UE colonna per la Cina.
UE
colonna per la Cina.
Cina-UE:
quali prospettive
per
commercio e diplomazia?
Orizzontipolitici.it
- Dimitri Gagliardi – (18 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
Diplomazia
tra Cina e Unione Europea.
Le
relazioni diplomatiche tra la Cina e l’Unione europea si trovano ad un bivio
cruciale della loro storia.
La guerra in Ucraina, i dazi di Trump e un
panorama geopolitico sempre più conflittuale impongono inedite riflessioni in
capo alla Commissione europea, proprio in merito al suo posizionamento
strategico.
Quali
sono le basi diplomatiche attuali tra queste due potenze?
E i loro rapporti commerciali quali tendenze
evidenziano?
L’analisi che segue tenta di spiegarlo
fornendo uno spunto di riflessione riguardo alle prospettive future.
La
dimensione del commercio globale Cina-Ue.
Nel
2024, l’UE e la Cina hanno scambiato beni e servizi per un valore totale di
oltre 845 miliardi di euro.
Un
dato che, in percentuale, ammonta al 29,6% del commercio mondiale, come
riportato dal Consiglio europeo, per un valore corrispondente ad un
impressionante 34,4% del PIL globale.
Questi
dati indicano, di per sé, una relazione economica ampia e strutturata, in
notevole crescita nell’arco dell’ultimo decennio:
tra il 2014 e il 2024 si parla di un aumento
del 102% per quanto riguarda le importazioni dell’UE dalla Cina, oltre che di
un aumento del 47% per le esportazioni.
Tuttavia, ad un solido miglioramento delle
relazioni commerciali, non si può dire che sia corrisposto un altrettanto
solido rafforzamento d’intenti in ambito diplomatico.
A
titolo d’esempio, si prenda in considerazione le recenti dichiarazioni di “Kaja
Kallas”, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, la quale ha
accusato Pechino di “usare le catene di approvvigionamento globali come arma”,
rappresentando una “minaccia diretta al commercio globale e alla base
industriale dell’UE”.
Le
dichiarazioni di Kallas, risalenti a ottobre 2025, sono soltanto l’ultimo
capitolo di una relazione diplomatica complessa.
Cina-Ue:
Relazioni economiche complesse.
La
necessità, per l’UE, di mantenere ed ampliare i rapporti commerciali
intrattenuti con il Dragone si scontra con la volontà di perseguire una
politica economica più indipendente dalla Cina stessa.
Consultando
i dati con maggior precisione, infatti, si può notare l’enorme disavanzo nella
bilancia commerciale (305,8 miliardi di euro se si considera soltanto il commercio
di beni, 284 miliardi se si include i servizi) fra i due Paesi.
Una
delle voci maggiori di questo disavanzo riguarda le cosiddette terre rare, oggi
più che mai risorsa strategica al centro di importanti tensioni tra il gigante asiatico
e l’Unione dei 27, che mira a ridurre la dipendenza nel settore con il piano RE
Source EU.
Adottato
ufficialmente dalla Commissione il 3 dicembre scorso con l’obiettivo di
diversificare le fonti di approvvigionamento, RE Source EU dovrebbe incentivare la
cooperazione con altri paesi fornitori di terre rare, tra cui il Brasile e il
Sudafrica.
I
punti di tensione: le terre rare.
Le
terre rare sono un problema strutturale, per quanto concerne i rapporti tra la
Cina e il resto del mondo:
il
Dragone controlla tra l’80 e il 90 per cento della produzione mondiale, forte
di 44 milioni di tonnellate raccolte dai suoi giacimenti naturali, disseminati
lungo l’immenso territorio cinese.
Profetiche,
in tal senso, le parole pronunciate già nel 1986 da Deng Xiaoping, ex
Presidente della Repubblica Popolare.
Nell’ambito
della ricostruzione economica di un paese stremato dalla Rivoluzione Culturale
maoista, Deng affermò che “I paesi arabi hanno il petrolio, la Cina ha le terre
rare”, indicandone il fattore di principale sviluppo futuro del paese.
Si
tratta di un ambito in cui l’UE, storicamente priva di territori poveri di
risorse energetiche e minerarie, non può competere:
si
stima che il 98% dell’approvvigionamento di terre rare dell’Unione derivi dalla
Cina (stime
più “ottimistiche” oscillano attorno ad un 80% totale).
Le
maggiori speranze per il Vecchio Continente riguardano le recenti scoperte di
giacimenti in Svezia e in Norvegia, ma anche nel migliore dei casi, l’ammontare
di tonnellate ritrovato non sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno totale.
Da qui
la necessità strategica di gestire con cura la cooperazione economica tra le
parti, pur evitando di rincorrere i fantasmi del passato come nel caso del gas
russo.
Il
nodo irrisolto della guerra in Ucraina.
Sarebbe
riduttivo e superficiale pensare che le attuali tensioni tra Unione e Cina
derivino unicamente da dissidi commerciali e produttivi. Al centro degli scontri figura anche
l’ambiguo posizionamento internazionale della Cina nei confronti del conflitto
russo-ucraino.
La
Repubblica Popolare vuole evitare di apparire troppo coinvolta in un conflitto
internazionale, per non intaccare l’immagine propagandistica di Paese che “non
ha mai invaso altre nazioni né preso parte a conflitti”, come dichiarato dallo
stesso ministro degli Esteri cinese “Wang Yi” nel febbraio 2022.
Lo
stallo militare e politico in Russia ed Ucraina ha portato lo stesso ad
ammettere, la scorsa estate, che la Cina “non può permettersi che la Russia perda la
guerra”.
Ciò nonostante, interpellato sugli aiuti
militari cinesi inviati alla Russia dall’inizio del conflitto, su cui più volte
Kallas si è espressa con durezza, “Wang Yi” ha sostenuto che “se la Cina aiutasse
davvero la Russia come dite voi, Mosca avrebbe già vinto”.
I
controlli sulle esportazioni cinesi: il caso “Nexperia”.
Inoltre,
ha suscitato grande scalpore il recente caso legato a Nexperia, società
produttrice di chip tecnologici avanzati con sede nei Paesi Bassi, ma di
proprietà della cinese “Fintech Technology”.
Il
governo olandese, applicando una legge emanata più di settant’anni fa, ha di
fatto preso il controllo della sede citando, come motivazione ufficiale,
“rischi legati alla sicurezza nazionale”.
La
mossa è stata interpretata come un sostanziale allineamento del governo alle
azioni intraprese dagli USA, nell’ambito della crisi diplomatica con la Cina
sui controlli alle esportazioni:
nel 2023, “Fintech Technology” era stata
inserita dal Dipartimento del commercio statunitense in un elenco di aziende
cinesi soggette a limitazioni.
Dopo
che la Cina ha momentaneamente bloccato l’invio dei materiali necessari alla
produzione di chip, il governo olandese ha ritirato il discusso provvedimento.
Il
rischio concreto che la Cina proseguisse nel blocco delle esportazioni di chip,
con conseguenti effetti negativi sull’industria europea, evidenzia una
problematica centrale per l’Unione:
la mancanza di una politica estera comune, che
possa dirimere eventuali conflitti politici e commerciali.
Il
mancato coordinamento tra il governo olandese e la Commissione sul caso ha
esposto quest’ultima non solo all’imbarazzo diplomatico, ma anche ad una
ritorsione commerciale molto grave.
Non è
la prima volta che i piani della Commissione sono intralciati dall’iniziativa
personale dei governi degli stati membri:
un
esempio lampante è la costante opposizione di Viktor Orbán, primo ministro
ungherese, all’invio di aiuti militari all’Ucraina.
Trump
e la Politica Estera Comune Europea.
Il 50°
anniversario dell’avvio delle relazioni bilaterali celebrato al summit di
luglio 2025 e l’ampia relazione commerciale fra le parti possono fornire lo
spunto da cui partire per ricostruire una relazione diplomatica solida.
Una
riflessione in tal senso è imposta dallo dalla recente elezione di Donald Trump
alla Casa Bianca, oltre alla crescita del numero di conflitti internazionali e
dei problemi derivanti dalla crisi climatica mondiale.
Che
l’Europa non sia più al centro degli interessi dell’amministrazione Trump lo si
evince anche dalla “National Security Strategy”, rilasciata lo scorso dicembre.
Nel
documento si sottolinea ripetutamente come il focus strategico della politica
estera statunitense sia legato proprio all’area dell’Indo-Pacifico, nel Sud-Est
asiatico.
Dell’UE
si parla invece con toni dissacranti, di “una società in declino”, che “deve
essere abolita”, per usare le parole di” Elon Musk”, stretto collaboratore del
presidente.
“Do
something!”: le future prospettive per l’UE.
L’Unione
Europea deve trovare la via per accelerare il processo di integrazione ed
uniformazione legislativa, soprattutto nell’ambito della politica estera:
e nel
farlo, il dialogo pragmatico con una potenza centrale come la Cina può
arrecarle vantaggi anche a fronte del progressivo disinteressamento
statunitense nei confronti del Vecchio Continente.
Inoltre,
un’accelerazione decisiva in tal senso è imposta dal progressivo multipolarismo
cui tende lo scenario geopolitico attuale.
Un’UE più unita e coesa al suo interno è un’UE
più pronta per le sfide che la attendono.
Forse
è vero che il centro del mondo oggi non è più l’Europa, ma è pur vero, come
dichiarato dallo stesso “Mario Draghi” nel suo intervento di fronte al
Parlamento Europeo a febbraio 2025, che se l’Europa non “farà qualcosa”, il suo
attendismo minerà ulteriormente la sua credibilità internazionale come attore
strategico indipendente.
L'Ue
sbatte la porta in faccia
alla Cina con la spinta del
"Made
in Europe" nel settore industriale.
It.euronews.com
- Marta Pacheco & Peggy Corlin & Chiara Zampiva – (04 -03 – 2026) – ci
dicono:
(Diritti
d'autore AP Photo).
Il
commissario europeo “Stéphane Sojourner” ha presentato una strategia per
escludere Pechino dai finanziamenti pubblici dell'Ue introducendo una
preferenza europea nei settori strategici.
Verrebbero
tagliati fuori anche i Paesi che limitano l'accesso ai propri mercati con norme
sulla tutela locale.
La
Commissione europea ha presentato mercoledì il suo atteso piano industriale,
con l'introduzione di una "preferenza europea" che esclude la Cina
dai finanziamenti pubblici europei e che limita i futuri investimenti di
Pechino nell'Unione europea.
La
mossa arriva dopo che 200 mila posti di lavoro europei sono stati cancellati
nelle industrie ad alta intensità energetica e nel settore automobilistico dal
2024, con 600 mila perdite previste per questo decennio solo nel settore
automobilistico, mentre la Cina inonda l'Europa di esportazioni e costruisce
impianti che creano scarsa occupazione locale.
"Di fronte a un'incertezza globale
senza precedenti e a una concorrenza sleale, l'industria europea può contare
sulle disposizioni di questo atto per stimolare la domanda e garantire catene
di approvvigionamento resistenti in settori strategici", ha dichiarato il
commissario europeo all'Industria Stéphane Sojourner, presentando l'atteso
“Industrial Accelerator Act” (Iaa) dell'esecutivo Ue.
La
strategia si rivolge a tre settori strategici: le tecnologie pulite, i
produttori di automobili e le industrie ad alta intensità energetica come
l'alluminio, l'acciaio e il cemento.
Introduce
soglie di "Made in Europe", tra cui un requisito del 70 per cento di
contenuto Ue per i veicoli elettrici, con notevoli eccezioni per la maggior
parte dei componenti delle batterie, il 25 per cento per l'alluminio e il 25
per cento per il cemento.
"Il
testo creerà posti di lavoro indirizzando il denaro dei contribuenti verso la
produzione europea, diminuendo le nostre dipendenze e rafforzando la nostra
sicurezza e sovranità economica", ha aggiunto Sojourner.
Relate.
Divieto
di acciaio russo in Europa: il Parlamento Ue cerca di aggirare il vincolo
dell'unanimità.
La
Cina è bersaglio di regole più severe sugli investimenti.
La
creazione dell'IAA ha visto una feroce lotta tra gli Stati membri e i
dipartimenti della Commissione.
Un
blocco di Paesi nordici e baltici ha avvertito che le nuove regole potrebbero
minare gli investimenti e limitare l'accesso dei Paesi dell'Ue alle tecnologie
straniere, mentre la Germania ha spinto per aprire l'etichetta "Made in
Europe" per includere beni e componenti provenienti da partner affini.
Nel
frattempo, la Francia ha adottato una linea più protezionistica.
Alla
fine, la Commissione ha proposto di estendere lo status di origine Ue ai
prodotti provenienti da partner commerciali con accordi di libero scambio che
applicano la reciprocità, in particolare nei contratti di appalto pubblico.
"Prenderemo
in considerazione i prodotti di origine comunitaria fabbricati in paesi terzi
con i quali abbiamo un impegno internazionale", ha dichiarato il
funzionario della Commissione.
Questo
esclude la Cina e gli Stati Uniti, che non hanno accordi di questo tipo con il
blocco, ma potrebbe anche escludere partner più affini come il Canada, dove una
politica "Buy Canadian" potrebbe essere presto applicata alle aziende
dell'Ue.
"La
proposta dice anche che verificheremo in seguito se questi Paesi non sono
aperti a noi sulla stessa lista di categorie di tecnologie anche quando
avrebbero dovuto esserlo", ha aggiunto il funzionario Ue.
Relate.
L'industria
delle armi nell'Unione europea e le norme degli Stati membri.
Il
futuro degli investitori.
Nuove
condizioni si applicheranno anche agli investimenti diretti esteri superiori a
100 milioni di euro in batterie, veicoli elettrici, pannelli solari e materie
prime critiche, anche in questo caso, con la Cina in primo piano.
"In
pratica vengono su un pezzo di terra europea, costruiscono le loro fabbriche,
vengono con migliaia di lavoratori cinesi e gestiscono la fabbrica da soli con
poco valore aggiunto locale",
ha
detto un altro funzionario dell'Ue, spiegando la decisione della Commissione di
limitare l'accesso al suo mercato.
D'ora
in poi, se un investitore proviene da un Paese che detiene il 40 per cento
della quota di mercato globale in un determinato settore, il 50 per cento dovrà
essere attribuito ai lavoratori dell'Ue.
Si
applicheranno anche altre condizioni, come il fatto che la proprietà straniera
rimanga al di sotto del 49 per cento, le joint venture con entità europee, i
trasferimenti di tecnologia, l'1 per cento del fatturato globale dell'azienda
destinato alla R&S dell'Ue e il 30 per cento della produzione realizzata
nel blocco.
"L'Europa
non è un supermercato", ha detto lo stesso funzionario dell'Ue, "deve
essere una fabbrica".
La
proposta deve ora essere approvata dai colegislatori dell'Ue, ovvero il
Parlamento europeo e il Consiglio dell'Ue, che rappresenta gli Stati membri.
Le
relazioni tra Unione Europea e
Cina
dopo il vertice di luglio 2025.
Ispionline.it
– (13 ottobre 2025) – Rebecca Maria Perla Iotti – Redazione - ci dice:
Il
quadrimestre da giugno a settembre è stato cruciale per le relazioni tra la RPC)
e l’UE, culminato in un luglio denso di diplomazia bilaterale e missioni
istituzionali.
