Attuale modello di sviluppo economico imperante.
Attuale modello di sviluppo economico imperante.
L’IA
nel turismo corre, ma non
per
tutti: la mappa italiana e globale.
Agendadigitale.eu
– (8 mag. 2026) - Francesco Ciuccarelli - Chef Innovation & Technology
Office, Alpitour World – ci dice:
L’intelligenza
artificiale è ormai entrata nella fase industriale del turismo, ma non tutti
gli operatori corrono alla stessa velocità. Piattaforme globali, compagnie
aeree e grandi gruppi avanzano su assistenza, pricing e automazione, mentre
molte realtà italiane restano tra sperimentazione e primi pilot.
L’intelligenza
artificiale nel turismo ha superato la fase sperimentale, ma procede a velocità
molto diverse lungo la filiera. I dati del 2025 e dei primi mesi del 2026
raccontano un passaggio netto.
Le
piattaforme globali sono già in produzione industriale, con impatti a due cifre
su fatturato, produttività e costi. Il tessuto italiano, invece, resta in larga
parte alla finestra: consapevole del cambiamento, ma con quote di adozione
ancora a una cifra.
Di
seguito proviamo a disegnare la mappa del cambiamento in corso lungo due assi —
le tipologie di applicazione e i segmenti della filiera — incrociando casi
internazionali e italiani. L’obiettivo è offrire ai decisori una mappa per
orientarsi e orientare le proprie strategie di adozione.
Indice
degli argomenti.
Otto
applicazioni, otto velocità diverse.
Dove
l’AI agenzia è già operativa.
Trip
planning e prenotazione agenzia, la frontiera contesa.
Non
tutti corrono alla stessa velocità.
Il
caso italiano, fra picchi e divario.
Tre
criticità da governare.
La
disintermediazione.
La
responsabilità legale.
La
conformità normativa.
L’AI
agenzia premia chi ha già fatto i compiti.
Otto
applicazioni, otto velocità diverse.
Le
applicazioni dell’AI nel turismo si possono raggruppare in otto grandi famiglie
— trip planning, prenotazione agenzia, assistenza al cliente, pricing e revenue
management, marketing e CRM, operazione, esperienza in destinazione,
generazione di contenuti — distribuite in modo non omogeneo su sei segmenti di
filiera: OTA, catene alberghiere, hotel indipendenti, compagnie aeree, tour
operator e agenzie di viaggio, DMO territoriali.
McKinsey
e Skiff, nel rapporto Mapping Travel with Agenti AI (settembre 2025), segnalano
la svolta con due numeri: le menzioni di AI nei bilanci delle prime 200 travel
company quotate sono passate dal 4% del 2022 al 35% del 2024, mentre il
capitale di rischio destinato alle startup di AI travel è salito dal 10% al 45%
del totale nel primo semestre 2025. Se il 90% dei top manager dichiara di usare
l’AI generativa, però, appena il 2% ne fa un uso “diffuso” in ambito agenti.
Siamo, in sostanza, nel pieno della valle della disillusione di Gartner per la GEN
AI classica e sul picco delle aspettative per quella agenzia.
Dove
l’AI agenzia è già operativa.
Due
domini, oggi, hanno raggiunto la scala industriale: l’assistenza al cliente e
il revenue management. Expedia gestisce 143 milioni di conversazioni l’anno con
il proprio agente di assistenza, risolve oltre la metà delle richieste senza
intervento umano e registra un indice di soddisfazione doppio rispetto al
canale vocale (EXPLORE 2025; risultati del terzo trimestre 2025). Pericline
Penny fa risparmiare quasi dieci minuti per pratica rispetto a un operatore
(Winter Release 2024). Make My Trip, in India, gestisce con l’assistente Myra
oltre 55.000 conversazioni al giorno nelle principali lingue locali, riducendo
del 45% il carico sugli operatori umani (Microsoft Azure OpenAI, 2025).
Sul
pricing la storia non è diversa. Delta Air Lines, in partnership con Fletcher,
porterà entro fine 2025 dal 3% al 20% le tariffe domestiche gestite da un
motore generativo (risultati del secondo trimestre 2025). Royal Caribbean
dichiara che oltre il 90% dei 15 milioni di prezzi quotati ogni giorno passa
dall’AI (Jason Liberty, Skiff Global Forum 2025). PROS e Lufthansa, insieme,
hanno più che raddoppiato l’incremento di ricavi rispetto ai sistemi
tradizionali, dal 2,3% al 5,2%. Marriott, infine, assegna 1,2 milioni di camere
al giorno in pochi secondi (BCG-NYU, AI-First Hotels, marzo 2026).
Trip
planning e prenotazione agenzia, la frontiera contesa.
Nel
trip planning la corsa è generalizzata ma gli effetti sul conto economico
restano difficili da quantificare. L’elenco delle soluzioni si allunga di mese
in mese: Booking AI Trip Planner (giugno 2023), Tripadvisor AI — i cui utenti
coinvolti generano un fatturato due-tre volte superiore alla media —, Romei e
Trip Matching di Expedia, Kayak AI Mode (ottobre 2025), Hilton AI Stay Planner,
l’integrazione di IHG su Google Vertex e Gemini, Trip Genie di Trip.com.
L’adozione
lato consumatore è esplosa: negli Stati Uniti il 30% dei viaggiatori usa
ChatGPT “estensivamente” per pianificare (+124% in un anno, Skiff 2025) e il
56% ha fatto ricorso all’AI almeno una volta negli ultimi dodici mesi
(Phocuswright, AI Surge, marzo 2026). In Italia l’Osservatorio Travel
Innovation del Politecnico di Milano registra un salto analogo, dal 15% del
2024 al 33% del 2025, con l’85% degli utilizzatori che giudica l’AI utile o
perfino fondamentale.
La
prenotazione agenzia – quella che accompagna il viaggiatore dall’ispirazione al
biglietto – è ancora ai primi passi. A febbraio 2026 Sabra, PayPal e Minatori
hanno annunciato la prima pipeline agentiva capace di coprire 420 compagnie
aeree e due milioni di strutture, con lancio previsto nel secondo trimestre; a
gennaio 2025 OpenAI Operator era partito con Booking, Pericline, Kayak, Expedia
e Tripadvisor. Ma il divario di fiducia è strutturale: solo il 2% dei
viaggiatori è disposto a lasciare all’AI l’autonomia completa sulla prenotazione
(Skiff State of Travel 2025). Expedia rileva che il 53% dei consumatori si
trova a suo agio nel ricevere suggerimenti; ma ad arrivare a prenotare tramite
chatbot è però appena il 3%.
Non
tutti corrono alla stessa velocità.
Ho
provato a riassumere in una matrice livello di maturità di ciascun segmento del
settore Travel, per tipologia applicativa. Si legge a colpo d’occhio il divario
fra piattaforme globali, che hanno industrializzato alcune applicazioni, e
segmenti più fragili — strutture indipendenti e agenzie di viaggio — ancora ai
primi studi o ferme a qualche pilota.
Il
caso italiano, fra picchi e divario.
In
Italia il quadro è polarizzato. L’Osservatorio Travel Innovation del
Politecnico di Milano restituisce una fotografia impietosa: fra le strutture
ricettive solo l’1% dichiara un uso completo dell’AI, il 12% è in
sperimentazione; le agenzie salgono al 6% di uso completo e al 29% di
sperimentazione (edizione 2025).
L’edizione
2026 indica che appena il 13% dei fornitori di esperienze outdoor e il 14%
delle agenzie investe in progetti AI strutturati. I dati ISTAT Imprese e ICT
2025 confermano lo squilibrio a livello di sistema: il 16,4% delle imprese con
almeno dieci addetti usa l’AI — quasi il doppio dell’anno prima — ma il divario
tra PMI e grandi imprese resta di 37 punti percentuali (14% contro 53,1%).
Fra i
grandi operatori, i casi italiani più maturi sono: MSC Crociere con ZOE,
l’assistente vocale in sette lingue operativo dal 2019; ITA Airways, che ha
esteso SITA Opti light all’intera flotta per risparmiare 7.100 tonnellate di
carburante e 22.100 di CO₂ nel biennio 2025-2026; il Gruppo FS, che ha portato
Microsoft 365 Copiloti a 50.000 dipendenti (novembre 2025) e attraverso
FSTechnology sta costruendo una Foundation agentiva unificata. Tra gli altri,
meritano una menzione Bluse rena, che ha messo in produzione CORA in un contact
center da 2.500 chiamate al giorno, e The Data Appeal Company che ha lanciato a
Phocuswright San Diego 2025 il primo strumento di destinazioni management con
logica agentiva.
In
Alpitour World tutto è partito con un percorso di trasformazione digitale
pluriennale. La cornice è il “programma innova”: 20 milioni di euro, oltre
cento professionisti, sei aree di lavoro.
L’automazione
di processo permette già oggi di classificare oltre due milioni di email l’anno
in arrivo dalle agenzie, con affidabilità superiore all’80%. Alpi GPT è la
piattaforma interna dei nostri ‘travel editor’. A ottobre 2025 abbiamo
completato con Kyndryl la migrazione del mainframe su AWS — sedici mesi, 850
batch, 110 persone — aprendoci l’accesso ad Amazon Brock e ai modelli agentivi.
Nella nostra Software Fattori impieghiamo Claude di Antropica. Sul piano della
governance abbiamo avviato la certificazione ISO 42001 e un presidio integrato
su otto aree, sotto la responsabilità congiunta di CITO e CISO; infine, i due
riconoscimenti ai Net comm. Award 2025 sono un segnale che la direzione è
quella giusta. E il rischio della non-azione, oggi, è più grande del rischio
dell’azione.
Tre
criticità da governare.
Sarebbe
però un errore leggere questa trasformazione solo come opportunità. L’adozione
dell’IA agentiva porta con sé almeno tre criticità strutturali che già oggi
stanno condizionando le scelte di chi opera nel settore.
La
disintermediazione.
Serer
Interactive misura un crollo del 61% del tasso di clic organico sulle ricerche
che generano un AI Oversize; nel travel il traffico di riferimento dalla
ricerca è sceso del 20% anno su anno (Similare, giugno 2025). A ottobre 2025
Booking Holdings ha svalutato il marchio Kayak per 457 milioni di dollari;
pochi mesi dopo, a febbraio 2026, anche Tripadvisor — per voce
dell’amministratore delegato Matt Goldberg — ha ammesso un calo riconducibile
agli AI Oversize. In Italia questi ultimi sono attivi da febbraio 2025 e hanno
già prodotto cali di traffico informativo fra il 30% e il 40%.
La
responsabilità legale.
La
sentenza Muffat contro Air Canada (BCCRT, febbraio 2024) ha fatto scuola e ha
stabilito un principio importante: un chat bot è a tutti gli effetti parte
dell’azienda, non un’entità terza. Quando il modello produce allucinazioni, i
rischi reputazionali e giuridici ricadono sul brand.
La
conformità normativa.
Dall’agosto
2026 l’EU “AI Act “si applicherà ai sistemi ad alto rischio, con sanzioni che
possono arrivare a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato globale. Gli ambiti
toccati sono molti: chatbot (obblighi di trasparenza), biometria in hotel,
sistemi di scoring e, in alcune configurazioni, persino la tariffazione
dinamica.
L’AI agentiva
premia chi ha già fatto i compiti.
La
lettura incrociata dei casi – e la mia esperienza in Alpitour World –
suggerisce una lettura che non dovrebbe sorprendere nessun leader della
tecnologia. L’AI agentiva non è un ‘prodotto da scaffale’: è una capacità che
matura a valle di una trasformazione digitale già ben avviata. Cloud scalabile,
architetture dati proprietarie e leggibili dalle macchine, processi ripensati
dall’inizio alla fine, competenze di prodotto e di ingegneria del dato, una
governance attenta al rischio e alla conformità: sono questi (e non l’ultimo
modello di turno) i veri abilitatori. Non è un caso che Booking, Expedia,
Marriott, Accor, Royal Caribbean abbiano iniziato da anni a industrializzare la
personalizzazione e a costruirsi piattaforme native per il cloud: raccolgono oggi,
a due cifre, i ritorni dello strato agenetico innestato su quelle fondamenta.
Sul
fronte italiano il messaggio è ambivalente. I grandi operatori — Alpitour
World, FS, MSC, ITA — e le DMO più avanzate hanno superato la soglia del pilota
proprio perché cloud, dati e processi li avevano già messi in ordine; il
tessuto medio-piccolo, dove la trasformazione digitale è ancora parziale,
fatica per la stessa ragione a prendere l’onda. E qui emerge uno degli ostacoli
più difficili da superare: nessun operatore, nemmeno fra i grandi, può
affrontare da solo questa nuova fase di trasformazione tecnologica. Il futuro
del settore si giocherà negli ecosistemi: alleanze fra industria consolidata,
startup e piattaforme tecnologiche capaci di mettere a fattor comune dati,
capitale e competenze.
(Francesco
Ciuccarelli.)
(Chef Innovation
& Technology Office, Alpitour World).
Scenario.
Competitività
europea e sovranità,
cosa
manca davvero alle startup Ue.
Agendadigitale.eu
– (1°aprile 2026) - Daniele Viappiani – Redazione – ci dice:
La
resilienza tecnologica non nasce dal controllo del mercato ma da ecosistemi
capaci di attrarre talenti e capitali.
Per competere davvero, l’Europa deve ridurre
la frammentazione normativa e rafforzare le condizioni che permettono alle
startup di crescere su scala globale.
L’inasprirsi
delle tensioni geopolitiche e la conseguente frammentazione delle catene di
approvvigionamento hanno riportato in auge una tematica d’importanza critica
per i governi internazionali:
la
resilienza tecnologica.
I governi europei in particolare si chiedono
come costruire ecosistemi startup capaci di generare crescita in modo costante.
La
risposta non risiede in riforme isolate, bensì nella costruzione di sistemi
competitivi, capaci di rinnovarsi anche sotto pressione.
In
questo contesto si pongono gli sforzi dell’Europa di creare una sovranità
digitale.
Purtroppo,
invece di scegliere un percorso che promuova la scelta e la concorrenza, i
tentativi per ora sono incentrati sul controllo del mercato.
