La democrazia muore anche quando rinuncia a difendersi.

 

La democrazia muore anche quando rinuncia a difendersi.

 

 

 

L'America ha già perso questa

guerra: nelle redazioni

dei giornali Usa.

Corrieredelasera.it - Federico Rampini – (18 marzo 2026) – ci dice:

 

Se questo è un termometro del «morale» di una nazione, gran parte dell’America ha già optato per la propria sconfitta.

C’è una guerra che si combatte sul terreno in Iran o sui mercati energetici globali — tra missili, droni e petroliere — e ce n’è un’altra che si combatte nelle redazioni, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati nei titoli di prima pagina, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati.

 La seconda è già stata persa dagli Stati Uniti, si direbbe.

Il tono dei notiziari è dominato dal pessimismo.

 Da una parte ci si può rallegrare:

 l’ultima volta che i media americani appoggiarono acriticamente una guerra fu nel 2003 con l’invasione dell’Iraq e rimediarono delle figuracce storiche:

il New York Times spacciò per buone le bugie sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.

Oggi però viviamo la situazione rovesciata, in cui l’America e Israele sembrano collezionare solo disastri, e non è detto che questo ci aiuti a capire.

Di sicuro, se questo è un termometro del «morale» di una nazione, gran parte dell’America ha già optato per la propria sconfitta.

 

                       Guerra in Iran, tutti gli aggiornamenti.

 

Un commento apparso sul Wall Street Journal denuncia la deriva partigiana di una parte consistente dei media americani nella copertura della guerra contro l’Iran. Secondo gli autori, Mark Penn e Andrew Stein, la narrazione dominante privilegia sistematicamente le notizie negative per gli Stati Uniti e per Donald Trump, fino a costruire una percezione distorta del conflitto.

Da notare che gli autori sono due note e autorevoli personalità della sinistra:

Penn è un sondaggista che lavorò a lungo per Bill e Hillary Clinton, Stein fu un dirigente newyorchese del partito democratico, presidente del consiglio comunale per il suo partito.

 Gli esempi che elencano sono rivelatori:

 

«Le lamentele del presidente Trump sulla copertura mediatica della guerra in Iran sono prevedibili — e in questo caso del tutto giustificate.

"Stiamo distruggendo completamente il regime terrorista iraniano, militarmente, economicamente e sotto ogni altro aspetto;

eppure, se leggete il fallimentare “New York Times”, pensereste erroneamente che non stiamo vincendo", così Trump ha scritto venerdì mattina su “Truth Social”. Basta prendere in mano il numero domenicale dello stesso New York Times, e sembra quasi che i redattori abbiano preso quelle parole non come una critica, ma come un ordine.

 

"La guerra provoca nuovi scossoni in un’economia mondiale già fragile", recita un titolo in cima alla prima pagina, con un sottotitolo speculativo:

 "Le ricadute di un conflitto prolungato con l’Iran potrebbero avere 'conseguenze catastrofiche'”.

Tra le catastrofi citate nell’articolo:

"In Kenya, coltivatori e commercianti di tè temono che le loro esportazioni verso l’Iran possano marcire nei porti".

L’altro articolo sopra la piega della prima pagina è una critica al segretario alla Difesa:

"La retorica vendicativa di “Hegseth” è maturata dall’esperienza in Iraq". All’interno del giornale ci sono altre sei pagine di titoli sulla guerra, quasi tutti implacabilmente negativi.

Compaiono articoli sprezzanti sul segretario di Stato ("Per Trump e Rubio, prima distruggere e poi negoziare") e sul principale alleato degli Stati Uniti nello sforzo bellico ("L’alleanza di guerra tra Stati Uniti e Israele sta rimodellando il Medio Oriente, ma comporta rischi" e "Netanyahu ha la guerra che ha sempre voluto, ma alle condizioni di Trump").

Non manca il pessimismo economico ("Le petroliere sequestrate costano agli Stati Uniti decine di milioni" e "L’impennata dei prezzi del petrolio scuote la fragile economia del Pakistan").

 Sull’attacco statunitense all’isola di “Kharg”, il principale hub per l’esportazione del petrolio iraniano, il presidente ha dichiarato che il raid ha "totalmente annientato" le installazioni militari sull’isola e che ha deciso di risparmiare le infrastrutture petrolifere "per ragioni di decenza".

È evidente che gli Stati Uniti avrebbero potuto colpirle infliggendo danni ben maggiori.

Il titolo del Times ha invece descritto il raid come inefficace:

"L’Iran resta fermo sul blocco dello Stretto nonostante l’attacco americano all’hub petrolifero".

 L’unico titolo positivo sull’andamento della guerra è stato:

"Per combattere i droni iraniani, gli Stati Uniti sfruttano le conoscenze acquisite con fatica in Ucraina".

 

Come il Times, gran parte dei media sembra determinata a portare avanti una narrazione secondo cui Trump sbaglia su tutto e gli Stati Uniti stanno subendo una sconfitta per mano di una potente macchina bellica iraniana, capace di adattarsi con successo a una nuova leadership.

I giornalisti hanno il diritto e il dovere di riportare le cattive notizie e di mettere in discussione resoconti troppo ottimistici del governo americano.

Ma molti sembrano andare oltre, fino a tifare per una sconfitta dell’America — contro un nemico che è il principale mandante del terrorismo al mondo, ha ucciso migliaia di manifestanti disarmati ed ha accumulato migliaia di missili balistici mentre cercava di dotarsi di armi nucleari, che i suoi dirigenti hanno promesso di usare contro Stati Uniti e Israele.

Sono in gran parte assenti perfino i più elementari articoli che analizzino le perdite iraniane e il destino della sua presunta leadership.

 Perché?

"Ciò che sembra guidare l’informazione è la faziosità e la determinazione dei Democratici a opporsi a questo presidente qualunque cosa faccia"».

 

Il panorama descritto e denunciato dai due democratici non si riferisce solo ai media progressisti, anti-trumpiani per vocazione.

 

Anche a destra ci sono giornalisti in guerra… contro la guerra.

 I casi più importanti sono Tucker Carlson e Megan Kelly.

Su quel fronte MAGA affiora l’antico antisemitismo di destra: l

a tesi per cui la potente lobby israeliana ha manipolato Trump costringendolo a intervenire in una guerra che corrisponde esclusivamente agli interessi di Tel Aviv. Curiosa dimenticanza su 47 anni di ostilità degli ayatollah contro l’America, costellate di veri e propri atti di guerra.

 

I giornalisti sono in buona compagnia: nel campo dei pessimisti abbondano gli esperti.

 

E tra i «cattivi» che ispirano Trump, nelle ricostruzioni dei media Usa ce n’è uno solo che può quasi ambire al ruolo malefico di Netanyahu:

è il principe saudita Mohammed bin Salman.

 Secondo un retroscena del New York Times, il principe ereditario “MbS” avrebbe incoraggiato Trump a «colpire duramente» l’Iran, riprendendo una linea storica della leadership saudita — quella sintetizzata anni fa da suo padre nella formula «tagliare la testa del serpente».

È una posizione coerente con la rivalità strategica tra Riad e Teheran, ma che nasconde una contraddizione.

 Gli stessi Paesi del Golfo che vedono nell’indebolimento dell’Iran un’opportunità strategica sono anche quelli più esposti alle conseguenze di una escalation.

 Dopo settimane di attacchi con missili e droni, gli Stati del Golfo non hanno ancora risposto direttamente sul terreno militare.

La ragione principale è la paura del day after:

una guerra aperta potrebbe trasformare le loro infrastrutture — porti, impianti energetici, città — in bersagli sistematici.

Da qui nasce l’ambiguità saudita:

sostegno politico alla pressione sull’Iran, ma riluttanza a entrare direttamente nel conflitto.

Una novità potrebbe presentarsi se si conferma il coinvolgimento saudita insieme ad altri paesi arabi del Golfo a partecipare a fianco degli americani a operazioni di sicurezza per riaprire Hormuz.

 

A proposito del partito preso con cui la maggioranza dei media americani raccontano questo conflitto:

 ieri al “Council on Foreign Relations” ho assistito a una lunga intervista del corrispondente di Bloomberg con il ministro degli Esteri degli Emirati.

È stato un interminabile tentativo da parte del giornalista di estorcere all’intervistato un’accusa o almeno una critica all’intervento militare di Stati Uniti e Israele.

Tentativo fallito:

l’altro ribatteva che tutto quanto avviene dall’inizio del conflitto sta consolidando la convinzione che in quell’area c’è un solo pericolo per la sicurezza e viene dall’Iran, quindi bisogna accrescere gli sforzi per eliminare questo pericolo.

Ma l’intervistatore sembrava irritato e continuava imperterrito a voler dimostrare la sua tesi.

 

Che i media americani esercitino spirito critico quando il proprio paese intraprende una nuova avventura militare, è doveroso e lodevole.

Sarebbe stato utile esercitare lo stesso discernimento sotto precedenti presidenze. Barack Obama è stato molto più critico verso sé stesso di quanto lo siano stati i giornalisti:

fu lui a riconoscere – dopo aver lasciato la Casa Bianca – di aver tradito il popolo iraniano all’epoca della «rivoluzione verde» (2009), quando in tanti scesero in piazza contro il regime e dall’America non ebbero il minimo appoggio, neppure politico e morale.

Il capo del “National Security Council” di allora, “Ben Rhodes”, teorizzava che appoggiare i movimenti di protesta equivaleva a fornire argomenti alla propaganda degli ayatollah.

I quali poterono procedere indisturbati nella feroce repressione mentre Obama si girava dall’altra parte.

L’accordo sul nucleare iraniano negoziato da Obama con gli emissari di Khamenei padre era talmente inadeguato che neppure Joe Biden tentò di recuperarlo; eppure ancora oggi c’è chi rinfaccia a Trump di averlo stracciato (quell’accordo escludeva limitazioni sui missili, o sul sostegno a milizie terroristiche, e anche sul nucleare offriva garanzie deboli).

Fu sempre Obama a riconoscere, ex-post, di avere risarcito gli ayatollah con «rimborsi delle sanzioni» che furono immediatamente investiti in nuovi armamenti per creare terrore in Medio Oriente.

In quanto all’Amministrazione Biden, il suo capo del “National Security Council”, “Jake Sullivan”, passò alla storia per aver pubblicato un lungo saggio sulla rivista “Foreign Affairs” in cui descriveva un Medio Oriente finalmente stabile e pacificato.

L’edizione online fu bloccata in extremis, ma quella cartacea era ormai andata in stampa:

uscì subito dopo il 7 ottobre 2023.

 

 

 

Dialogo, confronto, no alle parole

d’odio: così ciascuno può difendere

la democrazia.

 Avvenire.it - Gabriele Nissim – (26 febbraio 2026) -

 

La “carta” di Fondazione Gariwo per ricostruire la fiducia partendo dagli atti concreti di ogni cittadino che voglia essere messaggero di non violenza.

Dialogo, confronto, no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia.

Gabriele Nissim ha partecipato ad  una celebrazione della Giornata dei Giusti nel Giardino dei Giusti a Milano

La Carta della Democrazia, di cui pubblichiamo il testo, è il documento che guiderà tutte le celebrazioni per la Giornata dei Giusti dell’Umanità, che coinvolgeranno i circa 300 Giardini dei Giusti sparsi in tutto il mondo.

 Le celebrazioni iniziano idealmente il 6 marzo alla Camera dei Deputati e hanno come fulcro la cerimonia al Giardino dei Giusti di Milano dell’11 marzo, in cui verranno onorati Piero Calamandrei, Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko.

 

Il potere democratico dei senza potere.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino sta accadendo nel mondo qualche cosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero qualche cosa di garantito su cui si poteva costruire il futuro.

Invece, le nuove immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia.

La democrazia è in pericolo quando si attacca la libertà di stampa, si limitano i diritti individuali e di genere, si mettono in discussione la separazione dei poteri e gli organi indipendenti di autocorrezione; a maggiore ragione oggi dove la manipolazione dell’intelligenza artificiale potrebbe condizionare la nostra libertà personale.

 

L’anelito alla giustizia, all’uguaglianza, all’emancipazione femminile e di genere si erode quando viene meno un sistema plurale e democratico, perché la democrazia politica è il contesto migliore per un processo senza fine dell’emancipazione sociale e individuale.

Cosa può fare dunque la persona comune per arrestare questa deriva, che purtroppo non viene sufficientemente compresa e ci costringe a vivere in un clima sempre più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?

Può sembrare che tutto dipenda dai governanti ma invece ognuno di noi, nella sua quotidianità, ha come in altre occasioni storiche la possibilità non solo di fare da argine alla violenza delle parole e delle altre contrapposizioni frontali, ma di diventare costruttore di un nuovo inizio.

 

È il potere democratico dei “senza potere” che vorremmo proporre dai Giardini dei Giusti alla società intera, dove il cittadino con i suoi comportamenti virtuosi può rivitalizzare le istituzioni politiche e creare nella società una empatia per chi in Paesi dittatoriali rischia la vita per i diritti e la democrazia.

La democrazia, come scrisse “John Dewey”, prima ancora di essere una forma di governo è uno stile di vita, una forma di pensiero che può determinare i comportamenti delle persone, aprendole al dialogo e all’accoglimento del diverso. È, dunque, anche una questione etica nelle relazioni tra gli esseri umani.

Ritrovare il gusto del dialogo e dell’ascolto.

 

La prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi, riconoscendo non solo la nostra parzialità, ma con la consapevolezza che il nostro pensiero si arricchisce sempre nelle relazioni con gli altri.

Si è persa la propensione all’ascolto dell’altro, come se ognuno fosse portatore di una verità assoluta e definitiva ed è spesso difficile sentire una persona ammettere di avere cambiato idea in una relazione pubblica o in una discussione sui social.

Troppo spesso, in un dibattito, lo scopo principale è quello di affermare sé stessi e non quello di cercare con umiltà un orizzonte comune.

Questa degenerazione ha inquinato profondamente la vita pubblica, dove i gruppi politici si affrontano come nemici in un campo di battaglia in cui un partito deve sconfiggere l’altro e si presenta come portatore del Bene assoluto in contrapposizione al Male rappresentato dal partito avversario.

Nelle assemblee elettive difficilmente si vede un politico o una forza politica sostenere di avere modificato le proprie posizioni e per ogni cosa che non è andata bene in passato, la responsabilità è sempre dell’avversario.

Sta, purtroppo, nascendo l’idea che chi governa debba affermare unicamente la propria posizione e non, invece, rappresentare la moltitudine delle opinioni e degli interessi.

 Da qui nasce il pericolo maggiore per il futuro della democrazia, che si può trasformare, così, in una dittatura della maggioranza o in una democrazia illiberale.

Questa deriva se non viene fermata porta alla nascita delle autocrazie e alla messa in discussione della ricchezza del pluralismo.

I nuovi “tiranni” possono nascere anche a casa nostra dalla moltiplicazione dell’odio e dalle contrapposizioni esasperate.

Per questo, nel tempo di oggi, essere democratici significa salvaguardare con i propri comportamenti la pluralità umana, che invece gli autocrati e i populisti cercano di eliminare.

Anche le piccole azioni che il singolo può fare per imprimere un indirizzo diverso.

Riscoprire la forza dell’agire comune.

 

Tante volte, nella storia, anche nei momenti più bui, persone di diverse opinioni si sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli eventi.

È accaduto nel confino di Ventotene, quando alcuni intellettuali resistenti stesero il Manifesto che formulò l’idea di un’Europa unita;

 è accaduto dopo la caduta del fascismo, quando esponenti di partiti con ideologie diverse, persino contrapposte, scrissero la Costituzione italiana che unì un Paese intero;

è accaduto durante gli anni del potere comunista a Praga, quando personalità con differenti visioni diedero vita a Charta 77, il gruppo che creò le premesse della Rivoluzione di Velluto del 1989;

è accaduto negli Stati Uniti, quando nacque il movimento di nonviolenza di Martin Luther King contro la segregazione razziale.

E anche oggi, se nel nostro piccolo saremo capaci di costruire delle esperienze comuni con persone diverse, potremmo rivitalizzare la democrazia e ricreare dal basso modalità nuove di partecipazione che possono diventare così esempi virtuosi per tutta la società.

Per questo, bisogna ritrovare il piacere di agire in un ambito comune, in quello che “Hannah Arendt”, dal latino “infra” (ciò che sta in mezzo), definisce come lo spazio intermedio che ci mette in relazione gli uni con gli altri, dove gli individui si riuniscono, discutono e creano azioni comuni.

È come se ci sedessimo attorno ad un tavolo per una cena dove ognuno ha il suo posto, ma allo stesso tempo creiamo un rapporto con gli altri commensali che ci fa sentire parte di una comunità.

 Questo spazio lo possiamo ricostruire in ogni luogo della nostra vita: nelle aziende, nelle scuole, nei quartieri, nelle stesse istituzioni, se ci abituiamo ad ascoltare senza pregiudizi il prossimo e a ricercare il bene e il vero assieme agli altri.

Da queste esperienze, non importa se grandi o piccole, nasce il piacere dell’agire comune e si creano possibilità nuove che il singolo, da solo, non potrebbe mai ottenere.

Sono questi i veri miracoli della democrazia, quando i cittadini diventano consapevoli che la democrazia e il pluralismo vivono, non solo al momento del voto e nella delega ai propri rappresentanti eletti, ma ogni volta che i cittadini si assumono individualmente e collettivamente una responsabilità comune.

È questa l’idea di una partecipazione che non si manifesta soltanto nel momento del dissenso, ma anche nella costruzione positiva di percorsi comuni per il migliore governo del Paese.

Come spiegò nel discorso ai giovani nel 1955 Piero Calamandrei, anche la migliore democrazia, come è stata sancita dalla lungimiranza dei nostri costituenti, muore se viene a mancare la partecipazione attiva dei cittadini.

La maturità di una democrazia si misura dal coinvolgimento della società civile, dal condominio, al quartiere, al proprio comune fino alle massime istituzioni.

Questo significa essere al servizio del Paese in ogni luogo.

 Ognuno di noi è il guardiano della pluralità democratica se è capace di mantenerla nel rapporto con gli altri.

Quando si delega totalmente la responsabilità della gestione di un Paese ai soli eletti della democrazia rappresentativa, si creano una apatia e un distacco dalle istituzioni e persino un meccanismo di servitù volontaria nei confronti di chi governa, che può diventare molto pericoloso se il potere politico degenera.

Lo spiegò molto bene “John Fitzgerald Kennedy” il 20 gennaio 1961 al momento del suo insediamento come Presidente: “Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”.

Essere un argine all’odio in ogni luogo.

Una volta odiare era considerato un sentimento che provocava inquietudine morale da cui prendere le distanze.

Oggi, al contrario, il disprezzo dell’altro con parole malvagie è diventato una consuetudine per attaccare chi la pensa diversamente, o chi si considera un ostacolo per il proprio successo.

 Non si discute o si dissente più dall’altro, ma pubblicamente si disprezza e si attacca in modo personale chi ha un'idea diversa.

Il presidente americano Trump, nel corso dei funerali dell’attivista politico Charlie Kirk, ha dichiarato che è lecito odiare coloro che la pensano diversamente dalla sua amministrazione.

 E poi, successivamente, qualcuno ha celebrato sui social la morte dell’influencer, perché non era d’accordo con le sue idee.

In questo circolo vizioso diventa legittimo infangare pubblicamente la dignità altrui e considerare gli avversari politici, non più parte attiva della vita democratica, ma nemici da abbattere con mezzi sempre più illeciti.

Ogni cittadino ha la possibilità di contrastare questo odio, se lui stesso nella sua vita pubblica e privata è capace di controllarsi e di manifestare sentimenti di rispetto.

Aprirsi agli altri e sentirsi parte di un destino comune con un sentimento di empatia è la condizione per sottrarsi all’odio e all’invidia e provare invece il piacere di vivere la prossimità dell’altro.

Bisogna avere la consapevolezza che la democrazia finisce quando una società è in preda a odi contrapposti.

Gli autocrati che fanno dell’odio la forma di governo fino alle dittature non nascono dal nulla.