Il
quadrimestre da giugno a settembre è stato cruciale per le relazioni tra la
Repubblica popolare cinese (RPC) e l’Unione Europea (UE), culminato in un
luglio denso di diplomazia bilaterale e missioni istituzionali.
Le
visite ufficiali di “Wang Yi “nei paesi dell’Unione hanno infatti preceduto il
venticinquesimo vertice sino-europeo, tenutosi a Pechino il 24 luglio.
Il filo conduttore degli ultimi mesi è stata
la tensione crescente tra cooperazione economica e rivalità strategica.
Il
mantra europeo che definisce la Cina come “un partner nella cooperazione, un
concorrente economico, e un rivale sistemico” si è dimostrata una linea
diplomatica ambivalente e fragile, ed è emersa l’esigenza di prendere posizioni
pragmatiche, seppur non necessariamente assertive.
Il
contesto del summit.
Il
summit sino-europeo (anche noto in inglese come “EU-China summit”) si propone
come un ponte tra Bruxelles e Pechino, in un momento caratterizzato da
ambiguità strategica e dipendenze economiche.
La relazione tra Cina e UE è guidata sia da
interessi convergenti, come la ricerca di una posizione comune sulla difesa del
commercio internazionale e la lotta al cambiamento climatico, sia da divergenze
strutturali, soprattutto in ambito ideologico e geopolitico.
Sul
piano economico, il quadro appare più definito:
la
Cina rappresenta un partner imprescindibile per l’Unione e i suoi stati membri
ed è diventata la sua principale fonte di importazioni di beni, in particolare
nel settore delle telecomunicazioni.
Nel
2024, il volume complessivo del commercio di beni ha raggiunto €731 miliardi,
con un deficit commerciale per l’UE di €304 miliardi, il più ampio deficit
commerciale bilaterale a livello mondiale.
D’altra
parte, la guerra di aggressione russa mette in evidenza due fronti
contrapposti.
Come
dichiarato dal ministro degli Esteri cinese “Wang Yi” Pechino non può accettare
una sconfitta della Russia in Ucraina, che consentirebbe agli Stati Uniti (Usa)
di concentrare la propria attenzione sulla Cina.
Mentre
la Cina enfatizza ufficialmente la propria neutralità e l’impegno per la pace,
le osservazioni di Wang suggeriscono che la RPC potrebbe preferire un conflitto
prolungato per distogliere l’attenzione statunitense, un atteggiamento
inaccettabile per Bruxelles.
In questo scenario, la presidenza Trump ha avuto un
impatto significativo sulle relazioni Cina-UE durante il quadrimestre:
la
spinta statunitense verso il decoupling da Pechino e i dazi punitivi
rappresentano per l’UE un costo rilevante, e un vincolo rigido per la propria
politica estera, che rende urgente lo sviluppo di una futura autonomia europea.
In
tale prospettiva, il rapporto redatto lo scorso anno da Mario Draghi richiama
l’UE alla necessità di rafforzare la propria competitività rispetto ai grandi
poli industriali.
Un
monito confermato anche nel discorso di von der Leyen al summit, in cui si
sollecita una relazione commerciale con la Cina più bilanciata.
L’attenzione
economica si estende così alla sicurezza e alla difesa, sottolineando la
necessità di un’“autonomia strategica aperta”, ossia fondata sulla sicurezza,
su alleanze con democrazie affini (escludendo quindi la Cina) e su politiche
economiche più incisive, senza sacrificare i valori fondamentali.
La
Cina, d’altra parte, si propone come un attore industrialmente solido e
ideologicamente agnostico in politica estera, volto a raggiungere l’autosufficienza
tecnologica.
Tiepide
aspettative e sfide diplomatiche.
“Wang
Yi” ha visitato Bruxelles all’inizio di luglio, segnando l’inizio di un tour
europeo di una settimana, dal forte valore simbolico.
Il viaggio si è svolto sullo sfondo di attriti
commerciali e tensioni geopolitiche, scaturiti dall’imposizione da parte
dell’UE di dazi sulle auto elettriche cinesi, a cui Pechino ha risposto con
ulteriori dazi antidumping su prodotti europei, tra cui brandy e prodotti
caseari.
La
visita è iniziata con un tono ottimistico:
il
ministro ha presentato il summit come uno sforzo condiviso per costruire un
polo di stabilità con l’Europa, in contrapposizione all’aumento del
protezionismo statunitense.
Tuttavia,
von der Leyen ha richiamato l’attenzione sui temi più critici della relazione
tra Cina e UE, in particolare il deficit commerciale, ribadendo la necessità di
maggior prevedibilità e affidabilità da parte della Cina.
Seppur
riconoscendo l’importanza della relazione sino-europea per l’equilibrio
internazionale, von der Leyen ricerca una partnership più bilanciata e stabile
con la Cina, rimanendo fedele all’approccio di de-riesling.
Il 2
luglio ha avuto luogo il dialogo strategico UE–Cina:
l’alto
rappresentante per la Politica Estera “Kaja Kallas” ha chiesto reciprocità
commerciale, la fine delle restrizioni sulle esportazioni di terre rare e un
riequilibrio del deficit;
ha
inoltre sollevato preoccupazioni sulla sicurezza, denunciando il sostegno di
alcune aziende cinesi allo sforzo bellico russo in Ucraina, e ha chiesto a
Pechino di cessare immediatamente ogni aiuto materiale a Mosca e di sostenere
un processo di pace basato sulla carta dell’Organizzazione delle nazioni unite
(Onu).
L’assenteismo
statunitense ha rinnovato un nuovo importante asse nella diplomazia climatica.
Una
delegazione guidata dalla vicepresidente esecutiva e commissaria europea per la
Concorrenza “Teresa Ribera” ha incontrato il vicepremier cinese” Ding Xinxiang”,
il 14 luglio, ottenendo la promessa di collaborazione futura per affrontare la
crisi climatica, in quello che potrebbe rivelarsi uno dei passi più decisivi
per l’azione climatica dalla firma dell’Accordo di Parigi e uno dei successi
del summit.
Sebbene
l’incontro non abbia portato a impegni concreti, è stato una presa di posizione
da parte del maggior proponente della lotta al cambiamento climatico, l’Europa,
e il più importante agente nella produzione di energie rinnovabili, la Cina.
In questo caso la volontà ha incontrato la
pragmaticità.
Infatti,
alla vigilia del summit erano già presenti dei nodi diplomatici, tra cui il
partenariato “senza limiti” della Cina con la Russia, che ha sostenuto
l’economia di guerra di Mosca, le restrizioni all’export di terre rare, che
Ursula von der Leyen ha denunciato come una strumentalizzazione di risorse
monopolistiche, e in ultimo le barriere regolamentari affrontate dalle imprese
europee in Cina, che hanno portato l’Unione a introdurre contromisure contro i
fornitori cinesi.
Tuttavia,
oltre alle tensioni già menzionate, il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha
introdotto una variabile destabilizzante che avrebbe potuto avvicinare Cina e
UE.
Le
tariffe americane hanno spinto sia l’Europa sia la Cina a interrogarsi sulla
possibilità di una cooperazione sino-europea che possa riequilibrare il
commercio globale e sostituire gli Usa.
I
risultati del venticinquesimo vertice UE–Cina a Pechino.
Il
summit UE–Cina del ventiquattro luglio è stato concepito sia come momento
simbolico sia come occasione di diplomazia.
Coincidente
con il cinquantesimo anniversario delle relazioni bilaterali tra Bruxelles e
Pechino, l’incontro è stato ufficialmente presentato come un’opportunità per
gestire attriti e divergenze e per auspicare un futuro collaborativo tra UE e
Cina.
Si
nutrivano speranze di una possibile distensione nei rapporti sino-europei;
eppure,
con l’avvicinarsi della data del summit, le aspettative si erano notevolmente
ridotte.
L’incontro si è rivelato fin dall’inizio
mutilo:
rispetto ai due giorni originariamente
previsti, i colloqui si sono svolti in una sola giornata, la sede è stata
spostata a Pechino anziché Bruxelles e l’assenza di “Xi Jinping” ha
rappresentato un segnale di irrigidimento nei confronti dell’UE.
Durante
il summit, von der Leyen ha fatto pressione sulla Cina per il suo sostegno
indiretto all’economia di guerra russa, ma XI (tramite il premier Li Qiang) non
ha mostrato alcun interesse a seguire la linea europea, avendo del resto già
reso le proprie intenzioni chiare dopo aver partecipato come ospite d’onore
alla parata del Giorno della Vittoria a Mosca.
Anche il commercio è stato terreno di scontro.
L’Unione ha nuovamente giustificato i suoi forti dazi
sulle auto elettriche cinesi come una misura di protezione contro il dumping
favorito dai sussidi di Pechino.
Oltre
al commercio, le divergenze politiche contribuiscono a mantenere un clima di
diffidenza.
La
vicinanza tra Cina e Russia alimenta ulteriormente l’impasse diplomatico.
Per
aggirare questa rigidità, la Cina adotta una doppia strategia, confrontandosi
con le istituzioni UE ma sviluppando al contempo legami più stretti con singoli
paesi, come l’Ungheria, meno critici nei confronti di Russia e Cina.
Tuttavia,
questo approccio alimenta ulteriori timori a Bruxelles, percepito come un
tentativo di indebolire l’unità europea.
Infine,
il post-summit ha rafforzato le percezioni reciproche:
per
Bruxelles, l’incontro ha mostrato la riluttanza della Cina a riequilibrare i
rapporti commerciali o a prendere le distanze da Mosca, confermando la
necessità di misure difensive e di una maggiore diversificazione.
Per
Pechino, invece, l’UE è apparsa divisa e indecisa, più vicina alla svolta
protezionistica di Washington che all’obiettivo di un dialogo autonomo.
Alla
luce di queste dinamiche, il vertice evidenzia la mancanza di volontà e urgenza
nel risolvere le questioni aperte.
La Cina non sembra intenzionata a modificare la
propria politica commerciale né a concedere spazio alle preoccupazioni europee
sulla guerra in Ucraina, nonostante le nuove sanzioni contro alcune istituzioni
finanziarie cinesi.
Qualsiasi futuro tentativo di riavvicinamento
richiederà un approccio realistico da entrambe le parti e la costruzione di una
nuova normalità: una relazione funzionale e pragmatica che tenga conto delle
profonde divergenze politiche ed economiche.
Gli appelli a una “cooperazione win-win” non
sono più sufficienti ed efficaci.
Per superare lo stallo, Cina e UE dovranno
definire questo nuovo equilibrio basato su pragmatismo e funzionalità, senza
cedere a illusioni di cambiamenti radicali nella politica cinese.
State
of the Union 2025: la Cina solo in secondo piano.
Lo
State of the Union del 10 settembre arriva dopo che, nel mese di agosto, la
bilancia commerciale della Cina con l’Europa ha subito uno spostamento
significativo.
Le esportazioni cinesi verso l’UE sono aumentate di
circa il 10% – in particolare verso Italia, Francia e Germania – mentre le
esportazioni europee verso la Cina sono diminuite dell’1,84%, evidenziando un
crescente disavanzo commerciale.
Eppure,
nonostante i numerosi incontri bilaterali e l’andamento della bilancia
commerciale, la presidente von der Leyen ha quasi del tutto evitato di
menzionare la Cina nel suo discorso al parlamento europeo, o quantomeno non in
modo esplicito:
un
risultato inatteso, considerando l’intensa stagione diplomatica che ha
coinvolto i due attori.
Quando
la Cina è stata citata, il tono è stato competitivo, in riferimento alla corsa
ai brevetti sulle tecnologie pulite e sui veicoli elettrici, e in altri momenti
allarmato, richiamando gli incontri tra “Xi Jinping”, “Vladimir Putin” e “Kim
Jong-un” durante la parata militare a Pechino.
Von
der Leyen ha inoltre richiamato l’attenzione, seppur con cautela, sull’incontro
analogo tra Trump e Putin in Alaska.
La
presidente della Commissione, durante il Stoe, si è concentrata sull’attuazione
delle raccomandazioni contenute nel rapporto Draghi, in particolare quelle
relative al finanziamento della tecnologia europea, sottolineando come la
dipendenza strategica dell’Unione in alcuni settori possa essere sfruttata da
attori esterni.
Il riferimento implicito è al deficit con la
Cina:
l’approfondimento
del mercato interno e una politica commerciale più solida sono infatti
obiettivi che mirano a riequilibrare le condizioni di concorrenza con Pechino.
Von der Leyen ha ribadito l’impegno
dell’Europa nel contrasto alla guerra di aggressione russa;
anche
per questo, il vertice sino-europeo difficilmente avrebbe potuto rappresentare
un vero e proprio reset delle relazioni, data la discordanza di intenti sulla
guerra e, su un piano più generale, quella di natura ideologica.
Pertanto, nel breve termine non si osservano segnali
di distensione tra UE e Cina.
La ritorsione economica rappresentata dai dazi
antidumping imposti da Pechino sulla carne suina europea ha lanciato più un
segnale di chiusura e di scontro che di cooperazione, e il vertice UE-Cina di
luglio ha prodotto pochi progressi concreti.
Infine,
la menzione della Cina al Stoe conferma l’irrigidimento dei rapporti e il
complessivo fallimento della stagione diplomatica.
Con la
fine dell’estate, Pechino ha concentrato due eventi di grande portata in una
sola settimana:
il
vertice della “Shanghai cooperation organization” (Sco) a Tianjin il 30
agosto-1° settembre, e la parata militare per l’ottantesimo anniversario della
fine della Seconda guerra mondiale a Pechino il 3 settembre.
Durante
il vertice di Tianjin, Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi hanno
mostrato un momento di unità, volto a proiettare l’immagine di un’alternativa
alla leadership globale statunitense.
Il summit ha anticipato la parata militare a
Pechino, alla quale hanno partecipato anche Putin e Kim Jong-un, e tra gli
invitati vi erano anche i leader europei di Slovacchia, Serbia e Bielorussia.
La coincidenza dei due eventi non è casuale:
la Cina manda un messaggio chiaro al mondo, presentandosi come portabandiera di
un ordine multipolare guidato dal Sud globale, in contrapposizione alla
narrazione occidentale dell’ordine internazionale liberale guidato dagli Usa.
Il messaggio del summit è stato ulteriormente
rafforzato dalla parata militare, che non ha solo lo scopo di mostrare la
potenza dell’esercito cinese, ma anche di posizionare la Cina come grande
potenza radicata nei paesi in via di sviluppo.
La
mancata partecipazione dei leader occidentali alla “Sco” era prevedibile,
considerando che il forum ha carattere regionale e si concentra sull’Asia
Centrale, e che né gli Stati membri né quelli osservatori appartengono
all’Occidente.
La partecipazione di oltre trenta capi di
Stato, tra cui Russia, India, Iran e Pakistan, conferma il mantenimento da
parte della Cina di un focus strategico sull’Asia, mentre l’assenza di paesi
come Corea del Sud e Giappone, stretti alleati degli Stati Uniti, rafforza tale
interpretazione.
Durante
il vertice Sco a Tianjin e la parata militare a Pechino, Putin è apparso fianco
a fianco con Xi Jinping, suggerendo un sostegno cinese alle operazioni militari
russe in Ucraina.
In
conclusione, la “Sco” va interpretata sia come esempio di successo bi- e
trilaterale, in particolare tra Cina e India, contrapposto al risultato modesto
del vertice UE-Cina, sia come proposta coerente di un nuovo ordine globale con
polo centrale in Asia.