Per
creare un ecosistema performante occorre invece concentrarsi sui principi
fondamentali di cui i mercati hanno bisogno per prosperare:
infrastrutture,
talenti, capitale privato e riduzione degli oneri normativi.
La
Silicon Valley offre un esempio in tal senso.
Indice
degli argomenti:
La competitività
europea parte da mercati che sanno reagire.
Perché
la competitività europea vale più dell’autonomia formale.
Competitività
europea e innovazione: i punti di forza da attivare.
Come
la competitività europea dipende da capitale e scala.
Norme
e frammentazione: il freno alla crescita delle startup.
La
sfida finale della competitività europea.
La
competitività europea parte da mercati che sanno reagire.
Negli
ultimi vent’anni infatti, la Silicon Valley ha attraversato numerosi cicli di
“boom and buste”, compresi il crollo delle dot-com, la crisi finanziaria
globale del 2008 e una pandemia mondiale.
Ogni
episodio ha prodotto contrazione, ma ha anche creato le condizioni per la
reinvenzione.
La
caratteristica distintiva della Silicon Valley non è l’espansione ininterrotta,
ma la capacità di comprimersi, ricalibrare e poi accelerare di nuovo con
slancio da fenice.
Nel
dibattito politico europeo attuale sono emerse tre dimensioni della sovranità:
la
sovranità dei dati, ovvero dove risiedono i dati;
la
sovranità operativa, ovvero chi controlla la crittografia, le patch e il
personale;
la
sovranità strategica/legale, ovvero quale giurisdizione governa e se i governi
stranieri possono imporre l’accesso.
Le
prime politiche dell’UE si sono concentrate quasi esclusivamente sul punto
primo;
il
dibattito attuale sta spingendo verso progressi sui punti secondo e terzo.
Il miraggio di una effimera sovranità
tecnologica rischia di andare a discapito di una vera competitività e
resilienza economica.
Perché
la competitività europea vale più dell’autonomia formale.
L’impulso
europeo a ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera può essere
riconducibile a una preoccupazione legittima.
Da tempo i Paesi si interrogano sulla
sovranità e sulla sicurezza nei settori strategici.
Solo
pochi anni fa, le preoccupazioni dei paesi europei riguardavano soprattutto la
produzione alimentare, la generazione di energia, le industrie pesanti e altri
comparti.
Oggi si tratta di “cloud” e “AI”.
Il
riflesso politico di ridurre la dipendenza attraverso mandati, l’incentivazione
di campioni nazionali e oneri normativi è tuttavia destinato a rivelarsi
controproducente.
La vera resilienza economica può essere
raggiunta solo attraverso la concorrenza e mercati privati dinamici.
L’Europa rischia di risolvere un problema
geopolitico infliggendosi un problema economico.
Competitività
europea e innovazione: i punti di forza da attivare.
In
Europa, gli ingredienti per l’innovazione esistono:
la
regione dispone di un’infrastruttura di connettività relativamente buona
rispetto ad altre regioni (ad esempio copertura in fibra ottica completa, 4G e
5G), e ci sono molteplici università e istituti di ricerca di livello mondiale
oltre a un profondo bacino di talenti in ogni settore.
Eppure,
nonostante l’imprenditoria in fase iniziale si sia sviluppata
significativamente negli ultimi anni, l’Europa ha faticato a tradurre questi punti
di forza in aziende tecnologiche paragonabili alle maggiori realtà americane.
La
mobilità dei talenti è una chiave di volta necessaria per raggiungere quella
resilienza economica e competitività nei settori tecnologici di avanguardia.
Negli
Stati Uniti, la remunerazione basata su azioni è un meccanismo consolidato per
allineare i dipendenti alle performance aziendali.
Le persone entrano nelle startup con
l’aspettativa che la partecipazione azionaria possa generare ricchezza
significativa se l’azienda ha successo.
In
molte giurisdizioni europee, tuttavia, gli incentivi azionari sono tassati in
modo meno favorevole o trattati in modo incoerente, riducendone l’attrattività.
Come
la competitività europea dipende da capitale e scala.
Sebbene
l’Europa continui a produrre startup promettenti, solo poche maturano in
aziende piattaforma globali che dominano il “cloud computing”, l’”intelligenza
artificiale” o le “infrastrutture digitali”.
Gli
interventi diretti dei governi per selezionare e sussidiare i vincitori sono
destinati al fallimento, poiché le aziende tecnologiche, per avere successo,
devono conquistare gli utenti e navigare pressioni competitive.
Oltre
a un mercato dei talenti fiorente, al centro della durabilità della Silicon
Valley c’è il venture capital.
I “venture capitalisti” (VC) non si limitano a
fornire finanziamenti, ma plasmano le strutture di governance, forniscono
incentivi alla ricerca e alimentano l’ambizione dei giovani talenti.
Offrono
consulenza strategica, supervisione del consiglio di amministrazione, supporto
al recruiting e accesso a reti che aiutano le aziende giovani a maturare
rapidamente.
Negli
Stati Uniti, le aziende finanziate da venture capital rappresentano una quota
sostanziale del valore di mercato azionario e coprono una quota notevole degli
investimenti privati in ricerca e sviluppo.
I fondatori operano in stretta prossimità con
investitori esperti, imprenditori seriali e operatori qualificati, il che
consente alla conoscenza di circolare liberamente.
Per l’Europa, espandere il venture capital non
significa semplicemente aumentare i finanziamenti nelle fasi iniziali.
L’intera scala dei finanziamenti deve essere
rafforzata, in particolare nelle fasi avanzate, dove le aziende necessitano di
capitali significativi per competere a livello globale.
Il
Venture Capital è reso possibile dalla presenza di investitori istituzionali,
come fondi pensione, dotazioni universitarie e fondazioni, i quali forniscono
il capitale necessario per investimenti ad alto rischio e a lungo termine nelle
startup.
Lo sviluppo di questi mercati dei capitali è
una condizione necessaria affinché il venture capital possa svilupparsi in
Europa.
Norme
e frammentazione: il freno alla crescita delle startup.
Infine,
la frammentazione dell’ecosistema europeo obbliga le startup a navigare tra
molteplici sistemi legali, regimi fiscali e quadri normativi. Complessivamente,
queste barriere creano attrito che rallenta l’espansione e complica la
pianificazione strategica.
Le
imprese europee già navigano tra l’”AI Act”, il “GDPR”, “NIS2”, “DORA”, il “Data
Act” e un” patchwork di framework nazionali di certificazione cloud”.
Aggiungere
un “Cloud and AI Development Act”, uno schema “EUCS “riveduto e preferenze di
acquisto “Buy Europea” non è una strategia favorevole al successo, ma una
favorevole al fallimento.
Questo
perché i grandi incumbent riescono ad assorbire l’impatto dei nuovi requisiti,
mentre i concorrenti più piccoli e innovativi non possono.
Il
meccanismo del “punteggio di sovranità” nell’”EU Cloud Sovereignty Framework”,
ad esempio, seppur ben intenzionato, rischia di diventare un fossato
burocratico:
otto dimensioni, quattro livelli di garanzia,
amministrato da autorità appaltanti prive sia delle competenze sia
dell’incentivo ad applicarlo rigorosamente.
Questo
rafforza il labirinto della compliance più che la sicurezza reale o la
tecnologia.
La
sfida finale della competitività europea.
La
forza duratura della Silicon Valley risiede nell’accettazione della volatilità
come elemento intrinseco dell’innovazione, rendendola un ecosistema capace di
assorbire gli shock e continuare a evolversi.
Per l’Europa
la sfida non è la mancanza di idee o talenti, bensì la costruzione di framework
finanziari, normativi e culturali che consentano alle startup di scalare,
fallire, rialzarsi e ricominciare.
(Daniele
Viappiani - Portfolio Manager GC1 Ventures).
Basta
dire “green”.
Ora
bisogna dimostrarlo!
Dife.it
- Redazione Tutto Ambiente – (11 maggio 2026) – ci dice:
Dal
2026 le imprese dovranno dimostrare con dati, prove e trasparenza ogni
dichiarazione ambientale:
il nuovo Decreto contro il “greenwashing”
cambia le regole della comunicazione “green”.
Il 24
marzo 2026 è entrato in vigore il D.L.vo 30/2026, che recepisce una Direttiva
europea pensata per contrastare il cosiddetto “greenwashing”, cioè tutte quelle
comunicazioni che fanno sembrare un prodotto o un’azienda più sostenibili di
quanto siano davvero.
Anche
se le nuove regole si applicheranno concretamente dal 27 settembre 2026, è
importante iniziare fin da subito a capire cosa cambia, soprattutto per le
imprese che producono rifiuti e che sempre più spesso comunicano impegni
ambientali.
L’obiettivo
del Decreto è piuttosto chiaro:
evitare
che i consumatori vengano ingannati da messaggi ambientali poco chiari o non
verificabili.
Negli
ultimi anni è diventato molto comune vedere termini come “green”, “eco” o
“sostenibile” usati nella comunicazione aziendale, ma spesso senza un reale
contenuto concreto.
Il legislatore è quindi intervenuto per
mettere ordine, chiedendo alle imprese maggiore trasparenza e responsabilità.
Uno
degli aspetti più importanti riguarda proprio le dichiarazioni ambientali, cioè
tutto ciò che un’azienda dice sui propri prodotti o servizi in relazione
all’ambiente.
Con le nuove regole, queste affermazioni
devono essere basate su dati reali, verificabili e supportati da evidenze
scientifiche.
Non
basta più dire che un prodotto è “ecologico” o “a basso impatto”:
bisogna essere in grado di dimostrarlo con
numeri, studi o certificazioni. Per coloro che gestiscono rifiuti, questo ha
implicazioni concrete.
Ad
esempio, se un’azienda dichiara di aver ridotto l’impatto ambientale dei propri
processi o di aver migliorato la gestione dei rifiuti, dovrà essere in grado di
dimostrare questi risultati in modo chiaro e documentato.
Non si
tratta solo di evitare errori, ma di cambiare proprio approccio: la
sostenibilità non può più essere solo una leva di marketing, ma deve riflettere
scelte reali e misurabili.
Il
Decreto introduce anche definizioni più precise, come quella di “asserzione
ambientale” e di “marchio di sostenibilità”.
Questo
serve a evitare ambiguità e a rendere più chiaro cosa si può dire e come lo si
può dire.
Allo stesso tempo, viene data maggiore
importanza a caratteristiche come la durabilità e la riparabilità dei prodotti,
elementi sempre più rilevanti per valutare la sostenibilità complessiva.
Un
altro punto chiave riguarda la trasparenza.
Le
imprese devono rendere facilmente accessibili le informazioni che stanno alla
base delle loro dichiarazioni ambientali.
Questo
può avvenire, ad esempio, tramite “QR code”,” link a documenti tecnici” o altre
“soluzioni digitali”.
In pratica, chi legge un “clami ambientale”
deve avere la possibilità di verificarlo in modo semplice e immediato.
Le
nuove regole non riguardano solo la comunicazione, ma hanno effetti anche
sull’organizzazione interna delle aziende.
Sarà
necessario coordinare meglio le diverse funzioni aziendali, come marketing,
ufficio tecnico e compliance, per assicurarsi che tutto ciò che viene
comunicato sia coerente con la realtà.
Questo
significa, ad esempio, raccogliere e aggiornare in modo sistematico i dati
ambientali, e in alcuni casi affidarsi a verifiche da parte di soggetti terzi
indipendenti.
Per
molte imprese, soprattutto quelle che gestiscono e trattano rifiuti, questo può
rappresentare una sfida ma anche un’opportunità.
Adottare
un approccio più strutturato alla sostenibilità può infatti migliorare
l’efficienza dei processi, ridurre i rischi e rafforzare la credibilità sul
mercato.
I clienti e i partner commerciali sono sempre
più attenti a questi aspetti, e una comunicazione chiara e verificabile può
fare la differenza.
Dal
punto di vista dei controlli, il Decreto non introduce nuove sanzioni autonome,
ma rafforza quelle già previste dal Codice del Consumo (D.L.vo 206/2005).
In
pratica, i green clima ingannevoli vengono considerati a tutti gli effetti
pratiche commerciali scorrette.
L’Autorità
Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) può intervenire con sanzioni
anche molto elevate, che possono arrivare fino a 10 milioni di euro o, nei casi
più gravi, fino al 4% del fatturato annuo.
Questo
significa che il rischio non è solo reputazionale, ma anche economico.
Inoltre,
il decreto rende più facile per l’Autorità individuare e contestare le
violazioni, ampliando l’elenco delle pratiche vietate e aumentando l’onere
della prova a carico delle imprese.
In altre parole, sarà l’azienda a dover
dimostrare che ciò che comunica è vero.
Non
mancano però alcune incertezze.
Ad
esempio, non è sempre facile capire quando un clami ambientale può essere
considerato ingannevole.
Termini
come “sostenibile” o “eco-friendly” non sono vietati, ma il loro utilizzo
dipende molto dal contesto e dalla capacità di dimostrarne il significato
concreto.
Anche
una comunicazione formalmente corretta potrebbe essere considerata fuorviante
se mette in evidenza solo alcuni aspetti positivi, tralasciandone altri.
Un
altro aspetto delicato riguarda proprio le prove richieste.
Non è ancora del tutto chiaro quale livello di
dettaglio sia necessario per dimostrare la veridicità di un clami.
Studi
tecnici, certificazioni e analisi possono essere utili, ma non sempre è
evidente quando siano sufficienti.
È probabile che questi aspetti verranno
chiariti nel tempo, anche attraverso le decisioni dell’Autorità.
Infine,
bisogna considerare che questo Decreto si inserisce in un quadro europeo in
continua evoluzione.
Esistono
già altre normative sulla sostenibilità, come quelle sulla rendicontazione
aziendale, che possono sovrapporsi almeno in parte. Inoltre, sono in arrivo
ulteriori regole europee sui green clima, che potrebbero rendere il sistema
ancora più rigoroso.
In
questo contesto, per le imprese è fondamentale adottare un approccio prudente e
strutturato.
Non basta più comunicare buone intenzioni:
serve coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Per
chi produce rifiuti, questo significa anche valorizzare correttamente le
attività di gestione, recupero e riduzione degli impatti, ma sempre con dati
alla mano.
