UE colonna per la Cina.

 

UE colonna per la Cina.

 

 

Cina-UE: quali prospettive

per commercio e diplomazia?

Orizzontipolitici.it - Dimitri Gagliardi – (18 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Diplomazia tra Cina e Unione Europea.

Le relazioni diplomatiche tra la Cina e l’Unione europea si trovano ad un bivio cruciale della loro storia.

 La guerra in Ucraina, i dazi di Trump e un panorama geopolitico sempre più conflittuale impongono inedite riflessioni in capo alla Commissione europea, proprio in merito al suo posizionamento strategico.

 

Quali sono le basi diplomatiche attuali tra queste due potenze?

 E i loro rapporti commerciali quali tendenze evidenziano?

 L’analisi che segue tenta di spiegarlo fornendo uno spunto di riflessione riguardo alle prospettive future.

 

La dimensione del commercio globale Cina-Ue.

Nel 2024, l’UE e la Cina hanno scambiato beni e servizi per un valore totale di oltre 845 miliardi di euro.

Un dato che, in percentuale, ammonta al 29,6% del commercio mondiale, come riportato dal Consiglio europeo, per un valore corrispondente ad un impressionante 34,4% del PIL globale.

 

Questi dati indicano, di per sé, una relazione economica ampia e strutturata, in notevole crescita nell’arco dell’ultimo decennio:

 tra il 2014 e il 2024 si parla di un aumento del 102% per quanto riguarda le importazioni dell’UE dalla Cina, oltre che di un aumento del 47% per le esportazioni.

 Tuttavia, ad un solido miglioramento delle relazioni commerciali, non si può dire che sia corrisposto un altrettanto solido rafforzamento d’intenti in ambito diplomatico.

A titolo d’esempio, si prenda in considerazione le recenti dichiarazioni di “Kaja Kallas”, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, la quale ha accusato Pechino di “usare le catene di approvvigionamento globali come arma”, rappresentando una “minaccia diretta al commercio globale e alla base industriale dell’UE”.

Le dichiarazioni di Kallas, risalenti a ottobre 2025, sono soltanto l’ultimo capitolo di una relazione diplomatica complessa.

 

Cina-Ue: Relazioni economiche complesse.

La necessità, per l’UE, di mantenere ed ampliare i rapporti commerciali intrattenuti con il Dragone si scontra con la volontà di perseguire una politica economica più indipendente dalla Cina stessa.

Consultando i dati con maggior precisione, infatti, si può notare l’enorme disavanzo nella bilancia commerciale (305,8 miliardi di euro se si considera soltanto il commercio di beni, 284 miliardi se si include i servizi) fra i due Paesi.

 

Una delle voci maggiori di questo disavanzo riguarda le cosiddette terre rare, oggi più che mai risorsa strategica al centro di importanti tensioni tra il gigante asiatico e l’Unione dei 27, che mira a ridurre la dipendenza nel settore con il piano RE Source EU.

Adottato ufficialmente dalla Commissione il 3 dicembre scorso con l’obiettivo di diversificare le fonti di approvvigionamento, RE Source EU dovrebbe incentivare la cooperazione con altri paesi fornitori di terre rare, tra cui il Brasile e il Sudafrica.

 

I punti di tensione: le terre rare.

Le terre rare sono un problema strutturale, per quanto concerne i rapporti tra la Cina e il resto del mondo:

il Dragone controlla tra l’80 e il 90 per cento della produzione mondiale, forte di 44 milioni di tonnellate raccolte dai suoi giacimenti naturali, disseminati lungo l’immenso territorio cinese.

Profetiche, in tal senso, le parole pronunciate già nel 1986 da Deng Xiaoping, ex Presidente della Repubblica Popolare.

Nell’ambito della ricostruzione economica di un paese stremato dalla Rivoluzione Culturale maoista, Deng affermò che “I paesi arabi hanno il petrolio, la Cina ha le terre rare”, indicandone il fattore di principale sviluppo futuro del paese.

 

Si tratta di un ambito in cui l’UE, storicamente priva di territori poveri di risorse energetiche e minerarie, non può competere:

si stima che il 98% dell’approvvigionamento di terre rare dell’Unione derivi dalla Cina (stime più “ottimistiche” oscillano attorno ad un 80% totale).

Le maggiori speranze per il Vecchio Continente riguardano le recenti scoperte di giacimenti in Svezia e in Norvegia, ma anche nel migliore dei casi, l’ammontare di tonnellate ritrovato non sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno totale.

Da qui la necessità strategica di gestire con cura la cooperazione economica tra le parti, pur evitando di rincorrere i fantasmi del passato come nel caso del gas russo.

Il nodo irrisolto della guerra in Ucraina.

Sarebbe riduttivo e superficiale pensare che le attuali tensioni tra Unione e Cina derivino unicamente da dissidi commerciali e produttivi. Al centro degli scontri figura anche l’ambiguo posizionamento internazionale della Cina nei confronti del conflitto russo-ucraino.

 

La Repubblica Popolare vuole evitare di apparire troppo coinvolta in un conflitto internazionale, per non intaccare l’immagine propagandistica di Paese che “non ha mai invaso altre nazioni né preso parte a conflitti”, come dichiarato dallo stesso ministro degli Esteri cinese “Wang Yi” nel febbraio 2022.

Lo stallo militare e politico in Russia ed Ucraina ha portato lo stesso ad ammettere, la scorsa estate, che la Cina “non può permettersi che la Russia perda la guerra”.

 Ciò nonostante, interpellato sugli aiuti militari cinesi inviati alla Russia dall’inizio del conflitto, su cui più volte Kallas si è espressa con durezza, “Wang Yi” ha sostenuto che “se la Cina aiutasse davvero la Russia come dite voi, Mosca avrebbe già vinto”.

 

I controlli sulle esportazioni cinesi: il caso “Nexperia”.

Inoltre, ha suscitato grande scalpore il recente caso legato a Nexperia, società produttrice di chip tecnologici avanzati con sede nei Paesi Bassi, ma di proprietà della cinese “Fintech Technology”.

Il governo olandese, applicando una legge emanata più di settant’anni fa, ha di fatto preso il controllo della sede citando, come motivazione ufficiale, “rischi legati alla sicurezza nazionale”.

 

La mossa è stata interpretata come un sostanziale allineamento del governo alle azioni intraprese dagli USA, nell’ambito della crisi diplomatica con la Cina sui controlli alle esportazioni:

 nel 2023, “Fintech Technology” era stata inserita dal Dipartimento del commercio statunitense in un elenco di aziende cinesi soggette a limitazioni.

Dopo che la Cina ha momentaneamente bloccato l’invio dei materiali necessari alla produzione di chip, il governo olandese ha ritirato il discusso provvedimento.

 

Il rischio concreto che la Cina proseguisse nel blocco delle esportazioni di chip, con conseguenti effetti negativi sull’industria europea, evidenzia una problematica centrale per l’Unione:

 la mancanza di una politica estera comune, che possa dirimere eventuali conflitti politici e commerciali.

Il mancato coordinamento tra il governo olandese e la Commissione sul caso ha esposto quest’ultima non solo all’imbarazzo diplomatico, ma anche ad una ritorsione commerciale molto grave.

 

Non è la prima volta che i piani della Commissione sono intralciati dall’iniziativa personale dei governi degli stati membri:

un esempio lampante è la costante opposizione di Viktor Orbán, primo ministro ungherese, all’invio di aiuti militari all’Ucraina.

 

Trump e la Politica Estera Comune Europea.

Il 50° anniversario dell’avvio delle relazioni bilaterali celebrato al summit di luglio 2025 e l’ampia relazione commerciale fra le parti possono fornire lo spunto da cui partire per ricostruire una relazione diplomatica solida.

 

Una riflessione in tal senso è imposta dallo dalla recente elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, oltre alla crescita del numero di conflitti internazionali e dei problemi derivanti dalla crisi climatica mondiale.

 

Che l’Europa non sia più al centro degli interessi dell’amministrazione Trump lo si evince anche dalla “National Security Strategy”, rilasciata lo scorso dicembre.

Nel documento si sottolinea ripetutamente come il focus strategico della politica estera statunitense sia legato proprio all’area dell’Indo-Pacifico, nel Sud-Est asiatico.

Dell’UE si parla invece con toni dissacranti, di “una società in declino”, che “deve essere abolita”, per usare le parole di” Elon Musk”, stretto collaboratore del presidente.

 

“Do something!”: le future prospettive per l’UE.

L’Unione Europea deve trovare la via per accelerare il processo di integrazione ed uniformazione legislativa, soprattutto nell’ambito della politica estera:

e nel farlo, il dialogo pragmatico con una potenza centrale come la Cina può arrecarle vantaggi anche a fronte del progressivo disinteressamento statunitense nei confronti del Vecchio Continente.

 

Inoltre, un’accelerazione decisiva in tal senso è imposta dal progressivo multipolarismo cui tende lo scenario geopolitico attuale.

 Un’UE più unita e coesa al suo interno è un’UE più pronta per le sfide che la attendono.

Forse è vero che il centro del mondo oggi non è più l’Europa, ma è pur vero, come dichiarato dallo stesso “Mario Draghi” nel suo intervento di fronte al Parlamento Europeo a febbraio 2025, che se l’Europa non “farà qualcosa”, il suo attendismo minerà ulteriormente la sua credibilità internazionale come attore strategico indipendente.

 

 

 

L'Ue sbatte la porta in faccia

 alla Cina con la spinta del

"Made in Europe" nel settore industriale.

It.euronews.com - Marta Pacheco & Peggy Corlin & Chiara Zampiva – (04 -03 – 2026) – ci dicono:

(Diritti d'autore AP Photo).

 

Il commissario europeo “Stéphane Sojourner” ha presentato una strategia per escludere Pechino dai finanziamenti pubblici dell'Ue introducendo una preferenza europea nei settori strategici.

Verrebbero tagliati fuori anche i Paesi che limitano l'accesso ai propri mercati con norme sulla tutela locale.

La Commissione europea ha presentato mercoledì il suo atteso piano industriale, con l'introduzione di una "preferenza europea" che esclude la Cina dai finanziamenti pubblici europei e che limita i futuri investimenti di Pechino nell'Unione europea.

 

La mossa arriva dopo che 200 mila posti di lavoro europei sono stati cancellati nelle industrie ad alta intensità energetica e nel settore automobilistico dal 2024, con 600 mila perdite previste per questo decennio solo nel settore automobilistico, mentre la Cina inonda l'Europa di esportazioni e costruisce impianti che creano scarsa occupazione locale.

 

"Di fronte a un'incertezza globale senza precedenti e a una concorrenza sleale, l'industria europea può contare sulle disposizioni di questo atto per stimolare la domanda e garantire catene di approvvigionamento resistenti in settori strategici", ha dichiarato il commissario europeo all'Industria Stéphane Sojourner, presentando l'atteso “Industrial Accelerator Act” (Iaa) dell'esecutivo Ue.

 

La strategia si rivolge a tre settori strategici: le tecnologie pulite, i produttori di automobili e le industrie ad alta intensità energetica come l'alluminio, l'acciaio e il cemento.

 

Introduce soglie di "Made in Europe", tra cui un requisito del 70 per cento di contenuto Ue per i veicoli elettrici, con notevoli eccezioni per la maggior parte dei componenti delle batterie, il 25 per cento per l'alluminio e il 25 per cento per il cemento.

 

"Il testo creerà posti di lavoro indirizzando il denaro dei contribuenti verso la produzione europea, diminuendo le nostre dipendenze e rafforzando la nostra sicurezza e sovranità economica", ha aggiunto Sojourner.

 

Relate.

Divieto di acciaio russo in Europa: il Parlamento Ue cerca di aggirare il vincolo dell'unanimità.

La Cina è bersaglio di regole più severe sugli investimenti.

La creazione dell'IAA ha visto una feroce lotta tra gli Stati membri e i dipartimenti della Commissione.

 

Un blocco di Paesi nordici e baltici ha avvertito che le nuove regole potrebbero minare gli investimenti e limitare l'accesso dei Paesi dell'Ue alle tecnologie straniere, mentre la Germania ha spinto per aprire l'etichetta "Made in Europe" per includere beni e componenti provenienti da partner affini.

Nel frattempo, la Francia ha adottato una linea più protezionistica.

Alla fine, la Commissione ha proposto di estendere lo status di origine Ue ai prodotti provenienti da partner commerciali con accordi di libero scambio che applicano la reciprocità, in particolare nei contratti di appalto pubblico.

"Prenderemo in considerazione i prodotti di origine comunitaria fabbricati in paesi terzi con i quali abbiamo un impegno internazionale", ha dichiarato il funzionario della Commissione.

 

Questo esclude la Cina e gli Stati Uniti, che non hanno accordi di questo tipo con il blocco, ma potrebbe anche escludere partner più affini come il Canada, dove una politica "Buy Canadian" potrebbe essere presto applicata alle aziende dell'Ue.

"La proposta dice anche che verificheremo in seguito se questi Paesi non sono aperti a noi sulla stessa lista di categorie di tecnologie anche quando avrebbero dovuto esserlo", ha aggiunto il funzionario Ue.

 

Relate.

L'industria delle armi nell'Unione europea e le norme degli Stati membri.

Il futuro degli investitori.

Nuove condizioni si applicheranno anche agli investimenti diretti esteri superiori a 100 milioni di euro in batterie, veicoli elettrici, pannelli solari e materie prime critiche, anche in questo caso, con la Cina in primo piano.

"In pratica vengono su un pezzo di terra europea, costruiscono le loro fabbriche, vengono con migliaia di lavoratori cinesi e gestiscono la fabbrica da soli con poco valore aggiunto locale",

ha detto un altro funzionario dell'Ue, spiegando la decisione della Commissione di limitare l'accesso al suo mercato.

 

D'ora in poi, se un investitore proviene da un Paese che detiene il 40 per cento della quota di mercato globale in un determinato settore, il 50 per cento dovrà essere attribuito ai lavoratori dell'Ue.

Si applicheranno anche altre condizioni, come il fatto che la proprietà straniera rimanga al di sotto del 49 per cento, le joint venture con entità europee, i trasferimenti di tecnologia, l'1 per cento del fatturato globale dell'azienda destinato alla R&S dell'Ue e il 30 per cento della produzione realizzata nel blocco.

 

"L'Europa non è un supermercato", ha detto lo stesso funzionario dell'Ue, "deve essere una fabbrica".

La proposta deve ora essere approvata dai colegislatori dell'Ue, ovvero il Parlamento europeo e il Consiglio dell'Ue, che rappresenta gli Stati membri.

 

Le relazioni tra Unione Europea e

Cina dopo il vertice di luglio 2025.

Ispionline.it – (13 ottobre 2025) – Rebecca Maria Perla Iotti – Redazione -  ci dice:

 

Il quadrimestre da giugno a settembre è stato cruciale per le relazioni tra la RPC) e l’UE, culminato in un luglio denso di diplomazia bilaterale e missioni istituzionali.

