Lo stretto di Hormuz con la guerra non è più gratuito.

 

Lo stretto di Hormuz con la guerra non è più gratuito.

 

 

Stretto di Hormuz, cosa sta succedendo davvero al carburante degli aerei e cosa rischiamo quest’estate.

Geopop.it – (11 Aprile 2026) - Andrea Moccia - Andrea Gaspardo

Analista geopolitico – ci dicono:

 

L'Europa importa dal Golfo il 40% del carburante aereo e Il blocco dello Stretto di Hormuz ha raddoppiato i prezzi.

ACI Europe afferma che senza uno sblocco rapido ci sarà una carenza sistemica di” jet flue” in Europa.

 

Se avete in programma un volo per questa estate, c'è una notizia che merita la vostra attenzione.

Il 9 aprile scorso, ACI Europe – l'associazione che rappresenta oltre 600 aeroporti europei – ha scritto una lettera formale a due commissari dell'Unione Europea lanciando un allarme preciso:

 se il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz non riprende in modo stabile entro tre settimane, una carenza sistemica di carburante aereo diventerà una realtà per l'Europa.

 Parole pesanti, che meritano una spiegazione.

 Perché un tratto di mare largo meno di 40 chilometri, dall'altra parte del mondo, può mettere in discussione i nostri voli estivi?

 

Il collo di bottiglia più importante del pianeta.

Lo Stretto di Hormuz è uno spazio d'acqua stretto tra l'Iran e l'Oman, e rappresenta l'unico sbocco del Golfo Persico verso il resto del mondo.

Da qui passano le navi che trasportano il greggio proveniente da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti:

praticamente tutto il petrolio e i derivati che escono da quella regione devono necessariamente passare da qui, poco meno del 20% del traffico globale del greggio.

 

Da quando, a fine febbraio 2026, sono iniziate le operazioni militari statunitensi e israeliane contro l'Iran, il traffico commerciale attraverso lo stretto è crollato.

 Prima della guerra passavano in media 138-140 navi al giorno.

Nei giorni più critici del conflitto si è arrivati a una o zero petroliere in transito nelle 24 ore.

 L'accordo di tregua raggiunto l'8 aprile ha riaperto solo formalmente il passaggio.

L'Iran attualmente condiziona il transito con permessi e pedaggi – fino a due milioni di dollari a nave – e i dati di tracciamento mostrano che il traffico resta a pochi passaggi al giorno, ben lontano dai livelli normali. Come ha sintetizzato il CEO di ADNOC, una compagnia petrolifera degli Emirati «il Golfo non è aperto, è controllato».

 

Perché manca il cherosene?

Qui entra in gioco la specifica vulnerabilità del carburante per aerei. L'Europa importa circa il 40% del proprio fabbisogno di” jet flue” da raffinerie del Golfo Persico, e quel carburante arriva via mare, proprio attraverso lo Stretto di Hormuz.

Non è petrolio grezzo da raffinare ma un prodotto finito, pronto per essere imbarcato negli aerei.

 

Per capire la scala del problema, basta un esempio.

 La raffineria “Al-Zoar”, in Kuwait, è uno degli impianti più grandi del Medio Oriente che da sola fornisce circa il 10% di tutte le importazioni europee di cherosene aeronautico, secondo i dati di “Energy Intelligence”.

Kuwait, UAE e Bahrain sono tutti bloccati dentro il Golfo, impossibilitati a spedire.

Il risultato è che le quotazioni del jet flue hanno più che raddoppiato rispetto ai livelli pre-conflitto.

Si è passati da circa 830 dollari a tonnellata a oltre 1.500-1.800 dollari a tonnellata nelle ultime settimane.

Il carburante rappresenta fisiologicamente tra il 20% e il 40% dei costi operativi di una compagnia aerea, un impatto di questa dimensione non può restare invisibile ai passeggeri.

 

La situazione in Italia: allarmismo da evitare, ma attenzione da mantenere.

Qui occorre essere precisi, perché il confine tra informazione e allarmismo in questo caso è sottile.

In Italia, alcuni scali – tra cui Milano Linate, Venezia, Bologna, Treviso, Brindisi – hanno introdotto limitazioni ai rifornimenti per i voli non prioritari.

 Il fornitore “Air BP Italia” ha comunicato alle compagnie, tramite bollettino aeronautico, che la distribuzione sarà contingentata con priorità assoluta a voli sanitari, voli di Stato e rotte a lungo raggio.

 

Il presidente dell'ENAC, Pierluigi Di Palma, ha però ridimensionato i toni riconoscendo che la crisi del Golfo sta creando una pressione strutturale, ma attribuendo le difficoltà immediate principalmente al picco di traffico pasquale, escludendo un'emergenza immediata.

 Nessuna cancellazione è stata ufficialmente attribuita alla carenza di cherosene finora.

 

Allora come stanno le cose davvero?

I fornitori, inclusa Ryanair, dichiarano di poter garantire gli approvvigionamenti fino a metà o fine maggio.

Dopodiché, se lo stretto non si sblocca significativamente, il quadro diventa più critico.

Le riserve strategiche statali (quelle che vengono attivate da una decisione istituzionale, non automaticamente) garantiscono all'Italia un'autonomia stimata intorno ai sette mesi (dato simile alla Germania). Il Portogallo, per confronto, è stimato intorno ai quattro mesi.

 Esistono quindi cuscinetti, ma non sono inesauribili e la situazione va monitorata.

 

Cosa rischiamo per l'estate 2026.

Non assisteremo a un blocco totale del traffico aereo.

Ma ignorare la situazione sarebbe altrettanto sbagliato.

 Ecco cosa può succedere concretamente.

Sul fronte delle cancellazioni, alcune compagnie hanno già preso decisioni.

SAS ha cancellato oltre mille voli ad aprile, Ryanair ha dichiarato che valuterà tagli se la crisi si prolunga, Lufthansa sta lavorando a piani di contingenza che includono il possibile parcheggio temporaneo di parte della flotta.

Gli aeroporti più piccoli, con minore capacità di stoccaggio e senza alternative logistiche, sono i più vulnerabili.

Sul fronte dei prezzi, l'aumento dei costi energetici finirà in parte sui biglietti.

Chi ha già acquistato un biglietto non dovrebbe subire rincari a posteriori.

Ma chi compra adesso o nelle prossime settimane potrebbe trovare tariffe più alte.

È bene sapere che una compagnia cancella un volo per carenza di carburante, questo potrebbe essere classificato come "circostanza eccezionale" ai sensi del regolamento europeo 261/2004, esonerando la compagnia dall'indennizzo fino a 600 euro, pur mantenendo l'obbligo di rimborso del biglietto.

C'è poi la pratica del cosiddetto” tank ring”:

 alcune compagnie stanno imbarcando alla partenza tutto il carburante necessario anche per il volo di ritorno, per non dipendere dal rifornimento in scali a rischio.

Questo aumenta il peso dell'aereo, aumenta i consumi e può causare ritardi, si tratta di una soluzione di emergenza, non un sistema sostenibile.

E i biocarburanti?

La domanda sorge spontanea, non si potrebbero usare i carburanti sostenibili per l'aviazione, i cosiddetti SAF?

La risposta è: non nell'immediato.

La produzione di SAF è ancora strutturalmente limitata, copre una quota minuscola del fabbisogno globale di jet flue, e il suo costo di mercato è in media circa il doppio rispetto al cherosene fossile già rincarato.

Il regolamento europeo “Re Flue EU Aviation”, in vigore dal 2025, impone una quota minima del 2% di SAF nel mix dei rifornimenti aeroportuali, ma proprio in questo contesto di mercato le compagnie ne stanno chiedendo il rinvio.

 I SAF sono una direzione strategica corretta per il lungo periodo, ma non sono una leva su cui contare per gestire questa crisi.

 

Cosa ci insegna questa vicenda.

Quello che sta succedendo attorno allo Stretto di Hormuz ci racconta qualcosa che va oltre la crisi contingente.

 Il trasporto aereo europeo dipende da una singola via d'acqua larga quaranta chilometri per una quota importante del suo carburante. L'Europa ha ridotto nel tempo la propria capacità di raffinazione interna, e ha smesso di produrre abbastanza cherosene per sé.

 Quando quella via d'acqua si chiude – per una guerra, per tensioni politiche, per qualsiasi ragione – la catena logistica si inceppa in poche settimane.

 

La situazione attuale è seria ma non ancora critica, e ci sono ancora margini per una soluzione diplomatica prima che l'estate sia compromessa.

Ma il fatto che bastino tre settimane di blocco per mettere a rischio la stagione turistica di un intero continente ci dice qualcosa sulla fragilità di un sistema che davamo per scontato.

Quanto dobbiamo dipendere da una singola via d'acqua per muoverci? E che tipo di autonomia energetica vogliamo costruire per il futuro?

(geopop.it/stretto-di-hormuz-cosa-sta-succedendo-davvero-al-carburante-degli-aerei-e-cosa-rischiamo-questestate/).

(geopop.it/).

 

 

 

 

Il Gancio e la Speranza.

Conoscenzealconfine.it – (14 Aprile 2026) - Massimo Viglione – Redazione – ci dice:

 

L’antemurale – così era chiamata l’Ungheria per la sua eroica resistenza agli Ottomani – è caduto.

L’ultima speranza di resistenza al “Moloch” di Bruxelles è venuta meno. L’ultimo barlume di buon senso e libertà è stato sostituito.

 L’Europa è completamente schiava degli inferi globalisti.

 E a Bruxelles i topi festeggiano.

E a Kiev la salamandra esulta.

 

La liberal-democrazia (…sì ma con i brogli la democrazia può andare a farsi benedire… nota di conoscenze al confine) ha ancora una volta compiuto il suo ruolo, dimostrando il livello intellettivo delle masse schiave.

Come da poco accaduto in Italia.

 La notte più oscura è ormai sopra l’Europa.

 

E ieri Zelensky era a Roma, a ottenere, fra i soliti non gustosi abbracci e baci del caporale Meloni, altri nostri soldi e armi.

 

La notte più cupa domina sul continente che ha dato la luce della civiltà al mondo.

Ma in questa vita nulla è mai definitivo.

 Nessuna notte sarà eterna. Spetta a noi fare segnali di luce per chi verrà.

 

Siamo come il gancio fra la memoria della luce che fu, e quella che dovrà tornare.

 È il senso della vita dei pochi che sanno e capiscono in questi giorni di tenebre.

E non si arrendono.

La Speranza è la grande virtù della nostra epoca.

 Perché “c’è sempre speranza” (Tolkien) per chi ha fede e vede tutto ciò che accade alla luce della lotta fra il male e il Bene.

 

Più profonda è la notte, più vicina è l’alba.

Orban ha commesso l’errore di essere vicino a Netanyahu.

Errore fatale, anzitutto a livello metastorico.

Che sia di insegnamento a chi verrà al servizio della Luce del mondo.

 Che non ammette compromessi con le tenebre.

(Massimo Viglione).

(t.me/Amici_dei_Triarii).

 

 

 

 

Guerra Iran, Scatta il Blocco

dello Stretto di Hormuz

Deciso da Trump.

Conoscenzealconfine.it – (14 Aprile 2026) - tg24.sky.it – Redazione – ci dice:

Il blocco dello Stretto di Hormuz deciso da Donald Trump è entrato in vigore.

 “Il blocco sarà applicato in modo imparziale nei confronti delle navi di tutte le nazioni che entrano o escono dai porti e dalle aree costiere iraniane, inclusi tutti i porti iraniani situati nel Golfo Arabico e nel Golfo dell’Oman”, aveva detto il “Cent com”.

 

Il presidente del Parlamento iraniano, “Mohammad Bagher Ghalib”, ha ammonito gli Usa a non forzare la mano: “Non mettete alla prova la determinazione dell’Iran”.

 

Dopo il nulla di fatto ai negoziati Usa-Iran a Islamabad, riesplode la tensione con Trump che annuncia un blocco navale dello stretto di Hormuz.

 La Casa Bianca sta valutando la possibilità di riprendere attacchi militari limitati contro l’Iran, oltre al blocco dello Stretto di Hormuz, come strategia per uscire dallo stallo nei colloqui di pace.

 Lo riporta il Wall Street Journal.

 

I Guardiani della rivoluzione hanno avvertito Stati Uniti e Israele che potrebbero dover lasciare il Medio Oriente a mani vuote.

“La Gran Bretagna e un paio di altri Paesi stanno inviando dei dragamine, gli Usa fermeranno qualsiasi nave paghi un pedaggio a Teheran”, ha detto il tycoon, che torna a minacciare di bombardare le centrali elettriche e avverte la Cina:

“Dazi al 50% se invierà armi al regime”.

Londra però si sfila e i Pasdaran avvisano: “Intrappoleremo i nemici nel vortice mortale di Hormuz”.

 

La Francia “organizzerà con la Gran Bretagna, nei prossimi giorni, una conferenza con i paesi pronti a contribuire al suo fianco a una missione multinazionale pacifica destinata a riportare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”.

 Lo ha annunciato questa mattina in un post su “X” il presidente francese, Emmanuel Macron.

(tg24.sky.it/mondo/2026/04/13/iran-usa-guerra-israele-libano-diretta).

 

 

 

 

Pasdaran Iraniani:

Controllati da Londra!

Conoscenzealconfine.it – (15 Aprile 2026) - t.me/In_Telegram_Veritas – Redazione - ci dice:

Quando sembrava fatta per la pace in Iran, la parte estremista controllata da Londra (Pasdaran), quella che ha in mano anche l’ala militare del paese, dice no ad un accordo con gli USA di Trump.

 

Per capire cosa sta accadendo in Iran bisogna comprendere che questo paese è formato da due blocchi.

Esiste un potere duale formato dai Pasdaran (ala estremista e militare) e quella formata dal governo civile (Presidenza e Parlamento).

Sopra tutti c’è la guida suprema “Mastaba Khamenei”, il figlio di Ali Khamenei subentrato il 9 Marzo 2026.

Mastaba è ancora più legato ai Pasdaran di quanto lo fosse suo padre.

Il blocco degli estremisti, Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione) è controllato da Londra.

 

Nel Marzo 2026 (agenzianova.com/news/regno-unito-ex-direttori-dellintelligence-la-riluttanza-a-bandire-i-pasdaran-ci-espone-a-rischi/) alcuni ex direttori dell’Intelligence del Regno Unito (Mi6, Mi5 e Gchq) hanno criticato Stormer per la “persistente riluttanza” ad inserire i Pasdaran, nella lista delle organizzazioni terroristiche vietate.

Ma per forza che Stormer si oppone, sono controllati da loro stessi, che sono i primi terroristi a livello mondiale.

 

Ma, a questo punto, con chi hanno trattato gli americani?

La delegazione iraniana dell’incontro era in realtà mista (civile + Pasdaran), ma questi ultimi, ben diretti da Londra, al momento agiscono in condizione di forza.

