Concorrenza e politica industriale.

 

Concorrenza e politica industriale.

 

 

Aprite i vostri mercati se volete

 i finanziamenti dell'UE, dice

un dirigente del settore agli Stati Uniti

e agli altri partner commerciali.

Politico.eu – (8 maggio 2026) – Gabriel Gavin – Redazione – ci dice:

 

Stéphane Sojourner ha affermato che il sostegno a una "preferenza europea" per proteggere le industrie del blocco è in crescita.

Legge UE sull'acceleratore industriale.

Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la prosperità e la strategia industriale, Stéphane Sojourner, parla ai media al Berlaymont, sede della Commissione europea, il 4 marzo 2026 a Bruxelles.

BRUXELLES – I Paesi che non accolgono le aziende europee nei loro mercati non dovrebbero aspettarsi di poter accedere agli appalti UE per beni e servizi, ha avvertito il responsabile industriale dell'Unione.

In dichiarazioni rilasciate venerdì al Brussels Playbook di POLITICO , il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Sojourner ha affermato che "cresce il sostegno" tra le capitali dell'UE per "un importante cambiamento di dottrina" che consentirebbe a una maggiore quantità di denaro dei contribuenti di rimanere nel continente.

"Se non agiamo contro la concorrenza sleale dei rivali globali, l'Europa rischia di perdere il controllo di catene di produzione cruciali nei settori delle tecnologie pulite, dell' automotive e dell'energia nucleare", ha dichiarato il commissario francese, responsabile del mercato unico.

 

Sojourner ha a lungo sostenuto una "preferenza europea" nell'ambito del suo programma di punta, l'”Industrial Accelerator Act” (che mira a rendere l'Europa più competitiva favorendo i produttori locali di tecnologie verdi) e per i progetti finanziati dal bilancio a lungo termine dell'UE.

Tuttavia, alcuni paesi dell'UE, guidati dalla Germania, si oppongono a quelli che considerano criteri troppo rigidi che potrebbero interrompere le catene di approvvigionamento.

 

Tuttavia, Sojourner ha affermato che "più il mondo cambia", più si rafforza la necessità di questa politica e "il dibattito non verte più sul perché l'Europa dovrebbe farlo, ma su come farlo in modo efficace".

 

L'intervento giunge in un momento di crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti, dopo che il presidente Donald Trump ha annunciato giovedì che avrebbe imposto dazi "molto più elevati" sulle esportazioni dell'UE se il blocco non avesse azzerato le proprie tariffe.

Uno storico accordo commerciale, raggiunto tra Trump e la presidente della Commissione “Ursula von der Leyen” nel luglio dello scorso anno, è bloccato nei negoziati a Bruxelles, mentre i legislatori valutano le misure di salvaguardia nel caso in cui Washington non rispettasse i propri impegni.

 

Sojourner ha sostenuto che destinare denaro pubblico ad aziende con sede nell'UE "cambia gli equilibri nei negoziati commerciali globali.

 I Paesi che desiderano accedere ai mercati europei degli appalti pubblici dovranno a loro volta aprire i propri mercati. Ciò conferisce all'Europa un nuovo e potente strumento commerciale".

 

Secondo documenti riservati del governo tedesco, visionati da” POLITICO” , Berlino si unisce alle richieste affinché l'Industrial Accelerator Act includa l'obbligo per i progetti finanziati con fondi pubblici di approvvigionarsi di acciaio da produttori dell'UE, ove possibile.

 

Nel frattempo, crescono le richieste all'UE di adottare una linea più dura nei confronti della Cina, accusata di escludere le imprese straniere dal proprio mercato e di monopolizzare all'estero settori chiave come le energie rinnovabili e la tecnologia.

Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot, a seguito di un viaggio a Pechino, ha esortato l'UE ad affrontare il problema dell'eccesso di offerta proveniente dal Paese, citando settori come quello metallurgico, automobilistico e chimico.

Editoriale.

Un’Europa divisa è ancora credibile?

Thefederalist.eu – (2025 -Anno LXVII – n°1 -pag. 3) - Redazione – ci dice:

 

Di fronte a una sequenza di eventi che stanno rivoluzionando il panorama delle relazioni internazionali e i rapporti di forza tra aree del mondo, l’Europa si trova impreparata e paralizzata.

 

Impreparata per l’incapacità degli Stati membri negli ultimi settant’anni di dar vita a un potere politico sovranazionale di carattere federale in grado di garantire una capacità di azione all’Unione.

Paralizzata dal timore da parte di molti governi delle conseguenze elettorali che una scelta coraggiosa in direzione di un’Europa politica potrebbe comportare, dall’incapacità di andare al di là di una visione dei rapporti internazionali e delle alleanze ormai superata, dall’apparente inconsapevolezza dell’urgenza di cambiare passo e del rischio di una perdita dei valori di convivenza che in Europa sono nati e si sono affermati.

In un mondo nel quale gli equilibri stanno cambiando e le potenze esterne all’Europa sono impegnate in una lotta per accaparrarsi risorse e sfere di influenza politica, l’incapacità di imboccare la strada di una radicale trasformazione dell’Unione in senso politico e l’atteggiamento attendista e pavido degli Stati membri e delle istituzioni dell’Unione stanno compromettendo seriamente la credibilità dello stesso processo di integrazione europea, con il rischio di portare a una totale sfiducia dell’opinione pubblica che ne segnerebbe la fine.

 

Le manifestazioni della debolezza dell’Europa, della sua incapacità di affermare le proprie posizioni a livello internazionale e della sua perdita di credibilità sono state in questi ultimi mesi molteplici.

 

Un esempio ne è l’esclusione degli europei dal vertice in Alaska tra Trump e Putin, che si è tradotto in una legittimazione di Putin come interlocutore e in una totale delegittimazione dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.

 

Ma nella stessa direzione va anche il recente accordo sui dazi tra Stati Uniti e Unione europea.

Dopo aver tenuto in una fase iniziale un atteggiamento di estrema prudenza di fronte alle minacce di un aumento vertiginoso dei dazi sui prodotti europei da parte dell’amministrazione Trump, evitando, a differenza di Stati come il Canada, di reagire in modo deciso e di minacciare seriamente l’utilizzo di contromisure come il c.d. bazooka o il meccanismo anti-coercizione, l’Unione ha infatti accettato di impegnarsi a non innalzare i dazi nei confronti dei prodotti USA e ad acquistare energia (per 750 miliardi di dollari in tre anni) ed armamenti americani nonché ad incrementare di 600 miliardi di dollari gli investimenti diretti negli Stati Uniti in cambio di un’imposizione di dazi del 15% sui prodotti europei anziché del 30% come minacciato dall’amministrazione Trump.

 

Si tratta di un compromesso che va in direzione diametralmente opposta rispetto a quella tracciata dal Rapporto Draghi sulla competitività, dal quale emergeva la necessità impellente per l’Europa di acquisire autonomia dalle potenze esterne e di dotarsi di una capacità di pianificazione e di decisione politica, e che metteva in luce la fine dell’illusione di poter dipendere da potenze esterne per difesa, energia e tecnologie in un mondo sempre più dominato dalla competizione tra potenze di dimensione continentale.

 

Del resto, l’incapacità degli europei, frammentati e divisi, di avere un peso nella presa di decisione a livello internazionale e di tutelare l’interesse dei loro cittadini e delle loro imprese erano emersi chiaramente in occasione della recente decisione assunta dal G7 sulla Global Minimum Tax. Mentre quest’ultima è stata recepita, totalmente o parzialmente, da 55 paesi la maggioranza dei quali europei, nella riunione del G7 di fine giugno gli Stati Uniti hanno ottenuto un’esenzione per le multinazionali la cui capogruppo abbia sede nel loro territorio, trasformando di fatto tale imposta in un boomerang per le imprese aventi sede nel territorio dell’Unione.

 

L’assenza di peso politico dell’Unione e la sua dipendenza da potenze esterne in molti settori, in particolare la sua sudditanza rispetto agli Stati Uniti, non è tuttavia casuale, bensì è la diretta conseguenza del fatto che l’Europa non è un soggetto politico e non è dotata di un potere autonomo dagli Stati membri. In altre parole, la dipendenza dall’esterno, e in particolare dagli Stati Uniti, è una diretta conseguenza di una dipendenza sul piano interno (dagli Stati membri).

 

Tale dipendenza risulta evidente soprattutto nei settori tradizionalmente legati al cuore della sovranità statale, come quelli della politica estera e di difesa e della politica economica e fiscale, ma in realtà è di ostacolo anche all’esercizio di quelle politiche che appartengono alla competenza esclusiva dell’Unione, e nelle quali dunque in teoria quest’ultima può agire autonomamente. Per tornare al tema dei dazi, basti pensare all’unione doganale e alla politica commerciale comune. Si tratta di due settori nei quali gli Stati membri non possono intervenire in quanto settori facenti parte delle competenze esclusive europee, e nei quali le decisioni sono adottate dal Consiglio a maggioranza qualificata e dunque in assenza di diritto di veto. Tuttavia, la mancanza di un potere politico europeo in grado di agire autonomamente dagli Stati membri ne condiziona fortemente l’esercizio.

 

In primo luogo perché la capacità di negoziare accordi sui dazi e accordi commerciali con Stati terzi è fortemente legata a scelte di politica estera, e dunque da decisioni politiche relative al ruolo dell’Europa sullo scenario internazionale. Tali decisioni sono ancora sostanzialmente nelle mani degli Stati membri, dal momento che l’ambito PESC è regolato da meccanismi intergovernativi improntati alla regola dell’unanimità e dunque l’Unione, lungi dal poter elaborare una strategia coerente, si trova condizionata dalle differenti visioni degli Stati membri e dunque impossibilitata a decidere. Così, di fronte alla politica aggressiva di Trump gli Stati membri si sono trovati divisi sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli Stati Uniti, con l’Italia favorevole al mantenimento di buone relazioni con gli Stati Uniti ed altri Stati, come la Francia, orientati in senso opposto.

 

In secondo luogo, perché la dipendenza degli europei da Stati terzi in molti settori indebolisce il loro potere negoziale anche nelle materie che appartengono alla competenza esclusiva dell’Unione. Basti pensare a come la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti per quanto riguarda difesa e armamenti, e dunque il pericolo che gli Stati Uniti si disinteressino della difesa degli europei e lascino l’Ucraina nelle mani di Putin abbia contribuito a smorzare i tentativi di rispondere in modo duro alla politica dei dazi di Trump e a far accettare agli europei un compromesso a loro sfavorevole.

 

Nonostante dunque l’Unione abbia in linea di principio mano libera in materia di politica commerciale, di fatto tale potere è significativamente svuotato.

 

Ma, come accennato, è soprattutto nei settori che sono posti al cuore della sovranità statale che tale dipendenza rende l’Unione incapace di agire e priva di autonomia. In particolare, è sul problema del finanziamento dell’Unione che occorre concentrarsi, in quanto la disponibilità di risorse finanziarie autonome, e dunque la competenza fiscale, è il presupposto essenziale per l’esercizio di tutte le competenze dell’Unione.

 

Ora, nonostante molti osservatori abbiano sottolineato a più riprese il carattere cruciale della questione e la necessità che l’Unione divenga autonoma dai suoi Stati membri per quanto riguarda il suo finanziamento, questa consapevolezza sembra assente negli Stati membri e nelle istituzioni dell’Unione, come emerge dal dibattito sulla recente proposta di nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 presentata dalla Commissione. Si tratta di una proposta che contiene alcuni elementi di innovazione rispetto al passato, dal momento che prevede un incremento del bilancio dall’1,1% all’1,6%, nuove priorità, un fondo per la competitività e l’innovazione di 410 miliardi di euro, un fondo di 400 miliardi di euro per aiutare gli Stati in difficoltà finanziabile attraverso l’emissione di debito europeo e nuove risorse proprie. È dunque la spia della consapevolezza della Commissione della necessità di reperire risorse aggiuntive per far fronte alle nuove priorità con le quali gli europei devono confrontarsi.

 

E tuttavia rischia di essere un buco nell’acqua. Non solo perché l’aumento del bilancio dal punto di vista quantitativo non è in realtà significativo, dal momento che la somma totale include la spesa per il pagamento degli interessi relativi a Next Generation EU, e dunque l’aumento è solo dello 0,04%, ma anche a motivo del fatto che la proposta si colloca nel quadro delle procedure esistenti e dunque per essere approvata richiede l’unanimità in Consiglio e l’approvazione da parte dei Parlamenti degli Stati membri. Ora, al di là del fatto che alcuni Stati hanno già manifestato la propria contrarietà alle proposte, è abbastanza significativo che nessuna istituzione dell’Unione – nemmeno il Parlamento europeo, il grande escluso dalla decisione sulle risorse proprie – abbia sollevato il problema della creazione di una reale autonomia di bilancio dell’Unione, e dunque della necessità di una riforma dei meccanismi esistenti che sottragga la decisione sul finanziamento dell’Unione al consenso unanime degli Stati membri e attribuisca un reale potere fiscale al livello europeo con un pieno coinvolgimento del Parlamento europeo. In mancanza di una simile riforma, infatti, un reale aumento dell’entità delle risorse a disposizione dell’Unione è illusorio e ogni proposta si traduce inevitabilmente in un semplice spostamento di risorse da un settore all’altro.

 

Ancora una volta, dunque, il coraggio di affrontare i nodi del processo di integrazione e di compiere una scelta di rottura rispetto all’esistente sembra mancare e l’Unione europea sembra avvitarsi in un circolo vizioso.

 

I tempi per invertire questa tendenza non sono tuttavia lunghi, ed è quindi necessario che almeno un gruppo di Stati, a partire dai “volenterosi” a sostegno di Kiev, prenda l’iniziativa di dar vita a un nucleo di unione politica, che riaffermi la centralità dei valori che in Europa si sono sviluppati e ridoni credibilità al progetto di pace e di democrazia alla base del processo di unificazione europea.

Come ha scritto Giuliano Noci sul Sole 24 Ore (“L’Occidente e le nuove regole per evitare il crollo definitivo”, 24 agosto 2025), “se non batte un colpo ora, il castello crollerà e l’Europa non sarà spettatrice: sarà tra le macerie, a chiedersi come sia stato possibile”.

(Il Federalista).

 

 

 

 

Politica della concorrenza.

