L’intelaiatura del potere ha cambiato le teste, ma non la presa sull’Iran.
L’intelaiatura
del potere ha cambiato le teste, ma non la presa sull’Iran.
Iran,
botta e risposta tra Trump
e
Pezeshkian mentre l'intelligence
dubita
del cambio di regime.
Focusamerica.it
- Daniele John Angrisani – (7 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Trump
chiede la resa incondizionata e vuole scegliere il prossimo leader di Teheran.
Un
rapporto classificato del “National Intelligence Council” avverte che nemmeno
un'offensiva su larga scala basterebbe a rovesciare l'establishment iraniano.
E tra
i consiglieri di Trump cresce il timore.
Iran,
botta e risposta tra Trump e Pezeshkian mentre l'intelligence dubita del cambio
di regime.
Lo
scontro tra Washington e Teheran, nella seconda settimana dell'”Operazione Epic
Fury”, ha assunto toni sempre più aspri.
Il presidente Donald Trump ha ribadito su “Truth
Social” che non ci sarà alcun accordo con l'Iran "se non la resa
incondizionata", promettendo di ricostruire economicamente il Paese una
volta insediato un nuovo leader "accettabile".
Il
presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha risposto in un discorso televisivo
che "i
nemici che aspettano che l'Iran si arrenda porteranno questo sogno nella tomba", scusandosi tuttavia nello
stesso momento con i Paesi vicini colpiti accidentalmente da missili e droni
nel corso del conflitto.
In un successivo post, Trump ha definito l'Iran
"il perdente del Medio Oriente", ventilando "l'annientamento
completo" di regioni e gruppi finora non coinvolti nelle operazioni.
A
ridimensionare le ambizioni della Casa Bianca interviene però un rapporto
classificato del” National Intelligence Council” — l'organo che sintetizza le
valutazioni delle 18 agenzie di intelligence americane — rivelato dal
Washington Post.
Il
documento, completato circa una settimana prima dell'avvio delle operazioni
militari del 28 febbraio, conclude che anche un assalto su vasta scala
difficilmente avrebbe scalzato l'establishment clericale e militare iraniano.
Tanto
in caso di campagne mirate contro i vertici quanto di offensive più ampie, le
istituzioni di Teheran seguirebbero, infatti, protocolli consolidati per
garantire la continuità del potere dopo l'uccisione della Guida Suprema Ali
Khamenei.
L'ipotesi
che l'opposizione frammentata assuma il controllo del Paese è stata giudicata
"improbabile".
A
Teheran, la successione alla Guida Suprema è già in corso.
La competenza formale spetta all'Assemblea
degli Esperti, ma il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRCG)
esercita un'influenza determinante.
Le
speculazioni si concentrano su Mastaba Khamenei, figlio del leader assassinato,
sostenuto dall'IRGC ma osteggiato da altri centri di potere, tra cui Ali
Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale.
È
proprio su questo processo che Trump intende pesare:
ha
liquidato il giovane Khamenei come "incompetente" e ha dichiarato
alla NBC News di voler partecipare alla scelta del prossimo leader, paragonando
la situazione al Venezuela, dove Washington ha contribuito all'insediamento
della presidente ad interim “Delcy Rodriguez”.
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher
Ghalibaf, ha però respinto ogni ingerenza su X:
"Il destino dell'Iran sarà deciso
unicamente dalla nazione iraniana".
Alle
ambizioni di Trump si contrappone la crescente cautela dei suoi stessi
collaboratori.
Sempre secondo la “NBC News”, il presidente
avrebbe espresso privatamente "un serio interesse" a inviare un
piccolo contingente di truppe in Iran per obiettivi strategici mirati, incluso
il controllo delle riserve di uranio.
Ma
stando alla CNN, i suoi consiglieri lo hanno invece esortato a concludere
l'operazione rapidamente e "dichiarare vittoria", temendo le ricadute
politiche in vista delle elezioni di midterm al Congresso anche a causa
dell'aumento del prezzo della benzina.
Le
ricadute del conflitto si avvertono già oltre i confini iraniani.
I curdi iracheni, che governano una regione
semi-autonoma nel nord dell'Iraq, si trovano stretti tra le pressioni di gruppi
curdi iraniani decisi a combattere il regime e le minacce dirette di Teheran,
che ha avvertito di colpire "su vasta scala" le infrastrutture del
Kurdistan iracheno qualora militanti attraversassero il confine.
Un
alto funzionario del Governo Regionale del Kurdistan ha dichiarato ad “Axios”
che la regione intende restare neutrale, anche per la mancanza di chiarezza
sulla strategia americana.
Lo stesso funzionario ha confermato
l'esistenza di una significativa divergenza tra gli alleati:
"Israele vuole l'annientamento dell'ordine
attuale.
Gli
Stati Uniti potrebbero accettare un “Regime Lite”, un Venezuela Plus".
STATI
UNITI. L’Intelligence USA
aveva
avvertito Trump: nessun cambio
di
regime in Iran, nonostante una guerra.
Aginews.eu
– Luigi Medici – (Marzo 12, 2026) – Geopolitica – redazione – ci dice:
Una
valutazione dell’intelligence statunitense, completata poco prima che Stati
Uniti e Israele attaccassero l’Iran, aveva stabilito che un intervento militare
americano non avrebbe probabilmente portato a un cambio di regime nella
Repubblica Islamica.
Secondo
AP, la valutazione del “National Intelligence Council” di febbraio ha concluso
che né attacchi aerei limitati né una campagna militare più ampia e prolungata
avrebbero potuto portare a un nuovo governo in Iran, anche se l’attuale
leadership fosse stata uccisa.
Questa determinazione smentisce l’affermazione
dell’Amministrazione di poter completare i suoi obiettivi in Iran in tempi
relativamente rapidi, forse nel giro di poche settimane.
L’Amministrazione ha affermato di non voler
raggiungere un cambio di regime in Iran, anche se gli attacchi hanno eliminato
molte figure della leadership iraniana e il presidente Donald Trump ha detto di
voler decidere chi andrà alla guida del Paese.
La
valutazione dell’intelligence ha concluso che nessuna coalizione di opposizione
potente o unita era pronta a prendere il potere in Iran se la leadership fosse
stata uccisa.
Ha stabilito che l’establishment iraniano
avrebbe tentato di preservare la continuità del potere in caso di uccisione
della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, secondo quanto riportato dalle
fonti.
Cosa
puntualmente avvenuta.
In
linea con i risultati della valutazione, domenica i principali esponenti del
clero iraniano hanno scelto un nuovo leader supremo, Mastaba Khamenei, per
succedere al padre, ucciso nel primo attacco della guerra. Si ritiene che il figlio abbia
opinioni ancora più intransigenti di quelle del padre, e la sua scelta è un
forte segnale di resistenza da parte della leadership iraniana e un’indicazione
che il governo non si farà da parte rapidamente.
I
dettagli della valutazione erano stati riportati in precedenza dal Washington
Post e dal New York Times.
Trump
e altri alti dirigenti dell’amministrazione hanno fornito diverse
giustificazioni per gli attacchi iniziati il 28 febbraio, affermando che
erano necessari per rallentare il programma di armi nucleari dell’Iran o per
prevenire un attacco missilistico balistico iraniano.
Anche
se il Segretario alla Difesa “Pete Hester” ha affermato che la guerra non mira
a un cambio di regime, Trump ha affermato che è qualcosa che desidera vedere.
Un
portavoce dell’Ufficio del “Direttore dell’Intelligence Nazionale” ha rifiutato
di commentare la valutazione lunedì e ha rinviato le domande alla Casa Bianca.
La direttrice “Tulsi Gabbar” ha licenziato il
presidente ad interim del consiglio lo scorso anno dopo la pubblicazione di un
promemoria declassificato del NIC che contraddiceva le dichiarazioni utilizzate
dall’amministrazione Trump per giustificare l’espulsione degli immigrati venezuelani.
Trump,
fin dal suo primo mandato, è stato profondamente scettico nei confronti della
comunità di intelligence statunitense e ha spesso liquidato le sue scoperte
come motivate politicamente o parte di un tentativo del “deep state” di
indebolire la sua presidenza.
Richard
Goldberg, direttore per la lotta alle armi di distruzione di massa iraniane
presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale durante il primo mandato di Trump,
ha osservato che esiste anche un certo scetticismo nei confronti della comunità
di intelligence a causa di alcuni dei suoi gravi errori degli ultimi anni.
Le
agenzie di intelligence statunitensi hanno ampiamente fallito nel prevedere il
rapido crollo del governo afghano sotto il controllo dei talebani avvenuto nel
2021, con la maggior parte delle valutazioni che suggerivano una presa del
potere molto più lenta.
E in vista dell’invasione russa dell’Ucraina
nel 2022, l’ODNI, il Dipartimento della Difesa e la CIA hanno erroneamente
stimato che Kiev sarebbe rapidamente caduta nelle mani di un esercito russo più
grande e meglio equipaggiato.
(Luigi
Medici).
Dov’è
Netanyahu?
Conoscenzealconfine.it
– (16 Marzo 2026) - La Verità Rende Liberi – Redazione – ci dice:
Nelle
guerre ad alta intensità psicologica la verità raramente si offre in piena
luce.
Si
ricostruisce per linee indirette:
traiettorie di volo, autorizzazioni
diplomatiche, sequenze temporali, formule ufficiali troppo sobrie per essere
innocenti.
È in
questa grammatica del potere che va letta la vicenda del “Wings of Zion”,
l’aereo governativo israeliano trasferito in Germania mentre l’opinione
pubblica viene rassicurata sul fatto che Benjamin Netanyahu sia ancora in
Israele.
Il
punto non è pretendere una prova notarile in un contesto di guerra, depistaggi
e saturazione mediatica.
Il
punto è stabilire se gli indizi, considerati nel loro insieme, consentano una
conclusione probabilistica.
E la risposta, per quanto scomoda, è sì:
vi
sono ragioni serie per ritenere che Netanyahu sia probabilmente in Germania,
oppure che lì sia stato trasferito il suo perimetro reale di comando e
sopravvivenza.
Il
primo dato è anche il più eloquente.
“Reuters”
riferisce che Israele fa volare il proprio aereo governativo fino a Berlino e
lo parcheggia lì “per sicurezza”, nel pieno dell’escalation regionale seguita
agli attacchi congiunti USA-Israele contro l’Iran.
La
versione ufficiale, ripresa anche dalle autorità tedesche, sostiene che a bordo
vi siano soltanto membri dell’equipaggio.
Ma questa affermazione, presa isolatamente,
non chiude la vicenda:
la apre.
In
simili frangenti, infatti, non conta solo chi sieda materialmente in cabina;
conta chi abbia deciso che il velivolo più sensibile dello Stato israeliano
debba essere sottratto al teatro interno e messo al riparo in territorio
tedesco.
La
formula del semplice “parcheggio logistico” non regge alla minima pressione
analitica.
Uno
Stato non trasferisce a quattromila chilometri di distanza il proprio aereo
governativo strategico come se dovesse soltanto liberare un hangar.
Un’operazione
del genere richiede pianificazione preventiva, coordinamento diplomatico,
autorizzazioni di sorvolo e atterraggio, consenso politico del Paese ospitante
e, soprattutto, una valutazione del rischio.
Quando
il portavoce della Cancelleria tedesca dichiara che è il governo israeliano a
chiedere di parcheggiare l’aereo a Berlino e che la Germania accoglie la
richiesta, il quadro è già chiaro:
non siamo di fronte a una banalità tecnica, ma
a una misura politico-strategica condivisa da due esecutivi.
A ciò
si aggiunge un elemento decisivo:
il” Wings of Zion” non è un aereo qualunque.
È il velivolo di continuità istituzionale del
vertice israeliano, concepito per il trasporto del primo ministro e del
presidente e associato, nelle fonti aperte, a sistemi avanzati di autodifesa
antimissile.
È, in
senso proprio, il guscio protetto del comando.
E qui emerge la contraddizione centrale: se
quel velivolo rappresenta la piattaforma più sicura per lo spostamento del
premier, perché mettere in salvo l’aereo e non il premier?
La
domanda non è polemica, ma strutturale.
In guerra la protezione del capo del governo
non vale meno di quella del mezzo che dovrebbe trasportarlo.
Se
dunque si salva per primo il vettore, le ipotesi ragionevoli si restringono:
o quel
vettore custodisce già, in forme non dichiarate, qualcosa o qualcuno di
decisivo;
oppure
il vertice politico non si trova dove la scena pubblica suggerisce che si
trovi.
Il
secondo elemento, troppo spesso sottovalutato, è la coincidenza politica
tedesca.
Nelle
stesse ore in cui Berlino offre riparo logistico all’aereo simbolicamente più
importante dell’esecutivo israeliano, “Friedrich Merz” dichiara che il suo
governo condivide gli obiettivi statunitensi di fermare il programma di
armamento nucleare iraniano e il “gioco distruttivo” di Teheran.
Pochi giorni dopo, Donald Trump ringrazia
pubblicamente la Germania per il suo aiuto nella guerra contro l’Iran,
lasciando intendere che Berlino non stia fornendo solo consenso verbale, ma
anche supporto concreto.
Ne
emerge un quadro limpido:
la
Germania non appare come un semplice aeroporto di parcheggio, ma come retrovia
affidabile della filiera euro-atlantica, nella quale sostegno politico e
supporto logistico coincidono.
Un
ulteriore elemento, troppo poco valorizzato, riguarda la famiglia del premier.
Fonti aperte indicano che Sara Netanyahu e il
figlio Yair si trovano da settimane a Miami tra gennaio e febbraio 2026;
“Yen”
riferisce il 5 febbraio che non prendono il volo previsto per rientrare in
Israele e che Sara si trova in Florida da oltre cinque settimane dove, tra
l’altro, è stata ospite di Trump nella residenza di Mar-a-Lago.
Al di
là dei successivi movimenti, il dato strategicamente rilevante resta: una parte
significativa del nucleo familiare del premier è già collocata negli Stati
Uniti ben prima del trasferimento del “Wings of Zion” in Germania.
Si
delinea così una protezione a cerchi concentrici: famiglia all’estero in
ambiente sicuro, aereo di continuità del comando in retrovia europea, premier
ufficialmente ancora in patria ma senza prove.
Non è
una prova definitiva di fuga; è però una geometria troppo coerente per essere
liquidata come coincidenza.
Questa
convergenza modifica il significato dell’intera operazione.
Se
Berlino custodisce soltanto un velivolo vuoto, la mossa resta comunque
significativa.
Se
invece custodisce il veicolo di continuità del comando israeliano nel momento
in cui quel comando non ritiene abbastanza sicuro il proprio spazio interno, la
mossa acquista una portata ancora più densa.
