La guerra in Iran è voluta da Trump.
La
guerra in Iran è voluta da Trump.
Trump
avverte l'Iran,
'accordo
in 48 ore o sarà l'inferno'.
Ansa.it – (5 aprile 2026) - Antonio
Fastigioso – Redazione – ci dice:
Il
tycoon ricorda la scadenza per riaprire Hormuz. Caccia al pilota disperso.
Gli
Stati Uniti e l'Iran serrano le fila nella frenetica ricerca del pilota
americano disperso, all'indomani dell'abbattimento del suo F-15E.
Mentre
il presidente Donald Trump minaccia un'escalation della guerra ricordando alla
leadership di Teheran, con un post su Truth, che ha ancora 48 ore per la firma
di un accordo o per l'apertura dello Stretto di Hormuz, altrimenti dovrà
affrontare "l'inferno".
L'Aeronautica
Usa impiega squadre altamente addestrate per il recupero di aviatori e
attrezzature sensibili finiti in territorio nemico: specialisti delle 'mission
impossibile'.
Per
gli Usa è una questione vitale (Trump ha detto nel messaggio alla nazione di
mercoledì che l'Iran non dispone di "alcuna attrezzatura antiaerea" e
che i suoi radar sono "annientati al 100%") recuperare il secondo
pilota dopo l'inatteso abbattimento del jet, il primo nell” Operazione Epic
Fury”.
E per
l'Iran la sua cattura aumenterebbe il potere negoziale con Washington sulla
consolidata esperienza della politica degli ostaggi.
I
media di Teheran hanno diffuso filmati di molte persone armate dirette alle
montagne del Kuzistan, nel sud del Paese, in un'area impervia per
"catturare l'americano", allettati anche dalla ricompensa "di
valore" per la cattura, da vivo, del nemico.
L'agenzia Mehr ha citato il vicegovernatore
della provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Fattah Mohammadi, secondo cui le
ricerche del pilota disperso hanno mobilitato "forze popolari e membri
delle tribù al fianco delle forze militari, e sono tuttora in corso",
smentendo le voci iniziali della cattura dell'aviatore.
Trump,
nel frattempo, ha minacciato l'escalation, ricordando l'ultimatum del 26 marzo:
"Ricordate
quando ho dato all'Iran dieci giorni per RAGGIUNGERE UN ACCORDO o APRIRE LO
STRETTO DI HORMUZ?
Il
tempo sta scadendo: restano 48 ore prima che l'inferno si scateni su di
loro", ha scritto su Truth.
Il
tycoon si è riunito venerdì per diverse ore coi più stretti collaboratori per
trattare le modalità di risposta all'abbattimento dell'F-15E e dell'A-10 Warhol,
dopo aver detto alla “Nbc News” che gli ultimi sviluppi non avrebbero influito
nei negoziati con Teheran.
E dopo che l'Iran, forte del colpo messo a
segno con il jet, sembrava chiudere - stando al Wall Street Journal - a
qualsiasi ipotesi di negoziato indiretto con gli Stati Uniti, il ministro degli
Esteri “Abbas Draghici” ha voluto chiarire:
"La
posizione dell'Iran viene travisata dai media statunitensi. Siamo profondamente
grati al Pakistan per i suoi sforzi e non ci siamo mai rifiutati di andare a
Islamabad.
Ciò
che ci interessa sono le condizioni per una fine definitiva e duratura alla
guerra illegale impostaci", ha scritto su “X”.
I due
caccia distrutti sono stati bersagliati dai nuovi sistemi di difesa di
produzione nazionale, ha rivendicato il portavoce militare iraniano Ebrahim
Zolfaghari, nel resoconto dell'agenzia Irna.
Mentre
sono ritornati i sospetti sulla Cina sia per gli aiuti a ricostituire il
programma missilistico di Teheran sia per il supporto delle aziende del Dragone nel
fornire informazioni di intelligence che espongono le forze Usa.
Si
tratterebbe, ha riferito il Washington Post, di "aziende private" e,
di fatto, il Partito comunista cinese starebbe cercando di "mantenere le
distanze".
Sono
365 i militari americani feriti dall'inizio dell'”Operazione Epic Fury”, quasi
cinque settimane fa, nell'ultimo bollettino del Pentagono aggiornato a venerdì,
con la conferma di 13 morti e di 7 aerei distrutti. Mentre gli oneri
finanziari, sempre molto impopolari negli Stati Uniti, sono in continua
crescita
. Nel
tentativo di aumentare la pressione sulla Repubblica islamica, il dipartimento
di Stato ha revocato lo status di residenza permanente a due iraniane, nipote e
pronipote dell'ex generale dei pasdaran,” Jasem Solimai”, ucciso da un raid Usa
a Baghdad nel gennaio del 2020.
Le due donne, considerate "sostenitrici
del regime" sono state prese in custodia dall'ICE per essere in seguito
espulse.
Teheran
rigetta il nuovo ultimatum di 48 ore di Trump.
Il
comando militare centrale iraniano ha respinto in serata la minaccia del
presidente statunitense Donald Trump di distruggere le infrastrutture vitali
del Paese se non verrà accettato un accordo di pace entro 48 ore.
Il
generale Ali Abdellah Alia Badi, in una dichiarazione rilasciata dal quartier
generale centrale di Khattab al-Ambia, ha affermato che la minaccia di Trump è
stata "un'azione impotente, nervosa, squilibrata e stupida".
E, riprendendo il linguaggio religioso del
post di Trump sui social media, ha avvertito che "il semplice significato di
questo messaggio è che le porte dell'inferno si apriranno per voi".
L'Iran
replica a Trump, 'l'intera regione diventerà un inferno per voi'.
L'Iran ha avvertito oggi Stati Uniti e
Israele che "l'intera regione diventerà un inferno per loro" se
l'escalation continuerà.
Lo
riportano i media iraniani, ripresi dal Telegraph.
"Non
dimenticate che se l'aggressione si estenderà, l'intera regione si trasformerà
in un inferno per voi", ha dichiarato un portavoce iraniano. "L'illusione di sconfiggere la
Repubblica Islamica dell'Iran si è trasformata in una palude in cui
affonderete", ha precisato.
La
dichiarazione fa seguito alle minacce lanciate sempre oggi da Donald Trump,
secondo cui "l'inferno si sarebbe abbattuto" sull'Iran se lo Stretto di
Hormuz non sarà riaperto lunedì.
Dal
Bangladesh alla Spagna:
Ecco
Tutti i Paesi che Possono Transitare da Hormuz (l’Italia Non c’è!).
Conoscenzealconfine.it
– (3 Aprile 2026) - Michele Cardellini – Redazione – ci dice:
L’invito
della Commissione europea ad una vita più sobria dal punto di vista energetico
è arrivato in modo del tutto impersonale… come l’annuncio delle previsioni
metereologiche.
E come
se l’Unione europea non solo non avesse alcuna responsabilità sull’attuale
crisi energetica, ma come se non avesse nemmeno mezzi per tentare di
risolverla.
Come al solito tutto viene scaricato sui
cittadini.
Eppure
il blocco dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran non è un’imprevedibile
calamità naturale, ma il risultato di una politica estera inadeguata.
Quel
passaggio non è infatti chiuso a tutto il mondo.
Cina e
India Transitano da Hormuz Senza Problemi.
C’è
ormai una corposa lista di Paesi che sono riusciti a chiudere accordi con
l’Iran per continuare a garantirsi l’approvvigionamento energetico necessario.
Da
Hormuz continuano, per esempio, a passare le navi della Cina:
Nelle scorse ore la portavoce del Ministero
degli Esteri,” Mao Ning”, di Pechino, ha confermato l’avvenuto passaggio di tre
navi cinesi.
Stesso
discorso vale per l’India:
grazie
ad un accordo bilaterale Nuova Dehli è riuscita a far passare almeno 8 navi,
con un carico complessivo di GPL pari a 94.000 tonnellate.
Sulla
stessa lunghezza d’onda si colloca anche il Pakistan.
Lo
scorso 28 marzo Islamabad ha concluso un negoziato con Teheran per il passaggio
in sicurezza di 20 navi attraverso lo Stretto di Hormuz.
Anche
Bangladesh e Malesia Passano da Hormuz.
Non
occorre però essere grandi per farsi dare un lasciapassare dall’Iran. Anche la
piccola Malesia è riuscita a strappare un accordo:
“La
Malesia ha ottenuto dall’Iran garanzie sul fatto che alle sue navi sarà
concesso un passaggio sicuro e senza pedaggio attraverso lo Stretto di Hormuz,
ha dichiarato il ministro dei trasporti del Paese”, scrive così il “Wall Street
Journal”.
Stessa
cosa anche per la Tailandia:
“È
stato raggiunto un accordo per consentire alle petroliere thailandesi di
transitare in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz, contribuendo ad
alleviare le preoccupazioni relative alla fornitura di carburante alla
Thailandia”, ha dichiarato il primo ministro thailandese Antin Charnvirakul in
una conferenza stampa.
Persino
il Bangladesh è riuscito a non farsi imporre alcuna restrizione sul passaggio
di navi attraverso lo stretto di Hormuz.
E gli
Europei?
All’interno
dell’Unione europea l’unico Paese in grado di muoversi è stata la Spagna che si
è garantita un lasciapassare.
“Dobbiamo
garantire la libertà di navigazione nelle acque internazionali dello stretto”, aveva recentemente dichiarato “Luigi
Di Maio”, che ricordiamo essere l’inviato speciale dell’Unione europea nei
Paesi del Golfo.
Ed è
proprio qui forse da cercare la risposta sul perché oggi la Commissione europea
non abbia altra soluzione se non imporre lockdown energetici:
l’agenda
della politica estera europea è in mano a Luigi Di Maio e Kaja Kallas.
(Michele
Cardellini)
(byoblu.com/2026/04/01/dal-bangladesh-alla-spagna-ecco-tutti-i-paesi-che-possono-transitare-da-hormuz-litalia-non-ce/).
Narrativa
in Frantumi:
Trump
Elogia la Cina e
il Suo
Modello Socialista.
Conoscenzealconfine.it
– (1° Aprile 2026) - Redazione de l’Anti diplomatico – ci dice:
Il
presidente USA riconosce pubblicamente l’efficacia del sistema cinese: “In
teoria non dovrebbe funzionare, ma produce risultati impressionanti”.
Le
parole pesano, soprattutto quando a pronunciarle è colui che per anni ha fatto
della contrapposizione ideologica e della critica feroce alla Cina il proprio
marchio di fabbrica.
La
dichiarazione integrale di Donald Trump, avvenuta durante il” Future Investment
Iniziative Priorità Summit” a Miami, rivela un cortocircuito storico.
Di
fronte agli investitori internazionali, il presidente degli Stati Uniti ha
compiuto un gesto inaspettato inchinandosi alla realtà:
ha elogiato apertamente la Cina, riconoscendo
l’efficacia del suo modello economico.
“Devo
dire che rispetto la Cina”, ha affermato Trump, “perché è incredibile che, con
un sistema che, in teoria, non dovrebbe funzionare – noi andiamo a scuola,
frequentiamo le migliori business school, leggiamo di libero imprenditoria –
loro ottengono risultati impressionanti”.
È
l’ammissione più esplicita possibile:
il paradigma occidentale, fondato sul libero
mercato e insegnato come verità assoluta, si scontra con una realtà che lo
supera.
Trump
ha sottolineato la potenza produttiva cinese con dati concreti, citando
l’enorme produzione industriale e persino l’eccesso di capacità nel settore
automobilistico; un fenomeno che, nella sua complessità, testimonia una scala
produttiva senza pari.
“È
necessario avere grande rispetto per la Cina per il lavoro che fanno. Che vi
piaccia o no, bisogna rispettarli”.
Questa
frase sintetizza il ribaltamento.
Non si
tratta di una semplice apertura diplomatica, ma di una crepa nella narrativa
che ha dominato gli ultimi decenni:
quella secondo cui solo il modello occidentale
potrebbe garantire sviluppo e prosperità.
Il
valore simbolico dell’intervento è enorme.
Trump, il presidente che ha dato il via alla
guerra commerciale e ha fatto della contrapposizione alla Cina un pilastro
della sua retorica, si trova ora a validare pubblicamente l’efficacia di un
sistema come quello socialista cinese che combina pianificazione strategica,
presenza dello Stato e sviluppo delle forze produttive.
Un sistema che, per anni, la sua stessa
amministrazione ha tentato di contenere.
Quindi,
se persino uno dei più accesi critici della Cina è costretto a riconoscerne i
risultati, allora forse è il momento di abbandonare gli steccati ideologici e
guardare ai fatti.
La
Cina non solo è diventata un attore centrale dell’economia mondiale, ma ha
dimostrato che esistono vie alternative allo sviluppo, capaci di sfidare le
teorie economiche mainstream.
Conoscenzealconfine.it
– (1°aprile 2026) - Articolo della Redazione de l’Anti Diplomatico – ci dice:
(lantidiplomatico.it/dettnews-narrativa_in_frantumi_trump_elogia_la_cina_e_il_suo_modello_socialista_video/45289_66094/).
Guerra
Iran, Trump: "Riaprite
Hormuz
entro 48 ore".
Teheran:
"Sarà l'inferno per voi".
Tg24.sky.it – (04 apr. 2026) – Mondo
– Ansa – Redazione – ci dice:
"Il
tempo sta per scadere: 48 ore prima che si scateni l'inferno", ha scritto
Trump su Truth.
“Con
escalation sarà inferno per Usa e Israele”, ha replicato un portavoce delle
forze armate iraniane.
Almeno
5 persone sono morte nell'attacco al sito petrolchimico di Mashhad.
Netanyahu
ha confermato gli attacchi agli impianti petrolchimici iraniani denunciati da
Teheran.
"Continueremo a schiacciarli", ha
promesso.
Un
missile è caduto vicino alla nucleare di Bushehr, nell'Iran occidentale: un
morto.
"Ricordate
quando ho dato all'Iran dieci giorni per fare un accordo o aprire lo stretto di
Hormuz.
Il tempo sta per scadere:
48 ore
prima che si scateni l'inferno su di loro. Gloria a Dio!".
Lo ha
scritto su “Truth” il presidente americano, Donald Trump.
“Con
escalation l'intera regione del Golfo si trasformerà in un "inferno"
per loro, ha dichiarato, secondo “Al Jazeera”, un portavoce delle forze armate
iraniane in risposta alla minaccia del presidente Usa.
L'Iran
"non ha rifiutato la mediazione del Pakistan, ma pretende condizioni
chiare per una pace definitiva", ha chiarito il ministro egli Esteri, “Abbas
Draghici”, su “X”.
Almeno
cinque persone sono morte nell'attacco israeliano al sito petrolchimico di
Mashhad, in Iran.
Lo
riferiscono i media della “Repubblica Islamica”.
Netanyahu,
in un video, ha confermato gli attacchi agli impianti petrolchimici iraniani
denunciati sabato da Teheran.
"Continueremo
a schiacciarli", ha promesso Netanyahu.
Un
missile è caduto vicino alla nucleare di “Bushehr”, nell'Iran occidentale, e
uno degli addetti alla sicurezza dell'impianto è rimasto ucciso.
Lo
riferisce la Tass citando l'”Agenzia iraniana per l'energia atomica” Secondo
l'agenzia "gli impianti principali non sono stati danneggiati". Una nave turca passa lo Stretto di
Hormuz, ma Teheran minaccia il Mar Rosso.
“Colpita
nello Stretto una nave legata a Israele”.
