Lo stretto di Hormuz con la guerra non è più gratuito.
Lo
stretto di Hormuz con la guerra non è più gratuito.
Stretto
di Hormuz, cosa sta succedendo davvero al carburante degli aerei e cosa
rischiamo quest’estate.
Geopop.it
– (11 Aprile 2026) - Andrea Moccia - Andrea Gaspardo
Analista
geopolitico – ci dicono:
L'Europa
importa dal Golfo il 40% del carburante aereo e Il blocco dello Stretto di
Hormuz ha raddoppiato i prezzi.
ACI
Europe afferma che senza uno sblocco rapido ci sarà una carenza sistemica di”
jet flue” in Europa.
Se
avete in programma un volo per questa estate, c'è una notizia che merita la
vostra attenzione.
Il 9
aprile scorso, ACI Europe – l'associazione che rappresenta oltre 600 aeroporti
europei – ha scritto una lettera formale a due commissari dell'Unione Europea
lanciando un allarme preciso:
se il passaggio attraverso lo Stretto di
Hormuz non riprende in modo stabile entro tre settimane, una carenza sistemica
di carburante aereo diventerà una realtà per l'Europa.
Parole pesanti, che meritano una spiegazione.
Perché un tratto di mare largo meno di 40 chilometri,
dall'altra parte del mondo, può mettere in discussione i nostri voli estivi?
Il
collo di bottiglia più importante del pianeta.
Lo
Stretto di Hormuz è uno spazio d'acqua stretto tra l'Iran e l'Oman, e
rappresenta l'unico sbocco del Golfo Persico verso il resto del mondo.
Da qui
passano le navi che trasportano il greggio proveniente da Arabia Saudita, Iraq,
Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti:
praticamente
tutto il petrolio e i derivati che escono da quella regione devono
necessariamente passare da qui, poco meno del 20% del traffico globale del
greggio.
Da
quando, a fine febbraio 2026, sono iniziate le operazioni militari statunitensi
e israeliane contro l'Iran, il traffico commerciale attraverso lo stretto è
crollato.
Prima della guerra passavano in media 138-140
navi al giorno.
Nei
giorni più critici del conflitto si è arrivati a una o zero petroliere in transito
nelle 24 ore.
L'accordo di tregua raggiunto l'8 aprile ha
riaperto solo formalmente il passaggio.
L'Iran
attualmente condiziona il transito con permessi e pedaggi – fino a due milioni
di dollari a nave – e i dati di tracciamento mostrano che il traffico resta a
pochi passaggi al giorno, ben lontano dai livelli normali. Come ha sintetizzato il CEO di ADNOC,
una compagnia petrolifera degli Emirati «il Golfo non è aperto, è controllato».
Perché
manca il cherosene?
Qui
entra in gioco la specifica vulnerabilità del carburante per aerei. L'Europa
importa circa il 40% del proprio fabbisogno di” jet flue” da raffinerie del
Golfo Persico, e quel carburante arriva via mare, proprio attraverso lo Stretto
di Hormuz.
Non è
petrolio grezzo da raffinare ma un prodotto finito, pronto per essere imbarcato
negli aerei.
Per
capire la scala del problema, basta un esempio.
La raffineria “Al-Zoar”, in Kuwait, è uno
degli impianti più grandi del Medio Oriente che da sola fornisce circa il 10%
di tutte le importazioni europee di cherosene aeronautico, secondo i dati di “Energy
Intelligence”.
Kuwait,
UAE e Bahrain sono tutti bloccati dentro il Golfo, impossibilitati a spedire.
Il
risultato è che le quotazioni del jet flue hanno più che raddoppiato rispetto
ai livelli pre-conflitto.
Si è
passati da circa 830 dollari a tonnellata a oltre 1.500-1.800 dollari a
tonnellata nelle ultime settimane.
Il
carburante rappresenta fisiologicamente tra il 20% e il 40% dei costi operativi
di una compagnia aerea, un impatto di questa dimensione non può restare
invisibile ai passeggeri.
La
situazione in Italia: allarmismo da evitare, ma attenzione da mantenere.
Qui
occorre essere precisi, perché il confine tra informazione e allarmismo in
questo caso è sottile.
In
Italia, alcuni scali – tra cui Milano Linate, Venezia, Bologna, Treviso,
Brindisi – hanno introdotto limitazioni ai rifornimenti per i voli non
prioritari.
Il fornitore “Air BP Italia” ha comunicato
alle compagnie, tramite bollettino aeronautico, che la distribuzione sarà
contingentata con priorità assoluta a voli sanitari, voli di Stato e rotte a
lungo raggio.
Il
presidente dell'ENAC, Pierluigi Di Palma, ha però ridimensionato i toni
riconoscendo che la crisi del Golfo sta creando una pressione strutturale, ma
attribuendo le difficoltà immediate principalmente al picco di traffico
pasquale, escludendo un'emergenza immediata.
Nessuna cancellazione è stata ufficialmente
attribuita alla carenza di cherosene finora.
Allora
come stanno le cose davvero?
I
fornitori, inclusa Ryanair, dichiarano di poter garantire gli
approvvigionamenti fino a metà o fine maggio.
Dopodiché,
se lo stretto non si sblocca significativamente, il quadro diventa più critico.
Le
riserve strategiche statali (quelle che vengono attivate da una decisione
istituzionale, non automaticamente) garantiscono all'Italia un'autonomia
stimata intorno ai sette mesi (dato simile alla Germania). Il Portogallo, per
confronto, è stimato intorno ai quattro mesi.
Esistono quindi cuscinetti, ma non sono
inesauribili e la situazione va monitorata.
Cosa
rischiamo per l'estate 2026.
Non
assisteremo a un blocco totale del traffico aereo.
Ma
ignorare la situazione sarebbe altrettanto sbagliato.
Ecco cosa può succedere concretamente.
Sul
fronte delle cancellazioni, alcune compagnie hanno già preso decisioni.
SAS ha
cancellato oltre mille voli ad aprile, Ryanair ha dichiarato che valuterà tagli
se la crisi si prolunga, Lufthansa sta lavorando a piani di contingenza che
includono il possibile parcheggio temporaneo di parte della flotta.
Gli
aeroporti più piccoli, con minore capacità di stoccaggio e senza alternative
logistiche, sono i più vulnerabili.
Sul
fronte dei prezzi, l'aumento dei costi energetici finirà in parte sui
biglietti.
Chi ha
già acquistato un biglietto non dovrebbe subire rincari a posteriori.
Ma chi
compra adesso o nelle prossime settimane potrebbe trovare tariffe più alte.
È bene
sapere che una compagnia cancella un volo per carenza di carburante, questo
potrebbe essere classificato come "circostanza eccezionale" ai sensi
del regolamento europeo 261/2004, esonerando la compagnia dall'indennizzo fino
a 600 euro, pur mantenendo l'obbligo di rimborso del biglietto.
C'è
poi la pratica del cosiddetto” tank ring”:
alcune compagnie stanno imbarcando alla
partenza tutto il carburante necessario anche per il volo di ritorno, per non
dipendere dal rifornimento in scali a rischio.
Questo
aumenta il peso dell'aereo, aumenta i consumi e può causare ritardi, si tratta
di una soluzione di emergenza, non un sistema sostenibile.
E i
biocarburanti?
La
domanda sorge spontanea, non si potrebbero usare i carburanti sostenibili per
l'aviazione, i cosiddetti SAF?
La
risposta è: non nell'immediato.
La
produzione di SAF è ancora strutturalmente limitata, copre una quota minuscola
del fabbisogno globale di jet flue, e il suo costo di mercato è in media circa
il doppio rispetto al cherosene fossile già rincarato.
Il
regolamento europeo “Re Flue EU Aviation”, in vigore dal 2025, impone una quota
minima del 2% di SAF nel mix dei rifornimenti aeroportuali, ma proprio in
questo contesto di mercato le compagnie ne stanno chiedendo il rinvio.
I SAF sono una direzione strategica corretta
per il lungo periodo, ma non sono una leva su cui contare per gestire questa
crisi.
Cosa
ci insegna questa vicenda.
Quello
che sta succedendo attorno allo Stretto di Hormuz ci racconta qualcosa che va
oltre la crisi contingente.
Il trasporto aereo europeo dipende da una
singola via d'acqua larga quaranta chilometri per una quota importante del suo
carburante. L'Europa ha ridotto nel tempo la propria capacità di raffinazione
interna, e ha smesso di produrre abbastanza cherosene per sé.
Quando quella via d'acqua si chiude – per una
guerra, per tensioni politiche, per qualsiasi ragione – la catena logistica si
inceppa in poche settimane.
La
situazione attuale è seria ma non ancora critica, e ci sono ancora margini per
una soluzione diplomatica prima che l'estate sia compromessa.
Ma il
fatto che bastino tre settimane di blocco per mettere a rischio la stagione
turistica di un intero continente ci dice qualcosa sulla fragilità di un
sistema che davamo per scontato.
Quanto
dobbiamo dipendere da una singola via d'acqua per muoverci? E che tipo di
autonomia energetica vogliamo costruire per il futuro?
(geopop.it/stretto-di-hormuz-cosa-sta-succedendo-davvero-al-carburante-degli-aerei-e-cosa-rischiamo-questestate/).
(geopop.it/).
Il
Gancio e la Speranza.
Conoscenzealconfine.it
– (14 Aprile 2026) - Massimo Viglione – Redazione – ci dice:
L’antemurale
– così era chiamata l’Ungheria per la sua eroica resistenza agli Ottomani – è
caduto.
L’ultima
speranza di resistenza al “Moloch” di Bruxelles è venuta meno. L’ultimo barlume
di buon senso e libertà è stato sostituito.
L’Europa è completamente schiava degli inferi
globalisti.
E a Bruxelles i topi festeggiano.
E a
Kiev la salamandra esulta.
La
liberal-democrazia (…sì ma con i brogli la democrazia può andare a farsi
benedire… nota di conoscenze al confine) ha ancora una volta compiuto il suo
ruolo, dimostrando il livello intellettivo delle masse schiave.
Come
da poco accaduto in Italia.
La notte più oscura è ormai sopra l’Europa.
E ieri
Zelensky era a Roma, a ottenere, fra i soliti non gustosi abbracci e baci del
caporale Meloni, altri nostri soldi e armi.
La
notte più cupa domina sul continente che ha dato la luce della civiltà al
mondo.
Ma in
questa vita nulla è mai definitivo.
Nessuna notte sarà eterna. Spetta a noi fare
segnali di luce per chi verrà.
Siamo
come il gancio fra la memoria della luce che fu, e quella che dovrà tornare.
È il senso della vita dei pochi che sanno e
capiscono in questi giorni di tenebre.
E non
si arrendono.
La
Speranza è la grande virtù della nostra epoca.
Perché “c’è sempre speranza” (Tolkien) per chi
ha fede e vede tutto ciò che accade alla luce della lotta fra il male e il
Bene.
Più
profonda è la notte, più vicina è l’alba.
Orban
ha commesso l’errore di essere vicino a Netanyahu.
Errore
fatale, anzitutto a livello metastorico.
Che
sia di insegnamento a chi verrà al servizio della Luce del mondo.
Che non ammette compromessi con le tenebre.
(Massimo
Viglione).
(t.me/Amici_dei_Triarii).
Guerra
Iran, Scatta il Blocco
dello
Stretto di Hormuz
Deciso
da Trump.
Conoscenzealconfine.it
– (14 Aprile 2026) - tg24.sky.it – Redazione – ci dice:
Il
blocco dello Stretto di Hormuz deciso da Donald Trump è entrato in vigore.
“Il blocco sarà applicato in modo imparziale
nei confronti delle navi di tutte le nazioni che entrano o escono dai porti e
dalle aree costiere iraniane, inclusi tutti i porti iraniani situati nel Golfo
Arabico e nel Golfo dell’Oman”, aveva detto il “Cent com”.
Il
presidente del Parlamento iraniano, “Mohammad Bagher Ghalib”, ha ammonito gli
Usa a non forzare la mano: “Non mettete alla prova la determinazione dell’Iran”.
Dopo
il nulla di fatto ai negoziati Usa-Iran a Islamabad, riesplode la tensione con
Trump che annuncia un blocco navale dello stretto di Hormuz.
La Casa Bianca sta valutando la possibilità di
riprendere attacchi militari limitati contro l’Iran, oltre al blocco dello
Stretto di Hormuz, come strategia per uscire dallo stallo nei colloqui di pace.
Lo riporta il Wall Street Journal.
I
Guardiani della rivoluzione hanno avvertito Stati Uniti e Israele che
potrebbero dover lasciare il Medio Oriente a mani vuote.
“La
Gran Bretagna e un paio di altri Paesi stanno inviando dei dragamine, gli Usa
fermeranno qualsiasi nave paghi un pedaggio a Teheran”, ha detto il tycoon, che torna a
minacciare di bombardare le centrali elettriche e avverte la Cina:
“Dazi
al 50% se invierà armi al regime”.
Londra
però si sfila e i Pasdaran avvisano: “Intrappoleremo i nemici nel vortice
mortale di Hormuz”.
La
Francia “organizzerà con la Gran Bretagna, nei prossimi giorni, una conferenza
con i paesi pronti a contribuire al suo fianco a una missione multinazionale
pacifica destinata a riportare la libertà di navigazione nello Stretto di
Hormuz”.
Lo ha annunciato questa mattina in un post su “X”
il presidente francese, Emmanuel Macron.
(tg24.sky.it/mondo/2026/04/13/iran-usa-guerra-israele-libano-diretta).
Pasdaran
Iraniani:
Controllati
da Londra!
Conoscenzealconfine.it
– (15 Aprile 2026) - t.me/In_Telegram_Veritas – Redazione - ci dice:
Quando
sembrava fatta per la pace in Iran, la parte estremista controllata da Londra
(Pasdaran), quella che ha in mano anche l’ala militare del paese, dice no ad un
accordo con gli USA di Trump.
Per
capire cosa sta accadendo in Iran bisogna comprendere che questo paese è
formato da due blocchi.
Esiste
un potere duale formato dai Pasdaran (ala estremista e militare) e quella
formata dal governo civile (Presidenza e Parlamento).
Sopra
tutti c’è la guida suprema “Mastaba Khamenei”, il figlio di Ali Khamenei
subentrato il 9 Marzo 2026.
Mastaba
è ancora più legato ai Pasdaran di quanto lo fosse suo padre.
Il
blocco degli estremisti, Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione) è controllato
da Londra.
Nel
Marzo 2026 (agenzianova.com/news/regno-unito-ex-direttori-dellintelligence-la-riluttanza-a-bandire-i-pasdaran-ci-espone-a-rischi/)
alcuni ex direttori dell’Intelligence del Regno Unito (Mi6, Mi5 e Gchq) hanno criticato Stormer per la
“persistente riluttanza” ad inserire i Pasdaran, nella lista delle
organizzazioni terroristiche vietate.
Ma per
forza che Stormer si oppone, sono controllati da loro stessi, che sono i primi
terroristi a livello mondiale.
Ma, a
questo punto, con chi hanno trattato gli americani?
La delegazione
iraniana dell’incontro era in realtà mista (civile + Pasdaran), ma questi
ultimi, ben diretti da Londra, al momento agiscono in condizione di forza.