Europarl.europa.eu – Marcel Magnus – (10 -11 -2025) – Redazione – ci dice:

L'obiettivo principale delle norme dell'Unione in materia di concorrenza è consentire il corretto funzionamento del mercato interno dell'UE. Il trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) ambisce a prevenire restrizioni e distorsioni della concorrenza, quali gli abusi di posizione dominante, gli accordi anticoncorrenziali, nonché le fusioni e acquisizioni, qualora limitino la concorrenza.

Sono inoltre proibiti gli aiuti di Stato che provocano distorsioni della concorrenza.

Tuttavia, essi possono essere autorizzati in taluni casi specifici.

 

Base giuridica.

 

Gli articoli da 101 a 109 TFUE e il protocollo n. 27 sul mercato interno e sulla concorrenza, dove si precisa che un sistema propizio ad un'equa concorrenza costituisce parte integrante del mercato interno, ai sensi dell'articolo 3, paragrafo 3, del trattato sull'Unione europea;

il regolamento sulle concentrazioni (regolamento (CE) n. 139/2004 del Consiglio) e le relative norme di attuazione (regolamento (CE) n. 802/2004 della Commissione);

gli articoli 37, 106 e 345 TFUE per le imprese pubbliche e gli articoli 14, 59, 93, 106, 107, 108 e 114 TFUE per i servizi pubblici, i servizi di interesse generale e i servizi di interesse economico generale; il protocollo n. 26 sui servizi di interesse generale; l'articolo 36 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

Obiettivi.

La politica di concorrenza rappresenta uno strumento chiave per il conseguimento di un mercato interno libero, dinamico e funzionale, nonché per lo sviluppo di un benessere economico comune.

La concorrenza consente alle imprese di competere in condizioni di parità in tutti gli Stati membri, incentivandole al tempo stesso a sforzarsi di offrire ai consumatori i migliori prodotti al miglior prezzo, il che, a sua volta, guida l'innovazione e favorisce la crescita economica a lungo termine.

 La politica di concorrenza dell'UE si applica anche alle imprese di paesi terzi che operano nel mercato interno.

 I cambiamenti sociali, economici, geopolitici e tecnologici pongono sfide alla politica di concorrenza dell'UE.

 

Nel 2020 la Commissione ha avviato un riesame globale delle norme in materia di antitrust, concentrazioni e aiuti di Stato.

La comunicazione della Commissione del novembre 2021 su una politica di concorrenza pronta a nuove sfide riassume gli elementi chiave di tale riesame.

Sottolinea inoltre come il riesame delle politiche contribuisca a promuovere la ripresa dell'UE dopo la pandemia e a creare un mercato interno più resiliente, a promuovere l'attuazione del Green Deal europeo, e ad accelerare la transizione digitale.

 

In un'economia sempre più digitalizzata, sono diventati necessari nuovi strumenti per affrontare le sfide emergenti.

Il regolamento sui mercati digitali, messo a punto dai colegislatori nel settembre 2022, mira a mantenere i mercati digitali equi e contendibili e introduce una regolamentazione ex ante per le cosiddette piattaforme online dei gate keeper.

 È stata avviata una serie di altre iniziative volte a rafforzare l'autonomia strategica aperta dell'UE in un contesto globale.

 Ad esempio, il nuovo regolamento sulle sovvenzioni estere mira ad affrontare i potenziali effetti distorsivi delle sovvenzioni estere nel mercato interno, in particolare nel contesto degli appalti pubblici e delle concentrazioni.

 

Man mano che il dibattito sulla competitività europea ha acquisito rilievo, la relazione Draghi, pubblicata nel settembre 2024, ha proposto un nuovo approccio alla politica di concorrenza per garantire che le regole di concorrenza, pur continuando ad essere rigorosamente applicate, siano adeguate all'evoluzione del panorama imprenditoriale e aiutino le imprese europee ad espandersi per competere a livello mondiale.

L'approccio pone maggiormente l'accento sulla promozione dell'innovazione e sul rafforzamento della sicurezza e della resilienza.

 In linea con quanto precede, la lettera d'incarico della presidente von der Leyen alla commissaria responsabile ha sottolineato la necessità di "modernizzare la politica di concorrenza dell'UE per garantire che sostenga le imprese europee nell'innovare, competere e guidare in tutto il mondo".

Strumenti della politica di concorrenza.

In termini generali, il pacchetto di strumenti della politica di concorrenza dell'UE comprende norme in materia di antitrust, controllo delle concentrazioni, aiuti di Stato, nonché servizi e imprese pubblici.

 L'antitrust mira a ripristinare le condizioni concorrenziali, ad esempio in caso di formazione di cartelli o di abuso di posizione dominante.

Gli strumenti della politica di concorrenza preventivi comprendono norme in materia di controllo delle concentrazioni e di aiuti di Stato.

 Il controllo delle concentrazioni previene potenziali distorsioni della concorrenza, valutando in anticipo se una potenziale fusione o acquisizione potrebbe avere un impatto anticoncorrenziale.

 Le norme in materia di aiuti di Stato mirano a evitare un indebito intervento statale laddove il trattamento preferenziale di talune imprese o taluni settori falsi o minacci di falsare la concorrenza e pregiudichi il commercio tra gli Stati membri.

I servizi di interesse economico generale (SIEG) rivestono una particolare importanza per i consumatori e sono soggetti a norme specifiche nell'ambito degli aiuti di Stato, al fine di promuovere la coesione sociale e territoriale, un elevato livello di qualità, sicurezza e accessibilità economica, nonché la parità di trattamento.

 

A. Divieto generale di accordi restrittivi della concorrenza (articolo 101 TFUE).

 

La collusione tra imprese dà luogo a una distorsione della parità di condizioni e pregiudica i consumatori e le altre imprese.

 Sono vietati e nulli di pieno diritto gli accordi tra imprese, quali i cartelli.

Per contro, possono essere esentati da tale divieto gli accordi che contribuiscono a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico. Le esenzioni sono consentite solo a condizione che una congrua parte dell'utile che ne deriva sia riservato ai consumatori e che l'accordo non imponga inutili restrizioni o intenda eliminare la concorrenza per una porzione sostanziale dei prodotti di cui trattasi.

Anziché concedere tali esenzioni caso per caso, queste sono generalmente disciplinate dai regolamenti generali di esenzione per categoria.

 

Questi regolamenti interessano singoli accordi che, essendo simili dal punto di vista del contenuto, finiscono solitamente per produrre effetti simili sulla concorrenza.

 Nel maggio 2022 la Commissione ha adottato il regolamento di esenzione per categoria relativo agli accordi verticali dopo averlo sottoposto a riesame. Inoltre, ha riesaminato i due regolamenti di esenzione per categoria relativi agli accordi orizzontali, unitamente ai pertinenti orientamenti.

Infine, determinati accordi non sono considerati come infrazioni se sono di minore importanza e hanno un impatto appena percepibile sul mercato (principio de minimi).

Tali accordi sono solitamente considerati utili per la collaborazione tra piccole e medie imprese.

 

Nel febbraio 2024 la Commissione ha adottato una comunicazione riveduta sulla definizione del mercato, la prima revisione della comunicazione dal 1997.

Essa comprende la definizione dei mercati nei casi di antitrust e di concentrazione.

Allinea gli orientamenti alle nuove realtà del mercato, come i mercati digitali, e agli sviluppi della prassi della Commissione e della giurisprudenza dell'UE, e amplia in modo sostanziale il concetto di "mercato rilevante".

 

B. Sfruttamento abusivo di una posizione dominante (articolo 102 TFUE)

 

Secondo la Corte di giustizia dell'UE (CGUE), la posizione dominante è "una situazione di potenza economica grazie alla quale l'impresa che la detiene è in grado di ostacolare la persistenza di una concorrenza effettiva sul mercato in questione e ha la possibilità di tenere comportamenti alquanto indipendenti nei confronti dei concorrenti, dei clienti e, in ultima analisi, dei consumatori".

La posizione dominante viene valutata in relazione al mercato interno nel suo insieme o a una parte sostanziale di esso.

 

Una posizione dominante non costituisce di per sé una violazione del diritto dell'UE in materia di concorrenza e le entità che godono di tale posizione sono autorizzate a competere in base ai propri meriti.

 Una posizione dominante conferisce tuttavia a un'impresa la specifica responsabilità di garantire che il proprio comportamento non falsi la concorrenza.

 Tra gli esempi di abuso di posizione dominante figurano la fissazione di prezzi inferiori ai costi sostenuti (prezzi predatori), l'imposizione di prezzi eccessivi, la vendita abbinata e aggregata e il rifiuto di trattare con determinate controparti.

 

Inoltre, il regolamento sui mercati digitali stabilisce obblighi specifici per le cosiddette piattaforme online dei gate keeper. Tali soggetti, una volta designati come gate keeper dalla Commissione, saranno tenuti a rispettare determinati obblighi o divieti relativi a determinati comportamenti, come previsto dalla legge (quali l'auto agevolazione, la preinstallazione e la vendita abbinata di determinati prodotti software, ecc.).

Tali obblighi sono complementari alle regole generali di concorrenza, che continuano ad applicarsi.

Quasi immediatamente dopo l'entrata in vigore degli obblighi, la Commissione ha avviato diverse indagini per non conformità.

 

C. Controllo delle fusioni.

 

Ai sensi del regolamento (CE) n. 139/2004 sulle concentrazioni sono dichiarate incompatibili con il mercato interno le concentrazioni che ostacolino in modo significativo una concorrenza effettiva nel mercato interno o in una parte sostanziale di esso, in particolare a causa della creazione o del rafforzamento di una posizione dominante (articolo 2, paragrafo 3).

 Le fusioni previste devono essere notificate alla Commissione qualora la società risultante superi determinate soglie (le cosiddette "concentrazioni di dimensione comunitaria").

Al di sotto di tali soglie, le autorità nazionali garanti della concorrenza possono rivedere le fusioni.

 Le norme in materia di controllo delle concentrazioni si applicano anche alle imprese con sede al di fuori dell'UE, se svolgono attività commerciali nel mercato interno.

Il punto di partenza di tale riesame è l'acquisizione del controllo in altre imprese (articolo 3, paragrafo 1).

Dopo aver valutato il probabile impatto della concentrazione sulla concorrenza, la Commissione può approvarla o respingerla, oppure concedere un'approvazione subordinata a determinate condizioni e oneri (articolo 8).

Non è previsto un controllo ex post sistematico né una separazione delle imprese collegate.

 

A seguito di una lunga procedura di riesame avviata nel 2014, la Commissione ha modificato il proprio regolamento di applicazione relativo alle concentrazioni e la comunicazione sulla procedura semplificata, che sono entrati in vigore nel settembre 2023.

I casi specifici in cui gli Stati membri possono chiedere alla Commissione di esaminare qualsiasi concentrazione priva di dimensione comunitaria sono stati ulteriormente definiti in una comunicazione della Commissione del 26 marzo 2021.

 

D. Divieto di concedere aiuti di Stato (articolo 107 TFUE).

 

L'articolo 107 TFUE prevede un divieto generale di concedere aiuti di Stato, al fine di evitare che, concedendo vantaggi selettivi a talune imprese, venga falsata la concorrenza nel mercato interno. Sono vietati tutti gli aiuti diretti concessi dagli Stati membri (quali sovvenzioni a fondo perduto, prestiti agevolati, esenzioni e immunità fiscali e garanzie di prestito), nonché vantaggi analoghi.

 

Il TFUE consente alcune deroghe al divieto generale, se giustificate da obiettivi strategici generali, ad esempio per far fronte a gravi perturbazioni economiche o per motivi di comune interesse europeo. Durante la pandemia di COVID-19, la Commissione ha adottato il quadro temporaneo per gli aiuti di Stato per far fronte alle gravi perturbazioni economiche causate dalla pandemia. Il quadro è già stato gradualmente eliminato. Nel marzo 2022 la Commissione ha adottato un quadro temporaneo di crisi, che da allora è stato ulteriormente ampliato, al fine di consentire agli Stati membri di utilizzare la flessibilità concessa dalle norme in materia di aiuti di Stato per sostenere l'economia nel contesto dell'invasione russa dell'Ucraina. Nel marzo 2023, la Commissione ha ulteriormente trasformato il quadro temporaneo in un quadro temporaneo di crisi e transizione, includendo misure volte a promuovere il sostegno in settori fondamentali per la transizione verso un'economia a zero emissioni nette, in linea con il piano industriale del Green Deal. Di conseguenza, con l'aggiunta di nuovi obiettivi, l'essenza della politica di concorrenza dell'UE sta attraversando una fase di profondi cambiamenti, che potrebbero essere considerati uno scostamento da decenni di prassi.

 

In passato sono state adottate misure analoghe nel quadro della crisi finanziaria globale per evitare importanti ricadute negative sull'intero sistema finanziario derivanti dal fallimento di un unico istituto finanziario.

 

Gli Stati membri sono tenuti a comunicare alla Commissione gli eventuali aiuti di Stato che intendano concedere, a meno che non siano coperti da un'esenzione generale per categoria (come stabilito nel regolamento di esenzione per categoria per gli aiuti di Stato) o dal principio de minimis. Le misure di aiuti di Stato possono essere attuate solo previa autorizzazione della Commissione, In alcuni casi, la Commissione ha ritenuto che il trattamento fiscale preferenziale riservato a determinate imprese costituisse un aiuto di Stato illegale. Molte di queste cause sono attualmente oggetto di indagini giudiziarie da parte della CGUE. La Commissione è competente a recuperare gli aiuti di Stato incompatibili.

 

Dal 2021 la Commissione ha completato una serie di valutazioni su diversi aspetti della politica dell'UE in materia di aiuti di Stato, che hanno permesso di elaborare, tra l'altro, una nuova disciplina in materia di aiuti di Stato a favore del clima, dell'ambiente e dell'energia, una comunicazione riveduta sulle norme in materia di aiuti di Stato per importanti progetti di comune interesse europeo (IPCEI) e orientamenti rivisti sugli aiuti di Stato destinati a promuovere gli investimenti per il finanziamento del rischio. Dal 2018 circa un IPCEI è stato approvato ogni anno.