 

Il quadrimestre da giugno a settembre è stato cruciale per le relazioni tra la Repubblica popolare cinese (RPC) e l’Unione Europea (UE), culminato in un luglio denso di diplomazia bilaterale e missioni istituzionali.

Le visite ufficiali di “Wang Yi “nei paesi dell’Unione hanno infatti preceduto il venticinquesimo vertice sino-europeo, tenutosi a Pechino il 24 luglio.

 Il filo conduttore degli ultimi mesi è stata la tensione crescente tra cooperazione economica e rivalità strategica.

Il mantra europeo che definisce la Cina come “un partner nella cooperazione, un concorrente economico, e un rivale sistemico” si è dimostrata una linea diplomatica ambivalente e fragile, ed è emersa l’esigenza di prendere posizioni pragmatiche, seppur non necessariamente assertive.

 

Il contesto del summit.

Il summit sino-europeo (anche noto in inglese come “EU-China summit”) si propone come un ponte tra Bruxelles e Pechino, in un momento caratterizzato da ambiguità strategica e dipendenze economiche.

 La relazione tra Cina e UE è guidata sia da interessi convergenti, come la ricerca di una posizione comune sulla difesa del commercio internazionale e la lotta al cambiamento climatico, sia da divergenze strutturali, soprattutto in ambito ideologico e geopolitico.

Sul piano economico, il quadro appare più definito:

la Cina rappresenta un partner imprescindibile per l’Unione e i suoi stati membri ed è diventata la sua principale fonte di importazioni di beni, in particolare nel settore delle telecomunicazioni.

Nel 2024, il volume complessivo del commercio di beni ha raggiunto €731 miliardi, con un deficit commerciale per l’UE di €304 miliardi, il più ampio deficit commerciale bilaterale a livello mondiale.

D’altra parte, la guerra di aggressione russa mette in evidenza due fronti contrapposti.

Come dichiarato dal ministro degli Esteri cinese “Wang Yi” Pechino non può accettare una sconfitta della Russia in Ucraina, che consentirebbe agli Stati Uniti (Usa) di concentrare la propria attenzione sulla Cina.

Mentre la Cina enfatizza ufficialmente la propria neutralità e l’impegno per la pace, le osservazioni di Wang suggeriscono che la RPC potrebbe preferire un conflitto prolungato per distogliere l’attenzione statunitense, un atteggiamento inaccettabile per Bruxelles.

 In questo scenario, la presidenza Trump ha avuto un impatto significativo sulle relazioni Cina-UE durante il quadrimestre:

la spinta statunitense verso il decoupling da Pechino e i dazi punitivi rappresentano per l’UE un costo rilevante, e un vincolo rigido per la propria politica estera, che rende urgente lo sviluppo di una futura autonomia europea.

 

In tale prospettiva, il rapporto redatto lo scorso anno da Mario Draghi richiama l’UE alla necessità di rafforzare la propria competitività rispetto ai grandi poli industriali.

Un monito confermato anche nel discorso di von der Leyen al summit, in cui si sollecita una relazione commerciale con la Cina più bilanciata.

L’attenzione economica si estende così alla sicurezza e alla difesa, sottolineando la necessità di un’“autonomia strategica aperta”, ossia fondata sulla sicurezza, su alleanze con democrazie affini (escludendo quindi la Cina) e su politiche economiche più incisive, senza sacrificare i valori fondamentali.

La Cina, d’altra parte, si propone come un attore industrialmente solido e ideologicamente agnostico in politica estera, volto a raggiungere l’autosufficienza tecnologica.

 

Tiepide aspettative e sfide diplomatiche.

“Wang Yi” ha visitato Bruxelles all’inizio di luglio, segnando l’inizio di un tour europeo di una settimana, dal forte valore simbolico.

 Il viaggio si è svolto sullo sfondo di attriti commerciali e tensioni geopolitiche, scaturiti dall’imposizione da parte dell’UE di dazi sulle auto elettriche cinesi, a cui Pechino ha risposto con ulteriori dazi antidumping su prodotti europei, tra cui brandy e prodotti caseari. 

La visita è iniziata con un tono ottimistico:

il ministro ha presentato il summit come uno sforzo condiviso per costruire un polo di stabilità con l’Europa, in contrapposizione all’aumento del protezionismo statunitense.

Tuttavia, von der Leyen ha richiamato l’attenzione sui temi più critici della relazione tra Cina e UE, in particolare il deficit commerciale, ribadendo la necessità di maggior prevedibilità e affidabilità da parte della Cina.

Seppur riconoscendo l’importanza della relazione sino-europea per l’equilibrio internazionale, von der Leyen ricerca una partnership più bilanciata e stabile con la Cina, rimanendo fedele all’approccio di de-riesling.

 

Il 2 luglio ha avuto luogo il dialogo strategico UE–Cina:

l’alto rappresentante per la Politica Estera “Kaja Kallas” ha chiesto reciprocità commerciale, la fine delle restrizioni sulle esportazioni di terre rare e un riequilibrio del deficit;

ha inoltre sollevato preoccupazioni sulla sicurezza, denunciando il sostegno di alcune aziende cinesi allo sforzo bellico russo in Ucraina, e ha chiesto a Pechino di cessare immediatamente ogni aiuto materiale a Mosca e di sostenere un processo di pace basato sulla carta dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu).

 

L’assenteismo statunitense ha rinnovato un nuovo importante asse nella diplomazia climatica.

Una delegazione guidata dalla vicepresidente esecutiva e commissaria europea per la Concorrenza “Teresa Ribera” ha incontrato il vicepremier cinese” Ding Xinxiang”, il 14 luglio, ottenendo la promessa di collaborazione futura per affrontare la crisi climatica, in quello che potrebbe rivelarsi uno dei passi più decisivi per l’azione climatica dalla firma dell’Accordo di Parigi e uno dei successi del summit.

Sebbene l’incontro non abbia portato a impegni concreti, è stato una presa di posizione da parte del maggior proponente della lotta al cambiamento climatico, l’Europa, e il più importante agente nella produzione di energie rinnovabili, la Cina.

 In questo caso la volontà ha incontrato la pragmaticità.

 

Infatti, alla vigilia del summit erano già presenti dei nodi diplomatici, tra cui il partenariato “senza limiti” della Cina con la Russia, che ha sostenuto l’economia di guerra di Mosca, le restrizioni all’export di terre rare, che Ursula von der Leyen ha denunciato come una strumentalizzazione di risorse monopolistiche, e in ultimo le barriere regolamentari affrontate dalle imprese europee in Cina, che hanno portato l’Unione a introdurre contromisure contro i fornitori cinesi.

Tuttavia, oltre alle tensioni già menzionate, il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha introdotto una variabile destabilizzante che avrebbe potuto avvicinare Cina e UE.

Le tariffe americane hanno spinto sia l’Europa sia la Cina a interrogarsi sulla possibilità di una cooperazione sino-europea che possa riequilibrare il commercio globale e sostituire gli Usa.

 

I risultati del venticinquesimo vertice UE–Cina a Pechino.

Il summit UE–Cina del ventiquattro luglio è stato concepito sia come momento simbolico sia come occasione di diplomazia.

Coincidente con il cinquantesimo anniversario delle relazioni bilaterali tra Bruxelles e Pechino, l’incontro è stato ufficialmente presentato come un’opportunità per gestire attriti e divergenze e per auspicare un futuro collaborativo tra UE e Cina.

Si nutrivano speranze di una possibile distensione nei rapporti sino-europei;

eppure, con l’avvicinarsi della data del summit, le aspettative si erano notevolmente ridotte.

 L’incontro si è rivelato fin dall’inizio mutilo:

 rispetto ai due giorni originariamente previsti, i colloqui si sono svolti in una sola giornata, la sede è stata spostata a Pechino anziché Bruxelles e l’assenza di “Xi Jinping” ha rappresentato un segnale di irrigidimento nei confronti dell’UE.

 

Durante il summit, von der Leyen ha fatto pressione sulla Cina per il suo sostegno indiretto all’economia di guerra russa, ma XI (tramite il premier Li Qiang) non ha mostrato alcun interesse a seguire la linea europea, avendo del resto già reso le proprie intenzioni chiare dopo aver partecipato come ospite d’onore alla parata del Giorno della Vittoria a Mosca.

 Anche il commercio è stato terreno di scontro.

 L’Unione ha nuovamente giustificato i suoi forti dazi sulle auto elettriche cinesi come una misura di protezione contro il dumping favorito dai sussidi di Pechino.

 

Oltre al commercio, le divergenze politiche contribuiscono a mantenere un clima di diffidenza.

La vicinanza tra Cina e Russia alimenta ulteriormente l’impasse diplomatico.

Per aggirare questa rigidità, la Cina adotta una doppia strategia, confrontandosi con le istituzioni UE ma sviluppando al contempo legami più stretti con singoli paesi, come l’Ungheria, meno critici nei confronti di Russia e Cina. 

Tuttavia, questo approccio alimenta ulteriori timori a Bruxelles, percepito come un tentativo di indebolire l’unità europea.

 

Infine, il post-summit ha rafforzato le percezioni reciproche:

per Bruxelles, l’incontro ha mostrato la riluttanza della Cina a riequilibrare i rapporti commerciali o a prendere le distanze da Mosca, confermando la necessità di misure difensive e di una maggiore diversificazione.

Per Pechino, invece, l’UE è apparsa divisa e indecisa, più vicina alla svolta protezionistica di Washington che all’obiettivo di un dialogo autonomo.

Alla luce di queste dinamiche, il vertice evidenzia la mancanza di volontà e urgenza nel risolvere le questioni aperte.

 La Cina non sembra intenzionata a modificare la propria politica commerciale né a concedere spazio alle preoccupazioni europee sulla guerra in Ucraina, nonostante le nuove sanzioni contro alcune istituzioni finanziarie cinesi.

 Qualsiasi futuro tentativo di riavvicinamento richiederà un approccio realistico da entrambe le parti e la costruzione di una nuova normalità: una relazione funzionale e pragmatica che tenga conto delle profonde divergenze politiche ed economiche.

 Gli appelli a una “cooperazione win-win” non sono più sufficienti ed efficaci.

 Per superare lo stallo, Cina e UE dovranno definire questo nuovo equilibrio basato su pragmatismo e funzionalità, senza cedere a illusioni di cambiamenti radicali nella politica cinese.

 

State of the Union 2025: la Cina solo in secondo piano.

Lo State of the Union del 10 settembre arriva dopo che, nel mese di agosto, la bilancia commerciale della Cina con l’Europa ha subito uno spostamento significativo.

 Le esportazioni cinesi verso l’UE sono aumentate di circa il 10% – in particolare verso Italia, Francia e Germania – mentre le esportazioni europee verso la Cina sono diminuite dell’1,84%, evidenziando un crescente disavanzo commerciale.

Eppure, nonostante i numerosi incontri bilaterali e l’andamento della bilancia commerciale, la presidente von der Leyen ha quasi del tutto evitato di menzionare la Cina nel suo discorso al parlamento europeo, o quantomeno non in modo esplicito:

un risultato inatteso, considerando l’intensa stagione diplomatica che ha coinvolto i due attori.

Quando la Cina è stata citata, il tono è stato competitivo, in riferimento alla corsa ai brevetti sulle tecnologie pulite e sui veicoli elettrici, e in altri momenti allarmato, richiamando gli incontri tra “Xi Jinping”, “Vladimir Putin” e “Kim Jong-un” durante la parata militare a Pechino.

Von der Leyen ha inoltre richiamato l’attenzione, seppur con cautela, sull’incontro analogo tra Trump e Putin in Alaska.

 

La presidente della Commissione, durante il Stoe, si è concentrata sull’attuazione delle raccomandazioni contenute nel rapporto Draghi, in particolare quelle relative al finanziamento della tecnologia europea, sottolineando come la dipendenza strategica dell’Unione in alcuni settori possa essere sfruttata da attori esterni.

 Il riferimento implicito è al deficit con la Cina:

l’approfondimento del mercato interno e una politica commerciale più solida sono infatti obiettivi che mirano a riequilibrare le condizioni di concorrenza con Pechino.

 Von der Leyen ha ribadito l’impegno dell’Europa nel contrasto alla guerra di aggressione russa;

anche per questo, il vertice sino-europeo difficilmente avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio reset delle relazioni, data la discordanza di intenti sulla guerra e, su un piano più generale, quella di natura ideologica.

 Pertanto, nel breve termine non si osservano segnali di distensione tra UE e Cina.

 La ritorsione economica rappresentata dai dazi antidumping imposti da Pechino sulla carne suina europea ha lanciato più un segnale di chiusura e di scontro che di cooperazione, e il vertice UE-Cina di luglio ha prodotto pochi progressi concreti.

Infine, la menzione della Cina al Stoe conferma l’irrigidimento dei rapporti e il complessivo fallimento della stagione diplomatica.

 

Con la fine dell’estate, Pechino ha concentrato due eventi di grande portata in una sola settimana:

il vertice della “Shanghai cooperation organization” (Sco) a Tianjin il 30 agosto-1° settembre, e la parata militare per l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale a Pechino il 3 settembre.

Durante il vertice di Tianjin, Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi hanno mostrato un momento di unità, volto a proiettare l’immagine di un’alternativa alla leadership globale statunitense.

 Il summit ha anticipato la parata militare a Pechino, alla quale hanno partecipato anche Putin e Kim Jong-un, e tra gli invitati vi erano anche i leader europei di Slovacchia, Serbia e Bielorussia.

 La coincidenza dei due eventi non è casuale: la Cina manda un messaggio chiaro al mondo, presentandosi come portabandiera di un ordine multipolare guidato dal Sud globale, in contrapposizione alla narrazione occidentale dell’ordine internazionale liberale guidato dagli Usa.

 Il messaggio del summit è stato ulteriormente rafforzato dalla parata militare, che non ha solo lo scopo di mostrare la potenza dell’esercito cinese, ma anche di posizionare la Cina come grande potenza radicata nei paesi in via di sviluppo.

 

La mancata partecipazione dei leader occidentali alla “Sco” era prevedibile, considerando che il forum ha carattere regionale e si concentra sull’Asia Centrale, e che né gli Stati membri né quelli osservatori appartengono all’Occidente.

 La partecipazione di oltre trenta capi di Stato, tra cui Russia, India, Iran e Pakistan, conferma il mantenimento da parte della Cina di un focus strategico sull’Asia, mentre l’assenza di paesi come Corea del Sud e Giappone, stretti alleati degli Stati Uniti, rafforza tale interpretazione.

Durante il vertice Sco a Tianjin e la parata militare a Pechino, Putin è apparso fianco a fianco con Xi Jinping, suggerendo un sostegno cinese alle operazioni militari russe in Ucraina.

 

In conclusione, la “Sco” va interpretata sia come esempio di successo bi- e trilaterale, in particolare tra Cina e India, contrapposto al risultato modesto del vertice UE-Cina, sia come proposta coerente di un nuovo ordine globale con polo centrale in Asia.