I due
grandi alleati di ferro dell’Iran, Russia e Cina, avevano dato il via libera
all’accordo americano, accettando il nuovo flusso mondiale energetico, ma nel
frattempo qualcuno pare essersi mosso in modo opportuno per farlo saltare,
almeno temporaneamente.
A
questo punto sarà probabilmente richiesto un intervento diplomatico delle due
potenze di cui sopra per trovare una via d’uscita praticabile.
Tenendo
anche in considerazione che circa il 40% di petrolio che transita dallo Stretto
di Hormuz ha come destinazione proprio la Cina, e l’Asia ne importa in totale
approssimativamente il 90% (il 15% l’India, 12% Corea del Sud, Giappone 11%,
altri 14%).
In
Europa siamo sotto al 4%.
Il
deep state,
come spiegato più volte, è disperato e l’unica via di fuga praticabile per i
globalisti è un conflitto esteso.
Attenzione
perché da adesso partirà la solita propaganda di guerra con dichiarazioni al
vetriolo da entrambe le parti.
Non ci
cascate: quello che conta, come sempre, sono i fatti.
(t.me/In_Telegram_Veritas).
L’UE
Aumenta Silenziosamente
le
Importazioni di GNL Russo
Nonostante
i Piani di Divieto.
Conoscenzealconfine.it
– (16 Aprile 2026) - Renovatio21 – Redazione – ci dice:
L’UE
ha aumentato notevolmente gli acquisti di gas naturale liquefatto (GNL) russo
nel primo trimestre del 2026, pur ribadendo l’intenzione di eliminare
gradualmente l’energia russa entro la fine del prossimo anno. Lo riporta il “Financial
Times”.
Secondo
i dati di Kepler citati dalla testata, le importazioni dell’UE dal progetto
russo” Jamal LNG” in Siberia sono aumentate del 17% su base annua, raggiungendo
i 5 milioni di tonnellate nel primo trimestre, con una spesa stimata di 2,9
miliardi di euro (3,1 miliardi di dollari).
L’UE
ha ricevuto 69 delle 71 spedizioni, ovvero il 97%, di cui 25 solo a marzo,
rispetto alle 59 delle 68 spedizioni (87%) registrate nello stesso periodo del
2025.
L’impennata
dimostra che “gli acquirenti europei non hanno alcuna intenzione di smettere di
acquistare GNL russo”, ha dichiarato al “Financial Times” Sebastian Reuters”
dell’ONG ambientalista Urge wald.
La
notizia giunge pochi giorni dopo che il commissario europeo per l’energia, “Dan
Jorgensen”, ha ribadito che Bruxelles non rivedrà il divieto previsto sulle
importazioni di gas russo, con le forniture di GNL destinate a terminare entro
la fine del 2026 e quelle di gasdotto entro l’autunno del 2027.
In un’intervista al “Financial Times” della scorsa
settimana, “Jorgensen” ha affermato che non ci saranno modifiche alla
legislazione, pur riconoscendo che il blocco si sta “preparando agli scenari
peggiori”, tra cui un potenziale razionamento del carburante a causa delle
interruzioni derivanti dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il
conflitto ha gravemente interrotto i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, un
punto di strozzatura cruciale che gestisce circa il 20% del petrolio e del GNL
trasportati via mare a livello globale, e ha colpito le infrastrutture
energetiche del Golfo, provocando un’impennata dei prezzi del GNL.
I tassi spot asiatici e il TTF europeo sono
quasi raddoppiati prima di stabilizzarsi dopo il cessate il fuoco dell’8
aprile, ma entrambi rimangono ben al di sopra dei livelli pre-conflitto.
La
posizione di Bruxelles sull’energia russa ha suscitato avvertimenti da parte di
alcuni funzionari dell’UE.
L’ex
primo ministro ungherese Viktor Orban ha affermato che “l’Europa si sta
dirigendo verso una delle crisi economiche più gravi della sua storia”,
insistendo sul fatto che “l’unica via d’uscita è revocare le sanzioni imposte
all’energia russa”.
La co-presidente di “Alternativa per la
Germania” (AfD),” Alice Weiden”, ha sollecitato un “ritorno a un
approvvigionamento energetico accessibile e affidabile” e l’acquisto di energia
“dove costa meno, ovvero in Russia” per rimanere competitivi.
Mosca
ha fatto eco agli avvertimenti.
Secondo
l’inviato del Cremlino “Kirill Dmitriev”, “l’Europa e la Gran Bretagna
imploreranno l’energia russa” con l’aggravarsi della crisi, sostenendo che il
blocco non è preparato a uno “shock energetico di lunga durata” a causa della
sua incapacità di diversificare le fonti di approvvigionamento – una carenza
che ha attribuito a “ideologie russofobe, ambientaliste e progressiste”.
Reagendo
a un articolo del “Financial Times” su “X”, ha aggiunto: “Come previsto,
l’Europa ha bisogno della Russia per sopravvivere “.
(Renovatio21).
(renovatio21.com/lue-aumenta-silenziosamente-le-importazioni-di-gnl-russo-nonostante-i-piani-di-divieto/).
Pedaggi
e ricatti per passare
lo Stretto di Hormuz:
“Ci
fanno pagare con cripto o yuan.”
Lastampa.it
- Lorenzo Lamperti – (5 aprile 2026) – Redazione – ci dice:
il
retroscena.
Teheran
fa transitare le navi cargo su base discrezionale. Cina e Giappone tra i
favoriti.
Le
navi iniziano a passare.
Non si
sa ancora a che condizioni, anche se fonti diplomatiche europee temono che la discrezionalità
sia elevata.
Delle due l’una.
O si
paga secondo le condizioni dettate da Teheran o lo Stretto di Hormuz resta
precluso.
Nelle
ultime ore sono almeno sei i cargo che hanno passato il tratto di mare fra Iran
e Oman, bloccato dallo scorso 28 febbraio.
Prima,
un mercantile francese di “Cima Cm” battente bandiera maltese. Poi tre navi
turche.
Ancora,
la metaniera giapponese “Sonar”.
Infine,
il via libera ai “vessel” iracheni.
Fino a prova contraria, sia chiaro.
Perché,
rimarcano le fonti diplomatiche, «c’è poca chiarezza sul traffico» e «non si
può parlare di riapertura».
Mentre
le banche centrali globali e le case d’investimenti cercano di quantificare la
magnitudo dell’impatto di oltre un mese di guerra nel Golfo Persico, il regime
di Teheran sta cercando di trovare soluzioni per massimizzare i profitti
attraverso Hormuz.
Secondo
i dati Kepler, dal 1° marzo fino a venerdì sera sono passate circa 240 di navi
cargo sullo Stretto di fronte alle coste iraniane di Bandar Abbas, che in tempo
di pace ne registra circa 120 al giorno:
un calo del 94%.
Poco
meno di due terzi delle imbarcazioni proveniva o era diretto in Iran, le altre
appartengono a Emirati Arabi Uniti, Cina, India, Pakistan, Arabia Saudita,
Oman, Brasile, Iraq, Panama e Giappone.
Non è
chiaro quante di queste navi abbiano ricevuto un’autorizzazione formale da
Teheran, ma nel caso dei Paesi asiatici sembra esserci un coinvolgimento
politico maggiore rispetto alle trattative private degli armatori occidentali.
È il caso della Cina, che ha un rapporto
privilegiato con l’Iran su più livelli.
D’altronde, circa l’80% delle esportazioni di
petrolio di Teheran ha come acquirente Pechino.
Nei
giorni scorsi, il governo cinese ha ringraziato l’Iran per il primo passaggio
ufficiale di tre navi portacontainer del “colosso Cosco”, che dalla settimana
scorsa ha ripreso le prenotazioni per le spedizioni di merci generiche
dall’Asia orientale verso il Golfo.
Già
prima di allora, la maggior parte delle petroliere transitate da Hormuz
dichiarava di essere diretta in Cina.
Nei
primi giorni del conflitto, decine di navi trasmettevano messaggi come
«equipaggio cinese» per evitare di essere prese di mira.
Non a
caso, secondo Bloomberg alle navi che superano i controlli dei pasdaran
verrebbe richiesto un pedaggio pagabile in “stabile Coin” o in “yuan”.
Una
prassi che, secondo fonti diplomatiche, potrebbe diventare la nuova normalità.
L’Iran
ha in modo esplicito incluso la Cina fra i governi “non ostili” e dunque
autorizzati al transito.
I due
governi hanno mantenuto contatti regolari dall’inizio della guerra e Pechino ha
anche presentato un piano di pace in cinque punti insieme al Pakistan, il Paese
che ha concluso l’accordo più concreto e chiaro con Teheran.
Dal 28 marzo, è consentito il transito di due
navi battenti bandiera di Islamabad al giorno.
Non è
l’unico caso.
Anche
l’India ha negoziato con l’Iran:
petroliere
e metaniere di Nuova Delhi hanno attraversato lo Stretto, alcune sono state
scortate dopo “intese operative”.
Il
governo indiano sostiene che non esiste un accordo generale, coi passaggi
negoziati caso per caso.
Ma
anche in questo caso le cancellerie europee temono un doppio gioco iraniano.
(Iran,
gli Usa e Israele attaccano infrastrutture civili: colpiti un ponte
autostradale e un porto)
Quello
che è certo giovedì scorso è passata per la prima volta anche una nave con a
bordo gas naturale liquefatto della compagnia giapponese “Mitsui OSK Lines”.
Pochi
giorni prima, il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Draghici” ha dichiarato
che sono iniziate trattative per il passaggio delle navi nipponiche.
Il Giappone è l’unico Paese del G7 ad aver
mantenuto relazioni amichevoli con Teheran, che ha apprezzato la resistenza
della premier “Sana Talamici” alla richiesta di inviare navi da guerra a
Hormuz, avanzata da Donald Trump.
Ma
anche questo caso, non vi è trasparenza sui termini negoziali del transito.
Un mistero destinato a continuare per giorni.
Stretto
di Hormuz: l’Iran può davvero
imporre legalmente un
pedaggio per le navi? Ecco
cosa dice il diritto internazionale.
Greenme.it
- Ilaria Rosella Pagliaro – (16 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:
L’Iran
può imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz?
Cosa dice il diritto internazionale e perché
la risposta resta quasi tutta dalla parte del no.
In
questi giorni lo Stretto di Hormuz ha preso l’aria storta delle cose che
dovrebbero restare aperte e invece finiscono nelle mani di chi vuole farne
leva.
Teheran
ha rilanciato l’idea di chiedere un pedaggio alle navi in transito, legandolo
alla sicurezza del passaggio e al ruolo dei Pasdaran.
Parliamo di una rotta dove passa circa il 20%
del petrolio mondiale, un corridoio strettissimo tra Iran e Oman che regge una
parte enorme dell’equilibrio energetico globale.
Se si
prende sul serio la lettura prevalente del diritto internazionale, la risposta
è no, o comunque sta molto vicino al no.
Se si
guarda la partita politica, invece, l’Iran prova a spostare il tavolo e a dire
che quello stretto, almeno in questa fase, può diventare anche un luogo di
pressione, di negoziazione, di ricatto.
È questo scarto tra regole scritte e forza sul
campo a rendere la vicenda molto più pesante di quanto sembri.
Teheran
prova a trasformare il passaggio più sensibile del mondo in una tariffa.
Sul
piano giuridico il nodo sta nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto
del mare.
La
Parte III disciplina gli stretti usati per la navigazione internazionale e
riconosce il diritto di passaggio di transito, cioè un attraversamento continuo
e senza impedimenti.
In
pratica, uno Stato rivierasco può regolare il traffico, fissare corsie, imporre
misure di sicurezza.
Quello
spazio, però, non diventa una cassa dove battere scontrini a ogni nave che
passa.
Dentro
questo lessico un po’ ostile c’è anche un’altra espressione, passaggio inoffensivo, che vale nel mare territoriale
quando il transito non mette a rischio pace, sicurezza e ordine dello Stato
costiero.
È una
nozione più stretta, e proprio qui si vede perché l’idea del pedaggio fatica a
stare in piedi.
Il guaio, o la furbizia, dipende dall’angolo
da cui la si guarda:
Iran e
Stati Uniti non hanno ratificato “UNCLOS”, mentre lo hanno fatto circa 170
Paesi e anche l’Unione europea.
Teheran
sostiene da tempo di avere contestato quel regime in modo costante e prova a
ritagliarsi lo spazio del cosiddetto persistente objector, cioè di chi dice:
quella regola consuetudinaria, per me, non
vale allo stesso modo.
È una
tesi che circola sul piano giuridico, però non apre automaticamente la porta ai
pedaggi.
Le letture specialistiche continuano a
considerare molto debole l’idea di trasformare Hormuz in un casello sovrano.
Anche
l’”International Maritime Organization” si è mossa in modo piuttosto netto.
Il 13 aprile 2026 il segretario generale
“Arsenio Dominguez” ha richiamato la libertà di navigazione nello Stretto di
Hormuz come questione grave e urgente.
Nei giorni precedenti, l’agenzia dell’Onu
aveva già definito un eventuale pedaggio un precedente pericoloso per la
navigazione globale.
L’Unione
europea ha usato parole molto simili, chiedendo passaggio libero e sicuro nello
stretto in linea con il diritto internazionale riflesso in UNCLOS.
Le
regole esistono, ma il diritto si ferma a metà strada.
Qui
arriva la parte meno elegante e più vera:
il
diritto del mare scrive, chiarisce, delimita. Poi si ferma. Non esiste un
meccanismo automatico che costringa uno Stato a riaprire subito il traffico o a
rinunciare a una misura come il pedaggio.
La contestazione può passare dai tribunali
internazionali, dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, dalla pressione
diplomatica, dalle sanzioni economiche, dalle missioni navali.
Tutto
questo richiede tempo, volontà politica e rapporti di forza.
Nel
frattempo il traffico rallenta, i premi assicurativi salgono e le rotte
cominciano a piegarsi dove conviene o dove fa meno paura.
È
anche per questo che la vicenda cambia forma da un giorno all’altro. “Reuters”
ha riferito di una proposta iraniana per consentire alle navi di uscire dal
lato omanita di Hormuz senza rischiare attacchi, dentro una trattativa più
ampia con Washington.
È ovvio che Teheran stia trattando lo stretto
come una leva negoziale viva, da allentare o stringere a seconda del momento.
Sul
piano giuridico i margini restano stretti. Sul piano politico, invece, quella
leva produce effetti immediati.
Quindi
sì, la domanda ha una risposta abbastanza chiara. L’Iran difficilmente può imporre
pedaggi sullo Stretto di Hormuz in modo compatibile con la lettura prevalente
del diritto internazionale, secondo il testo di UNCLOS, secondo la posizione
dell’IMO e secondo quella dell’Unione europea.
Il punto, però, è un altro:
tra
ciò che il diritto consente e ciò che uno Stato prova a fare in pratica c’è di
mezzo il mare.
E il
mare, quando ci passano petrolio, gas e navi di mezzo mondo, non aspetta che
gli avvocati finiscano di discutere.
Gli
Usa chiudono
lo
Stretto.
Ilmanifesto.it
- Francesca Luci – (15 – 04 – 2026) – Redazione – ci dice:
La
guerra grande Hormuz, scatta il blocco navale americano, ma qualche nave riesce
a passare.
L’allarme del Fmi: «A un passo dalla recessione
globale.»
Che
Liberazione!
Petrolio
alle stelle, crisi energetiche in Asia e milioni di persone a rischio povertà
sono il risultato di un’inutile guerra che voleva debellare il potere dispotico
iraniano.