Intanto,
è corsa tra Usa e Iran a caccia del pilota disperso dopo che il suo caccia F-15
è stato abbattuto.
Gli
Usa hanno introdotto i corpi speciali, mentre Teheran vuole un prigioniero da
usare nei negoziati.
In “Epic Fury” sono morti 13 soldati americani
e 365 sono rimasti feriti.
Iran,
una guerra voluta da Trump
seguendo
l’agenda Netanyahu.
Cittanuova.it
- Pasquale Ferrara – (2 Marzo 2026) - Fonte: Città Nuova – ci dice:
È
inconsistente ogni ragione avanzata per giustificare l’attacco di Usa e
Israele, che
viola la Carta delle Nazioni Unite scatenando un conflitto non solo regionale
che può sfuggire di mano.
Un
sostenitore degli Houthi impugna un’arma e sventola una bandiera iraniana
durante una protesta contro gli attacchi israelo-americani contro l’Iran, a
Sana’a, Yemen, 1° marzo 2026.
(Ansa
EPA/YAHYA ARHAB)
Con
l’attacco israelo-americano contro l’Iran stiamo assistendo, ancora una volta,
ad una guerra voluta, non a una guerra necessaria (o, come dicono plasticamente
proprio gli americani, a “war of choice, not a war of necessity”).
È la conclusione cui si giunge analizzando
attentamente le giustificazioni addotte da Washington e Tel Aviv.
Gli
Stati Uniti hanno invocato il concetto di una minaccia esistenziale, ma è
davvero difficile credere − stando non alla retorica degli Ayatollah, ma al
computo delle forze − che l’Iran potesse davvero sfidarli militarmente con
qualche plausibilità, mettendo a repentaglio la loro sicurezza nazionale.
Inoltre,
tale minaccia sarebbe stata, seguendo l’argomentazione di Trump, imminente e
diretta da parte dell’Iran verso di loro, invocando quindi l’esigenza di
un’azione “anticipatrice” (in inglese, si parla di reception).
Parzialmente
diversa la motivazione israeliana, che invece si riferisce in modo più netto
alla guerra preventiva, e quindi non connessa ad una minaccia incombente.
D’altra
parte, Israele considera da decenni l’Iran una potenza strutturalmente ostile.
Se poi
guardiamo al contesto nel quale è maturato questo nuovo conflitto, il meno che
si possa dire è che c’è stata assai poca chiarezza sul negoziato.
Ad esempio, quanto al nucleare, fu proprio
Trump a rottamare, nel 2018, l’”Accordo del 2015 sul programma nucleare
iraniano”, dopo un negoziato durato ben 10 anni, e che conteneva clausole
tecniche molto stringenti per garantirne il carattere esclusivamente civile
(come il limite massimo di arricchimento dell’uranio al 3,67%;
senza
accordo, l’Iran aveva superato il 60%).
D’altra
parte, l’Iran fa parte del “Trattato di Non-proliferazione Nucleare,” mentre “Israele
ha armi atomiche non dichiarate” e non partecipa al Trattato.
C’erano in corso negoziati a Ginevra con la
mediazione dell’Oman. Anche
precedentemente, nel giugno del 2025, prima della “guerra dei 12 giorni”, erano
state intavolate trattative, ospitate anche a Roma.
Per ben due volte, dunque, l’Iran viene
attaccato mentre si svolgono negoziati.
Viene
il dubbio che la via diplomatica in quanto tale fosse una messa in scena, e che
l’opzione militare fosse già pianificata da tempo.
In quel caso, il presidente che mette fine a
tutte le guerre con altre guerre sarebbe da Oscar, più che da Premio Nobel.
La
seconda motivazione addotta, oltra al programma nucleare, è il possesso di
missili da parte di Teheran, che sarebbero in grado di colpire obiettivi ben
oltre il Medio Oriente.
Ora,
non c’è un Trattato internazionale che vieti il possesso di missili, ce li
hanno quasi tutti gli Stati, a media e lunga gittata.
Per
essere credibili, gli Stati Uniti, se volessero adottare una posizione
costruttiva e internazionalmente sensata, dovrebbero proporre da una parte, una
zona libera dalle armi nucleari in tutto il Medio Oriente, senza eccezioni,
Israele incluso (che le armi nucleari le possiede davvero, a differenza
dell’Iran), dall’altra parte, un trattato regionale per la limitazione dei
missili balistici, che impegni tutti gli stati della regione allo stesso modo.
L’altro
pretesto addotto per questa guerra arbitraria riguarda le azioni
destabilizzanti dell’Iran attraverso Hamas, Hezbollah e Houthi.
Ora, tali referenti dell’Iran, che pure perseguono
loro obiettivi autonomi, sono stati molto ridimensionati e le loro operazioni
sono assai poco incisive.
Ultimo
punto riguarda l’argomento secondo il quale l’intervento militare potrebbe
propiziare un cambio di regime in Iran.
Ora, è
paradossale che il presidente che doveva occuparsi dell’America First adotti
l’agenda dei cosiddetti guerrieri democratici, coloro che volevano esportare la
democrazia a suon di bombe, tanto vituperati da Trump e dai suoi consiglieri.
L’idea
di venire in soccorso del popolo iraniano, di favorirne la liberazione, detta
da chi occupa da più di 60 anni il territorio palestinese, opprime il popolo
palestinese al quale nega ogni diritto, da chi è responsabile del genocidio di
70 mila palestinesi a Gaza, è francamente irricevibile.
Qualcuno
sostiene che esiste, a livello internazionale, una “responsabilità di
proteggere” per deporre e sostituire governanti che opprimano il loro stesso
popolo.
Questa
concezione, ispirata dalle migliori intenzioni, è naufragata nel 2011, con la
strumentale interpretazione che si è data di questo principio, quando la
risoluzione n.1973 del Consiglio di Sicurezza fu utilizzata come la luce verde
per il cambio di regime in Libia, certo non con esiti di democrazia e
liberazione, come constatiamo ancora oggi.
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Archivio storico.
Per
ora, in Iran, prima di arrivare ad una vera prospettiva democratica autonoma e
non calata dall’estero (quando si smetterà di credere che la democrazia sia una
merce da esportare?), si rischia o la sostituzione del regime teocratico degli
Ayatollah con uno di tipo militare (un adattamento del “modello venezuelano”
dopo Maduro), in mano agli apparati dei Pasdaran (i Guardiani della
Rivoluzione), oppure il collasso del regime, con conseguenze serissime per
tutti i Paesi limitrofi.
E riusciranno Trump e Netanyahu ad avere dalla
loro parte “hearts and minds” [cuori e menti] degli iraniani?
Mi
sembra molto arduo crederlo.
La
realtà è che Trump ha eseguito l’agenda Netanyahu, il nucleare non c’entra
nulla, i missili non c’entrano, non c’entra la destabilizzazione del Medio
Oriente, e la liberazione del popolo iraniano è utilizzata solo in maniera
strumentale e cinica.
Trump
intende eliminare per conto di Tel Aviv (è una guerra per procura) l’unica
potenza regionale che possa insidiare Israele, perché quest’ultimo divenga la
potenza egemone.
Un’operazione neoimperialista.
Veramente
incredibile che da parte europea, Italia compresa, ora si condannino – con
ragione – come ingiustificati e contrari al diritto internazionale gli attacchi
dell’Iran agli altri Paesi del Golfo, ma che al contempo non si dica una sola
parola sulla flagrante violazione da parte di Stati Uniti ed Israele della
Carta delle Nazioni Unite, che proibisce l’uso della forza per risolvere
contese internazionali e preserva l’indipendenza e la sovranità nazionale di
tutti gli Stati membri.
L’articolo
11 della Costituzione, dalle nostre parti, imporrebbe una condanna a tutto
tondo di tutte le operazioni militari, senza distinzione, al di fuori della
legalità internazionale.
Questo
conflitto si inserisce in un’area del mondo – il Golfo – che sta conoscendo
profonde trasformazioni.
Il
Consiglio di Cooperazione del Golfo, di cui l’Iran non fa parte, ha
sperimentato profonde divisioni.
In
passato, tutti contro il Qatar, accusato di fomentare le rivolte dei Fratelli
Musulmani durante la primavera araba.
Oggi,
Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita vivono una crescente competizione
strategica, e competono per la leadership economica del Golfo, soprattutto tra
Dubai e Riyadh, oltre alle tensioni sulle quote petrolifere in ambito OPEC+ e
alle divergenze sul conflitto in Yemen.
Arabia
Saudita e Iran, da parte loro, avevano iniziato un percorso complicato dal
2023, propiziato dalla Cina.
Bahrein
ed Emirati Arabi Uniti hanno normalizzato le relazioni con Israele (i famosi Accordi di Abramo,
impropriamente definiti tali).
La
retorica religiosa è utilizzata anche da “Reza Pahlavi”, che si è
auto-candidato alla successione di potere in Iran, parlando di improbabili
“Accordi di Ciro”, cioè di un’ipotetica normalizzazione dei rapporti tra Iran e
Israele (qui
si scomoda Ciro il Grande, antico re persiano che nella tradizione ebraica è
ricordato per aver permesso agli ebrei di tornare a Gerusalemme e ricostruire
il Tempio dopo l’esilio babilonese)
Cosa
si rischia ora?
Sicuramente,
una guerra regionale, come si vede dal coinvolgimento dei paesi limitrofi, e
dello stesso Libano, che potrebbe estendersi ben oltre il Medio Oriente.
In questo momento c’è anche un’altra guerra ai
confini orientali iraniani, quella tra “Afghanistan e Pakistan”.
Si
rischia, poi, un’ondata di terrorismo transnazionale.
Su
tutto, si staglia una drammatica certezza.
È relativamente facile iniziare una guerra,
molto più difficile capire come terminarla.
Ce lo dimostra l’Ucraina, ce lo insegna la
storia.
La guerra è uno strano animale feroce che, una
volta scatenato, diventa incontrollabile, e tende a divorare i suoi guardiani.
La
guerra all’Iran si allarga,
tra
bugie e impreparazione.
Cittanuova.it
- Sara Fornaro – (2 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Quando
è iniziato l’attacco di Usa e Israele contro l’Iran il nostro ministro della
Difesa era a Dubai, il vicepremier Salvini parlava di Sanremo, mentre il
ministro degli Esteri e vicepremier Tajani è stato informato in ritardo.
La
premier Meloni non sapeva dell’attacco.
Rischia
di allargarsi la guerra tra Israele e Stati Uniti contro lo Stato iraniano.
L’esercito israeliano sta bombardando il
Libano, mentre i Paesi del golfo minacciano ritorsioni contro gli attacchi
dell’Iran.
Proteste
a New York, negli Usa, contro l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran,
28 febbraio 2026,
(foto
Ansa, EPA/DEREK FRENCH).
Venerdì
27 febbraio, alle 22.58 italiane, l’Ansa riportava la notizia della svolta:
il ministro degli Esteri dell’Oman, che faceva
da mediatore, aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le
proprie scorte di Uranio arricchito.
Si poteva firmare un accordo.
E
invece no.
Poche ore dopo, verso le 7.30 del 28 febbraio, con
un’azione congiunta, Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, colpendo
decine di obiettivi, tra cui la residenza dell’ayatollah Ali Khamenei,
distruggendo anche, come “effetto collaterale”, una scuola primaria femminile e
provocando una strage di bambine:
quasi
170 morti accertati e un centinaio di feriti.
L’Iran
non si è fatto trovare impreparato e, nonostante la morte della guida suprema,
di alcuni suoi familiari e di altre persone chiave del regime, ha risposto agli
attacchi provando a colpire Israele e le basi americane disseminate nei Paesi
del golfo, provocando danni e feriti in Kuwait, dove è stata colpita la base
italiana, ma anche Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita…
(La
guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso da Israele e Stati
Uniti.
Foto
Ansa, EPA/Ufficio della guida suprema dell’Iran).
Dopo
il primo giorno, gli attacchi si stanno intensificando e se, secondo la
Mezzaluna araba, le vittime iraniane sono oltre 550, anche Israele e Usa stanno
riportando morti e feriti.
Nel Paese guidato da Benjamin Netanyahu, i
missili iraniani hanno bucato lo scudo difensivo, provocando una decina di
morti vicino Gerusalemme.
Sono
poi stati abbattuti tre caccia americani, provocando la morte di soldati
statunitensi, ma in questo caso per colpa di fuoco amico.
Se gli attacchi continueranno, i Paesi del
golfo hanno fatto sapere che risponderanno al fuoco dell’Iran.
Allo
stesso tempo, in molti Paesi in cui ci sono musulmani sciiti, come Iraq e
Pakistan, stanno divampando le proteste per la morte di Khamenei, che era la
loro guida religiosa.
Intanto,
nel Paese, la successione di Khamenei era stata già prevista, per cui dopo la
sua morte è stato eletto un consiglio provvisorio formato dal presidente in
carica, Masoud
Pezeskhian,
dal capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, dal responsabile del Supremo
consiglio per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, e da un religioso, l’ayatollah Alireza Arafi, che aveva incontrato anche papa
Francesco, nell’ambito del dialogo interreligioso.
(Una
delle bambine uccise in Iran dall’attacco aereo di Israele e Stati Uniti. 28
febbraio 2026.
Foto Ansa/ EPA, Dipartimento degli Esteri
iraniano).
Il
governo italiano non informato dell’attacco.
Il 27
febbraio, l’ambasciata americana a Gerusalemme ha lanciato un’allerta per il
rimpatrio immediato del personale governativo non indispensabile e dei loro
familiari, invitando gli statunitensi a non viaggiare a Gaza, a Nord di
Israele, ai confini con Libano, Siria ed Egitto per possibili attacchi.
Nelle stesse ore, la Cina invitava i propri
connazionali a lasciare il prima possibile l’Iran per timore di un conflitto.
Il Regno Unito è andato oltre, richiamando
tutto il personale diplomatico dall’Iran e spostando parte di quello presente a
Tel Aviv fuori dalla capitale israeliana.
Anche
la Farnesina, cioè il ministero degli Esteri italiano, ripetendo gli avvisi
diramati da fine gennaio, ha rinnovato l’esortazione ad uscire dall’Iran, a
prestare attenzione in Israele, a non recarsi in Libano e ad avere un
comportamento prudente nella regione.
Un’allerta sottovalutata dal ministro della
Difesa italiano Guido Crosetto, che era a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti,
praticamente di fronte alle coste iraniane, con la famiglia in vacanza.
Non
andava meglio in Italia.
Poco
dopo le 16 del 27 febbraio, il ministro Matteo Salvini, leader della Lega e
vicepremier, si complimentava con il cantante Ermal Meta, concorrente a
Sanremo, per la sua perfetta conoscenza della lingua italiana.
Insomma,
le priorità sembravano altre.
(Il
ministro della Difesa Guido Crosetto alla Camera dei Deputati, 10 febbraio
2026, ANSA/FABIO CIMAGLIA).
Allo
scoppio del conflitto, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto
sapere di non essere stata informata dell’attacco.
Il
ministro degli Esteri Antonio Tajani, di Forza Italia, ha spiegato di averlo
saputo successivamente, dal collega israeliano.
Non
sapeva nemmeno che Crosetto fosse a Dubai. Nel blocco della circolazione aerea,
il ministro della Difesa ha dovuto affrontare un viaggio via terra di 500
chilometri per riuscire a prendere un aereo militare che lo riportasse in
Italia dall’Oman.