In
definitiva, il Decreto rappresenta un passo importante verso una maggiore
chiarezza e correttezza nel mercato.
Richiede uno sforzo di adattamento, ma offre
anche l’occasione per migliorare la qualità delle informazioni e rafforzare la
fiducia dei clienti. Chi saprà adeguarsi in modo serio e trasparente potrà
trasformare un obbligo normativo in un vantaggio competitivo.
La
Performance Economy:
il
modello economico del futuro
per
l'economia circolare.
Dife.it
– Alice Custodenti – (29 ottobre 2024) – ci dice:
Scopri
la Performance Economy, il modello innovativo che trasforma beni in servizi per
ridurre l'impatto ambientale e promuovere la sostenibilità. Un approccio che
unisce economia circolare, responsabilità dei produttori e durabilità, verso un
futuro più sostenibile.
Nel
panorama economico e ambientale attuale, i modelli tradizionali mostrano sempre
più i propri limiti.
Il
concetto di Performance Economy, nato dal pensiero visionario dell'architetto
svizzero Walter Sahel, propone un nuovo approccio per coniugare crescita
economica e sostenibilità.
Sahel è anche tra i pionieri dell'economia
circolare e ha gettato le basi per un modello economico in cui il valore di un
prodotto non risiede più solo nella sua vendita, ma nella sua durata e nel suo
impiego.
Il risultato?
Un'economia
che punta non più al consumo incessante, ma alla massimizzazione dell'uso e
alla minimizzazione dello spreco.
Cos'è
la Performance Economy?
La
Performance Economy è un modello che cambia la nostra relazione con i beni:
invece
di vendere prodotti come oggetti da consumare, si vendono i loro servizi e le
loro prestazioni.
Ciò
implica che le aziende restano proprietarie dei beni, che vengono offerti come
servizio.
In
questo modo, l’azienda si occupa di tutta la gestione del ciclo di vita del
prodotto, dalla manutenzione alla riparazione, fino al ritiro finale per il
recupero dei materiali.
Questo
modello è quindi intrinsecamente legato all'idea di una responsabilità continua
da parte del produttore, argomento centrale dell’ultima edizione del “Festi volto”,
quale fattore che riduce sprechi e stimola l'innovazione sostenibile.
I
Principi Fondamentali della Performance Economy.
La Performance
Economy si fonda su tre principi cardine:
Prodotto
come Servizio:
in
questo modello, i beni non vengono più venduti come proprietà ma offerti sotto
forma di servizio.
Ad esempio, Philips, azienda di
illuminotecnica e apparecchiature medicali ha deciso di fornire illuminazione
non vendendo lampadine, ma “oI rendo” "luce come servizio" attraverso
il modello "pay-per-lux". Questo significa che Philips resta
proprietaria dei sistemi di illuminazione e si occupa della loro manutenzione e
aggiornamento, garantendo così un uso efficiente delle risorse energetiche e
materiali.
Altro
caso celebre è Ikea che, che offre la possibilità di affittare i mobili.
Responsabilità
Estesa del Produttore (EPR):
un
elemento chiave della Performance Economy è che l’azienda mantiene la
responsabilità del bene per tutto il suo ciclo di vita.
Questo
principio spinge le aziende a creare prodotti di alta qualità, riparabili e
rigenerabili, poiché il loro mantenimento nel tempo influisce direttamente
sulla reputazione e sui costi dell'azienda stessa.
È un modello che premia la durabilità e riduce
lo spreco, unendo innovazione e sostenibilità.
Efficienza
e sufficienza:
l’ultimo
principio è la “sufficienza”, che rappresenta un ulteriore passo verso la
sostenibilità rispetto alla semplice efficienza.
Questo
principio incoraggia le aziende a sviluppare prodotti che rispondano solo ai
bisogni effettivi, evitando il consumo eccessivo di risorse.
Qui,
il focus è su soluzioni che garantiscano la massima qualità del servizio senza
eccedere nelle risorse o nei costi.
Applicazioni
Pratiche e Casi di Studio.
Alcuni
esempi concreti aiutano a comprendere il potenziale di questo modello.
Oltre
al già citato servizio "pay-per-lux" di Philips, altri settori stanno
sperimentando la Performance Economy.
Il settore automotive, ad esempio, si sta
muovendo sempre più verso modelli di car-sharing e mobilità come servizio, dove
il consumatore paga l'uso del veicolo senza diventarne proprietario.
Anche
in ambito industriale, alcune aziende forniscono macchinari come servizio,
assicurandone manutenzione e aggiornamento senza la necessità di acquisto
diretto.
Vantaggi
economici e ambientali della Performance Economy.
Uno
dei vantaggi principali è la riduzione dei costi, perché l’azienda continua a
gestire il prodotto, abbattendo le spese legate allo smaltimento e incentivando
processi di innovazione continua.
Questo
approccio porta benefici sia economici che ambientali, poiché promuove la
durata dei prodotti, limita lo sfruttamento di risorse vergini e abbassa
significativamente l’impatto ambientale.
Inoltre,
la Performance Economy spinge le aziende a sviluppare beni più resistenti,
riparabili e aggiornabili, a favore di un mercato sempre meno orientato
all'usa-e-getta.
Sfide
della Performance Economy.
Investimenti
iniziali:
la
transizione verso un modello di Performance Economy richiede investimenti
significativi in infrastrutture e logistica.
Le
piccole e medie imprese potrebbero trovare difficile sostenere questi costi
iniziali.
Manutenzione
e usura:
le
aziende devono gestire la manutenzione dei prodotti durante il loro ciclo di
vita.
Ciò
comporta rischi legati all'usura e ai costi imprevisti di riparazione o
sostituzione.
Complessità
contrattuale:
i contratti necessari per definire i termini
di servizio possono risultare complicati, generando dubbi nei consumatori
riguardo alle clausole e ai diritti d'uso.
Scalabilità:
applicare
il modello a beni di consumo a basso costo è una sfida. Innovazioni
tecnologiche e normative sono necessarie per rendere il modello scalabile a
livello di massa.
La
Performance Economy e il futuro della sostenibilità.
L’attuazione
di una Performance Economy su larga scala potrebbe rappresentare una svolta
epocale per l’economia circolare, riducendo l'uso delle risorse naturali e
abbattendo l'impatto ambientale del consumo.
Questo
modello propone una visione economica radicalmente diversa, basata sulla
conservazione del valore e sulla responsabilità condivisa.
Conclusioni:
la strada verso una nuova economia.
In
sintesi, la Performance Economy si presenta come un modello innovativo capace
di ridefinire il modo in cui aziende e consumatori interagiscono con i prodotti
e i servizi.
Con un focus sulla sostenibilità e
sull'efficienza delle risorse, questo approccio può contribuire
significativamente a una società più circolare e responsabile.
Le
aziende che adotteranno il modello della Performance Economy non solo
miglioreranno la loro efficienza, ma potranno anche posizionarsi come leader
nel mercato della sostenibilità.
I 4
modelli economici
orientati
alla sostenibilità.
Inabottle.it
– Salvatore Galeone – (28 maggio 20259 – ci dice:
Da
“doughnut economics” all’ “economia rigenerativa”:
scopri i nuovi modelli economici sostenibili
che stanno rimpiazzando quelli tradizionali.
MILANO
– La sostenibilità risulta essere una priorità per il mondo di oggi, al fine di
garantire un Pianeta dove le risorse siano disponibili sia per la società
attuale, sia per le generazioni future.
Per
raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 occorre però
prendere come riferimento modelli virtuosi e praticabili, che prendono in
considerazione, nessuno escluso, quelli che sono i tre pilastri della
sostenibilità: ambientale, sociale ed economica.
L’importanza
di un modello economico sostenibile.
Se ci
soffermiamo sul modello economico di riferimento per molte nazioni e aziende,
quello tuttora ancora prevalente si basa su una crescita continua, spesso
accompagnata da un utilizzo eccessivo delle risorse naturali e da una scarsa
attenzione alle conseguenze ambientali e sociali.
Ecco,
perché, risulta fondamentale, sia per le aziende sia per la cittadinanza,
conoscere i principali modelli economici orientati alla sostenibilità.
Economica
circolare e rigenerativa: i modelli economici orientati alla sostenibilità.
Come
segnalato dagli esperti di “Babbel”, negli ultimi anni, fortunatamente,
rispetto al modello economico tradizionale stanno emergendo modelli alternativi
che provano a conciliare sviluppo economico e sostenibilità, cercando di
ridurre l’impatto sull’ambiente e promuovere un uso più responsabile delle
risorse. Scopriamoli di seguito:
doughnut
economics:
sviluppata
dall’economista “Kate Hayworth” dell’Università di Oxford, l’“economia della
ciambella” propone una visione alternativa, basata su una crescita economica
che rispetta l’ambiente e la società.
Il suo nome deriva dalla forma sferica del
diagramma che lo rappresenta, formato da due cerchi:
quello
interno rappresenta i bisogni umani fondamentali di cui ogni persona ha bisogno
(come acqua, cibo, salute, istruzione, reddito e lavoro);
il cerchio esterno, invece, i limiti ecologici
che l’umanità non deve superare per garantire la stabilità dell’ecosistema (tra
cui, ad esempio, cambiamento climatico, uso del suolo, perdita di biodiversità,
inquinamento atmosferico e riduzione dello strato di ozono).
Economia
circolare:
si
tratta di un modello di produzione e consumo che prevede il prestito, la
riparazione, il ricondizionamento e il riciclo di materiali e prodotti, con
l’obiettivo di estenderne il più possibile il ciclo di vita.
Anche
una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali di cui è
composto vengono possibilmente reintrodotti nel ciclo produttivo;
in
questo modo si può rallentare l’uso delle risorse naturali, ridurre la
produzione di rifiuti e diminuire l’emissione di gas serra.
Si contrappone al modello economico
tradizionale, che richiede un grande utilizzo di risorse, e alla strategia
dell’obsolescenza programmata dei prodotti.
Economia
rigenerativa:
è una forma di economia circolare che, oltre a
promuovere la riduzione degli sprechi e dell’impatto delle attività antropiche
sull’ambiente, punta ad un effetto positivo sia a livello ambientale che
sociale.
Il suo scopo infatti è quello di rigenerare
ecosistemi danneggiati, in modo da creare condizioni favorevoli per la vita
delle persone.
In questo ambito rientra anche il “capitalismo
rigenerativo”, ovvero l’attuazione da parte delle imprese di pratiche aziendali
che ripristinano le risorse piuttosto che sfruttarle.
Wellbeing
economy:
anziché
porre al centro la crescita economica da raggiungere ad ogni costo, l’economia
del benessere mette al primo posto la soddisfazione equa dei bisogni umani
(come istruzione, salute e sicurezza), nel continuo rispetto dei limiti
ecologici del Pianeta; di conseguenza, la definizione di successo si sposta
dalla crescita del PIL alla promozione del benessere condiviso.
(Salvatore
Galeone).
Fioramonte:
Ridisegnare economia
e
sviluppo in chiave sostenibile.
Rinnovabili.it
– Fioramonte Lorenzo – Redazione – Isabella Ceccarini - (17 Giugno 2020) – ci
dice:
Una
nuova economia per uno sviluppo sostenibile.
Non
c’è economia senza ecologia.
Un
legame inscindibile che è il presupposto per ridisegnare lo sviluppo anche alla
luce degli Obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni
Unite.
I veri
fondamenti di una società sono il capitale sociale, il capitale umano e il
capitale naturale:
l’innovazione
tecnologica è in grado di migliorarli promuovendo un nuovo modello di
produzione e di consumo che si traduca in un’economia davvero circolare.
Ne parliamo con Lorenzo Fioramonte, economista
e deputato.
Fioramonte:
economia sviluppo sostenibile.
di
Isabella Ceccarini.
Contenuti.
La
crisi che stiamo vivendo ha evidenziato la necessità di un nuovo modello di
sviluppo.
La
società dei consumi, come l’abbiamo conosciuta finora, è destinata a cambiare,
se non a scomparire.
Quanto è forte, secondo Lei, la correlazione
tra ambiente ed economia? La sostenibilità è la chiave giusta per ridisegnare
lo sviluppo?
L’Agenda
2030 delle Nazioni Unite considera insostenibile l’attuale modello di sviluppo
e richiama tutti i Paesi e le diverse componenti della società ad avviare un
cambiamento.
Lo
ritiene concretamente realizzabile?
Un
nuovo ordine economico che metta le persone al centro dovrebbe coniugare il
capitale umano con quello sociale e naturale.
Il capitale finanziario, che finora è stato
ritenuto parte integrante della crescita, potrebbe acquisire una dimensione
etica?
Secondo
il DESI-Digital Economy and Society Index 2020, l’Italia è in coda tra i paesi
europei per digitalizzazione delle imprese, uso dei servizi pubblici digitali,
formazione del capitale umano e competenze digitali. L’innovazione tecnologica,
che è presupposto di sviluppo ed elemento determinante per la ripresa, può
essere sostenibile?
La
crisi che stiamo vivendo ha evidenziato la necessità di un nuovo modello di
sviluppo.
La società dei consumi, come l’abbiamo
conosciuta finora, è destinata a cambiare, se non a scomparire. Quanto è forte,
secondo Lei, la correlazione tra ambiente ed economia?
La sostenibilità è la chiave giusta per
ridisegnare lo sviluppo?
La
connessione tra ambiente ed economia è fondamentale.
La
radice del termine è proprio quella, no?
Eco
(dal greco Oikos), che significa la casa, il contesto e che è la radice sia del
termine economia che del termine ecologia, non c’è l’una senza l’altra. E
quindi è fondamentale riunire le due cose.
Per
troppo tempo noi abbiamo pensato che si sarebbe potuta promuovere la protezione
dell’ambiente in un sistema economico disegnato per distruggerlo.
Evidentemente
questo non è accaduto, quindi dobbiamo assolutamente andare alla radice del
problema e cambiare le regole economiche, cambiare il modello economico.
Inserire
la sostenibilità in tutto, non soltanto nelle politiche ambientali, ma proprio
a partire dalle politiche economiche, a partire dal modo in cui si fa impresa.