Il blocco navale americano e la chiusura dello
Stretto di Hormuz stanno mettendo a rischio l’economia mondiale.
Trump
sostiene che gli iraniani siano «desiderosi di negoziare» e che «ci abbiano
chiamato loro, vogliono un accordo».
L’Iran non smentisce, ma precisa di essere disposto a
negoziare solo nel rispetto del diritto internazionale.
Il
blocco navale statunitense lungo l’intera costa iraniana, entrato ufficialmente
in vigore dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, si è sovrapposto alla
chiusura già operata dall’Iran, generando uno shock sistemico che i mercati
internazionali non vedevano dai tempi della crisi del 2008.
Gli
Usa hanno mosso la marina militare e annunciato il rientro di sei navi che
avevano provato a passare, la Bbc afferma invece che secondo i dati di
tracciamento, altre quattro sarebbero riuscite a uscire al Golfo. Un braccio di
ferro pericoloso.
NELLE
PRIME due settimane di aprile gli arrivi di greggio in Asia sono crollati da
una media di 13,4 milioni di barili al giorno a soli 4 milioni.
Il vuoto del petrolio mediorientale viene
parzialmente colmato dai carichi provenienti dal bacino atlantico, ma le
raffinerie asiatiche li stanno acquistando in volumi record, sottraendoli alle
destinazioni abituali in Occidente.
Il risultato è un cortocircuito globale delle
forniture che gli analisti definiscono senza precedenti per velocità e portata.
L’”Agenzia
Internazionale dell’Energia” ha definito il ripristino del flusso attraverso
Hormuz «la
singola variabile più importante per alleviare la pressione su energia, prezzi
e economia mondiale».
Le
conseguenze più immediate si avvertono nei paesi che dipendono più direttamente
dalle importazioni mediorientali.
Le
Filippine, l’Indonesia e il Vietnam hanno dichiarato lo stato di emergenza
energetica nazionale.
L’Australia
ha dovuto sbloccare le riserve strategiche di carburante.
Un
rapporto dell’”Undp”, il “programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo”,
lancia l’allarme:
il triplice shock generato
dall’inaccessibilità dell’energia, dall’aumento dei prezzi alimentari e dalla
recessione economica legata al conflitto rischia di spingere 32,5 milioni di
persone nella povertà assoluta in 162 paesi.
Non si
tratta di proiezioni astratte.
L’aumento del petrolio si trasmette
rapidamente ai fertilizzanti, ai trasporti e alla produzione alimentare,
colpendo prima e con più forza i paesi a basso reddito già alle prese con
inflazione elevata e riserve valutarie esigue.
IN
EUROPA e negli Stati uniti la crisi si annuncia come un’onda che arriverà con
qualche settimana di ritardo, appena si esauriranno le ultime petroliere
partite prima del blocco.
Se il conflitto dovesse protrarsi oltre i tre
mesi, gli analisti paventano problemi seri per il carburante per aerei, uno
scenario che avrebbe ricadute a cascata su commercio, turismo e logistica
globale.
Il
blocco navale statunitense ha l’obiettivo dichiarato di tagliare la principale
fonte di reddito di Teheran per costringere la leadership a tornare al tavolo
negoziale e accettare le condizioni americane.
LA
CASA BIANCA ritiene comunque che l’Iran non possa reggere a lungo una simile
pressione.
Teheran, però, dispone ancora di riserve di
greggio già stoccate in mare e ha beneficiato della temporanea revoca parziale
delle sanzioni, che le ha permesso di accumulare un certo cuscinetto
finanziario.
La
stima più diffusa è che il Paese possa resistere circa tre o quattro settimane
prima che la situazione diventi critica.
In passato, Teheran ha spesso smentito le
previsioni sulla propria resilienza.
Se i
prezzi del petrolio e del gas dovessero aumentare del 100-200% rispetto ai
livelli di gennaio e rimanere a quel livello fino al 2027, la crescita globale
scenderebbe al 2%, «a un passo dalla recessione globale», come ha suggerito il
consigliere economico del Fondo Monetario Internazionale, “Pierre-Olivier
Gourinchas”.
Ieri
il Fmi ha presentato l’atteso “World economic outlook”, le previsioni mondiali
fino al prossimo anno:
crescita
rallentata e aumento dell’inflazione ovunque, «già oggi lo shock è paragonabile
a quello del 1974», ha detto Gourinchas.
Comunque
c’è già un vincitore: la Russia con una crescita prevista all’1,1% nel 2026
proprio grazie all’aumento del petrolio e alla sospensione temporanea di alcune
sanzioni.
NEL
FRATTEMPO i negoziati procedono a singhiozzo.
Sembra
che il principale nodo della discordia sia la durata della sospensione
dell’arricchimento dell’uranio.
Washington chiede vent’anni e lo
smantellamento degli impianti; Teheran offre cinque anni e la diluizione – non
la cessione a terzi – dell’uranio arricchito.
Mentre
i politici mercanteggiano, la distruzione di almeno 763 scuole e 316 strutture
sanitarie racconta una storia di devastazione civile senza precedenti in Iran.
Secondo una stima preliminare, l’entità dei
danni alle infrastrutture civili è stimata in 270 miliardi di dollari.
La capitale Teheran è stata colpita duramente,
nelle sue zone densamente popolate.
L’Iran
ha avviato anche una serie di contatti diplomatici con paesi chiave – Francia,
Germania, Arabia Saudita, Oman e Qatar – informandoli nel dettaglio della
propria posizione negoziale e delle proposte avanzate agli americani.
L’obiettivo
è fare pressione indiretta su Washington attraverso intermediari influenti e
diversificare i canali diplomatici, oltre che diminuire la dipendenza dal solo
formato bilaterale con gli Usa e riportando in gioco l’Europa, finora
marginalizzata da Trump.
La scadenza del cessate il fuoco, fissata al
21 aprile, incombe come un orologio che ticchetta.
Il confine tra accordo storico e catastrofe
globale non è mai stato così sottile.
Israele,
impunità perpetua:
tornano
in uniforme
i
soldati stupratori.
Ilmanifesto.it
- Eliana Riva – (17 – 04 – 2026) – Redazione – ci dice:
Israele.
Trattati come eroi in tv e dalla politica, i cinque militari israeliani
richiamati in servizio dal capo di stato maggiore Zamir.
Sono
stati pienamente reintegrati i cinque soldati israeliani che hanno abusato di
un detenuto palestinese all’interno del centro di torture di “Sde Teiman”.
Le telecamere di sicurezza li avevano ripresi
mentre afferravano un uomo sdraiato tra gli altri faccia a terra e lo
aggredivano circondati dagli scudi dei colleghi affinché non si registrasse
l’abuso.
Ma la violenza è stata tale da costringere i
medici a un intervento d’urgenza per salvare la vita del prigioniero
palestinese.
Sono stati proprio i sanitari a denunciare
l’orrore che si era scatenato su quell’uomo, arrivato in ospedale in fin di
vita, con polmone e intestino perforati e una lacerazione rettale da oggetto
appuntito.
L’UNICA
A PAGARE è stata la procuratrice militare “Lifta Tomer-Yerushalmi”, arrestata
per aver diffuso il video dello stupro.
La fuga di notizie è stata poi utilizzata dal
procuratore che l’ha sostituita per motivare l’archiviazione delle indagini.
La cancellazione del processo non assolve gli
imputati né esclude che si siano macchiati di un crimine così orrendo, eppure
tale consapevolezza non basta a tenere i cinque soldati torturatori lontani dai
prigionieri palestinesi.
Torneranno anzi al loro posto, come se nulla
fosse accaduto, forti non solo dell’impunità per il crimine commesso ma coperti
dell’immunità totale, garantita dal governo, dall’avvocatura dell’esercito e
dai vertici militari.
A
ordinare il reintegro è stato personalmente il capo di stato maggiore “Eyal
Zamir”, prima ancora che si chiudessero ufficialmente le indagini. Dal suo
punto di vista, le prove mediche e visive della violenza, la mancanza di
un’assoluzione e l’indagine di comando ancora in corso «non impedisce loro di
continuare a prestare servizio».
È un
invito alla brutalità e allo stupro rivolto indirettamente a tutti i soldati
israeliani, che hanno visto i colleghi della” Force 100” osannati, ammirati,
definiti «eroi» e invitati dalle radio e le tv più seguite del Paese.
Proprio
in questi giorni, l’organizzazione “Euro-Med Human Rights Monitor “ha
pubblicato un nuovo report dal titolo «Un altro genocidio dietro le mura», che
documenta l’uso diffuso della violenza sessuale contro i palestinesi rinchiusi
negli istituti di detenzione israeliani.
Le testimonianze ottenute da “Euro-Med “indicano che
stupro e violenza praticata sui genitali dei detenuti rientra in una politica
sistematica di assalto sessuale e tortura volta all’umiliazione deliberata,
l’inflizione di danni fisici e psicologici permanenti e la compromissione della
capacità riproduttiva.
Molti
uomini, ex detenuti, hanno raccontato di essere stati violentati più volte e da
molti militari insieme, sotto lo sguardo delle guardie di sicurezza.
CANI,
BASTONI DI FERRO, oggetti appuntiti, ugelli di estintori hanno provocato
lesioni gravi, a volte permanenti, tra cui la perdita delle funzioni
riproduttive o escretorie, la rimozione dei testicoli.
Anche
se le testimonianze delle donne sono più difficili da raccogliere, non manca
chi ha scelto di raccontare.
È
prassi comune promettere di stuprare figlie e nipoti, umiliare fisicamente le
prigioniere, registrare la violenza sessuale con i telefoni e minacciare di
rendere pubblici i video.
OGGI,
NELLA GIORNATA internazionale di solidarietà con i prigionieri palestinesi, più
di 9.600 palestinesi sono imprigionati nelle strutture israeliane.
Una massa umana segnata da un’espansione
repressiva senza precedenti.
Tra
essi, 86 donne e circa 350 minori, di cui 180 bambini sottoposti alla
detenzione amministrativa.
Questa
carcerazione senza accuse né processo ha subito un’impennata verticale,
raggiungendo i 3.532 casi, che colpiscono ogni strato della società civile:
dagli studenti ai giornalisti, dai medici ai parlamentari, fino ai familiari
dei detenuti stessi.
A
questa zona grigia del diritto si aggiungono 1.251 persone classificate come
«combattenti illegittimi», cifra che esclude quanti sono stipati nei centri
militari e centinaia di palestinesi rapiti a Gaza, di cui non si conosce la
sorte.
Nelle
celle, le condizioni di salute sono precipitate;
le
politiche di tortura e l’abuso medico sistematico hanno fatto crescere a
dismisura il numero dei detenuti malati e feriti.
Il
bilancio delle morti in custodia dal 1967 è salito a 326 vittime, di cui 89
solo negli ultimi due anni e mezzo.
Rimane
poi l’incognita su decine di scomparsi da Gaza e su 97 salme che le autorità
continuano a trattenere, negando persino la sepoltura.
ANCHE
IERI i militari hanno sequestrato un corpo, quello del 17enne “Mohammad Murad
Rayyan “, ucciso in un raid nel villaggio palestinese di “Bei Ducci,” a
nord-est di Gerusalemme.
È il secondo minore palestinese ammazzato in
un giorno:
“Saleh
Badai”, di soli nove anni, è stato colpito a morte nel quartiere Baitou.
Il bilancio di giovedì a Gaza è di quattro
vittime.
Ieri,
per la prima volta dal cessate il fuoco, il capo-negoziatore di Hamas, Khalil
al-Haya, ha incontrato al Cairo Arye Light Stone, consigliere del presidente
Usa Trump, membro del cosiddetto Board of Peace.
Al-Haya
ha dichiarato che il movimento non intende parlare della seconda fase
dell’accordo di cessate il fuoco, e quindi del disarmo, prima che Israele
completi la fase 1 interrompendo i massacri.
Tel
Aviv, al contrario, ha minacciato il gruppo di riprendere i bombardamenti a
tappeto.
Stretto
di Hormuz, perché la
riapertura non cancellerà per
magia
i danni di oltre
un
mese di guerra.
Wired.it
– Joumana Naim – (08 – 04 – 2026) – Redazione -ci dice:
Il
cessate il fuoco dovrebbe sbloccare il passaggio nello snodo strategico dopo
settimane di stallo, ma per tornare alla normalità ci sarà comunque da
aspettare.
Con il
cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti dovrebbe riaprire lo stretto di Hormuz.
Cosa
succede con la riapertura dello stretto di Hormuz.
Nella
notte tra martedì e mercoledì, mentre il mondo tratteneva il fiato, la notizia
di un cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran, e della potenziale
riapertura dello stretto di Hormuz ha suscitato un sospiro di sollievo
collettivo.
Ma
dopo un blocco durato oltre un mese, la crisi del trasporto marittimo globale
non si risolverà immediatamente.
Gli
effetti del blocco di Hormuz.
"Il
traffico attraverso Hormuz è calato di circa il 95% [durante il conflitto].
Di
conseguenza, i prezzi hanno subìto un'impennata:
non solo per il greggio, ma anche per i prodotti raffinati
come il carburante per aerei, il diesel e il gasolio", spiega “Carsten
Ladekjær”, amministratore delegato di “Glander international bunkering”,
azienda specializzata nella fornitura di carburante e lubrificanti
all'industria marittima mondiale.
L'impatto
non è stato uniforme a livello geografico.
I paesi che dipendono fortemente dall'energia
mediorientale, soprattutto in Asia, sono stati i più colpiti.
“Ladekjær”
spiega che dalla regione arrivano circa il 55% delle importazioni energetiche
dell'India, il 50% della Cina, il 93% del Giappone, il 67% della Corea del Sud
e addirittura il 70% di Singapore.
Nonostante
la tregua sembri preannunciare un imminente sblocco di Hormuz, i dettagli
fondamentali restano poco chiari.
"Anche
con un cessate il fuoco, la riapertura non sarà immediata", afferma “Ladekjær”.
"C'è
un arretrato di navi in attesa di partire, e probabilmente ci sarà un processo
controllato per determinare chi esce per primo. Sembra che a gestirlo sia
ancora l'Iran".
La
risposta dei mercati energetici.
I
mercati dell'energia hanno reagito rapidamente alla sospensione delle ostilità.
Il prezzo del Brent, il greggio di riferimento
per il mercato europeo, è sceso a circa 94 dollari dai 110 toccati all'inizio
della settimana, con un calo di circa il 15%.
"I
prodotti raffinati come il gasolio e il carburante per aerei sono scesi ancora
di più, perché i mercati sono orientati al futuro e tengono conto delle
aspettative nel prezzo", afferma “Arne Lohmann Rasmussen”, analista capo e
responsabile della ricerca presso “Global risk management”. "Ma siamo ancora ben al di sopra
dei livelli pre-guerra, che erano intorno ai 60-70 dollari".
Gli
arretrati da smaltire.
Nel
Golfo persico attualmente sono rimaste circa 1.000 navi, tra cui centinaia di
petroliere in attesa di poter transitare.
Al
momento in cui scriviamo, più di 800 tra navi da carico e petroliere risultano
bloccate, con molte altre in attesa su entrambi i lati dello stretto di Hormuz.
In
condizioni normali, circa 150 navi attraversano questo collo di bottiglia
strategico ogni giorno.