Conclusioni:
dalla strategia mancata al nuovo polo asiatico.
L’Europa
si trova a navigare tra le opportunità e i limiti del suo ruolo fluido in un
mondo multipolare.
Nonostante
ciò, il possibile rinnovato pivot verso Pechino dopo il ritorno di Trump non ha
prodotto i risultati sperati, e l’UE resta intrappolata nella rivalità con una
Cina percepita come attore inaffidabile e, oltreoceano, con l’imprevedibilità
della politica estera americana.
L’Unione
ha avuto l’opportunità di non limitarsi a reagire passivamente alla
competizione tra grandi potenze, senza riuscire ancora a tradurla in azioni
efficaci.
La capacità dell’Unione di preservare l’unità interna
e di consolidare una solida base industriale e tecnologica determinerà se potrà
ridefinire le relazioni con la Cina o se sarà vincolata alle pressioni
contrapposte di Washington e Pechino.
Nella
ricerca di maggiore autonomia, l’UE avrebbe potuto sfruttare questo
quadrimestre per ridefinire il rapporto con Pechino.
Adottando
una strategia di de-riesling, sarebbe stato possibile rafforzare i legami con
la Cina pur mantenendo una postura difensiva. Tuttavia, la formazione di un
partenariato eurasiatico capace di sfidare la centralità degli Usa risulta
difficilmente percorribile, alla luce dei rinnovati attacchi russi in Ucraina,
del disallineamento ideologico e dei persistenti squilibri commerciali.
Infatti,
sebbene la relazione tra Russia e Cina rimanga ambigua, la prospettiva è più
collaborativa che competitiva.
Durante l’incontro al vertice “Sco”, il
ministro della Difesa russo “Andrei Belousov” ha lodato le relazioni tra
Pechino e Mosca, definendole ad “un livello senza precedenti”, nonostante
successivamente un documento interno di pianificazione del Servizio federale di
sicurezza russo abbia etichettato la Cina come un nemico, proprio per le sue
operazioni di spionaggio dopo l’invasione in Ucraina.
Con il
protrarsi della guerra, l’Unione ha cercato di limitare la capacità della Cina
di sostenere lo sforzo bellico di Mosca, senza chiudere i legami diplomatici.
Bruxelles
ha mitigato l’elusione delle sanzioni inserendo nella lista le entità cinesi
che forniscono beni a duplice uso alla Russia, trattando quindi la Cina come un
attore terzo facilitatore, ed evitando di inquadrarla come belligerante
diretto.
Tuttavia,
il consolidamento del partenariato strategico tra Pechino e Mosca riduce in
modo significativo lo spazio politico per una strategia europea di de-riesling
nei confronti della Cina.
Il
sostegno economico, e diplomatico fornito da Pechino alla Russia contribuisce
alla capacità del Cremlino di sostenere la guerra.
Tale
supporto rende difficile per l’UE distinguere tra il piano economico e quello
geopolitico, poiché un rafforzamento dei legami con la Cina potrebbe venire
interpretato come un sostegno indiretto a Mosca.
Tanto
atteso e meticolosamente organizzato, il quadrimestre di relazioni diplomatiche
Cina-UE si è concluso senza risultati concreti, culminando nella (quasi)
omissione del capitolo sino-europeo dal Stoe.
Nonostante
tutto, i principali nodi delle relazioni Bruxelles-Pechino offrono lezioni
preziose per le strategie future dell’Unione.
Tra questi vi sono il timore europeo della
strumentalizzazione dei settori strategici che l’UE fatica a “europeizzare”,
come auspicato dal rapporto Draghi;
la guerra in Ucraina, con il suo significativo carico
militare e ideologico; e la mancata occasione di utilizzare la presidenza Trump
come catalizzatore per un nuovo polo di cooperazione.
Un
polo che, anziché nascere a ovest, sembra delinearsi a oriente, attraverso
forum regionali e asiatici come la “Sco” e iniziative bi- o trilaterali.
Questi
elementi entreranno a far parte dei futuri capitoli strategici dell’Unione.
L’Ue
rafforza le regole sugli
investimenti per frenare la Cina.
Fortuneita.com - Luisa Vittoria Amen – (Novembre
24, 2025) -
Cina,
Ue.
L’Europa
si prepara a stringere le regole sugli investimenti stranieri per garantire che
le aziende cinesi non sfruttino il mercato aperto senza portare benefici
concreti.
Secondo il “Financial Times”, le nuove norme
mirano a proteggere l’industria europea, rafforzare l’occupazione locale e
favorire il trasferimento tecnologico quando le multinazionali estere investono
nel blocco.
La
Commissione Europea vuole evitare che i capitali esteri servano solo come punto
d’ingresso al mercato comunitario, senza contribuire allo sviluppo della
filiera Ue.
Il
focus si concentra soprattutto su settori strategici come le batterie per
veicoli elettrici e l’idrogeno, dove la Cina ha investito pesantemente negli
ultimi anni.
Per
Bruxelles, non si tratta solo di protezione economica, ma anche di sicurezza
industriale e geopolitica.
Nuove
regole per gli investimenti esteri.
Secondo
il quotidiano britannico, la “Commissione Europea” prevede che i futuri
investitori esteri dovranno assumere lavoratori locali e condividere know-how
tecnologico.
Stéphane
Sojourner, commissario UE per l’industria, ha spiegato che gli investimenti
dovranno contribuire al funzionamento dell’intera filiera europea e non
limitarsi ad assemblare componenti importate.
La
mossa si inserisce in un contesto di forte pressione sull’industria europea,
che già affronta costi energetici elevati, normative ambientali complesse e la
concorrenza dei prodotti cinesi a basso costo.
La proposta prevederebbe anche clausole di
“made in Europe” e requisiti di contenuto locale, strumenti considerati più
efficaci dei dazi per rafforzare la produzione interna.
Casi
emblematici e preoccupazioni geopolitiche.
I
progetti industriali cinesi in Europa hanno attirato particolare attenzione,
soprattutto il” gruppo CATL,” leader mondiale nelle batterie per veicoli
elettrici.
L’azienda
sta costruendo impianti in Germania, Ungheria e Spagna, e intende portare
centinaia di lavoratori cinesi nei siti produttivi.
Secondo il “Financial Times”, ciò ha sollevato
dubbi sulla reale condivisione delle tecnologie più avanzate e sulla possibile
dipendenza europea dalla Cina.
La Spagna e altri Stati membri sostengono le
nuove regole, sottolineando che garantiranno occupazione locale, know-how e
resilienza economica.
Analisti
europei ritengono inoltre che la normativa ridurrà la “corsa al ribasso” tra i
Paesi membri, promuovendo standard più alti per tutti gli investimenti diretti
esteri.
Verso
un’Ue più indipendente.
Le
nuove norme, attese il 10 dicembre, potrebbero influenzare anche aziende
giapponesi e sudcoreane, costringendole a rispettare i criteri di contenuto
locale.
L’obiettivo della Commissione, come afferma il
“Financial Times”, è rendere ogni investimento estero produttivo per la
crescita europea, senza compromettere la competitività del blocco.
Il
rafforzamento delle regole sugli investimenti esteri segna quindi un passo
decisivo per proteggere industrie strategiche, salvaguardare l’occupazione e
ridurre la dipendenza tecnologica dalla Cina.
L’Unione
europea se la gioca
con
Cina e Stati Uniti per
industria,
energia, tecnologia.
Diarioditalia.it
– Redazione – (16 Agosto 2025) – ci dice:
Ma nel
confronto con il Pil pro capite, l’Ue è la metà degli Usa e crolla nel numero
dei brevetti rispetto alla Cina.
Unione
europea accordi commerciali guerra dei dazi.
Uno
studio di “Gianmaria Lastroni” dell’Osservatorio conti pubblici italiani
dell’Università Cattolica di Milano è decisamente utile per fare un quadro
sulle grandezze economiche in gioco tra Unione europea, Stati Uniti e Cina, con
un’Ue che se la gioca con gli Usa nella manifattura, ma che crolla a livello di
Pil pro capite, a testimonianza di una crescita degli ultimi lustri decisamente
frenata delle politiche fallimentari attuate dalla Commissione che hanno fatto
crescere i costi e crollare la produzione.
Partendo
dal Pil, in dollari correnti, il più grande rimane quello americano:
con 29,2 trilioni nel 2024, supera del 50% i
19,4 dell’UE. Il Pil dell’UE risulta solo di poco superiore a quello cinese
(18,7 trilioni), ma aggiungendo il Regno Unito (3,6 trilioni) il totale sale a
23,1 trilioni, circa a metà strada tra Cina e USA.
Il Pil a parità di potere d’acquisto (PPP),
correggendo quindi per il fatto che i prezzi dei prodotti cinesi o europei a
cambi correnti sono più bassi di quelli americani, produce un quadro diverso:
il Pil dell’UE (28,1 trilioni di dollari PPP) è molto vicino a quello degli
Stati Uniti (29,1), superandolo se si aggiunge il Regno Unito (32,3 trilioni in
totale).
La Cina (38,2 trilioni) rimane però di gran
lunga il più grande produttore al mondo.
Il Pil
pro capite dell’UE è pari a 43.145 dollari correnti (44.410 includendo il Regno
Unito), circa la metà di quello americano (85.810 dollari).
A
cambi PPP, le distanze si accorciano, ma gli USA restano al comando, con oltre
20.000 dollari in più dell’UE.
Passando
al fronte produttivo, gli equilibri cambiano.
Nella
manifattura e prodotti di base, l’UE rappresenta il 16,2% della produzione
manifatturiera globale, una quota leggermente inferiore agli Stati Uniti
(17,3%).
Includendo il Regno Unito, la quota europea
sale al 17,9%, superando gli USA.
Il
principale polo manifatturiero mondiale rimane la Cina (27,7%), che domina in
tutti i settori.
Rimanendo
lontana dal gigante asiatico, l’UE supera gli Stati Uniti nel comparto chimico
(13% della produzione mondiale contro l’11%), nella produzione di acciaio (126
milioni di tonnellate, 6,8% della produzione mondiale, a fronte di 81 milioni,
4,4%), nell’alluminio (3,2 milioni di tonnellate, 4,5% di quota mondiale,
invece di 818.000, 1,2%) e nel cemento (l’UE 161 milioni, 4%, gli USA 90,
2,2%).
Gli
Stati Uniti superano l’UE nel carbone (539 milioni, 6,5%, a fronte di 242
milioni, 2,9%), nel rame (1,2 milioni, 5,7%, e 790.000, 3,7%) e nel titanio,
dove l’UE è praticamente assente.
In
campo energetico, l’Unione europea nel 2024 ha prodotto 2.698 TWh di
elettricità, meno sia degli USA che della Cina, con una forte componente
rinnovabile:
il 45% è arrivato da solare, eolico,
idroelettrico e bioenergia; aggiungendo il nucleare, la quota sale al 68%.
L’UE ha una quota di energia pulita molto più
alta di quella degli Stati Uniti, dove le rinnovabili valgono il 24%
dell’energia, 42% con il nucleare, e della Cina, nella quale le rinnovabili
pesano per il 34%, 38% con il nucleare.
Nei
campi dell’industria di punta e nella ricerca e sviluppo, l’Unione europea si
posiziona a metà nel mercato dei semiconduttori (quota di mercato del 9,2% nel
2024, meglio del 4,5% cinese), dove gli Stati Uniti sono i leader indiscussi
(50,4%), e nell’intelligenza artificiale (nel 2024, 14 miliardi di investimenti
privati in UE contro i 9 cinesi; entrambe lontane dai 109 americani).
Tuttavia,
i Paesi europei sono piuttosto indietro in altri indicatori:
le
richieste di brevetto sono state solo 81.000 nel 2021, meno di un terzo di
quelle statunitensi (262.000) e 17 volte inferiori a quelle cinesi (1,43
milioni).
L’export tecnologico pesa per il 19,2% delle
esportazioni manifatturiere europee, meno del 21,9% americano e del 26,6%
cinese.
Anche
nell’utilizzo di robot industriali (219 ogni 10.000 occupati) l’UE si colloca
dietro ai 295 USA e ai 470 cinesi.
Trasporti
e infrastrutture:
in
questa categoria l’Unione europea si colloca dietro alla Cina ma davanti agli
Stati Uniti, primeggiando in diversi indicatori.
Nella
produzione di veicoli terrestri i Paesi europei (13,4 milioni) superano gli USA
(10,6), pur rimanendo lontani dal gigante cinese (31,3).
Delle
auto prodotte in Europa, il 21% è elettrico; meno del 48% cinese, ma meglio del
10% americano.
L’UE e la Cina si eguagliano grossomodo per
ricavi provenienti dall’industria ferroviaria (rispettivamente 31,5 miliardi e
30,4), con gli USA dietro a 12,6.
Riguardo
il settore marittimo, i porti europei sono ad un terzo circa di quelli cinesi
per numero di container movimentati (96 milioni in UE, 280 in Cina), ma
superano gli Stati Uniti (54 milioni).
Inoltre, la flotta mercantile più numerosa è
quella dei Paesi europei (13.791 includendo il Regno Unito);
la
Cina conta 10.440 navi, gli Stati Uniti solo 1.702.
Infine, l’UE è leader anche nella produzione
di aerei: 766 nel 2024, più dei 348 statunitensi e dei 33 cinesi.
Industria
della difesa e spazio:
nel
2024, i Paesi dell’UE hanno complessivamente speso in difesa 370 miliardi (1,9%
del Pil), che diventano 451 (2% del Pil) aggiungendo il Regno Unito; sono più
dei 314 miliardi cinesi, ma molti meno dei 997 USA.
A
parità di potere d’acquisto, la sola UE (535 miliardi) scivola dietro anche
alla Cina (639).
Tuttavia, aggiungendo il Regno Unito il dato
europeo sale a 632 miliardi, eguagliando la Cina.
Nel
settore spaziale, in termini di lanci di oggetti nello spazio l’UE è molto
indietro: solo 86, a fronte dei 266 cinesi e dei 2.263 degli americani.
Produzione
agroalimentare:
l’Unione
europea è il primo produttore mondiale di latte (127 milioni di tonnellate nel
2023, 17,4% del totale), ma ha una produzione di carne, mais e cereali molto
inferiore alle altre due potenze mondiali.
Nel
confronto con le due superpotenze, l’Unione europea si distingue nei settori
manifatturieri tradizionali come chimica, acciaio, alluminio e cemento, nella
transizione energetica grazie all’elevata quota di rinnovabili e di nucleare, e
in alcune branche del settore dei trasporti, dove primeggia nella produzione di
aerei, nel settore marittimo e nell’industria ferroviaria. Il vecchio
continente è però indietro sul versante tecnologico e nelle capacità militari e
spaziali.
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Una
Cina stabile è una
fortuna
per il mondo.
Italian.cri.cn
– (09-Mar-2026) – Redazione – ci dice:
“L’incertezza
è l’unica certezza che il mondo si trova ad affrontare nel 2026” e “l’ordine
internazionale del dopoguerra sta venendo smantellato”:
all’inizio di quest’anno, il “World Economic
Forum” e la “Conferenza sulla Sicurezza di Monaco” hanno lanciato simili
avvertimenti.
Dall’inizio
dell’anno, dall’America Latina al Medio Oriente, si sono susseguiti conflitti e
instabilità, accrescendo le preoccupazioni sull’evoluzione della situazione
globale.
Il
2026 segna l’avvio del “15° Piano Quinquennale” in Cina.
