Concorrenza e politica industriale.
Concorrenza
e politica industriale.
Aprite
i vostri mercati se volete
i finanziamenti dell'UE, dice
un
dirigente del settore agli Stati Uniti
e agli
altri partner commerciali.
Politico.eu
– (8 maggio 2026) – Gabriel Gavin – Redazione – ci dice:
Stéphane
Sojourner ha affermato che il sostegno a una "preferenza europea" per
proteggere le industrie del blocco è in crescita.
Legge
UE sull'acceleratore industriale.
Il
vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la prosperità e la
strategia industriale, Stéphane Sojourner, parla ai media al Berlaymont, sede
della Commissione europea, il 4 marzo 2026 a Bruxelles.
BRUXELLES
– I Paesi che non accolgono le aziende europee nei loro mercati non dovrebbero
aspettarsi di poter accedere agli appalti UE per beni e servizi, ha avvertito
il responsabile industriale dell'Unione.
In
dichiarazioni rilasciate venerdì al Brussels Playbook di POLITICO , il
vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Sojourner ha
affermato che "cresce il sostegno" tra le capitali dell'UE per
"un importante cambiamento di dottrina" che consentirebbe a una
maggiore quantità di denaro dei contribuenti di rimanere nel continente.
"Se
non agiamo contro la concorrenza sleale dei rivali globali, l'Europa rischia di
perdere il controllo di catene di produzione cruciali nei settori delle
tecnologie pulite, dell' automotive e dell'energia nucleare", ha
dichiarato il commissario francese, responsabile del mercato unico.
Sojourner
ha a lungo sostenuto una "preferenza europea" nell'ambito del suo
programma di punta, l'”Industrial Accelerator Act” (che mira a rendere l'Europa
più competitiva favorendo i produttori locali di tecnologie verdi) e per i
progetti finanziati dal bilancio a lungo termine dell'UE.
Tuttavia,
alcuni paesi dell'UE, guidati dalla Germania, si oppongono a quelli che
considerano criteri troppo rigidi che potrebbero interrompere le catene di
approvvigionamento.
Tuttavia,
Sojourner ha affermato che "più il mondo cambia", più si rafforza la
necessità di questa politica e "il dibattito non verte più sul perché
l'Europa dovrebbe farlo, ma su come farlo in modo efficace".
L'intervento
giunge in un momento di crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti,
dopo che il presidente Donald Trump ha annunciato giovedì che avrebbe imposto
dazi "molto più elevati" sulle esportazioni dell'UE se il blocco non
avesse azzerato le proprie tariffe.
Uno
storico accordo commerciale, raggiunto tra Trump e la presidente della
Commissione “Ursula von der Leyen” nel luglio dello scorso anno, è bloccato nei
negoziati a Bruxelles, mentre i legislatori valutano le misure di salvaguardia
nel caso in cui Washington non rispettasse i propri impegni.
Sojourner
ha sostenuto che destinare denaro pubblico ad aziende con sede nell'UE
"cambia gli equilibri nei negoziati commerciali globali.
I Paesi che desiderano accedere ai mercati
europei degli appalti pubblici dovranno a loro volta aprire i propri mercati.
Ciò conferisce all'Europa un nuovo e potente strumento commerciale".
Secondo
documenti riservati del governo tedesco, visionati da” POLITICO” , Berlino si
unisce alle richieste affinché l'Industrial Accelerator Act includa l'obbligo
per i progetti finanziati con fondi pubblici di approvvigionarsi di acciaio da
produttori dell'UE, ove possibile.
Nel
frattempo, crescono le richieste all'UE di adottare una linea più dura nei
confronti della Cina, accusata di escludere le imprese straniere dal proprio
mercato e di monopolizzare all'estero settori chiave come le energie
rinnovabili e la tecnologia.
Il
ministro degli Esteri belga Maxime Prevot, a seguito di un viaggio a Pechino,
ha esortato l'UE ad affrontare il problema dell'eccesso di offerta proveniente
dal Paese, citando settori come quello metallurgico, automobilistico e chimico.
Editoriale.
Un’Europa
divisa è ancora credibile?
Thefederalist.eu
– (2025 -Anno LXVII – n°1 -pag. 3) - Redazione – ci dice:
Di
fronte a una sequenza di eventi che stanno rivoluzionando il panorama delle
relazioni internazionali e i rapporti di forza tra aree del mondo, l’Europa si
trova impreparata e paralizzata.
Impreparata
per l’incapacità degli Stati membri negli ultimi settant’anni di dar vita a un
potere politico sovranazionale di carattere federale in grado di garantire una
capacità di azione all’Unione.
Paralizzata
dal timore da parte di molti governi delle conseguenze elettorali che una
scelta coraggiosa in direzione di un’Europa politica potrebbe comportare,
dall’incapacità di andare al di là di una visione dei rapporti internazionali e
delle alleanze ormai superata, dall’apparente inconsapevolezza dell’urgenza di
cambiare passo e del rischio di una perdita dei valori di convivenza che in
Europa sono nati e si sono affermati.
In un
mondo nel quale gli equilibri stanno cambiando e le potenze esterne all’Europa
sono impegnate in una lotta per accaparrarsi risorse e sfere di influenza
politica, l’incapacità di imboccare la strada di una radicale trasformazione
dell’Unione in senso politico e l’atteggiamento attendista e pavido degli Stati
membri e delle istituzioni dell’Unione stanno compromettendo seriamente la
credibilità dello stesso processo di integrazione europea, con il rischio di
portare a una totale sfiducia dell’opinione pubblica che ne segnerebbe la fine.
Le
manifestazioni della debolezza dell’Europa, della sua incapacità di affermare
le proprie posizioni a livello internazionale e della sua perdita di
credibilità sono state in questi ultimi mesi molteplici.
Un
esempio ne è l’esclusione degli europei dal vertice in Alaska tra Trump e
Putin, che si è tradotto in una legittimazione di Putin come interlocutore e in
una totale delegittimazione dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.
Ma
nella stessa direzione va anche il recente accordo sui dazi tra Stati Uniti e
Unione europea.
Dopo
aver tenuto in una fase iniziale un atteggiamento di estrema prudenza di fronte
alle minacce di un aumento vertiginoso dei dazi sui prodotti europei da parte
dell’amministrazione Trump, evitando, a differenza di Stati come il Canada, di
reagire in modo deciso e di minacciare seriamente l’utilizzo di contromisure
come il c.d. bazooka o il meccanismo anti-coercizione, l’Unione ha infatti
accettato di impegnarsi a non innalzare i dazi nei confronti dei prodotti USA e
ad acquistare energia (per 750 miliardi di dollari in tre anni) ed armamenti
americani nonché ad incrementare di 600 miliardi di dollari gli investimenti
diretti negli Stati Uniti in cambio di un’imposizione di dazi del 15% sui
prodotti europei anziché del 30% come minacciato dall’amministrazione Trump.
Si
tratta di un compromesso che va in direzione diametralmente opposta rispetto a
quella tracciata dal Rapporto Draghi sulla competitività, dal quale emergeva la
necessità impellente per l’Europa di acquisire autonomia dalle potenze esterne
e di dotarsi di una capacità di pianificazione e di decisione politica, e che
metteva in luce la fine dell’illusione di poter dipendere da potenze esterne
per difesa, energia e tecnologie in un mondo sempre più dominato dalla
competizione tra potenze di dimensione continentale.
Del
resto, l’incapacità degli europei, frammentati e divisi, di avere un peso nella
presa di decisione a livello internazionale e di tutelare l’interesse dei loro
cittadini e delle loro imprese erano emersi chiaramente in occasione della
recente decisione assunta dal G7 sulla Global Minimum Tax. Mentre quest’ultima
è stata recepita, totalmente o parzialmente, da 55 paesi la maggioranza dei
quali europei, nella riunione del G7 di fine giugno gli Stati Uniti hanno
ottenuto un’esenzione per le multinazionali la cui capogruppo abbia sede nel
loro territorio, trasformando di fatto tale imposta in un boomerang per le
imprese aventi sede nel territorio dell’Unione.
L’assenza
di peso politico dell’Unione e la sua dipendenza da potenze esterne in molti
settori, in particolare la sua sudditanza rispetto agli Stati Uniti, non è
tuttavia casuale, bensì è la diretta conseguenza del fatto che l’Europa non è
un soggetto politico e non è dotata di un potere autonomo dagli Stati membri.
In altre parole, la dipendenza dall’esterno, e in particolare dagli Stati
Uniti, è una diretta conseguenza di una dipendenza sul piano interno (dagli
Stati membri).
Tale
dipendenza risulta evidente soprattutto nei settori tradizionalmente legati al
cuore della sovranità statale, come quelli della politica estera e di difesa e
della politica economica e fiscale, ma in realtà è di ostacolo anche
all’esercizio di quelle politiche che appartengono alla competenza esclusiva
dell’Unione, e nelle quali dunque in teoria quest’ultima può agire
autonomamente. Per tornare al tema dei dazi, basti pensare all’unione doganale
e alla politica commerciale comune. Si tratta di due settori nei quali gli
Stati membri non possono intervenire in quanto settori facenti parte delle
competenze esclusive europee, e nei quali le decisioni sono adottate dal
Consiglio a maggioranza qualificata e dunque in assenza di diritto di veto.
Tuttavia, la mancanza di un potere politico europeo in grado di agire
autonomamente dagli Stati membri ne condiziona fortemente l’esercizio.
In
primo luogo perché la capacità di negoziare accordi sui dazi e accordi
commerciali con Stati terzi è fortemente legata a scelte di politica estera, e
dunque da decisioni politiche relative al ruolo dell’Europa sullo scenario
internazionale. Tali decisioni sono ancora sostanzialmente nelle mani degli
Stati membri, dal momento che l’ambito PESC è regolato da meccanismi
intergovernativi improntati alla regola dell’unanimità e dunque l’Unione, lungi
dal poter elaborare una strategia coerente, si trova condizionata dalle
differenti visioni degli Stati membri e dunque impossibilitata a decidere.
Così, di fronte alla politica aggressiva di Trump gli Stati membri si sono
trovati divisi sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli Stati Uniti,
con l’Italia favorevole al mantenimento di buone relazioni con gli Stati Uniti
ed altri Stati, come la Francia, orientati in senso opposto.
In
secondo luogo, perché la dipendenza degli europei da Stati terzi in molti
settori indebolisce il loro potere negoziale anche nelle materie che
appartengono alla competenza esclusiva dell’Unione. Basti pensare a come la
dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti per quanto riguarda difesa e
armamenti, e dunque il pericolo che gli Stati Uniti si disinteressino della
difesa degli europei e lascino l’Ucraina nelle mani di Putin abbia contribuito
a smorzare i tentativi di rispondere in modo duro alla politica dei dazi di
Trump e a far accettare agli europei un compromesso a loro sfavorevole.
Nonostante
dunque l’Unione abbia in linea di principio mano libera in materia di politica
commerciale, di fatto tale potere è significativamente svuotato.
Ma,
come accennato, è soprattutto nei settori che sono posti al cuore della
sovranità statale che tale dipendenza rende l’Unione incapace di agire e priva
di autonomia. In particolare, è sul problema del finanziamento dell’Unione che
occorre concentrarsi, in quanto la disponibilità di risorse finanziarie
autonome, e dunque la competenza fiscale, è il presupposto essenziale per
l’esercizio di tutte le competenze dell’Unione.
Ora,
nonostante molti osservatori abbiano sottolineato a più riprese il carattere
cruciale della questione e la necessità che l’Unione divenga autonoma dai suoi
Stati membri per quanto riguarda il suo finanziamento, questa consapevolezza
sembra assente negli Stati membri e nelle istituzioni dell’Unione, come emerge
dal dibattito sulla recente proposta di nuovo Quadro Finanziario Pluriennale
2028-2034 presentata dalla Commissione. Si tratta di una proposta che contiene
alcuni elementi di innovazione rispetto al passato, dal momento che prevede un
incremento del bilancio dall’1,1% all’1,6%, nuove priorità, un fondo per la
competitività e l’innovazione di 410 miliardi di euro, un fondo di 400 miliardi
di euro per aiutare gli Stati in difficoltà finanziabile attraverso l’emissione
di debito europeo e nuove risorse proprie. È dunque la spia della
consapevolezza della Commissione della necessità di reperire risorse aggiuntive
per far fronte alle nuove priorità con le quali gli europei devono
confrontarsi.
E
tuttavia rischia di essere un buco nell’acqua. Non solo perché l’aumento del
bilancio dal punto di vista quantitativo non è in realtà significativo, dal
momento che la somma totale include la spesa per il pagamento degli interessi
relativi a Next Generation EU, e dunque l’aumento è solo dello 0,04%, ma anche
a motivo del fatto che la proposta si colloca nel quadro delle procedure
esistenti e dunque per essere approvata richiede l’unanimità in Consiglio e
l’approvazione da parte dei Parlamenti degli Stati membri. Ora, al di là del
fatto che alcuni Stati hanno già manifestato la propria contrarietà alle
proposte, è abbastanza significativo che nessuna istituzione dell’Unione –
nemmeno il Parlamento europeo, il grande escluso dalla decisione sulle risorse
proprie – abbia sollevato il problema della creazione di una reale autonomia di
bilancio dell’Unione, e dunque della necessità di una riforma dei meccanismi
esistenti che sottragga la decisione sul finanziamento dell’Unione al consenso
unanime degli Stati membri e attribuisca un reale potere fiscale al livello
europeo con un pieno coinvolgimento del Parlamento europeo. In mancanza di una
simile riforma, infatti, un reale aumento dell’entità delle risorse a
disposizione dell’Unione è illusorio e ogni proposta si traduce inevitabilmente
in un semplice spostamento di risorse da un settore all’altro.
Ancora
una volta, dunque, il coraggio di affrontare i nodi del processo di
integrazione e di compiere una scelta di rottura rispetto all’esistente sembra
mancare e l’Unione europea sembra avvitarsi in un circolo vizioso.
I
tempi per invertire questa tendenza non sono tuttavia lunghi, ed è quindi
necessario che almeno un gruppo di Stati, a partire dai “volenterosi” a
sostegno di Kiev, prenda l’iniziativa di dar vita a un nucleo di unione
politica, che riaffermi la centralità dei valori che in Europa si sono
sviluppati e ridoni credibilità al progetto di pace e di democrazia alla base
del processo di unificazione europea.
Come
ha scritto Giuliano Noci sul Sole 24 Ore (“L’Occidente e le nuove regole per
evitare il crollo definitivo”, 24 agosto 2025), “se non batte un colpo ora, il
castello crollerà e l’Europa non sarà spettatrice: sarà tra le macerie, a
chiedersi come sia stato possibile”.
(Il Federalista).