Secondo gli esperti, per smaltire la coda ci
vorrà tempo, poiché le imbarcazioni devono essere esaminate, rifornite di
carburante e riposizionate.
Le
prime navi hanno attraversato lo stretto di Hormuz dopo l'annuncio del cessate
il fuoco.
(Credit:
Elif Acar via Getty Images.)
(Elif
Acar/Anadolu via Getty Images.)
"È
un incubo logistico.
Non
sappiamo ancora quale sarà la capacità attuale, soprattutto dal punto di vista
della sicurezza", osserva “Lehman Rasmussen.”
"Non è una situazione che si può
risolvere da un giorno all'altro. Ci sono problemi logistici, di sicurezza e
anche di comunicazione".
E
anche se il mercato ha già registrato un rimbalzo, questo non significa che i
prezzi ai distributori o nei depositi scenderanno immediatamente.
Il
carburante già acquistato a prezzi più alti, per esempio, è ancora nel sistema,
e ci vorrà tempo prima che arrivino forniture più economiche, sottolinea “Ladekjær”:
almeno un mese e in alcuni casi anche di più.
"Non
credo che torneremo presto ai livelli pre-guerra", aggiunge Ladekjær.
"Ci sono infrastrutture danneggiate,
produzioni interrotte e strozzature in corso".
In
tutta la regione, le infrastrutture energetiche – tra cui raffinerie, impianti
di gas e porti – sono state colpite da attacchi missilistici e da droni.
“Qatar
Energy” ha dichiarato lo stato di forza maggiore in relazione ad alcuni
contratti di fornitura di gas naturale liquefatto (GNL) dopo le offensive
contro le sue strutture;
Saud
Aramco ha sospeso le operazioni nella raffineria di Ras Tanara a seguito di un
incendio collegato a un'offensiva condotta con i droni; episodi simili sono
stati segnalati negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, in Kuwait e in Iraq.
Anche
nel caso in cui le forniture dovessero ripartire, poi, ci sarebbe da fare i
conti con i ritardi.
Le
scorte possono aver retto durante la crisi, ma il ripristino dell'offerta non
sarà immediato e nel frattempo i prezzi dovrebbero rimanere volatili.
"Ci
sono anche difficoltà pratiche", precisa Ladekjær.
"Alcune navi potrebbero aver bisogno di
nuovi equipaggi, di carburante o di manutenzione prima di potersi
muovere".
Secondo
gli esperti, il petrolio caricato oggi può impiegare più di un mese per
raggiungere l'Asia o l'Europa.
“Lehman
Rasmussen” prevede che i prezzi si stabilizzeranno in un punto a metà tra i
picchi toccati nelle ultime settimane e i livelli prebellici, sempre che il
cessate il fuoco regga.
"Se
dovesse fallire, potremmo vedere nuovi massimi", avverte.
Ripartire
con cautela.
In
questa fase, l'industria è ora concentrata sulla valutazione dei danni e sulla
ripresa delle attività.
Le strutture vengono valutate e gradualmente
riportate in funzione.
Ma
come detto, c'è sempre la possibilità che la tregua venga bruscamente
interrotta.
Da
questo punto di vista, sarà fondamentale capire come le compagnie di
navigazione e gli assicuratori decideranno di gestire la sfida.
"Credo che molti esiteranno a rientrare
nello stretto fino a quando non ci sarà maggiore chiarezza, per il rischio di
rimanere nuovamente intrappolati", sostiene Lehman Rasmussen.
Per
ora, insomma, il cessate il fuoco segna un'evoluzione positiva, ma non un
reset.
I sistemi che spostano l'energia nella regione
si stanno riavviando, ma non sono ancora tornati alla piena capacità.
(Questo
articolo è apparso originariamente su Wired Middle East).
Lo
stretto di Hormuz è stato
riaperto:
via libera a tutte
le
navi (finché durerà la tregua).
Grenme.it
– Marco Chisciotte – (17 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Lo
stretto di Hormuz è stato dichiarato aperto al traffico commerciale da Teheran,
mentre Trump conferma il blocco navale sull'Iran fino al completamento
dell'accordo in negoziazione.
Lo
stretto di Hormuz è aperto, il petrolio è in caduta libera e sul tavolo c’è un
accordo che potrebbe ridisegnare gli equilibri tra Washington e Teheran.
Tutto
nel giro di poche ore, in una giornata che ha il sapore di una svolta.
Il
punto di partenza è l’annuncio del ministro degli esteri iraniano Draghici su “X”:
in
linea con il cessate il fuoco in Libano, lo stretto di Hormuz è dichiarato
completamente aperto al traffico commerciale per tutta la durata della tregua,
secondo le rotte già coordinate con le autorità portuali e marittime della
Repubblica Islamica.
Un
segnale distensivo, ma con una cornice precisa: vale finché regge la tregua.
Trump
ha raccolto e rilanciato a modo suo, tutto in maiuscolo.
Hormuz
è aperto e operativo, ha scritto, ma il blocco navale nei confronti dell’Iran
resterà in pieno vigore fino al completamento totale dell’accordo in fase di
negoziazione.
E ha
aggiunto che il processo dovrebbe andare spedito, perché la maggior parte dei
punti è già sul tavolo.
THE
STRAIT OF HORMUZ IS COMPLETELY OPEN AND READY FOR BUSINESS AND FULL PASSAGE,
BUT THE NAVAL BLOCKADE WILL REMAIN IN FULL FORCE AND EFFECT AS IT PERTAINS TO
IRAN, ONLY, UNTIL SUCH TIME AS OUR TRANSACTION WITH IRAN IS 100% COMPLETE. THIS
PROCESS SHOULD GO VERY QUICKLY IN THAT MOST OF THE POINTS ARE ALREADY
NEGOTIATED. THANK YOU FOR YOUR ATTENTION TO THIS MATTER! PRESIDENT DONALD
J.TRUMP.
Quei
punti, almeno in parte, li ha ricostruiti “Axios”:
nell’ambito
dell’intesa, Washington potrebbe sbloccare circa 20 miliardi di dollari di
fondi iraniani congelati in cambio della rinuncia di Teheran alle proprie
scorte di uranio arricchito.
Una notizia che i mercati hanno metabolizzato
immediatamente — e brutalmente.
Il WTI
è crollato oltre il 5% a 89,8 dollari al barile, il Brent ha perso il 4,3%
fermandosi a 95 dollari.
Cosa prevederebbero
i negoziati tra Iran e USA?
Tre
pagine per provare a chiudere una guerra.
È
questo il cuore del negoziato in corso tra Stati Uniti e Iran, di cui “Axios”
ha ricostruito i contorni citando fonti dirette.
Il
documento allo studio è un protocollo d’intesa che tocca i nodi più delicati
del dossier iraniano.
Sul fronte economico, Washington sarebbe
pronta a sbloccare circa 20 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati;
in
cambio, Teheran rinuncerebbe alle proprie scorte di uranio arricchito e
accetterebbe una moratoria volontaria sull’arricchimento nucleare, la cui
durata è ancora oggetto di discussione.
All’Iran
verrebbe lasciata la possibilità di mantenere reattori di ricerca a scopo
medico, ma con un vincolo preciso:
tutti
gli impianti nucleari dovranno essere collocati in superficie, senza strutture
sotterranee.
Resta
aperto, invece, il capitolo dello stretto di Hormuz, sul quale le posizioni
delle due parti sono ancora distanti.
Un
nodo che, viste le ultime dichiarazioni di Trump e Draghici, potrebbe essere
trattato su un binario parallelo rispetto al resto dell’accordo.
Il
prossimo round di trattative è atteso a Islamabad, probabilmente dopodomani.
Tre pagine, dunque, ma con ancora qualche riga da scrivere.
Hormuz
tra realtà
e
finzione.
Affariinternazionali.it - Fabio Caffo – (24
Marzo 2026) – Redazione - ci dice:
Le
parole usate per indicare la situazione di Hormuz stanno perdendo il loro
significato preciso.
Che
vuol dire chiudere o riaprire lo Stretto?
Può l’Iran (o chi per lui), decidere
autonomamente se far passare o no il traffico commerciale mondiale attraverso
quella che, Convenzione delle Nazioni Unite del Diritto del Mare (Unclos) alla
mano, è una via d’acqua internazionale dove “tutte le navi e gli aeromobili
godono del diritto di passaggio in transito, che non deve essere impedito”?
Possono
gli altri Stati passare con la forza se questo gli viene impedito? Cosa propone
l’Ue per risolvere diplomaticamente la crisi del traffico mercantile secondo un
modello già adottato per l’esportazione del grano ucraino?
E qual
è, infine, la posizione degli europei “volenterosi” più Giappone e Canada?
Guerra
e pace sul mare.
È
chiaro che, se non ci fosse un conflitto in atto, la chiusura di Hormuz sarebbe
del tutto illegittima.
Teheran l’ha minacciata per anni e sempre gli
è stata opposta la contrarietà al regime dell’ “Un clos”.
Ma ora
– a quarant’anni dalla guerra Iran-Iraq – c’è di nuovo un contesto bellico.
Le
regole dell’ “Un clos” si sovrappongono perciò a quelle (in gran parte
consuetudinarie) del Diritto dei conflitti armati secondo cui lo Stato costiero
belligerante può interdire, in uno stretto come Hormuz, il passaggio del nemico
nelle sue acque territoriali.
Oltre gli Stati nemici ci sono però anche
quelli neutrali il cui diritto di
passaggio pacifico va rispettato.
Il
problema si pone, ad esempio, per il minamento delle acque iraniane dello
Stretto.
In
teoria sarebbe possibile, ma a varie condizioni che, comunque, non ci sono.
Lo
Stato belligerante può infatti posare nelle sue acque mine mirate a colpire
soltanto obiettivi militari (e tali non sono i mercantili – né nemici né ovviamente
neutrali – salvo casi particolari).
Ovviamente
non è consentito minare il versante opposto delle acque territoriali dello
stretto (per Hormuz è quello di Oman che è uno Stato neutrale).
E
comunque, va rispettata la libertà di navigazione nelle rotte di accesso, al di
fuori dello Stretto, in acque internazionali.
Protezione
traffico di bandiera.
Nei
conflitti come quello in atto i neutrali hanno il diritto di proteggere,
navigando in convoglio, i mercantili di bandiera.
L’abbiamo
fatto noi, assieme a Stati Uniti e altri Paesi occidentali, durante la Prima
Guerra del Golfo.
Allora
era però tutto più semplice, perché il nemico dell’Iran era solo l’Iraq.
Ora
c’è invece una contrapposizione di Teheran con Stati Uniti e Israele che
connota in modo aggressivo la sua posizione verso il resto del mondo, Cina e
India escluse.
Il
fatto è che c’è protezione e protezione.
Può
esserci una protezione limitata alla bonifica di specifiche rotte.
Ma
anche una protezione di difesa attiva come quella, non offensiva, messa in atto
nel Mar Rosso contro gli Houthi, da EUNAVFOR “Aspides”. O infine una condotta mirata ad
annientare le minacce al passaggio nello Stretto colpendo preventivamente gli
obiettivi militari iraniani.
Posizioni
europee.
Si
spiegano così le riserve dell’Italia e degli altri partner europei a “riaprire
Hormuz” in assenza di una decisione delle Nazioni Unite che autorizzi
l’adozione di tutte le misure navali necessarie a garantire la libertà di
transito.
La
recente Risoluzione 2817 (2026) non attribuisce infatti agli Stati poteri
coercitivi, ma si limita a riaffermare la libera navigazione commerciale e il
diritto di proteggerla.
“Nessuno
pensa a una missione dell’Italia per forzare il blocco dello Stretto”, ha
perciò detto la nostra premier Giorgia Meloni a margine del recente Consiglio
Ue in cui è emerso un orientamento contrario a un’escalation.
Nella
visione dell’Unione, allargare il mandato di “Aspides” a Hormuz vorrebbe anche
dire snaturarne la missione in senso bellico, visto che essa si basa
sull’applicazione della sola “Un clos” e sul principio di autodifesa.
In
questo contesto, ha una sua coerenza la proposta dell’Alto rappresentante “Ue” “Kaja
Kallas” di replicare nel Golfo il sistema dei corridoi marittimi sicuri per il
traffico delle petroliere.
Il
modello è quello del “Grain Deal” (accordo sull’export via mare del grano
ucraino) del luglio 2022, attuato sotto egida delle Nazioni Unite con il
coinvolgimento della Turchia.
Se lo
si volesse ripetere a Hormuz, probabilmente bisognerebbe affidare all’Oman un
ruolo attivo di garante del passaggio della navigazione neutrale lungo le rotte
ricadenti nelle sue acque territoriali.
Le attive
neutralità di Muscat sarebbe un fattore decisivo per il suo successo.
Ma anche Teheran dovrebbe fornire
assicurazioni.
Una
sorta di coalizione di volenterosi è infine quella con cui Francia, Germania,
Gran Bretagna, Italia, Olanda (cui si sono associate Canada e Giappone) si
dichiarano pronti a “contribuire alle iniziative volte a garantire un passaggio
sicuro attraverso lo stretto”, secondo un approccio fermo nel ribadire
l’applicabilità del quadro politico-diplomatico delle Nazioni Unite e
realistico nell’escludere soluzioni belliciste.
(Fabio
Caffo).
Tra
guerra e deterrenza. Cosa
si decide davvero nello
Stretto
di Hormuz?
Money.it
- Redazione – (17 Aprile 2026) – Fabrizio Maranta- Limes – ci dice:
Il
braccio di mare che tiene in ostaggio il mondo: cosa sta accadendo davvero
nello Stretto di Hormuz?
Intervista
a Fabrizio Maranta (Limes).
Tra
guerra e deterrenza.
Cosa
si decide davvero nello Stretto di Hormuz?
Lo
Stretto di Hormuz è una delle strette marittime più strategiche del pianeta.
In
appena pochi chilometri di mare si concentra un volume enorme del commercio
globale di petrolio e gas naturale liquefatto, rendendolo un nodo vitale per la
stabilità energetica mondiale.
Ma
proprio questa sua centralità lo trasforma anche in un potenziale punto di
rottura degli equilibri geopolitici internazionali.
Negli
ultimi anni, e in particolare nelle fasi di maggiore tensione tra Iran, Stati
Uniti e Israele, lo Stretto è tornato al centro delle preoccupazioni
internazionali.
Minacce di blocco, attacchi indiretti,
operazioni militari e pressioni diplomatiche si intrecciano in quello che molti
analisti definiscono un “gioco di ombre”, dove ogni mossa può produrre
conseguenze globali immediate.
Il
rischio principale è evidente:
un’interruzione
anche parziale del traffico nello Stretto di Hormuz avrebbe un impatto diretto
sui prezzi dell’energia, sull’inflazione globale e sulla stabilità economica di
numerosi Paesi importatori.
È un
equilibrio fragile, in cui la sicurezza energetica si sovrappone alla
competizione militare e alla proiezione di potenza delle grandi potenze
regionali e internazionali.
Al
centro di questa dinamica si trova l’Iran, che controlla una delle due sponde
dello Stretto e che, in caso di escalation, potrebbe teoricamente tentare di
limitarne la navigazione.
Dall’altra
parte, Stati Uniti e alleati regionali considerano la libertà di transito una
linea rossa strategica, sia per ragioni economiche sia per il mantenimento
dell’ordine marittimo internazionale.