È da lì che nascono i problemi ed è da lì che
possono emergere le soluzioni.
Cominciando,
per esempio, a internalizzare tutti i costi dell’attività produttiva, e non
continuare a scaricarli sulla società o sull’ambiente, e creare così un nuovo
modello di economia, che sia davvero in grado di produrre non tanto crescita
del PIL, quanto crescita di benessere. Le due cose sono molto, ma molto
diverse.
L’Agenda
2030 delle Nazioni Unite considera insostenibile l’attuale modello di sviluppo
e richiama tutti i Paesi e le diverse componenti della società ad avviare un
cambiamento. Lo ritiene concretamente realizzabile?
L’Agenda
2030 è non soltanto realizzabile, ma indispensabile.
Anzi,
direi che per molti aspetti è addirittura poco ambiziosa.
Per
esempio, uno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile (il numero 8) continua
ad essere quello di garantire una crescita economica sostenuta in tutti i
Paesi, soprattutto in quelli meno sviluppati.
Questo
è un errore di fondo, perché non sottolinea la contraddizione concettuale del
nostro modello di crescita. Il paradigma attuale non è compatibile con
l’ambiente e con il benessere delle persone.
Quindi
dobbiamo cambiarlo radicalmente. L’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile non va
abbastanza a fondo.
Non
soltanto è indispensabile realizzarla, ma è indispensabile forse anche andare
oltre e proporre un nuovo modello di crescita, che sia alla base del vero
benessere umano, il nostro benessere personale e psico-fisico (messo così a
dura prova anche dalla pandemia) e il benessere del pianeta.
E le
due cose sono inscindibili.
Questo
si può fare, appunto, creando le condizioni (fiscali, economiche, politiche)
per promuovere un nuovo modello di produzione, di consumo, un’economia davvero
circolare. Incentivare i modelli produttivi che vanno in questa direzione e
disincentivare al massimo – e il più velocemente possibile – quelli che invece
vanno nella direzione opposta.
Un
nuovo ordine economico che metta le persone al centro dovrebbe coniugare il
capitale umano con quello sociale e naturale. Il capitale finanziario, che
finora è stato ritenuto parte integrante della crescita, potrebbe acquisire una
dimensione etica?
Se il
capitalismo vuole sopravvivere, deve riconoscere l’errore di fondo che ha
fatto, soprattutto negli ultimi decenni.
E cioè quello di aver sbagliato la forma di
capitale sulla quale costruire il suo modello di crescita.
Per
anni abbiamo ragionato sul capitale economico, il quale poi è diventato sempre
di più un capitale finanziario, mentre abbiamo dimenticato quelli che sono i
veri fondamenti di una società:
il
capitale sociale, il capitale umano e il capitale naturale.
Senza
conoscenza non c’è innovazione, non c’è sviluppo.
Senza le relazioni (quindi la fiducia
interpersonale, la coesione sociale, la capacità di lavorare insieme in maniera
coordinata e collaborativa) non c’è economia.
Lo
stiamo scoprendo sempre di più: infatti, le società più disuguali sono anche
quelle che hanno grandissime difficoltà in questi anni a crescere, a progredire
e anche, per esempio, a contenere gli effetti distruttivi della pandemia.
A
partire dall’America, dal Brasile, per arrivare alla Russia o all’Inghilterra,
il paese più diseguale d’Europa che è anche quello che sta avendo il peggior
impatto nella lotta contro il Covid.
E,
ultimo ma non ultimo, il capitale naturale, cioè quello che il pianeta ci mette
a disposizione e che è fondamento essenziale di qualunque forma di attività
economica, mentre noi abbiamo dimenticato che senza le risorse naturali non
potremmo fare nulla.
Abbiamo considerato queste risorse naturali
completamente a nostra disposizione, come se fossero infinite e come se non
avessero alcun valore se non sfruttate, mentre le risorse naturali hanno valore
di per sé. I servizi che gli ecosistemi rendono al nostro sistema produttivo –
dall’impollinazione alla pioggia, dai processi di costituzione del valore della
terra alla produzione di energia – sono essenziali per creare qualunque tipo di
benessere, anche economico.
Quindi,
queste sono le vere forme di capitale che un capitalismo intelligente dovrebbe
sostenere, non il capitale economico o industriale, di asset produttivi o,
ancora peggio, il capitale finanziario, basato su questa cosa fasulla e strana
che chiamiamo denaro.
Se noi
riuscissimo a ribaltare questo, il capitale economico-finanziario, invece di
essere qualcosa che depriva il capitale sociale, annichilisce il capitale
naturale e che sottrae ricchezza al capitale umano, diventerebbe una forma di
promozione di questi ultimi.
Quando
questo accadrà, allora sarà davvero una forma di capitale etico. Ma non
prendiamoci in giro:
semplicemente
“dare una spolverata” di etica morale a processi di produzione industriale o di
speculazione finanziaria che portano necessariamente alla distruzione delle
altre forme di capitale, non è un modo per fare passi in avanti.
Anzi, rischia di essere una strategia per
ritardare il vero cambiamento. L’unico cambiamento etico e morale possibile, è
quello di dare un ruolo di priorità alle altre forme di capitale, e mettere il
capitale industriale e il capitale finanziario completamente a servizio di
queste.
Secondo
il DESI-Digital Economy and Society Index 2020, l’Italia è in coda tra i paesi
europei per digitalizzazione delle imprese, uso dei servizi pubblici digitali,
formazione del capitale umano e competenze digitali. L’innovazione tecnologica,
che è presupposto di sviluppo ed elemento determinante per la ripresa, può
essere sostenibile?
L’innovazione
tecnologica è sempre di più sostenibile, quando viene realizzata con la visione
di un nuovo capitalismo in mente, un modello di sviluppo che sia davvero in
grado di mettere al centro il capitale sociale, il capitale umano e il capitale
naturale. Noi vediamo sempre di più innovazioni che emergono in questi anni che
puntano sempre di più all’ottimizzazione dei consumi, invece che alla loro
massimizzazione.
Pensiamo
ad esempio alla cosiddetta “sharing economy”, quella vera, quella ad esempio
che porta alla condivisione, che ci permette l’accesso a informazioni anche in
forma gratuita, come avviene sempre di più attraverso le enciclopedie online,
al software libero, un’innovazione che permette a tanti milioni di persone di
accedere a informazioni condivise senza dover pagare le royalties a qualche
miliardario americano che produce i nostri programmi operativi e le
applicazioni con cui navighiamo in Internet.
Quindi,
la vera innovazione tecnologica ha uno spirito, una potenzialità di
miglioramento del capitale umano, del capitale sociale e anche potenzialmente
del capitale naturale.
Questa
innovazione va guidata:
è
ovvio che se non lo è, a quel punto diventa un elemento potenzialmente
distruttivo, perché può andare in qualunque direzione.
Mentre
un’innovazione guidata, condotta verso la valorizzazione delle forme di
capitale di cui abbiamo parlato finora, porterà necessariamente a maggiore
economia circolare, a un’ottimizzazione dei consumi e a una riduzione di quelli
non necessari, a effetti positivi sulla qualità della vita delle persone, come
per esempio possono avere le nuove tecnologie applicate allo smart working,
alla mobilità intelligente e così via.
Ecco,
noi dobbiamo avere un’innovazione che sia stimolata da una nuova visione di
sviluppo.
Se invece la visione che ci rimane è sempre
quella del consumismo e della massimizzazione dei consumi, avremo
un’innovazione che ci porta a fare questo, a una maggiore produzione di
rifiuti, a un aumento di consumi non necessari, e rischiamo di sostituire ad
esempio un ingorgo di macchine a motore combustibile con un ingorgo di auto a
motore elettrico. Questa non è un’innovazione vera.
L’innovazione
è quella di una mobilità intelligente, di una riduzione degli spostamenti,
dell’intermodalità.
Non si
tratta semplicemente di rimpiazzare una forma di consumo inquinante con una
meno inquinante, se poi è altrettanto alienante.
Green
economy e sviluppo
sostenibile:
verso un futuro migliore.
Modofluido.hidac.it
– (20/07/2023) - Redazione, pubblicato in Sostenibilità d'impianto – ci dice:
Nel
corso degli ultimi decenni, la crescente consapevolezza riguardo ai cambiamenti
climatici, all'esaurimento delle risorse naturali e all'inquinamento ha spinto
la società a ripensare il proprio modello di sviluppo.
Questa
riflessione ha portato all'emergere di due concetti fondamentali: la green
economy e lo sviluppo sostenibile.
Entrambi
mirano a trovare un equilibrio tra il progresso economico, la salvaguardia
dell'ambiente e il benessere delle persone, costruendo così un futuro
sostenibile per il nostro pianeta.
L'industria
è un attore chiave nella lotta per la sostenibilità. Le fabbriche e le attività
industriali sono spesso grandi consumatrici di risorse naturali, energia e
acqua, oltre ad essere responsabili di emissioni di gas serra e rifiuti.
Tuttavia,
la sfida della green economy e dello sviluppo sostenibile nel settore
industriale non consiste solo nel ridurre l'impatto ambientale, ma anche nel
garantire la competitività economica e la creazione di posti di lavoro
sostenibili.
In
questo articolo parliamo di:
Green
economy e sviluppo sostenibile: cosa si intende
Sviluppo
sostenibile: equilibrio tra economia, ambiente e società
Economia
Circolare HYDAC.
Green
economy e sviluppo sostenibile: cosa si intende.
La
green economy è un modello economico che punta a ridurre l'impatto negativo
delle attività umane sull'ambiente, promuovendo nel contempo la crescita
economica e l'occupazione.
Questo
approccio si basa sull'adozione di processi produttivi più efficienti e
sostenibili, sull'impiego di tecnologie pulite e sulla valorizzazione delle
risorse rinnovabili.
L'obiettivo principale della green economy è
quello di minimizzare l'emissione di gas serra, la produzione di rifiuti
tossici e l'uso sconsiderato delle risorse naturali.
Un
settore chiave della green economy è rappresentato dalle energie rinnovabili,
come l'energia solare, eolica, idroelettrica e geotermica.
Queste
fonti di energia riducono significativamente l'emissione di CO2 e la dipendenza
dai combustibili fossili, aiutando a mitigare l'effetto serra e l'inquinamento
atmosferico.
Inoltre,
la green economy promuove l'efficienza energetica nei trasporti, nell'edilizia
e nell'industria, riducendo così il consumo di energia e le relative emissioni.
Un
altro esempio di green economy arriva dalla agricoltura biologica che promuove
pratiche agricole sostenibili che riducono l'uso di pesticidi chimici,
preservano la biodiversità e proteggono il suolo e l'acqua. Queste pratiche si
allineano con una visione di sviluppo che rispetta l'ambiente, promuove la
salute e il benessere delle persone e sostiene le economie locali.
Ma non
solo, l'innovazione e lo sviluppo di tecnologie pulite sono fondamentali per il
progresso verso la sostenibilità industriale. Le industrie devono investire in
ricerca e sviluppo per identificare nuove soluzioni e processi produttivi a
basso impatto ambientale. Tecnologie come la cattura e lo stoccaggio
dell'idrogeno, il riciclo chimico, le energie rinnovabili e l'intelligenza
artificiale possono trasformare i settori industriali tradizionali in realtà
più sostenibili.
Sviluppo
sostenibile: equilibrio tra economia, ambiente e società.
Il concetto
di sviluppo sostenibile è stato introdotto nel 1987 dalla Commissione Mondiale
sull'Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite, nota come Commissione
Brundtland.
Essa è stata definita come "uno sviluppo
che soddisfi le necessità del presente senza compromettere la capacità delle
generazioni future di soddisfare le proprie".
Lo
sviluppo sostenibile si concentra sulla promozione di un sistema economico,
sociale e ambientale integrato e interconnesso.
Questo
modello considera l'ambiente come un bene prezioso da proteggere e preservare
per il bene delle generazioni future.
Inoltre,
riconosce che l'equità sociale e la giustizia economica sono elementi chiave
per raggiungere un equilibrio sostenibile.
Uno
degli strumenti principali per perseguire lo sviluppo sostenibile è
rappresentato dagli” Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” (SDGs) delle Nazioni
Unite, adottati nel 2015.
Questi
17 obiettivi mirano a porre fine alla povertà, proteggere il pianeta e
assicurare prosperità per tutti entro il 2030.
Essi
spaziano dalla lotta contro la fame e la povertà alla promozione di
un'istruzione di qualità, dalla tutela degli oceani e delle foreste alla
riduzione delle disuguaglianze sociali.
La
green economy e lo sviluppo sostenibile rappresentano una sfida stimolante per
il settore industriale.
É
proprio per questo che la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ed Ecomondo
hanno dato il via alla tredicesima edizione del Premio per lo Sviluppo
Sostenibile 2023.
Questo
prestigioso riconoscimento è dedicato alle imprese, start-up e Amministrazioni
Locali che hanno dimostrato una visione avanzata della green economy e si sono
particolarmente distinti per l'eco-innovazione e i risultati ambientali ed
economici conseguiti attraverso i loro progetti.
Il premio si articola in 3 sezioni:
gestione
circolare delle acque, impresa per l'economia circolare, mobilità sostenibile.
I
vincitori verranno decretati giovedì 9 novembre in occasione in occasione della
manifestazione dedicata a “The Eco system of the Ecological Transition”.
In
conclusione, la green economy e lo sviluppo sostenibile rappresentano la strada
maestra verso un futuro sostenibile.
Unendo
le forze, possiamo creare una società resiliente, equa e rispettosa del nostro
pianeta, offrendo alle generazioni presenti e future l'opportunità di
prosperare in armonia con la natura.
Solo attraverso questa collaborazione
congiunta possiamo sperare di preservare la bellezza e la ricchezza del nostro
mondo per le generazioni a venire.
Cybersecurity
industriale:
proteggere
macchinari e
veicoli
off-road.
Modofluido.hidac.it
– (16/04/2026) - Redazione, pubblicato in Sicurezza – ci dice:
Software,
telematica, diagnostica remota e aggiornamenti continui hanno cambiato il modo
in cui si progetta l’affidabilità.