 

I due grandi alleati di ferro dell’Iran, Russia e Cina, avevano dato il via libera all’accordo americano, accettando il nuovo flusso mondiale energetico, ma nel frattempo qualcuno pare essersi mosso in modo opportuno per farlo saltare, almeno temporaneamente.

 

A questo punto sarà probabilmente richiesto un intervento diplomatico delle due potenze di cui sopra per trovare una via d’uscita praticabile.

Tenendo anche in considerazione che circa il 40% di petrolio che transita dallo Stretto di Hormuz ha come destinazione proprio la Cina, e l’Asia ne importa in totale approssimativamente il 90% (il 15% l’India, 12% Corea del Sud, Giappone 11%, altri 14%).

In Europa siamo sotto al 4%.

 

Il deep state, come spiegato più volte, è disperato e l’unica via di fuga praticabile per i globalisti è un conflitto esteso.

 

Attenzione perché da adesso partirà la solita propaganda di guerra con dichiarazioni al vetriolo da entrambe le parti.

Non ci cascate: quello che conta, come sempre, sono i fatti.

(t.me/In_Telegram_Veritas).

 

 

L’UE Aumenta Silenziosamente

le Importazioni di GNL Russo

Nonostante i Piani di Divieto.

Conoscenzealconfine.it – (16 Aprile 2026) - Renovatio21 – Redazione – ci dice:

 

L’UE ha aumentato notevolmente gli acquisti di gas naturale liquefatto (GNL) russo nel primo trimestre del 2026, pur ribadendo l’intenzione di eliminare gradualmente l’energia russa entro la fine del prossimo anno. Lo riporta il “Financial Times”.

 

Secondo i dati di Kepler citati dalla testata, le importazioni dell’UE dal progetto russo” Jamal LNG” in Siberia sono aumentate del 17% su base annua, raggiungendo i 5 milioni di tonnellate nel primo trimestre, con una spesa stimata di 2,9 miliardi di euro (3,1 miliardi di dollari).

L’UE ha ricevuto 69 delle 71 spedizioni, ovvero il 97%, di cui 25 solo a marzo, rispetto alle 59 delle 68 spedizioni (87%) registrate nello stesso periodo del 2025.

 

L’impennata dimostra che “gli acquirenti europei non hanno alcuna intenzione di smettere di acquistare GNL russo”, ha dichiarato al “Financial Times” Sebastian Reuters” dell’ONG ambientalista Urge wald.

 

La notizia giunge pochi giorni dopo che il commissario europeo per l’energia, “Dan Jorgensen”, ha ribadito che Bruxelles non rivedrà il divieto previsto sulle importazioni di gas russo, con le forniture di GNL destinate a terminare entro la fine del 2026 e quelle di gasdotto entro l’autunno del 2027.

 In un’intervista al “Financial Times” della scorsa settimana, “Jorgensen” ha affermato che non ci saranno modifiche alla legislazione, pur riconoscendo che il blocco si sta “preparando agli scenari peggiori”, tra cui un potenziale razionamento del carburante a causa delle interruzioni derivanti dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

 

Il conflitto ha gravemente interrotto i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, un punto di strozzatura cruciale che gestisce circa il 20% del petrolio e del GNL trasportati via mare a livello globale, e ha colpito le infrastrutture energetiche del Golfo, provocando un’impennata dei prezzi del GNL.

 I tassi spot asiatici e il TTF europeo sono quasi raddoppiati prima di stabilizzarsi dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile, ma entrambi rimangono ben al di sopra dei livelli pre-conflitto.

 

La posizione di Bruxelles sull’energia russa ha suscitato avvertimenti da parte di alcuni funzionari dell’UE.

L’ex primo ministro ungherese Viktor Orban ha affermato che “l’Europa si sta dirigendo verso una delle crisi economiche più gravi della sua storia”, insistendo sul fatto che “l’unica via d’uscita è revocare le sanzioni imposte all’energia russa”.

 La co-presidente di “Alternativa per la Germania” (AfD),” Alice Weiden”, ha sollecitato un “ritorno a un approvvigionamento energetico accessibile e affidabile” e l’acquisto di energia “dove costa meno, ovvero in Russia” per rimanere competitivi.

 

Mosca ha fatto eco agli avvertimenti.

Secondo l’inviato del Cremlino “Kirill Dmitriev”, “l’Europa e la Gran Bretagna imploreranno l’energia russa” con l’aggravarsi della crisi, sostenendo che il blocco non è preparato a uno “shock energetico di lunga durata” a causa della sua incapacità di diversificare le fonti di approvvigionamento – una carenza che ha attribuito a “ideologie russofobe, ambientaliste e progressiste”.

Reagendo a un articolo del “Financial Times” su “X”, ha aggiunto: “Come previsto, l’Europa ha bisogno della Russia per sopravvivere “.

 (Renovatio21).

(renovatio21.com/lue-aumenta-silenziosamente-le-importazioni-di-gnl-russo-nonostante-i-piani-di-divieto/).

 

 

Pedaggi e ricatti per passare

 lo Stretto di Hormuz:

“Ci fanno pagare con cripto o yuan.”

Lastampa.it - Lorenzo Lamperti – (5 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

il retroscena.

Teheran fa transitare le navi cargo su base discrezionale. Cina e Giappone tra i favoriti.

Le navi iniziano a passare.

Non si sa ancora a che condizioni, anche se fonti diplomatiche europee temono che la discrezionalità sia elevata.

 Delle due l’una.

O si paga secondo le condizioni dettate da Teheran o lo Stretto di Hormuz resta precluso.

Nelle ultime ore sono almeno sei i cargo che hanno passato il tratto di mare fra Iran e Oman, bloccato dallo scorso 28 febbraio.

Prima, un mercantile francese di “Cima Cm” battente bandiera maltese. Poi tre navi turche.

Ancora, la metaniera giapponese “Sonar”.

Infine, il via libera ai “vessel” iracheni.

 Fino a prova contraria, sia chiaro.

Perché, rimarcano le fonti diplomatiche, «c’è poca chiarezza sul traffico» e «non si può parlare di riapertura».

 

Mentre le banche centrali globali e le case d’investimenti cercano di quantificare la magnitudo dell’impatto di oltre un mese di guerra nel Golfo Persico, il regime di Teheran sta cercando di trovare soluzioni per massimizzare i profitti attraverso Hormuz.

Secondo i dati Kepler, dal 1° marzo fino a venerdì sera sono passate circa 240 di navi cargo sullo Stretto di fronte alle coste iraniane di Bandar Abbas, che in tempo di pace ne registra circa 120 al giorno:

 un calo del 94%.

Poco meno di due terzi delle imbarcazioni proveniva o era diretto in Iran, le altre appartengono a Emirati Arabi Uniti, Cina, India, Pakistan, Arabia Saudita, Oman, Brasile, Iraq, Panama e Giappone.

 

Non è chiaro quante di queste navi abbiano ricevuto un’autorizzazione formale da Teheran, ma nel caso dei Paesi asiatici sembra esserci un coinvolgimento politico maggiore rispetto alle trattative private degli armatori occidentali.

 È il caso della Cina, che ha un rapporto privilegiato con l’Iran su più livelli.

 D’altronde, circa l’80% delle esportazioni di petrolio di Teheran ha come acquirente Pechino.

Nei giorni scorsi, il governo cinese ha ringraziato l’Iran per il primo passaggio ufficiale di tre navi portacontainer del “colosso Cosco”, che dalla settimana scorsa ha ripreso le prenotazioni per le spedizioni di merci generiche dall’Asia orientale verso il Golfo.

Già prima di allora, la maggior parte delle petroliere transitate da Hormuz dichiarava di essere diretta in Cina.

Nei primi giorni del conflitto, decine di navi trasmettevano messaggi come «equipaggio cinese» per evitare di essere prese di mira.

Non a caso, secondo Bloomberg alle navi che superano i controlli dei pasdaran verrebbe richiesto un pedaggio pagabile in “stabile Coin” o in “yuan”.

Una prassi che, secondo fonti diplomatiche, potrebbe diventare la nuova normalità.

L’Iran ha in modo esplicito incluso la Cina fra i governi “non ostili” e dunque autorizzati al transito.

I due governi hanno mantenuto contatti regolari dall’inizio della guerra e Pechino ha anche presentato un piano di pace in cinque punti insieme al Pakistan, il Paese che ha concluso l’accordo più concreto e chiaro con Teheran.

 Dal 28 marzo, è consentito il transito di due navi battenti bandiera di Islamabad al giorno.

Non è l’unico caso.

Anche l’India ha negoziato con l’Iran:

petroliere e metaniere di Nuova Delhi hanno attraversato lo Stretto, alcune sono state scortate dopo “intese operative”.

Il governo indiano sostiene che non esiste un accordo generale, coi passaggi negoziati caso per caso.

Ma anche in questo caso le cancellerie europee temono un doppio gioco iraniano.

(Iran, gli Usa e Israele attaccano infrastrutture civili: colpiti un ponte autostradale e un porto)

Quello che è certo giovedì scorso è passata per la prima volta anche una nave con a bordo gas naturale liquefatto della compagnia giapponese “Mitsui OSK Lines”.

Pochi giorni prima, il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Draghici” ha dichiarato che sono iniziate trattative per il passaggio delle navi nipponiche.

 Il Giappone è l’unico Paese del G7 ad aver mantenuto relazioni amichevoli con Teheran, che ha apprezzato la resistenza della premier “Sana Talamici” alla richiesta di inviare navi da guerra a Hormuz, avanzata da Donald Trump.

Ma anche questo caso, non vi è trasparenza sui termini negoziali del transito.

 Un mistero destinato a continuare per giorni.

 

 

 

Stretto di Hormuz: l’Iran può davvero

 imporre legalmente un

 pedaggio per le navi? Ecco

 cosa dice il diritto internazionale.

Greenme.it - Ilaria Rosella Pagliaro – (16 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

 

L’Iran può imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz?

 Cosa dice il diritto internazionale e perché la risposta resta quasi tutta dalla parte del no.

In questi giorni lo Stretto di Hormuz ha preso l’aria storta delle cose che dovrebbero restare aperte e invece finiscono nelle mani di chi vuole farne leva.

Teheran ha rilanciato l’idea di chiedere un pedaggio alle navi in transito, legandolo alla sicurezza del passaggio e al ruolo dei Pasdaran.

 Parliamo di una rotta dove passa circa il 20% del petrolio mondiale, un corridoio strettissimo tra Iran e Oman che regge una parte enorme dell’equilibrio energetico globale.

 

Se si prende sul serio la lettura prevalente del diritto internazionale, la risposta è no, o comunque sta molto vicino al no.

Se si guarda la partita politica, invece, l’Iran prova a spostare il tavolo e a dire che quello stretto, almeno in questa fase, può diventare anche un luogo di pressione, di negoziazione, di ricatto.

 È questo scarto tra regole scritte e forza sul campo a rendere la vicenda molto più pesante di quanto sembri.

 

Teheran prova a trasformare il passaggio più sensibile del mondo in una tariffa.

Sul piano giuridico il nodo sta nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

La Parte III disciplina gli stretti usati per la navigazione internazionale e riconosce il diritto di passaggio di transito, cioè un attraversamento continuo e senza impedimenti.

In pratica, uno Stato rivierasco può regolare il traffico, fissare corsie, imporre misure di sicurezza.

Quello spazio, però, non diventa una cassa dove battere scontrini a ogni nave che passa.

Dentro questo lessico un po’ ostile c’è anche un’altra espressione, passaggio inoffensivo, che vale nel mare territoriale quando il transito non mette a rischio pace, sicurezza e ordine dello Stato costiero.

È una nozione più stretta, e proprio qui si vede perché l’idea del pedaggio fatica a stare in piedi.

 Il guaio, o la furbizia, dipende dall’angolo da cui la si guarda:

Iran e Stati Uniti non hanno ratificato “UNCLOS”, mentre lo hanno fatto circa 170 Paesi e anche l’Unione europea.

 

Teheran sostiene da tempo di avere contestato quel regime in modo costante e prova a ritagliarsi lo spazio del cosiddetto persistente objector, cioè di chi dice:

 quella regola consuetudinaria, per me, non vale allo stesso modo.

È una tesi che circola sul piano giuridico, però non apre automaticamente la porta ai pedaggi.

 Le letture specialistiche continuano a considerare molto debole l’idea di trasformare Hormuz in un casello sovrano.

 

Anche l’”International Maritime Organization” si è mossa in modo piuttosto netto.

 Il 13 aprile 2026 il segretario generale “Arsenio Dominguez” ha richiamato la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz come questione grave e urgente.

 Nei giorni precedenti, l’agenzia dell’Onu aveva già definito un eventuale pedaggio un precedente pericoloso per la navigazione globale.

L’Unione europea ha usato parole molto simili, chiedendo passaggio libero e sicuro nello stretto in linea con il diritto internazionale riflesso in UNCLOS.

 

Le regole esistono, ma il diritto si ferma a metà strada.

Qui arriva la parte meno elegante e più vera:

il diritto del mare scrive, chiarisce, delimita. Poi si ferma. Non esiste un meccanismo automatico che costringa uno Stato a riaprire subito il traffico o a rinunciare a una misura come il pedaggio.

 La contestazione può passare dai tribunali internazionali, dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, dalla pressione diplomatica, dalle sanzioni economiche, dalle missioni navali.

Tutto questo richiede tempo, volontà politica e rapporti di forza.

Nel frattempo il traffico rallenta, i premi assicurativi salgono e le rotte cominciano a piegarsi dove conviene o dove fa meno paura.

 

È anche per questo che la vicenda cambia forma da un giorno all’altro. “Reuters” ha riferito di una proposta iraniana per consentire alle navi di uscire dal lato omanita di Hormuz senza rischiare attacchi, dentro una trattativa più ampia con Washington.

 È ovvio che Teheran stia trattando lo stretto come una leva negoziale viva, da allentare o stringere a seconda del momento.

Sul piano giuridico i margini restano stretti. Sul piano politico, invece, quella leva produce effetti immediati.

Quindi sì, la domanda ha una risposta abbastanza chiara. L’Iran difficilmente può imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz in modo compatibile con la lettura prevalente del diritto internazionale, secondo il testo di UNCLOS, secondo la posizione dell’IMO e secondo quella dell’Unione europea.

 Il punto, però, è un altro:

tra ciò che il diritto consente e ciò che uno Stato prova a fare in pratica c’è di mezzo il mare.

E il mare, quando ci passano petrolio, gas e navi di mezzo mondo, non aspetta che gli avvocati finiscano di discutere.

 

 

 

 

Gli Usa chiudono

lo Stretto.

Ilmanifesto.it - Francesca Luci – (15 – 04 – 2026) – Redazione – ci dice:

La guerra grande Hormuz, scatta il blocco navale americano, ma qualche nave riesce a passare.

 L’allarme del Fmi: «A un passo dalla recessione globale.»