Israele, pur non essendo direttamente
affacciato sullo Stretto, si inserisce nel quadro più ampio della competizione
con Teheran, contribuendo a un contesto già altamente instabile.
Per
comprendere meglio le dinamiche in gioco, in questa intervista, abbiamo
approfondito il tema con Fabrizio Maranta, giornalista, consigliere scientifico
e responsabile delle relazioni internazionali di Limes, rivista italiana di
geopolitica.
Secondo l’analisi degli esperti del settore,
lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio commerciale, ma un vero e proprio
barometro degli equilibri globali:
quando
la tensione aumenta lì, le conseguenze si riflettono rapidamente su scala
mondiale.
In
questo scenario, la vera posta in gioco non è soltanto il controllo di un
tratto di mare, ma la capacità di influenzare i flussi energetici globali e,
con essi, la stabilità economica e politica dell’intero sistema internazionale.
Un
equilibrio che resta precario e che dipende da una combinazione di deterrenza
militare, diplomazia e calcolo strategico.
(Fabrizio
Maranta).
(Fabrizio
Maranta è un giornalista e analista geopolitico italiano, noto per il suo
lavoro all’interno della rivista di studi internazionali Limes, uno dei
principali riferimenti in Italia per l’analisi geopolitica.
All’interno
della redazione di Limes, Fabrizio Maranta svolge il ruolo di responsabile
delle relazioni internazionali e contribuisce all’analisi dei principali
scenari geopolitici globali, con particolare attenzione ai rapporti tra grandi
potenze, alle dinamiche del Medio Oriente e alle trasformazioni dell’ordine
internazionale.
Laureato
in Scienze Politiche (2003) e con un master in Politiche dell’Unione Europea
(2004), tra il 2006 e il 2009 ha insegnato Geografia politica ed economica
all’Università Roma Tre. Nell’a/a 2022/23 ha insegnato Storia delle Relazioni
internazionali alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito (Viterbo) per conto
dell’Università della Tuscia. Tra il 2004 e il 2006 ha collaborato con il
Ministero dell’Economia alla definizione della posizione italiana nel negoziato
europeo sulle prospettive economico-finanziarie 2007-2013.)
Stretto
di Hormuz:
verso
nuovi scenari.
Analisidifesa.it
– (3 Aprile 2026) - Fabio Caffo in
Analisi Mondo – Redazione – ci dice:
Lo
status quo di Hormuz non è immutabile.
Le
iniziative si rincorrono e si intrecciano in un crescendo che appare confuso.
Quello
che è ancora a tutti gli effetti uno stretto internazionale aperto alla libera
navigazione in cui vige il “passaggio in transito” secondo l’art. 38, 2 dell’“Un
clos” è sotto la pressione incrociata dell’Iran e degli Stati Uniti.
A
complicare le cose c’è lo stato di guerra tra l’Iran da una parte e USA,
Israele e gli altri nemici del Golfo quali Qatar e Kuwait che consente a
Teheran di stabilire un’interdizione selettiva del transito.
Mentre
oltre un migliaio di mercantili sono in attesa di passare e mentre le maggiori
economie sono in crescente affanno per i mancati rifornimenti energetici,
alcuni Paesi si sono accreditati come amici verso l’Iran.
Le
petroliere di Cina, India e Grecia (non dimentichiamo che Atene è tra le prime
bandiere mercantili al mondo) attraversano quotidianamente lo stretto dal
versante iraniano.
Ma
anche quelle spagnole:
Madrid
ha ottenuto per così dire la benedizione di Teheran perché “rispetta il diritto
internazionale”, dopo che il premier Sanchez aveva più volte dichiarato “no
alla guerra”.
Teheran
richiede un pedaggio.
La
narrazione iraniana sul blocco dello stretto ai nemici ed ai neutrali non amici
(tra i quali ci sono tutti i membri Ue, Italia compresa e Spagna esclusa) si
avvia ad assumere nuova veste.
Il Parlamento iraniano lo scorso 30 marzo ha
infatti varato un provvedimento che impone un tributo per il transito in
vicinanza delle coste iraniane.
Alle
rotte approvate dall’IMO ricadenti nei più alti fondali del versante omanita,
si sono di fatto sostituite quelle in acque territoriali iraniane.
È
chiaro che Teheran ha giocato la carta della sicurezza della navigazione
garantendola solo ai mercantili sotto il suo controllo.
Ed
infatti il sistema di controllo (affidato alle Guardie della rivoluzione) è
motivato dall’esigenza di tutelare la Maritime safety e security:
i
mercantili riceverebbero un codice per essere autorizzati alla navigazione,
dopo aver fornito i propri dati ed aver corrisposto un pedaggio massimo di 2
milioni di dollari.
Al
momento non sappiamo se questa procedura (che dovrebbe procurare cospicui
introiti non dissimili da quelli di Suez) sia destinata a durare a lungo.
Essa
sembra finalizzata a mettere al riparo i mercantili dalle insidie di droni e
mine che infestano le rotte omanite.
Ma non
va dimenticato che discriminare o limitare il transito inoffensivo nelle acque
territoriali è vietato dall’ “Un clos”;
la
Convenzione (art. 20) stabilisce inoltre che” Nessuna tassa può essere imposta
alle navi straniere per il solo motivo del loro passaggio attraverso il mare
territoriale”.
Washington
immagina la riapertura con la forza di Hormuz.
L’idea
degli Stati Uniti di usare la forza per ristabilire la libertà di navigazione
nello stretto potrebbe concretizzarsi a breve quando entreranno in azione i
marines destinati a neutralizzare le difese iraniane costiere dello stretto.
Dichiarazioni
in merito del presidente Trump si susseguono.
Varie
opzioni militari sono però ancora sul campo.
All’intenzione
di riaprire flusso energetico la cui restrizione rischia di strozzare
l’economia mondiale, si affianca però la considerazione che dovrebbero essere
gli Stati interessati ad intervenire al fianco degli Stati USA.
In
sostanza non c’è un orientamento condiviso sulla scelta di sbloccare Hormuz con
le armi.
Se il
Consiglio di sicurezza funzionasse regolarmente, sarebbe stata emanata di certo
una risoluzione coercitiva autorizzando tutti gli Stati a far uso di tutti i
mezzi necessari per ristabilire la libertà di navigazione.
Coalizione
volenterosi a guerra finita.
In
parallelo con i piani militari statunitensi si è palesata (sembra che a
suggerirla sia stata il segretario Nato Rutte) una coalizione di volenterosi.
Lo scorso 19 marzo a margine del Consiglio
Ue, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda (cui si sono associate
Canada e Giappone) si sono dichiarate pronti a “contribuire alle iniziative
volte a garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto”, secondo un
approccio fermo nel ribadire l’applicabilità del quadro politico-diplomatico
delle Nazioni Unite e realistico nell’escludere soluzioni belliciste.
L’iniziativa
verrebbe messa in atto soltanto al termine delle ostilità.
La cornice giuridica è la Risoluzione 2817
(2026), che in accordo col diritto internazionale afferma al para 7
l’incondizionata libertà di navigazione ed il diritto degli Stati di proteggere
i mercantili di bandiera.
A mano
a mano il numero dei sostenitori è aumentato sino a 35, comprendendo anche
-come per la Coalizione per l’Ucraina- Australia, Nuova Zelanda, Paesi del
Golfo ed Ue, Nigeria, Cile ma non Spagna, Serbia ed Ungheria né, ovviamente,
gli USA.
Ieri
il presidente francese Emmanuel Macron è intervenuto sul tema affermando che
“alcuni difendono l’idea di liberare lo Stretto di Hormuz con la forza tramite
un’operazione militare, una posizione talvolta espressa dagli Stati Uniti,
sebbene in modo variabile, ma questa non è mai stata l’opzione che abbiamo
sostenuto perché è irrealistica.
Ci
vorrebbe un’eternità e esporrebbe tutti coloro che attraversano lo stretto ai
rischi non solo da parte dei guardiani della rivoluzione, ma anche ai missili
balistici”.
Il ruolo dell’Oman.
A
breve si conosceranno gli esiti del vertice della Coalizione convocato dalla
Gran Bretagna.
Il
nodo da sciogliere sta nell’accettare le richieste USA di un intervento
militare immediato per sbloccare Hormuz, oppure -come Londra propone sinora-
un’operazione a guerra finita di bonifica delle rotte e di protezione del
traffico come avviene a “Bab el Mandeb”.
Ma c’è
molto di non detto nelle pressioni che sicuramente vengono dal mondo dello
shipping internazionale per ristabilire le rotte del commercio internazionale,
nonché da Cina ed India quali Paesi più penalizzati.
Egualmente
non ben chiara è la posizione dell’Oman – quale titolare delle acque
territoriali che fronteggiano quelle iraniane – rispetto alle varie opzioni sul
tappeto, anche se è positivo che circolino già voci su un’intesa con l’Iran per
monitorare la sicurezza del traffico mediante un protocollo congiunto.
Tra le
soluzioni in esame c’è quella di stabilire nuove rotte di traffico controllate
da entrambi i Paesi.
Nella
notte scorsa tre navi omanite hanno attraversato lo Stretto di Hormuz al di
fuori del “corridoio autorizzato” iraniano, nei pressi dell’isola di L’arak.
È
quanto risulta dai dati di tracciamento monitorati dalla rivista specializzata
‘Lloyd’s List’.
Il
convoglio è composto da due grandi petroliere e una nave per il trasporto di
gas naturale liquefatto (GNL) che navigano “insolitamente vicino alla costa
omanita”, secondo la testata britannica.
Se le
navi completassero il passaggio, sarebbero le prime imbarcazioni, tracciate con
il sistema di identificazione automatica (AIS) attivo, ad attraversare lo
Stretto – riferisce Al Jazeera – senza utilizzare il corridoio iraniano in
quasi tre settimane.
Certo
è che in futuro, se mai si volessero ristabilire i corretti principi del
diritto internazionale, si dovrebbe trasformare la Coalizione a guida della
Gran Bretagna in un gruppo di Paesi che si impegnino a garantire il regime
internazionale di passaggio attraverso Hormuz.
Una
sorta di accordo non Binding che possa costituire, perdurando la paralisi del
Consiglio di sicurezza, la cornice per una cooperazione permanente e
strutturata tra le Marine degli Stati interessati, come in parte già fatto con
EMASOH, l’iniziativa a guida francese dedicata, prima dell’attuale crisi, alla
sicurezza dello stretto cui l’Italia ha contribuito con proprie unità navali.
La posta in gioco.
La
posta in gioco è la energy security energetica di molti Stati (Italia compresa
per il gas proveniente dal Qatar) dipendenti dalla produzione di idrocarburi
dei Paesi del Golfo, nonché l’export verso di essi.
Ma lo
scenario è molto più ampio e drammatico di quanto non sembri: la chiusura di
Hormuz rischia di influenzare i transiti attraverso “Bab el Mandeb” e Suez,
isolando il Mediterraneo a tutto vantaggio delle rotte dal Capo di Buona
Speranza, in prospettiva, anche artiche.
Ieri
l’Alta rappresentante “Ue” “Kaja Kallas” ha affermato che la missione navale
europea Aspide “deve essere ampliata”, dopo la riunione convocata dalla
ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper con oltre 40 paesi sulla crisi
dello stretto di Hormuz.
In un
messaggio pubblicato su” X”, ha ringraziato Cooper per aver riunito più di 40
paesi sul tema, definendo Hormuz “un bene pubblico globale”.
Secondo
l’Alta rappresentante, “all’Iran non può essere consentito di far pagare ai
paesi una taglia per lasciar passare le navi”, perché “il diritto
internazionale non riconosce sistemi di pagamento per il transito”.
“Kallas”
ha spiegato che durante il confronto sono state esaminate misure diplomatiche,
economiche e di sicurezza per ristabilire un passaggio sicuro, insieme a un
lavoro coordinato con l’industria dello shipping.
Come
gli Stati Uniti stanno
"bloccando"
lo Stretto
di
Hormuz.
Informazionimarittime.com
– (16 - 04 – 2026) – Redazione – ci dice:
In
realtà, più che un blocco la recente iniziativa statunitense somiglia a
un'operazione di controllo del traffico e scorta delle navi energetiche.
Sarebbero
state circa 15 le navi militari statunitensi che nella notte di mercoledì hanno
avviato il blocco navale dello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, con
l'obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza della navigazione dopo il
fallimento del primo round di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran a
Islamabad.
Lo stretto, da cui transita circa un quinto
(20%) del greggio mondiale, resta di fatto aperto ma fortemente limitato dal
punto di vista operativo, con un traffico marittimo drasticamente ridotto.
Il
Comando centrale delle forze armate statunitensi in Medio Oriente ha affermato
stamattina che da inizio settimana le navi da guerra statunitensi a est dello
stretto hanno bloccato dieci navi, tornate poi verso i porti iraniani, e che ad
oggi nessuna nave ha superato il blocco.
In
realtà lo Stretto di Hormuz non è del tutto chiuso.
Per
riuscirci gli Stati Uniti dovrebbero avvicinarsi troppo alle coste iraniane,
esponendosi al fuoco nemico.
Questo
blocco consiste quindi in uno schieramento di navi da guerra a est dello
stretto, così da impedire alle navi di raggiungerlo o di proseguire dopo averlo
attraversato da ovest a est.
Secondo
le informazioni diffuse nei giorni successivi all'annuncio, l'operazione
americana si è progressivamente evoluta da ipotesi di blocco navale a una
missione più ampia di controllo e sicurezza dei traffici, con attività di
pattugliamento, monitoraggio e possibile scorta delle petroliere.
Washington
ha confermato l'intenzione di intercettare e ispezionare le navi sospettate di
versare pedaggi o contributi alle autorità iraniane, mentre restano allo studio
operazioni di sminamento per garantire la riapertura in sicurezza delle rotte.
Sul
piano diplomatico, emergono tuttavia differenze tra gli alleati occidentali.
Il
primo ministro britannico “Keri Stormer” ha chiarito che «il Regno Unito non
sostiene un blocco navale dello Stretto di Hormuz», pur confermando la
disponibilità a contribuire a iniziative di sicurezza marittima e protezione
delle rotte commerciali.
Questo segnala una possibile frattura
nell'approccio tra Stati Uniti e partner europei, più orientati a garantire la
libertà di navigazione che a sostenere misure di interdizione.
Nel
frattempo, la situazione sul campo si è ulteriormente deteriorata. L'Iran ha
rafforzato il proprio dispositivo militare lungo la costa meridionale,
dispiegando unità navali, batterie missilistiche e forze speciali.
I Pasdaran hanno ribadito di considerare lo
stretto sotto il proprio «pieno controllo» e hanno avvertito che qualsiasi
avvicinamento ostile sarà considerato una violazione del cessate il fuoco, con
una risposta immediata.
Dal
punto di vista operativo e logistico, le conseguenze sono già evidenti:
il
traffico di petroliere e navi commerciali nello stretto è crollato di oltre il
90 per cento rispetto ai livelli normali;
centinaia
di unità restano in attesa nelle acque del Golfo o vengono dirottate verso
rotte alternative;
i
premi assicurativi "war risk" sono aumentati drasticamente, in alcuni
casi di oltre dieci volte;
diversi
armatori stanno sospendendo i transiti o ricorrendo a soluzioni logistiche
alternative, come corridoi terrestri o porti fuori dal Golfo.