Politica
della concorrenza.
Europarl.europa.eu
– Marcel Magnus – (10 -11 -2025) – Redazione – ci dice:
L'obiettivo
principale delle norme dell'Unione in materia di concorrenza è consentire il
corretto funzionamento del mercato interno dell'UE. Il trattato sul
funzionamento dell'Unione europea (TFUE) ambisce a prevenire restrizioni e
distorsioni della concorrenza, quali gli abusi di posizione dominante, gli
accordi anticoncorrenziali, nonché le fusioni e acquisizioni, qualora limitino
la concorrenza.
Sono
inoltre proibiti gli aiuti di Stato che provocano distorsioni della
concorrenza.
Tuttavia,
essi possono essere autorizzati in taluni casi specifici.
Base
giuridica.
Gli
articoli da 101 a 109 TFUE e il protocollo n. 27 sul mercato interno e sulla
concorrenza, dove si precisa che un sistema propizio ad un'equa concorrenza
costituisce parte integrante del mercato interno, ai sensi dell'articolo 3,
paragrafo 3, del trattato sull'Unione europea;
il
regolamento sulle concentrazioni (regolamento (CE) n. 139/2004 del Consiglio) e
le relative norme di attuazione (regolamento (CE) n. 802/2004 della
Commissione);
gli
articoli 37, 106 e 345 TFUE per le imprese pubbliche e gli articoli 14, 59, 93,
106, 107, 108 e 114 TFUE per i servizi pubblici, i servizi di interesse
generale e i servizi di interesse economico generale; il protocollo n. 26 sui
servizi di interesse generale; l'articolo 36 della Carta dei diritti
fondamentali dell'Unione europea.
Obiettivi.
La
politica di concorrenza rappresenta uno strumento chiave per il conseguimento
di un mercato interno libero, dinamico e funzionale, nonché per lo sviluppo di
un benessere economico comune.
La
concorrenza consente alle imprese di competere in condizioni di parità in tutti
gli Stati membri, incentivandole al tempo stesso a sforzarsi di offrire ai
consumatori i migliori prodotti al miglior prezzo, il che, a sua volta, guida
l'innovazione e favorisce la crescita economica a lungo termine.
La politica di concorrenza dell'UE si applica
anche alle imprese di paesi terzi che operano nel mercato interno.
I cambiamenti sociali, economici, geopolitici
e tecnologici pongono sfide alla politica di concorrenza dell'UE.
Nel
2020 la Commissione ha avviato un riesame globale delle norme in materia di
antitrust, concentrazioni e aiuti di Stato.
La
comunicazione della Commissione del novembre 2021 su una politica di
concorrenza pronta a nuove sfide riassume gli elementi chiave di tale riesame.
Sottolinea
inoltre come il riesame delle politiche contribuisca a promuovere la ripresa
dell'UE dopo la pandemia e a creare un mercato interno più resiliente, a
promuovere l'attuazione del Green Deal europeo, e ad accelerare la transizione
digitale.
In
un'economia sempre più digitalizzata, sono diventati necessari nuovi strumenti
per affrontare le sfide emergenti.
Il
regolamento sui mercati digitali, messo a punto dai colegislatori nel settembre
2022, mira a mantenere i mercati digitali equi e contendibili e introduce una
regolamentazione ex ante per le cosiddette piattaforme online dei gate keeper.
È stata avviata una serie di altre iniziative
volte a rafforzare l'autonomia strategica aperta dell'UE in un contesto
globale.
Ad esempio, il nuovo regolamento sulle
sovvenzioni estere mira ad affrontare i potenziali effetti distorsivi delle
sovvenzioni estere nel mercato interno, in particolare nel contesto degli
appalti pubblici e delle concentrazioni.
Man
mano che il dibattito sulla competitività europea ha acquisito rilievo, la
relazione Draghi, pubblicata nel settembre 2024, ha proposto un nuovo approccio
alla politica di concorrenza per garantire che le regole di concorrenza, pur
continuando ad essere rigorosamente applicate, siano adeguate all'evoluzione
del panorama imprenditoriale e aiutino le imprese europee ad espandersi per
competere a livello mondiale.
L'approccio
pone maggiormente l'accento sulla promozione dell'innovazione e sul
rafforzamento della sicurezza e della resilienza.
In linea con quanto precede, la lettera
d'incarico della presidente von der Leyen alla commissaria responsabile ha
sottolineato la necessità di "modernizzare la politica di concorrenza
dell'UE per garantire che sostenga le imprese europee nell'innovare, competere
e guidare in tutto il mondo".
Strumenti
della politica di concorrenza.
In
termini generali, il pacchetto di strumenti della politica di concorrenza
dell'UE comprende norme in materia di antitrust, controllo delle
concentrazioni, aiuti di Stato, nonché servizi e imprese pubblici.
L'antitrust mira a ripristinare le condizioni
concorrenziali, ad esempio in caso di formazione di cartelli o di abuso di
posizione dominante.
Gli
strumenti della politica di concorrenza preventivi comprendono norme in materia
di controllo delle concentrazioni e di aiuti di Stato.
Il controllo delle concentrazioni previene
potenziali distorsioni della concorrenza, valutando in anticipo se una
potenziale fusione o acquisizione potrebbe avere un impatto anticoncorrenziale.
Le norme in materia di aiuti di Stato mirano a
evitare un indebito intervento statale laddove il trattamento preferenziale di
talune imprese o taluni settori falsi o minacci di falsare la concorrenza e
pregiudichi il commercio tra gli Stati membri.
I
servizi di interesse economico generale (SIEG) rivestono una particolare
importanza per i consumatori e sono soggetti a norme specifiche nell'ambito
degli aiuti di Stato, al fine di promuovere la coesione sociale e territoriale,
un elevato livello di qualità, sicurezza e accessibilità economica, nonché la
parità di trattamento.
A.
Divieto generale di accordi restrittivi della concorrenza (articolo 101 TFUE).
La
collusione tra imprese dà luogo a una distorsione della parità di condizioni e
pregiudica i consumatori e le altre imprese.
Sono vietati e nulli di pieno diritto gli
accordi tra imprese, quali i cartelli.
Per
contro, possono essere esentati da tale divieto gli accordi che contribuiscono
a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il
progresso tecnico o economico. Le esenzioni sono consentite solo a condizione
che una congrua parte dell'utile che ne deriva sia riservato ai consumatori e
che l'accordo non imponga inutili restrizioni o intenda eliminare la
concorrenza per una porzione sostanziale dei prodotti di cui trattasi.
Anziché
concedere tali esenzioni caso per caso, queste sono generalmente disciplinate
dai regolamenti generali di esenzione per categoria.
Questi
regolamenti interessano singoli accordi che, essendo simili dal punto di vista
del contenuto, finiscono solitamente per produrre effetti simili sulla
concorrenza.
Nel maggio 2022 la Commissione ha adottato il
regolamento di esenzione per categoria relativo agli accordi verticali dopo
averlo sottoposto a riesame. Inoltre, ha riesaminato i due regolamenti di
esenzione per categoria relativi agli accordi orizzontali, unitamente ai
pertinenti orientamenti.
Infine,
determinati accordi non sono considerati come infrazioni se sono di minore
importanza e hanno un impatto appena percepibile sul mercato (principio de
minimi).
Tali
accordi sono solitamente considerati utili per la collaborazione tra piccole e
medie imprese.
Nel
febbraio 2024 la Commissione ha adottato una comunicazione riveduta sulla
definizione del mercato, la prima revisione della comunicazione dal 1997.
Essa
comprende la definizione dei mercati nei casi di antitrust e di concentrazione.
Allinea
gli orientamenti alle nuove realtà del mercato, come i mercati digitali, e agli
sviluppi della prassi della Commissione e della giurisprudenza dell'UE, e
amplia in modo sostanziale il concetto di "mercato rilevante".
B.
Sfruttamento abusivo di una posizione dominante (articolo 102 TFUE)
Secondo
la Corte di giustizia dell'UE (CGUE), la posizione dominante è "una
situazione di potenza economica grazie alla quale l'impresa che la detiene è in
grado di ostacolare la persistenza di una concorrenza effettiva sul mercato in
questione e ha la possibilità di tenere comportamenti alquanto indipendenti nei
confronti dei concorrenti, dei clienti e, in ultima analisi, dei
consumatori".
La
posizione dominante viene valutata in relazione al mercato interno nel suo
insieme o a una parte sostanziale di esso.
Una
posizione dominante non costituisce di per sé una violazione del diritto
dell'UE in materia di concorrenza e le entità che godono di tale posizione sono
autorizzate a competere in base ai propri meriti.
Una posizione dominante conferisce tuttavia a
un'impresa la specifica responsabilità di garantire che il proprio
comportamento non falsi la concorrenza.
Tra gli esempi di abuso di posizione dominante
figurano la fissazione di prezzi inferiori ai costi sostenuti (prezzi
predatori), l'imposizione di prezzi eccessivi, la vendita abbinata e aggregata
e il rifiuto di trattare con determinate controparti.
Inoltre,
il regolamento sui mercati digitali stabilisce obblighi specifici per le
cosiddette piattaforme online dei gate keeper. Tali soggetti, una volta designati come gate keeper dalla Commissione, saranno tenuti a
rispettare determinati obblighi o divieti relativi a determinati comportamenti,
come previsto dalla legge (quali l'auto agevolazione, la preinstallazione e la vendita
abbinata di determinati prodotti software, ecc.).
Tali
obblighi sono complementari alle regole generali di concorrenza, che continuano
ad applicarsi.
Quasi
immediatamente dopo l'entrata in vigore degli obblighi, la Commissione ha
avviato diverse indagini per non conformità.
C.
Controllo delle fusioni.
Ai
sensi del regolamento (CE) n. 139/2004 sulle concentrazioni sono dichiarate
incompatibili con il mercato interno le concentrazioni che ostacolino in modo
significativo una concorrenza effettiva nel mercato interno o in una parte
sostanziale di esso, in particolare a causa della creazione o del rafforzamento
di una posizione dominante (articolo 2, paragrafo 3).
Le fusioni previste devono essere notificate
alla Commissione qualora la società risultante superi determinate soglie (le
cosiddette "concentrazioni di dimensione comunitaria").
Al di
sotto di tali soglie, le autorità nazionali garanti della concorrenza possono
rivedere le fusioni.
Le norme in materia di controllo delle
concentrazioni si applicano anche alle imprese con sede al di fuori dell'UE, se
svolgono attività commerciali nel mercato interno.
Il
punto di partenza di tale riesame è l'acquisizione del controllo in altre
imprese (articolo 3, paragrafo 1).
Dopo
aver valutato il probabile impatto della concentrazione sulla concorrenza, la
Commissione può approvarla o respingerla, oppure concedere un'approvazione
subordinata a determinate condizioni e oneri (articolo 8).
Non è
previsto un controllo ex post sistematico né una separazione delle imprese
collegate.
A
seguito di una lunga procedura di riesame avviata nel 2014, la Commissione ha
modificato il proprio regolamento di applicazione relativo alle concentrazioni
e la comunicazione sulla procedura semplificata, che sono entrati in vigore nel
settembre 2023.
I casi
specifici in cui gli Stati membri possono chiedere alla Commissione di
esaminare qualsiasi concentrazione priva di dimensione comunitaria sono stati
ulteriormente definiti in una comunicazione della Commissione del 26 marzo
2021.
D.
Divieto di concedere aiuti di Stato (articolo 107 TFUE).
L'articolo
107 TFUE prevede un divieto generale di concedere aiuti di Stato, al fine di
evitare che, concedendo vantaggi selettivi a talune imprese, venga falsata la
concorrenza nel mercato interno. Sono vietati tutti gli aiuti diretti concessi
dagli Stati membri (quali sovvenzioni a fondo perduto, prestiti agevolati,
esenzioni e immunità fiscali e garanzie di prestito), nonché vantaggi analoghi.
Il
TFUE consente alcune deroghe al divieto generale, se giustificate da obiettivi
strategici generali, ad esempio per far fronte a gravi perturbazioni economiche
o per motivi di comune interesse europeo. Durante la pandemia di COVID-19, la
Commissione ha adottato il quadro temporaneo per gli aiuti di Stato per far
fronte alle gravi perturbazioni economiche causate dalla pandemia. Il quadro è
già stato gradualmente eliminato. Nel marzo 2022 la Commissione ha adottato un
quadro temporaneo di crisi, che da allora è stato ulteriormente ampliato, al
fine di consentire agli Stati membri di utilizzare la flessibilità concessa
dalle norme in materia di aiuti di Stato per sostenere l'economia nel contesto
dell'invasione russa dell'Ucraina. Nel marzo 2023, la Commissione ha
ulteriormente trasformato il quadro temporaneo in un quadro temporaneo di crisi
e transizione, includendo misure volte a promuovere il sostegno in settori
fondamentali per la transizione verso un'economia a zero emissioni nette, in
linea con il piano industriale del Green Deal. Di conseguenza, con l'aggiunta
di nuovi obiettivi, l'essenza della politica di concorrenza dell'UE sta
attraversando una fase di profondi cambiamenti, che potrebbero essere
considerati uno scostamento da decenni di prassi.
In
passato sono state adottate misure analoghe nel quadro della crisi finanziaria
globale per evitare importanti ricadute negative sull'intero sistema
finanziario derivanti dal fallimento di un unico istituto finanziario.
Gli
Stati membri sono tenuti a comunicare alla Commissione gli eventuali aiuti di
Stato che intendano concedere, a meno che non siano coperti da un'esenzione
generale per categoria (come stabilito nel regolamento di esenzione per
categoria per gli aiuti di Stato) o dal principio de minimis. Le misure di
aiuti di Stato possono essere attuate solo previa autorizzazione della
Commissione, In alcuni casi, la Commissione ha ritenuto che il trattamento
fiscale preferenziale riservato a determinate imprese costituisse un aiuto di
Stato illegale. Molte di queste cause sono attualmente oggetto di indagini
giudiziarie da parte della CGUE. La Commissione è competente a recuperare gli
aiuti di Stato incompatibili.
Dal
2021 la Commissione ha completato una serie di valutazioni su diversi aspetti
della politica dell'UE in materia di aiuti di Stato, che hanno permesso di
elaborare, tra l'altro, una nuova disciplina in materia di aiuti di Stato a
favore del clima, dell'ambiente e dell'energia, una comunicazione riveduta
sulle norme in materia di aiuti di Stato per importanti progetti di comune
interesse europeo (IPCEI) e orientamenti rivisti sugli aiuti di Stato destinati
a promuovere gli investimenti per il finanziamento del rischio. Dal 2018 circa
un IPCEI è stato approvato ogni anno.
