La democrazia muore anche quando rinuncia a difendersi.
La
democrazia muore anche quando rinuncia a difendersi.
L'America
ha già perso questa
guerra:
nelle redazioni
dei
giornali Usa.
Corrieredelasera.it
- Federico Rampini – (18 marzo 2026) – ci dice:
Se
questo è un termometro del «morale» di una nazione, gran parte dell’America ha
già optato per la propria sconfitta.
C’è
una guerra che si combatte sul terreno in Iran o sui mercati energetici globali
— tra missili, droni e petroliere — e ce n’è un’altra che si combatte nelle
redazioni, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati nei
titoli di prima pagina, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e
raccontati.
La seconda è già stata persa dagli Stati
Uniti, si direbbe.
Il
tono dei notiziari è dominato dal pessimismo.
Da una parte ci si può rallegrare:
l’ultima volta che i media americani
appoggiarono acriticamente una guerra fu nel 2003 con l’invasione dell’Iraq e
rimediarono delle figuracce storiche:
il New
York Times spacciò per buone le bugie sulle armi di distruzione di massa di
Saddam Hussein.
Oggi
però viviamo la situazione rovesciata, in cui l’America e Israele sembrano
collezionare solo disastri, e non è detto che questo ci aiuti a capire.
Di
sicuro, se questo è un termometro del «morale» di una nazione, gran parte
dell’America ha già optato per la propria sconfitta.
Guerra in Iran, tutti gli
aggiornamenti.
Un
commento apparso sul Wall Street Journal denuncia la deriva partigiana di una
parte consistente dei media americani nella copertura della guerra contro
l’Iran. Secondo gli autori, Mark Penn e Andrew Stein, la narrazione dominante
privilegia sistematicamente le notizie negative per gli Stati Uniti e per
Donald Trump, fino a costruire una percezione distorta del conflitto.
Da
notare che gli autori sono due note e autorevoli personalità della sinistra:
Penn è
un sondaggista che lavorò a lungo per Bill e Hillary Clinton, Stein fu un
dirigente newyorchese del partito democratico, presidente del consiglio
comunale per il suo partito.
Gli esempi che elencano sono rivelatori:
«Le
lamentele del presidente Trump sulla copertura mediatica della guerra in Iran
sono prevedibili — e in questo caso del tutto giustificate.
"Stiamo
distruggendo completamente il regime terrorista iraniano, militarmente,
economicamente e sotto ogni altro aspetto;
eppure,
se leggete il fallimentare “New York Times”, pensereste erroneamente che non
stiamo vincendo", così Trump ha scritto venerdì mattina su “Truth Social”.
Basta prendere in mano il numero domenicale dello stesso New York Times, e
sembra quasi che i redattori abbiano preso quelle parole non come una critica,
ma come un ordine.
"La guerra provoca nuovi scossoni in
un’economia mondiale già fragile", recita un titolo in cima alla prima
pagina, con un sottotitolo speculativo:
"Le ricadute di un conflitto prolungato
con l’Iran potrebbero avere 'conseguenze catastrofiche'”.
Tra le
catastrofi citate nell’articolo:
"In
Kenya, coltivatori e commercianti di tè temono che le loro esportazioni verso
l’Iran possano marcire nei porti".
L’altro
articolo sopra la piega della prima pagina è una critica al segretario alla
Difesa:
"La
retorica vendicativa di “Hegseth” è maturata dall’esperienza in Iraq".
All’interno del giornale ci sono altre sei pagine di titoli sulla guerra, quasi
tutti implacabilmente negativi.
Compaiono
articoli sprezzanti sul segretario di Stato ("Per Trump e Rubio, prima
distruggere e poi negoziare") e sul principale alleato degli Stati Uniti
nello sforzo bellico ("L’alleanza di guerra tra Stati Uniti e Israele sta
rimodellando il Medio Oriente, ma comporta rischi" e "Netanyahu ha la
guerra che ha sempre voluto, ma alle condizioni di Trump").
Non
manca il pessimismo economico ("Le petroliere sequestrate costano agli
Stati Uniti decine di milioni" e "L’impennata dei prezzi del petrolio
scuote la fragile economia del Pakistan").
Sull’attacco statunitense all’isola di
“Kharg”, il principale hub per l’esportazione del petrolio iraniano, il
presidente ha dichiarato che il raid ha "totalmente annientato" le
installazioni militari sull’isola e che ha deciso di risparmiare le
infrastrutture petrolifere "per ragioni di decenza".
È
evidente che gli Stati Uniti avrebbero potuto colpirle infliggendo danni ben
maggiori.
Il
titolo del Times ha invece descritto il raid come inefficace:
"L’Iran
resta fermo sul blocco dello Stretto nonostante l’attacco americano all’hub petrolifero".
L’unico titolo positivo sull’andamento della
guerra è stato:
"Per
combattere i droni iraniani, gli Stati Uniti sfruttano le conoscenze acquisite
con fatica in Ucraina".
Come
il Times, gran parte dei media sembra determinata a portare avanti una
narrazione secondo cui Trump sbaglia su tutto e gli Stati Uniti stanno subendo
una sconfitta per mano di una potente macchina bellica iraniana, capace di
adattarsi con successo a una nuova leadership.
I
giornalisti hanno il diritto e il dovere di riportare le cattive notizie e di
mettere in discussione resoconti troppo ottimistici del governo americano.
Ma
molti sembrano andare oltre, fino a tifare per una sconfitta dell’America —
contro un nemico che è il principale mandante del terrorismo al mondo, ha
ucciso migliaia di manifestanti disarmati ed ha accumulato migliaia di missili
balistici mentre cercava di dotarsi di armi nucleari, che i suoi dirigenti
hanno promesso di usare contro Stati Uniti e Israele.
Sono
in gran parte assenti perfino i più elementari articoli che analizzino le
perdite iraniane e il destino della sua presunta leadership.
Perché?
"Ciò
che sembra guidare l’informazione è la faziosità e la determinazione dei
Democratici a opporsi a questo presidente qualunque cosa faccia"».
Il
panorama descritto e denunciato dai due democratici non si riferisce solo ai
media progressisti, anti-trumpiani per vocazione.
Anche
a destra ci sono giornalisti in guerra… contro la guerra.
I casi più importanti sono Tucker Carlson e Megan
Kelly.
Su
quel fronte MAGA affiora l’antico antisemitismo di destra: l
a tesi
per cui la potente lobby israeliana ha manipolato Trump costringendolo a
intervenire in una guerra che corrisponde esclusivamente agli interessi di Tel
Aviv. Curiosa dimenticanza su 47 anni di ostilità degli ayatollah contro
l’America, costellate di veri e propri atti di guerra.
I
giornalisti sono in buona compagnia: nel campo dei pessimisti abbondano gli
esperti.
E tra
i «cattivi» che ispirano Trump, nelle ricostruzioni dei media Usa ce n’è uno
solo che può quasi ambire al ruolo malefico di Netanyahu:
è il
principe saudita Mohammed bin Salman.
Secondo un retroscena del New York Times, il
principe ereditario “MbS” avrebbe incoraggiato Trump a «colpire duramente»
l’Iran, riprendendo una linea storica della leadership saudita — quella
sintetizzata anni fa da suo padre nella formula «tagliare la testa del
serpente».
È una
posizione coerente con la rivalità strategica tra Riad e Teheran, ma che
nasconde una contraddizione.
Gli stessi Paesi del Golfo che vedono
nell’indebolimento dell’Iran un’opportunità strategica sono anche quelli più
esposti alle conseguenze di una escalation.
Dopo settimane di attacchi con missili e
droni, gli Stati del Golfo non hanno ancora risposto direttamente sul terreno
militare.
La
ragione principale è la paura del day after:
una
guerra aperta potrebbe trasformare le loro infrastrutture — porti, impianti
energetici, città — in bersagli sistematici.
Da qui
nasce l’ambiguità saudita:
sostegno
politico alla pressione sull’Iran, ma riluttanza a entrare direttamente nel
conflitto.
Una
novità potrebbe presentarsi se si conferma il coinvolgimento saudita insieme ad
altri paesi arabi del Golfo a partecipare a fianco degli americani a operazioni
di sicurezza per riaprire Hormuz.
A
proposito del partito preso con cui la maggioranza dei media americani
raccontano questo conflitto:
ieri al “Council on Foreign Relations” ho
assistito a una lunga intervista del corrispondente di Bloomberg con il
ministro degli Esteri degli Emirati.
È
stato un interminabile tentativo da parte del giornalista di estorcere
all’intervistato un’accusa o almeno una critica all’intervento militare di
Stati Uniti e Israele.
Tentativo
fallito:
l’altro
ribatteva che tutto quanto avviene dall’inizio del conflitto sta consolidando
la convinzione che in quell’area c’è un solo pericolo per la sicurezza e viene
dall’Iran, quindi bisogna accrescere gli sforzi per eliminare questo pericolo.
Ma
l’intervistatore sembrava irritato e continuava imperterrito a voler dimostrare
la sua tesi.
Che i
media americani esercitino spirito critico quando il proprio paese intraprende
una nuova avventura militare, è doveroso e lodevole.
Sarebbe
stato utile esercitare lo stesso discernimento sotto precedenti presidenze.
Barack Obama è stato molto più critico verso sé stesso di quanto lo siano stati
i giornalisti:
fu lui
a riconoscere – dopo aver lasciato la Casa Bianca – di aver tradito il popolo
iraniano all’epoca della «rivoluzione verde» (2009), quando in tanti scesero in
piazza contro il regime e dall’America non ebbero il minimo appoggio, neppure
politico e morale.
Il
capo del “National Security Council” di allora, “Ben Rhodes”, teorizzava che
appoggiare i movimenti di protesta equivaleva a fornire argomenti alla
propaganda degli ayatollah.
I
quali poterono procedere indisturbati nella feroce repressione mentre Obama si
girava dall’altra parte.
L’accordo
sul nucleare iraniano negoziato da Obama con gli emissari di Khamenei padre era
talmente inadeguato che neppure Joe Biden tentò di recuperarlo; eppure ancora
oggi c’è chi rinfaccia a Trump di averlo stracciato (quell’accordo escludeva
limitazioni sui missili, o sul sostegno a milizie terroristiche, e anche sul
nucleare offriva garanzie deboli).
Fu
sempre Obama a riconoscere, ex-post, di avere risarcito gli ayatollah con
«rimborsi delle sanzioni» che furono immediatamente investiti in nuovi
armamenti per creare terrore in Medio Oriente.
In
quanto all’Amministrazione Biden, il suo capo del “National Security Council”, “Jake
Sullivan”, passò alla storia per aver pubblicato un lungo saggio sulla rivista “Foreign
Affairs” in cui descriveva un Medio Oriente finalmente stabile e pacificato.
L’edizione
online fu bloccata in extremis, ma quella cartacea era ormai andata in stampa:
uscì
subito dopo il 7 ottobre 2023.
Dialogo,
confronto, no alle parole
d’odio:
così ciascuno può difendere
la
democrazia.
Avvenire.it - Gabriele Nissim – (26 febbraio 2026) -
La
“carta” di Fondazione Gariwo per ricostruire la fiducia partendo dagli atti
concreti di ogni cittadino che voglia essere messaggero di non violenza.
Dialogo,
confronto, no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia.
Gabriele
Nissim ha partecipato ad una
celebrazione della Giornata dei Giusti nel Giardino dei Giusti a Milano
La
Carta della Democrazia, di cui pubblichiamo il testo, è il documento che
guiderà tutte le celebrazioni per la Giornata dei Giusti dell’Umanità, che
coinvolgeranno i circa 300 Giardini dei Giusti sparsi in tutto il mondo.
Le celebrazioni iniziano idealmente il 6 marzo
alla Camera dei Deputati e hanno come fulcro la cerimonia al Giardino dei
Giusti di Milano dell’11 marzo, in cui verranno onorati Piero Calamandrei,
Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko.
Il
potere democratico dei senza potere.
Dopo
la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino sta
accadendo nel mondo qualche cosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori
della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero qualche
cosa di garantito su cui si poteva costruire il futuro.
Invece,
le nuove immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a
tacere ogni voce differente, così come il clima di odio e di contrapposizione
che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il
gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia.
La
democrazia è in pericolo quando si attacca la libertà di stampa, si limitano i
diritti individuali e di genere, si mettono in discussione la separazione dei
poteri e gli organi indipendenti di autocorrezione; a maggiore ragione oggi
dove la manipolazione dell’intelligenza artificiale potrebbe condizionare la
nostra libertà personale.
L’anelito
alla giustizia, all’uguaglianza, all’emancipazione femminile e di genere si
erode quando viene meno un sistema plurale e democratico, perché la democrazia
politica è il contesto migliore per un processo senza fine dell’emancipazione
sociale e individuale.
Cosa
può fare dunque la persona comune per arrestare questa deriva, che purtroppo
non viene sufficientemente compresa e ci costringe a vivere in un clima sempre
più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?
Può
sembrare che tutto dipenda dai governanti ma invece ognuno di noi, nella sua
quotidianità, ha come in altre occasioni storiche la possibilità non solo di
fare da argine alla violenza delle parole e delle altre contrapposizioni
frontali, ma di diventare costruttore di un nuovo inizio.
È il
potere democratico dei “senza potere” che vorremmo proporre dai Giardini dei
Giusti alla società intera, dove il cittadino con i suoi comportamenti virtuosi
può rivitalizzare le istituzioni politiche e creare nella società una empatia
per chi in Paesi dittatoriali rischia la vita per i diritti e la democrazia.
La
democrazia, come scrisse “John Dewey”, prima ancora di essere una forma di
governo è uno stile di vita, una forma di pensiero che può determinare i
comportamenti delle persone, aprendole al dialogo e all’accoglimento del
diverso. È, dunque, anche una questione etica nelle relazioni tra gli esseri
umani.
Ritrovare
il gusto del dialogo e dell’ascolto.
La
prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della
conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi,
riconoscendo non solo la nostra parzialità, ma con la consapevolezza che il
nostro pensiero si arricchisce sempre nelle relazioni con gli altri.
Si è
persa la propensione all’ascolto dell’altro, come se ognuno fosse portatore di
una verità assoluta e definitiva ed è spesso difficile sentire una persona
ammettere di avere cambiato idea in una relazione pubblica o in una discussione
sui social.
Troppo
spesso, in un dibattito, lo scopo principale è quello di affermare sé stessi e
non quello di cercare con umiltà un orizzonte comune.
Questa
degenerazione ha inquinato profondamente la vita pubblica, dove i gruppi
politici si affrontano come nemici in un campo di battaglia in cui un partito
deve sconfiggere l’altro e si presenta come portatore del Bene assoluto in
contrapposizione al Male rappresentato dal partito avversario.
Nelle
assemblee elettive difficilmente si vede un politico o una forza politica
sostenere di avere modificato le proprie posizioni e per ogni cosa che non è
andata bene in passato, la responsabilità è sempre dell’avversario.
Sta,
purtroppo, nascendo l’idea che chi governa debba affermare unicamente la
propria posizione e non, invece, rappresentare la moltitudine delle opinioni e
degli interessi.
Da qui nasce il pericolo maggiore per il futuro della
democrazia, che si può trasformare, così, in una dittatura della maggioranza o
in una democrazia illiberale.
Questa
deriva se non viene fermata porta alla nascita delle autocrazie e alla messa in
discussione della ricchezza del pluralismo.
I
nuovi “tiranni” possono nascere anche a casa nostra dalla moltiplicazione
dell’odio e dalle contrapposizioni esasperate.
Per
questo, nel tempo di oggi, essere democratici significa salvaguardare con i
propri comportamenti la pluralità umana, che invece gli autocrati e i populisti
cercano di eliminare.
Anche
le piccole azioni che il singolo può fare per imprimere un indirizzo diverso.
Riscoprire
la forza dell’agire comune.
Tante
volte, nella storia, anche nei momenti più bui, persone di diverse opinioni si
sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli eventi.
È
accaduto nel confino di Ventotene, quando alcuni intellettuali resistenti
stesero il Manifesto che formulò l’idea di un’Europa unita;
è accaduto dopo la caduta del fascismo, quando
esponenti di partiti con ideologie diverse, persino contrapposte, scrissero la
Costituzione italiana che unì un Paese intero;
è
accaduto durante gli anni del potere comunista a Praga, quando personalità con
differenti visioni diedero vita a Charta 77, il gruppo che creò le premesse
della Rivoluzione di Velluto del 1989;
è
accaduto negli Stati Uniti, quando nacque il movimento di nonviolenza di Martin
Luther King contro la segregazione razziale.
E
anche oggi, se nel nostro piccolo saremo capaci di costruire delle esperienze
comuni con persone diverse, potremmo rivitalizzare la democrazia e ricreare dal
basso modalità nuove di partecipazione che possono diventare così esempi
virtuosi per tutta la società.
Per
questo, bisogna ritrovare il piacere di agire in un ambito comune, in quello
che “Hannah Arendt”, dal latino “infra” (ciò che sta in mezzo), definisce come
lo spazio intermedio che ci mette in relazione gli uni con gli altri, dove gli
individui si riuniscono, discutono e creano azioni comuni.
È come
se ci sedessimo attorno ad un tavolo per una cena dove ognuno ha il suo posto,
ma allo stesso tempo creiamo un rapporto con gli altri commensali che ci fa
sentire parte di una comunità.
Questo spazio lo possiamo ricostruire in ogni
luogo della nostra vita: nelle aziende, nelle scuole, nei quartieri, nelle
stesse istituzioni, se ci abituiamo ad ascoltare senza pregiudizi il prossimo e
a ricercare il bene e il vero assieme agli altri.
Da
queste esperienze, non importa se grandi o piccole, nasce il piacere dell’agire
comune e si creano possibilità nuove che il singolo, da solo, non potrebbe mai
ottenere.
Sono
questi i veri miracoli della democrazia, quando i cittadini diventano
consapevoli che la democrazia e il pluralismo vivono, non solo al momento del
voto e nella delega ai propri rappresentanti eletti, ma ogni volta che i
cittadini si assumono individualmente e collettivamente una responsabilità
comune.
È
questa l’idea di una partecipazione che non si manifesta soltanto nel momento
del dissenso, ma anche nella costruzione positiva di percorsi comuni per il
migliore governo del Paese.
Come
spiegò nel discorso ai giovani nel 1955 Piero Calamandrei, anche la migliore
democrazia, come è stata sancita dalla lungimiranza dei nostri costituenti,
muore se viene a mancare la partecipazione attiva dei cittadini.
La
maturità di una democrazia si misura dal coinvolgimento della società civile,
dal condominio, al quartiere, al proprio comune fino alle massime istituzioni.
Questo
significa essere al servizio del Paese in ogni luogo.
Ognuno di noi è il guardiano della pluralità
democratica se è capace di mantenerla nel rapporto con gli altri.
Quando
si delega totalmente la responsabilità della gestione di un Paese ai soli
eletti della democrazia rappresentativa, si creano una apatia e un distacco
dalle istituzioni e persino un meccanismo di servitù volontaria nei confronti
di chi governa, che può diventare molto pericoloso se il potere politico
degenera.
Lo
spiegò molto bene “John Fitzgerald Kennedy” il 20 gennaio 1961 al momento del
suo insediamento come Presidente: “Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te,
chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”.
Essere
un argine all’odio in ogni luogo.
Una
volta odiare era considerato un sentimento che provocava inquietudine morale da
cui prendere le distanze.
Oggi, al
contrario, il disprezzo dell’altro con parole malvagie è diventato una
consuetudine per attaccare chi la pensa diversamente, o chi si considera un
ostacolo per il proprio successo.
Non si discute o si dissente più dall’altro,
ma pubblicamente si disprezza e si attacca in modo personale chi ha un'idea
diversa.
Il
presidente americano Trump, nel corso dei funerali dell’attivista politico
Charlie Kirk, ha dichiarato che è lecito odiare coloro che la pensano
diversamente dalla sua amministrazione.
E poi, successivamente, qualcuno ha celebrato
sui social la morte dell’influencer, perché non era d’accordo con le sue idee.
In
questo circolo vizioso diventa legittimo infangare pubblicamente la dignità
altrui e considerare gli avversari politici, non più parte attiva della vita
democratica, ma nemici da abbattere con mezzi sempre più illeciti.
Ogni
cittadino ha la possibilità di contrastare questo odio, se lui stesso nella sua
vita pubblica e privata è capace di controllarsi e di manifestare sentimenti di
rispetto.
Aprirsi
agli altri e sentirsi parte di un destino comune con un sentimento di empatia è
la condizione per sottrarsi all’odio e all’invidia e provare invece il piacere
di vivere la prossimità dell’altro.
Bisogna
avere la consapevolezza che la democrazia finisce quando una società è in preda
a odi contrapposti.
