Attuale modello di sviluppo economico imperante.

 

Attuale modello di sviluppo economico imperante.

 

 

 

L’IA nel turismo corre, ma non

per tutti: la mappa italiana e globale.

Agendadigitale.eu – (8 mag. 2026) - Francesco Ciuccarelli - Chef Innovation & Technology Office, Alpitour World – ci dice:

 

L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella fase industriale del turismo, ma non tutti gli operatori corrono alla stessa velocità. Piattaforme globali, compagnie aeree e grandi gruppi avanzano su assistenza, pricing e automazione, mentre molte realtà italiane restano tra sperimentazione e primi pilot.

L’intelligenza artificiale nel turismo ha superato la fase sperimentale, ma procede a velocità molto diverse lungo la filiera. I dati del 2025 e dei primi mesi del 2026 raccontano un passaggio netto.

 

Le piattaforme globali sono già in produzione industriale, con impatti a due cifre su fatturato, produttività e costi. Il tessuto italiano, invece, resta in larga parte alla finestra: consapevole del cambiamento, ma con quote di adozione ancora a una cifra.

Di seguito proviamo a disegnare la mappa del cambiamento in corso lungo due assi — le tipologie di applicazione e i segmenti della filiera — incrociando casi internazionali e italiani. L’obiettivo è offrire ai decisori una mappa per orientarsi e orientare le proprie strategie di adozione.

 

Indice degli argomenti.

Otto applicazioni, otto velocità diverse.

Dove l’AI agenzia è già operativa.

Trip planning e prenotazione agenzia, la frontiera contesa.

Non tutti corrono alla stessa velocità.

Il caso italiano, fra picchi e divario.

Tre criticità da governare.

La disintermediazione.

La responsabilità legale.

La conformità normativa.

L’AI agenzia premia chi ha già fatto i compiti.

Otto applicazioni, otto velocità diverse.

Le applicazioni dell’AI nel turismo si possono raggruppare in otto grandi famiglie — trip planning, prenotazione agenzia, assistenza al cliente, pricing e revenue management, marketing e CRM, operazione, esperienza in destinazione, generazione di contenuti — distribuite in modo non omogeneo su sei segmenti di filiera: OTA, catene alberghiere, hotel indipendenti, compagnie aeree, tour operator e agenzie di viaggio, DMO territoriali.

 

McKinsey e Skiff, nel rapporto Mapping Travel with Agenti AI (settembre 2025), segnalano la svolta con due numeri: le menzioni di AI nei bilanci delle prime 200 travel company quotate sono passate dal 4% del 2022 al 35% del 2024, mentre il capitale di rischio destinato alle startup di AI travel è salito dal 10% al 45% del totale nel primo semestre 2025. Se il 90% dei top manager dichiara di usare l’AI generativa, però, appena il 2% ne fa un uso “diffuso” in ambito agenti. Siamo, in sostanza, nel pieno della valle della disillusione di Gartner per la GEN AI classica e sul picco delle aspettative per quella agenzia.

 

 

Dove l’AI agenzia è già operativa.

Due domini, oggi, hanno raggiunto la scala industriale: l’assistenza al cliente e il revenue management. Expedia gestisce 143 milioni di conversazioni l’anno con il proprio agente di assistenza, risolve oltre la metà delle richieste senza intervento umano e registra un indice di soddisfazione doppio rispetto al canale vocale (EXPLORE 2025; risultati del terzo trimestre 2025). Pericline Penny fa risparmiare quasi dieci minuti per pratica rispetto a un operatore (Winter Release 2024). Make My Trip, in India, gestisce con l’assistente Myra oltre 55.000 conversazioni al giorno nelle principali lingue locali, riducendo del 45% il carico sugli operatori umani (Microsoft Azure OpenAI, 2025).

 

Sul pricing la storia non è diversa. Delta Air Lines, in partnership con Fletcher, porterà entro fine 2025 dal 3% al 20% le tariffe domestiche gestite da un motore generativo (risultati del secondo trimestre 2025). Royal Caribbean dichiara che oltre il 90% dei 15 milioni di prezzi quotati ogni giorno passa dall’AI (Jason Liberty, Skiff Global Forum 2025). PROS e Lufthansa, insieme, hanno più che raddoppiato l’incremento di ricavi rispetto ai sistemi tradizionali, dal 2,3% al 5,2%. Marriott, infine, assegna 1,2 milioni di camere al giorno in pochi secondi (BCG-NYU, AI-First Hotels, marzo 2026).

 

Trip planning e prenotazione agenzia, la frontiera contesa.

Nel trip planning la corsa è generalizzata ma gli effetti sul conto economico restano difficili da quantificare. L’elenco delle soluzioni si allunga di mese in mese: Booking AI Trip Planner (giugno 2023), Tripadvisor AI — i cui utenti coinvolti generano un fatturato due-tre volte superiore alla media —, Romei e Trip Matching di Expedia, Kayak AI Mode (ottobre 2025), Hilton AI Stay Planner, l’integrazione di IHG su Google Vertex e Gemini, Trip Genie di Trip.com.

 

L’adozione lato consumatore è esplosa: negli Stati Uniti il 30% dei viaggiatori usa ChatGPT “estensivamente” per pianificare (+124% in un anno, Skiff 2025) e il 56% ha fatto ricorso all’AI almeno una volta negli ultimi dodici mesi (Phocuswright, AI Surge, marzo 2026). In Italia l’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano registra un salto analogo, dal 15% del 2024 al 33% del 2025, con l’85% degli utilizzatori che giudica l’AI utile o perfino fondamentale.

 

La prenotazione agenzia – quella che accompagna il viaggiatore dall’ispirazione al biglietto – è ancora ai primi passi. A febbraio 2026 Sabra, PayPal e Minatori hanno annunciato la prima pipeline agentiva capace di coprire 420 compagnie aeree e due milioni di strutture, con lancio previsto nel secondo trimestre; a gennaio 2025 OpenAI Operator era partito con Booking, Pericline, Kayak, Expedia e Tripadvisor. Ma il divario di fiducia è strutturale: solo il 2% dei viaggiatori è disposto a lasciare all’AI l’autonomia completa sulla prenotazione (Skiff State of Travel 2025). Expedia rileva che il 53% dei consumatori si trova a suo agio nel ricevere suggerimenti; ma ad arrivare a prenotare tramite chatbot è però appena il 3%.

 

Non tutti corrono alla stessa velocità.

Ho provato a riassumere in una matrice livello di maturità di ciascun segmento del settore Travel, per tipologia applicativa. Si legge a colpo d’occhio il divario fra piattaforme globali, che hanno industrializzato alcune applicazioni, e segmenti più fragili — strutture indipendenti e agenzie di viaggio — ancora ai primi studi o ferme a qualche pilota.

 

 

Il caso italiano, fra picchi e divario.

In Italia il quadro è polarizzato. L’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano restituisce una fotografia impietosa: fra le strutture ricettive solo l’1% dichiara un uso completo dell’AI, il 12% è in sperimentazione; le agenzie salgono al 6% di uso completo e al 29% di sperimentazione (edizione 2025).

 

L’edizione 2026 indica che appena il 13% dei fornitori di esperienze outdoor e il 14% delle agenzie investe in progetti AI strutturati. I dati ISTAT Imprese e ICT 2025 confermano lo squilibrio a livello di sistema: il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti usa l’AI — quasi il doppio dell’anno prima — ma il divario tra PMI e grandi imprese resta di 37 punti percentuali (14% contro 53,1%).

 

 

Fra i grandi operatori, i casi italiani più maturi sono: MSC Crociere con ZOE, l’assistente vocale in sette lingue operativo dal 2019; ITA Airways, che ha esteso SITA Opti light all’intera flotta per risparmiare 7.100 tonnellate di carburante e 22.100 di CO₂ nel biennio 2025-2026; il Gruppo FS, che ha portato Microsoft 365 Copiloti a 50.000 dipendenti (novembre 2025) e attraverso FSTechnology sta costruendo una Foundation agentiva unificata. Tra gli altri, meritano una menzione Bluse rena, che ha messo in produzione CORA in un contact center da 2.500 chiamate al giorno, e The Data Appeal Company che ha lanciato a Phocuswright San Diego 2025 il primo strumento di destinazioni management con logica agentiva.

 

In Alpitour World tutto è partito con un percorso di trasformazione digitale pluriennale. La cornice è il “programma innova”: 20 milioni di euro, oltre cento professionisti, sei aree di lavoro.

 

L’automazione di processo permette già oggi di classificare oltre due milioni di email l’anno in arrivo dalle agenzie, con affidabilità superiore all’80%. Alpi GPT è la piattaforma interna dei nostri ‘travel editor’. A ottobre 2025 abbiamo completato con Kyndryl la migrazione del mainframe su AWS — sedici mesi, 850 batch, 110 persone — aprendoci l’accesso ad Amazon Brock e ai modelli agentivi. Nella nostra Software Fattori impieghiamo Claude di Antropica. Sul piano della governance abbiamo avviato la certificazione ISO 42001 e un presidio integrato su otto aree, sotto la responsabilità congiunta di CITO e CISO; infine, i due riconoscimenti ai Net comm. Award 2025 sono un segnale che la direzione è quella giusta. E il rischio della non-azione, oggi, è più grande del rischio dell’azione.

 

Tre criticità da governare.

Sarebbe però un errore leggere questa trasformazione solo come opportunità. L’adozione dell’IA agentiva porta con sé almeno tre criticità strutturali che già oggi stanno condizionando le scelte di chi opera nel settore.

 

La disintermediazione.

Serer Interactive misura un crollo del 61% del tasso di clic organico sulle ricerche che generano un AI Oversize; nel travel il traffico di riferimento dalla ricerca è sceso del 20% anno su anno (Similare, giugno 2025). A ottobre 2025 Booking Holdings ha svalutato il marchio Kayak per 457 milioni di dollari; pochi mesi dopo, a febbraio 2026, anche Tripadvisor — per voce dell’amministratore delegato Matt Goldberg — ha ammesso un calo riconducibile agli AI Oversize. In Italia questi ultimi sono attivi da febbraio 2025 e hanno già prodotto cali di traffico informativo fra il 30% e il 40%.

 

La responsabilità legale.

La sentenza Muffat contro Air Canada (BCCRT, febbraio 2024) ha fatto scuola e ha stabilito un principio importante: un chat bot è a tutti gli effetti parte dell’azienda, non un’entità terza. Quando il modello produce allucinazioni, i rischi reputazionali e giuridici ricadono sul brand.

 

La conformità normativa.

Dall’agosto 2026 l’EU “AI Act “si applicherà ai sistemi ad alto rischio, con sanzioni che possono arrivare a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato globale. Gli ambiti toccati sono molti: chatbot (obblighi di trasparenza), biometria in hotel, sistemi di scoring e, in alcune configurazioni, persino la tariffazione dinamica.

 

L’AI agentiva premia chi ha già fatto i compiti.

La lettura incrociata dei casi – e la mia esperienza in Alpitour World – suggerisce una lettura che non dovrebbe sorprendere nessun leader della tecnologia. L’AI agentiva non è un ‘prodotto da scaffale’: è una capacità che matura a valle di una trasformazione digitale già ben avviata. Cloud scalabile, architetture dati proprietarie e leggibili dalle macchine, processi ripensati dall’inizio alla fine, competenze di prodotto e di ingegneria del dato, una governance attenta al rischio e alla conformità: sono questi (e non l’ultimo modello di turno) i veri abilitatori. Non è un caso che Booking, Expedia, Marriott, Accor, Royal Caribbean abbiano iniziato da anni a industrializzare la personalizzazione e a costruirsi piattaforme native per il cloud: raccolgono oggi, a due cifre, i ritorni dello strato agenetico innestato su quelle fondamenta.

 

Sul fronte italiano il messaggio è ambivalente. I grandi operatori — Alpitour World, FS, MSC, ITA — e le DMO più avanzate hanno superato la soglia del pilota proprio perché cloud, dati e processi li avevano già messi in ordine; il tessuto medio-piccolo, dove la trasformazione digitale è ancora parziale, fatica per la stessa ragione a prendere l’onda. E qui emerge uno degli ostacoli più difficili da superare: nessun operatore, nemmeno fra i grandi, può affrontare da solo questa nuova fase di trasformazione tecnologica. Il futuro del settore si giocherà negli ecosistemi: alleanze fra industria consolidata, startup e piattaforme tecnologiche capaci di mettere a fattor comune dati, capitale e competenze.

(Francesco Ciuccarelli.)

(Chef Innovation & Technology Office, Alpitour World).

 

 

 

 

 

Scenario.

Competitività europea e sovranità,

cosa manca davvero alle startup Ue.

Agendadigitale.eu – (1°aprile 2026) - Daniele Viappiani – Redazione – ci dice:

 

La resilienza tecnologica non nasce dal controllo del mercato ma da ecosistemi capaci di attrarre talenti e capitali.

 Per competere davvero, l’Europa deve ridurre la frammentazione normativa e rafforzare le condizioni che permettono alle startup di crescere su scala globale.

 

L’inasprirsi delle tensioni geopolitiche e la conseguente frammentazione delle catene di approvvigionamento hanno riportato in auge una tematica d’importanza critica per i governi internazionali:

la resilienza tecnologica.

 I governi europei in particolare si chiedono come costruire ecosistemi startup capaci di generare crescita in modo costante.

La risposta non risiede in riforme isolate, bensì nella costruzione di sistemi competitivi, capaci di rinnovarsi anche sotto pressione.

In questo contesto si pongono gli sforzi dell’Europa di creare una sovranità digitale.

Purtroppo, invece di scegliere un percorso che promuova la scelta e la concorrenza, i tentativi per ora sono incentrati sul controllo del mercato.