La questione non è politica, ma oggettiva:
il nostro governo era all’oscuro
dell’imminenza dell’attacco e non ha saputo leggere i segnali di emergenza,
nonostante le migliaia di italiani presenti tra Iran, Israele e gli altri Paesi
del golfo.
Non ha
fatto migliore figura l’Unione europea, completamente assente e afona in una
situazione così delicata.
Le
bugie sull’attacco e le violazioni al diritto internazionale.
Dopo
la cosiddetta guerra dei dodici giorni, scatenata da Israele contro l’Iran nel
giugno 2025 con il supporto degli Stati Uniti, il presidente Trump aveva
affermato che il nucleare iraniano era stato distrutto. Eppure, sempre quell’uranio è
diventato la scusa ufficiale del nuovo attacco del 28 febbraio.
Strateghi
e generali del Pentagono avevano sconsigliato l’attacco all’Iran.
Perché allora gli Stati Uniti hanno avviato la
guerra?
Il ministro degli Esteri dell’Oman Badr
al-Busaidi, “sgomento” per l’attacco all’Iran dopo essersi impegnato per la
pace, ha commentato amareggiato:
«Negoziati seri e attivi sono stati ancora una
volta compromessi. Esorto gli Stati Uniti a non farsi ulteriormente
coinvolgere. Questa non è la vostra guerra».
(Esplosioni
a Teheran dopo un attacco di Israele e Stati Uniti, 1° marzo 2026. Foto Ansa,
EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)
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Archivio storico.
Non
sono stati nemmeno i diritti degli iraniani a motivare l’attacco. Ricordiamo
bene come le condizioni delle donne, per esempio, erano state la copertura
dell’attacco americano all’Afghanistan.
E
oggi, decine di anni dopo, proprio le donne stanno ancora peggio.
A
trascinare gli Stati Uniti nell’attacco all’Iran sarebbe stato Israele, con il
supporto sottotraccia dell’Arabia Saudita, con l’obiettivo di ottenere un
cambio di regime.
Trump ha ceduto alle pressioni dei ricchi alleati,
sicuramente anche per spegnere i riflettori sullo scandalo Epstein, visto che i
file che lo riguardano sono stati censurati.
Probabilmente
Trump sarà intervenuto anche per indebolire la Russia, che usa droni di
fabbricazione iraniana, e la Cina.
Il
petrolio iraniano, infatti, finisce in larga parte all’alleato cinese.
Dopo
l’inizio della guerra, con oltre 150 petroliere ferme nel Golfo prima dello
Stretto di Hormuz, si teme una crisi energetica mondiale.
Stamattina, all’apertura delle borse, ci sono stati i
primi segnali, con l’impennata dei prezzi di petrolio e gas.
Il
ministro degli Esteri cinese, “Wang Yi”, in un colloquio con l’omologo russo
Sergej Lavrov, ha affermato che «l’attacco e l’uccisione della Guida Suprema
dell’Iran costituiscono una grave violazione della sovranità e della sicurezza
dell’Iran.
Calpestano
gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e le norme fondamentali
delle relazioni internazionali.
Chiediamo
l’immediata cessazione delle operazioni militari, l’interruzione di
un’ulteriore escalation della situazione di tensione e uno sforzo congiunto per
mantenere la pace e la stabilità in Medio Oriente e nel mondo».
Il
ruolo di Israele e l’invasione del Libano.
Il
governo di Benjamin Netanyahu ha attaccato l’Iran con la stessa strategia messa
in pratica a Gaza: nessun rispetto del diritto internazionale umanitario.
Quindi
sono stati colpiti anche ospedali, scuole e abitazioni come “effetti
collaterali” per raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione della classe
politica iraniana.
Del
resto, il premier sta per affrontare le elezioni e deve fare il possibile per
non essere condannato, tra le altre cose, per corruzione, frode e abuso di
potere.
Ma
l’azione di Israele si è allargata anche in Palestina, dove sono stati
denunciati attacchi più aggressivi dei coloni israeliani nei confronti dei
palestinesi in Cisgiordania.
Chiuso
il valico di Rafah che consentiva il passaggio di (poco) cibo e (pochissime)
medicine a Gaza.
Non solo.
Israele
ha ordinato al Libano di evacuare i confini, cominciando poco dopo un massiccio
attacco aereo che ha provocato decine di morti, in risposta al lancio di
missili da parte di Hezbollah.
Annunciata
anche un’invasione di terra.
(Residenti
sfollati della periferia meridionale di Beirut, Libano, 2 marzo 2026, dopo aver
abbandonato le loro case in seguito agli attacchi israeliani. L’esercito
israeliano ha minacciato di colpire più di 50 villaggi e città nel Libano
meridionale e nella valle della Beqaa, ordinando ai residenti di evacuare.
Ansa,
EPA/WAEL HAMZEH)
Al
confine tra Libano e Israele, proprio in queste ore stanno arrivando i militari
italiani della Brigata Sassari, che sostituiranno gli altri italiani (i nostri militari sono più di mille)
nell’ambito
della missione ONU dell’Unifil.
La
missione, guidata dal generale italiano “Diodato Abagnara”, ha denunciato più volte attacchi
israeliani contro i soldati Onu, oltre che la costruzione di un nuovo muro per
impossessarsi di territorio libanese. Del resto, nel solo 2025, Israele
aveva bombardato Palestina, Iran, Libano, Siria, Yemen e Qatar.
Contro
l’attacco all’Iran si è pronunciato anche il rabbino anziano “Abraham Zilberstein”
della Voce dei rabbini, organizzazione americana di ebrei contro il sionismo,
che ha dichiarato:
«Le
recenti operazioni militari condotte dallo Stato di Israele sono manovre
strettamente politiche e governative.
Non
rappresentano il popolo ebraico, né sono sanciti dalla Sacra Torah.
L’ebraismo autentico è un patto di servizio
divino e di sacralità della vita umana;
la
Torah non autorizza la guerra sotto la bandiera del nome ebraico».
(Proteste
in Iraq contro l’attacco in Iran da parte di Stati Uniti e Israele, foto
Ansa/Epa).
Quando
finirà la guerra?
Per il
presidente statunitense Trump, potrebbe durare almeno 4 settimane.
Finché,
ha affermato, «non saranno raggiunti tutti gli obiettivi». Espressione presa in
prestito dall’amico e rivale Putin a proposito dell’attacco all’Ucraina.
Eppure, Trump ha spiegato di aver colpito già
centinaia di obiettivi. Purtroppo, ha fatto capire, non è stato facile come in
Venezuela, dove l’accordo con la vice di Maduro ha portato gli Usa ad avere il
controllo delle risorse petrolifere del Paese e un governo decisamente amico.
La
realtà iraniana è più complessa.
Parliamo
di un Paese antichissimo, di grande cultura, abitato da persone con studi
elevati.
Il
cambiamento di regime auspicato da Usa e Israele, per tentare – come fecero
mettendo al potere lo scià – di avere un governo amico, non sarà semplice e non
sembra nemmeno essere voluto dalla stessa popolazione.
Gli
iraniani, affamati da anni di embargo imposti dai Paesi occidentali e oppressi
dalla dura dittatura di Khamenei, vogliono poter decidere del loro futuro.
E se
una parte del Paese oggi festeggia per la morte della guida suprema, non
intende comunque accettare un governo fantoccio imposto dall’estero.
Restano
i timori per un conflitto che rischia di espandersi in modo incontrollato.
«Seguo con profonda preoccupazione – ha
affermato papa Leone XIV – quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in
queste ore drammatiche.
La stabilità e la pace non si costruiscono con
minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte,
ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile.
Dinanzi
alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti
coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la
spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile!
Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia
promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata
sulla giustizia.
E
continuiamo a pregare per la pace».
Trump
come Dottor Jekyll e Mister Hyde:
dà dei bastardi agli iraniani poi
parla
di “accordo vicino”. E ammette:
“Abbiamo
inviato armi all’opposizione.”
Ilfattoquotidiano.it
- Gianni Rosini – (5 aprile 2026) – Redazione – ci dice:
"Credo
che riusciremo ad avere un accordo entro domani", ha dichiarato fiducioso.
Appena
il tempo di riprendere fiato, però, ed ecco l'auto-smentita:
"Se
non fanno un accordo in fretta, sto valutando di far saltare tutto in aria e
prendere il controllo del petrolio."
Trump
come Dottor Jekyll e Mister Hyde:
dà dei
bastardi agli iraniani poi parla di “accordo vicino”. E ammette: “Abbiamo
inviato armi all’opposizione.”
Donald
Trump contro Donald Trump.
Chi
pensava a una Pasqua all’insegna dei festeggiamenti anche per il presidente
americano, con un pensiero alla pace come da appello di Papa Leone XIV, si è
dovuto ricredere.
Il tycoon ha impugnato il suo smartphone e tra
Truth e alcune dichiarazioni rilasciate a Fox ha dato inizio a una giornata in
versione Dottor Jekyll e Mister Hyde, tutta dedicata alla guerra con l’Iran.
Una guerra che dice di voler chiudere entro
Pasquetta, ma che è pronto a portare allo scontro definitivo, tra minacce,
insulti e presunti tentativi di golpe.
La
mattinata di Trump è iniziata con la buona notizia dell’esfiltrazione del
secondo pilota disperso in territorio iraniano, dopo l’abbattimento del caccia
sul quale volava.
“Non lasceremo mai indietro un guerriero
americano!”, si è vantato il leader della Casa Bianca su Truth.
Parole
ben diverse da quelle riservate ad altri “guerrieri” americani nel 2020, quando
definì i soldati caduti, come scritto da” The Atlantic”, dei “perdenti sfigati
che si sono fatti ammazzare”.
Il
presidente ha poi voluto rimarcare il fatto di essere riusciti a portare a
termine le due operazioni di salvataggio “senza che un solo americano rimanesse
ucciso, o persino ferito”.
Versione che lui stesso smentirà poche ore
dopo, quando riferirà che il pilota risulta “gravemente ferito.“
Ma lo
show di Trump raggiunge l’apice quando decide che è arrivato il momento di
lanciare l’ennesimo ultimatum all’Iran.
“Credo
che riusciremo ad avere un accordo entro domani“, ha dichiarato fiducioso, come
riporta Fox.
Appena
il tempo di riprendere fiato, però, ed ecco che ricompare Mister Hyde:
“Se
non fanno un accordo in fretta, sto valutando di far saltare tutto in aria e
prendere il controllo del petrolio“, ha tuonato.
Ed è
poi tornato a ordinare, inascoltato, la riapertura dello Stretto di Hormuz:
“Martedì
in Iran sarà la Giornata della Centrale Elettrica e la Giornata del Ponte,
tutto in uno.
Non ci
sarà niente di simile!
Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o
vivrete all’inferno. VEDRETE! Sia lode ad Allah”, ha di nuovo scritto sul suo
social.
E
pensare che sono stati proprio gli Usa, insieme a Israele, a far esplodere
questo conflitto, del quale il blocco di Hormuz è solo una conseguenza, con
l’intento di compiere un colpo di Stato in Iran.
Parole
sue che, sempre secondo Fox, è arrivato ad ammettere di aver tentato di armare
l’opposizione interna senza nemmeno riuscirci: “Abbiamo inviato molte armi ai
manifestanti iraniani. Le abbiamo inviate attraverso i curdi e credo che i
curdi se le siano tenute“, ha dichiarato.
A
questo punto è però impossibile sapere cosa delle sue parole possa essere
considerato verosimile, cosa totalmente inventato o frutto delle sue personali
aspirazioni.
(Gianni
Rosini).
Trump
dice che la guerra in Iran
«finirà presto» ma non spiega quando.
Avvenire.it – Giulio Isola – (2
aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Il
primo discorso alla nazione del presidente Usa da quando è iniziato il nuovo
conflitto in Medio Oriente.
Trump
dice che la guerra in Iran «finirà presto» ma non spiega quando.
Il
discorso alla nazione di Donald Trump.
La
guerra in Iran proseguirà per altre due o tre settimane, «finiremo il lavoro, e
lo finiremo molto in fretta, siamo molto vicini agli obiettivi», dopo aver
ottenuto «vittorie rapide, decisive e schiaccianti».
Questo
l'annuncio di Donald Trump nel primo discorso alla nazione da quando è iniziato
il conflitto il 28 febbraio scorso, un discorso durante il quale non ha offerto
alcuna nuova risposta alla domanda principale che occupa la mente di molti
americani:
quando, esattamente, finirà la guerra.
Senza
offrire una timeline definitiva per la cessazione delle ostilità, nel suo
"importante aggiornamento" sul conflitto il presidente ha dichiarato
che gli obiettivi che Washington si era prefissata dall'inizio dell'operazione
militare sono stati quasi completati.
«Posso
affermare stasera che siamo sulla buona strada per completare a breve tutti gli
obiettivi militari dell'America, molto a breve.
Li
colpiremo con estrema durezza.
Nelle
prossime due o tre settimane, li riporteremo all'età della pietra, il posto a
cui appartengono», ha detto Trump in un discorso alla nazione durato solo 19
minuti.
Usando una retorica già vista in questo mese
di combattimenti, il presidente ha sostenuto che in Iran il regime è cambiato e
ha ribadito le sue minacce di colpire le infrastrutture elettriche del paese se
non accetterà di finalizzare un accordo.
«Il
cambio di regime non era il nostro obiettivo.
Non
abbiamo mai parlato di cambio di regime, ma un cambio di regime è avvenuto a
causa della morte di tutti i loro leader originari.
Sono
tutti morti. Il nuovo gruppo è meno radicale e molto più ragionevole»', ha
sottolineato Trump.
Aggiungendo:
«Non abbiamo colpito il loro petrolio, sebbene sia il bersaglio più facile di
tutti, perché ciò non lascerebbe loro nemmeno una minima possibilità di
sopravvivenza o di ricostruzione.
Tuttavia,
potremmo colpirlo e lo distruggeremmo, e non ci sarebbe nulla che possano fare
al riguardo.
Non dispongono di alcuna attrezzatura
antiaerea».
Nonostante
le aspettative per questo momento in prima serata dalla Casa Bianca, alla fine,
il presidente non ha fatto nuovi annunci riguardo al conflitto, ribadendo
sostanzialmente gli stessi messaggi espressi nelle sue recenti apparizioni
pubbliche.
Di fronte a un'opinione pubblica americana
diffidente nei confronti della guerra e con indici di gradimento in calo, il
repubblicano ha provato a convincere il Paese che l'operazione è stata un
successo, addirittura un investimento per il futuro visti i danni inflitti al
regime.
Joel
Kent, l'ex capo antiterrorismo degli Stati Uniti che si è dimesso nei giorni
scorsi in polemica con la guerra in Iran, esorta Donald Trump a porre fine al
conflitto «prima che si perdano altre vite».
Commentando il discorso alla nazione del
presidente, “Kent” ha scritto su” X”:
«Non
onoriamo i nostri caduti facendo uccidere altri dei nostri migliori uomini e
donne in Medio Oriente. Onoriamo i nostri caduti imparando dal nostro passato e
versando sangue americano solo in difesa della nostra nazione. Il momento
migliore per uscire da una guerra di scelta è ora, prima che perdiamo altre
vite».
La
risposta di Teheran: «Aspettatevi azioni schiaccianti»
Teheran risponde a Donald Trump che minaccia
di riportare l'Iran «all'età della pietra», promettendo «azioni schiaccianti».
«Con
fiducia in Dio onnipotente, questa guerra continuerà fino alla vostra
umiliazione, disgrazia, rammarico certo e permanente e resa - ha dichiarato il
comando operativo militare iraniano “Khattab Al-Ambia” in un comunicato diffuso
dalla televisione di stato - Attendete le nostre azioni più schiaccianti, più
ampie e più distruttive».