 

Conclusioni: dalla strategia mancata al nuovo polo asiatico.

L’Europa si trova a navigare tra le opportunità e i limiti del suo ruolo fluido in un mondo multipolare.

Nonostante ciò, il possibile rinnovato pivot verso Pechino dopo il ritorno di Trump non ha prodotto i risultati sperati, e l’UE resta intrappolata nella rivalità con una Cina percepita come attore inaffidabile e, oltreoceano, con l’imprevedibilità della politica estera americana.

L’Unione ha avuto l’opportunità di non limitarsi a reagire passivamente alla competizione tra grandi potenze, senza riuscire ancora a tradurla in azioni efficaci.

 La capacità dell’Unione di preservare l’unità interna e di consolidare una solida base industriale e tecnologica determinerà se potrà ridefinire le relazioni con la Cina o se sarà vincolata alle pressioni contrapposte di Washington e Pechino.

Nella ricerca di maggiore autonomia, l’UE avrebbe potuto sfruttare questo quadrimestre per ridefinire il rapporto con Pechino.

Adottando una strategia di de-riesling, sarebbe stato possibile rafforzare i legami con la Cina pur mantenendo una postura difensiva. Tuttavia, la formazione di un partenariato eurasiatico capace di sfidare la centralità degli Usa risulta difficilmente percorribile, alla luce dei rinnovati attacchi russi in Ucraina, del disallineamento ideologico e dei persistenti squilibri commerciali.

 

Infatti, sebbene la relazione tra Russia e Cina rimanga ambigua, la prospettiva è più collaborativa che competitiva.

 Durante l’incontro al vertice “Sco”, il ministro della Difesa russo “Andrei Belousov” ha lodato le relazioni tra Pechino e Mosca, definendole ad “un livello senza precedenti”, nonostante successivamente un documento interno di pianificazione del Servizio federale di sicurezza russo abbia etichettato la Cina come un nemico, proprio per le sue operazioni di spionaggio dopo l’invasione in Ucraina.

Con il protrarsi della guerra, l’Unione ha cercato di limitare la capacità della Cina di sostenere lo sforzo bellico di Mosca, senza chiudere i legami diplomatici.

Bruxelles ha mitigato l’elusione delle sanzioni inserendo nella lista le entità cinesi che forniscono beni a duplice uso alla Russia, trattando quindi la Cina come un attore terzo facilitatore, ed evitando di inquadrarla come belligerante diretto.

 

Tuttavia, il consolidamento del partenariato strategico tra Pechino e Mosca riduce in modo significativo lo spazio politico per una strategia europea di de-riesling nei confronti della Cina.

Il sostegno economico, e diplomatico fornito da Pechino alla Russia contribuisce alla capacità del Cremlino di sostenere la guerra.

Tale supporto rende difficile per l’UE distinguere tra il piano economico e quello geopolitico, poiché un rafforzamento dei legami con la Cina potrebbe venire interpretato come un sostegno indiretto a Mosca.

 

Tanto atteso e meticolosamente organizzato, il quadrimestre di relazioni diplomatiche Cina-UE si è concluso senza risultati concreti, culminando nella (quasi) omissione del capitolo sino-europeo dal Stoe.

Nonostante tutto, i principali nodi delle relazioni Bruxelles-Pechino offrono lezioni preziose per le strategie future dell’Unione.

 Tra questi vi sono il timore europeo della strumentalizzazione dei settori strategici che l’UE fatica a “europeizzare”, come auspicato dal rapporto Draghi;

 la guerra in Ucraina, con il suo significativo carico militare e ideologico; e la mancata occasione di utilizzare la presidenza Trump come catalizzatore per un nuovo polo di cooperazione.

Un polo che, anziché nascere a ovest, sembra delinearsi a oriente, attraverso forum regionali e asiatici come la “Sco” e iniziative bi- o trilaterali.

Questi elementi entreranno a far parte dei futuri capitoli strategici dell’Unione.

 

 

 

L’Ue rafforza le regole sugli

 investimenti per frenare la Cina.

  Fortuneita.com - Luisa Vittoria Amen – (Novembre 24, 2025) -

 

Cina, Ue.

L’Europa si prepara a stringere le regole sugli investimenti stranieri per garantire che le aziende cinesi non sfruttino il mercato aperto senza portare benefici concreti.

 Secondo il “Financial Times”, le nuove norme mirano a proteggere l’industria europea, rafforzare l’occupazione locale e favorire il trasferimento tecnologico quando le multinazionali estere investono nel blocco.

La Commissione Europea vuole evitare che i capitali esteri servano solo come punto d’ingresso al mercato comunitario, senza contribuire allo sviluppo della filiera Ue.

Il focus si concentra soprattutto su settori strategici come le batterie per veicoli elettrici e l’idrogeno, dove la Cina ha investito pesantemente negli ultimi anni.

Per Bruxelles, non si tratta solo di protezione economica, ma anche di sicurezza industriale e geopolitica.

 

Nuove regole per gli investimenti esteri.

Secondo il quotidiano britannico, la “Commissione Europea” prevede che i futuri investitori esteri dovranno assumere lavoratori locali e condividere know-how tecnologico.

Stéphane Sojourner, commissario UE per l’industria, ha spiegato che gli investimenti dovranno contribuire al funzionamento dell’intera filiera europea e non limitarsi ad assemblare componenti importate.

La mossa si inserisce in un contesto di forte pressione sull’industria europea, che già affronta costi energetici elevati, normative ambientali complesse e la concorrenza dei prodotti cinesi a basso costo.

 La proposta prevederebbe anche clausole di “made in Europe” e requisiti di contenuto locale, strumenti considerati più efficaci dei dazi per rafforzare la produzione interna.

 

Casi emblematici e preoccupazioni geopolitiche.

I progetti industriali cinesi in Europa hanno attirato particolare attenzione, soprattutto il” gruppo CATL,” leader mondiale nelle batterie per veicoli elettrici.

L’azienda sta costruendo impianti in Germania, Ungheria e Spagna, e intende portare centinaia di lavoratori cinesi nei siti produttivi.

 Secondo il “Financial Times”, ciò ha sollevato dubbi sulla reale condivisione delle tecnologie più avanzate e sulla possibile dipendenza europea dalla Cina.

 La Spagna e altri Stati membri sostengono le nuove regole, sottolineando che garantiranno occupazione locale, know-how e resilienza economica.

Analisti europei ritengono inoltre che la normativa ridurrà la “corsa al ribasso” tra i Paesi membri, promuovendo standard più alti per tutti gli investimenti diretti esteri.

 

Verso un’Ue più indipendente.

Le nuove norme, attese il 10 dicembre, potrebbero influenzare anche aziende giapponesi e sudcoreane, costringendole a rispettare i criteri di contenuto locale.

 L’obiettivo della Commissione, come afferma il “Financial Times”, è rendere ogni investimento estero produttivo per la crescita europea, senza compromettere la competitività del blocco.

Il rafforzamento delle regole sugli investimenti esteri segna quindi un passo decisivo per proteggere industrie strategiche, salvaguardare l’occupazione e ridurre la dipendenza tecnologica dalla Cina.

L’Unione europea se la gioca

con Cina e Stati Uniti per

industria, energia, tecnologia.

Diarioditalia.it – Redazione – (16 Agosto 2025) – ci dice:

 

Ma nel confronto con il Pil pro capite, l’Ue è la metà degli Usa e crolla nel numero dei brevetti rispetto alla Cina.

Unione europea accordi commerciali guerra dei dazi.

Uno studio di “Gianmaria Lastroni” dell’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano è decisamente utile per fare un quadro sulle grandezze economiche in gioco tra Unione europea, Stati Uniti e Cina, con un’Ue che se la gioca con gli Usa nella manifattura, ma che crolla a livello di Pil pro capite, a testimonianza di una crescita degli ultimi lustri decisamente frenata delle politiche fallimentari attuate dalla Commissione che hanno fatto crescere i costi e crollare la produzione.

 

Partendo dal Pil, in dollari correnti, il più grande rimane quello americano:

 con 29,2 trilioni nel 2024, supera del 50% i 19,4 dell’UE. Il Pil dell’UE risulta solo di poco superiore a quello cinese (18,7 trilioni), ma aggiungendo il Regno Unito (3,6 trilioni) il totale sale a 23,1 trilioni, circa a metà strada tra Cina e USA.

 Il Pil a parità di potere d’acquisto (PPP), correggendo quindi per il fatto che i prezzi dei prodotti cinesi o europei a cambi correnti sono più bassi di quelli americani, produce un quadro diverso: il Pil dell’UE (28,1 trilioni di dollari PPP) è molto vicino a quello degli Stati Uniti (29,1), superandolo se si aggiunge il Regno Unito (32,3 trilioni in totale).

 La Cina (38,2 trilioni) rimane però di gran lunga il più grande produttore al mondo.

 

Il Pil pro capite dell’UE è pari a 43.145 dollari correnti (44.410 includendo il Regno Unito), circa la metà di quello americano (85.810 dollari).

A cambi PPP, le distanze si accorciano, ma gli USA restano al comando, con oltre 20.000 dollari in più dell’UE.

 

Passando al fronte produttivo, gli equilibri cambiano.

Nella manifattura e prodotti di base, l’UE rappresenta il 16,2% della produzione manifatturiera globale, una quota leggermente inferiore agli Stati Uniti (17,3%).

 Includendo il Regno Unito, la quota europea sale al 17,9%, superando gli USA.

Il principale polo manifatturiero mondiale rimane la Cina (27,7%), che domina in tutti i settori.

Rimanendo lontana dal gigante asiatico, l’UE supera gli Stati Uniti nel comparto chimico (13% della produzione mondiale contro l’11%), nella produzione di acciaio (126 milioni di tonnellate, 6,8% della produzione mondiale, a fronte di 81 milioni, 4,4%), nell’alluminio (3,2 milioni di tonnellate, 4,5% di quota mondiale, invece di 818.000, 1,2%) e nel cemento (l’UE 161 milioni, 4%, gli USA 90, 2,2%).

Gli Stati Uniti superano l’UE nel carbone (539 milioni, 6,5%, a fronte di 242 milioni, 2,9%), nel rame (1,2 milioni, 5,7%, e 790.000, 3,7%) e nel titanio, dove l’UE è praticamente assente.

 

In campo energetico, l’Unione europea nel 2024 ha prodotto 2.698 TWh di elettricità, meno sia degli USA che della Cina, con una forte componente rinnovabile:

 il 45% è arrivato da solare, eolico, idroelettrico e bioenergia; aggiungendo il nucleare, la quota sale al 68%.

 L’UE ha una quota di energia pulita molto più alta di quella degli Stati Uniti, dove le rinnovabili valgono il 24% dell’energia, 42% con il nucleare, e della Cina, nella quale le rinnovabili pesano per il 34%, 38% con il nucleare.

 

Nei campi dell’industria di punta e nella ricerca e sviluppo, l’Unione europea si posiziona a metà nel mercato dei semiconduttori (quota di mercato del 9,2% nel 2024, meglio del 4,5% cinese), dove gli Stati Uniti sono i leader indiscussi (50,4%), e nell’intelligenza artificiale (nel 2024, 14 miliardi di investimenti privati in UE contro i 9 cinesi; entrambe lontane dai 109 americani).

Tuttavia, i Paesi europei sono piuttosto indietro in altri indicatori:

le richieste di brevetto sono state solo 81.000 nel 2021, meno di un terzo di quelle statunitensi (262.000) e 17 volte inferiori a quelle cinesi (1,43 milioni).

 L’export tecnologico pesa per il 19,2% delle esportazioni manifatturiere europee, meno del 21,9% americano e del 26,6% cinese.

Anche nell’utilizzo di robot industriali (219 ogni 10.000 occupati) l’UE si colloca dietro ai 295 USA e ai 470 cinesi.

 

Trasporti e infrastrutture:

in questa categoria l’Unione europea si colloca dietro alla Cina ma davanti agli Stati Uniti, primeggiando in diversi indicatori.

Nella produzione di veicoli terrestri i Paesi europei (13,4 milioni) superano gli USA (10,6), pur rimanendo lontani dal gigante cinese (31,3).

Delle auto prodotte in Europa, il 21% è elettrico; meno del 48% cinese, ma meglio del 10% americano.

 L’UE e la Cina si eguagliano grossomodo per ricavi provenienti dall’industria ferroviaria (rispettivamente 31,5 miliardi e 30,4), con gli USA dietro a 12,6.

 

Riguardo il settore marittimo, i porti europei sono ad un terzo circa di quelli cinesi per numero di container movimentati (96 milioni in UE, 280 in Cina), ma superano gli Stati Uniti (54 milioni).

 Inoltre, la flotta mercantile più numerosa è quella dei Paesi europei (13.791 includendo il Regno Unito);

la Cina conta 10.440 navi, gli Stati Uniti solo 1.702.

 Infine, l’UE è leader anche nella produzione di aerei: 766 nel 2024, più dei 348 statunitensi e dei 33 cinesi.

 

Industria della difesa e spazio:

nel 2024, i Paesi dell’UE hanno complessivamente speso in difesa 370 miliardi (1,9% del Pil), che diventano 451 (2% del Pil) aggiungendo il Regno Unito; sono più dei 314 miliardi cinesi, ma molti meno dei 997 USA.

A parità di potere d’acquisto, la sola UE (535 miliardi) scivola dietro anche alla Cina (639).

 Tuttavia, aggiungendo il Regno Unito il dato europeo sale a 632 miliardi, eguagliando la Cina.

Nel settore spaziale, in termini di lanci di oggetti nello spazio l’UE è molto indietro: solo 86, a fronte dei 266 cinesi e dei 2.263 degli americani.

 

Produzione agroalimentare:

l’Unione europea è il primo produttore mondiale di latte (127 milioni di tonnellate nel 2023, 17,4% del totale), ma ha una produzione di carne, mais e cereali molto inferiore alle altre due potenze mondiali.

 

Nel confronto con le due superpotenze, l’Unione europea si distingue nei settori manifatturieri tradizionali come chimica, acciaio, alluminio e cemento, nella transizione energetica grazie all’elevata quota di rinnovabili e di nucleare, e in alcune branche del settore dei trasporti, dove primeggia nella produzione di aerei, nel settore marittimo e nell’industria ferroviaria. Il vecchio continente è però indietro sul versante tecnologico e nelle capacità militari e spaziali.

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Una Cina stabile è una

fortuna per il mondo.

Italian.cri.cn – (09-Mar-2026) – Redazione – ci dice:

 

“L’incertezza è l’unica certezza che il mondo si trova ad affrontare nel 2026” e “l’ordine internazionale del dopoguerra sta venendo smantellato”:

 all’inizio di quest’anno, il “World Economic Forum” e la “Conferenza sulla Sicurezza di Monaco” hanno lanciato simili avvertimenti.