In
entrambi i casi affiora un punto che la propaganda non ama confessare:
Israele
percepisce una vulnerabilità concreta del proprio territorio.
Lo dimostra il fatto stesso di aver sottratto
il proprio assetto più protetto al possibile raggio di risposta iraniana.
E qui
si apre una crepa politica seria:
se il potere israeliano non è certo di poter
proteggere nel proprio territorio il velivolo di punta del vertice statale, su
quale base pretende di rassicurare i cittadini circa la piena sicurezza del
fronte interno?
Ed,
infatti, l’aeroporto di Ben Gurion si è affollato di israeliani che stanno
cercando di lasciare il paese.
Il
terzo elemento è il precedente.
Il “Wings
of Zion” non viene spostato una sola volta.
Il “Times
of Israel” ricorda che l’aereo è già fatto uscire dallo spazio israeliano prima
dell’attacco iraniano del 13 aprile 2024;
segnala
poi che il 13 giugno 2025, poche ore dopo l’attacco israeliano contro siti
iraniani, il velivolo lascia di nuovo il Paese;
infine
documenta un’ulteriore partenza il 14 gennaio 2026, che fonti ufficiali tentano
di ridurre a normale addestramento.
Quando
un comportamento si ripete in più fasi di tensione con l’Iran, non siamo più
davanti a un’anomalia: siamo davanti a un protocollo.
E un
protocollo del genere serve a proteggere ciò che conta davvero.
Proprio
questo precedente rafforza la lettura non ingenua.
Quando il Wings of Zion lascia il Paese mentre
Netanyahu sarebbe rimasto in Israele, secondo la versione ufficiale del governo
israeliano, il punto non è credere meccanicamente che si trovi già a bordo ogni
volta. Il punto è riconoscere che l’aereo funziona come termometro del rischio
reale percepito dal governo e dai servizi di intelligence.
Se
parte lui, significa che il livello superiore del comando ritiene che la
minaccia abbia superato una soglia critica.
In simili circostanze, le immagini diffuse di
Netanyahu in patria non sciolgono il nodo (probabilmente con nuove tecnologie e
intelligenza artificiale?);
possono
anzi svolgere la funzione opposta:
rassicurare,
depistare, simulare continuità territoriale del comando mentre una parte di
quel comando, o almeno del suo perimetro di sicurezza, è già stata
delocalizzata.
Questa
non è fantasia narrativa; è meccanica elementare della comunicazione di guerra.
Gli
Stati mostrano presenza proprio quando temono che l’assenza venga intuita.
(La
Verità Rende Liberi).
(laveritarendeliberi.it/dove-netanyahu-wing-of-zion-berlino/).
L’Anticristo
ha
due facce.
Marcelloveneziani.com
– (12 Marzo 2026) – Marcello Veneziani – Redazione – ci dice:
L’aggressione
di Stati Uniti e Israele all’Iran è stata una violazione del diritto
internazionale.
Lo ha
detto perfino Guido Crosetto che non mi pare un indomito nemico delle armi,
degli Usa e dell’Occidente.
La giustificazione di Donald Trump è ancora
più preoccupante, soprattutto per l’avvenire:
«Non
ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla
mia morale personale, dalla mia mente».
Non sono un cieco devoto del diritto internazionale,
conosco le ipocrisie e le viltà che si nascondono sotto la sua veste e so
quanti crimini sono stati compiuti in suo nome ma una dichiarazione del genere
pronunciata dall’uomo più potente (e prepotente) della terra fa oggettivamente
temere il peggio:
se chi detiene il massimo potere non riconosce
alcun limite esterno a sé stesso, sia esso una norma internazionale, un
consesso sovrano o una tradizione a cui attenersi, e reputa che a decidere sia
solo lui che poi ne risponderà alla sua morale e alla sua testa, siamo esposti
a ogni rischio e a ogni sbalzo d’umore.
Morale
autarchica, mente autoreferenziale, affermazione da autocrate.
Tutto è nelle mani sue e della sua volontà di
supremazia e di onnipotenza;
individuo
assoluto con potere assoluto di intervenire in ogni parte del mondo lui decida
di farlo, destituire a piacimento capi di stato, veri o presunti tiranni e
criminali, lasciandone altri a lui simpatici, ora per fare gli interessi
americani, ora per tutelare l’umanità;
e pretesa più volte dichiarata, di decidere
lui chi mettere al suo posto, a prescindere dai popoli e dai diretti
interessati.
Per
essere un leader populista, il popolo sovrano non viene considerato neanche di
striscio.
Della
stessa opinione è Netanyahu a giudicare dalle decisioni unilaterali e a suo
dire preventive di attaccare tutti i paesi limitrofi, senza alcuna
giustificazione tratta dal diritto internazionale o senza considerare l’ordine
mondiale.
Come
dicono alcuni psicopatici:
“mi
guardava storto, perciò l’ho ucciso prima che lo facesse lui”.
A differenza di molti osservatori
progressisti, non ho alcuna pregiudiziale nei confronti di Trump, anzi;
ma la
realtà dei fatti impone di trarre quelle conclusioni, anche perché è in gioco
il futuro di tutti.
Ho
trovato inquietante e per altri versi grottesca, quella catena pseudomistica
nello studio Ovale della Casa Bianca, già teatro di altre nefaste performance,
con quel gruppo di pastori evangelisti in preghiera attorno a Trump, come se
fosse un Santone o un Capo Spirituale (ma non è lo stesso amico di Epstein e
quanto pesano quei dossier sulle sue decisioni?).
E dire che i fondamentalisti religiosi
dovrebbero essere quelli abbattuti a Teheran…
Per
carità, non attribuiamo ogni fanatismo alla religione.
C’è
religione e religione:
nella
storia della cristianità c’è Sant’Agostino e San Tommaso o sul piano pratico
c’è San Francesco e San Benedetto e ci sono i fanatici che hanno massacrato e
perseguitato nel nome della fede, gli inquisitori, i simoniaci e infine i
cristiani delle sette pseudo-evangeliche…
Anche
nel mondo islamico ci sono i fanatici e i terroristi e ci sono i Sufi e i
dervisci.
Preoccupa
questo Dio nazionalista che vuole la guerra e tifa per il suo popolo eletto (sia esso Israele, lo Stato Islamico
o gli Stati Uniti).
Sconcerta
quell’immagine di pastori evangelici che toccano il messia Trump in una
preghiera di Stato, invocando un Dio a stelle-e-strisce che benedice le guerre
e le incursioni aeree, anche quando colpiscono scuole di bambini.
Mi
pare la caricatura di un rito sacro, quella che si chiama contro iniziazione;
qualcosa
come una seduta spiritica e una grottesca imitazione a contrario di una
cerimonia religiosa.
Vedo
poco Cristo, e un odore sulfureo d’Anticristo in quelle parole e in quelle
immagini, in quel Dio Bomba che risolve in quel modo drastico ogni “peccata
mundi”, assumendo come universale e oggettivo il punto di vista di un potente
della terra.
Già
l’Anticristo.
Domenica
prossima, come ha già scritto La Verità, verrà a Roma a tenere incontri
all’Angelicum, “Peter Thiem”, imprenditore e intellettuale, fondatore di PayPal
e Palantir, mentore di Vance, sostenitore di Trump e teologo di un
tecno-spiritualismo elitario, che potremmo definire tecno-gnosi.
Lessi
qualche tempo fa il suo libretto Il movimento straussiano pubblicato lo scorso
anno da “Liberi libri” (ma è un saggio di quasi vent’anni fa).
Thiem ha buone letture:
Leo Strauss, René Girard, Carl Schmitt, e
perfino Tolkien.
E ha
capito tre cose di non poco conto:
innanzitutto,
la sfida che si sta aprendo nel mondo è prima di tutto spirituale, che lui
legge con un risvolto apocalittico e con toni che evocano Armageddon e
l’Anticristo.
In secondo luogo, occorre aprirsi al futuro e
ai suoi possibili scenari, confrontarsi in modo pregiudicato con le nuove
tecnologie;
osare, scompaginare i campi, non restare
chiusi nel recinto prudente e ottuso dell’oggi.
Infine,
o meglio nel mezzo, bisogna liquidare l’ideologia woke, il suo intreccio
liberal e radical, nefasto al mondo.
In
chiave macro politica il tema di Thiem è superare la democrazia e ridefinire la
libertà, affidarsi a un’élite di titani per cambiare il mondo attraverso la
tecnologia.
Il
sottofondo tematico è la religione ripensata con l’AI.
Insomma
il pensiero di Thiem è una teologia tecno-politica.
In un libro appena pubblicato, “Critica della
ragione digitale” (ed. Castelvecchi), “Eugenio Mazzarella” dedica molte pagine
finali del suo saggio a Thiem, al suo tecno-spiritualismo a sfondo teologico.
E alle sue applicazioni, a quel che viene
definita “la giusta miscela di violenza e di pace” esercitata da coloro ai
quali, scrive Thiem, «toccherebbe il terribile potere che è legato a una
centralizzazione economica e tecnica estesa a tutto il mondo».
L’Intelligenza
Artificiale, il silicio dei chips, è considerato da Thiem “l’Anticristo della
nostra epoca”; ma diventa alla fine il rimedio, il Kathéchon, la salvezza del
mondo a partire dall’Occidente dall’Apocalissi, se è nelle mani di questi Oltre
uomini o Superuomini. Insomma, l’Anticristo ha due facce.
È come
mutare il veleno in farmaco.
Tutto questo, come su altri versanti sostiene “Elon
Musk”, conduce a uno scenario transumano, animato da una fede entusiasta nella
tecnica e nei suoi prodigiosi sviluppi.
Non ha
torto Mazzarella a vedere in questa manipolazione l’uso degli esseri umani da
parte di altri esseri umani speciali, che potremmo definire - come indica
Nietzsche la Razza dei Signori, tramite l’Intelligenza Artificiale.
La
risposta del filosofo italiano all’escatologia inquietante del tecno gnostico
Thiem è affidarsi alla triade rivoluzionaria della modernità: libertà,
uguaglianza, fraternità.
Io
invece direi innanzitutto lasciamo stare l’Anticristo nelle due versioni,
malefica e salvifica;
poi
rispondiamo con l’intelligenza critica, la libertà responsabile e l’umanesimo
incardinato sulla civiltà e sulla tradizione.
Ma
ogni discorso di principio è insufficiente, non può risolversi solo in un
ordine teorico, ci sono forze in campo e soggetti in azione, occorre rispondere
a quelli.
Rispetto
a questo scenario non basta sfilarsi dicendo: non condivido e non condanno, non
ho elementi per giudicare…
Quando
la partita coinvolge l’umanità, limitarsi a campare può essere comprensibile
per i singoli sudditi inermi, non per chi deve guidare i popoli e gli Stati.
Certo,
con realismo, con prudenza, misurando le proprie forze, cercando sponde;
ma ci
sono punti fermi e beni non negoziabili.
Lasciamo
stare l’Anticristo ma non laviamoci le mani davanti a Cristo in croce.
(Marcello
Veneziani - La Verità – 11 marzo 2026).
Il
transumanesimo secondo Peter Thiem: l’AI, Marte, la geopolitica.
Legrandcontinent.eu
– (3 Luglio 2025) – Redazione – il Grand Continent – ci dice:
Trump:
origini intellettuali di una rivoluzione culturale.
"—
Preferirebbe che la specie umana sopravviva, vero?
—
Ehm...
— È
indeciso.
— Beh,
non lo so."
Commentiamo
l'ultima lunga intervista di Peter Thiem.
Peter
Thiem ha una visione del mondo molto singolare — e anche decisamente
monotematica.
È noto
che un’idea fissa guida il suo pensiero da oltre vent’anni: staremmo vivendo
una crisi dell’avvenire.
Davanti
al giornalista del “New York Times” Ross Douhet, che lo ha intervistato a lungo
in un colloquio che qui traduciamo e commentiamo, Thiem ne traccia una
genealogia in modo piuttosto superficiale:
“Siamo
stati sulla luna nel luglio 1969.
Woodstock
è cominciato tre settimane dopo.
Col
senno di poi, è lì che il progresso si è fermato — e che hanno vinto gli
hippy.”
A
differenza del fondatore di OpenAI, secondo cui «il decollo è iniziato», Thiem
ritiene invece che siamo in piena stagnazione.
Soprattutto
in Europa:
“Il
futuro è l’idea di un domani che appaia diverso dal presente.
Ma
oggi, in Europa, le uniche tre opzioni che ci vengono offerte sono: l’ecologia,
la sharia o uno Stato comunista totalitario.”
Come
uscirne?
Secondo
Thiem — cofondatore di PayPal e Palantir, nonché investitore di Facebook — la
risposta è semplice: bisogna correre rischi, il più possibile.
Anche
in ambiti come la salute, il nucleare o l’intelligenza artificiale.
Non è
neppure convinto che l’IA sia di per sé fondata o superiore. Ciò che lo
interessa è altrove: un po’ come una droga dagli effetti forti — anche se non
usa mai questa metafora — andrebbe «provata», perché potrebbe forse ritardare
la fine.
Lo
dice quasi esplicitamente: per lui, l’intelligenza artificiale è un eccitante.
“Tante
cose interessanti possono accadere. Magari, in ambito militare, i droni saranno
combinati con l’IA.
È
spaventoso, pericoloso, distopico. Ma se si toglie l’IA… non succede più
niente.”
Come
ripete spesso, Thiem si considera un discepolo di René Girard. Crede
all’Apocalisse e sembra ormai considerarsi investito della missione di
avvertire tutti dell’arrivo dell’Anticristo.
Secondo
lui, prenderà la forma di un governo mondiale autoritario — che potrebbe
persino avere il volto di Greta Thunberg.
I segnali
premonitori sarebbero già presenti: si tratterebbe delle grandi agenzie di
regolamentazione — dei farmaci, del nucleare, delle piattaforme digitali…
Thiem
è anche un multimiliardario ormai pienamente integrato nell’apparato statale e
di sicurezza americano.
Come
abbiamo ricordato nella nostra rivista, il numero di contratti firmati da “Palantir”
con il governo federale è aumentato sensibilmente dall’arrivo di Donald Trump
alla Casa Bianca.
L’azienda
fondata da Thiem ha riempito il vuoto lasciato dai drastici tagli di bilancio
dei primi sei mesi di presidenza.
E
propone una visione del futuro centrata sul controllo e sulla sorveglianza.
Il
valore delle sue azioni è più che raddoppiato dopo l’elezione di Trump,
passando da 60 a 130 dollari — e Peter Thiem ne detiene circa 100 milioni.