 Ecco perché, imparando a non odiare, impediremo loro di andare al potere e saremo in grado di fare da argine alle loro manipolazioni.

Se, invece, combattiamo l’odio con l’odio, apriremo loro la strada e diventeremo anche noi parte del loro progetto.

I tiranni del nostro tempo hanno bisogno di odiatori al loro servizio, ma anche di odiatori apparentemente all’opposizione, pronti a sostituirli.

Come scrisse “Etty Hillesum” prima di venire deportata ad Auschwitz, l’odio è una malattia che deturpa la nostra anima e “ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale”.

 Proprio per questo, persino nella resistenza di fronte ad un male estremo come il nazismo, sosteneva che bisognava avere la forza di non odiare se non si voleva assomigliare ai peggiori carnefici.

È nostro compito, come scriveva Karl Popper, non sottovalutare i nemici dichiarati della democrazia, essere in grado di allertare l’opinione pubblica di fronte ai loro disegni, insegnare alla società come difendersi da loro, ma ricordarsi sempre che non si combatte il pericolo di una “dittatura” di qualsiasi tipo o gradazione con l’idea di una “dittatura” alternativa.

 Nel 1959, lo scrittore russo “Vasilij Grossman” raccontava in “Vita e destino” il dialogo in una prigione tra un ufficiale nazista e un prigioniero bolscevico e sosteneva che chi combatteva un sistema ne voleva poi instaurare uno simile.

Il primo proponeva di costruire “l’uomo nuovo” con l’eliminazione degli ebrei nei campi di concentramento, il secondo, invece, voleva eliminare la pluralità umana attraverso i gulag.

Fortunatamente, non viviamo quei tempi terribili, ma il monito di Grossman ha un valore universale, perché la democrazia, anche oggi di fronte agli autocrati, si difende sempre in nome della pluralità umana.

Sta a noi cogliere in anticipo il significato delle parole di quei politici che, sulla scena pubblica, si esprimono con proposte di odio;

perché nella storia ogni dittatura, ogni crimine contro l’umanità, ogni genocidio, non è mai nato da un giorno all’altro, ma è stato preparato prima con le dichiarazioni di intenti, e solo in seguito con i conseguenti atti politici.

Abbiamo, quindi, tutti la possibilità di immaginare come certi discorsi possono essere la prima stazione di un viaggio pericoloso, che se non viene fermato con la nostra resistenza morale, ci può portare a perdere la nostra libertà.

Avere un controllo sulle proprie parole.

Nel tempo di oggi le parole non si perdono e si esauriscono tra le mura di casa e nelle discussioni anonime nei bar, ma con i social si amplificano e durano nella memoria del tempo.

Chi esprime una frase sbagliata, o lancia un insulto su Facebook, ha la possibilità di condizionare milioni di persone.

Per questo, nella comunicazione virtuale, è importante autoimporsi un galateo etico, che dovrebbe prevedere l’umiltà di ricercare la verità, di citare le fonti, di evitare che una affermazione affrettata possa ferire una persona.

Dobbiamo sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire”, perché una parola deve sempre sforzarsi di rispecchiare la realtà e ogni informazione falsa fatta circolare, anche se in buona fede, inquina la vita democratica del nostro Paese.

Essere responsabili delle nostre parole significa mostrare il nostro anelito alla ricerca della verità, senza pregiudizi;

 significa tendere al vero attraverso la pluralità delle interpretazioni, ma significa anche propendere al dialogo con l’altro, immaginando sempre che anche una persona che sbaglia, può essere recuperata e che tutti noi che possiamo esser pronti a cambiare idea.

Dobbiamo essere consapevoli che “vivere la verità” dal basso, come insegnava” Havel”, (era questo slogan di Charta 77 che portò alla fine della dittatura a Praga) è l’arma migliore che ognuno di noi possiede per contrapporsi a quei governanti che usano il potere delle parole false e malate per stravolgere la realtà e per accrescere il loro comando personale sulla società.

Se tutti mentono per abitudine, o si adeguano alle falsità, come ricordava il protagonista della Rivoluzione di Velluto a Praga, non si può arrestare il meccanismo della menzogna.

Dunque, ognuno di noi, nell’esercizio consapevole della difesa quotidiana di uno spazio comune di verità aperto al dialogo, ha la possibilità, anche nel tempo di oggi, di rendere evidenti le azioni di coloro che al potere mettono in discussione il vero e cercano di minare il pluralismo delle opinioni, per imporre anche con la coercizione le loro idee.

Possiamo, così, rendere nudo quel nuovo re che ci racconta che i cambiamenti climatici sono una invenzione, che il paese aggredito è un aggressore, che uno sterminio è solo propaganda politica, che un attacco ad un parlamento è legittimo, che dobbiamo difenderci dall’invasione dei migranti, che l’identità di genere è solo binaria, che il pluralismo politico è un intoppo.

Essere custodi dell’etica della nonviolenza e messaggeri di pace.

Una delle grandi conquiste della democrazia è stata quella di avere creato istituzioni nazionali e sovranazionali che trasformassero le contrapposizioni in dialogo politico, sociale e culturale.

È stato questo l’intento delle Nazioni Unite, che sono nate per affermare il diritto internazionale e istituire luoghi di discussione per trovare soluzioni condivise ai conflitti.

Oggi, questi organi non solo si dimostrano impotenti nelle crisi internazionali, ma sono messi in discussione da coloro che ritengono debba prevalere la legge del più forte e che considerano che la mediazione politica sia un intoppo per la propria egemonia.

Così, non solo abbiamo assistito a guerre, alla messa in discussione della sovranità degli Stati, a nuovi stermini, ma l’idea stessa della guerra e della violenza è diventata attrattiva, sia come affermazione di un potere sull’altro paese, sia come una strada legittima per risolvere i conflitti e le ingiustizie.

Questa deriva sta cominciando ad inquinare anche il dibattito democratico.

 Non solo c’è una assuefazione all’idea della guerra, considerata inevitabile, ma il richiamo alla violenza lo vediamo nelle parole aggressive che girano sui social e nei cortei, che trasformano l’indignazione in scontri di piazza e in una resa dei conti contro il nemico.

Ognuno di noi ha la possibilità di arrestare il nuovo pericoloso fascino della violenza.

Lo può fare con piccole azioni quotidiane impedendo parole e atti violenti nei cortei; sforzandosi di discutere senza distruggere l’altro e trasformarlo in un nemico;

mostrando la propria indignazione quando nelle trasmissioni televisive o nelle aule parlamentari i politici insultano gli avversari come fosse in battaglia contro i loro avversari; prendendo con coraggio le parti di una donna molestata o di chi subisce bullismo; facendo sentire la propria vicinanza ad una persona presa di mira, e abituandoci a chiedere scusa per una offesa ingiusta.

Ma ognuno di noi, anche nel suo piccolo, può prendersi una responsabilità nei confronti del mondo diventando un moltiplicatore di pace e un partigiano del dialogo e della nonviolenza.

Si può, per esempio, sostenere quei palestinesi e israeliani che, nel conflitto del Medio Oriente, cercano il dialogo e la condivisione; i russi e gli ucraini che cercano di costruire, nonostante la guerra, nuove relazioni; le associazioni di pace che operano in aree di conflitto, costruendo scuole, ospedali, corridoi umanitari; i giornalisti indipendenti che a loro rischio ci informano sui conflitti, i medici che salvano vite negli scenari di guerra.

Ricreare lo spazio comune della pluralità umana.

Dobbiamo dare forza a tutti coloro che, nel mondo, in nome della nonviolenza e della sacralità della vita umana, si sentono messaggeri dello spirito della Convenzione di “Raphael Lemkin” del 1948, sulla prevenzione dei genocidi.

 Perché la storia ha insegnato che la stazione finale dell’odio e della disumanizzazione delle persone è la situazione estrema di un genocidio, che non giunge mai all’improvviso, ma arriva passo dopo passo, proprio quando le parole violente e malate contagiano le persone.

Oggi, possiamo ricostruire dal basso lo spirito delle Nazioni Unite non solo se supportiamo questa organizzazione attualmente sotto attacco, ma anche se noi stessi diventiamo il tramite per far conoscere tutte le donne e gli uomini di buona volontà che operano per il dialogo e se a nostra volta diventiamo parte di questo movimento. Così facendo, possiamo essere gli ispiratori delle Nazioni Unite del nuovo millennio.

Non dobbiamo più sentirci come una parte che afferma sé stessa come identità etnica, nazionale, religiosa, politica, in contrapposizione negativa agli altri, ma come parte del mondo e dell’intera umanità. Ecco perché dobbiamo rivitalizzare gli ambiti politici e sovranazionali; quelli che ricompongono le relazioni tra le nazioni e che ci permettono di comprendere che il pianeta terra è la nostra casa comune e di cui tutti noi dobbiamo prenderci cura.

Ci deve guidare il principio fondativo della nonviolenza e del dialogo, così come ben indicato da Hannah Arendt: “Non l’uomo, ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”.

Senza un dialogo ininterrotto con noi stessi e con gli altri, come sosteneva Socrate, non si può comprendere la forza che ci dà la pluralità umana e ci offre così la possibilità di superare la nostra fragilità che in modo presuntuoso pensiamo di risolvere da soli.

Può sembrare paradossale, ma solo attraverso un lavoro interiore nell’intimità della coscienza, che ci fa riscoprire la dimensione morale, come aveva intuito Immanuel Kant, possiamo uscire dal nostro piccolo ego, ritrovare il gusto del dialogo con gli altri, la nostra appartenenza all’intera umanità, fino a volare nel cielo stellato.

 (Presidente di Fondazione Gariwo).

 

 

 

Meloni: “Basta Eolico Off Shore,

Tecnologia Acerba e Costosa,

Enormi Speculazioni”

Conoscenzealconfine.it – (19 Marzo 2026) - Lorenzo Piras – Redazione – ci dice:

 

Sull’eolico “off shore” in Italia pare stia per calare il sipario.

La premier: “Antieconomici a 200 euro a megawattora”.

Tremano le multinazionali, più di mille pale previste al largo di Cagliari, Carloforte, Alghero e Costa Smeralda.

“Costa troppo, basta con l’eolico off shore”.

 

Qualcuno deve aver segnalato anche a Roma che, in netto anticipo sul fischio d’inizio, più di mille pale eoliche a mare sono state previste attorno alle principali spiagge dell’Isola.

 Rovinando panorami millenari, facendo scempio di ecosistemi marini e rendendo più infido il traffico navale che, si sa, in un’Isola non è semplice da gestire.

 

Sull’eolico off shore in Italia pare stia per calare il sipario.

Nel suo intervento a Palazzo Madama, riguardante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo di oggi e domani, nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente, parlando dei temi riguardanti l’energia, è stata la premier Giorgia Meloni, non una passante, a dettare la linea dell’esecutivo.

 

Testuale:

 “Su quello che riguarda le rinnovabili, siamo intervenuti sulle enormi speculazioni che si nascondono dietro l’adozione di queste tecnologie quando i costi della decarbonizzazione si trasformano in rendite a favore di impianti in molti casi già pagati dalle bollette dei consumatori, così come, allo stesso modo, non si possono, dal nostro punto di vista, addebitare agli italiani tecnologie che non sono mature e che sono caratterizzate da costi elevatissimi, ad esempio per l’eolico offshore che da solo sarebbe costato oltre 200 euro a megawattora”, ha detto Meloni senza tentennamenti.

“Quindi sì alle rinnovabili – questa è la linea del Governo – ma no a bollette di famiglie e imprese gonfiate oltremodo da incentivi oggettivamente troppo generosi “.

 

Come era prevedibile, i magnati dell’eolico a mare non l’hanno presa affatto bene.

Che la premier abbia espresso l’intenzione di chiudere le porte alle torri in mezzo al mare sembra essere un primo spiraglio di luce davanti agli scempi eolici previsti al largo di Cagliari, Carloforte, Alghero, Bosa e in Costa Smeralda.

Le parole di Giorgia Meloni – frame di un discorso particolarmente composito – sono passate in second’ordine davanti alle reazioni stizzite delle multinazionali del vento alla nuova linea del suo Governo.

 Ma, pronunciate dal presidente del Consiglio dei ministri, hanno valore vincolante.

(Lorenzo Piras).

(unionesarda.it/politica/meloni-basta-eolico-off-shore-tecnologia-acerba-e-costosa-enormi-speculazioni-qt2nn04h).

 

 

 

La democrazia muore nell’oscurità.

 Articolo21.org - Roberto Bertoni – (8 Febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

 

C’era una volta il “Washington Post, il quotidiano che svelò al mondo i “Pentagon Papers” e, soprattutto, lo” scandalo Watergate”:

 due vicende destinate a mutare per sempre l’immagine mondiale degli Stati Uniti e a porre fine, nel caso della seconda, alla triste presidenza di Richard Nixon.

C’erano una volta “Bob Woodward” e Carl “Bernstein”, che grazie alla loro inchiesta ottennero fama imperitura ma, più che mai, salvarono un Paese già allora in guerra con sé stesso.

C’era una volta la signora “Katharine Graham”, che di quel miracolo, giornalistico e culturale, ne era non solo l’editrice ma anche l’ispiratrice e il punto di riferimento.

C’era una volta la sacralità del giornalismo, che in America era effettiva, tanto che, ogni volta che mettevamo in discussione, non a torto, la superiorità morale di quel Paese, ci dicevamo che sì, avevano mille difetti e innumerevoli contraddizioni però almeno a quelle latitudini la stampa costituiva davvero il quarto potere. Insomma, c’era una volta la liberaldemocrazia, in grado di resistere a ogni attacco, a tutti i poteri e ai non pochi interessi che, naturalmente, ruotano intorno ai palazzi del potere di una capitale globale.

Poi è arrivato “Jeff Bezos”, anno 2013, e con mister “Amazon” ha avuto inizio la scalata al potere dei tecnocrati multimiliardari, quel “tecno feudalesimo” che “Yanis Varoufakis” ha saputo descrivere da par suo in un saggio mirabile.

Da allora, di tutto ciò che abbiamo descritto in precedenza, è rimasto poco o nulla, al punto che nell’autunno del 2024 lo stesso Bezos ha impedito al suo quotidiano di compiere un endorsment in favore della candidata democratica Kamala Harris per non inimicarsi il nuovo dominus della scena politica statunitense.

Era la prima volta che accadeva nella storia del giornale.

Ora sono arrivati i tagli, i licenziamenti (almeno trecento persone), la chiusura delle sedi all’estero, l’eliminazione dello sport, della rubrica dedicata ai libri e di non poche corrispondenze.

In pratica, è svanito l’immaginario di un quotidiano liberal e progressista, sempre connesso con le mutazioni di una Nazione in vorticosa evoluzione verso l’ignoto.

 Potrà ancora andare in edicola o, più probabilmente, essere scaricato sui nostri dispositivi digitali, ma il Washington Post che abbiamo letto, conosciuto e amato per decenni non esiste più.

E anche la democrazia, negli Stati Uniti e non solo, non se la passa tanto bene, specie se si considerano i continui insulti di Trump ai corrispondenti accreditati alla Casa Bianca e la concentrazione di potere e ricchezza nelle mani degli oligarchi che gli hanno finanziato la campagna elettorale e ora ne sostengono l’operato per meri motivi d’interesse personale e aziendale.

Il dramma è che con il “Washington Post”, ridotto a essere l’ombra di ciò che era e incapace di riprendersi dopo il poderoso taglio di personale che gli ha inflitto il suo padrone, rischia di venire meno un’idea di democrazia, il concetto stesso di Occidente e con essi il nostro vivere civile.

 Non a caso, riteniamo che non sia stata attribuita la dovuta importanza alla denuncia del segretario generale dell’ONU Guterres, il quale ha parlato di un’istituzione che rischia il collasso, con la prospettiva, inedita e atroce, che possa addirittura chiudere i battenti, specie se davvero l’America di Trump dovesse sfilarsi per dar vita al “Board of Peace”, ossia a un’agenzia in netta contrapposizione con tutto ciò che le Nazioni Unite hanno rappresentato negli ultimi ottant’anni.

Mettere a tacere il dissenso, spegnere le voci contrarie, far evaporare la critica, mortificare sistematicamente chiunque osi porre domande, neanche troppo scomode, e fare scuola nel mondo:

questo è il trumpismo, un demone che abbiamo il dovere di contrastare con tutte le forze democratiche e pacifiche a nostra disposizione, prima che sia troppo tardi, prima che ci divori, prima che anche la nostra già malandata democrazia possa essere travolta dai suoi effetti planetari.

Non siamo lontani, occhio, e sarà bene far tesoro dell’insegnamento di un grande americano come il reverendo “Martin Luther King”, che ammoniva:

“Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici ma i silenzi dei nostri amici”.

Scegliamoci bene.

 

 

 

 

Guerra Trump-Iran: il Vietnam

prossimo futuro di Trump.

Articolo21.org - Mario Bandoni – (19 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

In un articolo precedente spiegavo come la narrazione di Donald Trump, fondata sullo slogan “sotto di me nessuna guerra sarebbe mai iniziata”, si stesse infrangendo contro la logistica dei movimenti navali delle portaerei “USS Gerald Ford” e “USS Lincoln” che comportavano, per chi avesse voluto scorgerli, un segnale diretto di una guerra in preparazione, perché una simile forza in assetto da combattimento con i vertiginosi costi connessi non sarebbe stata mossa solo per simulare una disponibilità o un “incoraggiamento” a raggiungere un accordo, ma per lanciare, senza riguardi per l’etica militare d’un tempo, un attacco appena giunto a destinazione.

Cosa che si è puntualmente verificata nel giro di un paio di settimane da quando le navi erano salpate, con tutti gli sviluppi di cui i media ci hanno ampiamente edotti.

 

Oggi, come apprendiamo dal sito “Euronews.com” gli Stati Uniti stanno inviando verso il Golfo Persico forze, inclusa una nave con un corpo di spedizione di circa 2.200 Marines, con l’obiettivo dichiarato di “proteggere le rotte petrolifere e contrastare le azioni dell’Iran nello Stretto di Hormuz”.

La flotta, che include gruppi anfibi e caccia F-35, è segnalata in avvicinamento, con le operazioni che si intensificano a seguito delle tensioni esplose a fine febbraio 2026.

I media, ancora una volta hanno riportato la notizia con poca enfasi e altrettanto poche analisi prospettive.

Invece noi, che siamo sospettosi, già leggiamo in questi avvenimenti qualcosa che ci fa rizzare i peli sul collo.

 

La nave principale, la “USS Tripoli” (LHA-7), che è un’unità d’assalto anfibio e funge da comando di un gruppo comprendente altre navi d’appoggio, e i circa 2.200 Marines che trasporta, come riporta fra gli altri “The Japan Times”, sono partiti dalla loro base operativa nelle vicinanze della piccola e graziosa cittadina portuale di “Sasebo “(dal poetico significato di “castello del vento del nord”), nella prefettura di Nagasaki sull’isola di “Kyushu” nel Giappone meridionale, e che al momento, cioè il 17 marzo, è stata tracciata vicino a Singapore.

Quanto ai Marines, appartengono alla” 31ª Marine Expeditionary Uni”t (MEU), che ha la sua base principale nell’isola di Okinawa (il che lascia intuire un precedente trasferimento deciso già qualche settimana fa).

 

Vale la pena ricordare che nell’area verso cui la Tripoli è diretta già opera o sta per operare un ingente dispiegamento di forze:

la “USS Abraham Lincoln” (CVN-72) che da gennaio è di stanza nel Mar Arabico e funge da perno centrale delle operazioni, accompagnata da almeno otto cacciatorpediniere;

la “USS Gerald R. Ford” (CVN-78), che è la portaerei più moderna degli Stati Uniti, la quale il 5 marzo ha attraversato il Canale di Suez, e al momento sta operando nel Mar Rosso.

In movimento ci sono la “USS George H.W. Bush” (CVN-77) che il 6 marzo era data per aver completato le esercitazioni pre-operative e il cui arrivo nel Mediterraneo orientale è previsto entro 10-12 giorni, infine la Tripoli di cui si diceva prima, il cui dispiegamento per unirsi alle altre forze operanti nel Golfo è previsto entro una o due settimane. Questo è il quadro della situazione e la prospettiva di inizio di una possibile escalation:

un paio di settimane al massimo.