In
questo contesto, prende sempre più corpo l'ipotesi che la missione americana
possa evolvere in un sistema strutturato di convogli scortati, sul modello di
precedenti operazioni nel Golfo, per garantire il passaggio delle navi
energetiche.
Tuttavia,
un simile scenario comporterebbe un ulteriore livello di escalation militare.
La
crisi nello Stretto di Hormuz si conferma dunque non solo come un confronto
geopolitico, ma come una “disruption logistica globale”, con effetti immediati
sui mercati energetici, sulle supply chain e sui flussi commerciali tra Medio
Oriente, Asia ed Europa.
Stretto
di Hormuz, Trump
annuncia
la riapertura ma l’Iran
blocca
di nuovo tutto: cosa cambia.
Quifinanza.it
- Claudio Cafarelli - Giornalista e contente manager- (17 Aprile 2026) – ci
dice:
La
ripresa del traffico nel Golfo è durata poco.
Teheran
utilizza il controllo di Hormuz come leva negoziale con gli Usa, chiamati ora a
imbrigliare il ribelle Israele.
Stretto
di Hormuz, Trump annuncia la riapertura ma l’Iran blocca di nuovo tutto: cosa
cambia.
ANSA:
Annunciata la riapertura totale dello stretto di Hormuz.
Punto
e a capo.
Dopo
che Donald Trump ha annunciato l’ok dell’Iran alla riapertura totale dello
Stretto di Hormuz al traffico commerciale, incluse le petroliere, Teheran ha
compiuto un altro dietrofront.
Il motivo:
la
prosecuzione degli attacchi da parte di Israele contro Hezbollah (agente di
prossimità dell’Iran) in Libano e condizioni di tregua non gradite.
In
origine la riapertura di Hormuz sarebbe dovuta proseguire per tutta la durata
del cessate il fuoco, previsto fino al 21 aprile.
Indice:
La
decisione dell’Iran di (ri)bloccare lo Stretto.
Gli
effetti immediati sul prezzo del petrolio.
Perché
lo Stretto di Hormuz è strategico
I
Paesi più esposti alle forniture del Golfo.
Le
trattative tra Stati Uniti e Iran.
La
decisione dell’Iran di (ri)bloccare lo Stretto.
Il
ripetersi dello schema di chiusura e riapertura dello Stretto di Hormuz non ci
deve apparire “folle” o frutto di indecisioni.
In
realtà sia gli Usa sia l’Iran hanno chiaro il proprio obiettivo nel Golfo: da
un lato Washington vuole ripristinare il controllo dei colli di bottiglia
marittimi su cui si fonda la sua egemonia globale, dall’altro Teheran vuole
dimostrare di essere l’unico soggetto in grado di governare sulle acque di
Hormuz e di poter tenere in scacco la globalizzazione.
Per
questo, la Repubblica Islamica non cede alle condizioni imposte dagli Usa con
alle spalle Israele, il quale continua la sua guerra contro i satelliti
iraniani in Medio Oriente, a partire da Hezbollah in Libano.
Una
condizione che ha spinto l’amministrazione Trump a chiedere al ribelle alleato
di cessare gli attacchi come condizione della tregua con l’Iran.
Ma i
veri nemici strategici della regione sono proprio lo Stato ebraico e la
Repubblica Islamica.
Lo stallo e il “valzer” dello Stretto sono
dunque destinati a proseguire finché qualcuno non cederà.
Gli
effetti immediati sul prezzo del petrolio.
Nell’immediato,
la riapertura dello Stretto aveva determinato un calo del prezzo del petrolio,
dopo settimane di tensioni legate al rischio di blocchi nelle forniture.
Il
presidente americano Donald Trump aveva sottolineato che “lo Stretto è
completamente aperto e pronto per la ripresa del traffico”, pur precisando che il blocco navale
nei confronti dell’Iran resta attivo fino alla conclusione delle trattative.
Perché
lo Stretto di Hormuz è strategico.
Lo
Stretto di Hormuz è uno dei punti più sensibili per il commercio globale.
Attraverso
questo passaggio transita circa il 20% del petrolio mondiale, una quota che lo
rende centrale per l’equilibrio energetico internazionale.
Quando
il traffico nello stretto viene limitato o interrotto, gli effetti si
riflettono rapidamente sui prezzi dell’energia. L’impatto non riguarda solo
benzina, diesel e gas, ma anche altri settori collegati.
Oltre
al petrolio, infatti, transitano fertilizzanti, prodotti chimici e materie
prime fondamentali per l’industria e l’agricoltura.
Questo
significa che eventuali blocchi possono avere conseguenze su più livelli dell’economia.
I
Paesi più esposti alle forniture del Golfo.
Gran
parte del petrolio che passa dallo Stretto di Hormuz è destinata all’Asia.
Circa
quattro quinti dei flussi giornalieri raggiungono Paesi asiatici, con la Cina
come principale importatore.
Altri
Paesi risultano particolarmente dipendenti dalle forniture del Golfo.
In Pakistan, ad esempio, si discute di misure
per ridurre i consumi energetici, mentre in Thailandia i fondi pubblici
destinati a contenere i prezzi dei carburanti sono sotto pressione.
In
India, il Medio Oriente rappresenta una quota significativa delle importazioni
di petrolio e gas, con effetti diretti anche sui consumi domestici.
L’Europa
appare meno esposta rispetto all’Asia, ma resta comunque vulnerabile a
eventuali crisi energetiche.
Negli
ultimi anni, l’Unione Europea ha ridotto la dipendenza dal gas russo,
diversificando le forniture.
Il
contesto economico resta complesso, con una crescita limitata e una forte
competizione industriale.
Eventuali tensioni nel Golfo possono quindi
incidere indirettamente anche sui mercati europei.
L’Italia
produce una quota molto ridotta del proprio fabbisogno di gas, poco superiore
al 4%.
Questo
rende il Paese fortemente dipendente dalle importazioni.
Una
parte rilevante delle forniture arriva da Paesi del Golfo, tra cui il Qatar.
Le
recenti tensioni hanno però interrotto alcune esportazioni, spingendo il
governo a cercare alternative.
Tra i
partner principali figura l’Algeria, che copre circa il 30% delle importazioni
italiane attraverso il “gasdotto Trans ed”.
Tuttavia,
la possibilità di aumentare i flussi è limitata dalla capacità
dell’infrastruttura.
Le
trattative tra Stati Uniti e Iran.
La
riapertura dello Stretto avviene mentre proseguono i negoziati tra Stati Uniti
e Iran.
Secondo indiscrezioni, sul tavolo ci sarebbe un
accordo che prevede lo sblocco di beni iraniani per circa 20 miliardi di
dollari.
In cambio, Teheran dovrebbe ridurre le proprie
scorte di uranio arricchito.
Si
tratta di circa 440 chili di materiale al 60%, che potrebbe essere
ulteriormente raffinato fino a livelli utilizzabili in ambito militare.
Le
trattative non sono ancora concluse e restano aperte diverse ipotesi, tra cui
il trasferimento del materiale nucleare verso Paesi terzi sotto controllo
internazionale.
Donald
Trump.
Stretto
di Hormuz tra le mine, petroliera cinese sfida il blocco: gli aggiornamenti.
Dove
finisce il petrolio che passa da Hormuz, la rotta verso la Cina.
Iran,
ultimatum di Trump per lo stretto di Hormuz e tregua di due settimane.
Gas
sui 100 euro se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, Italia tra i Paesi più a
rischio.
Stretto
di Hormuz bloccato da Trump, navi ferme: le conseguenze per l'Italia.
Il
gigantesco ingorgo.
Lavoce.info
- Michele Polo – (09/03/2026) - Energia e ambiente – Redazione - ci dice:
Il
blocco dello Stretto di Hormuz ha già provocato rincari di petrolio e gas.
Ma gli
effetti sistemici della guerra dipenderanno dalla sua durata e dal suo esito.
L’unica
previsione possibile riguarda un’incertezza globale che appare destinata a
durare.
(Podcast
generato con l’intelligenza artificiale sui contenuti di questo articolo,
supervisionato e controllato dal desk de lavoce.info.)
La
situazione é spiegata in un’immagine.
Le
foto satellitari dello Stretto di Hormuz, con i grappoli di navi raccolte nella
fascia di mare a Nord e a Sud del collo di bottiglia che nessuna petroliera o
portacontainer si arrischia ad attraversare, raccontano in modo sintetico
l’effetto che l’attacco degli Stati Uniti e di Israele alla Repubblica Islamica
sta provocando sui mercati dell’energia.
Per quel braccio di mare, in condizioni
normali, passa un quinto del petrolio mondiale, e il Qatar è uno dei maggiori
esportatori di gas naturale liquefatto.
Questi
flussi sono sostanzialmente fermi dall’inizio della guerra, interrompendo un
traffico giornaliero che contava circa 80 super-tanker di petrolio e 160 tra
cargo e portacontainer.
Prezzi
in rapido aumento.
Per
comprendere la portata e l’impatto regionale del blocco è importante tenere
conto che circa l’80 per cento del petrolio che transitava dal Golfo Persico si
dirigeva verso le grandi economie del continente asiatico, Cina, India, Sud
Corea e Giappone.
Queste
sono quindi le prime a essere colpite direttamente dall’interruzione delle
forniture.
Ma il
trasporto di petrolio e di gas naturale, avvenendo via mare, si colloca
all’interno di un mercato di dimensione mondiale, propagando il forte
squilibrio che si è generato per l’insieme delle transazioni globali. Lo si è visto attraverso il rapido
incremento del prezzo del petrolio, aumentato in pochi giorni del 12-15 per
cento.
Il gas
naturale ha conosciuto un aumento anche maggiore sul mercato olandese TTF,
prefigurando la possibilità di una nuova crisi del gas dopo quella del
2021-2023 legata all’invasione dell’Ucraina, dove il crollo delle importazioni
europee nasceva dalla decisione di tagliare drasticamente gli acquisti dalla
Russia.
Parlando
di input energetici primari, l’impatto dei rincari potrà propagarsi, se la
guerra non terminerà rapidamente, non solo dal punto di vista geografico ma
all’interno delle diverse economie, con una spinta inflattiva potenziale
attraverso i diversi settori.
La
Cina e la perdita di fornitori di petrolio.
Gli
effetti, peraltro, appaiono più penalizzanti per i paesi e le aree economiche
importatrici nette di input energetici, tra cui l’Europa figura in modo
marcato, ma che include anche alcuni paesi asiatici, mentre potrebbero avere un
impatto di segno opposto per i paesi esportatori di petrolio e di gas che non
si trovino vincolati dal blocco dello Stretto di Hormuz, Stati Uniti e Russia
in primo luogo.
La
Cina, in poco più di un mese, ha perso l’accesso a due fornitori importanti di
petrolio quali il Venezuela e, ora, i paesi del Golfo Persico e in particolare
l’Iran.
Pur
nell’esercizio difficile di trovare una lungimiranza strategica nelle mosse del
presidente americano, questo effetto causato da due scelte unilaterali della
Casa Bianca, potrebbe essere una, anche se non l’unica, motivazione.
L’Europa
si trova ancora una volta a fronteggiare una emergenza che mette in luce i
limiti di una area economica priva di sufficienti risorse energetiche interne,
così come le difficoltà di sviluppare una diversificazione delle fonti che
comunque richiede di rivolgersi a un numero limitato di alternative.
Ridotti drasticamente i flussi dai gasdotti
russi, le importazioni di gas naturale liquefatto, più costoso e legato alle
tensioni globali del mercato, hanno visto crescere il peso dei flussi dagli
Stati Uniti, proprio in una fase dove, in modo disinvolto, i flussi commerciali
vengono usati quale arma di pressione politica.
L’importanza degli attuali squilibri e i loro
potenziali effetti sistemici dipenderanno in buona parte dalla durata e
dall’esito del conflitto, due fattori sui quali oggi non è possibile fare
previsioni.
Se non
quella di un mondo stabilmente caratterizzato da una incertezza elevata,
alimentata di mese in mese da nuovi eventi e nuovi protagonisti.
Guerra
Iran, perché la chiusura
dello
Stretto di Hormuz spaventa
mercati e consumatori.
Wallstreetitalia.com
- Mariangela Tessa – (3 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Guerra
Iran, perché la chiusura dello Stretto di Hormuz spaventa mercati e consumatori.
Il
termometro della tensione nel Golfo Persico torna a salire e riporta al centro
dello scacchiere globale una domanda che da decenni accompagna ogni crisi con
Teheran:
l’Iran
sigillerà davvero lo Stretto di Hormuz o la minaccia di farlo resterà un’arma
retorica da brandire nei momenti di massimo confronto?
Nelle
ultime ore il comandante delle Guardie Rivoluzionarie ha dichiarato che Hormuz
“è chiuso” e che l’Iran colpirà qualsiasi nave tenti di attraversarlo.
Un
avvertimento diretto alle unità mercantili e militari in transito lungo quella
che è considerata la più critica “strozzatura energetica” del pianeta.
Ma dal fronte opposto gli Stati Uniti, tramite
“United States Central Command” (Cent-com), citato da Fox News, hanno precisato
che “non c’è alcuna prova di un blocco formale” dello stretto.
Il
braccio di ferro si gioca così, ancora una volta, sul filo della deterrenza.
Lo
Stretto di Hormuz è la valvola di sfogo di circa un quinto del petrolio
mondiale e di una quota rilevante del GNL diretto verso Asia ed Europa.
Un’interruzione totale del traffico – anche solo temporanea – avrebbe un
impatto immediato sui prezzi dell’energia, sulle catene di approvvigionamento e
sulle aspettative inflazionistiche globali.
Le
borse reagirebbero in tempo reale; il barile potrebbe registrare fiammate
improvvise; le compagnie di navigazione rivedrebbero rotte e premi
assicurativi.
Indice.
I
giganti del container fermano le rotte.
Cosa
dicono gli analisti.
GNL
sotto pressione, l’ipotesi di uno shock a tre cifre.
Turismo
e bollette, l’escalation pesa sulle famiglie italiane.
I
giganti del container fermano le rotte.
Al di
là delle dichiarazioni, resta il fatto che ogni volta che Hormuz entra nel
lessico della crisi, il mercato globale trattiene il fiato.
Perché
in quel braccio di mare largo poche decine di chilometri si concentra una delle
leve più sensibili dell’equilibrio energetico mondiale. Secondo la “U.S. Energy
Information Administration”, nel 2023 attraverso Hormuz sono transitati in
media 20,9 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% dei consumi
mondiali di liquidi petroliferi. Un’interruzione anche temporanea avrebbe
effetti immediati su prezzi dell’energia, inflazione e catene di
approvvigionamento.
Il
timore dei mercati non è tanto una chiusura totale quanto una sequenza di
attacchi mirati o azioni di disturbo capaci di rendere il passaggio troppo
rischioso per armatori e assicuratori.
I
primi effetti si sono giù visti.
Ieri,
la danese “Maersk” ha annunciato la sospensione dei transiti nello Stretto di
Hormuz “fino a nuovo avviso”, mettendo in guardia su possibili ritardi nei
servizi verso i porti del Golfo.
Analoga
decisione da parte della tedesca “Hapag-Lloyd”, che ha fermato le navi in
transito per ragioni di sicurezza degli equipaggi.
La
francese “CMA CGM” ha disposto per le unità già presenti nell’area di dirigersi
verso zone di sicurezza e ha sospeso il passaggio attraverso il Canale di Suez,
optando per la circumnavigazione dell’Africa.
