sicurezza l'Iran meridionale o di garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz con una forza di queste dimensioni.

 Il colonnello in pensione del Corpo dei Marines “Gary Anderson”, che ha prestato servizio come consigliere speciale del vicesegretario alla difesa, ha precedentemente evidenziato i limiti delle capacità di spedizione statunitensi nei conflitti regionali complessi.

 La natura della struttura delle forze statunitensi, con un'enfasi sulla preparazione alla guerra simmetrica tra grandi potenze, ha influenzato la loro capacità di impegnarsi con successo in altri tipi di conflitti.

 

I commentatori hanno sollevato parallelismi storici con i precedenti impegni militari statunitensi.

Alcuni hanno fatto paragoni con il dispiegamento iniziale di consiglieri statunitensi in Vietnam, notando il potenziale di estensione della missione e di escalation.

In alcuni commenti che riflettevano sul conflitto, un veterano di combattimento del Corpo dei Marines degli Stati Uniti nella guerra in Iraq ha affermato:

"Come partecipante diretto alla violenza della guerra, so che è moralmente sbagliato e intellettualmente disonesto".

La possibilità che il conflitto si trasformi in una palude prolungata è una preoccupazione evidenziata in diversi rapporti, con il senatore repubblicano “Rand Paul “che avverte che le elezioni di medio termine potrebbero essere "disastrose" se la guerra con l'Iran dovesse persistere.

 

Questioni legali e strategiche sollevate.

Studiosi e analisti giuridici hanno messo in discussione l'autorizzazione legale per il dispiegamento e la guerra in generale, citando la mancanza di una dichiarazione di guerra da parte del Congresso.

L'amministrazione Trump ha lanciato operazioni militari contro l'Iran senza chiedere tale approvazione.

Questa azione, secondo i critici, è stata intrapresa illegalmente, sollevando questioni fondamentali sul potere esecutivo e sulla Risoluzione sui poteri di guerra.

Gli analisti strategici sottolineano che l'Iran può molestare le navi da località al di là della costa meridionale immediata, complicando qualsiasi missione per mettere in sicurezza lo stretto.

 La definizione di uno stretto "chiuso", basata sulla minaccia piuttosto che sul blocco fisico, è un punto di dibattito operativo.

Inoltre, il dispiegamento rischia di provocare una risposta iraniana più ampia.

 L'Iran ha precedentemente avvertito che un attacco alle sue infrastrutture energetiche sarebbe stato accolto con attacchi analoghi alle risorse petrolifere e del gas in tutta la regione.

Come notato in un'analisi del “Cato Institute”, "ci sono molte guerre locali che semplicemente non possono essere risolte da potenze esterne a un costo accettabile per tali potenze".

 

Reazioni regionali e implicazioni più ampie.

La leadership iraniana ha promesso di mantenere la sua linea.

In seguito all'offensiva statunitense e israeliana, il ministero degli esteri iraniano ha dichiarato che avrebbe reagito contro le basi e le strutture americane in Medio Oriente.

I resoconti dei media regionali indicano che elementi intransigenti all'interno della leadership iraniana hanno dichiarato l'impegno a continuare le ostilità.

La chiusura dello Stretto di Hormuz e il conflitto più ampio hanno avuto un impatto economico immediato, confermato dalle agenzie economiche globali, interrompendo i mercati energetici e le catene di approvvigionamento.

 

La sostenibilità a lungo termine della presenza militare statunitense nella regione è oggetto di rinnovato esame.

 Il dispiegamento avviene in un contesto in cui si segnala il ritiro di sistemi di difesa aerea e truppe statunitensi dall'Asia orientale e da altre regioni per supportare le operazioni in Medio Oriente, portando alcuni esperti a mettere in discussione la sostenibilità degli impegni statunitensi.

Anche il costo finanziario della guerra è motivo di crescente preoccupazione.

 Un rapporto ha indicato che il conflitto è costato oltre 11 miliardi di dollari nei primi sei giorni, una cifra che equivarrebbe a quasi 25 miliardi di dollari entro metà marzo.

Questa spesa si verifica mentre le forze armate statunitensi affrontano sfide interne, tra cui carenze di personale, a quanto pare aggravate dai precedenti obblighi vaccinali.