 

Nel frattempo, il “Ministro della Guerra USA”, “Pete Hegseth” (inutile continuarlo a chiamare Ministro della Difesa perché credo che tutti oggi abbiano capito che ciò che interessa Trump non ha nulla a che vedere con la pace e la sua difesa, sebbene si ostini ad aspirare al Nobel), sta avanzando richieste di fondi straordinari al Congresso (già oggi, a causa dell’intensità delle operazioni aeree e navali, l’offensiva stia costando circa un miliardo di dollari al giorno), proprio per sostenere le operazioni previste in impiego per le navi suddette.

Tali richieste riguardano:

50 miliardi di dollari per sostenere l’offensiva contro l’Iran già in atto e coprire le perdite di equipaggiamento finora subite (stimate nei soli primi giorni in circa 2 miliardi);

901 miliardi di dollari per aumentare il budget del Ministero della Guerra, la più grande di sempre, ma Trump ha già indicato di voler arrivare a 1.500 miliardi per il prossimo anno.

Tutti questi fondi, come riportato fra gli altri dal “Corriere della Sera”, servono specificamente per il dispiegamento delle portaerei, il rifornimento di munizioni di precisione e il mantenimento della logistica per gli oltre 50.000 soldati ora impegnati nella regione.

 

Al momento, dato che i Marines sono addestrati per operazioni “Visit, Board, Search, and Seizure” (VBSS, cioè Visita, Abbordaggio, Ricerca e Sequestro), cioè per salire a bordo di navi di cui l’Iran si è impossessato o per proteggere i mercantili, la probabilità di un loro impiego direttamente sul terreno (boots on the ground) rimane moderata, ma in crescita.

Questo poiché per questa crisi la dottrina Trump (“Massima Pressione 2.0”) punta sulla coercizione navale più che sull’invasione di terra (sebbene qualora i Marines non fossero impiegati per rafforzare le basi in Kuwait e negli Emirati Uniti, esiste il rischio che lo siano per operazioni destinate a neutralizzare postazioni missilistiche iraniane sulle isole che minacciano il traffico petrolifero).

In questo senso, la probabilità di utilizzo di piccoli gruppi di Marines o altre forze speciali per raid mirati su coste o piattaforme (“mordi e fuggi”) è considerata alta se l’Iran dovesse tentare di bloccare lo Stretto.

 

Se nei prossimi giorni vedessimo lo spostamento di unità logistiche pesanti verso il Kuwait, la probabilità di un intervento di terra aumenterebbe drasticamente, ma in assenza, è più probabile che inizialmente le “forze” siano impiegate dal cielo (decollando dalla Tripoli che non è solo un trasporto, ma una “portaerei leggera” dotata di propri caccia F-35B), piuttosto che tramite uno sbarco anfibio sulle spiagge iraniane, che porterebbe a un’escalation difficilmente gestibile.

 

Parallelamente, al momento assistiamo a un’intensa attività di rifornimento per le navi già presenti, ma non vediamo ancora lo sbarco di migliaia di carri armati sulle coste del Golfo, quindi possiamo rasserenarci un po’ (ma senza esagerare).

Per ora la strategia sembra essere:

colpire duramente dal mare e dal cielo, mantenendo la logistica pesante “a portata di mano” in caso di ritorsione iraniana via terra verso i vicini alleati (come l’Arabia Saudita).

Per non esagerare con la tranquillità, i segnali da monitorare attentamente sono quelli di spostamento delle unità logistiche pesanti che per ora sono solo parziali ma significativi, e indicano, al di là delle azioni “mordi e fuggi”, una preparazione per un conflitto che potrebbe diventare prolungato.

Nelle ultime 48 ore sono stati segnalati movimenti presso l’area di “Camp Arifjan”, in Kuwait, che è il cuore logistico degli Stati Uniti nella regione:

 ancora non c’è un “ponte aereo” massiccio, ma nel frattempo è in corso un pre-posizionamento di munizioni e carburante su larga scala.

Quindi, quando dovremo preoccuparci?

Alcune unità della “classe Watson” (enormi navi cargo che trasportano interi battaglioni corazzati) sono state avvistate in uscita dai porti della costa orientale degli Stati Uniti e dal porto di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, queste navi puntano verso il Mar Arabico.

Dovremo preoccuparci quando il loro arrivo fosse concomitante con quello della Tripoli:

esso indicherebbe la volontà di sostenere un’operazione di terra o di difesa costiera a lungo termine.

 Ciò sarebbe ulteriormente confermato se altri due fattori si verificassero: lo spostamento di unità della Sanità Militare (leggi: ospedali da campo) e del Genio (ovvero: piste d’atterraggio o fortificazioni).

 In tal caso l’operazione “terrestre” non sarebbe più un’opzione remota e i nostri sonni tranquilli sarebbero un ricordo.

 

Al momento, il “512° Field Hospital” (Ospedale da Campo) ha solo condotto esercitazioni critiche per testare la capacità di spostare feriti su lunghe distanze in scenari di combattimento su larga scala, nulla che faccia pensare a un trasferimento in zona:

il Ministero della Guerra non ha ancora autorizzato nulla che lo faccia presumere imminente, sebbene esperti suggeriscano l’invio della nave ospedale USNS Comfort a Dubai” come supporto logistico e umanitario. Inoltre, i Marines sulla Tripoli, come riporta il “Middle East Forum”,  già possiedono capacità mediche organiche in modo autonomo.

 Quanto alle unità del Genio, dal “The Times of India” leggiamo, che gli “Army Corps of Engineers” per ora non sono stati spostati, mentre le navi cargo strategiche in viaggio suggeriscono la preparazione di infrastrutture logistiche che sarebbero necessarie se il conflitto dovesse estendersi sulla terraferma.

 

In sintesi, nel Golfo gli Stati Uniti stanno costruendo una “fortezza galleggiante”.

La logistica è pronta, i finanziamenti sono in discussione e i Marines sono a pochi giorni di navigazione dal fronte (la finestra temporale non supera i 14 giorni).

 La domanda non è più “se” gli USA agiranno, lo abbiamo già visto al momento dello spostamento delle portaerei, ma quanto in profondità decideranno di colpire, con quale intensità, per quanto tempo si preparano (o saranno obbligati) a restare, e quali alleati volenti o nolenti riusciranno a coinvolgere.

 

Per ora gli investitori internazionali hanno perso solo una parte dei guadagni che avevano accumulato.

Essi avrebbero dovuto leggere i segnali già al momento del primo attacco congiunto con Israele e disinvestire quando Trump aveva ordinato lo spostamento delle portaerei perché era chiaro che dato il costo non le avrebbe spostate per un viaggio di piacere, ma per usarle, cosa che si è puntualmente verificato.

 Oggi la cosa si ripete, ed entro le 2 settimane di viaggio previste ci sarà una nuova escalation del conflitto, con riflessi ancora peggiori sull’economia, le borse, l’inflazione.

 Cosa fare?

 

Se all’interno della finestra temporale il mercato realizzerà che l’arrivo della Tripoli può coincidere con l’inizio di una fase terrestre o di un blocco navale totale (che oggi ancora non vediamo ma di cui percepiamo e temiamo i segnali di preparazione), la volatilità su petrolio (Brent) e titoli della difesa salirà bruscamente, specialmente se i Marines avranno il compito di contendere fisicamente lo Stretto di Hormuz, e se la prevedibile controffensiva iraniana obbligherà Trump a perdere la faccia quale vincitore di rapide e chirurgiche operazioni militari e sarà trascinato in un nuovo “Viet Nam”.

In tal caso il petrolio non solo continuerà la sua ascesa iniziata con l’avvio dell’operazione “Furia Epica”, ma si attesterebbe ai massimi storici, alimentando una inflazione globale insostenibile.

 I mercati hanno spesso una “inerzia” cognitiva, sperando che lo spostamento di truppe sia solo un segnale politico (al quale ormai nessuno di noi crede), ma se le unità logistiche pesanti, la Sanità e il Genio accennassero a muoversi, la logica politica cederebbe il passo a quella militare.

 Con le unità pesanti in movimento verso “Camp Arifjan” e i Marines in avvicinamento, la prudenza finanziaria non è solo consigliata, ma necessaria almeno per preservare il capitale, se non le plusvalenze accumulate fino all’inizio dell’operazione.

Delle cosiddette “casualities” (cioè delle perdite di vite umane) che non saranno una casualità ma una certezza matematica, a Trump interessa poco o punto.

Se ha già deciso questa escalation nulla riuscirà a fermarlo.

 A meno che il Congresso avesse un sussulto e riesca a fermarlo. Eventualità remota al momento, almeno fino a che il tycoon sia giudicato dai votanti e questi rafforzino il Partito Democratico, l’unico in grado di metterlo sotto stato d’accusa.

Ma per questo occorrerà aspettare fino a dicembre.

 Troppo lontano per evitare i disastri che ci aspettiamo a breve.

 

 

 

Niscemi: oltre il disastro.

Articolo21.org - Mario Bandoni – (18 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:

La frana di Niscemi è un complesso fenomeno franoso determinato dallo scorrimento profondo di masse terrose il cui arresto, secondo gli esperti non è pienamente possibile, come attestato dai rilievi e dalle analisi geologiche dell’Università di Firenze.

Gli interventi che per ora sono stati proposti di cosiddetta “mitigazione del danno” (cioè, interventi che non risolvono il problema ma lo rallentano rendendolo meno “doloroso”, come nel caso di cure demolitive e palliative nei tumori terminali), si concentrano sulla gestione delle acque, incluse la riorganizzazione delle reti fognarie, degli acquedotti, la creazione di drenaggi profondi, di pozzi e la riprofilatura del terreno.

Ma la frana, attuate diligentemente tali opere (ammesso che lo siano), non si fermerà e seppur lentamente continuerà inesorabilmente a venire giù.

 

Tuttavia, a questo punto “Niscemi” non costituisce solo un evento su cui intervenire, ma un verdetto:

 il fallimento di un sistema che per anni ha scambiato la gestione dell’emergenza con la prevenzione.

Questo ampio versante, con un fronte di 4 chilometri e uno scivolamento profondo tra sabbie e argille, già trent’anni fa richiedeva interventi massicci.

Trent’anni fa!

E gli 11,3 milioni di euro stanziati sono rimasti sepolti per decenni tra carte bollate e rimpalli burocratici.

Niscemi dimostra che la geologia non attende i tempi della politica: mentre i decreti restano nei cassetti, il fango avanza.

In situazioni come quella di Niscemi (e in genere per tutto ciò che riguarda le opere pubbliche), senza una nuova legge che imponga tempi certi, procedure chiare e l’obbligo di soluzioni certificate, ogni futuro stanziamento sarà solo un nuovo spreco di denaro pubblico e l’occasione per i politici di rimpallarsi sterilmente le responsabilità.

 

In Italia, tuttavia, esistono diversi esempi di interventi di successo su frane complesse come questa, anche se per casi simili si parla spesso di mitigazione del rischio, come abbiamo visto, piuttosto che di “blocco” totale.

Una delle frane più grandi d’Europa, dove è stato applicato un modello geotecnico 3D avanzato per progettare interventi di consolidamento mirati, integrando monitoraggio satellitare e opere strutturali si è avuto a Ca’ Lita in provincia di Reggio Emilia.

Vi sono altri casi di successo in giro per l’Italia.

Questi casi, in genere costituiscono degli esempi da tenere presenti nella progettazione di nuovi interventi, ma non esiste alcuna norma che imponga di farlo.

In termine tecnico essi sono una “Best Practice (cioè, letteralmente una pratica esemplare, o modello di eccellenza)”, termine che sta a significare un intervento che, a confronto con tutti gli altri messi in atto per affrontare e risolvere al meglio lo stesso problema, ha dimostrato la sua indiscussa efficacia.

 

Per una “Best Practice”, tuttavia non s’intende una ricetta fissa o un modulo “copia-incolla”, ma l’integrazione della migliore conoscenza scientifica e tecnologica disponibile in un dato momento storico.

 Essa costituisce certamente lo standard di eccellenza che ha dimostrato, dati alla mano, la maggiore efficacia in contesti simili, ma pur se dovrebbe essere tenuta ad esempio, non deve diventare un limite:

 essa rappresenta il pavimento, ovvero il minimo accettabile sotto il quale non è permesso scendere, non il soffitto.

Ogni “Best Practice” di successo del nostro presente è stata, un tempo, una sperimentazione coraggiosa intrapresa da chi ha rischiato di fallire per portare la tecnologia a un livello di eccellenza superiore:

pertanto prendere a modello una “Best Practice” da un ipotetico Catalogo (oggi inesistente) non dovrebbe significare seguire pedissequamente un “ipse dixit” di aristotelica memoria, ma un’adozione con “beneficio d’inventario”.

 

Oggi, invece nelle opere pubbliche domina un conservatorismo progettuale paralizzante.

Molti uffici tecnici, ad esempio in casi come le frane, replicano soluzioni standard (muri, gabbioni, piccoli pali) che sono inefficaci contro dissesti complessi come quello di Niscemi.

 Una eventuale legge che riformi il “Codice degli Appalti “dovrebbe imporre l’Inversione dell’Onere della Prova:

il progettista dovrebbe essere tenuto ad adottare la Best Practice applicabile al caso specifico contenuta in un Catalogo (tutto da fare, a parte le normative ISO, possibilmente internazionale che sia aggiornato ogni anno incorporando i successi delle nuove tecnologie e declassando le tecniche che si rivelano obsolete o inefficaci), a meno che non proponga una soluzione migliorativa.

 In quel caso, dovrebbe dimostrare tramite modellazione predittiva avanzata che la nuova tecnica supererà le performance di quella esistente.

 Solo così la Best Practice smetterebbe di essere un dogma burocratico e diventerebbe il motore di una competizione verso l’alto, trasformando ogni cantiere in un potenziale avanzamento della conoscenza.

Ma non basta.

La sicurezza non è compatibile con il risparmio selvaggio e la frammentazione delle responsabilità:

per le opere pubbliche l’aggiudicazione non dovrebbe basarsi sul “Massimo Ribasso” come oggi, ma esclusivamente sull’”Offerta Economicamente Più Vantaggiosa”, dove la componente tecnica (innovazione, durabilità, monitoraggio) pesi per almeno l’80%.

Chi offre soluzioni a costi inferiori non è un risparmiatore, è un pericolo pubblico.

 Inoltre gare aggiudicate sul risparmio sono soggette più facilmente a interruzione dei lavori e lungaggini per antieconomicità dell’opera per l’imprenditore.

 

Inoltre, chi vince l’appalto dovrebbe possedere internamente le competenze, i mezzi e il personale per realizzare l’opera.

 Il subappalto nelle opere pubbliche diluisce la responsabilità e abbassa la qualità.

Solo imprese altamente specializzate e certificate dovrebbero poter operare su versanti critici.

 Se l’impresa non è in grado di eseguire l’opera integralmente, non dovrebbe poter partecipare alla gara.

 

Affinché una riforma di questo genere sopravviva ai cicli elettorali, servirebbe tuttavia una nuova classe dirigente tecnica:

in Italia manca a livello accademico una “Cattedra Universitaria” sulla “Gestione delle Best Practice e l’Innovazione Tecnologica” capace anche di monitorare e misurare anche i ritorni qualitativi e di soddisfazione dell’utenza.

Questa cattedra dovrebbe agire come ente terzo:

ogni progetto sopra una certa soglia di rischio dovrebbe ricevere il “visto di conformità alle Best Practice” o alla “Sperimentazione Protetta” da una o più Università a seconda dell’entità dell’opera.

Infine, lo Stato dovrebbe tutelare il progettista che propone soluzioni d’avanguardia validate dall’accademia, creando uno “scudo scientifico” che permetta di osare oltre il già visto, eliminando la “paura della firma” che oggi genera solo progetti mediocri.

 

Ma i politici attuali sarebbero in grado di portare avanti una riforma del genere?

Ad esempio (non esaustivo) figure nazionali di destra e di sinistra come Meloni, Salvini, Schlein e Conte, o locali come Gualtieri e Marsilio — pur essendo rinomati professionisti della politica o stimati accademici — mancano della competenza operativa di cantiere.

 

Chi ha vissuto di soli decreti, di medie ponderate o di consenso elettorale può non avere il “senso fisico” del rischio e in particolare del rischio d’impresa:

può non sapere che una frana è indifferente alle mediazioni politiche, ai discorsi elettorali o ai tweet di marketing politico.

 La politica italiana, dominata nel migliore dei casi da giuristi e comunicatori (nei peggiori da gente che ha solo sgomitato all’interno di un partito e che non ha mai veramente lavorato da dipendente di un’impresa produttiva), tutte persone rispettabilissime che tuttavia difficilmente hanno prestato servizio in aziende multinazionali dove si deve dimostrare di saper far succedere le cose piuttosto che enunciarle, dove si deve sapere come scrivere un “Diagramma di Gantt” piuttosto che un discorso parlamentare, tende a fidarsi di chi mostra di saperne più di loro, tende al compromesso che favorisce le lobby delle imprese generaliste.

 

Una vera riforma che risolva il problema di viadotti che vengono giù per errata progettazione e manutenzione oltre la cosiddetta “vita utile dell’opera”, o di sottopassi che diventano trappole alla prima inondazione, o che spenda immediatamente i capitali stanziati senza aspettare decenni come è necessario a Niscemi, richiede un’intransigenza tecnica “verticale” che solo chi ha affrontato la materia fisica sul campo può imporre.

È tempo che la scienza delle costruzioni e la geologia guidino la mano del legislatore, ponendo fine all’era delle leggi che consentono interventi “toppa” resi necessari dal ritardo e dall’incompetenza.

 

 

 

La democrazia, se non tiene il passo

di chi ha vent’anni, smette

di essere una promessa.

Huffingtonpost.it - Carlo Rutigliano – (07 luglio 2025 ) – Redazione – ci dice:

La democrazia, se non tiene il passo di chi ha vent’anni, smette di essere una promessa

Per il “Junges Europa 2025”, un giovane italiano su 4 è favorevole a un governo autoritario.

Il sintomo di una generazione che è cresciuta senza vedere una decisione capace di cambiare davvero le cose.

Uno su quattro.

Tanti sono i giovani italiani tra i 16 e i 26 anni che, secondo lo studio europeo “Junges Europa 2025”, pubblicato solo pochi giorni fa, si dicono favorevoli a un governo autoritario.

È un fatto politico di prima grandezza.

Perché ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: stiamo crescendo una generazione che rischia di non credere più nella democrazia.

 

Fino a poco tempo fa il movimento giovanile è stato la mia casa.

So bene che tra le giovani generazioni si agitano, spesso prima che altrove, le domande e i cambiamenti che attraverseranno il Paese.

Per questo credo che ciò che accade in quel mondo meriti un’attenzione vera, politica, non superficiale.

Se oggi da lì arriva un segnale così netto, dobbiamo prenderlo sul serio.

 

E la domanda che emerge, con forza, è una sola: perché?

Perché in una delle grandi democrazie europee un giovane su quattro arriva a mettere in discussione, non la qualità dell’offerta politica, non la credibilità delle istituzioni, ma il principio stesso della rappresentanza democratica?

Per capirlo bisogna smettere di guardare questi numeri come se fossero un fenomeno da analizzare con distacco, e non un segnale che ci chiama in causa.

Non è il tempo di minimizzare.

È il tempo di fare domande vere, anche scomode.

Perché dietro questa disillusione non c’è ignoranza, né superficialità.

C’è un malessere profondo, nato dentro una stagione di crisi continue: ambientale, sociale, sanitaria, economica.

Una stagione in cui il futuro è stato evocato molte volte, ma costruito troppo poco.

 

Quando la democrazia smette di produrre eguaglianza, mobilità sociale, protezione universale, allora si svuota.

E quando la politica non è più in grado di indicare un destino collettivo, ma si limita a gestire l’esistente, si apre spazio per tutto ciò che della democrazia è il contrario:

 l’uomo solo al comando, la nostalgia dell’ordine, l’illusione dell’efficienza autoritaria.