Anche
“MSC,” primo operatore mondiale nel trasporto container, ha ordinato alle navi
nel Golfo di dirigersi verso aree designate come sicure, in attesa di ulteriori
sviluppi.
Il
risultato è un massiccio reindirizzamento delle rotte attorno al Capo di Buona
Speranza, con un allungamento dei tempi di viaggio di 10-15 giorni tra Asia,
Medio Oriente, Mediterraneo e costa Est degli Stati Uniti, ma che dei costi
assicurativi e logistici.
Cosa
dicono gli analisti.
“Peter
Sand”, chef Analyst della società di intelligence marittima Veneta, avverte che
i maggiori costi di trasporto nella regione medio-orientale dovranno essere
messi in conto “per tutta la durata del conflitto”.
Non
esistono alternative reali al trasporto via mare per i grandi volumi di merci:
la deviazione delle rotte implica più
carburante, più giorni di navigazione e minore disponibilità di capacità, con
un inevitabile effetto rialzista sul prezzo di trasporto.
Se i
blocchi delle petroliere dovessero anche solo rallentare i flussi energetici,
il contraccolpo sui prezzi del greggio potrebbe spingere nuovamente le
quotazioni verso quota 80 dollari al barile, alimentando nuove pressioni
inflazionistiche in Europa e negli Stati Uniti.
Secondo
“Marita Sen”, fondatrice di “Energy Aspects”, una chiusura completa dello
Stretto di Hormuz appare poco probabile per via della superiorità militare
statunitense.
Più
realistico, invece, è uno scenario di attacchi sporadici che rendano il
transito troppo rischioso.
È
proprio questa incertezza a rendere i mercati “estremamente cauti”: anche senza
un blocco formale, basta la percezione del rischio per fermare le navi, far
schizzare i premi assicurativi e rallentare la circolazione delle merci.
GNL
sotto pressione, l’ipotesi di uno shock a tre cifre.
Le
simulazioni elaborate da Goldman Sachs indicano che, in caso di stop ai flussi
attraverso lo Stretto di Hormuz per circa quattro settimane, le quotazioni del
gas in Europa potrebbero impennarsi oltre il doppio dei livelli attuali.
Attraverso quel corridoio marittimo transita quasi il
20% dell’offerta globale di GNL, in larga parte proveniente dal Qatar:
un’interruzione
prolungata comprimerebbe l’offerta disponibile sui mercati europei e asiatici,
con rialzi stimati nell’ordine del 130% e valori prossimi ai 25 dollari per
milione di Btu, secondo quanto riportato da Bloomberg.
Più
contenuto, invece, l’effetto sugli Stati Uniti, esportatori netti di gas
liquefatto ma con terminal di liquefazione già operativi quasi al massimo della
capacità.
Resta
infine il nodo dei prezzi al consumo:
lo
Stretto rappresenta un passaggio strategico per numerose commodity e, come
avverte “Codacons”, un ulteriore shock logistico rischierebbe di trasferirsi a
valle lungo la filiera, traducendosi in rincari sui listini al dettaglio.
Turismo
e bollette, l’escalation pesa sulle famiglie italiane.
L’aggravarsi
del conflitto in Medio Oriente estende i suoi effetti ben oltre l’area
interessata, con ripercussioni dirette anche sull’economia italiana.
A
preoccupare famiglie e imprese sono soprattutto due capitoli:
viaggi
e energia, tra rimborsi a rischio e nuove stangate sulle bollette.
Il
blocco degli spazi aerei e di hub strategici come Dubai, Doha e Abu Dhabi sta compromettendo
i collegamenti verso Asia e Oceano Indiano. Migliaia di italiani diretti in
Thailandia, Maldive e Mauritius rischiano di perdere quanto versato per voli e
pacchetti.
Asso-utenti
denuncia il proliferare di contenziosi:
diverse
agenzie negano rimborsi senza penali in assenza di “alert” ufficiali della
Farnesina, ma l’associazione ricorda che la normativa prevede la restituzione
integrale in caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione.
Asso-viaggi Confesercenti stima perdite per oltre 6,4
milioni di euro nel prossimo mese e sollecita interventi urgenti per sostenere
il comparto.
Sul
fronte energetico, l’impennata del gas – con rialzi superiori al 36% e nuovi
massimi da febbraio 2025 – alimenta il timore di una nuova stretta sulle
bollette.
Secondo
“Assium”, i contratti a prezzo variabile subiranno rincari immediati, ma anche
quelli a tariffa fissa potrebbero essere rivisti se il trend dovesse
consolidarsi.
Le
simulazioni parlano chiaro: con un aumento moderato del 10% la spesa annua
crescerebbe di 207 euro; con rincari del 20% sul gas e del 15% sull’elettricità
l’aggravio salirebbe a 378 euro; nello scenario peggiore, con +30% e +25%, il
conto potrebbe arrivare fino a 585 euro in più l’anno per nucleo familiare.
Un
effetto amplificato dal fatto che il gas incide direttamente anche sui costi di
produzione dell’energia elettrica.
Iran,
la guerra in diretta: attacco
contro
caschi blu Unifil, ucciso
soldato
francese. Teheran
chiude
di nuovo Hormuz.
Fanpage.it
– (18 APRILE 2026) – Redazione – ci dice:
Le
ultime news dalla guerra in Iran dopo l’attacco di Israele e USA: il comando
militare iraniano afferma di aver nuovamente chiuso Hormuz a causa del blocco
statunitense.
Era
stato riaperto dopo la tregua in Libano, alcune navi lo hanno attraversato.
Gli
aggiornamenti dalla guerra tra Iran, Usa e Israele:
le
ultime notizie di oggi, 18 aprile 2026 in tempo reale.
Dopo
aver annunciato la riapertura di Hormuz dopo la tregua in Libano, l'Iran fa
sapere che lo Stretto tornerà al suo "stato precedente", dopo che gli
Stati Uniti hanno deciso di mantenere il blocco navale nella cruciale rotta
marittima.
Mastaba
Khamenei:
"Marina Iran pronta a infliggere amare
sconfitte".
Trump
intanto ha detto che l'Iran avrebbe accettato di sospendere il programma
nucleare e ha ribadito che l'uranio arricchito sarà portato negli Usa.
Poi ha dichiarato che manterrà il blocco dei porti
iraniani se non verrà raggiunto un accordo di pace con Teheran, aggiungendo che
potrebbe non estendere il cessate il fuoco dopo la scadenza di mercoledì.
Incertezze su eventuali nuovi colloqui la
prossima settimana.
Intanto
un soldato francese dell'Unifil è rimasto ucciso e tre sono stati feriti in
seguito ad un attacco contro i caschi blu in Libano.
Lo ha annunciato il presidente Macron:
"Tutto lascia pensare che la responsabilità sia di Hezbollah", che
però respinge le accuse.
(fanpage.it/live/iran-news-guerra-usa-israele-diretta-live-18-aprile/).
(fanpage.it/).
Disfatta
di Trump su Hormuz:
lo
stretto cruciale per il transito
di
petrolio e gas diventa a pagamento
per la
gioia del regime iraniano.
Ilfattoquotidiano.it - Chiara Brusini – (8
aprile 2026) – Redazione – ci dice:
In
attesa dei negoziati in Pakistan, al momento il risultato di 39 giorni di
guerra è che quello snodo si è trasformato da rotta libera a una sorta di
protettorato di Teheran che chiede il "pedaggio" in criptovalute.
Il che
rischia di incidere anche nel lungo periodo sui prezzi, oltre che sulle
relazioni tra Washington e i grandi produttori di idrocarburi del Golfo.
Intanto resta il nodo del costo delle polizze e la normalità è ben lontana.
Disfatta
di Trump su Hormuz: lo stretto cruciale per il transito di petrolio e gas
diventa a pagamento per la gioia del regime iraniano.
Il
Fatto Quotidiano.
Il
reale punto di caduta si conoscerà solo nelle prossime settimane, a valle dei
negoziati a Islamabad in partenza venerdì.
Di certo c’è che, il giorno dopo l’ennesima
clamorosa giravolta di Donald Trump a un’ora e mezza dall’ultimatum oltre il
quale aveva promesso di distruggere “un’intera civiltà”, per attraversare lo
Stretto di Hormuz serve il permesso dell’Iran.
Che può concederlo o negarlo a piacimento,
come dimostra il nuovo stop annunciato a fronte degli attacchi israeliani
contro il Libano.
E, tra i dieci punti della proposta avanzata
martedì, ha inserito anche l’introduzione di una tariffa di transito destinata
a finanziare la ricostruzione dopo gli attacchi di Usa e Israele.
Il
risultato di 39 giorni di guerra, dunque, è che il passaggio vitale per i
transiti globali di gas e petrolio si trasforma da rotta libera a una sorta di
protettorato di Teheran, che potrebbe fruttare alla Repubblica islamica una
rendita da decine di miliardi di dollari l’anno sotto forma di pedaggi.
“Qualsiasi
nave che tenti di passare senza permesso verrà distrutta “.
E’
l’annuncio inviato dalla marina iraniana alle migliaia di navi al largo dello
Stretto, stando a registrazioni riportate da Financial Times e Wall Street
Journal.
A
stabilire le condizioni è il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale
iraniano.
Secondo
Hamid Hosseini, portavoce dell’Unione degli esportatori iraniani di petrolio,
gas e prodotti petrolchimici, sentito dal Ft, il costo è di 1 dollaro al barile
di petrolio – nelle scorse settimane si è parlato di 2 milioni di dollari
complessivi per ogni passaggio – da versare in criptovalute al momento del
transito.
Se il
nuovo status quo venisse confermato a valle delle due settimane di cessate il
fuoco, lo snodo largo 34 km da cui in tempo di pace transitavano un quinto del
totale mondiale del greggio e del gas naturale liquefatto diventerebbe insomma
una miniera d’oro per il regime, sopravvissuto agli attacchi israeliani e
statunitensi mettendo in campo una nuova leadership altrettanto integralista e
repressiva – a certificazione del fallimento del” regime chance” che il 28
febbraio era il primo obiettivo del tycoon.
Per
non dire del fatto che il costo del pedaggio verrà con tutta probabilità
ribaltato sui consumatori finali.
Che
faranno anche i conti con le conseguenze di un’offerta stabilmente più bassa a
causa dei danni alle infrastrutture produttive.
Hormuz
è insomma il simbolo della manifesta sconfitta della strategia statunitense e
dei gravi errori di valutazione da parte dell’intelligence che hanno preceduto
l’avvio dell’offensiva che ora la Casa Bianca tenta di far passare per un
grande successo.
Un'”umiliazione strategica”, come l’ha
definita l’economista Paul Krugman:
Teheran
ha dimostrato di avere in mano uno strumento di pressione in grado di mettere
in ginocchio l’economia globale per il tramite di una crisi energetica senza
precedenti.
Un’arma potente in vista di trattative di pace
che si preannunciano estremamente complicate, visto che i Pasdaran hanno fatto
sapere di “non avere fiducia” negli Stati Uniti con la chiosa che “il dito
resta sul grilletto “.
Non solo: il nodo del controllo di Hormuz
rischia anche di mettere ulteriormente a rischio le relazioni tra Washington e
i grandi produttori di petrolio del Golfo, che hanno visto i propri impianti
bombardati come rappresaglia per gli attacchi statunitensi e ora non vogliono
saperne di vedere l’Iran acquisire il ruolo di sorvegliante dei traffici nel
tratto di mare per cui passano le loro esportazioni di idrocarburi.
Nel
frattempo la normalizzazione dei transiti resta comunque un miraggio.
Come
ricostruito da Reuters in base a dati della società di monitoraggio navale
Kepler, ieri nello stretto c’erano circa 187 petroliere cariche di 172 milioni
di barili di petrolio greggio e prodotti raffinati e nell’intero Golfo sono
bloccate oltre 1000 navi.
Per
smaltirle ci vorrebbero più di due settimane anche in condizioni normali.
E la fragilissima tregua dichiarata nella
notte è insufficiente per ripristinare la fiducia necessaria a far tornare sui
livelli precrisi i prezzi delle assicurazioni sui transiti e dunque i volumi
del trasporto via mare. Per “Danesin Lee”, responsabile globale della ricerca
di Ferman Fuco, specializzata in trasporto e logistica dei fertilizzanti,
“molti armatori di alto livello potrebbero aspettare diversi giorni per
accertarsi che il cessate il fuoco regga prima di impegnare le proprie navi”,
ha aggiunto.
La
compagnia di navigazione tedesca Hapag-Lloyd ha per esempio già fatto sapere
che continuerà ad “astenersi dal transito” perché “la sicurezza dei nostri
dipendenti in mare e a terra è la nostra massima priorità”.
“Anche
ipotizzando un cessate il fuoco duraturo, ci vorranno probabilmente mesi prima
che i flussi attraverso lo Stretto tornino ai livelli precedenti, il che
contribuirà a mantenere i prezzi dell’energia più alti rispetto ai livelli
pre-conflitto”, conferma un’analisi di “Moody’s Ratings.2
Il
“Wall Street Journal” ha chiesto lumi anche agli assicuratori.
Il
verdetto di “Neil Roberts,” responsabile del settore marittimo e aeronautico
presso la “Lloyd’s Market Association”, che rappresenta i sottoscrittori del
Lloyd’s, è che sia altamente improbabile che il commercio nel Golfo riprenda ai
livelli normali”.
Infatti
“la regione rimane ad alto rischio, perché nessuna delle tensioni sottostanti è
stata risolta”.
Quindi
i prezzi delle coperture contro i rischi di guerra sono destinati a rimanere a
livelli molto superiori a quelli di tempo di pace, nel breve termine.
Con
quel che ne deriva per le tasche dei consumatori.
Hormuz
riapre sotto tregua:
energia,
shipping e diplomazia
in
equilibrio instabile
Adriaeco.eu – (18 Aprile 2026) – Redazione –
ci dice:
La
riapertura dello Stretto di Hormuz, annunciata da Teheran per tutta la durata
del cessate il fuoco in vigore fino al 21 aprile, riattiva uno snodo da cui
transita circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale
liquefatto, pari a un valore stimato attorno ai 600 miliardi di dollari.
Un passaggio cruciale per i mercati energetici
globali, che hanno reagito con un immediato calo delle quotazioni, ma che resta
inserito in una cornice di forte incertezza operativa e politica.
Il
ministro degli Esteri iraniano, Abbas Draghici, ha formalizzato l’apertura
“completa” del transito commerciale lungo rotte coordinate dall’Organizzazione
portuale e marittima iraniana.
Da Washington, il presidente Donald Trump ha
rivendicato il risultato come un successo negoziale, spingendosi ad affermare
che lo Stretto “non sarà più utilizzato come arma”, pur confermando il
mantenimento del blocco navale statunitense verso i porti iraniani.
Dal
punto di vista energetico, la riapertura consente in linea teorica la ripresa
dei flussi di greggio e GNL dal Golfo Persico verso Asia, Europa e Stati Uniti.
Tuttavia,
il quadro resta incompleto: centinaia di navi e circa 20mila marittimi
risultano ancora in attesa di attraversamento, segnale che la normalizzazione
sarà progressiva.
Un
nodo centrale riguarda i circa 30 miliardi di dollari di entrate iraniane
congelate, legate all’export di idrocarburi sotto sanzioni.