 

Conclusione.

Il dispiegamento di 2.500 marine statunitensi in Medio Oriente segna una significativa escalation nel conflitto in corso con l'Iran, incentrato sul controllo dello Stretto di Hormuz, di vitale importanza strategica.

Sebbene il Pentagono affermi che la missione sia volta a garantire la sicurezza delle rotte marittime, la mossa solleva complessi interrogativi sugli obiettivi strategici, la legittimità della decisione e la possibilità di un prolungato impegno militare.

Con le tensioni regionali al culmine e la stabilità economica globale a rischio, la comunità internazionale osserva con attenzione il rafforzamento della presenza militare statunitense in una regione instabile.

 

Per analisi e tendenze di notizie senza censure provenienti dai media indipendenti, i lettori sono invitati a consultare fonti affidabili come  BrightNews.ai .

Per approfondimenti sul contesto geopolitico e storico, il motore di ricerca gratuito basato sull'intelligenza artificiale di Bright Answers.ai  offre un'alternativa senza censure alle piattaforme tradizionali.

Riferimenti.

1-Unità di spedizione dei Marines in partenza per il Medio Oriente: rapporto. - The War Zone.

2-Oltre 2.000 marines schierati in Medio Oriente. - 100PercentFedUp.

3-Trump ordina alle marine statunitensi di invadere l'Iran. - Seemorerocks.substack.com.

4-Il Pentagono invia ulteriori truppe e navi da guerra in Medio Oriente. - Antiwar.com.

5-Fino a 5.000 marines e marinai statunitensi inviati in Medio Oriente: lo rivela un rapporto. - Middle East Eye.

6-Video in timelapse che mostra i cambiamenti nel flusso di navi nello Stretto di Hormuz. - BBC News.

7-Trump minaccia le infrastrutture petrolifere iraniane dopo i bombardamenti statunitensi su siti militari in un'isola strategica per il rifornimento di carburante. - The Times of Israel.

8-Trump sta inviando i Marines in Iran per un'invasione di terra? Verifica dei fatti... - Times Now News.

9-Secondo quanto riportato, altri marines e navi da guerra statunitensi saranno trasferiti in Medio Oriente. - BBC News.

10-Trump promette di aprire lo Stretto di Hormuz "in un modo o nell'altro" mentre l'Iran minaccia i porti della zona. - The Times of Israel.

11-Trump esorta gli alleati degli Stati Uniti a inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz mentre l'Iran... - YouTube.

12-Gli Stati Uniti inviano i Marines in Medio Oriente nel contesto dei continui attacchi contro l'Iran. - YouTube.

13-Cosa sapere sugli attacchi israelo-americani contro l'Iran. - BBC News.

14-Siti militari e il 90% del commercio di petrolio greggio: perché l'isola iraniana colpita dagli Stati Uniti è importante? - RT.

15-Vance dichiara che NON C'È ALCUNA POSSIBILITÀ DI UNA GUERRA PROLUNGATA mentre gli attacchi colpiscono duramente l'Iran. - Modernity News.

16-Gli Stati Uniti non hanno più la capacità né la credibilità per intraprendere una guerra anfibia contro gli Houthi yemeniti. - NaturalNews.com.

17-Guerra dal 1945. - Jeremy Black.

18-Un punto di non ritorno apocalittico. Le osservazioni di Matthew Hoh al briefing del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull'Ucraina. - Giudicare la libertà, giudice Andrew Napolitano.

19-Qual è il vero scopo della guerra con l'Iran? - The New American.

20-Manuale del Cato Institute per le raccomandazioni politiche del Congresso per il 106° Congresso. - Cato Institute, Edward H. Crane, David Boaz.

21-"Momento Suez": gli errori degli Stati Uniti in Iran hanno ripercussioni in tutta l'Asia orientale, fino al Golfo Persico e all'Europa. - Middle East Eye.

22-Rapporto: Il costo della guerra in Iran in sei giorni: oltre 11 miliardi di dollari; Info smentisce le dichiarazioni di Vance che denunciava le guerre "stupide". - The New American.

