L’intelaiatura del potere ha cambiato le teste, ma non la presa sull’Iran.

 

L’intelaiatura del potere ha cambiato le teste, ma non la presa sull’Iran.

 

 

 

Iran, botta e risposta tra Trump

e Pezeshkian mentre l'intelligence

dubita del cambio di regime.

Focusamerica.it - Daniele John Angrisani – (7 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

Trump chiede la resa incondizionata e vuole scegliere il prossimo leader di Teheran.

Un rapporto classificato del “National Intelligence Council” avverte che nemmeno un'offensiva su larga scala basterebbe a rovesciare l'establishment iraniano.

E tra i consiglieri di Trump cresce il timore.

Iran, botta e risposta tra Trump e Pezeshkian mentre l'intelligence dubita del cambio di regime.

Lo scontro tra Washington e Teheran, nella seconda settimana dell'”Operazione Epic Fury”, ha assunto toni sempre più aspri.

 Il presidente Donald Trump ha ribadito su “Truth Social” che non ci sarà alcun accordo con l'Iran "se non la resa incondizionata", promettendo di ricostruire economicamente il Paese una volta insediato un nuovo leader "accettabile".

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha risposto in un discorso televisivo che "i nemici che aspettano che l'Iran si arrenda porteranno questo sogno nella tomba", scusandosi tuttavia nello stesso momento con i Paesi vicini colpiti accidentalmente da missili e droni nel corso del conflitto.

 In un successivo post, Trump ha definito l'Iran "il perdente del Medio Oriente", ventilando "l'annientamento completo" di regioni e gruppi finora non coinvolti nelle operazioni.

 

A ridimensionare le ambizioni della Casa Bianca interviene però un rapporto classificato del” National Intelligence Council” — l'organo che sintetizza le valutazioni delle 18 agenzie di intelligence americane — rivelato dal Washington Post.

Il documento, completato circa una settimana prima dell'avvio delle operazioni militari del 28 febbraio, conclude che anche un assalto su vasta scala difficilmente avrebbe scalzato l'establishment clericale e militare iraniano.

Tanto in caso di campagne mirate contro i vertici quanto di offensive più ampie, le istituzioni di Teheran seguirebbero, infatti, protocolli consolidati per garantire la continuità del potere dopo l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.

L'ipotesi che l'opposizione frammentata assuma il controllo del Paese è stata giudicata "improbabile".

 

A Teheran, la successione alla Guida Suprema è già in corso.

 La competenza formale spetta all'Assemblea degli Esperti, ma il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRCG) esercita un'influenza determinante.

Le speculazioni si concentrano su Mastaba Khamenei, figlio del leader assassinato, sostenuto dall'IRGC ma osteggiato da altri centri di potere, tra cui Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale.

È proprio su questo processo che Trump intende pesare:

ha liquidato il giovane Khamenei come "incompetente" e ha dichiarato alla NBC News di voler partecipare alla scelta del prossimo leader, paragonando la situazione al Venezuela, dove Washington ha contribuito all'insediamento della presidente ad interim “Delcy Rodriguez”.

 Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha però respinto ogni ingerenza su X:

 "Il destino dell'Iran sarà deciso unicamente dalla nazione iraniana".

Alle ambizioni di Trump si contrappone la crescente cautela dei suoi stessi collaboratori.

 Sempre secondo la “NBC News”, il presidente avrebbe espresso privatamente "un serio interesse" a inviare un piccolo contingente di truppe in Iran per obiettivi strategici mirati, incluso il controllo delle riserve di uranio.

Ma stando alla CNN, i suoi consiglieri lo hanno invece esortato a concludere l'operazione rapidamente e "dichiarare vittoria", temendo le ricadute politiche in vista delle elezioni di midterm al Congresso anche a causa dell'aumento del prezzo della benzina.

 

Le ricadute del conflitto si avvertono già oltre i confini iraniani.

 I curdi iracheni, che governano una regione semi-autonoma nel nord dell'Iraq, si trovano stretti tra le pressioni di gruppi curdi iraniani decisi a combattere il regime e le minacce dirette di Teheran, che ha avvertito di colpire "su vasta scala" le infrastrutture del Kurdistan iracheno qualora militanti attraversassero il confine.

Un alto funzionario del Governo Regionale del Kurdistan ha dichiarato ad “Axios” che la regione intende restare neutrale, anche per la mancanza di chiarezza sulla strategia americana.

 

 Lo stesso funzionario ha confermato l'esistenza di una significativa divergenza tra gli alleati:

 "Israele vuole l'annientamento dell'ordine attuale.

Gli Stati Uniti potrebbero accettare un “Regime Lite”, un Venezuela Plus".

 

 

 

STATI UNITI. L’Intelligence USA

aveva avvertito Trump: nessun cambio

di regime in Iran, nonostante una guerra.

Aginews.eu – Luigi Medici – (Marzo 12, 2026) – Geopolitica – redazione – ci dice:

 

Una valutazione dell’intelligence statunitense, completata poco prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran, aveva stabilito che un intervento militare americano non avrebbe probabilmente portato a un cambio di regime nella Repubblica Islamica.

 

Secondo AP, la valutazione del “National Intelligence Council” di febbraio ha concluso che né attacchi aerei limitati né una campagna militare più ampia e prolungata avrebbero potuto portare a un nuovo governo in Iran, anche se l’attuale leadership fosse stata uccisa.

 Questa determinazione smentisce l’affermazione dell’Amministrazione di poter completare i suoi obiettivi in ​​Iran in tempi relativamente rapidi, forse nel giro di poche settimane.

 L’Amministrazione ha affermato di non voler raggiungere un cambio di regime in Iran, anche se gli attacchi hanno eliminato molte figure della leadership iraniana e il presidente Donald Trump ha detto di voler decidere chi andrà alla guida del Paese.

 

La valutazione dell’intelligence ha concluso che nessuna coalizione di opposizione potente o unita era pronta a prendere il potere in Iran se la leadership fosse stata uccisa.

 Ha stabilito che l’establishment iraniano avrebbe tentato di preservare la continuità del potere in caso di uccisione della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, secondo quanto riportato dalle fonti.

Cosa puntualmente avvenuta.

 

In linea con i risultati della valutazione, domenica i principali esponenti del clero iraniano hanno scelto un nuovo leader supremo, Mastaba Khamenei, per succedere al padre, ucciso nel primo attacco della guerra. Si ritiene che il figlio abbia opinioni ancora più intransigenti di quelle del padre, e la sua scelta è un forte segnale di resistenza da parte della leadership iraniana e un’indicazione che il governo non si farà da parte rapidamente.

 

I dettagli della valutazione erano stati riportati in precedenza dal Washington Post e dal New York Times.

Trump e altri alti dirigenti dell’amministrazione hanno fornito diverse giustificazioni per gli attacchi iniziati il ​​28 febbraio, affermando che erano necessari per rallentare il programma di armi nucleari dell’Iran o per prevenire un attacco missilistico balistico iraniano.

Anche se il Segretario alla Difesa “Pete Hester” ha affermato che la guerra non mira a un cambio di regime, Trump ha affermato che è qualcosa che desidera vedere.

 

Un portavoce dell’Ufficio del “Direttore dell’Intelligence Nazionale” ha rifiutato di commentare la valutazione lunedì e ha rinviato le domande alla Casa Bianca.

 La direttrice “Tulsi Gabbar” ha licenziato il presidente ad interim del consiglio lo scorso anno dopo la pubblicazione di un promemoria declassificato del NIC che contraddiceva le dichiarazioni utilizzate dall’amministrazione Trump per giustificare l’espulsione degli immigrati venezuelani.

 

Trump, fin dal suo primo mandato, è stato profondamente scettico nei confronti della comunità di intelligence statunitense e ha spesso liquidato le sue scoperte come motivate politicamente o parte di un tentativo del “deep state” di indebolire la sua presidenza.

 

Richard Goldberg, direttore per la lotta alle armi di distruzione di massa iraniane presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale durante il primo mandato di Trump, ha osservato che esiste anche un certo scetticismo nei confronti della comunità di intelligence a causa di alcuni dei suoi gravi errori degli ultimi anni.

 

Le agenzie di intelligence statunitensi hanno ampiamente fallito nel prevedere il rapido crollo del governo afghano sotto il controllo dei talebani avvenuto nel 2021, con la maggior parte delle valutazioni che suggerivano una presa del potere molto più lenta.

 E in vista dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’ODNI, il Dipartimento della Difesa e la CIA hanno erroneamente stimato che Kiev sarebbe rapidamente caduta nelle mani di un esercito russo più grande e meglio equipaggiato.

(Luigi Medici).

 

 

 

 

Dov’è Netanyahu?

 

Conoscenzealconfine.it – (16 Marzo 2026) - La Verità Rende Liberi – Redazione – ci dice:

Nelle guerre ad alta intensità psicologica la verità raramente si offre in piena luce.

Si ricostruisce per linee indirette:

 traiettorie di volo, autorizzazioni diplomatiche, sequenze temporali, formule ufficiali troppo sobrie per essere innocenti.

È in questa grammatica del potere che va letta la vicenda del “Wings of Zion”, l’aereo governativo israeliano trasferito in Germania mentre l’opinione pubblica viene rassicurata sul fatto che Benjamin Netanyahu sia ancora in Israele.

 

Il punto non è pretendere una prova notarile in un contesto di guerra, depistaggi e saturazione mediatica.

Il punto è stabilire se gli indizi, considerati nel loro insieme, consentano una conclusione probabilistica.

 E la risposta, per quanto scomoda, è sì:

vi sono ragioni serie per ritenere che Netanyahu sia probabilmente in Germania, oppure che lì sia stato trasferito il suo perimetro reale di comando e sopravvivenza.

 

Il primo dato è anche il più eloquente.

“Reuters” riferisce che Israele fa volare il proprio aereo governativo fino a Berlino e lo parcheggia lì “per sicurezza”, nel pieno dell’escalation regionale seguita agli attacchi congiunti USA-Israele contro l’Iran.

La versione ufficiale, ripresa anche dalle autorità tedesche, sostiene che a bordo vi siano soltanto membri dell’equipaggio.

 Ma questa affermazione, presa isolatamente, non chiude la vicenda:

 la apre.

In simili frangenti, infatti, non conta solo chi sieda materialmente in cabina; conta chi abbia deciso che il velivolo più sensibile dello Stato israeliano debba essere sottratto al teatro interno e messo al riparo in territorio tedesco.

 

La formula del semplice “parcheggio logistico” non regge alla minima pressione analitica.

Uno Stato non trasferisce a quattromila chilometri di distanza il proprio aereo governativo strategico come se dovesse soltanto liberare un hangar.

Un’operazione del genere richiede pianificazione preventiva, coordinamento diplomatico, autorizzazioni di sorvolo e atterraggio, consenso politico del Paese ospitante e, soprattutto, una valutazione del rischio.

Quando il portavoce della Cancelleria tedesca dichiara che è il governo israeliano a chiedere di parcheggiare l’aereo a Berlino e che la Germania accoglie la richiesta, il quadro è già chiaro:

 non siamo di fronte a una banalità tecnica, ma a una misura politico-strategica condivisa da due esecutivi.

 

A ciò si aggiunge un elemento decisivo:

 il” Wings of Zion” non è un aereo qualunque.

 È il velivolo di continuità istituzionale del vertice israeliano, concepito per il trasporto del primo ministro e del presidente e associato, nelle fonti aperte, a sistemi avanzati di autodifesa antimissile.

È, in senso proprio, il guscio protetto del comando.

 E qui emerge la contraddizione centrale: se quel velivolo rappresenta la piattaforma più sicura per lo spostamento del premier, perché mettere in salvo l’aereo e non il premier?

 

La domanda non è polemica, ma strutturale.

 In guerra la protezione del capo del governo non vale meno di quella del mezzo che dovrebbe trasportarlo.

Se dunque si salva per primo il vettore, le ipotesi ragionevoli si restringono:

o quel vettore custodisce già, in forme non dichiarate, qualcosa o qualcuno di decisivo;

oppure il vertice politico non si trova dove la scena pubblica suggerisce che si trovi.

 

Il secondo elemento, troppo spesso sottovalutato, è la coincidenza politica tedesca.

Nelle stesse ore in cui Berlino offre riparo logistico all’aereo simbolicamente più importante dell’esecutivo israeliano, “Friedrich Merz” dichiara che il suo governo condivide gli obiettivi statunitensi di fermare il programma di armamento nucleare iraniano e il “gioco distruttivo” di Teheran.

 Pochi giorni dopo, Donald Trump ringrazia pubblicamente la Germania per il suo aiuto nella guerra contro l’Iran, lasciando intendere che Berlino non stia fornendo solo consenso verbale, ma anche supporto concreto.

Ne emerge un quadro limpido:

la Germania non appare come un semplice aeroporto di parcheggio, ma come retrovia affidabile della filiera euro-atlantica, nella quale sostegno politico e supporto logistico coincidono.

 

Un ulteriore elemento, troppo poco valorizzato, riguarda la famiglia del premier.

 Fonti aperte indicano che Sara Netanyahu e il figlio Yair si trovano da settimane a Miami tra gennaio e febbraio 2026;

“Yen” riferisce il 5 febbraio che non prendono il volo previsto per rientrare in Israele e che Sara si trova in Florida da oltre cinque settimane dove, tra l’altro, è stata ospite di Trump nella residenza di Mar-a-Lago.

 

Al di là dei successivi movimenti, il dato strategicamente rilevante resta: una parte significativa del nucleo familiare del premier è già collocata negli Stati Uniti ben prima del trasferimento del “Wings of Zion” in Germania.

Si delinea così una protezione a cerchi concentrici: famiglia all’estero in ambiente sicuro, aereo di continuità del comando in retrovia europea, premier ufficialmente ancora in patria ma senza prove.

Non è una prova definitiva di fuga; è però una geometria troppo coerente per essere liquidata come coincidenza.

 

Questa convergenza modifica il significato dell’intera operazione.

Se Berlino custodisce soltanto un velivolo vuoto, la mossa resta comunque significativa.

Se invece custodisce il veicolo di continuità del comando israeliano nel momento in cui quel comando non ritiene abbastanza sicuro il proprio spazio interno, la mossa acquista una portata ancora più densa.

In entrambi i casi affiora un punto che la propaganda non ama confessare:

Israele percepisce una vulnerabilità concreta del proprio territorio.