 

Per creare un ecosistema performante occorre invece concentrarsi sui principi fondamentali di cui i mercati hanno bisogno per prosperare:

infrastrutture, talenti, capitale privato e riduzione degli oneri normativi.

La Silicon Valley offre un esempio in tal senso.

 

 

Indice degli argomenti:

La competitività europea parte da mercati che sanno reagire.

Perché la competitività europea vale più dell’autonomia formale.

Competitività europea e innovazione: i punti di forza da attivare.

Come la competitività europea dipende da capitale e scala.

Norme e frammentazione: il freno alla crescita delle startup.

La sfida finale della competitività europea.

La competitività europea parte da mercati che sanno reagire.

Negli ultimi vent’anni infatti, la Silicon Valley ha attraversato numerosi cicli di “boom and buste”, compresi il crollo delle dot-com, la crisi finanziaria globale del 2008 e una pandemia mondiale.

Ogni episodio ha prodotto contrazione, ma ha anche creato le condizioni per la reinvenzione.

La caratteristica distintiva della Silicon Valley non è l’espansione ininterrotta, ma la capacità di comprimersi, ricalibrare e poi accelerare di nuovo con slancio da fenice.

 

Nel dibattito politico europeo attuale sono emerse tre dimensioni della sovranità:

 

la sovranità dei dati, ovvero dove risiedono i dati;

la sovranità operativa, ovvero chi controlla la crittografia, le patch e il personale;

la sovranità strategica/legale, ovvero quale giurisdizione governa e se i governi stranieri possono imporre l’accesso.

Le prime politiche dell’UE si sono concentrate quasi esclusivamente sul punto primo;

il dibattito attuale sta spingendo verso progressi sui punti secondo e terzo.

 Il miraggio di una effimera sovranità tecnologica rischia di andare a discapito di una vera competitività e resilienza economica.

 

Perché la competitività europea vale più dell’autonomia formale.

L’impulso europeo a ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera può essere riconducibile a una preoccupazione legittima.

 Da tempo i Paesi si interrogano sulla sovranità e sulla sicurezza nei settori strategici.

Solo pochi anni fa, le preoccupazioni dei paesi europei riguardavano soprattutto la produzione alimentare, la generazione di energia, le industrie pesanti e altri comparti.

 Oggi si tratta di “cloud” e “AI”.

 

Il riflesso politico di ridurre la dipendenza attraverso mandati, l’incentivazione di campioni nazionali e oneri normativi è tuttavia destinato a rivelarsi controproducente.

 La vera resilienza economica può essere raggiunta solo attraverso la concorrenza e mercati privati dinamici.

 L’Europa rischia di risolvere un problema geopolitico infliggendosi un problema economico.

 

Competitività europea e innovazione: i punti di forza da attivare.

In Europa, gli ingredienti per l’innovazione esistono:

la regione dispone di un’infrastruttura di connettività relativamente buona rispetto ad altre regioni (ad esempio copertura in fibra ottica completa, 4G e 5G), e ci sono molteplici università e istituti di ricerca di livello mondiale oltre a un profondo bacino di talenti in ogni settore.

Eppure, nonostante l’imprenditoria in fase iniziale si sia sviluppata significativamente negli ultimi anni, l’Europa ha faticato a tradurre questi punti di forza in aziende tecnologiche paragonabili alle maggiori realtà americane.

 

La mobilità dei talenti è una chiave di volta necessaria per raggiungere quella resilienza economica e competitività nei settori tecnologici di avanguardia.

Negli Stati Uniti, la remunerazione basata su azioni è un meccanismo consolidato per allineare i dipendenti alle performance aziendali.

 Le persone entrano nelle startup con l’aspettativa che la partecipazione azionaria possa generare ricchezza significativa se l’azienda ha successo.

In molte giurisdizioni europee, tuttavia, gli incentivi azionari sono tassati in modo meno favorevole o trattati in modo incoerente, riducendone l’attrattività.

 

Come la competitività europea dipende da capitale e scala.

Sebbene l’Europa continui a produrre startup promettenti, solo poche maturano in aziende piattaforma globali che dominano il “cloud computing”, l’”intelligenza artificiale” o le “infrastrutture digitali”.

Gli interventi diretti dei governi per selezionare e sussidiare i vincitori sono destinati al fallimento, poiché le aziende tecnologiche, per avere successo, devono conquistare gli utenti e navigare pressioni competitive.

 

Oltre a un mercato dei talenti fiorente, al centro della durabilità della Silicon Valley c’è il venture capital.

 I “venture capitalisti” (VC) non si limitano a fornire finanziamenti, ma plasmano le strutture di governance, forniscono incentivi alla ricerca e alimentano l’ambizione dei giovani talenti.

Offrono consulenza strategica, supervisione del consiglio di amministrazione, supporto al recruiting e accesso a reti che aiutano le aziende giovani a maturare rapidamente.

 

Negli Stati Uniti, le aziende finanziate da venture capital rappresentano una quota sostanziale del valore di mercato azionario e coprono una quota notevole degli investimenti privati in ricerca e sviluppo.

 I fondatori operano in stretta prossimità con investitori esperti, imprenditori seriali e operatori qualificati, il che consente alla conoscenza di circolare liberamente.

 Per l’Europa, espandere il venture capital non significa semplicemente aumentare i finanziamenti nelle fasi iniziali.

 L’intera scala dei finanziamenti deve essere rafforzata, in particolare nelle fasi avanzate, dove le aziende necessitano di capitali significativi per competere a livello globale.

Il Venture Capital è reso possibile dalla presenza di investitori istituzionali, come fondi pensione, dotazioni universitarie e fondazioni, i quali forniscono il capitale necessario per investimenti ad alto rischio e a lungo termine nelle startup.

 Lo sviluppo di questi mercati dei capitali è una condizione necessaria affinché il venture capital possa svilupparsi in Europa.

 

Norme e frammentazione: il freno alla crescita delle startup.

Infine, la frammentazione dell’ecosistema europeo obbliga le startup a navigare tra molteplici sistemi legali, regimi fiscali e quadri normativi. Complessivamente, queste barriere creano attrito che rallenta l’espansione e complica la pianificazione strategica.

Le imprese europee già navigano tra l’”AI Act”, il “GDPR”, “NIS2”, “DORA”, il “Data Act” e un” patchwork di framework nazionali di certificazione cloud”.

Aggiungere un “Cloud and AI Development Act”, uno schema “EUCS “riveduto e preferenze di acquisto “Buy Europea” non è una strategia favorevole al successo, ma una favorevole al fallimento.

Questo perché i grandi incumbent riescono ad assorbire l’impatto dei nuovi requisiti, mentre i concorrenti più piccoli e innovativi non possono.

 

Il meccanismo del “punteggio di sovranità” nell’”EU Cloud Sovereignty Framework”, ad esempio, seppur ben intenzionato, rischia di diventare un fossato burocratico:

 otto dimensioni, quattro livelli di garanzia, amministrato da autorità appaltanti prive sia delle competenze sia dell’incentivo ad applicarlo rigorosamente.

Questo rafforza il labirinto della compliance più che la sicurezza reale o la tecnologia.

La sfida finale della competitività europea.

La forza duratura della Silicon Valley risiede nell’accettazione della volatilità come elemento intrinseco dell’innovazione, rendendola un ecosistema capace di assorbire gli shock e continuare a evolversi.

Per l’Europa la sfida non è la mancanza di idee o talenti, bensì la costruzione di framework finanziari, normativi e culturali che consentano alle startup di scalare, fallire, rialzarsi e ricominciare.

(Daniele Viappiani - Portfolio Manager GC1 Ventures).

 

 

 

 

 

Basta dire “green”.

Ora bisogna dimostrarlo!

Dife.it - Redazione Tutto Ambiente – (11 maggio 2026) – ci dice:

 

Dal 2026 le imprese dovranno dimostrare con dati, prove e trasparenza ogni dichiarazione ambientale:

 il nuovo Decreto contro il “greenwashing” cambia le regole della comunicazione “green”.

 

Il 24 marzo 2026 è entrato in vigore il D.L.vo 30/2026, che recepisce una Direttiva europea pensata per contrastare il cosiddetto “greenwashing”, cioè tutte quelle comunicazioni che fanno sembrare un prodotto o un’azienda più sostenibili di quanto siano davvero.

Anche se le nuove regole si applicheranno concretamente dal 27 settembre 2026, è importante iniziare fin da subito a capire cosa cambia, soprattutto per le imprese che producono rifiuti e che sempre più spesso comunicano impegni ambientali.

L’obiettivo del Decreto è piuttosto chiaro:

evitare che i consumatori vengano ingannati da messaggi ambientali poco chiari o non verificabili.

Negli ultimi anni è diventato molto comune vedere termini come “green”, “eco” o “sostenibile” usati nella comunicazione aziendale, ma spesso senza un reale contenuto concreto.

 Il legislatore è quindi intervenuto per mettere ordine, chiedendo alle imprese maggiore trasparenza e responsabilità.

 

Uno degli aspetti più importanti riguarda proprio le dichiarazioni ambientali, cioè tutto ciò che un’azienda dice sui propri prodotti o servizi in relazione all’ambiente.

 Con le nuove regole, queste affermazioni devono essere basate su dati reali, verificabili e supportati da evidenze scientifiche.

Non basta più dire che un prodotto è “ecologico” o “a basso impatto”:

 bisogna essere in grado di dimostrarlo con numeri, studi o certificazioni. Per coloro che gestiscono rifiuti, questo ha implicazioni concrete.

Ad esempio, se un’azienda dichiara di aver ridotto l’impatto ambientale dei propri processi o di aver migliorato la gestione dei rifiuti, dovrà essere in grado di dimostrare questi risultati in modo chiaro e documentato.

Non si tratta solo di evitare errori, ma di cambiare proprio approccio: la sostenibilità non può più essere solo una leva di marketing, ma deve riflettere scelte reali e misurabili.

Il Decreto introduce anche definizioni più precise, come quella di “asserzione ambientale” e di “marchio di sostenibilità”.

Questo serve a evitare ambiguità e a rendere più chiaro cosa si può dire e come lo si può dire.

 Allo stesso tempo, viene data maggiore importanza a caratteristiche come la durabilità e la riparabilità dei prodotti, elementi sempre più rilevanti per valutare la sostenibilità complessiva.

 

Un altro punto chiave riguarda la trasparenza.

Le imprese devono rendere facilmente accessibili le informazioni che stanno alla base delle loro dichiarazioni ambientali.

Questo può avvenire, ad esempio, tramite “QR code”,” link a documenti tecnici” o altre “soluzioni digitali”.

 In pratica, chi legge un “clami ambientale” deve avere la possibilità di verificarlo in modo semplice e immediato.

 

Le nuove regole non riguardano solo la comunicazione, ma hanno effetti anche sull’organizzazione interna delle aziende.

Sarà necessario coordinare meglio le diverse funzioni aziendali, come marketing, ufficio tecnico e compliance, per assicurarsi che tutto ciò che viene comunicato sia coerente con la realtà.

Questo significa, ad esempio, raccogliere e aggiornare in modo sistematico i dati ambientali, e in alcuni casi affidarsi a verifiche da parte di soggetti terzi indipendenti.

Per molte imprese, soprattutto quelle che gestiscono e trattano rifiuti, questo può rappresentare una sfida ma anche un’opportunità.

Adottare un approccio più strutturato alla sostenibilità può infatti migliorare l’efficienza dei processi, ridurre i rischi e rafforzare la credibilità sul mercato.

 I clienti e i partner commerciali sono sempre più attenti a questi aspetti, e una comunicazione chiara e verificabile può fare la differenza.

 

Dal punto di vista dei controlli, il Decreto non introduce nuove sanzioni autonome, ma rafforza quelle già previste dal Codice del Consumo (D.L.vo 206/2005).

In pratica, i green clima ingannevoli vengono considerati a tutti gli effetti pratiche commerciali scorrette.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) può intervenire con sanzioni anche molto elevate, che possono arrivare fino a 10 milioni di euro o, nei casi più gravi, fino al 4% del fatturato annuo.

Questo significa che il rischio non è solo reputazionale, ma anche economico.

Inoltre, il decreto rende più facile per l’Autorità individuare e contestare le violazioni, ampliando l’elenco delle pratiche vietate e aumentando l’onere della prova a carico delle imprese.

 In altre parole, sarà l’azienda a dover dimostrare che ciò che comunica è vero.

 

Non mancano però alcune incertezze.

Ad esempio, non è sempre facile capire quando un clami ambientale può essere considerato ingannevole.

Termini come “sostenibile” o “eco-friendly” non sono vietati, ma il loro utilizzo dipende molto dal contesto e dalla capacità di dimostrarne il significato concreto.

Anche una comunicazione formalmente corretta potrebbe essere considerata fuorviante se mette in evidenza solo alcuni aspetti positivi, tralasciandone altri.

Un altro aspetto delicato riguarda proprio le prove richieste.

 Non è ancora del tutto chiaro quale livello di dettaglio sia necessario per dimostrare la veridicità di un clami.

Studi tecnici, certificazioni e analisi possono essere utili, ma non sempre è evidente quando siano sufficienti.

 È probabile che questi aspetti verranno chiariti nel tempo, anche attraverso le decisioni dell’Autorità.

 

Infine, bisogna considerare che questo Decreto si inserisce in un quadro europeo in continua evoluzione.

Esistono già altre normative sulla sostenibilità, come quelle sulla rendicontazione aziendale, che possono sovrapporsi almeno in parte. Inoltre, sono in arrivo ulteriori regole europee sui green clima, che potrebbero rendere il sistema ancora più rigoroso.

 

In questo contesto, per le imprese è fondamentale adottare un approccio prudente e strutturato.

