La guerra in Iran è voluta da Trump.

 

La guerra in Iran è voluta da Trump.

 

 

Trump avverte l'Iran,

'accordo in 48 ore o sarà l'inferno'.

Ansa.it – (5 aprile 2026) - Antonio Fastigioso – Redazione – ci dice: 

 

Il tycoon ricorda la scadenza per riaprire Hormuz. Caccia al pilota disperso.

Gli Stati Uniti e l'Iran serrano le fila nella frenetica ricerca del pilota americano disperso, all'indomani dell'abbattimento del suo F-15E.

Mentre il presidente Donald Trump minaccia un'escalation della guerra ricordando alla leadership di Teheran, con un post su Truth, che ha ancora 48 ore per la firma di un accordo o per l'apertura dello Stretto di Hormuz, altrimenti dovrà affrontare "l'inferno".

 

 

L'Aeronautica Usa impiega squadre altamente addestrate per il recupero di aviatori e attrezzature sensibili finiti in territorio nemico: specialisti delle 'mission impossibile'.

Per gli Usa è una questione vitale (Trump ha detto nel messaggio alla nazione di mercoledì che l'Iran non dispone di "alcuna attrezzatura antiaerea" e che i suoi radar sono "annientati al 100%") recuperare il secondo pilota dopo l'inatteso abbattimento del jet, il primo nell” Operazione Epic Fury”.

E per l'Iran la sua cattura aumenterebbe il potere negoziale con Washington sulla consolidata esperienza della politica degli ostaggi.

 

I media di Teheran hanno diffuso filmati di molte persone armate dirette alle montagne del Kuzistan, nel sud del Paese, in un'area impervia per "catturare l'americano", allettati anche dalla ricompensa "di valore" per la cattura, da vivo, del nemico.

 L'agenzia Mehr ha citato il vicegovernatore della provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Fattah Mohammadi, secondo cui le ricerche del pilota disperso hanno mobilitato "forze popolari e membri delle tribù al fianco delle forze militari, e sono tuttora in corso", smentendo le voci iniziali della cattura dell'aviatore.

Trump, nel frattempo, ha minacciato l'escalation, ricordando l'ultimatum del 26 marzo:

"Ricordate quando ho dato all'Iran dieci giorni per RAGGIUNGERE UN ACCORDO o APRIRE LO STRETTO DI HORMUZ?

Il tempo sta scadendo: restano 48 ore prima che l'inferno si scateni su di loro", ha scritto su Truth.

Il tycoon si è riunito venerdì per diverse ore coi più stretti collaboratori per trattare le modalità di risposta all'abbattimento dell'F-15E e dell'A-10 Warhol, dopo aver detto alla “Nbc News” che gli ultimi sviluppi non avrebbero influito nei negoziati con Teheran.

 E dopo che l'Iran, forte del colpo messo a segno con il jet, sembrava chiudere - stando al Wall Street Journal - a qualsiasi ipotesi di negoziato indiretto con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri “Abbas Draghici” ha voluto chiarire:

"La posizione dell'Iran viene travisata dai media statunitensi. Siamo profondamente grati al Pakistan per i suoi sforzi e non ci siamo mai rifiutati di andare a Islamabad.

Ciò che ci interessa sono le condizioni per una fine definitiva e duratura alla guerra illegale impostaci", ha scritto su “X”.

I due caccia distrutti sono stati bersagliati dai nuovi sistemi di difesa di produzione nazionale, ha rivendicato il portavoce militare iraniano Ebrahim Zolfaghari, nel resoconto dell'agenzia Irna.

Mentre sono ritornati i sospetti sulla Cina sia per gli aiuti a ricostituire il programma missilistico di Teheran sia per il supporto delle aziende del Dragone nel fornire informazioni di intelligence che espongono le forze Usa.

Si tratterebbe, ha riferito il Washington Post, di "aziende private" e, di fatto, il Partito comunista cinese starebbe cercando di "mantenere le distanze".

Sono 365 i militari americani feriti dall'inizio dell'”Operazione Epic Fury”, quasi cinque settimane fa, nell'ultimo bollettino del Pentagono aggiornato a venerdì, con la conferma di 13 morti e di 7 aerei distrutti. Mentre gli oneri finanziari, sempre molto impopolari negli Stati Uniti, sono in continua crescita

. Nel tentativo di aumentare la pressione sulla Repubblica islamica, il dipartimento di Stato ha revocato lo status di residenza permanente a due iraniane, nipote e pronipote dell'ex generale dei pasdaran,” Jasem Solimai”, ucciso da un raid Usa a Baghdad nel gennaio del 2020.

 Le due donne, considerate "sostenitrici del regime" sono state prese in custodia dall'ICE per essere in seguito espulse. 

 

Teheran rigetta il nuovo ultimatum di 48 ore di Trump.

Il comando militare centrale iraniano ha respinto in serata la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di distruggere le infrastrutture vitali del Paese se non verrà accettato un accordo di pace entro 48 ore.

Il generale Ali Abdellah Alia Badi, in una dichiarazione rilasciata dal quartier generale centrale di Khattab al-Ambia, ha affermato che la minaccia di Trump è stata "un'azione impotente, nervosa, squilibrata e stupida".

 E, riprendendo il linguaggio religioso del post di Trump sui social media, ha avvertito che "il semplice significato di questo messaggio è che le porte dell'inferno si apriranno per voi". 

 

L'Iran replica a Trump, 'l'intera regione diventerà un inferno per voi'.

  L'Iran ha avvertito oggi Stati Uniti e Israele che "l'intera regione diventerà un inferno per loro" se l'escalation continuerà.

Lo riportano i media iraniani, ripresi dal Telegraph.

"Non dimenticate che se l'aggressione si estenderà, l'intera regione si trasformerà in un inferno per voi", ha dichiarato un portavoce iraniano. "L'illusione di sconfiggere la Repubblica Islamica dell'Iran si è trasformata in una palude in cui affonderete", ha precisato.

La dichiarazione fa seguito alle minacce lanciate sempre oggi da Donald Trump, secondo cui "l'inferno si sarebbe abbattuto" sull'Iran se lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto lunedì. 

 

 

 

 

Dal Bangladesh alla Spagna:

Ecco Tutti i Paesi che Possono Transitare da Hormuz (l’Italia Non c’è!).

Conoscenzealconfine.it – (3 Aprile 2026) - Michele Cardellini – Redazione – ci dice:

 

L’invito della Commissione europea ad una vita più sobria dal punto di vista energetico è arrivato in modo del tutto impersonale… come l’annuncio delle previsioni metereologiche.

E come se l’Unione europea non solo non avesse alcuna responsabilità sull’attuale crisi energetica, ma come se non avesse nemmeno mezzi per tentare di risolverla.

 Come al solito tutto viene scaricato sui cittadini.

 

Eppure il blocco dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran non è un’imprevedibile calamità naturale, ma il risultato di una politica estera inadeguata.

Quel passaggio non è infatti chiuso a tutto il mondo.

 

Cina e India Transitano da Hormuz Senza Problemi.

C’è ormai una corposa lista di Paesi che sono riusciti a chiudere accordi con l’Iran per continuare a garantirsi l’approvvigionamento energetico necessario.

Da Hormuz continuano, per esempio, a passare le navi della Cina:

 Nelle scorse ore la portavoce del Ministero degli Esteri,” Mao Ning”, di Pechino, ha confermato l’avvenuto passaggio di tre navi cinesi.

 

Stesso discorso vale per l’India:

grazie ad un accordo bilaterale Nuova Dehli è riuscita a far passare almeno 8 navi, con un carico complessivo di GPL pari a 94.000 tonnellate.

Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca anche il Pakistan.

Lo scorso 28 marzo Islamabad ha concluso un negoziato con Teheran per il passaggio in sicurezza di 20 navi attraverso lo Stretto di Hormuz.

 

Anche Bangladesh e Malesia Passano da Hormuz.

Non occorre però essere grandi per farsi dare un lasciapassare dall’Iran. Anche la piccola Malesia è riuscita a strappare un accordo:

“La Malesia ha ottenuto dall’Iran garanzie sul fatto che alle sue navi sarà concesso un passaggio sicuro e senza pedaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, ha dichiarato il ministro dei trasporti del Paese”, scrive così il “Wall Street Journal”.

 

Stessa cosa anche per la Tailandia:

“È stato raggiunto un accordo per consentire alle petroliere thailandesi di transitare in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz, contribuendo ad alleviare le preoccupazioni relative alla fornitura di carburante alla Thailandia”, ha dichiarato il primo ministro thailandese Antin Charnvirakul in una conferenza stampa.

Persino il Bangladesh è riuscito a non farsi imporre alcuna restrizione sul passaggio di navi attraverso lo stretto di Hormuz.

 

E gli Europei?

All’interno dell’Unione europea l’unico Paese in grado di muoversi è stata la Spagna che si è garantita un lasciapassare.

 

“Dobbiamo garantire la libertà di navigazione nelle acque internazionali dello stretto”, aveva recentemente dichiarato “Luigi Di Maio”, che ricordiamo essere l’inviato speciale dell’Unione europea nei Paesi del Golfo.

Ed è proprio qui forse da cercare la risposta sul perché oggi la Commissione europea non abbia altra soluzione se non imporre lockdown energetici:

l’agenda della politica estera europea è in mano a Luigi Di Maio e Kaja Kallas.

(Michele Cardellini)

(byoblu.com/2026/04/01/dal-bangladesh-alla-spagna-ecco-tutti-i-paesi-che-possono-transitare-da-hormuz-litalia-non-ce/).

 

 

 

Narrativa in Frantumi:

Trump Elogia la Cina e

il Suo Modello Socialista.

Conoscenzealconfine.it – (1° Aprile 2026) - Redazione de l’Anti diplomatico – ci dice:

 

Il presidente USA riconosce pubblicamente l’efficacia del sistema cinese: “In teoria non dovrebbe funzionare, ma produce risultati impressionanti”.

Le parole pesano, soprattutto quando a pronunciarle è colui che per anni ha fatto della contrapposizione ideologica e della critica feroce alla Cina il proprio marchio di fabbrica.

La dichiarazione integrale di Donald Trump, avvenuta durante il” Future Investment Iniziative Priorità Summit” a Miami, rivela un cortocircuito storico.

 

Di fronte agli investitori internazionali, il presidente degli Stati Uniti ha compiuto un gesto inaspettato inchinandosi alla realtà:

 ha elogiato apertamente la Cina, riconoscendo l’efficacia del suo modello economico.

“Devo dire che rispetto la Cina”, ha affermato Trump, “perché è incredibile che, con un sistema che, in teoria, non dovrebbe funzionare – noi andiamo a scuola, frequentiamo le migliori business school, leggiamo di libero imprenditoria – loro ottengono risultati impressionanti”.

 

È l’ammissione più esplicita possibile:

 il paradigma occidentale, fondato sul libero mercato e insegnato come verità assoluta, si scontra con una realtà che lo supera.

Trump ha sottolineato la potenza produttiva cinese con dati concreti, citando l’enorme produzione industriale e persino l’eccesso di capacità nel settore automobilistico; un fenomeno che, nella sua complessità, testimonia una scala produttiva senza pari.

 

“È necessario avere grande rispetto per la Cina per il lavoro che fanno. Che vi piaccia o no, bisogna rispettarli”.

Questa frase sintetizza il ribaltamento.

Non si tratta di una semplice apertura diplomatica, ma di una crepa nella narrativa che ha dominato gli ultimi decenni:

 quella secondo cui solo il modello occidentale potrebbe garantire sviluppo e prosperità.

 

Il valore simbolico dell’intervento è enorme.

 Trump, il presidente che ha dato il via alla guerra commerciale e ha fatto della contrapposizione alla Cina un pilastro della sua retorica, si trova ora a validare pubblicamente l’efficacia di un sistema come quello socialista cinese che combina pianificazione strategica, presenza dello Stato e sviluppo delle forze produttive.

 Un sistema che, per anni, la sua stessa amministrazione ha tentato di contenere.

 

Quindi, se persino uno dei più accesi critici della Cina è costretto a riconoscerne i risultati, allora forse è il momento di abbandonare gli steccati ideologici e guardare ai fatti.

La Cina non solo è diventata un attore centrale dell’economia mondiale, ma ha dimostrato che esistono vie alternative allo sviluppo, capaci di sfidare le teorie economiche mainstream.

Conoscenzealconfine.it – (1°aprile 2026) - Articolo della Redazione de l’Anti Diplomatico – ci dice:

(lantidiplomatico.it/dettnews-narrativa_in_frantumi_trump_elogia_la_cina_e_il_suo_modello_socialista_video/45289_66094/).

 

 

 

 

Guerra Iran, Trump: "Riaprite

Hormuz entro 48 ore".

Teheran: "Sarà l'inferno per voi".

Tg24.sky.it – (04 apr. 2026) – Mondo – Ansa – Redazione – ci dice:

 

"Il tempo sta per scadere: 48 ore prima che si scateni l'inferno", ha scritto Trump su Truth.

“Con escalation sarà inferno per Usa e Israele”, ha replicato un portavoce delle forze armate iraniane.

Almeno 5 persone sono morte nell'attacco al sito petrolchimico di Mashhad.

Netanyahu ha confermato gli attacchi agli impianti petrolchimici iraniani denunciati da Teheran.

 "Continueremo a schiacciarli", ha promesso.

Un missile è caduto vicino alla nucleare di Bushehr, nell'Iran occidentale: un morto.

 

"Ricordate quando ho dato all'Iran dieci giorni per fare un accordo o aprire lo stretto di Hormuz.

 Il tempo sta per scadere:

48 ore prima che si scateni l'inferno su di loro. Gloria a Dio!".

Lo ha scritto su “Truth” il presidente americano, Donald Trump.

“Con escalation l'intera regione del Golfo si trasformerà in un "inferno" per loro, ha dichiarato, secondo “Al Jazeera”, un portavoce delle forze armate iraniane in risposta alla minaccia del presidente Usa.

 

L'Iran "non ha rifiutato la mediazione del Pakistan, ma pretende condizioni chiare per una pace definitiva", ha chiarito il ministro egli Esteri, “Abbas Draghici”, su “X”.

Almeno cinque persone sono morte nell'attacco israeliano al sito petrolchimico di Mashhad, in Iran.

Lo riferiscono i media della “Repubblica Islamica”.

Netanyahu, in un video, ha confermato gli attacchi agli impianti petrolchimici iraniani denunciati sabato da Teheran.

"Continueremo a schiacciarli", ha promesso Netanyahu.

 

Un missile è caduto vicino alla nucleare di “Bushehr”, nell'Iran occidentale, e uno degli addetti alla sicurezza dell'impianto è rimasto ucciso.

Lo riferisce la Tass citando l'”Agenzia iraniana per l'energia atomica” Secondo l'agenzia "gli impianti principali non sono stati danneggiati". Una nave turca passa lo Stretto di Hormuz, ma Teheran minaccia il Mar Rosso.

“Colpita nello Stretto una nave legata a Israele”.