Gli
autocrati che fanno dell’odio la forma di governo fino alle dittature non
nascono dal nulla.
Ecco perché, imparando a non odiare,
impediremo loro di andare al potere e saremo in grado di fare da argine alle
loro manipolazioni.
Se,
invece, combattiamo l’odio con l’odio, apriremo loro la strada e diventeremo
anche noi parte del loro progetto.
I
tiranni del nostro tempo hanno bisogno di odiatori al loro servizio, ma anche
di odiatori apparentemente all’opposizione, pronti a sostituirli.
Come
scrisse “Etty Hillesum” prima di venire deportata ad Auschwitz, l’odio è una
malattia che deturpa la nostra anima e “ogni atomo di odio che aggiungiamo al
mondo lo rende ancora più inospitale”.
Proprio per questo, persino nella resistenza di fronte
ad un male estremo come il nazismo, sosteneva che bisognava avere la forza di
non odiare se non si voleva assomigliare ai peggiori carnefici.
È
nostro compito, come scriveva Karl Popper, non sottovalutare i nemici
dichiarati della democrazia, essere in grado di allertare l’opinione pubblica
di fronte ai loro disegni, insegnare alla società come difendersi da loro, ma
ricordarsi sempre che non si combatte il pericolo di una “dittatura” di
qualsiasi tipo o gradazione con l’idea di una “dittatura” alternativa.
Nel 1959, lo scrittore russo “Vasilij Grossman”
raccontava in “Vita e destino” il dialogo in una prigione tra un ufficiale
nazista e un prigioniero bolscevico e sosteneva che chi combatteva un sistema
ne voleva poi instaurare uno simile.
Il
primo proponeva di costruire “l’uomo nuovo” con l’eliminazione degli ebrei nei
campi di concentramento, il secondo, invece, voleva eliminare la pluralità
umana attraverso i gulag.
Fortunatamente,
non viviamo quei tempi terribili, ma il monito di Grossman ha un valore
universale, perché la democrazia, anche oggi di fronte agli autocrati, si
difende sempre in nome della pluralità umana.
Sta a
noi cogliere in anticipo il significato delle parole di quei politici che,
sulla scena pubblica, si esprimono con proposte di odio;
perché
nella storia ogni dittatura, ogni crimine contro l’umanità, ogni genocidio, non
è mai nato da un giorno all’altro, ma è stato preparato prima con le
dichiarazioni di intenti, e solo in seguito con i conseguenti atti politici.
Abbiamo,
quindi, tutti la possibilità di immaginare come certi discorsi possono essere
la prima stazione di un viaggio pericoloso, che se non viene fermato con la
nostra resistenza morale, ci può portare a perdere la nostra libertà.
Avere
un controllo sulle proprie parole.
Nel
tempo di oggi le parole non si perdono e si esauriscono tra le mura di casa e
nelle discussioni anonime nei bar, ma con i social si amplificano e durano
nella memoria del tempo.
Chi
esprime una frase sbagliata, o lancia un insulto su Facebook, ha la possibilità
di condizionare milioni di persone.
Per
questo, nella comunicazione virtuale, è importante autoimporsi un galateo
etico, che dovrebbe prevedere l’umiltà di ricercare la verità, di citare le
fonti, di evitare che una affermazione affrettata possa ferire una persona.
Dobbiamo
sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire”, perché una parola deve
sempre sforzarsi di rispecchiare la realtà e ogni informazione falsa fatta
circolare, anche se in buona fede, inquina la vita democratica del nostro
Paese.
Essere
responsabili delle nostre parole significa mostrare il nostro anelito alla
ricerca della verità, senza pregiudizi;
significa tendere al vero attraverso la
pluralità delle interpretazioni, ma significa anche propendere al dialogo con
l’altro, immaginando sempre che anche una persona che sbaglia, può essere
recuperata e che tutti noi che possiamo esser pronti a cambiare idea.
Dobbiamo
essere consapevoli che “vivere la verità” dal basso, come insegnava” Havel”,
(era questo slogan di Charta 77 che portò alla fine della dittatura a Praga) è
l’arma migliore che ognuno di noi possiede per contrapporsi a quei governanti
che usano il potere delle parole false e malate per stravolgere la realtà e per
accrescere il loro comando personale sulla società.
Se
tutti mentono per abitudine, o si adeguano alle falsità, come ricordava il
protagonista della Rivoluzione di Velluto a Praga, non si può arrestare il
meccanismo della menzogna.
Dunque,
ognuno di noi, nell’esercizio consapevole della difesa quotidiana di uno spazio
comune di verità aperto al dialogo, ha la possibilità, anche nel tempo di oggi,
di rendere evidenti le azioni di coloro che al potere mettono in discussione il
vero e cercano di minare il pluralismo delle opinioni, per imporre anche con la
coercizione le loro idee.
Possiamo,
così, rendere nudo quel nuovo re che ci racconta che i cambiamenti climatici
sono una invenzione, che il paese aggredito è un aggressore, che uno sterminio
è solo propaganda politica, che un attacco ad un parlamento è legittimo, che
dobbiamo difenderci dall’invasione dei migranti, che l’identità di genere è
solo binaria, che il pluralismo politico è un intoppo.
Essere
custodi dell’etica della nonviolenza e messaggeri di pace.
Una
delle grandi conquiste della democrazia è stata quella di avere creato
istituzioni nazionali e sovranazionali che trasformassero le contrapposizioni
in dialogo politico, sociale e culturale.
È
stato questo l’intento delle Nazioni Unite, che sono nate per affermare il
diritto internazionale e istituire luoghi di discussione per trovare soluzioni
condivise ai conflitti.
Oggi,
questi organi non solo si dimostrano impotenti nelle crisi internazionali, ma
sono messi in discussione da coloro che ritengono debba prevalere la legge del
più forte e che considerano che la mediazione politica sia un intoppo per la
propria egemonia.
Così,
non solo abbiamo assistito a guerre, alla messa in discussione della sovranità
degli Stati, a nuovi stermini, ma l’idea stessa della guerra e della violenza è
diventata attrattiva, sia come affermazione di un potere sull’altro paese, sia
come una strada legittima per risolvere i conflitti e le ingiustizie.
Questa
deriva sta cominciando ad inquinare anche il dibattito democratico.
Non solo c’è una assuefazione all’idea della guerra,
considerata inevitabile, ma il richiamo alla violenza lo vediamo nelle parole
aggressive che girano sui social e nei cortei, che trasformano l’indignazione
in scontri di piazza e in una resa dei conti contro il nemico.
Ognuno
di noi ha la possibilità di arrestare il nuovo pericoloso fascino della
violenza.
Lo può
fare con piccole azioni quotidiane impedendo parole e atti violenti nei cortei;
sforzandosi di discutere senza distruggere l’altro e trasformarlo in un nemico;
mostrando
la propria indignazione quando nelle trasmissioni televisive o nelle aule
parlamentari i politici insultano gli avversari come fosse in battaglia contro
i loro avversari; prendendo con coraggio le parti di una donna molestata o di
chi subisce bullismo; facendo sentire la propria vicinanza ad una persona presa
di mira, e abituandoci a chiedere scusa per una offesa ingiusta.
Ma
ognuno di noi, anche nel suo piccolo, può prendersi una responsabilità nei
confronti del mondo diventando un moltiplicatore di pace e un partigiano del
dialogo e della nonviolenza.
Si
può, per esempio, sostenere quei palestinesi e israeliani che, nel conflitto
del Medio Oriente, cercano il dialogo e la condivisione; i russi e gli ucraini
che cercano di costruire, nonostante la guerra, nuove relazioni; le
associazioni di pace che operano in aree di conflitto, costruendo scuole,
ospedali, corridoi umanitari; i giornalisti indipendenti che a loro rischio ci
informano sui conflitti, i medici che salvano vite negli scenari di guerra.
Ricreare
lo spazio comune della pluralità umana.
Dobbiamo
dare forza a tutti coloro che, nel mondo, in nome della nonviolenza e della
sacralità della vita umana, si sentono messaggeri dello spirito della
Convenzione di “Raphael Lemkin” del 1948, sulla prevenzione dei genocidi.
Perché la storia ha insegnato che la stazione finale
dell’odio e della disumanizzazione delle persone è la situazione estrema di un
genocidio, che non giunge mai all’improvviso, ma arriva passo dopo passo,
proprio quando le parole violente e malate contagiano le persone.
Oggi,
possiamo ricostruire dal basso lo spirito delle Nazioni Unite non solo se
supportiamo questa organizzazione attualmente sotto attacco, ma anche se noi
stessi diventiamo il tramite per far conoscere tutte le donne e gli uomini di
buona volontà che operano per il dialogo e se a nostra volta diventiamo parte
di questo movimento. Così facendo, possiamo essere gli ispiratori delle Nazioni
Unite del nuovo millennio.
Non
dobbiamo più sentirci come una parte che afferma sé stessa come identità
etnica, nazionale, religiosa, politica, in contrapposizione negativa agli
altri, ma come parte del mondo e dell’intera umanità. Ecco perché dobbiamo
rivitalizzare gli ambiti politici e sovranazionali; quelli che ricompongono le
relazioni tra le nazioni e che ci permettono di comprendere che il pianeta
terra è la nostra casa comune e di cui tutti noi dobbiamo prenderci cura.
Ci
deve guidare il principio fondativo della nonviolenza e del dialogo, così come
ben indicato da Hannah Arendt: “Non l’uomo, ma gli uomini abitano questo
pianeta. La pluralità è la legge della terra”.
Senza
un dialogo ininterrotto con noi stessi e con gli altri, come sosteneva Socrate,
non si può comprendere la forza che ci dà la pluralità umana e ci offre così la
possibilità di superare la nostra fragilità che in modo presuntuoso pensiamo di
risolvere da soli.
Può
sembrare paradossale, ma solo attraverso un lavoro interiore nell’intimità
della coscienza, che ci fa riscoprire la dimensione morale, come aveva intuito
Immanuel Kant, possiamo uscire dal nostro piccolo ego, ritrovare il gusto del
dialogo con gli altri, la nostra appartenenza all’intera umanità, fino a volare
nel cielo stellato.
(Presidente di Fondazione Gariwo).
Meloni:
“Basta Eolico Off Shore,
Tecnologia
Acerba e Costosa,
Enormi
Speculazioni”
Conoscenzealconfine.it
– (19 Marzo 2026) - Lorenzo Piras – Redazione – ci dice:
Sull’eolico
“off shore” in Italia pare stia per calare il sipario.
La
premier: “Antieconomici a 200 euro a megawattora”.
Tremano
le multinazionali, più di mille pale previste al largo di Cagliari, Carloforte,
Alghero e Costa Smeralda.
“Costa
troppo, basta con l’eolico off shore”.
Qualcuno
deve aver segnalato anche a Roma che, in netto anticipo sul fischio d’inizio,
più di mille pale eoliche a mare sono state previste attorno alle principali
spiagge dell’Isola.
Rovinando panorami millenari, facendo scempio
di ecosistemi marini e rendendo più infido il traffico navale che, si sa, in
un’Isola non è semplice da gestire.
Sull’eolico
off shore in Italia pare stia per calare il sipario.
Nel
suo intervento a Palazzo Madama, riguardante le comunicazioni in vista del
Consiglio europeo di oggi e domani, nonché sugli sviluppi della crisi in Medio
Oriente, parlando dei temi riguardanti l’energia, è stata la premier Giorgia
Meloni, non una passante, a dettare la linea dell’esecutivo.
Testuale:
“Su quello che riguarda le rinnovabili, siamo
intervenuti sulle enormi speculazioni che si nascondono dietro l’adozione di
queste tecnologie quando i costi della decarbonizzazione si trasformano in
rendite a favore di impianti in molti casi già pagati dalle bollette dei
consumatori, così come, allo stesso modo, non si possono, dal nostro punto di
vista, addebitare agli italiani tecnologie che non sono mature e che sono
caratterizzate da costi elevatissimi, ad esempio per l’eolico offshore che
da solo sarebbe costato oltre 200 euro a megawattora”, ha detto Meloni senza
tentennamenti.
“Quindi
sì alle rinnovabili – questa è la linea del Governo – ma no a bollette di
famiglie e imprese gonfiate oltremodo da incentivi oggettivamente troppo
generosi “.
Come
era prevedibile, i magnati dell’eolico a mare non l’hanno presa affatto bene.
Che la
premier abbia espresso l’intenzione di chiudere le porte alle torri in mezzo al
mare sembra essere un primo spiraglio di luce davanti agli scempi eolici
previsti al largo di Cagliari, Carloforte, Alghero, Bosa e in Costa Smeralda.
Le
parole di Giorgia Meloni – frame di un discorso particolarmente composito –
sono passate in second’ordine davanti alle reazioni stizzite delle
multinazionali del vento alla nuova linea del suo Governo.
Ma, pronunciate dal presidente del Consiglio
dei ministri, hanno valore vincolante.
(Lorenzo
Piras).
(unionesarda.it/politica/meloni-basta-eolico-off-shore-tecnologia-acerba-e-costosa-enormi-speculazioni-qt2nn04h).
La
democrazia muore nell’oscurità.
Articolo21.org - Roberto Bertoni – (8 Febbraio
2026) – Redazione – ci dice:
C’era
una volta il “Washington Post, il quotidiano che svelò al mondo i “Pentagon
Papers” e, soprattutto, lo” scandalo Watergate”:
due vicende destinate a mutare per sempre
l’immagine mondiale degli Stati Uniti e a porre fine, nel caso della seconda,
alla triste presidenza di Richard Nixon.
C’erano
una volta “Bob Woodward” e Carl “Bernstein”, che grazie alla loro inchiesta
ottennero fama imperitura ma, più che mai, salvarono un Paese già allora in
guerra con sé stesso.
C’era
una volta la signora “Katharine Graham”, che di quel miracolo, giornalistico e
culturale, ne era non solo l’editrice ma anche l’ispiratrice e il punto di
riferimento.
C’era
una volta la sacralità del giornalismo, che in America era effettiva, tanto
che, ogni volta che mettevamo in discussione, non a torto, la superiorità
morale di quel Paese, ci dicevamo che sì, avevano mille difetti e innumerevoli
contraddizioni però almeno a quelle latitudini la stampa costituiva davvero il
quarto potere. Insomma, c’era una volta la liberaldemocrazia, in grado di
resistere a ogni attacco, a tutti i poteri e ai non pochi interessi che,
naturalmente, ruotano intorno ai palazzi del potere di una capitale globale.
Poi è
arrivato “Jeff Bezos”, anno 2013, e con mister “Amazon” ha avuto inizio la
scalata al potere dei tecnocrati multimiliardari, quel “tecno feudalesimo” che “Yanis
Varoufakis” ha saputo descrivere da par suo in un saggio mirabile.
Da
allora, di tutto ciò che abbiamo descritto in precedenza, è rimasto poco o
nulla, al punto che nell’autunno del 2024 lo stesso Bezos ha impedito al suo
quotidiano di compiere un endorsment in favore della candidata democratica
Kamala Harris per non inimicarsi il nuovo dominus della scena politica
statunitense.
Era la
prima volta che accadeva nella storia del giornale.
Ora
sono arrivati i tagli, i licenziamenti (almeno trecento persone), la chiusura
delle sedi all’estero, l’eliminazione dello sport, della rubrica dedicata ai
libri e di non poche corrispondenze.
In
pratica, è svanito l’immaginario di un quotidiano liberal e progressista,
sempre connesso con le mutazioni di una Nazione in vorticosa evoluzione verso
l’ignoto.
Potrà ancora andare in edicola o, più
probabilmente, essere scaricato sui nostri dispositivi digitali, ma il
Washington Post che abbiamo letto, conosciuto e amato per decenni non esiste
più.
E
anche la democrazia, negli Stati Uniti e non solo, non se la passa tanto bene,
specie se si considerano i continui insulti di Trump ai corrispondenti
accreditati alla Casa Bianca e la concentrazione di potere e ricchezza nelle
mani degli oligarchi che gli hanno finanziato la campagna elettorale e ora ne
sostengono l’operato per meri motivi d’interesse personale e aziendale.
Il
dramma è che con il “Washington Post”, ridotto a essere l’ombra di ciò che era
e incapace di riprendersi dopo il poderoso taglio di personale che gli ha
inflitto il suo padrone, rischia di venire meno un’idea di democrazia, il
concetto stesso di Occidente e con essi il nostro vivere civile.
Non a caso, riteniamo che non sia stata
attribuita la dovuta importanza alla denuncia del segretario generale dell’ONU
Guterres, il quale ha parlato di un’istituzione che rischia il collasso, con la
prospettiva, inedita e atroce, che possa addirittura chiudere i battenti,
specie se davvero l’America di Trump dovesse sfilarsi per dar vita al “Board of
Peace”, ossia a un’agenzia in netta contrapposizione con tutto ciò che le
Nazioni Unite hanno rappresentato negli ultimi ottant’anni.
Mettere
a tacere il dissenso, spegnere le voci contrarie, far evaporare la critica,
mortificare sistematicamente chiunque osi porre domande, neanche troppo
scomode, e fare scuola nel mondo:
questo
è il trumpismo, un demone che abbiamo il dovere di contrastare con tutte le
forze democratiche e pacifiche a nostra disposizione, prima che sia troppo
tardi, prima che ci divori, prima che anche la nostra già malandata democrazia
possa essere travolta dai suoi effetti planetari.
Non
siamo lontani, occhio, e sarà bene far tesoro dell’insegnamento di un grande
americano come il reverendo “Martin Luther King”, che ammoniva:
“Alla
fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici ma i silenzi dei nostri
amici”.
Scegliamoci
bene.
Guerra
Trump-Iran: il Vietnam
prossimo
futuro di Trump.
Articolo21.org
- Mario Bandoni – (19 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:
In un
articolo precedente spiegavo come la narrazione di Donald Trump, fondata sullo
slogan “sotto di me nessuna guerra sarebbe mai iniziata”, si stesse infrangendo contro la
logistica dei movimenti navali delle portaerei “USS Gerald Ford” e “USS Lincoln”
che comportavano, per chi avesse voluto scorgerli, un segnale diretto di una
guerra in preparazione, perché una simile forza in assetto da combattimento con
i vertiginosi costi connessi non sarebbe stata mossa solo per simulare una
disponibilità o un “incoraggiamento” a raggiungere un accordo, ma per lanciare,
senza riguardi per l’etica militare d’un tempo, un attacco appena giunto a
destinazione.
Cosa
che si è puntualmente verificata nel giro di un paio di settimane da quando le
navi erano salpate, con tutti gli sviluppi di cui i media ci hanno ampiamente
edotti.
Oggi,
come apprendiamo dal sito “Euronews.com” gli Stati Uniti stanno inviando verso
il Golfo Persico forze, inclusa una nave con un corpo di spedizione di circa
2.200 Marines, con l’obiettivo dichiarato di “proteggere le rotte petrolifere e
contrastare le azioni dell’Iran nello Stretto di Hormuz”.
La
flotta, che include gruppi anfibi e caccia F-35, è segnalata in avvicinamento,
con le operazioni che si intensificano a seguito delle tensioni esplose a fine
febbraio 2026.
I
media, ancora una volta hanno riportato la notizia con poca enfasi e
altrettanto poche analisi prospettive.
Invece
noi, che siamo sospettosi, già leggiamo in questi avvenimenti qualcosa che ci
fa rizzare i peli sul collo.
La
nave principale, la “USS Tripoli” (LHA-7), che è un’unità d’assalto anfibio e
funge da comando di un gruppo comprendente altre navi d’appoggio, e i circa
2.200 Marines che trasporta, come riporta fra gli altri “The Japan Times”, sono
partiti dalla loro base operativa nelle vicinanze della piccola e graziosa
cittadina portuale di “Sasebo “(dal poetico significato di “castello del vento
del nord”), nella prefettura di Nagasaki sull’isola di “Kyushu” nel Giappone
meridionale, e che al momento, cioè il 17 marzo, è stata tracciata vicino a
Singapore.
Quanto
ai Marines, appartengono alla” 31ª Marine Expeditionary Uni”t (MEU), che ha la
sua base principale nell’isola di Okinawa (il che lascia intuire un precedente
trasferimento deciso già qualche settimana fa).
Vale
la pena ricordare che nell’area verso cui la Tripoli è diretta già opera o sta
per operare un ingente dispiegamento di forze:
la
“USS Abraham Lincoln” (CVN-72) che da gennaio è di stanza nel Mar Arabico e
funge da perno centrale delle operazioni, accompagnata da almeno otto
cacciatorpediniere;
la
“USS Gerald R. Ford” (CVN-78), che è la portaerei più moderna degli Stati
Uniti, la quale il 5 marzo ha attraversato il Canale di Suez, e al momento sta
operando nel Mar Rosso.