L’Iran
e il grande disordine
sotto
il cielo.
Appunti.substak.com
– Manlio Graziano – Appunti di Stefano Feltri- (28 febbraio 2026) – ci dice:
L’attacco
di americani e israeliani è il punto di arrivo di un effetto domino innescato
dal massacro del 7 ottobre che ha rotto l’equilibrio tra Teheran e Tel Aviv
Per la
seconda volta in otto mesi, Washington è presa in contropiede da Tel Aviv
mentre si trova nel bel mezzo di un negoziato con Teheran;
e, come allora, annulla tutti gli ultimatum e
segue Israele sulla china del conflitto.
«Grande
è il disordine sotto il cielo: la situazione è eccellente».
Così
proclamava “Mao Zedong” per cercare di mascherare ideologicamente la sua
incapacità a tenere la Cina al riparo di uno stato di guerra civile permanente.
È
dubbio che i suoi successori a Pechino siano oggi ancora disponibili a
sbandierare quella massima sbruffona del loro ex «Grande Timoniere».
La
Cina, infatti, è uno dei grandi perdenti del nuovo conflitto che si è acceso
tra Pakistan e Afghanistan, uno scontro che non ha più (se mai le ha avute)
dimensioni solo locali, ma coinvolge indirettamente una vastissima regione che
si estende dal Mar Cinese al Mediterraneo e al Golfo Persico senza soluzione di
continuità.
Con
l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, e la risposta di
quest’ultimo, il coinvolgimento di molti attori locali potrebbe diventare
diretto.
L’Iran
non solo condivide una lunga frontiera col vicino Afghanistan, ma considera da
sempre l’Afghanistan come una sua provincia orientale, in cui, tra l’altro, la
maggioranza della popolazione parla la stessa lingua (il “dari” è una versione locale del “farsi”,
lingua ufficiale in Persia).
L’Iran,
inoltre, ha sempre avuto rapporti molto migliori con l’India che con il
Pakistan;
tuttavia
Delhi, che coltiva meticolosamente buone relazioni con i talebani di Kabul, e
che non poteva che rallegrarsi del loro conflitto con Islamabad, ha anche
firmato qualche giorno fa un assegno in bianco a Israele, con cui condivide una
lunga storia pregressa e la comune ostilità verso i musulmani, di cui entrambi
i paesi vorrebbero liberarsi – o quantomeno ridurre in stato di impotenza.
La
Cina, che
ha eccellenti rapporti sia con il Pakistan che con l’Afghanistan, e buoni
rapporti anche con l’Iran e l’Arabia saudita, si trova in una situazione a dir
poco imbarazzante.
Lo
stesso, e forse più, vale per la stessa Arabia Saudita, che ha ormai un accordo di
cooperazione militare con il Pakistan che, teoricamente, lo obbligherebbe ad
intervenire a sostegno di Islamabad, contro quell’Afghanistan che è, in qualche
modo, un suo figlioccio ideologico da quando a Riyad si è pensato di potersene
servire… contro l’Iran.
Nemici
ma non troppo.
Perché
Iran e Israele sono nemici?
Le
ragioni storiche dell’odio
e
della rivalità geopolitica.
Geopop.it – (31 Luglio 2024) - Rachele Renno –
Redazione – ci dice:
Le
relazioni tra Iran e Israele non sono sempre state quelle che vediamo oggi,
caratterizzate da odio e rivalità.
Tra
accordi e tensioni, percorriamo le tappe principali dei rapporti geopolitici
tra i due Paesi, che ambiscono ad essere la principale potenza regionale in
Medio Oriente.
In
tempi recenti la tensione tra Israele e Iran è cresciuta sempre di più, in
particolare dopo gli attacchi militari incrociati dell'aprile 2024 e
l'uccisione del leader politico di Hamas,” Ismail Haniyeh”, attraverso un raid
su Teheran a fine luglio 2024.
Iran.
I due Paesi, d'altro canto, vista la loro
posizione e influenza in Medio Oriente, aspirerebbero a diventare la principale
potenza geopolitica della regione.
Tuttavia
i rapporti tra i due Stati non sono sempre stati quelli che vediamo oggi.
In
questo articolo vediamo in breve la storia delle relazioni bilaterali
geopolitiche tra Iran ed Israele negli ultimi decenni e le ragioni storiche
della situazione attuale.
Iran e
Israele nel secondo dopoguerra: rapporti distesi con lo Scià.
Quando,
dopo la Seconda Guerra Mondiale, iniziò a essere discusso il Piano di
Partizione della Palestina nel 1948, l’Iran fu tra i Paesi che si
schierarono contro il piano proposto dall’ONU, essendo a favore di uno Stato
federale palestinese, con un unico Parlamento e diviso in cantoni arabi ed
ebrei.
Nonostante
questo, insieme alla Turchia, fu il secondo Paese a maggioranza musulmana a
riconoscere lo stato ebraico.
Nel
1953 in Iran ci fu un colpo di stato, la cosiddetta “Operazione Ajax”,
sostenuta dagli Stati Uniti, durante la quale lo “Scià iraniano Reza Pahlavi”
rovesciò il governo democraticamente eletto di “Mohammad Mossadeq”.
Durante
questo periodo le relazioni tra Iran ed Israele migliorarono sensibilmente,
fino alla rivoluzione iraniana del 1979.
(Colpo
di Stato in Iran del 1953. Credits: CHN Archives of Iran’s Cultural Heritage
Organization via Wikimedia Commons).
I due
Paesi, infatti, durante la Guerra Fredda erano entrambi alleati del blocco
occidentale, e aumentò anche il loro sodalizio commerciale, poiché l’Iran
diventò uno dei principali fornitori di petrolio per Israele.
I due Paesi avevano anche altri interessi
comuni, come combattere le fazioni di opposizione iraniane che volevano
rovesciare il governo dello Scià di Persia e che sostenevano le milizie degli
Hezbollah in Libano in ottica anti-israeliana.
Prima
della rivoluzione iraniana del 1979, inoltre i gruppi di opposizione iraniani
iniziarono a stringere legami con l’Organizzazione per la Liberazione della
Palestina (OLP), guidata da Yasser Arafat.
La
rivoluzione iraniana del 1979 e la "pace fredda."
Nel
1979 iniziò la rivoluzione iraniana, in seguito alla quale nacque la Repubblica
islamica dell’Iran.
Da questo momento in poi i rapporti tra
Israele ed Iran cambiarono notevolmente:
i gruppi islamici sciiti, infatti, non riconobbero più
la legittimità dello Stato di Israele e iniziò un periodo denominato “pace
fredda” che durò fino agli inizi degli anni ‘90, durante la quale il sostegno
iraniano alla causa palestinese aumentò sempre di più e l’Iran colse
l’occasione per porsi alla guida della questione palestinese non in ottica di
causa nazionalista araba, ma come causa di tutto il mondo islamico.
Nonostante
questo, Israele fornì comunque supporto militare e logistico all’Iran nella
guerra con l’Iraq durante gli anni '80 (1980-1988), in funzione di contenimento
del Paese a maggioranza sunnita e contro Saddam Hussein.
La
fine della guerra Fredda e l'inasprimento dei rapporti.
Con la
fine della Guerra Fredda e la dissoluzione dell’URSS iniziò a verificarsi un
cambio di scenario:
Israele, infatti, con il nuovo governo di “Yitzhak
Rabin”, iniziò a imporsi sempre di più come attore egemone nella regione.
Contemporaneamente
iniziò ad assumere una posizione più dura nei confronti della popolazione
palestinese, non rispettando i confini territoriali stabiliti dagli “Accordi di
Oslo” delle Nazioni Unite”.
Questa
situazione sfociò in quella che è conosciuta come la “Prima Intifada”.
Questo
cambio di passo da parte di Israele portò l’Iran ad assumere una posizione
sempre più rigida, sia come sostegno alla causa palestinese, sia finanziando le
milizie degli Hezbollah in Libano, che Israele invase nel 1982.
(Manifestazione
a Teheran, contro i bombardamenti a Gaza. Novembre 2023. Credits: Mostafa
Tehrani via Wikimedia Commons).
Gli
sviluppi recenti, l'odio e la sfida aperta.
A
partire dagli inizi del 2000, in particolare con il governo di “Mahmoud
Ahmadinejad”, l’Iran assunse una posizione sempre più ostile nei confronti di
Israele, affermando di volerla cancellare dalle carte geografiche.
La tensione salì durante la seconda guerra tra Libano
ed Israele del 2006, durante la quale l’Iran finanziò e sostenne militarmente
gli Hezbollah.
Oltre a questo, le tensioni tra i due Paesi
sono state anche generate dai finanziamenti militari iraniani ai movimenti
islamici come la Jihad islamica e Hamas (con droni, missili e razzi Fajr-5) e
allo sviluppo della tecnologia nucleare iraniana, che l’Iran sostiene sia sviluppata
solo per scopi civili, ma che è vista da Israele e dall'Occidente come una grave
minaccia alla sicurezza planetaria.
(geopop.it/).
(geopop.it/iran-israele-perche-cause-radici-odio-geopolitica/).
Iran e
Israele: una rivalità
strategica
tra ideologia,
sicurezza
e influenza regionale.
Filodiritto.com
– (27 giugno 2025) – Ferdinando Fabiano – Redazione – ci dice:
L’articolo
analizza la storica rivalità tra Iran e Israele.
Tra le
rivalità geopolitiche più complesse e pericolose dell’età contemporanea vi è
quella tra Iran e Israele.
Non si
tratta solo di un conflitto tra due Stati, ma di uno scontro ideologico,
religioso e strategico che ha plasmato le dinamiche del Medio Oriente dal 1979
a oggi.
Sebbene
i due Paesi non abbiano mai combattuto direttamente una guerra convenzionale,
la loro ostilità ha avuto effetti profondi:
guerra per procura, cyber-attacchi, assassinii
mirati, e tensioni che più volte hanno rischiato di sfociare in un conflitto
aperto.
Le
origini: alleati nella Guerra Fredda.
Un
dato spesso dimenticato è che, prima della Rivoluzione khomeinista del 1979,
Iran e Israele non erano affatto nemici.
Durante
il regno dello” Scià Mohammad Reza Pahlavi”, l’Iran rappresentava uno dei pochi
paesi musulmani ad avere relazioni non ufficiali ma solide con Israele, basate
su interessi comuni:
contrastare
l’espansione sovietica, contenere il panarabismo nasseriano e cooperare nel
settore energetico e militare.
Israele
importava petrolio iraniano, e vi erano stretti contatti tra i rispettivi
servizi segreti (Mossad e SAVAK).
La svolta del 1979: rivoluzione e rottura
totale.
La
Rivoluzione Islamica iraniana cambiò radicalmente le carte in tavola.
Il nuovo “regime teocratico”, guidato
dall’ayatollah Khomeini, adottò un discorso fortemente anti-israeliano,
definendo lo Stato ebraico come “il piccolo Satana” (mentre gli Stati Uniti
erano “il grande Satana”).
Israele
venne accusato di essere un’entità coloniale e illegittima, colpevole
dell’oppressione dei palestinesi e simbolo del “nemico sionista”.
Teheran
interruppe ogni relazione con Israele, sostenne apertamente la causa
palestinese e più tardi divenne uno dei principali sponsor di movimenti armati
anti-israeliani come Hezbollah in Libano, fornendo armi, fondi e addestramento.
Conflitto per procura: Libano, Siria, Gaza.
Dal
2000 in poi, la rivalità tra Iran e Israele si è spostata in maniera crescente
sul terreno delle guerre per procura.
Il Libano è uno dei fronti principali:
Hezbollah,
fortemente sostenuto dall’Iran, è considerato da Israele una minaccia
strategica diretta.
Le
guerre del 2006 e le numerose scaramucce di confine sono manifestazioni di
questa tensione costante.
Altro
teatro è la Siria, dove l’intervento iraniano a sostegno del regime di Assad ha
portato alla costruzione di una rete militare e logistica a pochi chilometri
dai confini israeliani.
Israele ha risposto con centinaia di raid
aerei contro obiettivi iraniani e delle milizie sciite.
Infine,
nella Striscia di Gaza, Teheran ha fornito sostegno a gruppi come Hamas e Jihad
Islamica Palestinese, nonostante differenze ideologiche (Hamas è sunnita e
legata ai Fratelli Musulmani).
Questo
riflette la strategia iraniana di posizionarsi come paladino della causa
palestinese, anche a costo di alleanze eterodosse.
La questione nucleare: punto di non ritorno?
Il
tema del programma nucleare iraniano è uno degli elementi più critici nei
rapporti tra i due Stati.
Israele ha sempre considerato inaccettabile la
possibilità che Teheran possa dotarsi di un’arma nucleare, vedendola come una
minaccia esistenziale.
Per questo motivo ha svolto azioni di
sabotaggio, assassinando alcuni scienziati nucleari iraniani (tra cui Mohsen
Fakhrizadeh nel 2020); attacchi cyber (come il famoso virus Stuxnet) o facendo
pressioni diplomatiche per bloccare l’accordo nucleare” JCPOA”.
Israele teme che un Iran nucleare
rafforzerebbe il suo ruolo regionale e cambierebbe l’equilibrio militare,
rendendo più difficile ogni opzione di contenimento.
La
rivalità tra Iran e Israele non è solo geopolitica, ma profondamente
ideologica.
Per
l’Iran, la lotta contro Israele è parte della sua narrativa rivoluzionaria, in
cui si presenta come il difensore degli oppressi (mustazafin) e del mondo
islamico.
Per
Israele, invece, l’Iran rappresenta una minaccia esistenziale, che nega la sua
legittimità e fomenta l’odio attraverso milizie e propaganda.
Questa
contrapposizione ideologica rende difficile ogni tipo di dialogo: non è solo
una questione di confini, ma di visioni del mondo inconciliabili.
Prospettive
future.
Nonostante
l’ostilità profonda, entrambi i paesi hanno evitato finora uno scontro diretto
su larga scala.
Ora
non è più così!
Il
rapporto tra Iran e Israele è il simbolo di una delle fratture geopolitiche più
profonde del nostro tempo.
Mentre
entrambi i paesi giocano un ruolo di primo piano nella regione, la loro
rivalità non è destinata a dissolversi facilmente, anzi: rappresenta una linea
di faglia su cui si giocherà il futuro equilibrio del Medio Oriente.
Solo
un cambiamento radicale nei regimi, nelle percezioni o nelle alleanze potrebbe
mutare questa dinamica.
Fino ad allora, la loro ostilità continuerà a
influenzare pesantemente la pace e la sicurezza dell’intera area.
Israele
ha davvero vinto?
Ecco
cosa si dice a Tel Aviv.
Avvenire.it
- Lucia Scapuzzi – (27 giugno 2025) – Redazione – ci dice:
Il
dibattito sull'esito dell'operazione in Iran si incrocia con le domande sul
futuro di Netanyahu, visti anche i processi in corso.
«Il premier ha davanti due vie e potrebbe
ancora prendere tempo».
«Un
fatto storico: abbiamo mandato a rotoli il programma nucleare iraniano».
«Un successo decisivo, uno schiaffo in faccia
all’America».
I toni
enfatici sono i medesimi.
I
contenuti specularmente opposti.
A
pronunciare le due frasi, a 48 ore di distanza l’uno dall’altro, sono stati,
rispettivamente, Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei.