In quanto membro permanente del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite, come vede la Cina all’attuale situazione
internazionale?
E
quale ruolo intende svolgere nel mantenimento della pace, della sicurezza e
dello sviluppo mondiali?
L’8
marzo la conferenza stampa del ministro cinese degli Esteri, tenutasi a margine
della sessione annuale dell’Assemblea Popolare Nazionale cinese (APN), ha
attirato l’attenzione globale.
Nel
corso di quasi 90 minuti di intervento, “Wang Yi”, membro dell’”Ufficio
Politico del Comitato Centrale del PCC” e ministro cinese degli Esteri, ha
risposto a 21 domande, illustrando in modo sistematico la politica estera
cinese: dai rapporti tra grandi potenze alla cooperazione regionale, dai
conflitti più caldi alla governance globale.
La
conferenza stampa ha mostrato con chiarezza che cosa sostiene la Cina, a cosa
si oppone e quali azioni intende portare avanti.
Come è stato affermato nel corso
dell’incontro, la Cina “offre a un mondo in tumulto preziose stabilità e
certezza”.
Difendere
lo stato di diritto internazionale e opporsi alla politica di potenza è una
posizione costante della Cina.
Dichiarazioni
come “avere il pugno duro non significa avere ragione”, “le grandi potenze devono dare
l’esempio nel rispettare le regole, mantenere la parola e agire secondo il
diritto”,
o ancora il rifiuto di piccoli gruppi e cerchie esclusive, hanno ribadito con
forza il sostegno della Cina al ruolo centrale dell’ONU, alla tutela
dell’ordine internazionale del dopoguerra e alla promozione di un mondo
multipolare.
La
Cina non si limita a proporre principi, ma agisce concretamente per la pace e
la governance globale.
Nell’ultimo
anno essa ha promosso la creazione dell’”Organizzazione internazionale per la
mediazione”, favorito il dialogo regionale e sostenuto la cooperazione del Sud
Globale attraverso piattaforme come la SCO e i BRICS.
Di fronte alle recenti tensioni in Medio
Oriente, la Cina ha invocato un cessate il fuoco, inviato emissari speciali e
proposto cinque principi per affrontare la questione iraniana e le crisi
regionali.
Anche
sul piano dello sviluppo la Cina continua a sostenere apertura e cooperazione,
opponendosi al protezionismo.
Le “Due Sessioni”, attualmente in corso,
stanno esaminando il progetto del 15° Piano Quinquennale, che rappresenta non
solo un nuovo piano di sviluppo per la Cina, ma anche nuove opportunità di
cooperazione per il mondo.
Negli ultimi cinque anni l’economia cinese è
cresciuta in media del 5,4% annuo, contribuendo per circa il 30% alla crescita
globale.
In
futuro la Cina continuerà a promuovere un’apertura di alto livello,
confermandosi sia “fabbrica” che “mercato” del mondo”.
Mentre
grandi cambiamenti globali accelerano, la diplomazia cinese si mostra sempre
più proattiva.
Il
prossimo anno la Cina ospiterà importanti eventi internazionali, tra cui la
“riunione informale dei leader APEC” e il secondo Vertice Cina-Paesi arabi.
In un
mondo instabile, una Cina stabile e aperta si conferma come uno dei principali
punti di riferimento dell’ordine globale.
ULTIM'ORA.
Eurozona,
aumento dei costi energetici ostacola la ripresa del settore manifatturiero.
13-Mar-2026.
Il
presidente israeliano definisce le dichiarazioni statunitensi un "palese
attacco" alla sovranità nazionale.
13-Mar-2026.
Cuba
conferma incontro con gli Usa.
La
Cina pianifica fino al 2049.
Ecco
perché ha un vantaggio sistemico.
Marx21.it – (Pubblicato il 11 Marzo 2026) -
Francesco Maringhi – ci dice:
Ogni
anno la Doppia Sessione di Pechino fissa gli obiettivi economici del paese.
Quest’anno
è diverso: viene presentato il 15° Piano Quinquennale, il documento che
traccerà la rotta della Cina verso il 2035.
Ogni
anno, quando a Pechino si apre la Doppia Sessione, l’unica cosa di cui si parla
sui giornali italiani è il target di crescita del Pil.
Dopotutto
è anche comprensibile:
è un indice che condiziona i mercati e
descrive il trend di crescita dell’economia cinese.
Così
facendo, però, si riduce il più importante evento politico dell’anno alla
descrizione di un trend economico, lasciando fuori dalla nostra attenzione
quasi tutto ciò che conta.
Quest’anno
la Doppia Sessione ha un peso specifico diverso dal solito. Oltre agli
obiettivi annuali, viene presentato il 15° Piano Quinquennale, che coprirà il
periodo 2026-2030.
È il primo di due piani che devono portare la
Cina alla scadenza del 2035 — data in cui la leadership si è impegnata a
raggiungere la “modernizzazione socialista di base” — tappa intermedia verso il
traguardo del 2049 quando, nel centenario della Repubblica Popolare Cinese, è
fissato l’obiettivo della costruzione di una “grande nazione socialista
moderna”.
Questa
capacità di programmazione su orizzonti temporali medi e lunghi è la
caratteristica più distintiva del sistema politico cinese e l’aspetto che più
la differenzia dalla politica occidentale, vincolata ai cicli elettorali e
sempre più priva di una capacità strategica nel lungo periodo.
Il
Rapporto di Lavoro del Governo presentato da” Li Qiang” descrive un’economia in
una fase di transizione strutturale su due fronti.
Sul
piano interno, l’obiettivo è aumentare i consumi delle famiglie, che in Cina
rappresentano una quota del PIL strutturalmente bassa rispetto alle altre
grandi economie.
Sebbene
il tenore di vita medio sia cresciuto in modo straordinario negli ultimi
decenni, questa ricchezza non si è convertita in consumi proporzionali.
Una quota del reddito viene destinata al
risparmio, per far fronte ad eventuali costi in sanità o altre necessità.
Il
piano prova ad aggredire questo nodo.
Tra le
misure in discussione c’è anche una riforma dell’IVA:
oggi
questa imposta viene riscossa dove avviene la produzione, non dove si trova il
consumatore, incentivando i governi locali a costruire fabbriche piuttosto che
investire in welfare.
Spostare
la riscossione cambierebbe gli incentivi di migliaia di funzionari locali
dall’oggi al domani.
C’è poi una misura apparentemente minore ma
indicativa della logica complessiva: far rispettare il congedo retribuito.
In Cina esiste per legge, ma la sua attuazione
nel settore privato non è sempre efficace.
Renderlo
effettivo — senza spendere “un yuan” di bilancio pubblico — potrebbe liberare
domanda latente in settori come turismo, ristorazione e cultura.
Sul
fronte esterno, la direzione è altrettanto chiara:
rendere
l’economia cinese meno vulnerabile agli shock internazionali: dazi, sanzioni,
interruzioni delle catene di fornitura globali, controllo dei choke point
strategici.
Il
rapporto descrive un contesto segnato da “unilateralismo e protezionismo in
rapida escalation” e indica tra gli obiettivi del piano il bisogno di
“rafforzare le nostre capacità interne per affrontare le sfide esterne”.
Le misure concrete riguardano tre aree.
“
Prima”: la sicurezza delle catene industriali e di approvvigionamento, che il
rapporto indica come costantemente migliorate, con investimenti per rendere
autonome le filiere in settori tecnologici chiave, a partire dai
semiconduttori.
“Seconda”:
la sicurezza energetica, con l’obiettivo di portare la capacità di produzione
nazionale a 5,8 miliardi di tonnellate di carbone equivalente.
“Terza”:
la sicurezza alimentare, con un target di produzione di circa 725 milioni di
tonnellate di cereali.
Il
fronte su cui la leadership mostra la maggiore determinazione è la tecnologia.
L’obiettivo
dichiarato nel rapporto è l'”autosufficienza scientifica e tecnologica di alto
livello”:
il 15°
Piano Quinquennale fissa un tasso di crescita della spesa in ricerca e sviluppo
superiore al 7% annuo — su una base che nell’ultimo quinquennio è già cresciuta
a un ritmo medio del 10% l’anno.
Il valore aggiunto delle industrie digitali,
oggi al 10,5% del PIL, deve salire al 12,5% entro il 2030.
Il rapporto punta esplicitamente sul “nuovo
sistema nazionale”:
un modello di coordinamento tra Stato, imprese
leader e centri di ricerca per affrontare i colli di bottiglia tecnologici.
È lo stesso meccanismo che ha prodotto
risultati già misurabili:
la
produzione di robot industriali è cresciuta del 28% nell’ultimo anno, quella di
circuiti integrati del 10,9%.
È per
questo che seguire la Doppia Sessione non è un esercizio per specialisti.
Il vantaggio che la Cina sta costruendo non è
solo tecnologico o industriale — è sistemico.
Nasce
dalla capacità di fissare obiettivi a vent’anni e di coordinarvi risorse
pubbliche e private, senza che ogni scadenza elettorale rimescoli priorità e
strategie.
Chi ha
letto con attenzione i piani quinquennali degli anni Duemila ha visto arrivare
il dominio cinese nel solare, nelle batterie, nei veicoli elettrici prima che
ridisegnasse interi settori.
Il 15°
Piano indica dove potrebbe spostarsi il prossimo vantaggio competitivo: vale la
pena mettersi a studiare!
Le
merci cinesi invadono l’Europa.
Allarmate le imprese Ue:
“Situazione preoccupante”
Repubblica.it - Emma Bonotti – (10
dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
Il
consiglio della Camera di commercio Ue in Cina alle imprese è di “eliminare,
ove possibile, la dipendenza per l’approvvigionamento da un’unica fonte”, sia
Pechino o Washington.
MILANO
– Il surplus monstre di Pechino aveva già fatto storcere il naso a Emmanuel
Macron.
Adesso
a lamentarsi del record di oltre mille miliardi di dollari sono le imprese
europee.
E come
il presidente francese, anche loro avvertono che il nuovo trend sta “spingendo”
l'Ue ad adottare un approccio commerciale più offensivo verso la Cina.
“Evitare
la dipendenza da Cina o Usa nell’approvvigionamento.”
Nel
rapporto “Affrontare le dipendenze della catena di approvvigionamento”: sfide e
scelte, la Camera di Commercio Ue in Cina ritrae un’immagine dettagliata dei
timori che aleggiano tra gli imprenditori.
Sebbene le aziende dell'Unione continuino a puntare
sul mercato cinese, recita il testo, l'influenza eccessiva di Pechino sulle
catene di approvvigionamento si sta dimostrando controproducente per alcune
aziende straniere e per i mercati dei Paesi terzi, obbligando la
diversificazione al di fuori del Dragone in determinate aree.
Il
consiglio alle imprese, strette tra le politiche preferenziali di Pechino per
le aziende locali e la volatilità commerciale di Washington, è di “eliminare,
ove possibile, la dipendenza da un'unica fonte sia dalla Cina che dagli Stati
Uniti” nelle loro catene di approvvigionamento.
Oltre
350 miliardi il disavanzo commerciale con l’Ue.
Nell'incertezza
crescente per le tensioni tra le due superpotenze, i dati diffusi lunedì
sull'interscambio commerciale cinese di novembre riportano un surplus schizzato
a 1.076 miliardi di dollari nei primi 11 mesi, di cui ben oltre 350 miliardi
relativi ai rapporti con l’Ue.
La
Repubblica popolare “continua a esportare quantità sempre maggiori di merci
verso l’Europa, in parte per compensare la debole domanda interna rispetto alla
crescita dell'offerta”, lamenta la Camera.
“Ue
spinta a un’azione più decisa.”
Per
“Jens Eskelund”, presidente dell’istituzione, la situazione è “preoccupante”,
sia per le aziende che per i governi.
“L'idea
stessa di libero scambio crolla se non ci sono vantaggi per entrambe le parti
coinvolte.
E credo davvero che questa sia una grande
sfida al momento”, afferma Eskelund.
E poi
avverte: “Il
crescente squilibrio commerciale tra le due economie, sostenuto da un yuan
sottovalutato, insieme alle numerose dipendenze critiche che l'Ue ha dalla
Cina, stanno spingendo Bruxelles verso un’azione più decisa”.
Quanto
prima Pechino “riconoscerà tali preoccupazioni dell’Ue”, tanto prima le due
parti potranno raggiungere “una relazione commerciale più sostenibile e
vantaggiosa”, aggiunge Eskelund.
Macron
parla di dazi.
L’ipotesi
era già stata paventata da Macron prima della pubblicazione degli ultimi dati
sull’export cinese:
a novembre le spedizioni di Pechino verso l’Ue
sono aumentate del 14,8% su base annua, contro il calo del 28,6% di quelle
verso gli Stati Uniti.
In
un’intervista a “Les Echos” pubblicata domenica, il presidente francese ha
dichiarato che l’Unione potrebbe adottare “misure forti, come ad esempio i
dazi” se Pechino non riuscirà a risolvere il crescente squilibrio commerciale
con il blocco dei 27.
Stretta
sulle terre rare?
“Un campanello d’allarme.”
Ad
aggravare il contesto già teso c’è la” stretta mandarina sull'export di terre
rare”, che colpisce l'industria manifatturiera globale.
Un'altra
indagine della Camera di Commercio ha mostrato che un'azienda su tre valuta di delocalizzare
gli approvvigionamenti fuori dalla Cina in risposta ai controlli da parte di
Pechino.
Le
restrizioni sulle terre rare, prosegue Eskelund, sono state “un campanello
d'allarme per l'Europa: non possiamo diventare involontariamente danni
collaterali nel conflitto di qualcun altro”.
Cina.
Pechino tratta solo con gli Stati
e non con l’Ue: von der Leyen non
invitata all’incontro di XI con Macron.
Notiziegeopolitiche.net
– (19 Dicembre 2025) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:
Il
viaggio di Emmanuel Macron in Cina, all’inizio di dicembre 2025, ha reso
visibile ciò che a Bruxelles molti temevano da tempo:
le
relazioni tra Unione Europea e Cina sono entrate in una fase di gelo
strutturale.
L’esclusione
deliberata della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen
dalla visita non è stata un incidente protocollare, ma un atto politico.
Pechino
ha scelto consapevolmente di trattare con un grande Stato membro, rifiutando la
dimensione comunitaria, segnalando che l’interlocutore europeo, come entità
unitaria, non è più considerato prioritario.
È un
passaggio che segna una rottura con il passato recente.
Nel
2023, la presenza congiunta di Macron e von der Leyen aveva rappresentato il
tentativo di mantenere una linea europea coerente nei confronti della Cina.
Due anni dopo, quel modello è stato archiviato
da Pechino, che ha optato per una strategia di aggiramento dell’Unione,
sfruttandone le divisioni interne.
L’ambasciatore
dell’Unione Europea in Cina, “Jorge Toledo”, ha descritto senza eufemismi lo
stato dei rapporti:
fiducia ridotta al minimo, dialogo difficile,
mancanza di reciprocità.
Nel cinquantesimo anniversario delle relazioni
diplomatiche UE–Cina, l’obiettivo ufficiale di rilanciare il partenariato si è
scontrato con una realtà opposta.
Bruxelles accusa Pechino di sostenere
indirettamente lo sforzo bellico russo, di chiudere il proprio mercato e di
praticare una concorrenza sistemica basata su sovraccapacità industriale e
sussidi pubblici.