Ecco
dunque che cybersecurity e sicurezza funzionale smettono di vivere su binari
separati:
la protezione diventa parte dell’architettura,
del ciclo di vita e delle competenze che la governano.
In
questo articolo parliamo di:
Perché
safety e security convergono nei mezzi off-highway.
Le
misure che costruiscono una base di fiducia, dal firmware alle chiavi.
Norme
e governance: come leggere il quadro europeo e italiano.
Perché
safety e security convergono nei mezzi off-high way.
Prima
di iniziare, ricordiamo che la “sicurezza funzionale” serve a garantire che, in
presenza di guasti o errori, il sistema passi o rimanga in uno stato sicuro,
evitando situazioni pericolose per persone e macchinari; al contempo, la
cybersecurity protegge il sistema da azioni intenzionali, accessi indesiderati
e manomissioni.
Nei
mezzi off-high way questa distinzione si assottiglia, perché le funzioni
critiche vivono in un ecosistema connesso: sensori, centraline, reti di
comunicazione e servizi cloud partecipano tutti alla stessa catena di
controllo.
Per
mettere a fuoco il punto, vale la pena partire dalle basi della sicurezza
funzionale e dal suo legame con le metriche di affidabilità. Quando poi serve
quantificare il rigore richiesto a una funzione, entra in gioco il “Safety
Integrity Level”.
Questo
“scheletro” di metodo e misurazione resta centrale anche quando la superficie
d’attacco cresce, perché un sistema affidabile dal punto di vista Fu Sa vive
meglio in ambienti complessi e ad alta variabilità.
La
connettività, però, porta un fatto nuovo: le logiche di controllo possono
essere influenzate dall’esterno, attraverso canali remoti o interfacce locali.
Per
capire come cambia il profilo di rischio e come si costruisce una difesa
proporzionata, l’approfondimento dedicato alle vulnerabilità nei veicoli
off-high way è il passaggio più diretto.
Qui
emerge un punto chiave: la resilienza nasce da scelte progettuali che riducono
la superficie esposta e rendono tracciabile ciò che accade.
Cybersecurity
industriale.
Le misure che costruiscono una base di
fiducia, dal firmware alle chiavi.
Quando
un sistema è progettato per evolvere nel tempo, la sicurezza vive insieme a
sviluppo, integrazione, aggiornamenti e manutenzione.
In questo senso, il Security by Design
funziona come una struttura di progetto: integra analisi del rischio,
architettura, verifica e gestione continuativa delle vulnerabilità,
trasformando la protezione in un criterio di qualità.
Per entrare nel metodo e nei riferimenti, qui
trovi il contenuto dedicato: Security by Design per sistemi digitali e mezzi
off-high way.
Accanto
al “by design”, la sicurezza prende forma anche attraverso configurazioni e
scelte di default: impostazioni robuste, funzioni essenziali attive, riduzione
delle esposizioni superflue.
È il terreno del Security by Default, utile
soprattutto quando i software entrano in contesti operativi dove continuità e
affidabilità hanno un peso diretto sulla produttività.
Poi
esiste un livello ancora più vicino alla base del sistema: il firmware e
l’avvio. Qui il Secure Boot svolge un ruolo cardine, perché costruisce una
catena di fiducia che decide quali componenti possono essere caricati e con
quali garanzie. Questo collegamento porta naturalmente al tema delle chiavi
crittografiche: quando identità, certificati, firme e aggiornamenti dipendono
da chiavi “vive”, serve un presidio capace di custodirle e utilizzarle in modo
controllato. Ecco perché l’HSM diventa strategico nella cybersecurity
industriale.
In
pratica, dalla progettazione alla messa in campo, la sicurezza segue una
sequenza tecnica rigorosa: si definisce nel metodo (Security by Design), si
applica nelle impostazioni (Security by Default) e viene validata a livello
hardware tramite il Secure Boot. L’implementazione dell'HSM (Hardware Security
Module) garantisce infine la protezione delle chiavi crittografiche, blindando
l'intero sistema.
Cybersecurity
industriale.
Norme e governance: come leggere il quadro
europeo e italiano.
La
sicurezza industriale oggi dialoga con un quadro normativo interconnesso. Il
Cyber Resilience Act porta l’attenzione sul ciclo di vita dei prodotti con
elementi digitali, sulla gestione delle vulnerabilità e sulla responsabilità
lungo la filiera. Nel mondo dei macchinari, il Nuovo Regolamento Macchine rende
la protezione dalla manomissione un requisito essenziale per la marcatura e
chiarisce responsabilità e documentazione.
Sul
versante organizzativo, la NIS2 spinge verso una gestione del rischio
strutturata, con responsabilità di governance e attenzione alla supply chain.
Per i componenti radio e wireless connessi, la Direttiva RED introduce
requisiti cyber e standard tecnici di riferimento che impattano progettazione,
firmware e valutazione di conformità.
Accanto
alle norme, servono standard tecnici che traducano la sicurezza in processi
applicabili. La IEC 62443 offre un impianto pensato per i sistemi di
automazione e controllo industriale e aiuta a strutturare requisiti,
segmentazione e livelli di sicurezza. Per i veicoli e i sistemi con supply
chain articolata, la ISO/SAE 21434 mette al centro la TARA e i work product che
rendono la cybersecurity verificabile lungo l’intero ciclo di vita.
Infine,
nel contesto italiano, la Strategia Nazionale di Cybersicurezza offre una
cornice utile per leggere priorità, collaborazione e cultura della sicurezza
come fattori di sistema. Rafforza l’idea che la protezione cresce quando
processi, competenze e responsabilità procedono in modo coordinato.
Cybersecurity
industriale.
Per
concludere, l'evoluzione dei mezzi off-high way verso l'interconnessione
trasforma la cybersecurity in un elemento essenziale dell'affidabilità.
La
protezione fisica della macchina e la sua integrità digitale rappresentano
ormai un'unica entità: sicurezza funzionale e difesa informatica convergono in
una strategia integrata di gestione del rischio.
Tale
resilienza deriva da una catena coerente che parte dalla metodologia
progettuale, si concretizza nella validazione hardware dei firmware e risponde
a un quadro normativo caratterizzato da responsabilità chiare lungo l'intero
ciclo di vita.
L'adozione
di questo approccio garantisce la continuità operativa e la qualità del
prodotto, trasformando la conformità ai nuovi regolamenti europei in un
vantaggio competitivo solido e misurabile.
Green
deal e patto di stabilità?
Con la
guerra diventano letali.
Liberoquotidiano.it
- Sandro Iacometti – (31 marzo 2026) – Redazione - ci dice:
Le
prime crepe dell’illusione ecologica sono già comparse.
Molti
nella Ue non sono più convinti che bloccare i motori a scoppio nel 2035 sia una
buona idea.
Green
deal e patto di stabilità? Con la guerra diventano letali.
Energia
e conti pubblici.
Si
gioca qui la capacità dell’Europa di uscire dall’angolo di una crisi iniziata
ben prima della guerra in Iran ed ora scoppiata in faccia agli euroburocrati
con tutta la sua potenza.
Qualunque
sarà la durata del conflitto, i contraccolpi ci saranno.
Anche
perché l’impatto della stretta sulle esportazioni di idrocarburi dal Medio
Oriente si innesta su una progressiva desertificazione dell’industria che
l’Europa, va detto, si è auto provocata con pervicacia e ostinazione
continuando ad inseguire le sue fantasie green il cui effetto sul totale delle
emissioni mondiali conta meno di zero.
Dopo
aver cambiato passo, seppure con la cautela e la lentezza a cui ci ha abituati,
sulla difesa e sulle politiche migratorie, ora sarebbe il caso che Bruxelles
impugnasse lo sterzo anche su altri dossier che rischiano di essere fatali per
il vecchio Continente.
Senza
troppi giri di parole, ieri Matteo Salvini ha chiesto l’immediata sospensione
del green deal e del patto di stabilità per fronteggiare l’emergenza.
Follia, esagerazione? Non proprio.
Le
prime crepe dell’illusione ecologica sono già comparse.
Molti nella Ue non sono più convinti che
bloccare i motori a scoppio nel 2035 sia una buona idea, così come si discute
sulla necessità di tenere in piedi un sistema di tassazione delle emissioni
(Ets) che sta creando solo perdita di ulteriore competitività delle nostre
imprese.
Ieri
il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenuto al meeting
finanze-energia del G7 ha chiesto una «rapida, coordinata e proporzionata
risposta politica», spiegando che per l'Italia c'è «un problema critico per le
industrie energivore che rappresentano il 20% della manifatturiera».
Oltre
all’energia, però, come dice Salvini, bisogna anche ridare ai Paesi Ue un po’
di spazio fiscale per consentire ai governi di gestire le priorità. Pure in
questo caso, le severe regole di finanza pubblica che l’Ue si è auto imposta,
sola nel mondo, rischiano di provocare più danni che benefici.
Il
patto di stabilità, come il green deal, non è più un mantra.
Il
primo a definirlo «stupido» è stato il super europeista Romano Prodi. E da
allora in molti si sono chiesti se valga la pena mantenere in piedi un sistema
sanzionatorio per chi non è bravo a fare i conti.
Come
se non bastassero già i mercati, gli investitori e le agenzie di rating a
punire i governi che scivolano nella finanza allegra.
Energia,
le lezioni che la guerra ci insegna.
L’attacco
di Stati Uniti ed Israele contro l’Iran viene dal cielo ma piomba dritto sui
mercati…
Le
perplessità hanno portato, nel 2024, ad un nuovo patto che, al di là delle
chiacchiere, è molto simile a quello vecchio.
Certo,
è cambiato qualche parametro, c’è più flessibilità e gradualità. Ma alla fine
il diktat resta sempre lo stesso:
emergenze o no, nel Vecchio Continente è
vietato giocare col deficit.
Il che significa che i Paesi che hanno i
margini di bilancio più stretti, come l’Italia con il suo elevatissimo debito
pubblico, devono continuare a stringere la cinghia qualsiasi cosa accada.
È ciò che serve in questo momento?
Difficile crederlo.
E qualcuno dovrebbe dirlo anche alle imprese,
che giustamente rivendicano sostegni e aiuti, e ai cittadini, che vorrebbero
sconti sulla benzina, integrazioni del reddito, più risorse per la sanità, la
scuola, le forze dell’ordine e chi più ne ha più ne metta.
Mettere sul piatto 130 miliardi per
ristrutturare “gratuitamente” le villette ed affrontare la crisi pandemica è
stato dissennato.
Come
ha spiegato un paio di giorni fa Moody’s, l’Italia sta ancora pagando il conto
dello sperpero di denaro pubblico.
Ma
anche continuare a combattere con gli zero virgola del deficit per far piacere
a Bruxelles non ha molto senso.
E
ancora …Il green sta strozzando l'industria tedesca.
Il
fantasma della deindustrializzazione aleggia in Germania.
Infatti Il fenomeno è al centro del dibattito.
Presentata
Proposta di Legge
per Vietare le Importazioni
dalle
Colonie Israeliane.
Conoscenzealconfine.it
– (19 Maggio 2026) - Stefano Baudino – Redazione – ci dice:
Vietare
in Italia l’importazione e la promozione di beni e servizi provenienti dagli
insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato, mettendo un argine
a quella che viene descritta come una violazione sistematica del diritto
internazionale, con effetti devastanti per l’economia e la popolazione
palestinese.
È
questo l’obiettivo della nuova proposta di legge depositata in Parlamento e
sostenuta dai leader di M5S, PD e AVS, nata grazie all’impegno di una
coalizione di 20 organizzazioni della società civile. Nello specifico, la
proposta prevede che il ministero degli Esteri, insieme all’Agenzia delle
Dogane, definisca criteri e controlli per individuare i prodotti provenienti
dagli insediamenti.
Secondo
il dettato della norma, sarà inoltre compito degli esportatori israeliani
dimostrare che le merci non arrivano dai Territori occupati, con possibilità di
sequestro e confisca in caso di false dichiarazioni.
La
proposta di legge arriva sulla scia di un lavoro svolto da un network di
organizzazioni della società civile che, lo scorso settembre, ha lanciato la
campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”.
Secondo”
Paolo Pezzati”, coordinatore della campagna e portavoce per le crisi umanitarie
di “Oxfam Italia”, “si tratta di una prima importante tappa lungo un percorso
che speriamo possa portare – in Italia e negli stati dell’Unione europea –
all’adozione di misure di reale divieto degli scambi commerciali con gli
insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania (compresa Gerusalemme est)”.
Pezzati ha ricordato come si tratti di “scambi
illegali secondo il diritto internazionale”, i quali hanno un costo enorme per
l’economia palestinese, aggravando la perdita di terreni agricoli, pascoli,
fonti d’acqua e infrastrutture.
Tra le
altre organizzazioni, hanno promosso l’iniziativa anche ACLI, Amnesty
International Italia, ANPI, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele,
Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia e Rete
Italiana Pace e Disarmo.
La
proposta si colloca in un quadro europeo che, secondo i promotori, sta già
cambiando:
Spagna
e Slovenia hanno introdotto misure analoghe, mentre Olanda, Irlanda e Belgio
starebbero valutando iniziative simili.
Per
gli attivisti, questa dinamica potrebbe aprire la strada a una svolta più ampia
anche a livello comunitario.
Le
organizzazioni chiedono al governo italiano di allinearsi con quanto richiesto
da tempo dalla “Corte internazionale di giustizia” e di cambiare posizione
sulla sospensione dell’”Accordo di Associazione UE-Israele”. Ha anche osservato
che l’ipotesi, avanzata da Francia e Svezia, di aumentare le tariffe sulle
merci israeliane nel mercato europeo rischierebbe di essere inefficace, perché
verrebbe compensata da nuove sovvenzioni del governo israeliano alle aziende
attive negli insediamenti.
Nel
2024, il nostro Paese ha importato da Israele beni e servizi per circa un
miliardo di euro, prevalentemente prodotti agricoli e manifatturieri, oltre a
servizi legati alla sicurezza e alla sorveglianza digitale.
Non è
possibile stabilire con precisione quanta parte di questi scambi provenga dagli
insediamenti, a causa della possibilità di eludere le politiche europee di
etichettatura.