 Lo dimostra il fatto stesso di aver sottratto il proprio assetto più protetto al possibile raggio di risposta iraniana.

E qui si apre una crepa politica seria:

 se il potere israeliano non è certo di poter proteggere nel proprio territorio il velivolo di punta del vertice statale, su quale base pretende di rassicurare i cittadini circa la piena sicurezza del fronte interno?

Ed, infatti, l’aeroporto di Ben Gurion si è affollato di israeliani che stanno cercando di lasciare il paese.

 

Il terzo elemento è il precedente.

Il “Wings of Zion” non viene spostato una sola volta.

Il “Times of Israel” ricorda che l’aereo è già fatto uscire dallo spazio israeliano prima dell’attacco iraniano del 13 aprile 2024;

segnala poi che il 13 giugno 2025, poche ore dopo l’attacco israeliano contro siti iraniani, il velivolo lascia di nuovo il Paese;

infine documenta un’ulteriore partenza il 14 gennaio 2026, che fonti ufficiali tentano di ridurre a normale addestramento.

Quando un comportamento si ripete in più fasi di tensione con l’Iran, non siamo più davanti a un’anomalia: siamo davanti a un protocollo.

E un protocollo del genere serve a proteggere ciò che conta davvero.

 

Proprio questo precedente rafforza la lettura non ingenua.

 Quando il Wings of Zion lascia il Paese mentre Netanyahu sarebbe rimasto in Israele, secondo la versione ufficiale del governo israeliano, il punto non è credere meccanicamente che si trovi già a bordo ogni volta. Il punto è riconoscere che l’aereo funziona come termometro del rischio reale percepito dal governo e dai servizi di intelligence.

 

Se parte lui, significa che il livello superiore del comando ritiene che la minaccia abbia superato una soglia critica.

 In simili circostanze, le immagini diffuse di Netanyahu in patria non sciolgono il nodo (probabilmente con nuove tecnologie e intelligenza artificiale?);

possono anzi svolgere la funzione opposta:

rassicurare, depistare, simulare continuità territoriale del comando mentre una parte di quel comando, o almeno del suo perimetro di sicurezza, è già stata delocalizzata.

Questa non è fantasia narrativa; è meccanica elementare della comunicazione di guerra.

Gli Stati mostrano presenza proprio quando temono che l’assenza venga intuita.

(La Verità Rende Liberi).

(laveritarendeliberi.it/dove-netanyahu-wing-of-zion-berlino/).

 

 

 

 

L’Anticristo ha

 due facce.

Marcelloveneziani.com – (12 Marzo 2026) – Marcello Veneziani – Redazione – ci dice:

 

 

L’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran è stata una violazione del diritto internazionale.

Lo ha detto perfino Guido Crosetto che non mi pare un indomito nemico delle armi, degli Usa e dell’Occidente.

 La giustificazione di Donald Trump è ancora più preoccupante, soprattutto per l’avvenire:

«Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente».

 Non sono un cieco devoto del diritto internazionale, conosco le ipocrisie e le viltà che si nascondono sotto la sua veste e so quanti crimini sono stati compiuti in suo nome ma una dichiarazione del genere pronunciata dall’uomo più potente (e prepotente) della terra fa oggettivamente temere il peggio:

 se chi detiene il massimo potere non riconosce alcun limite esterno a sé stesso, sia esso una norma internazionale, un consesso sovrano o una tradizione a cui attenersi, e reputa che a decidere sia solo lui che poi ne risponderà alla sua morale e alla sua testa, siamo esposti a ogni rischio e a ogni sbalzo d’umore.

Morale autarchica, mente autoreferenziale, affermazione da autocrate.

 Tutto è nelle mani sue e della sua volontà di supremazia e di onnipotenza;

individuo assoluto con potere assoluto di intervenire in ogni parte del mondo lui decida di farlo, destituire a piacimento capi di stato, veri o presunti tiranni e criminali, lasciandone altri a lui simpatici, ora per fare gli interessi americani, ora per tutelare l’umanità;

 e pretesa più volte dichiarata, di decidere lui chi mettere al suo posto, a prescindere dai popoli e dai diretti interessati.

Per essere un leader populista, il popolo sovrano non viene considerato neanche di striscio.

Della stessa opinione è Netanyahu a giudicare dalle decisioni unilaterali e a suo dire preventive di attaccare tutti i paesi limitrofi, senza alcuna giustificazione tratta dal diritto internazionale o senza considerare l’ordine mondiale.

Come dicono alcuni psicopatici:

“mi guardava storto, perciò l’ho ucciso prima che lo facesse lui”.

 A differenza di molti osservatori progressisti, non ho alcuna pregiudiziale nei confronti di Trump, anzi;

ma la realtà dei fatti impone di trarre quelle conclusioni, anche perché è in gioco il futuro di tutti.

 

Ho trovato inquietante e per altri versi grottesca, quella catena pseudomistica nello studio Ovale della Casa Bianca, già teatro di altre nefaste performance, con quel gruppo di pastori evangelisti in preghiera attorno a Trump, come se fosse un Santone o un Capo Spirituale (ma non è lo stesso amico di Epstein e quanto pesano quei dossier sulle sue decisioni?).

 E dire che i fondamentalisti religiosi dovrebbero essere quelli abbattuti a Teheran…

Per carità, non attribuiamo ogni fanatismo alla religione.

C’è religione e religione:

nella storia della cristianità c’è Sant’Agostino e San Tommaso o sul piano pratico c’è San Francesco e San Benedetto e ci sono i fanatici che hanno massacrato e perseguitato nel nome della fede, gli inquisitori, i simoniaci e infine i cristiani delle sette pseudo-evangeliche…

Anche nel mondo islamico ci sono i fanatici e i terroristi e ci sono i Sufi e i dervisci.

Preoccupa questo Dio nazionalista che vuole la guerra e tifa per il suo popolo eletto (sia esso Israele, lo Stato Islamico o gli Stati Uniti).

Sconcerta quell’immagine di pastori evangelici che toccano il messia Trump in una preghiera di Stato, invocando un Dio a stelle-e-strisce che benedice le guerre e le incursioni aeree, anche quando colpiscono scuole di bambini.

Mi pare la caricatura di un rito sacro, quella che si chiama contro iniziazione;

qualcosa come una seduta spiritica e una grottesca imitazione a contrario di una cerimonia religiosa.

Vedo poco Cristo, e un odore sulfureo d’Anticristo in quelle parole e in quelle immagini, in quel Dio Bomba che risolve in quel modo drastico ogni “peccata mundi”, assumendo come universale e oggettivo il punto di vista di un potente della terra.

 

Già l’Anticristo.

Domenica prossima, come ha già scritto La Verità, verrà a Roma a tenere incontri all’Angelicum, “Peter Thiem”, imprenditore e intellettuale, fondatore di PayPal e Palantir, mentore di Vance, sostenitore di Trump e teologo di un tecno-spiritualismo elitario, che potremmo definire tecno-gnosi.

Lessi qualche tempo fa il suo libretto Il movimento straussiano pubblicato lo scorso anno da “Liberi libri” (ma è un saggio di quasi vent’anni fa).

 Thiem ha buone letture:

 Leo Strauss, René Girard, Carl Schmitt, e perfino Tolkien.

E ha capito tre cose di non poco conto:

innanzitutto, la sfida che si sta aprendo nel mondo è prima di tutto spirituale, che lui legge con un risvolto apocalittico e con toni che evocano Armageddon e l’Anticristo.

 In secondo luogo, occorre aprirsi al futuro e ai suoi possibili scenari, confrontarsi in modo pregiudicato con le nuove tecnologie;

 osare, scompaginare i campi, non restare chiusi nel recinto prudente e ottuso dell’oggi.

Infine, o meglio nel mezzo, bisogna liquidare l’ideologia woke, il suo intreccio liberal e radical, nefasto al mondo.

In chiave macro politica il tema di Thiem è superare la democrazia e ridefinire la libertà, affidarsi a un’élite di titani per cambiare il mondo attraverso la tecnologia.

Il sottofondo tematico è la religione ripensata con l’AI.

Insomma il pensiero di Thiem è una teologia tecno-politica.

 In un libro appena pubblicato, “Critica della ragione digitale” (ed. Castelvecchi), “Eugenio Mazzarella” dedica molte pagine finali del suo saggio a Thiem, al suo tecno-spiritualismo a sfondo teologico.

 E alle sue applicazioni, a quel che viene definita “la giusta miscela di violenza e di pace” esercitata da coloro ai quali, scrive Thiem, «toccherebbe il terribile potere che è legato a una centralizzazione economica e tecnica estesa a tutto il mondo».

 

L’Intelligenza Artificiale, il silicio dei chips, è considerato da Thiem “l’Anticristo della nostra epoca”; ma diventa alla fine il rimedio, il Kathéchon, la salvezza del mondo a partire dall’Occidente dall’Apocalissi, se è nelle mani di questi Oltre uomini o Superuomini. Insomma, l’Anticristo ha due facce.

È come mutare il veleno in farmaco.

 Tutto questo, come su altri versanti sostiene “Elon Musk”, conduce a uno scenario transumano, animato da una fede entusiasta nella tecnica e nei suoi prodigiosi sviluppi.

Non ha torto Mazzarella a vedere in questa manipolazione l’uso degli esseri umani da parte di altri esseri umani speciali, che potremmo definire - come indica Nietzsche la Razza dei Signori, tramite l’Intelligenza Artificiale.

La risposta del filosofo italiano all’escatologia inquietante del tecno gnostico Thiem è affidarsi alla triade rivoluzionaria della modernità: libertà, uguaglianza, fraternità.

Io invece direi innanzitutto lasciamo stare l’Anticristo nelle due versioni, malefica e salvifica;

poi rispondiamo con l’intelligenza critica, la libertà responsabile e l’umanesimo incardinato sulla civiltà e sulla tradizione.

Ma ogni discorso di principio è insufficiente, non può risolversi solo in un ordine teorico, ci sono forze in campo e soggetti in azione, occorre rispondere a quelli.

Rispetto a questo scenario non basta sfilarsi dicendo: non condivido e non condanno, non ho elementi per giudicare…

Quando la partita coinvolge l’umanità, limitarsi a campare può essere comprensibile per i singoli sudditi inermi, non per chi deve guidare i popoli e gli Stati.

Certo, con realismo, con prudenza, misurando le proprie forze, cercando sponde;

ma ci sono punti fermi e beni non negoziabili.

Lasciamo stare l’Anticristo ma non laviamoci le mani davanti a Cristo in croce.

(Marcello Veneziani - La Verità – 11 marzo 2026).

 

 

 

 

 

Il transumanesimo secondo Peter Thiem: l’AI, Marte, la geopolitica.

Legrandcontinent.eu – (3 Luglio 2025) – Redazione – il Grand Continent – ci dice:

Trump: origini intellettuali di una rivoluzione culturale.

 

"— Preferirebbe che la specie umana sopravviva, vero?

— Ehm...

— È indeciso.

— Beh, non lo so."

 

Commentiamo l'ultima lunga intervista di Peter Thiem.

Peter Thiem ha una visione del mondo molto singolare — e anche decisamente monotematica.

 

È noto che un’idea fissa guida il suo pensiero da oltre vent’anni: staremmo vivendo una crisi dell’avvenire.

Davanti al giornalista del “New York Times” Ross Douhet, che lo ha intervistato a lungo in un colloquio che qui traduciamo e commentiamo, Thiem ne traccia una genealogia in modo piuttosto superficiale:

 

“Siamo stati sulla luna nel luglio 1969.

Woodstock è cominciato tre settimane dopo.

Col senno di poi, è lì che il progresso si è fermato — e che hanno vinto gli hippy.”

 

A differenza del fondatore di OpenAI, secondo cui «il decollo è iniziato», Thiem ritiene invece che siamo in piena stagnazione.

Soprattutto in Europa:

“Il futuro è l’idea di un domani che appaia diverso dal presente.

Ma oggi, in Europa, le uniche tre opzioni che ci vengono offerte sono: l’ecologia, la sharia o uno Stato comunista totalitario.”

 

Come uscirne?

Secondo Thiem — cofondatore di PayPal e Palantir, nonché investitore di Facebook — la risposta è semplice: bisogna correre rischi, il più possibile.

Anche in ambiti come la salute, il nucleare o l’intelligenza artificiale.

 

Non è neppure convinto che l’IA sia di per sé fondata o superiore. Ciò che lo interessa è altrove: un po’ come una droga dagli effetti forti — anche se non usa mai questa metafora — andrebbe «provata», perché potrebbe forse ritardare la fine.

 

Lo dice quasi esplicitamente: per lui, l’intelligenza artificiale è un eccitante.

 

“Tante cose interessanti possono accadere. Magari, in ambito militare, i droni saranno combinati con l’IA.

È spaventoso, pericoloso, distopico. Ma se si toglie l’IA… non succede più niente.”

 

Come ripete spesso, Thiem si considera un discepolo di René Girard. Crede all’Apocalisse e sembra ormai considerarsi investito della missione di avvertire tutti dell’arrivo dell’Anticristo.

 

Secondo lui, prenderà la forma di un governo mondiale autoritario — che potrebbe persino avere il volto di Greta Thunberg.

I segnali premonitori sarebbero già presenti: si tratterebbe delle grandi agenzie di regolamentazione — dei farmaci, del nucleare, delle piattaforme digitali…

 

Thiem è anche un multimiliardario ormai pienamente integrato nell’apparato statale e di sicurezza americano.

Come abbiamo ricordato nella nostra rivista, il numero di contratti firmati da “Palantir” con il governo federale è aumentato sensibilmente dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca.

 

L’azienda fondata da Thiem ha riempito il vuoto lasciato dai drastici tagli di bilancio dei primi sei mesi di presidenza.

E propone una visione del futuro centrata sul controllo e sulla sorveglianza.

Il valore delle sue azioni è più che raddoppiato dopo l’elezione di Trump, passando da 60 a 130 dollari — e Peter Thiem ne detiene circa 100 milioni.

 

Pur non essendo stato interpellato in modo esplicito sulla dimensione economica delle sue attività, Thiem è forse per la prima volta messo di fronte, in questo scambio, ad alcune delle sue contraddizioni più profonde — soprattutto politiche — che, a suo dire, “la Silicon Valley ha assorbito”.