In questo clima, ogni giovane che si volta dall’altra parte non è un’anomalia, ma uno specchio.

 E ignorare quello che riflette ci rende più fragili e mette a rischio le ragioni più profonde del nostro stare assieme.

 

Secondo lo stesso studio, solo il 57% dei giovani europei considera la democrazia la forma di governo migliore possibile.

Una percentuale che scende ulteriormente tra chi si colloca a destra e vive una condizione economica di svantaggio.

Un segnale chiaro: senza giustizia sociale, la democrazia si consuma.

 

C’è chi dirà che i giovani sono sempre stati ribelli, critici, in cerca di alternative. È vero.

 Ma oggi la critica non alimenta mobilitazione, si spegne nel disincanto. E la disillusione non è più solo verso chi governa, ma verso il concetto stesso di partecipazione democratica.

Riguarda i partiti, le istituzioni nazionali, e anche l’Europa, che a molti appare come uno spazio che promette molto ma decide troppo poco.

 

Romano Prodi ha detto con lucidità ciò che molti vedono con rassegnazione:

 questa generazione non ha mai visto una grande decisione europea.

 E questo lascia il segno.

Perché la fiducia non nasce dai valori proclamati, ma dalle scelte compiute.

 Non dalle parole, ma dai fatti.

E quando i fatti non arrivano, la democrazia smette di essere credibile.

E comincia a sembrare inutile.

È qui che la questione si fa storica, prima ancora che generazionale. Perché se una democrazia non convince i suoi figli, non è solo in crisi.

 È a rischio.

 

Serve allora una svolta.

 Ma deve partire da un dato di realtà: il tempo dei più giovani è più veloce di quello della politica.

 Si muovono in uno spazio che cambia di continuo: nel lavoro, nella tecnologia, nel linguaggio, nei riferimenti.

E la politica, troppo spesso, resta indietro.

 Quando arriva, arriva tardi. Quando risponde, la scena è già cambiata.

 

Questo scarto non è solo una questione di linguaggio.

È il cuore del problema.

Perché quando la democrazia non sa stare nel tempo delle persone, perde legittimità.

Non perché venga respinta, ma perché non viene più riconosciuta come utile.

 

I giovani non sono fermi.

 Si formano, prendono parola, costruiscono reti.

 Ma spesso la politica non li intercetta, li osserva da fuori, con strumenti lenti e categorie che non coincidono più con la loro realtà.

Le domande che pongono – sul clima, sul lavoro che non basta, sull’intelligenza artificiale, sulla pace – restano senza canali, senza luoghi, senza interlocutori.

Non si trasformano in processo politico.

E in quel vuoto, la partecipazione si spegne.

Diventa sfiducia.

 

Lì nasce la tentazione dell’autorità.

Non per ideologia, ma per stanchezza.

Quando nessuno risponde, chi promette di fare viene ascoltato.

La scorciatoia autoritaria – in nome dell’efficacia, dell’ordine, della rapidità – torna ad apparire ragionevole come non lo era da decenni. Non è una deriva astratta:

 è un meccanismo concreto, che si attiva ogni volta che la politica perde contatto con la vita reale.

 

Per invertire la rotta servono luoghi e strumenti capaci di reggere il passo del presente.

 L’idea dei partiti liquidi, senza radici né struttura, ha mostrato i suoi limiti: non ha aperto, ha disperso.

Parlare oggi di organizzazione non è guardare indietro, è preparare il futuro.

 Organizzare non vuol dire irrigidire, ma rendere accessibile, abitabile, attraversabile.

 Dare forma alla partecipazione, senza paura della complessità.

 

Non si tratta di riportare i giovani alla politica, ma di portare la politica dove vivono, dove si formano, dove si muovono.

Non convincerli a partecipare, ma creare condizioni per cui partecipare abbia un senso.

 Questo vale per i partiti, per le istituzioni nazionali, per l’Europa. Nessuno di questi livelli può reggere se continua a restare più lento del tempo in cui viviamo.

 

Una democrazia che sa tenere il passo con chi ha vent’anni è una democrazia che può ancora generare futuro.

 Le domande che arrivano da chi cresce oggi non sono una minaccia, ma un’apertura.

 Non tutto è perduto, se si ha il coraggio di ascoltare, aprire, decidere.

C’è speranza. Basta non voltarsi dall’altra parte.

 

L’Iran fa guerra economica, l’America

è sotto stress: il conflitto nel Golfo

cambia gli scenari.

It.insideover.com - Andrea Muratore – (20 Marzo 2026) –  Redazione – ci dice:

 

“L’era del dominio americano nella guerra economica è finita”:

 è tranchant il titolo dell’analisi di “Nicholas Mulder”, professore alla Cornell University è l’autore di “L’arma economica: l’ascesa delle sanzioni come strumento di guerra moderna “, pubblicata dal “Financial Times”.

 

Un approfondimento che spiega attivamente come la Terza guerra del Golfo stia creando un netto disvelamento di una realtà che si stava consolidando da anni:

 la capacità di Washington di usare la coercizione economica come strumento di indirizzo della geopolitica globale sta venendo meno e, anzi, facendo a sua volta una mirata e sempre più estesa guerra economica ed energetica la Repubblica Islamica intende portare, nei limiti delle sue possibilità, il conflitto in casa di Washington e dei suoi alleati.

Fisicamente, laddove si tratta degli attacchi a raffinerie, oleodotti, centri di distribuzione nel Golfo.

Commercialmente, col blocco dello Stretto di Hormuz;

finanziariamente, quando si parla del combinato disposto tra gli effetti sui prezzi legati alle disruption e la scarsità fisica dei beni.

 

La guerra economica dell’Iran.

Lo ha ben detto “Mick Ryan” sulla sua newsletter Sub stack “Futura Dottrina”:

“la guerra di Teheran è una guerra economica regionale e globale con una dimensione sociale interna”, in un contesto in cui “il suo strumento principale non è la sua aviazione distrutta o il suo arsenale di missili balistici notevolmente ridotto.

 I suoi strumenti principali sono lo Stretto di Hormuz, gli sciami di droni per saturare le difese regionali e il prezzo del petrolio”.

 

L’Iran risponde agli assalti israeliani al gas e ai raid americani sul Paese puntando direttamente i future, gli spread tra i prezzi delle materie prime travolte dalla guerra e quelli delle consegne fisiche, incentivando la scarsità di gas naturale, oro nero, alluminio, urea, fertilizzanti e tutto ciò che passa nella strozzatura tra Golfo e Mar Arabico.

E non solo.

Colpendo i Paesi del Golfo ne colpisce la capacità di sdoganare investimenti in conto capitale e tecnologia.

 Dal “deal” per l’acquisizione di “Warner Bros Discovery” da parte di “Paramount” a quello per il” progetto Stargate”, sono innumerevoli nei soli Usa i progetti che dipendono dai denari di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar.

La “sanzione” imposta a Washington mirando la rendita energetica che ancora finanzia queste capacità d’investimento è notevole.

 

Hormuz, atomica iraniana.

L’atomica iraniana di Hormuz ha un fallout graduale.

Ma il danno di primo piano è alla capacità americana di coercizione economica, come nota “Mulder”:

l’Iran “ha trasformato un punto di strozzatura fondamentale dell’economia mondiale in un’arma per costringere il suo avversario a ridurre la tensione” e ha confermato quanto è riuscito alla Russia dallo scoppio della guerra in Ucraina e alla Cina dopo l’offensiva daziaria di aprile 2025, ovvero l’esistenza di una capacità di diversificazione in grado di alleggerire la pressione statunitense su economie rivali.

 

La globalizzazione e l’interconnessione impediscono di isolare completamente un Paese ma creano un’asimmetria sfavorevole, principalmente, per chi della connessione stessa fa un dividendo per il proprio sistema. E Mulder ricorda che esiste una teoria dei vasi comunicanti in un contesto in cui sostenere più strategie di questo tipo è complesso, dato che “sventare l’arma energetica utilizzata da Teheran ha quindi reso necessario un allentamento della guerra economica contro Mosca”.

 

I limiti della guerra economica americana.

La guerra economica non può essere infinita nei tempi e nella durata: l’idea di escludere intere economie dal sistema-mondo con le sanzioni, di renderle operative “vita natura durante” e senza limiti, di ritagliare la globalizzazione a proprio piacimento si sta scontrando con l’impossibilità degli Usa di garantire la sostenibile deterrenza per tenere in mano il pallino del gioco.

La guerra economica era l’arma americana per eccellenza:

lo si è visto in casi diversi, dalle sanzioni imposte al Giappone nel 1941 prima di Pearl Harbour allo strangolamento dell’Iraq post-Guerra del Golfo, passando per le manovre che precedettero il golpe cileno nel 1973. Ora questa capacità è venuta meno.

 E riconquistarla sarà ardua.

 Il mondo ha preso le misure all’America.

 E Washington di ciò non si è pienamente accorta.

 

 

 

 

 

Le guerre non difendono la democrazia.

Per questo cresce chi si rifiuta di farle.

Ilmanifesto.it - Marco Buscetta – (13-05-2025) – Redazione – ci dice:

Opinioni In Ucraina si espande il fenomeno dei renitenti e disertori.

 In Russia anche una tiepida critica conduce in galera.

In Israele aumentano i riservisti che non si presentano.

Proviamo a mettere insieme alcuni fatti, con caratteristiche ben distinte, proporzioni e pesi incomparabili, che si sono manifestati nei due principali teatri di guerra del momento:

 la striscia di Gaza e l’Ucraina.

Distinti dunque, ma che riconducono alla contraddizione tra governanti e governati, ossia tra chi la guerra la decide e chi la combatte sul campo.

In alcuni casi si tratta di crepe e fratture allo stato iniziale, in altri di fenomeni imponenti che possono anche determinare l’esito dello scontro.

 

In Ucraina più ancora che la penuria di armi, ripetutamente lamentata dal governo di Kiev, incide una penuria di uomini e motivazioni.

Ma se ne parla assai meno perché è un tema imbarazzante che tocca direttamente la legittimazione del potere statale.

 Una inchiesta condotta per conto di “Al Jazeera! da “Peter Morotea” e “Volodymyr Ilchenko” e pubblicata in Italia da Internazionale rivela dati impressionanti sulla renitenza alla leva, sulle diserzioni e più in generale sulla disponibilità a mobilitarsi per la difesa del paese.

Nel 2024, riferisce l’articolo, ben sei milioni di persone chiamate a trasmettere i propri dati ai centri di reclutamento non lo hanno fatto, mezzo milione di procedimenti sono in corso per il reato di renitenza alla leva, prospera il mercato delle esenzioni e i disertori non si contano. Inoltre, gran parte dei soldati schierati al fronte ci sono stati trascinati con la forza e brutalmente trattenuti.

 Nella maggior parte prevale sfiducia e risentimento nei confronti del governo e non solo per la guerra, ma anche per la politica oligarchica e impopolare che la ha preceduta.

 

Neanche in Russia il fenomeno della renitenza, dell’espatrio e della diserzione è insignificante, ma le enormi dimensioni del paese, la censura e le misure repressive rendono difficile quantificarlo e metterne in luce le diverse motivazioni.

Qualunque critica, neanche troppo radicale, dell’invasione russa conduce direttamente in galera.

 Figuriamoci un’indagine su renitenti e disertori.

 

In Israele è invece in visibile crescita il numero dei riservisti che non si presentano per il servizio militare, quello dei renitenti, e alcune voci, anche dall’interno dell’esercito, in esplicito dissenso con la conduzione della guerra a Gaza.

Potrebbe riprendere piede con l’escalation espansionista israeliana un movimento di rifiuto della propria partecipazione alla guerra, analogo a quello dei “refusenik” esploso durante la guerra in Libano nel 1982.

 

Infine le manifestazioni per la fine della guerra e contro Hamas all’interno della striscia di Gaza nello scorso marzo, proteste che esprimevano tutta la rabbia di una popolazione stremata per le scelte politico-militari senza sbocchi ma dalle prevedibili conseguenze, che hanno determinato l’attuale catastrofe umanitaria.

 

Le motivazioni e le forme di queste resistenze, che muovono del resto da condizioni non paragonabili, sono molto diverse.

E va subito chiarito che quelle di natura etica o di indignazione per gli orrori di cui si è stati testimoni non sono prevalenti.

 Più diffusa è la sensazione di essere manipolati dalle forze politiche dominanti, di essere asserviti a interessi particolari senza trarre per sé alcun beneficio, oppure la sfiducia e il risentimento nei confronti di governi che chiedono continuamente sacrifici senza offrire nulla in cambio.

 Infine, ma non in ultimo, il desiderio di salvaguardare la propria vita e integrità.

Il rifiuto della guerra, insomma, è sempre anche rifiuto del proprio governo, che sia aggredito o aggressore, democratico o autoritario.

 

All’incompatibilità tra guerra e democrazia ci introduceva già un celebre testo classico, il passo forse più citato della “Guerra del Peloponneso” di Tucidide:

 il dialogo tra i Meli e gli Ateniesi.

Il brano viene solitamente citato per mettere a confronto le ragioni della giustizia (i Meli che rivendicano la loro pacifica neutralità) con quelle della forza (la politica di assoggettamento) degli Ateniesi.

I quali tagliano corto affermando che la giustizia può intervenire solo tra contendenti dotati di potere più o meno equivalente, mentre dove vi sia sproporzione conta solo la forza.

La geopolitica contemporanea ha poco da aggiungere.

 Ma merita invece attenzione una piccola premessa al dialogo con gli ambasciatori ateniesi:

«I Meli non li introdussero dinanzi all’assemblea, ma li invitarono ad esporre le ragioni per le quali erano venuti dinanzi ai magistrati e ai maggiorenti».

 Gli Ateniesi capiscono al volo che «le trattative non si svolgono dinanzi al popolo, evidentemente per evitare che i più si lascino da noi ingannare» ma in fondo condividono la logica di questa esclusione, che è poi quella del potere sovrano.

La resistenza decisa dai maggiorenti finirà malissimo.

 

Un episodio riportato nel “Libro dei re” rafforza questa esclusione della volontà popolare dalle questioni della pace e della guerra.

 Nel 701 a.C. Gerusalemme è assediata dagli Assiri.

“Eliakim”, portavoce degli assediati, così si rivolge al comandante nemico:

 «Ti prego, parla in aramaico, perché noi intendiamo la tua lingua, ma non ci parlare in lingua giudaica, poiché il popolo, che è sopra le mura, ascolta».

Ma l’assiro, che intuisce la possibile distanza tra l’interesse popolare e quello del regnante, parla in giudaico proprio per approfittarne.

 

Lunga è dunque la storia che sottrae al demos la decisione sulla pace e sulla guerra.

 Dichiarazioni di guerra e trattati di pace non procedono per via democratica e non possono essere sottoposti a referendum.

Anche il programma di riarmo della Ue, come abbiamo visto, è stato sottratto al normale iter parlamentare.

Perché già la preparazione bellica è incompatibile con la trasparenza e la democrazia.

La guerra in Ucraina, intanto, rinvia sine die le elezioni politiche e il giudizio su Zelenskyj.

Quella di Gaza, alla quale altre già vanno aggiungendosi in Libano e Siria, eternizza e rafforza il potere personale di Benjamin Netanyahu e della sua conventicola.

Grazie alla guerra i caratteri democratici e il residuo di laicità dello stato di Israele vengono smontati pezzo dopo pezzo, le opposizioni messe a tacere, l’impunità garantita a criminali di guerra e politici profittatori. L’emergenza, assai spesso artificiosa e interessata, è lo strumento meglio collaudato per restringere o cancellare del tutto diritti e democrazia.

La guerra, come emergenza estrema, il più radicale ed efficace di tutti.

Le guerre sono dunque sempre contro la democrazia, anche quando vengono dichiarate con il pretesto di difenderla.

 

Probabilmente è questo che obiettori, renitenti e disertori hanno ben compreso, sottraendosi al sacrificio per qualcosa che in nessun modo li rappresenta.

Poiché nella guerra non vi è alcuna rappresentanza se non quella di entità astratte, ideologiche o integralmente ostili alla vita reale.

 

 

 

 

Non si può demolire la democrazia

 in pochi mesi. Ora Trump è dimezzato.

Lastampa.it – (22 febbraio 2026) – Serena Sileoni – Redazione – ci dice:

 

La sentenza della Corte Suprema depotenzia la figura del Presidente americano,

Non si può demolire la democrazia in pochi mesi.

 Ora Trump è dimezzato.

La democrazia non si costruisce in pochi mesi.

Gli americani, con i loro fallimentari tentativi di esportarla, lo sanno bene.

Per lo stesso motivo, in pochi mesi non si demolisce.

La bocciatura dei dazi di Trump ne è una grandiosa conferma fin dall’inizio della vicenda giudiziaria, quando il “Liberty Justice Center”, uno studio legale texano senza scopo di lucro, insieme a “Ilya Somin”, professore di idee libertarie della “George Mason University School of Law”, decidono di sfidare in nome di cinque piccole imprese la “Trump enomics” e di percorrere tutti i gradi di giudizio per tentare di giungere all’annullamento dei dazi in Corte suprema.

Non sono dettagli di cronaca.

Fronteggiare il potere politico è un impegno difficile e costoso.

Per affrontarlo, serve una società strutturata, in cui gli individui hanno incorporato il senso autentico della cittadinanza ed esistono realtà e organizzazioni che possano supportarne le battaglie.

 Nel giro di pochi mesi, mentre Trump faceva e disfaceva le tele delle tariffe, i ricorrenti sono arrivati dove volevano.

Con una decisione firmata a maggioranza di sei su nove, i giudici hanno dichiarato infondate le basi giuridiche su cui il Presidente aveva reclamato il potere di imporre dazi.

il caso Dazi, Trump alza il tiro: imprese americane in rivolta sui rimborsi,

dal nostro corrispondente” Alberto Simoni”.

È una sentenza tre volte importante.

 Primo, per l’impatto politico che ha sull’immagine di un Presidente costruita sulla forza di chi può prendersi tutto quello che vuole, senza andare per il sottile delle forme e del rispetto delle istituzioni.

Trump e Vance hanno già ruggito contro ed è probabile che cercheranno altre strade per non darla vinta alla Corte.

Ma è chiaro che la decisione dimezza la figura presidenziale per come costruita da un anno a questa parte, in politica interna così come in politica estera.

 Il secondo elemento di importanza è l’impatto economico.

In una intervista di pochi giorni fa, “Scott Besson”, segretario di Stato al Tesoro, aveva già annunciato che, nel caso in cui i dazi fossero stati dichiarati illegittimi, lo Stato avrebbe dovuto provvedere a restituire almeno la metà delle entrate incassate, per un ammontare, secondo le prime stime, di almeno 175 miliardi di dollari.

Il terzo motivo, che riguarda il tipo di motivazione, è ancora più rilevante, se inquadrato in una più ampia riflessione sullo stato di salute della democrazia americana.

l’intervista.

Joseph Stiglitz: “Con i dazi Trump ha impoverito le famiglie Usa. Europa più forte dopo la sentenza”

Sara Tirrito.

Appena insediato, Trump aveva prontamente dichiarato due emergenze straordinarie che minacciavano la sicurezza nazionale:

 il traffico di droga da Cina, Messico e Canada e il deficit commerciale. Tanto gli serviva, secondo i suoi consiglieri, per precostituirsi l’ombrello legale dei dazi.

Una legge del 1977 consente infatti al Presidente ampi poteri di intervento in caso di minacce esterne, tra cui quella di “regolare importazioni”.

La Corte, tuttavia, ha ritenuto che le “due parole separate da altre sedici” non possono giustificare il potere del Presidente di imporre in maniera autonoma tariffe o dazi da qualsiasi Paese, per qualsiasi prodotto, a qualsiasi livello, per qualsiasi periodo, né che il termine “regolare” possa implicare quello, ben più specifico, di tassare.

 

ALL’ASSIOM FOREX.

Dazi, la reazione della Finanza: “Dagli Usa ennesima prova di incertezza sull’economia mondiale.”

Claudia Luise dalla nostra inviata.