Nel
marzo 2025 la Commissione ha annunciato, nella sua comunicazione sul patto per
l'industria pulita, la sua intenzione di semplificare le norme in materia di
aiuti di Stato adottando un nuovo quadro, la disciplina degli aiuti di Stato
nell'ambito del patto per l'industria pulita. L'obiettivo è accelerare la
diffusione delle energie rinnovabili, sostenere la decarbonizzazione
industriale e garantire una capacità sufficiente per la produzione di
tecnologie pulite in Europa.
E.
Servizi pubblici di interesse economico generale.
In
alcuni Stati membri, certi servizi essenziali (ad esempio l'energia elettrica,
le poste e i trasporti ferroviari) sono ancora forniti da imprese pubbliche o
controllate da autorità pubbliche. Si tratta di servizi di interesse economico
generale, soggetti a norme specifiche nell'ambito degli aiuti di Stato. Anche
l'articolo 36 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea
riconosce l'accesso dei cittadini dell'UE a tali servizi.
Attuazione.
Per
garantire il conseguimento degli obiettivi della politica di concorrenza è
essenziale un'applicazione rigorosa ed efficace delle regole di concorrenza
dell'UE. La Commissione è il principale organismo responsabile di garantire la
corretta applicazione di tali norme e dispone di ampi poteri di controllo e di
attuazione. Tuttavia, il regolamento (CE) n. 1/2003 del Consiglio conferisce
alle autorità e ai tribunali nazionali garanti della concorrenza un importante
ruolo esecutivo, che è stato ulteriormente rafforzato dalla direttiva (UE)
2019/1. Il coordinamento dell'applicazione a livello nazionale e dell'UE è
sostenuto dalla rete europea della concorrenza (REC), in cui la Commissione, le
autorità nazionali e i tribunali garanti della concorrenza cooperano per
garantire che le norme dell'UE in materia di concorrenza siano applicate in
modo efficace e coerente. La procedura di cooperazione è stabilita dal
regolamento (CE) n. 1/2003 del Consiglio ed è stata rafforzata dalla direttiva
(UE) 2019/1 (REC +).
Per
quanto concerne il settore antitrust, nel 2014 è stata adottata una direttiva
sul risarcimento del danno per dare una migliore tutela ai partecipanti al
mercato danneggiati da accordi vietati (cartelli e abusi di posizione
dominante) e amplificare l'effetto deterrente su tali pratiche. La direttiva
semplifica il processo per ottenere il risarcimento del danno.
Ruolo
del Parlamento europeo.
Nella
politica di concorrenza, il ruolo principale del Parlamento europeo consiste
nel controllo dell'esecutivo. Il commissario responsabile per la concorrenza si
presenta varie volte l'anno dinanzi alla commissione per i problemi economici e
monetari (ECON) per esporre la strategia seguita e discutere le singole
decisioni. Il Parlamento partecipa all'elaborazione della legislazione in
materia di concorrenza soltanto mediante la procedura di consultazione. Può
tuttavia essere applicata la procedura legislativa ordinaria, ad esempio per
l'adozione delle direttive summenzionate concernenti le azioni per il
risarcimento del danno e il rafforzamento delle autorità garanti della
concorrenza degli Stati membri (direttiva REC+).
Il
Parlamento continua a seguire gli sviluppi della politica di concorrenza e le
azioni intraprese dalla Commissione in tale ambito. Lo specifico gruppo di
lavoro della commissione ECON sulla concorrenza e le risoluzioni annuali del
Parlamento sulle relazioni annuali della Commissione concernenti la politica di
concorrenza forniscono un contributo politico e orientamenti per plasmare le
considerazioni del Parlamento sul modo in cui affrontare le sfide dell'UE in
materia di politica di concorrenza.
Durante
la nona legislatura (2019-2024), il gruppo di lavoro della commissione ECON
sulla concorrenza ha esaminato e discusso con esperti e rappresentanti di altre
istituzioni dell'UE tematiche quali le pratiche commerciali sleali nel settore
del trasporto aereo dell'UE, gli ostacoli alla concorrenza attraverso la
proprietà comune da parte degli investitori istituzionali, la deglobalizzazione
e la politica di concorrenza, la politica di concorrenza degli Stati Uniti per
quanto riguarda i mercati digitali, l'impatto della Brexit, i servizi di
infrastrutture cloud, il quadro temporaneo per gli aiuti di Stato a seguito
dell'aggressione nei confronti dell'Ucraina, le questioni relative alla
concorrenza nel settore dell'energia, gli aspetti del regolamento sui mercati
digitali relativi alla concorrenza, la definizione riveduta di mercati
pertinenti, il quadro temporaneo di crisi della Commissione e le esenzioni
generali per categoria.
(Marcel
Magnus) – (10 -11-2025).
Procurement
pubblico e AI europea,
perché
serve una svolta industriale.
Agendadigitale.eu
– (28 aprile 2016) - Paolino Marotto – Redazione:
Il
ritardo europeo nell’intelligenza artificiale mostra i limiti di un modello
basato quasi solo sui bandi.
Il procurement pubblico può invece diventare
una leva industriale concreta, come suggeriscono il caso Airbus e il confronto
con Stati Uniti e Cina.
L’Europa
ha scelto, quarant’anni fa, di affidarsi ai meccanismi del mercato unico,
convinta che la liberalizzazione commerciale e la concorrenza internazionale
sarebbero state sufficienti a garantire la competitività del suo tessuto
industriale.
Questa
decisione si è rivelata essere un errore strategico di portata storica.
Oggi,
il continente europeo si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale
che nessun’altra economia avanzata presenta in misura comparabile.
Nel
2024, mentre gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli di intelligenza
artificiale e la Cina 15, l’Unione Europea ne ha sviluppati soltanto 3.
L’Europa
non investe sufficientemente in R&D:
il
2,2% del PIL contro il 3,6% degli USA e il 2,6% della Cina.
Un
aspetto cruciale che merita un’analisi approfondita è il meccanismo adottato a
livello europeo per finanziare l’innovazione, basato quasi esclusivamente sui
bandi europei.
Questo
modello, sebbene benintenzionato, ha dimostrato crescenti segni di
inadeguatezza strutturale.
Indice
degli argomenti.
La
critica al modello dei bandi europei per l’innovazione.
Il
caso Airbus – quando l’intervento statale funziona.
Il
ruolo decisivo dell’intervento statale.
Lezioni
dal caso Airbus.
Il
procurement pubblico come strumento di indipendenza industriale.
Il
meccanismo economico: come la domanda pubblica plasma l’offerta.
Gli
USA e la Cina: modelli di confronto.
L’analisi
delle linee guida AGID sul procurement AI.
Gli
elementi positivi delle linee guida.
L’assenza
di una dimensione di politica industriale.
La
complessità come barriera per le PMI.
Proposte
di integrazione.
Perché
è urgente cambiare approccio.
Note.
La
critica al modello dei bandi europei per l’innovazione.
I dati
dell’ECIPE (European centre for international Political Economy) sono
inequivocabili:
il divario cumulativo di investimenti R&D
tra UE e USA dal 2003 ammonta a 740 miliardi di euro, di cui 701 miliardi
accumulati solo dal 2012.
Nel
2024, il divario annuale ha raggiunto 114 miliardi di euro.
La quota dell’UE nella spesa globale per
R&D corporate è scesa dal 25% nel 2004 al 17% nel 2024.
Come
documentato dalla ricerca accademica, l’UE è intrappolata in una “middle-Technologies
trap”:
il sistema di finanziamento tramite bandi favorisce
progetti incrementalmente innovativi ma non supporta adeguatamente
l’innovazione disruttiva.
L’ITIF
ha documentato come l’Europa abbia fallito nel trattenere top talent e aziende
tecnologiche.
Deep Mind,
fondata nel Regno Unito nel 2010, è stata acquisita da Google nel 2014 dopo
aver faticato a ottenere finanziamenti da investitori venture capital europei.
Il
divario di venture capital con Usa e Cina è devastante:
le
aziende europee hanno raccolto 426 miliardi di dollari nell’ultimo decennio,
mentre le aziende USA hanno raccolto circa 800 miliardi di dollari in più.
La
crescita del PIL dal 2008 è illuminante:
l’UE è
passata da 16,4 a 18,6 trilioni di dollari, gli USA da 14,9 a 27,9 trilioni
(quasi raddoppiato), la Cina da 4,6 a 17,8 trilioni (quasi quadruplicato).
Tutte
le 7 aziende tecnologiche multi-miliardarie del mondo sono americane.
L’Europa
può vantare solo 28 aziende con valutazioni superiori a 100 miliardi di
dollari.
Come
evidenziato dal European Parliament Research Service, c’è una “home blas” evidente negli
investimenti in aziende innovative in tutta Europa, rappresentando un
fallimento del mercato interno.
Il
caso Airbus – quando l’intervento statale funziona.
In
netto contrasto con il fallimento generalizzato del modello di finanziamento
tramite bandi, esiste un ambito nel quale la leadership tecnologica europea si
è rafforzata: il consorzio Airbus.
Questo
rappresenta la dimostrazione più evidente di come politiche più dirigiste, con
intervento diretto dei governi, possano produrre risultati strategici.
Airbus
è oggi il più grande produttore mondiale di aeromobili commerciali ed
elicotteri.
Dal
2019, ha superato il suo principale rivale, la corporation americana Boeing,
sia in termini di ricavi che di ordini.
La
quota di mercato di Airbus è cresciuta dal 19% nel 1995 al 50% nel 2010,
superando Boeing dal 2012 in poi.
Airbus
impiega 135.000 persone, il 90% delle quali in Europa.
Il
ruolo decisivo dell’intervento statale.
Come
documentato dalla ricerca accademica, “il supporto governativo è stato un
fattore decisivo per l’aumento della quota di mercato di Airbus o persino per
la sua stessa esistenza. Airbus potrebbe essere sopravvissuta in assenza di
aiuti di stato, probabilmente però in una forma diversa”.
Il
sostegno ad Airbus ha incluso più di 300 misure separate provenienti
dall’Unione Europea, Francia, Germania, UK e Spagna in quasi quarant’anni:
Launch Aid con tassi di interesse inferiori al
mercato; prestiti dalla BEI; infrastrutture e aiuti per lo sviluppo di
strutture; contributi R&D.
La
Commissione Europea ha giustificato questi aiuti sotto l’Articolo 107(3)(c)
TFUE, riconoscendo che l’intervento economico si è rivelato “vitale per
un’industria aeronautica europea sostenibile” e per la “creazione di posti di
lavoro”.
Lezioni
dal caso Airbus.
L’esperienza
di Airbus offre diverse lezioni importanti che contraddicono l’approccio
puramente basato sui bandi:
La
pazienza strategica: gli obiettivi erano pianificati su orizzonti decennali, non
trimestrali.
Il
coordinamento paneuropeo: diversi governi hanno collaborato in modo coordinato,
condividendo rischi e benefici.
L’utilizzo
della domanda pubblica: il governo ha utilizzato i propri acquisti per creare domanda
per prodotti domestici.
La
protezione temporanea: l’industria nascente è stata protetta dalla concorrenza
durante la fase di maturazione.
Come
evidenziato dalla letteratura accademica, “gli sforzi europei a partire dal
1970 sono stati coronati da successo nel creare un concorrente vitale (Airbus)
ai produttori americani dominanti (Boeing, McDonnell-Douglas)”.
Il
procurement pubblico come strumento di indipendenza industriale.
Il
procurement pubblico europeo rappresenta circa il 14-15% del prodotto interno
lordo del continente.
Tradotto
in termini assoluti, parliamo di migliaia di miliardi di euro di spesa pubblica
annuale.
Questa
cifra colloca il settore pubblico come il più grande acquirente di beni e
servizi in Europa.
L’OCSE
ha chiarito che “l’enfasi sul procurement per l’innovazione sta diventando
sempre più importante come strumento strategico per guidare la crescita
economica”.
“Garosi”,
già nel 1990, identificava il procurement pubblico come uno dei quattro
strumenti principali della politica per l’innovazione.
Il
meccanismo economico: come la domanda pubblica plasma l’offerta.
Quando
una pubblica amministrazione emette un bando con requisiti tecnici specifici,
standard di interoperabilità e vincoli di provenienza, non sta semplicemente
acquistando un bene: sta definendo i parametri entro cui l’offerta si deve
sviluppare. Questo fenomeno è stato efficacemente descritto come “innovazione guidata dalla domanda” (demand-driven innovation).
Se lo
Stato richiede che i servizi cloud per la PA garantiscano l’hosting dei dati in
data center europei, la conformità al GDPR, l’interoperabilità attraverso
standard aperti e la portabilità dei dati, sta creando le condizioni per lo
sviluppo di un’industria cloud europea.
La
ricerca di “Hackman” ha dimostrato che “una regolamentazione di maggiore
qualità è associata a una maggiore partecipazione delle PMI.” Permettere alle PMI digitali europee di
partecipare efficacemente agli appalti pubblici potrebbe creare 1,8 milioni di
posti di lavoro.
Gli
USA e la Cina: modelli di confronto.
Gli
Stati Uniti hanno sviluppato un modello unico di capitalismo della difesa.
La
timeline dell’innovazione DARPA documenta tecnologie che sono passate
dall’applicazione militare a quella civile: Internet (ARPANET, 1969), il GPS,
Siri, i vaccini mRNA.
La
Cina, con il programma Made in China 2025, ha dimostrato come gli appalti
pubblici discriminatori possano accelerare lo sviluppo di settori tecnologici
strategici.
Nei veicoli elettrici, la Cina ha raggiunto il
91% di quota di mercato domestica nel 2024.
Nel
solare, ha superato l’80% del mercato globale.
Come
evidenziato dalla letteratura, “il settore militare può facilmente superare i
vincoli di mercato perché ha bisogno di fornitori fidati”.
L’analisi
delle linee guida AGID sul procurement AI.
La
pubblicazione delle bozze di Linee Guida AGID per il procurement e lo sviluppo
di sistemi di Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione
rappresenta un momento significativo nel percorso italiano verso la
digitalizzazione pubblica.
Tuttavia, questi documenti meritano una
valutazione critica che vada oltre la semplice analisi tecnica, per esaminarne
la coerenza con l’agenda di sovranità tecnologica che l’Europa e l’Italia
urgentemente necessitano.
Gli
elementi positivi delle linee guida.
Le
Linee Guida AGID strutturano un framework di venti principi per l’adozione, lo
sviluppo e il procurement di sistemi AI. Il documento distingue chiaramente tra
diverse famiglie di sistemi AI – dall’IA statistica al Deep Learning fino alla
Generative AI – riconoscendo che ciascuna presenta implicazioni differenti per
il procurement pubblico.