Pur
non essendo stato interpellato in modo esplicito sulla dimensione economica
delle sue attività, Thiem è forse per la prima volta messo di fronte, in questo
scambio, ad alcune delle sue contraddizioni più profonde — soprattutto
politiche — che, a suo dire, “la Silicon Valley ha assorbito”.
Vale
la pena leggerlo, per capire come intenda aggirarle.
Tredici
anni fa, lei ha scritto un saggio per la rivista conservatrice “National Review”
intitolato “The End of the Future” (La fine del futuro). In sostanza, lei
sosteneva che il mondo moderno, dinamico e in continua evoluzione, non era così
dinamico come la gente pensava e che in realtà eravamo entrati in un periodo di
stagnazione tecnologica.
Che la
vita digitale era un passo avanti importante, ma non così significativo come la
gente sperava, e che il mondo era in una sorta di impasse.
Sì.
Non
era l’unico a sostenere questo tipo di argomenti, ma le sue parole avevano un
peso particolare, dato che lei era un insider della “Silicon Valley” che aveva
fatto fortuna grazie alla rivoluzione digitale.
Nel
2025, pensa che questa diagnosi sia ancora valida?
Continuo
a credere, in linea di massima, alla tesi della stagnazione. Tuttavia, non è
mai stata una tesi assoluta:
non
sostenevo che fossimo assolutamente e completamente impantanati, ma piuttosto
che la velocità dell’evoluzione stava rallentando.
Tra il
1750 e il 1970, ovvero in oltre 200 anni, il cambiamento aveva subito
un’accelerazione.
Andavamo sempre più veloci: le navi, i treni,
le automobili e gli aerei erano sempre più rapidi. Il culmine è stato raggiunto con il
Concorde e le missioni Apollo.
Poi,
in tutti i settori, le cose hanno subito un rallentamento.
Ho
sempre fatto un’eccezione per il mondo dei bit, con i computer, i software,
Internet e l’Internet mobile.
Negli
ultimi 10-15 anni ci sono state anche le criptovalute e la rivoluzione
dell’intelligenza artificiale, che ritengo piuttosto importanti in un certo
senso.
Ma la domanda è: è sufficiente per uscire davvero da
questa sensazione generale di stagnazione?
Il mio
saggio sollevava una questione epistemologica: come possiamo sapere se stiamo stagnando
o accelerando?
Una
delle caratteristiche della modernità tardiva è l’iperspecializzazione:
possiamo
dire che non stiamo facendo progressi nella fisica se non abbiamo dedicato metà
della nostra vita allo studio della teoria delle stringhe?
E che
dire dei computer quantistici?
O
della ricerca sul cancro, delle biotecnologie e di tutti questi settori
verticali?
E poi, qual è l’importanza dei progressi
compiuti nel campo del cancro rispetto a quelli della teoria delle stringhe?
Bisogna
dare un peso a tutte queste cose.
In
modo apparentemente paradossale, la specializzazione scientifica è uno degli
obiettivi dei neo reazionari attivi nella Silicon Valley.
Nelle
elaborazioni complottistiche di “Curtis Marvin” – che anche lui riprendeva
nelle nostre pagine un esempio sulla «teoria delle stringhe» – sarebbe il
funzionamento della scienza a essere responsabile del Covid-19.
Per
Thiem, la specializzazione in molti campi avrebbe avuto come effetto negativo
quello di privare la modernità di un progresso globale.
A
livello teorico, è una questione estremamente difficile da inquadrare.
Il
fatto che sia così difficile rispondere, che abbiamo gruppi di guardiani sempre
più ristretti che si proteggono a vicenda, è di per sé fonte di scetticismo.
Per
rispondere alla tua domanda: sì, penso che, in generale, viviamo in un mondo
ancora piuttosto bloccato, ma non completamente. (…)
La
questione che mi interessa è epistemologica: come sapere se stiamo ristagnando
o accelerando?
Peter
Thiem.
Cosa
potrebbe convincervi che stiamo vivendo un periodo di decollo?
La crescita economica? L’aumento della
produttività?
È
possibile quantificare questo fenomeno di stagnazione contrapposto
all’accelerazione?
Un
indicatore economico, ovviamente, potrebbe essere il seguente:
qual è
il vostro tenore di vita rispetto a quello dei vostri genitori?
Se
siete un millennial di 30 anni, come ve la cavate rispetto ai vostri genitori
baby boomer quando avevano 30 anni?
Come se la cavavano loro all’epoca?
Ci
sono indicatori intellettuali: quanti progressi stiamo facendo? Come
quantificarli? Qual è il ritorno sull’investimento nella ricerca?
È
certo che il ritorno sull’investimento nella scienza o nel mondo accademico in
generale è sempre meno significativo.
Forse
è per questo che questo ambiente sembra spesso sociopatico e malthusiano:
bisogna
investire sempre di più per ottenere gli stessi risultati.
A un certo punto, le persone si arrendono e
tutto crolla.
Secondo
lei, negli anni ’70 ci sarebbe stato un importante cambiamento culturale nel
mondo occidentale:
è più o meno in quel periodo che le cose
avrebbero iniziato a rallentare e a stagnare.
Le
persone avrebbero quindi iniziato a preoccuparsi dei costi della crescita,
soprattutto dei costi ambientali.
L’idea
è che si è arrivati a una visione largamente condivisa secondo cui siamo tutti
abbastanza ricchi e che se troppi di noi cercassero di diventare ancora più
ricchi, il pianeta non reggerebbe e subiremmo danni di ogni tipo.
Cosa
c’è di sbagliato in questo?
In
altre parole: perché dovremmo cercare la crescita e il dinamismo?
Penso
che ci siano ragioni profonde alla base di questa stagnazione.
In
fondo, ci sono sempre tre domande storiche: cosa è realmente successo? Cosa
bisogna fare? Perché è successo?
La mia
risposta all’ultima domanda è: le persone hanno esaurito le idee.
Le
istituzioni si sono deteriorate e sono diventate avverse al rischio; questo
fenomeno potrebbe essere descritto e documentato.
Ma
penso anche che, in una certa misura, siano emerse preoccupazioni molto
legittime sul futuro:
se
avessimo continuato a progredire a un ritmo accelerato, avremmo corso verso
un’apocalisse ambientale, un’apocalisse nucleare o qualcosa di ancora più
inquietante?
Tuttavia,
penso che se non troviamo la strada per tornare al futuro, la società crollerà.
La
classe media, che definisco come le persone che si aspettano che i propri figli
abbiano una vita migliore della loro, aspira al progresso. Quando questa
aspettativa crolla, non abbiamo più una società di classe media.
Forse
c’è un modo per tornare a una società feudale in cui le cose sono sempre
statiche e immutabili, o forse c’è un modo per passare a una società
radicalmente diversa.
Ma non
è così che ha funzionato il mondo occidentale, non è così che hanno funzionato
gli Stati Uniti nei primi 200 anni della loro esistenza.
Alla
fine, quindi, pensi che la gente comune non accetterà la stagnazione, che si
ribellerà e distruggerà tutto ciò che la circonda durante questa ribellione?
Potrebbero
ribellarsi.
O
forse semplicemente le nostre istituzioni non funzionano, poiché tutte le
nostre istituzioni sono basate sulla crescita.
I
nostri bilanci sono basati sulla crescita.
Prendiamo
Reagan e Obama.
Reagan
era il capitalismo consumistico, che è un ossimoro.
Un
vero capitalista non risparmia, prende in prestito.
Obama
era il socialismo a bassa imposizione fiscale, altrettanto ossimorico quanto il
capitalismo consumistico di Reagan.
Preferisco
di gran lunga il socialismo a bassa imposizione fiscale al socialismo ad alta
imposizione fiscale, ma temo che non sia sostenibile. Ad un certo punto, le
tasse devono aumentare o il socialismo finisce.
Tutto
questo è profondamente instabile. Ecco perché la gente non è ottimista: non
crede che abbiamo raggiunto uno stato stabile per il futuro, come Greta.
Forse
un giorno funzionerà, ma non siamo ancora a quel punto.
Dato
che il suo nome tornerà probabilmente in questa conversazione, lei fa
riferimento a Greta Thunberg, l’attivista nota per le sue manifestazioni contro
il cambiamento climatico, che secondo lei rappresenta il simbolo di un futuro
anti-crescita, autoritario e dominato dagli ecologisti.
Certo.
Ma non siamo ancora a quel punto.
Sarebbe
una società molto, molto diversa.
Non
sono sicuro che sarebbe la Corea del Nord, ma sarebbe estremamente opprimente.
Una
cosa che mi ha sempre colpito è che quando in una società si avverte un senso
di stagnazione, di decadenza – per usare un termine che mi piace – alcuni
finiscono per attendere con impazienza una crisi, un momento in cui poter dare
una svolta radicale alla società.
Tendo a pensare che quando si raggiunge un
certo livello di ricchezza, le persone diventano molto a loro agio, rifuggono
dal rischio ed è difficile uscire dalla decadenza per andare verso qualcosa di
nuovo senza una crisi.
Il mio esempio iniziale era quindi il
seguente:
dopo
l’11 settembre, i neoconservatori ritenevano che fossimo stati decadenti e
stagnanti e che fosse giunto il momento di svegliarsi, lanciare una nuova
crociata e rifare il mondo. Sappiamo tutti come è andata a finire.
Bush
che diceva alla gente di andare subito a fare shopping.
Non
era abbastanza “anti-decadente”, intende dire?
Nel
complesso, sì.
C’era
una enclave neoconservatrice in materia di politica estera in cui alcune
persone avevano il compito di far uscire il Paese dalla decadenza. Ma a
prevalere erano i sostenitori di Bush che dicevano alla gente di andare a fare
shopping.
Un
vero capitalista non risparmia, prende in prestito.
Peter
Thiem.
Quali
rischi dovremmo essere disposti a correre per sfuggire al declino?
Ci
troviamo di fronte a un pericolo, poiché chi vuole combattere il declino deve
correre molti rischi.
Deve
dire: «Sentite, avete una società piacevole, stabile e confortevole, ma
indovinate un po’?
Noi
vorremmo una guerra, una crisi o una riorganizzazione totale del governo». Deve
gettarsi nel pericolo.
Non so
se posso darvi una risposta precisa, ma, in generale, dovremmo correre molti
più rischi.
Guardiamo
ai diversi settori.
Ad
esempio, in 40 o 50 anni non è stato fatto alcun progresso nella biotecnologia
per curare il morbo di Alzheimer.
La gente è completamente bloccata sui
beta-amiloidi.
Non
funziona.
È come una stupida rapina in cui tutti si
arricchiscono.
Sì.
Bisogna correre più rischi in questo campo.
Questo
passaggio merita di essere sottolineato perché spiega in gran parte l’influenza
di Peter Thiem su un discorso molto diffuso nella Silicon Valley:
la scienza non sarebbe più efficace perché
avrebbe eliminato il fattore “rischio”.
Questo approccio, che si presenta come pragmatico, è
in realtà un modo pericoloso per sovvertire ciò che garantisce le condizioni
stesse della scientificità: il metodo sperimentale.
Prendendo
l’esempio della ricerca sul morbo di Alzheimer, Thiem riprende un’ossessione
dei neo reazionari, già citata da Marvin e presente nel “Manifesto
tecno-ottimista” di Marc Andreessen, che contiene un passaggio sul “principio
di precauzione” basato su un controsenso.
Per
rimanere concreti, vorrei tornare un attimo su questo esempio e porre la
seguente domanda:
cosa
significa esattamente «assumersi maggiori rischi nella ricerca
anti-invecchiamento»?
Significa
che la FDA deve fare un passo indietro e dire:
«Chiunque disponga di un nuovo trattamento
contro il morbo di Alzheimer può commercializzarlo liberamente»?
Che
cosa significa assumersi dei rischi in campo medico?
Si
possono correre molti più rischi:
se si soffre di una malattia mortale, è chiaro
che probabilmente si possono correre molti più rischi. I ricercatori possono
quindi correre molti più rischi.
Culturalmente,
immagino che sia simile alla modernità precoce, quando si pensava che avremmo
curato le malattie. Si pensava che avremmo prolungato radicalmente la vita.
L’immortalità
faceva parte del progetto della prima modernità.
La
troviamo in Francis Bacon, in Condorcet. Forse era anticristiana, forse una
conseguenza del cristianesimo. Era soprattutto una questione di competizione:
se il cristianesimo prometteva la resurrezione fisica, la scienza poteva avere
successo solo se prometteva esattamente la stessa cosa.
Ricordo
che nel 1999 o 2000, quando dirigevo PayPal, uno dei miei cofondatori, “Luke Noesi,
era appassionato di Alcor e della criogenizzazione.
Credeva
che le persone dovessero farsi congelare.
Abbiamo
portato tutta l’azienda a una riunione sulla criogenizzazione.
Conoscete
le riunioni Superare?
Le
persone vendono contratti Superare. Durante una festa dedicata alla criogenesi,
vendono…
Era
solo la testa? Cosa avrebbero congelato?
Si
poteva scegliere se congelare tutto il corpo o solo la testa.
L’opzione
“solo la testa” era più economica.
Era
inquietante: la stampante a matrice non funzionava bene e non era possibile stampare i
contratti di criogenesi.
Sempre
la stessa stagnazione tecnologica, vero?
Col
senno di poi, è addirittura un sintomo del declino.
Nel
1999, anche se non era un’opinione dominante, c’era ancora una frangia di “baby
boomer” che credeva di poter vivere per sempre.
Era
l’ultima generazione.
Sono
certamente ancora anti-boomer, ma forse c’è qualcosa che abbiamo perso, anche in quel narcisismo marginale
dei baby boomer che credevano ancora che la scienza avrebbe curato tutte le
loro malattie.
Oggi
nessun “millennial” ci crede più.
Tuttavia,
ci sono persone che oggi credono in un’altra forma di immortalità.
Penso che parte del fascino per l’intelligenza
artificiale sia legato a una visione specifica del superamento dei limiti.
Una
delle cose che mi ha colpito nella sua argomentazione iniziale sulla
stagnazione, che riguardava principalmente la tecnologia e l’economia, è che
poteva essere applicata a una vasta gamma di settori.
Quando
ha scritto il saggio che abbiamo citato all’inizio della conversazione, era
interessato al “seasteading”, ovvero all’idea di costruire nuove entità
politiche indipendenti dal mondo occidentale ormai fossilizzato, ma negli anni
2010 ha cambiato idea.
Lei era una delle poche, se non l’unica,
personalità influente della Silicon Valley a sostenere Donald Trump nel 2016.
Ha
sostenuto alcuni candidati repubblicani accuratamente selezionati al Senato:
uno di loro è oggi vicepresidente degli Stati Uniti.