 

Nel marzo 2025 la Commissione ha annunciato, nella sua comunicazione sul patto per l'industria pulita, la sua intenzione di semplificare le norme in materia di aiuti di Stato adottando un nuovo quadro, la disciplina degli aiuti di Stato nell'ambito del patto per l'industria pulita. L'obiettivo è accelerare la diffusione delle energie rinnovabili, sostenere la decarbonizzazione industriale e garantire una capacità sufficiente per la produzione di tecnologie pulite in Europa.

 

E. Servizi pubblici di interesse economico generale.

 

In alcuni Stati membri, certi servizi essenziali (ad esempio l'energia elettrica, le poste e i trasporti ferroviari) sono ancora forniti da imprese pubbliche o controllate da autorità pubbliche. Si tratta di servizi di interesse economico generale, soggetti a norme specifiche nell'ambito degli aiuti di Stato. Anche l'articolo 36 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea riconosce l'accesso dei cittadini dell'UE a tali servizi.

 

Attuazione.

Per garantire il conseguimento degli obiettivi della politica di concorrenza è essenziale un'applicazione rigorosa ed efficace delle regole di concorrenza dell'UE. La Commissione è il principale organismo responsabile di garantire la corretta applicazione di tali norme e dispone di ampi poteri di controllo e di attuazione. Tuttavia, il regolamento (CE) n. 1/2003 del Consiglio conferisce alle autorità e ai tribunali nazionali garanti della concorrenza un importante ruolo esecutivo, che è stato ulteriormente rafforzato dalla direttiva (UE) 2019/1. Il coordinamento dell'applicazione a livello nazionale e dell'UE è sostenuto dalla rete europea della concorrenza (REC), in cui la Commissione, le autorità nazionali e i tribunali garanti della concorrenza cooperano per garantire che le norme dell'UE in materia di concorrenza siano applicate in modo efficace e coerente. La procedura di cooperazione è stabilita dal regolamento (CE) n. 1/2003 del Consiglio ed è stata rafforzata dalla direttiva (UE) 2019/1 (REC +).

 

Per quanto concerne il settore antitrust, nel 2014 è stata adottata una direttiva sul risarcimento del danno per dare una migliore tutela ai partecipanti al mercato danneggiati da accordi vietati (cartelli e abusi di posizione dominante) e amplificare l'effetto deterrente su tali pratiche. La direttiva semplifica il processo per ottenere il risarcimento del danno.

 

Ruolo del Parlamento europeo.

Nella politica di concorrenza, il ruolo principale del Parlamento europeo consiste nel controllo dell'esecutivo. Il commissario responsabile per la concorrenza si presenta varie volte l'anno dinanzi alla commissione per i problemi economici e monetari (ECON) per esporre la strategia seguita e discutere le singole decisioni. Il Parlamento partecipa all'elaborazione della legislazione in materia di concorrenza soltanto mediante la procedura di consultazione. Può tuttavia essere applicata la procedura legislativa ordinaria, ad esempio per l'adozione delle direttive summenzionate concernenti le azioni per il risarcimento del danno e il rafforzamento delle autorità garanti della concorrenza degli Stati membri (direttiva REC+).

 

Il Parlamento continua a seguire gli sviluppi della politica di concorrenza e le azioni intraprese dalla Commissione in tale ambito. Lo specifico gruppo di lavoro della commissione ECON sulla concorrenza e le risoluzioni annuali del Parlamento sulle relazioni annuali della Commissione concernenti la politica di concorrenza forniscono un contributo politico e orientamenti per plasmare le considerazioni del Parlamento sul modo in cui affrontare le sfide dell'UE in materia di politica di concorrenza.

 

Durante la nona legislatura (2019-2024), il gruppo di lavoro della commissione ECON sulla concorrenza ha esaminato e discusso con esperti e rappresentanti di altre istituzioni dell'UE tematiche quali le pratiche commerciali sleali nel settore del trasporto aereo dell'UE, gli ostacoli alla concorrenza attraverso la proprietà comune da parte degli investitori istituzionali, la deglobalizzazione e la politica di concorrenza, la politica di concorrenza degli Stati Uniti per quanto riguarda i mercati digitali, l'impatto della Brexit, i servizi di infrastrutture cloud, il quadro temporaneo per gli aiuti di Stato a seguito dell'aggressione nei confronti dell'Ucraina, le questioni relative alla concorrenza nel settore dell'energia, gli aspetti del regolamento sui mercati digitali relativi alla concorrenza, la definizione riveduta di mercati pertinenti, il quadro temporaneo di crisi della Commissione e le esenzioni generali per categoria.

(Marcel Magnus) – (10 -11-2025).

 

 

 

 

 

Procurement pubblico e AI europea,

perché serve una svolta industriale.

Agendadigitale.eu – (28 aprile 2016) - Paolino Marotto – Redazione:

 

Il ritardo europeo nell’intelligenza artificiale mostra i limiti di un modello basato quasi solo sui bandi.

 Il procurement pubblico può invece diventare una leva industriale concreta, come suggeriscono il caso Airbus e il confronto con Stati Uniti e Cina.

L’Europa ha scelto, quarant’anni fa, di affidarsi ai meccanismi del mercato unico, convinta che la liberalizzazione commerciale e la concorrenza internazionale sarebbero state sufficienti a garantire la competitività del suo tessuto industriale.

Questa decisione si è rivelata essere un errore strategico di portata storica.

Oggi, il continente europeo si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale che nessun’altra economia avanzata presenta in misura comparabile.

 

Nel 2024, mentre gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli di intelligenza artificiale e la Cina 15, l’Unione Europea ne ha sviluppati soltanto 3.

L’Europa non investe sufficientemente in R&D:

il 2,2% del PIL contro il 3,6% degli USA e il 2,6% della Cina.

Un aspetto cruciale che merita un’analisi approfondita è il meccanismo adottato a livello europeo per finanziare l’innovazione, basato quasi esclusivamente sui bandi europei.

Questo modello, sebbene benintenzionato, ha dimostrato crescenti segni di inadeguatezza strutturale.

 

Indice degli argomenti.

La critica al modello dei bandi europei per l’innovazione.

Il caso Airbus – quando l’intervento statale funziona.

Il ruolo decisivo dell’intervento statale.

Lezioni dal caso Airbus.

Il procurement pubblico come strumento di indipendenza industriale.

Il meccanismo economico: come la domanda pubblica plasma l’offerta.

Gli USA e la Cina: modelli di confronto.

L’analisi delle linee guida AGID sul procurement AI.

Gli elementi positivi delle linee guida.

L’assenza di una dimensione di politica industriale.

La complessità come barriera per le PMI.

Proposte di integrazione.

Perché è urgente cambiare approccio.

Note.

La critica al modello dei bandi europei per l’innovazione.

I dati dell’ECIPE (European centre for international Political Economy) sono inequivocabili:

 il divario cumulativo di investimenti R&D tra UE e USA dal 2003 ammonta a 740 miliardi di euro, di cui 701 miliardi accumulati solo dal 2012.

 

Nel 2024, il divario annuale ha raggiunto 114 miliardi di euro.

 La quota dell’UE nella spesa globale per R&D corporate è scesa dal 25% nel 2004 al 17% nel 2024.

Come documentato dalla ricerca accademica, l’UE è intrappolata in una “middle-Technologies trap”:

 il sistema di finanziamento tramite bandi favorisce progetti incrementalmente innovativi ma non supporta adeguatamente l’innovazione disruttiva.

 

L’ITIF ha documentato come l’Europa abbia fallito nel trattenere top talent e aziende tecnologiche.

Deep Mind, fondata nel Regno Unito nel 2010, è stata acquisita da Google nel 2014 dopo aver faticato a ottenere finanziamenti da investitori venture capital europei.

 

Il divario di venture capital con Usa e Cina è devastante:

le aziende europee hanno raccolto 426 miliardi di dollari nell’ultimo decennio, mentre le aziende USA hanno raccolto circa 800 miliardi di dollari in più. 

La crescita del PIL dal 2008 è illuminante:

l’UE è passata da 16,4 a 18,6 trilioni di dollari, gli USA da 14,9 a 27,9 trilioni (quasi raddoppiato), la Cina da 4,6 a 17,8 trilioni (quasi quadruplicato).

 

Tutte le 7 aziende tecnologiche multi-miliardarie del mondo sono americane.

L’Europa può vantare solo 28 aziende con valutazioni superiori a 100 miliardi di dollari.

Come evidenziato dal European Parliament Research Service, c’è una “home blas” evidente negli investimenti in aziende innovative in tutta Europa, rappresentando un fallimento del mercato interno.

 

Il caso Airbus – quando l’intervento statale funziona.

In netto contrasto con il fallimento generalizzato del modello di finanziamento tramite bandi, esiste un ambito nel quale la leadership tecnologica europea si è rafforzata: il consorzio Airbus.

Questo rappresenta la dimostrazione più evidente di come politiche più dirigiste, con intervento diretto dei governi, possano produrre risultati strategici.

 

Airbus è oggi il più grande produttore mondiale di aeromobili commerciali ed elicotteri.

Dal 2019, ha superato il suo principale rivale, la corporation americana Boeing, sia in termini di ricavi che di ordini.

La quota di mercato di Airbus è cresciuta dal 19% nel 1995 al 50% nel 2010, superando Boeing dal 2012 in poi.

Airbus impiega 135.000 persone, il 90% delle quali in Europa.

 

Il ruolo decisivo dell’intervento statale.

Come documentato dalla ricerca accademica, “il supporto governativo è stato un fattore decisivo per l’aumento della quota di mercato di Airbus o persino per la sua stessa esistenza. Airbus potrebbe essere sopravvissuta in assenza di aiuti di stato, probabilmente però in una forma diversa”.

 

Il sostegno ad Airbus ha incluso più di 300 misure separate provenienti dall’Unione Europea, Francia, Germania, UK e Spagna in quasi quarant’anni:

 Launch Aid con tassi di interesse inferiori al mercato; prestiti dalla BEI; infrastrutture e aiuti per lo sviluppo di strutture; contributi R&D.

 

La Commissione Europea ha giustificato questi aiuti sotto l’Articolo 107(3)(c) TFUE, riconoscendo che l’intervento economico si è rivelato “vitale per un’industria aeronautica europea sostenibile” e per la “creazione di posti di lavoro”.

 

Lezioni dal caso Airbus.

L’esperienza di Airbus offre diverse lezioni importanti che contraddicono l’approccio puramente basato sui bandi:

 

La pazienza strategica: gli obiettivi erano pianificati su orizzonti decennali, non trimestrali.

Il coordinamento paneuropeo: diversi governi hanno collaborato in modo coordinato, condividendo rischi e benefici.

L’utilizzo della domanda pubblica: il governo ha utilizzato i propri acquisti per creare domanda per prodotti domestici.

La protezione temporanea: l’industria nascente è stata protetta dalla concorrenza durante la fase di maturazione.

Come evidenziato dalla letteratura accademica, “gli sforzi europei a partire dal 1970 sono stati coronati da successo nel creare un concorrente vitale (Airbus) ai produttori americani dominanti (Boeing, McDonnell-Douglas)”.

 

Il procurement pubblico come strumento di indipendenza industriale.

Il procurement pubblico europeo rappresenta circa il 14-15% del prodotto interno lordo del continente.

Tradotto in termini assoluti, parliamo di migliaia di miliardi di euro di spesa pubblica annuale.

Questa cifra colloca il settore pubblico come il più grande acquirente di beni e servizi in Europa.

 

L’OCSE ha chiarito che “l’enfasi sul procurement per l’innovazione sta diventando sempre più importante come strumento strategico per guidare la crescita economica”.

 

“Garosi”, già nel 1990, identificava il procurement pubblico come uno dei quattro strumenti principali della politica per l’innovazione.

 

Il meccanismo economico: come la domanda pubblica plasma l’offerta.

Quando una pubblica amministrazione emette un bando con requisiti tecnici specifici, standard di interoperabilità e vincoli di provenienza, non sta semplicemente acquistando un bene: sta definendo i parametri entro cui l’offerta si deve sviluppare. Questo fenomeno è stato efficacemente descritto come “innovazione guidata dalla domanda” (demand-driven innovation).

 

Se lo Stato richiede che i servizi cloud per la PA garantiscano l’hosting dei dati in data center europei, la conformità al GDPR, l’interoperabilità attraverso standard aperti e la portabilità dei dati, sta creando le condizioni per lo sviluppo di un’industria cloud europea.

 

La ricerca di “Hackman” ha dimostrato che “una regolamentazione di maggiore qualità è associata a una maggiore partecipazione delle PMI.”  Permettere alle PMI digitali europee di partecipare efficacemente agli appalti pubblici potrebbe creare 1,8 milioni di posti di lavoro.

 

Gli USA e la Cina: modelli di confronto.

Gli Stati Uniti hanno sviluppato un modello unico di capitalismo della difesa.

La timeline dell’innovazione DARPA documenta tecnologie che sono passate dall’applicazione militare a quella civile: Internet (ARPANET, 1969), il GPS, Siri, i vaccini mRNA.

 

La Cina, con il programma Made in China 2025, ha dimostrato come gli appalti pubblici discriminatori possano accelerare lo sviluppo di settori tecnologici strategici.

 Nei veicoli elettrici, la Cina ha raggiunto il 91% di quota di mercato domestica nel 2024.

Nel solare, ha superato l’80% del mercato globale.

 

Come evidenziato dalla letteratura, “il settore militare può facilmente superare i vincoli di mercato perché ha bisogno di fornitori fidati”.

 

L’analisi delle linee guida AGID sul procurement AI.

La pubblicazione delle bozze di Linee Guida AGID per il procurement e lo sviluppo di sistemi di Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione rappresenta un momento significativo nel percorso italiano verso la digitalizzazione pubblica.

 Tuttavia, questi documenti meritano una valutazione critica che vada oltre la semplice analisi tecnica, per esaminarne la coerenza con l’agenda di sovranità tecnologica che l’Europa e l’Italia urgentemente necessitano.

 

Gli elementi positivi delle linee guida.

Le Linee Guida AGID strutturano un framework di venti principi per l’adozione, lo sviluppo e il procurement di sistemi AI. Il documento distingue chiaramente tra diverse famiglie di sistemi AI – dall’IA statistica al Deep Learning fino alla Generative AI – riconoscendo che ciascuna presenta implicazioni differenti per il procurement pubblico.

 

Il Principio 15 merita una valutazione positiva: esso stabilisce che le PA “DEVONO basarsi su standard aperti e riconosciuti a livello UE e internazionale, favorendo interoperabilità, portabilità e manutenibilità”. Inoltre, il Principio 17 promuove esplicitamente “l’uso di componenti open source e open weights”.