 Non basta più comunicare buone intenzioni: serve coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

Per chi produce rifiuti, questo significa anche valorizzare correttamente le attività di gestione, recupero e riduzione degli impatti, ma sempre con dati alla mano.

In definitiva, il Decreto rappresenta un passo importante verso una maggiore chiarezza e correttezza nel mercato.

 Richiede uno sforzo di adattamento, ma offre anche l’occasione per migliorare la qualità delle informazioni e rafforzare la fiducia dei clienti. Chi saprà adeguarsi in modo serio e trasparente potrà trasformare un obbligo normativo in un vantaggio competitivo.

 

 

La Performance Economy:

il modello economico del futuro

per l'economia circolare.

Dife.it – Alice Custodenti – (29 ottobre 2024) – ci dice:

 

Scopri la Performance Economy, il modello innovativo che trasforma beni in servizi per ridurre l'impatto ambientale e promuovere la sostenibilità. Un approccio che unisce economia circolare, responsabilità dei produttori e durabilità, verso un futuro più sostenibile.

 

Nel panorama economico e ambientale attuale, i modelli tradizionali mostrano sempre più i propri limiti.

Il concetto di Performance Economy, nato dal pensiero visionario dell'architetto svizzero Walter Sahel, propone un nuovo approccio per coniugare crescita economica e sostenibilità.

 Sahel è anche tra i pionieri dell'economia circolare e ha gettato le basi per un modello economico in cui il valore di un prodotto non risiede più solo nella sua vendita, ma nella sua durata e nel suo impiego.

 Il risultato?

Un'economia che punta non più al consumo incessante, ma alla massimizzazione dell'uso e alla minimizzazione dello spreco.

 

Cos'è la Performance Economy?

La Performance Economy è un modello che cambia la nostra relazione con i beni:

invece di vendere prodotti come oggetti da consumare, si vendono i loro servizi e le loro prestazioni.

Ciò implica che le aziende restano proprietarie dei beni, che vengono offerti come servizio.

 

In questo modo, l’azienda si occupa di tutta la gestione del ciclo di vita del prodotto, dalla manutenzione alla riparazione, fino al ritiro finale per il recupero dei materiali.

Questo modello è quindi intrinsecamente legato all'idea di una responsabilità continua da parte del produttore, argomento centrale dell’ultima edizione del “Festi volto”, quale fattore che riduce sprechi e stimola l'innovazione sostenibile.

 

I Principi Fondamentali della Performance Economy.

La Performance Economy si fonda su tre principi cardine:

 

Prodotto come Servizio:

in questo modello, i beni non vengono più venduti come proprietà ma offerti sotto forma di servizio.

 Ad esempio, Philips, azienda di illuminotecnica e apparecchiature medicali ha deciso di fornire illuminazione non vendendo lampadine, ma “oI rendo” "luce come servizio" attraverso il modello "pay-per-lux". Questo significa che Philips resta proprietaria dei sistemi di illuminazione e si occupa della loro manutenzione e aggiornamento, garantendo così un uso efficiente delle risorse energetiche e materiali.

Altro caso celebre è Ikea che, che offre la possibilità di affittare i mobili.

Responsabilità Estesa del Produttore (EPR):

un elemento chiave della Performance Economy è che l’azienda mantiene la responsabilità del bene per tutto il suo ciclo di vita.

Questo principio spinge le aziende a creare prodotti di alta qualità, riparabili e rigenerabili, poiché il loro mantenimento nel tempo influisce direttamente sulla reputazione e sui costi dell'azienda stessa.

 È un modello che premia la durabilità e riduce lo spreco, unendo innovazione e sostenibilità.

Efficienza e sufficienza:

l’ultimo principio è la “sufficienza”, che rappresenta un ulteriore passo verso la sostenibilità rispetto alla semplice efficienza.

Questo principio incoraggia le aziende a sviluppare prodotti che rispondano solo ai bisogni effettivi, evitando il consumo eccessivo di risorse.

Qui, il focus è su soluzioni che garantiscano la massima qualità del servizio senza eccedere nelle risorse o nei costi.

Applicazioni Pratiche e Casi di Studio.

Alcuni esempi concreti aiutano a comprendere il potenziale di questo modello.

Oltre al già citato servizio "pay-per-lux" di Philips, altri settori stanno sperimentando la Performance Economy.

 Il settore automotive, ad esempio, si sta muovendo sempre più verso modelli di car-sharing e mobilità come servizio, dove il consumatore paga l'uso del veicolo senza diventarne proprietario.

Anche in ambito industriale, alcune aziende forniscono macchinari come servizio, assicurandone manutenzione e aggiornamento senza la necessità di acquisto diretto.

 

Vantaggi economici e ambientali della Performance Economy.

Uno dei vantaggi principali è la riduzione dei costi, perché l’azienda continua a gestire il prodotto, abbattendo le spese legate allo smaltimento e incentivando processi di innovazione continua.

Questo approccio porta benefici sia economici che ambientali, poiché promuove la durata dei prodotti, limita lo sfruttamento di risorse vergini e abbassa significativamente l’impatto ambientale.

Inoltre, la Performance Economy spinge le aziende a sviluppare beni più resistenti, riparabili e aggiornabili, a favore di un mercato sempre meno orientato all'usa-e-getta.

 

Sfide della Performance Economy.

Investimenti iniziali:

la transizione verso un modello di Performance Economy richiede investimenti significativi in infrastrutture e logistica.

Le piccole e medie imprese potrebbero trovare difficile sostenere questi costi iniziali.

Manutenzione e usura:

le aziende devono gestire la manutenzione dei prodotti durante il loro ciclo di vita.

Ciò comporta rischi legati all'usura e ai costi imprevisti di riparazione o sostituzione.

Complessità contrattuale:

 i contratti necessari per definire i termini di servizio possono risultare complicati, generando dubbi nei consumatori riguardo alle clausole e ai diritti d'uso.

Scalabilità:

applicare il modello a beni di consumo a basso costo è una sfida. Innovazioni tecnologiche e normative sono necessarie per rendere il modello scalabile a livello di massa.

La Performance Economy e il futuro della sostenibilità.

L’attuazione di una Performance Economy su larga scala potrebbe rappresentare una svolta epocale per l’economia circolare, riducendo l'uso delle risorse naturali e abbattendo l'impatto ambientale del consumo.

Questo modello propone una visione economica radicalmente diversa, basata sulla conservazione del valore e sulla responsabilità condivisa.

 

Conclusioni: la strada verso una nuova economia.

In sintesi, la Performance Economy si presenta come un modello innovativo capace di ridefinire il modo in cui aziende e consumatori interagiscono con i prodotti e i servizi.

 Con un focus sulla sostenibilità e sull'efficienza delle risorse, questo approccio può contribuire significativamente a una società più circolare e responsabile.

Le aziende che adotteranno il modello della Performance Economy non solo miglioreranno la loro efficienza, ma potranno anche posizionarsi come leader nel mercato della sostenibilità.

 

 

 

I 4 modelli economici

orientati alla sostenibilità.

Inabottle.it – Salvatore Galeone – (28 maggio 20259 – ci dice:

 

Da “doughnut economics” all’ “economia rigenerativa”:

 scopri i nuovi modelli economici sostenibili che stanno rimpiazzando quelli tradizionali.

MILANO – La sostenibilità risulta essere una priorità per il mondo di oggi, al fine di garantire un Pianeta dove le risorse siano disponibili sia per la società attuale, sia per le generazioni future.

Per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 occorre però prendere come riferimento modelli virtuosi e praticabili, che prendono in considerazione, nessuno escluso, quelli che sono i tre pilastri della sostenibilità: ambientale, sociale ed economica.

 

L’importanza di un modello economico sostenibile.

Se ci soffermiamo sul modello economico di riferimento per molte nazioni e aziende, quello tuttora ancora prevalente si basa su una crescita continua, spesso accompagnata da un utilizzo eccessivo delle risorse naturali e da una scarsa attenzione alle conseguenze ambientali e sociali.

Ecco, perché, risulta fondamentale, sia per le aziende sia per la cittadinanza, conoscere i principali modelli economici orientati alla sostenibilità.

 

Economica circolare e rigenerativa: i modelli economici orientati alla sostenibilità.

Come segnalato dagli esperti di “Babbel”, negli ultimi anni, fortunatamente, rispetto al modello economico tradizionale stanno emergendo modelli alternativi che provano a conciliare sviluppo economico e sostenibilità, cercando di ridurre l’impatto sull’ambiente e promuovere un uso più responsabile delle risorse. Scopriamoli di seguito:

 

doughnut economics:

sviluppata dall’economista “Kate Hayworth” dell’Università di Oxford, l’“economia della ciambella” propone una visione alternativa, basata su una crescita economica che rispetta l’ambiente e la società.

 Il suo nome deriva dalla forma sferica del diagramma che lo rappresenta, formato da due cerchi:

quello interno rappresenta i bisogni umani fondamentali di cui ogni persona ha bisogno (come acqua, cibo, salute, istruzione, reddito e lavoro);

 il cerchio esterno, invece, i limiti ecologici che l’umanità non deve superare per garantire la stabilità dell’ecosistema (tra cui, ad esempio, cambiamento climatico, uso del suolo, perdita di biodiversità, inquinamento atmosferico e riduzione dello strato di ozono).

Economia circolare:

si tratta di un modello di produzione e consumo che prevede il prestito, la riparazione, il ricondizionamento e il riciclo di materiali e prodotti, con l’obiettivo di estenderne il più possibile il ciclo di vita.

Anche una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali di cui è composto vengono possibilmente reintrodotti nel ciclo produttivo;

in questo modo si può rallentare l’uso delle risorse naturali, ridurre la produzione di rifiuti e diminuire l’emissione di gas serra.

 Si contrappone al modello economico tradizionale, che richiede un grande utilizzo di risorse, e alla strategia dell’obsolescenza programmata dei prodotti.

Economia rigenerativa:

 è una forma di economia circolare che, oltre a promuovere la riduzione degli sprechi e dell’impatto delle attività antropiche sull’ambiente, punta ad un effetto positivo sia a livello ambientale che sociale.

 Il suo scopo infatti è quello di rigenerare ecosistemi danneggiati, in modo da creare condizioni favorevoli per la vita delle persone.

 In questo ambito rientra anche il “capitalismo rigenerativo”, ovvero l’attuazione da parte delle imprese di pratiche aziendali che ripristinano le risorse piuttosto che sfruttarle.

Wellbeing economy:

anziché porre al centro la crescita economica da raggiungere ad ogni costo, l’economia del benessere mette al primo posto la soddisfazione equa dei bisogni umani (come istruzione, salute e sicurezza), nel continuo rispetto dei limiti ecologici del Pianeta; di conseguenza, la definizione di successo si sposta dalla crescita del PIL alla promozione del benessere condiviso.

(Salvatore Galeone).

 

 

 

Fioramonte: Ridisegnare economia

e sviluppo in chiave sostenibile.

Rinnovabili.it – Fioramonte Lorenzo – Redazione – Isabella Ceccarini - (17 Giugno 2020) – ci dice:

 

Una nuova economia per uno sviluppo sostenibile.

Non c’è economia senza ecologia.

Un legame inscindibile che è il presupposto per ridisegnare lo sviluppo anche alla luce degli Obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

I veri fondamenti di una società sono il capitale sociale, il capitale umano e il capitale naturale:

l’innovazione tecnologica è in grado di migliorarli promuovendo un nuovo modello di produzione e di consumo che si traduca in un’economia davvero circolare.

 Ne parliamo con Lorenzo Fioramonte, economista e deputato.

 

Fioramonte: economia sviluppo sostenibile.

di Isabella Ceccarini.

 

Contenuti.

 

La crisi che stiamo vivendo ha evidenziato la necessità di un nuovo modello di sviluppo.

La società dei consumi, come l’abbiamo conosciuta finora, è destinata a cambiare, se non a scomparire.

 Quanto è forte, secondo Lei, la correlazione tra ambiente ed economia? La sostenibilità è la chiave giusta per ridisegnare lo sviluppo?

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite considera insostenibile l’attuale modello di sviluppo e richiama tutti i Paesi e le diverse componenti della società ad avviare un cambiamento.

Lo ritiene concretamente realizzabile?

Un nuovo ordine economico che metta le persone al centro dovrebbe coniugare il capitale umano con quello sociale e naturale.

 Il capitale finanziario, che finora è stato ritenuto parte integrante della crescita, potrebbe acquisire una dimensione etica?

Secondo il DESI-Digital Economy and Society Index 2020, l’Italia è in coda tra i paesi europei per digitalizzazione delle imprese, uso dei servizi pubblici digitali, formazione del capitale umano e competenze digitali. L’innovazione tecnologica, che è presupposto di sviluppo ed elemento determinante per la ripresa, può essere sostenibile?

La crisi che stiamo vivendo ha evidenziato la necessità di un nuovo modello di sviluppo.

 La società dei consumi, come l’abbiamo conosciuta finora, è destinata a cambiare, se non a scomparire. Quanto è forte, secondo Lei, la correlazione tra ambiente ed economia?

 La sostenibilità è la chiave giusta per ridisegnare lo sviluppo?

La connessione tra ambiente ed economia è fondamentale.

La radice del termine è proprio quella, no?

Eco (dal greco Oikos), che significa la casa, il contesto e che è la radice sia del termine economia che del termine ecologia, non c’è l’una senza l’altra. E quindi è fondamentale riunire le due cose.

Per troppo tempo noi abbiamo pensato che si sarebbe potuta promuovere la protezione dell’ambiente in un sistema economico disegnato per distruggerlo.

Evidentemente questo non è accaduto, quindi dobbiamo assolutamente andare alla radice del problema e cambiare le regole economiche, cambiare il modello economico.

 

Inserire la sostenibilità in tutto, non soltanto nelle politiche ambientali, ma proprio a partire dalle politiche economiche, a partire dal modo in cui si fa impresa.