I due irriducibili nemici discordano su tutto
tranne che sulla necessità di ostentare la vittoria.
La propria, ovviamente.
Se la
Guida suprema ci ha messo due giorni per uscire dal bunker dove è stato
costretto a rifugiarsi dai raid di Tel Aviv e a riparlare la nazione, il
premier israeliano ripete la propria versione in modo martellante fin da quando
Donald Trump ha annunciato, all’alba di martedì – scavalcando le parti –, il
cessate il fuoco.
Man
mano che passa il tempo, però, il “leitmotiv del trionfo” viene offuscato dalle
ombre sui reali risultati del conflitto.
«Prima
di chiederci se la guerra con l’Iran sia stata un successo, dovremo domandarci
come ci siamo arrivati.
I
fatti del giugno 2025, al contrario di certe narrazioni, non erano
“inevitabili”.
Che
cosa avremmo potuto fare per creare uno scenario in cui Teheran non fosse una
minaccia?
Se Trump, durante il primo mandato, su spinta
di Netanyahu, non fosse uscito dall’accordo nucleare siglato nel 2015, lo
scontro militare avrebbe potuto essere scongiurato.
L’attacco, poi, è avvenuto mentre era in corso
un nuovo negoziato tra l’Iran e gli Usa.
Il
governo israeliano avrebbe potuto quantomeno non remare contro», afferma “Eran
Ezio”, diplomatico ed esperto di strategia militare che segue il dossier
iraniano da decenni.
«Nei
dodici giorni di ostilità è stato facile sedurre l’opinione pubblica con
l’esibizione della forza militare: scienziati uccisi, istallazioni colpite,
simboli del regime distrutti.
Ora, però, è il tempo delle domande.
E le risposte non sono affatto nette.
Il programma nucleare iraniano ha subito
danni, anche pesanti.
Ma non
è stato “obliterato” per parafrasare il presidente Usa.
Oltretutto
non si sa che fine abbiano fatto i 400 chili di uranio arricchito nelle mani di
Teheran.
Improbabile che si trovassero a Frodo, chiaro
obiettivo statunitense.
E
anche se fossero stati là, che ne è stato?», sottolinea Alon Pinchas,
diplomatico e scrittore, consulente per la politica estera di Ehud Barak e
Shimon Peres, nota firma del quotidiano “Haaretz”.
Ezio,
ex vicedirettore del Consiglio di sicurezza nazionale, la pensa allo stesso
modo.
«Né il
programma nucleare né quello per i missili a lungo raggio sono stati azzerati.
Teheran ha la capacità tecnica e la conoscenza
per ricostruirli.
Lo
farà e con più slancio?
O il conflitto, come vuole presentarlo
Netanyahu, favorirà un’intesa diplomatica?
Al momento non possiamo dirlo.
È ragionevole che l’Iran – e altri Paesi del Medio
Oriente – consideri la bomba atomica e un massiccio riarmo come l’unica
garanzia per difendersi dagli attacchi di Israele e Usa.
In questo caso, la guerra sarebbe stata un
fallimento.
È
anche possibile, anche se non ci credo molto, che Teheran torni al tavolo con
Washington e raggiunga un accordo migliore di quello del 2015.
Allora sì, il conflitto sarebbe stato un
successo. Come piace dire a Trump:
“Staremo
a vedere”».
«In
questo clima di incertezza, il punto fermo è che per ora, Netanyahu non ha
“cambiato il volto del Medio Oriente”, come aveva detto.
E gli
ayatollah sono ancora al loro posto – gli fa eco Pinchas –.
Del
resto, come si poteva pensare che avrebbe deposto un regime a 1.700 chilometri
di distanza quando non è riuscito, in 21 mesi, a far cadere quello di Hamas a
Gaza, ad appena due chilometri.
Il giorno della tregua, nella Striscia, sono
stati uccisi sette soldati.
Dopo
due settimane di retorica, dunque, l’attenzione dell’opinione pubblica è
tornata sulle questioni importanti».
In
realtà, Trump, seguito a stretto giro da Netanyahu, si è affrettato a ribadire
che la “vittoria” sull’Iran avrebbe accelerato il negoziato per il cessate il
fuoco anche a Gaza.
«Una prospettiva distorta – sostiene Ezio –.
L’unico
ostacolo alla tregua è la volontà del premier israeliano. È stato quest’ultimo
a stralciare brutalmente l’intesa in tre fasi, raggiunta a gennaio, che
prevedeva il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della fine della guerra.
Ipotesi a cui Netanyahu si oppone per i propri interessi di sopravvivenza
politica».
Ora,
però, questi potrebbero cambiare.
Secondo
alcuni politologi e media, il leader del Likud potrebbe essere tentato di
“capitalizzare” il risultato del conflitto con Teheran convocando delle
elezioni anticipate in cui partirebbe da una posizione forza.
«I sondaggi, però, rivelano il contrario –
replica Pinchas –.
Le
ultime due rilevazioni, entrambe successive alla tregua con Teheran, gli danno
appena un seggio in più rispetto ad ora.
È
molto improbabile, dunque, che sciolga il Parlamento.
Oltretutto,
in base alla legge, il voto sarebbe fra 90 giorni con il rischio che, nel
frattempo, emergano i limiti del presunto successo iraniano». Secondo
l’esperto, al premier si prospettano due alternative.
La
prima è quella invocata implicitamente “dall’amico Donald”:
un
patteggiamento con il pubblico ministero nell’ambito del processo a suo carico
per frode, abuso d’ufficio e corruzione.
«Potrebbe dichiararsi colpevole di qualche
delitto minore con la garanzia di non andare in carcere.
In cambio, offrirebbe il proprio ritiro dalla
scena politica – conclude Pinchas –.
Del
resto ha 76 anni.
Oppure
potrebbe fare quello che ha sempre fatto: mantenere lo status quo e prendere
tempo, sapendo di avere una coalizione instabile ma non a rischio di caduta».
A metà
luglio, la Knesset terminerà la sessione per le vacanze estive:
i lavori riprenderanno non prima della fine di
settembre, al termine delle festività ebraiche.
Nel frattempo, la “routine tragica” del
massacro di Gaza andrebbe avanti.
Contro la volontà dei due terzi degli
israeliani.
Altro
che blocco di Hormuz,
l'Asia
fa accordi con l'Iran
per
far passare il petrolio.
Avvenire.it
- Luca Miele – (7aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Dall'India
alle Filippine, dal Pakistan per finire (soprattutto) alla Cina: così Teheran
pratica la chiusura selettiva dello Stretto.
Altro
che chiusura.
Nonostante
gli strali e le minacce apocalittiche del presidente Usa Donald Trump, lo
Stretto di Hormuz è tutt’altro che “blindato”.
Che
l’Iran praticasse un blocco "selettivo" era apparso chiaro
dall’inizio del conflitto.
Oggi
l’apertura – anche se rallentata, a singhiozzo, episodica – è uno strumento
duttile nelle mani di Teheran che “gioca” tra due diversi registri:
esternalizzare
i costi del conflitto, continuare a fare cassa e a intessere relazioni
politiche.
Ed è
l’Asia – il continente che più dipende dal petrolio del Golfo – a usufruire di
questa politica “aperturista”.
Un
caso su tutti: l’India.
Dopo
sette anni di “pausa”, New Delhi è tornata a fare la spesa energetica in Iran.
Una
scelta quasi obbligata per il gigante asiatico.
Un
gigante energivoro: l’India è il terzo importatore di petrolio e secondo
consumatore di GPL al mondo.
Il 50%
del suo petrolio greggio e la maggior parte del suo GPL transitano proprio
attraverso la strategica via d'acqua controllata da Teheran.
"L'India
ha scelto di negoziare bilateralmente con l'Iran per un passaggio sicuro invece
di aderire alla coalizione navale proposta da Washington:
un deliberato atto di presa di distanza",
ha spiegato alla “Cnbc” “Rema Bhattacharya”, responsabile della ricerca
sull'Asia presso “Versi Maplecroft”.
Ciò riflette il pragmatismo energetico
dell'India e “la sua riluttanza a essere pubblicamente coinvolta in un
conflitto che non ha scelto”.
Non
solo:
l’India è tornata ad acquistare anche il
petrolio russo, evidenziando lo scollamento tra gli obiettivi militari Usa e la
strategia geopolitica globale.
La
lista dei Paesi asiatici che stanno facendo accordi con Teheran per garantirsi
i rifornimenti energetici è lunga.
L’ultimo
a “infilarsi” sono state le Filippine, Paese che importa il 98% del suo
petrolio dal Medio Oriente e prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza
energetica nazionale.
Come
riporta la Bbc, i funzionari iraniani hanno garantito il "passaggio
sicuro, senza ostacoli e rapido" delle navi battenti bandiera filippina
attraverso il canale.
A sua volta, il Pakistan ha fatto sapere che
l'Iran ha acconsentito al passaggio di 20 navi attraverso lo Stretto di Hormuz.
Idem la Malaysia: circa due terzi delle
importazioni di petrolio del Paese provengono dal Golfo Persico.
Un
discorso a parte merita la Cina.
Pechino
è il principale partner commerciale dell'Iran e il principale acquirente di
petrolio iraniano.
Gli
acquisti cinesi rappresentano circa il 90% delle esportazioni di petrolio
iraniano, “generando decine di miliardi di dollari di entrate annuali che
sostengono il bilancio statale e le attività militari del Paese”.
Le
importazioni cinesi di greggio iraniano ammontavano a 1,4 milioni di barili al
giorno (mb) nel 2025, su un totale di 10,4 mb di importazioni di greggio via
mare.
Insomma
l'Iran ha a lungo rappresentato "una fonte vitale di energia a prezzi
scontati per la Cina".
Ciò è
stato particolarmente vero dal 2021, anno in cui è stato firmato l'accordo di
cooperazione venticinquennale, che ha garantito alla Cina 400 miliardi di
dollari di petrolio a prezzi inferiori a quelli di mercato, in cambio di
investimenti nelle infrastrutture e nella cooperazione in materia di sicurezza
dell'Iran.
Per
Pechino e Teheran, dunque, mantenere aperte le vie di collegamento marittime è
una priorità.
Il
ministro degli Esteri iraniano “Abbas Draghici” ha chiarito che i "Paesi
amici" - tra cui Cina, India e Russia - possono transitare attraverso un
corridoio sicuro designato.
Come
scrive “Radio New Zealand”, “questo conflitto non riguarda più solo lo scontro
militare.
Sta
iniziando a dividere il mondo in base ai comportamenti e, sempre più spesso, in
base agli allineamenti economici.
C'è
una separazione visibile tra coloro che esercitano pressione e coloro che
continuano a operare ai margini di essa”.
Pechino
ha tutte le carte per far valere tutto il suo enorme peso, politico ed
economico.
Secondo alcune stime, oltre il 60% delle
esportazioni di petrolio greggio via mare dell'Iran finisce proprio in Cina.
L'ultimatum
«definitivo» di Trump
su
Hormuz scade stanotte.
È la
exit strategy?
Avvenire.it
- Angela Napoletano – (7 aprile 2026) –
Redazione – ci dice:
Il
presidente a colloquio con i giornalisti alla Casa Bianca- Secondo alcuni fonti
gli usa avrebbero messo a punto un piano per arrivare a una tregua di 45 giorni.
L'ultimatum
«definitivo» di Trump su Hormuz scade stanotte. È la exit strategy?
(La
conferenza stampa di Donald Trump alla Casa Bianca / REUTERS).
«Martedì,
ore 20.00» (orario di Washington, nella notte tra oggi e domani in Italia).
È il
nuovo ultimatum di Donald Trump all’Iran.
Un
giorno in più, il precedente era ieri, per arrivare a un accordo che porti alla
riapertura dello Stretto di Hormuz.
Il
presidente assicura che non ce ne saranno altri, «questa è la scadenza
definitiva», e ostenta ottimismo:
«Da Teheran abbiamo ricevuto una proposta
significativa».
Ma,
avverte, «non è sufficiente».
«Vedremo cosa succederà», ha puntualizzato,
nel frattempo, «la campagna di bombardamenti continuerà».
A
colloquio con i giornalisti sul prato della South Lawn della Casa Bianca, poco
prima della “Eastern Eggi Roll”, la tradizionale cerimonia di Pasquetta per i
bambini, il presidente ha parlato a ruota libera.
«Se dipendesse da me prenderei il petrolio
iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi», si è lasciato andare. Tuttavia, ha
precisato, «il popolo americano vorrebbe vederci tornare a casa e io voglio
renderlo felice».
Significa
che la fine della guerra in Medio Oriente è vicina?
Troppe
volte, The Donald ha ventilato svolte imminenti che non sono arrivate.
Le sue
parole confermano, però, che gli Stati Uniti sono alla ricerca di una exit
strategy.
Diverse
fonti rilanciano l’idea di un intenso attivismo diplomatico. Secondo il sito
americano “Axios”, l’Amministrazione trumpiana avrebbe messo a punto un piano
per arrivare a una tregua di 45 giorni: una base da cui partire per arrivare
alla fine definitiva delle ostilità.
Questa
sarebbe la soluzione per evitare una drammatica escalation con attacchi
massicci sulle infrastrutture civili iraniane ma appare improbabile che si
arrivi a una svolta nelle prossime 48 ore.
Secondo”
Reuters”, invece, le parti si stanno confrontando sul cosiddetto “accordo di
Islamabad”, una proposta messa a punto dal Pakistan e inviata a Washington e
Teheran nella notte tra domenica e lunedì.
La
soluzione offerta non è molto diversa da quella a cui avrebbe lavorato “il
cerchio magico” di Trump:
cessate
il fuoco immediato, riapertura di Hormuz in 15-20 giorni, colloqui in presenza
nella capitale pachistana per finalizzare un’intesa più ampia.
L’Iran
avrebbe risposto al Pakistan con un chiaro “no”.
«Non
riapriremo Hormuz in cambio di una tregua ma solo di una soluzione definitiva».
Gli
ayatollah, da parte loro, avrebbero rilanciato la loro contro-proposta in 10
punti, messa a fuoco già giorni fa, che comprende la fine dei conflitti nella
regione, un protocollo per il passaggio sicuro attraverso Hormuz, i
risarcimenti e la revoca delle sanzioni. Teheran ha fatto sapere inoltre che la
ricerca di una via d’uscita alla crisi è «incompatibile con gli ultimatum».
Cosa succederà, dunque, quando domani notte
scadrà l’ultimo avviso? La sospensione degli attacchi alle infrastrutture
energetiche dell’Iran voluta da Trump per incoraggiare i negoziati già vacilla.
Ieri,
Israele ha colpito due bracci del complesso petrolchimico di Salute, quelli di
Jam e Damavano, legati al grande giacimento di South Pars finito nel mirino
dell’aviazione di Tel Aviv lo scorso 18 marzo.
Allora,
lo ricordiamo, la Casa Bianca si infuriò.
Colpito, ieri, anche lo stabilimento di
Marvdasht, vicino a Shiraz, nel centro-sud dell’Iran, dove è scoppiato un
incendio che è stato poi domato.
Un
raid di Israele su Teheran ha ucciso “Asghar Bagheri”, comandante delle
operazioni speciali delle “forze Quds”, e il capo dell’intelligence dei
pasdaran, il generale “Majid Kazemi”, per il quale è stata subito invocata
vendetta.
È dalla marina delle Guardie della Rivoluzione che è
arrivato un comunicato ermetico relativo al traffico su Hormuz:
«Non
tornerà mai più come prima».
La
nota ha evocato preparativi in corso per definire un nuovo ordine regionale ma
non ha fornito dettagli.