Le motivazioni della Corte sono un concentrato di manualistica costituzionale e liberale, intorno alla separazione dei poteri e al rapporto tra imposizione fiscale e rappresentanza democratica.

 Che vadano alla radice della distribuzione del potere in una democrazia liberale non vuol dire, però, che fossero argomentazioni scontate.

Da molti anni la Corte suprema si è resa artefice e la dottrina complice di una interpretazione creativa della democrazia e della distribuzione dei poteri che hanno giustificato, tra le molte cose, anche lo spostamento del baricentro decisionale dagli Stati al Governo federale e dal Parlamento al Presidente e alla sua amministrazione.

 

L’analisi.

Stop ai dazi, boccata d’ossigeno per la democrazia Usa:

 il nodo dei rimborsi fino a 200 miliardi.

PIETRO REICHLIN.

Chi, in Corte e fuori, provava a mettere in guardia dai pericoli di formule e dottrine che vedevano solo da lontano la Costituzione e i suoi precetti veniva tacciato di essere un conservatore fuori dalla realtà del divenire. L’attivismo giudiziario è stato uno strumento vincente della sinistra progressista, che le è andato bene finché non si è accorta, con Trump, che non necessariamente gli equilibri ideologici della Corte andavano per forza a suo favore.

Negli anni Settanta, l’aborto fu legalizzato grazie a una sentenza acrobatica della Corte.

 Nel 2022, una Corte con sensibilità diverse, in cui già sedevano 6 giudici su 9 di nomina repubblicana, è giunta a opposte conclusioni.

 

Domande e risposte.

Ricorsi, rimborsi, come tutelarsi:

ecco cosa cambia per le imprese dopo lo stop ai dazi Usa.

Sara Tirrito.

La sentenza di ieri spariglia le carte, perché proprio affronta la politica economica di Trump con argomenti originali e testuali - il significato del verbo “regolare” e persino la sua distanza rispetto alla parola “importazioni” - cari finora, nella prospettiva politica, a conservatori e repubblicani.

Per comprendere la portata spiazzante della sentenza bisogna leggere l’opinione concorrente di “Gorsuch”, uno dei tre giudici della Corte nominati da Trump, nella quale ripercorre tutte le volte in cui, negli anni, la Corte si è allontanata dai canoni interpretativi che ora sembrano convincerla.

 

 

IL QUADRO DEGLI ACCORDI.

Stop ai dazi, schiaffo a Trump. E il presidente vara la tariffa globale al 10%.

SIMONA SIRI.

È una piccola rivincita, forse, degli argomenti dei testuali e soprattutto dell’indipendenza dei giudici della Corte, mai messa in discussione fino a quando non ci si è accorti che a nominarli avrebbe potuto essere anche Mr. Trump.

Ed è stata proprio una Corte di cui si temono le derive conservatrici e pro-trumpiane (tre giudici su nove sono stati nominati da lui e altri tre da Bush) a dare la migliore lezione di equilibrio, rispetto delle istituzioni, indipendenza e capacità di confronto democratico. Una conferma che un organismo di sana e robusta Costituzione come gli Stati Uniti può anche essere scosso, ma non definitivamente minacciato delle intemperanze di un presidente di turno.

 

 

“Avventure postume di personaggi

 illustri” di Roberto Alajmo

e Marco Carapezza.

Pandorarivista.it – 26 gennaio 2026 – Franco Maria Galassi – ci dice:

 

(Recensione a: Roberto Alajmo e Marco Carapezza, Avventure postume di personaggi illustri, Sellerio, Palermo 2025, pp. 192.)

 

Il saggio di Roberto Alajmo e Marco Carapezza è un libro che interroga la morte non come fine, ma come luogo di conflitto.

Non è, infatti, un catalogo di curiosità necrofile, né una raccolta di aneddoti eccentrici:

è, piuttosto, una riflessione sulla seconda vita dei corpi celebri, sul destino materiale dei resti umani quando la loro biografia storico-politica si è già cristallizzata in mito, ideologia, devozione o propaganda.

 

Per “vita dopo la morte”, gli autori premettono anzitutto che non intendono quella consolatoria dell’anima, ma quella concreta, imbarazzante e spesso oscena dei corpi e dei nomi affidati ai posteri.

Il filo che le attraversa è l’idea che la morte non liberi affatto dalla storia:

al contrario, per alcuni la rende, paradossalmente, più invadente e più ingombrante.

Il corpo diventa, così, il luogo privilegiato di una contesa simbolica in cui si intrecciano amore e fanatismo, ammirazione e invidia, devozione e risentimento.

Le reliquie laiche – il membro virile di Napoleone, i capelli di Beethoven, il cervello di Einstein (casi citati nell’introduzione) – non sono, infatti, semplici curiosità macabre, ma, a giudizio degli autori, sintomi di una “patologia” profonda della memoria:

il bisogno dei vivi di appropriarsi della grandezza altrui quando essa non è più in grado di difendersi.

 

In tale prospettiva, l’accanimento postumo appare come una vendetta della mediocrità sulla grandezza, mascherata da culto, da studio, da omaggio.

Gli autori colgono con finezza il punto essenziale:

non si tratta quasi mai di odio esplicito, ma di una miscela inestricabile di ammirazione e invidia, di desiderio di onorare e impulso a ridurre, sezionare o possedere.

La storia delle reliquie religiose, da Elena, madre di Costantino, all’iconoclasta Giovanni Calvino, non è, allora, un semplice antecedente, ma la matrice culturale di un gesto che la modernità non ha affatto superato, limitandosi a travestirlo di linguaggio scientifico.

 Anche la gestione delle spoglie diventa così un atto di potere, l’ultimo terreno su cui i posteri esercitano una sovranità tardiva su chi, in vita, ne aveva avuta troppa.

Queste pagine non introducono soltanto dieci storie esemplari, pongono una domanda radicale sul nostro rapporto con la morte, la memoria e la grandezza, suggerendo che il vero scandalo non è ciò che resta dei morti, ma ciò che i vivi fanno di quel resto.

 

A questo punto è, però, da parte nostra necessaria una riflessione ulteriore, che non ridimensiona ma precisa la forza dell’argomentazione. Il punto messo a fuoco è decisivo e va riconosciuto come tale:

la gestione dei resti illustri mette in luce una strategia di appropriazione simbolica attuata quando la grandezza della figura eminente è ormai inerme.

Tuttavia, proprio per evitare equivoci, è opportuno distinguere con chiarezza tra devozione rituale e analisi scientifica dei corpi.

Se il culto delle reliquie tende a fissare e feticizzare la memoria, lo studio anatomico nasce invece da un’esigenza opposta, cioè quella di comprendere la morte per servire la vita.

 Dalle prime lezioni di anatomia fino alla medicina moderna, il corpo morto è stato una fonte di sapere primigenia, non un oggetto di venerazione o di trofeo.

Il rischio denunciato dagli autori riguarda semmai la degenerazione di questa pratica, quando il linguaggio scientifico diventa maschera di curiosità morbosa o di collezionismo simbolico.

Il rispetto per la scienza emerge, comunque, con chiarezza, anche nella bibliografia essenziale del volume, che, pur con finalità divulgative e rivolgendosi a un pubblico italiano, non rinuncia a richiamare alcuni studi specialistici di settore.

 

Nell’opera di Alajmo e Carapezza, il cadavere non è mai neutro, è una presenza attiva:

i morti illustri continuano a esercitare potere sui vivi, e i vivi, a loro volta, non smettono di esercitare potere sui morti.

La tesi non è enunciata in forma teorica, ma emerge per accumulo di casi, attraverso una scrittura controllata, sobria, spesso ironico-dissacratoria, che evita tanto l’enfasi quanto il compiacimento.

 

Il percorso si apre con “Evita” Perón (1919-1952), la cui morte segna l’inizio di una lunga odissea postuma in cui il corpo imbalsamato diventa immediatamente oggetto di culto, paura e conflitto politico. Trasformata dal peronismo in una santa laica, la sua salma viene poi percepita dai regimi successivi come una presenza ingombrante, una minaccia simbolica da neutralizzare.

 Ne segue una sequenza di occultamenti, spostamenti forzati e profanazioni che non mirano tanto a cancellare un cadavere, quanto a spegnerne il potere.

 Il corpo di Evita resta così impossibile da seppellire davvero, perché continua a condensare memoria, consenso e devozione.

 

La narrazione prosegue con Luigi Pirandello (1867-1936), e il suo destino postumo diventa una sorta di ultimo atto della sua opera.

La tensione tra volontà individuale e appropriazione collettiva, che aveva attraversato tutta la sua riflessione sull’identità, esplode dopo la morte in una sequenza di decisioni contraddittorie e di soluzioni provvisorie.

 Pirandello aveva chiesto una fine spoglia, quasi anonima, ma il suo corpo – o ciò che ne resta – viene progressivamente sottratto alla sfera privata e inglobato in una gestione pubblica, simbolica, celebrativa.

La dispersione delle ceneri, il loro vagare, i continui rinvii e le incertezze sulla sepoltura non sono episodi marginali né disfunzioni burocratiche: sono il riflesso coerente di una poetica fondata sull’instabilità dell’io, sull’impossibilità di fissare una forma definitiva.

Anche da morto Pirandello non trova una collocazione stabile.

Il suo corpo continua a muoversi, a essere spostato, rimandato, interpretato, come se obbedisse alla stessa logica mobile e sfuggente delle sue maschere.

 La morte non chiude il gioco delle identità: lo prolunga.

 

Con Vladimir Lenin (1870-1924), il discorso cambia radicalmente.

Qui il corpo non è più problema, ma strumento politico. L’imbalsamazione, la conservazione artificiale, la trasformazione del cadavere in oggetto di culto laico – la metamorfosi σῶμα (corpo) in σῆμα (segno) – mostrano come la morte possa essere sospesa, “congelata”, financo amministrata.

Lenin non è semplicemente un morto esposto:

è un corpo che legittima un potere, che ne garantisce la continuità simbolica, che rende la rivoluzione una presenza fisica e permanente. Il tema del destino della mummia – più correttamente “statua corporea” di Lenin – è particolarmente caro a chi scrive, avendo partecipato alla più ampia revisione, ad oggi, della letteratura scientifica sul caso del leader sovietico (Raffaella Bianucci, Francesco Maria Galassi e Andreas G. Nerlich, Vladimir Il’ič Lenin. The Embodiment of the Leader, in Dong Hoon Shin e Raffaella Bianucci (a cura di), The Handbook of Mummy Studies, Springer 2021; lavoro recensito sulla stampa italiana a cura di Andrea Cionci per Quotidiano Nazionale.

 

Il capitolo dedicato a Giuseppe Mazzini (1805-1872) introduce il tema della clandestinità postuma, mostrando come il trattamento del corpo rifletta una vita interamente segnata dall’esilio e dalla cospirazione. Anche da morto, Mazzini resta un soggetto politicamente pericoloso:

il suo cadavere non è un semplice resto umano, ma un simbolo capace di riattivare consenso e militanza.

 Per questo il viaggio del feretro è circondato da cautele, silenzi e ambiguità, come se la morte non avesse davvero neutralizzato l’uomo.

Il capitolo mette in luce il paradosso di un pensatore ostile ai culti personali che finisce comunque al centro di una gestione quasi cospirativa delle proprie spoglie.

 Il timore non riguarda il corpo in sé, ma ciò che esso rappresenta;

 l’idea che l’ideologia sopravviva al suo portatore e che il morto possa ancora “parlare”.

La sepoltura, lungi dall’essere una chiusura, diventa così un’ulteriore fase di negoziazione simbolica, in cui la morte non pacifica, ma prolunga l’inquietudine.

 

Con Jeremy Bentham (1748-1832) si entra in un territorio di inquietante lucidità, forse il più radicale dell’intero libro.

 Il filosofo che aveva teorizzato l’utilità sociale di ogni gesto, di ogni istituzione e di ogni pratica umana porta la propria coerenza oltre la soglia della vita, trasformando consapevolmente il proprio corpo in auto-icona.

Non c’è violenza subita, né profanazione imposta dall’esterno.

 Qui l’accanimento postumo è auto-amministrato, pianificato, scritto nero su bianco.

Il cadavere diventa oggetto didattico, presenza permanente, strumento morale.

Bentham non chiede di essere ricordato, chiede di restare.

 La razionalizzazione del corpo è totale e insieme perturbante.

Lo scheletro reale, il corpo ricostruito, la testa sostituita da un simulacro rivelano un illuminismo che, nel tentativo di eliminare superstizione e rituale, finisce per produrre una nuova forma di feticismo.

L’auto-icona non è una statua celebrativa, ma un corpo che insiste, che occupa spazio, che costringe lo sguardo.

Il capitolo mostra come la massima coerenza filosofica possa generare il massimo disagio simbolico:

Bentham diventa il residuo paradossale di una ragione che non conosce pudore postumo e che, proprio per questo, mette in crisi il confine tra persona, oggetto e memoria.

 

Il caso di Francisco Goya (1746-1828) è forse uno dei più emblematici e malinconici del libro, perché qui non c’è progetto, né volontà, né controllo.

La dispersione del cranio, la sua scomparsa silenziosa durante le riesumazioni ottocentesche, l’impossibilità di ricomporre il corpo dell’artista funzionano come una metafora potentissima della modernità stessa.

 In un’epoca ossessionata dalla misurazione del genio, dalla frenologia e dal collezionismo scientifico, la testa di Goya diventa un oggetto desiderabile, studiabile, maneggiabile – e proprio per questo destinato a perdersi.

 Non c’è un atto sacrilego definitivo, ma una lenta dissipazione:

il cranio passa di mano in mano, viene esaminato, archiviato, dimenticato, forse gettato via.

La scrittura rinuncia deliberatamente a ogni spiegazione consolatoria o romanzesca.

Non c’è colpevole, non c’è complotto risolutivo.

Resta solo la constatazione di una perdita irreversibile.

Il pittore che aveva indagato la follia, la violenza, l’orrore e la disgregazione del corpo lascia dietro di sé un corpo incompleto, come se l’arte avesse consumato definitivamente la materia che la sosteneva.

 Il genio sopravvive, ma non nel cranio.

Sopravvive solo nelle opere.

 

Con Molière (Jean-Baptiste Poquelin, 1622-1673) il corpo torna a essere un campo di battaglia morale, e la morte diventa il luogo in cui si regolano conti antichi.

 La sepoltura negata, le resistenze ecclesiastiche, le autorizzazioni concesse a condizioni umilianti rivelano la fragilità del confine tra fama e condanna.

Il successo teatrale, l’applauso del pubblico, la protezione del Re non bastano a proteggere il morto.

 L’attore resta, per la Chiesa, una figura infame, esclusa dai sacramenti e dalla piena sepoltura cristiana.

Il funerale notturno, sorvegliato, ridotto al minimo, non è solo un atto rituale, ma un gesto politico:

un tentativo di contenere, ridimensionare, neutralizzare simbolicamente un corpo troppo visibile in vita.

Il teatro, che aveva fatto ridere i vivi e smascherato l’ipocrisia sociale, non riesce a difendere il suo autore quando il sipario si chiude davvero.

Il cadavere di Molière diventa così il luogo in cui si scontrano religione, morale e rappresentazione, mostrando come l’arte possa essere tollerata finché resta finzione, ma punita quando rivendica dignità anche nella morte.

 

Il capitolo su Renato Cartesio (1596-1650) introduce un’ironia tragica che è anche una perfetta chiusura concettuale del percorso filosofico moderno.

 Il pensatore che aveva fondato la distinzione rigorosa tra “res cogitans” e “res extensa” subisce, dopo la morte, una frantumazione materiale che sembra smentire ogni ordine razionale.

 Il corpo non resta unito, non trova una collocazione definitiva:

viene spostato, riesumato, smembrato.

Il cranio, separato dal resto, intraprende una propria biografia autonoma, passando di mano in mano, catalogato, inciso, autenticato, perduto e ritrovato.

Diventa reliquia intellettuale, oggetto di studio, feticcio della ragione.

 In questo vagare della testa cartesiana si riflette un paradosso profondo:

 la ragione, una volta spenta, non riesce più a governare il proprio involucro.

Il corpo del filosofo sfugge a ogni tentativo di ricomposizione definitiva, come se il dualismo, negato come metafora, si realizzasse tragicamente sul piano materiale.

Il capitolo mostra come la modernità, nel tentativo di separare mente e corpo, finisca per produrre resti che non sanno più stare insieme, né simbolicamente né fisicamente.

 

Il caso più estremo è forse quello di Papa Formoso (ca. 816-896), perché qui il corpo smette di essere oggetto passivo di culto, studio o devozione, e diventa imputato.

Il “Sinodo del cadavere” non è soltanto un episodio grottesco o scandaloso, ma il punto di rottura di un sistema di potere che non accetta limiti, nemmeno quello biologico della morte.

 Riesumato, rivestito, messo a sedere su un trono, il cadavere di Formoso viene processato come se fosse ancora capace di intendere e di volere.

Un diacono parla per lui, risponde alle accuse, mentre il corpo in decomposizione diventa parte integrante della messinscena giudiziaria. Qui, oltre a essere fisica, la violenza è anche giuridica e simbolica.

Il processo serve a riscrivere il passato, a delegittimare retroattivamente un pontificato, a colpire un potere che non può più difendersi.

Il capitolo mostra fino a che punto l’istituzione possa spingersi pur di riaffermare la propria autorità:

mettere in scena una giustizia che ignora la morte significa negare che esista un ambito sottratto al controllo politico e rituale.

La successiva riabilitazione di Formoso non cancella l’orrore del gesto, ma ne sottolinea il fallimento.

 

Il libro si chiude con Sant’Agata (ca. 231-251) e con lei il discorso cambia radicalmente registro.

Dopo corpi nascosti, imbalsamati, dispersi o processati, si entra definitivamente nel territorio della devozione popolare.

Il corpo smembrato della santa, le reliquie sparse, ricomposte, moltiplicate non sono più segno di violenza o di profanazione, ma di appartenenza collettiva.

 La mutilazione, che nel martirio era stata strumento di punizione, viene rovesciata in linguaggio simbolico: ciò che è stato tolto diventa ciò che protegge.

La Santa non viene violata: viene condivisa.

 I frammenti del corpo non dividono, ma uniscono; non producono imbarazzo, ma identità.

La frammentazione diventa una grammatica del sacro, un modo per rendere la presenza divina accessibile, vicina, tangibile.

 

In questa chiusura, il libro di Roberto Alajmo e Marco Carapezza suggerisce che esistono corpi che sopravvivono non perché controllati o conservati, ma perché disseminati, affidati a una comunità che li riconosce come propri.

Nel loro insieme, queste Avventure postume compongono una sorta di storia alternativa della modernità, raccontata non attraverso idee o eventi, ma attraverso corpi.

È un libro che non giudica, né moralizza o spettacolarizza.

 Si limita a mostrare, con precisione e misura, come la morte non chiuda mai davvero i conti, e come i cadaveri illustri continuino a parlare, spesso contro la volontà di chi li aveva abitati.

(Francesco Maria Galassi).

 

 

 

 

Sulla strada dell'Armageddon.

Unz.com - Filippo Giraldi – (20 marzo 2026) – ci dice:

 

Pete Hegseth dice: "Per uccidere i cattivi servono soldi!"

Pensavo che il governo degli Stati Uniti avesse toccato un nuovo punto basso la scorsa settimana, quando la Federal Commission of Fine Arts ha approvato il “250° Semiquintesimo th” Moneta commemorativa d'oro da 24 carati con il presidente Donald J Trump appoggiato alla scrivania con i pugni stretti e il cipiglio, ma questa era prima che il “Segretario alla Guerra Pete Hegseth” chiedesse 200 miliardi di dollari ai contribuenti americani per continuare a combattere la guerra contro l'Iran, dicendo: "Ci vogliono soldi per uccidere i cattivi!"

Ammettiamolo, l'approvazione della moneta era una scelta sicura, dato che Trump aveva nominato tutti i membri della Commissione, proprio come aveva fatto quando aveva caricato il consiglio dopo aver deciso di distruggere e rinominare il “Kennedy Center for the Performing Arts”.