In
movimento ci sono la “USS George H.W. Bush” (CVN-77) che il 6 marzo era data
per aver completato le esercitazioni pre-operative e il cui arrivo nel
Mediterraneo orientale è previsto entro 10-12 giorni, infine la Tripoli di cui
si diceva prima, il cui dispiegamento per unirsi alle altre forze operanti nel
Golfo è previsto entro una o due settimane. Questo è il quadro della situazione
e la prospettiva di inizio di una possibile escalation:
un
paio di settimane al massimo.
Nel
frattempo, il “Ministro della Guerra USA”, “Pete Hegseth” (inutile continuarlo
a chiamare Ministro della Difesa perché credo che tutti oggi abbiano capito che
ciò che interessa Trump non ha nulla a che vedere con la pace e la sua difesa,
sebbene si ostini ad aspirare al Nobel), sta avanzando richieste di fondi
straordinari al Congresso (già oggi, a causa dell’intensità delle operazioni
aeree e navali, l’offensiva stia costando circa un miliardo di dollari al
giorno), proprio per sostenere le operazioni previste in impiego per le navi
suddette.
Tali
richieste riguardano:
50
miliardi di dollari per sostenere l’offensiva contro l’Iran già in atto e
coprire le perdite di equipaggiamento finora subite (stimate nei soli primi
giorni in circa 2 miliardi);
901
miliardi di dollari per aumentare il budget del Ministero della Guerra, la più
grande di sempre, ma Trump ha già indicato di voler arrivare a 1.500 miliardi
per il prossimo anno.
Tutti
questi fondi, come riportato fra gli altri dal “Corriere della Sera”, servono
specificamente per il dispiegamento delle portaerei, il rifornimento di
munizioni di precisione e il mantenimento della logistica per gli oltre 50.000
soldati ora impegnati nella regione.
Al
momento, dato che i Marines sono addestrati per operazioni “Visit, Board,
Search, and Seizure” (VBSS, cioè Visita, Abbordaggio, Ricerca e Sequestro),
cioè per salire a bordo di navi di cui l’Iran si è impossessato o per
proteggere i mercantili, la probabilità di un loro impiego direttamente sul
terreno (boots on the ground) rimane moderata, ma in crescita.
Questo
poiché per questa crisi la dottrina Trump (“Massima Pressione 2.0”) punta sulla
coercizione navale più che sull’invasione di terra (sebbene qualora i Marines
non fossero impiegati per rafforzare le basi in Kuwait e negli Emirati Uniti,
esiste il rischio che lo siano per operazioni destinate a neutralizzare
postazioni missilistiche iraniane sulle isole che minacciano il traffico
petrolifero).
In
questo senso, la probabilità di utilizzo di piccoli gruppi di Marines o altre
forze speciali per raid mirati su coste o piattaforme (“mordi e fuggi”) è
considerata alta se l’Iran dovesse tentare di bloccare lo Stretto.
Se nei
prossimi giorni vedessimo lo spostamento di unità logistiche pesanti verso il
Kuwait, la probabilità di un intervento di terra aumenterebbe drasticamente, ma
in assenza, è più probabile che inizialmente le “forze” siano impiegate dal
cielo (decollando
dalla Tripoli che non è solo un trasporto, ma una “portaerei leggera” dotata di
propri caccia F-35B), piuttosto che tramite uno sbarco anfibio sulle spiagge
iraniane, che porterebbe a un’escalation difficilmente gestibile.
Parallelamente,
al momento assistiamo a un’intensa attività di rifornimento per le navi già
presenti, ma non vediamo ancora lo sbarco di migliaia di carri armati sulle
coste del Golfo, quindi possiamo rasserenarci un po’ (ma senza esagerare).
Per
ora la strategia sembra essere:
colpire
duramente dal mare e dal cielo, mantenendo la logistica pesante “a portata di
mano” in caso di ritorsione iraniana via terra verso i vicini alleati (come
l’Arabia Saudita).
Per
non esagerare con la tranquillità, i segnali da monitorare attentamente sono
quelli di spostamento delle unità logistiche pesanti che per ora sono solo
parziali ma significativi, e indicano, al di là delle azioni “mordi e fuggi”,
una preparazione per un conflitto che potrebbe diventare prolungato.
Nelle
ultime 48 ore sono stati segnalati movimenti presso l’area di “Camp Arifjan”,
in Kuwait, che è il cuore logistico degli Stati Uniti nella regione:
ancora non c’è un “ponte aereo” massiccio, ma
nel frattempo è in corso un pre-posizionamento di munizioni e carburante su
larga scala.
Quindi,
quando dovremo preoccuparci?
Alcune
unità della “classe Watson” (enormi navi cargo che trasportano interi
battaglioni corazzati) sono state avvistate in uscita dai porti della costa
orientale degli Stati Uniti e dal porto di Diego Garcia nell’Oceano Indiano,
queste navi puntano verso il Mar Arabico.
Dovremo
preoccuparci quando il loro arrivo fosse concomitante con quello della Tripoli:
esso
indicherebbe la volontà di sostenere un’operazione di terra o di difesa
costiera a lungo termine.
Ciò sarebbe ulteriormente confermato se altri
due fattori si verificassero: lo spostamento di unità della Sanità Militare
(leggi: ospedali da campo) e del Genio (ovvero: piste d’atterraggio o
fortificazioni).
In tal caso l’operazione “terrestre” non
sarebbe più un’opzione remota e i nostri sonni tranquilli sarebbero un ricordo.
Al
momento, il “512° Field Hospital” (Ospedale da Campo) ha solo condotto
esercitazioni critiche per testare la capacità di spostare feriti su lunghe
distanze in scenari di combattimento su larga scala, nulla che faccia pensare a
un trasferimento in zona:
il
Ministero della Guerra non ha ancora autorizzato nulla che lo faccia presumere
imminente, sebbene esperti suggeriscano l’invio della nave ospedale USNS
Comfort a Dubai” come supporto logistico e umanitario. Inoltre, i Marines sulla
Tripoli, come riporta il “Middle East Forum”,
già possiedono capacità mediche organiche in modo autonomo.
Quanto alle unità del Genio, dal “The Times of
India” leggiamo, che gli “Army Corps of Engineers” per ora non sono stati
spostati, mentre le navi cargo strategiche in viaggio suggeriscono la
preparazione di infrastrutture logistiche che sarebbero necessarie se il
conflitto dovesse estendersi sulla terraferma.
In
sintesi, nel Golfo gli Stati Uniti stanno costruendo una “fortezza
galleggiante”.
La
logistica è pronta, i finanziamenti sono in discussione e i Marines sono a
pochi giorni di navigazione dal fronte (la finestra temporale non supera i 14
giorni).
La domanda non è più “se” gli USA agiranno, lo
abbiamo già visto al momento dello spostamento delle portaerei, ma quanto in
profondità decideranno di colpire, con quale intensità, per quanto tempo si
preparano (o saranno obbligati) a restare, e quali alleati volenti o nolenti
riusciranno a coinvolgere.
Per
ora gli investitori internazionali hanno perso solo una parte dei guadagni che
avevano accumulato.
Essi
avrebbero dovuto leggere i segnali già al momento del primo attacco congiunto
con Israele e disinvestire quando Trump aveva ordinato lo spostamento delle
portaerei perché era chiaro che dato il costo non le avrebbe spostate per un
viaggio di piacere, ma per usarle, cosa che si è puntualmente verificato.
Oggi la cosa si ripete, ed entro le 2
settimane di viaggio previste ci sarà una nuova escalation del conflitto, con
riflessi ancora peggiori sull’economia, le borse, l’inflazione.
Cosa fare?
Se
all’interno della finestra temporale il mercato realizzerà che l’arrivo della
Tripoli può coincidere con l’inizio di una fase terrestre o di un blocco navale
totale (che oggi ancora non vediamo ma di cui percepiamo e temiamo i segnali di
preparazione), la volatilità su petrolio (Brent) e titoli della difesa salirà
bruscamente, specialmente se i Marines avranno il compito di contendere
fisicamente lo Stretto di Hormuz, e se la prevedibile controffensiva iraniana
obbligherà Trump a perdere la faccia quale vincitore di rapide e chirurgiche
operazioni militari e sarà trascinato in un nuovo “Viet Nam”.
In tal
caso il petrolio non solo continuerà la sua ascesa iniziata con l’avvio
dell’operazione “Furia Epica”, ma si attesterebbe ai massimi storici, alimentando
una inflazione globale insostenibile.
I mercati hanno spesso una “inerzia”
cognitiva, sperando che lo spostamento di truppe sia solo un segnale politico
(al quale ormai nessuno di noi crede), ma se le unità logistiche pesanti, la
Sanità e il Genio accennassero a muoversi, la logica politica cederebbe il
passo a quella militare.
Con le unità pesanti in movimento verso “Camp
Arifjan” e i Marines in avvicinamento, la prudenza finanziaria non è solo
consigliata, ma necessaria almeno per preservare il capitale, se non le
plusvalenze accumulate fino all’inizio dell’operazione.
Delle
cosiddette “casualities” (cioè delle perdite di vite umane) che non saranno una
casualità ma una certezza matematica, a Trump interessa poco o punto.
Se ha
già deciso questa escalation nulla riuscirà a fermarlo.
A meno che il Congresso avesse un sussulto e
riesca a fermarlo. Eventualità remota al momento, almeno fino a che il tycoon
sia giudicato dai votanti e questi rafforzino il Partito Democratico, l’unico
in grado di metterlo sotto stato d’accusa.
Ma per
questo occorrerà aspettare fino a dicembre.
Troppo lontano per evitare i disastri che ci
aspettiamo a breve.
Niscemi:
oltre il disastro.
Articolo21.org
- Mario Bandoni – (18 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:
La
frana di Niscemi è un complesso fenomeno franoso determinato dallo scorrimento
profondo di masse terrose il cui arresto, secondo gli esperti non è pienamente
possibile, come attestato dai rilievi e dalle analisi geologiche
dell’Università di Firenze.
Gli
interventi che per ora sono stati proposti di cosiddetta “mitigazione del
danno” (cioè, interventi che non risolvono il problema ma lo rallentano
rendendolo meno “doloroso”, come nel caso di cure demolitive e palliative nei
tumori terminali), si concentrano sulla gestione delle acque, incluse la
riorganizzazione delle reti fognarie, degli acquedotti, la creazione di
drenaggi profondi, di pozzi e la riprofilatura del terreno.
Ma la
frana, attuate diligentemente tali opere (ammesso che lo siano), non si fermerà
e seppur lentamente continuerà inesorabilmente a venire giù.
Tuttavia,
a questo punto “Niscemi” non costituisce solo un evento su cui intervenire, ma
un verdetto:
il fallimento di un sistema che per anni ha scambiato
la gestione dell’emergenza con la prevenzione.
Questo
ampio versante, con un fronte di 4 chilometri e uno scivolamento profondo tra
sabbie e argille, già trent’anni fa richiedeva interventi massicci.
Trent’anni
fa!
E gli
11,3 milioni di euro stanziati sono rimasti sepolti per decenni tra carte
bollate e rimpalli burocratici.
Niscemi
dimostra che la geologia non attende i tempi della politica: mentre i decreti
restano nei cassetti, il fango avanza.
In
situazioni come quella di Niscemi (e in genere per tutto ciò che riguarda le
opere pubbliche), senza una nuova legge che imponga tempi certi, procedure
chiare e l’obbligo di soluzioni certificate, ogni futuro stanziamento sarà solo
un nuovo spreco di denaro pubblico e l’occasione per i politici di rimpallarsi
sterilmente le responsabilità.
In
Italia, tuttavia, esistono diversi esempi di interventi di successo su frane
complesse come questa, anche se per casi simili si parla spesso di mitigazione
del rischio, come abbiamo visto, piuttosto che di “blocco” totale.
Una
delle frane più grandi d’Europa, dove è stato applicato un modello geotecnico
3D avanzato per progettare interventi di consolidamento mirati, integrando
monitoraggio satellitare e opere strutturali si è avuto a Ca’ Lita in provincia
di Reggio Emilia.
Vi
sono altri casi di successo in giro per l’Italia.
Questi
casi, in genere costituiscono degli esempi da tenere presenti nella
progettazione di nuovi interventi, ma non esiste alcuna norma che imponga di
farlo.
In
termine tecnico essi sono una “Best Practice (cioè, letteralmente una pratica
esemplare, o modello di eccellenza)”, termine che sta a significare un
intervento che, a confronto con tutti gli altri messi in atto per affrontare e
risolvere al meglio lo stesso problema, ha dimostrato la sua indiscussa
efficacia.
Per
una “Best Practice”, tuttavia non s’intende una ricetta fissa o un modulo
“copia-incolla”, ma l’integrazione della migliore conoscenza scientifica e
tecnologica disponibile in un dato momento storico.
Essa costituisce certamente lo standard di
eccellenza che ha dimostrato, dati alla mano, la maggiore efficacia in contesti
simili, ma pur se dovrebbe essere tenuta ad esempio, non deve diventare un
limite:
essa rappresenta il pavimento, ovvero il
minimo accettabile sotto il quale non è permesso scendere, non il soffitto.
Ogni
“Best Practice” di successo del nostro presente è stata, un tempo, una
sperimentazione coraggiosa intrapresa da chi ha rischiato di fallire per
portare la tecnologia a un livello di eccellenza superiore:
pertanto
prendere a modello una “Best Practice” da un ipotetico Catalogo (oggi
inesistente) non dovrebbe significare seguire pedissequamente un “ipse dixit”
di aristotelica memoria, ma un’adozione con “beneficio d’inventario”.
Oggi,
invece nelle opere pubbliche domina un conservatorismo progettuale
paralizzante.
Molti
uffici tecnici, ad esempio in casi come le frane, replicano soluzioni standard
(muri, gabbioni, piccoli pali) che sono inefficaci contro dissesti complessi
come quello di Niscemi.
Una eventuale legge che riformi il “Codice
degli Appalti “dovrebbe imporre l’Inversione dell’Onere della Prova:
il
progettista dovrebbe essere tenuto ad adottare la Best Practice applicabile al
caso specifico contenuta in un Catalogo (tutto da fare, a parte le normative
ISO, possibilmente internazionale che sia aggiornato ogni anno incorporando i
successi delle nuove tecnologie e declassando le tecniche che si rivelano
obsolete o inefficaci), a meno che non proponga una soluzione migliorativa.
In quel caso, dovrebbe dimostrare tramite
modellazione predittiva avanzata che la nuova tecnica supererà le performance
di quella esistente.
Solo così la Best Practice smetterebbe di
essere un dogma burocratico e diventerebbe il motore di una competizione verso
l’alto, trasformando ogni cantiere in un potenziale avanzamento della
conoscenza.
Ma non
basta.
La
sicurezza non è compatibile con il risparmio selvaggio e la frammentazione
delle responsabilità:
per le
opere pubbliche l’aggiudicazione non dovrebbe basarsi sul “Massimo Ribasso”
come oggi, ma esclusivamente sull’”Offerta Economicamente Più Vantaggiosa”,
dove la componente tecnica (innovazione, durabilità, monitoraggio) pesi per
almeno l’80%.
Chi
offre soluzioni a costi inferiori non è un risparmiatore, è un pericolo
pubblico.
Inoltre gare aggiudicate sul risparmio sono
soggette più facilmente a interruzione dei lavori e lungaggini per
antieconomicità dell’opera per l’imprenditore.
Inoltre,
chi vince l’appalto dovrebbe possedere internamente le competenze, i mezzi e il
personale per realizzare l’opera.
Il subappalto nelle opere pubbliche diluisce
la responsabilità e abbassa la qualità.
Solo
imprese altamente specializzate e certificate dovrebbero poter operare su
versanti critici.
Se l’impresa non è in grado di eseguire
l’opera integralmente, non dovrebbe poter partecipare alla gara.
Affinché
una riforma di questo genere sopravviva ai cicli elettorali, servirebbe
tuttavia una nuova classe dirigente tecnica:
in
Italia manca a livello accademico una “Cattedra Universitaria” sulla “Gestione
delle Best Practice e l’Innovazione Tecnologica” capace anche di monitorare e
misurare anche i ritorni qualitativi e di soddisfazione dell’utenza.
Questa
cattedra dovrebbe agire come ente terzo:
ogni
progetto sopra una certa soglia di rischio dovrebbe ricevere il “visto di
conformità alle Best Practice” o alla “Sperimentazione Protetta” da una o più
Università a seconda dell’entità dell’opera.
Infine,
lo Stato dovrebbe tutelare il progettista che propone soluzioni d’avanguardia
validate dall’accademia, creando uno “scudo scientifico” che permetta di osare
oltre il già visto, eliminando la “paura della firma” che oggi genera solo
progetti mediocri.
Ma i
politici attuali sarebbero in grado di portare avanti una riforma del genere?
Ad
esempio (non esaustivo) figure nazionali di destra e di sinistra come Meloni,
Salvini, Schlein e Conte, o locali come Gualtieri e Marsilio — pur essendo
rinomati professionisti della politica o stimati accademici — mancano della
competenza operativa di cantiere.
Chi ha
vissuto di soli decreti, di medie ponderate o di consenso elettorale può non
avere il “senso fisico” del rischio e in particolare del rischio d’impresa:
può
non sapere che una frana è indifferente alle mediazioni politiche, ai discorsi
elettorali o ai tweet di marketing politico.
La politica italiana, dominata nel migliore
dei casi da giuristi e comunicatori (nei peggiori da gente che ha solo
sgomitato all’interno di un partito e che non ha mai veramente lavorato da
dipendente di un’impresa produttiva), tutte persone rispettabilissime che
tuttavia difficilmente hanno prestato servizio in aziende multinazionali dove
si deve dimostrare di saper far succedere le cose piuttosto che enunciarle,
dove si deve sapere come scrivere un “Diagramma di Gantt” piuttosto che un
discorso parlamentare, tende a fidarsi di chi mostra di saperne più di loro,
tende al compromesso che favorisce le lobby delle imprese generaliste.
Una
vera riforma che risolva il problema di viadotti che vengono giù per errata
progettazione e manutenzione oltre la cosiddetta “vita utile dell’opera”, o di
sottopassi che diventano trappole alla prima inondazione, o che spenda
immediatamente i capitali stanziati senza aspettare decenni come è necessario a
Niscemi, richiede un’intransigenza tecnica “verticale” che solo chi ha
affrontato la materia fisica sul campo può imporre.
È
tempo che la scienza delle costruzioni e la geologia guidino la mano del
legislatore, ponendo fine all’era delle leggi che consentono interventi “toppa”
resi necessari dal ritardo e dall’incompetenza.
La
democrazia, se non tiene il passo
di chi
ha vent’anni, smette
di
essere una promessa.
Huffingtonpost.it
- Carlo Rutigliano – (07 luglio 2025 ) – Redazione – ci dice:
La
democrazia, se non tiene il passo di chi ha vent’anni, smette di essere una
promessa
Per il
“Junges Europa 2025”, un giovane italiano su 4 è favorevole a un governo
autoritario.
Il
sintomo di una generazione che è cresciuta senza vedere una decisione capace di
cambiare davvero le cose.
Uno su
quattro.
Tanti
sono i giovani italiani tra i 16 e i 26 anni che, secondo lo studio europeo
“Junges Europa 2025”, pubblicato solo pochi giorni fa, si dicono favorevoli a
un governo autoritario.
È un
fatto politico di prima grandezza.
Perché
ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: stiamo crescendo una generazione che
rischia di non credere più nella democrazia.
Fino a
poco tempo fa il movimento giovanile è stato la mia casa.
So
bene che tra le giovani generazioni si agitano, spesso prima che altrove, le
domande e i cambiamenti che attraverseranno il Paese.
Per
questo credo che ciò che accade in quel mondo meriti un’attenzione vera,
politica, non superficiale.
Se
oggi da lì arriva un segnale così netto, dobbiamo prenderlo sul serio.
E la
domanda che emerge, con forza, è una sola: perché?
Perché
in una delle grandi democrazie europee un giovane su quattro arriva a mettere
in discussione, non la qualità dell’offerta politica, non la credibilità delle
istituzioni, ma il principio stesso della rappresentanza democratica?
Per
capirlo bisogna smettere di guardare questi numeri come se fossero un fenomeno
da analizzare con distacco, e non un segnale che ci chiama in causa.
Non è
il tempo di minimizzare.
È il
tempo di fare domande vere, anche scomode.
Perché
dietro questa disillusione non c’è ignoranza, né superficialità.
C’è un
malessere profondo, nato dentro una stagione di crisi continue: ambientale,
sociale, sanitaria, economica.
Una
stagione in cui il futuro è stato evocato molte volte, ma costruito troppo
poco.