Che Liberazione!

Petrolio alle stelle, crisi energetiche in Asia e milioni di persone a rischio povertà sono il risultato di un’inutile guerra che voleva debellare il potere dispotico iraniano.

 Il blocco navale americano e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno mettendo a rischio l’economia mondiale.

 

Trump sostiene che gli iraniani siano «desiderosi di negoziare» e che «ci abbiano chiamato loro, vogliono un accordo».

 L’Iran non smentisce, ma precisa di essere disposto a negoziare solo nel rispetto del diritto internazionale.

Il blocco navale statunitense lungo l’intera costa iraniana, entrato ufficialmente in vigore dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, si è sovrapposto alla chiusura già operata dall’Iran, generando uno shock sistemico che i mercati internazionali non vedevano dai tempi della crisi del 2008.

Gli Usa hanno mosso la marina militare e annunciato il rientro di sei navi che avevano provato a passare, la Bbc afferma invece che secondo i dati di tracciamento, altre quattro sarebbero riuscite a uscire al Golfo. Un braccio di ferro pericoloso.

NELLE PRIME due settimane di aprile gli arrivi di greggio in Asia sono crollati da una media di 13,4 milioni di barili al giorno a soli 4 milioni.

 Il vuoto del petrolio mediorientale viene parzialmente colmato dai carichi provenienti dal bacino atlantico, ma le raffinerie asiatiche li stanno acquistando in volumi record, sottraendoli alle destinazioni abituali in Occidente.

 Il risultato è un cortocircuito globale delle forniture che gli analisti definiscono senza precedenti per velocità e portata.

L’”Agenzia Internazionale dell’Energia” ha definito il ripristino del flusso attraverso Hormuz «la singola variabile più importante per alleviare la pressione su energia, prezzi e economia mondiale».

 

Le conseguenze più immediate si avvertono nei paesi che dipendono più direttamente dalle importazioni mediorientali.

Le Filippine, l’Indonesia e il Vietnam hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale.

L’Australia ha dovuto sbloccare le riserve strategiche di carburante.

 

Un rapporto dell’”Undp”, il “programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo”, lancia l’allarme:

 il triplice shock generato dall’inaccessibilità dell’energia, dall’aumento dei prezzi alimentari e dalla recessione economica legata al conflitto rischia di spingere 32,5 milioni di persone nella povertà assoluta in 162 paesi.

Non si tratta di proiezioni astratte.

 L’aumento del petrolio si trasmette rapidamente ai fertilizzanti, ai trasporti e alla produzione alimentare, colpendo prima e con più forza i paesi a basso reddito già alle prese con inflazione elevata e riserve valutarie esigue.

 

IN EUROPA e negli Stati uniti la crisi si annuncia come un’onda che arriverà con qualche settimana di ritardo, appena si esauriranno le ultime petroliere partite prima del blocco.

 Se il conflitto dovesse protrarsi oltre i tre mesi, gli analisti paventano problemi seri per il carburante per aerei, uno scenario che avrebbe ricadute a cascata su commercio, turismo e logistica globale.

 

Il blocco navale statunitense ha l’obiettivo dichiarato di tagliare la principale fonte di reddito di Teheran per costringere la leadership a tornare al tavolo negoziale e accettare le condizioni americane.

 

LA CASA BIANCA ritiene comunque che l’Iran non possa reggere a lungo una simile pressione.

 Teheran, però, dispone ancora di riserve di greggio già stoccate in mare e ha beneficiato della temporanea revoca parziale delle sanzioni, che le ha permesso di accumulare un certo cuscinetto finanziario.

La stima più diffusa è che il Paese possa resistere circa tre o quattro settimane prima che la situazione diventi critica.

 In passato, Teheran ha spesso smentito le previsioni sulla propria resilienza.

 

Se i prezzi del petrolio e del gas dovessero aumentare del 100-200% rispetto ai livelli di gennaio e rimanere a quel livello fino al 2027, la crescita globale scenderebbe al 2%, «a un passo dalla recessione globale», come ha suggerito il consigliere economico del Fondo Monetario Internazionale, “Pierre-Olivier Gourinchas”.

Ieri il Fmi ha presentato l’atteso “World economic outlook”, le previsioni mondiali fino al prossimo anno:

crescita rallentata e aumento dell’inflazione ovunque, «già oggi lo shock è paragonabile a quello del 1974», ha detto Gourinchas.

Comunque c’è già un vincitore: la Russia con una crescita prevista all’1,1% nel 2026 proprio grazie all’aumento del petrolio e alla sospensione temporanea di alcune sanzioni.

 

NEL FRATTEMPO i negoziati procedono a singhiozzo.

Sembra che il principale nodo della discordia sia la durata della sospensione dell’arricchimento dell’uranio.

 Washington chiede vent’anni e lo smantellamento degli impianti; Teheran offre cinque anni e la diluizione – non la cessione a terzi – dell’uranio arricchito.

 

Mentre i politici mercanteggiano, la distruzione di almeno 763 scuole e 316 strutture sanitarie racconta una storia di devastazione civile senza precedenti in Iran.

 Secondo una stima preliminare, l’entità dei danni alle infrastrutture civili è stimata in 270 miliardi di dollari.

 La capitale Teheran è stata colpita duramente, nelle sue zone densamente popolate.

 

L’Iran ha avviato anche una serie di contatti diplomatici con paesi chiave – Francia, Germania, Arabia Saudita, Oman e Qatar – informandoli nel dettaglio della propria posizione negoziale e delle proposte avanzate agli americani.

L’obiettivo è fare pressione indiretta su Washington attraverso intermediari influenti e diversificare i canali diplomatici, oltre che diminuire la dipendenza dal solo formato bilaterale con gli Usa e riportando in gioco l’Europa, finora marginalizzata da Trump.

 La scadenza del cessate il fuoco, fissata al 21 aprile, incombe come un orologio che ticchetta.

 Il confine tra accordo storico e catastrofe globale non è mai stato così sottile.

Israele, impunità perpetua:

tornano in uniforme

i soldati stupratori.

Ilmanifesto.it - Eliana Riva – (17 – 04 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Israele. Trattati come eroi in tv e dalla politica, i cinque militari israeliani richiamati in servizio dal capo di stato maggiore Zamir.

Sono stati pienamente reintegrati i cinque soldati israeliani che hanno abusato di un detenuto palestinese all’interno del centro di torture di “Sde Teiman”.

 Le telecamere di sicurezza li avevano ripresi mentre afferravano un uomo sdraiato tra gli altri faccia a terra e lo aggredivano circondati dagli scudi dei colleghi affinché non si registrasse l’abuso.

 Ma la violenza è stata tale da costringere i medici a un intervento d’urgenza per salvare la vita del prigioniero palestinese.

 Sono stati proprio i sanitari a denunciare l’orrore che si era scatenato su quell’uomo, arrivato in ospedale in fin di vita, con polmone e intestino perforati e una lacerazione rettale da oggetto appuntito.

 

L’UNICA A PAGARE è stata la procuratrice militare “Lifta Tomer-Yerushalmi”, arrestata per aver diffuso il video dello stupro.

 La fuga di notizie è stata poi utilizzata dal procuratore che l’ha sostituita per motivare l’archiviazione delle indagini.

 La cancellazione del processo non assolve gli imputati né esclude che si siano macchiati di un crimine così orrendo, eppure tale consapevolezza non basta a tenere i cinque soldati torturatori lontani dai prigionieri palestinesi.

 Torneranno anzi al loro posto, come se nulla fosse accaduto, forti non solo dell’impunità per il crimine commesso ma coperti dell’immunità totale, garantita dal governo, dall’avvocatura dell’esercito e dai vertici militari.

A ordinare il reintegro è stato personalmente il capo di stato maggiore “Eyal Zamir”, prima ancora che si chiudessero ufficialmente le indagini. Dal suo punto di vista, le prove mediche e visive della violenza, la mancanza di un’assoluzione e l’indagine di comando ancora in corso «non impedisce loro di continuare a prestare servizio».

È un invito alla brutalità e allo stupro rivolto indirettamente a tutti i soldati israeliani, che hanno visto i colleghi della” Force 100” osannati, ammirati, definiti «eroi» e invitati dalle radio e le tv più seguite del Paese.

Proprio in questi giorni, l’organizzazione “Euro-Med Human Rights Monitor “ha pubblicato un nuovo report dal titolo «Un altro genocidio dietro le mura», che documenta l’uso diffuso della violenza sessuale contro i palestinesi rinchiusi negli istituti di detenzione israeliani.

 Le testimonianze ottenute da “Euro-Med “indicano che stupro e violenza praticata sui genitali dei detenuti rientra in una politica sistematica di assalto sessuale e tortura volta all’umiliazione deliberata, l’inflizione di danni fisici e psicologici permanenti e la compromissione della capacità riproduttiva.

Molti uomini, ex detenuti, hanno raccontato di essere stati violentati più volte e da molti militari insieme, sotto lo sguardo delle guardie di sicurezza.

 

CANI, BASTONI DI FERRO, oggetti appuntiti, ugelli di estintori hanno provocato lesioni gravi, a volte permanenti, tra cui la perdita delle funzioni riproduttive o escretorie, la rimozione dei testicoli.

Anche se le testimonianze delle donne sono più difficili da raccogliere, non manca chi ha scelto di raccontare.

È prassi comune promettere di stuprare figlie e nipoti, umiliare fisicamente le prigioniere, registrare la violenza sessuale con i telefoni e minacciare di rendere pubblici i video.

 

OGGI, NELLA GIORNATA internazionale di solidarietà con i prigionieri palestinesi, più di 9.600 palestinesi sono imprigionati nelle strutture israeliane.

 Una massa umana segnata da un’espansione repressiva senza precedenti.

Tra essi, 86 donne e circa 350 minori, di cui 180 bambini sottoposti alla detenzione amministrativa.

Questa carcerazione senza accuse né processo ha subito un’impennata verticale, raggiungendo i 3.532 casi, che colpiscono ogni strato della società civile: dagli studenti ai giornalisti, dai medici ai parlamentari, fino ai familiari dei detenuti stessi.

A questa zona grigia del diritto si aggiungono 1.251 persone classificate come «combattenti illegittimi», cifra che esclude quanti sono stipati nei centri militari e centinaia di palestinesi rapiti a Gaza, di cui non si conosce la sorte.

 

Nelle celle, le condizioni di salute sono precipitate;

le politiche di tortura e l’abuso medico sistematico hanno fatto crescere a dismisura il numero dei detenuti malati e feriti.

Il bilancio delle morti in custodia dal 1967 è salito a 326 vittime, di cui 89 solo negli ultimi due anni e mezzo.

Rimane poi l’incognita su decine di scomparsi da Gaza e su 97 salme che le autorità continuano a trattenere, negando persino la sepoltura.

 

ANCHE IERI i militari hanno sequestrato un corpo, quello del 17enne “Mohammad Murad Rayyan “, ucciso in un raid nel villaggio palestinese di “Bei Ducci,” a nord-est di Gerusalemme.

 È il secondo minore palestinese ammazzato in un giorno:

“Saleh Badai”, di soli nove anni, è stato colpito a morte nel quartiere Baitou.

 Il bilancio di giovedì a Gaza è di quattro vittime.

 

Ieri, per la prima volta dal cessate il fuoco, il capo-negoziatore di Hamas, Khalil al-Haya, ha incontrato al Cairo Arye Light Stone, consigliere del presidente Usa Trump, membro del cosiddetto Board of Peace.

Al-Haya ha dichiarato che il movimento non intende parlare della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco, e quindi del disarmo, prima che Israele completi la fase 1 interrompendo i massacri.

Tel Aviv, al contrario, ha minacciato il gruppo di riprendere i bombardamenti a tappeto.

 

 

 

Stretto di Hormuz, perché la

 riapertura non cancellerà per

magia i danni di oltre

un mese di guerra.

Wired.it – Joumana Naim – (08 – 04 – 2026) – Redazione -ci dice:

Il cessate il fuoco dovrebbe sbloccare il passaggio nello snodo strategico dopo settimane di stallo, ma per tornare alla normalità ci sarà comunque da aspettare.

Con il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti dovrebbe riaprire lo stretto di Hormuz.

Cosa succede con la riapertura dello stretto di Hormuz.

Nella notte tra martedì e mercoledì, mentre il mondo tratteneva il fiato, la notizia di un cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran, e della potenziale riapertura dello stretto di Hormuz ha suscitato un sospiro di sollievo collettivo.

Ma dopo un blocco durato oltre un mese, la crisi del trasporto marittimo globale non si risolverà immediatamente.

 

Gli effetti del blocco di Hormuz.

"Il traffico attraverso Hormuz è calato di circa il 95% [durante il conflitto].

Di conseguenza, i prezzi hanno subìto un'impennata:

 non solo per il greggio, ma anche per i prodotti raffinati come il carburante per aerei, il diesel e il gasolio", spiega “Carsten Ladekjær”, amministratore delegato di “Glander international bunkering”, azienda specializzata nella fornitura di carburante e lubrificanti all'industria marittima mondiale.

 

L'impatto non è stato uniforme a livello geografico.

 I paesi che dipendono fortemente dall'energia mediorientale, soprattutto in Asia, sono stati i più colpiti.

“Ladekjær” spiega che dalla regione arrivano circa il 55% delle importazioni energetiche dell'India, il 50% della Cina, il 93% del Giappone, il 67% della Corea del Sud e addirittura il 70% di Singapore.

 

Nonostante la tregua sembri preannunciare un imminente sblocco di Hormuz, i dettagli fondamentali restano poco chiari.

"Anche con un cessate il fuoco, la riapertura non sarà immediata", afferma “Ladekjær”.

"C'è un arretrato di navi in attesa di partire, e probabilmente ci sarà un processo controllato per determinare chi esce per primo. Sembra che a gestirlo sia ancora l'Iran".

 

La risposta dei mercati energetici.

I mercati dell'energia hanno reagito rapidamente alla sospensione delle ostilità.

 Il prezzo del Brent, il greggio di riferimento per il mercato europeo, è sceso a circa 94 dollari dai 110 toccati all'inizio della settimana, con un calo di circa il 15%.

"I prodotti raffinati come il gasolio e il carburante per aerei sono scesi ancora di più, perché i mercati sono orientati al futuro e tengono conto delle aspettative nel prezzo", afferma “Arne Lohmann Rasmussen”, analista capo e responsabile della ricerca presso “Global risk management”. "Ma siamo ancora ben al di sopra dei livelli pre-guerra, che erano intorno ai 60-70 dollari".

 

Gli arretrati da smaltire.

Nel Golfo persico attualmente sono rimaste circa 1.000 navi, tra cui centinaia di petroliere in attesa di poter transitare.

Al momento in cui scriviamo, più di 800 tra navi da carico e petroliere risultano bloccate, con molte altre in attesa su entrambi i lati dello stretto di Hormuz.