Il
Principio 15 merita una valutazione positiva: esso stabilisce che le PA “DEVONO
basarsi su standard aperti e riconosciuti a livello UE e internazionale,
favorendo interoperabilità, portabilità e manutenibilità”. Inoltre, il
Principio 17 promuove esplicitamente “l’uso di componenti open source e open
weights”.
Un
elemento particolarmente interessante è l’enfasi sull’architettura logica di
riferimento, che prevede obiettivi di governabilità per ciascun componente. Per
i modelli di IA, gli obiettivi sono “evitare dipendenze tecnologiche e
preservare possibilità di evoluzione”, richiedendo “requisiti di separabilità
dall’orchestratore e criteri di sostituibilità”.
L’assenza
di una dimensione di politica industriale.
Il
limite più significativo delle Linee Guida AGID risiede nella loro natura
essenzialmente conservativa e gestionale. I documenti si concentrano
principalmente su come gestire i rischi associati all’adozione dell’AI nella
PA, ma mancano quasi completamente considerazioni relative all’utilizzo
strategico del procurement pubblico per sviluppare capacità industriali
nazionali ed europee.
Non
troviamo alcuna indicazione che la pubblica amministrazione debba privilegiare
fornitori europei o locali, né che debba utilizzare i propri acquisti per
creare domanda per soluzioni sviluppate da aziende italiane o europee.
La
Cina, con il programma Made in China 2025, ha dimostrato come gli appalti
pubblici discriminatori possano accelerare lo sviluppo di settori tecnologici
strategici. Gli USA utilizzano la spesa militare come strumento di sviluppo
tecnologico da decenni.
Le
Linee Guida italiane sembrano ignorare questa dimensione strategica del
procurement.
La
complessità come barriera per le PMI.
Un
secondo limite critico riguarda il rischio che le Linee Guida possano di fatto
escludere le PMI innovative dall’accesso agli appalti pubblici. Il documento
presenta venti principi articolati in numerose declinazioni, accompagnati da
requisiti di conformità che includono l’AI Act, il GDPR, la NIS2, il Data Act,
il Cyber Resilience Act.
Come
evidenziato anche nell’analisi di Dario Denni, questo rischia di creare un
“castello di complessità” che “eleva la complessità oltre l’obiettivo primario”
e rende “la partecipazione estremamente difficile per le PMI europee”.
La
Corte dei Conti olandese ha evidenziato che la dipendenza strutturale dai
fornitori americani di cloud computing “contamina quasi tutta la spesa pubblica
di servizi digitali” – un fenomeno che queste Linee Guida rischiano di
perpetuare.
Proposte
di integrazione.
Le
Linee Guida dovrebbero introdurre esplicitamente criteri di preferenza per i
fornitori che garantiscono un livello adeguato di sovranità (indipendenza)
tecnologica: localizzazione dei dati in infrastrutture europee; assenza di
obblighi di disclosure verso autorità non europee; garanzia di portabilità e
reversibilità.
È
necessario introdurre meccanismi di semplificazione per le PMI, come soglie di
esenzione per appalti di minor valore, semplificazione delle documentazioni
richieste, e criteri di valutazione che premiano le soluzioni innovative,
nonché dare un peso più elevato nella predisposizione degli MBO della dirigenza
pubblica verso attività di innovazione che sviluppano e consolidano
l’innovazione con imprese nazionali e startup. Trasformare il maggior rischio
che i dirigenti della PA si assumono nel lavorare con aziende e soluzioni
innovative in maggior premio di risultato, l’esternalità positiva di aver
puntato su soluzioni innovative nazionali ripaga l’eventuale fallimento nel
perseguimento dell’obiettivo iniziale.
Le
Linee Guida introducono il concetto di Costo Livellato dell’IA (LCOAI),
riconoscendo che “le scelte architetturali incidono in modo diretto e
significativo sui costi complessivi del sistema, sul grado di controllo
esercitabile dalla PA”. Un procurement qualificato non si limita a ridurre i
costi ma “sfida le aziende a produrre soluzioni innovative e competitive”,
creando capacità che rimangono nel sistema industriale nazionale anche dopo la
conclusione del contratto.
Perché
è urgente cambiare approccio.
Le
prove sono schiaccianti: il modello europeo di finanziamento dell’innovazione
esclusivamente tramite bandi non sta funzionando. Malgrado gli investimenti
effettuati, l’Unione Europea ha progressivamente perso leadership tecnologica
mondiale in quasi tutti i settori chiave.
L’unica
eccezione significativa è rappresentata da Airbus, dove i governi europei sono
intervenuti direttamente con politiche più dirigiste, dimostrando che
l’intervento statale strategico può produrre risultati concreti quando è
accompagnato da coordinamento paneuropeo, orizzonti temporali di lungo periodo
e protezione temporanea dell’industria nascente.
È
tempo che l’Europa apprenda da questa lezione e sviluppi un approccio più
strategico al procurement pubblico e al finanziamento dell’innovazione,
combinando la forza dell’intervento pubblico con la flessibilità del mercato.
Come
evidenziato nel Rapporto Draghi, “per la sopravvivenza dell’Europa, dobbiamo
fare ciò che non è mai stato fatto prima”.
La
prima di queste azioni è passare dalle parole ai fatti.
I Data
Center per l’IA si Stanno
Diffondendo
Come un Cancro
Aggressivo.
Conoscenzealconfine.it
– (8 Maggio 2026) - Brenda Balletti – ci dice:
L’impennata
nella costruzione di data center negli Stati Uniti sta attirando un rinnovato
esame dei relativi costi ambientali e sociali.
La
giornalista “Maria Zoee” riporta che l’impennata nella costruzione di data
center negli Stati Uniti sta attirando un rinnovato esame dei costi ambientali
e sociali, poiché le comunità lamentano bollette elettriche più salate,
problemi di salute e un peggioramento della qualità della vita.
I
progetti proposti, tra cui un campus di 6.000 acri in Texas e uno sviluppo di
42.000 acri nello Utah, stanno alimentando le richieste di una regolamentazione
più rigorosa, maggiore trasparenza e un coinvolgimento significativo delle
comunità.
Con
l’accelerazione della domanda di Intelligenza Artificiale (IA) e cloud
computing, la proliferazione di enormi data center negli Stati Uniti sta
sollevando interrogativi sui loro costi ambientali e sociali.
Maria
Zoee, conduttrice di “Daly Pule”, ha avvertito che, nonostante la crisi
energetica in corso, “si stanno diffondendo come un cancro aggressivo e le
conseguenze si stanno rivelando mortali”.
Al
centro del suo rapporto c’è il “Progetto Matador” – Il Campus Avanzato per
l’Energia e l’Intelligence del Presidente Donald J. Trump, un centro dati
proposto nel “Texas Panandole”, destinato a diventare il più grande centro dati
al mondo.
Con
una superficie che può raggiungere i 6.000 acri, si prevede che l’impianto
consumerà, in via prudenziale, 96 miliardi di kilowattora di energia all’anno,
pari a oltre la metà del consumo energetico residenziale totale dello stato.
I
residenti locali protestano contro il centro a causa dei problemi di
inquinamento e della procedura di approvazione accelerata. Il Texas ospita già
almeno 87 data center, con 135 in costruzione e oltre 600 in fase di
progettazione.
A
livello nazionale sta crescendo l’opposizione ai data center, con le comunità
che criticano l’aumento delle bollette elettriche, la pressione sulle reti
elettriche esistenti e l’eccessivo consumo di acqua.
Anche
chi vive vicino ai data center segnala problemi di salute, tra cui mal di testa
e disturbi del sonno.
La
ricerca collega l’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche (REM)
provenienti dalle linee elettriche ad alta tensione e dalle sottostazioni
necessarie ai centri dati alla leucemia infantile e ad altri gravi impatti
sulla salute e sull’ambiente.
Zoee
ha pubblicato un report su un data center di “Meta AI “da 27 miliardi di
dollari in Louisiana che illustra l’impatto locale:
i residenti segnalano aumenti degli affitti,
un afflusso di lavoratori temporanei e un’impennata dell’inquinamento acustico
e luminoso. “Spesso i residenti non si rendono conto di cosa stia succedendo
finché non è già successo”, ha affermato un giornalista locale. “In questo
momento è il caos”.
Zoee
ha sostenuto che lo sviluppo dell’infrastruttura di intelligenza artificiale
serve a un obiettivo più ampio di “controllo assoluto” e sorveglianza delle
città intelligenti.
Nel
frattempo, nella contea di Box Elder, nello Utah, il milionario canadese Kevin
O’Leary, star di “Sharm Tank”, sta proponendo un centro di 40.000 acri, quasi
sette volte più grande del “Matador Project” del governo, che sta ottenendo
un’approvazione accelerata dall’autorità statale come per lo sviluppo delle
installazioni militari, come riportato da Zoee.
Con
l’accelerazione degli investimenti nell’IA, crescono le richieste di una
regolamentazione più rigorosa, maggiore trasparenza e un contributo
significativo da parte della comunità prima che i progetti possano procedere.
(Articolo
di Brenda Balletti).
(Fonte
originale:
childrenshealthdefense.org/defender/watch-ai-data-centers-spreading-like-an-aggressive-cancer/).
(renovatio21.com/i-data-center-per-lia-si-stanno-diffondendo-come-un-cancro-aggressivo/).
(Traduzione
Children Health Defense: renovatio21.com).
L’antitrust
è un camaleonte.
Lavoce.info
- Margherita Ramaioli- (03/02/2025) - Concorrenza e mercati – ci dice:
La
tutela della concorrenza si adatta ai cambiamenti geopolitici, economici e
sociali.
Oggi alla disciplina tradizionale si
affiancano nuove regole, come quelle sui mercati digitali.
Ma in
Europa non possono diventare uno strumento di politica industriale.
I due
valori su cui si fonda il modello europeo.
C’è un
filo robusto che lega il manifesto franco-tedesco sulla nuova politica
industriale, il rapporto Letta, il rapporto Draghi, gli indirizzi programmatici
della Commissione europea per il quinquennio 2024-2029 e la lettera di missione
della “presidente von der Leyen” alla Commissaria europea per la concorrenza
“Ribera”.
È
l’idea che il diritto antitrust, così come sinora concepito, non sia più adatto
allo spirito dei tempi e debba essere profondamente rinnovato. La politica di
concorrenza è tra i principali accusati dei ritardi europei in termini di
crescita e produttività:
avrebbe
impedito alle imprese degli stati membri di raggiungere dimensioni sufficienti
per competere con le imprese americane e cinesi e così di espandersi nei
mercati globali.
La
questione della modernizzazione dell’antitrust non può però essere circoscritta
al singolo aspetto della necessità di difesa dei campioni europei, ma deve
allargarsi in modo tale da permettere di coglierne tutta la complessità.
Nell’immediato
secondo dopoguerra il mercato comune concorrenziale è stato la risposta dei
leader europei occidentali ai pericoli del nazionalismo politico, che veniva
contrastato erodendone le basi economiche.
Democrazia
liberale ed economia di mercato aperta sono così divenuti i pilastri del
modello europeo occidentale.
Per lungo tempo la concorrenza ha
rappresentato un valore dominante in Europa, e di conseguenza non ha subito
freni motivati da altre esigenze di natura economica, quali le considerazioni
di politica industriale.
Ma la
tutela della concorrenza è sensibile ai mutamenti geopolitici, economici e
sociali, e così sta utilizzando la sua capacità camaleontica per adattarsi alle
profonde trasformazioni di contesto.
Nuove
normative a tutela del mercato.
La
nascita di una disciplina ad hoc per i mercati digitali (Digital Markets Act) è
motivata dalla debolezza dimostrata dal classico strumentario antitrust in
settori così peculiari.
La guerra legale da anni intrapresa dalla
Commissione e dai giudici euro unitari contro i colossi tecnologici
statunitensi ha spesso rappresentato una reazione lenta e tardiva alle condotte
anticoncorrenziali.
L’ineffettività
del diritto è temibile in ogni caso, ma lo è ancor di più nel caso delle grandi
imprese digitali, che hanno acquisito un’influenza che eccede la loro pur
gigantesca forza economica.
Di
qui, la trasformazione in senso adattativo dell’antitrust:
il Dam
stabilisce una serie di obblighi in capo ai cosiddetti gate-keepers,
indipendentemente dall’accertamento di comportamenti anti-competitivi, ma solo
in virtù della loro posizione di particolare forza sui mercati digitali.
La
torsione del paradigma tradizionale potrebbe generare perplessità, dovute al
pericolo di condurre l’antitrust in ambiti regolatori, se non addirittura di
tipo redistributivo.
Sullo
sfondo si pone il secolare dibattito, probabilmente destinato a non sopirsi
mai, sui fini ultimi della disciplina antitrust e, più in generale, sulle
diverse concezioni di concorrenza.
La
metamorfosi dell’antitrust incarnata dal Dam genera poi un’ulteriore criticità
e cioè un eccesso di regole, talvolta minuziose, non sempre agevolmente
ricostruibili, né chiaramente coordinate con la normazione antitrust
tradizionale.
Nondimeno,
gli adattamenti dell’antitrust nei mercati digitali soddisfano l’esigenza di
fronteggiare i nuovi sofisticati poteri privati con uno strumentario giuridico
altrettanto sofisticato.
Il potere di mercato diviene di per sé fonte
di speciale responsabilità giuridica e l’antitrust accompagna questo processo
nel settore dei mercati digitali.
Concorrenza
e competitività.
Diverso
è invece il discorso per quanto riguarda la seconda trasformazione che la
tutela della concorrenza attraversa, dovuta al suo rapporto con la politica
industriale.
Di
recente, hanno preso sempre più consistenza obiettivi di politica industriale
per favorire produttività e crescita dimensionale delle imprese europee.
Tra
gli strumenti reputati necessari per il raggiungimento del risultato vi è il
rinnovamento dell’antitrust, considerato in parte responsabile della perdita di
competitività europea.
Con
l’ammorbidimento – in parte già in atto, in parte auspicato – della disciplina
sugli aiuti di stato e sui divieti anticoncorrenziali si aderisce a una
concezione non complementare, ma antagonista tra antitrust e politica
industriale, che, a sua volta, sottende un’antitesi tra concorrenza e
competitività.
Il
potere di mercato diviene oggetto non di speciale responsabilità, bensì di
speciale protezione giuridica, la dimensione delle imprese è incoraggiata,
perché ritenuta fattore incentivante l’innovazione e quindi il benessere di
tutti.
L’inefficienza
delle strutture produttive dipende però da fattori diversi dalle politiche
antitrust tradizionali: dipende infatti dall’incompleta attuazione del mercato
unico e dai tanti vincoli normativi e amministrativi che affliggono le imprese.