 

Intanto, è corsa tra Usa e Iran a caccia del pilota disperso dopo che il suo caccia F-15 è stato abbattuto.

Gli Usa hanno introdotto i corpi speciali, mentre Teheran vuole un prigioniero da usare nei negoziati.

 In “Epic Fury” sono morti 13 soldati americani e 365 sono rimasti feriti. 

 

 

 

 

Iran, una guerra voluta da Trump

seguendo l’agenda Netanyahu.

Cittanuova.it - Pasquale Ferrara – (2 Marzo 2026) - Fonte: Città Nuova – ci dice:

 

È inconsistente ogni ragione avanzata per giustificare l’attacco di Usa e Israele, che viola la Carta delle Nazioni Unite scatenando un conflitto non solo regionale che può sfuggire di mano.

 

Un sostenitore degli Houthi impugna un’arma e sventola una bandiera iraniana durante una protesta contro gli attacchi israelo-americani contro l’Iran, a Sana’a, Yemen, 1° marzo 2026.

(Ansa EPA/YAHYA ARHAB)

Con l’attacco israelo-americano contro l’Iran stiamo assistendo, ancora una volta, ad una guerra voluta, non a una guerra necessaria (o, come dicono plasticamente proprio gli americani, a “war of choice, not a war of necessity”).

 È la conclusione cui si giunge analizzando attentamente le giustificazioni addotte da Washington e Tel Aviv.

Gli Stati Uniti hanno invocato il concetto di una minaccia esistenziale, ma è davvero difficile credere − stando non alla retorica degli Ayatollah, ma al computo delle forze − che l’Iran potesse davvero sfidarli militarmente con qualche plausibilità, mettendo a repentaglio la loro sicurezza nazionale.

 

Inoltre, tale minaccia sarebbe stata, seguendo l’argomentazione di Trump, imminente e diretta da parte dell’Iran verso di loro, invocando quindi l’esigenza di un’azione “anticipatrice” (in inglese, si parla di reception).

Parzialmente diversa la motivazione israeliana, che invece si riferisce in modo più netto alla guerra preventiva, e quindi non connessa ad una minaccia incombente.

D’altra parte, Israele considera da decenni l’Iran una potenza strutturalmente ostile.

 

Se poi guardiamo al contesto nel quale è maturato questo nuovo conflitto, il meno che si possa dire è che c’è stata assai poca chiarezza sul negoziato.

 Ad esempio, quanto al nucleare, fu proprio Trump a rottamare, nel 2018, l’”Accordo del 2015 sul programma nucleare iraniano”, dopo un negoziato durato ben 10 anni, e che conteneva clausole tecniche molto stringenti per garantirne il carattere esclusivamente civile (come il limite massimo di arricchimento dell’uranio al 3,67%;

senza accordo, l’Iran aveva superato il 60%).

D’altra parte, l’Iran fa parte del “Trattato di Non-proliferazione Nucleare,” mentre “Israele ha armi atomiche non dichiarate” e non partecipa al Trattato.

 C’erano in corso negoziati a Ginevra con la mediazione dell’Oman.  Anche precedentemente, nel giugno del 2025, prima della “guerra dei 12 giorni”, erano state intavolate trattative, ospitate anche a Roma.

 Per ben due volte, dunque, l’Iran viene attaccato mentre si svolgono negoziati.

Viene il dubbio che la via diplomatica in quanto tale fosse una messa in scena, e che l’opzione militare fosse già pianificata da tempo.

 In quel caso, il presidente che mette fine a tutte le guerre con altre guerre sarebbe da Oscar, più che da Premio Nobel.

 

La seconda motivazione addotta, oltra al programma nucleare, è il possesso di missili da parte di Teheran, che sarebbero in grado di colpire obiettivi ben oltre il Medio Oriente.

Ora, non c’è un Trattato internazionale che vieti il possesso di missili, ce li hanno quasi tutti gli Stati, a media e lunga gittata.

 

Per essere credibili, gli Stati Uniti, se volessero adottare una posizione costruttiva e internazionalmente sensata, dovrebbero proporre da una parte, una zona libera dalle armi nucleari in tutto il Medio Oriente, senza eccezioni, Israele incluso (che le armi nucleari le possiede davvero, a differenza dell’Iran), dall’altra parte, un trattato regionale per la limitazione dei missili balistici, che impegni tutti gli stati della regione allo stesso modo.

 

L’altro pretesto addotto per questa guerra arbitraria riguarda le azioni destabilizzanti dell’Iran attraverso Hamas, Hezbollah e Houthi.

 Ora, tali referenti dell’Iran, che pure perseguono loro obiettivi autonomi, sono stati molto ridimensionati e le loro operazioni sono assai poco incisive.

 

Ultimo punto riguarda l’argomento secondo il quale l’intervento militare potrebbe propiziare un cambio di regime in Iran.

Ora, è paradossale che il presidente che doveva occuparsi dell’America First adotti l’agenda dei cosiddetti guerrieri democratici, coloro che volevano esportare la democrazia a suon di bombe, tanto vituperati da Trump e dai suoi consiglieri.

L’idea di venire in soccorso del popolo iraniano, di favorirne la liberazione, detta da chi occupa da più di 60 anni il territorio palestinese, opprime il popolo palestinese al quale nega ogni diritto, da chi è responsabile del genocidio di 70 mila palestinesi a Gaza, è francamente irricevibile.

Qualcuno sostiene che esiste, a livello internazionale, una “responsabilità di proteggere” per deporre e sostituire governanti che opprimano il loro stesso popolo.

Questa concezione, ispirata dalle migliori intenzioni, è naufragata nel 2011, con la strumentale interpretazione che si è data di questo principio, quando la risoluzione n.1973 del Consiglio di Sicurezza fu utilizzata come la luce verde per il cambio di regime in Libia, certo non con esiti di democrazia e liberazione, come constatiamo ancora oggi.

 

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Per ora, in Iran, prima di arrivare ad una vera prospettiva democratica autonoma e non calata dall’estero (quando si smetterà di credere che la democrazia sia una merce da esportare?), si rischia o la sostituzione del regime teocratico degli Ayatollah con uno di tipo militare (un adattamento del “modello venezuelano” dopo Maduro), in mano agli apparati dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione), oppure il collasso del regime, con conseguenze serissime per tutti i Paesi limitrofi.

 E riusciranno Trump e Netanyahu ad avere dalla loro parte “hearts and minds” [cuori e menti] degli iraniani?

Mi sembra molto arduo crederlo.

 

La realtà è che Trump ha eseguito l’agenda Netanyahu, il nucleare non c’entra nulla, i missili non c’entrano, non c’entra la destabilizzazione del Medio Oriente, e la liberazione del popolo iraniano è utilizzata solo in maniera strumentale e cinica.

Trump intende eliminare per conto di Tel Aviv (è una guerra per procura) l’unica potenza regionale che possa insidiare Israele, perché quest’ultimo divenga la potenza egemone.

 Un’operazione neoimperialista.

Veramente incredibile che da parte europea, Italia compresa, ora si condannino – con ragione – come ingiustificati e contrari al diritto internazionale gli attacchi dell’Iran agli altri Paesi del Golfo, ma che al contempo non si dica una sola parola sulla flagrante violazione da parte di Stati Uniti ed Israele della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce l’uso della forza per risolvere contese internazionali e preserva l’indipendenza e la sovranità nazionale di tutti gli Stati membri.

L’articolo 11 della Costituzione, dalle nostre parti, imporrebbe una condanna a tutto tondo di tutte le operazioni militari, senza distinzione, al di fuori della legalità internazionale.

 

Questo conflitto si inserisce in un’area del mondo – il Golfo – che sta conoscendo profonde trasformazioni.

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo, di cui l’Iran non fa parte, ha sperimentato profonde divisioni.

In passato, tutti contro il Qatar, accusato di fomentare le rivolte dei Fratelli Musulmani durante la primavera araba.

 

Oggi, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita vivono una crescente competizione strategica, e competono per la leadership economica del Golfo, soprattutto tra Dubai e Riyadh, oltre alle tensioni sulle quote petrolifere in ambito OPEC+ e alle divergenze sul conflitto in Yemen.

Arabia Saudita e Iran, da parte loro, avevano iniziato un percorso complicato dal 2023, propiziato dalla Cina.

Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno normalizzato le relazioni con Israele (i famosi Accordi di Abramo, impropriamente definiti tali).

La retorica religiosa è utilizzata anche da “Reza Pahlavi”, che si è auto-candidato alla successione di potere in Iran, parlando di improbabili “Accordi di Ciro”, cioè di un’ipotetica normalizzazione dei rapporti tra Iran e Israele (qui si scomoda Ciro il Grande, antico re persiano che nella tradizione ebraica è ricordato per aver permesso agli ebrei di tornare a Gerusalemme e ricostruire il Tempio dopo l’esilio babilonese)

 

Cosa si rischia ora?

Sicuramente, una guerra regionale, come si vede dal coinvolgimento dei paesi limitrofi, e dello stesso Libano, che potrebbe estendersi ben oltre il Medio Oriente.

 In questo momento c’è anche un’altra guerra ai confini orientali iraniani, quella tra “Afghanistan e Pakistan”. 

Si rischia, poi, un’ondata di terrorismo transnazionale.

 

Su tutto, si staglia una drammatica certezza.

 È relativamente facile iniziare una guerra, molto più difficile capire come terminarla.

 Ce lo dimostra l’Ucraina, ce lo insegna la storia.

 La guerra è uno strano animale feroce che, una volta scatenato, diventa incontrollabile, e tende a divorare i suoi guardiani.

 

La guerra all’Iran si allarga,

tra bugie e impreparazione.

Cittanuova.it - Sara Fornaro – (2 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

Quando è iniziato l’attacco di Usa e Israele contro l’Iran il nostro ministro della Difesa era a Dubai, il vicepremier Salvini parlava di Sanremo, mentre il ministro degli Esteri e vicepremier Tajani è stato informato in ritardo.

La premier Meloni non sapeva dell’attacco.

Rischia di allargarsi la guerra tra Israele e Stati Uniti contro lo Stato iraniano.

 L’esercito israeliano sta bombardando il Libano, mentre i Paesi del golfo minacciano ritorsioni contro gli attacchi dell’Iran.

 

Proteste a New York, negli Usa, contro l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, 28 febbraio 2026,

(foto Ansa, EPA/DEREK FRENCH).

Venerdì 27 febbraio, alle 22.58 italiane, l’Ansa riportava la notizia della svolta:

 il ministro degli Esteri dell’Oman, che faceva da mediatore, aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie scorte di Uranio arricchito.

 Si poteva firmare un accordo.

E invece no.

 Poche ore dopo, verso le 7.30 del 28 febbraio, con un’azione congiunta, Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, colpendo decine di obiettivi, tra cui la residenza dell’ayatollah Ali Khamenei, distruggendo anche, come “effetto collaterale”, una scuola primaria femminile e provocando una strage di bambine:

quasi 170 morti accertati e un centinaio di feriti.

L’Iran non si è fatto trovare impreparato e, nonostante la morte della guida suprema, di alcuni suoi familiari e di altre persone chiave del regime, ha risposto agli attacchi provando a colpire Israele e le basi americane disseminate nei Paesi del golfo, provocando danni e feriti in Kuwait, dove è stata colpita la base italiana, ma anche Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita…

 

(La guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso da Israele e Stati Uniti.

Foto Ansa, EPA/Ufficio della guida suprema dell’Iran).

 

Dopo il primo giorno, gli attacchi si stanno intensificando e se, secondo la Mezzaluna araba, le vittime iraniane sono oltre 550, anche Israele e Usa stanno riportando morti e feriti.

 Nel Paese guidato da Benjamin Netanyahu, i missili iraniani hanno bucato lo scudo difensivo, provocando una decina di morti vicino Gerusalemme.

Sono poi stati abbattuti tre caccia americani, provocando la morte di soldati statunitensi, ma in questo caso per colpa di fuoco amico.

 Se gli attacchi continueranno, i Paesi del golfo hanno fatto sapere che risponderanno al fuoco dell’Iran.

Allo stesso tempo, in molti Paesi in cui ci sono musulmani sciiti, come Iraq e Pakistan, stanno divampando le proteste per la morte di Khamenei, che era la loro guida religiosa.

 

Intanto, nel Paese, la successione di Khamenei era stata già prevista, per cui dopo la sua morte è stato eletto un consiglio provvisorio formato dal presidente in carica, Masoud Pezeskhian, dal capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, dal responsabile del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, e da un religioso, l’ayatollah Alireza Arafi, che aveva incontrato anche papa Francesco, nell’ambito del dialogo interreligioso.

 

(Una delle bambine uccise in Iran dall’attacco aereo di Israele e Stati Uniti. 28 febbraio 2026.

 Foto Ansa/ EPA, Dipartimento degli Esteri iraniano).

 

Il governo italiano non informato dell’attacco.

Il 27 febbraio, l’ambasciata americana a Gerusalemme ha lanciato un’allerta per il rimpatrio immediato del personale governativo non indispensabile e dei loro familiari, invitando gli statunitensi a non viaggiare a Gaza, a Nord di Israele, ai confini con Libano, Siria ed Egitto per possibili attacchi.

 Nelle stesse ore, la Cina invitava i propri connazionali a lasciare il prima possibile l’Iran per timore di un conflitto.

 Il Regno Unito è andato oltre, richiamando tutto il personale diplomatico dall’Iran e spostando parte di quello presente a Tel Aviv fuori dalla capitale israeliana.

 

Anche la Farnesina, cioè il ministero degli Esteri italiano, ripetendo gli avvisi diramati da fine gennaio, ha rinnovato l’esortazione ad uscire dall’Iran, a prestare attenzione in Israele, a non recarsi in Libano e ad avere un comportamento prudente nella regione.

 Un’allerta sottovalutata dal ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, che era a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, praticamente di fronte alle coste iraniane, con la famiglia in vacanza.

Non andava meglio in Italia.

Poco dopo le 16 del 27 febbraio, il ministro Matteo Salvini, leader della Lega e vicepremier, si complimentava con il cantante Ermal Meta, concorrente a Sanremo, per la sua perfetta conoscenza della lingua italiana.

Insomma, le priorità sembravano altre.

 

 

(Il ministro della Difesa Guido Crosetto alla Camera dei Deputati, 10 febbraio 2026, ANSA/FABIO CIMAGLIA).

 

Allo scoppio del conflitto, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto sapere di non essere stata informata dell’attacco.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, di Forza Italia, ha spiegato di averlo saputo successivamente, dal collega israeliano.

Non sapeva nemmeno che Crosetto fosse a Dubai. Nel blocco della circolazione aerea, il ministro della Difesa ha dovuto affrontare un viaggio via terra di 500 chilometri per riuscire a prendere un aereo militare che lo riportasse in Italia dall’Oman.

 La questione non è politica, ma oggettiva:

 il nostro governo era all’oscuro dell’imminenza dell’attacco e non ha saputo leggere i segnali di emergenza, nonostante le migliaia di italiani presenti tra Iran, Israele e gli altri Paesi del golfo.