 

Vale la pena leggerlo, per capire come intenda aggirarle.

 

Tredici anni fa, lei ha scritto un saggio per la rivista conservatrice “National Review” intitolato “The End of the Future” (La fine del futuro). In sostanza, lei sosteneva che il mondo moderno, dinamico e in continua evoluzione, non era così dinamico come la gente pensava e che in realtà eravamo entrati in un periodo di stagnazione tecnologica.

Che la vita digitale era un passo avanti importante, ma non così significativo come la gente sperava, e che il mondo era in una sorta di impasse.

Sì.

 

Non era l’unico a sostenere questo tipo di argomenti, ma le sue parole avevano un peso particolare, dato che lei era un insider della “Silicon Valley” che aveva fatto fortuna grazie alla rivoluzione digitale.

Nel 2025, pensa che questa diagnosi sia ancora valida?

Continuo a credere, in linea di massima, alla tesi della stagnazione. Tuttavia, non è mai stata una tesi assoluta:

non sostenevo che fossimo assolutamente e completamente impantanati, ma piuttosto che la velocità dell’evoluzione stava rallentando.

Tra il 1750 e il 1970, ovvero in oltre 200 anni, il cambiamento aveva subito un’accelerazione.

 Andavamo sempre più veloci: le navi, i treni, le automobili e gli aerei erano sempre più rapidi. Il culmine è stato raggiunto con il Concorde e le missioni Apollo.

 

Poi, in tutti i settori, le cose hanno subito un rallentamento.

 

Ho sempre fatto un’eccezione per il mondo dei bit, con i computer, i software, Internet e l’Internet mobile.

Negli ultimi 10-15 anni ci sono state anche le criptovalute e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, che ritengo piuttosto importanti in un certo senso.

 Ma la domanda è: è sufficiente per uscire davvero da questa sensazione generale di stagnazione?

 

Il mio saggio sollevava una questione epistemologica: come possiamo sapere se stiamo stagnando o accelerando?

 

Una delle caratteristiche della modernità tardiva è l’iperspecializzazione:

possiamo dire che non stiamo facendo progressi nella fisica se non abbiamo dedicato metà della nostra vita allo studio della teoria delle stringhe?

E che dire dei computer quantistici?

O della ricerca sul cancro, delle biotecnologie e di tutti questi settori verticali?

 E poi, qual è l’importanza dei progressi compiuti nel campo del cancro rispetto a quelli della teoria delle stringhe?

Bisogna dare un peso a tutte queste cose.

 

In modo apparentemente paradossale, la specializzazione scientifica è uno degli obiettivi dei neo reazionari attivi nella Silicon Valley.

Nelle elaborazioni complottistiche di “Curtis Marvin” – che anche lui riprendeva nelle nostre pagine un esempio sulla «teoria delle stringhe» – sarebbe il funzionamento della scienza a essere responsabile del Covid-19.

Per Thiem, la specializzazione in molti campi avrebbe avuto come effetto negativo quello di privare la modernità di un progresso globale.

 

A livello teorico, è una questione estremamente difficile da inquadrare.

Il fatto che sia così difficile rispondere, che abbiamo gruppi di guardiani sempre più ristretti che si proteggono a vicenda, è di per sé fonte di scetticismo.

 

Per rispondere alla tua domanda: sì, penso che, in generale, viviamo in un mondo ancora piuttosto bloccato, ma non completamente. (…)

La questione che mi interessa è epistemologica: come sapere se stiamo ristagnando o accelerando?

 

Peter Thiem.

Cosa potrebbe convincervi che stiamo vivendo un periodo di decollo?

 La crescita economica? L’aumento della produttività?

È possibile quantificare questo fenomeno di stagnazione contrapposto all’accelerazione?

Un indicatore economico, ovviamente, potrebbe essere il seguente:

qual è il vostro tenore di vita rispetto a quello dei vostri genitori?

Se siete un millennial di 30 anni, come ve la cavate rispetto ai vostri genitori baby boomer quando avevano 30 anni?

 Come se la cavavano loro all’epoca?

 

Ci sono indicatori intellettuali: quanti progressi stiamo facendo? Come quantificarli? Qual è il ritorno sull’investimento nella ricerca?

 

È certo che il ritorno sull’investimento nella scienza o nel mondo accademico in generale è sempre meno significativo.

Forse è per questo che questo ambiente sembra spesso sociopatico e malthusiano:

bisogna investire sempre di più per ottenere gli stessi risultati.

 A un certo punto, le persone si arrendono e tutto crolla.

 

Secondo lei, negli anni ’70 ci sarebbe stato un importante cambiamento culturale nel mondo occidentale:

 è più o meno in quel periodo che le cose avrebbero iniziato a rallentare e a stagnare.

Le persone avrebbero quindi iniziato a preoccuparsi dei costi della crescita, soprattutto dei costi ambientali.

L’idea è che si è arrivati a una visione largamente condivisa secondo cui siamo tutti abbastanza ricchi e che se troppi di noi cercassero di diventare ancora più ricchi, il pianeta non reggerebbe e subiremmo danni di ogni tipo.

Cosa c’è di sbagliato in questo?

In altre parole: perché dovremmo cercare la crescita e il dinamismo?

Penso che ci siano ragioni profonde alla base di questa stagnazione.

 

In fondo, ci sono sempre tre domande storiche: cosa è realmente successo? Cosa bisogna fare? Perché è successo?

 

La mia risposta all’ultima domanda è: le persone hanno esaurito le idee.

 

Le istituzioni si sono deteriorate e sono diventate avverse al rischio; questo fenomeno potrebbe essere descritto e documentato.

Ma penso anche che, in una certa misura, siano emerse preoccupazioni molto legittime sul futuro:

se avessimo continuato a progredire a un ritmo accelerato, avremmo corso verso un’apocalisse ambientale, un’apocalisse nucleare o qualcosa di ancora più inquietante?

 

Tuttavia, penso che se non troviamo la strada per tornare al futuro, la società crollerà.

 

La classe media, che definisco come le persone che si aspettano che i propri figli abbiano una vita migliore della loro, aspira al progresso. Quando questa aspettativa crolla, non abbiamo più una società di classe media.

 

Forse c’è un modo per tornare a una società feudale in cui le cose sono sempre statiche e immutabili, o forse c’è un modo per passare a una società radicalmente diversa.

Ma non è così che ha funzionato il mondo occidentale, non è così che hanno funzionato gli Stati Uniti nei primi 200 anni della loro esistenza.

 

Alla fine, quindi, pensi che la gente comune non accetterà la stagnazione, che si ribellerà e distruggerà tutto ciò che la circonda durante questa ribellione?

Potrebbero ribellarsi.

 

O forse semplicemente le nostre istituzioni non funzionano, poiché tutte le nostre istituzioni sono basate sulla crescita.

I nostri bilanci sono basati sulla crescita.

Prendiamo Reagan e Obama.

 

Reagan era il capitalismo consumistico, che è un ossimoro.

Un vero capitalista non risparmia, prende in prestito.

 

Obama era il socialismo a bassa imposizione fiscale, altrettanto ossimorico quanto il capitalismo consumistico di Reagan.

Preferisco di gran lunga il socialismo a bassa imposizione fiscale al socialismo ad alta imposizione fiscale, ma temo che non sia sostenibile. Ad un certo punto, le tasse devono aumentare o il socialismo finisce.

 

Tutto questo è profondamente instabile. Ecco perché la gente non è ottimista: non crede che abbiamo raggiunto uno stato stabile per il futuro, come Greta.

Forse un giorno funzionerà, ma non siamo ancora a quel punto.

 

Dato che il suo nome tornerà probabilmente in questa conversazione, lei fa riferimento a Greta Thunberg, l’attivista nota per le sue manifestazioni contro il cambiamento climatico, che secondo lei rappresenta il simbolo di un futuro anti-crescita, autoritario e dominato dagli ecologisti.

Certo. Ma non siamo ancora a quel punto.

Sarebbe una società molto, molto diversa.

 

Non sono sicuro che sarebbe la Corea del Nord, ma sarebbe estremamente opprimente.

 

Una cosa che mi ha sempre colpito è che quando in una società si avverte un senso di stagnazione, di decadenza – per usare un termine che mi piace – alcuni finiscono per attendere con impazienza una crisi, un momento in cui poter dare una svolta radicale alla società.

 Tendo a pensare che quando si raggiunge un certo livello di ricchezza, le persone diventano molto a loro agio, rifuggono dal rischio ed è difficile uscire dalla decadenza per andare verso qualcosa di nuovo senza una crisi.

 Il mio esempio iniziale era quindi il seguente:

dopo l’11 settembre, i neoconservatori ritenevano che fossimo stati decadenti e stagnanti e che fosse giunto il momento di svegliarsi, lanciare una nuova crociata e rifare il mondo. Sappiamo tutti come è andata a finire.

Bush che diceva alla gente di andare subito a fare shopping.

 

Non era abbastanza “anti-decadente”, intende dire?

Nel complesso, sì.

 

C’era una enclave neoconservatrice in materia di politica estera in cui alcune persone avevano il compito di far uscire il Paese dalla decadenza. Ma a prevalere erano i sostenitori di Bush che dicevano alla gente di andare a fare shopping.

 

Un vero capitalista non risparmia, prende in prestito.

 

Peter Thiem.

Quali rischi dovremmo essere disposti a correre per sfuggire al declino?

Ci troviamo di fronte a un pericolo, poiché chi vuole combattere il declino deve correre molti rischi.

Deve dire: «Sentite, avete una società piacevole, stabile e confortevole, ma indovinate un po’?

Noi vorremmo una guerra, una crisi o una riorganizzazione totale del governo». Deve gettarsi nel pericolo.

Non so se posso darvi una risposta precisa, ma, in generale, dovremmo correre molti più rischi.

 

Guardiamo ai diversi settori.

 

Ad esempio, in 40 o 50 anni non è stato fatto alcun progresso nella biotecnologia per curare il morbo di Alzheimer.

 La gente è completamente bloccata sui beta-amiloidi.

Non funziona.

 È come una stupida rapina in cui tutti si arricchiscono.

Sì. Bisogna correre più rischi in questo campo.

 

Questo passaggio merita di essere sottolineato perché spiega in gran parte l’influenza di Peter Thiem su un discorso molto diffuso nella Silicon Valley:

 la scienza non sarebbe più efficace perché avrebbe eliminato il fattore “rischio”.

 Questo approccio, che si presenta come pragmatico, è in realtà un modo pericoloso per sovvertire ciò che garantisce le condizioni stesse della scientificità: il metodo sperimentale.

Prendendo l’esempio della ricerca sul morbo di Alzheimer, Thiem riprende un’ossessione dei neo reazionari, già citata da Marvin e presente nel “Manifesto tecno-ottimista” di Marc Andreessen, che contiene un passaggio sul “principio di precauzione” basato su un controsenso.

 

Per rimanere concreti, vorrei tornare un attimo su questo esempio e porre la seguente domanda:

cosa significa esattamente «assumersi maggiori rischi nella ricerca anti-invecchiamento»?

Significa che la FDA deve fare un passo indietro e dire:

 «Chiunque disponga di un nuovo trattamento contro il morbo di Alzheimer può commercializzarlo liberamente»?

Che cosa significa assumersi dei rischi in campo medico?

Si possono correre molti più rischi:

 se si soffre di una malattia mortale, è chiaro che probabilmente si possono correre molti più rischi. I ricercatori possono quindi correre molti più rischi.

 

Culturalmente, immagino che sia simile alla modernità precoce, quando si pensava che avremmo curato le malattie. Si pensava che avremmo prolungato radicalmente la vita.

 

L’immortalità faceva parte del progetto della prima modernità.

La troviamo in Francis Bacon, in Condorcet. Forse era anticristiana, forse una conseguenza del cristianesimo. Era soprattutto una questione di competizione: se il cristianesimo prometteva la resurrezione fisica, la scienza poteva avere successo solo se prometteva esattamente la stessa cosa.

 

Ricordo che nel 1999 o 2000, quando dirigevo PayPal, uno dei miei cofondatori, “Luke Noesi, era appassionato di Alcor e della criogenizzazione.

Credeva che le persone dovessero farsi congelare.

Abbiamo portato tutta l’azienda a una riunione sulla criogenizzazione.

Conoscete le riunioni Superare?

Le persone vendono contratti Superare. Durante una festa dedicata alla criogenesi, vendono

 

Era solo la testa? Cosa avrebbero congelato?

Si poteva scegliere se congelare tutto il corpo o solo la testa.

 

L’opzione “solo la testa” era più economica.

Era inquietante: la stampante a matrice non funzionava bene e non era possibile stampare i contratti di criogenesi.

 

Sempre la stessa stagnazione tecnologica, vero?

Col senno di poi, è addirittura un sintomo del declino.

Nel 1999, anche se non era un’opinione dominante, c’era ancora una frangia di “baby boomer” che credeva di poter vivere per sempre.

Era l’ultima generazione.

 

Sono certamente ancora anti-boomer, ma forse c’è qualcosa che abbiamo perso, anche in quel narcisismo marginale dei baby boomer che credevano ancora che la scienza avrebbe curato tutte le loro malattie.

 

Oggi nessun “millennial” ci crede più.

 

Tuttavia, ci sono persone che oggi credono in un’altra forma di immortalità.

 Penso che parte del fascino per l’intelligenza artificiale sia legato a una visione specifica del superamento dei limiti.

Una delle cose che mi ha colpito nella sua argomentazione iniziale sulla stagnazione, che riguardava principalmente la tecnologia e l’economia, è che poteva essere applicata a una vasta gamma di settori.

Quando ha scritto il saggio che abbiamo citato all’inizio della conversazione, era interessato al “seasteading”, ovvero all’idea di costruire nuove entità politiche indipendenti dal mondo occidentale ormai fossilizzato, ma negli anni 2010 ha cambiato idea.

 Lei era una delle poche, se non l’unica, personalità influente della Silicon Valley a sostenere Donald Trump nel 2016.

Ha sostenuto alcuni candidati repubblicani accuratamente selezionati al Senato: uno di loro è oggi vicepresidente degli Stati Uniti.

Si ha l’impressione che lei sia una sorta di “venture capitalist” della politica e che si sia detto:

 ecco alcuni agenti dirompenti che potrebbero cambiare lo status quo politico: vale la pena correre un certo rischio.