 

Un elemento particolarmente interessante è l’enfasi sull’architettura logica di riferimento, che prevede obiettivi di governabilità per ciascun componente. Per i modelli di IA, gli obiettivi sono “evitare dipendenze tecnologiche e preservare possibilità di evoluzione”, richiedendo “requisiti di separabilità dall’orchestratore e criteri di sostituibilità”.

 

L’assenza di una dimensione di politica industriale.

Il limite più significativo delle Linee Guida AGID risiede nella loro natura essenzialmente conservativa e gestionale. I documenti si concentrano principalmente su come gestire i rischi associati all’adozione dell’AI nella PA, ma mancano quasi completamente considerazioni relative all’utilizzo strategico del procurement pubblico per sviluppare capacità industriali nazionali ed europee.

 

Non troviamo alcuna indicazione che la pubblica amministrazione debba privilegiare fornitori europei o locali, né che debba utilizzare i propri acquisti per creare domanda per soluzioni sviluppate da aziende italiane o europee.

 

La Cina, con il programma Made in China 2025, ha dimostrato come gli appalti pubblici discriminatori possano accelerare lo sviluppo di settori tecnologici strategici. Gli USA utilizzano la spesa militare come strumento di sviluppo tecnologico da decenni.

Le Linee Guida italiane sembrano ignorare questa dimensione strategica del procurement.

 

La complessità come barriera per le PMI.

Un secondo limite critico riguarda il rischio che le Linee Guida possano di fatto escludere le PMI innovative dall’accesso agli appalti pubblici. Il documento presenta venti principi articolati in numerose declinazioni, accompagnati da requisiti di conformità che includono l’AI Act, il GDPR, la NIS2, il Data Act, il Cyber Resilience Act.

 

Come evidenziato anche nell’analisi di Dario Denni, questo rischia di creare un “castello di complessità” che “eleva la complessità oltre l’obiettivo primario” e rende “la partecipazione estremamente difficile per le PMI europee”.

 

La Corte dei Conti olandese ha evidenziato che la dipendenza strutturale dai fornitori americani di cloud computing “contamina quasi tutta la spesa pubblica di servizi digitali” – un fenomeno che queste Linee Guida rischiano di perpetuare.

 

Proposte di integrazione.

Le Linee Guida dovrebbero introdurre esplicitamente criteri di preferenza per i fornitori che garantiscono un livello adeguato di sovranità (indipendenza) tecnologica: localizzazione dei dati in infrastrutture europee; assenza di obblighi di disclosure verso autorità non europee; garanzia di portabilità e reversibilità.

 

È necessario introdurre meccanismi di semplificazione per le PMI, come soglie di esenzione per appalti di minor valore, semplificazione delle documentazioni richieste, e criteri di valutazione che premiano le soluzioni innovative, nonché dare un peso più elevato nella predisposizione degli MBO della dirigenza pubblica verso attività di innovazione che sviluppano e consolidano l’innovazione con imprese nazionali e startup. Trasformare il maggior rischio che i dirigenti della PA si assumono nel lavorare con aziende e soluzioni innovative in maggior premio di risultato, l’esternalità positiva di aver puntato su soluzioni innovative nazionali ripaga l’eventuale fallimento nel perseguimento dell’obiettivo iniziale.

 

Le Linee Guida introducono il concetto di Costo Livellato dell’IA (LCOAI), riconoscendo che “le scelte architetturali incidono in modo diretto e significativo sui costi complessivi del sistema, sul grado di controllo esercitabile dalla PA”. Un procurement qualificato non si limita a ridurre i costi ma “sfida le aziende a produrre soluzioni innovative e competitive”, creando capacità che rimangono nel sistema industriale nazionale anche dopo la conclusione del contratto.

 

Perché è urgente cambiare approccio.

Le prove sono schiaccianti: il modello europeo di finanziamento dell’innovazione esclusivamente tramite bandi non sta funzionando. Malgrado gli investimenti effettuati, l’Unione Europea ha progressivamente perso leadership tecnologica mondiale in quasi tutti i settori chiave.

 

L’unica eccezione significativa è rappresentata da Airbus, dove i governi europei sono intervenuti direttamente con politiche più dirigiste, dimostrando che l’intervento statale strategico può produrre risultati concreti quando è accompagnato da coordinamento paneuropeo, orizzonti temporali di lungo periodo e protezione temporanea dell’industria nascente.

 

È tempo che l’Europa apprenda da questa lezione e sviluppi un approccio più strategico al procurement pubblico e al finanziamento dell’innovazione, combinando la forza dell’intervento pubblico con la flessibilità del mercato.

Come evidenziato nel Rapporto Draghi, “per la sopravvivenza dell’Europa, dobbiamo fare ciò che non è mai stato fatto prima”.

La prima di queste azioni è passare dalle parole ai fatti.

 

 

 

I Data Center per l’IA si Stanno

Diffondendo Come un Cancro

Aggressivo.

Conoscenzealconfine.it – (8 Maggio 2026) - Brenda Balletti – ci dice:

L’impennata nella costruzione di data center negli Stati Uniti sta attirando un rinnovato esame dei relativi costi ambientali e sociali.

La giornalista “Maria Zoee” riporta che l’impennata nella costruzione di data center negli Stati Uniti sta attirando un rinnovato esame dei costi ambientali e sociali, poiché le comunità lamentano bollette elettriche più salate, problemi di salute e un peggioramento della qualità della vita.

 

I progetti proposti, tra cui un campus di 6.000 acri in Texas e uno sviluppo di 42.000 acri nello Utah, stanno alimentando le richieste di una regolamentazione più rigorosa, maggiore trasparenza e un coinvolgimento significativo delle comunità.

 

Con l’accelerazione della domanda di Intelligenza Artificiale (IA) e cloud computing, la proliferazione di enormi data center negli Stati Uniti sta sollevando interrogativi sui loro costi ambientali e sociali.

 

Maria Zoee, conduttrice di “Daly Pule”, ha avvertito che, nonostante la crisi energetica in corso, “si stanno diffondendo come un cancro aggressivo e le conseguenze si stanno rivelando mortali”.

Al centro del suo rapporto c’è il “Progetto Matador” – Il Campus Avanzato per l’Energia e l’Intelligence del Presidente Donald J. Trump, un centro dati proposto nel “Texas Panandole”, destinato a diventare il più grande centro dati al mondo.

Con una superficie che può raggiungere i 6.000 acri, si prevede che l’impianto consumerà, in via prudenziale, 96 miliardi di kilowattora di energia all’anno, pari a oltre la metà del consumo energetico residenziale totale dello stato.

I residenti locali protestano contro il centro a causa dei problemi di inquinamento e della procedura di approvazione accelerata. Il Texas ospita già almeno 87 data center, con 135 in costruzione e oltre 600 in fase di progettazione.

 

A livello nazionale sta crescendo l’opposizione ai data center, con le comunità che criticano l’aumento delle bollette elettriche, la pressione sulle reti elettriche esistenti e l’eccessivo consumo di acqua.

Anche chi vive vicino ai data center segnala problemi di salute, tra cui mal di testa e disturbi del sonno.

 

La ricerca collega l’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche (REM) provenienti dalle linee elettriche ad alta tensione e dalle sottostazioni necessarie ai centri dati alla leucemia infantile e ad altri gravi impatti sulla salute e sull’ambiente.

Zoee ha pubblicato un report su un data center di “Meta AI “da 27 miliardi di dollari in Louisiana che illustra l’impatto locale:

 i residenti segnalano aumenti degli affitti, un afflusso di lavoratori temporanei e un’impennata dell’inquinamento acustico e luminoso. “Spesso i residenti non si rendono conto di cosa stia succedendo finché non è già successo”, ha affermato un giornalista locale. “In questo momento è il caos”.

Zoee ha sostenuto che lo sviluppo dell’infrastruttura di intelligenza artificiale serve a un obiettivo più ampio di “controllo assoluto” e sorveglianza delle città intelligenti.

 

Nel frattempo, nella contea di Box Elder, nello Utah, il milionario canadese Kevin O’Leary, star di “Sharm Tank”, sta proponendo un centro di 40.000 acri, quasi sette volte più grande del “Matador Project” del governo, che sta ottenendo un’approvazione accelerata dall’autorità statale come per lo sviluppo delle installazioni militari, come riportato da Zoee.

 

Con l’accelerazione degli investimenti nell’IA, crescono le richieste di una regolamentazione più rigorosa, maggiore trasparenza e un contributo significativo da parte della comunità prima che i progetti possano procedere.

(Articolo di Brenda Balletti).

(Fonte originale: childrenshealthdefense.org/defender/watch-ai-data-centers-spreading-like-an-aggressive-cancer/).

(renovatio21.com/i-data-center-per-lia-si-stanno-diffondendo-come-un-cancro-aggressivo/).

(Traduzione Children Health Defense: renovatio21.com).

L’antitrust è un camaleonte.

Lavoce.info - Margherita Ramaioli- (03/02/2025) - Concorrenza e mercati – ci dice:

 

La tutela della concorrenza si adatta ai cambiamenti geopolitici, economici e sociali.

 Oggi alla disciplina tradizionale si affiancano nuove regole, come quelle sui mercati digitali.

Ma in Europa non possono diventare uno strumento di politica industriale.

 

I due valori su cui si fonda il modello europeo.

 

C’è un filo robusto che lega il manifesto franco-tedesco sulla nuova politica industriale, il rapporto Letta, il rapporto Draghi, gli indirizzi programmatici della Commissione europea per il quinquennio 2024-2029 e la lettera di missione della “presidente von der Leyen” alla Commissaria europea per la concorrenza “Ribera”.

È l’idea che il diritto antitrust, così come sinora concepito, non sia più adatto allo spirito dei tempi e debba essere profondamente rinnovato. La politica di concorrenza è tra i principali accusati dei ritardi europei in termini di crescita e produttività:

avrebbe impedito alle imprese degli stati membri di raggiungere dimensioni sufficienti per competere con le imprese americane e cinesi e così di espandersi nei mercati globali.

 

La questione della modernizzazione dell’antitrust non può però essere circoscritta al singolo aspetto della necessità di difesa dei campioni europei, ma deve allargarsi in modo tale da permettere di coglierne tutta la complessità.

 

Nell’immediato secondo dopoguerra il mercato comune concorrenziale è stato la risposta dei leader europei occidentali ai pericoli del nazionalismo politico, che veniva contrastato erodendone le basi economiche.

Democrazia liberale ed economia di mercato aperta sono così divenuti i pilastri del modello europeo occidentale.

 Per lungo tempo la concorrenza ha rappresentato un valore dominante in Europa, e di conseguenza non ha subito freni motivati da altre esigenze di natura economica, quali le considerazioni di politica industriale.

Ma la tutela della concorrenza è sensibile ai mutamenti geopolitici, economici e sociali, e così sta utilizzando la sua capacità camaleontica per adattarsi alle profonde trasformazioni di contesto.

 

Nuove normative a tutela del mercato.

 

La nascita di una disciplina ad hoc per i mercati digitali (Digital Markets Act) è motivata dalla debolezza dimostrata dal classico strumentario antitrust in settori così peculiari.

 La guerra legale da anni intrapresa dalla Commissione e dai giudici euro unitari contro i colossi tecnologici statunitensi ha spesso rappresentato una reazione lenta e tardiva alle condotte anticoncorrenziali.

L’ineffettività del diritto è temibile in ogni caso, ma lo è ancor di più nel caso delle grandi imprese digitali, che hanno acquisito un’influenza che eccede la loro pur gigantesca forza economica.

 

Di qui, la trasformazione in senso adattativo dell’antitrust:

il Dam stabilisce una serie di obblighi in capo ai cosiddetti gate-keepers, indipendentemente dall’accertamento di comportamenti anti-competitivi, ma solo in virtù della loro posizione di particolare forza sui mercati digitali.

 

La torsione del paradigma tradizionale potrebbe generare perplessità, dovute al pericolo di condurre l’antitrust in ambiti regolatori, se non addirittura di tipo redistributivo.

Sullo sfondo si pone il secolare dibattito, probabilmente destinato a non sopirsi mai, sui fini ultimi della disciplina antitrust e, più in generale, sulle diverse concezioni di concorrenza.

La metamorfosi dell’antitrust incarnata dal Dam genera poi un’ulteriore criticità e cioè un eccesso di regole, talvolta minuziose, non sempre agevolmente ricostruibili, né chiaramente coordinate con la normazione antitrust tradizionale.

 

Nondimeno, gli adattamenti dell’antitrust nei mercati digitali soddisfano l’esigenza di fronteggiare i nuovi sofisticati poteri privati con uno strumentario giuridico altrettanto sofisticato.

 Il potere di mercato diviene di per sé fonte di speciale responsabilità giuridica e l’antitrust accompagna questo processo nel settore dei mercati digitali.

 

Concorrenza e competitività.

 

Diverso è invece il discorso per quanto riguarda la seconda trasformazione che la tutela della concorrenza attraversa, dovuta al suo rapporto con la politica industriale.

Di recente, hanno preso sempre più consistenza obiettivi di politica industriale per favorire produttività e crescita dimensionale delle imprese europee.

Tra gli strumenti reputati necessari per il raggiungimento del risultato vi è il rinnovamento dell’antitrust, considerato in parte responsabile della perdita di competitività europea.

 

Con l’ammorbidimento – in parte già in atto, in parte auspicato – della disciplina sugli aiuti di stato e sui divieti anticoncorrenziali si aderisce a una concezione non complementare, ma antagonista tra antitrust e politica industriale, che, a sua volta, sottende un’antitesi tra concorrenza e competitività.

Il potere di mercato diviene oggetto non di speciale responsabilità, bensì di speciale protezione giuridica, la dimensione delle imprese è incoraggiata, perché ritenuta fattore incentivante l’innovazione e quindi il benessere di tutti.

 

L’inefficienza delle strutture produttive dipende però da fattori diversi dalle politiche antitrust tradizionali: dipende infatti dall’incompleta attuazione del mercato unico e dai tanti vincoli normativi e amministrativi che affliggono le imprese.

Ma soprattutto l’asservimento dell’antitrust a obiettivi di politica industriale rischia di generare una frammentazione distorsiva del mercato interno, di legittimare gli stati membri ad agire in ordine sparso sulla base di una competizione di cui potranno beneficiare solo quelli più forti finanziariamente.