Intanto, attraverso lo Stretto ancora bloccato
sono continuate a “filtrare” alcune navi.
Tra queste c’è la turca “Ocean Thunder”, la
terza per la quale il governo di Ankara è riuscito negoziare il via libera.
Mentre
la nuova Guida Suprema “Mastaba Khamenei” diffondeva il primo messaggio dopo
giorni di silenzio («Gli assassinii e i crimini non scalfiranno la causa
jihadista delle forze armate iraniane»), Trump teneva una conferenza
stampa alla Casa Bianca per fornire i dettagli del salvataggio del secondo
pilota dell’F-15E, abbattuto dal regime nelle province centrale, rimasto
dispero per due giorni.
L’operazione,
«senza paragoni nella storia», è stata portata avanti con l’intervento di 155
aerei, fra i quali quattro bombardieri e 13 aerei da combattimento.
L’uomo,
ha raccontato il tycoon, «è rimasto ferito piuttosto gravemente, nascosto in
un’area piena di terroristi».
«Non abbandoniamo nessun americano», ha
insistito, aggiungendo: «L’Iran potrebbe essere eliminato in una sola notte, e
potrebbe accadere già domani sera».
Il
conflitto a Teheran era diventato
inevitabile: se prevale
"la
legge della giungla."
Avvenire.it - Riccardo Redaelli – (28 febbraio
2026) – Redazione – ci dice:
Nonostante
la maggior parte degli attori regionali in Medio Oriente fosse chiaramente
contraria a un intervento militare, l'amministrazione Trump si era spostata
troppo in là per riuscire a evitare uno stop alle ostilità:
hanno
deciso più le armi che la strategia,
Il
conflitto a Teheran era diventato inevitabile: se prevale "la legge della
giungla"
(La
portaerei Gerald R. Ford diretta in Medio oriente attraversa lo Stretto di
Gibilterra).
Ripubblichiamo
un commento di Riccardo Redaelli uscito il 21 febbraio, che anticipava lo
scenario di guerra odierno in Iraq.
La
guerra, arrivati a un certo punto, appare inevitabile.
Vi
sono situazioni in cui l’uso della forza diviene “oggettivamente” l’unica
scelta razionale, perché in fondo, è colpa dei cattivi se i buoni sono
costretti a essere più aggressivi di loro.
Ormai
ubriacati dal ritorno prepotente della forza militare quale strumento principe
di risoluzione delle divergenze, ritornati come siamo alla “legge della
giungla” che esalta la potenza, potremmo perfino pensare che sì, la guerra che
si profila all’orizzonte fra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran sia
davvero inevitabile.
Non è
così ovviamente: non è mai così.
Tanto
più ora che la maggior parte degli attori regionali e internazionali non vuole
un nuovo conflitto nel Golfo, le cui conseguenze sembrano illogiche e nebulose
agli occhi di tutti gli analisti indipendenti.
Eppure, la guerra scoppierà ugualmente, con
tutta probabilità. L’Amministrazione Trump ha spostato nella regione del Medio
Oriente una quantità di sistemi d’arma che non ha paragoni se non con il 2003,
anno della sciagurata invasione anglo-americana dell’Iraq.
Non
solo Washington ha inviato due squadre aeronavali, con la seconda portaerei in
rapido avvicinamento, ma ha spostato nella regione dozzine di aerei militari:
F-35, F-16, F-15E, oltre a un numero impressionante di aerei cisterna e di
guerra elettronica.
Mancano
solo le forze di terra.
Difficile che un dispiegamento di questo
genere serva solo a spaventare Teheran, perché la tentazione di usare queste
forze per piegare Khamenei – o addirittura per eliminarlo – diventerà sempre
più forte man mano che le trattative si imbriglieranno nelle tattiche dilatorie
di cui gli iraniani sono maestri.
Certo,
capire quale sia l’obiettivo politico di Trump è arduo.
Sempre
che ve ne sia uno:
l’impressione
è che questo presidente capriccioso ed egomaniacale non abbia una vera
progettualità politica, ondeggiando fra la ricerca di un compromesso sul
nucleare e il” sogno del regime chance”, il cambio di regime per riportare
l’Iran nel campo statunitense, magari affidato a “Reza Ciro Pahlavi”, il figlio
dell’ex scià, sostenuto da una campagna propagandistica fortissima, e del tutto
compiacente ai desiderata di Israele e degli Usa, ma di cui è dubbio il vero
sostegno in patria.
Anche
perché la difesa della popolazione, schiacciata dalla brutalità della
repressione del regime, sembra essere finita al fondo delle priorità politiche.
Non a
caso le monarchie arabe del Golfo, che pur ben poco amano il sistema di potere
iraniano, sono contrarie al conflitto e, al momento, negano l’uso delle basi
aeree che Washington ha sui loro territori.
Fermare
definitivamente il programma nucleare di Teheran va benissimo, ma un conflitto
li esporrebbe alle rappresaglie dei Pasdaran e a un allargamento del conflitto
potenzialmente devastante.
La
caduta del regime, inoltre, in mancanza di una chiara alternativa politica,
rischierebbe di aumentare il caos e l’instabilità regionale.
Lungo
l’altra sponda del Golfo, le dinamiche non sono meno confuse.
Per
quanto indebolito e privo di legittimità, il sistema di potere (il Nezza) ha
saputo resistere all’ondata di proteste e ha mostrato una solidarietà interna
più forte delle pur profonde differenze di vedute e divergenze. Quanto si fatica a capire in
Occidente è che i diversi gangli del Nezza hanno sviluppato – in questi 47 anni
di sanzioni, guerre e minacce – non solo una grande capacità di resilienza ma
un vero e proprio culto del sacrificio e della resistenza contro un nemico più
potente.
Una visione che si riconnette alla trazione di
sofferenza dello sciismo e che è stata coltivata ed enfatizzata dal regime.
Tanto
più la guerra sembrerà inevitabile quanto più questa voglia di combattere
prenderà il sopravvento sulle voci dei moderati.
L’uccisione
di moltissimi vertici dei Pasdaran durante la guerra dello scorso giugno non li
ha indeboliti:
ha
spazzato via generali corrotti e impelagati nel potere a vantaggio di una nuova
generazione di ufficiali, che si è formata nelle tante guerre per procura
combattute dopo il 2003, e che sembra più aggressiva e meno disposta al
compromesso della precedente.
Ai
loro occhi, importa meno il rispetto delle soffocanti e impopolari regole
religiose nella vita quotidiana dei singoli e di più il mantenere una postura
aggressiva regionale, anche perché l’escalation regionale è stata spesso usata
da Teheran per ottenere compromessi.
E
perché si illudono di poter vincere come i talebani in Afghanistan contro la
Nato, ritenendo che il tempo e la determinazione al sacrificio stiano dalla
loro parte.
Da
Washington filtra ora l’idea di un attacco chirurgico per forzare la mano a
Teheran e spingerla a concessioni sostanziali su nucleare, missili e proxy
regionali.
Uno
singolo schiaffo risoluto per far capire che Trump non scherza.
Il
rischio è che si ottenga l’effetto contrario e che si dia l’avvio a un
conflitto potenzialmente devastante senza alcuna strategia politica chiara e
senza più alcuno spazio per la mediazione diplomatica.
Evitare
la trappola settaria:
l’unità
della Umma davanti
all’aggressione
contro l’Iran.
Laluce.news
- Davide Piccardo – Direttore Editoriale - (Marzo 8, 2026) – ci dice:
Nel
momento in cui l’Iran della criminale aggressione di Stati Uniti e Israele, e
mentre l’intero Medio Oriente è in fiamme, una parte del mondo musulmano sembra
paralizzata da una questione che, se non affrontata con lucidità renderà una
parte della Umma complice di chi vuole la sua distruzione.
In
queste settimane si moltiplicano infatti le voci, soprattutto negli ambienti di
un certo “salafismo”, secondo cui i “musulmani sunniti” non dovrebbero
sostenere l’Iran nella sua attuale lotta difensiva, perché l’Iran “avrebbe
ucciso i sunniti in Siria” oppure perché avrebbe in qualche modo “permesso
l’invasione americana dell’Iraq”.
Sono
affermazioni che meritano di essere discusse con serietà e senza ipocrisie.
Nessuno può negare che nella” tragedia siriana”
siano stati commessi errori gravissimi e che il sostegno iraniano al regime di
Bashar al-Assad abbia contribuito a prolungare una guerra devastante nella
quale sono stati perpetrati crimini orrendi contro la popolazione civile.
Ma
trasformare quell’errore, per quanto drammatico, in una giustificazione per la
neutralità, o addirittura per la complicità, di fronte a una aggressione
esterna contro uno “Stato musulmano” significa non solo perdere il senso della
proporzione storica, ma soprattutto cadere nella trappola più pericolosa che
sia stata costruita negli ultimi decenni contro la Umma: il settarismo.
Per
comprendere la natura di questo problema bisogna ricordare una verità che oggi
sembra quasi dimenticata.
L’idea secondo cui sunniti e sciiti sarebbero
nemici irriducibili non appartiene alla tradizione storica dell’Islam.
È
piuttosto il prodotto di una costruzione ideologica relativamente recente,
alimentata da correnti che hanno fatto del taffi contro gli sciiti una vera e
propria bandiera politica e teologica.
Questa
impostazione ha trovato la sua espressione più deleteria nell’ISIS.
Non è
difficile, per chi voglia guardare con un minimo di onestà alla Storia recente,
individuare anche le fonti di finanziamento e di sostegno politico che hanno
alimentato per anni questa ideologia divisiva.
Per decenni enormi flussi di denaro
provenienti da alcune petromonarchie del Golfo, spesso in stretta sintonia con
gli interessi strategici occidentali, hanno sostenuto una visione dell’Islam
che non solo delegittimava la tradizione sciita, ma che arrivava a dichiararla
apostata.
Ovviamente è altrettanto vero che anche in alcuni
ambienti sciiti si sono sviluppate negli ultimi decenni narrazioni e
atteggiamenti che hanno alimentato la diffidenza e talvolta l’ostilità verso i
sunniti.
Esistono correnti e predicatori che hanno risposto al
taffi con un settarismo speculare, che guardano ai sunniti con sospetto, o che,
in alcuni casi, non esitano a considerarli religiosamente deviati o addirittura
miscredenti.
Il
risultato è stato sotto gli occhi di tutti: guerre settarie, frammentazione
politica del mondo musulmano e la trasformazione di intere società in campi di
battaglia permanenti.
Eppure
questa visione non ha mai rappresentato la posizione della grande tradizione
intellettuale dell’Islam.
I grandi centri del sapere islamico sunnita, a
partire da Al-Azhar, hanno sempre riconosciuto la legittimità delle diverse
scuole dell’Islam.
Pensatori
come Hasan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, o Yusuf al Cardai, hanno
difeso esplicitamente l’idea dell’unità tra sunniti e sciiti, mentre numerosi
studiosi contemporanei, pur criticando duramente alcune scelte geopolitiche
dell’Iran, non hanno mai messo in discussione l’appartenenza degli sciiti alla
Umma.
Allo
stesso modo è avvenuto nel campo sciita con le numerose prese di posizione al
riguardo sia di “Khomeini prima” che di “Khamenei dopo” o di altri esponenti di
altissimo livello come l’”Ayatollah Ali Al Sistani”.
Del
resto basta uno sguardo alla storia islamica per capire quanto sia artificiale
la narrazione dello scontro permanente tra sunniti e sciiti.
Durante il califfato fatimide, che era sciita,
le istituzioni religiose sunnite continuarono a esistere e a prosperare. Durante l’Impero Ottomano, che era
sunnita, milioni di sciiti vivevano nelle province dell’impero.
Per secoli il mondo islamico ha conosciuto
forme complesse di pluralismo giuridico e teologico, nelle quali diverse scuole
convivevano all’interno di uno stesso spazio politico.
Il
settarismo, dunque, non è una fatalità storica dell’Islam. È piuttosto una
costruzione politica contingente.
Per
comprendere la posizione dell’Iran nel mondo contemporaneo bisogna inoltre
ricordare un altro elemento che troppo spesso viene rimosso:
la storia della Repubblica Islamica non
comincia con la Siria, ma con la rivoluzione del 1979.
E quella rivoluzione, il giorno dopo aver
rovesciato lo Shah, uno dei pilastri del sistema di potere occidentale nella
regione, fu immediatamente sottoposta a un attacco militare devastante.
Nel 1980 l’Iraq di Saddam Hussein invase l’Iran con il
sostegno politico, finanziario e militare di gran parte delle potenze
occidentali e di numerosi Stati arabi della regione.
Quella
guerra, durata otto anni, costò circa un milione di morti e rappresentò uno dei
conflitti più sanguinosi del secondo dopoguerra. L’Iran non fu l’aggressore;
fu un
Paese che combatté per sopravvivere e ne uscì traumatizzato.
A
partire da quel momento la Repubblica Islamica ha seguito un percorso che, con
tutte le sue contraddizioni, ha mantenuto un elemento di continuità
fondamentale: la rivendicazione della sovranità politica.
In un Medio Oriente nel quale molti Stati, soprattutto
nel Golfo, hanno costruito la propria sicurezza sulla protezione militare
occidentale e su una integrazione profonda nei sistemi strategici degli Stati
Uniti, l’Iran ha scelto una strada diversa, pagando un prezzo altissimo in
termini di sanzioni economiche, isolamento internazionale e minacce di guerra.
Questo
non significa che l’Iran agisca per puro idealismo.
Come ogni Stato, agisce anche per interesse
strategico.
Ma è
impossibile ignorare un dato storico fondamentale:
per decenni Teheran è stato uno dei pochi
attori regionali disposti a sostenere concretamente le lotte di resistenza
islamica, in contesti nei quali molti governi arabi preferivano girarsi
dall’altra parte se non essere direttamente complici dell’oppressione.
Durante
la guerra in Bosnia negli anni Novanta, quando l’Europa osservava passivamente
il massacro dei musulmani bosniaci, l’Iran fu tra i pochi Paesi a fornire
sostegno militare.
Ma soprattutto, negli ultimi trent’anni, l’Iran ha
sostenuto con continuità la resistenza palestinese, offrendo supporto politico
economico e militare proprio mentre una parte significativa del mondo arabo
imboccava la strada della normalizzazione con Israele.
È
vero, come si diceva, che il sostegno al regime di Assad rappresenta una
macchia grave nella storia recente della politica regionale iraniana.
È stato un errore drammatico, che ha
contribuito a una tragedia umanitaria immensa e che molti musulmani,
giustamente, non possono dimenticare.
Ma la
politica internazionale non si giudica attraverso un singolo episodio isolato
dal resto della storia.
Se
così fosse, non esisterebbe al mondo nessuno Stato che possa rivendicare una
storia priva di errori o di colpe.
La
questione che si pone oggi è un’altra.
Oggi
l’Iran si trova al centro di una pressione militare e strategica che non
riguarda soltanto il suo sistema politico interno, ma la sua stessa esistenza
come Stato sovrano.
Da decenni Israele e gli Stati Uniti
dichiarano apertamente che l’Iran rappresenta un ostacolo al loro progetto di
ordine coloniale e che la sua capacità di autonomia deve essere ridotta o
neutralizzata.
In
questo contesto, la domanda che i musulmani dovrebbero porsi non è se approvano
ogni decisione della politica iraniana, ma se sono disposti ad assistere
passivamente alla distruzione di uno dei pochi Stati della regione che, con
tutti i suoi limiti, ha cercato di mantenersi sovrano, un paese che, a
differenza di quasi tutti i paesi a maggioranza musulmana, non fa parte del
sistema eurocratico internazionale.