Quando
la democrazia smette di produrre eguaglianza, mobilità sociale, protezione
universale, allora si svuota.
E
quando la politica non è più in grado di indicare un destino collettivo, ma si
limita a gestire l’esistente, si apre spazio per tutto ciò che della democrazia
è il contrario:
l’uomo solo al comando, la nostalgia
dell’ordine, l’illusione dell’efficienza autoritaria.
In
questo clima, ogni giovane che si volta dall’altra parte non è un’anomalia, ma
uno specchio.
E ignorare quello che riflette ci rende più
fragili e mette a rischio le ragioni più profonde del nostro stare assieme.
Secondo
lo stesso studio, solo il 57% dei giovani europei considera la democrazia la
forma di governo migliore possibile.
Una
percentuale che scende ulteriormente tra chi si colloca a destra e vive una
condizione economica di svantaggio.
Un
segnale chiaro: senza giustizia sociale, la democrazia si consuma.
C’è
chi dirà che i giovani sono sempre stati ribelli, critici, in cerca di
alternative. È vero.
Ma oggi la critica non alimenta mobilitazione,
si spegne nel disincanto. E la disillusione non è più solo verso chi governa,
ma verso il concetto stesso di partecipazione democratica.
Riguarda
i partiti, le istituzioni nazionali, e anche l’Europa, che a molti appare come
uno spazio che promette molto ma decide troppo poco.
Romano
Prodi ha detto con lucidità ciò che molti vedono con rassegnazione:
questa generazione non ha mai visto una grande
decisione europea.
E questo lascia il segno.
Perché
la fiducia non nasce dai valori proclamati, ma dalle scelte compiute.
Non dalle parole, ma dai fatti.
E
quando i fatti non arrivano, la democrazia smette di essere credibile.
E
comincia a sembrare inutile.
È qui
che la questione si fa storica, prima ancora che generazionale. Perché se una democrazia non convince
i suoi figli, non è solo in crisi.
È a rischio.
Serve
allora una svolta.
Ma deve partire da un dato di realtà: il tempo
dei più giovani è più veloce di quello della politica.
Si muovono in uno spazio che cambia di continuo: nel
lavoro, nella tecnologia, nel linguaggio, nei riferimenti.
E la
politica, troppo spesso, resta indietro.
Quando arriva, arriva tardi. Quando risponde,
la scena è già cambiata.
Questo
scarto non è solo una questione di linguaggio.
È il
cuore del problema.
Perché
quando la democrazia non sa stare nel tempo delle persone, perde legittimità.
Non
perché venga respinta, ma perché non viene più riconosciuta come utile.
I
giovani non sono fermi.
Si formano, prendono parola, costruiscono
reti.
Ma spesso la politica non li intercetta, li
osserva da fuori, con strumenti lenti e categorie che non coincidono più con la
loro realtà.
Le
domande che pongono – sul clima, sul lavoro che non basta, sull’intelligenza
artificiale, sulla pace – restano senza canali, senza luoghi, senza
interlocutori.
Non si
trasformano in processo politico.
E in
quel vuoto, la partecipazione si spegne.
Diventa
sfiducia.
Lì
nasce la tentazione dell’autorità.
Non
per ideologia, ma per stanchezza.
Quando
nessuno risponde, chi promette di fare viene ascoltato.
La
scorciatoia autoritaria – in nome dell’efficacia, dell’ordine, della rapidità –
torna ad apparire ragionevole come non lo era da decenni. Non è una deriva
astratta:
è un meccanismo concreto, che si attiva ogni
volta che la politica perde contatto con la vita reale.
Per
invertire la rotta servono luoghi e strumenti capaci di reggere il passo del
presente.
L’idea dei partiti liquidi, senza radici né
struttura, ha mostrato i suoi limiti: non ha aperto, ha disperso.
Parlare
oggi di organizzazione non è guardare indietro, è preparare il futuro.
Organizzare non vuol dire irrigidire, ma rendere
accessibile, abitabile, attraversabile.
Dare forma alla partecipazione, senza paura
della complessità.
Non si
tratta di riportare i giovani alla politica, ma di portare la politica dove
vivono, dove si formano, dove si muovono.
Non
convincerli a partecipare, ma creare condizioni per cui partecipare abbia un
senso.
Questo vale per i partiti, per le istituzioni
nazionali, per l’Europa. Nessuno di questi livelli può reggere se continua a
restare più lento del tempo in cui viviamo.
Una
democrazia che sa tenere il passo con chi ha vent’anni è una democrazia che può
ancora generare futuro.
Le domande che arrivano da chi cresce oggi non
sono una minaccia, ma un’apertura.
Non tutto è perduto, se si ha il coraggio di
ascoltare, aprire, decidere.
C’è
speranza. Basta non voltarsi dall’altra parte.
L’Iran
fa guerra economica, l’America
è
sotto stress: il conflitto nel Golfo
cambia
gli scenari.
It.insideover.com
- Andrea Muratore – (20 Marzo 2026) –
Redazione – ci dice:
“L’era
del dominio americano nella guerra economica è finita”:
è tranchant il titolo dell’analisi di “Nicholas
Mulder”, professore alla Cornell University è l’autore di “L’arma economica: l’ascesa delle
sanzioni come strumento di guerra moderna “, pubblicata dal “Financial Times”.
Un
approfondimento che spiega attivamente come la Terza guerra del Golfo stia
creando un netto disvelamento di una realtà che si stava consolidando da anni:
la capacità di Washington di usare la
coercizione economica come strumento di indirizzo della geopolitica globale sta
venendo meno e, anzi, facendo a sua volta una mirata e sempre più estesa guerra
economica ed energetica la Repubblica Islamica intende portare, nei limiti
delle sue possibilità, il conflitto in casa di Washington e dei suoi alleati.
Fisicamente,
laddove si tratta degli attacchi a raffinerie, oleodotti, centri di
distribuzione nel Golfo.
Commercialmente,
col blocco dello Stretto di Hormuz;
finanziariamente,
quando si parla del combinato disposto tra gli effetti sui prezzi legati alle
disruption e la scarsità fisica dei beni.
La
guerra economica dell’Iran.
Lo ha
ben detto “Mick Ryan” sulla sua newsletter Sub stack “Futura Dottrina”:
“la
guerra di Teheran è una guerra economica regionale e globale con una dimensione
sociale interna”, in un contesto in cui “il suo strumento principale non è la
sua aviazione distrutta o il suo arsenale di missili balistici notevolmente
ridotto.
I suoi strumenti principali sono lo Stretto di
Hormuz, gli sciami di droni per saturare le difese regionali e il prezzo del
petrolio”.
L’Iran
risponde agli assalti israeliani al gas e ai raid americani sul Paese puntando
direttamente i future, gli spread tra i prezzi delle materie prime travolte
dalla guerra e quelli delle consegne fisiche, incentivando la scarsità di gas
naturale, oro nero, alluminio, urea, fertilizzanti e tutto ciò che passa nella
strozzatura tra Golfo e Mar Arabico.
E non
solo.
Colpendo
i Paesi del Golfo ne colpisce la capacità di sdoganare investimenti in conto
capitale e tecnologia.
Dal “deal” per l’acquisizione di “Warner Bros
Discovery” da parte di “Paramount” a quello per il” progetto Stargate”, sono
innumerevoli nei soli Usa i progetti che dipendono dai denari di Arabia
Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar.
La
“sanzione” imposta a Washington mirando la rendita energetica che ancora
finanzia queste capacità d’investimento è notevole.
Hormuz,
atomica iraniana.
L’atomica
iraniana di Hormuz ha un fallout graduale.
Ma il
danno di primo piano è alla capacità americana di coercizione economica, come
nota “Mulder”:
l’Iran
“ha trasformato un punto di strozzatura fondamentale dell’economia mondiale in
un’arma per costringere il suo avversario a ridurre la tensione” e ha
confermato quanto è riuscito alla Russia dallo scoppio della guerra in Ucraina
e alla Cina dopo l’offensiva daziaria di aprile 2025, ovvero l’esistenza di una
capacità di diversificazione in grado di alleggerire la pressione statunitense
su economie rivali.
La
globalizzazione e l’interconnessione impediscono di isolare completamente un
Paese ma creano un’asimmetria sfavorevole, principalmente, per chi della
connessione stessa fa un dividendo per il proprio sistema. E Mulder ricorda che
esiste una teoria dei vasi comunicanti in un contesto in cui sostenere più
strategie di questo tipo è complesso, dato che “sventare l’arma energetica
utilizzata da Teheran ha quindi reso necessario un allentamento della guerra
economica contro Mosca”.
I
limiti della guerra economica americana.
La
guerra economica non può essere infinita nei tempi e nella durata: l’idea di
escludere intere economie dal sistema-mondo con le sanzioni, di renderle
operative “vita natura durante” e senza limiti, di ritagliare la
globalizzazione a proprio piacimento si sta scontrando con l’impossibilità
degli Usa di garantire la sostenibile deterrenza per tenere in mano il pallino
del gioco.
La
guerra economica era l’arma americana per eccellenza:
lo si
è visto in casi diversi, dalle sanzioni imposte al Giappone nel 1941 prima di
Pearl Harbour allo strangolamento dell’Iraq post-Guerra del Golfo, passando per
le manovre che precedettero il golpe cileno nel 1973. Ora questa capacità è
venuta meno.
E riconquistarla sarà ardua.
Il mondo ha preso le misure all’America.
E Washington di ciò non si è pienamente
accorta.
Le
guerre non difendono la democrazia.
Per
questo cresce chi si rifiuta di farle.
Ilmanifesto.it
- Marco Buscetta – (13-05-2025) – Redazione – ci dice:
Opinioni
In Ucraina si espande il fenomeno dei renitenti e disertori.
In Russia anche una tiepida critica conduce in
galera.
In
Israele aumentano i riservisti che non si presentano.
Proviamo
a mettere insieme alcuni fatti, con caratteristiche ben distinte, proporzioni e
pesi incomparabili, che si sono manifestati nei due principali teatri di guerra
del momento:
la striscia di Gaza e l’Ucraina.
Distinti
dunque, ma che riconducono alla contraddizione tra governanti e governati,
ossia tra chi la guerra la decide e chi la combatte sul campo.
In
alcuni casi si tratta di crepe e fratture allo stato iniziale, in altri di
fenomeni imponenti che possono anche determinare l’esito dello scontro.
In
Ucraina più ancora che la penuria di armi, ripetutamente lamentata dal governo
di Kiev, incide una penuria di uomini e motivazioni.
Ma se
ne parla assai meno perché è un tema imbarazzante che tocca direttamente la
legittimazione del potere statale.
Una inchiesta condotta per conto di “Al
Jazeera! da “Peter Morotea” e “Volodymyr Ilchenko” e pubblicata in Italia da
Internazionale rivela dati impressionanti sulla renitenza alla leva, sulle
diserzioni e più in generale sulla disponibilità a mobilitarsi per la difesa
del paese.
Nel
2024, riferisce l’articolo, ben sei milioni di persone chiamate a trasmettere i
propri dati ai centri di reclutamento non lo hanno fatto, mezzo milione di
procedimenti sono in corso per il reato di renitenza alla leva, prospera il
mercato delle esenzioni e i disertori non si contano. Inoltre, gran parte dei
soldati schierati al fronte ci sono stati trascinati con la forza e brutalmente
trattenuti.
Nella maggior parte prevale sfiducia e risentimento
nei confronti del governo e non solo per la guerra, ma anche per la politica
oligarchica e impopolare che la ha preceduta.
Neanche
in Russia il fenomeno della renitenza, dell’espatrio e della diserzione è
insignificante, ma le enormi dimensioni del paese, la censura e le misure
repressive rendono difficile quantificarlo e metterne in luce le diverse
motivazioni.
Qualunque
critica, neanche troppo radicale, dell’invasione russa conduce direttamente in
galera.
Figuriamoci un’indagine su renitenti e
disertori.
In
Israele è invece in visibile crescita il numero dei riservisti che non si
presentano per il servizio militare, quello dei renitenti, e alcune voci, anche
dall’interno dell’esercito, in esplicito dissenso con la conduzione della
guerra a Gaza.
Potrebbe
riprendere piede con l’escalation espansionista israeliana un movimento di
rifiuto della propria partecipazione alla guerra, analogo a quello dei
“refusenik” esploso durante la guerra in Libano nel 1982.
Infine
le manifestazioni per la fine della guerra e contro Hamas all’interno della
striscia di Gaza nello scorso marzo, proteste che esprimevano tutta la rabbia
di una popolazione stremata per le scelte politico-militari senza sbocchi ma
dalle prevedibili conseguenze, che hanno determinato l’attuale catastrofe
umanitaria.
Le
motivazioni e le forme di queste resistenze, che muovono del resto da
condizioni non paragonabili, sono molto diverse.
E va
subito chiarito che quelle di natura etica o di indignazione per gli orrori di
cui si è stati testimoni non sono prevalenti.
Più diffusa è la sensazione di essere manipolati dalle
forze politiche dominanti, di essere asserviti a interessi particolari senza
trarre per sé alcun beneficio, oppure la sfiducia e il risentimento nei
confronti di governi che chiedono continuamente sacrifici senza offrire nulla
in cambio.
Infine, ma non in ultimo, il desiderio di
salvaguardare la propria vita e integrità.
Il
rifiuto della guerra, insomma, è sempre anche rifiuto del proprio governo, che
sia aggredito o aggressore, democratico o autoritario.
All’incompatibilità
tra guerra e democrazia ci introduceva già un celebre testo classico, il passo
forse più citato della “Guerra del Peloponneso” di Tucidide:
il dialogo tra i Meli e gli Ateniesi.
Il
brano viene solitamente citato per mettere a confronto le ragioni della
giustizia (i Meli che rivendicano la loro pacifica neutralità) con quelle della
forza (la politica di assoggettamento) degli Ateniesi.
I
quali tagliano corto affermando che la giustizia può intervenire solo tra
contendenti dotati di potere più o meno equivalente, mentre dove vi sia
sproporzione conta solo la forza.
La
geopolitica contemporanea ha poco da aggiungere.
Ma merita invece attenzione una piccola
premessa al dialogo con gli ambasciatori ateniesi:
«I Meli non li introdussero dinanzi
all’assemblea, ma li invitarono ad esporre le ragioni per le quali erano venuti
dinanzi ai magistrati e ai maggiorenti».
Gli Ateniesi capiscono al volo che «le trattative non
si svolgono dinanzi al popolo, evidentemente per evitare che i più si lascino
da noi ingannare» ma in fondo condividono la logica di questa esclusione, che è
poi quella del potere sovrano.
La
resistenza decisa dai maggiorenti finirà malissimo.
Un
episodio riportato nel “Libro dei re” rafforza questa esclusione della volontà
popolare dalle questioni della pace e della guerra.
Nel 701 a.C. Gerusalemme è assediata dagli
Assiri.
“Eliakim”,
portavoce degli assediati, così si rivolge al comandante nemico:
«Ti prego, parla in aramaico, perché noi
intendiamo la tua lingua, ma non ci parlare in lingua giudaica, poiché il
popolo, che è sopra le mura, ascolta».
Ma
l’assiro, che intuisce la possibile distanza tra l’interesse popolare e quello
del regnante, parla in giudaico proprio per approfittarne.
Lunga
è dunque la storia che sottrae al demos la decisione sulla pace e sulla guerra.
Dichiarazioni di guerra e trattati di pace non
procedono per via democratica e non possono essere sottoposti a referendum.
Anche
il programma di riarmo della Ue, come abbiamo visto, è stato sottratto al
normale iter parlamentare.
Perché
già la preparazione bellica è incompatibile con la trasparenza e la democrazia.
La
guerra in Ucraina, intanto, rinvia sine die le elezioni politiche e il giudizio
su Zelenskyj.
Quella
di Gaza, alla quale altre già vanno aggiungendosi in Libano e Siria, eternizza
e rafforza il potere personale di Benjamin Netanyahu e della sua conventicola.
Grazie
alla guerra i caratteri democratici e il residuo di laicità dello stato di
Israele vengono smontati pezzo dopo pezzo, le opposizioni messe a tacere,
l’impunità garantita a criminali di guerra e politici profittatori.
L’emergenza, assai spesso artificiosa e interessata, è lo strumento meglio
collaudato per restringere o cancellare del tutto diritti e democrazia.
La
guerra, come emergenza estrema, il più radicale ed efficace di tutti.
Le
guerre sono dunque sempre contro la democrazia, anche quando vengono dichiarate
con il pretesto di difenderla.
Probabilmente
è questo che obiettori, renitenti e disertori hanno ben compreso, sottraendosi
al sacrificio per qualcosa che in nessun modo li rappresenta.
Poiché
nella guerra non vi è alcuna rappresentanza se non quella di entità astratte,
ideologiche o integralmente ostili alla vita reale.
Non si
può demolire la democrazia
in pochi mesi. Ora Trump è dimezzato.
Lastampa.it
– (22 febbraio 2026) – Serena Sileoni – Redazione – ci dice:
La sentenza
della Corte Suprema depotenzia la figura del Presidente americano,
Non si
può demolire la democrazia in pochi mesi.
Ora Trump è dimezzato.
La
democrazia non si costruisce in pochi mesi.
Gli
americani, con i loro fallimentari tentativi di esportarla, lo sanno bene.
Per lo
stesso motivo, in pochi mesi non si demolisce.
La
bocciatura dei dazi di Trump ne è una grandiosa conferma fin dall’inizio della
vicenda giudiziaria, quando il “Liberty Justice Center”, uno studio legale
texano senza scopo di lucro, insieme a “Ilya Somin”, professore di idee
libertarie della “George Mason University School of Law”, decidono di sfidare
in nome di cinque piccole imprese la “Trump enomics” e di percorrere tutti i
gradi di giudizio per tentare di giungere all’annullamento dei dazi in Corte
suprema.
Non
sono dettagli di cronaca.
Fronteggiare
il potere politico è un impegno difficile e costoso.
Per
affrontarlo, serve una società strutturata, in cui gli individui hanno
incorporato il senso autentico della cittadinanza ed esistono realtà e
organizzazioni che possano supportarne le battaglie.
Nel giro di pochi mesi, mentre Trump faceva e
disfaceva le tele delle tariffe, i ricorrenti sono arrivati dove volevano.
Con
una decisione firmata a maggioranza di sei su nove, i giudici hanno dichiarato
infondate le basi giuridiche su cui il Presidente aveva reclamato il potere di
imporre dazi.
il
caso Dazi, Trump alza il tiro: imprese americane in rivolta sui rimborsi,
dal
nostro corrispondente” Alberto Simoni”.
È una sentenza
tre volte importante.
Primo, per l’impatto politico che ha
sull’immagine di un Presidente costruita sulla forza di chi può prendersi tutto
quello che vuole, senza andare per il sottile delle forme e del rispetto delle
istituzioni.
Trump
e Vance hanno già ruggito contro ed è probabile che cercheranno altre strade
per non darla vinta alla Corte.
Ma è
chiaro che la decisione dimezza la figura presidenziale per come costruita da
un anno a questa parte, in politica interna così come in politica estera.
Il secondo elemento di importanza è l’impatto
economico.
In una
intervista di pochi giorni fa, “Scott Besson”, segretario di Stato al Tesoro,
aveva già annunciato che, nel caso in cui i dazi fossero stati dichiarati
illegittimi, lo Stato avrebbe dovuto provvedere a restituire almeno la metà
delle entrate incassate, per un ammontare, secondo le prime stime, di almeno
175 miliardi di dollari.
Il
terzo motivo, che riguarda il tipo di motivazione, è ancora più rilevante, se
inquadrato in una più ampia riflessione sullo stato di salute della democrazia
americana.
l’intervista.
Joseph
Stiglitz: “Con i dazi Trump ha impoverito le famiglie Usa. Europa più forte
dopo la sentenza”
Sara
Tirrito.
Appena
insediato, Trump aveva prontamente dichiarato due emergenze straordinarie che
minacciavano la sicurezza nazionale:
il traffico di droga da Cina, Messico e Canada
e il deficit commerciale. Tanto gli serviva, secondo i suoi consiglieri, per
precostituirsi l’ombrello legale dei dazi.
Una
legge del 1977 consente infatti al Presidente ampi poteri di intervento in caso
di minacce esterne, tra cui quella di “regolare importazioni”.
La
Corte, tuttavia, ha ritenuto che le “due parole separate da altre sedici” non
possono giustificare il potere del Presidente di imporre in maniera autonoma
tariffe o dazi da qualsiasi Paese, per qualsiasi prodotto, a qualsiasi livello,
per qualsiasi periodo, né che il termine “regolare” possa implicare quello, ben
più specifico, di tassare.
ALL’ASSIOM
FOREX.
Dazi,
la reazione della Finanza: “Dagli Usa ennesima prova di incertezza sull’economia
mondiale.”