 

In condizioni normali, circa 150 navi attraversano questo collo di bottiglia strategico ogni giorno.

 Secondo gli esperti, per smaltire la coda ci vorrà tempo, poiché le imbarcazioni devono essere esaminate, rifornite di carburante e riposizionate.

 

Le prime navi hanno attraversato lo stretto di Hormuz dopo l'annuncio del cessate il fuoco.

(Credit: Elif Acar via Getty Images.)

(Elif Acar/Anadolu via Getty Images.)

"È un incubo logistico.

Non sappiamo ancora quale sarà la capacità attuale, soprattutto dal punto di vista della sicurezza", osserva “Lehman Rasmussen.”

 "Non è una situazione che si può risolvere da un giorno all'altro. Ci sono problemi logistici, di sicurezza e anche di comunicazione".

E anche se il mercato ha già registrato un rimbalzo, questo non significa che i prezzi ai distributori o nei depositi scenderanno immediatamente.

Il carburante già acquistato a prezzi più alti, per esempio, è ancora nel sistema, e ci vorrà tempo prima che arrivino forniture più economiche, sottolinea “Ladekjær”: almeno un mese e in alcuni casi anche di più.

 

"Non credo che torneremo presto ai livelli pre-guerra", aggiunge Ladekjær.

 "Ci sono infrastrutture danneggiate, produzioni interrotte e strozzature in corso".

 

In tutta la regione, le infrastrutture energetiche – tra cui raffinerie, impianti di gas e porti – sono state colpite da attacchi missilistici e da droni.

“Qatar Energy” ha dichiarato lo stato di forza maggiore in relazione ad alcuni contratti di fornitura di gas naturale liquefatto (GNL) dopo le offensive contro le sue strutture;

Saud Aramco ha sospeso le operazioni nella raffineria di Ras Tanara a seguito di un incendio collegato a un'offensiva condotta con i droni; episodi simili sono stati segnalati negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, in Kuwait e in Iraq.

 

Anche nel caso in cui le forniture dovessero ripartire, poi, ci sarebbe da fare i conti con i ritardi.

Le scorte possono aver retto durante la crisi, ma il ripristino dell'offerta non sarà immediato e nel frattempo i prezzi dovrebbero rimanere volatili.

 

"Ci sono anche difficoltà pratiche", precisa Ladekjær.

 "Alcune navi potrebbero aver bisogno di nuovi equipaggi, di carburante o di manutenzione prima di potersi muovere".

 

Secondo gli esperti, il petrolio caricato oggi può impiegare più di un mese per raggiungere l'Asia o l'Europa.

“Lehman Rasmussen” prevede che i prezzi si stabilizzeranno in un punto a metà tra i picchi toccati nelle ultime settimane e i livelli prebellici, sempre che il cessate il fuoco regga.

"Se dovesse fallire, potremmo vedere nuovi massimi", avverte.

 

Ripartire con cautela.

In questa fase, l'industria è ora concentrata sulla valutazione dei danni e sulla ripresa delle attività.

 Le strutture vengono valutate e gradualmente riportate in funzione.

 

Ma come detto, c'è sempre la possibilità che la tregua venga bruscamente interrotta.

Da questo punto di vista, sarà fondamentale capire come le compagnie di navigazione e gli assicuratori decideranno di gestire la sfida.

 "Credo che molti esiteranno a rientrare nello stretto fino a quando non ci sarà maggiore chiarezza, per il rischio di rimanere nuovamente intrappolati", sostiene Lehman Rasmussen.

Per ora, insomma, il cessate il fuoco segna un'evoluzione positiva, ma non un reset.

 I sistemi che spostano l'energia nella regione si stanno riavviando, ma non sono ancora tornati alla piena capacità.

(Questo articolo è apparso originariamente su Wired Middle East).

Lo stretto di Hormuz è stato

riaperto: via libera a tutte

le navi (finché durerà la tregua).

Grenme.it – Marco Chisciotte – (17 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Lo stretto di Hormuz è stato dichiarato aperto al traffico commerciale da Teheran, mentre Trump conferma il blocco navale sull'Iran fino al completamento dell'accordo in negoziazione.

Lo stretto di Hormuz è aperto, il petrolio è in caduta libera e sul tavolo c’è un accordo che potrebbe ridisegnare gli equilibri tra Washington e Teheran.

Tutto nel giro di poche ore, in una giornata che ha il sapore di una svolta.

 

Il punto di partenza è l’annuncio del ministro degli esteri iraniano Draghici su “X”:

in linea con il cessate il fuoco in Libano, lo stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto al traffico commerciale per tutta la durata della tregua, secondo le rotte già coordinate con le autorità portuali e marittime della Repubblica Islamica.

Un segnale distensivo, ma con una cornice precisa: vale finché regge la tregua.

Trump ha raccolto e rilanciato a modo suo, tutto in maiuscolo.

Hormuz è aperto e operativo, ha scritto, ma il blocco navale nei confronti dell’Iran resterà in pieno vigore fino al completamento totale dell’accordo in fase di negoziazione.

E ha aggiunto che il processo dovrebbe andare spedito, perché la maggior parte dei punti è già sul tavolo.

 

THE STRAIT OF HORMUZ IS COMPLETELY OPEN AND READY FOR BUSINESS AND FULL PASSAGE, BUT THE NAVAL BLOCKADE WILL REMAIN IN FULL FORCE AND EFFECT AS IT PERTAINS TO IRAN, ONLY, UNTIL SUCH TIME AS OUR TRANSACTION WITH IRAN IS 100% COMPLETE. THIS PROCESS SHOULD GO VERY QUICKLY IN THAT MOST OF THE POINTS ARE ALREADY NEGOTIATED. THANK YOU FOR YOUR ATTENTION TO THIS MATTER! PRESIDENT DONALD J.TRUMP.

 

Quei punti, almeno in parte, li ha ricostruiti “Axios”:

nell’ambito dell’intesa, Washington potrebbe sbloccare circa 20 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in cambio della rinuncia di Teheran alle proprie scorte di uranio arricchito.

 Una notizia che i mercati hanno metabolizzato immediatamente — e brutalmente.

Il WTI è crollato oltre il 5% a 89,8 dollari al barile, il Brent ha perso il 4,3% fermandosi a 95 dollari.

 

Cosa prevederebbero i negoziati tra Iran e USA?

Tre pagine per provare a chiudere una guerra.

È questo il cuore del negoziato in corso tra Stati Uniti e Iran, di cui “Axios” ha ricostruito i contorni citando fonti dirette.

 

Il documento allo studio è un protocollo d’intesa che tocca i nodi più delicati del dossier iraniano.

 Sul fronte economico, Washington sarebbe pronta a sbloccare circa 20 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati;

in cambio, Teheran rinuncerebbe alle proprie scorte di uranio arricchito e accetterebbe una moratoria volontaria sull’arricchimento nucleare, la cui durata è ancora oggetto di discussione.

All’Iran verrebbe lasciata la possibilità di mantenere reattori di ricerca a scopo medico, ma con un vincolo preciso:

tutti gli impianti nucleari dovranno essere collocati in superficie, senza strutture sotterranee.

 

Resta aperto, invece, il capitolo dello stretto di Hormuz, sul quale le posizioni delle due parti sono ancora distanti.

Un nodo che, viste le ultime dichiarazioni di Trump e Draghici, potrebbe essere trattato su un binario parallelo rispetto al resto dell’accordo.

 

Il prossimo round di trattative è atteso a Islamabad, probabilmente dopodomani. Tre pagine, dunque, ma con ancora qualche riga da scrivere.

 

 

 

Hormuz tra realtà

e finzione.

 Affariinternazionali.it - Fabio Caffo – (24 Marzo 2026) – Redazione - ci dice:

 

Le parole usate per indicare la situazione di Hormuz stanno perdendo il loro significato preciso.

Che vuol dire chiudere o riaprire lo Stretto?

 Può l’Iran (o chi per lui), decidere autonomamente se far passare o no il traffico commerciale mondiale attraverso quella che, Convenzione delle Nazioni Unite del Diritto del Mare (Unclos) alla mano, è una via d’acqua internazionale dove “tutte le navi e gli aeromobili godono del diritto di passaggio in transito, che non deve essere impedito”?

Possono gli altri Stati passare con la forza se questo gli viene impedito? Cosa propone l’Ue per risolvere diplomaticamente la crisi del traffico mercantile secondo un modello già adottato per l’esportazione del grano ucraino?

E qual è, infine, la posizione degli europei “volenterosi” più Giappone e Canada?

Guerra e pace sul mare.

È chiaro che, se non ci fosse un conflitto in atto, la chiusura di Hormuz sarebbe del tutto illegittima.

 Teheran l’ha minacciata per anni e sempre gli è stata opposta la contrarietà al regime dell’ “Un clos”.

Ma ora – a quarant’anni dalla guerra Iran-Iraq – c’è di nuovo un contesto bellico.

Le regole dell’ “Un clos” si sovrappongono perciò a quelle (in gran parte consuetudinarie) del Diritto dei conflitti armati secondo cui lo Stato costiero belligerante può interdire, in uno stretto come Hormuz, il passaggio del nemico nelle sue acque territoriali.

 Oltre gli Stati nemici ci sono però anche quelli neutrali il cui diritto   di passaggio pacifico va rispettato.

 

Il problema si pone, ad esempio, per il minamento delle acque iraniane dello Stretto.

In teoria sarebbe possibile, ma a varie condizioni che, comunque, non ci sono.

Lo Stato belligerante può infatti posare nelle sue acque mine mirate a colpire soltanto obiettivi militari (e tali non sono i mercantili – né nemici né ovviamente neutrali – salvo casi particolari).

 

Ovviamente non è consentito minare il versante opposto delle acque territoriali dello stretto (per Hormuz è quello di Oman che è uno Stato neutrale).

E comunque, va rispettata la libertà di navigazione nelle rotte di accesso, al di fuori dello Stretto, in acque internazionali.

 

Protezione traffico di bandiera.

Nei conflitti come quello in atto i neutrali hanno il diritto di proteggere, navigando in convoglio, i mercantili di bandiera.

L’abbiamo fatto noi, assieme a Stati Uniti e altri Paesi occidentali, durante la Prima Guerra del Golfo.

Allora era però tutto più semplice, perché il nemico dell’Iran era solo l’Iraq.

Ora c’è invece una contrapposizione di Teheran con Stati Uniti e Israele che connota in modo aggressivo la sua posizione verso il resto del mondo, Cina e India escluse.

 

Il fatto è che c’è protezione e protezione.

Può esserci una protezione limitata alla bonifica di specifiche rotte.

Ma anche una protezione di difesa attiva come quella, non offensiva, messa in atto nel Mar Rosso contro gli Houthi, da EUNAVFOR “Aspides”. O infine una condotta mirata ad annientare le minacce al passaggio nello Stretto colpendo preventivamente gli obiettivi militari iraniani.

 

Posizioni europee.

Si spiegano così le riserve dell’Italia e degli altri partner europei a “riaprire Hormuz” in assenza di una decisione delle Nazioni Unite che autorizzi l’adozione di tutte le misure navali necessarie a garantire la libertà di transito.

La recente Risoluzione 2817 (2026) non attribuisce infatti agli Stati poteri coercitivi, ma si limita a riaffermare la libera navigazione commerciale e il diritto di proteggerla.

 

“Nessuno pensa a una missione dell’Italia per forzare il blocco dello Stretto”, ha perciò detto la nostra premier Giorgia Meloni a margine del recente Consiglio Ue in cui è emerso un orientamento contrario a un’escalation.

 

Nella visione dell’Unione, allargare il mandato di “Aspides” a Hormuz vorrebbe anche dire snaturarne la missione in senso bellico, visto che essa si basa sull’applicazione della sola “Un clos” e sul principio di autodifesa.

 

In questo contesto, ha una sua coerenza la proposta dell’Alto rappresentante “Ue” “Kaja Kallas” di replicare nel Golfo il sistema dei corridoi marittimi sicuri per il traffico delle petroliere.

Il modello è quello del “Grain Deal” (accordo sull’export via mare del grano ucraino) del luglio 2022, attuato sotto egida delle Nazioni Unite con il coinvolgimento della Turchia.

Se lo si volesse ripetere a Hormuz, probabilmente bisognerebbe affidare all’Oman un ruolo attivo di garante del passaggio della navigazione neutrale lungo le rotte ricadenti nelle sue acque territoriali.

Le attive neutralità di Muscat sarebbe un fattore decisivo per il suo successo.

 Ma anche Teheran dovrebbe fornire assicurazioni.

 

Una sorta di coalizione di volenterosi è infine quella con cui Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda (cui si sono associate Canada e Giappone) si dichiarano pronti a “contribuire alle iniziative volte a garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto”, secondo un approccio fermo nel ribadire l’applicabilità del quadro politico-diplomatico delle Nazioni Unite e realistico nell’escludere soluzioni belliciste.

(Fabio Caffo).

 

 

 

 

 

Tra guerra e deterrenza. Cosa

 si decide davvero nello

Stretto di Hormuz?

 

Money.it - Redazione – (17 Aprile 2026) – Fabrizio Maranta- Limes – ci dice:

 

Il braccio di mare che tiene in ostaggio il mondo: cosa sta accadendo davvero nello Stretto di Hormuz?

Intervista a Fabrizio Maranta (Limes).

Tra guerra e deterrenza.

Cosa si decide davvero nello Stretto di Hormuz?

Lo Stretto di Hormuz è una delle strette marittime più strategiche del pianeta.

In appena pochi chilometri di mare si concentra un volume enorme del commercio globale di petrolio e gas naturale liquefatto, rendendolo un nodo vitale per la stabilità energetica mondiale.

Ma proprio questa sua centralità lo trasforma anche in un potenziale punto di rottura degli equilibri geopolitici internazionali.

 

Negli ultimi anni, e in particolare nelle fasi di maggiore tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele, lo Stretto è tornato al centro delle preoccupazioni internazionali.

 Minacce di blocco, attacchi indiretti, operazioni militari e pressioni diplomatiche si intrecciano in quello che molti analisti definiscono un “gioco di ombre”, dove ogni mossa può produrre conseguenze globali immediate.

 

Il rischio principale è evidente:

un’interruzione anche parziale del traffico nello Stretto di Hormuz avrebbe un impatto diretto sui prezzi dell’energia, sull’inflazione globale e sulla stabilità economica di numerosi Paesi importatori.

È un equilibrio fragile, in cui la sicurezza energetica si sovrappone alla competizione militare e alla proiezione di potenza delle grandi potenze regionali e internazionali.

 

Al centro di questa dinamica si trova l’Iran, che controlla una delle due sponde dello Stretto e che, in caso di escalation, potrebbe teoricamente tentare di limitarne la navigazione.

Dall’altra parte, Stati Uniti e alleati regionali considerano la libertà di transito una linea rossa strategica, sia per ragioni economiche sia per il mantenimento dell’ordine marittimo internazionale.