Ma
soprattutto l’asservimento dell’antitrust a obiettivi di politica industriale
rischia di generare una frammentazione distorsiva del mercato interno, di
legittimare gli stati membri ad agire in ordine sparso sulla base di una
competizione di cui potranno beneficiare solo quelli più forti
finanziariamente.
L’esito
ultimo è la negazione dell’iniziale paradigma della tutela della concorrenza,
che nasce in ambito europeo proprio per realizzare un progetto d’integrazione.
La
capacità camaleontica di adattamento dell’antitrust non deve spingersi fino a
farne smarrire il nucleo essenziale.
I
mercati credono ancora nella Fed.
Lavoce.info
- Leonardo Melosi – (20/01/2026) - Banche e finanza, Concorrenza e mercati -
Redazione
– ci dice:
Mercati
e famiglie Usa sembrano confidare nella capacità della Fed di resistere alle
pressioni politiche.
Ma le aspettative di inflazione non si
risvegliano anche per la fiducia nei guadagni di produttività legati
all’intelligenza artificiale.
Lo
scontro Fed-amministrazione.
La
dura risposta del presidente della Federal Reserve, “Jerome Powell”,
all’annuncio di un’indagine condotta sulla sua persona dal “dipartimento di
Giustizia” rappresenta un chiaro esempio di conflitto istituzionale tra banca
centrale e governo, proprio quello che avevamo discusso nel terzo “passo” de “la
voce in tre passi” – Le due ancore dell’inflazione.
Powell
ha definito l’iniziativa pretestuosa e ha affermato che la minaccia di accuse
penali è la conseguenza del fatto che la Fed stabilisce i tassi di interesse
sulla base dell’interesse pubblico, e non seguendo le preferenze del
presidente.
Perché
il governo degli Stati Uniti sta esercitando una pressione così intensa sulla
Fed?
E
soprattutto, cosa cerca di ottenere?
Le
“accuse” di Trump.
Donald
Trump accusa da tempo la Fed di Powell di muoversi “in ritardo” e chiede tagli
più rapidi ai tassi, non solo per sostenere l’economia, ma soprattutto per
ridurre il peso del debito pubblico.
Secondo lo” U.S. Office of Management and
Budget”, la spesa per interessi salirà a circa mille miliardi di dollari l’anno
(3,2 per cento del Pil), il massimo dal secondo dopoguerra.
Nel
2026 gli interessi assorbiranno quasi il 14 per cento della spesa federale,
erodendo drasticamente lo spazio fiscale.
L’elevata
spesa per interessi è il risultato dell’espansione del debito durante la
pandemia, non seguita da un adeguato aggiustamento fiscale, e del successivo
rialzo dei tassi da parte della Fed per contrastare l’inflazione. Il cuore del
conflitto tra autorità monetaria e fiscale risiede quindi, in larga misura, nel
livello dei tassi di interesse.
Da
settembre 2025, la Fed ha tagliato i tassi tre volte, senza però arrestare la
crescita della spesa per interessi in rapporto al Pil, che invece ha accelerato
lo scorso anno come si vede nella figura 1, né soddisfare il governo.
I tagli sono stati giustificati dal
peggioramento di alcuni indicatori anticipatori di una possibile recessione.
Senza
i tagli, la Fed sarebbe stata esposta all’accusa di intervenire “troppo tardi”
e di contribuire così a una recessione, rafforzando l’etichetta di “Mr. Too
Late” che il presidente Trump ha più volte attribuito a Powell.
I dati
recenti riducono il rischio di una recessione imminente:
nel terzo trimestre il Pil statunitense è
cresciuto del 4,3 per cento annualizzato, mentre l’inflazione resta sopra il
target della Fed per il quinto anno consecutivo.
In
questo contesto la banca centrale si trova di fronte a un bivio: ulteriori
tagli ai tassi accrescerebbero il rischio inflazionistico, mentre un una pausa
o addirittura un rialzo segnerebbe un impegno chiaro verso la stabilità dei
prezzi.
Perché
non cambiano le aspettative di inflazione.
Ma se
il conflitto tra Casa Bianca e Fed è reale, perché le aspettative di inflazione
restano stabili?
Un
conflitto simile non è necessariamente inflazionistico:
come
abbiamo discusso nel terzo “passo” de “la voce in tre passi “– Le due ancore
dell’inflazione, tutto dipende dalle aspettative.
Se i
mercati si aspettano che prevalga il governo, la stretta monetaria aggrava la
recessione e alimenta inflazione;
se
invece si ritiene che la Fed possa imporre disciplina fiscale, la stretta
produce deflazione e contrazione economica.
Alla
luce delle aspettative di inflazione stabili osservate nei mercati finanziari,
non sembra che il primo scenario sia oggi dominante.
Anche i dati dell’”University of Michigan” che
misurano le aspettative di inflazione delle famiglie americane – pur mostrando
livelli più elevati e un lieve recente aumento sul lungo periodo – sembrano
confermare questa valutazione.
È
rassicurante che i mercati confidino nella capacità della Fed di mantenere il
controllo dell’inflazione.
Ma la calma potrebbe riflettere anche una
scommessa sull’impatto dell’intelligenza artificiale, capace di combinare
disinflazione, bassi tassi di interesse e crescita più elevata e quindi minori
pressioni politiche sulla banca centrale.
La
resilienza mostrata recentemente dai consumi è coerente con questa lettura.
E gli
effetti dell’IA sono già visibili:
nel
2025, secondo una “survey “condotta dall’University of Michigan, la percezione
del rischio di perdere il lavoro tra i laureati è salita dal 18 al 24 per
cento, un aumento assente tra i lavoratori con titoli di studio inferiori.
Oggi i
mercati sembrano scommettere sia sulla capacità della Fed di resistere alle
pressioni dell’amministrazione Trump, sia sui guadagni attesi di produttività
legati alle nuove tecnologie.
Avranno
ragione?
È presto per dirlo.
La narrazione è ottimistica, ma non
implausibile.
La
storia, però, invita alla cautela: in passato i mercati hanno sottovalutato gli
effetti di lungo periodo delle pressioni politiche sulla Fed – allora più
latenti di quelle odierne – che contribuirono a preparare il terreno alla
grande inflazione degli anni Settanta, e si sono spesso rivelati imprecisi nel
valutare l’impatto macroeconomico delle innovazioni tecnologiche.
Quanto
costa lo stop all’accordo Ue-Mercosur.
Lavoce.info
- Alessia Amichino - (23/01/2026) - Concorrenza e mercati, Internazionale –
Redazione – ci dice:
Il
Parlamento europeo ha fermato l’accordo Ue-Mercosur ricorrendo alla Corte di
giustizia europea.
Un
verdetto definitivo arriverà forse fra due anni.
Intanto,
si possono calcolare i costi diretti e indiretti del rinvio.
Anche
quelli per l’Italia.
Costi
diretti e costi indiretti.
A
pochi giorni dalla firma di Ursula von der Leyen e dei partner latino americani
sull’accordo commerciale Ue-Mercosur in Paraguay, il Parlamento europeo ha
approvato, con un margine di soli dieci voti, la richiesta di inviare il testo
alla “Corte di giustizia europea” per un parere legale.
Così,
dopo più di25 anni di negoziati, l’accordo si è insabbiato ancora, ammesso che
poi passi il vaglio della Corte.
In
attesa di conoscere il verdetto, che potrà arrivare anche tra un paio di anni,
potrebbe servire una stima delle perdite economiche che derivano dal mancato
avvio dell’accordo Ue-Mercosur.
I
costi del rinvio sono sia diretti sia indiretti.
In
termini diretti, la non entrata in vigore dell’intesa significa che le merci
europee continueranno a pagare dazi elevati – spesso percentuali a due cifre su
auto, macchinari, chimica, farmaci e prodotti alimentari – anziché beneficiare
di un regime quasi totalmente duty-free. In termini indiretti, comporta costi
opportunità sostanziali:
minori
esportazioni, mancati risparmi tariffari stimati in miliardi l’anno, perdita di
crescita potenziale di Pil e di occupazione, oltre a una competitività globale
indebolita.
In
particolare, sono tre gli aspetti rilevanti:
quanti dazi in più pagheranno le merci europee
verso il Mercosur rispetto a quanto dovuto con l’accordo commerciale in vigore;
gli altri costi diretti legati ai dazi e le perdite indirette – o “costi
opportunità” – legati a crescita economica, occupazione e competitività.
I dazi
che restano in vigore.
L’accordo
Mercosur prevede l’eliminazione progressiva di circa il 91-92 per cento dei
dazi tra Ue e paesi che aderiscono all’organizzazione dei paesi sudamericani
(su esportazioni dell’Ue verso Mercosur e viceversa). La cancellazione è
graduale, si estende fino a 15 anni e riguarda molti prodotti industriali, con
riduzioni importanti anche su alcuni alimentari particolari.
Nella situazione attuale, invece, in mancanza
di un accordo commerciale, sotto le regole dell’”Organizzazione mondiale del
commercio”, le merci europee verso il Mercosur pagano tariffe
“Most-Favoured-Nation” (Mfn) relativamente elevate, che variano molto tra i
settori.
Secondo dati ufficiali della Commissione
europea, il Mercosur applica dazi medi più alti all’Ue:
circa
11 per cento in media sui beni europei, contro poco più del 5 per cento mediato
dall’Ue sugli stessi beni.
Su
alcuni prodotti industriali e agroalimentari i dazi sono però
significativamente più alti(componenti auto: circa 35 per cento; macchinari:
14-20 per cento; prodotti chimici e farmaceutici: 14-18 per cento; formaggi e
prodotti lattiero-caseari: fino a circa 28 per cento; vino e alcolici: fino a
circa 35 per cento).
Nell’insieme,
il mancato risparmio di dazi ammonta a oltre 4 miliardi di euro all’anno nel
settore industriale.
Inoltre,
saranno più elevati i prezzi dei prodotti esportati dall’Ue, cioè i produttori
europei devono competere con prezzi di export meno competitivi rispetto a
produttori di paesi con accordi simili o rivali (per esempio, Usa e Cina).
Persisteranno
poi costi di conformità, di certificazione e controlli doganali più elevati,
senza le procedure semplificate previste dall’accordo.
(Trade and Economic Security).
A
tutto ciò vanno aggiunte le perdite derivanti dalla crescita potenziale
dell’export europeo:
l’accordo
aveva previsto l’aumento delle esportazioni Ue verso Mercosur fino a +39-50 per
cento entro il 2040, con un contributo alla crescita del Pil europeo stimato in
oltre 77 miliardi di euro cumulati nel lungo periodo.
Quanto
ci perde l’Italia.
Se è
la Germania il paese che trarrebbe il vantaggio più netto in valori assoluti
dall’avvio dell’accordo, vista la dimensione dell’export industriale verso il
Mercosur, seguita dalla Spagna, con un potenziale significativo soprattutto nei
settori chimici, farmaceutici e alcuni manufatti (Trade and Economic Security),
per l’Italia i benefici sarebbero più contenuti in valore assoluto, ma pur
sempre significativi in proporzione alla dimensione dell’economia italiana, in
particolare per alcuni settori specifici – auto, agroalimentare, prodotti a
indicazione geografica – secondo i dati del ministero degli Affari esteri.
Per
avere un senso concreto delle grandezze, nel caso dell’Italia, il valore delle “esportazioni
di trasporto equamente” (auto e merci correlate) verso Mercosur nel 2024 è
stato di circa 642 milioni (dati ufficiali italiani).
Oggi,
senza accordo, su 642 milioni di auto esportate verso Mercosur, il nostro paese
paga in media il 30 per cento di dazio (stimato per semplicità), per un totale
annuo di circa 193 milioni, mentre con l’accordo questo costo tariffario
sarebbe azzerato nel tempo, con un risparmio potenziale di circa 190-200
milioni all’anno solo sulle auto italiane.
Nel settore agroalimentare, che esporta per
489 milioni, il risparmio sui dazi sarebbe di circa 150-200 milioni.
Per
quanto riguarda i prodotti “Igp, Dop, Tag”, hanno un valore stimato di circa 75
miliardi l’anno in vendite complessive a livello mondiale in tutti i mercati
nel food & beverage (vino, formaggi, salumi, olio) – un segmento molto
importante, che vale il 15-16 per cento dell’export agroalimentare europeo
totale.
Da
considerare anche il valore aggiunto delle indicazioni geografiche italiane
(per esempio, parmigiano, prosciutto, prosecco) che, grazie alla protezione
legale prevista nell’accordo, potrebbero vendere a prezzi premium e con
maggiori volumi rispetto a oggi, con un effetto stimato nell’ordine di 12
miliardi all’anno.
Per
una corretta valutazione dell’opportunità dell’accordo, serve una completa
analisi costi e benefici.
L’insieme
delle perdite stimate va inevitabilmente confrontato con lo scampato pericolo
di un’invasione di prodotti agricoli – soprattutto carne bovina, lo spauracchio
degli agricoltori francesi – e l’associata concorrenza di prezzo sul mercato
europeo. I dati dicono che la quota di import concesso sarebbe di 99mila
tonnellate all’anno al 7,5 per cento di dazio, quota che rappresenta circa
l’1,5–1,6 per cento della produzione totale di carne bovina dell’Ue e meno
della metà delle importazioni storiche dal Mercosur.
Una
parte significativa di queste importazioni entrerebbe a dazio molto più basso
dell’attuale e avrebbe un effetto al ribasso sui prezzi, che potrebbe arrivare
all’1-3 per cento dei prezzi medi dei segmenti interessati.
Oltre
al blocco dell’accordo per possibili cavilli formali (millantate
incompatibilità con accordi pregressi), l’Europarlamento forse dovrebbe rendere
conto ai cittadini e alle imprese dei paesi membri delle motivazioni profonde
della sua decisione.
Quando
Confucio incontra XI Jinping.
Lavoce.info
- Ronny Hamaui – (13/06/2025) – Internazionale- Redazione -ci dice:
Il
confucianesimo non ha ostacolato lo sviluppo economico cinese, come aveva
ipotizzato Max Weber.
Oggi rimane una lente importante per capire i
punti di forza e debolezza di Pechino.
E
perché è un punto di forza del programma “Made in China 2025”.
Il
saggio di Weber.
Quando
Max Weber, nel 1915, scrisse “Confucianesimo e taoismo”, non poteva certo
immaginare ciò che sarebbe accaduto in Cina – e, più in generale, nell’Estremo
Oriente – nel secolo successivo.
In quel lungo saggio attribuiva l’arretratezza
cinese alla cultura confuciana, che aveva profondamente plasmato le istituzioni
e la società.
Weber
ipotizzava che “la grande divergenza”, apertasi con la rivoluzione industriale
in Occidente, potesse essere attribuita all’etica e al pensiero dominante in
Cina, i quali promuovevano l’armonia, l’educazione morale, la conformità
all’ordine stabilito e il rispetto delle gerarchie, più che il cambiamento.