Le
conseguenze per l’economia palestinese sono drammatiche:
perdite
complessive per miliardi di euro all’anno, un tasso di povertà salito dal 12 al
28 per cento negli ultimi due anni, e una disoccupazione raddoppiata rispetto a
ottobre 2023, arrivata al 35 per cento.
“Il
governo italiano deve smettere immediatamente di essere complice di uno Stato
che ha commesso un genocidio e mantiene un regime di apartheid ai danni del
popolo palestinese” – dichiara a L’Indipendente Stefania Ascari, deputata M5S,
sempre in prima linea per la difesa della causa palestinese.
Servono
atti concreti e questa proposta di legge è un primo passo per riportare
finalmente l’Italia dalla parte del diritto internazionale.
(Articolo
di Stefano Baudino).
(Lindipendente.online/2026/05/15/e-stata-presentata-una-proposta-di-legge-per-vietare-le-importazioni-dalle-colonie-israeliane/).
Mosca
e la Regione di Mosca
Sono
State Attaccate
Massicciamente
da Droni.
Conoscenzealconfine.it
– (18 Maggio 2026) - Biljana Stojanovic – Redazione – ci dice:
Secondo
le parole del sindaco di Mosca, 12 persone sono rimaste ferite, e ci sono anche
delle vittime.
Si
segnalano attacchi a oggetti infrastrutturali in diversi municipi della regione
di Mosca.
C’è
stato anche un tentativo di colpire la raffineria di Mosca a Kapotnja. Alcune
delle vittime sono operai di uno dei turni.
Le
autorità della regione dichiarano che nelle ultime 24 ore sono stati abbattuti
oltre 120 droni che si avvicinavano a Mosca.
A
Mutici due uomini sono morti dopo che detriti hanno colpito un edificio in
costruzione
A Chimi un drone ha colpito un’abitazione
privata: una donna è deceduta, un’altra persona si trova sotto le macerie.
A
Krasnogorsk sono stati danneggiati diversi appartamenti in un condominio.
Nel distretto di Bistra i droni hanno colpito
un condominio e sei abitazioni private; preliminarmente, quattro persone sono
rimaste ferite.
I
canali ucraini e dell’opposizione russa scrivono di un impatto sulla stazione
di pompaggio del petrolio “Solnečnogorskaja” nel villaggio di Durino.
Vengono pubblicate immagini di un incendio su
larga scala.
Negli
aeroporti di Mosca sono stati ritardati diversi voli.
Il
Ministero della Difesa della Federazione Russa ha dichiarato che in totale,
durante la notte, sopra le regioni della Russia sono stati distrutti 556 droni
ucraini.
(Articolo
di Biljana Stojanovic).
(facebook.com/biljana.stojanovic.7796/posts/pfbid02ztfkocqq7ZsrcPsMcRCF6akmNHBfzXepHvANdKAQjiVhAQHF1GtSsxvG4Pecps7ql).
Iniziato
l’Indottrinamento
Femminista
a 12.500 Bambini.
Conoscenzealconfine.it
– (17 Maggio 2026) - Luca Marco Livio – Redazione – ci dice:
A
Galatina, in provincia di Lecce, il progetto “Storie spaziali per Maschi del
Futuro” entra nella scuola primaria senza consenso informato: coinvolti 12.500
bambini in tutta Italia.
Nell’ambito
della scuola italiana, le vie del gender e del transfemminismo sono infinite.
Una
delle strade più ricorrenti per l’imposizione dell’ideologia gender sui minori,
sono i cavilli burocratici che arrivano ad aggirare il consenso informato e lo
sta facendo proprio il progetto femminista – che abbiamo denunciato qualche
settimana fa – che mira a indottrinare ben 12.500 bambini in tutta Italia.
Il
Caso a Galatina, in Provincia di Lecce.
È
quanto accaduto a Galatina, in provincia di Lecce, per la precisione
all’Istituto Comprensivo “Polo 3”.
Il
caso specifico riguarda le classi 2ª e 4ª della Scuola Primaria, presso le
quali, lo scorso 17 aprile, l’istituto ha ospitato un incontro con la
scrittrice” Francesca Cavallo”, nell’ambito del progetto “Storie spaziali per
Maschi del Futuro – Scuola Edition”.
Come
spiegato nella circolare rivolta ai genitori dalla dirigente scolastica – e che
Pro Vita ha potuto visionare – l’iniziativa didattica “si pone l’obiettivo di
offrire a bambini e bambine uno spazio sicuro per esplorare emozioni e
relazioni, liberi da stereotipi di genere”, oltre che a “promuovere
un’educazione al rispetto intesa come riconoscimento dell’altro e sviluppo
dell’empatia.
Le
storie proposte”, prosegue la circolare, “non intendono imporre risposte ma
aprire domande e mostrare che si può essere in molti modi diversi, allenando il
pensiero critico dei più piccoli”.
Genitori
Preoccupati.
L’iniziativa
ha sollevato le perplessità di molti genitori, a fronte delle quali, la scuola
ha diramato una seconda circolare, rappresentando in primo luogo “un certo
rammarico per le modalità e i toni della comunicazione pervenuta, che non
appaiono pienamente in linea con lo spirito di collaborazione scuola-famiglia
cui l’Istituzione scolastica quotidianamente si ispira, nell’esclusivo
interesse educativo degli alunni”.
Il messaggio tra le righe sembra chiaro:
le
famiglie non sarebbero in grado di determinare, da sole, cosa sia bene per i
propri figli, a differenza della scuola che, in questo caso, tende a sovvertire
il primato educativo della famiglia stessa.
Si
legge, infatti: “La complessità delle funzioni proprie della scuola richiede,
infatti, che le interlocuzioni con le famiglie si mantengano entro ambiti
coerenti con i rispettivi ruoli, così da assicurare il regolare svolgimento
delle attività istituzionali”.
Una
circolare che, quindi, “rassicura”:
“Le
iniziative educative e i progetti inseriti nell’offerta formativa
dell’Istituto, inclusi gli incontri con autori, come già asserito, sono
preventivamente esaminati e deliberati dagli organi collegiali competenti, nel
rispetto della normativa vigente e delle finalità educative proprie della
scuola”.
Le
“Rassicurazioni” della Scuola.
L’intero
progetto didattico si collocherebbe “pienamente nel quadro normativo di
riferimento”. In particolare, si sottolinea, “l’educazione al rispetto, alla
parità e alle relazioni costituisce parte integrante dell’insegnamento
dell’educazione civica (Legge n. 92/2019 e Linee guida di cui al D.M. n.
183/2024), nonché delle più recenti Indicazioni nazionali per il curricolo
della scuola dell’infanzia e del primo ciclo (D.M. n. 221/2025), che pongono al
centro lo sviluppo di competenze relazionali, empatiche e di cittadinanza “.
Nessun
Consenso Informato.
In
tale contesto, ci sembra significativo che la scuola non abbia fatto firmare
alcun modulo per il consenso informato, ma soltanto – come hanno fatto sapere
alcuni genitori – una liberatoria per l’eventuale utilizzo di immagini e
riprese video, come previsto dalla normativa in materia di tutela della
privacy.
“La
partecipazione alle attività didattiche curricolari e integrative deliberate
dagli organi collegiali non è invece subordinata alla richiesta di un consenso
specifico sui contenuti, rientrando tali attività nella programmazione
educativa e nella responsabilità professionale dei docenti”, sottolinea sempre
la scuola. Un dettaglio – fondamentale – che ci fa capire quanto sia doveroso e
urgente che il Senato approvi il prima possibile il Ddl Valditara proprio sul
consenso informato, già troppo spesso rimandato nelle ultime settimane anche a
causa dell’ostruzionismo e della volontà di boicottaggio della Sinistra.
Il
Progetto Storie Spaziali.
Come
già accennato all’inizio, è utile in questa sede ricordare che il progetto
“Storie spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition”, promosso dalla
Fondazione Libellula, si sta diffondendo in tutta Italia nelle ultime
settimane, coinvolgendo 250 scuole primarie, 12.500 alunni, 5.000 docenti e
oltre 50mila familiari, e ha come obiettivo quello di decostruire gli
stereotipi di genere e, in particolare, mira a combattere un presunto concetto
di “mascolinità tossica”.
Con la
scusa di “prevenire e contrastare la violenza di genere e ogni forma di
discriminazione”, il progetto sollecita i maschi ad “essere pionieri”, quindi a
“non aderire a un modello” ma ad “immaginarne uno nuovo, che non abbia paura
della gentilezza, della vulnerabilità e dell’ascolto”.
Ancora
una volta, alla base, c’è una fallace identificazione della mascolinità con la
violenza:
questo,
sì, è un vero stereotipo, duro a morire, che sgorga da un’ideologia sedicente
progressista ma, in realtà, dominata da nuovi e coriacei pregiudizi.
(Articolo
di Luca Marco Livio).
(provitaefamiglia.it/blog/indottrinamento-femminista-bambini-scuole-galatina-storie-spaziali).
Editoriale.
Trump
e XI ridisegnano il mondo:
l’Europa
resta spettatrice.
Lidentita.it
- Laura Tecce – (15 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:
“Se
non sei seduto a tavola allora sei nel menu”.
Una
sintesi perfetta della geopolitica contemporanea:
se non partecipi alle decisioni, saranno gli
altri a decidere per te.
E la visita di Trump a Pechino, primo viaggio
di un presidente Usa in Cina da quasi nove anni, lo dimostra con chiarezza.
Perché mentre Stati Uniti e Cina discutono il
futuro degli equilibri globali, l’Europa resta fuori dalla stanza dei bottoni.
A
qualsiasi livello:
militare, strategico e soprattutto economico.
Più che un vertice diplomatico, quello tra
Trump e XI Jinping è sembrato il consiglio d’amministrazione del nuovo ordine
economico mondiale.
Non a
caso l’Inquilino della Casa Bianca è arrivato accompagnato da una poderosa
delegazione di Ceo e top manager.
Un segnale chiarissimo:
il rapporto tra Washington e Pechino si
costruisce attraverso investimenti, tecnologia e accesso ai mercati.
“Usa? Partner, non rivali”, ha detto XI
Jinping evocando la “Trappola di Tucidide” – teoria secondo cui lo scontro tra
potenza emergente e potenza dominante conduce quasi inevitabilmente ad un
conflitto – ribadendo che “non ci sono vincitori in una guerra commerciale” e
che il rapporto tra le due superpotenze deve restare fondato sul “beneficio
reciproco”.
E
Trump ha definito XI “un grande leader”, parlando di “un futuro fantastico
insieme”.
Il
dato politico è evidente:
Washington
riconosce ormai che un disallineamento totale dalla Cina è impraticabile e
Pechino prova a trasformare l’interdipendenza economica in stabilità
strategica.
L’Europa,
invece, rischia di apparire sempre più come una potenza “normativa”, non
geopolitica:
forte
nei regolamenti, debole nella capacità di incidere.
Ha uno
dei mercati più grandi del pianeta, ma non riesce a trasformarlo
automaticamente in influenza politica globale.
Perché nella nuova grammatica del potere
mondiale vale una sola regola:
se non
siedi al tavolo dove si decidono i giochi, finirai per esserne uno spettatore. Pagante.
Cronaca.
“Sono
pronto ad agire”: in carcere recluta Isis 15enne.
Lidentita.it
– Angelo Vitale – (20 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Era
finito in una comunità, misura poi revocata. Intanto, continuava a frequentare
i canali social della radicalizzazione.
Un
“frame” tratto da un video diffuso dalla polizia in merito all'arresto di
15enne per arruolamento nel terrorismo internazionale.
La”
Digos di Firenze” ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei
confronti di un 15enne di origini tunisine, una recluta Isis.
L’accusa
formale mossa dagli inquirenti è pesantissima:
arruolamento con finalità di terrorismo
internazionale.
“Sono
pronto ad agire.”
Il
provvedimento segna un drastico inasprimento delle misure protettive.
Il
15enne rivelatosi una recluta Isis, infatti, si trovava già sottoposto a un
percorso di reinserimento dopo un primo fermo avvenuto nell’autunno scorso, un
percorso che è stato formalmente interrotto a causa della sua persistente
pericolosità.
Un “frame”
tratto da un video diffuso dalla polizia.
Le
chat sul cellulare.
A far
scattare il blitz e il conseguente trasferimento nell’istituto penale per
minorenni, le ultime evidenze emerse dal costante monitoraggio delle sue
attività digitali.
Infatti, l’analisi tecnica effettuata dagli
specialisti dell’Antiterrorismo ha rivelato che il quindicenne aveva
riallacciato i contatti con l’estremismo islamico.
L’addestramento
per lo Stato islamico.
I
contenuti visionati sul suo smartphone non hanno lasciato spazio a dubbi
interpretativi.
Accertate
interazioni costanti.
Il
minorenne aveva ricominciato a interagire attivamente con canali e “account
social” direttamente riconducibili al “Daesh”, lo “stato islamico”.
La
disponibilità a colpire.
Nelle
chat crittografate, il giovane si dichiarava esplicitamente “pronto ad agire”,
manifestando la volontà di seguire le istruzioni operative fornite da altri
affiliati.
La
pianificazione logistica.
Venivano discussi i potenziali luoghi in cui
compiere attentati e, parallelamente, il quindicenne mostrava un forte e attivo
interesse per la ricerca e il reperimento di armi.
Un “frame”
tratto da un video diffuso dalla polizia.
Dalla
comunità al carcere:
il
fallimento della messa alla prova.
La
storia giudiziaria del giovane evidenzia la rapidità dei processi di
radicalizzazione online.
Il
quindicenne era già stato intercettato dalle forze dell’ordine e, nello scorso
mese di ottobre, era stato destinatario di una misura di collocamento in
comunità.
Ciò,
proprio per le sue simpatie jihadiste e per un precedente giuramento di fedeltà
allo Stato Islamico.
Successivamente,
lo scorso marzo, il giudice aveva concesso una chance al ragazzo, revocando la
comunità e ammettendolo al regime di messa alla prova nel tentativo di
recuperarlo.
Tuttavia, il percorso di deradicalizzazione
non ha prodotto gli effetti sperati e il minorenne ha preferito rituffarsi nel
network del terrore.
Il
ruolo della cooperazione strategica antiterrorismo.