Claudia
Luise dalla nostra inviata.
Le
motivazioni della Corte sono un concentrato di manualistica costituzionale e
liberale, intorno alla separazione dei poteri e al rapporto tra imposizione
fiscale e rappresentanza democratica.
Che vadano alla radice della distribuzione del
potere in una democrazia liberale non vuol dire, però, che fossero
argomentazioni scontate.
Da
molti anni la Corte suprema si è resa artefice e la dottrina complice di una
interpretazione creativa della democrazia e della distribuzione dei poteri che
hanno giustificato, tra le molte cose, anche lo spostamento del baricentro
decisionale dagli Stati al Governo federale e dal Parlamento al Presidente e
alla sua amministrazione.
L’analisi.
Stop
ai dazi, boccata d’ossigeno per la democrazia Usa:
il nodo dei rimborsi fino a 200 miliardi.
PIETRO
REICHLIN.
Chi,
in Corte e fuori, provava a mettere in guardia dai pericoli di formule e
dottrine che vedevano solo da lontano la Costituzione e i suoi precetti veniva
tacciato di essere un conservatore fuori dalla realtà del divenire. L’attivismo
giudiziario è stato uno strumento vincente della sinistra progressista, che le
è andato bene finché non si è accorta, con Trump, che non necessariamente gli
equilibri ideologici della Corte andavano per forza a suo favore.
Negli
anni Settanta, l’aborto fu legalizzato grazie a una sentenza acrobatica della
Corte.
Nel 2022, una Corte con sensibilità diverse,
in cui già sedevano 6 giudici su 9 di nomina repubblicana, è giunta a opposte
conclusioni.
Domande
e risposte.
Ricorsi,
rimborsi, come tutelarsi:
ecco
cosa cambia per le imprese dopo lo stop ai dazi Usa.
Sara
Tirrito.
La
sentenza di ieri spariglia le carte, perché proprio affronta la politica economica di Trump con argomenti
originali e testuali - il significato del verbo “regolare” e persino la sua
distanza rispetto alla parola “importazioni” - cari finora, nella prospettiva
politica, a conservatori e repubblicani.
Per
comprendere la portata spiazzante della sentenza bisogna leggere l’opinione
concorrente di “Gorsuch”, uno dei tre giudici della Corte nominati da Trump,
nella quale ripercorre tutte le volte in cui, negli anni, la Corte si è
allontanata dai canoni interpretativi che ora sembrano convincerla.
IL
QUADRO DEGLI ACCORDI.
Stop
ai dazi, schiaffo a Trump. E il presidente vara la tariffa globale al 10%.
SIMONA
SIRI.
È una
piccola rivincita, forse, degli argomenti dei testuali e soprattutto dell’indipendenza
dei giudici della Corte, mai messa in discussione fino a quando non ci si è
accorti che a nominarli avrebbe potuto essere anche Mr. Trump.
Ed è
stata proprio una Corte di cui si temono le derive conservatrici e
pro-trumpiane (tre giudici su nove sono stati nominati da lui e altri tre da
Bush) a dare la migliore lezione di equilibrio, rispetto delle istituzioni,
indipendenza e capacità di confronto democratico. Una conferma che un organismo
di sana e robusta Costituzione come gli Stati Uniti può anche essere scosso, ma
non definitivamente minacciato delle intemperanze di un presidente di turno.
“Avventure
postume di personaggi
illustri” di Roberto Alajmo
e
Marco Carapezza.
Pandorarivista.it
– 26 gennaio 2026 – Franco Maria Galassi – ci dice:
(Recensione
a: Roberto Alajmo e Marco Carapezza, Avventure postume di personaggi illustri,
Sellerio, Palermo 2025, pp. 192.)
Il
saggio di Roberto Alajmo e Marco Carapezza è un libro che interroga la morte
non come fine, ma come luogo di conflitto.
Non è,
infatti, un catalogo di curiosità necrofile, né una raccolta di aneddoti
eccentrici:
è,
piuttosto, una riflessione sulla seconda vita dei corpi celebri, sul destino
materiale dei resti umani quando la loro biografia storico-politica si è già
cristallizzata in mito, ideologia, devozione o propaganda.
Per
“vita dopo la morte”, gli autori premettono anzitutto che non intendono quella
consolatoria dell’anima, ma quella concreta, imbarazzante e spesso oscena dei
corpi e dei nomi affidati ai posteri.
Il
filo che le attraversa è l’idea che la morte non liberi affatto dalla storia:
al
contrario, per alcuni la rende, paradossalmente, più invadente e più
ingombrante.
Il
corpo diventa, così, il luogo privilegiato di una contesa simbolica in cui si
intrecciano amore e fanatismo, ammirazione e invidia, devozione e risentimento.
Le
reliquie laiche – il membro virile di Napoleone, i capelli di Beethoven, il
cervello di Einstein (casi citati nell’introduzione) – non sono, infatti,
semplici curiosità macabre, ma, a giudizio degli autori, sintomi di una
“patologia” profonda della memoria:
il
bisogno dei vivi di appropriarsi della grandezza altrui quando essa non è più
in grado di difendersi.
In
tale prospettiva, l’accanimento postumo appare come una vendetta della
mediocrità sulla grandezza, mascherata da culto, da studio, da omaggio.
Gli
autori colgono con finezza il punto essenziale:
non si
tratta quasi mai di odio esplicito, ma di una miscela inestricabile di
ammirazione e invidia, di desiderio di onorare e impulso a ridurre, sezionare o
possedere.
La
storia delle reliquie religiose, da Elena, madre di Costantino, all’iconoclasta
Giovanni Calvino, non è, allora, un semplice antecedente, ma la matrice
culturale di un gesto che la modernità non ha affatto superato, limitandosi a
travestirlo di linguaggio scientifico.
Anche la gestione delle spoglie diventa così
un atto di potere, l’ultimo terreno su cui i posteri esercitano una sovranità
tardiva su chi, in vita, ne aveva avuta troppa.
Queste
pagine non introducono soltanto dieci storie esemplari, pongono una domanda
radicale sul nostro rapporto con la morte, la memoria e la grandezza,
suggerendo che il vero scandalo non è ciò che resta dei morti, ma ciò che i
vivi fanno di quel resto.
A
questo punto è, però, da parte nostra necessaria una riflessione ulteriore, che
non ridimensiona ma precisa la forza dell’argomentazione. Il punto messo a
fuoco è decisivo e va riconosciuto come tale:
la
gestione dei resti illustri mette in luce una strategia di appropriazione
simbolica attuata quando la grandezza della figura eminente è ormai inerme.
Tuttavia,
proprio per evitare equivoci, è opportuno distinguere con chiarezza tra
devozione rituale e analisi scientifica dei corpi.
Se il
culto delle reliquie tende a fissare e feticizzare la memoria, lo studio
anatomico nasce invece da un’esigenza opposta, cioè quella di comprendere la
morte per servire la vita.
Dalle prime lezioni di anatomia fino alla
medicina moderna, il corpo morto è stato una fonte di sapere primigenia, non un
oggetto di venerazione o di trofeo.
Il
rischio denunciato dagli autori riguarda semmai la degenerazione di questa
pratica, quando il linguaggio scientifico diventa maschera di curiosità morbosa
o di collezionismo simbolico.
Il
rispetto per la scienza emerge, comunque, con chiarezza, anche nella
bibliografia essenziale del volume, che, pur con finalità divulgative e
rivolgendosi a un pubblico italiano, non rinuncia a richiamare alcuni studi
specialistici di settore.
Nell’opera
di Alajmo e Carapezza, il cadavere non è mai neutro, è una presenza attiva:
i
morti illustri continuano a esercitare potere sui vivi, e i vivi, a loro volta,
non smettono di esercitare potere sui morti.
La
tesi non è enunciata in forma teorica, ma emerge per accumulo di casi,
attraverso una scrittura controllata, sobria, spesso ironico-dissacratoria, che
evita tanto l’enfasi quanto il compiacimento.
Il
percorso si apre con “Evita” Perón (1919-1952), la cui morte segna l’inizio di
una lunga odissea postuma in cui il corpo imbalsamato diventa immediatamente
oggetto di culto, paura e conflitto politico. Trasformata dal peronismo in una
santa laica, la sua salma viene poi percepita dai regimi successivi come una
presenza ingombrante, una minaccia simbolica da neutralizzare.
Ne segue una sequenza di occultamenti,
spostamenti forzati e profanazioni che non mirano tanto a cancellare un
cadavere, quanto a spegnerne il potere.
Il corpo di Evita resta così impossibile da
seppellire davvero, perché continua a condensare memoria, consenso e devozione.
La
narrazione prosegue con Luigi Pirandello (1867-1936), e il suo destino postumo
diventa una sorta di ultimo atto della sua opera.
La
tensione tra volontà individuale e appropriazione collettiva, che aveva
attraversato tutta la sua riflessione sull’identità, esplode dopo la morte in
una sequenza di decisioni contraddittorie e di soluzioni provvisorie.
Pirandello aveva chiesto una fine spoglia,
quasi anonima, ma il suo corpo – o ciò che ne resta – viene progressivamente
sottratto alla sfera privata e inglobato in una gestione pubblica, simbolica,
celebrativa.
La
dispersione delle ceneri, il loro vagare, i continui rinvii e le incertezze
sulla sepoltura non sono episodi marginali né disfunzioni burocratiche: sono il
riflesso coerente di una poetica fondata sull’instabilità dell’io,
sull’impossibilità di fissare una forma definitiva.
Anche
da morto Pirandello non trova una collocazione stabile.
Il suo
corpo continua a muoversi, a essere spostato, rimandato, interpretato, come se
obbedisse alla stessa logica mobile e sfuggente delle sue maschere.
La morte non chiude il gioco delle identità:
lo prolunga.
Con
Vladimir Lenin (1870-1924), il discorso cambia radicalmente.
Qui il
corpo non è più problema, ma strumento politico. L’imbalsamazione, la
conservazione artificiale, la trasformazione del cadavere in oggetto di culto
laico – la metamorfosi σῶμα (corpo) in σῆμα (segno) – mostrano come la morte
possa essere sospesa, “congelata”, financo amministrata.
Lenin
non è semplicemente un morto esposto:
è un
corpo che legittima un potere, che ne garantisce la continuità simbolica, che
rende la rivoluzione una presenza fisica e permanente. Il tema del destino
della mummia – più correttamente “statua corporea” di Lenin – è particolarmente
caro a chi scrive, avendo partecipato alla più ampia revisione, ad oggi, della
letteratura scientifica sul caso del leader sovietico (Raffaella Bianucci,
Francesco Maria Galassi e Andreas G. Nerlich, Vladimir Il’ič Lenin. The
Embodiment of the Leader, in Dong Hoon Shin e Raffaella Bianucci (a cura di),
The Handbook of Mummy Studies, Springer 2021; lavoro recensito sulla stampa
italiana a cura di Andrea Cionci per Quotidiano Nazionale.
Il
capitolo dedicato a Giuseppe Mazzini (1805-1872) introduce il tema della
clandestinità postuma, mostrando come il trattamento del corpo rifletta una
vita interamente segnata dall’esilio e dalla cospirazione. Anche da morto,
Mazzini resta un soggetto politicamente pericoloso:
il suo
cadavere non è un semplice resto umano, ma un simbolo capace di riattivare
consenso e militanza.
Per questo il viaggio del feretro è circondato
da cautele, silenzi e ambiguità, come se la morte non avesse davvero
neutralizzato l’uomo.
Il
capitolo mette in luce il paradosso di un pensatore ostile ai culti personali
che finisce comunque al centro di una gestione quasi cospirativa delle proprie
spoglie.
Il timore non riguarda il corpo in sé, ma ciò
che esso rappresenta;
l’idea che l’ideologia sopravviva al suo
portatore e che il morto possa ancora “parlare”.
La sepoltura,
lungi dall’essere una chiusura, diventa così un’ulteriore fase di negoziazione
simbolica, in cui la morte non pacifica, ma prolunga l’inquietudine.
Con
Jeremy Bentham (1748-1832) si entra in un territorio di inquietante lucidità,
forse il più radicale dell’intero libro.
Il filosofo che aveva teorizzato l’utilità
sociale di ogni gesto, di ogni istituzione e di ogni pratica umana porta la
propria coerenza oltre la soglia della vita, trasformando consapevolmente il
proprio corpo in auto-icona.
Non
c’è violenza subita, né profanazione imposta dall’esterno.
Qui l’accanimento postumo è auto-amministrato,
pianificato, scritto nero su bianco.
Il
cadavere diventa oggetto didattico, presenza permanente, strumento morale.
Bentham
non chiede di essere ricordato, chiede di restare.
La razionalizzazione del corpo è totale e
insieme perturbante.
Lo
scheletro reale, il corpo ricostruito, la testa sostituita da un simulacro
rivelano un illuminismo che, nel tentativo di eliminare superstizione e
rituale, finisce per produrre una nuova forma di feticismo.
L’auto-icona
non è una statua celebrativa, ma un corpo che insiste, che occupa spazio, che
costringe lo sguardo.
Il
capitolo mostra come la massima coerenza filosofica possa generare il massimo
disagio simbolico:
Bentham
diventa il residuo paradossale di una ragione che non conosce pudore postumo e
che, proprio per questo, mette in crisi il confine tra persona, oggetto e
memoria.
Il
caso di Francisco Goya (1746-1828) è forse uno dei più emblematici e
malinconici del libro, perché qui non c’è progetto, né volontà, né controllo.
La
dispersione del cranio, la sua scomparsa silenziosa durante le riesumazioni
ottocentesche, l’impossibilità di ricomporre il corpo dell’artista funzionano
come una metafora potentissima della modernità stessa.
In un’epoca ossessionata dalla misurazione del
genio, dalla frenologia e dal collezionismo scientifico, la testa di Goya
diventa un oggetto desiderabile, studiabile, maneggiabile – e proprio per
questo destinato a perdersi.
Non c’è un atto sacrilego definitivo, ma una
lenta dissipazione:
il
cranio passa di mano in mano, viene esaminato, archiviato, dimenticato, forse
gettato via.
La
scrittura rinuncia deliberatamente a ogni spiegazione consolatoria o
romanzesca.
Non
c’è colpevole, non c’è complotto risolutivo.
Resta
solo la constatazione di una perdita irreversibile.
Il
pittore che aveva indagato la follia, la violenza, l’orrore e la disgregazione
del corpo lascia dietro di sé un corpo incompleto, come se l’arte avesse
consumato definitivamente la materia che la sosteneva.
Il genio sopravvive, ma non nel cranio.
Sopravvive
solo nelle opere.
Con
Molière (Jean-Baptiste Poquelin, 1622-1673) il corpo torna a essere un campo di
battaglia morale, e la morte diventa il luogo in cui si regolano conti antichi.
La sepoltura negata, le resistenze
ecclesiastiche, le autorizzazioni concesse a condizioni umilianti rivelano la
fragilità del confine tra fama e condanna.
Il
successo teatrale, l’applauso del pubblico, la protezione del Re non bastano a
proteggere il morto.
L’attore resta, per la Chiesa, una figura
infame, esclusa dai sacramenti e dalla piena sepoltura cristiana.
Il
funerale notturno, sorvegliato, ridotto al minimo, non è solo un atto rituale,
ma un gesto politico:
un
tentativo di contenere, ridimensionare, neutralizzare simbolicamente un corpo
troppo visibile in vita.
Il
teatro, che aveva fatto ridere i vivi e smascherato l’ipocrisia sociale, non
riesce a difendere il suo autore quando il sipario si chiude davvero.
Il
cadavere di Molière diventa così il luogo in cui si scontrano religione, morale
e rappresentazione, mostrando come l’arte possa essere tollerata finché resta
finzione, ma punita quando rivendica dignità anche nella morte.
Il
capitolo su Renato Cartesio (1596-1650) introduce un’ironia tragica che è anche
una perfetta chiusura concettuale del percorso filosofico moderno.
Il pensatore che aveva fondato la distinzione
rigorosa tra “res cogitans” e “res extensa” subisce, dopo la morte, una
frantumazione materiale che sembra smentire ogni ordine razionale.
Il corpo non resta unito, non trova una
collocazione definitiva:
viene
spostato, riesumato, smembrato.
Il
cranio, separato dal resto, intraprende una propria biografia autonoma,
passando di mano in mano, catalogato, inciso, autenticato, perduto e ritrovato.
Diventa
reliquia intellettuale, oggetto di studio, feticcio della ragione.
In questo vagare della testa cartesiana si
riflette un paradosso profondo:
la ragione, una volta spenta, non riesce più a
governare il proprio involucro.
Il
corpo del filosofo sfugge a ogni tentativo di ricomposizione definitiva, come
se il dualismo, negato come metafora, si realizzasse tragicamente sul piano
materiale.
Il
capitolo mostra come la modernità, nel tentativo di separare mente e corpo,
finisca per produrre resti che non sanno più stare insieme, né simbolicamente
né fisicamente.
Il
caso più estremo è forse quello di Papa Formoso (ca. 816-896), perché qui il
corpo smette di essere oggetto passivo di culto, studio o devozione, e diventa
imputato.
Il
“Sinodo del cadavere” non è soltanto un episodio grottesco o scandaloso, ma il
punto di rottura di un sistema di potere che non accetta limiti, nemmeno quello
biologico della morte.
Riesumato, rivestito, messo a sedere su un
trono, il cadavere di Formoso viene processato come se fosse ancora capace di
intendere e di volere.
Un
diacono parla per lui, risponde alle accuse, mentre il corpo in decomposizione
diventa parte integrante della messinscena giudiziaria. Qui, oltre a essere
fisica, la violenza è anche giuridica e simbolica.
Il
processo serve a riscrivere il passato, a delegittimare retroattivamente un
pontificato, a colpire un potere che non può più difendersi.
Il
capitolo mostra fino a che punto l’istituzione possa spingersi pur di
riaffermare la propria autorità:
mettere
in scena una giustizia che ignora la morte significa negare che esista un
ambito sottratto al controllo politico e rituale.
La
successiva riabilitazione di Formoso non cancella l’orrore del gesto, ma ne
sottolinea il fallimento.
Il
libro si chiude con Sant’Agata (ca. 231-251) e con lei il discorso cambia
radicalmente registro.
Dopo
corpi nascosti, imbalsamati, dispersi o processati, si entra definitivamente
nel territorio della devozione popolare.
Il
corpo smembrato della santa, le reliquie sparse, ricomposte, moltiplicate non
sono più segno di violenza o di profanazione, ma di appartenenza collettiva.
La mutilazione, che nel martirio era stata
strumento di punizione, viene rovesciata in linguaggio simbolico: ciò che è
stato tolto diventa ciò che protegge.
La
Santa non viene violata: viene condivisa.
I frammenti del corpo non dividono, ma
uniscono; non producono imbarazzo, ma identità.
La
frammentazione diventa una grammatica del sacro, un modo per rendere la
presenza divina accessibile, vicina, tangibile.
In
questa chiusura, il libro di Roberto Alajmo e Marco Carapezza suggerisce che
esistono corpi che sopravvivono non perché controllati o conservati, ma perché
disseminati, affidati a una comunità che li riconosce come propri.
Nel
loro insieme, queste Avventure postume compongono una sorta di storia
alternativa della modernità, raccontata non attraverso idee o eventi, ma
attraverso corpi.
È un
libro che non giudica, né moralizza o spettacolarizza.
Si limita a mostrare, con precisione e misura,
come la morte non chiuda mai davvero i conti, e come i cadaveri illustri
continuino a parlare, spesso contro la volontà di chi li aveva abitati.
(Francesco
Maria Galassi).
Sulla
strada dell'Armageddon.
Unz.com
- Filippo Giraldi – (20 marzo 2026) – ci dice:
Pete
Hegseth dice: "Per uccidere i cattivi servono soldi!"
Pensavo
che il governo degli Stati Uniti avesse toccato un nuovo punto basso la scorsa
settimana, quando la Federal Commission of Fine Arts ha approvato il “250°
Semiquintesimo th” Moneta commemorativa d'oro da 24 carati con il presidente
Donald J Trump appoggiato alla scrivania con i pugni stretti e il cipiglio, ma
questa era prima che il “Segretario alla Guerra Pete Hegseth” chiedesse 200
miliardi di dollari ai contribuenti americani per continuare a combattere la
guerra contro l'Iran, dicendo: "Ci vogliono soldi per uccidere i cattivi!"
Ammettiamolo,
l'approvazione della moneta era una scelta sicura, dato che Trump aveva
nominato tutti i membri della Commissione, proprio come aveva fatto quando
aveva caricato il consiglio dopo aver deciso di distruggere e rinominare il “Kennedy
Center for the Performing Arts”.