L’organizzazione sociale era fortemente
incentrata sulla famiglia, sugli anziani, sugli antenati e sul clan:
riferimenti che potevano ostacolare lo
sviluppo di istituzioni impersonali, del mercato e, in definitiva, del
capitalismo.
Contribuivano
a questa ipotesi anche il disprezzo per il profitto, la totale ignoranza della
specializzazione del lavoro e la discriminazione nei confronti dei mercanti,
che erano stati uno dei pilastri della rivoluzione borghese. Le scoperte
scientifiche e le innovazioni tecniche, inoltre, non venivano integrate nel
sistema di prestigio e potere.
Weber
ammirava la burocrazia cinese, basata sulla meritocrazia, ma osservava come
fosse statica, in quanto governata da norme etiche confuciane e non da regole
tecniche di tipo occidentale.
Il taoismo, infine, più mistico, era del tutto
antitetico alla razionalità occidentale.
In
sostanza, il pensiero confuciano, secondo il grande sociologo tedesco,
ostacolava lo sviluppo economico e forse anche il processo democratico.
La
tesi è stata contestata da numerosi altri autori.
Da un lato, alcuni studi hanno sostenuto che
il ritardo nello sviluppo potesse dipendere da altre cause, come l’assenza di
materie prime (ad esempio il carbone), il forte accentramento istituzionale o
altri accidenti della storia.
Dall’altro, è stato messo in evidenza come il
confucianesimo, essendo una tradizione multidimensionale e astratta, consenta
diverse interpretazioni e adattamenti istituzionali, variabili nel tempo.
In altri termini la cultura confuciana ha
natura fluida, per usare le parole di “Darone Accesogli” e “James Robinson”,
che si adatta a diversi contesti istituzionali.
La
rivincita di Confucio.
L’enorme
sviluppo economico registrato dalla Cina nell’ultimo quarto di secolo, così
come la democrazia – più o meno compiuta – raggiunta in paesi come il Giappone,
la Corea del Sud o Taiwan, pongono certamente una sfida senza precedenti alle
ipotesi di Weber.
Oggi,
la Cina – come gran parte dell’Estremo Oriente – appare una delle aree più
laiche al mondo, eppure Confucio sembra aver preso la sua rivincita.
Dopo gli anni della Rivoluzione Culturale
(1966-1976) di Mao Zedong, durante i quali il confucianesimo era considerato un
retaggio feudale e simbolo dell’autoritarismo premoderno, a partire dai primi
anni Ottanta ha conosciuto una progressiva riabilitazione.
In
particolare, il governo di XI Jinping considera la dottrina di Confucio parte
integrante del progetto di “rinascita nazionale cinese”.
L’armonia
sociale giustifica l’ordine e la stabilità; il rispetto per l’autorità e la
gerarchia rafforza il ruolo centrale del Partito; i doveri morali e il
collettivismo familiare sostengono i valori tradizionali e patriottici. In
sintesi, le idee di Confucio sono oggi presentate come un’alternativa morale al
materialismo e all’individualismo occidentale.
Così,
gli Istituti Confucio, presenti in tutto il mondo, promuovono la lingua e la
cultura cinese come simboli di civiltà, pace e saggezza.
Nelle scuole si studiano i testi confuciani
come parte dell’“educazione morale” e lo stato spesso sponsorizza cerimonie in
onore di Confucio.
La dilagante corruzione politica è letta come
antitetica all’idea di un “governo dei giusti”.
L’ossessione
per lo studio e la meritocrazia è considerata uno strumento indispensabile per
conquistare il primato tecnologico ed economico.
In
altri termini, la lezione del grande pensatore è vista come uno strumento di
“soft power per governare la Cina” e rafforzarne la posizione internazionale.
Inoltre,
attraverso la lente del confucianesimo è possibile comprendere meglio alcuni
tratti della realtà cinese:
la
strutturale debolezza dei consumi privati (dal momento che fattori culturali
come la parsimonia, associati a un orientamento al collettivismo familiare
favoriscono il risparmio), le invadenti politiche industriali, il desiderio di
primeggiare in campo scientifico e tecnico come prova di meritocrazia e la
diffidenza verso l’Occidente, percepito come un’entità estranea al “clan”.
Solo
in questa luce si può comprendere il programma “Made in China 2025”, varato
dieci anni fa con l’obiettivo di trasformare la Cina da fabbrica del mondo a
basso costo in potenza industriale leader e indipendente in dieci settori
chiave: dalla robotica all’automazione avanzata, dai veicoli ibridi ed
elettrici all’ingegneria navale, dalle tecnologie informatiche all’aerospazio,
dal biomedicale ai nuovi materiali.
Oggi, almeno sette dei dieci obiettivi sono
stati raggiunti, anche se al prezzo di ingenti sprechi e sovrapproduzione (si
pensi all’auto elettrica). Fanno eccezione l’aviazione civile, ancora
fortemente dipendente dall’estero, il settore biomedicale e quello dei
semiconduttori più avanzati.
L’ultimo
paragrafo del saggio di Weber è intitolato “Il carattere pacifista del
confucianesimo”.
Dopo
aver ricordato la natura essenzialmente benevola e razionale del pensiero di
Confucio, vi si richiama quanto affermato dall’imperatore Ch’ien Lung
(1711-1799):
«Solo
chi si sforza di non spargere sangue umano può tenere unito l’impero».
Speriamo
che, in questo caso, Weber abbia ragione e che la benevolenza – virtù cardine
del confucianesimo – prevalga nei rapporti con Taiwan e con l’Occidente.
Politiche
economiche.
Il
Rapporto Draghi tra globalizzazione
e
nuova politica della concorrenza.
Eticaeconomica.it
– (14 dicembre 2024) – Michele Grillo – Redazione – ci dice:
Michele
Grillo legge il Rapporto Draghi alla luce di due implicazioni critiche del
ritorno in Occidente della politica industriale.
Gli
scambi internazionali cessano di contribuire, in modo cooperativo, alla
efficiente divisione mondiale del lavoro.
L’invito a rinnovare la politica della
concorrenza, per favorire l’attività innovativa di campioni europei,
indebolisce l’antitrust.
Una concorrenza tecnologica non regolata porta
a equilibri inefficienti dove pochi vincitori hanno un grande potere di mercato
e i profitti si trasformano rapidamente in rendite.
Il “Rapporto
sul Futuro della Competitività Europea” (Rapporto Draghi) ha già ricevuto
attenzione nel Menabò.
In questo contributo vorrei mettere in rilievo
i suoi legami con la globalizzazione e analizzarne le implicazioni per la
politica della concorrenza.
Il punto di partenza del Rapporto è la debole
crescita economica dell’Europa, rispetto a USA e Cina, che ostacola la risposta
alle sfide costituite da contesto geopolitico, transizione energetica e
sicurezza degli Stati membri.
La
minore crescita – che riflette una minore competitività e una stagnazione della
produttività – è ricondotta a due debolezze strutturali: la frammentazione
politica ed economica dell’Unione e la regolazione inadeguata dei mercati.
Individuando tre obiettivi di policy
(accelerare l’innovazione; ridurre i prezzi dell’energia; controllare la
dipendenza europea per materie prime e catene del valore dal Resto del mondo),
il Rapporto suggerisce una nuova “strategia di politica industriale” in quattro
blocchi:
(i)
completare il Mercato interno per il pieno coordinamento delle politiche
industriali e della concorrenza;
(ii) accrescere, con un afflusso guidato di
risorse finanziarie, la quota di investimenti sul PIL del 5%;
(iii) dare spazio a decisioni comuni di
politica economica reale;
(iv) modificare la regolazione dei mercati.
È
utile esaminare la portata e l’impatto del Rapporto Draghi alla luce del
contesto internazionale e delle aspettative disattese sulla globalizzazione.
Nella
fase iniziale, la crescita degli scambi internazionali aprì ampie prospettive
di mutuo vantaggio e fu salutata come auspicio di pace.
La globalizzazione fu vista come frutto di una
primazia delle economie di mercato e l’idea che l’Occidente si facesse carico
unilateralmente dell’ordine internazionale fu accolta come non controversa.
Col tempo, tuttavia, la globalizzazione ha avuto
ricadute cospicuamente asimmetriche e ciò ha dato vigore a una domanda di
governo multilaterale dei rapporti internazionali, specie da parte dei Paesi
BRICS.
Oggi, sulle relazioni economiche mondiali pesa
una tensione tra i due modelli.
In
Occidente, assistiamo a una inversione degli orientamenti di policy che
riflette la difesa di un governo unilaterale dei rapporti internazionali, in
contrasto con la domanda di governo multilaterale.
Gli
esiti deludenti della globalizzazione hanno spinto l’Occidente ad abbandonare
l’iniziale visione pacifica e cooperativa del commercio mondiale.
Negli
USA, Trump ha seguito, nel primo mandato, un approccio protezionistico
standard, imponendo dazi alla Cina e alla stessa Europa. La successiva
presidenza Biden ha scelto invece un approccio di politica industriale e, con
il “Bipartisan Infrastructure Law”;
il
“Chips and Science Act e l’Inflation Reduction Act”, si è proposta di sostenere
i settori produttivi del Paese nella competizione globale attraverso interventi
pubblici diretti.
Con Biden, il cambiamento di policy non ha
messo in discussione all’interno le norme antitrust che anzi sono state
applicate con più rigore delle precedenti amministrazioni.
In
Europa, anche il Rapporto Draghi invoca una politica industriale a sostegno
delle imprese europee nei rapporti internazionali.
Diversamente
dagli USA, il Rapporto sollecita però anche una modifica della politica europea
della concorrenza, motivandola come un aiuto a formare campioni europei.
Il
Rapporto Draghi contiene, in sintesi, due messaggi.
Il primo identifica, nel progetto incompleto
di Unione europea, un ostacolo di fronte alle sfide globali e suggerisce, su
questa base, di affidare all’Unione competenze di politica economica reale.
Il
secondo messaggio invita a pensare in modo nuovo la politica europea della
concorrenza, come strumento di promozione della competitività europea nel
contesto globale.
È
merito del primo messaggio sottolineare (in linea anche con il Rapporto Letta)
la necessità, per l’Unione Europea, di superare l’eredità di Maastricht che la
ingessa nella combinazione di una politica monetaria in comune e una politica
reale delegata agli Stati.
La mancanza di una politica economica reale
europea è stata vista ripetutamente come difetto essenziale dell’assetto
istituzionale dell’Unione.
Così,
la mancanza di reti transnazionali ha ostacolato il Mercato unico delle Public
Utilities.
L’assenza di istituzioni comuni di Welfare ha
vanificato la “Direttiva Bolkestein” per un mercato unico dei Servizi.
Più di
recente, la lotta al cambiamento climatico è stata identificata come un bene
pubblico europeo su cui fare convergere decisioni comuni di politica economica
reale.
Più
controverso è, invece, il secondo messaggio.
Innanzi
tutto, auspicando una modifica della governance dell’Unione che consenta
decisioni comuni a favore della competitività europea nel contesto globale, il
Rapporto identifica genericamente, come ambiti di intervento, innovazione
tecnologica e decarbonizzazione, per destinarvi una significativa quota di
investimenti sul PIL tramite finanziamenti orientati centralmente.
Nelle
finalità settoriali e nei modi di intervento, il Rapporto replica provvedimenti
predisposti negli USA per contrastare la Cina nel controllo della frontiera
tecnologica, in particolare nella transizione energetica.
Ciò
che manca nel Rapporto è una riflessione sul ruolo che può svolgere l’Europa in
un contesto condizionato dal confronto USA-Cina.
Ben
oltre un vuoto di disegno sulla collocazione europea nella divisione mondiale
del lavoro, il richiamo di finalità e ambiti di intervento della politica
statunitense segnala una rinuncia dell’Europa a valorizzare – contro la sua
stessa originaria vocazione politica – la portata pacifica e cooperativa del
commercio internazionale, peraltro condivisa, all’inizio della globalizzazione,
in tutto l’Occidente.
Perplessità
maggiori suscitano le riflessioni sulla politica della concorrenza in Europa.
Rispetto a una visione della concorrenza
internazionale, salutata all’avvio della globalizzazione come meccanismo
sistemico di mutuo vantaggio e di cooperazione pacifica, il Rapporto privilegia
una visione rivale e darwiniana della concorrenza e fa appello, su questa base,
a pensare in forma nuova la politica antitrust europea.
Le revisioni proposte – che peraltro non trovano
appiglio nel cambiamento di policy in USA – pongono innanzi tutto in
discussione (al di là di un facile “slip service”) il ruolo consolidato della
politica della concorrenza nell’assetto europeo.
Ma, soprattutto il Rapporto inferisce tensioni
tra politica industriale e tutela della concorrenza sulla base di
preoccupazioni non condivisibili analiticamente.
Specificamente, che la norma antitrust
ostacoli il contributo delle imprese alla innovazione tecnologica, alle
politiche di decarbonizzazione e alla riduzione della dipendenza nelle materie
prime o nelle catene del valore.
Il
Rapporto presuppone infatti che l’antitrust contrasti in linea di principio
l’organizzazione di processi produttivi efficienti e impedisca alle imprese di
collocarsi, dal punto di vista statico, su dimensioni di minimo costo e, in una
prospettiva dinamica, su dimensioni adeguate agli investimenti in ricerca e
sviluppo.
Su
questo presupposto, infondato, il Rapporto suggerisce di aggiornare la politica
della concorrenza, giustificando di per sé le concentrazioni che danno luogo a
grandi imprese nel timore che la valutazione antitrust ne metta intrinsecamente
a repentaglio la capacità innovativa (innovation defense).
La tutela della concorrenza però non ha nulla a che
vedere con l’esaltazione di un mondo jeffersoniano di piccole imprese e piccoli
mercati.
In America l’antitrust nacque quando le basi
tecnologiche su cui si reggeva quel mondo vennero meno;
quando
la rivoluzione dei trasporti, ampliando grandemente i mercati, aprì la via,
alle imprese – che, avvalendosi di economie di scala o di diversificazione
devono essere grandi per essere efficienti – per conseguire un potere di
mercato che ostacola il confronto concorrenziale anche tra imprese efficienti.
In
questo quadro, il diritto antitrust non forza le imprese a essere piccole e
inefficienti, ma distingue tra strategie lecite e illecite per evitare
l’esercizio anti-competitivo del potere di mercato da parte delle imprese
grandi.
Il
Rapporto offre un resoconto inadeguato dei criteri antitrust di governo dei
mercati di concorrenza imperfetta, perché dà un rilievo improprio agli aspetti
strutturali, ignorando che la finalità antitrust è il controllo dell’esercizio
del potere di mercato.