La
tempestività dell’intervento ha evitato che le intenzioni manifestate nelle
chat potessero trasformarsi in azioni concrete sul territorio nazionale.
Alla
complessa attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica
presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, ha collaborato attivamente il
“Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo”.
L’azione
interforze ha permesso di incrociare i dati di intelligence e di accelerare la
richiesta della custodia cautelare in carcere, considerata ormai l’unica misura
idonea a neutralizzare la minaccia rappresentata dal giovanissimo indagato.
Politica.
Meloni-Tajani
contro Ben Geir:
“Le
immagini del ministro sono inaccettabili”.
Lidentita.it
- Ernesto Ferrante – (20 Maggio 2026) – Redazione - ci dice:
Il
ministro israeliano si è recato al porto dove sono detenuti gli attivisti della
“Global Surud Flotilla” e li ha derisi facendosi largo tra loro.
Il
presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del Ministro degli Affari Esteri,
Antonio Tajani, con riferimento ai filmati diffusi dal ministro della Sicurezza
Nazionale di Israele, Itamar Ben-Geir, al porto di Ashdod, dove sono detenuti
gli attivisti della Global Surud Flotilla hanno definito “inaccettabili” le
immagini di Ben Geir.
“È
inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani,
vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona”, si
legge in una dichiarazione congiunta di Meloni e Tajani.
La
vergognosa condotta di Ben Geir.
Il
ministro israeliano della Sicurezza nazionale si è recato al porto dove sono
detenuti gli attivisti e li ha derisi facendosi largo tra loro.
Alcuni sono stati messi in ginocchio con le
mani ammanettate dietro alla schiena:
“Benvenuti
in Israele, qui siamo noi a comandare”, ha detto Ben Geir come si vede in un
video che lui stesso ha condiviso sui social.
“Sono
venuti con molto orgoglio e guardate come sono ridotti ora.
Non
eroi, niente. Sostenitori del terrorismo”,
ha
aggiunto l’esponente di estrema destra, che ha poi sventolato una bandiera
israeliana.
La
reazione del capo della diplomazia israeliana Saar.
Il
ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha attaccato duramente il suo
collega di governo:
“Tu
non sei il volto di Israele – ha accusato Saar – Hai volontariamente causato
danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena e non è la prima volta.
Hai vanificato sforzi enormi, professionali e
di successo compiuti da così tante persone, dai soldati dell’IDF al personale
del ministero degli Esteri e molti altri”.
Hamas:
“Depravazione morale.”
“Noi,
nel movimento di Hamas, affermiamo che le scene di tortura e umiliazione
orchestrate dal ministro criminale, fascista, sionista (Itamar) Ben-Geir,
durante l’arresto di attivisti della Global Surud Flotilla, sono espressione
della depravazione morale e del sadismo che governano la mentalità dei leader
dell’entità nemica criminale”, ha affermato Hamas in un comunicato.
Trump
e XI riscrivono il mondo:
la
fine dell’illusione globalista
lavocedelpatriota.it – (16 Maggio 2026) - Alessandro
Nardone – Redazione – ci dice:
Mentre
l’Air Force One decolla da Pechino, il mondo assiste a qualcosa che va ben
oltre un semplice vertice diplomatico tra Donald Trump e XI Jinping.
Quello
andato in scena nelle scorse ore è il certificato di morte definitivo
dell’illusione globalista nata dopo la caduta del Muro di Berlino e alimentata
per oltre trent’anni da élite politiche, finanziarie e mediatiche convinte che
il pianeta potesse essere governato attraverso organismi sovranazionali,
retorica multilaterale e mercati senza identità.
La realtà, come spesso accade, si è incaricata
di demolire la propaganda.
Alla fine, infatti, il mondo torna sempre lì:
alle
grandi potenze, agli interessi nazionali, ai rapporti di forza.
Trump
lo ha capito prima degli altri e, soprattutto, ha avuto il coraggio politico di
dirlo apertamente quando ancora buona parte dell’Occidente viveva immersa nella
favola della “fine della storia”.
Per questo motivo il vertice di Pechino
rappresenta un passaggio storico:
non
perché Stati Uniti e Cina siano improvvisamente diventati amici, ma perché le
due uniche superpotenze reali del pianeta hanno deciso di trattare da
superpotenze, mettendo sul tavolo dossier che il globalismo aveva trasformato
in mine permanenti per l’equilibrio mondiale.
Per
decenni l’Iran è stato il grande problema che nessuno voleva davvero
affrontare.
Dopo
l’11 settembre, mentre milioni di occidentali comprendevano sulla propria pelle
che il fondamentalismo islamico rappresentava una minaccia esistenziale per la
nostra civiltà, la politica internazionale preferì fingere che il cuore del
problema non fosse il regime teocratico degli ayatollah.
Si
abbatté Saddam Hussein, si invasero Afghanistan e Iraq, ma si lasciò intatto il
principale centro di destabilizzazione del Medio Oriente, quello che nel
frattempo continuava a finanziare Hamas, Hezbollah e gli Houthi, alimentando
una guerra permanente contro Israele e contro l’Occidente stesso.
Trump,
al contrario, aveva intuito già durante il suo primo mandato che senza
neutralizzare l’asse iraniano sarebbe stato impossibile costruire un Medio
Oriente stabile, economicamente integrato e capace di emanciparsi dal caos
ideologico e religioso che lo soffoca da decenni.
Gli Accordi di Abramo andavano esattamente in
quella direzione: sostituire l’odio ideologico con il pragmatismo economico e
strategico. Oggi, attraverso il dialogo diretto con XI Jinping, quel disegno
torna centrale, perché anche la Cina ha ormai compreso che sostenere
indefinitamente un regime destabilizzante come quello iraniano non conviene più
nemmeno ai propri interessi energetici e commerciali.
Ed è
proprio qui che emerge la differenza tra Trump e gran parte della classe
dirigente occidentale degli ultimi trent’anni.
Trump ragiona da uomo di potere, non da
opinionista.
Non si
muove sulla base delle categorie moralistiche con cui i media mainstream
raccontano il mondo, ma sulla base della realtà.
La realtà dice che una guerra commerciale
totale tra Stati Uniti e Cina sarebbe devastante per entrambe le economie.
La
realtà dice che Taiwan rischiava di trasformarsi nella Sarajevo del XXI secolo.
La realtà dice che la guerra in Ucraina è
diventata un gigantesco tritacarne nel quale l’Europa sta consumando il proprio
suicidio economico e industriale mentre Washington, Mosca e Pechino ragionano
già sugli equilibri del dopo-conflitto.
Per
questo il vertice di Pechino assume una portata enorme.
La
tregua sui dazi e sulle materie prime strategiche, gli accordi commerciali, la
cooperazione sul fentanile, l’intesa sui Boeing, la road-map condivisa
sull’Iran e persino la sostanziale archiviazione dello scontro sulle
responsabilità cinesi legate al Covid non sono concessioni ideologiche, ma
tasselli di un gigantesco negoziato strategico attraverso cui Stati Uniti e
Cina stanno ridefinendo il nuovo ordine mondiale.
Trump
non sta facendo il “pacifista”, come qualcuno superficialmente potrebbe
sostenere.
Sta
facendo ciò che fanno i grandi leader:
ridurre
i fronti di instabilità per concentrare la forza americana dove serve davvero.
Anche
perché il vero tema di fondo di questa fase storica non è soltanto geopolitico,
ma civile e identitario.
Mentre
l’Occidente veniva indebolito da “cancel culture”, “ideologia woke”, “fanatismo
green”, “immigrazione incontrollata” e “destrutturazione sistematica” di ogni
riferimento culturale tradizionale, Cina e potenze emergenti continuavano a
ragionare in termini classici: potenza industriale, energia, controllo delle
filiere, sovranità tecnologica, influenza geopolitica.
L’Europa,
invece, continua ostinatamente a comportarsi come una gigantesca ONG
burocratica convinta che il mondo possa essere governato con regolamenti,
procedure e dichiarazioni solenni.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
un
continente sempre più irrilevante sul piano strategico, strangolato dalla
propria ideologia e incapace perfino di difendere le sue industrie, i suoi
confini e la sua identità.
Mentre
Washington e Pechino trattano da pari a pari ridisegnando il pianeta, Bruxelles
continua a discutere di quote green, linguaggio inclusivo e nuove forme di
regolamentazione che finiscono sistematicamente per favorire i colossi
stranieri e penalizzare le economie europee.
Dentro
questo scenario Giorgia Meloni rappresenta una delle poche eccezioni europee,
perché ha compreso prima di molti altri che il tempo della subalternità
ideologica è finito e che senza il recupero del concetto di interesse nazionale
l’Europa è destinata a trasformarsi definitivamente in una periferia economica
e politica delle grandi potenze globali.
Non è un caso che la sinistra e gran parte
dell’informazione mainstream attacchino contemporaneamente Trump e Meloni:
entrambi rappresentano un ostacolo a quel
modello globalista fondato sulla progressiva cancellazione delle identità
nazionali e sulla concentrazione del potere nelle mani di organismi
sovranazionali, “Big Tech” e “grandi gruppi finanziari”.
Il
vertice di Pechino segna dunque il ritorno esplicito del bipolarismo, ma
soprattutto il ritorno della realtà dopo trent’anni di propaganda ideologica.
Gli
Stati Uniti e la Cina hanno deciso di riconoscersi reciprocamente come uniche
vere superpotenze globali.
Tutti
gli altri, piaccia o meno, restano sullo sfondo.
La
Russia esce dalla guerra ucraina fortemente indebolita e sempre più dipendente
da Pechino.
L’Europa
continua a pagare il prezzo del proprio tafazzismo politico ed economico.
E l’Occidente si trova davanti a una scelta
decisiva:
continuare
a suicidarsi inseguendo ideologie post-nazionali oppure tornare a difendere sé
stesso.
Donald
Trump, nel frattempo, continua a fare ciò che aveva promesso: sistemare le cose
(“Trump will fix it” era uno dei suoi slogan nel 2024, NdA).
Non
utilizzando la solita vuota retorica moralista, ma attraverso quella fredda
logica degli interessi nazionali che le élite globaliste hanno demonizzato per
anni e che oggi, inevitabilmente, torna a governare il mondo.
(Alessandro
Nardone).
Trump-XI,
il summit delle ambiguità:
un
incontro, due letture.
Renewablematter.eu
- Alessandra Scolarizzi – (15 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
vertice rilancia il dialogo tra USA e Cina ma dietro ai nuovi accordi
commerciali restano le fratture su Taiwan, Iran, AI e sicurezza energetica.
Chissà
se è stata la visita al tempio Cielo di Pechino, simbolo di buon raccolto e
prosperità nella tradizione imperiale cinese.
O forse semplicemente la congiuntura
internazionale e le difficoltà economiche su ambo le sponde del Pacifico.
Fatto sta che il viaggio di Trump in Cina, dal
13 al 15 maggio, il primo di un presidente statunitense dal 2017, ha dato
alcuni frutti: "ingenti ordini da Boeing", la disponibilità di
Pechino a rinnovare le licenze per l’importazione di carne bovina statunitense
e ad acquistare soia nonché maggiori quantità di petrolio e gas naturale
liquefatto (GNL).
O almeno è quanto hanno annunciato le autorità
statunitensi al termine dei colloqui con il leader cinese XI Jinping e la sua
squadra, cominciati con una sfarzosa cerimonia in piazza Tienanmen e due ore di
colloqui nella Grande Sala del Popolo.
Si
tratta di frutti destinati a maturare o a marcire nei prossimi mesi,
nell’attesa che il presidente cinese accetti l’invito di Trump negli States il
24 settembre.
Pechino
e Washington devono “essere partner, non avversari”, devono perseguire “il
successo reciproco e la prosperità comune”, ha dichiarato XI, mettendo in
chiaro però che c’è una linea rossa da non oltrepassare: la questione di Taiwan
"se gestita male" potrebbe portare le due nazioni a “scontrarsi o
addirittura entrare in conflitto, spingendo l'intera relazione sino-americana
in una situazione estremamente pericolosa", ha avvertito il presidente
cinese.
Un
summit, due letture.
Al di
là dei convenevoli, le divergenze tra i due paesi restano ampie.
Lo si
capisce anche solo dalle rispettive letture del vertice, contraddistinte da
omissioni che segnalano priorità differenti.
Ma che
al contempo lasciano alla controparte la possibilità di presentare il meeting
come un successo sia all'opinione pubblica cinese sia a quella statunitense.
"Il
summit ha definito un quadro di riferimento, anche se non credo si raggiungerà
un consenso a breve termine”, spiega a “Materia Rinnovabile” Fred Gao,
giornalista dell’emittente CGTN e curatore dell'autorevole newsletter “Inside
China”.
Soprattutto
riguardo Taiwan, che il read out statunitense nemmeno cita.
Per
Gao il punto fondamentale è che Pechino ha proposto una nuova visione per le
relazioni bilaterali basata sul concetto di "stabilità strategica
costruttiva" in quattro livelli:
stabilità
positiva con la cooperazione come pilastro fondamentale, stabilità sana con
competizione entro limiti appropriati,
stabilità costante con divergenze gestibili, e
stabilità duratura per la pace.
Questo
approccio, secondo l'esperto, suggerisce implicitamente un modello tra due
grandi potenze di pari livello, piuttosto che un ordine gerarchico guidato da
Washington.
L’aggiunta
deliberata del termine "costruttivo" indica che Pechino non si
accontenta di una gestione passiva della crisi, ma desidera una cooperazione
attiva laddove possibile, chiarisce Gao.
Le
questioni commerciali al centro dell’agenda.
Come
da attesa, gli scambi commerciali hanno dominato l’agenda. L’intenzione era
chiara anche prima della partenza dall’invito esteso alla folta schiera di
amministratori delegati statunitensi, compresi Elon Musk di Tesla e Tim Cook di
Apple.
Nonostante la tregua tariffaria concordata in
Corea del Sud a novembre, lo scorso anno le transizioni tra Stati Uniti e Cina
si sono ridotte del 29%, scendendo a 415 miliardi di dollari rispetto ai 582
miliardi del 2024.