 Israele, pur non essendo direttamente affacciato sullo Stretto, si inserisce nel quadro più ampio della competizione con Teheran, contribuendo a un contesto già altamente instabile.

 

Per comprendere meglio le dinamiche in gioco, in questa intervista, abbiamo approfondito il tema con Fabrizio Maranta, giornalista, consigliere scientifico e responsabile delle relazioni internazionali di Limes, rivista italiana di geopolitica.

 Secondo l’analisi degli esperti del settore, lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio commerciale, ma un vero e proprio barometro degli equilibri globali:

quando la tensione aumenta lì, le conseguenze si riflettono rapidamente su scala mondiale.

 

In questo scenario, la vera posta in gioco non è soltanto il controllo di un tratto di mare, ma la capacità di influenzare i flussi energetici globali e, con essi, la stabilità economica e politica dell’intero sistema internazionale.

Un equilibrio che resta precario e che dipende da una combinazione di deterrenza militare, diplomazia e calcolo strategico.

(Fabrizio Maranta).

(Fabrizio Maranta è un giornalista e analista geopolitico italiano, noto per il suo lavoro all’interno della rivista di studi internazionali Limes, uno dei principali riferimenti in Italia per l’analisi geopolitica.

All’interno della redazione di Limes, Fabrizio Maranta svolge il ruolo di responsabile delle relazioni internazionali e contribuisce all’analisi dei principali scenari geopolitici globali, con particolare attenzione ai rapporti tra grandi potenze, alle dinamiche del Medio Oriente e alle trasformazioni dell’ordine internazionale.

Laureato in Scienze Politiche (2003) e con un master in Politiche dell’Unione Europea (2004), tra il 2006 e il 2009 ha insegnato Geografia politica ed economica all’Università Roma Tre. Nell’a/a 2022/23 ha insegnato Storia delle Relazioni internazionali alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito (Viterbo) per conto dell’Università della Tuscia. Tra il 2004 e il 2006 ha collaborato con il Ministero dell’Economia alla definizione della posizione italiana nel negoziato europeo sulle prospettive economico-finanziarie 2007-2013.)

 

 

 

 

Stretto di Hormuz:

verso nuovi scenari.

Analisidifesa.it – (3 Aprile 2026) - Fabio Caffo  in Analisi Mondo – Redazione – ci dice:

Lo status quo di Hormuz non è immutabile.

Le iniziative si rincorrono e si intrecciano in un crescendo che appare confuso.

Quello che è ancora a tutti gli effetti uno stretto internazionale aperto alla libera navigazione in cui vige il “passaggio in transito” secondo l’art. 38, 2 dell’“Un clos” è sotto la pressione incrociata dell’Iran e degli Stati Uniti.

 

A complicare le cose c’è lo stato di guerra tra l’Iran da una parte e USA, Israele e gli altri nemici del Golfo quali Qatar e Kuwait che consente a Teheran di stabilire un’interdizione selettiva del transito.

 

Mentre oltre un migliaio di mercantili sono in attesa di passare e mentre le maggiori economie sono in crescente affanno per i mancati rifornimenti energetici, alcuni Paesi si sono accreditati come amici verso l’Iran.

Le petroliere di Cina, India e Grecia (non dimentichiamo che Atene è tra le prime bandiere mercantili al mondo) attraversano quotidianamente lo stretto dal versante iraniano.

Ma anche quelle spagnole:

Madrid ha ottenuto per così dire la benedizione di Teheran perché “rispetta il diritto internazionale”, dopo che il premier Sanchez aveva più volte dichiarato “no alla guerra”.

 

Teheran richiede un pedaggio.

La narrazione iraniana sul blocco dello stretto ai nemici ed ai neutrali non amici (tra i quali ci sono tutti i membri Ue, Italia compresa e Spagna esclusa) si avvia ad assumere nuova veste.

 Il Parlamento iraniano lo scorso 30 marzo ha infatti varato un provvedimento che impone un tributo per il transito in vicinanza delle coste iraniane.

 

Alle rotte approvate dall’IMO ricadenti nei più alti fondali del versante omanita, si sono di fatto sostituite quelle in acque territoriali iraniane.

 

È chiaro che Teheran ha giocato la carta della sicurezza della navigazione garantendola solo ai mercantili sotto il suo controllo.

Ed infatti il sistema di controllo (affidato alle Guardie della rivoluzione) è motivato dall’esigenza di tutelare la Maritime safety e security:

i mercantili riceverebbero un codice per essere autorizzati alla navigazione, dopo aver fornito i propri dati ed aver corrisposto un pedaggio massimo di 2 milioni di dollari.

 

Al momento non sappiamo se questa procedura (che dovrebbe procurare cospicui introiti non dissimili da quelli di Suez) sia destinata a durare a lungo.

Essa sembra finalizzata a mettere al riparo i mercantili dalle insidie di droni e mine che infestano le rotte omanite.

Ma non va dimenticato che discriminare o limitare il transito inoffensivo nelle acque territoriali è vietato dall’ “Un clos”;

la Convenzione (art. 20) stabilisce inoltre che” Nessuna tassa può essere imposta alle navi straniere per il solo motivo del loro passaggio attraverso il mare territoriale”.

 

Washington immagina la riapertura con la forza di Hormuz.

L’idea degli Stati Uniti di usare la forza per ristabilire la libertà di navigazione nello stretto potrebbe concretizzarsi a breve quando entreranno in azione i marines destinati a neutralizzare le difese iraniane costiere dello stretto.

Dichiarazioni in merito del presidente Trump si susseguono.

Varie opzioni militari sono però ancora sul campo.

All’intenzione di riaprire flusso energetico la cui restrizione rischia di strozzare l’economia mondiale, si affianca però la considerazione che dovrebbero essere gli Stati interessati ad intervenire al fianco degli Stati USA.

In sostanza non c’è un orientamento condiviso sulla scelta di sbloccare Hormuz con le armi.

Se il Consiglio di sicurezza funzionasse regolarmente, sarebbe stata emanata di certo una risoluzione coercitiva autorizzando tutti gli Stati a far uso di tutti i mezzi necessari per ristabilire la libertà di navigazione.

 

Coalizione volenterosi a guerra finita.

In parallelo con i piani militari statunitensi si è palesata (sembra che a suggerirla sia stata il segretario Nato Rutte) una coalizione di volenterosi.

  Lo scorso 19 marzo a margine del Consiglio Ue, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda (cui si sono associate Canada e Giappone) si sono dichiarate pronti a “contribuire alle iniziative volte a garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto”, secondo un approccio fermo nel ribadire l’applicabilità del quadro politico-diplomatico delle Nazioni Unite e realistico nell’escludere soluzioni belliciste.

 

L’iniziativa verrebbe messa in atto soltanto al termine delle ostilità.

 La cornice giuridica è la Risoluzione 2817 (2026), che in accordo col diritto internazionale afferma al para 7 l’incondizionata libertà di navigazione ed il diritto degli Stati di proteggere i mercantili di bandiera.

 

A mano a mano il numero dei sostenitori è aumentato sino a 35, comprendendo anche -come per la Coalizione per l’Ucraina- Australia, Nuova Zelanda, Paesi del Golfo ed Ue, Nigeria, Cile ma non Spagna, Serbia ed Ungheria né, ovviamente, gli USA.

 

Ieri il presidente francese Emmanuel Macron è intervenuto sul tema affermando che “alcuni difendono l’idea di liberare lo Stretto di Hormuz con la forza tramite un’operazione militare, una posizione talvolta espressa dagli Stati Uniti, sebbene in modo variabile, ma questa non è mai stata l’opzione che abbiamo sostenuto perché è irrealistica.

Ci vorrebbe un’eternità e esporrebbe tutti coloro che attraversano lo stretto ai rischi non solo da parte dei guardiani della rivoluzione, ma anche ai missili balistici”.

 

 Il ruolo dell’Oman.

 

A breve si conosceranno gli esiti del vertice della Coalizione convocato dalla Gran Bretagna.

Il nodo da sciogliere sta nell’accettare le richieste USA di un intervento militare immediato per sbloccare Hormuz, oppure -come Londra propone sinora- un’operazione a guerra finita di bonifica delle rotte e di protezione del traffico come avviene a “Bab el Mandeb”.

 

Ma c’è molto di non detto nelle pressioni che sicuramente vengono dal mondo dello shipping internazionale per ristabilire le rotte del commercio internazionale, nonché da Cina ed India quali Paesi più penalizzati.

Egualmente non ben chiara è la posizione dell’Oman – quale titolare delle acque territoriali che fronteggiano quelle iraniane – rispetto alle varie opzioni sul tappeto, anche se è positivo che circolino già voci su un’intesa con l’Iran per monitorare la sicurezza del traffico mediante un protocollo congiunto.

Tra le soluzioni in esame c’è quella di stabilire nuove rotte di traffico controllate da entrambi i Paesi.

 

Nella notte scorsa tre navi omanite hanno attraversato lo Stretto di Hormuz al di fuori del “corridoio autorizzato” iraniano, nei pressi dell’isola di L’arak.

È quanto risulta dai dati di tracciamento monitorati dalla rivista specializzata ‘Lloyd’s List’.

 

Il convoglio è composto da due grandi petroliere e una nave per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) che navigano “insolitamente vicino alla costa omanita”, secondo la testata britannica.

Se le navi completassero il passaggio, sarebbero le prime imbarcazioni, tracciate con il sistema di identificazione automatica (AIS) attivo, ad attraversare lo Stretto – riferisce Al Jazeera – senza utilizzare il corridoio iraniano in quasi tre settimane.

 

Certo è che in futuro, se mai si volessero ristabilire i corretti principi del diritto internazionale, si dovrebbe trasformare la Coalizione a guida della Gran Bretagna in un gruppo di Paesi che si impegnino a garantire il regime internazionale di passaggio attraverso Hormuz.

 

Una sorta di accordo non Binding che possa costituire, perdurando la paralisi del Consiglio di sicurezza, la cornice per una cooperazione permanente e strutturata tra le Marine degli Stati interessati, come in parte già fatto con EMASOH, l’iniziativa a guida francese dedicata, prima dell’attuale crisi, alla sicurezza dello stretto cui l’Italia ha contribuito con proprie unità navali.

 

 La posta in gioco.

La posta in gioco è la energy security energetica di molti Stati (Italia compresa per il gas proveniente dal Qatar) dipendenti dalla produzione di idrocarburi dei Paesi del Golfo, nonché l’export verso di essi.

 

Ma lo scenario è molto più ampio e drammatico di quanto non sembri: la chiusura di Hormuz rischia di influenzare i transiti attraverso “Bab el Mandeb” e Suez, isolando il Mediterraneo a tutto vantaggio delle rotte dal Capo di Buona Speranza, in prospettiva, anche artiche.

 

Ieri l’Alta rappresentante “Ue” “Kaja Kallas” ha affermato che la missione navale europea Aspide “deve essere ampliata”, dopo la riunione convocata dalla ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper con oltre 40 paesi sulla crisi dello stretto di Hormuz.

 

In un messaggio pubblicato su” X”, ha ringraziato Cooper per aver riunito più di 40 paesi sul tema, definendo Hormuz “un bene pubblico globale”.

Secondo l’Alta rappresentante, “all’Iran non può essere consentito di far pagare ai paesi una taglia per lasciar passare le navi”, perché “il diritto internazionale non riconosce sistemi di pagamento per il transito”.

 

“Kallas” ha spiegato che durante il confronto sono state esaminate misure diplomatiche, economiche e di sicurezza per ristabilire un passaggio sicuro, insieme a un lavoro coordinato con l’industria dello shipping.

 

 

 

Come gli Stati Uniti stanno

"bloccando" lo Stretto

di Hormuz.

Informazionimarittime.com – (16 - 04 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

In realtà, più che un blocco la recente iniziativa statunitense somiglia a un'operazione di controllo del traffico e scorta delle navi energetiche.

Sarebbero state circa 15 le navi militari statunitensi che nella notte di mercoledì hanno avviato il blocco navale dello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, con l'obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza della navigazione dopo il fallimento del primo round di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran a Islamabad.

 Lo stretto, da cui transita circa un quinto (20%) del greggio mondiale, resta di fatto aperto ma fortemente limitato dal punto di vista operativo, con un traffico marittimo drasticamente ridotto.

 

Il Comando centrale delle forze armate statunitensi in Medio Oriente ha affermato stamattina che da inizio settimana le navi da guerra statunitensi a est dello stretto hanno bloccato dieci navi, tornate poi verso i porti iraniani, e che ad oggi nessuna nave ha superato il blocco.

In realtà lo Stretto di Hormuz non è del tutto chiuso.

Per riuscirci gli Stati Uniti dovrebbero avvicinarsi troppo alle coste iraniane, esponendosi al fuoco nemico.

Questo blocco consiste quindi in uno schieramento di navi da guerra a est dello stretto, così da impedire alle navi di raggiungerlo o di proseguire dopo averlo attraversato da ovest a est.

 

Secondo le informazioni diffuse nei giorni successivi all'annuncio, l'operazione americana si è progressivamente evoluta da ipotesi di blocco navale a una missione più ampia di controllo e sicurezza dei traffici, con attività di pattugliamento, monitoraggio e possibile scorta delle petroliere.

Washington ha confermato l'intenzione di intercettare e ispezionare le navi sospettate di versare pedaggi o contributi alle autorità iraniane, mentre restano allo studio operazioni di sminamento per garantire la riapertura in sicurezza delle rotte.

 

Sul piano diplomatico, emergono tuttavia differenze tra gli alleati occidentali.

Il primo ministro britannico “Keri Stormer” ha chiarito che «il Regno Unito non sostiene un blocco navale dello Stretto di Hormuz», pur confermando la disponibilità a contribuire a iniziative di sicurezza marittima e protezione delle rotte commerciali.

 Questo segnala una possibile frattura nell'approccio tra Stati Uniti e partner europei, più orientati a garantire la libertà di navigazione che a sostenere misure di interdizione.

 

Nel frattempo, la situazione sul campo si è ulteriormente deteriorata. L'Iran ha rafforzato il proprio dispositivo militare lungo la costa meridionale, dispiegando unità navali, batterie missilistiche e forze speciali.

 I Pasdaran hanno ribadito di considerare lo stretto sotto il proprio «pieno controllo» e hanno avvertito che qualsiasi avvicinamento ostile sarà considerato una violazione del cessate il fuoco, con una risposta immediata.

Dal punto di vista operativo e logistico, le conseguenze sono già evidenti:

il traffico di petroliere e navi commerciali nello stretto è crollato di oltre il 90 per cento rispetto ai livelli normali;

centinaia di unità restano in attesa nelle acque del Golfo o vengono dirottate verso rotte alternative;

i premi assicurativi "war risk" sono aumentati drasticamente, in alcuni casi di oltre dieci volte;

diversi armatori stanno sospendendo i transiti o ricorrendo a soluzioni logistiche alternative, come corridoi terrestri o porti fuori dal Golfo.