Si ha
l’impressione che lei sia una sorta di “venture capitalist” della politica e
che si sia detto:
ecco alcuni agenti dirompenti che potrebbero
cambiare lo status quo politico: vale la pena correre un certo rischio.
È così
che la vede?
Certo,
e su più livelli.
A un
certo livello, speravamo di poter deviare il Titanic dalla rotta dell’iceberg,
per cambiare davvero il corso della nostra società.
Attraverso
un cambiamento politico.
Un’aspirazione
forse più modesta era quella di poter almeno avere una conversazione al
riguardo.
Quando
Trump ha detto «Make America Great Again», era un programma positivo, ottimista, ambizioso?
O era
semplicemente una valutazione molto pessimistica della nostra situazione
attuale, ovvero che non siamo più un grande Paese?
Non
avevo grandi aspettative su ciò che Trump avrebbe fatto di positivo.
Tuttavia, credevo che almeno, per la prima
volta in cento anni, avessimo un repubblicano che non ci servisse il discorso
melenso e assurdo di Bush.
Non era sinonimo di progresso, ma almeno potevamo
discuterne.
Col
senno di poi, era una fantasia assurda.
La
Silicon Valley si è adeguata.
Peter
Thiem.
Nel
2016 avevo questi due pensieri — e spesso abbiamo idee che si trovano appena al
di sotto del livello di coscienza — ma i due pensieri che non riuscivo a
conciliare erano i seguenti:
primo,
nessuno mi avrebbe biasimato se avessi sostenuto Trump e lui avesse perso.
E secondo, pensavo che avesse il 50% di
possibilità di vincere. E avevo questa idea implicita…
Perché
nessuno la avrebbe biasimato se avesse perso?
Sarebbe
stato talmente strano che non avrebbe avuto alcuna importanza.
Ma
pensavo che avesse il 50% di possibilità perché i problemi erano profondi e la
stagnazione era frustrante.
La realtà è che la gente non era pronta per
questo.
Forse
nel 2025, dieci anni dopo Trump, saremo progrediti al punto da poter avere
questa conversazione.
E
naturalmente tu non sei uno zombie di sinistra, Ross…
mi hanno dato molti nomi, Peter…
ma
accetterò tutti i progressi che riuscirò a ottenere.
Dal
tuo punto di vista, quindi, ci sarebbero due livelli:
un sentimento fondamentale secondo cui questa
società ha bisogno di sconvolgimenti e rischi;
Trump
è sinonimo di sconvolgimenti, Trump è sinonimo di rischi.
Il
secondo livello sarebbe il seguente:
Trump è disposto a dire cose vere sul declino
americano. Come investitore in capitale di rischio, pensi di aver tratto
qualcosa dal primo mandato di Trump?
Cosa ha fatto Trump durante il suo primo
mandato che le è sembrato andare contro il declino o la stagnazione?
Penso
che ci sia voluto più tempo di quanto avrei voluto, ma siamo arrivati a un
punto in cui molte persone pensavano che qualcosa non andasse.
E non
era quello che dicevo tra il 2012 e il 2014.
Ho avuto un dibattito con Eric Schmidt nel
2012, Marc Andreessen nel 2013 e Jeff Bezos nel 2014.
Dicevo
che c’era un problema di stagnazione e tutti e tre mi rispondevano
sostanzialmente che andava tutto molto bene.
Ora,
credo che queste tre persone, almeno, abbiano in varia misura aggiornato e
modificato il loro punto di vista.
La
Silicon Valley si è adeguata.
Ha
fatto più che adeguarsi…
Sulla
questione della stagnazione.
Gran
parte della Silicon Valley ha finito per sostenere Trump nel 2024, compreso,
ovviamente, il più famoso tra loro, “Elon Musk”.
Questo
è strettamente legato alla questione della stagnazione, secondo me.
Queste
cose sono sempre molto complicate, ma la mia opinione – e ancora una volta,
esito molto a parlare a nome di tutte queste persone – è che qualcuno come “Mark
Zuckerberg” non fosse molto ideologico.
Non
aveva riflettuto molto su tutto questo.
La
posizione predefinita era quella di essere liberali e la domanda era sempre:
se il
liberalismo non funziona, cosa si fa?
E anno
dopo anno, la risposta era: bisogna fare di più.
Se
qualcosa non funziona, basta fare di più.
Si
aumenta la dose, ancora e ancora, si spendono centinaia di milioni di dollari,
si diventa completamente woke e tutti ti odiano.
E a un
certo punto ci si dice: ok, forse non funziona.
Allora
cambiano rotta.
E non
è una questione di sostegno a Trump.
Non è
una questione di sostegno a Trump, ma è, sia nel dibattito pubblico che in
quello privato, la sensazione che il trumpismo e il populismo nel 2024 – forse
non nel 2016, quando eri l’unico a sostenerli, ma ora, nel 2024 – possano
essere un vettore di innovazione tecnologica, dinamismo economico, ecc.
Lei
presenta le cose in modo molto, molto ottimistico.
So che
lei è pessimista.
Quando
si presentano le cose in modo ottimistico, si rischia di deludere.
Voglio
dire che la gente ha espresso molto ottimismo.
Elon Musk ha espresso timori apocalittici su
come i deficit di bilancio ci avrebbero ucciso tutti, ma poi si è unito
all’amministrazione Trump e ad altre persone intorno a lui dicendo
essenzialmente:
“La
nostra partnership con questa amministrazione mira a perseguire la grandezza
tecnologica”.
Penso
che fossero ottimisti.
Lei
parte da un punto di vista più pessimista, o realistico.
Quello che le chiedo è la sua valutazione
della situazione attuale, non la loro.
Il populismo di Trump 2.0 le sembra un vettore di
dinamismo tecnologico?
È
ancora di gran lunga l’opzione migliore che abbiamo.
“Harvard”
curerà la demenza continuando a fare la stessa cosa che non ha funzionato negli
ultimi cinquant’anni?
È solo
un modo per dire:
non
può andare peggio, quindi facciamo tabula rasa.
Ma la
critica al populismo oggi sarebbe la seguente:
la
Silicon Valley si è alleata con i populisti.
I populisti se ne fregano della scienza.
Non vogliono spendere soldi per la scienza.
Vogliono
tagliare i finanziamenti a Harvard semplicemente perché non gli piace Harvard.
E alla
fine non otterrete gli investimenti che la Silicon Valley voleva per il futuro.
È
sbagliato?
Ma
dobbiamo tornare alla domanda: fino a che punto funziona la scienza?
È qui
che i sostenitori del “New Deal”, nonostante i loro difetti, hanno fatto la
differenza:
hanno
fortemente incoraggiato la scienza, l’hanno finanziata, hanno dato soldi alle
persone e l’hanno sviluppata.
Oggi,
se un equivalente di “Einstein” scrivesse una lettera alla Casa Bianca,
andrebbe persa nel servizio postale.
Il
progetto Manhattan oggi sarebbe inimmaginabile.
Negli
anni ’60, un progetto “moonshot” significava ancora andare sulla luna.
Oggi,
un “moonshot” indica qualcosa di completamente fittizio che non accadrà mai.
Eppure,
a differenza di altre persone della Silicon Valley, forse, il valore del
populismo risiede per lei nel fatto di sollevare il velo e rompere le
illusioni.
E non siamo necessariamente in una fase in cui
ci si aspetta che l’amministrazione Trump attui il progetto Manhattan o
realizzi un “moonshot”.
Il
populismo non ci aiuta piuttosto a vedere che tutto questo era solo una
finzione…
Bisogna
cercare di fare entrambe le cose.
Le due cose sono strettamente collegate.
C’è
una deregolamentazione dell’energia nucleare e a un certo punto torneremo a costruire
nuove centrali nucleari o centrali meglio progettate, o addirittura reattori a
fusione.
Per costruire, bisogna deregolamentare,
decostruire.
In un
certo senso, costruire implica liberare il terreno.
Nel
2024, Elon Musk era giunto alla conclusione che, anche se fosse riuscito ad
arrivare su Marte, il governo socialista americano e l’intelligenza artificiale
woke lo avrebbero seguito.
Peter
Thiem.
Lei, a
titolo personale, ha smesso di finanziare i politici?
Sono
un po’ schizofrenico su questo argomento.
Penso
che sia estremamente importante ed estremamente tossico allo stesso tempo.
Quindi
cambio continuamente idea su cosa sia giusto fare…
Estremamente
tossico per lei personalmente?
Per
tutti coloro che sono coinvolti. È un gioco a somma zero. È pazzesco. E poi, in
un certo senso…
Perché
tutti la odiano e la associano a Trump. In che modo è tossico per lei
personalmente?
È
tossico perché è un mondo a somma zero: la posta in gioco mi sembra davvero
molto alta.
E si
ritrova con nemici che prima non aveva?
È
tossico per tutte le persone che sono coinvolte in modi diversi.
C’è
una dimensione politica nel cercare un “ritorno al futuro”: non si può…
È una
conversazione che ho avuto con Elon nel 2024 proprio sul “seasteading”, in cui
gli dicevo:
“Se Trump non vince, voglio semplicemente
lasciare il Paese”.
Musk
mi ha risposto: “Non c’è nessun posto dove andare”.
Si
trovano sempre le argomentazioni giuste a posteriori. È stato circa due ore
dopo quella cena, una volta tornato a casa, che ho pensato:
“Ma
Elon Musk non crede più al progetto Marte?”
Il
2024 è l’anno in cui Elon ha smesso di credere in Marte, non come progetto
scientifico stravagante, ma come progetto politico.
Marte
doveva essere un progetto politico, un’alternativa.
Nel
2024, Elon Musk era arrivato a credere che anche se fosse riuscito ad andare su
Marte, il governo socialista americano e l’intelligenza artificiale woke lo
avrebbero seguito.
Tutto
è iniziato durante un incontro tra Elon e il CEO di Deep Mind, Demis Hassani,
che avevamo organizzato.
Demis
aveva detto a Elon:
«Sto lavorando al progetto più importante del
mondo. Sto creando un’intelligenza artificiale sovrumana».
Elon
ha rincarato la dose:
«Beh, io sto lavorando al progetto più
importante del mondo. Sto rendendo la nostra specie interplanetaria».
Demis
ha quindi risposto: «Beh, sai, la mia IA sarà in grado di seguirti su Marte».
Elon è
rimasto in silenzio.
Da
quanto ne so, ci sono voluti anni perché la cosa gli entrasse davvero in testa,
fino al 2024.
Ma
questo non significa che non creda in Marte.
Significa semplicemente che ha deciso che deve
vincere una battaglia contro i deficit di bilancio o il «wokismo» per arrivare
su Marte.
Sì, ma
cosa significa Marte?
Forza:
cosa significa Marte?
Si
tratta semplicemente di un progetto scientifico? O è come in Heiniani, la Luna
come paradiso libertario?
La
visione di una nuova società, probabilmente popolata da molti discendenti di
Elon Musk…
Beh,
non so se sia stato concretizzato in modo così preciso, ma se concretizzate le
cose, potreste rendervi conto che Marte dovrebbe essere più di un progetto
scientifico.
Dovrebbe
essere un progetto politico.
Quando lo concretizzi, devi iniziare a
pensare: l’IA
woke ti seguirà, il governo socialista ti seguirà.
Quindi
forse dovrai fare qualcosa di più che andare semplicemente su Marte.
L’intelligenza
artificiale, appunto, sembra essere la più grande eccezione in un campo che ha
registrato progressi notevoli, sorprendenti per molti.
È
anche il campo – stavamo proprio parlando di politica – in cui
l’amministrazione Trump, credo, sta dando in larga misura agli investitori
nell’IA molto di ciò che volevano, sia prendendo le distanze sia creando
partnership pubblico-privato.
Si
tratta quindi di un settore in cui si registrano progressi e impegno da parte
del governo.
Lei è un investitore nell’IA. Se sì, in cosa
pensa di investire?
Non lo
so.
Una
domanda che possiamo porci è:
quale importanza attribuire all’IA?
E la
mia risposta stupida è: è più di un semplice gadget, ma meno di una
trasformazione totale della nostra società.
Direi
che corrisponde più o meno all’importanza di Internet alla fine degli anni ’90.
In
altre parole: non sono sicuro che sia sufficiente per porre fine alla
stagnazione.
Potrebbe
essere sufficiente per creare grandi aziende.
E Internet ha forse aggiunto qualche punto
percentuale al PIL, forse l’1% di crescita del PIL ogni anno per 10 o 15 anni.
Ha
contribuito alla produttività.
Quindi
questa è più o meno la mia posizione provvisoria sull’IA.
È un
po’ malsano che sia così squilibrato, ma è l’unica cosa che abbiamo. Mi
piacerebbe che i progressi fossero più multidimensionali:
mi
piacerebbe che andassimo su Marte, mi piacerebbe che trovassimo una cura per la
demenza.
Se
tutto ciò che abbiamo è l’IA, allora mi accontenterò. Ci sono dei rischi.
Ovviamente ci sono dei pericoli legati a questa tecnologia.
Quindi
lei è scettico su quella che potremmo chiamare una teoria del trike-down della
superintelligenza, che sostanzialmente dice che, se l’IA avrà successo,
diventerà così intelligente da portare progressi nel mondo degli atomi e che se
noi non saremo in grado di curare la demenza o di costruire la fabbrica
perfetta che produrrà i razzi che andranno su Marte, l’IA potrà farlo.
A un
certo punto, supereremmo una soglia.
Questo
ci porterebbe non solo maggiori progressi digitali, ma anche molte altre forme
di progresso.
A
sentirla parlare, sembra che lei non ci creda, o che lo ritenga improbabile.
Sì,
non so davvero se questo sia stato il fattore determinante.
Cosa
intende per “fattore determinante”?
Penso
che rifletta semplicemente un’ideologia della Silicon Valley.
In un
certo senso, forse è più un’idea liberale che conservatrice, ma nella Silicon
Valley le persone sono davvero ossessionate dal QI e pensano che tutto dipenda
dall’intelligenza. E che se hai più persone intelligenti, faranno grandi cose.
Questo
è un punto essenziale.
L’ideologia
a cui fa riferimento Thiem è espressa in particolare nei vari testi di “Sam
Altman”, che si basano esplicitamente sul presupposto che l’aumento e la
crescita dell’intelligenza quantificabile non possono che migliorare la
società.
Tuttavia,
a mio avviso, esiste un argomento economico piuttosto forte contro il QI:
le
persone intelligenti ottengono risultati inferiori rispetto alle altre.
Si
potrebbe persino osservare una tendenza secondo cui più una persona è
intelligente, meno ha successo.
O non sanno come applicare la loro
intelligenza, oppure la nostra società non sa cosa fare di loro e non riescono
a trovare il loro posto.