Non ha fatto migliore figura l’Unione europea, completamente assente e afona in una situazione così delicata.

 

Le bugie sull’attacco e le violazioni al diritto internazionale.

Dopo la cosiddetta guerra dei dodici giorni, scatenata da Israele contro l’Iran nel giugno 2025 con il supporto degli Stati Uniti, il presidente Trump aveva affermato che il nucleare iraniano era stato distrutto. Eppure, sempre quell’uranio è diventato la scusa ufficiale del nuovo attacco del 28 febbraio.

 

Strateghi e generali del Pentagono avevano sconsigliato l’attacco all’Iran.

 Perché allora gli Stati Uniti hanno avviato la guerra?

 Il ministro degli Esteri dell’Oman Badr al-Busaidi, “sgomento” per l’attacco all’Iran dopo essersi impegnato per la pace, ha commentato amareggiato:

 «Negoziati seri e attivi sono stati ancora una volta compromessi. Esorto gli Stati Uniti a non farsi ulteriormente coinvolgere. Questa non è la vostra guerra».

(Esplosioni a Teheran dopo un attacco di Israele e Stati Uniti, 1° marzo 2026. Foto Ansa, EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)

 

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Non sono stati nemmeno i diritti degli iraniani a motivare l’attacco. Ricordiamo bene come le condizioni delle donne, per esempio, erano state la copertura dell’attacco americano all’Afghanistan.

E oggi, decine di anni dopo, proprio le donne stanno ancora peggio.

A trascinare gli Stati Uniti nell’attacco all’Iran sarebbe stato Israele, con il supporto sottotraccia dell’Arabia Saudita, con l’obiettivo di ottenere un cambio di regime.

 Trump ha ceduto alle pressioni dei ricchi alleati, sicuramente anche per spegnere i riflettori sullo scandalo Epstein, visto che i file che lo riguardano sono stati censurati.

 

Probabilmente Trump sarà intervenuto anche per indebolire la Russia, che usa droni di fabbricazione iraniana, e la Cina.

Il petrolio iraniano, infatti, finisce in larga parte all’alleato cinese.

Dopo l’inizio della guerra, con oltre 150 petroliere ferme nel Golfo prima dello Stretto di Hormuz, si teme una crisi energetica mondiale.

 Stamattina, all’apertura delle borse, ci sono stati i primi segnali, con l’impennata dei prezzi di petrolio e gas.

Il ministro degli Esteri cinese, “Wang Yi”, in un colloquio con l’omologo russo Sergej Lavrov, ha affermato che «l’attacco e l’uccisione della Guida Suprema dell’Iran costituiscono una grave violazione della sovranità e della sicurezza dell’Iran.

Calpestano gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e le norme fondamentali delle relazioni internazionali.

Chiediamo l’immediata cessazione delle operazioni militari, l’interruzione di un’ulteriore escalation della situazione di tensione e uno sforzo congiunto per mantenere la pace e la stabilità in Medio Oriente e nel mondo».

 

Il ruolo di Israele e l’invasione del Libano.

Il governo di Benjamin Netanyahu ha attaccato l’Iran con la stessa strategia messa in pratica a Gaza: nessun rispetto del diritto internazionale umanitario.

Quindi sono stati colpiti anche ospedali, scuole e abitazioni come “effetti collaterali” per raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione della classe politica iraniana.

Del resto, il premier sta per affrontare le elezioni e deve fare il possibile per non essere condannato, tra le altre cose, per corruzione, frode e abuso di potere.

 

Ma l’azione di Israele si è allargata anche in Palestina, dove sono stati denunciati attacchi più aggressivi dei coloni israeliani nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania.

Chiuso il valico di Rafah che consentiva il passaggio di (poco) cibo e (pochissime) medicine a Gaza.

 Non solo.

Israele ha ordinato al Libano di evacuare i confini, cominciando poco dopo un massiccio attacco aereo che ha provocato decine di morti, in risposta al lancio di missili da parte di Hezbollah.

Annunciata anche un’invasione di terra.

 

(Residenti sfollati della periferia meridionale di Beirut, Libano, 2 marzo 2026, dopo aver abbandonato le loro case in seguito agli attacchi israeliani. L’esercito israeliano ha minacciato di colpire più di 50 villaggi e città nel Libano meridionale e nella valle della Beqaa, ordinando ai residenti di evacuare.

Ansa, EPA/WAEL HAMZEH)

Al confine tra Libano e Israele, proprio in queste ore stanno arrivando i militari italiani della Brigata Sassari, che sostituiranno gli altri italiani (i nostri militari sono più di mille) nell’ambito della missione ONU dell’Unifil.

La missione, guidata dal generale italiano “Diodato Abagnara”, ha denunciato più volte attacchi israeliani contro i soldati Onu, oltre che la costruzione di un nuovo muro per impossessarsi di territorio libanese. Del resto, nel solo 2025, Israele aveva bombardato Palestina, Iran, Libano, Siria, Yemen e Qatar.

 

Contro l’attacco all’Iran si è pronunciato anche il rabbino anziano “Abraham Zilberstein” della Voce dei rabbini, organizzazione americana di ebrei contro il sionismo, che ha dichiarato:

«Le recenti operazioni militari condotte dallo Stato di Israele sono manovre strettamente politiche e governative.

Non rappresentano il popolo ebraico, né sono sanciti dalla Sacra Torah.

 L’ebraismo autentico è un patto di servizio divino e di sacralità della vita umana;

la Torah non autorizza la guerra sotto la bandiera del nome ebraico».

(Proteste in Iraq contro l’attacco in Iran da parte di Stati Uniti e Israele, foto Ansa/Epa).

 

Quando finirà la guerra?

Per il presidente statunitense Trump, potrebbe durare almeno 4 settimane.

Finché, ha affermato, «non saranno raggiunti tutti gli obiettivi». Espressione presa in prestito dall’amico e rivale Putin a proposito dell’attacco all’Ucraina.

 Eppure, Trump ha spiegato di aver colpito già centinaia di obiettivi. Purtroppo, ha fatto capire, non è stato facile come in Venezuela, dove l’accordo con la vice di Maduro ha portato gli Usa ad avere il controllo delle risorse petrolifere del Paese e un governo decisamente amico.

La realtà iraniana è più complessa.

Parliamo di un Paese antichissimo, di grande cultura, abitato da persone con studi elevati.

 

Il cambiamento di regime auspicato da Usa e Israele, per tentare – come fecero mettendo al potere lo scià – di avere un governo amico, non sarà semplice e non sembra nemmeno essere voluto dalla stessa popolazione.

Gli iraniani, affamati da anni di embargo imposti dai Paesi occidentali e oppressi dalla dura dittatura di Khamenei, vogliono poter decidere del loro futuro.

E se una parte del Paese oggi festeggia per la morte della guida suprema, non intende comunque accettare un governo fantoccio imposto dall’estero.

Restano i timori per un conflitto che rischia di espandersi in modo incontrollato.

 «Seguo con profonda preoccupazione – ha affermato papa Leone XIV – quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche.

 La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile.

Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile!

 Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia.

E continuiamo a pregare per la pace».

 

 

 

Trump come Dottor Jekyll e Mister Hyde:

 dà dei bastardi agli iraniani poi

parla di “accordo vicino”. E ammette:

“Abbiamo inviato armi all’opposizione.”

 

Ilfattoquotidiano.it - Gianni Rosini – (5 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

"Credo che riusciremo ad avere un accordo entro domani", ha dichiarato fiducioso.

Appena il tempo di riprendere fiato, però, ed ecco l'auto-smentita:

"Se non fanno un accordo in fretta, sto valutando di far saltare tutto in aria e prendere il controllo del petrolio."

Trump come Dottor Jekyll e Mister Hyde:

dà dei bastardi agli iraniani poi parla di “accordo vicino”. E ammette: “Abbiamo inviato armi all’opposizione.”

 

Donald Trump contro Donald Trump.

Chi pensava a una Pasqua all’insegna dei festeggiamenti anche per il presidente americano, con un pensiero alla pace come da appello di Papa Leone XIV, si è dovuto ricredere.

 Il tycoon ha impugnato il suo smartphone e tra Truth e alcune dichiarazioni rilasciate a Fox ha dato inizio a una giornata in versione Dottor Jekyll e Mister Hyde, tutta dedicata alla guerra con l’Iran.

 Una guerra che dice di voler chiudere entro Pasquetta, ma che è pronto a portare allo scontro definitivo, tra minacce, insulti e presunti tentativi di golpe.

 

La mattinata di Trump è iniziata con la buona notizia dell’esfiltrazione del secondo pilota disperso in territorio iraniano, dopo l’abbattimento del caccia sul quale volava.

 “Non lasceremo mai indietro un guerriero americano!”, si è vantato il leader della Casa Bianca su Truth.

Parole ben diverse da quelle riservate ad altri “guerrieri” americani nel 2020, quando definì i soldati caduti, come scritto da” The Atlantic”, dei “perdenti sfigati che si sono fatti ammazzare”.

Il presidente ha poi voluto rimarcare il fatto di essere riusciti a portare a termine le due operazioni di salvataggio “senza che un solo americano rimanesse ucciso, o persino ferito”.

 Versione che lui stesso smentirà poche ore dopo, quando riferirà che il pilota risulta “gravemente ferito.“

 

Ma lo show di Trump raggiunge l’apice quando decide che è arrivato il momento di lanciare l’ennesimo ultimatum all’Iran.

“Credo che riusciremo ad avere un accordo entro domani“, ha dichiarato fiducioso, come riporta Fox.

Appena il tempo di riprendere fiato, però, ed ecco che ricompare Mister Hyde:

“Se non fanno un accordo in fretta, sto valutando di far saltare tutto in aria e prendere il controllo del petrolio“, ha tuonato.

Ed è poi tornato a ordinare, inascoltato, la riapertura dello Stretto di Hormuz:

“Martedì in Iran sarà la Giornata della Centrale Elettrica e la Giornata del Ponte, tutto in uno.

Non ci sarà niente di simile!

 Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno. VEDRETE! Sia lode ad Allah”, ha di nuovo scritto sul suo social.

 

E pensare che sono stati proprio gli Usa, insieme a Israele, a far esplodere questo conflitto, del quale il blocco di Hormuz è solo una conseguenza, con l’intento di compiere un colpo di Stato in Iran.

Parole sue che, sempre secondo Fox, è arrivato ad ammettere di aver tentato di armare l’opposizione interna senza nemmeno riuscirci: “Abbiamo inviato molte armi ai manifestanti iraniani. Le abbiamo inviate attraverso i curdi e credo che i curdi se le siano tenute“, ha dichiarato.

A questo punto è però impossibile sapere cosa delle sue parole possa essere considerato verosimile, cosa totalmente inventato o frutto delle sue personali aspirazioni.

(Gianni Rosini).

 

 

 

 

Trump dice che la guerra in Iran

 «finirà presto» ma non spiega quando.

            Avvenire.it – Giulio Isola – (2 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il primo discorso alla nazione del presidente Usa da quando è iniziato il nuovo conflitto in Medio Oriente.

Trump dice che la guerra in Iran «finirà presto» ma non spiega quando.

Il discorso alla nazione di Donald Trump.

La guerra in Iran proseguirà per altre due o tre settimane, «finiremo il lavoro, e lo finiremo molto in fretta, siamo molto vicini agli obiettivi», dopo aver ottenuto «vittorie rapide, decisive e schiaccianti».

Questo l'annuncio di Donald Trump nel primo discorso alla nazione da quando è iniziato il conflitto il 28 febbraio scorso, un discorso durante il quale non ha offerto alcuna nuova risposta alla domanda principale che occupa la mente di molti americani:

 quando, esattamente, finirà la guerra.

Senza offrire una timeline definitiva per la cessazione delle ostilità, nel suo "importante aggiornamento" sul conflitto il presidente ha dichiarato che gli obiettivi che Washington si era prefissata dall'inizio dell'operazione militare sono stati quasi completati.

«Posso affermare stasera che siamo sulla buona strada per completare a breve tutti gli obiettivi militari dell'America, molto a breve.

Li colpiremo con estrema durezza.

Nelle prossime due o tre settimane, li riporteremo all'età della pietra, il posto a cui appartengono», ha detto Trump in un discorso alla nazione durato solo 19 minuti.

 Usando una retorica già vista in questo mese di combattimenti, il presidente ha sostenuto che in Iran il regime è cambiato e ha ribadito le sue minacce di colpire le infrastrutture elettriche del paese se non accetterà di finalizzare un accordo.

 

«Il cambio di regime non era il nostro obiettivo.

Non abbiamo mai parlato di cambio di regime, ma un cambio di regime è avvenuto a causa della morte di tutti i loro leader originari.

Sono tutti morti. Il nuovo gruppo è meno radicale e molto più ragionevole»', ha sottolineato Trump.

Aggiungendo: «Non abbiamo colpito il loro petrolio, sebbene sia il bersaglio più facile di tutti, perché ciò non lascerebbe loro nemmeno una minima possibilità di sopravvivenza o di ricostruzione.

Tuttavia, potremmo colpirlo e lo distruggeremmo, e non ci sarebbe nulla che possano fare al riguardo.

 Non dispongono di alcuna attrezzatura antiaerea».

Nonostante le aspettative per questo momento in prima serata dalla Casa Bianca, alla fine, il presidente non ha fatto nuovi annunci riguardo al conflitto, ribadendo sostanzialmente gli stessi messaggi espressi nelle sue recenti apparizioni pubbliche.

 Di fronte a un'opinione pubblica americana diffidente nei confronti della guerra e con indici di gradimento in calo, il repubblicano ha provato a convincere il Paese che l'operazione è stata un successo, addirittura un investimento per il futuro visti i danni inflitti al regime.

Joel Kent, l'ex capo antiterrorismo degli Stati Uniti che si è dimesso nei giorni scorsi in polemica con la guerra in Iran, esorta Donald Trump a porre fine al conflitto «prima che si perdano altre vite».

 Commentando il discorso alla nazione del presidente, “Kent” ha scritto su” X”:

«Non onoriamo i nostri caduti facendo uccidere altri dei nostri migliori uomini e donne in Medio Oriente. Onoriamo i nostri caduti imparando dal nostro passato e versando sangue americano solo in difesa della nostra nazione. Il momento migliore per uscire da una guerra di scelta è ora, prima che perdiamo altre vite».

La risposta di Teheran: «Aspettatevi azioni schiaccianti»

 Teheran risponde a Donald Trump che minaccia di riportare l'Iran «all'età della pietra», promettendo «azioni schiaccianti».

«Con fiducia in Dio onnipotente, questa guerra continuerà fino alla vostra umiliazione, disgrazia, rammarico certo e permanente e resa - ha dichiarato il comando operativo militare iraniano “Khattab Al-Ambia” in un comunicato diffuso dalla televisione di stato - Attendete le nostre azioni più schiaccianti, più ampie e più distruttive».

 

 

 

L’Iran e il grande disordine

sotto il cielo.