Dall’inizio dell’anno, dall’America Latina al Medio Oriente, si sono susseguiti conflitti e instabilità, accrescendo le preoccupazioni sull’evoluzione della situazione globale.

 

Il 2026 segna l’avvio del “15° Piano Quinquennale” in Cina.

 In quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come vede la Cina all’attuale situazione internazionale?

E quale ruolo intende svolgere nel mantenimento della pace, della sicurezza e dello sviluppo mondiali?

L’8 marzo la conferenza stampa del ministro cinese degli Esteri, tenutasi a margine della sessione annuale dell’Assemblea Popolare Nazionale cinese (APN), ha attirato l’attenzione globale.

 

Nel corso di quasi 90 minuti di intervento, “Wang Yi”, membro dell’”Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC” e ministro cinese degli Esteri, ha risposto a 21 domande, illustrando in modo sistematico la politica estera cinese: dai rapporti tra grandi potenze alla cooperazione regionale, dai conflitti più caldi alla governance globale.

La conferenza stampa ha mostrato con chiarezza che cosa sostiene la Cina, a cosa si oppone e quali azioni intende portare avanti.

 Come è stato affermato nel corso dell’incontro, la Cina “offre a un mondo in tumulto preziose stabilità e certezza”.

 

Difendere lo stato di diritto internazionale e opporsi alla politica di potenza è una posizione costante della Cina.

Dichiarazioni come “avere il pugno duro non significa avere ragione”, “le grandi potenze devono dare l’esempio nel rispettare le regole, mantenere la parola e agire secondo il diritto”, o ancora il rifiuto di piccoli gruppi e cerchie esclusive, hanno ribadito con forza il sostegno della Cina al ruolo centrale dell’ONU, alla tutela dell’ordine internazionale del dopoguerra e alla promozione di un mondo multipolare.

 

La Cina non si limita a proporre principi, ma agisce concretamente per la pace e la governance globale.

Nell’ultimo anno essa ha promosso la creazione dell’”Organizzazione internazionale per la mediazione”, favorito il dialogo regionale e sostenuto la cooperazione del Sud Globale attraverso piattaforme come la SCO e i BRICS.

 Di fronte alle recenti tensioni in Medio Oriente, la Cina ha invocato un cessate il fuoco, inviato emissari speciali e proposto cinque principi per affrontare la questione iraniana e le crisi regionali.

 

Anche sul piano dello sviluppo la Cina continua a sostenere apertura e cooperazione, opponendosi al protezionismo.

 Le “Due Sessioni”, attualmente in corso, stanno esaminando il progetto del 15° Piano Quinquennale, che rappresenta non solo un nuovo piano di sviluppo per la Cina, ma anche nuove opportunità di cooperazione per il mondo.

 Negli ultimi cinque anni l’economia cinese è cresciuta in media del 5,4% annuo, contribuendo per circa il 30% alla crescita globale.

In futuro la Cina continuerà a promuovere un’apertura di alto livello, confermandosi sia “fabbrica” che “mercato” del mondo”.

 

Mentre grandi cambiamenti globali accelerano, la diplomazia cinese si mostra sempre più proattiva.

Il prossimo anno la Cina ospiterà importanti eventi internazionali, tra cui la “riunione informale dei leader APEC” e il secondo Vertice Cina-Paesi arabi.

In un mondo instabile, una Cina stabile e aperta si conferma come uno dei principali punti di riferimento dell’ordine globale.

ULTIM'ORA.

Eurozona, aumento dei costi energetici ostacola la ripresa del settore manifatturiero.

13-Mar-2026.

Il presidente israeliano definisce le dichiarazioni statunitensi un "palese attacco" alla sovranità nazionale.

13-Mar-2026.

Cuba conferma incontro con gli Usa.

 

 

 

 

La Cina pianifica fino al 2049.

Ecco perché ha un vantaggio sistemico.

 Marx21.it – (Pubblicato il 11 Marzo 2026) - Francesco Maringhi – ci dice:

 

Ogni anno la Doppia Sessione di Pechino fissa gli obiettivi economici del paese.

Quest’anno è diverso: viene presentato il 15° Piano Quinquennale, il documento che traccerà la rotta della Cina verso il 2035.

 

Ogni anno, quando a Pechino si apre la Doppia Sessione, l’unica cosa di cui si parla sui giornali italiani è il target di crescita del Pil.

Dopotutto è anche comprensibile:

 è un indice che condiziona i mercati e descrive il trend di crescita dell’economia cinese.

Così facendo, però, si riduce il più importante evento politico dell’anno alla descrizione di un trend economico, lasciando fuori dalla nostra attenzione quasi tutto ciò che conta.

 

Quest’anno la Doppia Sessione ha un peso specifico diverso dal solito. Oltre agli obiettivi annuali, viene presentato il 15° Piano Quinquennale, che coprirà il periodo 2026-2030.

 È il primo di due piani che devono portare la Cina alla scadenza del 2035 — data in cui la leadership si è impegnata a raggiungere la “modernizzazione socialista di base” — tappa intermedia verso il traguardo del 2049 quando, nel centenario della Repubblica Popolare Cinese, è fissato l’obiettivo della costruzione di una “grande nazione socialista moderna”.

Questa capacità di programmazione su orizzonti temporali medi e lunghi è la caratteristica più distintiva del sistema politico cinese e l’aspetto che più la differenzia dalla politica occidentale, vincolata ai cicli elettorali e sempre più priva di una capacità strategica nel lungo periodo.

 

Il Rapporto di Lavoro del Governo presentato da” Li Qiang” descrive un’economia in una fase di transizione strutturale su due fronti.

 

Sul piano interno, l’obiettivo è aumentare i consumi delle famiglie, che in Cina rappresentano una quota del PIL strutturalmente bassa rispetto alle altre grandi economie.

Sebbene il tenore di vita medio sia cresciuto in modo straordinario negli ultimi decenni, questa ricchezza non si è convertita in consumi proporzionali.

 Una quota del reddito viene destinata al risparmio, per far fronte ad eventuali costi in sanità o altre necessità.

Il piano prova ad aggredire questo nodo.

Tra le misure in discussione c’è anche una riforma dell’IVA:

oggi questa imposta viene riscossa dove avviene la produzione, non dove si trova il consumatore, incentivando i governi locali a costruire fabbriche piuttosto che investire in welfare.

Spostare la riscossione cambierebbe gli incentivi di migliaia di funzionari locali dall’oggi al domani.

 C’è poi una misura apparentemente minore ma indicativa della logica complessiva: far rispettare il congedo retribuito.

 In Cina esiste per legge, ma la sua attuazione nel settore privato non è sempre efficace.

Renderlo effettivo — senza spendere “un yuan” di bilancio pubblico — potrebbe liberare domanda latente in settori come turismo, ristorazione e cultura.

 

Sul fronte esterno, la direzione è altrettanto chiara:

rendere l’economia cinese meno vulnerabile agli shock internazionali: dazi, sanzioni, interruzioni delle catene di fornitura globali, controllo dei choke point strategici.

Il rapporto descrive un contesto segnato da “unilateralismo e protezionismo in rapida escalation” e indica tra gli obiettivi del piano il bisogno di “rafforzare le nostre capacità interne per affrontare le sfide esterne”.

 Le misure concrete riguardano tre aree.

“ Prima”: la sicurezza delle catene industriali e di approvvigionamento, che il rapporto indica come costantemente migliorate, con investimenti per rendere autonome le filiere in settori tecnologici chiave, a partire dai semiconduttori.

“Seconda”: la sicurezza energetica, con l’obiettivo di portare la capacità di produzione nazionale a 5,8 miliardi di tonnellate di carbone equivalente.

“Terza”: la sicurezza alimentare, con un target di produzione di circa 725 milioni di tonnellate di cereali.

 

Il fronte su cui la leadership mostra la maggiore determinazione è la tecnologia.

L’obiettivo dichiarato nel rapporto è l'”autosufficienza scientifica e tecnologica di alto livello”:

il 15° Piano Quinquennale fissa un tasso di crescita della spesa in ricerca e sviluppo superiore al 7% annuo — su una base che nell’ultimo quinquennio è già cresciuta a un ritmo medio del 10% l’anno.

 Il valore aggiunto delle industrie digitali, oggi al 10,5% del PIL, deve salire al 12,5% entro il 2030.

 Il rapporto punta esplicitamente sul “nuovo sistema nazionale”:

 un modello di coordinamento tra Stato, imprese leader e centri di ricerca per affrontare i colli di bottiglia tecnologici.

 È lo stesso meccanismo che ha prodotto risultati già misurabili:

la produzione di robot industriali è cresciuta del 28% nell’ultimo anno, quella di circuiti integrati del 10,9%.

 

È per questo che seguire la Doppia Sessione non è un esercizio per specialisti.

 Il vantaggio che la Cina sta costruendo non è solo tecnologico o industriale — è sistemico.

Nasce dalla capacità di fissare obiettivi a vent’anni e di coordinarvi risorse pubbliche e private, senza che ogni scadenza elettorale rimescoli priorità e strategie.

Chi ha letto con attenzione i piani quinquennali degli anni Duemila ha visto arrivare il dominio cinese nel solare, nelle batterie, nei veicoli elettrici prima che ridisegnasse interi settori.

Il 15° Piano indica dove potrebbe spostarsi il prossimo vantaggio competitivo: vale la pena mettersi a studiare!

 

 

 

Le merci cinesi invadono l’Europa.

 Allarmate le imprese Ue:

 “Situazione preoccupante”

Repubblica.it - Emma Bonotti – (10 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

Il consiglio della Camera di commercio Ue in Cina alle imprese è di “eliminare, ove possibile, la dipendenza per l’approvvigionamento da un’unica fonte”, sia Pechino o Washington.

MILANO – Il surplus monstre di Pechino aveva già fatto storcere il naso a Emmanuel Macron.

Adesso a lamentarsi del record di oltre mille miliardi di dollari sono le imprese europee.

E come il presidente francese, anche loro avvertono che il nuovo trend sta “spingendo” l'Ue ad adottare un approccio commerciale più offensivo verso la Cina.

 

“Evitare la dipendenza da Cina o Usa nell’approvvigionamento.”

Nel rapporto “Affrontare le dipendenze della catena di approvvigionamento”: sfide e scelte, la Camera di Commercio Ue in Cina ritrae un’immagine dettagliata dei timori che aleggiano tra gli imprenditori.

 Sebbene le aziende dell'Unione continuino a puntare sul mercato cinese, recita il testo, l'influenza eccessiva di Pechino sulle catene di approvvigionamento si sta dimostrando controproducente per alcune aziende straniere e per i mercati dei Paesi terzi, obbligando la diversificazione al di fuori del Dragone in determinate aree.

Il consiglio alle imprese, strette tra le politiche preferenziali di Pechino per le aziende locali e la volatilità commerciale di Washington, è di “eliminare, ove possibile, la dipendenza da un'unica fonte sia dalla Cina che dagli Stati Uniti” nelle loro catene di approvvigionamento.

 

Oltre 350 miliardi il disavanzo commerciale con l’Ue.

Nell'incertezza crescente per le tensioni tra le due superpotenze, i dati diffusi lunedì sull'interscambio commerciale cinese di novembre riportano un surplus schizzato a 1.076 miliardi di dollari nei primi 11 mesi, di cui ben oltre 350 miliardi relativi ai rapporti con l’Ue.

La Repubblica popolare “continua a esportare quantità sempre maggiori di merci verso l’Europa, in parte per compensare la debole domanda interna rispetto alla crescita dell'offerta”, lamenta la Camera.

“Ue spinta a un’azione più decisa.”

Per “Jens Eskelund”, presidente dell’istituzione, la situazione è “preoccupante”, sia per le aziende che per i governi.

“L'idea stessa di libero scambio crolla se non ci sono vantaggi per entrambe le parti coinvolte.

 E credo davvero che questa sia una grande sfida al momento”, afferma Eskelund.

E poi avverte: “Il crescente squilibrio commerciale tra le due economie, sostenuto da un yuan sottovalutato, insieme alle numerose dipendenze critiche che l'Ue ha dalla Cina, stanno spingendo Bruxelles verso un’azione più decisa”.

Quanto prima Pechino “riconoscerà tali preoccupazioni dell’Ue”, tanto prima le due parti potranno raggiungere “una relazione commerciale più sostenibile e vantaggiosa”, aggiunge Eskelund.

 

Macron parla di dazi.

L’ipotesi era già stata paventata da Macron prima della pubblicazione degli ultimi dati sull’export cinese:

 a novembre le spedizioni di Pechino verso l’Ue sono aumentate del 14,8% su base annua, contro il calo del 28,6% di quelle verso gli Stati Uniti.

 

In un’intervista a “Les Echos” pubblicata domenica, il presidente francese ha dichiarato che l’Unione potrebbe adottare “misure forti, come ad esempio i dazi” se Pechino non riuscirà a risolvere il crescente squilibrio commerciale con il blocco dei 27.

 

Stretta sulle terre rare?

 “Un campanello d’allarme.”

Ad aggravare il contesto già teso c’è la” stretta mandarina sull'export di terre rare”, che colpisce l'industria manifatturiera globale.

Un'altra indagine della Camera di Commercio ha mostrato che un'azienda su tre valuta di delocalizzare gli approvvigionamenti fuori dalla Cina in risposta ai controlli da parte di Pechino.

 

Le restrizioni sulle terre rare, prosegue Eskelund, sono state “un campanello d'allarme per l'Europa: non possiamo diventare involontariamente danni collaterali nel conflitto di qualcun altro”.

 

 

 

 

Cina. Pechino tratta solo con gli Stati

 e non con l’Ue: von der Leyen non

 invitata all’incontro di XI con Macron.

Notiziegeopolitiche.net – (19 Dicembre 2025) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:

 

Il viaggio di Emmanuel Macron in Cina, all’inizio di dicembre 2025, ha reso visibile ciò che a Bruxelles molti temevano da tempo:

le relazioni tra Unione Europea e Cina sono entrate in una fase di gelo strutturale.

L’esclusione deliberata della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dalla visita non è stata un incidente protocollare, ma un atto politico.

Pechino ha scelto consapevolmente di trattare con un grande Stato membro, rifiutando la dimensione comunitaria, segnalando che l’interlocutore europeo, come entità unitaria, non è più considerato prioritario.

È un passaggio che segna una rottura con il passato recente.

Nel 2023, la presenza congiunta di Macron e von der Leyen aveva rappresentato il tentativo di mantenere una linea europea coerente nei confronti della Cina.

 Due anni dopo, quel modello è stato archiviato da Pechino, che ha optato per una strategia di aggiramento dell’Unione, sfruttandone le divisioni interne.

L’ambasciatore dell’Unione Europea in Cina, “Jorge Toledo”, ha descritto senza eufemismi lo stato dei rapporti:

 fiducia ridotta al minimo, dialogo difficile, mancanza di reciprocità.