Se
l’Iran dovesse essere piegato o frammentato, le conseguenze non riguarderebbero
soltanto gli iraniani.
Riguarderebbero l’intero equilibrio
geopolitico del Medio Oriente e segnerebbero un ulteriore passo verso la
realizzazione del “grande Israele”, con gravissimo pregiudizio sia per la lotta
di “liberazione del popolo palestinese” che per la possibilità di “emancipazione
dei popoli arabo-musulmani della regione”.
È per
questo che oggi la questione centrale non è settaria, ma politica e storica.
I musulmani possono continuare a dividersi
lungo linee confessionali, ripetendo gli errori che negli ultimi vent’anni
hanno già devastato Iraq, Siria e Yemen, oppure possono finalmente riconoscere
che ogni volta che sunniti e sciiti si combattono tra loro, altri, i sionisti e
gli occidentalisti, ne traggono vantaggio.
La
maturità politica di una comunità si misura anche nella capacità di distinguere
tra errori reali e manipolazioni strategiche.
Riconoscere
gli errori dell’Iran non significa ignorare il contesto storico nel quale oggi
si svolge lo scontro.
E
soprattutto non significa dimenticare che la divisione della Umma è sempre
stata, nella storia moderna, uno degli strumenti più efficaci utilizzati per
indebolire i popoli musulmani.
L’eliminazione
di Khamenei
ridefinisce
l’intero equilibrio
della
deterrenza in Medio Oriente.
Israele.net
– Ynetnews – Associazione israele.net – scrive Yossi Yehoshua – (1 marzo 2026)
– ci dice:
Il messaggio è chiaro: a partire dal 7 ottobre,
Israele non sta più ad aspettare cosa fa il nemico e impone la propria
deterrenza in ogni momento e in ogni luogo.
Scrive
Yossi Yehoshua:
E
così, all’indomani del 7 ottobre, ci troviamo in un mondo senza “Yahya Sinwar”,
senza “Mohammed Deif”, senza “Hassan Nasrallah”, e ora anche senza l’ayatollah
Ali Khamenei’.
L’uccisione
mirata della Guida Suprema dell’Iran (che per decenni aveva incitato
“morte a Israele, morte all’America”) è una mossa che ridefinisce l’intero
equilibrio della deterrenza in Medio Oriente e pone Israele in una posizione
vantaggiosa come mai prima d’ora.
Nei
mesi scorsi, l’intelligence militare e l’aeronautica militare israeliane hanno
messo a punto la loro capacità di effettuare decapitazioni mirate. Ciò che è
iniziato in Libano, è proseguito nell’Operazione “Leone che sorge” (del giugno
scorso) ed è stato ulteriormente perfezionato nello Yemen, raggiungendo quella
che da ieri potrebbe essere definita una tecnica portata al massimo livello:
forse la più grande operazione di uccisioni mirate di capi che la storia
ricordi.
(Un
briefing del Capo di stato maggiore israeliano, Eyal Zamir (al centro), in
vista dell’operazione contro il regime iraniano).
Oltre
a Khamenei, l’attacco iniziale ha eliminato, in più luoghi contemporaneamente,
molte delle figure di spicco del regime:
il comandante delle Guardie Rivoluzionarie,
Mohammad Pakpour; il consigliere per la sicurezza di Khamenei, Ali Shamkhani;
il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh; il capo dell’intelligence militare,
Saleh Asadi, e altri alti funzionari.
La
lezione più importante del primo giorno dell’Operazione Leone Ruggente è la
consapevolezza che il nostro futuro, come israeliani, è nelle nostre mani e in
quelle dei nostri alleati, non nelle decisioni dei nostri nemici.
Come
non avevamo capito che Hamas era cambiata, così Nasrallah non ha capito che
Israele è cambiato, e Khamenei non ha capito che anche gli Stati Uniti sono
cambiati.
Non ci
si può affidare al tentativo di decifrare il nemico. Ci sono stati fallimenti
in questo senso e ce ne saranno sempre. La cosa più importante è guardarsi allo
specchio senza sconti, trarne le conseguenze e assumersi la responsabilità del
presente e del futuro.
L’operazione
lanciata sabato mattina lo ha dimostrato in modo chiarissimo:
Israele agisce, pianifica ed esegue a pieno
regime, più che mai consapevole che il suo futuro è nelle sue mani. Non ci sono
scorciatoie. Nessuno può fare il lavoro al posto tuo, né tu puoi sottrarti dal
farlo.
Il
successo è il risultato di un lavoro costante e di grande attenzione ai
dettagli.
Per anni,
le Forze di Difesa israeliane hanno operato avendo come missione principale
quella di rinviare la guerra.
Dal 7
ottobre, quell’era è finita.
In
un’operazione straordinaria, circa 200 aerei da combattimento hanno operato per
ore sull’Iran occidentale e centrale, sganciando centinaia di munizioni su
circa 500 obiettivi: sistemi di difesa aerea, lanciamissili, siti di comando e
controllo, rampe di lancio e altro ancora.
Tutti
gli attacchi sono stati effettuati alla luce del giorno, sulla base di
informazioni di intelligence in tempo reale e in piena sincronia tra
Aeronautica Militare, Intelligence Militare e Direzione Operativa.
Nonostante
il massimo stato di allerta dell’Iran, Israele è riuscito a penetrare,
interrompere sistemi chiave, colpire obiettivi selezionati con elevata
precisione ed imporre la propria superiorità aerea sull’Iran in meno delle 48
ore che erano state necessarie per ottenere un analogo controllo
nell’operazione del giugno scorso.
Oltre
all’eliminazione di Khamenei, il risultato principale del primo giorno è stato
il raggiungimento di una completa libertà d’azione aerea, un traguardo di cui è
impossibile sottovalutare l’importanza.
Le
Forze di Difesa israeliane hanno aperto la strada e le forze statunitensi si
sono unite all’operazione in pieno coordinamento.
Il
controllo dei cieli iraniani è stato creato e guidato da Israele, consentendo
un’azione rapida, precisa e senza restrizioni. Questo è forse il risultato più
significativo dell’operazione.
Uno
stato che aveva costruito un intero sistema di difesa a più livelli, con
sistemi di backup e un coordinamento operativo e di intelligence senza
precedenti, ha visto tutti i suoi livelli esposti e colpiti simultaneamente,
una cosa senza precedenti nella storia della guerra.
La
tecnica dell’eliminazione chirurgica ha toccato qui i suoi livelli più elevati,
per via della distanza coinvolta e all’esecuzione in pieno giorno, il tutto
grazie alle sole capacità delle Forze di Difesa israeliane.
Il
Capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha parlato di una campagna “decisiva e
senza precedenti, volta a distruggere le capacità del regime terroristico
iraniano che costituiscono una continua minaccia esistenziale alla sicurezza
dello stato di Israele”.
“Il
regime terrorista estremista iraniano – ha aggiunto Zamir – non ha mai
abbandonato la sua visione e la sue irriducibili intenzioni per portare avanti
il piano per distruggere Israele: continuare a promuovere il progetto nucleare,
ricostruire e aumentare il ritmo della produzione di missili balistici,
destabilizzare la regione armando e finanziando terroristi”.
Il
Capo di stato maggiore ha sottolineato che negli ultimi mesi è stato sviluppato
un approfondito piano operativo congiunto, in coordinamento con il capo del “Joint
Chiefs of Staff american”o e il “comandante del Comando Centrale degli Stati
Uniti”.
Si
tratta di una cooperazione stretta e senza precedenti tra Forze di Difesa
israeliane ed esercito statunitense: non solo in difesa, come in passato, ma
anche nel contrattacco.
È il
lavoro fatto insieme da due potenze, non da una potenza e il suo protettore, ed
è sotto gli occhi del mondo intero.
L’incapacità
dell’Iran di attivare i suoi gregari alleati, Hezbollah e Houthi (per non dire
di Hamas e Jihad Islamica), rappresenta un altro successo strategico:
deterrenza stabilita sin dal primo giorno, che impedisce ai conflitti
sussidiari di degenerare in una guerra più ampia.
Cionondimeno,
importanti settori del regime iraniano rimangono intatti e non è chiaro se e
come reagiranno nei prossimi giorni.
Il
proseguimento dello scontro dipende anche dagli sviluppi nell’arena regionale e
dalla capacità di Israele di preservare il vantaggio conseguito sabato mattina.
La
lezione fondamentale da trarre è che è Israele lo stato responsabile del
proprio futuro: non deve dipendere da ciò che fanno o non fanno i suoi nemici.
Il
successo di sabato deriva dalla capacità di assumersi la responsabilità del
presente e del futuro e di continuare ad agire in modo coerente, senza scappatoie,
senza affidarsi a escamotage, ma a un lavoro costante, a una costante prontezza
all’azione, a un controllo preciso ad ogni livello di attacco e di
intelligence.
Questo
risultato non è solo un successo operativo.
È
anche un chiaro messaggio al mondo: Israele preserva e difende la propria
libertà d’azione, il proprio fronte interno e la propria capacità di imporre
deterrenza in ogni momento e in ogni luogo.
(YnetNews, israele.net, 1.3.26).
Schiaffo
dai sondaggi: Trump
crolla
al 35%. Repubblicani
spaccati.
Quotidiano.net
– Carlo Calabrò – (7 aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Due
terzi degli statunitensi attribuiscono al presidente l’ascesa dell’inflazione.
The
Donald verso la soglia dello ’zero assoluto’ (33%).
E
monta la sua rabbia.
(Il
presidente Donald Trump durante una conferenza alla Casa Bianca -Ansa).
Washington,
7 aprile 2026.
Per un presidente eletto grazie alla promessa di
ridurre il prezzo della benzina, il petrolio sopra i cento dollari è un
problema grave. Gravissimo, anzi, in vista delle elezioni di mid-term in cui
potrebbe perdere la maggioranza:
uno scenario improbabile fino a poco tempo fa,
adesso plausibile alla luce delle più recenti elezioni suppletive.
La
democratica Gregory, per esempio, ha vinto con un margine di due punti e mezzo
il collegio di Palm Beach in Florida (comprende perfino Mar-a-Lago) che alle
presidenziali del 2024 aveva votato per Trump con un margine di ben undici
punti.
Perfino le roccaforti repubblicane come Texas
e Florida potrebbero essere in gioco, allora.
Secondo
i sondaggi più recenti, due terzi degli americani attribuiscono alle politiche
trumpiane un peggioramento dell’inflazione:
quello
che non avevano ancora fatto i dazi l’ha fatto la guerra in Iran, col
prevedibile blocco di Hormuz e rincaro del petrolio.
Il nervosismo di Trump si vede.
Da “Truth
Social”, dove domenica mattina ha postato l’ennesimo ultimatum con un
linguaggio aggressivo:
“aprite quel c…. di stretto” o l’America
scatenerà l’inferno (diversi predecessori di Trump, da LBJ a JFK passando per
Nixon e Biden, sono stati notoriamente sboccati; ma mai in un contesto di
relazioni internazionali).
Non
funziona, però: l’Iran risponde duramente, i mercati reagiscono e il petrolio
rincara ulteriormente.
Nervosismo
che spiega perché Trump abbia ricominciato a licenziare ministri, come nel
primo mandato:
recentemente “Pam Bondi” (giustizia, compresa
la fastidiosissima questione degli archivi Epstein) dopo “Kristi Noem”
(sicurezza interna e polizia migratoria), e pare che non abbia finito:
ci
aveva costruito una carriera, sulla frase “sei licenziato”, prima della
politica.
Trump
cerca di attribuire ai suoi collaboratori le zavorre di cui vorrebbe liberarsi
(ha già attribuito l’operazione iraniana al ministro della difesa “Hegseth”,
che però finora è rimasto al suo posto), ma non è detto che ci riesca:
perfino tra gli elettori repubblicani, secondo
un sondaggio recente, la sua approvazione è scesa per la prima volta sotto il
50%.
Sulla
media dell’elettorato, l’approvazione risulta intorno al 35%, un dato
vicinissimo allo ‘zero assoluto’ stimato dai sondaggisti al 33% (gli ultra-MAGA
duri e puri).
Si
cominciano a osservare, quindi, frammenti di disobbedienza.
A
partire dai deputati e senatori che andranno incontro alle elezioni di mid-term
e che, alla fine, ci tengono a conservare seggio e stipendio:
e quindi non votano alcune misure fortemente volute da
Trump, dal finanziamento dell’ICE ai cambiamenti delle regole elettorali.
Anche tra i giudici della Corte suprema, a maggioranza
schiacciante repubblicana:
in
questo momento si discute dell’abolizione dello ius soli, per decreto
presidenziale.
L’avvocato dell’amministrazione sostiene che “è un
mondo nuovo” e che per questo bisogna cambiare le regole.
“Sarà
anche un mondo nuovo, ma la Costituzione è la stessa” ha ribattuto il
conservatore “John Roberts”, presidente della Corte.
Se
trionfa la convinzione che
sia la
guerra a portare la pace.
Ristretti.org - Lucia Scapuzzi - Avvenire, (23
giugno 2025) – ci dice:
“Non vogliamo la guerra, vogliamo la
pace” ha
detto il vicepresidente statunitense J.D. Vance meno di 24 ore dopo che Donald
Trump ordinasse ai suoi bombardieri B-2 di sganciare la potentissima Gbu-57
sugli impianti iraniani di Fodro, Natanz e Isfahan.
Un attacco con cui gli Usa entrano al fianco
di Israele nel conflitto con Teheran.
Più dei fatti, però, nell’era politica della
post-verità - termine sdoganato dallo stesso Trump - contano le narrazioni.
Di
fronte alla realtà di un tycoon che trascina il Paese verso una nuova “contesa
bellica eterna” come quelle dei tanto criticati predecessori, “Vance” precisa:
“Non
siamo in guerra contro l’Iran ma contro il programma nucleare”.
L’ultima di una serie di acrobazie semantiche
che si sono susseguite nelle ultime ore da una parte all’altra dell’Atlantico.
A dare
il via è stato lo stesso Trump che ha annunciato il raid con un post su Truth.
Sempre
suo social personale si è congratulato con sé stesso per lo “spettacolare
successo militare ottenuto”.
Benjamin
Netanyahu non è stato da meno.
In conferenza stampa ha spiegato che “non
intente prolungare le operazioni in Iran più del necessario ma nemmeno finirle
anticipatamente”.
Il punto è cosa si intenda per “necessario”.
Il premier israeliano non perde occasione nel legittimare ogni azione compiuta
negli ultimi ventuno mesi come frutto della “necessità”.
Non è
un segreto che per il politico conservatore “stare con la spada sempre
sguainata” debba essere il modus vivendi di Israele in un Medio Oriente
popolato da “nemici irriducibili”.
Una
condizione ontologica - indipendente dunque dalle contingenze - dei Paesi arabi
nella sua visione, mutuata dal padre, lo storico Benzon Netanyahu.
E
ripetuta qualche ora fa, ancora galvanizzato per l’aiuto americano: “Prima
viene la forza, poi viene la pace”.
Un assioma
che - ha spiegato - condividerebbe con Trump, determinato a costruire la pace
attraverso la forza.
“E
stavolta di forza ne ha impiegata tanta” ha aggiunto compiaciuto. Peccato che
il passato recente e remoto dimostrino il contrario. La pace portata dai
missili si rivela effimera e genera le condizioni di nuovi e più feroci
conflitti.