Appunti.substak.com – Manlio Graziano – Appunti di Stefano Feltri- (28 febbraio 2026) – ci dice:

 

L’attacco di americani e israeliani è il punto di arrivo di un effetto domino innescato dal massacro del 7 ottobre che ha rotto l’equilibrio tra Teheran e Tel Aviv

Per la seconda volta in otto mesi, Washington è presa in contropiede da Tel Aviv mentre si trova nel bel mezzo di un negoziato con Teheran;

 e, come allora, annulla tutti gli ultimatum e segue Israele sulla china del conflitto.

«Grande è il disordine sotto il cielo: la situazione è eccellente».

Così proclamava “Mao Zedong” per cercare di mascherare ideologicamente la sua incapacità a tenere la Cina al riparo di uno stato di guerra civile permanente.

 

È dubbio che i suoi successori a Pechino siano oggi ancora disponibili a sbandierare quella massima sbruffona del loro ex «Grande Timoniere».

La Cina, infatti, è uno dei grandi perdenti del nuovo conflitto che si è acceso tra Pakistan e Afghanistan, uno scontro che non ha più (se mai le ha avute) dimensioni solo locali, ma coinvolge indirettamente una vastissima regione che si estende dal Mar Cinese al Mediterraneo e al Golfo Persico senza soluzione di continuità.

 

Con l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, e la risposta di quest’ultimo, il coinvolgimento di molti attori locali potrebbe diventare diretto.

L’Iran non solo condivide una lunga frontiera col vicino Afghanistan, ma considera da sempre l’Afghanistan come una sua provincia orientale, in cui, tra l’altro, la maggioranza della popolazione parla la stessa lingua (il “dari” è una versione locale del “farsi”, lingua ufficiale in Persia).

 

L’Iran, inoltre, ha sempre avuto rapporti molto migliori con l’India che con il Pakistan;

tuttavia Delhi, che coltiva meticolosamente buone relazioni con i talebani di Kabul, e che non poteva che rallegrarsi del loro conflitto con Islamabad, ha anche firmato qualche giorno fa un assegno in bianco a Israele, con cui condivide una lunga storia pregressa e la comune ostilità verso i musulmani, di cui entrambi i paesi vorrebbero liberarsi – o quantomeno ridurre in stato di impotenza.

 

La Cina, che ha eccellenti rapporti sia con il Pakistan che con l’Afghanistan, e buoni rapporti anche con l’Iran e l’Arabia saudita, si trova in una situazione a dir poco imbarazzante.

Lo stesso, e forse più, vale per la stessa Arabia Saudita, che ha ormai un accordo di cooperazione militare con il Pakistan che, teoricamente, lo obbligherebbe ad intervenire a sostegno di Islamabad, contro quell’Afghanistan che è, in qualche modo, un suo figlioccio ideologico da quando a Riyad si è pensato di potersene servire… contro l’Iran.

Nemici ma non troppo.

 

 

 

 

 

Perché Iran e Israele sono nemici?

Le ragioni storiche dell’odio

e della rivalità geopolitica.

 Geopop.it – (31 Luglio 2024) - Rachele Renno – Redazione – ci dice:

 

Le relazioni tra Iran e Israele non sono sempre state quelle che vediamo oggi, caratterizzate da odio e rivalità.

Tra accordi e tensioni, percorriamo le tappe principali dei rapporti geopolitici tra i due Paesi, che ambiscono ad essere la principale potenza regionale in Medio Oriente.

 

In tempi recenti la tensione tra Israele e Iran è cresciuta sempre di più, in particolare dopo gli attacchi militari incrociati dell'aprile 2024 e l'uccisione del leader politico di Hamas,” Ismail Haniyeh”, attraverso un raid su Teheran a fine luglio 2024.

 Iran.

 I due Paesi, d'altro canto, vista la loro posizione e influenza in Medio Oriente, aspirerebbero a diventare la principale potenza geopolitica della regione.

Tuttavia i rapporti tra i due Stati non sono sempre stati quelli che vediamo oggi.

In questo articolo vediamo in breve la storia delle relazioni bilaterali geopolitiche tra Iran ed Israele negli ultimi decenni e le ragioni storiche della situazione attuale.

 

Iran e Israele nel secondo dopoguerra: rapporti distesi con lo Scià.

Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, iniziò a essere discusso il Piano di Partizione della Palestina nel 1948, l’Iran fu tra i Paesi che si schierarono contro il piano proposto dall’ONU, essendo a favore di uno Stato federale palestinese, con un unico Parlamento e diviso in cantoni arabi ed ebrei.

Nonostante questo, insieme alla Turchia, fu il secondo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere lo stato ebraico.

Nel 1953 in Iran ci fu un colpo di stato, la cosiddetta “Operazione Ajax”, sostenuta dagli Stati Uniti, durante la quale lo “Scià iraniano Reza Pahlavi” rovesciò il governo democraticamente eletto di “Mohammad Mossadeq”. 

Durante questo periodo le relazioni tra Iran ed Israele migliorarono sensibilmente, fino alla rivoluzione iraniana del 1979.

 

(Colpo di Stato in Iran del 1953. Credits: CHN Archives of Iran’s Cultural Heritage Organization via Wikimedia Commons).

I due Paesi, infatti, durante la Guerra Fredda erano entrambi alleati del blocco occidentale, e aumentò anche il loro sodalizio commerciale, poiché l’Iran diventò uno dei principali fornitori di petrolio per Israele.

 I due Paesi avevano anche altri interessi comuni, come combattere le fazioni di opposizione iraniane che volevano rovesciare il governo dello Scià di Persia e che sostenevano le milizie degli Hezbollah in Libano in ottica anti-israeliana.

Prima della rivoluzione iraniana del 1979, inoltre i gruppi di opposizione iraniani iniziarono a stringere legami con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), guidata da Yasser Arafat.

 

La rivoluzione iraniana del 1979 e la "pace fredda."

Nel 1979 iniziò la rivoluzione iraniana, in seguito alla quale nacque la Repubblica islamica dell’Iran.

 Da questo momento in poi i rapporti tra Israele ed Iran cambiarono notevolmente:

 i gruppi islamici sciiti, infatti, non riconobbero più la legittimità dello Stato di Israele e iniziò un periodo denominato “pace fredda” che durò fino agli inizi degli anni ‘90, durante la quale il sostegno iraniano alla causa palestinese aumentò sempre di più e l’Iran colse l’occasione per porsi alla guida della questione palestinese non in ottica di causa nazionalista araba, ma come causa di tutto il mondo islamico.

Nonostante questo, Israele fornì comunque supporto militare e logistico all’Iran nella guerra con l’Iraq durante gli anni '80 (1980-1988), in funzione di contenimento del Paese a maggioranza sunnita e contro Saddam Hussein.

La fine della guerra Fredda e l'inasprimento dei rapporti.

Con la fine della Guerra Fredda e la dissoluzione dell’URSS iniziò a verificarsi un cambio di scenario:

 Israele, infatti, con il nuovo governo di “Yitzhak Rabin”, iniziò a imporsi sempre di più come attore egemone nella regione.

Contemporaneamente iniziò ad assumere una posizione più dura nei confronti della popolazione palestinese, non rispettando i confini territoriali stabiliti dagli “Accordi di Oslo” delle Nazioni Unite”.

Questa situazione sfociò in quella che è conosciuta come la “Prima Intifada”.

Questo cambio di passo da parte di Israele portò l’Iran ad assumere una posizione sempre più rigida, sia come sostegno alla causa palestinese, sia finanziando le milizie degli Hezbollah in Libano, che Israele invase nel 1982.

 

(Manifestazione a Teheran, contro i bombardamenti a Gaza. Novembre 2023. Credits: Mostafa Tehrani via Wikimedia Commons).

 

Gli sviluppi recenti, l'odio e la sfida aperta.

A partire dagli inizi del 2000, in particolare con il governo di “Mahmoud Ahmadinejad”, l’Iran assunse una posizione sempre più ostile nei confronti di Israele, affermando di volerla cancellare dalle carte geografiche.

 La tensione salì durante la seconda guerra tra Libano ed Israele del 2006, durante la quale l’Iran finanziò e sostenne militarmente gli Hezbollah.

 Oltre a questo, le tensioni tra i due Paesi sono state anche generate dai finanziamenti militari iraniani ai movimenti islamici come la Jihad islamica e Hamas (con droni, missili e razzi Fajr-5) e allo sviluppo della tecnologia nucleare iraniana, che l’Iran sostiene sia sviluppata solo per scopi civili, ma che è vista da Israele e dall'Occidente come una grave minaccia alla sicurezza planetaria.

(geopop.it/).

(geopop.it/iran-israele-perche-cause-radici-odio-geopolitica/).

 

 

 

 

 

 

Iran e Israele: una rivalità

strategica tra ideologia,

sicurezza e influenza regionale.

Filodiritto.com – (27 giugno 2025) – Ferdinando Fabiano – Redazione – ci dice:

L’articolo analizza la storica rivalità tra Iran e Israele.

Tra le rivalità geopolitiche più complesse e pericolose dell’età contemporanea vi è quella tra Iran e Israele.

Non si tratta solo di un conflitto tra due Stati, ma di uno scontro ideologico, religioso e strategico che ha plasmato le dinamiche del Medio Oriente dal 1979 a oggi.

Sebbene i due Paesi non abbiano mai combattuto direttamente una guerra convenzionale, la loro ostilità ha avuto effetti profondi:

 guerra per procura, cyber-attacchi, assassinii mirati, e tensioni che più volte hanno rischiato di sfociare in un conflitto aperto.

Le origini: alleati nella Guerra Fredda.

Un dato spesso dimenticato è che, prima della Rivoluzione khomeinista del 1979, Iran e Israele non erano affatto nemici.

Durante il regno dello” Scià Mohammad Reza Pahlavi”, l’Iran rappresentava uno dei pochi paesi musulmani ad avere relazioni non ufficiali ma solide con Israele, basate su interessi comuni:

contrastare l’espansione sovietica, contenere il panarabismo nasseriano e cooperare nel settore energetico e militare.

Israele importava petrolio iraniano, e vi erano stretti contatti tra i rispettivi servizi segreti (Mossad e SAVAK).

 

 La svolta del 1979: rivoluzione e rottura totale.

La Rivoluzione Islamica iraniana cambiò radicalmente le carte in tavola.

 Il nuovo “regime teocratico”, guidato dall’ayatollah Khomeini, adottò un discorso fortemente anti-israeliano, definendo lo Stato ebraico come “il piccolo Satana” (mentre gli Stati Uniti erano “il grande Satana”).

Israele venne accusato di essere un’entità coloniale e illegittima, colpevole dell’oppressione dei palestinesi e simbolo del “nemico sionista”.

Teheran interruppe ogni relazione con Israele, sostenne apertamente la causa palestinese e più tardi divenne uno dei principali sponsor di movimenti armati anti-israeliani come Hezbollah in Libano, fornendo armi, fondi e addestramento.

 

 Conflitto per procura: Libano, Siria, Gaza.

Dal 2000 in poi, la rivalità tra Iran e Israele si è spostata in maniera crescente sul terreno delle guerre per procura.

 Il Libano è uno dei fronti principali:

Hezbollah, fortemente sostenuto dall’Iran, è considerato da Israele una minaccia strategica diretta.

Le guerre del 2006 e le numerose scaramucce di confine sono manifestazioni di questa tensione costante.

 

Altro teatro è la Siria, dove l’intervento iraniano a sostegno del regime di Assad ha portato alla costruzione di una rete militare e logistica a pochi chilometri dai confini israeliani.

 Israele ha risposto con centinaia di raid aerei contro obiettivi iraniani e delle milizie sciite.

Infine, nella Striscia di Gaza, Teheran ha fornito sostegno a gruppi come Hamas e Jihad Islamica Palestinese, nonostante differenze ideologiche (Hamas è sunnita e legata ai Fratelli Musulmani).

Questo riflette la strategia iraniana di posizionarsi come paladino della causa palestinese, anche a costo di alleanze eterodosse.

 

 La questione nucleare: punto di non ritorno?

Il tema del programma nucleare iraniano è uno degli elementi più critici nei rapporti tra i due Stati.

 Israele ha sempre considerato inaccettabile la possibilità che Teheran possa dotarsi di un’arma nucleare, vedendola come una minaccia esistenziale.

 Per questo motivo ha svolto azioni di sabotaggio, assassinando alcuni scienziati nucleari iraniani (tra cui Mohsen Fakhrizadeh nel 2020); attacchi cyber (come il famoso virus Stuxnet) o facendo pressioni diplomatiche per bloccare l’accordo nucleare” JCPOA”.

 Israele teme che un Iran nucleare rafforzerebbe il suo ruolo regionale e cambierebbe l’equilibrio militare, rendendo più difficile ogni opzione di contenimento.

 

La rivalità tra Iran e Israele non è solo geopolitica, ma profondamente ideologica.

Per l’Iran, la lotta contro Israele è parte della sua narrativa rivoluzionaria, in cui si presenta come il difensore degli oppressi (mustazafin) e del mondo islamico.

Per Israele, invece, l’Iran rappresenta una minaccia esistenziale, che nega la sua legittimità e fomenta l’odio attraverso milizie e propaganda.

Questa contrapposizione ideologica rende difficile ogni tipo di dialogo: non è solo una questione di confini, ma di visioni del mondo inconciliabili.

Prospettive future.

Nonostante l’ostilità profonda, entrambi i paesi hanno evitato finora uno scontro diretto su larga scala.

Ora non è più così!

 

Il rapporto tra Iran e Israele è il simbolo di una delle fratture geopolitiche più profonde del nostro tempo.

Mentre entrambi i paesi giocano un ruolo di primo piano nella regione, la loro rivalità non è destinata a dissolversi facilmente, anzi: rappresenta una linea di faglia su cui si giocherà il futuro equilibrio del Medio Oriente.

Solo un cambiamento radicale nei regimi, nelle percezioni o nelle alleanze potrebbe mutare questa dinamica.

 Fino ad allora, la loro ostilità continuerà a influenzare pesantemente la pace e la sicurezza dell’intera area.

 

 

 

Israele ha davvero vinto?

Ecco cosa si dice a Tel Aviv.

Avvenire.it - Lucia Scapuzzi – (27 giugno 2025) – Redazione – ci dice:

 

Il dibattito sull'esito dell'operazione in Iran si incrocia con le domande sul futuro di Netanyahu, visti anche i processi in corso.

 «Il premier ha davanti due vie e potrebbe ancora prendere tempo».

 

«Un fatto storico: abbiamo mandato a rotoli il programma nucleare iraniano».

 «Un successo decisivo, uno schiaffo in faccia all’America».

I toni enfatici sono i medesimi.

I contenuti specularmente opposti.

A pronunciare le due frasi, a 48 ore di distanza l’uno dall’altro, sono stati, rispettivamente, Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei.

 I due irriducibili nemici discordano su tutto tranne che sulla necessità di ostentare la vittoria.

 La propria, ovviamente.