23-Marinai della Marina statunitense indeboliti dai vaccini anti-COVID: 17 navi di supporto saranno messe fuori servizio a causa di problemi di personale post-COVID. - NaturalNews.com.

 

 

 

 

L'Iran minaccia di ELIMINARE

Trump mentre le tensioni

aumentano per lo Stretto di Hormuz.

 Naturalnews.com – (13/03/2026) - Kevin Hughes – Redazione – ci dice:

 

Ali Larijani, il massimo responsabile della sicurezza iraniana, ha lanciato un avvertimento diretto a Donald Trump, minacciando la sua eliminazione qualora le tensioni sul controllo dello Stretto di Hormuz dovessero intensificarsi, invocando la fermezza dell'Iran e lo "spirito di Ashura".

 

Trump ha risposto su “Truth Social”, avvertendo l'Iran che qualsiasi interruzione del flusso di petrolio attraverso Hormuz avrebbe provocato una rappresaglia statunitense "20 volte più dura", inquadrando il conflitto come una questione di stabilità economica globale.

 

Le recenti operazioni congiunte tra Stati Uniti e Israele hanno causato la morte di diversi leader iraniani, tra cui l'ayatollah Ali Khamenei, mentre l'Iran ha reagito con attacchi missilistici in tutto il Medio Oriente, uccidendo civili e aggravando l'instabilità regionale.

 

Lo stretto gestisce il 20% delle spedizioni globali di petrolio e la minaccia dell'Iran di bloccarlo rischia di avere conseguenze economiche catastrofiche: prezzi del petrolio alle stelle, inflazione e navi bloccate, mentre i prezzi della benzina negli Stati Uniti sono già in forte aumento.

 

Gli esperti avvertono che un conflitto prolungato potrebbe rafforzare avversari degli Stati Uniti come Russia e Cina, mentre l'economia iraniana collasserebbe sotto il peso delle sanzioni. Con nessuna delle due parti disposta a cedere, il mondo si troverebbe ad affrontare un potenziale caos energetico e una guerra impossibile da vincere.

Il massimo responsabile della sicurezza iraniana ha rivolto un agghiacciante avvertimento personale al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, minacciando la sua eliminazione qualora le tensioni sul controllo dello Stretto di Hormuz, un punto strategico fondamentale per il traffico petrolifero globale, dovessero ulteriormente intensificarsi.

 

 

Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha reagito duramente al recente avvertimento di Trump, secondo il quale Teheran subirebbe conseguenze devastanti se interrompesse le spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz.

 La minaccia giunge mentre l'Iran risponde agli attacchi militari statunitensi e israeliani, lanciando nuovi attacchi missilistici e con droni in tutto il Medio Oriente e promettendo di bloccare le esportazioni di petrolio in caso di provocazione.

 

"La nazione sacrificale dell'Iran non teme le vostre vuote minacce", ha scritto Larijani su X.

 "Nemmeno potenze più grandi di voi sono riuscite a eliminare l'Iran. Fate attenzione a non essere eliminati a vostra volta."

 

L'avvertimento ha invocato lo "spirito di Ashura" dell'Iran, una commemorazione sciita che simboleggia la resistenza contro l'oppressione, segnalando la sfida di Teheran. Le dichiarazioni di Larijani sono seguite al post notturno di Trump su Truth Social, in cui il presidente minacciava: "Se l'Iran farà qualcosa che fermi il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti d'America lo colpiranno 20 volte più duramente di quanto non lo abbiano colpito finora... Morte, fuoco e furia regneranno su di lui".

 

Trump ha presentato la posizione degli Stati Uniti come un "regalo" alla Cina e ad altre nazioni che dipendono dalle spedizioni petrolifere di Hormuz, suggerendo che la stabilità economica globale dipenda dalla deterrenza militare americana. La guerra di parole segue settimane di attacchi mortali tra l'alleanza USA-Israele e l'Iran.

 

 

Dal 28 febbraio, le operazioni congiunte israelo-americane hanno preso di mira infrastrutture militari e civili iraniane, uccidendo la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei e alti comandanti. L'Iran ha reagito con lanci di missili contro Israele, gli stati arabi del Golfo e le basi statunitensi, uccidendo almeno un civile in Bahrein e facendo scattare le sirene di allarme antiaereo da Dubai a Gerusalemme.