L'unica preoccupazione durante la discussione con i funzionari della Zecca degli Stati Uniti riguardava la dimensione della moneta, con il presidente che esortava i commissari a scegliere monete di dimensione massima di tre pollici di diametro.

 Ora si prevede che il Segretario al Tesoro “Scott Bessent”, un altro fedele di Trump, ordini la coniazione della moneta.

 

Vorrei sottolineare che un presidente che ha una moneta con il proprio ritratto non è esattamente una tradizione governativa americana ben affermata.

In effetti, la maggior parte degli americani potrebbe trovarlo assolutamente di cattivo gusto e persino vergognoso l'atto di un megalomane che potrebbe essere considerato folle in base alle sue stesse dichiarazioni e ad altri comportamenti.

La scorsa settimana, Trump stava incontrando alla Casa Bianca la donna Primo Ministro del Giappone” Sanae Takaichi” quando ha fatto una battuta rispondendo alla domanda di un giornalista sulla sua decisione di "sorprendere" l'Iran attaccandolo, dicendo:

"Chi ne sa meglio della sorpresa del Giappone? OK? Perché non mi hai parlato di Pearl Harbor? OK? Giusto?"

“Takaichi “era chiaramente scioccato.

 

All'inizio della settimana Trump era anche in grande forma per quanto riguarda i commenti inappropriati, dichiarando di essere aperto a usare "truppe di terra" contro l'Iran, il che avrebbe ucciso molti militari americani senza alcun vantaggio per interessi o bisogni statunitensi.

 Ha anche minacciato di smantellare la NATO se gli stati membri non si unissero allo sforzo degli Stati Uniti di sconfiggere l'Iran e aprire lo Stretto di Hormuz.

 Ha inevitabilmente definito "codardi" coloro che non sono disposti a combattere.

 

La NATO, che ammette di aver ormai superato la sua utilità, riconosce giustamente che l'Iran è la guerra di Trump e Israele, non quella dell'Europa.

La Spagna ha detto senza mezzi termini a Trump di andarsene e ha bloccato l'uso delle sue basi NATO agli aerei militari statunitensi a supporto della guerra.

 La Svezia, nel frattempo, ha dichiarato con coraggio che Israele DEVE ESSERE ISOLATO ed ESPULSO da istituzioni internazionali come ONU e UE a causa della crisi di Gaza in aumento e delle annessioni in Cisgiordania!

I leader svedesi stabiliscono la violenza negli insediamenti, i divieti delle ONG ei blocchi di aiuti "catastrofici", sollecitando sanzioni contro i ministri israeliani "estremisti" e il blocco commerciale.

Diverse altre nazioni hanno anche dichiarato che arresteranno Netanyahu, se sarà ancora vivo, in base al mandato di arresto della Corte Penale Internazionale emesso qualora dovesse mai comparire nei loro paesi.

Hanno inoltre negato il loro spazio aereo a qualsiasi aereo israeliano che trasportasse Netanyahu, rendendo difficile per il primo ministro viaggiare fuori Israele.

 Il generale francese a tre stelle “Michel Yakovleff”, che un tempo comandava la Legione Straniera, ha paragonato l'adesione alla guerra tra Trump e Israele contro l'Iran a "comprare biglietti economici per il Titanic" dopo che ha già colpito l'iceberg.

 

E aspetta un attimo, perché c'è ancora altro!

Trump minaccia di revocare le licenze alle emittenti statunitensi che stanno riportando notizie relative all'attacco in Iran che non concordano con la narrazione approvata sulla guerra che sta emergendo dalla Casa Bianca e dai Dipartimenti della Guerra e di Stato.

 La Casa Bianca definisce tali reportage "fake news".

Se approvata, la mossa renderebbe la libertà di parola dei media condizionata a chi sia presidente e a quale sia la sua politica, un colpo probabilmente fatale al Primo.

 Ci sono anche notizie secondo cui il Dipartimento di Giustizia sta andando contro i critici conservatori della guerra, incluso Tucker Carlson, che a quanto pare sarà indagato per "aver agito come agente di una potenza straniera."

 Un deputato legato all'AIPAC chiede che venga indagato con l'accusa di tradimento, che è l'unico reato nella Costituzione degli Stati Uniti che comporta la pena di morte.

Allo stesso modo, Joel Kent, un direttore del Centro nazionale antiterrorismo statunitense, persona assolutamente rispettabile e pluridecorata, con un curriculum impeccabile, è finito sui giornali per le sue dimissioni di martedì.

Ha fornito due motivazioni per la sua decisione.

 In primo luogo, ha dichiarato che l'affermazione secondo cui l'Iran rappresentava una "minaccia imminente" per gli Stati Uniti era una menzogna e, in secondo luogo, che la guerra veniva combattuta per Israele, non a sostegno di alcun interesse nazionale o di sicurezza americano.

Kent aveva ragione in ogni dettaglio, osservando come "alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani" abbiano lavorato duramente a quella che era a tutti gli effetti una campagna di disinformazione per provocare una guerra contro l'Iran, a vantaggio di Tel Aviv e del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Sia loro che Trump e il suo staff hanno mentito ripetutamente sul conflitto, arrivando persino a descriverlo come un'"escursione" piuttosto che una "guerra" per renderlo credibile all'opinione pubblica.

Trump ha persino mentito sul bombardamento statunitense del primo giorno di guerra, in cui persero la vita 170 studentesse iraniane, affermando falsamente che l'attacco fosse stato compiuto dall'Iran.

Il tentativo di screditare Kent procede a pieno ritmo.

Secondo Trump, "Ho sempre pensato che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza. Non molto bravo", un'affermazione ridicola proveniente da uno come il presidente, visto il suo curriculum.

E l'FBI starebbe indagando su Kent per "fughe di notizie classificate", ma il contenuto di queste presunte fughe non è stato rivelato.

 Trump ha anche dimostrato la sua grande classe usando la morte dei soldati americani come pretesto per ottenere contributi e altro sostegno per i suoi comitati di azione politica.

Il messaggio, inviato giovedì e pagato dal comitato di azione politica “WNever Surrender Inc.”, registrato da Trump , pubblicizzava una nuova "Iscrizione al briefing sulla sicurezza nazionale" e includeva diversi link per le donazioni.

La richiesta includeva una foto di Trump con il suo ridicolo berretto da baseball mentre salutava le bare che sfilavano alla base aerea di Dover. La mancanza di dignità del berretto ha offeso molti militari in servizio e veterani, come me!

 

E infine, una notizia che potrebbe rivelarsi positiva!

Da un paio di settimane circolano voci sulle disavventure della più grande nave da guerra del mondo, la “portaerei USS Gerald R. Ford” , iniziate con un malfunzionamento dei servizi igienici di bordo, che ha richiesto riparazioni e manutenzione.

Secondo un rapporto, la causa potrebbe essere stata l'intasamento deliberato delle tubature da parte di membri dell'equipaggio che avrebbero gettato nel water indumenti e altri oggetti "indigeribili".

 È stato inoltre segnalato un vasto incendio, durato 30 ore, nella lavanderia di bordo, che ha reso necessario il ritorno a Creta per importanti riparazioni.

La Ford ha ora lasciato l'area operativa collegata all'Iran.

 

Un altro aspetto che il signor Trump, l'autoproclamato genio, farebbe bene a considerare è la possibilità che, se gli Stati Uniti decidessero di limitare i danni e ritirarsi dalla guerra contro l'Iran, Israele si arrabbierebbe moltissimo.

 Netanyahu potrebbe persino organizzare un'operazione sotto falsa bandiera, come forse lo fu l'11 settembre, per uccidere un gran numero di americani di stanza in Medio Oriente, attribuendone la colpa all'Iran per spingere Trump a proseguire.

Questa possibilità si basa solo su un sospetto che nutro da tempo, man mano che Trump si fa sempre più nervoso per la guerra e, dopotutto, Israele storicamente non ha mai avuto problemi a uccidere americani quando necessario.

O chiunque altro.

(Philip M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest, una fondazione educativa deductibile dalle tasse 501(c)3).

 

 

 

 

Quello che sta succedendo è

davvero la TERZA GUERRA MONDIALE.

Unz.com - Michael Hudson – (12 marzo 2026) – ci dice:

 

NIMA ALKHORSHID: Ciao a tutti. Oggi è giovedì 12 marzo 2026 e i nostri cari amici “Richard Wolff” e “Michael Hudson” sono qui con noi.

Benvenuti, Mike, Richard.

MICHAEL HUDSON: È un piacere essere qui.

RICHARD WOLFF: Sono felice di essere qui.

NIMA ALKHORSHID:

Sì. Permettimi di iniziare oggi con te, Richard, e con quello che è successo, sai, l'attacco iniziale, il primo giorno dell'attacco all'Iran, sai, l'attacco americano all'Iran, e hanno colpito una scuola in Iran, cosa che è stata contestata da molte persone.

 Sai, non sono soprattutto i Democratici a parlare di come sia potuto succedere?

Perché lo si può trovare sulla mappa. Si può trovare tutto.

 E ogni volta che Donald Trump si esprime, si parla di missili Tomahawk. Poi lui dice missili Tomahawk.

Forse provenivano dall'Iran.

Poi è venuto fuori che l'Iran non ha missili Tomahawk.

 Gli Stati Uniti, insieme a Germania, Regno Unito e Francia, hanno questo tipo di missili Tomahawk.

 E qual è la tua opinione su Donald Trump e sul modo in cui sta cercando di rispondere a queste critiche all'interno degli Stati Uniti e su cosa sta succedendo in Medio Oriente con la guerra?

 

RICHARD WOLFF:

Bene, sono contento che abbiate iniziato con me perché risponderò in modo piuttosto schietto, con una risposta che so essere incompleta, e poi lascerò che Michael e voi la completiate e mi correggiate dove sbaglio.

 

Non capisco la discussione in corso in cui le persone sembrano voler porre al signor Trump una semplice domanda:

"Qual era l'obiettivo, così da sapere quando lo ha raggiunto e poterne parlare tutti insieme, avendo un obiettivo chiaro?".

E il signor Trump ha fatto quello che ha spesso fatto: non ha risposto a quella domanda, ma ha scelto invece di dare risposte multiple che non sono coerenti tra loro.

 

Si tratta di un cambio di regime? Di porre fine al loro programma nucleare? Di privarli della capacità militare di minacciare i loro vicini?

Voglio dire, potrei continuare, le avete già sentite tutte. Non mi interessa minimamente.

 Perché no?

 Perché, presumo, per come vedo il mondo, la decisione di entrare in guerra, che è una delle decisioni più importanti che chiunque possa prendere, è, come tutte le decisioni, grandi e piccole, determinata da molti fattori che non puntano tutti nella stessa direzione.

Ogni leader politico che abbia mai dichiarato guerra ha dovuto affrontare il fatto che c'erano aspetti che rendevano saggio entrare in guerra e altri che lo rendevano stupido e pericoloso, e li ha valutati e ha preso una decisione.

Presumo che funzioni così.

Che i leader ne siano consapevoli o meno non ha importanza.

È quello che penso sia il processo in sostanza.

Va bene.

Detto questo, ora voglio provocare.

 Ecco quello che sospetto sia stato il fattore decisivo. Non l'unico fattore. Non c'è un unico fattore.

 Non credo nemmeno che ci sia un fattore chiave.

Ci sono molteplici fattori, e bisogna considerarli come un insieme eterogeneo.

Ma quelli su cui voglio focalizzare l'attenzione sono quelli di cui non si parla.

E non se ne parla molto, né da parte dei Repubblicani né da parte dei Democratici.

E cioè che, come gran parte di ciò che fa il signor Trump, si tratta di una messa in scena politica i cui obiettivi sono altrove.

 

Quindi non penso che questa sia una guerra seria nel senso che pianifichi un programma, hai piani di contingenza.

Ecco cosa faremo se durerà due settimane.

Ecco cosa faremo se durerà due mesi. Ecco cosa faremo se durerà due anni.

E prendi provvedimenti, organizza i tuoi alleati e tutte queste cose. Vedo quasi tutto ciò assente, il che rafforza in me la seguente conclusione.

 

I due problemi principali che il signor Trump ha dovuto affrontare tre settimane fa, o comunque quando è stata presa questa decisione, erano, in primo luogo, l'infinita vicenda dello scandalo Epstein, e in luogo, una situazione economica già grave. Molti degli aspetti di cui abbiamo parlato in questo programma.

Ne scrivo io, ne scrive Michael, quindi ne abbiamo discusso.

 E non c'era niente che potesse fare.

E quando la Corte Suprema ha abolito i dazi, annullando l'unica fonte di entrate che quest'uomo era riuscito a creare, mentre propone un aumento di 600 miliardi di dollari nel bilancio militare per il prossimo anno, beh, questo significa che saremo di nuovo un paese con un deficit di migliaia di miliardi.

 

Quindi farà una brutta figura. I posti di lavoro sono un disastro. L'inflazione sta per riprendere a salire.

Si è fermata durante l'era Biden, è diminuita e poi si è bloccata.

Non è riuscito a farla scendere ulteriormente.

I Democratici si stanno divertendo un mondo, come al solito.

Non sanno dire di cosa si tratti, quindi si inventano uno slogan pubblicitario intelligente: "accessibilità economica".

Sapete, è come se qualcosa di brutto si fosse abbattuto sull'America, come un giorno di pioggia, una crisi di accessibilità economica.

 Bene, conclusione.

Andremo in guerra perché la guerra allontana Epstein dai titoli dei giornali.

Mette in secondo piano la crisi economica, o addirittura la fa sparire dalle prime pagine. E invece, concentra tutta l'attenzione sul comandante in capo, mentre parla di fiamme, bombe e di tutta la messa in scena di una guerra.

Vuole una guerra di facciata finché non distrae il popolo americano. E più a lungo riuscirà a mantenerla senza che le conseguenze gli creino nuovi problemi, cosa che accadrà.

 

Ma per il momento, qui ha una distrazione, e non riesco a pensare a nient'altro che potrebbe fare, dato chi è, che gli offre quei benefici di distrazione che questo colpo offre davvero.

 Il vantaggio collaterale: mantenere Israele in piedi.

 Sai, vuole sviluppare quel rapporto. Negli Stati Uniti c'è un sostegno, significativo, per mantenere viva questa relazione.

Ok, è un piccolo vantaggio collaterale che può ottenere per questo.

E dato che non conosce la storia, lo si vede sempre, e non gli importa molto, non deve preoccuparsi di tutte queste conseguenze. Perché se provi a riflettere sulle conseguenze delle tue azioni, beh, l'unico strumento che hai davvero è la storia.

 

Puoi provare a tornare indietro e vedere come storicamente questi problemi sono stati concepiti e risolti, e poi scegli e speri che questo sottoinsieme possa funzionare nelle tue circostanze particolari.

 Uno dei motivi per cui il lavoro di “Michael Hudson “sulla storia antica del denaro è molto prezioso è perché, come Michael sicuramente sa, ciò che ha trovato nella storia è stato plasmato da ciò che vive ora.

Quello a cui vuole che riflettiamo e vediamo sono le cose fatte in passato:

 il ruolo che ha avuto il denaro e il ruolo della politica monetaria, che ci daranno indizi su quello attuale.

 

Il signor Trump non può farlo perché non ha idea e non ha rispetto per le realtà storiche che potrebbe utilizzare.

Quindi finisce per improvvisare, come sono sicuro che dica, e ora lo sta facendo attraverso una guerra.

 Non è il primo presidente né il primo leader politico a essere spinto in guerra da considerazioni di politica interna.

Non è una novità. Non voglio dire che sia l'unica persona ad averlo fatto, ma penso che sia proprio quello che sta succedendo qui.

 

NIMA ALKHORSHID: Michael?

 

MICHAEL HUDSON:

Beh, penso sia perfettamente naturale che Trump non annunci il vero scopo della guerra in Iran.

Tutta la sua carriera imprenditoriale ha avuto un unico scopo: imbrogliare i suoi soci, i suoi fornitori e i suoi appaltatori.

Non dirà certo apertamente:

 "Il mio scopo come uomo d'affari è imbrogliarvi. Il mio scopo è rendervi ricchi".

 E poi li imbroglierà se riuscirà a convincerli a farsi raggirare nelle operazioni immobiliari che ha concluso per tanti anni, in modo così noto a New York.

Credo che lo scopo della guerra sia molto chiaro.

È lo stesso scopo che ha portato gli Stati Uniti a rovesciare il regime iraniano nel 1953.

Tutto ruota intorno al petrolio. E non si tratta solo di petrolio. Trump ha detto di voler instaurare un proprio regime e lasciare che gli Stati Uniti prendano il controllo del petrolio iraniano, proprio come ha tentato di fare in Venezuela.

È una ripetizione.

 

Ma controllare questo petrolio ha un ambito molto più ampio per ciò che sta cercando di fare, che ovviamente ha pensato e parlato con le sue altre nazioni:

controllare l'intero commercio mondiale di petrolio, perché non si può controllare il commercio petrolifero non solo senza controllare il commercio mondiale, ma anche isolare i paesi che non sono sotto il proprio controllo per questo commercio, come la Russia e l'Iran, e come lo era il Venezuela.

 

Quindi penso che si tratti del petrolio, ed è questo che rende ciò che accade qualcosa di ben oltre la disponibilità di Trump, per non parlare della capacità, di spiegare al mondo.

 E questo è davvero l'inizio della Terza Guerra Mondiale e di tutti gli allineamenti che ciò richiederà.

Ed è una guerra mondiale perché il petrolio è una merce internazionale.

 Ogni nazione al mondo ha bisogno del petrolio per alimentare le sue fabbriche, fornire elettricità, illuminare e riscaldare le abitazioni, sostenere l'industria chimica e soprattutto l'industria dei fertilizzanti.

 

Quindi, e poiché il 20% del commercio mondiale di petrolio proviene dall'OPEC e passa effettivamente attraverso lo “Stretto di Hormuz”, l'effetto si sta facendo sentire in tutto il mondo in questo momento.

E quindi, non cercherò di leggere nella mente di Trump o di spiegare cosa sta succedendo in questo momento in Medio Oriente perché tutti i vostri ospiti militari nel vostro programma sono in grado di farlo.

Ma penso di poter capire dove tutto questo porterà in futuro.

E il futuro è ciò di cui parla questa guerra. Come sarà strutturato il mondo da ora in poi, sotto il controllo degli Stati Uniti o sotto l'indipendenza dell'Iran?

Quindi, voglio parlare di cosa entrambi i paesi hanno in programma per il futuro, e ognuno di loro ha un piano, e cosa questo significhi per il petrolio.

L'Iran ha dichiarato che la guerra continuerà finché non avrà raggiunto il suo obiettivo principale: cacciare definitivamente gli Stati Uniti dal Medio Oriente.

 E proprio stamattina, l'Ayatollah Khomeini ha affermato che ciò include la fine di Israele.

 Ci vorrà molto tempo, e questo significa che sarà una guerra lunga. Circolano diverse indiscrezioni secondo cui Trump avrebbe telefonato a Putin in Russia dicendogli:

"Non potresti provare a fare pressione sull'Iran affinché ci sia la pace nel mondo e negoziamo un cessate il fuoco?

Sai, lo abbiamo bombardato. Ora che lo abbiamo bombardato, siamo disposti a fermarci".

Come se l'Iran non avesse già pianificato tutto a lungo termine, annunciando al mondo intero quale sarà il suo futuro per il resto del semestre, per il resto del 2026.

Ha trattenuto le sue bombe più potenti perché voleva che Israele, le basi militari americane e i paesi dell'OPEC esaurissero tutti i loro sistemi di difesa aerea e missilistica contro gli attacchi dei droni iraniani e l'uso dei suoi vecchi missili.

E una volta esauriti questi sistemi, l'Iran sferrerà il colpo decisivo. Lo ha ripetuto più volte come strategia.

Ed è per questo che, l'anno scorso e di nuovo durante la guerra dello scorso giugno, ha dimostrato la sua capacità di penetrare le difese delle basi militari israeliane e, di conseguenza, anche di quelle statunitensi. E ci riuscirà.