 È da lì che nascono i problemi ed è da lì che possono emergere le soluzioni.

Cominciando, per esempio, a internalizzare tutti i costi dell’attività produttiva, e non continuare a scaricarli sulla società o sull’ambiente, e creare così un nuovo modello di economia, che sia davvero in grado di produrre non tanto crescita del PIL, quanto crescita di benessere. Le due cose sono molto, ma molto diverse.

 

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite considera insostenibile l’attuale modello di sviluppo e richiama tutti i Paesi e le diverse componenti della società ad avviare un cambiamento. Lo ritiene concretamente realizzabile?

L’Agenda 2030 è non soltanto realizzabile, ma indispensabile.

Anzi, direi che per molti aspetti è addirittura poco ambiziosa.

Per esempio, uno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile (il numero 8) continua ad essere quello di garantire una crescita economica sostenuta in tutti i Paesi, soprattutto in quelli meno sviluppati.

Questo è un errore di fondo, perché non sottolinea la contraddizione concettuale del nostro modello di crescita. Il paradigma attuale non è compatibile con l’ambiente e con il benessere delle persone.

Quindi dobbiamo cambiarlo radicalmente. L’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile non va abbastanza a fondo.

 

Non soltanto è indispensabile realizzarla, ma è indispensabile forse anche andare oltre e proporre un nuovo modello di crescita, che sia alla base del vero benessere umano, il nostro benessere personale e psico-fisico (messo così a dura prova anche dalla pandemia) e il benessere del pianeta.

E le due cose sono inscindibili.

Questo si può fare, appunto, creando le condizioni (fiscali, economiche, politiche) per promuovere un nuovo modello di produzione, di consumo, un’economia davvero circolare. Incentivare i modelli produttivi che vanno in questa direzione e disincentivare al massimo – e il più velocemente possibile – quelli che invece vanno nella direzione opposta.

 

Un nuovo ordine economico che metta le persone al centro dovrebbe coniugare il capitale umano con quello sociale e naturale. Il capitale finanziario, che finora è stato ritenuto parte integrante della crescita, potrebbe acquisire una dimensione etica?

Se il capitalismo vuole sopravvivere, deve riconoscere l’errore di fondo che ha fatto, soprattutto negli ultimi decenni.

 E cioè quello di aver sbagliato la forma di capitale sulla quale costruire il suo modello di crescita.

Per anni abbiamo ragionato sul capitale economico, il quale poi è diventato sempre di più un capitale finanziario, mentre abbiamo dimenticato quelli che sono i veri fondamenti di una società:

il capitale sociale, il capitale umano e il capitale naturale.

Senza conoscenza non c’è innovazione, non c’è sviluppo.

 Senza le relazioni (quindi la fiducia interpersonale, la coesione sociale, la capacità di lavorare insieme in maniera coordinata e collaborativa) non c’è economia.

 

Lo stiamo scoprendo sempre di più: infatti, le società più disuguali sono anche quelle che hanno grandissime difficoltà in questi anni a crescere, a progredire e anche, per esempio, a contenere gli effetti distruttivi della pandemia.

A partire dall’America, dal Brasile, per arrivare alla Russia o all’Inghilterra, il paese più diseguale d’Europa che è anche quello che sta avendo il peggior impatto nella lotta contro il Covid.

 

E, ultimo ma non ultimo, il capitale naturale, cioè quello che il pianeta ci mette a disposizione e che è fondamento essenziale di qualunque forma di attività economica, mentre noi abbiamo dimenticato che senza le risorse naturali non potremmo fare nulla.

 Abbiamo considerato queste risorse naturali completamente a nostra disposizione, come se fossero infinite e come se non avessero alcun valore se non sfruttate, mentre le risorse naturali hanno valore di per sé. I servizi che gli ecosistemi rendono al nostro sistema produttivo – dall’impollinazione alla pioggia, dai processi di costituzione del valore della terra alla produzione di energia – sono essenziali per creare qualunque tipo di benessere, anche economico.

Quindi, queste sono le vere forme di capitale che un capitalismo intelligente dovrebbe sostenere, non il capitale economico o industriale, di asset produttivi o, ancora peggio, il capitale finanziario, basato su questa cosa fasulla e strana che chiamiamo denaro.

 

Se noi riuscissimo a ribaltare questo, il capitale economico-finanziario, invece di essere qualcosa che depriva il capitale sociale, annichilisce il capitale naturale e che sottrae ricchezza al capitale umano, diventerebbe una forma di promozione di questi ultimi.

Quando questo accadrà, allora sarà davvero una forma di capitale etico. Ma non prendiamoci in giro:

semplicemente “dare una spolverata” di etica morale a processi di produzione industriale o di speculazione finanziaria che portano necessariamente alla distruzione delle altre forme di capitale, non è un modo per fare passi in avanti.

 Anzi, rischia di essere una strategia per ritardare il vero cambiamento. L’unico cambiamento etico e morale possibile, è quello di dare un ruolo di priorità alle altre forme di capitale, e mettere il capitale industriale e il capitale finanziario completamente a servizio di queste.

 

Secondo il DESI-Digital Economy and Society Index 2020, l’Italia è in coda tra i paesi europei per digitalizzazione delle imprese, uso dei servizi pubblici digitali, formazione del capitale umano e competenze digitali. L’innovazione tecnologica, che è presupposto di sviluppo ed elemento determinante per la ripresa, può essere sostenibile?

L’innovazione tecnologica è sempre di più sostenibile, quando viene realizzata con la visione di un nuovo capitalismo in mente, un modello di sviluppo che sia davvero in grado di mettere al centro il capitale sociale, il capitale umano e il capitale naturale. Noi vediamo sempre di più innovazioni che emergono in questi anni che puntano sempre di più all’ottimizzazione dei consumi, invece che alla loro massimizzazione.

Pensiamo ad esempio alla cosiddetta “sharing economy”, quella vera, quella ad esempio che porta alla condivisione, che ci permette l’accesso a informazioni anche in forma gratuita, come avviene sempre di più attraverso le enciclopedie online, al software libero, un’innovazione che permette a tanti milioni di persone di accedere a informazioni condivise senza dover pagare le royalties a qualche miliardario americano che produce i nostri programmi operativi e le applicazioni con cui navighiamo in Internet.

 

Quindi, la vera innovazione tecnologica ha uno spirito, una potenzialità di miglioramento del capitale umano, del capitale sociale e anche potenzialmente del capitale naturale.

Questa innovazione va guidata:

è ovvio che se non lo è, a quel punto diventa un elemento potenzialmente distruttivo, perché può andare in qualunque direzione.

Mentre un’innovazione guidata, condotta verso la valorizzazione delle forme di capitale di cui abbiamo parlato finora, porterà necessariamente a maggiore economia circolare, a un’ottimizzazione dei consumi e a una riduzione di quelli non necessari, a effetti positivi sulla qualità della vita delle persone, come per esempio possono avere le nuove tecnologie applicate allo smart working, alla mobilità intelligente e così via.

 

Ecco, noi dobbiamo avere un’innovazione che sia stimolata da una nuova visione di sviluppo.

 Se invece la visione che ci rimane è sempre quella del consumismo e della massimizzazione dei consumi, avremo un’innovazione che ci porta a fare questo, a una maggiore produzione di rifiuti, a un aumento di consumi non necessari, e rischiamo di sostituire ad esempio un ingorgo di macchine a motore combustibile con un ingorgo di auto a motore elettrico. Questa non è un’innovazione vera.

L’innovazione è quella di una mobilità intelligente, di una riduzione degli spostamenti, dell’intermodalità.

Non si tratta semplicemente di rimpiazzare una forma di consumo inquinante con una meno inquinante, se poi è altrettanto alienante.

 

 

 

 

Green economy e sviluppo

sostenibile: verso un futuro migliore.

Modofluido.hidac.it – (20/07/2023) - Redazione, pubblicato in Sostenibilità d'impianto – ci dice:

 

Nel corso degli ultimi decenni, la crescente consapevolezza riguardo ai cambiamenti climatici, all'esaurimento delle risorse naturali e all'inquinamento ha spinto la società a ripensare il proprio modello di sviluppo.

Questa riflessione ha portato all'emergere di due concetti fondamentali: la green economy e lo sviluppo sostenibile.

Entrambi mirano a trovare un equilibrio tra il progresso economico, la salvaguardia dell'ambiente e il benessere delle persone, costruendo così un futuro sostenibile per il nostro pianeta.

 

L'industria è un attore chiave nella lotta per la sostenibilità. Le fabbriche e le attività industriali sono spesso grandi consumatrici di risorse naturali, energia e acqua, oltre ad essere responsabili di emissioni di gas serra e rifiuti.

Tuttavia, la sfida della green economy e dello sviluppo sostenibile nel settore industriale non consiste solo nel ridurre l'impatto ambientale, ma anche nel garantire la competitività economica e la creazione di posti di lavoro sostenibili.

 

In questo articolo parliamo di:

Green economy e sviluppo sostenibile: cosa si intende

Sviluppo sostenibile: equilibrio tra economia, ambiente e società

 

Economia Circolare HYDAC.

 

Green economy e sviluppo sostenibile: cosa si intende.

La green economy è un modello economico che punta a ridurre l'impatto negativo delle attività umane sull'ambiente, promuovendo nel contempo la crescita economica e l'occupazione.

Questo approccio si basa sull'adozione di processi produttivi più efficienti e sostenibili, sull'impiego di tecnologie pulite e sulla valorizzazione delle risorse rinnovabili.

 L'obiettivo principale della green economy è quello di minimizzare l'emissione di gas serra, la produzione di rifiuti tossici e l'uso sconsiderato delle risorse naturali.

Un settore chiave della green economy è rappresentato dalle energie rinnovabili, come l'energia solare, eolica, idroelettrica e geotermica.

Queste fonti di energia riducono significativamente l'emissione di CO2 e la dipendenza dai combustibili fossili, aiutando a mitigare l'effetto serra e l'inquinamento atmosferico.

Inoltre, la green economy promuove l'efficienza energetica nei trasporti, nell'edilizia e nell'industria, riducendo così il consumo di energia e le relative emissioni.

Un altro esempio di green economy arriva dalla agricoltura biologica che promuove pratiche agricole sostenibili che riducono l'uso di pesticidi chimici, preservano la biodiversità e proteggono il suolo e l'acqua. Queste pratiche si allineano con una visione di sviluppo che rispetta l'ambiente, promuove la salute e il benessere delle persone e sostiene le economie locali.

 

Ma non solo, l'innovazione e lo sviluppo di tecnologie pulite sono fondamentali per il progresso verso la sostenibilità industriale. Le industrie devono investire in ricerca e sviluppo per identificare nuove soluzioni e processi produttivi a basso impatto ambientale. Tecnologie come la cattura e lo stoccaggio dell'idrogeno, il riciclo chimico, le energie rinnovabili e l'intelligenza artificiale possono trasformare i settori industriali tradizionali in realtà più sostenibili.

 

Sviluppo sostenibile: equilibrio tra economia, ambiente e società.

Il concetto di sviluppo sostenibile è stato introdotto nel 1987 dalla Commissione Mondiale sull'Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite, nota come Commissione Brundtland.

 Essa è stata definita come "uno sviluppo che soddisfi le necessità del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie".

Lo sviluppo sostenibile si concentra sulla promozione di un sistema economico, sociale e ambientale integrato e interconnesso.

Questo modello considera l'ambiente come un bene prezioso da proteggere e preservare per il bene delle generazioni future.

Inoltre, riconosce che l'equità sociale e la giustizia economica sono elementi chiave per raggiungere un equilibrio sostenibile.

Uno degli strumenti principali per perseguire lo sviluppo sostenibile è rappresentato dagli” Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” (SDGs) delle Nazioni Unite, adottati nel 2015.

Questi 17 obiettivi mirano a porre fine alla povertà, proteggere il pianeta e assicurare prosperità per tutti entro il 2030.

Essi spaziano dalla lotta contro la fame e la povertà alla promozione di un'istruzione di qualità, dalla tutela degli oceani e delle foreste alla riduzione delle disuguaglianze sociali.

 

La green economy e lo sviluppo sostenibile rappresentano una sfida stimolante per il settore industriale.

É proprio per questo che la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ed Ecomondo hanno dato il via alla tredicesima edizione del Premio per lo Sviluppo Sostenibile 2023.

Questo prestigioso riconoscimento è dedicato alle imprese, start-up e Amministrazioni Locali che hanno dimostrato una visione avanzata della green economy e si sono particolarmente distinti per l'eco-innovazione e i risultati ambientali ed economici conseguiti attraverso i loro progetti.

 Il premio si articola in 3 sezioni:

gestione circolare delle acque, impresa per l'economia circolare, mobilità sostenibile.

I vincitori verranno decretati giovedì 9 novembre in occasione in occasione della manifestazione dedicata a “The Eco system of the Ecological Transition”.

In conclusione, la green economy e lo sviluppo sostenibile rappresentano la strada maestra verso un futuro sostenibile.

Unendo le forze, possiamo creare una società resiliente, equa e rispettosa del nostro pianeta, offrendo alle generazioni presenti e future l'opportunità di prosperare in armonia con la natura.

 Solo attraverso questa collaborazione congiunta possiamo sperare di preservare la bellezza e la ricchezza del nostro mondo per le generazioni a venire.

 

 

 

Cybersecurity industriale:

proteggere macchinari e

veicoli off-road.

Modofluido.hidac.it – (16/04/2026) - Redazione, pubblicato in Sicurezza – ci dice:

 

Software, telematica, diagnostica remota e aggiornamenti continui hanno cambiato il modo in cui si progetta l’affidabilità.