Se la Guida suprema ci ha messo due giorni per uscire dal bunker dove è stato costretto a rifugiarsi dai raid di Tel Aviv e a riparlare la nazione, il premier israeliano ripete la propria versione in modo martellante fin da quando Donald Trump ha annunciato, all’alba di martedì – scavalcando le parti –, il cessate il fuoco.

Man mano che passa il tempo, però, il “leitmotiv del trionfo” viene offuscato dalle ombre sui reali risultati del conflitto.

«Prima di chiederci se la guerra con l’Iran sia stata un successo, dovremo domandarci come ci siamo arrivati.

I fatti del giugno 2025, al contrario di certe narrazioni, non erano “inevitabili”.

Che cosa avremmo potuto fare per creare uno scenario in cui Teheran non fosse una minaccia?

 Se Trump, durante il primo mandato, su spinta di Netanyahu, non fosse uscito dall’accordo nucleare siglato nel 2015, lo scontro militare avrebbe potuto essere scongiurato.

 L’attacco, poi, è avvenuto mentre era in corso un nuovo negoziato tra l’Iran e gli Usa.

Il governo israeliano avrebbe potuto quantomeno non remare contro», afferma “Eran Ezio”, diplomatico ed esperto di strategia militare che segue il dossier iraniano da decenni.

«Nei dodici giorni di ostilità è stato facile sedurre l’opinione pubblica con l’esibizione della forza militare: scienziati uccisi, istallazioni colpite, simboli del regime distrutti.

 Ora, però, è il tempo delle domande.

 E le risposte non sono affatto nette.

 Il programma nucleare iraniano ha subito danni, anche pesanti.

Ma non è stato “obliterato” per parafrasare il presidente Usa.

Oltretutto non si sa che fine abbiano fatto i 400 chili di uranio arricchito nelle mani di Teheran.

 Improbabile che si trovassero a Frodo, chiaro obiettivo statunitense.

E anche se fossero stati là, che ne è stato?», sottolinea Alon Pinchas, diplomatico e scrittore, consulente per la politica estera di Ehud Barak e Shimon Peres, nota firma del quotidiano “Haaretz”.

Ezio, ex vicedirettore del Consiglio di sicurezza nazionale, la pensa allo stesso modo.

«Né il programma nucleare né quello per i missili a lungo raggio sono stati azzerati.

 Teheran ha la capacità tecnica e la conoscenza per ricostruirli.

Lo farà e con più slancio?

 O il conflitto, come vuole presentarlo Netanyahu, favorirà un’intesa diplomatica?

 Al momento non possiamo dirlo.

 È ragionevole che l’Iran – e altri Paesi del Medio Oriente – consideri la bomba atomica e un massiccio riarmo come l’unica garanzia per difendersi dagli attacchi di Israele e Usa.

 In questo caso, la guerra sarebbe stata un fallimento.

È anche possibile, anche se non ci credo molto, che Teheran torni al tavolo con Washington e raggiunga un accordo migliore di quello del 2015.

 Allora sì, il conflitto sarebbe stato un successo. Come piace dire a Trump:

“Staremo a vedere”».

«In questo clima di incertezza, il punto fermo è che per ora, Netanyahu non ha “cambiato il volto del Medio Oriente”, come aveva detto.

E gli ayatollah sono ancora al loro posto – gli fa eco Pinchas –.

Del resto, come si poteva pensare che avrebbe deposto un regime a 1.700 chilometri di distanza quando non è riuscito, in 21 mesi, a far cadere quello di Hamas a Gaza, ad appena due chilometri.

 Il giorno della tregua, nella Striscia, sono stati uccisi sette soldati.

Dopo due settimane di retorica, dunque, l’attenzione dell’opinione pubblica è tornata sulle questioni importanti».

In realtà, Trump, seguito a stretto giro da Netanyahu, si è affrettato a ribadire che la “vittoria” sull’Iran avrebbe accelerato il negoziato per il cessate il fuoco anche a Gaza.

 «Una prospettiva distorta – sostiene Ezio –.

L’unico ostacolo alla tregua è la volontà del premier israeliano. È stato quest’ultimo a stralciare brutalmente l’intesa in tre fasi, raggiunta a gennaio, che prevedeva il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della fine della guerra. Ipotesi a cui Netanyahu si oppone per i propri interessi di sopravvivenza politica».

Ora, però, questi potrebbero cambiare.

Secondo alcuni politologi e media, il leader del Likud potrebbe essere tentato di “capitalizzare” il risultato del conflitto con Teheran convocando delle elezioni anticipate in cui partirebbe da una posizione forza.

 «I sondaggi, però, rivelano il contrario – replica Pinchas –.

Le ultime due rilevazioni, entrambe successive alla tregua con Teheran, gli danno appena un seggio in più rispetto ad ora.

È molto improbabile, dunque, che sciolga il Parlamento.

Oltretutto, in base alla legge, il voto sarebbe fra 90 giorni con il rischio che, nel frattempo, emergano i limiti del presunto successo iraniano». Secondo l’esperto, al premier si prospettano due alternative.

La prima è quella invocata implicitamente “dall’amico Donald”:

un patteggiamento con il pubblico ministero nell’ambito del processo a suo carico per frode, abuso d’ufficio e corruzione.

 «Potrebbe dichiararsi colpevole di qualche delitto minore con la garanzia di non andare in carcere.

 In cambio, offrirebbe il proprio ritiro dalla scena politica – conclude Pinchas –.

Del resto ha 76 anni.

Oppure potrebbe fare quello che ha sempre fatto: mantenere lo status quo e prendere tempo, sapendo di avere una coalizione instabile ma non a rischio di caduta».

A metà luglio, la Knesset terminerà la sessione per le vacanze estive:

 i lavori riprenderanno non prima della fine di settembre, al termine delle festività ebraiche.

 Nel frattempo, la “routine tragica” del massacro di Gaza andrebbe avanti.

 Contro la volontà dei due terzi degli israeliani.

 

 

 

 

Altro che blocco di Hormuz,

l'Asia fa accordi con l'Iran

per far passare il petrolio.

Avvenire.it - Luca Miele – (7aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Dall'India alle Filippine, dal Pakistan per finire (soprattutto) alla Cina: così Teheran pratica la chiusura selettiva dello Stretto.

Altro che chiusura.

Nonostante gli strali e le minacce apocalittiche del presidente Usa Donald Trump, lo Stretto di Hormuz è tutt’altro che “blindato”.

Che l’Iran praticasse un blocco "selettivo" era apparso chiaro dall’inizio del conflitto.

Oggi l’apertura – anche se rallentata, a singhiozzo, episodica – è uno strumento duttile nelle mani di Teheran che “gioca” tra due diversi registri:

esternalizzare i costi del conflitto, continuare a fare cassa e a intessere relazioni politiche.

Ed è l’Asia – il continente che più dipende dal petrolio del Golfo – a usufruire di questa politica “aperturista”.

 

Un caso su tutti: l’India.

Dopo sette anni di “pausa”, New Delhi è tornata a fare la spesa energetica in Iran.

Una scelta quasi obbligata per il gigante asiatico.

Un gigante energivoro: l’India è il terzo importatore di petrolio e secondo consumatore di GPL al mondo.

Il 50% del suo petrolio greggio e la maggior parte del suo GPL transitano proprio attraverso la strategica via d'acqua controllata da Teheran.

"L'India ha scelto di negoziare bilateralmente con l'Iran per un passaggio sicuro invece di aderire alla coalizione navale proposta da Washington:

 un deliberato atto di presa di distanza", ha spiegato alla “Cnbc” “Rema Bhattacharya”, responsabile della ricerca sull'Asia presso “Versi Maplecroft”.

 Ciò riflette il pragmatismo energetico dell'India e “la sua riluttanza a essere pubblicamente coinvolta in un conflitto che non ha scelto”.

Non solo:

 l’India è tornata ad acquistare anche il petrolio russo, evidenziando lo scollamento tra gli obiettivi militari Usa e la strategia geopolitica globale.

La lista dei Paesi asiatici che stanno facendo accordi con Teheran per garantirsi i rifornimenti energetici è lunga.

L’ultimo a “infilarsi” sono state le Filippine, Paese che importa il 98% del suo petrolio dal Medio Oriente e prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza energetica nazionale.

Come riporta la Bbc, i funzionari iraniani hanno garantito il "passaggio sicuro, senza ostacoli e rapido" delle navi battenti bandiera filippina attraverso il canale.

 A sua volta, il Pakistan ha fatto sapere che l'Iran ha acconsentito al passaggio di 20 navi attraverso lo Stretto di Hormuz.

 Idem la Malaysia: circa due terzi delle importazioni di petrolio del Paese provengono dal Golfo Persico.

 

Un discorso a parte merita la Cina.

Pechino è il principale partner commerciale dell'Iran e il principale acquirente di petrolio iraniano.

Gli acquisti cinesi rappresentano circa il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano, “generando decine di miliardi di dollari di entrate annuali che sostengono il bilancio statale e le attività militari del Paese”.

Le importazioni cinesi di greggio iraniano ammontavano a 1,4 milioni di barili al giorno (mb) nel 2025, su un totale di 10,4 mb di importazioni di greggio via mare.

Insomma l'Iran ha a lungo rappresentato "una fonte vitale di energia a prezzi scontati per la Cina".

Ciò è stato particolarmente vero dal 2021, anno in cui è stato firmato l'accordo di cooperazione venticinquennale, che ha garantito alla Cina 400 miliardi di dollari di petrolio a prezzi inferiori a quelli di mercato, in cambio di investimenti nelle infrastrutture e nella cooperazione in materia di sicurezza dell'Iran.

Per Pechino e Teheran, dunque, mantenere aperte le vie di collegamento marittime è una priorità.

Il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Draghici” ha chiarito che i "Paesi amici" - tra cui Cina, India e Russia - possono transitare attraverso un corridoio sicuro designato.

Come scrive “Radio New Zealand”, “questo conflitto non riguarda più solo lo scontro militare.

Sta iniziando a dividere il mondo in base ai comportamenti e, sempre più spesso, in base agli allineamenti economici.

C'è una separazione visibile tra coloro che esercitano pressione e coloro che continuano a operare ai margini di essa”.

Pechino ha tutte le carte per far valere tutto il suo enorme peso, politico ed economico.

 Secondo alcune stime, oltre il 60% delle esportazioni di petrolio greggio via mare dell'Iran finisce proprio in Cina.

 

 

 

L'ultimatum «definitivo» di Trump

su Hormuz scade stanotte.

È la exit strategy?

Avvenire.it - Angela Napoletano – (7 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

Il presidente a colloquio con i giornalisti alla Casa Bianca- Secondo alcuni fonti gli usa avrebbero messo a punto un piano per arrivare a una tregua di 45 giorni.

L'ultimatum «definitivo» di Trump su Hormuz scade stanotte. È la exit strategy?

(La conferenza stampa di Donald Trump alla Casa Bianca / REUTERS).

«Martedì, ore 20.00» (orario di Washington, nella notte tra oggi e domani in Italia).

È il nuovo ultimatum di Donald Trump all’Iran.

Un giorno in più, il precedente era ieri, per arrivare a un accordo che porti alla riapertura dello Stretto di Hormuz.

Il presidente assicura che non ce ne saranno altri, «questa è la scadenza definitiva», e ostenta ottimismo:

 «Da Teheran abbiamo ricevuto una proposta significativa».

Ma, avverte, «non è sufficiente».

 «Vedremo cosa succederà», ha puntualizzato, nel frattempo, «la campagna di bombardamenti continuerà».

A colloquio con i giornalisti sul prato della South Lawn della Casa Bianca, poco prima della “Eastern Eggi Roll”, la tradizionale cerimonia di Pasquetta per i bambini, il presidente ha parlato a ruota libera.

 «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi», si è lasciato andare. Tuttavia, ha precisato, «il popolo americano vorrebbe vederci tornare a casa e io voglio renderlo felice».

Significa che la fine della guerra in Medio Oriente è vicina?

Troppe volte, The Donald ha ventilato svolte imminenti che non sono arrivate.

Le sue parole confermano, però, che gli Stati Uniti sono alla ricerca di una exit strategy.

Diverse fonti rilanciano l’idea di un intenso attivismo diplomatico. Secondo il sito americano “Axios”, l’Amministrazione trumpiana avrebbe messo a punto un piano per arrivare a una tregua di 45 giorni: una base da cui partire per arrivare alla fine definitiva delle ostilità.

Questa sarebbe la soluzione per evitare una drammatica escalation con attacchi massicci sulle infrastrutture civili iraniane ma appare improbabile che si arrivi a una svolta nelle prossime 48 ore.

Secondo” Reuters”, invece, le parti si stanno confrontando sul cosiddetto “accordo di Islamabad”, una proposta messa a punto dal Pakistan e inviata a Washington e Teheran nella notte tra domenica e lunedì.

La soluzione offerta non è molto diversa da quella a cui avrebbe lavorato “il cerchio magico” di Trump:

cessate il fuoco immediato, riapertura di Hormuz in 15-20 giorni, colloqui in presenza nella capitale pachistana per finalizzare un’intesa più ampia.

L’Iran avrebbe risposto al Pakistan con un chiaro “no”.

«Non riapriremo Hormuz in cambio di una tregua ma solo di una soluzione definitiva».

Gli ayatollah, da parte loro, avrebbero rilanciato la loro contro-proposta in 10 punti, messa a fuoco già giorni fa, che comprende la fine dei conflitti nella regione, un protocollo per il passaggio sicuro attraverso Hormuz, i risarcimenti e la revoca delle sanzioni. Teheran ha fatto sapere inoltre che la ricerca di una via d’uscita alla crisi è «incompatibile con gli ultimatum».

 Cosa succederà, dunque, quando domani notte scadrà l’ultimo avviso? La sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Iran voluta da Trump per incoraggiare i negoziati già vacilla.

Ieri, Israele ha colpito due bracci del complesso petrolchimico di Salute, quelli di Jam e Damavano, legati al grande giacimento di South Pars finito nel mirino dell’aviazione di Tel Aviv lo scorso 18 marzo.

Allora, lo ricordiamo, la Casa Bianca si infuriò.

 Colpito, ieri, anche lo stabilimento di Marvdasht, vicino a Shiraz, nel centro-sud dell’Iran, dove è scoppiato un incendio che è stato poi domato.

Un raid di Israele su Teheran ha ucciso “Asghar Bagheri”, comandante delle operazioni speciali delle “forze Quds”, e il capo dell’intelligence dei pasdaran, il generale “Majid Kazemi”, per il quale è stata subito invocata vendetta.

 È dalla marina delle Guardie della Rivoluzione che è arrivato un comunicato ermetico relativo al traffico su Hormuz:

«Non tornerà mai più come prima».

La nota ha evocato preparativi in corso per definire un nuovo ordine regionale ma non ha fornito dettagli.

 Intanto, attraverso lo Stretto ancora bloccato sono continuate a “filtrare” alcune navi.

 Tra queste c’è la turca “Ocean Thunder”, la terza per la quale il governo di Ankara è riuscito negoziare il via libera.