Ciò
suggerisce quindi che il fattore determinante non è il QI, ma qualcosa che non
funziona davvero nella nostra società.
Se si
elimina l’IA, semplicemente non succede più nulla.
Peter
Thiem.
Ma si
tratta di un limite dell’intelligenza o di un problema legato ai tipi di
personalità creati dalla superintelligenza umana?
Non
sono molto favorevole all’idea – e l’ho espressa in un episodio di questo
podcast con il ricercatore “Daniel Kokotajlo” – secondo cui alcuni problemi
possano essere risolti semplicemente aumentando l’intelligenza.
Sì, è
difficile da dimostrare.
È
sempre difficile dimostrare questo genere di cose.
Ma
condivido il vostro intuito, perché penso che non ci sia mancato il numero di
persone intelligenti, ma che le cose si siano fermate per altri motivi.
Forse
i nostri problemi sono irrisolvibili, il che sarebbe una visione pessimistica.
Forse
non esiste una cura per la demenza; forse non esiste una cura per la mortalità…
Forse è un problema irrisolvibile.
O
forse sono questioni culturali.
La
soluzione andrebbe quindi ricercata non tanto in una questione di intelligenza
individuale, quanto nel modo in cui tutto questo si integra nella nostra
società.
Tolleriamo
le persone intelligenti ed eterodosse?
Forse
abbiamo bisogno di persone intelligenti ed eterodosse per condurre esperimenti
folli.
E se
l’IA è semplicemente intelligente nel senso convenzionale del termine, allora
sarà anche conformista.
Forse non è questo il tipo di intelligenza di
cui abbiamo bisogno.
Temi
quindi un futuro in cui l’IA diventerebbe in qualche modo stagnante?
Che fosse molto intelligente ma creativa in modo
conformista, un po’ come l’algoritmo di Netflix, che produce un’infinità di
film corretti che la gente guarda ma non capolavori?
È del
tutto possibile.
È
sicuramente un rischio.
Ma
penso che dovremmo comunque provare l’IA, perché l’alternativa è la stagnazione
totale.
Possono
succedere cose interessanti. Forse i droni in ambito militare saranno combinati
con l’IA. È spaventoso, pericoloso, distopico. Forse cambierà radicalmente le
cose. Ma se togli l’IA, semplicemente non succede più nulla.
Esiste
una versione di questo dibattito riguardo a Internet: Internet ha portato a un maggiore
conformismo e a una maggiore apertura?
E ci
sono tutti i tipi di ragioni per cui non ha portato all’esplosione di
abbondanza che i libertari sognavano nel 1999.
Ma,
contrariamente a quanto si potrebbe pensare, direi che è stato comunque meglio
dell’alternativa, che se non avessimo avuto Internet. Forse sarebbe stato
peggio.
L’IA è
meglio dell’alternativa. Perché l’alternativa è niente.
Questo
è un campo in cui le argomentazioni stagnazioniste sono ancora più forti:
parlare
così tanto di IA è un riconoscimento implicito che senza l’IA saremmo in una
stagnazione quasi totale.
Ma il
mondo dell’IA è chiaramente popolato da persone che, per lo meno, sembrano
avere una visione più utopica o più trasformativa – chiamatela come volete –
della tecnologia rispetto a quella che esprimete qui.
E
prima avete menzionato l’idea che il mondo moderno un tempo prometteva un
radicale allungamento della durata della vita, cosa che oggi non è più vera.
Mi sembra molto chiaro che un certo numero di
persone profondamente coinvolte nello sviluppo dell’IA la considerano un
meccanismo di transumanesimo, di trascendenza della nostra carne mortale, e quindi come una sorta di creazione
di una specie successiva o come una sorta di fusione tra mente e macchina.
Pensa
che tutto questo sia solo una fantasia senza fondamento?
Oppure
pensi che sia solo una moda passeggera?
Pensi
che le persone raccolgano fondi sostenendo che costruiremo un dio macchina?
È solo
pubblicità? È un’illusione? È qualcosa che la preoccupa?
Sì…
Preferirebbe
che la specie umana sopravviva, vero?
Ehm…
Sta
esitando.
Beh,
non lo so. Vorrei… Vorrei…
Esitate
molto a lungo!
Ci
sono così tante domande implicite in questa frase.
La
specie umana deve sopravvivere?
Sì.
D’accordo.
Ma
vorrei anche che risolvessimo radicalmente questi problemi.
Prendiamo
il transumanesimo.
L’ideale
iniziale era questa trasformazione radicale in cui il tuo corpo umano naturale
si trasforma in un corpo immortale.
Ci
sono già delle trasformazioni, in un contesto sessuale.
Un
travestito è qualcuno che cambia abiti e si traveste, mentre un transessuale è
qualcuno che cambia il proprio pene in una vagina.
Si può
poi discutere dell’efficacia di questi interventi chirurgici.
Credo
che la parola “natura” non compaia una sola volta nell’Antico Testamento.
Peter
Thiem.
Ma noi
vogliamo molto più di una semplice trasformazione.
La
critica non è dire che è strano e contro natura, ma piuttosto:
«È totalmente patetico e insignificante».
Vogliamo più che il travestimento o il cambiamento
degli organi sessuali.
Vogliamo
che possiate cambiare il vostro cuore, cambiare la vostra mente e cambiare
tutto il vostro corpo.
Il
cristianesimo ortodosso, tra l’altro, critica il fatto che questo non sia
abbastanza.
Il
transumanesimo cambia solo il vostro corpo, ma voi dovete trasformare anche la
vostra anima e tutto il vostro essere.
E
quindi…
Aspetti.
Sono sostanzialmente d’accordo con quella che
credo sia la sua convinzione, ovvero che la religione debba essere amica della
scienza e delle idee di progresso scientifico e che qualsiasi idea di
provvidenza divina debba includere il fatto che abbiamo progredito, realizzato
e ottenuto cose che sarebbero state inimmaginabili per i nostri antenati, ma
sembra comunque che la promessa del cristianesimo sia, in definitiva, quella di
ottenere un corpo perfetto e un’anima perfetta attraverso la grazia di Dio.
E chi
cerca di raggiungerla con i propri mezzi, con l’aiuto di una moltitudine di
macchine, rischia fortemente di finire come un personaggio distopico.
Chiariamo
questo punto.
Credo
che la parola “natura” non compaia una sola volta nell’Antico Testamento.
Quindi
c’è una parola, un significato, in base alla mia comprensione dell’ispirazione
giudaico-cristiana, che si riferisce al trascendere la natura.
Si
tratta di superare le cose.
E la
cosa più vicina che si può dire della natura è che le persone sono decadute.
Essere
naturali, in senso cristiano, significa essere in uno stato pietoso. Ed è vero.
Ma
esistono dei mezzi, con l’aiuto di Dio, per trascendere questo stato e
superarlo.
La
maggior parte delle persone che lavorano alla costruzione di questa ipotetica
macchina divina non pensano di cooperare con “Yahweh”, “Geova”, il Signore
degli eserciti…
Certo,
certo. Ma…
Pensano
di costruire l’immortalità da soli, non è vero?
Stiamo
saltando da un argomento all’altro.
Ancora
una volta, la mia critica è questa: non sono abbastanza ambiziosi.
Da un punto di vista cristiano, queste persone
non sono abbastanza ambiziose.
Ma non
sono abbastanza ambiziose dal punto di vista morale e spirituale?
Sono
ancora abbastanza ambiziosi sul piano fisico?
Sono ancora
veramente transumanisti?
La “criogenesi”
sembra essere una moda antiquata, molto anni ’90, non più di attualità.
No,
non sono transumanisti sul piano fisico.
Forse
non è una questione di “criogenesi”, ma di download.
Che
non è proprio la stessa cosa:
io preferisco tenere il mio corpo. Non voglio
un semplice programma informatico che mi simuli.
Sono
d’accordo.
Il “download”
sembrava quindi un passo indietro rispetto alla “criogenesi”.
Ma
anche questo fa parte del dibattito, ed è qui che le cose diventano molto
difficili da valutare. Non voglio dire che stiano inventando tutto e che sia
tutto falso, ma io non…
Pensi
che una parte di tutto questo sia falsa?
Non
penso che sia falso, perché ciò implicherebbe che le persone mentono, ma voglio dire che non è il centro di
gravità.
Sì.
Quindi
c’è un linguaggio ottimista.
Ne ho
parlato con Elon Musk qualche settimana fa.
Mi ha
spiegato che tra dieci anni avremo un miliardo di robot umanoidi negli Stati
Uniti.
Gli ho
risposto che se questo si verificasse, non dovrebbe più preoccuparsi del
deficit di bilancio perché la crescita lo colmerebbe — è molto preoccupato per
il deficit.
Questo
non dimostra che non creda nell’esistenza di un miliardo di robot, ma forse
suggerisce che non ci ha riflettuto abbastanza, che non pensa che avrà un
impatto economico così trasformativo, o che c’è un ampio margine di errore.
In un
certo senso, queste cose non sono state pensate fino in fondo.
Se
dovessi criticare la Silicon Valley, direi che ha sempre difficoltà a
comprendere il significato della tecnologia.
Le
conversazioni tendono a perdersi in dettagli microscopici, come: “Qual è il QI-ELO dell’IA?” o “Come
si definisce esattamente l’AGI?”
Ci
lanciamo in dibattiti tecnici senza fine, mentre ci sono molte questioni
intermedie che mi sembrano molto importanti, come:
“Quali
sono le implicazioni per il deficit di bilancio? Quali sono le implicazioni per
l’economia? Quali sono le implicazioni per la geopolitica?”
Una
delle conversazioni che ho avuto recentemente con lei verteva sulla seguente
domanda:
l’IA sta cambiando i calcoli della Cina
riguardo a un’invasione di Taiwan? Se la rivoluzione dell’IA accelera,
l’esercito cinese rimarrà indietro?
Non
stiamo riflettendo sull’impatto dell’IA sulla geopolitica.
Peter
Thiem.
Da un
punto di vista ottimistico, ciò potrebbe dissuadere la Cina, poiché avrebbe
perso la partita.
Da un
punto di vista pessimistico, potrebbe spingerla ad agire più rapidamente,
poiché saprebbe che è ora o mai più: se non conquista Taiwan adesso,
rimarrà indietro.
In
ogni caso, si tratta di un argomento molto importante che non è stato
approfondito a sufficienza.
Non
riflettiamo sull’impatto dell’IA sulla geopolitica.
Non
riflettiamo sul suo impatto sulla macroeconomia.
Sono questo il tipo di questioni che vorrei
approfondire maggiormente.
C’è
un’altra questione macroeconomica che le interessa.
Affronteremo
un po’ il tema della religione.
Recentemente
ha tenuto alcune conferenze sul concetto dell’Anticristo, che è un concetto
cristiano, un concetto apocalittico.
Cosa
significa per lei?
Cos’è
l’Anticristo?
Quanto
tempo abbiamo?
Tutto
il tempo necessario per parlare dell’Anticristo.
Va
bene.
Potrei
parlarne a lungo.
Penso
che sia sempre importante sapere come parlare dei rischi e delle sfide del
nostro tempo.
Spesso
si tratta di un discorso scientifico distopico e spaventoso:
la
guerra nucleare, il disastro ambientale – forse attraverso qualcosa di ancora
più specifico come il cambiamento climatico – il rischio legato alle armi
biologiche.
Tutti gli scenari fantascientifici sono
presenti.
E
naturalmente esistono alcuni tipi di rischi legati all’intelligenza
artificiale.
Ma
continuo a pensare che se vogliamo parlare di rischi esistenziali, forse
dovremmo anche parlare del rischio di un altro tipo di singolarità nefasta, che
definirei uno” Stato totalitario mondiale”.
Perché
la soluzione politica predefinita che le persone hanno per tutti questi rischi
esistenziali è un governo mondiale unico.
Cosa
fare delle armi nucleari?
Abbiamo
un’Organizzazione delle Nazioni Unite con poteri reali che le controlla, e
queste sono controllate da un ordine politico internazionale. E poi c’è anche
la seguente domanda:
cosa fare dell’IA?
Abbiamo
bisogno di una governance informatica mondiale.
Abbiamo
bisogno di un governo mondiale che controlli tutti i computer, registri ogni
battuta sulla tastiera, per assicurarsi che nessuno programmi un’IA pericolosa.
Mi
chiedo se questo non equivalga a uscire dall’inferno per cadere nella fossa dei
leoni.
Dietro
la facciata “giudaico-cristiana” della sua argomentazione, Thiem rimane un
miliardario libertario.
La
denuncia di un governo mondiale – che gioca abilmente su un luogo comune del
complottismo per catturare l’attenzione degli ascoltatori – serve in fondo a
esprimere una cosa piuttosto semplice:
la sua
più grande paura è più Stato e più deregolamentazione.
Per
compensare la drastica riduzione dei finanziamenti destinati alla sanità, alla
ricerca medica e all’innovazione biomedica contenuti nel suo progetto di legge
di bilancio, l’amministrazione Trump vuole dare un ruolo più importante agli
algoritmi e all’intelligenza artificiale per realizzare progressi scientifici,
in particolare attraverso “Palantir”, il gigante della sorveglianza informatica
creato da Thiem.
Alla
vigilia dell’elezione di Donald Trump, un’azione Palantir valeva 60 dollari.
Oggi ne vale più di 130.
Peter
Thiem ne possiede 100 milioni.
Il
quadro filosofico ateo è “Un mondo o niente”.
Era un
cortometraggio prodotto dalla Federazione degli scienziati americani alla fine
degli anni ’40.
Inizia
con l’esplosione di una bomba nucleare che distrugge il mondo, ed è evidente
che per impedirlo è necessario un governo mondiale: un mondo o niente.
Il
quadro cristiano, che pone in qualche modo la stessa domanda, è il seguente:
l’Anticristo
o l’Armageddon?
O
abbiamo lo Stato mondiale dell’Anticristo, o camminiamo verso l’Armageddon –
“un solo mondo o nessuno”, “l’Anticristo o l’Armageddon”, in un certo senso,
sono la stessa cosa.
Ho
molte riflessioni su questo argomento, ma sorge una domanda: come fa
l’Anticristo a prendere il controllo del mondo?
Pronuncia discorsi demoniaci e ipnotici e la gente
cade nella trappola? Una sorta di “demonium ex machina”?
È del
tutto inverosimile.
È una
falla nella trama molto poco plausibile.
Ma
penso che abbiamo una risposta a questa falla.
Il
modo in cui l’Anticristo prenderebbe il controllo del mondo è parlando
continuamente dell’Armageddon:
si
parla continuamente del rischio esistenziale e di come sia necessario
regolamentare.