 

Quindi ha cercato di dire: "Guardate, se ci state davvero attaccando, ecco cosa succederà. Vi abbiamo mostrato il futuro. Vi abbiamo mostrato cosa succederà".

E Trump non ci credeva davvero. Trump aveva una visione del futuro che prevedeva la guerra.

Diceva: "Prima di tutto, sapete, bombarderemo l'Iran. Dobbiamo farlo, se bombardiamo la leadership e la annientiamo, il popolo iraniano si ribellerà e dirà che il leader è morto. Potremo ribellarci e avere un governo filo-americano, in pratica. Qualcuno come lo Scià e suo padre, che fu [insediato] nel 1925. Un cliente trasformato in una dittatura cliente".

Questo era ciò in cui credeva.

E pensava che sarebbe stata una figura simile a Eltsin che avrebbe permesso alle compagnie americane di entrare e sviluppare il petrolio iraniano controllandolo e assorbendo così l'Iran, trasformandolo in un satellite degli Stati Uniti.

Non ha funzionato. Trump ha anche annunciato, e l'esercito ha confermato, "Bene, sosterremo i curdi. Faremo all'Iran quello che abbiamo intenzione di fare alla Russia e alla Cina. Divideremo l'Iran in cinque diverse unità etniche e inizieremo sostenendo i curdi, che combatteranno per la loro autonomia".

 

Ebbene, negli ultimi giorni, i curdi iracheni e iraniani hanno inviato delle note al nuovo Ayatollah.

"Non attaccheremo l'Iran. Non si preoccupi. Sappiamo che sarebbe un suicidio. Abbiamo già perso abbastanza fiducia negli Stati Uniti in passato e siamo stati annientati. Non si preoccupi di questo".

Quindi quel sogno di Trump è fallito.

E lui pensava davvero di poter in qualche modo distruggere tutte le difese missilistiche iraniane.

 E in sostanza, lo shock e il petrolio avrebbero fatto all'Iran quello che l'America ha fatto all'Iraq nella guerra del 2003.

 Tutto il futuro che gli americani hanno previsto: una guerra breve che porterà a una vittoria americana o almeno all'annientamento dell'Iran.

 E come ha detto Trump: "Se non annientiamo, se non sconfiggiamo davvero l'Iran ora, dovremo semplicemente passare i prossimi cinque anni a riarmarci e ad attaccarlo di nuovo".

 

Quindi sarà una guerra fino alla fine.

Beh, l'Iran dice anche: "Hai assolutamente ragione. Sarà una guerra per porre fine a tutta l'occupazione statunitense del Vicino Oriente."

 Ci vorranno molto più di pochi mesi o settimane, che Trump sperava avrebbero risolto entro il momento in cui andrà in Cina e incontrerà il presidente “Xi” per parlarne.

Quindi Russia, Cina e Iran sostengono insieme ciò che sta accadendo.

E l'effetto di questo sul resto del mondo, che ci attira tutti, ha costretto il resto del mondo a schierarsi.

L'Europa è lacerata dalle pressioni energetiche che finora hanno sostenuto e hanno gettato il suo sostegno a Stati Uniti e Israele. E la popolazione europea, come abbiamo già detto, è contraria alla guerra, ma non ci saranno nuove elezioni per sostituire Starmer e Meritz, Macron e Merz per un po'.

 

Quindi, questo problema sussisterà.

La domanda è: cosa faranno i paesi asiatici?

Beh, bloccare lo Stretto di Hormuz per sei mesi non solo blocca il petrolio, ma anche il gas naturale.

E le principali vittime di tutto ciò sono la Corea del Sud e il Giappone. Cosa faranno con tutto questo?

Significa che le loro principali industrie saranno ferme.

Significa disoccupazione.

 Significa anche una contrazione del PIL per l'Europa. Quindi gli alleati dell'America sopporteranno il costo maggiore.

E per impedire che questa crisi mondiale provochi una depressione mondiale simile a quella del 1929-1931, Trump ha detto:

"Va bene, lasceremo che la Russia fornisca petrolio al mondo".

Sta cercando di impedire alla Russia di rifornire la Cina di petrolio.

 E le navi iraniane hanno rifornito la Cina di petrolio, ma sono state in grado di soddisfare solo circa il 5% del fabbisogno petrolifero cinese.

 

Quindi, la Russia interverrà.

E solo negli ultimi giorni, il presidente Putin ha detto:

 "Beh, l'Europa non vuole il nostro petrolio e gas. Facciamolo subito." Hanno già detto che interromperanno l'acquisto ad aprile.

Le navi russe sono state riportate e, invece di consegnare petrolio e gas all'Europa, lo stanno fornendo ai paesi con cui intendono sviluppare relazioni a lungo termine quando questa guerra sarà finita.

E le relazioni saranno con i paesi BRICS, con l'Africa e con il Sud America. In particolare, il Brasile è importante per tutto questo perché importa l'80% dei suoi fertilizzanti.

E questo è necessario affinché il Brasile possa coltivare la soia che esporta in Cina per la sua valuta estera.

Il fertilizzante è la chiave non solo per nutrire la propria popolazione, ma anche per sostenere la bilancia dei pagamenti in altri paesi.

 I paesi del sud globale sono assolutamente messi sotto pressione da questi prezzi in aumento dei prezzi del petrolio e del gas.

E l'incapacità di ottenere fertilizzante minaccia di causare un fallimento dei raccolti in Africa e Sud America.

E l'unico modo per evitare questo, finché lo Stretto di Hormuz è chiuso al petrolio dell'OPEC, è dalla Russia o dall'Iran.

 

Beh, l'Iran continuerà a sostenere principalmente la Cina, quindi è davvero la Russia a sviluppare tutto questo.

Quindi, mentre il piano degli Stati Uniti era di conquistare l'Iran e ristrutturare il commercio petrolifero mondiale, si scopre che la ristrutturazione probabilmente rafforzerà Iran e Russia nel lungo termine, a meno che gli Stati Uniti non spazzino via l'Iran.

Ed è proprio questo il senso di questa guerra.

Gli Stati Uniti minacciano di accelerare la situazione, e l'Iran sta semplicemente decollando con i suoi grandi missili che continueranno ad andare avanti.

 

So che mi sono dilungato, ma vorrei aggiungere, in vista di una discussione futura, due punti che vorrei approfondire.

 Il primo è che l'obiettivo dell'Iran sarebbe quello di isolare l'OPEC dagli Stati Uniti e dal dollaro.

Innanzitutto, sostiene che i paesi dell'OPEC non possono permettere agli Stati Uniti di utilizzare il loro territorio come basi militari.

Ecco perché ha bombardato il Bahrein, il Kuwait e altri paesi.

In secondo luogo, l'Iran ha affermato:

"Per indurre davvero i paesi arabi a non ricostruire queste basi, dobbiamo interrompere i legami economici tra i paesi arabi e gli Stati Uniti".

Uno dei principali legami che hanno indicato è quello con le grandi aziende informatiche che desiderano installare centri di calcolo per l'elaborazione automatica dell'intelligenza artificiale.

Google, Microsoft e altre.

 

Quindi gli iraniani hanno detto: "Battaglieremo un numero sufficiente di loro installazioni qui in modo che non possano più farlo".

 E hanno avanzato una richiesta finale, davvero radicale, agli altri paesi arabi: "Dovete iniziare a disinvestire negli Stati Uniti. Tutti i vostri enormi risparmi nazionali e i risparmi personali delle monarchie arabe sono stati investiti in azioni e obbligazioni statunitensi, principalmente obbligazioni e depositi bancari. Dovete disinvestire negli Stati Uniti". Ebbene, questo sta già accadendo volontariamente da parte dei paesi arabi perché affermano, soprattutto l'Arabia Saudita:

 "Siamo un'economia fortemente indebitata. E ora che non riceviamo più entrate dalle esportazioni di petrolio, dobbiamo bilanciare il nostro bilancio ed evitare di andare in default sui nostri legami finanziari liquidando parte dei risparmi che abbiamo accumulato".

 

Quindi i paesi arabi stanno già iniziando a vendere i risparmi.

Questa è una cosa che sta succedendo. Un'altra è qualcosa che accadrà a causa di questa Terza Guerra Mondiale, molto simile a quello avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Cioè, porrà fine alle monarchie in molti paesi arabi dell'OPEC.

Hai già visto il re del Bahrain, che era un protetto dell'Arabia Saudita. È fuggito dal paese ed è andato in Arabia Saudita. E il Bahrain ha una popolazione prevalentemente sciita, mentre il re è sunnita e si è già trasferito lì.

Mi aspetto che quella monarchia cadesse, proprio come la Prima Guerra Mondiale vide finire le monarchie europee.

 L'Inghilterra mantenne la sua monarchia perché fu trasformata in un'attrazione turistica, praticamente, senza alcun vero effetto.

Ma le monarchie sono finite.

 Beh, anche la Giordania è probabilmente una monarchia in cui la popolazione interna, in gran parte palestinese, rovescerà la monarchia giordana.

E penso che l'obiettivo dell'Iran sia sostituire le monarchie familiari arabe con monarchie che siano più favorevoli a loro e almeno tolleranti nei confronti della religione sciita, non più i suprematisti sunniti wahabiti.

Quindi penso che vedremo questa come una caratteristica principale.

E naturalmente, un altro aspetto di cui penso dovremmo parlare per il futuro esito di questa Terza Guerra Mondiale è che la Prima Guerra Mondiale portò alla creazione di un'organizzazione internazionale, la Società delle Nazioni.

Gli Stati Uniti non vi aderirono perché dissero: non aderiremo a nessuna organizzazione internazionale in cui non abbiamo potere di veto. Nessuno ci dirà cosa fare.

 

Ebbene, il mondo è caduto nella depressione, poi c'è stata la Seconda Guerra Mondiale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, ci fu un altro tentativo di creare un corpo di diritto internazionale, le Nazioni Unite.

 Ora è stato sciolto.

Abbiamo visto la totale disperazione, la totale incapacità delle Nazioni Unite di fermare questa guerra, di fermare gli Stati Uniti, di fermare Israele, di fermare il genocidio che si sta diffondendo da Gaza alla Cisgiordania, e di fermare ciò che Israele ha fatto nell'ultima settimana, ovvero aspettarsi che l'Iran sia in grado di spazzare via gran parte di Israele. Vede i segni premonitori.

 

Quindi cosa sta facendo?

Si sta spostando in Libano.

È prendere il controllo del Libano per dire se non possiamo vivere in Israele e tutto è stato bombardato.

Beh, c'è un paese che non è stato bombardato, il Libano.

 Lo bombarderemo appena abbastanza da spostarci lì.

Quindi si assiste a un intero attacco all'aggressione militare nel mondo da parte degli Stati Uniti, di Israele, di Access e dei suoi alleati. Probabilmente il risultato di tutto ciò sarà o ristrutturare l'ONU o, più probabilmente, creare una nuova organizzazione che non avrà il potere di veto degli Stati Uniti, non avrà il controllo statunitense, avrà i propri finanziamenti e budget e probabilmente si trasferirà fuori da New York, che, come abbiamo detto, il Segretario Generale Gutierrez ha detto che l'ONU è al verde e dovrà comunque lasciare New York entro agosto.

 

Quindi penso che questi siano i temi di cui parlare, di come il mondo evolverà man mano che la guerra si avvicina alla fine.

 E qualunque siano i risultati, sembra che l'Iran sarà sicuramente in termini di tempismo, non gli Stati Uniti.

L'Iran è in termini di tempismo.

E man mano che la crisi del petrolio si riduce, la crisi del gas naturale liquefatto e la crisi dei fertilizzanti che portano a una crisi dell'industria chimica e industriale, tutto questo ristrutturerà il mondo con la stessa serietà, credo, come hanno fatto la Prima e la Seconda Guerra Mondiale a modo loro.

 

NIMA ALKHORSHID:

Richard, un punto importante che Michael ha appena menzionato riguarda i fertilizzanti.

Abbiamo appreso dagli agricoltori americani che, a causa della guerra iniziata da Donald Trump, il prezzo dei fertilizzanti è aumentato vertiginosamente.

 E se ne parla molto negli Stati Uniti.

D'altra parte, Richard, vorrei concentrarmi un po' sulle conseguenze a lungo termine delle azioni di Donald Trump.

Ad esempio, per la Corea del Sud, per il Giappone e per tutti questi stati arabi del Golfo Persico.

Questi, almeno agli occhi dei leader di questi paesi, pensavano che le basi americane avrebbero portato prosperità e sicurezza alle loro nazioni.

E come vedi le conseguenze di ciò che sta accadendo ora?

Perché stanno portando, sai, hanno lasciato la Corea del Sud indifesa, semplicemente indifesa.

Stanno portando il sistema di difesa aerea in Medio Oriente.

E vedi che tutte queste basi, in qualche modo, la maggior parte dei radar vengono distrutti durante, sai, almeno due settimane di guerra. Qual è la sua opinione sull'operato di Donald Trump da parte dei rispettivi leader in questi Paesi?

 

RICHARD WOLFF:

Beh, penso che dobbiamo affrontare la stessa realtà che affrontano gli Stati Uniti e di cui discutiamo da mesi.

Sono così colpito da tutto questo che non ho altra scelta che dirtelo. Stiamo vivendo, l'ho già detto; stiamo vivendo il declino dell'impero americano.

Mi sono state poste innumerevoli domande. "Quali sono le tue prove per pensarlo?" E poi indica l'economia e le difficoltà che stiamo affrontando. Ma non ne ho più bisogno.

 

Questa guerra è un capitolo letterale del declino dell'impero. Quando uno dei principali funzionari iraniani dice ciò che Michael ha ripetuto pochi minuti fa, cioè che l'obiettivo dell'Iran è rimuovere gli Stati Uniti dal Medio Oriente. Beh, un altro modo per dirlo è l'Impero Americano, che includeva il Medio Oriente, tutte quelle basi in tutti quegli stati del Golfo e tutte le relazioni con i fondi con il petrolio, che era una parte chiave dell'Impero Americano. E ora le cose sono arrivate al punto in cui una parte dell'Impero americano, l'Iran, costretto dalla natura del mercato globale del petrolio e di tutto il resto a far parte di quell'impero, è arrivato a questa posizione e ora può agire di conseguenza. Sai, il Primo Ministro Mosaddegh, nel 1953, non voleva lasciare l'incarico. Fu praticamente allontanato dall'incarico dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Ok, ma ora, anche quando uccidi l'Ayatollah, non importa. C'è un altro Ayatollah proprio dietro di lui. E ce ne sarà un altro se uccidono questo giovane. Perché non sono più le condizioni che avevi allora. Ora hai un impero in difficoltà, con i propri problemi, che modella ciò che può e non può fare.

 

Quindi, quando mi chiedete cosa succederà alla Corea del Sud, la mia risposta è che è proprio quello che stiamo osservando. La consapevolezza, nelle menti di tutti quei governi in Medio Oriente, in quei sette stati del Golfo, o quanti siano, sette o otto stati del Golfo, sapete, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Oman, tutti quanti. Stanno scoprendo che avere una base militare americana non è solo una cosa meravigliosa, ma anche una cosa orribile. Ti rende un bersaglio. Ma puoi essere un bersaglio solo se altre forze stanno stringendo il cerchio attorno all'impero. Quindi, qual è la conclusione? Beh, la questione tra gli Stati Uniti e l'Iran è esattamente la stessa della questione tra gli Stati Uniti e la Russia o la Cina. Russia e Cina hanno un'alleanza che spiega, permette e riflette il loro modo di sfidare l'impero americano. Tracciando una linea al confine con l'Ucraina, dicendo che i russi non permetteranno alla NATO di impadronirsi dell'Ucraina come hanno permesso alla NATO di impadronirsi della Polonia, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e dei Paesi del Lavoro. Conosciamo tutti questa storia. La NATO si è spostata a est e la Russia non ha potuto fare nulla.

 

Poi la Russia ha deciso, in risposta a questa situazione, di aver cambiato radicalmente molte delle cose. Ha eliminato tutto lo sforzo di essere un paese socialista. Un grande cambiamento per un paese del genere. Un grande cambiamento. Decisi che l'Europa non era dove si trovava. L'Asia era il suo futuro, e sostituì l'Europa con la Cina. Voglio dire, sono cambiamenti enormi nella situazione globale.

 

E quindi gli Stati Uniti hanno una scelta, vera, con Russia e Cina. Può lottare per mantenere l'impero in pietà, nel qual caso rischierebbe la Terza Guerra Mondiale. La Terza Guerra Mondiale non è più entrata nella discussione ora con l'Iran. Voglio dire, ora la gente ne parla. È un passo avanti. Ma era lo stesso problema prima. L'Europa ha deciso di rischiare la Terza Guerra Mondiale unendosi contro la Russia in Ucraina. Questa fu una decisione presa dagli europei perché pensavano, senza ammetterlo, di poter rafforzare l'impero americano da cui dipendevano. Grande errore. Non capivi quanto l'impero fosse già declinato. Non capivi le forze che portavano a un ulteriore declino.

 

Quindi vi siete alleati con il cavallo sbagliato, e ne stanno pagando le conseguenze fino a questo momento. Keir Starmer, nei primi giorni di questa storia, si è alzato e ha detto: "Non permetterò agli americani di usare gli aeroporti britannici". Nel giro di 24 ore, era a favore della guerra, e 24 ore dopo, si è schierato contro. E ora, il signor Starmer, e questo è davvero importante, il signor Starmer, la cui popolarità è ai minimi storici, come quella del signor Trump, solo peggio, che non ha alcuna possibilità di vincere le prossime elezioni e rimanere al potere, ora ha una possibilità. Sta facendo il giro del paese in Gran Bretagna, se fate attenzione, cosa che io faccio, attaccando Badenoch, il leader del Partito Conservatore, e Farage, il leader del Partito della Riforma. Ci sono tre partiti in Inghilterra che contano a questo punto. Li sta attaccando perché sono filoamericani in questa guerra. Perché? Perché potrebbe effettivamente rimanere al potere perché il popolo britannico, come quello americano, non vuole una guerra con l'Iran. Potrebbe salvare la sua posizione interna esultando per il declino dell'impero americano. Quando il tuo alleato più stretto ti tratta in questo modo, è finita.

 

 

Ora, certo, nessuno lo ammetterà, ma la logica stessa degli argomenti che abbiamo esposto, Michael, io e te, per mesi, è proprio questa. Questo è il passo successivo: logico e prevedibile dello smantellamento dell'impero. Si è formata una forza politica, e se Michael ha ragione, anche una forza militare, in grado di dire agli Stati Uniti: o ve ne andate dal Medio Oriente, come ha detto quell'alto funzionario la settimana scorsa, citato dall'alto funzionario iraniano, senza repliche né smentite successive. Il nostro obiettivo, ha chiesto il giornalista, è: fino a quando combatterete? La risposta, credo, è stata del ministro degli Esteri: finché gli Stati Uniti non se ne andranno dal Medio Oriente. Oh mio Dio, eccolo lì, scritto a chiare lettere. Ora siamo in una situazione in cui non si tratta più dell'Ucraina. Si tratta di un'intera, immensa regione di un'economia mondiale più integrata e quindi più dipendente da ciascuna delle sue regioni, un globo cruciale e gigantesco, un ultra polo come tutto ciò che si trova tra Asia ed Europa, solo che ora è globale, che è in grado di dire agli Stati Uniti: non siete i benvenuti qui, non siete necessari qui e vi cacceremo via. Cosa faranno gli Stati Uniti? Sono meno capace di prevedere il futuro di Michael. È uno dei tanti modi in cui mi supera nelle sue capacità. Io non ci riesco.

 

Ma sono tentato, come so che lo è Michael. E la mia tentazione è di dire che il signor Trump dovrebbe ascoltare il messaggio di Joe Rogan e di Megan Kelly. Dovrebbe ascoltare, ritirarsi ora, limitare i danni, perché cosa farà? Conquistare l'Iran? Novantadue milioni di persone combatteranno contro di lui per sempre. Questo è ciò che gli stanno dicendo. Non sarà in grado di far uscire il petrolio da quel paese. Ogni volta che costruirà un oleodotto, lo faranno saltare in aria. Conosciamo questa storia, ci siamo stati, abbiamo visto questo film. Deve ammettere che l'impero è finito. Si sieda a un tavolo con gli iraniani, i russi e i cinesi, finché in loro c'è ancora la consapevolezza che anche per loro sarebbe meglio trovare un accordo con lui piuttosto che aspettare di vedere fin dove si spingerà. Questa è l'opzione che abbiamo. Il resto è pura fantasia.