È così che la vede?

Certo, e su più livelli.

 

A un certo livello, speravamo di poter deviare il Titanic dalla rotta dell’iceberg, per cambiare davvero il corso della nostra società.

 

Attraverso un cambiamento politico.

Un’aspirazione forse più modesta era quella di poter almeno avere una conversazione al riguardo.

Quando Trump ha detto «Make America Great Again», era un programma positivo, ottimista, ambizioso?

O era semplicemente una valutazione molto pessimistica della nostra situazione attuale, ovvero che non siamo più un grande Paese?

Non avevo grandi aspettative su ciò che Trump avrebbe fatto di positivo.

 Tuttavia, credevo che almeno, per la prima volta in cento anni, avessimo un repubblicano che non ci servisse il discorso melenso e assurdo di Bush.

 Non era sinonimo di progresso, ma almeno potevamo discuterne.

 

Col senno di poi, era una fantasia assurda.

La Silicon Valley si è adeguata.

 

Peter Thiem.

Nel 2016 avevo questi due pensieri — e spesso abbiamo idee che si trovano appena al di sotto del livello di coscienza — ma i due pensieri che non riuscivo a conciliare erano i seguenti:

primo, nessuno mi avrebbe biasimato se avessi sostenuto Trump e lui avesse perso.

 E secondo, pensavo che avesse il 50% di possibilità di vincere. E avevo questa idea implicita…

 

Perché nessuno la avrebbe biasimato se avesse perso?

Sarebbe stato talmente strano che non avrebbe avuto alcuna importanza.

Ma pensavo che avesse il 50% di possibilità perché i problemi erano profondi e la stagnazione era frustrante.

 La realtà è che la gente non era pronta per questo.

 

Forse nel 2025, dieci anni dopo Trump, saremo progrediti al punto da poter avere questa conversazione.

E naturalmente tu non sei uno zombie di sinistra, Ross

 mi hanno dato molti nomi, Peter…

ma accetterò tutti i progressi che riuscirò a ottenere.

 

Dal tuo punto di vista, quindi, ci sarebbero due livelli:

 un sentimento fondamentale secondo cui questa società ha bisogno di sconvolgimenti e rischi;

Trump è sinonimo di sconvolgimenti, Trump è sinonimo di rischi.

Il secondo livello sarebbe il seguente:

 Trump è disposto a dire cose vere sul declino americano. Come investitore in capitale di rischio, pensi di aver tratto qualcosa dal primo mandato di Trump?

 Cosa ha fatto Trump durante il suo primo mandato che le è sembrato andare contro il declino o la stagnazione?

Penso che ci sia voluto più tempo di quanto avrei voluto, ma siamo arrivati a un punto in cui molte persone pensavano che qualcosa non andasse.

E non era quello che dicevo tra il 2012 e il 2014.

 Ho avuto un dibattito con Eric Schmidt nel 2012, Marc Andreessen nel 2013 e Jeff Bezos nel 2014.

 

Dicevo che c’era un problema di stagnazione e tutti e tre mi rispondevano sostanzialmente che andava tutto molto bene.

Ora, credo che queste tre persone, almeno, abbiano in varia misura aggiornato e modificato il loro punto di vista.

La Silicon Valley si è adeguata.

 

Ha fatto più che adeguarsi…

Sulla questione della stagnazione.

 

Gran parte della Silicon Valley ha finito per sostenere Trump nel 2024, compreso, ovviamente, il più famoso tra loro, “Elon Musk”.

Questo è strettamente legato alla questione della stagnazione, secondo me.

 

Queste cose sono sempre molto complicate, ma la mia opinione – e ancora una volta, esito molto a parlare a nome di tutte queste persone – è che qualcuno come “Mark Zuckerberg” non fosse molto ideologico.

Non aveva riflettuto molto su tutto questo.

La posizione predefinita era quella di essere liberali e la domanda era sempre:

se il liberalismo non funziona, cosa si fa?

E anno dopo anno, la risposta era: bisogna fare di più.

Se qualcosa non funziona, basta fare di più.

Si aumenta la dose, ancora e ancora, si spendono centinaia di milioni di dollari, si diventa completamente woke e tutti ti odiano.

 

E a un certo punto ci si dice: ok, forse non funziona.

 

Allora cambiano rotta.

E non è una questione di sostegno a Trump.

 

Non è una questione di sostegno a Trump, ma è, sia nel dibattito pubblico che in quello privato, la sensazione che il trumpismo e il populismo nel 2024 – forse non nel 2016, quando eri l’unico a sostenerli, ma ora, nel 2024 – possano essere un vettore di innovazione tecnologica, dinamismo economico, ecc.

Lei presenta le cose in modo molto, molto ottimistico.

 

So che lei è pessimista.

Quando si presentano le cose in modo ottimistico, si rischia di deludere.

 

Voglio dire che la gente ha espresso molto ottimismo.

 Elon Musk ha espresso timori apocalittici su come i deficit di bilancio ci avrebbero ucciso tutti, ma poi si è unito all’amministrazione Trump e ad altre persone intorno a lui dicendo essenzialmente:

“La nostra partnership con questa amministrazione mira a perseguire la grandezza tecnologica”.

Penso che fossero ottimisti.

Lei parte da un punto di vista più pessimista, o realistico.

 Quello che le chiedo è la sua valutazione della situazione attuale, non la loro.

 Il populismo di Trump 2.0 le sembra un vettore di dinamismo tecnologico?

È ancora di gran lunga l’opzione migliore che abbiamo.

 

“Harvard” curerà la demenza continuando a fare la stessa cosa che non ha funzionato negli ultimi cinquant’anni?

 

È solo un modo per dire:

non può andare peggio, quindi facciamo tabula rasa.

Ma la critica al populismo oggi sarebbe la seguente:

la Silicon Valley si è alleata con i populisti.

 I populisti se ne fregano della scienza.

 Non vogliono spendere soldi per la scienza.

Vogliono tagliare i finanziamenti a Harvard semplicemente perché non gli piace Harvard.

E alla fine non otterrete gli investimenti che la Silicon Valley voleva per il futuro.

È sbagliato?

Ma dobbiamo tornare alla domanda: fino a che punto funziona la scienza?

 

È qui che i sostenitori del “New Deal”, nonostante i loro difetti, hanno fatto la differenza:

hanno fortemente incoraggiato la scienza, l’hanno finanziata, hanno dato soldi alle persone e l’hanno sviluppata.

Oggi, se un equivalente di “Einstein” scrivesse una lettera alla Casa Bianca, andrebbe persa nel servizio postale.

Il progetto Manhattan oggi sarebbe inimmaginabile.

 

Negli anni ’60, un progetto “moonshot” significava ancora andare sulla luna.

Oggi, un “moonshot” indica qualcosa di completamente fittizio che non accadrà mai.

 

Eppure, a differenza di altre persone della Silicon Valley, forse, il valore del populismo risiede per lei nel fatto di sollevare il velo e rompere le illusioni.

 E non siamo necessariamente in una fase in cui ci si aspetta che l’amministrazione Trump attui il progetto Manhattan o realizzi un “moonshot”.

Il populismo non ci aiuta piuttosto a vedere che tutto questo era solo una finzione…

Bisogna cercare di fare entrambe le cose.

 Le due cose sono strettamente collegate.

 

C’è una deregolamentazione dell’energia nucleare e a un certo punto torneremo a costruire nuove centrali nucleari o centrali meglio progettate, o addirittura reattori a fusione.

 Per costruire, bisogna deregolamentare, decostruire.

In un certo senso, costruire implica liberare il terreno.

 

Nel 2024, Elon Musk era giunto alla conclusione che, anche se fosse riuscito ad arrivare su Marte, il governo socialista americano e l’intelligenza artificiale woke lo avrebbero seguito.

 

Peter Thiem.

Lei, a titolo personale, ha smesso di finanziare i politici?

Sono un po’ schizofrenico su questo argomento.

Penso che sia estremamente importante ed estremamente tossico allo stesso tempo.

 

Quindi cambio continuamente idea su cosa sia giusto fare…

 

Estremamente tossico per lei personalmente?

Per tutti coloro che sono coinvolti. È un gioco a somma zero. È pazzesco. E poi, in un certo senso…

 

Perché tutti la odiano e la associano a Trump. In che modo è tossico per lei personalmente?

È tossico perché è un mondo a somma zero: la posta in gioco mi sembra davvero molto alta.

 

E si ritrova con nemici che prima non aveva?

È tossico per tutte le persone che sono coinvolte in modi diversi.

 

C’è una dimensione politica nel cercare un “ritorno al futuro”: non si può…

 

È una conversazione che ho avuto con Elon nel 2024 proprio sul “seasteading”, in cui gli dicevo:

 “Se Trump non vince, voglio semplicemente lasciare il Paese”.

Musk mi ha risposto: “Non c’è nessun posto dove andare”.

 

Si trovano sempre le argomentazioni giuste a posteriori. È stato circa due ore dopo quella cena, una volta tornato a casa, che ho pensato:

“Ma Elon Musk non crede più al progetto Marte?”

 

Il 2024 è l’anno in cui Elon ha smesso di credere in Marte, non come progetto scientifico stravagante, ma come progetto politico.

 

Marte doveva essere un progetto politico, un’alternativa.

 

Nel 2024, Elon Musk era arrivato a credere che anche se fosse riuscito ad andare su Marte, il governo socialista americano e l’intelligenza artificiale woke lo avrebbero seguito.

 

Tutto è iniziato durante un incontro tra Elon e il CEO di Deep Mind, Demis Hassani, che avevamo organizzato.

Demis aveva detto a Elon:

 «Sto lavorando al progetto più importante del mondo. Sto creando un’intelligenza artificiale sovrumana».

 

Elon ha rincarato la dose:

 «Beh, io sto lavorando al progetto più importante del mondo. Sto rendendo la nostra specie interplanetaria».

 

Demis ha quindi risposto: «Beh, sai, la mia IA sarà in grado di seguirti su Marte».

 

Elon è rimasto in silenzio.

 

Da quanto ne so, ci sono voluti anni perché la cosa gli entrasse davvero in testa, fino al 2024.

 

Ma questo non significa che non creda in Marte.

 Significa semplicemente che ha deciso che deve vincere una battaglia contro i deficit di bilancio o il «wokismo» per arrivare su Marte.

Sì, ma cosa significa Marte?

 

Forza: cosa significa Marte?

Si tratta semplicemente di un progetto scientifico? O è come in Heiniani, la Luna come paradiso libertario?

 

La visione di una nuova società, probabilmente popolata da molti discendenti di Elon Musk…

Beh, non so se sia stato concretizzato in modo così preciso, ma se concretizzate le cose, potreste rendervi conto che Marte dovrebbe essere più di un progetto scientifico.

Dovrebbe essere un progetto politico.

 Quando lo concretizzi, devi iniziare a pensare: l’IA woke ti seguirà, il governo socialista ti seguirà.

 

Quindi forse dovrai fare qualcosa di più che andare semplicemente su Marte.

 

L’intelligenza artificiale, appunto, sembra essere la più grande eccezione in un campo che ha registrato progressi notevoli, sorprendenti per molti.

È anche il campo – stavamo proprio parlando di politica – in cui l’amministrazione Trump, credo, sta dando in larga misura agli investitori nell’IA molto di ciò che volevano, sia prendendo le distanze sia creando partnership pubblico-privato.

Si tratta quindi di un settore in cui si registrano progressi e impegno da parte del governo.

 Lei è un investitore nell’IA. Se sì, in cosa pensa di investire?

Non lo so.

 

Una domanda che possiamo porci è:

 quale importanza attribuire all’IA?

E la mia risposta stupida è: è più di un semplice gadget, ma meno di una trasformazione totale della nostra società.

 

Direi che corrisponde più o meno all’importanza di Internet alla fine degli anni ’90.

In altre parole: non sono sicuro che sia sufficiente per porre fine alla stagnazione.

 

Potrebbe essere sufficiente per creare grandi aziende.

 E Internet ha forse aggiunto qualche punto percentuale al PIL, forse l’1% di crescita del PIL ogni anno per 10 o 15 anni.

Ha contribuito alla produttività.

Quindi questa è più o meno la mia posizione provvisoria sull’IA.

 

È un po’ malsano che sia così squilibrato, ma è l’unica cosa che abbiamo. Mi piacerebbe che i progressi fossero più multidimensionali:

mi piacerebbe che andassimo su Marte, mi piacerebbe che trovassimo una cura per la demenza.

Se tutto ciò che abbiamo è l’IA, allora mi accontenterò. Ci sono dei rischi. Ovviamente ci sono dei pericoli legati a questa tecnologia.

 

Quindi lei è scettico su quella che potremmo chiamare una teoria del trike-down della superintelligenza, che sostanzialmente dice che, se l’IA avrà successo, diventerà così intelligente da portare progressi nel mondo degli atomi e che se noi non saremo in grado di curare la demenza o di costruire la fabbrica perfetta che produrrà i razzi che andranno su Marte, l’IA potrà farlo.

A un certo punto, supereremmo una soglia.

Questo ci porterebbe non solo maggiori progressi digitali, ma anche molte altre forme di progresso.

A sentirla parlare, sembra che lei non ci creda, o che lo ritenga improbabile.

Sì, non so davvero se questo sia stato il fattore determinante.

 

Cosa intende per “fattore determinante”?

Penso che rifletta semplicemente un’ideologia della Silicon Valley.

 

In un certo senso, forse è più un’idea liberale che conservatrice, ma nella Silicon Valley le persone sono davvero ossessionate dal QI e pensano che tutto dipenda dall’intelligenza. E che se hai più persone intelligenti, faranno grandi cose.

 

Questo è un punto essenziale.

L’ideologia a cui fa riferimento Thiem è espressa in particolare nei vari testi di “Sam Altman”, che si basano esplicitamente sul presupposto che l’aumento e la crescita dell’intelligenza quantificabile non possono che migliorare la società.

 

Tuttavia, a mio avviso, esiste un argomento economico piuttosto forte contro il QI:

le persone intelligenti ottengono risultati inferiori rispetto alle altre.

Si potrebbe persino osservare una tendenza secondo cui più una persona è intelligente, meno ha successo.

 O non sanno come applicare la loro intelligenza, oppure la nostra società non sa cosa fare di loro e non riescono a trovare il loro posto.