 

In questo contesto, prende sempre più corpo l'ipotesi che la missione americana possa evolvere in un sistema strutturato di convogli scortati, sul modello di precedenti operazioni nel Golfo, per garantire il passaggio delle navi energetiche.

Tuttavia, un simile scenario comporterebbe un ulteriore livello di escalation militare.

 

La crisi nello Stretto di Hormuz si conferma dunque non solo come un confronto geopolitico, ma come una “disruption logistica globale”, con effetti immediati sui mercati energetici, sulle supply chain e sui flussi commerciali tra Medio Oriente, Asia ed Europa.

Stretto di Hormuz, Trump

annuncia la riapertura ma l’Iran

blocca di nuovo tutto: cosa cambia.

 

Quifinanza.it - Claudio Cafarelli - Giornalista e contente manager- (17 Aprile 2026) – ci dice:

 

La ripresa del traffico nel Golfo è durata poco.

Teheran utilizza il controllo di Hormuz come leva negoziale con gli Usa, chiamati ora a imbrigliare il ribelle Israele.

 

Stretto di Hormuz, Trump annuncia la riapertura ma l’Iran blocca di nuovo tutto: cosa cambia.

ANSA: Annunciata la riapertura totale dello stretto di Hormuz.

Punto e a capo.

Dopo che Donald Trump ha annunciato l’ok dell’Iran alla riapertura totale dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, incluse le petroliere, Teheran ha compiuto un altro dietrofront.

 Il motivo:

la prosecuzione degli attacchi da parte di Israele contro Hezbollah (agente di prossimità dell’Iran) in Libano e condizioni di tregua non gradite.

In origine la riapertura di Hormuz sarebbe dovuta proseguire per tutta la durata del cessate il fuoco, previsto fino al 21 aprile.

Indice:      

La decisione dell’Iran di (ri)bloccare lo Stretto.

Gli effetti immediati sul prezzo del petrolio.

Perché lo Stretto di Hormuz è strategico

I Paesi più esposti alle forniture del Golfo.

Le trattative tra Stati Uniti e Iran.

La decisione dell’Iran di (ri)bloccare lo Stretto.

Il ripetersi dello schema di chiusura e riapertura dello Stretto di Hormuz non ci deve apparire “folle” o frutto di indecisioni.

In realtà sia gli Usa sia l’Iran hanno chiaro il proprio obiettivo nel Golfo: da un lato Washington vuole ripristinare il controllo dei colli di bottiglia marittimi su cui si fonda la sua egemonia globale, dall’altro Teheran vuole dimostrare di essere l’unico soggetto in grado di governare sulle acque di Hormuz e di poter tenere in scacco la globalizzazione.

 

Per questo, la Repubblica Islamica non cede alle condizioni imposte dagli Usa con alle spalle Israele, il quale continua la sua guerra contro i satelliti iraniani in Medio Oriente, a partire da Hezbollah in Libano.

Una condizione che ha spinto l’amministrazione Trump a chiedere al ribelle alleato di cessare gli attacchi come condizione della tregua con l’Iran.

Ma i veri nemici strategici della regione sono proprio lo Stato ebraico e la Repubblica Islamica.

 Lo stallo e il “valzer” dello Stretto sono dunque destinati a proseguire finché qualcuno non cederà.

 

 

Gli effetti immediati sul prezzo del petrolio.

Nell’immediato, la riapertura dello Stretto aveva determinato un calo del prezzo del petrolio, dopo settimane di tensioni legate al rischio di blocchi nelle forniture.

Il presidente americano Donald Trump aveva sottolineato che “lo Stretto è completamente aperto e pronto per la ripresa del traffico”, pur precisando che il blocco navale nei confronti dell’Iran resta attivo fino alla conclusione delle trattative.

 

Perché lo Stretto di Hormuz è strategico.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più sensibili per il commercio globale.

Attraverso questo passaggio transita circa il 20% del petrolio mondiale, una quota che lo rende centrale per l’equilibrio energetico internazionale.

Quando il traffico nello stretto viene limitato o interrotto, gli effetti si riflettono rapidamente sui prezzi dell’energia. L’impatto non riguarda solo benzina, diesel e gas, ma anche altri settori collegati.

Oltre al petrolio, infatti, transitano fertilizzanti, prodotti chimici e materie prime fondamentali per l’industria e l’agricoltura.

Questo significa che eventuali blocchi possono avere conseguenze su più livelli dell’economia.

 

I Paesi più esposti alle forniture del Golfo.

Gran parte del petrolio che passa dallo Stretto di Hormuz è destinata all’Asia.

Circa quattro quinti dei flussi giornalieri raggiungono Paesi asiatici, con la Cina come principale importatore.

Altri Paesi risultano particolarmente dipendenti dalle forniture del Golfo.

 In Pakistan, ad esempio, si discute di misure per ridurre i consumi energetici, mentre in Thailandia i fondi pubblici destinati a contenere i prezzi dei carburanti sono sotto pressione.

In India, il Medio Oriente rappresenta una quota significativa delle importazioni di petrolio e gas, con effetti diretti anche sui consumi domestici.

 

L’Europa appare meno esposta rispetto all’Asia, ma resta comunque vulnerabile a eventuali crisi energetiche.

Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha ridotto la dipendenza dal gas russo, diversificando le forniture.

Il contesto economico resta complesso, con una crescita limitata e una forte competizione industriale.

 Eventuali tensioni nel Golfo possono quindi incidere indirettamente anche sui mercati europei.

L’Italia produce una quota molto ridotta del proprio fabbisogno di gas, poco superiore al 4%.

Questo rende il Paese fortemente dipendente dalle importazioni.

 

Una parte rilevante delle forniture arriva da Paesi del Golfo, tra cui il Qatar.

Le recenti tensioni hanno però interrotto alcune esportazioni, spingendo il governo a cercare alternative.

Tra i partner principali figura l’Algeria, che copre circa il 30% delle importazioni italiane attraverso il “gasdotto Trans ed”.

Tuttavia, la possibilità di aumentare i flussi è limitata dalla capacità dell’infrastruttura.

 

Le trattative tra Stati Uniti e Iran.

La riapertura dello Stretto avviene mentre proseguono i negoziati tra Stati Uniti e Iran.

 Secondo indiscrezioni, sul tavolo ci sarebbe un accordo che prevede lo sblocco di beni iraniani per circa 20 miliardi di dollari.

 In cambio, Teheran dovrebbe ridurre le proprie scorte di uranio arricchito.

Si tratta di circa 440 chili di materiale al 60%, che potrebbe essere ulteriormente raffinato fino a livelli utilizzabili in ambito militare.

Le trattative non sono ancora concluse e restano aperte diverse ipotesi, tra cui il trasferimento del materiale nucleare verso Paesi terzi sotto controllo internazionale.

Donald Trump.

Stretto di Hormuz tra le mine, petroliera cinese sfida il blocco: gli aggiornamenti.

Dove finisce il petrolio che passa da Hormuz, la rotta verso la Cina.

Iran, ultimatum di Trump per lo stretto di Hormuz e tregua di due settimane.

Gas sui 100 euro se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, Italia tra i Paesi più a rischio.

Stretto di Hormuz bloccato da Trump, navi ferme: le conseguenze per l'Italia.

 

 

 

 

 

Il gigantesco ingorgo.

Lavoce.info - Michele Polo – (09/03/2026) - Energia e ambiente – Redazione - ci dice:

Il blocco dello Stretto di Hormuz ha già provocato rincari di petrolio e gas.

Ma gli effetti sistemici della guerra dipenderanno dalla sua durata e dal suo esito.

L’unica previsione possibile riguarda un’incertezza globale che appare destinata a durare.

(Podcast generato con l’intelligenza artificiale sui contenuti di questo articolo, supervisionato e controllato dal desk de lavoce.info.)

La situazione é spiegata in un’immagine.

 

Le foto satellitari dello Stretto di Hormuz, con i grappoli di navi raccolte nella fascia di mare a Nord e a Sud del collo di bottiglia che nessuna petroliera o portacontainer si arrischia ad attraversare, raccontano in modo sintetico l’effetto che l’attacco degli Stati Uniti e di Israele alla Repubblica Islamica sta provocando sui mercati dell’energia.

 Per quel braccio di mare, in condizioni normali, passa un quinto del petrolio mondiale, e il Qatar è uno dei maggiori esportatori di gas naturale liquefatto.

Questi flussi sono sostanzialmente fermi dall’inizio della guerra, interrompendo un traffico giornaliero che contava circa 80 super-tanker di petrolio e 160 tra cargo e portacontainer.

 

Prezzi in rapido aumento.

 

Per comprendere la portata e l’impatto regionale del blocco è importante tenere conto che circa l’80 per cento del petrolio che transitava dal Golfo Persico si dirigeva verso le grandi economie del continente asiatico, Cina, India, Sud Corea e Giappone.

Queste sono quindi le prime a essere colpite direttamente dall’interruzione delle forniture.

Ma il trasporto di petrolio e di gas naturale, avvenendo via mare, si colloca all’interno di un mercato di dimensione mondiale, propagando il forte squilibrio che si è generato per l’insieme delle transazioni globali. Lo si è visto attraverso il rapido incremento del prezzo del petrolio, aumentato in pochi giorni del 12-15 per cento.

Il gas naturale ha conosciuto un aumento anche maggiore sul mercato olandese TTF, prefigurando la possibilità di una nuova crisi del gas dopo quella del 2021-2023 legata all’invasione dell’Ucraina, dove il crollo delle importazioni europee nasceva dalla decisione di tagliare drasticamente gli acquisti dalla Russia.

Parlando di input energetici primari, l’impatto dei rincari potrà propagarsi, se la guerra non terminerà rapidamente, non solo dal punto di vista geografico ma all’interno delle diverse economie, con una spinta inflattiva potenziale attraverso i diversi settori.

 

La Cina e la perdita di fornitori di petrolio.

Gli effetti, peraltro, appaiono più penalizzanti per i paesi e le aree economiche importatrici nette di input energetici, tra cui l’Europa figura in modo marcato, ma che include anche alcuni paesi asiatici, mentre potrebbero avere un impatto di segno opposto per i paesi esportatori di petrolio e di gas che non si trovino vincolati dal blocco dello Stretto di Hormuz, Stati Uniti e Russia in primo luogo.

La Cina, in poco più di un mese, ha perso l’accesso a due fornitori importanti di petrolio quali il Venezuela e, ora, i paesi del Golfo Persico e in particolare l’Iran.

Pur nell’esercizio difficile di trovare una lungimiranza strategica nelle mosse del presidente americano, questo effetto causato da due scelte unilaterali della Casa Bianca, potrebbe essere una, anche se non l’unica, motivazione.   

L’Europa si trova ancora una volta a fronteggiare una emergenza che mette in luce i limiti di una area economica priva di sufficienti risorse energetiche interne, così come le difficoltà di sviluppare una diversificazione delle fonti che comunque richiede di rivolgersi a un numero limitato di alternative.

 Ridotti drasticamente i flussi dai gasdotti russi, le importazioni di gas naturale liquefatto, più costoso e legato alle tensioni globali del mercato, hanno visto crescere il peso dei flussi dagli Stati Uniti, proprio in una fase dove, in modo disinvolto, i flussi commerciali vengono usati quale arma di pressione politica.

 L’importanza degli attuali squilibri e i loro potenziali effetti sistemici dipenderanno in buona parte dalla durata e dall’esito del conflitto, due fattori sui quali oggi non è possibile fare previsioni.

Se non quella di un mondo stabilmente caratterizzato da una incertezza elevata, alimentata di mese in mese da nuovi eventi e nuovi protagonisti.

 

 

 

Guerra Iran, perché la chiusura

dello Stretto di Hormuz spaventa

 mercati e consumatori.

Wallstreetitalia.com - Mariangela Tessa – (3 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:

Guerra Iran, perché la chiusura dello Stretto di Hormuz spaventa mercati e consumatori.

Il termometro della tensione nel Golfo Persico torna a salire e riporta al centro dello scacchiere globale una domanda che da decenni accompagna ogni crisi con Teheran:

l’Iran sigillerà davvero lo Stretto di Hormuz o la minaccia di farlo resterà un’arma retorica da brandire nei momenti di massimo confronto?

 

Nelle ultime ore il comandante delle Guardie Rivoluzionarie ha dichiarato che Hormuz “è chiuso” e che l’Iran colpirà qualsiasi nave tenti di attraversarlo.

Un avvertimento diretto alle unità mercantili e militari in transito lungo quella che è considerata la più critica “strozzatura energetica” del pianeta.

 Ma dal fronte opposto gli Stati Uniti, tramite “United States Central Command” (Cent-com), citato da Fox News, hanno precisato che “non c’è alcuna prova di un blocco formale” dello stretto.

 

 

Il braccio di ferro si gioca così, ancora una volta, sul filo della deterrenza.

Lo Stretto di Hormuz è la valvola di sfogo di circa un quinto del petrolio mondiale e di una quota rilevante del GNL diretto verso Asia ed Europa. Un’interruzione totale del traffico – anche solo temporanea – avrebbe un impatto immediato sui prezzi dell’energia, sulle catene di approvvigionamento e sulle aspettative inflazionistiche globali.

Le borse reagirebbero in tempo reale; il barile potrebbe registrare fiammate improvvise; le compagnie di navigazione rivedrebbero rotte e premi assicurativi.

 

Indice.

I giganti del container fermano le rotte.

Cosa dicono gli analisti.

GNL sotto pressione, l’ipotesi di uno shock a tre cifre.

Turismo e bollette, l’escalation pesa sulle famiglie italiane.

I giganti del container fermano le rotte.

Al di là delle dichiarazioni, resta il fatto che ogni volta che Hormuz entra nel lessico della crisi, il mercato globale trattiene il fiato.

Perché in quel braccio di mare largo poche decine di chilometri si concentra una delle leve più sensibili dell’equilibrio energetico mondiale. Secondo la “U.S. Energy Information Administration”, nel 2023 attraverso Hormuz sono transitati in media 20,9 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% dei consumi mondiali di liquidi petroliferi. Un’interruzione anche temporanea avrebbe effetti immediati su prezzi dell’energia, inflazione e catene di approvvigionamento.

Il timore dei mercati non è tanto una chiusura totale quanto una sequenza di attacchi mirati o azioni di disturbo capaci di rendere il passaggio troppo rischioso per armatori e assicuratori.

I primi effetti si sono giù visti.

Ieri, la danese “Maersk” ha annunciato la sospensione dei transiti nello Stretto di Hormuz “fino a nuovo avviso”, mettendo in guardia su possibili ritardi nei servizi verso i porti del Golfo.

Analoga decisione da parte della tedesca “Hapag-Lloyd”, che ha fermato le navi in transito per ragioni di sicurezza degli equipaggi.