L’esito ultimo è la negazione dell’iniziale paradigma della tutela della concorrenza, che nasce in ambito europeo proprio per realizzare un progetto d’integrazione.

La capacità camaleontica di adattamento dell’antitrust non deve spingersi fino a farne smarrire il nucleo essenziale.

 

 

 

I mercati credono ancora nella Fed.

Lavoce.info - Leonardo Melosi – (20/01/2026) - Banche e finanza, Concorrenza e mercati -

Redazione – ci dice:

Mercati e famiglie Usa sembrano confidare nella capacità della Fed di resistere alle pressioni politiche.

 Ma le aspettative di inflazione non si risvegliano anche per la fiducia nei guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale.

 

Lo scontro Fed-amministrazione.

 

La dura risposta del presidente della Federal Reserve, “Jerome Powell”, all’annuncio di un’indagine condotta sulla sua persona dal “dipartimento di Giustizia” rappresenta un chiaro esempio di conflitto istituzionale tra banca centrale e governo, proprio quello che avevamo discusso nel terzo “passo” de “la voce in tre passi” – Le due ancore dell’inflazione.

Powell ha definito l’iniziativa pretestuosa e ha affermato che la minaccia di accuse penali è la conseguenza del fatto che la Fed stabilisce i tassi di interesse sulla base dell’interesse pubblico, e non seguendo le preferenze del presidente.

 

Perché il governo degli Stati Uniti sta esercitando una pressione così intensa sulla Fed?

E soprattutto, cosa cerca di ottenere?

 

Le “accuse” di Trump.

 

Donald Trump accusa da tempo la Fed di Powell di muoversi “in ritardo” e chiede tagli più rapidi ai tassi, non solo per sostenere l’economia, ma soprattutto per ridurre il peso del debito pubblico.

 Secondo lo” U.S. Office of Management and Budget”, la spesa per interessi salirà a circa mille miliardi di dollari l’anno (3,2 per cento del Pil), il massimo dal secondo dopoguerra.

Nel 2026 gli interessi assorbiranno quasi il 14 per cento della spesa federale, erodendo drasticamente lo spazio fiscale.

 

L’elevata spesa per interessi è il risultato dell’espansione del debito durante la pandemia, non seguita da un adeguato aggiustamento fiscale, e del successivo rialzo dei tassi da parte della Fed per contrastare l’inflazione. Il cuore del conflitto tra autorità monetaria e fiscale risiede quindi, in larga misura, nel livello dei tassi di interesse.

 

Da settembre 2025, la Fed ha tagliato i tassi tre volte, senza però arrestare la crescita della spesa per interessi in rapporto al Pil, che invece ha accelerato lo scorso anno come si vede nella figura 1, né soddisfare il governo.

 I tagli sono stati giustificati dal peggioramento di alcuni indicatori anticipatori di una possibile recessione.

Senza i tagli, la Fed sarebbe stata esposta all’accusa di intervenire “troppo tardi” e di contribuire così a una recessione, rafforzando l’etichetta di “Mr. Too Late” che il presidente Trump ha più volte attribuito a Powell.

 

I dati recenti riducono il rischio di una recessione imminente:

 nel terzo trimestre il Pil statunitense è cresciuto del 4,3 per cento annualizzato, mentre l’inflazione resta sopra il target della Fed per il quinto anno consecutivo.

In questo contesto la banca centrale si trova di fronte a un bivio: ulteriori tagli ai tassi accrescerebbero il rischio inflazionistico, mentre un una pausa o addirittura un rialzo segnerebbe un impegno chiaro verso la stabilità dei prezzi.

 

Perché non cambiano le aspettative di inflazione.

 

Ma se il conflitto tra Casa Bianca e Fed è reale, perché le aspettative di inflazione restano stabili?

Un conflitto simile non è necessariamente inflazionistico:

come abbiamo discusso nel terzo “passo” de “la voce in tre passi “– Le due ancore dell’inflazione, tutto dipende dalle aspettative.

Se i mercati si aspettano che prevalga il governo, la stretta monetaria aggrava la recessione e alimenta inflazione;

se invece si ritiene che la Fed possa imporre disciplina fiscale, la stretta produce deflazione e contrazione economica.

 

Alla luce delle aspettative di inflazione stabili osservate nei mercati finanziari, non sembra che il primo scenario sia oggi dominante.

 Anche i dati dell’”University of Michigan” che misurano le aspettative di inflazione delle famiglie americane – pur mostrando livelli più elevati e un lieve recente aumento sul lungo periodo – sembrano confermare questa valutazione.

 

È rassicurante che i mercati confidino nella capacità della Fed di mantenere il controllo dell’inflazione.

 Ma la calma potrebbe riflettere anche una scommessa sull’impatto dell’intelligenza artificiale, capace di combinare disinflazione, bassi tassi di interesse e crescita più elevata e quindi minori pressioni politiche sulla banca centrale.

La resilienza mostrata recentemente dai consumi è coerente con questa lettura.

E gli effetti dell’IA sono già visibili:

nel 2025, secondo una “survey “condotta dall’University of Michigan, la percezione del rischio di perdere il lavoro tra i laureati è salita dal 18 al 24 per cento, un aumento assente tra i lavoratori con titoli di studio inferiori.

 

Oggi i mercati sembrano scommettere sia sulla capacità della Fed di resistere alle pressioni dell’amministrazione Trump, sia sui guadagni attesi di produttività legati alle nuove tecnologie.

Avranno ragione?

 È presto per dirlo.

 La narrazione è ottimistica, ma non implausibile.

La storia, però, invita alla cautela: in passato i mercati hanno sottovalutato gli effetti di lungo periodo delle pressioni politiche sulla Fed – allora più latenti di quelle odierne – che contribuirono a preparare il terreno alla grande inflazione degli anni Settanta, e si sono spesso rivelati imprecisi nel valutare l’impatto macroeconomico delle innovazioni tecnologiche.

 

 

 

Quanto costa lo stop all’accordo Ue-Mercosur.

Lavoce.info - Alessia Amichino - (23/01/2026) - Concorrenza e mercati, Internazionale – Redazione – ci dice:

Il Parlamento europeo ha fermato l’accordo Ue-Mercosur ricorrendo alla Corte di giustizia europea.

Un verdetto definitivo arriverà forse fra due anni.

Intanto, si possono calcolare i costi diretti e indiretti del rinvio.

Anche quelli per l’Italia.

Costi diretti e costi indiretti.

 

A pochi giorni dalla firma di Ursula von der Leyen e dei partner latino americani sull’accordo commerciale Ue-Mercosur in Paraguay, il Parlamento europeo ha approvato, con un margine di soli dieci voti, la richiesta di inviare il testo alla “Corte di giustizia europea” per un parere legale.

Così, dopo più di25 anni di negoziati, l’accordo si è insabbiato ancora, ammesso che poi passi il vaglio della Corte.

 

In attesa di conoscere il verdetto, che potrà arrivare anche tra un paio di anni, potrebbe servire una stima delle perdite economiche che derivano dal mancato avvio dell’accordo Ue-Mercosur.

 

I costi del rinvio sono sia diretti sia indiretti.

In termini diretti, la non entrata in vigore dell’intesa significa che le merci europee continueranno a pagare dazi elevati – spesso percentuali a due cifre su auto, macchinari, chimica, farmaci e prodotti alimentari – anziché beneficiare di un regime quasi totalmente duty-free. In termini indiretti, comporta costi opportunità sostanziali:

minori esportazioni, mancati risparmi tariffari stimati in miliardi l’anno, perdita di crescita potenziale di Pil e di occupazione, oltre a una competitività globale indebolita.

 

In particolare, sono tre gli aspetti rilevanti:

 quanti dazi in più pagheranno le merci europee verso il Mercosur rispetto a quanto dovuto con l’accordo commerciale in vigore; gli altri costi diretti legati ai dazi e le perdite indirette – o “costi opportunità” – legati a crescita economica, occupazione e competitività.

 

I dazi che restano in vigore.

 

L’accordo Mercosur prevede l’eliminazione progressiva di circa il 91-92 per cento dei dazi tra Ue e paesi che aderiscono all’organizzazione dei paesi sudamericani (su esportazioni dell’Ue verso Mercosur e viceversa). La cancellazione è graduale, si estende fino a 15 anni e riguarda molti prodotti industriali, con riduzioni importanti anche su alcuni alimentari particolari.

 Nella situazione attuale, invece, in mancanza di un accordo commerciale, sotto le regole dell’”Organizzazione mondiale del commercio”, le merci europee verso il Mercosur pagano tariffe “Most-Favoured-Nation” (Mfn) relativamente elevate, che variano molto tra i settori.

 Secondo dati ufficiali della Commissione europea, il Mercosur applica dazi medi più alti all’Ue:

circa 11 per cento in media sui beni europei, contro poco più del 5 per cento mediato dall’Ue sugli stessi beni.

Su alcuni prodotti industriali e agroalimentari i dazi sono però significativamente più alti(componenti auto: circa 35 per cento; macchinari: 14-20 per cento; prodotti chimici e farmaceutici: 14-18 per cento; formaggi e prodotti lattiero-caseari: fino a circa 28 per cento; vino e alcolici: fino a circa 35 per cento).

Nell’insieme, il mancato risparmio di dazi ammonta a oltre 4 miliardi di euro all’anno nel settore industriale.

Inoltre, saranno più elevati i prezzi dei prodotti esportati dall’Ue, cioè i produttori europei devono competere con prezzi di export meno competitivi rispetto a produttori di paesi con accordi simili o rivali (per esempio, Usa e Cina).

Persisteranno poi costi di conformità, di certificazione e controlli doganali più elevati, senza le procedure semplificate previste dall’accordo.

 (Trade and Economic Security).

 

A tutto ciò vanno aggiunte le perdite derivanti dalla crescita potenziale dell’export europeo:

l’accordo aveva previsto l’aumento delle esportazioni Ue verso Mercosur fino a +39-50 per cento entro il 2040, con un contributo alla crescita del Pil europeo stimato in oltre 77 miliardi di euro cumulati nel lungo periodo.

Quanto ci perde l’Italia.

 

Se è la Germania il paese che trarrebbe il vantaggio più netto in valori assoluti dall’avvio dell’accordo, vista la dimensione dell’export industriale verso il Mercosur, seguita dalla Spagna, con un potenziale significativo soprattutto nei settori chimici, farmaceutici e alcuni manufatti (Trade and Economic Security), per l’Italia i benefici sarebbero più contenuti in valore assoluto, ma pur sempre significativi in proporzione alla dimensione dell’economia italiana, in particolare per alcuni settori specifici – auto, agroalimentare, prodotti a indicazione geografica – secondo i dati del ministero degli Affari esteri.

 

Per avere un senso concreto delle grandezze, nel caso dell’Italia, il valore delle “esportazioni di trasporto equamente” (auto e merci correlate) verso Mercosur nel 2024 è stato di circa 642 milioni (dati ufficiali italiani).

Oggi, senza accordo, su 642 milioni di auto esportate verso Mercosur, il nostro paese paga in media il 30 per cento di dazio (stimato per semplicità), per un totale annuo di circa 193 milioni, mentre con l’accordo questo costo tariffario sarebbe azzerato nel tempo, con un risparmio potenziale di circa 190-200 milioni all’anno solo sulle auto italiane.

 Nel settore agroalimentare, che esporta per 489 milioni, il risparmio sui dazi sarebbe di circa 150-200 milioni.

Per quanto riguarda i prodotti “Igp, Dop, Tag”, hanno un valore stimato di circa 75 miliardi l’anno in vendite complessive a livello mondiale in tutti i mercati nel food & beverage (vino, formaggi, salumi, olio) – un segmento molto importante, che vale il 15-16 per cento dell’export agroalimentare europeo totale.

Da considerare anche il valore aggiunto delle indicazioni geografiche italiane (per esempio, parmigiano, prosciutto, prosecco) che, grazie alla protezione legale prevista nell’accordo, potrebbero vendere a prezzi premium e con maggiori volumi rispetto a oggi, con un effetto stimato nell’ordine di 12 miliardi all’anno.

 

Per una corretta valutazione dell’opportunità dell’accordo, serve una completa analisi costi e benefici.

L’insieme delle perdite stimate va inevitabilmente confrontato con lo scampato pericolo di un’invasione di prodotti agricoli – soprattutto carne bovina, lo spauracchio degli agricoltori francesi – e l’associata concorrenza di prezzo sul mercato europeo. I dati dicono che la quota di import concesso sarebbe di 99mila tonnellate all’anno al 7,5 per cento di dazio, quota che rappresenta circa l’1,5–1,6 per cento della produzione totale di carne bovina dell’Ue e meno della metà delle importazioni storiche dal Mercosur.

Una parte significativa di queste importazioni entrerebbe a dazio molto più basso dell’attuale e avrebbe un effetto al ribasso sui prezzi, che potrebbe arrivare all’1-3 per cento dei prezzi medi dei segmenti interessati.

Oltre al blocco dell’accordo per possibili cavilli formali (millantate incompatibilità con accordi pregressi), l’Europarlamento forse dovrebbe rendere conto ai cittadini e alle imprese dei paesi membri delle motivazioni profonde della sua decisione.

 

 

 

Quando Confucio incontra XI Jinping.

Lavoce.info - Ronny Hamaui – (13/06/2025) – Internazionale- Redazione -ci dice:

Il confucianesimo non ha ostacolato lo sviluppo economico cinese, come aveva ipotizzato Max Weber.

 Oggi rimane una lente importante per capire i punti di forza e debolezza di Pechino.

E perché è un punto di forza del programma “Made in China 2025”.

 

Il saggio di Weber.

 

Quando Max Weber, nel 1915, scrisse “Confucianesimo e taoismo”, non poteva certo immaginare ciò che sarebbe accaduto in Cina – e, più in generale, nell’Estremo Oriente – nel secolo successivo.

 In quel lungo saggio attribuiva l’arretratezza cinese alla cultura confuciana, che aveva profondamente plasmato le istituzioni e la società.

 

Weber ipotizzava che “la grande divergenza”, apertasi con la rivoluzione industriale in Occidente, potesse essere attribuita all’etica e al pensiero dominante in Cina, i quali promuovevano l’armonia, l’educazione morale, la conformità all’ordine stabilito e il rispetto delle gerarchie, più che il cambiamento.