 

Ciò suggerisce quindi che il fattore determinante non è il QI, ma qualcosa che non funziona davvero nella nostra società.

 

Se si elimina l’IA, semplicemente non succede più nulla.

 

Peter Thiem.

Ma si tratta di un limite dell’intelligenza o di un problema legato ai tipi di personalità creati dalla superintelligenza umana?

Non sono molto favorevole all’idea – e l’ho espressa in un episodio di questo podcast con il ricercatore “Daniel Kokotajlo” – secondo cui alcuni problemi possano essere risolti semplicemente aumentando l’intelligenza.

Sì, è difficile da dimostrare.

È sempre difficile dimostrare questo genere di cose.

 

Ma condivido il vostro intuito, perché penso che non ci sia mancato il numero di persone intelligenti, ma che le cose si siano fermate per altri motivi.

Forse i nostri problemi sono irrisolvibili, il che sarebbe una visione pessimistica.

Forse non esiste una cura per la demenza; forse non esiste una cura per la mortalità… Forse è un problema irrisolvibile.

 

O forse sono questioni culturali.

La soluzione andrebbe quindi ricercata non tanto in una questione di intelligenza individuale, quanto nel modo in cui tutto questo si integra nella nostra società.

 

Tolleriamo le persone intelligenti ed eterodosse?

Forse abbiamo bisogno di persone intelligenti ed eterodosse per condurre esperimenti folli.

E se l’IA è semplicemente intelligente nel senso convenzionale del termine, allora sarà anche conformista.

 Forse non è questo il tipo di intelligenza di cui abbiamo bisogno.

 

Temi quindi un futuro in cui l’IA diventerebbe in qualche modo stagnante?

 Che fosse molto intelligente ma creativa in modo conformista, un po’ come l’algoritmo di Netflix, che produce un’infinità di film corretti che la gente guarda ma non capolavori?

È del tutto possibile.

 

È sicuramente un rischio.

 

Ma penso che dovremmo comunque provare l’IA, perché l’alternativa è la stagnazione totale.

 

Possono succedere cose interessanti. Forse i droni in ambito militare saranno combinati con l’IA. È spaventoso, pericoloso, distopico. Forse cambierà radicalmente le cose. Ma se togli l’IA, semplicemente non succede più nulla.

 

Esiste una versione di questo dibattito riguardo a Internet: Internet ha portato a un maggiore conformismo e a una maggiore apertura?

 

E ci sono tutti i tipi di ragioni per cui non ha portato all’esplosione di abbondanza che i libertari sognavano nel 1999.

Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, direi che è stato comunque meglio dell’alternativa, che se non avessimo avuto Internet. Forse sarebbe stato peggio.

 

L’IA è meglio dell’alternativa. Perché l’alternativa è niente.

 

Questo è un campo in cui le argomentazioni stagnazioniste sono ancora più forti:

parlare così tanto di IA è un riconoscimento implicito che senza l’IA saremmo in una stagnazione quasi totale.

 

Ma il mondo dell’IA è chiaramente popolato da persone che, per lo meno, sembrano avere una visione più utopica o più trasformativa – chiamatela come volete – della tecnologia rispetto a quella che esprimete qui.

E prima avete menzionato l’idea che il mondo moderno un tempo prometteva un radicale allungamento della durata della vita, cosa che oggi non è più vera.

 Mi sembra molto chiaro che un certo numero di persone profondamente coinvolte nello sviluppo dell’IA la considerano un meccanismo di transumanesimo, di trascendenza della nostra carne mortale, e quindi come una sorta di creazione di una specie successiva o come una sorta di fusione tra mente e macchina.

Pensa che tutto questo sia solo una fantasia senza fondamento?

Oppure pensi che sia solo una moda passeggera?

Pensi che le persone raccolgano fondi sostenendo che costruiremo un dio macchina?

È solo pubblicità? È un’illusione? È qualcosa che la preoccupa?

Sì…

Preferirebbe che la specie umana sopravviva, vero?

Ehm…

Sta esitando.

Beh, non lo so. Vorrei… Vorrei…

 

Esitate molto a lungo!

Ci sono così tante domande implicite in questa frase.

La specie umana deve sopravvivere?

Sì.

D’accordo.

Ma vorrei anche che risolvessimo radicalmente questi problemi.

 

Prendiamo il transumanesimo.

L’ideale iniziale era questa trasformazione radicale in cui il tuo corpo umano naturale si trasforma in un corpo immortale.

 

Ci sono già delle trasformazioni, in un contesto sessuale.

Un travestito è qualcuno che cambia abiti e si traveste, mentre un transessuale è qualcuno che cambia il proprio pene in una vagina.

Si può poi discutere dell’efficacia di questi interventi chirurgici.

 

Credo che la parola “natura” non compaia una sola volta nell’Antico Testamento.

 

Peter Thiem.

Ma noi vogliamo molto più di una semplice trasformazione.

 

La critica non è dire che è strano e contro natura, ma piuttosto:

 «È totalmente patetico e insignificante».

 Vogliamo più che il travestimento o il cambiamento degli organi sessuali.

Vogliamo che possiate cambiare il vostro cuore, cambiare la vostra mente e cambiare tutto il vostro corpo.

 

Il cristianesimo ortodosso, tra l’altro, critica il fatto che questo non sia abbastanza.

Il transumanesimo cambia solo il vostro corpo, ma voi dovete trasformare anche la vostra anima e tutto il vostro essere.

E quindi…

 

Aspetti.

 Sono sostanzialmente d’accordo con quella che credo sia la sua convinzione, ovvero che la religione debba essere amica della scienza e delle idee di progresso scientifico e che qualsiasi idea di provvidenza divina debba includere il fatto che abbiamo progredito, realizzato e ottenuto cose che sarebbero state inimmaginabili per i nostri antenati, ma sembra comunque che la promessa del cristianesimo sia, in definitiva, quella di ottenere un corpo perfetto e un’anima perfetta attraverso la grazia di Dio.

E chi cerca di raggiungerla con i propri mezzi, con l’aiuto di una moltitudine di macchine, rischia fortemente di finire come un personaggio distopico.

Chiariamo questo punto.

 

Credo che la parola “natura” non compaia una sola volta nell’Antico Testamento.

Quindi c’è una parola, un significato, in base alla mia comprensione dell’ispirazione giudaico-cristiana, che si riferisce al trascendere la natura.

Si tratta di superare le cose.

E la cosa più vicina che si può dire della natura è che le persone sono decadute.

Essere naturali, in senso cristiano, significa essere in uno stato pietoso. Ed è vero.

Ma esistono dei mezzi, con l’aiuto di Dio, per trascendere questo stato e superarlo.

 

La maggior parte delle persone che lavorano alla costruzione di questa ipotetica macchina divina non pensano di cooperare con “Yahweh”, “Geova”, il Signore degli eserciti…

Certo, certo. Ma…

Pensano di costruire l’immortalità da soli, non è vero?

Stiamo saltando da un argomento all’altro.

Ancora una volta, la mia critica è questa: non sono abbastanza ambiziosi.

 Da un punto di vista cristiano, queste persone non sono abbastanza ambiziose.

 

Ma non sono abbastanza ambiziose dal punto di vista morale e spirituale?

Sono ancora abbastanza ambiziosi sul piano fisico?

 

Sono ancora veramente transumanisti?

 

La “criogenesi” sembra essere una moda antiquata, molto anni ’90, non più di attualità.

No, non sono transumanisti sul piano fisico.

 

Forse non è una questione di “criogenesi”, ma di download.

Che non è proprio la stessa cosa:

 io preferisco tenere il mio corpo. Non voglio un semplice programma informatico che mi simuli.

 

Sono d’accordo.

Il “download” sembrava quindi un passo indietro rispetto alla “criogenesi”.

 

Ma anche questo fa parte del dibattito, ed è qui che le cose diventano molto difficili da valutare. Non voglio dire che stiano inventando tutto e che sia tutto falso, ma io non…

 

Pensi che una parte di tutto questo sia falsa?

Non penso che sia falso, perché ciò implicherebbe che le persone mentono, ma voglio dire che non è il centro di gravità.

Sì.

Quindi c’è un linguaggio ottimista.

Ne ho parlato con Elon Musk qualche settimana fa.

 

Mi ha spiegato che tra dieci anni avremo un miliardo di robot umanoidi negli Stati Uniti.

 

Gli ho risposto che se questo si verificasse, non dovrebbe più preoccuparsi del deficit di bilancio perché la crescita lo colmerebbe — è molto preoccupato per il deficit.

Questo non dimostra che non creda nell’esistenza di un miliardo di robot, ma forse suggerisce che non ci ha riflettuto abbastanza, che non pensa che avrà un impatto economico così trasformativo, o che c’è un ampio margine di errore.

In un certo senso, queste cose non sono state pensate fino in fondo.

 

Se dovessi criticare la Silicon Valley, direi che ha sempre difficoltà a comprendere il significato della tecnologia.

 

Le conversazioni tendono a perdersi in dettagli microscopici, come: “Qual è il QI-ELO dell’IA?” o “Come si definisce esattamente l’AGI?”

 

Ci lanciamo in dibattiti tecnici senza fine, mentre ci sono molte questioni intermedie che mi sembrano molto importanti, come:

“Quali sono le implicazioni per il deficit di bilancio? Quali sono le implicazioni per l’economia? Quali sono le implicazioni per la geopolitica?”

 

Una delle conversazioni che ho avuto recentemente con lei verteva sulla seguente domanda:

 l’IA sta cambiando i calcoli della Cina riguardo a un’invasione di Taiwan? Se la rivoluzione dell’IA accelera, l’esercito cinese rimarrà indietro?

 

Non stiamo riflettendo sull’impatto dell’IA sulla geopolitica.

 

Peter Thiem.

Da un punto di vista ottimistico, ciò potrebbe dissuadere la Cina, poiché avrebbe perso la partita.

Da un punto di vista pessimistico, potrebbe spingerla ad agire più rapidamente, poiché saprebbe che è ora o mai più: se non conquista Taiwan adesso, rimarrà indietro.

 

In ogni caso, si tratta di un argomento molto importante che non è stato approfondito a sufficienza.

Non riflettiamo sull’impatto dell’IA sulla geopolitica.

Non riflettiamo sul suo impatto sulla macroeconomia.

 Sono questo il tipo di questioni che vorrei approfondire maggiormente.

 

C’è un’altra questione macroeconomica che le interessa.

Affronteremo un po’ il tema della religione.

Recentemente ha tenuto alcune conferenze sul concetto dell’Anticristo, che è un concetto cristiano, un concetto apocalittico.

Cosa significa per lei?

Cos’è l’Anticristo?

Quanto tempo abbiamo?

 

Tutto il tempo necessario per parlare dell’Anticristo.

Va bene.

Potrei parlarne a lungo.

Penso che sia sempre importante sapere come parlare dei rischi e delle sfide del nostro tempo.

Spesso si tratta di un discorso scientifico distopico e spaventoso:

la guerra nucleare, il disastro ambientale – forse attraverso qualcosa di ancora più specifico come il cambiamento climatico – il rischio legato alle armi biologiche.

 Tutti gli scenari fantascientifici sono presenti.

E naturalmente esistono alcuni tipi di rischi legati all’intelligenza artificiale.

 

Ma continuo a pensare che se vogliamo parlare di rischi esistenziali, forse dovremmo anche parlare del rischio di un altro tipo di singolarità nefasta, che definirei uno” Stato totalitario mondiale”.

 

Perché la soluzione politica predefinita che le persone hanno per tutti questi rischi esistenziali è un governo mondiale unico.

 

Cosa fare delle armi nucleari?

Abbiamo un’Organizzazione delle Nazioni Unite con poteri reali che le controlla, e queste sono controllate da un ordine politico internazionale. E poi c’è anche la seguente domanda:

 cosa fare dell’IA?

Abbiamo bisogno di una governance informatica mondiale.

Abbiamo bisogno di un governo mondiale che controlli tutti i computer, registri ogni battuta sulla tastiera, per assicurarsi che nessuno programmi un’IA pericolosa.

 

Mi chiedo se questo non equivalga a uscire dall’inferno per cadere nella fossa dei leoni.

 

Dietro la facciata “giudaico-cristiana” della sua argomentazione, Thiem rimane un miliardario libertario.

La denuncia di un governo mondiale – che gioca abilmente su un luogo comune del complottismo per catturare l’attenzione degli ascoltatori – serve in fondo a esprimere una cosa piuttosto semplice:

la sua più grande paura è più Stato e più deregolamentazione.

 

Per compensare la drastica riduzione dei finanziamenti destinati alla sanità, alla ricerca medica e all’innovazione biomedica contenuti nel suo progetto di legge di bilancio, l’amministrazione Trump vuole dare un ruolo più importante agli algoritmi e all’intelligenza artificiale per realizzare progressi scientifici, in particolare attraverso “Palantir”, il gigante della sorveglianza informatica creato da Thiem.

 

Alla vigilia dell’elezione di Donald Trump, un’azione Palantir valeva 60 dollari. Oggi ne vale più di 130.

Peter Thiem ne possiede 100 milioni.

 

Il quadro filosofico ateo è “Un mondo o niente”.

Era un cortometraggio prodotto dalla Federazione degli scienziati americani alla fine degli anni ’40.

Inizia con l’esplosione di una bomba nucleare che distrugge il mondo, ed è evidente che per impedirlo è necessario un governo mondiale: un mondo o niente.

 

Il quadro cristiano, che pone in qualche modo la stessa domanda, è il seguente:

l’Anticristo o l’Armageddon?

 

O abbiamo lo Stato mondiale dell’Anticristo, o camminiamo verso l’Armageddon – “un solo mondo o nessuno”, “l’Anticristo o l’Armageddon”, in un certo senso, sono la stessa cosa.

 

Ho molte riflessioni su questo argomento, ma sorge una domanda: come fa l’Anticristo a prendere il controllo del mondo?

 Pronuncia discorsi demoniaci e ipnotici e la gente cade nella trappola? Una sorta di “demonium ex machina”?

 

È del tutto inverosimile.

È una falla nella trama molto poco plausibile.

Ma penso che abbiamo una risposta a questa falla.

 

Il modo in cui l’Anticristo prenderebbe il controllo del mondo è parlando continuamente dell’Armageddon:

si parla continuamente del rischio esistenziale e di come sia necessario regolamentare.