Ecco dunque che cybersecurity e sicurezza funzionale smettono di vivere su binari separati:

 la protezione diventa parte dell’architettura, del ciclo di vita e delle competenze che la governano.

 

In questo articolo parliamo di:

 

Perché safety e security convergono nei mezzi off-highway.

Le misure che costruiscono una base di fiducia, dal firmware alle chiavi.

Norme e governance: come leggere il quadro europeo e italiano.

 

Perché safety e security convergono nei mezzi off-high way.

Prima di iniziare, ricordiamo che la “sicurezza funzionale” serve a garantire che, in presenza di guasti o errori, il sistema passi o rimanga in uno stato sicuro, evitando situazioni pericolose per persone e macchinari; al contempo, la cybersecurity protegge il sistema da azioni intenzionali, accessi indesiderati e manomissioni.

 

Nei mezzi off-high way questa distinzione si assottiglia, perché le funzioni critiche vivono in un ecosistema connesso: sensori, centraline, reti di comunicazione e servizi cloud partecipano tutti alla stessa catena di controllo.

 

Per mettere a fuoco il punto, vale la pena partire dalle basi della sicurezza funzionale e dal suo legame con le metriche di affidabilità. Quando poi serve quantificare il rigore richiesto a una funzione, entra in gioco il “Safety Integrity Level”.

Questo “scheletro” di metodo e misurazione resta centrale anche quando la superficie d’attacco cresce, perché un sistema affidabile dal punto di vista Fu Sa vive meglio in ambienti complessi e ad alta variabilità.

 

La connettività, però, porta un fatto nuovo: le logiche di controllo possono essere influenzate dall’esterno, attraverso canali remoti o interfacce locali.

Per capire come cambia il profilo di rischio e come si costruisce una difesa proporzionata, l’approfondimento dedicato alle vulnerabilità nei veicoli off-high way è il passaggio più diretto.

Qui emerge un punto chiave: la resilienza nasce da scelte progettuali che riducono la superficie esposta e rendono tracciabile ciò che accade.

 

Cybersecurity industriale.

 

 Le misure che costruiscono una base di fiducia, dal firmware alle chiavi.

Quando un sistema è progettato per evolvere nel tempo, la sicurezza vive insieme a sviluppo, integrazione, aggiornamenti e manutenzione.

 In questo senso, il Security by Design funziona come una struttura di progetto: integra analisi del rischio, architettura, verifica e gestione continuativa delle vulnerabilità, trasformando la protezione in un criterio di qualità.

 Per entrare nel metodo e nei riferimenti, qui trovi il contenuto dedicato: Security by Design per sistemi digitali e mezzi off-high way.

 

Accanto al “by design”, la sicurezza prende forma anche attraverso configurazioni e scelte di default: impostazioni robuste, funzioni essenziali attive, riduzione delle esposizioni superflue.

 È il terreno del Security by Default, utile soprattutto quando i software entrano in contesti operativi dove continuità e affidabilità hanno un peso diretto sulla produttività.

 

Poi esiste un livello ancora più vicino alla base del sistema: il firmware e l’avvio. Qui il Secure Boot svolge un ruolo cardine, perché costruisce una catena di fiducia che decide quali componenti possono essere caricati e con quali garanzie. Questo collegamento porta naturalmente al tema delle chiavi crittografiche: quando identità, certificati, firme e aggiornamenti dipendono da chiavi “vive”, serve un presidio capace di custodirle e utilizzarle in modo controllato. Ecco perché l’HSM diventa strategico nella cybersecurity industriale.

 

In pratica, dalla progettazione alla messa in campo, la sicurezza segue una sequenza tecnica rigorosa: si definisce nel metodo (Security by Design), si applica nelle impostazioni (Security by Default) e viene validata a livello hardware tramite il Secure Boot. L’implementazione dell'HSM (Hardware Security Module) garantisce infine la protezione delle chiavi crittografiche, blindando l'intero sistema.

 

Cybersecurity industriale.

 

 Norme e governance: come leggere il quadro europeo e italiano.

La sicurezza industriale oggi dialoga con un quadro normativo interconnesso. Il Cyber Resilience Act porta l’attenzione sul ciclo di vita dei prodotti con elementi digitali, sulla gestione delle vulnerabilità e sulla responsabilità lungo la filiera. Nel mondo dei macchinari, il Nuovo Regolamento Macchine rende la protezione dalla manomissione un requisito essenziale per la marcatura e chiarisce responsabilità e documentazione.

 

Sul versante organizzativo, la NIS2 spinge verso una gestione del rischio strutturata, con responsabilità di governance e attenzione alla supply chain. Per i componenti radio e wireless connessi, la Direttiva RED introduce requisiti cyber e standard tecnici di riferimento che impattano progettazione, firmware e valutazione di conformità.

 

Accanto alle norme, servono standard tecnici che traducano la sicurezza in processi applicabili. La IEC 62443 offre un impianto pensato per i sistemi di automazione e controllo industriale e aiuta a strutturare requisiti, segmentazione e livelli di sicurezza. Per i veicoli e i sistemi con supply chain articolata, la ISO/SAE 21434 mette al centro la TARA e i work product che rendono la cybersecurity verificabile lungo l’intero ciclo di vita.

 

Infine, nel contesto italiano, la Strategia Nazionale di Cybersicurezza offre una cornice utile per leggere priorità, collaborazione e cultura della sicurezza come fattori di sistema. Rafforza l’idea che la protezione cresce quando processi, competenze e responsabilità procedono in modo coordinato.

 

Cybersecurity industriale.

 

Per concludere, l'evoluzione dei mezzi off-high way verso l'interconnessione trasforma la cybersecurity in un elemento essenziale dell'affidabilità.

La protezione fisica della macchina e la sua integrità digitale rappresentano ormai un'unica entità: sicurezza funzionale e difesa informatica convergono in una strategia integrata di gestione del rischio.

Tale resilienza deriva da una catena coerente che parte dalla metodologia progettuale, si concretizza nella validazione hardware dei firmware e risponde a un quadro normativo caratterizzato da responsabilità chiare lungo l'intero ciclo di vita.

L'adozione di questo approccio garantisce la continuità operativa e la qualità del prodotto, trasformando la conformità ai nuovi regolamenti europei in un vantaggio competitivo solido e misurabile.

 

 

 

Green deal e patto di stabilità?

Con la guerra diventano letali.

Liberoquotidiano.it - Sandro Iacometti – (31 marzo 2026) – Redazione - ci dice:

 

Le prime crepe dell’illusione ecologica sono già comparse.

Molti nella Ue non sono più convinti che bloccare i motori a scoppio nel 2035 sia una buona idea.

Green deal e patto di stabilità? Con la guerra diventano letali.

Energia e conti pubblici.

Si gioca qui la capacità dell’Europa di uscire dall’angolo di una crisi iniziata ben prima della guerra in Iran ed ora scoppiata in faccia agli euroburocrati con tutta la sua potenza.

Qualunque sarà la durata del conflitto, i contraccolpi ci saranno.

Anche perché l’impatto della stretta sulle esportazioni di idrocarburi dal Medio Oriente si innesta su una progressiva desertificazione dell’industria che l’Europa, va detto, si è auto provocata con pervicacia e ostinazione continuando ad inseguire le sue fantasie green il cui effetto sul totale delle emissioni mondiali conta meno di zero.

Dopo aver cambiato passo, seppure con la cautela e la lentezza a cui ci ha abituati, sulla difesa e sulle politiche migratorie, ora sarebbe il caso che Bruxelles impugnasse lo sterzo anche su altri dossier che rischiano di essere fatali per il vecchio Continente.

Senza troppi giri di parole, ieri Matteo Salvini ha chiesto l’immediata sospensione del green deal e del patto di stabilità per fronteggiare l’emergenza.

 Follia, esagerazione? Non proprio.

 

Le prime crepe dell’illusione ecologica sono già comparse.

 Molti nella Ue non sono più convinti che bloccare i motori a scoppio nel 2035 sia una buona idea, così come si discute sulla necessità di tenere in piedi un sistema di tassazione delle emissioni (Ets) che sta creando solo perdita di ulteriore competitività delle nostre imprese.

Ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenuto al meeting finanze-energia del G7 ha chiesto una «rapida, coordinata e proporzionata risposta politica», spiegando che per l'Italia c'è «un problema critico per le industrie energivore che rappresentano il 20% della manifatturiera».

Oltre all’energia, però, come dice Salvini, bisogna anche ridare ai Paesi Ue un po’ di spazio fiscale per consentire ai governi di gestire le priorità. Pure in questo caso, le severe regole di finanza pubblica che l’Ue si è auto imposta, sola nel mondo, rischiano di provocare più danni che benefici.

Il patto di stabilità, come il green deal, non è più un mantra.

Il primo a definirlo «stupido» è stato il super europeista Romano Prodi. E da allora in molti si sono chiesti se valga la pena mantenere in piedi un sistema sanzionatorio per chi non è bravo a fare i conti.

Come se non bastassero già i mercati, gli investitori e le agenzie di rating a punire i governi che scivolano nella finanza allegra.

Energia, le lezioni che la guerra ci insegna.

L’attacco di Stati Uniti ed Israele contro l’Iran viene dal cielo ma piomba dritto sui mercati…

Le perplessità hanno portato, nel 2024, ad un nuovo patto che, al di là delle chiacchiere, è molto simile a quello vecchio.

Certo, è cambiato qualche parametro, c’è più flessibilità e gradualità. Ma alla fine il diktat resta sempre lo stesso:

 emergenze o no, nel Vecchio Continente è vietato giocare col deficit.

 Il che significa che i Paesi che hanno i margini di bilancio più stretti, come l’Italia con il suo elevatissimo debito pubblico, devono continuare a stringere la cinghia qualsiasi cosa accada.

 È ciò che serve in questo momento?

 Difficile crederlo.

 E qualcuno dovrebbe dirlo anche alle imprese, che giustamente rivendicano sostegni e aiuti, e ai cittadini, che vorrebbero sconti sulla benzina, integrazioni del reddito, più risorse per la sanità, la scuola, le forze dell’ordine e chi più ne ha più ne metta.

 Mettere sul piatto 130 miliardi per ristrutturare “gratuitamente” le villette ed affrontare la crisi pandemica è stato dissennato.

Come ha spiegato un paio di giorni fa Moody’s, l’Italia sta ancora pagando il conto dello sperpero di denaro pubblico.

Ma anche continuare a combattere con gli zero virgola del deficit per far piacere a Bruxelles non ha molto senso.

E ancora …Il green sta strozzando l'industria tedesca.

Il fantasma della deindustrializzazione aleggia in Germania.

 Infatti Il fenomeno è al centro del dibattito.

 

 

 

 

Presentata Proposta di Legge

 per Vietare le Importazioni

dalle Colonie Israeliane.

Conoscenzealconfine.it – (19 Maggio 2026) - Stefano Baudino – Redazione – ci dice:

 

Vietare in Italia l’importazione e la promozione di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato, mettendo un argine a quella che viene descritta come una violazione sistematica del diritto internazionale, con effetti devastanti per l’economia e la popolazione palestinese.

 

È questo l’obiettivo della nuova proposta di legge depositata in Parlamento e sostenuta dai leader di M5S, PD e AVS, nata grazie all’impegno di una coalizione di 20 organizzazioni della società civile. Nello specifico, la proposta prevede che il ministero degli Esteri, insieme all’Agenzia delle Dogane, definisca criteri e controlli per individuare i prodotti provenienti dagli insediamenti.

Secondo il dettato della norma, sarà inoltre compito degli esportatori israeliani dimostrare che le merci non arrivano dai Territori occupati, con possibilità di sequestro e confisca in caso di false dichiarazioni.

 

La proposta di legge arriva sulla scia di un lavoro svolto da un network di organizzazioni della società civile che, lo scorso settembre, ha lanciato la campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”.

Secondo” Paolo Pezzati”, coordinatore della campagna e portavoce per le crisi umanitarie di “Oxfam Italia”, “si tratta di una prima importante tappa lungo un percorso che speriamo possa portare – in Italia e negli stati dell’Unione europea – all’adozione di misure di reale divieto degli scambi commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania (compresa Gerusalemme est)”.

 Pezzati ha ricordato come si tratti di “scambi illegali secondo il diritto internazionale”, i quali hanno un costo enorme per l’economia palestinese, aggravando la perdita di terreni agricoli, pascoli, fonti d’acqua e infrastrutture.

 

Tra le altre organizzazioni, hanno promosso l’iniziativa anche ACLI, Amnesty International Italia, ANPI, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia e Rete Italiana Pace e Disarmo.

 

La proposta si colloca in un quadro europeo che, secondo i promotori, sta già cambiando:

Spagna e Slovenia hanno introdotto misure analoghe, mentre Olanda, Irlanda e Belgio starebbero valutando iniziative simili.

Per gli attivisti, questa dinamica potrebbe aprire la strada a una svolta più ampia anche a livello comunitario.

 

Le organizzazioni chiedono al governo italiano di allinearsi con quanto richiesto da tempo dalla “Corte internazionale di giustizia” e di cambiare posizione sulla sospensione dell’”Accordo di Associazione UE-Israele”. Ha anche osservato che l’ipotesi, avanzata da Francia e Svezia, di aumentare le tariffe sulle merci israeliane nel mercato europeo rischierebbe di essere inefficace, perché verrebbe compensata da nuove sovvenzioni del governo israeliano alle aziende attive negli insediamenti.

 

Nel 2024, il nostro Paese ha importato da Israele beni e servizi per circa un miliardo di euro, prevalentemente prodotti agricoli e manifatturieri, oltre a servizi legati alla sicurezza e alla sorveglianza digitale.

Non è possibile stabilire con precisione quanta parte di questi scambi provenga dagli insediamenti, a causa della possibilità di eludere le politiche europee di etichettatura.