 L’organizzazione sociale era fortemente incentrata sulla famiglia, sugli anziani, sugli antenati e sul clan:

 riferimenti che potevano ostacolare lo sviluppo di istituzioni impersonali, del mercato e, in definitiva, del capitalismo.

 

Contribuivano a questa ipotesi anche il disprezzo per il profitto, la totale ignoranza della specializzazione del lavoro e la discriminazione nei confronti dei mercanti, che erano stati uno dei pilastri della rivoluzione borghese. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecniche, inoltre, non venivano integrate nel sistema di prestigio e potere.

Weber ammirava la burocrazia cinese, basata sulla meritocrazia, ma osservava come fosse statica, in quanto governata da norme etiche confuciane e non da regole tecniche di tipo occidentale.

 Il taoismo, infine, più mistico, era del tutto antitetico alla razionalità occidentale.

 

In sostanza, il pensiero confuciano, secondo il grande sociologo tedesco, ostacolava lo sviluppo economico e forse anche il processo democratico.

 

La tesi è stata contestata da numerosi altri autori.

 Da un lato, alcuni studi hanno sostenuto che il ritardo nello sviluppo potesse dipendere da altre cause, come l’assenza di materie prime (ad esempio il carbone), il forte accentramento istituzionale o altri accidenti della storia.

 Dall’altro, è stato messo in evidenza come il confucianesimo, essendo una tradizione multidimensionale e astratta, consenta diverse interpretazioni e adattamenti istituzionali, variabili nel tempo.

 In altri termini la cultura confuciana ha natura fluida, per usare le parole di “Darone Accesogli” e “James Robinson”, che si adatta a diversi contesti istituzionali.

 

La rivincita di Confucio.

 

L’enorme sviluppo economico registrato dalla Cina nell’ultimo quarto di secolo, così come la democrazia – più o meno compiuta – raggiunta in paesi come il Giappone, la Corea del Sud o Taiwan, pongono certamente una sfida senza precedenti alle ipotesi di Weber.

Oggi, la Cina – come gran parte dell’Estremo Oriente – appare una delle aree più laiche al mondo, eppure Confucio sembra aver preso la sua rivincita.

 Dopo gli anni della Rivoluzione Culturale (1966-1976) di Mao Zedong, durante i quali il confucianesimo era considerato un retaggio feudale e simbolo dell’autoritarismo premoderno, a partire dai primi anni Ottanta ha conosciuto una progressiva riabilitazione.

In particolare, il governo di XI Jinping considera la dottrina di Confucio parte integrante del progetto di “rinascita nazionale cinese”.

 

L’armonia sociale giustifica l’ordine e la stabilità; il rispetto per l’autorità e la gerarchia rafforza il ruolo centrale del Partito; i doveri morali e il collettivismo familiare sostengono i valori tradizionali e patriottici. In sintesi, le idee di Confucio sono oggi presentate come un’alternativa morale al materialismo e all’individualismo occidentale.

 

Così, gli Istituti Confucio, presenti in tutto il mondo, promuovono la lingua e la cultura cinese come simboli di civiltà, pace e saggezza.

 Nelle scuole si studiano i testi confuciani come parte dell’“educazione morale” e lo stato spesso sponsorizza cerimonie in onore di Confucio.

 La dilagante corruzione politica è letta come antitetica all’idea di un “governo dei giusti”.

L’ossessione per lo studio e la meritocrazia è considerata uno strumento indispensabile per conquistare il primato tecnologico ed economico.

In altri termini, la lezione del grande pensatore è vista come uno strumento di “soft power per governare la Cina” e rafforzarne la posizione internazionale.

 

Inoltre, attraverso la lente del confucianesimo è possibile comprendere meglio alcuni tratti della realtà cinese:

la strutturale debolezza dei consumi privati (dal momento che fattori culturali come la parsimonia, associati a un orientamento al collettivismo familiare favoriscono il risparmio), le invadenti politiche industriali, il desiderio di primeggiare in campo scientifico e tecnico come prova di meritocrazia e la diffidenza verso l’Occidente, percepito come un’entità estranea al “clan”.

 

Solo in questa luce si può comprendere il programma “Made in China 2025”, varato dieci anni fa con l’obiettivo di trasformare la Cina da fabbrica del mondo a basso costo in potenza industriale leader e indipendente in dieci settori chiave: dalla robotica all’automazione avanzata, dai veicoli ibridi ed elettrici all’ingegneria navale, dalle tecnologie informatiche all’aerospazio, dal biomedicale ai nuovi materiali.

 Oggi, almeno sette dei dieci obiettivi sono stati raggiunti, anche se al prezzo di ingenti sprechi e sovrapproduzione (si pensi all’auto elettrica). Fanno eccezione l’aviazione civile, ancora fortemente dipendente dall’estero, il settore biomedicale e quello dei semiconduttori più avanzati.

 

L’ultimo paragrafo del saggio di Weber è intitolato “Il carattere pacifista del confucianesimo”.

Dopo aver ricordato la natura essenzialmente benevola e razionale del pensiero di Confucio, vi si richiama quanto affermato dall’imperatore Ch’ien Lung (1711-1799):

«Solo chi si sforza di non spargere sangue umano può tenere unito l’impero».

 

Speriamo che, in questo caso, Weber abbia ragione e che la benevolenza – virtù cardine del confucianesimo – prevalga nei rapporti con Taiwan e con l’Occidente.     

 

 

 

Politiche economiche.

Il Rapporto Draghi tra globalizzazione

e nuova politica della concorrenza.

Eticaeconomica.it – (14 dicembre 2024) – Michele Grillo – Redazione – ci dice:

 

Michele Grillo legge il Rapporto Draghi alla luce di due implicazioni critiche del ritorno in Occidente della politica industriale.

Gli scambi internazionali cessano di contribuire, in modo cooperativo, alla efficiente divisione mondiale del lavoro.

 L’invito a rinnovare la politica della concorrenza, per favorire l’attività innovativa di campioni europei, indebolisce l’antitrust.

 Una concorrenza tecnologica non regolata porta a equilibri inefficienti dove pochi vincitori hanno un grande potere di mercato e i profitti si trasformano rapidamente in rendite.

Il “Rapporto sul Futuro della Competitività Europea” (Rapporto Draghi) ha già ricevuto attenzione nel Menabò.

 In questo contributo vorrei mettere in rilievo i suoi legami con la globalizzazione e analizzarne le implicazioni per la politica della concorrenza.

 Il punto di partenza del Rapporto è la debole crescita economica dell’Europa, rispetto a USA e Cina, che ostacola la risposta alle sfide costituite da contesto geopolitico, transizione energetica e sicurezza degli Stati membri.

La minore crescita – che riflette una minore competitività e una stagnazione della produttività – è ricondotta a due debolezze strutturali: la frammentazione politica ed economica dell’Unione e la regolazione inadeguata dei mercati.

 Individuando tre obiettivi di policy (accelerare l’innovazione; ridurre i prezzi dell’energia; controllare la dipendenza europea per materie prime e catene del valore dal Resto del mondo), il Rapporto suggerisce una nuova “strategia di politica industriale” in quattro blocchi:

(i) completare il Mercato interno per il pieno coordinamento delle politiche industriali e della concorrenza;

 (ii) accrescere, con un afflusso guidato di risorse finanziarie, la quota di investimenti sul PIL del 5%;

 (iii) dare spazio a decisioni comuni di politica economica reale;

 (iv) modificare la regolazione dei mercati.

 

È utile esaminare la portata e l’impatto del Rapporto Draghi alla luce del contesto internazionale e delle aspettative disattese sulla globalizzazione.

Nella fase iniziale, la crescita degli scambi internazionali aprì ampie prospettive di mutuo vantaggio e fu salutata come auspicio di pace.

 La globalizzazione fu vista come frutto di una primazia delle economie di mercato e l’idea che l’Occidente si facesse carico unilateralmente dell’ordine internazionale fu accolta come non controversa.

 Col tempo, tuttavia, la globalizzazione ha avuto ricadute cospicuamente asimmetriche e ciò ha dato vigore a una domanda di governo multilaterale dei rapporti internazionali, specie da parte dei Paesi BRICS.

 Oggi, sulle relazioni economiche mondiali pesa una tensione tra i due modelli.

In Occidente, assistiamo a una inversione degli orientamenti di policy che riflette la difesa di un governo unilaterale dei rapporti internazionali, in contrasto con la domanda di governo multilaterale.

 

Gli esiti deludenti della globalizzazione hanno spinto l’Occidente ad abbandonare l’iniziale visione pacifica e cooperativa del commercio mondiale.

Negli USA, Trump ha seguito, nel primo mandato, un approccio protezionistico standard, imponendo dazi alla Cina e alla stessa Europa. La successiva presidenza Biden ha scelto invece un approccio di politica industriale e, con il “Bipartisan Infrastructure Law”;

il “Chips and Science Act e l’Inflation Reduction Act”, si è proposta di sostenere i settori produttivi del Paese nella competizione globale attraverso interventi pubblici diretti.

 Con Biden, il cambiamento di policy non ha messo in discussione all’interno le norme antitrust che anzi sono state applicate con più rigore delle precedenti amministrazioni.

In Europa, anche il Rapporto Draghi invoca una politica industriale a sostegno delle imprese europee nei rapporti internazionali.

Diversamente dagli USA, il Rapporto sollecita però anche una modifica della politica europea della concorrenza, motivandola come un aiuto a formare campioni europei.

 

Il Rapporto Draghi contiene, in sintesi, due messaggi.

 Il primo identifica, nel progetto incompleto di Unione europea, un ostacolo di fronte alle sfide globali e suggerisce, su questa base, di affidare all’Unione competenze di politica economica reale.

Il secondo messaggio invita a pensare in modo nuovo la politica europea della concorrenza, come strumento di promozione della competitività europea nel contesto globale.

 

È merito del primo messaggio sottolineare (in linea anche con il Rapporto Letta) la necessità, per l’Unione Europea, di superare l’eredità di Maastricht che la ingessa nella combinazione di una politica monetaria in comune e una politica reale delegata agli Stati.

 La mancanza di una politica economica reale europea è stata vista ripetutamente come difetto essenziale dell’assetto istituzionale dell’Unione.

Così, la mancanza di reti transnazionali ha ostacolato il Mercato unico delle Public Utilities.

 L’assenza di istituzioni comuni di Welfare ha vanificato la “Direttiva Bolkestein” per un mercato unico dei Servizi.

Più di recente, la lotta al cambiamento climatico è stata identificata come un bene pubblico europeo su cui fare convergere decisioni comuni di politica economica reale.

 

Più controverso è, invece, il secondo messaggio.

Innanzi tutto, auspicando una modifica della governance dell’Unione che consenta decisioni comuni a favore della competitività europea nel contesto globale, il Rapporto identifica genericamente, come ambiti di intervento, innovazione tecnologica e decarbonizzazione, per destinarvi una significativa quota di investimenti sul PIL tramite finanziamenti orientati centralmente.

Nelle finalità settoriali e nei modi di intervento, il Rapporto replica provvedimenti predisposti negli USA per contrastare la Cina nel controllo della frontiera tecnologica, in particolare nella transizione energetica.

Ciò che manca nel Rapporto è una riflessione sul ruolo che può svolgere l’Europa in un contesto condizionato dal confronto USA-Cina.

Ben oltre un vuoto di disegno sulla collocazione europea nella divisione mondiale del lavoro, il richiamo di finalità e ambiti di intervento della politica statunitense segnala una rinuncia dell’Europa a valorizzare – contro la sua stessa originaria vocazione politica – la portata pacifica e cooperativa del commercio internazionale, peraltro condivisa, all’inizio della globalizzazione, in tutto l’Occidente.

Perplessità maggiori suscitano le riflessioni sulla politica della concorrenza in Europa.

 Rispetto a una visione della concorrenza internazionale, salutata all’avvio della globalizzazione come meccanismo sistemico di mutuo vantaggio e di cooperazione pacifica, il Rapporto privilegia una visione rivale e darwiniana della concorrenza e fa appello, su questa base, a pensare in forma nuova la politica antitrust europea.

 Le revisioni proposte – che peraltro non trovano appiglio nel cambiamento di policy in USA – pongono innanzi tutto in discussione (al di là di un facile “slip service”) il ruolo consolidato della politica della concorrenza nell’assetto europeo.

 Ma, soprattutto il Rapporto inferisce tensioni tra politica industriale e tutela della concorrenza sulla base di preoccupazioni non condivisibili analiticamente.

 Specificamente, che la norma antitrust ostacoli il contributo delle imprese alla innovazione tecnologica, alle politiche di decarbonizzazione e alla riduzione della dipendenza nelle materie prime o nelle catene del valore.

Il Rapporto presuppone infatti che l’antitrust contrasti in linea di principio l’organizzazione di processi produttivi efficienti e impedisca alle imprese di collocarsi, dal punto di vista statico, su dimensioni di minimo costo e, in una prospettiva dinamica, su dimensioni adeguate agli investimenti in ricerca e sviluppo.

Su questo presupposto, infondato, il Rapporto suggerisce di aggiornare la politica della concorrenza, giustificando di per sé le concentrazioni che danno luogo a grandi imprese nel timore che la valutazione antitrust ne metta intrinsecamente a repentaglio la capacità innovativa (innovation defense).

 La tutela della concorrenza però non ha nulla a che vedere con l’esaltazione di un mondo jeffersoniano di piccole imprese e piccoli mercati.

 In America l’antitrust nacque quando le basi tecnologiche su cui si reggeva quel mondo vennero meno;

quando la rivoluzione dei trasporti, ampliando grandemente i mercati, aprì la via, alle imprese – che, avvalendosi di economie di scala o di diversificazione devono essere grandi per essere efficienti – per conseguire un potere di mercato che ostacola il confronto concorrenziale anche tra imprese efficienti.

In questo quadro, il diritto antitrust non forza le imprese a essere piccole e inefficienti, ma distingue tra strategie lecite e illecite per evitare l’esercizio anti-competitivo del potere di mercato da parte delle imprese grandi.

 

Il Rapporto offre un resoconto inadeguato dei criteri antitrust di governo dei mercati di concorrenza imperfetta, perché dà un rilievo improprio agli aspetti strutturali, ignorando che la finalità antitrust è il controllo dell’esercizio del potere di mercato.