Dal
punto di vista cinese, invece, l’Unione appare sempre più allineata alla linea
statunitense del contenimento, con inchieste sui veicoli elettrici,
sull’acciaio e sulle tecnologie verdi percepite come strumenti protezionistici
mascherati.
La
conseguenza è una progressiva delegittimazione della Commissione come
interlocutore politico, sostituita da un ritorno alla diplomazia bilaterale
classica.
Il
dato che pesa più di tutti è quello commerciale.
Nel
2025 il deficit europeo nei confronti della Cina ha superato livelli record,
oltre i trecento miliardi di dollari nei primi dieci mesi dell’anno.
È il
risultato di un modello cinese sempre più orientato all’export, utilizzato come
ammortizzatore interno per una crescita in rallentamento.
Veicoli
elettrici, acciaio, pannelli solari e tecnologie per le rinnovabili invadono il
mercato europeo, mentre l’accesso delle imprese UE in Cina resta limitato.
Macron
ha provato a porre il tema in modo diretto, parlando di squilibri
“insostenibili” e minacciando misure forti nei prossimi mesi.
Ma il
margine di manovra francese, come quello europeo, è ristretto. L’Europa dipende ancora in modo
significativo dalla Cina per materie prime critiche e componenti strategici,
mentre Pechino può permettersi di diluire le pressioni europee negoziando
separatamente con Berlino, Parigi o altri governi.
La
scelta di Pechino è chiara: dividere per negoziare da una posizione di forza.
Accordi
simbolici e settoriali con la Francia, aperture selettive verso la Germania
sulle terre rare, messaggi rassicuranti ad alcuni Paesi membri e dure critiche
a Bruxelles.
È una
strategia già sperimentata in Asia orientale, che ora viene applicata
all’Europa.
Il
messaggio implicito è che l’Unione Europea, priva di una vera politica
industriale comune e di una linea geopolitica condivisa, non è un attore
unitario credibile.
La Commissione parla di riduzione dei rischi,
ma gli Stati membri continuano a muoversi in ordine sparso, offrendo a Pechino
l’opportunità di scegliere di volta in volta l’interlocutore più conveniente.
Il
contesto internazionale accentua questa dinamica.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca,
le tensioni transatlantiche e la guerra in Ucraina spingono la Cina a testare
la tenuta europea.
L’invito ipotizzato da Macron a Xi Jinping per
il G7 del 2026 appare più come un tentativo francese di recuperare centralità
che come una reale apertura cinese.
Il
2025 rischia così di diventare l’anno della verità per l’Unione Europea.
O
Bruxelles riuscirà a ricompattare gli Stati membri attorno a una strategia
comune verso Pechino, oppure la Cina continuerà a bypassare l’Unione,
trattandola come un’arena di interessi nazionali divergenti.
In
questo gioco asimmetrico, l’Europa scopre che il vero punto debole non è la
forza economica cinese, ma la propria incapacità di presentarsi come soggetto
politico unitario.
Consiglio
supremo di Difesa,
‘l’Italia
non partecipa e non
prenderà parte alla guerra”.
Notiziegepolitiche.net
- Mariarita Copersito – (13 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
‘Grave
preoccupazione per lo scenario di crisi in Medio Oriente’.
Si è
riunito oggi al Palazzo del Quirinale il Consiglio supremo di Difesa. Alla riunione, presieduta dal
Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, hanno preso parte il Presidente
del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, il Ministro degli Esteri Antonio
Tajani, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Ministro della Difesa
Guido Crosetto, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti,
il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il Capo di Stato
Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano.
Il
Consiglio supremo di Difesa ha espresso “grande preoccupazione per lo scenario
di crisi che si è determinato con la nuova guerra in corso a seguito
dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, come
riporta il documento finale della riunione di oggi, che ha analizzato “i gravi
effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione del
Vicino Medio Oriente e nell’area del Mediterraneo”.
Il
Consiglio supremo di Difesa “ha constatato che la crisi dell’ordine internazionale,
incentrato sull’ONU, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali,
indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le
effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi
nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei
suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane
repressioni”.
Il
Consiglio “ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il
Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici
e alleati di assistenza nella loro difesa, nonché sulla necessità che
l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e
concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico
definito dagli accordi internazionali vigenti, che include fra l’altro attività
addestrativa e di supporto tecnico-logistico.
Il
Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere
il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno
sottoposte al Parlamento”.
Il
Consiglio ha approfondito “le linee già illustrate dal Governo in Parlamento
per affrontare la crisi in atto nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nei Paesi
del Golfo, a partire dall’impegno per la messa in sicurezza delle migliaia di
cittadini italiani presenti nella regione e dalla decisione di fornire sostegno
e assistenza ai Paesi del Golfo, amici e importanti partner strategici
dell’Italia, a tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree,
in base a missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento”.
“Per
l’insieme di queste ragioni l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla
guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio in Parlamento”, si
sottolinea nel documento finale del Consiglio supremo di Difesa, dopo aver
osservato che “nel pieno rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione si
esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare
nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi
strategici vitali.
Attacchi
a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della “strage
della scuola di Minar”, sono sempre inaccettabili.
Il Consiglio sottolinea come l’estensione del
conflitto ad opera dell’Iran rischi anche di aprire spazi a forme di guerra
ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche”.
Il
Consiglio supremo di Difesa ha preso in esame “con particolare attenzione la
situazione in Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate
alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano
in un nuovo drammatico conflitto. Come sempre il prezzo più alto lo pagano le
popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini
evacuati dal Sud del Libano e altrettanti dalle aree sciite di Beirut”.
“Il
Consiglio ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione n.
1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al
contingente di UNIFIL, attualmente a guida italiana”. “Anche in relazione alle
decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di concludere la missione UNIFIL,
resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo
l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi”.
“Il
Consiglio esprime condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil, in
Iraq”, prosegue ancora il documento. Al termine dei lavori, il Consiglio ha
rivolto “sentimenti di intensa vicinanza e gratitudine a tutti i militari
impegnati nelle varie operazioni in Italia e all’estero e, in particolare, ai
militari italiani impegnati nella missione UNIFIL nel sud del Libano e a quelli
nei Paesi del Golfo, per l’esemplare professionalità manifestata
nell’assolvimento del loro compito”.
Iran.
La guerra mette alla prova
la
potenza globale degli Stati Uniti.
Notiziegeopolitiche.net
– (13 Marzo 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:
La
guerra con l’Iran sta producendo effetti che vanno ben oltre il Medio Oriente e
cominciano a incidere sull’equilibrio di sicurezza globale costruito dagli
Stati Uniti.
Le dichiarazioni del presidente sudcoreano “Lee
Jael Myung” sulla possibile redistribuzione di sistemi di difesa missilistica
dalla Corea del Sud verso il Golfo rivelano un dato strategico rilevante:
anche la potenza militare americana deve fare
i conti con risorse limitate.
Quando
Washington è costretta a spostare assetti da un teatro sensibile come la
penisola coreana, significa che la pressione della guerra sta ridisegnando le
priorità della sicurezza statunitense.
Il
tema non riguarda soltanto Seul ma l’intero dispositivo globale americano.
La necessità di trasferire mezzi militari da
una regione all’altra segnala che gli Stati Uniti non operano più in condizioni
di abbondanza strategica ma di crescente scarsità.
In
geopolitica questo passaggio è decisivo, perché è proprio nel momento in cui le
risorse diventano limitate che la credibilità delle garanzie di sicurezza
inizia a essere messa in discussione.
L’eventuale
spostamento di componenti del sistema di difesa antimissile dalla Corea del Sud
al Medio Oriente toccherebbe uno dei pilastri della deterrenza in Asia
nordorientale.
Quel
sistema era stato installato nel 2017 per contrastare la minaccia missilistica
nordcoreana e rappresenta da allora un elemento centrale della protezione
americana della penisola.
Il
fatto che Seul riconosca di non poter impedire agli Stati Uniti di trasferire
questi assetti evidenzia la natura della relazione tra alleato e garante:
la sovranità formale resta sudcoreana, ma la
priorità strategica è stabilita da Washington.
Questo
non significa che la Corea del Sud resti senza difese, ma il segnale politico e
strategico che arriva a Pyongyang, a Pechino e anche a Tokyo è ambiguo.
Gli
Stati Uniti continuano a proclamare impegni globali, ma la guerra contro l’Iran
mostra che i mezzi per sostenerli simultaneamente non sono infiniti.
Ogni
redistribuzione di sistemi di difesa viene osservata attentamente dagli
avversari, che misurano non solo la forza americana ma anche i suoi limiti.
Il
conflitto con Teheran sta consumando non soltanto capitale politico ma anche
risorse militari ad alta tecnologia.
Intercettori, radar, lanciatori e sistemi di
comando necessari per contrastare missili e droni sono diventati assetti rari e
difficili da sostituire rapidamente.
La difesa antimissile, spesso presentata come
una garanzia quasi automatica della superiorità statunitense, si rivela invece
uno dei settori più vulnerabili proprio a causa dei lunghi tempi di produzione
e delle catene industriali incapaci di sostenere più guerre ad alta intensità
nello stesso momento.
Il
problema principale è la lentezza con cui questi sistemi possono essere
ricostituiti.
Se una
campagna militare consuma in poche settimane una parte significativa delle
scorte disponibili, altri teatri diventano inevitabilmente più esposti.
La
Corea del Sud ne percepisce già le conseguenze, ma lo stesso problema potrebbe
emergere in futuro anche in Europa, a Taiwan o nell’intero spazio indo
pacifico.
Le
implicazioni non sono soltanto operative ma anche psicologiche.
Le
alleanze americane funzionano finché gli alleati credono che Washington sia in
grado di presidiare simultaneamente tutti i fronti.
Quando
una guerra costringe a stabilire priorità e a spostare risorse da una regione
all’altra, quella fiducia entra in una zona grigia di incertezza.
Per
Seul il rischio è che la percezione di una rete antimissile più sottile
incoraggi nuove pressioni da parte della Corea del Nord.
Allo
stesso modo la Cina potrebbe interpretare la redistribuzione delle risorse come
il segnale di una potenza americana meno elastica e meno capace di reagire
contemporaneamente su più fronti.
La
guerra con l’Iran mette così in luce una contraddizione della strategia
americana.
Gli Stati Uniti intendono mantenere una presenza
dominante in Medio Oriente, in Europa e in Asia, ma la moltiplicazione dei
fronti riduce progressivamente il margine materiale per sostenere questo
impegno senza tensioni.
Il
conflitto con Teheran non apre soltanto un nuovo teatro militare, ma costringe
Washington a ridefinire la gerarchia delle proprie priorità strategiche.
È
proprio questo interrogativo che preoccupa Seul: non la perdita immediata di un
sistema di difesa, ma il dubbio che nella scala reale delle emergenze americane
la penisola coreana possa essere temporaneamente declassata.
Un
dubbio che rischia di indebolire la deterrenza più di molte dichiarazioni
ufficiali.
Il
caso sudcoreano dimostra quindi che la guerra contro l’Iran non resta confinata
al Medio Oriente.
Il
conflitto produce effetti a catena sull’intero sistema di alleanze degli Stati
Uniti e rende visibile una realtà spesso sottovalutata:
la potenza americana resta enorme, ma non è
più inesauribile.
Quando
una grande potenza deve spostare i propri scudi da un fronte all’altro
significa che sta iniziando a scegliere dove concentrare le proprie difese.
Ed è proprio da quel momento che gli equilibri
globali iniziano a cambiare.
Iran.
Dopo due settimane di
guerra il regime resiste:
crescono
le preoccupazioni nel Golfo.
Notiziegeopolitiche.net
– (13 Marzo 2026) - Enrico Oliari – Redazione – ci dice:
A due
settimane dall’inizio del conflitto non emergono segnali concreti di un
possibile crollo del regime iraniano, scenario che alcuni analisti ritengono
fosse stato auspicato da Stati Uniti e Israele.
Secondo il reporter della BBC “Jeremy Bowen”,
le aspettative di un rapido cambiamento politico a Teheran potrebbero essere
state basate su una valutazione errata della struttura e della resilienza del
sistema di potere iraniano.
“Bowen”
sottolinea come il presidente statunitense Donald Trump abbia sempre dimostrato
di credere nella leadership forte e centralizzata, e che forse si aspettasse
uno sviluppo degli eventi simile allo scenario venezuelano, in cui la rimozione
di una figura centrale avrebbe potuto innescare un rapido collasso del sistema.
Se
questa fosse stata l’ipotesi di partenza, osserva Bowen, si tratterebbe di un
segnale preoccupante:
dimostrerebbe infatti una scarsa comprensione
della complessità del regime iraniano.
La
Repubblica Islamica infatti è sostenuta da una struttura politica, religiosa e
militare profondamente radicata nella società e costruita per resistere a
pressioni interne ed esterne.
L’Iran,
inoltre, possiede una lunga storia di tensioni e ostilità nei confronti degli
Stati Uniti e di Israele, elemento che rafforza il discorso politico interno e
contribuisce a consolidare il consenso attorno alla leadership del Paese in
momenti di crisi.
Nel
frattempo nei Paesi del Golfo Persico cresce la preoccupazione per le possibili
conseguenze regionali del conflitto.
Diversi
governi dell’area temono che le tensioni e l’instabilità possano trasformarsi
in un problema duraturo per l’intera regione.
Secondo Bowen, molti di loro temono di
ritrovarsi a gestire le conseguenze di una situazione estremamente complessa e
potenzialmente destabilizzante.
La
guerra dunque continua senza che si intraveda una soluzione rapida, mentre
l’equilibrio geopolitico del Medio Oriente resta fragile e incerto.
Usa.
Il petrolio piega le sanzioni:
Washington concede una
deroga
al greggio russo.
Notiziegeopolitiche.net – (13 Marzo 2026) -
Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:
La
Casa Bianca riapre temporaneamente al petrolio russo già in mare, ammettendo di
fatto i limiti della strategia sanzionatoria occidentale.
La decisione dell’amministrazione Trump di concedere
una deroga di trenta giorni, presentata dal segretario al Tesoro” Scott Besson”
come misura tecnica e circoscritta, arriva in un momento di forte tensione
energetica globale e segnala quanto il mercato del petrolio resti decisivo
nelle scelte geopolitiche.
Dietro
la misura non c’è solo un aggiustamento operativo ma il riconoscimento che le
sanzioni incontrano un limite quando rischiano di provocare una crisi
energetica.
La
guerra con l’Iran, la tensione nello Stretto di Hormuz e il timore di nuove
spinte inflazionistiche hanno aumentato la pressione sui mercati petroliferi.
In questo contesto Washington ha scelto di
evitare ulteriori restrizioni all’offerta globale, riaprendo temporaneamente
uno spazio commerciale per il greggio russo.
Per
anni l’Occidente ha sostenuto di poter isolare grandi produttori energetici
senza conseguenze rilevanti per l’economia globale.
La
realtà dei mercati ha mostrato il contrario.
Colpire contemporaneamente Russia e Iran,
mentre il Golfo resta instabile, rende più difficile mantenere bassi i prezzi
dell’energia.
La
deroga americana conferma che il sistema energetico mondiale non può essere
riorganizzato rapidamente attraverso le sole sanzioni.
La
decisione ha anche un valore simbolico.
Anche
se Washington sostiene che la misura non porterà benefici significativi a
Mosca, il semplice fatto che sia stata necessaria indica quanto la Russia resti
un attore strutturale nel mercato globale del petrolio.