La francese “CMA CGM” ha disposto per le unità già presenti nell’area di dirigersi verso zone di sicurezza e ha sospeso il passaggio attraverso il Canale di Suez, optando per la circumnavigazione dell’Africa.

Anche “MSC,” primo operatore mondiale nel trasporto container, ha ordinato alle navi nel Golfo di dirigersi verso aree designate come sicure, in attesa di ulteriori sviluppi.

Il risultato è un massiccio reindirizzamento delle rotte attorno al Capo di Buona Speranza, con un allungamento dei tempi di viaggio di 10-15 giorni tra Asia, Medio Oriente, Mediterraneo e costa Est degli Stati Uniti, ma che dei costi assicurativi e logistici.

 

Cosa dicono gli analisti.

“Peter Sand”, chef Analyst della società di intelligence marittima Veneta, avverte che i maggiori costi di trasporto nella regione medio-orientale dovranno essere messi in conto “per tutta la durata del conflitto”.

Non esistono alternative reali al trasporto via mare per i grandi volumi di merci:

 la deviazione delle rotte implica più carburante, più giorni di navigazione e minore disponibilità di capacità, con un inevitabile effetto rialzista sul prezzo di trasporto.

Se i blocchi delle petroliere dovessero anche solo rallentare i flussi energetici, il contraccolpo sui prezzi del greggio potrebbe spingere nuovamente le quotazioni verso quota 80 dollari al barile, alimentando nuove pressioni inflazionistiche in Europa e negli Stati Uniti.

Secondo “Marita Sen”, fondatrice di “Energy Aspects”, una chiusura completa dello Stretto di Hormuz appare poco probabile per via della superiorità militare statunitense.

Più realistico, invece, è uno scenario di attacchi sporadici che rendano il transito troppo rischioso.

È proprio questa incertezza a rendere i mercati “estremamente cauti”: anche senza un blocco formale, basta la percezione del rischio per fermare le navi, far schizzare i premi assicurativi e rallentare la circolazione delle merci.

 

GNL sotto pressione, l’ipotesi di uno shock a tre cifre.

Le simulazioni elaborate da Goldman Sachs indicano che, in caso di stop ai flussi attraverso lo Stretto di Hormuz per circa quattro settimane, le quotazioni del gas in Europa potrebbero impennarsi oltre il doppio dei livelli attuali.

 Attraverso quel corridoio marittimo transita quasi il 20% dell’offerta globale di GNL, in larga parte proveniente dal Qatar:

un’interruzione prolungata comprimerebbe l’offerta disponibile sui mercati europei e asiatici, con rialzi stimati nell’ordine del 130% e valori prossimi ai 25 dollari per milione di Btu, secondo quanto riportato da Bloomberg.

 

Più contenuto, invece, l’effetto sugli Stati Uniti, esportatori netti di gas liquefatto ma con terminal di liquefazione già operativi quasi al massimo della capacità.

Resta infine il nodo dei prezzi al consumo:

lo Stretto rappresenta un passaggio strategico per numerose commodity e, come avverte “Codacons”, un ulteriore shock logistico rischierebbe di trasferirsi a valle lungo la filiera, traducendosi in rincari sui listini al dettaglio.

 

Turismo e bollette, l’escalation pesa sulle famiglie italiane.

L’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente estende i suoi effetti ben oltre l’area interessata, con ripercussioni dirette anche sull’economia italiana.

A preoccupare famiglie e imprese sono soprattutto due capitoli:

viaggi e energia, tra rimborsi a rischio e nuove stangate sulle bollette.

Il blocco degli spazi aerei e di hub strategici come Dubai, Doha e Abu Dhabi sta compromettendo i collegamenti verso Asia e Oceano Indiano. Migliaia di italiani diretti in Thailandia, Maldive e Mauritius rischiano di perdere quanto versato per voli e pacchetti.

Asso-utenti denuncia il proliferare di contenziosi:

diverse agenzie negano rimborsi senza penali in assenza di “alert” ufficiali della Farnesina, ma l’associazione ricorda che la normativa prevede la restituzione integrale in caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione.

 Asso-viaggi Confesercenti stima perdite per oltre 6,4 milioni di euro nel prossimo mese e sollecita interventi urgenti per sostenere il comparto.

 

Sul fronte energetico, l’impennata del gas – con rialzi superiori al 36% e nuovi massimi da febbraio 2025 – alimenta il timore di una nuova stretta sulle bollette.

Secondo “Assium”, i contratti a prezzo variabile subiranno rincari immediati, ma anche quelli a tariffa fissa potrebbero essere rivisti se il trend dovesse consolidarsi.

Le simulazioni parlano chiaro: con un aumento moderato del 10% la spesa annua crescerebbe di 207 euro; con rincari del 20% sul gas e del 15% sull’elettricità l’aggravio salirebbe a 378 euro; nello scenario peggiore, con +30% e +25%, il conto potrebbe arrivare fino a 585 euro in più l’anno per nucleo familiare.

Un effetto amplificato dal fatto che il gas incide direttamente anche sui costi di produzione dell’energia elettrica.

 

 

 

Iran, la guerra in diretta: attacco

contro caschi blu Unifil, ucciso

soldato francese. Teheran

chiude di nuovo Hormuz.

Fanpage.it – (18 APRILE 2026) – Redazione – ci dice:

 

Le ultime news dalla guerra in Iran dopo l’attacco di Israele e USA: il comando militare iraniano afferma di aver nuovamente chiuso Hormuz a causa del blocco statunitense.

Era stato riaperto dopo la tregua in Libano, alcune navi lo hanno attraversato.

Gli aggiornamenti dalla guerra tra Iran, Usa e Israele:

le ultime notizie di oggi, 18 aprile 2026 in tempo reale.

Dopo aver annunciato la riapertura di Hormuz dopo la tregua in Libano, l'Iran fa sapere che lo Stretto tornerà al suo "stato precedente", dopo che gli Stati Uniti hanno deciso di mantenere il blocco navale nella cruciale rotta marittima.

Mastaba Khamenei:

 "Marina Iran pronta a infliggere amare sconfitte".

Trump intanto ha detto che l'Iran avrebbe accettato di sospendere il programma nucleare e ha ribadito che l'uranio arricchito sarà portato negli Usa.

 Poi ha dichiarato che manterrà il blocco dei porti iraniani se non verrà raggiunto un accordo di pace con Teheran, aggiungendo che potrebbe non estendere il cessate il fuoco dopo la scadenza di mercoledì.

 Incertezze su eventuali nuovi colloqui la prossima settimana.

Intanto un soldato francese dell'Unifil è rimasto ucciso e tre sono stati feriti in seguito ad un attacco contro i caschi blu in Libano.

 Lo ha annunciato il presidente Macron: "Tutto lascia pensare che la responsabilità sia di Hezbollah", che però respinge le accuse.

(fanpage.it/live/iran-news-guerra-usa-israele-diretta-live-18-aprile/).

(fanpage.it/).

 

 

 

Disfatta di Trump su Hormuz:

lo stretto cruciale per il transito

di petrolio e gas diventa a pagamento

per la gioia del regime iraniano.

 Ilfattoquotidiano.it - Chiara Brusini – (8 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

In attesa dei negoziati in Pakistan, al momento il risultato di 39 giorni di guerra è che quello snodo si è trasformato da rotta libera a una sorta di protettorato di Teheran che chiede il "pedaggio" in criptovalute.

Il che rischia di incidere anche nel lungo periodo sui prezzi, oltre che sulle relazioni tra Washington e i grandi produttori di idrocarburi del Golfo. Intanto resta il nodo del costo delle polizze e la normalità è ben lontana.

Disfatta di Trump su Hormuz: lo stretto cruciale per il transito di petrolio e gas diventa a pagamento per la gioia del regime iraniano.

Il Fatto Quotidiano.

Il reale punto di caduta si conoscerà solo nelle prossime settimane, a valle dei negoziati a Islamabad in partenza venerdì.

 Di certo c’è che, il giorno dopo l’ennesima clamorosa giravolta di Donald Trump a un’ora e mezza dall’ultimatum oltre il quale aveva promesso di distruggere “un’intera civiltà”, per attraversare lo Stretto di Hormuz serve il permesso dell’Iran.

 Che può concederlo o negarlo a piacimento, come dimostra il nuovo stop annunciato a fronte degli attacchi israeliani contro il Libano.

 E, tra i dieci punti della proposta avanzata martedì, ha inserito anche l’introduzione di una tariffa di transito destinata a finanziare la ricostruzione dopo gli attacchi di Usa e Israele.

Il risultato di 39 giorni di guerra, dunque, è che il passaggio vitale per i transiti globali di gas e petrolio si trasforma da rotta libera a una sorta di protettorato di Teheran, che potrebbe fruttare alla Repubblica islamica una rendita da decine di miliardi di dollari l’anno sotto forma di pedaggi.

 

“Qualsiasi nave che tenti di passare senza permesso verrà distrutta “.

E’ l’annuncio inviato dalla marina iraniana alle migliaia di navi al largo dello Stretto, stando a registrazioni riportate da Financial Times e Wall Street Journal.

A stabilire le condizioni è il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano.

Secondo Hamid Hosseini, portavoce dell’Unione degli esportatori iraniani di petrolio, gas e prodotti petrolchimici, sentito dal Ft, il costo è di 1 dollaro al barile di petrolio – nelle scorse settimane si è parlato di 2 milioni di dollari complessivi per ogni passaggio – da versare in criptovalute al momento del transito.

 

Se il nuovo status quo venisse confermato a valle delle due settimane di cessate il fuoco, lo snodo largo 34 km da cui in tempo di pace transitavano un quinto del totale mondiale del greggio e del gas naturale liquefatto diventerebbe insomma una miniera d’oro per il regime, sopravvissuto agli attacchi israeliani e statunitensi mettendo in campo una nuova leadership altrettanto integralista e repressiva – a certificazione del fallimento del” regime chance” che il 28 febbraio era il primo obiettivo del tycoon.

Per non dire del fatto che il costo del pedaggio verrà con tutta probabilità ribaltato sui consumatori finali.

Che faranno anche i conti con le conseguenze di un’offerta stabilmente più bassa a causa dei danni alle infrastrutture produttive.

 

Hormuz è insomma il simbolo della manifesta sconfitta della strategia statunitense e dei gravi errori di valutazione da parte dell’intelligence che hanno preceduto l’avvio dell’offensiva che ora la Casa Bianca tenta di far passare per un grande successo.

 Un'”umiliazione strategica”, come l’ha definita l’economista Paul Krugman:

Teheran ha dimostrato di avere in mano uno strumento di pressione in grado di mettere in ginocchio l’economia globale per il tramite di una crisi energetica senza precedenti.

 Un’arma potente in vista di trattative di pace che si preannunciano estremamente complicate, visto che i Pasdaran hanno fatto sapere di “non avere fiducia” negli Stati Uniti con la chiosa che “il dito resta sul grilletto “.

 Non solo: il nodo del controllo di Hormuz rischia anche di mettere ulteriormente a rischio le relazioni tra Washington e i grandi produttori di petrolio del Golfo, che hanno visto i propri impianti bombardati come rappresaglia per gli attacchi statunitensi e ora non vogliono saperne di vedere l’Iran acquisire il ruolo di sorvegliante dei traffici nel tratto di mare per cui passano le loro esportazioni di idrocarburi.

Nel frattempo la normalizzazione dei transiti resta comunque un miraggio.

Come ricostruito da Reuters in base a dati della società di monitoraggio navale Kepler, ieri nello stretto c’erano circa 187 petroliere cariche di 172 milioni di barili di petrolio greggio e prodotti raffinati e nell’intero Golfo sono bloccate oltre 1000 navi.

Per smaltirle ci vorrebbero più di due settimane anche in condizioni normali.

 E la fragilissima tregua dichiarata nella notte è insufficiente per ripristinare la fiducia necessaria a far tornare sui livelli precrisi i prezzi delle assicurazioni sui transiti e dunque i volumi del trasporto via mare. Per “Danesin Lee”, responsabile globale della ricerca di Ferman Fuco, specializzata in trasporto e logistica dei fertilizzanti, “molti armatori di alto livello potrebbero aspettare diversi giorni per accertarsi che il cessate il fuoco regga prima di impegnare le proprie navi”, ha aggiunto.

La compagnia di navigazione tedesca Hapag-Lloyd ha per esempio già fatto sapere che continuerà ad “astenersi dal transito” perché “la sicurezza dei nostri dipendenti in mare e a terra è la nostra massima priorità”.

“Anche ipotizzando un cessate il fuoco duraturo, ci vorranno probabilmente mesi prima che i flussi attraverso lo Stretto tornino ai livelli precedenti, il che contribuirà a mantenere i prezzi dell’energia più alti rispetto ai livelli pre-conflitto”, conferma un’analisi di “Moody’s Ratings.2

 

Il “Wall Street Journal” ha chiesto lumi anche agli assicuratori.

Il verdetto di “Neil Roberts,” responsabile del settore marittimo e aeronautico presso la “Lloyd’s Market Association”, che rappresenta i sottoscrittori del Lloyd’s, è che sia altamente improbabile che il commercio nel Golfo riprenda ai livelli normali”.

Infatti “la regione rimane ad alto rischio, perché nessuna delle tensioni sottostanti è stata risolta”.

Quindi i prezzi delle coperture contro i rischi di guerra sono destinati a rimanere a livelli molto superiori a quelli di tempo di pace, nel breve termine.

Con quel che ne deriva per le tasche dei consumatori.

 

 

 

Hormuz riapre sotto tregua:

energia, shipping e diplomazia

in equilibrio instabile

 Adriaeco.eu – (18 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

La riapertura dello Stretto di Hormuz, annunciata da Teheran per tutta la durata del cessate il fuoco in vigore fino al 21 aprile, riattiva uno snodo da cui transita circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, pari a un valore stimato attorno ai 600 miliardi di dollari.

 Un passaggio cruciale per i mercati energetici globali, che hanno reagito con un immediato calo delle quotazioni, ma che resta inserito in una cornice di forte incertezza operativa e politica.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Draghici, ha formalizzato l’apertura “completa” del transito commerciale lungo rotte coordinate dall’Organizzazione portuale e marittima iraniana.

 Da Washington, il presidente Donald Trump ha rivendicato il risultato come un successo negoziale, spingendosi ad affermare che lo Stretto “non sarà più utilizzato come arma”, pur confermando il mantenimento del blocco navale statunitense verso i porti iraniani.

Dal punto di vista energetico, la riapertura consente in linea teorica la ripresa dei flussi di greggio e GNL dal Golfo Persico verso Asia, Europa e Stati Uniti.

Tuttavia, il quadro resta incompleto: centinaia di navi e circa 20mila marittimi risultano ancora in attesa di attraversamento, segnale che la normalizzazione sarà progressiva.