 Nel cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche UE–Cina, l’obiettivo ufficiale di rilanciare il partenariato si è scontrato con una realtà opposta.

 Bruxelles accusa Pechino di sostenere indirettamente lo sforzo bellico russo, di chiudere il proprio mercato e di praticare una concorrenza sistemica basata su sovraccapacità industriale e sussidi pubblici.

Dal punto di vista cinese, invece, l’Unione appare sempre più allineata alla linea statunitense del contenimento, con inchieste sui veicoli elettrici, sull’acciaio e sulle tecnologie verdi percepite come strumenti protezionistici mascherati.

La conseguenza è una progressiva delegittimazione della Commissione come interlocutore politico, sostituita da un ritorno alla diplomazia bilaterale classica.

Il dato che pesa più di tutti è quello commerciale.

Nel 2025 il deficit europeo nei confronti della Cina ha superato livelli record, oltre i trecento miliardi di dollari nei primi dieci mesi dell’anno.

È il risultato di un modello cinese sempre più orientato all’export, utilizzato come ammortizzatore interno per una crescita in rallentamento.

Veicoli elettrici, acciaio, pannelli solari e tecnologie per le rinnovabili invadono il mercato europeo, mentre l’accesso delle imprese UE in Cina resta limitato.

Macron ha provato a porre il tema in modo diretto, parlando di squilibri “insostenibili” e minacciando misure forti nei prossimi mesi.

Ma il margine di manovra francese, come quello europeo, è ristretto. L’Europa dipende ancora in modo significativo dalla Cina per materie prime critiche e componenti strategici, mentre Pechino può permettersi di diluire le pressioni europee negoziando separatamente con Berlino, Parigi o altri governi.

La scelta di Pechino è chiara: dividere per negoziare da una posizione di forza.

Accordi simbolici e settoriali con la Francia, aperture selettive verso la Germania sulle terre rare, messaggi rassicuranti ad alcuni Paesi membri e dure critiche a Bruxelles.

È una strategia già sperimentata in Asia orientale, che ora viene applicata all’Europa.

Il messaggio implicito è che l’Unione Europea, priva di una vera politica industriale comune e di una linea geopolitica condivisa, non è un attore unitario credibile.

 La Commissione parla di riduzione dei rischi, ma gli Stati membri continuano a muoversi in ordine sparso, offrendo a Pechino l’opportunità di scegliere di volta in volta l’interlocutore più conveniente.

Il contesto internazionale accentua questa dinamica.

 Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, le tensioni transatlantiche e la guerra in Ucraina spingono la Cina a testare la tenuta europea.

 L’invito ipotizzato da Macron a Xi Jinping per il G7 del 2026 appare più come un tentativo francese di recuperare centralità che come una reale apertura cinese.

Il 2025 rischia così di diventare l’anno della verità per l’Unione Europea.

O Bruxelles riuscirà a ricompattare gli Stati membri attorno a una strategia comune verso Pechino, oppure la Cina continuerà a bypassare l’Unione, trattandola come un’arena di interessi nazionali divergenti.

In questo gioco asimmetrico, l’Europa scopre che il vero punto debole non è la forza economica cinese, ma la propria incapacità di presentarsi come soggetto politico unitario.

 

 

 

 

Consiglio supremo di Difesa,

‘l’Italia non partecipa e non

 prenderà parte alla guerra”.

Notiziegepolitiche.net - Mariarita Copersito – (13 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

‘Grave preoccupazione per lo scenario di crisi in Medio Oriente’.

Si è riunito oggi al Palazzo del Quirinale il Consiglio supremo di Difesa. Alla riunione, presieduta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, hanno preso parte il Presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Ministro della Difesa Guido Crosetto, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano.

Il Consiglio supremo di Difesa ha espresso “grande preoccupazione per lo scenario di crisi che si è determinato con la nuova guerra in corso a seguito dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, come riporta il documento finale della riunione di oggi, che ha analizzato “i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione del Vicino Medio Oriente e nell’area del Mediterraneo”.

Il Consiglio supremo di Difesa “ha constatato che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’ONU, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali, indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni”.

Il Consiglio “ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici e alleati di assistenza nella loro difesa, nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti, che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico.

Il Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento”.

Il Consiglio ha approfondito “le linee già illustrate dal Governo in Parlamento per affrontare la crisi in atto nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nei Paesi del Golfo, a partire dall’impegno per la messa in sicurezza delle migliaia di cittadini italiani presenti nella regione e dalla decisione di fornire sostegno e assistenza ai Paesi del Golfo, amici e importanti partner strategici dell’Italia, a tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree, in base a missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento”.

“Per l’insieme di queste ragioni l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio in Parlamento”, si sottolinea nel documento finale del Consiglio supremo di Difesa, dopo aver osservato che “nel pieno rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione si esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali.

Attacchi a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della “strage della scuola di Minar”, sono sempre inaccettabili.

 Il Consiglio sottolinea come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischi anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche”.

Il Consiglio supremo di Difesa ha preso in esame “con particolare attenzione la situazione in Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto. Come sempre il prezzo più alto lo pagano le popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini evacuati dal Sud del Libano e altrettanti dalle aree sciite di Beirut”.

“Il Consiglio ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione n. 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di UNIFIL, attualmente a guida italiana”. “Anche in relazione alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di concludere la missione UNIFIL, resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi”.

“Il Consiglio esprime condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil, in Iraq”, prosegue ancora il documento. Al termine dei lavori, il Consiglio ha rivolto “sentimenti di intensa vicinanza e gratitudine a tutti i militari impegnati nelle varie operazioni in Italia e all’estero e, in particolare, ai militari italiani impegnati nella missione UNIFIL nel sud del Libano e a quelli nei Paesi del Golfo, per l’esemplare professionalità manifestata nell’assolvimento del loro compito”.

 

 

 

 

Iran. La guerra mette alla prova

la potenza globale degli Stati Uniti.

Notiziegeopolitiche.net – (13 Marzo 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:

 

La guerra con l’Iran sta producendo effetti che vanno ben oltre il Medio Oriente e cominciano a incidere sull’equilibrio di sicurezza globale costruito dagli Stati Uniti.

 Le dichiarazioni del presidente sudcoreano “Lee Jael Myung” sulla possibile redistribuzione di sistemi di difesa missilistica dalla Corea del Sud verso il Golfo rivelano un dato strategico rilevante:

 anche la potenza militare americana deve fare i conti con risorse limitate.

Quando Washington è costretta a spostare assetti da un teatro sensibile come la penisola coreana, significa che la pressione della guerra sta ridisegnando le priorità della sicurezza statunitense.

Il tema non riguarda soltanto Seul ma l’intero dispositivo globale americano.

 La necessità di trasferire mezzi militari da una regione all’altra segnala che gli Stati Uniti non operano più in condizioni di abbondanza strategica ma di crescente scarsità.

In geopolitica questo passaggio è decisivo, perché è proprio nel momento in cui le risorse diventano limitate che la credibilità delle garanzie di sicurezza inizia a essere messa in discussione.

L’eventuale spostamento di componenti del sistema di difesa antimissile dalla Corea del Sud al Medio Oriente toccherebbe uno dei pilastri della deterrenza in Asia nordorientale.

Quel sistema era stato installato nel 2017 per contrastare la minaccia missilistica nordcoreana e rappresenta da allora un elemento centrale della protezione americana della penisola.

Il fatto che Seul riconosca di non poter impedire agli Stati Uniti di trasferire questi assetti evidenzia la natura della relazione tra alleato e garante:

 la sovranità formale resta sudcoreana, ma la priorità strategica è stabilita da Washington.

Questo non significa che la Corea del Sud resti senza difese, ma il segnale politico e strategico che arriva a Pyongyang, a Pechino e anche a Tokyo è ambiguo.

Gli Stati Uniti continuano a proclamare impegni globali, ma la guerra contro l’Iran mostra che i mezzi per sostenerli simultaneamente non sono infiniti.

Ogni redistribuzione di sistemi di difesa viene osservata attentamente dagli avversari, che misurano non solo la forza americana ma anche i suoi limiti.

Il conflitto con Teheran sta consumando non soltanto capitale politico ma anche risorse militari ad alta tecnologia.

 Intercettori, radar, lanciatori e sistemi di comando necessari per contrastare missili e droni sono diventati assetti rari e difficili da sostituire rapidamente.

 La difesa antimissile, spesso presentata come una garanzia quasi automatica della superiorità statunitense, si rivela invece uno dei settori più vulnerabili proprio a causa dei lunghi tempi di produzione e delle catene industriali incapaci di sostenere più guerre ad alta intensità nello stesso momento.

Il problema principale è la lentezza con cui questi sistemi possono essere ricostituiti.

Se una campagna militare consuma in poche settimane una parte significativa delle scorte disponibili, altri teatri diventano inevitabilmente più esposti.

La Corea del Sud ne percepisce già le conseguenze, ma lo stesso problema potrebbe emergere in futuro anche in Europa, a Taiwan o nell’intero spazio indo pacifico.

Le implicazioni non sono soltanto operative ma anche psicologiche.

Le alleanze americane funzionano finché gli alleati credono che Washington sia in grado di presidiare simultaneamente tutti i fronti.

Quando una guerra costringe a stabilire priorità e a spostare risorse da una regione all’altra, quella fiducia entra in una zona grigia di incertezza.

Per Seul il rischio è che la percezione di una rete antimissile più sottile incoraggi nuove pressioni da parte della Corea del Nord.

Allo stesso modo la Cina potrebbe interpretare la redistribuzione delle risorse come il segnale di una potenza americana meno elastica e meno capace di reagire contemporaneamente su più fronti.

La guerra con l’Iran mette così in luce una contraddizione della strategia americana.

 Gli Stati Uniti intendono mantenere una presenza dominante in Medio Oriente, in Europa e in Asia, ma la moltiplicazione dei fronti riduce progressivamente il margine materiale per sostenere questo impegno senza tensioni.

Il conflitto con Teheran non apre soltanto un nuovo teatro militare, ma costringe Washington a ridefinire la gerarchia delle proprie priorità strategiche.

È proprio questo interrogativo che preoccupa Seul: non la perdita immediata di un sistema di difesa, ma il dubbio che nella scala reale delle emergenze americane la penisola coreana possa essere temporaneamente declassata.

Un dubbio che rischia di indebolire la deterrenza più di molte dichiarazioni ufficiali.

Il caso sudcoreano dimostra quindi che la guerra contro l’Iran non resta confinata al Medio Oriente.

Il conflitto produce effetti a catena sull’intero sistema di alleanze degli Stati Uniti e rende visibile una realtà spesso sottovalutata:

 la potenza americana resta enorme, ma non è più inesauribile.

Quando una grande potenza deve spostare i propri scudi da un fronte all’altro significa che sta iniziando a scegliere dove concentrare le proprie difese.

 Ed è proprio da quel momento che gli equilibri globali iniziano a cambiare.

 

 

 

 

Iran. Dopo due settimane di

 guerra il regime resiste:

crescono le preoccupazioni nel Golfo.

Notiziegeopolitiche.net – (13 Marzo 2026) - Enrico Oliari – Redazione – ci dice:

 

A due settimane dall’inizio del conflitto non emergono segnali concreti di un possibile crollo del regime iraniano, scenario che alcuni analisti ritengono fosse stato auspicato da Stati Uniti e Israele.

 Secondo il reporter della BBC “Jeremy Bowen”, le aspettative di un rapido cambiamento politico a Teheran potrebbero essere state basate su una valutazione errata della struttura e della resilienza del sistema di potere iraniano.

“Bowen” sottolinea come il presidente statunitense Donald Trump abbia sempre dimostrato di credere nella leadership forte e centralizzata, e che forse si aspettasse uno sviluppo degli eventi simile allo scenario venezuelano, in cui la rimozione di una figura centrale avrebbe potuto innescare un rapido collasso del sistema.

Se questa fosse stata l’ipotesi di partenza, osserva Bowen, si tratterebbe di un segnale preoccupante:

 dimostrerebbe infatti una scarsa comprensione della complessità del regime iraniano.

La Repubblica Islamica infatti è sostenuta da una struttura politica, religiosa e militare profondamente radicata nella società e costruita per resistere a pressioni interne ed esterne.

L’Iran, inoltre, possiede una lunga storia di tensioni e ostilità nei confronti degli Stati Uniti e di Israele, elemento che rafforza il discorso politico interno e contribuisce a consolidare il consenso attorno alla leadership del Paese in momenti di crisi.

Nel frattempo nei Paesi del Golfo Persico cresce la preoccupazione per le possibili conseguenze regionali del conflitto.

Diversi governi dell’area temono che le tensioni e l’instabilità possano trasformarsi in un problema duraturo per l’intera regione.

 Secondo Bowen, molti di loro temono di ritrovarsi a gestire le conseguenze di una situazione estremamente complessa e potenzialmente destabilizzante.

La guerra dunque continua senza che si intraveda una soluzione rapida, mentre l’equilibrio geopolitico del Medio Oriente resta fragile e incerto.

 

 

 

 

Usa. Il petrolio piega le sanzioni:

 Washington concede una

deroga al greggio russo.

  Notiziegeopolitiche.net – (13 Marzo 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:

 

La Casa Bianca riapre temporaneamente al petrolio russo già in mare, ammettendo di fatto i limiti della strategia sanzionatoria occidentale.

 La decisione dell’amministrazione Trump di concedere una deroga di trenta giorni, presentata dal segretario al Tesoro” Scott Besson” come misura tecnica e circoscritta, arriva in un momento di forte tensione energetica globale e segnala quanto il mercato del petrolio resti decisivo nelle scelte geopolitiche.

Dietro la misura non c’è solo un aggiustamento operativo ma il riconoscimento che le sanzioni incontrano un limite quando rischiano di provocare una crisi energetica.

La guerra con l’Iran, la tensione nello Stretto di Hormuz e il timore di nuove spinte inflazionistiche hanno aumentato la pressione sui mercati petroliferi.

 In questo contesto Washington ha scelto di evitare ulteriori restrizioni all’offerta globale, riaprendo temporaneamente uno spazio commerciale per il greggio russo.

Per anni l’Occidente ha sostenuto di poter isolare grandi produttori energetici senza conseguenze rilevanti per l’economia globale.

La realtà dei mercati ha mostrato il contrario.

 Colpire contemporaneamente Russia e Iran, mentre il Golfo resta instabile, rende più difficile mantenere bassi i prezzi dell’energia.

La deroga americana conferma che il sistema energetico mondiale non può essere riorganizzato rapidamente attraverso le sole sanzioni.

La decisione ha anche un valore simbolico.

Anche se Washington sostiene che la misura non porterà benefici significativi a Mosca, il semplice fatto che sia stata necessaria indica quanto la Russia resti un attore strutturale nel mercato globale del petrolio.

Non significa che le sanzioni siano state abbandonate, ma evidenzia che la pressione economica incontra limiti quando si scontra con le esigenze di approvvigionamento energetico.