La
tragica lezione della Seconda guerra mondiale - nata proprio sugli sconquassi
generata dalla Prima e dalla pace-clava di Versailles - aveva fatto prendere
coscienza al mondo dell’urgenza di limitare mutuamente la forza per evitare uno
stato bellico permanente.
Con la comunità internazionale si è riuscito
per decenni solo in minima parte ma almeno l’orizzonte era chiaro.
Era
appunto.
Nella
neolingua orwelliana della post-verità è la guerra a portare la pace.
“La
guerra è pace”, diceva il Grande fratello.
Nel frattempo, le bombe continuano a cadere.
“Non è
un talk show”: Macron
attacca Trump e lancia
l’allarme su Hormuz.
Tg.la7.it
- Gabriella Caimi – (02.04.2026) – ci dice:
Dalla
polemica personale con Donald Trump alla crisi dello stretto di Hormuz:
il presidente francese invoca diplomazia
mentre cresce la tensione internazionale.
"Se
vuoi essere serio non puoi dire ogni giorno l'opposto di quel che hai detto il
giorno prima.
Questa
è una guerra, non è un talk show".
È di
Emmanuel Macron, in visita di Stato in Corea del Sud, il commento più sferzante
all'ultimo discorso di Donald Trump.
Trump
ironizza sul presunto schiaffo di Brigitte Macron al marito.
Per il
presidente francese c'è anche una critica molto personale a cui rispondere.
Donald Trump ieri lo aveva preso in giro
davanti ad un gruppo di ospiti alla Casa Bianca.
"No, non possiamo aiutarvi adesso ad
Hormuz, solo quando la guerra sarà finita", aveva detto, scimmiottando
l'accento del presidente.
"Sua moglie lo sta trattando molto
male", aveva aggiunto, con un riferimento ad un momento della visita della
coppia presidenziale francese in Vietnam nel 2025 che aveva scatenato molti
commenti.
Una
battuta che ha suscitato reazioni sdegnate in buona parte della politica
francese e alla quale Macron ha ribattuto lapidario:
"Parole
né eleganti né meritevoli di risposta".
Alleanza
di 40 Paesi per riaprire Hormuz.
E poi
Macron è tornato a concentrarsi sul problema di Hormuz.
Un
problema al quale non c'è una vera soluzione militare, ha detto. Perché
chiunque cercasse di attraversare lo stretto con la forza si esporrebbe alle
rappresaglie dei Guardiani della Rivoluzione.
Al
blocco di Hormuz è stato dedicato un vertice oggi a Londra con i ministri degli
esteri di una quarantina di paesi, per l'Italia Antonio Tajani.
Ma è
stato anche al centro di una conversazione telefonica tra il premier britannico”
Keri Stormer” e la presidente del Consiglio “Meloni” che hanno condiviso le
preoccupazioni comuni, anche e soprattutto per le ricadute sulle economie
nazionali.
La
posizione sulla guerra scatenata da Donald Trump.
La
ministra britannica, Yvette Cooper ha sintetizzato l'esito dei colloqui: "I partner hanno chiesto oggi
l'immediata e incondizionata riapertura dello stretto. Questi paesi sono
determinati ad usare ogni possibile mezzo diplomatico, economico e coordinato."
Non ha
usato la parola "militare".
La
ministra ha anche condannato gli attacchi che ha definito
"sconsiderati" dell'Iran, che ha "preso in ostaggio l'economia
globale".
Nessun
riferimento invece alla guerra scatenata da Trump, se non per dire che,
nell'interesse dell'economia del Regno Unito sarebbe auspicabile che il
conflitto terminasse.
La
ricetta di Macron per liberare lo Stretto di Hormuz: agire «in consultazione
con l’Iran».
Epochtimes.it
- Artemio Romano – (03 aprile 2026) – Redazione Italia – ci dice:
A essere più danneggiata dal blocco è l'Asia.
Per
risolvere la crisi nel Golfo Persico il presidente della repubblica francese ha
le idee chiare:
liberare lo Stretto di Hormuz usando la marina
militare sarebbe troppo lungo e pericoloso, dice, per cui meglio mettersi
d’accordo coi Pasdaran
Emmanuel
Macron ha dichiarato ieri, 2 aprile, che un’operazione militare per forzare la
riapertura dello Stretto di Hormuz sarebbe irrealistica, in risposta all’invito
della settimana scorsa di Donald Trump, che aveva esortato gli Stati europei a
decidersi a dare un qualche contributo alle operazioni militari nel Golfo
Persico, considerato che il petrolio che transita attraverso lo Stretto va per
la gran parte in Europa.
In
visita in Corea del Sud, il presidente francese ha detto ai giornalisti che la
Francia non intende riaprire lo Stretto di Hormuz con la forza.
Perché,
ha detto Macron. «richiederebbe un tempo lunghissimo e esporrebbe chiunque
transiti nello Stretto ai rischi provenienti dalle Guardie della Rivoluzione e
anche dai missili balistici».
La
soluzione di Macron (in dissonanza col fatto che è in corso una guerra) è
un’altra:
mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz «in
consultazione con l’Iran».
«Fin
dall’inizio abbiamo detto che questo stretto deve essere riaperto […] ma che
ciò può avvenire solo in consultazione con l’Iran», ha detto il capo dello
Stato francese.
In un
post del 31 marzo su Truth, il presidente degli Stati Uniti aveva invitato i
Paesi che rischiano di restare a secco di carburante a causa del blocco
iraniano dello Stretto di Hormuz – in particolare il Regno Unito – a prenderne
il controllo, precisando che gli Stati Uniti stavano già facendo la propria
parte.
Il 2
aprile il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha presieduto una
riunione virtuale con una quarantina di Paesi, tra cui Francia, Germania,
Canada, Emirati Arabi Uniti e India, per discutere possibili azioni comuni
volte a riaprire lo Stretto.
«Abbiamo visto l’Iran impadronirsi di
una rotta marittima internazionale per tenere in ostaggio l’economia mondiale»,
ha dichiarato la Cooper nelle osservazioni iniziali date alla stampa, prima che
il resto dell’incontro si svolgesse a porte chiuse.
Il
direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia, “Fatih Biro”, ha
affermato il primo aprile che le interruzioni delle forniture di petrolio dal
Medio Oriente aumenteranno nel corso del mese:
«La perdita di petrolio ad aprile sarà il
doppio rispetto a quella di marzo, oltre alla perdita di gas naturale
liquefatto.
Questo
si tradurrà in un aumento dell’inflazione e in una riduzione della crescita
economica in molti Paesi» è stato l’allarme lanciato durante un podcast.
“Biro”
ha poi osservato che numerosi carichi di petrolio e di gas naturale liquefatto
arrivati a marzo erano stati contrattualizzati prima del conflitto, e che ormai
hanno raggiunto le destinazioni.
“Biro”
ha inoltre previsto che la carenza di carburante per aerei e di gasolio, che ha
già colpito i Paesi asiatici, si estenderà presto all’Europa, commentando:
«stiamo andando verso una grave interruzione delle forniture [di petrolio, ndr]
la più grave registrata finora nella Storia».
A
soffrire di più sono i Paesi asiatici, più dipendenti dal petrolio del Golfo
Persico.
Il
presidente sudcoreano” Lee Jae-Myung” ha esortato i cittadini a risparmiare
«anche una sola goccia di petrolio» e a evitare di «sprecare anche una singola
busta di plastica».
Scoppiano
proteste in tutta
la
Cina contro il Partito comunista cinese.
Epochtimes.it
– (6 aprile 2026) – Redazione ETI/ Michael Zhuang – ci dice:
Scenario
inimmaginabile fino pochi anni fa.
Nel
silenzio generato dalla crisi mediorientale, il PCC mostra crepe sempre più
larghe nella capacità di imporre il proprio potere sulla popolazione cinese.
I
focolai di protesta sono sparsi in varie aree dello sconfinato territorio
cinese.
I motivi sono in apparenza diversi tra loro,
ma sono in realtà accomunati dall’esasperazione del popolo cinese per le
inefficienze e i danni a persone e ambiente causati dalle decisioni della
dittatura comunista.
Mentre
il mondo intero tiene fissi gli occhi sul Golfo Persico in attesa delle
decisioni che Donald Trump prenderà alla scadenza dell’ultimatum, il regime
cinese prosegue nel suo lento ma inesorabile processo di collasso su sé stesso.
Secondo le fonti della nostra consociata “Epoch Times
Usa”, le proteste contro il regime e gli scontri con la polizia scoppiano in
varie regioni della Cina, a dimostrare il crescente malcontento popolare su
questioni ambientali, territoriali e malgoverno.
Il
regime cinese per ora sta rispondendo solo inasprendo i controlli e la
repressione e introducendo nuove restrizioni all’uso civile dei droni.
E
nuovi provvedimenti a difesa del regime sono stati introdotti in particolare a
Pechino, a indicare lo stato di preoccupazione in cui ormai vivono i gerarchi e
i vertici del Partito comunista cinese.
Nella
famigerata città di Wuhan, nella Cina centrale, le proteste sono iniziate a
gennaio a causa del progetto di una fabbrica per la produzione di batterie per
auto elettriche che, denunciano i cittadini, pone gravi rischi ambientali.
L’8 marzo, migliaia di proprietari di case hanno
organizzato una manifestazione che la polizia ha disperso, fermando alcuni
dimostranti; altri manifestanti hanno poi circondato l’auto del vice sindaco,
chiedendo il rilascio dei fermati.
Nonostante le promesse di sospensione del
progetto, i lavori sono proseguiti e il regime ha intensificato la repressione
sugli attivisti.
Le
proteste sono poi riprese nella notte del 28 marzo, quando centinaia di
residenti sono tornati in strada per chiedere l’annullamento del progetto, e il
giorno successivo, la zona era ancora presidiata da un massiccio schieramento
di agenti.
Nella
provincia meridionale del “Guangdong”, proteste nel comune di “Haikou” contro
il piano di costruzione di un crematorio nelle vicinanze di aree residenziali e
di una scuola:
il 25
marzo, centinaia di manifestanti (circa 3 mila, risulta da fonti locali) hanno
sfilato per le strade.
Stando
alle testimonianze, la polizia ha fermato numerosi dimostranti e alcune persone
hanno riportato ferite, sebbene non si conosca il numero esatto.
Anche
qui la polizia del regime ha intensificato i controlli, limitando la
circolazione e controllando a tappeto i documenti di chiunque si metta in
strada.
In
altre regioni della Cina si sono registrate altre proteste sfociate poi in
confronti diretti;
nella Mongolia Interna, il 25 marzo, degli
abitanti si sono radunati per reclamare canoni di affitto di terreni non pagati
da un’azienda vivaistica, venendo poi dispersi dalla polizia.
La stessa sera, nella provincia del Sichuan, una
controversia sui parcheggi in un complesso residenziale è degenerata in una
protesta di massa:
i residenti accusavano i costruttori e i
gestori degli immobili di imporre illegalmente tariffe per la sosta e di
limitare arbitrariamente l’accesso ai parcheggi.
L’intervento
della polizia ha causato feriti e portato a diversi fermi.
Motivi
diversi, luoghi e contesti diversi.
Ma
tutti legati da un comune filo conduttore:
la
vita nella Repubblica Popolare Cinese sta diventando infernale, al punto che i
cinesi non hanno più nemmeno paura della repressione del regime.
Simili
proteste nella dittatura cinese erano impensabili fino a pochi anni fa.
«Quando
le persone sentono di non avere alcun modo per tutelare le proprie condizioni
di vita fondamentali o di non essere ascoltate, la disperazione può prevalere
sulla paura delle conseguenze», spiega infatti “Sheng Tue”, scrittrice e
attivista per la democrazia cinese esule in Canada.
In
alcuni casi, le rivendicazioni vanno chiaramente oltre il merito del problema
specifico, trasformandosi in un modo per sfogare una rabbia contro il regime
comunista repressa per troppo tempo.
Per
rispondere a quello che inizia sempre più a somigliare ai prodromi di una
rivolta popolare in piena regola, il Partito comunista cinese ha intensificato
le misure di sicurezza visibili:
video diffusi in rete il 29 marzo mostrano un
massiccio schieramento di poliziotti lungo “Chang’an Jie”, una delle principali
arterie di traffico di Pechino, che attraversa piazza Tienanmen e la Città
Proibita.
Due
giorni prima, il regime aveva annunciato nuove norme che impongono all’intera
città uno spazio aereo controllato per i droni:
in
base alle nuove disposizioni, qualsiasi volo all’aperto con droni richiede ora
un’autorizzazione preventiva, sono vietate attività quali la produzione, la
modifica, il trasporto e lo stoccaggio di droni senza apposita licenza, ed è introdotto inoltre l’obbligo di
registrazione di tutti i droni entro il 30 aprile.
Controlli
così capillari, spiegano gli analisti riflettono la preoccupazione che i droni
possano essere trasformati in armi o impiegati per compiere attentati contro i
vertici del Partito.
Il regime
iraniano respinge l’offerta di Trump e fa una controproposta inaccettabile.
Epochtimes.it
– Redazione ETI/Yoni Ben Menachen / Oren Shalon – (7 Aprile 2026) ci dice:
A
comandare a Teheran sarebbe ora il capo Pasdaran “Ahmad Vahid”, uno dei
"comandanti" dei Guardiani della Rivoluzione, un individuo ancora
convinto di poter vincere la guerra.
L’ultimatum
di Trump scade oggi, Israele e Usa si preparano all'escalation.
(Le
forze armate iraniane a Teheran, Iran, 12 marzo 2026.
Photo:
REUTERS/Alaa Al-Mariani.)
L’ultimatum
di Donald Trump al regime iraniano sta per scadere.
Le
fonti politiche israeliane, confermano l’evidenza: le probabilità di
raggiungere un accordo col regime degli ayatollah sono molto scarse.
E
Israele e Stati Uniti hanno già preparato l’escalation militare.
A
Gerusalemme il pensiero comune è che le trattative proseguiranno comunque fino
all’ultimo, e che non si possa escludere un ulteriore rinvio dell’ultimatum da
parte del presidente americano.
Fonti
militari sentite da “Epoch” affermano che, nonostante i duri colpi subiti, i
Pasdaran dispongano ancora di diversi missili balistici e droni;
un
arsenale che mette in pericolo Israele e i Paesi del Golfo e che permette
persino a Teheran di poter porre delle condizioni agli Stati Uniti nel corso
delle trattative.
E
infatti ieri il regime iraniano ha respinto il cessate il fuoco proposto dagli
Stati Uniti e ha trasmesso, attraverso il Pakistan, una controproposta che
chiede la «fine del conflitto» e insiste su una serie di richieste da sempre
definite «inaccettabili» da Washington:
un protocollo per il transito sicuro nello
Stretto di Hormuz — richiesta che in pratica equivale al riconoscimento del
controllo iraniano sullo Stretto — risarcimenti per danni di guerra,
ricostruzione delle infrastrutture danneggiate e revoca delle sanzioni.
Evidente quindi la mancanza di una reale
volontà di arrivare a un accordo.
Secondo
le fonti militari israeliane, l’uomo che oggi prende le decisioni all’interno
del regime iraniano sarebbe “Ahmad Vahid”, il comandante dei Guardiani della
Rivoluzione, un falco del fondamentalismo islamico che sarebbe “riluttante” a
scendere a qualsiasi compromesso, anche perché fortemente convinto di avere il
coltello dalla parte del manico e di poter costringere gli Stati Uniti ad
accettare le proprie condizioni.
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