L'unica
preoccupazione durante la discussione con i funzionari della Zecca degli Stati
Uniti riguardava la dimensione della moneta, con il presidente che esortava i
commissari a scegliere monete di dimensione massima di tre pollici di diametro.
Ora si prevede che il Segretario al Tesoro “Scott
Bessent”, un altro fedele di Trump, ordini la coniazione della moneta.
Vorrei
sottolineare che un presidente che ha una moneta con il proprio ritratto non è
esattamente una tradizione governativa americana ben affermata.
In
effetti, la maggior parte degli americani potrebbe trovarlo assolutamente di
cattivo gusto e persino vergognoso l'atto di un megalomane che potrebbe essere
considerato folle in base alle sue stesse dichiarazioni e ad altri
comportamenti.
La
scorsa settimana, Trump stava incontrando alla Casa Bianca la donna Primo
Ministro del Giappone” Sanae Takaichi” quando ha fatto una battuta rispondendo
alla domanda di un giornalista sulla sua decisione di "sorprendere"
l'Iran attaccandolo, dicendo:
"Chi
ne sa meglio della sorpresa del Giappone? OK? Perché non mi hai parlato di
Pearl Harbor? OK? Giusto?"
“Takaichi
“era chiaramente scioccato.
All'inizio
della settimana Trump era anche in grande forma per quanto riguarda i commenti
inappropriati, dichiarando di essere aperto a usare "truppe di terra"
contro l'Iran, il che avrebbe ucciso molti militari americani senza alcun
vantaggio per interessi o bisogni statunitensi.
Ha anche minacciato di smantellare la NATO se
gli stati membri non si unissero allo sforzo degli Stati Uniti di sconfiggere
l'Iran e aprire lo Stretto di Hormuz.
Ha inevitabilmente definito
"codardi" coloro che non sono disposti a combattere.
La
NATO, che ammette di aver ormai superato la sua utilità, riconosce giustamente
che l'Iran è la guerra di Trump e Israele, non quella dell'Europa.
La
Spagna ha detto senza mezzi termini a Trump di andarsene e ha bloccato l'uso
delle sue basi NATO agli aerei militari statunitensi a supporto della guerra.
La Svezia, nel frattempo, ha dichiarato con
coraggio che Israele DEVE ESSERE ISOLATO ed ESPULSO da istituzioni
internazionali come ONU e UE a causa della crisi di Gaza in aumento e delle
annessioni in Cisgiordania!
I
leader svedesi stabiliscono la violenza negli insediamenti, i divieti delle ONG
ei blocchi di aiuti "catastrofici", sollecitando sanzioni contro i
ministri israeliani "estremisti" e il blocco commerciale.
Diverse
altre nazioni hanno anche dichiarato che arresteranno Netanyahu, se sarà ancora
vivo, in base al mandato di arresto della Corte Penale Internazionale emesso
qualora dovesse mai comparire nei loro paesi.
Hanno
inoltre negato il loro spazio aereo a qualsiasi aereo israeliano che
trasportasse Netanyahu, rendendo difficile per il primo ministro viaggiare
fuori Israele.
Il generale francese a tre stelle “Michel
Yakovleff”, che un tempo comandava la Legione Straniera, ha paragonato
l'adesione alla guerra tra Trump e Israele contro l'Iran a "comprare
biglietti economici per il Titanic" dopo che ha già colpito l'iceberg.
E
aspetta un attimo, perché c'è ancora altro!
Trump
minaccia di revocare le licenze alle emittenti statunitensi che stanno
riportando notizie relative all'attacco in Iran che non concordano con la
narrazione approvata sulla guerra che sta emergendo dalla Casa Bianca e dai
Dipartimenti della Guerra e di Stato.
La Casa Bianca definisce tali reportage
"fake news".
Se
approvata, la mossa renderebbe la libertà di parola dei media condizionata a
chi sia presidente e a quale sia la sua politica, un colpo probabilmente fatale
al Primo.
Ci sono anche notizie secondo cui il
Dipartimento di Giustizia sta andando contro i critici conservatori della
guerra, incluso Tucker Carlson, che a quanto pare sarà indagato per "aver
agito come agente di una potenza straniera."
Un deputato legato all'AIPAC chiede che venga
indagato con l'accusa di tradimento, che è l'unico reato nella Costituzione
degli Stati Uniti che comporta la pena di morte.
Allo
stesso modo, Joel Kent, un direttore del Centro nazionale antiterrorismo
statunitense, persona assolutamente rispettabile e pluridecorata, con un
curriculum impeccabile, è finito sui giornali per le sue dimissioni di martedì.
Ha
fornito due motivazioni per la sua decisione.
In primo luogo, ha dichiarato che l'affermazione
secondo cui l'Iran rappresentava una "minaccia imminente" per gli
Stati Uniti era una menzogna e, in secondo luogo, che la guerra veniva
combattuta per Israele, non a sostegno di alcun interesse nazionale o di
sicurezza americano.
Kent
aveva ragione in ogni dettaglio, osservando come "alti funzionari
israeliani e membri influenti dei media americani" abbiano lavorato
duramente a quella che era a tutti gli effetti una campagna di disinformazione
per provocare una guerra contro l'Iran, a vantaggio di Tel Aviv e del Primo
Ministro Benjamin Netanyahu.
Sia
loro che Trump e il suo staff hanno mentito ripetutamente sul conflitto,
arrivando persino a descriverlo come un'"escursione" piuttosto che
una "guerra" per renderlo credibile all'opinione pubblica.
Trump
ha persino mentito sul bombardamento statunitense del primo giorno di guerra,
in cui persero la vita 170 studentesse iraniane, affermando falsamente che
l'attacco fosse stato compiuto dall'Iran.
Il
tentativo di screditare Kent procede a pieno ritmo.
Secondo
Trump, "Ho sempre pensato che fosse debole in materia di sicurezza, molto
debole in materia di sicurezza. Non molto bravo", un'affermazione ridicola
proveniente da uno come il presidente, visto il suo curriculum.
E
l'FBI starebbe indagando su Kent per "fughe di notizie classificate",
ma il contenuto di queste presunte fughe non è stato rivelato.
Trump ha anche dimostrato la sua grande classe
usando la morte dei soldati americani come pretesto per ottenere contributi e
altro sostegno per i suoi comitati di azione politica.
Il
messaggio, inviato giovedì e pagato dal comitato di azione politica “WNever
Surrender Inc.”, registrato da Trump , pubblicizzava una nuova "Iscrizione
al briefing sulla sicurezza nazionale" e includeva diversi link per le
donazioni.
La
richiesta includeva una foto di Trump con il suo ridicolo berretto da baseball
mentre salutava le bare che sfilavano alla base aerea di Dover. La mancanza di
dignità del berretto ha offeso molti militari in servizio e veterani, come me!
E
infine, una notizia che potrebbe rivelarsi positiva!
Da un
paio di settimane circolano voci sulle disavventure della più grande nave da
guerra del mondo, la “portaerei USS Gerald R. Ford” , iniziate con un
malfunzionamento dei servizi igienici di bordo, che ha richiesto riparazioni e
manutenzione.
Secondo
un rapporto, la causa potrebbe essere stata l'intasamento deliberato delle
tubature da parte di membri dell'equipaggio che avrebbero gettato nel water
indumenti e altri oggetti "indigeribili".
È stato inoltre segnalato un vasto incendio,
durato 30 ore, nella lavanderia di bordo, che ha reso necessario il ritorno a
Creta per importanti riparazioni.
La
Ford ha ora lasciato l'area operativa collegata all'Iran.
Un
altro aspetto che il signor Trump, l'autoproclamato genio, farebbe bene a
considerare è la possibilità che, se gli Stati Uniti decidessero di limitare i
danni e ritirarsi dalla guerra contro l'Iran, Israele si arrabbierebbe
moltissimo.
Netanyahu potrebbe persino organizzare
un'operazione sotto falsa bandiera, come forse lo fu l'11 settembre, per
uccidere un gran numero di americani di stanza in Medio Oriente, attribuendone
la colpa all'Iran per spingere Trump a proseguire.
Questa
possibilità si basa solo su un sospetto che nutro da tempo, man mano che Trump
si fa sempre più nervoso per la guerra e, dopotutto, Israele storicamente non
ha mai avuto problemi a uccidere americani quando necessario.
O
chiunque altro.
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest,
una fondazione educativa deductibile dalle tasse 501(c)3).
Quello
che sta succedendo è
davvero
la TERZA GUERRA MONDIALE.
Unz.com
- Michael Hudson – (12 marzo 2026) – ci dice:
NIMA
ALKHORSHID: Ciao a tutti. Oggi è giovedì 12 marzo 2026 e i nostri cari amici “Richard
Wolff” e “Michael Hudson” sono qui con noi.
Benvenuti,
Mike, Richard.
MICHAEL
HUDSON: È un piacere essere qui.
RICHARD
WOLFF: Sono felice di essere qui.
NIMA
ALKHORSHID:
Sì.
Permettimi di iniziare oggi con te, Richard, e con quello che è successo, sai,
l'attacco iniziale, il primo giorno dell'attacco all'Iran, sai, l'attacco
americano all'Iran, e hanno colpito una scuola in Iran, cosa che è stata contestata
da molte persone.
Sai, non sono soprattutto i Democratici a
parlare di come sia potuto succedere?
Perché
lo si può trovare sulla mappa. Si può trovare tutto.
E ogni volta che Donald Trump si esprime, si
parla di missili Tomahawk. Poi lui dice missili Tomahawk.
Forse
provenivano dall'Iran.
Poi è
venuto fuori che l'Iran non ha missili Tomahawk.
Gli Stati Uniti, insieme a Germania, Regno
Unito e Francia, hanno questo tipo di missili Tomahawk.
E qual è la tua opinione su Donald Trump e sul modo in
cui sta cercando di rispondere a queste critiche all'interno degli Stati Uniti
e su cosa sta succedendo in Medio Oriente con la guerra?
RICHARD
WOLFF:
Bene,
sono contento che abbiate iniziato con me perché risponderò in modo piuttosto
schietto, con una risposta che so essere incompleta, e poi lascerò che Michael
e voi la completiate e mi correggiate dove sbaglio.
Non
capisco la discussione in corso in cui le persone sembrano voler porre al
signor Trump una semplice domanda:
"Qual
era l'obiettivo, così da sapere quando lo ha raggiunto e poterne parlare tutti
insieme, avendo un obiettivo chiaro?".
E il
signor Trump ha fatto quello che ha spesso fatto: non ha risposto a quella
domanda, ma ha scelto invece di dare risposte multiple che non sono coerenti
tra loro.
Si
tratta di un cambio di regime? Di porre fine al loro programma nucleare? Di
privarli della capacità militare di minacciare i loro vicini?
Voglio
dire, potrei continuare, le avete già sentite tutte. Non mi interessa
minimamente.
Perché no?
Perché, presumo, per come vedo il mondo, la
decisione di entrare in guerra, che è una delle decisioni più importanti che
chiunque possa prendere, è, come tutte le decisioni, grandi e piccole,
determinata da molti fattori che non puntano tutti nella stessa direzione.
Ogni
leader politico che abbia mai dichiarato guerra ha dovuto affrontare il fatto
che c'erano aspetti che rendevano saggio entrare in guerra e altri che lo
rendevano stupido e pericoloso, e li ha valutati e ha preso una decisione.
Presumo
che funzioni così.
Che i
leader ne siano consapevoli o meno non ha importanza.
È
quello che penso sia il processo in sostanza.
Va
bene.
Detto
questo, ora voglio provocare.
Ecco quello che sospetto sia stato il fattore
decisivo. Non l'unico fattore. Non c'è un unico fattore.
Non credo nemmeno che ci sia un fattore
chiave.
Ci
sono molteplici fattori, e bisogna considerarli come un insieme eterogeneo.
Ma
quelli su cui voglio focalizzare l'attenzione sono quelli di cui non si parla.
E non
se ne parla molto, né da parte dei Repubblicani né da parte dei Democratici.
E cioè
che, come gran parte di ciò che fa il signor Trump, si tratta di una messa in
scena politica i cui obiettivi sono altrove.
Quindi
non penso che questa sia una guerra seria nel senso che pianifichi un
programma, hai piani di contingenza.
Ecco
cosa faremo se durerà due settimane.
Ecco
cosa faremo se durerà due mesi. Ecco cosa faremo se durerà due anni.
E
prendi provvedimenti, organizza i tuoi alleati e tutte queste cose. Vedo quasi
tutto ciò assente, il che rafforza in me la seguente conclusione.
I due
problemi principali che il signor Trump ha dovuto affrontare tre settimane fa,
o comunque quando è stata presa questa decisione, erano, in primo luogo, l'infinita vicenda dello scandalo
Epstein, e in luogo, una situazione economica già grave. Molti degli aspetti di cui abbiamo
parlato in questo programma.
Ne
scrivo io, ne scrive Michael, quindi ne abbiamo discusso.
E non c'era niente che potesse fare.
E
quando la Corte Suprema ha abolito i dazi, annullando l'unica fonte di entrate
che quest'uomo era riuscito a creare, mentre propone un aumento di 600 miliardi
di dollari nel bilancio militare per il prossimo anno, beh, questo significa
che saremo di nuovo un paese con un deficit di migliaia di miliardi.
Quindi
farà una brutta figura. I posti di lavoro sono un disastro. L'inflazione sta
per riprendere a salire.
Si è
fermata durante l'era Biden, è diminuita e poi si è bloccata.
Non è
riuscito a farla scendere ulteriormente.
I
Democratici si stanno divertendo un mondo, come al solito.
Non
sanno dire di cosa si tratti, quindi si inventano uno slogan pubblicitario
intelligente: "accessibilità economica".
Sapete,
è come se qualcosa di brutto si fosse abbattuto sull'America, come un giorno di
pioggia, una crisi di accessibilità economica.
Bene, conclusione.
Andremo
in guerra perché la guerra allontana Epstein dai titoli dei giornali.
Mette
in secondo piano la crisi economica, o addirittura la fa sparire dalle prime
pagine. E
invece, concentra tutta l'attenzione sul comandante in capo, mentre parla di
fiamme, bombe e di tutta la messa in scena di una guerra.
Vuole
una guerra di facciata finché non distrae il popolo americano. E più a lungo
riuscirà a mantenerla senza che le conseguenze gli creino nuovi problemi, cosa
che accadrà.
Ma per
il momento, qui ha una distrazione, e non riesco a pensare a nient'altro che
potrebbe fare, dato chi è, che gli offre quei benefici di distrazione che
questo colpo offre davvero.
Il vantaggio collaterale: mantenere Israele in piedi.
Sai, vuole sviluppare quel rapporto. Negli
Stati Uniti c'è un sostegno, significativo, per mantenere viva questa
relazione.
Ok, è
un piccolo vantaggio collaterale che può ottenere per questo.
E dato
che non conosce la storia, lo si vede sempre, e non gli importa molto, non deve
preoccuparsi di tutte queste conseguenze. Perché se provi a riflettere sulle
conseguenze delle tue azioni, beh, l'unico strumento che hai davvero è la
storia.
Puoi
provare a tornare indietro e vedere come storicamente questi problemi sono
stati concepiti e risolti, e poi scegli e speri che questo sottoinsieme possa
funzionare nelle tue circostanze particolari.
Uno dei motivi per cui il lavoro di “Michael
Hudson “sulla storia antica del denaro è molto prezioso è perché, come Michael
sicuramente sa, ciò che ha trovato nella storia è stato plasmato da ciò che
vive ora.
Quello
a cui vuole che riflettiamo e vediamo sono le cose fatte in passato:
il ruolo che ha avuto il denaro e il ruolo
della politica monetaria, che ci daranno indizi su quello attuale.
Il
signor Trump non può farlo perché non ha idea e non ha rispetto per le realtà
storiche che potrebbe utilizzare.
Quindi
finisce per improvvisare, come sono sicuro che dica, e ora lo sta facendo
attraverso una guerra.
Non è il primo presidente né il primo leader
politico a essere spinto in guerra da considerazioni di politica interna.
Non è
una novità. Non voglio dire che sia l'unica persona ad averlo fatto, ma penso
che sia proprio quello che sta succedendo qui.
NIMA
ALKHORSHID: Michael?
MICHAEL
HUDSON:
Beh,
penso sia perfettamente naturale che Trump non annunci il vero scopo della
guerra in Iran.
Tutta
la sua carriera imprenditoriale ha avuto un unico scopo: imbrogliare i suoi
soci, i suoi fornitori e i suoi appaltatori.
Non
dirà certo apertamente:
"Il mio scopo come uomo d'affari è imbrogliarvi.
Il mio scopo è rendervi ricchi".
E poi li imbroglierà se riuscirà a convincerli a farsi
raggirare nelle operazioni immobiliari che ha concluso per tanti anni, in modo
così noto a New York.
Credo
che lo scopo della guerra sia molto chiaro.
È lo
stesso scopo che ha portato gli Stati Uniti a rovesciare il regime iraniano nel
1953.
Tutto
ruota intorno al petrolio. E non si tratta solo di petrolio. Trump ha detto di
voler instaurare un proprio regime e lasciare che gli Stati Uniti prendano il
controllo del petrolio iraniano, proprio come ha tentato di fare in Venezuela.
È una
ripetizione.
Ma
controllare questo petrolio ha un ambito molto più ampio per ciò che sta
cercando di fare, che ovviamente ha pensato e parlato con le sue altre nazioni:
controllare
l'intero commercio mondiale di petrolio, perché non si può controllare il
commercio petrolifero non solo senza controllare il commercio mondiale, ma
anche isolare i paesi che non sono sotto il proprio controllo per questo
commercio, come la Russia e l'Iran, e come lo era il Venezuela.
Quindi
penso che si tratti del petrolio, ed è questo che rende ciò che accade qualcosa
di ben oltre la disponibilità di Trump, per non parlare della capacità, di
spiegare al mondo.
E questo è davvero l'inizio della Terza Guerra
Mondiale e di tutti gli allineamenti che ciò richiederà.
Ed è
una guerra mondiale perché il petrolio è una merce internazionale.
Ogni nazione al mondo ha bisogno del petrolio
per alimentare le sue fabbriche, fornire elettricità, illuminare e riscaldare
le abitazioni, sostenere l'industria chimica e soprattutto l'industria dei
fertilizzanti.
Quindi,
e poiché il 20% del commercio mondiale di petrolio proviene dall'OPEC e passa
effettivamente attraverso lo “Stretto di Hormuz”, l'effetto si sta facendo
sentire in tutto il mondo in questo momento.
E
quindi, non cercherò di leggere nella mente di Trump o di spiegare cosa sta
succedendo in questo momento in Medio Oriente perché tutti i vostri ospiti
militari nel vostro programma sono in grado di farlo.
Ma
penso di poter capire dove tutto questo porterà in futuro.
E il
futuro è ciò di cui parla questa guerra. Come sarà strutturato il mondo da ora
in poi, sotto il controllo degli Stati Uniti o sotto l'indipendenza dell'Iran?
Quindi,
voglio parlare di cosa entrambi i paesi hanno in programma per il futuro, e
ognuno di loro ha un piano, e cosa questo significhi per il petrolio.
L'Iran
ha dichiarato che la guerra continuerà finché non avrà raggiunto il suo
obiettivo principale: cacciare definitivamente gli Stati Uniti dal Medio
Oriente.
E proprio stamattina, l'Ayatollah Khomeini ha
affermato che ciò include la fine di Israele.
Ci vorrà molto tempo, e questo significa che
sarà una guerra lunga. Circolano diverse indiscrezioni secondo cui Trump
avrebbe telefonato a Putin in Russia dicendogli:
"Non
potresti provare a fare pressione sull'Iran affinché ci sia la pace nel mondo e
negoziamo un cessate il fuoco?
Sai,
lo abbiamo bombardato. Ora che lo abbiamo bombardato, siamo disposti a
fermarci".
Come
se l'Iran non avesse già pianificato tutto a lungo termine, annunciando al
mondo intero quale sarà il suo futuro per il resto del semestre, per il resto
del 2026.
Ha
trattenuto le sue bombe più potenti perché voleva che Israele, le basi militari
americane e i paesi dell'OPEC esaurissero tutti i loro sistemi di difesa aerea
e missilistica contro gli attacchi dei droni iraniani e l'uso dei suoi vecchi
missili.
E una
volta esauriti questi sistemi, l'Iran sferrerà il colpo decisivo. Lo ha
ripetuto più volte come strategia.
Ed è
per questo che, l'anno scorso e di nuovo durante la guerra dello scorso giugno,
ha dimostrato la sua capacità di penetrare le difese delle basi militari
israeliane e, di conseguenza, anche di quelle statunitensi. E ci riuscirà.