È l’opposto dell’immagine della scienza
baconiana del XVII e XVIII secolo, dove l’Anticristo è una sorta di genio
tecnologico malvagio, uno scienziato malvagio che inventa questa macchina per
conquistare il mondo.
La
gente ha troppa paura di questo.
Sugli
argomenti che Thiem attinge dalla “Nuova Atlantide” di Francis Bacon, si veda
il suo testo “Nihilsm is not enough”.
Nel
nostro mondo, è il contrario che trova risonanza politica.
Ciò
che ha risonanza politica è l’idea che dobbiamo fermare la scienza e
semplicemente dire «basta» a tutto questo.
Nel
XVII secolo, posso immaginare un “dottor Stranamore”, un personaggio alla “Edward
Teller”, che prende il controllo del mondo.
Nel
nostro mondo, è molto più probabile che sia Greta Thunberg.
L’ungherese
“Ed Teller” è uno dei fisici del progetto Manhattan e il “padre” della bomba
all’idrogeno che ha promosso con fervore.
Un
tempo, il timore ragionevole era che l’Anticristo fosse una sorta di mago della
tecnologia.
Oggi sarebbe una persona che promette di
controllare la tecnologia, di renderla sicura e di instaurare quella che, dal
tuo punto di vista, sarebbe una stagnazione universale, giusto?
È più
o meno la mia descrizione di come andrebbe a finire.
Sì, ma
lei dice che il vero Anticristo giocherebbe su questa paura e direbbe: “Dovete
seguirmi per evitare l’Armageddon nucleare”.
Sì.
Tendo
a pensare, guardando il mondo così com’è oggi, che ci vorrebbe un certo tipo di
progresso tecnologico radicale perché questa paura diventasse davvero
tangibile.
Posso
immaginare che il mondo si rivolga a qualcuno che promette pace e
regolamentazione, se si arrivasse a credere che l’intelligenza artificiale sta
per annientare l’umanità.
Ma per arrivare a questo punto, dovrebbe
iniziare a concretizzarsi uno scenario apocalittico di tipo “accelerazionista”.
Per
ottenere un Anticristo della “pace e della sicurezza”, occorrerebbe quindi un
maggiore progresso tecnologico.
Uno
dei grandi fallimenti del totalitarismo nel XX secolo è stato proprio il
deficit di conoscenza:
non
era in grado di sapere cosa stava succedendo nel resto del mondo. Ci vorrebbe
quindi un’intelligenza artificiale, o un’altra tecnologia equivalente, in grado
di sostenere un tale regime totalitario in nome della stabilità.
Insomma,
non credete che lo scenario peggiore possibile implichi prima un’impennata del
progresso tecnologico, che verrebbe poi addomesticato per instaurare una forma
di stagnazione totalitaria?
È
possibile…
Prendiamo
Greta Thunberg, che è su una barca nel Mediterraneo per protestare contro
Israele.
Non
vedo proprio come l’intelligenza artificiale, la tecnologia o persino la lotta
al cambiamento climatico possano costituire un potente grido di battaglia
universale in questo momento, in assenza di un’accelerazione del cambiamento e
di un vero timore di una catastrofe totale.
È
molto difficile da valutare.
Ma
penso che l’ambientalismo sia abbastanza potente.
Non so
se sia abbastanza potente da creare uno Stato totalitario mondiale, ma beh, è…
Direi
che è l’unica cosa in cui la gente crede ancora in Europa.
In
Europa, la gente crede più nell’ecologia che nella sharia islamica o nella
presa di potere totalitaria del comunismo cinese.
Il
futuro è un’idea di un futuro che sembra diverso dal presente: le uniche tre
opzioni proposte in Europa sono l’ecologia, la sharia e lo Stato comunista
totalitario.
E
l’ecologia è di gran lunga la più forte.
In
un’Europa in declino, in decomposizione, che non è più un attore dominante nel
mondo.
Tutto
è sempre legato al contesto.
Abbiamo
avuto un rapporto molto complesso con la tecnologia nucleare.
E
certamente questo non ci ha portato a uno Stato mondiale totalitario. Ma negli
anni ’70, un modo per descrivere la stagnazione era dire che il progresso
tecnologico galoppante aveva finito per spaventare, che la scienza alla Francis
Bacon si era fermata a Los Alamos.
E poi
abbiamo deciso che bastava.
Che
era finita.
Non volevamo andare oltre.
Quando
“Charles Manson” prende l’LSD alla fine degli anni ’60 e iniziano gli omicidi,
ciò che scopre sotto l’effetto della droga è che si può diventare una sorta di
antieroe dostoevskiano a cui tutto è permesso.
Ovviamente
non tutti sono diventati Charles Manson.
Ma nel
modo in cui racconto questa storia, tutti sono diventati disturbati quanto lui
e gli hippy hanno preso il controllo.
In
Europa, la gente crede più nell’ecologia che nella sharia islamica o nella
presa di potere totalitaria del comunismo cinese.
Peter
Thiem.
Ma
Charles Manson non è diventato l’Anticristo e non ha preso il controllo del
mondo. Siamo finiti nell’Apocalisse e lei…
La mia
versione della storia degli anni ’70 è che gli hippy hanno vinto.
Abbiamo
camminato sulla luna nel luglio 1969.
Woodstock
è iniziato tre settimane dopo.
Col
senno di poi, è stato allora che il progresso si è fermato e gli hippie hanno
vinto.
E sì,
non era letteralmente Charles Manson…
Restiamo
sulla figura dell’Anticristo, per concludere.
Ma
attualmente non viviamo sotto l’Anticristo, poiché secondo voi siamo
semplicemente in un periodo di stagnazione.
E lei
suggerisce che qualcosa di peggiore potrebbe apparire all’orizzonte, qualcosa
che renderebbe questa stagnazione permanente, alimentata dalla paura.
Quello
che io propongo è che, affinché un tale scenario si verifichi, sarebbe
necessaria una nuova spinta al progresso tecnologico, paragonabile a quella di
Los Alamos, che susciterebbe una paura generalizzata.
Ecco quindi la mia domanda molto precisa:
lei
investe nell’intelligenza artificiale.
Lei è fortemente coinvolto in Palantir, nella
tecnologia militare, nella sorveglianza, nelle tecnologie di guerra.
Si ha
semplicemente la sensazione che, quando mi racconta una storia in cui
l’Anticristo prenderebbe il potere sfruttando la paura del progresso
tecnologico per imporre l’ordine nel mondo, quell’Anticristo potrebbe usare gli
strumenti che lei sta costruendo.
Potrebbe
dire: “Metteremo fine al progresso tecnologico… ma ciò che Palantir ha
realizzato finora è davvero utile”.
Questo
non la preoccupa?
Non
sarebbe ironico che chi si preoccupa pubblicamente dell’Anticristo contribuisca
involontariamente alla sua venuta?
Ascolti,
ci sono una moltitudine di scenari.
Ovviamente,
non credo che sia quello che sto facendo.
Per
essere chiari, non credo nemmeno che sia quello che state facendo voi.
Quello
che mi interessa è capire come si arriva a un mondo pronto a sottomettersi a
un’autorità autoritaria permanente.
Ci
sono diversi gradi in questo processo, che possono essere descritti.
Ma
quello che vi ho appena esposto è così assurdo, come racconto generale della
stagnazione, l’idea che il mondo intero si sia sottomesso da cinquant’anni a un
regime di “pace e sicurezza”?
È
quello che dice la “Prima Lettera” ai Tessalonicesi, 5:3:
lo
slogan dell’Anticristo sarà “pace e sicurezza”.
E noi
ci siamo sottomessi alla FDA, che non regola solo i farmaci negli Stati Uniti,
ma di fatto in tutto il mondo, perché gli altri paesi si rimettono alle sue
decisioni.
La Commissione per la regolamentazione
nucleare americana (NRC) regola di fatto le centrali nucleari di tutto il
mondo.
Non si può semplicemente progettare un
reattore nucleare modulare e costruirlo in Argentina.
Nessuno
si fiderebbe delle autorità argentine.
Si
rivolgerebbero alle autorità americane.
Quindi,
la domanda rimane: perché abbiamo vissuto cinquant’anni di stagnazione?
Una
possibile risposta è che abbiamo smesso di avere idee.
Un’altra
è che si è verificato un cambiamento culturale che ha reso tutto questo
impossibile.
E
questa risposta culturale può essere interpretata in modo ascendente: l’umanità
si sarebbe trasformata in una specie più docile.
Oppure,
almeno in parte, in modo discendente:
le
istituzioni governative si sarebbero trasformate in un apparato favorevole alla
stagnazione.
L’energia
nucleare ne è l’esempio migliore: doveva essere l’energia del XXI secolo,
invece è stata accantonata in tutto il mondo.
In un
certo senso, secondo quanto dice, vivremmo già sotto una forma moderata del
regno dell’Anticristo.
Crede
che Dio controlli il corso della storia?
Penso
che ci sia sempre spazio per la libertà umana, per la scelta.
Le
cose non sono completamente predeterminate in un senso o nell’altro.
Ma Dio
non ci lascerebbe indefinitamente sotto il regno di un Anticristo moderato e
stagnante, vero?
Non è così che dovrebbe finire la storia,
giusto?
Attribuire
troppa causalità a Dio è sempre problematico.
Potrei
citare diversi versetti, ma prenderò Giovanni 15:25, dove Cristo dice:
“Mi
hanno odiato senza motivo”.
Tutte queste persone che perseguitano Cristo
non hanno in realtà alcun motivo per farlo.
E se interpretiamo questo versetto come
un’osservazione sulla causalità ultima, sarebbe: “Io perseguito perché Dio mi ha
spinto a farlo”. Dio sarebbe all’origine di tutto.
Ma la
visione cristiana va contro questo.
Non è
calvinista.
Dio
non è dietro ogni evento storico. Non causa tutto.
Se
dici che Dio è la causa di tutto, stai rendendo Dio un capro espiatorio.
Ma Dio
è all’origine dell’entrata di Gesù Cristo nella storia, no?
Perché
non voleva lasciarci in un Impero Romano stagnante e decadente. Quindi, a un
certo punto, Dio interviene.
Non
sono calvinista a tal punto.
Non è
calvinismo.
È semplicemente cristianesimo: secondo la tua
logica, Dio non dovrebbe lasciarci eternamente incollati ai nostri schermi, ad
ascoltare i sermoni di Greta Thunberg.
Nel
bene e nel male, penso che ci sia un grande spazio per l’azione umana, per la
libertà umana.
Se
pensassi che tutto fosse predeterminato, allora tanto varrebbe rassegnarsi:
arrivano i leoni.
Non
resterebbe altro che fare un po’ di yoga, pregare in silenzio e aspettare che
ti divorino.
Ma non
credo che sia questo ciò che dovremmo fare.
La
nuova Guida suprema dell’Iran
ha
detto di aver scoperto di essere
la
nuova Guida suprema
dell’Iran
guardando la tv.
Rivistastudio.com
– (13 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:
I
media iraniani hanno pubblicato il primo messaggio di “Mastaba Khamenei”,
figlio di “Ali Khamenei”, fresco di nomina a Guida Suprema dell’Iran.
La
dichiarazione scritta, suddivisa in sette capitoli, è stata letta e trasmessa
dalla televisione di Stato mentre sugli schermi appariva una foto del nuovo
leader mentre uno speaker leggeva il discorso.
Nella
sua prima dichiarazione, Mastaba Khamenei ha affermato di aver appreso della
sua nomina a Guida Suprema dell’Iran nello stesso modo in cui la notizia è
arrivata a tutto il resto della popolazione: guardando la tv.
Questo
perché, presumibilmente, da quando sono iniziate a circolare voci sulla sua
probabile elezione, Khamenei è diventato l’obiettivo numero uno di tutti i
missili di Stati Uniti e Israele.
Bisogna
quindi immaginare in un bunker con limitatissime possibilità di comunicazione
con il mondo esterno.
Oltre
che, forse, ferito.
Le
speculazioni sulla salute di Mastaba Khamenei sono fondate.
Il
figlio dell’ex leader supremo, infatti, sarebbe stato ferito negli attacchi che
hanno ucciso il padre il 28 febbraio, all’inizio della scorsa settimana. I
media iraniani hanno descritto il nuovo leader del regime come un «veterano
ferito nella guerra del Ramadan», senza però specificare la natura né la
gravità delle sue ferite.
Secondo quanto scrive il “Guardian”, che ha
intervistato l’ambasciatore iraniano a Cipro,” Alireza Salarian”, Khamenei sarebbe stato ferito a una
gamba, a un braccio e a una mano, ma al momento non ci sono conferme di tutto
ciò.
Mastaba
Khamenei ha menzionato di aver visto il corpo di suo padre, Ali Khamenei, e di
aver sentito che il padre «stringeva il pugno della sua mano sana».
Nel resto del messaggio, come riporta “Iran
wire”, la nuova Guida Suprema ha sottolineato l’importanza di mantenere chiuso
lo Stretto di Hormuz per esercitare pressione sui nemici.
Allo stesso tempo, il messaggio invita la
popolazione a rimanere presente nelle strade.
Tra le altre cose, Khamenei ha anche parlato
di confisca delle proprietà appartenenti agli oppositori e, pur menzionando
«l’amicizia con i vicini», ha scritto:
«Tuttavia,
prendiamo di mira le basi statunitensi e continueremo a farlo».
Infine, il messaggio aggiungeva:
«Chiederemo
un risarcimento al nemico. Se rifiuteranno, sequestreremo tutte le loro
proprietà.
Se ciò
non sarà possibile, distruggeremo loro beni per un importo equivalente».
Non si
capisce di quali beni si parli e se queste parole siano indirizzate solo ai
nemici interni dell’Iran o a tutti i paesi del Medio Oriente colpiti in queste
settimane.
L’ossessione
per l’Anticristo non
è
neanche lontanamente
la
cosa
più
inquietante di Peter Thiem.
Rivistastudio.com
– Giulio Silvano – (15 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Allievo
di Girard, ossessionato da Tolkien, ammiratore di Rand, padrino di Vance,
patrono di Trump, eminenza grigia di Big Tech, Thiem è uno degli uomini più
potenti e inquietanti della nostra epoca.
Fino
al 18 marzo sarà a Roma, a parlare di Anticristo.
E di
tutto il resto.
Sono
sempre tutti d’accordo, in “memoir” e biografie e interviste, che gli anni
della giovinezza siano i veri anni formativi.
E che a prescindere da quello che succederà
dopo – traumi, perdite, successi – tutto in fondo torna a quello che si leggeva
nella cameretta, o in classe di nascosto, prima di diventare grandi.
Dimmi
cos’hai letto a dodici anni e ti dirò chi sei.