Non
significa che le sanzioni siano state abbandonate, ma evidenzia che la pressione
economica incontra limiti quando si scontra con le esigenze di
approvvigionamento energetico.
Secondo
quanto riportato da “Reuters”, la deroga si inserisce nel quadro della crisi
energetica generata dalla guerra con l’Iran.
Gli
Stati Uniti stanno infatti ricorrendo anche a rilasci di riserve strategiche e
ad altre misure per contenere i prezzi.
L’obiettivo
è evitare nuove tensioni sui mercati e ridurre l’impatto sull’economia interna.
La
scelta mette in luce il paradosso della strategia americana: mantenere una
linea dura sul piano geopolitico senza provocare effetti economici troppo
pesanti in patria e tra gli alleati.
L’aumento del prezzo del petrolio,
l’instabilità dei mercati e il peso della benzina sui consumatori statunitensi
rendono più difficile sostenere una politica di pressione totale.
La
deroga al petrolio russo rappresenta quindi più di una semplice eccezione
amministrativa.
Mostra
che il potere delle sanzioni non è assoluto e che, quando la sicurezza
energetica globale entra in gioco, anche le strategie più rigide devono
adattarsi alla realtà dei mercati.
Chi
era Ali Khamenei?
Conoscenzealconfine.it
– (13 Marzo 2026) - Thierry Messa – Redazione – ci dice:
Ali
Khamenei era un erudito mussulmano. Difese ciò che aveva compreso della
rivoluzione islamista di Ruhollah Khomeini e si ritagliò un potere su misura.
Iniziò
la sua carriera all’ombra di “Hashemi Rafsanjani” – presidente del parlamento
dal 1980 al 1989, che trasse beneficio personale dell’Irangate, e presidente
della Repubblica dal 1989 al 1997.
Fu con il suo aiuto che Khamenei venne
nominato Guida della Rivoluzione.
In quell’occasione utilizzò il concetto di “Velayat-e-faci”,
la “tutela del saggio”, o “governo, tutela del giurista” con cui privò il già
alleato “Rafsanjani “di ogni potere.
Contrariamente a un’idea diffusa, non si
tratta di un antico articolo di fede sciita, ma di un’idea moderna, che formula
in termini religiosi sciiti un concetto di Platone.
Khamenei
assegnò alla sua funzione di Guida della Rivoluzione – che non ha alcun
rapporto con quella del predecessore Khomeini – un budget indipendente da
quello dello Stato.
Poté così beneficiare dell’aumento del prezzo
del gas e del petrolio rispetto a quello usato come parametro per il bilancio
dello Stato.
Ebbe a
disposizione finanziamenti esorbitanti di cui l’opinione pubblica non era
consapevole.
Diede
impulso al Paese affinché si sviluppasse senza occidentalizzarsi, nella
tradizione dello scrittore “Jalal Al-e-Ahmad”.
Trasformò
la sua guardia personale, i “Guardiani della Rivoluzione”, noti come
“Pasdaran”, in un “super-esercito esterno” e relativizzò il ruolo dell’esercito
di leva.
Sabotò
i tentativi di riforme liberali del presidente Mohammad Khatami (1997-2005) e
favorì l’elezione di un Guardiano della Rivoluzione, l’ingegnere nazionalista
“Mahmud Ahmadinejad,” alla presidenza della Repubblica (2005-2013), di cui
presto ostacolò il programma di laicizzazione della società.
Per
contrastare ogni divisione interna del Paese, ogni volta che sorgeva un
conflitto Khamenei favorì l’istituzione di commissioni di arbitrato. Alla fine,
queste commissioni divennero talmente numerose da paralizzare ogni decisione
politica:
solo le attività dei Guardiani della Rivoluzione
continuarono a funzionare.
Sebbene
vivesse in modo molto sobrio, si circondò di un governo occulto, formato da
“consiglieri” che disponevano, a loro volta, di poteri ben superiori a quelli
dei ministri.
Alcuni
di loro mandarono le famiglie all’estero, dove poterono spendere a profusione
il denaro del Paese.
Khamenei
si preoccupò di coltivare il sostegno popolare al clero sciita. Lo riorganizzò
in base all’anzianità, in modo che fosse amministrato dai membri più anziani.
Lasciò
la giustizia nelle mani della frangia più oscurantista del clero, aprendo la
strada all’elezione alla presidenza della Repubblica del fanatico Ebrahim Raisi
(2021-2024).
Dal
2011 Khamenei coltivò l’ambizione di diventare la guida non solo della nazione
iraniana, ma anche di tutto il mondo arabo.
Organizzò
conferenze internazionali a cui invitò tutte le fazioni mussulmane, compresa la
“Confraternita dei Fratelli Mussulmani”.
L’esito
fu la trasformazione della “funzione di Guardiano della Rivoluzione” in una
gerontocrazia bigotta che impose, prima con il sorriso, poi con la violenza, il
proprio ordine morale.
Khamenei non è stato quindi un dittatore, ma
un abile religioso che ha messo il Paese nelle mani di una giustizia
oscurantista e lo ha condotto alla rovina.
(Thierry
Messa).
(voltairenet.org/article223832.html).
In
Cina e Asia – Ue-Cina:
spiragli
sul fronte EV.
China-files.com
- Notizie Brevi by Redazione – (13 Gennaio 2026) – ci dice:
I titoli
di oggi:
Ue-Cina:
spiragli sul fronte EV, Pechino riapre all’Irlanda sulla carne.
XI
Jinping: “alta pressione” anticorruzione anche nel 2026.
Corea
del Sud, indagine su droni per aver violato lo spazio aereo nordcoreano.
Giappone-Corea,
Talamici punta sull’“omotenashi” tra le tensioni con la Cina.
Ministri
del G7 discutono delle terre rare cinesi.
L’Aia,
prime udienze ICJ per il caso sul genocidio dei Rohingya in Myanmar.
Cina,
l’app “Sei morto?” per confermare di essere in vita diventa virale.
Ue-Cina:
spiragli sul fronte EV, Pechino riapre all’Irlanda sulla carne.
La
Commissione europea ha pubblicato nuove linee guida che definiscono le
condizioni alle quali i produttori cinesi di veicoli elettrici potranno evitare
i dazi Ue – fino al 35,3% – sostituendoli con impegni su prezzi minimi di
vendita.
Secondo
Bruxelles, i prezzi dovranno essere fissati per singolo modello e
configurazione, avere un effetto equivalente ai dazi e neutralizzare l’impatto
dei sussidi, limitando il rischio di compensazioni incrociate, in particolare
per le aziende che esportano anche veicoli ibridi.
Anche secondo fonti e analisti citati dai
media cinesi, la possibilità di sostituire i dazi con un sistema di “price
flora” rappresenta un passo significativo nella disputa aperta dall’indagine
anti-sussidi avviata da Bruxelles nel 2023 e culminata con le tariffe nel 2024.
Il ministero del Commercio cinese ha parlato di
progresso nello spirito dell’”Organizzazione nazionale del Commercio”, mentre
camere di commercio e osservatori sottolineano come la soluzione possa
rafforzare la fiducia delle imprese, pur senza configurare un vero svolta
politica.
Parallelamente,
Pechino ha annunciato la riapertura del mercato alla carne bovina irlandese,
revocando una sospensione introdotta nel 2024 per un caso di mucca pazza.
La
decisione è stata confermata dopo la visita del primo ministro irlandese “Michael
Martin” in Cina ed è stata definita da Dublino un segnale positivo per le
relazioni bilaterali.
La
mossa arriva in un contesto di rapporti Ue-Cina ancora tesi, segnati dalle
ritorsioni cinesi contro prodotti agroalimentari europei – inclusi latticini e
carne suina – adottate dopo i dazi Ue sulle auto elettriche.
XI
Jinping: “alta pressione” anticorruzione anche nel 2026; CCTV manda in onda
documentario su ex ministro condannato.
“La
lotta alla corruzione è una battaglia importante che non possiamo permetterci
di perdere”.
Lo ha
affermato XI Jinping lunedì, aprendo una sessione plenaria di tre giorni della
“Commissione centrale per l’ispezione disciplinare” (CCDI), il più alto organo
anticorruzione cinese.
Continuerà
dunque anche nel 2026 la “campagna ad alta pressione” di Pechino, che nell’anno
passato ha indagato sia “mosche”, ovvero funzionari minori, che un numero record di 65 funzionari
di alto rango, le cosiddette “tigri”, tra cui il generale “He Weiden”, numero
due dell’esercito.
Tra i
nomi noti caduti in disgrazia nel 2025 c’è anche l’ex ministro dell’Agricoltura
“Tang Renina”, che lo scorso settembre ha ricevuto una condanna a morte con
sospensione dell’esecuzione (di fatto un ergastolo) per aver accettato tangenti
per oltre 268 milioni di yuan (38 milioni di dollari).
Tang è
il protagonista della prima puntata di “Non fermarsi neanche per un passo, non
indietreggiare neanche di mezzo passo”), una docuserie sulla lotta alla
corruzione in onda sull’emittente nazionale CCTV per quattro sere, tra l’11 e
il 14 gennaio.
Corea
del Sud, indagine su droni per aver violato lo spazio aereo nordcoreano.
Le
autorità sudcoreane hanno avviato un’indagine per chiarire se droni civili
abbiano violato lo spazio aereo della Corea del Nord, come sostenuto da
Pyongyang.
Lo ha
annunciato il ministero della Difesa il 12 gennaio, dopo che l’esercito
nordcoreano ha accusato Seul di “atti di provocazione” e affermato di aver
abbattuto i velivoli, mostrando presunti frammenti e immagini aeree.
Il
presidente” Lee Jael Myung” ha promesso un’inchiesta rapida, definendo un
eventuale coinvolgimento di civili un “reato grave” e una minaccia alla
sicurezza della penisola coreana.
Seul
ha detto di essere disponibile a un’indagine congiunta, pur senza aver
formalizzato una proposta, mentre la Corea del Nord non ha risposto ai
tentativi di dialogo del nuovo governo sudcoreano.
Giappone-Corea,
Talamici punta sull’“omotenashi” tra le tensioni con la Cina.
Martedì
12 gennaio è cominciata la visita in Giappone del presidente sudcoreano “Lee Jael
Myung” in un gesto di diplomazia
improntato all’“omotenashi”, il tradizionale concetto giapponese di ospitalità.
La
scelta del luogo – la prefettura di Nara, città natale della premier Sana Talamici
– e il programma simbolico, che include una visita al tempio di “Hōryū-ji,”
mirano a sottolineare l’importanza del rapporto con Seul.
L’iniziativa
arriva in un momento di forti frizioni tra Tokyo e Pechino, dove il governo
giapponese punta a rafforzare l’intesa con la Corea del Sud, presentando i due
paesi come “nella stessa barca” sul piano della sicurezza e dell’economia.
Il
presidente sudcoreano era stato in Cina solo pochi giorni fa dove, secondo i
media cinesi, si era unito a XI Jinping nel condannare il passato militarista
del Giappone.
Ministri
del G7 discutono delle terre rare cinesi.
I
ministri delle finanze del G7 e di altre grandi economie si sono incontrati
lunedì a Washington per discutere di come ridurre la dipendenza dalle terre
rare provenienti dalla Cina, tra cui la definizione di un prezzo minimo e nuove
partnership per creare forniture alternative.
L’incontro, convocato dal Segretario al Tesoro
statunitense “Scott Besson”, ha visto la partecipazione dei ministri delle
finanze dei membri del G7 (Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia,
Canada e Stati Uniti), nonché di funzionari di Australia, Messico, Corea del
Sud e India.
Il Ministro delle Finanze tedesco “Lars
Klingbeil” ha affermato che le discussioni includevano nuove partnership per
aumentare le forniture, ma ha messo in guardia contro una coalizione
anti-cinese, sottolineando che l’Europa deve muoversi più rapidamente da sola
per sviluppare le forniture di materie prime importanti.
L’Aia,
prime udienze ICJ per il caso sul genocidio dei Rohingya in Myanmar
Sono
iniziate ieri, lunedì 12 gennaio, le udienze della Corte internazionale di
giustizia (ICJ) sul caso che accusa l’esercito del Myanmar di aver commesso un
genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohingya.
Il processo riguarda fatti risalenti al 2017,
quando un’offensiva dell’esercito, ufficialmente motivata dalla lotta al
terrorismo, ha spinto circa 730.000 Rohingya a lasciare lo stato birmano di Rankine
per rifugiarsi in Bangladesh;
secondo
l’accusa, compiendo atti di genocidio quali uccisioni, stupri di massa e
incendi dolosi.
Il
caso, presentato dal “Gambia” nel 2019, è seguito con attenzione dal resto del
mondo anche per le sue possibili ripercussioni sull’altra accusa di genocidio
presentata di recente all’ICJ, quella del Sudafrica contro Israele.
Intanto,
in Myanmar, ancora in piena guerra civile tra l’esercito e diversi gruppi
armati, si sta svolgendo una controversa tornata elettorale.
Cina,
l’app “Sei morto?” per confermare di essere in vita diventa virale.
In
Cina esiste una app con cui le persone sole possono confermare di essere vita.
Si
chiama “Sei morto?” ed è l’applicazione a pagamento più scaricata dall’Apple
Store cinese.
L’app
chiede agli utenti di effettuare un “check-in” quotidiano; se non lo fanno per
due giorni di seguito, un messaggio automatico allerta un contatto di
emergenza.
Secondo
gli esperti, la popolarità dell’app riflette i trend demografici cinesi, tra
cui natalità e matrimoni in calo e aspettativa di vita e divorzi in crescita;
tutti
fattori che influiscono sull’aumento delle persone che vivono da sole.
Relazioni
UE-Cina: tra sfide
geopolitiche
e opportunità
per la
transizione energetica.
Eccoclimate.org
– (01 Agosto 2025) – Giovanni D’Amico – Redazione – ci dice:
Il 24
luglio, in occasione del cinquantesimo anniversario delle relazioni
diplomatiche tra Bruxelles e Pechino, la presidente della Commissione europea
Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa sono
volati a Pechino per il Vertice UE-Cina.
Un
Vertice, originariamente previsto a Bruxelles, giunto in un momento di
incertezza nelle relazioni sino-europee.
Mentre l’economia internazionale è scossa dalle
chiusure neo-protezionistiche di Trump, l’Europa ha più che mai la necessità di
tenere aperto un dialogo con la Cina, in particolare sul clima e sulle
tecnologie per la decarbonizzazione.
In
quest’ottica, l’orientamento di Bruxelles rispetto a Pechino è strumentale
nella definizione del posizionamento europeo sullo scacchiere globale.
Nell’atto
di bilanciamento europeo verso la Cina, il fattore Trump gioca un ruolo
fondamentale.
Lo
scenario generato dalle politiche dell’amministrazione americana contro la
transizione energetica e di avversione verso la cooperazione con Pechino sta
spingendo le istituzioni europee e gli Stati membri a valutare quali spazi di
cooperazione mantenere attivi nel dialogo con la Cina, quali nuovi canali
aprire e quali sacrificare.
In
questo contesto, le aspettative per il Vertice erano limitate, anche a causa
delle divergenze geopolitiche con la Cina più volte sottolineate dalla
Commissione europea.
Il
Vertice si è concluso con la pubblicazione di una dichiarazione congiunta sulla
cooperazione in campo climatico, e il rilascio di alcune dichiarazioni della
presidente della Commissione Ursula von der Leyen che riflettono le opportunità
e i rischi insiti nelle relazioni tra Cina e UE.