Un nodo centrale riguarda i circa 30 miliardi di dollari di entrate iraniane congelate, legate all’export di idrocarburi sotto sanzioni.

 Il loro possibile sblocco rientra nel negoziato più ampio con Washington, insieme al dossier nucleare.

Sul tavolo, secondo indiscrezioni, figura un’ipotesi di accordo da circa 20 miliardi in cambio della cessione di 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, parte di uno stock complessivo di circa 2 tonnellate.

 Restano aperte diverse opzioni tecniche:

trasferimento all’estero, diluizione sul territorio iraniano o gestione tramite Paesi terzi sotto supervisione internazionale.

Sul piano dello shipping, la riapertura è condizionata da vincoli stringenti.

I transiti sono autorizzati solo lungo rotte considerate sicure da Teheran e sotto il coordinamento del Corpo delle Guardie rivoluzionarie.

 Le navi militari restano escluse, mentre quelle commerciali — incluse unità statunitensi non militari — potrebbero essere ammesse caso per caso.

Resta incerta l’operatività piena del” Traffic Separation Scheme” (TSS), il sistema di corridoi utilizzato dalla navigazione internazionale fin dagli anni Settanta.

Tra le ipotesi negoziali avanzate, emerge anche la possibilità di garantire il passaggio lungo il lato omanita dello Stretto, riducendo il rischio di contatto diretto con le acque controllate dall’Iran.

Un primo segnale concreto arriva dal traffico passeggeri:

 la nave da crociera” Celestiale Discovery” ha attraversato lo Stretto dirigendosi verso il mare aperto, seguita dai movimenti preparatori di altre unità rimaste bloccate nel Golfo, tra cui MSC Eurabia e Mei Schiff 4.

Tuttavia, gli operatori mantengono un approccio prudente: diverse compagnie dichiarano di non voler essere le prime a riprendere transiti su larga scala.

Il principale fattore di rischio resta la sicurezza marittima.

Teheran ha segnalato la possibile presenza di mine nello Stretto, mentre fonti statunitensi invitano alla cautela.

Lo stato effettivo della minaccia non è ancora chiaro, nonostante le dichiarazioni di Trump secondo cui l’Iran, con supporto americano, starebbe procedendo alla rimozione degli ordigni.

Le associazioni del settore, tra cui Pimco, sottolineano l’incertezza operativa, mentre l’”Organizzazione marittima internazionale” sta verificando la conformità della riapertura ai principi di libertà e sicurezza della navigazione.

In questo contesto, il ruolo delle assicurazioni diventa determinante: premi elevati e clausole restrittive continuano a frenare la ripresa immediata dei traffici.

La riapertura di Hormuz si inserisce in una tregua più ampia che coinvolge indirettamente anche il “teatro israele-libanese, ma che — secondo le dichiarazioni statunitensi — non è formalmente subordinata a esso.

Resta il fatto che l’equilibrio è temporaneo: la scadenza del cessate il fuoco il 21 aprile rappresenta una deadline ravvicinata.

Teheran ha già avvertito che il mantenimento del blocco navale statunitense potrebbe essere interpretato come una violazione dell’accordo, con la conseguente possibilità di una nuova chiusura dello Stretto.

Una minaccia credibile, che mantiene elevato il premio di rischio geopolitico incorporato nei mercati energetici.

Sul piano politico, il negoziato resta fluido.

Washington parla di accordo “vicino”, mentre le divergenze su nucleare e sanzioni persistono.

Le dichiarazioni pubbliche, spesso divergenti, riflettono una trattativa ancora in corso, in cui Hormuz rappresenta al tempo stesso leva e barometro.

La riapertura dello Stretto rappresenta un segnale positivo per il commercio globale e per la stabilità dei mercati energetici, ma non segna ancora un ritorno alla normalità.

Piuttosto, configura un equilibrio a termine, sostenuto da una tregua limitata e da condizioni operative restrittive.

Per armatori, trader e governi, la rotta resta aperta ma vigilata.

E soprattutto reversibile.

In un contesto in cui la sicurezza marittima, la diplomazia nucleare e la competizione strategica si intrecciano, Hormuz continua a essere non solo un passaggio geografico, ma un indicatore sensibile della stabilità globale.

 

 

 

Guerra all’Iran.

Stretto di Hormuz, sempre

 più navi operano nell’ombra.

Rsi.ch – (27 MARZO 2026) – Redazione – ci dice:

Le imbarcazioni spengono i transponder e occultano le proprie attività - Nel frattempo, Teheran vuole introdurre pedaggi per il transito.

Una nave trasportante petrolio in fiamme, dopo un attacco iraniano, vicino a Bassora, in Iraq

Una nave trasportante petrolio in fiamme, dopo un attacco iraniano, vicino a Bassora, in Iraq.

 

Lo stretto di Hormuz è il passaggio marittimo più pericoloso del mondo.

 Dall’inizio della guerra con l’Iran, un mese fa, venti navi mercantili commerciali sono state attaccate e danneggiate.

Diversi membri degli equipaggi hanno perso la vita.

Gli attacchi con droni e missili si sono concentrati soprattutto all’inizio e a metà marzo – da allora la situazione si è fatta leggermente più tranquilla.

 

Prima della guerra, più di cento navi da trasporto attraversavano quotidianamente lo stretto.

Ora sono molte di meno.

Colpisce il fatto che un numero crescente di navi stia spegnendo i propri transponder per attraversare lo stretto di Hormuz senza essere rilevate, o per posizionarsi nella regione nell’ombra, come spiega SRF in un approfondimento pubblicato sul suo sito.

 

La società britannica di analisi dei dati” Lloyd’s List Intelligence” ha elaborato i dati e giovedì ha presentato le cifre più aggiornate.

 Nel mese di marzo, 142 petroliere o navi da trasporto di gas liquefatto hanno attraversato lo stretto di Hormuz, e un terzo di esse ha disattivato il segnale di tracciamento.

Come conseguenza della guerra, le navi nel Golfo Persico operano sempre più al buio.

 

Sistema di tracciamento disattivato.

Le navi che vogliono operare senza essere identificate disattivano il sistema automatico di identificazione delle navi (AIS).

L’AIS trasmette la posizione della nave, insieme ad altre informazioni quali rotta, velocità e nome dell’imbarcazione.

Il sistema è fondamentale per la sicurezza della navigazione e per la prevenzione delle collisioni.

 

La società di analisi dei dati britannico-americana Wind-Ward registra attualmente più di 300 attività “oscure” al giorno nella regione, ovvero navi che spengono temporaneamente i propri segnali.

Lloyd’s List Intelligence parla a sua volta di “navi zombie”, che in alcuni casi assumono false identità: i nomi di imbarcazioni che non sono più in servizio.

Il bene rifugio per eccellenza ha visto ben nove sedute consecutive in discesa.

Guerra, petrolio, oro e tassi alti: i tre fattori dietro il forte calo del bene rifugio per eccellenza –

Le rassicurazioni di Trump hanno fatto lievitare nuovamente il metallo giallo.

La qualità del greggio è un fattore molto importante

Mondo.

Il petrolio non è tutto uguale e non è solo una questione di quantità

La differenza tra i diversi greggi, il ruolo del Golfo e perché Svizzera ed Europa restano esposte agli shock globali.

 

Occultare l’identità.

Le compagnie di navigazione hanno diverse ragioni per disattivare il sistema AIS.

 In primo luogo, vi sono navi collegate all’Iran che vogliono restare non identificate, poiché figurano in parte nella lista delle sanzioni statunitensi.

In secondo luogo, le navi cercano di prevenire attacchi: mascherare la propria posizione può contribuire ad aumentare la sicurezza.

 

Infine, esistono anche navi che hanno stipulato un accordo con l’Iran per poter attraversare lo stretto.

Per il transito, le navi necessitano ora dell’autorizzazione iraniana – una condizione delicata alla luce dell’attuale situazione geopolitica.

In alcuni casi le navi pagano un pedaggio.

L’Iran detta le condizioni per il passaggio: una novità assoluta.

Prima della guerra, il transito era gratuito.

 

Il parlamento iraniano decide sul pedaggio.

A Hormuz si apre una nuova fase. L’Iran consente ora alle “navi non ostili” di attraversare lo stretto previa intesa con le autorità iraniane.

A tal fine viene istituito un corridoio all’interno dello stretto, un nuovo percorso che corre più vicino alla costa iraniana.

Il parlamento iraniano sta attualmente elaborando la base giuridica per un nuovo sistema di tariffe.

 

Il pedaggio per ciascuna nave potrebbe arrivare fino a due milioni di dollari.

L’Iran sostiene che anche l’Egitto riscuote pedaggi per il Canale di Suez, così come Panama per il Canale di Panama.

 La volontà dell’Iran di imporre diritti di transito rappresenta tuttavia una spina nel fianco per gli Stati Uniti e per gli Stati del Golfo, che vogliono mantenere il controllo sulla rotta. Si prospettano negoziati difficili.

 

Hormuz riaperto, da Parigi

 i volenterosi pronti a

 missione pacifica.

Eunews.it – Giulia Morbidoni – Politica Estera- (17 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Al vertice organizzato dai leader di Francia e Regno Unito, arriva e viene accolta con favore la notizia della riapertura dello Stretto.

Stormer: "Dobbiamo far sì che sia duratura".

Macron: "Missione europea ancora più legittima perché renderà possibile consolidare questi annunci."

Il presidente francese Emmanuel Macron, accompagnato dalla premier italiana Giorgia Meloni, dal primo ministro britannico “Keri Stormer” e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, arriva al Palazzo dell'Eliseo per una conferenza sull'iniziativa per la navigazione marittima nello Stretto di Hormuz il 17 aprile 2026 a Parigi, in Francia.

 

Bruxelles – “Accanto a più di cinquanta Paesi, portiamo avanti un’iniziativa per la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz”.

Lo ha scritto su “X” il presidente francese, Emmanuel Macron, dopo il vertice dei volenterosi, la riunione che l’inquilino dell’Eliseo ha organizzato insieme al premier britannico, Keri Stormer, oggi (17 aprile) a Parigi.

Al tavolo, anche la presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.

Gli altri – europei, mediorientali, asiatici e anche latinoamericani – hanno partecipato in videoconferenza, così come hanno fatto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e l’Alta rappresentante dell’Unione Europea per la Politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas.

Fonti dell’Eliseo hanno chiarito che si è trattato di “circa cinquanta Paesi e organizzazioni internazionali, inclusi oltre trenta a livello di capi di Stato e di governo”.

Assenti gli Stati Uniti ad un incontro che ha visto anche arrivare la notizia della riapertura dello Stretto, con l’attraversamento delle prime navi.

 

“Chiediamo tutti la piena riapertura, immediata, incondizionata, da tutte le parti, dello Stretto di Hormuz. Chiediamo il ripristino delle condizioni di libero passaggio e il pieno rispetto del diritto del mare. Ci opponiamo tutti al tentativo di privatizzare lo Stretto e a un sistema di pagamento”, ha affermato Macron sintetizzando l’obiettivo dei volenterosi. Per Meloni, la riunione di oggi a Parigi “dimostra come l’Europa sia pronta a fare la sua parte nel quadro della sicurezza internazionale, insieme ai suoi partner”.

 

“Ripristinare la piena e permanente libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è una priorità urgente e condivisa“, ha precisato von der Leyen. “Nel corso della videoconferenza convocata da Macron e Starmer, ho sottolineato il ruolo dell’UE” nel “condividere i dati satellitari tramite l’Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA), rafforzare l’Operazione Aspides collaborare strettamente con i partner del Medio Oriente e del Golfo per rafforzare le nostre partnership. Inclusa quella sulla connettività, che può alleviare la pressione sullo Stretto”, dettaglia. Mentre Kallas ha evidenziato via X che, “in base al diritto internazionale, il transito attraverso le vie navigabili come lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto e gratuito” e che ciò “è quanto hanno chiarito i leader nella loro richiesta di riapertura dello Stretto oggi”. Per l’ex premier estone, “qualsiasi schema di pagamento per il passaggio stabilirà un pericoloso precedente per le rotte marittime globali” e “l’Iran deve abbandonare qualsiasi piano per imporre tariffe di transito”. In questo contesto, “l’Europa svolgerà la sua parte nel ripristino del libero flusso di energia e commercio, una volta che entrerà in vigore un cessate il fuoco”. Intanto, “la missione navale Aspides dell’UE sta già operando nel Mar Rosso e può essere rapidamente rafforzata per proteggere la navigazione in tutta la regione. Questo potrebbe essere il modo più rapido per fornire supporto”, ha osservato Kallas.

 

Al termine della riunione, Stormer ha sottolineato che la settimana prossima prenderà forma la missione guidata da Parigi e da Londra per garantire la ibera navigazione nello stretto di Hormus. “La prossima settimana ci sarà un nuovo incontro a Londra e in quella sede definiremo la composizione della missione“, ha detto, precisando che “alcuni Paesi hanno già messo a disposizione loro mezzi” e che “sarà una missione difensiva e pacifica”. Reticente per ora Berlino, con il cancelliere Merz che ha specificato che la Germania è disponibile a partecipare alla missione a guida Francia-Gran Bretagna per la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz, ma solo se ci sarà “una forte base giuridica”, come il via libera del Parlamento tedesco o una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Mentre la premier Meloni ha precisato “che una presenza navale internazionale a Hormuz può essere avviata soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”.

 

Intanto è arrivata la notizia della riapertura dello Stretto di Hormuz. Poco dopo le 14 italiane, la società di tracciamento Kepler ha comunicato il passaggio di tre petroliere iraniane attraverso Hormuz, le prime a farlo da quando gli Stati Uniti hanno imposto un blocco attorno allo Stretto.

 E il presidente USA, Donald Trump ha ringraziato via social Teheran: “L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto d’Iran è completamente aperto e pronto per il transito. Grazie!”, ha scritto su Truth.

Una notizia accolta con favore dalla riunione dei volenterosi. Stormer ha salutato “con favore” l’annuncio.

“Dobbiamo far sì che la riapertura sia duratura e attuabile“, ha sottolineato.

Mentre per Macron, dopo l’annuncio di Teheran la missione “è ancora più legittima perché è ciò che renderà possibile consolidare questi annunci nel breve termine e, soprattutto, dare loro la possibilità di resistere a lungo termine”. Mentre Meloni ha definito la riapertura di Hormuz “parte di qualsiasi serio progetto di negoziato per la crisi in Medio Oriente”, “ma chiaramente non è l’unico: sappiamo che il tema della rinuncia da parte dell’Iran alla corsa nucleare, così come costruire un quadro di sicurezza nel quale nessuna nazione venga minacciata per il futuro, saranno gli altri elementi fondamentali, ma è la ragione per la quale siamo qui oggi”.

Commenti

Post popolari in questo blog

L’umanità sta creando il nostro tempo.

La cultura della disumanizzazione del nemico ideologico.

La Flotilla e il senso di Netanyahu per la Pace.