 

Mentre la nuova Guida Suprema “Mastaba Khamenei” diffondeva il primo messaggio dopo giorni di silenzio («Gli assassinii e i crimini non scalfiranno la causa jihadista delle forze armate iraniane»), Trump teneva una conferenza stampa alla Casa Bianca per fornire i dettagli del salvataggio del secondo pilota dell’F-15E, abbattuto dal regime nelle province centrale, rimasto dispero per due giorni.

L’operazione, «senza paragoni nella storia», è stata portata avanti con l’intervento di 155 aerei, fra i quali quattro bombardieri e 13 aerei da combattimento.

L’uomo, ha raccontato il tycoon, «è rimasto ferito piuttosto gravemente, nascosto in un’area piena di terroristi».

 «Non abbandoniamo nessun americano», ha insistito, aggiungendo: «L’Iran potrebbe essere eliminato in una sola notte, e potrebbe accadere già domani sera».

 

 

 

Il conflitto a Teheran era diventato

 inevitabile: se prevale

"la legge della giungla."

 Avvenire.it - Riccardo Redaelli – (28 febbraio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Nonostante la maggior parte degli attori regionali in Medio Oriente fosse chiaramente contraria a un intervento militare, l'amministrazione Trump si era spostata troppo in là per riuscire a evitare uno stop alle ostilità:

hanno deciso più le armi che la strategia,

Il conflitto a Teheran era diventato inevitabile: se prevale "la legge della giungla"

(La portaerei Gerald R. Ford diretta in Medio oriente attraversa lo Stretto di Gibilterra).

Ripubblichiamo un commento di Riccardo Redaelli uscito il 21 febbraio, che anticipava lo scenario di guerra odierno in Iraq.

 

La guerra, arrivati a un certo punto, appare inevitabile.

Vi sono situazioni in cui l’uso della forza diviene “oggettivamente” l’unica scelta razionale, perché in fondo, è colpa dei cattivi se i buoni sono costretti a essere più aggressivi di loro.

Ormai ubriacati dal ritorno prepotente della forza militare quale strumento principe di risoluzione delle divergenze, ritornati come siamo alla “legge della giungla” che esalta la potenza, potremmo perfino pensare che sì, la guerra che si profila all’orizzonte fra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran sia davvero inevitabile.

Non è così ovviamente: non è mai così.

Tanto più ora che la maggior parte degli attori regionali e internazionali non vuole un nuovo conflitto nel Golfo, le cui conseguenze sembrano illogiche e nebulose agli occhi di tutti gli analisti indipendenti.

 Eppure, la guerra scoppierà ugualmente, con tutta probabilità. L’Amministrazione Trump ha spostato nella regione del Medio Oriente una quantità di sistemi d’arma che non ha paragoni se non con il 2003, anno della sciagurata invasione anglo-americana dell’Iraq.

Non solo Washington ha inviato due squadre aeronavali, con la seconda portaerei in rapido avvicinamento, ma ha spostato nella regione dozzine di aerei militari: F-35, F-16, F-15E, oltre a un numero impressionante di aerei cisterna e di guerra elettronica.

Mancano solo le forze di terra.

 Difficile che un dispiegamento di questo genere serva solo a spaventare Teheran, perché la tentazione di usare queste forze per piegare Khamenei – o addirittura per eliminarlo – diventerà sempre più forte man mano che le trattative si imbriglieranno nelle tattiche dilatorie di cui gli iraniani sono maestri.

Certo, capire quale sia l’obiettivo politico di Trump è arduo.

Sempre che ve ne sia uno:

l’impressione è che questo presidente capriccioso ed egomaniacale non abbia una vera progettualità politica, ondeggiando fra la ricerca di un compromesso sul nucleare e il” sogno del regime chance”, il cambio di regime per riportare l’Iran nel campo statunitense, magari affidato a “Reza Ciro Pahlavi”, il figlio dell’ex scià, sostenuto da una campagna propagandistica fortissima, e del tutto compiacente ai desiderata di Israele e degli Usa, ma di cui è dubbio il vero sostegno in patria.

Anche perché la difesa della popolazione, schiacciata dalla brutalità della repressione del regime, sembra essere finita al fondo delle priorità politiche.

Non a caso le monarchie arabe del Golfo, che pur ben poco amano il sistema di potere iraniano, sono contrarie al conflitto e, al momento, negano l’uso delle basi aeree che Washington ha sui loro territori.

Fermare definitivamente il programma nucleare di Teheran va benissimo, ma un conflitto li esporrebbe alle rappresaglie dei Pasdaran e a un allargamento del conflitto potenzialmente devastante.

La caduta del regime, inoltre, in mancanza di una chiara alternativa politica, rischierebbe di aumentare il caos e l’instabilità regionale.

Lungo l’altra sponda del Golfo, le dinamiche non sono meno confuse.

Per quanto indebolito e privo di legittimità, il sistema di potere (il Nezza) ha saputo resistere all’ondata di proteste e ha mostrato una solidarietà interna più forte delle pur profonde differenze di vedute e divergenze. Quanto si fatica a capire in Occidente è che i diversi gangli del Nezza hanno sviluppato – in questi 47 anni di sanzioni, guerre e minacce – non solo una grande capacità di resilienza ma un vero e proprio culto del sacrificio e della resistenza contro un nemico più potente.

 Una visione che si riconnette alla trazione di sofferenza dello sciismo e che è stata coltivata ed enfatizzata dal regime.

 

Tanto più la guerra sembrerà inevitabile quanto più questa voglia di combattere prenderà il sopravvento sulle voci dei moderati.

L’uccisione di moltissimi vertici dei Pasdaran durante la guerra dello scorso giugno non li ha indeboliti:

ha spazzato via generali corrotti e impelagati nel potere a vantaggio di una nuova generazione di ufficiali, che si è formata nelle tante guerre per procura combattute dopo il 2003, e che sembra più aggressiva e meno disposta al compromesso della precedente.

Ai loro occhi, importa meno il rispetto delle soffocanti e impopolari regole religiose nella vita quotidiana dei singoli e di più il mantenere una postura aggressiva regionale, anche perché l’escalation regionale è stata spesso usata da Teheran per ottenere compromessi.

E perché si illudono di poter vincere come i talebani in Afghanistan contro la Nato, ritenendo che il tempo e la determinazione al sacrificio stiano dalla loro parte.

Da Washington filtra ora l’idea di un attacco chirurgico per forzare la mano a Teheran e spingerla a concessioni sostanziali su nucleare, missili e proxy regionali.

Uno singolo schiaffo risoluto per far capire che Trump non scherza.

Il rischio è che si ottenga l’effetto contrario e che si dia l’avvio a un conflitto potenzialmente devastante senza alcuna strategia politica chiara e senza più alcuno spazio per la mediazione diplomatica.

 

 

 

 

Evitare la trappola settaria:

l’unità della Umma davanti

all’aggressione contro l’Iran.

Laluce.news - Davide Piccardo – Direttore Editoriale -  (Marzo 8, 2026) – ci dice:

Nel momento in cui l’Iran della criminale aggressione di Stati Uniti e Israele, e mentre l’intero Medio Oriente è in fiamme, una parte del mondo musulmano sembra paralizzata da una questione che, se non affrontata con lucidità renderà una parte della Umma complice di chi vuole la sua distruzione.

 

In queste settimane si moltiplicano infatti le voci, soprattutto negli ambienti di un certo “salafismo”, secondo cui i “musulmani sunniti” non dovrebbero sostenere l’Iran nella sua attuale lotta difensiva, perché l’Iran “avrebbe ucciso i sunniti in Siria” oppure perché avrebbe in qualche modo “permesso l’invasione americana dell’Iraq”.

 

Sono affermazioni che meritano di essere discusse con serietà e senza ipocrisie.

 Nessuno può negare che nella” tragedia siriana” siano stati commessi errori gravissimi e che il sostegno iraniano al regime di Bashar al-Assad abbia contribuito a prolungare una guerra devastante nella quale sono stati perpetrati crimini orrendi contro la popolazione civile.

Ma trasformare quell’errore, per quanto drammatico, in una giustificazione per la neutralità, o addirittura per la complicità, di fronte a una aggressione esterna contro uno “Stato musulmano” significa non solo perdere il senso della proporzione storica, ma soprattutto cadere nella trappola più pericolosa che sia stata costruita negli ultimi decenni contro la Umma: il settarismo.

 

Per comprendere la natura di questo problema bisogna ricordare una verità che oggi sembra quasi dimenticata.

 L’idea secondo cui sunniti e sciiti sarebbero nemici irriducibili non appartiene alla tradizione storica dell’Islam.

È piuttosto il prodotto di una costruzione ideologica relativamente recente, alimentata da correnti che hanno fatto del taffi contro gli sciiti una vera e propria bandiera politica e teologica.

Questa impostazione ha trovato la sua espressione più deleteria nell’ISIS.

Non è difficile, per chi voglia guardare con un minimo di onestà alla Storia recente, individuare anche le fonti di finanziamento e di sostegno politico che hanno alimentato per anni questa ideologia divisiva.

 Per decenni enormi flussi di denaro provenienti da alcune petromonarchie del Golfo, spesso in stretta sintonia con gli interessi strategici occidentali, hanno sostenuto una visione dell’Islam che non solo delegittimava la tradizione sciita, ma che arrivava a dichiararla apostata.

 Ovviamente è altrettanto vero che anche in alcuni ambienti sciiti si sono sviluppate negli ultimi decenni narrazioni e atteggiamenti che hanno alimentato la diffidenza e talvolta l’ostilità verso i sunniti.

 Esistono correnti e predicatori che hanno risposto al taffi con un settarismo speculare, che guardano ai sunniti con sospetto, o che, in alcuni casi, non esitano a considerarli religiosamente deviati o addirittura miscredenti.

Il risultato è stato sotto gli occhi di tutti: guerre settarie, frammentazione politica del mondo musulmano e la trasformazione di intere società in campi di battaglia permanenti.

 

Eppure questa visione non ha mai rappresentato la posizione della grande tradizione intellettuale dell’Islam.

 I grandi centri del sapere islamico sunnita, a partire da Al-Azhar, hanno sempre riconosciuto la legittimità delle diverse scuole dell’Islam.

Pensatori come Hasan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, o Yusuf al Cardai, hanno difeso esplicitamente l’idea dell’unità tra sunniti e sciiti, mentre numerosi studiosi contemporanei, pur criticando duramente alcune scelte geopolitiche dell’Iran, non hanno mai messo in discussione l’appartenenza degli sciiti alla Umma.

Allo stesso modo è avvenuto nel campo sciita con le numerose prese di posizione al riguardo sia di “Khomeini prima” che di “Khamenei dopo” o di altri esponenti di altissimo livello come l’”Ayatollah Ali Al Sistani”.

 

Del resto basta uno sguardo alla storia islamica per capire quanto sia artificiale la narrazione dello scontro permanente tra sunniti e sciiti.

 Durante il califfato fatimide, che era sciita, le istituzioni religiose sunnite continuarono a esistere e a prosperare. Durante l’Impero Ottomano, che era sunnita, milioni di sciiti vivevano nelle province dell’impero.

 Per secoli il mondo islamico ha conosciuto forme complesse di pluralismo giuridico e teologico, nelle quali diverse scuole convivevano all’interno di uno stesso spazio politico.

 

Il settarismo, dunque, non è una fatalità storica dell’Islam. È piuttosto una costruzione politica contingente.

Per comprendere la posizione dell’Iran nel mondo contemporaneo bisogna inoltre ricordare un altro elemento che troppo spesso viene rimosso:

 la storia della Repubblica Islamica non comincia con la Siria, ma con la rivoluzione del 1979.

 E quella rivoluzione, il giorno dopo aver rovesciato lo Shah, uno dei pilastri del sistema di potere occidentale nella regione, fu immediatamente sottoposta a un attacco militare devastante.

 Nel 1980 l’Iraq di Saddam Hussein invase l’Iran con il sostegno politico, finanziario e militare di gran parte delle potenze occidentali e di numerosi Stati arabi della regione.

Quella guerra, durata otto anni, costò circa un milione di morti e rappresentò uno dei conflitti più sanguinosi del secondo dopoguerra. L’Iran non fu l’aggressore;

fu un Paese che combatté per sopravvivere e ne uscì traumatizzato.

 

A partire da quel momento la Repubblica Islamica ha seguito un percorso che, con tutte le sue contraddizioni, ha mantenuto un elemento di continuità fondamentale: la rivendicazione della sovranità politica.

 In un Medio Oriente nel quale molti Stati, soprattutto nel Golfo, hanno costruito la propria sicurezza sulla protezione militare occidentale e su una integrazione profonda nei sistemi strategici degli Stati Uniti, l’Iran ha scelto una strada diversa, pagando un prezzo altissimo in termini di sanzioni economiche, isolamento internazionale e minacce di guerra.

 

Questo non significa che l’Iran agisca per puro idealismo.

 Come ogni Stato, agisce anche per interesse strategico.

Ma è impossibile ignorare un dato storico fondamentale:

 per decenni Teheran è stato uno dei pochi attori regionali disposti a sostenere concretamente le lotte di resistenza islamica, in contesti nei quali molti governi arabi preferivano girarsi dall’altra parte se non essere direttamente complici dell’oppressione.

Durante la guerra in Bosnia negli anni Novanta, quando l’Europa osservava passivamente il massacro dei musulmani bosniaci, l’Iran fu tra i pochi Paesi a fornire sostegno militare.

 Ma soprattutto, negli ultimi trent’anni, l’Iran ha sostenuto con continuità la resistenza palestinese, offrendo supporto politico economico e militare proprio mentre una parte significativa del mondo arabo imboccava la strada della normalizzazione con Israele.

 

È vero, come si diceva, che il sostegno al regime di Assad rappresenta una macchia grave nella storia recente della politica regionale iraniana.

 È stato un errore drammatico, che ha contribuito a una tragedia umanitaria immensa e che molti musulmani, giustamente, non possono dimenticare.

Ma la politica internazionale non si giudica attraverso un singolo episodio isolato dal resto della storia.

Se così fosse, non esisterebbe al mondo nessuno Stato che possa rivendicare una storia priva di errori o di colpe.

 

La questione che si pone oggi è un’altra.

 

Oggi l’Iran si trova al centro di una pressione militare e strategica che non riguarda soltanto il suo sistema politico interno, ma la sua stessa esistenza come Stato sovrano.

 Da decenni Israele e gli Stati Uniti dichiarano apertamente che l’Iran rappresenta un ostacolo al loro progetto di ordine coloniale e che la sua capacità di autonomia deve essere ridotta o neutralizzata.

In questo contesto, la domanda che i musulmani dovrebbero porsi non è se approvano ogni decisione della politica iraniana, ma se sono disposti ad assistere passivamente alla distruzione di uno dei pochi Stati della regione che, con tutti i suoi limiti, ha cercato di mantenersi sovrano, un paese che, a differenza di quasi tutti i paesi a maggioranza musulmana, non fa parte del sistema eurocratico internazionale.