Secondo quanto riportato da “Reuters”, la deroga si inserisce nel quadro della crisi energetica generata dalla guerra con l’Iran.

Gli Stati Uniti stanno infatti ricorrendo anche a rilasci di riserve strategiche e ad altre misure per contenere i prezzi.

L’obiettivo è evitare nuove tensioni sui mercati e ridurre l’impatto sull’economia interna.

La scelta mette in luce il paradosso della strategia americana: mantenere una linea dura sul piano geopolitico senza provocare effetti economici troppo pesanti in patria e tra gli alleati.

 L’aumento del prezzo del petrolio, l’instabilità dei mercati e il peso della benzina sui consumatori statunitensi rendono più difficile sostenere una politica di pressione totale.

La deroga al petrolio russo rappresenta quindi più di una semplice eccezione amministrativa.

Mostra che il potere delle sanzioni non è assoluto e che, quando la sicurezza energetica globale entra in gioco, anche le strategie più rigide devono adattarsi alla realtà dei mercati.

 

 

 

Chi era Ali Khamenei?

Conoscenzealconfine.it – (13 Marzo 2026) - Thierry Messa – Redazione – ci dice:

 

Ali Khamenei era un erudito mussulmano. Difese ciò che aveva compreso della rivoluzione islamista di Ruhollah Khomeini e si ritagliò un potere su misura.

Iniziò la sua carriera all’ombra di “Hashemi Rafsanjani” – presidente del parlamento dal 1980 al 1989, che trasse beneficio personale dell’Irangate, e presidente della Repubblica dal 1989 al 1997.

 Fu con il suo aiuto che Khamenei venne nominato Guida della Rivoluzione.

 In quell’occasione utilizzò il concetto di “Velayat-e-faci”, la “tutela del saggio”, o “governo, tutela del giurista” con cui privò il già alleato “Rafsanjani “di ogni potere.

 Contrariamente a un’idea diffusa, non si tratta di un antico articolo di fede sciita, ma di un’idea moderna, che formula in termini religiosi sciiti un concetto di Platone.

 

Khamenei assegnò alla sua funzione di Guida della Rivoluzione – che non ha alcun rapporto con quella del predecessore Khomeini – un budget indipendente da quello dello Stato.

 Poté così beneficiare dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio rispetto a quello usato come parametro per il bilancio dello Stato.

Ebbe a disposizione finanziamenti esorbitanti di cui l’opinione pubblica non era consapevole.

 

Diede impulso al Paese affinché si sviluppasse senza occidentalizzarsi, nella tradizione dello scrittore “Jalal Al-e-Ahmad”.

Trasformò la sua guardia personale, i “Guardiani della Rivoluzione”, noti come “Pasdaran”, in un “super-esercito esterno” e relativizzò il ruolo dell’esercito di leva.

 

Sabotò i tentativi di riforme liberali del presidente Mohammad Khatami (1997-2005) e favorì l’elezione di un Guardiano della Rivoluzione, l’ingegnere nazionalista “Mahmud Ahmadinejad,” alla presidenza della Repubblica (2005-2013), di cui presto ostacolò il programma di laicizzazione della società.

 

Per contrastare ogni divisione interna del Paese, ogni volta che sorgeva un conflitto Khamenei favorì l’istituzione di commissioni di arbitrato. Alla fine, queste commissioni divennero talmente numerose da paralizzare ogni decisione politica:

 solo le attività dei Guardiani della Rivoluzione continuarono a funzionare.

 

Sebbene vivesse in modo molto sobrio, si circondò di un governo occulto, formato da “consiglieri” che disponevano, a loro volta, di poteri ben superiori a quelli dei ministri.

Alcuni di loro mandarono le famiglie all’estero, dove poterono spendere a profusione il denaro del Paese.

 

Khamenei si preoccupò di coltivare il sostegno popolare al clero sciita. Lo riorganizzò in base all’anzianità, in modo che fosse amministrato dai membri più anziani.

Lasciò la giustizia nelle mani della frangia più oscurantista del clero, aprendo la strada all’elezione alla presidenza della Repubblica del fanatico Ebrahim Raisi (2021-2024).

 

Dal 2011 Khamenei coltivò l’ambizione di diventare la guida non solo della nazione iraniana, ma anche di tutto il mondo arabo.

Organizzò conferenze internazionali a cui invitò tutte le fazioni mussulmane, compresa la “Confraternita dei Fratelli Mussulmani”.

 

L’esito fu la trasformazione della “funzione di Guardiano della Rivoluzione” in una gerontocrazia bigotta che impose, prima con il sorriso, poi con la violenza, il proprio ordine morale.

 Khamenei non è stato quindi un dittatore, ma un abile religioso che ha messo il Paese nelle mani di una giustizia oscurantista e lo ha condotto alla rovina.

(Thierry Messa).

(voltairenet.org/article223832.html).

 

 

 

 

 

In Cina e Asia – Ue-Cina:

spiragli sul fronte EV.

 

China-files.com - Notizie Brevi by Redazione – (13 Gennaio 2026) – ci dice:

 

I titoli di oggi:

 

Ue-Cina: spiragli sul fronte EV, Pechino riapre all’Irlanda sulla carne.

XI Jinping: “alta pressione” anticorruzione anche nel 2026.

Corea del Sud, indagine su droni per aver violato lo spazio aereo nordcoreano.

Giappone-Corea, Talamici punta sull’“omotenashi” tra le tensioni con la Cina.

Ministri del G7 discutono delle terre rare cinesi.

L’Aia, prime udienze ICJ per il caso sul genocidio dei Rohingya in Myanmar.

Cina, l’app “Sei morto?” per confermare di essere in vita diventa virale.

Ue-Cina: spiragli sul fronte EV, Pechino riapre all’Irlanda sulla carne.

 

La Commissione europea ha pubblicato nuove linee guida che definiscono le condizioni alle quali i produttori cinesi di veicoli elettrici potranno evitare i dazi Ue – fino al 35,3% – sostituendoli con impegni su prezzi minimi di vendita.

Secondo Bruxelles, i prezzi dovranno essere fissati per singolo modello e configurazione, avere un effetto equivalente ai dazi e neutralizzare l’impatto dei sussidi, limitando il rischio di compensazioni incrociate, in particolare per le aziende che esportano anche veicoli ibridi.

 Anche secondo fonti e analisti citati dai media cinesi, la possibilità di sostituire i dazi con un sistema di “price flora” rappresenta un passo significativo nella disputa aperta dall’indagine anti-sussidi avviata da Bruxelles nel 2023 e culminata con le tariffe nel 2024.

 Il ministero del Commercio cinese ha parlato di progresso nello spirito dell’”Organizzazione nazionale del Commercio”, mentre camere di commercio e osservatori sottolineano come la soluzione possa rafforzare la fiducia delle imprese, pur senza configurare un vero svolta politica.

 

Parallelamente, Pechino ha annunciato la riapertura del mercato alla carne bovina irlandese, revocando una sospensione introdotta nel 2024 per un caso di mucca pazza.

La decisione è stata confermata dopo la visita del primo ministro irlandese “Michael Martin” in Cina ed è stata definita da Dublino un segnale positivo per le relazioni bilaterali.

La mossa arriva in un contesto di rapporti Ue-Cina ancora tesi, segnati dalle ritorsioni cinesi contro prodotti agroalimentari europei – inclusi latticini e carne suina – adottate dopo i dazi Ue sulle auto elettriche.

 

XI Jinping: “alta pressione” anticorruzione anche nel 2026; CCTV manda in onda documentario su ex ministro condannato.

“La lotta alla corruzione è una battaglia importante che non possiamo permetterci di perdere”.

Lo ha affermato XI Jinping lunedì, aprendo una sessione plenaria di tre giorni della “Commissione centrale per l’ispezione disciplinare” (CCDI), il più alto organo anticorruzione cinese.

Continuerà dunque anche nel 2026 la “campagna ad alta pressione” di Pechino, che nell’anno passato ha indagato sia “mosche”, ovvero funzionari minori, che un numero record di 65 funzionari di alto rango, le cosiddette “tigri”, tra cui il generale “He Weiden”, numero due dell’esercito.

 

Tra i nomi noti caduti in disgrazia nel 2025 c’è anche l’ex ministro dell’Agricoltura “Tang Renina”, che lo scorso settembre ha ricevuto una condanna a morte con sospensione dell’esecuzione (di fatto un ergastolo) per aver accettato tangenti per oltre 268 milioni di yuan (38 milioni di dollari).

Tang è il protagonista della prima puntata di “Non fermarsi neanche per un passo, non indietreggiare neanche di mezzo passo”), una docuserie sulla lotta alla corruzione in onda sull’emittente nazionale CCTV per quattro sere, tra l’11 e il 14 gennaio.

 

Corea del Sud, indagine su droni per aver violato lo spazio aereo nordcoreano.

Le autorità sudcoreane hanno avviato un’indagine per chiarire se droni civili abbiano violato lo spazio aereo della Corea del Nord, come sostenuto da Pyongyang.

Lo ha annunciato il ministero della Difesa il 12 gennaio, dopo che l’esercito nordcoreano ha accusato Seul di “atti di provocazione” e affermato di aver abbattuto i velivoli, mostrando presunti frammenti e immagini aeree.

Il presidente” Lee Jael Myung” ha promesso un’inchiesta rapida, definendo un eventuale coinvolgimento di civili un “reato grave” e una minaccia alla sicurezza della penisola coreana.

Seul ha detto di essere disponibile a un’indagine congiunta, pur senza aver formalizzato una proposta, mentre la Corea del Nord non ha risposto ai tentativi di dialogo del nuovo governo sudcoreano.

 

Giappone-Corea, Talamici punta sull’“omotenashi” tra le tensioni con la Cina.

Martedì 12 gennaio è cominciata la visita in Giappone del presidente sudcoreano “Lee Jael Myung”  in un gesto di diplomazia improntato all’“omotenashi”, il tradizionale concetto giapponese di ospitalità.

La scelta del luogo – la prefettura di Nara, città natale della premier Sana Talamici – e il programma simbolico, che include una visita al tempio di “Hōryū-ji,” mirano a sottolineare l’importanza del rapporto con Seul.

L’iniziativa arriva in un momento di forti frizioni tra Tokyo e Pechino, dove il governo giapponese punta a rafforzare l’intesa con la Corea del Sud, presentando i due paesi come “nella stessa barca” sul piano della sicurezza e dell’economia.

Il presidente sudcoreano era stato in Cina solo pochi giorni fa dove, secondo i media cinesi, si era unito a XI Jinping nel condannare il passato militarista del Giappone.

 

Ministri del G7 discutono delle terre rare cinesi.

I ministri delle finanze del G7 e di altre grandi economie si sono incontrati lunedì a Washington per discutere di come ridurre la dipendenza dalle terre rare provenienti dalla Cina, tra cui la definizione di un prezzo minimo e nuove partnership per creare forniture alternative.

 L’incontro, convocato dal Segretario al Tesoro statunitense “Scott Besson”, ha visto la partecipazione dei ministri delle finanze dei membri del G7 (Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Canada e Stati Uniti), nonché di funzionari di Australia, Messico, Corea del Sud e India.

 Il Ministro delle Finanze tedesco “Lars Klingbeil” ha affermato che le discussioni includevano nuove partnership per aumentare le forniture, ma ha messo in guardia contro una coalizione anti-cinese, sottolineando che l’Europa deve muoversi più rapidamente da sola per sviluppare le forniture di materie prime importanti.

 

L’Aia, prime udienze ICJ per il caso sul genocidio dei Rohingya in Myanmar

Sono iniziate ieri, lunedì 12 gennaio, le udienze della Corte internazionale di giustizia (ICJ) sul caso che accusa l’esercito del Myanmar di aver commesso un genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohingya.

 Il processo riguarda fatti risalenti al 2017, quando un’offensiva dell’esercito, ufficialmente motivata dalla lotta al terrorismo, ha spinto circa 730.000 Rohingya a lasciare lo stato birmano di Rankine per rifugiarsi in Bangladesh;

secondo l’accusa, compiendo atti di genocidio quali uccisioni, stupri di massa e incendi dolosi.

Il caso, presentato dal “Gambia” nel 2019, è seguito con attenzione dal resto del mondo anche per le sue possibili ripercussioni sull’altra accusa di genocidio presentata di recente all’ICJ, quella del Sudafrica contro Israele.

Intanto, in Myanmar, ancora in piena guerra civile tra l’esercito e diversi gruppi armati, si sta svolgendo una controversa tornata elettorale.

 

Cina, l’app “Sei morto?” per confermare di essere in vita diventa virale.

In Cina esiste una app con cui le persone sole possono confermare di essere vita.

Si chiama “Sei morto?” ed è l’applicazione a pagamento più scaricata dall’Apple Store cinese.

L’app chiede agli utenti di effettuare un “check-in” quotidiano; se non lo fanno per due giorni di seguito, un messaggio automatico allerta un contatto di emergenza.

Secondo gli esperti, la popolarità dell’app riflette i trend demografici cinesi, tra cui natalità e matrimoni in calo e aspettativa di vita e divorzi in crescita;

tutti fattori che influiscono sull’aumento delle persone che vivono da sole.

 

 

 

 

Relazioni UE-Cina: tra sfide

geopolitiche e opportunità

per la transizione energetica.

Eccoclimate.org – (01 Agosto 2025) – Giovanni D’Amico – Redazione – ci dice:

Il 24 luglio, in occasione del cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Bruxelles e Pechino, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa sono volati a Pechino per il Vertice UE-Cina.

Un Vertice, originariamente previsto a Bruxelles, giunto in un momento di incertezza nelle relazioni sino-europee.

 Mentre l’economia internazionale è scossa dalle chiusure neo-protezionistiche di Trump, l’Europa ha più che mai la necessità di tenere aperto un dialogo con la Cina, in particolare sul clima e sulle tecnologie per la decarbonizzazione.

In quest’ottica, l’orientamento di Bruxelles rispetto a Pechino è strumentale nella definizione del posizionamento europeo sullo scacchiere globale.

 

Nell’atto di bilanciamento europeo verso la Cina, il fattore Trump gioca un ruolo fondamentale.

Lo scenario generato dalle politiche dell’amministrazione americana contro la transizione energetica e di avversione verso la cooperazione con Pechino sta spingendo le istituzioni europee e gli Stati membri a valutare quali spazi di cooperazione mantenere attivi nel dialogo con la Cina, quali nuovi canali aprire e quali sacrificare.

 

In questo contesto, le aspettative per il Vertice erano limitate, anche a causa delle divergenze geopolitiche con la Cina più volte sottolineate dalla Commissione europea.

Il Vertice si è concluso con la pubblicazione di una dichiarazione congiunta sulla cooperazione in campo climatico, e il rilascio di alcune dichiarazioni della presidente della Commissione Ursula von der Leyen che riflettono le opportunità e i rischi insiti nelle relazioni tra Cina e UE.