 È l’opposto dell’immagine della scienza baconiana del XVII e XVIII secolo, dove l’Anticristo è una sorta di genio tecnologico malvagio, uno scienziato malvagio che inventa questa macchina per conquistare il mondo.

La gente ha troppa paura di questo.

 

Sugli argomenti che Thiem attinge dalla “Nuova Atlantide” di Francis Bacon, si veda il suo testo “Nihilsm is not enough”.

 

Nel nostro mondo, è il contrario che trova risonanza politica.

Ciò che ha risonanza politica è l’idea che dobbiamo fermare la scienza e semplicemente dire «basta» a tutto questo.

 

Nel XVII secolo, posso immaginare un “dottor Stranamore”, un personaggio alla “Edward Teller”, che prende il controllo del mondo.

Nel nostro mondo, è molto più probabile che sia Greta Thunberg.

 

L’ungherese “Ed Teller” è uno dei fisici del progetto Manhattan e il “padre” della bomba all’idrogeno che ha promosso con fervore.

 

Un tempo, il timore ragionevole era che l’Anticristo fosse una sorta di mago della tecnologia.

 Oggi sarebbe una persona che promette di controllare la tecnologia, di renderla sicura e di instaurare quella che, dal tuo punto di vista, sarebbe una stagnazione universale, giusto?

È più o meno la mia descrizione di come andrebbe a finire.

Sì, ma lei dice che il vero Anticristo giocherebbe su questa paura e direbbe: “Dovete seguirmi per evitare l’Armageddon nucleare”.

Sì.

Tendo a pensare, guardando il mondo così com’è oggi, che ci vorrebbe un certo tipo di progresso tecnologico radicale perché questa paura diventasse davvero tangibile.

Posso immaginare che il mondo si rivolga a qualcuno che promette pace e regolamentazione, se si arrivasse a credere che l’intelligenza artificiale sta per annientare l’umanità.

 Ma per arrivare a questo punto, dovrebbe iniziare a concretizzarsi uno scenario apocalittico di tipo “accelerazionista”.

Per ottenere un Anticristo della “pace e della sicurezza”, occorrerebbe quindi un maggiore progresso tecnologico.

Uno dei grandi fallimenti del totalitarismo nel XX secolo è stato proprio il deficit di conoscenza:

non era in grado di sapere cosa stava succedendo nel resto del mondo. Ci vorrebbe quindi un’intelligenza artificiale, o un’altra tecnologia equivalente, in grado di sostenere un tale regime totalitario in nome della stabilità.

Insomma, non credete che lo scenario peggiore possibile implichi prima un’impennata del progresso tecnologico, che verrebbe poi addomesticato per instaurare una forma di stagnazione totalitaria?

È possibile…

 

Prendiamo Greta Thunberg, che è su una barca nel Mediterraneo per protestare contro Israele.

Non vedo proprio come l’intelligenza artificiale, la tecnologia o persino la lotta al cambiamento climatico possano costituire un potente grido di battaglia universale in questo momento, in assenza di un’accelerazione del cambiamento e di un vero timore di una catastrofe totale.

È molto difficile da valutare.

Ma penso che l’ambientalismo sia abbastanza potente.

Non so se sia abbastanza potente da creare uno Stato totalitario mondiale, ma beh, è…

Direi che è l’unica cosa in cui la gente crede ancora in Europa.

 

In Europa, la gente crede più nell’ecologia che nella sharia islamica o nella presa di potere totalitaria del comunismo cinese.

Il futuro è un’idea di un futuro che sembra diverso dal presente: le uniche tre opzioni proposte in Europa sono l’ecologia, la sharia e lo Stato comunista totalitario.

 

E l’ecologia è di gran lunga la più forte.

In un’Europa in declino, in decomposizione, che non è più un attore dominante nel mondo.

Tutto è sempre legato al contesto.

 

Abbiamo avuto un rapporto molto complesso con la tecnologia nucleare.

E certamente questo non ci ha portato a uno Stato mondiale totalitario. Ma negli anni ’70, un modo per descrivere la stagnazione era dire che il progresso tecnologico galoppante aveva finito per spaventare, che la scienza alla Francis Bacon si era fermata a Los Alamos.

 

E poi abbiamo deciso che bastava.

Che era finita.

 Non volevamo andare oltre.

 

Quando “Charles Manson” prende l’LSD alla fine degli anni ’60 e iniziano gli omicidi, ciò che scopre sotto l’effetto della droga è che si può diventare una sorta di antieroe dostoevskiano a cui tutto è permesso.

 

Ovviamente non tutti sono diventati Charles Manson.

Ma nel modo in cui racconto questa storia, tutti sono diventati disturbati quanto lui e gli hippy hanno preso il controllo.

In Europa, la gente crede più nell’ecologia che nella sharia islamica o nella presa di potere totalitaria del comunismo cinese.

 

Peter Thiem.

Ma Charles Manson non è diventato l’Anticristo e non ha preso il controllo del mondo. Siamo finiti nell’Apocalisse e lei…

La mia versione della storia degli anni ’70 è che gli hippy hanno vinto.

 

Abbiamo camminato sulla luna nel luglio 1969.

Woodstock è iniziato tre settimane dopo.

Col senno di poi, è stato allora che il progresso si è fermato e gli hippie hanno vinto.

 

E sì, non era letteralmente Charles Manson…

 

Restiamo sulla figura dell’Anticristo, per concludere.

Ma attualmente non viviamo sotto l’Anticristo, poiché secondo voi siamo semplicemente in un periodo di stagnazione.

E lei suggerisce che qualcosa di peggiore potrebbe apparire all’orizzonte, qualcosa che renderebbe questa stagnazione permanente, alimentata dalla paura.

Quello che io propongo è che, affinché un tale scenario si verifichi, sarebbe necessaria una nuova spinta al progresso tecnologico, paragonabile a quella di Los Alamos, che susciterebbe una paura generalizzata.

 Ecco quindi la mia domanda molto precisa:

lei investe nell’intelligenza artificiale.

 Lei è fortemente coinvolto in Palantir, nella tecnologia militare, nella sorveglianza, nelle tecnologie di guerra.

Si ha semplicemente la sensazione che, quando mi racconta una storia in cui l’Anticristo prenderebbe il potere sfruttando la paura del progresso tecnologico per imporre l’ordine nel mondo, quell’Anticristo potrebbe usare gli strumenti che lei sta costruendo.

Potrebbe dire: “Metteremo fine al progresso tecnologico… ma ciò che Palantir ha realizzato finora è davvero utile”.

Questo non la preoccupa?

Non sarebbe ironico che chi si preoccupa pubblicamente dell’Anticristo contribuisca involontariamente alla sua venuta?

Ascolti, ci sono una moltitudine di scenari.

 

Ovviamente, non credo che sia quello che sto facendo.

 

Per essere chiari, non credo nemmeno che sia quello che state facendo voi.

Quello che mi interessa è capire come si arriva a un mondo pronto a sottomettersi a un’autorità autoritaria permanente.

Ci sono diversi gradi in questo processo, che possono essere descritti.

 

Ma quello che vi ho appena esposto è così assurdo, come racconto generale della stagnazione, l’idea che il mondo intero si sia sottomesso da cinquant’anni a un regime di “pace e sicurezza”?

 

È quello che dice la “Prima Lettera” ai Tessalonicesi, 5:3:

lo slogan dell’Anticristo sarà “pace e sicurezza”.

 

E noi ci siamo sottomessi alla FDA, che non regola solo i farmaci negli Stati Uniti, ma di fatto in tutto il mondo, perché gli altri paesi si rimettono alle sue decisioni.

 La Commissione per la regolamentazione nucleare americana (NRC) regola di fatto le centrali nucleari di tutto il mondo.

 Non si può semplicemente progettare un reattore nucleare modulare e costruirlo in Argentina.

Nessuno si fiderebbe delle autorità argentine.

Si rivolgerebbero alle autorità americane.

 

Quindi, la domanda rimane: perché abbiamo vissuto cinquant’anni di stagnazione?

Una possibile risposta è che abbiamo smesso di avere idee.

Un’altra è che si è verificato un cambiamento culturale che ha reso tutto questo impossibile.

 

E questa risposta culturale può essere interpretata in modo ascendente: l’umanità si sarebbe trasformata in una specie più docile.

Oppure, almeno in parte, in modo discendente:

le istituzioni governative si sarebbero trasformate in un apparato favorevole alla stagnazione.

 

L’energia nucleare ne è l’esempio migliore: doveva essere l’energia del XXI secolo, invece è stata accantonata in tutto il mondo.

In un certo senso, secondo quanto dice, vivremmo già sotto una forma moderata del regno dell’Anticristo.

Crede che Dio controlli il corso della storia?

Penso che ci sia sempre spazio per la libertà umana, per la scelta.

Le cose non sono completamente predeterminate in un senso o nell’altro.

 

Ma Dio non ci lascerebbe indefinitamente sotto il regno di un Anticristo moderato e stagnante, vero?

 Non è così che dovrebbe finire la storia, giusto?

Attribuire troppa causalità a Dio è sempre problematico.

 

Potrei citare diversi versetti, ma prenderò Giovanni 15:25, dove Cristo dice:

“Mi hanno odiato senza motivo”.

 Tutte queste persone che perseguitano Cristo non hanno in realtà alcun motivo per farlo.

 E se interpretiamo questo versetto come un’osservazione sulla causalità ultima, sarebbe: “Io perseguito perché Dio mi ha spinto a farlo”. Dio sarebbe all’origine di tutto.

 

Ma la visione cristiana va contro questo.

Non è calvinista.

Dio non è dietro ogni evento storico. Non causa tutto.

Se dici che Dio è la causa di tutto, stai rendendo Dio un capro espiatorio.

Ma Dio è all’origine dell’entrata di Gesù Cristo nella storia, no?

Perché non voleva lasciarci in un Impero Romano stagnante e decadente. Quindi, a un certo punto, Dio interviene.

Non sono calvinista a tal punto.

 

Non è calvinismo.

 È semplicemente cristianesimo: secondo la tua logica, Dio non dovrebbe lasciarci eternamente incollati ai nostri schermi, ad ascoltare i sermoni di Greta Thunberg.

Nel bene e nel male, penso che ci sia un grande spazio per l’azione umana, per la libertà umana.

 

Se pensassi che tutto fosse predeterminato, allora tanto varrebbe rassegnarsi: arrivano i leoni.

Non resterebbe altro che fare un po’ di yoga, pregare in silenzio e aspettare che ti divorino.

Ma non credo che sia questo ciò che dovremmo fare.

 

 

 

La nuova Guida suprema dell’Iran

ha detto di aver scoperto di essere

la nuova Guida suprema

dell’Iran guardando la tv.

Rivistastudio.com – (13 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

I media iraniani hanno pubblicato il primo messaggio di “Mastaba Khamenei”, figlio di “Ali Khamenei”, fresco di nomina a Guida Suprema dell’Iran.

La dichiarazione scritta, suddivisa in sette capitoli, è stata letta e trasmessa dalla televisione di Stato mentre sugli schermi appariva una foto del nuovo leader mentre uno speaker leggeva il discorso.

Nella sua prima dichiarazione, Mastaba Khamenei ha affermato di aver appreso della sua nomina a Guida Suprema dell’Iran nello stesso modo in cui la notizia è arrivata a tutto il resto della popolazione: guardando la tv.

Questo perché, presumibilmente, da quando sono iniziate a circolare voci sulla sua probabile elezione, Khamenei è diventato l’obiettivo numero uno di tutti i missili di Stati Uniti e Israele.

Bisogna quindi immaginare in un bunker con limitatissime possibilità di comunicazione con il mondo esterno.

Oltre che, forse, ferito.

 

Le speculazioni sulla salute di Mastaba Khamenei sono fondate.

Il figlio dell’ex leader supremo, infatti, sarebbe stato ferito negli attacchi che hanno ucciso il padre il 28 febbraio, all’inizio della scorsa settimana. I media iraniani hanno descritto il nuovo leader del regime come un «veterano ferito nella guerra del Ramadan», senza però specificare la natura né la gravità delle sue ferite.

 Secondo quanto scrive il “Guardian”, che ha intervistato l’ambasciatore iraniano a Cipro,” Alireza Salarian”, Khamenei sarebbe stato ferito a una gamba, a un braccio e a una mano, ma al momento non ci sono conferme di tutto ciò.

 

Mastaba Khamenei ha menzionato di aver visto il corpo di suo padre, Ali Khamenei, e di aver sentito che il padre «stringeva il pugno della sua mano sana».

 Nel resto del messaggio, come riporta “Iran wire”, la nuova Guida Suprema ha sottolineato l’importanza di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz per esercitare pressione sui nemici.

 Allo stesso tempo, il messaggio invita la popolazione a rimanere presente nelle strade.

 Tra le altre cose, Khamenei ha anche parlato di confisca delle proprietà appartenenti agli oppositori e, pur menzionando «l’amicizia con i vicini», ha scritto:

«Tuttavia, prendiamo di mira le basi statunitensi e continueremo a farlo».

 Infine, il messaggio aggiungeva:

«Chiederemo un risarcimento al nemico. Se rifiuteranno, sequestreremo tutte le loro proprietà.

Se ciò non sarà possibile, distruggeremo loro beni per un importo equivalente».

Non si capisce di quali beni si parli e se queste parole siano indirizzate solo ai nemici interni dell’Iran o a tutti i paesi del Medio Oriente colpiti in queste settimane.

 

 

 

 

L’ossessione per l’Anticristo non

è neanche lontanamente

la cosa

più inquietante di Peter Thiem.

Rivistastudio.com – Giulio Silvano – (15 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

 

Allievo di Girard, ossessionato da Tolkien, ammiratore di Rand, padrino di Vance, patrono di Trump, eminenza grigia di Big Tech, Thiem è uno degli uomini più potenti e inquietanti della nostra epoca.

Fino al 18 marzo sarà a Roma, a parlare di Anticristo.

E di tutto il resto.

Sono sempre tutti d’accordo, in “memoir” e biografie e interviste, che gli anni della giovinezza siano i veri anni formativi.

 E che a prescindere da quello che succederà dopo – traumi, perdite, successi – tutto in fondo torna a quello che si leggeva nella cameretta, o in classe di nascosto, prima di diventare grandi.

Dimmi cos’hai letto a dodici anni e ti dirò chi sei.