Se l’Iran dovesse essere piegato o frammentato, le conseguenze non riguarderebbero soltanto gli iraniani.

 Riguarderebbero l’intero equilibrio geopolitico del Medio Oriente e segnerebbero un ulteriore passo verso la realizzazione del “grande Israele”, con gravissimo pregiudizio sia per la lotta di “liberazione del popolo palestinese” che per la possibilità di “emancipazione dei popoli arabo-musulmani della regione”.

 

È per questo che oggi la questione centrale non è settaria, ma politica e storica.

 I musulmani possono continuare a dividersi lungo linee confessionali, ripetendo gli errori che negli ultimi vent’anni hanno già devastato Iraq, Siria e Yemen, oppure possono finalmente riconoscere che ogni volta che sunniti e sciiti si combattono tra loro, altri, i sionisti e gli occidentalisti, ne traggono vantaggio.

 

La maturità politica di una comunità si misura anche nella capacità di distinguere tra errori reali e manipolazioni strategiche.

Riconoscere gli errori dell’Iran non significa ignorare il contesto storico nel quale oggi si svolge lo scontro.

E soprattutto non significa dimenticare che la divisione della Umma è sempre stata, nella storia moderna, uno degli strumenti più efficaci utilizzati per indebolire i popoli musulmani.

 

L’eliminazione di Khamenei

ridefinisce l’intero equilibrio

della deterrenza in Medio Oriente.

Israele.net – Ynetnews – Associazione israele.net – scrive Yossi Yehoshua – (1 marzo 2026) – ci dice:

 

 Il messaggio è chiaro: a partire dal 7 ottobre, Israele non sta più ad aspettare cosa fa il nemico e impone la propria deterrenza in ogni momento e in ogni luogo.

Scrive Yossi Yehoshua:

E così, all’indomani del 7 ottobre, ci troviamo in un mondo senza “Yahya Sinwar”, senza “Mohammed Deif”, senza “Hassan Nasrallah”, e ora anche senza l’ayatollah Ali Khamenei’.

 

L’uccisione mirata della Guida Suprema dell’Iran (che per decenni aveva incitato “morte a Israele, morte all’America”) è una mossa che ridefinisce l’intero equilibrio della deterrenza in Medio Oriente e pone Israele in una posizione vantaggiosa come mai prima d’ora.

 

Nei mesi scorsi, l’intelligence militare e l’aeronautica militare israeliane hanno messo a punto la loro capacità di effettuare decapitazioni mirate. Ciò che è iniziato in Libano, è proseguito nell’Operazione “Leone che sorge” (del giugno scorso) ed è stato ulteriormente perfezionato nello Yemen, raggiungendo quella che da ieri potrebbe essere definita una tecnica portata al massimo livello: forse la più grande operazione di uccisioni mirate di capi che la storia ricordi.

(Un briefing del Capo di stato maggiore israeliano, Eyal Zamir (al centro), in vista dell’operazione contro il regime iraniano).

Oltre a Khamenei, l’attacco iniziale ha eliminato, in più luoghi contemporaneamente, molte delle figure di spicco del regime:

 il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Pakpour; il consigliere per la sicurezza di Khamenei, Ali Shamkhani; il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh; il capo dell’intelligence militare, Saleh Asadi, e altri alti funzionari.

 

La lezione più importante del primo giorno dell’Operazione Leone Ruggente è la consapevolezza che il nostro futuro, come israeliani, è nelle nostre mani e in quelle dei nostri alleati, non nelle decisioni dei nostri nemici.

 

Come non avevamo capito che Hamas era cambiata, così Nasrallah non ha capito che Israele è cambiato, e Khamenei non ha capito che anche gli Stati Uniti sono cambiati.

 

Non ci si può affidare al tentativo di decifrare il nemico. Ci sono stati fallimenti in questo senso e ce ne saranno sempre. La cosa più importante è guardarsi allo specchio senza sconti, trarne le conseguenze e assumersi la responsabilità del presente e del futuro.

 

L’operazione lanciata sabato mattina lo ha dimostrato in modo chiarissimo:

 Israele agisce, pianifica ed esegue a pieno regime, più che mai consapevole che il suo futuro è nelle sue mani. Non ci sono scorciatoie. Nessuno può fare il lavoro al posto tuo, né tu puoi sottrarti dal farlo.

 

Il successo è il risultato di un lavoro costante e di grande attenzione ai dettagli.

Per anni, le Forze di Difesa israeliane hanno operato avendo come missione principale quella di rinviare la guerra.

 

Dal 7 ottobre, quell’era è finita.

In un’operazione straordinaria, circa 200 aerei da combattimento hanno operato per ore sull’Iran occidentale e centrale, sganciando centinaia di munizioni su circa 500 obiettivi: sistemi di difesa aerea, lanciamissili, siti di comando e controllo, rampe di lancio e altro ancora.

 

Tutti gli attacchi sono stati effettuati alla luce del giorno, sulla base di informazioni di intelligence in tempo reale e in piena sincronia tra Aeronautica Militare, Intelligence Militare e Direzione Operativa.

 

Nonostante il massimo stato di allerta dell’Iran, Israele è riuscito a penetrare, interrompere sistemi chiave, colpire obiettivi selezionati con elevata precisione ed imporre la propria superiorità aerea sull’Iran in meno delle 48 ore che erano state necessarie per ottenere un analogo controllo nell’operazione del giugno scorso.

Oltre all’eliminazione di Khamenei, il risultato principale del primo giorno è stato il raggiungimento di una completa libertà d’azione aerea, un traguardo di cui è impossibile sottovalutare l’importanza.

Le Forze di Difesa israeliane hanno aperto la strada e le forze statunitensi si sono unite all’operazione in pieno coordinamento.

Il controllo dei cieli iraniani è stato creato e guidato da Israele, consentendo un’azione rapida, precisa e senza restrizioni. Questo è forse il risultato più significativo dell’operazione.

 

Uno stato che aveva costruito un intero sistema di difesa a più livelli, con sistemi di backup e un coordinamento operativo e di intelligence senza precedenti, ha visto tutti i suoi livelli esposti e colpiti simultaneamente, una cosa senza precedenti nella storia della guerra.

La tecnica dell’eliminazione chirurgica ha toccato qui i suoi livelli più elevati, per via della distanza coinvolta e all’esecuzione in pieno giorno, il tutto grazie alle sole capacità delle Forze di Difesa israeliane.

 

Il Capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha parlato di una campagna “decisiva e senza precedenti, volta a distruggere le capacità del regime terroristico iraniano che costituiscono una continua minaccia esistenziale alla sicurezza dello stato di Israele”.

 

“Il regime terrorista estremista iraniano – ha aggiunto Zamir – non ha mai abbandonato la sua visione e la sue irriducibili intenzioni per portare avanti il piano per distruggere Israele: continuare a promuovere il progetto nucleare, ricostruire e aumentare il ritmo della produzione di missili balistici, destabilizzare la regione armando e finanziando terroristi”.

 

Il Capo di stato maggiore ha sottolineato che negli ultimi mesi è stato sviluppato un approfondito piano operativo congiunto, in coordinamento con il capo del “Joint Chiefs of Staff american”o e il “comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti”.

Si tratta di una cooperazione stretta e senza precedenti tra Forze di Difesa israeliane ed esercito statunitense: non solo in difesa, come in passato, ma anche nel contrattacco.

 

È il lavoro fatto insieme da due potenze, non da una potenza e il suo protettore, ed è sotto gli occhi del mondo intero.

L’incapacità dell’Iran di attivare i suoi gregari alleati, Hezbollah e Houthi (per non dire di Hamas e Jihad Islamica), rappresenta un altro successo strategico: deterrenza stabilita sin dal primo giorno, che impedisce ai conflitti sussidiari di degenerare in una guerra più ampia.

 

Cionondimeno, importanti settori del regime iraniano rimangono intatti e non è chiaro se e come reagiranno nei prossimi giorni.

Il proseguimento dello scontro dipende anche dagli sviluppi nell’arena regionale e dalla capacità di Israele di preservare il vantaggio conseguito sabato mattina.

La lezione fondamentale da trarre è che è Israele lo stato responsabile del proprio futuro: non deve dipendere da ciò che fanno o non fanno i suoi nemici.

 

Il successo di sabato deriva dalla capacità di assumersi la responsabilità del presente e del futuro e di continuare ad agire in modo coerente, senza scappatoie, senza affidarsi a escamotage, ma a un lavoro costante, a una costante prontezza all’azione, a un controllo preciso ad ogni livello di attacco e di intelligence.

Questo risultato non è solo un successo operativo.

È anche un chiaro messaggio al mondo: Israele preserva e difende la propria libertà d’azione, il proprio fronte interno e la propria capacità di imporre deterrenza in ogni momento e in ogni luogo.

(YnetNews, israele.net, 1.3.26).

 

 

 

 

Schiaffo dai sondaggi: Trump

crolla al 35%. Repubblicani

spaccati.

Quotidiano.net – Carlo Calabrò – (7 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Due terzi degli statunitensi attribuiscono al presidente l’ascesa dell’inflazione.

The Donald verso la soglia dello ’zero assoluto’ (33%).

E monta la sua rabbia.

(Il presidente Donald Trump durante una conferenza alla Casa Bianca -Ansa).

 

Washington, 7 aprile 2026.

 Per un presidente eletto grazie alla promessa di ridurre il prezzo della benzina, il petrolio sopra i cento dollari è un problema grave. Gravissimo, anzi, in vista delle elezioni di mid-term in cui potrebbe perdere la maggioranza:

 uno scenario improbabile fino a poco tempo fa, adesso plausibile alla luce delle più recenti elezioni suppletive.

La democratica Gregory, per esempio, ha vinto con un margine di due punti e mezzo il collegio di Palm Beach in Florida (comprende perfino Mar-a-Lago) che alle presidenziali del 2024 aveva votato per Trump con un margine di ben undici punti.

 Perfino le roccaforti repubblicane come Texas e Florida potrebbero essere in gioco, allora.

 

Secondo i sondaggi più recenti, due terzi degli americani attribuiscono alle politiche trumpiane un peggioramento dell’inflazione:

quello che non avevano ancora fatto i dazi l’ha fatto la guerra in Iran, col prevedibile blocco di Hormuz e rincaro del petrolio.

 Il nervosismo di Trump si vede.

Da “Truth Social”, dove domenica mattina ha postato l’ennesimo ultimatum con un linguaggio aggressivo:

 “aprite quel c…. di stretto” o l’America scatenerà l’inferno (diversi predecessori di Trump, da LBJ a JFK passando per Nixon e Biden, sono stati notoriamente sboccati; ma mai in un contesto di relazioni internazionali).

Non funziona, però: l’Iran risponde duramente, i mercati reagiscono e il petrolio rincara ulteriormente.

 

Nervosismo che spiega perché Trump abbia ricominciato a licenziare ministri, come nel primo mandato:

 recentemente “Pam Bondi” (giustizia, compresa la fastidiosissima questione degli archivi Epstein) dopo “Kristi Noem” (sicurezza interna e polizia migratoria), e pare che non abbia finito:

ci aveva costruito una carriera, sulla frase “sei licenziato”, prima della politica.

Trump cerca di attribuire ai suoi collaboratori le zavorre di cui vorrebbe liberarsi (ha già attribuito l’operazione iraniana al ministro della difesa “Hegseth”, che però finora è rimasto al suo posto), ma non è detto che ci riesca:

 perfino tra gli elettori repubblicani, secondo un sondaggio recente, la sua approvazione è scesa per la prima volta sotto il 50%.

Sulla media dell’elettorato, l’approvazione risulta intorno al 35%, un dato vicinissimo allo ‘zero assoluto’ stimato dai sondaggisti al 33% (gli ultra-MAGA duri e puri).

Si cominciano a osservare, quindi, frammenti di disobbedienza.

 

A partire dai deputati e senatori che andranno incontro alle elezioni di mid-term e che, alla fine, ci tengono a conservare seggio e stipendio:

 e quindi non votano alcune misure fortemente volute da Trump, dal finanziamento dell’ICE ai cambiamenti delle regole elettorali.

 Anche tra i giudici della Corte suprema, a maggioranza schiacciante repubblicana:

in questo momento si discute dell’abolizione dello ius soli, per decreto presidenziale.

 L’avvocato dell’amministrazione sostiene che “è un mondo nuovo” e che per questo bisogna cambiare le regole.

“Sarà anche un mondo nuovo, ma la Costituzione è la stessa” ha ribattuto il conservatore “John Roberts”, presidente della Corte.

 

Se trionfa la convinzione che

sia la guerra a portare la pace.

 Ristretti.org - Lucia Scapuzzi - Avvenire, (23 giugno 2025) – ci dice:

 

Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace” ha detto il vicepresidente statunitense J.D. Vance meno di 24 ore dopo che Donald Trump ordinasse ai suoi bombardieri B-2 di sganciare la potentissima Gbu-57 sugli impianti iraniani di Fodro, Natanz e Isfahan.

 Un attacco con cui gli Usa entrano al fianco di Israele nel conflitto con Teheran.

 Più dei fatti, però, nell’era politica della post-verità - termine sdoganato dallo stesso Trump - contano le narrazioni.

Di fronte alla realtà di un tycoon che trascina il Paese verso una nuova “contesa bellica eterna” come quelle dei tanto criticati predecessori, “Vance” precisa:

“Non siamo in guerra contro l’Iran ma contro il programma nucleare”.

 L’ultima di una serie di acrobazie semantiche che si sono susseguite nelle ultime ore da una parte all’altra dell’Atlantico.

 

A dare il via è stato lo stesso Trump che ha annunciato il raid con un post su Truth.

Sempre suo social personale si è congratulato con sé stesso per lo “spettacolare successo militare ottenuto”.

Benjamin Netanyahu non è stato da meno.

 In conferenza stampa ha spiegato che “non intente prolungare le operazioni in Iran più del necessario ma nemmeno finirle anticipatamente”.

 Il punto è cosa si intenda per “necessario”. Il premier israeliano non perde occasione nel legittimare ogni azione compiuta negli ultimi ventuno mesi come frutto della “necessità”.

Non è un segreto che per il politico conservatore “stare con la spada sempre sguainata” debba essere il modus vivendi di Israele in un Medio Oriente popolato da “nemici irriducibili”.

Una condizione ontologica - indipendente dunque dalle contingenze - dei Paesi arabi nella sua visione, mutuata dal padre, lo storico Benzon Netanyahu.

E ripetuta qualche ora fa, ancora galvanizzato per l’aiuto americano: “Prima viene la forza, poi viene la pace”.

Un assioma che - ha spiegato - condividerebbe con Trump, determinato a costruire la pace attraverso la forza.

 

“E stavolta di forza ne ha impiegata tanta” ha aggiunto compiaciuto. Peccato che il passato recente e remoto dimostrino il contrario. La pace portata dai missili si rivela effimera e genera le condizioni di nuovi e più feroci conflitti.