 

MICHAEL HUDSON:

Richard, hai appena sollevato un punto fondamentale che dovrebbe essere il punto di riferimento dell'intera discussione.

Questa guerra ha distrutto l'intera finzione che ha sostenuto l'intera politica statunitense della Guerra Fredda e il sostegno degli Stati Uniti a Israele e alla sua guerra contro la Russia, l'Ucraina e l'Iran.

Questa finzione si basava sull'idea che il mondo avesse bisogno della protezione degli Stati Uniti contro un attacco russo invasore dell'Europa, una fantasia assurda, o contro una conquista militare dell'Asia da parte della Cina, un'altra fantasia assurda, o contro un attacco iraniano.

L'Iran non ha attaccato nessuno.

Si scopre che, come hai appena illustrato perfettamente, invece di proteggere il mondo dai nemici dell'America, gli Stati Uniti sono i grandi creatori del caos. Gli Stati Uniti sono la grande minaccia per il mondo.

 

E questo durerà, anche se gli Stati Uniti continueranno a combattere contro l'Iran, sarà questo che sta prendendo forma.

Cosa succederà quando gli Stati Uniti finalmente si arrenderanno e saranno cacciati dal Medio Oriente, non solo dall'Iran, ma dall'Europa, dall'Asia, dalla Russia, dalla Cina, insieme a tutti i paesi che si rendono conto che finché gli Stati Uniti non smetteranno di combattere, cosa che non faranno finché non li scacciano dal Medio Oriente, che le loro economie si ridurranno a causa dell'incapacità di fornire energia, gas, sostanze chimiche, fertilizzanti e tutte le cose di cui abbiamo parlato. Questa è davvero la scelta.

 E penso che un effetto di questo non sarà solo in termini di commercio, per il commercio petrolifero e per la loro crescita economica, ma sarà anche finanziaria.

Ed è qui che la guerra attuale, e voglio chiamarla Terza Guerra Mondiale, sarà diversa dalla Prima e Seconda Guerra Mondiale. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il dollaro emerse supremo perché insisteva che i paesi alleati pagassero i loro debiti di guerra per le armi acquistate prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra. Dissero: "Va bene, ti pagheremo. Insisteremo semplicemente affinché la Germania paghi le riparazioni." Il risultato fu il crollo delle economie europee, non solo della Germania, ma anche della Francia con la sua iperinflazione, e della Gran Bretagna con lo sciopero generale del 1926. E poi ci fu la Grande Depressione.

 

Ebbene, negli anni '30 ci fu un'enorme fuga di capitali, capitali di rifugiati e oro dall'Europa e da altri paesi verso gli Stati Uniti. Così, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti detenevano già il 75% delle riserve auree mondiali. Ancora una volta, gli Stati Uniti furono in grado di stabilire regole favorevoli ai creditori che, dal 1945, hanno governato l'intero sistema finanziario internazionale a proprio vantaggio. Gli Stati Uniti, il dollaro e l'oro erano le due valute principali attraverso cui si svolgevano gli scambi commerciali e in cui le banche centrali e gli altri paesi custodivano i propri risparmi nazionali, sotto forma di prestiti agli Stati Uniti, al governo tramite buoni del Tesoro, alle aziende tramite obbligazioni e attraverso agenzie governative statunitensi come Fannie Mae.

 

Tutto questo è ora minacciato, non solo da altri paesi che si ribellano e affermano che ciò è ingiusto, ma anche dal fatto che gli Stati Uniti stessi hanno distrutto questo sistema, strumentalizzando il dollaro e il sistema finanziario come mezzo per imporre sanzioni e costringere i propri alleati a imporre sanzioni contro il petrolio russo e ucraino, e per isolare l'Iran dal 1979, anno in cui finalmente cacciarono lo Scià. Il principale punto di riferimento contro lo Scià in tutto l'Iran era il clero sciita guidato da Khomeini, perché le moschee erano gli unici luoghi in Iran dove ci si poteva rifugiare senza essere seguiti, arrestati e torturati dai Savak.

 

 

Beh, il risultato di questo isolamento dal 1979 è stato che altri paesi, invece di collegare il loro petrolio all'Iran, lo collegato hanno ai paesi arabi dell'OPEP, che non erano isolati. E l'avete visto nel voto delle Nazioni Unite avvenuto ieri. Ed è incredibile. Gli Stati Uniti ei loro alleati hanno sponsorizzato un voto che incolpava l'Iran per aver attaccato Israele americano quando era vittima dell'attacco. Eppure più paesi hanno sostenuto questa risoluzione contro l’Iran di quanti ne hanno mai sostenuto qualsiasi proposta del Consiglio di Sicurezza nella storia delle Nazioni Unite. Quindi ora ci troviamo con una situazione in cui il mondo intero pensa solo al suo petrolio. Dove prenderà il suo petrolio con le monarchie arabe? Non si è mai pensato che forse otterrà il suo petrolio, prima di tutto, anche dall'Iran, dato che l'Iran ha cacciato gli Stati Uniti dal Medio Oriente e mentre Russia e Cina da sole hanno posto fine all'attacco americano alla libertà dei mari e al suo attacco al diritto internazionale che garantisce la libertà dei mari. E con la ristrutturazione del petrolio iraniano, questo andrà di pari passo con quanto ho detto: una trasformazione della politica dei paesi petroliferi arabi, ponendo fine alla lotta incoraggiata dagli Stati Uniti per far combattere sunniti e sciiti affinché l'America possa dividere e conquistare lo stile del vecchio impero britannico.

 

Quindi tutto questo, questo riallineamento avverrà perché altri paesi si renderanno conto che questa situazione di guerra americana per Israele per il controllo del Vicino Oriente è fallita.

Né Israele né al-Qaeda in Siria, né i terroristi wahhabiti, né gli Stati Uniti possono proteggere il nostro petrolio.

Sembrava che l'unico modo per riprendere le forniture di petrolio al mondo intero fosse alle condizioni dell'Iran.

Le basi statunitensi devono essere rimosse dal Vicino Oriente, e le monarchie arabe devono o disaccoppiarsi con le loro finanze e i loro investimenti esteri nei loro centri informatici lì.

A meno che ciò non accada, il mondo intero continuerà a rimpicciolirsi. Questa è la scelta davanti a sé, ed è questo che rende questa una guerra mondiale che non può sostenere l'attuale sistema economico se non il prezzo di tutti gli alleati americani che entrano in una depressione simile agli anni '30 a causa della guerra.

È questo che ha spezzato tutta la finzione che l'America sta proteggendo il mondo invece di terrorizzarlo, destabilizzarlo e creare caos in tutta l'economia mondiale.

 

RICHARD WOLFF:

Se posso aggiungere velocemente, se le mie informazioni sono corrette, la chiusura dello Stretto di Hormuz priverebbe anche diversi Stati del Golfo di cibo e acqua, perché sono isolati e hanno bisogno delle navi per ricevere cibo, certo, e poi acqua, a seconda che l'Iran abbia colpito gli impianti di desalinizzazione, come a quanto pare Israele ha fatto con gli impianti di desalinizzazione in Medio Oriente.

Quindi la situazione potrebbe diventare molto urgente in breve tempo se non ci fosse più cibo.

Questo rappresenterebbe un livello di crisi completamente diverso.

 

Ora vorrei approfondire un punto sollevato da Michael.

 Immaginate, perché in realtà è già una realtà, un movimento tra le popolazioni arabe degli stati del Golfo, un movimento politico che dica: "Siamo ipotecati fino a qui dai debiti dei nostri leader, che siamo obbligati a pagare". Sono ricchissimi perché si arricchiscono con il petrolio; inoltre, incassano gli interessi sui prestiti concessi al governo statunitense. Abbiamo basi militari che ci rendono bersagli facili.

Abbiamo l'inimicizia dell'Iran, che rischia di far chiudere lo Stretto di Hormuz praticamente a suo piacimento.

Ecco un'alternativa.

Eliminiamo la monarchia, come suggerito prima da Michael, e dichiariamo, d'ora in poi, che nazionalizzeremo, prenderemo il controllo e creeremo dei piccoli Mosaddegh in ognuno di questi paesi.

Prenderemo il controllo del petrolio. Lo venderemo con attenzione a più acquirenti, in modo da non dipendere eccessivamente da nessuno di loro.

Altri paesi lo hanno già fatto. Allo stesso modo, non potremo fare investimenti se non useremo i proventi del petrolio per sviluppare la nostra economia.

Ricordiamoci: ogni consiglio dato da un economista, me compreso, a questi governi nel corso degli anni è stato: fareste meglio a usare le entrate petrolifere per diversificare, perché arriverà il giorno in cui o il petrolio si esaurirà o l'industria petrolifera scomparirà e non avrete più nulla. Tutti hanno annuito in segno di assenso, ma non l'hanno fatto. Nessuno di loro.

Il turismo non è un'alternativa.

 

Bene, ora c'è un partito politico che opera nel pubblico arabo, in Kuwait, ovunque, che ha un programma, un programma di nazionalizzazione che risolve i rapporti con l'Iran, che cambia i rapporti con gli Stati Uniti e che costruisce un nuovo rapporto con la Cina, che sarà desiderosa di acquistare quanto più petrolio possibile.

 E non che la Cina sia l'unica, tutt'altro.

 

Gli europei ne avranno bisogno e così via. E possono diversificare. Questo è un futuro molto migliore per loro di quello che la leadership attuale può offrire.

Se aggiungiamo un po' di libertà civili e un po' di diritti civili, wow, e un parlamento che conti davvero e che permetta di votare, iniziamo ad avere un programma per un cambiamento politico progressista in Medio Oriente che ha una reale possibilità di successo e che non è stato parte dell'equazione in quella parte del mondo per parecchio tempo.

 E riecheggia.

Ecco l'ironia: riecheggia idee che furono avanzate molti anni fa sul futuro dell'Iran dal “Partito Tudeh” in quel paese, che tenne conferenze e dibattiti. Ricordo alcuni di questi, che sollevarono; è da lì che nasce la mia idea.

 

Quindi è più una nozione mediorientale della loro posizione in quella parte del mondo.

Tutti dovrebbero capire.

Se pensi in termini etnici, il che va bene, non puoi pensare solo a sunniti sciiti.

I persiani non sono arabi, e questa separazione è molto importante in quella parte del mondo e deve essere in qualche modo considerato.

 Ma non voglio perdere la dimensione più importante, ovvero che questo è un momento importante in cui il declino dell'Impero americano diventa molto più visibile di prima.

Fa un altro passo, ma ancora più drammatica è la visibilità.

Un leader iraniano è nella posizione di dire: l'America è fuori, ed è serio. E gli Stati Uniti, prima o poi, dovranno affrontare questa domanda perché hanno iniziato una guerra che a questo punto sembra non finirà finché quella domanda non sarà soddisfatta.

 

MICHAEL HUDSON:

È molto interessante, Richard.

Hai descritto i paesi arabi nella situazione in cui si trovava l'Iran nel 1905, quando cercò di iniziare a liberarsi della dinastia della famiglia regnante che aveva governato il paese per 100 anni e aveva invitato la Gran Bretagna ad ottenere ogni sorta di concessione commerciale, specialmente nel commercio del tabacco.

L'Iran ha riscritto la costituzione come mezzo per spodestare la famiglia regnante. E infine, nel 1925, ci fu una rivolta generale per sostituire la famiglia regnante con l'autogoverno degli iraniani nel loro insieme.

 

Ebbene, i britannici intervennero, come facevano da 30 anni, e installarono un leader militare, il padre dello Scià, anch'egli Scià, che di fatto agiva come oligarca cliente per conto della Gran Bretagna.

E nonostante ciò, non riuscirono a impedire al tentativo dell'Iran di eleggere un capo, “Mossadegh”, che voleva riprendere il controllo del petrolio iraniano per il popolo in generale.

 Ed è per questo che c'erano l'MI6 e la CIA a rovesciarlo.

Quello che è successo in Iran è esattamente ciò che prevedi negli altri paesi arabi.

 Sono assolutamente ricchezze concentrate da una classe dirigente molto egoista e ignorante.

Ho incontrato i loro re; Vivono nel breve periodo, un punto di vista molto parrocchiale.

Vengono presi in giro dagli inglesi e dagli altri banchieri e funzionari occidentali che hanno avuto contatti con loro.

Oggi sono obsoleti quanto lo erano i re e le regine d'Europa dopo la Prima Guerra Mondiale.

Non c'è dubbio.

Non serve oggi il Partito Comunista di due giorni per rovesciarli. La pressione delle stesse popolazioni, possiamo persino chiamarla pressione democratica perché la maggioranza della popolazione sa di essere semplicemente oppressa come lavoratori a basso salario, mentre questi re hanno una ricchezza così enorme da sprecarla tutta.

Parli di diversificare l'economia.

Cosa hanno fatto?

Si sono diversificati in case di lusso, in tutti questi enormi progetti abitativi e nel turismo.

 

Beh, il turismo e le case di lusso non sono una diversificazione della base economica. Questo è esattamente ciò che sarà un problema. E significa, infine, che i paesi arabi stanno raggiungendo la posizione in cui si trovava l'Iran già 100 anni fa.

 

RICHARD WOLFF:

E una nota a piè di pagina.

 Ricordiamo, l'Impero britannico, quando finalmente stava morendo e venendo spinto fuori dall'India, dall'Asia, ovunque, capì che, uscendo, avrebbe fatto qualcosa di simile a ciò che a volte fanno gli eserciti quando si ritirano.

Si chiama politica della terra bruciata. E la versione britannica di questa era che si divideva il territorio che si è costretto a lasciare. Trova tutte le forze che puoi che siano ostili tra loro ed esacerba questa ostilità.

 

Guarda come gli inglesi hanno annullato tutto ciò che Mahatma Gandhi ha cercato di fare. Voleva unire in molti modi il popolo induista e musulmano. Si sono assicurati che non accadesse.

La grande separazione: il Bangladesh poi il Pakistan, tutto questo. Ebbene, nell'area desertica del Golfo, hanno creato sette o otto piccoli paesi invece di un altro Iran.

 L'Iran è grande. Questi paesi sono molto piccoli.

 Capiva che avrebbe avuto più facilità per gestire e manipolare se avesse avuto questa famiglia a capo di questi chilometri quadrati e di questa famiglia.

 

Quindi ci sarebbe stato l'emiro da una parte e lo sceicco dall'altra, e potevano comprarli e sostituirli facilmente. E quando l'Impero americano, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sostituì quello britannico, questo scenario era già pronto per riprendere la stessa cosa. Gli iraniani, in un certo senso, avevano dovuto lottare contro gli sforzi britannici per fare lo stesso. Sapevano benissimo cosa li aspettava. Si sono impegnati a fondo per cercare di mantenere unito il paese, e ora questo sta dando i suoi frutti di fronte agli Stati Uniti.

È un po' come quello che la Cina è riuscita a fare non essendo mai stata del tutto una colonia di nessuno, o quasi. E questo ha permesso loro di rimanere uniti, creando una solidità che ora si rivela preziosa, ora che sono arrivati loro.

 

Penso quindi che dovremmo tenere a mente che quei paesi degli stati del Golfo sono molto recenti.

Sono creazioni artificiali di un impero britannico in declino e, pertanto, si trovano in un mondo nuovo, poiché anche l'impero americano che ha sostituito quello britannico sta morendo.

Si spera che non vengano ceduti a un altro impero, cosa che dovrebbero assolutamente evitare.

 

MICHAEL HUDSON:

Bene, il punto che hai appena sollevato ci riporta alla domanda iniziale di Nima: "Qual è il piano degli Stati Uniti?".

Il piano degli Stati Uniti è sempre stato a breve termine.

Doveva essere quella che i tedeschi chiamavano una “Früchrieg”, una guerra felice, una guerra breve.

Avrebbero attaccato l'Iran, il popolo si sarebbe ribellato, Trump avrebbe nominato un nuovo leader e l'Iran sarebbe entrato nell'orbita degli Stati Uniti.

Questo era un pensiero a breve termine, e non aveva alcuna idea delle conseguenze a lungo termine.

E i paesi arabi finora si trovano nella situazione che tu descrivi come quella creata dalla Gran Bretagna con la strategia del "divide et impera".

Mettiamo ogni regno locale nelle mani di una particolare famiglia reale, di un particolare clan o famiglia. Questo ha impedito qualsiasi tipo di organizzazione. Questo ha costretto i paesi arabi a vivere nel breve termine negli ultimi cento anni.

E quello di cui stiamo parlando è che il mondo non può più permettersi di vivere in questo breve termine, perché il breve termine è caos.

 E l'unica soluzione è una ristrutturazione a lungo termine.

E né gli Stati Uniti, né l'Europa, né Israele hanno pensato a una ristrutturazione. Non gli era mai venuto in mente che potesse esserci una ristrutturazione che si distaccasse dai frammenti dell'Impero britannico e dell'Impero americano che lo aveva sostituito.

 

Ebbene, ora questa ristrutturazione viene imposta non solo ai paesi e regni arabi, ma anche all'Europa, all'Asia e al sud globale.

Tutti devono ristrutturare il mondo in modo da lasciare Stati Uniti e Occidente isolati.

Tutto ciò che ha portato è stato caos, genocidio e una violazione di tutte le leggi internazionali che il mondo pensava avrebbe governato l'economia a lungo termine dopo il 1945.

 Ora devono esserci una nuova istituzione, nuove leggi internazionali, un nuovo sistema finanziario, un nuovo sistema commerciale e nuove alleanze militari. Questo è il futuro.

 

RICHARD WOLFF:

So che il tempo stringe, ma vorrei concludere con una domanda a Nima. E la pongo a te perché sei di origine iraniana.

 Ecco la domanda cruciale.

Il popolo iraniano oggi è in grado di fare due cose? Tollerare, resistere e assorbire l'assalto militare degli Stati Uniti e di Israele? E riuscirà a farlo abbastanza a lungo da permettere che tutto ciò che abbiamo detto oggi si concretizzi? Ne ha la capacità? Perché so che per gran parte del mondo questa è la domanda numero uno, quella che tutti si pongono.

 

NIMA ALKHORSHID:

La mia risposta a entrambe le domande è affermativa, perché l'Iran non vede altra soluzione a ciò che sta accadendo. Hanno tentato di negoziare con gli Stati Uniti due volte, ed entrambe le volte sono stati ingannati dagli Stati Uniti. E loro stessi hanno affermato che non c'è alcun cessate il fuoco. Non stanno prendendo in considerazione un cessate il fuoco. Non stanno prendendo in considerazione negoziati con gli Stati Uniti.

 

 

Qual è quindi la strada da seguire per loro e per il popolo iraniano?

Non metteranno fine a questo conflitto, a questa guerra, così facilmente perché sanno che se seguono una sorta di cessate il fuoco, verrebbero attaccati ancora e ancora.

Non vogliono questo e non vanno in quella direzione.

Penso che siano disposti ad andare fino in fondo, ad andare totalmente contro gli Stati Uniti e ciò che Stati Uniti e Israele cercano in Iran.

E la gente è preparata.

E quello che ho visto, quello che ho visto, sono stato lì per 40 giorni, ho visto qualcosa, sai, la gente non capisce, tutte queste sofferenze che stanno accadendo ora in Iran a causa di queste difficoltà economiche provenienti dagli Stati Uniti e delle loro enormi sanzioni per più di 46 anni.

Questa è una nazione che, sai, si è sostenuta per più di 46 anni di sanzioni. E sono pronti ad arrivare fino in fondo per sconfiggere gli Stati Uniti nella regione.

RICHARD WOLFF: Va bene, era quello che volevo sapere.

NIMA ALKHORSHID: Grazie mille per essere stato con noi oggi. Un vero piacere, come sempre.

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