Un
trend che, secondo il segretario al Tesoro “Scott Bessent”, le due parti
cercheranno di raddrizzare con la creazione di un nuovo ente commerciale
congiunto per gestire l’interscambio nelle “aree non critiche e non
strategiche”.
“Ci
sono settori in cui gli interessi commerciali e strategici si scontrano”,
spiega Gao citando “le biotecnologie, l'accesso al mercato dei servizi
finanziari e le rispettive dipendenze dalle catene di approvvigionamento nel
settore aerospaziale e dei veicoli elettrici”.
Il
dossier più scivoloso resta proprio la competizione tecnologica.
Nonostante la presenza del CEO di Nvidia
Jensen Huang − imbarcato sull’Air Force One in extremis − suggerisca la volontà
di dialogare, “la contesa strutturale sui semiconduttori, l'intelligenza
artificiale e i controlli sulle esportazioni non accenna a diminuire”, afferma
Gao. Stando alla Reuters, Washington avrebbe autorizzato la vendita dei chip
per l’IA H200 di Nvidia a diverse grandi aziende tecnologiche cinesi.
Ma
manca l’ok di Pechino, ormai determinato a raggiungere l’autosufficienza nei
comparti ritenuti strategici, dall’alta tecnologia alla sicurezza alimentare.
Convinzione
che potrebbe frenare l’attuazione degli accordi su soia, gas e aerei
sbandierati ieri da Trump.
Esattamente
come il Covid-19 diede alla Cina l'alibi per non acquistare i 250 miliardi di
merci e servizi statunitensi previsti dall’“accordo di fase uno”, siglato
durante il primo mandato Trump.
Taiwan,
Iran e le questioni militari.
E poi
ci sono le tensioni militari.
Nello
Stretto di Taiwan, che Washington annovera tra i principali alleati asiatici,
ma anche nel mar Cinese meridionale, dove passano alcune delle principali rotte
commerciali mondiali e che Pechino rivendica quasi interamente per sé.
“XI ha
esplicitamente auspicato un migliore utilizzo dei canali di comunicazione
politico-diplomatico e militare”, oltre a un'espansione della cooperazione in
settori quali commercio, sanità, agricoltura, turismo, scambi interpersonali e
applicazione della legge, sottolinea Gao, aggiungendo che “la ricostruzione di
questi meccanismi richiede pazienza”.
L’inclusione
nella delegazione di Pete Hester, primo segretario alla Difesa USA ad aver
partecipato a una visita di stato in Cina dal 1972, lascia intendere la volontà
di stabilizzare i rapporti militari.
Forse
anche alla luce del ritorno all’utilizzo della forza da parte di Washington:
la
cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro e l’attacco in Iran
richiedono nuove rassicurazioni dagli Stati Uniti per escludere un altro cambio
di regime.
La
prossima volta a Pechino.
Proprio
il conflitto in Medio Oriente è l’altro grande innominato. Stavolta è il
comunicato cinese a essere evasivo.
Trump,
che a marzo aveva dovuto rimandare la visita proprio a causa del conflitto,
sostiene che XI abbia promesso di non armare l’Iran e di contribuire a tenere
aperto lo stretto di Hormuz.
“In
Cina, molti ritengono che sia nel nostro legittimo interesse mantenere i legami
economici con l'Iran”, spiega a Materia Rinnovabile “Zhao Mingono”, docente di
relazioni internazionali della “Fudan University di Shanghai” nonché ex
vicedirettore del Centro studi presso il Dipartimento internazionale del
comitato centrale del Partito comunista cinese.
L'Iran
non è solo un importante partner energetico per la Cina, ma anche un paese con
un elevato volume di scambi commerciali bilaterali. Molte aziende cinesi sono
impegnate lì in progetti infrastrutturali nell’ambito della “Belt and Road
Initiative”.
Come
ricorda l’esperto, “le azioni americane contro Caracas e Teheran sono
significativamente perché svolgono un ruolo cruciale nella strategia di
sicurezza energetica a lungo termine della Cina.
Entrambe
le nazioni garantiscono un accesso diversificato alle risorse di petrolio e
gas, contribuendo a ridurre la sua dipendenza da rotte di approvvigionamento
più instabili o strategicamente limitate”.
Crisi
energetica? La Cina scommette sull'idrogeno.
Renewablematter.eu
– Giorgia Marino – (27 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Mentre
l’Europa rallenta, Pechino rilancia con un piano industriale da miliardi di
yuan per rendere l’idrogeno verde competitivo e rafforzare la propria sicurezza
energetica.
Nel
campo dello sviluppo tecnologico la Cina non lascia mai strade inesplorate, e
anche quando gli altri sembrano abbandonare i sentieri più difficili, non
demorde e va avanti.
L’idrogeno verde è un perfetto esempio di
questa filosofia:
mentre in Europa l’entusiasmo attorno a questa
tecnologia sembra essersi spento, Pechino rilancia con un nuovo piano
quadriennale presentato lo scorso 16 marzo.
Il
governo ha annunciato che selezionerà cinque cluster urbani, che potranno
ricevere ciascuno fino a 1,6 miliardi di yuan di incentivi (circa 232 milioni
di dollari) per realizzare programmi pilota e raggiungere entro quattro anni i
target stabiliti per l’implementazione della filiera.
Gli
obiettivi sono molto concreti, e riguardano i due problemi principali del
settore idrogeno, ovvero il raggiungimento di una produzione effettivamente
sostenibile sia dal punto di vista ambientale che da quello economico.
Fra
gli indicatori principali che valuteranno la riuscita del piano c’è il prezzo
dell’idrogeno al consumo, che Pechino spera di portare sotto i 25 yuan al
chilogrammo entro il 2030, rispetto agli attuali 35-50 yuan.
Si
allarga l’orizzonte per l’idrogeno verde.
Il
piano rappresenta un cambio di passo significativo rispetto alle politiche
precedenti, che si concentravano quasi esclusivamente sul settore dei
trasporti.
Il
nuovo programma allarga l'orizzonte:
accanto
ai veicoli a celle a combustibile, vengono incluse applicazioni industriali
come l'ammoniaca verde e la decarbonizzazione della produzione di acciaio,
oltre a settori emergenti come la navigazione marittima, l'aviazione e le
attività minerarie.
È un
segnale chiaro che l'idrogeno non è più considerato una scommessa di nicchia,
ma una leva strutturale della politica energetica cinese.
Sul
fronte dei trasporti, la Cina può già vantare il primato mondiale: quasi 40.000
veicoli a celle a combustibile e 574 stazioni di rifornimento operative a fine
2025.
Il
programma fissa ora l’obiettivo ambizioso di 100.000 veicoli entro il 2030, ma
riconosce un nodo irrisolto:
la dipendenza dai sussidi pubblici.
Il
caso di Fishman, nella provincia del Guangdong, è emblematico:
i bus a idrogeno sono stati ritirati dal
servizio dopo la scadenza degli incentivi locali, perché i costi di
rifornimento rimanevano insostenibili senza supporto statale.
La
sostenibilità economica, si diceva, è quindi al centro del nuovo approccio.
Se
l’intenzione di Pechino è di far scendere i prezzi sotto la soglia dei 25
yuan/kg, per le aree con elevato potenziale di energie rinnovabili si spera di
arrivare addirittura a 15 yuan/kg, una soglia che, se raggiunta, renderebbe
l'idrogeno verde competitivo su scala commerciale anche senza sussidi
strutturali.
Sul
versante ambientale, il programma introduce poi criteri stringenti per la
definizione di "green", vietando l’etichetta per progetti di
ammoniaca o metanolo derivati dal carbone, e incoraggiando invece la produzione
di idrogeno direttamente collegata a impianti eolici e solari, anche off-grid.
Un
approccio che punta a garantire l'integrità della filiera, evitando il rischio
di greenwashing sistemico.
Rafforzare
la sicurezza energetica in tempi incerti
A
orientare i piani del governo cinese verso l'idrogeno non è però solo
l’obiettivo della decarbonizzazione.
La guerra in Iran e la chiusura dello Stretto
di Hormuz hanno reso prioritaria per Pechino la questione della sicurezza
energetica. Nonostante per il momento la Cina sembri avere sufficienti scorte
strategiche per non subire contraccolpi, ridurre la dipendenza dalle
importazioni di petrolio e gas impone di non tralasciare nessuna possibile
soluzione alternativa.
L'idrogeno, in quest'ottica, rappresenta una
fonte energetica domestica e rinnovabile, capace di diversificare
l'approvvigionamento e rafforzare l'autonomia del paese.
Non è un caso che l’annuale relazione
sull’attività del governo, presentata dal premier Li Qiang durante le Due
Sessioni, identifichi l'idrogeno e i combustibili verdi tra le industrie del
futuro, affiancandoli alla creazione imminente di un fondo nazionale per la
transizione a basse emissioni di carbonio.
La
Cina si trova, secondo un funzionario del Ministero dell’IIT citato da Dialoga
Earth, a un "punto di svolta" per il dispiegamento su larga scala
dell'idrogeno.
Le infrastrutture ci sono, la volontà politica
anche.
La
sfida ora è trasformare la promessa tecnologica in un modello economico capace
di reggersi sulle proprie gambe.
Trump-XI,
l’Europa resta a guardare.
Nicolaporro.it - Giulio Galetti – (17 Maggio
2026) – Redazione – ci dice:
Finito
il summit di Pechino, è scattato il rito e Il dibattito si è appiattito su un
registro calcistico, come se Trump e Ii si fossero sfidati in una finale di
Coppa del Mondo.
I commentatori si sono divisi con proterva
indifferenza per i fatti, che raccontano una storia più sobria, quella di un
pareggio strutturale e inevitabile.
Chi si
ferma alla forma, alle strette di mano, ai toni melliflui delle dichiarazioni
congiunte, può pensarla altrimenti, ma la sostanza è altrove, e non potrebbe
essere altrimenti.
Usa e
Cina da sole generano quasi la metà dell’economia globale nominale, con gli
Stati Uniti che contribuiscono per circa il 27% e la Cina per il 17% del PIL
mondiale.
Il
summit arriva dopo un conflitto commerciale parossistico: dazi americani fino
al 145%, embargo cinese sulle terre rare, in una escalation simmetrica e
autolesionista.
L’accordo
di Ginevra di maggio 2025 aveva aperto una tregua da 90 giorni.
Poi Busan, poi la Corte Suprema Usa ha
dichiarato incostituzionale parte dei dazi IEEPA, limandoli al 29,7%. Al tavolo
siedono anche i vertici delle maggiori corporations americane: Tesla, Apple,
BlackRock.
La
loro presenza è il segnale più eloquente che nessuna retorica protezionistica
ha reciso i fili che tengono insieme le due economie.
La
chiave analitica è l’interdipendenza strutturale.
La Cina ha bisogno del mercato americano, del
dollaro come lubrificante degli scambi, della libertà di navigazione.
L’America dipende dalle terre rare cinesi, dai
microchip taiwanesi, dalla catena manifatturiera che Pechino controlla.
Quando
Trump tassa al 145%, XI risponde con l’embargo sulle terre rare.
Entrambi si fanno del male.
Tertium non datur.
HORMUZ.
Punto
cogente di convergenza:
lo
Stretto deve restare aperto.
XI ha
dichiarato interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la
dipendenza dalla rotta.
La
Cina paga un prezzo esiziale ogni volta che i passaggi energetici si chiudono.
L’Iran è un problema condiviso:
né Washington né Pechino possono permettersi
un Golfo Persico imprevedibile.
TAIWAN.
Qui le
retoriche si separano.
XI ha avvertito:
“Conflitti se il tema fosse mal gestito.”
È la
linea rossa su cui nessun leader cinese può tergiversare senza perdere
legittimità interna.
Trump
l’ha lasciata nel verbale senza raccoglierla. Pragmatismo o acquiescenza?
La
distinzione è dirimente ma (per ora) non chiarita.
LE
CREPE INTERNE.
La
superficie levigata di Pechino occulta fratture serie: disoccupazione giovanile
oltre il 20%, crollo immobiliare, decapitazioni ai vertici militari ben oltre
le mitiche purghe di Mao.
Le
debolezze americane sono esibite nella trasparenza un po’ caotica tipica delle
democrazie.
Quelle
cinesi, invece, vengono censurate, sottratte sistematicamente.
L’attivo commerciale da 1.200 miliardi è il
tallone d’Achille della “Fabbrica del mondo”:
se i
mercati si contraggono, la fabbrica rallenta e soffre prima (e più) di
chiunque, nella catena del valore.
I RISULTATI
DI TRUMP.
Sul
piano dei risultati Trump porta a casa qualcosa.
La Cina ha acquistato 200 aerei Boeing, primo
ordine di jet commerciali americani dai tempi di Obama.
Pechino
si è impegnata su acquisti agricoli ed energetici nei prossimi tre anni: soia,
petrolio, gas naturale liquefatto.
Sul
dossier Iran la convergenza è significativa:
entrambe
le parti concordano che Hormuz deve restare aperto e che Teheran non potrà mai
dotarsi di armi nucleari.
Infine
XI ha accettato l’invito alla Casa Bianca per il 24 settembre, ovvero un
segnale di stabilizzazione del canale diplomatico che un anno fa sembrava
impensabile.
IL
VERDETTO DEI MERCATI.
Wall
Street in rosso, borse europee in netto calo.
I “fantastici accordi commerciali” rivendicati
da Trump sull’Air Force One sono in realtà poca cosa rispetto alle attese.
Lo stesso Trump ha ammesso che di dazi “non
abbiamo parlato”:
la proroga della tregua oltre novembre resta
in standby. Andrew Wilhelm di Control Risks ha così sintetizzato:
“La
Cina gestisce gli Stati Uniti più con la deterrenza che con le concessioni.”
È la
descrizione di un rapporto di forza che il summit ha reso visibile a chiunque
guardasse oltre le strette di mano.
Permane
a valle di questo Summit, la sensazione di essere al cospetto di una diarchia
instabile tra due superpotenze esposte, condannate a compromessi continui,
ciascuna ossessionata dall’altra.
Attorno
a questo asse l’Europa, che avrebbe titolo per sedersi al tavolo con il 23% di
PIL, contempla la scena con la consueta, elegante impotenza.
(Giulio
Galetti).
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