 

Nonostante le affermazioni di Trump secondo cui il conflitto è "molto completo" e "in anticipo sui tempi previsti", i funzionari del Dipartimento della Guerra statunitense avvertono che le ostilità potrebbero protrarsi.

Nel frattempo, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha dichiarato che bloccherà le esportazioni di petrolio verso "nazioni ostili" fino a nuovo avviso, una mossa che potrebbe paralizzare i mercati energetici globali.

 

La linfa vitale dell'economia mondiale è in pericolo

Lo Stretto di Hormuz, uno stretto passaggio di 34 chilometri tra l'Oman e l'Iran, gestisce il 20% delle spedizioni globali di petrolio, comprese le esportazioni provenienti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq.

Se l'Iran dovesse sigillare lo stretto, gli analisti avvertono di catastrofiche ripercussioni economiche:

 

I prezzi del petrolio, che già si aggirano intorno ai 90 dollari al barile, potrebbero impennarsi, esacerbando l'inflazione.

 

Secondo il sito hormuzstraitmonitor.com, attualmente 706 navi, tra cui 334 petroliere, sono bloccate al largo dello stretto.

 

I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono schizzati a una media nazionale di 3,54 dollari al gallone (AAA), e si prevedono ulteriori aumenti con l'aumento della domanda di viaggi estivi.

Come spiegato dal motore Enoch di BrightU.AI, è altamente probabile che si verifichino ripercussioni economiche catastrofiche qualora l'Iran dovesse chiudere lo Stretto di Hormuz, a causa del ruolo senza precedenti che questo riveste nei mercati energetici globali. Circa il 20% del petrolio trasportato via mare a livello mondiale transita quotidianamente attraverso questo stretto passaggio, rendendolo il punto di strozzatura più critico per le esportazioni di greggio dal Golfo Persico verso Europa, Asia e Americhe.

 

La senatrice Lisa Jurowski (repubblicana dell'Alaska) ha criticato l'amministrazione per non aver previsto la crisi energetica, dichiarando a Punch Bowl News : "Per l'amor del cielo, mi state dicendo che non avevate previsto questa eventualità?".

 

Gli esperti avvertono che un conflitto prolungato potrebbe rafforzare gli avversari degli Stati Uniti. Il dottor Bamo Nouri, docente di relazioni internazionali, ha osservato che Russia e Cina potrebbero sfruttare il caos fornendo all'Iran armamenti avanzati e al contempo indebolendo l'influenza statunitense nella regione.

 

Nel frattempo, l'economia iraniana vacilla sotto il peso delle sanzioni e delle distruzioni belliche.

 La dottoressa Katainen Shahandeh dell'Università di Londra ha osservato:

"Molti iraniani temevano che questa guerra avrebbe devastato il Paese senza produrre alcun cambiamento politico significativo. Ora assistiamo a una distruzione diffusa, mentre lo stesso sistema politico rimane saldamente al potere".

 

Con Teheran che si rifiuta di cedere e Trump che rincara la dose con le minacce, il mondo osserva con apprensione. Il Segretario alla Guerra Pete Hester ha ribadito l'avvertimento di Trump, mentre i vertici militari hanno accennato alla possibilità di scorte navali statunitensi per navi mercantili, una mossa che potrebbe provocare ulteriori attacchi iraniani.

Mentre i mercati petroliferi tremano e le tensioni geopolitiche raggiungono il punto di ebollizione, una domanda incombe: prevarrà il buon senso o il Medio Oriente si sta dirigendo a grandi passi verso una guerra senza via d'uscita, con conseguenze globali?

Guarda il video sullo Stretto di Hormuz, una via navigabile fondamentale e tra le più trafficate al mondo per il trasporto del petrolio, e sulla minaccia dell'Iran di chiuderlo.

Le fonti includono:

(Metro.co.uk) – (TheHill.com) – (MYPost.com) – (Livemint.com)- (BrightU.ai)

(Brighteon.com) – (BrightAnswers.ai).

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