Peter
Thiem, fondatore di PayPal, tra i primi investitori di Facebook, “venture
capitalist”, scacchista e simbolo della destra tech della Silicon Valley, da
ragazzo legge “Il Signore degli Anelli” e poi i testi oggettivisti della
filosofa russa- americana “Ayn Rand”.
Nato
nel 1967 nel segno della bilancia a Francoforte (e quindi escluso da una
possibile candidatura alla presidenza americana), Thiem cresce in parte in Sud
Africa, in parte Namibia e in parte Ohio.
Poi,
con la famiglia che si era trasferita in California, Thiem entra a “Stanford,”
dove studia Filosofia.
Dicevamo, appunto, della grande influenza dei
primi anni adolescenziali, ma poi c’è anche l’università, che qualcosa fa.
È un
periodo in cui ci si innamora di un’idea.
E ne
basta una per nutrire l’animo.
Thiem si
ritrova come professore il cattolico francese antropologo “René Girard”,
arrivato negli Usa alla fine degli anni ’40, che si oppone alle correnti di
pensiero allora in voga:
post
strutturalismo, postmodernismi vari, e anche tutto quello che negli anni si
sarebbe evoluto nel “wokismo” e nella “post-truth”.
La sua
idea di base è che il desiderio è imitativo, è il riflesso di ciò che desidera
l’altro.
«Solo il desiderio dell’altro può generare il
desiderio», scrive Girard.
E
ancora: «I nostri desideri non diventano veramente convincenti fino a che non
sono riflessi da quelli degli altri».
Tutto
è rivalità.
La
violenza è la radice di tutto.
E ogni
cultura, ogni rituale, si basa sul meccanismo di un capro espiatorio.
«Dal
XVII secolo», scrive il filosofo,
«gli
Occidentali hanno fatto della scienza un idolo, per meglio adorare sé stessi.
Essi
credono in uno spirito scientifico autonomo, del quale sarebbero
simultaneamente gli inventori e il prodotto.
Ai
miti antichi sostituiscono quello del progresso, ovvero il mito di una
superiorità moderna propriamente infinita, il mito di un’umanità che si libera
e si divinizza a poco a poco con i propri mezzi».
Thiem considera
Girard il suo maestro.
Diventare
un elfo.
Ma
torniamo al Signore degli Anelli.
A
differenza dell’Italia (dove alcuni, a sinistra, hanno cercato di
de-destrizzare Tolkien) negli Usa non è vista necessariamente come una trilogia
manifesto delle nuove destre, non certo quella neo-lib di Bush. Da noi, invece,
a “Colle Oppio”, è parte di una solida base teorica elaborata nel tempo –
pensiamo ai campi Hobbit degli anni ‘70.
Ci
ricordiamo del comico “Pino Insegno”, doppiatore di Aragorn, che dà il
benvenuto a Meloni con il discorso motivazionale «non è questo il giorno!»,
l’ultima serata di campagna elettorale delle
scorse politiche.
Pensiamo
alle mostre organizzate mostre alle scuderie del Quirinale. Thiem è forse il
più grande difensore del Tolkien bastione della civiltà occidentale in terra
americana.
Dice di aver letto la trilogia una decina di
volte.
E ha dato ad almeno sette delle sue aziende un
nome legato alla storia tolkeniana.
Palantir,
Anduril industries, Valar, Narya Capital, Mithril, Rivendell One, Lembas
Capital.
Ad
analizzare bene, “Palantir”, anche se usato da “Saruman”, è un manufatto
elfico.
I Valar sono divinità elfiche.
Narya è uno degli anelli del potere degli elfi
(ceduto poi a Gandalf). Rivendell, in italiano Gran Burrone, è un piccolo regno
elfico fondato da Elrond.
Il
mithril è un metallo prezioso e leggerissimo – ne indossa una cotta di maglia
Frodo – forgiato dai nani ma amatissimo dagli elfi.
E i lembas sono le gallette proteiche ed
energetiche, specialità degli elfi silvani, noti come “pan di via”, «persino
migliori dei pasticcini al miele dei Beorniani», come dice Gimli quando le
prova la prima volta.
Quindi
non è solo questione di celebrazione della Terra di Mezzo e della sua
dicotomica separazione bene/male, ma una chiara preferenza per il mondo elfico.
E non è un caso che con i suoi miliardi, Thiem
abbia investito nel tentativo di rimanere giovane il più a lungo possibile (gli
elfi, infatti, sono immortali).
Gli
elfi sono eleganti, aggraziati, silenziosi, letali, aristocratici, ricchi.
Il
Thiem-pensiero si fonda quindi sulla violenza girardiana, sull’elitismo (anche
tecnologico) elfico e sull’archetipo della figura eroica e l’antistatalismo
individualista libertario di Ayn Rand.
Il lavoro di Thiem è un lavoro per fermare le
forze del male.
“Palantir”,
nelle parole del Ceo tanto voluto da Thiem, “Alexander Karp “– un altro che ha
studiato Filosofia (con Habermas) e che ha rinominato la sede dell’azienda “la
contea”, come quella di Frodo – è un argine alla distruzione dell’Occidente.
Palantir è un’azienda di analisi di dati.
Nasce
quando, per bloccare le frodi con le carte di credito commesse da alcuni utenti
usando “PayPal” – azienda creata da Thiem (dove lavorano a un certo punto lo
stesso Karp, Elon Musk e David Sacks) – per controllare le migliaia di
transazioni che avvengono ogni minuto viene creato un programma ibrido, un po’
manuale, un po’ intelligenza artificiale.
È il
primo sistema del genere che riesce a leggere una grandissima quantità di
materiale in poco tempo.
Inizialmente il sistema viene usato dall’FBI,
che paga PayPal, e Thiem capisce che può diventare un ottimo strumento per
combattere il crimine, anche quello internazionale.
Palantir
diventa IL software usato dalla difesa.
È
grazie a Palantir se Osama Bin Laden viene catturato.
E
molti sono convinti che l’11 settembre non ci sarebbe stato se la difesa o
l’intelligence Usa avesse avuto uno strumento del genere, in grado di leggere
tutti i report, tutte le comunicazioni, tutti i dati sospetti su eventuali
attacchi terroristici.
Palantir
non è l’unica creatura di Thiem, ma è quella sempre più influente, e che
continua a crescere sul mercato.
È usata dall’esercito americano, dalla CIA,
dal governo inglese, dall’intelligence Canadese, da Pfizer, BP, Bmw, Airbus,
Stellantis, Heineken e centinaia di altre aziende e istituzioni. S
econdo
Bloomberg, Palantir avrebbe anche dato nuovi strumenti AI a Israele per la
guerra contro Hamas – tanto che alcuni hanno visto l’azienda come complice
della distruzione di Gaza.
Thiem,
grazie a Palantir, è uno degli uomini che ha guadagnato di più dalla rielezione
di Donald Trump (molto più di Musk).
Vance
e Trump.
Ma la
politica di Thiem non si ferma al ruolo centrale che hanno le sue società nel
mondo.
Thiem
ha direttamente sponsorizzato l’ascesa politica di JD Vance. Si è praticamente
inventato questo “hillibilly” ripulito, questo hobbit proletario dell’Ohio,
come politico.
Un
talk che Thiem tenne a Yale nel 2011 è stato per il giovane Vance, non ancora
bestsellerista, «il momento più significativo della mia vita», facendogli capire che si può
essere cattolici e intelligenti (parole sue).
Nel
2015 Vance entra in “Mithril”, dove costruisce i rapporti con la Silicon
Valley.
E Vance, che è critico di Trump, viene spedito
da Thiem a Mar-a-Lago nel 2021, in modo che diventi trumpiano.
Perché
Thiem vuole che Vance si butti in politica.
Il
ragazzo si candida a senatore e, con i soldi dell’imprenditore (15 milioni, la
cifra più alta mai spesa per un’elezione senatoriale) e il supporto di Trump,
viene eletto a 38 anni.
È il
primo millennial a entrare nel Senato americano.
A 40 diventa Vicepresidente, anche grazie ai
rapporti con Big Tech costruiti negli anni, che usa come leva per farsi
scegliere nel ticket da Trump distruggendo quell’immagine di una “Bay Area
progressista” e filo-democratica.
Si è
parlato tanto del potere di “Elon Musk” a Washington, della sua “banda di nerd “mandata
ad attaccarsi ai server dipartimentali.
Ma con
il cordone ombelicale legato a Vance – oltre che alle commesse di Palantir – il
potere di Thiem a Capitol Hill è molto più solido e anche più capillare.
Non ci ha mai messo la faccia e non si è mai
sporcato le mani.
Non ha mai lasciato che il suo ego, o le
anfetamine, lo portassero a ballare con la pancia di fuori, sul palco di Trump
brandendo una motosega.
Se
Musk gioca a “Doom” e “BioShock” e “World of Warcraft”, Thiem gioca a scacchi.
Se
Musk legge Douglas Adams e Asimov, Thiem legge Machiavelli e Locke.
Se
Musk ha studiato Fisica, Thiem ha studiato Filosofia.
Se
Musk dormiva sul divano di Trump, Thiem si è comprato una casa a Miami Beach,
per essere vicino al potere.
Se
Musk è un “super-genio” – o così diceva Trump prima della fine della bromance –
Thiem è un intellettuale.
Ha
tenuto conferenze a Oxford e a Harvard, a Londra e a San Francisco, parlando
dell’Anticristo – che per lui «non è solo un mito biblico» – e dell’Apocalisse.
E adesso, per spargere il suo verbo, arriva
tra il 15 e il 18 marzo a Roma, la culla della cristianità, la città dei Papi,
per uno dei suoi simposi di evangelizzazione, segreto e già “sold out”.
L’Anticristo
e Greta Thunberg.
Per
Thiem il Vaticano è ancora un vero centro di potere, di quelli capaci di
influenzare e controllare.
Per
lui la religione è uno dei pochi veri collanti sociali, necessaria per
stabilire o mantenere l’ordine.
Dietro
a questo suo tour sul Tevere ci sarebbe la bresciana” Associazione Culturale
Vincenzo Gioberti”, guidata da uno studioso di sant’Agostino, che ha già
invitato il “generale Vannacci” come ospite.
«Una voce conservatrice, un luogo d’incontro
per riscoprire valori e tradizioni del Paese.
Il sogno che ci guida:
restaurare
l’unità spirituale degli Italiani a partire dall’identità cattolica, dalle
piccole patrie, e dalle pratiche ereditate dall’Antico Regime»,
si legge sul sito della Gioberti.
Per
Thiem, e per i conservatori di questo genere, è una vera rivolta poter
finalmente uscire dall’ombra, vedere che i pensieri avuti nella cameretta
possono avere una vera pubblico e non esser bollati come estremismi pazzi,
pensieri allontanati dalla massa perché inaccettabili in una società liberale
da “fine della storia” o da “secolo breve”.
Thiem
ha scritto un saggetto, “The Straussian moment”, dove racconta il suo passaggio
dal potere dell’intelletto al potere della forza di volontà, riferendosi al
filosofo politico “Leo Strauss”, e al recente trend occidentale in cui si è
passati dal credere nella ragione a cercare soluzioni nell’azione.
Thiem
appare come un catto-anarco-capitalista tolkeniano e libertario che vuole
scuotere il mondo dal suo torpore, dalle Greta Thunberg e dalle politiche
inclusive che bloccano i veri sviluppi necessari per l’uomo (diventare
immortale? Andare su Marte? Chissà).
Allo
stesso tempo alla convention repubblicana urla «sono orgoglioso di essere
gay!».
Thiem
ha scritto un libro da solo “Da zero a uno”, e uno insieme all’amico “Sacks”
(diventato supporter di Trump), Il mito della diversità. Thiem pubblica
articoli con citazioni bibliche.
E
quando era a “Stanford”, da ragazzo, aveva già iniziato a combattere battaglie
che ora, nel panorama statunitense, e in parte mondiale, sono diventate temi
mainstream.
Fondò una rivista, lo “Stanford Monthly”,
usandolo per segnalare i prof che erano marxisti non dichiarati o per fare una
battaglia contro la scelta di inserire autori non bianchi in un corso di
“cultura occidentale” (queste cose si leggono nella biografia “The Contrarian”,
scritta dal giornalista “Max Chakir”).
Noi
vediamo il Thiem di oggi, ma tutto è stato costruito un mattone alla volta.
Più
avanti, anche da “venture capitalist”, ha continuato battaglie contro l’“affermative
action” (posti “garantiti” per le minoranze nella pubblica amministrazione e
nelle aziende private) e contro il multiculturalismo universitario.
Thiem
da sempre porta avanti lotte che, se allora erano relegate a qualche fanatico
da campus, sia negli anni reaganiani che in quelli sognanti degli anni ’90,
adesso sono dentro il “discourse”.
O Thiem
ha previsto e anticipato in che direzione sarebbero andate le destre, oppure ha
contribuito a crearne la cultura.
Ora
dice che le uniche opzioni che abbiamo davanti in Europa sono «l’ecologia, la sharia o uno Stato
comunista totalitario». Thiem ha paura di uno” Stato totalitario globale”, di un
governo mondiale unico, forse l’Anticristo di cui lui avverte il mondo, è
quello.
«O abbiamo lo Stato mondiale dell’Anticristo, o
camminiamo verso l’Armageddon», dice.
E la
soluzione è rischiare, agire, buttarsi, e usare l’intelligenza artificiale. Ma
l’AI comunque, dice il tedesco della “PayPal mafia”, non è sufficiente per
uscire dalla “stagnazione” tecnologica in cui secondo lui siamo caduti.
Siamo fermi, dice. Bisogna fare qualcosa.
Ma
«l’intelligenza artificiale è meglio dell’alternativa. Perché l’alternativa è
niente».
Davanti
ai toni apocalittici e ai discorsi sul transumanesimo, quando gli hanno
chiesto: preferirebbe che la specie umana sopravvivesse?
Lui ha
risposto: «Beh, non lo so».
Politica.
Israele
ha detto che agli sfollati libanesi non sarà consentito tornare a casa.
Secondo
le autorità libanesi più di 1 milione di persone sono state costrette ad
abbandonare le proprie case, a quanto pare definitivamente.
Politica.
Macron
ha usato una canzone dei “Justice” come colonna sonora del video in cui
presenta il nuovo arsenale nucleare francese.
Il
post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando
solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari
francesi.
Società,
guerra, controllo:
Alex
Karp e l’ascesa di Palantir
in
Europa e negli USA.
Valigiablu.it
– (18 Marzo 2026) - arlovan.bsky.social - Dario De Leonardis – ci dice:
Società,
guerra, controllo: Alex Karp e l’ascesa di Palantir in Europa e negli USA.