 

Peter Thiem, fondatore di PayPal, tra i primi investitori di Facebook, “venture capitalist”, scacchista e simbolo della destra tech della Silicon Valley, da ragazzo legge “Il Signore degli Anelli” e poi i testi oggettivisti della filosofa russa- americana “Ayn Rand”.

Nato nel 1967 nel segno della bilancia a Francoforte (e quindi escluso da una possibile candidatura alla presidenza americana), Thiem cresce in parte in Sud Africa, in parte Namibia e in parte Ohio.

Poi, con la famiglia che si era trasferita in California, Thiem entra a “Stanford,” dove studia Filosofia.

 Dicevamo, appunto, della grande influenza dei primi anni adolescenziali, ma poi c’è anche l’università, che qualcosa fa.

È un periodo in cui ci si innamora di un’idea.

E ne basta una per nutrire l’animo.

Thiem si ritrova come professore il cattolico francese antropologo “René Girard”, arrivato negli Usa alla fine degli anni ’40, che si oppone alle correnti di pensiero allora in voga:

post strutturalismo, postmodernismi vari, e anche tutto quello che negli anni si sarebbe evoluto nel “wokismo” e nella “post-truth”.

 

La sua idea di base è che il desiderio è imitativo, è il riflesso di ciò che desidera l’altro.

 «Solo il desiderio dell’altro può generare il desiderio», scrive Girard.

E ancora: «I nostri desideri non diventano veramente convincenti fino a che non sono riflessi da quelli degli altri».

Tutto è rivalità.

La violenza è la radice di tutto.

E ogni cultura, ogni rituale, si basa sul meccanismo di un capro espiatorio.

«Dal XVII secolo», scrive il filosofo,

«gli Occidentali hanno fatto della scienza un idolo, per meglio adorare sé stessi.

Essi credono in uno spirito scientifico autonomo, del quale sarebbero simultaneamente gli inventori e il prodotto.

Ai miti antichi sostituiscono quello del progresso, ovvero il mito di una superiorità moderna propriamente infinita, il mito di un’umanità che si libera e si divinizza a poco a poco con i propri mezzi».

Thiem considera Girard il suo maestro.

 

Diventare un elfo.

Ma torniamo al Signore degli Anelli.

A differenza dell’Italia (dove alcuni, a sinistra, hanno cercato di de-destrizzare Tolkien) negli Usa non è vista necessariamente come una trilogia manifesto delle nuove destre, non certo quella neo-lib di Bush. Da noi, invece, a “Colle Oppio”, è parte di una solida base teorica elaborata nel tempo – pensiamo ai campi Hobbit degli anni ‘70.

Ci ricordiamo del comico “Pino Insegno”, doppiatore di Aragorn, che dà il benvenuto a Meloni con il discorso motivazionale «non è questo il giorno!»,

 l’ultima serata di campagna elettorale delle scorse politiche.

Pensiamo alle mostre organizzate mostre alle scuderie del Quirinale. Thiem è forse il più grande difensore del Tolkien bastione della civiltà occidentale in terra americana.

 Dice di aver letto la trilogia una decina di volte.

 E ha dato ad almeno sette delle sue aziende un nome legato alla storia tolkeniana.

Palantir, Anduril industries, Valar, Narya Capital, Mithril, Rivendell One, Lembas Capital.

 

Ad analizzare bene, “Palantir”, anche se usato da “Saruman”, è un manufatto elfico.

 I Valar sono divinità elfiche.

 Narya è uno degli anelli del potere degli elfi (ceduto poi a Gandalf). Rivendell, in italiano Gran Burrone, è un piccolo regno elfico fondato da Elrond.

Il mithril è un metallo prezioso e leggerissimo – ne indossa una cotta di maglia Frodo – forgiato dai nani ma amatissimo dagli elfi.

 E i lembas sono le gallette proteiche ed energetiche, specialità degli elfi silvani, noti come “pan di via”, «persino migliori dei pasticcini al miele dei Beorniani», come dice Gimli quando le prova la prima volta.

Quindi non è solo questione di celebrazione della Terra di Mezzo e della sua dicotomica separazione bene/male, ma una chiara preferenza per il mondo elfico.

 E non è un caso che con i suoi miliardi, Thiem abbia investito nel tentativo di rimanere giovane il più a lungo possibile (gli elfi, infatti, sono immortali).

Gli elfi sono eleganti, aggraziati, silenziosi, letali, aristocratici, ricchi.

Il Thiem-pensiero si fonda quindi sulla violenza girardiana, sull’elitismo (anche tecnologico) elfico e sull’archetipo della figura eroica e l’antistatalismo individualista libertario di Ayn Rand.

 Il lavoro di Thiem è un lavoro per fermare le forze del male.

 

“Palantir”, nelle parole del Ceo tanto voluto da Thiem, “Alexander Karp “– un altro che ha studiato Filosofia (con Habermas) e che ha rinominato la sede dell’azienda “la contea”, come quella di Frodo – è un argine alla distruzione dell’Occidente.

 Palantir è un’azienda di analisi di dati.

Nasce quando, per bloccare le frodi con le carte di credito commesse da alcuni utenti usando “PayPal” – azienda creata da Thiem (dove lavorano a un certo punto lo stesso Karp, Elon Musk e David Sacks) – per controllare le migliaia di transazioni che avvengono ogni minuto viene creato un programma ibrido, un po’ manuale, un po’ intelligenza artificiale.

È il primo sistema del genere che riesce a leggere una grandissima quantità di materiale in poco tempo.

 Inizialmente il sistema viene usato dall’FBI, che paga PayPal, e Thiem capisce che può diventare un ottimo strumento per combattere il crimine, anche quello internazionale.

Palantir diventa IL software usato dalla difesa.

È grazie a Palantir se Osama Bin Laden viene catturato.

E molti sono convinti che l’11 settembre non ci sarebbe stato se la difesa o l’intelligence Usa avesse avuto uno strumento del genere, in grado di leggere tutti i report, tutte le comunicazioni, tutti i dati sospetti su eventuali attacchi terroristici.

Palantir non è l’unica creatura di Thiem, ma è quella sempre più influente, e che continua a crescere sul mercato.

 È usata dall’esercito americano, dalla CIA, dal governo inglese, dall’intelligence Canadese, da Pfizer, BP, Bmw, Airbus, Stellantis, Heineken e centinaia di altre aziende e istituzioni. S

econdo Bloomberg, Palantir avrebbe anche dato nuovi strumenti AI a Israele per la guerra contro Hamas – tanto che alcuni hanno visto l’azienda come complice della distruzione di Gaza.

Thiem, grazie a Palantir, è uno degli uomini che ha guadagnato di più dalla rielezione di Donald Trump (molto più di Musk).

 

Vance e Trump.

Ma la politica di Thiem non si ferma al ruolo centrale che hanno le sue società nel mondo.

Thiem ha direttamente sponsorizzato l’ascesa politica di JD Vance. Si è praticamente inventato questo “hillibilly” ripulito, questo hobbit proletario dell’Ohio, come politico.

Un talk che Thiem tenne a Yale nel 2011 è stato per il giovane Vance, non ancora bestsellerista, «il momento più significativo della mia vita», facendogli capire che si può essere cattolici e intelligenti (parole sue).

Nel 2015 Vance entra in “Mithril”, dove costruisce i rapporti con la Silicon Valley.

 E Vance, che è critico di Trump, viene spedito da Thiem a Mar-a-Lago nel 2021, in modo che diventi trumpiano.

Perché Thiem vuole che Vance si butti in politica.

Il ragazzo si candida a senatore e, con i soldi dell’imprenditore (15 milioni, la cifra più alta mai spesa per un’elezione senatoriale) e il supporto di Trump, viene eletto a 38 anni.

È il primo millennial a entrare nel Senato americano.

 A 40 diventa Vicepresidente, anche grazie ai rapporti con Big Tech costruiti negli anni, che usa come leva per farsi scegliere nel ticket da Trump distruggendo quell’immagine di una “Bay Area progressista” e filo-democratica.

 

Si è parlato tanto del potere di “Elon Musk” a Washington, della sua “banda di nerd “mandata ad attaccarsi ai server dipartimentali.

Ma con il cordone ombelicale legato a Vance – oltre che alle commesse di Palantir – il potere di Thiem a Capitol Hill è molto più solido e anche più capillare.

 Non ci ha mai messo la faccia e non si è mai sporcato le mani.

 Non ha mai lasciato che il suo ego, o le anfetamine, lo portassero a ballare con la pancia di fuori, sul palco di Trump brandendo una motosega.

Se Musk gioca a “Doom” e “BioShock” e “World of Warcraft”, Thiem gioca a scacchi.

Se Musk legge Douglas Adams e Asimov, Thiem legge Machiavelli e Locke.

Se Musk ha studiato Fisica, Thiem ha studiato Filosofia.

Se Musk dormiva sul divano di Trump, Thiem si è comprato una casa a Miami Beach, per essere vicino al potere.

Se Musk è un “super-genio” – o così diceva Trump prima della fine della bromance – Thiem è un intellettuale.

Ha tenuto conferenze a Oxford e a Harvard, a Londra e a San Francisco, parlando dell’Anticristo – che per lui «non è solo un mito biblico» – e dell’Apocalisse.

 E adesso, per spargere il suo verbo, arriva tra il 15 e il 18 marzo a Roma, la culla della cristianità, la città dei Papi, per uno dei suoi simposi di evangelizzazione, segreto e già “sold out”.

 

L’Anticristo e Greta Thunberg.

Per Thiem il Vaticano è ancora un vero centro di potere, di quelli capaci di influenzare e controllare.

Per lui la religione è uno dei pochi veri collanti sociali, necessaria per stabilire o mantenere l’ordine.

Dietro a questo suo tour sul Tevere ci sarebbe la bresciana” Associazione Culturale Vincenzo Gioberti”, guidata da uno studioso di sant’Agostino, che ha già invitato il “generale Vannacci” come ospite.

 «Una voce conservatrice, un luogo d’incontro per riscoprire valori e tradizioni del Paese.

 Il sogno che ci guida:

restaurare l’unità spirituale degli Italiani a partire dall’identità cattolica, dalle piccole patrie, e dalle pratiche ereditate dall’Antico Regime»,

 si legge sul sito della Gioberti.

Per Thiem, e per i conservatori di questo genere, è una vera rivolta poter finalmente uscire dall’ombra, vedere che i pensieri avuti nella cameretta possono avere una vera pubblico e non esser bollati come estremismi pazzi, pensieri allontanati dalla massa perché inaccettabili in una società liberale da “fine della storia” o da “secolo breve”.

 

Thiem ha scritto un saggetto, “The Straussian moment”, dove racconta il suo passaggio dal potere dell’intelletto al potere della forza di volontà, riferendosi al filosofo politico “Leo Strauss”, e al recente trend occidentale in cui si è passati dal credere nella ragione a cercare soluzioni nell’azione.

Thiem appare come un catto-anarco-capitalista tolkeniano e libertario che vuole scuotere il mondo dal suo torpore, dalle Greta Thunberg e dalle politiche inclusive che bloccano i veri sviluppi necessari per l’uomo (diventare immortale? Andare su Marte? Chissà).

Allo stesso tempo alla convention repubblicana urla «sono orgoglioso di essere gay!».

 

 

Thiem ha scritto un libro da solo “Da zero a uno”, e uno insieme all’amico “Sacks” (diventato supporter di Trump), Il mito della diversità. Thiem pubblica articoli con citazioni bibliche.

E quando era a “Stanford”, da ragazzo, aveva già iniziato a combattere battaglie che ora, nel panorama statunitense, e in parte mondiale, sono diventate temi mainstream.

 Fondò una rivista, lo “Stanford Monthly”, usandolo per segnalare i prof che erano marxisti non dichiarati o per fare una battaglia contro la scelta di inserire autori non bianchi in un corso di “cultura occidentale” (queste cose si leggono nella biografia “The Contrarian”, scritta dal giornalista “Max Chakir”).

 

Noi vediamo il Thiem di oggi, ma tutto è stato costruito un mattone alla volta.

Più avanti, anche da “venture capitalist”, ha continuato battaglie contro l’“affermative action” (posti “garantiti” per le minoranze nella pubblica amministrazione e nelle aziende private) e contro il multiculturalismo universitario.

Thiem da sempre porta avanti lotte che, se allora erano relegate a qualche fanatico da campus, sia negli anni reaganiani che in quelli sognanti degli anni ’90, adesso sono dentro il “discourse”.

O Thiem ha previsto e anticipato in che direzione sarebbero andate le destre, oppure ha contribuito a crearne la cultura.

 

Ora dice che le uniche opzioni che abbiamo davanti in Europa sono «l’ecologia, la sharia o uno Stato comunista totalitario». Thiem ha paura di uno” Stato totalitario globale”, di un governo mondiale unico, forse l’Anticristo di cui lui avverte il mondo, è quello.

 «O abbiamo lo Stato mondiale dell’Anticristo, o camminiamo verso l’Armageddon», dice.

E la soluzione è rischiare, agire, buttarsi, e usare l’intelligenza artificiale. Ma l’AI comunque, dice il tedesco della “PayPal mafia”, non è sufficiente per uscire dalla “stagnazione” tecnologica in cui secondo lui siamo caduti.

 Siamo fermi, dice. Bisogna fare qualcosa.

Ma «l’intelligenza artificiale è meglio dell’alternativa. Perché l’alternativa è niente».

Davanti ai toni apocalittici e ai discorsi sul transumanesimo, quando gli hanno chiesto: preferirebbe che la specie umana sopravvivesse? 

Lui ha risposto: «Beh, non lo so».

Politica.

Israele ha detto che agli sfollati libanesi non sarà consentito tornare a casa.

Secondo le autorità libanesi più di 1 milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, a quanto pare definitivamente.

Politica.

Macron ha usato una canzone dei “Justice” come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese.

Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.

 

 

 

 

 

 

 

Società, guerra, controllo:

Alex Karp e l’ascesa di Palantir

in Europa e negli USA.

Valigiablu.it – (18 Marzo 2026) - arlovan.bsky.social - Dario De Leonardis – ci dice:

                                                

Società, guerra, controllo: Alex Karp e l’ascesa di Palantir in Europa e negli USA.