Il loro possibile sblocco rientra nel
negoziato più ampio con Washington, insieme al dossier nucleare.
Sul
tavolo, secondo indiscrezioni, figura un’ipotesi di accordo da circa 20
miliardi in cambio della cessione di 440 chilogrammi di uranio arricchito al
60%, parte di uno stock complessivo di circa 2 tonnellate.
Restano aperte diverse opzioni tecniche:
trasferimento
all’estero, diluizione sul territorio iraniano o gestione tramite Paesi terzi
sotto supervisione internazionale.
Sul
piano dello shipping, la riapertura è condizionata da vincoli stringenti.
I
transiti sono autorizzati solo lungo rotte considerate sicure da Teheran e
sotto il coordinamento del Corpo delle Guardie rivoluzionarie.
Le navi militari restano escluse, mentre
quelle commerciali — incluse unità statunitensi non militari — potrebbero
essere ammesse caso per caso.
Resta
incerta l’operatività piena del” Traffic Separation Scheme” (TSS), il sistema
di corridoi utilizzato dalla navigazione internazionale fin dagli anni
Settanta.
Tra le
ipotesi negoziali avanzate, emerge anche la possibilità di garantire il
passaggio lungo il lato omanita dello Stretto, riducendo il rischio di contatto
diretto con le acque controllate dall’Iran.
Un
primo segnale concreto arriva dal traffico passeggeri:
la nave da crociera” Celestiale Discovery” ha
attraversato lo Stretto dirigendosi verso il mare aperto, seguita dai movimenti
preparatori di altre unità rimaste bloccate nel Golfo, tra cui MSC Eurabia e
Mei Schiff 4.
Tuttavia,
gli operatori mantengono un approccio prudente: diverse compagnie dichiarano di
non voler essere le prime a riprendere transiti su larga scala.
Il
principale fattore di rischio resta la sicurezza marittima.
Teheran
ha segnalato la possibile presenza di mine nello Stretto, mentre fonti
statunitensi invitano alla cautela.
Lo
stato effettivo della minaccia non è ancora chiaro, nonostante le dichiarazioni
di Trump secondo cui l’Iran, con supporto americano, starebbe procedendo alla
rimozione degli ordigni.
Le
associazioni del settore, tra cui Pimco, sottolineano l’incertezza operativa,
mentre l’”Organizzazione marittima internazionale” sta verificando la
conformità della riapertura ai principi di libertà e sicurezza della
navigazione.
In
questo contesto, il ruolo delle assicurazioni diventa determinante: premi
elevati e clausole restrittive continuano a frenare la ripresa immediata dei
traffici.
La
riapertura di Hormuz si inserisce in una tregua più ampia che coinvolge
indirettamente anche il “teatro israele-libanese, ma che — secondo le
dichiarazioni statunitensi — non è formalmente subordinata a esso.
Resta
il fatto che l’equilibrio è temporaneo: la scadenza del cessate il fuoco il 21
aprile rappresenta una deadline ravvicinata.
Teheran
ha già avvertito che il mantenimento del blocco navale statunitense potrebbe
essere interpretato come una violazione dell’accordo, con la conseguente
possibilità di una nuova chiusura dello Stretto.
Una
minaccia credibile, che mantiene elevato il premio di rischio geopolitico
incorporato nei mercati energetici.
Sul
piano politico, il negoziato resta fluido.
Washington
parla di accordo “vicino”, mentre le divergenze su nucleare e sanzioni
persistono.
Le
dichiarazioni pubbliche, spesso divergenti, riflettono una trattativa ancora in
corso, in cui Hormuz rappresenta al tempo stesso leva e barometro.
La
riapertura dello Stretto rappresenta un segnale positivo per il commercio
globale e per la stabilità dei mercati energetici, ma non segna ancora un
ritorno alla normalità.
Piuttosto,
configura un equilibrio a termine, sostenuto da una tregua limitata e da
condizioni operative restrittive.
Per
armatori, trader e governi, la rotta resta aperta ma vigilata.
E
soprattutto reversibile.
In un
contesto in cui la sicurezza marittima, la diplomazia nucleare e la
competizione strategica si intrecciano, Hormuz continua a essere non solo un
passaggio geografico, ma un indicatore sensibile della stabilità globale.
Guerra
all’Iran.
Stretto
di Hormuz, sempre
più navi operano nell’ombra.
Rsi.ch
– (27 MARZO 2026) – Redazione – ci dice:
Le
imbarcazioni spengono i transponder e occultano le proprie attività - Nel
frattempo, Teheran vuole introdurre pedaggi per il transito.
Una
nave trasportante petrolio in fiamme, dopo un attacco iraniano, vicino a
Bassora, in Iraq
Una
nave trasportante petrolio in fiamme, dopo un attacco iraniano, vicino a
Bassora, in Iraq.
Lo
stretto di Hormuz è il passaggio marittimo più pericoloso del mondo.
Dall’inizio della guerra con l’Iran, un mese
fa, venti navi mercantili commerciali sono state attaccate e danneggiate.
Diversi
membri degli equipaggi hanno perso la vita.
Gli
attacchi con droni e missili si sono concentrati soprattutto all’inizio e a
metà marzo – da allora la situazione si è fatta leggermente più tranquilla.
Prima
della guerra, più di cento navi da trasporto attraversavano quotidianamente lo
stretto.
Ora
sono molte di meno.
Colpisce
il fatto che un numero crescente di navi stia spegnendo i propri transponder
per attraversare lo stretto di Hormuz senza essere rilevate, o per posizionarsi
nella regione nell’ombra, come spiega SRF in un approfondimento pubblicato sul
suo sito.
La
società britannica di analisi dei dati” Lloyd’s List Intelligence” ha elaborato
i dati e giovedì ha presentato le cifre più aggiornate.
Nel mese di marzo, 142 petroliere o navi da trasporto
di gas liquefatto hanno attraversato lo stretto di Hormuz, e un terzo di esse
ha disattivato il segnale di tracciamento.
Come
conseguenza della guerra, le navi nel Golfo Persico operano sempre più al buio.
Sistema
di tracciamento disattivato.
Le
navi che vogliono operare senza essere identificate disattivano il sistema
automatico di identificazione delle navi (AIS).
L’AIS
trasmette la posizione della nave, insieme ad altre informazioni quali rotta,
velocità e nome dell’imbarcazione.
Il
sistema è fondamentale per la sicurezza della navigazione e per la prevenzione
delle collisioni.
La
società di analisi dei dati britannico-americana Wind-Ward registra attualmente
più di 300 attività “oscure” al giorno nella regione, ovvero navi che spengono
temporaneamente i propri segnali.
Lloyd’s
List Intelligence parla a sua volta di “navi zombie”, che in alcuni casi
assumono false identità: i nomi di imbarcazioni che non sono più in servizio.
Il
bene rifugio per eccellenza ha visto ben nove sedute consecutive in discesa.
Guerra,
petrolio, oro e tassi alti: i tre fattori dietro il forte calo del bene rifugio
per eccellenza –
Le
rassicurazioni di Trump hanno fatto lievitare nuovamente il metallo giallo.
La
qualità del greggio è un fattore molto importante
Mondo.
Il
petrolio non è tutto uguale e non è solo una questione di quantità
La
differenza tra i diversi greggi, il ruolo del Golfo e perché Svizzera ed Europa
restano esposte agli shock globali.
Occultare
l’identità.
Le
compagnie di navigazione hanno diverse ragioni per disattivare il sistema AIS.
In primo luogo, vi sono navi collegate
all’Iran che vogliono restare non identificate, poiché figurano in parte nella
lista delle sanzioni statunitensi.
In
secondo luogo, le navi cercano di prevenire attacchi: mascherare la propria
posizione può contribuire ad aumentare la sicurezza.
Infine,
esistono anche navi che hanno stipulato un accordo con l’Iran per poter
attraversare lo stretto.
Per il
transito, le navi necessitano ora dell’autorizzazione iraniana – una condizione
delicata alla luce dell’attuale situazione geopolitica.
In
alcuni casi le navi pagano un pedaggio.
L’Iran
detta le condizioni per il passaggio: una novità assoluta.
Prima
della guerra, il transito era gratuito.
Il
parlamento iraniano decide sul pedaggio.
A
Hormuz si apre una nuova fase. L’Iran consente ora alle “navi non ostili” di
attraversare lo stretto previa intesa con le autorità iraniane.
A tal
fine viene istituito un corridoio all’interno dello stretto, un nuovo percorso
che corre più vicino alla costa iraniana.
Il
parlamento iraniano sta attualmente elaborando la base giuridica per un nuovo
sistema di tariffe.
Il
pedaggio per ciascuna nave potrebbe arrivare fino a due milioni di dollari.
L’Iran
sostiene che anche l’Egitto riscuote pedaggi per il Canale di Suez, così come
Panama per il Canale di Panama.
La volontà dell’Iran di imporre diritti di transito
rappresenta tuttavia una spina nel fianco per gli Stati Uniti e per gli Stati
del Golfo, che vogliono mantenere il controllo sulla rotta. Si prospettano
negoziati difficili.
Hormuz
riaperto, da Parigi
i volenterosi pronti a
missione pacifica.
Eunews.it
– Giulia Morbidoni – Politica Estera- (17 aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Al
vertice organizzato dai leader di Francia e Regno Unito, arriva e viene accolta
con favore la notizia della riapertura dello Stretto.
Stormer:
"Dobbiamo far sì che sia duratura".
Macron:
"Missione europea ancora più legittima perché renderà possibile
consolidare questi annunci."
Il
presidente francese Emmanuel Macron, accompagnato dalla premier italiana
Giorgia Meloni, dal primo ministro britannico “Keri Stormer” e dal cancelliere
tedesco Friedrich Merz, arriva al Palazzo dell'Eliseo per una conferenza
sull'iniziativa per la navigazione marittima nello Stretto di Hormuz il 17
aprile 2026 a Parigi, in Francia.
Bruxelles
– “Accanto a più di cinquanta Paesi, portiamo avanti un’iniziativa per la
libertà di navigazione nello stretto di Hormuz”.
Lo ha
scritto su “X” il presidente francese, Emmanuel Macron, dopo il vertice dei
volenterosi, la riunione che l’inquilino dell’Eliseo ha organizzato insieme al
premier britannico, Keri Stormer, oggi (17 aprile) a Parigi.
Al
tavolo, anche la presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, e il
cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Gli
altri – europei, mediorientali, asiatici e anche latinoamericani – hanno
partecipato in videoconferenza, così come hanno fatto la presidente della
Commissione europea, Ursula von der Leyen, e l’Alta rappresentante dell’Unione
Europea per la Politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas.
Fonti
dell’Eliseo hanno chiarito che si è trattato di “circa cinquanta Paesi e
organizzazioni internazionali, inclusi oltre trenta a livello di capi di Stato
e di governo”.
Assenti
gli Stati Uniti ad un incontro che ha visto anche arrivare la notizia della
riapertura dello Stretto, con l’attraversamento delle prime navi.
“Chiediamo
tutti la piena riapertura, immediata, incondizionata, da tutte le parti, dello
Stretto di Hormuz. Chiediamo il ripristino delle condizioni di libero passaggio
e il pieno rispetto del diritto del mare. Ci opponiamo tutti al tentativo di
privatizzare lo Stretto e a un sistema di pagamento”, ha affermato Macron
sintetizzando l’obiettivo dei volenterosi. Per Meloni, la riunione di oggi a
Parigi “dimostra come l’Europa sia pronta a fare la sua parte nel quadro della
sicurezza internazionale, insieme ai suoi partner”.
“Ripristinare
la piena e permanente libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è una
priorità urgente e condivisa“, ha precisato von der Leyen. “Nel corso della
videoconferenza convocata da Macron e Starmer, ho sottolineato il ruolo
dell’UE” nel “condividere i dati satellitari tramite l’Agenzia europea per la
sicurezza marittima (EMSA), rafforzare l’Operazione Aspides collaborare
strettamente con i partner del Medio Oriente e del Golfo per rafforzare le
nostre partnership. Inclusa quella sulla connettività, che può alleviare la
pressione sullo Stretto”, dettaglia. Mentre Kallas ha evidenziato via X che,
“in base al diritto internazionale, il transito attraverso le vie navigabili
come lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto e gratuito” e che ciò “è quanto
hanno chiarito i leader nella loro richiesta di riapertura dello Stretto oggi”.
Per l’ex premier estone, “qualsiasi schema di pagamento per il passaggio
stabilirà un pericoloso precedente per le rotte marittime globali” e “l’Iran
deve abbandonare qualsiasi piano per imporre tariffe di transito”. In questo
contesto, “l’Europa svolgerà la sua parte nel ripristino del libero flusso di
energia e commercio, una volta che entrerà in vigore un cessate il fuoco”.
Intanto, “la missione navale Aspides dell’UE sta già operando nel Mar Rosso e
può essere rapidamente rafforzata per proteggere la navigazione in tutta la
regione. Questo potrebbe essere il modo più rapido per fornire supporto”, ha
osservato Kallas.
Al
termine della riunione, Stormer ha sottolineato che la settimana prossima
prenderà forma la missione guidata da Parigi e da Londra per garantire la ibera
navigazione nello stretto di Hormus. “La prossima settimana ci sarà un nuovo
incontro a Londra e in quella sede definiremo la composizione della missione“,
ha detto, precisando che “alcuni Paesi hanno già messo a disposizione loro
mezzi” e che “sarà una missione difensiva e pacifica”. Reticente per ora
Berlino, con il cancelliere Merz che ha specificato che la Germania è
disponibile a partecipare alla missione a guida Francia-Gran Bretagna per la
libertà di navigazione nello stretto di Hormuz, ma solo se ci sarà “una forte
base giuridica”, come il via libera del Parlamento tedesco o una risoluzione
del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Mentre la premier Meloni ha precisato “che
una presenza navale internazionale a Hormuz può essere avviata soltanto quando
vi sarà una cessazione delle ostilità in coordinamento con tutti gli attori
regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”.
Intanto
è arrivata la notizia della riapertura dello Stretto di Hormuz. Poco dopo le 14
italiane, la società di tracciamento Kepler ha comunicato il passaggio di tre
petroliere iraniane attraverso Hormuz, le prime a farlo da quando gli Stati
Uniti hanno imposto un blocco attorno allo Stretto.
E il presidente USA, Donald Trump ha ringraziato via
social Teheran: “L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto d’Iran è
completamente aperto e pronto per il transito. Grazie!”, ha scritto su Truth.
Una
notizia accolta con favore dalla riunione dei volenterosi. Stormer ha salutato
“con favore” l’annuncio.
“Dobbiamo
far sì che la riapertura sia duratura e attuabile“, ha sottolineato.
Mentre
per Macron, dopo l’annuncio di Teheran la missione “è ancora più legittima
perché è ciò che renderà possibile consolidare questi annunci nel breve termine
e, soprattutto, dare loro la possibilità di resistere a lungo termine”. Mentre
Meloni ha definito la riapertura di Hormuz “parte di qualsiasi serio progetto
di negoziato per la crisi in Medio Oriente”, “ma chiaramente non è l’unico:
sappiamo che il tema della rinuncia da parte dell’Iran alla corsa nucleare,
così come costruire un quadro di sicurezza nel quale nessuna nazione venga
minacciata per il futuro, saranno gli altri elementi fondamentali, ma è la
ragione per la quale siamo qui oggi”.
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