La
Cina tra carbone e rinnovabili: un nuovo leader per il clima?
Nell’affrontare
la decarbonizzazione a livello globale, la relazione con la Cina è
imprescindibile, in particolare, considerando il ruolo che ha assunto nella
transizione energetica.
La
Cina, come vedremo, è sospinta dalla costante sovraproduzione di tecnologie
pulite da parte delle proprie aziende, che favorisce non solo le esportazioni
verso l’Europa ma anche l’evoluzione del mercato interno e la complessa
decarbonizzazione del Paese.
Negli
ultimi anni, in particolare, la Cina ha aumentato esponenzialmente la quantità
di impianti di generazione di energia rinnovabile, prevalentemente eolica e
solare.
Con una domanda energetica ancora in crescita,
il Paese asiatico continua ad ampliare la propria capacità energetica.
Nel
2024, ad esempio, l’86% della nuova capacità installata proveniva da fonti
rinnovabili. Inoltre, nel 2025 la Cina ha raggiunto una capacità di generazione
di energia tramite fonti rinnovabili pari al 56.4% della capacità totale
installata, e un terzo dell’elettricità prodotta a livello nazionale proviene
oggi da fonti rinnovabili.
Grazie
anche a questi sforzi, l’evoluzione delle emissioni di gas serra (Green House Gases, GHG) della Cina hanno visto un forte
miglioramento negli ultimi anni.
In
particolare, le emissioni di CO2 da fonti fossili e cemento nel 2024 hanno per
la prima volta mostrato un calo dell’1% rispetto all’anno precedente.
Questa
inversione di tendenza, avvenuta in parallelo alla crescita continua
dell’attività economica e della domanda energetica, rappresenta un risultato
storico per la Cina, il cui impegno era di raggiungere il picco delle emissioni
entro il 2030.
Seppur
incoraggianti, questi risultati non garantiscono il raggiungimento dei
risultati previsti nel NDC di Pechino, con la Cina che rimane il Paese che
emette più CO2 nel mondo con il 25.37% delle emissioni globali (2022), e un
livello di emissioni pro capite pari a 8.4 tonnellate all’anno.
Un
dato, questo, superiore a quello della media UE e poco più della metà di quello
USA.
Guardando
alla fonte delle emissioni cinesi, quasi l’85% delle emissioni totali di CO2
derivano dalla produzione di energia, trainate dall’uso del carbone, che
rappresenta ancora più del 60% (2023) del mix energetico del Paese.
L’uso
diffuso del carbone come fonte energetica rimane un aspetto negativo delle
tendenze energetiche e climatiche della Cina.
Negli ultimi anni, la percentuale della nuova
capacità di generazione elettrica installata proveniente dal carbone è
diminuita in modo costante, ma a livello assoluto questa nuova capacità
installata ha continuato a crescere, raggiungendo i 1190 GW nel 2024 (comunque inferiori ai 1889 GW
derivanti da fonti rinnovabili).
Pechino
continua a investire nella costruzione di nuove centrali a carbone nell’ottica
di stabilizzare il sistema energetico, coprire i picchi di domanda e costruire
un’autonomia strategica che compensi la mancanza di giacimenti di oil&gas.
Tuttavia, si tratta di un andamento da invertire per
poter rimanere in linea con l’obiettivo di “Net-zero” entro il 2060, annunciato
nella “Low
Greenhouse Gas Emission Development Strategy” del 2020.
L’obiettivo
dichiarato di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060 lascia spazio
alla Cina per diverse traiettorie di riduzione delle emissioni, tuttavia gli
impegni presi finora non sono sufficienti per rimanere in linea con l’Obiettivo
di Parigi di restare sotto 1.5 gradi di aumento della temperatura rispetto ai
livelli preindustriali.
I dati
relativi alle emissioni vanno però contestualizzati rispetto alla cospicua
porzione di consumo europeo e mondiale di merci prodotte in Cina.
Per
tenere conto di questo fattore, vanno considerate le emissioni basate sui
consumi, calcolate come le emissioni territoriali meno le emissioni generate
dalla produzione di beni e servizi esportati in altri Paesi, alle quali si
aggiungono le emissioni correlate alle produzioni di beni e servizi che vengono
importati.
Se si
tiene conto di tutto il quadro, le emissioni pro capite della Cina scendono a
7.2 t di CO2 (2022) – un dato più contenuto tanto rispetto agli USA quant’anche
rispetto all’UE.
In
conclusione, nonostante la Cina rimanga il Paese che emette più CO2 su scala
globale in valore assoluto, queste emissioni derivano in parte dal fatto che
Pechino è la “fabbrica del mondo”, e dunque le sue emissioni sono in parte da
imputare al modello consumista occidentale ovvero alla produzione di merci in
Cina che vengono poi esportate altrove.
È vero, come visto, che la Cina continua ad
investire nella costruzione di centrali a carbone, ma ciò non toglie che sia ad
oggi il Paese che costruisce quasi il doppio di impianti rinnovabili del resto
del mondo ed esporta queste tecnologie che sostengono la transizione energetica
di interi continenti, Europa in primis.
UE-Cina
e il modello cinese di decarbonizzazione.
L’industria
cinese delle “clean tech” è attualmente dominante in termini di quote di
mercato controllate a livello globale, Europa inclusa.
La
leadership di Pechino ha lentamente costruito questo controllo sul mercato
attraverso massicci investimenti a partire dalla fine degli anni 2000, favorita
dal basso costo del capitale, del lavoro e da una stabilità nella strategia
politica.
Grazie
a questa strategia, le aziende cinesi dispongono di una capacità di
sovraproduzione tale da consentire un flusso costante di export di tecnologie a
basso costo grazie a cui hanno rapidamente assorbito le quote di mercato
precedentemente controllate da aziende europee.
Questo
vale soprattutto per la produzione di pannelli fotovoltaici, di cui le aziende
cinesi controllano oggi l’80% della produzione mondiale.
Al contempo, i colossi cinesi dell’auto motive
come BYD si stanno espandendo nel mercato europeo e internazionale.
Va da
sé, dunque, che i dialoghi tra UE e Cina non possono prescindere
dall’affrontare il tema dell’industria e dei mercati della sostenibilità.
Per
l’UE, l’obiettivo è quindi quello di trovare un compromesso che consenta allo
stesso tempo di proteggere la competitività delle aziende europee e di
mantenere vivi gli obiettivi di riduzione delle emissioni e il percorso di
decarbonizzazione del continente europeo al 2050 – per il quale l’importazione
di tecnologie pulite dalla Cina è ad oggi fondamentale.
Come
anche sottolineato da von der Leyen nelle sue dichiarazioni pre-Summit, legato
alla preoccupazione per la competitività delle aziende europee c’è inoltre il
rischio di innescare nuove dipendenze per la fornitura di minerali e tecnologie
necessarie per la generazione di energia rinnovabile.
Dipendenze
in ambito energetico che, si teme, potrebbero portare a nuove
strumentalizzazioni, sulla falsa riga di quanto successo con la dipendenza di
molti Paesi UE, tra cui l’Italia, dal gas russo.
In
questo caso, però, è necessario specificare che parliamo di importazioni di
materiali che, per loro stessa natura, seguono logiche diverse rispetto ai
flussi di petrolio e gas. Importare tecnologie come i pannelli solari, che
hanno un ciclo di vita di oltre 20 anni, rende meno gravi i rischi di eventuali
dipendenze, che tendono per natura a stabilizzarsi e potenzialmente ridursi nel
lungo periodo, grazie anche al ruolo del riciclo. Inoltre, per garantire la
competitività delle proprie aziende, è in ogni caso necessario che l’UE
intraprenda politiche per rafforzare sul medio-lungo termine quei settori “clean
tech” dove l’Europa tuttora mantiene quote globali di mercato, e investire
nell’innovazione per accompagnare la transizione energetica con una strategia
di transizione industriale.
In
questo contesto, l’approccio strategico dell’UE dovrebbe considerare con grande
attenzione i potenziali rischi legati a questioni di cybersicurezza connessi
all’importazione di tecnologia dalla Cina e alla manutenzione di queste
tecnologie.
Sia
nel caso del solare che dell’eolico, infatti, gli impianti moderni processano
quantità sempre maggiori di dati la cui gestione da remoto da parte della Cina
può rendere i sistemi energetici europei più vulnerabili ad attacchi
informatici.
Le
relazioni Italia-Cina.
In
questo quadro di relazioni sino-europee, l’Italia può muoversi in un contesto
di relazioni bilaterali storicamente consolidate, in cui ha sempre giocato un
ruolo rilevante da ponte tra Occidente e Oriente.
Nel
2019 l’Italia, seguendo l’onda europea di avvicinamento alla Cina e
rafforzamento delle relazioni diplomatiche sviluppatasi dal 2015, è stato il
primo e unico Paese G7 a firmare un accordo di cooperazione nell’ambito della
Via della Seta, con l’obiettivo di intensificare gli scambi economici
bilaterali a costo di smarcarsi dalla linea comune UE.
Di
fatto però l’accordo ha sofferto negli anni successivi di scarsa
implementazione, in parte a causa dello scoppio della pandemia, e non ha quindi
raggiunto gli obiettivi desiderati in quanto a investimenti nello sviluppo di
infrastrutture.
Negli
anni successivi si è diffuso all’interno dell’UE un generale sentimento di
scetticismo e prudenza nelle interazioni con Pechino, legato sia agli sviluppi
della pandemia sia a timori legati a potenziali dipendenze dall’importazione di
prodotti cinesi, che ha portato alla definizione di una strategia di de-riesling
per ridurre la vulnerabilità del mercato europeo.
Questo
sentimento diffuso, unito alla mancanza di risultati macroeconomici di rilievo
e alla volontà di riavvicinarsi agli USA, ha spinto il governo Meloni a non
rinnovare l’accordo alla fine del 2023. L’amministrazione Trump spinge tuttavia
ora l’Italia verso un decoupling dalla Cina più intenso, come dichiarato dal
neoambasciatore USA in Italia nella sua audizione al Senato USA.
Il
mancato rinnovo non sembra però aver avuto un impatto negativo sulle relazioni
italiane con Pechino:
nel 2024, il governo Meloni, tramite visite
presidenziali e ministeriali, ha infatti intensificato i contatti con la Cina,
nel tentativo di rilanciare la partnership commerciale al di fuori del contesto
della Via della seta.
Il
numero delle visite diplomatiche reciproche sull’asse Roma-Pechino è cresciuto
nel 2024 rispetto al periodo pre-pandemia;
i capi
di stato mantengono un rapporto importante, come testimoniato dalla visita di
Mattarella nel 2024, e i due Paesi gestiscono scambi culturali stabili.
Tra i
segnali di un rinnovato partenariato bilaterale, il Piano d’Azione 2024-2027 ha
rilanciato il “Partenariato Strategico Globale tra Italia e Cina firmato nel
2004”.
Il
Piano si concentra su numerose aree, tra cui la cooperazione in ambito
economico-commerciale e in particolare il riequilibro degli scambi commerciali
– una necessità, questa, in linea con quanto sottolineato dalla Commissione
Europea nelle priorità delle relazioni UE con la Cina.
Per
quanto riguarda la dimensione dello sviluppo verde e sostenibile, il Piano
2024-2027 sottolinea il supporto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi,
l’implementazione dei risultati della COP28, e il coordinamento in tema di
approvvigionamento di materiali critici e tecnologie pulite.
Il
Piano pone inoltre l’accento sulla collaborazione con Paesi terzi – un ambito
di cooperazione che si basa su un precedente accordo bilaterale già firmato nel
2018, e che ha sinora favorito investimenti di aziende italiane e cinesi
prevalentemente in Africa e Asia Centrale.
Roma,
grazie anche allo slancio internazionale del governo Meloni, alle stabili e
costruttive relazioni con Pechino e all’assetto istituzionale in essere, sembra
essere ben posizionata per guidare un nuovo approccio cooperativo nei rapporti
tra Europa e Cina.
Nell’ottica
di un’auspicabile nuova era di relazioni sino-europee basate su prevedibilità e
affidabilità, l’Italia può e deve quindi promuovere la strada di una
“cooperazione selettiva” dell’UE con la Cina, basata su standard condivisi e
sul principio di reciprocità nei segmenti strategici in cui è possibile
costruire uno scenario vantaggioso per entrambe le parti.
Pechino
è infatti un interlocutore imprescindibile per quanto riguarda clima, commercio
e transizione energetica, e una posizione europea comune che definisca quando e
come cooperare con la Cina è necessaria per la competitività delle imprese
europee e la credibilità degli obiettivi climatici.
Ecco
perché Roma non dovrebbe perdere l’opportunità di partecipare al processo di
ridefinizione delle relazioni tra i due blocchi, che avrà un impatto
fondamentale sui più ampi equilibri geoeconomici globali.
Il
Vertice UE-Cina del 24 luglio: aspettative e risultati a confronto.
Nel
discorso al Parlamento Europeo in vista del Vertice UE-Cina, la Presidente
della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva adottato toni ambivalenti
con riferimento a Pechino.
Se da
un lato von der Leyen si era detta espressamente aperta e disponibile alla
cooperazione con la Cina per raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione,
dall’altro non aveva risparmiato critiche verso scelte del governo di Pechino
in materia di politica estera (il sostegno cinese alla Russia e ciò che implica
per la guerra in Ucraina) e politica economica (sussidi governativi per le
aziende di “clean tech” che saturano il mercato UE di prodotti a basso costo).
La
speranza pre-vertice verteva su un allineamento sul multilateralismo climatico
in grado di avvicinare Bruxelles e Pechino durante le conversazioni, e fungesse
da collante per l’intero processo di dialogo. Con il (nuovo) ritiro USA
dall’Accordo di Parigi, UE e Cina si trovano nella condizione e necessità di
determinare il futuro della cooperazione multilaterale per il clima. In
preparazione a COP30 e COP31, e considerando gli imminenti annunci dei piani (Nationally Determined Contributions
– NDC) che
aggiorneranno gli obiettivi in termini di riduzione delle emissioni dei due
blocchi, era fondamentale che Bruxelles e Pechino si facessero garanti della
tenuta dell’Accordo di Parigi.
Di
fatti, così è stato.
I
dialoghi su clima e ambiente sono stati positivi, e hanno consentito al termine
del Vertice la pubblicazione di un comunicato congiunto che promuove una
leadership comune nel sostenere una giusta transizione energetica.
Nello specifico, questo documento elenca sei
impegni prioritari per la cooperazione UE-Cina, tra cui la promozione di
maggiori sforzi per l’adattamento, la gestione e il controllo delle emissioni
di metano, l’istituzione di mercati del carbonio e la facilitazione
dell’accesso a energie rinnovabili e “clean tech” anche per i paesi in via di
sviluppo.
In
questa ottica, il comunicato rappresenta un impegno positivo di entrambe le
parti a sostenere il processo iniziato dall’Accordo di Parigi,
l’implementazione dei risultati delle COP, e la transizione energetica globale.
Dal
punto di vista commerciale, Bruxelles arrivava inoltre al Vertice con
l’interesse ad affrontare questioni bilaterali più pressanti, tra cui i sussidi
alla produzione di auto elettriche cinesi e i conseguenti dazi UE, i controlli
sulle esportazioni di materiali critici e i finanziamenti di Pechino per la
produzione di tecnologie per la transizione (clean tech).