Quindi
ha cercato di dire: "Guardate, se ci state davvero attaccando, ecco cosa
succederà. Vi abbiamo mostrato il futuro. Vi abbiamo mostrato cosa succederà".
E
Trump non ci credeva davvero. Trump aveva una visione del futuro che prevedeva
la guerra.
Diceva:
"Prima di tutto, sapete, bombarderemo l'Iran. Dobbiamo farlo, se
bombardiamo la leadership e la annientiamo, il popolo iraniano si ribellerà e
dirà che il leader è morto. Potremo ribellarci e avere un governo
filo-americano, in pratica. Qualcuno come lo Scià e suo padre, che fu
[insediato] nel 1925. Un cliente trasformato in una dittatura cliente".
Questo
era ciò in cui credeva.
E
pensava che sarebbe stata una figura simile a Eltsin che avrebbe permesso alle
compagnie americane di entrare e sviluppare il petrolio iraniano controllandolo
e assorbendo così l'Iran, trasformandolo in un satellite degli Stati Uniti.
Non ha
funzionato. Trump ha anche annunciato, e l'esercito ha confermato, "Bene,
sosterremo i curdi. Faremo all'Iran quello che abbiamo intenzione di fare alla
Russia e alla Cina. Divideremo l'Iran in cinque diverse unità etniche e
inizieremo sostenendo i curdi, che combatteranno per la loro autonomia".
Ebbene,
negli ultimi giorni, i curdi iracheni e iraniani hanno inviato delle note al
nuovo Ayatollah.
"Non attaccheremo l'Iran. Non si
preoccupi. Sappiamo che sarebbe un suicidio. Abbiamo già perso abbastanza
fiducia negli Stati Uniti in passato e siamo stati annientati. Non si preoccupi
di questo".
Quindi
quel sogno di Trump è fallito.
E lui
pensava davvero di poter in qualche modo distruggere tutte le difese
missilistiche iraniane.
E in sostanza, lo shock e il petrolio
avrebbero fatto all'Iran quello che l'America ha fatto all'Iraq nella guerra
del 2003.
Tutto il futuro che gli americani hanno previsto: una
guerra breve che porterà a una vittoria americana o almeno all'annientamento
dell'Iran.
E come ha detto Trump: "Se non annientiamo, se non
sconfiggiamo davvero l'Iran ora, dovremo semplicemente passare i prossimi
cinque anni a riarmarci e ad attaccarlo di nuovo".
Quindi
sarà una guerra fino alla fine.
Beh,
l'Iran dice anche: "Hai assolutamente ragione. Sarà una guerra per porre
fine a tutta l'occupazione statunitense del Vicino Oriente."
Ci vorranno molto più di pochi mesi o
settimane, che Trump sperava avrebbero risolto entro il momento in cui andrà in
Cina e incontrerà il presidente “Xi” per parlarne.
Quindi
Russia, Cina e Iran sostengono insieme ciò che sta accadendo.
E
l'effetto di questo sul resto del mondo, che ci attira tutti, ha costretto il
resto del mondo a schierarsi.
L'Europa
è lacerata dalle pressioni energetiche che finora hanno sostenuto e hanno
gettato il suo sostegno a Stati Uniti e Israele. E la popolazione europea, come
abbiamo già detto, è contraria alla guerra, ma non ci saranno nuove elezioni per
sostituire Starmer e Meritz, Macron e Merz per un po'.
Quindi,
questo problema sussisterà.
La
domanda è: cosa faranno i paesi asiatici?
Beh,
bloccare lo Stretto di Hormuz per sei mesi non solo blocca il petrolio, ma
anche il gas naturale.
E le
principali vittime di tutto ciò sono la Corea del Sud e il Giappone. Cosa
faranno con tutto questo?
Significa che le loro principali industrie saranno ferme.
Significa disoccupazione.
Significa anche una
contrazione del PIL per l'Europa. Quindi gli alleati dell'America sopporteranno il
costo maggiore.
E per impedire che questa crisi mondiale provochi una
depressione mondiale simile a quella del 1929-1931, Trump ha detto:
"Va bene, lasceremo che la Russia fornisca petrolio al
mondo".
Sta cercando di impedire alla Russia di rifornire la Cina di
petrolio.
E le navi iraniane
hanno rifornito la Cina di petrolio, ma sono state in grado di soddisfare solo
circa il 5% del fabbisogno petrolifero cinese.
Quindi,
la Russia interverrà.
E solo
negli ultimi giorni, il presidente Putin ha detto:
"Beh, l'Europa non vuole il nostro
petrolio e gas. Facciamolo subito." Hanno già detto che interromperanno
l'acquisto ad aprile.
Le
navi russe sono state riportate e, invece di consegnare petrolio e gas
all'Europa, lo stanno fornendo ai paesi con cui intendono sviluppare relazioni
a lungo termine quando questa guerra sarà finita.
E le
relazioni saranno con i paesi BRICS, con l'Africa e con il Sud America. In
particolare, il Brasile è importante per tutto questo perché importa l'80% dei
suoi fertilizzanti.
E
questo è necessario affinché il Brasile possa coltivare la soia che esporta in
Cina per la sua valuta estera.
Il
fertilizzante è la chiave non solo per nutrire la propria popolazione, ma anche
per sostenere la bilancia dei pagamenti in altri paesi.
I paesi del sud globale sono assolutamente messi sotto
pressione da questi prezzi in aumento dei prezzi del petrolio e del gas.
E
l'incapacità di ottenere fertilizzante minaccia di causare un fallimento dei
raccolti in Africa e Sud America.
E
l'unico modo per evitare questo, finché lo Stretto di Hormuz è chiuso al
petrolio dell'OPEC, è dalla Russia o dall'Iran.
Beh,
l'Iran continuerà a sostenere principalmente la Cina, quindi è davvero la
Russia a sviluppare tutto questo.
Quindi,
mentre il piano degli Stati Uniti era di conquistare l'Iran e ristrutturare il
commercio petrolifero mondiale, si scopre che la ristrutturazione probabilmente
rafforzerà Iran e Russia nel lungo termine, a meno che gli Stati Uniti non
spazzino via l'Iran.
Ed è
proprio questo il senso di questa guerra.
Gli
Stati Uniti minacciano di accelerare la situazione, e l'Iran sta semplicemente
decollando con i suoi grandi missili che continueranno ad andare avanti.
So che
mi sono dilungato, ma vorrei aggiungere, in vista di una discussione futura,
due punti che vorrei approfondire.
Il primo è che l'obiettivo dell'Iran sarebbe
quello di isolare l'OPEC dagli Stati Uniti e dal dollaro.
Innanzitutto,
sostiene che i paesi dell'OPEC non possono permettere agli Stati Uniti di
utilizzare il loro territorio come basi militari.
Ecco
perché ha bombardato il Bahrein, il Kuwait e altri paesi.
In
secondo luogo, l'Iran ha affermato:
"Per
indurre davvero i paesi arabi a non ricostruire queste basi, dobbiamo
interrompere i legami economici tra i paesi arabi e gli Stati Uniti".
Uno
dei principali legami che hanno indicato è quello con le grandi aziende
informatiche che desiderano installare centri di calcolo per l'elaborazione
automatica dell'intelligenza artificiale.
Google,
Microsoft e altre.
Quindi
gli iraniani hanno detto: "Battaglieremo un numero sufficiente di loro
installazioni qui in modo che non possano più farlo".
E hanno avanzato una richiesta finale, davvero
radicale, agli altri paesi arabi: "Dovete iniziare a disinvestire negli Stati
Uniti. Tutti i vostri enormi risparmi nazionali e i risparmi personali delle
monarchie arabe sono stati investiti in azioni e obbligazioni statunitensi,
principalmente obbligazioni e depositi bancari. Dovete disinvestire negli Stati
Uniti".
Ebbene, questo sta già accadendo volontariamente da parte dei paesi arabi
perché affermano, soprattutto l'Arabia Saudita:
"Siamo un'economia fortemente
indebitata. E ora che non riceviamo più entrate dalle esportazioni di petrolio,
dobbiamo bilanciare il nostro bilancio ed evitare di andare in default sui
nostri legami finanziari liquidando parte dei risparmi che abbiamo accumulato".
Quindi
i paesi arabi stanno già iniziando a vendere i risparmi.
Questa
è una cosa che sta succedendo. Un'altra è qualcosa che accadrà a causa di
questa Terza Guerra Mondiale, molto simile a quello avvenuto dopo la Seconda
Guerra Mondiale.
Cioè,
porrà fine alle monarchie in molti paesi arabi dell'OPEC.
Hai
già visto il re del Bahrain, che era un protetto dell'Arabia Saudita. È fuggito
dal paese ed è andato in Arabia Saudita. E il Bahrain ha una popolazione
prevalentemente sciita, mentre il re è sunnita e si è già trasferito lì.
Mi
aspetto che quella monarchia cadesse, proprio come la Prima Guerra Mondiale
vide finire le monarchie europee.
L'Inghilterra mantenne la sua monarchia perché fu
trasformata in un'attrazione turistica, praticamente, senza alcun vero effetto.
Ma le
monarchie sono finite.
Beh, anche la Giordania è probabilmente una
monarchia in cui la popolazione interna, in gran parte palestinese, rovescerà
la monarchia giordana.
E
penso che l'obiettivo dell'Iran sia sostituire le monarchie familiari arabe con
monarchie che siano più favorevoli a loro e almeno tolleranti nei confronti
della religione sciita, non più i suprematisti sunniti wahabiti.
Quindi
penso che vedremo questa come una caratteristica principale.
E
naturalmente, un altro aspetto di cui penso dovremmo parlare per il futuro
esito di questa Terza Guerra Mondiale è che la Prima Guerra Mondiale portò alla
creazione di un'organizzazione internazionale, la Società delle Nazioni.
Gli
Stati Uniti non vi aderirono perché dissero: non aderiremo a nessuna
organizzazione internazionale in cui non abbiamo potere di veto. Nessuno ci
dirà cosa fare.
Ebbene,
il mondo è caduto nella depressione, poi c'è stata la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo
la Seconda Guerra Mondiale, ci fu un altro tentativo di creare un corpo di
diritto internazionale, le Nazioni Unite.
Ora è stato sciolto.
Abbiamo
visto la totale disperazione, la totale incapacità delle Nazioni Unite di
fermare questa guerra, di fermare gli Stati Uniti, di fermare Israele, di
fermare il genocidio che si sta diffondendo da Gaza alla Cisgiordania, e di
fermare ciò che Israele ha fatto nell'ultima settimana, ovvero aspettarsi che
l'Iran sia in grado di spazzare via gran parte di Israele. Vede i segni
premonitori.
Quindi
cosa sta facendo?
Si sta
spostando in Libano.
È
prendere il controllo del Libano per dire se non possiamo vivere in Israele e
tutto è stato bombardato.
Beh,
c'è un paese che non è stato bombardato, il Libano.
Lo bombarderemo appena abbastanza da spostarci lì.
Quindi
si assiste a un intero attacco all'aggressione militare nel mondo da parte
degli Stati Uniti, di Israele, di Access e dei suoi alleati. Probabilmente il
risultato di tutto ciò sarà o ristrutturare l'ONU o, più probabilmente, creare
una nuova organizzazione che non avrà il potere di veto degli Stati Uniti, non
avrà il controllo statunitense, avrà i propri finanziamenti e budget e
probabilmente si trasferirà fuori da New York, che, come abbiamo detto, il
Segretario Generale Gutierrez ha detto che l'ONU è al verde e dovrà comunque
lasciare New York entro agosto.
Quindi
penso che questi siano i temi di cui parlare, di come il mondo evolverà man
mano che la guerra si avvicina alla fine.
E qualunque siano i risultati, sembra che
l'Iran sarà sicuramente in termini di tempismo, non gli Stati Uniti.
L'Iran
è in termini di tempismo.
E man
mano che la crisi del petrolio si riduce, la crisi del gas naturale liquefatto
e la crisi dei fertilizzanti che portano a una crisi dell'industria chimica e
industriale, tutto questo ristrutturerà il mondo con la stessa serietà, credo,
come hanno fatto la Prima e la Seconda Guerra Mondiale a modo loro.
NIMA
ALKHORSHID:
Richard,
un punto importante che Michael ha appena menzionato riguarda i fertilizzanti.
Abbiamo
appreso dagli agricoltori americani che, a causa della guerra iniziata da
Donald Trump, il prezzo dei fertilizzanti è aumentato vertiginosamente.
E se ne parla molto negli Stati Uniti.
D'altra
parte, Richard, vorrei concentrarmi un po' sulle conseguenze a lungo termine
delle azioni di Donald Trump.
Ad
esempio, per la Corea del Sud, per il Giappone e per tutti questi stati arabi
del Golfo Persico.
Questi,
almeno agli occhi dei leader di questi paesi, pensavano che le basi americane
avrebbero portato prosperità e sicurezza alle loro nazioni.
E come
vedi le conseguenze di ciò che sta accadendo ora?
Perché
stanno portando, sai, hanno lasciato la Corea del Sud indifesa, semplicemente
indifesa.
Stanno
portando il sistema di difesa aerea in Medio Oriente.
E vedi
che tutte queste basi, in qualche modo, la maggior parte dei radar vengono
distrutti durante, sai, almeno due settimane di guerra. Qual è la sua opinione sull'operato
di Donald Trump da parte dei rispettivi leader in questi Paesi?
RICHARD
WOLFF:
Beh,
penso che dobbiamo affrontare la stessa realtà che affrontano gli Stati Uniti e
di cui discutiamo da mesi.
Sono
così colpito da tutto questo che non ho altra scelta che dirtelo. Stiamo vivendo, l'ho già detto;
stiamo vivendo il declino dell'impero americano.
Mi
sono state poste innumerevoli domande. "Quali sono le tue prove per
pensarlo?" E poi indica l'economia e le difficoltà che stiamo affrontando.
Ma non ne ho più bisogno.
Questa
guerra è un capitolo letterale del declino dell'impero. Quando uno dei
principali funzionari iraniani dice ciò che Michael ha ripetuto pochi minuti
fa, cioè che l'obiettivo dell'Iran è rimuovere gli Stati Uniti dal Medio
Oriente. Beh, un altro modo per dirlo è l'Impero Americano, che includeva il
Medio Oriente, tutte quelle basi in tutti quegli stati del Golfo e tutte le
relazioni con i fondi con il petrolio, che era una parte chiave dell'Impero
Americano. E ora le cose sono arrivate al punto in cui una parte dell'Impero
americano, l'Iran, costretto dalla natura del mercato globale del petrolio e di
tutto il resto a far parte di quell'impero, è arrivato a questa posizione e ora
può agire di conseguenza. Sai, il Primo Ministro Mosaddegh, nel 1953, non voleva
lasciare l'incarico. Fu praticamente allontanato dall'incarico dagli Stati
Uniti e dalla Gran Bretagna. Ok, ma ora, anche quando uccidi l'Ayatollah, non
importa. C'è un altro Ayatollah proprio dietro di lui. E ce ne sarà un altro se
uccidono questo giovane. Perché non sono più le condizioni che avevi allora.
Ora hai un impero in difficoltà, con i propri problemi, che modella ciò che può
e non può fare.
Quindi,
quando mi chiedete cosa succederà alla Corea del Sud, la mia risposta è che è
proprio quello che stiamo osservando. La consapevolezza, nelle menti di tutti
quei governi in Medio Oriente, in quei sette stati del Golfo, o quanti siano,
sette o otto stati del Golfo, sapete, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait,
Oman, tutti quanti. Stanno scoprendo che avere una base militare americana non
è solo una cosa meravigliosa, ma anche una cosa orribile. Ti rende un
bersaglio. Ma puoi essere un bersaglio solo se altre forze stanno stringendo il
cerchio attorno all'impero. Quindi, qual è la conclusione? Beh, la questione
tra gli Stati Uniti e l'Iran è esattamente la stessa della questione tra gli
Stati Uniti e la Russia o la Cina. Russia e Cina hanno un'alleanza che spiega,
permette e riflette il loro modo di sfidare l'impero americano. Tracciando una
linea al confine con l'Ucraina, dicendo che i russi non permetteranno alla NATO
di impadronirsi dell'Ucraina come hanno permesso alla NATO di impadronirsi
della Polonia, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e dei Paesi del Lavoro.
Conosciamo tutti questa storia. La NATO si è spostata a est e la Russia non ha
potuto fare nulla.
Poi la
Russia ha deciso, in risposta a questa situazione, di aver cambiato
radicalmente molte delle cose. Ha eliminato tutto lo sforzo di essere un paese
socialista. Un grande cambiamento per un paese del genere. Un grande
cambiamento. Decisi che l'Europa non era dove si trovava. L'Asia era il suo
futuro, e sostituì l'Europa con la Cina. Voglio dire, sono cambiamenti enormi
nella situazione globale.
E
quindi gli Stati Uniti hanno una scelta, vera, con Russia e Cina. Può lottare
per mantenere l'impero in pietà, nel qual caso rischierebbe la Terza Guerra
Mondiale. La Terza Guerra Mondiale non è più entrata nella discussione ora con
l'Iran. Voglio dire, ora la gente ne parla. È un passo avanti. Ma era lo stesso
problema prima. L'Europa ha deciso di rischiare la Terza Guerra Mondiale
unendosi contro la Russia in Ucraina. Questa fu una decisione presa dagli
europei perché pensavano, senza ammetterlo, di poter rafforzare l'impero
americano da cui dipendevano. Grande errore. Non capivi quanto l'impero fosse
già declinato. Non capivi le forze che portavano a un ulteriore declino.
Quindi
vi siete alleati con il cavallo sbagliato, e ne stanno pagando le conseguenze
fino a questo momento. Keir Starmer, nei primi giorni di questa storia, si è
alzato e ha detto: "Non permetterò agli americani di usare gli aeroporti
britannici". Nel giro di 24 ore, era a favore della guerra, e 24 ore dopo,
si è schierato contro. E ora, il signor Starmer, e questo è davvero importante,
il signor Starmer, la cui popolarità è ai minimi storici, come quella del
signor Trump, solo peggio, che non ha alcuna possibilità di vincere le prossime
elezioni e rimanere al potere, ora ha una possibilità. Sta facendo il giro del
paese in Gran Bretagna, se fate attenzione, cosa che io faccio, attaccando
Badenoch, il leader del Partito Conservatore, e Farage, il leader del Partito
della Riforma. Ci sono tre partiti in Inghilterra che contano a questo punto.
Li sta attaccando perché sono filoamericani in questa guerra. Perché? Perché
potrebbe effettivamente rimanere al potere perché il popolo britannico, come
quello americano, non vuole una guerra con l'Iran. Potrebbe salvare la sua
posizione interna esultando per il declino dell'impero americano. Quando il tuo
alleato più stretto ti tratta in questo modo, è finita.
Ora,
certo, nessuno lo ammetterà, ma la logica stessa degli argomenti che abbiamo
esposto, Michael, io e te, per mesi, è proprio questa. Questo è il passo
successivo: logico e prevedibile dello smantellamento dell'impero. Si è formata
una forza politica, e se Michael ha ragione, anche una forza militare, in grado
di dire agli Stati Uniti: o ve ne andate dal Medio Oriente, come ha detto
quell'alto funzionario la settimana scorsa, citato dall'alto funzionario
iraniano, senza repliche né smentite successive. Il nostro obiettivo, ha
chiesto il giornalista, è: fino a quando combatterete? La risposta, credo, è
stata del ministro degli Esteri: finché gli Stati Uniti non se ne andranno dal
Medio Oriente. Oh mio Dio, eccolo lì, scritto a chiare lettere. Ora siamo in
una situazione in cui non si tratta più dell'Ucraina. Si tratta di un'intera,
immensa regione di un'economia mondiale più integrata e quindi più dipendente
da ciascuna delle sue regioni, un globo cruciale e gigantesco, un ultra polo
come tutto ciò che si trova tra Asia ed Europa, solo che ora è globale, che è
in grado di dire agli Stati Uniti: non siete i benvenuti qui, non siete
necessari qui e vi cacceremo via. Cosa faranno gli Stati Uniti? Sono meno
capace di prevedere il futuro di Michael. È uno dei tanti modi in cui mi supera
nelle sue capacità. Io non ci riesco.
Ma
sono tentato, come so che lo è Michael. E la mia tentazione è di dire che il
signor Trump dovrebbe ascoltare il messaggio di Joe Rogan e di Megan Kelly.
Dovrebbe ascoltare, ritirarsi ora, limitare i danni, perché cosa farà?