Sembra
ci sia una regola non scritta nel giornalismo USA che si occupa di Silicon
Valley:
più un miliardario si sforza di sembrare un
eccentrico filosofo, più il suo modello di business è intrinsecamente violento.
Prendete
“Alex Karp”, CEO di Palantir.
Capelli
grigi arruffati, parlantina accelerata a 1.25x, abbigliamento da sci di fondo
ostentato nei salotti dell'alta finanza e una scorta fissa di granitici
bodyguard.
Lo scorso anno si è messo in tasca la miseria
di 6,8 miliardi di dollari di azioni, definendo la sua creatura "l'azienda di software più importante
al mondo".
Eppure,
sfogliando i dossier e le inchieste, emerge un'immagine piuttosto diversa.
Come
sottolinea un recente e abbastanza inquietante profilo del Guardian, per molti
analisti “Palantir” è semplicemente la scatola nera più spaventosa del pianeta.
Una
convergenza tra il “Grande Fratello di Orwell” e la “Skynet di Terminator”,
trasformata nello strumento di sorveglianza e profilazione definitivo.
Il
paradosso non è da sottovalutare.
Karp,
cresciuto a Philadelphia in un ambiente fieramente progressista da genitori
attivisti, anni fa dichiarava che se mai fosse arrivato il fascismo, lui
sarebbe stato "il primo o il secondo a finire al muro".
Oggi,
scorrendo i contratti della sua azienda, sembra proprio l'uomo che sta fornendo
i mattoni, il cemento e i sistemi di puntamento algoritmico per edificarlo,
quel muro.
Che si tratti di alimentare le deportazioni
dell'ICE o le macchine da guerra in mezzo mondo, la sua giustificazione è
squisitamente figlia della “tech culture post” secondo mandato Trump, la stessa
ondivaga filosofia di compiacenza del potere venuta fuori con la “masculine
energy” di
Zuckerberg:
a suo
dire, il prezzo per fare affari con il governo è farsi piacere
l'amministrazione, nonostante tutto.
Adesso
dallo stesso uomo che si è vantato di chiacchierare con i "veri
nazisti" arriva un avvertimento che dalle parti di chi studia e usa l’IA
professionalmente era già sussurrato a bassa voce, ma che come spesso fanno
questi nuovi magnati tech diventa la “quiet part out loud”.
Perché,
se non si è ancora capito, i nuovi oligarchi occidentali vivono in un mondo
talmente privo di conseguenze da poter fare discorsi deliranti sull’Anticristo
oppure obbligare i propri dipendenti a classi di tali chi di cui loro stessi
sono istruttori senza temere alcun ridicolo.
In una
recente intervista alla CNBC, Karp ha dichiarato che l'intelligenza artificiale
minerà l'influenza degli "elettori altamente istruiti, spesso donne",
per dare invece più potere agli uomini della classe operaia.
Karp
non indora la pillola:
questa tecnologia distrugge chi ha una
formazione umanistica - storicamente orientato verso il voto democratico -
riducendo il peso economico, e spinge chi ha una formazione puramente tecnica.
Ma come ha acutamente fatto notare “Area Mandai”
in un recente editoriale sul Guardian, la vera domanda è un'altra:
quella di Karp è un'analisi sociologica o uno
spudorato sales pitch rivolto all'estrema destra?
Anche
gli analisti finanziari del “podcast Slate Money” hanno evidenziato come questa
narrazione sia disegnata su misura per compiacere l'establishment conservatore:
togliere capitale politico al nemico giurato (le donne
liberal laureate) per trasferirlo a una demografia che il potere maschile sa
gestire molto meglio.
Per
capire le parole di Karp, bisogna guardare al DNA di Palantir.
L'azienda,
nata anche grazie ai fondi della CIA, si vanta di essere fieramente
"anti-woke".
E sappiamo bene che, nel lessico dei tech-bro
della Silicon Valley, l'emancipazione femminile e i diritti sociali/civili (che
ripetiamolo ancora, rappresentano un corpus unico, nonostante la propaganda di
certa sinistra reazionaria filorussa) sono il peccato originale del
"wokismo".
Non è
un caso che l'altro co-fondatore, l'eminenza grigia che torna spesso in questi
discorsi “Peter Thiem”, avesse già scritto nel 2009 un saggio in cui lamentava
che l'estensione del diritto di voto alle donne avesse di fatto rovinato la
"democrazia capitalista".
Oggi
Karp non fa altro che aggiornare quel manifesto:
se il
voto alle donne è stato un errore, l'AI è lo strumento ideale per correggere la
rotta, marginalizzando economicamente la categoria.
La
purga alla NASA e l’attacco alla “laniar class”.
Mentre
i signori del silicio elaborano la teoria, l'amministrazione Trump passa alla
pratica.
Alla
NASA, il personale ha ricevuto l'ordine immediato di ripulire i siti web
pubblici da ogni menzione che riguardi "specificamente le donne".
Via
termini come "donne nella leadership" o "giustizia
ambientale".
Ironicamente
a guidare questa purga è “Janet Petro”, la prima donna a servire come
amministratore della NASA.
Ennesimo
esempio di donna in ruolo di potere messa da uomini per tutelare i loro
interessi (fenomeno che già vediamo in Italia, ma anche in Germania con l’AFD e
Giappone con il nuovo Primo Ministro, donna ultra conservatrice).
Volto
perfettamente auto assolutorio del nuovo paternalismo autoritario intriso di
cultura red pill.
Nel
recente documentario sulla mano sfera del giornalista britannico “Louis Theroux”,
ad esempio, l’attivista di estrema destra “Myron Gaines” (pseudonimo di “Amrou
Fudl”) dichiarava più o meno che lui non è un misogino, che ama le donne, e per
questo deve prendere decisioni al posto loro, in modo da proteggerle dai loro
stessi errori.
“Epstein
Files”: l’ascesa delle destre e la cabina di regia per manipolare l’opinione
pubblica online.
Ma
come dicevo non sono solo le donne il bersaglio della nuova oligarchia, in un
recente saggio per “The Spectator”, Louis Mosley, CEO di Palantir nel Regno
Unito, ha spiegato che l'AI spazzerà via la "lanyard class" (la
classe dei cordini porta badge), ovvero quei professionisti e burocrati che
oggi fanno da filtro critico nelle istituzioni.
Mosley
sostiene che l'AI agirà come un "esercito infinito di api operaie
amministrative", rendendo inutile la mediazione umana.
Non è
un obiettivo dichiarato e Karp non ha espresso esplicitamente l’idea di
applicare l’IA in quella direzione, ma visto il contesto politico in cui la
cultura tech si è sviluppata negli ultimi anni, e viste le posizioni relative
alle culture war esposte in precedenza, è legittimo pensare che da qualche
parte nelle stanze dei bottoni si stia pensando di usarla per smantellare lo
Stato dall'interno e depotenziare il voto progressista, ostacolando e
depotenziando proprio quelle competenze umanistiche e analitiche che si
frappongono tra l'efficienza degli algoritmi e l'applicazione pura del potere.
Di
fronte alle critiche, Karp stesso ammette che queste tecnologie sono
"socialmente pericolose". Eppure, la sua giustificazione sembra
uscita dal Patriot Act post-11 settembre: se non lo facciamo noi, lo faranno i
nostri nemici. Karp ci dice candidamente che, per mantenere la "capacità
di essere americani", gli Stati Uniti devono essere disposti a distruggere
il tessuto stesso della loro società.
Il
business dei crimini di guerra.
Ma la
visione di Palantir non si ferma alla guerra culturale.
Al “Deal
Book Summit” del “New York Time”s, Karp ha alzato l'asticella, teorizzando che
legalizzare i crimini di guerra sarebbe un ottimo affare per la sua azienda.
Commentando
i letali raid americani contro imbarcazioni civili nei Caraibi, Karp si è detto
"totalmente favorevole" a renderli costituzionali.
Un
recente e dettagliato rapporto del” Brennan Center for Justice” spiega
perfettamente questo meccanismo:
l'integrazione
dell'AI in ambito militare riduce le vite umane a semplici "blip e punti
dati su uno schermo", desensibilizzando i soldati all'atto di uccidere.
Per
Karp, questa non è una tragedia, ma un'opportunità.
Citando
lo studioso “Samuel Huntington”, ha ricordato che l'Occidente non domina per le
sue idee, ma per la sua "superiorità nell'applicare la violenza
organizzata".
Cosa
succede, però, quando la "precisione" infallibile venduta da Karp si
scontra con il mondo reale?
In Iran, un missile Tomahawk ha centrato in
pieno una scuola elementare a Minab, uccidendo almeno 175 persone, in
maggioranza bambine.
Le
immagini satellitari delle fosse comuni spazzano via in un istante tutta la
vuota retorica sull'efficienza chirurgica dei droni.
Il
Pentagono sta indagando sul ruolo del modello Claude (di Anthropic) e del
sistema “Maven” di Palantir nell'identificazione del bersaglio.
Come
ho già scritto, il “Maven Smart System” è capace di sfornare fino a 1.000
raccomandazioni di targeting all'ora, accorciando drasticamente la cosiddetta
"kill chain".
Come
l’IA sta riscrivendo le regole della guerra.
Nel
caso della scuola, pare che l'AI abbia incrociato dati obsoleti della DIA
statunitense risalenti a quando l'edificio faceva parte di una base militare.
Per
l'algoritmo sarebbe stato un bersaglio legittimo. È come una di quelle
allucinazioni che a volte i “chatbot” vi danno perché dimenticano la data del
giorno in cui si trovano.
Solo che stavolta invece di una risposta
sbagliata sono morte delle bambine.
L’impatto
europeo.
Ma se
pensate che Karp e quelli come lui siano un problema solo per il suo
conservatorismo algoritmico negli USA, ho una pessima notizia.
Mentre guardiamo cosa combina Trump
oltreoceano e in medio oriente, in Europa stiamo consegnando le chiavi di casa
alla stessa azienda.
Crediamo
che il nostro rigido GDPR ci renda immuni allo strapotere della Silicon Valley,
e in parte è vero (motivo per cui i tech bro partecipano attivamente a tutti i
progetti di smantellamento della EU, come testimoniano anche gli Epstein Files)
ma spulciando gli appalti pubblici si scopre che l'infiltrazione è già a uno
stadio avanzato.
Il
caso più lampante è nel Regno Unito.
Il
governo ha affidato a Palantir un contratto da 330 milioni di sterline per
l'NHS, mettendo nelle sue mani il più grande database di cartelle cliniche
d'Europa.
Entrata
a prezzo di saldo durante il Covid, ora ha monopolizzato l'intera
infrastruttura.
Il
vero terrore dei pazienti è il” mission creep”:
usare
i dati sanitari centralizzati per scovare e deportare immigrati irregolari, replicando esattamente il modello
sviluppato per l'ICE negli Stati Uniti.
Non va
meglio sul fronte dell'ordine pubblico.
In
Germania, i software di Palantir sono già usati in Assia e Nord Reno-Westfalia,
e recentemente sono stati approvati anche dal Baden-Württemberg.
Il
problema democratico qui è ancora più diretto che in UK:
la “predictive
policing” incrocia montagne di dati per segnalare "potenziali"
criminali prima che agiscano.
Un
approccio in stile” Minority Report” che smonta la presunzione d'innocenza e
sostituisce il faticoso lavoro investigativo con un riconoscimento pattern.
L'espansione
tocca tutti.
I servizi segreti francesi usano le soluzioni di” Alex
Karp “da anni.
In
Italia la cosa passa incredibilmente sotto silenzio, eppure recenti atti
parlamentari confermano che anche settori della nostra Pubblica Amministrazione
si rivolgono a queste piattaforme per l'analisi dei dati. Stiamo usando denaro pubblico -
probabilmente persino fondi europei - per finanziare l'infrastruttura del
capitalismo della sorveglianza d'oltreoceano.
Anticristo,
Palantir, difesa e affari: la visita di Thiel a Roma è un problema democratico.
Non
solo privacy: storia dello spionaggio e backdoor.
Quindi
dicevamo il GDPR?
Il
nostro famoso scudo per la privacy ha una falla strutturale gigantesca: le eccezioni per "sicurezza
nazionale" e "prevenzione dei reati".
È in questa immensa zona grigia che Palantir
prospera, riassemblando dati frammentati per creare profili di massa.
Non è
la prima volta che succede qualcosa di simile.
Ricordiamo
che tra i ‘70 e gli ‘80 “Robert Maxwell”, padre della famigerata “Gyslaine”
(complice condannata di Jeffrey Epstein), diventò partner di una azienda
chiamata “Inslaw”, produttrice un software che qualcuno considera l’antenato di
Palantir, “Promis”, un sistema di analisi dati rivoluzionario per l’epoca che
era uno strumento preziosissimo per le intelligence del periodo.
Maxwell
vendette il software a decine di agenzie di intelligence mondiali inserendo al
suo interno una backdoor che gli permetteva di accedere alle informazioni
trattate da chi lo utilizzava, diventando uno dei più grossi leak documentati
nella storia dello spionaggio.
Su Maxwell se ne sono dette molte, che collaborasse
sia con l’MI6, la CIA e ovviamente il Mossad, qualcuno addirittura lo pone in
relazione con l’allora KGB.
Il suo ruolo non è mai stato chiarito del
tutto ma qualcuno ha definito la faccenda Promis “più sporca del Watergate”.
Maxwell
morì in circostanze non chiarissime e gli vennero concessi i funerali di stato
in Israele, durante i quali l’allora premier “Yitzhak Shamir “dichiarò “Ha
fatto per Israele più di quanto si possa dire oggi”.
Siamo
di fronte quindi, ragionevolmente, a un nuovo potenziale rischio non solo per
la privacy con tutti i connotati di una “Cambridge Analytica “su scala globale,
ma per la sicurezza nazionale.
Specie
in un contesto dove l’Italia è da diversi reportage inquadrata come attore
dell’asse Washington-Mosca (ma a questo punto qualcuno potrebbe suggerire di
inserire anche Tel-Aviv) per smantellare o quantomeno depotenziare l’EU.
È
l’ennesimo tassello di quella idea di società che viene fuori ascoltando i
discorsi di tutti i nuovi tecno feudatari. Noi accettiamo passivamente
l’inevitabilità percepita di dover cedere i nostri diritti in nome
dell'efficienza, creando fondamentalmente un Cavallo di Troia, sia metaforico
che tecnico, che permetterà al più grosso progetto di controllo sociale e
sorveglianza mai visto di crescere in maniera esponenziale, guidato da una
tecnologia che passivamente toglie valore al lavoro per spostarlo verso i
padroni.
Gente
che, a questo punto sembra piuttosto chiaro, vede i nostri diritti come un
intralcio e il progresso sociale come un ostacolo al loro progetto di mondo.
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