 Cosa sia monopolizzazione illecita (in USA) o abuso di posizione dominante (in Europa) per imprese che devono essere grandi per essere efficienti è domanda cruciale nell’analisi dei mercati di concorrenza imperfetta.

Oggi, negli USA, dopo aver posto un freno a una deriva ideologica della scuola di Chicago che ha guardato peraltro con favore alle imprese di grandi dimensioni, la valutazione antitrust individua sistematicamente, con un approccio rigoroso di Industrial Organization, i vincoli cui sottoporre l’esercizio del potere di mercato delle grandi imprese, senza costringerle a essere inefficienti.

Analogamente, in Europa, la politica della concorrenza valuta una concentrazione di ostacolo alla concorrenza se pone l’impresa in condizione di mettere in atto strategie abusive.

 

I fattori strutturali incidono ovviamente sulla capacità di un’impresa di perseguire strategie abusive.

 Ma il suggerimento di allontanarsi da una consolidata politica europea della concorrenza suscita serie perplessità quando il Rapporto Draghi propone di aggiornare le valutazioni di concentrazioni, che per ragioni strutturali possono rafforzare l’esercizio abusivo del potere di mercato, per favorirle facendo leva in principio su una Innovation defense.

Innanzi tutto, la fonte delle difficoltà alle quali si vuole porre rimedio è colta in modo ambiguo:

nelle dimensioni insufficienti delle imprese europee che preoccupano il Rapporto sono in gioco ostacoli di natura diversa e di impatto di gran lunga maggiore della politica della concorrenza.

L’insufficiente completamento del Mercato interno ha facilitato sistematicamente politiche degli Stati in difesa di strutture produttive nazionali inefficienti.

Sotto questo aspetto, il primo messaggio del Rapporto coglie le cause della debolezza europea ben più del secondo; anche perché, in un contesto istituzionale frammentato, allontanarsi da criteri consolidati di politica della concorrenza incentiva una competizione politica tra Stati nel difendere e imporre propri campioni nazionali, con effetti disgreganti.

 

Ma la perplessità maggiore resta di natura teorica:

 i presupposti analitici su cui si reggono le tesi del Rapporto su mercato e concorrenza sono fragili e ampiamente criticati nel dibattito accademico.

L’analisi economica offre un sostegno traballante a una Innovation defense nel valutare concentrazioni che creano imprese di grandi dimensioni.

 Nei mercati di concorrenza imperfetta, favorire (con interventi diretti o con la politica della concorrenza) monopoli privati per facilitare investimenti in Ricerca e Sviluppo è lungi dal fondare aspettative favorevoli di innovazione, produttività e competitività.

Al contrario, minaccia di assecondare lo sviluppo di un capitalismo monopolistico con caratteristiche simili (se non amplificate) rispetto a quelle che caratterizzarono il ventennio interbellico del secolo scorso in Europa.

 

Come avvertiva allora “John Hicks”, obiettivo del monopolista non è innovare, bensì avere una” quiet life”.

Oggi, a dare forza a questa congettura è una cospicua attività di ricerca (raccolta da M. Kurz, The Market Power of Technology: Under standing the Second Gilde Age, Columbia University Press, New York, 2023):

con imprese di dimensioni elevate, la concorrenza tecnologica, anche se c’è libertà di entrata nel mercato, tende a equilibri inefficienti con uno o pochi vincitori che godono di un potere di mercato stabile, tecnologicamente protetto, e con livelli di prodotto, investimenti e tasso di crescita tutti inferiori ai valori potenziali.

Mancando un controllo antitrust a supporto dell’operare di concorrenti, l’esito plausibile sono sentieri di innovazione lungo i quali le strategie competitive che sfidano la tecnologia vincente sono sistematicamente ostacolate e i profitti, anche se originariamente di innovazione, si trasformano in rendite.

(Michele Grillo).

 

 

 

 

Torino, città delle armi?

Non separare pace e lavoro.

Cittanuova.it - Carlo Cefaloni – (8 Maggio 2026) - Fonte: Città Nuova – Redazione – ci dice:

Il cardinale Roberto Regole ha fatto emergere nel messaggio per il primo maggio la questione della conversione progressiva dell’economia verso la produzione bellica.

Il cammino già in corso per costruire una politica industriale di pace.

 

L’arcivescovo di Torino Roberto Regole durante il suo intervento alla festa della Fiom che si è svolta a Torino nel settembre 2024.

 ANSA-ALESSANDRO DI MARCO.

È difficile oggettivamente separare profezia e realismo nel messaggio inviato dal cardinale di Torino, Roberto Regole, in vista della festa dei lavoratori del primo maggio 2026, affrontando senza mezzi la conversione in atto nella città verso la produzione industriale delle armi.

 

È una questione che affrontiamo da tempo su Città Nuova come dimostra l’incontro promosso il 20 ottobre 2022 assieme ai soci di Banca Etica, al Gruppo Abele, alla Pastorale sociale regionale e al Centro studi Sereno Regis che è stato tra i primi a sollevare il caso del progetto annunciato dalla società Leonardo relativo a 184.000 mq da trasformare nella cittadella dell’Aerospazio.

Un termine che rimanda con il pensiero al mondo delle imprese astronautiche, ma che presenta inevitabili legami con l’evoluzione tecnologica dei sistemi d’arma.

Il forte ridimensionamento di Stellanti è evidente da tempo, con intere filiere di pregio cedute alla concorrenza nel settore automotive.

 Un progressivo allontanamento dall’Italia da parte degli eredi Agnelli che ha trovato il suo compimento nella dismissione addirittura del controllo sul quotidiano La Stampa.

 

Il cardinale Regole non usa un linguaggio curiale ma, nella complessità nell’analisi, affronta il tema senza fronzoli

: «So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare.

 Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro.

Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?».

 

Parole pesanti che rischiano di restare, tuttavia, una nobile denuncia morale in mancanza del progetto per una diversa politica industriale.

Assemblea degli operai cassaintegrati delle Carrozzerie di Mirafiori davanti alla porta 5 dello stabilimento Stellanti, Torino 17 ottobre 2024 -ANSA-ALESSANDRO DI MARCO.

 

A tal fine è attivo da tempo, con il contributo della pastorale sociale piemontese, un Laboratorio nazionale permanente per la riconversione economica di pace che ha eletto tra i suoi casi emblematici proprio la città di Torino che non è stata, tuttavia, solo la città dell’auto in mano ad un gruppo industriale, la Fiat, che ha inciso profondamente sulla struttura dell’intera economia italiana.

 La fortuna degli Agnelli, come documentato da una vasta storiografia, ha avuto origine dall’accumulo di capitale reso possibile dai sovraprofitti legati allo sforzo bellico richiesto dalla prima guerra mondiale e, poi, dal sostegno al fascismo contro le ricorrenti rivolte dei lavoratori che avevano preteso di instaurare una “democrazia operaia”.

 

Ed è proprio in Piemonte che, a partire dall’obiezione alla produzione di armi da parte di alcuni lavoratori della Val Susa, nel secondo dopoguerra è emersa una piattaforma programmatica per la conversione dell’economia in politiche industriali di pace, che ha avuto nel sindacalista cislino “Alberto Tridente”, rappresentante della FLM, uno dei suoi rappresentanti più credibili e autorevoli.

Un percorso che non si è interrotto grazie all’impegno di esponenti sindacali come “Gianni Alioti”, a lungo responsabile dell’ufficio internazionale della FIM Cisl e ora molto attivo come analista e studioso di questioni industriali in “The Wheaton Watch”.

 

Citando il discorso di Leone XIV al corpo diplomatico, il cardinal Regole afferma che «non basta parlare di pace, “occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”».

La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia».

 

Banner Archivio storico.

Lavoratori di Leonardo nella fabbrica che produce componenti per i cacciabombardieri F35 a Cameri in Piemonte.

Archivio ANSA-CLAUDIO PERI.

 

Il riferimento al “bisogno di difesa” travalicato “probabilmente” dalla forte spinta sul riarmo apre alla necessità di un serio dibattito pubblico, dato che ad esempio dalle colonne del Corriere della Sera è arrivato puntualmente un editoriale di Galli della Loggia che ha ribadito le accuse contro il pacifismo italico che avrebbe un’origine patologica (la sindrome dell’inerme): «Il sentimento tenace — depositatosi e cresciuto nella coscienza collettiva in seguito alla tragedia del 1940-’45 — che l’Italia non può nulla, che non può contare nulla, e che dunque è assurdo che essa si ponga — sia pure semplicemente armandosi a scopo dissuasivo — nella prospettiva di quel cimento supremo che è la guerra».

 

Certi ragionamenti sul recupero valoriale del “cimento della guerra” sono ormai pervasivi anche in ambienti cattolici e impediscono di prendere sul serio la prospettiva di un cambiamento strutturale dell’economia che chiama in causa inevitabilmente la governance di Leonardo, la maggior industria delle armi che resta sotto controllo pubblico.

 

Sulla difficoltà da affrontare per impostare una diversa politica industriale, si può ad esempio ascoltare quanto emerso nel dibattito promosso il 20 novembre 2024 dal Laboratorio riconversione sulla questione Stellanti nello scenario generale della politica industriale Italiana ed Europea.

 

C’è bisogno di un grande impegno collettivo. «Fermiamoci, cari amici – afferma nella sua lettera Regole –, e ragioniamo tutti insieme (istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie), domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?». Ed è importante la disponibilità a fare della pastorale del Lavoro

  un «luogo di incontro, confronto e approfondimento».

 

Molto materiale è già disponibile. Un fattore indispensabile per innescare il cambiamento deve arrivare dal mondo della ricerca e dell’università.

È perciò importante quanto emerso dall’incontro Lavoro, conoscenza e ricerca ripudiano la guerra promosso dal Centro Sereno Regis il 30 aprile per ribadire il rifiuto di alcuni esponenti del mondo accademico di assoggettare la ricerca pubblica agli interessi delle Big Tech e del complesso militare-industriale.

Non diversamente da quanto fanno ad esempio i lavoratori della logistica, che rifiutano di caricare armi destinate ad alimentare la guerra.

Scelte che costano.

 

«La politica è davanti a un bivio storico – afferma Gaetano Quadrelli, responsabile della pastorale sociale del Piemonte e Valle d’Aosta –: le parole di Regole al territorio della sua diocesi riflettono preoccupazioni comuni a tutti. Appare sensato l’invito a reagire per tempo, ossia prima che sia storicamente irreparabile, a una deriva che coinvolge l’intero Paese, l’Europa come continente e il Mediterraneo allargato. E la risposta a questo invito va formulata in termini laici e con il senso della concretezza che è una virtù politica, in modo dialogante anche fra sensibilità distanti».

(Testo integrale del messaggio del cardinale arcivescovo di Torino Roberto Regole).

 

 

 

Politiche europee.

Made in Europe: Italia favorevole ma fiducia Ue debole.

Sbircialanotizia.it – (6 maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il dato più netto arriva dal divario:

il Made in Europe raccoglie consenso

nel dibattito digitale italiano, la conversazione generale sull’Unione europea resta dominata dalla sfiducia.

La nostra analisi separa il segnale industriale dalla percezione politica e mostra dove il consenso può trasformarsi in fiducia concreta.

Sentiment Italia Made in Europe IAA 2026 -

Appalti strategici - Agroalimentare critico.

Tra gennaio e aprile 2026 le conversazioni digitali sull’Unione europea hanno raggiunto 14,7 milioni di contenuti e 145 milioni di interazioni nel continente;

 in Italia il volume supera 1 milione di conversazioni e 19,2 milioni di interazioni.

Dentro questo flusso, la conversazione generale sull’Ue in Italia resta segnata da un 81,6% di sentiment negativo, mentre il Made in Europe arriva al 65,6% di sentiment positivo.

 Il ribaltamento riguarda il modo in cui Bruxelles viene percepita:

 meno centro regolatorio astratto e più leva di protezione industriale.

 

Il driver principale è l’”Industrial Accelerator Act”, indicato nei dati come “IAA”, con il 24,1% delle menzioni.

 Automotive ed energia sono i settori più esposti nel racconto pubblico; il digitale completa la fascia alta delle conversazioni.

Il consenso sale fino all’83% quando il discorso entra su competitività, PMI e appalti pubblici.

La fragilità emerge invece nell’agroalimentare:

pesa appena 3,2% delle conversazioni e mostra una prevalenza negativa al 56%, con la paura come emozione dominante.

Bandiere dell’Unione europea e analisi sul consenso italiano verso il Made in Europe.

Analisi Ue.

Il consenso per la produzione europea cresce dove Bruxelles viene percepita come difesa industriale concreta.

La nostra ricostruzione.

 

La presentazione della ricerca “Social Come”, realizzata con la piattaforma “Social Data”, è prevista oggi 6 maggio 2026 alle 17:30 al Parlamento europeo di Bruxelles, nella sala PHS Snack Resto.

 Il documento completo è annunciato dal 7 maggio.

 L’interesse giornalistico immediato sta nel fatto che il dato italiano arriva nello stesso momento in cui la politica industriale europea sta provando a trasformare il Made in Europe da formula identitaria a criterio operativo per appalti, aiuti pubblici e filiere strategiche.

 

Aggiornamento redazionale:

analisi chiusa alle 13:37 del 6 maggio 2026.

Il pezzo distingue i dati già pubblici dalla nostra lettura tecnica sugli effetti industriali e politici del nuovo perimetro europeo.

 

Il divario che spiega il caso italiano.

Il punto centrale è il cambio di oggetto.

Quando la conversazione parla di Unione europea in modo generale, in Italia prevalgono giudizi severi legati a costi, vincoli, distanza istituzionale e timore di decisioni percepite come calate dall’alto.

Quando entra il Made in Europe, la stessa cornice europea assume un significato diverso: diventa difesa della produzione continentale, strumento di mercato e possibile protezione di lavoro qualificato.

 

Questa differenza rende il dato più utile di una semplice fotografia del consenso.

Il Made in Europe intercetta una domanda di sicurezza economica che in Italia è cresciuta insieme alla pressione sui settori esposti alla concorrenza globale.

La fiducia verso l’Ue resta fragile perché il cittadino vede ancora Bruxelles come luogo di regole.