La tragica lezione della Seconda guerra mondiale - nata proprio sugli sconquassi generata dalla Prima e dalla pace-clava di Versailles - aveva fatto prendere coscienza al mondo dell’urgenza di limitare mutuamente la forza per evitare uno stato bellico permanente.

 Con la comunità internazionale si è riuscito per decenni solo in minima parte ma almeno l’orizzonte era chiaro.

Era appunto.

Nella neolingua orwelliana della post-verità è la guerra a portare la pace.

“La guerra è pace”, diceva il Grande fratello.

 Nel frattempo, le bombe continuano a cadere.

 

 

 

 

“Non è un talk show”: Macron

 attacca Trump e lancia

 l’allarme su Hormuz.

Tg.la7.it - Gabriella Caimi – (02.04.2026) – ci dice:

Dalla polemica personale con Donald Trump alla crisi dello stretto di Hormuz:

 il presidente francese invoca diplomazia mentre cresce la tensione internazionale.

"Se vuoi essere serio non puoi dire ogni giorno l'opposto di quel che hai detto il giorno prima.

Questa è una guerra, non è un talk show".

È di Emmanuel Macron, in visita di Stato in Corea del Sud, il commento più sferzante all'ultimo discorso di Donald Trump.

 

Trump ironizza sul presunto schiaffo di Brigitte Macron al marito.

Per il presidente francese c'è anche una critica molto personale a cui rispondere.

 Donald Trump ieri lo aveva preso in giro davanti ad un gruppo di ospiti alla Casa Bianca.

 "No, non possiamo aiutarvi adesso ad Hormuz, solo quando la guerra sarà finita", aveva detto, scimmiottando l'accento del presidente.

 "Sua moglie lo sta trattando molto male", aveva aggiunto, con un riferimento ad un momento della visita della coppia presidenziale francese in Vietnam nel 2025 che aveva scatenato molti commenti.

 

Una battuta che ha suscitato reazioni sdegnate in buona parte della politica francese e alla quale Macron ha ribattuto lapidario:

"Parole né eleganti né meritevoli di risposta".

 

Alleanza di 40 Paesi per riaprire Hormuz.

E poi Macron è tornato a concentrarsi sul problema di Hormuz.

Un problema al quale non c'è una vera soluzione militare, ha detto. Perché chiunque cercasse di attraversare lo stretto con la forza si esporrebbe alle rappresaglie dei Guardiani della Rivoluzione.

 

Al blocco di Hormuz è stato dedicato un vertice oggi a Londra con i ministri degli esteri di una quarantina di paesi, per l'Italia Antonio Tajani.

Ma è stato anche al centro di una conversazione telefonica tra il premier britannico” Keri Stormer” e la presidente del Consiglio “Meloni” che hanno condiviso le preoccupazioni comuni, anche e soprattutto per le ricadute sulle economie nazionali.

 

La posizione sulla guerra scatenata da Donald Trump.

La ministra britannica, Yvette Cooper ha sintetizzato l'esito dei colloqui: "I partner hanno chiesto oggi l'immediata e incondizionata riapertura dello stretto. Questi paesi sono determinati ad usare ogni possibile mezzo diplomatico, economico e coordinato."

Non ha usato la parola "militare".

La ministra ha anche condannato gli attacchi che ha definito "sconsiderati" dell'Iran, che ha "preso in ostaggio l'economia globale".

Nessun riferimento invece alla guerra scatenata da Trump, se non per dire che, nell'interesse dell'economia del Regno Unito sarebbe auspicabile che il conflitto terminasse.

 

 

 

 

La ricetta di Macron per liberare lo Stretto di Hormuz: agire «in consultazione con l’Iran».

Epochtimes.it - Artemio Romano – (03 aprile 2026) – Redazione Italia – ci dice:

 

 A essere più danneggiata dal blocco è l'Asia.

Per risolvere la crisi nel Golfo Persico il presidente della repubblica francese ha le idee chiare:

 liberare lo Stretto di Hormuz usando la marina militare sarebbe troppo lungo e pericoloso, dice, per cui meglio mettersi d’accordo coi Pasdaran

 

Emmanuel Macron ha dichiarato ieri, 2 aprile, che un’operazione militare per forzare la riapertura dello Stretto di Hormuz sarebbe irrealistica, in risposta all’invito della settimana scorsa di Donald Trump, che aveva esortato gli Stati europei a decidersi a dare un qualche contributo alle operazioni militari nel Golfo Persico, considerato che il petrolio che transita attraverso lo Stretto va per la gran parte in Europa.

In visita in Corea del Sud, il presidente francese ha detto ai giornalisti che la Francia non intende riaprire lo Stretto di Hormuz con la forza.

Perché, ha detto Macron. «richiederebbe un tempo lunghissimo e esporrebbe chiunque transiti nello Stretto ai rischi provenienti dalle Guardie della Rivoluzione e anche dai missili balistici».

La soluzione di Macron (in dissonanza col fatto che è in corso una guerra) è un’altra:

 mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz «in consultazione con l’Iran».

«Fin dall’inizio abbiamo detto che questo stretto deve essere riaperto […] ma che ciò può avvenire solo in consultazione con l’Iran», ha detto il capo dello Stato francese.

In un post del 31 marzo su Truth, il presidente degli Stati Uniti aveva invitato i Paesi che rischiano di restare a secco di carburante a causa del blocco iraniano dello Stretto di Hormuz – in particolare il Regno Unito – a prenderne il controllo, precisando che gli Stati Uniti stavano già facendo la propria parte.

Il 2 aprile il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha presieduto una riunione virtuale con una quarantina di Paesi, tra cui Francia, Germania, Canada, Emirati Arabi Uniti e India, per discutere possibili azioni comuni volte a riaprire lo Stretto.

«Abbiamo visto l’Iran impadronirsi di una rotta marittima internazionale per tenere in ostaggio l’economia mondiale», ha dichiarato la Cooper nelle osservazioni iniziali date alla stampa, prima che il resto dell’incontro si svolgesse a porte chiuse.

Il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia, “Fatih Biro”, ha affermato il primo aprile che le interruzioni delle forniture di petrolio dal Medio Oriente aumenteranno nel corso del mese:

 «La perdita di petrolio ad aprile sarà il doppio rispetto a quella di marzo, oltre alla perdita di gas naturale liquefatto.

Questo si tradurrà in un aumento dell’inflazione e in una riduzione della crescita economica in molti Paesi» è stato l’allarme lanciato durante un podcast.

“Biro” ha poi osservato che numerosi carichi di petrolio e di gas naturale liquefatto arrivati a marzo erano stati contrattualizzati prima del conflitto, e che ormai hanno raggiunto le destinazioni.

“Biro” ha inoltre previsto che la carenza di carburante per aerei e di gasolio, che ha già colpito i Paesi asiatici, si estenderà presto all’Europa, commentando: «stiamo andando verso una grave interruzione delle forniture [di petrolio, ndr] la più grave registrata finora nella Storia».

A soffrire di più sono i Paesi asiatici, più dipendenti dal petrolio del Golfo Persico.

Il presidente sudcoreano” Lee Jae-Myung” ha esortato i cittadini a risparmiare «anche una sola goccia di petrolio» e a evitare di «sprecare anche una singola busta di plastica».

 

 

 

Scoppiano proteste in tutta

la Cina contro il Partito comunista cinese.

Epochtimes.it – (6 aprile 2026) – Redazione ETI/ Michael Zhuang – ci dice:

 

Scenario inimmaginabile fino pochi anni fa.

Nel silenzio generato dalla crisi mediorientale, il PCC mostra crepe sempre più larghe nella capacità di imporre il proprio potere sulla popolazione cinese.

I focolai di protesta sono sparsi in varie aree dello sconfinato territorio cinese.

 I motivi sono in apparenza diversi tra loro, ma sono in realtà accomunati dall’esasperazione del popolo cinese per le inefficienze e i danni a persone e ambiente causati dalle decisioni della dittatura comunista.

 

Mentre il mondo intero tiene fissi gli occhi sul Golfo Persico in attesa delle decisioni che Donald Trump prenderà alla scadenza dell’ultimatum, il regime cinese prosegue nel suo lento ma inesorabile processo di collasso su sé stesso.

 Secondo le fonti della nostra consociata “Epoch Times Usa”, le proteste contro il regime e gli scontri con la polizia scoppiano in varie regioni della Cina, a dimostrare il crescente malcontento popolare su questioni ambientali, territoriali e malgoverno.

Il regime cinese per ora sta rispondendo solo inasprendo i controlli e la repressione e introducendo nuove restrizioni all’uso civile dei droni.

E nuovi provvedimenti a difesa del regime sono stati introdotti in particolare a Pechino, a indicare lo stato di preoccupazione in cui ormai vivono i gerarchi e i vertici del Partito comunista cinese.

Nella famigerata città di Wuhan, nella Cina centrale, le proteste sono iniziate a gennaio a causa del progetto di una fabbrica per la produzione di batterie per auto elettriche che, denunciano i cittadini, pone gravi rischi ambientali.

 L’8 marzo, migliaia di proprietari di case hanno organizzato una manifestazione che la polizia ha disperso, fermando alcuni dimostranti; altri manifestanti hanno poi circondato l’auto del vice sindaco, chiedendo il rilascio dei fermati.

 Nonostante le promesse di sospensione del progetto, i lavori sono proseguiti e il regime ha intensificato la repressione sugli attivisti.

Le proteste sono poi riprese nella notte del 28 marzo, quando centinaia di residenti sono tornati in strada per chiedere l’annullamento del progetto, e il giorno successivo, la zona era ancora presidiata da un massiccio schieramento di agenti.

Nella provincia meridionale del “Guangdong”, proteste nel comune di “Haikou” contro il piano di costruzione di un crematorio nelle vicinanze di aree residenziali e di una scuola:

il 25 marzo, centinaia di manifestanti (circa 3 mila, risulta da fonti locali) hanno sfilato per le strade.

Stando alle testimonianze, la polizia ha fermato numerosi dimostranti e alcune persone hanno riportato ferite, sebbene non si conosca il numero esatto.

Anche qui la polizia del regime ha intensificato i controlli, limitando la circolazione e controllando a tappeto i documenti di chiunque si metta in strada.

In altre regioni della Cina si sono registrate altre proteste sfociate poi in confronti diretti;

 nella Mongolia Interna, il 25 marzo, degli abitanti si sono radunati per reclamare canoni di affitto di terreni non pagati da un’azienda vivaistica, venendo poi dispersi dalla polizia.

 La stessa sera, nella provincia del Sichuan, una controversia sui parcheggi in un complesso residenziale è degenerata in una protesta di massa:

 i residenti accusavano i costruttori e i gestori degli immobili di imporre illegalmente tariffe per la sosta e di limitare arbitrariamente l’accesso ai parcheggi.

L’intervento della polizia ha causato feriti e portato a diversi fermi.

Motivi diversi, luoghi e contesti diversi.

Ma tutti legati da un comune filo conduttore:

la vita nella Repubblica Popolare Cinese sta diventando infernale, al punto che i cinesi non hanno più nemmeno paura della repressione del regime.

Simili proteste nella dittatura cinese erano impensabili fino a pochi anni fa.

«Quando le persone sentono di non avere alcun modo per tutelare le proprie condizioni di vita fondamentali o di non essere ascoltate, la disperazione può prevalere sulla paura delle conseguenze», spiega infatti “Sheng Tue”, scrittrice e attivista per la democrazia cinese esule in Canada.

In alcuni casi, le rivendicazioni vanno chiaramente oltre il merito del problema specifico, trasformandosi in un modo per sfogare una rabbia contro il regime comunista repressa per troppo tempo.

Per rispondere a quello che inizia sempre più a somigliare ai prodromi di una rivolta popolare in piena regola, il Partito comunista cinese ha intensificato le misure di sicurezza visibili:

 video diffusi in rete il 29 marzo mostrano un massiccio schieramento di poliziotti lungo “Chang’an Jie”, una delle principali arterie di traffico di Pechino, che attraversa piazza Tienanmen e la Città Proibita.

Due giorni prima, il regime aveva annunciato nuove norme che impongono all’intera città uno spazio aereo controllato per i droni:

in base alle nuove disposizioni, qualsiasi volo all’aperto con droni richiede ora un’autorizzazione preventiva, sono vietate attività quali la produzione, la modifica, il trasporto e lo stoccaggio di droni senza apposita licenza, ed è introdotto inoltre l’obbligo di registrazione di tutti i droni entro il 30 aprile.

Controlli così capillari, spiegano gli analisti riflettono la preoccupazione che i droni possano essere trasformati in armi o impiegati per compiere attentati contro i vertici del Partito.

 

 

 

Il regime iraniano respinge l’offerta di Trump e fa una controproposta inaccettabile.

Epochtimes.it – Redazione ETI/Yoni Ben Menachen / Oren Shalon – (7 Aprile 2026) ci dice:

 

A comandare a Teheran sarebbe ora il capo Pasdaran “Ahmad Vahid”, uno dei "comandanti" dei Guardiani della Rivoluzione, un individuo ancora convinto di poter vincere la guerra.

L’ultimatum di Trump scade oggi, Israele e Usa si preparano all'escalation.

(Le forze armate iraniane a Teheran, Iran, 12 marzo 2026.

Photo: REUTERS/Alaa Al-Mariani.)

L’ultimatum di Donald Trump al regime iraniano sta per scadere.

Le fonti politiche israeliane, confermano l’evidenza: le probabilità di raggiungere un accordo col regime degli ayatollah sono molto scarse.

E Israele e Stati Uniti hanno già preparato l’escalation militare.

A Gerusalemme il pensiero comune è che le trattative proseguiranno comunque fino all’ultimo, e che non si possa escludere un ulteriore rinvio dell’ultimatum da parte del presidente americano.

Fonti militari sentite da “Epoch” affermano che, nonostante i duri colpi subiti, i Pasdaran dispongano ancora di diversi missili balistici e droni;

un arsenale che mette in pericolo Israele e i Paesi del Golfo e che permette persino a Teheran di poter porre delle condizioni agli Stati Uniti nel corso delle trattative.

E infatti ieri il regime iraniano ha respinto il cessate il fuoco proposto dagli Stati Uniti e ha trasmesso, attraverso il Pakistan, una controproposta che chiede la «fine del conflitto» e insiste su una serie di richieste da sempre definite «inaccettabili» da Washington:

 un protocollo per il transito sicuro nello Stretto di Hormuz — richiesta che in pratica equivale al riconoscimento del controllo iraniano sullo Stretto — risarcimenti per danni di guerra, ricostruzione delle infrastrutture danneggiate e revoca delle sanzioni.

 Evidente quindi la mancanza di una reale volontà di arrivare a un accordo.

Secondo le fonti militari israeliane, l’uomo che oggi prende le decisioni all’interno del regime iraniano sarebbe “Ahmad Vahid”, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, un falco del fondamentalismo islamico che sarebbe “riluttante” a scendere a qualsiasi compromesso, anche perché fortemente convinto di avere il coltello dalla parte del manico e di poter costringere gli Stati Uniti ad accettare le proprie condizioni.

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