 

Le conseguenze per l’economia palestinese sono drammatiche:

perdite complessive per miliardi di euro all’anno, un tasso di povertà salito dal 12 al 28 per cento negli ultimi due anni, e una disoccupazione raddoppiata rispetto a ottobre 2023, arrivata al 35 per cento.

 

“Il governo italiano deve smettere immediatamente di essere complice di uno Stato che ha commesso un genocidio e mantiene un regime di apartheid ai danni del popolo palestinese” – dichiara a L’Indipendente Stefania Ascari, deputata M5S, sempre in prima linea per la difesa della causa palestinese.

Servono atti concreti e questa proposta di legge è un primo passo per riportare finalmente l’Italia dalla parte del diritto internazionale.

(Articolo di Stefano Baudino).

(Lindipendente.online/2026/05/15/e-stata-presentata-una-proposta-di-legge-per-vietare-le-importazioni-dalle-colonie-israeliane/).

 

 

 

Mosca e la Regione di Mosca

Sono State Attaccate

Massicciamente da Droni.

Conoscenzealconfine.it – (18 Maggio 2026) - Biljana Stojanovic – Redazione – ci dice:

 

Secondo le parole del sindaco di Mosca, 12 persone sono rimaste ferite, e ci sono anche delle vittime.

Si segnalano attacchi a oggetti infrastrutturali in diversi municipi della regione di Mosca.

C’è stato anche un tentativo di colpire la raffineria di Mosca a Kapotnja. Alcune delle vittime sono operai di uno dei turni.

 

Le autorità della regione dichiarano che nelle ultime 24 ore sono stati abbattuti oltre 120 droni che si avvicinavano a Mosca.

 

A Mutici due uomini sono morti dopo che detriti hanno colpito un edificio in costruzione

 A Chimi un drone ha colpito un’abitazione privata: una donna è deceduta, un’altra persona si trova sotto le macerie.

A Krasnogorsk sono stati danneggiati diversi appartamenti in un condominio.

 Nel distretto di Bistra i droni hanno colpito un condominio e sei abitazioni private; preliminarmente, quattro persone sono rimaste ferite.

 

I canali ucraini e dell’opposizione russa scrivono di un impatto sulla stazione di pompaggio del petrolio “Solnečnogorskaja” nel villaggio di Durino.

 Vengono pubblicate immagini di un incendio su larga scala.

Negli aeroporti di Mosca sono stati ritardati diversi voli.

 

Il Ministero della Difesa della Federazione Russa ha dichiarato che in totale, durante la notte, sopra le regioni della Russia sono stati distrutti 556 droni ucraini.

(Articolo di Biljana Stojanovic).

(facebook.com/biljana.stojanovic.7796/posts/pfbid02ztfkocqq7ZsrcPsMcRCF6akmNHBfzXepHvANdKAQjiVhAQHF1GtSsxvG4Pecps7ql).

 

 

 

Iniziato l’Indottrinamento

Femminista a 12.500 Bambini.

Conoscenzealconfine.it – (17 Maggio 2026) - Luca Marco Livio – Redazione – ci dice:

 

A Galatina, in provincia di Lecce, il progetto “Storie spaziali per Maschi del Futuro” entra nella scuola primaria senza consenso informato: coinvolti 12.500 bambini in tutta Italia.

 

Nell’ambito della scuola italiana, le vie del gender e del transfemminismo sono infinite.

Una delle strade più ricorrenti per l’imposizione dell’ideologia gender sui minori, sono i cavilli burocratici che arrivano ad aggirare il consenso informato e lo sta facendo proprio il progetto femminista – che abbiamo denunciato qualche settimana fa – che mira a indottrinare ben 12.500 bambini in tutta Italia.

Il Caso a Galatina, in Provincia di Lecce.

È quanto accaduto a Galatina, in provincia di Lecce, per la precisione all’Istituto Comprensivo “Polo 3”.

Il caso specifico riguarda le classi 2ª e 4ª della Scuola Primaria, presso le quali, lo scorso 17 aprile, l’istituto ha ospitato un incontro con la scrittrice” Francesca Cavallo”, nell’ambito del progetto “Storie spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition”.

Come spiegato nella circolare rivolta ai genitori dalla dirigente scolastica – e che Pro Vita ha potuto visionare – l’iniziativa didattica “si pone l’obiettivo di offrire a bambini e bambine uno spazio sicuro per esplorare emozioni e relazioni, liberi da stereotipi di genere”, oltre che a “promuovere un’educazione al rispetto intesa come riconoscimento dell’altro e sviluppo dell’empatia.

Le storie proposte”, prosegue la circolare, “non intendono imporre risposte ma aprire domande e mostrare che si può essere in molti modi diversi, allenando il pensiero critico dei più piccoli”.

Genitori Preoccupati.

L’iniziativa ha sollevato le perplessità di molti genitori, a fronte delle quali, la scuola ha diramato una seconda circolare, rappresentando in primo luogo “un certo rammarico per le modalità e i toni della comunicazione pervenuta, che non appaiono pienamente in linea con lo spirito di collaborazione scuola-famiglia cui l’Istituzione scolastica quotidianamente si ispira, nell’esclusivo interesse educativo degli alunni”.

 Il messaggio tra le righe sembra chiaro:

le famiglie non sarebbero in grado di determinare, da sole, cosa sia bene per i propri figli, a differenza della scuola che, in questo caso, tende a sovvertire il primato educativo della famiglia stessa.

 

Si legge, infatti: “La complessità delle funzioni proprie della scuola richiede, infatti, che le interlocuzioni con le famiglie si mantengano entro ambiti coerenti con i rispettivi ruoli, così da assicurare il regolare svolgimento delle attività istituzionali”.

 

Una circolare che, quindi, “rassicura”:

“Le iniziative educative e i progetti inseriti nell’offerta formativa dell’Istituto, inclusi gli incontri con autori, come già asserito, sono preventivamente esaminati e deliberati dagli organi collegiali competenti, nel rispetto della normativa vigente e delle finalità educative proprie della scuola”.

 

Le “Rassicurazioni” della Scuola.

L’intero progetto didattico si collocherebbe “pienamente nel quadro normativo di riferimento”. In particolare, si sottolinea, “l’educazione al rispetto, alla parità e alle relazioni costituisce parte integrante dell’insegnamento dell’educazione civica (Legge n. 92/2019 e Linee guida di cui al D.M. n. 183/2024), nonché delle più recenti Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo (D.M. n. 221/2025), che pongono al centro lo sviluppo di competenze relazionali, empatiche e di cittadinanza “.

 

Nessun Consenso Informato.

In tale contesto, ci sembra significativo che la scuola non abbia fatto firmare alcun modulo per il consenso informato, ma soltanto – come hanno fatto sapere alcuni genitori – una liberatoria per l’eventuale utilizzo di immagini e riprese video, come previsto dalla normativa in materia di tutela della privacy.

“La partecipazione alle attività didattiche curricolari e integrative deliberate dagli organi collegiali non è invece subordinata alla richiesta di un consenso specifico sui contenuti, rientrando tali attività nella programmazione educativa e nella responsabilità professionale dei docenti”, sottolinea sempre la scuola. Un dettaglio – fondamentale – che ci fa capire quanto sia doveroso e urgente che il Senato approvi il prima possibile il Ddl Valditara proprio sul consenso informato, già troppo spesso rimandato nelle ultime settimane anche a causa dell’ostruzionismo e della volontà di boicottaggio della Sinistra.

 

Il Progetto Storie Spaziali.

Come già accennato all’inizio, è utile in questa sede ricordare che il progetto “Storie spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition”, promosso dalla Fondazione Libellula, si sta diffondendo in tutta Italia nelle ultime settimane, coinvolgendo 250 scuole primarie, 12.500 alunni, 5.000 docenti e oltre 50mila familiari, e ha come obiettivo quello di decostruire gli stereotipi di genere e, in particolare, mira a combattere un presunto concetto di “mascolinità tossica”.

 

Con la scusa di “prevenire e contrastare la violenza di genere e ogni forma di discriminazione”, il progetto sollecita i maschi ad “essere pionieri”, quindi a “non aderire a un modello” ma ad “immaginarne uno nuovo, che non abbia paura della gentilezza, della vulnerabilità e dell’ascolto”.

 

Ancora una volta, alla base, c’è una fallace identificazione della mascolinità con la violenza:

questo, sì, è un vero stereotipo, duro a morire, che sgorga da un’ideologia sedicente progressista ma, in realtà, dominata da nuovi e coriacei pregiudizi.

(Articolo di Luca Marco Livio).

(provitaefamiglia.it/blog/indottrinamento-femminista-bambini-scuole-galatina-storie-spaziali).

 

 

 

 

Editoriale.

Trump e XI ridisegnano il mondo:

l’Europa resta spettatrice.

Lidentita.it - Laura Tecce – (15 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

“Se non sei seduto a tavola allora sei nel menu”.

Una sintesi perfetta della geopolitica contemporanea:

 se non partecipi alle decisioni, saranno gli altri a decidere per te.

 E la visita di Trump a Pechino, primo viaggio di un presidente Usa in Cina da quasi nove anni, lo dimostra con chiarezza.

 Perché mentre Stati Uniti e Cina discutono il futuro degli equilibri globali, l’Europa resta fuori dalla stanza dei bottoni.

A qualsiasi livello:

 militare, strategico e soprattutto economico.

 Più che un vertice diplomatico, quello tra Trump e XI Jinping è sembrato il consiglio d’amministrazione del nuovo ordine economico mondiale.

 

Non a caso l’Inquilino della Casa Bianca è arrivato accompagnato da una poderosa delegazione di Ceo e top manager.

 Un segnale chiarissimo:

 il rapporto tra Washington e Pechino si costruisce attraverso investimenti, tecnologia e accesso ai mercati.

 “Usa? Partner, non rivali”, ha detto XI Jinping evocando la “Trappola di Tucidide” – teoria secondo cui lo scontro tra potenza emergente e potenza dominante conduce quasi inevitabilmente ad un conflitto – ribadendo che “non ci sono vincitori in una guerra commerciale” e che il rapporto tra le due superpotenze deve restare fondato sul “beneficio reciproco”.

E Trump ha definito XI “un grande leader”, parlando di “un futuro fantastico insieme”.

Il dato politico è evidente:

Washington riconosce ormai che un disallineamento totale dalla Cina è impraticabile e Pechino prova a trasformare l’interdipendenza economica in stabilità strategica.

L’Europa, invece, rischia di apparire sempre più come una potenza “normativa”, non geopolitica:

forte nei regolamenti, debole nella capacità di incidere.

Ha uno dei mercati più grandi del pianeta, ma non riesce a trasformarlo automaticamente in influenza politica globale.

 Perché nella nuova grammatica del potere mondiale vale una sola regola:

se non siedi al tavolo dove si decidono i giochi, finirai per esserne uno spettatore.  Pagante.

Cronaca.

“Sono pronto ad agire”: in carcere recluta Isis 15enne.

Lidentita.it – Angelo Vitale – (20 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Era finito in una comunità, misura poi revocata. Intanto, continuava a frequentare i canali social della radicalizzazione.

Un “frame” tratto da un video diffuso dalla polizia in merito all'arresto di 15enne per arruolamento nel terrorismo internazionale.

La” Digos di Firenze” ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un 15enne di origini tunisine, una recluta Isis.

L’accusa formale mossa dagli inquirenti è pesantissima:

 arruolamento con finalità di terrorismo internazionale.

 

“Sono pronto ad agire.”

Il provvedimento segna un drastico inasprimento delle misure protettive.

Il 15enne rivelatosi una recluta Isis, infatti, si trovava già sottoposto a un percorso di reinserimento dopo un primo fermo avvenuto nell’autunno scorso, un percorso che è stato formalmente interrotto a causa della sua persistente pericolosità.

 

Un “frame” tratto da un video diffuso dalla polizia.

Le chat sul cellulare.

A far scattare il blitz e il conseguente trasferimento nell’istituto penale per minorenni, le ultime evidenze emerse dal costante monitoraggio delle sue attività digitali.

 Infatti, l’analisi tecnica effettuata dagli specialisti dell’Antiterrorismo ha rivelato che il quindicenne aveva riallacciato i contatti con l’estremismo islamico.

 

L’addestramento per lo Stato islamico.

I contenuti visionati sul suo smartphone non hanno lasciato spazio a dubbi interpretativi.

Accertate interazioni costanti.

Il minorenne aveva ricominciato a interagire attivamente con canali e “account social” direttamente riconducibili al “Daesh”, lo “stato islamico”.

 

La disponibilità a colpire.

Nelle chat crittografate, il giovane si dichiarava esplicitamente “pronto ad agire”, manifestando la volontà di seguire le istruzioni operative fornite da altri affiliati.

La pianificazione logistica.

 Venivano discussi i potenziali luoghi in cui compiere attentati e, parallelamente, il quindicenne mostrava un forte e attivo interesse per la ricerca e il reperimento di armi.

Un “frame” tratto da un video diffuso dalla polizia.

Dalla comunità al carcere:

il fallimento della messa alla prova.

La storia giudiziaria del giovane evidenzia la rapidità dei processi di radicalizzazione online.

Il quindicenne era già stato intercettato dalle forze dell’ordine e, nello scorso mese di ottobre, era stato destinatario di una misura di collocamento in comunità.

Ciò, proprio per le sue simpatie jihadiste e per un precedente giuramento di fedeltà allo Stato Islamico.

Successivamente, lo scorso marzo, il giudice aveva concesso una chance al ragazzo, revocando la comunità e ammettendolo al regime di messa alla prova nel tentativo di recuperarlo.

 Tuttavia, il percorso di deradicalizzazione non ha prodotto gli effetti sperati e il minorenne ha preferito rituffarsi nel network del terrore.