Questi,
in particolare, contribuiscono al fenomeno di dumping di prodotti net-zero,
investigato dalle istituzioni UE nel caso degli EV per le conseguenze sulla
competitività delle aziende europee.
Il
commercio con la Cina nel campo delle tecnologie per la transizione energetica
rappresenta infatti un dilemma strategico per l’UE.
L’integrazione
con il mercato cinese e l’acquisto di tecnologie a basso costo permetterebbe
all’Unione di accelerare la propria decarbonizzazione.
Tuttavia,
questo non sarebbe privo di conseguenze.
L’attenzione
alla competitività dell’industria europea e alla sovranità economica dell’UE,
sempre più forte durante il secondo mandato di von der Leyen, rende necessario
valutare attentamente il bilanciamento tra l’importazione di tecnologie cinesi
a prezzi contenuti (pannelli solari e EVs in primis) e la protezione delle
aziende UE. L’UE e i suoi Stati membri arrivavano quindi al Vertice del 24
luglio in cerca di compromessi, in linea con il recente approccio di “de-riesling”
dalla Cina avanzato dalla stessa Commissione, che non vuole interrompere
interamente dialoghi e flussi commerciali seppur con grande cautela rispetto
alla salvaguardia delle industrie europee.
Tutti
temi, questi, che sono stati affrontati durante il Vertice, mostrando volontà e
disponibilità al dialogo ma allo stesso tempo evidenziando la distanza che
rimane tra le due parti. Nelle sue dichiarazioni post-Summit, Von der Leyen ha
espresso moderata soddisfazione di fronte ai segnali lanciati dalla leadership
cinese sulla risoluzione degli attriti in ambito commerciale.
Per
quanto riguarda i sussidi cinesi alla produzione di “clean tech”, le
dichiarazioni rilasciate dalla leader UE menzionano il riconoscimento del
problema da parte della leadership cinese e la conseguente volontà di
reindirizzare i sussidi verso il consumo di queste tecnologie piuttosto che
verso la produzione.
Per
risolvere invece le interruzioni nel flusso di materiali critici dalla Cina
all’UE le due parti hanno invece trovato un accordo per istituire un meccanismo
di risoluzione dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento di
questi prodotti.
Interrogativi
aperti delle relazioni UE-Cina.
Il
Vertice ha confermato le aspettative e i dubbi preesistenti sulla traiettoria
futura delle relazioni tra Europa e Cina, offrendo motivi di ottimismo in
particolare in materia di cooperazione multilaterale sul clima, ma allo stesso
tempo senza fornire risposte definitive per risolvere le questioni più spinose
dal punto di vista commerciale e di competitività. L’andamento di future
discussioni e strategie reciproche su questo argomento continuerà a definire la
traiettoria delle relazioni tra i due blocchi.
In
attesa di vedere come la relazione tra Bruxelles e Pechino continuerà ad
articolarsi, rimangono delle domande sull’approccio dell’UE e dell’Italia in
particolare nel dialogare con la Cina.
L’UE e
la Cina riusciranno a farsi garanti e preservare la cooperazione multilaterale
sul clima?
Il
percorso iniziato con il Vertice riuscirà a scongiurare che le pressioni USA
per la riduzione dei contatti con Pechino provochino rallentamenti nelle
relazioni UE-Cina e nel processo europeo di decarbonizzazione?
L’UE
troverà un modo per portare avanti dei dialoghi di cooperazione selettiva con
la Cina, oppure i disaccordi di fondo su questioni geopolitiche e commerciali
prevarranno sulla volontà di collaborare?
E infine, lato Italia:
Roma
riuscirà a giocare un ruolo di rilievo nell’attuale processo di ridefinizione
delle relazioni tra i due blocchi, con riferimento anche all’agenda verde?
(Giovanni
D’Amico).
UE-Cina:
il ritorno di una relazione
commerciale
strategica?
Ilcaffégeopolitico.net
– (24 Marzo 2025) - Filomena Ratto – Redazione – ci dice:
Parliamo
di Cina – Trump - Unione Europea – USA.
Analisi
– Le
relazioni tra l’Unione Europea e la Cina hanno attraversato fasi alterne negli
ultimi anni, caratterizzate da grandi volumi di scambi commerciali, tensioni e preoccupazioni
relative alla sicurezza, nonché da un progressivo, crescente orientamento verso
una strategia di “de-risking” da Pechino.
Il secondo mandato di Donald Trump alla Casa
Bianca sta, però, spingendo Bruxelles a riconsiderare il proprio posizionamento
globale. La domanda è se, tra le sfide legate alla sicurezza, alla politica
estera e alle dinamiche commerciali, l’UE possa davvero tornare a considerare
la Cina come un partner strategico.
IL
DIFFICILE EQULIBRIO TRA COMPETIZIONE E COOPERAZIONE.
Nonostante
la Cina sia stata etichettata come “rivale sistemico” dall’UE nel 2019,
entrambe le parti hanno un comune interesse nel mantenere aperti i canali del
dialogo ed evitare una guerra commerciale su larga scala.
Un
“sano e stabile” rapporto tra la Cina e l’Unione Europea farà crescere
“entrambe le parti” e contribuirà a un “futuro più luminoso” per il mondo.
L’affermazione
del Ministro degli Esteri cinese “Wang Yi “nella conferenza stampa sulla
politica estera nell’ambito delle annuali” Due Sessioni” appare assai
significativa:
“In mezzo secolo di relazioni UE-Cina, l’asset
più prezioso è il rispetto reciproco, la spinta più potente è il reciproco
beneficio, il più grande consenso unificante è il multilateralismo e la
definizione più accurata è partnership”.
Si
manifesta, dunque, una chiara strategia:
con
Washington sempre più ostile, Pechino ha interesse a preservare il mercato
europeo per mitigare l’impatto delle restrizioni americane.
Allo stesso modo, l’UE potrebbe guardare alla
Cina come possibile alternativa per contrastare la crescente pressione
economica degli Stati Uniti.
D’altronde, diversi Stati membri dell’UE
stanno già indicando una maggiore apertura nei confronti della Cina.
Berlino, in particolare, ha optato per una
posizione meno rigida verso Pechino, opponendosi agli stessi dazi sulle auto
elettriche cinesi che l’UE ha imposto lo scorso anno.
Nonostante
le pungenti tensioni (geo)politiche, il volume degli scambi tra UE e Cina ha
raggiunto i 780 miliardi di dollari nel 2024, mentre gli investimenti
bilaterali si avvicinano ai 260 miliardi.
La China-Europe Railway Express ha consolidato
la propria funzione di snodo logistico tra Asia ed Europa, registrando oltre
100mila viaggi dall’avvio delle operazioni.
Questi
dati testimoniano l’intensità della relazione economica al di là delle
frizioni, come la questione dei sussidi cinesi all’industria automobilistica
elettrica e l’intensificarsi delle preoccupazioni sulla sicurezza informatica
legate a Huawei.
Inoltre,
entrambi i blocchi si ritrovano nel mirino dell’aggressiva politica commerciale
statunitense, giacché sia l’Unione Europea che la Cina sono destinatarie delle
nuove tariffe imposte da Trump, che vanno dal 10% su tutti i prodotti cinesi al
25% su acciaio e alluminio, colpendo anche le esportazioni europee.
Consapevole
del deterioramento dei rapporti transatlantici, Pechino sta, quindi, cercando
di riavvicinarsi all’UE.
Alla
Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dello scorso febbraio, il Ministro degli
Esteri cinese “Wang Yi” ha ribadito la volontà di “approfondire la
comunicazione strategica” con i partner europei.
Analogamente,
nel suo incontro con la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja
Kallas, il Ministro ha sottolineato il sostegno della Cina al ruolo europeo nei
negoziati di pace per l’Ucraina.
Sebbene Pechino abbia successivamente avallato
i colloqui bilaterali tra Russia e Stati Uniti, alcuni leader europei, come il
Ministro degli Esteri spagnolo “José Manuel Albares”, hanno espresso interesse
per un maggiore coinvolgimento cinese nella diplomazia internazionale.
BRUXELLES
TRA WASHINGTON E PECHINO: LA STRATEGIA DELLA DIVERSIFICAZIONE.
Le
misure protezionistiche targate “The Donald” fanno sì che l’UE adotti una
strategia di diversificazione dei propri rapporti commerciali.
La
Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha avviato una
serie di significativi incontri diplomatici:
il 12
febbraio con il Primo Ministro canadese uscente Justin Trudeau, mentre nei
giorni successivi l’intera Commissione si è recata in India per rafforzare i
legami economici con Nuova Delhi.
L’idea è quella di costruire una rete di
alleanze strategiche con partner che vada anche oltre i tradizionali cosiddetti
“like-minded countries” e che potrebbero offrire un contrappeso alla pressione
economica degli Stati Uniti.
“L’Europa
ha bisogno di alleati, cioè di Paesi con cui condivide alcuni interessi senza
essere d’accordo su tutto”. Questo il monito lanciato dall’ex ambasciatore
francese negli Stati Uniti, Gérard Araud, dal suo account X.
Il
segnale più evidente di un possibile riavvicinamento con Pechino è arrivato il
21 gennaio, durante il “World Economic Forum di Davos”, il giorno dopo il
ritorno ufficiale di Trump alla Casa Bianca.
In quell’occasione, Ursula von der Leyen ha
adottato un tono più conciliante, affermando che Bruxelles dovrebbe lavorare
“in modo costruttivo” con Pechino per espandere i legami economici “dove
possibile”.
Il 2025 segnerà il 50º anniversario delle
relazioni diplomatiche UE-Cina, una ricorrenza che, secondo von der Leyen,
dovrebbe essere sfruttata per approfondire il dialogo e rafforzare la
cooperazione economica.
Anche
la retorica cinese sembra più incline a tendere una mano verso l’Europa.
Il Primo Ministro cinese, Li Qiang, ha infatti
riconosciuto un clima internazionale in cui crescono l’unilateralismo e il
protezionismo, nonché un sistema commerciale multilaterale che sta subendo
interruzioni, con barriere tariffarie in aumento.
Occorre
però ricordare che qualsiasi apertura nei confronti della Cina dovrà fare i
conti con l’imprevedibilità della politica statunitense.
Uno
scenario temuto a Bruxelles è che Trump possa stringere un accordo con Xi
Jinping, lasciando l’UE isolata tra le due superpotenze.
Ma c’è un rischio ancora più immediato:
l’impatto dei dazi statunitensi sulla Cina.
Secondo Mario Draghi, l’inasprimento delle
tariffe da parte di Washington potrebbe dirottare il surplus cinese verso il
mercato europeo, minacciando la competitività dell’industria continentale.
“Le
grandi aziende europee sono più preoccupate per questa conseguenza che per la
perdita di accesso al mercato americano”, ha avvertito l’ex Presidente della
BCE.
Bruxelles
potrebbe quindi trovarsi costretta a imporre nuove tariffe sui prodotti cinesi
per proteggere il proprio settore industriale, mossa che rischia di inasprire
ulteriormente i rapporti con Pechino.
Un
decisivo banco di prova per il futuro delle relazioni tra l’UE e la Cina sarà
il vertice bilaterale previsto per maggio 2025.
Nel
corso di un colloquio telefonico, sia Xi Jinping che il Presidente del
Consiglio Europeo, António Costa, hanno manifestato l’intenzione di rafforzare
il dialogo, la fiducia reciproca e il partenariato per un migliore futuro delle
relazioni sino-europee.
L’ultimo vertice UE-Cina, svoltosi a Pechino a
fine 2023, era stato segnato dalle tensioni legate ai sussidi cinesi per i
veicoli elettrici, con Bruxelles che aveva imposto dazi fino al 35% sulle auto
prodotte in Cina.
Il
vertice di maggio, pertanto, potrebbe rappresentare l’occasione per riaprire il
dossier del “Comprehensive Agreement on Investment” (CAI), il trattato di
investimenti UE-Cina congelato dal 2021, e per negoziare un nuovo equilibrio
economico tra le due parti.
RISCHI
E OPPORTUNITÀ DI UN NUOVO RIORENTAMENTO STRATEGICO.
Sebbene
una relazione più pragmatica con Pechino sia foriera di opportunità, bisogna
trattare con la dovuta cautela questo avvicinamento.
Nel
suo discorso al Parlamento europeo, Ursula von der Leyen ha delineato le
priorità del nuovo Collegio dei Commissari attraverso il “Competitiveness Compass”, una strategia volta a colmare il
divario di innovazione con Stati Uniti e Cina, accelerare la transizione
ecologica e ridurre le dipendenze economiche dell’UE.
Se nel suo intervento Pechino è stata citata
esplicitamente solo nel primo punto, la sua influenza è evidente anche negli
altri due.
La Cina, infatti, detiene una posizione
dominante nelle filiere delle tecnologie pulite:
oltre
l’80% dei pannelli solari e delle batterie globali è prodotto nel Paese, mentre
il suo controllo sui minerali critici indispensabili per la transizione verde
la rende un attore difficile da aggirare.
Questa
realtà obbliga l’UE a una difficile scelta:
consolidare
i rapporti con Pechino per garantire l’accesso alle materie prime strategiche o
rafforzare le misure protezionistiche per difendere la propria industria dalla
concorrenza cinese, spesso avvantaggiata da massicci sussidi statali.
Il
contesto geopolitico, poi, inasprisce ulteriormente i rapporti.
Mentre gli Stati Uniti intensificano la
propria politica di contenimento nei confronti di Pechino con nuovi dazi e
restrizioni tecnologiche, Bruxelles si trova in una posizione scomoda.
Seguire
la linea dura di Washington significherebbe, infatti, rinunciare a una
relazione commerciale fondamentale, con il rischio di danneggiare interi
settori produttivi europei.
D’altro canto, un’apertura eccessiva verso
Pechino potrebbe alimentare una dipendenza economica difficile da gestire.
La
questione assume contorni ancora più delicati alla luce della guerra in
Ucraina:
mentre
l’UE sostiene Kiev, la Cina mantiene stretti legami con Mosca, offrendo un
supporto indiretto che preoccupa molte capitali europee.
Più in
generale, sono le complesse relazioni che integrano la sicurezza economica
europea a rappresentare il fronte critico.
Pechino
controlla settori strategici, come le infrastrutture portuali e le
telecomunicazioni, e il suo crescente attivismo nel cyberspazio solleva
interrogativi sulla vulnerabilità dell’UE a possibili attacchi ibridi.
Sicché
l’impegno di Bruxelles è scongiurare l’errore commesso con la dipendenza
energetica dalla Russia, costruendo efficienti alternative per le proprie
catene di approvvigionamento.
CONCLUSIONE.
Per
l’UE, il banco di prova sarà trovare un equilibrio tra l’opportunità di
preservare l’accesso al mercato cinese e la volontà di ridurre le proprie
vulnerabilità strategiche e, al tempo stesso, fronteggiare i dazi statunitensi
e affrontare la nuova, traballante e non scontata, relazione transatlantica.
Per farlo, dovrà sfruttare al meglio i propri
punti di forza, approfondendo la propria autonomia nei settori industria,
difesa e tecnologia, ma, ancora una volta, esaltando le forze del libero
mercato senza chiudersi in uno sterile protezionismo.
Aprire
il mercato, favorire la competizione e liberare le energie imprenditoriali
sembra proprio la ricetta più corretta anche nei tempi che viviamo, favorendo
al contempo un rapporto equilibrato e regolato con la Cina.
(Filomena
Ratto).
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