 

La Cina tra carbone e rinnovabili: un nuovo leader per il clima?

Nell’affrontare la decarbonizzazione a livello globale, la relazione con la Cina è imprescindibile, in particolare, considerando il ruolo che ha assunto nella transizione energetica.

La Cina, come vedremo, è sospinta dalla costante sovraproduzione di tecnologie pulite da parte delle proprie aziende, che favorisce non solo le esportazioni verso l’Europa ma anche l’evoluzione del mercato interno e la complessa decarbonizzazione del Paese.

 

Negli ultimi anni, in particolare, la Cina ha aumentato esponenzialmente la quantità di impianti di generazione di energia rinnovabile, prevalentemente eolica e solare.

 Con una domanda energetica ancora in crescita, il Paese asiatico continua ad ampliare la propria capacità energetica.

Nel 2024, ad esempio, l’86% della nuova capacità installata proveniva da fonti rinnovabili. Inoltre, nel 2025 la Cina ha raggiunto una capacità di generazione di energia tramite fonti rinnovabili pari al 56.4% della capacità totale installata, e un terzo dell’elettricità prodotta a livello nazionale proviene oggi da fonti rinnovabili.

 

Grazie anche a questi sforzi, l’evoluzione delle emissioni di gas serra (Green House Gases, GHG) della Cina hanno visto un forte miglioramento negli ultimi anni.

In particolare, le emissioni di CO2 da fonti fossili e cemento nel 2024 hanno per la prima volta mostrato un calo dell’1% rispetto all’anno precedente.

Questa inversione di tendenza, avvenuta in parallelo alla crescita continua dell’attività economica e della domanda energetica, rappresenta un risultato storico per la Cina, il cui impegno era di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030.

 

Seppur incoraggianti, questi risultati non garantiscono il raggiungimento dei risultati previsti nel NDC di Pechino, con la Cina che rimane il Paese che emette più CO2 nel mondo con il 25.37% delle emissioni globali (2022), e un livello di emissioni pro capite pari a 8.4 tonnellate all’anno.

Un dato, questo, superiore a quello della media UE e poco più della metà di quello USA.

 

Guardando alla fonte delle emissioni cinesi, quasi l’85% delle emissioni totali di CO2 derivano dalla produzione di energia, trainate dall’uso del carbone, che rappresenta ancora più del 60% (2023) del mix energetico del Paese.

L’uso diffuso del carbone come fonte energetica rimane un aspetto negativo delle tendenze energetiche e climatiche della Cina.

 Negli ultimi anni, la percentuale della nuova capacità di generazione elettrica installata proveniente dal carbone è diminuita in modo costante, ma a livello assoluto questa nuova capacità installata ha continuato a crescere, raggiungendo i 1190 GW nel 2024 (comunque inferiori ai 1889 GW derivanti da fonti rinnovabili).

 

Pechino continua a investire nella costruzione di nuove centrali a carbone nell’ottica di stabilizzare il sistema energetico, coprire i picchi di domanda e costruire un’autonomia strategica che compensi la mancanza di giacimenti di oil&gas.

 Tuttavia, si tratta di un andamento da invertire per poter rimanere in linea con l’obiettivo di “Net-zero” entro il 2060, annunciato nella “Low Greenhouse Gas Emission Development Strategy” del 2020.

L’obiettivo dichiarato di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060 lascia spazio alla Cina per diverse traiettorie di riduzione delle emissioni, tuttavia gli impegni presi finora non sono sufficienti per rimanere in linea con l’Obiettivo di Parigi di restare sotto 1.5 gradi di aumento della temperatura rispetto ai livelli preindustriali.

 

I dati relativi alle emissioni vanno però contestualizzati rispetto alla cospicua porzione di consumo europeo e mondiale di merci prodotte in Cina.

Per tenere conto di questo fattore, vanno considerate le emissioni basate sui consumi, calcolate come le emissioni territoriali meno le emissioni generate dalla produzione di beni e servizi esportati in altri Paesi, alle quali si aggiungono le emissioni correlate alle produzioni di beni e servizi che vengono importati.

Se si tiene conto di tutto il quadro, le emissioni pro capite della Cina scendono a 7.2 t di CO2 (2022) – un dato più contenuto tanto rispetto agli USA quant’anche rispetto all’UE.

 

In conclusione, nonostante la Cina rimanga il Paese che emette più CO2 su scala globale in valore assoluto, queste emissioni derivano in parte dal fatto che Pechino è la “fabbrica del mondo”, e dunque le sue emissioni sono in parte da imputare al modello consumista occidentale ovvero alla produzione di merci in Cina che vengono poi esportate altrove.

 È vero, come visto, che la Cina continua ad investire nella costruzione di centrali a carbone, ma ciò non toglie che sia ad oggi il Paese che costruisce quasi il doppio di impianti rinnovabili del resto del mondo ed esporta queste tecnologie che sostengono la transizione energetica di interi continenti, Europa in primis.

 

UE-Cina e il modello cinese di decarbonizzazione.

L’industria cinese delle “clean tech” è attualmente dominante in termini di quote di mercato controllate a livello globale, Europa inclusa.

La leadership di Pechino ha lentamente costruito questo controllo sul mercato attraverso massicci investimenti a partire dalla fine degli anni 2000, favorita dal basso costo del capitale, del lavoro e da una stabilità nella strategia politica.

Grazie a questa strategia, le aziende cinesi dispongono di una capacità di sovraproduzione tale da consentire un flusso costante di export di tecnologie a basso costo grazie a cui hanno rapidamente assorbito le quote di mercato precedentemente controllate da aziende europee.

Questo vale soprattutto per la produzione di pannelli fotovoltaici, di cui le aziende cinesi controllano oggi l’80% della produzione mondiale.

 Al contempo, i colossi cinesi dell’auto motive come BYD si stanno espandendo nel mercato europeo e internazionale.

Va da sé, dunque, che i dialoghi tra UE e Cina non possono prescindere dall’affrontare il tema dell’industria e dei mercati della sostenibilità.

 

Per l’UE, l’obiettivo è quindi quello di trovare un compromesso che consenta allo stesso tempo di proteggere la competitività delle aziende europee e di mantenere vivi gli obiettivi di riduzione delle emissioni e il percorso di decarbonizzazione del continente europeo al 2050 – per il quale l’importazione di tecnologie pulite dalla Cina è ad oggi fondamentale.

 

Come anche sottolineato da von der Leyen nelle sue dichiarazioni pre-Summit, legato alla preoccupazione per la competitività delle aziende europee c’è inoltre il rischio di innescare nuove dipendenze per la fornitura di minerali e tecnologie necessarie per la generazione di energia rinnovabile.

Dipendenze in ambito energetico che, si teme, potrebbero portare a nuove strumentalizzazioni, sulla falsa riga di quanto successo con la dipendenza di molti Paesi UE, tra cui l’Italia, dal gas russo.

 

In questo caso, però, è necessario specificare che parliamo di importazioni di materiali che, per loro stessa natura, seguono logiche diverse rispetto ai flussi di petrolio e gas. Importare tecnologie come i pannelli solari, che hanno un ciclo di vita di oltre 20 anni, rende meno gravi i rischi di eventuali dipendenze, che tendono per natura a stabilizzarsi e potenzialmente ridursi nel lungo periodo, grazie anche al ruolo del riciclo. Inoltre, per garantire la competitività delle proprie aziende, è in ogni caso necessario che l’UE intraprenda politiche per rafforzare sul medio-lungo termine quei settori “clean tech” dove l’Europa tuttora mantiene quote globali di mercato, e investire nell’innovazione per accompagnare la transizione energetica con una strategia di transizione industriale.

 

In questo contesto, l’approccio strategico dell’UE dovrebbe considerare con grande attenzione i potenziali rischi legati a questioni di cybersicurezza connessi all’importazione di tecnologia dalla Cina e alla manutenzione di queste tecnologie.

Sia nel caso del solare che dell’eolico, infatti, gli impianti moderni processano quantità sempre maggiori di dati la cui gestione da remoto da parte della Cina può rendere i sistemi energetici europei più vulnerabili ad attacchi informatici.

 

Le relazioni Italia-Cina.

In questo quadro di relazioni sino-europee, l’Italia può muoversi in un contesto di relazioni bilaterali storicamente consolidate, in cui ha sempre giocato un ruolo rilevante da ponte tra Occidente e Oriente.

Nel 2019 l’Italia, seguendo l’onda europea di avvicinamento alla Cina e rafforzamento delle relazioni diplomatiche sviluppatasi dal 2015, è stato il primo e unico Paese G7 a firmare un accordo di cooperazione nell’ambito della Via della Seta, con l’obiettivo di intensificare gli scambi economici bilaterali a costo di smarcarsi dalla linea comune UE.

Di fatto però l’accordo ha sofferto negli anni successivi di scarsa implementazione, in parte a causa dello scoppio della pandemia, e non ha quindi raggiunto gli obiettivi desiderati in quanto a investimenti nello sviluppo di infrastrutture.

 

Negli anni successivi si è diffuso all’interno dell’UE un generale sentimento di scetticismo e prudenza nelle interazioni con Pechino, legato sia agli sviluppi della pandemia sia a timori legati a potenziali dipendenze dall’importazione di prodotti cinesi, che ha portato alla definizione di una strategia di de-riesling per ridurre la vulnerabilità del mercato europeo.

Questo sentimento diffuso, unito alla mancanza di risultati macroeconomici di rilievo e alla volontà di riavvicinarsi agli USA, ha spinto il governo Meloni a non rinnovare l’accordo alla fine del 2023. L’amministrazione Trump spinge tuttavia ora l’Italia verso un decoupling dalla Cina più intenso, come dichiarato dal neoambasciatore USA in Italia nella sua audizione al Senato USA.

 

Il mancato rinnovo non sembra però aver avuto un impatto negativo sulle relazioni italiane con Pechino:

 nel 2024, il governo Meloni, tramite visite presidenziali e ministeriali, ha infatti intensificato i contatti con la Cina, nel tentativo di rilanciare la partnership commerciale al di fuori del contesto della Via della seta.

Il numero delle visite diplomatiche reciproche sull’asse Roma-Pechino è cresciuto nel 2024 rispetto al periodo pre-pandemia;

i capi di stato mantengono un rapporto importante, come testimoniato dalla visita di Mattarella nel 2024, e i due Paesi gestiscono scambi culturali stabili.

 

Tra i segnali di un rinnovato partenariato bilaterale, il Piano d’Azione 2024-2027 ha rilanciato il “Partenariato Strategico Globale tra Italia e Cina firmato nel 2004”.

Il Piano si concentra su numerose aree, tra cui la cooperazione in ambito economico-commerciale e in particolare il riequilibro degli scambi commerciali – una necessità, questa, in linea con quanto sottolineato dalla Commissione Europea nelle priorità delle relazioni UE con la Cina.

 

Per quanto riguarda la dimensione dello sviluppo verde e sostenibile, il Piano 2024-2027 sottolinea il supporto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, l’implementazione dei risultati della COP28, e il coordinamento in tema di approvvigionamento di materiali critici e tecnologie pulite.

 

Il Piano pone inoltre l’accento sulla collaborazione con Paesi terzi – un ambito di cooperazione che si basa su un precedente accordo bilaterale già firmato nel 2018, e che ha sinora favorito investimenti di aziende italiane e cinesi prevalentemente in Africa e Asia Centrale.

 

Roma, grazie anche allo slancio internazionale del governo Meloni, alle stabili e costruttive relazioni con Pechino e all’assetto istituzionale in essere, sembra essere ben posizionata per guidare un nuovo approccio cooperativo nei rapporti tra Europa e Cina.

Nell’ottica di un’auspicabile nuova era di relazioni sino-europee basate su prevedibilità e affidabilità, l’Italia può e deve quindi promuovere la strada di una “cooperazione selettiva” dell’UE con la Cina, basata su standard condivisi e sul principio di reciprocità nei segmenti strategici in cui è possibile costruire uno scenario vantaggioso per entrambe le parti.

Pechino è infatti un interlocutore imprescindibile per quanto riguarda clima, commercio e transizione energetica, e una posizione europea comune che definisca quando e come cooperare con la Cina è necessaria per la competitività delle imprese europee e la credibilità degli obiettivi climatici.

Ecco perché Roma non dovrebbe perdere l’opportunità di partecipare al processo di ridefinizione delle relazioni tra i due blocchi, che avrà un impatto fondamentale sui più ampi equilibri geoeconomici globali.

 

Il Vertice UE-Cina del 24 luglio: aspettative e risultati a confronto.

Nel discorso al Parlamento Europeo in vista del Vertice UE-Cina, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva adottato toni ambivalenti con riferimento a Pechino.

Se da un lato von der Leyen si era detta espressamente aperta e disponibile alla cooperazione con la Cina per raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione, dall’altro non aveva risparmiato critiche verso scelte del governo di Pechino in materia di politica estera (il sostegno cinese alla Russia e ciò che implica per la guerra in Ucraina) e politica economica (sussidi governativi per le aziende di “clean tech” che saturano il mercato UE di prodotti a basso costo).

 

La speranza pre-vertice verteva su un allineamento sul multilateralismo climatico in grado di avvicinare Bruxelles e Pechino durante le conversazioni, e fungesse da collante per l’intero processo di dialogo. Con il (nuovo) ritiro USA dall’Accordo di Parigi, UE e Cina si trovano nella condizione e necessità di determinare il futuro della cooperazione multilaterale per il clima. In preparazione a COP30 e COP31, e considerando gli imminenti annunci dei piani (Nationally Determined Contributions – NDC) che aggiorneranno gli obiettivi in termini di riduzione delle emissioni dei due blocchi, era fondamentale che Bruxelles e Pechino si facessero garanti della tenuta dell’Accordo di Parigi.

 

Di fatti, così è stato.

I dialoghi su clima e ambiente sono stati positivi, e hanno consentito al termine del Vertice la pubblicazione di un comunicato congiunto che promuove una leadership comune nel sostenere una giusta transizione energetica.

 Nello specifico, questo documento elenca sei impegni prioritari per la cooperazione UE-Cina, tra cui la promozione di maggiori sforzi per l’adattamento, la gestione e il controllo delle emissioni di metano, l’istituzione di mercati del carbonio e la facilitazione dell’accesso a energie rinnovabili e “clean tech” anche per i paesi in via di sviluppo.

In questa ottica, il comunicato rappresenta un impegno positivo di entrambe le parti a sostenere il processo iniziato dall’Accordo di Parigi, l’implementazione dei risultati delle COP, e la transizione energetica globale.

 

Dal punto di vista commerciale, Bruxelles arrivava inoltre al Vertice con l’interesse ad affrontare questioni bilaterali più pressanti, tra cui i sussidi alla produzione di auto elettriche cinesi e i conseguenti dazi UE, i controlli sulle esportazioni di materiali critici e i finanziamenti di Pechino per la produzione di tecnologie per la transizione (clean tech).