 

Il ruolo della cooperazione strategica antiterrorismo.

La tempestività dell’intervento ha evitato che le intenzioni manifestate nelle chat potessero trasformarsi in azioni concrete sul territorio nazionale.

Alla complessa attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, ha collaborato attivamente il “Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo”.

 

L’azione interforze ha permesso di incrociare i dati di intelligence e di accelerare la richiesta della custodia cautelare in carcere, considerata ormai l’unica misura idonea a neutralizzare la minaccia rappresentata dal giovanissimo indagato.

 

 

 

 

Politica.

Meloni-Tajani contro Ben Geir:

“Le immagini del ministro sono inaccettabili”.

Lidentita.it - Ernesto Ferrante – (20 Maggio 2026) – Redazione - ci dice:

 

Il ministro israeliano si è recato al porto dove sono detenuti gli attivisti della “Global Surud Flotilla” e li ha derisi facendosi largo tra loro.

 

Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del Ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, con riferimento ai filmati diffusi dal ministro della Sicurezza Nazionale di Israele, Itamar Ben-Geir, al porto di Ashdod, dove sono detenuti gli attivisti della Global Surud Flotilla hanno definito “inaccettabili” le immagini di Ben Geir.

“È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona”, si legge in una dichiarazione congiunta di Meloni e Tajani.

 

La vergognosa condotta di Ben Geir.

Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale si è recato al porto dove sono detenuti gli attivisti e li ha derisi facendosi largo tra loro.

 Alcuni sono stati messi in ginocchio con le mani ammanettate dietro alla schiena:

“Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare”, ha detto Ben Geir come si vede in un video che lui stesso ha condiviso sui social.

“Sono venuti con molto orgoglio e guardate come sono ridotti ora.

Non eroi, niente. Sostenitori del terrorismo”,

ha aggiunto l’esponente di estrema destra, che ha poi sventolato una bandiera israeliana.

 

La reazione del capo della diplomazia israeliana Saar.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha attaccato duramente il suo collega di governo:

“Tu non sei il volto di Israele – ha accusato Saar – Hai volontariamente causato danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena e non è la prima volta.

 Hai vanificato sforzi enormi, professionali e di successo compiuti da così tante persone, dai soldati dell’IDF al personale del ministero degli Esteri e molti altri”.

Hamas: “Depravazione morale.”

 

“Noi, nel movimento di Hamas, affermiamo che le scene di tortura e umiliazione orchestrate dal ministro criminale, fascista, sionista (Itamar) Ben-Geir, durante l’arresto di attivisti della Global Surud Flotilla, sono espressione della depravazione morale e del sadismo che governano la mentalità dei leader dell’entità nemica criminale”, ha affermato Hamas in un comunicato.

 

 

 

 

Trump e XI riscrivono il mondo:

la fine dell’illusione globalista

 lavocedelpatriota.it – (16 Maggio 2026) - Alessandro Nardone – Redazione – ci dice:

 

Mentre l’Air Force One decolla da Pechino, il mondo assiste a qualcosa che va ben oltre un semplice vertice diplomatico tra Donald Trump e XI Jinping.

Quello andato in scena nelle scorse ore è il certificato di morte definitivo dell’illusione globalista nata dopo la caduta del Muro di Berlino e alimentata per oltre trent’anni da élite politiche, finanziarie e mediatiche convinte che il pianeta potesse essere governato attraverso organismi sovranazionali, retorica multilaterale e mercati senza identità.

 La realtà, come spesso accade, si è incaricata di demolire la propaganda.

 Alla fine, infatti, il mondo torna sempre lì:

alle grandi potenze, agli interessi nazionali, ai rapporti di forza.

 

Trump lo ha capito prima degli altri e, soprattutto, ha avuto il coraggio politico di dirlo apertamente quando ancora buona parte dell’Occidente viveva immersa nella favola della “fine della storia”.

 Per questo motivo il vertice di Pechino rappresenta un passaggio storico:

non perché Stati Uniti e Cina siano improvvisamente diventati amici, ma perché le due uniche superpotenze reali del pianeta hanno deciso di trattare da superpotenze, mettendo sul tavolo dossier che il globalismo aveva trasformato in mine permanenti per l’equilibrio mondiale.

 

Per decenni l’Iran è stato il grande problema che nessuno voleva davvero affrontare.

Dopo l’11 settembre, mentre milioni di occidentali comprendevano sulla propria pelle che il fondamentalismo islamico rappresentava una minaccia esistenziale per la nostra civiltà, la politica internazionale preferì fingere che il cuore del problema non fosse il regime teocratico degli ayatollah.

Si abbatté Saddam Hussein, si invasero Afghanistan e Iraq, ma si lasciò intatto il principale centro di destabilizzazione del Medio Oriente, quello che nel frattempo continuava a finanziare Hamas, Hezbollah e gli Houthi, alimentando una guerra permanente contro Israele e contro l’Occidente stesso.

 

Trump, al contrario, aveva intuito già durante il suo primo mandato che senza neutralizzare l’asse iraniano sarebbe stato impossibile costruire un Medio Oriente stabile, economicamente integrato e capace di emanciparsi dal caos ideologico e religioso che lo soffoca da decenni.

 Gli Accordi di Abramo andavano esattamente in quella direzione: sostituire l’odio ideologico con il pragmatismo economico e strategico. Oggi, attraverso il dialogo diretto con XI Jinping, quel disegno torna centrale, perché anche la Cina ha ormai compreso che sostenere indefinitamente un regime destabilizzante come quello iraniano non conviene più nemmeno ai propri interessi energetici e commerciali.

 

Ed è proprio qui che emerge la differenza tra Trump e gran parte della classe dirigente occidentale degli ultimi trent’anni.

 Trump ragiona da uomo di potere, non da opinionista.

Non si muove sulla base delle categorie moralistiche con cui i media mainstream raccontano il mondo, ma sulla base della realtà.

 La realtà dice che una guerra commerciale totale tra Stati Uniti e Cina sarebbe devastante per entrambe le economie.

La realtà dice che Taiwan rischiava di trasformarsi nella Sarajevo del XXI secolo.

 La realtà dice che la guerra in Ucraina è diventata un gigantesco tritacarne nel quale l’Europa sta consumando il proprio suicidio economico e industriale mentre Washington, Mosca e Pechino ragionano già sugli equilibri del dopo-conflitto.

 

Per questo il vertice di Pechino assume una portata enorme.

La tregua sui dazi e sulle materie prime strategiche, gli accordi commerciali, la cooperazione sul fentanile, l’intesa sui Boeing, la road-map condivisa sull’Iran e persino la sostanziale archiviazione dello scontro sulle responsabilità cinesi legate al Covid non sono concessioni ideologiche, ma tasselli di un gigantesco negoziato strategico attraverso cui Stati Uniti e Cina stanno ridefinendo il nuovo ordine mondiale.

Trump non sta facendo il “pacifista”, come qualcuno superficialmente potrebbe sostenere.

Sta facendo ciò che fanno i grandi leader:

ridurre i fronti di instabilità per concentrare la forza americana dove serve davvero.

Anche perché il vero tema di fondo di questa fase storica non è soltanto geopolitico, ma civile e identitario.

Mentre l’Occidente veniva indebolito da “cancel culture”, “ideologia woke”, “fanatismo green”, “immigrazione incontrollata” e “destrutturazione sistematica” di ogni riferimento culturale tradizionale, Cina e potenze emergenti continuavano a ragionare in termini classici: potenza industriale, energia, controllo delle filiere, sovranità tecnologica, influenza geopolitica.

 

L’Europa, invece, continua ostinatamente a comportarsi come una gigantesca ONG burocratica convinta che il mondo possa essere governato con regolamenti, procedure e dichiarazioni solenni.

 Il risultato è sotto gli occhi di tutti:

un continente sempre più irrilevante sul piano strategico, strangolato dalla propria ideologia e incapace perfino di difendere le sue industrie, i suoi confini e la sua identità.

Mentre Washington e Pechino trattano da pari a pari ridisegnando il pianeta, Bruxelles continua a discutere di quote green, linguaggio inclusivo e nuove forme di regolamentazione che finiscono sistematicamente per favorire i colossi stranieri e penalizzare le economie europee.

 

Dentro questo scenario Giorgia Meloni rappresenta una delle poche eccezioni europee, perché ha compreso prima di molti altri che il tempo della subalternità ideologica è finito e che senza il recupero del concetto di interesse nazionale l’Europa è destinata a trasformarsi definitivamente in una periferia economica e politica delle grandi potenze globali.

 Non è un caso che la sinistra e gran parte dell’informazione mainstream attacchino contemporaneamente Trump e Meloni:

 entrambi rappresentano un ostacolo a quel modello globalista fondato sulla progressiva cancellazione delle identità nazionali e sulla concentrazione del potere nelle mani di organismi sovranazionali, “Big Tech” e “grandi gruppi finanziari”.

 

Il vertice di Pechino segna dunque il ritorno esplicito del bipolarismo, ma soprattutto il ritorno della realtà dopo trent’anni di propaganda ideologica.

Gli Stati Uniti e la Cina hanno deciso di riconoscersi reciprocamente come uniche vere superpotenze globali.

Tutti gli altri, piaccia o meno, restano sullo sfondo.

La Russia esce dalla guerra ucraina fortemente indebolita e sempre più dipendente da Pechino.

L’Europa continua a pagare il prezzo del proprio tafazzismo politico ed economico.

 E l’Occidente si trova davanti a una scelta decisiva:

continuare a suicidarsi inseguendo ideologie post-nazionali oppure tornare a difendere sé stesso.

Donald Trump, nel frattempo, continua a fare ciò che aveva promesso: sistemare le cose (“Trump will fix it” era uno dei suoi slogan nel 2024, NdA).

Non utilizzando la solita vuota retorica moralista, ma attraverso quella fredda logica degli interessi nazionali che le élite globaliste hanno demonizzato per anni e che oggi, inevitabilmente, torna a governare il mondo.

(Alessandro Nardone).         

 

 

Trump-XI, il summit delle ambiguità:

un incontro, due letture.

Renewablematter.eu - Alessandra Scolarizzi – (15 maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il vertice rilancia il dialogo tra USA e Cina ma dietro ai nuovi accordi commerciali restano le fratture su Taiwan, Iran, AI e sicurezza energetica.

Chissà se è stata la visita al tempio Cielo di Pechino, simbolo di buon raccolto e prosperità nella tradizione imperiale cinese.

 O forse semplicemente la congiuntura internazionale e le difficoltà economiche su ambo le sponde del Pacifico.

 Fatto sta che il viaggio di Trump in Cina, dal 13 al 15 maggio, il primo di un presidente statunitense dal 2017, ha dato alcuni frutti: "ingenti ordini da Boeing", la disponibilità di Pechino a rinnovare le licenze per l’importazione di carne bovina statunitense e ad acquistare soia nonché maggiori quantità di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL).

 O almeno è quanto hanno annunciato le autorità statunitensi al termine dei colloqui con il leader cinese XI Jinping e la sua squadra, cominciati con una sfarzosa cerimonia in piazza Tienanmen e due ore di colloqui nella Grande Sala del Popolo.

 

Si tratta di frutti destinati a maturare o a marcire nei prossimi mesi, nell’attesa che il presidente cinese accetti l’invito di Trump negli States il 24 settembre.

Pechino e Washington devono “essere partner, non avversari”, devono perseguire “il successo reciproco e la prosperità comune”, ha dichiarato XI, mettendo in chiaro però che c’è una linea rossa da non oltrepassare: la questione di Taiwan "se gestita male" potrebbe portare le due nazioni a “scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, spingendo l'intera relazione sino-americana in una situazione estremamente pericolosa", ha avvertito il presidente cinese.

 

Un summit, due letture.

Al di là dei convenevoli, le divergenze tra i due paesi restano ampie.

Lo si capisce anche solo dalle rispettive letture del vertice, contraddistinte da omissioni che segnalano priorità differenti.

Ma che al contempo lasciano alla controparte la possibilità di presentare il meeting come un successo sia all'opinione pubblica cinese sia a quella statunitense.

 

"Il summit ha definito un quadro di riferimento, anche se non credo si raggiungerà un consenso a breve termine”, spiega a “Materia Rinnovabile” Fred Gao, giornalista dell’emittente CGTN e curatore dell'autorevole newsletter “Inside China”.

Soprattutto riguardo Taiwan, che il read out statunitense nemmeno cita.

Per Gao il punto fondamentale è che Pechino ha proposto una nuova visione per le relazioni bilaterali basata sul concetto di "stabilità strategica costruttiva" in quattro livelli:

stabilità positiva con la cooperazione come pilastro fondamentale, stabilità sana con competizione entro limiti appropriati,

 stabilità costante con divergenze gestibili, e stabilità duratura per la pace.

Questo approccio, secondo l'esperto, suggerisce implicitamente un modello tra due grandi potenze di pari livello, piuttosto che un ordine gerarchico guidato da Washington.

L’aggiunta deliberata del termine "costruttivo" indica che Pechino non si accontenta di una gestione passiva della crisi, ma desidera una cooperazione attiva laddove possibile, chiarisce Gao.

 

Le questioni commerciali al centro dell’agenda.

Come da attesa, gli scambi commerciali hanno dominato l’agenda. L’intenzione era chiara anche prima della partenza dall’invito esteso alla folta schiera di amministratori delegati statunitensi, compresi Elon Musk di Tesla e Tim Cook di Apple.

 Nonostante la tregua tariffaria concordata in Corea del Sud a novembre, lo scorso anno le transizioni tra Stati Uniti e Cina si sono ridotte del 29%, scendendo a 415 miliardi di dollari rispetto ai 582 miliardi del 2024.