Cosa sia monopolizzazione illecita (in USA) o abuso di
posizione dominante (in Europa) per imprese che devono essere grandi per essere
efficienti è domanda cruciale nell’analisi dei mercati di concorrenza
imperfetta.
Oggi,
negli USA, dopo aver posto un freno a una deriva ideologica della scuola di
Chicago che ha guardato peraltro con favore alle imprese di grandi dimensioni,
la valutazione antitrust individua sistematicamente, con un approccio rigoroso
di Industrial Organization, i vincoli cui sottoporre l’esercizio del potere di
mercato delle grandi imprese, senza costringerle a essere inefficienti.
Analogamente,
in Europa, la politica della concorrenza valuta una concentrazione di ostacolo
alla concorrenza se pone l’impresa in condizione di mettere in atto strategie
abusive.
I
fattori strutturali incidono ovviamente sulla capacità di un’impresa di
perseguire strategie abusive.
Ma il suggerimento di allontanarsi da una
consolidata politica europea della concorrenza suscita serie perplessità quando
il Rapporto Draghi propone di aggiornare le valutazioni di concentrazioni, che
per ragioni strutturali possono rafforzare l’esercizio abusivo del potere di
mercato, per favorirle facendo leva in principio su una Innovation defense.
Innanzi
tutto, la fonte delle difficoltà alle quali si vuole porre rimedio è colta in
modo ambiguo:
nelle
dimensioni insufficienti delle imprese europee che preoccupano il Rapporto sono
in gioco ostacoli di natura diversa e di impatto di gran lunga maggiore della
politica della concorrenza.
L’insufficiente
completamento del Mercato interno ha facilitato sistematicamente politiche
degli Stati in difesa di strutture produttive nazionali inefficienti.
Sotto
questo aspetto, il primo messaggio del Rapporto coglie le cause della debolezza
europea ben più del secondo; anche perché, in un contesto istituzionale
frammentato, allontanarsi da criteri consolidati di politica della concorrenza
incentiva una competizione politica tra Stati nel difendere e imporre propri
campioni nazionali, con effetti disgreganti.
Ma la
perplessità maggiore resta di natura teorica:
i presupposti analitici su cui si reggono le
tesi del Rapporto su mercato e concorrenza sono fragili e ampiamente criticati
nel dibattito accademico.
L’analisi
economica offre un sostegno traballante a una Innovation defense nel valutare
concentrazioni che creano imprese di grandi dimensioni.
Nei mercati di concorrenza imperfetta,
favorire (con interventi diretti o con la politica della concorrenza) monopoli
privati per facilitare investimenti in Ricerca e Sviluppo è lungi dal fondare
aspettative favorevoli di innovazione, produttività e competitività.
Al
contrario, minaccia di assecondare lo sviluppo di un capitalismo monopolistico
con caratteristiche simili (se non amplificate) rispetto a quelle che
caratterizzarono il ventennio interbellico del secolo scorso in Europa.
Come
avvertiva allora “John Hicks”, obiettivo del monopolista non è innovare, bensì
avere una” quiet life”.
Oggi,
a dare forza a questa congettura è una cospicua attività di ricerca (raccolta
da M. Kurz, The Market Power of Technology: Under standing the Second Gilde
Age, Columbia University Press, New York, 2023):
con
imprese di dimensioni elevate, la concorrenza tecnologica, anche se c’è libertà
di entrata nel mercato, tende a equilibri inefficienti con uno o pochi
vincitori che godono di un potere di mercato stabile, tecnologicamente
protetto, e con livelli di prodotto, investimenti e tasso di crescita tutti
inferiori ai valori potenziali.
Mancando
un controllo antitrust a supporto dell’operare di concorrenti, l’esito
plausibile sono sentieri di innovazione lungo i quali le strategie competitive
che sfidano la tecnologia vincente sono sistematicamente ostacolate e i
profitti, anche se originariamente di innovazione, si trasformano in rendite.
(Michele
Grillo).
Torino,
città delle armi?
Non
separare pace e lavoro.
Cittanuova.it
- Carlo Cefaloni – (8 Maggio 2026) - Fonte: Città Nuova – Redazione – ci dice:
Il
cardinale Roberto Regole ha fatto emergere nel messaggio per il primo maggio la
questione della conversione progressiva dell’economia verso la produzione
bellica.
Il
cammino già in corso per costruire una politica industriale di pace.
L’arcivescovo
di Torino Roberto Regole durante il suo intervento alla festa della Fiom che si
è svolta a Torino nel settembre 2024.
ANSA-ALESSANDRO DI MARCO.
È difficile
oggettivamente separare profezia e realismo nel messaggio inviato dal cardinale
di Torino, Roberto Regole, in vista della festa dei lavoratori del primo maggio
2026, affrontando senza mezzi la conversione in atto nella città verso la
produzione industriale delle armi.
È una
questione che affrontiamo da tempo su Città Nuova come dimostra l’incontro
promosso il 20 ottobre 2022 assieme ai soci di Banca Etica, al Gruppo Abele,
alla Pastorale sociale regionale e al Centro studi Sereno Regis che è stato tra
i primi a sollevare il caso del progetto annunciato dalla società Leonardo
relativo a 184.000 mq da trasformare nella cittadella dell’Aerospazio.
Un
termine che rimanda con il pensiero al mondo delle imprese astronautiche, ma
che presenta inevitabili legami con l’evoluzione tecnologica dei sistemi
d’arma.
Il
forte ridimensionamento di Stellanti è evidente da tempo, con intere filiere di
pregio cedute alla concorrenza nel settore automotive.
Un progressivo allontanamento dall’Italia da
parte degli eredi Agnelli che ha trovato il suo compimento nella dismissione
addirittura del controllo sul quotidiano La Stampa.
Il
cardinale Regole non usa un linguaggio curiale ma, nella complessità
nell’analisi, affronta il tema senza fronzoli
: «So
che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci
attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo
ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti
del mondo per uccidere e devastare.
Credo che non possiamo cercare la vita con una
mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro.
Vogliamo
affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?».
Parole
pesanti che rischiano di restare, tuttavia, una nobile denuncia morale in
mancanza del progetto per una diversa politica industriale.
Assemblea
degli operai cassaintegrati delle Carrozzerie di Mirafiori davanti alla porta 5
dello stabilimento Stellanti, Torino 17 ottobre 2024 -ANSA-ALESSANDRO DI MARCO.
A tal
fine è attivo da tempo, con il contributo della pastorale sociale piemontese,
un Laboratorio nazionale permanente per la riconversione economica di pace che
ha eletto tra i suoi casi emblematici proprio la città di Torino che non è
stata, tuttavia, solo la città dell’auto in mano ad un gruppo industriale, la
Fiat, che ha inciso profondamente sulla struttura dell’intera economia
italiana.
La fortuna degli Agnelli, come documentato da
una vasta storiografia, ha avuto origine dall’accumulo di capitale reso
possibile dai sovraprofitti legati allo sforzo bellico richiesto dalla prima
guerra mondiale e, poi, dal sostegno al fascismo contro le ricorrenti rivolte
dei lavoratori che avevano preteso di instaurare una “democrazia operaia”.
Ed è
proprio in Piemonte che, a partire dall’obiezione alla produzione di armi da
parte di alcuni lavoratori della Val Susa, nel secondo dopoguerra è emersa una
piattaforma programmatica per la conversione dell’economia in politiche
industriali di pace, che ha avuto nel sindacalista cislino “Alberto Tridente”,
rappresentante della FLM, uno dei suoi rappresentanti più credibili e
autorevoli.
Un
percorso che non si è interrotto grazie all’impegno di esponenti sindacali come
“Gianni Alioti”, a lungo responsabile dell’ufficio internazionale della FIM
Cisl e ora molto attivo come analista e studioso di questioni industriali in “The
Wheaton Watch”.
Citando
il discorso di Leone XIV al corpo diplomatico, il cardinal Regole afferma che
«non basta parlare di pace, “occorre la volontà di smettere di produrre
strumenti di distruzione e di morte”».
La
guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande
business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente
oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia».
Banner
Archivio storico.
Lavoratori
di Leonardo nella fabbrica che produce componenti per i cacciabombardieri F35 a
Cameri in Piemonte.
Archivio
ANSA-CLAUDIO PERI.
Il
riferimento al “bisogno di difesa” travalicato “probabilmente” dalla forte
spinta sul riarmo apre alla necessità di un serio dibattito pubblico, dato che
ad esempio dalle colonne del Corriere della Sera è arrivato puntualmente un
editoriale di Galli della Loggia che ha ribadito le accuse contro il pacifismo
italico che avrebbe un’origine patologica (la sindrome dell’inerme): «Il
sentimento tenace — depositatosi e cresciuto nella coscienza collettiva in
seguito alla tragedia del 1940-’45 — che l’Italia non può nulla, che non può
contare nulla, e che dunque è assurdo che essa si ponga — sia pure
semplicemente armandosi a scopo dissuasivo — nella prospettiva di quel cimento
supremo che è la guerra».
Certi
ragionamenti sul recupero valoriale del “cimento della guerra” sono ormai
pervasivi anche in ambienti cattolici e impediscono di prendere sul serio la
prospettiva di un cambiamento strutturale dell’economia che chiama in causa
inevitabilmente la governance di Leonardo, la maggior industria delle armi che
resta sotto controllo pubblico.
Sulla
difficoltà da affrontare per impostare una diversa politica industriale, si può
ad esempio ascoltare quanto emerso nel dibattito promosso il 20 novembre 2024
dal Laboratorio riconversione sulla questione Stellanti nello scenario generale
della politica industriale Italiana ed Europea.
C’è
bisogno di un grande impegno collettivo. «Fermiamoci, cari amici – afferma
nella sua lettera Regole –, e ragioniamo tutti insieme (istituzioni e
cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie), domandiamoci quali persone
vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra
comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle
armi?». Ed è importante la disponibilità a fare della pastorale del Lavoro
un «luogo di incontro, confronto e
approfondimento».
Molto
materiale è già disponibile. Un fattore indispensabile per innescare il
cambiamento deve arrivare dal mondo della ricerca e dell’università.
È
perciò importante quanto emerso dall’incontro Lavoro, conoscenza e ricerca
ripudiano la guerra promosso dal Centro Sereno Regis il 30 aprile per ribadire
il rifiuto di alcuni esponenti del mondo accademico di assoggettare la ricerca
pubblica agli interessi delle Big Tech e del complesso militare-industriale.
Non
diversamente da quanto fanno ad esempio i lavoratori della logistica, che
rifiutano di caricare armi destinate ad alimentare la guerra.
Scelte
che costano.
«La
politica è davanti a un bivio storico – afferma Gaetano Quadrelli, responsabile
della pastorale sociale del Piemonte e Valle d’Aosta –: le parole di Regole al
territorio della sua diocesi riflettono preoccupazioni comuni a tutti. Appare
sensato l’invito a reagire per tempo, ossia prima che sia storicamente
irreparabile, a una deriva che coinvolge l’intero Paese, l’Europa come
continente e il Mediterraneo allargato. E la risposta a questo invito va
formulata in termini laici e con il senso della concretezza che è una virtù
politica, in modo dialogante anche fra sensibilità distanti».
(Testo
integrale del messaggio del cardinale arcivescovo di Torino Roberto Regole).
Politiche
europee.
Made
in Europe: Italia favorevole ma fiducia Ue debole.
Sbircialanotizia.it
– (6 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
dato più netto arriva dal divario:
il
Made in Europe raccoglie consenso
nel
dibattito digitale italiano, la conversazione generale sull’Unione europea
resta dominata dalla sfiducia.
La
nostra analisi separa il segnale industriale dalla percezione politica e mostra
dove il consenso può trasformarsi in fiducia concreta.
Sentiment
Italia Made in Europe IAA 2026 -
Appalti
strategici - Agroalimentare critico.
Tra
gennaio e aprile 2026 le conversazioni digitali sull’Unione europea hanno raggiunto
14,7 milioni di contenuti e 145 milioni di interazioni nel continente;
in Italia il volume supera 1 milione di
conversazioni e 19,2 milioni di interazioni.
Dentro
questo flusso, la conversazione generale sull’Ue in Italia resta segnata da un
81,6% di sentiment negativo, mentre il Made in Europe arriva al 65,6% di
sentiment positivo.
Il ribaltamento riguarda il modo in cui
Bruxelles viene percepita:
meno centro regolatorio astratto e più leva di
protezione industriale.
Il
driver principale è l’”Industrial Accelerator Act”, indicato nei dati come
“IAA”, con il 24,1% delle menzioni.
Automotive ed energia sono i settori più
esposti nel racconto pubblico; il digitale completa la fascia alta delle
conversazioni.
Il
consenso sale fino all’83% quando il discorso entra su competitività, PMI e
appalti pubblici.
La
fragilità emerge invece nell’agroalimentare:
pesa
appena 3,2% delle conversazioni e mostra una prevalenza negativa al 56%, con la
paura come emozione dominante.
Bandiere
dell’Unione europea e analisi sul consenso italiano verso il Made in Europe.
Analisi
Ue.
Il
consenso per la produzione europea cresce dove Bruxelles viene percepita come
difesa industriale concreta.
La
nostra ricostruzione.
La
presentazione della ricerca “Social Come”, realizzata con la piattaforma
“Social Data”, è prevista oggi 6 maggio 2026 alle 17:30 al Parlamento europeo
di Bruxelles, nella sala PHS Snack Resto.
Il documento completo è annunciato dal 7
maggio.
L’interesse giornalistico immediato sta nel
fatto che il dato italiano arriva nello stesso momento in cui la politica
industriale europea sta provando a trasformare il Made in Europe da formula
identitaria a criterio operativo per appalti, aiuti pubblici e filiere
strategiche.
Aggiornamento
redazionale:
analisi
chiusa alle 13:37 del 6 maggio 2026.
Il
pezzo distingue i dati già pubblici dalla nostra lettura tecnica sugli effetti
industriali e politici del nuovo perimetro europeo.
Il
divario che spiega il caso italiano.
Il
punto centrale è il cambio di oggetto.
Quando
la conversazione parla di Unione europea in modo generale, in Italia prevalgono
giudizi severi legati a costi, vincoli, distanza istituzionale e timore di
decisioni percepite come calate dall’alto.
Quando
entra il Made in Europe, la stessa cornice europea assume un significato
diverso: diventa difesa della produzione continentale, strumento di mercato e
possibile protezione di lavoro qualificato.
Questa
differenza rende il dato più utile di una semplice fotografia del consenso.
Il
Made in Europe intercetta una domanda di sicurezza economica che in Italia è
cresciuta insieme alla pressione sui settori esposti alla concorrenza globale.
La
fiducia verso l’Ue resta fragile perché il cittadino vede ancora Bruxelles come
luogo di regole.