Sembra ci sia una regola non scritta nel giornalismo USA che si occupa di Silicon Valley:

 più un miliardario si sforza di sembrare un eccentrico filosofo, più il suo modello di business è intrinsecamente violento.

Prendete “Alex Karp”, CEO di Palantir.

Capelli grigi arruffati, parlantina accelerata a 1.25x, abbigliamento da sci di fondo ostentato nei salotti dell'alta finanza e una scorta fissa di granitici bodyguard.

 Lo scorso anno si è messo in tasca la miseria di 6,8 miliardi di dollari di azioni, definendo la sua creatura "l'azienda di software più importante al mondo".

 

Eppure, sfogliando i dossier e le inchieste, emerge un'immagine piuttosto diversa.

Come sottolinea un recente e abbastanza inquietante profilo del Guardian, per molti analisti “Palantir” è semplicemente la scatola nera più spaventosa del pianeta.

Una convergenza tra il “Grande Fratello di Orwell” e la “Skynet di Terminator”, trasformata nello strumento di sorveglianza e profilazione definitivo.

 

Il paradosso non è da sottovalutare.

Karp, cresciuto a Philadelphia in un ambiente fieramente progressista da genitori attivisti, anni fa dichiarava che se mai fosse arrivato il fascismo, lui sarebbe stato "il primo o il secondo a finire al muro".

Oggi, scorrendo i contratti della sua azienda, sembra proprio l'uomo che sta fornendo i mattoni, il cemento e i sistemi di puntamento algoritmico per edificarlo, quel muro.

 Che si tratti di alimentare le deportazioni dell'ICE o le macchine da guerra in mezzo mondo, la sua giustificazione è squisitamente figlia della “tech culture post” secondo mandato Trump, la stessa ondivaga filosofia di compiacenza del potere venuta fuori con la “masculine energy” di Zuckerberg:

a suo dire, il prezzo per fare affari con il governo è farsi piacere l'amministrazione, nonostante tutto.

 

Adesso dallo stesso uomo che si è vantato di chiacchierare con i "veri nazisti" arriva un avvertimento che dalle parti di chi studia e usa l’IA professionalmente era già sussurrato a bassa voce, ma che come spesso fanno questi nuovi magnati tech diventa la “quiet part out loud”.

Perché, se non si è ancora capito, i nuovi oligarchi occidentali vivono in un mondo talmente privo di conseguenze da poter fare discorsi deliranti sull’Anticristo oppure obbligare i propri dipendenti a classi di tali chi di cui loro stessi sono istruttori senza temere alcun ridicolo.

 

In una recente intervista alla CNBC, Karp ha dichiarato che l'intelligenza artificiale minerà l'influenza degli "elettori altamente istruiti, spesso donne", per dare invece più potere agli uomini della classe operaia.

 

Karp non indora la pillola:

 questa tecnologia distrugge chi ha una formazione umanistica - storicamente orientato verso il voto democratico - riducendo il peso economico, e spinge chi ha una formazione puramente tecnica.

 Ma come ha acutamente fatto notare “Area Mandai” in un recente editoriale sul Guardian, la vera domanda è un'altra:

 quella di Karp è un'analisi sociologica o uno spudorato sales pitch rivolto all'estrema destra?

Anche gli analisti finanziari del “podcast Slate Money” hanno evidenziato come questa narrazione sia disegnata su misura per compiacere l'establishment conservatore:

 togliere capitale politico al nemico giurato (le donne liberal laureate) per trasferirlo a una demografia che il potere maschile sa gestire molto meglio.

 

Per capire le parole di Karp, bisogna guardare al DNA di Palantir.

L'azienda, nata anche grazie ai fondi della CIA, si vanta di essere fieramente "anti-woke".

 E sappiamo bene che, nel lessico dei tech-bro della Silicon Valley, l'emancipazione femminile e i diritti sociali/civili (che ripetiamolo ancora, rappresentano un corpus unico, nonostante la propaganda di certa sinistra reazionaria filorussa) sono il peccato originale del "wokismo".

Non è un caso che l'altro co-fondatore, l'eminenza grigia che torna spesso in questi discorsi “Peter Thiem”, avesse già scritto nel 2009 un saggio in cui lamentava che l'estensione del diritto di voto alle donne avesse di fatto rovinato la "democrazia capitalista".

Oggi Karp non fa altro che aggiornare quel manifesto:

se il voto alle donne è stato un errore, l'AI è lo strumento ideale per correggere la rotta, marginalizzando economicamente la categoria.

 

La purga alla NASA e l’attacco alla “laniar class”.

Mentre i signori del silicio elaborano la teoria, l'amministrazione Trump passa alla pratica.

Alla NASA, il personale ha ricevuto l'ordine immediato di ripulire i siti web pubblici da ogni menzione che riguardi "specificamente le donne".

Via termini come "donne nella leadership" o "giustizia ambientale".

 

Ironicamente a guidare questa purga è “Janet Petro”, la prima donna a servire come amministratore della NASA.

Ennesimo esempio di donna in ruolo di potere messa da uomini per tutelare i loro interessi (fenomeno che già vediamo in Italia, ma anche in Germania con l’AFD e Giappone con il nuovo Primo Ministro, donna ultra conservatrice).

Volto perfettamente auto assolutorio del nuovo paternalismo autoritario intriso di cultura red pill.

Nel recente documentario sulla mano sfera del giornalista britannico “Louis Theroux”, ad esempio, l’attivista di estrema destra “Myron Gaines” (pseudonimo di “Amrou Fudl”) dichiarava più o meno che lui non è un misogino, che ama le donne, e per questo deve prendere decisioni al posto loro, in modo da proteggerle dai loro stessi errori.

 

“Epstein Files”: l’ascesa delle destre e la cabina di regia per manipolare l’opinione pubblica online.

Ma come dicevo non sono solo le donne il bersaglio della nuova oligarchia, in un recente saggio per “The Spectator”, Louis Mosley, CEO di Palantir nel Regno Unito, ha spiegato che l'AI spazzerà via la "lanyard class" (la classe dei cordini porta badge), ovvero quei professionisti e burocrati che oggi fanno da filtro critico nelle istituzioni.

Mosley sostiene che l'AI agirà come un "esercito infinito di api operaie amministrative", rendendo inutile la mediazione umana.

 

Non è un obiettivo dichiarato e Karp non ha espresso esplicitamente l’idea di applicare l’IA in quella direzione, ma visto il contesto politico in cui la cultura tech si è sviluppata negli ultimi anni, e viste le posizioni relative alle culture war esposte in precedenza, è legittimo pensare che da qualche parte nelle stanze dei bottoni si stia pensando di usarla per smantellare lo Stato dall'interno e depotenziare il voto progressista, ostacolando e depotenziando proprio quelle competenze umanistiche e analitiche che si frappongono tra l'efficienza degli algoritmi e l'applicazione pura del potere.

 

Di fronte alle critiche, Karp stesso ammette che queste tecnologie sono "socialmente pericolose". Eppure, la sua giustificazione sembra uscita dal Patriot Act post-11 settembre: se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri nemici. Karp ci dice candidamente che, per mantenere la "capacità di essere americani", gli Stati Uniti devono essere disposti a distruggere il tessuto stesso della loro società.

 

Il business dei crimini di guerra.

 

Ma la visione di Palantir non si ferma alla guerra culturale.

Al “Deal Book Summit” del “New York Time”s, Karp ha alzato l'asticella, teorizzando che legalizzare i crimini di guerra sarebbe un ottimo affare per la sua azienda.

Commentando i letali raid americani contro imbarcazioni civili nei Caraibi, Karp si è detto "totalmente favorevole" a renderli costituzionali.

 

Un recente e dettagliato rapporto del” Brennan Center for Justice” spiega perfettamente questo meccanismo:

l'integrazione dell'AI in ambito militare riduce le vite umane a semplici "blip e punti dati su uno schermo", desensibilizzando i soldati all'atto di uccidere.

Per Karp, questa non è una tragedia, ma un'opportunità.

Citando lo studioso “Samuel Huntington”, ha ricordato che l'Occidente non domina per le sue idee, ma per la sua "superiorità nell'applicare la violenza organizzata".

Cosa succede, però, quando la "precisione" infallibile venduta da Karp si scontra con il mondo reale?

 In Iran, un missile Tomahawk ha centrato in pieno una scuola elementare a Minab, uccidendo almeno 175 persone, in maggioranza bambine.

Le immagini satellitari delle fosse comuni spazzano via in un istante tutta la vuota retorica sull'efficienza chirurgica dei droni.

 

Il Pentagono sta indagando sul ruolo del modello Claude (di Anthropic) e del sistema “Maven” di Palantir nell'identificazione del bersaglio.

Come ho già scritto, il “Maven Smart System” è capace di sfornare fino a 1.000 raccomandazioni di targeting all'ora, accorciando drasticamente la cosiddetta "kill chain".

 

Come l’IA sta riscrivendo le regole della guerra.

Nel caso della scuola, pare che l'AI abbia incrociato dati obsoleti della DIA statunitense risalenti a quando l'edificio faceva parte di una base militare.

Per l'algoritmo sarebbe stato un bersaglio legittimo. È come una di quelle allucinazioni che a volte i “chatbot” vi danno perché dimenticano la data del giorno in cui si trovano.

 Solo che stavolta invece di una risposta sbagliata sono morte delle bambine.

 

L’impatto europeo.

 

Ma se pensate che Karp e quelli come lui siano un problema solo per il suo conservatorismo algoritmico negli USA, ho una pessima notizia.

 Mentre guardiamo cosa combina Trump oltreoceano e in medio oriente, in Europa stiamo consegnando le chiavi di casa alla stessa azienda.

Crediamo che il nostro rigido GDPR ci renda immuni allo strapotere della Silicon Valley, e in parte è vero (motivo per cui i tech bro partecipano attivamente a tutti i progetti di smantellamento della EU, come testimoniano anche gli Epstein Files) ma spulciando gli appalti pubblici si scopre che l'infiltrazione è già a uno stadio avanzato.

 

Il caso più lampante è nel Regno Unito.

Il governo ha affidato a Palantir un contratto da 330 milioni di sterline per l'NHS, mettendo nelle sue mani il più grande database di cartelle cliniche d'Europa.

Entrata a prezzo di saldo durante il Covid, ora ha monopolizzato l'intera infrastruttura.

Il vero terrore dei pazienti è il” mission creep”:

usare i dati sanitari centralizzati per scovare e deportare immigrati irregolari, replicando esattamente il modello sviluppato per l'ICE negli Stati Uniti.

 

Non va meglio sul fronte dell'ordine pubblico.

In Germania, i software di Palantir sono già usati in Assia e Nord Reno-Westfalia, e recentemente sono stati approvati anche dal Baden-Württemberg.

Il problema democratico qui è ancora più diretto che in UK:

la “predictive policing” incrocia montagne di dati per segnalare "potenziali" criminali prima che agiscano.

Un approccio in stile” Minority Report” che smonta la presunzione d'innocenza e sostituisce il faticoso lavoro investigativo con un riconoscimento pattern.

 

L'espansione tocca tutti.

 I servizi segreti francesi usano le soluzioni di” Alex Karp “da anni.

In Italia la cosa passa incredibilmente sotto silenzio, eppure recenti atti parlamentari confermano che anche settori della nostra Pubblica Amministrazione si rivolgono a queste piattaforme per l'analisi dei dati. Stiamo usando denaro pubblico - probabilmente persino fondi europei - per finanziare l'infrastruttura del capitalismo della sorveglianza d'oltreoceano.

 

Anticristo, Palantir, difesa e affari: la visita di Thiel a Roma è un problema democratico.

Non solo privacy: storia dello spionaggio e backdoor.

 

Quindi dicevamo il GDPR?

Il nostro famoso scudo per la privacy ha una falla strutturale gigantesca: le eccezioni per "sicurezza nazionale" e "prevenzione dei reati".

 È in questa immensa zona grigia che Palantir prospera, riassemblando dati frammentati per creare profili di massa.

 

Non è la prima volta che succede qualcosa di simile.

Ricordiamo che tra i ‘70 e gli ‘80 “Robert Maxwell”, padre della famigerata “Gyslaine” (complice condannata di Jeffrey Epstein), diventò partner di una azienda chiamata “Inslaw”, produttrice un software che qualcuno considera l’antenato di Palantir, “Promis”, un sistema di analisi dati rivoluzionario per l’epoca che era uno strumento preziosissimo per le intelligence del periodo.

Maxwell vendette il software a decine di agenzie di intelligence mondiali inserendo al suo interno una backdoor che gli permetteva di accedere alle informazioni trattate da chi lo utilizzava, diventando uno dei più grossi leak documentati nella storia dello spionaggio.

 Su Maxwell se ne sono dette molte, che collaborasse sia con l’MI6, la CIA e ovviamente il Mossad, qualcuno addirittura lo pone in relazione con l’allora KGB.

 Il suo ruolo non è mai stato chiarito del tutto ma qualcuno ha definito la faccenda Promis “più sporca del Watergate”.

Maxwell morì in circostanze non chiarissime e gli vennero concessi i funerali di stato in Israele, durante i quali l’allora premier “Yitzhak Shamir “dichiarò “Ha fatto per Israele più di quanto si possa dire oggi”.

 

Siamo di fronte quindi, ragionevolmente, a un nuovo potenziale rischio non solo per la privacy con tutti i connotati di una “Cambridge Analytica “su scala globale, ma per la sicurezza nazionale.

Specie in un contesto dove l’Italia è da diversi reportage inquadrata come attore dell’asse Washington-Mosca (ma a questo punto qualcuno potrebbe suggerire di inserire anche Tel-Aviv) per smantellare o quantomeno depotenziare l’EU.

 

È l’ennesimo tassello di quella idea di società che viene fuori ascoltando i discorsi di tutti i nuovi tecno feudatari. Noi accettiamo passivamente l’inevitabilità percepita di dover cedere i nostri diritti in nome dell'efficienza, creando fondamentalmente un Cavallo di Troia, sia metaforico che tecnico, che permetterà al più grosso progetto di controllo sociale e sorveglianza mai visto di crescere in maniera esponenziale, guidato da una tecnologia che passivamente toglie valore al lavoro per spostarlo verso i padroni.

 

Gente che, a questo punto sembra piuttosto chiaro, vede i nostri diritti come un intralcio e il progresso sociale come un ostacolo al loro progetto di mondo.

 

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