Un trend che, secondo il segretario al Tesoro “Scott Bessent”, le due parti cercheranno di raddrizzare con la creazione di un nuovo ente commerciale congiunto per gestire l’interscambio nelle “aree non critiche e non strategiche”.

 

“Ci sono settori in cui gli interessi commerciali e strategici si scontrano”, spiega Gao citando “le biotecnologie, l'accesso al mercato dei servizi finanziari e le rispettive dipendenze dalle catene di approvvigionamento nel settore aerospaziale e dei veicoli elettrici”.

 

Il dossier più scivoloso resta proprio la competizione tecnologica.

 Nonostante la presenza del CEO di Nvidia Jensen Huang − imbarcato sull’Air Force One in extremis − suggerisca la volontà di dialogare, “la contesa strutturale sui semiconduttori, l'intelligenza artificiale e i controlli sulle esportazioni non accenna a diminuire”, afferma Gao. Stando alla Reuters, Washington avrebbe autorizzato la vendita dei chip per l’IA H200 di Nvidia a diverse grandi aziende tecnologiche cinesi.

Ma manca l’ok di Pechino, ormai determinato a raggiungere l’autosufficienza nei comparti ritenuti strategici, dall’alta tecnologia alla sicurezza alimentare.

Convinzione che potrebbe frenare l’attuazione degli accordi su soia, gas e aerei sbandierati ieri da Trump.

Esattamente come il Covid-19 diede alla Cina l'alibi per non acquistare i 250 miliardi di merci e servizi statunitensi previsti dall’“accordo di fase uno”, siglato durante il primo mandato Trump.

 

Taiwan, Iran e le questioni militari.

E poi ci sono le tensioni militari.

Nello Stretto di Taiwan, che Washington annovera tra i principali alleati asiatici, ma anche nel mar Cinese meridionale, dove passano alcune delle principali rotte commerciali mondiali e che Pechino rivendica quasi interamente per sé.

“XI ha esplicitamente auspicato un migliore utilizzo dei canali di comunicazione politico-diplomatico e militare”, oltre a un'espansione della cooperazione in settori quali commercio, sanità, agricoltura, turismo, scambi interpersonali e applicazione della legge, sottolinea Gao, aggiungendo che “la ricostruzione di questi meccanismi richiede pazienza”.

 

L’inclusione nella delegazione di Pete Hester, primo segretario alla Difesa USA ad aver partecipato a una visita di stato in Cina dal 1972, lascia intendere la volontà di stabilizzare i rapporti militari.

Forse anche alla luce del ritorno all’utilizzo della forza da parte di Washington:

la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro e l’attacco in Iran richiedono nuove rassicurazioni dagli Stati Uniti per escludere un altro cambio di regime.

La prossima volta a Pechino.

 

Proprio il conflitto in Medio Oriente è l’altro grande innominato. Stavolta è il comunicato cinese a essere evasivo.

Trump, che a marzo aveva dovuto rimandare la visita proprio a causa del conflitto, sostiene che XI abbia promesso di non armare l’Iran e di contribuire a tenere aperto lo stretto di Hormuz.

“In Cina, molti ritengono che sia nel nostro legittimo interesse mantenere i legami economici con l'Iran”, spiega a Materia Rinnovabile “Zhao Mingono”, docente di relazioni internazionali della “Fudan University di Shanghai” nonché ex vicedirettore del Centro studi presso il Dipartimento internazionale del comitato centrale del Partito comunista cinese.

L'Iran non è solo un importante partner energetico per la Cina, ma anche un paese con un elevato volume di scambi commerciali bilaterali. Molte aziende cinesi sono impegnate lì in progetti infrastrutturali nell’ambito della “Belt and Road Initiative”.

 

Come ricorda l’esperto, “le azioni americane contro Caracas e Teheran sono significativamente perché svolgono un ruolo cruciale nella strategia di sicurezza energetica a lungo termine della Cina.

Entrambe le nazioni garantiscono un accesso diversificato alle risorse di petrolio e gas, contribuendo a ridurre la sua dipendenza da rotte di approvvigionamento più instabili o strategicamente limitate”.

 

 

 

Crisi energetica? La Cina scommette sull'idrogeno.

Renewablematter.eu – Giorgia Marino – (27 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

Mentre l’Europa rallenta, Pechino rilancia con un piano industriale da miliardi di yuan per rendere l’idrogeno verde competitivo e rafforzare la propria sicurezza energetica.

 

Nel campo dello sviluppo tecnologico la Cina non lascia mai strade inesplorate, e anche quando gli altri sembrano abbandonare i sentieri più difficili, non demorde e va avanti.

 L’idrogeno verde è un perfetto esempio di questa filosofia:

 mentre in Europa l’entusiasmo attorno a questa tecnologia sembra essersi spento, Pechino rilancia con un nuovo piano quadriennale presentato lo scorso 16 marzo.

 

Il governo ha annunciato che selezionerà cinque cluster urbani, che potranno ricevere ciascuno fino a 1,6 miliardi di yuan di incentivi (circa 232 milioni di dollari) per realizzare programmi pilota e raggiungere entro quattro anni i target stabiliti per l’implementazione della filiera.

Gli obiettivi sono molto concreti, e riguardano i due problemi principali del settore idrogeno, ovvero il raggiungimento di una produzione effettivamente sostenibile sia dal punto di vista ambientale che da quello economico.

Fra gli indicatori principali che valuteranno la riuscita del piano c’è il prezzo dell’idrogeno al consumo, che Pechino spera di portare sotto i 25 yuan al chilogrammo entro il 2030, rispetto agli attuali 35-50 yuan.

 

Si allarga l’orizzonte per l’idrogeno verde.

Il piano rappresenta un cambio di passo significativo rispetto alle politiche precedenti, che si concentravano quasi esclusivamente sul settore dei trasporti.

Il nuovo programma allarga l'orizzonte:

accanto ai veicoli a celle a combustibile, vengono incluse applicazioni industriali come l'ammoniaca verde e la decarbonizzazione della produzione di acciaio, oltre a settori emergenti come la navigazione marittima, l'aviazione e le attività minerarie.

È un segnale chiaro che l'idrogeno non è più considerato una scommessa di nicchia, ma una leva strutturale della politica energetica cinese.

 

Sul fronte dei trasporti, la Cina può già vantare il primato mondiale: quasi 40.000 veicoli a celle a combustibile e 574 stazioni di rifornimento operative a fine 2025.

Il programma fissa ora l’obiettivo ambizioso di 100.000 veicoli entro il 2030, ma riconosce un nodo irrisolto:

 la dipendenza dai sussidi pubblici.

Il caso di Fishman, nella provincia del Guangdong, è emblematico:

 i bus a idrogeno sono stati ritirati dal servizio dopo la scadenza degli incentivi locali, perché i costi di rifornimento rimanevano insostenibili senza supporto statale.

 

La sostenibilità economica, si diceva, è quindi al centro del nuovo approccio.

Se l’intenzione di Pechino è di far scendere i prezzi sotto la soglia dei 25 yuan/kg, per le aree con elevato potenziale di energie rinnovabili si spera di arrivare addirittura a 15 yuan/kg, una soglia che, se raggiunta, renderebbe l'idrogeno verde competitivo su scala commerciale anche senza sussidi strutturali.

 

Sul versante ambientale, il programma introduce poi criteri stringenti per la definizione di "green", vietando l’etichetta per progetti di ammoniaca o metanolo derivati dal carbone, e incoraggiando invece la produzione di idrogeno direttamente collegata a impianti eolici e solari, anche off-grid.

Un approccio che punta a garantire l'integrità della filiera, evitando il rischio di greenwashing sistemico.

Rafforzare la sicurezza energetica in tempi incerti

A orientare i piani del governo cinese verso l'idrogeno non è però solo l’obiettivo della decarbonizzazione.

 La guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno reso prioritaria per Pechino la questione della sicurezza energetica. Nonostante per il momento la Cina sembri avere sufficienti scorte strategiche per non subire contraccolpi, ridurre la dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas impone di non tralasciare nessuna possibile soluzione alternativa.

 L'idrogeno, in quest'ottica, rappresenta una fonte energetica domestica e rinnovabile, capace di diversificare l'approvvigionamento e rafforzare l'autonomia del paese.

 Non è un caso che l’annuale relazione sull’attività del governo, presentata dal premier Li Qiang durante le Due Sessioni, identifichi l'idrogeno e i combustibili verdi tra le industrie del futuro, affiancandoli alla creazione imminente di un fondo nazionale per la transizione a basse emissioni di carbonio.

 

La Cina si trova, secondo un funzionario del Ministero dell’IIT citato da Dialoga Earth, a un "punto di svolta" per il dispiegamento su larga scala dell'idrogeno.

 Le infrastrutture ci sono, la volontà politica anche.

La sfida ora è trasformare la promessa tecnologica in un modello economico capace di reggersi sulle proprie gambe.

 

 

 

Trump-XI, l’Europa resta a guardare.

 Nicolaporro.it - Giulio Galetti – (17 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Finito il summit di Pechino, è scattato il rito e Il dibattito si è appiattito su un registro calcistico, come se Trump e Ii si fossero sfidati in una finale di Coppa del Mondo.

 I commentatori si sono divisi con proterva indifferenza per i fatti, che raccontano una storia più sobria, quella di un pareggio strutturale e inevitabile.

Chi si ferma alla forma, alle strette di mano, ai toni melliflui delle dichiarazioni congiunte, può pensarla altrimenti, ma la sostanza è altrove, e non potrebbe essere altrimenti.

Usa e Cina da sole generano quasi la metà dell’economia globale nominale, con gli Stati Uniti che contribuiscono per circa il 27% e la Cina per il 17% del PIL mondiale.

 

 

Il summit arriva dopo un conflitto commerciale parossistico: dazi americani fino al 145%, embargo cinese sulle terre rare, in una escalation simmetrica e autolesionista.

L’accordo di Ginevra di maggio 2025 aveva aperto una tregua da 90 giorni.

 Poi Busan, poi la Corte Suprema Usa ha dichiarato incostituzionale parte dei dazi IEEPA, limandoli al 29,7%. Al tavolo siedono anche i vertici delle maggiori corporations americane: Tesla, Apple, BlackRock.

La loro presenza è il segnale più eloquente che nessuna retorica protezionistica ha reciso i fili che tengono insieme le due economie.

 

La chiave analitica è l’interdipendenza strutturale.

 La Cina ha bisogno del mercato americano, del dollaro come lubrificante degli scambi, della libertà di navigazione.

 L’America dipende dalle terre rare cinesi, dai microchip taiwanesi, dalla catena manifatturiera che Pechino controlla.

Quando Trump tassa al 145%, XI risponde con l’embargo sulle terre rare.

 Entrambi si fanno del male.

 Tertium non datur.

 

HORMUZ.

Punto cogente di convergenza:

lo Stretto deve restare aperto.

XI ha dichiarato interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la dipendenza dalla rotta.

La Cina paga un prezzo esiziale ogni volta che i passaggi energetici si chiudono.

 L’Iran è un problema condiviso:

 né Washington né Pechino possono permettersi un Golfo Persico imprevedibile.

 

 

TAIWAN.

Qui le retoriche si separano.

 XI ha avvertito:

 “Conflitti se il tema fosse mal gestito.”

È la linea rossa su cui nessun leader cinese può tergiversare senza perdere legittimità interna.

Trump l’ha lasciata nel verbale senza raccoglierla. Pragmatismo o acquiescenza?

La distinzione è dirimente ma (per ora) non chiarita.

 

LE CREPE INTERNE.

La superficie levigata di Pechino occulta fratture serie: disoccupazione giovanile oltre il 20%, crollo immobiliare, decapitazioni ai vertici militari ben oltre le mitiche purghe di Mao.

Le debolezze americane sono esibite nella trasparenza un po’ caotica tipica delle democrazie.

Quelle cinesi, invece, vengono censurate, sottratte sistematicamente.

 L’attivo commerciale da 1.200 miliardi è il tallone d’Achille della “Fabbrica del mondo”:

se i mercati si contraggono, la fabbrica rallenta e soffre prima (e più) di chiunque, nella catena del valore.

 

I RISULTATI DI TRUMP.

Sul piano dei risultati Trump porta a casa qualcosa.

 La Cina ha acquistato 200 aerei Boeing, primo ordine di jet commerciali americani dai tempi di Obama.

 

Pechino si è impegnata su acquisti agricoli ed energetici nei prossimi tre anni: soia, petrolio, gas naturale liquefatto.

Sul dossier Iran la convergenza è significativa:

entrambe le parti concordano che Hormuz deve restare aperto e che Teheran non potrà mai dotarsi di armi nucleari.

Infine XI ha accettato l’invito alla Casa Bianca per il 24 settembre, ovvero un segnale di stabilizzazione del canale diplomatico che un anno fa sembrava impensabile.

 

 

IL VERDETTO DEI MERCATI.

Wall Street in rosso, borse europee in netto calo.

 I “fantastici accordi commerciali” rivendicati da Trump sull’Air Force One sono in realtà poca cosa rispetto alle attese.

 Lo stesso Trump ha ammesso che di dazi “non abbiamo parlato”:

 la proroga della tregua oltre novembre resta in standby. Andrew Wilhelm di Control Risks ha così sintetizzato:

“La Cina gestisce gli Stati Uniti più con la deterrenza che con le concessioni.”

È la descrizione di un rapporto di forza che il summit ha reso visibile a chiunque guardasse oltre le strette di mano.

 

Permane a valle di questo Summit, la sensazione di essere al cospetto di una diarchia instabile tra due superpotenze esposte, condannate a compromessi continui, ciascuna ossessionata dall’altra.

Attorno a questo asse l’Europa, che avrebbe titolo per sedersi al tavolo con il 23% di PIL, contempla la scena con la consueta, elegante impotenza.

(Giulio Galetti).

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