Conquistare l'Iran? Novantadue milioni di persone combatteranno contro di lui
per sempre. Questo è ciò che gli stanno dicendo. Non sarà in grado di far
uscire il petrolio da quel paese. Ogni volta che costruirà un oleodotto, lo
faranno saltare in aria. Conosciamo questa storia, ci siamo stati, abbiamo
visto questo film. Deve ammettere che l'impero è finito. Si sieda a un tavolo
con gli iraniani, i russi e i cinesi, finché in loro c'è ancora la
consapevolezza che anche per loro sarebbe meglio trovare un accordo con lui
piuttosto che aspettare di vedere fin dove si spingerà. Questa è l'opzione che
abbiamo. Il resto è pura fantasia.
MICHAEL
HUDSON:
Richard,
hai appena sollevato un punto fondamentale che dovrebbe essere il punto di
riferimento dell'intera discussione.
Questa
guerra ha distrutto l'intera finzione che ha sostenuto l'intera politica
statunitense della Guerra Fredda e il sostegno degli Stati Uniti a Israele e
alla sua guerra contro la Russia, l'Ucraina e l'Iran.
Questa
finzione si basava sull'idea che il mondo avesse bisogno della protezione degli
Stati Uniti contro un attacco russo invasore dell'Europa, una fantasia assurda,
o contro una conquista militare dell'Asia da parte della Cina, un'altra
fantasia assurda, o contro un attacco iraniano.
L'Iran
non ha attaccato nessuno.
Si
scopre che, come hai appena illustrato perfettamente, invece di proteggere il
mondo dai nemici dell'America, gli Stati Uniti sono i grandi creatori del caos.
Gli Stati Uniti sono la grande minaccia per il mondo.
E
questo durerà, anche se gli Stati Uniti continueranno a combattere contro
l'Iran, sarà questo che sta prendendo forma.
Cosa
succederà quando gli Stati Uniti finalmente si arrenderanno e saranno cacciati
dal Medio Oriente, non solo dall'Iran, ma dall'Europa, dall'Asia, dalla Russia,
dalla Cina, insieme a tutti i paesi che si rendono conto che finché gli Stati
Uniti non smetteranno di combattere, cosa che non faranno finché non li
scacciano dal Medio Oriente, che le loro economie si ridurranno a causa
dell'incapacità di fornire energia, gas, sostanze chimiche, fertilizzanti e
tutte le cose di cui abbiamo parlato. Questa è davvero la scelta.
E penso che un effetto di questo non sarà solo
in termini di commercio, per il commercio petrolifero e per la loro crescita
economica, ma sarà anche finanziaria.
Ed è
qui che la guerra attuale, e voglio chiamarla Terza Guerra Mondiale, sarà
diversa dalla Prima e Seconda Guerra Mondiale. Dopo la Prima Guerra Mondiale,
il dollaro emerse supremo perché insisteva che i paesi alleati pagassero i loro
debiti di guerra per le armi acquistate prima che gli Stati Uniti entrassero in
guerra. Dissero: "Va bene, ti pagheremo. Insisteremo semplicemente
affinché la Germania paghi le riparazioni." Il risultato fu il crollo
delle economie europee, non solo della Germania, ma anche della Francia con la
sua iperinflazione, e della Gran Bretagna con lo sciopero generale del 1926. E
poi ci fu la Grande Depressione.
Ebbene,
negli anni '30 ci fu un'enorme fuga di capitali, capitali di rifugiati e oro
dall'Europa e da altri paesi verso gli Stati Uniti. Così, alla fine della
Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti detenevano già il 75% delle riserve
auree mondiali. Ancora una volta, gli Stati Uniti furono in grado di stabilire
regole favorevoli ai creditori che, dal 1945, hanno governato l'intero sistema
finanziario internazionale a proprio vantaggio. Gli Stati Uniti, il dollaro e
l'oro erano le due valute principali attraverso cui si svolgevano gli scambi
commerciali e in cui le banche centrali e gli altri paesi custodivano i propri
risparmi nazionali, sotto forma di prestiti agli Stati Uniti, al governo
tramite buoni del Tesoro, alle aziende tramite obbligazioni e attraverso
agenzie governative statunitensi come Fannie Mae.
Tutto
questo è ora minacciato, non solo da altri paesi che si ribellano e affermano
che ciò è ingiusto, ma anche dal fatto che gli Stati Uniti stessi hanno
distrutto questo sistema, strumentalizzando il dollaro e il sistema finanziario
come mezzo per imporre sanzioni e costringere i propri alleati a imporre
sanzioni contro il petrolio russo e ucraino, e per isolare l'Iran dal 1979,
anno in cui finalmente cacciarono lo Scià. Il principale punto di riferimento
contro lo Scià in tutto l'Iran era il clero sciita guidato da Khomeini, perché
le moschee erano gli unici luoghi in Iran dove ci si poteva rifugiare senza
essere seguiti, arrestati e torturati dai Savak.
Beh,
il risultato di questo isolamento dal 1979 è stato che altri paesi, invece di
collegare il loro petrolio all'Iran, lo collegato hanno ai paesi arabi
dell'OPEP, che non erano isolati. E l'avete visto nel voto delle Nazioni Unite
avvenuto ieri. Ed è incredibile. Gli Stati Uniti ei loro alleati hanno
sponsorizzato un voto che incolpava l'Iran per aver attaccato Israele americano
quando era vittima dell'attacco. Eppure più paesi hanno sostenuto questa
risoluzione contro l’Iran di quanti ne hanno mai sostenuto qualsiasi proposta
del Consiglio di Sicurezza nella storia delle Nazioni Unite. Quindi ora ci
troviamo con una situazione in cui il mondo intero pensa solo al suo petrolio.
Dove prenderà il suo petrolio con le monarchie arabe? Non si è mai pensato che
forse otterrà il suo petrolio, prima di tutto, anche dall'Iran, dato che l'Iran
ha cacciato gli Stati Uniti dal Medio Oriente e mentre Russia e Cina da sole
hanno posto fine all'attacco americano alla libertà dei mari e al suo attacco
al diritto internazionale che garantisce la libertà dei mari. E con la
ristrutturazione del petrolio iraniano, questo andrà di pari passo con quanto
ho detto: una trasformazione della politica dei paesi petroliferi arabi,
ponendo fine alla lotta incoraggiata dagli Stati Uniti per far combattere
sunniti e sciiti affinché l'America possa dividere e conquistare lo stile del
vecchio impero britannico.
Quindi
tutto questo, questo riallineamento avverrà perché altri paesi si renderanno
conto che questa situazione di guerra americana per Israele per il controllo
del Vicino Oriente è fallita.
Né
Israele né al-Qaeda in Siria, né i terroristi wahhabiti, né gli Stati Uniti
possono proteggere il nostro petrolio.
Sembrava
che l'unico modo per riprendere le forniture di petrolio al mondo intero fosse
alle condizioni dell'Iran.
Le
basi statunitensi devono essere rimosse dal Vicino Oriente, e le monarchie
arabe devono o disaccoppiarsi con le loro finanze e i loro investimenti esteri
nei loro centri informatici lì.
A meno
che ciò non accada, il mondo intero continuerà a rimpicciolirsi. Questa è la
scelta davanti a sé, ed è questo che rende questa una guerra mondiale che non
può sostenere l'attuale sistema economico se non il prezzo di tutti gli alleati
americani che entrano in una depressione simile agli anni '30 a causa della
guerra.
È
questo che ha spezzato tutta la finzione che l'America sta proteggendo il mondo
invece di terrorizzarlo, destabilizzarlo e creare caos in tutta l'economia
mondiale.
RICHARD
WOLFF:
Se
posso aggiungere velocemente, se le mie informazioni sono corrette, la chiusura
dello Stretto di Hormuz priverebbe anche diversi Stati del Golfo di cibo e
acqua, perché sono isolati e hanno bisogno delle navi per ricevere cibo, certo,
e poi acqua, a seconda che l'Iran abbia colpito gli impianti di
desalinizzazione, come a quanto pare Israele ha fatto con gli impianti di
desalinizzazione in Medio Oriente.
Quindi
la situazione potrebbe diventare molto urgente in breve tempo se non ci fosse
più cibo.
Questo
rappresenterebbe un livello di crisi completamente diverso.
Ora
vorrei approfondire un punto sollevato da Michael.
Immaginate, perché in realtà è già una realtà,
un movimento tra le popolazioni arabe degli stati del Golfo, un movimento
politico che dica: "Siamo ipotecati fino a qui dai debiti dei nostri
leader, che siamo obbligati a pagare". Sono ricchissimi perché si
arricchiscono con il petrolio; inoltre, incassano gli interessi sui prestiti
concessi al governo statunitense. Abbiamo basi militari che ci rendono bersagli
facili.
Abbiamo
l'inimicizia dell'Iran, che rischia di far chiudere lo Stretto di Hormuz
praticamente a suo piacimento.
Ecco
un'alternativa.
Eliminiamo
la monarchia, come suggerito prima da Michael, e dichiariamo, d'ora in poi, che
nazionalizzeremo, prenderemo il controllo e creeremo dei piccoli Mosaddegh in
ognuno di questi paesi.
Prenderemo
il controllo del petrolio. Lo venderemo con attenzione a più acquirenti, in
modo da non dipendere eccessivamente da nessuno di loro.
Altri
paesi lo hanno già fatto. Allo stesso modo, non potremo fare investimenti se
non useremo i proventi del petrolio per sviluppare la nostra economia.
Ricordiamoci:
ogni
consiglio dato da un economista, me compreso, a questi governi nel corso degli
anni è stato: fareste meglio a usare le entrate petrolifere per diversificare,
perché arriverà il giorno in cui o il petrolio si esaurirà o l'industria
petrolifera scomparirà e non avrete più nulla. Tutti hanno annuito in segno di
assenso, ma non l'hanno fatto. Nessuno di loro.
Il
turismo non è un'alternativa.
Bene,
ora c'è un partito politico che opera nel pubblico arabo, in Kuwait, ovunque,
che ha un programma, un programma di nazionalizzazione che risolve i rapporti
con l'Iran, che cambia i rapporti con gli Stati Uniti e che costruisce un nuovo
rapporto con la Cina, che sarà desiderosa di acquistare quanto più petrolio
possibile.
E non che la Cina sia l'unica, tutt'altro.
Gli
europei ne avranno bisogno e così via. E possono diversificare. Questo è un
futuro molto migliore per loro di quello che la leadership attuale può offrire.
Se
aggiungiamo un po' di libertà civili e un po' di diritti civili, wow, e un
parlamento che conti davvero e che permetta di votare, iniziamo ad avere un
programma per un cambiamento politico progressista in Medio Oriente che ha una
reale possibilità di successo e che non è stato parte dell'equazione in quella
parte del mondo per parecchio tempo.
E riecheggia.
Ecco
l'ironia: riecheggia idee che furono avanzate molti anni fa sul futuro
dell'Iran dal “Partito Tudeh” in quel paese, che tenne conferenze e dibattiti.
Ricordo alcuni di questi, che sollevarono; è da lì che nasce la mia idea.
Quindi
è più una nozione mediorientale della loro posizione in quella parte del mondo.
Tutti
dovrebbero capire.
Se
pensi in termini etnici, il che va bene, non puoi pensare solo a sunniti
sciiti.
I
persiani non sono arabi, e questa separazione è molto importante in quella
parte del mondo e deve essere in qualche modo considerato.
Ma non voglio perdere la dimensione più
importante, ovvero che questo è un momento importante in cui il declino
dell'Impero americano diventa molto più visibile di prima.
Fa un
altro passo, ma ancora più drammatica è la visibilità.
Un
leader iraniano è nella posizione di dire: l'America è fuori, ed è serio. E gli Stati Uniti, prima o poi,
dovranno affrontare questa domanda perché hanno iniziato una guerra che a
questo punto sembra non finirà finché quella domanda non sarà soddisfatta.
MICHAEL
HUDSON:
È
molto interessante, Richard.
Hai
descritto i paesi arabi nella situazione in cui si trovava l'Iran nel 1905,
quando cercò di iniziare a liberarsi della dinastia della famiglia regnante che
aveva governato il paese per 100 anni e aveva invitato la Gran Bretagna ad
ottenere ogni sorta di concessione commerciale, specialmente nel commercio del
tabacco.
L'Iran
ha riscritto la costituzione come mezzo per spodestare la famiglia regnante. E
infine, nel 1925, ci fu una rivolta generale per sostituire la famiglia
regnante con l'autogoverno degli iraniani nel loro insieme.
Ebbene,
i britannici intervennero, come facevano da 30 anni, e installarono un leader
militare, il padre dello Scià, anch'egli Scià, che di fatto agiva come oligarca
cliente per conto della Gran Bretagna.
E
nonostante ciò, non riuscirono a impedire al tentativo dell'Iran di eleggere un
capo, “Mossadegh”, che voleva riprendere il controllo del petrolio iraniano per
il popolo in generale.
Ed è per questo che c'erano l'MI6 e la CIA a
rovesciarlo.
Quello
che è successo in Iran è esattamente ciò che prevedi negli altri paesi arabi.
Sono assolutamente ricchezze concentrate da una classe
dirigente molto egoista e ignorante.
Ho
incontrato i loro re; Vivono nel breve periodo, un punto di vista molto
parrocchiale.
Vengono
presi in giro dagli inglesi e dagli altri banchieri e funzionari occidentali
che hanno avuto contatti con loro.
Oggi
sono obsoleti quanto lo erano i re e le regine d'Europa dopo la Prima Guerra
Mondiale.
Non
c'è dubbio.
Non
serve oggi il Partito Comunista di due giorni per rovesciarli. La pressione
delle stesse popolazioni, possiamo persino chiamarla pressione democratica
perché la maggioranza della popolazione sa di essere semplicemente oppressa
come lavoratori a basso salario, mentre questi re hanno una ricchezza così
enorme da sprecarla tutta.
Parli
di diversificare l'economia.
Cosa
hanno fatto?
Si
sono diversificati in case di lusso, in tutti questi enormi progetti abitativi
e nel turismo.
Beh,
il turismo e le case di lusso non sono una diversificazione della base
economica. Questo è esattamente ciò che sarà un problema. E significa, infine,
che i paesi arabi stanno raggiungendo la posizione in cui si trovava l'Iran già
100 anni fa.
RICHARD
WOLFF:
E una
nota a piè di pagina.
Ricordiamo, l'Impero britannico, quando
finalmente stava morendo e venendo spinto fuori dall'India, dall'Asia, ovunque,
capì che, uscendo, avrebbe fatto qualcosa di simile a ciò che a volte fanno gli
eserciti quando si ritirano.
Si
chiama politica della terra bruciata. E la versione britannica di questa era
che si divideva il territorio che si è costretto a lasciare. Trova tutte le
forze che puoi che siano ostili tra loro ed esacerba questa ostilità.
Guarda
come gli inglesi hanno annullato tutto ciò che Mahatma Gandhi ha cercato di
fare. Voleva unire in molti modi il popolo induista e musulmano. Si sono assicurati che non
accadesse.
La
grande separazione: il Bangladesh poi il Pakistan, tutto questo. Ebbene, nell'area desertica del
Golfo, hanno creato sette o otto piccoli paesi invece di un altro Iran.
L'Iran è grande. Questi paesi sono molto
piccoli.
Capiva che avrebbe avuto più facilità per
gestire e manipolare se avesse avuto questa famiglia a capo di questi
chilometri quadrati e di questa famiglia.
Quindi
ci sarebbe stato l'emiro da una parte e lo sceicco dall'altra, e potevano
comprarli e sostituirli facilmente. E quando l'Impero americano, dopo la
Seconda Guerra Mondiale, sostituì quello britannico, questo scenario era già
pronto per riprendere la stessa cosa. Gli iraniani, in un certo senso,
avevano dovuto lottare contro gli sforzi britannici per fare lo stesso.
Sapevano benissimo cosa li aspettava. Si sono impegnati a fondo per cercare di
mantenere unito il paese, e ora questo sta dando i suoi frutti di fronte agli
Stati Uniti.
È un
po' come quello che la Cina è riuscita a fare non essendo mai stata del tutto
una colonia di nessuno, o quasi. E questo ha permesso loro di rimanere uniti,
creando una solidità che ora si rivela preziosa, ora che sono arrivati loro.
Penso
quindi che dovremmo tenere a mente che quei paesi degli stati del Golfo sono
molto recenti.
Sono
creazioni artificiali di un impero britannico in declino e, pertanto, si
trovano in un mondo nuovo, poiché anche l'impero americano che ha sostituito
quello britannico sta morendo.
Si
spera che non vengano ceduti a un altro impero, cosa che dovrebbero
assolutamente evitare.
MICHAEL
HUDSON:
Bene,
il punto che hai appena sollevato ci riporta alla domanda iniziale di Nima:
"Qual è il piano degli Stati Uniti?".
Il
piano degli Stati Uniti è sempre stato a breve termine.
Doveva
essere quella che i tedeschi chiamavano una “Früchrieg”, una guerra felice, una
guerra breve.
Avrebbero
attaccato l'Iran, il popolo si sarebbe ribellato, Trump avrebbe nominato un
nuovo leader e l'Iran sarebbe entrato nell'orbita degli Stati Uniti.
Questo
era un pensiero a breve termine, e non aveva alcuna idea delle conseguenze a
lungo termine.
E i
paesi arabi finora si trovano nella situazione che tu descrivi come quella
creata dalla Gran Bretagna con la strategia del "divide et impera".
Mettiamo
ogni regno locale nelle mani di una particolare famiglia reale, di un
particolare clan o famiglia. Questo ha impedito qualsiasi tipo di
organizzazione. Questo ha costretto i paesi arabi a vivere nel breve termine
negli ultimi cento anni.
E
quello di cui stiamo parlando è che il mondo non può più permettersi di vivere
in questo breve termine, perché il breve termine è caos.
E l'unica soluzione è una ristrutturazione a
lungo termine.
E né
gli Stati Uniti, né l'Europa, né Israele hanno pensato a una ristrutturazione.
Non gli era mai venuto in mente che potesse esserci una ristrutturazione che si
distaccasse dai frammenti dell'Impero britannico e dell'Impero americano che lo
aveva sostituito.
Ebbene,
ora questa ristrutturazione viene imposta non solo ai paesi e regni arabi, ma
anche all'Europa, all'Asia e al sud globale.
Tutti
devono ristrutturare il mondo in modo da lasciare Stati Uniti e Occidente
isolati.
Tutto
ciò che ha portato è stato caos, genocidio e una violazione di tutte le leggi
internazionali che il mondo pensava avrebbe governato l'economia a lungo
termine dopo il 1945.
Ora devono esserci una nuova istituzione,
nuove leggi internazionali, un nuovo sistema finanziario, un nuovo sistema
commerciale e nuove alleanze militari. Questo è il futuro.
RICHARD
WOLFF:
So che
il tempo stringe, ma vorrei concludere con una domanda a Nima. E la pongo a te
perché sei di origine iraniana.
Ecco la domanda cruciale.
Il
popolo iraniano oggi è in grado di fare due cose? Tollerare, resistere e
assorbire l'assalto militare degli Stati Uniti e di Israele? E riuscirà a farlo
abbastanza a lungo da permettere che tutto ciò che abbiamo detto oggi si
concretizzi? Ne ha la capacità? Perché so che per gran parte del mondo questa è
la domanda numero uno, quella che tutti si pongono.
NIMA
ALKHORSHID:
La mia
risposta a entrambe le domande è affermativa, perché l'Iran non vede altra
soluzione a ciò che sta accadendo. Hanno tentato di negoziare con gli Stati
Uniti due volte, ed entrambe le volte sono stati ingannati dagli Stati Uniti. E
loro stessi hanno affermato che non c'è alcun cessate il fuoco. Non stanno
prendendo in considerazione un cessate il fuoco. Non stanno prendendo in
considerazione negoziati con gli Stati Uniti.
Qual è
quindi la strada da seguire per loro e per il popolo iraniano?
Non
metteranno fine a questo conflitto, a questa guerra, così facilmente perché
sanno che se seguono una sorta di cessate il fuoco, verrebbero attaccati ancora
e ancora.
Non
vogliono questo e non vanno in quella direzione.
Penso
che siano disposti ad andare fino in fondo, ad andare totalmente contro gli
Stati Uniti e ciò che Stati Uniti e Israele cercano in Iran.
E la
gente è preparata.
E
quello che ho visto, quello che ho visto, sono stato lì per 40 giorni, ho visto
qualcosa, sai, la gente non capisce, tutte queste sofferenze che stanno
accadendo ora in Iran a causa di queste difficoltà economiche provenienti dagli
Stati Uniti e delle loro enormi sanzioni per più di 46 anni.
Questa
è una nazione che, sai, si è sostenuta per più di 46 anni di sanzioni. E sono
pronti ad arrivare fino in fondo per sconfiggere gli Stati Uniti nella regione.
RICHARD
WOLFF: Va bene, era quello che volevo sapere.
NIMA
ALKHORSHID: Grazie mille per essere stato con noi oggi. Un vero piacere, come
sempre.
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