Questi, in particolare, contribuiscono al fenomeno di dumping di prodotti net-zero, investigato dalle istituzioni UE nel caso degli EV per le conseguenze sulla competitività delle aziende europee.

 

Il commercio con la Cina nel campo delle tecnologie per la transizione energetica rappresenta infatti un dilemma strategico per l’UE.

L’integrazione con il mercato cinese e l’acquisto di tecnologie a basso costo permetterebbe all’Unione di accelerare la propria decarbonizzazione.

Tuttavia, questo non sarebbe privo di conseguenze.

L’attenzione alla competitività dell’industria europea e alla sovranità economica dell’UE, sempre più forte durante il secondo mandato di von der Leyen, rende necessario valutare attentamente il bilanciamento tra l’importazione di tecnologie cinesi a prezzi contenuti (pannelli solari e EVs in primis) e la protezione delle aziende UE. L’UE e i suoi Stati membri arrivavano quindi al Vertice del 24 luglio in cerca di compromessi, in linea con il recente approccio di “de-riesling” dalla Cina avanzato dalla stessa Commissione, che non vuole interrompere interamente dialoghi e flussi commerciali seppur con grande cautela rispetto alla salvaguardia delle industrie europee.

 

Tutti temi, questi, che sono stati affrontati durante il Vertice, mostrando volontà e disponibilità al dialogo ma allo stesso tempo evidenziando la distanza che rimane tra le due parti. Nelle sue dichiarazioni post-Summit, Von der Leyen ha espresso moderata soddisfazione di fronte ai segnali lanciati dalla leadership cinese sulla risoluzione degli attriti in ambito commerciale.

 

Per quanto riguarda i sussidi cinesi alla produzione di “clean tech”, le dichiarazioni rilasciate dalla leader UE menzionano il riconoscimento del problema da parte della leadership cinese e la conseguente volontà di reindirizzare i sussidi verso il consumo di queste tecnologie piuttosto che verso la produzione.

 

Per risolvere invece le interruzioni nel flusso di materiali critici dalla Cina all’UE le due parti hanno invece trovato un accordo per istituire un meccanismo di risoluzione dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento di questi prodotti.

 

Interrogativi aperti delle relazioni UE-Cina.

Il Vertice ha confermato le aspettative e i dubbi preesistenti sulla traiettoria futura delle relazioni tra Europa e Cina, offrendo motivi di ottimismo in particolare in materia di cooperazione multilaterale sul clima, ma allo stesso tempo senza fornire risposte definitive per risolvere le questioni più spinose dal punto di vista commerciale e di competitività. L’andamento di future discussioni e strategie reciproche su questo argomento continuerà a definire la traiettoria delle relazioni tra i due blocchi.

 

In attesa di vedere come la relazione tra Bruxelles e Pechino continuerà ad articolarsi, rimangono delle domande sull’approccio dell’UE e dell’Italia in particolare nel dialogare con la Cina.

L’UE e la Cina riusciranno a farsi garanti e preservare la cooperazione multilaterale sul clima?

Il percorso iniziato con il Vertice riuscirà a scongiurare che le pressioni USA per la riduzione dei contatti con Pechino provochino rallentamenti nelle relazioni UE-Cina e nel processo europeo di decarbonizzazione?

L’UE troverà un modo per portare avanti dei dialoghi di cooperazione selettiva con la Cina, oppure i disaccordi di fondo su questioni geopolitiche e commerciali prevarranno sulla volontà di collaborare?

 E infine, lato Italia:

Roma riuscirà a giocare un ruolo di rilievo nell’attuale processo di ridefinizione delle relazioni tra i due blocchi, con riferimento anche all’agenda verde?

(Giovanni D’Amico).

 

 

 

 

UE-Cina: il ritorno di una relazione

commerciale strategica?

 

Ilcaffégeopolitico.net – (24 Marzo 2025) - Filomena Ratto – Redazione – ci dice:

 

 

Parliamo di Cina – Trump - Unione Europea – USA.

Analisi – Le relazioni tra l’Unione Europea e la Cina hanno attraversato fasi alterne negli ultimi anni, caratterizzate da grandi volumi di scambi commerciali, tensioni e preoccupazioni relative alla sicurezza, nonché da un progressivo, crescente orientamento verso una strategia di “de-risking” da Pechino.

 Il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca sta, però, spingendo Bruxelles a riconsiderare il proprio posizionamento globale. La domanda è se, tra le sfide legate alla sicurezza, alla politica estera e alle dinamiche commerciali, l’UE possa davvero tornare a considerare la Cina come un partner strategico.

 

IL DIFFICILE EQULIBRIO TRA COMPETIZIONE E COOPERAZIONE.

Nonostante la Cina sia stata etichettata come “rivale sistemico” dall’UE nel 2019, entrambe le parti hanno un comune interesse nel mantenere aperti i canali del dialogo ed evitare una guerra commerciale su larga scala.

Un “sano e stabile” rapporto tra la Cina e l’Unione Europea farà crescere “entrambe le parti” e contribuirà a un “futuro più luminoso” per il mondo.

L’affermazione del Ministro degli Esteri cinese “Wang Yi “nella conferenza stampa sulla politica estera nell’ambito delle annuali” Due Sessioni” appare assai significativa:

 “In mezzo secolo di relazioni UE-Cina, l’asset più prezioso è il rispetto reciproco, la spinta più potente è il reciproco beneficio, il più grande consenso unificante è il multilateralismo e la definizione più accurata è partnership”.

Si manifesta, dunque, una chiara strategia:

con Washington sempre più ostile, Pechino ha interesse a preservare il mercato europeo per mitigare l’impatto delle restrizioni americane.

 Allo stesso modo, l’UE potrebbe guardare alla Cina come possibile alternativa per contrastare la crescente pressione economica degli Stati Uniti.

 D’altronde, diversi Stati membri dell’UE stanno già indicando una maggiore apertura nei confronti della Cina.

 Berlino, in particolare, ha optato per una posizione meno rigida verso Pechino, opponendosi agli stessi dazi sulle auto elettriche cinesi che l’UE ha imposto lo scorso anno.

Nonostante le pungenti tensioni (geo)politiche, il volume degli scambi tra UE e Cina ha raggiunto i 780 miliardi di dollari nel 2024, mentre gli investimenti bilaterali si avvicinano ai 260 miliardi.

 La China-Europe Railway Express ha consolidato la propria funzione di snodo logistico tra Asia ed Europa, registrando oltre 100mila viaggi dall’avvio delle operazioni.

Questi dati testimoniano l’intensità della relazione economica al di là delle frizioni, come la questione dei sussidi cinesi all’industria automobilistica elettrica e l’intensificarsi delle preoccupazioni sulla sicurezza informatica legate a Huawei.

Inoltre, entrambi i blocchi si ritrovano nel mirino dell’aggressiva politica commerciale statunitense, giacché sia l’Unione Europea che la Cina sono destinatarie delle nuove tariffe imposte da Trump, che vanno dal 10% su tutti i prodotti cinesi al 25% su acciaio e alluminio, colpendo anche le esportazioni europee.

Consapevole del deterioramento dei rapporti transatlantici, Pechino sta, quindi, cercando di riavvicinarsi all’UE.

Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dello scorso febbraio, il Ministro degli Esteri cinese “Wang Yi” ha ribadito la volontà di “approfondire la comunicazione strategica” con i partner europei.

Analogamente, nel suo incontro con la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, il Ministro ha sottolineato il sostegno della Cina al ruolo europeo nei negoziati di pace per l’Ucraina.

 Sebbene Pechino abbia successivamente avallato i colloqui bilaterali tra Russia e Stati Uniti, alcuni leader europei, come il Ministro degli Esteri spagnolo “José Manuel Albares”, hanno espresso interesse per un maggiore coinvolgimento cinese nella diplomazia internazionale.

 

BRUXELLES TRA WASHINGTON E PECHINO: LA STRATEGIA DELLA DIVERSIFICAZIONE.

Le misure protezionistiche targate “The Donald” fanno sì che l’UE adotti una strategia di diversificazione dei propri rapporti commerciali.

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha avviato una serie di significativi incontri diplomatici:

il 12 febbraio con il Primo Ministro canadese uscente Justin Trudeau, mentre nei giorni successivi l’intera Commissione si è recata in India per rafforzare i legami economici con Nuova Delhi.

 L’idea è quella di costruire una rete di alleanze strategiche con partner che vada anche oltre i tradizionali cosiddetti “like-minded countries” e che potrebbero offrire un contrappeso alla pressione economica degli Stati Uniti.

“L’Europa ha bisogno di alleati, cioè di Paesi con cui condivide alcuni interessi senza essere d’accordo su tutto”. Questo il monito lanciato dall’ex ambasciatore francese negli Stati Uniti, Gérard Araud, dal suo account X.

Il segnale più evidente di un possibile riavvicinamento con Pechino è arrivato il 21 gennaio, durante il “World Economic Forum di Davos”, il giorno dopo il ritorno ufficiale di Trump alla Casa Bianca.

 In quell’occasione, Ursula von der Leyen ha adottato un tono più conciliante, affermando che Bruxelles dovrebbe lavorare “in modo costruttivo” con Pechino per espandere i legami economici “dove possibile”.

 Il 2025 segnerà il 50º anniversario delle relazioni diplomatiche UE-Cina, una ricorrenza che, secondo von der Leyen, dovrebbe essere sfruttata per approfondire il dialogo e rafforzare la cooperazione economica.

Anche la retorica cinese sembra più incline a tendere una mano verso l’Europa.

 Il Primo Ministro cinese, Li Qiang, ha infatti riconosciuto un clima internazionale in cui crescono l’unilateralismo e il protezionismo, nonché un sistema commerciale multilaterale che sta subendo interruzioni, con barriere tariffarie in aumento.

Occorre però ricordare che qualsiasi apertura nei confronti della Cina dovrà fare i conti con l’imprevedibilità della politica statunitense.

Uno scenario temuto a Bruxelles è che Trump possa stringere un accordo con Xi Jinping, lasciando l’UE isolata tra le due superpotenze.

 Ma c’è un rischio ancora più immediato: l’impatto dei dazi statunitensi sulla Cina.

 Secondo Mario Draghi, l’inasprimento delle tariffe da parte di Washington potrebbe dirottare il surplus cinese verso il mercato europeo, minacciando la competitività dell’industria continentale.

“Le grandi aziende europee sono più preoccupate per questa conseguenza che per la perdita di accesso al mercato americano”, ha avvertito l’ex Presidente della BCE.

Bruxelles potrebbe quindi trovarsi costretta a imporre nuove tariffe sui prodotti cinesi per proteggere il proprio settore industriale, mossa che rischia di inasprire ulteriormente i rapporti con Pechino.

Un decisivo banco di prova per il futuro delle relazioni tra l’UE e la Cina sarà il vertice bilaterale previsto per maggio 2025.

Nel corso di un colloquio telefonico, sia Xi Jinping che il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa, hanno manifestato l’intenzione di rafforzare il dialogo, la fiducia reciproca e il partenariato per un migliore futuro delle relazioni sino-europee.

 L’ultimo vertice UE-Cina, svoltosi a Pechino a fine 2023, era stato segnato dalle tensioni legate ai sussidi cinesi per i veicoli elettrici, con Bruxelles che aveva imposto dazi fino al 35% sulle auto prodotte in Cina.

Il vertice di maggio, pertanto, potrebbe rappresentare l’occasione per riaprire il dossier del “Comprehensive Agreement on Investment” (CAI), il trattato di investimenti UE-Cina congelato dal 2021, e per negoziare un nuovo equilibrio economico tra le due parti.

 

RISCHI E OPPORTUNITÀ DI UN NUOVO RIORENTAMENTO STRATEGICO.

Sebbene una relazione più pragmatica con Pechino sia foriera di opportunità, bisogna trattare con la dovuta cautela questo avvicinamento.

Nel suo discorso al Parlamento europeo, Ursula von der Leyen ha delineato le priorità del nuovo Collegio dei Commissari attraverso il “Competitiveness Compass”, una strategia volta a colmare il divario di innovazione con Stati Uniti e Cina, accelerare la transizione ecologica e ridurre le dipendenze economiche dell’UE.

 Se nel suo intervento Pechino è stata citata esplicitamente solo nel primo punto, la sua influenza è evidente anche negli altri due.

 La Cina, infatti, detiene una posizione dominante nelle filiere delle tecnologie pulite:

oltre l’80% dei pannelli solari e delle batterie globali è prodotto nel Paese, mentre il suo controllo sui minerali critici indispensabili per la transizione verde la rende un attore difficile da aggirare.

Questa realtà obbliga l’UE a una difficile scelta:

consolidare i rapporti con Pechino per garantire l’accesso alle materie prime strategiche o rafforzare le misure protezionistiche per difendere la propria industria dalla concorrenza cinese, spesso avvantaggiata da massicci sussidi statali.

Il contesto geopolitico, poi, inasprisce ulteriormente i rapporti.

 Mentre gli Stati Uniti intensificano la propria politica di contenimento nei confronti di Pechino con nuovi dazi e restrizioni tecnologiche, Bruxelles si trova in una posizione scomoda.

Seguire la linea dura di Washington significherebbe, infatti, rinunciare a una relazione commerciale fondamentale, con il rischio di danneggiare interi settori produttivi europei.

 D’altro canto, un’apertura eccessiva verso Pechino potrebbe alimentare una dipendenza economica difficile da gestire.

La questione assume contorni ancora più delicati alla luce della guerra in Ucraina:

mentre l’UE sostiene Kiev, la Cina mantiene stretti legami con Mosca, offrendo un supporto indiretto che preoccupa molte capitali europee.

Più in generale, sono le complesse relazioni che integrano la sicurezza economica europea a rappresentare il fronte critico.

Pechino controlla settori strategici, come le infrastrutture portuali e le telecomunicazioni, e il suo crescente attivismo nel cyberspazio solleva interrogativi sulla vulnerabilità dell’UE a possibili attacchi ibridi.

Sicché l’impegno di Bruxelles è scongiurare l’errore commesso con la dipendenza energetica dalla Russia, costruendo efficienti alternative per le proprie catene di approvvigionamento.

 

CONCLUSIONE.

Per l’UE, il banco di prova sarà trovare un equilibrio tra l’opportunità di preservare l’accesso al mercato cinese e la volontà di ridurre le proprie vulnerabilità strategiche e, al tempo stesso, fronteggiare i dazi statunitensi e affrontare la nuova, traballante e non scontata, relazione transatlantica.

 Per farlo, dovrà sfruttare al meglio i propri punti di forza, approfondendo la propria autonomia nei settori industria, difesa e tecnologia, ma, ancora una volta, esaltando le forze del libero mercato senza chiudersi in uno sterile protezionismo.

Aprire il mercato, favorire la competizione e liberare le energie imprenditoriali sembra proprio la ricetta più corretta anche nei tempi che viviamo, favorendo al contempo un rapporto equilibrato e regolato con la Cina.

(Filomena Ratto).

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