Il consenso verso l’etichetta industriale sale
perché quelle regole sembrano finalmente orientate a proteggere capacità
produttiva, fornitori locali e occupazione.
Che
cosa misura davvero la ricerca Social Come.
Il
dato Social Come va letto come analisi delle conversazioni digitali, quindi
come misurazione della polarità linguistica e delle emozioni presenti nei
contenuti online.
La
fiducia istituzionale rilevata dai sondaggi demoscopici appartiene a un piano
diverso.
Questa
distinzione aiuta a evitare un errore frequente:
prendere il sentiment social come equivalente
diretto di un voto o di un sondaggio campionario.
La sua
forza sta altrove.
Il sentiment digitale intercetta la reazione
immediata a parole chiave, norme in discussione, timori commerciali e
aspettative industriali.
Per questo il dato del 65,6% sul Made in
Europe pesa molto:
indica che una parte consistente del dibattito
italiano accoglie con favore l’idea di una preferenza produttiva europea quando
viene collegata a benefici pratici.
La stessa opinione pubblica digitale, davanti
all’Ue intesa in senso generale, mantiene una postura più diffidente.
IAA,
l’acronimo che sposta il discorso.
L’ “Industrial
Accelerator Act” è il passaggio normativo che dà sostanza al Made in Europe.
La Commissione lo ha proposto il 4 marzo 2026
come quadro per accelerare capacità industriale e decarbonizzazione in settori
strategici. Il perimetro comprende acciaio, cemento, alluminio, automotive e
tecnologie net-zero, con possibile estensione ad altri comparti energivori.
Il
meccanismo rilevante per il dibattito italiano è la creazione di mercati guida
per prodotti puliti e manifattura europea quando interviene denaro pubblico.
Il
testo introduce requisiti a basso contenuto di carbonio e requisiti di origine
Ue negli appalti e in altre forme di intervento pubblico.
Per le
auto elettriche e per alcune componenti strategiche, l’origine produttiva
diventa parte della politica industriale.
Qui
nasce la percezione favorevole: l’Europa entra nella catena del valore invece
di limitarsi alla cornice regolatoria.
La
proposta contiene anche procedure autorizzative più rapide.
Per i
progetti industriali in settori energivori e tecnologie pulite, l’obiettivo è
comprimere l’iter entro 18 mesi attraverso un accesso unico digitale.
Il
messaggio per le imprese italiane è chiaro:
una politica europea credibile si misura sulla
velocità con cui trasforma un investimento in cantiere, poi in produzione e
quindi in contratti.
Perché
gli appalti pubblici sono il vero banco di prova.
Il
Made in Europe diventa concreto quando entra negli appalti pubblici.
Ogni
anno oltre 250 mila autorità pubbliche nell’Ue acquistano lavori, beni e
servizi per un valore nell’ordine dei 2,5 mila miliardi di euro, circa il 16%
del Pil dell’Unione nel perimetro operativo richiamato dalla Commissione.
Una
leva di questa dimensione può orientare domanda industriale, standard
tecnologici e scelte di localizzazione.
La
revisione europea degli appalti è annunciata per il 2026 e il calendario
legislativo la colloca nel secondo trimestre.
La direzione già leggibile è la
semplificazione del quadro attuale, insieme all’inserimento di criteri di
sostenibilità, resilienza e preferenza europea in settori strategici.
La
partita vera sarà il bilanciamento:
criteri
troppo deboli non cambiano le catene di fornitura, criteri troppo rigidi
possono ridurre concorrenza e aumentare costi per le amministrazioni.
Per
l’Italia questo passaggio vale più di una discussione teorica.
I comuni, le società pubbliche, le centrali di
acquisto e le partecipate locali generano domanda in energia, trasporti,
sanità, infrastrutture digitali e edilizia.
Se il
criterio Made in Europe viene costruito con soglie verificabili e tempi
amministrativi sostenibili, le PMI possono trovare spazio nelle subforniture.
Se il
criterio diventa solo adempimento documentale, il vantaggio finisce sulle
imprese già strutturate per muoversi nei grandi bandi europei.
Perché
il consenso sale su competitività e PMI.
Il
consenso fino all’83% su competitività, PMI e appalti pubblici mostra che il
Made in Europe funziona quando promette una protezione leggibile.
L’Italia
ha un tessuto produttivo fatto di aziende di filiera, distretti e fornitori
specializzati che spesso restano fuori dalla narrazione europea più alta.
Una
clausola industriale orientata alla domanda pubblica parla direttamente a quel
tessuto, perché può trasformare il mercato unico in un canale di commesse e non
soltanto in uno spazio di concorrenza.
La
nostra deduzione è che il consenso italiano dipenda da una condizione precisa:
il
Made in Europe viene accolto quando appare compatibile con il Made in Itala.
La
sovrapposizione diventa virtuosa se Bruxelles protegge componenti, standard e
lavoro europeo senza sciogliere l’identità nazionale dei prodotti.
Questo
equilibrio sarà decisivo nei prossimi mesi, soprattutto nei bandi che
toccheranno materiali, veicoli, tecnologie energetiche e sistemi digitali.
Il
nodo agroalimentare: poca conversazione e molta paura.
L’agroalimentare
pesa soltanto il 3,2% delle conversazioni analizzate, ma è uno dei pochi
settori con prevalenza negativa al 56%.
Il
dato è più importante del volume ridotto.
Mostra
che, quando l’etichetta europea entra in un comparto dove origine, tradizione
produttiva e riconoscibilità territoriale sono parte del valore, la reazione
cambia segno.
La
paura dominante nasce da una domanda implicita:
un
marchio europeo può rafforzare le filiere italiane o diluire le indicazioni
nazionali e territoriali?
Nel
food, il valore economico si costruisce spesso sulla precisione dell’origine.
Dop,
Igp, tracciabilità, reputazione regionale e trasformazione locale sono elementi
che il consumatore italiano associa alla qualità.
Un Made in Europe generico rischia di sembrare
troppo largo se non viene agganciato a regole che tutelano specificità e
trasparenza.
Questo
è il punto da correggere nella futura comunicazione europea.
Nel
manifatturiero strategico, Made in Europe significa autonomia e capacità
produttiva.
Nell’agroalimentare
deve significare protezione della filiera corta, chiarezza sull’origine delle
materie prime e difesa delle denominazioni. Senza questa distinzione, il
consenso generale rischia di fermarsi davanti al settore più identitario per
l’Italia.
Dazi
Usa e Cina rendono il consenso più instabile.
La
ricerca intercetta due paure esterne che spiegano la fragilità del consenso:
il
confronto con la Cina e le nuove tensioni sui dazi Usa.
Il tema è molto attuale.
Alla vigilia del G7 commerciale di Parigi del
6 maggio, il confronto transatlantico sui dazi auto è tornato a pesare
sull’industria europea, mentre Pechino ha contestato l’architettura del Made in
Europe perché la considera penalizzante per gli investitori stranieri.
Il
cittadino percepisce una contraddizione pratica.
Desidera
una protezione europea più forte, però teme che la protezione attivi rincari,
ritorsioni commerciali o rallentamenti nelle catene di fornitura.
Questo
spiega il titolo emotivo del dossier:
consenso
e fiducia camminano a velocità diverse.
Il
primo nasce dalla promessa di difesa industriale;
la
seconda richiede prove di efficacia, costi controllati e ricadute visibili nei
territori.
Il
confronto con Eurobarometro: sostegno europeo e diffidenza digitale convivono.
Il
dato Social Come convive con un quadro Eurobarometro meno lineare di quanto
sembri.
A
livello Ue, l’ultima rilevazione autunnale della Commissione colloca la fiducia
nell’Unione al 48%, ancora alta in prospettiva storica.
Il Parlamento europeo, nella rilevazione
pubblicata a febbraio 2026, registra inoltre una richiesta molto forte di
azione comune:
89%
degli intervistati vuole Stati membri più uniti davanti alle minacce globali e
73% chiede più mezzi per affrontarle.
La
differenza italiana sta nella tensione tra domanda di protezione e giudizio
politico sull’istituzione.
Il
Made in Europe accende la prima.
La
conversazione generale sull’Ue raccoglie il secondo.
Per
questo il consenso industriale può crescere anche in un ambiente digitale
sfiduciato.
La fiducia istituzionale arriverà soltanto se le
misure europee produrranno effetti tangibili: bandi accessibili, produzione
localizzata, posti qualificati e filiere meno esposte a shock esterni.
Cosa
cambia da oggi per politica e imprese.
Da
oggi il Made in Europe entra nel dibattito italiano con un indicatore politico
molto preciso: piace quando promette protezione produttiva misurabile. Questo
impone una scelta a governo, regioni, imprese e associazioni di categoria. La
fase utile non sarà la rivendicazione del principio, ma la capacità di incidere
sui testi europei in arrivo, a partire dall’Industrial Accelerator Act e dalla
riforma degli appalti pubblici.
Per le
imprese, il punto operativo riguarda la preparazione ai criteri di origine,
alle soglie di contenuto europeo e alla documentazione di filiera. Chi produce
componenti, materiali, servizi digitali o tecnologie energetiche dovrà rendere
verificabile il proprio contributo europeo. Chi compra per conto della pubblica
amministrazione dovrà imparare a scrivere bandi che premino resilienza e
qualità industriale senza trasformarsi in contenzioso permanente.
La
fiducia, in Italia, passerà da qui. Il cittadino chiederà meno formule e più
esiti: prezzi sostenibili, commesse che restano nelle filiere europee,
occupazione stabile e regole comprensibili. Il Made in Europe ha già spostato
il sentiment. Ora deve dimostrare di saper spostare contratti, investimenti e
tempi amministrativi.
Coordinate
operative.
Perimetro
temporale.
I dati
Social Come e Social Data coprono le conversazioni tra gennaio e aprile 2026;
la presentazione pubblica della ricerca
avviene a Bruxelles il 6 maggio 2026 e il rilascio completo è previsto dal 7
maggio.
Perimetro
tematico.
Il
Made in Europe viene letto dagli utenti come politica industriale collegata a
competitività, appalti pubblici, PMI, energia, automotive e digitale.
L’agroalimentare resta una zona sensibile
perché il valore del prodotto italiano dipende da una granularità di origine
che una formula europea troppo ampia fatica a restituire.
Perimetro
normativo.
La proposta IAA del 4 marzo 2026 e la
revisione degli appalti pubblici attesa nel secondo trimestre 2026 sono i due
canali attraverso cui il consenso può diventare regola applicabile.
Ue,
intesa sull’acciaio: più dazi e tagli all’importazioni.
Ilsole24ore.com
– Beda Romano – (15 aprile 2026) – Politica industriale – Redazione – ci dice:
Accordo
tra Consiglio e Parlamento sulla tutela dell’acciaio europeo contro la
concorrenza di Cina e India.
BRUXELLES
– È con soddisfazione che ieri le associazioni imprenditoriali hanno accolto
l’intesa raggiunta tra Parlamento e Consiglio su un provvedimento che deve
tutelare il settore siderurgico dalla formidabile concorrenza di alcuni paesi,
tra cui la Cina e l’India.
L’iniziativa era stata presentata in ottobre
dalla Commissione europea e rappresenta un salto di qualità nel tentativo
dell’Unione europea di meglio proteggere i settori industriali in maggiore
difficoltà.
«L’industria siderurgica europea - ha
spiegato “Axel Erger”, il direttore generale dell’associazione EUROFER - si
trovava sull’orlo del baratro e questa misura ci aiuta a evitare il peggio.
Frenando le importazioni, permette di mantenere in vita una capacità
siderurgica a livello europeo che sia redditizia e consente al tempo stesso di
proseguire sulla strada della decarbonizzazione.
Ridarà
fiato a 15 milioni di tonnellate di capacità siderurgica europea».
Nella
tarda serata di lunedì il Consiglio e il Parlamento hanno trovato un accordo su
una proposta presentata in autunno dalla Commissione.
L’intesa
prevede di limitare l’import annuo di acciaio libero da dazi a 18,3 milioni di
tonnellate, una riduzione del 47% rispetto al 2024.
Nel
contempo, la tariffa per la quota superiore a questo limite sarà raddoppiata.
Ieri in Borsa le misure hanno sostenuto le
azioni dei maggiori produttori di acciaio europeo.
Secondo
EUROFER, nell’ultimo trimestre del 2025 le importazioni europee di acciaio
hanno raggiunto il livello record di 9,9 milioni di tonnellate (erano pari a 7,4 milioni di
tonnellate nello stesso periodo del 2024).
L’associazione
ha imputato l’aumento ai dazi del 50% sull’acciaio imposti dal presidente
americano Donald Trump e all’entrata in vigore all’inizio di quest’anno del
dazio ambientale europeo.
L’iniziativa
va inquadrata nel più ampio tentativo di tutelare il mercato interno, con
misure anche protezionistiche.
Allo
stesso modo va considerato l’”Industrial Accelerator Act”, il progetto di legge
che deve servire a imporre in alcuni settori la presenza di una percentuale
minima di componenti europei e di requisiti ambientali negli appalti pubblici e
nell’uso di sussidi a livello nazionale.
L’intesa
raggiunta lunedì sera prevede anche un monitoraggio costante del mercato
dell’acciaio in modo da intervenire nuovamente se necessario.
Un primo esame verrà effettuato fin dai primi
sei-dodici mesi dopo l’entrata in vigore.
Per
evitare possibili elusioni, il regolamento prevede che venga individuato il
paese nel quale l’acciaio è stato effettivamente prodotto (il principio del “mela
and pour”, in inglese).
L’accordo
deve ora essere approvato dal Parlamento e poi dal Consiglio.
Le nuove regole andranno a sostituire le
attuali misure di salvaguardia, in scadenza il 30 giugno.
Da
Roma il ministro delle imprese “Adolfo Urso” ha affermato: «È passata la posizione italiana
grazie a un importante lavoro di squadra».
Ciò
detto, l’Italia non è stata il solo paese a sostenere la necessità
d’intervento.
Anche
la Francia e la Germania hanno spinto perché Bruxelles presentasse per mano del
commissario al mercato unico, il francese “Stéphane Sojourner”, misure
radicali.
Un
ruolo particolare hanno avuto i sindacati tedeschi.
Addirittura,
ieri il sindacato metallurgico “IG Metal” si è detto insoddisfatto delle
misure, ancora insufficienti.
«La politica commerciale da sola non è
in grado di garantire la sopravvivenza del settore siderurgico europeo»,
ha
detto Jürgen Karner, il vicesegretario generale dell’IG Metal e membro del
consiglio di sorveglianza di ThyssenKrupp.
«La politica deve rafforzare la domanda
attraverso sostegni alla crescita e incentivi agli investimenti».
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