 Il consenso verso l’etichetta industriale sale perché quelle regole sembrano finalmente orientate a proteggere capacità produttiva, fornitori locali e occupazione.

 

Che cosa misura davvero la ricerca Social Come.

Il dato Social Come va letto come analisi delle conversazioni digitali, quindi come misurazione della polarità linguistica e delle emozioni presenti nei contenuti online.

La fiducia istituzionale rilevata dai sondaggi demoscopici appartiene a un piano diverso.

Questa distinzione aiuta a evitare un errore frequente:

 prendere il sentiment social come equivalente diretto di un voto o di un sondaggio campionario.

 

La sua forza sta altrove.

 Il sentiment digitale intercetta la reazione immediata a parole chiave, norme in discussione, timori commerciali e aspettative industriali.

 Per questo il dato del 65,6% sul Made in Europe pesa molto:

 indica che una parte consistente del dibattito italiano accoglie con favore l’idea di una preferenza produttiva europea quando viene collegata a benefici pratici.

 La stessa opinione pubblica digitale, davanti all’Ue intesa in senso generale, mantiene una postura più diffidente.

 

IAA, l’acronimo che sposta il discorso.

L’ “Industrial Accelerator Act” è il passaggio normativo che dà sostanza al Made in Europe.

 La Commissione lo ha proposto il 4 marzo 2026 come quadro per accelerare capacità industriale e decarbonizzazione in settori strategici. Il perimetro comprende acciaio, cemento, alluminio, automotive e tecnologie net-zero, con possibile estensione ad altri comparti energivori.

 

Il meccanismo rilevante per il dibattito italiano è la creazione di mercati guida per prodotti puliti e manifattura europea quando interviene denaro pubblico.

Il testo introduce requisiti a basso contenuto di carbonio e requisiti di origine Ue negli appalti e in altre forme di intervento pubblico.

Per le auto elettriche e per alcune componenti strategiche, l’origine produttiva diventa parte della politica industriale.

Qui nasce la percezione favorevole: l’Europa entra nella catena del valore invece di limitarsi alla cornice regolatoria.

 

La proposta contiene anche procedure autorizzative più rapide.

Per i progetti industriali in settori energivori e tecnologie pulite, l’obiettivo è comprimere l’iter entro 18 mesi attraverso un accesso unico digitale.

Il messaggio per le imprese italiane è chiaro:

 una politica europea credibile si misura sulla velocità con cui trasforma un investimento in cantiere, poi in produzione e quindi in contratti.

 

Perché gli appalti pubblici sono il vero banco di prova.

Il Made in Europe diventa concreto quando entra negli appalti pubblici.

Ogni anno oltre 250 mila autorità pubbliche nell’Ue acquistano lavori, beni e servizi per un valore nell’ordine dei 2,5 mila miliardi di euro, circa il 16% del Pil dell’Unione nel perimetro operativo richiamato dalla Commissione.

Una leva di questa dimensione può orientare domanda industriale, standard tecnologici e scelte di localizzazione.

 

La revisione europea degli appalti è annunciata per il 2026 e il calendario legislativo la colloca nel secondo trimestre.

 La direzione già leggibile è la semplificazione del quadro attuale, insieme all’inserimento di criteri di sostenibilità, resilienza e preferenza europea in settori strategici.

La partita vera sarà il bilanciamento:

criteri troppo deboli non cambiano le catene di fornitura, criteri troppo rigidi possono ridurre concorrenza e aumentare costi per le amministrazioni.

 

Per l’Italia questo passaggio vale più di una discussione teorica.

 I comuni, le società pubbliche, le centrali di acquisto e le partecipate locali generano domanda in energia, trasporti, sanità, infrastrutture digitali e edilizia.

Se il criterio Made in Europe viene costruito con soglie verificabili e tempi amministrativi sostenibili, le PMI possono trovare spazio nelle subforniture.

Se il criterio diventa solo adempimento documentale, il vantaggio finisce sulle imprese già strutturate per muoversi nei grandi bandi europei.

 

Perché il consenso sale su competitività e PMI.

Il consenso fino all’83% su competitività, PMI e appalti pubblici mostra che il Made in Europe funziona quando promette una protezione leggibile.

L’Italia ha un tessuto produttivo fatto di aziende di filiera, distretti e fornitori specializzati che spesso restano fuori dalla narrazione europea più alta.

Una clausola industriale orientata alla domanda pubblica parla direttamente a quel tessuto, perché può trasformare il mercato unico in un canale di commesse e non soltanto in uno spazio di concorrenza.

 

La nostra deduzione è che il consenso italiano dipenda da una condizione precisa:

il Made in Europe viene accolto quando appare compatibile con il Made in Itala.

La sovrapposizione diventa virtuosa se Bruxelles protegge componenti, standard e lavoro europeo senza sciogliere l’identità nazionale dei prodotti.

Questo equilibrio sarà decisivo nei prossimi mesi, soprattutto nei bandi che toccheranno materiali, veicoli, tecnologie energetiche e sistemi digitali.

 

Il nodo agroalimentare: poca conversazione e molta paura.

L’agroalimentare pesa soltanto il 3,2% delle conversazioni analizzate, ma è uno dei pochi settori con prevalenza negativa al 56%.

Il dato è più importante del volume ridotto.

Mostra che, quando l’etichetta europea entra in un comparto dove origine, tradizione produttiva e riconoscibilità territoriale sono parte del valore, la reazione cambia segno.

 

La paura dominante nasce da una domanda implicita:

un marchio europeo può rafforzare le filiere italiane o diluire le indicazioni nazionali e territoriali?

Nel food, il valore economico si costruisce spesso sulla precisione dell’origine.

Dop, Igp, tracciabilità, reputazione regionale e trasformazione locale sono elementi che il consumatore italiano associa alla qualità.

 Un Made in Europe generico rischia di sembrare troppo largo se non viene agganciato a regole che tutelano specificità e trasparenza.

 

Questo è il punto da correggere nella futura comunicazione europea.

Nel manifatturiero strategico, Made in Europe significa autonomia e capacità produttiva.

Nell’agroalimentare deve significare protezione della filiera corta, chiarezza sull’origine delle materie prime e difesa delle denominazioni. Senza questa distinzione, il consenso generale rischia di fermarsi davanti al settore più identitario per l’Italia.

 

Dazi Usa e Cina rendono il consenso più instabile.

La ricerca intercetta due paure esterne che spiegano la fragilità del consenso:

il confronto con la Cina e le nuove tensioni sui dazi Usa.

 Il tema è molto attuale.

 Alla vigilia del G7 commerciale di Parigi del 6 maggio, il confronto transatlantico sui dazi auto è tornato a pesare sull’industria europea, mentre Pechino ha contestato l’architettura del Made in Europe perché la considera penalizzante per gli investitori stranieri.

 

Il cittadino percepisce una contraddizione pratica.

Desidera una protezione europea più forte, però teme che la protezione attivi rincari, ritorsioni commerciali o rallentamenti nelle catene di fornitura.

Questo spiega il titolo emotivo del dossier:

consenso e fiducia camminano a velocità diverse.

Il primo nasce dalla promessa di difesa industriale;

la seconda richiede prove di efficacia, costi controllati e ricadute visibili nei territori.

 

Il confronto con Eurobarometro: sostegno europeo e diffidenza digitale convivono.

Il dato Social Come convive con un quadro Eurobarometro meno lineare di quanto sembri.

A livello Ue, l’ultima rilevazione autunnale della Commissione colloca la fiducia nell’Unione al 48%, ancora alta in prospettiva storica.

 Il Parlamento europeo, nella rilevazione pubblicata a febbraio 2026, registra inoltre una richiesta molto forte di azione comune:

89% degli intervistati vuole Stati membri più uniti davanti alle minacce globali e 73% chiede più mezzi per affrontarle.

 

La differenza italiana sta nella tensione tra domanda di protezione e giudizio politico sull’istituzione.

Il Made in Europe accende la prima.

La conversazione generale sull’Ue raccoglie il secondo.

Per questo il consenso industriale può crescere anche in un ambiente digitale sfiduciato.

 La fiducia istituzionale arriverà soltanto se le misure europee produrranno effetti tangibili: bandi accessibili, produzione localizzata, posti qualificati e filiere meno esposte a shock esterni.

 

Cosa cambia da oggi per politica e imprese.

Da oggi il Made in Europe entra nel dibattito italiano con un indicatore politico molto preciso: piace quando promette protezione produttiva misurabile. Questo impone una scelta a governo, regioni, imprese e associazioni di categoria. La fase utile non sarà la rivendicazione del principio, ma la capacità di incidere sui testi europei in arrivo, a partire dall’Industrial Accelerator Act e dalla riforma degli appalti pubblici.

 

Per le imprese, il punto operativo riguarda la preparazione ai criteri di origine, alle soglie di contenuto europeo e alla documentazione di filiera. Chi produce componenti, materiali, servizi digitali o tecnologie energetiche dovrà rendere verificabile il proprio contributo europeo. Chi compra per conto della pubblica amministrazione dovrà imparare a scrivere bandi che premino resilienza e qualità industriale senza trasformarsi in contenzioso permanente.

 

La fiducia, in Italia, passerà da qui. Il cittadino chiederà meno formule e più esiti: prezzi sostenibili, commesse che restano nelle filiere europee, occupazione stabile e regole comprensibili. Il Made in Europe ha già spostato il sentiment. Ora deve dimostrare di saper spostare contratti, investimenti e tempi amministrativi.

 

Coordinate operative.

 

Perimetro temporale.

I dati Social Come e Social Data coprono le conversazioni tra gennaio e aprile 2026;

 la presentazione pubblica della ricerca avviene a Bruxelles il 6 maggio 2026 e il rilascio completo è previsto dal 7 maggio.

 

Perimetro tematico.

Il Made in Europe viene letto dagli utenti come politica industriale collegata a competitività, appalti pubblici, PMI, energia, automotive e digitale.

 L’agroalimentare resta una zona sensibile perché il valore del prodotto italiano dipende da una granularità di origine che una formula europea troppo ampia fatica a restituire.

Perimetro normativo.

 La proposta IAA del 4 marzo 2026 e la revisione degli appalti pubblici attesa nel secondo trimestre 2026 sono i due canali attraverso cui il consenso può diventare regola applicabile.

 

 

 

 

Ue, intesa sull’acciaio: più dazi e tagli all’importazioni.

Ilsole24ore.com – Beda Romano – (15 aprile 2026) – Politica industriale – Redazione – ci dice:

 

Accordo tra Consiglio e Parlamento sulla tutela dell’acciaio europeo contro la concorrenza di Cina e India.

BRUXELLES – È con soddisfazione che ieri le associazioni imprenditoriali hanno accolto l’intesa raggiunta tra Parlamento e Consiglio su un provvedimento che deve tutelare il settore siderurgico dalla formidabile concorrenza di alcuni paesi, tra cui la Cina e l’India.

 L’iniziativa era stata presentata in ottobre dalla Commissione europea e rappresenta un salto di qualità nel tentativo dell’Unione europea di meglio proteggere i settori industriali in maggiore difficoltà.

 

«L’industria siderurgica europea - ha spiegato “Axel Erger”, il direttore generale dell’associazione EUROFER - si trovava sull’orlo del baratro e questa misura ci aiuta a evitare il peggio. Frenando le importazioni, permette di mantenere in vita una capacità siderurgica a livello europeo che sia redditizia e consente al tempo stesso di proseguire sulla strada della decarbonizzazione.

Ridarà fiato a 15 milioni di tonnellate di capacità siderurgica europea».

 

Nella tarda serata di lunedì il Consiglio e il Parlamento hanno trovato un accordo su una proposta presentata in autunno dalla Commissione.

L’intesa prevede di limitare l’import annuo di acciaio libero da dazi a 18,3 milioni di tonnellate, una riduzione del 47% rispetto al 2024.

Nel contempo, la tariffa per la quota superiore a questo limite sarà raddoppiata.

 Ieri in Borsa le misure hanno sostenuto le azioni dei maggiori produttori di acciaio europeo.

 

Secondo EUROFER, nell’ultimo trimestre del 2025 le importazioni europee di acciaio hanno raggiunto il livello record di 9,9 milioni di tonnellate (erano pari a 7,4 milioni di tonnellate nello stesso periodo del 2024).

L’associazione ha imputato l’aumento ai dazi del 50% sull’acciaio imposti dal presidente americano Donald Trump e all’entrata in vigore all’inizio di quest’anno del dazio ambientale europeo.

 

L’iniziativa va inquadrata nel più ampio tentativo di tutelare il mercato interno, con misure anche protezionistiche.

Allo stesso modo va considerato l’”Industrial Accelerator Act”, il progetto di legge che deve servire a imporre in alcuni settori la presenza di una percentuale minima di componenti europei e di requisiti ambientali negli appalti pubblici e nell’uso di sussidi a livello nazionale.

 

L’intesa raggiunta lunedì sera prevede anche un monitoraggio costante del mercato dell’acciaio in modo da intervenire nuovamente se necessario.

 Un primo esame verrà effettuato fin dai primi sei-dodici mesi dopo l’entrata in vigore.

Per evitare possibili elusioni, il regolamento prevede che venga individuato il paese nel quale l’acciaio è stato effettivamente prodotto (il principio del “mela and pour”, in inglese).

L’accordo deve ora essere approvato dal Parlamento e poi dal Consiglio.

 Le nuove regole andranno a sostituire le attuali misure di salvaguardia, in scadenza il 30 giugno.

 

Da Roma il ministro delle imprese “Adolfo Urso” ha affermato: «È passata la posizione italiana grazie a un importante lavoro di squadra».

Ciò detto, l’Italia non è stata il solo paese a sostenere la necessità d’intervento.

Anche la Francia e la Germania hanno spinto perché Bruxelles presentasse per mano del commissario al mercato unico, il francese “Stéphane Sojourner”, misure radicali.

Un ruolo particolare hanno avuto i sindacati tedeschi.

 

Addirittura, ieri il sindacato metallurgico “IG Metal” si è detto insoddisfatto delle misure, ancora insufficienti.

«La politica commerciale da sola non è in grado di garantire la sopravvivenza del settore siderurgico europeo»,

ha detto Jürgen Karner, il vicesegretario generale dell’IG Metal e membro del consiglio di sorveglianza di ThyssenKrupp.

 «La politica deve rafforzare la domanda attraverso sostegni alla crescita e incentivi agli investimenti».

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